Luigi Speranza – GRICE ITALO; ossia, Grice e Vacca:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’ala del
silenzio – scuola di Bari – filosofia pugliese -- filosofia italiana – By Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Bari). Abstract. Keywords: solidario. solidarietà
conversazionale. imperativo di solidarietà conversazionale. Filosofo pugliese. Filosofo italiano.
Bari, Puglia. Essential Italian philosopher. Grice: “My favourite of his books
is “L’ala del silenzo” -- great title, from Alighieri about litotes and
understatement. Deputato della
Repubblica Italiana Legislature. Gruppo parlamentare Collegio Bari Partito
Comunista Italiano, Partito Democratico della Sinistra, Partito Democratico Laurea
in giurisprudenza e filosofia del diritto. Docente universitario. Si laurea in
filosofia del diritto discutendo una tesi sulla filosofia politica e giuridica
di CROCE. Svolge una intensa attività di organizzatore di cultura, culminata
con l'impegno dedicato alla casa editrice De Donato. Membro del comitato
centrale del Partito Comunista Italiano è poi stato nella direzione del Partito
Democratico della Sinistra. Libero docente in storia delle dottrine politiche, vince
la cattedra di tale disciplina a Bari. -- è stato nel consiglio di
amministrazione della RAI. Deputato per il PCI nella IX e X Legislatura nella
circoscrizione elettorale Bari-Foggia. In occasione delle elezioni comunali, si
è candidato a sindaco con il sostegno della coalizione di centro-sinistra, ma è
stato sconfitto da Abbrescia. Ha ricoperto incarichi di partito in Puglia e a
livello nazionale. Ha rivolto poi i suoi studi alla storia del marxismo
contemporaneo. Dirige la Fondazione Istituto Gramsci di Roma, diventandone poi
Presidente. Membro del Cda dell’Istituto dell’Enciclopedia italiana presiede la
Commissione scientifica dell’Edizione degli scritti di GRAMSCI. Professore di
Storia delle dottrine politiche a Bari, si è occupato in particolare
dell'idealismo novecentesco e dell'hegelismo italiano nella seconda metà del
XIX secolo, con particolare riferimento alla genesi del marxismo in
Italia. Saggi: “Politica e filosofia in SPAVENTA” (Bari, Laterza); Lukàcs
o Korsch? (Bari, Donato); Marxismo e analisi sociale (Bari, Donato); Scienza,
Stato e critica di classe. VOLPE (vedi) e il marxismo (Bari, Donato); Politica
e teoria nel marxismo italiano, Antologia critica (Bari, Donato); PCI,
Mezzogiorno e intellettuali. Dalle alleanze all'organizzazione, curatela (Bari,
De Donato); Saggio su TOGLIATTI e la tradizione comunista (Bari, Donato); Osservatorio
meridionale. Temi di politica culturale” (Bari, De Donato); Quale democrazia.
Problemi della democrazia di transizione (Bari, Donato); Criticità e
trasformazione. Korsch teorico e politico (Bari, Dedalo); Gl’intellettuali di
sinistra e la crisi, curatela, Roma, Editori Riuniti, Comunicazioni di massa e
democrazia, curatela, Roma, Editori Riuniti, L'informazione Roma, Editori
Riuniti, Il marxismo e gl’intellettuali. Dalla crisi di fine secolo ai Quaderni
del carcere, Roma, Editori Riuniti, Tra compromesso e solidarietà. La politica
del PCI (Roma, Editori Riuniti); Gorbačëv e la sinistra europea, Roma, Editori
Riuniti, Tra Italia e Europa. Politiche e cultura dell'alternativa (Milano,
Angeli); “Gramsci e Togliatti” (Roma, Editori Riuniti); Dal PCI al PDS.
Intervista (Bari, Delphos); Togliatti sconosciuto, Roma, l'Unità, Pensare il
mondo nuovo. Verso la democrazia, Cinisello Balsamo, San Paolo, Per una nuova
Costituente, Milano, PasSaggi Bompiani, Vent'anni dopo. La sinistra fra
mutamenti e revisioni, Torino, Einaudi, Da un secolo all'altro. Mutamenti della
politica nel Novecento, Milano, Bompiani, Appuntamenti con GRAMSCI:
Introduzione allo studio dei Quaderni del carcere, Roma, Carocci, GRAMSCI (Roma, Carocci); Presente futuro. Idee
per lo sviluppo ecosostenibile della Puglia, Bari, Dedalo, X. Riformismo
vecchio e nuovo, Torino, Einaudi, In tempo reale. Cronache del decennio, Bari,
Dedalo, Ritorno in Puglia. Tre anni di volontariato politico, Bari, Palomar, Federalismo,
sviluppo economico e coesione sociale in Puglia, e con Masella, Lecce. Martano,
L'unità dell'Europa. Rapporto sull'integrazione europea, curatela, Bari,
Dedalo, Roma, Nuova iniziativa editoriale, Il dilemma euroatlantico. Rapporto della
Fondazione Istituto Gramsci sull'integrazione europea, curatela, Roma, Nuova
iniziativa editoriale, Dalla Convenzione alla Costituzione. Rapporto della
Fondazione Istituto Gramsci sull'integrazione europea, a cura di, Bari, Dedalo,
I dilemmi dell'integrazione. Il futuro
del modello sociale europeo. Rapporto sull'integrazione europea, e con Sausi (Bologna,
Il mulino); “Il riformismo italiano: dalla fine della guerra fredda alle sfide
future” (Roma, Fazi); “Gramsci tra MUSSOLINI e Stalin” (Roma, Fazi); cura di Gramsci,
Nel mondo grande e terribile. Antologia degli scritti Torino, Einaudi, Studi
gramsciani nel mondo. e con Schirru,
Bologna, Il mulino, Perché l'Europa?
Rapporto sull'integrazione europea, e con Sausi, Bologna, Il mulino, Studi
gramsciani nel mondo. Gli studi culturali, e con Capuzzo e Schirru (Bologna, Il
mulino) Le forme e la storia. Scritti in onore di Giovanni (vedi), e con Montanari
e Papa, Napoli, Bibliopolis, Il Novecento di Garin. Atti del Convegno di studi,
e con Ricci, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana. Studi gramsciani nel
mondo. Gramsci in America, e con Kanoussi e Schirru, Bologna, Il mulino, Vita e
pensieri di Gramsci. Collana Storia,
Torino, Einaudi, Collana ET Storia, Einaudi, Moriremo demo-cristiani? La
questione cattolica nella ri-costruzione della repubblica, Roma, Salerno); “Il
FASCISMO in tempo reale: studi e ricerche di Tasca sulla genesi e l'evoluzione
del REGIME FASCISTA, con Bidussa (Milano, Feltrinelli); Togliatti e Gramsci.
Raffronti, Pisa, Edizioni della Normale, Modernità alternative. Il Novecento di
Gramsci, Torino, Einaudi, Togliatti, La politica nel pensiero e nell'azione,
Scritti e discorsi, V. con Ciliberto, Bompiani, Milano Quel che resta di Marx, Salerno Editore,
Roma, L'Italia contesa. Comunisti e
democristiani nel lungo dopoguerra, Marsilio, Venezia. V., su storia.camera,
Camera dei deputati. Vacca. Keywords: solidarietà conversazionale, fascismo.
Per H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza. Vacca.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vacca: la ragione
conversazionale del deutero-esperanto – filosofia romana – filosofia italiana
-- Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool
Library (Roma). Abstract. Keywords: Deutero-Esperanto.
The phrase
‘Grice italo’ is meant as provocative. An Old-World philosopher like Vaccarino
would never have imagined to be compared to a tutor at a varsity in one of the
British Isles, but there you are! It is meant as a geo-political reminder, too.
Many Italian philosophers have been educated in a tradition that would make
little sense of Vacca as a ‘Grice italo,’ but there you are. My note is meant
as a tribute to both philosophers. Grice has been deemed an extremely original
philosopher, and by Oxford canons he certainly was. He was the primus inter
pares at the Play Group, the epitome of ordinary-language philosophy throughout
most of the twentieth century. His heritage remains. Vacca’s place in the
history of philosophy is other. But there are connections, and here they are. Filosofo
italiano. A differenza del
deutero-esperanto di Grice, non usato ma da Grice, il latino sine flexione è
utilizzato anche da altri filosofi come VACCA (si veda), in Sphoera es solo
corpore, qui nos pote vide ut circulo ab omne puncto externo, LAZZARINI (si
veda), in Mensura de circulo iuxta Leonardo[VINCI (vedasi) Pisano, e PANEBIANCO
(vedasi) che discute proprio della lingua internazionale nell'opuscolo
“Adoptione de lingua internationale es signo que evanesce contentione de classe
et bello” (Padova, Boscardini). Vedasi ALBANI, BUONARROTI. PANEBIANCO (vedasi)
è anche un grande appassionato di Esperanto, tanto che è solito firmarsi
"esperantista socialista". Quest'ultimo, come si evince anche dal
titolo della sua opera, vede nella lingua internazionale un modo per mettere la
parola fine ai contrasti internazionali, e in particolare al capitalismo
spietato. Inter-linguista, quale que es suo opinione politico aut religioso es
certo precursore de novo systema sociale. Isto novo systema, in que homines
loque uno solo lingua magis facile, commune ad illos non pote es actuale
systema de "homo homini lupus", sed es systema sociale in que toto
homines fi socio. Per ben adempiere a un tale compito, la lingua perfetta di
PANEBIANCO (si veda) deve seguire gli stessi principi di quella di P. Es
evidente que essendo id sine grammatica, id es de maximo facilitate et
simplicitate. Ergo,
es per illo quasi impossibile ad fac ambiguitate, excepto ad praeposito [“As
when the conversational maxim, ‘avoid ambiguity’ is FLOUTED for the purpose of
bringining in a conversational implicature”]. Etiam es multo plus rapido compone et scribe in isto
lingua que in proprio lingua nationale. Si capisce allora che egli auspica che
il latino sine flexione assurga a lingua di comunicazione non solo
internazionale, ma anche quotidiana, e forse i suoi auspici si spingono sì
avanti che lo vorrebbe elevato a lingua naturale, lingua madre di tutti i
popoli. Vacca. Keywords: Deutero-Esperanto, implicatura, ragione
conversazionale. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Vacca,” The Swimming-Pool
Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vaccarino:
all’isola -- la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’errore
del filosofo – scuola di Pace del Mela – filosofia siciliana -- filosofia
italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Pace
del Mela). Abstract.
Keywors: costruzione. The phrase ‘Grice italo’ is meant as provocative. An
Old-World philosopher like Vaccarino would never have imagined to be compared
to a tutor at a varsity in one of the British Isles, but there you are! It is
meant as a geo-political reminder, too. Many Italian philosophers have been
educated in a tradition that would make little sense of Vaccaro as a ‘Grice
italo,’ but there you are. My note is meant as a tribute to both philosophers.
Grie has been deemed an extremely original philosopher, and by Oxford canons he
certainly was. He was the primus inter pares at the Play Group, the epitome of
ordinary-language philosophy throughout most of the twentieth century. His
heritage remains. Vaccarino’s place in the history of philosophy is other. But
there are connections, and here they are. Filosofo siciliano. Filosofo italiano. Pace del Mela, Messina,
Sicilia. Essential Italian philosopher. Grice: “I appreciate his metaphor of the ‘chemistry of
the mind,’ la ‘chimica del pensiero,’and the idea that philosophers commit only
ONE mistake (“l’errore dei filosofi”)!” Flosofo Figlio del titolare di un importante saponificio. Laureato a Milano.
Fonda “Sigma” pubblicata a Roma. Fonda “Methodos”, trimestrale di metodologia e
di logica simbolica. Si occupa prevalentemente di logica ed
epistemologia. Pubblica una serie di articoli sulla rivista Archimede su
invito di GEYMONAT. Abilitato alla libera docenza in filosofia della scienza,
ma assorbito dai suoi studi e da altre attività non si dedica all'insegnamento.
Ha incarico di tenere il corso di storia della filosofia antica presso Messina.
Riceve anche quello di filosofia della scienza. Nominato professore associato
di filosofia della scienza, ma non ottenne mai la cattedra di ordinario.
Partecipa a vari congressi. In quello di Amsterdam ha l'occasione di conoscere
Bochenski e incaricarlo di dirigere la sezione di logica simbolica di Methodos.
A quello di Parigi partecipa insieme con CECCATO (vedi), SOMENZI (vedi), e
LANDI (vedi), con i quali era in stretti rapporti di amicizia. Contribusce alla
fondazione della rivista Methodologia nata per iniziativa della Società di cultura
metodologica operativa a Milano, presieduta da Accame. Molto vicino alle vedute
filosofiche dei neo-positivisti, ma in seguito si capì che per dare soluzione
ai problemi posti dalla tradizionale filosofia bisogna anzitutto effettuare
un'indagine sul metodo scientifico onde spiegare perché è l'unico considerabile
come valido. Sviluppa in questo senso sulla “Sigma” una teoria che chiama
della "meta-conoscenza", in quanto ricondotta a una disciplina avente
per oggetto la conoscenza. Successivamente si convince che per procedere in
modo effettivamente scientifico bisogna eliminare ogni a-priorismo effettuando
un'analisi sistematica dei significati di tutte le parole di cui ci avvaliamo e
riconducendoli alle operazioni da cui sono costituiti. Sotto questo profilo i
suoi interessi si incontrarono con quelli di CECCATO e della scuola opperativa.
Ma mantenne una posizione autonoma, ritenendo che la ricerca di base deve
puntare su una semantica e non su una ricerca di tipo cibernetico, come invece
sostene CECCATO. Però accetta e condivide il concetto che bisogna
occuparsi del modo come operiamo a livello mentale per descrivere i
significati. Perciò respinge vedute allora in auge, come quelle della filosofia
analitica, che riconducendo il SIGNIFICATO semplicemente all’USO che se ne fa
parlando, li lascia in analizzati assumendoli implicitamente come prius, in
quanto tali, dogmatici. Si dedica assiduamente a queste ricerche, pervenendo
alla elaborazione di un metodo generale di analisi dei significati. Le sue
ricerche conduce, tra l'altro, all'introduzione di una formulistica idonea alla
definizione delle operazioni mentali, prospettando una sorta di chimica della mente.
La vastità e la complessità delle sue indagini lo costringe a procedere a molti
ripensamenti e revisioni. Pubblica “La chimica della mente” (Carbone,
Messina), in cui espone i principali risultati a cui e pervenuto. Vince il
premio L'Inedito con il racconto “Lo sporco”, pubblicato da Marsilio. Prospetta
ampliamenti e modifiche delle sue teorie nel saggio “Analisi dei significati” (Armando,
Roma). Pubblica “Scienza e semantica costruttivista” (Cooperativa Libraria
Universitaria del Politecnico, Milano) dedicato a una critica di correnti
vedute professate da filosofi della scienza. I suoi interessi si rivolgeno
anche alla codificazione di una logica contenutistica in grado di fissare i
criteri di compatibilità e incompatibilità tra i significati in riferimento
alle loro operazioni costitutive. In tal modo la logica diviene una filiazione
della semantica. La summa dei suoi lavori di semantica è pubblicata in “Dalle
operazioni mentali alla semantica” (Ciddo, Rimini). Nella prefazione al volume
Introduzione alla semantica edito da Falzea a Reggio Calabria, si lo considera
l'ultimo dei grandi illuministi. Altri saggi: “L'errore dei filosofi” (D'Anna,
Messina); “Introduzione alla semantica” (Falzea, Reggio Calabria); “Scienza e
semantica” (Melquiades, Milano); “Prolegomeni”, “Lo sporco. Il pulito, duepunti
edizioni. Repubblica Semantica Filosofia
della scienza Centro Internazionale Di
Didattica Operativa onlus, su ciddo. Methodologia on-line, su methodologia. Vaccarino.
Keywords: costruzione prammatica. Per il H. P. Grice’s Play-Group, The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza.
Luigi Speranza – GRICE ITALO; ossa, Grice e Vaccaro:
all’isola -- la ragione conversazionale e l’implicatura come eteropia – la
scuola di Palermo – filosofia siciliana -- filosofia italiana – Luigi Speranza,
pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Palermo). Abstract. Keywords: signification. The phrase ‘Grice
italo’ is meant as provocative. An Old-World philosopher like Valiati would never
have imagined to be compared to a tutor at a varsity in one of the British
Isles, but there you are! It is meant as a geo-political reminder, too. Many
Italian philosophers have been educated in a tradition that would make little
sense of Vaccaro as a ‘Grice italo,’ but there you are. My note is meant as a
tribute to both philosophers. Grie has been deemed an extremely original
philosopher, and by Oxford canons he certainly was. He was the primus inter
pares at the Play Group, the epitome of ordinary-language philosophy throughout
most of the twentieth century. His heritage remains. Valiati’s place in the
history of philosophy is other. But there are connections, and here they are. Filosofo
siciliano. Filosofo italiano. Palermo, Sicilia. Essential Italian philosopher.
Grice: “My favourite of his books is ‘eteropie,’ a pun on homotopos.” Si
laurea a Palermo, inizia l'attività di docenza presso lo stesso ateneo prima
come professore a contratto, poi come ricercatore e come professore associato. Titolare
del corso di filosofia politica e supplente di scienza politica nella facoltà
di scienze della formazione dell'ateneo palermitano. -- è pro-rettore a Palermo
per la politiche di solidarietà sociale e di co-operazione per lo sviluppo. Inoltre
è condirettore della collana “Eterotopie” dell'editore Mimesis di Milano,
membro fondatore della Società italiana di filosofia politica” e del Centro
interdisciplinare in Bio-politica, Bio-economia e Processi di Soggettivazione a
Salerno. Vicepresidente dell'ONG palermitana della Cooperazione Internazionale
Sud-Sud. I suoi ambiti di ricerca si orientano sulla teoria critica
(soprattutto Adorno e Benjamin della Scuola di Francoforte) e sulla
decostruzione post-strutturalista francese (principalmente Foucault e Deleuze)
dai quali ricava strumenti di analisi da mettere alla prova nel campo della
globalizzazione, della governance e dei diritti umani. Saggi: “Decostruzione
di una realtà macchinica”, in Il camaleonte e l'iscrizione, Palermo, Ila Palma);
“Il capitalismo regolato statualmente”, curatela con Riccio e Caruso (Milano,
Angeli); “Oltre la pace” -- saggi di critica al complesso politico militare,
curatela con Magno (Milano, Angeli); “Adorno e Foucault: congiunzione
disgiuntiva” (Palermo, ILA Palma); “Il pensiero (check) anarchico (Verona, Demetra);
“Il secolo deleuziano” (Milano, Mimesis Edizioni); “Il pianeta unico” (Milano,
Elèuthera); “Anarchismo e modernità” (Pisa, BFS); “CruciVerba: lessico per i libertari”
(Milano); “Zero in condotta, Globalizzazione e diritti umani” (Milano,
Mimesis); “Biopolitica e disciplina” (Milano, Mimesis); “Lo sguardo di
Foucault” (Roma, Meltemi); “Governance e democrazia” (Milano, Mimesis). Vaccaro.
Prof. Salvatore delegato alle politiche di solidarietà sociale e di co-operazione
per lo sviluppo, su Università degli Studi di Palermo. Mimesis Edizioni: collane. Archiviato Palermo:
scheda docente., su scienze formazione.unipa. Biblioteca nazionale di Firenze:
catalogo autore., su opac. bncf.firenze..
Foucault: scheda autore., su portail-michel-foucault.org. Vaccaro.
Keywords: congiunzione e disgiunzione. Per H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool
Library, Villa Speranza. Vaccaro.
Luigi Speranza -- GRICE ITALO; ossia Grice e Vailati: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale della semantica filosofica di
Peano– la scuola di Crema – filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Crema). Abstract.
Keywords: formalists and neo-traditionalists. Grice: Why Vailati, in a typically
Italian fashion, does not QUITE fit!” -- The phrase ‘Grice italo’ is meant as
provocative. An Old-World philosopher like Valiati would never have imagined to
be compared to a tutor at a varsity in one of the British Isles, but there you
are! It is meant as a geo-political reminder, too. Many Italian philosophers
have been educated in a tradition that would make little sense of Valiati as a
‘Grice italo,’ but there you are. My note is meant as a tribute to both
philosophers. Grie has been deemed an extremely original philosopher, and by
Oxford canons he certainly was. He was the primus inter pares at the Play
Group, the epitome of ordinary-language philosophy throughout most of the
twentieth century. His heritage remains. Valiati’s place in the history of
philosophy is other. But there are connections, and here they are. Filosofo lombardo.
Filosofo italiano. Crema, Cremona, Lombardia. Essential Italian philosopher. an
important figure in the history of formal semantics, influenced by PEANO, who
in turn influenced Whitehead and Russell, and thus Grice. Si laurea a Torino. Insegna a Torino, dopo aver lavorato
come assistente di PEANO e VOLTERRA. Lascia il suo posto universitario e così puo
proseguire i suoi studi in modo indipendente, e si guadagna da vivere
insegnando matematica. Scrive saggi e recensioni che toccano un'ampia gamma di
discipline. La sua opinione nei confronti della filosofia è che essa fornisse
una preparazione e gli strumenti per il lavoro scientifico. Per questa ragione,
e perché la filosofia dove essere neutrale fra opposte convinzioni, concezioni,
e strutture teoriche, il filosofo evita l'uso di un linguaggio tecnico
specialistico, ma usa il linguaggio che la filosofia adotta in quelle aree in
cui è interessata. Ciò non vuol dire che il filosofo debba soltanto accettare
qualunque cosa egli trovi. Un termine del linguaggio ordinario potrebbe essere
problematico, ma la sua carenza e corretta piuttosto che sostituite con qualche
nuovo termine tecnico. La suo filosofia sulla verità e sul significato e
influenzato da filosofi come Peirce e Mach. Con cautela, distinse fra SIGNIFICATO
e verità. La questione di determinare che cosa vogliamo dire quando enunciamo
una data proposizione, non solo è una questione affatto distinta da quella di
decidere se essa sia vera o falsa. Tuttavia, dopo aver deciso cosa si vuole
dire, l'azione di decidere se ciò è vero o falso è cruciale. V. ha una
filosofia positivista moderata. La tattica adottata dai pragmatisti in questa
loro guerra contro l'abuso delle astrazioni e delle unificazioni consiste nel
proporre che, anche nelle questioni filosofiche si esiga, da chiunque avanzi
una tesi, che egli sia in grado di indicare quali siano i fatti che, nel caso
che essa fosse vera, dovrebbero, secondo lui, succedere o esser successi, e in
che cosa essi differiscano dagli altri fatti che, secondo lui, dovrebbero
succedere o essere successi, nel caso che la tesi non fosse vera. Le influenze
e i contatti di V. sono molti e vari, e spesso e etichettato come
"l'italiano pragmatista". Deve molto a Peirce e James – V. è uno dei
primi a distinguere i loro pensieri --, ma subì anche l'influenza di Platone e Berkeley
-- che egli vide come precursori importanti del pragmatism -- Leibniz, V. Welby-Gregory,
Moore, Russell, PEANO e Brentano. V. corrispose con molti dei suoi
contemporanei. La prima parte della sua filosofia comprende scritti sulla logica
matematica. In questi saggi, focalizza l'attenzione sul suo ruolo in filosofia
e distinguendo fra logica, psicologia ed epistemologia. La dottrina recente
pone V. e il suo allievo CALDERONI (vedi) nella categoria storiografica del
pragmatismo analitico italiano. I suoi principali interessi storici
riguardarono la meccanica, la logica e la geometria. Egli da un importante
contributo in molti campi, compreso lo studio della meccanica post-aristotelica,
dei predecessori di GALILEI (vedi), della nozione di definizione e del suo
ruolo nell'opera di Platone e Euclide, delle influenze matematiche sulla logica
e sull'epistemologia, e sulla geometria non-euclidea di SACCHERI. S’interessa particolarmente ai modi in cui quelli che potrebbero essere
visti come gli stessi problemi sono inquadrati e trattati in periodi
differenti. Il suo lavoro di storico della scienza e strettamente connesso con
quello filosofico. Per le due attività, infatti, utilizza gli stessi pensieri e
metodologie di fondo. Vede lo studio storico e lo studio filosofico come
differenti nell'approccio ma non nell'argomento. Crede, inoltre, che dovesse
esserci cooperazione fra filosofi e scienziati nell'approfondimento degli studi
storici. Ritene anche che una storia completa richiedesse che si tenesse in
conto anche il background sociale pertinente. Il superamento delle teorie
scientifiche, grazie a nuovi risultati, non comporta la loro distruzione,
perché la loro importanza aumenta proprio per il fatto di essere superate. Ogni
errore ci indica uno scoglio da evitare mentre non ogni scoperta ci indica una
via da seguire. La posizione di V. sulla storia della scienza ricalca quella di
una serrata critica al positivismo, in un contesto teorico dove il pragmatismo
ammette nuovi strumenti di comprensione e anche di valutazione della scienza,
come mostrano anche le vicende di CALDERONI (Pozzoni, Il pragmatismo analitico
italiano di Calderoni, Roma, IF Press) e di PEANO, il quale vanta certe
affinità con il pensiero filosofico del periodo (Rinzivillo, V., Storia e
metodologia delle scienze in Una epistemologia senza storia, Roma, Nuova
Cultura, e PEANO, Contributi invisibili in Una epistemologia senza storia, Pozzoni,
Il pragmatismo analitico (Villasanta, Liminamentis); PEANO, In Memoriam, Bolletino
di matematica, Pozzoni, Cent'anni di V.”
(Liminamentis, Villasanta); Zan, “La formazione di V.” (Congedo, Galatina); Sava,
La psicologia tra V. e Brentano, in "Il Veltro", Roma, Giordano, V., filosofo
della scienza (Firenze, Le Lettere); Pozzoni, Il pragmatismo analitico italiano
di V., Liminamentis Editore, Villasanta,
Ronchetti, L'archivio in Quaderni di Acme, Bologna, Cisalpino, Scritti
filosofici. Treccani Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana;
Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana; giovanni-vailati.net.
Fondo archivistico e librario conservato presso Milano, Il contributo italiano
alla storia del Pensiero: Filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Couturat e Leau, Histoire de
la langue universelle
Paris, Hachette. Rivista Filosofica.
Non è solo pel fatto di contenere un’esposizione accurata e particolareggiata
dei numerosi progetti di lingua
universale che si sono succeduti a cominciare dai primi di cui si ha notizia
(Urchard, Dalgarno, Wilkins) fino a H. P. Grice che la storia di Couturat e
Leau ha il diritto d’intitolarsi una ‘storia’
della questione della lingua internazionale. Il saggio merita tale titolo anche
in un altro e più importante senso, in
quanto i suoi autori riescono con esso a provare che la serie di tentativi d’essi presi in considerazione, lungi dal presentare
l’aspetto d’una successione di sforzi
indipendenti e incoerenti, lascia trasparire le traccie d’una graduale evoluzione
verso uno schema il cui carattere generale è già fin d’ora suscettibile d’un’approssimata
determinazione, el e cui linee fondamentali vengono in certo modo a sovrapporsi
a quelle segnate dal processo spontaneo che porta irresistibilmente, per quanto
lentamente, le nazioni civili ad aumentare sempre più il patrimonio di vocaboli e d’espressioni che
possiedono in comune e persone, anche colte, che non hanno avuto occasione di
riflettere sull’argomento non si fanno facilmente un’idea esatta della quantità
di parole nter-naziona1 che esse adoperano, e della parte sempre crescente che
queste vengono ad occupare, non dico nei dizionari compilati dai letterati o
dai puristi ma nel dizionario reale ed
effettivo dell’uso corrente – “the little Oxford dictionary,” nelle parole di
Austin rapportate da Grice --, nella lista cioè dei vocaboli del CUI significato
s’esige e si presuppone la conoscenza
anche in chi non conosca altra lingua che la propria – cf. Crusoe’s Friday.
Così, per esempio, nessun italiano può addurre la sua ignoranza del gallo o del
tedesco, come giustificazione del suo non conoscere il SIGNIFICATO (o senso) di
parole come le seguenti: òuffet, bureau, chèque, club, hotel, itufiresario,
meeting, menu, metier, bete noire, restaurant, rdclame, record, reporter
revolver, sport toilette, traimvay, tunnel, etc. Il che vuol dire che, se si
prende come criterio dell’italianità o cruscacita d’una parola il fatto ch’essa
è usata e intesa agl’italiani – cf. H. P. Grice, “native speaker of English,” William
James Lecture V -- (e non si vede quale altro criterio si puo prendere – sta
nella Crusca? --, da chi a meno non sia
disposto a negare che siano ITALIANE anche le parole alcool, ze-7itth, ovest,
gas pel fatto ch’esse ci provienneno dallarabo o dall’olandese, i vocaboli
sopra riportati hanno ben più diritto a essere qualificati come ITALIANI , se non romani, di quanto n’abbiano
tanti altri che i dizionari registrano solo perchè usati da scrittori di
qualche secolo fa -- i don’t give a hoot
what the dictionary says – Grice to Austin : come, per esempio,
allotta, arrogi , < gttagnele,
millanta, etc. Ne al fatto he alcune delle suddette parole contengono
lettere o sillabe venti valore fonetico
diverso da quello che loro spetterebbe nella nostra ortografia può essere ormai attribuita molta
importanza dal momento che tale circostanza non è più considerata come un
ostacolo alla trascrizione esatta dei nomi proprii stranier, com’Erberto,
di luogo e di persona. Oxford, vade vobis. L’esigenze pratiche s’alleano
ora al senso estetico per trattenerci dallo scrivere Stoccarda o Conisberga
invece di Stuttgart e di Konigsberg. E se a
molti non ripugna ancora lo scrivere Volfango invece di Wolfgang, o
Mabetto invece di Macbeth, a nessuno verrebbe certo ora in mente d’imitare il
obtuso napoletano VICO (si veda) citando Renee Descartes sotto il nome di
Renato delle Carte, quando Chomsky preferisce Cartesio! Un esempio
caratteristico di creazione di nuove parole internazionali mediante un espresso
accordo tra gl’interessati c’è fornito dal sistema di
unita C. G. S. adottato e promulgato dal congresso degl’elettricisti tenuto a Parigi e le cui denominazioni sotto forma
invariabile, volt, ampire, ohm, etc., sono ora adoperate dagli scienziati e
dagl’elettrotecnici di ogni nazione europea, e non solo la Gallia. La gran maggioranza tuttavia delle parole che possono praticamente essere
riguardate come già in effetto
internazionali non è costituita da quelle che figurano nelle varie lingue sotto
forma assolutamente identica, ma bensì da quelle che vi si trovano leggermente
modificate, sopratutto nella desinenza, a seconda dell’indole dei rispettivi
linguaggi, come avviene ad esempio pelle parole: caffè, cioccolata, tabacco,
garanzia, posta, vagone, consolato, oasi, concerto, etc. E in questa categoria che rientrano i numerosi
termini tecnici, di scienze, d’arti, di sostanze chimiche, di strumenti, di
malattie, etc., derivati dal greco, come chirurgo, estetica, ossigeno,
fonografo, emicrania, etc. A projiosito dei quali giova notare come parecchie
radici o prefissi greci. come
—logo, —grafo, z=.geno,
fono—, termozzz, baro=,
archi—, end—, anti—,
i^o —, filo —, geo—, etc., pure
non figurando, sotto qualsiasi forma, come parole isolate, nel dizionario d’alcuna
lingua, tuttavia pel solo fatto di trovarsi ripetutamente adoperati, econ un
senso ben determinato, nella composizione di parole appartenenti a ogni
linguaggio civile, finiscono per essere correttamente interpretate anche da chi
si trovi sprovvisto di qualsiasi conoscenza della lingua dalla quale provengono -- cf. Hare, a good phylostysometre. La stessa
osservazione si può ripetere per quei VOCABOLI LATINI che, pure non potendo
essere qualificati come internazionali nel senso che essi appartengano ad altre
lingue oltre che alle romanze o neo-latine,
lo sono tuttavia nel senso che le lingue romanze o neo-latine non sono le sole
nelle quali esse figurano come elementi
di parole composte. Cosi per esempio le parole romane o latine navts, oculus,
currere, secretum, ovum, pubblicus, annus, etc. non possono essere riguardate
come del tutto estranee a un britannico o a un tedesco dal momento che a sue
lingue appartengono le parole oculist, concurrence, secretary, ovai, Publizist,
Annalen, etc. E specialmente in virtù di questa circostanza che i più
recenti progetti di lingua universale –
il deutero-esperanto di H. P. Grice, o il basic latin di Ogden --, quanto più
deliberatamente si propongono di costruire il dizionario in base al criterio
pratico della massima effettività internazionale delle singole parole o radici,
criterio che viene a essere naturalmente imposto dalla necessità di ridurre al
minimo gli sforzi richiesti dall’apprendimento di parole interamente nuove da parte di chi
conosca già qualcuna delle lingue civib''europee, -- cf. Grice’s and Austin’s
Eskimo implicatdures -- e dalla convenienza di rendere il dizionario della
lingua internazionale quanto più è possibile utile per facilitare l'eventuale
apprendimento delle lingue civili europee da parte di chi non ne conosca alcuna.
tanto più si trovano condotti ad attribuire
una parte preponderante all’elemento LATINO tratto da Peano, sine
flessione! La maggior parte di tali progetti finiscono anzi per differire tra
loro assai meno di quanto possano differire due dialetti – toscano e genovese
-- di una stessa lingua – la toscana -- , e per avvicinarsi anche senza
volerlo, per ciò almeno che riguarda il dizionario, ai progetti avanzad dai
fautori d’un ritorno all’uso internazionale del LATINO, in quanto anche
questi sono costretti ad ammettere i neo-logismi indispensabili per esprimere
cose e concetti moderni, e a rinunciare quindi a qualunque pretesa puristica e
letteraria. Come è naturale, il latino più ricco d’elementi internazionali non
è quello classico di CICERONE (si veda) o di
TACITO (si veda), ma quello usato dagli scolastici come Aquino da
Roccasecca a Parigi, e dagli scienziati del medio evo; non quello, per esempio,
in cui il ministero della pubblica istruzione sarebbe chiamato Summus moderator
studiorum, ma quello in cui verrebbe semplicemente indicato come mnister
publicae instructionis o, anche meglio, de publica instructione. Ma a
rendere difficile un completo accordo tra i fautori d’un latino comunque modernizzato e semplificato – il
SYMBOLO di Austin --, e quelli che propongono la costruzione d’una lingua
affatto artificiale, per quanto costruita con materiali tolti in gran parte dal
latino, si presentano le questioni relative alla grammatica o morfo-SINTATTICA.
Benché gl’uni e gl’altri si trovino
d’accordo nel riconoscere che le difficoltà inerenti all’adozione del
latino come lingua internazionale puo
venir notevolmente diminuite coll’introdurre nella sua grammatica delle
modificazioni semplificatrici d’indole analoga a quelle che si sono
spontaneamente prodotte ne le lingue neo-latine, pure essi non cessano per ciò
di differire grandemente nell’apprezzamento dei criteri da seguire in tale
semplificazione. Vi è chi si contenterebbe di regolarizzare le declinazioni o le coniugazioni, togliendo la
loro inutile molteplicità e permettendo, per esempio, che si dicesse ati t o e
legebo come si dice amabo e monebo, o loqtiivi, currivi invece di locutus S2tm e
di czicurn. Altri abolirebbero
senz’altro ogni declinazione dei nomi indicando invece i vari casi colle
preposizioni come fanno le lingue neo-latine 1 armenti sopprimerebbero le
varie flessioni dei verbi corrispondenti
alle persone, bastando, per distinguere queste, l’impiego dei pronomi. Anche
per indicare i diversi tempi dei verbi v’è chi propone s’abbandoni l’impiego di
speciali desinenze o modificazioni adottando invece l’artificio dei verbi
ausiliari -- Grice, Socrates whatted in Athens?
Drank hemlock -- anche pel futuro. Un
passo piu avanti è fatto da quelli che
propongono si’abolisca la distinzione tra i generi dei nomi e tutte le
regole di concordanza ad essa relative, indicando solo, quando occorra, il
sesso con uno speciale prefisso – aquilo
-- come si fa in inglese: he-goat, she-goat, he-bitch. Ne qui SI arrestano le
proposte di semplificazioni, tra le quali la più radicale è rappresentata dal
Latino sine flexione di PEANO (si veda), riattaccantesi a un ordine di ricerche il cui primo impulso
risale non a Grice ma a Leibniz. Già questi osserva che, allo stesso modo come
l’uso delle proposizioni rende inutili, pei nomi, le flessioni corrispondenti
ai differenti casi, così anche l’uso delle congiunzioni potrebbe sostituire,
per i verbi, le flessioni indicanti i differenti modi, modes, not moods – Grice
– Follesdall – Stanford – Moravsik. Così,
per esempio, la differenza di SIGNIFICATO (O SENSO) tra l’indicativo e
il soggiuntivo è già sufficientemente espressa dalla sola presenza, pel
secondo, delle congiunzioni: ut, quod, “si,”
(if) – cf. H. P. Grice, “Indicative Conditionals” --, etc. La ragione perche Boezio non vuole
parlare di preghiere! Non occorre quasi notare che anche il modo imperativo –il
primo secondo Vico: I, FAC, STA, DA, non ha affatto bisogno di venire indicato d’alcuna
modificazione del verbo, bastando a ciò premettere, o far seguire, a questo
l’indicazione del comando o del desiderio, opto, peto,
quaeso, etc – the door is closed,
please -- Hare., come già del resto si pratica in più d’una lingua (PLEASE – R. M. Hare: “The door is closed,
please” --, bitte, s’il
vous plait, etc.. Un’idea più ardita, suggerita pure da
Leibniz a PEANO (si veda), è quella dell’inutilità di qualsiasi flessione per
indicare il plurale dei nomi -- sheep,
shep -- {videtnr pluralis inutilis in
lingtia rationali – Warnock, Tigers are dangerous – Metaphysics and logic. La
distinzione tra singolare e plurale sembra a PEANO (si veda) puo essere
sufficientemente espressa dal semplice
premettere al nome, quando occorra, un aggettivo numerale – Me Tarzan
You Jane You You DUE Jane, U7tus,
aliqtds, omnis, plurcs, duo, diversi, etc. – Altham, the logic of plurality – aleoethetca,
pleonethica. Geach Occam. A questa stessa conclusione è pure antecedentemente
venuto anche un altro filosofo che s’occupa molto a fondo delle questioni
relative alla grammatica razionale, BELLAVITIS, di Padova, di cui l’importante saggio, portante
il titolo “Pensieri sopra una lingua universale e su alcuni argomcnli analoghi,” Memorie dell’I.
R. Istituto Veneto, è sfuggito, tipico d’un gallo orgoglioso, all’attenzione
di Couturat. Tra l’altre proposte originali e suggestive che il saggio di
BELLAVITIS (si veda) contiene è da notare quella relativa all’adozione di una
speciale preposizione anche per
distinguere il soggetto (“Fido”) dal predicato (“is shaggy” – Grice) –
Strawson Subject and predicate in logic and grammar, Irvine – Grice – d’una
proposizione, d’adoperare, s’intende, solo quando ve ne è bisogno. Tale è il
caso, per esempio, quando si tratti d’una proposizione il cui soggetto (“Fido”)
o attributo (“shaggy”) è rappresentato d’un
pronome relativo, il quale, per ragione di chiarezza [Grice, DESIDERATUM
OF CONVERSATIONAL CLARITY: “Be perspicuous [sic]”. -- non può venire troppo
allontanato dal precedente nome cui si riferisce, e non può quindi
indicare, per mezzo della sua posizione rispetto al verbo, se dove
essere inteso come il suo soggetto o il suo predicato. Quest’osservazione di BELLAVITIS (si veda) non è priva anche d’una
certa importanza filosofica in quanto costituisce in sostanza una critica della
distinzione tra verbi transitivi e intransitivi e di quella tra verbi attivi e
passivi. Essa mira infatti a sottoporre non solo l’accusativo (o CAUSATIVO,
strettamente -- come già avviene in alcune lingue, p. e. nella spaglinola), ma anche il nominativo a norme
analoghe a quelle che reggono gl’altri
casi, sopprimendo l’inutile complicazione della
costruzione [Atti della R.
Accademia di Scienze
di Torino; Leibniz [citato da
Grice – “one of the greats”]. Opusculcs el Fragnicnt inédils publiés par
Couturat. BELLAVITIS (si veda) ha su
questo punto dei precursori fra gli scolastici, in CAMPANELLA e Occam [cf. il
sermone mentale – discusso da Geach e Grice e Leibniz – PARIDE AMA ELENA -- e
Alberto di Sassonia. L’apprezzamento espresso su quest’ultimo da Prantl – lesso
da LAMENTANI (si veda) nella sua Storia
della Logica, precisamente a questo proposito, è da deplorare come
erroneo e ingiusto. COUTURAT E L. LEAU,
HISTOIRE DE LA
LANGUE UNIVEKSELLE] passiva –
Strawson, “The exhibition was visited by the King of France” --, ed emancipando nello stesso tempo la frase d’ogni
restrizione relativa alla collocazione delle sue varie parti rispetto al verbo.
Anche sull’uso dell’articoli e delle
particelle dimostrative l’osservazioni di BELLAVITIS (si veda) apportano
un contributo prezioso alla soluzione delle controversie che ancora si
dibattono tra gl’autori di vari progetti di
GRAMMATICA RAZIONALE, come il Deutero-Esperanto di Grice. Un concetto
dominante sul quale egli ritorna frequentemente è questo che l’adozione di date preposizioni o
congiunzioni o articoli -- “voci
grammaticali,” come egli le chiama -- per indicare date relazioni tra le
parti d’una frase non implica che tali voci devono essere sempre adoperate
per esprimerle. Esse possono e devono invece essere omesse ogni qualvolta
la loro assenza non produce ambiguità – cf. Grice, “Avoid ambiguity” – Me
Tarzan, You Jane. Blake, “Love that never told can be”. Tutte queste semplificazioni,
le quali, del resto, potrebbero applicarsi, come al LATINO, anche a qualsiasi
altra lingua, finisceno, come si vede, per far capo al concetto d’una lingua
suscettibile di venir compresa e
adoperata indipendentemente dalla conoscenza di qualsiasi regola grammaticale –
O. P. Wood, The Rules of Language, The Aristotelian Society, read by Austin and
Grice on a Saturday morning. E in fondo l’ideale che si presenta già alla mente
di CARTESIO – the rules of discourse, Grice -- [vide Grice, “Descartes on Clear
and Distinct Perception”] in quella sua lettera a Mersenne nella quale,
discutendo un progetto d’ignoto filosofo chiamato ERBERTO GRICEUS HARBONIENSIS
che ritiene aver costruito una lingua (“Deutero-Esperanto”)
atta a essere interpretata e scritta col solo aiuto d’un dizionario – Grice: “The
Little Oxford Dictionary? Austin hated it! --
conclude che ce n’est pas mcrvetlle que les esprits vulgaires apprennent
en moins de six heures à composer en
cette langue. – cf. Prince Maurice’s Pirot -- Cartesio, Opere, edit. Tannery e Adam). Ed e questa stessa idea d’una
lingua ARTIFICIALE [Deutero-Esperanto], costruita, per quanto riguarda il
dizionario, con materiali tolti alle lingue viventi e sottoposta invece, per quanto riguarda la grammatica –
strettamente, morfo-SINTASSI --, alla
massima semplificazione razionale – cf.
RULES OF FORMATION OF SYSTEM G-HP di MYRO], che Rcnouvler sembra avere in vista
in quella frase, da Wilkis, quasi profetica, che appunto Couturat riporta a
questo proposito. La langue universelle doti ciré empiriquc par son vocabulairc o LEXICON,
et PHILOSOPHIQUE, logica, ragionata, PAR
SA SINTASSIS, ou grammaire. (ReNOUVlER,
De la question de la langue universelle,
Revue. Non voglio chiudere il presente
cenno senza richiamare l’attenzione su un altro saggio italiano sul soggetto
della lingua universale, del quale pure, ma tipicamente d’un orgoglioso e miope
gallo, non è fatta menzione nel volume di cui parliamo. Esso è pubblicato a
Roma col titolo, “Riflessioni intorno all’istituzione d’una lingua
universale,” -- lettera di Glice Ceresiano a Giotto fllo Eugenio.
L’autore ne è il filosofo SOAVE (della Svizzera, si veda),
il quale si propone in esso d’esaminare un progetto di lingua universale da
Kalmar. Questo è tutto ciò che mi ò riuscito di sapere sul contenuto del detto
opuscolo, che finora non sono stato in grado di rintracciare e che conosco solo dalla menzione che ne è fatta in un’altra opera italiana, pure ignorata, com’e
d’aspettare di un miope orgoglioso gallo come lui e, da Couturat -- FERRARI (si veda), Monoglottica,
Modena. Di quest’ultima V. ha conoscenza per mezzo di MERIGGI (si veda),
appassionato cultore di questi studi e autore lui pure d’un progetto di cui
sono segnate le traccio in un volumetto
pubblicato a Pavia, Frat. Fusi. Como. Grice: “My favourite Vailati is an
essay cited by Peano (I wouldn’t have heard of it otherwise). It is concerned
with the Italian counterparts to “non,” and the ‘congiunctioni’: “e”, “o”, and
“se”. La Grammatica
dell Algebra. iRivisla
di Psicologia Applicata,
A Parlare dell’algebra come d’una linguag. In che senso ^ f Quali sentii
corrispondmio tn al~ e d’una sua
speciale J. Come
si presenti in algebra la distin- gcbra ai verbi. Loro carcittere
r . V- l'altra, ad ussa
corrispondente, tra ìionè tra verbi
transiti e verbi Dei verbi
molteplice- nomi (o aggettivi, shaggy) relativi,
e gH^izioni Carattere
grammaticale dei segni mente transitivi, e dell
/ caratteristiche dei segni d’uguaglianza j • fiirtincri e oarlando d’essa
come di uno spe- LParlando d’algebra
a dei attribuire, alla pa- ciale
lingua, devo pregarli d, P ^
essi le
attribuì- rola . lingua >. astrazione d’un scono ordinariamente. di studiano
— i quali tutti hanno per loro
carattere comune ai ^^ttendomi
d’applicare lo stesso nome anche elementi delle parole – L. PARABOLA,
Grice word-meaning P^^ rivolgono ad
altri sensi che non sono ad altri SISTEMI DI SEGNI eh, f„n7inni dei lingue propriamente dette, radilo, adempiono wttavia alle
tCTfpo^J^ e„ „r„SS'e
^.-—nLròne, piò pir"arhVL“rr^ « UpÓ . Ideo^radoo
nel,uall le ooae [11
.ommario e le pari., che,u „„p„ve
..ella Xmsh *'
«to- parentesi quadre, non sono mclus
carte di V., che a lu. serve pella comunicazione
da lu
p • grammalicali e SINTATTICI della
lingua delle Scienze (Firenze)
sotto il ti . Rivista di Scienza algebrico, e che in parte è riprodotto in
una i^Algèbre ati
point de vue Hngui- .,
intitolata: PiiLr it^de de l’Algebre ? ^ stiquei\
ai cui si voleva comunicare
Jos^'dvano il nome
nel Un- scura alcun riferimento ai gruppi d, suoni
che ne lingua parlata rappresentati, di quei rapporti Per indicare il
sussistere, tra g i ogg proposizioni, le scrit- che dalle lingue
parlate sono espressi in principio ad espe-
ture di questa seconda specie dovetter affatto dienti, alterazioni nella
forma, nell ordine g > preposizioni,
analogo a quello che, nella lingua parlata
etc. ai segni di PREDICAZIONE
(“... is shaggy” – GRICE), d
;Jggiare interesse per quei sistemi di
L’esame di tali espedienti presenta panico ^ „,,iea. ve- notazioni ideografiche che,
come cs-
g ordinaria, subiscono in certo nendo impiegati contemporaneamente
alla ^ avrebbero finito per soc
.nodo la cencorreusa di questa,
p.eferibill per 1 partico- combere se qualche speciale
carattere no lari uffici ai quali sono applicati – cf. Grice, ONTOLOGICAL
MARXISM: If they work, they exist d.. dell’algebra, la ragione di Dire che, nel caso che ora c,
Jgg,or brevità e pre- tale preteribilltà stia nclPattltudlne sua a j ancora
rlsob cislone le proposizioni relative a. numer determinare da quali vere la questione.
04 che Importa dipendano: Uno a che circostanze le suddette proprietà
del >”^8, geografiche al posto delle punto cioè esse si
riconnettano f ‘j; ‘7^'®°„gÌ„o .“orso, fatto dall’algebra,;role. e per nurdrpontTltguag parlata, per dare senso
alle Afferenti combinazioni dei esempio
caratteristico sto. non certo nel fatto che le cifre sia P ^,e„e
attribuita
^alrmrrrsrrg^Sa"^ della
posizione che esse occupano in hT
prop™^^ f rrti soprattutto d’attribuire i strumento di ricerca e di dimostra- che
come mezzo di ^a
avere indotto uno dei piu grandi
zione. Tali vantaggi sono rivolgere
modestamente a sè stesso una ^a^
cbe è rivolta da Schiller a un
poeta presuntuoso, in quei noti versi .
pi confronto tra i “cTriuogo'*!’ impiego dei segni derivano dall’impiego delle . q un’altra distinzione importante dell'algebra, si
P""“ ehe occorre fare
tra i sistemi di notazione
^;:.'lomTa;;unT:df’e de,
.'aritmetica, o le note musleaii [AND GRICE WOULD PLAY THE PIANO AT
CLIFTON – la notation della pavanne de Ravel – MEISTERSINGER is for children –
He loved MAHLER, Song of the Earth --,
hanno solo I uf- La grammatica – morfo-sintassi --
DELL’ALGEBRA mnorre nei loro elementi, dati gruppi di sensazioni fido di descrivere, e di decom
^ ^pp^nto il 0 di azioni complesse, e queg,, chimica, si
presentano come capaci caso
dell’algebra o '5'“' ^, in
parole e frasi del definirla o caratterizzarla m modo
f perrtlirco'nicio chiunque abbia coll’algebra una sufficiente
-f;:Ìadiffierenzachesiba-- à^e potr^rcorr 'linana, le proposizioni relative ai numeri e
alle loro proprietà. differenza equivale ad ammettere implicitamente che Il
riconoscere una tale differenz espressione e come strumento la speciale
efficacia ^°^t^ibuire, non tanto all’impiego che in essa di ricerca
e di "arposto^ parole della
lingua or- dintio!
q^a^P^uttostra delle particolarità
d’indole SINTATTICA. meren i
"Esamffiar'e iTche cosa gua
algebrica, ricercare e propriamente dette: que-
riscontrano, in maggiore o minor
grad J . sembrano bene degne di Tra le distinzioni, che si trovano
‘‘I,elle che si riferiscono rittcair;‘:.rc:ot^Una frase
spesso ripetuta dai filosofi della lingua, colla quale essi tentano di
precide ciò che costituisce il tratto caratteristico d’una vera lingua -- cf. COMPOSITIONALITY AND THE ESSENCE OF
LANGUAGE – H. P. Grice, “Meaning Revisited” – open-endeness, finite means,
potentially infinite utterances>, hi
opposizione alle forme meno perfette d’ESPRESSIONE
ISTINTIVA [natural groan – Grice] di stati d amm .
qualf si riscontrano anche negli
stadi inferiori di sviluppo della vita animale – Romolo e i fanciulli.' la «pcriiente
• « la lingua comincia dove l’interiezioni (GROANS AND FROWNS, MOANING
AND MEANING) finiscono. Se noi ci domandiamo, alla nostra volta, in che cosa
differiscano effettivamente l’interiezioni – Grice’s GROAN -- da quelle che i filosofi
della lingua chiamano le altre parti del
discorso, ci accorgiamo subito che esso sono le sole parole che, anche
enun- flTLàtalnte, bastano, per
sé stesse, a esprimere -^^Ye Qualche
opinione, di chi le pronuncia, mentre l’altre specie d . i
nomi eli aggettivi (shaggy), i verbi, etc., non possono, d’ordinario,
servire a a e p se
non comparendo raggruppate [TERZA ARTICOLAZIONE] l’une
insieme all’altre, in modo da dar luogo a una frase o a una
proposizione – GRICE: UTTERER’S MEANING, SENTENCE MEANING, WORD MEANING]. Quando
emettiamo [UTTER – GRICE], per esempio, il suono brr, (ho
freddo) o il suono " • ^ abiamo bisogno d’aggiungere altre parole per
fare intendere a
^Ze che sentiamo del freddo, o che
desideriamo che egli non faccia nimore. SeTnvece pronunciamo, per esempio, il nome d’un
oggetto --a accompagnarlo con qualche
parola o GESTO, che indica cosa vogliamo
dire d’esso - fhe
diefiii cioè: se vogliamo dire che lo vediamo, o che lo desideriamo, o
fotmilmo,; che ne aspettiamo la comparsa etc. aifatto alcuna nostra opinione, o
disposizione d’animo, ma al piu
segnaliamo -- SIGNIFICAMO, SEGNALARE -- che stiamo pensando a quell’oggetto, senza dire
nulla di ciò che ne pen segue --Fido,
... is shaggy -- che l’interiezioni possono qualificarsi come quelle, tra le
parole della nostra lingua, che hanno PIÙ SIGNIFICATO (“more meaning”) di tutte
le akre, e in certo modo, come le sole che n’abbiano, quando sono prese a
se. mentre altre sono soltanto capaci d’acquistarne,
nel caso che siano assunte a far parte
una frase che n’abbia. L’affermazione riferita sopra equivale, dunque, a dire
che la vero lingua comincia colla prima introduzione di parole (shaggy, brr. Ah, ouch -- che, prese
per se stesse NON hanno alcun SIGNIFICATO, e che di tanto una lingua e ° più rilievo hanno in esso le parole –shaggy
-- che si trovano in questo caso, di front litro che, anche enunciate
isolatamente, esprimono qualche opinione d’animo – shaggy, hairy-coated --, di
chi le PRO-NUNCIA. Si ha una conferma di ciò nel fatto che le parole che hanno MENO SENSO delle altre - quelle cioè alle quali è necessario
aggiungere un piu grande numero d’altre parole per ottenere una frase che
voglia sono apppunto quelle che compaiono piu tardi – non da da, ma ma -- , tanto
nello sviluppo storico della lingua che Romolo e Remo sono segnalato
dalla lupa capitolina, quanto nel processo individuale o gemmelli del loro
apprendimento della lingua del Lazio.
Tra tali parole sono da porre, in primo luogo, le pre-posizioni (via va,
Grice, to Roma d’Albalonga) in quanto esse hanno l’ufficio d’indicare le varie
specie di relazioni che possono sussi-
fi) La trovo citata tra gl’altri da ZOPPI (si veda), nella sua Filosofìa
della Grammatica (Veron), che trovato pieno d’osservazioni
suggestive sull’argomento qui trato.] stere tra gl’oggetti di cui si parla.
Esse infatti, appunto per questa ragione, non indicano assolutamente nulla se
non sono accompagnate dalle parole che denotano gl’oggetti tra i quali s’asserisce
aver luogo la relazione che ad esse
corrisponde. Così, quando pronunciamo, per esempio, le parole: accanto, sopra, dopo, etc., -- cf. Grice, ‘betwen’, not aequivocal, and
‘the sense of ‘to’ senseless -- senza
indicare quali siano le cose di cui INTENDIAMO (GRICE M-intending) affermare
che runa è accanto all’altra, sopra l’altra,
etc., -- zu zu Jew -- noi non comunichiamo a chi ci ascolta alcuna
determinata INFORMAZIONE (si veda
FLORIDI) sulle cose di cui parliamo. A considerazioni analoghe si presta il
confronto delle varie specie di verbi e, in particolare, la distinzione
espressa comunemente coll’opporre i verbi transitivi ai verbi intransitivi, col
porre in contrasto, cioè, i verbi che, come per
esempio: desidero, respingo, nascondo,
indico, etc., richiedono che alla
loro enunciazione segua l’indicazione di qualche oggetto al quale si
riferiscono, coi verbi che invece, come per esempio: dormo, cresco, rido,
muoio, etc., non hanno bisogno d’alcuna
ulteriore determinazione o specificazione di tal genere. Qui è tuttavia d’osservare
che la suddetta distinzione, in quanto è stabilita dai grammatici in base al
criterio puramente formale consistente in ciò ch’il verbo esiga, o non esiga,
ciò ch’essi chiamano un complemento
diretto, non coincide esattamente con quella che, pel nostro scopo, è opportuno è posta in
rilievo. A nessuno certo può venire in mente di dar torto ai grammatici quando
essi si preoccupano di distinguere i casi nei quali l’indicazione dell’oggetto,
a cui si riferisce l’azione espressa d’un verbo – il causato o accausato –
accusativo -- avviene per mezzo della
semplice aggiunta del nome di tale oggetto, come quando si dice per esempio:
desidero la tal cosa -- wants to marry
Mary — dai casi nei quali invece è necessario che, tra il verbo e il nome, sia
interposta una preposizione, come quando si dice per esempio, di certi nomi
come quelli che abbia'mo sopra citati, è ordinariamente indicato col
qualificarli come nomi relativi. Della connessione tra i nomi relativi e i verbi transitivi si ha una chiara manifestazione anche nella possibilità, frequentissima, di
tradurre frasi, in cui a un dato oggetto, o persona, è applicato un nome
esprimente una relazione, in altre si, equivalenti, nelle quali figura invece un
verbo transitivo. Non vi è, per esempio,
differenza tra il SIGNIFICATO (O SENSO) – ma si dell’implicatura -- delle frasi, il tale è nemico del tale altro, o il tale oggetto c più alto del tale altro,
e le altre: a tal persona odia la tal
altra, o il tale oggetto supera, o
sopramnza, il tale altro, etc.
Peirce [su cui Grice insegna a Oxford], che più d’ogni altro s’è
occupato dell’analisi e della classificazione delle varie specie di relazioni,
è stato portato dalle sue ricerche a stabilire una distinzione tra i verbi o
nomi ed aggettivi transitivi, a seconda che essi esigano l’aggiunta d’un solo o
di più nomi per acquistare un SIGNIFICATO
(O SENSO) determinato, per diventare cioè capaci d’affermare qualche cosa degl’oggetti
e delle persone a cui vengono ap- LEIBNIZ PARIDE AMA ELENA, Sono, per esempio,
verbi doppiamente transitivi, o bivalenti diadici, come si potrebbero chiamare
con una opportuna immagine tolta dal linguaggio della chimica, comportanti cioè
l’aggiunta di due nomi – he fell on his sword -- i verbi seguenti:
insegnare qualche cosa a qualche
persona, dare qualche cosa a qualche
persona, e i corrispondenti nomi: maestro di qualche cosa a qualcheduno, donatore
– VARRONE derivativo -- di qualche cosa a qualcheduno, etc. Sarebbe forse più proprio chiamarli tri-valenti
o triadici, in quanto anche il soggetto rappresenta una valenza. Sarebbero allora bi-valenti i
verbi semplicemente transitivi,
uni-valenti i verbi intransitivi – it rains, what is ‘it’? --, e nulli-valenti o privi di valenza
gli impersonali come piove, nevica etc. – “As Srawson once asked me,
“it is raining – what is ‘it’?” – Grice. Gl’impersonali latini come
pudet me piget
me mihx tur
etc. sono bi-valenti come i verbi transitivi. Come esempio di verbi a quattro valenze tetradici
si potrebbe citare il verbo scambiare wife-swap
nel senso commerciale -- il tale scambia colla tal persona, la tal cosa colla tal altra, o più
semplicemente, le tali due persone si scambiano fra loro le tali due cose –
their pairs of socks. Esempi di verbi
tri-valenti capaci cioè, o
esigenti, di venire o comperare, vendo un oggetto A a una persona
B, per un prezzo C, compro un oggetto A d’una persona B, per un prezzo C. Nel caso di
questi verbi pluri-valenti polliadici, o molteplicemente transitivi, si scorge
chiaramente quale sia l’ufficio che hanno le preposizioni, in quanto servono
quasi d’organi connettivi, per applicare a ciascun verbo ordinatamente i rispettivi complementi, pare ordenato. Quanto
più cresce il numero delle valenze tanto
più cresce naturalmente il bisogno di speciali segni o particelle destinate ad
evitare le’ambiguità nell’assegnazione
di diversi complementi a uno stesso verbo. Servono a tale scopo, nel linguaggio
ordinario, le preposizioni o le flessioni corrispondenti ai diversi casi
dei nomi. Finché il verbo, pur essendo a più valenze, è
tale che, come avviene per esempio in quelli
sopra citati, i diversi nomi richiesti per completarne il SIGNIFICATO (O
SENSO) appartengono a categorie cosi distinte da rendere impossibile qualsiasi
equivoco –you gave Mary to the book? -- o confusione tra loro; quando, per
esempio, come nel caso del verbo dare, l’un complemento deve indicare una
persona, e l’altro un oggetto, può parere sempre superfluo l’impiego di qualsiasi
preposizione. Si tende infatti ad abolire queste in tutti quei casi in
cui s’ha particolare interesse a fare ECONOMIA [principle of economy of
rational effort – GRICE] di parole –
avoid prolixity of expression [sic],
come per esempio nei telegrammi, negl’indirizzi, negl’avvisi economici
delle quarte pagine dei giornali. Se si telegrafa, per esempio spedite plico
segretario nessun dubbio può nascere che il plico è la cosa spedita e
il segretario la persona a cui la spedizione è fatta, e non viceversa – give
dog bone send package secretary]. – cf.
PECCAVI – Grice. Ma quando, invece, i diversi complementi d’un verbo
appartengono tutti a una medesima classe, quando sono, per esempio, tutti nomi
di persone, come per esempio nelle frasi, dico male di Tizio a Caio, dico
male a Caio di
Tizio, l’omettere le preposizioni equivarrebbe a togliere ogni mezzo a
chi ascolta di distinguere le diverse relazioni in cui i diversi nomi stanno
col verbo, e a esporsi quindi a esser capiti a rovescio. Se, tenendo presenti
le considerazioni svolte sopra, ci proponiamo di determinare quali siano gli
speciali caratteri grammaticali e SINTATTICI
o mortfosintattici per i quali il linguaggio algebrico si distingue da
quello ORDINARIO, un primo fatto
notevole che ci si presenta è l’assenza, nel
linguaggio algebrico, di qualsiasi specie di verbi, cioè l’eguaglianza
e e oro aree, resta, per ciò solo, precluso il suo simultaneo impiego
per esprimere qualsiasi altra relazione tra figure, come per esempio, quella d’egualanza
propriamente detta o
sovrapponibilità, quella di
similitudine, etc. I inconvenienti ai
quali, in casi di questo genere, potrebbe dare occasione l’impiego d’uno stesso
segno, per indicare relazioni affatto diverse puo essere evitati in
algebra ricorrendo, come, infatti,
qualche volta si fa, all’introduzione di nuovi segni che, accanto a quelli d’eguaglianza
e di diseguaghanza, assumessero l’ufficio che, nel LINGUAGGIO ORDINARIO,
spetta alle diverse specie di verbi transitivi, il tale edificio è eguale
all’altro in altezza ; i tali due cliL si’equivalgono per salubrità, etc. ner T
Preposizìone è, per così dire, accidentale; in greco, cusatir^Tn
questione, posto All’accusativo,
in LATINO s’adopera l’ABLATIVO. Ma v’è anche un altra forma che possono
assumere le proposizioni del tipo suddetto, ed e quella che si presenta nelle
frasi: la statura della tal persona eguale a quella della tale altra, l’altezza del tale edificio e.u^le
a 0 Sull’opportunità di
ricorrere a questo espediente, nel caso delle relazioni tra gl’enti geometrici
considerati nel calcolo vettoriale, s’è
molto discusso recentemente al congresso tenuto a Roma a proposito della
relazione presentata su tale soggetto da FORTI (si veda), dell 'accademia militare
di Torino, e LONGO, di Messina. i
ormo; e aiarcoqtiella del tale altro, la
salubrità del tale clima à eguale a
q^lella del tale
altro, etc. Queste espressioni,
nelle quali figurano al posto del soggetto e del predicato, i nomi, non più
degl’oggetti [GRICE, obble] di cui si parla, ma delle qualità [GRICE, SHAGGY] d’essi
– where is Banbury’s disinterest? -- e dei caratteri rispetto ai quali essi
sono posti a confronto, corrispondono precisamente all’espressioni che
compaiono nel linguaggio algebrico o ARIMMETICO o matematico o FORMALE quando,
per esprimere, per esempio, che due angoli, a e b, hanno uno stesso seno, si
scrive, “sen a = sen b, o quando,
per indicare o significare che i
triangoli ABC e DEF hanno una stessa area, si scrive: “area ABC = area DEF.” I due
esempi citati, quello del seno e quello dell’area, possono servire a
mettere in luce una differenza che è importante segnalare. Mentre dell’affermazione
che un angolo ha un dato seno si può definire perfettamente il SIGNIFICATO (o
SENSO) anche senza considerare alcun altro angolo oltre quello di cui si parla,
per il caso, invece, dell’AREA, il SIGNIFICATO
(O SENSO) della frase o proposizione, ‘La
tal figura ha una data area,’ non può venire determinato se non ricorrendo, o riferendosi, direttamente o
indirettamente, a quell’operazioni di confronto tra l’AREA
di’una figura e l’area d’un’altra
-- la quale altra può anche essere, per esempio, quella che si è scelta
per unità di misura dell’aree -- il
metrodi Witters -- che sono richieste per riconoscere se due date figure hanno,
o non hanno, una stessa area. In altre parole, mentre nel caso del SENO d’un
angolo si può prima dichiarare o definire che cosa esso sia, e poi passare a riconoscere se il seno d’un
dato angolo sia eguale, o maggiore, o minore del seno d’un altro, nel caso
dell’AREA, invece, tali due
procedimenti sono inseparabili, e non
possono neppure essere concepiti indipendentemente l’uno
dall’altro. II modo ordinariamente impiegato per distinguere i casi
dell’una specie dai casi dell’altra consiste nel dire che, mentre, nei casi
analoghi a quello del SENO, si definisce
*ESPLICITAMENTE* un nuovo SEGNO di FUNZIONE. Nei casi invece analoghi a
quello dell’AREA, il SIGNIFICATO (O
SENSO) del nuovo nome introdotto è determinato soltanto, non esplicitamente, ma
IMPLICITAMENTE, o, come anche si dice, per mezzo d’una definizione per
astrazione. Il più antico esempio che di definizione per astrazione ci presenta
la storia del linguaggio matematico è la definizione della parola RAPPORTO (logos),
che si trova posta a base della trattazione sulla PROPORZIONE a:b::c:d nell’Elementi
d’Euclide. Questa definizione, che la tradizione fa risalire ad Eudosso,
consiste infatti soltanto nel determinare esattamente sotto una forma
applicabile anche al caso delle quantità incommensurabili il SIGNIFICATO (O
SENSO) della frase o proposizione, ‘Le tali due grandezze hanno lo stesso RAPPORTO
(logos) delle tali altre due.’ Oppure: il RAPPORTO (logos) tra tali due
quantità è eguale a (=) (o maggiore
(a>b), o minore (a<b) di) quello tra le tali altre due quantità. Per
mezzo d’un tale procedimento, una relazione tra quattro grandezze — la
relazione cioè che s’esprime dicendo che esse
formano la PROPORZIONE a:b::c:d
— viene a poter essere espressa
sotto forma d’una eguaglianza fra due
termini, in ciascuno dei quali figura
uno STESSO nome, o SEGNO, di FUNZIONE
(tra due VARIABILI). Mentre della parola ‘RAPPORTO’ (logos) non è data, e non
occorre c e s, altra definizione oltre
quella che consiste nell’attribuire un determinato alle frasi in cui si parla d’eguaglianza o di diseguaglianza tra rappor quantità. Sui
numerosi esempi che del suddetto genere di definizioni ci presentano ! diversi
rami della matematica e le varie scienze
nelle quali essi trovano apph- C3^ion0
non c oni il Cciso di fcrnicirsi. Si
presenta opportuno invece il domandarsi quali siano le condizioni da cui
dipende l'applicabilità del procedimento descritto sopra; il domandarsi, cioè, in
quali circostanze una definizione per
astrazione è possibile, e in qua casi è lecito,
o conveniente, introdurre un nuovo SEGNO DI FUNZIONE per mezzo di
6SS6 j. Ciò equivale a domandarsi
quali sono le proprietà di cui deve
essere dotata una relazione o una corrispondenza tra oggetti di una data
classe perche il suo sussistere, tra due oggetti e à di tale
classe, può venire espresso per
mezzo d’eguaglianze del
tipo:/«=:/^. ove del SEGNO – o dispositivo formale -- / non e finizione oltre quella che risulta dal SIGNIFICATO (O SENSO) che s’attribuisce
alla forra condizione indispensabile pell’applicazione d’un tale procedimento
è, anzitutto, questa: che la relazione di cui si tratta ha in comune colla relazione
d’eguaglianza la proprietà che, pel caso di quest’ultima, viene espressa d’un
ASSIOMA. Se a è uguale a e -5 è uguale a
r, anche a e ugna e a c. Se infatti
questa condizione non si verifica — se, cioè,
la relazione in questione è tale che, dal suo sussistere tra due oggetti a e -5,
e tra due altri, e et non
derivas senz’altro il suo sussistere tra
a e r -, il servirsi d’una
espressione del tipo; fa—fb, per indicare il fatto che essa si verifica
tra due oggetti a e b, porta alla
conseguenza assurda -- o, ad ogni modo, incompatibile con una proprietà, fondamentale, del segno d’eguaglianza, usato
da Peano e Grice (x=y) che, ^lle
eguaglianze : fa±ifb, e
fb—fc. non si può dedurre l’altra. Per
una ragione analoga, la relazione di cui si parla dove anche godere d’un’*altra*
proprietà. Essa dove cioè essere tale, che, dal suo sussistere tra due oggetti
« e à, si può sempre concludere che essa sussiste pure, all’inverso, tra b ed a. Altrimenti si dove ammettere che, dalla formula
fa =/à, non si può passare all’altra fb—fa,
contrariamente a un’altra delle proprietà caratteristiche dell’eguaglianza.
Soddisfano a questa condizione, per esempio, le relazioni di perpendicolarità e
di parallelismo, mentre non vi soddisfa, per esempio, la relazione di divisibilità.
Dall’essere un numero n1 divisibile per
un altro n2 non deriva certamente ch’il secondo n2 sia divisibile
pel primo n1. Il nome di definizioni per
astrazione è stato introdotto da PEANO –
e usata da Grice nel suo metodo di psicologia razionale alla Ramsey. Il
riconoscimento dell’importanza del procedimento che conduce ad esse, risale a
Grassmann, AUSDEHNUNGslehre. Un notevole contributo alla loro analisi è
apportato da PADOA (si veda), Atti del
sfi Congresso della SOCIETÀ ITALIANA DI FILOSOFIA, Parma. Le relazioni che, pur
soddisfacendo alla prima delle due condizioni sopraccennate – cioè, a quella
che chiamo ‘TRANSITIVITÀ sillogistica’, non soddisfacciano alla seconda,
possono, per ciò solo, venir rappresentate d’uno qualunque dei due segni di DIS-UGUAGLIANZA
(a>b e a<b), poiché tanto pell l’uno
come pell’altro d’essi si
verifica appunto la prima, e non la seconda delle due condizioni suddette. Le due condizioni enunciate sopra,
oltre che necessarie, sono anche sufficienti perchè è lecito il ricorso a una
definizione per astrazione, e all’introduzione, per tal via, d’un nuovo nome o
d’un nuovo SEGNO DI FUNZIONE. La sola obiezione che qui può presentarsi è
quella che consiste nel dire che,
venendo il SEGNO DI FUNZIONE così introdotto a essere definito solamente in
quanto figura in espressioni d’una data forma -- cioè, in espressioni del tipo
fa—fb --, esso rimane privo d’ogni
significato in tutti i casi in cui si voglia adoperarlo isolatamente, o
combinato diversamente con altri segni della stessa o diversa di specie. A
questa obiezione si può rispondere
osservando che, allo stesso modo come s’è attribuito un SIGNIFICATO (O
SENSO) all’espressioni del tipo
fa —fb, così nulla vieta di determinare ulteriormente
anche il SIGNIFICATO (O SENSO) d’altr’espressioni nelle quali, d’un lato, o d’ambedue
i lati, d’un SEGNO D’UGAGLIANZA (Grice: x = y),
figurano, non già dei termini isolati, come fa o fb, maf dei
determinati aggruppamenti d’essi, come
per esempio f a ^ /^, composti
interponendo determinati segni d’operazione. Perchè ciò può farsi occorre, naturalmente,
che la relazione di cui si tratta soddisfisce a un certo numero d’altre
condizioni, in aggiunta a quelle che, come s’è visto, sono richieste perchè il
fatto che essa sussiste tra due oggetti
a e b può venire espresso d’una formula
del tì^o: f a f b. Quali sono
queste condizioni risulta in ogni caso dall’esame delle proprietà che
caratterizzano le diverse operazioni i cui segni figurano nelle formule da
definire. Il caso che si presenta più frequentemente è quello di relazioni tali
che, mediante esse, si può attribuire un SIGNIFICATO (O SENSO), oltre che alle
formule del tipo •
yo! — fb, anche a quelle del tipo: fa
fh + f c, e per conseguenza anche a quelle del tipo;
fa—fb — fc, nonché a quelle del
tipo; fa
— kfb, ove “k” rappresenta un numero – cf. il sufisso di
H. P. Grice, “VACUOUS NAMES”. Si ha un
esempio d’una relazione appartenente a questa categoria, nel linguaggio tecnico
della FISICA, in quella relazione che s’esprime dicendo, di due dati corpi, ch’essi
hanno una stessa massa (‘m’), o due masse che stanno fra loro in un dato
rapporto – cf. Ramsey, Bridgman, The language of physics. Un altro esempio c’è
fornito da tutto un altro ordine di rapporti, da quelli, cioè, riferentisi al valore
di scambio delle merci. Mentre infatti gl’econo- [Posso rimandare il lettore, che desidera
maggiori schiarimenti, a un saggio che recentemente pubblicato su questo
soggetto, nel Nuovo Cimento, ‘Sul miglior modo di DEFINIRE la MASSA nella meccanica – in “Opere” Sul miglior modo di definire la Massa in una
trattazione elementare della meccanica.
Nuovo Cùnento. La via comunemente
seguita, nei testi di Fisica in uso presso le nostre scuole secondarie, per
arrivare al concetto di massa è, com’è
noto, la seguente: Enunciata la
legge d’inerzia, e definite le forze
come le cause che tendono a modificare lo stato di moto o di quiete d’un corpo, s’accenna
anzitutto al modo di confrontarne e misurarne l’intensità per mezzo dei loro
effetti statici. Si passa poi ad enunciare, come ^®®®lerazione volte più Come un fatto sperimentalmente constatahiio .i-
chio, Mach indica poi anche
questombelf ‘'‘PP-®- c se, a un corpo di massa; rispetto £>te
Mechanik in ihrer
Enlwìcke lituo- hi et ,,
risc/i.krtlisch dargeslelU. Leipzig,
Brockliaus, SUL MIGLIOR MODO DI
DEFINIRE LA MASSA 8oi a un dato corpo, se ne aggiunge un altro di
massa /«', essi, presi insieme, si
comportano come un corpo di massa m + nC
. Per ben chiarire la distinzione tra
peso e massa, Mach consiglia poi di ricorrere direttamente alla considerazione delle diverse resistenze
che oppongono, al cambiamento del loro
stato di moto o di quiete, apparecchi nei quali, come, ad esempio, un volante,
o una carrucola da cui pendano eguali pesi dalle due parti, i vari pesi che si
muovono siano disposti in modo da controbilanciare i propri effetti. Le
differenze sostanziali tra la via seguita da Mach, Leitfaden der
Phy- sik, per
stabilire il concetto di massa, e quella che, con qualche differenza di
dettaglio, è seguita in pressoché tutte l’ordinarie trattazioni della meccanica
pelle scuole secondarie, possono quindi ridursi alle due seguenti; Invece di definire la massa d’tm corpo, Mach definisce il rapporto della massa di due
corpi; si limita cioè a precisare il senso delle frasi: Il tal corpo ha massa
doppia, tripla, etc., d’un altro. Tale
definizione è da lui effettuata ricorrendo ad un’esperienza nella quale i due
corpi in questione sono fatti agire l’uno sull’altro; nella quale cioè le forze
uguali, che sono constatate imprimere ad essi accelerazioni diverse, sono rappresentate
dalla tensione d’un filo che li congiuiige l’uno all’altro. E da notare che
questi due caratteri della trattazione di Mach sono affatto indipendenti l’uno dall’altro, nel
senso che si potrebbero immaginare altre trattazioni le quali avessero con essa
comune il primo carattere e non il secondo. Ciò è tanto più interessante a
rilevare in quanto, tra gl’inconvenienti che presenta il metodo ora
ordinariamente impiegato, parecchi, e non dei meno gravi dal punto di vista
didattico, dipendono unicamente dal fatto che in questo, a differenza di quanto si fa da Mach,
si ricorre, pella prima determinazione del concetto di massa, al confronto
delle diverse velocità, o accelerazioni, che un dato corpo assume col variare
delle forze di cui subisce l’azione, invece di ricorrere al confronto tra le
diverse velocità, o accelerazioni, che diversi corpi sono capaci d’assumere
sotto l’azione d’una data forza. Ora è
fuori di dubbio, come è stato osservato
nel corso della discussione da BONETTI, che sono i fatti e le esperienze di
questa seconda specie, e non quelle della prima, che sono particolarmente atte
a dare un contenuto concreto al concetto che si vuol fare acquistare dall’alunno. Che una spinta, data a una barca scarica, la
faccia muovere con più velocita, o la fermi con più facilità, che non la stessa spinta data alla stessa barca quando
sia carica; che, in generale, per citare
letteralmente la proposizione come si trova già enunciata nella Fisica d’Aristotele, una data forza sia
capace di fare acquistare, alla metà d’un corpo, una velocita doppia di quella
che, a parità di condizioni, farebbe acquistare al corpo (M Non mancano però eccezioni. Il
procedimento seguito, ad esempio, nel
testo di PITONI s’avvicina molto a quello che più innanzi propongo. intero; queste e l’altre analoghe
esperienze costituiscono la prima sorgente, o il primo nucleo, attorno al quale
il concetto più preciso e rigoroso di massa può gradatamente formarsi e
organizzarsi nella mente dell’alunno, come si è gradatamente formato e
organizzato nella storia della scienza.
Per convincersi della scarsa
connessione che sussiste, invece, tra l’esperienze relative al diverso modo di
comportarsi d’uno stesso corpo, sotto l’azione di forze differenti, e il
concetto di, basta semplicemente pensare che questo ultimo conserverebbe tutta
la sua importanza teorica e pratica anche in un universo pel quale la legge di proporzionalità tra le forze, STATICAMENTE
misurate, e le accelerazioni d’esse
rispettivamente impresse a un dato corpo, cessasse affatto d’aver vigore,
purché, in tale universo, i rapporti tra l’accelerazioni, che le varie forze,
agendo per un dato tempo, impritnono rispettivamente ai vari corpi, restassero
fìssi (indipendenti cioè, per esempio, dalla direzione e intensità delle forze,
dalle posizioni presentemente e antecedentemente occupate dai corpi, dal tempo pel quale questi sono stati
tenuti in riposo, dalle velocità loro, dalle forze che su essi
contemporaneamente agiscono, etc. Come
giustamente è stato osservato, Clifford,
The Commo7i Sense
of thè cxact
Sciences, London, ciò che dà
importanza alla nostra conoscenza della massa dei corpi è semplicemente questo:
che, d’essa, noi siamo messi in grado d’applicare la nostra eventuale conoscenza degl’effetti
che date circostanze, tensioni, urti, pressioni, etc., producono sul modo di
muoversi anche d’un solo corpo, per determinare gl’effetti che le stesse
circostanze produrrebbero sul movimento di
q7ialu7ique altro corpo. Ma se, pel primo dei sopraindicati due
caratteri, la forma d’esposizione proposta da Mach si presenta, a mio parere,
come preferibile a quella seguita nella
trattazione ordinaria della massa nei testi pelle scuole secondarie, ben
diverso mi sembra il caso pel’altro carattere che resta da considerare, quello
cioè che concerne la scelta degl’apparecchi e dell’esperienze su cui basare
la prÌ77ia co7istatazio7ie del diverso modo d’accelerarsi di corpi
diversi sotto l’azione di forze uguali. Il ricorrere, per questo scopo, ad esperienze in cui le forze uguali
considerate sono rappresentate dall’azioni che due corpi esercitano l’uno
sull’altro, sia che queste vengano provocate per mezzo dell’apparato a forza
centrifuga descritto sopra, sia con
altre disposizioni. per esempio,
come propone Love,
Si ritrova questa stessa proposizione, e sotto questa stessa forma,
anche nei manoscritti di VINCI
(Cfr. l’edizione di Ravaisson-Mollien. Paris.
Cioè, per servirmi d’una
locuzione, opportunamente introdotta d’Enriques, Problemi della Scienza, Bologna, 1’importanza del concetto di massa
non sta solo nel suo designare una data specie di sosliluibililà, o
equivalenza, dei corpi, ma nel fatto d’indicare come differisca il comportarsi,
rispetto alle forze che su essi agiscano, di due corpi meccanicamente noti sostituibili. Come Mach
gentilmente m’informa, egli stesso non è perfettamente soddisfatto di questa
parte del suo procedimento. A ricorrere all’esperienze con quell’apparato a
forza cen- facendo urtare tra loro due
corpi elastici appesi a due fili, e confrontando l’altezze da cui si sono
lasciati cadere con quelle a cui risalgono dopo l’urto, sembra a me
presentare dal lato didattico dei gravi
inconvenienti. L’esperienze, alle quali
in tal modo si viene a fare appello, esigono, per essere interpretate e
riconosciute adeguate allo scopo a cui sono rivolte, una quantità d’ipotesi e
di cognizioni preesistenti, la cui considerazione, anche se non offre speciali
difficoltà, tende però a distrarre l’attenzione dell’alunno, e a rendergli più
difficile il chiaro apprendimento del
principio che si tratta d’illustrare e di
provare. Il condensare e il far quasi coincidere, come vorrebbe Mach, in
un solo enunciato, da provare e verificare con una stessa serie d;esperienze, due principii così diversi, a primo aspetto, come, d’una parte,
quello dell’uguaglianza dell’azione alla
reazione, e, dall’altra parte, quello della costanza del rapporto tra l’accelerazioni
prodotte d’una stessa forza su corpi di diversa massa, se corrisponde a
un’ideale altamente apprezzabile di trattazione teorica, non mi sembra affatto
raccomandabile come espediente
didattico. Ciò di cui ha soprattutto bisogno l’alunno, nella prima fase di
studio della meccanica, è d’avere a propria portata dei tipi d’esperienze che,
anche senza prestarsi a verifiche quantitative rigorose, gl’offrono dell’illustrazioni
immediate e dirette delle singole proposizioni su cui la trattazione si basa.
E, per quanto riguarda la massa, sembra a me che l’esperienze che meglio soddisfano a questa condizione
siano: in primo luogo, quelle in cui si confrontano le velocità ch’assumono dei
corpi mobili (per es. carrelli su guide, galleggianti, etc.) in un piano
orizzontale (naturalmente in condizioni d’eliminare più che sia possibile
l’attrito) sotto l’azione di date spinte o trazioni, rappresentate da dati
urti, o pesi; in secondo luogo, quelle in cui le velocità che si confrontano sono quelle ch’assumono,
su due piani diversamente inclinati, due gravi i cui pesi siano prima stati
constatati esser tali da produrre una stessa tensione su due fili paralleli ai
rispettivi piani, da cui essi prima pendevano; in terzo luogo, l’esperienze
colla macchina d’Atwood, o con altri analoghi
apparati in cui, per esempio, i due gravi, pendenti dalle due parti
della carrucola, possano esser fatti
muovere lungo piani diversamente inclinati, etc. Della difficoltà, o
impossibilità, di rimuovere l’influenza perturbatrice degl’attriti, non si
dovrebbe qui preoccuparsi più di quanto si faccia, per esempio, nelle prime esperienze relative alle
condizioni d’equilibrio delle macchine semplici. essere stato indotto dall’obbiezioni
che, al suo modo di far dipendere il concetto CI massa da quello d’azione reciproca tra due
corpi, erano state mosse d’alcuni suoi eg I tra gl’altri Boltzmann, i quali
asserivano che il definire la massa in tal modo implica la considerazione di’azioni
a distanza. dell’inconvenienti didattici, notati nel corso della discussione d’Ascoli,
zamend*^ Prematuro della macchina d’Atwood sono interessanti l’osservazioni e
gli apprez- «w/ "i" rapporto sull’insegnamento
della meccanica elementare, negl’Atti del Jirtixsh Association Meeting, Johannesburg.
Solo in seguito, quando l’alunno abbia bene afferrato il SIGNIFICATO dei
principii fondamentali, potrà esser conveniente guidarlo, per successive
approssimazioni, a tener conto dei vari ordini di cause perturbatrici, e ad
apprezzarne anche quantitativamente
l’influenza. Tenendo presente quest’ultima osservazione si potrebbe
anche procedere ad un altro ordine d’esperienze: quelle cioè che si riferiscono
alla caduta dei corpi in liquidi di diversa densità. Porre l’alunno davanti a
un apparecchio in cui figurino, pendenti dalle due parti d’una carrucola, due
corpi d’ugual forma, i cui diversi pesi siano scelti in modo d’equilibra/ 1 quando l’uno e l’altro dei detti corpi vengano
rispettivamente immersi in^^itic dati liquidi di diversa densità, e invitarlo a
prevedere quale dei due corpi scenderebbe con maggior velocità se ciascuno
fosse lasciato libero nel rispettivo liquido, e a rendersi ragione del fatto
che il più pesante scenderebbe, in tal caso, più lentamente del più leggero,
pare a me costituisca un ottimo mezzo per indurlo a riflettere sul SIGNIFICATO e sulla portata della distinzione tra peso e
massa. E da notare che è appunto per questa via, e attraverso considerazioni di
questa specie, relative cioè a campi di forze in cui gravi si muovono sotto
l’azione d’una parte soltanto della forza rappresentata dal loro peso, che,
nella storia della meccanica, il concetto di massa si è svolto ed elaborato
come distinto da quello di peso. É molto
interessante a questo proposito il seguente brano che trascrivo dalla
prefazione di BALIANI alla sua De motu gravitivi, nel quale la suddetta
distinzione si trova esplicitamente formulata, e applicata al caso della libera
caduta – H. P. GRICE FREE FALL -- dei gravi, con parole poco diverse da quelle
che furono, più tardi, adoperate da Newton, spesso erroneamente citato, a tale riguardo, come il
primo cui si debba un’espressa definizione del concetto di massa. E fui
condotto a pensare che, mentre il peso, gravitas, si comporta com’un agente, la
materia si comporta invece come un paziente, e che quindi i gravi si muovono
secondo la proporzione dei loro pesi alla loro materia, onde se cadono senza
impedimento verticalmente, si devono
muovere tutti colla stessa velocità, poiché quelli che hanno più peso hanno
anche più materia o quantità, di materia, plus materiae, seti materialis
quantitatis. Quando invece vi sia qualche impedimento o resistenza, il moto si
regola secondo l’eccesso della virtù che agisce sulle resistenze e sugl’impedimenti
al moto, secundum excessum virtutis agentis super resistentiam passi, seti impedientia motum; in altre parole,
secondo il valore di quella parte, o componente, del loro peso che può
effettivamente agire, e che è rappresentata dallo sforzo che si dovrebbe
esercitare, in direzione contraria al moto, per trattenere il grave dal
cadere).]. economisti utilitarii – futilitarii citati da Grice -- possono, e
devono, determinare e definire esattamente il SIGNIFICATO (O SENSO) di frasi
come le seguenti. IL VALORE della tal merce è UGUALE al valore della tale altra.IL
VALORE MONETARIO della tal merce è UGUALE alla SOMMA dei valori delle tali due
altre. Etc. Essi non hanno alcun bisogno, e neppure alcuna possibilità, a meno
di cadere in tautologie, di definire isolatamente la parola “VALORE.” E tale
impossibilità non dà luogo, nè qui, nè negli altri casi analoghi, ad alcun
inconveniente o ambiguità. Precisamente, come nessun inconveniente deriva nel LINGUAGGIO ORDINARIO (GRICE, ORDINARY
LANGUAGE PHILOSOPHY) dal fatto che noi NON siamo in grado di dire che cosa significhino
[SIGNIFICA] isolatamente le parole “stregua,” “solluchero,” “josa,” “zonzo,” “acchito,”
“chetichella,” “vanvera,” etc., bastandoci del tutto conoscere il SIGIFICATO (O
SENSO) di tutte le frasi in cui tali parole compaiono – cioè, delle FRASI: “giudicare
a una data STREGUA,” “andare in SOLLUCHERO,” “averne a JOSA,”
“andare a ZONZO,” “di primo ACCHITO,”
etc. – CHETICHELLA. VANVERA. STREGUA – GIUDICARE A UNA DATA STREGUA – SOLLUCHER
–ANDARE IN SOLLUCHERO – JOSA – AVERNE A JOSA – ZONZO – ANDARE A ZONZO – ACCHITO
– DI PRIMO ACCHITO – CHETICHELLA – VANVERA -- [to judge by a given standard, to
go delighted, to have joy, to go for a round, at first glance. -- Il frequente
impiegò che è fatto, nei vari rami della matematica, di locuzioni – the meaning
of ‘and’ or ‘if’--, o segni di funzione, il cui SIGNIFICATO (O SENSO) è
determinato solo per mezzo di definizioni per astrazione, viene a confermare
ciò che già è stato asserito indietro, quando s’assegna come uno dei tratti
caratteristici del linguaggio algebrico – utterer’s meaning, sentence-meaning,
and word-meaning -- di fronte al LINGUAGGIO ORDINARIO [informalists di Grice],
il maggior rilievo e la maggiore
importanza ch’assumono in esso i segni i quali, non avendo, quando siano
considerati isolatamente, alcun SIGNIFICATO (O SENSO) – what is the meaning of
‘of’? Is ‘between’ ambiguous? The meaning vs. The use of ‘if’ -- separatamente
enunciabile, sono capaci di venire definiti solo in modo IMPLICITO – cioè, solo
coll’indicare il SIGNIFICATO (O SENSO) d’intere espressioni (utterer’s meaning)
-- o formule -- in cui il segno da definire compaia associato con altri segni.
Il riconoscere come affatto legittimo l’impiego di segni o parole, che si
trovano in questo caso, e come affatto irragionevole l’esigenza, per essi, d’una
definizione – o analiai in termine di condizioni necessari e sufficienti -- ESPLICITA,
non è privo d'importanza, teorica o pratica, anche fuori del campo delle scienze matematiche. Basta
dare uno sguardo alle prime pagine degl’usuali libri di testo, o ai manuali
elementari di qualsiasi ramo d’insegnamento, dalla grammatica al diritto
costituzionale, dall’elettrotecnica alla
musica, per convincersi del grave danno che deriva alla chiarezza e alla
intelligibilità, e nello stesso tempo anche alla precisione e al rigore, dell’esposizione dalla tendenza dei trattatisti a riguardare
come unico mezzo, pella determinazione del SIGNIFICATO (O SENSO) dei termini
tecnici, il ricorso alle DEFINIZIONE *propriamente dette*. Che il procedimento ordinario di definizione,
quello cioè secondo il quale, prendendo in considerazione la nozione da
definire, isolatamente e indipendentemente dalle frasi nelle quali essa dove
poi essere adoperata per DIRE – dictive
content -- qualche cosa, si mira a
decomporla nei suoi elementi – utterer’s meaning, sentence-meaning,
word-meaning, facendola comparire, in certo modo, come il risultato dell’intersezione
d’altre nozioni più generali
— [il fratendimento di Mrs. Jack sul reduzionismo di H. P. Grice, “to
mean” “to intend”, asymmetricalista -- può essere, in dati casi, utile e anche necessario, non è da
porre in dubbio. Ma, anche senza tener conto del fatto che, anche seguendo tale
procedimento, si dove pure arrivare, presto o tardi, a nozioni che non possono
essere in tal modo ricondotte ad altre più generali – il punto essato di Grice
quando preferisce dare una definizione IMPLICITA di ‘willing’ – cf. ‘shaggy’ x
is shaggy, Fido is shaggy--, anche senza tener conto, dico, di questa
circostanza, ch’espone gl’elementi di qualunque scienza o rama della filosofia –
Grice definition of izzing and hazzing -- non dove mai trascurare di
domandarsi, ogni volta che si tratti d’introdurre un nuovo segno, e di spiegarne il SIGNIFICATO (O
SENSO), se, tra i due modi, visti sopra,
di procedere alla determinazione di questo
- tra quello, cioè, che consiste
nel darne una definizione – o analisi -- propriamente detta, e l’altro invece
che consiste nel precisare semplicemente il senso di determinate frasi – valori
di verita o satisfattoriera -- nelle quali il termine da definire – analysandum
--figura -, sia più conveniente il primo
o il secondo. Se, per esempio – cf. Grice on psychological laws --, quei
concetti (più generali di quello che si
vuol definire – the is and the ought, the legal and the moral), ai quali deve
essere fatto appello quando si proceda nel primo modo, siano poi veramente più
chiari e piu facilmente apprendibili, dagli alunni o dai lettori, di quanto non
sia il concetto stesso (‘mean’) che si vuol definire, e se, ad ogni modo, quest’ultimo non possa
essere più facilmente d’essi acquistato mediante la diretta osservazione dei fatti e delle
relazioni che esso dovrà poi servire ad esprimere. Grice on Squaarel Toby
EATING -- Le discussioni interminabili
sul tempo, sullo spazio, sulla sostanza – izzing hazzing --, sull’infinito, etc„ che occupano tanta parte
in certe trattazioni filosofiche, forniscono numerosi e caratteristici esempi
delle varie specie di questioni fittizie alle quali può dar luogo la pretesa di dare, o di ricevere,
definizioni propriamente dette –cf, Robinson citato da Grice --, in quei casi
in cui le parole o nozioni delle quali si tratta di determinare il SIGNIFICATO
(O SENSO) O ANALYSANS sono di tal natura da non poter essere definite – glory:
a nice knowckodwn argument, impenetrability: let’s change the topic -- se non ricorrendo a procedimenti analoghi
a quelli rappresentati, in algebra, dalle definizioni per astrazione. [Si
è parlato fin qui dei mezzi che l’algebra ha a disposizione per esprimere
proposizioni isolate. Ma quando si discute, o si cerca, o si dimostra, si ha
altresì bisogno di poter collegare le
proposizioni l’une coll’altre. Si ha cioè bisogno di mezzi per esprimere i
rapporti di dipendenza o d’indipendenza che
sussistono, o che si vogliono stabilire, tra esse. A tale scopo servono,
nel LINGUAGGIO ORDINARIO, quelle particelle che i grammatici distinguono col
nome di “congiunzioni”. E piu facile
spiegare ‘p v q’ che il SENSO di ‘o’ – in fatto, suona straneo di questionare
per il SIGNIFICATO O SENSO di “o” o “a” (to) – Grice. L’ufficio di queste, rispetto alle pro-posizioni, si può paragonare a quello ch’adempiono le pre-posizioni
– il ‘to’ di Grice -- rispetto ai nomi. Allo stesso modo come una pre-posizione,
posta tra due nomi, dà luogo a una
locuzione atta a esercitare l’ufficio di un nuovo nome – “Jones e tra Williams
e Smith” – CHE SENSO? FISICO, MORALE? --, così anche una congiunzione – il ‘o’
di Grice --, posta tra due asserzioni, o ordimi-- da luogo a una nuova asserzione o ordine – feed
the creature and she’ll bite you, la cui
verità o falsità – o satisfiattorieta -- può anche essere indipendente dalla
verità o falsità o satisfattorieta -- di
ciascuna di esse. Per una scienza a tipo
deduttivo, come e appunto 1’algebra, le piu importanti congiunzioni sono
naturalmente quelle che servono a indicare che, di due date asserzioni, l’una è
conseguenza dell’altra. Al posto delle molteplici particelle, o perifrasi, che
sono adoperate a tale scopo nel linguaggio ordinario -- “dunque”,
“quindi,” “perciò,” “donde,” “di
qui,” “per cui,” “se,” (Grice,
if); “quando,” “in caso che...,”
“ne deriva,” “ne consegue,” “ne risulta,” etc. -- non si ha bisogno – tonk
plonk -- in algebra che d’avere a disposizione un solo segno, il horseshoe. Altre congiuzioni assolutamente
indispensabili in qualsiasi trattazione algebrica, che non è una semplice
raccolta di formule, sono le seguenti. Una per indicare ch’una proposizione enunciata non è vera,
un segno cioè corrispondente al “non” del
linguaggio ordinario – cf. Grice, “Negation and privation” – “We may do without
‘not’ but we would need to introduce one of the strokes, making our
conversational moves go against the maxims”). Altre due, corrispondenti, rispettivamente, all’ “e”
e all’”o” del linguaggio
ordinario, per indicare che due date
proposizioni sono simultaneamente vere, o che d’esse una, e una sola può
essere vera. L’avere introdotto quattro
speciali segni per indicare i suddetti quattro rapporti tra le proposizioni, e
l’aver riconosciute le curiose analogie
che sussistono tra le proprietà di tali segni e quelle degl’altri segni già
adoperati in algebra, e merito di Leibniz e dei fondatori della cosiddetta
logistica, scelti e costruiti
deliberatamente in vista degli scopi ai quali devono servire, e il cui sviluppo
non è soggetto a leggi o uniformità del genere di quelle che lo studio
comparato permette di riconoscere e di formulare per i linguaggi
“naturali,” non mi pare ha gran peso. Alla distinzione stessa tra lingue
“naturali” e lingue “artificiali” –
formale – formalisti di Grice -- mi sembra difficile che dagli stessi
glottologi può venire attribuito alcun senso preciso e scientifico, quando essi
ammettono che nella formazione e nello sviluppo di qualsiasi linguaggio, per
quanto “naturale” (lay) e non colto (learned, blue-collar), una parte non trascurabile è pur sempre d’attribuire
ai fattori volontari e individuali o idiosincratici che ne determinarono i
successivi adattamenti alla sua funzione di strumento per esprimere e
comunicare determinati sentimenti o idee
– Austin. Grice to
Warnock: How clever language is! For it had done for us distinctions we needed.
And who needs ‘visa’? Influencing
and being influenced by others -- È strano del resto che mentre l’obiezione
dell’ARTIFICIALITÀ NON è considerata valida per escludere dal campo della
glottologia e della SEMASIOLOGIA lo studio dei gerghi propri delle classi più
infime della società – il ploari --, essa dove aver vigore soltanto pel caso
di quelli che, nella peggiore ipotesi, ci contenteremmo di veder
classificati come dei gerghi ideografici
– le parole sonodi CROCE (si veda), propri ai cultori delle più progredite tra
le scienze]. Accenno infine a una
considerazione, d’indole tutto aflfatto pratica e attuale, che mi ha fatto
parere tanto più opportuno richiamare l’attenzione dei filologi sui caratteri,
per così dire, linguistici dell’algebra. Va diventando sempre più un luogo
comune – Grice’s commonplace --, nelle
discussioni sull’ordinamento degli studi nelle nostre scuole secondarie, il
lamento sui danni derivanti, allo studio delle lingue antiche o moderne,
dall’impiego di metodi troppo “grammaticali”
o “filologici”, -- Grice insegna greco a
Rossall per un periodo -- dalla troppa
parte, cioè, che è fatta
ordinariamente, nei primi stadi
dell’insegnamento, all’enumerazione delle regole grammaticali, in confronto
allo scarso tempo e alla minor cura dati invece agl’esercizi d’interpretazione
e di conversazione. A questo che si ritiene comunemente essere un difetto
particolare dell’insegnamento delle
lingue, fanno riscontro, a mio parere, dei difetti, non solo analoghi,
ma addirittura identici in quella parte dell’insegnamento scientifico che ha
per scopo di fare acquistare agl’alunni
la capacità di servirsi delle notazioni dell’algebra. Promuovere un chiaro
riconoscimento di questa specie di solidarietà tra due rami d’insegnamento che
la tradizionale distinzione delle “materie” in letterarie e scientifiche –
Snow’s two cultures -- tende a far riguardare come eterogenei e privi di
qualsiasi rapporto tra loro equivale a render possibile, tra i cultori dei due ordini di disciplina, uno scambio
d’idee che non mancherebbe di riuscir fecondo d’eguali vantaggi per ambedue le
parti. Giovanni Vailati, Vailati. Keywords: Peano. Refs.: Luigi Speranza, "Grice e
Vailati: la semantica filosofica," The Swimming-Pool Library, Villa Grice,
Liguria, Italia. Vailati.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Valdarnini – scuola di Castiglion Fiorentino – filosofia
toscana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool
Library (Castiglion
Fiorentino). Abstract.
Keywords: category. The Play Group worked their slow and meticulous way through
it during the autumn of 1959. Austin, in particular, was extremely
impressed. Grice characterised and perhaps parodied him as revering
Chomsky for his sheer audacity in taking on a subject even more sacred than
phi-losophy: the subject of grammar. Grice's own interest was focused on theory
formation and its philosophical consequences. Chomsky was taking a new approach
to the study of syntax by proposing a general theory where previously there had
been only localised description and analysis. He claimed, for instance, that
ideally 'a formalised theory may automatically provide solutions for many
problems other than those for which it was explicitly designed'. Grice's aim,
it was becoming clear, was to do something similar for the study of language
use. Meanwhile, ordinary language philosophy itself was in decline. As
for any school of thought, it is difficult to determine an exact endpoint, and
some commentators have suggested a date as late as 1970. However, it is
generally accepted that the heyday of ordinary language philosophy was during
the years immediately following the Second World War. The sense of
excitement and adventure that characterised its beginning began to wane during
the 1950s. Despite his professed dislike of disci-pleship, Austin seems to have
become anxious about what he perceived as the lack of a next generation of
like-minded young philosophers at Oxford. It became an open secret among his
colleagues that he was seriously contemplating a move to the University of
California, Berkeley? No final decision was ever made. Austin died early
in 1960 at the age of 48, having succumbed quickly to cancer over the previous
months. Reserved and private to the last, he hid his illness from even
his closest colleagues until he was unable to continue work. His death was
certainly a blow to ordinary language philosophy, but it would be an
exaggeration to say that it was the immediate cause of its demise. Grice, who
seems to have been regarded as Austin's natural deputy, stepped in as convenor
of the Play Group, which met under his leadership for the next seven years.
Individuals such as Strawson, Warnock, Urmson and Grice himself continued to
produce work with recognisably 'ordinary language' leanings throughout the
1960s. Grice's interests at this time were not driven entirely by
philosophical trends in Oxford and America; he was also turning his attention
to some very old logical problems. In particular, he was interested in questions
concerning apparent counterparts to logical constants in natural language. For
instance, in the early 1960s he revisited a theme he hadfirst considered before
the war, when he gave a series of lectures on 'Negation' . In
these, he concerns himself with the analysis of sentences containing
'not', and with the extent to which this should coincide with a logical
analysis of negation. Consideration of a variety of example sentences leads him
to reject the simple equation of 'not' with the logical operation of switching
truth polarity, usually positive to negative. He argues that 'it might be said
that in explaining the force of "not" in terms of
"contradictory" we have oversimplified the ordinary use of
"not"! In another lecture from the series he suggests that the lack
of correspondence between 'not' and contradiction 'might be explained in terms
of pragmatic pressures which govern the use of language in general'® Grice was
hoping to find not just an account of the uses of this particular expression,
but a general theory of language use capable of extension to other problems in
logic. He would have been familiar enough with such problems. The discussion of
some of them dates back as far as Aristotle, in whose work he was well read
even as an undergraduate. In Categoriae, Aristotle describes not just
categories of lexical meaning, but also the types of relationships holding
between words. To the modern logician, the use of terms in the following
passage may be obscure, but the relationship of logical entailment is easily
recognisable. One is prior to two because if there are two it follows at
once that there is one whereas if there is one there are not necessarily two,
so that the implication of the other's existence does not hold reciprocally
from one.' The relationship between 'two' and 'one', or indeed between
any two cardinal numbers where one is greater than the other, is one of
asymmetrical entailment. 'Two' entails 'one', ', but 'one' does not
entail 'two' A similar relationship holds between a superordinate and any
of its hyponyms, or between a general and a more specific term. To use
Aristotle's example: 'if there is a fish there is an animal, but if there is an
animal there is not necessarily a fish.'º The asymmetrical nature of this
relationship means that use of the more general term tells us nothing at all
about the applicability of the more specific. Aristotle also considers the
relative acceptability of general and specific terms, and in doing this he goes
beyond a narrowly logical focus. For if one is to say of the primary
substance what it is, it will be more informative and apt to give the species
than the genus. For example,it would be more informative to say of the
individual man that he is a man than that he is an animal (since the one is
more distinctive of the individual man while the other is more
general)." Applying the term 'animal' to an individual tells us
nothing about whether that individual is a man or not. Therefore, if the more
specific term 'man' applies it is more 'apt', because it gives more
information. This same point arises in a discussion of the applicability
of certain descriptions later in Categoriae. Aristotle suggests that: 'it is
not what has not teeth that we call toothless, or what has not sight blind, but
what has not got them at the time when it is natural for it to have them.'2 A
term such as 'toothless' is only applied, because it is only informative, in
those situations when it might be expected not to apply. Here, again, the
discussion of what 'we call' things goes beyond purely logical meaning to take
account of how expressions are generally used. Logically speaking a stone could
appropriately be described as toothless or blind; in actual practice it is very
unlikely to be so described. Grice's self-imposed task in considering the
general 'pragmatic pressures' on language use was, at least in part, one of
extending Aristotle's sensitivity to the standard uses of certain expressions,
and examining how regularities of use can have distorting effects on intuitions
about logical meaning. He was by no means the first philosopher to consider
this. For instance, John Stuart Mill, in his response to the work of Sir
William Hamilton, draws attention to the distinction between logic and
'the usage of language', 13 He reproaches Hamilton for not paying sufficient
attention to this distinction, and suggests that this is enough to explain some
of Hamilton's mistakes in logic. Mill glosses Hamilton as maintaining that 'the
form "Some A is B" ... ought in logical propriety to be used and
understood in the sense of "some and some only" ' 14 Hamilton is
therefore committed to the claim that 'all' and 'some' are mutually
incompatible: that an assertion involving 'some' has as part of its meaning
'not all'. This is at odds with the observations on quantity in Categoriae and
indeed, as Mill suggests, with 'the practice of all writers on logic'. Mill
explains this mistake as a confusion of logical meaning with a feature of
'common conversation in its most unprecise form'. In this, he is drawing on the
extra, non-logical but generally understood 'meanings' associated with
particular expressions. In a passage that would not be out of place in a modern
discussion of lin-guistics, Mill suggests that:If I say to any one, 'I saw some
of your children to-day,' he might be justified in inferring that I did not see
them all, not because the words mean it, but because, if I had seen them all,
it is most likely that I should have said so. 15 Mill draws a
distinction between what 'words mean' and what we generally infer from hearing
them used. In what can be seen as an extension of Aristotle's discussion of
'aptness', he argues that it is a mistake to confuse these two very different
types of significance. A more specific word such as 'all' is more appropriate,
if it is applicable, than a more general word such as 'some'. Therefore, the
use of the more general leads to the inference, although it does not strictly
mean, that the more specific does not apply. 'Some' suggests, but does not
actually entail 'not all'. Besides his interest in logical problems with
a venerable pedigree, Grice was also concerned with issues familiar to him from
the work of recent or contemporary philosophers. In both published work and
informal notes he frequently lists these and arranges them in groups.
Part of his achievement in the theory he was developing lay in seeing
connections between an apparently disparate collection of problems and
countenancing a single solution for them all. For instance, in Concept of Mind,
Ryle argues that, although the expressions 'voluntary' and 'involuntary' appear
to be simple opposites, they both require a particular condition for
applicability, namely that the action in question is in some way reprehensible.
If they were simple opposites, it should always be the case that one or other
would be correct in describing an action, yet in the absence of the crucial
condition, to apply either would be to say something 'absurd'. Similarly,
although if someone has performed some action, that person must in a sense have
tried to perform it, it is often extremely odd to say so. In cases where there
was no difficulty or doubt over the outcome, it is inappropriate to say that
someone tried to do something: so much so that some philosophers, such as Wittgenstein,
have claimed that it is simply wrong. Another related problem is familiar from
Austin's work; it is the one summed up in his slogan 'no modification without
aberration'. For the ordinary uses of many verbs, it does not seem appropriate
to apply either a modifying word or phrase or its opposite. Austin was
therefore offering a gen-eralisation that includes, but is not restricted to,
Ryle's claims about 'voluntary' and 'involuntary'. For many everyday
action verbs, the act described must have taken place in some non-standard way
for anymodification appropriately to apply. Austin offers no theory based on
this observation, and indeed Grice was unimpressed by it even as a
gen-eralisation; he claimed in an unpublished paper that it was 'clearly fraudulent'.
'No "aberration" is needed for the appearance of the adverbial
"in a taxi" within the phrase "he travelled to the airport in a
taxi"; aberrations are needed only for modifications which are corrective
qualifications. 16 Grice's general account of language, conceived with
the twin ambitions of refining his philosophy of meaning and of explaining a
diverse range of philosophical problems, gradually developed into his theory of
conversation. Like his project in 'Meaning', this draws on a
'common-sense' understanding of language: in this case, that what people say
and what they mean are often very different matters. This observation was far
from original, but Grice's response to it was in some crucial ways entirely new
in philosophy. Unlike formal philosophers such as Russell or the logical
positivists, he argued that the differences between literal and speaker meaning
are not random and diverse, and do not make the rigorous study of the latter a
futile exercise. But he also differed from contemporary philosophers of
ordinary language, in arguing that interest in formal or abstract meaning need
not be abandoned in the face of the particularities of individual usage.
Rather, the difference between the two types of meaning could be seen as
systematic and explicable, following from one very general principle of human
behaviour, and a number of specific ways in which this worked out in practice.
In effect, the use of language, like many other aspects of human behaviour, is
an end-driven endeavour. People engage in communication in the expectation of
achieving certain outcomes, and in the pursuit of those outcomes they are
prepared to maintain, and expect others to maintain, certain strategies. This
mutual pursuit of goals results in cooperation between speakers. This manifests
itself in terms of four distinct categories of behaviour, each of which can be
sum-marised by one or more maxims that speakers observe. The categories and
maxims are familiar to every student of pragmatics, although in later
commentaries they are often all subsumed under the title 'maxims'
Category of Quantity Make your contribution as
informative as is required (for the current purposes of the exchange). Do not make your contribution more informative than is required.
Category of Quality Do not say what you believe
to be false. Do not say that for which you
lack adequate evidence. Category of Relation Be
relevant. Category of Manner Avoid ambiguity of expression. Avoid ambiguity. Be brief. Be orderly.!7 Grice uses the simple notion of cooperation,
together with the more elaborate structure of categories, to offer a systematic
account of the many ways in which literal and implied meaning, or 'what is
said' and what is implicated', differ from one another. In effect, the
expectation of cooperation both licenses these differences and explains their
usually successful resolution. Speakers rely on the fact that hearers will be
able to reinterpret the literal content of their utterances, or fill in missing
information, so as to achieve a successful contribution to the conversation in
hand. The noun 'implicature' and verb 'implicate' (as used in relation to that
noun) are now familiar in the discussion of pragmatic meaning, but they were
coined by Grice, and coined fairly late on in the development of his theory. In
early work on conversation he suggested that a 'special kind of implication'
could be used to account for various differences between conventional meaning
and speaker meaning. He ultimately found this formulation inadequate, together
with a host of other words such as 'suggest', 'hint' and even 'mean', precisely
because of their complex pre-existing usage both within and outside
philosophy. H. P. Grice’s Play-Group at Oxford works their slow and
meticulous way through it. Austin, in particular, is extremely impressed. Grice
characterises and perhaps parodies Austin as revering Chomsky for his sheer
audacity in taking on a subject even more sacred than philosophy: the subject
of grammar – as in “grammar school,” a derogativeterm at Oxford. Grice's own
interest is focused on theory formation and its philosophical consequences.
Chomsky us allegedly taking and self-promoting an approach to the study of
syntax by proposing a general theory where previously there had been only
localised description and analysis. Chomsky allegedly claims, for instance,
that ideally ‘a formalised theory may automatically provide solutions for many
problems other than those for which it is explicitly designed'. Grice's aim, it
is becoming clear, is to do something similar for the study of language
use. Meanwhile, ordinary-language philosophy itself is in decline,
especially in the eyes of those who never made it to Oxford! As for any school
of thought, it is difficult to determine an exact end-point, and some
commentators have suggested a date as late as 1970 – “around Christmas” (Mark de
Bretton Platts, ‘when sobre’) However,
it is generally accepted that the hey-day – to use Grice’s cliché -- of
ordinary-language philosophy is during the years immediately following what
Flanagan echoing Chamberlain calls “The Phoney War.” The sense of excitement
and adventure that characterised its beginning begins to wane – “Always the
same! Each blooming Saturday morning” – Grice never complaid. Despite a professed
dislike of discipleship, Austin seems to have become anxious about what he
perceives as the lack of a next generation – ‘knock knock knocking on the door,’
as Grice hummed -- of like-minded philosophers at Oxford. It becomes an open
secret among his colleagues that Austin is seriously contemplating a move to Berkeley
‘just to prove that ‘westward the empire strikes its way,’ Grice adds. No final
decision is ever made. Austin dies, succumbing quickly to cancer over two months.
Reserved and private to the last, Austin hides his illness from even his
closest colleagues until he is unable to continue work. Austin’s death is
certainly a blow to ordinary-language philosophy – “if ever there was one”
(Grice) --, but it would be an exaggeration to say that it is the immediate
cause of its demise. Grice, who seems to have been regarded as Austin's natural
deputy, steps in as convenor of Saturday-Morning Play-Group, which meets under
his leadership. Grice – now the senior – and his colleagues, former pupil Strawson,
Urmson, and Warnock, Urmson, to name just a few, continue to produce work with
recognisably 'ordinary language' leanings. Grice's interests are not driven
entirely by philosophical trends in Oxford – as he had been (as he SHOULD) as a
pupil at Corpus. Grice is also turning his attention to some very old philosophical
problems. Having taught logic to Strawson for a term, Grice seemed particularly
interested in this or that question concerning this or that apparent or alleged
counterpart to this or that so-called logical ‘constant’ a language like Greek,
Latin, or English – “Not to mention Italian” he would add. He revisited a trick
of an ontological theme that he had first considered before this Phoney war,
when he gives a series of lectures – or classes – in a ‘seminar’ on, just,
'Negation' In these, Grice develops his two example sentences of his
previous essays – “This is not red” – and a variation on an example by Ian Gallie,
“Someone is not hearing a noise” -- concerns himself with the analysis of
sentences containing 'It is not the case that…', and with the extent to
which this should coincide with a conceptual analysis of negation – the Fregean
‘sense’, as he calls it. Consideration of a variety of example sentences, in
his typical manner, slightly out of context, and with a peculiar type of
peculiar addressee of the Oxonian type in mind – a ‘pupil,’ usually -- leads
him to reject the simple and simplistic equation of 'It is not the case that…' –
as Strawson has it in “Introduction” – never an – to Logical Theory -- with the
logical operation of switching truth polarity, usually positive to negative. Grice
in fact argues that 'it might be said that in explaining the force – OR SENSE
-- of "not" in terms of "contradictory" we have
oversimplified the ordinary use – OR IMPLICATA -- of "not"! In
another lecture or class from the series or seminar Grice suggests that the
lack of a strict – ‘sillily Peanonian’ -- correspondence between 'It is not the
case that…' and contradiction 'might be explained in terms of this or that
PRAGMATIC pressure which governs the use of language in general.’ Strawson
recalls: “Grice could feel pressuerised at times – especially by me!” --. Grice
is hoping to find not just an account of the uses of this particular
expression, Strawson’s “It is not the case that…” -- but a general theory of
language use capable of extension to other problems in logic, but more
importantly – since he never saw logic as a part of philosophy but a lower
division for ‘blue-collared practitioners’, as he called them. Surely Grice was more than familiar enough
with any such problem! The discussion of some of them dates back, in the proper
Oxonian fashion, not to Kant, or Giambattista Vico, but as far as Aristotle –
whom Ryle had turned into Oxford’s Guardian Angel – ‘Cambridge has Plato,” Ryle
said – referring to Cudworth but scorning Bosanquet, Bradley, Wollaston, Pater –
and the GENERATIONS of Hegelians who would have had Plato any day --. Grice: “Aristotle
cannot be understood without Plato, so that’s a relief!” -- , in whose work he
was well read even as an pupil of Hardie – for all terms but one (The tutor who
tutored Grice for that one term would compalin to Hardie about Grice’s ‘obstinacy
to the point of perversity.’ Grice: “Hardie later explained to me that that was
a good example of two non-substantials packed into one!”. In Categoriae,
Aristotle describes not just categories of lexical signification or meaning –
Grice’s ‘way of words’ to echo Locke’s way of things and way of ideas -- , but
also the types of relationships holding between words, phantasmata, or pragmata.
To some Cantabrian philosopher, Grice notes, the use of terms in the following
passage may be obscure, but the relationship of logical Moore’s ‘entailment’ is
easily recognisable. ‘One’ is prior to ‘two,’ because: if there ARE two, it
follows at once that there is one. Whereas: if there IS one, there are not
necessarily two – think testicles: “My ball itches” --, so that the implication
or implicature of the other's existence does not hold reciprocally from one.
Grice: “My pupil Acrkill translated this for HIS pupils – whereas it should
have best left UN-translated. What’s the use of learning the Ancient Languages,
if your tutor is to offer his gross rendering of this or that passage?” -- The
relationship between 'two' and 'one', or indeed between any two cardinal
numbers where one is greater than the other, is one of what Moore – “‘playing
the logician,’ being Irish, for one” – Grice comments -- asymmetrical ‘entailment.’
To use Moore’s coinage – Grice: “Not really a coinage, since’entail’ entails a
long history in Norman England! --, 'Two' entails 'one', ', but 'one'
does NOT entail – or indeed means (although perhaps it implicates, pace Humpty
Dumpty – One cannot, but perhaps two can -- -- 'two' A similar
relationship holds between a super-ordinate and any of what Aristotle
confusingly calls a hypo-nyms – Grice: “What’s wrong with homo-nym – aequi-vox
--?” -- or between a ‘general’ – Grice: “Strawson despises my use of ‘universal’
to mean almost the universe!” -- and a more specific – Grice: “Or indeed, ‘particular’
versus ‘total’ as Hamilton would have it -- term. To use Aristotle's example: ‘If
there is a fish there is an animal.’ Rendered by Urmson: “If there is an animal
in the backyard, I usually do not mean an ant, or my aunt – but a middle-size
MAMMAL” – “But if there is an animal, there is not necessarily a fish.' Grice
calle this an example of “ichtyological necessity”. The asymmetrical nature of this predication relationship
– Grice: “I will say as much as this: all of Owen’s existential ARE ultimately
predication relations!” -- means that use of the more general term – what Grice
symbolizes as G in “Aristotle on the multiplicity of being” -- tells us nothing
at all about the applicability of the more specific. – What again Grice symbolizes
as S in that same essay. Aristotle also considers the relative acceptability of
general (Grice’s Gs) and specific (Grice’s Ss) terms – Grice adds the D of
DIFFERENTIA, rendering Wiggins’s DIAPHORON – Wiggins’s essay on Plato --, and
in doing this Aristotle goes beyond a narrow ‘focus’ (Owen: pro-hen). For
if one is to say of the primary substance (prote ousia) WHAT it is – “or IZZES,
as I prefer” – Grice --, it will be more informative and apt – cf. Urmson, “Intensionality,”
Aristotelian Society, the principle of aptness – and Urmson’s Duckworth
Dictionary of Greek Philosophical Terms -- to give the species (Grice’s S) than
the genus (Grice’s G). For example, it would be more informative – Grice: “Acrkill’s
for some obscure Hellenism” -- to say of the individual man that he is a man
than that he is an animal – Grice: “or brute” -- (since the one is more
distinctive of the individual man while the other is rather of a more general
application. That’s logic for you! Oxford logic – as Tweedledum said to Tweedledee!
Applying the term 'animal' to an individual tells us nothing about whether that
individual is a man -- or not. I. e. if it fails to be man. The Tortoise to
Achilles: “Why should I FAIL to be a man?” --. Therefore, if the more specific (Grice’s
S) term 'man' applies, it is more 'apt' – Grice: “Or ‘apter,’ as Ackrill
prefers” -- , because it gives you – or thee -- more information. This
same point arises in a discussion of the applicability of this or that
description. Aristotle suggests that: 'it is not what has not teeth that we
call toothless, or what has not sight blind, but what has not got them at the
time when it is natural for it to have them.' Grice: “My point exactly in my ‘Negation
and Privation’ – Cicero needed to distinguish the phenomena lexically, as did
the wise Ancient Greeks!” A term – TERMINVS, horos, DE-FINITIO -- such as
'toothless' is only applied, because it is only informative, in those
situations when it might be expected NOT to apply. Here, again, the discussion
of what 'we – the few and wise, not the many of the LEGOMENA -- call' things
goes beyond pure ‘signification’ or meaning to take account of how an
expression is generally used. Strictly speaking – Grice: “And Austin was such a
literalist!: -- a stone could appropriately and truthfully be described as
toothless -- or indeed blind. In actual practice, except at Oxford – the land
of Humpty Dumpty -- it is very unlikely to be so described. Grice's
self-imposed task in considering this or that general 'pragmatic pressure' on
language use is, at least in part, one of extending the typically didascalian Oxonia
Aristotle's – not Plato’s – Grice: “Plato couldn’t care less. He was upper-class
enough to know that the Many never learn!” -- sensitivity to the standard uses
of this or that expression, and examining how a regularity of use may have a distorting
effect on what Mrs Julie Jack once described to Grice as ‘her intuitions’ about
‘signification’. Grice was by no means the first Oxford ordinary-language philosopher
member of the Satuday-Morning Play Group of Post-War Oxford to consider this.
For instance, Mill – Grice: “an autodidact – more Grice to your Mill?” --, in
his response to the work of Hamilton, draws attention to the distinction
between ‘signification’ and 'the usage of language.’ Mill reproaches
Hamilton – Grice: “As Aristotle of the Lycaean dialectic had reproached Plato,
of the Academian dialectic” -- for not paying sufficient attention to the
distinction, and suggests that this is enough to explain some of Hamilton's fatal
mistakes in logic. Grice: “They led him to the grave alright!” .. Mill glosses
Hamilton as maintaining that 'the form "Some A is B" ... ought, in –
Varronian, if not Ciceronian -- propriety to be used and understood as "some
and some only" – Grice: “Id est, NOT NOT TOTVM”. Hamilton is therefore
committed to the claim that 'all' (x) TOTVM and 'some' (Ex) PARS are mutually
incompatible: that an assertion, or more generally, utterance – as Grice: “What
is necessary is possible” -- featuring 'some' has as part of its ‘signfiication’
'not all'. This is at odds with Aristotle’s observations on quantity in
Categoriae and indeed, as Mill suggests, with 'the practice of anyone with a
brain'. Mill explains this mistake as a confusion of ‘signification’ – Grice: “Typical
of Hamilton” -- with a feature of 'common conversation in its most unprecise
form'. In this, Mill – Grice: “You still want more Grice to the Mill?” -- is drawing on the generally understood 'signification’
– implicitly conveyed -- associated with his or that expression. In a passage
that would “not be out of place at Cambridge even!” -- Grice-- , Mill suggests
that: If I say to any one, 'I saw some of your children to-day,' my addressee *might*
be justified in inferring – never implying! -- that I did not see them all, not
because the expression signifies THAT, but because, if I had seen them all, it
is most likely that I should have explicitly conveyed so by way of what Varro
has as a proloquium. Mill, like Humpty Dumpty – vide Sutherland, Language
and Lewis Carroll – Mouton -- draws a distinction between what this or that
expression ‘signifies’ and what Humpty-Dumpty and Alice generally – vide “Impenetrability”
-- infer from witnessing an expression proferred. In what may be seen as an
extension of Aristotle's – “And indeed Urmson’s – Grice -- discussion of
'aptness', Mill is arguing, with Dodgson, that it is a very gross – Grice: “even
vulgar, by implicature” -- mistake to confuse these two very different types of
significance, or ‘signification.’ A more specific, more informative, “Stronger”
(Grice) expression such as 'all' may be more appropriate, if it is applicable,
than a more general, less informative – “LESS STRONG” (Grice) word such as
'some'. Where is your wife? B: In some room. Where are we going? B: To
somewhere in the South of France. He saw a woman? “Yes, his own wife!” -- Therefore,
the use of the more general – Grice’s G -- leads to the inference, although it
is not the case that the expression – Grice: “If you’re stuck with ascribing ‘signification’
to an expression’ ‘signifies’, that the more specific – Grice’s S -- does not
apply. 'Some' suggests, hints, ‘means’ (vaguely) but does not actually entail
or say – as Varro’s proloquim is one’s DICTUM -- 'not all'. Besides his interest in such
crucial problems with a venerable Graeco-Roman pedigree, Grice is also
concerned with issues familiar to him from the work – Grice: “usually laughable”
-- of recent or contemporary philosophers – Grice: “That I happene to interact
with at Oxford – not that I would even READ their silly essays!” In both published work – notably in that
brilliant list in that LONG Excursus on ‘Implication’ at the Aristotelian
symposium with A.R. White at Cambridge under the patronage of R. Braithwaite --
and informal notes Grice frequently lists these and arranges them in groups –
Grice: “When I can.” Part of his achievement in the theory Grice develos lies
in seeing connections between an apparently disparate – “to the Cambridge
brain,” he adds -- collection of problems and countenancing a single solution
for them all – “and more!” he adds. For instance, in The Concept of Mind, Ryle
argues alla Austin and Hart-Hamphhire – especially the latter three, since
Grice interacted with them on Saturday mornings -- that, although the
expressions 'voluntary' and 'involuntary' appear to be simple opposites, they
both require a particular condition for applicability – an appropriateness
condition, as Grice in deliberate pompous idiom puts it -- , namely that the
action in question is in some way reprehensible. If they were simple opposites,
it should always be the case that one or other would be correct in describing
an action, yet in the absence of the crucial condition, to apply either would be
to say something 'absurd,’ – Grice: “Ryle thought, as Austin, and Hart and Hampshire
should have NOT!” -- Similarly, although if someone has performed some action,
that person must in a sense have tried to perform it – “unless you’re exercising
your muscles against a wall, as Pears often does in the Meadow!” – Grice -- it is often extremely odd to say so. In cases
where there is no difficulty or doubt over the outcome, it is inappropriate to
say that someone tried to do something: so much so that some philosophers, such
as Witters, have claimed that it is simply wrong – Grice: “if not FALSE –
whatever the German Viennese idiom of his choice would have been!” – Grice.
Another related problem is familiar from Austin's work; it is the one summed up
in his slogan 'no modification without aberration'. For the ordinary uses of
many verbs, it does not seem appropriate to apply either a modifying word or
phrase or its opposite. “I do not believe it is a goldfinch. I KNOW t is!” “I
truly know it is!” --. Austin was therefore offering a generalisation that
includes, but is not restricted to, Ryle's claims about 'voluntary' and
'involuntary'. For many everyday action verbs, the act described must have
taken place in some non-standard way for any modification – without aberration,
the tea party -- appropriately to apply. Austin offers no theory based on this
observation, and indeed Grice was unimpressed by it even as a generalization.
Indeed Grice claims that it is 'clearly fraudulent on Austin’s part.’ 'No
"aberration" is needed for the appearance of the adverbial "in a
taxi" within the phrase "he travelled to the airport in a taxi.’ Aberrations
are needed only for modifications which are corrective qualifications. Grice's
general account of language, conceived with the twin ambitions of refining his
philosophical theory and analysis of ‘signification’ or meaning and of explaining a diverse range of
philosophical problems, gradually develops into his theory of conversation.
Like his project in 'Meaning', this theory of conversation draws on a
'common-sense' understanding of language: in this case, that what people say
and what they mean are often very different matters. This observation is far
from original, but Grice's response to it was in some crucial ways entirely new
on the Saturday mornings of the Oxford of his time. Unlike formal philosophers
such as Russell or the logical positivists, Grice argues that the differences
between literal signification – Grice: “Or dictum, as I prefer” -- and speaker ‘signification’ are not random and
diverse, and do not make the more or less rigorous – Grice: “to the extent that
a philosopher can be rigorous – philosophy ain’t a science, nor are my pupils
LEARNING it!” -- study of the latter a futile – or ‘futilitarian’ as Grice
preferred mocking Bergmann’s accent -- exercise. But Grice also differs from other
members of his Saturday-morning Play Group -- philosophers of ordinary
language, in arguing that a more or less moderte interest in formal or abstract
– ‘Aristotelian’ or ‘categorial’ – sgnification in terms of ‘universalis’ – or meaning need not be abandoned in the face of
the particularities of individual Oxonian usage. Grice: “I met the Warden of a college
who kept referring to his dog as a cat!” -- Rather, the difference between the
two types or ‘categories’ of ‘significatdion’ or meaning may be seen as eschatologically
systematic and explicable, following from one very general principle of human
behaviour – Grice: “Whatever Haugeland thinks of computers” --, and a number of
specific ways in which this works out in practice. In effect, the use of
language, like many other aspects of human behaviour, is an end-driven
endeavour. People engage in communication in the expectation of achieving
certain outcomes, and in the pursuit of those outcomes they are prepared to
maintain, and expect others to maintain, certain strategies. This mutual
pursuit of goals results in cooperation between speakers. This manifests itself
in terms of four distinct categories of behaviour or experience – Grice: “Oakeshott
went overboard!” --, each of which can be summarised or encapsulated by one or
more maxims that convesationalists are expected to observe --- Grice: “At least
in public”. The categories and maxims
are not unfamiliar to every student – Grice: “Always bear in mind that only the
poor learn at Oxford” --, although in later commentaries they are often all
subsumed under the title 'maxims' . Category of Quantity. Make your contribution as informative as is required (for the current
purposes of the exchange). Do not make your contribution
more informative than is required. Category of Quality Do not say what you believe to be false. Do not say that
for which you lack adequate evidence. Category of Relation Be
relevant. Category of Manner Be perspicuous [sic]. Avoid ambiguity
of expression. Avoid ambiguity. Be brief. Be orderly. “Add: “Frane what
you say” and you get the ten commandments, almost!” Grice: “Or the
Conversational Immanuel, as I may call it1” -- Grice uses the simple notion of
cooperation, together with the more elaborate structure of this or that category
– the four Kantian SUPER-categories: “strictly, the categories are 12 in Kant,
geometrical as his spirt was!” – Grice --, to offer a systematic account of the
many ways in which literal or explicit and implied or implicit ‘sgnification’ or
meaning, or 'what is said' – or dictiveness – Varro’s proloquium -- and what is
implicated', differ from one another. Grice: “I hope Hare is happy that his
phrastic and neustic survived his Oxford examination – where he used ‘dictum’
and ‘dictor’!” Grice: “In fact, Hare was not, and went on to multiply
sub-atomic particles of logic beyond necessity: the phrastic, the neustic, the
tropic, and the clistic! Once you start! I tol him!” -- In effect, the
expectation of cooperation both licenses these differences and explains their
usually successful resolution. Speakers rely on the fact that hearers will be
able to re-interpret the literal content of their utterances, or fill in
missing information, so as to achieve a successful contribution to the
conversation in hand. The noun 'implicature' – Grice: “I borrow from Sidonius”
-- and verb 'implicate,’ as used in relation to that noun, are now not unfamiliar
in the discussion of pragmatic ‘signification’ or meaning – Grice: “I always
found ‘semantic signification’ a pleonasm!” -- , but they were coined by Sidonius
– and later borrowed by Grice – but never returned – Grice: “In fact, Sidonius
NEVER coined implicatura: it is a productive – analogous – exit of ‘implico’,
as Varro would have it!” --, and coined fairly late on in the development of
his theory. In early work on conversation Grice implicated or suggested that a
'special kind of implication' – Grice: “Sidonius’s implicatura implicates
entanglement! –” could be used to account for this or that difference between
conventional ‘signfiication’ or meaning and ‘signification’ as ascribed to the
utterer or speaker meaning. Grice ultimately found this formulation inadequate,
together with a host of other words such as 'suggest', 'hint' and even 'mean',
precisely because of their complex pre-existing usage both within and outside
Oxonian philosophy. Grice: “Witness Humpty-Dumpty!”. Filosofo toscano.
Filosofo italiano. Castiglion Fiorentino,
Toscana. Profesore di filosofia, Bologna. V. di Castiglioni, professore
in Bologna di Alpini PERCORSO: Fatti, personaggi, documenti ed
oggetti testimoni di vita e di storia > questa pagina Alpini ringrazia
il geometra Rossano Gallorini che l’offre la possibilità, tramite due lettere
del suo archivio personale, di approfondire un ulteriore aspetto della famiglia
di V. per anni docente di filosofia teoretica a Bologna. V. proviene d’una
modesta famiglia di lavoratori della terra, ma, nonostante ciò riusce a
studiare prima presso gli Scolopi in Castiglion Fiorentino, poi a Pisa dove
consegue la laurea. Dopo aver insegnato in vari licei vince la cattedra
presso la prestigiosa Bologna ove insegna
Carducci e successivamente Pascoli. V. è un tenace assertore
dell'esistenza obiettiva d’una realtà assoluta e infinita, dell'anima e di Dio.
Il confronto con il positivismo lo condusse ad affermare la supremazia della
metafisica sulla scienza, anche se, secondo V., la metafisica dove essere
critica e positiva ravvivata dal progresso delle scienze sperimentali e dalle
altre discipline. V. ricordato a Castiglion Fiorentino, dall'associazione
Spazio aperto", con l'evento, Il percorso umano e culturale di V:
dall'amata Castiglioni alla dotta Bologna. Narrazione e mostra documentaria” V.
partecipa attivamente alla vita politica della sua città natale e ne è sindaco
nelle file del partito veramente monarchico e veramente democratico. Nel primo
dopoguerra fonda, sulla scia di PASCOLI (si veda) e CORRADINI (si veda), a
Castiglion Fiorentino l'Associazione Nazionale, ma quando questa, si fuse con
il Fascismo troviamo V. segretario del fascio locale. Dal matrimonio con
Vittoria Tocci erano nati ben sette figli. I due maschi, Corrado e Virgilio, muoroo
in modo prematuro. Le figlie: Valeria, Virginia, Clara, Ida e Giorgina ereditano
dal padre un cospicuo patrimonio composto da diversi poderi, due case in
Castiglion Fiorentino ed una villa a Cegliolo in comune di Cortona e titoli
bancari. Valeria, la più grande, vive a Modena ed sposa un Tavernari. Le altre
sorelle viveno a Castiglion Fiorentino. Ida che sposa un Ferrari è nominalmente
la responsabile delle sorelle V. delle quali una aveva forti problemi di
salute. Nel dopoguerra le condizioni economiche sono peggiorate e non
navigano in buone acque, ma, nonostante ciò le sorelle cercano di mantener fede
ai desideri del padre che ha espresso questo desiderio nel suo testamento di
rimanere unite. Probabilmente la sorella che vive a Modena è quella che se la
passa meglio e quindi speravano in un suo aiuto concreto. Valeria ospita
per circa un mese alcune sorelle, ma non poteva lesinava aiuti concreti. Di ciò
se ne duole Ida in una lettera che non abbiamo. Nella risposta che abbiamo a
questa missiva appaiono chiaramente le prime crepe ed i primi
dissapori. Anche il nipote Vittorio che, probabilmente ha un buon
stipendio in quanto dipendente di una Compagnia di Navigazione, nell'inviare
dei soldi, fa pesare il sacrificio che gli costa il farlo e esterna i sacrifici
che deve fare stando lontano da casa per mesi. Oggi vivono a Castiglion
Fiorentino solo parenti lontani che hanno partecipato attivamente al ricordo
che l'Associazione Culturale "Spazio Aperto" ha organizzato con il
titolo "V.: dall'amata Castiglioni alla dotta Bologna. Narrazione e mostra
documentaria". Nell’Istituto Superiore di Magistero ^kmmiwilp: in
jlox* FIRENZE COI TIPI DI M. CULLIMI E C. alla
Galileiana Oli esemplari di questo libro non muniti della firma
originale dell’Amore si riterranno falsili a 0 i n lore procederà contro
I ralsiflcnlnn. FILOSOFIA. SULLA TEORICA DELLA DIANA
CONOSCENZA E DELLA MORALE IN RELAZIONE COLLE DOTTRINE
DI ARISTOTELE E DI KANT. Argomento o sua opportunità. Nozione del Vero e
del Bene. Loro fondamento reale. Principali facoltà conoscitive o morali
del¬ l'uomo. Leggi razionali e legge morale. Loro fondamento c
valore. Senso, intelletto e ragione pura speculativa secondo, il Kant, ed
ufficio loro. Valore c limiti della ragione para speculativa. Tre
ordini di cognizioni umane. Differenza tra la Ma¬ tematica, la Fisica e
la Metafisica, secondo il Kant. Distinzione kantiana del fenomeno dal
noumeno. In qual senso vero può ammettorsi tal distintone. Teorica della
relatività della conoscenza umana. Conno sul Neokantismo. Cenno sul nuovo
Criticismo o Realismo tedesco ed inglese. L’ inconoscibile di Spencer. In
qual senso c dentro quali confini la conoscenza umana si può e si
deve ammettere come relativa, -r- Obbietto o valore della ragiono pratica o
morale, secondo il Kant. Vi li a contraddizione fra la Critica della
ragione pui a eia Critica della ragione pratica? Giudizj opposti di varj filosofi.
Due criterj, secondo noi, per risolvere il quesito. Criterio soggettivo :
Secondo 1 intendimento del Kant vi è contraddizione fra quello due
Critiche? Breve raffronto delle tro Critiche di lui. Criterio oggettivo:
Le ideo morali sono assolute ed oggettive anche pel Kant, oppure sono relative
e soggettive? La ragione umana può scindersi in duo facoltà, in ragione
speculativa e in ragione morale, opposte fra loro? L’intoresse teorico può
egli separarsi dall'interesse pratico della ragione? Le dottrine di Kant
sulla conoscenza umana o sulla Morale, considerate oggettivamente, non
isfuggono alla contraddizione. La relatività della conoscenza umana e
dolla scienza, nell'odierno significato, implica logicamente una Morale affatto
relativa. Nostra dottrina sulle relazioni oggettive, necessario o
naturali fra il conoscere o l'operare umano, o però tra il Vero ed il
Bene. Tre fatti notabili ed importanti nell’ordine filosofico e
scientifico e nell’ordine morale mi paro dovrebbero fermare oggidì l’attenzione
dello studioso e del pensatore. Questi fatti sono: La moderna
teoria della relatività della conoscenza umana-, il ritorno di parecchie
menti, specie in Germania, alla filosofia speculativa e pratica del Kant;
una tendenza quasi generale presso gli odierni scienziati c filosofi a
porre in discussione la Morale ed a cercarne nuovi fondamenti,
considerandola alcuni come reiva instabile ed evolutiva, altri come
assoluta oggettiva, universale ed iucrolkbil» • sistemi scientifici
e filosofici. Di quei tre fatti mi propongo d’esaminare con brevità nel
presente lavoro i primi due segnatamente, e di vedere così qual
relazione logica c naturale corra fra il sapere o il conoscere e
l’operare umano, e se il Kant cadesse o no in contraddizione co’suoi
principj teoretici diversi da quelli morali. Determinato così il campo di
queste indagini, non debbo nè voglio qui esaminare i varj sistemi morali
antichi e moderni: i quali ultimi, come accennai in altro mio lavoro
(Studj critici di Filosofia morale e sociale, Firenze), possono ridursi
principalmente alla Morale razionalista ed assoluta, alla Morale indipendente,
alla Morale dei Positivisti e alla Morale evoluzionista; mentre la Morale
spiritualista e la teologica son comuni sì all’evo antico e sì al
moderno. Il Vero ed il Bene sono concettiuniversali. Universali, perchè
gli uomini tutti, anche i meno civili e colti, hanno un certo sentimento
ed una certa nozione della Verità e del Bene, come si ravvisa-
altresì nei loro discorsi e giudizj e nell'azioni loro. Universale il concetto
di Vero, perchè la mente nostra l’applica agli esseri tutti che vengano
in qualche modo in attinenza con lei ; anzi l’applica alle stesse
operazioni dello spirito, e quindi a’sentimenti, a’pensieri, alle
cognizioni, a’giudizj, ai ragionamenti, alla scienza, all’arte, agli
stessi atti della libera volontà. Dunque così al gran mare dell’essere
come a tutto l’ordine del conoscere e, sotto un certo rispetto, all’ordine
dell'operare si estende il concetto di Vero. Universale il concetto di
Bene, perchè la mente nostra riconosce c giudica buone le cose
tutte, che siano quello che debbono essere por natura loro, che
sieno amabili o per intrinseche perfezioni, o per Tatile e pel diletto
che ci procurano ; e perche a tutti gli atti umani, in quanto procedono
dalla ragione c dalla volontà libera, e sono conformi alla legge
inorale, si applica dalla mente il concetto di Buono.-Se pertanto il Vero
ed il Buono hanno il carattere dell’universalità, in che troveranno il
loro fondamento? Non possono averlo, quali concetti, nello spiritò
umano, anzi in veruna mente finita, perchè le menti finite sono
contingenti e individuali, non necessario ed universali, c perchè non
possono fave a meno di usare, fra gli altri, quei due concetti. Non
possono averlo in alcuna delle cose mondiali, perche l’individuale e il
particolare non può mai scambiarsi coll’universale. Il vero fondamento
del Uro e del Beno non può ravvisarsi che nella natura medesima degli
enti in universale -, e però il ero ct i,i Bene hanno il carattere
dcll’obbiettività. »2"T iemm » « i. nota ad altro
* r* ° l0tlavÌ!l 'l ue3t l esser quindi giudicarla ver, o fll |,,
duna . 0Ma > 0 intanto, la cosa in .a * 3 '’ uona 0 catt ' va 1
ma, v»a o no» vi“1"““'’ T"° C ',e a !"*» ’ bU0 ” a 0
”™ ^ona, indipcnden- dell’umana conoscenza e della modale 7 temente
dal giudizio è dal volere delle menti finite. V'ha pertanto il Vero
oggettivo universale, come il Bene oggettivo universale, fondati sulla
stessa natura degli enti. Anzi il concetto universale che noi abbiamo del
Vero e del Bene conserva questo carattere di universalità, perchè fondato
in una necessità non formale, nè soggettiva, si materiale od ontologica
ed oggettiva. D’altra parte', il Vero ed il Bene oggettivi possono stare
disgiunti da ogni intelligenza e da ogni volontà? No, perchè' il Vero
suppone una mente che lo' conosca, e il Bone suppone una volontà
che l ami e che lo voglia conseguire. Le cose tutte, vere od
intelligibili, o buone od amabili, richiedono pertanto una relazione naturale
coll’Intelligenza e colla Volontà. Inoltre, gli esseri finiti corno
avrebbero in sè stessi, e specie gli enti irragionevoli, il carattere
della verità e della bontà, senza una Monte ed una Volontà infinita
che li abbia appunto creati e veri e buoni? E questa Mente e Volontà
assoluta non potrebbesi concepire se non come essenzialmente vera e
buona in sè stessa. Il Vero ed il Bene, benché fondati sulla natura
degli esseri, hanno dunque attinenza naturale e necessaria coll’Intelletto e colla
Volontà. Ora, nell’uomo esistono diverse facoltà deputate a conoscere il
Vero, ad amare ed operare il Bene. Ogni entità, come ha natura e leggi
sue proprie, così ha un fine speciale ; ogni funzione ed atto ha un
termine proprio : e io : e però termine, fine, oggetto
immediato- della Intelligenza è il Vero ; termine, fine,
oggetto immediato della Volontà il Bene. Qui non mi fermo- a
dimostrare le intime relazioni da una parte fra il Vero ed il Buono,
dall’altra fra il concetto di fine e il concetto di Bene, avendone
discorso a lungo ne’ miei Elementi scientifici di Etica c Diritto (Roma).
Diconsi intellettuali, conoscitive, razionali tutte quelle facoltà onde
l’uomo intende, conosce o scuopre il Vero; diconsi morali quelle facoltà
ond’egli ama, vuole c pratica il Bene. Quattro sono le facoltà
principali dello spirito umano : il Senso, l’Intelletto, la Ragione
e la Volontà. Le prime tre appartengono all’ordine della
conoscenza, l’ultima all’ordine della moralità. Il Senso ha immediata
relazione con gliobbiettisensibili e porge all’intelligenza la materia
del conoscimento. L Intelletto apprende le cose sensibili ed
intp.llio-i'hn; dell’umana conoscenza e della morale !) ha . leggi
suo proprio. Ciò. posto, quali sono le leggi dell’Intelligenza e della
Volontà umana, e qual fondamento e valore hanno esse? Poiché
l'Intelligenza e la Volontà sono due facoltà diverse, come diverso
è l’obbictto loro, cioè il Vero ed il Bene, anco le rispettive leggi
dovranno essere differenti. Queste due facoltà umane non potrebbero
varcare dalla potenza all’atto e conseguire il fine loro, senza una
regola, una norma, una legge che le indirizzasse alla vespettiva mèta.
Ora, le leggi che governano la Intelligenza nel conoscimento e nel
possesso del Vero diconsi razionali, c ne tratta di proposito la Logica
; la legge che governa la Volontà nella pratica del Bene dicesi
morale, c ne parla espressamente l’Etica. In queste leggi dello spirito
umano c segnatamente nelle razionali, va distinto l’elemento formale
dall’elemento materiale . L’elemento formale risguarda più direttamente
l’intelligenza, forma del conoscimento ; l’elemento materiale risguarda più
diretta- mente Soggetto, la materia del conoscimento. Dico più
direttamente, non esclusivamente, perchè ogni conoscenza suppone due
termini distinti ma inseparabili, cioè un soggetto intelligente ed un
obbietto inteso in atto o capace di essere inteso. E quindi non può
darsi una Logica puramente formale, come non può darsi una Logica puramente
materiale. Imperocché le nozioni, i concetti, i giudizj, iraziocinj
sono atti ed operazioni della mente ; la forma nel giudizio, nel
raziocinio ed' in ogni ragionamento è posta dalla mente nostra ; i
giudizj, i raziocini son governati da leggi proprie : ma intanto, lo
nostre idee, le nozioni, i concetti sono vuoti d'ogni contenuto, non sono
oggettivi, non hanno cioè alcuna rispondenza colla natura degli obbietti?
L’csperien- za e la ragiono dimostrano che vi ha naturale rispondenza ed
armonia fra i concetti nostri, le idee c gli obbietti. Ove non esistesse
questa relazione, potrebbesi domandare: Come c donde la mente nostra
formerebbe le idee, i concetti, .le cognizioni tutte? Ogni giudizio, poi,
ed ogni raziocinio ha la rispettiva materia, oltre la forma; c la varietà
dei nostri giud'izj e raziocini dipende non tanto dalla mente unica clic
li forma, quanto dalladiversità della materia onde risu.l ;
tano. Lo leggi logicali ed i priucipj della ragione hai), no, pertanto,
un fondamento reale ed un valore oggettivo, perchè fondati sulla reale
attinenza fra la mente nostra e le cose intelligibili, è perchè mostrammo
già che .1 Vero e oggettivo ed universale. Può cHi darsi- JW
‘T' C,1,! SÌS ° Mri U " senza la' Z “ lT" eS “ dmi una
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3tan “’ e vicCT ersa? Je ggi razionali hanno un fi» i^® 1 P r,nci PJ «
le ore oggettivo, C però u„. nda “ 5ato rca le, un va-
Se questa ò la nnt .. * CCI tezza assoluta. !eggi razionai;
che diw taLT* 10 et U Valore de,lc della legge morale ?
Come le leggi razion ali non sono fondate esclusivamente sulla
forma della conoscenza o sulla mente nostra, ma principalmente
sull’essenza degli obbietti intelligibili, e però sul Vero oggettivo ; così la
legge morale non ha il suo fondamento sulla volontà umana, ma sulla
natura stessa degli enti amabili e rispettabili, c però sul Bene oggettivo. E
come la natura delle cose intelligibili e il Vero oggettivo servono
all’uomo di criterio c di norma nelle sue cognizioni e ne’suoi giudizj ;
così la natura degli enti amabili e rispettabili c il Bene oggettivo gli
sono di criterio e di norma nelle sue libere azioni. Può l’uomo
disconoscere il Vero c non seguire le leggi naturali del pensiero
nell'ordine della conoscenza ; può ribellarsi alla legge morale, non
praticare il Bene e giudicare non rettamente le sue azioni e quelle degli
altri : ma restano sempre il Vero ed il Bene oggettivi, ma non si
distruggono per questo le leggi eterne ed immutabili del pensiero e della
volontà. E come gli errori di alcuni uomini, i sofismi e lo scetticismo di
altri uonlianno alterate, non che distrutte, le leggi del pensiero
limano, nè abbattuta la Verità oggettiva ; così le prave azioni di alcuni
e le false dottrine morali di altri non hanno cambiata la legge morale
assoluta, non hanno abbattuto il Bene oggettivo, nèsradicata dal mondo la
moralità. Tuttavia l’errore torna sempre funesto nella speculazione e
nella pratica, e conviene quindi adoperarsi a tutt’uomo a fuggirlo ed a
combatterlo. Fermate tali verità, passo ad esaminare brevemente le
dottrine speculative e morali del Kant in SULLA TEORICA relazione
colle teorie moderne delle relativi* delle conoscenza umane, 1» quel
teorie mene log,cernente ad una Morale soggettiva e relativa.
\r Il Kant è generalmente considerato non solo qual
fondatore del Criticismo filosofico, sì anche quale autore della moderna
teoria della relatività della conoscenza umana. E ciò nondimeno, tutti
riconoscono che non v’ha sistema filosofico morale più rigido ed assoluto di
quello dol Kant ! Come si spiega questo fatto? Il Kant non ammise relativa,
nell’odierno significato, la conoscenza umana, oppure nella Morale si
contraddisse fondandola su principi assoluti ed oggettivi ? Ecco il
quesito che dobbiamo esaminare, gettando un rapido sguardo sulla
filosofia kantiana. So negli scritti del filosofo di Ivo— nigsberga la
chiarezza della forma e la coerenza logica, in senso formale o
materiale, fossero pari alh novità dei concetti, alla profondità e all'
acutezz; dell ingegno critico c speculativo di cui dette provi
l’autore segnatamente nelle tre Critiche, io pensi che nessun filosofo
antico o moderno potrebbe ugua ! “ Kimt Ma “mnquo vogliasi
giudicaro on può negarsi che la filosofia c la scienza in gc
2“™ Smunte del nuov K il fT,'* 6 *«*»» s P ccu lczione
4 stata considerata unallndc rl*^ P '" &iandc Introduzione
alla Filosofia pura ed alla Scienza in generale, come dissi altrove
(Principio, intendimento c storia della classificazione delle umane conoscenze
secondo Francesco Bacone. Parte terza, capo XI, 2 a edizione,
Firenze, 1880). Come gli antichi supponevano che il sole e gli
astri girassero intorno alla terra, così il Kant nella Critica della
Ragionpura volle far girare gli obbietti intorno allo spirito umano per
ricercare e determinare le leggi dell’umana conoscenza. Ma se in
Àstronorniail sistema Tolemaico fu abbattuto, perchè falso, da
quello di Copernico, potrebbe avere ugual sorte nella Filosofia
speculativa il sistema del Kant? Crediamo di no, benché questo sistema
non possa accettarsi, per gli errori, ond'ò viziato, qual canone certo,
inconcusso e definitivo della mente, e quale sulstratum della Filosofia e
della Scienza. Che posso io conoscere e sapere ? Che devo io
fare? Che posso io sperare? Ecco le tre domande che il Kant rivolse a sè
stesso nella Critica della Ragion pura, e nelle quali sta il germe di
tutta, la Filosofia speculativa e pratica di lui. Alla prima
domanda non si poteva rispondere senza esaminare 1 origine e il
valore delle nostre cognizioni, c le attinenze loro con le facoltà del
nostro spirito e con gli obbietti. Nelle nostre cognizioni ravvisa il
Kant due elementi : uno formale, soggettivo, a priori, puro,
necessario, permanente; l'altro materiale, oggettivo, a posteriori,
contingente, mutabile. Il primo elemento è fornito dallo spirito, il
secondo dagli obbietti distinti da noi e fuori di noi. Il tempo o lo
spazio, le rapprosentazioni o intuizioni, i concetti puri o le categoria
sono gli elementi a priori, formali, necessarj, universali, della nostra
conoscenza. Ma da chi e in qual modo si conoscono gli obbietti ? Tre sono
pel Kant le principali facoltà umane conoscitive: Senso, Intelletto
e Ragione. Dico principali, perchè egli, dopo aver distinto recisamente
il Senso dalla Intelligenza, suddivide quest’ultima in Intelletto,
Giudizio c Ragione. Il Senso porge all'Intelligenza l'elemento
materiale, molteplice c variabile delle cognizioni sperimentali.
L'Intelletto è la facoltà dei concetti puri, apriori, o categorie, che
non hanno per sè alcun . \alore nè reale nè oggettivo, nelle quali però
consiste 1 elemento formale, necessario ed universale della conoscenza. L
Intelletto prende i suoi materiali dal Senso e li ordina secondo alcuni
de'suoi concetti puri che costituiscono la forma di tutti i giu- d.zj
Dcdici, com'è noto, sono i concetti puri, a pluralità! ! ? atCS °
nc clementar i e sono: unità, L* 11 ’ re>lli ' . ne 8. MÌ0M >
‘imito; sostanza, Quest'’T'r a ’ possiljlllt à, esistenza,
necessità. «sto trm puri ° c * tcsoHc cic - categoric
comnles alle c l uattr o grandi *««® c di modaiS. r nt ; tà> di
quaiità; di rcia_ dall’esperienza m
° a e ^ or * e non derivano qual modo ? sotto nonlT 0 ! re ? dono
Possibile. In 1 fenomeni alle cate e chepcrò tra- gettivo, non ci
dà un v Spazi0 ’ non ha valore og- dl cui parla non li pos J° Sapere )
lacchè gli obbietti fotal b le colonne d’K rc ^ m °i U “ in
essenziali ed uccido t v m Generatesi distinguono L o Valiti.
essenziali foriti’“““ ° “ c01 ' ;1 " 1 ' io forme o leggi del * ° T® Ìn S
° lo cate S oric > applicare ai fenomeni nSlCr ° ^ blS0 ° na
solamente Occorre appena osservare el,o 1 >c che la
prova diretta dell’umana conoscenza e della MODALE rJ
della relatività della conoscenza sarebbe valida solamente quando fosse
dimostrato vero e fondato il Criticismo, clic tutta la realtà vuol ridurre ad
un mero fenomeno, ed i nostri concetti e le leggi del pensiero a
mere forme dello spirito, vuote d’ogni valore oggettivo e reale. La prova
indiretta, poi, risguarda il metodo seguito dal Kant e le conclusioni a cui
egli giunse nella Critica della ragion pura, allorché tolse in esame
le tre massime idee della ragione e tento di conoscere la essenza intima
dell’/o, dell Universo e di Dio, applicandovi le sue categorie! GRICE:
“I LIKE THAT!” Aristotle: “To
say ‘anima’, when you mean ‘man’ you are being less informative thn is
required. Categoria – da: kata, agorein – against, speaking to the assembly. Oxonian dialetic, Athenian dialetic – CATEGORY – Kant’s
derivative use of Aristotle’s categories -- I noumeni, le cose in sò medesime,
sono adunque inconoscibili ; e quindi la scienza degl intelligibili o
Metafisica non ha un valore oggettivo, anzi non è possibile. E tuttavia
il Kant colle sue distinzioni tra il fenomeno e il noumeno, fra la intuizione
sensibile c la intuizione intellettuale, fi a le puve idee, le cose di
fatto e le coso di coscienza, fra il sapere teorico e il sapere pratico,
e quindi avendo ammesso come fatto certo e primitivo la legge
morale, non rannicchiava tutta la coscenza umana nel puro sensibile, nel
fenomeno ; o almeno, lasciava aperto qualche sentiero alla ragione pei
penetrare nel mondo intelligibile e delle cose in sè. Beu diversa, e
sotto alcuni aspetti assai più ristretta, è la teorica della relatività
della conoscenza nei principali rappresentanti del nuovo Criticismo e
Realismo tedesco ed inglese. Dico sotto alcuni aspetti, perchè il
nuovo Criticismo e Realismo ha dato al fenomeno un valore diverso da
quello kantiano, ma per altri riguardi, e nulla tuona della conoscenza e
soprattutto nella Morale, ò rimastodi gran lunga inferiore al
Kant. IX. Gl’immediati successori del Kant,
movendo dalla pura intuizione intellettiva o trascendentale che
permetteva di cogliere il nuomeno e l’assoluto, cercarono di penetrare
l'essenza intima delle cose e di ricostruire così tutta la Metafisica,
oltre dare un valore oggettivo alla Morale ed ai tre postulati
kantiani. Ma il Comte in Francia e l’FTamilton in Ingkiltera si opposero
recisamente all’ Idealismo trascendentale e ad ogni Metafisica,
dichiarando vana la ricerca delle cause prime e finali, e propugnando la
relatività della conoscenza. Visto bensì che il mero Positivismo non dava
ragione di tutti gli elementi della conoscenza, nè valeva a spiegare
* datamente l'origine e la natura de' varj ordini e di* S C r
L C Vedut0 COme,e dottri ne di Ilerbart travano molta Caduto
^egelianismo, incon- e scienziati 1 avore 5 in Smania alcuni
filosofi elative del GH ' alle dottrine S P 0 ' cerearono
negli C ° me 1,HeImholtz ' della raoio* - k ntlam anteriori alla
Critica ' 80fi -CCall% fil .r fia n ^;edifilo- ch lari re e
consolidare W ra 9 ion P ura P er ela fi losofia critica. VvÌ ttnna
della conoscenza tengono conto dei nr e °l vantia ni da una parte
wi -^p;cr:^,rr“ sperimOT - uct0 sapere umano deriva dal
pensiero, non potendosi concepire il mondo senza il pensiero. Principali
rappresentanti del Neokantismo filosofico in Germania sono il LaDge, il
Liebmann e lo Schultze (1). Secondo il Lange, la coscienza e la
sensazione sono il limite d’ogni cognizione; il mondo non c che una
nostra idea. Difatti, la realtà o la cosa ò un gruppo di fenomeni che noi
concepiamo uniti per astrazione di ulteriori nessi e di mutamenti interni
; la forza è quella proprietà della cosa clic abbiamo conosciuto per
determinati effetti su altre cose ; la materia ò ciò che, in una
cosa, poniamo come base dello forze conosciute e che indi non
possiamo sciogliere in altre forze (2). Dunque materia e forza, egli
conclude coU’Helmholtz, sono astrazioni nostre dal reale. Ma esiste
questo reale, ed abbiamo noi conoscenza della cosa insè? Il
fenomeno ci mena per fermo al concetto d’un che problematico c che
dobbiamo ammettere come causa del fenomeno. Ma intanto la cosa in se, il
noumeno, è una mera creazione della nostra mente, ed ignoriamo se abbia
(1) Lange, Gcschichte des Materialismus, 18 74 - Liebmann, Kantvnd
die Ejpigonen, 1865. Zar Analysis
der Wirhlichlceit, ISSO. - Schultze, Kant und Darwin, 1S75. Philosophie der Natunoissenschafl, 1881-S2.
(2) Vedi G. Cesca, Storia e dottrina del Criticismo, 1884. - Vedi
pure duo pregevoli scritti di Barzellotti : La nuova Scuola del Kant e la
Filosofia scientifica contemporanca in Germania, 1880-, o Le condizioni
presentì della Filosofia c il problema della Morale, un significato fuori
della nostra esperienza ! - Alle medesime conclusioni e venuto il
Liebmann. I pi in* cipj a priori, leggi della ragione, son necessarj
(egli dice) per osservare, sperimentare c pensare. Bensì tutto il
nostro mondo è un fenomeno ; più, tutta la realtà è fenomenica od
empirica, dacché noi non possiamo uscire dalla sfera sensibile delle
nostre rappresentazioni. Tempo, spazio, moto, causalità, per noi sono concetti
puramente soggettivi. E però il Liebmann ammette solo una realtà
empirica, non riconosce alcuna realtà assoluta e nega ogni valore
alla cosa in sé. Anche lo Schultze concorda in sostanza con Kant e arriva
alle stesse conclusioni del Lange c del Liebmann. Salvochò lo
Schultze nsguarda il tempo e lo spazio non quali ' concetti ma
quali intuizioni a priori, ed ammetto la causalità quale unica categoria. Ciò
posto, tutte le nostre rappresentazioni, egli dice, hanno un carattere
sog- Sciti™, l lerellè " m Vha rappresentazione senza
coscienza, ne questa senza quella. E però noi,ttal * in 86 ’ raa,] "
alc carico e e.seil„zl:: h ;~ Ì0 “;- H °" a ° ouali fon,..., •
r, 1 uca son P 01 la stessa cosa, Idi che? della cosa h,
”oe possiamo noTreTcsiT™ 0 la . natara ’ ma di cui rebbo la
base dM ì 1S enza ' altrimenti mauebe- Vicn d ^que ammem dallo Scrk
00 ' La ^ ** rispetto alla nostro, Schultzo come ipotetica,
alo,,. ... * D0Stra c °Sn.zione. E però egli non dà alcUD valore
oggettivo* ^otafisica ed ai tre dell’umana conoscenza e della
morale 33 massimi concetti di Dio, dell’Anima e della Materia,
perchè non sono obbietti della nostra intuizione, ma nostri meri
concetti. Dal fenomenalismo de'più recenti Kantiani in Germania
diversifica il nuovo Criticismo tedesco ed inglese, il quale pone e
riconosce alcun che di reale nelle nostre cognizioni. Diamo un cenno,
a questo proposito, delle teoriche di Helmholtz, Wundt, Goring e
Riehl, di Spencer e Lewes (1). L'Helmholtz ammette la causalità
come una legge a priori ; ma all’intuizione dello spazio dà un'origine
sperimentale, come pure agli assiomi di Geometria. Quanto alla sensazione e
alla percezione, vi distinguo l’elemento soggettivo dall’oggettivo.
La sensazione, nell’aspetto fisico, è un effetto della qualità
esterna sopra uno speciale apparato nervoso ; c riguardo alla nostra
rappresentazione, ella fe un segno di riconoscimento della qualità
oggettiva. Le nostre intuizioni o rappresentazioni, poi, sono
l'effetto che gli obbietti percepiti o rappresentati han cagionato sul
nostro sistema nervoso e sulla nostra coscienza, e però sono segni o simboli
delle cose. - Il IlroLiinOLTZ, Pkysiologischc Optile, 18G7. Die
Tkatsachen in dcr Walirnchmung. Wundt, Dogi!:, ISSO. Grundxiigc dcr
physiologische Psychologie. GoRING, Sistcm dcrkritUche Pkilosophic, .IIieul,
Derphilosopische Krilictsmus. Spencer, First Principici. Principici of Psychology. Lkwes,
Problema of life and Mind. Gcschichtc
der neucrcn Philosopkie (trad. tcd.). Wandt non mena buono al Kant che
spazio e tempo siano forme a priori della sensibilità. Lo spazio,,
per lui, oltre non essere a priori, sarebbe un concetto e non già una
intuizione. Vero ed unico principio a priori è il pensiero logico co’suoi
caratteri di spontaneità evidenza ed universalità. Il pensiero
logico, postulato d’ogni nostra esperienza, segue, operando, alcune leggi
che derivano dalla sua stessa natura, quali sono gli assiomi d’identità, di
contraddizione, di ragion sufficiente. Da queste leggi del pensiero
provengono lo categorie di sostanza, db causa e di fine. Le categorie,
per la stessa origine loro, hanno un valore non assoluto ma relativo,
perchè si applicano entro i limiti della nostra esperienza. Così, il concetto
di forza c la causalità supposta inerente alla materia; il concetto di
materia- ha un carattere ipotetico; il concetto di spirito doma da
una nostra illusione' TI n- • i a differenza dei .. TT, 11 Ge
gnoseologica.,5* ZZng*** V ual ° ci PJ pari a priori JclK '
“8"’™"°-1 P"«- essere scoperti dallo cenza non
potendo dogmaticamente quali n' M ’ bÌS ° Sna ammetterli tenta
di mostrl-e c ' 11 Rio H invece, Kant s’asconde il rca i- 10 10, 11
fonora cnalismo del cognizione oggettiva C .'° ren“ ooe - II tempo
ò la, V, 1 tcm P° 0 lo spazio- coscienza- lo ^ a ^ re * az ‘ on i colla
nostra esterne colli m!/ 210 ° ' a coes ' ste nza delle relazioni
dotto delle nostre^ n ° Stra ’ Dicesi materia 51 F 0 ' o consisto esistenti
che oppongono resi- dell' umana conoscenza e della morale 37 stenza
ed occupano lo spazio. Dai concetti di materia, di spazio e di tempo non può
andar separato il moto, il quale è una sintesi dall’esperienze di
forza, di tensione muscolare e cambia continuamente di posizione. Ora si
domanda: Questi concetti e fenomeni, realtà, tempo, spazio, materia,
moto, hanno essi un valore puramente soggettivo, od anche un valore
oggettivo? Sono essi realtà unicamente per noi, o sono realtà in se
medesimi? Questi fenomeni, non essendo un mero prodotto della nostra
coscienza, hanno anche per Spencer una realtà oggettiva. E tuttavia
egli tiene fermo più che mai sulla relatività della conoscenza. Imperocché se
Spencer ammette una causa reale assoluta di tutti questi reali relativi,
cioè una realtà, un tempo, uno spazio, una materia, un moto ed una forza
assoluti, compresi tutti nella formula dell’Assoluto inconoscibile;
egli però conclude che le nostre cognizioni non hanno alcuna
attinenza con l’Assoluto inconoscibile, e che indi questa Realtà assoluta
è ignota ed inconoscibile alla mente umana. Segni o manifestazioni di
questa medesima Realtà ignota ed inconoscibile sono pure la Materia e lo
Spirito. - Accennata così la dottrina di SpcDcer, potremmo, fra molte
altre obbiezioni, rivolgergli questa : Se tutto le nostre
conoscenze sono relative, conforme voi ammettete, con qual diritto
asserite che in noi e fuori di noi ci sono certe relazioni
assolute? Il realismo di Spencer, fondato sui segni o simboli
delle cose sentite e percepite, e che cerca gg SULLA TEORICA
di comporre il dissidio tra realisti e idealisti, è un realismo
trasfigurato. Il Lewes non va pienamente d'accordo con lo Spencer e fonda
il realismo ragionato (nasonaded Roalistnus). Perche realismo ragionato?
Perchè afferma la realtà di ciò che vien dato in ogni fatto o negli stati
di coscienza, e perchè giustifica quest’affermazione. Il Lewes, pertanto,
muove dalla coscienza, che ci rende certi di due fatti, cioè del me e del
non-ms, uniti fra loro. Di- fatti, non possiamo negare la sensazione e
l’esistenza del mondo esterno. La psicogenia mostra che l’ordine
esterno determina l’interno, e non viceversa. Gli idealisti, per negare
la realtà dell’oggetto, son costretti a dividere colla riflessione il soggetto
dal- 1 oggetto •, la qual divisione non accade nò può farsi nel|a
sensazione. Ma la distinzione fra il soggetto e 1 oggetto comincia nella
percezione. Questa, pel Lewes, non è un simbolo dell’azione esterna,
ma una gitante che non altera il reale: il simbolo cS™ ri4 “-
La dell» persi 6,7 “ un * «pM°a ma il ;r os T wtra ' ^ «w™. 0
b °uo, r cose come nosco la realtà ■ ■ meutre d Lewes
rico- fisima della Combatte uomeno e noum Pnn 1 .’ La
dlst,nzi one tra fe- e Può ammettersi so^am^'t ^ ha valore
oggettivo, nazione: i n ta l caso •. “ 6 Come art ificio di clas-
in rel azio ne colla mc'nt» . ’ 1 l>uvo fenomeno.
Errano giqdealist° Ve SÌ, fermin0 al e PWa idea non possi™ W Wtl ’
perche dalla sola Posino varcare alla realtà, o perchè dell'umana
CONOSCENZA E DELLA .MUIIALE la scienza non può fondarsi a priori. Errano i
Soggettivisti, perchè i concetti e le idee hanno attinenza non pure col
soggetto intelligente, si anche e in modo principale con gli obbietti
ch'esse ci rappresentano. Errano quindi i seguaci del puro fenomalismo,
perchè il fenomeno stesso, vuoi interno (stato della coscienza)
vuoi esterno, è una realtà, perchè il fenomeno implica l'esistenza e la
natura della cosa in cui esso appare, l’esistenza e la natura del soggetto
senziente ed intellettivo al quale appare. E che tutto non sia fenomeno
venne già dimostrato dallo scienze sperimentali e segnatamente dalla
Geologia, la quale dimostra che un tempo gli esseri sensitivi ed i
ragionevoli, cioè i bruti c l’uomo, non esistevano sulla Terra,
eppure questa già esisteva con le sue qualità, con le sue forze e
le sue leggi ! Errano i nuovi Realisti, perchè, esagerando la parte soggettiva
nella sensazione o nella percezione, o togliendo il suo reale fondamento
all’ astrazione, alcuni riducono a mero simbolo il sentire, il percepire
e il concepire, altri dicono non potersi mai e in vcrun modo conoscere le
cose in sè stesse, cioè le naturali e vere loro qualità. La
diversità delle nostre percezioni c sensazioni, dei nostri stati di
coscienza, non che la varietà dei nostri concetti e delle nostre idee,
implica la diversità naturale dogli obbietti sensibili e intelligibili da noi
percepiti, sentiti e intesi, c distinti da noi. Certo, la facoltà di
sentire o di percepire è nostra, come nostre sono le sensazioni e le
percezioni ; certo, chi pone forma nei nostri giudizi e la mente nostia .
ma, d’altra parte, le nostre sensazioni e percezioni, i nostri
giudizi mutano col mutarsi degli obbietti, o dei modi in clic gli
obbietti a noi si palesano. E che il Senso e l’Intelligenza non
s’ingannino, nè clic si foggino a loro talento le cose, ne abbiamo una
conferma luminosa e certa, quando l’esperienza ci mostra (per
cagiond’esempio)che le coso reali,gii percepite, conosciute c giudicate da noi,
se poi misurate c pesate, decomposte ed analizzate, corrispondono ora
esattamente, ora approssimativamente ai nostri modi di percepire e
sentire, di conoscere c giudicare. Dunque, materia, spirito, realtà
assoluta, sostanza, cause, forze, leggi, c va dicendo, non sono meri
fenomeni, nè mere nostre astrazioni, ma sono realità in sè stesse e
relazioni oggettive d’esse realità colla natura e con le leggi dello
Spirito nostro. Ma dunque, mi sichiederà, la conoscenza umana è
relativa od assoluta? Relativa, rispondo io. Relativa c non assoluta,
perchè limitata, imperfetta, relativa è men f nostra ’ la 1 uale
non avendo create le cose, p o conoscerle in modo perfetto ed assolato,
come “il" * T‘° ‘ nfìllìU 0 Piattissima. Relativa, t
Attiva o natalo 't,“r T 8 1““* k* oggettiva. ^^^°rt“ oi r,igìfai
' : ^ rohè fattive dell? mi X f lM1 T 00110 ss, «lai «mo 50
im Mlo ‘ “°™ ««^ien- assorge alla scienza e dii • daUarte
spontanea a pratica, in armonia io dell’umana conoscenza
e della morale collo spirito e colla natura! Relativa, perchè la
forma e la materia del conoscere hanno intima relazione fra loro.
Relativa, infine, perchè ha persilo immediato fondamento la coscienza
nostra, non solitaria, ma con tutte, le sue relazioni, con sò stessa, con
gli enti ragionevoli, coll’universo sensibile e con Dio : relazioni che
bisogna riconoscere talquali, perchè poste da natura ed inseparabili. Fermato
ciò, sensazioni, percezioni, idee, giudizi,ragionamenti, verità, scienza hanno
valore oggettivo e reale; materia, anima ed assoluto non sono mere
astrazioni ; e la mente umana può cogliere, entro certi confini, la
natura delle cose valendosi dcH’csperienza e della ragione: quindi è possibile
una scienza degl’intelligibili, la vera Metafisica. XI.
Dalla ragione pura speculativa il Kant distingue la ragione pratica
o morale. È noto che nella Critica della ragione pura egli esaminò le
condizioni ed i limiti della ragiono teoretica, por rispondere alla
sua dimanda : (Rie posso io sapore? Invece nella Critica della
ragion pratica e nei Fondamenti della Morale esamina l’obbietto e il
valore della ragione pratica, per rispondere alle altre due dimande : Che
devo io fare ? Che posso io sperare ? Ufficio della ragione pratica non ò
veramente lo speculare, ma l’operare, ed ha per obbietto suo il Bene,
l’attuazione del dovere colla virtù. Il Kant aveva già distinto
profondamente il mondo della Natura dal. mondo della Libertà inorale, per
riservare quest’ ultimo alla ragione pratica ed assegnarle un primato
sullaragionc speculativa. Esiste la legge morale, come fatto primitivo,
certo ed universale:ecco il punto dal quale muove tlVO, Certo eU
UU1 Versali;.UUUU II («uiu uu-i mnui c il Kant. La legge morale
comanda e obbliga assoluta- mente, è un imperativo categorico
(Katcgorisches Imperati?). Ma a chi comanda essa? Comanda agli enti
ragionevoli che sono fine in sè stessi ccl a sè medesimi. Chi l’effettua
? II Volere buono, che ha un valore assoluto e supremo. Questo Volcresi
determina da sè e per sè, è autonomo e libero
essenzialmcnte.Macomelibero essenzialmente e come autonomo, e che indi
opera solo pel rispetto alla legge o non per altri motivi, il Volere
buono e libero appartiene al mondo sovrasscnsi- bile, non a quello
sensibile o fenomenico. E cosi Ragionepratica pura, Volontà pura, Legge morale
sono inseparabili nel regno dei noumeni c dei fini. Ma uomo aqnal
mondo egli appartiene’Pcl ICant, l’uomo appartiene al mondo sensibile,
come fenomeno, e al mondo intelligibile, come noumeno. Adunque
l’uomo nel pnmo rispetto nou è libero, perehò sottoposto allo •oggi
e alla causalità della Natura sensibile ; nel se- nd„ r, sp0tto 6 libero
. Pe r divenire buono ed acqui- doveritLT ^ a " Ch ' I ’“° m0
«"»P̰ro il lc.ge morale “ pratloare 11 kt " s por la
stima della A PW “ llri Ma intanto l’uomo, modo conseguirla?
V^^ falioità ’ In I ™ 1 disinteressalo alla ?| 0Ì! Co1 ris P
olt!> do moralmente sè si ’ 0 ln d I porfezionan- La
Boralo cosi con “ al Bene sommo. 51 “"«P’ta, affinché abbia
iU„ 0 pieno dell’ umana conoscenza e della morale 47 e vero
compimento, esige tre postulati : la libertà, Y immortalità dell’anima e
l'esistenza di Dio. Senza libertà, come il volere potrebbe uniformarsi
alla leggo morale ? Ove lo spirito non fosse immortale, come attuare il
sommo Bene e conseguire nella vita presente la santità o la massima perfezione
morale ? Senza Dio, creatore e Legislatore morale del mondo' e
giusto Giudice, come attuare il Bene sommo e quindi armonizzare la felicità
vera colla virtù ? È chiaro che la Ragiono pratica ha un
valore assoluto anche pel Kant, perchè ella non si contenta del
fenomeno, ma parte dal noumeno, cioè dalla Legge morale assoluta ed universale
; cd esige, qual suo termine e compimento, il noumeno, cioèitrc
postulati morali. “ In questi postulati la Ragione pratica, vincendo
tutti gli ostacoli, ci porge dello affermazioni, alle quali la Ragione
teoretica non poteva autorizzarci; ed infatti coll’asseverare l’immortalità
dell’anima scioglie un problema nel quale laRagiono teoretica non trovava
che paralogismi; coll’ammettere la libertà e il mondo intelligibile al
quale noi, come soggetti liberi, apparteniamo, stabilisce un principio in
cui la Ragione teoretica non trovava che antinomie; c finalmente col
porre nc\\’ Ideale della Ragiono (in Dio) la condizione dclsommoBcne,
riesce per suo proprio uso a determinarlo quanto basta, mentre la Ragion
pura lo doveva lasciare affatto indeterminato n (Cantoni, E. Kant,
voi. II, p. 191). E qui sorge un quesito tanto grave quanto
difficile : Vi ha non dubbia contraddizione fra la dottrina speculativa c la
dottrina morale del Kant, fra la Critica della ragion pura e la Critica
della ragion pratica? I giudizj d'uomini insigni non sono concordi su
questo punto, anzi gli uni opposti agli altri. I più ammettono che vi sia
contraddizione ; pochi altri affermano il contrario. Per esempio,
Cou- sin, B. Saint-Hilaire, Renouvier, Barni, Conti, Fouil- lée
direttamente, e il Rosmini indirettamente vi ravvisano contraddizione ; il
Cantoni e il Fiorentino (1) vi riscontrano anzi conciliazione ed armonia.
Preferiamo di accennare la difesa e poi diremo l’animo nostro. Il Cantoni
più volte nega vi sia contraddizione ed osserva: u Kant avverte nel modo
più esplicito e risolato che i principj e i concetti morali,
riguardanti nella Ragione pratica il mondo nouraenico, non hanno e
non possono avere nessun valore perla Ragione teoretica, e non valgono in
nessun modo ad allargare il **'!■ ™>; ni, r.403). sto
nlnnun 11 • * *' raon ^° intelligibile, rima- “ r “ s,0M Eretica, s
; dischiude alla «toliic, 185G. - R>’vr\irTr, ; ' e / a 'U>ne
alla Morale d’Ari- 1859. -Barxi, Examen, rfc ^ ri tique générale,
18M - ■t'OSTl; Storia della Pi rUl bene su- l’uomo si pronono
n c con dizionc soggettiva onde- filale consiste il bene mmo è la ^cità,
nella «“'e fdicitìi dipoiT m ° «.«io- dsli'armooia
dollVono c„n °®f CÌ ° 6,a v ‘rtù. Ora nu cstp 1 eg S c borale mediante 1
Kt ° dM “Risicai, necessarie por dell’umana conoscenza e della modale ò
3 conseguire il fine ultimo prescritto dalla legge morale, non le vediamo
unite c armonizzate dalle cause della natura : dunque per la libertà si
richiede un’altra causa, Dio, affinchè la Morale abbia il suo compimento.
Quest’armonia esiste, dunque Dio esiste necessariamente. Ecco il nesso, da una
parte, fra la Critica del giudizio e la Critica della ragion
pratica e, dall’altra, fra la Morale, la Teologia morale o la
Religione ; sebbene il Kant si adoperasse di continuo a voler mantenere
autonoma la Morale, cioè indipendente non pure dalla Religione, sì anche
dalla Teologia razionale. XIII. Ora lasciamo i
criterj soggettivi del Kant, gl’in- •tcndimenti suoi, per fermo retti e
nobili, e consideriamo oggettivamentele sue dottrine speculative e morali.
Ecco, secondo me, il vero criterio per risolvere il quesito posto qua
sopra. 1 ® I concetti puri dell’ intelletto vedemmo esser privi,
pel Kant, d'ogni valore oggettivo e reale, ed acquistarlo soltanto
applicati, nelle intuizioni sensibili, non alle cose in sè, ma ai fenomeni : le
tre massime ideo della ragione, l’Io, il Mondo, Dio, non avere alcun
valore oggettivo, ma essere solo principj regolativi non costitutivi della
ragione nelle sue speculazioni. Dunque i concetti e le idee non hanno pel
Kant valore oggettivo ; o se pure, ne acquistano uno ristretto e
relativo, applicati al mondo fenomenico. Ciò posto, le idee morali come
le risguarda il Kant? Che SULLA TEORICA
valore assegna loro ? Alla legge morale, ammessa anco da lui come certa,
dà un valore oggettivo, assoluto e universale. Dunque l’idea della legge
morale non c un puro concetto, una categoria deH’intelletto nostro,
c ancor meno una forma della.sensibilità ; e quindi è un’idea
oggettiva, assoluta, necessaria anco pel Ivant. L’idea della legge morale
implica le altre di volere puro buono, di sommo bene, e quelle di
libertà, di Dio, d’immortalità, per avere il suo compimento c la
sua efficacia. Ora tutte queste idee morali non sono relative e
soggettive, ma hanno caratteriopposti, non dipendenti dalla nostra
intelligenza. 2° Legge morale, libertà pura, fine, Bene, e va
dicendo, sono anche pel Kant noumeni o fenomeni? Sono cose in se,
noumeni, non fenomeni. Ma se la Ragione speculativa non può trascendere
il mondo sensibile e fenomenico, poteva il Kant entrare colla sua
ragione nel mondo intelligibile, dei noumeni, al- meno p er aver
l’idea di Legge morale, del dovere categorico ed assoluto ? calativi"^
V “ l8 ' 111 ' Iisli ” 2Ì0n0 fra la legione spe- P à „ i S T r‘“ : '» —«
Ragione *. T m suiie Terit “ moraii - Tanto i voto elio
i| Kan, ” Mrl teorici. speculativa e sì l a • ‘‘ ama pura s * la
Ragione distingue la Filosofia C?- 81 ?' I ^ oltrG . c gli stesso
™ro(i moral ° s “P e ‘ Morale, Critica della P • ^ meta Mù della
corale elementare 0 a '^ l0n P rat ^ ca ) e in Dottrina e - Oia la
scienza morale non va eoo- Òl> fusa coll’aWe, colla
pratica della moralità. Quindi il Rosmini osservava giustamente: u La
filosofia è una specie di dottrina, non è azione. Quando si dice
filosofia pratica, non vuole intendersi che la filosofia sia attiva ; ma
solo, clic quella parte di dottrina c ordinata a dirigere l’azione della vita
.,. 4° Del rimanente, si accetti pure la distinzione: ma va notato
elio altro è distinguere, altro separare e contrapporre. Kant non si restringe
a distinguere la Ragione speculativa dalla pratica, ma contrappone l’una
all’altra: imperocché, mentre la prima si ferma al fenomeno, nulla sa di
certo intorno al noumeno e però intorno alla legge morale, alla
libertà, all’anima, all’universo, a Dio ; la seconda, invece,
ammette come certa la legge morale, ed esige il valore oggettivo e reale,
sia pure nell’interesse pratico, dcl- l’idce di libertà, della vita
oltremondana e di Dio. Qui, adunque, non v’ò più. mera distinzione o
subordi- nazioue, ma vera contrapposizione di due facoltà, che
sostanzialmente sono identiche formando nell’uomo la stessa e unica
Ragione 1 5° Similmente, non può ammettersi la separazione del fine
o interesse teorico da quello pratico dacché questo supponga quello e
anzi ne dipenda, secondo l’aforisrao: Nil volitum qninpraecognitum.
E il Ivant stesso diceva, che ogni interesse della ragiono é
finalmente pratico. Nou vale pertanto distinguere il sapere teorico da
quello pratico, dacché la pratica o l’arte riflessa richieda per
necessità la teorica •, c 2 'Jg perchè, ad ogni modo,
il sapere pratico non deve mai trovarsi in opposizione col sapere
teorico. Esaminato così il quesito nei suoi veri aspetti e
però con criterj oggettivi, non si può negare che fra le dottrine
speculative del Kant e quelle morali, come risulta dall'esame comprensivo
della Critica della Ragion pura e della Critica della Ragion gnat ica, non
siavi contraddizione. XIV. Poiché il sapere pratico
suppone lo speculativo, e la pratica viene preceduta o illuminata dalla
teorica, il principio della relatività della conoscenza umana, nell
odierno significato, implica per necessità una Molale soggettiva o relativa.
Ogni nostra cognizione, la verità, la scienza sono relative ? Or
bene, le idee e le venta morali c la scienza morale saranno
parimente ic ative pei la mente nostra, per la mente di ciascun
omo. e i elativa è la conoscenza, se questa non può ma. coglier» la
natura dell» coso, vice a mncar0 il or, «rio assduto, oggettivo,
nulvctsaledd Vero. Ma non La' e " 0 °86 ctli ™, assoluto del
Vero, Mt™ assT!”?,n PPm a otitoi ° «turale, og- bruivo,
assoluto del Bene F ■,, . illuminata e preceduta dall ^ ? * V °
l0ntà °P era =»"«tti, principj » V*» ■relative non
mro • - J teoricl rel ativi saranno 1 «MfcJ SU cu** “T m0ra,i «uomo, si
anello *“ Potranno non aow"''ii° 8 '‘ prItlei P.i morali
re 11 cara ttere della relatività :ì7
dell’ umana conoscenza e della morale •e quindi un carattere soggettivo,
contingento c mutabile. Nè si opponga, per avventura, che i concetti •ed
i principj morali costituiscono il sapere pratico c sono indipendenti
dalle speculazioni della mente e dalle opinioni scientifiche, perchè
abbiamo visto qua sopra non potersi ammettere questa separazione. E volendo
anche far tale concessione, volendo per esempio ammettere col Kant clic l’uomo
sia certo a priori, naturalmente, della legge morale e dei suoi
caratteri, resterebbe sempre la difficoltà di sapere scegliere tra
beni e beni conosciuti, di attenersi a un partito anziché a un altro, di
confrontar bene l’azioni colla legge morale e però di giudicarle
rettamente. Inbuonalogica, la relatività della conoscenza mena dritto
dritto alla relatività della Morale. E difatti, Erberto Spencer nei
Dati della Morale non discorre egli d’una morale relativa e di una morale
assoluta? La morale relativa governa la condotta delle presenti società
umane, imperfetto nell’esser loro, e che hanno cognizioni relative ; la
morale assoluta potrà effettuarsi, egli dice, •quando l’uomo e la società
avrauno conseguita, pei legge di evoluzione, la loro perfezione vera :
allora l’Etica assoluta formulerà la condotta ideale dell’uomo e
della società. Ma che significato e valore attribuisce Spencer alla
morale assoluta ? La morale assoluta per lui consiste nell’ideale della
condotta che, sotto le condizioni derivate dall’unione sociale,
dev’essere attuata per assicurare a ciascun uomo ed a tutto il •
consorzio civile la massima felicità. Dunque 1 assoluto (dice il Guyau
stesso nella Morale inglese contemporetnea), vagheggiato dall’Etica evolutiva
eli Spencer/ è semplicemente il limite a cui tende l’evoluzione
della vita. Altra conferma l’abbiamo in Kant stesso. Egli ammise la
Morale assoluta, necessaria,universale, non particolare, contingente c
relativa: bensì per fondare questa Morale, non si attenne più
a’suoiprincipj speculativi, alla relatività della conoscenza e al fenomeno, ma
partì da un principio morale certo ed universale, penetrò e rimase nel mondo
intelligibile o dei noumeni. Questa contraddizione logica e metafisica
nel sistema del Kant gli salvò la sua Morale, formalistica o
astratta se vuoisi, ma nobile, pura, elevata. Spencer, invece,
propugna una Morale evoluzionista, con- ■orme alla relatività della
conoscenza umana : ma egli pure non evita ogni contraddizione, quando
nel- l^meny le dimenila affatto la EeaL assohUcl Z"«‘
mmCSa Pt!TO P 01 ' meta Usi le qua,, che, osserva giustamente il Fouiilée
(li- nan Z1 al concetto d’uoa Tto„n-, uce, ai nere
indifferente il monisti ! P ° tCSS ° al quesito su\wiócc'° l j ‘,l
| r ’ l0S 'j fo ° '° SM " zia ' gnisioni, e però il divento modellT'
* T"* °°' l'crso^'UomoeDio haun'effi ° 0MeI,irc rUn! -
neHascienza rnotai,, 0 nella^““«lutareopemiciosa La dottrina sulla
cono^ * a pnvata e pubblica. garsi dai Principj morali ^ Umana Q on può
segrego c dentro quali ' ’ Abblam ° Mostrato in qual a conoscenza umana r
’ ^ ° relaliva anche per noi ““«^iuoènni iirr’ 50 ‘ "*»; U
con- * ° l'altro di rda- oO siona, perchè l’ordine sta
nell’armonia di relazioni. Queste relazioni sono reali e ideali, onde gli
enti sono ordinati fra loro, e questi hanno relazione colla nostra
coscienza e colla mente nostra mercè le idee che li rappresentano. La
coscienza non è mero fenomeno, ma realtà sostanziale ; non vive
solitaria, ma in attinenza col mondo c con Dio. Il Vero e il Bene sono
oggettivi perchè fondati sulla natura e sul fine degli enti : le leggi
del pensiero e la legge morale hanno un valore oggettivo, non sono mero
creazioni della mente, pure nostre astrazioni. Fra il senso, l’intelletto
e gli obbietti sensibili ed intelligibili passano naturali e necessarie relazioni,
come pure fra la volontà e la legge morale assoluta. Come dalle
particolari nozioni e da’giudizj dell’uomo va distinta la verità oggettiva,
universale; una; cosila legge morale c il Bene oggettivo ed assoluto
vanno distinti da’liberi atti e da’giudizj morali degli uomini. Negato il
valore oggettivo alla Verità c al Bene, tolte le reali e necessarie attinenze
tra le facoltà dello spirito nostro e gli esseri ; la cognizione, la
verità, la scienza, la moralità, la coscienza, l’universo, Dio, ci parrebbero
illusioni o meri fenoneni : sicché avrebbe avuto ragione il Leopardi
quando cantava l ’infinita vanita del tutto ! Ogni linguaggio
veramente umano, clic sia capace di esprimere un certo grado d’incivilimento
d’un popolo intero, ha vocaboli proprj e distinti per signifare oggetti
non pii materiali, come Anima, Spirito, -f, Zo Cesctenca, Pensiero, Dio.
E questi vocaboli, pefatonars, dei linguaggi e eoi progredire
deliri ■ornila non 81 cancellano nò dal volgo né dal dotti
óTsSr,:; dclla sc!enM ™.r«;r:r i, ' mMiodivCT “-” ra P iic,e
- P°to. m mono oerto è querfXf°tt b °°“ ^ T ^ le cose più car
e l v ‘ 10 fatto universale, clic avvi una parte • enerato del
genere umano sparisco al senso ^ ^T 81 ’ C, ' e n ° n ® cor P° e
non J a coscienza l'iò ;i C pur esiste e si sente, vi llere umano
ha semnro ^ ° Sp,rito - E come il ge- gando altari e terjp qUalche
divinità, eri- “ ik “-liver:itai'r tMnd0 "» • bigioni, u
'o: abbia mo infatti la Rei ' CI ” P ® v mirabili pro-
coltào, se vuoisi,^stTfatt POtUt ° T ’ subentrano due altre
seienzeTp t UmanÌ ' AU ° rft fisica, per ricerca™, ? Psicolo G ia e la
Meta- di ciò che dimandai !| rminare n ° n ° he la natura
i! fine della Materia ^ raSÌOne stcssa ed 13 lnor e an ma ed
organata. E così GO dalla nozione scientifica della Materia passiamo
alla ricerca della nozione scientifica dell’Àniina umana. Como si è
rinnovata profondamente la Fisica, non può non rinnovarsi la vecchia
Psicologia o l’antica Metafisica, perchè nell’uomo corpo e spirito sono
congiunti, perchè nell’universo ci sono esseri matcrn-vli, sensitivi o
ragionevoli, e perchè le scienze tutto hanno parentela più o meno stretta fra
di loro. Abbiamo già detto in che consisteva l’antico e il moderno
Spiritualismo. Conviene ora esaminare la nuova dottrina scientifica
intorno all’Anima umana. La scienza positiva contemporanea ha un
metodo suo proprio, il metodo d’osservazione, analatico ed oggettivo,
opposto al metodo deduttivo, psicologico e soggettivo, tanto caro
allaMctafisica ed alla Psicologia tradizionale. E non si contenta
l’odierna Scienza positiva di osservare ed analizzare il mondo corporeo,
ma vuol descriver fondo a tutti gli esseri mondiali, spiegare le cause,
le leggi, lo attinenze, l’ordine, l’essenza, l’origine ed il fine delle
cose tutto ^ insomma, vuole surrogarsi alla vecchia Metafisica, che ritiene
orinai non solo spodestata, si anche morta c seppellita! In qual
maniera studia essa latto l'uomo? Lo studia valendosi dell'osservazione
esterna, dell’esperienza sensibile, c dell’analisi fisica e fisiologica :
quasi che nell’uomo non ci sia altro che una massa di materia
organata, un sistema di forze meccaniche c fisiologiche. di moti meccanici e
vitali, di organi c fanzioni, da sottoporsi direttamente o ai sensi
esterni,. o ai nuovi e mirabili strumenti dell'osservazione c
dell’analisi sperimentale, come il dinamometro, il microscopio, la
bilancia chimica, il termometro, il coltello anatomico, e somiglianti !La
nuova Psicologia scientifica o sperimentale crede di spiegar tutti i fatti
dell’uomo, i sensitivi, gl’intellettuali ed i morali, mercè l’osservazione
esterna c l’analisi fisiologica, facendoli tutti generare dal puro nostro
organismo. Vediamolo brevemente. Noi siamo capaci, come gli
animali bruti, di sensazioni e di moto ; ed infatti il corpo nostro
ha distinti organi per sentire e per muoversi. Che anzi, recenti
esperienze hanno scoperto organi della percezione esterna distinti da quelli
della sensazione. Così, tagliando i lobi cerebrali, si perde subito
la facoltà di \edeie, mentre il nervo ottico ò ancora- eccitabile,
sensibile la rètina, mobilissima l’iride. Non solamente alla facoltà di
percepire e dì sentire, si an- ff a " e allr .° «Mollo Olle
avrebbero per sede • ° 801150 0 1 istinto anima li cervelletto i cem- CGri
l 1 ' 1 mediani clic riuniscono ’ ° Mf i *.a« 0 va dicendo ili
sansa lì La Vita sociale spirituale, l’immaginazione, il pensiero,
la volontà e quindi tutti i sentimenti morali, tutti gli atti razionali e
volitivi, risederebbero nei centri superiori o nei lobi cerebrali.
Quanto alla coscienza, la Fisiologia non è giunta a scoprirne la
causa vera ed efficiente, ma ne può determinare l’organo e la condizione.
Secondo l’Her- tzen, l’attività mentale, di cui è tipo la
coscienza, seguo i cambiamenti della forza nervosa \ cresce o
decresce conformo i cambiamenti d'innervazione o d’enervazione che
subisce la temperatura vitale. La integrazione della forza
nervosaòcondizione organica della coscienza. E già Claudio Bernard aveva
dimostrato che ogni fenomeno della vita, dalla più semplice funzione
vitale sino ai fatti più elevati dell’iutelUgenza e della volontà, ha per causa
un lavorìo d’organamento, e per effetto un lavorìo disgregativo d’elementi
fisici e chimici. I progressi ed irisultamenti analitici della
Fisiologia c della Psicologia sperimentale hanno certo giovato a rischiarare le
tenebre da cui era avvolta la vecchia e tradizionale Psicologia, quando
presumeva di spiegare l’unione fra l’anima ed il corpo, e di stabilire le
attinenze fra il morale ed il fisico della vita umana. Ma la
nuova Psicologia è riuscita, almeno finora, a spiegare la natura
dell’uomo, le cause tutte e le leggi del senso, della intelligenza e
della volontà? Ha potuto essa fornirci co’suoi metodi una nozione
esatta e scientifica della coscienza e dello spirito? No, dacché il
filosofo e la comune degli uomini non possono certo appagarsi di queste
definizioni : Il pensiero è un moto o una trasformazione della sostanza
cerebrale ; lo spirito è un polipaio d'imagini; la virtù ed il vizio sono
meri prodotti come il vetriolo ; il genio è il predominio d'una facolta
organica sulle altre; l’attività dell’intelligenza è una danza continua delle
cellule cerebrali; il me o la coscienza è un gruppo di fatti
organici. A dimostrare false scientificamente queste definizioni
valga esaminare un sol fatto dello Spirito. Se il pensiero fosse un moto
cerebrale, e quindi se fosse materia per le sue rispettive proprietà, noi
saremmo incapaci di fare qualunque giudizio, e di poterlo analizzare e
spiegare, dacché il confronto di due idee (soggetto e predicato) c il
giudizio ricavatone, sono attributi del pensiero che ripugnano
assolutamente con a impcnctiabilità, 1 estensione e la divisibilità
e a materia c con le prerogative del moto. Rife- mm„ gl. argomenti
addotti dalli cigno modico 0 no- 2,? «T° fa ' ini fan»
con notrèbb r “ I>1 "' K0 ",ati ™ «idea !>, perché
Parimente il moto |,llla ' lca percezione ? 4d giudizio, si
polrobbo PMt,0e !l ra W >rescntativ0 4ai moti dolio pai-ticoilo A '°7
re,ldor re e dimostrate delle scienze positive, ha rimesso
in onore l’osservazione interna ed ha rinnovato il metodo psicologico e
metafisico. In ogni epoca i grandi pensatori hanno distinto il scuso
intimo dai sensi esterni, l’esperienza sensibile dall'ospericnza
interiore, il metodo induttivo psicologico c storico, dal metodo induttivo
lisico. Per quali ragioni ? Perchè due sono gli ordini dei fatti che a
noi si manifestano, i fatti del mondo esteriore c del corpo nostro, ed i
fatti della coscienza o dello spirito, i quali ultimi non possono essere
spiegati dalla mera osservazione esterna -, perchè due sono gli ordini
delle realità mondiali, la realtà fìsica e la realtà dell’io negli esseri
pensanti-, e infine, perchè nelle cose tutto bisogna distinguere
l’elemento sensibile dall’elemento intelligibile o, pausare la lingua della
scuola di Kant, il fenomeno dal noumeno. L’esperienza interna o la
coscienza non pure sente e indaga gli atti spirituali, ma ne spiega
le cause, lo facoltà e le leggi, distinguendo ciò che spetta
all’organismo da ciò che spetta alito, allo spirito, e coglie finalmente la
realtà stessa dell io. Se pci- tanto ha un gran valore l’esperienza clic
indaga i fatti dell’universo materiale, compresivi quelli del corpo
nostro, non ha minor valore positivo lossena- zione interna che ci fa
conoscere quest altro ordino di fatti c ci rivela l’essenza eia realtà
dell io. Che anzi, l’osservazione interiore illumina c perfeziona
l’esperienza esterna, applicando i principj universali di causalità e di
finalità ai fenemeni del mondo sensibile e materiale. Affermando ciò non
intendo ammettere con qualche filosofo esagerato che tutto nel mondo sia
spirito : come falso o il materialismo universale, così falso è l’idealismo e
lo spiritualismo universale. In ogni nostra cognizione vi è l’idea, fatto
dell'intelligenza, ma vi ha la sua parte anche il senso ; nell'universo esiste
la materia sotto mille forme, ma v’è anche lo spirito, che si palesa in
noi ed a noi come senso, come pensiero, come volontà, come amore, come
coscienza. Impcrtanto il nuovo Spiritualismo scientifico, valendosi dei
risultamenti e progressi delle discipline positive, e rimettendo in uso
ed onore il microscopio della coscienza, fa della Psicologia una
scienza veramente induttiva e si travaglia nella soluzione dei grandi problemi
metafisici, riponendo nel- 1 esperienza interiore, come già praticarono
Aristotile, san Tommaso, i più insigni e migliori Cartesiani, il
oibnitz cd altri, il principio fondamentale ed il me- concCn-
COmPÌUt0 de " C SUC Ì,UlaSÌ,1Ì 6 dcll ° SU ° unioni* è ^ ; neI1 ’
uomo vi « mei tà. Ecco i risulf 6 1 S ° StaUZe ’ ma vera e propria
un Positiva modem^Ifatr ^ C ° nclusÌ0ni dclla Scienz fenomeni
del covn * ' S P Illtuad ‘ son o congiunti ; dirsi, a tutto rie-nr
•* le * azi onc. E se non pi dell’anima hanno i Tìm^-’ ^ h SÌnsolc
faco11 esempio che alla facoltà d r/sni CerQhrali > 1 5( 1
onda esattamente que la data parte del cervello, alla facoltà B il
cervelletto, alla facoltà C i lobi cerebrali, alla facoltà D i corpi
striati} il fatto si c che da un lato .varie sono le potenze dell’anima,
c dall’altro vediamo nel corpo nostro organi diversi, e che ogni fatto
spirituale viene accompagnato da un fatto fisiologico. Vero ò che
la Psicologia scientifica sperimentale non ammetto nell’uomo facoltà
distinte, quali il senso, la intelligenza, la volontà ; riconosce
solamente i fenomeni psichici, vale a dire le sensazioni, i pensieri, le
volizioni. E lo stesso Hcrbart impugnava la vecchia distinzione e
pluralità di potenze originarie nell’ anima nostra. Eccettoehò si
potrebbe osservare che una è certamente l’essenziale energia dello spirito
umano 5 ma la varietà irriducibile de’suoi atti implica la varietà
delle sue potenze, pur non cessando d’essere una nel fondo suo. Comunque
sia, queste correlazioni tra i fatti della coscienza ed i fenomeni del
corpo, questa rispondenza fra lo attività dello spirito c la
struttura del corpo e segnatamente del cervello, questa medesima unità
della vita umana, portano forse scientificamente e logicamente a concludere che
materia organata ed Ànima sono in fondo cosa identica, c che però gli
organi cerebrali generano le facoltà dette spirituali 0, se vuoisi, che i
fatti psichici non diversificano sostanzialmente dai fenomeni fisiologici
ed hanno in questi la loro causa vera, unica cd efficiente ? Ecco quello
che, stando pure alla scienza nei confini dell’osservazione, non può
menar buono neanche lo Spiritualismo scientifico moderno. Il
fisiologo osserva le funzioni del corpo vivente e distingue gli
organi rispettivi ; analizza gli clementi della vita, procede man inano
dal semplice al complesso, dalla vita locale alla centrale, dalla varietà
dei fenomeni vitali all’unità apparente delle cause della vita
stessa. Ora, il metodo puramente fisiologico vale come analisi
sperimentalo, ma non può valere come sintesi ove presuma di ricercare e
stabilire la causa vera, il principio di tutti i fatti della coscienza. E, a
buon conto, la sintesi fisiologica vi darà sempre un’unità fìsica,
cioè un’unità apparente, non reale, non vera, ma sempre composta c
molteplice, perchè materiale ; vi darà insorama la risultante di più
funzioni organiche e nicnt altro. Con questi metodi non si può
dunque analizzare i fatti veri dello spirito, quali sono le idee, i
pensieri, i sentimenti, gli affetti, le volizioni, e ancor meno si può i
icci'carc c stabilire il principio unifi- utoie di tutti quei fatti,
perchè la coscienza ci attesta la semplicità, l’unità, l’identità, l’attività e
la berta delh o.U q Uestc sono vane par0, 0 destituite ogm
valore oggettivo, ma sono fatti reali, inconcussi, quantunque siano fatti rio
. •coi sensi esterni d potcrsi P ei ’ ce P irc io i
temi; Rechiamone alcune prove. |loÌa hanT StarC . Ch ° nè ]a Flsica
> ^ la Fi- ^ della inteUigLta cldl trar ? he ^ ^ M 8 ° n “
effetto di causo o v r ° a Volonta sono un mero che, non può rev ^ ^,Ucccanicllc
e fisiologi- ?SÌchic o, 8e ^aziontTensie n ro dUb r°- veQ ga
e sia da noi aJL ' V ° llz,one > Perchè av vento spiegato, esige
non solamente la condizione organica, ma un soggetto uno q
indivisibile, non materiale, che senta, pensi, voglia, ed abbia
coscienzadei rispettivi sentimenti e pensieri e delle sue volizioni. Ora,
questa unità reale e indivisibile, sensitiva, intelligente e volitiva,
consapevole di se e degli atti suoi, e quindi personale, domandasi
appunto me, io } spirito. Altri la chiami pure Causa o Forza, ma è sempre
una Forza vivente e reale, non astratta c però inerente ad un soggetto \
una Forza spirituale, cioè sensitiva, intelligente e volitiva, non
meccanica nè fisiologica come le altre forze della Natura o del corpo
nostro. 2° Mentre nel corpo vivente non si dà vera unità, ma unione
soltanto, ed i fatti fisiologici non possono tutti ridursi ad un solo principio
; invece il me unifica, nel senso stretto della parola, tutti i fatti
del sentire, del conoscere e del volere. Il che dimostra che 1-Jo è
davvero uno e impartibile nell’csser suo, e che si mantiene identico a se
stesso in mezzo a tanta varietà di fatti clic genera ed unisce, c dei
quali ha coscienza. 3° Crii atti più elevati e cospicui
dell’animo nostro oltrepassano evidentemente nell’obbietto, nella
durata, nel fine, nel valore, ogni fatto del corpo vi - vento. Certi
affetti, certi sentimenti spirituali, certo idee, certe volizioni
possono,.attuate, cambiare la vita d’un uomo, decidere le sorti d’una
nazione, dare impulso ad una nuova civiltà. Il principio, la causa vera
di essi fatti, non può dunque trovarsi nel corpo nostro e negli obbietti
sensibili, ma nel pensiero, nella volontà, nella coscienza. E di fatti,
Keplero, Newton e Faraday non confessarono d’aver dovuto ad una
rivelazione interiore lo loro più mirabili scoperte scientifiche ? Nò va
dimenticato ciò che scrisse Colombo uc’suoi Bicordi: u Quand’io stava a
meditare solitario lungo il mare, la voce delle onde accorda- vasi
alla segreta voce dell’anima mia per parlarmi di questa nuova terra
4° Il principio di causalità domina tutti gli esseri materiali e
sensitivi: nel mondo corporeo signoreggia il determinismo. Anche gli atti del
pensiero e della volontà umana hanno le rispettive cause e leggi.
ma con questa differenza, che ogni essere della natura obbedisce o
ciecamente o istintivamente alle cause ed alle leggi prefisse e costanti
dell’universo ; mentre la ragione e la volontà dell’uomo ora
trasgrediscono, almeno in parte, queste leggi; ora pongono da se certi motivi
diversi da quelli della materia el senso, e si propongono altri fini nei
loro atti ; a».r,loUau°al S e„so ed * mater!, „ sm 1
evento. Ad„„ que il «, ollre aTW oirasc „, ZZ rrr*,iWo 0
«“onomo,almenoentro 5,j “ a malcna inorganica ed organata,
le cause fin ^ ° i’ lnto ' oomc 'diligenza, comprende
perfezionando sé rii n UmvcmIe del Bene, ignorando e tra’sfor m a T
eSSen Umani P ensanti> sensibile che 1 Dd ° in Parte lo stesso
mondo ossi, insieme con gli *- - utto armonioso e
perfettibile in sommo grado. Ecco quello che riconosce ed
ammette lo Spiritualismo scientifico moderno. La scienza positiva contemporanea
non può negare queste verità, che diversamente invaliderebbe i suoi principj
fondamentali e, oso dire, il metodo e la maggior parte delle sue conclusioni.
Il nuovo Realismo scientifico ammette le cose in sè, oltre i fenomeni.
L’esperienza testimonia che ogni realtà è una nella sua varietà,
molteplice nell’unità sua. La scienza positiva ammette il processo evolutivo,
insenso di perfezionamento, delle cose tutte mondiali, crede non
perituralamateria, ma solo trasformabile. Or bene, lo Spiritualismo scientifico
moderno, facendo tesoro della stessa scienza positiva, riconosce
lanaturaela realtà deH’io, oltre distinguere i fatti dello spirito da
quelli del corpo vivente ; mantiene l’unità dell’io pur ammettendo la
varietà de’suoi atti; proclama l’anima umana perfettibile indefinitamente
; non la separa dal corpo e dal mondo, ma le riconosce proprietà e leggi
sue particolari ; la considera come una forza ed una causa, ma qual forza
e causa personale. E seia materia, come realtà e forza, ò
indistruttibile, non avrà diritto anche lo Spiritualismo scientifico
mo— derno, ch’è un progresso della Filosofia perenne, di credere
indistruttibile ed immortale, perchè consape • vole di sè, quest’altra
forza e realtà dell’universo, l ’anima umana ? Il vero
Spiritualismo scientifico moderno non può adunque consentire, in nome
della stessa scienza positiva, con certi insigni cultori dellaPsicologia
fisiologica, quali il Taine ed il Ferrière, che l’anima umana
sia una. pura individualità vitale, una risultante di forze
organiche; che l’istinto e la volontà siano il risultato dell’azione
riHessa dei nervi ; che la volontà ecl il pcusicro umano vengano
sottoposti alle cause ed alle leggi fatali, costanti, generali del mondo
corporeo; che non esistano le cause finali nell’Universo ; che Dio
sia la pura legge di tutte le forze cosmiche onde si genera l’armonia
universale. Ammessi questi principi) natura umana c l’universo intero sono
inesplicabili, quando si voglia proprio indagare il midollo c non la sola
corteccia delle cose, quando si voglia ricercare c stabilire le cause, le
ragioni, le leggi, l’ordine supremo di tutto il reale. Vi.
ila il nuovo Spiritualismo, oltre essere in ar-, ”',odo 6 Wwi certi c
positivi dell) STt'. 1 * dÌ fa “° ° civili e po- La
differenzatrarr... uu i tì C1 010410 S0(:i età animali a o* «indo,
essenziale, fra la vera soci et; umana, capace di progresso indefinito, e
le parziali ed imperfette associazioni di alcune specie di animali, ci
fanno subito arguire una radicale differenza tra l’uomo ed i bruti. Nò si
opponga che questo divario trova la sua ragione, nell’essere l'uomo il
più perfetto degli animali. Sì, l’uomo è il più perfetto dogli
animali, ma non tanto per il suo organismo e per il senso, quanto per la
sua intelligenza e per la sua volontà, che lo fanno consapevole di se,
che lo costituiscono persona, che lo sottraggono in parte alle
cause e leggi fatali dell’universo materiale, che formano insomma il suo
spirito. La vita umana sociale può dirsi non abbia confini, perchè dalla
famiglia si estende a tutta l’umanità consociata, e perchè le presenti
società civili sono figlio delle generazioni e società umane ora spente,
come noi prepariamo le future società civili. La perfezione graduata
della vita sociale consta di più o diversi clementi, quali sono: verità e
scienza, linguaggio e letteratura, economia privata •e politica,
moralità, doveri e diritti sociali, consuetudini morali e giuridiche,
istituzioni civili e religiose, arti manuali cd arti belle, e per ultimo
lo Stato. Questi ed altri elementi della vita sociale non sono dati
dal puro organismo e dal senso dell’uomo, ma sono effetto
principalmente della nostra intelligenza e volontà, sono prodotti dello
spirito umano. Il corpo nostro perisce, ma le opere dello spirito sono
immortali ; tramontano le generazioni umane, ma sopravvive sotto
mille forme la loro civiltà; cade la potenza materiale delle nazioni, ma
restano in piedi le sane loro istituzioni civili. Così, la Grecia fa domata
eolie anni dar Romaui; ma la Filosofia, la Letteratura, le Ai ti
Belle, produzioni dello spirito greco, dominarono poi le menti
romano. Che resta oggi del Partenone e dell’Acropoli di Atene ? Poche
rovino ; ma la Scienza, la Poesia e l’Arte greca hanno trionfato sulla
matcriae sul tempo. L’impero romano, opera segnatamente delle armi
conquistatrici, non c più da secoli ; ma il Diritto civile romano vive c vivrà perpetuo.
La vita sociale umana è dunque armonia di varj elementi, come armonia di
elementi varj è la civiltà che ne deriva. Questi elementi non
possono affatto segregarsi dal corpo e dal senso, nè possono recarsi ad
atto senza l’aiuto del corpo vivente; ma intanto sono vera opera
dellaniraaraziooale,non delcorponèdel scuso. Inoltre, la eh iltà ed il
piogresso umano tengono arcanamente unite le presenti generazioni colle
passate, non tanto per le memorie, gli affetti, le tradizioni dei nostri
cari, quanto per la scienza, la letteratura, le arti liberali, le
istituzioni civili, politiche e religiose, cose tutte che costituiscono
.1 fondo o la parto essenziale della mila presente. Aneto il mondo
raa(erÌ!ll mantiene salde CCCì M S!0V “ ri00rin0 ’ cI ’ e
0 segnatamene 1 °r> ' ‘ UlCCu le Scienze Naturali
enctemente k B„ta nicia ^ (0 Orni, ptrij., v, l, c Iv
8 nuove piante, precorse Linneo ed altri insigni botanici moderni in una
sistematica e razionale cassazione dei vegetabili, divinò per esperienza e
per ragionamento la grande circolazione del sangue ; e quindi
precorse l’ITarvcy, come in Fisica ed Astronomia Copernico aveva preceduto
Galilei, come questi precorse il Newton, e come nei principii del
Diritto internazionale applicati alla guerra ed alla pace un altro
grande Italiano, contemporanco del Cesalpino, vo’dirc Alberico Gentile,
col suo trattato Dejure belli aveva preceduto Ugonc Grozio. Ma questa,
per ordinario, c la sorte dell’ingegno italiano, novatore per eccellenza
; il quale o resta dimenticato per alcuni secoli, come avvenne a G. B.
Vico, o gli stranieri no usurpano e gli contendono le sue vere scoperte.
Bastona, infatti, c’inscgnachepiù volte gl’italiani hanno- seminato i più
peregrini e fecondi prodotti dell'ingegno ; ed i forestieri li hanno poi
mietuti, vagliati c spacciati come propri ! In secondo luogo,
il Cesalpino non fu un gretto commentatore di Aristotile ed un seguace
servile del- Peripato, ma riusci egli pure novatore nelle Scienze
Naturali, senza l’aiuto del microscopio, inventato 17 anni dopo la sua
morte, e privo di tutti quei mirabili ed efficaci strumenti de’quali
dispongono gli scenziati dei tempi nostri ; e tuttavolta in più rami
dello scibile sgombrò la via a’suoi successori, quali furono Marcello
Malpighi, Harvey, Grcw, Tournefort, Linneo, Pristlcy, Morgagni ed
altri. Continuando l’indirizzo positivo che Leonardo- '.ili
Ali da Vinci aveva salpino facevasi •a
dato alle Scieuzc sperimentali, il Ce- isi forte dell’autorità di
Aristotile nel metodo induttivo, ma spesso ne abbandonava le
orme dove non poteva seguirlo, come nella Fisica •, e però coglieva
il meglio dei libri logici dello Stagirita ed attingeva largamente alla
Storia dagli animali, lodata assai dal Buffon c dal Cuvier. Non intendo
dire con questo che al nostro fflosofo naturalista non deb- .basi
imputare alcun errore nello studio della Natura inorganica ed organata, e
che rispetto al metodo sperimentale Francesco Bacone c il Galilei non
facessero .clic perfezionare il metodo seguito dal Cesalpino. Intendo
solo dire ch’egli cooperò moltissimo a rimettere in onore l’osservazione
e l’esperienza, soffocate dalle ascetiche idealità del Medio Evo, dalle
minute distinzioni e dai sillogismi della Scolastica \ e quindi richiamò
le Scieuze sperimentali al retto loro' sen- tieio. Il senso e 1
esperienza non debbono essere di- gel, il più ardito metafisico del secol
nostro, seguendo le dottrine fisiche di Platone affermava, verso la fine
dell’agosto 1801, dovervi essere una lacuna tra Marte e Giove : mentre il
nostro Piazzi circa otto mesi prima aveva scoperto Cerere ! Adunque
il Cesalpino, non solo per le sue mirabili scoperte nella Mineralogia, nella
Chimica, nella Botanica e nella Fisiologia, ma ancora pel metodo
sperimentale da lui seguito, per l’uso razionale dell’autorità scientifica e
per taluni concetti nuovi, come dimostreremo più avanti, segua il
principio dell’età moderna. Onde scrisse il Mamiani nel
Rinnovamento dell'antica Filosofia italiana : l£ Se faremo studio
profondo nel Cesalpino...., vedremo quanta sapienza riluce dentro quel
senno, e come la Filosofia odierna sperimentale in Italia si appicca al
filo delle opinioni che aristoteliche si addimandarono. „ Il Cesalpino lo chiainamrnoqua sopra
novatore e filosofo. È novatore non solo per le sue stupendo e
utili scoperte scientifiche già note, sì anche pel metodo onde vi
giunse : e questa novità di dottrine e di metodi la sente egli stesso e ne
discorre apertamente. Come il Machiavelli nel proemio a’suoi
Discorsi immortali dice d’essereentrato pcruna vianou ancora
battuta da alcuno rispetto alla Scienza politica; come Alberico Gentile
fin dal principio del suo famoso trattato Dejure belli dichiara d’intraprendere
un'opera ra e difficile, quella cioè (li stabilire le leggi alla
... t • _,11 miftefA mnn fi n nuova -- ww
disumana di questo mondo, alla guerra ; così il Cesalpino nella
dedica o prefazione* delle principali sue opere accenna d’essere novatore
e filosofo.-Non panni cosa sterileillibrochesonoperpub- blicare,
dopo avere studiato Filosofia per molti anni, dim in philosophice studiis
versor multosjam annos, egli premette alle Questioni peripatetiche. Ài
nostri tempi, scrive nella prefazione alle Questioni mediche, sono
stati ritrovati rimedj nuovi ed ottimi ( nova qui- dem remedia atque
optima ) ignoti agli antichi. Per essere utile agli studiosi, aggiunge
nel proemio al trattato sulle Piante, mi sono ingolfato in un vasto
mare : ingrcssus autem sum gurgitem vastum. Ed ivi prosegue nel chiarire
il fine ed il metododella sua nuova classazione delle piante, cassazione
conforme non pure ai dettamidellasanalogica,sìanchealle qualità
essenziali deivegetabili.“ Ogni scienza, egli dice, consistendo
nell’unire lo cose somiglianti e nel distinguere le dissimili tra loro, mi sono
studiato di fare nella storia universale delle piante una
distribuzione di esse per generi e per classi o specie, secondo lo
differenze desunte dalla natura stessa 5 sccundim uxgerentias rei
naturavi indicantes. „ Bensì alla partizione universale delle
piante era egb armato mercè l’induzione, ebe ha da precedere a
divisione. Tre, pel filosofo Aretino, sono ! processi peir I ' i “
ellcll ° toccare la divisione P 1 P 1 °gressu.„.
perfectionem CESALPINO FILOSOFO 97 attìngimus : inductione
scilicet, divisione, definii ione. Colla induzione vediamo la somiglianza
e la convenienza ; colla divisione, la dissomiglianza e la differenza ; colla
definizione, la sostanza propria di ciascuna cosa. L’induzione va dal
singolare all’universale e porge alla mente ogni materia intelligibile;
la divisione trova la differenza degli universali tendendo a quegli enti che
nella specie sono individui; la definizione poi risolve le specie nei
loro principii fino agli elementi, cominciando dal singolare.
Imperocché siapiù facile, a mo’d’csempio, definire l’uomo che l’animale.
E quindi Aristotile insegnò doversi ascendere dal singolare all’universale
(1) ; e dove non arrivano i sensi vi supplisca l’analogia (2). Nè
diversamente aveva PÀlighicri concepito l’induzione, quando stabiliva che
la natura delle cose e delle potenze loro non può conoscersi che per gli
effetti : Ogni forma 9ustanzial, che scita È da materia, ed è
con lei unita, Specifica virtude ha in sò colletta, La
qual senza operar non è sentita, Nè si dimostra ina’chc per
effetto, Come per verdi frondo in pianta vita (3). Ed
eccoci entrati nel campo vero della Filosofia speculativa del Ccsalpino.
(1) Qincst. pcrip., 1, 1. Appendìx ad Quccst. perip., c. V.
(3) Purgatorio in. S’illuderebbe chi nelle opere del
Cesalpino volesse ritrovare un sistema rigoroso e compiuto di Filosofia
razionale. Come le regole logicali del Galilei vannno desunte dai varj
suoi scritti c specialmente dal Saggiatore ; così lo dottrine filosofiche
del Cesal- pino bisogna ricercarle soprattutto nello Questioni
peripatetiche e ne\Y Appendice allo medesime, pubblicata l’anno stesso della
sua morte 1603 e nou facile a trovarsi dovunque. Il metodo,
la filosofia prima e la scienza, gli universali, Dio e le sue relazioni
col mondo, l'uomo e le sue facoltà, non che l’ultima sua
destinazione, formano anche pel Cesalpino il subbietto della Filosofia ;
le quali materie mi accingo ad esporre e ad esaminare brevemente.
Stabilito cheilsensoel’intclletto sono le due facoltà necessarie
alla conoscenza umana, e che il corpo non è necessario alle operazioni
del senso e dell’intelletto, perchè le cose sensibili ed intelligibili
ricevonsi nell’anima senza la materia, quantunque gli organi del senso
non possano stare senza materia (1) ; egli fissa \ Chej SeC ° ndo 1
P recetti di Aristotile negli 1, a . 1C1 P os ^ et ù°ri, deve usare
la mento umana e a ricerca del vero e nella formazione della
scienza. •He 0086 Daturali dobbiamo elevarci al soprassensi.
Perip-, c. IV. (1) Appendix ad Quceet. bile per via naturale
(via naturali), che consiste nel muovere eia quello che a noi è più noto,
per quanto all’uomo è dato di sapere. E quali cose a noi sono più
note ? Le cose individuali e sensibili ; queste poi si rendono
intelligibili, astratte le condizioni della materia ; e così abbiamo
l'universale che forma l’obbietto della intelligenza : unde
universale consurgit. quod est obiectum intellectus (l).L’operazio-
ne dell’intelletto, poi, non è quiete, ma un certo moto. La
Filosofia Prima è scienza universale : quod prima philosophia universali
sit scienlia (2). La Filosofia Prima, fondamento di tutte le altre
scienze, non si vale della dimostrazione, nè della definizione:
primam philosophiam ncque demonstradone, ncque definitine uti (3). Per
qual ragione ? Perchè si fonda su’prirai principii o questi sono superiori
all’intelletto umano e da esso indipendenti '.prima principia non in
nostra sunl potestate. La Filosofia Prima tratta del primo genere della
sostanza *, dovecchè l’Astro- logia tratta del corpo sensibile ed eterno
: de corpore sensibili et (eterno agii; le Matematiche hanno per
ob- bietto le sostanze incorruttibili ; le Scienze Naturali
riguardano le sostanzo corruttibili (4). E manifesto che il Cesalpino
distingueva le scienze secondo i gene- Appendi® ad Quasi, perip. Quoeat.
pcrip. ri della sostanza, e però mirava ad una classificazione obbiettiva
del sapere umano ; come nell’appendice alle Questioni peripatetiche ammetteva
le idee in senso oggettivo ed universale, aventi cioè un essere proprio
[smini esse habent in se) e quali note od ioiagini delle cose che
rappresentano tutti gii obbietti della stessa natura. E così evitava gli
errori del soggettivismo, che mena facilmente allo scetticismo negando la
naturale relazione fra l’intelletto nostro e le cose intelligibili mercè
l’idea, fra la mente e lo cose. Infine, ogni scienza dipende da principii
notissimi, tali sarebbero quelli di sostanza e di causalità, approvati
dall'universale consentimento: oranis enim scien- tia pendet ex principia
notissimis omnium consensu approbalis. Se la sostanza è un
principio, e se la Filosofia Prima tratta del primo genere della
sostanza, che intendeva mai per questa il filosofo Aretino ? Sostanza c
ciò che sussiste per sè, c non aderisce ad altra cosa: Substantia dicitur
qua per se subsistit, non enim inest alteri(2). Or qui vuoisi notare che
le definizioni della sostanza date posteriormente da Cartesio e da
Spinoza non differiscono da quella del Cesalpino, salvo- e a cu ma,
diversa e meno chiara, tale insomma da ingenerare il sospetto di
Panteismo reale. Giusta i pi’incipii del nostro filosofo, la sostanza si
spiega per quello che sia e indi risguarda l'essenza ; mentre gli
accidenti, che non esistono fuori della sostanza, si riferiscono alla
quantità, alla qualità, insomma si riferiscono alle altre nove categorie
o predico menti, secondo ladottrina Aristotelica. Inoltre, la
sostanza non riceve il più ed il meno, perchè è indivisibile ed
immateriale : quea sine, maleria est. La sostanza prende anche il nome di
forma, a cui si contrappone la materia. La forma, secondo Aristotile,
veniva prima della materia, perchè l’atto semplice è prima della potenza: onde
l’atto puro ammet- tevasi come principio di tutte le cose e
costituiva la sostanza. La materia poi non era sostanza per sè, ma
in virtù dell’atto § della forma (1). Movendo da questa teorica il
Cesalpino considerava pur la sostanza come fine c come perfezione degli
esseri : finis cnim et perfectio substantia est ; ed aggiungeva
sapientemente che il fino di ciascun ente si conosce dallo sue operazioni
(2), come dall’effetto si arguisce la causa. Dalla sostanza o forma
indivisibile, immateriale, una, dipendono le sostanze finite o, com’ci le
chiama, le forme naturali, che sono certe partecipazioni del sommo Bene, o come
tali non sono divisibili la definì : per subslanliam intellign id,
qnod in se est et per se concìpitur. (1) Appendi.* ad
Qucest. perip. I nò materiali ; ma si dividono accidentalmente, in
quanto cioè sono ricevute nella materia, per cui la natura corporea ad
esse tutte si rende necessaiia . solum natura corporea omnibus necessaria
est. Adunque, le forme naturali o sostanze finite vanno a individuarsi, per
così dire, nella materia ; ma questa alla sua volta non può del tutto
separarsi dalla forma : quia omnino Materia separari nequit a
Forma. E qui non ti sembra di ravvisare nel Cesalpi- no il
precursore di Spinoza? Io sono propenso a crederlo ; ma con questo
divario : che il filosofo olandese, oltre non aver distinto la sostanza
infinita dalle sostanze finite, e quindi non far cenno aperto della
creazione sostanzialo, libera, ad extra, perchè tutti gli esseri
mondiali, così estesi come pensanti, non erano che modi di due
attributi infiniti, dell’estensione e del pensiero divini : in quel
cambio il filosofo di Arezzo non pure distingue la sostanza o forma
dalla materia, e però la sostanza infinita da quelle finite, ma distingue
chiaramente l'Intelletto divino dal- 1 umana intelligenza, che si
moltiplica secondo la mol- ìtudine degli uomini ; oltre il pensiero
ammette an- « • aiurnubbu i che il senso non
dorìva+A/Un» • i. ., Avpendix Qmst. per i p., c . L seri tutti, e
quindi anche la materia, in quanto le cose tutte scorrono da Lui 5 ed ora
sembra che si avvicini aU'Emanatismo spirituale, come quando
afferma che ogni anima ripete la sua prima origine dal cielo, c che il
lume, interiore, cioè l’intelletto onde l’uomo conosce le cose, gli viene
partecipato dalla sostanza immateriale che sola genera la scienza \ ed ora pare si accosti al Dualismo
aristotelico, ammettendo da una parto Dio, intelletto infinito ed eterno,
e dall’altra la Materia prima, non generabile e indeterminata ( 3 ); non
bisogna al tempo stesso dimenticare che nella prima del quinto delle
Questioni peripatetiche aveva distinto la successione degli esseri nel
tempo per leggi c cause naturali dalla prima creazione di tutti gli
animali c degli altri esseri per efficienza dcH’Entc primo : cum alia sit
prima omnium animalium et cceterorum entium creatio, guce a primo Ente in
principio ejjluxit ; alia eorundem successio. Ed altrove accenna alla
conservazione e provvidenza del mondo per opera dell’Ente uno e supremo :
ab Uno igitur sunt omnia et conservantur (4). D'altra parte, il
Cesalpino dmmise la generazione spontanea degli esseri organati, in vii tù
del (1) Appendix ad Quaist. perip., c. V. u Nos igitur
dicimua primain Materiata ultiranm esse Bubiectumin quod resolvuntur
trasmutabilm quatenus trasmutabilia sunt-, neque componi amplius actu
otpotentia, esset enim generabili n. Qucest. perip., IV., V.
(4) Appendix ad Quasi, perip., c. I. calore e dell’azione del sole ;
disse che ogni generazione si eflettua nel tempo j che bisogna pai tiie
da ciò ch’ò meno perfetto per avere ciò cli’è più perfetto, anche secondo
Aristotile ; che la prima generazione degli animali perfetti procede dal verme
; e. da ultimo, asserì non potersi dare altre sostanze fuorché le
animate e le parti degli esseri animati. Laonde a taluni è parso di
ravvisare nel Cesalpino il precursore di Lamarck e di Darwin rispetto
alla dottrina dell’Evoluzione o del trasformismo delle specie. Non
può negarsi una certa analogia fra queste proposizioni dell’insigne
nostro Naturalista ed alcuni punti fondamentali della teorica Darwiniana.
Ma, dopo le cose da noi esposte, come sarebbe non conforme a verità cd a
giustizia accusare il Cesalpino d aver negato assolutamente la creazione
dell' Universo, ed accusarlo anche d’ateismo e d’empietà, come piacque al
Taurel (1) cd al Parker (2), e non dargli tutto ciò che gli spetta qual
fisiologo e filosofo naturalista, nel che sbagliò lo stesso Puccinotti; così
rato n vuole che non si possa a tutto rigore considerare qua e
antesignano dell'odierna teorica dell’EvoIu- zione, perche il Cesalpino
nelle Questioni perita- “ m,so "»» s «'» videniia
divina. e le forme naturali non si fanno nò si corrompono: spe-
cies autem et forma neque fit neque corrumpitur (1); e quindi affermò
lespecie essere eterne, e solo corrompersi in qualche tempo gl’individui
(2). E nella prefazione al trattato sulle Piante aggiunse che la natura
non produce nuove forme, nò dà vita a nuove bellezze delle cose : non
quod natura novas edat formas, aut novas rerum pulchritudines ejjingat.
Il qual pronunciato senza dubbio pecca di esagerazione ; ma intanto
ò chiaro che si oppone all’odierno trasformismo. Piuttosto
conviene ammettere che il Cesalpino, medico insigne e filosofo ad un
tempo, accennasse qua e là meglio di tutti i suoi predecessori e
contemporanei la stretta relazione tra il corpo vivente, il senso,
l’intelletto e il mondo esteriore, e quindi precorresse l’odierna
Psicologia sperimentale, senza però confondere una cosa coll’altra, e senza
cadere nel materialismo e nel sensismo. Imperocché s'egli errava nel-
l’insegnare che tutta l’anima sensitiva risieda nel cuore, peraltro
distingueva gli organi corporali dal senso, dimostrava tutte le
sensazioni esser provate ed unificate dall’anima ; la ragione essere
differente dal senso ed a questo superiore ; l’anima umana essere
immortale. Quanto alla conoscenza, distingueva le sensazioni dalle idee
che sono oggettive, ammet- Quasst. perip., IV, 8. • c °me
Carlo Alberto, Maz- Gioberti, M a miani t0 M O a EUlanUele, ManZOnÌ
’ •«co, nè filosofo della storia* 011 ^ ^ St °” P^ò i
diritti del futuro pi *’ ® anC ° r men ° USUr ' del nostro politico e mn,
® dd futur0 0mei '° •di Mamiani ® d 1 menti filosoficl Questo nome suona
caro e venerato all’animo nostro. Rari in ogni tempo e presso qualunque
nazione sono stati gli uomini che coll’ingegno, coll’ani- mo,
coll’operosità, col carattere, coll’esempio, abbiano saputo e voluto
nobilitare l’uomo, il cittadino, la patria, il mondo delle nazioni, la scienza,
la filosofia, la civiltà umana. Il più grande fra tutti gli elogj d
un uomo preclaro è sempre la verità : ed io pure mi atterrò al vero,
sicuro che al Mamiani non potrà venirne danno nè macchia, a lui che del
vero fu sempre amante passionato, e ricercatore acuto e indefesso.
IL L’ingegno, l’animo e la vita del Mamiani furono
sempre dominati o ispirati da due nobili sentimenti, da duo eccelsi
ideali, cioè dalla patria nostra diletta c dalla filosofia. Egli
vagheggiava un modello perfettissimo del cittadino e del sapiente ; onde
ricordava con ammirazione Socrate e Platone, Varrone, Maico Tullio
e Boezio, Dante, Michelangelo e Campanella, c l’antico popolo di Reggio e
di Metaponto, popolo di filosofi, morti por la libertà e per la
sapienza. Miserande erano le condizioni politiche e civili
d’Italia, e non liete nè prospere le sorti della Filosofia nazionale nel primo
quarto del secol nostro. La Patria serva e divisa 5 la Religione
cristiana fr&ntesa da molti, che pareva la volessero nemica di
libertà -, laFilosofia speculativa imbevuta del sensismo di Con-
diUac. Ora, la potenza 0 la grandezza dell’antica Roma signora di sè ]
gli splendori e la libertà dei nostri Comuni ; l’antica purezza e 1
efficacia moiale del Cristianesimo, religione divina in se ma
essenzialmente umana e civile ne’suoi effetti ; le glorie della Filosofia
italiana dalla scuola Pitagorica fino a G. B. Vico, e quindi il primato
civile e intellettuale d'Italia già venuto meno : queste rimembranze,
al cospetto delle miserie ed umiliazioni italiane dopo i nefandi
trattati del 1815o dopo i moti infelici del 21, dovevano straziare
l'animo del giovine Mamiani, nato a cose grandi. Ma egli non disperò : la
Storia gl’in- segnava che il popolo italiano cadde più volte, ma
non perì mai e risorso più tardi con forze nuovo e gagliarde. E però una
fede invitta e perseverante nei futuri destini della Patria animava
l'ingegno c il cuore del nostro giovine patriota, poeta, letterato,
pensatore, filosofo. L Italia è sacra e starà eterna! Ecco il
motto fatidico che ripeteva sovente il Mamiani agli oppressori e agli
oppressi, nella patria sua e fuori durante il lungo esilio. La suamente,
robusta e moltiforme per natura, nudrìtadi studj svariatissimi e
profondi, vagheggiava unaquintaenuovaepocadiciviltà
italiana,chetornasso a splendore c profitto dclfuniverso mondo civile.
La nuo\a foima della nostra civiltà doveva soprattutto essere
incarnai ndJa indipendenza e libertà d’Italia; ne a distinzione
dell'Autorità spirituale dalla Potestà i e e P°^| ca * a Loma stessa.Fin
dalla sua gioventù, T ani ? a men ^ cet Ll cuore, il pensiero e il
senti- en o, apoesiaekscienza, il cittadino eilfilosofo cooi-
onevano una stupenda armonia ed unità. E queste doti e qualità diverse
sono appunto necessario a concepire un alto ideale, ad avvisarne i mezzi per
attuarlo, a porsi davvero all’opera per dagli almeno le prime fattezze,
lasciando ad altri, fossero pure gli avvenire, il compimento q la
perfezione dell’opera grande. Napoleone I disse che nel mondo
sociale vi sono due forze poderoso ed efficaci, la spada e lo spirito
; ma soggiunse che lo spirito vince finalmente la spada. Al
risorgimento politico, intellettuale e morale Italia, e però ad iniziare
la nuova epoca di nostra civiltà, il Mamiani reputava esser necessarie
quelle due grandi forze, la spada e lo spirito, le armi o il pensiero. E
della necessità di contcmperarc alle armi gli studj abbiamo esempj
antichissimi in casa nostra, nelle città famose di Metaponto, Crotcme, Taranto,
Locri eReggio, famiglie e collegj di filosofi e di guerrieri. Ma lo
spirito, vale a dire la intelligenza e l’animo, la letteratura, l’arte, la
scienza, la filosofia, insomma la rigenerazione intellettuale e morale
degl’italiani dovevano, secondo lui, precedere edaccompagnare le armi,
perchè bene apparecchiata, illuminata, compiuta e durevole fosse la
vittoria di queste, e indi perchè alle imprese guerresche potesse e
dovesse soprastare la opera feconda della civiltà vera. E qui appare
tutta la nobiltà del conte Mamiani, come patriota, cittadino e uomo di
Stato. Già fino dal 1838, assai prima di Cavour, l’esule
Mamiani inculcava ne’suoi scritti doversi abituare « le menti, e
sopratutto le giovanili, a scorgere ed a riverire nell’eccelsa Roma la
sola e legittima città capitale d’Italia E sul cadere del 47
vaticinava prossima e solennemente giurava la salvezza dell'Italia
intera. M Cademmo per le discordie e la corruttela (egli diceva ai Perugini), e
per li soli con- trarj loro noi potremo risorgere. Inebriamoci, a
così dire, della carità cittadina, e un qualche tempo almeno viviamo
dimentichi di noi stessi e ricordevoli unicamente della patria comune :
cd io vel giuro per gli spiriti sacri e immortali dei martiri della
libertà, noi salveremo l’Italia, e tutta la salveremo o per sempre „. E
ancor dopo le italiche vittorie e le sconfitte del 48 e 49, gloriose le
une, non umilianti le altre ; dopo la caduta di Roma e di Venezia c
la sconfitta di Novara, egli non disperò delle sorti d’Italia, e ripeteva
in Genova sopra la fredda e venerata spoglia di Carlo Alberto : L’Italia
farà da sè. HI. Ma quali furono gli atti più cospicui
del Mamia- m come patriota e statista, e quali mezzi ravvisava eg
cconcj ed opportuni a rigenerare politicamente «ralente l'Italia ? Nato a
Pesaro il !0 settembre Eom ''7' “ nlara a K> e " a 22 anni
ed era studente a ^ -do avvennero ipr ìmi ffioti UboraU nol _
mtramonr° r n ‘ ltttori Principali » fileno » fa-
tatti d'aver 1 -a ^ pr ' s ‘ oni delio Spielbergo, rei Sol i
no tr! Cra ‘° k Ub “ a dd 'a patria In nostro giovine patrizio non solo
attendeva a larghi studj letterarj, filosofici e storici, ma
s’ispirava insieme alle glorie passate di Roma e d’Italia; e non
tardò guari ad esprimere, in una certa sua poesia, concetti e sentimenti
liberali. Onde il padre suo, conte della Rovere, lo richiamò a Pesaro,
dove fioriva in allora la scuola classica marchigiana del
Pcrticari, del Leopardi, del Cassi e di altri minori, e che fu
anche patria del principe dei musicisti italiani, dell’immortale Rossini.
Chi non percorre la nostra bella Italia non può conoscerla nò
amarla degnamente ; clic quanto più si conosce c si pregia una cosa, e
tanto più si ama. Dal 1826 al 30 il Mamiani percorre l’Italia media
e la superiore, e ritorna più volte alla nativa Pesaro. Nel 26
conobbe in Firenze i principali scrittori dcl- l'Antologia fondata dal
Vieusscux, quali erano Gr. Capponi, Tommaseo, Niccolini, Giordani,
Poerio, Collctta : ingegni tutti liberali, robusti ed eletti, che non
potendo in allora e da soli bandire e combattere una guerra di nazionale
indipendenza intendevano col pensiero c colla penna a rigenerare la
Penisola serva e divisa. Più tardi lo vediamo a Torino, dove insegna per
due anni le patrie lettere nell’Accademia militare. Ma il primo periodo
d'intellettuale e civile preparazione pel giovine patriota ò oramai
finito. Mentre il Mamiani attende in Pesaro a dar compimento,
degna e classica forma a’suoi Inni sacri perchè meglio ritraggano i suoi
nuovi ideali civili, politici e religiosi, ne viene distolto dai moti
liberali del 31 nelle Romagnc c nell’Italia media. Risponde lieto c
volenteroso all’appello della patria ; eletto a deputato di Pesaro, siede
poi a Bologna ministro dell’Interno c però membro del Governo
'provvisorio ilelle provincia unita italiane. M’avvicinarsi delle
truppe austriache, solo il Mamiaui corre animoso dal generale Zucchi
scongiurandolo a resistere colle poche milizie cittadine. Ma prevalse londa
straniera invadente e il Governo provvisorio dovè trasferirsi ad
Ancona. Dopo il fatto d’ariuc, non inglorioso, di Rimini, disperando
oramai di potere più a lungo tener fronte alle agguerrite e soverchiane
forze straniere, il Governo provvisorio venne a patti col cardinale Benvenuti,
stabilendo di concedere amnistia generale agli insorti, c di restaurare il
Governo pontificio. Ma al giovine o delicato Mamiani non parve dignitoso
quell’atto c rifiutò sdcgnoeamcntc di firmarlo, anteponendo l’esilio volontario
all’amnistia 1 Sul ponte del vascello che portava lui con altri
pri- gonicu italiani a Venezia, il cugino del Leopardi, pieno di
fede nei destini d'Italia, nonostante i fatti dolorosi e la realtà del
presente, concepì l’inno stupendo ai Patriarchi. Dalla prisca civiltà,
dalla storia del popolo italiano sempre risorgente c dall’eccelsa
natu- a c uomo Egli traeva gli auspicj perle sorti non 1 e o
piogressive del genere umano e segnata- nente della stirpe latina:
XItalia è sacra c starà eterna ! Ma ogni fede, c però anche
la fede del cittadino ta c snrrptt^T’if ' ana ’ c l uan ^° non sia
accompagnala c sorretta dalle onpm T,’’ • P c. L Mamiani si accinse subito
a corroborare la sua fedo di patriota ed a colorire il suo ideale col pensiero,
colla penna, coll'esempio, coll'azione, colla vita intera. Da Venezia fu
condotto a Marsiglia, dove gli fu comunicata la sua condanna all'esilio
perpetuo. Dal 31 al 47 visse dignitosamente a Parigi, dedicandosi tutto
all'avvenire della patria, al culto delle lettere, al rinnovamento
della filosofia in Italia. Considerando tutte le reali condizioni della
nostra penisola e d’Europa non gli sembrava guari fattibile il disegno ardito c
vasto di Mazzini, esule egli pure fino dal 31. E però dopo un breve
carteggio col fervido ed eloquente apostolo dell’italica democrazia, il
Mamiani, pur concorde con lui nel fine supremo, di far cioè libera e
indipendente l’Italia, opinava si dovesse battere altra via. E così di
fronte alla Giovine Italia si costituì un Comitato nazionale presieduto in
Parigi dal Mamiani. Pensiero ed azione; Dio e popolo : ecco il
motto assennato e pratico dell’apostolo civile genovese. Pensiero, concordia ed
azione ; rigenerazione intellettuale e morale degli Italiani;
miglioramento economico del popol minuto, osservanza e fiducia nel
medesimo per liberare l’Italia : ecco le massime fondamentali che dal canto suo
predicava e inculcava il Mamiani. E poiché l’azione
dev’essere preceduta e illuminata dal pensiero, così la letteratura, la poesia,
la storia, la filosofia sono principalmente rivolte dall’esule Pesarese a
rivendicare la libertà c indipendenza della patria. Compone \'Ausonio, c vi
canta patrii e civili sentimenti. Scrive il Rinnovamento dell’antica
Filosofia italiana, e (oltre dedicarlo alla sua città natale) vi pone in
maggiore evidenza il pensiero speculativo e insieme pratico degl Italiani
j con esso libro richiama alla mente de’ suoi connazionali e fa meglio
conoscere agli stranieri il nome, le dottrine, il metodo scientifico
d’ingegni nostrani, quali furono il Pomponaccio, il Cremonini, lo
Zaba- rella, il Cardano, il Eizolio, il Telesio, il Della Porta, il
Valla, il Bruno, il Campanella, e Andrea Cesal- pino, ingegno sommo,
inventivo e acutissimo non pure nelle fisiche ma eziandio nelle
metafisiche discipline. E così il Mamiani accennava ad altri la via per
fare nuove ed impensate ricerche. Ma non contento di questo, chiude il suo
libro col vivo desiderio ed augurio che sorga presto nella nostra patria
una scaola novella da cui si pigli ad ereditare con franco animo l’antica
sapienza speculativa e le antiche arti metodiche. In progresso medita i
Dialoghi dx Scienza prima, ove distilla il succo nutritivo oave della sua
mente profonda, e vi raccomanda, speme per l’Italia, una filosofia alta e
piena di vita, Um / aCC - lUd M let ? raassime Perfezioni
dell’essere 0106 ll - pens, ’ ero s ùnte, la fede incrollabile . t
ZI 6 li offre nel 46 al Popolo TÌZT maiPerÌtUr °’ ÌQ 8 e S Q0 d ’ a
*ore immenso e ui sublime speranza. tesse avvenire^ ^ nsor81mento politico
italiano po- aal a Q escogitarne i mezzi pratici e morali. Come
Dante per ritornare a civile grandezza l’Italia, già donna di provinole,
mirava prima col suo divino poema a rigenerare moralmente l'uomo e
la società civile e religiosa ; cosi il Mamiani credeva necessaria la
rigenerazione delle menti e degli animi italiani perchè indi risorgessero
politicamente. Di qui il suo concetto dell’educazione morale e intellettuale
del popolo, dei modi per attuarla, dei doveri e diritti delle
moltitudini: cose tutte esposte è determinate magistralmente nei
Documenti pratici, che seguono al Parere dello stesso Mamiani sulle
cose italiane, e che meritano d’essere anche ai nostri giorni
attentamente considerate. Dalla pubblicazione di quei pratici Documenti alla
proclamazione delle varie Costituzioni italiane nel 48 corse appena un
decennio ! Il pensiero e gli studj precedevano dunque le riforme civili e le
armi, e ne assicuravano le prime vittorie. Anche le solenni riunioni
dei dotti italiani nelle più colte e principali città della Penisola
giovarono assai a maturare il risorgimento politico della Nazione. Ora
vuoisi notare che la prima idea dei nostri congressi scientifici si deve
al Mamiani, avendone egli accennata la utilità e convenienza ne’ suoi
Documenti pratici. Del primo congresso di Pisa nel 39 non potè il nostro
esule partecipare ; ma nel 73 convocò sul Campidoglio la XI di queste riunioni
e potè bandire al mondo civile che oramai u libero il pensiero, una la
patria, il congresso degli scenziati italiani scioglieva in Roma l’antico voto
n . Ma riprendiamo o seguiamo rapidamente gli eventi. Per opera di
Carlo Alberto, il Mamiani aveva nel 47 rimesso piede in Italia, ospitato prima
a Torino, poi a Genova. Ma ne a Pc3aro, nè a Roma volle far ritorno
se non dopo la promulgazione dello Statuto pontificio, avendo giurato che
sarebbe rientrato in patria solo pa' la povta dell’onora ! A Genova fonda il
giornale politico la Lega italiana, il cui vasto e nobile programma,
mentre era una conferma delle sue idee intorno alla rigenerazione intellettuale
e morale degl’italiani, rivelava le doti eminenti del pubblicista ed i sani
principi sulla vera missione della stampa, detta oggidì il quarto
potere dello Stato ; come pure faceva palese le nobili aspirazioni del
cittadino c del filosofo a ricollocare nel primo seggio la sapienza civile
degl’italiani. E sotto questo ì ispetto 1 opera del Mamiani si riannodava
alle idee dell’autore del Primato o del Rinnovamento civi e d
Italia. Eletto a deputato di Pesaro e poi nominato Ministro dell'Interno,
propone all’Assemblea romana liberali e savie riformo d’ordine politico
ed amministrativo ; parla nobile c franco a Pio IX, mira 6 empre,
come deputato e ministro, col pensiero, colla esilV:f 1 :, att, ',H
1,UnÌV - a ltalia > e s P osa a ^ e reali della civili et P ° ^
et * tl 1 ficozza e pre- IbnTdf *T r “ "" KC ° vera
.iniani Non 1 6 ancora si s P in S e il Ma- Non solo ammetto la
> reaRj^obbietUva u _^lle j- AtX idee, ma pare voglia conciliare
l’esperienza interna ed esterna con {'intuito delle idea, intuizione che
non è più sentimento nè percezione. E dopo aver propugnato che ogni idea
universale è ante rem, mentre ogni nostra cognizione è post rem, conclude
reciso : “ O credete all’idee, ovvero disperate di mai salire a
certezza c universalità di scienza „. Ne’ Dialoghi di Scienza prima
scrisse che Dio era conosciuto dalla mente nostra non quale oggetto
immediato d'intuito, ma sotto la relazione comune dell’essere. Invece nei
Principj d’Ontologia non pure fa consistere l a pietra angolare di tutta
la scienza n el reale sussistere dell'Assolu to, ma propugna che la
mente umana intuisce l’Assoluto, cioè il Vero, il Bello, il Buono, il
Santo. Onde quel contatto marginale della nostra mente coll’ Assoluto e
la famosa teorica degl’m- flitssi divini, che vogliamo compendiare colle
stesse parole del Mamiani: “ L’a zione occ ulta dell’Assoluto sull’animo
nostro ha cinque forme originali e diverse, e cioè la creativa, la in
telle ttiva, la estetica, la morale c la re ligio sa. Per la prima aziono
l’uomo esiste, per la seconda egli afferma, per la terza ammira,
perla quarta ap prov a, per l’ultima adora „. Certo,queste dottrine
filosofiche sono ardite ed esagerate. Ma chi potrebbe dire che non
abbiano alcun fondamento, clic siano false tutte c di sana pianta, ove si
consideri tutti gli elementi neccssarj a formare la conoscenza umana, ove
scrutiamo a fondo Tesser nostro in sè e nelle suo relazioni, ne’suoi
concetti più elevati e sentimenti più nobili, ove infine si badi alla natura
purissima della scienza clic rispecchia nella mente nostra finita ed
imperfetta, la realtà, la grandezza e la perfezione dell’universo? Del
rimanente, ogni gran pensatore e novatore ha sempre qualcosa di manchevole e di
erroneo accanto ai suoi peregrini concetti ed alle sue verità. Por
esempio, al Vico, creatore della Filosofia della Storia, fu contestata la
teoria dei corsi storici ; al Leibnitz, autore del famoso trattato
sulle Monadi e che avea chiarito da pari suo ed applicato universalmente
il concetto di forza, venne a buon conto rimproverata l’armonia
prestabilita. Ma l'ingegno filosofico del Mamiani spicca alto
c sicuro il volo nei Principj di Cosmologia, là ove segnatamente discorre
della vita e del fine nell’Universo, e dove stabilisce e compie la nuova
teorica del Progresso. Tesoreggiando la parte inventiva, sana e
vera delle dottrine del Leibnitz circa l’origine, la natura e l’ordinamento
dell’Universo, o giovandosi dei mirabili progressi delle scienze
sperimentali, due grandi nostri filosofi hanno scrutato a fondo c con
novità di concetti l’essenza intima, la prima origino, le correlazioni
supreme, l'armonia e l’ordine, nonché il fine ultimo dello cose
tutte: >1 Mamiani nei detti Principj di Cosmologia, e più taici
il Conti nell Armonia della cose. Io penso che mora nessuno li abbia
superati su questo subbietto capita issirno della Filosofia, trattato da
essi con acume e larghezza di vedute, con sapere consumassimo e, specie
del Mamiani, con analisi fine perciò che risguarda i principj causali c
formativi, le relazioni supreme e finali così della vita vegetativa
ed animale, come della vita umana e razionale. La teorica
dell'umano progresso non è nuova; si deve segnatamente al Turgot, al
Condorcet, al- l’Herder, al Kant e al Fichte. Ma il nostro Mamiani
ha dimostrato con novità di prove razionali c sperimentali la necessità del
progresso indefinito non sulla Terra unicamente, ma nell’Universo
intero mercè la vita razionalo c morale degli esseri .intelligenti e
liberi. E quanto al progresso umano sociale, questo dovrà alla perfine
condurre alla massima civiltà, armonizzando le forme parziali di progresso
e d’incivilimento dei varj popoli, che tutte possono ridursi a sei,
cioè l’attività, la scienza, la libertà, l'arte, lo Stato e la moralità.
E poiché il risultamento- finale e durevole del progresso e
perfezionamento di molte nazioni non può esser mai l’opera esclusiva
di ciascuna di esse, come la Storia dimostra ; esso vuol essere
attribuito a certo organismo occulto di tutte, che si svolge e si
perfeziona per disegno e lavoro ma- raviglioso della natura. E così il
Mamiani rinnovava e compivalaTeorica del Progresso, e stabiliva
l’Unità organica del mondo delle nazioni. Questa cd altre
dottrine del Mamiani, come la sua teorica della Percezione, hanno davvero
fattezze native e indole schiettamente nazionale, e basterebbero da sole
a far glorioso il nome d'un uomo e a dar vita ad una Scuola filosofica
italiana, teista spiritualista civile e liberale ad un tempo. Il Mamiani
credo Valdarninì 9 TERENZIO ATAMANI nc fosse internamente
persuaso; onde vi tornava sopra più volte c sotto diversi aspetti nelle «altre
sue opere, c segnatamente nella Rivista di Filosofia delle scuole
Udirne da Ini fondata e diretta per 15 anni. V. Ma la
filosofia del Mamiani fu non meno speculativa e profonda, elio pratica c civile
: a nessuno dei più gravi problemi sociali del nostro secolo rimase
straniera. Tutte le questioni sociali si possono in fondo ridurre a
quattro : religiosa, morale, economica (l), politica. ÀI Mamiani parve ornai
risoluto presso di noi il problema politico, ritenendo egli sufficienti c
sicure le nostre guarentigie costituzionali, e stimandola libertà più c
meglio che un diritto, un dovere. Al problema religioso rivolse egli la
mente «no dalla sua gioventù, mirando ad una religione pura, ottima,
universale, conforme alla natura razionale O religiosa dell'uomo, o olio
fosso ad un tempo eminentemente civile o morale. A questo idealo egli
mirò »« vai;, suo, scritti,dagl'/,,,,; sacri „ W|, r 1"
^•"‘l’oMvae^tua id D 0 .° n ^ cm P 0 > lordine morale,
l’ordine giuiùdico e or me economico ? L’ingegno umano e la scienza, ani
™ ancora ns P 03t ° a questa formidabile do- * . SC . P Urc Un Scorno
arriveranno il pensa sti nrp* ^ SC ‘ enZa . ad armonizzare quei tre
ordini fiJLT 6 r dÌVCrSÌ elementi sociali, dubitiamo V aVUa
prati0a 8i «"* -empre e do- daiia mmie acuta»! ‘ h
“ "r7- KMt ’ cne * ra * e arti umane due sono le più
difficili : l’arte d'educare e quella di governare, gli uomini.
Quindi ogni secolo ha avuto gravi problemi sociali da risolvere. Di
questi problemi alcuni sono di indole generale perchè riguardano il mondo
delle nazioni o l’umanità consociata, tal sarebbe il riconoscimento
pratico e giuridico de’diritti naturali degli uomini ; altri sono
particolari, riguardanti cioè una sola nazione, tal sarebbe il modo di
conciliare l'unità c la integrità dell’impero Austro-Ungarico col
principio d’autonomia e di libertà delle varie schiatte e popolazioni che
oggi formano quell’impero. A quattro possiamo ridurre le principali
questioni sociali dei tempi nostri e sono le infrascritte. 1° La
questione morale, non tanto per la varietà e moltiplicità dei sistemi
scientifici morali che oggi più che mai si contendono il campo, quanto
per lo scadimento pressoché universale del senso etico. Quindi
convien ricercare le cagioni tutte di questo fatto, ravvivare e
rinvigorire negli uomini il sentimento morale, e praticare nelle relazioni vuoi
private vuoi pubbliche i sommi principj di moralità e onestà e di
equità naturale. 2° La questione religiosa, non solo pei
doveri dell’uomo verso Dio e nell’interesse della sua destinazione
oltremondana, ma per istabilire e mantenere in modo più sicuro l’unità morale
fra gli uomini tutti. Ai nostri tempi, invece, non solo permane la
diversità delle religioni positive che possono dar ésca a divisioni di
popoli e fomentare guerre sterminatrici e da barbari, ma sempre più vivo si
palesa il conflitto fra la ragione e la fede,, tra il domina e
l’esperienza illuminata, fra la scienza c la religione. In qual modo
comporre il dissidio tra i principj della scienza e i diritti della
ragione da un lato, fra le verità di senso comune e le aspirazioni
dell'anima umana dall’altro, essendo l’uomo costituito dalla natura
animalo religioso ? La questione politica, la quale risguarda non
tanto la forma di Governo, lo più sicure ed ampie guarentigie
costituzionali, quanto e meglio la libertà civile e politica, che le
democrazie moderne vorrebbero portare col fatto all’ultima sua
espressione. Oia ognun vede che siffatto problema presenta gravissimo
difficoltà, ove specialmente si riconosca cs- • sere la libertà per gli
uomini particolari e per le nazioni, pei governati e per gli stessi
governanti, non solo un diritto ma un dovere. 4° La questione
economica, vale a dire la ricchezza d, pochi e la quasi indigenza dei
proletari che cosi,tu,senno i quattro quinti del genere umano! Il
rim to d, proprietà individuale e le condizioni miser- r k
> Ìl Capi ‘ ale e U “"0 «peeial- fii T„ ", ”T° ' 1Uasi
in aperto co,, - „ lìr r r p0n '° “«evolute « ™io. alla
nel’ itt0 ' d,e tla U«"i » spinto «no Può il°.e 0 ', 0 ' °
dlntt0 1,1 Possedere c di testare? pili "° S . lro -P'-omettar.i di
risolvere il Ln Z) m (00me il 0 nella »™‘'“»‘a Ma sorbir
M salario e quindi nella reale a compita emancipazione del quarto stato
? Lo quattro grandi questioni sociali si riducono in sostanza
a due : al problema morale cd a quello economico sociale, che hanno
carattere di universalità vera e propria, riguardando essi il genere
umano nell’ampio giro del tempo o dello spazio sulla Terra. Noi ci
occupiamo qui della sola questione economica sociale e del modo di
risolverla praticamente in Italia, secondo le dottrine c gli espedienti
del Mamiani, desumendo lo une c gli altri dai varj scritti di lui. Ma
prima diamo un cenno storico della questione medesima.
II. La questione economica non c nuova nè moderna, ma può
dirsi rimonti alle prime società civili. Ogni epoca e ogni grande
Istituzione sociale, come lo Stato c la Chiesa, han tentato di risolvere
o a modo loro o in conformità dei tempi l’arduo c complicato problema. Ma
è stata sempre una soluzione parziale e provvisoria, mai totale, generale
o definitiva, sia per la natura dei mezzi adottati, sia per la stessa
nativa diseguaglianza degli uomini c per le nuove esigenze della civiltà
progrediente. La istituzione delle caste nell’antico Oriente, la
divisione legale fra i liberi e gli schiavi nella Grecia c nel mondo
romano, le corporazioni religiose istituite dalla Chiesa, il sistema feudale
nel medio evo. le stesse corporazioni d’arti e mestieri appo i
nostri Comuni c le nostre Repubbliche, si credettero spc- dieuti
efficaci a risolvere la questione economica so- cialc, e quindi furono
adottati per Scongiurare il pericolo. Ma nè il Paganesimo che negava agli
schiavi ed ai servila personalità morale e giuridica, nè il Cristianesimo
che riconosceva nei volghi servili la personalità umana c l’eguaglianza
morale, e predicava ai ricchi la carità, ai poveri la rassegnazione, nè
le istituzioni sociali del medio evo in Italia ed altrove, riuscirono a
risolvere la questione economica, ma ol’aggiornarono semplicemente, o la
indirizzarono per una nuova strada. I nuovi principj del
Cristianesimo neppure nel medio evo valsero ad appagare sempre lo plebi,
a distoglierle dai beni presenti esortandole a restar povere e
tranquille. u I pensieri c gli affètti dell'uomo staccati a forza dalla
vita presente, nondimeno di tratto in tratto vi tornavano, c il
sentimento della vita irrompeva fortemente e violentemente. È questo
sentimento che in Italia nel 1035, al tempo della lega dei valvassori
minori contro i maggiori, faceva cospirare anc ie gli uomini di servii
condizione contro ipadroni, e darsi giudici, ragioni e leggi. Parimente
nel 1387 vediamo nel Canavcsc, Vercellese e Vallese, nella mna e
Tarantasia e in altre parti, il popolo i nnViT 10 a^ 6 t0lrc 0 ca
«)pagna sollevarsi contro mm-P ì tl * vast ‘ mot i dei contadini misero a
ru- di li fn eBta “ Ìa - la ricchezza c la povertà. Col
sistema dello p.ccolc industrie, l’operaio poteva sce- :r c tra ;
d,vcrsi P adl '°"i quello che gli faceva mi- ST COnd ' Z10 "' ;
11 Ch0 «« “'-va di stimolo a rcn- *«*“» “1 ambita Papera m Si
voro V),. 0,- e ’i " n C ° rt ° ei l ailibrio tr a capitalo e 1»-
AtomtVoll b ° n °| ZJ n °" Si 1WSSOno P iil avcr0 001 «
s“ V-'; ° Ì,,dUSl, ' !a - » * 'intedia co- -i caoitalist' asolanti,
PCi-cU alla lega di questi P'tabst, possono contrapporre la propria eoa
piti HI sicura e pronta efficacia. Venendo meno le piccole-
industrie e scomparendo gradatamente il ceto medio, alla perfine il
cajiitale e il lavoro si troveranno l’uno di fronte all altro. JE già il
conflitto è cominciato qua e la in più luoghi e sotto aspetti diversi :
vi è un cumulo di odii mal repressi che anelano la vendetta o almouo la
rivincita. Tantoché, ove non si pensi in tempo ai firnedj, vi è da temere
uno sconvolgimento sociale nell’ordine politico ed economico. Ma quali
rimedj adottare e come prevenire un rivolgimento sociale, clic potrebbe essere
il più terribile nella storia del genere umano ? Ecco l’arduo- problema
economico sociale, ecco la sfinge moderna, che preoccupa la mente del
filosofo, del filantropo,, dell’economista e dell’uomo di Stato. Alla
pratica soluzione di questo formidabile problema in Italia il nostro compianto
Mamiani involse per oltre quarant’anni (1S3S-.1SS2) la mente, il
cuore, gli studj suoi ampj e consumati. “ Quella comunanza di
uomini (egli scriveva fino dal 1838) elio non sa- trovar modo, o non
vuole, di schermire dalle necessità estreme della vita gl’indigenti onesti e
d’ogni fatica volonterosi, non può dirsi con proprietà sa- piente e
civile, ma sotto apparenze molto contrarie è- barbara e insipiente
tuttavia. Le genti educate ed agiate sono dalla natura e da Dio
costituite madri e tutrici delle infime plebi, e di queste hanno a.
render conto molto severo sì innanzi alle società urnane e sì innanzi a Dio
padre dei poveri „ (1). Fermato ciò, il Mamiani rigettando le strambe utopie
dei Comunisti e dei Socialisti moderni perchè ingiuste e non
attuabili, e scegliendo quelle riforme e quei miglioramenti sociali che
erano o che gli parevano possibili e praticabili in Italia, esule a
Parigi segnò ne’ suoi Documenti pratici intorno alla rigenerazione
morale intellettuale ed economica degli Italiani, alcune linee di quel vasto
disegno onde il secol nostro intendeva e intende a migliorare le
condizioni del popol minuto. I mezzi da lui proposti per soddisfare
ai diritti che riguardano la sussistenza sono gl’infrascritti. 1°
Abolire i dazj c le imposte d'ogni natura che gravano più propriamente
sull’infimo popolo. 2° Francarlo dalle viete tasse parrocchiali
assegnato all’ adempimento di certi atti solenni, civili e
religiosi. •j° Moltiplicare e perfezionare gli ospedali, i
ìicovcri, i monti di pietà c simili altri istituti di pubblica
beneficenza. Propagare il più che si può tali istituti anche per i
villaggj e le campagne, c imitare da per tutto esempio d alcuni Comuni
rurali, che a loro spese provvedono i contadini di medico e
medicine. ò Rifornì are ed ampliare le leggi e i regolamenti circa
ai patti e alle mutue relazioni tra i fab- Scritti politici,
edizione renze, Le Monnicr. ordinata dall’autore. - Fi e la
questione economico- soci a Lubricanti, capomastri e bottegai da un lato, e gli
operai, giornalieri, manuali e apprendisti dall.’altro, porgendo a tutti
i secondi guarentigia e soccorso nei termini dell equità, e contro
l'egoismo e la durezza dei primi. G° Istituire in ogni città,
dove gli operai sovrabbondino, due sorte di lavorerìe pubbliche permanenti : 1
una pei rozzi braccianti, l'altra per gli operai delle arti comuni.
7° Tali istituti ordineranno per guisa i rego- menti c le
discipline proprie, c con si fatta misura proporzioneranno le loro
mercedi, da non sopraffare in nulla le industrie de’privati; mentre
toglieranno a queste l’arbitrio di soverchiare gli operai in nessuna
cosa. • 8° In tali lavorerìe ed officine pubbliche non
debbono gli operai nè esser costretti a vivere rinchiusi, nè perdere alcuna
porzione di quella indipendenza, di atti c pensieri che la civile libertà
concede ad ogni uomo onesto. I lavori, poi, scelti e ordinati in quelle
saranno volti con provvidenza ed accorgimento alla pubblica utilità, e
segnatamente a quella del popol minuto. 9° L’ammissione a
tali opificj sarà concessa ad ogni operaio il quale darà prova di aver
offerto invano l’opera sua nelle officino privato. E il pericolo della
soverchia c non strettamente necessaria frequenza degli operai in quelle
lavorerìe sarà evitato, con fare strette più dell’uso ordinario le
discipline, le quali poi debbono esser pensate c trovate con ingegnò SÌ
fatto da convertirle in buoni e quotidiani metodi educativi. Tutto
ciò richiede che il tesoro arricchisca abbondevolmente per altre vie.
Nuova fonte di ricchezza pubblica può divenire la tassa detta progressiva, ed
una sull’eredità trasversali proporzionata al grado più o meno stretto di
parentela, e il rendere mobili e circolanti i beni immobili c camerali, o
per ultimo il fare sparmio di tutta l’immensa moneta che
inghiottono e scialacquano i grossi eserciti stanziali, i gran favoriti di
corte, i doganieri, e mille altre specie di ufficiali e di salariati o perniciosi
o superflui. 11° Con molto valsente tenuto in. riserbo,
si ovvierà a quegli accidenti imprevisti che turbano a un tratto 1
economie delle industrie e del lavoro quotidiano. Così gl’italiani,
antichi fondatori delle Case di lavoro, perfezioneranno conforme ai
bisogni dell età nostra il pietoso trovato degli avi loro. 12
Riguardo alle campagne, bisogna in primo luogo riformare ed ampliare il
codice forese od agrario, perchè si tutelino con più efficacia i patti e
le relazioni giornaliere fra i possidenti e i coloni, migliorando le
condizioni di questi ultimi, e mallevatole contro ogni ingiustizia e
sopruso. 13 In secondo luogo, bisogna istituire in ogni P
noia compagnie di assicurazione (sovvenute dal mune) contro i danni
delle gragnuole, delle carestie, jpizoozie ed inondazioni, affinchè i
contadini si veg- accertato ogni anno il frutto del loro
sudore. E quando il raccolto sarà favorevole ed abbondante, i
contadini concorreranno per la lor quota al pagamento della tassa di assicurazione.
14° Un Consiglio superiore, aiutato dai succursali delle provincie,
prenda in cura speciale lo studio e la vigilanza degl’interessi del popol
minuto. A questo Consiglio saranno ascritti molti uomini pratici e
versati in dottrine particolari relative ai fini proposti, e tutti
splenderanno di specchiata probità o di zelo grande verso i poveri.
15° Una parte del Consiglio medesimo prov- vederà specialmente alla
vita sana del popolo, promovendo le società di temperenza felicemente iniziate
in America e in Inghilterra, ed esaminando l’interno delle officine, la
materia e la qualità dei lavori, i cibi quotidiani, gli alloggj, le vesti
e simili obbietti. E sarà bene imitare Leopoldo I di Toscana, il
quale a spese dell’erario fece murare in luogo arioso gran numero di casette
decenti ed acconce per l’infimo popolo. Questi pagherebbe una modica
pigione. 16° L’altra parte del Consiglio veglierà gli andamenti del
popolo, la qualità delle sue industrie e de’suoi negozj. Vedrà pure
ilConsiglio quel che sia da ristorare degli antichi Statuti delle arti e
quello che sia da aggiungervi : ad ogni modo, promoverà le congregazioni
e consorterie legali degli operai, dei ca- pomastri e d'ogni specie di
artieri, con l’intento di accrescere ad ognuno i mezzi di produzione, e
se- gnatamentelo spirito di fratellanza e disciplina. Similmente, il
Consiglio promoverà con zelo perseverante le anioni e consorterie dei piccoli
proprietarj e dei fittajoli, compensando per tal guisa i danni e
gl’inconvenienti dei poderi troppo angusti. Veglierà, infine, sulle
pubbliche mostre, sui comizj agrarj, sugl’incoraggiamenti e sui premj da
assegnare ; studierà il valore de’ nuovi ritrovati e degli ultimi
perfezionamenti, ed agevolerà ai poveri artieri lo smaltimento de’ rispettivi
lavori, contro il monopolio dei troppo ricchi, cd a freno degl’
incettatori e rivenditori. Il Consiglio procaccerà di mettere in buono
accordo fra loro gl’ istituti di carità e beneficenza, facendo che si
accostino tutti a certa unità di massime direttrici, e che l'opera dell’ uno v
P rcndo a chiarire e ad inculcar! cono circa la questione sociale. Mentre
il essa Lettera esaminava il Mamiani se la nuova Ke- pubblica
francese potesse fornir lavoro quotidiano agli operai che ne mancassero,
tornava a raccomandare la istituzione di lavorerìe pubbliche, ma con lo
infrascritte cautele affinchè non divenissero perniciose allo Stato c non
turbassero 1’ operosità economica dei privati. 1° Lo
pubbliche officine debbono istituirsi universalmente c poco meno che in
qualunque grosso Comune, per evitare una soverchia accumulazione di
popolo in quelle sole città dove fossero pubbliche lavorone. Converrà, inoltre,
cercar compensi nuovi e gagliardi, noll’istituiro officine in tutto lo
Stato a favore dell'agricoltura, affinchè i contadini non siano indotti a
lasciar la villa e ricoverarsi nelle città. 2° Bisogna decretare
che nello officine dello Stato sicno raccolti solamente quegli operai
a’quali nessuna privata industria ha potuto fornir lavoro.
Imperocché le lavorerìo pubbliche sono costituite per supplire e riparare
alla insufficenza delle industrie private, dalle quali ricevono
limitazione e misura. 3° Il Governo procaccerà, per non
rovinare molte industrie private, elio i lavori molteplici e svariati da
lui condotti siano di qualità da non potersi dai privati cittadini
imprendere con profitto. Il che importa che le manifatture pubbliche
quanto più crescono, e tanto più costino e siano a maggiore scapito del
tesoro. 4° Avviata la generale istituzione degli opificj
•comuni, il prezzo della mano d’opera non potrà sminuire tanto e sì presto,
quanto si vede ne’paesi dove il numero delle braccia soverchia il
bisogno. Però, tutte quelle industrie le quali competono con gli
stranieri, mercè del buon mercato e del potere scemare' fino all’ultimo
estremo i salarj, cesseranno e si annulleranno. Dalla teoria conviene a
suo tempo scendere all’applicazione. E così fece il Mamiani. Divenuto Ministro
costituzionale sotto Pio IX, nel giugno 1848- il Mamiani compilò e
sottopose all’Assemblea romana una proposta di legge per la istituzione di un .Ministero
speciale di pubblica beneficenza . È pregio dell’opera riferire, tralasciando
le funzioni speciali e straordinarie del nuovo Ministero, le sue
funzioni generali non tanto per far conoscere la natura e la.
missione di esso Ministero, quanto perchè ci sembra, che quelle funzioni
ed attribuzioni generali possano anche oggidì servir di lume per la
riforma e il riordinamento dello nostre Opere pie. 1 II Ministro
di pubblica beneficenza procura in genere la riforma, il perfezionamento
e la moltiplicazione degl’ istituti e delle opere di beneficenza c ie
sono in atto, e la fondaz ione e 1’avviamento detuzionc cd ogni opera rivolta
all’educazione morale e intellettuale delle infime classi. 2°
Procura con mezzi mediati o immediati di approssimare le opere tutto di
beneficenza a certa unità e collegamento, affinchè se ne aumenti da
ogni lato l'efficacia, e non ne siano gli effetti o troppo parziali o
manchevoli. 3° Promuove presso i Consigli deliberanti le
leggi c gli ordinamenti giovevoli alle classi indigenti c al popolo
minuto. 4° Sopraintende agl’istituti laicali di beneficenza
da lui fondati o dal Governo posseduti, e a qualunque disegno e impresa *da lui
o dal Governo attuata, e la quale intende al sollievo e all’educazione
delle classi inferiori. 5° Sopraintende similmente a quegli
istituti e opere laicali di beneficenza e di educazione popolare, le
quali sono posto dai fondatori sotto il riguar- damento e la cura
immediata di chi governa. G° S’ingerisce, d’accordo coi Municipj o
coi Rettori privati, nel regolamento di quegli istituti ed opere
coraunitativc o private, alle quali viene in soccorso il Governo con il
denaro pubblico, o con altra maniera efficace e ragguardevole di ajuto. Quanto
alle fondazioni e congregazioni, o similmente a qualunque specie ed atto
di pubblica beneficenza, dipendenti al tutto dai Municipj o dalla
carità di privati, c che si rimangono esclusi dalle tre dette categorie,
il Ministro ne piglia cognizione esatta e particolareggiata, ed esige
copia autentica degli statuti c dei regolamenti. Invigila clic non
contravvengano in nulla alle leggi universali dello Stato. Promove e
propone in seno de Consessi legislativi quei provvedimenti c quelle
cautele che impediscono alle beneficenze d’istituto municipale o privato
di fuorvia.e c corrompersi. Risponde ai consigli richiesti, e invita per
via officiosa a modificare, migliorare, propagare e in ogni guisa
perfezionare l’opera della beneficenza. Similmente invita e procura la
colleganza e reciprocazione degli ufficj ed aiuti fra l'uno istituto e
l’altro, o in genero favorisce e caldeggia per ogni modo l'azione
loro. Occorre appena far notarle che il Mamiani, mettendo così in
pratica le sue nuove dottrine sociali, tentava di dare all’opera del
Governo quell’ampiezza e quell efficacia che si accorda generalmente con
le libei tà co privati, e con ogni trasformazione c progresso nello
spirito di associazione e di civile consorzio. Sulla quale Istituzione egli
ritornò più. tardi nei Saggi di Filosofia civile. Ma è noto che il
Ministero di pubblica beneficenza non ebbe fortuna negli Stati Romani,
mentre alle idee del Mamiani si fece m sostanza buon viso in Toscana,
dove al Ministero ella Istruzione pubblica fu aggiunto l’ufficio di
tubare c dirigere la pubblica beneficenza. lennpir/ il Mamiani fece a
tutti manifesto so sociali D i eC0 6U ° P on ^ crato volume sulle
Qucstion ’ ° ° ln mczzo a tante vicende politiche italiane ed europee dal
48 in poi, in mezzo a’ suoi profondi studj filosofici cd alle sue occupazioni
di statista, non aveva perduto d’occhio i progressi teorici e le fasi
pratiche della questione economica sociale nelle diverse parti d’Europa.
Girando l’occhio della mente nell’essenza profonda e nelle
attinenze della questione sociale, c pur tenendo conto dei suggerimenti
dell'esperienza e della riflessione por oltre quarantanni, nella suddetta
opera Egli esaminò acutamente i due massimi problemi dell’età nostra, fra
loro distinti ina non separati, cioè il problema inorale c quello economico.
Intorno al secondo problema, ecco in breve le dottrine o le proposte che
il Mamiaui professava e additava per risolvere in Europa e segnatamente
in Italia la questione sociale. L’autore delle Questioni sociali
ammette legittimo il diritto della proprietà individuale ; affer- * ma,
contro certi Economisti, che il lavoro non crea, ma presuppone la
proprietà ; rigetta le strambe teoriche di Proudhon e le altre nò giuste nò
praticabili dei moderni Comunisti c dei Socialisti esagerati; reputa non
assoluto il diritto al lavoro. Ma, d’altra parte, egli deplora gli
effetti della libera concorrenza che ritiene sia causa dell’ anarchia
economica ; è seriamente preoccupato dal fatto che i quattro quinti
del genere umano formano la classe intera dei pro- letarj : e quindi pensa
e propone un sistema di riforme rivolte ad armonizzare la produzione e il
capitale, gl’interessi e le sorti del proletario, sistema che si compendia
nelle seguenti proposte : Istituire un magistrato speciale col nome
di Tribuni del popolo, eletto dal corpo intero dei lavoranti, il quale
tuteli ed invigili i diritti e gl’interessi del proletario. 3°
Abolizione del dazio consumo. 2° Fondazione di colonie per riparare
all’ eccedenza annua della popolazione, secondo la teorica di Malthus.
4° Favorire e proteggere 1’ emigrazioni volontarie, quando pure al
Governo apparisse nè difficile nò dispendioso il tragittare i nostri
emigranti da una provincia interna ad un' altra, per esempio in
Sardegna, nelle campagne romane, in più parti disabitate ed incolte della
Sicilia c della Puglia. 5° Proteggere ed allargare le Società
cooperative, nelle quali il lavorante, oltre alla sua mercede, divida coi socj
il modesto lucro ricavato dalle pioduzioni, e pelò sia nel tempo stesso
comproprie- taiio. Quanto si dilateranno questo società, tanto più
effettuabile apparirà la Cassa di pensioni per i 1600 i e gl invalidi,
alimentata da quoto versatevi a ogni libera corporazione di artigiani, e
da elargizioni del Governo in proporziono delle somme risparmiate o dai singoli
membri o da una intera • norT A 1 i rtÌerÌ ’ C CU ‘ amm i Q
istrazione però °" “ ai i» mano del Governo. del l
a T? com P r °P r ^ario anche il lavoratore del fondo da lui coltivato.
oc ni Gn | are 1° imposte ai contadini proprietari. on are Scuole
governative professionali,
lo3 cioè di arti e mestieri, in unione con le
Provincie ed i Comuni quanto alle spese ; nelle quali scuole
sarebbero accolti i figli dei lavoranti, compiuta 1' istruzione
elementare. 9° Riformare le Scuole tecniche, adattandole ai
mestieri ordinarj ; e quanto alle grosse borgate c alla campagna,
ammaestrarvi i contadini suburbani negli clemeuti di agricoltura e di
pastorizia. 10° Provvedere ad un Manuale popolare di
agraria. Dove manchi l'insegnamento elementare, supplirvi con le
scuole dette ambulanti. 12° Prestazioni al buon colono per ajutarlo
a divenire comproprietario ; e dono degli utensili al giovine
proletario, ghà prestatigli quando entrò nelle officine urbane e noi
fondi rustici in possesso ed uso dello Stato. Dall’
attuazione di queste riforme e proposte il Mamiani si riprometteva la
graduata cessazione della servitù del salario e quindi la emancipazione
reale a compita del quarto stato. Ma in qual modo lo Stato avrebbe
provveduto a quello nuove ed incessanti spese ? Con le infrascritte
riforme, secondo il Mamiani, oltre al provento delle consuete imposte.
1° Cancellazione dell’ esercito stanziale. 2° Imposta
prediale e mobiliare temperatamente progressiva. 3°
Incameramento dell’ eredità trasversali dal terzo grado in giù.
Sbassamento della rendita pubblica dal quattro al tre e al due e mezzo, secondo
luoghi e tempi. 5° Amministrazione disimplicata e scemamente
di ufficiali e di paghe. 6° Ogni legatario pagherà una volta
soltanto il decimo del valsente legatogli.. 7° Monopolio
delle miniere. VII. Non tutte le riforme c le proposte
sociali messe innanzi dal Mamiani sono guari praticabili, nè tutte
collimano con la inviolabilità del diritto naturale di proprietà individuale,
oltre accordare un soverchio ingerimento allo Stato moderno nelle materie
economiche. Noi non potremmo quindi accettare senz’ alcuna restrizione e
temperamento tutte e singole le dottrine economiche e sociali del
Mamiani, nè crediamo che si possa mai giungere a pienamente e stabilmente
risolvere il problema conomico sociale, come ci studiammo
dimostrare a suo uogo in due nostri libri, negli Elementi scientifici di
Etica e Diritto o nella Filosofia morale e sociale (1). Ma intanto,
nobile, alto, eminente- ” e -i°iT,le • Gd . Umanitario « il fine a
cui rivol- rifnrm anai ^ n * 1° su La disciplina o
educazione ci fa passare dallo stato di animale a quello d’uomo. Un
animale è pel suo istinto medesimo tutto ciò che può essere ; una
ragione a lui superiore ha preso anticipatamente per esso tutte lo cure
necessarie. Ma l’uomo ha bisogno della sua propria ragione. Costui non ha
istinto, c conviene che formi da so stesso il disegno della sua
condotta. Ma, siccome non ne possiede la immediata capacitò, e viene al
mondo nello stato selvaggio, ha bisogno dell’aiuto altrui. La
specie umana c obbligata a cavare a grado a grado da sò stessa colie
proprie sue forze tutte le qualità naturali che appartengono all’umanità.
Una generazione educa l'altra. Se ne può cercare il primo principio
in uno stato selvaggio o in uno stato perfetto di civiltà -, ma, nel secondo
caso, bisogna pure ammettere che l’uomo sia poi ricaduto nello
stato selvaggio c nella barbane. La disciplina impedisce
all’uomo di lasciarsi deviare dal suo destino, dall'umanità, pur Io
sue inclinazioni animali. Occorro, por esempio, oh essa lo moderi,
perché egli non si gotti noi porle» o corno no animalo feroce, 0 come uno
stordito^ a dina è puramente negativa, perche si resinose soovliarc
l'uomo della sua selvatichezza; 1 istruzione, ^ ° -nèh parte positiva
dell’educazione. “ir ™ ioho- coiste nell' indipondeoza da,, • T a
disciplina sottomette 1’ uomo alle r Lvfmou» e lincia a fargli sentirò
la E, l'autorità dolio leggi stesse. Ma ciò dovesse. Valdarnini
la pedagogia di e. kant fatto per tempo. Così, maudansi per tempo i
bambini alla scuola, non perchè vi apprendano qualcosa, ma perchè vi si
avvezzino a restare tranquillamente seduti e ad osservare puntualmente
ciò che loro vien comandato, affinchè in progresso di tempo
sappiano cavar subito buon partito da tutte le idee che verranno loro in
mente. Ma l'uomo è così portato naturalmente alla libertà
che, quando vi abbia preso una lunga abitudine, le sacrifica tutto. Ora questa
è la precisa ragione onde conviene per tempo ricorrere alla disciplina ; chè
altrimenti sarebbe troppo difficile di cambiar poi il carattere di lui, e
seguirà allora tutti i suoi capriccj. Parimente, si vede che i
selvaggj non si abituano mai a vivere come gli Europei, quantunque
restino per lungo tempo ai servigj loro. Il che non deriva già in essi,
come opinano Rousseau ed altri, da una nobile tendenza alla libertà, ma
da una certa rozzezza, perchè l'uomo appo essi non si è ancora spogliato
in qualche maniera della natura animale. E però dobbiamo avvezzarci per
tempo a sottometterci ai precetti della ragione. Quando all uomo si
è lasciato seguire la piena sua volontà pei tutta la gioventù c non gli
si è mai resistito in nulla, ci conserva una certa selvatichezza per
tutta la vita. Rè alcuna utilità reca ai giovani un affetto materno
esagerato, dacché più tardi si pareranno loro dinanzi ostacoli da tutte
le parti, c troveranno dovunque contrarietà quando piglieranno parte agli
affari del mondo. Un vizio, nel quale ordinariamente si cade ncl1’educazione
dei grandi, e quello di non opporre loro alcuna resistenza nella loro
gioventù, perché son destinati a comandare. Nell’ uomo la tondenza
alla libertà richiedo ch’egli deponga la sua rozzezza : nell’animale bruto, al
contrario, questo non e necessario per l’istinto di lui. L’uomo ha
bisogno di sorveglianza e di cultura. La cultura abbraccia la disciplina e
l'istruzione. Nessun animale, che noi sappiamo, ha bisogno di
quest’ultima ; imperocché veruno di essi apprendo alcun che da’ suoi
antenati, salvo quegli uccelli clic imparano a cantare. Infatti, gli
uccelli sono ammaestrati nel canto dai loro genitori ; ed è mirabil
cosa il vedere, come in una scuola, i genitori cantare con tutte le
proprie forze davanti ai loro nati e questi'adoperarsi a cavare gli
stessi suoni dalle loro tenere gole. Se taluno volesse convincersi
che gli uccelli non cantano per istinto, ma clic imparano a
cantare, basta ne faccia la prova ed è questa : levi ai canarini la metà
delle uova loro e vi sostituisca uova di passero ; ed ancora coi piccoli
canarini mescoli insieme passeri giovanissimi. Li metta in una gabbia
donde non possano udire i passeri di fuori ; essi impareranno il canto
dai canarini e così avremo passeri cantanti. Nò meno stupendo e il
fatto, che ogni specie d’uccelli conserva m tut e le generazioni un certo
canto principale; cosi la tradizione del canto è la più fedele nel
mondo L’ uomo non può diventare vero uomo che per educazione ;
egli e ciò eh essa, lo fu. \ uolsi notai e eh’ egli può riceverò questa
educazione soltanto da altri uomini, che l’abbiano egualmente ricevuta
dagli altri. Quindi la mancanza di disciplina e d’ istruzione in certi
uomini li rende assai cattivi innesti i dei loro allievi. Se un essere di
natura superiore si prendesse cura della nostra educazione,
vedrebbesi allora ciò che noi possiamo divenire. Ma siccome
l’educazione, da una parte, insegna qualcosa agli uomini, e, dall’altra,
non fa che svolgere in loro certe qualità, non si può sapere fin dove
portino le nostre disposizioni naturali. Se almeno si facesse una
esperienza coll’ aiuto dèi grandi e col riunire le forze di molti, ciò ne
illuminerebbe sulla questione di sapere fin dove l’uomo può arrivare per
questa via. Ma una cosa tanto degna di osservazione per una mente speculativa quanto
triste per un amico dell’ umanità si è il vedere, clic la più parte
dei grandi non pensano che a se stessi e non pigliano alcuna parte alle
interessanti esperienze sulla educazione, per fare avanzare di qualche
altro passo verso la perfezione la natura umana. 3. - Non vi
ha alcuno clic, essendo stato trascurato nella sua gioventù, siaincapaco di
ravvisare nell’età matura in elio venne trascurato, vuoi nella
disciplina, vuoi nella cultura (poiché si può chiamar cosi la
istruzione).Chi non possicdecultura di sorta e bruto pollinoli Ita
disciplina o educazione e selvaggio. La mancanza di disciplina è un male
peggioro della mancanza di cultura, perche a questa si può ancora
rimediare più tardi, mentre non si può più mandar via la selvatichezza e
correggere un difetto di disciplina. Forse l’educazione diverrà sempre
migliore, e ciascuna delle generazioni venture farà un passo di più verso
il perfezionamento dell’ umanità ; imperocché il gran segreto della
perfezione della natura umana dimora nel problema stesso dell’educazione.
Si può camminare oramai per questa via ; difatti, oggidì si principia a
giudicare esattamente e a vedere in modo chiaro in clic proprio consiste
unabuoua educazione. E reca dolce conforto il pensare che la natura
umana sarà sempre più e meglio dispiegata e migliorata dall’educazione, e
che si può arrivare a darle quella torma che veramente le conviene. In ciò
consiste la prospettiva della felicità avvenire della specie umana. L’abbozzo
d'una teorica dell’educazione è un ideale nobilissimo, c che non
tornerebbe punto nocivo, quando anche non fossimo in grado di
effettuarlo. Non bisogna considerare un’idea come vana e ritenerla come
un bel sogno, perchè certi ostacoli ne impediscono l’effettuazione.
Un ideale altro non è ohe il concetto d una per- lezione che non si
ò riscontrato ancora noU'esporicnza : tal sarebbe, per esempio, l'idea 4 una
repubblica perfetta, governata secondo le regole dell» g.nst.z.a.
Si dirà dunque impossibile? Basta,,u pruno nego, Che la nostra idea non
sia falsa; in seconde lungo, ohe non sia impossibile assolutamente d,
vincere luti, „u ostacoli per tradurla in atto. Se, poniamo cascano
mentisse, la veracità sarebbe per questo una chimera ? L’idea eli una
educazione clic dispieghi nell'uomo tutte le sue disposizioni naturali è
vera assolutamente. Con l’educazione presente l'uomo non
consegue appieno il fine della sua esistenza. Imperocché quanta diversità
non corre tra gli uomini nel loro modo di vivere ! Ne tra loro può essere
uniformità di vita se non in quanto essi operino secondo gli stessi principj
e questi principj divengano per loro come una seconda natura. Noi
possiamo almeno lavorare intorno al disegno d’una educazione conforme
all’intento che dobbiamo proporci, e lasciare istruzioni agli avvenire
che potranno a grado a grado metterle in pratica. Osservate, per esempio,
i fiori detti orecchi di orso: quando li tiriamo dallo radici, hanno
tutti il medesimo colore •, quando invece se no pianta il seme,
otteniamo colori tutti differenti e svariatissimi. La natura ha dunque
riposto in loro certi germi del colore, e basta, per isvilupparvcli,
seminare e piantare convenientemente questi fiori. Il somigliante accade
nell’uomo ! Vi sono molti germi nell'umanità, e spetta a noi
svolgere con debita proporzione le nostre disposizioni naturali, dare
all’umanità tutto il suo dispiegamento, e adoperarci a conseguire la
nostra destinazione. Gli animali compiono il loro destino spontaneamente
e senza conoscerlo. L’uomo, al contrario, e obbligato a cercar di
conseguire il fine suo ; il che non può egli fare se prima non ne ha
un’idea. L’individuo umano non può compiere da se questa destinazione. Se
ainmettesi una prima coppia del genere umano realmente educata, bisogna
sapere altresì com’essa ha educato i suoi figli- I primi genitori danno
ai loro figli un primo esempio ; questi lo imitano, e così
dispiegansi alcune disposizioni naturali. Ma tutti non possono esser
educati a questo modo, giacché ordinariamente gli esernpj si offrono ai
bambini secondo l’occasione. In altri tempi gli uomini non avevano alcuna idea
della perfezione onde la natura umana è capace ; noi stessi non l’abbiamo
ancora in tutta la sua purezza. È corto del pari che tutti gli
sforzi individuali, clic hanno per fine la cultura dei nostri allievi,
non potranno mai far sì che costoro giungano a conseguire la loro
destinazione. Questo fine non può esser dunque conseguito dall’uomo singolo,
ma unicamente dalla specie umana. L’educazione c un’arte, la cui pratica
ha bi- sogno d’essere perfezionata ila più generazioni. Ciascuna
generazione, provvedala delle conoscenze dello precedenti generazioni, è
sempre pii in grado di arrivare a una educazione che in una giusta
piopoi- zionc c in conformità Sol loro fine svolga tutte le nostre
disposizioni naturali e cosi guidi tutta la spc- eie umana alla sua
destiuazionc. - La Provvidenza ha voluto ohe l'uomo fosse obbligato a
cava™ da se stesso il bene, 0 in qualche modo gli dice Edia nel
mondo. Io ho mosso in te ogni speco d. alt tudin. porilbcno. Ora a
te solospcttasvilupparlcpcr,1 bene; e quindi la tua felicità 0 la tua
infelicità dipende da te ., Cosi il Creatore potrebbe parlare agli nomini
! L'uomo deve innanzi tutto svolgere le sue attitudini per il bene ;
la Provvidenza non lo ha messe in lui bcll’e formate, ma come semplici
disposizioni, c però non vi è ancora distinzione di moralità. Render se stesso
migliore, educare se medesimo, e, s’egli è cattivo, svolgere in sè la moralità,
ecco il dovere dell'uomo. Quando vi si rifletta consideratamente, si vedo
quanto ciò sia difficile. L'educazione, pertanto, c il più grande e il
più arduo problema che ci possa esser proposto. Di fatti le cognizioni
dipendono dall’educazione, e questa dipende alla sua volta da quelle. Onde non
potrebbe l'educazione progredire elio di mano in mano ; e noi
possiamo arrivare a farcene un’idea esatta solo in quanto ciascuna
generazione trasmette le sue spe- rienze e le sue cognizioni alla generazione
posteriore clic vi aggiunge qualcòsa di suo c le tramanda così
aumentate aqucllachele succede. Qual cultura e quale sperienza dunque non
suppone questa idea? E però essa non poteva sorgere che tardi, e noi
stessi non 1 abbiamo ancora innalzata al suo più alto grado di
purezza. Si tratta di sapere se l’cducazionc nell’uomo singolo debba imitare la
cultura che l’umanità in gcnciale ricevo dalle suo diverse generazioni.
-Lia le umane scoperte ve ne ha duo difficilissime, e sono l’arte di
governare gli uomini e l’arto di educarli ; c però si disputa ancora su
queste idee. Ora, donde principieremo a svolgere le naturali
disposizioni dell’uomo ? Bisogna muovere dallo stato barbaro o da auo
stato già culto ? Non è agevol cosa il concepire uno svolgimento partendo
dalla barbarie (per la difficoltà somma di farci un’idea del primo
uomo) ; e noi vediamo che, ogni qualvolta si sono prese le mosse da
questo stato, 1 uomo è ricaduto nella selvatichezza, e che però sono
stati sempre necessari nuovi sforzi per uscirne. Anche nei popoli
assai civili ritroviamo un avanzo di barbarie, attestato dai più antichi
monumenti scritti a noi tramandati ; e qual grado di cultura non
suppone già la scrittura stessa ? E da questo punto, cioè dalla
invenzione della scrittura, si potrebbe anzi far cominciare il mondo, rispetto
alla civiltà. Poiché le nostre disposizioni naturali non si
svolgono da sè stesse, ogni educazione è un’arte. - La natura non ci ha
dato per questo hnc alcun istinto. - L’origine, come il suo
relativo progresso, dell’arte educativa, è o meccanica, senza
disegno sottoposta a date circostanze, o ragiona « L«to
•d’educare non risulta meccanicamente dalle caco . stanze in che
apprendiamo per esperienza se una data cosa ci è dannosa od utile.
Ogni arte di questo -onere clic sarebbe puramente meccanica, con i
s „ 1-ioune perche non seguirebbe f b0 m0lt ' Cn oln-c “ia’nto Che
l’arte delMn- alcnna norma. 0 1 W caziono 0 1» P f*°” io „,J,
or,„odo d» con- nata ” 0 d « linnzion m I genitori, ebe hanno
sognuo I. educazione, sono gin 3i rcgoinnoirr,i.Mn ..or
rendere LA PEDAGOGIA DI E. KANT questi migliori, è necessario di
fare uno studio della Pedagogia ; diversamente nulla se ne può
sperare, e l’educazione viene affidata ad uomini educati non bene.
Al meccanismo nell’arte educativa bisogna sostituire la scienza, altrimenti
ella non sarà clic uno sforzo continuo, cd una generazionepotrebbe
distruggere quanto un’altra avesse edificato. Un principio di Pedagogia,
al quale dovrebbero mirare segnatamente gli uomini che propongono norme
di arte educativa, ò questo : Che non devc- si educare i fanciulli
secondo lo stato presente della specie umana, ma secondo uno stato migliore,
possibile nell’avvenire, cioè secondo l'idea dell’umanità o della sua
intera destinazione. Questo principio 6 d’una importanza tragrande. I
genitori educano per 10 più i loro figli per la società presente,
sia puro corrotta. Dovrebbero, al contrario, dar loro una educazione
migliore, perche un miglioro stato ne possa venir fuori nell’avvenire. Ma
qui si parano dinanzi due ostacoli : 1° I genitori non si curano per
ordinario che di una cosa sola, ed è che i figli loro facciano buona figura nel
mondo ; 2° I principi ri- sguaidano i proprj sudditi oomc strumenti
dei loro disegni. I genitori pensano alla casa, i principi
allo Stato, fxli uni e gli altri non si propongono per fine ultimo
11 bene generale e la perfezione a cui è destinata 1 umanità. Le
basi fondamentali d’uu disegno d’educazione fa d uopo che abbiano un carattere
mondiale. Ma il bene generale è un’idea che possa tornar dannosa al
nostro bene particolare? Niente affatto ! Imperocché, quantunque sembri
che gli si debba sacrificare qualcosa, veniamo cosi a lavorar
meglio pel bene del nostro stato presente. E allora quante nobili
conseguenze ! Una buona educazione è proprio la sorgente d’ogni bene nel
mondo. I germi che sono riposti nell’uomo debbono svilupparsi ognor di
vantaggio ; imperocché nelle disposizioni naturali dell uomo non v’ha
principio di male. La sola causa del male sta nel non sottoporre a norme
la natura. Nell uomo non vi sono che i germi per il bene. Da chi dee
provenire il miglioramento dello stato sociale? Dai principi o dai
sudditi? Conviene clic questi si migliorino prima da sé stessi, 0
facciano la metà di strada per andare incontro a go verni buoni ? Se,
invece, devo partire dai principi questo miglioramento, si cominci dunque
a riformare la loro educazione; poiché si é commesso per lungo tempo
questo grave sbaglio, di non resistere „vii stessi principi nella loro
gioventù. Un albero°cho rosta isolato in mozzo ad un campo pei de
la sua dirittura nel crescere c stendo lungi . suo. rami ' al contrario,
quello elio cresco nel mezzo una foresta si mantiene diritto, per la
reste» a ohe «li oppongono gli alberi vicini, e cerea al di- olio 0
i opp j A vviene lo stesso nei ffirn- ^-“rnvale a Meglio siano
educati da qua,- ouno dei tafsudditi che dai loro pari. Non si può
attendere il bene doli-alto so prima non vi sava migliorata l’edncazionel
Qui bisogna dunque con- 23G la pedagogia, di i:. kant tare più
sugli sforzi dei privati che sul concorso dei principi, come hanno
giudicato Basedow ed altri ; dacché l’esperienza c’insegna che i
principi nell’educazione badano meno al bene del mondo che a quello
del loro Stato, c vi scorgono solo un mezzo per giungere ai loro fini. Se
col denaro soccorrono la educazione, si riservano il diritto di stabilire
le norme che loro convengano. Lo stesso va detto per tutto ciò che
risguarda la cultura dello spirito umano c l’incremento dello umane
conoscenze. Questi due risultamenti non sono procurati dal potere c
dal •denaro, ma solo facilitati ; bensì potrebbero procurarli ove lo
Stato non prelevasse le imposto unicamente nell’interesse del suo erario.
Ncppur le Accademie li hanno dati finora, ed oggi più che mai non si
scorge alcun segno ch’esse comincino a darli. La direzione delle scuole
dovrebbe pertanto dipendere dal senno di persone competenti ed illustri.
Ogni cultura comincia dai privati e da questi poi si diffonde. La natura
umana non può avvicinarsi di mano in mano al suo fine che per gli
sforzi di persone dotate di generosi e grandi sentimenti, le quali
s’interessano al bene del mondo sociale e sono in grado di concepire uno
stato migliore, come possibile, nell’avvenire. Intanto alcuni potenti
riguardano il loro popolo come, in certa guisa, una parte del regno
animale, e mirano solamente alla propagazione. Al più desiderano ch’esso
abbia una certa abilità, ma solo a fine di potersi giovare dei proprj
sudditi come di strumenti più acconcj ai loro disegni. I privati devono
certamente badare al fine della natura fisica, ma devono soprattutto
curare lo svolgimento della umanità, e far sì ch’ella diventi non solo
più abile, ma ancora più inorale \ da ultimo, cosa molto più difficile,
adoperarsi a elio i posteri arrivino ad un più alto grado di perfezione.
L’educazione, pertanto, deve : Disciplinare gli uomini. Disciplinarli
vuol dire cercar d’impedire clic la parte animale non soffochi la
parte veramente umana, così nell’umano individuo come nella società.
Dunque la disciplina consiste semplicemente nello spogliar l’uomo
dc.la. sua selvatichezza. D evc coltivarli La cultura abbraccia
la istruzione ed i varj insegnamenti &sa fornisce labilità : 0
questa è il possesso d un attitud,ne sufficiente a tutti i lini elio possiamo
proporci. Lss. dunque non determina da sé alcun tino ma
lascia dunque • . costjinzC . Alcune arti sono utili questa
cura comc sarebbero le arti in ogni cinp ^ nitro non sono buone
elio di loggoi l’arte della musica, elio in riSpCt, °
v,H J itTfe possiede. L'abilità 6 in rende M** ° M molti fini elio
certo modo infinita, et Jovn
altresì enrarc che l'uomo divenga „ crrt autorità. Questa
dicesi propriamente civiltà. Essa richiede certi modi cortesi,
gentilezza c quella prudenza onde possiamo giovarci degli altri uomini
pei nostri fini ; e si regola secondo il gusto mutabile di ogni
secolo. Così amiamo ancora, dopo alcuni anni, le cerimonie in
società. 4° Deve, finalmente, curare nell’uomo la moralità. Ed
invero, non basta che l’uomo sia capace di ogni sorta di fini ; occorre
altresì clx’ ci sappia farsi una massima di scegliere tra quelli
soltanto i buoni. Diconsi buoni que’ fini clic sono necessariamente
approvati da ognuno e che pouno essere al tempo stesso i fini di
ciascuno. 9. - L’uomo può essere guidato, disciplinato, istruito
in modo affatto meccanico, ed illuminato •veramente. Si guidano i
cavalli, i cani, e si può guidare anche gli uomini. Ma non
basta guidare i fanciulli ; preme soprattutto eli’ essi imparino a pausare.
Occorre badare ai principj dai quali derivano tutte le azioni. È dunque
manifesto quante cose richiede una vera educazione! Ma ncH’educazionc
privata la quarta condizione, che è la più importante, viene per lo
più assai trascurata; poiché insegnasi ai fanciulli ciò che stimiamo
essenziale, e intanto si lascia la morale al predicatore. Ma non ò forse
importante d’insegnare ai fanciulli a odiare il vizio, non per la semplice
ìagione che Dio l’ha proibito, ma perchè di natura sua è spregevole !
Altrimenti e’ si lasciauo indurre nel vizio, pensando che il male
potrebbe esser lecito se Dio non l’avcsse vietato, c clic si può far
benissimo una eccezione a favor loro. Dio, ch'e l’essere sovranamente
santo, non vuole se non ciò cb’ò buono. Egli vuole che noi pratichiamo
la virtù per il suo valore intrinseco e non perchè Ei lo
esiga. Noi viviamo in un’epoca di disciplina, di cultura e di
civiltà, ma che non è ancora quella della moralità vera. Nelle presenti
condizioni si può dire che la felicità degli Stati cresce di pari grado
colla infelicità degli uomini. E non si tratta ancora di sapere se
noi saremmo piu felici nello stato di bai- barie, dove non esiste tutta
questa nostra cultura, che nello stato presente. Come si può, difatti,
render felici gli uomini, se non li rendiamo morali e savj ? La
quantità del male appo essi non verrà così diminuita. Bisogna
fondare scuole sperimentali prima di poter creare quelle normali.
L’educazione e l’istruzione non debbono essere puramente meccaniche, ma
riposare su principj. Tuttavia non hanno da fondarsi sul puro ragionamento,
ma in un certo senso anche sul meccanismo. L’Austria non ha guari
che scuole normali, istituite giusta un disegno contro il quale si
sono a buon diritto sollevate molte obbiezioni, ed al quale si poteva
rimproverare un cieco meccanismo. Tutte le altre scuole dovevano
regolarsi su quelle, e si negava altresì un ufficio pubblico a chi non
avesse frequentato quelle scuole Tali prescrizioni dimostrano quale e
quanta parte abbia in certe cose il Governo ; e non e possie di
arrivare a qualcosa di buono con sbatti ordinamenti. Si crede da’ piu che
non sia necessario di fare spcricnzc in materia di educazione, e che si
può giudicare con la sola ragione se una cosa sara buona o cattiva,
ila qui sta un grave errore, c l’esperienza ne insegna clic i nostri
tentativi hanno spesso dato risultamcnti opposti affatto a quelli che ci
attendevamo. È dunque chiaro clic, sondo qui necessaria l'esperienza,
nessuna generazione d uomini può fare un disegno compiuto d’educazione.
La sola scuola sperimentale clic abbia finora incominciato in qualche
modo a battere questa via c stato l’Istituto di Dessau. Nonostante
parecchi difetti che gli potremmo rimproverare, ma che del rimanente si
riscontrano in tutti i primi sperimenti, bisogna concedergli questa
gloria, ch’esso non ha cessato di spronare a nuovi tentativi. In un certo modo
esso è stato l’unica scuola dove i maestri avessero libertà di lavorare secondo
i prò* prj metodi c disegni, e dove fossero uniti fra loro c si mantenessero
in relazione con tutti i dotti della Germania. L’educazione
comprende le cura necessarie ai bambini c la cultura. La
cultura c: 1° negativa, come disciplina clic si restringe ad impedire le
colpe ; 2° c positiva, come istruzione c direziono ( Anfilhrung ), c
sotto questo rispetto merita il nome di cultura. La direziona serve di
guida nella pratica di ciò clic si vuole apprendere. Di qui la differenza
tra il precettore, che è semplicemente un maestro, e il governatore
[Hofmeister), che è un direttore. Il primo dà soltnnto l’educazione della scuola;
il secondo, quella della vita. II primo periodo dell’ educazione è
quello in cui l’allievo deve mostrare soggezione ed obbedienza
passiva ; il secondo, quello in cui gli si permette far uso della sua
riflessione e della sua libertà, ma purché sottometta l’una e l’altra a certe
leggi. Nel primo periodo il costringimento è meccanico, nel secondo
è morale. L'educazione b privata o pubblica. Quest’ ultima si
riferisce all' insegnamento che può sempre rimaner pubblico. La pratica dei
precetti si lascia all’educazione privata. Un’educazione pub -
blica compiuta è quella che riunisce ad un tempo la istruzione c la
cultura morale. Il suo line consiste nel promuovere una buona educazione
privata. Una scuola dove si pratichi questo si chiama un
Istituto di educazione. Di somiglianti Istituti non può esservi gran copia,
né potrebbero essi ammettere un gran numero di allievi ; imperocché sono
costosissimi, e la semplice istituzione di questi Collegi richiede molte spese.
Lo stesso va detto degli ospedali. Gli edifizj loro necessarj, il
trattamento dei direttori, dei sorveglianti o dei domestici
assorbiscono la metà decentrate : ed è oramai provato che se si
distribuisse questo denaro ai poveri nelle ispettive loro case,
e’sarebbero curati assai meglio. - ^difficile ancora di ottenere che i
ricchi mandino i loro figliuoli negl’istituti educativi.
Fine di questi Istituti pubblici e il perfezionamento dell’educazione
domestica. Se i genitori o quelli che li assistono nell’educare i loro
figli avessero ricevuto una buona educazione, la spesa degli Istituti
pubblici potrebbe non esser più necessaria. Quindi bisogna farvi delle
prove e formarvi persone adatte, affinchè ci possano dare in progresso
una buona educazione domestica. L’educazione privata è data
dai genitori stessi, o, se per caso non ne abbiano il tempo, la capacità
o il gusto, da altre persone che li aiutano in ciò, mediante una
ricompensa. Ma questa educazione data così da persone ausiliarie ha il
gravissimo difetto di dividere l’autorità fra i genitori ed il
precettore. Il fanciullo deve regolarsi secondo i precetti dei suoi
maestri, e deve in pari tempo seguire i capricci de’suoi genitori. E
necessario che in questo genere di educazione i genitori depougano tutta
la loro autorità in mano dei maestri. Ma fin dove l’educazione
privata è preferibile alla educazione pubblica, o questa a quella ? L’
educazione pubblica, in generale, sembra più vantaggiosa dell educazione
domestica, non solamente in rispetto all abilità, si anche in rispetto al
vero carattere di cittadino. L’educazione domestica, oltre non correggere
i difetti appresi in famiglia, li aumenta. Quanto tempo deve durare
l’educazione ? Fino a che la natura ha voluto che l’uomo si governi
da se stesso, fino a che si svilpppi in lui l’istinto del sesso, fino a
che egli può divenire padre cd esser tenuto di educare alla sua volta, ossia
fino al- . 1 età di circa 1G anni. Decorsa quest’età, si può
ricoiiere a maestri clic proseguano a coltivarlo, e sottoporlo ad uua
celata disciplina, ma la sua educazione regolare é finita. La soggezione
dell’allievo è positiva o negativa. Positiva, in quanto ei deve fare ciò che
gli viene comandato, non potendo ancora giudicare da se c non
avendo ancora appreso l’arte d’imitare. Negativa, in quanto l’allievo dee
faro ciò che desiderano gli altri, se vuole ch’essi dal canto loro
facciano qualcosa che gli torni piacevole. Nel primo caso egli è esposto
ad essere punito; nel secondo, a non ottenere ciò elio desidera : o qui,
benché possa oramai riflettere, ei dipende dal suo piacere. Uno dei
più grandi problemi dell’educa zione si ò di poter conciliare la
sommissione all autorità legittima coll’uso della libertà, Imperocché
l'autorità é necessaria! àia in qual modo coltivare la libertà per mezzo
dell’àutorità ? Bisogna che io avvezzi il mio allievo a soffrire che la
sua libertà venga sottoposta all’autorità altrui, c che in pati
tempo io gl’insegni a far retto uso della sua libertà. Senza questa
condizione, in lui non vi sarebbe che puro meccanismo ; l’uomo sfornito
di vera educazione non sa far uso della sua libertà. Fa duopo ch’egli
senta per tempo la resistenza inevitabile della società, perché impari a
conoscere quanto o difficile di bastare a sé stesso, di tollerare le
privazioni c di acquistare quanto basti a rendersi indipendente. \,
Cui devesi por mente alle infrascritte regole. 1» Bisogna
lasciar libero il fanciullo fino dalla sua prima età c in tutti i suoi
movimenti (salvo in quelle occasioni in cui può farsi del male come, per
esempio, se prendesse in mano uno strumento tagliente), a patto
bensì di non impedire la libertà altrui, come quando grida, o manifesta
il suo brio in modo troppo l’umoroso e da recar disturbo agli altri. 2 11 Gli
si deve mostrare ch’ei può conseguire i suoi lini, a patto bensì
ch’egli permetta agli altri di conseguire i loro proprj •, ad esempio,
non si farà niente di piacevole per lui s’ei non fa ciò clic desideriamo,
come d’imparare ciò che gli viene insegnato e via dicendo. 3° Bisogna
provargli che l’autorità, il costringimento a cui si sottopone, ha per
fine disegnargli ad usar bene della sua libertà, che lo educhiamo ed
istruiamo affinchè possa un giorno esser libero, cioè fare a meno del
soccorso altrui. Questo pensiero sorge assai tardi nella mente dei fanciulli,
poiché non riflettono nei primi anni che dovranno un giorno provvedere da se
stessi al loro mantenimento. Credono che la cosa andrà sempre come nella
casa paterna, cioè ch’essi avranno da mangiare e da bere senza
darsene alcun pensiero. Ora senza questa idea, i fanciulli, segnatamente
quelli dei ricchi ed i figli dei principi, restano per tutta la vita,
come gli abitanti di Otahiti. L’educazione pubblica ha qui manifestamente i più
grandi vantaggj : vi s’impara a conoscere la misura delle proprie forze
ed i limiti che c impone il diritto altrui. Non vn si gode alcun
privilegio,poiché vi sentiamo dovunque la resistenza, e ci eleviamo sopra
gli altri solo per merito proprio. Questa educazione pubblica e la
migliore immagine della vita del cittadino. Resta ancora una
difficoltà clic non vuol essere qui dimenticata, e riguarda la cognizione
anticipata del sesso, .a fine di preservare i giovinetti dal vizio
prima dcll’elà matura. Vi ritorneremo sopra più innanzi. La
Pedagogia, o scienza dell’educazione, si’ distingue in fisica e in
pratica. L'educazione fisica c- quella che l'uomo ha comune con gli
animali, c ri- sguarda le cure della vita corporea. L’educaziom
pratica o morale (si chiama pratico tutto quello che si riferisce alla
libertà) c quella che risguarda la cultura dell’uomo, perche costui possa
vivere come ente libero. Quest’ultiraa è l’educazione della persona, 1
educazione d’un ente libero, che può bastare- a sè stesso e tenere il suo
vero posto in società, ma. che altresì è capace d’avere per sè un valore
intrinseco. % Quindi 1 educazione consiste: 1° nella cultura
scolastica o meccanica, che risguarda l’abilità ; essa pertanto è
didattica (e sta nell’opera del maestro) ' r “° ne ^ a ^ura prammatica,
che si riferisce alla prudenza (e sta nell’opera del governatore) ; 3°
nella cultura morale, e si riferisco alla moralità. L uomo ha
bisogno della cultura scolastica o ella istruzione, per mettersi in grado
di conseguire tutti i suoi fini. Essa gli dà un valore come in— re
che La disciplina non tratti i fanciulli come schiavi,, e far sì
ch’e’sentano sempre la loro libertà, ma in guisa tale da non ledere
quella degli altri: ne segue pertanto che conviene abituarli alla
resistenza. Parecchi genitori ricusano tutto a’ioro figliuoli per esercitare
così la loro pazienza, esigendo da questi più che da se stessi. Ma
è una crudeltà. Dato al bambino quanto gli abbisogna, e poi ditegli : Tu
nc hai abbastanza. Ma è assolutamente necessario che questa
sentenza sia irrevocabile. Non fato alcuna attenzione alle grida
dei bambini e non credete loro, quando credano di ottenere qualcosa per
questa via; ma se lo dimandano con dolcezza, date ai medesimi ciò che
loro torna utile. Si avvezzcranno'così ad essere sinceri; e, come
non importuneranno alcuno colle grida, ciascuno sarà, in compenso,
benevolo]con essi. La Provvidenza pare veramente abbia dato ai fanciulli
un aspetto piacevole per incantare lo persone adulte. Nulla v’ha di più
funesto per essi che una disciplina ostinata e servile, intesa a piegare la
loro volontà. Per ordinario si grida ai medesimi: Eh via! non
ti vergogni, questa cosa c indecente ! e somiglianti espressioni, le quali non
dovrebbero mai adoperarsi nella prima educazione. Il bambino non ha
ancora idea alcuna di vergogna e di convenienza ; non ha di che
arrossire, non deve arrossire ; e diventerà solamente più timido. Si troverà
impacciato dinanzi agli altri, e fuggirà volentieri la loro
presenza. Quindi nasce in lui una riservatezza male intesa cd una
molesta dissimulazione. Non osa più dimandar
dell’educazione fisica 261 nulla, mentre dovrebbe poter
dimandar tutto;nasconde i proprj sentimenti, e si mostra sempre diverso
da quello che è, mentre dovrebbe poter dire tutto francamente. Invece di
star sempre appo i suoi genitori, li evita c si getta nello braccia dei
domestici più compiacenti. Nè meglio di questa educazione
irritante giovano la burla c le continue carezze, d ulto ciò rende tenace
il fanciullo nella sua volontà, lo rende fìnto, •e, manifestandogli una
debolezza ne suoi genitoii, gli toglie il rispetto dovuto ai medesimi.
Ma, se viene educato in modo clic nulla possa ottenere con le
grida, egli diverrà libero senza essere sfacciato, o modesto senza
essere timido. Non si può tollerare un insolente. Certi uomini hanno un
aspetto così insolente da far sempre temere qualche villania ; ve n’ha
degli altri, .all’opposto, che al solo vederli si giudica suino incapaci
di dire una villania a qualcuno. Possiamo sempre mostrarci aperti e
franchi, purché vi si unisca una •certa bontà. Si sente dire spesso che i
grandi hanno un aspetto veramente regale; ma questo m essi al ro
non 6 die un certo sguardo insolente, a cu. s, abl- -tuarono da giovani,
non avendo trovato alcuna ics, 5t °° Tutto ciò riguarda solamente
Mutazione negativa. Difatti, molte debolezze delfuomo non prò- vengono da
quanto non gli insegna, ma » q«c tanto che gli comunicane le false «F-, W
d'esempio, lo jmbùoi parlando dei ragni, dei rospi, bambini
potrebbero certamente prendere i ragni,, come pigliano le altre cose. Ma,
siccome le nutrici, veduto un ragno, palesano nella faccia il loro
spavento, questo si comunica al bambino con una certa simpatia. Molti lo
conservano per tutta la vita e, sotto questo rispetto, rimangono sempre
fanciulli. Imperocché i ragni sono certamente dannosi allo mosche,
e il loro morso è per esse velenoso, ma l’uomo non ha di che temerne. In
quanto al rospo, è un animale innocuo al pari di una rana verde- o
di qualunque altro animale. 32. - La parte positiva dell’educazione
fisica è la cultura ; per questa l’uomo si distingue dal bruto. La
cultura consiste principalmente nell’esercizio delle facoltà dello
spirito. Quindi i genitori debbono porgerne ai figli occasioni favorevoli. La
prima cd essenziale regola è di fare a meno, per quanto e possibile,
d’ogni strumento. Bisogna dunque abolire 1 uso delle dande e delle
girelle, lasciando che il bambino si trascini per terra finché impari a
camminare da sé, giacché a questo modo camminerà più sicuramente. Gli
strumenti riescono dannosi alla abilità naturale. Così, ci serviamo d’una
corda per misurare una certa estensione, ma si può fare ugualmente colla
semplice vista ; ricorriamo ad un oriolo pei determinare il tempo, ma
basterebbe guardare la posizione del sole ; ci serviamo d'un
compasso per conoscere in qual regione é situata una foresta, ma si
può anche sapere osservando il sole se di giorno e le stelle se di notte.
Aggiungiamo che--dell’educazione fisica 263 invece di servirci di
una barca per passare nell'acqua, si può nuotare. Il celebre Franklin si
maravigliava che l’esercizio del nuoto, cosi piacevole ed utile, non
fosse appreso da ognuno : e ne indicava così il modo facile per apprenderlo. Si
lasci cadere un uovo in un fiume dove, stando tu ritto e toccando
co’ piedi il fondo, la testa almeno ti rimanga fuori dell’acqua. Cerca allora
quell uovo. Nell’abbassarti, fa risalire i piedi in alto, e, perche
l’acqua non ti entri in bocca, solleva la testa sulla nuca, ed avrai così
la giusta posizione necessaria a nuotare. Allora basta mettere in moto le
mani, e si nuota. — L’essenziale sta nel coltivare 1 abilita naturale. Il
più delle volte basta una semplice indicazione; spesso il fanciullo stesso è
fecondo d’invenzioni, e si crea da se gli strumenti. - Ciò che bisogna
osservare nell’educazione fisica, e però in quella del corpo, si
riferisce o all’uso del moto volontario, o all’uso degli organi e senso.
Nel primo caso il fanciullo deve semprei am- tarai ila sè. Quindi ha
bisogno di fora», d, ab.», di colorita, di sicurezza. Egli devo. P«' e J
• poter traversare luoghi stretti, sabre su altezze a piceo,
donde si scorge l'abisso dinanzi c no, ca^ r ; i, . «:ii„Tifi Se un
uomo non può minare su palchi vac.llan . cte far tutto
questo, egli aoi . T) es . potrebbe essere. Pache ['Istituto
Mantrop «* sau ne ha dato l'esempio. imi.b siicu stìtati .
genere sono stati fatti co, fa-°" ndo 00me gli Restiamo assai
meravigliati m ie a Svizzeri sino dall’infanzia si avvezzino a salire sulle
montagne e fin dove li spinga la propria agilità, con. quanta sicurezza
traversino i luoghi più stretti e saltino al di là dei precipizj, dopo
aver giudicato con un’occhiata di potervi riuscire senza pericolo.
Sia la più parte degli uomini han paura d’una cadu- tapresentata loro
dalla immaginazione; e questa paura ne paralizza talmente le membra che
por essi ci sarebbe davvero pericolo disaltare oltre. Questa paura
cresce ordinariamente coll’età, c si riscontra in specie negli uomini che
hanno molte occupazioni mentali. Simili sperimenti nei fanciulli in
realtà non sono i più pericolosi. Per l’età loro, il corpo è meno
pesante del nostro, cnon cadono tanto gravemente.Di più, non hanno
le ossa nè cosi fragili, nò cosi dure come sono quelle degli adulti. I
fanciulli sperimentano da se stessi le loro forze. Ad esempio, li vediamo
spesso arrampicarsi senza un fino determinato. La corsa è un moto
salutare c clic fortifica il corpo. Saltare, alzar pesi, tirare,
lanciare, gettar sassi verso una mira, lottare, correre, e tutti gli
escrcizj di questo genere sono eccellenti. La danza regolare non
pare convenga ancora ai fanciulli. Il tiro a segno, vuoi per
la distanza vuoi per colpii e il bersaglio, esercita pure i sensi e
particolarmente la vista. Il giuoco della palla è uno dei migliori pei
fanciulli, perchè richiede una corsa salutare. In generale i migliori giuochi
sono quelli che, oltio s\ilupparc labilità, sono ancora
esercitazioni pei sensi; ad esempio, quelli clic esercitano la vista nel
giudicare esattamente la distanza, la grandezza e la proporzione, nel
trovare la posizione dei luoghi secondo le regioni, il che si può fare
coll'aiuto del sole, e via dicendo. Tutti questi esercizj sono
eccellenti. Assai, vantaggiosa ò pure la immaginazione locale, ossia
l’abilità di rappresentarci tutte le cose nei rispettivi luoghi dove si
sono vedute j ossa da, per esempio, la soddisfazione di ritrovarci in
una foresta, osservando gli alberi vicino ai quali siamo prima
passati. Dicasi lo stesso della memoria locale, onde sappiamo non
solamente in qual libro si è letta una cosa, ma altresì in qual parte del
libro stesso. Così, il musico ha il tasto in mente, onde non ha più
bisogno di cercarlo. È del pari utilissimo di coltivare l’orecchio dei
fanciulli, e d’insegnar loro a discernere se una cosa c lontana o vicina
ed in qual direzione. Il giuoco alla mosca cicco elei
fanciulli era già noto appo 1 Greci. In generale, i giuochi dei
fanciulli seno pressoché universali. Quelli noti o praticati m
Germania ritrovansi anche in Inghilterra, in Francia ed altrove. Hanno lo
propria origino da una corto naturaleinclinaaionc dei fanciulli!
ilgiu.coal .mosco cicca, per esemplo, nasce in css, dal i
sapore corno potrebbero aiutarsi so fossero pm.d un senso. La
trottola é nn giuoco particolare ma -,u- sorte di giacchi da
bambini foro, seon g— argomento di riflessimi 1 ultcriouj,so^ ^
esmpilJj casiono d'importanti scopei °, questo scrisse
una dissertazione sulla t.otio, i poi fornì ad un capitano di vascello
inglese 1 ’ occasione d’inventare uno specchio, col quale si può misurare sopra
un vascello l’altezza delle stelle. I fanciulli amano gli strumenti
rumorosi, come le piccole trombette, i piccoli tamburi, e cose simili.
Ma questi strumenti non hanno alcun valore, perchè i bambini stessi
li rendono disadatti. Meglio sarebbe che imparassero da sè medesimi a
tagliare una canna, dove potrebbero soffiare. Anche
l'altalena è un buon esercizio ; può giovare alla salute dei fanciulli e anco
delle persone adulte ; ma i fanciulli han qui bisogno d’essere
sorvegliati, perchè il moto che vi cercano può essere molto rapido.
L’aquilone è un giuoco innocentissimo 5 serve a coltivare la destrezza
del corpo, stantecliè il sollevarsi in aria dell’aquilone dipende da
una certa posizione riguardo al vento. Pigliando interesse a questi
giuochi il fanciullo rinunzia ad altri bisogni, e così a grado a grado
si avvezza a privarsi di altro cose di maggiore importanza. Di più,
acquista l’abito a star sempre occupato, ma i suoi giuochi debbono avere
anche un fine. Imperocché, più il suo corpo si fortifica e s’indurisce in
questa guisa, più e’ divien sicuro contro le conseguenze corruttive della
mollezza. La ginnastica stessa deve ristringersi a guidar la natura; non
deve procurare grazie forzate. Alla disciplina, e non alla
istruzione, spetta il primo passo. Educando il corpo deifanciulli, non va
però dimenticato che li formiamo per la società. Rousseau dice : u Non
arriverete mai a formare dei savj, se prima non fate dei monelli „.
Ma da un fanciullo svegliato si caverà piuttosto un uomo dabbene, che da
un impertinente un cameriere- discreto. Il fanciullo non ha da essere
importuno in società, ma non deve mostrarsi neppure insinuante.
Verso quanti lo chiamano a se, deve mostrarsi familiare, senza importunità;
franco, senza impertinenza. Per ottenere questo da lui, bisogna non
guastarlo in niente, non ispirargli idee di decoro, che varranno
solo a renderlo timido e selvaggio, o che, d’altra parte, gli
suggeriranno il desiderio di farsi valere. In un fanciullo niente v’ha di
più ridicolo che una prudenza senile, od una sciocca presunzione. Nel
secondo caso è nostro dovere di far maggiormente sentire al
fanciullo i suoi difetti, ma procurando insieme di non fargli troppo
sentire la nostra superiorità ed autorità, perchè egli si formi da so
stesso, come un uomo che- dee vivere in società ; perocché se il mondo è
abbastanza grande per lui, dev’essere non meno grande anche per gli
altri. _^ Toby, nel Tnstram Shandy, dice a una mosca]
oh» l’avo™ molestato per tango tempo o oh. lasca soapparc dalla
finestra: « Va’, catt.vo ammalo .1- mondo h abbastanza grande per me e
pe. e. „ Ciasouno potrebbe pigliare questo detto per dms . Non dobbiamo
renderei importa», gl. um «gb il mondo è abbastanza glande P ei *,
. 34,-SiamoeosU^ta.U^Unrm. tl «a dalla Liberti,. Altra
eosa b dar leggi alla libertà, ed altra coltivar la natura. La
natura del corpo e quella dell’anima si accordano in questo :
coltivandole devcsi cercare d'impedir loro che si guastino, e l’arte
aggiunge ancora qualcosa alla natura del corpo ed a quella dell'anima. Si
può dunque, in un certo senso, dimandar fisica la cultura dell’anima
quanto quella del corpo. Ma questa cultura fisica dell’anima si
distinguo dalla cultura morale, poiché 1’ una si riferisce alla
^Natura, l’altra alla Libertà. Un uomo può essere coltissimo fisicamente; può
avere ornatissimo lo spirito, ma esser privo di cultura morale, ed essere
un cattivo uomo. Bisogna distinguere la cultura jisica dalla
cultura pratica, che è prammatica o morale. Quest’ul- tima si propone di
render l’uomo più morale clic colto. Divideremo la cultura
Jisica dello spirito in cul- tuia libera e in scolastica. La cultura
liberà si riduce, sto per dire, ad uno svago; mentre la cultura
scolastica è cosa seria. La prima è quella che ha luogo naturalmente
nell’allievo; nella seconda, egli può essere considerato come soggetto ad
un obbligo. Anche nel giuoco possiamo essere occupati, il clic si
chiama occupare i nostri ozj ; ma possiamo essere obbligati ad occuparci,
e questo dicesi lavorare. La cultura scolastica sarà dunque un lavoro pel
fanciullo, c la cultura libera uno svago. Sono stati proposti varj
sistemi di educazione per cercare, cosa davvero lodevolissima, il miglior
metodo educativo. Si è pensato, fra gli altri, di lasciare clic i
fanciulli apprendano tutto come un divertimento. Lichtenberg, in una
puntata del Magazzino di Gottinga, deride l’opinione di quanti vogliono che si
tenti di lasciar fare ogni cosa ai fanciulli come un divertimento, mentre
dovrebbero essere abi tuati per tempo a serie occupazioni, dovendo
essi entrare un giorno nella vita scria del mondo. Quel metodo
produce un effetto detestabile. Il fanciullo devo giuncare, aver le sue
ore di ricreazione, ma deve anche apprendere a lavorare. È bene
certamente di esercitare la sua abilità e di coltivare il suo
spirito,, ma a queste due sorte di cultura vogliono esser dedicate ore
diverse. La tendenza alia infingaida 00 ine costituisce per l’uomo una
grande infelicità; e piu egli è abbandonato a questa tendenza, più gli
torna poi difficile di mettersi al lavoro. Nel lavoro
l’occupazione non è piacevole per se stessa, mas’ intraprende per un
altio fine. L°c cupazione nello svago è piacevole in se, nò qumc
c’c bisogno di proporsi alcun fine. Se vogliamo passeggiare, la passeggiata
stessa ò fine, c quinci p lunga è la strada fatta, più ci «
Le distrazioni non devono osser mai tollerato, almeno nella
senola, porctó finiscono per degenerare in una certa tendenza, in una
corta abitudine. An che le più bolle qualità dell'ingegno si perdono
in un uomo so-ctto alla distrazione. Quantunque . fan- ossi
non i— metà, rispondono in senso contrario, non sanno quei
che leggono, c somiglianti. La memoria devesi coltivare per tempo, procurando
bensì di coltivare insieme anche la intelligenza. Si coltiva la memoria :
1° facendole ritenere i nomi che trovansi nelle narrazioni ; 2° merce la
lettura e la scritt ura, esercitando i fanciulli a leggere- attentamente
e senza bisogno di compitare ; 3° conio studio delle Lingue, che i fanciulli
debbono capire, avauti di passare a leggerne qualcosa. Quello clic
di- cesi il mondo dipinto (’orbis pictus), quando sia descritto convenientemente,
rende i più grandi scrvigj, e possiamo incominciarlo dalla Botanica,
dalla Mineralogia e dall a Fisica generale. Per descriverne gli obbietti,
fa mestieri d’imparare a disegnare e a modellare, e quindi vi abbisognano le
Matematiche. Lo prime cognizio ni scientifiche debbono soprattutto
aver per obbietto la Geografia così matematica come fisica. I
racconti di viaggj, spiegati per via d’incisioni e di carte, condurranno
poi alla Geografia politica. Dallo- stato presente della superficie della
terra si risalirà, al suo stato primitivo, e si arriverà alla
Geografia antica, alla Storia antica, e via dicendo. Leli
istruzione del fanciullo bisogna cercare di •anirc a grado a grado il
sapere e il potere. Fra tutte le scienze la Matematica pare sia la più
adatta a far conseguile questo fine. Inoltre, bisogna unire la-
scienza e la parola (la facilità del dire, l’eleganza eloquenza). Ma
occorre altresì che il fanciullo impari a distinguere perfettamente la scienza
dalla mp ice opinione e dalla credenza. A questo modo ouncià in lui
una mente retta, e un gusto giusto dell’educazione
fisica 275 se non /ne o delicato. Il gusto da coltivarsi sarà
prima quello dei sensi, degli ocelli specialmente, e infine quello delle
idee. Vi debbono essere norme per tutto ciò che pu^ coltivare
l’intelletto. È anche utilissimo di astrarle, affinchè l’intelletto non
proceda in modo puramente meccanico, ma abbia coscienza della regola che
segue. Riesce ancora di grande utilità l’esprimere le norme
con una certa formula c tramandarle così alla memoria. Se abbiamo in
mente la regola e ne dimentichiamo l’uso, non si pena molto a ritrovarla.
E qui si domanda : Convicn principiare dallo studio delle regole
astratte, o le si devono apprendere dopo averne fatto uso, oppure
conviene far procedere i pad passo lo regole e il rispettive uso? Quest
ultimo è il solo partito conveniente : nell alito caso l’uso rimane
incertissimo finché non stame arrivai, alle regole. Occorre altresì, ove s,
presenti 1 occasione, ordinare per classi le regole; e necessarieHuano
unite fra loro. Dunque, sotto questo diversa dalla cultura
P^^'^^gna alcun che rxtrsrr--— dello spirito. Essa e
fisica ^ m ^ S a) Nella cultura/ ^ fano gll 0 non ha bisogno
tica c dalla disciplina c ‘ di conoscere alcuna massima. È cultura passiva
pel discepolo, che deve.seguire l’altrui direzione. Altri pensano
per lui. b) La cultura morali si fonda sulle massime, e non
sulla disciplina. Tutto e perduto, quando la si voglia fondare
sull'esempio, sulle minacce, sulla punizione, e via dicendo. Sarebbe
allora una pura disciplina. Bisogna fare in modo che l’allievo
operi bene secondo le proprie sue massime e non p#r abitudine, e che non
faccia solamente il bene, ma che lo faccia perchè è bene in sè.
Imperocché tutto il valore morale delle azioni risiede nelle massime
del bene. Tra l’educazione fisica e l’educazione morale corre
questo divario : la prima è passiva per 1 allievo, mentre la seconda è attiva.
Fa d’uopo ch’egli veda sempre il principio fondamentale dell’
azione e il vincolo che la rannoda all’ idea del dovere. 2°
Cxiltura particolare dello facoltà dello spirito. Questa cultura
risguarda l’intelligenza, i sensi, la imaginazione, la memoria,
l’attenzione e lo spirito (Witz) come qualità peculiare. Abbiamo già
parlato della cultura dei sensi, per esempio della vista. I 11
quanto alla immaginazione, devesinotare una cosa ed è, che i fanciulli
son dotati di una immaginazione potentissima, e però non ha bisogno d’
essere sviluppata ed estesa con favole e novelle. Piuttosto dev'essere frenata
e sottoposta a regole, senza lasciarla però disoccupata del tutto.
Le carte geografiche sono una grande attrattiva per tutti i
fanciulli, anche pei bambini. Benché stanchi d’ogni altro stadio, essi imparano
ancora qualcosa per mezzo delle carte. Questa pei fanciulli è una
distrazione eccellente, dove la immaginazione, senza divagar troppo,
trova da fermarsi su certe ligure. Onde si potrebbe far loro incominciare
gli stu- dj dalla Geografia, cui sarebbero unite figure di animali, di
piante, eccetera, destinate a vivificare la Geografia stessa. La Storia
dovrebbe venire più tardi. Riguardo all’attenzione, vuoisi notare
ch’essaba bisogno et d’essere fortificata in generale. Unire fortemente i
nostri pensieri ad un oggetto meglio che una prerogativa è una debolezza
del nostro senso interiore, il quale si mostra indocile in questo
caso e non si lascia applicare dove noi vogliamo. Nemica d'ogni educazione
si c appunto la distrazione. La memoria suppone l’attenzione. 2S. -
Ora passiamo alla cultura delle facoltà superiori dello spirito, che sono
l’intelletto, il giu mio « 1» ragione. Si può cominciare dal formare in
quaò- chemodo passivameli tel’iiitollotto, chiedendogli
esernpj che si applichino all. regola, o al centrano I.
dinon "P 8tel °“°“ oltane certe cose che por ammencì senea capirle!
E fi — ‘ PriMÌPÌÌ - bisogna por lente ohe
9 «i si tratta d’una ragione non ancora diretta o educata. Essa pei tanto
non deve sempre voler ragionare, ma badare di non ragionar troppo
su quanto è superiore alle nostre idee. Qui non si parla ancora della
ragione speculativa, ma della riflessione su ciò che avviene secondo la
legge degli effetti e delle cause. V’ha una ragione pratica
sottoposta al suo impero ed alla sua direzione. Il miglior modo di
coltivare le facoltà dello spirito consiste nel far da se tutto quello che si
vuol fare; per esempio, mettere in pratica la regola grammaticale che
abbiamo imparata. Si capisce segnata- mente una carta geografica, quando
possiamo eseguirla da noi. Il miglior mezzo di comprendere è quello di
fare. Quello che s’impara e si ritiene più stabilmente e meglio è appunto
ciò che s’impara in qualche maniera da noi stessi. Ma pochi sono
gli uomini che siano in grado di far da maestri a se medesimi.
Questi chiamansi grecamente autodida- scali (a, j~c5'.5icx“oi).
Isella cultura della ragione bisogna praticare il metodo di
Socrate. Costui infatti, che chiamava so stesso 1 ostetricante della
intelligenza de’suoi uditori, ne suoi dialoghi, conservatici in qualche
maniera da Platone, ci dà esempj del come si può guidare anco le
persone d’età matura a tirar fuori certe idee dalla loro propria ragione.
Su molti punti non ò necessario che i fanciulli esercitino la mente loro.
Non devono ragionare su tutto. Non hanno bisogno di conoscere le
ragioni di quanto può conferire alla loro educazione ; ma quando si tratta del
dovere, necessita dell’educazione fisica farne
loro conoscere i principj. Tuttavia si deve in generale fare in modo da
cavar da loro stessi le cognizioni razionali, piuttosto che
d’introdurvcle. Il metodo socratico dovrebbe servir di norma al metodo
catechetico. Esso è certamente un po'lungo ; e torna difficile il
condurlo in maniera tale da fare imparare agli altri qualcosa, mentre si
cavano le •cognizioni dalla mente d’uno. Il metodo meccanicamente
catechetico giova pure in molte scienze, come nell’insegnamento della
religione rivelata. Nella religione universale, al contrario, devesi praticale
il metodo socratico. Ma per tutto ciò che dev essere insegnato
storicamente, si raccomanda il metodo meccanicamente catechetico.
39. - Dobbiamo qui trattare anche la cultura del sentimento del piacere o
del castigo. Dev essere negativa; il sentimento non dev’essere
effeminato. La inclinazione alla effeminatezza c pei 1 uomo il più
funesto di tutti i mali della vita. Dunque preme sommamente d’avvezzare
per tempo i gio\ani a punto all’ altro, per cada loro
qualcosa di sinistro. Il padre, invece, che li sgrida, che li picchia
quando non sieno stati buoni, li conduce talvolta in campagna, e quivi
li lascia, correre, giuocare c divertirsi a loro posta, conforme
alla loro età. Si crede di esercitare la pazienza
de’giovinetti facendo loro attendere una cosa per lungo tempo. Il
che non dovrebbe essere punto necessario. Ma essi hanbisognodipazienza
nellemalattio einaltre contingenze della vita. Di due sorta è la pazienza:
consiste o nel rinunziare ad ogni speranza, o nel prendere nuovo
coraggio. La prima non c necessaria, quando si desideri unicamente il
possibile; e si può aver sempre la seconda, quando non altro si desideri che
il giusto. Ma tanto funesto è il perdere la speranza nelle
malattie, quanto è favorevole il coraggio al ristabilirsi della salute.
Chi ò capace di mostrarne ancora nel suo stato fisico o morale, non
rinuncia alla speranza. Non bisogna render più timidi i
fanciulli. Que- sto accade principalmente quando ci rivolgiamo ad
essi con parole ingiuriose e quando si umiliano spesso. Conviene pertanto
biasimare quelle parole che molti genitori indirizzano ai loro figli :
Eh, non ti vergogni ! Non vedesi di che i fanciulli potrebbero
vergognarsi, quando, per esempio, mettono in bocca il loro dito. Si può
dir loro che ciò non sta bene, questo non essendo l’uso: ma dobbiamo dir
lo*' 0 che si vergognino solamente quando mentono. La natura ha
dato all’ uomo il rossore della vergogna, perchè si palesi quand'egli
mente. Se dunque i genitori parlassero di vergogna ai loro figli solamente
quando mentono, essi conserverebbero fino alla morte questo rossore per
la menzogna. Ma se li facciamo arrossire di continuo, si darà loro una
timidezza che non li abbandonerà più. Come abbiamo detto qua
sopra, non devesi piegare la volontà dei fanciulli, ma dirigerla per
modo- che ella sappia cedere agli ostacoli naturali. Sulle prime il
fanciullo deve obbedire ciecamente. Non è conforme a natura eh’ egli
comandi con le sue grida, e che il forte obbedisca al debole.
Dunque non va mai ceduto alle grida dei fanciulli c dei bambini
stessi, perchè ottengano così ciò che vogliono. Qui i genitori per lo più
&’ ingannano, e credono di poter rimediare al male più tardi
ricusando ai loro figli quanto dimandano. Ma e assuido i negar loro
senza ragiope quello eh’ essi' attenti on dalla bontà dei genitori,
coll’unico intento vogip ie du r T ii"Tr::r la
loro volontà ed i un trastullo ordinariamente sino « o do Jn cui co
_ pei genitori segna et ind J enZ a reca loro minciano
a parlare. L’opposizione ai conoscere come debbono governarsi. —
Importante la regola da praticarsi coi bambini è questa : andare a
soccorrerli quando gridano e si teme che non accada loro qualche male, ma
lasciarli gridare quando lo fanno per cattivo umore. E una somigliante
condotta bisogna costantemente tenere più tardi. La resistenza che in
questo caso trova il bambino è affatto naturale e propriamente negativa
poiché rifiuta semplicemente di cedere a lui. Molti figliuoli, invece,
ottengono dai loro genitori quello che desiderano, mercé le preghiere. Ove si
lasci ottenere loro ogni cosa con le grida, essi divengono cattivi
; ma se ottengono tutto con le preghiere, diventano dolci. Bisogna
dunque cedere alla preghiera del fanciullo, salvo che non ci sia qualche
potente ragione in conti ario. Ma quando ci siano queste ragioni
per non cedere, non bisogna lasciarsi più commuovere da molte
preghiere. Ogni rifiuto dev’essere irrevocabile. Ecco un mezzo certo per non
ripetere così di frequente il rifiuto. Supponete che vi sia
nel fanciullo (cosa da potei si ammettere assai di rado) una tendenza
naturale alla indocilità; il miglior partito si è, quando egli non
faccia niente per rendersi a noi piacevole, di non fai niente per lui. —
Piegando la sua volontà, t, ispiriamo sentimenti servili ; la resistenza
naturale, al contrario, genera la docilità. 40. La cultuì a morale
vuoisi fondare su certe massime, non sulla disciplina. Questa impedisce
i - 5 1 ucllc formano la maniera di pensare. Bisogna fare in modo
che il fanciullo si avvezzi ad operare secondo le massime, e non secondo
certi motivi. La disciplina non genera che gli abiti, i quali
svaniscono con gli anni. Necessita che il fanciullo impari ad operare secondo
certe massime, di cui veda egli stesso la convenienza. Non occorre
dimostrare come sia difficile di ottenere questo dai bambini, e come la
cultura morale richieda molte cognizioni da parte dei genitori e dei
maestri. Quando un fanciullo mente, per esempio, non si deve
punire, ma trattarlo con disprezzo, dirgli che in avvenire non gli
crederemo più, e somi glianti. Ma se lo castighiamo quando fa male, e
Io ricompensiamo quando fa bene, egli a b° ia a * bene per essere
ben trattato ; e quanc o piu a entrerà nel mondo dove le cose procedono
altnmcn >, dove cioè egli può fare il bene ed il male senza
riceverne ricompensa o castigo, non penserà mezzi per conseguire il suo
fine, e sarà buono o cattivo secondo 1’ utile proprio. Le massime
della coadotta amaca vanno "tesante dall' nomo stesso. Dcvcsi ceicaic
p d'inculcare ai fanciulli, mediante 1.• l'idea di ciò che ò
bene o male. S.^-^ dare la moralità, non bisogna punire. ^ '
è qualcosa di così santo c sn ^appari colla abbassare a questo
P»"‘° ° |M „1 C deb- disciplina. I primi sfora' ., qualo
consiste buco tendere a fermare .1^ • ’ imc . Queste nell’abito
d’operare secondo cerio dapprima sono le massime della scuola e poi
quelle dell' umanità. Sul principio il fanciullo obbedisce a certe
leggi. Anche le massime sono leggi, ma personali o soggettive, perchè derivano
dall’ intelligenza stessa dell’uomo. Niuna trasgressione alla legge
della scuola deve restare impunita, ma la pena vuol essere sempre
proporzionata alla colpa. Quando si vuol formare il carattere dei
fanciulli preme assai di mostrar loro in tutte le cose un certo
disegno, certe leggi, che essi ponno seguire fedelmente. Quindi, a ino’
d’esempio, si stabilisce loro un tempo per dormire, per lavorare, per
ricrearsi; questo tempo, stabilito che sia, non devesi più nè
allungare nè abbreviare. Nelle cose indifferenti si può lasciare
l’elezione ai fanciulli, a patto bensì che poi osservino sempre la legge
che han fatto a sè stessi. — Non bisogna tentare, per altro, di dare a un
fanciullo il ca- ìatteie di un cittadino, ma-quello di un fanciullo.
Gli uomini che non si sono proposti certe regole non potrebbero
inspirare molta fiducia; spesso ci accade di non poterli comprendere, nè mai
sappiamo da qual verso conviene pigliarli. Vero è che non di rado
si biasima la gente che opera sempre secondo certe i e^olc, come un tale
che ha sempre un'ora cd un tempo stabilito per ogni azione ; ma sovente
questo biasimo è ingiusto, e quella regolarità è una favorevole
disposizione al carattere, benché sembri una tortura.
Elemento essenziale del carattere d’un fanciullo, e segnatamente d'uno
scolare, è soprattutto l'obbedienza. Questa è di due sorte: prima,
un’obbedienza alla volontà assoluta di cbi dirige -, seconda,
un’obbedienza ad una volontà riguardata coma ragionevole c buona.
L’obbedienza può venire dal costringimento, dall'autorità, e allora è assoluta
; o dalla fiducia, c in questo caso è volontaria. Importantissima è la
seconda-, ma anche la prima è assolutamente necessaria, perchè questa
prepara il fanciullo al rispetto delle leggi che dovrà più tardi
osservare come cittadino, quand’anche non gli andassero a genio.
Si deve dunque sottoporre i fanciulli ad una certa legge di
necessità. Ma questa legge, dev’essere universale, e bisogna averla
sempre dinanzi al a mente nello scuole. Il maestro non devo mostrare
alcuna predilezione, alcuna preferenza pei un a ° cl tra molti : chè
diversamente la legge cessele universale. Quando il tannilo
vedo> d». tu», gli alivi non sono sottoposti alla medesima legge
nomo lui, diviene ostinato. presentata in Si dico
sempre che ogni cosa P . clin£lzion e. modo tale ai fanciulli che la
faccl ‘™ P ma pareC chic Il che in molti casi è c J 0 dove ri. E
ciò cose vogliono esser loio p . tutta la vita, in
progresso tornerà loro ^ funz ioni unite Imperocché nei servizj p u
> ^ solo pu ò alle cariche, ed in molti a Ove supponessimo
guidarci c non la indinone. ^ sare bbe che il fanciullo non
compien . c d ’ a ltra parte sempre meglio di forniig ienC f - u ii
0 quantunque egli sa che ha doveri come veda più difficilmente
d’averne come uomo. Se comprendesse ancor questo, il che solo con gli anni
è possibile, l'obbedienza sarebbe ancor più perfetta. Ogni
violazione d’un ordine pel fanciullo è un mancare di obbedienza, che
porta seco una punizione. Ma non è inutile di punire anche una semplice
negligenza. La pena è fisica o morale. La pena è morale quando si
attutisce la nostra inclinazione ad essere onorati cd amati, due
aiuti, della moralità, come quando si umilia, o si accoglie
freddamente il fanciullo. Tale inclinazione dev’essere, finche si può,
conservata. Ora questa sorta di pena è la migliore, perchè aiuta la
moralità; per esempio, se un fanciullo ménte, castigo sufficiente ed il
migliore per lui è un’occhiata di disprezzo. La pena fisica
consiste o nel ricusai’e al fanciullo ciò che desidera, o nell’infliggergli una
certa punizione. La prima sorta di pena si avvicina a quella
morale, ed è negativa. Le altre pene vanno adoperate con precauzione,
affinchè non generino disposizioni servili (indoles servilis). Non
conviene dar ricompense ai fanciulli, perchè ciò li rende intei essati e
genera in essi disposizioni mercenarie (indoles mercenaria).
Inoltre. 1 obbedienza risguarda ora il fanciullo, 01 a il
giovinetto. Il mancare d’obbedienza deve sempio avere la sua pena. Questa
punizione, che si merita l’uomo per la sua condotta, o è affatto
naturale, come sarebbe la malattia che si procura il fanciullo quando
mangia troppo ; e questa specie di pena è la migliore, perchè l’uomo la
subisce non solamente nella infanzia, ma per tutta la vita. 0 la
pena è artificiale. Il bisogno di essere stimati ed amati è un espediente
sicuro per rendere i castighi durabili. Le pone fisiche vanno adoperate
solo come rimedio alla insufficienza delle pene morali. Quando il
castigo morale non ha più efficacia e si ricorre alla pena fisica,
bisogna rinunziare per sempre a formare con questo mezzo un buon
carattere. Ma sulle prime la pena fisica serve a riparare la man
canza di riflessione nel fanciullo. Non approdano i castighi
inflitti con segni manifesti di collera. I fanciulli non vi scorgono
allora che gli effetti della passione altrui, e considerano sè
stessi come vittime di questa passione. In o ene rale, bisogna fare in
modo che i fanciulli stessi ve dano come il fine vero e ultimo delle pepe
inflitte sia il loro miglioramento. È assurdo pietendere c e :
fanciullo da voi punito vi renda grazie, ^i ac mani, e via dicendo -,
sarebbe un volerne ai schiavo. Quando le pene fisiche sono c i lC
fl ripetute, formano caratteri ‘“Egoismo quando i genitori
puniscono 1 fig P . „ Lo, non fanno cberonderlUncorapmcgo ^«n
sono sempre i pm cattivi qrxo facilmcntc intrattabili, ma
questi spesso * con le buone maniere. i nuella
L'obbodionna de, giovinetto o -ve- del fanciullo, e sta nel
sottomette- », v dovere, l'aro una eosa per dovere
eqn.vale bedirc la ragione. Parlar di dovere ai fanciulli è fiato
sprecato; essi alla fin fine concepiscono il dovere come una cosa da
farsi sotto pena di essere fiustati. Unicamente dai suoi istinti potrebbe
esser guidato il fanciullo ; ma, quando cresce, gli necessita 1 idea
del dovere. Parimente, non dcvesi cercare di mettere innanzi ai
fanciulli il sentimento della vergogua, ma riserbarlo alla età giovanile.
.Difatti non può aversi tal sentimento se prima non siasi radicata la
nozione dell’onore. Una seconda qualità, cui bisogna soprattutto
mirare nella formazione del carattere del fanciullo, è la veracità.
Questo infatti è il tratto principale e l’attributo essenziale del
carattere. Un uomo che mónte non ha carattere, c 6e v’ha in lui qualcosa di
buono lo deve al suo temperamento. Molti fanciulli hanno una tendenza
alla menzogna, che spesso deriva unicamente da una talquale vivacità
d’immaginazione. Ù dovere dei padri segnatamente di badare che i
figli non contraggano questo abito, poiché le madri non vi
annettono per ordinario che niuna o poca importanza ; se pure esse non vi
trovino una prova lusinghiera delle attitudini e dello capacità superiori
dei loro figli. Qui torna opportuno di ricorrere al sentimento della
vergogna, poiché il fanciullo in questo caso lo comprende benissimo. In
noi si manifesta il rossore della vergogna quando mentiamo, ma questa non
ò sempre una prova di aver mentito o di mentire. Sovente arrossiamo della
impudenza onde altri ci accusa d’una colpa. Non devesi cercare a
ve- mn costo di trai’ di bocca ai fanciulli la verità per via di
punizioni, avesse pure a cagionare qualche danno la loro menzogna :
e’saranno allora puniti per questo danno. La sola pena che ai mendaci
convenga è la perdita della stima. Possiamo dividere le pene
ancora in negative o in positive. Le negative si applicherebbero alla
infin- gardia, o alla mancanza di moralità o almeno di gentilezza, come
la menzogna, il dispetto di cortesia, la insocialità. Le pene positive
sono riservate alla malvagità. Preme sommamente di non tener rancoio
verso i fanciulli. Una terza qualità del carattere del fanciullo
c la socialità. Egli deve pur conservare con gli altri relazioni di
amicizia, e non vivere sempre c tutto per sè. Parecchi
maestri, c vero, sono contrarj a questa idea; ma è ingiustissimo. I
fanciulli debbono cosi prepararsi al più dolce di tutti i piaceri della
vita. 2 dovesse oggi
pagare il suo creditore, « T\ Itf “suo creditore, farebbe cosa
gia- occorre sia libeio eia 0 meritoria ■ ma pa-
correndo un povero foJ. mi0 . Si domando- “n'oTtro se l’a
necessiti. ' pud giustificare la tÌloX 'Sdì certo I non si potrebbe
concep.re un solo caso in cui potesse ciò scusarsi, almeno davanti
ai fanciulli; clic altrimenti essi piglierebbero la più lieve cosa por
una necessità e si permetterebbero spesso di mentire. Se ci fosso un
libro di questo genere, gli si potrebbe consacrare con grande utilità
un’ora ogni di, per insegnare ai fanciulli a conoscere ed a pigliare a
cuore i diritti degli uomini, che sono ' eccitamento posto da Dio sulla
terra. In rispetto all’obbligo di essere benefici, questo ò
un dovere imperfetto. Occorre meno affievolire che eccitare l’animo dei
fanciulli per renderlo sensibile alle sventure altrui. Che il fanciullo
sia tutto penetrato non dal sentimento, ma dall’idea del dovere! Molte
persone son divenute realmente dure di cuore perchè, altre volte
essendosi mostrate compassione- voli, furono di sovente tratto in
inganno. E inutile di voler far sentire a un fanciullo il lato meritorio
delle azioni. I preti commettono assai volte l’errore di presentare gli
atti di beneficenza come qualcosa di meritorio. Anche senza riflettere
che, agli occhi di Dio, non possiamo far mai che il nostro dovere,
si può dire che adempiamo semplicemente 1’ obbligo nostro
beneficando i poveri. Difatti, la disuguaglianza del benessere tra gli
uomini deriva da mere condizioni accidentali. Dunque, se posseggo beni di
fortuna li debbo a quelle circostanze che han favorito me o chi mi ha
preceduto, c però devo pensaro anco alla società di cui sono
membro. Si eccita l’invidia in un fanciullo avvezzandolo a
stimare sè stesso giusta il valore degli altri. Deve, al contrario, stimar
se giusta le ideo della sua ragiono. Cosi l’umiltà vera e propria è un confronto
del nostro valore colla perfezione morale, La religione cristiana, per esempio,
comandando agli uomini di paragonar sò medesimi al modello sovrano
della perfezione, li rendo umili piuttosto che insegnar loro la
umiltà. Far consistere l'umiltà nello stimar se meno degli altri c
assurdo. — Vedi come questo o quel fanciullo si porta bene! e somiglianti
espressioni. Parlar così ai fanciulli non c certo il modo d’inspirar
loro nobili sentimenti. Quando l’uomo stima sè, giusta il valore
degli altri, cerca o di elevarsi sopra loro, o di abbassarli. Il secondo
caso c proprio dell' invidia. Allora non si pensa che a trovar difetti
negli altri-, solo a questa condizione si reggo al confronto, c si
riesce superiori. Lo spirito di emulazione applicato non bene produce l’invidia.
Quando volessimo persuadere alcuno che una cosa 6 fattibile, qui l’emulazione
potrebbe giovare : come, puta caso, quan o esigo da un fanciullo un certo
compito e gli mostro che altri han potuto farlo. A un
fanciullo non va permesso di umiliare gli nitri in qualsiasi modo.
Conviene ndoprarsi a soffocare ogni superbia fondata sui vantaggi na. Ma
bisogno fondare m pari tempo a ^ cioè una modesta fiducia in tó
“f*'” 0 . r",:^rro g auro,obestane, non curarsi affatto
dc’giudizj altrui. Tatti i desiderj umani sono o formali (libertà c
potere), o materiali (relativi ad un oggetto,) cioè desiderj d’opinione o
di piacere -, o, lilialmente, riguardano la semplice durata di queste due cose,
come clementi della felicita. Son desiderj della prima specie
quelli degli onori, del potere e delle ricchezze. Appartengono alla
seconda specie i desiderj del piacere sessuale (voluttà), delle cose
(benessere materiale) c della società (conversazione). Sono, infine, desiderj
della terza specie l’amore della vita, della salute, delle comodità
(il desiderio d’essere scevro di cure nell’avvenire). I vizj
sono quelli o di malignità, o di bassezza, o di grettezza d’animo. Alla prima
specie appartengono la invidia, la ingratitudine e la gioia per la
sventura altrui -, alla seconda, la ingiustizia, la infedeltà (falsità),
il disordine, vuoi nel dissipare le proprie sostanze, vuoi nel rovinarsi
la salute (intemperanza) e la propria reputazione ; alla terza specie, la
durezza di cuore, l'avarizia c la infingardi (effeminatezza).
Le virtù sono o di puro merito, o di obbligò' sione stretta, o d
'innocenza. La prima classe comprende la magnanimità (che consiste nel domare
se stesso, vuoi nella collera, vuoi nell’amore del benessere materiale e
delle ricchezze), la beneficenza, il dominio sopra sè stesso. Spettauo
alla seconda classe l’onestà, la decenza e la dolcezza’, alla terza
infino, la buona fede, la modestia e la temperanza. Si
domanda : l’uomo è moralmente buono o cattivo per sua natura ? Io rispondo :
egli non è moralmente buono nò cattivo, perchè non ò un essere morale per
natura ; ©'diviene morale quando innalza la sua ragione fino alle idee
del dovere e della legge. Si può dir tuttavia che l’uomo racchiudo in sè
tendenze originario per tutti i vizj, avendo inclinazioni ed
istinti che lo spingono da una parte, mentre la sua ragione l’attira
dalla parte opposta. Egli dunque potrebbe divenire moralmente buono solo
in grazia della virtù, ossia d’una forza esercitata sopra se
stesso, quantunque possa rimanere innocente finche non si destano
le suo passioni. La maggio.' parte dei vizj dorivano dallo
stato di civiltà quando fa violenza alla natura; c c.ò nond.- meno
la nostra destinazione corno uomini « 4. usci dal puro stato di natura
dove non cor» d.fle.on» tra noi o gli animali bruti. L'arto perfetta
..teina alla natura. p .i Nell’ educazione tutto
dipendo, a . ‘ g[ ò: si stabiliscano dovunque buoni P ri “ W
facciano comprender bene od Questi debbono imparare a sos . uue U
d.o 1 ..cedi tutto surdo ; il timore dclh P P stima di
sò degli «“ ini istori.™ JPepini». *«™i; medesimi o la
le c la condotta a. il pregio ìntrinseo a, sentimento ; una
moti del cuore, l inre “ *» devozione mesta, pietà serena odi
animo boto a una de cupa e selvaggia- Ma bisogna anzitutto
preservare i giovani dal pericolo di stimar troppo i meriti della fortuna
( merita fortunaà). . - Se togliamo ad esame l’educazione dei
fanciulli nella sua attinenza colla Religione, la prima questione da
risolvere c questa : Si può inculcare per tempo ai fanciulli idee
religioso? Ecco un punto di Pedagogia sul quale si è molto disputato. Le
idee religiose suppongono sempre qualche Teologia. Ora, come
insegnare una Teologia alla prima gioventù, che non conosce ancora il
mondo, c neppure se stessa ? I fanciulli, che non hanno ancora la nozione
del dovere, come potrebbero capire un dovere immediato verso Lio ? Ciò che v’
ha di certo si è, che se potesse avvenire che i fanciulli non
fossero mai presenti ad alcun atto di venerazione verso 1 Ente
supremo, e non udissero mai pronunziare il nome di Dio, sarebbe allora
conforme all’ ordine delle cose d attirare prima la loro attenzione
sulle cause finali e su quanto si addice all’ uomo, di esercitarvi
il loro giudizio, d’istruirli sull’ordine e sulla bellezza de’ fini della
natura, di aggiungervi poi una cognizione più estesa e perfetta del sistema
dell universo, e di venir così alla idea d’ un Ente upiemo, d un
Legislatore. Ma siccome ciò non e possibile nello stato presente della
società, come non 1 o \ietaisi che i fanciulli non odano
pronunziare i nome di Dio e non siano presenti ad atti di de- ìonc
veiso di Imi, se volessimo attendere per insegnar loro qualcosa intorno a
Dio, ne deriverebbe dell’educazione PRATICA nel loro animo o una grande
indifferenza per la divinità, o una idea falsa, come il timore della
potenza divina. Ora, poiché bisogna evitare che questa idea metta radice
nella immaginazione dei fanciulli, devesi cercare per tempo d’inculcar
loro idee religiose. Il che, per altro, non vuol essere un mero esercizio
di memoria, nè una pura imitazione affettata, ma devesi al contrario seguir
sempre a via naturale. I fanciulli, pur non avendo ancora 1 idea
astratta del dovevo, dcll'obbligazione, della condotta buona o cattiva,
capiranno esservi una leggo del dovere, o ch'cssa non consisto noi
piacere, nell ut.le o in altri simili considerazioni elle la
ma in qualcosa di generalo che non s. fonda sm • capriccj umani. Bensì il
maestro medesimo d toi p q r;sit;e tutto riferire a Dio nella
indura, e attribuire ancor questa a Lui. lei ]a mostrerà in
primo por Lequilibrio loro, ma ind^rcttameute^ancbe^per 1’ uomo
affinchè possa rendersi felice. fin a* principio un’idea La miglior
via pe m .. a o- 0 nare per ana- chiara di Dio sarcb c que^ ^ m
paJre 0, ie logia il concetto di . cosi fclieemento
abbia cura di no,1““^ onere nn,ano corno nna a concepire 1
unita sola famiglia., Tfeliffione ? La re- ° b °’ aÌ
"T;Sr^2ei, inquanto ligione è la legge che risied riceve
da un legislatore c da un giudice l'autorità che ha su noi ; è la morale
applicata alla cognizione di Dio. Se la religione non si unisce alla
inorale, essa altro non è che una maniera di sollecitare il favore
celeste. 1 cantici, lo preghiere, il frequentare lo chiese, tutto ciò
deve servire unicamente a dare all' uomo nuove forze ed un nuovo coraggio
per diventare migliore ; altro non deve essere che la pura espressione di
un cuore animato dall’ idea del dovere ; tutto ciò c preparazione al bene, ina
non costituisce il bene in se. Non possiamo piacere all’Ente supremo se
non diventando migliori. Ai fanciulli conviene anzitutto insegnare
la legge che hanno entro di loro. L’uomo ò dispregevole agli stessi
occhi suoi quando cade nel vizio. Questo disprezzo ha la sua ragione in
sò, e non già nella considerazione che Dio ha proibito il male ]
imperocché non è necessario che ogni legislatore sia nel tempo stesso
autore della legge. Così un principe può vietare il furto ne’ suoi Stati,
e nondimeno egli potrebbe non essere 1’ autore della proibizione
del furto. Quindi 1 uomo riconosce che la sua buona condotta può
solo renderlo degno della felicità. La legge divina deve nel tempo stesso
apparire come una legge naturale, poiché non c arbitraria. La religione
rientra dunque nella moralità. Ha non bisogna cominciare dalla
Teologia. La religione elio sia fondata semplicemente sulla Teologia, non
può contenere alcun che di morale. Essa non ispirerà altri sentimenti
clic il timore da una dell’educazione pratica 30S
parto e la speranza del premio dall'altra ; e quindi produrrà un culto
superstizioso. La Morale deve pertanto venir prima della Teologia. E così
abbiamo la Religione. Dimandasi coscienza la legge considerata
in noi. La coscienza è veramente 1’ applicazione dello nostre
azioni a questa legge. I rimorsi della coscienza resteranno inefficaci,
ove non li consideriamo come rappresentanti di Dio, il cui trono sublime è fuori
c sopra di noi, ma che ha pure stabilito in noi un tii- bunale. D’
altra parte, quando la religione non è accompagnata dalla coscienza
morale resta inefficace. La religione senza la coscienza morale, come
abbiamo detto, è un culto superstizioso. Si pretende servire Dio con
lodarlo, per esempio, col celebrarne la potenza e la sapienza, senza
curarsi di osservare lo leggi divine, senza neppur conoscere e studiare
a sapienza e potenza di Lui. Taluni cercano in quelle lodi una
sorta di narcotico per la loro coscienza, o una sorta di cuscino
sul quale sperano riposare tran- non * i» g-* «.-*» lo idee
religiose, me posiamo tuttavia loro alcune ; queste bensì debbono essere
piuttosto negative efaL positive. È inutile d. ar re tare ^ mole ai
fanciulli 1 questo non pub dar loro eh u idea falsa della pietà. La
vera sta nell'opera,-e secondo 1» volontà d Ln. . e massimale
si devo i^— terossc loro ed anche nosti, I ^ nome di Dio non
sia profanato così spesso. Invocarlo nei desiderj e negli augurj, sia
pure con intendimento pietoso, è una vera profanazione. Ogni qualvolta gli
uomini pronunziano il nome Dio, e’ dovrebbero essere tutti compresi di rispetto
; dovrebbero pertanto farne uso di rado e mai leggermente. Il
fanciullo deve imparare a riverire Dio, prima come signore della sua vita
e dell'universo, poi come protettore o provvidente deH’uomo, e finalmente
come suo giudice. Dicesi che Newton si raccogliesse uu momento ogni
qualvolta pronunziava il nomo di Dio. Unendo e rendendo ciliare
nella mente del fanciullo ad un tempo le nozioni di Dio c del dovere,
gl’insegniamo a rispettar meglio le cure provvidenziali di Dio verso le sue
creature, e lo preserviamo dalla tendenza alla distruzione ed alla crudeltà,
che in tanti modi si compiace di tormentare i piccoli animali. Si
dovrebbe nello stesso tempo istruire la gioventù a scoprire il bene nel
male, mostrandole, per esempio, modelli di nettezza e di operosità
negli animali di rapina e negli insetti. Essi fan ricordare agli uomini cattivi
il rispetto della legge. Gli uccelli che danno la caccia ai vermi,
sono i difensori de’giardini ; c così prosegui. Bisogna
pertanto inculcare ai fanciulli certe nozioni intorno all’Ente supremo,
affinchè quand/cssi vedono gli altri pregare, sappiano a chi o perchè
si fanno quelle preghiere. Ma poche hanno da essere tali nozioni e,
come dicemmo qui sopra, puramente negative. Devesi cominciare ad
imprimerle fin dalla dell’educazione pratica 301
prima età neH’animo dei fanciulli, ma insieme badare ch’essi non
istimino gli uomini secondo la pratica della rispettiva religione ;
imperocché, nonostante la diversità dei culti religiosi, trovasi dovunque
unità di Religione. Aggiungeremo, per concludere, alcune
osservazioni, rivolte particolarmente ai fanciulli che entrano
nellagiovinezza.Aquest’età il giovinetto principia a fare certe distinzioni che
non faceva prima. Viene ili luogo la differenza dei sessi. La
natura ha in qualche modo gettato là sopra il velo del segreto, come
se la ci fosse qualcosa di meno decente per l’uomo e che per lui fosse un
mero bisogno della vita animale. Essa ha cercato d unirlo con ogni
sorta di moralità possibile. Gli stessi popoli selvaggi conservano su questo
punto una specie di pudore e di ritegno. I fanciulli curiosi fanno
talvolta certe dimando su questa materia alle porsone adulte, per esempio
: Donde nascono i bambini ? Ma possiamo contentarli facilmente o dando risposte
insignificanti, o dicendo loro che ia dimanda è propi io da barn
ini Meccanico è lo svolgimento di questo tendenze nel giovinetto;
e, come in tutti gl'istinti che si dispiegano in lui, non ha bisoguo di
conoscerne prime^ oggetto- È dunque impossibile di mantener qui, g panetto
nella ignoranza e nella innocenza o i compagna. Il silenzio non fa che
aggravalo li male; Dna prova ci è fomitadall'edncaz.ono dei noeta “
0 nati. Secondo l'educazione dell'età nostra giustamente che di
queste cose bisogna pollare «, vinetto senz’ambagi, in modo chiaro o
preciso. Per fermo si tocca un tasto delicato, poiché non so ne fa
volentieri soggetto di conversazione pubblica. Ma tutto sarà ben fatto se
gli parliamo di ciò in modo serio e conveniente, e se penetriamo nelle
sue inclinazioni. L’età dei 13 o dei 14 anni è e quella
ordinariamente in cui la tendenza per il sesso dispiegasi ne' giovinetti
(se avviene prima, vuol dire che i fanciulli sono stati corrotti e perduti
da cattivi escm- pj). A quell’età il giudizio loro si ò già formato,
c la natura l’ba provvidamente preparato affinchè possiamo allora
discorrere di tal oggetto con essi. Non v’ò cosa che tanto fiacchi
lo spirito e il corpo quanto la specie di voluttà che l’uomo consuma
sopra sè stesso ; non occorre diro ch'essa è contraria alla natura umana.
E quindi non si deve più tener celata al giovinetto. Bisogna
mostrargliela in tutto l’orrore suo, e dirgli elio si rende cosi
disadatto alla propagazione della specie, che rovina le sue forze
fisiche, che si prepara una vecchiaia precoce, che consuma il suo spirito, e va
dicendo. Per fuggire le tentazioni di questo genere bisogna stare
occupati sempre e non concedere al letto ed al sonno altre ore che le
necessarie. A questo modo il giovinetto caccerà via dalla mente i pensieri
cattivi 5 poiché, sebbene l'oggetto esista nella pura immaginazione, egli
usa ancora la forza vitale. Quando la inclinazione si porta sull’altro sesso,
almeno s’incontra sempre qualche resistenza; ma quando è rivolta
sopra DELL’EDUCAZIONE l'UATlCA l’individuo stesso, può ad ogui momento
essere appagata. Rovinoso ò l’effetto fisico’, ma le conseguenze morali
sono ancor più funeste. Qui si varcano i confini della natura, e la tendenza
non è mai sazia, perchè non trova mai alcuna soddisfazione reale.
Rispetto ai giovani, alcuni precettori han posto la qui- stione : Può ad
un giovane permettersi di formare unione con una persona di sesso
diverso? Sebisognasse scegliere uno di questi duo partiti, il secondo
sarebbe certamente migliore. Nel primo caso il giovane opere- rebbe
contro natura -, ma nel secondo, no. La natura ia destinato a diventare
uomo, e quindi anche a propagare la specie umana, appena è in grado di
proteg gere sè stesso; ma i bisogni, a’quali deve necessariamente
sottostare l’uomo nella società civile non gli consentono di poter ancor»
allevare .suor SgU. Qui pertanto egli va contro l'ordine ernie. U
n,^' partito pel giovane, e questo k per In. «ohe u vere, sta
nell'attenderc ohe sia in grado d uni... regolarmente in matrimonio. P“
ra “ 0 ^ btl on mostrerà non solo uomo dabbene, s.
cittadino. tempo a dimostrare alla Il giovine apprenda pe.
^mp ^ mMÌlMn0 donna tutto il rispetto c 0 ^ j, epararsi così
la stima con lodevole operosità, ed a piepa all'onore d’nna
““ il gi»™* 110 ’ La seconda diff corainc ia a porre e
oramai ad entrare nel dei ceti e ladisu- quella che risguarda
la fanciullo, non guaglianza degli uomini. Finche bisogna
fargli notare questa differenza. Non gli si deve permettere di comandare
ai domestici. S’egli osserva che i suoi genitori comandano ai
domestici, gli si può sempre dire : Noi li manteniamo, e però essi
ci obbediscono. I fanciulli ignorano del tutto questa differenza, se i genitori
non ne porgono loro l’idea. Convien dimostrare al giovinetto come la
disuguaglianza degli uomini sia un ordine di cose derivato dai vantaggj
onde certi uomini hanno cercato di distinguersi dagli altri. La coscienza
dell’eguaglianza degli uomini, nonostante la disuguaglianza civile,
può essergli inspirata a poco a poco. 45. - Fa mestieri di
avvezzare il giovine a stimar se giusta il proprio valore, c non secondo il
valore altrui. La stima degli altri, in tutto ciò clic non costituisce
affatto il valore dell’uomo, è vanità. Bisogna, inoltre, insegnare al giovine a
fare ogni cosa coscenziosamente, ed a porre ogni cura non tanto di
parere, quanto di essere. Avvezzatelo a far sì che in ogni contingenza
della vita, presa ch’egli abbia la sua risoluzione, questa non resti vana
; meglio sarebbe di non venire in alcuna deliberazione, e di
lasciar sospesa la cosa. Insegnategli la moderazione ne’suoi rapporti col
mondo e la pazienza nel lavoro : Sustine et abetine ; insegnategli la
temperanza nc’ piaceri. Quando l’uomo non desidera unicamente i
piaceri, ma sa ancora essere paziente nel lavoro, diviene un membro utile alla
società e si preserva dalla noia. Conviono pure istruire il
giovine a mostrarsi DELL'EDUCAZIONE 1MIAT1CA festevole e di buon umore. La
serenità dcH’anirao deriva naturalmente dalla coscienza tranquilla.
Raccomandatogli pertanto di conservare lo stesso temperamento. Con l’esercizio
egli può arrivare amo- ■ strarsi sempre di buon umore in società.
Abituatelo a considerare molto cose come doveri. Un’azione dev'essere
pregevole, non perche si accorda colla mia inclinazione, ma perche nel
farla io compio il mio dovere. Bisogna educare il
giovine all’amore verso gh altri c poi a tutti i sentimenti verso
l’umanità. Nell’animo nostro v’ha qualcosa che vuole c'interessiamo di
noi stessi, di coloro coi quali siamo cresciuti non dio educati, o del
bene universale. Va rose fam.liaro questo interesse ai fanciulli perchè
riscaldi le anime loro. Essi debbono gioire del bene universale,
quando anche non torni a vantaggio della patria o d, ‘“ 0d
Conviene abituarli ad nneordare una mediocre stima al godimento
de'piaoen ndln vi• • nirè i, timore puerile Eseguire
strare ai giovani che il P ia ciò ohe promette. loro atten2
;„ne Bisogna, per ultime, torma a „ U a ii -i* ri! rpndorsi
conto 0 o m o sulla necessita di rende ine de n a vita pos-
propria condotta, perdi • * acq ùistato. sano stimare
debitamen Chi esaminasse con occhio diligente, acuto od imparziale
tutte le cagioni e tutti gli umani individui che in un modo o nell'altro
concorrono al progresso ed al perfezionamento della specie umana,
vedrebbe che alla donna spetta non picciola parte di gloria in questo
progresso indefinito. Anzi tutte, come osservò uno storico nostro
contemporaneo, se 1 uomo incontra spesso la morte per la salvezza della
patria, la donna corre pericolo della vita ogni qualvolta mette alla luce una
creatura umana. Onde il Leopardi (Canto notturno di un pastore errante
del' l'Asia ) scrive: Nasce l’uomo a fatica, Ed è
rischio di morte il nascimento. Dalla cuna alla tomba, dalle più
modeste cure della famiglia a'più alti e gloriosi ufficj dello Stato,
dai primi rudimenti del sapere e del viver civile alle più nobili
manifestazioni del pensiero ed al più squisito incivilimento cui sieno
pervenuti gli umani consorzj, nella prospera e nell’avversa fortuna, in
pace ccl in guerra, nelle arti, nelle scienze e nelle lettere, in
ogni tempo e presso le nazioni tutte, per via più o meno diretta, in modo
ora occulto ora palese, vi scorgi sempre l’opera e l’efficacia della
donna ne vaij- suoi ufficj di sorella, di figlia, di amante, di
sposa, di madre, di cittadina, di cultrice d’ogni arte liberale od
ispiratrice de’più nobili sentimenti, d’eroina del dovcree,seoccorre,di
martire del sacrifizio. Senza la donna, oltre non potersi' conservare o
perpetuare il genere umano, l’opera divina della creazione non
sarebbe stata compiuta, non avi ebbe avuto i più bello e vero
coronamento. IL Sollevata dal Creatore ad un grado sì
nobile, destinata a sì alto ufficio, la donna non fu m » tempo c
debitamente pregiata dagli uomini, n ellastessa o non volle sempre
corrispondere al a sua missione. Nel paganesimo essa o fu tenu a s •
j o fu considerata del tutto inferiore all’uomo e qual
mero strumento di voluttà. Pei atio un 8V0 iaero basso e misero
stato, se ufficio, tutte le sue facolta e compì umana
non mancò affatto nel progresso della -v ^ l’opera di lei,
giacché la natuia s . res trin- di quando in quando i calpes a i
invano prò- le donne si volevano appa ^ Qultara
in^ cacciavasi loro una buon tellettualc, chi nei più aspri
pericoli della patria, nelle arti e nelle lettere faccvasi tuttavia
sentire l’impulso animatore della donna greca. Infatti; dii non
ricorda come la giovinetta, la sposa e la madre inspirassero animo forte alla
greca gioventù, che prima della battaglia acconciavasi la bella persona,
quasi .traesse a convito e alla danza? Chi non ricorda come Socrate
rassomigliasse il suo modo di filosofare all’arte della madre sua Fenarete ?
Chi non ricorda le ispirazioni di un'Aspasia, c il valore poetio
dell’infelice Saffo, molti versi della quale possono reggerò al confronto
di quelli più affettuosi d’Anacreonte? E questi non imitò poi la
fanciulla di Lesbo ? - Invano l’antica lloma negava alla donna ogni
personalità giu- 'ridica, che ivi pure non mancavano stupendi
esempi di amor patrio c di senno. Chi non ricorda infatti la pacò
fra i Romani ed i Sabini, stipulata (checche ne pensi la critica moderna)
per int.crcessiono delle rispettive donne? E, per tacere dello influsso
della ninfa Egeria su Nuraa Pompilio, la storia non ha essa
glorificato l'eroismo di Clelia ; le preghiere, ispirate da vivo amor
patrio, della madre e della sposa di Coriolano ; il sacrifizio di
Virginia ; la rettitudine e l’anuegazione delle madri dei Gracchi e degli
Scipioui, esempio rinnovato ai nostri giorni dall’eroica madre dei
fratelli Cairoli ? L’opera della donna non fu adunque del tutto
manchevole od impotente nella civiltà pagana, e presso le schiatte che
abitavano al mezzodì c all’occidente del mondo antico.
Rinobilitata dal Cristianesimo e tenuta in.maggiorc stima appo i vigorósi
popoli del settentrione, La clonna ; ritornò man mano signora di
sò, fu proclamata degna o ■ inseparabile compagna dcH’uomo. Èssa allora
comprese tutta la nobiltà della sua natura, andò via via perfezionandosi,
e cooperò efficacemente a rialzare la stessa dignità umana, e a far
progredire la civiltà. Lasciati gli Dèi falsi c bugiardi, abbracciata la
religione di Cristo, la donna se uc fa la più valida sostenitrice c
propagatine©, come ci,testimonia la madre di Agostino il santo, la
imperatrice Eletta madre di Costantino; Teodolinda regina dei
Longobardi, c' molte altre rioordate dall’istoria. Nel medio evo i più intrepidi
c cortesi cavalieri cingono la spada-in difesa della donna e della fede;
un Abelardo,'famoso disputatore nelle più aride c nelle pm alte questioni
di filosofia e teologia in Paii D i ne colo XH, ò attratto dalla bellezza
c dall’ingegno d'Eloisa, nobile creatura (dico il Cousin) che amo
come santa Teresa e scrisse talvolta come eneca " .
donna ispira il canto dei trovatori, e porgo ra alle’ lingue romanze ;
Beàtnce si 6 che sia stare l’ingegno più universal l . a]la vissuto
nei tempi di mezzo al Ugnato Papato, lo richiama a a LA
.MISSIONE DELLA DONNA suo vero ufficio. Instigatrice a nobili
imprese, la donna piglia non di rado la lira, ne trae suoni armoniosi e
delicati, come Gaspara Stampa, Veronica Gambara e Vittoria Colonna. Altre
maneggiano con onore il* pennello, come SofonisbaAnqùisciola, Barbara
Longhi e Teodora Danti, pittrice c matematica insigne; e talune
maneggiano perfinolo scalpello, come a'dì nostri la ' egregia e
valenteAmaliaDuprè. Moltissime poiriesco- no eccellenti nella musica. Una
Margherita illuminae rende civile la Scozia ; più tardi Maria Teresa
c Caterina II a governano sapientemente due più temuti Imperi d’Europa.
In tempi a noi più vicini la signora di Stiicl predicava la Comunione intellettuale
dei popoli; Albertina-Necker scriveva di Pedagogia, ed in molte
osservazioni sullo sviluppo della intelligenza e degli affetti del
bambino fu più acuta di Emanuele Kant. La signora Swetchino,
oriunda della Russia, onorava gli uomini più illustri della Francia
contemporanea e alla sua volta era da essi meritamente onorata. In
Ginevra tenne cattedra di lettere italiane la nostra Caterina Ferrucci, e
poi scriveva un insigne trattato smW Educazione morale della donna
italiana. Taccio poi gl’illustri nomi dello signore De Spuches Galati,
Milli, Fuii Fusinato, Alinda Brunamonti ed altre, per ricordare quello
della perugina marchesa Florenzi, che a nostri giorni coltivò con onorato
successo una delle più difficili e la più universale delle discipline
razionali, vo dire la Filosofia. Ecco ricordati, in questi pochi csempj,
i meriti insigni del gentil sesso. NELLA SOCIETÀ ODIERNA
ni A questi meriti la donna moderna può e deve aggiungerne degli
altri, adempiendo sempre il suo nobile mandato, perfezionando sè stessa,
e cooperando efficacemente ai multiformi aspetti della civiltà e
dell’umano progresso. Poiché la uatura della donna non cambia, e poiché
dal Cristianesimo é stata sollevata al suo più alto c vero grado, ella ha
sempre c dovunque il medesimo fine da conseguire. Ma m gran parte
variano i modi per adempiere sì alta missione, secondo che mutano le
condizioni politiche, intellettuali e morali della società in mezzo alla
quale, vive la donna. Questa, inoltre, si é perfettibile e non
perfetta, né può sottrarsi, in mezzo agli sp e della civiltà nostra, alle
leggi che governano il graduato avanzamento del genere umano, osi, po in
oggi la donna ispirare animo al guerr.ero pei la stessa idea e per le
stesse cagioni onde Io ispira tempi di meco ? E le sole doti
mota!., da Ima conveniente cattura intellettuale sainbb no oggidì
sufficienti a .cadere, non diri. spettata la donna,
“‘.^““notanefieo o potente congiunture della vita tatto
influsso negli nomini «1» consistere il Vediamo, portante,
>n ‘ ^ nelIa 80 „ietà vero e compiuto ufficio d ^ ^ cavat teri
odierna, tenendo fermi da ™ giuste o essenziali, e dall’
altro tenendo con razionali esigenze dei nostii temp Nel suo librò
La dolina e là scienza -1' onorevole SalvatdreMorelliassegnavaun triplice
scopo alla donna, cioè di partorire 1’ uomo, di educarlo, di muoverlo
o dirigerlo al bene. E per l’illustre professore ginevrino, Ernesto
Naville, il véro ufficio della donna consiste in opere di educazione, di
pietà e di misericordia (Il Dovere: discorso alle signore di Ginevra c di
Losanna). E sta bene: ma noi'vogliaiio considerare la donna in modo più esplicito
c sotto qualche altro aspetto, vale a dire in tutte le sue più
affet- tuose e più solenni manifestazioni. Cominciamo a riguardare
la donna come sorella. Dopo il rispetto che il figlio deve ai
genitori, viene quello verso la sorella. Ah ! chi può mai comprendere
tutta la dolcezza e la soavità di questo meno ? I più gentili e nobili
sentimenti clic poi fanno caro e degno di stima 1-' uomo in società, egli
deve apprenderli ed esercitarli in famiglia e specie con le
sorelle. Queste, per ordinario pazienti, soavi, graziose, capaci di profondo c
puro affetto fraterno, destano rispetto ed amore, raddolciscono
l’animo, fanno più miti le correzioni dei genitori, formano a piu
bella e fida compagnia del fratello. Quando esse lasciano la casa c il
nome del padre per assii- meie quello d un altro uomo, o quando
inesorabile morte le rapisco anzi tempo, la casa paterna pare
cnenga un deserto. È la sorella Paolina che, nel primo caso, inspira al
Leopardi uno dei più belli suoi canti. È la buona Manétta Pellico che
rinunzia alle gioie torrone, si ritira in un chiostro e prega pel
fratello Silvio prigioniero allo Spielbergo; e quel- 1' atto magnanimo
ispira versi affettuosi all’ amico di lui, all’intrepido Maroncelli ! “
La sorella è all’uomo la prima compagna, la prima amica, quella che all’
uomo fa presentire le dolcezze innocenti del1’amore di donna. L'ineguaglianza
degli anni e la severità de’ modi pone tra genitori e figliuoli
certa distanza che accresce 1 affetto vero rinforzandolo co
rispetto, ma clic richiede come a ristoro altri eser- cizj del cuore. Col
fratello ogni cosa comune: la memoria, le gioie, i patimenti, i piccoli
enoii.... n luoghi di pochi e poveri e sovente divisi, abitanti la
famiglia è patria e universo. La sorella in que ire tenaci infonde
qualche parola di amoie . lo sguardo, le lagrime di donna ritemprano,
per fiera che sia, la virile durezza, e a generosi a spengono. Onde
sorella è dolce e poetico nomerò di questo nome si
rapilo nel 1874 all'Italia, alle lettere, alla V.
a „ annsa la donna ha un Se poi diviene amante P > opGr0
sità. più vasto campo dove eterei ai ^ . zi È il- forte
adopra o pensa. E voi specialmente, donne italiane, abbiatevi: pure
questo vanto, o sappiate ognor più meritarvelo : a vostro senno molte
fiate pensa ed opera il letterato, l’artista, l’uomo di scienza, e talvolta
anche l’uomo di Stato ! Per citarvi un solo esempio, senza l’impulso, il
conforto e l’approvazione di due egregie- donne, la contessa Balbo e la
siguora Pellico madre di Silvio, questi avrebbe egli scritto e reso di
pubblica ragiono Le mie Prigioni, libro che ha fatto palpitare tanti
cuori, che noi da giovinetti leggevamo piangendo e fremendo, e che ha
cooperato, più di molte battaglie, alla libertà e indipendenza
d'Italia?' Sicché la donna, oltre poter da so coltivare non senza
gloria lo lettere ed alcune razionali discipline, e divenire eccellente
nelle arti liberali, può c deve inspirare il letterato c l'artista,
animare lo scienziato, c può altresì correggerlo quando certe suo- teorie
pugnino con i più nobili sentimenti dell’animo e col senso comune, che il più
delle volte lasciando parlar la natura, diceva il Mamiani, fa- la
spia della verità. Infatti, se il Rousseau avesse pensato a sua madre o
se avesse potuto interrogarla, avrebbe egli scritto quel terribile voto,
che i figli non dovessero mai conoscere i loro parenti ?' E se
alcuni oggidì, oltre dover meglio badare alla prova certa e compiuta dei
fatti e alle sane regole «ella logica, pensassero alla nobiltà dell’uomo
e interrogassero il cuore profetico della donna, verrebbero essi a certe
conclusioni c teorie che proclamano non punto dissimilo da quella dei bruti
la discendenza di nostra progenie ? Quanto alle lettere,
tanta c l’efficacia della donna, che se ad una letteratura moderna rimangono
estranee le donna, e’vuol dire eh’essa non ha vita. l>en è vero che la
donna, soggiungo quel dottissimo ed acuto ingegno del Bonghi, devo
entrare in una letteratura più come direttrice clic come operaia 5
allora col suo criterio lino c giusto, con quella sua delicata
spontaneità di sentire, con quella sua attitudine a scovrire le pieghe del
cuore,.... con quel suo vivere nel presente, colla sua inclinazione
a non accontentarsi, secondo l’indole, se non o d un pensiero ben
circoscritto 0 d’un affetto infinito 0 col potere tutto suo di sancire
col sorriso e colla grazia il giudizio ch’esprime, ha un influsso potente
ed utile nella letteratura d’un popolo moderno. Oltre di clic, per il suo posto
nella fami glia e nella società, la donna è lo -strnmen 0 pm adatto
e più sicuro della diffusione della^ coltuia 0 por la natura dolio suo
ocoupao.cn, P°^bbe fcr niro il maggior numero do’lcttcr. d'un l.bro (R.
Boa 6K iwS lu Matura italiana non *.***.• in Italia. Lotterà
prima). donna Dieeva egregia^ diretammt0 dello scoraggiamento.
Infelice quell'uomo che, tutto assorto nelle questioni politiche, non ha
poi un conforto nel seno della famiglia ! E quanto l’aspre e continue
battaglie della politica .snervino l’uomo, noi già lo vedemmo negli
ultimi anni e nella fine del compianto deputato Civinini: l’amorevoli
curo della madre c il pensiero dei figli non furono più capaci a
salvarlo da morte immatura! Non vi dirò poi come gli affetti domestici e
la soavità della donna possano informare a pacatezza ed a maggiore equità
l’animo del legislatore e dell'uomo di Stato, poiché la vita umana
dev’essere, tutta un’armonia. Così una saggia economia domestica ottenuta
per cura della donna, può servire di norma, fatte le debite pro- .
P orz ‘oni, a chi deve amministrare il tesoro del Comune, della Provincia,
dello Stato. IX. Ove poi consideriamo la donna come
prima educati ice de figli, essa deve infondere per tempo
nell'animo del giovinetto non solo i precetti morali, ma può eziandio,
secondo l’opportunità, fargli conoscere alcuno massime di prudenza e di
saviezza politica. E non si creda che sia questo un mero sogno, un
vano parto della mia fantasia. No, era il Tommaseo stesso che raccomandava
d’iniziare per tempo, ilici cò 1 educazione, i giovinetti alla conoscenza
c ‘ a pratica di quelle norme che si riferiscono al viver civile e
politico. Mi sia concesso, pertanto, di riferire 1’ autorevoli parole di
quell’ uomo illustre, clic non fa alieno dalla vita politica, ma che
anzi ebbe tanta parte nel risorgimento della nostra nazione. u Ed io
tengo per vero (scriveva egli nel trattato sulla Donna) che la politica
nostra sia cosi piena di miserie c di passioni e di pericoli,
appunto porche troppo tarda disciplina è a’figliuoli nostri;
appunto perchè primi maestri di politica sono ad essi le tragedie
dell’Alfieri e i giornali di Francia ; appunto perchè il nome di patria
suona loro nella mente innanzi che nel cuore, o suona come figura
vettorica Sicché la donna può e deve giovare all uomo in
tutto, non pure nella scienza come abbiamo accennato, ma talvolta anco nelle
dispute filosofiche e religiose. Narra inflitti S. Agostino che la
madie, i lui entrò nella stanza dov’egli con un amico ragionava di
filosofia, c i dialoghi si scrivevano di mano in mano : si scrissero
anche lo d, lo. ; al le Monica mostrando di mcrav.gliarsi, disse j
? esser olla sapiente: « E peschi, non saro o, * jL italiane
oggi non manca, salvo pocio ®° modo di apprendere siffatta.educazionee^ ^
^ Nò voglio dire con c i ueS \ ‘ Uo occupazioni rinunziare,
per lo studio, a fi ^ c j ob proprie della sua indole, de ^Jdrc’di
famiglia; s’addicono alla donna di ca, ‘ d bban fare un nè presumo
che le donne m K alunn i di corso di studj, come viene pi
dell’Università: u» Liceo, „ donna in che allora tanto
vaueb scenziato, in ingegnere, in avvocato, in medico,
letterato di professione. È noto che il Boccaccio fu tra i primi col
suo libro De clarìs mulieribus ad illustrare 1’ ingegno femminile.
Più tardi, uno scrittore del Quattrocento volle dimostrare la preminenza
della donna in tutte le facoltà e in tutte le doti, nell’intelletto,
nella bellezza, nella nobiltà, nel conversare (Vedi E. Magliani, Storia
letteraria delle Donne italiane). Altri hanno sentenziato, come Francesco
Coccio nel libro sulla Nobiltà della Donna, aver la donna sortito da
natura, al pari dell’uomo, forte ragione, mente c favella, e tendere ad
uno stesso fine. Invece il Lamennais, il Cousin ed altri negarono alla
donna prerogative intellettuali. Noi certamente non siamo dello stesso
parere •, anzi manteniamo elio se qualcuna di esse, fornita di non comune
ingegno, avrà tempo agio e voglia di attendere a studj speciali o di
coltivare qualche parte nobilissima dell’umano sapere, ciò non le sarà nè
dovrebbe esserle vietato dagli uomini e dalla società, vuoi per
intolleranza, vuoi per invidia. E ne abbiamo prove luminose nei due
recenti Istituti superiori di Magistero femminile in Roma e Firenze, dove
si dà una istruzione quasi universitaria alla donna e dove parecchie
alunne hanno conseguito con felice successo il diploma supcriore nelle
discipline letterarie, storiche, morali e pedagogiche. Ma io intendeva
parlare di quella soda e retta cultura intellettuale e morale, di cui
oggi piu che mai abbisogna non pure la giovinetta delle classi
piivilegiatc dalla fortuna o di nobile linguaggio, sì anche la donna del ceto
medio o della bor- NELLA SOCIETÀ ODIERNA gbesia, salvo le debite
differenze. E per conseguire questo intento, basta che da un lato si
riordini le nostre scuole femminili, segnatamente le Scuole normali, che
per cultura e nel fine pedagogico sono inferiori a quelle tedesche; dall’altro,
chela donna comprenda meglio il suo ufficio, e quindi sprechi meno tempo
e danari nelle mode ricercate, nel lusso c in certe frivolezze che la
fanno apparire più/unwwioc ìe donna. In quanto all’istruzione media
femminile, invece di fare apprendere alle nostre giovinetteuu po di
grammatica c di far loro pronunziarealla meglio qual- che centinaio di
vocaboli francesi ed inglesi, tanto per mostrarsi dotte o brioso in
alcune società, non sarebbe più utile insegnare prima alle medesimo a
parlare c scrivere convenientemente Inaiano? invece di tenerle per lungo
tempo rinchiuse fra quattro mura d'un monastero o d'un Istitutoi
no, sempre arioso ed igienico e tenerlo occ*to per molto ore al
pianoforte, ai ricami e a a 11 femminili, non sarebbe più vantaggioso cond
I • respirare le pure auro dell'aperta campagna del giardino, e
cogliere il destro d' insegnar 1™ ^giene menti di scienze fisiche
d, stoua^na^^ Ma domestica, e somiglian M dell’Istoria
ritrarrebbe la donna dal P ^jjjg, ariosamente antica e moderna,
piuttos mani? di leggere ogni — ignoro Io non nego la
beata ‘ cs, ere coltivata; ma che l’immaginazione pu p rome ssi
Sposi, i buoni romanzi, a comiuci si contano sulle dita, e
l’immaginazione dev' essere governata dalla ragione, come il cuore
dev’essere illuminato dall’ intelletto. Or bene, dirò io alle donne
italiane : Siete voi disposte a rinunziare ad ogni frivolezza che vi
renda meno perfette o meno degne di stima ? Siete voi disposte ad
arricchire, anche a patto di qualche an- negazione, il vostro intelletto
di sode ed utili cognU zioni? In caso affermativo, come ne ho fiducia
piena, voi mostrerete di comprendere l’alto ufficio che vi spetta
nella società odierna, potrete compierlo degnamente, c sarete stimate dagli
uomini probi ed .assennati 5 diversamente, oltre venir meno alla
vostra missione, voi non otterrete che il plauso dell’uomo fiivolo
0 dell idiota, e troverete chi v’aduli, non mai chi vi stimi e vi ami
d’un affetto sincero e duraturo. L qui voi potreste accusarmi di troppa
franchezza, non mai (lo spero) di poca lealtà e di poco rispetto e
interesse per la vostra dignità e pel vostro avvenne. Ma questa è la sola
ricompensa ch’io at- -tendo dalle gentili mie legatrici c dal cortese
lettore. XI. Un altro dovere incombe oggi alla donna,
se uo tutelare la propria dignità, se vuol meglio garantire la sua
indipendenza entro i confini del convenevole, se ama di aver qualche parte
nella pubica vita 0 di concorrere, al pari dell’uomo, ad a ^ CLlnc
^ unz i°ni ' per esempio quelle del 1 ico insegnamento, ed altre simili
più confacenti alla natura di essa. Alla donna insomma, a qualunque
ceto appartenga, occorre una professione. Ed invero, si trova ella in una
condizione non pnnto o non molto agiata ? E ragion vuole che provveda
onestamente alla propria sussistenza. La fortuna le concesse un avito
censo ? Ma chi prevede tutti i casi della vita ? E quindi è prudente
consiglio apparecchiarsi per tempo*, onde la comune sentenza: Impara
l'arte a mettila da piarle. Nè alla donna agiata e di non oscuro
liguaggio mancheranno vie, secondo le sue naturali tendenze, dove
spiegare la sua attività : come le lingue, la musica, le lettere, la
pittura, 1 piu delicati c squisiti lavori femminili ; non occorre
poi dire che ogni specie di lavoro onesto ha la sua no biltà,
o almeno il suo pregio. • Quanto al proprio stato, la donna s amaca
a- ruomo par formare la famiglia? E m tal caso eli davo concorrerà
colla sua abilità, mossone quand, abbia suadenti beni di fortuna, « rendere
mano non gravi residenze del matrimonio. 0 la donna, sia
pei elezione ^ non vuole o non può 1. divenire sp0
sa assumere quello d'un altro uomo 0 “™“ ?„ il 0 madre?
E allora si fa “ >“ fa su» bisogno di provvedere on ' s ‘““°“
slrel, a da necessitò sussistenza. 0, senza css i n _
economiche, desidera di dipendente dall'uomo, e 1 P* ^ ? £,
ori d on to clic modo agli uffici dc ”“ moltOT i in grado di
oc- in tal caso la donna, cuparo degnamente quei tali uffici e
però di ap- parecchiarvisi con sufficiente istruzione, deve pur
anco esser capace di esercitarli con tutte quelle virtù che sono
richieste dalla vita civile e dalla natura stessa di quel dato ufficio. E
qui pure giova ricordare la grave autorità del Tommaseo, il quale, dopo
aver raccomandato che tutte le donne abbiano alle mani una professione
che, occorrendo, possa loro campare la vita, scrive queste formali parole
: lt A taluno dei più facili esercizj civili si addestrino ; e
affrettino il tempo quando la donna potrà vivere la vita indipendente
daU’uomo, potrà seco trattare da pari a pari, e per amore e per ragione e
per dovere gli cederà, non per legge iniqua o per necessità ferrea 5
quando in molte funzioni della privata e della pubblica vita la donna
potrà tenere le veci dell’uomo, ed essergli aiutatrice ed amica nel pieno
significato del nobilissimo nome ; quando il tempo di fare il bene
le mancherà, non le vie {La Donna). „ XII. E sia questa
e non altra, 0 Donne italiane, la vostra più alta e vera emancqyazìona.
Chi di voi andasse in cerca di altri privilegj, od agognasse uno
stato ben diverso da quello destinatovi dalla natura e nobilitato dal
Cristianesimo, e volesse di donna convertirsi in uomo, verrebbe meno alla
sua missione, snaturerebbe se stessa e comprometterebbe la sua dignità. E
quei pochi tra gli uomini che van predicando 1’ assoluta vostra
emancipazione o la vostra eguaglianza in tutto e per tutto coll' uomo, o
essi non hanno un giusto concetto della donna, o non sta loro a cuore la
dignità e il vero perfezionamento di lei. Quella donna, infatti,
che presumesse tener le veci dell uomo in ogni disciplina razionale, in
tutta l’interminabile scala degli ufficj civili e politici, e in ogni
pubblica rappresentanza, dovrebbe innanzi tutto abbandonare le pacate
care della famiglio, rinunziare ai più dolo, affetti di madre, e quindi
sottoporsi a lunghi e severi studj, temprare l'animo ed il gracile corpo
a duro fatiche, allo quotidiane ed aspro battaglie della pubblica
vita. Oh! se sapeste quanto ma, costone cari agli uomini-certi onori,
certi elog), «rie glorie non sempre durature; oc sapeste quanta
prudenze quanto sapere, quanti sacrifici, quanti trav gli t
chiedono certe incombenze onorevoli e - A » «J* della pubblica
vita, e qual cumulo 1 P, >1 .. nitro chi disconosca od ignori
seco ! Non v a, P c ’ yogtra immaginazione quanto possauo esalta, titoli, come certi gradi sociali,
alcune igm £ su premo, di Prefetto, di Magistrato>, d i P
di Deputato, di Sen f*°”' to \ Q difficoltà di ben go- Ma avete ma.
°°“ 81 un tumulto, di prevernare un popolo, innocue tutte " ^
-Si 0 :—^' ti ° politici P Avete le conseguenze deg agitazioni della
di- mai considerato la g» plomazia, le controv - pu
bblica stampa, le d’ una critica smoda a go
Vàldarn%n\ la missione della donna ire dei partiti
politici, le difficoltà della tribuna, gli odj segreti, le basse invidie,
la guerra sovente implacabile c sleale di chi vuole occupare quel posto
eminente o lucroso ? E, al postutto, clic mai significa donna
emancipata ? Significa donna francata da ogni giogo, che ha x'igettata
l’obbedienza di figlia, la dolcezza di amante, la dipendenza di sposa, la
nobile servitù di madre •, in una parola l’onore stupendo del sacrifizio
! Una donna che oltre ripetere uguaglianza di diritti.coll’uomo, vuol con
esso comunanza di ufficj ; una donna insomma che nelle pagine
inalterabili dell’ indole sua, che nelja storia della sua gentilezza, che
nello specchio del suo cuore, che nei decreti dell’Archetipo eterno legge
assolutamente a rovescio di quel che sta scritto sulla missione di
di lei (A. Alfani : La Donna). Ora, non è questa l’emancipazione
che deve cercare la vera donna, cioè la donna, onesta ed assennata. Noi
pure vogliamo l’emancipazione di lei; vogliamo ch’ella si emancipi
dall’ignoranza, da certi pregiudizj religiosi e sociali, da ogni
frivolezza, dal- l’imitare certe mode o corrompitrici del buon
costume o rovinatrici d’ogni patrimonio, dal ripetere c spesso
praticare quella sciocca e superba sentenza: Oggi si fa cosi! Per amor
del cielo, griderò io pure con Paolo Ferrari, non emancipatevi, gentili
Signore! Appena emancipate cessereste di essere così utili apostoli
delle nobili e caritatevoli imprese; perchè appena emancipate cessereste
di comandare. Senza crnan.- cipazione, noi uomini crediamo di comandare
noi ! E voi nel segreto confidente de’vostri amabili ci- caleggj,
ridete pianino pianino della nostra maschia e gloriosa dabbenaggine, per
la quale crediamo di comandare, c si obbedisce ! La vostra potenza morale
c fisiologica sta ncH’osscre donne: se diventaste uomini (s’intende per quella
finzione giuridica che chiamano emancipazione), ogni prestigio
vostro svanirebbe. Ma finche siete e volete esser donno e vi
consacrato all’esercizio delle vostre qualità caratteristiche, la grazia,
l’amore, la carità, chi governa il mondo siete voi. Noi andiamo
solennemente a deporro i nostri voti in un'urna; ci accogliamo c
deliberiamo intorno ai destini della patria ; ordiniamo una guerra, una pace,
un'alleanza, o pettoruti decantiamo l’energia maschile, l’attività del senno
dell’uomo! No ; dentro di noi in ognuno di quei supremi momenti fremeva
un pensiero i o un pensiero di amante, di sposa di figha d «wj*
«Ita. .a gio, nel sottoscrivere quel trattato (
conferenze pel Collegio di Amsu Milano). • della donna deve pertanto
La vera 61 ° Q iorr n£ n te rispettare ed amare consistere
nel farsi m oa te dentro i con- dall'uomo, nel fa '*di sopra,
fini e noi modo che » > > 0j se occorro, al reale progresso.
lft aocietà civile, che a salvare o almeno raddrizzare
li a il suo principio e fondamento nella famiglia, di- cui Ja donua
è guida e conforto. Solo per questa via e mediante l’istruzione e
l’educazione, ripeterò col brioso ed arguto scrittore G. Hamilton
Cavalletti, le donne potranno rimettersi sul capo la loro corona di
regine, attirando intorno a se il genio, il talento, l’onestà e il
coraggio. Sia la loro amicizia il premio di .ogni nobile sentimento, sia
la loro stima il guiderdone di ogni nobile fatto, sia la loro intimità il
compenso di ogni nobile fatica. Non è adunque sognando emancipazioni
assurde dove non esiste mancipio, non è aspirando alle naturali
preminenze dell’uomo, non è coll'addottorarsi nelle scienze giuridiche,
filosofiche o naturali, che le donne rialzeranno il vero loro stato
sociale ; sì, al contrario, coll’ aumentare il loro valore, col forzarci
.ad amarle e stimarle di più, col rendersi ognor più degne del caro
nome di spose, del santo nome di madri. Ma (prosegue il Cavalletti)
finche al pensatore esse preferiranno un uomo che non ha altro merito che
di avere un bravo cavallo da corsa, ed è spesso un mediocrissimo
cavaliere; finche al poeta esse anteporranno l'uomo clic sa farsi meglio
il nodo della cravatta; finche allontaneranno dalla loro società un
uomo che ha il torto di anteporre una forma di cappello ad un’altra ;
finche all’uomo sincero, leale, integro preferiranno un uomo che sappia fare i
daddoli e le moine ; finché i sentimenti piaceranno loro sulla bocca
dell’uomo c non cureranno quelli del cuore ; finchc un uomo volgare
con il nnczzo milione di patrimonio sarà più certo di ottenere
le loro grazie che un cuore nobile, un animo elevato con cinquantamila
lire; finché un babbuino sentimentale riceverà il dolce deposito dello
loro confidenze, ed uno schietto galantuomo avrà appena un cenno di
saluto ; finché esse saranno una lotteria nella quale troppo spesso i vincitori
sono gl imbecilli... ; lo stato morale e sociale della donna non si
eleverà certamente: la società si avvierà al decadimento ; le donne pian piano
più non saranno che femmine. Ed ora mi pare utile di far
l'epilogo delle cose •dette fin qui. Abbiamo accennato dapprima la
na- tura e 1’ ufficio della donna, senza la qua P klh creazione non
sarebbe stata compiuta, ne po- trebbesi conservare e FPOt«il^ Poi,
esaminando in ° volgarc, abbiamo donna presso i P a S ani c ^ dlC
la donna, provato colla .tona a anche quando, esercito in
gran pa • s, cbbe in coato 7 C r Pa "tedila voluttà; afidi schiava o
quale quan t a parte biamo veduto, l’umano progresso ed in-
abbia preso a do . dal Cl . ls tianesimo richiamata civilimcnto,
dopoché ftlt0 ufficio- E quan- cd elevata al suo ' cl ° c^ sia ] a
stessa na- tunque in lei 8 « n P r ° ® abbiana0 detto che i
mezzi itura.e lo stesso fino» P per compiere la sua missione doveauo
mutare secondo la civiltà, secondo le condizioni politiche,
intellettuali, religiose e morali. E però, accennato- l’ufficio che le
assegnano il Morelli e il Naville, noi abbiamo considerato la donna in
tutte le sue principali attinenze e nelle sue più nobili manifestazioni,
vale a dire come sorella, come amante e sposa, come madre, come
educatrice ed institutricc, come cittadina, come ispiratrice d’ogni-
nobile sentimento all' artista, all* uomo di scienza o di lettere, non
che all’uomo di Stato. Abbiamo poi dimostrato la necessità d’ una
conveniente cultura nella donna ai tempi nostri, affinchè possa meglio
compiere quell’ufficio tanto nobile e così complesso; ed abbiamo dimostrato
eziandio la necessità o la convenienza nella donna di apprendere in oggi
una professione sì per soddisfare meglio ed in ogni congiuntura all’
esigenze della vita, si per incominciare la sua più razionale o giusta
emancipazione c rendersi, dentro certi confini, indipendente dall'uomo.
Abbiamo combattuto, per altro, l’assoluta e falsa emancipazione della
donna, perchè contraria alla natura e al nobilissimo fine di lei, non che al
bene della società ed al progresso del genere umano. Tanta e
1 efficacia delle donne, che da esse vennero sovente grandi ajuti, o grandi
impedimenti non solo alla libertà d’un popolo, sì anche al bene- od
al male dell' uomo singolo, delle famiglie e dello Stato. La donna è per
sua natura la ispiratrice, o, se vuoisi, la regina dell’uomo e della
società. Ma. ili suo regno, piuttosto che sconfinato ed assolato,
vuole essere un regno di pace, d’ispirazione, di nobili
sentimenti; insomma Indonna (siami permessa questa similitudine) a guisa
de’principi costituzionali, deve regnare e non governare. — Ma Voi, donne
italiane, vorrete appunto regnare, non governare ; Voi, come '
foste di grande ajuto al nostro risorgimento politico, sarete altresì di
grande stimolo ed ajuto al nostro risorgimento •intellettuale e morale,
che dipende in parte da Voi. In .peata grata Mieta, non saprò,
scegliere più acconce od autorevoli parole cito qttd c dell'illustre
Tommaseo, per chiudere il P 10S0 “ discorso. La donna italiana, d'
sapiente dell'ubbidire, 80 P'“" 1 ® ^ “ d desfas . occorra, c
guarentigia a noi di men La creazione di due Istituti superiori di
Magistero femminile inltalia, uno a Roma e l’altro a Firenze, in virtù
della legge 25 giugno 1882, e l’ordinamento delle discipline scientifiche
e letterario che vi sono e vi debbono essere insegnate, secondo il
Regolamento organico 19 novembre 1882, ci porgerebbero materia a
molte e svariate considerazioni non prive d’interesse speculativo e pratico.
Qui non intendiamo di enumeiarle e di svolgerle tutte, ma non
possiamo astenerci dall'acccnnarne le più rilevanti e dal pigliare in
esame particolare il come nei due nuovi Istituti letterarj e scientifici
femminili debbono esseie insegnate alcune materie importantissime,
quali sono appunto la Filosofia teoretica, la Morale e la
Pedagogia. I. E prima di tutto dimandiamo : Era
necessaria in Italia la creazione di due Istituti superiori di
Magistero femminile, mentre abbiamo non pure le Scuole normali femminili,
ma alle donne stesse non, è vietato dalla legge Casati sull’istruzione
pubblica di frequentare i Ginnasj, i Licei, le Università, e di
addottorarsi in qualunque disciplina ? Posto così il quesito, non sarebbe
giustificata la creazione di quei due Istituti superiori femminili. Ove
però si consideri che la missione della donna nella famiglia e nella
civile società si palesa chiaramente ben diversa, da quella dell’uomo ; che gli
studj femminili debbono esser rivolti essenzialmente alla cultura della
donna come madre di famiglia, com’cducatrice ed istitutrice, e non
all’esercizio di elevate e gravi professioni sociali, come quelle di
avvocato, di medico, d’ingegnere, di capitano, c va discorrendo; che
quasi tutto 1 insegnamento nelle Scuole normali femminili ora viene xm^
tito dagli uomini; ed infine, cheidue nuovi Istitutimon sono equiparati
interamente alle prime Universitari Regno: la fondazione'loro apparisce
»noo«^ tamonte necessaria, certo conveniente ed joituna.
Vero è che alcuno j^dìritti^degli uomini m parte, si viene a
lede e ^ # pcdag0 _ laureati in Lett ° rc . C e d 16 hanno scelto
la car- già, o in altre disciph, _ . u dotto ri piu
riera lucrosa dell'insegna p0sto nelle difficilmente d'ora i^
anzl fcmmin ili, avendo per Scuole normali e secondario ^ ^
Istltutl competitrici le donne a ‘‘ ^ italian e, della Storia
all’ insegnamento delle Uet Lingue e Geografia, della
Pedagogia o ^ tcdesca . E moderne straniere, franooso, m
B un’osservazione eli questo genere non sarebbe destituita di fondamencnto
; ma starebbe sempre il fatto clic l’uomo, laureato in qualcuna di esse
discipline, ha una più larga ed elevata carriera dinanzi a se. E
poi, come negare alla donna questo diritto in una società liberale e
civile, che non pure vuol rialzata la condizione intellettuale e
migliorata la condizione economica della donna, ma che tende ogni giorno
a dilatare una certa eguaglianza civile e giuridica della donna
stessa ? Altri, invece, potrebbe osservare che le donne in generale o non
sono portate a lunghi e severi studj, o che esse non hanno capacità
mentale ed attitudine didattica pari a quelle dell’uomo. La quale
obbiezione certo non reggerebbe dinanzi a fatti storici e ad esetnpj
particolari, e dinanzi al fine stesso di quei due Istituti, il quale
consiste nel compiere e rinvigorire l’istruzione secondaria della
donna, e nel formare abili insegnanti in alcune materie (qui sopra
ricordate) per le Scuole normali e secondarie femminili. Ad ogni modo, la
più elementare prudenza consiglierebbe di attendere nuove prove e nuoA'i
risultainenti di questa prima istituzione italiana. E diciamo nuove
prove e nuovi risultamene, perchè quelli già dati in questi tre
anni da ambedue gl’istituti sono favorevolissimi e confortanti. Le
allieve che vi studiarono e vi ottennero il diploma, ora sono direttrici
abili di Educandati e Istituti femminili, o insegnano con valore nelle
Scuole normali femminili, inferiori e superiori. Alcune di esse alunne
mostrarono attitudine anche ai gravi studj filosofici e pedagogici, c si
segnalarono, in specie all’Istituto superiore di Roma, negli esami
di Stato pel diploma in Lettere italiane, m Pedagogia e Morale, e in
Storia. In quanto a noi, che abbiamo sempre avuto un alto
concetto della donna c della sua nobile missione sociale, noi vogliamo
anzi riguardare la.fondazione di questi due Istituti superiori femminili
non solo come opportuna c conveniente pei le accennai - gioni, ma
altresì come uno dei tanti mezzi ondo avviarci alla pratica colazione
della »«“*: che da ogni parto minaccia d’irrompere fimo»",d.
sommergere quanto le si pari dinanz,. Imporoe * noi siamo d’avviso cho la
quest,ono somalo va con sidorata sotto vario forme o sotto ir™» ’
Additiamo di volo ipriaeipali. sono probi tive famiglie onde
si compone la nazione P e morigerati, oppure si fanno s ° ostu ™ ‘ ]o
ha viva to morale della questione sociale Un P P c giusto, e
quindi amme °° vit j O itrcmonda- una giustizia soprannatura e mate
ria e del na; oppure non va piu. ia ^ ^ caIc0 l 0 e all’utile
senso, tutto per lui si J e y a questione- bone inteso ? È l'aspo»»
g oye rao ch’è adat- sociale. Scelta quella forma e morali,
ta alle sue condizioni civi i, ^ forma, esercita una data nazione
si contenta senza ne . saviamente la libertà e 1 V ^ ^ |£ e parlavo
de gare i suoi doveri ; opp ul 348
sull’ordinamento degl’ istituti superiori suoi diritti, vorrebbe la
libertà spinta all’eccesso, è desiderosa di novità rendendo instabile
ogni reggimento politico e tutte le altre istituzioni clic ne dipendono ? E
l’aspetto politico della questione sociale. In quella stessa nazione, mantenendosi
l'armonia fra i diversi ordini della cittadinanza e vivo il
rispetto del diritto di proprietà individuale e collettiva, si
stabilisce un’equa proporzione di mercede e d'utilità fra 1' operaio e il
capitalista ; e nelle famiglie si •consuma e si spende in proporzione
almeno dell’entrata e del guadagno : oppure, inimicatesi fra loro le
diverse classi sociali, il capitalista non si cura di far lavorare o non
ricompensa equamente il lavoro, svogliato è l’operaio, vede nel proprietario il
suo mortale nemico e ritiene essere una ingiustizia, anzi un furto la
proprietà individuale? E nelle famiglie non abbienti o poco agiate
l'entrata è minore dell’uscita, o non si pensa coi modesti risparinj al
dimani ? Ecco l’aspetto economico della quistione sociale. In
tale stato di cose, la donna colla sua spedalo missione nella
famiglia e nella civile società, c come esempio vivente di pace e
di rassegnazione, o come educatrice ed istitutrice, e come massaja e, nel
caso nostro, come professionista, può efficacemente con- tiibuire o
a risolvere in parte l’ardua c complicata quistione sociale, o ad
attenuarne gli effetti, quando a lei non fosse dato nè di risolverla
parzialmente, nò di ritardarla o di arrestarla. Ma perchè la donna
sia capace di quest'opera altamente morale civile -ed utilissima, in lei
che cosa si richiede ? Nella vera donna, di cui intendiamo parlare, si
richiede moralità a tutta prova ed in tutta l’estensione del termine, non
disgiunta da un puro ed elevato sentimento religioso; si richiede una
soda cultura, in cui entrino anche lo nozioni elementari circa lo Stato e
l’economia; si richiede un’attitudine speciale, studio molto e singoiar
valore nell’insegnamento, quando voglia o debba esercitare questo nobile
ufficio ; si riduce e, infine, costante dignità o modestia, condito di
soavità c di grazia, evitando così ogni frivolezza nel dire, nel
fare e nel vestire, come ogni presunzione e verso l’uomo o verso lo
altro donne forse lei mn non per questo meno degno d. stima.Tutelò supera
le forse naturali della donna inette da sana 0 vigorosa educamene
ed tstrumone da un sentimento c da un elevato conre 0^ ^ dimand ar
sioue sulla terra ai „ e au „„ esiger troppo troppo alla
donna. Ano i vodia, e da lei, purché essa V0 ^,a ^ tC " aCe a
” te del ]’ a o.no in senza ch’ella presuma di * 1 ^ alcune
società e di emanciparsi, tota ’ ÌMm egua- donno vorrebbero
bramando ali ' 1Um » glianza di diritti, non badando esse « “o,
dei diritti implica l’eguagbansa Jet do^ ^ ^ Premesse c
chiarite queste co » Magistero dinamento dei due Istituti sU P
conducente al' femminile sia in tutto c pei fine da noi vagheggi^
0. IL la uno Stato libero e civile come il nostro, ogni
Istituto educativo e d’istruzione secondaria, sia tecnica sia classica, deve
mirare (secondo me) a tre principalissimi fini inseparabili tra loro, a
voler eh’ esso riesca utile davvero e sia bene ordinato. l°Deve
impartire agli alunni, destinati a diventare .liberi cittadini, una buona
cultura generale, sia pure elementare, tanto letteraria quanto
scientifica. 2° Deve preparare convenientemente agli studj su- riori.
3° Deve poter avviare alle professioni manuali cd agli impieghi minori
quegli alunni che non potessero o non volessero proseguire gli studj.
A questo triplice fine dovrebbero pertanto mirare non solo gl’
Istituti tecnici, i Licci, e le Scuole normali maschili e femminili, ma
la stessa Scuola tecnica. Le Università e gli altri Istituti superiori in
generale hanno, invece, o debbono avere per fine speculativo .la ricerca
del vero e il progresso della scienza, e per fine pratico le professioni
liberali e le carriere superiori negli ufficj dello Stato. I due
Istituti superiori di Magistero femminile, non essendo equiparati in
tutto e per tutto ailc Università, ed essendo destinati alle donno
esclusivamente, dovrebbero mirare direttamente a compiere c rinvigorire la
cultura letteraria o scientifica della •donna, e a x-enderla capace
d’insegnare nelle Scuole normali e secondarie femminili. E questo,
invero, •c stato il duplice fine che ha guidato la mente del legislatore
nel coordinare la quantità e la qualità delle materie di studio nei due
Istituti superiori femminili. A tutte le alunne, pertanto, corre obbligo
di apprendervi Lettere italiane, Geografia e Storia generale, Storia
d’Italia, antica medievale e moderna, Elementi di Logica e Psicologia,
Morale e Pedagogia, Istituzioni d’igiene, Matematica, Elementi di Fisica
e di Chimica, Storia Naturale e Geografia fisica, Lingua e letteratura
francese, inglese e tedesca, Disegno e Lavori femminili. Ciò per la
cultura superiore della douna. le quanto alla professione loro di maestre,
le future insegnasi! hanno facoltà di scegliere ed approfondire nel
secondo biennio quegli studj che debbono metterle in grado di
conseguire il diploma d-insegnamento o nello Letttere italiane, o nella Storia
e Geografi*ella Pedagogia e Morale, 0 nelle Lingue mo niere e sono
francese, inglese c te,, Non possiamo ohe lodare . legislatore
da.ve, mantenuti obbligatorj 1 Uvon faccia questi Istituti
superiori, pur la maestra, non ces P . uj a i] a donna
guida principale delta pressoché quo- occorre speciale abilita
Digean0 poi, si rende tidiano in siffatti iavon.• don ° neschi pi ù
squisiti necessario per gli > stessl vido consiglio di
met- e delicati-, e pero e s a p jf c il 0 studio delle
terlo fra le materie obbh ° ‘ to anche alle isti- Scienze
sperimentali sl, e oeuza di questa di luzioni d’igiene, perche la
cono 3o2 sull’ordinamento degl’istituti
superiori sciplina nella sua applicazione risguarcla tutti, e
segnatamente chi deve attendere alla famiglia ed alle cure domestiche, e
chi deve educare la prima gioventù, come appunto è la donna; che anzi,
l’Igiene fa parte dell’educazione fisica, quantunque Alessandro Bain
opini il contrario. La Matematica, gli Elementi di Fisica c di Chimica,
la Storia Naturale, gli Elementi di Logica e la Psicologia, parrebbe dovessero
alla donna servire di mera cultura superiore, o di sussidio e di
complemento allo studio di certe altre materie. Imperocché, secondo il
Regolamento organico di quei due Istituti, non può l'alunna essere abilitata
legalmente ad insegnare Matematiche, Fisica, Chimica e Storia
naturale. Clic alla donna siasi negato il diploma di magistero in
Matematica e nelle Scienze spcrimeutali, la cosa spiegasi facilmente
perchè nei due nuovi Istituti non si dà ora un corso compiuto e superiore
di quelle scienze, e porche nelle Scuole normali o in quelle superiori
femminili l’insegnamento delle Scienze fisiche e naturali tiene un posto
secondario o dcv'esscrvi impartito in modo elementarissimo. Inoltre, quelle
Scienze non riguardano direttamente la prima e vera missione
educatrice della donna, nè sono le più confacenti alle naturali
inclinazioni della donna in generale, segnatamente la Matematica e la
Chimica. Ma qui pure abbiamo notevoli eccezioni, perchè talune
allieve hanno mostrato singolare attitu - dine allo studio delle
Matematiche e delle Scienze fisiche. Il Governo, poi, suole affidare
l’insegnamento elementare anche di queste materie nello Scuole
preparatorie o inferiori normali alle giovani che in uno de’due Istituti
superiori conseguirono il Diploma o in Lettere, o in Storia, o in
Pedagogia! Non sarebbe adunque più logico ed opportuno concedere
addirittura il diploma nelle Scienze fisiche e ila- tematiche, ed
ampliarne il relativo insegnamento ? ni. Ci resta da
esaminare il modo in che l’insegnamento delle materie filosofiche propriamente
dette e della Pedagogia viene ordinato cd affidato nei due nuovi
Istituti. A tutte le alunno è fatto obbligo di studiare per un anno nel
primo biennio gli elementi di Logica e di Psicologia, e la Morale nel 2‘
biennio. Più, nel secondo biennio tutte debbono seguire un corso di
Pedagogia. Finalmente, le S*™.. dm amano d'cssorc abilitato « 11
-iosegn.mento. tirila P* dagogia teorica c pratica debbono stod,a,c
pe. 00 T°ti P dftdt F int°rodòt.a anche negl. dell'
intelletto. Ma non s »PP‘ a filosofiche, ossia le ragioni per cui tutte e
a Pcdago gia deb- Logica, Psicologia e Mora e gsbre! q uì
l'onorc- bono essere affidate ad un s Q poteva e può volo
Ministro Baccelli, al qua e Oberali e buona negare elevato ingegno, 8 ®
atl “ rQZ i 0 ne in Italia, volontà di migliorare la pubblica ist ^non fu
ben corrisposto da chi ebbe il mandato di fare nuo schema di Regolamento
organicopercoordinarvi anche le materie filosofiche e pedagogiche, c di
stabilire il modo in che l’insegnamento di queste discipline doveva essere
affidato c distribuito. E lo dimostriamo brevemente. Il
professore di Filosofia c di Pedagogia sarebbe tenuto a fare non meno di
undici lezioni per settimana nei respettivi corsi ! E noto che i professori
•di Filosofia ne’Licei fanno da sei ad otto lezioni la settimana, e tre
lezioni i professori di Università. Come presumere seriamente clic un
Professore dia con zelo ed efficacia non meno di dodici lezioni per
settimana in materie difficili, disparate c soltanto affini tra loro?
Diciamo in materie dispaiale, poiché la Logica e la Psicologia sono ben
differenti dalla Morale e più ancora dalla Pedagogia. Nè si dica,
per avventura, che ivi trattasi di dar nozioni elementari sii quelle scienze ;
imperocché, oltre restare il fatto che le son materie ben diverse, la
istituzione elementare risguarda soltanto la Logica. materia nuova
per lo alunne, ma non risguarda la Psicologia e ancor meno la Pedagogia e
la Morale, già studiate elementarmente dalle giovani o nelle Scuole
normali o nelle Scuole secondarie e preparatorie all’ Istituto
superiore femminile. Chi vuole ottenere il diploma in Pedagogia, deve
seguire un corso speciale di Psicologia : ma ognun sa che questa ultima
scienza ai nostri giorni ha fatto progressi notevoli, nè può essere
affatto separata dallo studio delle scienze sperimentali, come per esempio
la Fisiologia. Che anzi, noi troviamo un altro difetto nell’ordine
delle materie obbligatorie per conseguire il diploma in Pedagogia.
Ivi ò detto che 1’ alunna potrà scegliere un corso di Matematica, o di
Fisica, o di Storia Naturale. Non sarebbe stato più razionalo di
prescriverle addirittura il corso speciale di Storia Naturale, in mancanza d’
uno studio a parte su la Biologia e la Fisiologia ?
Ritornando alla Morale ed alla Pedagogia, queste due scienze, fra loro
assai differenti, non possono nò debbono essere insegnate in modo
elementare nei due Istituti femminili superiori. La Morale pura e
applicata, individuale e sociale, e c c 8U PP 0 "® cognizione di
altre scienze affini, quali sono le discipline giuridiche e sociali, ò
molto vasta e complicata, fi i> ità d’ un solo docente. L
inse ° n qecon dario, non può servire.di meio aj ^ cittadino
si i Doveri .;i ^“ormali secondarie, perni» studiano
già nelle oc obbligate a le alunne de’due Istituti supei‘ 0 ro hò
infine studiar l’Etica nel secon o » anche ]a Scieu- il
diploma di Pedagogia compren za Morale. i a Morale come
So poi si volesse eonsidciare s „ p8 . deile materie di P uia
ragione del- una riore, allora non
ragione de,- 336 sull'ordixajiento degl'istituti
superiori l’assoluta dimenticanza d’ogni più elementare istituzione di
Economia sociale e di Diritto. Come ! in un Istituto superiore d’
educazione e d’istruzione femminile si prescrive’l’insegnamento
dell’Igiene e della Chimica, e non si fa parola de’ primi rudimenti
d’Economia e di Diritto positivo, mentre in uno Stato libero, coni’ e il
nostro, si affida legalmente alla donna il nobile mandato di fornire la
prima educazione ed istruzione ai futuri cittadini d’Italia, di educare
ed istruire le future maestre e madri di famiglia, oltre la missione
propria di ciascuna donna, cioè di farsi ella stessa educatrice dei
proprj figli e savia amministratrice dell’ azienda domestica? Anzi,
ritornando al nostro concetto (esposto qua sopra) intorno al giovamento grande
clic può la donna fornire nella soluzione pratica della complicata
e formidabile quistione sociale, anche nell’aspetto fioUtico ed economico,
a noi parrebbe necessario clic nei duo Istituti superiori femminili
dovesse pur trovar luogo l’insegnamento comune delle prime nozioni di Economia
sociale e di Diritto, segnatamente del Diritto civile e privato e
del Diritto costituzionale. Veniamo alla Pedagogia. Le giovani
tutte, che amino dedicarsi all’ insegnamento privato o pubblico, hanno da
apprender bene l’arte difficilissima di educare e d’istruire; e molto più
devono attendere a questa scienza ed a quest’arte le alunne clic vogliono
abilitarsi all’ insegnamento della Pedagogia stessa. Ora, è noto che
secondo i più recenti prògramini governativi. i maestri c le maestre per
conseguire la patente elementare di grado supcriore, i maestri per essere
dichiarati idonei all Ispettorato scolastico, son obbligati a sostenere,
fra le altic prove, un esame di Pedagogia storica, teoretica ed
applicata. E questo largo, elevato e compiuto insegnamento
della Scienza pedagogica, teoretica, pratica c storica, viene oggidì
propugnato anche in Italia da valorosi c dotti pedagogisti ; i quali
pensano clic la Pedagogia teoretica, so vuole uscire dal campo delle generalità
e cessare di ridursi ad una metodica astra ta o formalo, non possa fare «
mono d. mollc scienze affini, quali sono la Biologia» fisica, In Psicologia
o la Logica, la Morale h Sociologia c la Filosofia politica. Ma
sottoponili US a^u» tara considerevole questa smnma ;
scienze «ffini troppo elevala, o nducendo 1 ms» mento pedagogico
nei fino entro più modesti limiti, P » ^,„ torario o monto
elio deve “ 8S ™“| 0 d Minano pur seni- filosofici,e università, tale
insomma pre una sci^ tutto il sapere o tutta da richiedere tutto i
"‘o o l’operosità d’ un solo piofcssoi convcl . 1 . e bbc
divi- Pcr queste principali ragi » sup6 rio- doro, anello «O »^
"^„o delle tre re, l'insog, lamento della. » posologia, Logica
e disciplino pura, non o 1 aUr0 „ duo professori.
Morale, affidando 1 una e 3o8 sull’ordinamento degl’ istituti
superiori E allora si potrebbe anco estendere a tre anni l’insegnamento
teorico e pratico della Pedagogia per le alunne che amassero di prendervi
il diploma : ove tale insegnamento si volesse mantenere per soli
due anni, il professore di Pedagogia dovrebbe insegnare anche la
Psicologia applicata alla Scienza pedagogica. Gli studj superiori di
Lettere italiane, di Storia, di Filosofia, di Pedagogia e della stessa
Botanica, a voler che riescano scrj e fecondi, richiedono la conoscenza
della lingua e letteratura latina. E però ameremmo clic presso i due Istituti
superiori femminili fosse istituita una cattedra di Lettere latine,
come pare no abbia intendimento 1’ on. ministro Coppino. Ma altre
innovazioni bisognerebbe fare nei due Istituti, fissando e ripartendo
nell’infrascritto modo le discipline sia per la cultura generale, sia per
gli studj speciali in attinenza co’ varj diplomi di abilitazione.
Discipline comuni da studiarsi nel primo biennio : Lettere italiane,
Storia generale, Psicologia e Logica, Fisica e Chimica, Storia naturale e
Geografia fisica,Matematiche, Lingua latina, Lingue moderne straniere, Disegno,
Istituzioni d'igiene, Lavori femminili. I diplomi speciali
dovrebbero essere cinque : 1° Diploma di Lettere italiane 5 2° di Storia
c Geografia; 3° di Pedagogia e Morale; 4° di Lingue stra- DI .MAGISTERO
FEMMINILE nicrc, francese, inglese e tedesco ; 5° di Scienze
fisiche e Matematiche. GT insegnamenti speciali per otteuere
ciascuno di questi Diplomi di abilitazione sarebbero ripartiti nel
seguente modo: Pel diploma in Lettera italiane: Lettere italiane,
Letteratura greca e latina comparata coll’italiana; Storia d’Italia,
antica, mediocvale e moderna -, Morale; Pedagogia; Lingua c letteratura latina;
Due lingue e letterature straniere moderne a scelta de -
l’alunna. ... Pel diploma in Storia a Geografia : Le
discipline identiche a quelle pel diploma in Lettere italiane, ad eccezione
della Letteratura greca c latina comparata coll’ italiana, alla quale
sarebbero sostituite la Fisica terrestre e la Etnografia. Pel
diploma in Pedagogia e Morale: Pedago teoretica e pratica; Filosofia
morate-. Ps.colog ; Fisiologia umana; Igiene aPP 1 ^ 3, “ nt *J e
mo der- Lcttere italiane; Storia i « ‘ > j; n °„j ese e
tedesca Le italiane; Let, età,una “„^i» ««-
contpanateoon.aLe»».^-^. iia, antica e moderna, = „
Pel diploma m j Cosmo grafia ; Fisica; Chimica; Geometria c
Trigonome- Storia Naturale; Al D eb 360
sull’ordlnauento degl'istituti superiori ecg. (ria; Igiene e
Chimica fisiologica; Disegno; Contabilità domestica; Lettere italiane;
Pedagogia; Morale ; Lingua latina. Non occorro dimostrare che
l’attuazione di questo largo disegno di studj femminili superiori esigerebbe la
riforma parziale delle nostre Scuole normali femminili. Come son ordinate
presentemente, massime per ciò che si attiene all’insegnamento
letterario, morale e didattico, le nostre Scuole normali, oltre non
essere coordinate bene con i due Istituti superiori femminili, non
corrispondono adeguatamente al fine loro speciale, c si rimangono
inferiori alla Scuola normale tedesca (Das Lehrerseminar) dove si
preparano i veri educatori del popolo. Koi siamo fermamente
persuasi che una riforma e un riordinamento, di studj, come abbiamo a
larghi tratti delineato qui sopra, tornerebbe di grande utilità e
decoro al fine speculativo c pratico dei due Istituti superiori di
Magistero femminile, creazione ancor questa dell’Italia nuova che molto
si ripromette dall opera salutare e benefica della donna. So**»»». - I.
E.gta- rf to. — Ginnasio c Liceo ; buio la teem leoni». Loro
somiglianze e rione secondarie classica e Iconica in 111 >’
J" 6 ìin /ìniii. «àcuolc secondarie in Geimanit • nata
con quella delle - ^ 8trat ‘ v0 Distratti da questioni P ‘
deraro i problemi finanziarie, non avvezzi a co pedagogici e gli
ordinamenti delle scuole sott’ogni loro aspetto, morale intellettuale ed
economico, gl’italiani in generale poco o punto badano al modo in clic
viene ordinata c impartita la pubblica istruzione. Lo stesso Parlamento non
crede necessario di spendere molto tempo e cure speciali in questo ramo
di pubblica amministrazione ; bensì il Ministro dell’Istruzione pubblica
va soggetto egli pure alle vicende politiche, alle crisi parlamentari e
ministeriali ; e non di rado la politica invado anche il tempio pacifico
di Minerva, e fa sentire i suoi influssi al personale insegnante. Eppure
si tratta di formare gl Italiani stessi \ trattasi del modo in che
debba essere educata ed istruita la crescente generazione ; si
tratta del come e quando i novelli cittadini ed i futuri governanti
d’Italia debbano compiere i loro studj ; si tratta di stabilire quanti
anni debbano consumarvi e quanta spesa vi occorra ! La sarebbe
dunque una questione di alto interesso morale ed economico, teorico e
pratico, privato c pubblico. Il Paese, invece, poco opunto vi bada: ed
ceco una dello principali cagioni per cui l’istruzione pubblica
incendale, e segnatamente l’istruzione secondaria classica e tecnica,
letteraria e scientifica, non ha avuto ancora presso di noi un
ordinamento stabile e razionale. E poiché ogni Ministro che sale al
potere, come ci ammaestra 1 esperienza di questi ultimi anni, fa o
pi omette innovazioni nel pubblico insegnamento secondario ; c poiché i lamenti
nel pubblico non sono cessati, e gli esami di licenza tecnica c liceale
(ma soprattutto liceale) non sempre corrispondono alla viva
espettazione del Governo e del Paese ; stimo esser cosa utile ed opportuna
il ripigliare qucst’ardua questione di vivo e grande interesse
nazionale,dibattuta più volto, sebbene per altri fini e rispetti, in pregiati
periodici e specialmente nella Nuova Antologia, da uomini insigni quali
sono il Villari, il Luzzatti, il Ferri, il Gabelli, il Barzcllotti, ed
altri. Come insegnante, io non parlerò qui della capacità intellettuale,
letteraria scientifica o didattica, dei nostri professori nelle scuole
secondarie, delle norme e cr.terj nelle nomine e promozioni del
corpo delle condizioni economiche fette da o - > Provincie
e dai Comuni ni professor, anched f ut egli nitri pubblici ufficiali ; ne
istituita gu paragone tra i nostri insegnanti e M-tdolla Gc nanfa,
dell' Impero Anstro-Unganeo, do a I ...» o di altre nazioni. Ma facendo
tesoro;«£££. lunquc siasi esperienza da me acqui, gnamento liceale,
tecnico o «“P'™. ' onte ordina- sè Btesso e nei suoi effetti socia
i letteraria mento della nostra istruzione sei} manEcne re
tal c scientifica, per vedere so ‘ Q quale, ovvero se debba
essere mod n. • s’ rltslln. le"ge Casati 13
uo È notorio che in vir u 0 secon daria in vcmbre 1859, la
istruzione ; n Massica e in . Italia si distingue indue g iaI ^
nuindi abbiamo tecnica o industriale e professici quattro sorte
d’istituti: GINNASIO E LICEO, Scuola tecnica c Istituto tecnico, aventi
ciascuno un essere proprio, e dai quali istituti gli alunni escono forniti
d’una licenza o diploma. Bensì il Ginnasio serve nel tempo stesso
di fondamento e di preparazione al Liceo, •come la Scuola tecnica
agl’istituti tecnici professionali c industriali. Difatti, nel Ginnasio
s’insogna oggigiorno italiano, latino e greco, storia antica,
geografia, matematica, storia naturale c disegno ; nel Liceo poi lettere
italiane, latine c greche, storia e geografia, matematica, filosofia,
storia naturale, fisica e le prime nozioni di chimica. Ideila Scuola
tecnica gli alunni sono ammaestrati in italiano, storia c geografia,
matematiche c contabilità, calligrafia c disegno, francese, elementi di fisica
c di storia naturale, doveri c diritti del cittadino. Dell’Istituto
tecnico, secondo 1’art. 275 della legge Casati, s insegnavano :
letteratura italiana, storia c geogiafia, lingua inglese c tedesca,
istituzioni di diiitto amministrativo c di diritto commerciale, economia
pubblica, materia commerciale, aritmetica sociale, chimica, fisica c
meccanica elementare, algebra, geometria piana e solida, c trigonometria
rettilinea, disegno ed elementi di geometria descrittiva, agronomia e storia
naturale. E con 1’ ultimo Decreto del 5 giugno 1885 furono stabilite le
infrascritte materie, suddivise nelle rispettive cinque sezioni dell'
Istituto : Agraria, Calligrafia, Chimica, Computisteria, Costruzioni,
Diritto civile, commerciale ed amministrativo, Disegno, ELEMENTI DI LOGICA E DI
ETICA, Economia, Estimo, Fisica, Geografia, Lettere italiane, Lingua francese,
inglese e tedesca, Legislazione rurale, Matematica, Merciologia,
Ragioneria, Storia civile, Storia naturale, Statistica e Scienza
finanziaria, Topografia. Ognun vede qual notevole differenza corre
fra gl’istituti classici o letterari e gl’istituti tecnici o-
professionali : in questi prevalgono le scienze positive, in quelli le lettere.
I primi servono, in modo speciale, di gradino nll'Cniversitlt; i secondi
avviano 'alle professioni ed agli uiliej minoiine o . ta o mitre,
lo Scuole classiche e le Scuole tecniche hanno questo di comune: Che sì
lo uno corno le altre danno ài giovani una cultura generale, fondamento
degna altro studio, e corrodo necessario ad ogm vern o. tadino che
sia degno di tal nome, che e.o togli» rendersi conto dei propri doveri
socia i et bene i suoi diritti civili e politici. ni.
per quello clic si rifcriacea fonnQ ^ g,. 8tu dj. e al modo
in che s’insegna uberalo vorrebbe Fortunatamente, nessun > • ‘ ^
naz ^ on alità e imitare il sistema tedesco m ‘ r j amc ntari,
quale di franchigie costituziona i e p ^ ^ Bismarck. viene
inteso e praticato e a ^ ^ ^ quintessenza dei Ma quanto agli studj, P
aie metodi educativi e didattici e del sapere umano si ritrovi in
Germania, e solo in Prussia la si possa apprendere : il cervello del mondo
prima era Parigi, oggi è Berlino! Confrontiamo adunque l’istruzione
secondaria tedesca con la nostra, che già conosciamo. In Prussia
l’insegnamento secondario viene impartito in tre specie d’istituti nazionali:
ne’Ginnasj, corrispondenti al nostro Ginnasio e al nostro Liceo
riuniti, onde in alcune parti della Germania il Ginnasio è detto anche Liceo •,
nelle Scuole Reali ( Beai- schulen ) di moderna istituzione, le quali
hanno una certa somiglianza colla nostra Scuola tecnica ed Istituto
tecnico uniti*, nei Proginnasj e nelle Scuole borghesi ( Biirgerschulen ), che
servono di preparazione quelli al Ginnasio, queste alla Scuola Reale, o
sono strettamente coordinati gli uni a’Ginnasj superiori, le altre
alle Scuole Reali superiori. Le Scuole borghesi della Germania (una specie
delle nostre Scuole tecniche) hanno per fine, considerate in sò
stesse, più una cultura generale inferiore, che un insegnamento pratico o
professionale. Vi si compie generalmente il corso intero in 6ei anni, e in
qualcuna s’insegna anche il latino. Ma le discipline comuni a tutte le
Scuole borghesi tedesche sono le infrascritte: Religione, tedesco,
francese, inglese, geografia, storia, matematiche, fisica, storia naturale,
disegno c •calligrafia. Ora, qual fine educativo e
scientifico si propongono i Ginnasj tedeschi e le Scuole Reali, c quali
materie vi sono insegnate? u Fine diretto del GINNASIO G(dice Pullè nella
sua erudita relazione sulla Istruzione secondaria in Germania) c quello di
preparare per lo studio scientifico delle Università. L’istruzione
clic vi viene impartita però, nel suo contenuto c nella sua forma,
c ordinata in modo da rendere la monte atta e fornita dei mezzi necessari
per raggiungere qualunque grado e specie di coltura intellettuale. Il centi
o di gravità degli studj ginnasiali c l’insegnamento linguistico, e si
fonda pei Ginnasj tedeschi sulle tre lingue letterarie che rappresentano
la vita delle tre più grandi famiglie umane, attrici della storia c
della civiltà europea : la greca, la latina e la tedesca. “
Il concetto informatore del programma deg 1 studi ginnasiali si ò : nella
conoscenza dello lingue, aprire al pensiero lo spirito dell’antmhità e le
forme dell’espressione ; abbracciare nella stona 1 con ■
dell’umanità e del progresso civile e nel a s o tararia formare
l'idea nazionale. Nella geogr ^ storia, naturale, nella fisica e nella
«nata» ^ prender le relazioni dell'uomo eolia naturi ^ di quello
colle forze di questa : • ' amca to all’esattezza del
ealcoloedeig.^^“ dei mezzi pratici e delle necessda posavo. _ ^ a
contemplare dalla elevatezza . iuoven( j 0 da un comprendendoli nel loro
spiri ° ^ dcl]c CO sc. Colle ■criterio morale, P roCoa ° V ®', ivor8e
materie, messe in cognizioni acquistate 0 ' da]la disciplina sco-
contatto c collegate dal consapevolmente . letica,
l'intelletto giovanile s, v. abituando e si conquista questo liberalissimo
modo di pensare, che poi applicherà o ai suoi studj futuri o alla
pratica della vita.“ Lo Scuole Reali invece, conforme alla loro origine, hanno
un fine più limitato c più direttamente pratico. Esse sono destinate a
fornire una generale coltura scientifica, come preparazione a quelle
professioni, per le quali gli studj universitari non sono richiesti. La
loro principale differenza dai Ginnasj consiste in ciò, clic
l’insegnamento classico scema, e di altrettanto cresce in suo luogo
quello delle materie scientifiche. Il latino vi c mantenuto, ma ridotto a
due terzi dell’orario settimanale nelle classi inferiori, alla metà
incirca in quello superiori. Il greco n’ò escluso del tutto : invece si
dà un posto maggiore alle lingue moderne; il tedesco c il francese hanno
un orario più ricco clic non nei Ginnasj; vi s’insegna l’inglese
nello treclassisuperiori, ed in alcuni casi, facoltativamente, lo
spagnolo o l'italiano. Questo ricco apparato linguistico però non viene
trattato, come nei Ginnasj, da un punto di vista scientifico, ma
solamente da quello pratico, per l’uso moderno e del commercio. .,
E però nel Ginnasio tedesco s’insegna: Religione, tedesco, latino,
greco, storia e geografia, matematiche, storia naturale, fisica ; e in
alcuni Ginnasj superiori della Prussia, come nel Ginnasio Federico Guglielmo,
si aggiunge l’insegnamento del disegno, del francese c dell’inglese. Le
stesse materie s’insegnano nella Scuola Reale, fuorché il greco che viene
sostituito dal francese, inglese o spagnolo. Ecco pertanto
gl’inscgiramenti che si danno nel Ginnasio e nella Scuola Reale superiori,
uniti insieme : Religione, tedesco, latino, greco, francese, inglese,
ebraico, storia c geografia, aritmetica e matematica, storia naturale,
fisica e chimica, disegno c calligrafia. Più tardi, in alcune città
della Germania sorsero scuole industriali per soddisfare a certi bisogni
e tendenze locali 5 coinè tra noi, per cagione d'esempio, e sorta la
Scuola industriale e professionale di Vicenza che ha surrogato
quell’istituto tecnico, perchè più vantaggiosa a coloro che, a poca
distanza, a Schio lavorano nel grandioso e prospero stabilimento
industriale del benemerito seuatorc A. Rossi. Presso la Scuola
industriale nel centro di Berlino s'insegna: Religione, tedesco,
francese, inglese, storia e geografia, aritmetica, materna- tica pura ad
applicata, fisica c chimica, chimica pratica nel laboratorio, storia
naturale, calhgia ., disegno a mano libera c disegno geometrico.
Il Ginnasio superiore tedesco, con 1 esame b sturila o di
licenza, schiude le Porte dol^ versità; c le Scuole Reali di l u ‘
m01 J degl’inge- loro licenziati di passare ai
IL/ W” *- . . *V gneri, di essere ammessi ^^o'di’volontariato,
di tare e a godere i benefi ‘ nci Ministeri. E qui gio- aspirare
alla carriera u ‘ . licenziati dai nostri va ricordare che anche a
* ;1 benefizio del Licei ed Istituti Aitare, sono am- volontariato
quanto , i;ce{iU) e a n a facolta di messi all’Università (t sezione fi s
i c0 -ma- matematiebe quelli (tecni .) tematica ; inoltre possono
tutti aspirare ai pubblici uffizj minori, come nelle Poste, nelle strade
ferrate, nelle Prefetture, nelle Intendenze di finanza e nei
Ministeri. . Ed orapotrebbesi domandare: Perchè nei Ginnasi
tedeschi non è compresa la filosofia, e nelle Scuole Reali non s’insegna
economica politica, statistica, diritto positivo, computisteria c
ragioneria, estimo ed agraria, che troviamo invece presso i nostri
Istituti tecnici, ne’quali bensì manca il latino ? Nei Ginnasj tedeschi
(eccettuati alcuni pochi dove si studia la logica formalo, o la
propedeutica filosofica) non avvi l’insegnamento della filosofia per due
ragioni: 1° perchè, a differenza d’Italia per il contrasto e la separazione fra
la chiesa e lo stato, là si mantiene vigoroso l’insegnamento della
religione, sia cattolica sia protestante, secondo la confessione religiosa
degli alunni; perchè i giovani, oramai bene apparecchiati c riflessivi,
apprendono la filosofia nelle Università ordinate diversamente dalle
nostre: di fatti nelle Università tedesche la facoltà filosofica comprende
altresì quella filologica e storica, quella fisico-matematica e di storia naturale.
Per altro, se ai nostri Istituti tecnici manca il latino, onde i
giovani licenziati (eccetto quelli della sezione matematica) non
sono ammessi all’Università, e in fatto di cultura letteraria sono generalmente
inferiori ai licenziati dal Liceo; le Scuole Reali tedesche,
paragonateagl’Isti- tuti tecnici italiani, hanno il capitale difetto di
non apparecchiare direttamente gli animi alle lotte nobilia feconde della
vita pratica sociale ed agli ufficj amministrativi, perchè non vi si danno
le principali nozioni di scienze morali o sociali, come la morale,
l’economia politica, la statistica, il diritto, la computisteria, e
somiglianti. I nostri G-innasj e Licei non hanno subito notevoli e
sostanziali cambiamenti, almeno in ciò che riguarda la natura e il numero
delle materie d’insegnamento. Non così gl’istituti tecnici, dalla loro
creazione: e però giova esaminare i principali mutamenti introdotti in essi coi
programmi. Nei programmi non si provvedeva sufficientemente alla
cultura letteraria e morale de giovani ; non si distingueva un doppio
orine 4. stadi negl'istituti, studj penerai, c teorie, da un,
V Mi . pratici dall'altro; infine la temone fis,=o-ma, ematici era
unita a quella industnalo A que* inconvenienti si procuri di rimodare dal
Mistero d’agricoltura industria e commercio ( pendevano
allora “Mastico, grammi al principio d de p a circolare
precedati dalle relative is ruz ^ sanzionat ; con ministeriale del
17 otto re ’ l’onorevole R. Decreto del 30 marZ °,? 8 '^ iglio
superiore per Domenico Berti, a nome Qtta relazione al l’istruzione
tecnica nella ™ r neva ques te savie Ministro riforme: P Ripartizione
della sezione di meccanica c costruzioni in sczìodc fisico—matematica, c
in sezione industriale; 2 a Prolungamento del corso delle sezioni
negl’istituti; 3 a Ampliamento o miglior distribuzione della cultura generale c
scientifica, c della cultura speciale ; 4 a Riordinamento dei programmi
d’insegnamento; 5 a Connessione degl’ Istituti tecnici con le Scuole superiori,
c nonno per l’attuazione del riordinamento degl’istituti. In
ordine a tali riforme, il corso degli studj tecnici da tre fu portato a
quattro anni : gli studj del primo anno comuni a tutte le sezioni, giusta
il Regolamento del 18G5, furono estesi a tutto il primo biennio in comune
e determinati nelle seguenti materie : Lettere italiane, storia c
geografia, lingua francese, inglese o tedesca, matematiche
elementari, storia naturale, fisica, nozioni generali di chimica, c
disegno ornamentale. Clic anzi, per rinforzare la cultura letteraria e
morale, alcuni insegnamenti di cultura generale, come l’italiano, la
storia c la geografia, vennero protratti nelle varie sezioni per tuttala durala
del corso tecnico ; agli studj lettcrarj si volle aggiunto ed unito lo
studio della Psicologia c delle principali nozioni ed applicazioni della
Logica, restringendo ilprimoalle facoltà essenziali dell'anima,
alloro svolgimento e al destino immortale di essa, il secondo alla
teorica del giudizio e del raziocinio, e alle norme fondamentali dell’ arte
critica. Imperocché il Consiglio superiore di istruzione tecnica é
d’avviso (diceva 1’ esimio relatore Berti) u clic nulla tanto giovi a
restaurare gli studj letterari e all’ incremento della cultura generale
quanto i buoni studj filosofici. Speriamo clic il tempo ci concederà
d’introdurre noi nostri Istituti un vigoroso insegnamento di morale, che,
oltre al servire di preparazione o di aiuto alle diverse discipline
giuridiche ed economiche, tornerà eziandio di vantaggio all’educazione
dell’animo, alla quale si deve mirare negli Istituti tecnici non meno
operosamente clic nelle altro scuole Finalmente, le sezioni degl'
Istituti furono divise in cinque : seziono fismo- matcmctica, industriale,
agronomica, commerciale, c quella di ragioneria ; lo prime quattro da
compiersi ciascuna in quattro anni, 1 ultima in un . dopo aver conseguita
la licenza nella sezione coin mordale., Ma pii. notevoli c piofonde
mno^.on sul» Menzioni sai piograni™ bcllcmc,iti delle
Commissione «I ^ jc larevisione scienze sperimenta, g j u dj
Z io e al- dei programmi stessi ’ ”,priore distriuione V
approvamene del C°™=> ctl n »ovi programmi, tecnica le opportune n
j> Decreto u n0 ~ gVIs,itati farete ai «se riforme, . Ilcco
1 l . paragonate con quelle c c Fu ristretta al solo primo anno la
cultura generale, comune a tutte le Sezioni, facendo prevalere nei tre
anni successivi la cultura speciale- tecnica. 2° A chigavesse
ottenuto la licenza ginnasiale o di scuola tecnica, fu data facoltà di
iscriversi al. secondo anno d’istituto, purché avesse prima superato
l'esame nelle materie del primo. Fu ristretto rinsegnamento delle
matematiche per la sezione fisico-matematica 5 ma vi faaggiunta la
trigonometria sferica, che non s’insegna nelle Università^cui debbono
presentarsi gli alunni dell’Istituto col diploma di licenza, anche senza
lo studio del latino, prima di essere ammessi alle Scuole di
applicazione. 4° La sezione agronomica fu distinta in due,
con nuova distribuzione di materie c con indirizzo- più pratico : in
sezione di agronomia, destinata a formare gli amministratori rurali c i
direttori di p aziende agrarie ; in sezione di agrimensura, per
co lmo clic si danno alla professione di periti stimatori di
fabbriche, e di periti misuratori di campi. 5° Alla sezione
commerciale fu riunita quella di ragioneria, da compiersi in quattro anni
perchè 1 esperienza fatta in alcuni Istituti aveva già dati buoni
risultamenti. G° In quest’ultima seziono la statistica fu
unita all economia politica ajiplicata, avendo sempre cura di far
prevalere nell’Istituto la parte applicata alla teoretica. Bensì mentre
nei programmi del 1871 il diritto amministrativo era obbligatorio nella
sezione di ragioneria, in quelli del 1816 non se ne parla affatto
! 7° L’economia politica teoretica, qual parte della cultura
generale scientifica, fa estesa a tutte le sezioni. 8 °
Infine, s’introdusse un nuovo insegnamento comune a tutte le sezioni, e
che nell’anno scolastico 1S77-7S fu reso obbligatorio in tutti
gl'istituti tecnici del Regno, cioò gli Elementi scientifici di Etica civile
c Diritto, con doppio intendimento : di prepa- rare lo menti allo stadio
del Dirittoposavo e del- l'economia politica, o di temperare .1 cara, o
de giovani formando non solo « abita profe^—,, ma cittadini degni
per virtù moral. e emù E - il nobile desiderio acconnato lino da
presidente del Consiglio snpenore ca, onorevole Berti, venne urc
dal il ministro Calatabiano irebbe lodo P Consiglio
stesso e dai P 1 ’ 0 ^^ ^alfeta grande- gli uomini imparziali . della
crescen te mente a cuore l’cducazion generazione. . v i
1077, ecco per- Secondo i nuovi program*speciali, tanto la
distribuzione delle male ^ Lettere Insegnamenti comuni a a
o-QQtrrafiii., matemati- italianc, lingua francese, sitera, b ° natur ale
; che, disegno, fisica, chinu ca » ^^ cnt - scientifici. di
economia politica teoietic., dalle nozioni di etica civile e di
diritto, P lC 370 sulla riforma de’ licei
psicologia c di logica. Seguono le materie speciali delle cinque
sezioni (oltre le materie in comune) nel- •J’ordine infrascritto :
Sezione fisico-matematica : Lingua inglese e tedesca.
Sezione di agrimensura: Costruzioni, geometria pratica, agraria,
estimo, diritto privato positivo. Sezione agronomica : Costruzioni,
geometria pratica, diritto privato positivo, agraria, estimo, chimica
applicata all’agricoltura. Sezione di commercio c di ragioneria :
Diritto privato positivo, teoria della statistica ed ccouomia
politica applicata, computisteria c ragioneria. Sezione industriale
: Teoria della statistica ed economia politica applicata. Ritornati
gl’ Istituti tecnici sotto la dipendenza del Ministero dell’Istruzione
pubblica pel Decreto leale del 26 dicembre 1S77, si pensò j)iù volte
in questi ultimi anni a riordinare la istruzione tecnica di primo c
di secondo grado. Il Ministro Baccelli aveva nominata una Commissione per
la riforma della Scuola tecnica c dell’ Istituto tecnico. L’ on. Ministro
Ceppino ha fatto tesoro delle proposte di netta Commissione ] c quindi
abbiamo la recente riforma degli studj tecnici, approvata con
Decreto reale del 21 giugno 1SS5. Alla Scuola tecnica si è
conservato il suo duplice line teorico e pratico, cioè di preparare i giovani
all’Istituto e di fornire “ una certa istruzione reale e pratica ai
giovani che volessero darsi al piccolo traffico, agli umili ufficj
pubblici ed alla milizia E però nel terzo ed ultimo anno gli alunni si
dividono in due sezioni, con diverso programma di studj e con metodi di
csercizj convenienti e prò- prj, sccondochè intendono di passare
all’Istituto, o di sottoporsi all'esame di licenza per entrare nella
vita pratica del lavoro utile. Per 1’ ammissione al- V Istituto tecnico
si richiede l’esame m queste materie : Calligrafia, Disegno, Geografia, Lingua
francese, Lingua italiana, Matematica (Aritmetica razionale e Geometria),
Storia antica, orientalo e gioca, Storia d'Italia, Dovari a Diritti
dal rioni di Storia naturala. Por ffr* 1» ““tannica si richiede olirà lo’
io ‘ 8 teria- (salvo la Storia antica), 1 esame 1, t i
Un Escrcizj di Lingua franaata, no. . di Aritmetica, nelle
Lozioni di Mineralogia. . on o conservate Riguardo
all’Istituto toc» co, s “° la sc . le cinque vecchie sezioni, sue l
'* . Commcrc io c zione industriale in due lami, „-. n0c
Ragioneria Ragioneria privata, diAmniinis sezione pubblica.
Gli studj dal . tutti gli Fisico-matematica si sono 1 s tadj
speciali alunni dell’Istituto, de terni nn q . 0 ^ cr
ciascuna tecnici e pratici ncl^ sCC ° UC . 1 ° in( | 0 i e s ua
particolare, sezione, secondo il fi nc e . vo n’cbbc a for- Ondo la
soriana Fisino-matamatic marcii Liceo scientifico moderno, e le altre
Sezioni altrettante Scuole professionali. Ecco, pertanto, le
materie comuni a tutte lo sezioni : Chimica generale ed clementi di
Chimica organica ; Disegno ornamentale geometrico c a mano libera;
Fisica elementare; Geografia Lettere; italiane; Lingua francese; Matematica
(Algebra e Geometria) ; Storia generale ; Storia naturale. Materie
speciali per le rispettive Sezioni. Sezione Fisico-matematica :
Chimica (esercitazioni) ; Disegno di applicazioni ornamentali c di
architettura ; Elementi di Logica e di Etica ; Fisica complementare ; Lettere
italiane ; Lingua inglese o tedesca ; Matematica (complementi c Trigonometria)
; Storia complementare. Sezione di Agrimensura : Agronomia, Agricoltura ed
Economia rurale ; Chimica (esercitazioni) ; Costruzioni e Disegno relativo
; Estimo ; Fisica (Meccanica e Idraulica) ; Legislazione rurale ; Lettere
italiano ; Matematica (Trigonometria ed esercitazioui, Geometria
descrittiva c Disegno relativo) ; Topografia e Disegno relativo. Sezione di
Agronomia : Agronomia, Agricoltura ed Economia rurale ; Tecnologia
rurale e Zootecnia ; Chimica agraria ed esercitazioni ; Elementi di
Topografia e di Costruzioni, e Disegni relativi; Fisica (Meccanica, Idraulica o
Meteorologia) ; Legislazione rurale ; Lettere italiane; Storia naturale
applicata all’Agricoltura. Sezione di Commercio e Ragioneria: Calligrafia
; Computisteria e Ragioneria (parte generale e speciale); Scienza
economica, e degl’istituti TECNICI IN ITALIA 37S> Economia
applicata, Statistica e Scienza finanziaria; Elementi di Diritto civile,
commerciale ed amministrativo ; Merciologia ed esercitazioni ; Lettere
italiane; Lingua francese, inglese o tedesca;Storia complementare (delle
colonie o delle industrie c dei com- merej). Sezione Industriale :
Chimica; Disegno 01 - namentale ; Fisica elementare ; Geografia ;
Lettele italiane ; Lingua francese; Matematica; Storia generale ; Storia
naturale. Questa riforma segna certamente un notevole
progresso nell’ordinamento generale dei nostri s u ] Liei di primo e' di
secondo grado. *£» ^ ohe sia una riforma compiuta c e ' pare
davvero : ansi nella Beiamone al He si fa co ^ prendere che dallo
stesso Ministero «sente_ desiderio di ulteriori modificamo»! e
'‘"Jf della nefica intorno all’assetto “'S 1 * 01 ® °. n p
attuale istruzione tecnica secondaria. > te0 _ Scuola tecnica e
bene Cù0Vcl |^ a S cu|Ìc pre nci alle Scuole di arti 6 “ Cb ’ iftndi? La
seziono fessionali inferiori, per „i e or dinaria-
Fisico-matematica dell'f 8tlt ^ j vcrH ità, come può mente prepara
i 8 * ova ?'^ moderno, so non vi si dirsi un vero Liceo scic ^ ^
noto c he in Ger- studia affatto la lingua latina. gQ ]ft Scuo i a
mania il latino si studia ano ^ ^ i#| e re- Rcalc. Perchè abolire
le no della Logica e stringere l’insegnamento e ^. o _ roa t e
matica? Dcl- dell’Etica alla sola sezione i alcan bisogno
la Logica e delia Morale no» ha»»gli scolari delle altre quattro sezioni,
i quali poi lasciamo affatto gli studj ? Infine, perché abolire gli
elementi scientifici del Diritto razionale, mentre questo è fondamento del
Diritto positivo c della stessa Economia sociale ? Il presente
ordinamento della Scuola c dell’ Istituto tecnico non ha dunque raggiunto
il suo ideale. VI. Ma dall’altro lato, si può egli diro
che l’istruzione classica da noi sia perfetta sott’ogni rispetto? I
nostri Ginnasj e Licei sono in piena armonia coll’esigenzc de’buoni
metodi, coll’avanzamento delle lettere c dello scienze, coi bisogni e
collo nuove condizioni della società odierna? E tutte lo nostre Scuole
secondarie mirano esse ad un fine principale, ad infondere nell’animo della
gioventù una sana o vigorosa educazione morale c civile? Ognuno si
troverebbe fortemente impacciato a rispondere a queste domande : il che
significa, clic molto ci rosta ancora da fare per le nostre Scuole
secondarie, classiche c tecniche. Vero è che un compiuto c
razionale ordinamento della istruzione secondaria presenta non poche c
serie difficolta per natura sua ; e difficilmente presso qualunque
nazione può essere opera d’un solo periodo di tempo c d un legislatore
solo. Quindi non deve recar meiaviglia so nell’Italia nuova, tenendo
conto ancora delle sue condizioni politiche, intellettuali c
morali, il giavissimo problema d’un compiuto c stabile assetto delle
Scuole secondarie non ha avuto fin qui la migliore ed ultima soluzione.
Quattro, secondo me, sono i principali quesiti a cui deve rispondere un
razionale fecondo e stabile ordinamento dei nostri Istituti se-
condarj vuoi lotterarj o classici, vuoi tecnici o professionali : a)
Cultura generale degli alunni. I) Metodi in armonia con lo
svolgimento graduato delle facoltà umane, e in pari tempo con 1 progressi e
fini della scienza. Relazioni fra i Ginnasj, i Licei c le Universi,, fra lo
Scuole tecniche, gl'Mtutì e la Un,ver- sitò, i Politecnici od altro
scuole saperlo,,. Attinenze dello nostre scuole s“™ d ”' c0 ° ' la
vita pratica c con gli uffici minor. «1 “ Statm^ Ed ora esaminiamo
brevemente 1 qua ^ per vedere poi quali rimedj principali oceor.aco
. nostre scuole. a; Quali materie si dovranno tn*&*
ciascun istituto secondai io P‘^ ss nell’Istituto? nasio e
nel Liceo, nella Scuo a ec ” . ò e3S3r c La scelta eia quantità di
osso matouc,^^ arbitraria, oppure deve cs.cic ^ ^ v ; debbon
me, a criterj ben definiti . ^ definiti, i q uab essere certe
norme, anzi cn ^ gtcss0 c he si prosi desumono principalmente a ^ ^ogni
sociali pone il legislatore, vero interpre ^ ^Hoscuole,
nell’istituire o nel riordinare cia finc immediato Ogni
istituto ha due fini esscn cioè di provvedere alla cultura generale della
crescente gioventù studiosa e dei futuri cittadini ; un fine mediato, che
sta ora allappateceliiare le menti a studj superiori, ora nell’abilitare
a certe professioni, o a certi ufficj minori nello Stato, e all’amministrazione
delle proprie sostanze. La cultura generale cambia secondo i
progressi dello scibile umano e secondo le peculiari condizioni della
società civile. Trent’ anni fa, per esempio, dalla classe più numerosa
dei veri cittadini, dalla borghesia, in Italia non si sentiva il
bisogno di apprendere certe cognizioni politiche e scientifiche, perchè
allora la borghesia aveva minore importanza sociale di fronte al clero e all’
aristocrazia, e perchè mancavano al paese istituzioni liberali, che
portan seco nuovi diritti c doveri. A voler compiere ed esercitar bene questi
doveri e diritti sociali, richieggonsi opportune cognizioni c un più alto
grado di cultura intellettualo. Come pure dalle nuove condizioni sociali è
sorta la convenienza di rendere più colta ed istruita la donna, senza
cadere per questo nell’opposto eccesso. Ma la vera c soda cultura
d’un popolo non deve consistere soltanto nell istruzione della mente, si
anche e principalmente nella retta educazione dell’ animo, come
richiedono la natura e il fine dell’ uomo considerato e in sè
stesso, e in relazione colla famiglia e colla società, senza qui entrare
nel campo religioso. L’istruzione non è fine a sè stessa e all’ umana
società, ma piuttosto e mezzo all’ educazione morale e civile. La prima ha
per fine diretto la conoscenza del vero -, la seconda mira alla pratica
del bene. Ciò posto, se le materie clic oggidì s’insegnano
nelle nostre scuole secondarie soddisfano in generale ai bisogni della
mente e alle nuove condizioni sociali, per ciò che attiene al sapere, non
sono pero le piu adatte, considerate fra loro c da sole, ad
invigorire il scuso morale, a prodarre mia 0 educazione, che torni
vantangiosa alle singole famiglie o all' intero consorzio civile. He.
da°*ogici e scientifici, in buona parte della stampa a “liberalo, nel
Parlamento e ne. paese pressai generali o frequenti sono le
"ri « sècot rizzo educativo delle nostro scucem» darle.
AU’ insegnamento. re ìgm mim care c razionalmente impaitito, tare
come in nessun grado delUi— 9Ì ‘ giudicano molti uomini i us
ii secondarie voluto o saputo contrapporre mo ingegnamen to
in generale un vigoroso stadj CODS iderati morale, coordinandovi
pu» | . q molta parte della nell’aspetto educativo. d eleva to sentimento
nostra gioventù manca 1 P, no bili, l’affetto del bene,
l’entusiasmo pei e c s j t i retti, il ca- disinteressato, la
fermezza n rattere morale. Vili. n0 arduo ed
importante b) Altro quesito non m ^ sapcre inse di è quello del
metodo, non gnaro quanto nel coordinare le materie di studio:
quesito che non si può risolvere convenientemente, ove non si badi al
graduato e armonico svolgimento delle facoltà umane. Con qual ordine si
svolgono le facoltà dell’uomo ? Prima il senso, la fantasia c la
mo- moria ; poi la immaginazioncintellettiva e la ragione, colle
sue varie operazioni o facoltà secondarie, come l’attenzione, la
riflessione, l’astrazione, l’analisiclasin- tesi, la comparazione ; per
ultimo, la volontà libera. Ora, queste facoltà non sono l’una dall’altra
separato, come l'esperienza o la ragione ci attcstano ; ma sono invece
strettamente congiunto, perchè tutte dipendono dallo stesso ed unico
principio che in noi sente, intende e vuole. Bensì 1’ una prevale
sull’altre nelle diverse età dell’uomo, e secondo la natura degli
obbietti a cui son rivolte le operazioni intellettive e morali di lui. A
questo naturale c graduato di- spiegarsi delle facoltà umane, a quest’
armonia loro meravigliosa, deve sempre corrispondere l'ordinamento degli
studj e un acconcio metodo d’insegnamento nelle nostre scuole, dalle prime
classi elementari all’ Università. Per chiarire meglio le nostre
ideo, gioverà qui fare un’osservazione’ pratica. In virtù del R. Decreto
22 settembre 187G, la filosofia s’insegnava in tutti e tre i corsi
liceali ; mentre prima cominciavasi a studiare nel second’anno di Liceo.
E nella Relazione che precedeva quel R. Decreto diccvasi che nel
prira’anno liceale l’insegnamento della filosofia dovesse consistere
segnatamente nella lettura e nello studio di luoghi filosofici Latini, e
nella spiegazione della nomenclatura filosofica, di cui tanta parte
si chiarisce colla lingua greca. — Senza disconoscere le intenzioni
più che rette del legislatore, a noi pare (confortati in ciò
dall’esperienza) che sarebbe stato miglior partito ritornare alle vecchie
disposizioni, cioè principiare lo studio della filosofia nel
secondo anno di Liceo, perchè le menti de giovani sono allora più
riflessive e mature, ed hanno acquistato nuove e più sode cognizioni di
letteratura, di storia e di matematica nel primo anno liceale, dalle
quali trarranno poi giovamento nello studio della filosofia stessa.
Vediamo infatti che in Austria s insegna la propedeutica filosofica solo nella
classe Vili, od ultimo anno del Ginnasio-liceo ;, e no Gmnasj di
Boltzen o di Klangcnfilrt la logica /orma studia nello ultimo duo classi,
comspondentmdfecondo e terzo anno del nostro Liceo In Trace . poi, ««ero
corso di l'ultimo anno d. Liceo ' ; l nostri otto ore
d'insegnamento P« “ ge . alunni, appena usciti a un ver o
insc- ncralmente ben prepara liceale, sia per gnamento
di filosofia sa perficiali la tonerà età, sia pei aWtuatialla
n- cognizioni, sia per no poteva giovare flessione e al
ragionamen o - - m0 co rso liceale gran, fatto spendere tutte » 1
p. oso fica, che si nell’ insegnar loro la nom p 0 studio
delle può di mane in mano apprendere singolo parti della
filosofia elementare 5 e ancor meno avrebbe giovato spenderlo per intiero
nella lettura o nello studio di luoghi filosofici latini, por
esempio nel De OJJiciis e nel Da Leyibus di Cicerone, perchè tali studj c
letture presuppongono un corso ordinato, già compiuto, di filosofia razionale
e morale. Più tardi l’insegnamento liceale filosofico si restrinse a soli
due anni, cominciando lo studio della Psicologia e della Logica nel
secondo, e riservando al terzo la Morale. Ma con P. Decreto del 23
ottobre 1884 l’insegnamento filosofico è stato di nuovo esteso a tutti e
tre i corsi liceali, assegnando al primo lo studio della parte più
generale della Logica. - Per le ragioni suddette, converrebbe
tornare al vecchio sistema, cioè principiai’e addirittura lo studio della
filosofia elementare nel secondo corso liceale, e compierlo in due soli
anni. Siffatto ordinamento c siffatto metodo converrà poi che
nelle scuole secondarie si trovi in armonia perfetta con i progressi
della scienza o con i fini dell’ insegnamento. Lo studio della Filosofia
e dello •Scienze naturali, a cagion d’ esempio, deve esser fatto in
modo ben diverso da quello in che facevasi venti anni addietro : e qui
siamo già incamminati per la retta via. La Storia greca e romana
dovrà essere insegnata nel Ginnasio e nell’Istituto tecnico in modo
differente, per la diversità del fine di esso studio nei due Istituti ;
all’ insegnamento della Chimica non potrà darsi nel Liceo quell’ estensione
o profondidà che deve avere presso l’Istituto tecnico. Governo e
professori debbono pertanto aver di mira questi quattro punti
essenzialissimi : 1° Lo svolgimento armonico di tutte le facoltà umane; 2*
La •cultura generale degli alunni; 3° Il progresso dello scibile ;
4° Il fine pratico della scuola. IX. c) Come le scuole
inferiori od elementari, oltre avere un fine proprio, debbono servire di
fondamento e di preparazione agl’istituti secondarj, così questi
vogliono essere coordinati razionalmente allo scuole superiori e di perfezionamento.
E però i nostri Licei ed Istituti tecnici, specialmente in alcune
seziom, come in quella fisico-matematica e di a S ron0 “ ia ’debbono
avere stretta relazione col or inam .degli studi nelle Universi.!.,
«M*-*** Scuole superiori di per la stessa ragione, i G.
J ^ tcomcho ag Ii legati strettamente a U, 1 ha m flM
Istituti professionali, be U rog i on di più speculativo che
pratico, S ® . P ge ins ° mm a à mezzo die di fine, a ' 0S ^ip er il
Liceo, parrebbe destinato a preparale g j s6 avere un fine che
anche la Scuola tecnic re p arar e le più speculativo ch ®
^Jistìtuto tecnico, anziché menti a studj super io fes9 i 0 ni, per
quanto presumere di abilitare a ^, ione precoce super umili
sieno, e di dare un * s ^ dimostrato non Sciale inefficace, che 1 es P
erI v uon0 risultamento. .condurre da sola a verna pratico
e Ma se la Scuola tecnica, com’era prima ordinata, non corrispondeva nè al
suo fine speculativo, cioè di dare una conveniente cultura generale, o
di. preparar bene gli alunni all’Istituto, nè al fine pratico,
ossia di abilitare a’più modesti ufiicj nella vita privata e pubblica; anche il
Ginnasio, il Liceo e l’Istituto, nelle attinenze loro cogli studj superiori,
hanno i loro difetti. Così, nel Ginnasio si dovrebbe insegnare la lingua
francese, materia non solo di cultura generale, ma eziandio necessaria
agli studj successivi nel Liceo e nelle Scuole superiori ; c lasciar da
parte la Storia Naturale, che viene ripresa nel Liceo in modo più esteso
e profondo. Inoltre, come studiar bene le Scienze naturali senz’aver
prima studiatola Fisica ? Nel LiRco, poi, hanno troppa estensione alcune
materie, come la matematica, le scienze fisicochimiche ed il greco, dacché
queste materie, spinta oltre i debiti confini, non sono d'interesse
generale,, non danno per se un risultamcnto pratico, si riprendono quasi
daccapo nelle rispettive Facoltà università) ic, richiedono molto tempo nel
corso liceale con grave scapito delle altre materie. Tale inconveniente
non ha luogo negl’istituti classici della Germania. Ecco quello che
scriveva in proposito l’egregio professor Pullè nella citata sua i
dazione: “La parte più importante ve l’hanno l'aritmetica e la matematica (
elementare, come si vede dai piogrammi) per far vero il principio, che le
lingue, classiche e la matematica sono il centro dello studio
ginnasiale. Yicn dopo lamica, quindi la storia natuvale. La chimica e per sè, o
perchè ancora troppo poco è venuta a scientifiche conclusioni, ed è
tuttavia da riguardarsi come in via di sviluppo, non viene, nei
Ginnasj almeno, accettata come materia obbligatoria. Così anche alla storia
naturale non si dà una sostanziale importanza : anzi per regola,
dove manchi un buon maestro per questo insegnamento, nella classo
IV c V le due ore vanno impiegate per l'aritmetica eia geografia. A
questo punto va fatta un’ osservazione importante. L’insegnamento
delle scienze positive nei Ginnasj o Licei c ordinato non
tanto ad un fine pedagogico, quanto acciò che il .giovane, che vi compio
la sua educazione, ne esca con una generale coltura, sappia qual
posto occupa ciascuna scienza nell’ insieme dello scibile e si avvezzi a
liberamente pensare. Per questo vai tanto m e- gnamento realistico per
coloro che -n d Una ti a professioni giuridiche, alle V
ÌnSCSnan,e ^° m“ peTqueste ultime, quel tanto che scienze esatte Ma per q
^ ^ do, tutt0 se ne apprende nel L la fisica, lachi-
insuffieientc, poiché al rfetfa mat6 . mica, la storia
naturale, e &U ? a n ^ llcipio e ripetute matica, vengon
riprese quasi calzallte è quello quasi alla lettera. L’ esempio P ^
anni ne l della fisica generale, che appi ‘ ^ bienna le al-
Liceo, viene ripresa pei un a, ti tem po eia l'Università.
Or» per Ucw, o lo fatica sono irrornss, talmente p» sono all’
Università. Ad ogni modo, chi volesse approfondirsi nelle matematiche
elementari e nel greco, per indi proseguire i medesimi studj nelle Facoltà di
scienze fisico-matematiche e di lettere, potrebbe frequentare
alcune lezioni facoltative da stabilirsi nell’ ultimo anno dei nostri corsi
liceali. Nell’ Istituto tecnico, poi, converrebbe insegnare la lingua
latina nella sezione fisico-matematica, essendo questa direttamente
coordinata all’Università. X. d) Finalmente, un
compiuto e razionale ordinamento degli studj liceali e tecnici deve provvedere
non solo alla cultura generale degli alunni e ad apparecchiare le giovani
menti e studj superiori, quando esse vogliano e possano dedicarvisi, ma
deve altresì avere un fine pratico, abilitando i giovani a certi
ufficj minori presso le società private o presso 10 Stato, e fornire tutte
quelle cognizioni che fanno 11 buon cittadino. Non tutti i giovani
ch’escono dai nostri Licei sono in grado, per le condizioni economiche
della famiglia o per altri motivi, di proseguire i loro studj
nell’Università e negl’istituti superiori. Essi pertanto cercano
un’occupazione negli Ufficj postali, comunali e provinciali, nelle Prefetture,
nelle Intendenze di finanza, nei Ministeri, nelle Strade ferrate,
nelle Biblioteche, c via dicendo. Coloro poi che frequentano gl
Istituti tecnici si dànno tutti, meno quelli della sezione
fisico-matematica ed altri pochi fortunati acl una professione libera, come i
periti agrimensori; o ad un impiego presso le Amministrazioni
private o pubbliche, secondo i lori studj e la capacità. Inoltre,
il diploma di licenza tecnica o liceale, conferisce loro certi diritti pubblici,
non solo il diritto al voto politico, sì anche 1 altro di essere giurati
(a 25 anni) presso la Corte d’Assise. Or bene, come potranno
adempiere convenienteinentesì gravi doveri ed esercitar bene sì nobili
diritti quei giovani, che, secondo l’attuale ordinamento dei nostri
Licei, non vi hanno apprese nè vi apprendono le nozioni piu
•elementari del diritto pubblico interno, e che (potendo anche sedere nei
Consigli amministrativi del Comune e della Provincia) non. sanno mente
d. Economia politica c d’Amministraz.on= ? So pò. cacano un modesto
collocamento nello Poa *®> letture, nelle Intenderne di finanza,
nelleStradefer rate, nei Ministeri, come potranno sostenere, gl, am, j;
„nn avendo appreso nel Uinnasiu senza nuovi studj 1 ^ n *u
contabilità c la enei Liceo ne ^ itiv0 ? E quindi, o
computisteria, 1 dovran no sostenere questi nuove spese o
fatiche ^ classiclie> od avremo giovani licenziati . f Quanto ag u
alunni dei- in società altri sjjos • _ diritto amministra-
l’Istituto tecnico, le sezioni* 1 come nel tivo vanno estese aim
ento, a tutte le se- furono estesi, con savi I economia
teoretica, ziom dell fstitnto g ^ di etica civile e dii ut
SULLA RIFORMA DE’ 1ICEI Ed ora concludiamo. Quali pronti cd
efficaci riraedj vanno recati ai nostri Istituti secoudarj classici e
tecnici? A mio parere, eccoli brevemente : Si metta obbligatorio lo studio
del francese nel Ginnasio, e si tolga la storia naturale. 2° Si restringa
il programma di matematica, di fisica e chimica, e del greco nel Liceo
per quegli alunni, che non si danno poi nell’Università alle matematiche,
alle lettere ed alla filosofia. 3° Nella terza classe liceale si*
stabiliscano corsi superiori facoltativi di matematica e di greco pecchi ha
interesse di approfittarne. 4° Vi si insegnino pure le nozioni elementari
di economia politica e di diritto amministrativo. Quanto agli studj
tecnici : Si coordini nettamente e definitivamente la Scuola tecnica
all'Istituto tecnico nel terzo anno. 2° Si renda più. pratica la Scuola
tecnica per i licenziandi, collegandola altresì alle Scuole professionali
inferiori o di arti e mestieri. 3 Si metta obbligatorio il latino per
conseguile la licenza nella sezione Fisico-matematica dell Istituto. 4°
Si estendano a tutte le sezioni dell’Istituto gli Elementi di Logica c di
Etica. Si icnda obbligatorio lo studio dell’Economia teoretica
sociale a tutte le Sezioni, eccetto a quella Fisico-matematica. G° Si
ristabilisca il corso elementare di Diritto razionale. Si porti a cinque
anni il corso compiuto dell Istituto, quando non si credesse meglio di
stabilirò in quattro anni il corso teorico o pratico della Scuola
tecnica. A questo modo, mi pare che i nostri Licei ed
Istituti tecnici possano davvero rispondere al fine loro speculativo e
pratico, alla ragione dei tempi e alle condizioni del nostro paese, e
riuscire superiori o migliori dei Ginnasj tedeschi, e delle Scuole
reali e borghesi della Germania. Comunque sia, in ogni riforma
de’nostri Istituti mezzani e superiori, classici e tecnici, non dimentichiamo
la massima che inculca Mamiani ne'suoi Documenti pratici intorno alla
rigenerazione intellettuale e morale degl’italiani: u Gli studj che mirano a
poco alto fine e versano sopra materie futili ne emano di nudrirsi di
scienza profonda, snervano 1 intelletto e l’animo. GENTILE E IL
DIRITTO INTERNAZIONALE. Allicricus ilio fuit, qucra non Brilannia modo,
seti et tota Europa pracccplorom in Jure suum eolil et agnoscit
»• Jl. PrecuiD, Elogio di Scipione Ganlue. Fra tante e nobili
glorie italiane fin qui dimenticate v’era il nome di un insigne
Marchigiano, che. più d'ogni altro meriterebbe di far parte quella
storia, « magnifica e peenhare de,U Ita liani fuori d'Italia, che
Cesare Balbo m fine gin nani jwn* « » . connazl0 nali.
vissinri «itti nato a San- Questa gloria italiana m0 rto
ginesio (provincia di Macerata) nel UM esule in Inghilterra a
19 e t “"j” a metà del Visse dunque ABonc» e la se» secolo
XVI, che fu una dell epoc P ^ religiosa. E questo Q Bran0 e di Cam-
Francesco Bacone, i Elisa betta : epoca famosa, panella, di Filippo
II e di JM per grandi avvenimenti politici e religiosi, per ingegni
preclari e fortissimi caratteri. Matteo Gentile, valente medico,
venuto in sospetto d’avere abbracciato la riforma religiosa, esulò dalla
patria conducendo seco il giovine Alberico e l’altro figlio minore
Scipione. Alberico, ebe avea già studiato la scienza del diritto
nell’Università di Perugia ed avea tenuto l’ufficio di magistrato
in Ascoli Piceno, non poteva non essere amato e pregiato nella culta
Germania, dov’erasi rifugiato col fratello e col padre, che fu
protomedico in Carniola. Il duca di Wiirtemberg, l’Elettore Palatino e
tutte le Università dei loro Stati tennero in alto pregio il nostro
Alberico per il suo ingegno e per la molta sua dottrina. Più tardi,
Matteo ed Alberico si recarono nella dotta ed ospitale Inghilterra,
mentre Scipione rimase in Germania ; e, stimato egli pure e di
forte ingegno, divenne successivamente professore di Diritto nelle
Università di Heidelberga, di Altorf e di Norimberga, dove morì a 53 anni
nel 1016. Matteo fu archiatro della regina Elisabetta, e morì a
Londra nel 1602. In grazia d’un suo eloquente discorso che
salvò da morte l’ambasciatore spagnolo nella corte di Elisa- betta,
Alberico Gentile fu eletto dal re di Spagna ad avvocato della Corona e
dei connazionali dimoranti in Inghilterra. Fu inoltre professore al Collegio di
San Giovanni Battista in Oxford, l’Atene d’Inghilterra, e in appresso fu
lettore primario di Giurisprudenza in quella celebre Università,
che in occasione della festa anniversaria fu visitata, com’è noto,
da un altro insigne italiano, da Giordano Bruno. Onde a vcrun altro, meglio
che ai tre Gentili, ma soprattutto ad Alberico s’attagliano quelle splendide
parole clic C. Balbo lasciò scritte nel Sommario delle cose d’Italia : “
Mirabile ingegno italiano che, chiusagli una via, ne trova altre ed altre
infinite ; che, chiusagli la patria ad operare, opera fuori, corca, trova
campi in tutti i paesi, in tutte lo colture ! „ IL Se non che,
somma ed universale gloria si ac- smistò Gentileper le sue opere e
spcoialmente pel suo famoso trattato Dejwre belli. Non meno d. quaranta
sono gli scritti fin qui conosciuti deU illu- stre Marchigiano.
Primeggiano su tutti le ha oji lutato universalmen ditfeoGrozio, autore
Mica dirilto, e quale P" ccurù /pradier-Fodóró ael De
jvre Belli et scrisse che (Grotius et son temjps), a ^ . mcgnasse u
leggi Gentile fu ^ P quello ohe dice su della pace e della
guerra . Ecco q tal proposito Eraerico Amari nella Critica di una scienza
delle Legislazioni comparate (cap. IV, art. ir, in nota), opera non
conosciuta degnamente, come avviene spesso di altri libri italiani : lt
Sebi bene il titolo dell’opera di Gentili sia solamente De jure
belli, pure io dico avere fondato la scienza del diritto della guerra e
della pace, sì perchè il libro III di quello tratta interamente delle
paci, come perchè in altri due trattati, l’uno De Legationibus e
l’altro De armis Eomanis in due libri, nel primo dei quali tratta delle
guerre ingiuste, c nel secondo delle giuste dei Komani, copiosamente
parla del gius delle genti della pace ; laonde in queste tre opere
tutto il diritto internazionale è compreso. Lo stesso Grazio, quantunque
per debolezza d’amor proprio d’autore ne abbassi il merito, pure per
candore di scienziato confessa essersene non raramente giovato; e
chi confronti le opere di questi due grandi uomini, vedrà che Grazio non
esagerò gli obblighi suoi col nostro Gentili Che altri
ingegni italiani avessero trattato della Guerra e qualcuno di loro avesse
per avventura tentato di applicare la scienza delle leggi all’uso
della guerra prima di Alberico Gentile, ciò non viene impugnato dallo
stesso autore del De jure belli o dal Grazio, e lo attestano il
Tiraboschi, £. Amari e P. S. Mancini. Ma prima di Alberico nessuno
e rasi elevato sì alto ; ond’egli stesso rivendica a sè questo primato
fin dal principio del suo trattato famoso : Magnam atque difficilem rem
aggredior. Non baleni libri illi de hoc jure, non olii vili, qui cxtcnt.
Non ti sembra egli che quelle prime parole trovino un degno raffronto in
queste altre, onde il Machiavelli, restauratore della scienza politica
in Italia, palesa c attesta la novità del suo metodo e dell'opera
sua ? lt Ho deliberato entrare per una via la quale, non essendo stata
per ancora da alcuno pesta se la mi arrecherà fastidio c difficulta, mi
poti ebbe ancora arrecare premio, mediante quelli che umanamente di
queste mie fatiche considerassero {Discorsi, I) „• Agl’intelletti
novatori non può man- care la consapevolezza dell’opera loro, come
non mancava al grande contemporaneo del nostro Gentile, all’autore del
Nuovo Organo, il quale sapeva di additare alle scienze sperimentali un
metodo veto, ma nuovo e non ancora praticato fuor, d Italia :
• quac via vera est, sed intentata. Mirabile potenza
dell’ingegno italiano, nevato e speculativo e pitico ad un tempo!
Cocce .. m PÌ ^ÌTn7^:r S rMe “cono 1 Fimi. P" alla
mente enciclopedica. dj^ ^ di rÌ3 a- taneo del Gen * lle ’ D °
albeggi delle leggi (leges lire alle fonti del 111 ’ trattat ° S Tilla
Giustizia um- legum) e di scrivere ^ ^ dovea C om- versale. Ma delle
cinq tratt ò c he della prima, porsi l’opera sua, per aforismi, che
risguarcla la certezza delle leggi nella loro intimazione
(1). ni. Ma veniamo senz’altro a dare un cenno dell
opera insigne di Alberico, Dejure belli. Questo trattato, che fu
dall’autore dedicato a Roberto conto d’Es- sex, è diviso in tre libri.
Rei primo, data la nozione della Guerra, si esamina in chi risiede l'autorità
di muover guerra, e per qual fine s’intraprende ; poi si dice quando la
difesa è necessaria, quando utile c quando onesta; infine si esamina le
cause che spingono alla guerra, che vicn fatta ora per necessità,
ora per utilità, ora per cause naturali ed umane-, e si conclude che,
dovendosi anteporre l’onesto all’utile (III, c. 12), la guerra vuol esser
fatta per una causa onesta. Il secondo libro tratta del come e
quando si dichiari la guerra, dell’inganno e degli strattagemmi ; e qui
l'autore detto clic “ fondamento della giustizia è la fede vuole con
Marco Tullio che il giuramento e la fede sicno rispettati anello
dai combattenti: tueri inter bella fiderà. In progresso tratta delle
regole che vanno osservate verso i belligeranti, verso i parlamentarj, verso i
prigionieri, verso quelli che hanno deposto le armi \ e infine Vedi
i nostri due libri: F. Bacone e la Classificazione delle scienze. Firenze. Elementi
scientifici di Etica c Diritto, Roma] parla degli assedj, del come vogliono
essere trattati i non combattenti, del rispetto cioè verso i supplichevoli, le
donne e i fanciulli, della facoltà di dar sepoltura ai morti in
battaglia, la violazione del qual diritto da parte dei nemici sarebbe
improba ed empia. E termina questa seconda parte •con fervide parole a
Dio, perchè si rimuova dalle guerre la barbarie, la crudeltà, l’odio
inestinguibile; e perchè non le genti cristiane dai barbari, ma
questi da quelle apprendano le leggi ed i modi più equi ed umani di
guerreggiare. Il terzo libro c •tutto consacrato al fine vero ed ultimo
delle guerra, vo'dire alla pace, ai modi più equi nel ristabilirla,
All’amicizia ed alleanza tra Stato e Stato. Questo breve cenno mi pare sia
sufficiente a dimostrare la grave importanza di tale r,Opera : onde
ai spiega facilmente perchè tutti i P m insigni trattatisti moderni del pubblico
diritto ricordino con molte lodi il nome e la dottrina di Gentile.
CI se iù quel suo trattato egli non sempre indaga, ? * metodo rigorosamente
scientifico, le a fondo, e co eminenti del giure
ragioni supreme e le le OD 1 universale di gu*»» ^ esemp j 0
con mirabile erudizi,^ . occorre tener autorevoli e n
vivesse il nostro Gentile, e -"In prto» ad « ltore ^ *°.
de “ 0 ° fcui ^mirava, questo il concetto -fine altissimo a cui e nobilissimo
pei’ cui il nome di Alberico va associato ai nostri tempi e vivrà
immortale. Non pago di u^ eie stabilite e di volere applicate le leggi
alluso della guerra, non pago di aver raccomandato clic la guerra sia
fatta sempre per cause oneste e giuste, quel forte e magnanimo intelletto
invoca dal Padre del— l’eterna giustizia, clic voglia rimuovere ogni
motivo di contrasto fra i popoli, che cessi ogni guerra, sia pur
mossa da cause giuste :Tu pater justitiae, Deus „ eliam has lolle causas
nobis, tolle bellum omne : eia, Domine, paceni in diabus nostris, da
•pacava (I, e. 25). Nò si creda che Alberico, esule della patria, e
che viveva in un secolo pieno di persecuzioni e tristamente famoso per tante
guerre politiche e religiose, abbia invocato una pace transitoria, la
pace solo per l’età sua e per i suoi contemporanei !No ; egli, am¬
maestrato dalle discordie e dai gravissimi danni di molto e diverse
guerre, dai mali che esso arrecano •all'umanità, dal ritardo e dagli
ostacoli clic ne pro¬ vengono alla civiltà ed al progresso dell’umana
fami¬ glia, invocava, precorrendo ai magnanimi tentativi di Leibnitz
e di Kant Disegno di pace perpetua fra le nazioni ed allo aspirazioni di
molte anime generose del secolo XIX, la pace perpetua ed uni¬
versale, con quelle memorande parole onde chiudeva il suo trattato : u
Deus autem optimus maximus faciat, principes imponeva bellis omnem Jìnem,
et jura pacis ac foederum colera sanctc. JEtiaiU Deus, etiam impone tu bellis
finem : tu nobis pa- cem effi.ee n . e ir. Diurno
internazionale Chi può, adunque, negare la importanza tra¬ grande di
quest’ Opera e la sua opportunità ? Sono ornai decorsi circa tre secoli
da che fu scritto il Da jurahdli, ma le crudeltà della guerra non sono
affatto cessate, ed anche a’nostri giorni ne abbiamo avuto tristi
esempi in conflitti memorabili ; nè ancora tutta Europa sembra disposta a
custodire santamente i diritti della pace e dei popoli. Bensì il Diritto
in¬ ternazionale, che può dirsi fondato dal grandeMarchi- giano, ha
progredito non poco, e gli ultimi congressi europei ne sono stati la più
solenne testimonianza, e, se non compiuta, certo la più retta ed
umana applicazione. Quanto all’epoca d’una pace universale e
perpetua, clic sì ardentemente invocava il nostro Alberico, se per ora
appare assai lontana, giova per altro ricordare lo splendido e solenne
trionfo che nel 1872 riportò in Ginevra il principio delUròifrafo
Muterà la sua indi- omaI, ‘Coiaio, u proclamatasi
«tomento pondon» od unita- * olto3tM .u dinaosi al di
ordine 4. cavdt ^, cbi primo formuli, mondo mteiolas.it 0 „ acrra c
d invocò il diritto dolio g0"*> la pace universale. Il
Romagnosi fu il primo a dire- che l’Italia doveva rendere ad Alberico la
debita giustizia. Questo voto fu accolto dall’illustre professore P. S.
Mancini e dal Municipio di Sanginesio, quando seppe clic Tommaso Erslcine
Holland, pio- fossore di Diritto internazionale nella celebre Oxford,
aveva in un pubblico discorso- rivendicato gl’insigni meriti del suo
immortale pre¬ cessore, Alberico Gentile. Ma la gloria d’aver dato
corpo e vita, per così dire, a questo nobile desiderio, spetta
all’operoso e fervido pubblicista Pietro Sbar¬ baro, mentre insegnava
Filosofia del Diritto nel¬ l’Ateneo di Macerata. Di fatto, il Consiglio
accademico di quella Università, convocato in adunanza straordinaria,
udita una bella relazione dello stesso prof. Sbarbaro, unanime de¬
liberava di esprimere pubblicamente il voto che si costituisse, sotto la
presidenza dell’ insigne giure¬ consulto P. S. Mancini, un Comitato
internazionale per erigere in Italia un monumento a Gentile.
Questa nobile iniziativa fu encomiata universalmente. Osiamo dire che
forse mai somiglianti proposte ebbero un successo più splendido. Tutti i
più autorevoli periodici d’Italia vi fecero plauso, o la proposta
fu bene accolta anche dalla stampa estera, specialmente in Inghilterra,
Germania, Francia e Belgio. Parecchie Università e le principali
Accademie scientifiche c letterarie del Jlcgno aderirono alla proposta
dell’Ateneo maceratese. I più insigni uomini (l’Italia in ogni ramo del
sapere, illustri statisti e scienziati stranieri, tra’ quali vanno
qui ricordati Bismarck e Gladstone, Holtzendorff, Er- skine
Holland. Laurent e il compianto Laboulaye, o accettarono di far parte del
Comitato Merita d’essere riferita per intiero la seguente lettera, che in
quciroccasiono scrisse al prof. Sbarbaro, segretario del Comitato
internazionale, l’eminente giureconsulto, storico c pubblicista E.
Luboulayc. Mon elici- Profcsseur, a Versailles. L’ idée d' honorcr la
mdmoiro à'Alberico Gonidi est oxcellcntc; jc m* y associerai bica
volonticrs. Alberico a ctd
le précurseur do Grotius, et à ec t.tre .1 ménte qu o lo tiro de T ombre
où on 1’ a laissd trop longtemps .i 1 on pouvait donnei: un. boa».
ddi.lo» d. »» Jur, MU «J rdunir dea documenta sur sa vie, et des lett c,
esiste, on lui roudrait lo plus parfait Uommago que puu^ désiror uu bomme
de lettrcs apres sa tcmps dori vaine, qui sommes ravement pensée s
dcrèto et cn notre pays,, '°^ av0 " s 01 | ;P ] U3) n os iddes
sewi- qu’un jour, quand nous n j rumnn itd. C’est eetto
rout la cftUSe d ° 1 ’faìt dddftìgncr la fortune, Ics placcs et
illusion qui nous fait dd 6 C3 tdans l’aventi-. tout co que lnfoule
cn ' ic ’^ sa tom bc, ne sernit-il paa Gcr Si Gentili pouvnit sortii: do
cc ^ a to «td pour de penso.- qu’on se aei-ico Ma-
gistero f0 “ ” aegii ìstitaH Tecnici Sulla riforma de Licei o
b . in Italia.. Gentile
c A.pp© udicC- il Diritto internazionale. DELLO STESSO
AUTORE. Elementi scientifici di Etica e di Diritto. Filosofia Morale e Sociale.
La Teodicea di A. De Margerie, con una Prefazione di Conti. Principio,
intendimento e storia della classificazione dell’umane conoscenze secondo
Bacone. Dottrina dell’Evoluzione e sue conseguenze teoriche e pratiche.
Discorso Accademico. Elogio funebre di Ile Vittorio Emanuele II. Opuscolo. Esposizione
critica del sistema filosofico di Wahltuch. Opuscolo. Critiche varie. In
corso di pubblicazione: Elementi scientifici di Psicologia e di Logica. Valdarnini.
Keywords: semantica, semein, significare, io significo, ego significo. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Valdarnini,” pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza. Valdarnini.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Valent: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale della forma della lingua – la scuola di Treviso – filosofia
veneta -- filosofia italiana – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P.
Grice, The Swimming-Pool Library (Treviso). Abstract. Keywords. forma. Filosofo veneto.
Filosofo italiano. Treviso, Veneto. “Some like Vitters, but Valent’s my
man.”Grice. Grice: “Valent wrote the only legible introduction to Vitters’s
thought!” Essential Italian
philosopher. Insegna a Catania e Venezia. Si occupa di
ontologia, logica dialettica, linguaggio, storia e interpretazione delle grandi
categorie della filosofia. Dai primi studi sull'empirismo-scetticismo, sulla
filosofia e sull'analisi del linguaggio (Wittgenstein), è giunto ad indagare
attorno alla teoria della negazione e del divenire in chiave dialettica. Sulla
base di tali premesse, che orientano verso una rilettura dei canoni e dei
presupposti del rapporto ragione-follia, si è impegnato a ri-disegnare, insieme
con un gruppo di psichiatri e psicologi del centro psico-sociale di Orzi nuovi
cresciuti nel solco dell'esperienza critica inaugurata da BASAGLIA, un modello
della psiche adeguato alla comprensione e alla cura della malattia mentale,
dando vita a quello che è stato definito l'approccio dialettico-relazionale. Collabora
con il gruppo teatrale Scena Sintetica nella messa in scena di testi
filosoficamente rilevanti (VELIA, VELINO, Eraclito, Melville, SEVERINO, GALIMBERTI).
Presso Moretti l'edizione delle sue opera. La sua filosofia muove da
un'originale riformulazione di alcune questioni legate alla filosofia di SEVERINO
(vedi), alla tradizione neo-idealistica italiana (GENTILE) ma anche neo-scolastica
(BONTADINI), e dipendenti dalla riconsiderazione speculativa del concetto del
negativo. Descrivendo la sua formazione si define resciuto a una scuola
filosofica di ispirazione ontologica, screziata da un netto disegno dialettico
e pungolata dallo scrupolo fenomenologico. Analizzando le implicazioni
concettuali e pratiche della negazione così com'è stata pensata in uno dei
punti più alti e rilevanti della tradizione dialettica, ovvero nella “Scienza
della logica” di Hegel, critica l'idea intellettualistica della negazione
intesa come esclusione, proponendo al contrario una negazione come inclusione e
una filosofia animata dal principio di ospitalità. Il "no" della
negazione, lungi dal dar vita a una realtà separata, è ciò che innerva il reale
nella sua essenza metamorfica e vitale, nella sua splendida apertura alla
novità, alla trasformazione e al cambiamento di cui il filosofo è appassionato
investigatore. A questo scopo e in evidente autonomia rispetto all'impianto
destinale della filosofia della necessità di SEVERINO, esplora la categoria
modale della possibilità, cercando di mettere in discussione sia l'opposizione frontale
tra realtà e irrealtà, sia la priorità assoluta della positività del reale
nonostante la negatività dell'irreale. L'esserci e non l'essere è, per V., che
legge Hegel con Wittgenstein, la determinatezza semantica e sintattica, il
plesso grammaticale e vitale che ricongiunge l'esperienza intesa come luogo
dell'emergere della differenza e dell'incalzare degli eventi con la teoria
della razionalità quale analisi del permanere e della necessità. Ecco che di
contro all'ontologia fondamentale di Severino si fa largo l'idea di una micro-ontologia
intesa non come una “ontologia del piccolo”, bensì, piuttosto, nel senso che
non c'è nessun evento che non si disponga per virtù propria in una peculiarità
di significato, nel vigore elementare e insieme metamorfico di un qui. Ma micro-ontologia
anche come ontologia del remoto, dell'avverso-diverso, dell'improbabile,
dell'anonimo, del folle: di tutto ciò che insieme si ritiene minore nella
capacità di realtà. Con la proposta di una micro-ontologia intendeva sottolineare
l'autonomia e la resistenza del diamante della dialettica come principio di
determinazione semantica fondato sulla relazione-negazione inclusiva e situato
nella prospettiva strategica propria dell'esserci, rispetto al rischio delle
ricadute nella mistica dell'essere e di quella totalità assoluta che, in quanto
tale, appare separata e isolata, esercitando la sua imposizione distruttiva al
di fuori della logica della relazione e dell'inclusione. Di contro
all'autentico totalitarismo di questa idea di totalità assoluta propone la
ripresa del detto eracliteo del Panta δια pánton, ossia di quel tutto
attraverso il tutto che è la forma radicale della illacerabile relazionalità
della vita. Solo se ogni differenza tra gli umani è un modo differente di essere
il tutto allora le discriminazioni tra piccolo e grande, forte e debole,
femmina e maschio, nero e bianco, ricco e povero, sano e malato, non avranno
ragione d'essere (se non in quanto differenti manifestazioni dell'identico,
invece che differenze di principio e di valore. Saggi: “Verità e prassi” (Vannini,
Brescia); “La forma del linguaggio: studio sul Tractatus logico-philosophicus”
(Francisci, Abano Terme, Padova), Invito a Wittgenstein, Mursia, Milano; “Asymmetron,
Quaderni de "Il Palazzo della Grande Utopia", Milano; Dire di no.
Filosofia Linguaggio Follia, Teda, Castrovillari (Cosenza); Dire di no. Scritti
teorici, Opere (Moretti, Bergamo); “Asymmetron: micro-ontologie della
relazione. Scritti teorici in Opere di V., a c. di Tagliapietra, Moretti e Vitali,
Bergamo. Panta διαpánton. Scritti teorici su follia e cura, in Opere di V., a
c. di Tagliapietra, Moretti e Vitali, Bergamo. La forma del linguaggio. Studio
sul "Tractatus logico-philosophicus. Scritti su Wittgenstein, Sophón.
Aforismi per l'anima, a. c. di Valent, con un saggio di Tagliapietra, Moretti e
Vitali, Bergamo. Opere. La filosofia, prima di ogni altra definizione dotta, è
amore per la realtà. In ricordo, in "XÁOS. Giornale di confine", Dire
di no. Scritti teorici, Panta διαpánton. Scritti teorici su follia e cura. Italo
Valent. Valent. Keywords: la forma del linguaggio. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Valent”, The Swimming-Pool Library. Valent.
Luigi Speranza
--- GRICE ITALO!; ossia, Grice e Valentino: la ragione conversazionale a Roma e
l’implicatura conversazionale di Romolo divino -- filosofia italiana – By Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Abstract. Keywords: eschatology. Filosofo italiano. He moves
from elsewhere to Rome where he created a sect called ‘The Valentinians’, who
Valentino described as being the only ones who would save themselves. Grice: “Eschatological!”
-- Ippolito di Roma did not like him. Valentino. Keywords: Roma antica,
Ippolito. Per H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool Library, Villa
Speranza.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Valeri: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale dello spazio tra sè e sè –
l’antropologia filosofica come ricerca dell’inter-soggetivo – la scuola di
Somma Lombardo – filosofia lombarda -- filosofia italiana – By Luigi Speranza,
pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Somma Lombardo). Abstract.
Keywords: il me di Grice, il noi della conversazione. He argues in these lectures
that thinking seriously about context means thinking about conversation; this
is the setting for most examples of speaker meaning. He proposes, therefore, to
compile an account of some of the basic properties common to conversations
generally. His method of limiting his hand was to result in certain highly
artificial simplifications, but he made these simplifications deliberately and
knowingly. For instance, the relevant context was to be assumed to be limited
to what he calls the 'linguistic environment': to the content of the
conversation itself. Conversation was assumed to take place between two people
who alternate as speaker and hearer, and to be concerned simply with the
business of transferring information between them. A number of the
lectures include discussion of the types of behaviour people in general
exhibit, and therefore the types of expectations they might bring to a venture
such as a conversation. Grice suggests that people in general both exhibit and
expect a certain degree of helpfulness from others, usually on the
understanding that such helpfulness does not get in the way of particular
goals, and does not involve undue effort. If two people, even complete
strangers, are going through a gate, the expectation is that the first one
through will hold the gate open, or at least leave it open, for the second. The
expectation is such that to do otherwise without particular reason would be
interpreted as deliberately rude. The type of helpfulness exhibited and
expected in conversation is more specific because of a particular, although not
a unique, feature of con-versation; it is a collaborative venture between the
participants. At least in the simplified version of conversation discussed in
these lectures, there is a shared aim or purpose. However, an account of the
particular type of helpfulness expected in conversation must be capable of
extension to any collaborative activity. In his early notes on the subject,
Grice considers 'cooperation' as a label for the features he was seeking
to describe. Does 'helpfulness in something we are doing together'
', he wonders in a note, equate to 'cooperation'? He seems to have
decided that it does; by the later lectures in the series 'the principle of
conversational helpfulness' has been rebranded the expectation of
'cooperation'. During the Oxford lectures Grice develops his account of
the precise nature of this cooperation. It can be seen as governed by certain
regu-larities, or principles, detailing expected behaviour. The term 'maxim' to
describe these regularities appears relatively late in the lectures.
Grice's initial choices of term are 'objectives', or 'desiderata'; he was
interested in detailing the desirable forms of behaviour for the purpose of
achieving the joint goal of the conversation. Initially, Grice posits two such
desiderata: those relating to candour on the one hand, and clarity on the
other. The desideratum of candour contains his general principle of making the
strongest possible statement and, as a limiting factor on this, the suggestion
that speakers should try not to mislead. The desideratum of clarity
concerns the manner of expression for any conversational contribution. It
includes the importance of expectations of relevance to understanding and also
insists that the main import of an utterance be clear and explicit. These two
factors are constantly to be weighed against two fundamental and sometimes
competing demands. Contributions to a conversation are aimed towards the agreed
current purposes by the principle of Conversational Benevolence. The principle
of Conversational Self-Love ensures the assumption on the part of both
participants that neither will go to unnecessary trouble in framing their
contribution. Grice suggests that many philosophers are guilty of
inexactness in their use of expressions such as 'saying', 'meaning' and
'use' ', applying them as if they were interchangeable, and in
effect confusing different ways in which a single utterance can convey
information. For instance, Grice refers back to the discussion at a previous
class he had given jointly with David Pears, when the exact meaning of the verb
'to try' was discussed. This, of course, was one of the specific philosophical
problems he was interested in accounting for by means of general principles of
use. Stuart Hampshire had apparently claimed that if someone, X, did something,
it is always possible to say that X tried to do it. This was challenged; in
situations when there is no obvious difficulty or risk of failure involved it
is inappropriate to talk of someone's trying to do something. Grice's answer
had been that, while it is always true to say that X tried to do something,
this may sometimes be a misleading way of speaking. If X succeeded in
performing the act, it would be more informative and therefore more cooperative
to say so. Therefore, an utterance of 'X tried to do it' will imply, but not
actually say, that X did not succeed. In his consideration of the
desiderata of conversational participation, Grice initially compiles a loose
assemblage of features. By the later lectures these appear in more or less
their final form under the categories Quantity, Quality, Relation and Manner
(or, sometimes, Mode). Inarranging the desiderata in this way, Grice was
presumably seeking to impose a formal arrangement on a diverse set of
principles. But it seems that he had other motives: semi-seriously to echo the
use of categories in such orthodox philosophies as those of Aristotle and Kant,
and more importantly to draw on their ideas of natural, universal divisions of
experience. The regularities of conversational behaviour were intended to
include aspects of human behaviour and cognition beyond the purely linguistic.
Grice's collaborative work with Strawson had been concerned with Aristotle's
division of experience into 'categories' of substances. Aristotle's
original formulation of the list of such properties allows that they can take
the form of 'either substance or quantity or qualification or a relative or
where or when or being-in-a-position or having or doing or being-affected'.38
He concentrates mainly on the first four, and these received most attention in
subsequent developments of his work. They were the starting-point for Kant's
use of categories to describe types of human experience, and his argument that
these form the basis of all possible human knowledge. In the Critique of Pure
Reason, Kant proposes to divide the pure concepts of understanding into four
main divisions: 'Following Aristotle we will call these concepts categories,
for our aim is basically identical with his although very distinct from it in
execu-tion. '39 These are categories 'Of Quantity', 'Of Quality', 'Of Relation'
and 'Of Modality', with various subdivisions ascribed to each. Kant's
claims for both the fundamental and the exhaustive nature of these categories
are explicit: This division is systematically generated from a common
principle, namely the faculty for judging (which is the same as the faculty for
thinking), and has not arisen rhapsodically from a haphazard search for pure
concepts, of the completeness of which one could never be certain.
40 Kant goes so far as to suggest that his table of categories,
containing all the basic concepts of understanding, could provide the basis for
any philosophical theory. These, therefore, offered Grice divisions of
experience with a sound pedigree and an established claim to be universals of
human cognition. Early in 1967, Grice travelled to Harvard to deliver
that year's William James lectures, the prestigious philosophical series in
which Austin had put forward his theory of speech acts 12 years earlier.
Grice's entitled his lectures 'Logic and conversation'. He was presenting his
current thinking about meaning to an audience beyond that of his students
andimmediate colleagues and was clearly aware of the different assumptions and
prejudices he could expect in an American, as opposed to an Oxford, audience.
'Some of you may regard some of the examples of the manoeuvre which I am about
to mention as being representative of an out-dated style of philosophy', he
suggests in the introductory lecture, 'I do not think that one should be too
quick to write off such a style.'41 Addressing philosophical concerns by means
of an attention to everyday language was still a highly respectable, even an
orthodox approach in Oxford. In America it was seen by at least some as
belonging to an unsuccessful, and now rather passé, school of thought. In
pleading its cause, Grice argues that it still has much to offer: in this case,
the possibility of developing a theory to discriminate between utterances that
are inappropriate because false, and those that are inappropriate for some
other reason. Despite the difficulties inherent in such an ambitious scheme,
and the well-known problems with the school of thought in question, he does not
give up hope altogether of 'system-atizing the linguistic phenomena of natural
discourse'. Grice's ultimate aim in the lectures is ambitious and
uncompromis-ing; his interest 'will lie in the generation of an outline of a
philosophical theory of language' 4 He argues for a complex understanding of
the significance of any utterance in a particular context; its meaning is not a
unitary phenomenon. Conventional meanin g has a necessary, but by no means
a sufficient role to play. Indeed conventional meaning is itself not a unitary
phenomenon. Some aspects of it involve the speaker in a commitment to the truth
of a certain proposition; this is 'what is said' on any particular
occasion. Other aspects may be associated by convention with the words used,
but not be part of what the speaker is understood literally to have said. The
examples 'She was poor but honest' and 'He is an Englishman; he is, therefore,
brave' convey more than just the truth of the two conjuncts, more than would be
conveyed by 'She was poor and honest' or 'He is an Englishman and he is
brave'. '. An idea of contrast is introduced in the first example and one
of consequence in the second. These ideas are attached to the use of the
individual words 'but' and 'therefore', but do not contribute to the
truth-conditions of the sentences. We would not want to say that the sentences
were actually false if both conjuncts were true, but we did not agree with the
idea of contrast or of consequence. We might, rather, want to say that the
speaker was presenting true facts in a misleading way. These examples
demonstrate implicated elements associated with the conventional meaning of the
words used, elements Grice labels 'conventional implicatures'There is
another level at which speaker meaning can differ from what is said, dependent
on context or, for Grice, on conversation. In 'con-versational implicatures'
meaning is conveyed not so much by what is said, but by the fact that it is
said. This is where the categories of conversational cooperation, and their
various maxims, play their part. The onus on participants in a
conversation to cooperate towards their common goal, and more particularly the
expectation each participant has of cooperation from the other, ensures that
the understanding of an utterance often goes beyond what is said. Faced with an
apparently uncooperative utterance, or one apparently in breach of some maxim,
a conversationalist will if possible 'rescue' that utterance by interpreting it
as an appropriate contribution. In this way, Grice offers a more detailed
account of the idea he explored in 'Meaning', and in his notes from that time:
that there are three 'levels' of meaning, or three different degrees to which a
speaker may be committed to a proposition. His model now includes, 'what is
said', 'conventional meaning' (including conventional implicatures) and 'what
is conversationally implicated'. The presentation of the norms of
conversational behaviour in the William James lectures is rather different from
Grice's handling of them in his earlier work. The maxims, or the categories
they fall into, are no longer presented as the primary forces at work. Instead,
all are assumed under a general 'Principle of Cooperation'. The principle appeared
late in the development of Grice's theory. It enjoins speakers to: Make your
conversational contribution such as is required, at the stage at which it
occurs, by the accepted purpose or direction of the talk exchange in which you
are engaged.'43 The name 'Cooperative Principle' was even later; it was added
using an omission mark in a manuscript copy of the second William James
lecture. Grice may well have been attempting to give a name, and an exact
formulation, to his previously rather nebulous idea of cooperation or
'helpfulness'. However, the effect was to change what was presented as a series
of 'desiderata', features of conversational behaviour participants might expect
in their exchanges, to something looking like a powerful and general injunction
to correct social behaviour. In the development of his theory of
conversation, Grice was much exercised by the status of the categories as
psychological concepts. He questioned whether the maxims were the result of
entering into a quasi-contract by engaging in conversation, simply inductive
generalisations over what people do in fact do in conversation, or, as he
suggested in one rough note, just 'special cases of what a decent chap should
do'. He remained undecided on this matter throughout the development
ofthe theory, content to concentrate on the effects on meaning of the maxims,
whatever their status. By the time of the William James lectures, however, he
seems to be closer to an answer. He is 'enough of a rationalist' to want to
find an explanation beyond mere empirical generalisation. 4 The following
suggestion results from this impetus: So I would like to be able to show
that observation of the Cooperative Principle and maxims is reasonable
(rational) along the following lines: that anyone who cares about the goals
that are central to conversation/communication (such as giving and receiving
information, influencing and being influenced by others) must be expected to
have an interest, given suitable circumstances, in participation in talk exchanges
that will be profitable only on the assumption that they are conducted in
general accordance with the Cooperative Principle and the maxims.45 This
is a wordy explanation, and also a troublesome one. It seems to create a loop
linking the aim of explaining cooperation to an account of conversation as
dependent on cooperation, a loop from which it does not successfully escape.
The link between reasonableness and cooperation is far from explicit.
Nevertheless, this passage offers Grice's account of his own preferences in
seeking an answer to the question over the status, and hence the motivation,
for the Cooperative Principle. His preference, particularly his reference to
'rational' behaviour, was to prove important in the subsequent development of
his work. However derived, the maxims operate to produce conversational
implicatures in a number of different ways. In many cases, they simply
'fill in' the extra information needed to make a contribution fully
coop-erative. A says 'Smith doesn't seem to have a girlfriend these days' and B
replies, 'He has been paying a lot of visits to New York lately'. B's remark
does not, as it stands, appear relevant to the preceding remark. But it
is easy enough to supply the missing belief B must hold for the remark to be
relevant. B conversationally implicates that Smith has, or may have a
girlfriend in New York.46 In other cases the speaker seems to be far less
cooperative, at least at the level of 'what is said'. In order to be rescued as
cooperative contributions to the conversation, such examples need to be not so
much filled out as re-analysed. Because of the strength of the conviction that
the speaker will, other things being equal, provide cooperative contri-butions,
the other participant will put in the work necessary to reach such an
interpretation. In perhaps his most famous example of con-versational
implicature, Grice suggests the case of a letter of reference for a candidate
for a philosophy job that runs as follows: 'Dear Sir, Mr X's command of English
is excellent, and his attendance at tutorials has been regular. Yours, etc! The
information given is grossly inadequate; the writer appears to be seriously in
breach of the first maxim of Quan-tity, enjoining the utterer to give as much
information as is appropri-ate. However, the receiver of the letter is able to
deduce that the writer, as the candidate's tutor, must know more than this
about the candidate. There must be some reason why the writer is
reluctant to offer the extra information that would be helpful. The most
obvious reason is that the writer does not want explicitly to comment on Mr X's
philosophical ability, because it is not possible to do so without writing
something socially unpleasant. The writer is therefore taken conversationally
to implicate that Mr X is no good at philosophy; the letter is cooperative not
at the level of what is literally said, but at the level of what is
impli-cated. In examples such as this a maxim is deliberately and
ostentatiously flouted in order to give rise to a conversational implicature;
such examples involve exploitation. These examples, and others Grice
discusses in the second William James lecture, are all specific to, and
entirely dependent on, the individual contexts in which they occur. Grice
labels all such example 'particularised conversational implicatures'.
There are other types of conversational implicature in which the context is
less significant, or at least can operate only as a 'veto' to implicatures that
arise by default unless prevented. These are implicatures associated with the
use of particular words. Unlike conventional implicatures, they can be
cancelled: that is explicitly denied without contradiction. These 'generalised
conversational implicatures' account for many of the differences between the
logical constants and the behaviour of their natural language counterparts. In
effect, Grice claims that there simply is no difference between, say '', 'n',
'v' and 'not', 'and', 'or' at the level of what is said. The well-known
differences are generalised conversational implicatures often associated with
the use of these expressions, implicatures determined by the categories and
maxims he has established. Part of Grice's motivation for this proposal
was the desire for a simplification of semantics. The alternative to such an
account was to posit a semantic ambiguity for a wide range of linguistic
expressions. Grice argues against this, proposing a principle he labels
'Modified Occam's Razor', which would rule against it in decisions of a theoretical
nature. The principle states that 'senses are not to be multiplied beyond
neces-sity' 47 Grice's reference was to William of Occam, or Ockham,
thefourteenth-century philosopher credited with the dictum 'entities are not to
be multiplied beyond necessity'. This is known as 'Occam's razor' although it
is not clearly attributable to any of his writings, and it is not at all
uncommon for philosophers to discuss it in isolation from Occam's actual work.
It is taken as a general injunction not to complicate philosophical theories;
the best theory is the simplest theory, invoking the fewest explanatory
categories. The preference for simple philosophical theories that do not add
complex and potentially unnecessary categories was one with an obvious appeal
to philosophers of ordinary language. Indeed, when Gilbert Ryle published his
collected papers in 1971, he commented on the 'Occamising zeal' particularly
apparent in the earlier articles. Another contemporary philosopher to draw on
an Occam-type approach to discussions of meaning was B. S. Benjamin,
whose article 'Remembering' is referred to in the first William James lecture.
He does not draw an explicit comparison to Occam's razor, but he does pose
himself the question of whether the verb 'remember' should be analysed as
multivocal or univocal. For Benjamin, a 'universal core of meaning is preserved
in its use in different contexts'.49 Grice himself did not develop the
connection between conversational implicature and the logical constants in any
great depth, either in the William James lectures or elsewhere. This is perhaps
surprising, given that he introduces his theory in terms of the question of the
equiva-lence, or lack of equivalence, between certain logical devices and
expressions of natural language. The implications of this question, together
with the specific answers offered by conversational implicature, are treated in
detail by others.5° A. P. Martinich has suggested that the initial
concentration on, and subsequent abandonment of, the logical particles is a
serious flaw in the construction of the second, and most widely read, of the
William James lectures. In a book aimed at describing and promoting good
philosophical writing, Martinich identifies this as 'one of the greatest
articles of the twentieth century', but argues that the more general theory of
'linguistic communication' ought to have been made the focus from the outset.
He comments that on first reading Grice's article he was unimpressed by what he
saw as an unacceptably complex mechanism to solve a very particular logical
problem: 'Once I realised that the solution was a minor consequence of his
theory I was awed by its elegance and simplicity.'51 Grice's discussion
of logic is mainly restricted to the fourth William James lecture, which he
later labelled 'Indicative conditionals' after the chief, but not the only,
logical constant it discusses. Indicative condi-tions had been a central theme
of some lectures on logical form Grice delivered at Oxford while working on his
theory of conversation. There he had commented extensively on Peter Strawson's
treatment of this topic in his 1952 book Introduction to Logical Theory. Grice
does not mention Strawson at all in this fourth William James lecture. In an
Oxford seminar which, for one, he gave on his own, on ‘Conversation,’ – which had
followed one with Strawson on ‘Meaning’ -- Grice argues that thinking seriously
about context means thinking about CONVERSATION. This is the setting for most
examples of utterer’s meaning – when ‘mean’ is ascribed to the utterer, never
to the expression. Grice proposes, therefore, to compile an account of some basic
properties common to ‘conversation’ generally. Grice’s method of limiting his
hand is to result in certain pretty artificial – but never to Oxonian ears – simplifications.
Grice makes this or that simplifications deliberately and knowingly. For
instance, the relevant CONVERSATIONAL context – or OF CONVERSATION, if you want
to sick with the substantial type -- is to be assumed to be limited to what Grice
calls the 'linguistic environment': to the content of the conversation itself.
Conversation is assumed to take place between TWO people who alternate, as in a
board game – in their roles as utterer and addressee – or recipient --, and to
be concerned simply with the business of INFLUENCING EACH OTHER by transferring
information between them with a view to a shared common goal that was assumed
caeteris paribus – “Why not just leave off otherwise?” A number of Grice’s
lectures include discussion of the types of behaviour people in general
exhibit, and therefore the types of expectations – alla Parsons or Weber --
they might bring to a venture such as a conversation. Grice suggests that
people in general both exhibit and expect a certain degree of helpfulness from the
other co-conversationalist -- usually on the understanding that such
helpfulness does not get in the way of thi or that particular goals that the
person may be wishing to reach, and does not involve undue Samaritan effort. If
two people, even complete strangers, at Oxford, are going through a gate – not
Bishop’Gare in London, where people are so rude --, the expectation is that ‘the
one of the pair that happens to be first one through’ HOLDS the gate open -- or
at least leave the gate open, for the second – unless you are Austin, and it’s
the gate to your front yard! The expectation is such that, to do otherwise, without
a particular reason, would be interpreted, at Oxford – not its suburbs where
Austin lived -- as deliberately rude (“At London, rudeness is caeteris paribus
assumed,” Grice dictates.) This type of helpfulness exhibited -- and
expected to be exhibited -- in conversation is more specific because of a
particular, although not a unique, feature of conversation. It is a
collaborative – etymologically, the co-labour of love “as when we call a Party
the Labour Party,” Grice indoctrinates -- venture between the two participants.
At least in the simplified version of a conversation discussed in the seminar –
or ‘lectures’: as one attendee remembers: “Grice was lecturing about the
maxims! And we were supposed to be TESTED on them!” -- , there is a shared aim
or purpose. However, an account of the particular type of helpfulness expected
in conversation must be capable of extension to any collaborative – again,
etymologically, as in the Co-Labour Party -- activity. Grice considers the
rather pompous noun 'cooperation' – co-operation, or co-operation with an
umlaut -- as a label or tag or keyword for the features he is seeking to
describe. Does 'helpfulness IN something WE – il me di Grice, il noi
della conversazione -- are doing together,’ Grice wonders, equate to
'cooperation,’ co-operation, or co-operation with an umlaut? Grice seems to
have decided that it more or less does – as far as investing on label things
for the sake of one’s pupils at Oxford. By the later lectures in the series belonging
to this seminar – classified by the Oxford syllabus as being on ‘Conversation,’
-- 'the principle of conversational helpfulness' has been rebranded the
expectation of 'cooperation'. During the Oxford lectures, Grice develops
his account of the precise nature of this cooperation. This co-operation can be
seen or conceived as being ‘governed’ by, or displaying, certain obvious regularities,
imperatives, or principles – he would use ‘principle’ in the plural on occasion
--, detailing the expected – by the addressee – behaviour – of the utterer. The
term 'maxim' to describe such a regularity appears relatively late in the
lectures, but it stuck! Grice's initial choices of term is 'objective' – rather
than the more obvious ‘imperative’ --, or 'desideratum'. Grice is interested in detailing the desirable
– indeed DESIRED – he took ‘desideratum’ etymologically -- forms of behaviour
for the purpose of achieving some joint goal of this or that conversation.
Initially, Grice posits two such desiderata: those relating to candour on the
one hand, and clarity on the other. The desideratum of candour contains Grice’s
general principle of making the strongest possible ‘statement,’ or ‘move,’ as
he would often say, and, as a limiting
factor on this, the suggestion that a conversationalist should try not to
mislead – via equivocation, or other. The desideratum of clarity – a pun on
Lewis, Clarity is not enough -- concerns the manner of expression for any
conversational contribution, or, again, move. This desideratum of clarity – ‘Be
perspicuous [sic]’, as his ‘maxim’ ran! -- includes the importance of
expectations of relevance to understanding, and also insists that the main
import – ‘gist,’ as he parodies Winch – ‘not the truth’ -- of an utterance, or
move, be clear and explicit, or ‘explicatory’ – making fun of Byron: “His
explication would require another explication”. These two factors are
constantly to be weighed against two fundamental, yet sometimes competing,
demands. A contribution – or move -- to a conversation is aimed towards the
agreed current purpose by a principle, that Grice ironically pompously, tages
The Principle of Conversational Benevolence. The principle of Conversational
Self-Love, a similarly deliberately pompous tag meant to make fun of Reverend
Butler --ensures the assumption, on the part of EACH of the two participants, that
neither will go to unnecessary trouble – do not let trouble trouble you until
it troubles you -- in framing their contribution. The verb ‘to frame’
re-appears as commandment 10 – frame your response in the most appropriate
manner --. Grice suggests that many philosophers, English and Oxonian, too – “unlike
Benedetto Croce, who is a purist” -- are guilty of inexactness in their use of
expressions such as 'saying' – CICERONE: dictiveness -- , 'meaning' –
Aristotle, semein, translated by BOEZIO as ‘signare’ or ‘significare’ -- and
'use' ', applying them as if they were interchangeable, and in
effect confusing different ways in which conversationalists mutally influence themelves
his addressee by exchanging information – that each ‘conveys’. For instance,
Grice refers back to the discussion at a previous class – lecture in the
seminar – ‘You can call the ‘classes’ -- he had given jointly with Pears, when
the alleged exact meaning of the verb 'to try' is discussed. He was exercising
his muscles, so he pushed the wall, not trying to topple it, of course. This,
of course, is one of the specific philosophical problems Grice is interested in
accounting for by means of general principles of use. Stuart Hampshire had
apparently claimed that if someone, X, did something, it is always possible to
say that X tried to do it. This was challenged; in situations when there is no
obvious difficulty or risk of failure involved it is inappropriate to talk of
someone's trying to do something. Grice's answer had been that, while it is
always true to say – for his pupils about to earn a degree in PHILOSOPHY –
within Lit. Hum. -- that X tried to do something, this may sometimes be a
misleading way of speaking. If X does succeed in performing the act, it would
be more informative and therefore more cooperative – or helpful -- to just say
so. “But of course, when exercising your muscles, you can hardly succeed unless
you are Hercules with the Pillars --. Therefore, by uttering an utterance of 'X
tried to do it', the utterer – unless he is referring to Hercules at the
Pillars -- will imply, or implicate, or hint, or convey indirectly or
implicitly, but not actually say, via dictiveness -- that X did not
succeed. “I won’t say ‘fail to succeed,’ becauseI fail to understand why silly
people use this periphrasis when they haven’t even TRIED!” In his consideration
of the desiderata of conversational participation, Grice initially compiles a somewhat
loose – as most Oxonian pupils prefer – only the poor learn at Oxford --
assemblage of features. By the later lectures these appear in more or less
their final, ‘if still imperfect’, Grice allows -- form under the categories
Quantity, Quality, Relation and Manner (or, sometimes, Mode – a big joke on
Kant!. “One pupil was especially annoyed by the fact that Kant was never so
mannered!” Inarranging the desiderata in this way, Grice is presumably seeking
to impose a formal, taxonomic, systematic, scholastic, ‘even Cantabrian, I
would go as far as to say’ -- arrangement on a diverse set of principles – ‘Again:
I can use ‘principle’ in the plural, but YOU do not dare!”. But it seems that Grice
had other motives. Semi-seriously: to echo the use of the idea of a category –
indeed a ‘conversational category’ as he prefers -- in such orthodox
philosophies as those of Aristotle and Kant – especially KANT as he goes on to
provide a weak transcendental justification of the set of maxims in terms of
universability – ‘but Aristotle came first!’ --, and, more importantly, to draw
on both Aristotle’s and Kant’s ideas of natural, universal divisions of
experience. The regularities of conversational behaviour are intended to
include aspects of human behaviour and cognition beyond the purely linguistic.
Grice's collaborative work with Strawson had been concerned with Aristotle's
division of experience into 'categories' of substances. Aristotle's
original formulation of the list of such properties allows that they can take
the form of 'either substance or quantity or qualification or a relative or
where or when or being-in-a-position or having or doing or being-affected'. Aristotle
concentrates mainly on the first four, and these received most attention in
subsequent developments of his work. They were the starting-point for Kant's
use of categories to describe types of human experience, and his argument that
these form the basis of all possible human knowledge. In the Critique of Pure
Reason, Kant proposes to divide the pure concepts of understanding into four
main divisions: 'Following Aristotle we will call each of these concepts
a ‘category,’ for our aim is basically identical with his although very
distinct from it in execution. 'These are three categories of judgements of–
TOTVM PARS NVLLUM – under 'Of Quantity'; three categories of judgements of AFFIRMATIO,
NEGATIO, INFINTVM -- 'Of Quality', -- THREE categories of judgements –
CONJUNCTIO, DISJUNCTIO, CONDITIONALITY -- 'Of Relation'; and three categories
of judgements – NEUTRAL NECESSARY POSSIBLE -- 'Of Modality', with systematically
THREE subdivisions, as we have listed ascribed to the four groupings. The categories
for Kant are strictly then TWELVE, with the subdivisions, and FOUR without tem.
Kant's claims for both the fundamental and the exhaustive nature of these
categories are explicit: This division is systematically generated from a
common principle – an ancestor of Grice’s principle of conversational
helpfulness, which deliberately equivocates on Kant’s categoric imperative in
the Critique of Practical Reason – but here in the Critique of PURE reason
being, namely the faculty for judging (which is the same as the faculty for
thinking), and has not arisen rhapsodically from a haphazard search for this or
that pure concept, of the completeness of which one could never be
certain. Kant goes so far as to suggest that his table of four fundamental
categories – twelve if the subdivisions count -- , containing all the basic
concepts of understanding, provides, in Abbott’s translation that Grice used
for the entertainment of his pupils -- the basis for any philosophical theory.
These, therefore, offer Grice a division of experience – conversational experience,
now -- with a sound pedigree and an established claim to be a universal of
human cognition. Grice had been entitlig his lectures – or seminar – ‘class’
is a term of abuse at Oxford – just ‘Conversation'. Pupils would get from other
pupils that ‘he was the one obsessed with ‘meaning’’--. Grice was presenting
his current thinking about meaning to an audience beyond that of his students
and immediate colleagues and is clearly aware of the different assumptions and
prejudices he could expect in, say, a Sorbonne, as opposed to an Oxford,
audience. 'Some of you may regard some of the examples of the manoeuvre which I
am about to mention as being representative of an out-dated style of
philosophy', Grice suggests in the introductory lecture, 'I do not think that
one should be too quick to write off such a style.' Addressing philosophical
concerns by means of an attention to every-day language is still a highly
respectable, even orthodox, approach at Oxford – not La Sorbonne, or Bologna! Grice
would have been seen by at least some as belonging to an unsuccessful, and now
rather passé, school of thought, to whose tenets they had NO INTEREST in subscribing!
In pleading its cause, Grice argues that Oxonian ordinary-language philosophy
still has much to offer – ‘even if you are not an Englishman at Oxford’: in
this case, the possibility of developing a theory to discriminate between this
or that utterance that is inappropriate because it is is ‘plain false,’ and this
or that utterance that is inappropriate for some other, more obscure, even
political, reason. Despite the difficulties inherent in such an ambitious
scheme, and the well-known problems with the school of thought in question, Grice
would hardly give up hope altogether – the obduarate he was -- of 'systematising
the linguistic phenomena of natural discourse'. Grice's ultimate aim in
the lectures is ambitious and uncompromising. His interest “will lie in the
generation of an outline of a philosophical theory of language, of the type of
which Varro and Cicero only dreamed!” Grice argues for a complex understanding
of the ‘significance’ – “as Cicero would have it – I signify, I make signs” --
of an utterer by his uttering this or that utterance in a particular context. The
utterer’s ‘signification’ or meaning is hardly a unitary phenomenon, “even for
the Roman displaying th most grave of gravitas!” Conventional ‘signification’
or meaning has a necessary, but by no means a sufficient role to play. Indeed
conventional ‘signification’ – what the utterer SIGNIFIES -- or meaning is
itself not a unitary phenomenon. Some aspects of so-called ‘conventional’
signification involve the speaker in a commitment to the truth of a certain
proposition – “or as Varro has it, proloquium”. This is 'what is said' –
the DICTVM that Grice Englishes as ‘dictiveness’-- on any particular occasion.
Other aspects of meaning – “Or ‘ways of meaning,’ if you want to use silly
Platts’s silly redundancy!” -- may be associated by this or that convention
with this or that words used – “The Italians are good at this!” --, but not be
part of what the ‘utterer’ or ‘proferrer’ is understood literally to have said:
the dictum he is putting forward. The examples from the Great-War ditty – an utterer
uttering: “'She was poor but she was honest, and her parents were the same, till
she met a city fella, and she lost her honest name' and Jill saying of Jack
having witnessing the cracking of the crown -- 'He is an Englishman; he is,
therefore, I trust brave, or courageous enough' – in these two utterances, each
utterer conveys more than just the truth of the two conjuncts, more than would
be conveyed by 'She was poor AND she was honest' – which still scans -- or 'He
is an Englishman, AND he is brave'. An idea of contrast is introduced in
the Great-War ditty – a Tommy tun -- and one of consequence in the second.
These ideas are attached to the use of the individual word -- 'but' or
'therefore' -- but do not contribute to the truth-conditions of each utterance.
We would not want to say that the utterances are actually false if both
conjuncts are true, but the utterer does not agree with the idea of contrast or
of consequence. We might, rather, want to say that the utterer is presenting
true facts in a Oxford-type misleading way. – “At Oxford, you are supposed to
teach your pupil to ARGUE – not to philosophise about freedom! Everyone can do
the latter!” -- These examples demonstrate implicated – or ‘implied’ – “Implicate”
as in ‘She was implicated in the scene of the crime – cf. Sidonius on implicatura
-- elements associated with the conventional meaning of the words used,
elements Grice labels a 'conventional – and therefore Uninteresting --
implicature’. There is another level at which what the utterer means or
SIGNIFIES (more properly, for a classicist like Grice and his pupils -- can differ from what is said – the dictum or
dictiveness --, dependent on context or, for Grice, on conversation. In a 'conversational
implicature – “my cup of tea,” Grice said – but his pupils: “Implicature
happens --, meaning is conveyed not so much by what the utterer says, but by
the fact that it is said. “This would have perplexed Austin!” This is where the
categories of conversational cooperation, or strictly, of CONVERSATIONAL reason
-- and their various maxims – as counsels of prudence, now --, play their
part. The onus on a participant in a conversation of the Griceian – “I
like that spelling of my surname!” -- to
co-operate towards their common goal, and more particularly the expectation
each participant has of cooperation from the other, ensures that the
understanding of an utterance often goes beyond the utterer says or EXPLICITLY
conveyes. Faced with an apparently uncooperative utterance, or one apparently
in breach of some maxim, a conversationalist will if possible 'rescue' that
utterance by interpreting it as an appropriate contribution. In this way, Grice
offers a more detailed account of the idea he explored in 'Meaning' – with the
appeal to the category of RELATION in the final paragraph --, and in his notes
from that time: that there are at least THREE 'levels' of meaning upon which an
Oxford pupil may be expected to be tested by Grice --, or three different
degrees to which this or that utterer may be committed to a proposition, or
prosloquium “as I may say to echo Varro.” Grice’s model now includes, 'what is
said', 'conventional meaning' (including any attending conventional implicature)
and 'what is conversationally implicated'. The presentation of the norms
of conversational behaviour in different lectures is typically rather different
from Grice's handling of them in his earlier work. “I have to amuse myself –
since there is hardly anyone else to foot the bill, to echo Wilde.” The maxims,
or the categories they fall into, are no longer presented as the primary forces
at work. Instead, all are assumed under a general 'Principle of Cooperation'.
The principle appears late in the development of Grice's theory. “It was a
Thursday afternoon,” a pupil recalls – “I know because I was taking the late
train to London!” -- It enjoins speakers to: Make your conversational
contribution such as is required, at the stage at which it occurs, by the
accepted purpose or direction of the talk exchange in which you are engaged.' –
which echoes of course the ‘Be strong’ of his “The Causal Theory of Perception.”
The name 'Cooperative Principle' is even later – “even if more grammatically
incorrect!” --; it was added using an omission mark in a manuscript copy of a lecture.
Grice may well have been attempting to give a name, and an exact formulation,
to his previously rather nebulous idea of cooperation or 'helpfulness'.
However, the effect is to change what is presented as a series of 'desiderata',
features of conversational behaviour participants might expect in their
exchanges, to something looking like a powerful and general, ‘authorative,
Kantian, and anti-Oxford!” -- injunction to correct social behaviour. In
the development of his theory of conversation, Grice is much exercised by the
status of a ‘category’ as a psychological concepts. Grice questions whether each
maxim is the result of entering into a quasi-contract – the Conversational
Immanuel, as he called it -- by engaging in conversation, simply inductive
generalisations “over functional states” -- over what people do in fact do in
conversation, or, as Grice suggests in one rough note, just 'special cases of
what a decent chap at Oxford is expected that he should do'. Grice remained
pretty undecided on this matter throughout the development of the theory,
content as he was, qua representative of The School of ordinary-language
philosophy,’ as he amused himself to describe hisemf -- to concentrate on the
effects on ‘signification,’ or meaning of the maxims, whatever their ‘friggin’’
one Cockney pupil put it -- status. By the time of the lectures, however, Grice
seems to be closer to an answer. He describes, after mocking Kant, to feel like
being 'enough of a rationalist' to want to find an explanation beyond mere
empirical generalisation. The following suggestion results from this
impetus: So I would like to be able to show that observation of the
Cooperative Principle and maxims is reasonable (rational) along the following
lines: that anyone who cares about the goals that are central to
conversation/communication, such as giving and receiving information,
influencing and being influenced by others, must be expected to have an
interest, given suitable circumstances, in participation in talk exchanges that
will be profitable ONLY ON -- hence the
weak transcendental justification -- the
assumption that they are – not possible, but appropriate – if they are conducted
in general accordance with the Cooperative Principle and the maxims.This may a
wordy explanation, if not by Grice’s and the Griceians’s standards -- and also
a troublesome one to some! It seems to some to create a loop linking the aim of
explaining cooperation to an account of conversation as dependent on
cooperation, a loop from which it may not successfully escape, but of course it
does by the canons of what he describes as ‘metaphysical’ or transcendental
argument. The link between reasonableness and cooperation is far from explicit,
when being explicit would be being boring. Nevertheless, the passage offers
Grice's account of his own preferences in seeking an answer to the question
over the status, and hence the motivation, for the Cooperative Principle. Grice’s
preference, particularly his reference to 'rational' behaviour, is to prove, as
it should, pretty important, if not crucial, in the subsequent development of
his work. However derived, the maxims operate to produce conversational
implicatures in a number of different ways. In many cases, a maxim simply ‘fills
in' the extra information – or gist -- needed to make a contribution fully cooperative
– if ‘really cooperative’ sounds a bit of a trouser word. A says 'It does not
seem to be the case that Smith – or Hampshire -- has a girlfriend these days'
and B replies, 'He has been paying a lot of visits to New York lately', or ‘Paris,’
as the case may be. B's remark does not, as it stands, appear relevant to the
preceding remark. But it is easy enough to supply the missing belief B
must hold for the remark to be relevant. B conversationally implicates that
Smith – or Hampshire, as Mrs. Warnock’s rendition goes -- has, or may have a
girlfriend in New York, or Paris. In other cases the conversationalist seems to
be far less cooperative, at least at the level of 'what is said'. In order to
be rescued as cooperative contributions to the conversation, such cases need to
be not so much filled out as re-analysed. Because of the strength of the
conviction that conversationalists will, other things being equal, provide
cooperative contributions, your co-convresationalist will put in the work
necessary to reach such an interpretation. In perhaps Grice’ most famous
example of conversational implicature, ‘He has beautiful handrwiring’ -- Grice
suggests the case of a letter of reference for a candidate for a philosophy job
that runs as follows: 'Dear Sir, Mr X's command of English is excellent, and
his attendance at tutorials has been regular. Yours, etc! The information given
is grossly inadequate; the writer appears to be seriously in breach of the
first maxim of Quantity, enjoining the utterer to give as much information as
is appropriate. However, the receiver of the letter is able to deduce that the
writer, as the candidate's tutor, must know more than this about the
candidate. There must be some reason why the writer is reluctant to offer
the extra information that would be helpful. The most obvious reason is that
the writer does not want explicitly to comment on Mr X's philosophical ability,
because it is not possible to do so without writing something socially
unpleasant. The writer is therefore taken conversationally to implicate that Mr
X is no good at philosophy; the letter is cooperative not at the level of what
is literally said, but at the level of what is implicated. In examples such as
this a maxim is deliberately and ostentatiously flouted in order to give rise
to a conversational implicature. Such examples involve exploitation. These
examples, and others Grice discusses in the lectures, are all specific to, and
entirely dependent on, the individual contexts in which they occur. Grice
labels all such instantiations of a 'particularised conversational implicature'.
There are other types of conversational implicature in which the context is slightly
less significant, or at least can operate only as a 'veto' to implicatures that
arise by default unless prevented. These are implicatures associated with the
use of this or that particular word. Unlike an instantiation of a conventional
implicature, they can be cancelled: that is, explicitly denied without
contradiction. “Implicatures are not factive”. The phenomenon of the 'generalised
conversational implicature' accounts for many of the differences between the
logical constants and the behaviour of their natural-language counterparts. In
effect, Grice claims that there simply is no difference between, say '', 'n',
'v' and 'not', 'and', 'or' at the level of what is said. The well-known
differences are generalised conversational implicatures, often associated with
the use of these expressions, implicatures determined by the categories and
maxims he has established. Part of Grice's motivation for this proposal is
the desire for a simplification of ‘semantics,’ to use Cicero’s rendition of
Aristotle’s ‘signification.’. The alternative to such an account is to posit a ‘semantic’
ambiguity for a wide range of linguistic expressions. Grice argues against
this, proposing a principle he labels 'Modified Occam's Razor', which would
rule against it in decisions of a theoretical nature. The principle states
that 'Fregeian – “as I may call them” -- senses are not to be multiplied beyond
necessity'. Grice's reference is to a village in Surrey, properly Latinised, whence
hailed a failed pupil at Oxford – The Ockham Society is still the name of a
pupils’s organization in the City of the Dreaming Spires -- credited with the
dictum 'entities are not to be multiplied beyond necessity'. This is known as
'Occam's razor' or navicular -- although it is not clearly attributable to any
of his writings – one in which he speaks of the beard of Plato may be relevant
--, and it is not at all uncommon for philosophers to discuss it in isolation
from Occam's actual work, unless you are Zipf – and cf. Hazell, who makes the
razor Grice’s own. It is taken as a general injunction not to complicate
philosophical theories; the best theory is the simplest theory, invoking the
fewest explanatory categories. The preference for simple philosophical theories
that do not add complex and potentially unnecessary categories was one with an
obvious appeal to some philosophers of ordinary language, unless you were
Austin, Strawson, Hart, of whom Grice liked to make fun. Indeed, when Gilbert
Ryle published his collected papers, he commented on the 'Occamising zeal'
particularly apparent in the earlier articles. Another contemporary philosopher
to draw on an Occam-type approach to discussions of meaning was a colonial that
Grice cared to read, Benjamin, whose article 'Remembering' – only because he
quoted Broad that Grice had used in his ‘Personal
identity’ -- is referred to in a lecture. This colonial does not draw an
explicit comparison to Occam's razor, but he does pose himself the question of
whether the verb 'remember' should be analysed as multivocal or univocal,
equivocal, plurivocal – “or what not”. Grice is amused. For Benjamin, a
'universal core of meaning is preserved in its use in different contexts'.
Grice himself did not develop the connection between conversational implicature
and the logical constants in any great depth, either in the William James
lectures or elsewhere. This is perhaps surprising, given that he introduces his
theory in terms of the question of the equiva-lence, or lack of equivalence,
between certain logical devices and expressions of natural language. The
implications of this question, together with the specific answers offered by
conversational implicature, are treated in detail by others.5° A. P. Martinich
has suggested that the initial concentration on, and subsequent abandonment of,
the logical particles is a serious flaw in the construction of the second, and
most widely read, of the William James lectures. In a book aimed at describing
and promoting good philosophical writing, Martinich identifies this as 'one of
the greatest articles of the twentieth century', but argues that the more
general theory of 'linguistic communication' ought to have been made the focus
from the outset. He comments that on first reading Grice's article he was
unimpressed by what he saw as an unacceptably complex mechanism to solve a very
particular logical problem: 'Once I realised that the solution was a minor
consequence of his theory I was awed by its elegance and simplicity.'51
Grice's discussion of logic is mainly restricted to the fourth William James
lecture, which he later labelled 'Indicative conditionals' after the chief, but
not the only, logical constant it discusses. Indicative condi-tions had been a
central theme of some lectures on logical form Grice delivered at Oxford while
working on his theory of conversation. There he had commented extensively on
Peter Strawson's treatment of this topic in his 1952 book Introduction to
Logical Theory. Grice does not mention Strawson at all in this fourth William
James lecture.Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Somma
Lombardo, Varese, Lombardia. Essential Italian philosopher. Grice: “I especially like his idea of anthropology,
alla Kant, as the search for the subject.” “Tra
se e se.” Si laurea in filosofia a
Pisa, quale allievo pure della scuola normale superiore, discutendo una tesi
sul pensiero di Lévi-Strauss, con relatore BARONE (vedi), si rivolse agli studi
di antropologia, conseguendo un dottorato di ricerca a Pisa. Le sue ricerche
riguardarono molti argomenti, fra cui, i sistemi politici, la parentela e il
matrimonio, la ritualità, così come l'antropologia sociale ed economica, la
storia comparata degli usi e costumi dei popoli, che condusse lungo la linea di
pensiero del suo maestro Lévi-Strauss. Gl’è stato assegnato per i suoi studi e
le sue ricerche di antropologia culturale, il premio ”Guggenheim Fellowship“
per le scienze sociali. Fra i molti suoi saggi, cura pure diverse voci
antropologiche per l'Enciclopedia Einaudi. Tra le sue molte saggi, il
saggio “Uno spazio tra sé e sé. L'antropologia come ricerca del soggetto” (Roma)
può considerarsi una sua autobiografia intellettuale. Ghiaroni,
"Società, soggetto, sacrificio. La teoria del sacrificio di V.", in
Studi e materiali di storia delle religioni, Ghiaroni, ”Società, Soggetto,
Sacrificio. La teoria del sacrificio di Valerio Valeri tra Hawaii e Indonesia“,
Studi e materiali di storia delle religioni. Natura e cultura: introduzione
alla teoria dello scambio e della parentela di Levi-Strauss, Pisa. Per notizie
biografiche più esaustive, riferirsi alle
xxvii-xix dell'opera: in merito alla rilevanza di V. come studioso e
ricercatore; Valerio Valeri. Valeri. Keywords: antropologia. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Valeri” per H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool
Library, Villa Speranza.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!: ossia, Grice e Valeriis: implicatura, categoriology
– By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool
Library (Venezia). Abstract. Keywords, categorie –
Definizione escatologia in Grice. Some time ago the idea occurred to me
that there might be two distinguishable disciplines each of which might have
some claim to the title of, or a share of the title of, Metaphysics. The first
of these disciplines I thought of as being categorial in character, that is to
say, I thought of it as operating at or below the level of categories.
Following leads supplied primarily by Aristotle and Kant, I conceived of it as
concerned with the identification of the most general attributes or classifications,
the summa genera, under which the various specific subject-items and/or
predicates (predicate-items, attributes) might fall, and with the formulation
of metaphysical principles governing such categorial attributes (for example
some version of a Principle of Causation, or some principle regulating the
persistence of sub-stances). The second discipline I thought of as being
supracategorial in character; it would bring together categorially different
subject-items beneath single classificatory characterizations, and perhaps
would also specify principles which would have to be exemplified by items
brought together by this kind of supracategorial assimilation. I hoped that the
second discipline, which I was tempted to label "Phil-osophical
Eschatology," might provide for the detection of affinities between
categorially different realities, thus protecting the principles associated
with particular categories from suspicion of arbitrariness. In response
to a possible objection to the effect that if a pair of items were really
categorially different from one another, they could not be assimilated under a
single classificatory head (since they wouldbe incapable of sharing any
attribute), I planned to reply that even should it be impossible for
categorially different items to share a single attribute, this objection might
be inconclusive since assimilation might take the form of ascribing to the
items assimilated not a common attribute but an analogy. Traditionally, in such
disciplines as theology, analogy has been the resort of those who hoped to find
a way of comparing entities so radically diverse from one another as God and
human beings. Such a mode of comparison would of course require careful
examination; such examination I shall for the moment defer, as I shall also
defer mention of certain further ideas which I associated with philosophical
eschatology. For a start, then, I might distinguish three directions as
being ones in which a philosophical eschatologist might be expected to deploy
his energies: The provision of generalized theoretical accounts which unite
specialized metaphysical principles which are separated from one another by
category-barriers. Fulfillment of such an undertaking might involve an adequate theoretical
characterization of a relation of Affinity, which, like the more familiar
relation of similarity, offers a foundation for the generalization of
specialized regularities, but which, unlike similarity, is insensitive, or has
a high degree of insensitivity, to the presence of category-barriers. To
suggest the possibility of such a relation is not, of course, to construct it,
nor even to provide a guarantee that it can be constructed An investigation of the notion
of Analogy, and a delineation of its links with other seemingly comparable
notions, such as Metaphor and Parable. Can this list be expanded? At this point
I turn to a paper by Judith Baker, entitled "Another Self': Aristotle On
Friendship" (as yet unpublished). On the present occasion my concern is
focused on methodological questions; so I propose first to consider the ideas
about methodology, in particular Aristotle's methodology, which find expression
in her paper, and then to inquire whether these ideas suggest any additions to
the prospective subject matter of philosophical eschatology. (1) Judith
Baker suggests that Aristotle's philosophical method, which is partially
characterized in the Nicomachean Ethics itself as well as in other works of
Aristotle, treats the existence of a common consensus of opinion with respect
to a proposition as conferring atleast provisional validity (validity ceteris
paribus) upon the proposition in question; in general, no external justification
of the acceptance of the objects of universal agreement is called for. This
idea has not always been accepted by philosophers; to take just one famous
ex-ample, Moore's attachment to the authority of Common Sense seems to be
attributed by Moore himself to the acceptability of some principle to the
effect that the Common Sense view of the world is in certain fundamental
respects unquestionably correct. Unfortunately Moore does not formulate the
principle in question, nor does he identify the relevant aspects. If my
perception of Moore is correct, he would in Aristotle's view have been looking
for an external justification for the acceptance of the deliverances of Common
Sense where none is required, and so where none exists. (2) Though no
external justification is required for accepting the validity of propositions
which are generally or universally believed, the validity in question is only
provisional; for a common consensus may be undermined in either of two ways.
First, there may be a common consensus that proposition A is true; but there
may be two mutually inconsistent propositions, B, and B, where while there is a
common consensus that either B, or B, is true, there is no common consensus
concerning the truth of B, or the truth of By; there are, so to speak, two
schools of thought, one favoring B, and one favoring B,. Furthermore (we may
suppose), the combination of B, with A will yield C,, whereas the combination
of B, with A will yield Cz; and C, and C, are mutually inconsistent. In such a
situation it becomes a question whether the acceptability of A is left intact;
if it is, a method will have to be devised for deciding between B, and B2. (The
preceding schematic example is constructed by me, not by Aristotle or Judith
Baker.) Second, to cope with problems created by the appearance on the scene of
conflicts or other stumbling blocks the theorist may be expected to systematize
the data which are vouched for by common consensus by himself devising general
propositions which are embedded in his theory. Such generalities will not be
directly attested by a consensus, but their acceptability will depend on the
adequacy of the theory in which they appear to yield propositions which are
directly matters of general agreement. When an impasse (aporia) arises, the aim
of the theorist will be to eliminate the impasse with minimal disturbance to
the material regarded as acceptable before the impasse, including the
theoretical generalities of the theorist. Judith Baker claims that a typical
example of such an impasse is recognizedby Aristotle as arising in connection
with friendship; the threefold proposition that in the good life no good is
lacking, that the good life is self-sufficient, and that the possession of
friends is a good, each element in which is a matter of general agreement. This
seems to validate the inconsistent proposition that the good life both will and
will not involve the possession of friends. It is Judith Baker's suggestion
that Aristotle's characterization of a friend as another self (another me) is a
serious theoretical proposal which is designed to eliminate the impasse with
minimal disturbance. (3) Judith Baker mentions also a certain kind of
criticism, an example of which, leveled at Socrates's treatment of justice in
The Re-public, was produced about twenty years ago by David Sachs. Sachs
complained that in response to a request from Glaucon and Adeiman-tus to show
that the just life is a happy life, Socrates first recharacter-izes the just
life in terms of the conception of a soul in which all elements maximally
fulfill their function and then argues that a life so characterized will be a
happy life. This response on the part of Socrates is guilty of an ignoratio
elenchi; what Glaucon and Adeimantus want Socrates to show to be happy is the
just life as understood to be the life to which the word "just"
applies in its ordinary sense, but what Socrates does is in effect to redefine
the notion of the just life as that life which exemplifies justice where
justice is defined in terms of fulfillment of function. But that the just life
is happy is not what Socrates was asked to show; what is wanted from him is a
demonstration not that the just life is happy but that the just life is happy;
and this he fails to provide. There seems plainly to be something wrong with
this line of criticism; Sachs calls Socrates to task for exhibiting in his
rejoinder just those capacities which have earned him his reputation as an
eminent ethical theorist, which are indeed the very capacities the presence of
which has marked him out as a specially suitable person to respond to the
skepticism of Thrasymachus. Surely he cannot be debarred from using just
those talents which he has been more or less invited to use. There is the
further point that the mode of criticism with which Sachs assailed Socrates
could be adapted for use against any theorist of a certain very general kind,
which could embrace many theorists who have no connection at all with
philosophy; in fact, I suspect that any theorist whose theoretical activity is
directed toward rendering explicit knowledge which is already implicitly
present would be vulnerable to this kind of charge of having "changed the
subject." So it seems to me that a detailed anal-ysis of the illegitimacy
of this kind of criticism would be both desirable and at the same time by no
means easy to attain. The reflections in which I have just been engaged,
then, suggest to me two further items which might be added to a prospective
subject matter of philosophical eschatology, should such a discipline be
allowed as legitimate. One would be a classification of the various kinds of
impasse or aporia by theorists who engaged in the Aristotelian undertaking of
attempting to systematize material with which they are presented by lay
inquirers, together with a classification of the variety of responses which
might be effective against such im-passes. The other would be a thoroughgoing
analysis of the boundary between legitimate and illegitimate imputations to a
theorist of the sin of "having changed the subject." Beyond these
additions I have at the moment only one further suggestion. Sometimes the
activities of the eschatologist might involve the suggestion of certain
principles and some of the material embodied in those principles might contain
the potentiality of independent life, a potentiality which it would be
theoretically advantageous to explore. This further exploration might be
regarded as being itself a proper occupation for the eschatologist. One
example might be a further examination of the theoretical notion of an alter
ego, already noted as a notion which might be needed to surmount an impasse in
the philosophical theory of friendship. Another example might be the kind of
abstract development of such notions as movement, that which moves, and that
which is moved, which is prominent in Book 1 of Aristotle's Metaphysics, which
forms a substantial part of what is thought of as Aristotle's Theology. I
shall not, however, at this point attempt to expand further the shopping list
for philosophical eschatology. I shall turn instead to a different but related
topic, namely the possibility that in Plato's Republic we find a discussion of
justice which does as it stands, or would after a certain kind of
reconstruction, serve as an example of an application of philosophical
eschatology. I shall first develop this idea, and then at the conclusion of my
presentation furnish a summary account of its argument. The idea occurred to H.
P. Grice that there might be at least two somewhat competing distinguishable sub-disciplines,
each of which might have some claim to the title of -- or a share of the title
of – what Russell calls Stone-Age Metaphysics. The first of these two sub-disciplines
Grice thinks of as being ‘categorial’ in character – “Most things were categorial
in Grice’s life,” his Oxfor pupil Strawson complained --, that is to say, Grice
thinks of this sub-discipline of CATEGORIALOGY as operating at, or below, the
level of any given category. Following leads supplied primarily by Aristotle
and Kant –on which Grice had a mandate to teach at Oxford, often with his pupil
Strawson --, Grice ends up conceiving of CATEGORIOLOGY as concerned with the
identification of the most general attributes, predicates – like ‘shaggy’ -- or
classifications – where ‘class’ is taken alla Peano --, the summa genera, under
which the various specific subject-items and/or predicates -- predicate-items,
attributes -- might fall, and with the formulation of metaphysical principles
governing such categorial attributes – e. g. some version of a Principle of
Causation, or some other principle regulating the persistence of substances. A second
sub-discipline Grice thinks of as being SUPRA-categorial in character – by which
Grice means that ‘It’s bound to go over Strawson’s head’. SUPRACATEGORIALOGY
would bring together categorially *different* -- C1 and C2 -- subject-items, beneath
a single UNIFIED classificatory characterisation, and perhaps would also
specify this or that principle which would have to be exemplified by those (at
least two) items brought together by this kind of supra-categorial
assimilation. Grice hopes that this second sub-discipline, SUPRA-CATEGORIOLOGY
-- which he was tempted – and indeed yielded to the temptation -- to label philosophical
eschatology, would provide for the detection of this or that affinity between at
least two categorially different realities, thus protecting a principle
associated with a particular category from suspicion of arbitrariness – or rather
adhocess. In response to a possible objection to the effect that if a pair of
items ARE categorially different from one another, they ARE not to be be
assimilated under a single classificatory head. The anti-supra-categorialogist
would argue that such two items would be incapable of sharing any attribute or
property, Grice plans to reply that even should it be impossible for two categorially
different items to share a single attribute or property, this objection is not inconclusive.
SUPRA-CATEGORIOLOGICAL assimilation may take the form of ascribing to the two items
assimilated not a common attribute or property but an ANALOGY. The items would
be ANALOGICALLY united. Traditionally, in such disciplines as theology – that Grice’s
father detested --, analogy has been the last resort of those, like Vio – whom the
Catholic Italians call Saint Cajetan -- who hope to find a way of comparing
entities – like Plotinus, did, too, when it came to ‘life’ and ‘soul’ -- so
radically diverse from one another as God – or IL DIVINO, as Cicero prefers since
we don’t know His Gender -- and the class of human beings – or HUMANS. Such a
mode of comparison – as oppose to METAPHOR or SIMILE or ALLEGORY or PARABLE -- would
of course require careful examination. Such examination temporarily defers, as he
also defers mention of certain further ideas which Grice associates with eschatology. For
a start, then, Grice wishes to distinguish three directions as being ones in
which the eschatologist might be expected to deploy his energies – Grice counts
Judith Baker as ‘he’ --. The provision of a generalised theoretical account
which would unite at least two specialised metaphysical principle which are
separated from one another by this or that category-barriers. Fulfillment of such an
undertaking involves an adequate theoretical characterisation of a relation of ‘affinity’
– as in “Spots ‘mean’ measles” “His remark meant that he meant that he couldn’t
continue to exist without his spouse” -- which, like a more familiar relation
of *similarity* -- as in SIMILE: She is like the cream in his coffee --, offers
the foundation for the generalisation of such specialised regularities, but
which, *unlike* similarity, is insensitive, or has a high degree of
insensitivity, to the presence of a blunt category-barrier. To suggest the
possibility of such a qualified relation of ‘affinity’ – say between
Rachmanichov and Ravel -- is not, of course, to construct it, nor even to
provide a guarantee that it can be constructed/ Then, there’s the investigation of the notion
of ‘analogy’ itself, and a delineation of its links with other seemingly
comparable notions, such as Metaphor, Simile, Allegory, and Parable – all good
old Ciceronian terms. Can this list be expanded? Sure it can! At this point Grice
turn to JOACHIM on Aristotle on PHILIA, as presenting an aporetic logically
developing series. Grice’s concern is focused on methodological questions; so he
proposes to consider the ideas about methodology, in particular the methodology
of that branch of Athenian dialectic that Grice calls Lyceal Dialectic – as opposed
to Accademic Dialectic, that Aristotle originally practicsed on the other edge
of Athens, until it bored him to tears --, which find expression in JOACHIM,
and then to inquire whether JOACHIM’s ideas suggest any additions to the
prospective subject matter of eschatology. JOACHIM suggests that
Aristotle's philosophical method, which is partially characterized in the
Nicomachean Ethics itself as well as in other works of Aristotle, treats the
existence of a common consensus of opinion (ta legomena) with respect to a
proposition – what Varrone has as a prosloquium -- as conferring at least
provisional validity -- validity caeteris paribus, or defeasible, weak, not
undefeatable strong validity -- upon the proposition in question. In general,
no external justification of the acceptance of the objects of universal –
within the LYCAEUM -- agreement is called for. This idea has not always been
accepted by philosophers who do NOT come from Stagira. To take just one very infamous
example from GRICE’s Other Place, Cambridge: Moore's attachment to the
authority of Common Sense seems to be attributed by Moore himself – he was
Irish -- to the acceptability of some principle to the effect that the Common
Sense view of the world is in certain fundamental respects unquestionably
correct. R. M. Hare has used Irishism to qualify the exact opposite thesis – “a
calm storm”. Unfortunately, Moore, being
Irish, does not formulate the principle in question, nor does he identify its
relevant aspects. If Grice’s perception of Moore is more or less correct – “I
have no blood of Irishness in me, unlike my colleague Warnock, whom I refer to
as ‘Irish’!” -- , Moore would, in Aristotle's view, have been looking, in a
congenial Irish sort of way, for an external justification for the acceptance
of the deliverances of Common Sense where none is required, and so where none
exists. Though no external justification is required for accepting the
validity of a proposition which is generally or universally believed, the
validity in question is only provisional. A common consensus may be undermined
in either of two ways. First, there may be a common consensus that proposition
A (Peacement is a good thing – Chamberlain --) is true. But there may be two
mutually inconsistent propositions, B, and B, where while there is a common
consensus that either B, or B, is true, there is no common consensus concerning
the truth of B, or the truth of B2 (Churchill: Apeacement is silly). There are,
so to speak, two schools of thought, one favouring B, and one favouring B2. Grice:
“I know because I suffered it, as I was drafted to the Navy!” – Furthermore, we
may suppose, the combination of B, with A will yield C1, whereas the
combination of B, with A will yield C2; and C1 and C2 are mutually inconsistent
– as Hitler well knew! In such a situation. it becomes a question whether the
acceptability of A is left intact. If it is, a method will have to be devised
for deciding between B1 and B2. The preceding schematic example is constructed
by Grice, not by Aristotle or Joachim, whose thoughts on ‘logically developing series’
were posthumously published by Rees. Second, to cope with problems created by
the appearance on the scene of conflicts or other stumbling blocks, the
theorist may be expected to systematise the data which are vouched for by
common consensus by *himself* devising a general proposition which is embedded
in his theory. Such a generality – a bit like a third-degree Kneale generalization,
as he attempts in his essay on Induction -- will not be directly attested by a
consensus, but its acceptability will depend on the adequacy of the theory in
which it appears to yield this or that proposition which is directly matters of
general agreement. When an impasse or aporia arises – as it often happens – at Oxford,
where there is such a thing as J. L. Austin – You don’t like that argument? I’ll
give you another! -- , the aim of the theorist – Grice, or someone who sympathises
strong enough with him -- will be to eliminate the impasse with minimal
disturbance to the material regarded as acceptable before the impasse,
including the theoretical generalities of the theorist. JOACHIM claims that an
instance of such an impasse is recognized by Aristotle as arising in connection
with the Greek word ‘philia’: the threefold proposition that in the GOOD life
no good is lacking, that the GOOD life is self-sufficient, and that the
possession of a friend – for GOOD, not pleasure or utility -- is a GOOD -- each
element in which was a matter of more or less general agreement at the Lycaeum –
originally a gym, you know – The Italians spell it LIZIO. This seems to
validate the inconsistent proposition that the GOOD life both will and will not
involve the possession of a friend, philos, for GOOD. It is Joachim's
suggestion that Aristotle's characterization of a friend AMICVS as another self
-- another me, alter ego -- is a serious theoretical proposal which is designed
to eliminate the impasse with minimal disturbance. Joachim mentions also
a certain kind of criticism, an example of which, leveled, not at Aristotle,
for whom ‘just’ or dikaios’ is ANALOGICALLY unfied – but at Socrates's
treatment of justice in The Republic, was produced. Joachim complained that in
response to a request from Glaucon and Adeimantus to show that the JUST life is
a happy life, Socrates first re-characterizes the JUST life in terms of the
conception of a soul ANIMVS ANIMA in which all elements maximally fulfill their
function or metier and then argues that a life so characterized will be a happy
life. This response on the part of Socrates is guilty of an ignoratio elenchi;
what Glaucon and Adeimantus want Socrates to show to be happy is the JUST life
as understood to be the life to which the word "just" applies in its
ordinary use. What Socrates does is in effect to change the subject and re-define
the notion or CONCEPT of the JUST life as that life which exemplifies the just
where the just is now defined in terms of fulfillment of function or metier.
But that the JUST life is happy is not what Socrates is asked to show. What is
wanted from him is a demonstration not that the JUST-2 life is happy but that
the JUST-1 life is happy; and this he fails to provide. There seems plainly to
be something wrong with this line of criticism. JOACHIM calls Socrates to task –
a task not that perfectly performed by Aristotle either with his relapse to quantity
in his qualitative account of JUST in terms of merit and demerit -- for
exhibiting in his rejoinder just those capacities which have earned Socrates his
reputation as an eminent ethical theorist, which are indeed the very capacities
the presence of which has marked him out as a specially suitable person to
respond to the scepticism of Thrasymachus. Surely Socrates – or Plato, let’s
be honest -- cannot be debarred from using just those talents which he has been
more or less invited to use. There is the further point that the mode of
criticism with which Joachim assails Socrates could be adapted for use against
any theorist of a certain very general kind, which could embrace many theorists
who have no apparent connection at all with philosophy; in fact, Grice suspects
that any theorist whose theoretical activity is directed toward rendering
explicit knowledge which is already implicitly present would be vulnerable to
this kind of charge of having "changed the subject." (Think of The Pope!).
So it seems to Grice that a detailed analysis of the illegitimacy of this kind
of criticism by JOACHIM would be both desirable if at the same time by no means
easy to attain. The reflections in which Grice has just been engaged,
then, suggest to Grice two further items which might be added to a prospective
subject matter of eschatology – or SUPRA-CATEGORIOLOGY _-, should such a
discipline be allowed as legitimate. One would be a classification of the
various kinds of impasse or aporia by theorists who engaged in the Aristotelian
undertaking of attempting to systematize or unify material with which they are
presented by this or that lay inquirer, such as Moore’s ‘ordinary-language
speaker’ endowed caeteris paribus with common sense, together with a
classification of the variety of responses which might be effective against
such impasses. The other would be a thoroughgoing analysis of the boundary
between legitimate and illegitimate imputations to a theorist of the sin of having
“changed the subject." Beyond these additions Girce has one further
suggestion. Sometimes the activities of the eschatologist or SUPRA-CATEGORIOLOGIST
-- might involve the suggestion of a certain principle and some of the material
embodied in that principle might contain the potentiality of independent life,
a potentiality which it would be theoretically advantageous to explore. This
further exploration might be regarded as being itself a proper occupation for
the eschatologist. One example might be an examination of the theoretical
notion of an alter ego, already noted as a notion which might be needed to
surmount an impasse in the philosophical theory for the explanation of the word
‘philos’. Another example might be the kind of abstract development of such
notions as movement, MOTVS, that which moves, and that which is moved, MOTVM, which
is prominent in Aristotle's Metaphysics, which forms a substantial part of what
is thought of as Aristotle's theology, or the science of the DIVINE. Grice does
not, however, at this point attempt to expand further the shopping list for
philosophical eschatology. Grice turns instead to a different but related
topic, namely the possibility that in Plato's Republic we find a discussion of
justice or THE JUST which does, as it stands, or would after a certain kind of
reconstruction, serve as an example of an application of eschatology. Grice
first develops this idea, and then at the conclusion of his presentation
furnishes a summary account of its argument. L'immagine dell'albero delle scienze – e della
filosofia come regina scientiarum, nelle parole di H. P. Grice, non a caso
ripresa da Bacone e da Cartesio, è particolarmente fortunata, ma, soprattutto,
agisce a lungo nella filosofia d’Europa l'aspirazione verso un corpus organico
e unitario del sapere, verso una sistematica classificazione degl’elementi
della realtà – H. P. GRICE, REALIA – Lectures on language and reality, Meaning
Revisited: Language, Thought, and Reality. Non mancano, certo, suggestioni
derivanti d’altre fonti e da altri ambienti di cultura, ma Lefèvre d’Etaples e
Bovillus, Gregoire e l’italiano veneziano V., Alsted e Leibniz fanno preciso
riferimento, affrontando questi problemi, ai testi di Lullo e a quelli del
lullismo. A conclusioni griceane giunge il patrizio veneto V. che, nell’“Opus
aureum,” riprende, modificandolo e integrandolo, il progetto dell'arbor
scientiarum – H. P. Grice on FILOSOFIA REGINA SCIENTIARVM. Nel testo di V. il
problema dell'albero delle scienze viene presentato come strettamente connesso
con quello della formulazione delle regole della combinatoria. V. tratta la
cognizione necessaria al raggiungimento della conoscenza degl’alberi. Sono gl’alberi
dalla cui conoscenza dipende l'intera conoscenza degl’enti e che V. illustra
con esempi. L’arte generale vada ridotta a questa impresa d’insegnare a
moltiplicare i concetti e gl’argomenti all'infinito, mescolando le radici con
le radici, le radici con le forme, gl’alberi con gl’alberi, e le regole con
tutti questi e molti altri modi. L'interpretazione che vienne data delle figure
dell'arte appare fortemente influenzata dal commento d’Agrippa e anche dalle
tesi di BRUNO (si veda) nei suoi saggi mnemo-tecnici. Più che ad Agrippa e a
BRUNO (si veda), V. si richiama tuttavia più volte a Scoto e allo scotismo -- de
aliorum dictis non curamus, Scotum praeceptorem sequimur -- introducendo una
dottrina dei PREDICATI (Grice: ‘shaggy’) assoluti e RELATIVI (Grice: “want”).
L'esigenza di un'arte aurea nasce in ogni modo, anche in questo caso, dalla
constatazione del carattere pluralistico e caotico dell'orbe intellettuale,
della povertà delle cognizioni umane, dal bisogno d’un singulare ac mirabile
artificium mediante il quale fosse possibile rendersi conto dell'ordine del
cosmo al di là di una caoticità apparente e dar luogo ad una situazione nella
quale gl’uomini, dopo infinite fatiche,
potessero riposare perpetuamente e sicuramente all'ombra degli alberi della
scienza -- Nec sine maximis incommoditatibus et multis vigiliis id perfecimus
ut philosophiae imbuti valeant se aliquando ab infinitis ambagibus liberare et
viri in scientiis consumati post infinitos labores peracti possint sub felici
harum arborum umbra perpetuo et secure quiescere. Anche per V. le radici
degl’alberi coincidevano con i principi dell'arte, mentre lo stesso ordine di
successione dei vari principi vienne presentato come dipendente dalla natura.
Magnitudo vero, quae est secunda radix, non fortuito primam sequitur, sed
maximo naturae consilio. È proprio la scala naturae che forniva inoltre il
criterio cui far ricorso nella difficile applicazione delle radici o principi
dell'arte ai subiecta. Nell’uniforme applicazione di queste radici ai sudiecta
è da impiegare la più grande diligenza bisogna osservare la scala della natura
e tutto ciò che, nel grado inferiore, denota una perfezione priva di
imperfezione, dev'essere attribuito al grado superiore. L'operazione attribuita
alla PIETRA, che occupa il gradino infimo, dev'essere attribuita anche ai
vegetali che occupano il secondo grado della scala naturale. Ciò che comporta
una imperfezione, se conviene all'inferiore, non è da attribuire ad ogni superiore.
Ne deriva che la contrarietas e la minoritas non devono essere attribuite al
divino, anche se convengono alle cose inferiori. Il divino ordina secondo nove
soggetti ed alberi la scala della natura. Colui che desidera sapere molte cose
in ogni discilina si formi questa scala. Su V. cfr. CarrERAS y ARTAU, La filos.
cristiana. Per la prima edizione dell'opera si veda RocenT Duran, Bibliografia.
La citazione riportata nel testo dall'opus aureun: in quo omnia breviter
explicantur quac Lullus tam in scientiaruni arbore quam arte generali tradit è
ricavata dalla edizione ZETZNER. Orbum aerum. AUREUM SANE OPUS, IN QUO EA OMNIA
BREVITER EXPLICANTUR, QUÆ SCIENTIARVM. V.
Ex bibliolhcca majori Coll. Rom. Societ.
Jesu AVREVM SANE OPVS, IN QVO EA OMNIA BREVITER EXPLICANTVR. QVffi scicnti*arumommuin
Parcii«, LvLLVs, cam m fcicntiarum arbore, cp artc Krali AVTORE V. M, D,
AVGVSTA VINDELICO-rum imprimebat Miclutcl ^ Mangcr» Coffl gratia et Priuilcgio
S^CseCMay* ILLVSTRI ET CieN&KOSO BARONl DOMINO Antonio Fuggcro»
Domino Kirchbergx di VVnnTenhoTni,
Autorpcri pecuarobfrruaiuix er» g6 de dicai, 7: L.LVSTR . ET GENB- rofc vir, Mccognas perpetuo Iionore colcndc; quod tempua cranscgi Augufta > libcraliori' bus Citrrcuacionibus dandum cxi(limaui: quod piicarcm cflc curpifsimum ; G, quac
c!a- baturcommendandi occafioi amc
ncgligc^ rccun Ergo Ray mundi Lulli
craditioncs ad- huc SchoIii$ brcvibus
illuftravi : racus quip- pc, quod rcs,
dignifsimam cflc ciufccmodi lcicquz
digna efc cof^nicione fui. i Vaferif. Eu^anex dulcilsimagtona gencis. Prllege.quod fummz e(l
dexcericacis,oput. Ha6Venus in cjrca
iacuic caligine Lullus. in Uicem
reuncacquem labor hi(cc novut* Hunc
npc|legeris my Reria magna videbit,
Quar nunquamdo^itvifa fucre prius«
Addr quod tngenuas gremio comple(5licur artCi^ i Arcuquz verenomenhaberequeunt» Aucori mericas igicur perfolvico graces: £(rc Dcimunusnemonegarepocert« i
(lNpiLVLLANy£ AR. * tiS R ARx^
EXPLICA- tioncm Valcri) dc Valc lijs VcninV
M^xfma pirs iuhUit* nuva cm»fcifnt?a Lulli Raymfidi rxf.^^ac: pars quocp magna
ncga^ Eccittcfrra ndfsfR, tradido^martt
vlum; V jt Mcndacis ficriDzmonts arrf
frtufir* '* Spiritus hos agirat cundlos
c rroris aman'; Qut lovar cf mnunt
optima dona facri« Pauca olim LuUus
nobis pnrcf pta rcliquirs Volvlf
quarafsidu^do^a catcrva manu: Hancctiam
docuit Bruno lordanusad Albim ^
Irriguum, gratusquimibi doAorfrat»
Tradidit at mctius, mihi crcdc, ValcriusiHc: Itala qucm gcnuit> Tcutona, tcrra.
favcr« Maximushimc
vfutdocurtcommittcrcprarfot Quar prodf
quf nnc iam tibi doS» cohort*. Artc ncc
c(l vfus Rc gts phlcgcthont is dC aftu ;
AuAornon Darmon, (cd Drutarcitcric»
£t liCiC f minf ac nuHut fplf ndor^ dccus^ Rcs tamcn c(l vcrbit antcfcrcnda bonit* Ert^o non duhica.quinccrca (cicnria
rradi Raymundi pofsic: quaro capc, volvc>IC(;C Lf^(o lcAa placcc, lc ^am rraduciro adv
fum* ^dgrauc ptinciphim; fru^hit
amicusciib (> •
- 1 AD LECTOREM. NOuiquidem, amice Lecflor.intereot quofdam eflTc qui fe fapientes
cxiftimat, qui verborum potiu$,eIe^
•\tjam, quam al- Cifsimos fenfus curant«
f^uni verb res ipfae ponderandse potius
quam verba fuere* Mo- re etenim
fcholafticorum quod vnico verbo
cxplicare potui libentifsime feci^nec verbo' rum concinnitatem curauu Non fuit ociuoi crrata corrigendi. Candida igitur meor cc ipfe corrige, ac impreiroht currenti manui Hmul igQofcc^Valc» .M3;iOrD3JUA 1.lii ccl . -TJTrn m^: .. .. h INTENTIO AVTORIS
EXPLICATVR, IXIT ANNIS ABHINC
Raym»„. circiter irtccntii tnpgnii
quidam Vir fummx e- Lullus uditionkdc
fapientije,nccmi/iorii (Brfdn) fdn- fepp^
6htdtis. nomine Raymundui tuUws, qui maxi^ ecqualisfu \ndm difficulatem in fcientijs quihuscunc^,
confti* crit. ^tutam admirdns, dc
edrundem inter fe uarietd^ ♦Duos l\.
temcontempldnsyhominis miferidmdef>lorauit,quod longo tempo bros
Lull»
rislhdtioperdeuidfcientiarumerrdndo, uixtandem oh immenfum
*c'^'pfif.ad laboremi non mmus confujdm
quam exiguam rerum cognitionem aj- .,
fequnetur: Cupiensq; Uterarum cultores db ooc feruitutls wg) /i»
paradas. berdre^ dc breui temporis
curriculo in fummdm omnium fcientiarum Qija re pau noticiam deducere : nefcio quo diuino
dfflatui furorcy inter cxtctd ci ad noti-
9duos Ubros ddomncs fcientias djjequenddf confcripfit : quoruunum ciam
artiu breucmdrtcm,
dlterumucrbgcnerakmdppcUdt, cx quo poileriori "V. priorcm coUcgit.Veriim ob lon^m cxpcricntiam
deindc cognofccns jjjyg^jJJJj*
pdUcosddiUdrum cognitiottem deucnirt, tnm propter fin^Urc dc ^
arboa ddmirabilcdrtificium,
quoda>ntincnt ; tiim ctim ob prxceptorum rcm rcien? pducitdtem,quibuiimmenfum fcientiarum chaos
impUcatur, uoUiit tiaruiti clas mclariwi
fentcntidm fuam cxpUcare; tdU amcn modo nc fdCra dpro- rui s _ L u 1 1 i phdnif contdmindripoffent, cr non nifi
fummdlnffniddrcanorum •'■'^'ctu cx
penetrdUddeguitdrcnc. Ad quod pcrdgendum Librum cdidit, quem nominarc uoUtit thrborcm fcientidrum, nec immcrito
: quoniam ea cnciaru no omnid»qu4e db
omnibui fcientijs unipoffuntcoprxhcdi, LihcriUe imeriro ra. qudtuordccim
tintum arboribws di^inShts miro modo confiderat. lis dicicur. Q£icumddmdnusnofiriudeuencrit,curduimui
mdiori, quam fieri Intetio Au
poterdtffdciUtAtCteimUbrifenfumdperirc^a-circahoc unumton «hoiis
clr^ noflrd mtctttioHcrfdtur. Qu^ddm
cnim inutilid fubtrdximut i aU- ci^^od
> qud ucrb uddcncccjfdrU
ddiidunut;[lcutilpdrjim m toto opcre tcr»
QuxprjB^ mpoteflyCt potijiimu in primaetquartx
pttrtCy'mquaruprimi,pir^' cipuein pri
ter animJtducrllonesin totoLuRiartificio siimc nccijjaridis fabricd' mx ct quar ^j-^j^ Catc^rias,ucL,ut uulg» intcUi^t prddicamcn
qu£ cnti* AiK*-'fiiu coucnirc pofjunt,
quxcuq-fint iflj fiucrcali4,fiueab iih-
addira. tcUcCht fibricata.fluecrcatd ucl incrcatd.*Adiccimu^ mfupcr in
fc Qnibusca- cunda parte
arboriunicuic^proprixs formaSy ea omnia brcuitcrcx* regorixno pUcando^qux ad arborcmquamcunc^
rcducipotcrant. Intcrtiaut* ftrx conue
j-o p^rte cr quarta proprio lAartemulta dcfumpfimuiy «t i«grnw/2 . cognofcere potcrunt: NecfJne maximis
incommoditatibm cTmultis funHn*ia^
wgrZ/yj id pcrfecimus. ut VUlofophit imbuti ualcant fe aliquando ab nteaddira*. infinitis ambagibus libcrareya'
Viriin fcicntijs confumati pofl infi*
Quarchoc nitoslaborcs pcrxBcs pofsint fubfclictharumarBorum umbra
per» opus Aut: petub CT fccure
quicfccre. Isonrcprthcndant nosEloqucnti£ culto* cdcrcvolu resfirudi Mincrua in fcribcndo ufi
fumuty quoniam fatis trit (ut ar»
"j^*, bitramur) fi fub rudi cortice DoA Eloqucntcs fua ^loqucntid
tie* Bonreprx* crgM^?4rf poftrint.
Hi>«r ^Morww prxcognitio neccffaria c/? ad confequendam In fccuda, ftrbortmcognitioncm.
infccundapartequatuordtcim arborum n4«
turam icclarabimuSy ex quarum notitia tota entium cognttio depen» In tertia, dct^ I n tcrtia exemplis
iUvftrabimus qu£ tum in prima quam in fet
In 4ta.quf cuniapdrtetraduntur* In quirta uerb ct ultima moiumo^endt^ doccaniur p,^,^^ fpf^ gencralis ars Kaymundi
adhoc opus fit rcduecndai cgrcgu,
iQcdidoulteriiis multiplicare fcrme m infinitum conceptui» rfrgir* mnU utt cuiuscunq; dUctiut gentrk cmf>Uxd
tim pro piYtc un4
quimfalpitmifceniordiiccscumridicibui, ndiccs cunformift dr^ bores cum arboribut CT rcgulM cum hii
omtnbus^ CdUjsmuUiS De primaepartis
divifione» PRtm4 pirs in quinq; partcs
fubdiuiditur, in quarum primdrd* Principall».
dicum ndturd arborts cuiuscunq; oflcnditur, Infecundd arbo ^^P^ ^jj rumfDLidnumerdntur,dcdccldrdntur, In tcrtid
fvrmdrumcf [tntid expUcdtur^ In qudrtd
qudJUonum uel reguUrum quidiitdi dc et *
numcrui (locetuK. In quinta ucro cr uUimd animaduerfionesqud* ^t*
ptc tuor prxccdentium.pdrtium
ponuntur,qu4rumnoticidddLuUio mniu
fecretiord intcUigenda c{t neccOfaridf
' " ponuncau ^
lecrcraLul DE R ADICIB VS in Communi»
liinucaiga da. LOquuturi de principijs iUk uniuerfdUoribus
qu£ quodUbct cn ti/s gemps circunda nt
dtq; infcnfibilitcr pcnctrant, ncmpe dc Bo^ Enum erai nitdtc,Mdgnitudine, Duratiofie,Fotc(tdtc,
Sdpientid uel cognitione.VoluntdteuiU^petitu, VirtUtCy Veritdtc» G/orw, D»^-*
5^,^- rcntidyConcorddntid^Contrdrietdtc,
Principioy McH/o, Fwe, Miff^emid^ Concorddntid dc ContrdrietAtc» cum tribus
pnmk rd- iicibm dbfolutis concordet :
quid ficuti BonitM notdt effenlidmy Md"
gnituio perjeBionem rei efjentidlem, cr Durdtio tiusitm rti fxi- S^entidmuel fubft^entidm, ficper
Concoridntidm cr Diffrrtntidm
habeturiettrminans cr ieterminjbilt tx quibu* unAconiunfbsrti cxifientidpeniet dc perfcCho.
Cwttrdrietsiutro Durdtioni reffton» det,
quonidm res extrd caufdm fudm exi^entcs Udrijs paj^ionibui af' ficiuntur,qudrum ratione uarijs quoq;
oppofltionibm funt futie^^*.
Stcuniuitriingulws qiti e{lie Principio, Meiio dc Fiiit cum tribu$ pofttrioribus rdiicibM optime conutmt, quid
poffe operari quoi Foteftdtidifcribitur.
Principiumrequirit^ quodeftauthor operdti-
onfs. Cum Medio fsmbolum habet mdximum Sdpientid uel cognitio» O* t conutrfo, quid utluti Mtdium intcr duos
limitts conftitutum tft, itd cr
Sapicntid, inttr potentidm cognofctnttm cr cogmtuw obie» Oummeiiat.Tinlsutrodpprimi Appttitui ucl
Voluntdti propor* tionatur. quia
nihiiiefiieraturnifxob aliquem finem. Tertius cr ul. timus tridn^lu4 ie Sidioritdtt, Atqualitdte
cr lAinoritdtt opti'
mdmhabttSymmetridm,cumultimis tnbus raiictbus priork arii* nis. qudmfic ofieniitnui : Cum Virtute
S\diorit4x mdximi conuenire iicitur.quid
Virtuf eit fons ^ ortgomultirumoperdtionum.qu£
iuo maioritatem qudnidm infinudnt: Vcritati Atqualitds ti^iunfbl cum VeritMfitditqudtioquxidm
uclsqudUtMeffentit di fuam i» iedm.
Etdeniq;Gloridueldeleditiocumab ommbu4 non ^qualiter ftt pdrticipdtd,fed d quibufddm m mdiorigrddu
(fifds tftfic bquiy Vdk cr ab alijs in
minori, ah aUquihm proptic CT e&iuisjicuti cr uicifum iUa dc bonitate ^ ^*' (imo quodUbet dc quolibet cr de omnibut
prxdicari dicitur) ideo efl iUis ratio
cur bona. uocentur cr quatenui talia bonum producere pof* fint, Omnes igitur arbores acearum partes
qu£cunq; d Bonitate ge- neraltbonjc
dicuntur^a-ficutibonitas ffneralifefi fui ipfiut picnA^ cr cttenrum partium : (ic BonitM particulark
datur. qut fui ipfi* B oniras q '/^ P^^'
^ aliarum partium, Tunc ^nerilis Bonitdt cfi fuiipfiut modo fit plcns, protit concernit
bonificatiuum, bonipcare, crbonificabile^
plena fuii- Tunc uero diiirum partium pleuA exiflit, quanio per
mgnituii* pfius. nem r magnA, per Durationem
durans, atq; per cxterat radices td^
Bonitasqii Hf^i^ffndicaturdcBonitateinparticulari^s. Trunci,
Brancharum aijar u m -^yy^ arborum
partium. ConfimiUter quoq; dc unaquaq} radi*
liulicplea. ^j^^^ j^ncenimfuiipfiuiplena erit, quando potcntiam proximant
p proximm iffndi, a^m dc corrcUtmm connotihit» fcd exterarum partium, quinio 46 dijs earum limdituiinem
fufcipiet^ JEjJent ipfi* ui Boniatis
qudmpLurtm^ proprieaxtes defcribenix.quM Pythd^* rj(y Arijio : t^umeniusPUtonicuf,
MercuriusTrime^ftMi P^' Dialo: fo>
cr pUto enumerant, mter qu4s tlercu : Trim : ai Tatium loquens^ nouem dj^ignAt, quonidm txlium proprietdtum
notio plurimum proi deji pro txornAniis
conceptibus dcmeiijsdrgumentorum muenien*
iiSy iequibu/idlidsuerbdfdciemws.VdriM uerb Boniatis iiuifiones tu ipfe ooUigito ex iiuajd drborum iiflm^one
: ii^ poterk obfer*
UdreicdUjsrdiicibus» De
Magnftudinc» MAgnituio efl ens rdtione
cuius omnes rdiices funt mkgnt dc q^\^ (Jj
c£terd entid. Cuiui iefinitionis pdrtes confwiili moiofunt Mzgnhii» explicdnixyjicuti m Bomafff iefinitione
explicdtx funt. do. t(.cf}dt tintum
ofleniere plures mdgnituiinls dcceptiones,quje tres Variz ma- funt nempCy uirtutky moliSyVoperdtiomim, qud^
LuUm optbneco gnitudinis gnouitium
lnquit» Mdgnituio cfl ambiens omnes extremiates ef. ^cccpiio- ftnii, pcr qux ucrbd inmit triplex effe^f
effcntit cr fpiritudle^ cui conuenit
primum mdgnitudinis grnw icquoabunic dicctur m Cdte* ^rid QUdntititis : aliuiefl efje ccrporeumy
cuimagmtuio molis ac uirtutiscompetit.
Tertiumefieffcm d6kperoperdtioncm, cui re*
lj)onietoperdtionummdgnituio. Et h£c ultimd magnitudo multif moiis uariatur, flcuti cr udrix
funtoperdtionum jf>ccics, rcalcs, in Va rix ope^ tentionAles j immanenteSy trdnfeuntes : ndturdlcs^
dcciicntalcs : rationum proprit,
dppropridt£ : re^it, refiexjc : fj>irituales, corporalcs % ^P^cics, necclfdri£y contmffntes : inftdntdnex, cr in
tempore faiit i fj mlt£ diix qut
Philofophis cr Thcologts funt nott, De Duratione, c
l^urdtio Daratioqd T^Vrj^io
eftensy per quoi rddices cmnesdcrdiquientUda*
(i u I J rdnt: V multiplex efi. Qu^eddm enim uocdtur timput conttp Multiplex nuum, qud res fuccefiiu^e
dimcfurdntur^ utmotui omnes.Mid duratio»
jfQcafur Aeuum, qud fj>iritudles fubftdntix finita nec non corpore£, absc^ udridtione fuccefiiud conJiderdt£
mefurdntur. Vltimd uerb Ae* ternitds
dppeUdtur, qut foU Deo compctit, nec fucce^ionem dlU qudmuclmutxtioncmflgnificdt. liec eft
cenfendum Deum menfurd- f.li:sntiar. ridurdtionedliqudycummenfurd
menfurdtoflt prior digniate uel
i.q.dift: - HAturd :atq; finitis folum conueniens ut mquit Cdpreolus^Et
Ucet dim Quomodo
cdtur,€ternitdtemT:>eieffemenfuram,ficdicituryquid Deusa nobk ^ternitas^ 4pprffc««eciefu4 titu aftiuo conferudndd. Ex quibus uerbis
pdtet eum mtcUigerc dc ddiuoi
intelligai. quem omnid entidhdbent,quidindliqucm finemtendunt. £t
ndtU' rdUs cft, qui ndturdlcm
pr/fupponit cognitionemy qut longe melius
Cognitio Dirigentis cognitio potcft nomindriDci f benediBi omnid, in
fuos Dirigctis. p^^^ perduccntk. Sic
homo. m fuum finem tendens^ ndturdUm hdbet
dppetitum, idemdcbrutisdicds, licctddutilidprofcquendd, crno- ciuduitdndd in hominedcbrutodUus dppetitus
uigcdt didusq; fen* In h oiet ret ^n^s
cum his, qui Voluntdjs dicitur eft in eodem homine, quo •ppctitui. ^^p^^ .^p,^ j^^^^ utendK, cr
Htitur f-utndis^ Dc Virtute ANDREIA Vlrtusellori^unionkridicumomnium.
Et orituruirtwthjtc Qu\d Virt» A
rciunitxteyqudtcnut dClum proprium rcs cAdemuirtuose ^ ^ndc o- producit.EtutprobcinteUi^s. tiibiLaliudejl
uirtus (qum intcUismui)qudmfacultdfilld
innAtxrei,qu4 eliciuntur operatiof yj^j,^
nes conformes. Et dilHnguiturdPotejldte optrdtiomm, de qud fuf j^u^j^
^jj
prdloquutifumuiyquidPotefldsantumdicit non rcpugnjjitidm ai
ftinguicur. operdndum : Virtus uero
toUit utiq; rcpugndntidm, cr prxtercd co.
notitm opcrdntehdbiliatemuelproprieatem qudnddm fccundum qudm conjimiUs operdtio producitur. Nim^J
prolixui clfemlimultas
tiirtutkJpeciesdcfcriberem.Tuipfcdifcurre per drbores omnes dc per omnium drborum pdrtes, v^cudrids
diftm^bones.dc mfinitum mmerum
proprieatum hdrum^ uel uirtutum inuenies. Difcrimen timenfdcito mterinnAtds uirtutesdcquifitM, cr
infufds^ Dc Vcritate* VEritd/Sy efl id quoduerum e{l de rddicibuff
cr de omnibus enti» Qutd Vcri. bws. Qtt£ueritdi
uclref^icitreiexiftentidm, uel eiusdem ef^ tai.
fentidm. Siextjlemidmy tunchdbetur ueritds cont'mffns:cr Veritas
qe- iftomodo propolifiones de fecundo
ddidcente fintuerje cr etidm de >£»ltciiiiam
tertio ddiacente in contivffnti mdterid : fi ii notit propofttio quod d
p p ^ j j, pdrtereifuit ueleft. Si dutcm
effentiam ueritds rejficit, tuncneceffd- ^^^^
xiAeftcumeffcntis ed notet, qux tjliterfuntuniti.quoiunumline cundo
et glio cjfe nonpo^it, V unum
eftdceffentiddlterimcrdmbounum tcnio vcr£*
tertium conftituunU Dc Gloria vel Dckflatione* Lorid eft ipfd deleSkLtioy in qua rddices
omnes cr cxterd en- ^.^V* tid duiefcunt, Notxre oportet, quoddc rdtiont Gloric
duo S -* funtJciUcctquodquiefcdt,cr
delea&tmem prxbedt, quo» ^tio^gio.
nmdUcrumfiremoutbisGlori^mnoncognofcef.lidm Lapif fur fj, coSdd. C > fmn und^ G
fum detentuf ((uiefcit cettejei non dcle^tur. Hkceli^ quod fton efi gloriofut* Homines quoe^ muninnif
deUdantur^quU tnmeneorum Cloria im -
appetitut non efi fitUTy iieo glorioji non funt^ Clorid boc m looo Droprieco proprieconliierdturyfcilicct pro
qudcunt^ completa, dcle^tiont, hdctzi
hic rciconueniente, feicum quictej quAomnidfruuntur. VropriA autem Gloria pro Gbrid duplex c/?, qutediam
»«cre4ta, qua Deui bedtuicj} fruenio fem
pria cft du- jrfircri uerb crwt» dicitur^ qudtenwt m cretturd recipitur,
«b P wcrcdto tmen Dfo, prmcipdliter in
uolunntem proiuih» cr a>/w EpUog* cs
r^^*^'^^^ totim dnima rffentidm rdtiomiH credtura. Ef fic hd' orum qux
besnouemdbfolut44rdiices,qu4rumprimatresdrboribufCTedrum diCtk (Unt. pdrtibuf tribuunt cffentidm,
perfe&ionem efjentix, CT Durdtionem
Utl e%ifltntidm,Tres uerohdx immeiidte fequentes, potentidm ope» rdniiyiuplicioperdniimodoqudUficdam
fignificint, uiieUcet ru^ turdli, quiper
Cogtutionem inteUi^tur, c^Libero, qui per dppeti- tuM expiicdtur. Per ultimds dutemy Gloridm, f
cr que edm prace*. iunt, inteUigefinemt
Seidirejpe£hud(rdiices efl ieuemenium,qu£
Arboribm extrirtfecum effe Ur^untur, z^multum fdciuiH di cognot'^ ftenidm Mturm cuiuscunq; rei, De Differcntia* Quid DiU
T^TCplicdtkdcdteUrdlkdbfohitkrdiicibuf^refidt ul idrtjffe*. fercntia. f^jSiudrum iecUrdtionem ieuenidmut.
?riu* amen quaidn prrmittere uolumat qut
fumme fluiiofi obfcrudre iebent. \Ha
Kota, ter omnid hoc prtcipuum efl^ ne rdiices iflx fumdntur pro
dbfolHtB edrum effe^ dlids mdximd fidtim
oriretur confufio, mter prioret CT
hMrdiices,qu£Confuflocdufdr€tur, quoineq; reindturdexplicdri poffet, necminut m probdnio, iocenio, uel
confuttnio iuuenk fuum Qualitcr
confequereturpropofitum. Confidereturigitiir Diffvrentidnonpf Diffcretia dbfolutoiUo,quo
abfoluaresdbdliddiffrrt,fiuehoc Jf>e&tddiiffi^ fit confidc- rentidmcommunem,
propridmyCrjpecificdm ifedpro reUtione iU
U, qu£ m bkfuni4t«r, cr ii(m inteii^tur dt Concorddntid, Coit* tftm*
m ff trdrieate icatijs. Ex quibui pdtim
errormdttiftfiaidppdutliettri- Ettot
€iComelij Agnpp£,quirddicesiUdiUtlpr'mci{>id,fubdbfolutoelfe
g''PP»» confiderdt.Vir ijle
do^j^imut.qudndo de Mdgnitudine loquitur,qu€
^eopdriterwmittAtur dbfolutum principium iUdm difiinguit, in uirtudlemy m corp&redm ; qu£ dicitur
Mdgnitudo molky cr m iUdm qujt m
opcrdtionibui rcperitur.VirtudUs Mdgnitudoiex D.Augufli li.'^.dcTifc nifententid i nobis m cdp : dt Magnitudine
dUe^a^nibildUud eji,q ♦ perfeBio
fffentit^ qud perfrBione dliquod unum db dlioejfentiiUter diffrtt qu£ dUo nomine fi>ecificd uel
DifjircHtid magis proprid, uo* cdtur,
qudm idemmet Agrippd mcdpide Difftrentid fub rdtionet' ddem quoq;confid(rdt.dum diuidit Dijfrrentidm
incommunem,pro* pridm» cr magls
propridm:quod fuperfluum efl CT uitium^cum prx»
dicdtihxccr priordhdbedntoppoflamnuturdmy V eonfequenter oppofltum conftderdndi modum» hoc etidm
contrdintentionem ^ y^. huUi omnino
uidetttr, qui dumdeflnitDiffrrentuim, inquit,Diffr» grippx, eft retidefiid,
rdtioecuiHfBomtM,Mdgnitudoetc;funtrdtiones incon^ contraLui fuf£. SiinteUigeret ipfenonde reldtione,fed de re
dbfobtd,no diceret: lum. Bifjrretid efl
idyrdtioecuiusBonitd/t etc:funtrdtionesincdfuf£f AnU Animad- mdduertendus quo^ efi ordo fuprddfiigndtusycuius
cognitionon pd. Tum efl utilfs
ddfoluendum drgumentit Kec minus principid hxcy o* mnibut tX quibufcun^ entibus conueniunt, qudm
dbfolua» li£ccuM dignd fcitu dc
necefftrid effedrbitnremur, omittere nokimu^, ne i- gnordntit uelnegUffnti^e ttotd reSnrdtione
nos fludiofl crimindri foflent, Modo
expUcemus Diffcrentidw, Diffrrentid efl idy rdtiont DifferelU cuius rddices omnes cr cxterd entid funt
inconfufd CT diflindi.Quid quid! fddix
ifld efl fummte utilitdtis utter entid omnid^ i qud omnk ornd* tusdcpulchritudo mdximd, dtpendet: nonpiffbit
eius Utifiimdm nd* turdm oflendere, ut
difcrimen omne uel diuerfltdtem inter res omnes
^dre cr perff>icue cognofcdtur. Totd DiffvrentiiC ndturd dd h£c cd»
DtfTeretrx pitd reducitur ^f dd
DiMi/io/iew, DiflinHioncm cr No« identitdtem* ^ ca pica» Etifidtridflcddinuicmfunt ordindtdy quod
fecundumefl fuperiui ^rdo. it Quare di- y?{„(ffoy ab aUjs duabus pcrfonts,
crtamennon elidiuifusabiUis; uiliono fit
quiidiuijiofempcro' in quocunq; reperiatur, notat imperjiBio* in diuinis. ^cctidm in corporcis tantum
inucnitur cuiufmodinon efl Deus^
difiindiouerojiperji^ionemdUqudmnon lignificdt neq; imptrfe^ Noniden
aionem^l\omdentitisuerb,efidddifiin(iioncmfuperior, quid qus liutis rta funtinttrfedijUnihyparittrfunt^
noneadem:nontamcn ftquitur: tura& in
q f^qu£funtnoneddem,effediflin{bi,qHoniam KonidentitM repcri* b»inueu£. ^^^
pojitiud,uehfjirmdtiud,dutucrdentid, fcde-
tim hdbct locum inttrentia, quorum unum tjlajjlirmdtiuum CT aU* ud nt^tiuum, ut intcr tffe c non cffe : unum
pojitiuum cr aliud pri' udtiuum, ueluti
inter uifum CT cxcitdtem ; unum ucrum cr dliud fi» {btium, jicuti inttrPetrumcChimxrdmiCretim
mtercd, quo* rum unum dChiaUter txijlit,
aUerum dutem nequdquam, qucmdd* modum
mtcr Pctrum, quinunc efi, cr Antichriflum creandum, fei D*ninaio
hkreperitur, quorum quodlibet pofitiuum efi, utputd ubi fic. i^'»* ^ftrum tT Paulum. Ef Ucet pro
ne^tio noflro, tam diuifio quam
dijiindio, fy nonidentitdf fint neceffdrid : dttdmen dijimdio mdiorcm exhibet oommodititem, quid de
rdroentidne^tiua, imt poj^ibtUd dd
exifiere, cr priudtiud ueniunt confidcrdndd,qut ptr nonidentitdtem poffunt feiunp, ideode
Difimdione cr eiu4 Jpeciea bus loqudmur.
Si tamen dUjs partibus uti erit opiis, earum naturd 4C OCto difli- '/^'"^'^«'^cb/f qu£di(kifunt
manijrfij reUnquitur. Ododiftinaio* ftionu
ge- numffnerj,crtotidemidentitdtum,ATheolo^rum omnium Vrm» nera. cipe fubtiUj^imo Scoto funt exco^tatd:
quorum ufus m fcientijs quii bufcunqx
tft udlie necrffnrius pro ueritate inds^nid CTfdlfitdte co$ gnofcendd. Dediftindiombus ftjtim erit fermo
fed de identitatibuf, Primu ge», in
fequentibus, ubitrdMitur dc Concorddntid. Vrimm Diftinfiio» nhffnus
t7 tiUffnm uocdtur
diHm^ordtionkiqut irdtmAli pottntUori^*
ntm ducit, m quantum tandem rtm ab ilUmet di'iinguity ftcunduni gUum er dlium conftdtrdndimodum. Ctrtum tft»
quod bomo m pro^ pofltiont dUqud
confidtrdtus ut fubijciturt ut prttdicdtur.dfei^ pfodiflm^itur,
qutmddmodumcrpricdicdtumJifuhit^h i non rtt
gUdi/lm&ionttquididemAftipfo rtalittr diuidi non pottfl, i^tur fdtiondUy quonidm tsUf di/lmfbo folum rdtionH
bcntfcio tfi mutn* m^Stcundumffnuttlly
diftm(ho txnAturdrei:queinttriUdmuf •
mtur,dtquU>us contrddiBorii pr^dicaa utri prxdicdntur,uel ndti funtpradicdri^nuUomttUt^concurrcnte, qbtorum
tiltm n^tu*
rdm,Pcutipottfldici(inquiuntScDtift4tcbtntydt InttUt^ Dti, crVoUintxtt*
inttUt^UiStnimDticumtfftntiddiuinAdd ¥iUj ^nt* IntcIIc£luf rdtiontm concurrit, cr non uoluntM : cr
concurrcrt» cr non wncur* ^* rtrt funt
contrddidorid : inttr inttUe^m igitur cr uoluntdtem, di ^^[J,* pinHio tx ttAturd reioonfurgit. \dtm dicunt
dt ffftntid diuinA cr r« Essetifbci
Utionibui perfonAUbut ; quiddutinA tjjentid tribut diuinis ptrfonk 4
rcUtioiii- tommunit txiftit^ non duttm
rtUtionts ptrfonAUs, erg) tx rti UAtu- but diftiiu. rd iUd db his dtftinguitur.Ntedtfunt incrtdtk
infinitd txtmpU. qu£ ^^0* trtuitdtis
gratuomittimut. Ttrtium grnwcft, diftinSho /ormaUs : 3™' S^" • CinteriUdeft^quorumunumdliudnonincUidit in primo
modo di» ctndi ptr ft, cr hocmodo
fuptrius quodUbttibinfrrioritftdiftinm
ibimiCnoni contrd j utl iUa, qut habtne diutrfxf dtfin> tiones, dt- . fcriptionts, uel uarios conctptus k parte
reiy hac difiin^bont funt dif
ftin^.ftcutihomo O" fuarifibiUtis. Quartum gf/J«4c/^, dtftindio
4111 gen%
modaliSyqu£oriturinttrtlJentUmrtiaUcuiui,Gr fuummodum in* irinftcum: quxdcfaciU pottft inueniri inter
aWedinis cffcntimt CT 'grddus eiuidtm
ptrfiSbonaUs: utlinter effentUm caUditatls,CT fuos grddus : utl inter Dti effentiam cr
infinitatem (fcoc uerum prdfup»
ponendo.quodinfinitds fit modm intrinfecw in Dro, ut omnts fire Scotifiit parioonftnfu affirmdnt) utl inter
unum modum intrinfccum cr dUum, uti
inutnitur inttr grddut dWtdinis CT tiut txifttntiam» Cmintumffnuitft dijlinibo
rcdUSfqujcconfurgittxrt cr rt. Rts ^m.gen*.
D in proi tt m propoPto dccipitur pro eo omm, quod poteft
corrumpi cr defiru^ alio remancnte cr
ccontrd, ut dlbedot qu£ potefl deflrui fubie^
mdnente,reaUterifubie£hdif}in^itury idem dtcatur de nigredin» tyalijsaccidentibuiy cr deomnibus fubflantijs
primit. lUa quoc^ res nominantury quorum
unum cft ffnerans,cr aliud genitum^ cr hoc
li : prim 0 "»
tiocdtW.fedinahliritShyUt nifjvrentU ultimd Vttri» eli VetreitM, if{£ dijlindiones omne genut entis
circundgnt, omnesq; prtter penuUimdm
conueniunt (fuo modo) entibut d ratione fabri ^^^^ ecies confiituit, fgntiz
fpci quarum priorrepe^itur intcr
fenfudle cr fcnfudle, quemddmodum LuWo afi>
inter Uominem cr Afinum. Secundam confittuit inter fenfuale cr w« ngn»cH
expUcdt£ continentur, qufrftt- tuendum.
Optimatdmeneflintcr 'tnteUc(fuale cr inteUeftudle con* corddntid, ueluti dc intcUe^bt cr uoUintdte
poteft cognofci, qu£ cb eorum
lf>iritudlem nAturam nontdntum in cffcntid conueniunt.fedf tidm in operdtionibu/ty quid quod uoUintas
acceptdtvel refutat, idtm
inteUeduscognouit. Hoc femper animdduertendo : quod frnfudledC» cipitur pro iUd re.qMC fenfu priM
cognofcitur, cr inteU edti pojieri* us :
fed per inteUeii Udle id tdntum conpderatur : quod ab inteUedu ^uocUnq; modo cognofcitur. Adhas
concorddnridx uel fccundum Lul - lum
dPignAtdSy uelfecundum Scotifldrum fubtiUtdtes, concordanti^ f. omnes proculdubio reducuntur : uerum fi
numerum infinitum hdrum ?rkadiin'/
identHdtumtibicompdrdreuolueris,poterhhoc utH medio', difcur^ finitasidci rendo uideticet per quvnq;
prxdicdbiUdy per decem prtdicdmentd^
dtates« pcr oMecim prfdicdtd uel rddices Lwlli, cr demum per formds :
i« iemobferudrepoterii dd muUipUcdndum
quoicunq; prtdicdtam^ tamdbfolutumqttdmrejpe^liuumyrecurrendoetidm
dd nouem fub* ie^ cr reguUs uel
quxftiones, DcContrarictate vcl
Oppofitionc^ NOn efl oput muUd
expendere in iecldranio quiifit oppofltioi
cum A Difjvrentid uel Di{iin(iione, ic qud fuprd locutifumws, nonmuUumfltiiucrfd^nonmUdtdmcn diiucemus ut
huiui Contrarie- ^i^ '^^^i fi^^' ^ontrdrietd* fk iefinitun Us quid ? Zontrsrietd/i f quorunidm mutua
reflflentid. Pro cuius iefimtiontt
expUcdtione fcirc opottet : hic non lo^ui nos ie contrdrietdte iUd, proprid^ 1
»3 pTopriiy qu£intcr qudtuor
primM qualitdtts inucnitur : quoniamin de (^ua co- ommbas cnt^us, nmpc rdtiondlibui dc
rcdlibuflocumhdhcrcnon tf*iictate
potc{t,nc(^ de cd inuUigcndum ciitdc qu^Antoniut Andredt loqui*
Ij!^
tur:cuifcxproprictdtesconucnirctcit4tur,qudmq;ftridjim oppo^ taph?* Q 6 fitioncm ucl contrdrictdttm uocdt* Scdbic
Contrdrictdf confidcrdn^ • *i* • dd pro
qudcunqi oppofitionc, qudtenus unum dlteri opponitur ; fiuc mcdidtc ucLimmcdidtc : compLcxc uel
incomplcxc^ ticc imdgind* ridcbes
tdndcm cffercmcum Dtffcrcntid: quid Diffirtntim confi- "nttio r r ^ n contrarics dcrdmi'4yUtpcr cdm enttd inconiu^ rcmdncant
; Oppofitioncm jjjj, ^ ^jj^;
autcmutnonfolum rcs dijlingiidntur» fcd ctidm intcr fc qudnddm
fcrcntia» pugndm hdbcdnt, Secus ctenim
rdtiondlUdif confidcrdtur ; pro ut db
irrdtiondlitdtc diiiinffiitur ; CT qudtcnm irrdtionalitdti
opponitur, quid oppofitio rcpugndntiam
dicit, cr nc^t, id pojje ficri,quod eS'
dem rcs fccundum idcm cr fimul oppofitd in fc habeat ; diilin^io
ttc-
rbineodemacjlmulinucniripoteit.lnfuperoppolitio ucra interea cjfe dicitur^ qu Ex multorum dccidentim com»
Inultrq.Ii: munimcognitioncuirtutcintcMuidifcurrentiiydeuenitur
in cot i. PoHc ^nitionm alicuim proprij,
quodq; m fu£ caufe notitidm ducit, dtf»
fircntue uidelicet effcntialis, eciem reptjefentdtum, cum tddem potentid conneBit, Medium dUud dicitur
menfurt, de quo R4>: hxcponit
exempld, mquiens: Sicut centrum. quod eft m me»
dio loco circuU; cr cdUftcere., quod eii in medio calefdcientis CT
cc* E X citi xt uesdiciturTink nt^tionk : quo iUd
tfu^percorruptionem quomm docunq;
confideratdm fuum ejje ptrdunt, finiutttur. Tertia CT uUit Wd nomindtury priuattonkt quid priudtiofub
ratione finis termtndt»
Zthocmododdc£ciatemuifuitermindtur^ Cr dd furditdtem dudi» twtt Hkq; tribut /peciebuf Fink» uel und dut
dudbui^ tntid omnid tetm mindntur, ut
difcurrenti per arbores omnes dc tdrumpdrtesfdtk poteflpdtert. De Maioritate, VdmuU dUquod
unum ens dlio mdiwt dici pofiit^ rdtiont dlh
quot prxdicdtorum abfolutorum^ uclrrfpeiliuorum,dut forp 'marumy ueldeniq^ultimi fubie^ii, fub quo
nouem dccidentif prxdicdmentd
continentury tres tdmen Mdioritatk J)>ecies dfignarc tres Maio- poffumus, ddquas omnes dUjereduci
poffunt. Maioritas quxdam in»'
nutisrpes. uenitur mter fubfiantidmdcfubftantiam.quxdttenditur penes
wi- iorem cr minorem effcntix
perfidionem : ty fic Homo t{t Afino mdior.
Pdid interfubftdntidmtjdccidens i quemadmodum ejl intet Hominem dc eiut qudntitdtem. Et qu^dam dlid
inter dccidens cr 4C# cidens ddtur,
ficutitxempUficaripoteft de omniquaUtatt per com» pdrdtionem dd qudntitdtem, cr de omni
dccidente /piritudU refpedm MaToritat
corporei. ^iecdUudeji Mdioritdt, qulm ratiOy qud dUquo di&crum quid ? modorum unum ejl aUo maiwt^ ucl
pluribm. Et hoc in loco fubflanti4
dccipiturnon tdntum pro corporea, fed ttidm ^iritudUdc infinits» DeJEqualitate» *ICQttdUtdfin hoc toco dccipitur^ non ut tfl
pafiio qujntitdtk prxdicdmetttdlk,
fedqudtenus cum ente conucrtitur trdnfcen»
dtntifiimo: cr in hoc diffirt x Concorddntid : quid A equdUtds efl
eiu4 ^qualitaj finis. AequdUtat
inuenitur inter fubflantiam cr fubflantiam ; ficuti auuir""*'* '«^«•'«4iwe^uis
rddicibui omnes entium f^ecies cir»
€uit. In diuinis amen nec Mdioritdi nec^ Minoritds bcum bdbet,qui4 iftorum uter^ imperfifhonem mdximdm
pgnificdt, Hxc dc rddici^ bus tm
dbfoUitis qum rejpe^uis dida fint, DE NOVEM CATEGORIIS transcendencibus -- H.P. GRICE J L AUSTIN CATEGORIAE --
D^^cUrdtis principijs dbfolutk cr reJpeHiuky qu£ m uha qudq^ drbcMre pro rddicibui funt prmda^
reftdt ut fecundo U>* co de folijSy
qux omnibui drboribuf pro fiuQuum conferudti*
cnty dc totiui arboris oruAmento funt communidy pertrddnnus. Et
^?.^^^J^ Ucet dUqudntulum d
trdmitcLuUidecUnauerimus itt modo trddendo, ciinau quotmcredtis quAm diuinis drboribus htc
omnia. filid oonuenire popint: qu4C dpud
Peripdteticos nouem dccidentis prttdicdment» ho« €Mtur : ignofcdnt t^men nobis LuUimatoreSj
quidii obftrudre «0* Qnire Aii-
luimui,ut conceptuum dr^imentOYumlonglor ftticfUi qudcUn^ thora Lul ntdtcridhabcretur. Hjecetcnim
trdnfcendentifiimd confiderarc n*. lo
dcclincc ^^jp, . p^^^ realiquolibet Ente CT rdtiondU prxdicdri co^dcrari^ poj^wf. qutre/pe^h Entis
trdnfcendentipimi mfrriordfunt; fed dt
dcbcat iftx principijsquoq; tdmabfolutis qudmrefpediuls, qux cum Ente
iHo CJitcgo rix. conuertuntury CT
dequibut fstis fuprd egimm. Quibut prdmi^^, di
unmcuiuAq^ contempUtioncm ueniendum efl. De Quantitatetranfccnclcntiffima* Quantita- Vdntitecies ponimus, quarum primd
continud nomindturt tjnuactd^i- dUerd
difcrea^ Contimd quidem efl in quintum perfiHio copuUt «• fcreta. napotentidm proximam, aShimy correUtiuum
;utifl quis homi- Continaa nis
cfJentUlem perfeftionem contempletury de qud efl pr^fens nodrd quid Gc. conflderdtioyfl fldtim ddaiium reducdtur,
potentUm proximdm uo- eamui, eddem ucro
proximd potentU in ddum dedu^bi» dum efl m
uiiddbominis produiiionem, diius uocdtur^ cr ipfum produdutn dppeUdre debemui terminum potentitt» uel
producentis correUti- uum. Qtit trU 4
LkDo iccipiunturmiUe in locis pro 1 VO, ARE CT Quid fcet BILE ; quorum primum refpondet potentix proximxj
fecundum ds luu, Afc,6c fiui. cr tertium
correUtiuo. Difcretx auttm Quantit^ nafcitur d
difftrentUyquteflinterperfrdionemuniusentiscr dUeritn. Cuius n^^^nStll^ rei ddbimut excmpUimt m his, quibut
hiccqudntitss repugnare uide qn]^ (^^.
tury ut LuUifbidiofws tuto pof^U unicuiq; enti appUcare. Diuinuit i»*
Exemplu teUe^uiCTUoUtntdS tiUs
funtnaturx, quod fldefiniripofftnt^alUm de difcrct* fhrmilem inteUe^atrationemhabtrct, cr
aUdmuoLuntM : fcd quU Quatitaia
definitione nequcunt d nobU intcUigiy eorum tamen d£tus neceffarij aUud fatii decUrdnt cr mdnifefldnt ; quorum
unu^ tfl Filij generatio, £ 4
quim* duarein- quimttUefiulconuenitidUtruerh,
Spirimfdniii fpintio, qul tcllea* Dei
yi„^uolunntidttribuitur : quitmtniiiutlicproprid determindn^ no ficprin- py^„cipid cum effentid requirunty
ut «nw, nempe, generdre, k di &uSlG^
uoluntdtc,Grdlter fc:fpirdre, dbinteUeaunonpojiit ejjc. Nec dli' taigeiicra- dmrdtioncminuenircquispotcrit,
niPquiddiuiniintclle{iut cr tto- di.
luntAtisdlid^dlideflrdtiotcrtn hdcdiftindioncdifcretdqudntitM Quantitas confiftit. \dem dc tribwidiuinu
pcrfonis cenlcd^^qux Ucet cd ratto^
diicrcta in ffg^qu^incffentidconucniuntynonftntdifcrct^ : tdmen in
qudntum dTuinas""
pernotiondlefpropricatesdiftinguuntur.difcrctd qudntitdx cisco* pericur. P'^*^ • P^**
continuidiuifionemcdufdturyjicutipr^dicdmcn-
Latittlao tdUsJedunumquodq;
ensndturdlittrfequitur. Ethactfttdntxld*
quatiuiis. titudinis, ut cr qudntitdti ipft prxdicdmcntdU conucnire
dicdtur: fed pr£dicdmentdlis,finitis
tdntum a^Umitdtis rebmy de qud kri&l
uidcinprxdicdmentis, De
Qualitate»
POftQudntitdtisconfidehitionem fequitur QUdUtdtis conteMi pldtio.quam ftc dcfcribcrc pldcet^ Qu^Utdfcft
uniuscuiusi^ " entislecunddridperfraio,fiu€ proprU, fiuc dpproprUtd.
U quid huiwi
defcriptionitpdrtesdecldrdtioneeffnt, id fdcercnon pU pbit, Dicitur perfcd.io fecunddrid^ ut
Qudlitdtis CT QUdntitdtit
difcrimencognofcdtur Sdtisemmexdidisin cdpite dc Qudntitdte pdtetj ibi efftntidlm perfrdionem confiderdH
: hic dutem iUdmyqux Diam* inco, fcd
pnite crcdttt, drborum rd^ dicibws,ut
rddiccs funt itruncis uero ut potcntid funt brdnch£, rd» mi, foUd, fiores v fiuilus^ Sed dd Keldtionem
fermonem rftr/^m w. R Dc Rclatione^ l£ldtionumcognitiofdtkdifficiUscli\quidoh
cdrum debilcm DeRclatTo
cffentiamfunddmenturcquirut,dquohdbentxffciet terminu, f^^nda- quofuumcomplctum cfjewnfequuntur,
quitcrminusinfub "^cco&tcr f
Jldntijs 34 jiintijs cr abfolutk non ejl cotrtUtiuumy
fcd abfolufumy In quo cor* rcUtiui
reUtio funddtwr : qu£ dcfdciU non a>gnofcumur, cr ipfnm ReUcionis yeUtionemqualiobfcurdnt. Scd iaiReUtioadqujtiCunq;reUtioncs dcfiniuo. communii dejinitur^ ReUtio
eftratio, qua unum ad aliud refertur, ut
de paternitdteo' fiUationc oftenditur :hje etenim dux reUtiones faciunty quodfuppojitum uel perfona um. aliam
rej^iciat^ \t abfo* DiuiHo re- pa i ls
iJJiud filij per paternitatemy cr fiUj abfoUitum reiie piratio Patri cr Ftlio
in tffeconfii^ tutis (quajiyaducHiens,
c:rji>iratiopaj?iua qua Spiritus fanQus i»
effeperfonAUconjiituitur, jujlinendocum D. ihoma Franc* Mayi Scoto, pcrfonof diuinas reUtiua ZT non
abfoUta proprietate in idaS in*^'
^lJ^P^f''*^ Siih reaU quoq; reUtionc conjidxrantur re> concincli^ idftoncfiH^, quadogici conjiderant
atq; dijiingiiunt m reUtiones p h -^ca
^^c ^* ^'^^ membrum primx diuijionfs
Adaiiqd. iccipiatur, quddam pariter in Deo repcriuntur, dc quibut
fuprx Quare rela memionemjvcimu4,
incapitedc Quantitatc ;qux ideo non dicuntur
tiones rois ReUtionesrationif,quiaab mteU€^fabricantur: fcd quia non
o- inDconnt mnes conditiones eis
conueniunt, qux ad realem funt requijitx^ Dc
Kclaiion ^"^* matcria,jicupls arcanA cognofarcy Scotijiaf confulc.
Qjjxdam creac«, ^'^^ f**^ creats, qu£ ab
inteUc&isa^bi dcpendcnc, ut identitas
imdem adfcipfum ; cr dijlin^o eiusdem afeipjo, prout idcm in pro* pofitionc Apartc fubieSU vprxiicdti
concipitur at^ prxiicatunt Relationii a
fubicSh cfl dijiinChimtBtharumreUtionum cognitio cfl ualde «r# ncfclT^*^ c^fi/rfrWj quia meriiante KeUtione
cr habitudine (quam r^ices cu» itttcunq;
arbork habentadtruncum^crtrunciadbranchai, crbran- ch£ ad ramos ; cr/?c dc ommbus arborum
partibw) carundem cjjen» lU cognofcitur,
Df A&oiu^ l i1 De Adionc^ VT didiuin^A crhumdndx optrationtt,
immdnentes ucl trdns- euntes confcendcre
pof^k: banc breuem ipfiws aBionis notato
defcriptionem, aHio efi refpeCks operantis di operitum: \Ci\oU de- nondicimui dffmis 4d pdffum.ite Utijiimui
aShonis ^nsin riuulum fcriptio o-
tuaiat. Affns emm cum pafjum rcjj>iciatt cf tn DtonuUumjit paf
pJim** fum, cum imperfvdiotum arguat^
ncc a^ntis ai paffum rejpe^ks 'tffe
potefi : cr tamen funt ibi operationes ac produSbones : operati' 'ones quiiemy prout Deus effentiam inteUi^t,
cr taniem fumme d* Ptdt :
proiu&iones uero in quantum iiem Dews, ut fuppofitum notat, tdlesoperationesproiucit:
quxficproiu^l£,aLtera uocatur filiuSy cr
dlterd fi>iritw! fandus. Proiucit quoq; Deu6 ab eeterno credturax ^^^^
^ in effe cognito et uoUto, nec tdmen
ptffum poffum dici, cum idem fint tg ^ n o p ro* redliterquodDeus, Etut latiorem differendi
campum habeas, non ducitcrca- tdntum
relpcBiueipfam aRionem confidcrare pottris : fed etim ab- turas. folute,ficuti crnosconfiierauimus, ium ie
proiu^lionibus cr ope* rationibui uerba
faceremus^ diflingiicndo de adione immanente cr
iranfeunte tXm in diuinis quam creatis : iUo tamen fublato in buiwt» tnodidHionibut. ut Deo dttribuuntur, quod
imperfvdionm notat : dependentti
uideUcet, d^ntis ad aihm cr e contra ; CT fi quid dUui ejl quod imperfr^ionem notet* Necdiuerfd
ddionum ^ncra notabi'
mus,utlo^cicrphyficipdndunt : fed tdntum iUui dnimaiuetten' 4um putduimus : nuUum iari etts,cui ddio
dUqud non conutnidt. Nullu da{ l\dteri£
emm prims ddio conuenit, cr aU/s boc ente iebiUortbus.fi ^(k\o nonrealis, faUem intentionAlis, prout obiciii
rationcm hdbet. Et "^? quintum
profit huiui tranfcenientis cognitio breuibus expUcari poffe haui puto,cum d latif^imk iUis
raiicibui, de quibus fupra cm
Hionismcdio,pcromnespartescuiuscttnq;arboris dijfufje, inde ai^ mirabiUsjruihtSj tam creati, quam incrcati,
puUuUnt, DePafsionc» N:
' On erit Uhoriofum, per ed» ^U£ ie A^iont fiint expUcdtd, CT ruturam pa^ionis mamfrfljire ; cum mutuo a^io
cr pajiio fe refpiciant^ de qua non
multa dtihri, fic eam defcribimUs,
Pafiionis Va^io elirejpcihis opcrantls adoperatum ; cr pafiio htc» fifiu
efi, defcripuo. ut pdjiio
nomincturydiuinis nonrepugnAt : quia produ^x perfon^ Pafsio p'*f
prodMcentemuelproducentesrefpiciuntjUt fatis notum cfl : fine td^ uinisno fnendependentiaaliqui. ApudLuRumadio pcr Aif^E notatur, CT ^ " A^^fo &C ^ Bl LE, per
bontficare» botutatis adio habetur^ CT pet bot.
Dafiio a- nificabile magnitudinis^ duritionisueLaUcuiu^aUeriu^radicis
habc pud Lullu. magnitudinis cr
durationls pa^io* Uec minoris ejl utilitatis paf» fionis cognitiot quamadionis, cum per iUam^
res uario modo deter* ninAtas, uel quafi
quaUficataSy cognofcere pof^imus : cr inde muUos conceptut fabricare* QU£ de adione didn funt
CT de pafiione pro» portione quadam
poffunt dicitjic crgp tot erunt jpecics ucl pafiiooii f^nerd, quot ddionis^ De Habim*
V^lutireUqud prjedicamentd dd omnidcommunij^imd conjide^ rauimuiiitdcr habitum conjiderare oportet,
Habituser^ non efl habitus ad habituatum
rejpe^lus, ut in Cdte^rijs tn» Habit^qd
? quiunt Logici ;fed uniuicuiusq; rei proprietas.qua habituatum ordi- ^uk^tAi'^^ n dnffLo CT homini conueniunt :
quonidm uoUtntdx in dffn»
dointeUe^mprtffuppomtyquidmLuoHtumnilicdgnUumy cr mc morid 'mteUe6hmcr uoluntdtem ; mteUe^my ut
potentidm pro* dudiudm» fed uoLuntdtem
ut pdrentem cum prolc copuLdre po^it.
1/1 crtdtis quoq; corporets,mdterid form^prafupponitury quum nd* Sit» in
crc^ turd fdtem priui eft perjrBibUe
ipfo perficiente, tT in C£teris cor^ atisr
pore exptrtibut : compofltis tdmen ex dChi cr potentia, ueL ex
grnc* re V differentid^ueLex pofitiuo et
priudtiuo,fituf cr ordoreperitur: W
confufto, qudm Hdturd pdti nequity ddmittdtur, Hmc Kijmundo A ni mad-
deuotioptimednimdduertdntyttecumconfullonequdddmy prmcipid, uctfio» uel radices rtbui applicent j quonidm,ficuti
ab t tr ddmirdbiii ordinc funt
defcriptdy ut uLtimum primum pr^efuppondty qudmais unum cum dLio dUquo modo conuertdtur :itd V ipfl
cuftodidnty w quodU* Ut prmcipium fluc
dd ^robdndum fiue dd improbdndum, in- ^
F j dijfhtiuer 5« dtfjrrcnttTdffumdnt.QUdlkdtttcmllt intcr
principid iUd ordo, tx hi/f qu£ ic
rddicibws dida funt, fdtis confiAty dtq; in commcntarijs nofhU m nrtcm brcucm Idtiut dccUrdbimu*. Nec
multoi ordinis mO'
doicxplicdrcmodooportcty quii in cnumcrdndis formis, omnibm tntibus communifiimis, intcr quds ordo
numcrdturt idfictt. H DcTempore» » 'i
On potefl fdhc djiignAri tcmput rcdlc quibitscunq; entibtH conucmcns, cum eorum tdntum fxtmcnfurd,
quacontinue in^, P ftdbilitdti funt fubic^y dc corruptioni obnoxid : intcr
qu^ o rcpucnat dnnumcrdri uerc potcfl, mli didboUca mrnj,
ip/?j?i* mo Didbolo nequiory id non
minus impie,qudm irrdtiondbiUtcr dc
ftuUecogitdret, cm CT crcdtur^ qtt^ddm in entium ordtne repcri» antur, qu£ tempordncx mutdtioni mimmc fubiaccnt.
AnffU uiitU» cct ac rationalcs animx i
corporibus proprijs exutsc, Quomodo n*-
^ affcqui potcrimui intcntum nofirum^ quiuoluunus ommbus enti* bus hdf nojirM latifiimds catc^rias conuenire
i DicimuSy ipfa expe^ Tcp*omni
rientidnobisinjinudnte,fecundummodumnoflrum cognofcendi, dd» b' couenit ritempwsquoddamommbusentibu*
indifjrrens. Et ne impofiibiUd fecundum
uii(amu/t affcrere, de Dco differendo tcmpuA noflrum conuenirc fic m od u n o oHendimus, Certum efi diijvrentes
operationes ad intrd rffcv dtcr» flru m
coO- ^j^^j ^^ ji cathoUcus expUcare contendit. fub ratione prxte» derandu ^.^^y^^ p^^^ffj f^^m tempofis,
expUcabit ; inquiendo, Dc* ut
Dcum^nuitcrffnerdbit. Deus Antichrillum ab dterno cogno' vit4 Et undc hoc i propter inteUeihs noflri
imbeciUitatemy qui ma«
dofuoresdiuittdscognofcityCrnonftcutifunt, Tempus igiturquoi fccundum modum nofirum concipichdi res
(quafi) menfurat : in nu* merum
trdnjcendcntiumponimus^ DeLoco» Kottejl
NOri efl ddinoium difficile oftendcrCf non tdntum credturdi corporcM in loco fjfe, uerum etidm
Jj>iritudlcs fubfldntids tdmfinitdff
qudm infinitd/sJicetdiuerfomodozTUdldetequi-
uoce. \mpofiibUe dutem fire putOydUqudm loci defcriptionem dfiig Qu-^g
fQ.» ndre,propterudriosmodos(\Jendi\li:
dt quibwin j\.,Vhyf: Arifl. dcfcribino
trdBitfV propter oppofitu modum ejfendi in locojDeo cr crcdturt
pofiiu conueniens ; quum credturd fit in
loco^ ut contineturJi loco. Deut du* tem
ut locum continenSfCy conferudns. Sed fdt erit cognofcerecor^ Corpora^ pordeffcinbcoperfeyUeldimenfurdlitery
circumfcriptiue, occupd ^*"^ tiucy
cr repletiue ; qujc omnid idem fignificdnty pdrtesq; eorum inte- ° grdntesy cr dccidentid^ per dccidens : pdrtes
autem effentidles
dumfunt^a^potentidtdntum funt pjtrteSy dicuntur e(fe per fe in lo» co. EthocdiciturobdnimdminteUeftudmpdrtem
hominis cffentid'
lem,qu£cumccorporemigrdty'dtq;tdntumpotenti4Us pdrs effich tur^ tunc inloco efi, cr eo modo quo Angeli,
quifunt in locOydefini* Angeli sut
tiue.Eteffeinlocotdlipd^hefteffcinloco^O' nonoccupdre /oc«w, inloco
dc^ in uno nuncy quod
nonindliotnifidliterdiuinduirtut dijj>enfa- Anitiue. ret : nec locus femper compdrdtione dd
Angelum pro fuperficie fu- mitury cum cr
in pun^ pofiit definitiuc exifiere. Deus uero immens o. liueinomnilocoefi.dtqiomncmlocumv locdtd
confcrudt. Sdcrd^ ^° * * tifiimum dutcm
Chrifti fdludtoris noftri corpus cft inhoftidfdcrd' chriflicor inentdUttr, crfichdbesdiuerfosmoioscffcndiin
loco, conuenientes p^quomo- exiftintibus
uelfubfiftenttbus. hd uerd qu£ tdntum rffe effentit uel do (it in lo5 cognitum hdbenty proprtc non funt in loco :
poffunt tdmen dui in ios co,prout
ihdnimdconferudnturyfi funtJffecicsinteUi^biles, dCks '^? inteUigendi uclhdbitus : p uero uniuerfdUd
inteUe{ks operdtionem
a^determindntidydicdXCdiffeininteUe^hobieBiuCy dt inconcduo tf,^ quomo orbisLun£obcoruminflMitdtcmtdnqumin loco, ubi
cr flulto* do fint in rum cogitdtiones
qi^iefitint. Hxc funt qu£ de Cdte^rijs trdnfcent loco, dentifiimis proponereuoluimuSyUt dptior
ftudiofus fteret in dppli- cdtione
cuiuscunq^ dd quoicunc^ : qu£ fi optime contemplabitur, non exigiidm utiUtdtcm confequetur, F 4 Drcii' 4» D
tor forma» husentibusconuenirepoffunt :
nec inconfuUo id obferuduimwSy ne^ td, qutfud nAturd fum
trdnfcendentijiimd,fierentminws ^nerdUd ; *^P^*
unicate» tdte^udet: qut nomin&ripotefi identitdtis unitdi, quid per
ipfdm dttribua omnid, ncc non cr
proprictita omnes in dmnAm trdnfeA unt
efjentidnu Dc Pluralitatr», EXft/f qus diSti funt de unitnte facile erit
diiudicdre de ippt plurdUtdte:
unumtxntum idobferudre prxcipimu/s, quodplup
YdUtds trdnfcendcns i» rddicibw cr pdrtibus drborum efi femi*- mti, m qudntum efi fuiipfiui plend^.f cum
proximd potentid dd d* ^him
fibicomenientem, cumd^ cr fuo correlatiuo : qut nomindn^ turplurificdtiuum,plurificdre cr
plurificdbile, Quot enumerdui* Qug
pliira- mmunitdtismodos.tot funtplutdUtdtis. inDeouero efi pUtraUtds Jitas in Dc- pnfondrum, dc etiam
dttributorum^ qutexnatura rti funt dtfiinih. ut optim (UiHcmt Scotifit, 3. D( Sim 5, DcSimplicitace. j PKout quMet drbor inuifibilm fubjldntidm Ji
radicibuf flmt
plicibui\recipit,flmplcxnomiudtury crfecundum fc toam *^£)gqua fitn qudmlibet fuipdrtem :
necioquiintendimwsdeedpmplicitdtet pijcicatc
qux opponitur plurdliati, quid titem plurdliatem hic immedidte
^[QiQf^^jj^f^ fuprd concefiimut :fed de
iUd qu£ non pdtitur compofltioncm exdli*
quo potentidU cr x^dli : dlittrfvrmd hxc drbori diuittdli non con- uenirety qut nuUdm prorfut hdbet
compofltionem. Exquo fequitur^
qu6dcompofltio,qujt pLurium tintum pofltionem nont^ potefl mter formds hdAce locum hdberc. \n dlijsuero
drboributy qu£ pro crcdtk rebus funt
condituttj compofltio ex ddu cr potentid etid reperitur* 4^ Dc Forma* FCtmno ut perficiens.fedut kt efjerc
tdntumconflituityin qud' pQr,„jo,„.
cunq^drborepotejlinueniri, quid nec diuinx effentis ^«"pM^*
nib**arbori ndt, qu£ cum diftindis
proprietitibus reUtiuis, perfonds dif bus conuc- ^finfhs conflitvit. Mdteridm dutem omnino
remouemuxj quid m dr niens fir. bore
diuindli inumri non potefl,licet Henrico non uidedturinconuet M^feria k nien s,Effentidm diuindm cffe qujfl materidm
in diuinis produBioni* ^^' hws, ut
fubtilifiimus Scotus recitdt in fecundd q diit : ^.primifen Suh:\[[ril' Untidrum, m' Scoruf. ' DeAbftracflo* Iii qudlibet drbore funt dbftrd^, f rjdices
: Verum cum ipfje ^^^jj^gj fubftdntidm
fudm tribudnt quibuflibet drboris pdrtibas., dtq; fujuabftra- njturdm iUdrum indudnt: nec dmpUm bonitds uH
mdgnitudo flm {i^^ qj^i,„^>
pUciterdicuntur, fedcumddditione. Vtfuntin trunco, nomindntur ionitdfuelmdgnitudotrunci,cridem dicdtur ut
funt in brdnchis, rdmifj/olijSyfloribuscrfi-uihbuii . G 2 ^.DeCott. 44
6^ DcConcrcto, Q: VU ut di^.um cft fuprd, dum de plurdUtdte
dgtbdmut* wuf qu£q; Tddix in qudmcunq;
drboris pdrtm defcendity ut ejl m
proxtmd potentid dd diium^ cum ddu v ]uo correUtiuo, quorum primum cr ultimuminconcreto fumuntur
.f. pro IVO CT . BILE, ideo tdUd
concretd per omtusdrborei funt diJPerfd dc femis c6creta^^n "^"''»
dumddexercitumddum uenimutMcendo :
omnib*ar Tntncus e{l bonus,mdgnus CTc; Brdnchtt funt boiue, mdgnx
CTc: borib^ pa^ frudus funt bonijmdgni
(jc: fic demedijsdrboris pdrtibus difcut'
exerci rendof tum. 7* DcGcncratione» Qwariterge Enerdtiofeiun^dmutdtione lic
conftderdtury qu£ Tddici* neratio co
^J"f>Mf omnibus dttribuitur, ut undconuentdnt dd uniuSt uei pUt* Bderctur. ^-^^^ produikonem: eo modo, quo
produccre poffunti c hoc Suppofitii pUcuit dicere, quid tdntum fuppofitk
produiho proprie conuenit :tm produ?,, ., / ri i • r (Xio coueit* ^""'^ dutcm ueL qu£ dd
moium formdrum [e hdbenty m tdttone folu
principij formdUs iobbdnc foUm cdufdm Thcologi non dffirmdre notadedi' dudent^dttiindmeffcntidm generare
ucl Jpirdrej ncq^ gencrari uel
uinaefsen- J^trdri^crqu^efintrdtiones.uidedpudSootuin i,q,
^,di^:primi. tta* Dc Plcnitudinc* \Lenitudo,utmquitLuUus,el!generdU principium
m drbort qudcunq; femindtumy cr
dcriudtur drddictbuSt non tdntumut
rddixundcitfctpfdplend,fcdetidm ut fimiUtudo dUdrum rd» Forma
h dicum pdrtictpdt icrdebis pUnitudinibus totd drbor c/i plend. Sec kphi ralira^ formd htc efi eddem cum
plurdUtdte, quid effentiales pdrtes pUrdU»
le dift ing u i f ^ tjntum re/picit ucl integrdntes : hxc uerd cr iUdf,
cr dlurum mmumfimiluudinemt
uddUqudrum^ p; ^ DeTotalitatc* TOtsiliUi hic conlidtrdtur, in qudtttum
drboret totdm fudm ndturdm i ffnerdU
omnium radicum infiuxu confequuntur,
qudm quidem totsiUtxtem trunci brdnchtSt brdnchx rdmk, CT rdmi/oLifS, floribw cr fruBibut communicdnt.
huius rei txempUim m quaUbet drbore
defdcUi potefl muemri : de drbore txmen diuinds
UexempUficabimufyCuiminus totiUtdx conuenire uidttur. Kddices Excplu
de mbdcarbore funtbonitM» mdgnitudo arc:
contrdrietxte excepa, totalicatep C
aU£quximptrJr8ionemarguHnt,qu£ m totnmtruncittAturdm arbore di- Deifcifubfldntiam mfluuntyproutfuntfub
mfiniti rationt dc ptr- "^^*^*»
frHione.confidtrdts: non quod rddicts fint ipfo trunco priortSy dc
d^ UquU mrdtioneprincipij m
Deiefftntiaminfludnty cum rddicts i- Radices in
ft^tquxmDtojunt perfiSionts, d diuimx puUultnt tffcntid : ftd Oiuina
ar- quid mttUtiiwsnofltrcognofcitDeum cr
creaturdm cotmenire m borcqmo-
tranfcendentiyratione bonititis ^mdgnitudinis^ durxtionfs, potefld-
y°'^jJJ"*^* tiSy CT dUjs
tranfiendentibusj qut conuenientid uel confhrmitdi non poteflefje ddaUquod mfrriws, quid dd
mfrriordefidiffrrentiaier^
maUquofuperioriytyfuptriu^ femper infiuentiam babet dUquam,, ddmfvriora : fi cfl fuptriuf m tfjindoy babet
mfiuentidm realem : fi gj^^jQgjjJJ ht
pnedicdndo^rationxlemfc: ptrmodum prjtdicandi. Truncufutro pjj(jicado. branchis fuam totxUtxtem coinmunicdt, cr
brdncbx rdmis, per iden- titdtem fdUem.
Ex diSis pdtet non ejje confiderationem de totxUta,- tt, ut efl rdtio, qud aUquid proprie totum
dicatur, fei improprii^ to»
DePartialitate*. VAiicit^ Obicdum uero
extra di'
citur,quoddBiudpotentidnonrelpicittdnqudm correUtiuum pro» prium, fedextrdneumy utmdgnitudo, duratio
CTc: qu£ d potentid Obie^lu ex dHiud
bonitdtk tdntum extrinflce afpiciuntur. Verum tdmen efi quoi tra (itiira. obie^um extru^fitobie^umddintrd,
quando uirtute potentijt a&i* U£
iUud inproprUm fui naturdm conuertit dgens, ut in motu gene* Tdtionis cr dugmcnti mdnifcite dppdret, ip Df A^». ACtusdupUcirdtioneconlidcr4tur:primomodo
pro operati' ^Q^^, ^ one, qux i potentia
aShud procedit, qui m omnibus arbori ^
bui locum habet : fed dlio modo pro aih.quo res prius in po* tentii exiftenSj fit m 4c7a, qui entibws iUis
conuenit tantum, qux muationidlicuifubidcent.Perd^impriorem
radicum mfluxuf, d* lidrumqidrborum
pdrtium cogiofcuntur : dt per fecundum formdm
Yei uel ejjentidm in credtis inteUi^mus» " io^ DePriontate» QVidinteromnesformdfVrioritdscrPollerioritds
funt prt-^ poncriorfJ cipux,cumdb ipfis
totusrerum ordo pendeat, mdiori egtiu ras.funtp^ mquiptioneMeoplurcsmodos prioriatk
dfiigttAbimus, ut cipux.
probccognofcdmfludiofi^quomodo indpplicatione huius formx fe Nora
ufq; debednt ^bernAre; ne impofiibilid
Deo dUqudndo dttribudnt, cr ^J^^^'
qu£diuinfsconuemunt,repugttAreopinentur, Quinq;modosprioi di^^?' rititis Scotiflx in fuis firmdUatibus
afiigttAnt,quorum prior eft pri Prfmus"*'
oritdf perfr^onis^ zrfic in quoUbet gpncre entium ddtur unum pri- mum, quod rdtionem mcnfurx habet, inteUis^ndo
de menfurd perfvt. ihonif, Vt in genere
fubfldntix pro menfurd extrinfeca Deus afig^ Dc' eft m ci mtur:fedpro intrinfecd oonuenientcr dj^ignxre
poffcmus Luci(et exaiii rumyquo
ddfudndturdUd.quid in perfiSboneyquamcunqi creatu* 'p liquidcommumcatur^utaliquidpariterretribuaty
quodcunq-, fit iU lud, Et ab his
nAturalibui conditionibui exeuntartificiales, quibm t» mentes C ueadentes, ac cxtcri quotidie
utuntur, 2$* Delntentione* Ibltentio rdtio c/?, per qudm res operantur
ob finem aliquem, ]gt Intetio ^d? nk
dando acri fuam caliditatem^ hdc mtentione ducitur, ut bonu/t cognofcatur, quia fe ipfum diffundit, Volendo
aittcm deftruere aquam, quic imer aerem
terrammediatyhocideo factt, ut maio' rem
cum terrx habeat concordantiam ad recipiendum ipfim ficcita- - f rw, quod non fatk commode fieri potej},
proptcr aqux fripditd* tem^ impedientem.
QU£ intentio dupUx efl : primd fc: C7 fecunda. ^"^^^* Vrimd eft finis ultimui rei: Secunda uero,
efl finisfub fine, 'Et exrur-^ ^^*
turaUbus intentionibMy artipcialesoriuntur, 29. De Ordinatione* P^ErordinAtionemresfuntinconfuf^cr
diflindie, qux ordita Perordlna
tionontdntumrequiritur interdrborumpartes,fed etiam m- tioncm ter rddices, tTnon folum in effendo, fed m
operdndo quoq; . Ex ? ndturdlibut
ordindtionibus homines dcceperunt drtificidles,qu£ mo" tes, operdtioncs cr tdlid ordinant, Plures
funtmodi ordmis, qui fub ttomine
prioritdtis fuprd funt expUcdtit. 3 o.
De Operatione» EN/w cum nonfint ociofa,
ttdturales fuds hdbent operdtionef,
quibm Udrios producunt ejfiCks. Ncc dluui enti dene^tur o- ptrdtio dUqudfUel reaKs uel
mtentiondlis^l Intetiodu- p 5J» Dclnnucntia» lcrinftuentidm res jlmilituiinemfum
rebufdlijscommttmcdttt^ Vnde rddices in
Truncum infiuunty cr Truncu* in Brdncbdt: flc
inducendouiq;ddindmiduainclullue,(lU£in dlid infiuunt, ut direfie feipfd.uel indireae confcruetu^ ^x. DcRcfluentiaf HAccformdAConditionedifJvrt, Per
conditionem,ut diximut^ dliquid fuo
communicdntiy iUe cui fit communiedtio,
""l *yrJ"^ reddit \flue iUudfuidemcum co, quod
communicdns trddi». acoditioc. ^f
pf^cnonl fedRefiutntUrell^icitin correUtiiio fuum reUtiuum, Qdrcrpict ftcundum edm fbrmdm. qudm
correldtiuum d reUtiuo dccepit, C«u« au
m exemplum trddere non efl oput, cum hdnc KefiuetUidm quotidic in his perJpicidmM, qui ntdlum pro mdlo
redduntJ;oniiq; pro bono^ 33.
DcProdudiione^ Vid perOpcrdtionem
nonrequiritur, ut dliquod tertium re»
fultet,utpdtetdeimmdnente,fedin produ^onc requiritur, 'ideointer fe du£ iflx /ormx funt difiin^tx,
tdnqudm mdgis cr Diffcrentis minuicommunes.Diffvrtquo(i;h£cf6rmdAffnerdtione,
de qud di* inrcr Pro ximut, quU efl opuf
ndturs, ?roiu£ho dutem eflUtior. Dicimus es
duaioncm sptnV«T« f^n^um produci, non tdmen ^nerdri. Diffvrentidm ct gcneutis j^n^ ddmodum notdre oportet, ne
wu confunddntur^ ^"^"^* cr
edrum ndturd ignoretur, Vonit Kdyl LuUui duju formds, fc, Ori' De oricinc
^nemcrExHum,qu£cumpojiiHtdefdciUconfufioncmcjufdre wd- et cxitu. ximdm in litc9u cuimcuuq;,ob
conuementidm qudm hdbent cum his
uiielicet Generdtione, Augmctitdtione, Conditione^ Operdtione, Itifiuentidy t^efluetitU, VroduiHonecrdlijs,
ideo ei^ omittimus* Sei fi fubtdis
uolucrit hds quoq; cognofcere, h£c pducd, fi'
Orico qd? bi fufficiint. Ori^ ponitur pro operdtione iUd, qud fuhU^m E itusad? quodltbet proprUmpdfiionemproducit.
ExitM uerb d{hii dccom» ' moidttir ; qui
ib d^ud potentU efl, non compdrdnio ipfum dd term. mituim^ q; 5r
mmmy^luUtunctlfctutlffturdtio, uclproiuiHo, utl tUi^ud aUs opcrAtiot
34, DeSeparabilitace* Llcct
uidcmr, quod ifld formd flt adcm cum cxterioritdte^udU j^. ^^y^^ jj j detdmcndifjvrunty quiacxtcrioritdf
cfiinteriUd, qu£ aliquo ^^^^ modo intcr
fefunt dijlinddy fepirabilitdf ucro tdntum in hH repcritur, qux fecundum exiftentiam funt
dif\in6h^ ut, Pdter, FUi* ut,
tirborcrfru^s.quinoneflindrbore. Et quid flc hdnc fort Hxcforma mdm confidcrdndo nonomnibM entibu4 potcfl
conucnire, quid tdli ^ difiinBioneentu
omnid nonfunt diftiniai,ideo pofjumwdicere, ed tib»conue- cffcf(pardtd,quorum unum cognitum eflr, aliud
non. In homine nircpofsiu
quidcmcflbonitdia' mdgnitudo, quem fl conflderauero ut bonut tdntum, tunc in eo bonitj^ cr magmtudo crunt
fcpdrdts», 3^» De
Infeparabilitate* ^p\Er cd, qu£ de
fuperiori immedidtd formddiSh funt^ huim
fatif erit notd efjcntid, oppofltum meditdndo^ Et ueluti eam duplicimodo confldcrauimut, realiter fc:
CT rdtiondUtcrx itd^yhancijsdcmmodii
contemplar! dcbcmut, \flx dux firmx in
homine funt idcm rcaUtcr fc: Bo/»>quxinmUoent€inuemturjCum ndturam
deftrtut^ prd* ter qu4m in chim^rdi q^m
ima^ndtio noftrd ex impofibiltbut
ftbricat. Hxc omnia funt impojitbiUdy uidcUcet : Bonitdt non eft
md» gnd : Bonitds non eft in Deo :
Bonitds non eft in credturd, Et per omnes drbores eft ne^tiuc dijperfd* De Similitudine – GRICE: ANALOGIA, METAFORA,
SIMILITUDINE, ALLEGORIA, PARABOLA --. Secundum Teripdteticorum fententidm,
propric ftmiUtudo in qudUtdte funddtur,
non eft tdmen inconueniens, ut Urge
pmiUtudinem dccipicndo cr in qudntitdte dc fubftdntid fit ; quid cr identitdx uel diuerfttOitt qux
in fubftdntid proprie lib:io.Me
funddtur,interentidq. *cunq;inueniturJefteArift,quiinquit^ taph : tcx. mneensomnienticpmpdrdtum,
eftidemuel diuerfum. Q|f4fc»Mecietin ffnere conueni» tntid funt dc flmiUd» V qu^e numero
difjvruntyin fj^ecie dj^imiUntur» 39.
DcDirsimilitudinc. REsomnes, qu£ diflinSbishdbent
ndturdx^ inter fe dif?imiles
nuncupdntur. Ethsc difimiUtudo dttenditur penes quam- cunq^ diffrrentidm, quemddmodum a"
fimiUtudo pcnes omnc conuenientUm uel
identitd tem» 40» DcNatura. NAturd in omni drbore eft neceffxrU, propter
Udridt ^nerdti* ones uel produStiones in
iUit repertdx, qu£ fieri minime pof»
funt dbsq^ ndtur^beneficio, quid principium eftdUcuius fir* }n£dbfoUtt£»
4 Dc Pundualitatc» NOriw»««f metipljorUehocin loco dcerpntuf
pun^dUtjt, quimlonfttudo. Utitudo CT
profunditds, dc quibus fuprd didumejl.
Vimc efitquodpunChdlitM efl d^s, fub rdtionf
'mdiuifibiUoittt confldcritut, quimedidtmterrelatiuum dliquod CT correUtiuum fuum, ucluti bonilicdrey quod
mediurc uidcmut inter bonificdntem cr
bonificdbile^ Delnftrumcntalitatc* QVdmuk h£c formd \n unA qudq; drborelocum
hdhedt pecuU' drem, utuidcbimut :
ftincrt nccfibirepugn&t, ut etim dlijt
drborum pjrtibui fe communicet, quid nihil dliud efl^ q^m potenttj (ubdShiopcrdndiacccpti;qu£ddinftar
'Ml}ramenti drti»
fcidlitpropinquioreftfuofflT^hti^quim^etredd effvShtm ordinX' tx . Cuiui reifl exemplum dcfldcrdty fume
pottntum uifludm fubdCh fuo, qu£
mflrumcntum dppelUtur uiflonis, 4j»
DcNccefsitate» NOn efftt htc formd
omnibui rebuicit operationemM Diffirt ^oq^ d potentiaa^ua, quia h£c af> iUa fupponitur, nec efl idem cum Virtute de
qua fupra loquutum efl, ^uia ibi uirtws
m effe quieto confideratur, hic autem fub adu. Q» Utijiimdm iUdi rum ttAturdm und alijs omnibui eommunis r/?,
quemadmodum de ri* dicibui fuprd diximMi
quodLuUidrtipciu generdUhoc txpojluUtk
p: Dc Qua!ftionc VTRVM. I Er hdnc (jutftionem de rei cffe quxritur,
fccundum omnes f f w pork difftrentids ;
cr regidjLtur pcr pof^ibilitatem. Eiut fpeciei
tresfuntjejle LuUo^ in prlncipio quartr pdrtis principalit HzC qu«s Artis fu£ generaliSy uidelicet
DubitdtiOy JKffirmatio CT Nfgafw; flio
tres ha qudrumpriorrcjpe^ueorum ef},qu£ ddutrumltbct dicuntur,ucl qu£ becfpecies* contingeatU funt. Secunda ucro de
his quxrit, qujt neceffarid cognom
fcuntur. Tertii dutem efl de impoj^tbdibus: dd quas rejpondendunt efl per dffirmdtionem uel ne^tionem^ dut per
po^ibilitdtem, contin^ gentidmy
impofiibilitdtem uel neccfitdtem.flcuti mdgis expediens €# Noca« rit: id tdmen obferudndo, ne per rejponfionem
principid deffruantur^ ideligendo
quodrdtionon difbit^ Si enim fidt quxfiioy Nmm knti» chriflus flt credndM i fldtim per priticipid
uel rddices tdm db^olutdi, quim
refpeEhuis difcurrere neceffdrium efi, c id concedere quod tnagis Bonitdti, Mdgnitudini, Diffvrentije,
Concordantix CT dlijt rddicibusconfonat.
Toterisquoq^arbores uel fubic^ contempUrif
quibusflnonrepugnabityfubfeidcontineredequo motd eflqutfiiot tunc eligendum crit, Quid f rg) non
inconuenit honitdti dc dlijs rddi* €ibu4
ddbominem conflituendumy ut unidntur fimul, ideo Anticbri» flw homo, crednduA efi. Diuinx quoq;
^onitdti, hldgnitudini cr Po*
tefidtinondduerfdtur Antichriftum credre, ut fatis pdteie potefK Ncqf; ArborihumdndUrepugndt hunc fufium
producere, cum ndtu»
tdfu4bonusPt,UcetprdU4UoUtntdte fceUJlipimus : ob\id dUqudnda trit.Si
trit. Siuero decie:necminu*perregiiUsueLqu£ftiones dtfcur^ fendOjdUqudpolJunt mueniri,pcrqu£ Chimtrje
dtfinitio oftcndd- tur.Perbdncrepildmdefinitio
mdi^rinonpotellt cum de rci efjfe Quarc pet
^U£r4t^ quod m definitione (juacunq; fupponitur. y^^^U 'd^e' DcQuxRioncQyiD. ^(1^'"' QV^^io hfCf qu£ per Quidditntem, ^ffentidmt
Ndturim dc B^edlitdtem reguldtur^
qudtuor hdbet j^ecies prmcipdles, fub
quibuA plures dlue cotitineri poffunt» Primd Jpecies eft de defi' Prima
fpe^ nitione cr dcfintto, quomodocunq;
fumdturdefinUio,fiue fit quiddit> cics»
titiudcrpcr mtrmfecdffiuequietdtiud cr per extrmfecd muentd, dummodo cum fuo definito aonuertxtur : CT
huiusmodi definitiones poterk multiplicdre,
recurrendo dd Topicdm Arifto: Secundum hdnc
primdm fpeciem fumuntur definitiooes rddicum, dum dicimus, Boni» tM eft rdtio qud Mdgnitudo^ Durdtio dc cxtene
rddices bonx funt, uel Bcnitds eft, cui
competit bonificdrexfuo modo de quibufcunc^ ent
tibu/sdicendumeft. Kecdtfinitionesiftt ineptx funt, ut inepti qui» ddm opituntur^ quid multx funt,qu£ ffnere cr
diffcrentid cdrent, ex quibui dcftnitia
confidtun ueluti funt trdnfcendentid omnid dc gcnet rdUfimd generd^ qux fi definire uoUteris^ bdc
meUorem nunqudm in- uenieSyqudmLuUus
docet. Secunddfpecieseft, qudndo de re Secudatfpt quxritur, quid hdbedt in fe nAturdUter dc
effentidUter : cr rcfpon- Cici» dendum
eft per edyfine quibut res effe non potefty ut puti per IVVM, ARE, cr BILE. crfic Bonitdx CT
dUtrddiceshdbent plurd coeffen» tidUd
uelconnAturdUd. Etmodus ifte definiendi eft Udlde tutMf cum per mtimd reidf^ignetur^ udletq; dd
confbruend^is dcmonftrdtiones ic
tdtiones neceffdrinf, InteUiff timen per I VVM, ARE, cr BILE non l l qudtenm quitenwiiiUidwtt, quU hoc efl
per Accidenf t ]cd uthrc trii
indifjvrenter fe habent dd omnid, cr hoc ijfentiale cfi». Vluribwtdlijs modisaUquid mfeaUud hdbere
dicitur, quos rcciart nonexpedit,
acfi^Uitim lUorum unumquemcj; defcrtbere j hoc cxnt tum tibi fatHflt cogMfeerty entid m feaUquid
babere,altquo tfiorum modorumueLpluributtUideUceteminenttr.
uirtualitcr m ejje reaU, Plures mo
uirtuaUter m efje cognito, potentiaUter, aduaUter, identice» uniti' di habcdi. immenjiue, per domimum, per
mjiuxum, per mixtionem,per mot dum
U>ci tim communif quam proprijy uel ptr modum pcrficientk^ fiue fubflantiaUtcr flue dcctdentaUter, uel
aU/s modit de quibui ubit^
Arif}o:dif[erity quosq; defaciU mucntre pottrif,dtfcurrendo per Rtf
# Tertii fpc; dices, Arbores, partesq;
lUarum. Per tertiam jfpeaem qu^ritUTf
Qvidfit res in alio { Et uarijs modis ad hanc quxjUonem rej^ondat» dumefiyquiavdiuerfimodcunacr^adem res potefi
cffe m aUquo uel m pluribwt. Bonitas
entm uel i>\agnttudo dtcuntur tn aUquo effe^
quatenus iUud efl habituatum, ut fecundum BonitAtem ud Magnitun dinem a^t uel patiatur. Hanc Jpeciem poterls
muUtpUcare eo modo, quofecunda
f^tciesmuUipUcaa efl, difcurrcndo ettam per fubteibk omnia, radices, acregulM. OuaUteruerb
definuiones fumend^ fint, n «rta r
unicoexemplomanifrfiabitur.cumdereetilis omnibm tradatum e» ^ rit. Ouarti fpecies efi^qua quxritur,
Quidres in jUohaheatjf cuirc* Jpondendum
efi per ea, qut aBionem uel pafiionem flgmftcant ; ut wteUe^ts m obieBc c/?, tUud mteUigendo,atq;
in jpecie inteUigibUi^ quia eam
recipiendo patitur Deu^ in tredtis ommbiu ptr faptenti- am^potentiamcT effentim i^reatA uero in co
reperiuntur, quis eonferuantur tj
diriguntur. De Qua?flione DE QVO* Af c
qu£flio,per materialem rationem in rehuA impUcatm rc ^Latur, quoniamdehis qutrit, qutad rem aUquam
confli' tiundtimfuntncceffxriA/flueiUa
mtranufint ucl extrancA:
jCriibetdrtsffecies. Vrimdpetit unie ueUCTregnuntKegiS4 Huius fj^eciei
quxftiones pof* Hxc qnio (unt
muLtipUcari, difcurrendo per omnia, qut refbedum aLiquem q"o»podo DeQuxftioneaVARB» ^ Hkecqu£ftiOy interro^tderei ejjentia,
quatemts ad exiHere uel operari
ordinatur: iieo huiuf qu£fiti du£ funt fpecies»
Per exiftere nonmteUi^mut (ffeextra caufam fuam, aliter pcr cxiftcv dd entia omnia qu^ftio h£c non effet
uniuerfalk, fedmdifjvrenterac' rc quid in>.
dpitur pro quocun^ effe,fiue reaU.fiue cognito, Sipcr primam ft[>e$
iclligatui»
tiemieinteUe(luqu£ratur^quareexiftati reff>ondendum eft, quia
»'Q>ccics«. hoc i, proprid
pLenitudine habet, nempe ab inteUefhuo^ inteUigere cr intcUi^bili, tum quia ptrBonitxtemy
Magnitudinem ac c£terM radices^ fuum
effe confcquutus e{i. Per operationem uer6eH,utin* ». fpecicf* teUi^t cr cognofcdt fuum finem^ aliorumqi
entium naturam, CT ut per eam,homines
uarios fcientiarum habituf acquirant,
Dc Qu2cflionc> cufus rcgula eil
QVANTITAS. SecundumtuUumihmus qu^flionk iu£ funt fhecics gentralet^ P°*,
Af* I 4 wMat, fccundum hanc qut- rendi furmulam^nequdquam quxrere uel
dubitiire poffemus 'Xonjidc q qo jj,
retur erg) hic temporalitMjpro duratione quacunq;,uel eo modo,quo j „
tepora» d nobk in Cate^rijsdeclaratum
eft j cr tothabet /pecieSy quot fc lica» hicco
cunda, tertidt >w«a, cr decima quxftiones habent. Sub ijs uerb
j^eci*^ lidcrctur. tbui diuijiones
fumere poterfs, diuidendo durationes per /ignd uel m* ftantidy fl aliam diuijlonem nequiuerint
admittere, quemadmodum Aetemitas cr
Aeuum, facilefatifeft,peraliarum quxftionum ft>eci' ts.huiutqutftionis ^eciesquoq; inda^re :
exemplum tamen dabi' mus quomodo ftnt
petendx d fecundo quxfltOyUt promptiorftt ftudi' _ '^|^ j ofusadreliqua mquirenda^Si quxratur per
primam ft>ecicm iUius fpccfcbui!
quxflti. Qttando eft homo f tunc effe debemm fateriy quando iUius ef* fentia fubfiftit^ Per fecundam Jpeciemitunc
eft homoy quando fuan partes effentiales
habet. ?er tertiam . f quid ftt In alio ecies,quotaj^ignAuimui,fed mdiffirentcr
cr omnit do loc* (ii busiUismod(t,quihusresunAmaliapoteftef[e,flue
fecundum deter cofidcrad* minAtum
quoddam ffnm ucl j^edem» aut fecundum tranfcendens ali» i K quoi^ Exc U fc exmpUy qudittr perfpeciei
aUqu^tyhiteUei^ cundu ua- ^^^fit ln
locoy utlociefjentu magk cognolcatur, qux defcrtbcreuo- liat fpccici luimus, Pcrprimam Jpecicm
fccundLe qtuej}iontfyinteUe{ks efl inubi
jiue loco, quia ejl m fud effentia.* Pcr fecundam ejl in feipfo,
JicuH partcs m fuo toto. Per tcrtiam eji
m alio, quia in anima Jiue homU nc. Per
quartameft in ilLa uirtutCyfecundum qium habethabitumfci»^ endi. Per primam Ipeciem terti biliSyfed per 'mteUie^im cognofcibiUs folum*
Perfecundam, fua fifft» ra uijibilif
O" imaginxbiUs cft, non q^o ad effemiam. Per tertiam lo» CMe{lcoUocatipa}^idcntislocum,licut caUfaChim
poj?id(t caUdit%^ ttm, ipjo habituato
caUdLnte Et fubiun^t LuUus^ quod^pcrhas tres-
^ecies attin^tur ejfendaloci per mteUiftre tanium i ita quodlocm- particularis m fubie^ fuftentato eft
diffufus, cr dcriuatur a loca uniuerfaU
in fubieSh uniuerfaU fuftentato» Quilocu4 uaiuerjaUs Iop cat omnia locata^ftcut omnLi caUda funt
caUda, ptr uniuerfalem c^ Uditatem* Per
primam Jpeciem nont quxftionis,loci nAtura cogno» fciturinAmptrhocquodparseft in
parte,ftcutignis 'm acre,tttpa^ tet in
elementato, Jorma m materia C7 amnes partes mfuo toto^ ^ e conuerfo, fic unus locus ed in aUo per
accidens, ty omnia loca par^ Ucularia
mloco uniuerfaU. Locus ulteriut a)g*iofcitur per fecundam ln' 4. par: Jpeciemiquiaeft
iiiftrumentttmfhbftdntix,quolocdtpartem in par^
principali. ^ j^^^^^ j^^^ Vbitradit LuUus, in Arte fuaffneraUi Dc Qujcftionc OyO MODO» cuius icguiacn MODALLTAS. huii*"''ft"* A ^) innumer£
tmett nis ifit fpc- jfj^P^IP*"^
'B^-> T^^^i^fs omnest dc prddicamenta omnid acm ClQ9^ cidentaUd cum fuis ffneribut, Jpeciebm^
dc proprietatibuf
confideratdfUnamquami^ rcpt faUm crcdtdm poffunt modificdrt^ ^7 ^teicumeUte m^dificdtioiik, fjfccies huius
qujejiti confurgunt* Sed
quxPntiUtquituorJpeciesquMRjjy^tndit* rejlit uiiere. Pnwrf I.
fpccttf» eih, quando de re aUqus
qutritur, Quomodo jit in fe f qut [i appU» ledu qu^rituryCXaofff^^^^o fit in
aUoyU- iUud idem in ipfof cui hoc modo
fatisfAciendum efl.f intcUe^um in uoUtntatehabere fuum effe, ipfac^ in eo exiflere^quatcnus cum memoria
animam rationAlem con» ftituunt, Tcrtia
petit» Quomodo intcUe^lus rft in partibus fuiSy par* j> tesq;iniUof adquamrcjjfondcrepoteriSyhocideo
effcy quia per e-
dndcmmetnaturamquaipfcconflatex proprio inteUcBiuo^ inteUi gt biU, cr intcUi^e, fic cr hrc trid eius
partes dicuntur, Qtfarta au- 4, tem
inquirit. Qjtomodo inteUe^us fuam fimiUtudincm ad extrd tranfmitterr pofiU f Et huic dubitationi
brcutbus fatkfacerc quis po» tcrU, fi
eundcm inteUe^lum aUquo habitu infDrmatum confidi rauerit gxtranea inteUiffre, Dc Quxftione C VM QV O, cuiiis Rc gidAcft lNSTRVMENTALITAS. HAecqu^eflioqutrUdcinflrumcntPs CT medijSy
quibus res in Notioptlf
fulsoperationibusutunturyfiueiUa effentiaUa fint. quemad*^^* modum anima rationalis infirumcntum c^t, quo
homo ii:tctti' git, uuU cr memoratur ;
fiuc paj^iones uel proprictatcs, /icutiin jir'
roe{i grauit4f, cr in igne lcuitas ;aut fint accidentia communiay
fe» tundum qujt fubflantije operantur,
uclutifunt noucm acciicntis prtt.
Mcamenta ; cr deniq; qutflio hxc petit de omnibus accidentibus mo' raUbuSyft^quibusuirtutcsomncsacuitia
contincntur, ac etijm de iUis corporibus
quibus lAccanici in diuerfis eorum artibus utuntur, B.ay'.autcmquatuor
J}>eciesiUlsbaudabfimUts,enum(rat qu£ im^
mcdiateprioriqu£fitofuntappUcat£, ?er primam quxritur. Cum f.
fpccies ^uo inteUcdus c anims^ars t Et
rej^onderi dcbet, quod cum Boni K i
tMte^ tatCy TiiffircntU^ ConcorddniU
dc omnihus radicihuty contrarieUfe
txcepta. perfecundam^ Cum quo inteUtilus alia a fe inttUi^tf Di- CAtur, quodinteUi^one. pertertism. Cum quo
inteUedus cil uni* niuerfaLis ud
particuUris { R ejpondeatur, quod ratione Ipecttrum, quicji uaiuetlalium funt^ uniutrlalis fit, Ji
particuUrium^ particw Urif, Per quartam,
Cum quo inteUc^us extra fe, fuam mittit fimiU" tudmemt Potellrejponderi,quodcum proprio
inteUe^iuo, inteUi»
gibtU,acinteUiffre,cumquibusfacitJpecicscUe inteUe^inSy CT prr j^^^^ nemoriam recoUbiLesacetijm
peruoluntatcm amatiles* Et e£ quf fiiones
omnes, intcr fe non funt tam diucrjx ac dijparatJty quod uns deijs,qu£ad omncs aUas rejponfum fft, quarcre
ucL dubitare non pofiit; imo oh earum
maximam ^neralitatem funt tam connex£^
quod de una quaq; datd rtjponjione, fccundum omnes, homo potefi ueritdtem inuejli^rc. Modusfumendi Dcfinitionescx QuxHionibus* ^^omiflmus exemplis odendcre, qualiterrei
uniuscuiusq; deftm nitiones quamplurimx,
ualeanrfabricariex qux/}ionibus,quo(i
Jlatim obferuarecurabimus, de AngeLo id manijcjlandot Dixi» ■,Definit|o^ mus,primam quiejlionem non ejje
ad propojitum huius ne^tij, quo» b^'fh
^dl' '*^'*"'*PA^''" 'J(7^?"'"^» ^*^^'^ dcfinttiontbus
fupponitur; ptr lumprz. ' TcliquM igitur
intcmum noflrum explicabimus : Ptr primam Jpeci» £x fcc u da. fecundx qurJ}ionis AngeLus
definiri potejl, AngcUs eit tUd creA"
turdy qute magis r DeoJimiLis. Per fecundam. AngeLus e{i, quihd' bet partes fuds effentUleSj tanqudm
conjiitucntes eius tjfe, per tertii dm.
quodddfbonem^ AngeUis eit, qui id agit, quod fud uoluntM uulttinteUcdus inteUigit, acmemorU memordttir,
cr hoc jine fuc- cefiionc crfantdfmdte
ddiuuante. Quo adpafionem AngcLus bonat
cft » qui A Deo recipit immediate infiuentiM. Angelus uero mdLus iUe f ft, quidh extrd recipit pdjiiones,
qudndonequit homines ad peccdtt'
dmindnctrtfUelquidDcoptT grdtidm dbeJi,fuo fine Jrujlrdtus^ Per^uurtiiMU F
Terqudrtimy Bonuihabctm Deoglorimy in tnferionSui pott* Ex\» ftutem, MdlM ucro panam^Fer primam fpcciem
tertijequx/l. An- gf/w eft A Dto
creatuSy non dcmateria aUqua*. Pcr fccundam,eft de omnibuf radicibui uet prmcipijs^m ejje
/piritualiac compLeto confti» tutui.
Pertertiam., tftDei creatura cum bcnedi£bone cr gloria, fl bonui tft iftmaluieft^ utiq; Deicreatura
dicitur, cum eonlradi£ho'
neydoloreacpariA Per primamjpeciemquartx qujrftionky eodem 5x4. nodo dcbet definirit ficuti deftnitus ed in
fecunda jpecie tertix qu^t' ftionit.Perfecundamucro
idco efty ut Deum mteUi&t ac dili^t,
prxbendo obfequia hominibut, Per quinam qux{iionem,Anffluf «n. Ex f
♦ tui efty quant^funt eius partes
tffentiales,fiue dtfcretx jint, uel con*
tinux. Perfextam qutftionem^ quoadqualitates proprias. An^lui Ex tit.cuiui mteUiffrecrueUe efh efjicacijiimum,
uel qui m tcmpore impcrceptibilimaximum
tranfxt fpaciumyUclquinoneft nAtwi uniri
corpori. Secundum uerb appropriitax qualitateSy An^lui eft fecun- diim diuer/os habitui in inteUeiht uel uoluntate
fubiedatoSy logicuty grammaticuiyUel
philofophwf iaut fapiens., prudenSy bonuif humi' lis,fideUi,mitiiy patienSy cr uerax.ft bonus
r/f, fl uero maUUy quo ai ta qu£ ad
uoluntatem fpeibt, oppofitum conjiderd*. Per feptimam Ex/» qu£ftionemyqu£ eft de tempore, AageUa e{l,
cuius effe in xuiternita* te exifttt.
perhuiui qu£{iionis jjfecies difcurrere poterk* Ver oAl- Ex8. uam quxfiionemy AngeLui eft UAtura completa,
in loco exiftens, non tamenlocum
occupans» Perprimam fpeciem nonx qurftionts» An Ex 9,
geluieftfubiiamiaqutdamfpiritualif^cuiuitffeeft per fcy cr non cum aUqua re coniunCium. Per fecundam,
Angelwi eft in CaloyUt mo* tor, calumq^
in eo ratione poteSiatis. Per tertiamy Angelui eft in fuk partibui efJentiaUbut.per propriam naturam
utl tfjentiam, partes^ w eo reperiuntury
eadem de eaufa^ per quartamyAngeluseit^ qui
uoluntate fua ac potentia exequutiua, uarijs modis operatur. Per primamfpeciemqu^ftionisdecimg^ Angeltti
eiiyquicum^Bonitateac Ex 10»
dUjsradicibu4 exidityContrarietate excUtfa. Perfecundamy AngeUts t&, cum fuk prmipijs innatis cr
naturaUbuft aUx funt buiut qu£* K 5
fliotik dionli fPecicSy de tjuibut exmpU
tion ddducufUur, C[U£ tdmcn quiWt
bctinuemredcfdcilipotcrityli optimc JpccuUbitur, Poffunt quot^; res definiripcr rddiccs omnes, ac udrijs
alijs modiSy quos aliqudnio
ttuimcrabimus (Deo concedente) fcd pro nunc contentut eflo» ANlMADVERSIONES pro - Radkibus.
PKincipdlis prims partk hjec pars quintd critUimd, pdued qui^ dcm continett fcd admodum neceffdrU fcitUy
quonUm in hac explicdmur qu£ db drte
LuUi omnem ambi^titdtcm toUurit, Ani
mad- ^ rdiicibm igitur dujpicaturi, hxc crit primd dnimdduerjio, non rd » uerdo t* dicibwt folum accommoddndd, fcdetidm
Cdte^rijs dcTormls Quod liccth^comnid
natura fud fint trdnfcendcntifiimd, tdmcn qudndo fubfldntijs pdrticuUribuidppUcdntin-per
prxdicdtionem, ucl acci* dcntibws, tunc
pdrticuUrU fiuiU; nec dmpUus cdndcm obtinent fa*
cuUdtem,qudtrdnfcendentifiitncconfidcrdtd,ndtd funt frui; ncmpt ut rddix mid ucl dUquid tdU,dc dUerd in
dbftrach prjcdicdri pofiit^ Vndc
propofitiones ifitfdifs funt, donitd^ petriy eft Mdgnitudo Pc- tri» Mdgnitudo Pctri, efi Durdtio Petri; quid
dbihdikm de dbdri^
£kncquxqudmpr£dicdripotefi,nijiqudndodmbofunt infinitd poi fitiue uel permij^iue, ucl fxUcm dUcrum
iUorum ; quod de prxdicatk iUis ucrificdrinonpotcfl
ad Petrum compdrdtis;fecui erit fi incom
creto fumdtuur. De hdc mdtcrid pUrimd omittOy qux pofjunt uidcri In dirt apudiUumindtum
MayMijectdmcnpropofitiouerdeR. Bonitd/sPe»
fui Coflat' tri, eih Mdgtiitudo, uel Mdgnitudo Petri, fft Durdtio ; quid
prtedi- tdtum non fumitttr UmUdtc, fed
trdnfcendentifiimc ; CT fecutidum
buncmodumoptimedcUmitdtofubieSh prjcdicdri potefi ; quia Ucct pofitiue formalUer noninfitiitum fit,tdmen
pcrmif^iuc, quonidtn
DeopotefidppUcdri>quiJormdUterefiinfinitus4 Nec /r«/?rub
^>fcrimtnintcrriiiias4crtU,iu,i,^r,,
rm(M Aai/i;,,. " "i^n». ?«« w i, Diffi. 7. ^""iriridicumnituritHrrru^«A,
/• ''^oppofl.ofuonon.pp^Zur l^t '
L" ANIMADVERSIONESpro uiickctt itiideliathit Cdte^oriit
/^tcimtrddererddicibus dc firmff, ftcun-
dm qudt pojjunt ales nomindri. BonitAS etenimf Vnitd/s uel 2lurd* UtMylicetfpeciemqudnddmrecipiantAfubiedis iUis
quibws dppli* cdnturf ddbuc
tAmennefciturquii determinAte fint, nifi dd Cdtc- goriM tecurrdtur. Scio quidem undm C edndcm
rem plures hdbere Ydtiottes, fecundum
quM diflMe concipipotefl ; quam fi confidcrd*
uero bondm ucl mugn^m, qudteniu eft homo uel bpis, nec ddkuc o» ptimdm iUius boniatis uel mdgnitudinis
noticidm habtbo ; prout
tBonitdsconuenireadxqudtedicituriUirei* Si ucro rm edndem fc' cundum Cdte^riM ordinduero^ tunc per
dpplicationcm rjdicum uel formdrum, in
hdnc deuenidmcognitionemfciUcet.dlidmejfe homi-
nis uel Upidis effentidlem boniatem, dliam fecundum qudlitntcm proprixmuel dppropridtim, CT dlidm fecundum
Cdtcgorids reli» quds, diuidendo dc
fubdiuideiJo ommbui modis pofibilibus. Ntc ncs
'^muihxc pariter drddicibu^ uelfhrmif jf>ecificiri, quii dque
funi trdnfcendentifiimd. Vicifiim igitur
J^ecificdntur, fcd ab ijs omnibus,
drboresKTfubicOn^
Admirdbilemutilitdtemconfequeris^fihtcpridicdmentd dij^o* u fucrfs eo modo, quo rddices dijponumur,• cd
dliqudndo confiderdndo A d m i rabi*
dbfolute,dliqudndorefpeitiue, cr ex iUis quatuor figiirds confiitu- ^**
utiHus. €ndo4 Vrimdm, qud omnid hic
dbfolute confiderentur, cr unum dc Noca»
4iUopr£dicetur,imoomniddc uno, Secunidm, m qud Qbdntitxs^ Q^dlitdSyCTHdbitu^ordincnturproprimo
tridngulo. A^Ho, Re« IdtiOyCr Pdfiio pro
fecundo. VbiQudndocTSitus pro tertio, mif»-
cendounum tridngulum uel dngulum cum dlio, rc^c, obtiquc, CT irdnfuerfaliter. Tertid fi^rd, unJi hds duM
fiourds connedct, camc» Tds trigmtd
fexconfiituendo i c fecundumundm qujmq; cdmtram
duodecim propojitiones elicies dc uiginti qudtuor qujefiiones, uti LuUus hoc de rddicibuspoffefieridocuit*
Inqudrti uer6, poterft primdm,fecunddm
CT tertidm figunt comun^re, dtq; mjximdm
tdbuldmoonftruere.qud infinitdsrdtiones ucl dr^menix conficiet» Qu« onmA itt qmu pdrteprincipdU cUriora
fient, per ed quje de L
qudtu&t n qujtuorp.gurk iLuUo hmnlU eicplicAhttntur.
jlt dupUcdtm b4ftbi6 LuUiartem. Bxc
proCati^riJs tibt fufficiAnt.
ANIMADVERSIONES pro Formis. i.Anknad Q^Olita fudiitffnij per/f^icdcitate
LuUus /Drmas inuenityUt e^runt uerllo.
^^mediomagis atqimagis m rei cognitionem inttUe^s deuenire pojbit i cx cteninty cum nibU aUudfint quan
rerum proprietatef^ quieareidtffrrehtia
uel modo intrinftco emanAntt ipjis cognitis^
V Tci (jjentid cognofcitur j cr hunc modum cognofcendi ubiq; mon» In li: pofl Ar. CiModaufcmfcoc/itwcrMm, ttmco
exmplo uideamui. Ar#. Metaph: 7 in Ubris
pbificorum^ fubie^ totiui nAturalis phdofopbiirilualt ueUtm Drttw de 'cnbtrty hxc utiq^ dtfcriptio
inanls efjtt, quia An* ^loo"
dinmjcrationaUac Jpccicbut inttUigibiUbut competere pom tefl. Siuerodicam* Dm cfl
necrffariuiomninoimmobilifabomniq^
compofitione fcgrc^tusi htc utiq; defcriptio bona. exiftimabUuK Dicet aUquis, I Ua fanc defcriptio bona eft,
fed unde habeatuTy nefci^^ ^ ^ Nofti
optime qu£ fequuntkry^fcies. Quando aUcuiws reiignoran' Adhabeda tur paj^iones proprix, ftatim ad
iUiui oppofiti naturam recurren*
pafsi^oriu m ' ^*""* P-
poliefiorutn in Uli fcdU indi^re pipionis, et qudf^u^ ccgnitione, tiwi de quo cupis, pcrrejpedus unrios,
pdfiionesco^nolies. Qudrt* do Deum
defcripfhficmifuprd pstet, credtunm contempUtut fum, quje m rdtione diuiiionis entif Deo
opponitur, cuiu^ pafliones prx' xipu£,
cum fintcontinffntid, mobilitd^ cr compojitioy oppojivm Heoconutnireconjidcrduiytdeooptimedefcripji.
Plurd pojfem di» tere,fed fubtiles
fubtilid qu^erdut. ANlMADVERSIONES
pro Quxnionibut. EKijsqu£ieQU£j}ionibws di6k funtyfdtk edrum
dnimdduer»i, Animad
fionesfuntnotx:nonnuUdtdmenmdnijrlldre non piffbit, dt ucrCo. cum breuioite. frimumdnimdduerteredcbes*
QJidndodered' liqud quxjitum erit ;
licet perpropridm quxjlionem rej^onjio fujji»
cienselicietur^huic txmen comunffre potertt rejponjionemy qudm iUd qujeflio expofiuldt, qutdb hdc originem
ducit: mutuo enim fe iebent ddiuudre, ut
ref^onjio cUriorjit, Secundum ejl, utcdueds m j^; . dcfinitionibut d quecict ^ oes inteUigibiUs.uThabit* etiu reaUu; de hoc quoq; in Arbore huanaU tradit ((Kdtione originis temporalisi crftc habetur
Arbor (Credto
comjtAdternalis.ubideCloriofiftimdVir^nt Mdridsa |lfl» l iunikm ^bundediffeiitur, [^^^'J [^dtionehypoftatici cffeide quo miro
modo traSkt ) inarborc Chriftianalif
diuivaU tt humanjU ftmuU
[IncrtdtumtAmuidequgArhoTuUim diuinalis lateo' digitsem^ 7»
NOnttcoiilutUt mict tfbis mdnifvfti fi-
unt pcr formis, dc quibm m primd pdrtc di^m cfi, dcctidmdiCcfur.cumHcmcntaUs drbor
cxpUcdbi0 ^cgctdntis J turyplurcs
numcrdndo j ucrius amcn pergenerdti^
ctrboris pdr 1 onem, corruptionem^ priudtioncm cr rcnoudtio^ US, ncm, quim per reUquds firmdf, FoUd funt mucm dccidentis prtdicdmcntd, Florcshuiusdrborfsfunt mjlrumcntx qutddm,
qutex tribusfuntcon(}itut%.fcx potcntidy
obic^ cr OuyUt fruCbtmgencrdtioncmucl
tffe gcnitu, rcj^i0 ciunt, Tru^s funt uegctintid omnid pdrticuldridy
qu£ di qudtuor cldffes poffunt reduci,
ficuti cr qudtuoY funt elcmentd qux in
ipfis hdbcnt doniimm^ iuxti fhccicrum
udrictdtcm^ DB I
DE ARBORE SENSVALI QV^ecunq; in
hdc drhore conflderantury priws ca rdtione quA
fenfudlid funty conftderdri dtbent^ cr demde qudtenm dud* rum prxcedentium drborum
ndturdmpdrticipdnt. 'Kddiccs, e£dem
penitm funt, qut \n prioribuf drhori»
bmfuntconftitut£, TruncwSyC^
uniuerfdlechdos, omnid fenfudlid conti»
nens. Brdnchx, funt fex fenfut exteriores .f uifu/S, duditws» td^Sj giiftuiy odordtws C7 dffutu^t. Arhork Rdmi,funtfenfualismembrd interiord CT
exteriord; fenfudif ^ interiora, ut cor,
epar, f^len, cr pulmo ; exteriors partes
funt uero, caput, pedes, crura cc.
¥oUa,funt eadem» dequibm inprioribus diihm eft, fuh triplicitamen ratione confiderda, F/orcj, funt operationes fenfudlis corporh,
ficuti uidc» re, dudire, ^ftdre CTC. ?Tu6hiS. funt omnid dnimdntia. qudtenuf
fenfuaUd^ we- fftxntiatO^elcmentAtifunt.
DE ARBORE IMAGINALI. IK hac arbore
fimiUtudines cr idola eorum omnium qux in drbori» bwi fenfuaU,uefftiU ZT elementaU
cotttinentur, coiifiitrandd ft
offrrunt.Etptrimaginatiuam,noneamuntum potentiam dcci* pere debemu«,qu£ fenfuscommunk/pecics
confiruat, fcd potentiat omnes
interiores ; nempefenfum communem, ima^nAtiuam, xftima- tiuamyUelcogitdtiudmy phantaflam ac fenfualem
memoriami qu£ firte,TAtione diucrfdrum
operatioimm dtfiinguuntur, cr non in ef.
fentid* M ArboT^ \ r» 'RaiiccSyfuiU
e£dem,qux In trihat drhoribm funtcan*
pdcrutje, pro ut potentix alicui mtcriori uel omni» I bui,per Jpeciem reptjefentantem funt
prxfentef,, Truncut^ eftllmilitudo trucicuiutlibet arborls priori^, I alicui potentix mteriori obbta, Mbork I'
\Branch£,funtpmilitudinesbranchdrumdrborumpri*
ma^nAlis { oru,i* ritualtm, ia c
pars quxUbet arboris fjwitw, fecunium hanc
dupUcem nxturam confiierania efli corporea dutem quairu* pUciierationeexaminAnidreimquitury^f quatenws
efl elemetalif, uefftdnSyfenfualiscrimdginAlis*
Ex quibuicoUigitur,quaUbet huius arboris
partem, quinqi moiis efjeconpicrdniam,
fRdiices iUxmet funt, ie quibu^ fuprd» quinq; moifs conflicrdtie, TruncuSyefl^ecieshuntdnAuelchdos, m
quahomine$ omnes funt contenti, Erdnchx huiui drborls corporex funt cr prjtcipuc arboris Ima^nAlis^ folia,funt uouem dccidentid» ex quibus
uirtutes funt orndtjc. FloreSy funtuirtutum mcritHy crmtdtipUcdntur
dduir- tutum multiplicationem. Fr«(ff««. funt mtritorum mercedes^crnt Deui
honorc* tur uirtuose^dc
eiferuiitut, M 2 Artor Arhork
mordlls uU tes lunt. Arbor Vitiorum»'Kd^ttm hdcarbore^qu^ddm funt
principilioret, qutdd uero minui
prmcipdUs ; prmcipdliores funt,
^\dlitidyStultitid,Fdlfitdi,a' Priudtto finis; qui" hws ex minus principdUs funt connex^,
uidelicet Udgnitudo, DurdtiOy ?ote(id^,
Voluntd^y DeUih^ tio,
DiffirentidfConcorddntidy ContrdrietdSyVrm*
cipium^ Uiedium, Mdioritds^ Aequdlitds dc Mi/w* ritd4» ' Truncu^yefl confufio ffnerdlis, in
qud funt omniJpdrti^ culdrid uitid
contentd*
Brdnch£dlijefuntprincipdUs,dli£dbijs originem fu*' dm trdhentes ;
principdUs funt Guld, Audritid, L«-
xurid,SuperbiayAccidid, Inuidid C7 Ird j reliqu^ dutem funt Iniuridy Indiffretio, Debilitds
cordis, lft# temperdntid^ InfideUt^,
Dejj^erdtio, Crudelitds, Trdditio,
Homicidium, l^trocinium, Mendacium^
MdUdidio, Impdtientid, inconfldntid, Immundici^t^ fdlfitds, Vigritid, incuridlitds cr
Inobcdientidt \ Rdmid Brdnchk
oriridicuntur, c funt iUd quibus uiti»
orum hdbitus ffnerdnttsr, cr oppojitx uirtutet re» ifciuntur*
FoUd,funtdccidentidnouem,quibus uitid funt qudUft* Cdtd»
lloreSi funt culpt iuitijs mdndnteu
JeruduSffuntpocn^, oh mtia peccitoribm hfHdf^ DE ARBORE IMPERIALl •f IKhdcdrboreeaomnUconliderdntur,
qutdd regimen unmerfUc Ipe^redicuntur»
qudtenwt tileregimenejltempordleuelfeculd*
re. Nfc hoc in Locoyimperatorid MaieftiU txntum ejl confideritnddy fedetidm cuiuiuis dlteriui perfonjedominium,
inqudntum legibu4 im*
perdtorijsfuUiturdc refpedum hdbet dd Impcrdtorem. Et htc drbor m duM pdrtes diuiditur^ primd quarum
rejpondct prioriparti drbo» ris moraliSy
cr fecunda fecundic i hinc eji quodiRdrum duarum pdrti--^ um debet fieri m omnibm huic drbori dpplicdtio,
fecundum uirtuo^ fum effe aut
mtiofum,lmptrdtoris^ 'Kddices,funtiU£,qu£inprioribufdrboribus funt con- jidtrdtsc.
Truncu«,eft commune regimen f£culdre,quodlignificdt communem perfondm imperdtoris^ Brdnchjtyfuntdecem .f Bdrones, MiliteSy
Burffnfer^
ConfiliarifjProcurdtoreSyludices, Aduocdti, Nwi- cijyZonfejfariwi zilnquifitores^ Arbork\m
palts par- ^Kami,funtijdem quilttmoraliarbore funt conlideratt, tes funt cr pr£ter hos, feptem quoq;
dj^ignAntur f luftitia^ Amor^ Timor,
SapientUf Poteflasy Honor ac JLi»
bertax, ¥olia, funt nouem
accidentia, de quibus fupra^ Tlores, funt Imperatork iudicia ac fuorunt
miniflroru. TruChsy efl pax ffntium, ut
ht pace Deum dili^re poft l fint. n $ DEAR* DE ARBORE APOSTOLICALl EA omnid qutt hominem di Datm ordindnt, hdc m
drbore confl* dcrdmur, ty Ufrfxtur
circaperfonds cr res eccUfidfticdx Qu *
dd Truncum cr BranchM,potrfi conjiierari ommbut moin qui hut drbores
prxceitntes funt conjiierdtjey prster Imperidlemy qu£ pdriterpriores omnes continet,fdUem,quo di
Truncum cBrdncbdf^ 'B.diices,funt
Virtutes Theologics CT CdriindleSy qud*
tenuf d rdiicibui uniucrfalioribus funt w/ormdtx^ Truncuf.efi perfonA ^neralk, qut iicitur
fummw Po« tifrx, fuccrffor Pe^hnt
dd GLORIOSISSIMAM CT SANCTISSLMAM DEI
HOMI» NlSqi MATREM, ViRGINEM MARIAM, qu£
Mund0 feperit h^undi Sdludtorem, fRddices,
funt pnes hominum recredtorumy qudtenui l
gencrdlioribuf principijs [unt injvrmdta dc orndt^, Truncutt eft hdbitut quiddm generdlPSy
rdtionc cuiui VIRGO M ARI A dicitur
refugium efje peccdtorii, Brdnch^y funt
dux uAturx, uidelicet diuind arhumdnd,
ArhorUmd qu^iUud diuinum fuppofltum conflitucrunt^ cuiut terndtkpdr « VtRGO mdterfuit, Virgine
permdnentct Uifutit Kdmiy funt
SpatFietdS^dHocdtiotUumibtdScryirf
ginitM^ FlorcSy funt dignitdtum
M ATRIS DEI. TruChsyeflmvscH¥dSTVS,ciiiutcruore, 4' tnortt ^ Uber^tifmmi DEAIU DE ARBORE
CHRISTIANALI. Il^illd.drboreeA
conflderdri debcnt, qux dd vncdrndtum diuinum
Vcrbum jpe^bint : cuim drbork du£ fitnt partes prkicipdliores .f. Diuind cr huntdnd, ficuti cr m Chrifto du£
funt natur£; cr fecurt' dum utrdmq; eft
cxdimittAndd i rdtione bumdniatiSt pdrtes omncs ar» boris funtytlementtilcst Vcfftdntcs^
Scnfitiux, Imdgindtiut ^dtin onales
irdticncuero DeitdtiSf pdrtes proportione qudddm funtfn* mendjc»
fRddices, funtgenerdlii principid diuindchumdnSt I J
Truncus, eftlESVS CUKlSTVS ; qui truncws unitt tfi j rdtione bypoftdfls, fcd duplex rdtione
ndturdrum^ hrdncb£, funt du£, uidclicet
ndturd diuind. cr humdnA. Krboris
Rrfwt, funt rcfpe^ks, quos ift£ du£ ndtur£ hdbcnt, »»- Chriftiddlis ecificdri CT determindri;ideo
qudndo confidcrdntur drbori* "f-Qj^^j^
bus trddcre cffe, neceffmum ejl iUjK confidcrdre dformis prius
udrio modo informdtdt CTptrfr^s : ex
qudrum pcrfiBione drborum pdr- tibus
inefl quoq-, pcrfe^o. Berddicibuspducd ddmodum infequenti* bus dicemus, quid proUxitdlem CT inutiles
eiusdcm rei repetitionet uitire
intendimus. H/c igitur qu£ de ijsdiximusobfcrud^C pur^ mente contempUrc» N 3 Dr Truncou J»4
DE TRVNCO. V, . nr^R««cwfr dutem
dcbedt inteUi^y in mixto eUmeutd ejfe ; unicuianriai mumm terminum ; cr h£c duplex eft f
pcrmancnscr fuccefiua ; ^^J,'^"' ^
permdncnsycuius psrtes quxshabet funtjimuli fucccj^iud autem, cu»
fucceUiu» ius pirtes non funtftmul ;
quod dcbet in utrdq; qudniitatfs dcfimtiot qu id. ne intcUigi.noude pjrtibus effentUUb'J4, fed
tdntum mltgnnti. fcw orqudnrititiuts
Difcreta cft, cuiui pjirles un.i pcr tirmintm dU 'crefa quem communem nonconiunguntur, QUic ut
cdptafdaUordftnt, \n ^u*'^^»^**» m9dm
drborh dij^ofuimut^ Qudntitdi4 * U4 ^q6
'Lined fjutefl logitudotdnm
tmn, Superfiaes,
qu^pr^terlon^ ^Venmnens^ gitudmem habet
Utitudmc^ I Corpui. quoiefllongumM' [ tum, profunduwq;. (Continud l f lAotut,cT cjl aOtis
etif,qu4> I tenui in pjtetnid. I \Juccepiud ^TempufyCreflnumeruimoA tm jecundum prius cr pot fteriut*
fOrdtio, (juatenut eiui fyUabx menfurdn»
j tur breuitate uel longitudme» iw pro*
Difcretd i mnctando. I
(Effentidlit.utdigitui drticu»
(V^ejpefhu^.utpdr^ Accide-i
pdnter pdr, pdri' tdlis \ tertmpar^c.
\^QSdlitdtiumcrefi tUe quiimportdt pguriyUt affcret^ fbbi.pararelli.pt' des crc.
Pf op rlu m Qniiuitdtk efl proprium.ut fecundm ipfam res £qudLes uel
mxqud^ Omnls oualitas ry^rqudlitdtemresqudlesdicunturiut
per iuflitidm homini m# nat fubie
Xr^''''* Hccqud- du. ct qiia^^
denomindtfubiedum m quo efl, mp in eo fit utenfd; !ۥ . blttcefi DE dVALITATE. r t4tisfuntqua\
tHor \ tol hmcefl(juoidqudtepidjne(li
edUdd neq; frigidi poteft flmpliciter
nomuun i retiuiri^ur quoicidnt,*uelquodddc6* Propria rc uertentUm de feip/is prxdicentunquod jint
flmui naturd ^i. na- latiuoru, turali
inteUigentid j CT quod uno pofito, dlttrum ponatur» cr *f*>gnani, deflru^, deflruatur^ Non mc Idtet, mdteriam
hdnc effeddmodm dtfficilem, plurai^
expoflulare j hxc tdmen procompendio fufjiciat^ DE ACTIONE
ACfio non dcbet confiderdri pro formd dih, uel mdteridUter, .. fcdfvrmaliter CT pro rej^eOu ; cr mhil dliud
efl quxm refpe. fi u5- {ks quidam, quo
dgens reftrtur ddpdffum.^ropriumefid' fidcrandal (tionif, ut jit rdtio qu4 pdjiio
iiifirdtur. DE PASSIONE EX diihs hic immcdidte fuprd> fatis crit
paj^ionls ndturd manifr^ fid } dejinitur
tamenjic, Paj?io ejl rejpe^ius pdtientis ddagens^ Proprim c{h huiusy ut injirdturdb
dSHone^ DEPOSlTIONEudSlTV. POjitiOy efl ordo pdrtium dlicuiustotius
ddipfumtotuniy CTdd ^oCulo ab locum-y cr
w hoc po(itiodbubidiffhrt,quidubijigndttdntum "^i^ii^cru rej^eiium ddlocum, pofuio dutem prxtcr hunc^
dlium denotdt, utpdtet» DE HABITV.
HAbitus hoc in /oto, non dccipitur jicuti inprimo qudlitdtit moio dccipicbatur ; fed pro rejpedu rei
dlicuius^ db extrinfe- co
dltcrirciddidcens^ pcrmodum orndtus uel deorndtus: fiu$ totum uel pdrtcs multas rejpicidt
iutrejpe^usintcrulxddeumqui td ejl
indutus i fiue minimam pdrtem ; ut anuU re^eiiusdddigiM. tum,
DE VBI ucl LOCO* VBi, tj} rejpeaus lo€'
citfdjiigndt P(trus hy^dnus, qu£ nuUius funt momenti^ O 4 JDEQt^do^ DE QVANDO»
QVdndo^ellrefpeCknemporkddrmtempordUm j ut rtjf>i$ L%s huiu4 bor^j dd rem tali tempore
exHlentem, cuiui operd' tiouelmotui
menfuratur. Duplex quoqipotefttlfe.aaiuutfi
Uideliceta-pdj^iuum^licutcrubi, \demde bdbitu dia poffet. Huiuf dccidcntistresaj^ignAnturproprietdtet, quarum
cognitto cum non ddmodm im6 parum uel
fvrfan nihil profit, fcribere non curauimw^
Hjtc de fvlijs omuibw! corporek rebus conuenienttbM, dida \ufj\ci*^ 4tvt Q^ndo igiturdere aUqud materiaU
traihbitur, poterit luUi Pndtofuipnhtc
accidentid edm fdtit ornare, poteritq; Cate^riat nofirM non folum reijppUcdrcfedetiam cuicunq;
horum dccidentui. DE FLORIBVS. AJ^dmis foUd generantur v fiorts ;de /vlijs
di&in efljed dt fionbm aqmbw
frudusdcpendenty rcfiatut nonnuUa uidea*
mwi4 F los hic dccipitur pro re iUd qut fruOui uel efjviiui e(l Flos quali p^^^i„i^^. mfhrumentum dicitur quo
res dcquirit tffe. ?ere4 rcr accipu defaciUdignolci,quidperi>\f\ru* Dubia Lul
mentumuelfiosueUt;uidcturetenimquodpro mfhumtnto optratij li fenteru onmdccipiat,^
tamenremabaUomotamquandoq;proeodem ca»
defloribusy|4(|.4f. t« uero brcuiter nobtfcum poterii afjirmare;
principaUus Opcratio e ^Hfumentum
operationem cjfe, quia fruCkiuatdeeit proxima: ftcUM. ^^^^*^^ tipdtetdifciirrenttperomnet motuf
ff>eciesi remotum ucro iUui mcntum. ^
difpontt, ut mdefequaturfi-u^hisificuti ignifcahr» quid calore combufiibtU uel caUfj^bile
dt)j>onnur» ut formam ignis fufcipiat
: dUud remotijiimum datur, quod motum ab dUo recipit : CT duplex f f nAturale CT drtificidle ; ndturale
ut minui. pesO-c: dr- uficiAeut funttUd
qutbus tAechanici CT aUj utuntur.Et omntbuf ijt
tnodis mjirumentHm uelfiospotej} accipi, ftd jecundum LunHnten» tum (ut m fequentib^4A patebit) uerius
optrationef fiorts uel infiru» mtntd
dicuntur, quJim cttera quxnmirauimM. Hoc quoq; fidcmfd. cit,qui4 tit,quU in(hmenU duobut uUimk modk
conjldcrdtA, dut funt qud» litdtes
dijj>onenteSy qux cum elementit cor^iderantHr iUel fuiH tl^ menatA^ qu£ pro jruShbui dccipiuntur, > DE FRVCTIBVS» Flnts cr compUmentum rddicumy Brdncdrumy
rdmorvmy foUo- rum cr deniq;
florum,frui^s funt ; qui per eminentiam quant flu^^i^^*^^ damomnesarbbrk pdrtes continenc^nec unquam
partes arbo' ° rlf quiete fruuntur, mji
quando fru^is fuumcffeconfequutifunt»
pK«(f?wy huiiuarboris funttUmentiL omnid(feclufiseUmentis com^ pofitiSy qux pro rais funt accepn) quxcuq;
fint iUayfiue perfiet&^ fiue
imperfida, de quibu^ in quatuorUbris Meteororum d^U Philofo' phut. tion eflprxfentis ne^^tij de ifs traShreyfedqujc
finc numtrd* bimui faUemy cr nonnuUd
forfan deiUis diccmus. D«o funtmixtorum
generayquorum primumimperfe^rum dtcitun quoniam tefte Ari- flo: in primo Meteororum, fecundum naturam
minus ordinationm Duo mix- fiuntyquJim
reUqud corpord ; uel quia fubito mifcenturac ffnerantur, " gcnc- Etfubhoc mixtorum ffnere meteorica omnis
imprrj?io contmetury " 9"«fint
UtUquetuidereex fcquentiarbore. AUcrum mixtorumpnut perfit
^4"*^» {htm efiyfub quo lUa omnia
comprxhenduntur, qux in terrx uifctri-
hut generantunqux fnnt difjicilis mixtionis, ffnerationis, ac
ccrru^ ptionis i de quibtu Ar: traibAt m
4 Ub Mettororum, cr funt Upi^ deSy
metxUayfales cr fimiUa. Ab imperftEhs aujpicaturi ; qu£ cr uu ffnerationis perjvdiora prxceduntyhanc
tmprcj^ionum omniumad' uotduimus
diuifionm j utfdciUus qux fittt, cognofca tur, y P Omnfc OmnkMtte oricd imprcft
fo cdufatur utl flno^UiLSphxrd.utGaUxi^ Sine upore, vfubit^tuf { \n acre, cr tx
radiorum folk refie^ aut [^xiom fiti ut
Hnlo, Irif, Pdnhelif^ (Comdt4 fSteUd i Bdrbdti I Colu^ [cduidti In fupremd dtrlt j nxpyrmidAles» *Sicco
cdli' do CT m-* fldmmdto Vdpore 'Simplici^ I regione,ut fune « lii medid^
ut inmfima,ut CdndeU drdctes Lance£ ardetes, Titioyquidicituf Afub»
'Cdprt fdltdntes ec'iem ^rit
lapidfs vellutidccodi: qui
defcendendocorponquantumuis durd pcrcutit
ac eucrtit. Si uipor cleuatus efl mixtu* fulphtire uelargento uiuo
; tunc ex dccodione v infiuxu coclefti,
-quaodoq; infiuftumfcrriucl chalibls
conuertitur. Venti turbink ong) abaqueanuht; (fl,quite' Deuenio nus contincttcrreflrcm uaporcm i ex nubis
fradione vaporiUc tcn* ^urbinii. dit
maximo cum impetu terram uerfus, crd tcrra repercvlfus^ fecum trahit quxinuenit, DeimprcfsionAus gcmtis no cx
iiaporibus, fed ex reBsxione folis uel
Lunxauc ScelUrum. DVm dcr uentorum
impetu non molcflelur, folct aliquando ap^ og Halo- pirere circultu albu4, circd folem aut lunam
ud fteUam ; qui ne, Lorond Ldiinc, cr
Udlo grxcc iiomindtur ; crgencniurflc^
Quando I fi4 Qudndo hmni£ui
ttdparfurfum dcudtof cjl, nec tmtn attigitmtd^
Amaeris regioitm^ ritionerdritatis fuxoptimcluminis (fi fufctptu- mt» GT migii in medio quim in
cxtrcmitatibus,* quii co m loco tft
intcnfion corpuiq; lucidumuaporH ccntrum diamctralitcrradifsfuig iUuminatiSyhumidiat*mdeftruiti qiut ciccntro
rtccdcns ai pcriphf rit partcs
conftkgit, cr bocpu^ fit circuhu j qui cum tUuminetuTt nobis albut apparett quia ntc adhuc uapor m
nubtm denfam cft con» DeTride. ucrfas.
\ris gmcratur cx reftexionc radiorum foLarium uclalicuittt dlttriui ttflny m dupliciroratione cr nube
detifay tx oppoftto foOiS dut altcrim
aftri conftitutis ; pcr duplicem rorationcm mtcUigc im* brcm dupliccm^ fubtiltorcm ./*♦ cr
crafsiorcm, Quando nubcs denfd cr aquofa
cum duplici iUd roratione Soli ucl altcri aftro e regione opponitur>adeo ut radij oblique incidant
itt camt nec petietrare ua- Uantt tunc
fitradiorum refttxio^ m qua rtftxxioncy carporisluminoll ima^ (^fedimpcrfrilc) reprcfcntatur: cr quia
talif rcprefcntatio fit fecundum arcuaUm
ftgiiram»ideo iris nominAtur^ Colores in Iri-
de caufanturuirij^exuarictxte fubic(ht m quo fubic^bitur. Tcrru prlsenimuapor uel nubes denftfsima, nigrum
colorcm prxbet ifT quanto magis accedit
ad terreftreitatcm cr denfitatem ucLrecedit»
tanto magk colot adnigredinem uel albcdinem dccedcns cdufatut^ Multa effcnt dicendd tam dc pluralitate
Iridis quim cius figurddrcn^ Ofc P:iahe
alicrcoloribus, qux omittimuscaufabrcuititis* ParabcUj, funt Sa« ^i**- lis jimiUtndims, quicaufantutex
rtftexione radiorum folis in nube dquofa
ualdc denfa dc rotunda AUtere foUs txiftcme ifi plurcs con» jimilcs nubes aUtere folis mueninntur» CT
plures parabclij caufdtu tur. Ex
tranfitu radioruw Solis in tiube non continud fcd pcrforatdt udin.aUqiubiM partibtts rarior^ ftib foU
tamtn pcrpcndicularitcr rxU [icnte,
folent nobis apparcrc cordt virg^^ diucrfls coloribtM-or» Calaxiaq nat£; cr ij colorcs ex
tranfituradiorum pcr nubem caufantur* Efl
modo ge aUerd impref^io qud-tiecm uaporibut fubiefkitur, neq; ex
uapori' ncrctur. conftat, cr eft GaUxia,
qurfic caufatur, 1« o^ua Sph^ra md^ tte
funt PeUs^ aUqux uifu notabtUs, cr aUqute non i qud cwn Uicid^ flnt . Tiiios emittuitty fcd ex minhnd dd
inuicm litUdrum iUdYum di* ftdntix
rjdi/rcfnnguntur^circulMq^fummealbuicaufatur, quird* tione t^ntx glbcdinis ladcus dicitur.
Hunccirculum Vulgwt appeUdt uittm fin9i
Ucobi^ qud mortuorum dnim£ priusqudmcoclumcoti-
fcendjnt, iUuc perueniunt, Dc MenUis cr reliquiSt ^U£ in terrd uel Urrxuifceribuigenerantur, mt fumus di^ri, ut
Alcbimiflis [obiidiud^ dd firmdfciicntdcni» fd^dU. potentiaU, dd£qudtum.
mddtqudtum^ fixmdU. prxmdrivofu ftcunddrium* [InffiUre*
uniuerfiU^ Itntitdtiuui, qwus txtUcdufmfum ttiHii^ txt
fperji^onk, I originif, topriotitds ^ndtur€» dignitAtk»
ordink, Stcundarioritmi TertioritM»
f pcr iuxtipojitioncm illc dugetur iofl^
tio 1 f Vroprie tdS t,6Vropor> tio
17 Coditio s8 mttntio I
propriiy cr repcritur (KdtionaliSy C tH interiUd qu£ und comuni inttr qudniUdtcsi menfurd
mcnfurdntur^utbicubitum uel tri*
cubitum, qu£ cubito mtnfurantur^ CTina-
fn&turdlk» ritbmeticis numeri omnts^ quid comunimc' ^ furd >f unitdtc dimcntiuntur* [drtijicidlif, [irrdtionAlis^c^f^ft intcriUd,
qut und co^ nunimcnfurd ncqudqudm
pojfunt mcnftu 'primdrU, rari, mlt^ funt
tdm rdtiondiis qulm ir^
rationaHsqudntitttif JpccicSt qu£ dpui
fecmddrid» UUtbemdticos pojjuiu uidcri.
ip Ordiua^ tlf I tcmporis»
Ordinxtio\originiS0
\jxcrcitM» (morditer, (bona^
3 o Opndtio ^ [entitdtiur» I f
mordliur* [mdld^ [cntitdtiua fbonl^ f rtdUSf eciesdptitudine :fT gicu cc phi \ Jduplex eft, phificum c
logicum j phiflco ffntrt ^udent que* lic
u «^uid ? cunq; ex §aiem mdteria funt conftitutx, ut corporalia omni^ fic ^ruplex corrupttbilid.
Genuslogiciimduplexeft.f generalifiimum cr fubal» logtcum» ffYtium ;generalij?imum fkpra quod
aliudgenui non daturylicet tran^
fcendcns po^it ddri:fubalternum, quod rcfpeShi fuperiorum eft Jjfti Quare ge^ des,injtriormiter6 genw. Genut
logicum eflunumdequinq-pre^ C^^inu^de
^''" quatcnus de pluribus dijfrrentibut ft>ecie ac numer» bnq- ^5di prtdicatunfedobbdnc C4ufdm, cr
prtterta, quid tdntum parten^
CAblliblll. s ^cnti4ef}>ecichuicotmunicdt:& i /^cie
difftirt, ^nU hdc iotm ScotizjU rJJentUm
mdiuiiuis Urgitur^ De Specie Secies est
qu£ Jub fe plurd mdiuidud tdntum continet, ucl ttAtd efi contincre. HMabsci; conliderdtione pofuimus
in hacff^ecicidcfia, Notl» nitione hM
p^icaiix, uil wt(a eft contincft, quidfumquxddm
JPecies,cChimi prior m iUk corporibui rcperi* turyquitndjx funtaeterkcorporibuiUuioribus
fupereminere^ pcundd ucro m iUk qu£
grduioribut utroq^ modo, 13»
DcPondcrofitatc uel grauitatc. GKduitdt
cfl rdtia, qud corpord ndtd funt dcorfum tendere j qutdupUx cfiy jimpUcitcr cr per rcjpe^umi
primo modo corpord iUd fum grduid» qux
infimum omnium locum ndt4 funt occupdre^
fccundo dutcm modo qu£ fuprd hxc tdntum Locumjibi uendicdnt.
i4^DeMotii» VThreuibui
Idnc/Drmdmdcfiniendomeexpedidm, motum td'
tioncm tffc dico, qud crcdtd cundn mouentur. Ldrge motum Accipiendogaitrdtioui cr corruptioniconuenit,
dc quihm /»- &. 5 quuti quuiifumut ; hic tdmen firi^ie
oDn/lderArevoUimui^ Motui (^eclet
muUgfuntfUtftdtimtibidemonflrabuur.
j Augmentdtio^ O" efi augmentum qudntitatk» 2 Dimtnutio,creJldecrementumquantitattf, ) Altetdtio, cr efi mutatio de und qudlitite
in dUdm, 4 Loci mutntiOf CT ofitk
tribuit, nepUtribut m rdtio* ne
fuperiork fc communictnt. AfsignAntnr diuerfa indiuidu» Qrum f
l ' WMgtntrd iitempe, flgtutUm
iniiuiiuum^ ex demoftftrdtiotie, ud*
gKf», cr tx hypotbeji. Qtiod horum jit difcrimetiy Logid trddunt^ ji» Dc
Attrafpeciesobiedcrufuorum4ttrahut, 3
2* De Contingentia» OMne id quod i
cdfuueljortundeuenitthocmodocontingent
efl, Sihomo templum uolensddire, d iapide deorfum cadente ' in capitc Udatur» contingens efl, Si
tripoix cadens e fupremo \ locojfiat aptx
fcdcs, contingensefl. Behaccontingentia fub nomine in 2« phi0» cdfut dutjhrtunx mteUiffttda, pr^eclara Mo:
tradit. , Dc Imperfeflionc» Ih^iperfr^o pcrfr^Honk ef} oppofitum, ideo
quot perjrBionU Jj>f«
ciesexplicanturuclexpUcaripoffuntttot cr imperfiihonk* Iw* pcrfeBio e/? rattOy qua aUqtdd non habet effe
completum. Sic ho9 mo A ndtiuitdte
caccus aut furiws ucimancuf, imperje^s efi,
34. DeColore* r ^dndis cft
colortm uis, quonidm eorum medio m cognitionem
[ qudmplurimarum rerum dcucnitur. Plura etenim corpora re» I periuntur colore uel lumine affc^y quitn
aUjs quaUtatibus ut f fatis notum
reUnquitur de coelo. Cobr igitureflratio,qua mixta funt colorata ; nota wtxf», quomam elementi
quaUtdtibus fecundis carct,
3^,DeSono» SOnui efl tmiucrfale
quoddam ad otnnes fonos^Moc Ln loco fotuim
izcipe et quatcus icorponbus fottatibui proccdit,et ct ut efi qu4- S i Uidii
«« Utds qu£ddm vn derm imprrlJj,
ipfumci: ptrcutiens, ie quo eonllde^
Ydtur et^Um m dtbore fenjudUjed per dccidcns.ubi dc pottntijsfenji» tiuis exterioribut obie£hstrdditur
notitid, FVmdUs eudpordtionts i
corporibus odorifiris excuntes^ dcrc^
mouenteseumdUcrdndoyddor^num olfdCks dtueniuntyquoi in dudbut nirium cdrunculis conjifiity crjlc
ptrcipiunturodo» tes* iUcuit breuitcr
oRendtre olfdciendi modum i tu dutem in fe odo»
resconflderdf cr ([Udtenus dd potentidm ordindntur^ .Dc Saporc» _ . 1"^^ Sdpore muUd effent diccnddt
brcuitdte tdmen ^udenteSy macen^^"
1 J tangrmus. Saporis mdterid fubU^h,
tjl bumidum^ cui ddmixtum efi flccum
terre/lrc i humidd enim tdntum^ non _ .
funt fdpiddt quid nimfs fubtiUd ; neq; flccd tdntum, ut dc finiUo ' * '^"^** ^ bMtM4W0({i fdtif
dppdrct. Hocmodoftpor potefl definirL
Sdpor efl humidi pdflio iJUtd iflcco tcmftri, quod a cdUdo pdtitur
i unde perhumidum,receptiuum faporis txpUcdtur
;ptrflccum ttrre» arepalJum, efficiens
propinquum ; pcrcdidum m ficcum dgenSt tffi»
ciensremotum. Sdporlt muUxfunt J^ecies.
1 Dulck, confldt ex cdUditdte cr humiditdte mgroffd fubfldntidi medidtq; eius compUxio intercdUditdtem
G" fiigidudtem^ 2 Suduky ex
cdUditdtedchumidUdtemfubtiUfubfldntid; eiutq; com^ plexio efl medid*. 3 Pinguist ex cdUiUdte dc
humiiitdte in fubfldntid mediocri ;eflmf
dixcompUxioniSt 4lnflpiduf,
exfrigUitdte ; eU quoq; meiix compUxionkt^
f Sdlfus,excdliditdtevflccUdteinfubfldntidmediocri; compUxi^ tdcdUidt
6 Amdrus» txcdUiitdte cficcitdtc in^xoff^i i compUxi^ efi tdiem eumprdceienti. 7 AcutMy ex cdlidiute CT ficcitite In
fubtili s complexio efi eddem, t A
cetofwsy ex frigiditate cr jiccitite m fubftamia fubtili ffnetdtur t tomplexio efi frigidd. 5> Stipticui,
exfrigidintecrflccitite «t mediocriiedde eflcopUxio^ 1 o Ponticuty exfrigidiate
c^liccitdteingroljd j crefteundem co'
plexionls cum Stiptico Acetofoq;,
Korum fdporum multdt poffcm ajiignAre operdtioncsccdufu opc^ rdtionumf ^udx conJiderundM rclin^uimut
Medick» jS^DeScnfu» HAncformdm uult
huUui fub fe ^flum bL^muc contincre, fiy Recitantut
cutiexeiuiuerbiscoUigiLlnquitcnim^SenfuteflfemittAtusm Lulli vec- drbore elementdli^ qui diJf>ofitui cfl rdtionc
fenfUiux mfert£ ba. in elementdtiud ej
ue^tdtiud^ quod ex tUod^s nMurdle dnimdtunt
htd{hmdeducdtperfentire,cdloremdUtfrigiditdtem,fdmem v fi* tim dc tuihtm» Non effet tamen mconutnientf
hdnc fotmdm dccipert fudtenut cuilibet
fenfui efl dpplicdbilis. 3 9. Dc
Conceptionc» * PErhdncformdm mteUigendx
funt conceptioaesndturdtefy qu£ Concepti*
ddffnerdtioncmfenfitiuiucL uegetdtiui ordinAntur. Ali^lunt ones
naies etidmconceptiones.f mentdlcs,
quarum pdrtui func cxplicdti eimetales*
9ncs qux fcripturd» nutibut dut uerbis fiune. DcDormitionc4. Dormitio
uel fomnut efi dnimdUs perfeib uel impcrfeBi pdf^io; ficuti ey uigilis^ hhic efl quodcd qu£
fenlibiit cdrent, ijs quoq; cdrere
ncccfje efl. Somnusdtiimdntibudnccefptriut efi dupUdS on* quk" decdufdi primo ut uirtutes nAturdUs quibut
uti nequdquam pofju^ reaniman-
mutfineiUdrumfdti^tionCyinterdumquiefcdnti fecundo ob uirtu^
ccffariui"* tcs ue^tdtiudty qu£
continuo motu k fuis operdtionibut impediun*
turiCT hocuerum efje ex efftibbut cernitur ; exptrimurenim bomi- ms JludiofoStmultum^ fenfibus utcntes non
admodum efje pinguer, S> )
obmA*- 1 M4
ob ntdldm nutritionem (jux m t:h ft i ex oppojlto ucro quidm kuH uiuntur ignuuit^ ocio,
fomnodediti^quitdmpinguesfunt^quoi Somni
gc nilfuprd.Generdturautemfomnutbocmodo. Obciborumdecodio- neratio* nemyd corde uapores eleudntur,
cerebrumq^ petunt, qui Ji nimid ctre*
brijri^ditdtecondenfantury replentq^ uenM dcmedtun, quibui d cem rebroor^nii uirtutfenfitiud communicatur j
C2r fic ItQ^ntur orQind uel impediuntur
ne pofiint fenjationcs fudf exerctret
4J* De Vjgilia. DE uigilid
oppofitum eiuf quod de fomni ndturd di(km efl, con» jiderandum reimquitun conuenit pariter
uigilid dnimdntibun cr nihil dliud efi,
qum folutio fcnfuum ad exteriores d^is,
per cdlork ndturdlis reiicrjlonem ab mterioribuf dd extiriord, *De Somnio* Definitar T) txplicdturi quid fomnium fit,
dicimm effe dppdritiom fomnium. J^nem
quanddm exrecurfulimuUchrorum a phdr^tjfldyptr com* pofittonem ucl diuifionem uario
modoconfiitutamy ad jenfum communem j
quibu^ phantafmatibiu homini dormimific effe ad ex* trd uideturut ipfa mouent, nu Uo cxtrinfeco
agente in ftn [unu per re* prxfentdntk
modum : non jine caufa pofuimui hdt pdrticula^ (per reprxfentantif modum) quonim per modum
excUantk exirinfecs qu^dam ad fomniorum
caufationem rcquiruntur. Corpora enim cae»
leftta concurrunt adhoc; cum pbanthajid dccttert mteriorts pote* ti£materialesfint,dcmdtcrijles obit6hrum
ff>ecies retincdnt^ qu4t Coeli
&E_ mfiuxuf ccelcflk funt rcccptiute» Elcmentorum quoq; qualitates di lcmentoru fonmiumefjliciendumopcranturdc
conducunt; ndm corpork pdrtes. ad
ro'nii*iri "''^'P^^^W"'^ pariter afficiunt quali» concurrut, ^'' '^^> hinceH
quodfidormicntii manw uel pcdes m aqium fri*
Nota. gidam ponatur, ftjtim fe in dqufedere fomnidbit. Mult£ funt
fom* fiiorumfj^eciesqud/srcUnquimmt, ,DeGaudio» GAuiium fink tft potcnturum fire omnium :
dppetit dnimalt timtt, irdfcitur,
proftquituraliquid, CTdliuiuitdttob dcUdi»
tioncm CT ^uiium, qudtenut did^s tttles iire^ie uel indire' Ae fequitur^ucloppolitumeiusuitatur.
Efl^tiiium rdtio qud 4nu tudl ic bono
ddepto uel ddipifcendo, dut mdlofugiendo Utdtur» 44^Delra#
IKdex concupifccntid oritur, dt4*,
41 Hrfcrogcnritaf. 42
Ingroffdtio, 4 3 liltgMdlrt/ffif. 44 IncoAo.
4 f Imprepibilitdit 4d IncodguLi
t(0. 47lffii' 4 7 uil^h^ €p
Penetrdth» 4.8 mjiammitio^ 7 o
Kemifiio» 4p inquiMtio, 7 r
Rtjpiratio» 5 o InfclubilitM» 7 2
RctfflMaf 5 i U d Putrtdo^ 8 8
VniuerfalitdS, 67 Putrcfd Hio» S ^
VioUnidtio, 6 8 PorrofltdS, p o VflibilitdS» Tlures formdt fdbricire poterts m undqudq;
drbore, fl pjrtes omnes 4rboris
conflderduerk dc indd^ucris edrum partium proprietdtes, ^udtlocoformdrumpoterkhAberei quid Mt dixi
dliqudndo, form^ iooo
proprietdtumafiignAntur, qut meliusm reicognitionem ducunt qudm cetetd txtrinfeci prxdicdOi* Dedimus
modum fMcdndimul tis formdSt Sdt uolmm
de /ormis dixiffe, dc de primd drborc. T DEAR. R ^> f ^ 8 DE ARBORE VEGETALL ris demc^
contempUtiodrbor(sutffalifyquonum fccundum nttur^ or» talis ad ve-
dinempoftlimpUxclfcquoirebwtconuenit.fcquituruiucrt.quo getancem. melfcncbiUonconftituunturinec altiorcm
gndum poffunt corpo» rea cntii unqu4m
coafequi, nifi ue^tans uitj prxfupponatur. Inh^c drborcomnufumconliderandafub dupUci rationcy
uideUcet qudte* nwi habent
effetf^enhxtiuum CT uegctitiuum, boc ettnim lUud prr» fupponit»
DE RADICIBVS. AdiceshuiMarborkeiedem
penitns funt, qute pro etementsU arborc
funt firiitatXi aquibus omnes arbork Jpartes fuum effe dccipiunt : nec aUquidradicibtM oonuenity qum
arborum par* tibut fccundario conucnidt.
DE TRVNCO, TKuncu/s efi qttoddm uninerfale corpWy m quo potentiaUttr particularestrunciwntinenturdcreliqua omnia,
qu£ iruncu fequuntur. Nam
uirtutenAturaUumaffntium qu£ m eo jun^
potenttaUterada^mdeducuntur* DB
BRANCHIS. BKancl£ funt quatuory fciUcet
potentidappetitiudydigejUHd^ retcntiudy
cr expulfiud. Per appetitiudmquodconueniense^
pctitiua uefftantibwfy defideratur, dc beneficio nAtur£ fruitur^
?rouid4 uelatcia£li HAturd diuerfls
diMerfat trddidit uirtutes, quibwt conuenientiddttr^ bunturut m effe conferuentur, Quoniam uero
quod dttrd^m e/J, ad attrahentis membra
roboranday qu£ nAturalH calorls ui ac MrtM-
te debiUoitA fuere, nunquam efl aptum, nift membrk nutriendls flmile fiat; ob id opm efl difffiiua^ qua alimentum
concoquaturyac digem. rantnr ea qu£
f^eciem cr formam membrornfufcipere noo apta funt^ £tioc
TEt Idcalimcntum tfuodih extrinfeco ucnit, quii m tcmpdrc impcr* ^ ccptibilinonpotcjltranfmutdri ac conucrti in
aliti fubfldntiiMyoh
mbcciUcmtr>insmutantif aibonemcicpafircfiflcntiam: idco ncccft farid cfl quicdam rctcntiuafacultast qua
nutrimcntum tamdiii rctinc' Reteatiui^
dtury quoaduiq; nutritio fiat, At propter impuritatcs abifcicndas, qu£mrtutc digcfliux pottntix, d
purioribusfubtilioribwsucfuntfc- g«gifno
; qutdam inquiunt, effe cor, aOj controuer-
neruum^nonnuUic^rne ;cum omnibus idem pottris afferereiinteUii
notadui* 'jgendo cor effe radicale
orginum, non ta^us folum fcd aliarum etiam *
potentiarum ; neruus uerb efl or^nnm defirens ff>ecies j caro
fufcipi* ens per tnflrumenti moium i
caro deniqi ncruofa eft totale or^num^
Veeius quoqiUniateuelmultiplicititemultx funt lites, qud/t fic po
Oeunitate .Uris fedare. Plnres funt uSus
non raiione diuerfarum formarum et plurali*
fubftanlialiumy fedrjtione diuerforum contemperamentorum quali^
tateta£tus« tatum ; aliud enim eil
contemperamentum faciens ad percipiendam
ealiditxtemcr frigiditatem, aliudreffyedu humiditatis cr
ficcitxtit, Affatus (mquit LuUus) eftiUe
fenfus, per quem mMifeftatio fit t» Dc Affatu»
fermone,quieftintraconceptmtCrd4texempU» Sicut homoquilo' quituriUudquodcogitat, CT 4ttw flmiUter i
ficut ttiam ^Uinaqus
tUmatxdfiUosfuos^ DE RAMIS 4 RAmihuius drboris triplicis funt natur^, ut
fupra oftenfiim e^ de qudUbet huius
arboris parte ;crfutu membra unimaUum
tam mteriora qulm exteriora, m quibus Ht renouatio perut*, getatiuam potentUm, compofitit per
elementaiem ndturum, com municitio uero
idfenfus omesper fenfitiuam uirtutem^ T
4 DEIO DE FOLIIS, FOlid funt ediem dccidentU qu^CTin prioribus drhorihus rept* riuntur, fub triplici tdmtn
rjitmeconfiierdtdicrhocrjttioni fubicdi
A quo icnomindtionem dliqudm recipiunt i cum igitvr • gnimdliatriplicis[intitAturx,Pc&dcciientidiniUk
fubie(htdcon^ Jimilif nxtura fiunt. Non
ignormus hdnceontemplttioncmfatis effc
impropridm, fei fcquimur Frxceptorem^
DE FLORIBV8» OVerdtiones omnes
qu£ db dnimdliprouenirepolfunt^qudte'
nus hdbct fffe,uiutre vfcntire extrinfccumy flores iicuntur» Nfc plura ii^bit rdtio ut ie ijs iicamus, can
in qudcunq^ /fre 4rbore,optrdtion€sloco
florum hdbcdntur. DE FRVCTIBVS Quituora Tn»ai«ffttf funt dnimdntid omnid fuh
qudirupliciratione conflit* nimalium
h^r^fi, quorumqutidm funt igned quid inigneuiuunt^ dliquddk'» rpccics, red^quonism tdUlocofruuntuT^nonnuUd
ttrrcflrid.vqudijm 4qued;ii(iinguunturigiturinqudtuorcUlfef. No«
eltprafcntitne* gocij
dnimdUumfpeciesnumerdredc eoruniem proprietdtcs oflen» dere,Q^iieijsmuUdcognofcerecupit,le^t Ariftot
inUbris ie porid, ie pdrtibus^ CT ie
generdtione dnimdUum, DE FORMIS. ItHter formdx dnimantibus conuenientes ifl£
qud^modoielinidhh
muslocumhdbent,qudrumcognitiononpdrum utilis erit*. Bt ne iiipLex fit Ubor nofler, formds unJi
coniungere uvlumus, qu£
^nimdUconueniunt, qudtenus e(t exterioribus fenfibus dc intcrmi» bus fenjitiuum* l Apprxhenfio. ' /^AflutU, 1 n ppetitus fenjltiuus, ^ Auidcid. 5 Alfenfus, 6Affmsd^Ut, 7 AeflimA* Hf tf
Atdiittdtios 28 Intdgindri, S Auditiu
diiut» 2p inffnium. 9 0 lrecies in fenfucommuni recipiuntur Uuiut fenfus ncccjiitM efly ut de
fcn fmm exttriorum fft^ ciebui iudicium
fucidtiUndm ab dlid diftinguendo^ dtq; ut fit dUqus potentid que cognofcdtuifum uiderCt duditum
dudire, cr fic de reU^
quiffenlibui;ipftenim ob eorum mdteridUtdtem nequeunt fuprd fc ipfos uel proprias optrdtiones d^m habere
rrflexiuum ; qui tdmin De im.igii=
fcnfuicommuninonrepugtuLt. Imd^nAtiud ftnfum communem ftdtitn ^^^offi^io^ /f ^ Mi>«r, cMiwi pro^nnm f/?
cj« db eodim jenfureceptdsconfcr» ^ *
uirezrretinereinAm fenfusconmuntis t^ntwn retinet ^ecies exti4 riorum fenfuum dum m obieiU tendune,
inimdgindtiuddutemdM conferudntur^
Aeliimdtiud hoc hdbet priuilevium ut imdsinAtiudtn ClUlUelCOf^ r r ^ n t • • r gitatiua e P^q^ ^ttiiiinonidrtturtirumj^tcierutn
conferudtricem^qux dh tfiimd* tXHd uel
phdntafid funt fabricdtx» ideodlid potentid ddri necej[drium eji, qu£ dppcUdri
pottfi Mtmorid fenfitiud ; qu£ non ejl eddtm cum De Memo- inieUediud utquiddm fdtk inefjicdcittr
probdnt^ dc txiftimdnt. Et 'ia fcnfici-
flccompletus eflordoudldcddmirdbiUfinttrhdfcepotentidf. Dcrc' minifctntidynihil omnino dicere uolumm»cum
dmemorid non diffvrdtt nifi in qudntum
memorit funt proprix jpecies^ rtminifctnti£ utro dUtn£. Stcundum hdt pottntids td qux in
pritcedentibu* drboribut eontintntUTj
confidtrdri pottrunt DB RADICIBVS. Slmilitudintsrddicumrtdlium drborum pr£ctdtntiumthuiui
drt horis funt rjidices, ut
tdlesfimilitudines fbrmdliter ueluirtudlitcr u°? interioribuf potentijs obie{h ofleniuntt
J^diere hds pirticuldf U|*tuau"cc
ntceffariumfuit,f. fvrmdlittr utl uirtudliter, qutd non omnes rddicts^
jcn cat,
propridfbdbtntJpecieseMreprxfentdnttSjfcd uirtutt dlidrum notx fiunt ; ut pofjumus dt bonitdtty ucritdtt, cr
dlijs dicere. Hoc idem de Rclati oncf
quibufddm dlijs inttUiffrepottrlty ntmpt dt reldtiotiibut tdm intrin-
qaom od o fecui dduenientibui qum txtrinfecm
i qu£ rdtiont funddmtntorum^' titftum
cognofcuntur. DE TRVNCO- A^borlsimsgindistruncufexfuif rdiicibus
confiat ; dtq; tfl fimilitiido coiifufd
truncorum reliquarum drbortm ic quibut
trdd^iuimas : in quo funtjimilitudines truncorum pjtrticuU* rium.Quifintilii trunci
ptrhuncrcprxftntdtinon efioput rep^erc^
atm fupn bis falttm hoc minififldium fit. DB BRANCHIS. R dnchx ifiiM drboris funt fimilitudines
brdnchdrum drhorUm, ie quibu^ fuprd
Ohonim ucro nyn omnes iU t brdnchje fuam
poffunt ciufdrclimtUtuiintm, ut p^ttt de potenti^ uiflui, audi- V 2 tiudM
B 14^ tiud» guftdtiud» trd^ud^
cr dlijs in drhort fcnfudli nttmerdtts cr dt0
cUratift dc etidtn de brdncbis uefftdntisi quid interiores potenti^ obie^ potentidrum exteriorum cognofcunt, non
dutem ipf^s pottn*. tMU,nili per
opentiones CT dCiusiiieodddiiusMlddtdUdiritudUm fecundum ordinem fupe* riui obferudtum mdnifrlldbimut, oficndendo
quds pdrtes flbi conuc* nianf. DE RADICIBVS» HViws ndtunerddices/ffiritudles
funty cumcripfx/lt J}>iritud- Inter hui*
Lis ; intcr quM txmen non efi dnnumerandd ContrartctM, pro* *f
borislra- priecontrdrict%tcmdccipicndoy
quid m cdnec qudUoLtesrc* c5crar?crat
periuntur, in quibut funidtunSiuero contrdrietds confideretur pro
ouiic^ repugndntid dliquorum iuorum
aiiquoi tertium diuidentium, ibi uti^ ^
repentur, dc m omnibus qu£ fub ente continentur ; cr ueritu in ijs qu£rdtionc difjrrcntidrum V nonmoiorum
intrinfecorum ai Wio* cem pugndnt, DE
TRVNCO. TKuncuiefl qu^ddm fubfldntid gencralis CTconfufdy qux plu*
ParticuT» rimat fubHantiat parttcularcs
ac Jpirituales, fed corponbus explicaict
ndtasconiun^ ln ratione /vrmx in^rmantiSyiiciturpotentid*
definitio- luer continerc. tion absq;
ratione m hdc definitione plures particuU ncm»
€XpUcdtiu£ funt pofitx, ut magis buius trunci adtun cognofcatur, ac difaimen buiits dtrunco drboris dngeUcalis.
DB BRANCHIS. N^turdh^c ff>iritualls
tribus brdnchis confidt, qudrum prior
int(Ue^tseft,poftecie inteUigibili. R huUus dehk tnbus branchis differendo ek applicat
formas conuenientes^ quam
proUxitatemuitamuSyCum modum appUcanii formas entibus omnibusttm pcranimaduerfiones tum per
expUcationem traiiit' rimus. DE
RAMIS. RAmi iy?iKf natur£ funt concreta
effentiaUa brdncharum . f in- Ra m i cn
teUediuumy inteUigerCy cr inteUigibtlc ipfius inteUe^us ; uot
meraQCur, Utiuum uelnoUtiuum,
ueUeuelnoUc^ uoUibUeuelnoUibile,uo»
tuntdtts; memarue uero memoratiuum, memorariy memorabile, Su6 iflif expUcatdrum poteniiarum concrctk
effentiaUbuSj omnid entid continentury
in rationt obiedcrum, a&u^ potentid propinqitdy CT remotd, i pprxbenfibiUum. DE FOLIIS. SVomoiondturtiftifoUd,
€onueniunt,qu4e fuptd dlifs drboribus
conuenire iocuimus ; uerum tamen eft, quoi absq; labore uUo o" t meUus cathc^rix a nobis traiitx potcrunt
appUcdri^ Siper c4» the^rias Ariftotelis
ie JpirituaU ndtura finitd cr Umitdtd iifferert
volueri/s^qudntitdtem tibi fume difcretam, quaUtxtem innatam uel dcquifitam^ reldtionem dd principium eius
produibuum dut con» feruatiuum uel etidm
dd operationes diutrfdf qudm operdtur, dHioi
nem pcrmouentis vinformdntk modum, dutmouentk tdntum; pdf* fhnem
qudtenus primi principif recipit inteUe8ionem ; cr fic dt dUjsfuomodo. Siuero peromnes iUds cdthe^rids
nequdqudm pott* rk difcurrere dd propriM
confugito, Kdy: LuUus hdnc drborem ex^
ninando per cdte^rids omnes, ubi de babitu differit artes mecbdni* CM dcfcientidf enumera^t i cr rdtioqux
mouitipfum dd pertrdfkw dum de ijs hoc
in loco, ej non in cate^ria de quaUtattf r/?, quia fa» V 4 cultdtes o Artes ct U', fuluta iftje qu4s ftib brcuitdte
tdrtffmns in finchuius opnts, plum
cuitaKS o. AdiUiigtndo,quiif Pigrippdinlib. dcVdnitdttfcientiarum
cnumerdt, mnci Ju :.i
i^tiruiiuntdrtificidles^quiA ndturaUbus cmdndnt. Holo difcutere pitc !li 1^ fiiij}fn(Yit uel mdle f cr dn
eius rdtio udlcdtf ficaisignlt Secundum
udrict4tem hdrum fdcultdtum uel habituum edruiidemip ^prii ob- proprictdtummultse
fDrmxpoterunthuicdrboridfiigndri, qudtcnus
iccia^ jiu furd corpordli dclpirituali confldt. Hdbitus iflifire omnes,
homi- ni conuetiiunt non rdtione dnim£
tdntum, fcd coniun^i^ DE FLORIBVS4
Verdtionesdb dnimd rdtionaliprodeuntesflbiqi peculidres fT \nonconin^ijfunthMUS4rboTisfiores
quodddlterjm pdrtcrn cotifiderdtx* At
operdtiotics qus dmmdconcurrentedccon
porcy funt fiorcs drboris humdndlis ex corpored
iyf}>iritudlindturd €onftitut£, DE
FRVCTIBVS. NHcefJe efi
hicfiuChisconfiderdre,utdb drbore hdcexutrd^
ndturd confiitutd proueniuntj quonidm rdtionefj>iritUdlis nd* ma anima turtfiv^lus nuUi ddri pofjunt in
effe fimpliciter produSlu non gcnc-
qni^^tiimddtimdmtiongenerdtnec producit, ob immdteridUtdtem '^^* qud feperpetuo confcrudre polefi m
mdiuiduo, Tiunt etenim m cor#
ruptibiUbui generdtiones ut tdUd in tcuum confiruentUTyfaUem \n 'ff>ede. Generdt tdmcn dnimd fccundum
quid, qudtcnus obit^lum
quodpotcntiderdtinteUigibile, diUgibile CT recoUbile, fit ddu tdle uirtute inteUc^ius, tioluntd tlSy ucl
memoride, qudrum uirtiulem fdUi m
imginem gerit, dd mfitr fiuiim refj^edu fut cduft uel drborls. ¥ru* t Luiii*
€endd/fiproUxiatemnonuirxrtmus^ hoctimen fcire decety eleSHo* nem tintummodo ex oonfequenti prudenti£
conuenirey mqudntum iUHiontm ptr
conliUum diri^t. Oihfunt pdrtes prudentidm 'mtt' Oflo^^tcf grdntes,qudruvtquinq;fibiconueniuntutell
cognofcitiud .f memo. prudctiac f M,
rdtioy inteUe(lu4y dociUtM dc folertid^ tres uero ut prtcipit .f prouidentid» circumJpeBio^vcautio, dequibu/s
trdfkt D. 'ShomM ^^J,/^ m fecundd
fecundx,
TortitudofectmdumLuUumeflhdbitu^a' uirtufy per qudm ho» OeFoititO mines funt fortes contrd uitid, cr nituntur
dd Uicrdndum uirtutes» dinc» Hi/ic
definitioni dUudit TuUj defcriptiojnquientir^ Tortitudo efl con» fiderdtd periculorum fufceptio,KJ Uborum
perpefiioMiCc uirtus md^ gts d potefldte
perficitur qudm ab dlijs radicibus, quii prmcipdUor eiwtd^isellimmobiUterjiftere m pericuUt,quod
poteftdtem mdxit ndm dicityunde CT
Arifto. uuU quod in fuftmendo triftid mdximd,ll 3. Ethl. aUquifortcsdicdntur fedminus prmcipdUter;
tion omnk firtitudo
tftcardinAlHuirtm.quidfipro fortitudine dccipidtur firmitdx quX' dim dnimi^ tunc conditio eft qutedam omnium
uirtutum qudrum pro» j jg, q, prium eft
firmittr ty immobiUter operdriut inquit D. Tho: 1 2 j, ai: i^. Ver tmperjntidm repriinuntur
conatpifcenti^cTdele^tionef, pcTepcri-
non qu£ funt fecundum rationem, fed qu£ rdtioni dduerfantur, CT
qudtenu^taUsdeUfbitionesfuntcdrnAleSyUndelfidorufdity Tempe Hb.
Etym. rantid eft qudUbido
concupifcentidfi;refiendtur, cr Ar: uuU tempet 3» Ethi* Tdntiam tjje delc6htionem a{his moderdtiudm^
Nw ed qu£ JtD. AHgM. dicunturhis
refia^ntur, quando ait. Temperdntideflmcoer^ j^qj! g^^j. cendisifsqu£nosduertuntdU?tDei,quonidmibi
loquitur de tem* ca. ij^» perdntid, qut
cfl ftnerdlis uirtus cr non JpecUlis. Certum ndmeCiueorumqua eiui capacitdtem
excedun^ ddquietdmenordtHAturi quddam ei
quoq; debent conuenire, quibui Humana
ilU pofiit dttinffre» Qjtx humandm excedunt fdcultdtemeft ipjeDem facultate,^ acbedtitudoy wteUeik cr uoluntdte
dttingibtLid,quatenut inteUe» excedecia.
^utperfidem iv/ormdtur, ut ed qu^e lumine nAturdli percipi ne^ queuntyUerd effe creddt, CT uoluntdf per Jpem
m Deum mouedtur, dc Virtutes
percbdritatemeofiudtur. Hdc dicere uoluimus ad oftendendam «ir* •^* od^o Te theologicdUum fufficientidm,fed
quid qudUbetfit modo oftenm excedat 6c
'^^'^*'* ^^deSyJpes v charitas ideo theologic£ uirtutes dicuntur, quom, non* theologicum obie^m re/piciunt, nempe
Deum fuper omnid be* nedi^umy C hi hoc tmUdm hter fe hdbent maioritdtem uel
minori* tdtem,Uceted ratione qud und
propinqutoreftDeodlid, fecufoplM^ 4undum
fit;ndm chdritdf qux dmdto dmans coniun^t, fidedcjpe perfi8ior eft,cum ift£ quandam diftantiam
figntficent, iUd uero con». iun(bonem,
propter quod deipfd dicitur. Qui mdnet m chdritdte, m i, loan. 4« mdnety cr Deut m ro» LulUi6 n 6 fidcs,ut ait LuUuty eft uirtut
qut compeUit inteUedum dd dffir^
tccipicfide mandum ud ne^ndum pofitUte lUd qu£ uerdfunt. HicLuUuinon pcoprie. confiderdt fidem theologicam, fed
indiffcrentem dd acquifttam cr fttfam i
quonidm de omnibw quje uera funt non eft fides mfufdy fcd dc Deo tdntum, tanquam de obtedo formdU. CT de
trdditk m fdcra fcri» pturd Mt de obiedo
mdteridli^ Fidcm igitur U€rdm CT mfufam optimc
D. P4lf« i>. Pdulitfdepnit qudndo hquit, Tiics efi fublldntia
ff>erdnddrum AdHeb. f f rerumy
ar^imentum non dpparentium ; ndm ut dit D.ThoXum ddwt »x.q.4» fideifitcreiereexuoiuntdtisimpcrioy debet
fignificdre ordinem dd obieiium
InteUe^ui cr uoluntdtk ; obiedum uoluntdtk efi res ff>erd* tdyfidei ucro non uifx: qu£ duo obie&a,
explicanturycum dicitur: Sub» fidntid
.1. primd Inchodtio rerum fperdnddrum in nobls per afjenfum fideii cr drgumentum non dpparentium . i,
eorum quibiis firmiter af- fentiendo
ddhtremw. Quid uerb ex frequentdtk ddibui credendiy Fides.rpcf, /}>erdhdidcdUiff-ndiDeum»hdbitu5'iUis
ddibus confvrmes generdn ficcharitai
tur.ideoprjeterinfufMhdfceuirtuteSjdcquifitdsquoq^ in homineeffc
*cquifii«. affirmaredebemits* SpescumexfententidD,
Augufi^fltfoUusboniardninondddlium Enchir.
fed aife pertinentH, ideo ad uoluntdtem pertinet, cuius proprium ^^?* ?
' in ente fub ratione bonifcrri ; cr non
in quocunq^ ente bonoy fed in ^** iUo
quoi omnem habet bonitatem cr perfe^ij^imo modo.hince^ Spcs quj^j quod LuUu^
fpem definitns, dit. Spes eff uirtu^ qut ait Aut alterius ': quoi perhoc uelit inteUigere in ratione p nts, fed
in ratione excitdntfs, cii- iusmodifunt
dnfflicufloies, cr boni homines^iuelprafupponentfs, quidfiiesprarequiriturfperdntiiundea'
ClolfafuperiUud Math^ j .
Abraham^nuitlfaac: inquit.i. Fidesfpem. EtquodRay. loqud' D. Tho, la
tur{dcuerdJpe,patet,quandodit,Adquemuenirecreditplusper po- »/• iefldtem crc« quam fuam. 7» Chdritat di
uoluntxtem quoq- pertinet, cum eius obiedum flt De* q y^^^ us fub ratione diligibilitdtlSy uel proximum
ut in Deo. Kdnddtum hd* tatc tfcmus i
DtoydTt lodn, qui diligitBeum, dili^t fratrem fuum. Per hanc enim uirtutem utfupra diximus, homo Deo
coniungitUTy c ob
iduirtutumomr^iumeflexceUentiflimdy ut ttidmD^ Vdulus teftdtur |, Qqj tiki inquit, mior horm efl chdtitM, Nfc
dUqud uirtus fimpliciter * ' X 4
ueri too Mrru flne chdritdte tlfcpoteli, ut iicm
fdtduteoiem loco dit. U l^t connt-
Ihibuerofyf^CbdritcLtemvc. nihUmilnprodcft.Rdy: LuUus con$ xione vir- neiiit qudmltbet uirtutem
cdrdinAlem cumqualibet cdrdinali dc tht*
tutum srh ologicdy qudtenucunddUdm
infDrmdtiquodutmeliuscognofcj^jexc'
Lullu vidc quxdam fubijcerepldcuit. DeluftitidO' Prudentid dit.
Frudem excmp 4. ^.^ iijponit iuftitix
obiedd fud,in qudntum inquirit licitd cr iUicitd» quideftoperdtiointeUe£lus,quiiUdinteUigit* De
Tortitudine c lu*
fiitid.Fortituioiuftitidmfortificdtcontrd iniuridm tunccum bomi" nes fvrtitudine utuntur. Sicut iudex cum
tentdtur ut ob pecunidm det fdfum
iudicium, ipfeconfiderdtfDrtituduiem multipUcdtdm ex boni^ tdte,mdgnitudine,fdpientidyUoluntdte,
uirtute,ueritdt€ CT gloridB qu£ meliord
funt qudm pecunix, cr tunc contrddicit iniurix cr fortts remdnetijifuoiudicio. De\u(litid(jlide. Vult
iuftitidquodinteUe» Hus feip fum in
crcdendo utrd cr dltd cdptiuet, licet ed non wfcD/gtf * D« luftitid cr fpe. Uftitid prxparat ffiei
fud obie3tk,in quantum iu* flum e{i,quod
homines mdtorem Jjjcm bibcdnt in poteftdte Det,cr in eius bonitdte,mdgnitudine,a' uoluntdte, quim
in poteftdte credtd». Fer horum
cognitionem tu ipfe poterk per omnes uirtutes difcurrert conneikndo qudmlibet cum omnibus. Trdiiat
LuUus de quibusddM alijs uirtutibus
mordUbus qut numero funt 1 6 cr dprioribus depetu dent, de quibus breuijlimis uerbls dUqud
dicemus, 1 Sdn^itdf eft iUduirtus, per
qudm fdn^i funt innocentes CT 4 ptc»
cdtis mundi» . z ?dtientid eft
uirtuSy perqudm homo pdtienteromnid fuftinet^
5 fibftinentid eft, per quam homo db lUicitk cibH fe dbftinet* 4 WumiUtM eft, perquam homo propter Deum fc
nihil effe reputdt.. 5 ?ietdf eft
uirtuSyqud cordlt bona afjv^io fe extenditdd parentes CT patriam, cuUum eis exhibendo. 6 Caftitds eft
uirtuSy per quam concupifcentid 4 rdtione cdfti^tur» • Ldrgitds uel UberdUtds
eft uirtus, qut confiftit in medietdte qudda^
circd pecunids uel diuitids. 8
Le^Utdx uel jideUtdiS eft uirtus, qu£ id obferudre fdcit quoi pro • miffum rft« p Prr cotu y Ver conftdntUm.homo pttfcuctit in hom
pVopofttol I o pcr dUi^ntimt ju^
chariatis funt homines qu^ruiU ae pigrU
tim peUunt, I I
SumtMhominesti^tchdritAtkumcuto, ut pdtientidm cr hu* miliatem dmple^tiinturt. 1 z ConfcientUt, ntione timork ii cdufttf ut
homines hnum fdciint milumq;
uitent* I 3 Timoriifljicit,neDeum dut
diipsuoriinAtdlomines ofjvnidt». 1 4 Conlritio ejl iolor perfeChs ie peccdtk
commifis, cum propoJU to non
peccdniidmplimt. 1 5 Vcrecuniidy licet non fit proprie uirtuf, tnmen ejl pdfio
qujtidm Iduidbilis, qud homo
turpituiinem timet, Obeiicntid
eftuirtus, qud homo liberfe dlietim uoluntitifubijcit propterDeum,
DE RAMIS. PEr Tdmos dUdrum
drborum potefi hdberi cognitio rdmorum
huiuf drboris, fei potij^imum per rdmos drboris imdginAlis^ QuosjiiijlinBiuscognofcere cupls, hdbeds
potentidtuirtuti* hustnformdtdf, d
quibus conftrmes prouenidnt operdtioneSytcrmf
nenturq; di obieih qu£idm ; crjic habchis uirtuoft drboris rdmos, qui di uirtutum muUipUcdtionem pdriter
multipUcdri iebent^ DE FOLIIS. FOlidyfuntdeciientidiequibus fuprd muUotics
loqiiuti fumutp conformiter uirtutibus
dppUcdtd. Non icbes imagijuLri uirtu»
tcm pofitionem locumq; hdbere propric, cumfit Jpirittidle quoi* ddm dcciicns ih£c tdmen hdbet eomoio quo in
Cdte^rijs trdttft cendentij^imis
expUcdtum efi, DE FLORIBVS» FLoresuirtutum funt
meritddcquifltd;crdiuirtutum iillin^»
oncm fequiturmeritorum Helfiorum ii(lin^iO ; imo rdtione rdt X dicum. t4»
dicum, qu£ udrib modo uirt)tl^s pnpciuHt, flous diutrp pofjuni coUi^idb urtAcadmqi uirtutc puUuUntcs. DE
FRVCTIBVS.DVogenera funt fruCkum huiut arborls, frimum efl merctt mentorum, qu£ uariatur ad uariationcm
uirtutum, fecun» dum eft feruitui ac
honor Deo exhibitus uirtuosc. ARBOR VITIORVM. Itihacarboreconftderantur uitia
utrtutiBu^ oppofita priuatLUe; quorum cognitiononparum proderit ad uirtutes
cognofcendast^ dequibu^aCbmefi: nam
oppofuum inoppojiticognitionemaU»
^uam»deducitf DE RADICIBVS. HVitw arborts radices prmcipaliores quatuor
funt, uiielicet malitia qut bonitati
opponitur, ftultitia lapientue, faljitas
ueritatiypriuatiofiniSifinipoJitiuo; qu£ tamen ab alijsrd' iicibm exceptk bonitatCi fapientia, ueritatCy
cr fine mfbrmantury ac tas mformant unde
non minus uerum eft dicerc. Stultitia magna>du» rans,appetibil{s,cognofcibtlis,fyc: quam magnitudo
{^ulta,falfki
nia[a,acfinepriuata:di(currcndo per radices omnes tamablolutoi quam ref^eChuax,huic arbori conutnientes.
TRuncus ex radicibus fuis conftat,qui diciturmos confufu/icT generalis fed prauus, m quo particularia
uitia funt potentiali* ter contenta, qu£
perlibtrum affns ad aChim reducuntur, pro
Ut tfoluntas inordinAta id quod deberet refutare» eligit^ DE BR/VNCHIS. PFr ea qu£ de branchk arboris uirtuofe di^
funt.habetittum dentiam fatis cUram, qux
de hHiui arboris brmhis pojjunt di* ci^curm. ti, cum oppofito moio fint
eonfiderdnii. Septem prmipdiores bri»
chx dfiign^ntur, uidelicet GuU.cuiabjlinentix opponitur ikudritii
Numerai cuiLiberalitM uelUrgitas aduerfatur
; Luxuria qujt ptr continentiam ^
toUttur j Superbid pcr humiUtatem deflruitur ; Accidia per diUgenti
gj'-^ oppo- «wi ; inuidia percharitatem
; CTlr^ per manfuetudinem uel fuauitdt
tem ; de quibwt omnibui poterk difcurrere conne6kndo quodUbet ui* tium cum quoUbety quemadmodum de uirtutibm
di^him efl. Ab bis puUulant ac emanant
uitia aliay qu£ nominare placetcum fuif oppO'
fltkt Iniuria eficontra iuflitiamy mdifcretio contri prudentiam^
de* biUtix cordi^ contra fortitudinem,
intemperantiacontratemperam iidmt
mfideUtaf fideUtatiopponitur, dej^eratiofj^ei^crudeUtan chd* titatiytraditio defrnlioniyhomicidium
diUBioni proximi, Utrocini' m UberaUtdti
uel temperantijey quia per guUm ut plurimum
tatrocinium committitur, mendacium ueritati, maUdiBio charitati^ impatientU patientix, mconflantU prudentix cr
/Drtitudini, im^ tmindicid fxn^litati,
pigritU diUgentije, cr mobcdientU obedientie*
DE RAMIS, RAmitfunteffentLiUd
correUtiud uitiorumy quibut uitid gentc
rantur iflcuti^iU rdmi, funt adiuus mordinAtm appetitu/s comedendi, d^uiy cr correUtiuum ific crde
reUquisuUijs fenticndum efl, DE FOLIIS.
FOlU funt nouemdccidentUyUitijs coouenienter dppUcata ; quo' rumnonnuUd cr uitij naturdm foUnt dUffre
dtq;mutare^t reum ante iudicem uocarty
ac etiam punire, iuxa iudicl/s uel \n:pera0
torts decretum. Tnquifltores ut inquirantt an a miniftrts utl alijs
bferui» d£ conftitutiones^t poftea tim
ex parte uendetis qum cmcntis snmd
prxcij pro quatit4te;pro qualitMe^bonitat rtiucdit£ dtq; pecumarUi Yj proreldA
pro reUtione mplor C ueniitory ftc de dlljs lolijf cohpicrdniA DeFlorib' flores
funtiudicixlmperdtoris fuorumq^minijiroruny omnesq; \ms perdLtoris ddiones dc operdtiones reUt£dd
fuipopuU utilintem^ uet regimentjiores
quoq; pojfunt dici, idem cenfedtur deceptio»
Diffdmdtio, Turtum*. iMxurid*. Proditiot Vomicidium, Blafphemid* Inobcdientid* Menddciumt.
Indiffntid, fortunA.
Voluntdrium, Ignordntidt^ Obliuio» Libertdt* Seruitut, Vrtefumptio^ DE ARBORE APOSTOLICALI. QVs indrborei/lu fintconlidcrandd, mdnifrlla
reUnquuntur cx bis i qux in typo arborum
ntdmfiftdta funt, DE RADICIB VS, Trunco, et Ramis» RAdices funtCdrdinAlesuirtutes dc
TheologicXt infimtdtxi
rddicibuiunius,bonicxte,f mdgnitudincy CT dlijs omnibut. Supra mdnifrftdtum eft quod eodem
modo rddices non funt
omnibufdrboribufdpplicdndtfcd fecundum exigentidm ed* rumaieo non eft opws repetere. TKVSCVS eft
perfond generdlis, Tdtione /piritudlis
poteftdtiSy cr eft fummus Vontijixy ?etri j/wccf jjor C lefu Cbrifti Vicdrius j wt quo cxttrx
dignitdtes eccleftdftict conti- Hentur
potentidUtcryreducunturq; dd d^bim per optimum rddicum ufumfummiPontificlf. Hic truncus potcft
confiderdri qudtenus eft bonus uel mdUu,
cui CT conformes rddices funt appUcandx; non quoi ttdturd fuiunqudm pofiinteflemjlje,fedrdtione
prduiufus.^KAii* CHAE funt CdrdiiidleSy
Pdtridrchx, Archiepifcopi, Epifcopi, Ab»
bdteSy PrioreSt Miniftri. CT dlit perfonx communes eccUfidfticx^ quorum officium eft, curdm torm ffrere qui
fibi creditifunt, E/i optimd brancdrum
cr trunciconcorddntid, qua medidnte, inter bxc
duo confur^t pcrfi6ho reUqujrum rddicum^ contrdrietdte exceptj» hocfuppofitoquodconcorddntidfitbond. RAMI
funt qudmplurimi, inter quos etidm funt
iUifeptem quos in drbore imperidU expUcaui*
musy proprij uero funt decem prxctptJi decdhgi .f Vnum DeHmco-
Prxcepra lere^Sdbbdtum fdnibficare,
Komen Deimuanumnon dffumere» Va dccalogu
rentes uenerdri^Teftimoniumfjlfun non perhiberetNonfurdri,tion occidert.Kon luxurijrit Non dcfiderdre
dUeriwt uxoremy Neq; rent proximi, Worum
prxceptorum fufficientidm optime mdnififtdt Ec ]i. ^.sntiar* cUjix doBcr cr CdrdinaliA D. Jionduenturd
Nrfm cum prxceptd (fu ^ ift ^ 7. q. 1
pUcid fint uidelicet primx tabulx cr fecundx tabulx i. quxdam re
^"fiiciecia fi>e(lu Dci, CT
nonnuUa rej^eik bominumi omnia adu perficiuntur; j^^i^ Y 4 quid^ui t6t
quiA^sfi er^lifmelltunedHutdicifuroptfk uet orls dut eof^ dls;lioperishdb(!turddordtionispr£ctptum,llork,
iUui quo pro* libetur Dciudnd
vmocdtioifidutc cordis, dliui bdbctur ic Sdbbdthi fan(hficdtione. Siuero tdlis dftus efl f rga
homines, dUt tft fecundum inuocentiam
dut bcneficid cxhibcnid,fihocmodoypr£ccptum dc\pd» rcntum reuerentia hAbetunft primo moio, uel
eft fecundum diium cordiSy oris dut
opcrisifi tcrtio modo,dut cft pro confcrudtionc pro* ximi» cr tunc habcturpraccptum de non
occidendo, ucl fpccici, ejflc prohibctur
luxurid, ucl dcniq; opcris priccptum eft de bonorum co» fcrudtione dc polfefiionc, ut eft iUud No«
fiirdri } fi oris eft^ iUud habctur,
Konfalfum tcftimonium perhibcbis,* ji iuxtdcordit De prxcep
^^iinuclcftdenonconcupifccndddltcriitfuxoreyuclre, Etflccftcx* tis uctctis
plctu*numcrusdcnariuspr£ceptorum4Aliter Kdy, trddit pr^ccpm lcgif ♦ torumfufficicntiam quam pro nunc
omittimus. In uetcrilegc fucrunt
ccremonialid cr iuiitialid prxcepta, qutcpoft Chrifti pafiionent
fuc» runt cuacuata, diucrdmoie tamcn :
priord flc,quoinonfolumfunt mortud, fci
ctidm obfcrudntibus mortiftrd, fed poftcriord utiq; mor* tudfuntnontdmcnmortifird,niflfubditiiulfu
Principis iUd obfcrf uarcnt tdnqudm
hdbentid uim obfcrudtionis ex uctcris lcgls inftituth oncy quid tunc etidm mortifird tffent^ In
uetcri quoq; teftdmcnto multd
funtfcriptd cr trdiita prxceptd, qu^mordlid uocdntur, qus Deut: 18,
adcddccdlo^rcducunturyflcutiliquetuidcrc in pluribus fcripturs 34^ ! /.12. i^^jg^ ^j^^ funtobferudnda non
cxui inftitutionis,ficuti iudicidUd CT
19?! * ^ M ^uid hdbcnt cfficdcidm
ex diOA» Exo. 2*3. '
^in^i^^^^dlisrdtionvs DE FOLIIS. HVius
drhoris folid qu£iam funt proprid crqurddm eommu* nid } proprid funt feptem EccUfix fxcrdmentd
cr regtiU omncs in iure cdnonico
fcript£, communid ucro eadcm funt de
quibui in dlijs drboribus diiium cfi, Uon concediturut diutius Augu». p£
mdne* Ildmdncm, pr6pterimpedimentiqu£d4m quibtu fum agCks iter Quare aa-* umperc* Dico i^tur
quodpropterbteccoaCiusfumbrcuibuf boc o- torin fe- puis dbfoLuerc, atq; propru uoUtnati morem
nongcrere, Si boc aon ^ "cntibus
effcty de Sdcramentn muLn cr quidem digna, tradcrcm, ZT m reUqUH
J^jj^ fcntentiamLulLifufiu^explicarem}
diutna tamen adiuuante grdtia, brcui
tempore Uiorumdcjideriomeoq; fatHfactamy ubi artem brcucmcxpUcauero, Ecclefix Idcramenta funt
fcptem, qu^ tantum ^ ffominabot v dd
quid jint ittjlituOL ojicndma, Bdptifmu6 ordt^ *'1 MtM efl ad toUendum pcccatum originale^
Confirmdtio in remcdium 5. a m .
ifUbiUatk fj^iritualis.hucbanfliacontra faciUtitcm ad pcccandum^ De Sacra- xPanitentiacontrapeccatumA^hiale. Extrcma
un^o contra peeca» mencii* Jtorum
rcUquiaSi Ordo contra dijfoUitionem muUitudinifi p" l\Atri* momum contra carnaUm conwptfccntiam DE FLORIBVS&Fruiflu. jT^Lorcs^ funt quatuordceim articklinoflr^e
fxdei^ m Symbclodpof Quatuor- jH^JloLorum explicati, quorum feptem pcrtincnt ad
duanitatem, CT dccim arti ^ feptem ad
mcarnationts myficrium, Priora funt btc ♦/ de unitx- culi fidei* tt Df I, de pcrfonarum trinitatCt tribut
articulls expUcata, de creatit
pneydcfan^bficatione^ de refurreihone CT ^teruA uia Poficriord uero funt de Lhrifii conccptione,natiuitate,
pajiionCy morte, fepul» tura, de
defcenfu ad mftroSy derefurrcBioneydeafcenjlone CT de adt uentu ad iudicium, Sub uniatecT omnipotcntia
omnia dudnd attrit huta contUtentur. Nr
c iticonueniens eji, ut quampLurima naturali ra* tione cognofcantttr, nt de fapientia,
bonitate cr ali/s notum eft, f^onitd(, Mdgnituda, CT c£ttr*t ContrAtie» «f» TXCfpti, quoniam catcfiid aorpoYd dlicuiw
qudititd con
'ifUptitt£nonfuntfufceptifnUd.Tr«ncmrftqaoddm corput commu^ ni : o ff T .1 > ndtum dd motum cirenlirm
ac ptrpxtuumyntqudqudm corrupth jp
.idci(r2^ hordrumy quo motuc^teriorbes mouentur. Cfcrjr* Firmame M^^^^ ratione
perf^icuitdtk dc trdnfpartnti£ flc dicitur, quci tum. f^Yirmdmentum uero fieUk fixk CT mnumerk
abuodati . quodAflronomiprimummobileuocdnt^
BRANCH^ . IMdgindti funt
Afironomt m coelefii Jf>hardy pr^ter multipUcn circulos edm itqudiiter uct in^qudUter
diuidentes, circulum efje Zudiaci»
qucnddmedndtm in pdrtes ^quales diuidentemy obUqwe tdmen^ cuifolum Idtitudo adfcribifur. Duodtcim efi
gru duum, quorum fex ti Delineae. reUquk
difiingtiuntur perUnem qudnddm, qu* ^cUpttcd uocdtwtti clyptica. quix foie cr Iwid per hdnc
moucntibus etUpfis cdufdtur ; uocdtur eti»
muid folk^quonidm nuUut planetdrum i fole, potefl totum fuum motm W hdcUntdperficere. }flf iiem cinidns
lcngitHdinem bdkct
iuoictimlignorum^quorum quodUhet tri^ntd gfiduunt hngituii^ mmpojitict. titc ligm^ nomim fumpftr^
qHorunlim animantium, ctflteUarum
muLtarwi uxrim di/politionem.qu^diMltdriUorum ^q^^^\^9 gnimdUum funt m cocLo Appdrentu ; dut rjtione
iiutrfarum quaiitd^ nommcn£ tum, quM
mhsc mfhiord mjiumt, qujeconlpiciunturbjbcredU'
quoi m buimmodidnimintibwtdjminium Horum fignorum nomirtA slUnimut i qut uero numerum flellarum ex
qmbu4 mtcgrdntur, cw
fUcognofcerc^dcproprietdtes, mfluxui, cr fimiUd; confuldtbuiu4 m perttos. Anrr, Tdurm, Gmini, Cdncer, Lro,
Virgp, drticd fimt, ^ntun ^uid contigud
fitnt fiolo drtico. Librd^ ScorpiiM, Sdgittdruu» Cdpri- cornut, Aqudriws, cr Pt/ccf, dntdrticd func,
« pob dntdrtico fic U» GtL Q»r omnU
jignd bww drboris fwubrdncb*» k trunco origincm trdbentet. ^ De R AMIS, FoliK floribus R friK^^ibus. RAmi funt ftptcm piinetx, qui ntione motws
quem mllgnk Dc Satuf- Zoiiaciperficiunty
db ilHi tdnquam Jt brdnchk depenieht* "o»
Vrimws omnium efi Sdturnui, qui ndturd fud mdleuolui eft, dc wciuus, cum ficct dc jrigiitpt compUxionis, m
quibu4 uitt priud- j tio con(iitua. efl,
Huic fucceiit lupiter totw heneuolws, cuidifcri* ^unturcdUiitdi cr bumiditis, uit£
conferudtrices, l/?t uerb proximus j^ajtj
tfi Mjrj, quiUcetnoxiws fitrdtione ficcitdtii, cdUiicxte tdmendU iqudntuLum malitidm fuam tempcrjt. inter quos
Ifummo opifice « . diwconfiitvtweft
\upuer.,utria^c^; mdUtium temperdns. Mdrti S6l ° ^ fucceiit, dquotaim
fupcriin-csqudmmfirtorespLdnetx fuum hjbent yencrc Umen ihuic cilor uitdli^tZy^ re^c quiiem,dttribmtur.
Veneri uero qux folem fiucoriente fiue
occidente, fempcr comitdtur, conufnire
4icitur humor uitdllt, in quibui duobus viid conjiflit ; hinc efl quod
in Jfoetdrumfdbulnhdbetur.,SoUm
yeneremq; mdijfMiU mdtrimo* nio Deum
coniunxiffe.^x quibui proLcs innuml
l\ercuriiU niturd fud nes arborit fchemdtcdiximutyconfiderdrt memnria, I oportct,duodbrdnchxinhdcruturddicuntur
tfje pcrjhicdcio» oC voluufl p. rct audm
m hominibttf i duas compdrare poterit ad Deum, ncl funt bran
quantitdtem difcretdm dc contmtu
hunianali. am cum c^teris prxdicdmetUis confidcrabis, Operdtiones utra
i brdnchif exeuateSy uel qudtenits
txUs,U£Lpro ut rddicibm pcrficiun*
tur.tibifiorestrddunt. i^eUqua mfchcmdte confiderd, Dcdinius moa. dum formds conficiendi, iUum obfcrua cr
multas inuenies». DE ARBORE ^VITBRNALL
Bde hk^ qu£ m huiuf drborft breui dercriptione diximui, me^ ritA dcquifitd uel demerita, per humdnatis
drboris brdncas mo* ralit cr dn^Ucalls
^numerum radicum complercy ex quibm
tTuncuiconfurgit,qtacft meritorum uel demeritorum duratio pet* petud, qu£ udriarinon poteft, cum nonampiiut
deturpanitendif^d-
cium.Depdrddifodtq;HifhnonuUutambigit, cum Deus fit ipfdiu* ftitidy qu£ pro iuftis prxmium uutt, pro
irtiuftis poenam ac tormentd. A bruncd
pdudiji tres rdmi exennt, ^uorum prior iufiitue rdm ut r/l, qui4 ^id Dfi« bonum probono opetdtortddit j
cT i^ujtenui mttitu bo, A branct 'mm
reiditqudmcxpofcantmeritAjfecunduibabctMr,quigf^ijc di* P^f^diH q iitun tertiui improprie pafiionum dicitwTy
quu abagentc Deo,ik^ '^*'?'
dondconfvrunturyquibmreUtionemhabetddaffns- AbrancamRr* - m rdmuiiufhti£exit,icpd)itonum ; crproprie
hocm toco accipitwr fgjjjj quj^
pdjhoyUidxLicet pro dobre in eorpore pofi iudicij diem,cr tn animtl iriflUia.QupniAbedtoruma^s er^Deum funtgloria
vUMipo^ tentijs mteUe^halibus cxeuntesy
fecundum aibts ucL operdtiones bo» ndrum
rddicum; ideo fiores xuiterndlis bontt arboris funt; rejpe^lu malorum,oppol{tumdic, Frudui qui afiore
procedit, 'm bedtis[efi quies fumma
potentUrum ac radicum ; nam ficuti m fummo inteUigi^ hili, dtUgibiUacrecolibiUyquie[cuntmemoria,uoluntd«
CTinteUeiius;
ficmfummqbonificdbiUymdgnificdbiUq^iefcunt bonitat CT magnitudo; per
reUqu^tt rddices difcurre, Oppojitumconfiderddefruilu iamnatorum : qui proprio fiiu ob maUtUm CT
reliquM prduds radi^ ces fruflrati,finem
dUum ddeptifunt^quo cod^c perpetuo debentfrui DE ARBORE MATERNALI. POf} primi pdrentis Upfum, mxti
diuin£UoUintdtis xternum de» cretumy¥iUj
Dei incarnatio bominum faUtandorum finis fuit,
Cum uero buius fdcratijlimx mcarndtionls medium fuerU G/ori» ofd Virgp suridy ipfd quoc^ eorundem fink
cenfenda efi^ quitdkeh priori
fubordindtur. hic finis licet m fe unicui fit^ amen rdtione eo* rm qui hunc finem intuentuTymuUipUx efl, quem
fidtuo m bdc drbo* ft pro radicibM,
quatenuA kbonitatemagnitudine acalijsmformd*
tur. Dt TruncD hi fcbemate fttts habes* hrtuichx^f diuiiia cr humd* na natura hoc m lococonfiderantury quatenus
in uno fuppofito funt, tui natiuitsx
attribuitur ; ndturis enim ndfcinon competit. SpeSy Pic- AduocdtiOyrdmifuntyfiuein Gbriof(tVirgutecottcipUntur,fiu€ ht peccdtoribusy quatenm ad edfn confugiunt.
HumiUtas uero cr «ir» ginitdt in Virgine
Mdrid rdmifunt; in rdtione exempli. \n fchemdte
nrboTUbumnonfuntpofitd folU (nefcio cuiux mcurU) qtke eaden Z 5 ejfecom-
•m tffi conpieTdhlfy ([U£ slijt iriorihm fttnt dtifihtttd. A^lr omneS fd* dicumAcuUqudrumdtgnitatumdGUriofd Virgine
exeunteSy qu^* ttnm Mjtcr efi Dd» lunt
hum drbork floret. DE ARBORE CHRlSTiANALL Atione humdn£ naturt didfunt Chriffo
dttribuenid, VT dlis rdtione
diuimetdiuerflmode quo(^ tonflderdtd Secundum f nV orem confiderdtionem Chriflo omnid conueniunt,
eibt et quxda bedtitudinii dnim^e
conuenientis, Ucct dUter fit quo dd /}>em de cor« alix - forisglorificdtione. Timor quoq;
qudtenusignordntiam prdfuppo»
D'\utc!lii\ ^^^* ^ CbW/?o remouetur, dc etiam Contritio. Kdtione ^ui ne
ndturA td omnid Chriflo conueniunt, qur
in arborts diuiniUs fchemdte diStk fant.
Br4«rhe^sdiuinx naturjeyddhumdnaminChrifioyfy humdU£ dd diui^ tuimi fecundum omnes potentiof dc uires in
humdnd ; cr in diuind quo etdinteUigere
uejle,prxdi diflia* mire ad Spiritum
fan£lum : cr intcUigimus de termino ad^quatofj S"*"** monfomaU i quoniam utriusq^ proiuihonit
formalis ttrminus eft
4km,tfftntiauidelicetdiuind. Dealicrum diihs non curamus, Seo* ium ptxccptorem fcquimur. Tolia funt
nt^tiones catr^riarum Af mftotclis,
uelnoftrarum afjirmationes* Floresptnt probationesdiu^- Mdrum produShonum, dtfumptdt aradicibus,
Bonitof enimdiuina ff fUfidum inteUciium
CT uoluntatem fe ad itttra communicat: Sic fk
eommunicare eft magnum ; v cum ab £tecies efl, CT ffnuf eius ignorofi uelad Jpeciem.fi
indiuiduum efi; nec erit impojii*
bUebocobferuarerecurrendoadarbores,uelper enth omnem dmi* lionemulq;ddgenufproximumuel fpeciem
defcendendo; fl /f>eciem non cognouerity
recurre ad propriat paj^iones ueladnaturaletrei
dOus, qu£ cum a diffcrentia magts proprid emanenty te w j}>eciei
c(h
^tionemdeducent,qu£exffnerecrdiffvrentia magis propria im tegratur;deindeuer6priorcsnouemradtces .f,
abfoUta prmcipid^ fum,equxcumrei
effentiam notem, uel qu£ immediatc eam confe*
^ntur, priw rei conueniunt; ey per omnia iUaprincipia difcurreru do uariM dcftnitiones fumes,iuxta. prdcepa in
prima parte knoblt obferudta;dum
definiebamus rddices;boc tamen obferuando, netrafm ^edidris naturam generls uel fpeciei, ad qux
fubkihmreduciturt ^uodoptimc poteris
obferuare^ quiaut dixmus in traSkitu de radU
tibm ; perbonitatem CT cxtera prtncipia inteUiqit LuUm rei mtrit^ ftcdy quje non femper eddem funt^fed dd
uariattonem fubiefh ipfk quoq;
udridntur. Pofied quodUbet principiumabfolutum,cum quoU^ het abfoWto et refpeihuo, cu quaUbet formd.dc
f^ecie quefiionis cu* iusUbet
definiendum efi, quod cr obfcruari dcbet m definitiont etiam fkbieSifUel rrjpedini prmcipij, aut formje
uel quxflionis alicuittt» Inde recurre
ad refpcibua, deinde ad formaSy pofiea ad accidentia.cf dtwicfi adqurfiiones CT qiuefiionum
ff>ecies. Simagis conceptus muU
tipUcare uoUteris, refolutre poterls rc in principid fua, cr ^ibct
rt» Uuipirmcipiumut iUius
cfiJefinire;peromna radius.formas, acei»
dcntia V quxfiioes difcurrcd; ucl rcfolucre poteris in ea
omuia,qit€ * - de ipf4 1 dc ipfa
pYddicdtttur, qudtenut futk iim fuhie^, cr quodUBet iUorii omnibM diais modts muUipUcare. mUipUcabis
oonccptus m infini^ tum^flpdrsaUcuiut
arbork omnibui arboribut comparabk, educe/u
doconcordantiMUcldiffrrcntiai, aut maioritAtcs, uel minoriatett
dutomnidflmuLH£cfiobfcrudutrif/mfinitosdcundquaq;re babt^ bit conceptut. Obfcrud mfupcr dnimaduerflonet
noftrat, cr uti diU. ffntU in continud
appUcatione, cr cognofcts td praxk prdfiare,
^£ nobis.impofiibiUa uidcntur. OtAtuUi generalis ars conflftit in quatuor figurlt,
nouem fuh^ leas, ac eorum cognitione.
Primam figuram ex noucm prmci»
pt/sdbfoUitlsfabricatyqudfuntpriores nouemradiccs. Swm- dam conftituit ex nouem rcfl>cault,
qu^funtpoftcrioresradiccs^ Tcrtiam a
prima crfccunda dcducit, cr quarcxm ex prima» fccundd» a-tcrtUclicit.UabcsfigurMcx radicibus.
Habcbis fubic^d nouct£ P confldcrabk ea
qu£ m drboremoraU,impcrUU,apoftoUcaU,cr
mdternaU, ut taUsfunt; cffc accidcntU qu£dam, ncmpc rcUtioncsfu» pcrioritatkydignititis,crhonorls,qu£ ad
mftrumcnt^tiuam rcdum cuntur; ucldi
homincm; quatenut h£c omnU circahomincm fiunt.
AeuitcrnaUt quoq;arhor adhomincmy ucl ad anfflumrcducitur: o* C hriftUnalit adDeum, qui cft primumfubieCkm
i LuUo ordindtum^ Hk notxtity de
figiirit nonnuUa diccre pUcct. Vrima figiira qu£ abfolutorum eft, noucm hahet
cJimcrat : cr cft circuUris, quU
quodUbct abfoUuum rcf^eChi cuimUhct, habct ratioM. nem fubicm cr pr^dicati. Necfolum huiut
figurt prmcipU de fcipfls pr£dicantur,
fcd dc omnibut quo^ txtrdneis,qu£cuttq; flnt iUd dum- modo non flnt horum oppofltd. * Secunda rejpeaiuorum eli, cr totidcm hahet
camerat, eodcm mo» do dijj^ofltas.quo
primaicuiomnU coueniHt qux de priori diOnfunt.
TertU cx duabm dfiignatit conftat, cr habct oOuaginta crundm cdmerdXyquarumqu£UbetduatUterdtcontinet, qu£
notxm prmci* piorum abfoLutorum ac
rc/peaiuorum naturam, per Uterdi flgnificd*
tiinotantq; uUcriut qu£ftiones UtcrH rc}j?ondcntes, Caufttur cx A4 rcuol»$ L. 9tuolutianecdmerjLrumpfim£p^rf,ful>und fccnndr,
fr mnium fccuniUfubunaprimje. LuUui Umcn
tantum trigintd fcx cmcxdx dcccptAt^ut
uiiebk in fcquenti fchcmdte iquoniam propofitiones nt e^uibm idem de feipfo pr^cdicatur, non
faciunt ad nc^cium pro de»
monflrationibM, m quihut debent tffe tres tcrmini diuerft, quod
nott poteft effc,P idem ucL Inmaioriuelmminoridefeipfoprtdicetur: hQcautemaccideretifi omncs camerof
acceptaret. Etut cognofcat quibu4
literis jignentur prmcipia uel quicftioneSt^ fequcns fchemd confiderd»
Scheaabrolucoiu. Schea refpediuoru* Schema qusftionu» C Magnituinj.
D Duratiot EPoteftof, F Sapientid^
GVoluntaxt KQlorid^ BDifjirentia^
C Concordantid. D Oppofitio, E Frmcipium^
F VLedium^ Gfink^ H Maioritdi.
I Aequalitas,. KUi inoritM,
Figuia cerCia* B V^rKW. C
Quid^ D De quo^ E Quare.
fQuantum. CcXEale* KQuando»
ivbi^ K Qjiomodo etCuft^,. he be
ci ce hh ch hi ci
hk ck de dZ dh
di dk eh et ek h fh fi hi hk i% Ex qualibet cdmera duodecim eliciuntur
propofitiones, cr uiginth
quatuorquicfiiones. fropofitiones ftcbabentur. Accipe primam c4* merm *f b crfiic e, 4eb, pncdicetHrquo 4d fua
SIGNIFICATA cr eeontr^: e contrd.cr
<juodetidm .h. de feipfo,fccunium dliui Pgnificdtum^dh iSo pro quo ejl fubiedum.c; jic tres propofitiones
hdbebif ; quid ucc fo
UterdquxUbctduohabet Hgnificdtd . f . dbfolutum cr rejpeSUuu^ er du£ funt Uterx, rrg) qudtuor erut
pgnificdU-y qut fi tripUcctuff. refuLtdt
numerm duodendriut. CuiUbet uero propofitioni ji dfiigrtM' uerif qusfliones, per iUiwi cdmer/e Uterat
fignificdtdSy hdbebis Qudrtd figurd ex tribm dfiigndtis
con/idt,qu4ecummdximdm tdbuidm producdty
dtq; difficilis fdtisfit,crlon^ effdtdecUrdtione^ dt ed uerbd fdciemus m expofttionedrtlsbreuis
LuUiiibi^ dd pleimm mnijeftdbimus, qux
hic tdntum tetigimut, De fcicnciarum
arcrum^obic6!i'f.
NOnpermittitdnffi^idtcmporkyUtfitftus de fcientidrum o5. iedis txdihmus, dc eorum numero;ideo htc
pducdnotdnd^ proponimufAnreUquis
uideHenricum CorneUum AgrippS^ in eo
Ubro, qui de udnitdte fcitntidrum intituUtur.
Crdmmdticxobiedumyeft ens rdtionitf quod m ordtiwte pinddttt, qudtenus congrud eft uelincongrud^
(datum^ B^ethoricx,ens
pdriterrdtionis,inordtioneomdtdUel inorndtd funt^ Vogic£,SyUogifmuiunwerldUterdcceptntt
fecundum Scotuminft* cundd q.
uniuerfdUum* philofophix ndturdUSy forpm
ndturdU* Kietdphiftc^Ci ens qudtenus
ens*. Theobgije, Deui fub rdtione deitdtk» „^ —
Ceometrixt CXUdntitdi continudi mdterid dhftr^Stu . . V iirtthmetKt,Uumerux a mdterid legreQitm, ^
^lgLW-^^S ^^ KuficeSy Kumerus
fonoruA, AftrohgLf, qudntitds cotitinud,
qudtenus mobdisi Ipo PANDIMIGLIO AFR. c
t 4 V.Valerio de Valeriis. Valeriis. Keywords:
implicatura. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Valeriis,” pel Gruppo di Gioco di
H. P. Grice, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; osia, Grice e Valerio: la ragione conversazionale a Roma e
l’implicatura conversazionale della morale togata – il gentiluomo romano-- filosofia
italiana – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Roma). Abstract.
Keywords. Filosofo italiano. A philosopher of
little originality, and a notorious flatterer of TIBERIO (vedi). He is best
known for producing his IX books of memorable doings and sayings – the work is
designed primarily as a resource for moral education by means of examples –
showing how virtue is rewarded and vice punished. It preserves many otherwise
lost snippets taken from a variety of sources – including newspapers. His ‘saggi’
are not much regarded today, but they were bestsellers throughout the dark ages
and the Italian renaissance, “and I do find them incredibly amusing on a lazy
after-noon,” – Grice. Morale pretesto. Ed Shackleton, Loeb. Skidmore,
“Practical ethics for Roman Gentlemen”. DEI DETTI ET FATti
Memorabili. Traiotti di inToscmoiU Ditfl Fiorctino, '.OTPC/ ROMA r. BREVE
DESCRITTIO della vita di V. tradotta in lingua toscana. Nato in Roma
HobilSiUtgue, cr deU^ ordine Patritio consume la maggior parte della sua giouinezza
nelli studij delle let tirecT arti liberali. Quindi prefoU ^Toga Vinleip diede
alia militiajioue tgli(fecondo che p afferma') andatof’ 9^ Di quelli, che dalla
nobiltà del padre hanno degenerai to* cap* r* _Deglihuomini eccellenti, che nel
uefliretrapaffarono il cojlume della citta. Della confidenza, di f e medepmot Della
cojiantia Della moderafione decimammo, Di quelU^ che diinitnictdiueètarono amici.
Della AslinenzacT continenza – H. P. GRICE AKRASIA --, Della poverta. Della
Verecundia. Dell’amore tra moglie e marito. Dell’amicitia
– H. P. Grice on the logically developing series of philia -- Della liberalità.
Dell’umanita. Della gratitudine. Della ingratitudine. Della pietà.
Della pietà verso i frateUL Della pudicitia. Delle cose che fon fiate dette 0
fatte a la Ubera. Della severita.De i detti e fatti con guattita. Della giuslitia – H. P. GRICE, justice in Plato’s
republic, Aristotle on ‘just’ as analogical. Della
fede publica. Della fede de mogU^ verso i mariti c. A 4- r* 6. 7* iti 177 ij. r
A\ Pf?j feJe dei Cervì ucrfoi padroni. Dique% che mutarono jìa tOj er di qiit (
che^i mutarono di costumi. Di qn eUi.,ch c d: baffo grad 0 Jonuenutiìn grande
jhto etrtputatione. Dell’acciden:icr mutamen ti uarij di fortuna. Della felicita – H. P. GRICE, NOTES ON HAPPINESS
Acrkill eudaimonia --. Dei detti e fatti saviamenti. Dei
detti e fatti aflutamente. pfi.i
Stratagftm. Delle Rep ilfe. Deaaneajfta De tejhmcntiyckefuron fatti e di poi
anu "ati.c.y, De tefUmcn, che
furono ap ,puatiper bcfatii.c.S.2^ 2 Veqlli che furono fati bere dì conaFopìone
d^ognuo. Degli iiuominiw fami, che accufap furon P,o ajf aiuti, o condannati,:;
perche cagione. -}4 QvdM tt jìen 0 gran digli effetti dell' arte, 2r> Di certe cose che l'arte non puo espnmere.
che agli' uno s'intende bene dell'arte sua:
cr rendene buon contOè Dellaueuhiezza Della cupidità della Gloriq» - «S* zSo co Umézo^fyil cognome. Delle
prerogatiue(T premi de Ufìmil\enobi c.\ nentiedegltbuoì c A G*^topocta. Della suontuosua CT deVea Ji\
Adriano tura del vivere. czSó A fframa
moglie di Licinio. Della crudeltà. Bruttione. Dell’ira, et dell’odio.- Qafsilinad
^ Cavalieri Ronta f 0.1 68 Catone maggiore Sj.iou 2^ Catone minore y6» yy* j. 5>f* . 114.117» I2J.i82.227«24»*4
cfpriotti Ciro %6,2^t ckereiocancetlien
127 cintone t6f 207 ciwW 3*7 cinna , 70 crifippo 241 contd 272 coriolano t^o
160 cadrò K$ / ^^9 Cornelio R'fpilo Cornelio Scipione Corneliogaflo C omdio
mertda ComclioBdbo Cornelù t3t avola 22 2U 1S7 Démodé 292 Dcmocnto ' 292
Dìonijìofiracufttno 234 ?6,2o8 125* "Diomedonte DiJTroijmi ColÌ4ntÌ4 deUi
AmbafcU* Dione firacu fano dori Romani 49 us* CojlumideLicij 5*9 Diogene oìHume
antico dei Roma Dtfilo ni arcagli fpettacoU, fz DripetinadiMitridaie 45 2tr 248
16 z6 40 109 224 Cote ouer codro Clodia Clodio Cotta Curioni Curione D Dafida
Damajtppo V4mone loj Di duoi Spartani 104 2rS di una donna »8^ 299 diuno
Ateniefe 22$ 258 di un Vecchio 25* j 2($8 di un condannato 240 29 7 [l’d wor
d^un padre uem fo il figliuolo 219 4j dipintore 2^7 272 diunochemeffefuoconel
158 Tempio di diana 262 DdHo 8S,ifj. 1^4.220 donne Romane non beeuo 260 no nino
46 23 donneindiane 60 46 donne Aff ricane 60 260 donne romane ■ 267 295* done
morte d'alegrezaz^t 1J7 donnapracufana i8> Dandone Deiotaro DeaViriplaca
DedmoBruto Decio bruto Decimo Lelio DemoHene 9 5* 2 21 247 donna milanefe 299 T
A V del figliuolo di mxrc’anto* tuo di due pulzelle Sirocofane 9Ì duoidiArciiU
?7 duoi fratelli 1^5.289 druf 7 germanico 1 2 o E Ubucia moglie di menennio
Agrippd Efilate »o8 ZgUfamio 42 Bgnatio metéUo 18S pioTuberone 226 ÌE^ pretore
167 Bliomantiu >8; Elia famiglia 127 Emilia uergine masjtmai 4 Epaminunda
89.103 Epimenidegnopo 260 Epil 260 Equitio 298 Ero panfilo 42 Efchtlo poeta 29^
Efchine 2fr Etiopi 2> 6 Eumene re (Papa 47 Euripide poeta 9 5'«29 3 f
Vabritio 39 O t A Eacritio tuòno 7^ ♦ > 2 1 idiicw Fo^^om'o 183 Eabiomatpmo
14 ^4.81» jor.»>«4o.i5'»-2o;.2j8 2,-8.276 , Eabio rutiliano 1 70 Eabio
masfimo feruilianot 17S Eabio Gurgite 96.122 Fabio pittore 122*20$- Fabio dorfo
Fcrenice 266 Filemone 234 Figliuoldicrefo >64 Ftg/ttt oi di P. if do * 6 7
Filippo Re 41* 214 Fileni/r 284 G. Vario «• 1 80 G^ fimbria . 28$ GMeluio china
' 285* G.cofsio 21*78286 G-T uranio 286 GgaUio 180 ^ G Sempronio 81 .
g.Fabritio 126 g,Fefcenino 179 g,V alieno 1S7 g.Vlautio *?* G.Bloftò 124
g,VlotinopUnco 201 gTettio ^ g.SeruiUo 24? g.Licinio ‘ zpz galli T9 gratiiio
285 gneo martio 120 gn.Domitioi ^5* 268.282 gn, Deciano 259 gnScipione 127 gn
Popdio Untiate gn.Lentulo 18^.297 gn.cornelio Scipione afina 20 5'>-2o>
f* Hippone Homero Horatiococle Horatio Hor4^^o PttpfSfo 297 Hortenfio 244
274^72 lentulo Spintcr 74 278 2J4 Hortenpo cartione lettorio MS' Hortenpa 243
lelio 272 licinia )88 I licinio fimbria 2>0 licinio detto Ho^omaco
UfonePereo 42 247 ^ ìafone 287 licim'o Bruttionc 242 ìunioBru.ìS2 22yt ì66 ucli
ìulio Cc/244 M- 1 Pi fané 2J7 M4. Platone. 7. «f. 2 ij 248. 217# petilio 42
PeHilenz7 6 Rmetenzu de i Giouani rem. Publio meuio • 178 uerfoiVecdn 46 Tubilo
Ventidio 204 Pionudo 22b.8o Tubilo Vdio 2^0 Roma t97>*99 Tubilo Scrudio *^4-
Romani *ÌK 187 Q. Ro/c(0 QSatulo 70. 20}, 2tf5'*R«6rw 271 247 *99 B r A V
SdcerdoteKo^ 216 Saguntini 19S Sar:firc. 289 Satelliti Utollunia» 2S6 Samij. 26
Saturnio Vetullione» 1 19 Sporta. Spartani, 1^7, 192 Statua di Vulcano d*Atcame
. ne* V 2,-(J Statua di Venere 2f6 StafippoTegeate, 1,5 Sempronio fofo» »Sp
Senato Romano, 17, J42. 14?.^^ «S'4. lyj. 194. i9f* f9^ 228. Sergio Galbu,
2^5'* 24Z 5^10 Or4^ ' Scleuco, 24 U7 SeftoPompeio ijp 'htjioTarqidno. 22y
SettitU. «. 2^2 ' Sette fauL ' SerpentetnarauigUc{o, 44 SeruiotulUo, 26 9^ ■
i^tempronia, io4 semiramtf. : 228 OLA sfTMo i( ìSiOrc^ Antonio, *99 terno di
Mario, 200 seruodi Plotino, 200 terno di Panopione 202 i ternìo fulpitio 14 27
GSo 2,’7. *5^ 207» 277 227. 261* 271* 275 Scipione maggiore. Zi 69. 74 uu 177^
193 20) 2to 217, 260 2»9 2S4 Scipione figliuolo dtimig giare, 97. '27,
Sfipioneminore, 60 6^, 6p, 112. U9.97« S2 200, i8u Scipione^ Emiliano 77% \6,
12), 190 Scipione Ajmco, »>> , Scipione Nafica, 8j, 10^ .id , Hh T
‘Wpione suocero di Pom* Teopompo Terenna(tì cicerone aoS Terentioue/rone 42«
129.24.5. Terentio Culeo 108* Tefeo Tcnj ìSof le 1 5” 8 . 15^. 207 ; . 214. 2ii
219 Tinwite dipintore» 2^6 . " Tim:ipteo 9U 212 i>8 124 170 .. peto
siface [fimonide tOCTAte 192 solone ' 2^» soMe 29} soldati di poinpeio ; 466
2S4 soldati di stlU ' soldati d^albino ' tpurini 130 spurio Caff o ■ spurio
Melio T . T acquino fuperbo L Tarquino Pri/co Tolete Taciofubino TerentiaEmilta
TertU Erutta Teramene Tcogene Teodoro IO ti7 iv8 17 in Teosofo C»rcne« i8>-
20 Ttbcriocifarc Tiberio gracco.t q. 22 J t2, nS.1^4. ijf. «86.19 4r Tttogracco
28^ TAubtleo Capuano »8? titinio cenlunone 286 tBarrulp ^ 254 A'ftoSe(!p ^ 2^9
t. Celio ,, iqì t.Eterio 292 t.^ufdio .204 9^ t^ublio ruttilo 204 »4 tiVeturio
179 ioìommeo Re tPZgkto ' ^4 270.:^o;274 199 tolommeo re di c^ril ^9 179 89
tofcani 27^ 92 tomirircg^na] 287 i86 B U Tmohu f9 194 286 225 Traphuìo»
Traccnp, TrehciioCaUo» Tribuni della^lebe^ Tribù PoUia, TuUoHoftdio, 9J 291
TuUo capuano dcVolfcLiii Turulio, TuUio Hannah» 239 TuUkdiTarquino» TuUtaVtrgineVeshli. 2? 6 TufcuUni. 2.22, 28 6
TurU moglie diLucrctio, »99. V Valerio Pubìicola» 19 110. 12^. 2 >2 Vatefio»
5'j Valeno cornino» 80» 2^, 2Ó4 VaUriomefsaU» 71* Vj/w'o fc'Ucco» Ss'» 296
Vendetta d^ApoUo 7 Ventidio 232 Vecchio Ateniefe» » 1 ® VibioAfCO» 85*, 297
Virgmio» *78 Vo(/crt4» 2,70 VnccrfoRe* 21 3 Vflo cbe fi faceua fratello
(POtauia» 299 V«o cfee J?/4cc«4 figliuolo diSertorioO' un'altro di
Gn»Ajsidione» 299 XenocT4ff« 77 * 2.4 17^* Xenofilo Calcidiefe* 25*9 Xcr/e^ 270 281 29 f
z Zeleucotocrenfe» Zenone VELIA VELINO Eleate
Zenone» 92 Zt«|i Dipintore^ 102 li u
qualunque altrofplenééfsimo ey omatif" urne oa rro triomfJe. NDÌGaio PabioDorfo,
Bl medesimo tempo cT trauaglideUa republicd^' Cdo fabio Dorfodiededijeun
memorabile efjfempio circa l^offiìuanzadeìla religionCiimperoche ejfertdo dai
franzeii ujfediato il campidoglio , CT uenuto il di che la famiglia de
Fubddoueua fare certo faoificio faH monte ^uirinde^coBui^pernon pretermettere
corale cerimonia ueftitotiin habito Gabino^ CT portando in mano CTÌnfn le
/palle le cofe necejfarieaì facrifido^paffo pel mez o del campo de inemicitO'
si condujfef alno fuH detto monte^ [hH duale fatto folennemente le debite
cerimonie, cr du poi fatto riuerentia alle uincitriciatmi dt romulo^ non aU
trimenti,chefe e fujfe fiato uincitore, ritorno falnó in Campidoglio, Di
P,CorneUo,iDionifioSiracufano. R fi w ««4 Siracufa,diean JLV hjif^^f degii or
rubamenti , che noi trouiamo esfer Mfftdaki,feglipafsòfempreco face « CT
rtdteuUJacendofi beffe della Religione. Egli più C iit miermente hduendo rubato i l Tempio di
Proferpina de. i Locrenfìjpartitojì dipoi con PamatayCr hauendo fem»
preiluentoinpoppa,uoUatojì ai compagni dijjeriden^ do. Vedete uoi come gli
iddìi mandono buon uento a chi gli ruba. "Et pmilmente nella citta di
Anania , hauendù tratto didojfo alla Statua di Gioue Olimpio nelfuo Tem^ piOyUn
Màtelletto (Poro di molto pef », donatogli da Hie rone Tiranno di Sicilia, qud
hebbe da Scipione delle fpo/ glie de Cartaginep , et mejpjgUin cabio di quello
un^aliro di panno lano,dijfe,che quello che era d'oro , la State era grane, CT
l'inuerno teneua freddo , ma che quel di Lana
erabuonOyneU'una,vnetCaltrapagione. InEpidana ro citta PAcaia fece leuar la
barba alla datua di Efadam pio che era Poro, dicendo che e non Pana bene che
Apoi lo fuo padre f affé fenza barba , cr egli con la barba , Togliendo ancora
de Tempii, tauole d'oro CT d'argen* to, chep confagrauono agli iddìi,
nellequali, perche f e* condo laufonza de Greci era fcritto,queUi ejfere beni
de gli Iddiiydijfe quiuiapopolo,chep udeua del bene de gli iddìi:
Leuandopmilm^nte di detti Tempii certe pguret» . te d'oro, che
rapprefentauanolaDea Vittoria ,^7 c^te Tazze , CT Corone pur Poro ,chep ufauano
offerire , O’ porre in mano alle HaJtue di quelli Iddii, diffe , che non le
rubaua , mache porgendognene ejft iddii le accettaua, uolendo pgnipcare, che
tenèdole quelli con le maniffor teUnnanzi, gliele porgeuono , cr per tale
argumento affermaua,ejfèr cofada Poltinon prendere quei beni,che afono porti da
coloro,che noi preghiamo,che ce gli dia* no. Et benché Tlionipo non riceueffe
in uita pago con* ' ueniente alle fue fceleratezejio riceue nondimeno doppo . I
. io morti con U miferk cr calamita di Diom^io fuo figliuo* lojl quale , poco
dipoi [cacciato del Regno ,p condujfe doppo molte infelicità a uiuere molto
uituperofamen» te . imperoche L* I R A degli iddìi ,non corre a furià d
uendicarfi , ma ricompenfa Pindugio con lagrauezza dellapena. Di Timafìteo
Principe di Lipari^ Ma Timafìteo Principe de Liparotti, per non incor ' rere
nelfira degli iddìi . con fomma prudèntia prò uide a fe iìeffo , er con utile
effempio a t fuoi Cittadini^ Perchehauendo efsi, andando in corfo^prefe in Mare
certi Ambafciadori R ornarti Se erano mandati a Delfo al Tèpio d" Apollo
ad offerirliuna Tazza (Coro di gran pef 5 , per la decima delle fpoglle de
Veienti , botatcdidé Cammillo nella prefa di Veio,tolfero loro dettaTaz* za,cr
facendofipoi tra la moltitudine molta inftantia, che la preda fi diuideffe^come
Timafìteo intefe che i Rò« mani Vhaueuon o edificata ad ApoHo,lafece f ubilo
re{H* tuire agli Ambafciatori, liberandoli, accio che poteffero andare a
fodisfare il boto» Di Cerere. C Brere MUefìa^effendo la Citta di Mdeto prefa da
Aleffandro,cr entratii Soldati per f orza nelTem pio di quella per
faccheggiarlo , fece apparire un Lampo di Fuoco , che rinuerberato loro negli
occhigli accecò, DePerfi. ICerp^effendo per forza di uenti [pinti neWifola di
Deio con una armata di mille Vlaui, [montarono in terra,ZT uifitando ilT empio
di Apollo^gli donarono piu prejlo Se gli rapijjero cofa alcuna* C iiii , ^ De gli Atenicfi, GIÀ Ateniefi cacàarouo uia
Diagora Vilofofo , per^e che hebbe ardire difcriuere primieramente che nofi
fapeuafe erano gli lddii,appreffo [egli erano, quali e jìif fero. Condannarono
ancora a morte Socrate, paren* do loro che e uolejfe introdurre una nuoua
Religione» I medejìmi,dicendofidia,chelajlatuadi Minerua ftaua meglio a farla
di marmo che d’auorio,attefo chela bian* ebezzacr il lujhro del marmo ft
conferuauapiu lungam mente,gUpreliarotto orecchi, ma foggiugnendo , perche
ancorailmarmo era di manco jfef a, gli comùdaronoche taceffe» DiDiomedonte.
D\omedonte(juno di queUidieci Capitani, cheinuna medejìma battapia a gli
Ateniefi acquiftarono U uittoria,et a loro fief fi procacciarono la morte per
hauet combattuto contro aUo editto dd Senato") fendo menai» a morire,non
dijfe mai cofa dcuna,fe non che ricordo lo^ rOfChefujfero contentifodisf^e quei
boti , che gli haue» ria fatti par fdute dello efercito» DI qjelli che per
EFFET- tuare i lor dif igni fiferuirono della Refi* gionc» Cap» ni. Vma
Pompilio, fecondo Re de Ro^ mani, perche il Popolo Romano ap pUcajfe ben Panano
alle cofe diurne, gli daua ad intendere , che di notte p ritrouaua con la Dea
Egeria, cr che per conpglio di quella , ordinauà PRIMO. 2f quei ficrìficìjyùìe
fujfero accetti agli Iddij immortali^ Di Scipione A ffricano . Non andana mai
Scipione A ffricano a far facendo 0 pubUche 0 priuate^che prima non dimoraffe
aU quanto foto nella cella diGioue capitolino ^fingendo di non far cofa alcuna
,/e non con Vautorita er configHo di quello . Ef per quefta cagione fi credeua
che efuffefigU» uoldiGioue^ Dii, Siila. LVeio Siila , ogniuolta che eglifi
proponeua diuoler combattere,perinnanimireifuoifoldati,eauauafuo ri una
immaginetta di Apollo tolta già a Delfi , cr quella nel confpetto de fuoi [
oldati imbracciando , pregaua che gliacceler^ele^omeffe^comefeda quello
glifuffejìa^ to promejfo la tùttoria . Di Q^Sertorio. Q Vinto Sertorio, porgli
afprimonti di Portogallo, menaua feco una Cerna bianca,dicendo, chimera da
‘quella auuertito,qualicofefujferodafare, CT quSdaa^enerfene. DE GLI ESTERNI.
DilAinosRediCandu. VSauaMinosKedi Candia entrare ogni none anni foto, dentro
una certa cauema molto profondarci per antica religione confagrata.
Etdimoratotdunpez^ ZO i quafi che ejfo parlaffe con Giove, di cui fi diceua esser
nato,recaua una certa premtnentia er autorità alle leg gi, che egli dona a quei
popoli, come fe da quello Vhaueft [ericeuute* Di Pifijìrato Tiranno d"
Atene. r ìpfirdtOfper ricuperare in
Atene la perduta HrannU ^ dCyCojìderato che Minerua era in quella citta in gran
difsima ueneratìone, ueftiin habito di ejfa Dea una donna quiui non conofciuta^
chiamata ?ta, grande di ftatura, dr nello afpettouenerandaiCT fattala entrare
dentro atU citta in fu un carro cop ornata ,facendolagridare ad alta uoccyche
rendejfero a Pipflrato il principato, crfmgen* do di ejfer da lei condotto
nella rocca della città , con quc fio ingann o ottenne quello che egli
depderoua * DiLigurgo» p T Ugurgo^ diede ad intendere a i Lacedemoni, che ^ le
leggi, che gli haueuadate loro cop rigide CT fe» uere,le haueua compojk col
conpglio di Apollo , Di Seleuco, S Elenco ancora apprejfoi Locrenp di Grecia
,fù tenti to prudenti fimo, come quello che daua nome di con pgliarp in ogni co
fa con la D ea lAin erua, Et FacuUa Sa* cerdote,con direcPeffeme fiato
auuertitoda gli Idd^, tolfe uia Fufanza di celebrare di notte le fefie di Eacco
, riducendole d giorno, auuenga che fujfe tanto oltre fcor fo con la sfrenata
licentia ,che era pericolo non ne feguif* fe qudche dif ordme » DEGL’AVSPICII. ,
UH. Di Luttatio, Luttatio , che dette fine alla prima guerra de Romani cotro a
i Cottagi nep ,fu prohibito dd Senato, Ugo* uemarp fecondo gU aufpicijcT tre*
fponp della DeaFortuna de i Prene - Primo, la flifff, giudickndo che e f uff e
bene reggere cr anmmfflrm cr feliciaufpicijfi haueffe a tranf mutare nel no
meVeientano^ey' Vhonore CT lo splendore di cofi chiara uittoria dello acquijio
di Yeio^s'haueffeai ofcurare cr fommergere tra le rouine (Cuna città guada cf
def alata . Et CammillOjche di fi rara er eccellente opera fu Auto»
refiubitando forf e, che di co tanto acqui fio , gli iddij non
hauefferoinuiiiad popolo Romano, alzad gli occhi al cielo ,gli prego , che fe
alcun di loro portaua muidiaaìla troppa felicita deRomani,ifogaffero tutto
dmdef opra di lui. Et detto quefloyfi éce^cbe fubito cadde in terra , il qud
fegno cr annutio parue che dipoi in Uà fi uerificajje, quando fu mandato in
Efìlio.Etpero fi éfputauaqud fujfein un tanto huomo maggiore, 0 la laude di
quella uit toria,mediantelaqude fi accrebbe affò, lo imperio Ro/ man 0, o de
pietofifsim i prieghifatti,che il mde ch^opra fiauaallapatria,nepropr'ij danni
fuoi, fi conuertijjcy I LIBRO DcL. Patio cr Terentidfud pgUuotà Et che diremo
noi di do che atuennc a Ludo Paolo Confalo , tanto degno di memoeia f Egli
hauendo fortito Vefpeditione contro al KePerfa,tornatofene di Senato a cafa ,
er baciando una fua pgliuolina chiamata Terentia, la trono tutta mal contenta^v
con le lacbrime fu gli ocà)i , cr domandatogli la cagione perche la jieffe cop
mePa,rifpofe,perche Perfa è morto, éae era il nome iCm fuo cagnolino , cheg^i
era morto ilquale effa tanto haueua caro,che fempre fe lo teneua in coUo.Prefe
adun que Paulo per un buono annuntio le parole dette a cafo da quella fua
figliuola promettendo^ quap al certo fd^bé uere a tornare uittoriof o da quella
imprefa . Di Cecilia moglie di Metello, Ma Cedila Moglie di Metello Jendo
andataamez* za notte in un Tempio , cr poH la Romani Jei mila fatti prigioni,
cr uentimila mefsi in fu* ga,etr il Confalo ancora ui rimafe morto il corpo del
qua le,per comandamento di Hannibale fu fatto cercare per fé pelirlo , tlqual
Conf olo , in quanto à fejhaueua feppelito VimperioRommo, Oppo il temerario
ardire di Gaio Flamminio feguita la oftinatione cr pazzia di Gaio HoiUlio
Manci* nOyilqualeejfendoConfolo, t^douendo andareinlffia* gna ^imprefa di
Numantia,gli occorfe, che uolendofar f acrifido à Lanuuio,i Polli,dal beccar de
quali (ì haueua i prendere Vagurio , canati fuori del poHéo, fuggirono in una
felua quiui uidna,ne per diligentia che uifi ufa[fe,fi po teron mai ritrouare»
Et fendo fi dipoi imbarcato à Monaco, doue à piedi fi eracondotto ,fenti una
uocejenza ue* dere ondeVufcijfe, chediffe, Viandno fermati , Egli aUhora
fpauentato, dato uolta indietro, fe ne uenne 4 GenouayCr quiui entrato in una
Scafa uidde apparire in un fublto una Serpe grandifsima, V’inun fubito ffiar^
uia , cr non hauetido egli tenuto conto alcuno di queU&, Di GaioHoftilio, D
mi che egli dccetutttitio quefii tre prodigi} , gli aeri fico con d trettante
calamita, con hmer perduta la guerra, con haue^ re accordato, co i Kummtini uituperofamente,
CT con h efferp dato a loro difcretione , il che fu cagione della fu4
morte,auuengacbe il Senato fenzere. Per il che, auuertito Marcello a non
toccare imprefa alcuna teme* raria mente afsicurcUop nondimeno,per il troppo
fuo ar^ dire ondo la notte feguente con pochi caualli, afpecuìare intorno al
campo dei nimìci,CT dato nelle loroinfidie, cr circ ondato da gran numero di
quelli, fu ammazzato» laqual cofa non manco dolore che danno arr ecco alla pa*
tria fua» Di Ottauio Confalo» HEbbeOttauio Qonfolo grandifsima paura di qud lo
che ad ogni modo gli auuenne ♦ Perche effendofì da per f e f piccato
ilcapoallaStatuacPApoUo,zr nel co* [care fittafi in terra (Uforte,che nonp
poteua cauare,fe^ cecomettura,checio non uolejfe altro pgnif icore, chela fua
morte , ritrouandop mafsime aUhora in difcordia , CT uenuto alVarmi con Cinna
fuo compagno nelConfolato» che era Efule . Et coji auuenne che il f ofpettofn
che egli fiaua ,fi chiari col finemiferOyC infelice della fua uita . LIBRO
Terche entriti 0 Cinnain Komainpeme con Mario jio mazzoyCT fattoli leuare il
capo dal buHo^ lo fece porre in Ringhiera y crii capo della Statua iP A pollo,
che prima non s* era potuto finuottere dif otterrayitilhora p potette ca
uareageuolmente. Di Marco Crajfo, Arco Crajfoydegno ueramente di ejfer
connimera» ÀV Ito, tra quei cittadmiyche furono digrandtfsimo dan^ noafRomano
imperiOynonmilafda tacer di lui, poi che Iftauentato ùinanziper molti [egni
euidentifsimi,non uoU Icynonàmenoritrarp daHaimprefa, che fu cagione delU
rouinafua,cr di quella della Kepublica . Hauendo addun* que à condurtefercito
da Carra,cotro ài Parti, gli fu data Uuepe,chepf oleua dorerò bianca , ò
dtpurpura à tutti gli lmperadoricrCapitaniycheufciuonoinguerra,(Pun colo re
negro crfmorto. l Soldati ancora, della feconda fcbie* ra,che per ordine antic
o, eronf oliti farp innanzi nella pri* ma baldanzof amente, cr con uoci cr
grida dlegr ecciti cr mePi entrarono nella zuffa. Delle due Aquile che fi por
tauano in guerra per injegna dello eferdto , Puna appena che la p poteffe
canore di terra doue Vera tra/altra,con fa ticagrande cauatane,nellofcuoter
delPhaPe,puenne igi^t rare,cr.riuoltorp indietro.Qrandiueramente furono que
Pifegni,ma molto maggior cofafu,à uedere Pocciponc di tantejìoritij sime
legioni, tante infegne tolte da i nemici, tantoffplendore cr ornamento delk R
omana mìlitia ofcn rato cr guaflò dMacaualleria de barbari, uedere ancora i
lacH nop occhi di effo Graffo , nel conf petto del quale era fiat 0 ammazzato
Craffo /ito pgliuolojgiouanetto di otti* ma e[pettatione.juedere pndmenteil
corpo di effo impera I PRIMO. 50 éore^tra i monti de morti dmenuto preda crpaHo
de gli uc teìU, cz delle f duatice fiere . 1 0 uorreij di copftUta ca»
Umitàypoter parlarne meno acerbamente^ ma la uerita mi [brigneà parlamein quefto
modo.Cop addunque indirà* no glilddij cantra quelli che p fan beffe di loro
difprez* Xando la religione,cop fongapigati coloro , cheilor uard conpgli
prepongono a quelli degli ìddij. Di Gneo Vompeio» GNfo Pompeio ancora, era Pato
affai manife^amen* te auuertito dal Sommo Gioue, che non uolefsi far con
Cefarein guerra , Vidtima prona della Fortuna . Ha* uendo effe Gioue con le fue
f nette fulminato le fquadre di quello neWufcir di Durazzo, ofeurando CJ"
togliendola uiBa delle infegne dello ef erato , con gli [dami delle Pec/
chieder con hauere ripieni gli animi defuoiSoldatidi fubi* tameffitia cr
maninconia, mediante la paura fcr il terrore di piu fegni nello eferdto dinotte
apparp , cr pnalrnen* tehauendo fatto fuggire da gU altari le uittime che egli
uoleua facrìfware. Mai Fati che fono ineuitabili, non lafdarono aPompeio, che
in tutte Vdtrecofeera ffato prudentifsimo , efaminare, CT rettamente
conpderare, diche importanza piffero cotali f egni cr prodigij. Egli addunque
per far poca ftima delPautorita cr grandez^ za di Ce fare , che era uenuta a
tanto , che Pecedeuail gra* do di priuato cittadino , in un folgiorno perde
tutto Vho » note CT larepututione , che pno dagiouanetto p haueua
acquijlato,tale che non fologlibuomni^ma ancora gli id* éj gnenehaueuono
inuidia . Ondcc manifeÙodn alcu* tu Templi ejferptrouate le jìatue de gli
\ddij, che da per I LIBRO toro fi erano riuoUateindietro.Et neUa atta di
Antioch'4 cr di Tolmaida , ejfetjì udito un rumore di Soldati , CT jhrepito
d^armiytanto grande ^che quelli della terra erano corjiaìlemurap difenderle , A
Eergamo^efferft [entità^ neluoghifecreti de Templi , un fuono diTamburi^ Età
TraUe,nel Tempio deìLt Vittoriafottola fatua di Cefa* re^ejfernataytrale
comettiture delle pietre del pauimento del detto Tépio una palma uerde cr di
buona gràdezz^ Et tutti queìii fegni apporfero per diuinaprouidenùa^ accio che
e fuj]emanifcilo,gli iddifhaueruolutof onori* re la grandezza di Cefare^ej a
Popào dimoiare la fua fallacia . lo adunque, o Diuo lutto, con quella humilta et
riuerenza,ehe fi ricerca inuerfo ituoi altori,^^ facratisfi* miT empii, ti
prego che benigno cr fauoreuole ,uogli4 degnarti, che gli errori et lerouine di
tanti huomini eccd lenti,fi ricuoprino fatto la ombra del tuo efiemplo» Per*
che noihabbUmointefo,che il gjiorno (nel quale ornato di porpora fopra il
feggio d’oro nel Senato ti rapprefen* taiii,folo per dimolirare,che tu non
dijfrezzuui quello honore cr quel fupremo grado, che dal Senato, con tan^ tof
onore ti era Jiato conceJfo)auanti che comparufi al co Jfetto del popolo, che
tanto defideraua di uederti, attenm dejìi prima al diuin culto, nel quale tu
ancora doueui effe* re adorato cr reuerito . Et fatto ammazzare nel facri* fido
un bellifsimo Toro,cT non trouando nelle interiorct. il cuore, domandato lo
ArufpiceSpurinna, quel che do uolejfefigni ficare, ti rifpofe, nel cuore
confiàerelapru* dentia cr la ulta delThuomo, Onde era necejftrio che tu ti
hauefii cura, cr ti fapefsi bengouernare . Q«/»di poi fucceffelo impetuofo
patriadio di quelli, la cui intentio* PRIMO. fi ne fu di Iettarti del numero
degli huomini , CT tra gli id* dij ti collocarono. Termini adunque ndtuo
effemplo ^ la naratione de proiigij domerà, accio che neluoler pài oltre in
quellicjbndermijo nonfuf li meritamente ripte» f t>, trappaffando contro al
douere , dalle cofe diuine alle human e. Toccherò adunque breuemente de gli
efiernr^ iqualibenche apprejfo deiLuini, non habbino moltocre dito,noémeno p la
uarteta recherano altrui dilettatione, DE GLI ESTERNI. Di una Qaualla che
partorì unaL epre» •p Cofamanifefta.jnelloeferdto di'Xerfe^ che egli con* ^
dujjein Grecia, una Caualla hauer partorito una Le* prejaqual cofa tanto
moftruofa lignifico Vefito di fi gran de preparamento , perche coftui che
baueua ricoperto il Mare di legni , la terra di Soldati, fu conjiretto dalla
paura,no altrimenti che fugace CT timido ammalerà ritor ttarfì nel fuo regno .
Al medefimo ancora, pajfato il mo te Ato acanto a ida, atlantiche e dis facete
la città d^Ate* ne,tr aitando di andare ad affalire Sparta,gU occorfe, me tre
che eglicenaua,un marauigUofo prodigio , che facen* dofi dar bere duino nella
fua tazza, fi conuerti in Sàgue, C3T quefio non foto la prima, ma la feconda,
cr terzauol ta,Onde egli domandato di do d parere de Magi dil?er* fta,come
ottimi hiterpetri et indouini lo auuertirono, che firitracfsi dalla
dcfìinataimpre fa contro a gli Spartani^ Et fe in lui fiftiffe trcuato punto di
fenno,o di prudentia, boria fchifato il danno cr la uergogna grandifiima che
eglineriporto,hauendo medianted ualore di Leonida et de compagni di
quello,potuto chiaramente comprendere ilfucceffo di quellaimpreja* ‘ • r» I
.LIBRO DiMida, Al Rr IAidd,fotto U cui imperio uenne la frigia ef fendo
fanciulto,zT dormendo, furon portate dai leFormiche alquantegronelladigrano in bocca,
tTdom mandato [uo padre glt indouini,quel chedofìgnificauo^ rifpoftro,Mida
douer auanzaredi ricchezze tuttigli aU tn hu omini, ne fu nano quedo
pronoftico, perche ejfo fo' io di ricchezze CT di danari, aiianzb quajì Vhauerc
di tut ti gli aUri Re , CT crebbero in tanto le [ve f acuita, C7 /« tanta la
abbodàtia deWoro CT argento che egliaccumula che largamente fi uenne a
uerifìcare,quel che gli idd^, co tal prodigio,gU haueuono nella fua pueritia
promefjo • Di Platone, P Armi cof a ragioneuole, il preporre alle Formiche di
Midalo Pecchie di Platone , Quejie a Pilone , fendo infafce CT dormendo,
portarono il mele in bocca, ilche fufegno éperpetuacT eterna feliciti.
Quelle,di , cof e fragili a‘caduche,Etgliinterpetri,diuulgatafi la co fa delle
Pecchie,dijfero che della bocca di Platone ne ufci rebbe una fingulare et
fuauifima eloquetia. Quejie,come ,
injligatedalleMufe,parechefuecialfero,noifoauietodo riferi fiori del monte
Himeto,ma de colli d^Heliconafiio^ riti d*ogni fortedt dottrina,^ dipoi nel
grande o’pro* fondo ingegno di Platone jiiUafiero idolcifsimi liquori dalla
fapientia, DE yOGNI. CAP. Vii Auendo io tocco breuemente delle ricchezze di
Mida, CT della fapien* tiadt Platone,annutiate loro dorme t do, narrerò al
prefente di quante fpe PRIMO. tic dij ogni A gli huomini fon o occorp cr
uerificatip: Nc mi pure poter fare principio migliore^che dalla facratifsH ma
memoria del diuo AuguHo . Dirò adunque , come ad Artorio medico di effo
AuguHoJUnotte auanti^ebe pfu/ ceffe il fatto d^ arme tra Augufto cr Marcanto*
nio ne campi Filippici^dormcdojapparfe infogno la Dea Minerua laquale gli
comandò che facejfeintédere a Cefi re che era grauem ente amalato^che per do nò
reiiajfe, di non ptrouare al fatto d*arme , ìlche fendo da Artorio à Cefare
referitofi fece portare nella battagUain letticaxet métre che egli jlaua tutto
intento alla uittoria^ifuci allog giamentifuron prep dallo ef trcUo di Bruto .
Che pofsU mo noi adunque penfare altro, fe non che do fujfe fatto per
prouidentk diurna, aedo che il capo di Cefar e già de* pinato
aUaimmortalità,non fentijfela uiolentia della For tuna, indegna,ueramente di
offendere uno fpirito diuinof , Ma lo ef empio frefeo di luUo Cefare infegnò ad
AguUo Cqu^nque egÙperil naturai uigore delVanimofuo, an* tiuedejfe fottilméte
tutte le cof e) ubbidire al fogno di Ar torio. Perche gli haueuaudito ére,che
Calfurnia moglie di tulio Cefare fuo padre,in quella notte , chefù l^uhma che
egUdimorajfem terra, haueafognato,Cefure giacerli ingrembo pien o diferite,Gr
fpauentatapgrandemtnte p cop horribdefogno,non huuer mancato di pregarlo, che
il di feguente non uoleffe andare in Senato,Ma che egli p noip^eredircfhreperun
fogno diunadonna,derauo luto andare in ogni mcdo,doue affalito da i congiurati.
fu co molte ferite ammazzato, Certaméte ira tulio Ceja^e et Agufb»
fuofigliuolo,nÒ é lecite far diff^etia o cÒpura* rione dcunahauédoamédui
cÒfeguitatoil fórno grado di Ifefeacl fc fSS. LIBRO diuM, perche Vuno di già,
con lefue operegloriofe ,/i hmeud aperta laftrada di falire al Cielo, aWaltro
rejhua ancorain terra a fare molte opere egregie cr uirtuofe. Per lagnai
cofa,uollono gli iddij immortali, che lulio Ce fare cognofceffe , che ^a era
uehutoil tempo di mutarla uita mortale conia gloria immortale. Ma che Augujio
nonfcUmentelocognofcelfe,maancoralodfjferijfe,4C» fioche il cielo fi godejfe
Pano di qaefti duoi ornamenti, CrPaltro infuturo fi promettejfe» Di P. Decio cr
Mallio Torquato. rV ancora affai marauigliof o cr eludente ilfogn o,che in una
medefimanotte fecero Publio Decio cr Tito Mallio Torquato Confoli, eT Capitani
.fendo accampati^ uicinoalmonteVefuuióin quellagucrra contro a iloti ni tanto
importante, pericolo f i. Erojìo,chegli erail crudele cr trijlo Fato di Sicilia
cr di Italia , cr che fcioUo che egli fuffe sfarebbe la rouina dimolte Citta,dqual
fogno il difeguente fu dalei diuulgatojper tutta Stracufa,cr coft poi che la F
ortuna,con traria alla liberta di Siracufa,CT nemica de i buoni,oppof e
allatranquilUta CT pace di quella Cittailf opradetto Dio* nipOffcioUo delle
celcHi Catene cr come un folgore uenu* to in Terra,fubito , che Himeralo uide
entrare nella Citta tra la m oltitudme di quelli della terra, che lo
accompagna^ uano,cr correuono a ucderlo,grido, lui ejjer quello che et tain
fogno haueuauijlo Alche intefo Dionifto , ordinò fé* gretoììiente ,che la fu
ffe ammazzata* Fiufìcuro addunque fu il fogno della Madre di effo Diompo,laqude
portando* lo ancora nel uentre,gli parue hauer partorito un Satirett^ to,cT
ricercato uno interpetre,che tal fogno gli dichiar af* fe,glifitr€fpoiio^che quello
chela partomebb€,farebbed Primo. 57 piufmof [),er il piu potente buomo ^
GrecùfComefi td» de poi con gli effetti. Di Amilcare, AMilcare Capitan 0 de
Cartagineff,campeggiando S» racufajgli paruein fogno udóre una uoce che écejjè
che egli il difeguente cenerebbein Siracufa , rallegratofi dunque^come fe
diurnamente gli fu ff e jlata promejfa la uùm tona , cr mettendo per ciò in
ordine lo ef eretto percom* batterla, nacque difeordia in quello^tra i
cartaginejì CT SU cilianLOndeiStracufaniufciti fuori della Citta cr affalitili
in un fubitoyprefero i loro alloggiamenti cr dentro ne me naron 0 prigione
Amilcare, ilquale ingannato piu dalla fua falfa credenza che dal fogno,cenò
prigione inSiracufa,cr non uinatoreycome egUs^erapromeff'o, DiAJdbiade,
ALcibiade anqpr9 Zd piegare ò ritìrarp un paffo^furono uiSHC^fiorcfr Poi luce
prendere h parte de i Romani^ ^udi roppero ddtut to cr és fecero l'eferato
inimico. Slmilmente ynet tempo della guerra contro al Re Pefy fa^Publio Vatinio
Prefetto di Rieti, uenendo di notte . 4Rom4, uideuenirjt incontro duoigiouarùdi
bellifsimo af petto [opra duoi Ùanchi CauallL^qUiiU gli dettero nuoue comeil
didauanti,ilRe Perfaerajìato prefo da Paulo Emì tiojllche bauendo referito al
Senato ,fu meffoin Carcere, I - - - - w 9 » / Per fa in quel di era flato pref
o ,non fedo fu liberato di Caf cere,ma ancora gli fu donato una poffefsione ,
cr fu fatto efente da tuttelegrauezzc. E ancora manife^Oyche Ca^o recT
Pollucelìeronouigilantiperfalute dell'imperio Ko manOyollhora che fkdèti loro,cT
i Caualbfurono uijii rin» frefearfi CT bagnarfi infìeme con quelli, nel Lago di
lutur* nOyCT l^ porte del Tempio loro , che e uicmo al fonte del detto Lago fi
làdero per lor medefime ejferfi aperte. Ryf A per dimoHrare, quanto ancoragli M
iddijfujfea 1 Vi rofauoreuoli a quejìa nofhra Otta, dico che ejfendo élatagia
tre annila pejie in effajne uedendop ,ò per jiitdna mifericordia.oper
rimedifhumani^n che maniera fi potè/ fepor fine a tanta, CT cop lunga calamita,
pofto(co« me ne auuertironoi Sacerdoti ) mente a t libri Sibillini trouarono,
chenonpoteuono altrimenti purgare il cor^ Di Publio Vatinio. Della Pepilentié,
LIBRO roto aere tfe e nonfaceuonouenire EfcuUpio da Epidate ro , Per il che ui
mandarono Ambafctadori , prometten* dofì conti f onore (htale iddio
Cpcrladeuotione,chegia di lui per tutto era grandissima') potere impetrare tal
grò tia . Ne/« uatna tale oppinione^uenga che con la mede pmafedefù loro
promejjo CT attenuto il foccorfo , con laquale efsi lo domandarono . Arriuati
adunque che fu* tono i detti Ambafciadori , incontinente, dalla città di
Epidauro,furono codotti al Tempio di EfcuLpio, ebbero cinque miglia lontano, Et
quiuigUinuitarono humanifsi* mamente a prendere,^ portar uia a lor piacere del
det* to Tempio , tutto do che penf afferò doiter^ejfere alla lor patria falutif
eroda cui prontezza CT hberalita,fu anco* ra accompagnata dalla benignità
dieffo iddio , approuan . , do le promcjfe di qucQt con metterle in efeculione,
pero eh e, quel Serpente,che rade uolte era f olito dimofìrarfe . Qafiio
adunque ( dt cuinonmà fi deue par, lare,fenza prima hauerlo chiamato
publicopatnciday ri. ^ trouandofi nellaguerra Earfdica,CT combattendo fero^
cifsinupnente , gli parue uedert ,che Cefare in habito cr, -
forma,chehatieuapiu del diurno che deWhumano ,gU «e niffe incontro uefiito
diPorporaconuolto minacceuole corredo a tutta brigUaionde fpauentatofi diede a
fuggire 4icettdOychepofs*iofar ffiuije Vhauerlo mortonon bafio^ j- P R I OT et,
41 fXafappio C4^o^cìt€tnnon ÀìnazTCifUOefare^perchc itett fì può in alcun modo
uccidere la diuinita^ ina hauenm dolo tu offefoy mentfeche egli informa humana
era tra . noi , merUmente , dipoi che gUara fatto iddio , Vbauefl. per crudele
inimico, ' DiL,Lentulo, T ^5*0 Lentulo , colieggiando il lito del Mare^ doue .
4-^ co certi pezzi d'una fcafa rotta p ardèùa il corpo di ^ompeio magno à
tradimento fatto morire dadKeTo torneo, zr uedendo.una pamma talché fapenda.cbe
den . tro uiardeuacofOfdi chela fortunaphoueadauergogna f£^dijfe a iftÙH
Soldati.Chifa fe dentro i quel fuoco ui p i obbruaa il corpo di eneo Pompeio.Le
cui parole diurna*, Wtente mandate fuora,ppojfono ueramente metter nel numero
pe miracoli: ufeirono qu^e di bocca (Punhuo tno,ma queUo che al prefente diremo
ufd di bocad^Apot' lo,ondep conobhelamorte di Appio,fecondo che da ef*i fo
erapato predetto, Coftui nella guerra oiuiU quando[ Gneo Pompeo,confuarouina,
et danno della Kepublica^ p ^oppe con Cefare,depderando di intendere lo euentó
éd oop importante motiuo, perche atPhora eraprepoflo con , hefcrcito alla Acda,coprinfe
per forzala Sacerdotejfa, principale, del tempio ApoUineDelpco'^chehaueualà^
cura del luogo fccretó delio oraculo, a fetndere neUa piu profondaparte
deljfeco /aerato dtejfo lddio,nelqualeJi. comep dauano i re&onp piu certi,a
chiglidomandaua,cù. pper ejferele dette uergini troppo ripiene del diuinojfi*
nto lepiuttolte ne periuono.Lauergine adunque inpanui mata di profetico furore
con noce horribde , mentre che eUaofcuramentclecofe future preéceua, manifePò
4Ì t IB R O Appio U fui morteécendoli^Tu nonhii ò Komxno che fare in
quejiaguerriyò terrai li Cella di Euboea. Egli ere deniojì per uolere di AppoHo
ejfer*auuertito,che egUfug gijfe quel pericojoje n'andò in quella regione,che è
poflj tra Rannunti^nobile parte del contado Ateniefe,CT tra Carijio^uicìno al
mare dt Calcidia,chiamataEuboeay nel/ qual luogo amaUndojì m ori iana'izi alla
guerra farfalla caye3‘ cojìhebbe quelluogo per fepoUur4t che da quello Iddio
glier~a Ihato pridetto. Poffonp ancora connumerare tra i tAiracohyche ejfendo
arf o U fagreSHa de Sacerdoti di Marte chiamati Salij,no fi ntrouò alcuna cofa
intera fe no laTromba torta di Romulóy^ ancora effendó arfodTc pio della
Èortuna,la Statua diferuio TuUfonmiftinuioU tayCT finulmentelafiatua
diQSiauiwJiqualeera pofté nello andito del Tempio di M arte ejfendo due uolte
quel Tépio arf o,una nel confai ito di P. N tfica Scipione,cr L; Be^iyValtra di
M.Seruilio^ CT L . Lamia^ rimafe fopra U fuabafoyfenzacjferedalfuocó ojfefa» Di
Attilio, . ' D Ette anchora qualche ammirationeaUanodra Cit tà il corpo
d'Attilio AuioU , quando fu abruciato fecondo il cojlume anticOydquale
giudicato morto da i me diciyCr fuoi familiari pilette alquanto difpacio
dijiefo in terraydipoiprefo ex pojlo f oprali fuoco come egli fenti il
caloreygridò'jthe erauiuo ,chiamandó in aiuto il fuo pe/ dagogOyilqudequki jolo
erarimalio^magiacircundato dàa fiamma non potette riceuere alcun foccorfoalfim*
le fi dice ejfer' accaduto 4 iMcio Lamia, che era fiato Ere* tore, Degli
Esterni. ‘ ^ 1 Duo miracoli fopra djtti, paiono meno marauigliofi ; per quél
che duenune di Ero Panfilio > ilquale ferme PU tone, che ejfendo [opra molti
altri morti'Jn battaglÙL x.giomi ri mafto come morto^ey duoigiorni doppò , che
dùjuiui era Unto leuato poflo [opra il foco , rifufeitò , CT narrò cof e marauigliofe^che
egli hauea in quel tempo ue* dute.Vnhuomo anchora dottifsimo in Atene hauendo
ri* ceuuto unafjjfattanel capo^ con tanto dif piace* ¥e la doU^z^a di quelli» »
DcUa moglie di iìaufiment,CT di Egle Samio, p
lumarauigliofaenondinienolanarratione delcà fofégue'nie. La moglie di
iJaufiméne Ateniefe,ab* batkhdofì a ued&e il figliuolo con la figliuola
camalmen te ufae,offefa neWanimo da cofa fi uituperofa, CT fuori ét ogni
oppinione,perche lanon potejfeaUhora cruedarfe ne,ne dipoi parlarne diuentò
mutola,CT loro fpontanea* mente ammazzandofi pagomo le pene della commejfa
Jceleratezzaietcofi lacrudelFortunaaUamadre tolfeiì parlar a i figliuoli la
uitadaquale a Egle Samiogiuca* tor di lottai mutolo fu propitia»crfauoreuole,
perche ejfendo fiato uincitore in tal giuocQ'^ gli fu uoluto torre il j^emio^et
Vhonore^he eglifihauena acquijiato, et tante F /i . . tfl't R O fitio [degno
^che egli nè pref z^che e n^dcquijiàla fmelUt Di Gorgid Epirotcu . . V ancora
marmgliofo il nascimento di Gorgia di Epi F rocche fu dipq\perfo^arara,cr
ecceUente^ilquaUu* [ci del uentreddla madre mentre che Verauina
(VmacafOypercheritroUandofi 4 et nain cafa di Scopai» Cranone,cbe e un Camello
di Teffa gtia,glifu detto, che alla porta,erono duigiouani ^ che lo
pregauano,che eifujfecontento uenir [ubilo fino 4 baffo, che glihaueuono da
parkre,egUf abito uenuto alla porta, cr ufeitofuora non ai trouo negano, ma in
queUo inUan Hrouinò kfala»doifecenauano,cr ucOfe Scopa con tuta èo il reBo de
conujhti^ nellaqua leuag'ianoa;jH.gUfaceitonoptrlarepinterpreti,Et do
uoleuonofì offeruajje^nofolo nella deta diRoma,maan cera in Grecia et in Apaper
quelli che e mandauano a go uerno delle Prouincie^accioche la lingua Latina co
piu ho nore cr riputatione per tutto il mondo p dilataffeEtq tr fio uoleuono^no
perche e non fuffero dotti et bine inerti ti nella lingua Greca co me negli
altri Pudijy ma perche pé reua loro che i Greci douejjero effère in ogni conto
infe* rion aiRomanhEtche e fu jfe co fa ì legna et intollerabde che la gràdezza
et riputatatioe del R ornano impiojì def fein preda, et p tafdajfe pigliare
dagli aUetamétiy cr dalla fuauità cr dkcezzei di ql parlare efquiptOyCt
artificiofo, P Di G. Mano, Eriaqual cofaftu,o Gèo Mmo^non debbieffer ri . Lil B
R O prefq ne hUjìmato della tuarozezz^t cr rigidità, U hauendo due uolte
trionfato, per la uittoria ottenuta di ìugurta in Affrica, per quella de Cimbri
T euton ici a picdeWalpi , ncn uoleiii , che la tua uecchiezz^ ornata ìdidoppio
Allojrp,ji rendeffepiu calta CT piu ornata «te* diante la eloquentia di quei
Popoli, che da te crono itati f aggiogati? Perf udomi eh e tu
ilfacefsi,accioche nel culti tiare et efercitare lo ingegno al coftume delle
genfiftrane, non parejje che,come ferito fuggitiuo tifuffialloiitaiudQ da i
coflumi cr ordini della tua Patria, Che fu adtinque il primoyche ne i tempi
nofiri, aperfela porta del fenato al la lingua Greca,Onde bora le orecchie de
Senarori i^or/‘ 4ano in udire i fatti occorrenti de i Greci, Certo non- fii
oltricheM olone Apollonio_,maejlro deWarte Oratq>»> ria sfotto ilquale
Cicerone diuennedottifsimq yferchee- ntanifejlo che coflui fuil primo f or
ejiicre chefujfe udito parlare in Senato fenz Je da CauaUoyCome era debito
raprefentandop dauàtiad un Cofolotnon p mojfe.di che accortopil pgliuolo,glim4
dò f abito 4 co madare per un o Littore che fmotaffe. Fabio aUbora ubbidiente,
f cefo da cauaUo,p apprrfentò d contt fpetto del pgliuolo dicendoli. Io non ho
fatto quePo,per n on rendere alla dignità à co folate il debito honore, ma
peruedere, fe tu fapeui ejfer Cofolo. Et fo bene qual p4 il debito del
figliuolo uerfo il Padre, ma cotd debito et riucrenza no debbe ejfer àgli
ordini publiciantepojia. Della conjìantia di certi Ambafeiado* ri Romani. DOppo
tl laudabile ef empio di Fabio Mafsimo , mi fi ojferifce la conpontiagrandiftima
de gli Ambafciait doriRomani,che furono mandati dalSenato à Tarento 4
recuperare certe Kaui cariche digrano, che da i Tarenti ni crono Paté prefe.
QuejH ejfendo fiatiin quelluogo mot to ingiuriati cr
uihpepjettraglialtri,e[fendo fiato gettato deU* orina addojfo ad un o di loro,
codotti ( fecodo la ufan Z D' un certo ordine,cbeerainMarfilia* Ma
pèriornarealkOttadiMarplia,dcn(feio n^x ra p'artit&. Non u oglion o i
Marfiliani , che ninna entri nella Terra con arme,ma le fanno lafdare alla por*
ta,doue è deputato chi le riceuei crollo ufcire le rende lo ro,perchefi come e
fono f oliti di rìceuere cortefemente i forejìien^cojì uogHon o effere patri da
loro, D^una certa ufanza de Gdli, V Setto della Citta di Marplia, mi
prapprefenU quella antica ufanzn de GaUi,iquaU Cfecondo che p troua prittoy
ufauano prefiar danari die perfone, per rihauemealcrettantt nelV altro mondò
effendo fatolor perfuafo Camma e jf ere immortale, io gli chiamerei Bolit fe
pitragord òefugreco,non hauuej]e haute la medep* ma oppimone dicoPoro^che erano
Frahzcp» De Cimbri CT Celnberi. La Tìlof ofìa de Galli era fondata foppra
Vaudritia et fopra leufure^ma quella de Cimbri f3‘ de Celtibt^ ri , par che
hauejfe per obietto la baldanza crfoftezXd LIBRO'' acìTdnhno: perche quando fi
ritroudfuno é combàttertp ty ne i maggior pericoli della »i morto il marito
uègono a contéfa et dipoi a giuditio qual eUloro babbi piu fuifceratamente
amato il Maritoiit quel Id y che piu amoreuole è giudicata sfacendone molta
ìefià onne,che non ha^ neuon modo da maritarfi,nel Tp4 rendo loro coja
conuemente^ebe colui chepritrouainrt gale altezzu,per mantenerp in piu grado cr
riputadone^ debba aHenerp da quelle ufanze, che uolgamente p ufo
tiopnodagliinfimi et plebei, Delladifciplinamilitare, Cap, lì. Erremo bora a
trattare del principila leornamento,etfoPegnodel Romd no imperio che pno ad
oggi confabi teuole perfeueranza de i Romanifi e mantenuto pneero cr inuiolato.
Que Hoeilfeuerocrrigido offeruamen* to degli ordini della militia , nel cuifeno
, O" fotto U cui protettionejì conferua ilferen o cT tranquillo Poto dellé
> beata pace. Di Scipione minore, PVblio Cornelio Scipione,quello alqualefu
commef fa Pukima guerra contro ai Cartaginep « Onde f secondo; 6t eomeVAuolo
ttedcquifto il cognome di Affrìcdno^effenm do ConfolOjCr mandato in Spagna
Capitano dello efer^ cito R ornano, per isbattere cr reprimere gli inf denti
ani mi dei Numàtini,infuperbiti per colpa di quelli, che aum ti a lui cieron
fiati mandati Capitanijubito che egli arriuò in Campo,mandò bandi, che fufierà
leuate uia dello efer cko,tutttle co/enon neceffarie,cT che ui eron fiate con*
dotte per dar piacere ai Soldati; O’ mandò uia tutte le b ocche difutili . Onde
fgombrarono (come è manifefioy di quefio efercito mjìeme con un gran numero
diriuendi* toricr Saccomanni, dumUa Meretrici, Et cofi lo efercito R oman o
purgato cr n etto di cotale brutta cr difutile ge neratione,^ che poco auanti
per afi>rejfa uilta cr codar dia fi era fuergognato,medianteil dishonefio CT
làtupe* rofo accordo fatto co i Humantini , riprefe la fua prifiina uirtu,1
bemgnan i loto antichi nel tempo della gmra Tarentina-cònf (TMtigfi SECONDO. 6S
h toriófo di dupi de gli inimici y cr ne riportajfe le fpoglie* Eglino
adduuquettrouandop legaticon pdureeT ufpfé conditioni,come che poco auantifuffero
Pati uile et abiet to dono del Re Pirro , gli dùtentarono crudéipimi inimici .
La medepmd ira fulmino d Senato contro é coloro y che ndU rotta di Canne
abbandonarono U RepubUca , perche hauendo il Senato con afpritpme conditioni y
cT piu horribili che la morte conpnatili ih SiciliUy CT hauendo dipoi riceuuto
lettere da lAarm co Marcello c che era pàto mandato in queWlfola d^- ta
efpugnationedi Siracufa) perlequali ricercauadSe^ nato y che gli dejfe Ucentia
di potere in quellaimprefi feruirp de i detti conpnati* Rifpofe àie e non crono
degni di effere accettati nello eferàtoRomanOypure che èra contento yche e
faceffe in ciò tutto quellOy che giu* iticdM Htdeèlty efpedienteper laRepublica
yconqu^ . LI B R O pero j che dafcuno di efii fuffe del cottrìnouo occupdtp
fenz^ mai ftare in otiojn qualche eferdtio^o" cheenon poteffero riceuere
premio o dono alcuno , ne 'tornare in, Italifty fedai nimicinon fuffe Hata
occupata . Tate è aduh que Vodio, che portano i Forti et ualorop^a i timidi
etpof planimiE ancora d4 conjìderare^quantofàgrandeil di* fpiacere^cheil Senato
pre/e, hauendo intefo^che Quinto PetilfoConfoloy mentre che egli ualórofamente
coni tigurUomhatteuOyfuffejlato daifuoiabbcfndpnato , CT
hfd^oinpredadeinemidi,che l'ammazz O. * Degli ordini del Triomfare, Cap, III.
Lcuni Capitani Kontaniydtfidtrand*^ che e fujjcl oro [latuito il Trièfo, per
cof e piccole et leggieri sfatte da loro, furon cagione che il Senato prouide^
per leggijcheniuni) Capitano poteffè triomfareje m una fola battaglid,nS haueua
morti almeno fei mila de inemiciumperocheino Briantichigiudtcauonoychelo
^lendorefj^^l^ornamento della citta,conlilìef[e,non nella moltitudine de
Triom/?^ ma nella grandezza dello acqmùo.'Et perche a queflaleg ge
copncbilejtion fi potere in alcuna maniera contraffa» re per la troppa cupidità
di triomfare lafortificarono eS lo appoggio d’unalira Itggicjp) cpo/ìa da Ludo
Mario CT Marco catone tribuni della plebe ^perlaquale fi punì» \cono quelli
capitani, che in alcun modo ardif ceno dfp* gnificarealSenato,fa1famente lini
mero dei nemtcìue/ af,cr de cittadini H emani morti , Et uuole che /ubilo, che
e temono in Roma giurino dauanti a i Camarlinghi della citta, di hauere fcritto
al Senato, il uero numero de morti,fi de i ntmici come de ih emani . Doppc hauer
parlato à quefi leggi, non faro fuori di propàfito far mentione in quefo luogo
(Tutta fententia,che fu data fo pra il fatto del triomlare,trattata cr difa jja
tra perfo» ne eccellenti. HauendoLucianoccnfolofy Quinto Va ierto pretore rotto
cr /confitto in Mare una belUsfma ormata de Cétaginep,o’ hauendo perdo U Senato
deter mmatoilTriomfo a Luttatio,et procurando Valerio di ottenerlo
anchoraegli,Luttatiop oppofe,dicèdo che no I (rit t I B R 0/ r èrd conuemhte ,
che in cotale honore, il Prétofehdueffe andare ara^udglio del Cónfólo :
etiieituta la cofaingranr difsime contefe , Valerio ójferfea Luttatio di
prouargli^ , che e non poteua domandare il Triomfo, effendo egli Hi to queUo ,
chehaueua rotto tarmata deCartaginepy CT Luttatio accettò offerendoli diprouargliin
contrario,cf“ dWcordo eletto Attilio Calatino^ giudice in queHaloro' d^erentia
: Valeriojl primo parlò , cr ejpofe dauanti al Qmdìce,come il Cònf olo^quando
fi fece lafattionefi trai uaua nel Letto amalato ^Ondea lui era tocco a fare
inte ramète Vtffficio del Capitano, Calatino allhora,prima che Luttatio
comindaffe ad efporre le ragioni fue^ dijf : cofi^ Dimmi VateriOife tra te et
il Conf :>lo fi fujfe confuUato^ [egli era hene combattere o »ò,ef i pareri
tra uoi f afferei fiati diuerfi,qual parere era cagioneu oleiche fuffe apprò
uato^C^ meffo in effecUtione il tuoo quello del C onfolof Rifpofe Valerio, che
non negma che il parere del Confo Io,no« haueffe andare innanzi a tutti gli
altri,Hor dimmi ancora dijfè Calatino ,fe Vuno CT Vdtro di uoi haueffe prefigli
Aufpiàj^etf afferò Hatidiuerp, fecondo quali eroi egli douere, che uoi piu
tójlo ui rif oluefsi, fecondo i tuoi 6 fecondo quelli del Confalo i Riffof e
Valerio, fecondo quelli del Confolo,Hor ifeDio nuaiuti) diffe Cal N D O, 7*
imitale due uolte era flato confola O’utMUoUa^ Dittato* rf,cr in tutte q te^e
degnita p hmeua acquiPato grandif pmarìputationeyfudalui priuato della dignità
Senatoria perche egli hmeua comperato certi uap (Pargento, che pc fauono dieci
libbre parendoli che un tale ejfempiofupè atto a corrompere la parpmoniacT
pmplicita Romana» Pomi uedere che le lettere del no(lro fecolop riempano di
(lupare cr* di marauigliathauendop ad accomodare ad efprimere efempU tanto
rigidi cr feueri , CT che le Piano h dubbio, fe gli e da cr^dere,che nella
citta noPra pano n temenute quelle cofe,chein fecontengono,che appena c
credtbile,che dentro alle medepme mura, lo hauere il ma do a comperare dieci
libbre d^ argento recajf ; altrui carim cOfSr lo ejfer pouerofuffe per cofa
uiUftima reputato, DiM.A«^onlo crL.F/dcco. - ■ MArco Antonio, O' Lucio F lacco
ccnf ori, rimoffe* 1-0 del Senato Duronio , perche ejfendo Tribuno della
PiebeJjaitéua propojio,ehe efujfe annidato la prom uipone ey l^gg«(t miarfio
‘Éìùf"^ ^1 ' ’”>?"■«*' /«io for Vaiolo etPMo Smpronioin Siti. fpnó
oejf ctonie gUpruiarono deauM del Publito ^ P^^P^^^AttHioKtgidoett.Pmo.
£S^C2Sesss6 K t I B R O hftueuond4tQ Ufedcdianiirfene fèco ^'ahhindond* re
Italia» TuttiqueUianchorayche neUi medtjima rotta rimajii prigioni di Hannibale.cr
mandati dipoi da ìui am* bafciadorid Senato Romano, per conto di permutare i
prigioni^non hauendo do ottenuto , non ritornarono ad HannibJe
altrimenti,furono da efsi Cenforì feueramen* te puniti cr condannati , fi
perche al [angue Romano apparteneua mantenere la fede fi anchora perche Mar co
Attilio Regalo molto afpramente procedeua contro a I* mancatori di fede. Era
co^i figUuolo di quello At* tilio Regulo,che uoUe piu tojio morire con
ajprifsimi et crudeliffimitormenti,che mancare a i Cartagineft delU promeffa fede,
C ofi adunque l* autorità de Cenf ori tra* pajfo daUadtta nello
efercitoJUqualenb uoleua,nc com* ’poTtauOycht il nemico fu jfe ne temuto ne
ingannato. Se* guitono duoi efemplifimdi,fopraiqualidarenfinea^è*
&atnateriel medeimo Catone» : \ ^ S Tondo il medefimo a ueder lefejle,
chififaceuonó{ in honore della DealFlordylequaUM.efsio Edile foé è^eua
celebrare Jl Popolo fiuergogno in prefetiÈùt4i Cam tonerà domandare^che
queUe,che talfefta raprefentauom nOyfifpogUdjfero nude fecondo il confueto,
BeUbe fett dpauertito daF.auonio amiàfsimo fuorché glifedeuaalm iato^fi parti
del Tedtropernonimpedire conia fuaprem fenzdyVnfanza di queìùfelia.Et quando il
Popolo uide,^ «. che eglifen^andauOjp leuo tutto a romore, CT facendone molta
fejla cr allegrezzajeguitarono di celebrarti
cbitComeficollumduatdimoJlrandoptaltattOycbeepor/ tauon piu rifpetto ZT
riuerenzaa Catone foloyche a tutti lor altriyche uierono pref mti. Hor
qiudiruchezzctqualì ItnpprijyZr quabTriomji furon mai in tanto pregio ap/
prèjfoil PopolofHaueuaCatonepiccole facultOyeracon tinentijjìmoynon fi cura che
lacafa fuayfpogliataiTogpi ambùioneyfuffe molto frequentatajolo uno tra i fuoi
an tichirìfplendeua,Èranella fronte ouflerOyMa la uirtu fu4> fu compiuta
cTperfettajin tutte le partiy onde f e alcuno- Huol denotare un buomo dabency
CT unuirtuofo Cutadi noybafia cb e egli dicaegli e un Caton e» u . DE G Li*l
ESTERNI. ' n . . • Di Harmodio p^ Ariftogitonct * * J ; 5 -ECONBO. . I 77
ELbtfopta,chenoiin qu^iU mdtmifAcdm parte aiuora agli cfierntyAcciocbe trai
domejlici mcfco* . latiporghinoy per tale uarieta^ai leggenti magf^
porMetto.llRe-SQerfc.fuperatdU citta di Atene ytoU (eie
JhauediArmodiocrdtAriftogitoneycbe Mbronm Zo erano ji^e pojìe loro da gli
Ateniefi ,jper la forza dìe ferpnù di liberar la patria dalla T irantùde,CJ'
portare nelfuo Regno.cr moltianni dipoi SeUuco ordì* no che le f afferò
riportate la onde Vertuto jbUe leuate. Et t Rodiottrbauendo tocco Ulor porto queUi^cbele
ripor* tauano^gU inuitarono cr riceuerono in uno aUoggumert to dal publico
ordinato JCT le Hatue. finche quiui dimora*, fònoytennero tra'queUe de gli
iddifEt qual memoria piu febee dt quefia : che rapprefentatain un poco di
bronzo, ^ fndaogtVunohoHUtainfigrandetten^atione, . I DiXenocrotr. ^ yf A
quanto ancora fuVbonorefattoin Atene a1^* nocratehuomo cT perfapientia cr per
fantitadi cofbtmi^ raro cr ecceUante i fZofiui effendo citato af
unacertate(bmDmanzAyt!T ^^^(iatofi (fecondo il cojM me) allo AltarcyperdarpnmailgiuramentOytuttiigiuà*^
d unitamente fi leuarono in piedi,gfidando,dìe non giu* ^ raffe,parendo loro
cheaXenocrate perla fua bontà CT > fincentafi doueffe concedere il non
giurarcycofa che non tróntper concedere aloro medefimi , iquali ai^tiy che e
defferolefententie,eronftmilmentetenutiagiurare» * DetVapparenz
inuenarttìioutyperAfptrfiiii»»^ Uore.RomuMtiWffimdtikb^
iUlfoprilìinteperi(xlo,cojicomeglier44emito,pgeM nel Teuere,ercertmentegU iddij
rifgUirdindoUmt» trfortezZidMoriUogUfuronofiUoreuoW^^^^^
faimoperiretpercheegUneperVaUezXiddfiitottq
coOitofunepirtigmezzddeaWmmfrintofi,^ morM’icqmingUottito,nefin^entedii^
iiognilmiagU erano linaitt,offe[o,nomdopeoduf
fedwentroUeitt4.Cofiuifoloaduque,ttuolfa^^occhiditìHciudmiRomini,&ditito:numero^din
auelUyCon ilupore cr m4rMÌglU,quettibor4cojittegret li hòucÓ timore
rifguurdUolo.Ueghfoh^ne , coft fituproui^fpertireduoieflercitic^fF^^^^^^
i«Gemippccati,l’unocolreprmerloJuUr^^^ Mo.^gUpndmeHtefu Ji unto SiolumeiùofoH
con il fuo feudo, itti n0Pucitt4,quMtoilreumconUfu4 m ^ben dire.tioiuiiKem
motuttii Ranmi, enmfol Ra minojiamtinoù i ‘ DeUiVerginca^^ ' r ,, L
^irergiwCldir.MHf**P di^enticftre id mio proponmmo,^ràicndmedcfmùtmpo cr nd
TERZO 8o medepm o fiume cr contro al n etnico medejimo ufo gran difsima uirtu
cr ardtre,Ejfendo co^ei infieme con molte ^ dtt't pulzelle R omane^dJta per
ijlatici al Re Porf :nnd^ , ufcttafì dì notte del luogo, doue Veruno tenute in
guardia^ cr montata foprajm cauàUo,d primo che gli diede tra nu
nojpacciatamentf co quello pajfo il fiume a rmoto entro di Roma , ìlche fu
cagione non folodi liberar la patria dado affedio,ma i cittadini ancora ddla
paura . Petmna u$ ramente,perlafuauirtudegnrimo,cbeintaliéòdl timentijp
acquiftajje pregio, cr honore, cr Goffo nonfe • ce poco dcqui^o^ che andò in do
imitando le uepigiedi Komulo, Di M, Marcello, A ^giugneremoancoraaquePicop
chiari e/cmpH, JiX. quello di Marco MarceUoJlcmualore CT animo intrepido fu tal
e, che glihafto la uifla, con pochi caualli af [altare fu larwa del Po il Ke de
Galli ^ che quiuicon un graffo efercito fi rùrouauacT quello ammazzato ^ CT
(pog'iato,dedico le fpoglte a Gioue Yeretrio, DiT^MalUoyValerio Coruino,&
Sdpione, ' Sarono in quello modo di combattere la medefì* mauirtu.Tito Mallio
Torquato, Valerio Comi* no,CT Sdpione Emiliano . Cofiorotuttiatre chUmatta
combatter e dai capitani dei nemici, gliucciderono, ma • perche do era occorf o
fotta lo aufpido de conf oli , non conf cerarono le fpoglìe acquiflate,a Gioue
Eeretrio, Sci* pione emiliano pmiknente militando in Spagna fatto Lu cullo
capitano dello efercUo,e:^ hauendo affediata Inter cada terramolto forte,fu il
primo, che montajfe [opra la tnuraglia,ne era in quello tfercito dcuno,che piu
di lui dg ueffe conferuarfì cr rifpiarmarfi,p perla nobiltà cr uir* tu,che ih
lui appariuafi ancorap la fperàza grandifsima^ 'che col tempo di lui
fihaueua,ma Sora igiouaniRoma* ni,quanto piu erano nobili , tanto piu fi
affSeauano. , et metteuanfì ne pericoh,per difendere Upatria^o per am*
plìayeVimperio,fiputandòfiauergogna, efferediuirtu auanzati dàqueHi,che per
nobiltagli crono inferiori. Et pero Emiliano domando al
Confolo,quellafattìonc,cbe dagli THRZÒ ■ , . ia gli dtrìeomc difficile cr
pericolcfi era iUtdrecufatd» j" DÌM.T«Ì/Ì0» IN trdgli altri efempli di
fortezza, tnife ne offerim fcewìoÀdco et marduigliofùA Komani effendoflati
rotti cr mefsi infuga^dallo eferdto franzef f,cr forza* tt a rttrarfì in Campid
aglio ,cr nella R occa,er no fendo il luogo per tutti capace, cofìretti dalla
necefsita , pref on per partito dilafciare iuecchi ne piano della Citta,perche
igiouani piu comodamente poteffero flore a difendere, quel coUe che fola
refiaua in poter loro, Ma la citta ancor ehe condotta in tale miferia CT
calamitd,non per ciò fi di* mentico della antica fua uirtu, peròe quei uecchi
che gf4 trono Sati di magiflrato, apertele porte delle lor cafe^p pofero a f
tdere f opra le f ìdie curuU,con le infegne intor nOfCr con tutti gU ornamenti
dei magidrati cr officijfa* eerdotali^che già baueuono amminiftrato, aedo che
hauB do a morire, ritenejferopnoallamorte, la Maie^a cf lo fplendore,de i loro
anni paffati ,cral Popolo cr alla Plebe defsino ardire s uenireinpoter di
quello, procacciatali Poccafìone iillk morte,uenne apurgare ogniinfamiazr
difhonorc.pc// àie egli con la bacchetta da caudeare, mentre che gli era menato
prigionecauo un occhio ad un di quelli Barbari, Uqude pel dolore s^accefein
tanta ira, che con un pugna le paffb i fianchi a Crajfo,zr amazzoUo. Et cofi
neluen dicarfi,uenneinfieme a liberare il capitano Romano dal éfhonore della
perduta mdejia»Et Crajfo per quefio uer fo mofiro dia fortuna quanto
indegnamente ,Vbaueua uoluto offendere,ZT dìjhonorareun tde huomo, cr che con
la fua prudentia (^ fortezza haueua faputo rompe re'iUcci,cbe per farlo
feruotefe gli haueua, alquanto at mantenere ilgrado,o‘ la digttitafua,
ricuperare f e me d^mo già dcjlinato preda di Arifionico, - - ' . . j '• Li
TERZO • * Di Scipione, ' • La medefmafortezzà et ref olutione^ufoin f e ^jjfo
Sdpionejuocero diQneo Pompeio.llquale,uinuti fuperatiin A^cad Pompeiani in
éfefu de quali egli fi n ' trouo^ndàdofene in ìfpagna.con V armata, et foprag^
to da i Qefariani,come e idde effere prefa da loro la N4r ue, doueuain pre ^0 U
uirtu, uolle ejfere in uerf 0 di te,ey de i i/^cr da!^ leparolegrato
conofeitore ,hauendoti dipriuato « feUto Centurione, Di L,Sicimo Dentato, PAmi
che ìmcìo Sicimo De tato, per quoto s'afpetta d ualore dei forti cobeUtitori,
meritamente debba effer pofto in quefto luogo ^ per Pultimo dei Romani efempije
cui eccellenti opere, cTglihonori, (y'premij
quindiriportatine,ppotriagiudicare,chepajf afferò il fe» gno delùueritiffe
damQltifcrittori,degni di fede crfpe dalmenteda Marco
Varronenonfufferotejìificati,alfer mando coPui, cento uenti uolte efferp
trouato infatti d^arme,er con tanta fortezza per conto della Kebellione, cr
fendoU intra tanto fiate, prefentate lettere del Senato , che gli oriinauano ,
che non douejfe piu oltre procedere contro a i condannati^ uenne alla prefentia
fua Tito lubelio uno de i condannati . cr con uocepiu chiara CT
ifpedita,chegUfu pofnbile,gli dtffe. Foi fin tu hai o F ululo tanta fete cr
auwdita itlfott , TERZO. SS Cdptmo , pèrche indugi 4 farmi tdgUàr U tefìa >
con -quella (aire , che di già e macchiata del [angue de gU diri no^faccioche
tu poffagloriartidi hauer fatto morire un huomo cr piu forte cr piu
cofìantedite.Etrifpondendo ii PuIuiOfCheda luinonrejìerebb€,fe le lettere del
Sena* to non glie Phauejfero prohibito.RifpofeTito-Horpor* rat mente ame^alqude
non e fiato comandato cofa dcu* na del SenatOychefaro «n*o pera grata agli
occhi ft#o»,CT maggiore che tu non penfj. Et dette quejie parole, inconti nente
in prefenzadiFuluio ammazzo la moglie eri fi* gUuoliyòeeronoquiuiprefentiy CT
dipoi ammazzo fe fiejfoycon un coltello medejìmo.tìor che fortezza d*ani mOyCr
che coilantia penjìamo noi^chefuffe in cofiui f il* qude con la morte dei fuoi
piu cari, er di [eBejfo,ublè dimoflrareydihauer piutofìo uoluto fegnare la
crudeltà di Fuluio,cbe uderjì della clementia CT benignità del Seà nato DE GLI
ESTERNI* DiDario, HOr conpderiamo quanto fuffe lo ardore^cy taf or* tezza deir
animo di Dario yilqude mentre chegU era alle mani di liberare i Perfi dalla
crudele tiranni de de i Magi cr hauendo gittata in terra in un certo luogo buio
uno di detti tiranniyey'falitogU [opra cr mfragtten* doloyuenne uno de i
congiurati^per darli con la fpada ma dubitando di non dare
aDariOyritenneilbracdo,ZT Drf* riogUdilfe,enonbifognachepermio
rtfpettOyturcjlidi ferirlo an cor che tu ci paffafsi amendui con la fpada , pur
' ckequedo tiranno muoia preflo, " . .. Di Leonidaf*' > - ^ ' l A, £
LIBRO RAppfefeHtmijì in queftóluogo lo Spartano L ^ta et fuperata Pantiqua
gloria della loro dtta,CT /penta c meom ra mediantei pro/peri fuccefst
,hauutiapprejfo Leuttra cr IJlantineaJia uirtu di quel popolo, che permpno a
tU^ho rauiuitti/simas^eraconferuata allapne papato d^un alan da, crfentendoft
mancar gU/piriti, per VidfondantL t del f angue, ehe gli u/ciua della
feritOydomando afuoi eh e,gU ftauanodatornoaconfortarlo,feil/uo feudo era /»
duo, apprepofei nemici crono rottiinteramente, cr e/jfe/ ido* gUrifpojio
dip/oggitmfe. Questo 0 Soldati, CT con tpa» gnimiei,noncUJme della mia uita,ma
e un prindpio di ui ta migliore cr piu felice,perchehora na/ce il uojiro Epa
mtnunda,morendo egli cop, loueggiolanoPra l^^ebe ePcr fatta capo della
Grecia,per opera et prouidetia mia, cr la atta di sporta tanto forte cr
inuitta,dalle noP re a mi abbattuta. Veggio la Grecialiberata dallaacerba T i*
tanntie de Lacedemone Et fe bene io non bopglè foli, non pero muoio
fenzajafdaado due beUifsime pgln H TERZO ‘ 9? Ito della Piazza
fpadaignuda^comando a tutti i Citta dini^che a duoia duoUombatteffero injìeme ,
con qucjìo fiicU perditore fu jfe tagliata la teiìacrgittatoilfuo cor po in
quelfuocOyOnde ejjendo in quefia guifa morti tutti^ alleiamo non rejìando mo
altri che lui, da f e ilejfofi ^itto nel fuoco. ' JDelUmogVe 4U Afdruhale. m yf
A per raccontare quello ,che o^corfenelU deBrut ,ÌV1 tionediun^'alra dttanon
meno inimica d popolo R ornano. Effendoprc fa Cartagine, cr hauendo Afirua
éaleimpetrota graHa deUauita daScipione,fdegnatapU mogUe,0' rimproueratoU
laimpictaufatauerfo àlei,et dei fuoi fìgliuoUspernonhauereun(o,perlorointercef»
fo ,gU ptefe per man tutti a tre, cr condottolifeco in, un luogo nleuato
delUcùta,contenti dimorile inpmecon Idp precipitarono nel fuoco,cbe ahbruciaua
Cartagine» Di due pulzelle Stradi fané. Aquefto bellifsmo ejfempio di femminile
fortezd, n'aggiugnero uh"altro,no men forte di
quello,co,neidetellabiliraccontamenn delle guerre ciuiliybd [landò hauer tocco
foljmen te quefi duoi^cbe cont eng o no te lode di due nobil'fsime famigUe,cT
non cofa alcund dipublicameùitio^affero agli efempli degli Ejiernù \ \
DiPompeio, - ■ L I B it-cr :: T . ^ ^ ‘ DcgliEliernL ’ : **rimr^ CT I piu n
oblìi fitnciuUi della citt'a, dfertfirlo,Vn de 1 QVELLI CHE DI bassa CONDIR
tiene fon pervenuti ad Altezza^ c • t Cap. mi. V i i , DiTuHoHoflilio» ^ \
Acque TuUo Uofiilfo itima Capata cr jìmilmentefu nella fuagiouinez za Paflore^
dipoiperuenuto alla eU piu matura, gouerno cr accrebbe V imperio KomanOyCrncUafuauec
iruetmedfommo grado di degniti. Ma quejto Tulio nantunque itfuo
accrefcerfiy&‘inalzarfii,fia fiato gran^ p,C2T
marauigliofo,nondwtetto,perche e fu RotnanOjC anco da marauigliarf ene,
DiTarouinoPrtfco, rtKZOl 94- L ATorhmdtoiutulJe Tarquinio PrìfcoìnKomoypef
farlo Rejlquak tanto eralontano da p fatta grani» dezZntll>afu» perdio
Demojlenei PI OyELLI CHE. DALLA NOBILTÀ dii pddrehannò degenerato» Cap» V*
Erutteremo bora Poltra pai^ede^ promejfi no(ird,corrifpondentealle ofcurate
memorie de gUhuomìniim I fìri,pchenoipc(rleremodi(luemqua I li come M oliti
nella nobilta,per le lo ro Brutte et uituperofe opere degent f trono dalla
uirtu de i loro Progenitori Di Scipione figliuolo deWaffrtcano» C» He cofa mai
ejùta piufmilead un mo{tro,cheScteoja r4A gioneuole, che ùoi mi accompagniatein
CampidogUo,4 rend^ ^a tic agli iddii. Le cui parole tanto ejficaci jubito
furoti 0 mandate ad effetto, perche inuiandop lui in uerfo il Campidoglio al
Tempio di Gioue,tutto il fenato. i ^ uaUieri,0‘ le Plebe lo feguitarono ,non reftaua
altro, fe n oh che ejfo Tribun 0, eh e Phau eua chiamato mgiudidOi con
grandifsimo fuo carico rimajìo quiui in piazza fole» dipendejfePaccufa controa
Scipione: ma egli aneborap euttare fi fatta uergognayfe gli auto dietro in
CampidoM glìo.crdoue gliera uenuto per dccufarlo CT uituperarlOi fi condujfe
cogli altri a reuerirlo , CT honorarlo^ Dì Scipione Emiliano.
SCìpioneEmiliano,fucceffore eccellentifiimo delgà nerofo fpintodel fuo
auolo,hauendopo{io Pafje* dio ad una atta fortifma, CT configlkndoio alcuni^
ebe terzo ioa intorno atte mura di queHd.fpargel[e Trìboli diferrOy ef per
tuttiiluoghìfdoue il fiume fi poteua guadare yfaccjje mettere tauolc di Piombo
prenidi chiodi acutifsimi cole punte uolte allo infuyoccio che gUauuerf arii
,non poteffe roaJfaUreilnojiro efercrto dia fprouedutOyRifpofe lo^ rOfChe un
Capitano non poteua nel mcdijìmo injìante iiincere,cj’ hauer paura d el nemico»
Di Scipione trofica, DOuunqueio mi riuolgOy pertrouare e/empi degni di memoria^
ouoglio o no^micouienedardi pet to negli SapiOHi. Et chi potrebbe mai in quejto
luogo tra paffar cofiUntio Scipione Naficatilqualeyohredlo hauer
motìrograndifiima confidentiOydijp ancora una eofa me morabile.Crefcendo
ognidipiulaCoreWamKomayGa io Curatio Tribuno della PÌebe^attiuenirei Confoli
dam uantialpopolo/aceua loro grandi filma infiantiaychee proponejjeroin
Senato,di far prouifione di Granii cr/o pra do deputaffero Commiffariiper
mandar fuora a cotti perarglLAirhoraScipioneNaficayperìmpedtrey che e no fi
introducete tale ujfunzOyCome pemitiofa alla R epubli ' cOyComindoa parlare in
contrano»cJ‘ facendonela Pie beungran remore CT bìsbigUoydijfe, Pernoièra
fe,Ko^ inani &ate cheti^perche io fo meglio di noi, quello chefia il bif
ygno della Kepublica , dia qual uoce congrandifiim ma reuer enza tutti fi r
acchetar onoy hauendo piu rifpet* to alla autorità di cc^ùycbe allafamey dalla
quale crono eppref Ff* De Ltuio Salmatore» \/ GgUamo ancora far mentiont ' del
generofo animo • di Limo Sdinatoreflqualefhaucdo nell' Vmbria dif fattoci rottolo
efferato de A/drubale^ C2T quello de ì . M liti l LIBRO- Cartiigìnelì^et fendoU
refertto^che i GaUt CT i Liguri Jett zu capifdni cr fcnztt infsgnefe n^andauano
alU sfilata ft fi pqtsuono,con pochi foldati opprimere, rifpofcy chegU era pene
perdonarla loro, accio che nere(ì^>jfe (pualcuno^ cheportajfe.lanuoua della
gran rotta, chegU haucuono nceuUto» •' ^ Di P, Furio Filo, - D'ìmoflro iiuio
SSiatore \n guerra^ lafua generojt ' ta cr grandezza d'animo, ma non meno
fidimo^ jirogenerofo ^ prejlafite,PubUo Furio Fdojtìcl Sena* to Impero che egli
cofh'hi fe evinto JMeteUo , cr C^uin* sto PpmpdohuominicofoUriad andar feco per
legati in • ìfpagna ja^uale amminijlratione gUeru tocca in forte^V (juc$ fr ono
fu oigrandifsimi inim\ci,ej ad ognipo* co gh rimprouerauono Vambitione , che
gli haueua duna /[rato in dejiderare quel Gouemo,neUa qual conjidentia, fi dim
oRro non f olamentc di grande animo,ma ancora te merario,ejfendoJì ajficurato
di metterfì ut mezt> cr generofitagit ritraffe da quello oflinato
propojìtOycheglibaueua di^eguitarlo^ Di Marco Scaurp. , . , INteruenne il
fimile a Marco Scauro^elfendogìq confé lui molto vecchio ex robuflp.CT con la
medepma grd dezz^iPanimo.Percbe efjendo accufato dinaìzi^popo' lo cheglihaueua
prefo danari dal Re Mitridate per tradii re la Repùblxafi difef e con quefte
parole , N on par cofa giufla 0 R omani che io habbia a dar conto dcUa mia aita
d coloro , che non eron nati a- tempo delle mie attieni, pi* gliero nondimeno
confidentia di interrogar uoi, ancor U maggior parte non fi fia potuta trouare
ne ejfer prefente quando io fon {lato in magijìraro,o adoperato, perla Re
publica.Vario Sucronenfedice, che Marco Emilio Scau* ro , corrotto con danari,
ha uoluto tradire URcpublxa, fiLarco Emilio Scaurortfponde-icheenon e
uero,tXche non ha mai fatto tale mancamento , ditemi a chi credete . uoipiu
toàoiDaUe cui parole commojfo il popolo eogrd _ m * t / L tB R O difshtre^d^
diede falla ucce ayarby^fecionlo depfr re da quellaimprefa tanto infoiente ej
temeraria; Di M.. Antonio, MArco Antonio,quello eloquentifsipmo ,perU con
trario jnon ricujando Vhauerp agiufif icore appref fo al popolo y dimcPro
l\nnocentufua. Egliandando^ ^ejhre deWApayCr ejfendogia a Brindifì , gli furono
prefentate lettereycomegli era fiato in K orna accufatOytt citato a comparir
dauati a hucio Crajfo Prctore,per adui tirò, da cui rcfidenza.per ejfer quello
tanto rìgido cr fe* uerOyCra chiamata lofcoglioydoue pcoteuono i mah fatto-
rb‘et potendo egli far di non comparire,p uirtu della leg ge M emia,che non u
oUuOyche le querele & accufe pojlè a coloroyche erano ajfentiyper conto
della Kepublicafuf fero accettate, noiimeno tomo in k orna agiujlificarfiyet
cop per quefia fua larghezz tro rimedio, che il promettere di andare a foldo di
Pont * pelo genero di ejfo Scipione fenza temere di cofa dama I rifpofe, IO
tiringratio o Scipione della tua humanita CT « cortefia, ma amenon torna bene
accettare la ulta con cà fi tefiaconditione. Gaio Meido fimdmente Centurione
del i Dwo augujlo di fangueignobile, nelquale fi ritrouaua U n wedefima nobiltà
c coSantia (Patiimo, hauendo piu uoU H te neUa guerra contro a lAarco Antonio
fatto di b eUifsi* mepmoue,aUa fine dato nelle infidie de i nemici, cr cofi f
dotto a Marcantonio in Alefiandria,Et dicendogli Mar* [i tantonio che habbiam
noia far de fatti tuoi, rifpuofefant ì, ini fcannare,perchene col prometter di
donarmi la uita, X ne col minacciar di tormela ,farcih mai , che io lafdafd II
ecfore , per te. Cofiuiadunque quanto p.'u c.:Bantemen* te mofiro di noti curar
la uUajtanto piu ageuolmite la im petro, perché Marco Antonio hauendo rifpetto
allauir* o ni LI B R Ò . iufuii’ glieli dono . de GLI ÈSTÈRNI. DiBlaJjo
Salapino, ' ^ Skrtbhonci anchoramolttjsimiejfempUidelld Roì manu CoHantU^ma mi
pare che e non Cfa dal infjftidi rei leggenti^cr pero pajfercmo alle cofe
eterne, tralci quali faruil primo Blafw Salapino ,iiquale di fermezzd cr
cojiantia inanimo auanzo ogh’ altro, C oflui depderan dolche Salapia fua
patria, occupata cr guardata dai Car« taginefi,ritorn alfe /otto la
giuriditione de i Komam,prè f e ardire, mojfo piu dallo ardente de fiderio di
condurre tale imprefa,che da/peranz^^che egli ci hauejfe,di tenti re Inanimo di
Dafio, ilquale era molto contrario alla fué oppinionene i c^i della
Kepublica,cr aderiuainteramett te alle parti di Cannibale , ma egli fenza lui
non poteué mandare ad effetto queflo fuo difegno,Grcoft conferitali Ìaco/a,Dapo
incontinente, andò ^ referilÌoadtìanntf> bale,aggiungnendoui molte altre
cofe, per acquiftarfi piti il fauorecr la gratiadi quello,^' metter Val^óin mag*
gior disgratioyfurono adunque amendui citati da Hanni^ baie, l'uno per
prònareVaccu/a, l'altro pergiuftificarp^ Ettrattandofi lacaufadauanti al fuo
Tribunale^crjli do chiunque eraiuiprefente intento a tale efamina,metrif che
per uentura fiattendeuaad un'altro n^ocio di mdg gioreimportantia,BlaJìo cop
chenon pareua fuo fattà^ /■otto noce comincio a perfuadere Dafio,che uoteffej^U
prepo pigliar la parte de i Romani, che quella de iCair tdghiep, Dapo all'bora
comincio ad alzarla.ucce.dicen* do,chc Blapo haùeua anco ardire in pr^entìaài
ejfo . f\ibaleii JtimUarlo a pigliar la piffte^dei Romani, SAap TERZO 10^ non
Vhduer fentito altrt^che lutane hduendo U cofd puné to del
ueriJìmile,per/uadendoJÌ ogn^un o , che egli Io fct»
tejfe,permaligmta^maUuolcnza,nonfu dato fedeà ^uel che in fatto era ueroyMa
tanta fu la coJìantiaCT per feueranza di Blajìo,chenon molto
dipoifecep^cheetiro Dapo alla uogliafuayCT oparonoinpeme di manieraychc ' cr
lacittadisMpiajOr cinquecento iiumidiycheuiero/ nodentroaguardia,uennero inpoteredei
Romani» Di F odane, Ateniefununa imprefago* uernati contro d fuo conpgUoyZ^
fuccedendo dipoi lacofaprofperamenteytantofuperfeuerante CT coPan* te in
defenderelafua oppinioneycheparlàdoin publico, dijje che p rallegraua ddabona
Fortnatorójma che qUo chegPhaueua conpgliatOyfarebbe fiato miglior partito^
f^onuoUegia biapmarequet cheerafuccejfoabeneyper che gli Ateniep peron
gouernati bene in quello,chedtt altri èrano fiati mal conpgliati,affermando
cfce lo efpedii te,cheprefo haueatio era fiatò ptu fortunato, che da bua mini
prudenti, et che quello che haueua egli conpgliato, farebbe fiato partito piu
fauio , auuenga che U piu delle uoltela Fortuna aiutai temeranj, cóme quella
che fenim pre fauorifcepiu i maliconpgli,che t buoni, ey per pò fer e unaltra u
olta m aggiorni en te' nuocer e,aiu fa dtrui dò uee manco f per anza di f
alate, Fu quefio Phociónedind tura molto quieta, benigna, cr liberale,^ nel
pratticare^ modefio,intero,cr trattabile,Et pero fu da tutti i Qut^ dilli
Ateniep giudicato degno di ejfer chiamato ilBuonò Fodoe. Et copia codàtia , che
naturafinete appare afpra € rigida>p ritrouo nel petto dicofiui piaceuole et
màfueta. LIBRO '‘s , , . . ' Di Socrate. LO animo di Socrate,armato di fortezza
etiaril té, netdimojirarela fuacoHannafu Alquanto piueccet lente, perche il
popolo Ateniefe traportato daWimpeto cr furore , hauendo condannato a morte
quelli dieci Crf pitani,cheapprejfodi krginufa haueuono rotto l^arma* ià dei
Lacedemoni,et ritrouandopperuentura Socrate^ nelmagijìratOjche era f òpra V ordine
cr approuarelede liberationi della Plebe, parendoli cofa molto iniqua,che tanti
Cittadini, et che fi erono portati tanto bene per U Republicafolfero atorto
dagli inuidi CT maligni codot ti amorte fi fece feudo con \a fuacoBantia ,
contro alU incónfideratamoltituéne ne lo poterono coftringere ne con romori ne
con minaccie , che eglimai acconfenteffe Hi fottofaiuerfi a quel temerario
giudicio popolare, et cé fi laPlebe,opponendofi lui, non potendo perula ordina
tia procedere, fi leuo tumultuariamente contro a ifopra detti et
ammazzòiK^^fpauentopunto Socrate Pejjerfì pofto a pericolo dimetteruilauita, et
ejfer tra quelli Pun decimo. Dì Efilate. LOefempio,ttenuta nella prouinda di
ejfo Saìinatore,Ma ep può di* re che egli ancora triofajfe f enzu queUapompa,il
cui trio fo fu ancoro piu eccellente cr magnifico deWdtro , pche ^ di
Salinatore era f diamente lodata la uittoria , di Nerone era celebrata inpeme
la uittoriac^ la modelHa* Deiminore Ajfricano» il minore Affrcxno uuole , che
noi lotrapafsiamo con plentiojlquale ejfendo Cenfore ,crf accendo U
defcrittioneuniuerfale del popolo Romano cr redtand$ prima i. . / M QVARTO iiif
f>rìm4Ìlc4ncelliereJecondo era foUto^nel facrifieio alm ’ m ucrfi, feriti
nelle publiche TauoU,nei quali fi pregaua- no glt ìdJii mmortali^che
profperajfero cr agumentajfe l^olecofedei Romantydijje Scipione. Lo flato de i
Ro^ titanieprofperocr ampliato affa, CT pero io prego gli ìddij ychelo
mantenghino nellagrandezzctin cheegli fi truoua^er cojì fece incontinente
racconciare quel uerfo nelle TmioU publiche in quella fententia, laqual modera
tione di Prieghiyufarono dipoi tutti iCenfori. Conobbe prudentemente
Scipione^che aWhora fi haueua a domcrp pofe in animo,qudntunque efuf* fe
Pretore, Gmdice^ec teHimone cantra dilui,trattarlo da amico,non oPante,che e p
uedeffe donanti il tempio della Dea Vepa,dentro alquale depderando colui ,
mediante fi brutta dccufa,rouinarlo et farlo mal capitare., haueua con
dfprifsime cr uenenofe parole parlato contro di luù DiCaninio Gallo, CAninio
Gallo cop nello ejfere accufato , come nel* Vaccufare altri,p porto
marauigliofamente,pàglian do per moglie la figliuola di Antonio,che ejjò haut
ua condannato, CT faccenda Proccuratore delle cofefuc Marco Colonio,dalquale
era dato condannato» . ^ DiCelioKuffo» S' Wl Q.V AR T O. I come
idishonejìicojìumi di Ciglio Kuffo furono fom marne te dabiifimare,cop la
compafsione,chegli heb^ be inuerf 7 (^nto Pompeio^merita di effere grandemen
telodata^ilqualedaluiin co fa pertinente alla Republica accufato^et fatto
mandarein ElUio,glifcrijfeper trouarfì in tale trauaglio,chefujfe contento di
pigliare la fuapro* tettione contro a Come Ita madre de i Gracchi,crfuaTu
tricejaquolchauendoamminiihratole fue poffefsionino uoleua refiùuirgnene. Celio
adunque fece molto caldamé te quanto daejfo PompeiogU era {lato ferino, cr p
muo Mere piu i Giudici a compafsione di lui lejfe loro una letle^ ra da quello
fcrittagli, per laquale appariua,come egli fi ri trouaua in ejiremanecefsita,cr
que^fu cagione di farli ottenere la hte contro alla infatiabile auaritia di
Cornelia, T ale opera odunqueMnehe lafujfe d'una per fona uitio* fa qual fu
Celio, nondimeno merita di effere commenda^ ia,pche in effafi uene a cognofeere
gràdfsima humanité^ DELLA ASTINENTIA, ET Continentia, Cap, 1 1 1. On grande
jludio{y diligenza e da narrarequanto gli huominiiOuflrili sforzaffero di
difcacciare deipetti loro gU empiti della Auaritia cr del la Libidine fimili ad
unfurore,tem* -p . pcrandofi cr gouernandoficol frem no ej cofiglio della
ragioneJSi nel uero,queUecafe,quel le Citta,quei regni
perpetudlmenteficonferuono , doue non può ne P Auaritia ne la Libidine,perche
oue penetro no quefle duepejli deWhumanageneratione,quiuifignott jreggianole
ingiurie cr regna la infamUMeremo adun LIBRO detfuo nmico Apatico ytnd egli
haucnio prima giurétol che non p era riconciliato con gli Sàpioni^reàto appref*
fo il decreto fatto da lui in quefto modo,Parmi cofaindem gnacj" molto
aliena dalla Maefta del popolo Romano, che Lucio Cornelio Scipione pa mejfo in
carcere, doue egli trionfando ha fatto metterei Capitani de i nemici con dotti
dauantialfuo carro Trionfale prigioni dentro a que Pa Citta^GT per do non fono
per comportarlo , in modo alcuno, il popolo Romano aWhora hebbe molto caro de
effere rimafo ingannato della fua oppinione^ej con debi te G’ conuenienti
lodemagnifico lagrandezz^C^ mode {Ha deWammo di Tiberio, Di G,Claudio Nerone^
GAìo Claudio Nerone,debbe ancora effere connumea rato tra color o,che hanno
dato effempi digrandifsim mamoderanz EraPato partecipe della gloria é Liui^
Salinatore nello ammazza fAfdtiibale cr rompere lo efercto
Cartaginefe^ondimenouoUe piu topo accom* pugnare con gli altri a cauaUo effo
Uuio Trionfante, che Jederli accatto fopra il carro Trionfale come compa* gno
di tal uittoria ffecondo che dal Senato era Poto oriti* nato.Laqual modejìia
uoUe u fare ^per che tal uittoria p era ottenuta nella prouincia di effo Salinatore,Kla
ep può iti* re che egli ancora triòfaffe fcnzn quetUpompa^l cui trio fo fu
ancoro piu eccellente cr magnifico deWaltro , pche di Sidinatore era f diamente
lodata la uittoria , di No’Offf tra celebrata infume la uittoria cr la
modetiia* Del minore Affricano, • U minore Affreano uuole , che noi lo
trapafsiamo ^ con plentiojlquale effendo Cenf ore , CT f accendo la
defcrittioneunmrfaU del popolo Romano cr recitando prima / Q_V ARTO 11^
pnmdilcdtttcéUiereJcconio era folito,nel [acrifieio alm ' ni uerjìjcriti nelle
publicheTauoU.nei quali fipregaua. no gli ìdJii ^tnmortali^che profperajfero cr
agumentajfe foleeofedei Komaniydtjje Scipione. Lo flato de i Ro/^ inani e pr of
pero o* anipliato affai, Cf pero io prego gli ìddij ychelo mantenghino
nelUgrundezzain che egli fi truoua^cr cofi fece incontinente racconciare quel
uerfo nelle T juole publiche in quella fententia^ laqual modera tione di
Prieght , ufarono dipoi tutti i Cenfori. Conobbe prudentemente Scipione^che
aWhora fi baueua a domane dare lo accrefeimento del Romano imperio^quan'do i co
fini de i Romani non fi diflmdeuonopiu^che fette miglia intorno cr come gl: era
cofa troppo ingorda cr ambitio* fa,poffedendo i Roma:n quaft la maggior parte
del Ma do^iefiderare d pojfederepiu oltre, parendogli che lafen licita di
quelli fuffe grande abbafianza ogni laolta, che e non perdeffero dello
acquiftatoMofiro ancora la medefi ma moder anza,mentre che eifaceua far
lar^egna cr la modra de i CauallLperd)ehauendo uiflopafjare Gaio Li mio
Sacerdote,che era Boto letto ercitato,diffecbefa* peua,che ghhaueuagiurato
ilfalfo maUùo fornente pero che era per farne tefiimonanza a qualunche lo uenif
fe adaccufare, ma non andando neffuno ad accuftrlojuol top a Licinio gli
diffe,paffa uia col tuo cauaUo,G‘ metdin tonto d'uuanzi quefìa
condannagione,che io non uoglio, che tppoffu dtre,cheSapionefta fiato contro di
te nel me depmo tempo accufatore,tefhmone,Qenfore,ej giudice^ Di Sceuola. La
medepma modeBia fu ancora notatain Qww^o Sceuola huomo raro cr eccellente.
Perche chiama^ P 15 1 IB R Or to àfar tcBimonanzfen zadanariricchifimOyO'
fenzafamiliarhda moltiaccom pagnato:perche lo faceua ricco, ncnU pojf edere
ajfaùma il depderar poco^ Et cop la fua cafa p come Fera uota del SUme dell^
Argento cT deUi Schiaui che i Sanniti gli b4e CL - LIBRO Uf4n mindato t cop fu
ripiena églorÌ40c fui uedendo chiaramente quanto egliuennea pcjfedere in
uita,poi che in morte non fi trono tanto ,chefi potejfe, far le efequie. Di
lAenennio Agnppa. F'Acdmente poffiamo comprèndere di quanta, au* tonta fujfe
Menennio Agrippa nella nojlra Cita taypoiche egli fu eletto dal Senato, cr
dalla Plebe orbi*. ti. CLV ARTO* I2tf trodcomporrclelorodtf cordie, Qumto
eaddunqueid fiim Bifolchi Di Attilio C (datino, HAuendo il Senato fatto
Capitano deWef ercito, Af# tilio CahainoJ^u trottato da quelli jche f ir on
man* dati a chtamairlo,che e fcmìnaua,ma quelle mani cd tofeercottf limate
dallo AratrOjCr dalla Zappafermo* ronocrIiabiUrono P imperio Roman o,et melerò
in rat ta ilpotentifstmo efercito deinemici,eT le mtàefvme, che poco
auimtihaueuono guidato ilgiogo degli orantiBuoi, rejfero il freno
detcarritrionfalijnep uergognarono,de pojio lo f cetra eburneo, ripigliare il
manicodello Aratro,, Vojfonoi poueri con lo ef empio d* Attilio racconfolarp^
ma molto piu i ricchi deuriano imparare , quantopano di foperchio CT pieni
d*anpetagli acquipi delle ricchezze A ehi brama arricchirpdelUueragloriay cr
omarpd*un4 perpetua laude, ■ Di Attilio Regalo: ATtilioRegulo del medepmo nome
CT del medep* mofangue, gloria della primaguerra contro a i cor tagmepyes’ di
quelli prima dejìruttionejhauendo in Affri ca con molte uittorie abbajfato,cr
indebilito l e inf olentif pme forze de i cartaginep,o‘ intef » come il SenatOy
per tenerp di lui ben f erutto lo baueua rajfermo,perPànofe* guentejfcriffeaiconfoli}cheilUuoratore,
che etenettain unfuopoderetto di fette lugeri, in Pupinia, eramorto Cera un
lugero tanto terreno quanto Uuorauain Un di, un péodeBuoù ey'cheun^altro, che
gUhaueua condotto 4 opereperaaniuto con D/o,cir portatone certi ferramen ti da
uUlajperogli pregauo^che efujfero contenti màdarli QJV ARTO. 127
lofc4mbio,percbe rimanendo (odo Upodere;non haueuà 4i che fomentare la moglie
CT ifiglmolLìlcbe intefo dal Se natOyOrdino fubitOyche eglifuffe trouatom
lattora^ore, crcheafpefeddpublicolamogUe cri figliuoli fujfero prouiUidiao che
giihaueuono dibifognOy tr i ferrameli ti ricoperati.tiealtro cojio alnoUro
Erario L uirtu d^Atm tdioydel-cuiefempioKomappotragloriarementre , che la fiara
in piedi Di Quinto Cinannatc « NOn furono maggiorii poderi di Lucio Q^ntio cm
cinnatOydi quelli di Attilio yperche egUancora foto fi ritrouaua fette \ugeri
di terrenOyde i quah fu forzuto af fegnarne tre alilo Erario per pagare la
cSdànagione ’<>nofecttoffmomuonPidrcuorfoUM P^d,euno ft tfuip grunU er
^iorénurit : cr Mjgutu parche li n heobtanqueccmo mdi.fu cognominiti li Dotiti.
U Senato ineoa ccmeUbcnlc dudeli Doti éifigliuoi U i, Fibnth Lucino CTiquclli
di Scipione, perche non biueutno iltro che redare de t Pairiloro eccetto il
buon n^ecrUncn gloria. Di H. Sauro. 'J^rUircoSciuro,qu^tifufegrinJeURe
i-/teni,eglillelJoloriferijéenel primo libro chegli a ualj mtedi trctacìnque
mda tiumLEt due* fUf orono lencch^zte con lequéifu nutrito quel chiaro vumo
aduque porci d^uàti agli occhi quefH efempi^etco tfn coJoUrci,not dico^che no
facciamo altro,che ramati* aarà delle piccole f acuita pche bora noi no
ueggiamo nei le caf r il poco argéto.d pie o/o numero de U Schtaui/fette iugert
di ondo terreno,! bifogm delle cafe,i Mortori pza idanortfleFiduUefé^a dotCjpta
uegtatno bnglihonoroioU LIBRO Conf oliti Je m^mgliofe Dittature^ ttionfifenzd
nmt ro. perche aduque ci i ogliamo noi tutto dì della noBrapo uertaicomefe
niunaltro male magior di quejio fi ritrou^f /f,cr pure ha quefia pouertd
nutrito fedelmente ^f e bene parcamente i Publicoli^U EmiliiyiFabritii,icurii
,gli Scù pioniygli SicauriyCr tanti altri ualorofi huomini fimigliait ti a
quejlifoUeuiamo /adunque gli animinojlriy cr conti memoriadi quefliatitichi
efempirecreiamogUfpbritiinde ' bili daUe tanto defiderate ricchezza •
Cheiouigiuroper tapìccolacafadiKomulo y peri bafsiedificii deWantico
Campidoglio yC:S‘ per li eterni fuochi della Dea V^iyche ancora ne i uafi di
terra fi conferuonoyóe tutte le ricòez ze del mondo non fi pojfono agguagliare
dUa pouerta dà quejhhuominiecceUentU DELLA VERECVNDIA. Cap, V. Armi che il
pajfare dalla pouerta aUa VerecundkyUenga bora molto a prò pofitoyconciofiayche
queita habbiain fegnato a gli huomini buoni o* giuJH, deprezzare le f acuita
priuateyCr fat togli f oUiciti in accre fiere quelli del ptt tlico.Degna
ueramenteychein fuo honore fieno edificati I TempliyCT conf aerati gli Altari
non dtrimenti,che in ho tiore di efsi iddu, perche ella e madre d^ogni honejìo
confi gh'o, Protettrice dei buoni CT neri officiiyMaejlra deWin* nocentiaycUa e
cara al profsimoyaccetta agli firaniyeUa fi* talmente in ogniluogo cf tempo fi
dimojìraa ciafiuno benigna CT fauoreuole. Del Popolo Romano* T]J, T peruenire
doppo-le lode a gli effetti di quella.Dé .XZi laedifkationedi Romayfineal
Conjolato di Scipio ne Q^V ARTO. , 129 ne Affricuno^z^ Tiberio longojedeuti il
Settàto zxUpo polo jfenzd dama didintione di gradi a uedergU Spettai coU,non
dimeno ninno vUbeop trono md^ che nfaffe di porfi a federe di f opra a i
Senatori, tanto fu la honefta V'il rifpetto del popolo in uerlo le pcrfone
honorate,ll thè ficognobbcpw chiaramente ùi quel. di,nel quale Lic- cio
plàminto p pofea federe neJdmpàno luogo del Tea* trOjj^er ejfere Rato prinato
deWordine Senatorio da Mar co worte cr Lucio Placco cen[ori,zT perche gli era
già Poto confalo,^ era fratello di Tito Plamminio Vincita* ■ re della Macedonia
CJ" del Re ¥ilippo,tuttHo forzaron no a paffàre a federe in quel lnogo,che
era al fuo graia ^ tomcniente. Di Terentio Varrone, '"1^ Erentio Vairone
per il fatto (forme , chcgtiappicco a Canne tanto temerariamete fece cafear le
braccia alla Republica,\lmedepmo poi non uolendo accettare la Dittatura
conferitdi dd S enatq f:;' dal popolo unitamen " te,uenneptd rifpetio C2T
henePa apurgare la colpadelU^ rotta crudcUpima^he gli fu dataiet
copfece^chetdemo ^ dePia fu attribuita alla fua buona natura, cr il danno del ,
la rotta alTira er crudeltà de gliiddij. Onde piu chiaro fia i il fregio della
fua imagine,doue apparirà la rccufota Dit* ' tatura,che qu^o , chef ut ornato delle
prone di quei, che ' V accettarono^ Di G,Sctpione,c;‘ Cicereio Cancelliere^ H
Or paPumo piu oltre aduna opera molto egregia della uerecundiaLa Eortuna
congrandfsimo fuo aarico,nella creatione dd Pretore ,conduffe in capo Mar rio
Gneo Scipione figliuolo del primo Affricano,Cf Cicc reio Cancelliere,onde ella
come troppo infoiente era bia fimata cr lacerata dd molgo^ che l'baueffe fatto
compe K i: I B R o teretdntdnobiltddi fongucyconunaperfond p ignobile^ non
dimeno Cicereio conuerti quel bidjìmo della fortu* nainloiedi
lemciepmo,perchecomeègUuideinqtieUs creationCychegU era da tutto Hpopolo
preferito a Scipio nejcef e a baffo^ CT cauatopUuejle candida, con la quale fi
compariua, comincio nel popolo a procacciar fauorip detto fao Competitore,
parendoli che e fujfe piu conue* niente in tdedegnìta hauer rif petto dia
memoria dello Affricano,che a fe medepmo.Et quantunche Scipione fuf fè quello,
che mediante la cortepa et mode^ di Cicereio hàueua ottenuto quella degnita ,
non dimeno il popolo piu ajfdp rallegro con Ocereio che con Scipione» DiLucio
Crajfo, 'pT per non ci partire coptojio di campo Martio , Im* ^cio Crajfo
dejìderando (Ve jfer fatto Con[olo, et ejfen dò forzato nel domUarlo ai andare
a tornoccomepco flumaua'ìcon la uejìe candida indolfo,a pregameli popo ìo,non p
potete mai recare afarp in cotalguifa uedere,d U ptefentia di Quinto Sceuola
fuo fuoeero,huomodi grandifsimofapere CT riputatione, CT pero lo prego, che
fuffeconteiUo partir fi di quid fino a tanto,cheglihaueffe fatto quella cofi
inetta cerimonia, uergognàdo fi piu di far tdcofarifpettoaUadignitaiel fuocero
, che rif petto dU H>abito,colqude fi doueuarappre/entare. Di Pompeio magno,
T Pompeio} Magno entrando in Lariffa il di dipoi e che e fu uinto da Cefare nel
fatto d*arme di Forfè tia,cr effendoli uenuto in contro tutto il popolo di
quella terra, dijfe loro,Andate,CT quejlo honore, che uoi fate a ne fate lo d
Vindtorctlo ardirci di dire,ebePom Q V A R T 6 t jo pdo non era degno di effer
mto^fe Cefarenon fujfejia to egli il Vincitore.Uianel nero Pompeio fi
dimojlromo defló affai in tanta calatnita , perche n on potendo uolerji
deUagrandezZf cr dignità fua,p udlfe della uerecun^ dia^ ■ Di G. tulio Qefare,
Q Vanto qaeda uirtufuffe ancora eceeUenfein Gaio Qefare jì vide molte uolte per
ifperìentiay come an torà chiaramenteapparfeneWuìtimo di della fuauita IW
peroche ejfendoPato affalito da i congiurati, non bebbem roforzauentitre ferite
da queUt riceuute, di farlo fmar rire, che egli mentre,cheil fuo
éuinofpiritoeraper fey psrarp dal mortai corpo , non fi ricordaffe della uerecu
dia, auuenga che con Vuna CT Inoltra mano fi mandaffeU Toga a baffo, aedo chele
parte inferiori del corpo nel cafeare m terra ueniffero ricoperte. No»
fongiafoliii gli huomini di morire in cotdgùifa» ma pbfne gltlddif immortali
ditornarfene in Oelo* i l •• D E G L I E 5 T E R« 1 K. ni diSpurina,
LOefempio,chefeguitaper effer feguito auantichei Tofeani fuffero
fattiCittaéniKomanilo mettere* mo tra gli Ejierni , In Tof zana , fu un Giouane
(U afpet to bM fiimo chiamato Spurina,ilquale perla fuamara uigliof a bellezza,
molte nobilifiime donne del fuoamo reaccendeua,la onde accorgendofìlui,che
iloro mari ti et paréti ne erano gelop diuenuti , co molte ferite che egli nel
j^lto fi diede, guajlo qUa beUezzd et leggiadria eheinejfoappariua,eteleffepiuprelio,cheadisformato
uoUo facete fede della fua bota, che e no uoUe.che la [ua • t I B R O ;
(>eUezZii4ccendej[cgli altrui dishonelkdppetitL Di m certo uecchiq Ateme f ,
IN Atene ejfenio uno già codòtto alTulUìtt^uecchiez za andato a uederele
feSle,chendTeatro jì cele* hrauanocrnpntd ejfendo alcMnoy chegli facejfe ìuogp
.4 federe, fi condujfe per uentura in (Quella partendone [c deuano
gUAn^afciadori de LacedemoniìquaUmofsidal ia età di queluecchip fi rizzarono tx
fecioii reuerenza a gli anni a fuoi canuti capelli^ cr coj? lo pofero tra lo*
roa federe nel piu honorato luogo.ilcbehauendoilpo* polo conjìderatOnConil
fegno^che fece diaUegrezza,di mcftro efferliliatograto cr accetto il
rifpetto^die bebbe ro__queiforeàleriad un lor cittadino^ Dicefi, che dl*hofa
modi detti Ambafciadori di(fe,AqueJlo modo gli Ate nlejì conofconqil bene,0’
non lo fanno fare, . I? E I. L O A M Q R E, T R A moglie cir lAartio, Cap, vi,
. j' [Afferemo bora da unfaffetto d*animo l^ceuole et quieto ad un*altro nome
kno boneflo di quello^ ma alquan^ piu [ardente cr impetuofo ,cr porremo 1
dauantiagli occhi de i leggenti non al itrimenti che certe immagini da fpec»
cbiarui/i dentro con graniifsima uener adone alcuni ef m pidicijlo cr legittimo
amore yUarrando fucàntamente della fede cojiantifsimaofferuata tra moglie eT
marito, cofa neramente difficile ad imitare , ma molto utile a co^
nofcerla^perche colui che legg e cr confiderà le opere ec cellentiffime,cop
degU buomini come delle donneffie aU meno nonfisfQrzain qualcheparte
dtimitarle,conuiene^ Q^V ARTO' i^f thturrofàfat^&nonpAfii fenza fuocxrìco
CT ucrgo». ~ gna, I9i T. Gracco^cT Cornelia fua moglie^ IN cafa diTiBerio
Gracco ejfendo flato prefo due Set pe il mafchio cr la femmina^ CT domandati
gli Art# /pici quel che do uolejfe pgnificarejlo aumfarono^cheU fciando andare
il majchiola moglie fua frapoco p morm rebbcyC^ taf dando la
femminajtoccherebbe a lui a mori refende egli^che amauapiula falute della
mogfie.che U propria.comando^chela Serpe femmina fujfelafciataoJt dare^cT il
mafchio uccifo. Etcop nel fare uccidere il mà fchio in prefenza della
moglie^uenneinpeme a dimoftrai^ lische uoleuapiu preflo m orir egli^che f
apportare di uea derleimorire.Ond^ionon fo feio mi debba direte ome Ua ejfere
fiata piu felice per hauer hauuto un marito tan io amoreuolcio piu
mìferaperhauerloincotalguifap& àuto* Di AmetoRedi Teffaglia. Ma tuo Ameto
re di Teffaglia: che rifpondendo Vo racolo d^ Apollo Calquale mandafli per
fapereilfi ne della tuagrauijsima maMd) che allhora fanerejU: che qualcuno per
te alla morte p efponeffejopportafli di per mutare la tua morte con quella deUa
tua moglie, er poi che ella per dare a tela ulta p eleffeuolontaria morte, tt
pati ancor Vanimo diuiuere,zr fé,che prima haueui ten^> tato Vanimo de tuoi
parenti cr de gli amici per far proua fe alcuno diloro per te uoleuamorire,cT
ninno pnalmc te trouaili tanto amoreuole^e tanto fedelein uerfo di te quanto la
tua moglie. Di Gaio Plautio, Gaio Plautio ì^umidaiancorcheefuffe ddV ordine
Senatorio, funon dimeno dimàco riputatione affai R (il LIBRO' di Tiberio
Gracco, quanto allo amore in uerfo la ft$4 moglie non meno di Lii amore noie,
auuenga che egli an coradiueniffeuittima della iniqua Fortuna, perche fendo li
fiata pgnificatalà morte della moglie^ fu da tanto do lare afjalito^che non
potendo piufofienerlo fi diede (Ttm coltello nel Petto, ma fopraggiuntodaqueidi
cafanon potette dar fine al fuo proponimento ,iquali lo fecero medicare, ma
fubito che egliuidel'occafione,lhrappatoft^ con le proprie mani le fafce , con
lequali haueua legata laferita,cr con gfrandifiima cofiantia, quella sbranando
con molto pianto ej dolore mando fuorilo fpirito.te* flificando per cefi fatta
morte, che ardore CT quali fiam me fieffero racchiufe dentro al [uo mifero
petto,cbe dd maritale amore accefo Vhaueano* BiM.Plautio. MAreo Plautiocofi
come gli hebbe ilmedefimo co gnome cofi non meno fuifceratamente amola fua
moglie, imperoche effondo luiandato per ordine del fenato a ricondurre in Afia
una armata di feffanta nauide i confederati dei Komani,zT hauendo tocco a
TarantOjOrefiilla fuamoglie , che [eco haueuamenata^ quid ammalondofi fi mori,
onde egli fattoli Vefequie, xy pollo il corpo fuo nel luogo doue e fi haueua ad
arde re,mentre che fecondo il cofiumelaungeuacrbaciaua, pref 0 d pugnale fi ammazzo.
Gli amici airhora,cofi to* gato CT ueHito come gli era,congiunfero il corpo fuo
co quello della moglie O" appicatoil Fuoco infiemegliarde rono,nel qual
luogo fu fatto un fepolcroadambi duci, che ancor oggi ui fi uide, nel quale fu
f dritto in Greco Tonfdonton,cioedi duoi amanti, QndHomi rendo cer Qjr A R r e
quello, che non Vhauefje tenuto c;' [a Vdite quejle pa roUytalefuUaliegrezZt* »
cheinfperatamente prefe gli animi di coloro^che ogn^uno da pnnapio fi tacque,
come fe e nonfufjeueroychegli bauejj'ero udito quel, che udito haueano,ma
replicato appreffo il banditore le parole me* defime,riempierono l^aere,di fi
alte grida cr romori, che fi dice per cofauera,che gli uccelli , cheaUhora
perl^aere uoUuano,cafcoronoaterrasbalorditùSatiaflatacofjpur affai generofa cr
liberale fe a tanto numero d^homini fuf fe flato renduto la liberta,quante
furono aHhora le Citta nobilifsime cr ricchif$ime fatte libere dal popolo R
omae no,AAacuÌNìaiefiaficonuienc iadema,cbeeglibaueuagittatain terra,cr
impojìoU cer te conditioni lo rejìitui nel fuo ftato,parendoli ejfer cofa cofi
honoreuole renderlo fiato ad un Re come torglielo» Et quanto e chiaroloef empio
di Pompeio per cofi fai* ta humanita ufata in uerf o di TigraneiBt quanto fu
mife rabileichegUbauejfe dipoi a defiderareperil fuo fcam* poValtrui humanita
c;' clementiaf perche quello,cbeha ueua ricoperto con la C orona R egale il
capo di Tigrane, uedendofidel fuoleuare tre Corone trionfaUneWulti* me regioni
del mondo fulafciato fenza Sepoltura, et la fua tefia fenza honore cr fenza
ejequie fu mandata dal traditore di Egitto a farne un donoaluincitore,ch€ fu
ancora cofiretto ad haueme compafsione, perche fubi toiche Cefare lo
uide,dìméticatop della inimicitia hauuU conPompriOyComeSuoceropianfe non
foloperfe^ma ancoraperla fua figliuola,p crudele tT fceleratamorte^ freon
infiniti cr pretiofif simi odori fece ardere quella honorata ttftOfCbe fe
Vatimo di queQo Prmpt nonfi^ Q.V I N T O »47 felldto tilmedepmOsche non fu mai
da huomo det mondo fuperato,ejfendoli forza cedere alla natura cr
aUafortunaschelo oppreffe,quantunche già aggrauato dalla forza del uelenojn
letto p fentijfe mancare ^non dimeno f o Ueuatop ^quanto fuUe gomita porfe la
dePra à tutti queiyche glie la uolfero toccare , cr chi faria fiato quello, che
non Vhaueffeuoluto toccare cr baciare, poi che già uidnaaUa morte.piu per
forzai d^humanita. I N T O 14S éìt per W^OY naturale tanto p mantenne,che la
fece con tutti queifche uollono,la dipartenza^ Di Pipdrato, PPiHeremo dprefente
dellihuntanita di PipPrato Tiranno d* Atene^nellaquale fe bene non apparfe
queluigoreiche in quella di Alepandrojneritanon dime nocche e fe ne faccia
mentione.Era Pipftrato moltopj* molato dalla mogUe^che e face jfe morire un
GiouanettOy ilqualeiaccefo grandemente dello amore della figliuolat
nelrifcontrarp Phaueua nel mezodella^radabaceiata, Cr egli finalmente èffe alla
moglie: fe uoiupamo crudel ta uerf 0 di queUi:che ci portano affettione,chefarè
noia queUi^che ci portano odiof Non metitono parole tanto humanetche e p
dicJycheteu/ciffero di bocca di uoiTira no.Cop adunque f opporlo Pip^ato
Vingiuriafatta aUa figliuola^ma con piu fua laude f opporlo quell ajche in fe
proprio riceuette. Perche ependo molto a/pramente ad un conuitoidi parole
ingiuriato Trapppo fuoamicoino fece pure minimo cenno di fdegnarfene: mati
Marco Coriolanos Et per cominciare dalle cofepubliche.Faccèdo Marm co Cori
alano ogni sforzo di opprimere la patria fua,CT ejfendo uenuto fino [etto le
mura di quella con un grande efercito diVolfci^minacciando tutta uia di dijirug
gere cr rouinare ^imperio Komano.Veturiafua madre, cr Volumna fua moglie andate
fuori a trouarlo cygittam tofegliaipi€yconleloro pietofe preghiere placandolo^
non lafciaronfeguirecofi crudele cr federata imprefa* Onde il Senato in
honorloro lUuflro Verdine delle Mam trone,CT gentil donne con moltihonori cr
priuilegij» P« roche fece una legge, che gli huomini nel nfcontrgm re le donne
dejfero lorolajirada, in tal modoconfefm fandOylaKepublica eff ere fiata
allhorafaluatapiuper epe radeUe donnesche per uirtu de glihuomini» Et conoejfe
/ LIBRO toro, eh t oltre aigioielU et ortutmentiycheper priutle^o dittico
leportduano agUorecchi,portajferoancorainte* fld una nuoud maniera di benda cr
dcconeiatura,accioche le nobili fujf ero daWaltrediffcrentiatCjZT ftmilmenteche
ìepotejfero ueWre diporpora^CT portare collane cr mi niglie d'^Oro.Oltra
diquejio in quel luogojoue CorioU* no era élato placatogli Senato fece
edificare un tempio, co uno altare alla Dea della Fortuna Muliebre,per
tejlificare conqueBaoperareligiofa , la gratitudine del fuo animo uerfo di
quelle,per il beneficio da effericeuuto. Dimoftro ancora la mede firn a
gratitudine al tet^o della fecondi guerra contro a i Cartaginefi, perche
ejjendo loro affedii ti in Capua da Quinto Fuluio, CT ritrouandofi due donne
CapuaneJLequali ritennero fempre ne gli animi loro la he neuolentia uerfo il
popolo romano , Vuna dellequali eri madre di Famiglia chiamata Vedia Oppida ,
laquale ogni éfaceua facrificio per falute del roman o efercito.Valtra
Meretrice,chiamataCluuiaFacula, laquée non manco mai portar da mangiare ai
romani,che eron dentro diCi pua prigioni.il Senato come Capua fu racquijlata
refiitui ìalibertaaduedonneinfieme conilor beni offerendofi ancora aconceder
loro ogn^altragratia, che Pbauefjfero domandato.fu certamente cofanotabile,chei
Senatori He Vallegrezza di fi fatta uittoria,non folamente dimofhraf* f ero
hauer grato il beneficio nceuuto da due femmine uU li cr abiette, ma che ancora
le remuner afferò. Della Giouentu Romana. C^Hifi porto mai tanto gnUamente,quanto
quelligio* •uaniromani,iquali Cai tempo diQjnntio cT tio Confalo ) per dar
aiuto crfoccorfoaiTufculanico» r Q_V t N T O. ifl trodgUEquicoli, che
haueuonooccupittoi loro conjvd t'offerfero cr con giuramento fi obligarono
fpontanea^ mente di andare a queUaimprefa,perche pochi mefi auoft tifi
Tufculani con molta codantia cr ualore haueuono dU fefo Vimperio RomaneX olì
adun quei che no s^udi mai piu) Ve[erdtoKomano,perdimofir areiche U patria loro
nonmancauaàgratudine, s’ondo a fare fcriuereperft medefimo. DiFahioMafsimo» JN
Fabio Mafsimo fi conobbe chiaramente ^ quanta fujfelagnuitudine del popolo
Komanoypche ejfen^ io Uduenuto amorte doppo cinque conf olatifelicemen^t te cr
con folate della republica da lui amminifirati,fece il popolo agora a portar
danari,accioche le fue efeqme con maggiore cr piu honorata pompa fi
celebrajferoXbinem gheraadunqueipremij della uinUfnon ejfer grandi, confi
derato che i corpi m orti degU huomini uirtuofi fon piu ho norati et hauutiin
pregio fChe no fono i uiui et pufillanimL Di Hinutio M.aeHro de Caualieri FV
ancora ufata non poca gratitudine a Fabio KlafsU mo mentre, che egli
uiueua,imperoche ejfendo fato^ to Dittatore neUaguerra contro ad Hmnibale in
San DÌo,er fendoli dipoi per deliberatione della plebe dato p compagno Minutio
Maefiro de caualteri Ccofa non md p Vaddietro ufatap) fi diuifonointra loro lo
efercito,cr cfit fendo Minutio uenuto die mani con HannibalefCon lafua parte
dello e jer cito, accorge dofi Fabio del trifta fine, che era perfeguire di
quella battaglia,per ejf nrui andato co* luimolto temerariamente,ZT che già
fiauaper andare in rotta,lofoccorfec;‘trajfefduodi quel pencolo» Onde
e^Uriconofcédo il beneficio Jio chiamo padre, et comodo \ oogl LIBRO « tutti i
SolJuti che crono [otto di lutjcheglì faceffero ri « I J LIBRO biuerfo di Hfì
trajje di te{h,cr rizzo/si in pie, O" dtrà U0U4 ancor J uiHolo uenire f
monto da cauaUo^ er diffc in prefenz^Hala Seruilio, Et Mola SeruiliOy che
haueua ucdfo Spurio Vielio Maejìro de cauaUeriiche afpiraua allaTirannide.pa gole
pene dello hauerconferuato in liberta i fuoi crtfj/ dini, con Pejfer mandato in
efilio* Hora fi come noi dobbiamo paffarcela di leggieri a biafimare il furorcì
trPhnpeto del Seaató & del popolo: agitatotcomed Mare da tempeflofi uenti
jcofipojfidmo piu liberamene é'sfogareil hojiro sdegno contro (dlaingratitudine
de » priuati 'y CT dì quelli maffime,che prudenti CT di giu* dicio reputati,
hanno prrpofto la fceleratezzl corfofuo co/lrrt/o . morir, ii. in carcere in
luogo del morto paire.Puo/siaJ»gue glori dreil feliolo d’uno ecceBiliftimo
Capuano, etchcancor eoli era fi jfcéifo-e al medefmogrado.dt baaer nceuto p
reditapaternafolo la pngioneer le efene. D, Anjlide. A RilWe fimilmenle,che da
tutta la Greetaper^jip A lìmo ecelebrato,crtenutoancoraano fpeccbioiU
c5tinenza,fucojlrcttopercomMamentode^^ ni a partirfi della citta et idarfene tn
efilio. febei Athemefi fepriuatilìdicolluipotcrontrouareun altro cofibuon»
cramoreuolecittadino dellapatriafua,Muenga cheinjte me co Ariftidc partiffe
ancora, guanta bota era in Atene, DiTemiftocle, Et Temiflocle^rarifsimo efempio
tra quelli iqualiprom Q_^V I N T O. 1^9 MéTono td itigratiludine deUd.pdtrid ,
hduendoU contd mrtufua 4sicuratii,dmplUtd CT illujlratd,Qr fattola anco r gh
hauejferp,fece portare Ufuo corpo uicino agUalloggiamenti^Gr‘ copertoio d^una
prea tiofa uejlelo pofefoprad R^ogo^dipoiappìccatouiilfuo^ co, incontinente con
U medeftmafpada con lacuale batea ammazz^ito il fratello jì pajf ) da un canto
a Pdtroo" git tatofì f opra il corpo di quello uolle-ardereinpeme co luì,
Poteua coftui con lafcufa di non l^hauer conofciuto,fen^ za fuo carico con
feruarp in uita^mAuoUe piu tojio ufar^ un tale atto di pieta,che { eruirp di
una tede feufa , per far compagnia ancorain morte al fratello, DELLA PIETÀ
VER50 LA l^atria, Cap, V L A fatUfatto fino a quila pietddigra* di piu flretti
cr piu propinqui di con fanguinita,rePdihora afdtisfare aU la patria , alla cui
maefta cede ancora la pietà inuerfo il padre cr la madre, che fi agguagliaa
quella, che dobbùu mo hduereuerfo degltìddij,cedelidncorduolentierikc4 ritd
frdterna,e:f certo con ragionegranéfsima, perche ro uinata una ca/arefla
qualche uolta in piedi laRepublicd, ma la rouina della citta di necefsita fi
tira dietro la rouind di tutte le cafe de i priuatiMa che bif ogna multiplicare
in parole fopra queàa materia,ejJendo la forza della pietà in uerfo la patria
tanto grande,che alcuni con la ulta pro/ priaVhànno dimoflro. Di8ruto,primo
Confalo,^ . D Kuto il primo Conf olo, che fujfe fatto in Roma, co battendo per
la patria contro a i Tarquini Jì affron^ to con Aronte figliuolo di Tdrquinio
fuperbo^ crfu fin contro di forte, che Vuno cr Inoltro mortdmente ferito Q^V I
N T O. 167 cdfco in terra morto. Votrebbejì meritamente dire al pon polo
RomanOfChe per la motte dico(lui,gUcofldjfe mol/ to cara la liberta. Di Curtio»
ESf mdo in R orna nel mezo della piazza apertop in un fkbito il terreno
crfattofi una buca molto larga cr profonda^niandarono i Romani allo Oracolo
tPApol lojl^uale houendo dato per rifpojia,cheuolendOyche la (i tìchiudejjè per
euifar quel pericolo^era neceffmogittarui dentro quella cofa^ che nella
Republica Romana era di maggior pregio cr udoretCurtio allhora di [angue et (ta
nimo nobtlifsimogiouanettojbauendofrafejìcjfo penfan losche qllo in chela
nojira citta ualeua piu,et era piu eccel lente erqno Pormi , armatofi tutto da
capo a pie monto 4 Cauallo,zT [pronatolo^GT correndo a tutta briglia , ui p
getto dentrOji cittadini allhora per honorarlo , a gara gli gittaronfo^a
dimolte biade^cr incontinente la buca p ti dìiu[ f,cr ritorno il terren 0
nelPeffer dx prima.Seguirono dopo Curtio molti alari huominieccellèti orhamèti
della nopra citta, nodimeno non p legge ef empio piu chiaro di quejlo de la
pietà uerfo la patria,alquale,come quellò,che inqueftafpetiediuìrtu tiene il
principato ^ foggiugnerq unpmile* DiGenì io Cippo Pretore, • AQenitio Cippo
Pretoreatfeendofuor di R ornane* aito cr ornato dacapitano,occorfeun cafo molto
nuouo negtamai udito^llacquero a coflui in un fubito co* me due cornain tefia
ergUfu dato per ri/pofta dallo Ora coloychefe ritornaua detro a la citta n e
diuerrebbeRe.il che accioche non p neri ficaffe, uolontariamente p elejfe
Bplioperpetuo.Opietaimmenfacr inepimabile, degna uermentcdiejfer preferita
quanto alla gloria ai fettere \ LIBRO di R0WM.L4 fe/lrf di coib4Ì^perfniafu
difcacciata daLettimio Matcntiiiico^^ comeuoghonoalcun*altrida Herafjlrato
Medico^ pchc {tondo lui a federe apprejfo ad Antioco^o" accortofì,che
all^entrare di Stratonicam camera^ ilgiouane arofiuo cf ripigliaua uigore,cr aWufcirfene,impalidiua
c^fofpiro^ uojondo con maggior curo offeruandolo^cr cofiuennea Htr cuore
Vorigme del fuo male, perche prefolopUbrac do ad arte:conobbe,che ne lo entrare
di colà in camera,il polfo batteuapiuforte^etnelporttrpqualild tuttofino* jcondeuoOndeccfìuiincotinétematiifeflo
a Seleuco lo co glene di quellainfirmitd.'El effo intefo la cofo,non bebbe
rtfpetto alcuno a cocederlt Stratonico, quale egìifommo* mente amaua,incolpando
la mala forte, r.heil Giouane dì cotale amore accefo fifuffe, et a la bota et
riueréz^ di ql lo attribuédo,Phauer più tofto eletto di morire, che mani
fefiarlo. Hora ponghiamoci dauÒti agli occhi un Keuee*
chio,€thamorato,hauercoceffo in tal modo la moglie,et potremo conofeere, quoto
i Paterni affetti fianopotcti a kìctre ognidifficulta» Di
AnobarzonerediCapadocùu COneeJfe Seleuco alfigliuolola moglieima Ariobar* zane
in prefenzd di Popeio,coceffe al fuo il R egno, hrafalito Ario barzanefopra il
tribunale di Popeio,& inuitato da lui a federe fopra la fedia Curule,et
hauédo ut fio il figliuolo ejferfi polio in quella parte de lo eferdto, doue
eiail CÒcellieryio pitto coueméte al grado fuo,non potette esportare di uederlo
in luogo inferiore a lui, ma fubito fcefo di fieda fi leuo la Diadema di capo,
et lapofe , in capo alfigliuoloiefortàdolo a porfi a federeionde egli sWa
leuato , Vennero giu le lacrime a\ Giouane,uenneli ancora menotrj nel cadetegli
cafeo di telala Biada X Itti LIBRO w C^AjfiO imitando lo ef empio
diBruto,perche il fuo fi Jgliuolo, quando era Tribuno de la Plebe, fu il prL
ino, che proponcffela legge Agraria con molti altri mezzi fi ora ambiti ofamete
obligato gli animi delpopo ■ Q_V I N T O • 17^ lo,finito che gli hebbe il
m4gi(hrato,raguno in cafafua tut ti gli miciu" parenti, cr pref 0 U parere
di ciaf cuna, con* danno il detto fuo figliuolo per hauer^afpirato alla Tirati
tùdeyCr fattolo battere,cr dipoi ammazzare,confagro 4 Cerere luti 0 il fuo
hauere. Di MaUio T orinato» Tito lAallio TorquatOjper molte fue opere ualorom
fe,rarocT ecceUente^O" dotifsimo in leggi ciuili^ cr pontificali fn una
cofa fimigfiante a queUa,non gli par ue già dadomondame il parere ne dei
parenti, ne de gli amici.Peroche hauendo i macedoni mandato Ambaf :ia* dorial
Senato a far molte querele contro a Dedo Stilano fuo figliuolo,che era (lato
agouerno di quella. prouinda, prego il Senato,che non uolejfe deliberare di
cofa alcuna, prima che e nonfujje bene informato della differézdjche era tra i
Macedom,cr il detto fuo figliuolo. Dipoi con co fenfo di queUo,CT de i detti
Amhafciadori,pref 0 a giudi* care la lite jfi fece la refìdenza in cafa^ey folo
duoi diala fila diede udienza a Vuna cr l'altra parteAl terzo di, ha* uendo a
baftanza cr diligentemente ef minato iTeÌHmo niydiede la fententk in quefto
modo.Hanno prouatoiMa cedoni SiUan 0 miofigbuolo hauer pref 0 danari da i cofe
der^^ di lettere ancora ornatojafciatop tirare da i cattiui conpt* gli nella
amicitia di Catiltna cr andando per ciò inconpde ratamente aritroudrlo nel fuo
efercito fopraggiunto dal padre amezoil cammino 'fu da quello ammazzato,dicen
do prima che ciofacejje,che e non Fhaueua generato,per che e uenijfein
compagnia di Catilina contro alla patria, ma perche efuffe defenf ore della
patria contro a Catilina poteua ¥uluio,mentre che duraua quellaguerra
ciuile,con tenerlo rinchiuf 0 , proibirli tale andata , ma [egli hauejfe fatto
copjarebbepato cauto CT prudente, CT non rigido cr f eueroMa accioche Vaf
prezza cr rigidità de i { opra detti p uenga alquanto a temperare con la
clementia di quei padri,ch e furono di natura più dolci et manfuetijog
giugneremo alla rigorofa punitione di [opra narrata , la facilita del perdonare
DELLA TEMPERANZA DE P adri imtrf 0 de i figliuoli. Cap, IX. Di L.GeUio. VClO
GELLIO, chedaCen fore infuori era Pato di tutti gli é* tri Nlagtprati , hauendo
apaimanit* f ePo inditio , il figliuolo hauer ufa • to carnalmente con la
Matrigna, cr cerco ancora di ammazzarci lui, no perciò p moffe cop a furia
agapigaHo , ma confuUatala LIBRO cofa,qu"-e zr lu Dea Minerà ua,chetuttoil
male chedoueua auuenir e f oprati Popolo Komano,lo uolgefferofopra de la cafa
mia,Vanno adun cheUcofe profperamente: perche fendo^ti efaudiHi
mieiprieghi,hanno quelli operato diforte,cheuoiui hauè te piu tojlo a doler mec
ode la mia auuerpta , che io habm biaapiangere de lauof^a.Soggiugnero ancora
un^altro degli effempi domeftM,cr entro dipoine le cofe efiemo DiQ^iiiarioKe,
LIBRO Q vìnto Vidrtio Ke,compdgno nel ConfoUtodelpri moCdtone^rimafepriuod' un
figliuolo molto re* „„ent'i&‘mormokuerfcmi,nclìudehMm^» difsinM(peranz La
libertà del parlare,che ufo la donna, che apprefiti racconteremo fu non foto di
grande animo, maanco rabebbe molto ddpiaceuoletCojìeicondottap a Vejhre* mode
Ufua uecchiezza CT pregando tutti gli altri di Si* racufagli iddij,che Dionifio
tiranno moriJJe,lt per la cru dele natura fuafi ancora per le grauezze
infopportabili, che egUponeua hrò'yejfa fola ogni mattina al far dd gior no
pregaua lddio,chelocònferuaffe fono cT fatuo» ìlche hauedo là intej o ZT
marattigUatofi de la bencuoleza,dje codei gli portaua la fece chiamare
afe,:iiala punitionCychedi copmfu prefa fare una legge , per Uqiiale p
prouedeuoi che ninno patritio potere habuare ne la Rotea o in Cam
pidogUoyperche quePó Malliohaueuala cafain CumpiV dogUoidoue bora ueggiamo il
Tempio de la Moneta, Di Spurio Cajpo / Slmile fu lo sdegno de i Romani contro a
Spurio Cafsio,alquale nacque piu il fofpetto yche s%eb* he di lui cbc e non
cercajfe di farp Tiranno y che non gligiouarono tre honoratipimtconfoUtiy
ejduoibel* Ufimi trionfi perche il Senato cr il popolo Roma* no non comento à
hauerU toholauitay gli fece anco* rafpianarle Cafe per affliggerlo an.or p:u
conia de* ffruttione de i fuoi idéj famigliari y cr w edifico fo* pra U Tempio
della Dea Tellurcy CT cofì quel luo* go, che era flato prima habùatione di un
huomo tanto grande CT potente y e bora una perpetua memoria ^u* nareUgioja
feuetita. A A ii r • L I B R O T>ì Spurio Melio. Pmo nello hiuendo tentato
difareil medejìmo Jja milmentefu in tal modo punito jO" il piano che rima
fe de U fuÀ cjfa ronitiAtayatcìoche la f tueragiujtitia^chc jt
erafatcadiluijujfea i Pofleripmmanifejht, fi* chiama* to Equim dio. Di Fiacco
Satumin o. Q Vanto gli antichi portajfero odio intrin fao a i nemi
^^cidelalibertajlo manifcjUronOyCon Urouinedel* le cafe di quelli, cf"
perdo tagliathche furono a pezzi. Marco Fiacco, CT" Ludo Saturnino ,
huomini f editiojìjfi* mi, furono [pianate le lorcafe fino a i fondamenti, cT '
ejfendoiltcrrenodoue eralacafa di Fiacco fiato un tem pofenz* efferuijt
edificato alcuno edificio, fuaV ultimo ornata da QJZatulo,deUe f paglie cr
Trofei de CimbrL Di Tiberio o‘G.Gracco. LK nohilta CT^lo fplendore di Tiberio
CT Gdo Groc cbfugrandifimo ne la nojlta dtea,cr fi hebbe di lo fo un tempo
ottima fperanza,ma hauendo per ma di fe* dittoni con ogni sforzo tentato di rouinare
lo fiato de la Republica, furono mordi tT i corpi loro laf ciati fenza
fcpòltura,rimaf ero ancora fenzma nonhameno di grafiifa^queU a che fi e ufata
per co feruar e la dignità^ cri buoni ordini de la KepublicaiDet te il Senato
in poter de Corfi Marco Clodio^ per hauer fatto con loro una pace éihcnorcuole,
crnon bauendo quellt uolutolo accettar edo fece morire in prigione. Hot ateditn
quanti m odi il Senato fu feuero uenécatore de U fuàira contro acofluiiper
bauer foto unauoUa offefoU Macfia del imperio Romano, i^on approuo Raccorda,
che gli haueuafatto^tolfegli la hberta,priuoUo delauita, fecelifare incarcere
uitupcrpfa morte , CT poiché e fu morto jlo fece precipitare d terra de le f
cale Cemonianet CT ce) tamente ccjìui ncnnieritaua minor punitipnedd Senato.
I^iCorneìio Scipione, A/t ^ Cornelio iapione figliuolo di Hifpalofu 1 VJ punito
dal Senato primaicbe egli lo meritaffeiper* tbe JendoU tocco per forteil^uerno
de la Spagnajfeat ce unpartitoiche e ncnutandaJje^aUegàdo cheenon tra
fufficiente adamminifirarU, Onde Cornelio perla fda inhoneHa uito^ancor che e
non fu jfe andato al gouern o di quella ptcuinciainon dùuenp. fM condannato
comefee A A Hi LIBRÒ Vh^ueffe male amminidrdtayUcetto foto, cheenon heb^
beadarcontodelaammtnijirationc. Di G Varìcnù, Non manco il Senato di procedere
ancora feucrami te contro a Gaio Vatieno^ilqualepernon ejfercos pretto a
trouarp n c la guerra Italica p taglio le diti de U mano pmlirajil perche
conpfeato i /uoiòenijocondari* no a carcere perpetua,Onde copiò, che non hauea
uolu* toin guerra morirehonoratamenteiconfumoU fuauita ne le
catent,xongrandipmo uituptrio cr dishonore» DiM. curio Confalo, l" A
ntedepntafeuerita del Senato ondo imitando Marcò ^ Curio confolóulquéeeffendo
corretto a far gente co grande celerità contro alKe Pirro, cr non hauendo alcu
no de ipVigioiiani ne lo fcriuerelo ejfercito uoluto dare il nomeime jfe tutti
inomidele Tribuinun uafoaUefor a,CTlapnma,cheufcijfefulaTribu PoUiaiquindi poi
co minciato a ìrarreiufci il primo un Giouanettoiqualefece fubito chia'màre,cr
non rifpondendo,feceuendereifuoi benialo incanto,t3‘ come il Giouane
Vintefe.ricorfefu* hito donanti al Tribunale de C onfoli,a' scappello a i Tri
bum\AWhora Marco Curio diffe, chela Republica noli ueabifognodiquei
cittadiniichenon uoleuano ubbidire, cr cop uende ancora luiaWmcàtopnpemecon
ifuoibea ni. Dii, Vomitio Pretore, Non fu mcn duro cr opinato nel fuo propopto
tu cioOomitioJlquale (jfendo Pretore della Sicilia Cr ejféndoli prefentato un
Cinghiale di fmifiirata granr dei^tUìfece iteuìre a fe il pallore, che lo hauea
ammaz* s t sr o, iss Zàto,f3‘ diìHeOìicitohcon checofahduejfe ocàfoftgran
hejhay cr troudto che e l*haueu4 ammazz,^ "y' Qgliamo eptiquefìi
efempicogiungere ancora qucÈnf dipubUo Sempronio Sofoydqnalerepuào la moglie^ non
per altro che, perche VhaHeuahaij^Q. ftr dire di onda LIBRO re a Ufejte fenzd
fitd faputa^ar co fi mentre che i Romd4 chtt Camerini p poterono rallegrare
della rouinaloro^ i quali in queflo modo uennero come arinaf cere* Quello èie
io per infino a qui ho referito, non fi diftefe oltre a i confiniyCr luobgi
conuicìni della citta di R oma,ma quel* lo èe feguita fi fparfe per tuttoil
mondo, Delmedefimo.cr difabritio T*Ìmocare (PAmbraciap offerta Pabritio confolo
di fareauuelenare ri R e Pirro dal figliuolo,che lo fer* uiua per Coppiere^
llcbe fendo referito al SenatOyO' ri* cordandofiche effendo la citta di Koma
edificata daKo mulofigltuol di Marteje guerre fi haueuonoafar con Varmtc"
non col Veleno^mando fubito Ambafeiadoria Pirro auucrtendoloychephaueffe diligente
curada fimi* liinpdie cr tradimenti.Hon uoUe giail Senato in ciò no* minar
Timocare, cr cop neWuna cr V altra cofa dimojìró la fua retta cr giufia
intentione , non hauendo uolutone tradire il nemico, ne far male a colui, che
haueua cerco di far lor bene. Di Quattro Tribuni della Plebe, Vìdep ancora nel
medepmo tempo un grandijfimó effetto digiufUtia in Quattro Tribuni de la Plebe,
per che hauendo L.Hortenfio pmilmente Tribuno chia* maio dauantial popoloLudo
Atracino,fottoilquale,ef^ fendo lui capitano de Veferdto R ornano cobra a i
Volfd, epi Tribuni appreffo d lago Perrugineremediarono in* fieme con tutto il
refto de la Caualìeria,che le no/lre gen/ ti chegiacominciauono allegare, non
andaffero in rotta: giurarono dauanti alpopoloiche ereno per ifiar tutti di
mala uoglia,fin che Atradno lor capitano flaua in quel pe ricolo iPeffer
condànato. No» esportarono Giouatp mrtuofi et ecceUetùtrouàdofi tribm,di uedere
entro la dt t I B R O tiUcondotto 4 pericolo deUuit4,coluichein gUefTàhdue ,
uono col [angue con le ferite difefo CT fuluato *Ondc tutto ilpopolo comrfiojfo
daWe^uitadeUeofa^collrinfe Uortenpo 4 torfi da quellaimpref ijne dirimenti, fi
odo* pero nel caf 0 fegu ente. Di T. Gracco cr Claudio ^
HPiuendoTiberioGraccoGr G.Claudio Cenfori,per c^afi portati troppo rigidaméCe
in tal magistrato, efafperato,quafituttaUcitta:^arcoPompdioTrtbuno de la
Piebegli chiamo dauantialpopoloagiuJlijicarfi,fen do inqmfitiyCome rebelh et
inimici de la Patria,moffb non f Diamente da hgrauiinglurie che efaceuanoa lo
unìuerm [de^ma ancora da fuo [degno particulare, (perche gli ha ueuono
coÉtretto RutiUo[uo parente arouinare un muro de la[ua ca[a,che toccaua di quel
publicoynel qualgiudi* ciò, perche molte Centurie de la prima Clajfe condannai
t^ono apertamente effo Claudio, pareuacheuniuer[M tnente tutte , accon[enteJf^o
ad ajjoluere Gracco, effo giuro,checfa[cunolo [enei,che[ein quelle co[e doue
glie rainteruenuto in compagnia di Claudio era aggrauato piu Claudio: che
luì,ejJendo la colpa equale,[en^an(hebi in eJUìo infieme con lui. Bt cofi
mediante quejia equità di Gracco uennero amendui liberati da fi urgente motiuo.
Perche il popolo affolue Claudio cr ULPompilionopro cede piu oltre con Vaccu[ar
queWaltro. Del Collegio de Tribuni Riporto ancora gràdifiima laude quella mano
di Tri buniylaquale,non uotendo un di loro,cbe[u L. CoC ta.pagdre chi
haueuabouer da hi, rifiiando(ì,che mentre, Veglierà di quel magiiiraionon
poteuaefierJireUo da S E 5 T O I lefcentia cr nel tempo de lafecondaguerra
contro a t Carta ginefi fu molto dedUo a la moUtie er delicatura, ma fatto
Sacerdote da Publio Licinio pontefice maffimo^ perche e fi hauejfe piu
ageuolmentea rtirarre da quella ut ta,applico di modo Panano a la cura de le
facre cerim onie che hauendo U religione per if corta de la continenza lequali
non émeno nonimpedirono , cheenon diuenijfe col tempo il principd Cittadino de
la nojira citta , cr che il fuo nome nonrifplendejfe CT" appariffe nel
piurileuatoluogho del Campici aglio, cr conùfuauirtunon ifpegnejje laguerra
amie uenuia fu con grandijftma rabbia cr furore. Vdo Siila per fin che e fu
fatto Q^efiore fectuna Di QJEabio Maffimo, modicoSluinelafua uecch ezza.
DiQJZatulo, 5 E 5 T O* 104 UÙd molto Idfàud cr lujfuriofd,come quello, che
erdtuU '■ to dedito al uentre cr d libidine, a fejie CT giuochi, doue ferui
ancora d prezzo per H'jìrione. il perche ft dice, che Gao Nlahoieffendo Confolo
hebbe molto per male, che la forte gli haueffe dato d*hauerjì a feruire ne la
imprefa deW Affrica d^ un Quejlore tanto moUecT effemminato, quale era SiUa.Ldwrtu
poi del med^mo édUd,comtfe Vhdueff r rotto i legami cr la prigione de la
nequitezz^t che Vhaueudin preda, prefe prigione tsr meffelt catene a lugurta,T
enne a freno Mitridatejlibero la patria da la ca lamtta de laguerra
Sociale,fpenfe la Tirannide di Cinna, V'cofhnnfealandarinEfìUo Mario in quella
Prouinda, ne laquale da lui era dato dìfprezzato per Quejlorede^ quali cofe
tanto diuerfe. cr tanto contrarie Vuna da VaU tra,fe alcuno le uoglia
diligentem ente conpderare cr an darle f eco fiejfo efaminando,crederainun foto
foggetto efferedato dueperfoneMoeun SiUagiouaneuituperofo, cr un'altro, che
nella età matura ardirei di dire, che e me ritajje d'ejfer cognominato
ualorofoje egli per fe mede fimo non haueffipiu prejìo uoluto Felice
cognominarfi. Di Q.VELLI CHE DI BASSO gyado fon uenutiin grande flato erri
putatione, Cap, X. I come noi habbiamoauuertito quetU che, fon nati nobilmente
, che rauuedu tifi de i lor trijii portamenttihabbino ri guardo alaloro
nobiltà, cojì uoglia* mo bora parlare di queUi,che hanno bauuto ardire di
afpirare a cofe piu al* $e,chenon comportaua lo fiato loro. CC iiii LIBRO
"DiTito Aufidio, t sfendo Tito Aufidiogia uno abbieto rifcotitore
irmdcufd,pri fatto cinquanta Talenti,cr cojt uollela Yortuna^cbeco* luiyche era
V ornamento cr lo fplendore del mondo,den tro ad una Fufta di un Corfalejujfe
coftretto a rifcattarji fi piccola fomma di dannari.Che bifogna adunche rammà
riarp piu deli Fortuna, poi che non pure a gli altri , ma ne anco a coloro la
perdona,che non altrimenti,che quel la fi fia, f on dagli huomini deificatiMa
quel diurno fpi* rito fi uendico de la ingiuria riceuuta,perchefra poco tem po
dipoi Jendoli dato ne le mani quejìi Corf digli fece fu bito portuttiin
croce.Habbiam fatto mentione dele cofe domefiiche con molto affetto
etattendone,entreremo ho rain quelle degli Bfierni,cr conpdu pofato animo
Iettar reremo* , DE GLI ESTERNI» Di PolemoneFilofofo* POlemone Ateniefe fu
giouane molto lafciuto CT lu[furiofo,ne folamente fi dilettaua di fare il male,
mapigliauaancorpiacere,chefi rifapeffecrd^effer infa maio per
àshoneéo.Cofluieffendo jiatoadun contato tutto un é c/ tutta una notte, nel
tornarfene a cafa hauendouifio apertala Scuola di y^enocrate Filofofo, cofi
come glìera caldo ancoYadelVmo,tuttoprofumma to cr pieno di unguenti
odoriferi,con la Ghirlanda in te* fiacT molto fontuo fornente uefiito entrala
dentro,doue fi ritrouaua gran numero di huomini da bene ^diofi, CT '
litterati,negh bailo quefioyche e fi pofe ancora afeder tra loro fenzarifpetto
o riuerenzaalcuna,non per aUro cheperifchernire CT sbeffare con quei fuoimodi
lafdui cr d^ubriacOyìl parlare eloquentiffimo cr igrauiffimi pre celti di quel
Filofofo,Et come che tutti quelli, che erano J E 5 T O * 207 pref enti, come
par cofaragioneuole, fe nefdegnajferau yienocratefolo non fi turbo, ne fi
cambio in uolto in mo do alcuno.Ma laf ciato andare lamateria, /opra lagnale
egUparlaua,comindo a trattare ielaMoiefiia O'de la temperanzaicon tantagrauita
CT facundia,che Polemom ne forzato in un certo modo a tornare infe medefmo^
primieramente trattop di tefia la ghirlanda, lagitto in ter fa , appreso fi
ricoperfccol mantello lebraccia,nemol* to fette, che eglicomincio tutto
acambtarpinuolto,non parendo queUo.chedalconuUo erauenuto.Vindmente de poponon
foloVhabito, ma ancora ognipenpero lafciuo CT dishonefoyCT hauendo con quel
fdurì fero rimedio del parlare di 'Kenocrate racquUlatolafanita,di Putta* niere
uituperofo ZT infame,ne diuenne grandijpmo filo* fofo,Cop,V animo di
co{ìui,comepertranfìto cammino per la uia de le fceleratezz^yCr nonuip fermo *
DiTemifiocle» SAmmimatedi haueread entrare ne lagiouinezzctStftato. M Andando
il Senato Claudi j Verone cr Lucio Saìt natore ConfoU^concro ad Hannibute^cr
ueggendo che come gli crono diuirtu apuli ^cosi crono acerbisfìs mi inimici luno
de VaItro,glinconcil'o ir.sicme , accioche perlelorodifcordiela Kcpublicanon iu
ntj^ca patire in quella ammmiliratione^pcr che quando V autorità e diui*
faintraduoUnon fendo tra loro concordia ,fempre acca deschi rimo cerca piu
digiia[iare i fatti ddraltrOyche dW conciare i fuoi^ma doue l*odio e ojiinato
zj grande Juno e piu inimico aialtro, che luno cr Ultro non fono inimici allo
auuerfario.U Senato ancora per fuo decreto libero luno laltro(,ejfendo
àccufatida Gneo Bebio Tribuno della Plebe dauantialpopolo per ejfersi portati
troppo af ìpramente n ella loro Cenfura") di non haucre a compa* rire CT
tifponderedle accufe Icr fatte, ajfoluendoda ognipregiudicioguelmagiftratocr
quella dignità, che era dialo ordinata, per riuedere il conto ad altri cr non pcrdar
conto dife.Hon meno prudentemente fece anco rail fenato in quedlo,in punire er
far morire Tiberio ■ Gracco Tribuno della Plebe, perche hatieua hauuto adire di
proporre la legge Agrai ia,cr dipoi per un bel decreto fece che per tre
diputati, fecondo quella legge si diuidejfe quelcontudo al Popolo,C7' cosi nel
medesimo tempotol •Je uta CT autore CT la cagione di quella prjìifera feditio
ne. Quanto prudentemente si porto egli dipoi col Re
Mafsiniffe.pcrchehaiiendofelotrouato proniifsimo con tro ai Cartaginesi,
C" conofeendo, che gliera destderofo ^diaccrcfcere CT agnmentared fuo
Regno, fece far una leggi-, per làquale 0) dinaua,che Mafsiiiijja nonfujfefot
SETTI M O 2i2 iopojio in cofd alcuna al Komano imperio , "Et m guejìo modo
Jt mantenne fempre Vamicitia di coluiyddquaie era fiato benignamente feruito,CT
uenne ancora alenar jt da ' uanti . cr liberarjì dai contmout fajUdij de
t^umidi CT : Mauritani , CT deWaltre genti Barbare CT efferate loro I
uicinc,chenon maiyne fono lapacencfotto altre condii ' tioniyfì quietauonoMancherebbemiiltempofeio
piu dU I morasft rn raccontare efempi dei Romani , perche il no^ I {ho Imperio
fi mantenne ar accrebbe non tanto per for I d^arme^quanto per uirtu cr uigor
d\iimOy Trapajfe* i remo aidunque con tacita ammtrationela maggior para I te
delle co je prudentemente f aite da lorOy per entrare ne I gli efempi ejìerni
[oprala medefima materia. DE GLI ESTERNI. Di Socrate Eilofofo. S Ocrate ^quafi
un trrrefire Oraculo deWhumana fa* pienzaygiudicauanon efferda domandar altro a
gli D'ijfe nonychecidesfmo del bene,perche loro fìnalmena te fapeuono quelche
era util a ciafcuno.ajfermandoyche noi molte uolte domandiam loro quelle
co[e,che farebbe meglio non Phauereimpetrateypche egli diceua. O mete de
mortali in ofcurisjìme tenebre inuoltu,Quanti fon grà dicr manife^Ugli errori
ne iquali tu cieca incórri con le tue doUe preghiere,Tu defideri ricchezza «
lequalifono fiate la rouina di molti^Tu appetifaglih onori, che infini tihanno
condotto alfondo,Tu ud ad ogn'hora riuclge doti per la fantapa R egni cr
principati , il fin dequali fpejfeuoltep uede miferabile,Tu tiintrometti negli
fple didimatrimoniijqualip come alcuna uoltalecaf e iìhìbra no cofi benefpefjo
le diftrugono etinteramete rouinanc^ DD a li f LIBRO Pon fine adiunquc o
jìoltacr infuna, drJeJtdcrare ctuidaa mente
queUecofe,comefeUcisfìine,chepojJono ejferca^ gione della tua infelicità
rimettiti interamente nella diurna prouidenz‘t^pcrche gli iddij, chef oìio per
natura molto facili cr benigniin concedere ilbenejanno ancora moU to meglio
eleggere queRo,che fa al proposto nofìro . il medefimo diceua,che quelli
huomini per uia corta cr ifpe ditaperu€muonoallagloria,chefi sforzauono
d’efjere infatto,quali d'ejfer tenuti in apparenza s'ingegnauano, con le quali
parole manifejiamente ci ammaejìraua , che gli huowini cercajfero piu prejìo di
acquijlarji ej^a uirtu, cbeueHirji deWombra di quella, il medefimo domandato da
ungiouanettoje e lo conjìgliaua a ter ìnoglie,o no,ri^ fpofe,che o pigliandola
o non la pigliando fe ne pentireb be, dicendo, f e tu non lap'gktu
muerai/olo^non haraifi» g\[uoli.fpegnercaUcafatua,rcderaituoi beniuno jiraa no.
Btfetula piglt,liarai in continua anfietajin contmuoi rimbrotti cr rammarichìi
, faratti rimprouerata la dot* ta , i parenti faranno teco in fui grande Jiarai
la feccag* gine dcUa Suocera intorno a gli orecchi , farai in gelo fa di coloro
, chegliuanno da torno . Ne farai per que fo certo à^hauer figliuoli. N on uoUe
Socrate , con ha* uerli ordinatamente prepofodcommodo cr Vmeommo dolche
quelgiouanef rifcluc jje co fi prefo in cofa di tan taimportanza,come dolina
cofapiaceuole .1/ medefmo» hauendologli Atenief,per laloro federata pazzm mi*
quamète condannato a mor/e,er hauendo pref o dimano del Carnefice con uolto
intrepido, cciiante la beuadi del VenenOydai Giudici fatuitali,ey’ gridando cr
pian* genio la fua M.ogUe Santippa , che egli digia s^er apofo SETTIMO
^Bicchiere a bocca con dire che e lo ammazzarono u tot to^gli dijfe. Aduque tu
uorrejìi che io come colpeucle mo ri/si a ragione? Ograndfjf mia fapienzadi
Socrate Jaqiu le non ft potette dimenticar di lui per injìno al punto de la
morte. Di Solone. Vanto era prudente quel detto dì Solone ? ilqtiale
^giudicaua, ìAiuno^mentre che egli uiueua , d ouerjì chiamar beato,perche
diceuaVhuomo ejferfottopcjìout (ino aW ultimo di de la fua ulta agli acciden ti
uarij cr ftra boccheuoh di fortuna.La morte adunche e queUayche dir» chiara fe
Vhuomo debbe ejfer chiamato felice^ 0 nOyla^ quale chiude il paffo a tutti i
mali. 1 1 mede fimo, Uedeudo uno de luci amici grauementeattrijìarpylo
condujfeneU laKoccad’ Atene,Qy di jfeliicbe guardaci tutti i cafamen ti, che
crono dutorno,^ poi che eglil'hebbe fatto,dif^ fe,Penfahora teco medefvno,
quanti affanni cr miferie ft ritrouino [otto quejii tetti, cr quanti giauifcne
for» no ritrouatiyCT quanti per Vhauuenircfono perritrouar fenCyCr fahoramai
fine di piangere, come tuoi proprij incomiuodi communi CTumuerfali . Et con
questo modo di confolarlo uoUe dimoftrare, che le Citta erano alber*
ghimiferabdi,de le calamita cr affl'ttioni deglihucmini. il meiepmo dìceuaje
tutti glthuominiragunajfero aafcu noi fuoi maliin un\medepmoluogo:ne
conjeguirebbe, che ciafeuno fe ne uorrebbepiu tofo riportare ^ Juoi a
cafa,cheparticiparecon gli altri per rata. Pertiche con-» Jhiudeua,cheglihuomininondoueuano
dolerp degliacct fidenti di Fortuna,come di cofa dura cr mfopportabile.
BCiiB'ante Pneneo. lante,hauendo i nemid ajfdito lajua Patria Priene^ LIBRO CT
tutti quelli jchc hunean potuto euitareiìpe ricolo de U morte^portandone con
loro le cofedimctgs gior pregio CT ualorejendo dimandito.perche e^U/ug^
gendoliiniìemecongiialtri,nonlportaiu [eco cofaalcu na de i fuo: betn, rifpofe.
Io ancoraìporto tuttii miei beni con cffo mcco,0' ben dijje il nero , perche i
[noi beni gli dortaua dentro J petto,non [opra lefpaUeiey non fjpo tetton
uedere con gli occhicorporali^majì bene con quel li de U mente fi patena
comprendere quali e fi; jfero^per che^coDocati cr racchiup dentro a Inanimo,
non poteuo* no ejferguajh ne rapiti da le mani degli huomini ne anco rada quelle
delli ìddi[z7 p come e fono pròti c ama no di chi ne la fuu patriddimora^ cop
ancora non ab ban donan oiquando l'huomo e corretto di quella a dipartirp. Di
Platone Yilofofo. M otto hrcue cr tif oluta^nia di grandijjima fujìanzto,di
ufarprma con unapublìca Meretrice, ale età prc* ghiere, hauendo il giouanetto
ubbidi^o^ cr hauendo p ciò sfogato queli^impeto cr quello ardore,che
labbrucciaua, ^ . prima con colei,con laqud e a fua pofa poteua ufare,aué ga
che gli andajfe a trouar Paltra,gia [atto crripucco^ poco a poca uenne
afpegnerfi in luiPardentifsimo amore f'kc e\jog!i portaucu , ‘ i ^ 220 I ^
SETTIMO f '• t Di uno che andana con PApno, ^auhjiato auuertUo AlejfandroKe de
Macedoni j dàW^raculo^che nelPu jicir de la porta de la citta fa i reffe am mazziere
il primo^che egli rijconiraua^ peruentu 1 rad primo ^che
egliri/contro,fuuno:cheguidauaun Afi ( tiojcbmando adunche^che efujfe prefo per
ammazz pf dando molto di quel mandato, non giirifpof e cofaal» >
cunà,màmenatolofeco nell’orto con una bacchetta , che : ^thaueuain mano andana
[mozzicando cr gittando d - rtJTd tutti i capi di quei Papaueri,cht tròno piu
alti j che' gli altri, ilche referiló algiouanetto dal mandato , n'onp:-
toPohebbeintefotalcofa,cheecomprefequel che il pa^ dreuoleuapgnipcare.CT conobbe,che
e lo conpgliaua;o a sbandire, 0 a far morire tutti i principali della terra ^
Ef; copfece,ondehauendofpogliato quella citta di coloro,^ che erano piu atti a
difendcrlaja dette in poter del padre\ poco mancOfche con le man legate;' ' • 5
; Df RoTOrf/JÌ . . FV ancora con maturo conpglio , cr con profpero e^ uento
proueduto da i noflri antichi, che haucdo ifri cefi prefo la citta cr affediata
la fortezza del Carnpidom gm,&'conofcendo,cheloro foto per fame penfauano
di efpugharla,uf orno un tratto aPutispmo,che moilràdó diuolerp tenere
ctpfcuerare nel diféierp,da piu parte de larocafecionogitarpatienelo eferdto de
nemiciidella* ! SETTIMO 124 qnahofd Ibipi fottìi nemici^ CT crcdendop , che ai
noflri aiunzaff ! grdti copia df uettouagliefuro corretti a ueni* re a
gliraecordi.Certamcte^che alhora Gioue hebbecom puipon e deUa uirtu i e i
romxni,iquali rie or f tro p foccor fo allaaliutia^Uedédo^chein quella
firettezz^ cr necetpM ta di uiuere.gittÀuan 0 il pane a i nc wici,cr cop diede
faln tiferò euen to a quél partito Jlquée no fu manco aftuto, che pencolofo.il
medepmo Gioue dipoi fu femprefauo* reuoleagli a^lutiprouedimenti cr auuip de
noUri prePà tifpmi capitani y per che gujjhmdo Hannibale un fianco de la
Italia^ty V altro hauedo A5drubaleaffalito,acctocbe àccozzandop inpeme Vuno cr
Inoltro efercito^non def* fero il tracollo a le forze nofirejequali crono molto
fiac. chejy indeboUte, prolùdono a do Claudio neronecolfuo gnmedere da una
banda cr Uuio Salìnatore delPaltra co lafua rara prudenza, perche Serone bauendonei
Luca* ni ridotto in un luogo jhretto Veferdto di Hannibale , cr dipoi
partitofidt campo con gran celerità cr fecretùpma mente,tdeche Hannibale p
perfuadeua,che efujfe nello efercitoC perche laragion della guerra gh haueuaa
far creder cop") ondo a dar foccor fo al compagno, che era molto lontano
da Imì,0" Salìnatore trouandofi neWVm^ briauicino al fiume Nletauro,^ il
difequente , hauendo ad ejfer alle mani co i nemici con graudispma arte riceuè
dinotte Heronein càpo,hauédo ordinato,che i Tribuni da t tribuni, i centurioni
da i ecturioni , i cauaJli da i Ca* ualli,c^ i Fanti apie da i Fanti a
piefojfero aafeuno fenm ZaPrepito riceuuti,ej quel terreno,doue gli erono atten
dati,che affatica era capace per unfoloef erdto. Henne 4 metterfene un'altro in
corpotonde auuenne,cbe Hafdru* LIBRO hdenon feppe prima di haucr a fare con
duoi p uaìenA Capitanijche egli prono con fno donnola uirtu delTuno cr
deWétro,v cop raftutia Cartaginefe tanto nominata per tutto il Mondo, fu
airhorafcornatadalla prudentia romana,hauendo dato in preda diUerone
HannibaleyCr • Afdrubde,diSahnatore. BiQMetello confalo, u - Emorabile e ancora
lo ef pediente , che prefe quinto ^^metellOyilquale^effendo Vtceconfolo in
ifpagna, guereggjiaua co i Celtiberi,cr non potendo ef pugnare la citta di
Trebia,capo di quelUj>rouincia,penfato cr ripe fato longamentefeco
medepmo,che manieragli hauePe a tenere allapne trono modo di mandare ad ejfetto
ilfuo dif egno, con quepiPratagemLFaceuacoPui marciar l e* ferdto^conducendolo
borain quefio bora in quell altro paefejboraoccupMaquedi monti bora quegli
aUrùOn^ deniunonedelVamicinedelliinimicipoteuadi do penajfo conVe* fercito in
Affrica, per reprimer e la paura con U paura, .
erlauiolenzaconlamolenza^crnonfufenza effetto, perche fmaritip i cartaginep
perlafuauenuta a Vimpro^ uifOfUolcntieri ricomperarono fe medepmi con l iherare
ì nemici,o‘ conuennero,cbe nel mcdtfmoiftante i Sicilia ni fi partijfero d^
Affrica, CT gli Affricani di Sicilia ,Cbe fe Agatoclefuffe fiato fermo in
Siracufaadifenderp,Si* racufa farebbe fiata oppreffa dalla calamita della
guerra, Cr Cartagine fi farebbe goduta in pace CT tranquilita,mà nel muouer
guerra a quelli ebe a lui mojfa Vbaueano , cr nel andare ad offender piu prefio
gli altri , che é fendere femedcpmo,quantoeglipiufaalmenteprifoluealafcia re il
proprio Kegno , tanto piu ficuramente lo uenne 4 ^ ricuperare » DiUannibale»
CHe diro io di Hannibale.Uqude hauendo molto be nefpeculato lo ef eretto de
Romani prima che egli ueniffecon loro alle mania canne ,con molte c^utie CT lacciuoli
inuilupdtilijgli conduffe a quella efirema calami^ tOylmperocbe ejfo
primieramente prefe il uantaggio del Sole, tenendo m odo, che quello, cr la
poluere c che qui' uiingran quótttaperil tirar de iVentie folata dialzarp) FF I
L I B fi O f «cnrjjc 4 dnfnd uif o.aiK ontani , appreffo ordino , che parte del
fuo efercito quando la zuffa era appiccata , in pruoua fi meUeffeinfuga,onde
partendop. una banda del lo efercito Romano per dar loro addoffo^gUconduffea
dare in una imbofcatOyche quiui uicina haueua fatta, dalla quale tutti furono
ammazati,cr pnalmente mando quat trocento cauatlijquah.fingendo d'efjerp
fuggiti da Ha* nibalcyp rapprefentarono al confolo R ornano, CT com4 dato loro,
che fecondo il coirne defuggitiut ,depoPe Varmcfieffcro nell’ultimo della
battaglia, loro prep cer* ti colteOiychegli haueuono afcop tra la camicia er la
co'* razza andauono tagliando dì dietro lecoggiunture delle ginocchia a i
Romani mentre che e combatteuono , Que He furono le prodezza C ualenterie de
Cartaginep or* mate diinganni,aftutie,cr tradimentiyìlche e grande fcufa ala
uirtu dei Romani d’effere Rati in tal modo aggirati con inganni, perche nel
uero p può dire,che e f afferò piu prePo ingannati che uinti, .DELLE REPVLSE,
Cap, V. L diàìUrare qualpa la natura del po polo nel dijkibuire i magiRrati ,
nel campo Martio,fara un preparare gli animi d coloro,chep danno alla am bùione
cT gouerno della Republica afopportarepatientementefecopfa almente non
otterrann o alcunauolta , quello che gli ha* •ueffero addomandato,perche poPo
loro dauonti a gli oe cUhuominieccellentispmiefferepati recufatic nbattu ti,
conofcendo ^ehee non ne può auuenìr loro maggior SETTIMO 226 ilishonore,ehe a
questi fi fia ctuuent4to fi come gli andran . no piu rattenuti cr piu aiuti
nello addimandare^cofi anco ra terranno in memoria non efferfuor deWhoneflo ,
che datuttiinfieme fia dinegato adun folo qutdche cofa, ha* uendo molte
uoltegUhuomini priuati giudicato ejfer le* iitOyche un foto fi opponga aU a
uolonta di tutti yfa^en* do ancoraychefi debbe cercare di ottenere con la
patien Z^tqueUOfchenonfiepotuto ottenere con f onore» Vinto E/ro
Tuberone,pregato da Quinto fabio^ (he nel conuito^che egÙfaceua al popolo R
orna* • no per la memoria di Publio Africano fuo zio uoleffe parareil luogo del
conuito,prefe Lettaci alla Cartagine* fe^ej gli coperfe difopra con pelli di
CaurettOyCT in cam bio diVafi d* Argento orno la Credentiera di uafi di ter*
fOyilquale ordine cofi uilecr abbietto dette tanto nel Nd* /o alla
moltitudine,cheejJèndo egli per altro tenuto huo mo fplendido cr generofoyCT
comparendo in capo Mar tio, nello hauerfi a creare il Prctore^a domandare
infieme con alcuni altri tal dignità, fondatofi nello fplendoredi tucio Paulo
fuo Auolocrdipublio Affricano fuo zio materno, fe ne parti fcomato cr
affrontato,percheino* fri antichifficomeglieranoin priuato parchi CT continen
tiycofi in publico teneuongran conto di comparire fplen didicT magnifici. Onde
la citta nofira,non reputando, che foto quel numero de conuitatifuffe feduto
foprale pelli di cauretto ma tutta la citta infieme,fi uendico di quel la
uergogna con lo fcom o,che Vhebbe dipoi a fare in ca po martio a Quinto Elio
Tuberone, Di Q^Elio Tuberone. Di P. Scipione Ncfica» FF a LIBRO PVtflio
Scipione napcahuomo pred Della Citta di R orna» A L tempo, che Gèo Mario cr
Gneo Carbone erano ^Confcli,& tra loro cr Ludo Siila fi combattcua, nel
qual tempo non fi ccrcauaconlauittoria di far acquifto a la Kepublica,ma
effaKepub, era il premio del uincito re,per partito del Senato fi
fonderonotuttiiuafid*Qro cr di Argento,che crono ne templi fiacri, perche non
mà Caffiero le Paghe ai Soldati.i^eluero VunaCT Valtrapar te haueuagiufi a
cagione di/pogUare i Templi dellt Iddij, per poter dipoi. future la fina
auddtaconilcondamiare ' CT torre i bentai lor CutadinuÌ!ion furono adunchei
Senéoriicbe fiironodiftender e quel Decretotmafu [enti t 1 6 R O to per
cotiMiiamento de U atrocijfmd et crudelijftm ne cejfttiL Del Diuo ìulio, LO
eferàto deldiuo Iulio,cioe lainuittadefìradelo in uitijfimo CapitanoJìMendo con
le fue forze chiufd intorno cr affedUta U citta di Nlunda in ìfpJgna.O"
ntan candoU materia da fare gU Argini er i Badioni^prefe i cor pi morti de
inemicif er podoh Vun (opra V altro gli alzo da terra tanto quanto euoUetcr
mancandoli Pali gagìiar dhper ficcare intorno aidettiripan cr fortificarli a
gui fadijieccatofi feruideVarmiinhada^aU RomanacT4 la Pranzefe. De la cui nuoua
maniera di fortiftcatione la N ecejfitanefu Cap o maefiro, DelDiuo Agudo. Et
perfoggiugnerelaDiuinamemoriadel figliolo a quella delfuo celefie padre
^uedendofì che Phrate re dePartiyfìauatuttauiaperifcorrerecr ajfaliréi Paeftet
le Prouincie /ottopode alnojlro imperio, cr ejj'endo an ‘ cora tutti fottof
opragli altri Paejì a quejle conuicini per haiserpre/entitocoft fubiti tumulti
armouimenti di guer ra^uenne tanta careftia di uettuaglie lancio ftretto hof/o
rano,che iluafodeWolio puendeua feimila danari per ogni Medio di Frumento
fìdauauno Schiauearin» contro , mala diligenza di Agujio\fotto la cui tutelati
Mondo all’hora figouernaua,prouide a quella grandijjì* macarejìU DE GLI
ESTERNI. DeCretenfì» *^f On hebbero quejio foccorfo i Cretenpjqualihaue
doliMeteUoajjmvicrcondottiaPultima necejjf ta,conUloro orinaci con quella de le
Giumente no mi 5 J r T 1 M O tigitròno UfctrMd per parUr piu correttméteUafpreg
giarono cr incruieUrono^perchehauendo paura dincn elferutnti^fopportaron
quello^cheUuincitorenon bareb he fatto lor f apportare. De Sumantinl,
Ifjumantinicircundatidagli Argini CT dagU Steccati à Scipionejìiumdo coifumato
tutte quelle cofe^co lequali fi erano potuti cauar lafameyalVultimocomirm
ciaronoa feruirfi per Cibo deU came'humana:ondefcn dogiaprefalaCitta^fene
trouoron molti co i pezzi in terra di quella maniera . Ala fu cagione quefto
/peetacolOfCbe Leto Tribuno de la Plebe, con tl cenfen» GG ini LIBRO fo di
tutti^cotttitndOychiGalriniofuff'e abolito CT litew tiatotdcctoche e fujfe
effttnpio AgU aUn^che ne te profp^ r ita nò Jtlafdafjerouinceredalafupfrhia'.O’
neleoMier fìta nò jÌAhbandonajTeroAlche ancora pcrUnarratione^ che fegiùta parimente
fi mamfe^A. Di Appio CUudiQ» Appio Claudio ,nd qudenon fo qual debba ejfer
reputato mag^ior^òil difpreggto , che egli fece de Ia religione, 0 la
perdita,chegb arreco ala Patrunperche quanto a la religione j difpregmi coftume
antìdrjfimo di queHd,qiwito a la patria perde una bcllijjìma armatale f «
j_endp accufato datutniial popolo,cbe ejruforteméte iae* guato contro
diluL,allborA,checiafcuKo penfauA,cbe.eHQ la poteffe campareyamodo alcano,uenne
da cieloin unfit bìtounagrofsaacquatUqudefu cagionetchee fuf$e kbe
ratoipercheànterrottaper aÌihòra,Uc$faì tfPU upUfirp» poi metterai piu (e
mamtcome /epròptiogli iddij gU ha* uefseimptditt. Et cofi cglui
iLqualebttempejia del mare hi ìtcua condotto dauantialpopoloa fentètiarp,
quellàdel eieiolo libero da quel pericolo», • Di Tutta Vergine Vefl^e» j • • »
I «Tvl fimil maniera fu liberata T utiay ' Vólto flauio efjcndo aerato donanti
d popolo . Gaio Valerio Edile tCr condannato da quat ióriiciTtibu.grido che era
fententiato a tortO iélqude Valerio medéjimamettte gridando rifpofe , che a lui
int/ portano poco fee tnonua a torto o a diruto pur che emo jaffe^Lceuicoft
afprecruiUe iie parole gli feton uolt'àe in f onore tutte PaltreTribu.creofi
coiìui bauendoabbat , luto £T sitato in terrailucmcOyUoleiidoU porre il pi^ r.3
iéinfuUgoUjfti cagiont,chc ejjo fi rthebbtyfsr
Vaci^^odtUauittoriarmafeptrdiiorg, DiG.Co/conio. . •pT ancora Gaio cofconio
accufàto per laUggc Seruilia per infiniti CT rui dentisfimi [mi delitti fcnzà
alcun duhiocotpeuoleju difefo dateniutrfi di Valerio Valé tmo,cht
rhaucuaaccufato,iqudli furono recitati dauanti ji igluéci , doue con fintione
poetick fi conteneva effere fiato corrotto da lui un giovanetto cr unauergme
nobili avvenga che ai givdiuparejfe cofamoltoiniqva,attribui telau\ttoria a
colvubenon meritava riportarne Vhono redellldtrvifpogUeyma che altri di Ivi le
ripórtaffe . • F» addunque tpaggiqre la condatmagione di Valerio per effere
fiato ajfolvto Cofconioychenonfv l'affolutioheé
CofconÌOycbemeritauad!*effcrcendannato. Vi Aulo Attilio Calatine, ^ Arler o
ancora di coloro, iqvah meritando la m orto peri loro delitti CT fceleratezze ,
furono ajjoluH per lo fpleiidore er chtarezzvdei Parenti.Avlo Attilio
calatiho,per haucr tradita la citta di Sera, accvfato O' ili
tupcratogratìdemente,flando per efjere condannatbfu affoluto , mediante alcune
parole, che furono ufate da quinto fabio masfimo fuo juocero ,ilquale diffe ,
chefe glihauejfe creduto, che fi fuo generò haueffe copimeffo ■ un
fimileecceffo, bar ebbe disfatto f eco il Parentado. Bt cofi il popQlotche di
gita haueua deliberato CT fermo nel Inanimo fuo di condannar lojfiando fene
foloólpareredi '^Quinto, lo afjolue, giudicando cofaindegnanoh darfede a le
parole di colui ,alquale , egli fi ricordava , ne i rnagm gior travagli
dtUaKepvbhca,hauer con faluudi^elU OTTAVO 2jS còtnmèffoil fuo tftrcùo. Di M.
Emiho Scmro, • MArco Etmlio Scauro ancoraacckfatOyporhauer dato mal conto itila
Juaammin^firationcycon fi deboli et fredde ragioni compari ingiuduio a difender
fitchc dicendoli Caccufato're^che egli poteua produr con* tro cento
ueTUitejhmoni fecondo chela legge ordinaua, et che era contentOjche efujfe
ajfolutojc egli ne produ ceuaaltrettantiin fauor fuorché dice jfero cr
ttjbfiiaffe rocche e non haueuarubato cof a alcuna nella prouinaay non hebbef
acuita ne modo di poterfi ualere di quei buon pattiycheglifaceua Vauucrfatio
,fu nondimeno affoluto per l^antua nobiltà fua^v per la buona C fitefea me
moria del padre. .. Di Cotta, MAyp comelofplcndore degli huomini eccellenti
hebbe grandisfima forza in àfender quelli, che fi trouauano accufoti per lor
difetti cr mancamenti , cefi non hebbe mo Ita autorità nel fare, che cf afferò
gajliga* ti,anzilohauer loro acerbamente proceduto contra di quelli fu cagione
molte volte dtfajitaffoluere,Luao Sci* pooneEmilianoaccufo cotta daumti al
popolo, ^ben* chetale accufafaffe di grandisfima efficacia contro al De
Imquente ( per ejfer èatii portamenti é quello molto fc Aerato cr che taf afe
Hata fette uolte differita CT prò lungatam fuo prcgiudicio ,non dimeno Pottaua
'uoUa, che compari dauanti ai Giudici fu affoluto, pcr^ che etfi dubitauano
condannandolo ,chce non paref* [e^heeVbauefferofattoa compiacimento dcU*Aecufa*
torepeffercgbpfona di grande autorità, immagmomi LIBRO che esjì pudici
parlafjero netl^animaloro in colai ^uif,fu manfueto giudice, V Sergio Galba,\ j
E sfendo accufato Sergio Gdba cr con pungenti, & efficadpurole molto
aggrauato dauàtial popolo dà Libone tribuno de la Plebe,cbe effendo Pretore in
ifpam giiahaUeUàìnorto. fitto la.fedeun grandiffimo numero, de Portoghepycbe
figli erondati, cr bauendo f opra tal acca fa parlato Catone,cbeeragiauecchio
cr conforma* top con Poppinione de i Tribuni cr qaeUa approuando, come ^gh nel
libro de le [uè origuù affermo, conofeendo Sergio nenhauer remedio alcuno del tutto
abbandona* tofì, piangendo comincio a raccomandare 'alpopoloifuoi piccioli
figlinoli, CT il fi&tuàio di Gaio Stilpitio Gallo, juo nipotc.cnde mitigc^o
d popolo,cT uenuto in. copafu •V OTTAVO 23^ flòne dìiuiìftr ejferjì tanto
humiliato^Cf' Tàccomandato'^ que^OfChe negli animi de lo uniuerf ale
eradigUfenten ttato a mortetHon trouo quajì alcuno^cbe no gli fujfe nel rendere
il partito fauoreuele. fu adunche in fauor di GaU banon Iagwftitia,ma la
mferuordta^chefu quellatcle lo dtfefe, perche non potendo ragioneuclmente
ejfereaffo» tuto^per ejjtr colpeucle^fu liberato perla compaffione, che fi
hebbe de fuoi figliuoli CT n ipotu Quello che feguità e molto conforme al
fopradetto. Di Aulo Gabmio, AVlo Gabmio accufato da Goto Memmioper grauif fimi
delitti^ty trouandofi a dif erettone del popolo^ iche Vhaueua a giudicar e,tr a
già quafi del tutto difpercUOf perche l*o€cUjh^che gli era fattacontro ,era
fondata fp* fra gagUardifiime cr ualidtff mi ragioni,cr quelle che ef fo
adduceuain fuadefenfione crono molto deboli crint» ferme^tr quelli che haueuono
adare la fententia , aceefi da grande ifdegno centra di lui,pareualor miPannidi
co dannarlo.Haucua aduncheil mifero dauaiuia gliocchijl Crppo,c7 la
Mannata^quando eccola Tot tana fauorem kole^cbeio Ubero in un lubtto da tutti
quefii fofpetti CT pericoli, perche SifennafigÌMolo di ejfo Gabiniouintù
'dalàpaffionediuedereil padrein pericolo de lauitOyCO* me una cofa pazza
vfuriofa^figittogmocchioni,ai pie diMemmio,pertrcuaruenìacr cempa/sione perii
Pam dri appreffo dicotm^che di tutto d male era fiato cagione, HiaPauuer fario
tutto turbato nel uolto^con tantafuperm bialo nbutto,che ne lo fcuoter de le
maniglt ufd PAnet* lo dt dito,et f DpportOychcil pouero Ciouaneftelfelm grà '
pezze in terra di quella maniera . Ma fu cagione quefto fpettacolOyche lelto
Tribuno de la Plebe, con il confetta G'G fili d: LIBRO fo dituttiycomàndoycht
Gabiniofuffe ajfoluto crtkeM tiiUotdccioche e fujfe cjfempio agli altn^cbe ne
pzofpc rlta noflla/ciajjtro uincere di U fup^rbiaicy ne le a^uer (ita no fi
abbindonajf&o.llche ancora ptrlanarration^^ che feguita parimente fi
ntamfeila. JDi Appio CUudiQ» * A CWio ,ml qiidtnon fo quai debba effer reputato
mag^ior^ó il difpregpo , che egli fece de Urcligione,o la perdita^djegli arreco
a la Patriaiperche quanto a la religione, difpregioii cofiunte anticlrffimo di
queUa,qtWito a la patria perde unahdliffma artnata^ej^ fendo accufato damanti
al popolo^cbe eruf orteméte tae^ guato contro dtlm,r tgUfd^
Vdc^ijìt^dtUauittoriarimafepirditore» * DiG.Co/ccnio, . •pT ancor A Gaio
cofconio accufàto per la legge SeruilÌ4 ' per infiniti & euidentisjìmifuoi
delitti fcnzà alcun dubio colpeuoleju difefoda cfniuerjt di Valerio Valè
tino,Sé rhaueuaaccufatQ,iquali furono recitati dauanti A igluéci , doue con
fintiqne poetick fi conteneva effere , fiato corrotto da luì un gi ouanetto cr
una uergme nobili auucngacbe ai giudici pareffc cof amolto miqua/atribui reta
vittoria a coluUhenon meritava riportarne Vhono redeWaltruifpoglie,ma che altri
di lui le tiportaffe . • F» addutique maggiorejacondannagione di Valerio per
ijfere fiato ajfoluto Cofconioychenonfu l^affolutione di
CofconiOjchemeritouaiPejfcrcendannato, ‘-r w* ViAuloAUiiioCalatino, ' Aria 0
ancora di coloro, iqùali meritando la morto t periloro delitti fceleratezze ^furono
ajjoluH per lo fpleudore cr chiarezzadeiParcnU.Aulo Attilio calatino.per hauer
tradita la citta di Sera, accufato CT iti tupcratograndemenie,tìando per ejjere
condannatbfu ajfcluto j mediante alcune parole, che furono ufate da quinto
Pfibio masfimo fuo Juocero,tiqualediffe , chefe gli hauejfe creduto , che fi
fuo genero hauejfe co^fimeffo unfimile ecce jfojhar ebbe disfatto f eco il
Parentado, Bt cofi il popolesche di gjia haueua deliberato CT fermo nel Inanimo
fuo di condannarlojfiando fene f olo al parere di '^Quinto, lo afjolue,
giudicando cofaindegnanoH darfede a le parole di colui ,alquale , egli fi
ricordava , ne i tnag* gior trauaghdtUaKepubhca, hauer con faluudi^elU r OTTAVO
2jS cdtnmkifoilfuoefercito, DiM.EmìltoScauro» MArco Emilio Scauro ancora
acckfatOy per hautr dato mal conto della Juaammin^fiirationcyCon fi deboli cr
fredde ragioni compariingiuduio a éfender finche dicendoli Vaccufatore^che egli
poteua produr conm troxento uentitejìimoni fecondo chela legge ordinaua^ Cr che
era contento, che efujfe affolutoje egli ne produ celta altrettannin faaor
fuorché dice jfero cr ttjbficajfe rocche enon haueuarubato cofaalcunanella
prouincta, non he bbe facilita n e modo di poterjì ualere di ^uei buon
pattt,cheglifaceua Vmuerfano ,fu nondimeno ajfoluto per PanUca nobiltà [ua^ej
per la buona V frefca me mona del padre, DiCotta, MA,P comelofplendorc degli
huomini eccellenti hebbe grandispmaforza m éfender quelli , che fi trouauano
accufati perlor difetti es" mancamenti , cefi non hebbe molta autorità nel
fare, che efujfero gajUgam titanzi lo hauer loro acerbamente proceduto cantra
di quelli fu cagione molte volte dtfarkaffolu€re,lMao Scim pione Emiliano
accufo cotta dauantt er Lucio seftdio. OTTA Via 240 VoWoyCT iMdo
ScjhUoTrimtdrt\per elfer eórp tardU ft^gnere il fuoco ,chef\ era appiccato neOa
uiafacrJy fm do fiati citati dauanti al popolo dd Tribuno della ‘ /ubito che e
comparirono furono condannati , » Di Publio Biblio Triunuiro, - '
^imilmentePublio Bdio uno dei tre deputati a far U guardie la notte per la
citta.accufato da P. Aquilio Tri buno della Plebey^ dalpopolo condannato,
perche era fiato negligente nel far le Cerche la notte per la citta» Di M.Bmdio
Porcina, F V égrandisftma feuerita quet iùdido del popolò, cheeffendpaccufatò
n.Bamlio PorcinadaU Casfto di bauere edificato nel contado Alfino una cafa in
luogo ^oppo rdeuatp , la condanno in grànditjìma fomma di danari,
DiunCondann^iUo, On e da trapajjar con plentio la condannatone di coluiyilquale
amando troppo ardentemente m fuo ragazzOfpregato da lui in Viila,chefacejfe
apparee chiare a cenaun Lamprcdotto di Bue , non fi f accendo c^eM Bue in
uicinàza,nefece ammazzare unó di q/iet U che arauono il podere, per contentarlo
, cr per tal cém gionefu accufato cr con.dawiato,cr ciò gli auuenne^er effer nato
in quei tempi alla antica, che hoggi di^nfe ne /crebbe tenuto conto alcuno, Di
una donna, che ammazzo . o li Madre, -à \ j^t^chorp parlare di queU i,che
cafcatiin pena della uU td^on furono neajjoluti,ne condannati, fuacufiua dì
uàzl^ Mirco popilio lennatePretorcuna certa donna, che co un pezzo dilegne
baueua morto la maire,dtìla^ fiV r. , is>rB R. o . iófanon fi diede fenHntu
ne in prò ne in contnr, perché era manifedo^che noffitdd dolore de ifi^uoli,che
dd* Umdrefua^p^r cdtv,^eUteneuafeco erano flatiauUc lenatiÌhaueu4MeùMc^o)hmÀ,
fceUratezz^i conMdtral Vuno deiquaUdcìitiifugiudioàto indegno ejjfcrt affolfé
tà cf Vétro d^ejJerpunUaìf^i'ì ‘ ^ ^ P , . . . - • « ^ . -V •V ■ tTj ^ Dimà
Dottna^'mmazz^ ’ xM .-r. .v.MU-marUo-^ X T^pmdeckfòf^t,cbeDolobelUvicenifòl^^ '
V VAjtayhauendone n'dtr fententUfietto^é^nto con VanimofofpefchVpa matronadi
Smirnehanea nfor* toiLmmto cr d figfiteold,perbauer ritrotMtOy che da h ro era
flato occifo unfmfiglittóh;gióuane mtnóf cf • dèotfinrsifpparenz^éje
Vbóueuahamto del pròno nta^ rùa^ioptd coJatappOTma dottanti à DolobelU la rime/
fein Atene dgiudùiodcgUArCopagitUpereheegltnon firifobteua diajfoluere
éoiei^khe hmeffecmmlJh duoi homiàdt,ne iadtrahanda punirla, battendone hauutofi
giaflacagione.Dolobella in uefo'coìne Viceconfolo cr Konmo,procedeintdeafò
molto eonfideratamenteo’ tontnmfttetttdine,manemor4fgli Areopagitip gouàra
narono in do manco prudenteniente,iqudi conpierató cr
difcujfodcafOyintpoféroAltré^ era la accu fata,che dì qém a cento
aftnitorhajfero a loro mosfi dd inedefimo affetto,chcDfi i^uHacr V a^a 'parte
trottò maniera diìwnhattère a dare una tdfentén* ìcatT>dobelU conrimetterla
agii AriopogUi Et gli Ario 'pagàkol differirU ^ ^ * - degmiid o T T A O 24t DE
GJVDICII PRIVATI. ' Cdp. II, ‘ ^ Di CLmdio CenturriAlo, ,) I QiucUcij publici
aggtugneremoi prim u Op. III. DiAmtfia ^ Ataccre non e ancora di quelle Don ne
lequM audacemente dauand a i Magijtrati difefero in perfona le lor ragionici
d*altri,non bauen* do ri/petto ne dVefser Donne, ne al* IhoneBa , che a la StoUa,che
in dofio portauano,fìruercaua- Amefìaaccufata dal Pretore dtf e
felefueragionicongrandifsimo concorfo dipopolo da* uantiai Giuàci, che efso
pretore Ludo Titiodauantial fuo tribunale haueua fatto ragunare^ZT hauendo
animo* famente,cr con grande artificio u/ato tutti igeili ermo di di diretchefi
ncercauano qr importauono alafua dife fa,fuafsolutaalprimo,ne hebbe qfi alcuno
diquei^udi ci in disfauorè. Et pche ella rapprefentaua in habito di Do naVàio
uirileiera chiamata Andtogtne,che uuoldire una DonaMafehia» Di A ffraniamog, di
Liei Bruttionc» G Ma Affranta moglie di Licinio Bruttioe: molto prò taa
littgare,difefe fempre le fu e ragioni perfe me* defimadauàti al pretore, no
perche gli mancajsero Auuo eatiftna perche era molto ardita cr fenza uer gogna,
perdo mettendo ogni giornoa romorei Tribunali,diuc neil fuo nome di maniera
irf^me, che uolendo ancor og gi dire aduna femitM,che L^esfauiita etfenza
uergogna, /egli dK€,Gaia AjframaMoricojietaltempo di Gaio Cc fare la terza
uoitOtCife e fufattoConfolo,ZT da Seruilioz fkefy lafecondOfCbee par molto pm
conuenietUe dar no I OTTAVO 24^ titìd dd tempo^ che mori un jimil M ojko, che
del ternm poin che egli nàcque^ Di Hortepa figlio. di Q^Horté. Et
HprtenpafigliuoUdi Quinto Hortenpoxeffendo le gétil Donne Romane da grandiffune
grauezz^ opprejje da i Triunum,ne bauendo ardire perfona alcu* na di prendere
la loro protettione, parlo ej[a in perf ona donanti a effiTrmuiriindifefafua cr
deWaltre molto animofamente^cr con grandiffma efficacia , perche fen^ dop in
lei riconofciuta l^eloquentia del padreiottennegra tia de la maggior parte de
danari.che crono fiati loro im* pofii. Quinto Hortenpouennea refufcitare in
perfona de la iigliuolayCrgli diede lo fpirito cr le parole, ma la eloquenza
degli Hortenpi,termmo inpeme con Voratio* ne di cofiei. llche non farebbe
feguitoife i defcendètid^n tato Oratorchauejfero uoluto imitare le uejh'gic di
qllo' DELLE ESAMINE ET , - inquiptionù Cap, 1 1 1 1. ^ ; »Tf er parlare apieno
di quefia materia 'iudiciaìe,parleremo di coloro a i quali: lefaminati, no e
fiato creduto dai Ciudi jcijCr di qUi ancora a iquali e fiato creda Ito fenza
copderationeJcua.Ad un fer }uo di Mar, Agrio,Argé,fu oppojto che gli hauia
tnprtoAlefferuo di Tito Fmio,etptal cagione tprmetuato dal Padrone, confejfo cr
raffermo cop effer. la ueritOyOnde datolo in potere diPanniofugiuftittatoi et
di quìuiapoco tempo colui,chepenfauano ejfcre fiato da lui ammazzuto,torno a
cafSfti Di P. Craffo, E S fendo pubUo Graffo andato in Afia capitano, a de*
bellare il Re Ari/ionico, fi diede tanto a la intelligen za de la lingua
greca,cheparlandofi quella in cinque mo di in tutte le m, miere Vapprefe
benisfìmojaqual co fa gli acquifio affai di beneuolenza tra i Confederati del
popots lo Romano^perchein quella lingua che e ueniuonodaud tialfuo Tribunale a
domandar ragione, nellamedefima rifpondeua cr daua ifuoi decreti DiRofciOp
uogliamo trar del numero di quefU, ancora R 0* fcio,f empio chiarisfimo deVarte
Scenica,Uquale non mà hcbbe ardire di ufare ogefìo 0 atto alcuno di perfont in
prefenza del popolo, fe egli prima non s'era pronità in cafa.Onde queSi^arte
non nobilito Rofcio,ma effo no* bilito Parte,CT non f olamente s^acqutdo il
fauor del po^ polo,ma ancora Pamicitia de principali della citta, Que* fiifono
ipremij di chi e aUento,foUecÙo,cr perfeueran* te in talifb*dij,mediante iquah
non fora fiata prefuntione che uno Hifirionepsiameffonelnumero disi fatti huo*
mini, T>egliEfiemi.diDemofiene, j^Rdgioneuole,cbe la induca de Greci per
hauer gio* *^uato affai alla nofira,gu^H ancora il frutto deHelan»
ncl€Uer€,Demofien€Ctl cui nomcperuenuto M orcc* OTTAVO ^8 iictro^deUquide fette
poteffe uenire a cdpo^ehe egli et nel tempo, che fi conueniua,cr conpreHezz Di
Appio - - Direi, che lofpatìo de la uUa (eAppiùfujjeJtatotait to^lianto egliuijfefenzd
ejferpnuodeHume de gk ccchi^ddquale flette priuato una infinita j I ^ : L I B R
O ro profejfionejiqudli nonprefmnmono di fc medepmì^ cr che di fe parlando
moderatamenteyO' quando hanno a parlare d^dtri lo fanno con rijpetto cr
prudentemète. Di Platone fdofofo , : I L mede fimo pUe tenne PlatonejUqudCy
fendo ueniUi * * a configUarpfeco coloro^che haueuonó prefo afabri careilfacro
Altare, del modello^ cr forma di cjfo,éjfe loro,^€ andaffero ad Euclide
Geometra,K!T coptienneà cedere alla Scienza anzi a la profejfione di EucUde, •
DeUi Atèniep,^^ difione» D AUegrap Atene ddfito Arfanée, or meritamente, .
^^perche un tale edipcìo, et per la bellezza CTper la fpefa,che ui ua dentro, e
cofa marauigliofa. Varchìtetto» re del quale chiamato Pilone p éce,che nel
Teatro rende ragione deldifegno di quepafuaopera con tantagraHaet eloquenzat^he
quel popolo, ilquale naturalmente e elom quente,attribui,non manco laude alafua
eloquenza, che aH^arte, Diuncerto Artepce, 1^ Arauigliofamente ancor arifpofc
ApeUe,che foppor ^to patientemente tPeffer riprefoda un Calzolaio de le
Pianelle crfibbie,d^unaimagine, cheglihaueuadipìn* ta,cr uolcndoil medepmo
riprenderete gambe ancora • di ejfa pittura,gli dijfe,chealui non$*apparteneua
parlm piufuychedelefcarpe Della uecchiezza* Cap,XIIIh A uecehiezza ancora
condotta aU^ul* timo fuo termine, p e uifia in quePa me depma opera tra
dquantiefempU di queUi huominiecceUentifp orlando de lainduPria,trattereme ,non
dimeno ancora in quello luogo parttculannen OTTAVO 1^8 ie^acaochee non ffoia,che
noi hMUm micato di far mi éonodi quella part€:allaqualc gli ìddij furono tanto
pro^ pitij crfiuorxuoU cr per darli ancora con lafperanza di potere fempr e
utuere piu qualche anno , come un ba&on cr fojlegno di ejjauecchiezza,ai
quali appoggiandoli^ cr cotfiderando ala felicita de gli antichi uecchi fi um
con piu contento cr aOegrezza.Et per cóh fermare anco ra la tranquilita dein
ojirofec olo^delquale in fin o a qui niu noejlatopiubeatoycon quella
fperanzachegUha cheti n ojiro ottimo principe habbia con [akte de la no^ra CiN
talungo tempo auiuert yprofperando fetnpre dibenein meglio. ^iM.ValerioCormo,
MArco Valerio Cornino fini il centepmo anno cr tra il primo cr il Sejiofuo
Confolato uifu quanti annxjcj' nonfolamente gU baflarono gagliardamente t$
forze delcorpo intere CT fané ad ammiiujirar le coft piu importane de la
Kepublica^ma ancora a.cultiuare diHgen tijjimamentele fue pojjefsioni; efempio
certamente defi» dcraPiUfC^ quanto a lo ejfer Cittadino cr quanto a lo ef fer
padre di famiglia. • Di Metello. Vlffe il medefimo [patio di tempo , M
etello,et quat Uro anni époi,chegU erajiato Confolo cr Capita uoifeudo (iato
creato già molto uecchio pontefice majfi/ mo^hebbe laCura de le cerimonie cr
celebratiohide gli diuimuciuiduqt anni f mantenendo fempr e la uoce chiara cr
e/pedituMe inaigli tremarono le maiune lo axn tnini^rare Le cofe pertinenti ai
[acrifiaj,' QDi Qjcabio Majfimo, Vnito Fabio Majfimo ef eretto Fuficio Sacerdo*
KIC il i • ^ LIBRO tiJedtrU Auguri fejfantaduoi anni hauendo ottenuto tal égnita
che glieragia ne Veta uirile, tale che connumerm do et coput^oinjìeme Vuno
e^Valtrof patio di tempo, uerranno a fommare quajtil numero à Cento anni, ■ ]
Di M, Perpenna, C He. diro io di Marco Perpenna^che foprauiffeatul ti quelli
Senatori^ che al tempo del fuo Conf alato fi crono ntrouati aconfultar [eco ne
lefacende de la Re» puBlica,crdatui erono dati dimandati del lor pareremo’
Setteuide folamente ejjer rejiattuiuidi quelli che furon da
lurclettiSenatoritquandofu Cenforeinpeme con Lum cioFilippo, onde lafuauitautnnead
ejjer piu lunga di quella ditutto il refto degli altriSenatori,che crono mor ti
Di Appio - -- Direi, che lo [patio de la uita Appio fujfe fiato tan toqiumto
egli uijfe fenzd ejfer priuo dellume de gli ccchijddquale flette priuato una
infinita (Pannhfe egìi,an cor che t'fiiffe condotto in quella calumita^non
hauejfe ua toro/amètite retto CT gouemato quattro figliuoli mafchi CT cinque
femmine^zT ungran numero di fuoi partigiani €T CbientuUfCr la Republica ancora
. Pw oltre,trouan* dofigia aggrauato dagli anni,p fece portarein Lettica nel
Senato per dijfuadere lapace uituperofa , chealhorà fi trattaua con Pirro Et
chifaraqueUo,che chiami Appio Cieco^chefi dalungeuide queUo,che a la patria era
utile cr honefio,etfu cagione cheefsauiprouedefsallcheper femedepmanonuedeua, ^
Di Liuia móglie di Kutilio,diTerentia moglie di Ci ^ M cerone, ér di Clodia
figliuola (P Aulo, Olte donne ancora uifsero longo tempo, ma farle roSycioe de
la Senettu, doue afferma , che il Re de Latini uijfe ottocento anni.Et acciocbe
e non pareffe,chefuo pa drefuffe trattato fcar[amente,gliconfegno in [uà parie
fecento anni, DELLA CVPIDITA DELLA Gloria, Cap, X V, Nrfe habbia origine la
gtorÌ4,cr qua U ellapa^o perche ui fi debba acquiti ftarla,a’fegli e fi meglio
non ne te* ner conto , come cofa Ma uirtu non necejfarta , penfinui coloro
Jquali co , f^^uno il tempo nella fpaculatione ima cofano- a t quali ancora e
fiato conceffo dipotere KK Hit LIBRÒ eonelo fi uentffe a fpegnere, imicàdo lo
esèpio di Fi l ia , che nello feudo di minerua ut comejfe la jua effigie, di
maniera,chefcomcttcdoft,fiuem ua a feometere tutto lo feudo. Degli eflernidi
temiiiocle, 1^ A poi che egli fi dilettaua di andare altrui immitàdo, ^piu
prudentemente harebbe fatto ad imitare l^ardoa re diTemiHocle,ilquale dicono,
che agitato cr traua^ to dallo {limolo deuagloria.Et per do non pofandomd la
notte,cr domandato, perche cofi a quell ^horafuffefuo ra di cafa,rifpoje.
Perche itriomfi di milciade mi tolgono il f onno. N on e dubio,che Maratone
Artemifia cr Salo* mina,chedoueuano dipoi ejfereiUuIìrate con fi h onorate
uittorie,cr in mare CT in terra tacitamente lo innanima* nano cr accendeuono.il
medefimo andando uerfo tlTed tro,per ueder celebrare lefefie Sceniche , cr
domandato qualuoce di coloro,che haueuono a recitare, credeuache fu jf t piu
per aggraiirli,rifpof eaHhora: Quella che me* / / OTTAVO 2(52 gUo cantandoli
fapeffecfprimereVdrte^che io ho tenuta CT la prudenzajche io ho ufata
inguerra,cr nelgouerno dcUaRepublica.Etcojì uenn'e quapyCome cofa lodeuole, a
render gloriofa la dolcezza > che Vhuotno ha della gloria . DìAlelfandro
magno. L* Animo (VAlejJandro magno fu neramente infatÙM bilenche referendoli
Anajjarcofuo compagno^ alle gando V autorità di Democrito fuo maeftro , che ci
erano ancora oltre a quello^che noi ueggiamo un gran numero di mondiJiffe.O
poueroame^cheancora^un foto non tai fon potuto mpgnorire . Parue ad un huomp m
ortale piccola cofapojjeiere un mondarla cui capacita e baHan* te a riceuere
tuttigli iddif immortali. Di Arijiotilc fìlofofo. ^Oggiugneremoallaardentispma
cupidità d^uno,cht ^ era giouane crKeJafete infatiabile,che hebbe Ari* Potile
deWhonorez:rd€llagloria.Haueuacolh4 donato * a T codette fuo iif cepola i libri
da lui compoJU delParte j Or atorUyperche effo gli mandajfefuora in fuonome^dif
prezzare. t>\a in qualtique modo jÌ4 da interpretare la disfmulatone di
quejhtaliyeUa certame te e piu tollerabile yChe la professane dfcolqrOyiqudi pu
rCyche e posfmo ppetuareilnome loro ^ no hàno hauuto rifpetto ad acqmjlarf do
ancora con le fceleratezze Ne/ numero de quali non fo fe paufania tengati
principato^ perche hauendo domandato Hermocle,in che maniera egli potejje in un
fubito acquiliarfì nome^ar rifpondcdo hychefeglianmazzaiia qualche perfona
iUu[he CT ho* norata,che tutta laglonadicoluiuerebbeinltiia tranfc* rirp. andò
incontinente cr ammazzo FilippOy cr ne con feguito quel che egli defìieraua ,
perche quanto Unome di FilfppOymcdiente la fua uirtu era per uiuere illullre
ap^ prejjo deiposleriytanto eraforza^cheper hiuerlo mor* toutuejfe ancora il
nome di pauf anta. Di unoyche per acquijiarp nome uoUe met* • : - ter fuoco nel
tempio di Diana» FV bene facrilega la cupidità della gloria di coM, ilqua le
uolle meter fuoco nel Tcpio di diana efefìa,aàoche mediante lo incédio di un
tèpio tanto celebratOylafuafa* ma p tutto il mondo ji diuolgajfcyp come egli
dipoiyePen do torment:UOyConfejfoMagli efepydepderando , che il nome di cofui
in tutto pfpegneffeyhauean prefo buono ìfpedientefacccdo un DecretOypilquds:
probibiuono ai ogn^uno il farne mètioeyfeTeopopo homo digràdispmo ingegnOyCt
cloquèza no Vhauejfepopo nelle fue hiftorie. \ I OTTAVO ' 26^ delle prerogative
et premi- nentie de gli huomitu eccelUnti.Cap.KVì. Gli animi purgati cr
ftnceri, fu fem* pre digràdtsjìmo piacere yilueder e il* lujkaticr
magnificatijecodo t ìor me riti gli huominiuirtuofi or eccelle ti, p che
debbono ejfere jìimatigìi honori pari a meriti di ejfa Virtu.Et par che
naturalmétegU huomini f empire fene ratlegrinOyaoeyche I uirtuofì cerchino
(fejfereyCy fieno honoratiMa quanti queiofentadmio animo in quefio luogo tutto
acce ierji CJT infiàmarfi a celebrare la cafa di Aguflo , tepio d^ogni honoreet
Uberalitayno dimeno piuapropoftto mi pare d raffrenarloycociofiajehe fe bene in
terrai* attribuifca ho norigridisfimiacoloro,che fi hòno fatto dar luogo in eie
io, no dimeno non fi puoméaggiiugnereai meriti loro, T>ell*Affricano
maggiorOyO' del primo Catone, FV fatto confolo l* Affricano maggiore innanzi al
te po dalle leggi determinatOypcheVefercito Romano pgnfieo alSenato ejfer cofit
necejfmo.Ondc e mal ageu o le agiudicare, qualcofaglirecaffe magi ore
bonore,olau tonta de i padn f enatori,che lo eleffiro , 0 il Gndicio de 1
foldatiychelo domàdarono,pchelaTogalo creo tapita* no coirà a Cartaginefi, cr
Vatmilo propofero , quelli^ h on ori, che in uitaglifuron 0 f atti
gràdisfimi,far ebbe co* fdlungail raccontarli,p effer. numero infuuto,cr no
necef fono al farne metione,p haueme difopranarratila mag
giorparte.Etperofoggiugneroquellololamete,cheintra tutti gli ètri ancor a oggi
dilui fi celebra come cofa hono reuoUsfima,E po^a lajfuaStacm nella ctlla digme
otti* , Libro no majtmOfCr ogni uolta.che detU Gente ComeKd , o per magillrdto
cr dignità ottenuta o per altra honoreuol cagioeft ha a celebrare qualche
feftaye tolta di quel luogo cr codotta a tale celebratione er a lui folo il
capidoglio ferue in cabio di palazzo fi come ancora laJlatuadiCato ne maggiore
fi trahe dellaCurìaper il medepmo conto. Grato certamente fu ilf enato in uerfo
di Catoncychenol le che quel cittaiinoyche fu tanto utile alla Repubucayrtc co
di tutte le uirtUyCr piu p ifuoi meriti che per beneficio dellafortuna, grande,
GT reputatOydelcontinouofeco ha bitajfe.Dal cui c onfiglio caTtaginefu opprejfa
prtma,chc dalParmidi Scipione. Di Scipione iìafica. -C Ancora Scipione Uaftea
un chiaro fpecchiodihon ore ^percheilfenatof come ^Oracolo d^Apollme pitto
auertito Vhauea,uolle che per le fue mani , non fendo lui^
ancoraftatoQiu^llorefufericeuutalaD^ da pesfmonte, perche dal medefimo Oracolo
s^ramtefo, che Ci eleggeìTe il migliore er il piufatito cittadino di Ro ma per
rieuerlacon quelle cerimpnie,che s^apparteneua no fpiegacrriuolgituttigU
Aniiali,pontidauantugU oc chituttiicarritriomfali,che non trouerrai nelle
preroga tiue di tanti huomini eccellenti alcun oychelo trapaf ri. Di Scipione
Emiliano. Ad ogni poco ci SI rappref entono gli Scipioni , aedo
chemtuttiiluoghisia fatto da noi mentione della lorcuramrtua-eccamz-t. il
popolo Romito, do. mMdjndo SdpioneEimlmo EdiU.lo fece
confolo,0‘dipoiun'dtruuoludomMdondodteiierf4. to Qiie&ore , er bollendo per
competitpre aw»f o mofsim figlmlodelfrdtUoJu à miouo folto confalo. l OTTAVO
2^4 il Senato ancora gl', diede per lo flraoriùnario l^ammini^ Granone cr
gouerno prima dell^A jfrìca^dipoi dellaSpa gna.^^ ninna di quejie dignitadi
ottenne come cupido ciC fadinOyO come ambitiofofenatoreyft come dimofiro chia
ramente non folo il corfo feuenspmo della fua iòta , ma ancora la morte, che a
tradimento CT per inpcke gli fu data. Di M.. Valerio. FV ancor a Marco Vaia io
parimente bonorato da gUhuominicr dagli iddijcon duoifegni euidentisji
mi,gliiddii,mandando miracolofamente un Coruo,com» battendo ejfo con
unfrancefe, chein quel Duello l^m* tafieconfeguirlauittoriail romani,facendolo
confalo di uentUre anniOndein memoria del fatore,cheallBorari ceue dagli iddìi
la cafa antichispma cr nobile dei Vale»^ rmp fanno, dal cognome di ejfo
V(deno,àìiamareiCorM uiniyCr nel beneficio crfauore riceuuto dal popolarsi re
pula a grande honore,PeJfereinnanzitempo illor Valem rio fatto
confolo,zy"Veferejìato il primo che introdu» eejfe in cafa loro tale
degnila. E la gloria ancora di Qinnto Scéltola ,che hebbe' per compagno nel
Coufolato Lucio Crajfo,fupo^ co illudre cr honorata, ilquale tant fe
rouine,ancora la citta di V olf maJEra abbondati* tisfìma,tra ornata di cojiumi
cr di leggi era tenuta il capo della Tofcana^ma poi che la Jt comincio a dare
alle deli* tiecr alùiLujJuriacafco nel profondo del uituperiocT delle
miferie^tale che ella fu tiranne^iatafin dalliSchia uhde iquali pochisfimo
numero prejero ardire^ da princi pio di occuparci luoghi de Senatori, dipoi
occuparono tutta la R epublica uoleuono,che i T eUamenUftfacejfero a
uoglialoro3prohibiuano,aUa nobiltà il ritrouarfì injiem me a conuiti,o adallre
ragunate,pigliauano per moglie le figliuole dei lor padroniylEmlmente f crono
una legge, che efuffe lor lecito fuergognare cr uiolare cop le Vedo ucycome le
maritate fenza pregiudido alcuno, CT che niuna Vergine nobile n^andajfe a
marito , [e prima dadi* cun diloro non erajlata manqmefia» Di Xerfe, XlàrfegranMspmo
ostentatore delle factdtaKegaU p compiacque tanto nella Lujfuria, cr nella Ubim
dincycbeaqual puoglia,che hauejfe ritrouato qualche nuoua maniera di piaceri
,haueua ordinato per publico bando, che gli fuffe pagato un tanto, ma mentre
che egli fi lafcio troppo trafcorrereinquefiefue delitie , nefegui la rouina di
quello imperio^laquale fopra ad ongn^altra fu grandispma» Di Antioco re di
Siria» Amtioco ancoraKe della Siria don meno incontiné te cr iMfiuriofo di
Xerfe,imèando il/uo efercitp- LIBRO UciecddTÌnfdtutLuffuria di quello Jtà
ntdg^or piL, Siila, VdoSdlaJlqualenonfipuomai abboBanzaloda* ' re 0 uituperare,
perche neW^tcqdfìar l e uittorie rap prefento Sdpione al popolo romano^nel
ualerfene rap* prefento Rannibaleyperche^poi cbegli bebbe egregkme
tediffefoleparti della nobiltaffece crudelmente correre per la citta di roma^cr
per tutta la Italia i fiumi del fan* gue ciuile/ece ammazzare quattro legioni
della fottio ne contraria,che sperono afficurate fottólafede fua^in una
cafa,che era del publico in campo Martio,aUaq^e non ualfe il raccommandarfia
quella defira,chebauea mancato deUa^omeffafedeJccuilamentcuolifiridaper I libro
umercncUetrmMthrecciie4(IUalU,^3Teune SMcofottoilgrMe pe/o
JìeronoJl4tiJime«o/oIopercleer rofi}>aue«^o uno , chegU referma qual fujfno
tutte le ÌuoneBorfe,ondepottjfe cauar danari. Volfeft ancora
monUfuacrudeUacontroaìledonne,non gh parendo l4«er fatto 4ainello DiHannibale,
JL Capitano di cofloro Hannibale, c la uirtu del quale confijleua la maggior^
parte ne la crudeltà^) fatto de 1 eorpiKomani un. ponte foprailFiume Gdoatifece
paf* ' fiffcifuo efercito fOccioéelaicrrafperimentaffe lafse* MM LIBRO ter4t4
paffotd de Io efercito terrejire Cartdgtnefr,p come Hettuno hauea fperimètata
queUa del m^e. li medepmo, hauendo prima {tracco cr affaticato i prigioni
Romani da ipaepyche cponeuono loro addoffo, CT dal cammino , uenen^ doli
édopoUcredione de i Confoli molti atroua o a cafa per dimandargli conpgUoUutti
ne gli mandoidicen doiVoifapete ben dimandare conpglio,ma hon fapde già eleggere,chiui
configli cr prouegga a i fatti uojtru Hebbe quefo detto in fegrauita ; cr non
fu detto f e non a ragione , non dimeno farebbepato aìquuntomeg che non
l'hauejfe detto, I De Patriùj Romani, Mperochechie quello che giudamente
pojfaadia MM iùi libro fàffi colpopolo KotnuftofEt pero non Tneritono todeUi
queUiyche al pre/ente narrcr:mo,bcche quello che eferonojtancoperto dato
fpUndore de la nobiltà loro, équalhperche Gneo Elauio huomo di bajfa cr utl
conditio nehmua ottenuto U Vretura, ìndignatifene gli traffono dt ditto le
Aneila , cr cauorono ancorale briglie a i fuoi CauaHifT le gettarono nel mezo
de laftrada.Etcofinon potendo predominare ale lor pafftoniyia piagnere in fuo
ra,ne ferono ogn^ altra demojiratione. QueltimoiiuiQ 1 ra coft impetuofìjfurono
di perf one parliculari, o dipo» chi contro a tutto il popolo,nta quelli che
appreffo narre» remo furono di tutto il popolo contro a i nobili cr princi
pali» Di Giouani Romani, di MaUio Torquato, Fabio Majfmo» Ritornando MaUio
Torquàtoin Roma, crwpor* tondone la uittoria de i Latini,cr de i Capuani, fa
cendofeli incontro tutti j uecchi pieni diaUegrezzatdei Giouani non gnen^ando
incontro alcuno, perche baueua fatto ammazzare il figliuolo:perh(Mer contro al
fuo co mandumeuto combattuto udorofamente coi nemici, CT riportai one la
uittorit Hebbero compaffione queigioua» ni di uno detta età loro tanto
rigorojaméte punito,ne per quejìo affermo, che quello : che efeceroifujfc ben
fatto, ma dim oUro quaU ftano le forze detterà ùquale hebbe forza di dividere
Veta cr’gli ajf ettiinetta medcfima»CUta, La medcjìma ira hebbe ancora tanto di
potere,che ejfen* do tuttala Cauatteriadel po.Ro, mudata daFabio Con folo et
capitano alla coda de i nemici,potcdo qttafaciliné tc et ficuraméte
r5perli,ncordàiojì che il detto fabio era NOMO 37 7 undiquelUychehiUiM
impeditola legge Agraria ^no9 uoU e combattere* Di Appio Claudio*
LAmedepmairarendendo odiofo Appio So eferd to per effere (tato il padre molto
acerbo inimico del la plebe,in fauor della nobiltà cr del SenaiofecCycbe uo '
lontariamenie fi mejfeinfuga per non fot e acquifiare U ustoria cr d triomfo al
fuo capitano* Qu^te uolte adì» dunque uenne ad effer Vira mncitnce delia
uittorialPrima nonlafciandoìGtouani romani andata fi a rSegrarecon Torquato del
triomfo de i Latini cr capuani ,0“ a Fabio togliendo la piu bella
occapone,chegli haue jfe bauuto in uincere U nemicOyCT ad Appio [accendo
uolgere'jn fuga tutto lo efercito* Del popolo Romano, Aquanta fulauiolenz cr
crudeleiuenne fenz Paceua Haunibale profefsione diguerreggiare contro a i
Romanùcr tuffa jtaUa,magouernandop nei modifopradcttt\no uenn'eglì
i(combatterepiutopQcontro ad effa Pede^pigliadop pia» cere delle menzogne cr
dei tradimenti^come un'altro fa tebbe (Tuna bella Sdtnz^ o d^una fingulare mtu
• Onde K O M O ^ ^ ndcque^cU douegU era per Ufciar Hfe lafao in dubio qual
fuffe maggiore , o ùgrandezKn del fuo nomerò la fua trt^ùU cr maluagjta, DELLA
VIOLENZA ET SBDI- tione, Cap. VII, el popolo Roma. A per raccontare le Seditiom
et lào lenti: feguite^ no folamente dentro aBaCitta*ma ancora nello efercUo,
Ludo Equitio Uquale fi focena figlio lo di Gracco , cr dimandano ^ejfer fatto
tribuno mfieme con Ludo Som tuminOf contro a quello, che difponeuano le leggi ,
pofto . iti prigione da Mano:gia la quintauolta Confolo.fu catta iodi prigione
dalpopolo,ilqaale hauendo rotto la carco-. re,neloportouia di pefocon
grandjfimafejia CToRe* grezz4.ll medefimonon uolendo Quinto MeteUo Cen^ ■ fare
pigliare il Cenfo da e ffoicome figliuolo delfopradet to Gracco jcerco di
farlolapidare, perche il detto Metdm lo affermauOfChe Gracco hauea hauutdfolo
tre figliuoli, de qualuuno era alfoldo ì SardignatPaltro a,Preneile a Ba ' lia,
il terzo, doppo la morte dd padre era morto in Rom ma:cr che non era
ragioneuole, che fintili perfone uili KT abiette cercajfero annidiarfi tra
lefamigUenobi!i,auuena^ gacheintraqueflealtercationila incon/ìderota temerità
cr pazzia del popolo fi leuajje contro al C onf jlo,zx ^ tro alCenfore molto
imprudentemente cr con grande audacia,cr non la/dajjè indietro co fa alcuna
arrogante et , profuntuofaiche la non ufajfe contro a i fuoi principali et NN
Hi I LIBRO magpori Fu quejld fediHone deUa Plebe R ornimi [ol(b» mente
temerma^mi quelli che mene ipprejfo fu ancori fanguinofaiperche il popolo
primamente caccio fuor di cafa fui cr dipoi ammazzo lAumio competitore di Satur
nino, hiuendo gii creatinoue Tribuni , arrecandoli foto duoiCompetitori
perildedmo,acciochecon lo ammaz zare un Cittadino tanto buono, fi defsefaculta
ai un tri» fio cr fcelerato di confeg Atare il Tribunato» Di certi creditori,cr
di UCafsio ♦ JL furore cr impeto di certi, che crono Creditori di puf perf one
in un fubito Ituo in capo contro a Sem» pronio AfeUione pretore Vrbano,iÌquale
perche haueua pref 0 la parte de i debitori irritati da Lucio Cafsio Tribù» no
della Plebe, Pandarono atrouare furiofamentein Pia za donanti al Tempio dela
Concordia,doue eghfacripca uOyCr cofirettoloafuggirefuor di Piazzalo perfeguùa
fono fin dentro ad unaBottega, doue egli s* era n^co» fOyCT quiui lo tagliarono
a pezzi- E cofa certamente de^ teiiabilache quel luogo, doue fi tiene giujiina
cr ragione^ fufsefottopojìoa takinconuenknti,mafe noi ciuoltere monile
feditioni dello eferàto molto maggiormente ci perturberemo. De Soldati di
L.SiUa,cr della morte di Gratidto» E Sfendo la Prouincia deWkfia , per la legge
Sulpitia data ingouemo a Gèo Mario aVhora priuato,pfar Vimpref a contro a
Mitridate, cr hauendo fpedito Grati* dio fuolegcUo a Lucio SiHa Confalo per
condurrete le» gioni, fu tagliato a pezzi dai Soldati ^fiegnati d*hauerc
auenirefouo Ì*ubiieìenza i^un priuato^O" leuarfida \ NONO 284 ^ueUd di un
Confolo,Md chifoppùrteramà^che i 5o^ tt bambino a correggere conU morte de i
Mcmdatarij i den creti del popolo fio efercitofece quelli uiolez^t perPbo
fiorccr conferuationedel Confolo,m4 quel che [eguiU fu contro al Confalo. De
Soldati é Gneo Pompeio,cr della mor tedi Quinto Pompeio. PjErche Quinto Pompeio
compagno diSilUnetConm folata ycfsendo mandato dal Senato fuccef sore aUo ef
eretto che comandaua Gneo Pompeio, Uquale piu che non permetteuono gli or
MnideUa Citta z!r contro aUauo^ glia de i Cittadini ne era (lato Capitano ,fu
afsaltato da i SoldatitCorrottidaUelupnghedeUo ambidofo Capitano appunto che
haueua cominciato a facrificarcj cr co/i 4 gmfadi Vittima lo ammazzorono: cr U
SeM^o, che in .quello confefso cedere al furore dello ^eràtó^mi^o di non
accorgere di tanta sceleratezz^ ■ h - *• 1 Come Gaio Carbone fu moro ' ’
todaiSoldatU r * A Ucorafubruttaier federatala molentia di queUé ' A efercito,
ilquale ammazzo Gaio Carbone , fratem lodi quel Carbone^ che era fiata tre uoUe
confolo^eT qfio,p hauer lui uohto ridurli fiotto la difciplina militare
troficorfaper le guerre ciutli,cr raffrenare ancora la lo ro licenàoyUn poco
troppo rigidamente f EtccfiuoUelo efercito piu tojìo macchiarjì con quella fi
grande fceleraa^ tezza f che correggere i fiuoi corrotti ’o" abbomineuoti
coftmLl • NN itti ’ / \ • r, \ /\ DELLA TEMERITÀ Cap, Vili. Ono ancora
gUimpetiicUaTmt^ rita cofi /ubiti, come uehementijd le punture de tquakpercojfe
le méd deglihuominiytion cono/cono ne ì pericoli,loro,ne poffon rettamente
giudicare altrui opere» Del maggiore A jfricano» Q Vanto fu temerario V
Affncano,che diSpjgna con due^ QMnquereme pajjoin Affrica al Re S^ace,ri*
mettendo alla dtferelione di quel Re pieno di fronde , CT diinfidie la fua
falute,€r quella della patria , CT co fi nel metterli a pericolo di effer fatto
prigione o morto da ejfo Siface,mejfe ancora in un medejimo tempo a pericolo
tul io lo Stato della Republica» Di Gaio Cefare» Ma parlando di Gaio Cefare,cT
del pericolo alquà le egli fi meffe,ancorà)e e fujje difefo CT guarda to da i
cel^i lddij,pure io noi pojjo refertre f enza tutto raccapricdarmiiChenon
potendo ajpettar piu lo indugio di quelle genti , che haueuono a pafiar da
Brindifi in Ap* poUoniattnolìrando di fentirfi in dijpo^o fi leuo da tono*
Ìa,CT firaueèitofi agm/a d^un Seruidore monto [oprauna BarcOyCrgiu pel fiume
{^addirizzo alle bocche del mare ’AdriaticOyCr nonoftantecbe
efu/seunagran,tempefta^ comando fubito al Padron della barca, che fi mette/se
in mare.ll perche dato un pezzo aUa dura a coneraftdre co Vonde CT co t
uenti,cede alla fine necefsttato , cr quando e uide non poter far altro» NONO
i8^ T^efoldati di Albino capitano, A incora fu crudele ZT furiofaUtemcrita di
queifoU datìJUqualéfu cagione , che Aulo albino cittadino egregio per
nobilta^per cofiumi, cr per hauer ottenuto nella citta tuttigU honoricT degnita
per uane vfalfe fu fpitionifulfe in campo lapidato dallo efercito , delquale
era capi lan o. Et quel che fu piu crudele dogn' altra cofano che
raccomandandojt lui cr pregando di potere gium ftificarfi^cr direkfue ragioni,
non gli fu mé uoluto concedere. DE GLI ESTERNI* Di nmnibde, O^dedte^o manco mi
maxauigUo che HannibaU fendo di animo feroce cr crudelejnon lafàafie di*
fenierfi,ne ditele fue ragioni ad un gouematore della . fua amata di mare^dìe
fi trouaua innocente. Egli partito fi di petiUa con tarmata per pajfare in
Affrica, cr ariua* to al faro àtAespna,non credendo,cbef Italia CT Usici
liafuffero fpiccate Vuna da ValtrOyammazzo U detto Go uernatore,chiamato
Peloro,per/uadendop^che e Vhauef f e uoluto tradir e.Et dipoi conpderOta meglio
cr con piu dtligenzalaueruadeUacofagli perdono quando non u'e ra piu rimedio,
faluo che farli una bella honoranza.Et co - fi UP^a di quello fopra quel
promontorio di Sici* liaCche di qmfu clamato peloro^uoltainuerfo lo Pret* to,
laquale a quelli , che nautgano innanzi CT indietro ,fi rapprefenta donanti
agli occhinon folo per memoriadi ejjo Peloro,maanchoradelfurorecr beffialita mbale
. Degli Ati nifi, t- i I t I B R Ò Kinésfifnafu ancòraU temerità degli Ateniepj
qudefu cagione, che gU ammazz poteuonoalfùjiondiedcmaivfidodlcuno,4 quelli detm
f ìatribupoUla^quandoincampomartiocopariuano adom . , • mandarlo,per non
farehonore rie f onore a coloro > haueuoncerco di torUiatdta,che per quanto
fafpettoua • ad ejfa Tribu,erano ^ati fpogUatì della (dtacr della liher \ I
ta.laqual umdettaper confenfo del Senato^O" di ogn^um I nofuapprouata. «
VcUanendettaderomanì contro ad Adriano, ^ A Drianohauendo mal trattato i
cittadini romantg ' che erano in Vtica,cr per tal cagione ejfcndolU^ to da loro
abbrucciatouiuo, no fene fece in romane quc rclOfiiefegno alcuno di pufUtia,
DegleftcrnideUareginatmof%v*heremce, . L*una cr Valtra regina, timori^ cr Berenice
, honorem . uolmente p uendicarono.Tomiriferuandop della tc fta di Ciro
cilquale epa haueua occifo, in uendetta del firn gUuolo }perbcreìn cambio di
tazza con dirli, S A N*i G V E ptipiytT io difangue t*empio.Ét Berenice j
altrié menti Laodice, per efferp grandemente f degnata, che A fuo figliuolo
Ariarate era^toatradimento morto, per ordine é mitridate fuof rateilo, monio
fopra un carro,ar matOfO'perfeguitando quel Satellite ddre^chiamato par I LIBRO
nome Ceneo.chc er4^perchey efsen* do dipoi per comandamento é detto Mario,
mediante le difeordie CiuiH,cofUretto a morir sintonico la fua Carne ra tutta
di frefoc cr accef oui dipoi un gran fuoco di Cor* boni ui fi rinchiuf e dentro
onde offefodal uaporeeyfu* modi efti in queUahumidita; incontinente fimorù Uebe
fudigrandifsima uerogna a Mario in quel fuo trionfo: che un tale huomo fufse
condotto afurudelenecefsUadi morire. NONO ‘ Di Lucio Cornelio Merula» NEiquali
franagli della Reputlica ludo Comelté Menila, che era flato Confolo cr
Sacerdote di Gio ue,pernon epere il giuoco a- lo fcherzo di fi crudeli er
infoienti uincitori^tagliatojì le uenenel Tempio di Gioun fchfola morte
uitupcrofa^ chedatnemiàgh eraftatuap» parecchiata,cr co fi gli antichi filini
fuochi di quello li* diofuron o imbrattati del f angue del fuo Sacerdote» Di
Hcrcnnio Siciliano» AN cera fu animof o cr forte tifine di Herennio Sicì
liano.delquale Gaio Gracco,come amico ffì era fer Ulto per Arufpice. ìmperoc he
fendo menato in carcere fot to il nome di cotale amicitia , neU^en trar dentro
fi batte il capo di forte ncUo pipite deUa prigione , che fubito cafeo
mortoichcfc gli andana piu oltre un pafso dona nelle mam rt i del Carnefice^che
lo doueua uccidere» Di Gaio L/cimp. TA/c,
nclÌ*ammazznprequePoPilein^ardarekfuaperfona:Egli,leua itti (dintorno
tuttiifuoi amici, elefe alla fua guardia huo mmi diferocifsima natione,er
Schmirobudifsimi, tratti delle Cafedeipiunobilidi queUa citta. Et anchora per
paura de i Barbieriinfegno radere aHe/uefigUuole^et pOi Libro cfce Verone
crefeiute^non fidando ancora aloro il ferro in mano,arrouentauaigufci dinoce,cr
delle GhiandCiCt sifaciua con quelli a bronzare i peli della barba^ej i ca*
pelli. He si fido piu delle fig^uoUyche di due mo^ie , che gli haueua una di
Siracufa chiamata Aridomache , Valtra locrenfe,chiamata Doride con lequaUnon
ufo maifepri ma non Vhauea fatte per tutto diUgentemente cercare fe Vhaueuono
armùoUra di quefio fece fare unfojfo molto largo intorno al fuo letto non
altrimenti,che si faccia in^ tomo ad un^efercito accampato,hauendoui fatto ancora
il ponte a leuatoio. tenendo alla porta di fuora le guardie Cr di
dètroferandola di fuo mano molto bene a ftanga* Di quelli che nel uolto CT
fattezze del corpo sifomigliarono, Cap. XV» VeUiyChe fono di piu profonda fden
tia piu fottilmente deputano di colo rocche nei liniamenti del uolto et fot
tezzedel corpo sifomigliarono ; de iquali alcuni fono d^opennione tche
talsimiglionza nafea tra quelli: che fon del medesimo fangue:& hanno la
medesima origine: ptgliandotpernon piccolo argumento: lo effempio degli altri
onimaliuquali nafeon quasifempre simili a chi gli ba generati. Altnniegono do
auuenire per ordineejlegge deUanatura: maloattribuifconoal cefo ZT alla
fortuna, affermando di qui nafeere : che molte uolte si uede iVu^^ b eWhuomo
naf cerne una brutta creaturaicr iunOicheltf ^ ìlKegifiro . • «
abcDefghiklmnopqrstvxyz. A A BB CC DD EE FF GG HH li KK LL MMNNOOPP. Tutti fono
Quatemi eccetto pp che duerno» in Vine^a Del M D L I. I %»> R.
S1LVA."E7ZA' RcSTAU^O Zia Val S3 Tal. Qj3.22^ f. Valerio Massimo.
Keywords: Roma antica. Per H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool Library,
Villa Speranza.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Valerio: la ragione conversazionale alla villa di Roma –
filosofia italiana – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Roma). Abstract. Keywords: il filosofo alla villa. Grice: “Unlike
most of us, Austin preferred to spend his weekends alone in his Oxfordshire
villa!” -- Filosofo italiano. He has a statue erected in his honour in his own
villa (‘Ain’t that cute?’). Publio Avianio Valerio.
Keywords: Roma antica. Per il H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool
Library, Villa Speranza.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Vallauri: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale dell’interpretazione giuridica – la scuola di Roma – filosofia
romana – filosofia lazia -- filosofia italiana – By Luigi Speranza, pel Gruppo
di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Abstract.
Keywords. Implicatura, IVSTVM. Ross's suggestion about 'good' would, moreover, be at best only a
description of one special case of analogical unification, and would not give
us any general account of such unification. I might add that little
supplementary assistance is derivable from those who study general semantic
concepts; such persons seem to adhere to the principle that silence is golden
when it comes to discussion of such questions as the relation between analogy,
metaphor, simile, allegory and parable. So far as Aristotle himself is
concerned it seems fairly clear to me that tie primary notion behiad the
concept of analogy is that of 'proportion'. This notion is embodied, for
example, in Aristotle's treatment of justice. where one kind of justice is
alleged to consist in a due proportion between return (reward or penalty) and
antecedent desert (merit or demerit) but it remains a mystery how what starts
life as, or as something approximating to, a quantitive relationship gets
converted into a not-quantitive relation of correspondence of allinity. It
looks as if we might be thrown back upon what we might hope to be inspired
conjecture. I take as my first task the provision of an example,
congenial to Aristotle, of the unification by analogy of the application to a
range of objects of some epithet. I shall expect this to involve the detection
of analogical links between the exemplifications of the varicty of universals
which the epithet may be used to signify. My chosen specimen is the verb grow. Filosofo romano. Flosofo lazio.
Filosofo italiano. Essential Italian philosopher. “Italians, especially noble
ones, love a long surname, so this is Luigi Lombardi Vallauri. I say: if he
wants to keep the Vallauri, that’s what he’ll go with by!” Grice: “He favours
animal rights, as I do.” Professore
universitario italiano. È
stato Professore di filosofia del diritto a Milano e Firenze. Insegna
all'Università degli Studi dell'Insubria e all'Università degli Studi di
Sassari, dalla quale è stato chiamato per chiara fama. Nipote del
predicatore gesuita Riccardo Lombardi, cugino del direttore della Sala stampa
vaticana Federico Lombardi, nonché nipote di Gabrio Lombardi, si avvia alla
formazione teologica alla Gregoriana di Roma. Si laurea in giurisprudenza col
massimo dei voti a Roma, suo maestro è stato BETTI. Dopo la laurea perfeziona
gli studi giuridici in Germania e vince molto presto il concorso per la libera
docenza. Diviene professore in filosofia del diritto a Firenze, dove ha
insegnato anche argomentazione giuridica e filosofia del diritto. Ottiene la
cattedra in filosofia del diritto a Milano. Dopo il collocamento a riposo
insegna presso le Como e Sassari. Massimo esperto di teoria
dell'interpretazione giuridica, già direttore dell'Istituto per la
documentazione giuridica del CNR e presidente della Società italiana di
filosofia giuridica e politica -- è autore di saggi filosofico-giuridici. Con
il suo Terre: Terra del Nulla, Terra degli uomini, Terra dell'Oltre ha aperto
un nuovo filone della sua ricerca, dedicato alla filosofia della religione e
della spiritualità. Al saggio Nera Luce, V. ha consegnato la sua critica
serrata ai dogmi del cattolicesimo e l'approdo all'apofatismo. I suoi interessi
recenti riguardano la tutela giuridica dei diritti degl’animali. È
vegano. Fonda e conduce, un gruppo di meditazione teso a esplorare le
possibilità di una vita contemplativa all'altezza del sapere moderno. Il suo
libro traduce in scrittura il seguitissimo corso di meditazioni tenuto
dall'autore per Radio Tre Rai, propone una mistica laica, ossia una mistica che
prescinde da rivelazioni soprannaturali coniugando il pensiero scientifico
occidentale con le tecniche di meditazione tipiche delle filosofie
orientali. Allontanamento dall'Università Cattolica. Insegna filosofia
del diritto presso l'Università cattolica di Milano. Tiene una conferenza
a Bari e all'inizio decide di sedersi in terra, giustificandosi presso
l'uditorio con la frase. Del Dio che emoziona non mi sento di parlare seduto su
una sedia, quindi, mentre parlerò di questo Dio, starò seduto in terra». Sospeso
dall'attività didattica a causa del suo insegnamento ritenuto eterodosso
rispetto alla dottrina della chiesa cattolica. Fra i punti problematici
secondo le autorità ecclesiastiche, un giudizio di V. sul dogma dell'inferno,
da lui definito: incostituzionale in quanto nessun atto per quanto grave
può meritare una pena eterna e perché è contraria ai princìpi più avanzati del
diritto, e specificamente del diritto influenzato dal cristianesimo, una pena che
in nessun modo tenda alla rieducazione/riabilitazione del condannato. Il professore
ha affermato in seguito. Quando i giudici ecclesiastici mi hanno cacciato fuori
dall'Università Cattolica non riuscivano a formulare l'accusa ed io ho detto. Ve
la do io, il papa è quasi infallibile nell'errare. Dopo l'esito negativo dei
ricorsi giudiziari interni, si è rivolto alla corte europea dei diritti
dell'uomo. La corte si è pronunciata a favore del ricorrente, ritenendo
che fossero stati lesi i suoi diritti alla libertà di espressione (per il
provvedimento adottato dalla cattolica senza contraddittorio) e a un equo
processo (per il rifiuto a pronunciarsi opposto dagl’organi giurisdizionali
amministrativi), entrambi garantiti, rispettivamente, dagli articoli della convenzione
europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà
fondamentali. Nei suoi corsi e libri V. si è occupato di varie tematiche:
filosofia del diritto, critica dei riduzionismi, filosofia della mente,
misticismo, buddismo, sessualità, meditazione, diritti degli
animali. Riassumeva la situazione storica attuale tramite la seguente
formula: [E = (m+e) + i (ab) + fd + oid] -> [N.O.] -> [(N. e/ax/es)] +
(I.P.)] La prima parte è l’equazione del riduzionismo ontologico. L’essere
è riducibile alla somma di materia, energia e informazione. L’informazione è di
due specie: algoritmica e biologica. Il riduzionismo diventa poi scientismo
tecnologico, con l’aggiunta di un fattore di dominazione, ossia la teoria
baconiana del conoscere per dominare, e dell'organizzazione industriale del
dominio portata dalla rivoluzione industriale. Le conseguenze dello scientismo
sono il nichilismo ontologico, ossia la scomparsa di ogni tipo di spirito (dio
angeli anima), il quale può avere due esiti antitetici: le filosofie del
soggetto assoluto e quelle della morte del soggetto. L’ultima conseguenza del
processo è il nichilismo etico assiologico ed esistenziale, ossia la negazione
di norme e valori oggettivi. Esso genera un vuoto, che nella nostra epoca viene
occupato dall’individualismo possessive, ossia la credenza che gli unici beni
sono ricchezza successo e potere. Occorre dunque articolare una risposta
filosofica al riduzionismo, individuando quali realtà si sottraggano alle sue
pretese. L’oggetto principale che sfugge alla riduzione è la mente. Saggi:
“Saggio sul diritto giurisprudenziale” (Milano); “Amicizia, carità e diritto” (Milano);
Corso di filosofia del diritt (Padova); Cristianesimo, secolarizzazione e
diritto moderno (Milano) Terre: Terra del Nulla, Terra degli uomini, Terra
dell'Oltre, Milano. Il Meritevole di tutela, Milano, Logos dell'essere Logos
della norma, Bari, Nera luce (Firenze); Riduzionismo e oltre: Dispense di
filosofia per il diritto, Padova, Trattato di Bio-diritto. La questione
animale, Milano, Meditare in Occidente.
Corso di mistica laica, Firenze, Scritti
animali. Per l'istituzione di corsi universitari di diritto animale, Gesualdo, Note. Magister, L'inferno? Una vergogna,
L'Espresso. Guadagnucci; Scritti Animali. Per l'istituzione di corsi
universitari di diritto animale, in Visionari, Gesualdo (AV) (Gesualdo,
Guadagnucci); Bosco, Cristo o l'India, Verona, Fede e Cultura, Guadagnucci. Sullo
scarso fondamento dei fondamentalismi, Nuovamente. V., Neuroni, mente, anima,
algoritmo: quattro ontologie, Lettura magistrale al VI congresso della Società
italiana di neuroscienze, Guadagnucci,
Il filosofo degli animali, in Restiamo animali: Vivere vegan è una questione di
giustizia, Milano, Terre di mezzo, Meditare in occidente Corso di mistica laica, ciclo
di trasmissioni radiofoniche su Radio3 Rai. Meditare in occidente Corso di
mistica laica, ciclo di trasmissioni radiofoniche su Radio3 Rai, Meditare in
occidenteL'anima di paesaggio, ciclo di trasmissioni radio-foniche su Radio3
Rai, edizione. Conferenza/lezione tenuta dal titolo: Non-violenza e Animali: un
tema antico come le montagne e sempre più ricco di futuro. Evento organizzato
da Progetto Vivere Vegan, Interviste Sì agli interventi che aiutano i
nascituri, intervista di Perna, LIBERO, l'Unità, Firenze, e Rassegna stampa sul
"Caso V." I Nuovi Inquisitori, di Pace, a Repubblica, A dialogo con
V., di Pollastri, Phronesis, Note, di Franza, Officina sedici. Luigi Lombardi
Vallauri. Vallauri. Keywords: implicatura, IVSTVM. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Vallauri” – The Swimming-Pool Library. Vallauri.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Valle: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale della volutta – la scuola di
Roma – filosofia lazia -- filosofia italiana – By Luigi Speranza, pel Gruppo di
Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma).
Abstract. Keywords. Cicerone, dialettica, rettorica, la filosofia del
linguaggio ordinario, ordinary Latin language philosophy, ordinary Italian
language philosophy, H. P. Grice, Athenian dialectic, Oxonian dialectic, Roman
dialectic, dialettica atenese, dialettica romana, dialettica fiorentina,
dialettica oxoniensis – boves vedum OX-FORD. Filosofo romano. Filosofo lazio.
Filosofo italiano. Essential Italian philosopher. Nato da genitori di origini piacentine -- il padre era
l'avvocato Luca DELLA VALLE -- riceve la sua prima educazione a Roma e Firenze,
imparando il greco da Aurispa e Aretino. Lo guida lo zio Scribani, un giurista
funzionario in Curia. Il suo primo
saggio e il “De comparatione CICERONIS Quintilianique” in cui elogia
Quintiliano a scapito di CICERONE (vedi), andando contro all'idea corrente e
mostrando già in questo primo saggio il suo gusto per la provocazione. Quando muore
lo zio, spera di ottenere un impiego nella curia pontificia. Ma i due
autorevoli segretari, Loschi e Bracciolini, ferventi ammiratori di CICERONE, si
opponeno all'assunzione. Grazie all'aiuto di Beccadelli, detto il panormita, e chiamato
ad insegnare retorica a Pavia, succedendo al maestro bergamasco BARZIZZA. Questi
anni furono fondamentali per lo sviluppo della sua filosofia. Pavia e infatti
un vivo centro culturale e puo approfondire le sue conoscenze giuridiche,
osservando inoltre l'efficacia del procedimento di analisi critica dei testi,
che lo studio pavese applica con rigore. Acquire una grande reputazione con il
dialogo “Della volutta”, nel quale si oppone fermamente alla morale del Portico
e all'ascetismo, sostenendo la possibilità di conciliare la morale ricondotto
alla sua originarietà, coll'edonismo dei filosofi dell’orto, recuperando così
il senso della filosofia di LUCREZIO (vedi), che sottolinea come tutta la vita
dell'uomo è fondamentalmente volta alla volutta, intesa non come istinto, ma
come calcolo dei vantaggi e svantaggi conseguenti ad ogni azione – alla GRICE:
Morality cashes in interest. A conclusione del “Della volutta”, sottolinea,
però, come per l'uomo la suprema voluttà e la ricerca spirituale. Si tratta di
un saggio considerevole. Per la prima volta, una tendenza filosofica che è rimasta
confinata nell'ambito della filosofia romana classica e ri-valutata. Le polemiche
che seguirono alla pubblicazione del “Della volutta”, gli costringe a lasciare
Pavia. Da allora passa da un luogo all’altro, accettando brevi incarichi e
tenendo lezioni in diverse città. Fa la conoscenza d’Alfonso V al cui servizio
entra. Il re ne fa il suo segretario, lo difende dagl’attacchi dei suoi nemici
e lo incoraggia ad aprire una scuola a Napoli. Durante il pontificato di
Eugenio IV, pubblica sulla falsa donazione di COSTANTINO, “De falso credita et
ementita Constantini donatione". In esso, con argomentazioni storiche e
filologiche, dimostra la falsità della donazione di Costantino, documento
apocrifo in base al quale i cattolici giustificano la propria aspirazione al
potere temporale. Secondo questo documento, infatti, e lo stesso COSTANTINO, trasferendo
la sede dell'impero a COSANTINO-POLI, a lasciare al pontifice massimo di ROMA il
restante territorio del principato. La dimostrazione di V. è accettata e lo
scritto è datato all'VIII secolo o IX secolo. “Quid, quod multo est absurdius,
capit ne rerum natura, ut quis de CONSTANTINOPOLI loqueretur tanquam una
patriarchalium sedium, que nondum esset, nec patriarchalis nec sedes, nec urbs
nec sic nominata, nec condita nec ad condendum destinata?” “Quippe privilegium
concessum est triduo, quam CONSTANTINUS esset effectus christianus, cum
Byzantium adhuc erat, non Constantinopolis.” V. dimostra che anche la lettera ad Abgar V attribuita
a Gesù e un falso e, sollevando dubbi sull'autenticità di altri documenti spuri
e ponendo in discussione l'utilità della vita monastica e mettendone in luce
anche l'ipocrisia nel “De professione religiosorum” suscita l'ira delle alte
gerarchie ecclesiastiche. E obbligato, pertanto, a comparire davanti al
tribunale dell'inquisizione, alle cui accuse riusce a sottrarsi soltanto grazie
all'intervento del re. Visita Roma, dove i suoi avversari sono ancora molti e
potenti. Riusce a salvarsi da morte certa travestendosi e ritornando a Napoli.
Vengono divulgati gli “Elegantiarum libri sex”. Il saggio raccoglie una serie straordinaria di
passi desunti dai più celebri scrittori latini – CICERONE, LIVIO, VIRGILIO -- dallo
studio dei quali occorre codificare i canoni linguistici, stilistici e retorici
della lingua latina. Il saggio costitue la base scientifica del movimento
umanista impegnato a riformare il latino sullo stile di CICERONE. In le
"Emendationes sex librorum Titi LIVII" discute, col suo modo di
scrivere brillante e caustico, correzioni ai libri di LIVIO in opposizione ad
altri due intellettuali della corte napoletana Panormita e Facio che non
avevano il suo stesso spessore filologico. Con la morte del re, la sua
fortuna inizia a volgere in meglio. Recatosi nuovamente a Roma, e ricevuto da Niccolò
V. Assume il ruolo a lui più consono di professore di retorica, ma non perde
nemmeno il suo spirito caustico e inizia a criticare la Vulgata, facendo
confronti con l'originale greco sminuendo il ruolo di traduttore di GIROLAMO
(vedi) e DONATO e giudica spuria la corrispondenza tra SENECA e Paolo. Sotto
Callisto III raggiunse il culmine della carriera, divenendo segretario
apostolico. È quasi impossibile farsi un'idea precisa della sua vita privata e
di suo carattere, essendo i documenti nei quali vi si fa riferimento sorti in
contesti polemici e, pertanto, fonte più di esagerazioni e calunnie che di
testimonianze attendibili. Appare comunque come persona orgogliosa, invidiosa e
irascibile, caratteristiche cui però si affiancano le qualità di elegante
umanista, critico acuto e scrittore pungente nella sua continua e violenta
polemica sul potere temporale dei cattolici. -- è un personaggio di
eccezionale importanza soprattutto quale rappresentante del più puro umanesimo.
Con le sue spietate critiche ai cattolici e un precursore di LUTERO contro VIO,
ma è anche il promotore di molte revisioni di testi. La sua filosofia si basa
su una profonda padronanza della lingua latina e sulla convinzione che è proprio
un'insufficiente conoscenza della lingua latina la vera causa della lingua
ambigua – piena d’implicature -- di molti filosofi. V. e convinto che lo studio
accurato e l'uso corretto della lingua e l'unico mezzo di acculturazione
feconda e comunicazione efficace. La grammatica e un appropriato modo di
esprimersi sono a suo modo di pensare alla base di ogni enunciato e, prima
ancora, della stessa formulazione intellettuale. Da questo punto di vista, la
sua filosofia e tematicamente coerente, in quanto ciascuna delle parti si
sofferma innanzitutto sulla lingua latina, sul suo impiego rigoroso e
sull'individuazione delle applicazioni erronee della grammatica latina. Il
profondo distacco storico ci permette di distinguere la sua filosofia in due
filoni, quello filologico e quello critico. Sebbene sa mostrare eccezionali
doti di storico negli saggi critici, questa capacità non è però riscontrabile
nell'unico saggio definito storico, cioè nella biografia di Ferdinando
d'Aragona, tutto sommato un modesto elenco di aneddoti. Il principato romano
inizia a tramontare, il che si palesa non solo nell'indebolimento delle forze
politiche e militari, ma anche nello sfaldamento dell'ordinamento interno e
soprattutto nell'imbarbarimento della cultura. La crisi generale e
l'accettazione di molte genti non italiche tra i cittadini romani provocano un
lento ma significativo allontanarsi dalla lingua latina verso forme dialettali
e meno eleganti, come l’italiano. Si evidenzia la necessità di uno sviluppo della
lingua latina che presuppone la canonizzazione della parlata popolare e della
sua semplice grammatica. Sono i primi sintomi della nascita del volgare, che
necessita di un millennio per svilupparsi pienamente. Durante questa
lunghissima transizione, in tutta l’Italia ci è un'enorme incertezza
linguistica. Il romano classico cede lentamente il posto ad una mescolanza di
nuovi idiomi che combatteno pella supremazia. Gl’effetti di questo
periodo di passaggio sono ben visibili soprattutto nelle traduzioni che via via
nasceno dal romano verso l'italico, poché la linea di demarcazione tra il
romano e il volgare e fluttuante e nessuno dei traduttori puo dirsi un vero
esperto in materia. E il primo a stabilire un limite alla volgarizzazione, decidendo
che un cambiamento oltre tale limite e già parte del processo di sviluppo. In
questo modo, riusce non solo a salvaguardare la purezza del romano, ma pone
anche le basi pello studio e la comprensione del volgare nato dal romano.
Si pone tra i maggiori esponenti dell'umanesimo non solo per il suo costante
apporto di punti di vista umanistici, bensì anche per la sua annosa avversione
alla cultura scolastica. È indicativa ad esempio la sua tesi in “Della
volutta” sugl’errori de PORTICO praticato dagli asceti che non avrebbero preso
in debita considerazione la legge naturale. La morale consiglia infatti, a suo
avviso, un'esistenza allegra e godereccia che non preclude in alcun modo
l'aspirazione alle gioie del paradiso. Analogamente, nelle “DIALECTICAE
DISPUTATIONES”, confuta il dogmatismo di Aristotele e del LIZIO e la sua arida
logica che non offre insegnamenti o consigli, bensì discute solo di parole
senza raffrontarle con il loro significato nella vita reale. Altrettanto
critico si dimostra nelle “Adnotationes in Novum Testamentum” quando usa la sua
profonda padronanza della lingua latina per provare che sono state le
traduzioni maldestre di alcuni passi del Nuovo Testamento a causare
incomprensioni ed eresie. È a lui dedicata una fondazione che in
collaborazione con Mondadori, pubblica la collana dei romani i in cui vengono
proposte edizioni critiche di testi classici. L'arte della grammatica, Casciano
(Milano, Mondadori); “La falsa donazione del principe Costantino”, Pepe,
Firenze, Ponte alle Grazie, Scritti filosofici e religiosi, Radetti, Firenze,
Sansoni, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, “Repastinatio dialectice et
philosophie” (Padova, Antenore). Treccani enciclopedia, Il Contributo italiano
alla storia del Pensiero: Filosofia) ; Garin, "La letteratura degl’umanisti",
in Cecchi-Sapegno Letteratura italiana (Milano, Garzanti); Basilica Papale SAN
GIOVANNI IN LATERANO, su Vatican. Pubblicate per la prima volta da Erasmo da
Rotterdam. Antonazzi, “V. e la polemica sulla donazione di Costantino, Roma; Camporeale,
Valla. Umanesimo e teologia, Firenze, Istituto Nazionale di Studi sul
Rinascimento, Fink, Laffranchi, “Dialettica e filosofia in V.” Milano, Vita e
Pensiero; Mancini, “Vita di V.”, Firenze, Sansoni; Regoliosi, “V.. La riforma
della lingua latina, della lingua italiana, e della logica, Atti del convegno
del Comitato Nazionale, Prato; Firenze, Polistampa, Donazione di Costantino. Dizionario
di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Enciclopedia Italiana, Roma,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Rita Pagnoni Sturlese. Su treccani. in Il
contributo italiano alla storia del pensiero Filosofia, Roma, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, La falsa donazione di Costantino, su classic italiani.
La tomba su Penelope uchicago. LAVRENT Ad uetenm denuo codicum fidem ab
loarnie Rtnerio emendata omnia. Kjran i APVD SEB. GRYPHI VM IVGDVNI, 4 o* STVDIOSO
LECTORI S. Hd£« /etfor optime hos elegdntidru libros multo quum diu
tehdcurtqudm prodierint,emdculdtioref,loanis Rtcnerij opc- ' rd,cu/m nonnullis
dnnotdtionibus, tibi hdudpdrum profuturis , ab eodem in mdrgine ddditis. Veterum
dutem dutorum cxem- pld,qu / V d/c lcttor,Rjcnerijqi ld- ’boribus fuere. 1 1
.«jiiJDiO I lOANNI TORTELLI r9. Aretino
, cubiculario Apoflolico,Theologo* nat iUam dignitatem,quam ab ida ornetur. Nec
ego minus ueneror cius uirtutes apud me, quam datas a Deo Apoftolicas claues ,
d(aues,quum pro: fert im [cientia [aerarum literarum.ilauis ud* cetur,ab eodem
Deo tributa,qux apcrit,cr nano claudit: cf ait* dit,cr nemo aperit, Jftuj utraq
manu clauei gcflat,[apientix altera,altera potejhtis. Quare ( ut libere quod
fentio dicam) uel magis mihi lxtnndum,atq; gloriandum erit, fi a taminte *
gro,tm fan (tortam fapienti uiro,quamfid fummo Pontifice, laudabor. Summi enim
Pontifices imlti fuerunt, [e d qualis hic, uix unus,aut alter : quem ab fit ut
emerendi fauons gratia im* penfius iaudauerim, quippe qui fciant er me
improbaturos ho mines, fi mentiar.ej illum talem effe,qui nec feipfum ignoht,'
crteflimonia fuarurn laudum malit in pettoribus efje,quam itt* linguis. Neq;
uelim te hanc ei epiflolam oflendere. I n qua etft laudatur, id tamen non ideo
fit, ut has laudes ipfe, fed ut exteri legant:cr (quod ad nos attinet ) magna
[ane honori tuo , ac meo fiet accefiio ex hac Nicolai pontificis
commemorationes Etenim fi in arcubus triumphalibus ,cr columnis,cxteinsq; id
genus operibus in honorem aliquorum cxtruttis,qu6 fintau * guftiora,cernimus
interdum alicumDci,aut D eo finuhs imaginem [uperpofitamicur ipfe naputem mihi
ficiundu/m,ut huic mex columna (non aufim dicere arcui ) duodecim paffus alta,
quam ego opifex tibi ob fingularem eruditionem, fummarn beneuolentiam,maxima in
me merita dicaui , imaginem ‘ N icolai fummi Pontificis mea manu fcalptam in
cui mine collocem, ut operis decori quadam etiam , ex ipfo prxfidc maieflas
accedat { ita er noflra in illum reuerentia ,ac £ -* religio , cr illius in nos
” fauor , fylendorque ! conflabit. Vale. 4 i LAV £ A VRENTII VALLAE PATRI TII
ROMAni , er de LINGUA LATINA bene meriti , in fex Elegantiarum libros elegans ,
er do= admodum prafutio. WM fepemecwm noflrorum maiom res gc{l as, aliorum# uel
regum , uel po * pulorum con fidero , uidentur nuhi non modo ditionis noftri
homncs,uerum etia lingua: propagatione exteris omnibus anteceUuifie. N P er fas
quide, M edos , Afiyrios,Grxcos,aliosq ; permultos lon* ge,late# rerum potitos
effe:quofdam etiam,ut aliquanto infi* nusquam Romanorum fidt,itx multo
diuturnius imperium te nuijfe conflatinuUos tamen ia linguam fuam ampliare, ut
no* firi ficeruntiqui (ut oram illam 1talia: , qua magna olim Gracia
dicebaturiut Siciliam, qua Graea etiam fuitiut omnem I tt* liam aceam ) per
totum pene Occidentem , per Septentrionis , per Aphrica non exiguam partem ,
breui Jpatio linguam Ro= manam (qua eademhatina a Latio,ubi RoHia^hdicitur) celebrem,zr
quaji reginam effecerunt,^ (quod adif)fas prouftt , cias attinet ) uclut
optimam quandam frudem moralibusnd fu* ciendam f 'ementem prabuerutiopus
nimirum multo praclariui , multo# Jf>eciofius,quam ipfum imperiti
propagajfe.Qui enim imperium augent, magno illi quidem honore affici folcnt,at
$ imperatores nomindtur.qui autem beneficia aliqua in homines contulerunt ,ij
non humana, fed diuina potius laude celebran* tur : quippe qui non fua tantum
urbis amplitudini, ac glori a confulant, fed publica quo# hominwm utiliatl,ac
faluti. lai # noflri maiores rebus bellicis, pluribus# laudibus exteros horni*
nes \ PRAEFATIO, 7 tics fuperaruntjingux
uero fu£ ampliatione feipfis fuptriores fuerunt,tanquam relido in terris
imperio,confortium Deorurtt . in ccclo confcQUti. An uero ( Ceres quod
p'umenti,Liber quod * tHniyMinerud quod olei inuentrix putatur , multify alij
ob ali*t quam huiufmodi bencficctiam in Deos repojiti funt) Unguant Latinam
nationibus didribuijfc minus erit , optimdm frugem, e r uere diuinam , nec
corporis, fed animi cibum i H £c cninf. gentes idos , populos qj omnes omnibus
artibus, qu£ liberale i. uocantur,instituit:h£c optimas leges edocuit:h£c uid
ad omne fapientiam muniuit : hxc deniq ; prxft itit , ne barbari ampliUf - dici
pojjent. Quar? quis £quus rerum aftimator non eos pro* firat,qui facra hterarum
colentes,ijs,qui bella horrida geren* teSydari fuerunt i illos enim regios
homines,hos uero diuinqs iuflifiime dixeris, d quibus non (quemadmodum ab
hominibus debet, fit) auftn rcfpublica ejl,maie;}asq; populi Romani folum,fed
(.quemadmodum a dijs ) fallis quoq; orbis terrarum: eo^quidem magis,qu6d qui
imperium noftrum accipiebant, fuum amitte* re , er (quod acerbius efl)
libertate fpoliari fe exidimabanty — nec fortajfe iniuriaiex fermone autem
Latino non fuum immi* nui , fed condiri
quodammodo intelligebant : ut uinirn pofte* riusinuentum,aqu£ ufum non
excufiitmec fcricum,lanam,li* numq; : nec aurim,c£tcra metalla dcpojfcfiione
eiecit,fed re * tiquis bonis accefiionem adiujixit. Et ficu t gemma aureo adi*
gata anulo non deornamento cfl,fe ' ELEGANTIARVM. ' Ex quo oftendit cr Mifitw»
, cr /rw#u cffe declinatio * nis, genere aute diffirre.Ego uero reperio
ancipite apud Mar* tialem fcripturd,cr frequentius fic, «t cr ipfe puto
feribendu: .Cum dixi ficos, rides quafi barbara uerba. Et dici ficus Cacilianciubes.
Dicemus ficus,quas fcimus in arbore nafei. Dicemus ficos Caciliane tuos. Ante
omnia,cur ille ridffet Martialem, quod diceret ficus? An non reperitur
ficus,faltem pro arbore,atq ; etiam pro frttttu, in numero fingularii Non hoc
ergo iUe ridebat. Quid ergo? quod
genere abuteretur?ne hoc quidem. Quippe cum dico ficus,quo genere utar, nono
intcUigit. Certe ridebat quod alia declina* tione uteretur, qumea,qua debebat,
ut ex fecundo uerfu, in quo mutata efl declinatio , apparet. Quod fi igitur
Cacilianus de declinatione agebat , non de gencre,debuerat Martialis ad,
declinationem , non ad genus refpondere,ut efl putandum:atq; adeo neceffe efl
eum rcfpondiffe. Siquidem ( ut o flendi) iUe re * prehcnderat,quod hic ficos
diceret , non ficus. Qua reprehen* fio fi ueraefl, ut Prifciano uidetur,qui
uult ficus magis effe quarta , que tandem modehia poeta fuiffet,eum qui refte
ad* moneat, tam execrabili,etiam uero crimine inceffere? ergo con* iunxit
accufationem imperitia cum accufatiotte flagitij per io* cum,cr dicacitatcm,ut
moris fui efl,quod ille adeo flolidus,non folum nequam ejfet,ut negaret ficos
reperiri, quos fetum, fem* per, cr quidem cum dolore gefhret : quod minime
mirum efl reperiri,quum profruftu , ad cuius fimilitudinem morbus ap* peUatus
efl,in fecunda declinatione, cr ( ut opinor) in genere mafculino non modo apud
poetas, fed apud oratores quoq ; pro* hatifiimos reperiatur.ut Horatius,
Pinguibus cr ficis paflum iecur anferis albi. Et Plinius ad Oflnuiwm Rufum, Qua
nunc cum ficis,cr hole * Lib.i.epi* tis certamen nondum habet. Et Cicero de
Sene£lute,Ex tantulo grano ii.3 Scr. i.faty.J. v* 7 14 Lib.i. Satyra io.
LAVRENTII VALLAE grano fici. Quidam grammaticorum recentium3idefl3imperl U
torum,aiunt pro fruttu quarta , pro arbore fecunda effe decli - nationis3quum
pro arbore fit fapius quartaiut idem de Orato * re : V x orem fuam fujfcndijfe
fe de ficu. Seciida autem ut apud luuenalem : -Ad qua Difcutienda ualent
flcrilis mala robora fici. 8atur«}.cx. ip, Macrobius er ipfe in fecunda
declinatione femper fire utitur, er plurimos ueterum oftendit ufos. Prifrianus
uero uult pro fruticer morbo quarta ejfe3cr hoc autor itote Martialis. Hem .
que ego inficior ultimum illum uerfum poffe fic legi , ut recitot
Prifcianus-.fed id ioco magis 3qukm ferio a poeto accipimus effe dittum.Neq-y
enim feipfum3quod ficos dixifjet3fed illius er ne* quitiam3zr imperitia
reprehendere uoluitmon ignorans ficos & Latine 3Fd“uldm potm,qum fretus
cithara, fideculdm dndlogU exigit . De dutoriMc fdtisfecerit Tetius S fe atraT
f °mpeuts,iufcribenst Udes genus cithara,diae,quod ttntm int"Je chord*
*»*?“«■» inter homines fides, concordent. fiSL”S. p£ arr TVT fidi1cuUt™g‘‘*
fides, fleut sedicula ab ahidiius , nat tdesjedteula a fides , cedicula i
cedestnon edeculaSedecula, ** iambos dius mafculina,in eda faminina,in cllu
neutra.Culter cultellus . Liber libellus.Puer puellus . T ener,tenera
tenerum,tcnellus,te* nella,tenettu:mifer,mfera, mtferfrmifeUus, mifeUa.mifeUu
:facer% facra/acrum,facellus/acella}faccllu. unde hoc facellu,pro tem* pio
modico.Hinc fidum eft, utfceminina quoq ; fubjhntiuom eodem modo,quo
adicdiuoru,ficeret diminutiua. Caper,capra, capella. Puer,puera,puella.Liber,
libra,libcUa:licet multo aliud libra,qud liber (ignificct.Hac diminutiua in
cUus, et eda exeut. *> Sunt quada m iUus , illa, interea aute priora
Prifcianus ponit Ala,uultq; ficere diminutiuu afcclla: Cicero tamc inter
pofterio Cic.de Onto* ra. Duo enim mafculina , totideq j foetninina donat hoc
genere ?td* * ■ terminatiois:Palus,paxillus:Talus,taxilliis: M ala maxilla:
Ala, axilla. Sunt tamen cr alia in hanc uocem exeuntia. T T L.k 4U0%
diminutiua, que finiunt in afler, imitationem po * A tius,qum diminutione
fignificant: necfc enim ea ratione di* b citur *t> • LAVRENTII VALLAE citur
Oleader,Pinaftcr,Apiadrum,Menthadru, Siliquadrwntp quod/it parua olca,parua
pinus, partium dpirn , parua mttha, ' parua pliquaifcd quod fylueftria,oleam,
pinum,dpiu,methdm, ftliquam imitantia : cr,quo quidam utuntur pliader pro
priui* gno,non paruus filius eft, fed imitatis filiumtcr parafttafter,no Pdruuf
paraptus ( aliter enim no diceretur a Comico, parada* aft*cimVaiu fler paruulus
) fed imitator paraptorumiut apud M. TuUiu pro Tuu.pro Vjjre yareno,Erucius hic
noder Antoniadcr cft.Et ad Atticum lib. |i. ).>.|us (Sora X I i. Omnino folet
effe E uluiadcr .id eft, Antonij, F uluify imi* f*01^ i.uc au-
totor.EthincAMgujhtuu appdlat pbilofophadrum:non(ut pu* defidtratur, to)paruum
philofophum yfed imitatorem philofophorwm : nifi SeSSScS ^cas iwtotionem effe
diminutionem quanddm perftftiontf * nuib. 7.ciZis\ushUyuri\ pro fuflU gatione.
Carnarium non locus , ubi caro falfa fuff cuditur , fed caro ipfamifi contentum
pro continente accipiatur . Donaria, Ser.fn illud %. no lacus repofitorius
donoru , fed ipfa donailicet Seruius dicat, ribS8di'^osai ubi dona oblata
funt:ficut leftifternia dicutur,ubi homines fede u ad donaria ye in templo
confucucrut. ita in exteris adbibenda efl in fimiliu &c% nominum
fignificatione accuratio. EijM^ftmmiisTWtinwthi ' n f culina, fcxtmn in a,cr
communia,ofjicia homimm,qualmtcmq. ; fignificant. Caprarius,faltuarius ,
camparius, horrearius, clafiia* riusicuflos exercitorue caprarum, faltus,campi
, horrei, clafiis. Sagarius, lintearius, uefliarius : uenditor fagorwm ,
linteoum, , ucfliu. Proprietarius, Fruduariits,vfuarius:cuius efl proprietas
prxdij, cuius fruftus, cuius ufusiqux omnia fignificant a&ione, t # ■
ELEGRANTI ARVM LI3. I. « poffcfiionanq;,numero quidem incomprehenpbilid.Vauca
dutc qu£ papiui- acciptitur:Legdttrius,Comoddarius,Depcptirius, Benepciarius,
lideicommiffarius: qui legatum , commodatum, i ■. depojitum, beneficium ,
pdeicommiffum accepit , e r fiqudfuttt * e tiam nomina quadam re * rum,Calana,
Sulphuraria: ubi calx coquitur, er fidphur fit. Atque hac a nominibus fere
proficifcuntur: dia uero magis 4 uerbis,ucl a tierbabilibus in or,
^msinrta^drium, dftionem pgnipcantia,accufatorius,pd^ortUs, depnforius,p*
deiuflmus,inftitutorius , exercitorius , tributorius. N am T rU butarius uenit
a tributm,Tributorius a tributor , peut depop* tmus 4 depojitum , Depop tortus
a depoptor. Signipcat itaque Tributarius, qui foluendo tributo obnoxius ejl: ut
Stipendia* rius,qui foluendo ftpendio-.cr Depoparius,qui reddedo depo* pto: ut
Munerarius , qui dat munera populo , gladiatoribus in arena exhibenda. 1 deofa
uas efcariwm dicimus,^ uas potoriu : quia hoc a nomine uerbali uenit, illud non
uenit. P rator, fena* tor,holitor, littor,no opinor dcfcedere a uerbisifed quia
uocem uerbale obtinet,pcut cenfor,cr qua8or,pc formaucrut fua dea nominatiua
pratorius, fenatorius, holitorius,Uftoriiis,ceforw, C quaftcrius. Holitor
autetn , cft qui horti holeru exercet, que nonnulli hortulamm uocant.Ep er
holus,unaqu£^herba,qua ucfcirmr.Namfhrt^x^iivrii rmhvIftTl^^dyrWrib^ conp ti,cr
uoluptatis gratia comparati: ut horti Salluftiani,Pompes
iani,LUculliani,Claudiani.Lidor, minifter confulis,proconfu *
lis,prinetum,uepretm,fimdia^ : tamen dicimus fenticetu, non fentetum.
DccucntUjiuflTujpcrmKrUjiugwo. c a p . vir, EVentus in fingulari generis
mafculini, er dcclinatiois quot tt eft:cuius plurali M . Tullius fiepifiime in
neutro genere , C r declinatione fecunda utitur:ut de Oratore , Ex aliorum fa*
&is,aut di(tis,aut eventis, l dem de Diuinatione:Si eventu qux * *”£-«*•*
rimus, qux exquiruntur extis .Et ad Luceium : Tabulam reru, euentorumfy
mcorum.Et ad Atticum: Sempcr enim cauf!lh feLEGANTIARVM LIB. I, *3 hiffu,er
pcrmiffu tuo,quorum pluralia funt potitu fecunda de* clinationis, injingulari
fire nunquam . Necjj cnimdicerc fole* : ■ pius iuffo tuo,fed iujfu:non permiffo
tuo,fed pcrmiffu . Horatius tomen, V ttr permiffo - id eft, re permijfa , no
mrte permifiioemec p1, *• dixijet permiffo tuo, nec iufiibus , permifiibusq;
tuis/ed iufiis, pernufaq; tuis:ncc iujfm,pcrmiffusqi tuos/cd iuffa,permijfaq;
Eclog>g CT in eodem opere: Na uolucri ferro tindilc uirus inefl. T onfile
buxeti, er tofilcs oles legimus,qu6d tofe funt , er in orbem,ac comam putatce .
E t hac nomina in participium pafiuu rcfoluutur,qua pafiuu habef.qua uero
pafiuo carent , in prafcntis participiu , qualia funt neutra: ut anima uolatihs,
quafi uolasicr quidam uolatilia uolucres uocdt, quia uoldt: ut altilia
animalia,qua alutur.Sefilcs laduca , quafi fcdetes,quod licet a participio non
ueniat,tame eiufde natura efl , cum in fi= gnificatione confentiat,cr d fupino
nafcatur.Vmbratilis uide* twr couenire cum catcris,quafi umbratus:ut uita
umbratilis , er ires umbratiles: id efl, uita, umbra er opaco marcefcens :er
res per inuolucra,er inanitatem,qualis umbra efl,duda,umbrati* les appellantur.
V erfatilis quoq; fcetia uidetur fgnificare,quod uerfaturhuc, er idue, no quod
uerfaaefl:cr axis ucrfatilis,cr gladius angeli uerfatihs,qu6d uerfatur. Quidam
autem uerjilis fccna,cr dudilts dicunt: uerfilis quidem quod quum tota machi
tiis quibufdam conuertebatur, aliam pidura faciem ojlenderet: D udiUs uero,quum
tradis tabulatis hdc,atq; idac,Jpecies pi= dura nudabatur interior . Plicatilis
crijh upupa , quod plica* tur,non quod plicata efl:& nauis plicatilis,qua
plicatur, quuto foda efl cx corijs . Eifilis arbor , fi file lignum , fi file
robur y tum quafi fiffum cuneis , tum quia finditur , quafi fifibile : ut
ap.fi. Plinius libro x v i. H ac maxime fi filia,alia frangi celeriora , quam
findi, idem paulo pofl: NutUsfy fi file rimis hoclignum. Dehac foiutiii id
cfl,fifim . Solutilis etiam nauis dicitur ( qualis nauis in qua pinx&iuu^-
ASnPP,n4 * Nerone filio per infidias pofita , naufragium gio , uide Su«t.
ficit) quafi folubilis , qua facile foluipofjet. Ego uero malint & CoriTaci
folutilem dicere folutm , er non fideliter confutam . E t f 'edi * itb;i4. lc
porrum legimus , non tam fedibile ( quid enim non esi fe* dibilcf ELEGANTIARVM
LIB J. tj flibileOquam fettum,cr fua /ponte concifum,cr [eftu intror*
fum.¥utiUs,uanus,uel inutilis: uel a futio futo, unde effutio effu tisiuel 4
fuo futum:uel per apocopen ab alio fupino,quod ab a* '*Fnioiom fntd I ijs
diurnari malo,qum a me profari . Aquatihs}a nonune3uel u«bi futuo, 4
uerbo3animal in aqua degens. Saxatilis, incola faxorii Pifcis fluuiatilis ,
incola fluuij , nonmans , aliarumue aquarum pifcis. Pluuiatilis aqua, 4
pluo3uel magis a pluuia. Deadie&iuis inbundus. cap. ix. PKifcianus libro
quarto inquit: In &«n Unis fkftmivr pdnis triticeus,hordaceusue, non exfolo
triti* co,bordco'ue copofitus cft,fcd ex aqua quoq;,licct triticeus utri ; ufq;
harwm,dc quibus loquor, firmarim uideri pofiit, er magi/i idius,cuiusfunt
creteus, arundinem, er fimlia.Namtriticaceus J icere deberet, nifi dicimus
euphonU caufa,ca,fyUabamcffe fub * latm:quod mihi ita uidctur efje , quia
dijiuntfa eft ftccies eoru, qii£ exeunt in ceus,cr eorum qu£ exeunt in eus.
Huius generis ^"pj^aanto eftuinaceus,quum ejl adicftiuu: ut,uitiaceo grano
legimus que- rciib.^c^.a* damfuffocatum. pro acino uu£.et uinacea fubjhntiuum
plurale pro granis uu£ iam preffie. Dicimus tame mons terrenus potius, quamtcrreus,aut
tcrraceus. Sunt item nomina finita in itius,de * fcendentia ab habentibus t,in
ultima fyllaba: crfid nominibus quidem, fi gnificant materiam: fi a fupinis
uero,pafiionem quan * dam:ut,Cratitius,Stramcntitius, Lateritius, C & ,Mmor
comparatiua funt per imminutionem. Eft enim Sic. tt in iiiud fcnior non fatis
fenex , iunior non fatis iuuenis , intra iuuenem, Jd«UrefSSat ficut pMpwior
intra paupercmihoc autem dicit varro in libris pefote nocc*. fuisad Ciceronem :
quam rem a Vdrrone trafttum conprmat etid Plinius:Hac Seruius.Si uero hoc varro
, e r Plinius ait, quis non cernit pbijpp repugnare rationemhancfEft enim
naturi comparatiui fuperare in ea qualitate , quam obtinet poptiuus,
quafuperatio quoties incolumis e p,no pofiis tunc dicere fidi effe
imminutionem. Ponamus exemplum huic rei pmilimu/nu. Antiquior te ego fum: id
efl, maior te natu fum. ttem,adolefu* tior tcfumiid caminor natu te fumiita,
iunior te fum: id cft,mis fioris a tatis quam tu}uiJiliuifawWtymtfHpwnlh:quc in
modum accipitur illo in loco Scruij . Ergo no per imminutione, fed proprie.
Quare ut in iunior fallitur, itaet in fcnior falli dicU dus e p :qu£ tamen
omniaCut fentio)pro pofitiun accipi folent. quemadmodum etiam ocyus,pro
ocyter.Tftmus pro non,jempcr'+Z~f ftre accipitur : pequentifime tamen iundm cum
pn , aut cum quo, pro ut. Sin minus,id cfl, p non: Quo minus, id ejhut non:
ficut,Quo fecius , etiam pro ut non. Quid de hoc comparatiuo minus pei
mentionem, aliquid etiam de ipfo dicam. Placet aute mihi non modo d paruum uenire
, fed etiam d parum : ut parum pecunu habco,no autem paruum pecunU:ergo minus
pecuniA dd parum pecunu potius, quam ad paruum pecunu uideturre PriiUib.jj.
ferri. Addam aliquid econtrario demagis. Ait idem P rifeianus, omnia
comparatiua mittere aduerbia pmilia ueutro generi . Atqui ELEGANTIARVM LIB. I.
5» Atqui magis, non in us exit more diorum, fed in is: quod coma paratiuim ejfe
er uis ipfa huius uocis indicat, er multo poft ( nefeio quomodo)fatetur hic
autor. Pr* tereo quod a maius nui Ium aliud aduerbiu eji , er aliquod ejfe
debet. Dicimus enim iu* ftius queror, melius feribo, peius canto, plus gaudeo,
minus do* leo unaius gaudeo non dicimus, fed magis, quod a magnum po* fitiuo
compar atiuum ejfe uelhinc palam efl,quod omnes fic lo* equimur: magis poterat
Pompeius, quam Cte Jar, fed poftea mda jc ime omnium potuit Cafar. Ex quo
apparet eiufdem pofitiui, quod eji magnum, comparatiuum ejfe magis, cuius
fuperlatiuu eji maxime, mutata u in g:er appofita i. Qjqod quum ita jit, cur
per magis er pojitiuum refolui comparatiuum Prifcianus uo* luit,taccns de
ceteris que eundem ufm prejhnt* fortior, plus fbrtis,uebementius fortis,
ualidius fortis , er que funt eiufmodu Opinor quod non putabat hoc ejfe
comparatiuum , ut quod 4 uocc compar at iui recejferat-.aut fi putabat,abfurdum
uidebatur comparatiuum per comparatiuum refolui cum pofitiuo, quum prefertim
ipfum magis , more aliorum comparatiuorum rcfoU uendum fit, quod fieri nequit.
Quod fi refolui nequit, ne' aliud quidem poterit. Quale cfl fi dicam,quod
efliflorum mdius edi* ficium,dut quod ualidius i abftirdum ( ut dixi )
quibufdam uU deri pofiit, fi refoluatur magis magnum , er ualidius ualidum *
Adde quod ficut refoluit comparatiuum per magis , ita debuit refoluere
fuperlatiuum per maxime : forti fimus Grecorm A* chilles,maxime fortis
Grecoru,no aute fuper oes Grecos fortis . hoc modo fuprafe fortis erit, quod
fieri nequit. Item fine appofito,fbrtifiimunon longior, medius.Horatius,0'
maior iuuenum- in cpift.Mcd. ln4M,t : d£* *uos cmw p*fones patrem, filium#
feribebat. OuU ad iaf. * dius in perfona Medea, qua duos' filios habuit , Quum
SJ ELEGA NT IARVM LIB. I. Qnm minor ex pueris iujfus, Jludiofy uidendi
Conjtitit ad gemin £ limina prima foris. Et Cecfar,fiue alius pro C£farc,in
comentario x i.intejkmen* toPtolemei patris, Haredes erant feripti ex duobus
filijsma* 3 uebcUiua. ior,e? ex duabus ea,qu£ etate antecedebat . ideo maior A
iax, CT ntinor.ille Telamonis,hic Oilei filius. Maior,et minor Atri = des:iUe
Agamemnon , hic M enelaus. M aior Cato , er minor , * JVI aior,*? minor Scipio,
de duobus A pbricanis. Maior Cyrus , er minor.fiue fuperior,*? pofterior : nam
tepus fignificamus, non dignitate maiore,minorcm'uc.De malis tame non maior, c?
minor dicimusiut, Dionyfius fuperior, er Dionyfius infirior* Qui numerus quu fuperat,non
per coparatiuu, fed per pofitU uum,aut per fuperlatiuu loquinutrut , Magnus A
lexader, M a* gnus Pompeius, Fabius Maximus, Valerius Maximus. E tb tu es
doftior fenibus , iuuenum c longe k 34 LAVRENTII VALLAE longe do ftifiimus.
Gr.|. poft quafi imprudens , quod negauerat , conjtjfus ejly prior re- ferri ad
unum, primus ad plura ( quod antea Diomedes, Dona* tus,cr Seruius dixerant )
ideoq; illud iungi ablatiuo more com * paratiuoru , hoc autem genitiuo more
fuperlatiuoru. Qua: non fignijicant melior, & optimus ( quemadmodum ipfe
uult) jicut nec potifiimu,optimum,in Phormione apud Terentium:vbi tu
Aft.i/ce,». dubites, quid fumas potifiimu,fed in his omnibus principalior, c 3.
pritt LAVRENTII VALLAE principdlifiimus3zr printipalifiimm. Quod quum ita fit
(ut irt fumma colligdm , cr brcuitcr dicam 3 ut d principio inftitui ) compar
atiuum inter duo cjfe,fupcrlatiuum inter plurd3fi modd tria funt imparia :
ueluti fi in duas parteis duitas diuifa ejl , ut beilo ciuili P ompcij,er
C£faris3rcfte dicas3maior pars Quiri « tiumfequcbatur Pompeiim^minor C qum
fordidetur.Plaut.in Cdptiui duo: Ego qui tuo moerore
macaor,macefco,cofenefco,cr txbefco mi fer.Tro codc pene decipit maceror *er
macefcomifi quod mace * rordd dnimum magis pertinet, quafi affhgor.macefco magis
ad «orpus. Videtur autem ratio dici uelle potius maaefco , ut ni*
fefcOypigrefco,ccgrefco : fcd etiam dici potejl macefcOyUt ace* |co. Crebre fco tamen potius
dixerim, quam crebefco. Verum dd rem. Ediuerfo Vergilius: Gcorg.T. -Maria
incipiunt agitati tumefeae. -Et iterum: Acncid.7. Elutius ubi primo coepit cum
albefcere uento * Et iterum: Georg.3. sin in proceffu coepit crudcfcerc morbus.
Vbi quid opus erat dicere,quod incipiant res twmefcere, albe * fcercycrudcf :
er e -quum fatis , imo magis proprium fuiffet dicere, quod
tumefcebant,albefcebant,audefcebat:id ejl , quod incipie * bantyfiue inchoabant
tumere , albere , flue audere. Quid ago fignificant uaba inchoatiuaf N empc(ut
breuiter finiam) quod uabd compofm a
fioycalefioftigefioyfordcfiojnualefioyccgre* fioyCT arde fio: qu£ ideo in ufu
non funt , quia fupcruacuum cf* . fetyduas nos uoces habae
idcmfignificanteSynec nift ubi altau deficityaltaius prafidio utinutr.
Calefies, pro cdlefiens utimur: cr pdtcfcenSypro patejiens,quanquam utrunq j
reperiatur , pa* tefcoy cr patefio : quoniam ne infimplici quidem fuo reperitur
... fiens,nec quod ab hoc formaretur fiedus.Dicemus itaq cadefces, cr
calefaciendus.Hec defunt qui fiens utantur ,fid in eo,de quo loquor
fignificatomt in pfalmo x x 1. Etfdtitm efl cor meum , tanqua cera liquefies in
medio uentris mei.Quum in alia tranf* latione dicatur liquefiens.Ex quo liquet
eiufde utrunq ; ejje fi* gnificationis.ldiomate quoq ; Italico, atq;
Hifi>ano(quod ex I tx lico oriundu ejl) adfiipuldte , apud quod pene L dtina
uoce h£C uerba pronuncidntur3cr cate in hunc , quem ego dico finfum: quale '•H.
ELEGANTIAR VM LIB. f. 'ff quale efl hoc,ogni di magrifco.hoc efl,omm die maere
fco : per quod,incrcmentwm afiiduum,atcfc cotinuwm declaratur , no in* choatio.
Quod fi quid inter huiufmodi uerba in fco , er in fio , intererityhoc efje
arbitror , quod hac in fco pafiionem in fe ha* bentyiUa uero extrinfecus allatam.
Vt in Aegypto Corfar quum C3tt* hoffes fugeret , elata Leua natabat, ne libelli
, quos tenebat, madefierent : melius , quam madef cerent. E t quum fores ape * riuntur ,
melius patefiunt dicitur , quam patefeunt . At quum quis in balneo fudore
irrigatur, er fores fua fpote aperiuntur, magis ille madefeit, quam madefit :
er h£ magis patefeunt, quam patefiunt. I nchoatiuorum autem dicuntur prateria
ea * dem ejfe,qu£ printitiuorum : tamen paucifiimis cur £ eft digno i
fcere,quando a primitiuis funt,quando'ue ab inchoatiuis , quo* rwn multum
differt fignificatio , licet crebrior fit ida inchoa * tiuorim:ut,pinguit,
macruit, frixit, caluit : idem efl quod pin* guis fidus eflfnon autem pinguis
fuit : macer fidus e(l,cr fii * giduSyCr calidus fidus , non autem macer ,
fiigidus,cr calidus fuit. Nam pinguet,idem eft quod pinguis efl:macret, friget
,ca* letyidem quod macer eft, frigidus eft,calidus efl: quorum prate* ritu funt
pinguit,macruit,frixit, caluit : uix unquam in hoc fi*
gnificato,pinguis,macer,frigidus , calidus fuit: fed in illo, pin* guis, macer
, frigidus , calidus fidus efl , ut etiam in hoc aper * tius patebit exemplo :
Tam cito macruidi f tam fero pingui * fii f non id fignifico, quod tam cito
macer, aut tam fero pinguis fuifli , quafi nunc talis non fis,Ced quod pinguis
, aut macer fi* dus es , atque etiam talis es , fiue tunc eras , fi de alio
tempore loquimur. Qg£ prateria
quia a prinutiuis non veniunt (.ut fignificatio indicat ) neceffe efl ueniant a
deriuatiuis in fco. Vnde probatur etiam inchoatiua non fignificare inchoatio *
fio». Quare Seruius uiderit,qui his uerbis prateritwm non tri = Scrufus in Do-
buit, quorwm frequentius efl,quam fuorum primitiuorum. Nam ntum‘ quod ait, quia
inchoatiua funtjdeo carere proteritis, cafja ratid eft, quum > E eft,quum hoc ucrbum inchoo etiam prxteritum
habeat. V erunt hcc uerba nec inchoatiua funt, fiue calefit , quafi
mcditt.tur.id efi, ut calcat exercetur. Terent. ».fcc.i. Hunc nide utrum uis
argentum accipere , an caufam meditari tuam ) ea in fo inchoatiua , hotius,aut
no ai^ryman".0 men,quum inquit:$wuhter etiam accujatiuo cafu utimur,quu ad
G qu* dic. nolumus abfolutam jacere elocutionem^ per gerudij modum aliquid
dicere : ut. Petendum nubi cjl cquum,codicem,uinim. Hinc Verg. -Pacem Troiano
ab rege pete dum. N am fidixc* ris, petendus cjl codex,iam non per gerundij
modum, fed par * ticipialiter loqueris. Hoc non aliter participium cjl, fcu
nome , quam iUud,pctendum efl mihi iumctwm,prTfcrnm qudd'geru* ^WTnorc^^
pafriuKfed attiuc, . LAVRENTII VALLAE fatiuo:ut,eo ad falutundun r fi-atrem,ad
fatuandam fororeni,a4 — ' fatuandum fidus,ad fatuandos fratres,ad fatuandas
forore 9, ad fatuanda fidera. Quod elegantius dicitur,quam cwm regi *
nune:ut,eo ad fatuandum fratres, ad falutddum fororcs,ad fa* luandii fidera.P
er alias quoq ; prxpofitioncs jimliter:ut inter, fed raro habet cum gerundio
fubslantiuu , rarius regimen. Li* uiusame lib.i. Etipfc inter Jf otiandum
corpus holiis ueruta pcrcuffus. E t iterumilnter accipiedas de fuis comodis
rogatio * nes. De ante,nuUum ale imprcefentiarum exemplum occurrit . I n
ablatiuo fine pr£pofitione:ut , fit iniuria domino fundi ud defringedo ramo,ud
ligno iticidendo:res eunt ordine lite aut cate ufi* txte dicamuSypro eo quod
eft , cupio filiam meam nuptum ire , er nos fidum ire: cupio filiam meam
nupturum effe, & nos fidurwm effe: quum dicendum fit nupturi effe,erfiduros
effe • dico aliud effe oratum ireter oraturum effe. Ego quidem cce* tiaturus
fumynon tamen eo canatum,uel ad ccenadum. Etfcio te coenaturu effeyfed no protinus
ire cocnatu}uel ad ccenadum . Nam participium futuri cu uabo fubdantiuo no
habet adio * ttem illam,er motwm,quem habet uabum eo. Atqui in pafiiuo fuerat
uaifimilius , fi dixiffet (quo etiam frequenta utuntur autores) idem effe ,
damnandum effe er damnatum iri. Nam eodem loco dicae poffumus,aedo peccatu meum
refcifcedu/m effe,er refeitu iri. ItemjnteUigo , fcio9uideo,opinor,exidimo
pecca .lir ELEGANTIARVM LIB. I. ?f peccatum meum patefaciendum
effe,uelpatcfaftum iri:& ca* ter a uerba huiufmodi. I lia autem qua ad
faturum rejf>iciunt,ut timeo,metuOyUereor,jf>ero,cupio,non idem faciut,
quibus ma* ior difjvrentia ejl cu. pafiiuo participio faturiiut ucreor peccd*
tum meum patefactum iri, magis quam patefaciendum eJfe.Cu* pio culpam meam
celatum iri,potius quam celandam effe. 1 tcm timeo peccatu meum patefactum iri.
Et pro iUo modo per pafa fi uu participiu faturi fubflituimus huiufmodi : timeo
peccatu meum ncpatefidt,uel ut patefiat: quod fieri nequit in alijs uer * bis.
Non enim licet dicer c,fcio peccatum:, ut refcifcatur,fed re* fcitum iriiuel
refcifcendum effe. Denty (ut eo rcuertar , unde egrejfus fum) ut femcl
Prifciano rejponded, non idem effe ora * tum ire,cr oraturum effe,dterum
prafentis temporis e ji,ut ui* deo te accufatum ire mc,id cfl,nunc:alterum faturi,ut
uideo te accufaturum effe mc:zr tamen accufatum iri me abs te uideo , accipitur
pro eo quod eft,uideo te uel accufatum ire me,ucl ac* cufaturmn ejfe me,uel abs
te accufandum effe me. Dc Supino in tu. ‘ c a p. x x i x. ID em autor , er in
eodem,quod fuprd dixi,opufculo,ita ait : Hoc intercfi inter amando ,er amatu:
quod amddo ejl in ipfo amore,amatu uero pro amatione,uel pro amoreiid efi,pro
ipfa re accipitur. Et hoc manifijht ipfa etiam interpretatio Graea. Sed an hac
difjvrentia uer a fi\t,eftu,quu/m dft icitur: crfiqua funt alia. At homo
fuperbus ditto , er diftis,non di * tiu.Seuus JaClo,e? JaCtis,no jattu:id eft,
quum dicit,non quum dicitur: quum Jacit, non quum jit. R es uerof*uafattu,z?dus fiu,id
eft, quum fit,aut dicitur, non quia Jacit, aut dicit. Scipio clam
adminiflratione bellorum dicitur ,*? adminiftratu beUo* rum,quando eft
ablatiuus, id eft, admini&ratione. Cato dignus ddminiftratione Rcipub.cr
adminifiratu, eodem modo. At Re* Jpub. digna eft adminiftratu,uerbum eftiid
eft,ut adminiftrctur, nip addendo genitiuum Jaciat nomen , adminifiratu
Catonis. Quare in illo vergiliano,quod P rif nanus affert: N ec uifu facilis,
nec diftu effabilis ulli: _ ‘u quandoquide abeft genitiuus,non eft nomen,ut
ille uult,pro ui* ^ fwne,cr diftionr.fed uerbum , pro eo , quod eft ad uidendm,
Macrobtin6, uel dicendum. Nec ignoro a multis legi ajfabilis,non effabilis,
Ssuw,ap.»« quod putatur fumptum ex illo ucrfu Accij in P hilo flete: Quem neq;
tueri contra,net jj affari queas. Quod p ita eft , nomen effc* confttebimur,fed
tamen nequaquam fupinum. Multi fcripferuf de cultu agroru,nomen eft:id eft , de
cultione,*? cultura agro* rum.Locus autem faxofus non eft dignus cultu, nempe
ut cola * tur,uel dignus coli. Homo dignus amatu,puer dignus doftufti* ber
dignus leftu:id eft,qui ametur,doceatur,legatur. I deo# quii ex omnibus uerbis
paftiuis liceat uti talibus fupinis, raro tamen . eifde tw cibus utimur loco
norninu. Quis enim dicat,tu es priua v tus amatu meo,exclufus adoftu
ntco,dofluspne leftu meofpro* feflo T * LAVRENTII VALLAE - — *— fitto nemo. Ex
quoapparet,quu in ufu uulgatifiimo fintpr 9 uerbis,ut ille liber ejl dignus
leftu,no poffe inter nomina nwmc rari. E d. tamen qu£ ambiguum ufum habent
uerbi, er nominis, dnimaduertendum ejl utram in partem accipi debeant:ut,tu es
dignus gubernatu : fi pro gubernatione, nomen erit: fi pro eo quod ejicit
guberneriSyUel dignus gubernari,uerbum : feino» mini accommodare folcmus,aut
etiam debemus genitiuu:ucrbo nec debemus , nec folemus. Deniq ; ex duobus
fupinis alterum aftiuo uerbo dare popis , alterum pafiuoiut amatum fit ab amo,
amatu ab amor. De Participio praeteriti temporis fignificante
aeftus,ConfiJeratus, D ifer* tus,Cautus,T utus,ignotus,Argutus,Falfus,Contctus,
Tacitus , Profufus , Fluxus, Scitus,cr quo nonnulli utuntur, Difcretus.
Circumjfettus ejl, non qui circumjicitur, que folemus appeU lare cojicmmff d
qui circumjicit ,er in omnem partem more lanijcftntihoc cjl,prudens,cr fagax.
Cbfideratus,inconfide 3 • ratusq;,qui agenda con fi der at, aut fecus:non qui
confideratur, aut non cofideratur. Difertus,qui probe dijferit, non qui diffe*
:> ritur. Cautus,qui fcit fibi
cauere,non cui cauetwr. N onnuquant tamen res cui caueturiut pro Cecinna
Cicero, Quo res mulieri effet cautior. Tutus portus , tua urbs, quod tueatur
alios , non quod ab alijs defindatur. Tamen fepepafiiue in hominibusiut , tutus
fim ab hoftibus , quod munitus , cr fine periculo furit, t>*dun.s, jgnotus
etiam fiepe attiue,ut Quintilianus: Ne quis amen er a ret ignotus, non eftfilij
mei nouerca,fed mater. Ignotus dixit pro ignordns,cr pro hojite,cr alieno,non
pro ignorato. Ar» gutus,qui ejl acutu quadd,cr accuraa folertia, quafi acute
ar* rnAnto.aA.1. &ucn*iGr Mftig4tts,non aute ab altero acute intetlettus,cr
ue* fcc*. * fligatus. Falf ts,qui fallit;ut Taitius;Cenfeny ullum me uerbum
potuijfe 77 ELEGANTIARVM LIB. I. petuiffc proloquti Aut ullam caufam ineptam
faltem,falfdrn,ini* quamt Aliquando etiam pafliur.ut idem , Falfits es:id efl,
dece* f"c J1* * ptuses,ait Pamphilus C drino. Et SaUuflius: Nec ed res mcfil-
fim habuit. Contentus,qui continet,quod animo fatisfdcit,non qui continetur.
Tacitus homo, tacitum as: qui tacct,non qui ta* cctur. Vergilius tamen pofuit
pafiiue: Quis te magne Cato tacitum,aut te Coffe relinqudtt Rtn.6. Profufus,er
fluxus dftiue apud SaIluftim:Alicni appetensfui lnCadl* profufus.quafl
profufor. Namdiuitiaru , er forma: gloria flu * xa,cr fragilis habetur. Scitus
qui fciens eft, er argutusiunde fcita Platonis interrogationes
dicutur,afluta,er uafra,ac cum In magna arte compoflta.Vt apud Terentium quoq
Scitu her* f«.*. cie homine,hic homines prorfus cx fluitis infanos jacit. N ifi
ac* cipere uelimus pafliur.ut apud eundem , - Scitus puer natus efl
f"Tt,tn ** P amphilo.quafi fleite , er dofte natus. Difcretus, qui
qualitates pcrfonarum,er rerum momenta difeernit, non qui di) cernitur,
Compldcitus autc ab aftiua uoce fleut fluxus uenit , habetq, fl* gnifledtione
nec aftiua planc,ncc pafliuam, fleut fluxus , er in* ueteratus,quod er ipfum ab
aftiua uoce defcendit,inueterafco C neutralis enim uerbi,er aftiui una uox cft,
fleut pafliui, et de * ponentis, atq; communis) cui flmile efl iuratus aiuro.
luratos enim iudices dicimus , qui iurarunt : er excretos hocdos apud
Grorgo.Mtd- Vergilium,ab excrefco. E t exoletus ab exolefeo , quod dum efl
JJUJUSJJS fubfhntiuim,flgnificat fcortum mafculum , er pracipue iam «ibus
haedo*. adultimidm efl adieftium , fignificat adultu , fed raro repe = .
ritur.ut apud Plautum,Keliqui domi exoletam uirginem.AduU Prifc tus ab
adolefco. Defiftus quoque qui deficit. V t Martialis: »ib.9. Dulcia defcftfi
modulatur carmina lingua Lib* 1 ,,cpt77‘ Cantator cygnus funeris ipfe fui.
Quintilianus, Deftftnq-, labore feneftus,magna pars mortis ni * hil mihi
reliquit,ni(i diligentiam. E t hac quidem flgnificationis aftiua in uoce
pafliuatpattciora funt in aftiua pafliua.Euidens nego .Ii 78 LAVRENTII VALLAE
negotium dicitur,quod uidetur aperte, er inteHigitur.no quoi Dedm! «o* I
ndulgentior Jacies apud Quintilianu pro * pulchra,no qu£ dijs indulgeat,fed cui
alij indulget. Ide in dio trib«4t Theb. loco : Fili indulgentifiime uidi te,nec
femel uidi. Vnde Statius: Pulchrior haud ulli trifte ad diferimen ituro *
Vultus, cr egregie tanta indulgentia jbnne. Pr£terel honorificentifiimos ,
magnificentifiimos, munificent tifiimos ludos quum dicimus , uidemur pafiionem
fignificare in participio prefentis teporis:ab honorifices enim,magnificens,
munificent ueniunt , ubi ficcns pro Jaciens dicitur : uel certe 4
tnagnificus,munificus,honorificus : que a facio componuntur, quod eft attiuuycr
tamen ita accipiuntur,quafi honori fice, mu* mfice,magnifice Jatii,non aute
facietes. Sed caufa efijquod h£C ipfaa Jacio copofitatam atiiue,qumpafiiue
fignifiedt. Siquit dem uocamus homine magnificu,cr opus magnificuiiUum qui *
dem magnanimiter Jacientem , hoc uero magnanimiter futium* Participium
prxfentis temporis pro praeterito poni, c a p. x x x 1. Solent autores
nonnunqudm pro pr£teriti participio fubfii* tuere iUud pr£fentis:nec folum
Latini,qui carent participia pr£teriti atiiui,fed Gr£ci quoq^qui non carent. Cicero in Bru Dedar. Orat» toiQuwm e Sicilia
decedens R hodum uenijjem. N on enim quis lopctoc. difcedens applicat. Multum
inter principium uie,cr finem in* terefi.Vrimiim difcedimus,potiquam uero
difcefiimus , nauigd* mus,uel iterfacimusipotiea quo tendimus,peruenimus. Quoma
do ergo dixit decedes e Sicilia ueni Rhodu! nempe utens pre* fentis participio
loco pretcriti,quod deefi. Quod probatur per diquod uerbum , cui non defit
huiufmodi participium : quale e fi proficifcor . N eque enim dixijjet , quum e
Sicilia profici* fcens,fed profitius.vt idem de Officijs libro tertio:Si
exempli caufa uir bonus Atexandriaprofitius, magnum frumenti nu* merum Rhodum
aduexcrit. Nec tamen quis in omnibus uer a,pr Lconardi Aretiniiquoru alter G
race legens doyalter Latine feribendo ingenium extitxuit meum : ille pra*
cephris(unUnim mihi legcbat)hic emendatoris, uterq f,- paretis apudmclocu
obtinens. Ad quos quum feparatim depropofito dnimi mei
rctulifiem,deguJkitionemq; quaedam operis demon* fo-a f]e)n,uterq>profe,ut pergerem,horutus
efl,cr utfeautore edere ,iufiit:ut iam integru nuhi non ejjet illoru autoritati
repu* gnare,ft repugnare uoluijfem. Sed currente (ut dicitur) incia=
runt.0" uiros omni laude dignifiimos. O' de literis,ac de Utera* tis
optime meritos. Non ueremini,nc alii eo,quo peruenijhs (li* cct perquam arduum
fit) perueniant: Jedhortamini,incenditis9 er quafi de alto manu [candenti
porrigitis. Quare quarentU bus,atq; mirantibus audaciam meam , ito rejfonftm
uelim , me fummis uiris fiuadentibus hoc opus er condidiffe, er edidijje. . ; /
Quanquam (quod ad cupiditate meam attinet) qua tonde fo* cordiytq; ignauiamea
extitijfct,fi commififfiemyut alius hanc laude mihi qualemcuq; prariperett Sunt
enim qui nonnulla ho* ru,qua d me pracipiutur,uel de me,uel de auditoribus meis
au* ' dito(nunqudm enim ijh fupprefii)in opera fiua retulerint,fffti* Jiantq}
edere,ut ipfi priores inuenijje uideatur. Sed res ipfa de * prehedetycuius
domini uere fit hac pojfefiio. Q uoru unius libeU los quofdampro amicitia quum
tegendos eo prafiente cepiffem , deprehedi quadam meater qua me amifijfe
nefciebd,furto nuhi fubUa cognouiPdrco mius nomini, Erat aute locus de per,zr f
* quam 94 Prifc.lib.iti Prifc.Ub.i3* Prifc.lib.i7* LAVRENTII VALLAE quam in
compofitione,de qua re proximo libro dijputaui:er de quifq;,quum aiiungitur
fuperlatiuo. N cgligenter ille quidem , CT infeite trafhtuv.ut feires aliunde
deccrptuynon cxfeprola* tum:cr auditumynon excogitatu ejfe. Conturbatum tamen
fum , CT inquam homini: Hanc ego elegantiam agnofeo , er manci * pium meum
affcroytcq; plagiaria lege conuenirepojfum.At ille erubefeens , ioco tamen atq
; urbanitate elufit y qued diccrctyuti rebus amicent licereyut [tus. At
islud,inquam,abuti efl,non uti. N ibit enim mihi reliqui fit , ubi tu huim
rei,in qua ipfe laboret* ui, palmam fauci occupaueris. Tum ille etiam urbaniui
,quod malui parens ej]emyqui filios, quos genuiffem , er educafjemye
contubernio eijcere:ipfe tim mifericordia, tum amicitia noftra. ad fe domum
fuam colligeret , atq; educaret pro fuis. Deftiti in illum
ftomachariyintclligens multo magis nuhi bona mea negli '* gentiyquam illi bona
ab ahjs neglcffa colligenti , uitio dandum ejfe. Quare quis non uidet,non
inhoneflum ejjcyea me mandare literis ex me inuentayqu£ alij ne furto quidem
fublatayturpe fibi ducunt faiptis fuis infcrcre ? Adduttus fum igitur ad hoc
opus componendum non modo magnorum honunum confilio , fed etiam ncccfi itate.
Nunc ad inceptum redeundum eft. De tribus pronominibus, Mei,Tui, Sui. c a p. i*
V L T 1 S in locis P rifeianus tefhtur nihil intereffe , an utamur primitiuo ,
an deriudtiuo in illis pronotninibusymeiytuiycr fui. Quid eft, inquit y meus
eft filius , nifi mei filius t Et alibi: mei ager cfl,zr mei agri inftrmcntu :
crymei agro dedit:crymei agrum colo:pnuliter,mei agriygr mei agro* rum,cr mei
agros dicimusifinuliter tui agrii , er tui agrosifui agrum,?? fui agros: no
ftri agrii,?? noftri agros : ueflriagfu , er ueflri agros. Et alibi: Amat
iUefuwm filiim,?? amat fui fi* lium:benedicitfuo filio,?? benedicit fui
filio:petit a me ut pro * fim fui filio , er projimfuo filio : er in alijs
adhuc locis . Nifi hac 8* ELEGA NTIARVM L I B. II* hacratione,utipfius utar
ucrbis , STtffa tmefypojjcfaio in pof= Sifpfa rtmeiu fetiore faciat
tran(itioncm,non ejl conor uu uti genitiuo primi- &c. Pnfdani tiui pro
poffefaiuo,quta unn habet copojiti Gracuut, Cico-oni ,7 1 i - i * i • r • ecs
omnes mea cdufd,ut me unum expleat f Et plduu quidem idm ft cimus, tres
iubcat,u5 mei. gcnitiuos mci,tui,fui,pajHuc femper poni:mcus,tuus, fuus,ple*
runque poffcfiiue. ldcoq ; cum utendum efl ilhs primitiuorum gcnitiui5,i7uinri
fonumdei, ind. Nunc dliqitd dddcnddfunt de his diftionibus,qu£ legitime
coniunguntur cum huiufmodi pronominum genitiuis:nec enim omnes poffunt. AUU'
fuo fuftinet:ut , fili noli dos mo recedere rcjpeftu mei patris. Quod non txm
pldcuijfe Pri* fcidno reor,qum per imprudentium effc Idpfum , quum dicit ,
Prifc.iib.j’. Mei Prifcidni cges,tui P rifeiuni egeo. Et alibi: Ego Va-gilius,
tu V crgiliuSfiUe Vergilius, mei Vcrgilij,tui Vcrgilij,illiusVer gilij.H£c enim
ordtio declarat mcu Frifcidnu^Vergiliumfa, aut tuuminon me Prif :ianum,V
ergilium 'ue,aut te : non aliter quum fi dicas, eges mcipatns,egeo tui domini.
Quod profcfto non ejl primitiuorum, ab eo quod efl ego, er tu : fed deriudti*
uorum,ab eo quod efl meus,cr tuus. Neq; diferime facit, quod hic dppeUdtiuum
nomen ejl,ibi proprium. Vergilius : Si qua tui Cory donis habet te cura,ucnito. Et alibi: Aenc.c
mihi cur/t tui- Lucanus : A enctcq; mei. Qua a mcus,tuus,non ab e
go,tu,ueniunt.Itu$ fic emendemus Prifcianm,qui quum de lingua Latina compo
nit,antiquitxtm omnmrrs^^^i^^^ml>atine proh qui nefciuitiMei qui fum
Prifcianus cgcs:turtgco,qui Prifcid nus cs:ucl3me P rifeiano egesite Prifciano
egeo.Ndm illud apo ftoli Bdog.7. flen.r* Lib.9. ELEGANTIARVM LIB. II. 11 ftoli
ad Corinthios,Salutatio mea manu Pauli,e Grxeo efl flm* ptum : « omti&fibi
tS \fi» x«f* Tertium uero exemplum , quod idem protulit,illius Prificiani eget
, refte dicitur. Non ha* bent enim extera pronomina ancipitem naturam,ut illa
tria, de quibus diximus. A deoty uerum eft,hos ipfos genitiuos refluere
confortiwm fiubjhntiui , ut ne in poffiejtiuortm quidem firma illud pati
uclint. V idimus licere dicere,meam unius operam,tuu folias Jludium : non trnen
dicemus , meum Laurentij Jludium, futim P rifeiani prxdium : fed meum Jludium ,
qui fum Lauren* tiusiprxdium fuum, qui ejl Prifcianus. Ne tamen ob id exclu *
do,ft genitiuos hos pafiiue accipiamus , eo modo quo exempla rgennwurr ponemus.
alterum aftiue, alterum pafitue pofitum uulemus una iungiiut, lnCat.Maio» Quid
de P. Licinij Crafiiiuris er ciuilis , er pontificij fludio loquar' \ta fit in
pronomine , ut idem autor ad Atticum : Mihi fuit er laudis noftrx gratuldtio
tua iucunda , er timoris confio* latio graca.Et iterum : Vehementerq; tua fiui
memoria dclcftfc tur. Quod Ji igitur hxc pronomina , fiue in genitiuo pafiiue ,
flue mutata in uocem pojfefiiuorum adiue non admittunt geni* tiuos fubfantiuoi
tmjwiquid ddimmwrimmit Mmtiiwtt* ' No opinor.fied proprie fioloruparticipioru
participialiucp ge* rundioru , cr frequentifiime illorum trium(ut quidam uolunt
) prono>ninu,unius,foliits,ipJius,zr fiqua alia,qux rara fiunt , de quibus
mox dicam. Per genitiuum cum participio : Cicero ai Lentulu, quocunq; tempore
nuhi potejhs prxfientts tui fuerit * P er focmininum , fied cum gerilndio. o
uidius Heroidum: Sit modo placandx copia parua tui . Ep{ accn( ja Per uocem
mutatam in pojfiefliuuiut ad Ciceronem Cato:Liben = udip. ter facio,ut tuam
uirtutcm,innoccntiam, diligentiam cognitam ^a£llb* 'St in maximis rebus domi
togati,armati fons pari induftria admi- nistrare gaudeam. Cicero de Oratore: L. CraJJum quaji colli * gendifiui
caufiafe in T uficulanm contulijfie. Sed hoc gerundiis g efl. ,3 4 efl.E t ea exempla,qulud caput, ijh
manus,\Jh ciuitastdc tertia, aute perfo* na illud caput,illa manus,i!la duitas.
Cicero in Antoniu:Remo* uc paulijper islos gladios. Et in eodem lib. T u iftis
faucibus, iftti lateribus, ijh gladiatoria totius corporis firmitate tantum
uini in Hippia: nuptijs exhauferas , ut tibi neceffeeffet in con* Jpettu populi
Ro. uomere pojh-idic. H ocefi, iftis tuis faucibus, ifiis tuis latcribis , ijh
tua firmitate. Vnde nafcuntur aduerbia Epl. lo.ii.i.fa. iftic, iflinc,ijhc,iftuc,iflorfum,i>ld.
vt idem ad Valerium iu* rifconfultum : Qui iflinc huc ucniunt, partim te
fuperbum effe dicunt, crc.id e fi, qui ab ijh prouincia,in qua agis, huc,id eft
, 'in Italiam , Romarnty ucniunt. Aliquando fdmeti tfic accipitur pro hic:ut
idem , er in eundem Anto. Cum ifio tempore fient cum gladijs amati.Et
Quintilianus: I uuenis ifie,de quo fumma in rebus humanis monfira gignuntur. Et
iterum: I uuenis ifie patris fui hares folus inuentuseft.lUcquoq; nonnunquamper
dignitatem , aut per eminentiam ponitur , indicans ejfe, quod omnes debeant
nojfc : ut, Alexander ille Magnus.lUe Cenforius fce.j. ELEGANTI ARVH LIB. II.
No» potuijfeituaq; animam hanc effundar dextra! nec Vcrgil. Ad T erentid aute C
icero : Meti e ntiferu in tantas te calamitates mea culpa incidiffeiEt itera in
Bruto:Tum B ru= tus admiratus, tantamne fuiffe obliuionc iri quit, in
fcripto.pr£= fertim,ut ne legem quide fenferit,quantuflagitij comifijfet! ln
bis oibus placet mihi fubintelligiyuere^c ita. efl,me non pojfe d* uertere
Italia rege T eucrorutcr cetera . Plinius J unior ad A- Epi.3.ub.4. drianim :
Homincm'ne Komanu td Grxce loquifid efl,uerc'ne itaejli uel oportuitne , jiuc
oportet! f Terentius in Andria : Seruon 9 fortunas meas mecommififiefiitilit
DeEn} eafu iu gitur.ut ide,Ecce tibi jhtus nojler.Cu a(to aute no memini me
apud ordtores legijfe, fcd ne apud poetas quide. N a iUud apud T ere t.in
Eunucho, Ecce aute altcru nefeio qd de amore loqtur, Alter feribi dcbet,no
alteru,Donato qttoq; probate. Sed demus aliquddo reperiri,ut fcntcl apud
Plaut.in Bacchidibus , Opus ne erit tibi aduocato trifli,iracudofEcce
mc.Eccu,eccd,cccos, cc* (OftelluyeUdyeUos^^ab ecce copofmfunt, et fecu uidetur
ge* rereca* Acn.i. : Aco.»»* 5 LAVRENTII VALLAE rerc cafum,fcd no gerutiqux
Prifcidnus ita refoluit,Ecce eu,ec* ce cam,ecce cos,ccce eas.eccc i'Uu,ccce
iUam,ecce illos ,cccc illas . Sergius quo «j; commcntmns Dondtum ait,mbil
Jignijicat ellumy ttiji ccceiium.Pduloqi pofliQuum ago ellum fu cccc illum,cr
ellam eccc illam, nihil pojjiimus dicere, nifi magis dcmoslraiiue. Sed pace
Prif ciani,Sergqq; ,cr alioru,hoc nec uerum,nec con= ueniens fignificatuef.Nam
inter ecce eum,ej ccce iHum,quii inter cjk Potius diccdum eratieccum, eccc
hunc: eccos,eccc hos , de quibus agimus.Tahs erat couenicntior intcrprctatio,fed
qu£ nec uera foret. Refoluuntur enim hxc per aducrbid,no per pro* nomina:
cccum,ecce hic,fubinteiligc uirum , de quo agebamus . eccam,ecce
hic,fubintelligc fxnunam,de qua metio erat.EUum , cilii, eccc illic
uiru,fxminam'ue, fubinteliige, de quo, de quaue agebatur. N am ut de hoqgne,qui
ante conjpeftum nojlru adeft , refte dicas, ccce ille,ucl ccce ego,Jiue ecce
illum, uel eccc me : it% male loquaris, ellum hominem,uel ellum mc:er rurfum de
longe, pofito ,eccu. T erit. Eccu Pamcnotic:.ciccro:ia iungetis,ut ncueaftere
concurrantjieue M* Lib.i Mucantur.Lucanus fine compofitionc aliqua: JSec
quenquam iam firre potefi Ccefa/ue priorem, ' Pompeiusuc parem-id efi,non
potejl iam aut C nefiar fiuperiore firrc,aut Pompeius parem . An er ne,
coniun6i folentpro an, quod magis poeticum cfkut apud tcmulos Vergihj, Dic nubi
Damoca,cuim pecus, an 'ne Latinumi illud Cice* roms multi ia legunt : Quo nubi
etiam indignius uidetur ob* trctt&tu ejfe,Gabinio dicd,anne Pompeio, anne
ulrityidquod efi uerius.sinc interrogatione durum uideturiut Vergilius,
Gcorg.it -Vrbes'ne inuifere Cxfiar, An deus intmenfi ucnias maris,ac tua
nauMygre. Anne nouwm ardb fydus te menfibus addasi ‘ ideo dixi durum , quia per
interrogationem quiddam urgen * titis,cr injhntius cjt in hac genunationc an'ne,quam
in idafint pliciate an,quod hic non fit,ut ex alijs compofitts elucebit:
Vcrg.cdog.s* NoMnC feit jatitu trifies Amaryllidis iras,
AtqyfiiperbaparifaSliditinoniiefAcnalcami V«rg. j.cdogt Non'ne ego te uidi D
antoms (pefiime) caprum Excipere infidijst- ^ Y 1 n hac interrogatione non id
agitur , ut rejpondeas neficienti, fed cogaris ajfcntiri fidenti. Nec alia uis
orationis efi, qudmji s • diceres an non, quod magis urget, quam fiolii
nonjicet er hoc fiolum pro Hio compofito accipi f oleat . Alia copofia (fi modo
compofia fiunQhrc funt:lane:crgo'nc:qu£ interrogando re* JJjonfionem non
poficunt, fcdaffenfium extorquent. De Nedum , 3c non folum^Non modo, dC non
tantum, c a p. x v i i i, N Edum , duobus modis periti uti fiolent . V no modo
em utranq ; fiententiam eodem claudimus uerbo : altero,quum fiuum utriq:
fiententk uerbm damus.Primo modo fic : tonde* rem ELE GANTIARVM LIB. II. fij
ierem pro te fanguine,nedim pecuniamSecudo fle: funderem pro te fanguine ,
nedum pecuniam tibi crederem .er hoc affirs matiuc.Ncgdtiue fic: Non perdere
pro te obolum,nedum fans guinem.ltem,Non crederem tibi obolm,nedtm pro te
fundes rcmfanguinem. A tq; in affirmando, id quod plui eji , maioriscfc momenti
in prima parte eji ponendum:in negddo , id quod mu iioris.Pluscjt,er magis
momentofim, fundere f anguine , quam pecuniam:er minus efl,er leuius,perdere,
aut credere obolum% quam perdere, aut fundere fanguine.lmperiti uero hanc
dittio* nem decipiunt pro non foliimfflc dicentesiNedwm laborem pro tc
fufcipere,fed etiam morte, quod fic dicedum erat. Morte pro te fufciperem,nedum
labore. Aut per non folum ( nam cotrarm modus efl per no folum, er non modo,ei
ir 4 XAVRENTII VALLA E DeNifi. c a p. xix. Nlfi,quoties principium fen tenti*
cft3 indicatiuum dcfide* rdt , dius etiam fubiunftiuum. Cicero pro Milone: Nifi
. forte putamus dementem P. Scipionem Africanum fidffc , qui quum per feditione
a C. Carbone interrogaretur,quid de Ty* berij Gracchi morte
fentirct,reft>ondit , iitre fibiaefum uideri. Et Quintilianus : Nifi forte
imperatorem quis idoneum cre* dit in prcelijs quidem flrcnuum , er fortem , er
omnium qua : , pugna pof :it artificem, fcd neq; dclcttus agerc,nec copidis
con* trdbcre,dtq; infirucre , nec pro[J> icere comeatus , nec locum ca* pere
cdftris fcientem.?r£ter principia autem fentcntidrum,fic: l VdpulabiS,nifi
caucs:uel,nifi caneas. In illo fuperiore,nifi adefl uerbum principale,hic non
adefl. De coniunftione Quod. c a p. x x. aVod feribas gaudeo:cr,quod feribis
gaudeo:utrocj; mo* do dicitur. Volo quod ferib as :non autem , quod feribis.
Illius fuperioris haefimdia funt,credo,opinor,puto,Letor,uo* luptxtem capiOyZT
reliqua. Huius pofterioris hac , mando , iu- beoJmperOjexigo, poftulo,cr
reliqua. I n illo tamen fuperiorc caucndum efi, ne diucrforum modorum uerba
copulemustqua = le foret illud T erentij,qitod nonnulli fic legunt: An quod
uidm ignordnt , an quod iterperfirre nequeant i Cum fit dicendum aut fic: An
quod uiam ignoret , an quod iter perferre nequeantf dut fic,An quod uiam
ignorat, an quod iter perferre nequeunt? Tmat^b Eu- illud aliud efi apud
eundem: -Nihil quum efi, nihit fce,*, V. \ ' defit tmen.quum fit potius
legendum defit,non defit, ut bonis autoribus placet. Et in prooemio Ciceronis
ad Hcrennimfic quidam legunt : E tfi negotijs familiaribus impediti , uix fatis
otium ftudio fuppeditare pofiimus,cr idipfum quod datur otij9 libentius in
philofophia confumere confueuimus. quum fit po= tius legendum poffwmus,ut modi
cocordent , quuopula medici coniunguntur: quanqum crfotw ipfc, utpotc in curfii
medio periodi , ELEGANTIARVM LIB* II.' it S periodi^ commentior efi in pojfimus
, qudm in pofiimus. E fi etiam diti caufa7cur hoc non liceat,quam modo
fubiungam. DcEtfi,Quanqudn),Quamuis,5^Ltccc. cap. xxi. ET
fi3quanqu4m7quamuis,licet7eiufdcm fignificationis funt9 aliquid in utendo
difcriminis habentia. N dm mdior qu£* dam. dignitas data ejl primis duobus7qu
ii8 LAVRE^TI I VALLA-E rari , ttwn maxime in his fludijs,qu£ fero admodum
expetiti fit hanc duitatem 'e Gracia tranflulcrunt. idcrn autor opus de Natura
deorum pe inchoat , quod quidam deprauare folent, dicentes pnt , profunt : Cum
mult£ res in philofophia nequam quam fatis adhuc explicata; functum
perdifficilis Brute (quod tu minime ignoras) quaftio cft de natura deorum.
Prifcianus quoque uix grammatice locutus eft in prooemio magni operit, er
quidem in prima didione , atque adeo in prima fyUabd, dicens : Cum omnis
eloquentia; doflrinam , er omne fluctio* rum genus fapientia lucc prxfulgens a
Gr£corum fintibui deriuatum, Latinos proprio fermone ihuenio cclebraffe. CT catera
, qu£ tinti funt pr£cedcntia uerbtm principale, ut non modo Dcmodhenes , qui
contenti uoce , er uno fpiritu com* plures uerfus pronunciabat , aut Hercules,
qui flncreffiiratio* ne unum fhdium decurrebat , fed nejnouettus quidem Tor *
quatus Mediolancnps,qui uno ffiiritu tres uini congios flccd* bat,poJJet illam
fententiam , atq; periodum unauocis conten* tionc pronunciarc. Tandem uerbum
principale fubiungit : Conatus fum pro uiribusrem arduam quidem, fed officio
pro * feflionis non indebitam fupra nominatorum uirorum pr£ce* -.io,e,n sed
quantum ego f mtio , in rebus paribus : ut Quint. N ec in* dignetur Herodotus
£quari flbi T. Liuium , tum iti narran* , do mir£ iucundititis , clariflimiq
jjj candoris , tum in concioni * + bus, fupra quam enarrari potefl , eloquentem
, iti dicuntur omnia tum rebus , tum perfonis accommodati . Taceo de eo ' modo
quando accipitur pro aliquando : ut, tum hoc,tumiI2ud .. dicas : id cfl ,
aliquando hoc , aliquando ittudiuel , modohoc, modo illud - dc ELJEGANTI ARVM L
I B huius, minas. E t alibi: -Si hoc celetur, . ak j.fce.4.0”'* in metu : fin
patefit , in probro fiem. N onnunquam fin unum . Inbd.iug. reperitur, fed quod
fecundi loci uicem obtineat.ut Sallullius , lmperat,ut pretio ,ficuti multa
conficerat,infidiatores Mafi* nifia: paret , ac maxime occulte : fin id parum
procedat , quo « uts modo N umidam inter ficiat.id efi , fi potefl,occulte:fin
non potefttUtciwfy Quorudam tamen ufus eft}ut dicant,fin autem , , ■ .. i r /
ELEGANTIARVM LIB. IT. «•it? + " *_■ • • ' v- pro to quod ejl, fi non,
quafi in firt , aut in autem Jit negatio. Mirar er de uulgo,nifi id dpud
quofddm prxftdteis uiros rc * perjre. Qttdle ejl illud in ApocalypfiiSin
aute,uenid tibi cito , CT mouebo cddelabru tuu. Quii prctfertim paulo pofldi
cdtur , Si minus,uenia. Ego uero in utroqi dixijjem fin minusiuct, fin aliter.
Et inEudgelio:Si ibi fuerit filius pacis,requiefcet fu per illu pax ueftra:fin
autc,ad uos reuertetur. Et alibi , Si qui * de ficerit jrudie.fi n
aute,fiuccides illa. In qbus omnibus Grxce negatio adefi. Seruius uult nonunq
fi accipi pro fiquidciut ibi, -Tua fi tibi M xnala curte, quod mihi tninime
placet. Gcorg.x, De Quippe, V epote, Profe&d, V tiq^Ncmpe, Nimis
rum,Sane,Ccrt£ c a p. x x v i i. avippe,cr utpote, prcftfto,er utiq nempe, er
nimiru, fane,er certe,uel certo, fimiliorafunt quidem in fignifis ’ cato , quam
illud quod modo dixi (de p quidem loquor) fed ad hoc ipf m proxime accedunt
prtefertim duo, quippe, er utpo* te:qux licet uulgo accipiantur pro certe, cui
non omnino equi* dem repugno,tamen malim accipere pro caufatiuisiut Quintis
lianus,Ealfa enim ejl qucrcla,paucifiimis hominibus uim percis ub.r.cap.»*'
piendi qutc tradantur,ejjc conceffam,plerofq ; uero laborem,dc tempora
tarditate ingenij perdere: N am cotra,plures reperias , ' er faciles in
excogitando,er ad difccndum promptos.Quippe id ejl homini naturale. Ac ficut
aues ad uolatu,equi ad curfrn , ad fteuitiam firx gignuntur.ita propria nobis
ejl mentis agitas ] tio,atq i folertia,undc origo animi coelcfUs creditur. Atq
; licet huiufmodi diftiones eodem tendant , tamen ufu difiident, er quafi
diuerfo itinere ad idem perueniunt.Vt enim pro quippe hoc in loco rette dicam
fiquidem,ucl nam,aut nanq;,uel enim, aliqua difiionc antecedente , ad hunc
modum : ici enim ejl homininaturale : ita rarius per Quoniam , qucapiIf in
nefirio crimine,& fraude capitali effet ponendum. Quintii, dta pria. Non
autem ut quicquid praecipue neceffitrium ejl , fic ad cfji = ciendum oratorem
maximi protinus erit momenti. E t iterirn: Ne dut prateriti aut futuri.Pr£teriti
pc:Pridic quam intrarem ma* rejux ferena julpt. Futuri pc : Pridie quam intres
patriam , fa» cripcium jacito. id cft,die pr£cedcnti}quo aut mare intrafli,atxt
patriam intrabis. ltem,Poftridie quam pater mortem obijt}eptt lum
fici.Et,Poflridie quam uxorem duxero, nauigandm mihi efl.Vcl eugenitiuope:
Pridie illius dici.CT, poflridie illius diei, quo dut hxc fvci,uel jaciam. Vel
pne quam,cr pne diei,ftc:Ve * nit ad me Chremes poPridie clamitans, fupple
illius diei: quo hjtc gejh funt.Et , Ctwn intraui urbcm,audiui hominem pridie
receptjjc. Dicimus tamen. Quum has Uteros dabam, erat pridie Calendas
Augufti:ucl,poflridie Nonos : er hodie eft pridie lu* dorum Circenptm: cras
erit poflridie nundinarum. Refirtur enim afe teinpus non ad hodiernum , craftinumq
j diem, fed ad alium quendam, ueluti ad eum, quo hslitene legentur. Jdeoq;
errauit,qui ferippt pciQuum R omx domum eius loquendi grd tia adijfem,orauit
me,dicens, Poflridie ad me redeas: Dicendum erat, cras: aut pc,poRridie ut
redirem orauit. Rurfusnon refte dixijfeipcicras ut redirem orauit, fed
poflridie. Atque ut non dicimus nudtuffecundus,ita nec fecundo Calendos,
fecundo No* tios,fecudo' Idus: fed pridie Calendas, pridie Nonas,pridielctifo
Item, ut non dicimus nudiusprimus , ita ne primo quidem Calpt das,primo
Nonas,primo idmfed C alendis, Nonis,ldibus.Pr£x tereaexhis duobus alterum
firmat ex fe denominatiuum,altc* rwfi uero minime. Ex pridie flt pridianus, ex
po&ridie non pt poflridianut, aut in ufu non efl: fed pro.eo abutimur
cra&inus, per quod pgnificatur no modd dies fequens hodiernum, fed etH
quemlibet alium. V ergilius G eorgicorum primo: Sin uero adfolem rapidum,
lunosq ; fequentes Ordine refyicies, nunquam te craft MfiUet Hora, '
ELEGANTIARVM L I B. II, Horc^neq; injidijs nodis cupiere ferent. Eodem quoq;
modo abutimur hedernus pro pridianM.Terent. -Ex iure beflerno panem atrum
uorent. Cicero: Vide* tn Eoftaft,/; re uideor alios intrantes , alios exeuntes
, quofdam ex uino ua * fcabeamer,dum culem,in quem cotis ieflus
dejvrrctur,compararetur.Terent. Ego tc memn ejfe dici fnHcautont. txntijfer
uolo,Dum quod te dignum ejl, facies.Sunt tamen qui pro t&ntmodo accipiant.
Sunt qui etiam pro interea. Q ater a quoq; fic a per copofita,ad teporis
breuitatem referutur: Parus per,paulijfer,aliqudtijfer. Sunt qui per imperitiam hac accis
piut pro fuis primitiuis,que funt paru,paulm,aliquantulm . Dc Fer Temere. c a
p. xlix. FEre fignificationem habet non omnibus notam,niji quan * do fignificat
pene, cuius fignificatio efl,paulu abfuit quin: Ut,pene, fiue fere in manus
boftiu incidi, id cfl,paulum abfuit , quin in manushoitium incidere. Altera
fignificatio efl , qutm fubintelligitur aliqua uniucrfalitas:ut Qtfint. Ha funt
fere eme date loquediyfcribendiq ; partcs.id efl,jere omnes. Ideoq} fere omnes
adiungitur.ut idem,Nam in omnibus fere minus ualent pracepta,qum
experimeta.Similiter de loco,de tepore, fimdis busq^.utjUtor fere hac ucflc in
faciedis facris.id efl,in omni fere I k trnpo icia,an me fcqui pofiit, fiam,
uariant# dicam,subindc refyicio, Cicero autem diceret identidem. Nam n£urJ*
subinde uti no folct,ne aequales quidem eius,varro,Salluilius, Ccefar.licet iUi
utantur nouifiimo pro ultimo,multiqi alij,qucd Cicero no facit. I tidem, er l
tem, fignificant id,quod fimiliter. H * urinator mirifice natxt,duraiqi fubter
dqudm, - 1 De Sicut,lta,lucp,SC Sic. c a p. lui i. Slcut,habet nonnunquam
uenujhtem magnam,dt. » ELEGANTI ARVM LIB. II. iit De Iterum,
Antehac3Pofthac5Dcinceps,•« ualeas,mecj; mutuo diligas.hoc cfl,rmhi in amore
refpondeas. De Srilicet,ero,cr
opto) non lcgulei,fed iu * rifeon fulti euadent. Quod ad meum aute hoc opus
attinet , non fraudabo iuris conditores debita laude. Tantum igitur deberi puto
huius facultatis libris , quantum illis olim qui Capitolium ab armis Gallorum, atq;
infidijs defenderunt : per quos jaftum cftyUt non modo tota urbs non
amitteretur, uerum etiam ut to * ta reditui poffet. Itaque per quotidianam
lettionem Digedo* rum,cr femper aliqua ex parte incolumis , atq ; in honore
fuit lingua Romana, er breui fuam dignitatem , atque amplitudi* nem
recuperabit. Sed ad reliqua pergamus. Dc T anti,• uerfam conuicimus naturam
effe : er prater hac unum, cuius, l»b.«, cuia , cuiwm : quod a ueteribus non
inter nomina , fed inter pronomina numerabatur, ut meus mea meum. N ec Graci
relatiuum , unde hoc nomen defeendit inter nomina, fed in * ... /1 ter
articulos codocant: er nos pronomina quadam articularia ^ folemus appedare. i
deoq;,ut dicimus, mea eft, tua eft , Jua eft: er mea, tuafia intereftiita cuia
eft, er cuia intereft. P lau* tus in Epidico : Ego dium conueniam , atque
adducam ad te, cuia eft fidicina, Cicero pro MurxnaiEa cades potiftimum cri * l
mini / j. tU ^AVRENTIIVAtLAE , Atini datur ei, cuia interfuit: non ei, cuid
nihil interfuit. Igitur j intcrrogatiiCuius hominis cjl hoc opus i
rejpondcbimusmewn, non mei.Cuius domini hic fundus: tuus3aut fuusmon tui,dutfut
. Rtirfiim, Meurnnc fundum pofidcs,an tuumf rcfpondcbo neu* triusyucl illius.
Interrogamus adhuc, rcfpondcmusq ; pcruanos fdfus:Meum'ne prrdiuefl, an illius:
rcjpondcbofeUi uscerte, non tuum* Similiter de Cuius nominatiui cafus, ad quod
nuqyatn re* , , ' fbondcM per eu dem cafum, nifi in tribus pronominibus deriua*
— tiuisiut, cilium pecusfrejpondcas meum ,-ucl illius. Interrogatur ?. ctfa m
per diuerfos cafusiut, cuium pecusftuum nc,an Meliboei? fcd per talem diftionem
nunquam rcjpondctunnifi dicas,ejt eu* ium ejl:uel,eft cuittm ejfe debet .er fi
quid efl firnlc. C A P. I*1* f De Tanti, Quanti, MagnijPjruijCum interelt E
Adcm mti,eciemq; non pofuit. Septuageno,ii ejl,feptuaginta coitibusj>er
fingulas nodes. Nam ita h£c nomi* na exponuntur.ut creabantur olim bini
confules.id eft,per fttt* gulos annos duo. vtuntur ergo oratores legitima j
ignificatio * ne horum nominum: binus enim,jiue binqfignificdt fingulis •
duo:ternus,fwe terni,finguhs tres:quaternus,fiue quaterni,fin* ‘gulis quatuor.
At poctx non ita. Septenus enim gurges non ejb fingulis feptem/ed feptem tantu
uni flumini Nilo. Nec in jingt* lari modo flgnificdtione hac abutuntur
,uerumetiam in plurali ^£eorg.u yt Vergilius: Per duodena regit mundi f )t
aureus afbrd. Prifcjib.». aftr^pro duodecim adra.At hoc fepteno , Prifcianut
exponit feptenario:quod nubi non placet , quum inauditwm fit flutnen aliquod
habere feptenarim alueum , zr fontem edere feptenarium riuum. Siquidem haec
nomina numerum aliarum rerum qu£ non nomindtur,indicant,non multiplicationem
fui *^ ipforumiuty lapis centenarius,non quod jit centuplus lapis, fed ' centum
librartm:homo centenarius,non quod fit centum gemi* nus}fcd quod habet centum
annos: grex centenarius , non quod jfint centum gregestfcd grex centum capitum.
Rurfus non dici* mus centenariam libram,fed centuplammec centenarium annu , fed
centuplum annorum.T amen dicimus centenarium,feptena * rium, duodenarium
numerum. Siquidem numerus omnia com* plebitur, flue centenarius, flue
decenarius, fiue alius quiuis nu * merui ELEGANTI A R V M LIB. III. U-j fcwriw
c£teraru reruf^^aru, annorumfwulify. ldecq; rctlc dicimus ceimnariu umerum
anttoru ingrejjus ejhnon autem, centenarium ann titfWfjr* 9tulenanum numeru
portat pondo: no autem, nulcndrid pondo. Potuijfict igitur P rifeianus
commodiui cxponerc,fcptcno gurgite, pro feptenarij mmeri gurgite.Qua
expofitione utifolnnus in illis numeralibus, qua ultimu numeri cius
fignificant:dccimM,undccimM, cete fimus, mdcjhnus,id efi, qui ultimus cjl ^
decem, ex undecim,ex centu,ex mile.Aliquan = do etiam fjc:hoc aruu dttulit
centefimum, illud ucrofcxagejhnu, tuum ucro trige fimum frudumiid ejl,cetenarij
numai,fcxage= tiarij, tricenarii fruftum,uel centuplum, fexagentuplu,triccntu^
plum.vhnitfs lib.x v 1 1 i.Admifcetur huicfkr,ut mitiget ama- Cap.i6, rjtudinem
cius, er tamen fic quoq; ingratifiimmn cjl uentrv.na = fcitur qualicunq; folo
cum centefimo grane: ipfumq •, pro latx= ' — * — ine.efl.Non ultimum granu/m e
centenario numero intellexit % ’ fcd grana centenarij numeri, fiue granu
cetuplum, fiue ccntcnu, eo modo quo idem autor dixit uiceno.Hac etiam ratione
appcl c lata cjl quadrage fi ma, quod quadraginta dies continet: quo uo *
cabulo eloquentifiimi Cbridianorum utuntur. Quidam etiam quinquagefima,
fexagefima, feptuagefima. Atq; ( ut ad ranxc= deam ) utiniur fuperioribus illis
nominibus crebrius in plurali numero, finguli,bini, terni.Tnnum igitur cum
habeat fin gula* — ,y , — , rem numerum, apparet non efjc natura iftorwm.
Quinimo non memini compcrijfe mc illud in plurali, licet cr fingularc parra *
furnfit. , ut trinum nundinum. Promulgari enim debebat antis quitus rogatio
apud Romanos trinonundinoiqubdCut opinor ) aut tribus in locis uno die , aut tribus
diebus uno in loce celebra batwr.ut trimus triu annorum, ita trinus trium
dierum, aut triu locoru. Prijcianus autem ait trinundinum pro trinundinarum,
prffCiijb>7, Ciceronis ex emplo pro Cornelio : Primo ex promulgatione tri =
^ C} i nundinum dies ad ferendum potejhsq; ucnijjct. Quod fi ita efi* ^ — /cf,4
tris compofitum eJJet,non a trinum,ut ait Prijcianus, ficut l 4 trinodium : i6t
LAVRENTII VALLA E —fc», trinodium:fcd ferfan per apocopen dicimus trinundinum,
prd Cap.4. trinum nundinum , aut plane trinundinum. Quintilianus libro ^
fecundo,Siue no trino forte nundino promulgati, /tue non ido* ~~ neo die,ftue
contra inter ccfiionc,uel aujficia, aliud ue quod le* gibus obdet, dicitur lati
ejfc , ucl ferri. T itus Liuiuf libro tertio: oftquam uero comitia decemuiris
creandis in trinundinum in» didafunt.l dem libro quinto,nife editioni meda
inefe,ait:Antei — ^ trina loca cum cotentione fumma patritios cxj^crc folitos,
huc ~~ iam oftoiuzcs ad imperia obtineda ire. Donatus tamen hoc no* mine
utitur, er difcipulus eius, non tamen magiftro indodior, Hieronymus,cum
alibi,tum ad MarceUamiEt Trinam negatio* ne,trina poftea confefeione deleuit.
idefe,triplici. Catcri quotfc eodem nomine Utuntur. Vnde didi ejl trinius,
trium perjona* rum una diuinitis.Seruiusfuper illud vergilianum, tib.8. AenriV*
-fer na arma mouenda:ait,¥igura poctica:Nd trina debuit di* cerc. Arma enim
funt tantum numeri pluralis. Sed hac ratio Ser* uij,qu'am fit efficax, ipfe
uidcrit,qui uult hoc nomen^aptum effe nominibus numeri pluralis : quod etiam
reperimus coniundum eum nominibus fingularem numerum habentibus. Et quid prae*
terea dixiffet,fi apud Vergilium feret quaterna armat nunquii legendum effet
quatrinaf V erum non ejl trinum de numero eo* rum de quibus dijfeutauimus,
quorum fingularem non frequen* tari ab oratoribus diximus , fcd a poetis , er
quidem improprie . Etiam nonnunquam improprie pluralem, quod aliquando ipft
quoque oratores faciunt , fcd nccefiitatc in his nominibus qua fingulari
carent, ut codicilli (licet I uftinianus utatur)ut liberi, ut pugillares, ut
nuptia, ut arma, ut cadra. Aut fi non carent, funtej; uel diuerfi generis , ut
nundinum, er nundinajcli cium, er delicia, ucl diuerfie fignificationis , ut
haejedes , er ha ades: uel diuerfi er generis, er fignificati, ut epulum, er
epu* ie. Neceffarium efl autem dicere binos codicillos . er ternos > C r
quaternos, non duos, tres, quatuor, ratione di dante. Quid enim ELEGANTIARVM
LIB. IU. enim fi de diuerfis codicillis dicendum mihi fit , quomodo di*
cam,duos codicillos fcripfit patcr,umm ad me,alterumad uxo remiiUud enim
unim,& illud alterum ad quid referturi ad co * dici'dum,quod non reperitur
i Dicendum efl ergo unos . Quod fi unos,ergo er binos dicendum erit, quod ex
Cicer . exemplo liquebit. Duplices finulitudines effe debent , uiue rerum,
alter« Diruit^dificatymutat quadrata rotunda. Dc Liberi, Pugillares. cap. viii.
I beri profihjs fingularem non agnofeit, cuius natura a fu * /perioribus
dijfentit.Na ut dicam , Lego Titio ternas ades, unas in jvro,altcras in J atiiculo
, tertias in Suburra:ita no dica , ex ternis liberis meis,unos,alteros,tertios
: fed ex tribusliberis meis unum in alienam familiam dedi yalterum abdicaui ,
tertium haeredem injlituiXuius rei caufa ejl, quod quum dico unum,aU
tcrum,tcrtium3adiungi folet filium: er tres liberos , quafi tres filios: quod
ita non fit in ades , cr in Uteros , nifi fubintelligas domum , cr cpifiolam.
Sei quid facies in caterisf ut in nuptias , Cr in pugillares i ab furdum fit
dicere,unam nuptiamyunum pu * gillarem.Pugillares aute fignificat tabellas
cereas , jiue ligneas. Apud Mode- fiue Acrius mater is >in quibus Jtylo feribimus . Liberum
tamen ninu dt.de Pac. pro filio cr apud Quintilianu,cr apud P.Ut>.)6.
aempUrU bdbcit iuodcmpntiolymfuic.llm proximo li« bro: Atque adeo
duodequadragenum pedum l.ucullei marmo* ris i» atrio Scauri collocati. Duodequadragenum , pro duode * quadragenorum.
T. Littius libro primo : Buodequadragcpmo ferwc anno, ex quo regnare coeperat T
arquinius. Dc Domus. c a p. x genitiuos fatos habet, unum fccund£, alteru
quarta \ ) declinationis, domiyCr domus. Sei ptior fignificat locum , ubi quis
manet.poRerior corpus ipfuin,atq ; e,fumm,nc dicam fceleratm,cr im* pm C otior.
&,Vrudens, ne dicam fapienshcmo. N am fipo* tumui in accufatiuo,perquam
abfurdm fvret:fic,Crudclis,ne dicam [celeratum, cr impium Casicrcm.cr,Prudcns,ne
dicam fapietem hominem. In priore enim modo fubintcUigitur eumz fic, Crudelis
Catior, ne dicant eum f 'celeratum , e r impium. 1 n alijs cafibui non efi hoc
nety diuerfm,neq. ; caufa-.ut idem, An jperajjet hoc uiuo Milone, nc dica
Cbfuletuel fic,An fccraffet hoc uiuo,ne dicam Confule Milonef Illud eiufdcm in
libris ad H crinium neq; difiimlchis , neq ; ufqiicadeo funde efi : Obfuit
plurimum eo tepore Rcip.confulum jiue malitiam, fiue ftulfitii dicere oportet,
fiue potius utrunq;. N ani ubi erit ftippofitumi certe deefi. illud nanq ;
uerbum quod intericftm efi, de nomi * natiuo mutxuit in accufatiuum.Sed ficut
in Luripo,aut Sicilio ) l damtli tfreto inflata uento ucla,aquaru impetui
retroire cogitiia ora * donem lege grammatica euntem autoritxs ipfa, confuetudofe
inhibet,ac repeUit. V erum (ut grdmaticoru expctfntioni fatis * fidam) fic erit
cotiruendumiaut Jlultitia cojulum, aut malitia, aut potius utriiq; obfuit
plurimum eo tepore Reipub. fiue illud fftum confulum dicere oportet Jlultitiam,
fiue malitiam, fiue potius utrunque-.uel pc,objitit plurimum Reipub. eo tempore
confulum fftum , fiue illud malitiam , fiue Jlultitiam eorum j fiue utrunque
dicere oportet. Dc infinitiuo ud incerienu * mero,er gcnere:ut,Ego illum de fuo
regno,iUe me de no * jlraKep. percontatus eft. Dtio fuppofia funt,ego,cr
iUe,quo * ru/m utriqi uerbum accommodatur. Sed fequenti palam,ante* cedenti per
fubinte!ledione:ut Jit,Ego illum de fuo regno per* conatus E. L EGANTIARVM LIB.
III. t9f tontatus fium,iUe mede noAra R epub. per cotatus eft. Conuerte ordinem
perfionarum , fimul perfionam uerbimutaueris:fic,lUe me de no Ara R epub. ego
illum de fuo regno percontatu s fwm ♦ genus fic.cgo illam de fuo regno,illd me
de noAra R ep„ percotm eft. Muta numeros ficiego illosjlkiuedefuo regno, iUi
ilhc'ue mede no Ara R epub. percontati, pcrcontat^ue funt: er item econtrario.
fu i.ijjuh fvrmkm llon cadit , quo- tics per compdrationein}dutyjMilitudincm
loquimur,quale ejh Melius ego iAud,quam uos , jrftffcnunon autem,quam uos fi*
cifictis. Hoc ille ita prudenter,ut ego,ficijfiet:non autem,ut ego JiciJJem.
Hic enim fubinte!Iigitur,Jtc:Hoc ille ita prudenter,ut '-r-cgofeciyW
ipfieficifiet. Melius ego iAud,qum uos ficiAis,fi* cijfem.Vcrbum enim
principale debet efferri, fubinteUigiaute quod non ejl principale. Vbi
collocandum Gc adfaftiuum. c a p. x x v. ADieftiuo,quum praceditydcbent obfequi
fubftantiud,ali* teruitiofum cftiuthoc modo,Nulld uirgo eft dicenda cor*t~*
rupto uel animOyUel corpore. Dic pro animo mente : jie. Nulla uirgo dicenda eft
corrupta uel mente,uel corporr.autyconuptor* uel corpore,uel mente,non erit
Latinum. Q uodeontra jit aut 90 ffafedente fubJhntiuo,aut reicAo in finem
adie£liuo:fic,Nul la uirgo dicenda efl,uel mente corrupta, uel corpore : aut ,
uel corpore corrupto,uel mente. J tem,uel mente , uel corpore cor*
ruptoiautyucl corporeyUel mente corrupta. Similiter in plurali ( uariabo
exempla ad euitandum fislidium) Nemo diues eft, uel ualetudine infirma,uel
fenfibus:aut,uelfenfibus infirmis,uel todetudine. item , nento filix ejl uel
conficientia , uel membris affvAis:autyUel membris, uel conficientia ajfida.
Cicero tamen in Philippicis inquitiOptima fiunt er mente, er uiribus. Ne * fcio
an culpa librariorum fit,qui ita ficripfierunt , pro eo quod cfi , cr mente
optima fiunt, zr uiribusmel,optbna fiunt mente . & uiribus. Qgti o
LAVRENTII VALLAE Quid momenti faciat c5iunctio,aducrbium£g difiunr* Aiuum ex
collatione. c a p. xxvi, EX his qux tradidimus,palm efl,ncquaquam refte
dici,cor rupto uel corpore, uel mcnte.Debet enim adtefiiuum idui ad utrunq;
fubfhntiuum applicari in gencrc,zr numero. N eq; de Vel tantumodo intclligo ,
fcd de exteris quoq j coniunftioni * bus.per Et,ut modo ex CiccrOneattuli ex c
pium : per Nf c,per Siue,per extera huiufmodiuieqi hoc folum ubi adefl fubjhnth
uum cum adiefiiuoffcd etid fine eo,quale hoc efl:Tu nec fice» res,nec ego
permittere. N on efl hic fermo Latinus. Dicendum ndnqi erat,nec tu faceres, nec
ego permitterem: aut fic,Tunec faceres, nec a me facere pcrmitterens.'l on
rflfWOMTto det a prima dittione. I tem,potcs cognofcere partim ex aliom
fermone,partim te docebit ipfe abeUd)‘ius:no ejl Latinum:fed fic, Partim potes
cognofcere ex aliorum fermone,partim ex tx» bellar io. i tem,puto tum ex
fuperioribus literis te omnia inteU ■ lexijfe,tum ex his intelligere potes :
dicendum erdt,tum ex his intelligere pofje. I tem, paratus fis uel pugnare, fi
qui te lacef» funt,uel fi qui no funt,nc recufes facere paceidicedwm erat aut
fine illo,ne recufes: aut fic, uel paratus fis pugnare. Ex his quae dixi,uideor
reprehendere legem illam duodecim tabularumiLi» *■ * > beri parentes in
egefhtc aut alant,aut uinciantur.quafi diccn» dum fuerit,liberi aut parentes in
egefiate alant, aut uincidtur » Sed no efl uetufias illa reuoedda ad hanc
regulam,qux confiat ex ufu eoru,qui more illo uetufio non funt locutiuametfi
haud dubie opinor priimm Aut, a quibufdam adicfttm ,■ legiq ; ia in uetufiifimo
quodam codice Declamationum Senecx:Liberi parentes alant, aut uinciantur.Huius
etiam loci illud efl,nc hoc modo uerba commifceamus diuerfam naturam habentia ,
quale efl, ille mihi nec nocuit unquam , nec adiuuit : ego nec offendi em,nec
profuiidicedunt erat,iUe mihi nec nocuit unquam,nec profiitiaut fic, ille nec
nocuit mihi unqud, necadiuuit:ego nec offendi ELEGANTIARVM LIB. III. t9t effindi
cum,nec adiuui:aut,ego nec offendi eu,nec eide profui. De ufu negationis, cap,
x x v i i, TRes aliquando negationes no plus efficiut quam du fed ne luna
quidem ad folcm ferudt Jp lendore fiuu,rette dicitur . 1 tem hoc modo rcttc:N
on modo nulla jlclLc, fed ne luna qui * dem,cr ca ter a. At quoties diftionibus
quadam adefl cotrarie * tas,no pofiis tollere alteram negatione, ut hoc modo:
No modi fteUa no apparent , fed etid luna ad folcm obfcuratur. Sine ne *
■gatione geminata no rette loquaris. I tem, no modo no dbfoluo hunc , fed ne
leui quidem poena cum eo tra figendum effeputo » Quidam tume nuper fcripfit:Non
modo abfoluedum huncjed nec etiam grauiter puniedum puto:quum dicere
dcbuijJct,non modo no abfoh6‘ tuere,defende,ama,ncrclinque.Hic nos Quintilianus
admonet, ne pro illo,ne feceris,dicamus,non feceris:quia alterum negans, di
efl, alterum uetandi. ideoq ; ne cum prima perfona fingula = ris numeri nunquam
coniunttum inuenimus , ob eadem caufiam propter quam imperatiuum caret prima
perfona in fi ngulari, quia nemo fibifoli imperat, aut uetat. Vnde jrequeter legimus, ne
timuaimus,ne timeas, ne timutritis,ne timeant . Nunquam autem ne timeam,nifi ne
pro ut non:fed non timeam,no aufim, non fperem,non timuerim, non fperaucrim,non
crediderim : id efl, timere, audere, ffeerare,credere,non pojjum: aut non
debeo: n ita in tAVRENTIl VALLAE ita in aliis perfonis:ut idem Quintilianus,
Non expcdcs,ut fk* tim prati# agat, qui fanatur inuitus. id ejl, expedire non
de* bes Non enim eo modo hoc dixit, quo dicere folemus,quum ue* tamus,ne me
expedes amplius . Hic enim negatio ejl, nonueta* tio. I a, N on expedMens,cr ue
expefauens, q uorwm alterm praeteriti temporis ejl,ncgat$:alterm futuri , c r
ucat, c A P. XXIX. De lepore Si non,« Nifi.cum aliis uerbis. HOcattodadbucdc
negatione fubijciam,ad[otamclegaiu tim dicendi pertinet: quod quale /it. fdwlhs
««P“ Dedam... per feapparebit. Quintilianus: Non ejl difia e ut maritum uxor
occtdntjjtno ejl difficili* ut filius patre. tdeM^eo cauf- fm dimttimus.ut no
fit abfoluedus adolefcens, ntjt etta lauda* im. I dnt-.Quare non pclit,«t
tmfertt putetis.mfi er «»“«" V*-'"-'- &crit:non petit, ut
afflidum alleuetis, nijt cr ) lnfiliciorem,qu6d patrem amifit,quam quod oculos,
Serum ... «tuloitiucAt itero malum ejl liberos -«attere. Malum.mfi boej
fptfl*'4- peius fit, Sic Mfcrrc, V pnpdi. Samius: Tamtediotmul in.Catij.
PLt|1|’t p Jc pudicitia, fifimafua,fi dijs,aut honumbus an.) nuam «ili
pepereit. Ignojiite Cethegi adelefcentuinifiltenm patria bellum ficit.
TitatLiate libro trigrjtmoprimo: Nant a»6i «a ea attinet, qua nobis obtecif,m/i
gloria digna jmt, pu teor ea defendi non pofje.0uidius lib. deennotertto
Meantor. Nec omen hac feries in caufam projtt Acbitn, Si «abi eam magno non ejl
communis Achille. Huic finale eji, quale apud eundem, hb. i i.eiufdem operis:
Mentior obfcurum nifi quum nox fecerit orbem, Nuper honoratas fumnto mea
uulnera eoclo videritis ftellas- Et Quintilianum: Mentior.ni/t 4«utn pere»
erinatio mea nos aia«eeref, maluit effe cum matre. Et iterum. Allidere enim,
cibos miniftrare, manum pom gere cjutlibetpo» terat, mentior nifi /udum ejl,
idem uerbumapud Atnbrojmm ELEGANTIARVM LIB. Jl'l. t9S fode modo pofitu,tum in
libris Officioru,tum Hexameron,tim in alijs reperies. Et apud Cyprianum ad
Donatum : Mentior , nifi alios qui talis ejl , increpat : turpes turpis infamat.
De V ter V tri,Altep Alteri,
Neuter Neutri,36 Quis Cui. c a p. xxx. VT er utrum accufat Latine dicitur.ut C
icero pro M ilonf, Vter utri infidias ficerit, Vterq; utriq; uix aufim dicere.
Heuter neutri omnino no dixerim.Teretius in Phormione inqt: A&rJctj' Quia
uterq ; utriq ; ejl cordi . In duodecimo quoque comentario rertt a Cafare
gejhru,fiuc ab Hirtio,fiue ab Oppio ( nam inccr CjeCIib ftngidiyCr tamen per
hoc idem compdrdtiuum loquimur.ut uo * cdui te prior,percufii te
potierior,fupple quam tu me.Nonuqua unus hinc efl, illinc plures:ut , uocdui
uos prior , fupple qudm uos me:uocduimus te priores,fupple quum tu nos. Ide de
fuper ldtiuo,ubi mula mcbrafuntiut primi nos uenimus,uos potierio res, ille
ultimus:primus ego intrdui uaUu,tu ferior, iUi ardifiinu. Dc regimine nominum
Criminalium,S£ Poenalium. c a p. x x x i i. SI quis furetur rem fdcrdmde
prophano , teneturne fderile* gij,dnfurti,dn utroq;fnon dutem,dn utriufq; . Qui
futiule* rit rem fuam de fdcro,furti'ne tcnetur,dn facrilegij , dn neutroi non
dutem,dn neutrius. Accuftre hunc potes uel furti,uel facri * legij,uel de
utroque,uel de ambobus : non autem utriufque, aut amborum. C ondemndrc non
licet de utroq; , fed de altero, uel furti, uel fderilegifinon autejed
dltcriui,uel parti, uel facrilegij. Cur itu fit, ut demus uarios cafus eidem
uerbo, prxfertim fiub coniunftionibus,quecide,fed in his etiam qu A» Cedo, non
mitius hominem ipfum,qum ius commune defenfum uelU tis.Quintilianus:An
iitcidijje in fordidum nomen,non eo con « temptum hominis,quem dedrudum
uolebat,auxiffe. C A P* ' L. PropoGtiones, rationes c£ interdum mifcerl o Nam
aio LAVRENTII VALLAE NAm ubi uitici neceffe e ft,ex pedit cedere: (tue plura
funt de quibus qujeritur , ficilior erit in ca-teris fides : fiue unum , mitior
poena f olet irrogari uerecudi£. M ifcuit hoc loco Quina til.
propofitiones,rationcsq;,quum fit ufitatifiimum fic dicere: Siue plura funtje
quibus queeritur, fiue unum. Si enim plura , ficilior erit in cectens fides:
fin umt,mitior poena folet irrogari tfb.i.capA uerccundU. Atq; iterum : Firmis
aute iudicijs,iamqi extra pe a riculum pofitis,fuaferim er antiquos legere ( ex
quibus fi ajfiu* i matur folida,cr uirilis ingenij tus , deterf o rudis feculi
fqualo* re, tum hic nofter cultus clarius enitefeet ) er nouos, quibus er ipfis
multa uirtus adefi. Alius dixijfet,fuaferim er antiquos,cr nouos -.antiquos
quidc,cr c£tera:nouos uero,zrc. Cic.in Ana Philip.*» toniu : o' te miferu, fiue
illa tibi noti no funt ( nihil enim boni nofli) fiue funt,qui apud tales uiros
tam imprudeter loquare. . De ufu uemifto uerbi V ideor. c a p. li. NOn uidetur tibi quod bene ficiam: cr,ntihi non
uidetur- quod beneloquaris. Sicut uobis uidetur quod male ficta mus,iti nobis
uidetur quod maleficitis : uidetur tibi quod iUe bene fcribat,ej uidetur mihi
quod isli bene arent. Rufticanus hic fermo eft,er agrestis. Eruditi enim fic
loquuntur:^ on uia deor tibi bene ficere : w,tu non uiderismihi bene loqui.
Sicut uobis uidemur male ficere , ita nobis uos uidemini : lUe uidetur tibibene
fcriberacr,ifti mihi uidentur bene arare. De uulgari quodam ufu Mihi3 De h;
ELEGANTIARVM LIB. JIT. zij De Id quod; cum alio antecedente, c a p. l x i r. Xr
I deo te amatorem fiudiorum , quod me maxime iuuaf.uel, V qua res me maxime
iuuat:uel,id quod me maxime iuuat, amator es fiudiorum.item,uideo teyquod me
maxime iuuaf.uel qua res me maxime iuuatiuel , id quod me maxime iuuat,ama*
torem fiudiorumiqua exempla fibi quifq - conquirat . Dc Aliquis^uifqu^Quifpia^
VIIus. c a p. LXIII, AUqutstquifquam , quijpiam , ullus idem fignificant ,
diffi* runt(h d quidam,ut in alio opere ( quod de dialectica pro* pediem
edemus) obtendetur. vUus tamen quodammodo claudi * cat3nec fere citra
negationem,quafi citra baculum ingredi po * tejl,niji interrogatiue:ut , uocat
me udustaut fubiunftiue:ut,fi idlus me uocat. N unquam plane affirmat iue,jicut
ida fuperiora. De eadem perfona tanquam alia, c a p. lxiiU.^. A/T Eoccuputo
adminihratione magiftratus , nudum tem* A. 1 pusfeponere adjludendum poteram. V
el,me o ccupato in adminisbratione magiftratus , nudum tempus mihi reliquu
erat. Rarifiime Latini fic locuti funt, Graci frcqucter,fed hoc modo
potius:Occupatus in adminisbatione magiftratus, nudum tem * pusfeponere ad
ftudia poter am:uel , Occupato in adtmniftra* tione magiftratus,nudwm mihi
tempus ad fludia reliquum erat. Dixi rarifiime,non tme nunqudminam quidam fic
locuti funt* ut Horatius de Arte poetica : . ~ - Laudator temporis afti Se
puero,cenfor,caftigatorq; minorum. Quintus Cicero ad T yronem : N on potes
effugere huius culpa EpHlpcnuit. poena te patrono, Marcus efi adhibendus.
fubintedige,pro ipfo ,ib-,6*'pi£a* p atronus.Simile quiddam fapit per,qualeejt
apud McTuttium: DeOnto.U,«. Quum cr per meipfum cgijfem,etper Drufum fiepe
tentxffem. illud enim per,fignificare folet mediu quendd,ahuq j intercefio *
re. Ni uc uero quis queat medius effe inter fe er aliufcr tume fic uulgo
loquimr,per meipfum rogaui , per teipfum obtinuifti. o i Auxit 218 LAVRENTII
VALLAE Auxilium do,fcroc^:Opem fero cantum, e a p. l x v. AVxilium do,fero(f;
dirimat . Opem do non di cimus, fed fi* ro:unde Opitulor,quod T uUianuuerbu.
cjje Seneca autor eft: quo txmen er Sallufhus utitur,cr Plautus,^ alij nonnuHL
De A\Ex,5cri,cr nifi de uia feffus effet , continuo ad nos uenturum fuifje .
Quafi de labore uic I Qtjintilianus, «ledani... Ub.9tcap.i7* ELEGANTIARVM LIB.
IIL xt9 D( In diem,In diesjn horam,In JjoraSjPropediem, ac Propemodum. c a p.
ixvii.i, IN diem aliud multo efi3qum in dies. lUud plcrunq; cm hoc ucrbo uiuit
jungitur, vt Quintilianus : Non ut fere noluere prafentu modo cibi memores in
diem uiuunt, duratum hyeme reponitur uiftus. Aliquando,fed raro3cum alio
iungitur uerbo ; ut Salluftius3Panem in diem mercari, quafi dicat,prafcntis
diei fnlugutt, habere ratione, nihilfy cogitare $ craftino. 1 n dies idc ejl
quod quotidiefed proprie cum quodam incremento : ideotfc plerunfy cum
comparatiuo : ut , Quum in dies malum arftius premeret . Et, Quum in urbe
infinitum malum ferperet , idq ; manaret in Cic.Phiiip,t. . dies latius.Etiam
fine coparatiuo3fed tamen per uerbum figni* ficans incrementum : ut Liuius ,
Crefcente in dies multitudine ► Quod non liceret dicere, concurrente in dies
multitudine , fed quotidie:aut in dies magisiquum tamen liceat fuperiora exepla
dicere per quotidie : quum quotidie malu arftius premeretis, quum in urbe
infinitum malum ferperetjdcfc manaret quotidie latius. Et per in fingulos
diesiut Cicero ad Atticum,Quotidie , uel potius in dies fingulos 3 brcuiores ad
te literas mitto, id ejl, non modo quotidie brcuiores ,[ed etiam in dies.Nam ha
quoti * diana Utera funt brcuiores his3quas antea mittere foleba : qua poterant
ejfe omnes pari brcuitate.Atqui ha quas in diesfingu los,fiue in dies mitto
breuior es, tales funt, ut hodierna fint bre* uiores hefiernis, er craftina
hodiernis , er perendina craftU nis: er ita afiidue. Et peftilentia in dies fit
maior , er quotidie fit maior : fic pojjunt uidcri hac duo differre, quod in
hoc pof* funt hodie fupra numerum hefternum decefiiffe quatuor, quum heri
decefferint decem fupra numerum eorum , qui deceffe* rant nudiuftertius . Non
ita in illo , ubi ultimus qui fque dies maxime increfcit : ut fi nudiuftcrtius
decefferint duodecim, hc* ri quatuordecim , hodie ncceffe ejl decedant faltem
decem er feptem ieras faltem unus er uiginti, perendie faltem fex er uigintL no
LAVRENTII VALLA E uigintuEandem difjlenentiam habent in hora,cr in horas,quant
Phiiipp.fi in dientyGT in dies. Cicero in Vhtoppicis:Hgoty,«ocor in Jpem,
ingredior in fpemmo tantum fpeifir* ' mitAtefignificat,quatum, colloco in
tcjpc,c? repono in te fpe. OeOtaUib.i, cicero; I n quibus tum fpem maiores natu
dignitatis fu£ collos carant. Quin tilianus:In quo fpem unica fenettutis
reponebam. De uerbis ad recordationi per tinctibus, c a PriStxxifryj- I Umentem
uenit mihi, occurrit mihi, fuccvrrit mihi,fubit -5r mihi , pro eodan accipi
folent. Sei hoc ultimum frequentet* quoque admiferationem. Quin tilianus:N obis
uero natura ais uerfus exanimes ingenuit non folum miserationem ( qu£ cogis
tationi noftr* fubit ) fed etiam religionem, vbi non ita decuifs ftcncid.*. fet, fuccurrit , occurrit
, in mentem uenit.Vergil -Subijt chori genitoris imago. Aea.*. -Subijt defert a
Crcufd. vbi nequaqud decuiffet,in mente uenit mihi dc choro genitere, er de C
reufa deferta. Jungitur etia hoc ' Lib.j. uerbu cum accufatiuoiut Curtius ,
Sera pcenitetia fubijt regem. Dc uerbis ad uifionem pertinentibus, c a
p.lxxxiii. VI deas,uiderc licet,licet cernere : apud quofdam etiam cers nere
efl,pro eodem decipiuntur. V t, ltaq; uideos iuftos ins • iufHs rebus maxime
dolere , imbecillibus fortes , moderatos ims • modeflis. Licet uidere nonnullos
tanta ftultitio,ut uix differant, d natura brutorum. Licet ora cernere
iratorum3uti mutentur. Offl.*. Ciceronis hcquus,uchiculu,Jignificdt potius id
quod uehitur, qui ejl homo. CiceroiTame er fummi gubernatores in magnis tepcjkb
6. ue^orj(fUf admoneri folet. Quintii. Sic in nauimfilij mei male permutatus
ueftor imponor. Non tamen ueftorc accipias pro nauta.Hinc efe quod inuenimus
nonunqud diftu , nautas er ueftores. Sunt enim ueftores , qui pretio in aliena
naui uehutur, lde Quintii. Cur infeanatis equis ueftor infedetf N onunqudnt pro
ei qui uehit,ut Seneca in Hercule infano: Tyria per undas ueftor Europa nitet,
lde in Hippolyto: Pro fua ueftor timidus rapina. Q uu deeode tauro,eadeq $
Europa loqueretur. N a ca * tera fere qua d fupitns ueniunt, tm aftiue, quam
pafiiue accipi folet.ut accufatio Marci TulUj,aftiuc:accufatio v erris,pafiiue:
donatio mariti,aftiue:donatio uero bonoru,pafiiuc: er catera. De Bene 3C Male, cum uerbis. g a. p. lxxxvii..
Ale iuiico, male cenfeo , male pronuncio , male opinor male fer, t io , male
exislimo , hoc male ad meipfum re * in Cato .M aio. fertur ,erroremq; meum
declarat. Male cogito, ad alterum re * fertur, fignificatq ; perniciem , non
erroremiut CiceroiCartha* ginimale iam diu cogitanti bellum inferatur, multo
ante de* nuncio, de qua non ante ucreri defenam,quam excifam cogno «* uero. M
ale cogitantem , uidelicet mala in alterum, perniciemq ; cogitantem , non autem
feipfam fwdentem. J tem male dico tibi , male opto , male precor tibi , male,
imprecor. Hw nonnihil fe* irulia funt , male de tefentio , male tu deme
exiftimas , mede de iUo Mi *• H | ELEGANTIARVM LIB. III. illo iudicamus.Non
error hic fientientis,exiflimanti>,iudicatiscfc innuitur,fied uitium dc quo
indicamus , ex iHimamus ,fientimus. Male quocfr audio , id ejt , infamor
crinuna mea audiens , cum contrarium efi,male dico.Sallufiius in Ciceronem: R
effiondebo tibiyUt fi quam male dicendo uoluptatcm cepifti , eam male au * die
do amittas . Bene quoq ; maxima ex parte huic finule ejl: ut, de te bene
fientio,bene tibi precor, bene de te mereor . CAP. L X X X V I II, Dc Loco
patris, dC In locum patris,& fimilibus. LOco patrn,loco fratris , loco
filij te habeo , non ita accipU tur,quod ubi illa antea erant , ibi tu nunc
apud me fis , fed quod in ea ckariatc qua idi , aut fuerunt , aut funt , aut
effient, aut efifie debent: ut Chry fis Pamphilo apud Terentium loquU tur:Si te
in germani fratris dilexi loco, Cicero in Verrem : In parentum loco quafloribus
fiuis pratores effie oportere. lUaau» tem fiententia in locum potius , quam in
loco, requirit tale alia quod uerbwmyquoie ejl apud QuintiL N am quomodo
pugnant ineuntibus tot fimul metus laborum, dolorum, postremo mortis ipfim e
xciderut, nifi in eorum loeu pietas, er fortitudo ,er ho= nefti prsfiens imago
JuccejfierinttEt f alibi: Non perdidit filium quifquis occiditxxplicat a dolore
patre, quod fibi uidetur freifi Je re maximam, er iuuenis in loeu amifii ,
fiubfiituit de uanitate folatium.Ergo ita dicitur ,ubi aliud erat, aliud
fiuccefiit. quee die uerfia afiupcriori fiententia ejl . Loco uoluptatis mihi
cfl,loco tur pitudinis,loco honoris:id efl,uoluptuofiim,turpey honorificum ~
Illud autem hac in patre competit,ut dicamus,non recordari me an ufiqud
repererim genus illud fiermonis , quo Ecclefiaflici pafie fim utuntur : Ego
habeo te in patrem : tu es mihi in filium:ace cipio te in fratrem. Dicunt fnim
ucteres, habeo te loco patris, tu es mihi loco filij, accipio te loco
fratris:uel,habeo te pro pae tre, tu es mihi pro filio, accipio te pro
fratre.cr nonnullis alijs modis.Atqucbic uidetur aliquid non uti$ tale effie,
fied perinde p * 4JZ **? LAVRENTII VALLAE cjfc, ac fi tale foret.ldeocfs expofi
dones noftrx locum habet, ubi loam 19. ale aliquid non ejl, ut dixi,ficd pro
tali habctur.ut in illo, Ex iU U hora accepit eam dificipulus tn fiuam. quod
liceret dicere, ac* cepit eam loco matris, ucl pro matre,fiucpro fua:non autem
in in illo,quod pro uero accipi debet: Ego ero illi in patre er ipfe erit mihi
in filium. 1 icuijfit ergo dicere, id cfl,dixijjcnt ueteret, ego ero illi
pater,ipfe trit mihi filitis:fied more Grxconm, unde hxc fimpa fiunt , noflris
ccclefiafiias ia loqui placuit. Ude ue* teres qui illo modo locuti no fiunt,
fic amc loquebatur: reuertor in patrem,tibi redij in amicum: fiedhic uerbumejl
fignificans motum.Quintilianiis:Et pojl exitum anuci reuertor in patrem .
QuintilCurdus lib. v. igitur rex arci Babyloni t Agadcen in "... .
prxfidemefifieiufiit. CAP, txxxix. De uerbis ad autoricatem pertinentibus. MOre
maioru. comparatu ejl, legibus ia coparattm efijegi bui itxconfiitutu eft,ia
natura comparatum efi,ia natu * ra confiitutm ejl , ia natura prxficriptum. Hoc
nobis ipfia na* tura prxficribit, nobis natura datum ejl, ut periclinntes
aUcue* mus.liocrado ipfia pr- De Memoria,& Memor iter,cuin alqs uerbis. .
MEmorid teneo, non memoriteriprotiuntio memcriter,non ntemoria.de. Memoria
teneo bello Marfico cum Quin* Dc Amfci to Otfauio. idem: Quintus Mutius AugurSciuola
mula nor = prfnc# rare de C.Latio focero fuo memoriter cr iucude folebat.Rcpeto
memoria, & memoriter. Quintii. Si logior coplcttcnda mano * tto.t , c3p ,t,
na fuerit oratio, proderit p partes cdifccre. dc. Copleflebatur ' memoriter ,
diuidebat acute. Quintii. Mcmoriarepeto couiftos Lib.i.cap. to. d me , qui
reprehendere erant attfi. , quod hoc uerbo pepigi ufus effem. Terent.-
Cognofcitne i C. ac memoriter. Aliud amen efl ille ablatiuus,qudm illud
aduerbim. M emoria enim quid flgnu fcne.^un0 aA,f* ficat,apparet. Memoriter
uero efl , quod literdtorcs noftri im= periti dicunt,corde tenus,mente tenus.
Apud Vliniim amen ad Ep&ti- Kb.*. Romanum tego : Tu facilime iudicabis, qui
am manoriter te* nes,ut ern hac conferre popis, fi rette fieferiptum efl, redefle
dici iudicabo. c a p. x c 1 1 1 1. De Fado tibi iniuriam:&,Afficio
teinitiria. FAcio tibi iniuriam:cr,ficio tibi contumeliam. A fjkio te in * +
iuria : cr, afficio te contu/melia. Rado tibi molestiam, non p i ia «,o LAVR.
ELEG. LIB. III. * ia libenter dixerim ut, afficio te moletiia. De ucrbo Impono.
c a p„ x c v. IM pono tibi hoc onerts,notu efl quid fignificet.lmpono tibiy ide
quod decipio tc. Quintilianum: Quid quod hocipfum tm placide, am quieti ficit,
qua fi captet imponeref Etalibr.Fcftl* lit te ingenitu* honejhs animis glori a
amor, f es tibi perpetua laudis impofuit.vnde impotiores dicuntur,qui alios
uerbis ma* gna pollicentibus , incantatio nibusq; feducut,ac decipiunt. Pau* l
mitem aleatores, er uinarios non contineri editto, quofdam yejpondijfe Pomponius
aitiqucmadmodwm nec gulofos , nec im* potiores , aut mendaces , aut litigiofos.
vlpianur: Non tamen fi incantauit , fi imprecatus efl, fi ( ut uulgari ucrbo
impotioris utar ) exorctzauit ,jton funt ifh medicina genera, txmetfi fint qui
hos fibi profuiffe cum pradicationc affirment. De uerbo Speftac. c a p. x c v
i. AD me Jpetfnt.id efl, ad me pertinet. Admortem fefint. ii ejt, ad mortem
quafi reficiendo tendit. Cicero Officiorum libro tertio : Ad extremm fi ad
perniciem patria res feftte pedam. i/. bit, patria falutem anteponet faluti
patris. Quinti* ; lianusin Paupere amatore :Et quod ad pcf* fimum feflnt
euentum , miferabilis fis oportet , ut amator effe uidearis. i i?¥ Z \ ‘ , • \
• • • * '• *r -V *« . -• • . . ‘ i ,1 E
IN C^VARTVM L 1= B' R V M E L £ G A N* T IARVM PRAEFATIO» C I O ego nonnullos,
eorum prxfertim qui fibi [aniliores , er religio (iores uidentur , aufuros meum
infiitutumboc,laborem $ reprehendere , ut indignum chrisliano homine , ubi
adhortor exteros ad librorum fecularium lettionci quo * ?um,quod Jhdiofior
cjfet Hieronymus , cxfumfe flagellis ad tri bunal Dei fuijje
confitctur,accufatimq; quod Ciceronianus fb* tione correpti fuijjcnt. N eque enim una omnibus
medicina con * uenit,vr alios aliud decet. N eque femper, er ubique idem aut
permittitur, aut uctatur : neque ille hoc alijs uetare aufus efl ne.
ficerenticontraq; plurimos laudauit tum fupcriorum,tum fuo » rm temporm
eloquentes, verum quid /mitis agimusiQuii Hieronymo ipfo cloquentiusiquid magis
oratorium i quid ( li > cet iUefxpc difiirmlare uelit)bcne dicendi
folicitius,fiudio(ius,- obferuantiusfQuidiquod ne difii/mlabat quidem {nam
obijei * ente fibi hoc fomnium Rufino , hominem deridet ) planeq ; fi» tetur fe
lettitarc opera gentilium , er leftitarc debere, l dq; cum in alijs multis
locis ( quanquam etiam fine confifiione pa * lam efi) tm uero. cpiflola illa ad
magnm Oratorem. I nunc, C r
uerere,ne aliena accufatio tibi obfit,quum illi non obfuerit fua:cr non audeas
jacere , quod ille refeiffa pattiotic facere na timuit. Tametfi non defunt, qui
credant em puerili xtate illa percepijje,femperqi poflea memoria tenuijje. O'
ridiculos horni nes. ELEGANTIARVM LIB. Illi. xtf ties, & omnis dottrin #
imperitos , qui opinentur em tantam rerm copiam,ac [cientiam,qua nulli
chrijiianorum cedit , aut, tam cito potuiffe di[cere,aut tandiu non potuiffe
dedifcere3 quu er rarifinu reperiantur , qui centefimam partem [cienti# illius
affequi popint3cr non nunore labore (ut antiquitus dUtu efl), h#c facultas
retineatur ,qudm paretur.Et tamen quantulum in* terejl inter furdri, &
furtum non rcdderef Quid prodeft alijs, fiirtwm prohibere,ne furentur, fi tu
furto tuo palam potiris! Si non debemus difcere eloquentiam, nec uti certe, fi
didicimus Quid quod libros gentilium [#pe in teflimpniu afimit! quos > fi no
licet legere,minus profitto legedos exhibere:^ fi nos de*, hortaretur d
lettione gentiliu(quod non facit ) magis intuendi i. putarem,quid ipfe ageret
^quam quid agendm ahjs diceretiue* runtamen femper ipfe idem dixit , er ficit.
Nam poftqudm te * neram iUam #tatem faluberrimo [aerarum [cripturarm alimen to
pauit,ac in ea quam dcfpcdm habuerat, [cientia fibi uires ficit, iamq; extra
periculm pofitus, ad leftionem gentilium rcdijt,fiue ut illinc eloquetiam
mutuaretur, fiue ut illorm bene difln probans,male diftn reprehenderetiquod
exteri omnes ha* tini,Gr#ciq ; ficerunt,HildrM,Ambrofi,us,Auguftinus,Ldtfan*.
tius,Bafilius,Gregorius,(jhry[oflomus,alijq ; plurinti,qui inom ni #tate pretio
fas illas diuini eloquij gemmas, auro argento ^ eloquenti# uejlierunt, neq;
alteram propter alteram [dentiam reliquerunt. Ac mea quidem fententia,fi quis
ad [cribendum in theologia accedat,parui refirt an aliquam aliam facultatem
afjt rat an non:nihil enim fire extera confirunt:At qui ignarus elo * quetix
efl,huc indignu prorfus qui de theologia loquatur, exi * fiimo.Et certe [oli
eloquetes , quales ii quos enumeraui, colunx ecclefix [unt, etiam ut ab
apofloUs ufq j repetas , inter quos mi* hi Paulus nulla alia re enunere,qu 'am
eloquentia uidetur. Vides igitur ut in contrarium res ipja recidit. Non modo
non re* prehendendum ejl fiudere eloquenti#, utrum etiam reprehen * dendu. zj6 dendwm,non fiudere.Etego ftc ago, unquam
eloquenti* cotrd c almniantes patrocinium prteflem , quod efi maius propofito
meo. Non enim de hac , fed de elegantia lingu £ Latina: feribi* mus,ex qua omen
gradu* fit ad ipfam eloquentia, v erum fi. quis eloquens non fit, ita demum no
erit caftigandu*,fi talis non po* tuit euaderc,no fi hunc laborem effugit. Qui
uero elegater lo* qui ncfcityZr cogitationes fuis literis madat, in theologia
pr** fcrtim,impudentifimi* efi, er fi id confulto jacere feait , infx* ttifiimusiquanquam
nemo efi qui nolit eleganter ,er facunde di * cere:quod quum ipfis no
contingit,uidcri uolunt ( ut funt pera, uerfi ) nolle, aut certe non debere fic
dicere . 1 deoq; aiunt gena tiles hoc modo locutos effe, non decere eodem loqui
C hristia* nos:quafi illi,quos nomnaui,more iftorim locuti fint , er non more
Ciceronis,c*terorumq ; gentilium : qui qualiter loquatur nec cognitum ifii,nec
expertum habentmon lingua gentilium,, non grammatica , non rhetorica , non
dialeftica , c*tcr*g4mi«, cuius libertusi non autem cuius libertinus. Rcftodeturfyejl libertus
meus,aut tuus,aut iU lius,aut Catonis taut nullius. Atque libertus fine
patrono, patro* naue non e fl, liber tinus effepoteft, quamuis necejfe eft eum
ali* quando habuijje : quo fdftm ejl , ut dicamus colliberti , collis berteqi,quemagri
ad arandum idonei. Idem in eifdem: Quid poffefliones datas3quid ereptas
proferam, i I dem de Oratore : Tot locis jefi Lfb.t, fiones gymnajiorum. id
efl,tot fedilia.Ea tamen,qu£ funt in us, pro perfoms accipi folent. Conttentus
non efl couentioyfed ho= mines, qui unum inlocum conuencrunt. Confeffus non efl
con* fefiioyfed homines uno inloco confidentes. Obferuatio,&Ob(eruanria. c
a p. 1 1 1. OBferuatio,cr obferuantia fimdi quodam modo , ut accef* fittygr
acceflio differunt. Obferuo nanqueduo fignificat: unum efl quod cu&odio
aliquid oculis,animoq ; in modum Ibe * culatoris,ne nos fllentio,tacitoq;
pr£tercat:ut obferua tranfe* untes. Obferua filium,quid agat, quid cum illo
conjilij captet . quafi cuftodiyCr adnota. Et hinc jit obferuatio , quafi
annota* Tct&.inAnfc tio, cr animaduerfio. item obferuo non Jpeculantts
modo, fed aA•I•rce•,• ‘ ddmirantiSyUcneranttsq-y c r id tantum in homines , non
in res, quoties quem ucluirtutc,uel dignitate fufcicimus, cr colimus: unde fit
obferudtia,qu£ efl ueneratio qu£dam, cr honoris ex* bibitio. Quare melius
obferuadonem, quam obferuantiam hi, qui nominantur fi atres,fuum inflitutum
nominarent . * Potus,3£Porio. c A
P. I Ii i. POtu* , er potio non differunt nipob huiufmodi caufam. Potus enim
uini,aqu£ flnuliumq ; dicitur. Potio uero d me. * dicis datur £grotanti,quod
Gr£ce dicitur fxf/uzHsp. N onnun* quam tome potio,pro potus accipitur. Seneca de
tranquillitatr. Aliquando uefatio , iterq ; , er mutata regio uigorem dabunt,
conuittusfycr liberalior potio, Cicer.in Tufculan. Quid quod 4 ne - ^ • »*9
LAVRENT II VALLAE cj]e, ac fi ale foret, ideoy cxpofitiones noBra locum
habet,uhi loan* is. ale aliquid non eft, ut dixi/cd pro ali babctur.ut in ilio,
Ex iU U hora accepit eam difcipulut in fuam. quod liceret dicere , ac* cepit
eam loco matris, uel pro matre,fiucprofua:non autem ia in tio,quod pro uero
accipi debet : Ego ero illi in patre er ipfe erit ) rabi in filium . 1
icuiftfct ergo dicar, id cfi,dixijfent ueteres , ego ero illi pater,ipfe irit
mihi filius: fed more Grxcorm, unde bsc fmpafunt , noBris ecclefiafiias ia
loqui placuit, lide ue* teres qui illo modo locuti no funt,fic amc loquebatur :
reuertor in patrem,tibi redij in amem: fed hic uerbum eft fignificans
tnotum.Quintilianus:Et poft exitm amci reuertor in patrem. Quintii Curtius lib.
v. igitur rex arci Babyloni x Agaticen in prxfidemeffeiufiit, CAP, L X X X I X.
De uerbis ad autoricatem pertinentibus. MO re maioru comparatu eft, legibus ia
coparatm eft, tegi bus iaconftitutu eft,ia natura comparatum eft,ia natu * ra
conftitutm eft > natura prxfcriptm. Hoe nobis ipfa na* tura prxfcribit,
nobis natura datum eft , ut periclitantes alleue* mus.Hoc ratio ipfa
preftu,ficut per patroniLldeccfr libertinus adieftiuu efi, ficut ingenuus ajS
LAVRENT1I VALLA E ingcnuus:eoY inoa- Et hinc fit obferuatio , quaflnnnot^
Tna.fafa* tio,cr ammaduerfio. i tem obferuo non fteculantis modo fed
adnurams9ucnerantisqi9 er id tantum in homines , non in res quoties quem ucl
uirtute9uel dignitate fu ft icimus, er colimu s: unde fit obferudtia,qu£ efl
ueneratio qwedam, er honoris ex- hibitio. Quare melius obferuationan, quam
obferuantiam hi qui nominantur fratres, fuwm inflitutum nominarent. Potus,&
Potio. CAP. 1 1 1 1, p Otus , er potio non differunt nifiob huiufmodi caufant.
MT Fotus enim uim,aqu£ finuliumq; dicitur. Potio uero d mea dias datur
£grotanti,quod Grace dicitur N onnun* quam tme potio9pro potus accipitur. Seneca
de tranquillitate- Aliquando ucfatio 9 iterq; , er mutata regio uigorem dabunt
\ tonuittusfycr liberalior potio. Cicer. in Tufculan. Quid quod q ne Ut
LAtRENTII VALLAE ne mente quidem rette uti pofJumus,multo cibo,cr potione re*
In Cato Ma. plctifEt alibi: Tantum cibi, cr potionis adhibcndum,ut refi*
ciantur uircs,non opprimantur. Senes, Veter es3& Antiqui. c a p. v. SE «a
uocantur, quantum ad priuatzm ipforum uit&m, qubi ufq; ad fenilem anatem
uixerunt. V cteres , quantum ad pu* blicum tempus,qucd alia dcfote uixerunt,
etiamfi ad fcniu/m non pcruenerunt.vnde quidam iuniores fiicrunt fcniores
ueteribus . Antiqui utriq ; dicuntur,fed magis ucteres,qu.mfenes.
Defeftus,Culpa,e lucri : cuius ft>ei caufa plcriquc ludunt, ideoq; ludum
talarium dicimus, non lu* fum: er ludum ale.*. quum inquit: Hoc in ludo non pracipitur ,
fociles enim caufe ad pueros deferuntur. Et Jhtim pojl:Hac ejl in ludo cauftrum
fore formula. Nam,ut inquit Quintilianus,Rbetores [uas pars Lib.i.cap.»* tes
omiferuntyC? grammatid alienas occupauerunt. Siquidem grammatici Latini ,
rhetoricam etiam docent , quod indicant ipjius quoque Ciceronis uerba , quum
pueros,non iuuenes nos nunat. Ejl cr ludus armorum, qui idem (ut[entio)
gladiato* rius dicitur, ubi difeunt gladiatores : ut apud Quintilianum, Quod me
diu pirata in carcere retentum , quia diuitemiUius promiferam patrem,in ludum
uendiderunt , tanquam decepti. Et iterum: Et inter debita noxa mancipia
contcptifiimus tyro gladiator, ut nouifiime perderem calamitatis mea
innocentiam, difccbam quotidie [celus. Ludos tamen gladiatorios frequetius ,
qudm ludum dicimus,quotics unum , pluraue paria gladiato • rim ad fpeftnculum
pugnatura producuntur. Qua res , mu * nus gladiatorium appeUatur,quia populo
tanquam munus do* natur. Et qui donat , munerarius : er qui fomliam gladiato *
rum habet , gladiatoresq • domi in difciplina , er (ut dixi) in ludo exercet ,
ac postea uendit, L anifta. V ocantur autem Ludi gladiatorij , jicut Ludi
Apollinares , Ludi Circenfos , Ludi q 1 focu * 4 ZSO LAVRENTII V Ait AE
feculares. N am fficft&cula publica utique in honorem Deorum ludos antiqui
uocabant : ut non abfurdum fit folenniatan in natali die fanttorum,pr£fcrtim
cum apparatu illo, cr pompa, ludos uocari. Nam quo alio nomine uocemus illam
fcefta culi exhibitione, qualis fit in multis I talia: ciuitxtibus,cr ( ut
audio ) in multis alijs prouincijs f Hutxre,que ple * runq; fiillax efi, er in
primis ( nifi fideli fundamento nitatur') friuoLa.vicinia autem non tm homines
, qui eundem incolunt uicu/m , fignificat,quam qui prope domum tuam habiant.Vi
* cinitas autem no homines, fied propinquiatem:proprie quidem uicinorwm,abufiuc
uero etiam ceteraru rerum. Nonnunquam
eotinens pro cotento:ut,laudanda,uel potius amanda uieinitts. Commentarium. c a
p. x x i. C Ommentari] nemen quid fignificet,tertio Declamationum libro Seneca
declarat,quum dicit: Sine commentario nun* quam dixit, fied commentario
contentus erat , in quo nuche res ponuntur. E t Cicero in Bruto: Non efi
oratio,fied capita reru , cr orationis comentxrium paulo plenius. Et Quintii.
Pleruncfc gjfctoaap, autem mula agentibus accidit, ut maxime neceffaria , er
utiq; initia t}4 LAVRENTII VALLAE initid fcribant:c£tera qux domo
affirunt,cogitatione comple '* fantur, fubitis ex tempore occurranf.quod
ficiffe M. Tullium fuis commentaris apparet. Sed feruntur er aliorum quoty,
& inuenti forte,ut eos difturus quifq ; compofuerat, er in libros digerar
caufaru,qu£ funt afa a Seruio Sulpitio,cuius tres orationes extant. Sed hi,de
quibus loquor, commentarij, ita funt, exadi,ut ab ipfo mihi in memoriam
pofteritatis uideantur effe compofiti. Per hac Quintiliani uerba colligitur ,
non modo id quod dicebam, fimulq; in plurali hoc nomen effe generis ma* f
'culini,quwmin fingulari fit neutri, de quo mox etiam dicam : Herum etiam
commentarios idem effe quod libros iquod Cicero confirmat,tum tertio libro de ¥
inibus , dicens : Tuipfe quum tantum libroru habeas,quos hic tandan requiris
comcnttriost quofdam inquam Ariito teli cos. tum fecundo de Oratore : Tres
patris Bruti de iure ciuili libellos tribus legedos dedit, ex libro primo forte
eucnit,ejc. Ac jhtim pofhvbi funt hi fundi B ru* te,quos tibi pater publicis
commentarijs confignatos reliquitf quod ttifi pubere te iam haberet, quartum
librum copofuiffet, er fe in balneis locutum cum filio feriptum reliquifiet : E
cce eandem rem tribus uocabults Cicero declarauit , libeUis,libris,
commentarijs. Quare ia fentio, omnes comentarlos libros effe, ' ^ fed non
continuo libros comentarios. Nanq; ubi res funt late, difjfufeqi explicata, er
non breuius,quam potexant,trafatx , libri tantum funt,non comcn tarij. Vnde Ca
faris commentarij, in quibus ad exequendam kiftoriam alijs uidetur fubieciffe
ma* teriairr.quifi fuerint finguli,commentarim,uel commentarius, uel liber
dicitur. Liuius lib.x l v i i i. Quari iufiit ab eo, quem de his rebus
comentarium a patre acccpifiet. Quum re * ffondiffet accepiffe fe, nihil
prius,nec potius uif m effe, quam regis ipfius de fingulis rejfonfa
accipercjibrum popofcerunL Si plures,primus,cr fecudus comentarius,non primu ,
er fecit* 4m comcnt&imiut Hirtius, fine Oppius, quiacccfiionc adie * cit
E^EGA NTIARVM LIB. IIII. i/J c it Ccfaris comrnentarijs,ait:Proximus,alter'ue
commentarius, tiunqum commentarium. 1 ta nuhi in magnis autoribus uideor
annotaffe. Quidam tamen aliter faciunt,utique in alia flgnifu cationc,qu£ eft
(ut fentio) expofltio ,er interpretatio autoru, titroq; genere pronufcue
utctesiutAul GeUius,Efl adeo Probi grammatici commentarius fotis curiose
faftus.Et it erum: Non* nulli grammatici,qui commentaria in Vergilium
compofuerut. Iterum quoque: No fler Scaurus in primo commentariorum , quos in
Gorgiam Platonis compofuit, feriptum reliquit . Boe* thius:Quod in his
commentarijs diligentius expediuimus , qui a nobis in eiufdcm Ciceronis Topica
feripti funt. Et iterum: Quo autem modo de his diale dicis locis
djft>utetur,in his com* mentarijs , quos in Ariflotehs Topica d nobis
translata con* fcripfimusycxpeditum eft. Quidam etiam talia huiufmodi ope * ra
commentum uocauerunt.ut Nigidius , Donatus,Prifcianus , edijqi nonnulli.
Seruius commentarium , commentarios $ pro rniiiud.Defeift homine accipere
uidetur,quum inquit in v i uAeneid. Dicit Htfperiam,& quidam
commentarius,conueft& legendum.Etin Georgicorum primum: Superfluo mouent
qweflionem commentari].' Fu aiud.prf* Coenaculum,# Carnario. ca p. x x i i.
Cenaculum locus ad coenadum in loco fuperioti:ccendtio ««mm, _ locus ad
cocnandiMyfed in imo potius, luuen. . tem rapiat cocnatio folem. Veruntmen
coenaculum non tam *** pro loco cccnandi,qum pro parte domus fuperiore
accipitur , qu£ frequenter hoftitibus ad habitandum locari folet , qui to * tam
domum conducere non pojjunttcr parte inferiore, flue illa taberna, flue
officina fl t,non habent opus. Cuius rei proferrem exempla,nifl abunde Varro
fufficeret,dicens : vbi ccenabant Ub.de coenaculum uocitabant. Poftqttam in
fuperiore parte cocnitarc ^s* €ccperut,fluperions domus uniucrfa cotnacula
difia,pdfl quam ubi coe nabant, plura facere coeperunt* EpuL*JEpulum,# Dapes,
cap, x x i i i. EP uU [unt cibi
minifterio hominum , er in noftrum ufum comparati. Epulum , folenniores quadam
epula , er pro * prie publicum cbuiuium in propatulo uniuerjis ciuibus exhi *
Miww, fiue in dedicatione templi alicuius, fiue in honore De o* rum,uel in
magnificentia; oftenationem , fiuc in funere magni alicuius uiri. Cui fimde
eft,quod hoc tepore fit , quum publice pafeimus pauperes ,ut in mortibus
propinquoru.Quod idem efl pene quod paretare,fi Hieronymo credimus,qui ita
tertio libro in Hicremiam inquit: Mos aute lugentibus,frrre cibos,& pro:*
parare couiuiu,qu£ Graci ntfu /lama uocat,CT dmoftris uulgo appellantur
parentalia,eo quod a parentibus ijh celebrantur Dapes uolunt effe uel Deoru,uel
noflras in facrificijs Deoru . Sementis, & Melsis. c a p. x x t i i i. S
Ementis efl fatioy(iue (ut fic dicam ) f rminatio. L iuius: C am pani [ementem
facere poffent. Miror quare quum in alijs locis apud Hieronymum plurimis, tum
in Genefeos principio [ementis pro femine pofitu efl. Mefiis tum ipfa mefiio
efl, tum LDm. [eges iam matura. Cicero de Oratore : vt [ementem f iceris , in
metes. Seges,& Fruges. c a p. x x v. _cs efl eorum [cminum9ex quibus
coficitur pamsynodtm • demeffa. Nonunquam cotcntum pro cotinente ufurpantes,
ipfam humu ad accipieda [emina fubaflnm , fegetem uo camus, Gcorg.i. ut
Vergilius: I Ua [eges demum uotis refpondet auari AgricoLe,bis qua: [olem,bis
frigora fenfit „■ F ruges uero quicquid ex firuftu terne in alimoniam uertimus.
Liuius:Eam gentem tradit fama dulcedine frugu,maxime uini, noua tamen uoluptate
captam, idem: Non arbore frugifera, i. tf>c*p.u non -n jpm ydiftif' Plinia
titulum dedit de naturis ar * borum frugiferarum. Malleolus, & Sarmentum, c
a p» x x v i. MalUo CE ges &deme\ Mi ELE6ANTIARVM LIB, IIII. tfj ' AUeolus
a fomento fic dijht,ut pars a toto. E fl enim md Jeolus(ut placet Colimcllx )
in modum mallei roftrd ha= Ubixapt, bens,aptus plantationi Quando autem
arefitfo farmenta funt . cum malleolis igni referuata , indifferenter uocantur.
Nam er ^
Annibalemjegimus farment&cornibus boum alligajje , eaq; in * ccndiflhyUt
koftes fideret. Et nonnullis ciuibus Romanis, qubd$^?t0 domos haberent plenas
malleorum , ad Capitollj , uel urbis in- riu J,emint* cendia,fraudi fuit. Arbor
3C Frutex. cap. x x v i r. (0~mk R hor a frutice itn differt,ut frutex ab
herba. E fi enim fu* tex,qui ad iuflrn magnitudinem arboris non ajfurgit , cr
flatura flmdis efl multis herbis, fcd non demoritur , neq; arefeit ut herba,
fed perenis efl. I nter frutices eflfoboles quoq- illa ars borum,zr plantula.Ab
hac fruticari uerbutn,quap futicem res nafei ex arbore. Marcus Tullius Ad
Atticum : E xcifa efl enim arbor,non euulfc.itxq; quam fruticetur uides. Nam
illud, quod fepe legimus fruticari pilum,translatum efl. Acinus , Bacca t Pomum
, 8C Nux. CAP. XXVIII. ^ — X Cinos inter er baccas hoc intereffe puto, quod
acini inb J\fruttus minutiores arborum , fruticumuc.denflus nafcuns turibaccr
uero dijperflus,?? rarius. Inter acinos enim numera* . tur grana uu£,grana
hederr, grana fambuci, grana cbuli,grd* na mali punici,addo etiam moru, «-
nitjylueftris enim,?? pallio porcorum efl . Cafhnea in nuces fimafylua/v*
reflrtmunde Verg . Cajhneasq • nuces - peut pinus,corylus, gjjj* flue a loco
aucllana,amygdalus, iuglans,cr fi qua funt his pmi r lia, non Z)I lid,non poma dicuntur,fid nuces. Nonnunquam
acini,CT boo* C£ indifferenter ponunturiut Vergilius , E4qb-1?* Sanguinas ebuli
bacas, minio q; rubentem . c a p. xxix. Crepitus,S crepicus3Fremitus,xw. I
ugulus anterioryunde uoxyhdlitusq; procedit. Collum omnes partes infolidu
coplettitur.Et quonia nerui, qui corpua erettuyrigidumq ; faciutyin ceruice
funt collocatiydicimus horni * nc durx ceruiasyquafi indomdbilcymore ferocium
bou.ucl quod qui ceruice erettay%r rigida cttycotmaciam quandayzr rigore mentis
pr Hunquid dij erant comites Troianorum , atque Aeneae , an duces i certe dij
penates comites erant , confcfiione tum Aenea , tum ipforum quoque deorum . Nam
libro primo Aeneas ait: - Raptos qui ex hode penates Claffeueho mcctm . Et in tertio dij aiunt: N
os te,Dardania incenfa,tuaq ; amafecuti : Nos tumidum fub te permenfi clafiibus
aquor. Sub te,id eft,te duce : er te fecuti fumus : id efl,tui comites fui* \ ,
mus . j dem quoq ; de Gracis dicendum efl , er de eorum deis . Idem etiam de
Sibylla , er de Aenea, quanqudm modo hic,mo* do illa dux erat,aut comes : tamen
quiafequebatur Aenea uo* tuntate Sibylla,cr quafi miniflrd fe prabcbat,comes
erat. Quid uero ducebat pramondrds iter, e? declaras ca qua ignorabat, dux • -*
e£fatio:ut,o'' Jpeftnculum ntifcrm, atfy acerbum . gt»- Vttr( ELE GANTIARVM
LIB. 1III. [em promontorijs. I dem
x l v. Adiunftaq; infula Euboea, er excurrente in altum, uelut promontorium,
Attica terra fit*. Officina, 8C Taberna. c a p. x l i i i r. Officina,ejl ubi
opera fiunt. Taberna ubi opera ipfa, cate* raq; merces uenditantur.officina ejl
Jhtuarij, fuforis,fla * toris,calatoris,excuforis,uitrearij, f ut om, fibri :
qui multiplex ejl,li gnarius, er hic no unius generis ".ferrarius, nec hic
fimplex: lapidarius , qui cr ipfc in multas diuiditur jpecics. Taberna uo catur
uinanajanaria, olearia , er mille huiufmodi:unde opifi* ces,cr tabcrnaAj
uocantur.Cicero pro Lucio flacco: Opifices, er tabernarios,atqi omnem illant
ficem ciuitatu,quid ejl negotii concitare: Nec negauerim aliquando unum ,
eundemqj loeu of * ficinam,cr tabernam effe, ut futrina,in qua calcei c? fiunt,
er uenduntur. Quadam igitur artificia ( quanqudm fola artificia funt opificum)
catera quaftus,zr opera dicuntur : fed quadam huiufmodi femper habent fuum
nomen , ut hac ipfa futrina fu* toris,cy lignari j proprie fibrica,aurificis
aurificina, cauponis caupona-.tamen er eam, qua uinum uenditat , cauponam uoca*
mus. Quidam malunt dicere cauponam , pro loco. Argentarij argentaria,quod nomen
quidam,pro artificio ,cr argentarium , pro artificelqui idem ejl
aunfixjaccipiunt : atq; ita ejl in Hir * remia.Titus autem L iuius, C icero,
Quintilianus,cateraq; omnis antiquitas pro his accipit, qui campfores uulgo
dicuntur , non illos dico minutos, qui nummularij , er menfarij a nobis, xs-
Ac&s-ai d Gracis dicuntur,qui ijdem trapezita uocari poffent. Nam colybisla
trapezas habent. Sed Elautus in Curculione tret peditam, er argentarium pro
eodem accipit, Auis,ertilionem,qui utroque caret , quatuor enim pedes ha*
bet,zr (emimus ejl. Volucris ejl quacunque uolat, nec auis fo* lim,fed illa
bestiola quoque minutiores, ut apes , uejfia, culex , tabanus xyx Dedam. >}•
laCato.Maio. tib.3. Ub.i.decad.1. Ub.j. Lib.i.decad.3. f LAVRENTII VALLAE
tabanus , locujh,mufca,cicada.Siquidem Quintilianus apes uo* lucres uocat. Et
Plinius non femcl hoc Jignat, undecr Cupido uolucer dicitur. Indoles. c a- p. x
l v i. IN doles ejl nonfolum in pueris, er adolefcetibus jignificdtio futura
uirtutis: ut apud Quintilianum , ln prinus annis lau* daretur indoles. Cicero :
Vtenim adolefcentibus bona indole praditis fapientes fenes delebantur. Et
Valerius titulum de in* dole jecit ynon tantum puerorum, ddolefcentiumcfc
exemplarepe tens, fed etiam in uiris , er quidem prafentis uirtutvs ,ut idem
Cicero deOjficijsiln quibus ejl uirtutis indoles, commouentur . idem pro
Calio:Si quis iudices hoc robore animi , atefc hac in* dole uirtutis, cr
continentia: juit. Liuius de Lauinia iam matre , er pojl mortem Aenea res
adminijlrantc inquit : Tanta in ea uirtutis indoles juit . Lucanus: indole fi
dignum Latia,) i [anguine prifeo Robur inejt animis- lndolc quafi generojiate
quadam uirtutti,dtq; dnimi.liuius ai malam quoq; partcm,cr ad muta, atq;
inanimata transfert, lo* quens de Annibdle,fic: Cum hac indole uirtutum, cr
uitiorum trienio fub Hafdrubale imperatore meruit. Et alibi: Sicut in jru gibus
, pccudibusq ; non tantum femina ad feritandam indolem ualent, quantum terrae
proprietas, ccclity fub quo alutur : gene* rojius in fua quicquid fed re unam
legem, fed ab infiniti* interpretibus legum , infinitus leges effe iudicantes.
Etiam titulum de uerborwm fignificatio* ne non legem imo leges appellant: quo
quid abfurdiusi AccruuSjStrueSjStrages, 8C Sarcina, cap, xlix. Ceruus minutarum
proprie rerum congeries efl, ut firu*. .menti,cr leguminis, ut [alus, interdum
aliquanto etiam Vetgii. Aen.s_. maiorum,ut aceruus fcutorum apud Vergilium :er
fire gene* JnilaVadem rdlc ad omnia efl. Strues aute proprie lignorum. Strages
uero r seft pauper ue,aut inter hos medius.Ego fim pofitus in hac coditio *
ne:id eft, fortuna, ac forte. CicerorO' miferd conditione admini* ftradi
cofulatus. Huic figni ficato illud pene par eft,quwm inter plura eligeda fortis
eft oblati eleftio:ut apud M ar. Fabiu, O b* lati eft 'aiuuenibus tyranno
coditio , ut dimitteret alteru ad ui* fendam matrcm3ad diem praftitutum reuerfurumfiti
ut nifi ac*, cur 14 LAVRENTII VALLAE curriffct ad diem , de eo , qui rejlitcrat
, poena f 'umeretur . Dici* mus igitur offvro conditionem, uelfiro , ud pono
conditionem. Hunquam fere per aliud uerbum. Q ue conditio dum placuit , u etiam
fere femper dicimus,accipio conditionem. Vb apud Te* rentiu/m , amatores C hry
fidis tulerunt muluri conditionem,ft uellet cis more gerere, fe daturos iUi
pretium , liberalem $ mer* cedem. I pfa itero accepit conditionem.boc
efl,paftioni,promif* fioniq; ajJenfit.Ab illo jignificdto non longe
abfunt,offi:ro cie* dio n an, do optione. H ac time folent efje inter
plura,illud uerd in uno frcquentius:ut,ojjiro elettione utru uelis eligedi:
ej,do optionem,quod udis potifiimum optandi:dcinde tu aut digere te dicis,aut
optare.Ofjvro conditionem Chryfidi,unam fcilicet. Frondes, 8C Folia. cap. lxviii. FR
ondes arborum funt tantum. Folia autem er arborum , er herbdrum,cr florum
quoque. Excubiae,# Vigiliae. cap. l x i x. EXcubie diurne , er noftume. vigilie
tantummodo no* fturrit c. Suffragia. cap. l x x. OiVffragid funt ( ut fic
dicam) uoces , qua dicebantur ad co * & mitia, in tabeHa'uc feribebantur ,
quibus fuam quifq ; decla* raret uoluntatem de aliquo eligendo in mdgidratum:
qualis cjl hoc tempore cie ftio fummi pontificis, er eius quem Cefdrem Augudum
chridiani non crubefcunt appellare,a damnatis no* minibus tyrannorum,qui
nonmodo oppreffere Rempublicam, ut nemo iam pofiit uocari rex Romanorumjed fub
eorum gle* dio, rex uerus cocli , er terre occifus eft. E t pedea idi infa*
ni,CT nodre religionis immemores, uocant diuum Augufhm, diuum Claudium,diuum
Traianum,quafi uulgus, atque horni* nes pofiint principes referre in deos. Sed
hec omittamus , hoc tantum dicentes, Romanos non agnefeere regem aliquem. Et
quum cetere gentes in libertate fc ajferuerint , hoc multo me* gis ELEGANTJARVM
LIB. 1 1 1 1. i*S gis nobis licere, Suffragia igitur(ut dicebam ) funt uoces in
ele* dionibusiquod fufiragium,quia cuiprjejhmus , nimirum eidem gratum
facimus,hinc fddu ejl,ut fuffragium pro auxilio fepe ponamus : er fuffr agor,
pro auxilium fero. Refragor
repugno, proprie quidem in didisjed nonnunquam er in fidis.
Catulus,Pullus,Hinnulus,5C Foetus, c a p. l x x i. CA tuli funt feraru fiue
immitium,fiue mitium. Nam er ca* tulos murium legimus. Pulli uero pecudum.
Foetus auium, er pifcium:quanquam er hoc generalius nomen eJl.V nde foe*
tificare , pro panre: er fcetura pro partu , ad omnia animalia muti pertinet. C
eruor um hinnulos dicimus,capreolorum quo *
quc3caprearum,damarum9leporum,jhndiumqi. Catulos quoq; f'erpentum,ut Vergilius de colubro:
-Catulos tedis,atq; oua relinquens. Immaniumq,
pifcium,qui Geore>i» non edunt oua.Propric tamen catuli funt filioli canum .
Vergi* £ .
lius: Sic canibus catulos finules- 8,4 C icero de Diuin. Erat autem mortuus
catellus eo nomine, Lfl>. u Lucs,& Peftis, c a p. ixxn, LVtf,cr pefiis
hoc differunt , quo genus , er ffecies. Nam ' quum in urbe,aut in agro
fibrisyaliud'ue genus morbi fie* uit,fiue folos homineSyfiuefola pecora,fiue
utrofq ; corripiens, lues dicitur: interdum etiam fi arbores , ac fati. Pedis
uero aut cito occiditydut cito abit ab co,qucm inuafit3quer hominem corpulentum
potius,quam (ut aliqui loqutin * tur) carnofum. Quintilianus in fexto :
Corpulento litigatori, cuius aducrftrius item puer circa iudices erat , ab
aduocato la* t tus,quid faciami te ego baiularc no pojfum.ltem in primo:Offa
detegunt: qux ut effe er aflringi nems fuis debent, fic corpore o perien * - zt6
LAVRENTI I VALLAt * o perienda funt.ldem in quinto,Neruis^illis,quibus caufa
eoius tinetur,adijciunt,indufti fuper corporis frecietn. Et alibiiHf* ret
aftrifta nudatis ofiibus cutis , er in fame fua homine cofum *= BpHLt7.iib.7.
pto iam membra fine corporc.Cicero ad Gallunr.Ego hic cogi* to commorari ,
quoad me reficiam. N am er uires , er corpus anufi.Sedfi morbum depulero ,
facile (utfrero) illa reuocabo • Qjjod etiam fignificauit M artiahs , 7«adCcf.
Viucbant laceri membris jlillantibus artus, V 'inqi omni nufquam corpore corpus
erat. » Videlicet quod in corpore illius non erat caro, * Lamina, 8c Braftea.
cap. l x x i i t i. LAminam tum farream , aream, plumbeam , fhnneam, quam
auream,argenteam,eleftream,orichalceamdicimus:Brafte* am potius ex his poflcrioribus.
Aut certe braftea tenuis efl,cr fua fronte plicabilisiL arnina ucro crafiior,ex
qua armatura co* ficitur,er qua incenfa olim homines torquebanturmec erepi *
tat, ut braftea pr,«# proprie, afjvftum dicimus, illa igitur (ut ego quidem
fentio ) af* ap,u feftio Grace dicitur, quam noRrates philofophi in Lati * num
uertentes appellant dijpofitionem. Aliquibus tamen uide* ri pojjet definitio
illa Ciceronis hunc quoq; fignificatim , qui efl arao©- complefti. Quibus, quia
ad rem non imltu/m attinet, non fune repugno: cum pr£fertim omnes fere
iurifconfulti, os mnesq • ecclefiaftici feriptores ajjvttione pro affcdu
accipiant . Efl autc affvttus pars illa anim£ qualitatis,qu£ e regione ratio*
nis efl, Quicquid enim in anima, pr£ter parte illam memori*, ratio non efl,
affvdus efl : er rurfus , quicquid non ejl affvftus, ratio. Ab hoc fit
affvdo,quo etiam Cicero ipfefepe utitur in li* bris ad Herennium : Non tam
affectanda, quam ill£ fuperiores, L}Jj fed tamen adhibenda nonunquam.Apud
eundem nunquam(nifi me incuriafefederit,aut memoria fidat ) legi
afje£hitionem,fre * quenter apud Quintilianum ,er c£teros,ut ibi : Nihil
odiofius dffe&ttione,id efl,afjvRu, conatuq; £tmlandi alterius uirtute ,
quam ajfequi nequeas refragante naturaiuel nimio afjvftu, ni * mioq \ conatu
alterius uirtutem amulandiiitt ut turpe fit,ac de * forne, fic auide £muldri. Latebrar,& Latibula, cap. l x x i x. LA
tebr£, hominum proprie dicuntur : Latibula , ferarum. Quintilianus ; Et quamuis
odio euerforis noRri euocatus Dedam.», t i latebris x9o L^AVRENTII V A L L A E
U.i.de offif, c latebris fuis populusjubfellia non implet . Cicero: Videant, ne
quxratur latebra periurio.id ej},excufatio periurij.LatibuU no ^ nunquam
hominunr.Latcbrx etiam fer arum. Liuiuslib. xlyii. Jnter uepres in latebris
ferarum nodem unam delituit. De Luce,& tcnebris:Die,ac nofte, c a p. l x x
*♦ LV cc,er tcncbns,pro die,ac node accipere folemus. Differt tamen prima luce,
d prima dic. Nam ibi intelligitur prima pars diei, er quafi diluculumihic autem
prima dies. Ita primis tenebra, er prima node, ibi de prima parte noda loquimur
9 hic de node ipfd. ldcoq; ante lucem melius dicimus quam ante diem,fi
diluculum figmfecumtu, Nam ante diem, pro ante tem * pus, dici foletipratcrquam
fe de certo dic loquamur.ut , ante dii flerim um:ucltar.te fextm calendarum
Noucmbriu:idcfi9fcxto die ante calendas Noucmbm. 1 n quo loco praecptum Pauli
in* ferere non inutile fuerit, qui ait: Ante diem decimum cakndaru* C 7 pojl
diem decimum calcndarum,£quc utroq ; fermonc unde* cima dies fegnifecatur.
Verum non quemadmodum ante lucem tndius,quam ante diem, pro diluculo dicimus: fic
ante tenebra^ quam ante nodc,pro crepufculo.fcd cdiuerfo potius. Keperitur autc
luci pro luce } ut uefyeri pro uefe>cre,cr ruri pro rure. C ice Philip. «
»;eros,crp qua funtpmilia. vtrunq ; tamen aliquan do recipit exceptioncm.Nam er
non fcmel legimus projpcram alicuius ud letudinem:ut Suetonius de C affare,
Tuiffccum prcftcrdualetu* g £♦£ dine.id eftybond,cr quapplici.Et de T
yberio,ualctudinc pro* fi>errima ufum eum effe ait. Salluflius : Sed pofi
quam res ciui= jn catiL bus,mwris,agris fdtis aufolyfdtisqy proftera uifa efi.
Rurfus V er gilius:Sis ftlix,noflrum^ leucs,quacun% laborcm.Vro eo quod Aca.u
efl,ps profl>era,cr benigna . Saluber }& Sanus, c a p. txy vitt.
SAluber, pue ( quod ufitatius cft ) falubris, dicitur der, cibus, potus,locusymulaq
; huiufmodiiidcm fire quod falutiprypue falutaris.Sanus homo dicit ur,c£t er
aty animalia.Res falubris prat bet fanit*tcmyhomo uero recipit : qui poteft er
praberc , tunc# faluber,quap falutifer dici. Sed in utroque etiam aliqua
reperis tur exceptio. Siquidem fanum aere, fanum cibu/m , fanum tocum t 4
uocamui i »JJ x9(' lavrentii vallae uocamus,quaji falubrem ,er praebentem
fanitotem. Contra flaltt* lalugurth* bns profano. Salluflius:Gcnusbcminufalubri
corpore, uelox , patiens laboru,plerosq; feneftus dijfloluit.Liuius : Grauiore
tem pore anni iam circimafto , dcfunflfo. morbis corpora falubriori cjfe
coepere. Martialis dm deferibit uitom beatm,inquit: Lt10.cpig.46. ^ jj
nunquam,tom rara, mens quieta. Vires ingenu£,jalubre corpus. p rudens
pmplicitos,pares amici. Hi tres quos produxi loci, idem nomen habent coniunflm
cum corpore. Quare non auflm dicerc,ut dixit Boethius in transla* tionibus
fuis. Aeger an faluber.Nam de aequali fuo Cafiiodoro , qui apud nonnullos in
pretio e fl , nunquam ideo jacio mentio * nem , quia cum regibus fuis
Theodorico , c r A larico, quorum feriba Juit,Gotthicum fonat,zr barbarum.
Iucundusi& Gratus. c a p. lxxxix, IVaiduSjCr gratus pc differunt, quod
iucudus proprie in pro * fteris. Gratus in aduerps. lucundu uoco no qui Utus
efl, fed qui Utitije efl alteriiut projfer,ac falubcr.vfqueadeo potefl qs
trishs,mocflusq; effle, er tamc iucudus: ueluti quu hofhs meus in dolore
efl,tucnuhi iucudus efl: er ego gaudens, fu/m idi minimt EpilW.ii.4. fc. q uarc
n3 locutus efl,q ait , I ucudos nos jaciat fu quod bonum honestum, fed idem
quod benignitas, a' primo fit bonus uir,bo* nus feruusybonus iudexiid
ejl,iujlus, er exequens offici j fui de* bitum : ab hoc bonus pater , bonus
dominus , bonus deus,bonus Acncai:hoc ejl,bcnignus,cr clemens , qua altera
infliti£ parte cjfc conslituuiu,uocantcs eandem beneficentiam . Nam iuslitia
partiuntur in duas partes:lusUtiam,quargo humi flores: CT flcrno lettum p allio
:pro eo quod efl, flerno pallium lefto, Acqualis, libidinemq j decla* rantytum
iniurUmmam er proterud, petulantemq, ; eodem loco dc inhonejh focmina apud
Ciceronem legimus pro Calio:Si uU diu libere yproterua petulanterydiues
ejfusc,libidinofa meretrU cio more uiucrct.Proterudm minore gradu, quam
petulante fi * gnifecauit.PetulanSypro libidinofojdfciuoq j accipi notu ejl:ut,
-P etulansq; iuuenta. E t O uidius: Quinetiam ut peffem uerbis petulantius uti.
Non fcmel ebrietas efl fvmlatx nubi. Id ejlylafciuius , er licentius . Procaces
quoq; meretrices legi * mus, qualis Bacchis Terentiana , catera:# impudica:
mulieres, quae pudori fuo(qu£ una dos fpeminarm eft)ite uerbis quidem
mordacibiiSyfbml er turpibus parcunt, dfeipfis ,fuccq; condi* tionis [amittis
capientes principium.ProteruiaJeuior quxdam contumelia , Procacitas maior.
Petulantia maxima. Cicero in Sadu&iwm-.Nein idem incidam uitium
procacitatis , quod huic obijeio. Et iterum : Non enim procacitate lingua ,uita
fordes eluuntur. Atq; iterunr.Nam quod ijh inufitata rabie pctuldntcr in
uxorem, filiam# meam inudfifti,Et iterum in eadem : D efine bonos ELEGANTIARVM
LI B. IIIL 30 $ bonos petulantifiima itifcftari lingua : define morbo procacia*
tis itio uti. SaUuJliusin Ciceronem:Grauiter,cr iniquo animo malcdiftn tua
paterer Marce Tulli , fi te f cirem iudicio animi magts,qum morbo,
petulantiaijh uti. Et iterum:Bibulu/m pe= k***» tulantifiimus uerbis Udis. Hac
eadem nomina in fittis quoque nonnunquam reperiunturutfi quis ambulans per
impotentiam mentus,obuium cubito .feriat , aut cum contumelia fibi cedere cogat
, hunc proteruum dicimus. E t Vergilius Aufiros proca* Verg.t.Aea, ces uocat. Et ab
eodem : -Har diq; petulci floribus infultent - diftum efi,quod hoedi foleant
iniuriam facere , per animo fio* procacibus au- tem quandam tranfeendendo
fepes,zr in alia loca penetrando: Seorg.*, qua iniuria petulantia ejl. Orbus,
dc Coelebs. c a p. cvr, ORbus,eJl quicunq; aliqua re chara priuatuseft. Proprie
autem parens amifiis liberis , quafi anujja luce oculorum . V nde illud
frequens, Parens liberorwm,4n orbus fit , plurimum difht. Et hinc orbitus, qua
ejl illa qualitas patrum pofl amifios liberos , ut uxoris uiduitas poft amiffum
nutritum. Quintilia * Qs*n‘»'UJb.r. nus de patribus, in ipfos loquens pro
uxoribus,ait : Non habet cap*,0• orbitas ueftra lacrymas fuper ardentes rogos ,
tenetis incon* cuffam , rigidamq ; faciem. Contrarium huic ejl, quum dicitur
crbus,quafi orphanus,ut apud Teretium: Orba,qui fint gene* inPhorm. a& re
proximi , H is nubant .- E t hinc orbitas apud Marcum Tui * *•&on furum
inuaferunt.Vr ucl ab* fente patrc,ucl mortuo, filia (ut qua eamte^atq^ adeo ea
me* te Jit) prostet. Sufficiant igitur huic operi quatuor fuperiord
Uolumma,quintuml £ hoc de uerbis , accedente [exto de notis autorum. Quod fi
etiam plura feribendi facultas, tepusep, fup* peteretynefeio an jaciendum putarem
: ciim fciam , ea qua uel optima3atqi pulcherrima funt,niji compendij gratia
iuuentur, ut pontificales olim cccn£3 longitudinis futtidio laborare : fi*
mulqi huius, de qua loquor, materia, neminem (de prudentibus loquor ) uniuerfim
corpus aggredi effe aufum,fuam fibi unuf* quififc particulam ad feribedum
delegit,fiue ne longiore opere legentibus faftidium mouerct (quod enim uocabuhm
no fuam habet in fignificando elegantiam r) fiuc immenfitatem , in fini*
tatemq, uoluminum ucritus. Quibus rebus me quoq • motu fuiffc futeor,cum mea
Jponte,tum illorum exemplo maxime,ne [em* per imperfc{hm,ne femper inclufum
habere,ne femper efflagi * tantibus opus negare uideamur:ne'ue quibus
obfequi,crd qui * bus laudim fujjragia nancifci cupimus , cifdem iufta querela
, iuslaq j uituperationi/s materia pr abeamus. T um eo quod in fi * diatores ,
er fures re expertus (ut fecundo libro dixi ) cauerc debeo,quos nunc multo
plures effc,ac fore amici oflendut:quai caufa P rifeiano (ut ipfc testatur)
fuit,ut ftftinantius opus iU ru, ^ P lud de arte grammatica ederet. Hac eadem
nos caufa,c? cate* rif, quas enumer animus , fumus adatti non modo ut fiftinan*
( ELEGANTIARVM LIB. V. 3 IS tmlibros noSlros,uerwmetiam ut pauciores ederemus.
Et illi tentum xmulorum infidit nocebant , mihi etiam prxter extera
fii(crum,atq; amatium ftudia nocent. Tradatur ergo aliqua * do uiro puella,
contenta hac (quantulacunfy) dote. N on enim fdrmofam effe credibile eft,qux
maritum,nifi magnitudine do* tis conciliant e^non inuenerit,uirgo prxfertim.
Maritum autem puellx catum literatorwm intelligimus,a quo fanftitatem uxo *
ris,pudorem'q j CT custoditum effe cupimus,?? cuStodiri debe* re tcftamur. Sed
ai promifiam uerborm diffutationem ( cuius hoc libro locutu tt eft)
defeendamus. C A P. I. /
DiicoJEdifco,Dediico,Dedoceo,5c Inftruo* I SCO, er edifeo maniftSte differunt.
Nam difccre eft,ut inteUigas: edifeere uero , ut me * moriter coplcdaris.
ldcoq; caput apud tilianum , quod inferibitur de edifccndo , i incipit: illud
ex cofuetudine mutandum fus exiStimo in his,de quibus nuc differimus
xtatibus,ne ot qux fcripferint edifcant,e? certa,ut moris eft, die dicant .
difco,quod didici,obliuifcor. Dedoceo te,oStendo fulfum effe, quod doftus
eSydocens quod uerum eji : ut apud eundem in fe* cundo,Et quidem dedocendi
grauius,ac prius , quam docendi lllud,quo quidam utuntur, InStruo ( quale eft ,
inStruam te in uia hac,qua gradieris ) nobis apud idoneos autores incomper **
tum eft . Dicimus enim InStruo clafiem, inStruo aciem , inStruo caufam, inStruo
militem : non autem difcipulum , aut mentem alicuius,nifi eo modo,quo
inStruimus ea,qux dixi. Excogito , Reperio , Inuenio , Offendo. Naftusfum. c
Excogitare, eft per cogitationem inuenire , idefc tum incorporeas pertinet:ut ,
excogitauit argumenta , tiones. 3t* LAVRENTII VALLAE tiones,figuras,cdufas. E
flergo excogitare,^ inuenire , con * Ub. «.Metam, flUjireperire uero fortuna.
VndcOuid. -Tu non inuenta,re* perta es. Sed iam ufus obtinuit,ut idem fit reperio , quod in *
uenio. E fl dutan inuenire ucl confilio,uel cdfu , fiue corporea, fiue
incorporea repcrire.offvndo fere quodrcperio,nefy folurit reuertendoicrad jbtum
rerum publicarum, uel priuataru per * Oc.in Som. tinet:ut,offrndes republicdm
perturbatam cofilijs nepotis mei: p* Verumetid fine his,ut idem CiceroiSed tme.
nemine tm mate ficum offendi , qui illum negaret A ntonij dignu fenatu. N dftuf
fum etid pro inueni , feu reperi frequeter accipitur.Vt idem in - PdradoxisiEum
tu homine terreto , fi que eris ndftus,iftis mor* iis, aut exilij minis.Et de
Senefiutr. Vitis quidem, qua natura caduca efl,cr nifi fulta efl, fertur dd
terrdm,eadem ut fe erigat, clauicuhs quafi manibus,quicquid efl
na£h,complettitur. Defipio,Defipifco,# Refipifco. c a p. ur. . D Efl pio , fiue
defipifeo fignificat,uel quod aliquid a com* muni fenfu, f apientia $ minus
habeo,uel quod d meo f en * fu deftituor. Quod fere uitiim aut ex aetate
uenit,dut ex mor* bo,auttimore,autamore,dut finuli aliquo affvttu. Cuius con*
trarium efl refipifcerc:cr fenes quidem iam demetes nunquam refipifcuntycateri
autem refipifeere, id efl,dd priorem mentis Jhtum,uel ad meliorem mentem redire
folent. Terentius : fnHeaoto*. - Multo omnium nunc me fortunatifiimum Faftum
putoeffe gnate,quum te intelligo R efipiffe. Prohibeo,# Inhibeo. c a p. 1 1 1
1; - T3 Ro^,^co uel Zenerqu£fcilicet peti debentmon aute de appetendi s: ex quo
deriuatur appetitusyqui irmcnfa, cr immoderata cupis ditas dicitur. Quare qui
dixit , Omnia bottrn quoddam appe * tere uidenturymiUem dixifjet expetere.
Vendico,li - E ode modo dicimus , tulit filium,ut fuftulit.Suctonius in
Domitiani uia:Deinde uxorem Domitia * ni, ex qua in fecundo confulatu fuo
filium tulerat ,repudiauit. Alia duo fignificatx notiora funt,quorum alterum
efi,fmr.mo= uijfe,ut Vergilius: -lubetcr fublatt reponi Pocula. - Alte* Acn-8»
ru,in altu, tuliffe: ut idem:-Et fublatum alte cofurgit in enfem. Qu£ duo
declarantur ex illo in Neronem epigrammate r Su«o.in Nero Quis neget Aenea magna
de ftirpe Neronemf cap. j>. ' Suftulit hic matrem,fu8ulit ille patrem. # Hic
fuflulit matre, quia occidit, cr de medio abjlulit. lUe fufiu* Iit patre.id
efl,fupra humeros fumpfit, er ab incendio eripuit . Prouoco,3£ Laccflo. oap, x i i i i. -J PRouoco,in mala
partem dicitur ,er in bona. De mala notii cfi.Debona uero,Cicero adBrut .
Tuisliteris amatifiimis fum prouocatusXaceffo plerunq ; in malum:ut idem , Sed
iufti= om*h tia primu munus ejl , ne cui quis noceat, nifi lacefiitus iniuria.
Sed nonunquam in bonuiut idem quinto Tufcul.Tuis me ama * tifiimis libris
lacefiifii.Et ad Atticum lib. xm. Cum ipfe ho* mo nunquam me lacefiiffet.id
efl,nunqudmme libris fuis prouo cajfet ad refrondendum.E fi autem prouocare,cr
lacejfere,tcn* tureadpugnam,er ad concertationem . HHiOjHifco,& Dehifco. c
a p. x v. lare ejl aliquid fua fronte, er externa aliqua ui diffinde * ' * j
re,ut S x6 LAVRENTII VALLAE re , ut tellus uel in comparatione fui.Et alibi:Pr£
fe utilitatem gerit. E t alU biiTamen iniuriam a te in me fittmjcmper ante me
duxL cap, xviii. r Rationem habeo, & Ratio condat. RAtionem habeo , idem
eft quod rejfteftum habeo , fed tan* ttmmodo in bonum:ut, habenda eji ratio
falutis, ratio ho* nom,ratio rei f miliaris : non autem infirmitatis ,
turpitudinis , incommodorum , ut quofdam annotaui feribentes . er, tu ficis
contra rationem ualetudinis. id eft , non habes reffieftum uale *
.tudinisfanitatis inquamtnon aegritudinis : qu£ duo , hoc fi gn i* ficat nomen.
Q u£ exempla , quia pafiim inueniuntur , omit* toXicero ad Marium inquit
inufitatius : Pudori tamen malui , Epift.j.iib.6* fimteq j cedere, quam falutis
mea: rationem ducere . Et in fecun* ^«P** do Officiorum : Siue ratio conJhnti
in 3jo in animo Ciceronem ad Cs forem
mittere.lUud uero,eft delcShtf, Dc Amic. (ypUcet.Vt idemiUaque non tm me ijh
fapientis,quam modo Fan nius commemorauit , fima deleftat, jalfa prafertim
,quam quod ffero amicitis noftrs memoria fempiterna foreiidq ; mihi eo magis e
fi cordi , quod ex omnibus fecuLs uix tria , aut qua* tuor numerantur paria
amicoru.Quo in genere fferare uideor in And aft. * Scipionis amicitiam er
LsHj,nota>n pofteriati fire.id eft , eo ice... * *’ magis me dele£ht,cr
placet. Terentius: Aut tibi nuptis hsfunt ai" 1 fcfc™* C0Y^ E f uter(b
utriciue eft cor^ > l ,4a cunds funttibiyCT uterq; alterum amat. Inuerco,
creditoribus uendebdtur.De quibus magna apudLiuiu fit men* tio.Et Addiftus
mort^dcilinatus dicitur. Cicero de Off.lib.uu Et is, qui morti addiftus ejfct,
paucos fibi dies commendandoru fuoru cauftpoflulaffct3udS faftus efi diter.
Aliquado (ine aufti* - one fit licitatioiut apud Curtiu de Dor io, qui
pollicebatur pre * Lib*^ tium pro capite A lexddri, fi quis eu. dolo
occidi(fet, ita inquit: Et quum habeatis arma, licitamini hoftim capita. Si
quid tome inter liceri3cr licitari differt , id efi, quod liceri uidetur aut
fine reffeftu effe diorum emere uolentium3aut tantum fcmcl deferre pretium» 354
lavrentii vallae pretium. Licitari ucro cum mitis, er fepius augere pretium» ut
emere uolentes deterreas ab emendo. Audio ,5^ Exaudio:Oro,• exaudita deorum
Vota precesq; me Ingredior. c a p. x x x i x. INgrcdior componitur quidem
exintfed diucrfa ratione: nunc ad locu/m,ut ingredior fbrwm , ucl in forum. Qui
mo^^ dus loquendi nenuni ignotus eft. Nunc in loco,quod eft ambu * to,cr
incedo. Vergilius: Georg.j. Continuo pecoris generop pullus inaruis Altius
ingreditur,^ mollia crura, reponit. Cicero libro quinto ad Atticu : Si
dormis,expergifcerr.p fhs9 EptfUj.Ub.f ingredere : p ingrederis, curre : p
curris, aduola. idem eft ergo ingrederis hoc loco,quod graderistquod eft
ambulas. y 4 Con 144 Confulo te,SC
ribi.ConfuIco,Confulcor,ConfuU tus,& Inconfultus. c a p. xu COnfulo
te,confilium peto k te,uel interrogo , er inquiro « QuintiL Quid per fidem
facere uultis i luuenem quem de parricidio confuluit pater iile feruatus,miror
hercule (non di* Ubto.cap.i. xiffe uolui ) fum ueneficus , /ion parricida. 1
dem:Ergo primum e)i,ut quod imitaturum eft,quifq ; intettigat,cr quare boriu.
fit, fciat:tum in fufcipiedo onere cofiulat fuas uires.Et iterum:Ego aures
cofiulens meas. Confulo tibi , cofilium do tibi,uel proui* deo tibi:fed hoc
frequetius,et magis proprie in rebus:ut,cofule uit£ tu£,cofule
ualetudiniycofulc dignitati, cofule [aluti,cbfiule rebus tuis:adeo
frequetifiime,ut quii dicitur cofiulere uolo mihi, er liberis meis,intelligatur
potius de corpore ,er de rebus ex* ‘ , tcrnis,qukm de animo. In plurali aute
numero interdum repe* ritut,finc appofito tame:ut,confiulunt fenatoresiquod
ficque* tius dicimus,cbfultant.id eft,deliberant. N ifi enim ddfit qui co*
filium petat, er qui confilium det,non ait deliberatio, fiue co* fultatio. Atq;
ut confidunt dicimus,pro confiuhant,hoc efi,quod altaa pars petit, altaa dat
confilium : ita econtrario nonnun* quam confultare efi unius,non plurium
partium, fed ita fi apud fe duas partes fuftinet, fecumq; delibaat.Hinc duo
nomina na fcuntur,confultor,zr confultus.Confultor fire pro eo,qui aliti
confiulit,dccipi foletinonunquam tamen pro eo,qui alij cofulit. SaUuftius in
lugurthaiSimul ab eo petiuit, uti fautor, conful * . . . torq; fibi ddfit.
Etiterum:lta cupidine,atq ; ira,pefiimis cbfut* toribus,grdffari,neq; j
afto,neq -, ditto abftinere. Con fultus , efi ■ homo prudens, ac [ciens, dignusq, ; a
quo confilium petas. C£* terum non occurrit mihi ubi repererim,nifi aut
participium:ut ,B ^Oufntn* Mi, Con fulti medici dixerunt eundem efje languoran.
Aut no* nten pro iurifconfiulto,ut Horatius lib.u Serm. Saty. i. uif "S,u°
-Em 'M“' moJf mles> , reddere iut«. Mercator,tu eonfultus,modo rufticut-
Qtfin ELEGA NTIARVM L I B. V, 34 3 Q« intilianus in feptimo: Scripti , er
uoluntxtis frequenti fima inter co fultos quajlio efl L iuius tme libro primo ,
ait de Nma Pomplio: Con fulti fimus uir,ut iUaquifqua £txte ejfe poterat, omnis
diuini , atq; humani iuris.Et in decimo: Cadidos, filer* tesq; iuris,atq;
eloquetia confultos. Horatius primo C arminu: Parcus deorum cultor, cr
infrequens, I nf tnientts dum fapientu Confultus erro- . t I n compojitione
frequens efr,fed ddiettiuuiut apud Quintii. o' **’ incon fultam tmliebre femper
amcntiam.id efl, imprudenti, in* €onfideratm,cr nudius confrlij. Alterum quoti;
compofrtum,p compojitu efl , iurifconfultus,quod etiam dici [olet iureco
fultus. Honnunquam in fimplicirut
Quidius primo de Arte amandi: Sit tibi credibilis fermo,confultaq; uerba. ' Ago gratias. Habeo,
Refero, ac Recido gra* . furnum £que,atq; faciendo. P Uncus dd C icer.oncm : I
mmortates t9‘ dgo tibi gratus, agamq^dum uiudm: ndm relaturum mc, affar* mare
non poffim. Tantis enim tuis officijs non uideor ituhi re * Jpondcrc poffe. E
ccc refpondcrc officijs , cr fatis facere bene fi* cijs,eft gratias referre.
Catcrum fa-cquentius ejl refiro gratiam , quam habeo gratia, item frequentius
habeo gratiam, quam ago * gratiam. V ix enim audiuimus ago gratiam,fcd gratias.
E t raro refiro gratias, fed gratiam. Cuius rei tefiimoniu ejl illud in libro x
l v i. Titi Liuij:Satiatusqi tandem complexu filij, Renucia* te,inquit,gratias
regi mc agere, refirre gratia aliam nunc non poffe,quam ut fuadeam,non an.te in
aciem defeendat, quam ut incaflra me redijffe audierit. Dicimus item ago
grates, fcd fe* pius apud pocas,qui necefiitate uerfus,ago gratias dicere noti
In Somnio Sd- poffunt. Nonnuquam etiam apud oratorcs,ut Ciceronem: Ali* pionis.
quantoq; pofi fu jf ex it ad codum,cr, Grates tibi , inquit,ago fumme Sol,
uobisqi reliqui calitcs. N ifi legendum ejl gratias* CT non grates,pro eode
fignificato , fiue pro eo quod cjl,reddo , grates.Seneca in tragoedia, qu£
inferibitur Agamcmnon,dixit i Reddunt grates tibi grandceui,Lafii fenes compote
uoto. . Reddunt grates , id e fi (ut ego interpretor') agunt gratias . Quis
enim refirre pofiit gratiam Deot quod etiam fando nun* quam cognitum
ejl,praterquam apud quofdam recentes,nihil tiifi barbare loqui fcicntcsifcd
gratias agimusjarb etiam.Grd* tiam dijs habere dicimur,quoties agnofeimus, apud
q; nofipfos AA 4*fcc*4« fatcrmr ^ Mis beneficium accepi} fc , citra fpem
gratiam refi* rendi:ut in Andria Terentius: -D ijs pol habeo gratias, Cum in p
oriundo aliquot afj uerunt libera \ Gratulor,# Grator. c a p. x l i t.
GRatulariJfi uerbo tejkri te gaudere fortuna,dc filicitxte alterius apud eum
ipfum , qui affaftus ejl filicitatc. Non^ it unqud apud teipfm ob tuam
filiciatem^ldeo % firc poflulat dati > 547 ELEGANTIARVM LIB. V. iatiuum:ut
gratulor tibi ob tuam praturam adeptam: gratulor manibus meis,quibus ut te
contingerent, datum efl. Quintilia = nws:Non efficiet tamen infandum prafentis
reatus,indignumq; difcrimcyUt mifcra puella non gratuletur jibi , quod ipfam
pau* peraccufarc iampotefl. Poeta nonnunquam pratcreunt dati* uum,utiq; quum
fuerit pronomen , qua fuit caufd , ut quidam exiftimarcnt,quorwm
eflApuleiusJjocuerbum idem fgnifca* re, quod gaudeo . Ouidius in Heroidibus :
Gratulor Oechaliam titulis accedere noeris. Gratulor inquam tibi,ucl mihi,uelno
* bis. Idem tertio de Arte amandi: Prifca iuuent alios , ego me nunedeniq;
natum.Gratulor - GratulorfubinteUige , rmhi. Et interdum etiam oratores.
Quintilianus in P afto cadauere:Gra* tulemur iam,quod nulla duitas fame
laboret.fubintellige nobis. Verba autem Apuleij hac funt in apologia , de magia
: Eo in tempore,quo me non negabunt in Getulia mediterraneis mon * tibus fuifje
, ubi pifces per Deucalionis diluuia reperiantur. Quod ego gratulor nefeire
i&os,lcgifJe me, ere. Pratermifit datiuum:aut gratulor,pro gaudeo accepit.
Quod tantum abejt Ut approbem,ut pofit gratulari quis, quum minime gaudeat ,
atq; adeo doleat: quod frequenter ufu uenit, utique inter falfos amicos, quum
alter inuidus,atqs atmlus tacite quidem dolens , quod alter honoribus auttus
fit,tamen ili gratulatur. Torte er Apuleius fubinteUexit mihi. I n eadem
fgnifcatione accipitur grator,fcd poeticum, hifloricumq; efl. Vergilius: 1
nueni germana uiam,gratarc f irori. Titus Littius libro v i i.Twam fequeptes
currum,louti optimi maximi templum gratantes,ouantesq ; adire. Dicimus ahquado
gratulari pro eo quod efl,gratias agere: fed no fere nifi dijs im* mor talibus,
ldcoq; proprie idc efl, quod fupplicarc. Siquide tri* umphantes in Capitolium
afeendebant, I oui optimo maximo , ca tcrisqs dijs gratulatum.Eiufdcm quoque
jignificationis for * tufis ejl grator,quod fgnificatLiuius lib . x. dices:
Itxcfe prator extern Dedam, i;» Epift.Dcian* adHcrcul. Dcclam.ui 4. Aeneii. extemplo edixit ,uti aditui LAVRENTII VALIAE
At in rebus incorporeis frequentius, ut crefcant. Quintilianum Sed alere
fdcundiam,uires augere eloquentia pofiit. Perinde ac fi dixiffet, Augere
facundiam , augere uires eloquentia pofiit . Cic. Sed nec illa extinttt t funt
, aluntur jk potius , er augentur cogitatione ,er memoria.Coniunxit er tpfe h
^uoh,uel ad illius, qui eligitur dignitatem. De* . v legit fibi fpararc e& antea parare pbi,qur
utilia funt,autfbre credit . Appara* re}ad dignitatem quandam,ac uerius pompam,
ideofy oratores pr£parant,quibus obtinere caufam pofint . At proatmum ap »
paratum reprehenditur , quod plus pomp£, atq j odcncationis, quam utilitatis
habere uideatur. Cicero Officiorum primo:? aci* le totius curfum uit£ uidet ,
ad eannj; degendam praeparat res neccf) ariat, ut pajlum,ut latibula, ac alia
generis eiufdem.ldcm de Oratore tertio : illa qu£ in apparatu ffiri appellantur
inp * gnia. Quanquam apparatus uidetur interdii pgnificarc utru ut apparatus
belli,quap praeparatio . Sed ut dicimus naues non modo indrudas,fed etiam
ornatas , quod quo res inflrudiorcs ad bcUu/m,eb pulchriores funt,itt apparatum
belli uocamus,ubi inftrumenta bellica etiam adornata funt. Praefum,# Praelideo.
cap. lxv. PRccfim er prspdeo dipvrut.Ab hoc pt prtfcs,pcut a de* p deo defes,d
repdeo rcfes.Ab illo uero prtefens , quod afuo uerbo inpgnipcato recedit : de
quo ante diximus. P rateffie, eft preepoptu epe rei cuipiam gcrend£,atqiie
adminiPrandtf.Vra pdcrc,cp ad opem prafiwdam prcceffe,quam proprie prtjhnt ..
homines iniuriam quidc patientibus,aut in diferimen addudis: dij uero
benepeentiam puoremcp, inuocantibus.Aliquddo tame Cap,6‘ indijfirenter.Suctonius
de T yberio:Vr£fcdit er Adiaas ludis, quap dixiffiet,pr£piit.Cic.pro Sylla:
Noli animos eorum ordi * num,qui pr£funt iudicijs,oj]r;ndere.ldem pro
eodem:Quam ob rem uos dij,cr patri] pendtes,qui huic urbi,atque imperio prae*
pdctis.ldcm pro Milone : Vos inuidi , er in ciuis inuidi peri * culo
centuriones, ateu milites ,uobis non modo infoctkintibus, fc ante tabernam
fcilicet , uel ante cum locum, in quo negociatio exercetur, non in loco remoto
,fed euidenti : literis Groccis,an hatinistputo fecundum conditione, ne quis
caufari popit igno rantiam Uterorum. E t alibi: Caufari tempeflatem,ac uim
flumi* num.vbi liceat dicere,excufare ignorantiam literarum,ej ex*
cufaretempcPatem,ac uim fluminum. Mando,Praedpio,Iubeo, Impero,
Edko,em,mctum'ue tibi oftendo,ut foliata* re plebem: uel inquicto,cr tibi curam
inijeio. Gratum facio,& Gratificor, cap. l x x v r. G Ratum facio,
.ij.epig.»f I pfe ego,quem dixi, quid dentem dente iuuabit Rodere! carne opus
ejl,fi fatur ejfe uelis . Ne perdas operam,qui fe mirantur, in illos V irus
habe,nos hac nouimus effe nihil. Se mirantur dixit , quafi fibi placent, uel de
fe magnifice ' fentiunt. ' • • A i Moror Sr 57* Moror te,6C Manco te. cap,. xcin. MOror te,er
maneo te, a quibufdam exponuntUr,pro ex* pedo. Sed mea tamen fententia , magis poetice , qudrm Anu io.
oratorie . Verg. Et tua progenies moralia demoror arnuf. Terentius: Quem hic
manes i Oratores potius accipiunt, mo* ror te, pro retineo te,cr in mora teneo.
I dcocfc hac duo uerbd fapeiunguntur,ut apud Quintii. Quid me adhuc pater deti»
ttestquid moram abeuntemi Manco pro eo,quodeJi, futurum Awu6* efi,ut ipfe
accipio,apud ipfos interdum etiam poetas. Ve rg. Te quoq? magna manent regms
penetralia noftris. Philip... ldejiytibi futura funt.Cicero:Cuiws quidem
tefatu,ficut C.C u rione manet.hoceft,cuius fatu tibi futuru cft,ficut fuit
Curioni . cap. x c 1 1 1 1. r Conflaui, Contraxi, & Diflolui aes alienum.
COnflaui hoc eiufdem fit exemplum: N on imprecamur debili*
totes,naufragiajnorbos:paupcr fit,cr amet quueunq ; meretri * cem,cr amare no
def nat. Quod crebrius accipitur in malum. Habeo orarionem^Fario termonem.- c a
h>. xcvii. HAbui orationem, non feci orationem. Feci fermonentpo * tius,quam
habui,nonunquam etiam habui.Cic.de Seneft. Cyrus quidem in eo fcrmone,quem
moriens habuit,quum ad* modum fenex efflet, negat fe unquam fcnfiffle
feneftutem fuant imbecilliorem ju£fam,quam in adolefcentia fuiffet.
PolliccriJConuenirc,r ^ te>eft diquid in te cofvro : fi bcncficif quidem,
lyibene mereri de te dicor.Jtn autem ofjvnfoms,male de te '• mereri.
ELEGANTIARYM LIB. V. |Sr matri, N onnunquam utrunq ; reticemus , fed in
ambiguum fen fum:ut,quid dc te fu/m meritusi N onnunquam per negatione:
fic,honunes nihil de me meriti. id eft, qui nihil in me beneficij , aut officij
contulcrunt.Quibus exemplis omnes AI. Tullij libri fcatent. Demereor quoq; pro
bene de aliquo mereor , accipi* tur,fed cumaccufatiuoiut Ouidius Heroid. Dic
nuhi,quid fecLnifi nonfapienter amauii *" Ph>-1- Crwune te potui
demeruijfc meo. Et Quintilianus: simul ut pleniore obfequio demererer ama-, in
proom.ii.i tifiimos mei. E mereor,idcm pene eft quod mereor , prxteritum Ll^t*
eius emeritus.vnde emeriti ftipcdia,qui militia perjuntti funt , nominantur. Et
in fignificatione pafiiua , ftipendia emerita . ut idem,Emeritis huic bello
Jlipcndijs.Et per translatione a Ver * gilio emeriti boues dicuntur , er qu£dam
alia : Emeriti autem fenesfolent habere eos , qui pro fe laborent , qui
dicuntur pro alio opus agere. Quintii, de apibus inquit: Habebam qui pro Deciam,
fj. me opus agerent. Refero,S£Fcro. c a p. c. RE tulit Pompeius ad Senatunuid
eft , confuluh. I n eadem tamen fententia Pompeius ad populum tulit. Ex illo
fit Senxtufco fultum, ex hltem,pr£ clare tecum agitur, optime cum iUts agitur
:me * lius cum hominibus ageretur , p pdruo contenti ej[ent.ia,male DeAmic.
necum agitur,®* peius, incommodius'ue , er pefiime. C icero: Cum illo uero quis
neget attum ejfe praclare , mecum inconus modius? Nonunquam aftiue.valerius
Max.libro quinto:Bcne egijfent Athenienfes cum Miltiade , p cum poft trecenta
milia Perfarum in Marathone deuifta,in exilium protinus mipjfenf, ac non in
carcerc ,er uincuks mori cocgiffent.Attum eft,fem* per in malam partem
accipitur:ut,Aftm efa deRepublica,id efl,rejpublicd ex tinfld,dcjpcraa, cr
perdia efl. Salio,# Salto. c a p. . c 1 1 1. SAlio,undc [altus, pro eo,quodep
[altum facio. Salto, tripli* dio:unde [datio. interdii [alio pro [alto.Verg. 1
1. Georg.
Mollibus in pratis unttos faliere per utres . Quid aute diftet [altus,et
[dlatio,notu eft. Saltus enim eft qua* lis cerufiri4,leporuq;:fdlatio uero,itla
hominu id6buio,qua uuU go tripudiu uocat.Et licet f ‘alio pro [alto
accipiatur,no amen [altus pro f alatio , [dlatus'ue, qua eiufde pgnipedtionis
funt. Lflj»i,abutb. i_iU Ycrrc,dc per urbe ire cum tripudijsjolenniq ; falatu
iufiit. Abdico, & Exhsercdo. c a p. c 1 1 1 1. Bdicare,efl expellere d
bonis plim,dum uiuit patcr.Ex* .haredare uero,pofi morte. Sed abdicare efl grauius,quod etiam in [e
exheredationem continet . aVIMTI LIBRI FINIS. JIJ IN ELBGANTIARVH lingua Latina Librim fextwm ,
qui de Notis autorum infcribitur , prooemium . V L P I T I V S ille
Seruiusyeuius quanti in iure ciuili fuerit autoritasyplurimorum monu * menti
tcftantur , fiue aliorum exemplo, fiue priuato conplio fretusynon exiftimauit
turpe fibi ad famam fbre,ut librum de N otis Scauo * a confcriberet,non modo
antiftitis in ea /ncultate,ati £ omniti principis 3uerum etiam praceptoris fui.
Cogitabat enim neq;ii poffe fibiuitio dari , quod publica utilitatis caufa
fufciperet, neq; iniuriam illi fieri, qui reprehenderetur yp modo rite repre *
bendatur,quod infe frijfet ipfe fkdurus , p errata fua animal * uertijfct.
Probe iaq, Sulpitius,cr ingenue , ac uere Romane. Quin ipfe quoq ; populus
prudenter,cr grato inuicem animo, qui fidum huius non reprchenpone, fed laude
dignu e r gloria putauit. Nec minore uolumen hoc,quam catera , honore pro*
fecutuscft . Nam pracepta aliqua dodrina tradere , cuilibet mediocribus faltem
literis imbutoypromptum efr. Errores ma * ximorum uirorum deprehenderejd uero
cum dodifrimibomi • nis eftytum opus utilipimum ,er quo nullum dici pofiit
utilius. Quis enim dubitet,non minus agere3qui aurum 3argentum3ca • teracfc
metalla expurgatyquam qui illa ejfoditfqui triticu mun* datyquam qui metittqui
pinus}amygdaiaycaterss(p nuces feli * gityquam qui eafdcm legit 1 1 ta emyqui
emedat ( nip paucifii * mafuntyqua emedat) no inferiorem existimare debemus,
quint ipfum iUum inuentorem , nec minorem ab iUo , quam ab hoc percipi frudum.
Infuperq ; non modo huic ex idius castigatio* ne nudum damnum affrrri, atfy
iaduram»uerum etiam pretw, aedi 384 LAVRENTII VALLAE ac digniatem}pcrinde atq;
auro,dc C£teris,qu£ modo comme* moraui,qudtum corpori purgatio ipfa
detrahit,antum rejiduo pretij C ut dixi ) cr dignitate accrefcit. Adeo plui
utilitatis in parte ejl , qU£ fuperat , quam qu£ fuerat in f 'olido . Quare fi
quis apud inferos Sc£uoU de Sulpitij fatto fcnfus fuit (qu£ eratiUi £quias,cr
iufliti£ amor) aufim affirmare fuiffegaui * fum, fecumq ; pr£clare aftwm effe
dixiffe,quod fudrum libroru aurum ab omni fcoria efferae fece copurgatum :
nihilq ; foreir per quod conciucs fui per eius f cripta ) illi poffent. N eq;
irrne* Bpifl.ij.iib.3. ritb Plinius I unior ad amicu ia feribit : I a enim
magis credam c£terd tibi placere, fi quxdam dijflicuiffe cognouero. Quomo do
igitur non fit beneficium id offtrre,quod folet beneficij lo * co populari i
Quod fi hoc non praftatur aut iam defunttis}dut tale beneficium
rejfuetibus,profift6 his pricijs,charo datus ibat alumno . Dure nimis (ne dicam
inerudite ) uirfane eruditus expofuit9 quafi nefeiamus non domini mortem a
feruo,ucl comite Vergi * lium freiffe deplorari, fed quod ejl plustquam fi ucl
E nuder ip * fe fuiJfet occifuSydc multo trijlius ab altore , fiue nutritio
morte eius quem aluerat , cr quem loco filij habebat : qualis Phoenix ille
Homericus in Achillem fuit , quem quoniam educajfct , fU B lium 2Hr* 58 6 lium femper appellaturo alumno .Et certe
armigeri mdgttorX principum femper cr ipfi magni uiri fuerunt. Siquidem (ut eu
ceamde Phoenice qui bonx parti Myrnudonm imperabat) Patroclus auriga Achillis ,
princeps erat : er Sthelenus Cdpa* nei regis filius auriga Diomedis : er
Meriones inter primos duces Crctenjium auriga llionei : er Hettori aliquis
fratrum fere aurigabatur currum. T ahs fuerat Acctes Euandro . Ergo non
eratfcruus,aut feruo f inulis apud Euandrum , multo minus apud fHiutn,fcd patri
findis , cr pro patre , prxfertim iUo ab» fente. Duo autem hjec nomina , qu£ ab
eadem litera incipiunt , armiger,?? aujpicium, qu£ apud Vergilium modo legimus,
no nota omnibus etiam explicemus. Armiger cft,qui in pr nequaqua cotra hoc,
quod prxeipio jacit. Na fwrno fupplidu,fmo poena, na in me, B | fd „o fed a me,in alium infligi inteUigitur . I
deotfc adiungitur abld* tiuiu cum prapofitione dc.Cicero : De iUo paulo pcjl
fiuppliciu In argum fimitur. Quintilianus:V t nifi occurriffiet ad diem,de eo
qui re* drim u,I# abunde tantum foli , ut releuare caput , reficere oculos ,
reptare per limitem, unam femitam terere, omnesq ; uiticulas fuas nofje, • er
numerare arbufculas pofiint. idem: Frcquentior currentis bus,quam reptantibus
lapfus efi. T erentius in Adelphis: P«r= reptaui ufq; omne oppidum, ad portam,
ad lacwtfi,Qup noni - Ln eundem,de Carpere. c a p. v r. Arpere,inquit,pro
attenuare,?? aperire. Verg. Georg.w \*-JNecnofturna quidem carpentes penfa
puelle. . . HocnepueUdC quidem ipf£ dicerent. Nam ut carpimus linum virens ex
humo,quum udlimus:ita puelle fmiftra manitdc colo penfum trahentes, fenfimq; u
edentes carpunt. Et ut decerpimus rofam primis digitis,fic puelle primis er
ipfe digitis decerpunt particulatim linum, lanam ue. Iterum carpere, celeriter
pretes rire. Vt Verg.- Et acri Georg.j» Carpere prata fuga. Et in eodem:
Carpere mox gyrum incipiat. Quafi in primo non celeritas ida magis intedigatur
per hoc , quod dixit fuga , qui efl celer curfus,quam per idud , carpere. Et in
fecundo fignificetur ues lociter preterire. Aliud nanque efl ire in gyrum ,
aliud pr!cc minus in- icrcabarbas.in canaij? menta. Saty.s.libro »♦ Sermo. Cap.
13. Georg.3- Gcorg.3. IjAVRE NTI I VALLA E accufando. Quid autem dcincufandof
Certe fi illud non efide maiore in minorem , neefc hoc erit de minore in maiore
: er alio « qui nullo unquam in indicio auditum e fi nomen incufationis: quid
porro extra iudiciumf V ergilius inquit: Quem non incuf tui amens
hominum'ue,detm 'uci . Dij quidem maiores Aenea funt,bonuncs uero Troiani duntu
Xdt minores. At ejl apud Terentium pater ad filium loquens: -Quid me incufas
Clitiphof Hoc enim ifli exemplum ponunt, ceterorum exempla onuttunt,que contra
eos Jaciunt, que fiunt infinianut Cefar Commentario primo , H ec quum
animaducr* tijfct Cefiar,conuocato confilio,omniumq [j ordinum ad id con* filium
adhibitis centurionibus, uchemcnter eos incufauit. Sed (ne multis morer)
accufarc,efi uel apud iudices uel apud alium quemis,etiam apud illum
ipfium,quem accufcs , fignificare, at* queofiendere aliquem peccajfc-.lncufiare
uero reprehendere mo res alterius, cr pleni impexis induruit horrida barbis,
magis dc hominibus didum ejl,qum de hircis. E t illud: Nec minus interea
barbas, incanaqi menta Cyniphij tondent hirci.- ad multos hircos refirtur ,
perinde ac fi diceremus caudas, quum tmen fingule fingults hircis jint, 1 ita
cr ELEGANTIARVM LIB. VI. 40% i« er barba.Sunt etiam er barba alioru quam
quadrupedum: ut Plinius in x x x.q uum Genunos tranfit fol,cri£Us)Cr auri*
Cap.n. busyGT unguibus gallinaceorum. Si luna , rafis barbis eorum . In eundem,
de Nuntius,# Nuntium. c a p. x/v! NVntius, inquit idem,eft qui nuntiatiquod
autem nutiatur9 licet neutro dicatur , tamen inuenitur er mafculino. Mi* ror
cur ita dixerit. Ego quidem nufquam hoc nuntium legi : at tte ip[equidem}ut
opinor ^quum EeUus Pompeius uetuSHor eo autorjtx fcribat: Nuntius er res
ipfd,er perfona dicitur. In eundem, de Arceo, Abigo, Abigeus , AbaAor,
Abigeatus. c a p. x v i. A R cere idem ait ejfe prohibere. Sed mihiuidetur
potius effe hm r\uetare,ne accedant hi , qui ueniunt. 1 unofeptem tantum ESfrSS'
annos arcuit Troianos ab 1 talia,quam ubi contigerunLno ar-
'ffiprohtbebit.Tnnsfirtur (ut pfoap de corporeis ad incorporea. Cic.in
Paradoxis • nU£ Tum«w. m enim ejl,qu£ magis arceat homines ab improbitate r
fy,ui,/*u/f- fenferint nullum in deliais cjfe difcrimentCotrariwm huicueL *****
" bo 4 ibtgerejuod ftgmjtat i loco fugire.itq, expdlcre.ut, tbtgamfcss i
ficte meifcrtbcntis-.ibige cane, i popim tui- dngcfiumosfonitu i
uinei.Quintil.lbo inlittmrnifcr,pUn. (hbiUiuesibtgim.De pecoribus uero idem, quod
de citeris inimMusueapteim efkquafi nobis oiiofifunt, ibigimus. ousx“Pr«4*os,ib
bortisfi uinctis , i futu. Qsqjfi ta non fit, fed furto toSUmus, utiq; oretstim
abigere ibudfigmficitfid e fi, furto tollere , iut etism litroci. nto-Mt ipud
eundem. Adhuc (folii trinfcuntium.o- ibidi pe- corum greges fub hoc titulo
defindebintur.Vnde ibidore, mcsnturpecuirtoru immitium fitres,Utrunculi'ue. Hos
qui . dsm ibtgeostiocit. V Ipiinus iutem inquit : Abigei proprii hi bibentur,
qut pecori ex pifcuis,ttel ex irmentis fubtr ibunt er quodimtutb depndintur.v
ibigedifludiu qttifi irte exer = C ccnt. 40 & cent,equos de armcntis,uel oucs de gregibus
abducentes. C Archimedes ille
geomctricus,globum ad fmlitudinem coeli fi * bricatus cjl,in quo effigies coeli
aderat, magnitudo non aderat . * I dem fit de tibula illa depifh ad
finvlitudinc orbis ter)'dru,qud noaufm dicere depifhm itiftar orbis terraru.
Ncg- alia mula huiuf nodi:ut,insbar Antonij ambulas, in flar patris fcribis,m -
jhr languidi fedes:fed ad fimlitudincm , uel in fimilitudinem, uel in modum,ucl
in morem,uel ficuti,zr fimilia. In flar potius jignificat ad *quiparatione,uel
ad mefurd : ut apud Vergiliu, Argolici clypei,aut Vhceb** lampadis inflor.
Cicero : Hc= Acnrfd.,. xamctroru injhr uerfuit . N am illud apud eofdcm : I
njhr mor- n nfr ... tis putant:cr ,turbinis Marifignificat ecquiparatione
doloris Vcrg. a™. in morte, impetus ex turbine. Quod siquando reperiatur
h°lat-a1!irar# proxime accedere ad fignificationem pmilitndinis , admoniti ’
funus, ut nimiam utedi licentiam deuitemus. Nrfjw ego fic aude* ' ‘ rem uix
uti,ut Seruij fimiliarifimus M acr obius a:mfquiim generaliter.Hocenim
fignificat,omnia fimul , quxfub genere funt,amplcftendo:illud uero pcrfingula
genera, feu maghper fingulas ftecics. Siquide frccies genera uacamus:ut,quot
fiunt Georg.*. genera arbor um,uitiu, potius, quam quot funt jfecies. V erg.
-Genaatim difeite cultus. Varro: Non in uolucribus gener atim feruatur
analogia. Non ex aquilis aquiU,neq; ex turdis procreantur turdi. Sic ex reli*
quis fui quifty genens. An alita hoc fit,quam in acre,quam in aqua: non hic
conch£ inta fc genaatim innumerabili numao finules.Ecdem modo,ut genaatim perfingula
genaa dicimus , ita fummatim pa fingulas fummas: aliquando dicimus fimma *
tim,cr genaatim,non pa fingulas fummas,genaaq; , fed pa unam,untim'uc:ut,dic4
dc hac re fummatim. Cicaodc Oratore lib. 1 1. 1 n finitum mihi uidetur id dicae
, in quo aliquid gene* ratim quxritur,hoc modo:cxpetedane effiet
eloquctiafexpete* ELEGANTIARVM LIB. VI. 40 S di'nc honores i Caterum quomodo
differat ab illis adfummam , infumma3po§tca reddam.v iritim3pcr jingula capita
uirorum: utyGracchus diuidebat uiritint fex modios frmenti.T amcn de uno
ahquado dicimusiut apud Curtii i , Si quis uiritim dimicare Ub.7, -
ueUet,prouocauit.Nomnatim,per nomina fingulorum:ut3afii* gnati funt coiurati
nominatim cuftodi carceris.Et de uno etid: utyAlte extollens M. Brutus cruentum
pugionem3nominatim phiiipp.i, Ciceronem clamauit. Membratim,per membra.
c,3«cap.4« Lib. 10» c .»9* ELEGANTIARUM LIB» VU 407 TA tidcm idem disponi non
necefiititis , fed ornatus caufd, s fte&tbit id folwm , ad quod accingitur.
E t alibi: 1 acebat haec infomnis,inquicta,quum diceret, iam jhtimappas
rebit,iam Jhxtim ueniet,nunquam tamen tardius uenit. Mifcram me fili, proxima
node iam ucncras.Ecce iam medios fidera tes nent curfus,indignor,irafcor.lta
mihi demu fatisfufies, fi apud tib.io.c.»4* patre fuifti. ideo autem dixit
folum,(iue omnino, quod Plinius uidetur accipere pro omnino de hirudine dicens:
Ea demu foU auiu,no nifi uolatu depafeitur. Q uidd uolut ab is er demu cos
Omd.Eicg.Rue pom' Quid.pro demu,pofuit deniq;,libro tertio fine titulo : gu°‘!
‘3‘ *" Si qua metu dempto cafta e fl,ea denty coda ejl. . . r . I» 40f •
ELEGANTIARVM LIB. VI. In Macrobium,de Stella,& Sidus, cap, x x i i.
QlTeflacr fidus differunt, fi Macrobio aedimus,ita fcribenti: O N
tmcuideamus,qu£ fint duo h Neqfte ELEGANTI A RVM LIB. VI. 4» N-eque folum
deprecari cjl uocc , fed etiam per ea , qua injfar uoas obtinere folcnt,uultum,
geflumq-. Etenim Bucephalum, qui prata unum Alexandrum omnem alium recufabat
fefio* rem,non inepte dixeris deprecari alios fefiores prata regem. Denique deprecor
magis fignificat uel difto , uel fafto recufo , quam illa qua Aulus G ellius
attigit . In Pri(cianum,de Situs. cap. x x v. Situs (Frifcianus inquit) dicitur
pro negligentia,ut Vergil P^drcafln» Acneid.j. Sed te uitfn fitu,ueriq ; effoca
fenettus. Sed non ia efi,potiusq ; fordes illa , er illuuies , qualis nafeitur
inter opaca domus , qua diu non repurgatur. V nde inquit M. Lib.i,cap.3.
Fabius, E xcianda mens , er attollenda femper eft, qua in hu* yiufmodi feaetis
aut languefcit,cr quendd uelut in opaco fitum ducitiaut contra,tumefcit inani
perfiuafione. Huiufmodi igitur quidam fitus fedet in uultu,capite , tototy
corpore uetularm, er habitUyprafertim inopum , qualem illum Vergilius inteUi *
^ 6 git,cr Lucanus de malefica anu ait: Foeda fitu macies - Quod ' 4 • etiam
padorem poffumus appellare:ut idem Lucanus , Lib.». -Longusq; in carcerc pador
. Et Cicero in Tufculanis: P adores muliebres. Et iterum: Barba padorc horrida.
Miror Prifcianum hoc in loco eciale uero neftus effe.Cic.in Rhetor icis,cr
libris ad Hercnn.cr alibi fepe ait: Veneno necatus. Quintii in m r. Hinc
adulter loris ctcfus efl,fkme necatus. Nec unqua neftus di * citur,fine certo
genere mortisiut, E neftus fiti Tantalus. Nec td mortuus,q propemodwm
mortuus:ficut exanimatus pro eo, qui jinuhs efl mortuo:ut fime, fiti enefti.
qu£ plurima funt exepld. DeNaejSS Nc. c a p. x x i x. VT Ae pro ualde idem
dixit, nec tume [olus. Terentius in An= I N dria: N£ illa iUum haud nouit. -
Mihi uidetur idem apud nos fignificare, quod apud Gr n«ifOK?it xsaap» ajftxo
Sttioidlp. Cicero ad Atticum indicatiuo huius uerbi ufus efl, dices: E i faU
ucbis a meo Cicerone.Vlautus in Truculento in prima pofitio * ne utitur:Salue.
fatis efl mihi tua: falutis , nihil moror , non faU ■ - HfO* ELEGANTJARVM LIB.
VI. 4tj Ueo. Martialis etiam dixit,ualebis: Quum pinguis mihi turtur er it,
lactuca ualebis, Llb . 1 1 » epig. Et cochleas tibi habc,pcrdcre nolo famem. C
tctcrum (ut ad inflitutum redeam ) qui, ualeant, pro exeera* tione acceperunt ,
forfian hoc argumento indutti funt, quod nonnunquam hoc uerbum languorem
fignificat : ut idem de Cratorc,Sicut medico diligenti prius , quam conetur
agro ad= ub.t. hibere mcdicinam,non folum morbi cius , cui mederi uolet , fed
etiam confuetudo ualcnttf,zr natura corporis cognofcenda efi. V nde ualetudo
pro languore frequetifime accipitur: er tejles iialetudinarij nominantur, idem
ad Terentiam : Valetudinem tuam cura diligenter.hoc cJl,languorem,cr
infirmitatem. Alibi pro fanitate:Sed nunc ualetudini tribuamus
aliquid.Frcquenter tamen apponimus adieftiuum,uel fiujlum,uel infhuflum,ad dU
fiinguendum Jhtum corporis: fi quidem indifferenter fignificat more fui
primitiui. Dicimus enim,ut uales * quomodo uduijli* . 5 : qualiter ualet
filius* Sic,qua ualetudine es i’ qua ualetudine ejl filius: Refpott debis,infirma,aduetf
t, mala ualetudineiuel con* tra,bona,incolumi,optima. In V arronem,dc Vas ,8C
Obfcs. c a p. x x x r. Lib f 4 _ VAs,inquit V arro, appellatus ejl , qui pro
altero uadimoniu Latini * *' promittebat. Confuetudo erat , quu reus pa.ru effet
idoneus inceptis rebus, ut pro fc alteru daret. V ideturV arro (ignificare
vadem eum effe,que fidciuficre uocamusicr uadimonium,fide* iufiionem. N os hoc
negare ita e jjequi poffumus, cum varro omnium cofenfu jit Romanoru
eruditifimus,cr lingua Latina periti fimus* qui Latinas liter as fecit cr
Latiniores , er Utera* tiores * Qua quam multi funt, qui cum quibufda in locis
repre * henddt:qu£ jaculas praecipue difcipulis Quintii adeffetjonge Varrone
doftioris, atque eloquentioris. Verum ego non aufittt reprehendere, fed antiim
affirmare , me non legiffe (dunaxat quatm aut recoriorfaut intelligo) uade cm
effe^ui uadimo* * tiim 4itf LAVRENTII VALLAE niumpro altero dat (fi
uadimonimfignificatfideiufiionem ) fed eum , qui Jfconfor efl alterius in
capitii periculo , fiue idem fupplicium fubiturus,fiue pecuniam foluturusiut
apud Quin» tiliarium in Declamatione , qu£ infcribitur , A truci uades . Et
apud Ciceronem libro quinto Tufculanarm Queeflionm de Pythagorea amicaiquorum
alteri quum tyrannus diem mortis dixijjet , alter pro anuco ad uifendam matrem
ituro uas fk&ut Lib.i.ab urbe efl.Et apud Titu/m Liuium de Ca fone capitis
reo, ita dicentem: condio. j n uifjculj conijci uetant.Sifli rem , pecuniamq ;
( nifi fijhtur ) populo promitti placere pronunciant,fummam pecunia: quan» tam
de -r\Ecuriones,inquit idem,primi fingularum decuriarm di* Ung.Lat. JJ qUQ(}
profrat Temperamus ille apud Titm hiuim9 quod 'S ELEGANTJARVM LIB. VI. 4T7 quod
& ipfe approbat fehus. idcmq; ait : Decuriones appeU lantur , qui denis equitibus
prafunt. Ejl ergo di diu decurio 4 decem , ut centurio a ceu im. N am(ut
aitPadianus)dccuria funt nobUiorum,ccnturia inferiorum. Quidam uolunt ( quorum
ejl fronto ) decurionan pracffe turma, qua conjht ex duobus CT triginta
equitibus. Ncq; belli folum , fed domi quocp decurio dU eitur,nome quoddam
prapoptura pgnificansiut Suctcnitis in Domitiani uita,Saturius decurio
cubiculariorum.!: t hoc quidem CaP*r» apud R omanosiin municipijs autem ( ut
mihi quidem uidetur ) idem ejl decurio,qui Roma fenator. N am qui in Senatu,zr
co * filijs reipublic £ municipalis interejje poterant. Decuriones erant. C
icero pro Sextio : Qua de caufa e? tum conuentus iUe Capua huic P. Sextio apud
mc maximas gratias egit , er hoc tempore beneficium, fidemq; hominis teflimonio
declarant, pe* s riculum deprecantur fuo decreto. Recita quafo , P .Sexti, quid
decreuerunt Capua decuriones. Quod autem diffzrant decurio Romanus, c r decurio
municipalis, ex epiflola quadam P linij p ** 1 unioris e primo libro
declaratur,dicentis:Effe autem tibi centu milium cenfum fatis indicat,quod apud
nos decurio es. Igitur ut te no decurione foliim , uerum etid equite R omano
perfruamur , offero tibi* ad implendas equitis Romani facultates, trecenta mi*
tia nummum. Non dicitur itaque decurio, aut quod decem pra* pt militibus ( ut
quidam uolunt ) quem Graci uocant, ? quum decurio pt maior equite, eques
ecnturione,eenturio de * carcho, ut ex ftipendioru magnitudine datur in multis
libris in telligi:aut in municipijs , qui decem equitibus praefi, quum pt
equite duntaxat Romano minor. An quia decem prafit equitU hus municipalibusfaut
hoc erit dicendum, aut P omponij J urif* confulti opinio fequenda , dicentis
-.Decuriones quidem di flos diunt eo,quod in initio quum colonia
deduceretur,dccima pars eorum, qui deducerentur,conplij publici gratia
confcribi fclita pt* Quare eum , quem nunc militem appellamus, aut falfa dU D
gnatione 4 uidetur band.e, aut orndnd£ cdufd , qu£ pgnipcdtio nota cfi omnibus
. Vndc pars probationis uocatur ab exemplis , er in elocutione omifif iu hoc
cxanplum inter ornamenta numeratur. «c^ariu^i- In Bocthium,dc Perfona. c a p.
xxxiiii, dum efl: Bcrt- -ryz.rfona eft ( inquit Boethius ) incommutabilis
natur£,in* meem alteram, J "fdiuidua fubjhntia: existimans fe
argumentatione colle* gijfe, quare non pt qualitas , nec aliud prwdicamentum
uUm , fcd fubfhntia. Sed huic homini Romano oftedam Romane lo* qui
ncfcire.Verfona ndnfy non eft in D eo magis,quam in bruto, peut humanitas, peut
alia plura. Sed demus, ut in deo etiajnpt perfonatquxro, quamobrem ea non pt
qualitas, pue de homine toquimw,pue de deo f Nam in homine quidem perfona
pgnift* cat qualitatem,qua alius ab alio differimus , tum in animo, twm in
corpore, twm in extra poptis , qu£ a rhetoricis enumerantur in attributis
pfon£.Animi:'ut quo ftudio fe exerceat, medicinx, an iuris ciuilis,an militU.Et
qua mcteiiracudus, an moderatus : auarus,an
Uberalis.Corporis:iuuenis,anfenex:pulcher,an defir mis:firtis,an
imbeciUis:mas,anfamina.Extra poptorm: diues , an pauper:darus,an
obfcurus:maritus,an coelebs : parens libe * rorum,an orbus:*? his pmilia.ldeoq
i pgur£, er pgilla qu£dd, qu£ roflris , aut alia corporis parte aquam fontanam
emittunt , quia ELEGANT! ARVM L1B. Vl. quia repratfcntant uarios hominum uultu
s , er gcHus, pcrfonrtis,diuitis,nobilis, er interdum contraria. Nam ad fors
tifiimm,pulcherrimm,ditifiimm,nonfumfortis,nec pulcher, nec diuesfcd
imbecillis,defbrmis,pauper. Alia ituq; ad huc per * fonafm, quam ad em cui in
his omnibus dntccello.Et ad P ria mum fum perfona filij , ad AftyanaCb perfona patris
,adAn * dromacham perfona uiri,ad Varidem perfona fratris, ad Sarpe * donem
perfona amici,ad Achillem perfona inimici. Quo fit, ut adfitmihi multiplex
perfona ac diuerfa,fed una tantum fub* fkintia.ln deo autem perfonam
ponimus,uel quod nullum aliud uocabulum quadrat : non natura , quo ueteres
utebantur : non fubjhntia,quo Graci utuntur : uel quod uere in deo triplex efl
qualitas. Atqui hic mihi os comprimet Boethius , neq, uocem prodire permittet ,
dicens qualitatem eam effe , qua: pofiit etiam abejfelpmer fubietti
corruptionem. Hanc ego definitionem (ut Grceculam , er ineptam ) derideo:Dico
lucem,uibrationem, calorem infoleeffe qualitates , er hoc dico Latine omnibus,
qui unquam Latine locuti funt, confentientibus , quanquam de hac re fuo loco in
no&ro opere de dialectice dijferuimus. Tales qualitates fhtuo in deo , er
has dico effe perfonas , qux ab eo abeffe non poffunt,ej qualitatem fignificare
, nonfubflantiam, ut Boethius uoluit, qui nos barbare loqui docuit. Hinc enim
fbrfitan adduttum uulgus,utfic loquatur , tres perfon cim exirent antea in
mcn,ut ueflimenycalccamcnjnunU nten, lenimen ,
nutrimen,fiiramcn,medicamcnyuelameny quibus adieftn tum, fit
mummentum,lcnimenttmynutrimentm,Jptra*
mcntumymedicamentmyuefiimcntumyuclamcntm,calceamcn* tumiitt tejhmen addita
fyllaba tum, fit tejhmcntum.Qupd fi 4 mente defeenderet tefimentm, tefimetia
diceremus, quernadm modum dementia,cr amentia. Nihil habet magis ridiculu hac,
de qua loquimur fcictia,quam ctymologiam,in qua ipfe quo$ Varro er lufit?cr
lufus efi. In Donatu,de Syncerum. cap, x x x v i i. QYncerum(Donatusinquit)
quafi fine cera,mel fimplex , Cf O purum , er fine fico, l mo cum cera potius.
Syncerum a componitur non a fineyqua nunquam compofitionem admittit , quod ipfa
etiam feriptio declar at, qua y, habet , non i. E fi enim ex duobus Grxcis
compofitm,ex ovp er cera,qua ab illis dici * turxHfh , uel d oVvxKf©-
conuertimus. Quo magis uenujh, at$ apta huius auroris etymologia efifindicatur
etymologia pleruck fiUaccm ejje: quia figmficatio hac non ita abfoluta, er uera
efi. Quid uenufiius atefi aptius dici potefiyqudm fide ideo uocatm, quia fiat
quod dicitur i Quam etymologia fallace effe declarat, quod hoc nomen chordam
infirwmetimufici fignificat.Et tamc licet dicere fyncerum , quali cum cera mei
, quod integrum efi, C r fclidum,cr nulla fui parte fi audat\m:ut fi diuidere
frudum communium alueariorum cum focio uclim , partemq ; tantim t mellis
afiignem» nimirum non ago fyncere , quod fine cera meU la dedi. In
Iurifconfulcosjde Mulier, cap. x x x v r i u Mvlitru appellatione ( Laius
inquit)etiam uirgo uiripo» tens continetur ; vlpianus autem quodam loco ita
ait: Quod ELEGANTIARVM LIB. VI. Quod fi ego me uirginem emere puarem,quu effet
mulierem* ptio non ualebit.Hic mulierem appeUat,qu£ uirgo non cfl : ille etid
qua uirgo cfl.Et vlpiani qmde locutio reda, ejl, Ciceronis Qst^1*1**6*
tcftimonio,qui obiurgantibus , quod fcxagcnorius Popilia uir*
ginemduxiJjet,Cras mulier erit,inquit. Sed Caij quoty defini* tio locu habet
aliquando:ut fi quis uidens decem focminas,qua* rm aliqua uirgo fit, £ tate
tamen qua mulier ejfe pofiit , dicat, uidi decem mulieres . Quo modo etiam in
Euangelio dicitur : Quid mihi9er tibi eft mulieri Sed ex Gr£Co fumptum ejl uel
6S\vitquo fignificatur uel foemindyuel mulier , 1 dem quoq ; Vlpianus inquit:
Mulierem ia axftamjut mulier fieri no pofiit , fana no uideri conjhxt. E ande
dixit er muliurem,CT no mulic* remiprimm pro ea,qu£ eftfixmina: fecundum pro
corrupta, lneofdem,de Munu$,5cDonu. c a p. xxxix, Mvnus^Paulus inquit)tribus modis
dicitur. Vno donu,cr inde munera dici dari,mittu:e. Altero onus, quod quii re *
nuttitur9uocationem militi£,muneriS(fc pr£jht: inde immunita tem appellari.
Tertio dicitur officium , unde munera miliaria, C r quofiam milites munificos
uocari . I gitur municipes dici, quod munera ciuilia capiant. Idem alibi:
Municipes intelligen* di funt er ij9qui in eodem municipio nati funt.vlpianus:
Mu* nicipes quidem proprie appellantur muneris participes9recepti inciuiatem ut
munera nobifeum facerent. Sed nuncabufiue municipes dicimus fu£ cuiufq ; ciuiatis
dues, utputa Cdpanos, Puteolanos. Pomponius ia ait:M unus publicwm,efl officiu
pri* uati hominis, ex quo commodwm ad fingulos,uniuerfosq j ciucs, remq; eorum
imperio magiftratus extra ordine peruenit. Mar* cusautem fir.Munus proprie
eft,quod necejfario fubimus,tege, more, imperio ue eius,qui iubendi habet
potefhtem. Dona autc proprie funt,qu£ nulla necefiiate, aut iuris officio ,fed
fronte pr£jhntur:qu£ fi non praftentur, nulla reprehenfio ejl, cr fi prxftentur,
plerum £ laus ejl. Sed in hoc uentwm ejl , ut non D f quod f 4ii LA.VRE NTII
VALLA E quodcunfy munus fidcmfy donu, decipiatur. At quod donu fbf* rit,id
retre mutiut decipiatur . Quomodo hi iurifconfulti inter fe conucnidnt , cr dn
aliquid defit alicui horum , Accurfiut cu/nt B artholo, B aldoq;
confultct,dumq; mihi ( ut more ipforim lo* quamur)ambo,tres'uc rejfondeant,
afjirmentcp, quod Marcum ait , donum ejfe Jjeciem,rmnus ucro genus. Idemq ;
contrarium, ejfe lierbis V Ipiani dicentis:! nter donu,ej munus hoc intereft ,
quod inter genus, e* ifantim , fient facrilegium rerum facrarm . Inde depeculor
, quod quidam ad facrilegium etiam transferunt. In eofdc,de,Fudus,Ager,V
iUa,Praediu. cap.xli, Fvndus,Vlpianut ita finit,Locus eflno fundusfed portio
fun di aliqua.Fundus autem aliquid integru efi.Plerunq; fundu fine uiUa
accipimus. I dem alibi: Ager efl locus , qui fine uiUa e fi . lAodejlinus uero
fic.Quaftio effindat d pojfefiione,ueldgro, ucl praedio quid diftet. Fundus efl
omne quicquid folo contine* tur. Ager eflfiecies fundi , qu£ ad_ ufirn hominis
paratur . P ojfefiio ab agro iuris proprietate difht . Quicquid enim
apprehendimus , cuius proprietas ad nos non pertinet , aut ne* quit pertinere ,
hoc poffefiionem appellamus. P ojfefiio ergo ufus , ager proprietas loci efl. Nam c r ager , er poffefiio
huius appellationis ftccies funt . Florentinus:
Fundi appellatione omne aedificium , er omnis ager continetur . Sed in ufu urba
* na itia, horrea in urbe.Cicero in Philip . Poffeftiones notabat er urbanas
,er rufticas . Puto non tantum pradia , fed er c£teta , qua immobilia uulgo
appellantur . Addamus ad hac aliquid de hoc fundum, quod an a fundo fundas , an
potius fiindo afundu, fiue a fundus ueniat ambigi poteft. Quidam fundus a funda
dici uolunt.Cic.in quodam ioculari libello: Eundum varro uocat, quem poftit
mittere funda, Ni Id elegantiarvm LIB. VI. 4JX N i lapis exciderit, qud caua
funda patet. Hifi hac fentcntid fit, tam paruum illum fuifjc fundum , utjun *
da prehendi,® in morem lapidis iaci pojfet.Fundum igitur efl ima pars
rei,proprie aliquid liquoris intra fe continens, aut ai continendum fudi ut
dolium,ut nauis,ut alueus , uel fluminis , uel lacus, uel jhgni,uel maris. Na
fundit turris( ut quidam feri* pferut)ipfe no dicerc.Fundametu(ut omnibus
liquet ) aliud efl, quam funndum : ® tamen fundare magis ad fundamentum, quam
ad fundum pertinet. Fundamus enim domwminon naucm aut doliim:ut Verg. 1 Ue
urbem Argyripam patria cognomine gentis, Aea. i V iftor Gargani fundabat 1
apygis aruis. Nam fundamentxre non reperiturmec fundare quidem efl fane
frequens,nifi per translationem. Quintii . in Gladiatore : Hoc Ded3m‘9t
fundatam paternis,auitisq j opibus domum exhaurit . E fl enim flequentius
iacere fundamenta,etiam per translationemiut idem libro primo , N am inde er
contemptus operis innafeitur , er p • • fundamenta iaciuntur impudenti*,®- (quod
efl ubiq-, pernicio = fiflimum)prauenit uires flducia.Et Ciceroil n quo
templo(qud * twm in me fuit) ieci fundamenta pacis .Sine translatione , Sue *
tonius de uitx C aij: ln arce Capitolina noua domus funda* menta iecit.Caterim
hoc differunt fundare , er fundamenta ia* cere,quod fundare efl ualidis
fundamentis fulcire . Fundamenti iacere, quafi qualiacunq} fundamenti facere,
er quodammodo dare rei principium . N eq; ucro fleut reperitur fundus,® fun *
dwm,ia reperitur punttus, er pun dum . Errant q; philofopbi, quujpundus,® linea
dicunt. Nam de pundu,quod efl breuif* fmu ^ pus, nulla lis efh ut T cretius in
Phormione, —Tu teporis mihi pun dum Ad hanc rem efl- Pro eo aute fenfu in que
utun = tur philofophi,Cicero pro Vlancio:Nd quod queftus es, plures te tedes
habere de Velina, quam quot in ea tribu pundi tule * ris. Quidam momentupro E L
E G A N TyI ARVM LIB. VI. 4SJ metitus fit , qti£ ad libri fcripturam
fiujficerent : ut puti quum haberet Homerii totum in uno uolumine,non
quadraginaofto libros compuabimus,fed hoc unum Homeri uolumen pro libro
accipiendum eft. vlpianus Homeri opus nunc unum librum , nunc quadraginttofto
libros nominat. N ec tamen ait librum duo fignificarc,ipfum opus,cr ceram
operis partem. Pratcrcd opus,fiue opera Homeri librum appeUat,ZT uolumen,
quorum utrunque inauditum e fi. Vergilij Aeneis, non liber efi,fed duo*
decimlibri. Georgica, non fiunt itemliber ,fcdlibri quatuor. Bucolica, unus
fiber efi,idemq; unum uolumen. Georgica,qua* tuor uolumina: Aeneis,duodecim.
Ouidius: DcTrn n Sunt quoq ; muat£ ter quinq ; uolumina firme. *lcs' 3’ Sed
quid exemplis agimus,quum nufqua plura afferri pofiint i At vlpianus puat etiam
fi omnia opera Didymi, quo nano plura fcripfit,in unum codicem conglutinarentur
, tinum tan* tum debere uolumen appellari,quod nemo neepoffet euoluere, nec
firre uellet.Efi enim uolumen uel a uolo, quod in libris uo * lunas apparet,uel
( quod magis fcquerer ) a uoluo,quod uolui * . tur, quales libros hodie Hebra;i
quofdam habent , qualesq; in ueteri,cr nouo tejhmento leftiamus fiiffe. Et
Romani,qui in libris arborim,id eft,corticibus fcribcbant-.quod libellos illos
, quo firrent commodius,complicabant,uolumina firte appella* uerut.laq;
uolumina libellis fimiliora fucre,qtum libris.Qtiod ex eo quoq; loco apparet,
ubi Plinius de libris auunctili loqitcs, Epiftjjftj ait: Studiofi (fcilicet
libri) tres in fex uolumina propter am * plitudinem diuifi.quafi dicat in fex
minores libros, ut fintuo * lumina aliquanto mnora,qum libri. Quod etymologia
quoq ; nonnihil probat, ut oftcndi.Vndc adhuc durat uerbum euoluere libros ,
pro eo quod efi aperire libros leftiandi gratia , quafi rem complicaam
explicare: quemadmo du reuelare,eft rem uela* tam detegere. Ni fi dicamus
euolui libros propter numeru pa* ginaru. Accipitur autem nunc euoluere libros,
fiue autores,pro E eo 434 LAVREMTII VALLAE Subdi titia runt e0 quo,ingerut
probra, £gre abilinent quin ca * fira oppugnent. Q u£ duo nomina tanqud fimilia
eode loco Ci* cero coiunxit in Catone Maiore: Mihi uero,ej flacco neuti * quam
probari potuit tam fiagitiofa , cr tam perdita libido,qu£ cum probro priuato
coniungeret imperij dedecus. P r£tered nc jinulc quidem efi fane probru
opprobrio. Non enim Latine di * Scijfet C icerc:qu£ cum opprobrio priuato
coniungeret imperij deiccas:qucmxdmodm in Sallufiium dixit: Itaq; timens ne fa*
cinoracius clam nobis ejjcnt, quum omnibus matribus familias ueflris opprobrio
ejfet3confijfiis efi uobis audientibus adulteriu* BLEGANTIARVM LIB. VL 4i$ Ejl
autem opprobrium aliquando fallo, fed frequentius uerbo . Ham Sallufiius (
utuult Cicero) uel exeo quod quibus cum fenum s habuiffet ufum,erat notum : uel
quod ipfe illis uulgo impudicitiam obqcieb at, opprobrio erat. Horatius:
Satyra,»; Sic teneros animos aliena opprobria fepe 6crm* Abfierrent uitijs—
Quintilianus: toodo maledittis , opprobrijsq} uulgi , modo crebra riualium
D(dam contentione pulfatus,abigi tmcn,compefci$ non pojfet . Op= probrijs
dixit,quafi exprobrationibus,atqi conuitijs. Et alibi: Solebat indignatio
uefira , conuitia noftra frrre non pojfe: er D*dajB‘I* matronalis indignatio
dicere uidebatur, Non parcis erga me marite uerbis , nullam habet nodri tuus
fcrmo reuerentiam,fii* cile prorumpis in opprobria , facile quodlibet obijcis.
Pro eo* dem fere pofuit opprobria ,cr conuitia. Nec inficias eo , non* nunquam
hoc modo accipi probrum, ut Liuij proximum exem* plum,cr Ciceronis ad
Atticum:EpiRoUs mihi legerunt plenas Ep™ _ « omnium in me probrorii Sed de hoc
fignificato vlpianus non P ‘ intellexit. A' probro unum uerbum componitur ,
quod e fi ex* probro,quod fignificat tum qualemcunq; culpam impropeto9 ut apud
Ouidium libro x u i.Metomorphofeos: Scit bene Tytides,qui nomine fepe uo catum
C orripuit,trepidoq; jugam exprobrauit amico . Tum ingratitudinis, ut Terentius
in Andria. -Nrfw ihhac commemoratio Quafi exprobratio efiimmemoris
beneficij.Sed pro hoc fignificato frequenter nos uitij alieni nomen apponi*
mus: frequenter etiam nomen no fori meriti Cicer.de Amicitia: Quorum plerique
aut queruntur femper aliquid,aut etiam ex* probrant,eo$ magis fi habere fe putant,quod
officiose,et ami* ce,cr cum labore aliquo fuo fattum queant dicere. Odiofim
fane genus hominum officia exprobrantium. Exprobrare ergo beneficia fua,eft
immemore beneficij accepti inculpare. Impu* ttte ucro frequenter ad
fignificationem exprobratis acccdit,fed E * citra ■ ’ * **.. ' V V ' _.^'v
" -Sr ^ ‘ v'"'- SJsS®55 - / 4l6 lavrentii vallae citri
rcprehenfionemiquod an apud Ciceronem fit , nefcio. I n Dedam.». posterioribus
ucro creberrimum ejliut Quintilianus, Neutatio,ad ea quae euidenter falfa
funt,perducatur.Hoec duo s bus in locis vfpianus. C. autem inquit: Si
calwmnietur,ej mo* retur, er frujlretur. Inde calumniatores appellati funt,qui
per fraudem , e r frufkationem alios uex arent litibus. Inde er cau uillatio didb ejl.
Caius nullam fecit mentionem de euiden* ter uens,dut euidenter falfis , nec de
breuitate. Nec puto faci * endam fuijje , quum plerunque cauillatio jit tcftn,
cr infrdio» fa,multisq;,dc longis frequenter ambagibus utens , er quae uix db
acutis deprehendatur. Quare cauillatio ejl fubdola ratio, quam nos confcij
nobis mendacij , uincendi tamen caufa pro*, ferimus. I n hunc fenfum femper
iurifco fulti ufi funt,cr Quin * Siliani frre feculum. Cicero autem pro genere
quodam jace* tiarim , er hunc imitatus Aulus Gellius : Titus Liuius utroque
modo. 441 ELECANTI ARV JM LIB. VI. mode. I pfe quoq; Cicero definit libro
fecundo de Ordtore,din cens:Etenim quum duo Jint genera facctiarum,a\terim
aquae liter in omni fermone falfum,alterum perdeutum er breueifue perior
cauillatio, altera dicacitas nominata ef. Catarum C dius uidetur fentire,idem effe cdlimnidri er
cauiUari. Quod no feri tit Mdrtianus,tantum dccufdtori tribuens calumniariiquii
ait, Cdlimnidri ejfefdlfa crimind intendere : quod per legem iUdm decldrdtur x
1 1. tibuUrum:Cdlmnidtor idem patiatur,quod reus, fi conuittus effet. In
cofdem5de Pr aeuaricator,T ergiuerfator,,er translatiue munere accufandi
defungitur, eo quod proprias quidem probationes difiimularct, falfas uero
excufationes ad * mitteret. Quod nos quidem ueru fatemur ejfe,legemq; antiqui *
tus de prxuaricatoru poena fuiffe,ut Cic.Philipp.lib. i i.Vfreor Patres
Cdfcripti,ne ( quod turpifiimu ejl) prxuaricatorc mihi eppofuijfe uidear.
Catcrum (ut prxtered,quod Cicero idem in U i Parti 44* LAVRENTII VABLAE
Partitionibus ait,pr£uaricatione definiri nunc ab accufatore » nunc a reo
corruptelam effe iudicip reperio nonunquam pr£* tutricatore ex parte rei
quofyneq; perfidia tantum,ac malitia, fed imprudentia etiam ,er negligentia
peccdtem. Quintilianus infeptimo:Vtin prxuaricationum criminibus , ut
abfoluatur reus, aut innocentia ipfius fit,aut interueniente aliqua potefta*
te,aut ui,aut corrupto iudicio,aut difficultate probatioms,aut
prxuaricatione.nocentcm fiijfe confiteris,nulla poteAas obfi* fiit, nulla
utiicorruptwm iudicium non querem,mdla probddi difficultas fuit.Quid fupcrejt ,
nifi ut praruaricatio fuerit ? Hic pro perfidia accufatoris accipit, alibi
ticro aliter. Sed dcuiu caufa loqui fuperuacuum ejl. Ego in uniuerfm neq j
oratorii puto cjje unquam prtuaricarimccfc litem intclligo,m qua pars utraqi
idemuelit. ldeoq. ; praruaricatcrcm appellamus,quicil(fc 4 prarferipto officij
fui deflexerit, atq; aberrauerit. Phn.libro Cap.19. x v 1 1 1. Arator nifi
incumts,pr£tiaricatur.Tlinius lunicr ai flpiftao.iibw, comelim Tacitum: Alioqui
prauaricatio efitranflre diceda. Prtuaricatio ejl etiam brcuiter,cr cttrflm
attingerc,qti£ funt inculcanda, infigenda,repetenda. Et Adam praiutricatu
fuiffc dicimus. T ergiuerfari uero non ejl (quantm ego intclligo) ab
accufdtione defi flere. Illi uidentur ex hoc trahere fignificatio « nem, quod
qui terga uertunt,d pugna defiflunt. Verutimen no protinus,qui terga uertunt,d pugna
dejiflunt,utPmhi. Itacfc quiuertentes terga,adhuc tamen pugnant, nec rationibus
uo* utnt fcuiftos agnof fignificat idemyquod inuitoyno obtiatyquum a fuo quoq $
finu» plici,qucd eft uitoyinfignificatione magis ditietyqudm conuU tium d
fuoyfiue illud fit uito , fiue uitium. Ipfa quoq ; con pra* pofitio in bonamycr
malam rem accipi folet , ut conficio , pro perficiOyCr pro eoyquod eft
confauciando trucido, inde coft* tiores ftrarum. Conuitium igitur , d uitiim , uel
potius d uito defcendityut uitupero:txjnetfi no omnino repugne feribi per c, ut
quibufdam placet9non per t. Et hoc quidem de etymologia, qua fi pro
Labeoneyvlpianoq;ynon pro me fdceretytmen dea finitioni repugnare audercm3nufqu
non licet . ldeoq; femper difiinifa hac duo repcrimus,cr femper addi ait erum
(de uejlitu loquor)quia alterum,quod efl uiftus,hoc etiam fignifi* catum no
compleftitur.alioqui na diceretur uittus,er uefiitus. Significat etiam uittus
genus uita, quantum ad mores , ut qui * buscrn quis uiuat, er a quibus
infiituatur,er quibus moribus. At neq ; de penu lurifconfultis affentior , multa qu«
dixijfe etiam faneris. Nec tamen, ut ei credamus , exemplo pro* bauit.Quid quod
ex frigus fHgoris fit refrigero i quid quod ex ■ tempus temporis fit tempero f
ex littus littoris fit oblittero f ex penus penoris (ut fentio ) fit penctroi
additu t , quafi ad locum * F * penoris ■y 41* LAVRENTII VALLAE penoris
intro.Tam enim penus, quam penetro breui primd fyU laba ejl.Aut mihi quidc
propria, & aera pignoris ftgnificdtio effe ei uidctwr , unde ucrbd deriuantur
. N ihil enim illi alij /i* gni ficato cum his uerbis : e rfilij ( ut fentio )
non alia ratione appellati funt pignora,nifi quod pignus quoddam inter coniu*
ges funt, tum uinculi , ne aliter forte diuortium fieret, tum cha * ritatis.
Cuius rei argumentum efi , quod legimus fepe pignord Cap.7. fUioru , ut apud
Suetoniu in Tyberij uita:Comuni$ filij pigno * fo Augu(U.»i
ra.Etiterum:Tdmmarium,quam faminarum pignora. In eo(clem,de Ferrumino* c a p. l
v i i i. F'Erruminatio,Caius apud Paulum ait , per eandan materia facit
confufionemipUmbaturd non cfficit.lde fentire uide « tur Pomponius,dicerts:Si
tuum fcyphum alieno plumbo pium * baueris^lienouc argento fbruminaucris,non
dubitatur fcypku c tuum effe,ej a te refte uedicarLScyphu enim argenteu
intolle* '1p‘n* xit.Cum ijs pleriq; no fentiunt,quoru efl Plinius, qui libro de
* cimo 4ir:Nd(T; furculo fuper bina oua impofito,ac ferruminato alui glutino,j
ub dita ceruice medio, aqua utrinq; libra, depor* txnt alio.Ferruminato
dixit,quafi agglutinato materia illa. 1 de Cap.37. x i.E t medulla ex eodem
uidetur in iuuenta rubens,in fenedute albefccsinon nift cauis hac opibus, nec
cruribus iumentoru, aut cammiquare fradn non ferruminatur . Quaft non
glutinatur , Cap.7. nec codlcfcit,cr colligatur.] dem x x x 1. Carrhis Arabia op*
pido,rmros,domos(p, mafiis falis faciunt aqua ferruminantes . Cip,,y* quaft
glutindtes.lde x x x v. Calas quoq; ufum bitume pra * Cap.tj. buit,ita
ferruminatis Babylonis muris. Ide x x x v i.E amaxU me caufa,quod fulto calcis
fine ferrumine fuo camcta coponun* Cap.t6. tur.Quafi dicat glutino. er in
eodetvitrum fulphuri concodu ferruminatur in lapides, quaft conglutinatur in
forma lapidis. Cap.*. ide x x x v 1 1. Infefhntur plurimis uitijs , fcabro
ferrumine, maculofa nube,occulta aliqua uomica,praduro, fragiliq j cetro. quaft
glutino,*? comiffura, fiuc iundura,ftue ligatura . Ergo ferruminatio 45|
ELEGANT1ARVM L1B. VI. ferruminatio non ubiq; per cande materiam facit
confufionenty fed interdii quoque per alid.Plumbatura per folu plumbu efju cit
confufione,ut ipfm indicat nome , fi bxc cofufio diceda efl. In eofdem,de
Vcterator,S£ Nouitius. cap, lix. SEruus,ut cft apud v enuleiu/m,tzsn ueterator
, quam nouitius dicipotefhfed ueteratorem no ffiatio feruicditfcd gcnere,GT
caufa effe utxre,ubi infinita fuppediant . Dixi A turba fieri turbo , cuius
genitiuu grammatici quidam uolunt effc pro ludicro iUo infir umento, turboms ,
quod uel ex hoc fiU fm effi, documentum efi, quod firmam acumine fiftigiato uo
* camus turbinatam, ad fimilitudinem ligni illius.Falluntur igitur gramatici in
turbo turbonis, quomodo in cardo cardonis, quod nec ipfum inuenitur. In
eofdem,de Exautoro. c a p. lxh. IGnominiofa autem mifiio ( fi luliano credimus
) toties efi, quoties is qui mittit , adijeit nominarim ignominia fe caufa
ntittere.fempcr enim debet imperator addere, cur miles mittatur . Sed fi em
exautoraueritfinter infimes efficit , licet non addi* F 4 dijfet x . V 4S6 J
dijfet ignominia caufa eum exautoraJfe.Pace tam en J uliani,ex* autorare,cJl
ducem ab imperio fuo dimittere , uel rniffum milite Dedam. 3. ficcre,illumq;
donare mifiionc militia plerunq ut apud Quin * tilianuin Milite M ariano, Pater
huic cmerius bello flipendijs, tum,cum totafubnixum Numidia fregimus lugurtham
, exau * foratas armis manus, agrefli labori fubegit. Titus Liuius ab ur* be
condita Ub. xx x v. Volonum quoqx exercitus , qui uiuo Graccho fumnta fide
fhpcdia fecerat , uelut exautoratus morte duas a /ignis difcefit.Et in x x i
x.vbi hoc modo exautoratu equite cu gratia Imperatoris uiderut, fe quifq;
excufare,ej ui* cariu accipere.Et in l x i i. vbi is uenijfet,omnes nulites ex
* autorati domum dimitterentur,prater quinq; milia focium bis9 quos obtineri
circa Ariminum prouinciam fatis ejfc. ) dem lib. xxxv. Fosi ero die cocione
aduocata de rebus a fegcslis , er de iniuria Tribuni bello alieno fc illigatis
, ut fua uirtoriafrw * rtu fe fraudar et, quum defer uijfet nulitcs,exautcratos
dimifit. In eoOcir^de Depectus. c a p. lxiii. DEpertus(fi vlpidno credimus)
dicitur turpiter partus.Mi hi aute pro JimpUci potius accipi uidetur id,quod in
muU tis fit,ut,demiror,deambulo,defumo,dcmonJlro,dcofculor, de *
pingo,dcpofco,dcuito,dcguflo,di moror, deprecor , demulceo. Quod jt quando
reperiatur pro turpiter partus(quodnon me* nuni legijfe mc)id fit no magis ui
prapofitionis, qua hoc uerbu cdponitur,qudm ui ipfius uerbi,quod citra
compofitionem no* nunquam turpem partione fgnificat.Cic.in Paradoxis: Si quo tidie
fraudas, decipis, pofeis, pacifceris, aufers, eripis, fi focios ffolias,arariu
expilas,fi tejhmetx amicoru expertas, ac ne ex* pertas quidc,atqi ipfe
fupponts: hac utru abudantis, an egetis figna funttExcmplu uero,quod depertus
no fignificat turpiter , partus, fed tantum partus,apud T eren.in Phormione:
ltamcdij bene amct,ut mhi liceat txndiu, quod amo, frui ,1 am dcpecifci A A.
ijtct^morte cupio,- T alc efl hoc T erentianu, quale efl illud Vergilij , Vi
ELEGANTIARVM LIB. VI. -Vf$tm$ uolunt pro laude pacifici. iRud quocj; apud M.T
udium,ficcundo Rhetoricorum: Quidam cum circunfedcretur,neq; effugere ullo modo
pojfiet,depetius ejl cum hotiibut,ut arma,w impedimenta rclinquerct,nulites edu
* ceret, lttfy ficif.armis, cr impedimentis amifiis,prxter ]}cm mU lites
confieruauit. Non eft accipiendu pro turpiter pdttusabdu tore ejfe pofitu.
Quippe qui caufdm narrat, de qua controuer* fia eft,an ille turpiter patius fit
: non autem fatim hominis da* mnatio' aliquoties futium hoc,paulo pofi
pdtiionem uocat.Et in libris ad Herennium hanc eandem rem gejhm ia exponitiut
quod erat fui officij nefy accufiet,ne $ excufct, fed antwmmodo patium inter
Pompilium , er Gallos ia fuijfie fignificet: hanc# controuer fia ab accufatore
, atq; ab reo declamddam proponat . In eofdem,de Gemma, Sc Lapillus. cap. l x
ii i i. GEmmas,lapidosq; vlpianus fic dijlinguit, dicens: Gemma: funt perlucida
materia : quas ( ut refert Sabinus ad V itcU lium ) Seruius 'a lapidis fic
ditiinguebat,ed quod gemma effient perlucida materia,ucluti Smaragdi, ChryfioUti,AmcthyfU:
la* piUi contraria fiuperioribus tidtura,ut Abfidni,Neuctani.Mdr* garias autem
nec gemmis, nec lapidis contineri fiatis confiitiffie idem Sabinus ait:quia
concha apud rubrum mare er crefcit,zr coaleficit. Murrhina autem uafia in
gemmis non efific Cafiius fieri bit.Hoc falfium ejfe, pace horum quatuor
lurificofifiultorwm,cum omnes autores probant, quoru titulum Plinius degemms
non translueetibus ficit,cr murrhina in gemmis numerat ,er omnes lapides
precicfios,prater Margaritam ( cui unio nomen , quod tantum lingua Latina habet
) gemmas appedar.tum ipfia ratio. N am quis non uidct,lapidus,quod generale
nomen ejt omnium paruorum lapidu,fied fiubintedetiione pretiofius,idem efific
quod gemmula: Nam gemmas etiam accipimus multorum cubitorum inueniri:quas ut
uere lapides, non lapidos appedarc pofiumus , ita quum mlnuU fuerint , lapidos
appellare debemus. Quod fi F i lapides 411 Acndd.jt Ub.j7* Plin.U.9.c.3f« Jr*
4it LAVR. ELEG. LI B. VL Upides tam grandes translucidi non fuerint , fiue
perlucidi,queritis,oratoribus,quatiim deniq ; omnibus fermone utetibus conducit
rerum, uerborumq; interpretxtio,quod proprium e fi eloquentia i Certe hoc,
cuius uim, iusq; interpretamur, tanti Jaciendum ejl inter extera uo-
cabula,quanti Pluton inter reliqua numina triwm maximorum deorum er unus,er
frater tertius.Kides uicifiim comparationis hyperbolen. T u uero uel per me
licet rideas, tccum etiam rifu* Ub.Semui. rum,quum(ut inquit Horatius)ridetcm
dicere ucrum Nil uetxt. Rideas inquam, non derideas. Nam er propius ad ueritate
ac* cedet mea fuperlatio ridicula, quam tua cum detraftionc deri* fio. Nec nihil bella, nec inconcinna, nec inepta
fane comparatio erit. Siquidem quemadmodum tres filij Saturni(fi uetujhti crc*
dimus)omnia inter fe diuifereiut J upiter calum„Ncptunus ma* ria,Pluton infrros
fortiretur. ita tria pronomina er inter fe ger mana,cr inter teteras uoces
primaria,tum omnem perfonarum numerum complebuntur ( Ego finule loui,cuius
prima ejl dU gnitas:Tu finule Neptuno,cuiusfecuda:Sui finulePlutoni,cuiui
tertianum omnia dcriuatiua per totidem cafus fingula fibi uen dicant. Nam quid
efr,quod non meum,auttuum, aut fuum dici que at i er licet fui non contineat
tertiam omnino perfonam, ta* men illius ueluti fons ejl, perq ; ipfum ea tota
nuncupatur , ditius nimirum ac locupletius utroq ; aliorwm: quoniam plures
uoces po fidet tertia perfona,qukm reliqu£. Et hinc quoq; Plutoni co
parandum,qui Dis k diuitijs,cr eadem caufa Grtce Pluton ap* pellatur. Et eo
quidem magis, quod ficut Pluton defrbum lucis fentit,eiusq ; imperium omne ex
alieno pefidet orbe, quod hinc iUuc aninu defcendunt,finc quibus non exifterct
illius regnum: DE RECIPROC. SVI ET SVVS. ia SHf,er defcttim nominatiui habet ,
er ttiji regime cius aliun de pendcat, nequit fubfiftereizr ( quod ad rem
maxime facit) qucadmodum Plutone prae fide bene , maleq; fittoru iudicia ex *
erccntur,(ic in ufu diftioms,huius bene , maleq; loquentes prx* cipue
iudicantur: ut qui ex hoc iudicio abfoluti difcefferint, ij optimo iure anquam
ad Elyjiim eant , cu/mq; Vergiliano An * chifa dicant : Quifq; fuos patimur
mancsiexinde peramplum Mittimur Elyfium, er pauci Lea arua tenemus. Quare fi
pronomen ijlud anto Deo comparari potefl, cur eius trachtio perexigua, perq;
exilia exiflimeturf Libuit iocariloan nes , dum no flram materiam (munus
uidelicet in te meum) non effe antoperc contemnendam oflcndere uoluimus.
Sedidipfa trachtio planum fkciet,me'q; non modo potuijJeiUam Labyrin tho
coparare,fed forafiis etiam intus Minoaurtm,id efl, dejpe* rationem habenti.De
cuius natura,zr ufu cum alij ueteres grd* matici nonnulla,tum Pnfcianus(cui
inter caeteros ftre tribuitur pa\ma)permula pr£cipit , er haud fcio an ulla de
re diligetius , ut nurcr liclapfam loquendi confuetudinem defluxijfe de uia.
Noy huiufmodi erroris caufas (ut aberrantes reducamus in uia) quoad facultas
fbrct,diligentius tradere conabimur. In quo dident Sui, I temq; pro his duobus apud cofdem aliud
pronomen , id c% wmi, oii^,o&o70f» , ufurpari: quod proprie eji ipfius ipfi
ipfu/m ipfo:uel ex utrofy compofitum , Wn>5 , e rc. Et licet nonnihil
difjerant,tamen crebro illud pro hoc poni , ut uixfcias, quid in * ter ipfa
interfit. Neq± me fugit dd figndndam differentiam illud afpirare folere , quum
pro hoc ponitur : fed nefcio dn omnes id fcriptores obferudrint. Certe nec
omnes editiones feruatu/m habent, c r qux habent,uix ubiq;: er fi ubify
haberent , non fit* mem in totum lingu£ Latin £ refponderet. Pneterea hoc
ipfunt compofitum prims, fecumUq; perfon £ accommodari , non fo= tum tertU , ut
xfo/txfy wlpSoujTvii, apud nos ( fi uerbum fit e uerbo ) abfurdif.imwm ,
attendite nobis fibi, fiuc nobis fibijpfis: cum tantundem fignificet
nobifipfis.Poftremo apud Homerum, er fi qui funt alij,fexcentn in locis
reperiri oS.oi.l, hoc efl, fui , ftbi,fe:pro eius,ei,eum,eo:fiue pro
illiui,illi, illum, illo:cuius au= toritatcm imitatum noftrum inuenio
ncminem.Uacrfuam natu = ram interdum deferit hoc pronomen , er in locum fuum
aliud fuccedere pdtitur.Quod nobis adeo denegatum efl,ut ficuti mei er meus ,
tui er tuus:ia fui er fuus nequeant alterum pro aU tero poni, quum non Ldtina
jit , fed barbara oratio , ego amo amicum mci,uel tui, hic amat filium fui,pro
meum, tuum, fuum: cr,hc me credit omnia facere amore meo , odio tuo , inuidia
fua, pro mei, tui, fui, qu£ apud Gr£cos non efl differentia. Si* quidem ( ut
alibi probduimus ) fui,ut mei,tui,noftri, er ueftri, pafiiue femper dccipitur.Suus
u ero, ut meus, tuus, noftrum, ue* fbrwm,nosler,uefler,pofiefiiue,uel
dftiuc.quod Prifcianu igno * raffe ob Grxcam fbrfitan imitationem quam mirum ,
tam ueruM eft.Quum ergo tot fint quibus d Gr£ca noftrd diffentit oratio, non
quidflli dixerint efl intuendum,ne in eundem in quem no* nulliificut olendam )
errorem incidamus: fed quid noftri,quo * rurn autoritatem imitamur : Non t DE
RECIPROC. SVI ET SWS. 463 Non efle tria genera conftruAionis praediftorum
pronominum, fed reciprocationem fufficere, c a p. ii. HAec prafutus,ad rem ipfam
uenio, cuius Prifcianus triage* ner a facit. Vnum , quod, uocdt reciprocum ,
quum pronos men in feipfum refleftitur.ut , Cato amdt fe. Alterum quod uo* cat
tranjitionem,quum per deriudtiuum eius loquimur: ut,Cd* to amat fuum filium ,
fiue Catonem amat fuus filius. Tertium , quod uocat retrdnfitionem , quum
accedit alterum uerbum : uel in primitiuo, fic:Cato precatur me, ut fui
nuferear.Vel in deris uatiuo,fic: Cato precatur me,ut fuifilij mifcrear.Sed
optimum fuerit eius ad literam fubijccrc uerba , cdq; aliquanto longius
repetita ( quoniam non in unius tantum quajlionis ufum repes tentur )
quahaefunt: Poffefiiua uero modis con&ruuntur tribus, quum uerba uel a
poffefiore in pojfefiionem , uel a pojfefiione in poffefiorem, uel extrinfecus
trans firuntur. A' poffefiore in poffefiioneiut, doceo meum filium,doces tuum
difcipulum,docct Ulc fuum auditorem. A' pojfefiione uero in poffefforemiut
paret mihi meus filius, pa* ret tibi tuus cliens , paret Uli fuus feruus.
Extrinfecus : ut doces tu, uel ille meum filium,doceo ego , uel ille tuum
filium , doceo ego,uel tu fuum, uel illius filium. Sed melius hoc per tranfitio
* nem:ut,rogat ille me,ut doceam fuum filiwm.Quum enim fuum jitrelatiuum ,
exigit, ut prius cognofcatur perfona poffeffom fui,ad quam referatur. Et
fciendu quod omnia poJfefiiua,poffef» fons quidem perfonam fecundu primitiuu
fignificant. P offefiio uero ipfa tertia ejl perfona,utmeus,tuus,fuus,quomodo
er nos tnina quibus iunguntur:ut,mcus pater,tuus filiusiexcepto uoca * tiuo,qui
folus in prima perfona poffcfiiuis inuenitur, quum f ex- eunda copulatur
perfonaiut , mi pater, 6 mea Tullia , 6 noficr Chremes. Omnia tamen poffefiiua
in genitiuos primitiuorum, non [olm nominibus 3fcd etiam uerba tranfitm
fociata, pof* I 4 64 funt
rcfolui:ut,amicwm meum moneo,pro amicu mei: er E Udtts drium filium Turnui
interjecit , pro Eudndri filium : er Ddu* nius filius ab Aened uiftus eji , pro
Dduni filius. Hoc dutcm in * terefl inter poffefiiuum pronomen , ut
meus,tuus,fuus,cr primi * tiuwm mei, tui,fui,quod uoce poffefiiui genus, er
cdfus, er nu* merus ipfius poffefiionis obtenditur , er fubjhntiud quide uerbd
poffefiiuis coiunttUdd poffefores refiruntur. ut, tuus fim filius , C r mei«
pdter es,ej fuus efl illius feruus. Et aliquanto poflc* rius.Nos uero
primitiuis quidem , id eft,fui , fibi, fe,a fe, uel per rcciprocdtionemiut, fui
potitur,(ibi indulget : uel perretranfis tionem utimur: ut, hortatur me iUe, ut
fui potidr.ro gat te iUe,ut fibi indulgeds. Poffefiiuis uero quum in ed poffefiiuorum
fidt trdnfitio:ut, fui ferui miferetur , er fuo feruo prodeft , er fuum feruum
diligit. Nec dliter tamen poteft fupradiflum poffefiiuum tertis perfons
con&rui cum alijs extrinfecus perfonis , ni fi per trdnfitionem(quomodo er
primitiuum eius ) id efl, nifi prius a poffeffore eius proficifcdtur in dlidm
uerbi perfondm: er fic db iild rurfus dd pofiefiione tertis , ficut er dd
fe:ut,rogdt me idc, ut fuus feruus miniflret mihi uel tibi : precatur me ut fui
patris ntifercdr.petit te ut fuo profis filio:obfecrat Cicero Vdrronem, ut fuum
erudiat gnatum. Et notandum quod quum a tertia in tertiam fit tranfitio
perfondm ,in dubium venit , poffcfiio di quam pertineat earum:ut , rogat ifle
iUum ne fuo noceat filio, ambiguum, cuius filio fuo,iftius,dn illius: id efl,an
rogantis , an eius qui rogatur : quomodo er apud Grscos, srofansTv? ita«- tcov«
Ae/so[tAHjci»« Tfljv WtoU ondijfct,etidm:crgo,inqudm, etiam ueslro testimonio
dici debet Aristoteles, non AriSlotiles,ut fieri pofiit Ariftotelicus. jn
deriuatiuo autem quod cofequens eft,quum hoc fit eiufdem natur£,quodilli
tamquam genitori,ucl domino , ucl duci non licet yid huic uel filio,uel
feruo,uel militi non licere. Prima caufa,cur Sui,# Suus abutamur pro Eius, ucl
Ipfius,ucl Illius, c a p. v. V Erum hic quijpiam,neq; hac mea ratione
contentus,neefi p rifeiano fatis fidei habens, aget nobifem autoritatibus. DE
RECIPROC. SVI ET SVVS. 4*7 opponetq; V ergilianum iUud: Reaeid.i» Tumbreuitcr
Barcen nutricem affata Sichxi , Nrfiftft fuam patria antiqua cinis ater habebat.
Quod haud dubie iUi fitmlt eft,Seruus fuusminiBrat mihi:fiue, feruu fuum
uidi,cr extera qux protuli paulo ante per omnes cafus exempla. vbi,etfi abefi
ad quod referatur fuus , id tamen fubauditur.nemo enim dicit fuus,nifi de eo,
cuius habita jit me * tioiut fi roganti,ubi efl Titus f rejf>ondeos,nefcio ,
feruusfuus efl hic,uel feruu fuum nidi. I n quo fi folcecifmus eft,cr in uer* fu Vergiliano fit neceffe eft. Sin
in hoc non erit, falso ait P ri* fcianus in illo effe. Q uid igitur ad hoc
dicemus f Si Vergilium damnamus,tantuuirtm,er poetarum Latinorum longe prin*
cipem,quis ferat fer non eius autoritatem qualibet ratione po* tiorem
exiftimetfSin Prifcianum,iam omnis huius rei ars fub * uerteretur,nullamq;,aut
fuperuacud maximorum autoru juiffe dicamus obferuationem oportet.Ego etfi uideo
Prifcianum (fi modo animaduertit) hoc difiimulaffe,tamen ipfe nondifiimu*
labo,aut iam non difiirmlaui potius : quippe qui fuperioribus exemplis fimile
effe confiffus fum. Seduel poeticam licentiam excufandam reor,uel operis
imperfittionem. Etenim credere libet Vergilium,quum talem quendam uerfum
faceret, Nanq; fuam patria liquerat tellure fepultam, impeditum prima fyUaba
uerbi longa,mutaffe formam dicedi: atqj ita in foloccifmum ( fi diftu fas efl )
incidiffe. An non illud huic ex fuperiore libro,etfi non perfimile , tamen non
difiinule prorfus ejlf V iuite filices, quibus efl fortuna perafta I am fua-
Arndd, j. Pro ueftra,pofitum efl fua. Quod fi quis dicat pofitum effe pro
propria,refteq; hoc dici:ut id refte diceretur, V iuite filices, quibus efl
fortuna perafin I am propria , hic nihil dicit , quum fuum etiam pro proprio
acceptum naturam tertix perfonx no mutet , nemoq; fic loquatur : efl mihi , aut
efl tibi fuus feri * bendi mos, qum tamen dicamus , efl tnihi, aut efl tibi
pro* G z prius r-4*» I JUndd.6. i EpiftPendop. adVljf. Acadd.7» JUneid.».
LAVRENTI! VALLAE prius fcribcndi mos. N am in illo huius eiufdem poeta uerfu :
Quifq; fuds patimur manes : non refertur id fuosad primam perfonam,quia jic
refoluenda cfl oratio : nos patimur manes , fed quifii noslrum fuos. Eiufmodi
pafiim reperiuntur exenu pla:ut,quum in bibliotheca nos ad fuum quifq; ftudium
libros euolueremus. Non ejl autem huic V ergiliano,de quo dijfuta-
mus,Ouidianum illud finule: Refficc Laerten,ut iam fua lumi * na condasivbi
nonnihil rationn eft,quod utrunq j uerbum cis dem fuppojito [eruit. Hac igitur
Vergilij autorit&s (er fi qu4 funt eiufmodi apud alios loca,quorum nonnulla
pofterius at * tingam ) prima extitit caufa (ut iam caufts enumerare inci»
piam) uulgaris erroris. Secunda eiufdem caufa. c a p. vi. AL tera,quod
nonnulli* in locis fiue hominum , fiuc tempo* rum culpd,libri corrupti funt: ut
apud Ciceronem in SaU lucium. Quod fiiftius uia memoriam uiccrit , aliam V
utres Confcripti,non ex oratione, fed ex moribus futi fteftttre de* betis. Quem
locum (nifi emendetur) non confido me expofi * turum. At qui fe exponere poffe
confidunt,ut in toafententia, fic in uerbo fuis,quid ratio pofcat , non
rejficiunt. N cc folum communis ejl huiufmodi menda librorum , fed etiam priuaa
in fuis cuiufq ; codicibus. Nec aliunde /ittum ejl, ut refiram hac omnia fuis
locis,ac temporibus,non eorum. Caufa cur Eius> Ipfius, Illius, abutamur pro Suus. c a p. IX. A T que
ex ijs quidem qua: comrnemoraui,non modo fi&um a\eft,ut multi pro eius,
fiue ipfius, fiue illius , uterentur fuus: uerum etiam ut econtrario pro hoc
illis abuterentur ( de quo foloccifmo nullam facit Prif cianus mentionem)
qualia fiunt mea proxima exempla:ut,uideo columbam triftem in periculo puU G i
lorum 474 LAVRENTII VALLAE Ioni eius,uel columba luget pullos eius,cr quale
Donati gram* matici (ut grammaticos potifimu fua artis admoneam, fi moda Donati
grammatici libellus cjl dc uita Vergilij,in quo alterius quoq; genens uitia
reprehendas)ait enim loquens de V ergilioz Voluit etiam eius offa Neapolim
trans fvrri,ubi diu er fuauifii* me uixerat. Ac paulo pcfi: Translata igitur
iuffu Augufii eius offa (prout Jhtuerat) Ne apolim, fuere fepula uia Puteolana
intra lapidem fecundum,fuoq; fepulchro id diftiebon, quod fe* cerat,infcriptum
e]}. Et iterum: J tem rogauit , quo patio quis alam, feli cemq ; eius fortuna
[eruar e poj] et. Superius uerc:Quod quum magi»ler Jhbuli A ugujlo
reciaj)'et,duplicari fibi in mer* cedent panes iuftit. Et alibi aliquoties fibi , uel fuo pro eius,cr eius pro
fuo, uel fibi. Verum e Graea quoq ; figura non mini* mum caufc accefit huic
crrori,id quod me pollicitus fum ofte* furum. Nam quum pro uno oir liceat
dicere tum fuus,tum eius, tum ipfius,tum illius ( non tamen quodlibet femper)
tardus,aut indiligens interpres quando hoc,cr quado illud competat, non
difpicit. Quo uitio in interpretatione quidem ecclejiaflicorum librorum omneis
interpretes decepit lingua peregrina. Sed nos indigni reprehenfione , qui maioribus
aedimus : illi uero digni , qui maioribus fas credere noluerunt. Quo magis
exijs pro* cipue uitiofadme funt exempla proferenda , ut errorem no* flrum,ubi
fontem eius agnoucrimus,dcuitemus : quum tamen ex hoc nec contum clia ulla fiat
libris ccclefiaflicis,H ebraa tantum, aut Graea lingua loquentibus (nefeio an
honor potius habea* tur)ncc magna eorum traductoribus: fi modo dignitatis horum
ratio habenda eft, qui uel incerti funt , uel ignoti , uel inter fc di fident
es. Hoc mihi difi/nulandum non fiat, uel ob id,ne quis nubi iCtorum obijeeret
autoritatem. lnpfulmis igitur (quos Hieronymus certe non tranflulit ) ubi
pleraq; huiufmodi refte translata funt, illud non refte : A' gloria eorum
expulfi funt: pro a gloria fua. Et iterum : Qui exacuerunt ut gladium lin* gUM DE
RECIPROC. SVI ET SVVS. 47* gi las eorum: pro linguas fuas. Et iterum:Sdturdti
funt filijs,zr dimiferunt reliquias paruuhs eorum:pro fuis.Et iterum: Peric*
runt propter iniquitatem eorum:pro fudm . Neque uero me Id* tet,in quibufdam
codicibus refte legi,fua , fuas , fuis,fuam. fed ego rcm,non hominem
noto.Nccnon ibi:E t abjlulit jicut oues populum eius:quod melius alibi legitur
fuum: Jicut ibi quoque : Sicut locutus ejl per os fanttoru fuorum,qui a feculo
funt,pro* phetarum cius: alibi melius , Per os fandoru prophetarum fuo* rum,qui
a feculo funt. In his omnibus Gr£ce ejl genitiuus «««£, cuunsiOujT&p, ille
pluralis ,hic Jingularis . Aliquando etfi eiusfeu ipfius,feu illius tolerari
potefl,tamcn Latinius ejl fuus:ut in eif* dem pfdlmis, N eq; defcendctcim eo
glorid eius, pro fud:tametji aliqui non legunt eius.Et itcru:Defidcrium cordis
cius tribuifti > et, er uoluntate labiorum eius nonjraudajli em : pro fui ,
er fuorm.Et iterum:Brachium eoru non faluauit eos , pro fuum . Et
itenm:Benedicite domino omnes dngeli eius,benedicite do* ntino omnes uirtutes
eius,b en edicite domino omnia opera eius t pro fui, fu£,fua: quale ejl illud
in Apocalypji: Opera enim iUo= rum fequuntur illos: quod ego citius dixijfem ,
opera enim fua. Huius tamen genens non ejl,ji interuenit ucrbum,ad hunc mo *
dm:Quod pater non amarit te , Jiuc patre non amaffe te,pro* bat ipfius
tejhmentu, potius quam fuum:ut ejl apud Quintilia* num libro primo. Quomodo er
ipfum er Vergilium quoque fcripjijfe manus eorum docent. Nam in itio apud
pfalm. Omnia a teexpcdztnt,ut des illis cibum in tempore, dante te illis colli
* gent : illis pro fibi pojitum ejl:de fecundo,illis , magis loquor , quod fibi
quoq; translatum inuenio.Suo autem pro cius ( quod fuperioris generis uitium
ejl) illic: Ad nihilum deduftus ejl in conjpedu fuo malignus.Et itent: Si autem
dereliquerint filij fui legem meam.quanquamlego in quibufdam editionibus utrobi
* que eius. Et iterum : Anima autem mea exultabit in domino, er deleftnbitur fuper
falutari fuo: nam id fuo ? ad dominum refirtur,non ad animam: quemadmodum Gwc
owr. At ibi nec fcias an uarieate gauifus interpres Jit , an conjilio
uutaueritz Quoniam fecundum altitudinem coeli d terra corroborauit mi »
fericordiam fuam fuper timentes fe. Quomodo
mferetur pater filiorum,mifertus e jl dominus timentibus fe. Et in eodem pfaU
mo paulo pcfliMifericordia domini ab xterno,cr ufifcin xter * num fuper
timentes /e: er iujlitia illius fuper filios filiorum, his qui feruant
tejhmentum eius.Et: Memores funt mandato* rum ipjlus.Pro his quinque noflris,
fuam , fe, cius3ipfius,illius, unum e Jl pronomen Grxce cfav,ofoity,o2uni.
idem, quod modo dixi,quod nunc ajpiretur necne, non attinet dicere , ut aceam
raris in codicibus pj almorum reperiri hanc diligentiam . NdWf exterorum
ecclejiafiicorum librorum in nullis adhuc reperi , nec eam ( iudicio meo) fatis
exa£hm.V ter tamen fermo melior , fuper timentes fe,an fuper timentes eum,
lucis dunaxat gratia, fuper timentes eum,uel ipfius interpretis teflimonio, qui
prio* rem quodammodo pofteriore correxit : nifi uarieatts gratia ii frcit.Huius
genens ille quoq ; locus efh Stabunt iujli in magna conjhntia aduerfus eos, qui
fe anguftiauerunt : quod fi dixijfet aduerfus eos, qui ipfos
angufiiauerunt,obfcuriatem deuiajfet. Ut taceam quod magis ad uerbum etiam
tranfiulijfet. Quomodo uidecur amphibolia in Sui, 8C Suus. c a p. x. ENimu
quomodo manus er DE RECIPROC. $V! ET SVVSi 4*S ipfius er Vergili) docent cos
fcripfiffe. Sed hoc tranfeo,cr c 4.85 Aleator , Aleare , Alea ludere 1.6
Aliquantifrcr ».48 Aliquanto m* Aliquis i.6.cr 3*1* Alius x.itf.crj.5^ Aliter
tii6 A Ueuo 5*8i Allocutio prmatura 4.107 Alludere 4.16 Alo 1.46 Alter alterum
accufat 3.30 Alter 3-59 Alfi/tf i.s Aluearim 1,6 Alumnus 6.1 Amamus nos inuieem
, mutuo , er parifer 3.74 Amator 7.37 Amatorium 1.6 Ambitio, AmbitUS 4.19
Ambitiojits ibidem Ambulo ' 7.79 Amicus, Amica 5.17 Amiculum 1.5 Amo • 5.37 D
fc X. Amor 4.^8 Amorem conciliare 5.5 » Amoueomanm 5.9° An,Anne 1.17 Anacreon
poeta 1,11 Andromeda . 5.* AnguiUalubrica 4.101 Animaduerto $.69 Animofus i.xc.
Anniuerfarius 4.108 Anniculus 1.5 Annona 4.35 Annuatim 6.60 Ante uim habet
comparatiui 1.16 Antecedetis a relatiuo difeor * dantia uenujh 3.19 Anfe dic
ucnire,adej[e 4.80 A n tebae, ante illud x.76 Antiqui 4.5 Aper 4.4*
Apertm,Apcrtile r.8 Apes non apis dicendum ».5 Apparatus belli 7.64 Apparo
ibidem Appellationis uerba 3.9» Appendo 5.8* AppetitutyAppeto '5.7 Apud te -
6.14 Aquatilis r.8 Antf io 4.» H 5 Artor . I N E » E X. Arbor 4.*7 At «ero
1*14. Arceo 6.16 A uttio,Autliondri 4.3* . ArcejJo,cr Accerfo T.Zi Audis ibidem
Architriclinus 4-34 Audiens fm tibi 3.4*. Ardi mulier 6.38 Audio te, er tibi
7**9 . Area 4.33.z?6.4i Audiui a patre , de patre , er Argentarius 4.4*.cr 44
ex pdfre 3.0* Argutus 1^30 Audire habeo 3.9* Armamentmm , Armarium Auditorim
J.6 J.6 Autor 4.3*.er 5.3® Armenta,Armentarm 4.4* Autoramentm , Autorare
Armiger 6.1 4.3* Arra, Arrabo 0.77 Autoritas 3. 8 8. er 4.3* Artificia. 4.44
Auerfor • 3. 80 J • --•«y Arum 4.77.er0.4i Aucrfus,Auerto . 7.90 Afcijco . 7.80
Aue 4.3P Afcribo 347 Auis \ _:;(4f47-. Afcriptitius X,K Aula 4.34 AjfcdAri 5.77
Auricula,Auris Attentor 6.66 Aufculto 3.4* Affeuero 3*7
Aufficdri,Auff>ex,Aufbicim AfiidcOjAfiido 3* 6. 1 / .v; . 1 Ajinus 4.4* Aut
x.xi Afylm' 6. 19 Autem, Autem non iy*4 - Ajl *.i7 Auxilium do,cr fero 3.0*
Ajier,Aftrm 6.z.i b Ajfmo 0.3 pA«i( *.*8 Affurgo - 3. 1* X3b^4,B4T^ 0.14
AtyAttaiuen i.*7 Beatitudo,Beatus » • 4.04 Atej; *.78 Bd Im 4.04 Atramentarium
f.4 Bene *.7*.CT3*87 * * » Bene I N D 'E X. Bene cenfeo3Benc precor3Be*
Calmniator,Cii Capio Jpem de te 5.81 Bimus ».7 Capio,Cdpior oculis «3 B
inoftiiM *.33 Capitalis 4.109 Binm}Bini codicilli 3.7 Captus *.3 Bis centum,Bis
nulle 3.4 Cardo : 6.61 Blandior 7.$* Car eo 7.87 B ombarda *. 3 4
Caritas,Charitas 4.4* Bona corporalia,!? incorpo = Carnarium x.tf ralut 4.98
Carnofus,Caro 4.73 Bonrt Decrcui3Decretm efi i.*4 D ecuru 6.Ji Decurio ,
Decurio municipa * lisDccurio Romanus ibide Decus3Decoro 4.’ti Dedecus3Dedecoro
ibidem Dedere nox£ &}} Dcdititius I.II DedifcoyDedoceo ** Deduco •5.77
De)aiigatus3Defkiigor 4-99 Defeftio3Deficere 4> Defedus x.}o:& 4*
Defendo 6.i4 Defero 7.44 D eftffut 1 4.5»? Deficio ' > , 4* £ De/ore rrt6
Defimgor3DeJunftus 2.7. 4 er 44 Dehifco Deinceps ±.)6 Delabor 1-19 Deliber aui
2.*4 a e x. V- - * Deliberatum ejl mihi
ibidem Diligo3Deleftm agere 1.60 Dementia 3.36 Demereor 2-9? Demigro 7-9* pemwm
cu compofuis 6.ZZ Denic/i t - ibidem Deorfum ' *-77 Depeftus 6.63 Depeculor
6.40 DepofitiriiM , D epofitoriut r A Deprecor 4.t4 De repetundis pecunijs
i.x-4 Defcendo 7.J* Defcifco 2.$* DefcSyDefideo 762 Defideratiuauerba 7.*3
Definetmcter quo cu coparatiao t .n er s. 66 Epitiola j.6 Exanimatus 6.t$
Epulum 4.z} Exaudio i.z9 Epula: ibidem E xautoro 4.6 z Eques 6.jz Excandefio 6.
ix Ev renibus 1.19 Excedo 7.97 Ergo z.4i Excogito l.i.er 10 Ergo'nc x.17
Excretus 1.30 Eripio 1. 83 Excubite 4.69 Errabundus 1.9 Excw/o 7,^7 E/c4 4.75
Exemplar,Exmplum 6. 53 Ejfi cordi, er in animo i,zz Exemplarium ibidem I
Exequor INDEX. Exequor iujft *.6s Ex ufuyUtilitite ibidem Ex £quo 3- 1 9 F
Exhanredo 5.104 T^kbrica 4.44 Exhibeo negotium 5-88 17 Fdccfio T.ZJ.CT5.88
Exhorreo 5.101 Facies 4.rj Exigo 5.* 4 Facile i.xS Eximius 3. i ) Facio
certiorcm,iafturd3cre. Exiflimo J.zo 3.6) Existimatio 3.8 6 Facio dele fi; um
3.60 ExiftityExto 3.3 i Facio gradum *.** ExitialiSyExitidbilis 6.i s Facio
gratum 3.76 Exoletus t.jo Facio copiam 4.63 E xfomnis i.zo Facio potefhtem
ibidem Ex, cr inter cum interroga* Facio inuidiam r.zt tione i. iz Facio paria
5.74 Exoro 3.2.9 Facio tibi iniuriam 3.94 Expedit 3.49 Facio iter,cruiam , ***
Expendo j.8z Facio negotium 3.88 Expeto 3.7 Facio potejhtem 4.18 Explicit 3.4r
Facio fermonem 5-97 Explodo 3.9 Facio ftipendia 4.1*0 Exploratum ejl mihi ,
Expio* F acio ut *.*7 raui 3.t4 Fafiio 4.6i Exploratores ibidem F ador 4.3*- E
xpoStulo 3.3 S Fdl/itf I. 30 Exprobro 6.44 Fallit me 3.80 Expugno 3.62. Fama
4.7 Ex fententia habere 3.70 Fama mea^zT mei z.t Ex tempore3ExteporaUs ). *9
Famofus}FamoJa mulier r.zi Exturbo 3.89 Fafces 4.84 Ex uinculis 3,19
Fdftidiofus V I.** **. I N fafiidium mem,cr mei x. i fatigatu* 4.99 fatuus
4.1x3 febris annua ,cr quotidiana 4.108 felix 4.87.0“ tt4 felicitas 4.«4 Femen,
Ff»K>w,Frfflor4 4.77 femoraliOjfeminalia ibidem fex 6.61 ferx 4.41 Fere x.49
Fero, Fero f/M acceptu/m 7.100 Fero conditionem 4.61 fero auxilium,zr opem 3.67
ferox,ferus 4.97 ferre fententiam , cr legem 7.48 Ferri 4. 71 ferruminatio ,
Tenit/mino 6. 78 ferrumen ibidem fejfus 4 .99 fejh Scptimontdia 4.43
fcjliuuSyfeJlus 4.ji’ finitius, fiditis 1.8 ficus,ficulnus 1.4 fides pro
tormentis 1.7 fides 7.30 fides non fidis, fidicula x.7 D E X. Fiw* no» tiicifwr
r.i* filiafier ».7 filius 3.70 finis,et propofiti uerba 3-87 finitionis uerba
3.78 fihgo Fio'; 7.43 I.XX Fio tibi obuius 3.77 fifiihs 1.8 flageUayflageUare
«.47 flagitiwm 4.78 flagito 7.78 fleo 7.7X fluuiatilis 1.8 fluxus 1.30 f
ceneratitius i.ir Fanero,Faneror 7.*7 f oenus 4.79 fcctificare^foetura 4.7«
foetuofus l.XI fatus , fatura, Fatifi> 4.71 care folia 4.68 F ore,et Ejf/e
cu copo/itis t.z6 Formidolofus Ut frago nauim,cr finulia 3-77 fremitus 4.3-9
frequens, Frequentia 4.96 frondes 4.68 . fruges 4.3 7 fruor 77 I x frumen f N D
E X. frumenti pramtaturd 4.107 Gejh 4.9 frumenti copia 4-7> Geflus,Geflio
4.Z frutex,Fruticari 4.* 7 Glans 4.^8 fuga 6. i Gladiatorium munus 4.1* fundus,
Fundum 6.41 Gloriofus *.» X. 4** fundare , Fundanis tum ibidem Gradum Jacio er
iacio 3.** fungor 3.} Grammatici audaces er fu* fustigare 6.47 percilioji z.x
futilis 1.8 Gratiam ago , refero , habeo , futurum comunttiui, quo di- er reddo
3-4* fcct a proterito ciufdcm mor Gratiam ineo non dici 1.U di 3.18 Gratificor
3.7* futurum participij 1.33 Grator,Grdtulor 3.4i . G Gratum Jacio 2.7* 5.6
Gratus 4.89 ^~JGaudeo,Gaudiim 6.it GrauiSfGrduidus *. 80 Gemma 6.6 4 Gregatim
6.1 0 Gemo 2-4* Greges 4.4* Gena 4 .3* Gremium 4.37 G eneratim,G ener alit er
6,2.0 Tuvi 4.38 Genitworwm Jignificdtio z.i H Genitiui er ablatiui affinitas t
tA beo ad uo tum 5.70 > 3.17 llHd&eo 4 patre 1 manda* Genitor, Genitrix
3.70 tum 1.1I Genuinus dens 4.?i Habeo cum gerundiis 1.1* Genuino rodere ibidem
Habeo copias omnium rerum Gerundiorum Jignificdtio er 4.05 ufui 1.6.3. Habeo
audire er't>7 Habeo conuenire ibidem Gertmculum Habeo dclettum 3.60 Habeo I
N D E X. Habeo fident 5.60 Homo manfuet a er betue con Habeo gratiam 5.4 1
ditionis 4.67 Habeo in animo *.*5 Homo maturus , er primatu* Habeo iter 5.7*
rusmlitu 4.1C7 Habeo orationem 5.97 Hortus t .«.er 3.9 H abeo rationem 7.18
HcJpcs,HoJpitim 4. Si Habeo polliceri 59» Hofpiales ibidem Habeo fermonem 5-97
Huc *57 Habeo te excufatum 7.67 Huc ades, pro adjis 55* H abeo te loco patris,
er fimi* Hypotheca 0.37 lia 3.88 1 Haud aufyicato 4.1 T Actre fundamenta, 4.4*
Hei X. 11 llacHre gradum 5-*5 Hem x.r5 laculariyldculm 6.5 Heri,Heflernwt X.ii
lamtlanuam X 47 Herba 4.17 lamdiu i. 35 He fler no dic 4. 8r lamdudum ibidem Heu
X.II lamuero x.x4.er47 Hic *5 lamolim 35 Hic nubi gloriaturae. 3.5* Iampridem
x.34 Hic non ejl cum illo compa* lam ueniet , er wm pr I N D Igitur x.43
Ignominio fa tnifiio 6.62. Ignorans,! gnoranter 4.9+ Ignotus 1.30 ilis
terminata nomina 1.8 lUaborotim *.*9 lUe x.4 Ittuc x.7 7 1 mago mea €T mei x.r
Immigro 7-9* immunias 4.39 lmpendens,lmpendeo *.4X impendo 3.4*.CT2.sx
lmperiofus . r.xi Impero 7. 48 lmperatiuo deejt pnma per* fona J.xS
Imperfonaliwm quorudam re* gimennouim 3.44 Impertio *«33 Impertior pafiium er
depo * nens ibidem Impleo 3.33 Imploro Imponoylmpoftor 3*9* Imprecor 2.96 er
4.x 4 Improbare 4.44 Imprudens 4.94 Imprudenter non dici 3 fed per
imprudetiamjiue per igno* E X. rantiam 1 ibidem Impugno *.4x Imputo 4.44
Mycumuerbis 3.37 lnagendo,lnccena 3.?* I n animo ejt *.xx mannos 4.40 In auro,
in tes 3.t* Incedo *.79 lncefio 1.4* Inceflus 4.4* Inchoatiuauerba I.XX
lncidoin(Cs,uelin(erc 3.1* I ncifim 4,io Incola 4»*4 Inconfideratus I.JO
Inconfultus *.40 Incorporeus 4.9* Increpare 4.2-9 Incumbo 3.44 Incuria r.xf I
ncufo 4.IJ Indico, Indiftum *.68 indiem 3.48 Indoles 4.44 Indulgens pafiiuc
fumptum 1.30 I ndulgentia,Indulgeo 4.1* I nduftrius i.xt lnclaboratm *** Ineo
Ineo gratum lnefl rei er in rc lnfrnfus,lnfiftus lnfijhre Inficiatis fhtus N D
E X. 2.24 I nfeiens,! nfeienter jeci 4.94 2. 32 t.zo 6.18 4.1* 6.44 }.*4 2-t
6.3.0 6.4 i.ij 39* 3.42 Infigitis 4.m Infomnis ibidem lnfhr 6.9 I n&itutt,!
nftitutiones 1 nfi cias ire, I nficidtor ibidem I nftrattm 1 njidus 4. 1 0 3 I
nftruft* ndues I n finit iuorm effc er fore dif= I nslruo firentid 1.3.6
lnfummd lnfinitiuum interiettum , uel lntendo,lntcntio posipofitum 3. zi Infer
Infinitiuo ubi utendum 1.3.3 Inter aftionem l nfinitiuus loco fuppofiti ibid.
Inter dgendrn, Inter ccendn * lnfrd 1.2 3 dum ibidem Ingenium pratcox 4.107
Intercedit 3-73 Ingenuus 4.1 Intercludo 2.69 I ngredior 3. 19 Interdico 3.39
Ingredior in ffiem 3.81 interim i. 49 Ingurgito 3.33 lnterefi cum fuppofito x.r
Inhibeo 3. 4 lnterrogdtio cr refbonfio in lnhoram,In horas 3.68 diuerfis
cdfibus *.2<> lnitim,lniens 3.34 Interrogo 2.61 In loco, In locum 3.88
Interfepio 2.6 9 ln mdnibus 2.3 4 Interunto 2.*3 In mentem uenit 3. s z Intimus
*. r.17 ln morem 4. n lntrd *.23 lnnocuus,lnnoxius 6.17 lntrocludo 2.69 ln
primis 3.71 Intueor te,cr in te 3.29 inquilinus 4.24 lnuenio 2.*
inremprtefentem 4,n* lnucrto 2.i2 Inue I 4 T /“ I N D inueftigo J.4J
inucteratus r.30 Inuicem 2-.J9.cr 3.74 I nuidia, I nuidiofus j. x 1 I
ocufylocdriy I ocularia 4.1* Ipfe x.i 15 x.J Is demunt o.xr I#e ow» dduerb.
iftic er dlijs x.4 Itu comparatum fcuconjlitu* tumcjl 3.89 I tt ciwn
fupcrldtiuo 1. 1 j Ittrejponfiuum x.jo Itaproualde x. J4 Ifcwie i.17 x.J4 J ter
ficere,zr hdbere 5.7* Item>ltidem x.jo Iterum x.jo Iterum conful 3.J9 luteo
J.68 Jubendi uerbd j.xs Jucundus 4.89 ludicij uerbd 3.9X Iugtrum 1.7
lugulus,iugulum petere 4.3 * lugum 4.43 Iunftus 1.30 Iu**, luris naturalis
fpecies 4.48 E X. Iurifconfultus ibidem lurijperitus nemo nifi Utera* rum
peritus 3 .inpraf. 1 uri fcon fultus J.40 lurijperitus 4.48 I m* ndturdle , Iu*
ciuile ibidem lujfus 1.7 luftitium J.* luudt 3.4* luucntA,luuentus 4.4o L
LkbdfcOyhdbo J.J9 L dbor9eris. Labor , orts ibidem L deertofus Ldccjfo Lalifio
L dmentor Lamina Ldnijkt Lapidare Lapillus LdpfuS Ldjfus LdtebrSyLatibula 4.79
Lauo,eius (fc deriuatiua r.x Luxus 4.99 L egutio pr amatura 4.107 Lege* 4.48
Legibus comparatum feucott Jlitutum ejl 3. 89 Lego i.xt X.X3.CT J.i4 4.4X J.J*
4.74 4.1^ ** 4.64 4.99. er J.J9 4.99 index: Lego,cr pertego j.SO Lucrum j.i *
Lenticula 1.6 Lufluofus I.*C Ldeabundus 1.9 Luflus 4.60 Ltctor,L£tUS 6. i*
Lucus 4.7* Leues 6.8 Ludere 4.16 Leuo ?.8l Ludibundus 1.9 Liberari 6. 43
Ludicrum 'i.* Libere loqui 4.17 Ludus 4.16 Liberi 3.8 Lues 4.7* Litor i ingenui
4.110 Lupus 4.4* Libera 4.1 LufiOyLufus 4.16 Liberas 4.17 M Libertinitas 4.1 A
yr Aeetium 4.1S Libertinus,Libertus ibidem i.* X Maceror, Macef. I.i* Libra pro
pondo 3 .1} Magis I.I* Licentia 4.17.CT 18 Magi fler, Mdgiflra 4.38
Liceor,Licitor 7.X8 Magiflratus officium 4.10 Licet Z.1T Magna autoriate uir
3**7 Liflor, Li florius . , Lintearius Magnificens 1. 30 i .6 Magni intercfl 33
Literd,Liter£,arum 3 .6 Mdgniloquens,cr fud compd Loco patris 3.8S ratiud,z?
fuperlatiua : r.io Locorum quorundam nomina Maior, Maius i.ii 4.87
Minor,Mdximus ibidem Locus celebris et jr eques 4.96 Maiores 6. 77 L ombardia
4.87 Mala 4.7* Longe M7. CT 18 Male i.4i.CT3.87 Lotium X.i Malcdiflum 6.7*
Lubricus 4-tor Malcdicentiffimus T.IO Luculentus 4.91 Malleolus 4.»-6 Luce,
Luci 4.80 Malum 6.41 I 7 Mando I N D Mdtldo Maneo te 3.93 Mango 4.no.c T6$9
Manipulatim 6.x o Marinus, Maritimus 4.9 i Margariti 6.64 Mater j.7o.eT4.38
Materia 4-3S.c T6.3z Materies 4.38 Matuta dea 4.107 Maturi' er P rxmaturc ibide
M aturef :o, M at uro ibidem Maturrimus, Maturus ibidem Maxilla 4.;x- M ea
x.i.er i.x Me cum infinitiuo er accufa * tiuo z.14 Meditatiua uerba r,x4
Meiytui, fui, pronomina x.r Membrum 6. 10 Membratim 6. ro. er x o Membranee
Vergamen £ 4.8 j ■Mone x.x Memini 3,39 Memoria mea er mei x.r MemoridyMemoriter
■ 3. $>3 Menda 4.6 Moenia 4.8 Meno,Mcntio 3,2$ Men; , Mentu/m , Mentior,
Menti ibidem E X. ’ Menfarius 4.1 4 Mentula i.i Meo dormienti/s x.r Meoiure 6.3
Meo nomine z.49 Me occupato, er fimilia 3.64 Mereor 4.110 . er 2.99 Merere 4.
no M er itor ius puer, M eretrix0.4 th Mefiis 3.14 Metuo 3.X7 M cww er mei
differunt x. r Meam folius ibidem Migro 3.9$ Mihi 3.3Z Miles r.T4.er
<>.}x Miles frequens Jfcflntor prolintidm ».3* N«fo 7.84 Olus 3.4 Omni
4.4 x INDEX. Omnium rerrn copias habeo o uis 4.6$ P Onager 4.4* ”r\A bulum 4.33
Opcmfiro 3 .6$ JT Pacatus fum. Pacificatus Opcra,ne,Opencpretiu 4.7 6 fum 3.7 5
Opcrofus i.xi P’ 4.3* Vefiime i.7*. Pocmtet 3.4^.CT4.i8 PeftilentidyPeftri
m4.7* Polliceri habeo *.98 Petere iuguhrn 4.36 Poma cruda 4.ii4 Peto 7.78 Pomtf
pra cocta , prmaturOy Petulans 4.107 zrferotina 4.107 Petulantia ibidem Pomarium
i.4 QxfUciYSp 4.4 Pomeridiamm ibidem Philomela 6.x 0 Pomum 4.X8 Pompa t I Pompa
Pondo Pono conditionem Populabundus Populnus Populus faequens Porcus Porro Fora
Forari Portitor, Portorium Pofco Pojjcfio Pojfet te pigere N D E X. 4.J9 Prduum
Prae,in compofitione P roecepa, praeceptiones Praecipio Procclarus,Prxclare
Praecoquus Praecox Praeditus Praedium P raegnans Praelium Praematurus F rae me
fero 3*5 4.67 1*9 1.4 4.96 4.4*' X.14 4.8 6.7* 1.6 7-78 6.4 * 3.46 F racparo
6.40 J.Jt 4.» 7.68 4.9* 4.I07.CT 7.J* 6.40 M* 4.64 4.107 7.17 7.64 Ppjfcfiiua
nominum quorundd Pracpofitiones accufatiuo , er locorum 4.67 abUtiuo iunftac
i.ty Poti,uim habet comparatiui Praeripio 7.68 Praefcribit ratio s.69 6.77 Prae
fe fcrt,Prac fe ducit 7.17 ibidem Prae jxrt,Prae fe gerit ibidem 3.31 Praefens
I.33.CT 4.11X' i.76 Proefenaneum 4.11*. x.xo.cr 33 Praefes, Prae fi deo 7 .67
4.107 Praefidcs hoies,Praefidiu 7 .66 7.78 Praejhns 4.111 z.i P rtjhre 6.16 4.4
Praetiofum 7.71 3.34 Pracful,Praefum,Pro:Jid. 7.67 6. x? Praeterquam 3.74 x.x
Prtffor,Pr.*7 Prudens fici 4.94 Pudor 4.107 Pueri catamiti 4. no Pueri
meritorij Pugillares Pugna PuUaftra Pullus Pulfare,Pulfatio ibidem 7.8 4.^4 i.7
4.^7* /i» PUrt « I N D P unftum 6. 41 Punftim 6.xo Punio Pupillus 4,3, Q. aV
adringeni , Quadrin* genti, Quadragefi* nui 37 Q uadrimus t.f Quadrinoftio a.jj
Qualitas *.J4 Quam pro quantum 1.17 Quam, ubi deceat 3.74 Quam pridem , Qum
dudum - ^.34 QM4m cum gradibus 1.1-7. er is Quammfub diftione, tamen,
fubintelligi i.40 Q«4m ut, quam qui, quam pro 1.17 Quamobrem 3.43 Quamuis X.XI
Quando, Quandoquidem z.4 z. Quando utimur nominatiuo pro uocatiuo 3.zX Qua
pietate es 3.74 Qjtanqudm x#iI Qy^4 Qttid interejl inter prateri* tum er
futurum coniuntti* uimodi , r8 r.,7 K x Qki ' I N D e Qyiddm J.I6.CT zi QjiiihQuinetUm
4. 4 5 Quippe a'*1'7 Quippidm il6 quis quis er i/i in parcnthcji 5.84 Quis cui
proponendum 3-i° Quifquts,Quicun^ i.rf Quijpiam,Quiplum 3.65 Quifq; x*14 q
uifque cm uerbo , dut par* ticipio 3.60 Qiiodypro quo res 3 QU0,O~cb
i.i5.CTi.37 Quod autem , Quod uero 4.55 Quod comitio *. 40. er 39 Quod feribis
gaudeo , et quod fer ibas gdudeo 2..10 Quodeunefc 3>l6 Quodq ; *•*! quo
mnM,Qup fecius 1.14 Qjtomodo 4.5 4 Quoniam 4.47 Quoquo 3* 16 Quoquo uerfus 4.8
Quoqj dblatiuus ».*4 Q tjpq; 4.5S E X. q uorundam locorum nomi,* nd, 4.8*
Quotannis 6.60 Quotidiana febris 4.108 Quotidianus ibidem Quoties 4. 49 Quot
modis iubemus 3. 4* QUOtUS 1-14 Qwwn M* R RApio J.8j RdptMI 6.ZO Rdjlltf 1.8 R
dtio 6.36 Rationemhdbere , Rdfto coris jht,Rationem ducere 5.18 Rationum, er propojitiontm
inculcatio 3*2° Re 2.3* Recompofta 5.^3 Recaludsler ».* Recerfo 5.?/ Receptor
4.84 Reciprocatio fvl. 47 ^cap. 3 Recludo 5.63 Reconcilio 3*14 Recordationis
uerba 3-84 R ccrudefco 4."* R eddo,pro do -4.56 Reddo gratias 3.41 "R
^ /fm 'INDEX Redeo zj6 Reputo 6.44. Reditui parenthefes 3.11 Refcifco 6.1 3
Reduco j.77. R cfyojtdeo 3.45 Refero ad Senatum ?.roo Rcjpondeo fubaudittm 3.47
Referogratias ?.4r Refes,Refideo i.6f Refero tibiycr ad te 3.38 Refipifco 7.5
Refert cwm fuppofeto x.i Refegno,retego,retcxo iM Refertio, Refertu* 3.33
Rewrrfor Refigo j.6} RbeginenfeSyRhegini 4.87 Refi-agor 4.70 Rfcftor 4.81
Regimen nominum crimina = t«w»,er poenalium Regimen uerboru cwm diuerfa eorum
fegnifecatione 3.4* Regionatim <>.10 Relatiui cwm antecedente di * f cor
dia elegans 3*9 Religiofws Mr Remaneo 2*3 Remigro 2*2 Reperio 7. i Repeto 2**3
Repetundarum , Repetundis M4 Repignero *.27 RepOjRepto *2 Reporto *.2r Repofco
7.63 Repono intejfeem 3.?r Repofitoriwm Repurgo 2-31 Riditulus i.f Rixa 6.61
Rogatione s 4.43 Rogatos uelim r.2.7 Roma urbs Septicollis 4.43
Rofarium,Rofctum 1.6 Rumor 4,7 R«rt , 4.S0 Rurfus xj6 S SAccIluiJaJum r.$
Sacrarium x.6 Sacrilegum 6. 4 7. 67 Salto , Sit/ttfio , Salto J.IOf Saltus
ibidem ,cr 4.7* SalubcTybris 4.33 Salue3Saluebis *.3o SaluctOySaluco, Salutare
ibide Salutifer 4.88 K j Saltem I N D E X. Saltem}Sane z.17 Sedicula t.7 Sanus
4.98 Seditio 4.63 Sarcina , Sarcinam compone* Seges 4.*f re9uel colligere 4.49
S eget es promatur £ 4.107 Sarmentum 4 ,16 Semel rf.10 Satio uerbum, Saturo
j.78 Sementis 4. »4 Saxatilis 1,8 Scmindrim 1.6 Scala ■3.13 Semifomnus 1.10
Scaturio 1.14 Sentfor 4.84 Sciens fici 4.94 Senatorius i.j.er Scilicet
Scifcitor 7.6r Senatus frequens 4.9* Scitus 1.30 S cnatufconfultum 7.100 Scomma
?.io SeneSkjSenedus 4.40 Scribo 5.30 Senes 4.7 Sculptile 1.8 Senilis otas
matura 4.107 Scurra 4.ji Senium 4.40 Secunda uiceconful 3.J9 Senpbilis9Senplis
Secius j.it Sentina 6.61 Sedile i.s Separatim 6.ZO Sedor j.t Sepulchra 4.77
Secundm propoptio z. 46 Septicollis urbs Roma 4-43 Secundus 1.16
Septingem9Septingetem 3-7 Secus uim habet comparatiui Septimonmajejh 4.43 J.16
Series 4.03 3*a5 Triumphale 4.84 Vbi primum W7 Triumphdtor ibidem vbify 6.19
Triuiahs feientid 4.16 ve x.17 TudyTudinterejl 3,2, veflntio,Veflor 3.8* Tui
i.i vefligal 4.59 Tum z.zz vel z.17 Tum uero z.z 4 VelutyV eluti *.39 ViUd 6.4*
Vindico,vindiftA 2.S Vir 3.70 Vir mdgnx, purus, mediocris conditionis 4.^7
Virgo 6.38 Viritim 6.10 Virtuofus non dicitur MI Virtutis,?? uitij indolei 4
.46 Vifo • • I.A| Viabundus : * ' *.9 Vitium 4.*. er 2.8 Vitium cdpiale 4.109
Viuarium 1.6 Vitro citrocu A. J 7 VUus 3*3 E X. Vmbr utilis r.8 Vnu A.Jl vnio
6.64 Vnus 3-*7 Vnusaut alter 4.19 Vnufquifquc - 1.14 vocaiiui in nommatium mu
tatio 3.1A Vocare in inuidiam r.ir Vocaui te a uti, e uti, , de uti 3 .66
Vociferor 2.2 a Vocor in fecm 3.81 Volatilis X.8 V olitxre,V olatus *.2 Volo
3.49 Volucris 4.42 Volumen 6.43 Vcluptuofus 1.1* Vrbani uiri 4.AO VrbsRoma
ibidem Vrbs, frequens 4.9* Vrbs Septicollis Roma 4.43 vfquam - 6.19 Vfy a.
e.& • 4.11A vfqueadeo A. 44 vfqucco ibidem vfurpo 220 vfus 2.2 Vfus
nominatiui, pro uoedtis uo,z? contra 3.ai index. V fus pluralis, pro jingulari
3.ii Vfus nominatiui , pro accufa= tiuo 3.4} Vfus negationis 3.47 Vtc£tcros 3.
xi Vtc£tcri ididem Vt, cum facio,?? committo i. 33 Vffr, er Q uis}cum interroga
tione 1. r 3 Vter Kfraw accufit 1.30 Vtcrque cum uerbo,uel partU cipio 3.60 V
f,er I ftt,cu fuperlatiuo 1 1 5 Vti *.36 Vtileeft 3.4 9 x.x7 Vtpote ibidem Vtor
i.i Vt primum j.tj Vt , pro quam, ucl quantum ibidem Vt?pro quippe , feu utpote
z, 18.36.cr ^4 Vtquia *. 3 7 Viqttod ibidem Vtroq^ uerfus x.s Vfrum i.ij V
t,fuperlatiuo iunttum i.ij Vt tamen, abijeitur ab oratio = «e z. 40 Vuaceus
i.it Vu£ pr£coces, er ferotime 4.107 Vftlftw 4.13 Z Zf«gm4 3.44 FINIS. t 'il
SEBASTIANV GRYPHIVS GER# M A N V S EXCV* D H B A T L V= * G D V N I, annl m4 d4
xxxx. Laurentius Vallensis. Lorenzo Valla. Valla. Keywords: Cicerone, Virgilio,
Quintiliano, Livio, rinascimento, grammatica, dialettica e rettorica, elegantia
linguae latina. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Valle” – Luigi Speranza, “Valle
e Grice,”per la Fondazione Lorenzo Valla, The Swimming-Pool Library, Villa
Grice, Liguria, Italia. Valla.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Valletta: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale dei liberali, libertari e libertinisti – la scuola di Napoli –
filosofia napoletana – filosofia campanese -- filosofia italiana – By Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Napoli). Abstract. Keywords: storia
della filosofia classica, Cicerone, Bruto, Cassio, L’Orto, Il Portico. Filosofo
napoletano. Filosofo campanese. Filosofo italiano. Napoli, Campania. Eessential
Italian philosopher. Grice:
“He was a libertine from Naples. I like him. His oeuvre published in Firenze. Studia
dapprima letteratura presso i gesuiti per poi dedicarsi al diritto. Insieme a
Andrea, e fra i fondatori degl’investiganti, che da impulso al grande
rinnovamento culturale che prende grande avvio. Nelle accese polemiche
filosofico-scientifiche tra progressisti e conservatori, insieme a CORNELIO, ANDREA,
CAPUA e agl’altri investiganti appoggia attivamente i progressisti. Istituì a
sue spese la cattedra di lingua greca a Napoli, affidando l'incarico di
insegnamento al suo maestro ed amico MESSERE (vedi), illustre filosofo. Cura
l'edizione napoletana delle opere e del Bacco in Toscana dello scienziato
toscano REDI. Grande appassionato e conoscitore di libri, meritandosi
l'appellativo di Helluo librorum et Secli Peireskius alter. Grazie
all'interessamento di VICO, il fondo librario confluì nella biblioteca dei girolamini.
Saggi: “Lettera in difesa della moderna filosofia e de' coltivatori di essa”, “Historia
filosofica”. Lombardi, Storia della letteratura italiana, Tipografia camerale. Nicolini,
V., in Enciclopedia Italiana, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Gl’Investiganti
Andrea, Redi, V.,, nipote di V. Breve scheda biografica, Redi. Scienziato e
poeta alla corte dei Medici. Lettera di V., napoletano in
difessa della filosofia, e de’coltivatori di essa, INDIRIZZATA ALLA
SANTITÀ DI CLEMENTE XL Aggiuntavi in fine un'ojf umazioni sopra la medesima. IN
ROVERETO Nella Stamperia di Pierantonio Berno Libr. ALL’ XLWSTRISS.
SIC. AB. ’f FRANCESCO PARTINI * è ;DE N AJOF,
• f + • Nobile Provinciale del Tirolo, ec.ec,, l
Olto tempo è, Jlluflriffmo Signor Abate, che per darvi qualche
piccio- lo contraffegno della divoZioa mia verso di voi, io vado tra
me ftejjo meditando, qual co/ a, non del tut- to di] pregevole, e
di . voi indegna, do - vejft offerirvi . Ed ora ufcendo da’ miei
* 5 tor- - .4 . p t * •# . è .. - j» % T“ » 'f '' i*' -ì
r .! *orri &; la prima volta una dotta * ed erudita Opera
del Sig. Giufeppe V., la quale manofcritta lungamen- te era andata per le
mani de* virtuofi; quefta appunto ho . difegnato d' indiriz- zare a
voi, sì 5 per darvi un picciolo faggio del de fiderio ardentìjfimo >
eh' io bo d' incontrare con e fio voi ferviti, sì ancora per fare
un pubblico attediato al mondo della /lima grande, ch'io con- fervo
della voftra ragguardevole Perfo- ra . E nel vero fé, com * a tutt'
altri è in ufo di fare, io voleffi raccoglier qui le glorie de *
trapaffati, teffendo un lunoo catalogo di tanti e tanti glorio fi
Antenati della vofira nobile Famiglia, i quali e nell' armi, e nelle lettere
rifplendendo, non meno il vofiro Ceppo, che tutta cotejìa Patria ili ufi r
areno ; certo de non; uno > ma ben mille moti- osi io avrei per
indurmi a ciò fare. Concioffiachè allora egli . mi fi farebbe .
tofto innanzi la fingolar perizia nell' ar- mi di PIETRO, illu (Ire, e
.antico ger- irne della vofira onorati fiima prosapia, il quale
da Galeazzo Vìfconte Duca di Milano meritò d* ejsere fatto Condot
tiere delle fue. armi > Mi . fi prefent crebbe fitto gli occhi
il valore di quell* altro PIET RO d' età ma ? non di merito
inferiore, a cui i eccellenza nel mefiier te ftmil mente della guerra,
acqutfiò l* uffizio d) Capitano dell*. Imperador Maj • fimifiano J.
i, e di ALESSANDRO altresì, che in qualità pur di Capita • no fi
morì in Ungheria . Ma molti, e molti ì anche fiudiof amente,
trapalan- do y come potrebbe . poi .fuggirmi dalla vijìa la,
decantata dottrina ., fingolar- mente nell* arte Medica > e la probità
9 e integrità de' cofiumi di FRANCESCO PARTINI, il quale in quel
feli- ce fecola del cinquecento cotanto s* avan- zò > e ft
difiinfe, che meritò le lodi, e gli applaufi d'uno de' maggiori
letterati di quell'età, che fu Mattioli • e d'ef- Nell*
Epiftola dedicatoria de 1 Di/cor fi /opra Diofcoride al Principe
Ferdinando d* A u Aria . Venezia. E negli fte/fi Difcorfi /opra il libro
4- di Diofcoride. e d' e ([ere fatto Prot omedico dì due Ce-
fali, cioè Ferdinando I ., e - Maffimilia- no li.'? Cèrto che i pregi di
co fiat, i quali di molto accrebbero lo fplendore del- la vofira
Stirpe -, io non potrei per mo- do alcuno non Jommamente celebrare:
e tanto meno que' di MELCHIORE fuo figlio i il quale dalla matura
pru- denza pur di Maffimiliano li. Impera - dorè » di cui era '
Configliero, > fu' (celta a far efeguire ^Imperiai comandamento
di por giù /’ armi, fattola'- judditì del Finale in Italia '.(*) Ma io
non ne verrei sì toflo a' capo, : quando 'a’ me- riti degli
Avi'-vojìrì i.'com' -bó det- to piuttofiò chea voi mede fimo va- le
jft riguardare . I pregj degli ante- nati' apportano più (limolo >3
-che lode a' (uccefiori \, ed è molto ' mifer, abile la condizione
di colui -, ' il quale noti po((a in altro . mod o diftinguerft,
che col! aprire i (epolcri de’ fuoi maggio- ri » \ • r t
• r i n* •* a Rofeo Storie del Mondo. a io4«
ri, e temendo nn lungo panegirico del- le loro gloriofe azioni,
far fi corona al capo di meriti non fuoi.Per la qual cofa, ponendo
da /’ • un de' lati quelle lodi, le quali non fono sì proprie dì voi, che
comuni non fieno an- cora a tutta la Famìglia, ed alle fole voftre
t in cui gli altri non v* hanno parte alcuna rifiringendomi ; dico
> che quello, che principalmente rn ha invogliato a procacciarmi
luogo nel no- vero de' vofìri fervidori t e che non pojfo fe non
grandemente ammirare, fi è quella incredibile gentilezza, e foavità
di coftumi.y e di maniere, per mezzo della quale ben fate chia-
ramente apparire da qual . forgente traete t origine, e i natali .
h non fo per cagion di quefla con qual fronte poffano riguardare in
voi cer- te anime t le quali non riflettendo > che • /’ e (fere
nate nobili è fiato un accidente, cui altro loro non appor- ta, che
impegno di ben imitare gli antecejfori ; di tanta rufiicìtà,
e fai - V3&7' falvatkhe^za ripiene
comparirono folamente nell * afpre, ed altiere fembr ano
.avere ripofia la loro gloria . Poi fiete certamente di un amaro
rim- provero a tutti cofioro % e C umanità vofìra, quando
attentamente vi riguar- da Q ero, non potrebbe che riufcir loro di
jomma vergogna, e confo fione . Ma fic- come y nè alterigia, o di /
prezzo altrùi la nobiltà della Famìglia, per chiara, eh' ella fi fa,
è fiata giammai baftan- te ad infpirarvi, . Così nè al fafio y o
al- la. libertà le •comodità » e gli agj > che dalla fortuna
avete : nè .alla vanaglo- ria * o alla prefunzione le nobili quali-
tà. dell’ animo voflro, hanno giammai potuto aprirvi la firada, Tanti
rari pregi- finalmente, tutti infieme uniti, non fono -fiati
valevoli a feemar punto di quella vofira naturale affabilità, e dolcezza
di tratto, la quale quanto in altri è più rara > altrettanto in voi
ab- bondantemente appari fee t e campeggia . Qttefta vi eccita la
maraviglia di tut- ti coloro, che di voi hanno alcuna co.
no- • >. . / * 't d - 'V. •4 ami. difienpì
guefia concilia ì* amore, e ^uCfi^nera^iòni de- vojìri Concito adì*
. niy^ 0?quefia finalmente induce, anzi con una dolce violenta quaft
rapi* ffce, e sforzai cìafcbeduno a farvi un volontario tributo de*
fuoi affetti, e del fuo cuore . Ma che dirò di quel - i* bontà j
ingoiare, con cui prendete a protteggere qualche perfona ingiù •
fiamente oppreffa, e oltraggiata > fa- cendo vedere, non altrimenti
effervi fenfibili- i torti > che fi fanno alla ragione, e alla
gtufiìzia, che fe a voi me de fimo f off ero fatti ? Voi con quel
rincrefcimento fiete folito fentìre i colpi t che la fortuna vibra con
- tra /’ onefie infelici perfine > col qua- le gli fentirefie,
fi contra voi me- ' de (imo foffero fcagltati ; e con queir occhio
riguardate gl * infortuni » e mi- ferie altrui, con cui riguarderefie
quel- le de* vojìri più cari congiunti . Di qui è y che e col
configlio, e con /’ opera non mai vi mofìrate fianco di fivvenire
> e beneficare coloro i quali per la loro innocenza fi ren- dono
meritevoli della vofira protezio- ne ; ; ed avendo avvertito, che il
ve- ro carattere degli animi nobili, an- zi quello, che piu .all'
Al tifiimo ld- dio viene ad accodarci, è * il f al- levamento delle
per fine \o dalla ma- lignità degli uomini, >o dall' .avver- ata
della fortuna inìquamente fir ac-' date ; voi perciò, avete creduto im
- prefa degna di voi lo fendere a que- > fie benignamente il
braccio, acciò la Patria vofira potefse andare altiera ; e dar fi
vanto -, d'. avere d mercè di voi maifempre aperto un a filo all '
innocenza, re .fempremai pronta una fpada cantra la malvagità, e la
co* lunnia . Con tal- mezzo voi rifiorate - i danni, che la me de
[una '.per /’ immatura morte dì MELCHIOR PAR- TINI vofiro . degnifsìmo,
Fratello ha que fi* anni addietro, fifferti # e quello ~ fplendore
le ritornate,%che allora per efser ella refiata priva -d'-uno
de'-fuoi più cofpicui, e qualificati Cittadini, ave-
aveva pèrduto l ; A che fero molto t molto contriluifcono ancora gli
altri due vofìri meritevoli (fimi Fratelli, dico GIOVAMBATJSTA PARTINI Abate
della Reai Badìa di San Pietro di Loreto nell’Abruzzo, e il Padre CARLO
PARTINI, Definitor Perpetuo Carmelita- no t la prudenza, e pietà di
cui è così nota, e pale/e in quefìa Cit- tà. .y che. inut il cofa
farebbe il farne per me qui parole . Ma troppo chiaro io m’aveggio
d* avere già foverchiamen- te la modejìia vofira offefa, non ri-
flettendo f che una delle maggiori lo- di > che vi fi debbono, è
appunto il franco rifiuto, anzi difpregio, che voi fate delle
medefime, Solo mi re- fia adunque di fupplicare il generofo animo
voflro a ricevere in buon grado ia piccolezza del dono, che
umilmen- te vi offro, non alla qualità di ejfo, ma al de fiderio
dei donatore riguardan- do \ e pregandovi in fine a non difdirmi la
fofpirata grazia d’effere anch' io allogato tra i voflri ~ fso
v • y i,,, • Di V.S . f . i l Rovereto; V
*'> 1 ^ «a ^ V . o V ^ / «' • 1 t i » ‘ t • V « • 1 J VmìUfs. Devotìfs.
ObbUgatìfs. Servo Pierantonio Berno. lo
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LEGGE. NON poco tempo e (Tendo, che va per le mani degli ftudiofi
una Lettera manoferitta di V., letterato napoletano, in difesa della filofofia,
e d’ alquanti Tuoi concittadini profeflori della medefima, dirtela: ed avendo
rav. v ifato, com’ella è molto avidamente ricercata, e letta
dagl’intendenti ; ho (limato di far colà grata al pubblico, ed alle
per* Ione letterate, dandola fuori per mezzo delle (lampe, sì per
renderla più comune, e sì ancora per levare la briga a chi deli*
dera averla, di farla tralcrivere.* (concia co*, là parendomi, che un
così utile lavoro ve* nirte tuttavia contaminato, e guado dalla
trafeuraggine, e fonnolenza de’copifti. Io a» vrei per verità molto caro
avuto di abbattermi (e non all’ Originai medelimo dell’Autore, almeno a qualche
copia elàtta, e fedele; il che per diligenza ufata non m* è venuta
pienamente fatto di conlèguire. Spero però,' che mercè 1’ afliftenza da
perlbne delle buo- ne lettere amanti predatami > le quali lì
fono validamente adoperate in correggerla, rive- dendo poco
men che tutti i palli nel proprio fonte, e togliendovi que* moiri, e
quali in- finiti errori incorfivi nelle copie ; il cottele Lettore
non avrà molto che deliberare . V* ho in fine aggiunta un’Offervazione
fopra la medefi ma, affai tortele mente dal Sig. Gir ola- 7 ino
Tartarotti Róveretano comunicatami, la quale fono più che certo, o
Lettore, che non t’ increfcerà d’aver Ietta. Vivi felice, e -
favorirci col tuo aggradimento la buona incli- nazione,- ch’io ho d*
adoperarmi a tuo van- taggio . La fegùente notizia, polla per più
contezza dell* Autore dell’Opera, è tratta dal Leffico degli Eruditi del
Sig. Burcardo Men. thenio . Giureconfulto Italiano, na. Io in
Napoli . fece la pratica nella sua patria, e ranno una copio, ftffimd
libreria, injìeme con un gabinetto prezio fo di monete antiche, in
frizioni ecì Corrifponde . va co ’ più infigni Letterati d’ Europa .
Traduf- fe alcuni libri dall ’ Inglefe in Italiano . Scriffe un
libro della necejjìtà della [olita pratica in ma- teria di religione,
come pure un ’ opera toccante V impresone di monete move. BEAT1SSIMO PADRE. f
* » 4 %# * • * t • • • f f • f l,i * ; r r* « *
I. s. »4 I Ntichìflìmo coftumefu Beatissimo
Pad re,o dir il vogliamo naturai genio, ovvero inclina-
zione, o qual egli fi .fia avvenimento degli uomini, i quali a’pofteri
hanno avuto in penfiero di lafciar qualche memoria per mezzo delle
lettere, di muoversi a tal opra da picciola e lieve oc- cafione, ed. alle
voi ce incominciare da balle, e aHai deboli fondamenta, ed indi poi
pian piano p a dare più olcre fin- ché al defiato fine fi aggiunga ; e
quali Tempre digiuni, e non mai fazj di di- vorare fulle carte il
tempo, e l’ore. Quindi è, che veggiamo, che una fa- - tica, la
quale fui principio fu ftimara opra di pochi fogli, tratto tratto
li avanzi » e fi accresca in tanta gran- dezza, e mole, che a gran
pena fe ftelfa comprenda . Lo ftelfo eflere av- ' venuto a me io
già divido; ma non fo com’egli avvenuto fia . Perocché avendo già per
foddisfare al gènio de* Deputati » incominciato a fcrivere una lette- ra
indirizzata alla Santità' Vostr a intorno al procedimento del Santo
Uf- fìzio nella noftra città di Napoli ; certo è, che io non ebbi altra
intenzione che di raccorre breve e femplicemente le ragioni) ch’ella ne
tiene. ..Indi po>i crefcendo da giorno in giorno, o ciò folfe
per l’ampiezza della materia > o per la moltitudine delle
ragioni, e va» rietà degli argumenti, e delle autorità che fi
recavano in prova; s’ è tant’ol- . tre la fcrittura avanzata., eh* è
-per comporre un volume intero .. Così io mentre penfava di avere
già compita tutta la fatica, volli ancora inveftiga- r e la cagione,
el’ origine de* movimen- ti > e tumulti della noftra città,
acca» » duti per tal procedimento nel tribunale del
Santo Uffizio ; quand’ecco che io conobbi-, Ae vidi chiaramente, che
la cagione-di tai tumulti altro non fia fra- ta c che una tal
gelofia, per così dire, di Scuole coll* occafione d' una . certa filosofia,
nomata comunemente moderna, avvegnaché dia fia anct» chiffima, e
profetata dagli uomini mi- gliori, e più fa vj della noli r a città.
£ perchè la cofa o non è pur ben intefa, ovvero fe intefa, per
ambizione, por aftio, o per altra cofa, è contrafiata a campo
aperto, fono forzato, come av« vifai nella fuddetta altra fcrittura >
con quell* altra lettera, indirizzata pari- A 2 racn-
f i mente alla santità vostra, dimoi Ararne apertiflinumente la
verità. ( per ordine ancora datomi da’ medefimi De- putati )
acciocché niente li taccia per quello, che convenevolmente appar-
tiene alla difefa così della vita » come della fama de’ noftri cittadini
; e difen- dere un lungo ragionamento > per far palefe una volta
> e più chiara teliimo- nianzaal mondo dell* empietà della Fi-
iofolia Ariftotelica * « dell* innocenza di quell* altra che chiaman
Moderna; al di cui manifeflamento ben poteano dare opera gli altri,
e non ftarfene sì lentamente a ripofo in una caufa pub- blica, e di
tanta, importanza,• perla quale ne lìamo malignamente tacciati,
echi per Eretico» e chi per Ateo» fe- condo il livore» e l’ignoranza di
quelli banditori del Periparo; mentre vene fono pur molti
intendentilììmi di que- lla novella Filofofta, che meglio di me» e
più profondamente l’appararono» il che loro eforco a fare ugualmente,
per non cadere almeno nel bialìmo» che CICERONE da a coloro, che appretto
di fefolirengon na 'corti i tefori delle lettere!,, senza farne partecipi
gli altri; così dicendo nell’orazione a favore di Archia . Pudeat,
ft qui ita fe litteris abdiderunt, ut nibil po fjìnt ex bis, neque ad
communem adferre fruSìum, ncque in : adfpeSìum, lucemque proferì re
. Ma non con animo, che pubbli- candoli quella fcrittura » vi lìa
taluno, che fcrivcndo full’ifteffa materia, del- le medelìme co fe
li avvagha, facen- done un’ altro edificio, in cui non vi ila di
nuovo che una deferente figu- ra, e dimenfione. Laonde tralafciando la
parte difpu- tabile, dalla quale fempremai la veri- tà fugge, e ne
va lontana, opponen- doli ragioni a ragioni, . argomenti ad
argomenri, e fpette volte iofifmi co* fofifini pugnando » con aliai
delibera- to conliglio ho, fcelta la-parte idonea, in qua ponete,
argumenta licei, non argument ari ., La quale ettendo màe- fira
della vita, e de’ tempi, e de’co- A 3 ftu- fiumi allo ferì vere di
Cicerone fteflò j potrà affai bene acconciamente com- parire
più fchietta, e più finceramen- te difenderli avanti la Santità Vostra la
caufa oneftilfima, e il diritto di quella Filofofia
iniquilfimamente oltraggiata dalla turba de’ Peripatetici . Così furon
degni di grandiffima loda tanti fcrittori, e Greci, e Latini; i quali all*
i fioria fi appigliarono, ponendo perpetuo silenzio alle dispute,
tormento degl* ingegni delle Scuole licenziofiflime delle feienze: così ancora
fu degnilfimamente commendato anche dagli eretici fiefii il dottilfimo Baronio,
il quale dovendo scrivere delle cose appartenenti alla nostra chiefa
cattolica lasciando a’chiostri le controversie, e le questioni, eresie con
assai maturo, e più fano avvedimento la parte ifiorica per trarne le
confeguenze- più vere, e reali . Plus enim Annate s Baranti > quam
Controverfue Bellàrmini bar etici s necuerunt . • .£ qui io avrei già
finito, nè bifb. gnerebbe più dilungarmi : ma perchè 1*
origine di tutto ciò è. d’ uopo che Ha palefe, prima di paflare più oltre,
e affine,,-cbe niente fi taccia per quello, che appartiene alla
difeia, così della vita, come della fama de’noftri cittadini; egli è
neceflario far noto ancora alla Santità' Vostra, che 1 * origine di
quelli nuovi rigori dell' Inquifizio- ne ella è data, che vedendoli pur
trop- po fuora de’chioftri dilattate le lette-, re, e propagata
nella noQra patria la Filofofia, la quale o fia. propria fata- lità
/ portando fempremai feco defla difagj, e fyenture, come dice Boe-
zio, Atque boe ipfo affine s fuiffe vtde- mur maleficio, quod tua imbuti
dìfcU pìtnis o Pbìlofopbia :o-fia per propria- gelosìa delle fcuole
degli altri Filofo-, fanti ; perchè Nibil volunt inter borni' nes
credi jmlius, quam quod ipfi te w, nent / ha cagionato a’ medefimi
fai movimenti,. che fi fon lafciati a dire, .che quella fpffe di
pregiudizio aliano* Ara fede, perchè da’ principi d’ A-ri-,
A4. fio- . /•» Itotele lontana fia, come per la tanta autorità
data ad Arinotele, diede motivo a taluno di dire fcherzando: Se»* %a
Ariftotele noi mancavamo di molti articoli dì fede : come fe quelli fossero
(tati cavati dalla dottrina d' Ari- notele, e non dalla facra Scrittura,
e da altro ; che tanto dir non fi po- trebbe di S. Paolo, quanto alcuni
han detto d’ un autore gentile, quando, come fcrifle un altro
autore, e con fenno : Sanila fanliorum non babet _ bete Pbilofopbia
. Ma prima di venire allo fcioglinaen- to di quelle vaniflìme
oppofizioni, egli è di bifogno ricordare alla Santità* Vostra,
quanto fia (tata commenda, ta la Filofofia non meno da' Gentili,
che da’santi padri medesimi. Ecco quel che se diffe Tullio CICERONE. Philosophia am
vita parentem, et hoc parricidio fe quifquam inquinare audet y et tam
impie ingratus esse, ut e am accufct, quam vereri de ber et etiamfi minus
percipere potuijfet ? Giuftino così : Philosophia est revfrà maximum lonutn
t et poffeffio i et apud Deum verter abili fi qua" ducit ad eum
> et fi flit fola et fanti i,
beatique Htì, qui mentem et donane. E più oltre: Nemo fine Pbilofopbia reti am
rationem intelligit; quare omnes homines pbilofopbari % et barre
pracipuam fanti ione m ducere (de. San Clemente 1* Aleflandrino n* avvifa
lo fteflò, e Sant* Agortino parimente co- sì : Qui Pbilofopbiam
fugiendam putat % nibil vult aliud,
quarti noi non amara fapientiam . E 1’ A portolo quando dif» fe,
Videte ne quii vos decipìat per Pbi- lofopbiam t egli intefe di quella
Filofo- fia, la quale con folli argomenti da Sofirti > e fecondo
lemalfime del mondo 6 produce; il che chiarirtimo fi feor- ge dalle
parole che feguono, a ut ina • nem fallati am % fecundum
traditionem bomìnum, fecundum dementa mundi . 11 che vien
dichiarato da Sant’Agoftk no medefimo, detto luogo fpiegando: Et
quia ipfum nomen Pbiiofopbia ft con- fiderete rem magnam, totoque
animo appetendam ffgnifieat fiquìdem Pbiìoì fophia e fi amof
yfiudìumque fapienti, . cautifftme Apcfialus h ne ab amore fapie
a*, ti* deterrere videretur, fubjeeit fecun - d*m dementa bujus
mundi . . Egli è dunque affai ben chiaro, che nè Satv Paolo,
nè Sant* Agoftino, o niun altro fanto Padre, Greco, o La- tino,
abbia giammai pretefo, che quel» la apparare non fi doveffe ; anzi
che leggiamo tutto il contrario, come s’è detto. Al che aggiugner u
può - l’avvertimento di S. Clemente l’ Aleffandrino fopral lodato; Pbilofopbiam
ante Domini adventùm, Crucis ad jufiitiam fui (fé neeeffariami nunc
autem ad pei caltum t et pietatem utilem effe (*j La m* * » i
j C|tt3e l • ...(*) Quello non fi vuol in terpefrar In modo, che S*
Clemente Aimafle, che I Greci fi giufti6catfe- ro per mezzo della
Filofofia .» Egli credeva, che la Filofofia remotamente gli difndnetfe
alla cogni- zione di Crifio, dando lor notizia del vero Dio, c
fomminiftrando loro i mezzi per isfuggire gli er- rori . Per altro fenza
la Divina grazia, la fede, la carità &c. non credette, che uom fi
giuftificaf- • fe. Vedi Naral Alefiàndro Dijfert. Vllh in Hijior .,
E cc kf. f*c. IL Digltlzed by Google qual co fa
ugualmente avverti il Cardi* nal Palla vicino : La Fibfofia nelle
dot- trine Teologiche è utile come i foldati frante ri negli
eferciti; cioè in maniera che fervano > ma non comandino. Imperocché a
tutti fi permette la liber- tà di fìlofofare. Bona mene ( dice Se-
neca ) omnibat patet, omnes admittit, omnes ad hoc fumus nobile r, nec
rejicit quemquam Pbilofopbia, nec digit > omni- bus lue et .
Tanto maggiormente che la natuta invidiofà per così dire a li-
vellare i fuoi Segreti avarifiimaraen- te permette, che ora una cola,
ora un* altra fi fveli, come s’ è finora fperimentato per tante
ofiervazioni fatte e che fi fanno in molte cele- bri Accademie
dell* Europa, (copren- doli fempremai novelli arcani » non che
nuove, e plausibili opinioni nel- le Filosofie . Jn Pbilofopbia (
lafciò fcritto Seneca fcefio ) re maxima, et involai iffima, cum etìam multum atìum
fuerit, omnis tamen atas, quod agat, inveniet . Quindi Atenagora, che
det- tò k* tè un’ Apologia . a prò de’Criftiani
agl* Imperatori Antonino, e Commodo ambeduo filofofi, dille :
Nulìum in Pbilofopbia rcdundat Crimea .. £ più oltre così : Profeto
autem bac crimine vacat . Tutto ciò però intender fi dee per la
cognizione di quelle cole > che dipendono da caufe naturali, non altri
menti foprannaturali. Il che fu con- fiderà to dal medefimo Seneca,
ancorch* ei fofle gentile . Perfeveras ire ad bo~ nam mentem, quam
fiultum ejì opta - re, cum pojfis a te impetrare. Non fune ad
Ccelum eleva» da marnisi &c. £ pri- ma di lui avvisò Simplicio, Eos
folum de cauffis naturalihus pbilofopbari fiata « ifie: nequaquam
autem de Ut ^ qua fa « fra naturam exifiebant . r : Ora fia lecito
d* efaminare più efpref- famente, fela Filofofia, che chiama»
Moderna fia d* alcun pregiudicio alla noftra fede cattolica. Primieramente
è neceflario, ch'io rinnovi alla mente della Santità* Vo- stra quei
tempi più frefchi, in cui sì felicemente apparò le feienze tut- te,
e con ciò : io rinnovèlli, e rallegri infìeme . 1* idee della prima fua
età ; perchè non v'è co fa (come ditte il Cardinal Bentivoglio )
che maggior- mente I’ animo ricrei, che la memo- ria degli anni
fcolarefchi, perchè ciò egli non è altro, che un tornare a vi- vere
quella vita innocente, e piò lieta dell’ uomo. Si ricorderà dunque
Vostra Santità», che malamente quefta Filofofìa fia nomata moder-
na, perocch* ella è più antica, anzi la primiera d’ Bardefane, ed
altri difenfori della Religione, furono tutti Platonici • Ed a chi
non è palefe l’A- leffandrina fcuola in Oriente, ripiena di tanti
fanti Padri, e tutti Platonici? Origene, Clemente, Cirillo,
Eraclio, Dionifio, Atanafio, ed altri, io modo che Aleflandria, non
meno per lofplen» dorè della difciplina Ecclefiaftica, che della
domina, fu dimata un’altra Ro- i ma, e la feconda fedia Patriarcale
do» po quella di S. Pietro . Sant’Agoftino nel libro delle
Confefttoni di fe fteffo, e \ d* altri rettifica eflere flati Platonici,
quando e’ narra la vilìta, che fece a Si m> pliciano >
maeftro dì Sant’ Ambrogio, raccontandogli i libri eh' egli aveva
letto de’ Platonici, da' Vittorino Ora- tore Romano tradotti in Latino,
che morì poco dopo d’elferfi fatto Criftia- no . Sopra la qual cofa
fè palefe anco- ra il piacere, che ricevette Simplicia- no in
fentire, che non era caduto nel- la lezione d'altri libri di Filofofia,
pie- ni di menzogne, e d* inganni; ma lo- lamente in quei de'
Platonici, che in* fegnavàno la conofcenza di 'Dìo, e del Verbo
Divino, le di cui parole fono qu ette: Gratulatiti eft ntìbi, quod
non in aliorum Pbilofopborum f cripta incidi f- fem, piena
faltaciarum, et deceptionum, fecundum dementa bujus mundi : in illh
autem omnibus in ftn aari Deum ' % et ejus Verbum . Indi Agostino ileflo
poi gli 1 chiamò i Filofofi di Dìo amatori ; ed Eufebio nel libro XI.
della Demolirà- zione Evangelica, narra, commendan- do tanto le
contemplazioui di Plato- ne, averle tratte da’facri libri degli Ebrei,
cioè dell’Ente primiero ndelPI- dee, deli*, immortalità dell’ Anima,
della produzione dell’ Univerfo,;del bruciamento del Mondo, del R i forgi
- mento de’ morti, della Terra cele (le* e del Giudicio'. ultimo :
il cbe vieti ri- portato ancora da Teofilo Galeo in di- fefa della
Filofofia Platonica; ed Eu- febio. (lefib la difugualianza tra la
Fi- lofofia Platonica,.e T Ariftotelica in quella maniera divisò :
Mofes, Hebra't- que Pro.pheta beate Divendi finem tn P r ih mòdo •
che fecondo la jua dottrina il Mondo * non è già - una monarchia,
ma poliarchia y o piuttòflo anarchia p. ciò che -San 'Gregorio
Na%i. anzeno ha' affai ben condannato . * II, Platone chiama
'Dio nofìro fovra - no Padre:' Arinotele non conofce ver fin Dio'
per padre . 1 * «4 u«>v > -.-v. -> Platone nella sua Repubblica
affìcura, che Dio fia > una fo fianca (empiici fftma : • Arinotele ah
duo- decimo della fua 'Me taf (tea, lo pone nelC ordine degli
animali > e dell' effe n^e compone. B 3 IV- il
Platone nel [e fio della fua Repubblica, che Dio fta nofro fommo be- ne :
Arinotele al duodecimo, della fua Metafiftca, che' Dio fta un bene,
che conviene folamente al primo Cielo > del quale egli è Motore.
>, Platone nella sua Repubblica – H. P. GRICE, PHILOSOPHICAL
ESCHATOLOGY AND PLATO’S REPUBLIC -- y che Dìo fta la fovraha Sapienza: .
Arinotele y che. fta un' intelligenza, che conofcendo le cofe un he rf
ali » non, f appi a le. particolari. Platone nel Timeo y che il divino sta onnipotente.
Il Lizio nell opere sue, che, non abbia altra potenza che di far
muovere il cielo. L’ACCADEMIA nel.Filebo, nel Sofista e nel Parmenide di VELIA
% thè . il divino crea le sostanze incorporee: il LIZIO che tati
. ? X; Piatone, che il Mondo offendo' un corpo, abbia . una
potenza finita: Ari-, (tot eie, che il Cielo, e il Mondo abbia- no
una potenza infinita dì muover fi . Platone y che il Cielo, e il Mondo
come corporei ftano corruttìbili Atintotele incorruttibili « - =
XII. Platone, che- Dìo [taf opra ogn\ e fiere, J opra ogni foftaitzai
Arifioteic-y. cbe’fìa falò foftanza . X /. . Platone che hi fogna
pregare D.io .a fiacche ci ' faccia buoni.: Anfiote - le,,
che Dio. -non .poffa- fentire, le no fi re preghiere, non conofcendo le
cofe parti» eoi ari . XXllvP laton* i/ebe p uomo di buo- na
vita. i:. fta gradevole' a Dio: Art fia- te le, che non .io gradifc4-\ t
% 'non cono» fcendolò\ «'Vi (. ^ viv, Platone, che dopo morte,
7* anime de * malfattori fatto gafligate : ' A- ri flot eie-, ube /’
anime e fendo corrotte Col corpo i non -patif canti- più altro . XX^fV.-
Piatone y^ thè, i' morti rifer- gerantio' 1 Arijìotele, che dalla
privanti* otte all'abito non vi fia "rif òr pimento . Piatone, che V
anirne derub- ili faratino collocate in luogo y dove fa- ranno
molto' felici i' Arinotele non cono- fce alcun- luogo di quefia fori a .
Quindi il Sidonio-difle, Explicatut Plato, ìmpiicat ut Ari fot elei, 'e
il Pei trarca del difcorfo dell* ignoranza di fe ftefloy e d’altri,
attéfta, che Pia* toner» Divinum, Ari fot e lem Damo» iuta Grati
nuncupabant ; e però nel Trioni» fo della Fama, così di lui.
degnamene te canto: A •
• t I n it . V'olfimi dà man manca, e vidi . Plato, Cfo
n quella fcbiera andò più prefr, . fo al fegno, . s «* 4 / ?«*/ aggiunge,
a chi dal cielo ^ dat o • ..
E finalmente tutti concordano, che la filofofia dell’ACCADEMIA fia
fiata la più favorevole > ed acconcia, e quella d* «Ariftotele
la più contraria, e pregiu- diciale alla dottrina della nofira
Chie- fa cattolica, E Sant* Agoftino attefla. Platonica f amili*
Pbilofopbos facillìme omnium, paucifque mutatiti r fieri poffe
Cbrifiianos, Anzi un Autore, che fé* ce una Diftertazione del modo
di ftudiare la Teologia, impreca coll’altre di Ugone Grozio De Jìudiis
inflit uendis, vituperando aifatto la Filofofia Ari» fio te lica, e
ragionando egli degli anti- chi Filofofi Crifiiani, così dice \ \Qm
quis effet Arifiot elicti s, eo minus • Còri- flianum fuiffe E, de’ Padri
foggiunge : Olir» multi viri pii, (S doElì % Origene: t Clemens
Alexandrinut, Jufiinus, Augu - jlinu !, et alit y ex Plafoni s fcbola ad
£c- clefiam Cbriftianamtranfierunt : f ed nul- li y aut certe
pattei ex fcbola Ariftotelis, qui metaphyftcis ejus fpeculationibtn, et arguti is inferii erant . E il medefimo autore
dice f che Pietro – NOT STRAWSON – GRICE -- £amo erafi d’opinione, che fi
dovefle bandire da T tutte le scuole, ed Accademie la Me-t tafifica
d’ Ariftoteleu Petrus Ramasi I ( fono parole dello
fleflò Autore ) stiri do fi us, et perfpicacis in Philofopbia ju-
dici't ( luet Ariftotelici contra fentiant ) Tbeologiam illam, quam ?
Arinotele s in Metapbyjica docet » impietatem omnium impie tatum
maxime execrabìlem, et de-> tefiabilem effe confirmat, adeoque ex
A- cadem'ùs exterminanàam, ut a multi s fa- flit atum efi . Avendo
egli ancora propo- fto> fecondò l'ufo dell’ Uni ver (Ita di Pa*
rigi, primach’ ei fofle creato Maeftro, e primachè caduto fofle
nell’erefla, pub* bliche Conclufioni,per le quali foftenne,
Qutecumque ab Ari jlot eie dì fi a funt^falfa 4 et commentiti a effer, e
perciò ifuoi fcrit- ti in Francia in grandiflimo pregio fono tenuti
. £ di Guftavolte di Svezia rap* porta il medeflmo Autore > che
Omnes Metapbyficas a regno fuo expulit t et exfu- Idrejuffit . Come
primamente Antonino Caracalla, conofcendo ancor egli quefra verità,
vietò affatto l’ Accademie de’Peripatetici, 'facendo bruciare ancora
tutti i Iibrrd’ Arinotele . E Pietro Poi- ret nel libro de Deo, le diede
più. che bando dalle fcuole con quella ’ defini- zione: Pbilofopbia
e fi contemplatiti, vel cotnpages nugarum Scbolafìicarum ) Ari -
fiotelicarutii t vel fimiVtum, ad oblivi] ce n- dum Dettm, mentemque
tumidi s tenebri! t et inquieta - pet ulani ta implendam ; In modo
che da’ mèdefimi Eretici fi con- feda edere la Filosofia Ariftotelica
dan- nofilfima al Criftianefitrio. : £ chi potrà giammai
dubitare, che la Fftofofia Ariftotelica- fia Hata l’uni- ca e fola
cagione, anzi l’origine ftefta di tutte 1* creile, eflendo ciò mani
fe- llo per l’autorità di tutti gl’lftorici, e di tutti i fanti
Padri, ' che in quei tempi fiorirono, i quali erano predenti alle difpute,
e ne’ Concili ftefti per confutarle ? Aezio Vefcovo d* Antiochia ne’
primi tempi appunto della no- ftra Chiefa, non fu egli Eretico, e
poi foprannomato Ateo: Astìus Atbe- usì non peraltro, fe non perchè
troppo addetto alle Categorie d* Arinote- le egli era, come nota Svida;
ed Epi- fanio, e Gregorio Nifi'eno lo ftefio afr fermano.. De
Chrijìo magis Academico t quant Eccleftaftico more f ape differebat.
E fattoli pertai fofifmi Eretico, e poi Ateo, coro’ è detto,; fu. privato
della Chiefa, e la fua fetta,,ch’è la ftefla, che l’Eunomiana,
detta da Eunomio fuo, difcepolo, e compagno nell’erefia; fu fino
alla morte perieguitata dagl* Imperadori Onorio „ è Arcadio ; e Te-
miftio Ariftotelico, come nota Svida ftefio, chefcriffe fopra il trattato
del- la Fifica ». dell*. Animai» e d’altri libri d’ Arinotele, fu
Eretico, come Gio- vanni Filopono. ; N ice foro così d’eflb loro
dicendo : Johannes ifte Philopone - us Alexandrìnus, . ita ut diximus T
rithei- tarum i hdereticorum pr afe Bus fuit, prò- inde atque olim
Tbemiftius Pbilofopbut jub .Valènte Agnoetarum feft et, qua conventi»
lucis ad Be- Hai? £ S. Gregorio Nazianzeno ugual- mente ne fa molta
doglianza, dicendo : In Ecclefiam irrepftffe captiones fopbiflicas,
ac pravum art if cium Arinotele# artìs, et bujus generis alia, veìut
ALgyptiacas quafdam piagar . E altrove così . Abjice Ariflotelis
minutiloquium, Jagacitatem, et art ifi cium: abjice mortale s illos
fuper Anima fermones,& human a illa dogmata. Ed in altro luogo
deteftando in tutto e per tutto Ariftotele il chiama Struggit »• re
della provi de n^a Divina . Ireneo in in quefto modo ne parla: Minutiloquium,
et fubtilitatem circa quajìiones, cum ftt Ariflotelicum, fidei inferre
conantur : Lattanzio così ; Arijlotelem de Deo ìpfum fecum
dtfftdere, et repugnantia di- cere t et Jentire immo Deum nec colu-
ti, % nec curavit « San Girolamo ad Eu- ftochio feri vendo : Attende et tu
fa - tuorum fapientum princeps Ariftoteles . In altro luogo .
Omnium b*reticorum do- ppiata fedem fthi et requiem inter Art -
fiotelif, 0 Cbryfippi [pineta reponunt, et Ut fub diem cunfia concludam
fer mo- ne, de illis fontibus univerfa dogmata argumentationum fuarum
rivulis . trabunt . E femprcmai.con aperto vocabolo Gi- rolamo
fteflb verfutiet chiama gli ar- gomenti di lui. Origene ne* libri
ch’ha fatto contro Celfo, grida in più luo- ghi contro d’ A ri
Itotele come nocivo al Criftianefimo > e la maggior parte degli
altri fanti Padri fono del mede- limo fentimento, come Sàn Giuftino
nel Dialogo per la verità della religio- ne Criftiana- con Trifone Giudeo
: S. Clemente PAleflandrino nelfuo avver- timento, . che fa a’
Gentili ; Eufebio in più luoghi delle fue Opere: Sant’Ata- nalio
contra Macedonia no : San Gre- Digitized by Google
gorio Ni fieno eontra Cunomio : San Gregorio Nazianzeno più voice
nelle fue Orazioni ; Sant* Epifanio ne* libri contro l’ercfie :
Sant’Ambrogio di nuo- vo ne* libri degli Uffizi : S Gio. Grifo-
ftomo fall* Epistola a* Romani ; e fo- pra tutto, quel» che ne feri fie
Tertul» liano in più d’un luogo nel libro delle Prefcrìzioni, e
dichiarando egli quel di San Paolo, Ne quii tot decipiat per
Pbilofopbiam, intende egli quella d’A« riftorele vana, e fallace per
fentenza di tutti. Quindi Cirillo l’ A leflandrU no gridava.*
Heeretici- nìbil aìiud, quarti Arifiotelem ruSlant . E Sant’
Ambrogio con ugual fentimento, e colle lagrime agli occhi dicea,
Reliquerunt Apofiolunt » fequuntur Arifiotelem . E fra Moderni
Melchior Cano così ; Habent Arifiote- lem prò Cbrtfto, Averroem prò Retro,
et Alexandrum prò Paulo . E tant' ab tri, i quali l'hanno riprovato, e
con* futato, foto per timore, che non s’irn- primefle al Criftiano
un carattere deb fa fua dialettica » per efler tutta con» *•
C tratraria alla femplicità della fede > la qua» le altro non richiede,
che una umile fommiffione» e totale credenza, fenza veruno
ragionamento, e difcorfo uma- no . E finalmente lafciar non fi dee
ciò, che ne fcrifle S. Vincenzo Ferre-- rio » che fremeva contro un tanto
abu- fo nelle Scuole . Quel Predicatore io dico tanto zelante, che
introduce la vigilanza dell’ Inquifizione .per man- tenere la
purità della fede, non appel- la egli queft-a dottrina d’ Arinotele,
e quella d‘ Averroe fuo feguace, Pbia ìas ir che nell’ anno
MCCIV. fotto Filip- po ;1* Augufto, per pubblico confi- gli©,' come
dannevoli alla noftra fe- de i libri della Metafilica, che al- lora
folamente veduti s’erano, e tut- ti gli altri ancorché, non veduti,
e foflcro per ^comparire, fu ordinato > che fi ì mandafiero alle
fiamme . Ec- co le : parole ., dell’ Iflorico riporta- .te dal
medefimo Padre Petavio > in diebus .uillis .legebantur, Parifiis.
li- belli quidam ab Arinotele > ut dice ? » C i ban-
bamur, compo fiti t luì aocebdnt Meta - pbyftcatn, éf 4 Graco in
Latinum translati; qui quoniam non folum pre- dilla bareft
fententiis (ubtitibus occafto * **0» prabebant, ò»/»o 6 * 4/»/
sondane investii pr abere poter ant, jufi funt 0- mnes comburi t et
fub paena excommuni- eationis cautum eft in eodem Concilio, ne quìi
de cetero eoi fcribere, legere fra fumerete vel quocumque modo b
abe- re. Esfei anni dopo che fu condanna- ta ia Metafilica dei
medeiimo, il Car- dinal di S. Stefano mandato in Fran- cia da Innocenzio
III. in qualità di Le- gato, proibì a* Profeffori dell* Oniver-
fità di Parigi d’ infegnare più la Fifica del medefimo Arifrotele, il che
fu con- fermato poi per una Bolla di Gregorio IX. come ancor prima
per lo Concilio •Tu rose fe fotto Aleflandro IIL fu pa- rimente
vietato leggerli più la Fifica a’Religiofi ; quindi dall* Università
del- la Facultà Teologica di Parigi, c da Francefco primo fu
fcabilito > Che s* r infognale la f 'anta Scrittura, i
fanti Canoni > i fanti Padri, la Teologia an- tica con tutta la
purità e femplicità pofjtbile, e che fe ne sbandi (fero tutte le
vane fattigliele, come riferifce coll* autorità di molti, M. Baillet .
Alma* rico ( narra il medefimo Ifrorico, ri* portato dal P. Petavio
(tetto ) non fu egli eretico, come feguace de* princi* pj d*
Arifrotele? Simone de Turne ce* iebre Profettòre di Teologia della
me- defima Univerfità di Parigi, e David Dedinant, poco tempo dopo,
non fu- rono acculati per eretici, come trop- po attaccati, a*
fentimcnti d* Arinote- le ? Gli Abailardi t i Lombardi, i Poi- *
tierfi, i Porretatii» come Iettatori del medefimo, non furon eglino
eretici ? Quefte fono le parole del prologo del libro contro le
fentenze de* medefimi condannate « Quii quii hoc legerit, non
dubitabit quatuor labyrintbos Francia, id efl Abaelardum, et Lombardata,
Pe- trum PìEìavìnum, et Cilbertum Porre* tanum uno fpiritu
Arijìotelico affiatos, C j dum 3 * . dum ineffabtìia
Trmitatis, et Incarna- tionìs fcholaflica levitate t raffi arcnt,
multai barefet olim vomuiffe, et adbuc errore s pullulare. I Luteri, i
Calvini, iMelantoni, i Buceri, i Zuinglj, e ' gli altri loro
feguaci, ancorché apparen- temente fi dimoftraflfero nemici. d’Ari-
ftotele, gettarono, e coltivarono i loro velenofi Temi, non con altri
^principi fe non 'con quelli d’Ariftotele ftefio . I Pomponazj, i
Porzj, ed altri traligna- rono da’ veri fentimenti deirimmorta-
lità dell’anima, non con altro errore, fe non con quello d* Ariftotele
medefi- mo . I Serveti, i Socini, i Poftelli, non con altra
direzione che di lui ftefio divulgarono que’ loro pefiimi ritrovati
; e fceleratifiìme innovazioni alla noftra Religione . 11
Macchiavellifmo, ch’è lo ftefio che l’Ateifmo Exiit ( dice il
Campanella, col fentimento ancora di Melchior Cano, dottifiimo
Spagnuolo, ed uno de’ più facondi Scola dici del Tuo tempo, ed il
maggior ornamento della famiglia Domenicana, degnifiimo Vescovo nell* Ifole
Canariè, e fu eziandio uno de'Padri, che intervennero ahCon- cilio
di Trento) exiìt t torno a dire,, ex Pcripateticifmo - Il quale
aggiunge ancora : Ex Arinotele nata funt in Italia pe* fiifera illa
dogmata de mori alitate animi, et divina circa res bumanat improvi
dea- tia. £ Seneca ancorché Stoico, perchè la Filofofia Stoica alla
Criftiana li ag- guaglia,' come dice Girolamo il Santo nelle Aie
Epiftole » non fu valevole ar cancellare dal cuore di Nerone Aio
di- fcepolo que* peftilènriflìmi. fentimenti, che imprefli.
gli *avea. Alèflandro d\E- gea Aio primiero maeftra f efilofófo Pe-
ripatetico. Come Peripatetico fu ancor ' Sergio, il
maeftrcnperfidilfimodi Mau- mety il che* vien -riferitò da Pico
della Mirandola ; avendo ancoi egli ( Arido* tele io dico) d’ una
maniera- infegnato la fua Fitofofìa ad Alèflandro, e d’ um al- tra
in Atene, quafi che varia, ediver- fà la.lnat ural Filofofìa infegnar fi
dovef» fe ad un Principe ciré al popolo ; del che molto-de me.
querelò «Alèflandro • cor» 4 ®. Arinotele fteflb, il quale fu
atnbiziofó nel dominio delle lettere, come fa di più mondi .
£ il Carpentario, an- corché eretico, nel principio del libro
della fua JFilofofìa libera, non dice li- • \
bera mente così tjQuis enim ita ferver fi genti e fi, qui mecum
nitro non fatea* tur., Pbilofophorum Principi ( d* Arino- tele ei
parla )) ut bomini multa falja » et erronea ; : ut etbnico, et pagano
mul* ta impia, et profana ; ut primo in* fìauratori multa . manca,
et $mperfe * fi a excictife». £ il Padre Petavio ftef- fo, torno a
dire, il genio veramente della Teologia * e delle feienze, il qua-
le degnamente appellare fi dee il fior degl’ ingegni, e ’1 primiero
letterato tra i Padri Gefui ti, allegando l’auto* rità. d’Anaftafio
Sinai ra, non dice egli così ?, Anaftaftus Sinaita . in eo libro
quem Via: Ducem nominavif, tefiit e fi, ha* reticos omnet, qui vel
contra Incarna* tionit dogma nefarium movere belìum, ex ilio Ari
fìat elico fonte fuxiffe . Indi egli è, che 1\ Autore fiefib della filosofia
volgare re fatata ; così contro i fetrarj del medefimo grida : Et
adbuà Arifiotelem leghi s t interpretamini, de- fenditi !, et exornatis.
Quindi egli è, che da’fan ti filmi Pa- dri medefnni, e da molti
favillimi, e dotti (fimi Autori è (lato ancora nota- to di
gravifiimi errori . S Giuftino fcrif- fe tutto un Trattato contro i dogmi
a e le fentcnze d* Arifiotele, nel princi- pio del quale così
ragiona : It nibil dà rebus, quas definiendas ftbi commentationibus fui f
ftatuit . San Cirillo nel li- bro contro a Giuliano fra i Filofofi
» eh’ hanno errato, principalmente ri- pone Arinotele . E' perciò
molto deri- fo da Bafilio, e particolarmente per quello, eh’
egliafierì intorno alla Ma- teria prima, e che la materia abbia una
limpatia naturale d* unirli i e per- fezionarti colla forma - Eufebio nel
li- ti ro della Preparazione dell’ Evangelio* e in quello contro i
Filofofi detefia non (blamente la vita» i cofiumi, la Filo- fofia
morale > e naturale ; ma la fua Metafifica, come una pelle delle
Re- pubbliche. Lattanzio Firmiano il dan- na come Sofilla ., ed a
fe fteflo contra- rio . Ambrolio ugualmente come va- rio, e
incollante.- Come menzognero, efavolofoil riprendono Ago (lino, Teo-,
doreto, S. Bernardo, e il .Beato Sera- fino da Fermo . San Tommafo
allegane do Agoftino medefimo coll’autorità del Gcllio, prova, che
fia un impoflore > come rapporta il Campanella.. Scoio, e
Francefco Mairone, come un igno- rante affatto della Metafifica, e che
le cofe tra effo loro repugnanti a-yefle ap- provato . Gio. Pico
della 'Mirandola, e Francefco Patrizio il riprendono nel- la
Geografia, e nell’ Agronomia, nel- le Meteore, nejl’jftorie degl’
animali; e eh* egli abbia ! malamente creduto, che la terra fia più
elevata verfo il Settentrione, che altrove.* che’l Danubio prenda
l’origine da’ Pirenei . Pie- tro Gaflcndp lo biafima nell’errore
in- torno alla Galaflìa, all’ origine' delle Vene, c jje* nervi del
cuore t c in molte s V N te altre fimili cofe . Telefio,
Duran- do, Baccone, Baffone,. l’ Harveo >• Cherneo, Galilei,
Maurneo, e Pie- tro Alliacenfe, e Niccola di Cufa Car-, dinali, ed
ultimamente il P. Valeria- no Magno, piiffimo, e dottiamo au- tore
Cappuccino, che fu Miffionario al Nord, il confutano» l’ acculano,
e lo tacciano di molte altre limili fcioc- chezze . La fomma, e la
foffanza fia, dice il medefimo Gaffendo,che non v’è per fona, che
fenza roffore diffen- der lo poffa, nè fenza tema, e nota ef-
preffa d’infamia, e di vituperio, che l'eguire lo voglia nell’
impoffibilità del- la creazione per lo ftabilimento del fuo
principio, che noii fi faccia niente dal niente: che il Mondo fia eterno»
e l’a- nima mortale : che la previdenza di Dio fia talmente
limitata nelle cofe ce- letti, che non fi eftenda più di queir lo,
ch’è fopra la Luna, negando an- corai’ idee, e confeguentemente il
Ver- bo di Dio, non che Dio fteffo auto- re di tutte le cofe :
l’efiftenza degl’Angeli, de* Diavoli!, l’Inferno, eia gloria beata,, e
con ciò le pene adat- tivi, e i premj a ’ buoni . Inferni, et Supere s, effe fabulas Legislatori! e'
dif- fe nel libro II. e XII. della fua Meta- filica. £ tutto ciò o
fia propria difav- vedutezza, o fi a perchè fi ano fiate trafilate,
e guade le fue opere, co- llie vogliono alcuni, perocché egli fa
uno de’ maggiori Filofofi della Grecia» di cui molto n* hanno celebrata
la fa- ma, e la dottrina, come dice Macro- bio : Nibil tantus vir
ignorare potuit * Certo egli è nondimeno, che leggia- mo predo
Diogene Laerzio, antichif- fimo autore, che Cleante Stoico fin
da’fuoi tempi dir folea, Peripateticit idem uccidere, quod litteris, qua
cum bene fonent, fé ipfas tamen non nudiunt * £ che il medefimo
Arifiotele fof. fe fiato chiamato in giudicio a pena capitale dagli
Ateniefi, per non poter (offrire anche nella loro politica, e falfa
religione quei bugiardi, e corrot- ti principi d’ Arifiotele, diruttori
per così Digitized by Google così dire
dell* uomo, e di Dio freffo } la qual pena egli fchifò colla fuga .
Per la qual cofa in quella maniera fcla- mò il Campanella di fdpra
lodato; Et nos Cbrtfiiarìt retinebimus tanquam ma - gijlrum, ne àum
tontra Patres > et Con- cilia / aera jubentia, quod jubebant A
*> tbenienfes ; et quod jus : naturar damnat in illis, fciolonm
au£lori%abit in nobisì Abfit Cosi il fuo difeorfo conchiu* dendo. O
Ecelefia prudente r paftores, et o prudente s priucipes, vefirum
eft banc domenicani perni eiem agnofeert » et prodigate . : i
. £ quel, che maggiormente reca maraviglia egli è, che quei
medefimi, che 1* hanno comentato, difendono Platone, dove Aratotele
lo danna, e quei > che 1* hanno feguifato in molte cofe, non
folamente 1* hanno contrad* detto y ma 1* hanno quali infamato .
Alberto Magno l’arguifce, Quod ani- mai Coeli mot or e m facit . San
Tomma* fo lo beffa, Quod bine Mundi eterni- tatem adferuit >
illine animarum immor • 4 « t alitatevi fili contradixerit .
Scoto il fot- tiliffimo Io. fchernifce, Quod tam in -
conflanter de anima fenferit . E quel, che fommamente notar fi dee egli è,
che il mentovato Alberto Magno, tan- to feguace d’ A ri (lo te le, per lo
dubbio, ch’egli aveva» fe bene, o male avef- fe ragionato, in
quello modo prote- •ftandofi ne’ Tuoi comentarj, conchiu- fe : In
bis nibil.dixi fecundum opimo- nem me am propriam ; fed juxta pofitio
- nes Peripateticorum ; et ideo illos l.au- det, vel reprebendat,
non me . Quindi S. Tommafo fteflò, difcepo- lo d’Alberto
Magno, fi avvalfe nella fua Teologia di quella Filofofìa, e di
.quella morale d’ Ariftotele, che più. purgatamente fu difcefa in
compendio ! da S- Gio. Damafceno, avendo da ef- •et * % «, v - ^ *
W fo prefo un modo, più particolare, e (incero ; e il
Campanella afferma, che S. Tommafo . Nullo palio putandum efl
Ariftotelizaffe ; fed tantum Arifìote- lem expofuiffe, ut occurreret
malis per I Arifìotelem illatis. E S. Tommafo medefìmé^iì lamentò molto
con altri Filosofi più giudiciofi del fuo tempo, che gli Arabi, e i Mori
colà nell' Àfri- ca avevan contaminata laFilofofia, e T Opere tutte
d’ Ariftotele, per non faper eglino molto bene di Greco; per la
quai cofa Giovanni Lomejero nel fuo libro della Biblioteca n* avvisò
; Qtiod fi Graca exemplaria corrupta fuerunt, quid de bis putandum e fi,
qua in Lattnum.converfa funt ? Sed melius cum eo a Slum efi, qtsam
cum aliis, . quorum opera funditus perierunt, et ipfe c auffa cxtitit cur
multa per irent, qui aliar um gloriam adfetraxit .. Indi Monfignor
Ciampoli chiamolla Filo- fofia Morefca t Monfignor Minturno
Barbarica, e tutti Pagana-. E benché in «tempo poi dello /cadimento dell’imperio,
e dell; Imperatore Pa- leologo > venuti alla noftra Italia i
Greci filosofanti, e, fcienziati, forte ri- fiorita; la nobiltà dell’
idioma Greco 9 delle filofofie, e delhaltrd Scienze, ap- prettano!
già eStinte e tamraerfc coll’innondatone de* Barberi ; eglino parò fi
manifeftarono gagliardi difenfori della Filosofia Platonica e particolarmente
il Cardinal BeiTarione Arcivefcovo di Nicea, e il più dotto tra elfi fai
merito di cui tolfe il Papato laru* fiicità dell’arcivefcovo Perotti Tuo
famigliare » e concia viftaj dicendo in primo luogo contro i Peripatetici, eh*
eglino .malamente . Conantur Ariftote • lem ex gentili) et infitteli
Apoflolum f& sere. Quoniamfides nojlr Religionis cum
Feripatcticorum dottrina no» convenite Ne formò molte E pi (loie ; il
quale fu poi feguitato da' maggiori ingegni Italiani» cioè da
Marfilio Ficino, Gio. Pico della Mirandola, e da altri cat- tolici,
e particolarmente da Niccola di Cufa, e da Pietro Bembo ambe* due
Cardinali ; il quale contro d* Ari* itatele così fclamò: Fovemus
ferpentem inter vifeera noftra . Di maniera che vedeli per lo più
Tempre ofiervata là Platonica t la Democritica, e 1' Epi- curea
Filofofia « e (fendo che fono tutte uniformi in concedendo, che gli Ato-
mi foflero i primi principi di tutte le co fé corporee, e che il fovrano
bene del piacere non confìtta ne’ diletti in- degni, e brutali ; ma
(blamente nell» animo, e nella vitaonetta, e tranquil- la della
virtù : non come altrimenti voleva Arittotele, conti* è detto. Fu
notato bensì L’ORTO per così dire plagiario > avendo pubblicati per fuoi i
libri degli Atomi di Democrito, «dannata in lui l' opinione della
mortalità dell’anima. Gii altri fuoi fentimenti, per la fua
moderazione, e moralità, fembrarono così giutti, e ragionevoli a
Girolamo il Santo, che propofe a’Crittiani di fuo tempo la lezione de’fuoi
libri ; e da molti fanti Padri eì fu commendato . E San Gregorio
Naziao- zeno, così ne ragiona: jQuis crederete Mode rat us, et cafìus
dum vixit fuìt fi- le, dogma moribui probans. E Sant’Am-. brogio
ancorché più fevero d'ognaltro fanto Padre, e nelle Filofofie più
ri- gido» pur egli ftimò effere più cpmpatìbili gli orti d’Epicuro, che
d’ Arinotele i portici, come affatto dannevoli non che pericolofì ; perocché
ne* libri degli uffizj al Cri diano apparte- nenti » così n’ avvisò
; Epicuri Hortot tolcrabiliorcs effe Lyceo Arinoteli. Il che rien
confettato ancora da Lattanzio e da Origene contra Cello . Ari* Jlotelem
effe deteriorerà Epicurei / . Que- lla Filofofia adunque d’ Epicuro, o
fe altrimenti chiamar fi voglia Democri. tica » vien molto
largamente di vi fata, e comprovata dall* incomparabile Pier
Gattendi > Canonico, e poi Propoflo nella Chiefa di Digne fua patria,
Teo- logo, e profeffore delle Matematiche feienze in Parigi» il
quale fu di pura e cadiflìma vita, e uno de* più illuftri ornamenti
della Francia» o quali l’ora- colo detto delle lettere del fecol
no- Uro» di cui giudamente dir li potrebbe, eh’egli intorno alle cofe
filofofi- che » e feienze Matematiche ne diede il giudicio cóme
Pittagora, e fpiegolle come Platone. Indi il volere qui ripetere, anche in
menoma parte quel* 10, eh* egli medefimo n’ ha fcritto, farebbe un
ridire miferamente ciò » eh’ egli felicemente ne diffe ; e tanto
mag- giormente, quantochè noi richiede la prefente fcrittura, per
edere il tutto notiflìmo alla Santità' Vostra. An- zi in qualunque
altra occalione che fofle, farebbe un cimentar la propria ftima, ed
acquetarli certamente la rota di temerario, e d’arrogante. Ma da
lecito farne qualche parola, e dir folo > che Galìendi avendo
apprefo nelle, fcuole la Filofofia d’ Ariftotcle, e da eflo poi
tutti i varj fiftemi degli antichi Filofofanti, per quanto gli fu
permeilo dalla condizione umana » e dal fuo proprio intendimento » e
abi- lità ; volle dopo feguitare, e perfezionare quella d’ Epicuro, come
piti acconcia, e proporzionata Filofofia d’ognaltra, ammettendo gli
Atomi principi di tutte le cole corporee ; come fende di fe
Giacomo) Colonna 11 Vefcovo a Petrarca: Da Se 5 Se le
parti del corpo mio diflrutte, E ritornate in atomi > e faville. Softenendo
però, che Dio gli abbia creati, e che Dio averte lor dato il
movimento) e il dirtendimeato, e la figura. E che il corpo umano,
fia di minu- ti ffime particelle coni porto, leggefine* libri del
diritto Civile, e propriamen- te nel Titolo de judiciis, nella Lege
' Proponebatur, così dicendo A1fono Varrò, gran Filofofo, e gran Giurcconfulto,
e console di Roma, Quod fi quis pittar et, partibut commutati s, aliam
rem feri: f ore, ut ex ejus ratione nos ipfi non idem eflemus, qui
abbine anno fuiffemur, fropterea quod, ut pbilofopbi dicerent, ex
quibus particul'ti mìnimts confliteremus, bue quoti die ex noflro corpore
dee e dere nt, aliaque extrinfecus in earum locum acce* derent.
Ouapropter, cujus rei Jpecies e a- dem confifieret, rem quoque eandem
ef- fe exifìimari &c. Quelta Filofofia è (lata feguitata /
v in io molte i e quali innumerabili carte- dre dell’
Europa, e ballerebbe fol di- re, eh* ella non è altrimenti proibita
da verun Pontefice voftro predeceflb- ; re; anziché quali in tutti i
luoghi cat- tolici pubblicamente s’infegna, ù. ap- para, e li
profèta . Sia ancor lecito aggiungere a tante dottrine che li ad-
ducono dal mede fimo G a flcndi, e da altri, per corroboramento di tal filosofia,
un’ altra autorità di S. Gregorio Vefcovo di Nilfa, la primiera «fé-: dia
della Cappadocia, il quale viveva nel quarto fecolo, fecondiamo di
tan- ti e tanti fanti Padri, e Dottori della noftra Chiefa,
fratello di S. Balilio il grande, e di S» Pietro Vefcovo di Se perocché
egli diffe: Fuit fuhita, urgebat, nova rei fui fa - bat aures. £
finalmente foggiunfe, Che Veritas placet, et vincit. Cartesius bene
intelleflut, nibsl cont'met ma- li . Onde ravvedutili gli altri, fi
di- chiararono ugualmente Cartefiani. Soggiungendo ancora
altriTeologi, che fentimenti di Renato intorno all’efi» ftenza di
Dio fi conformavano con quei medefimi di Sant* Agostino, diftefi
nel librò X. della Trinità > e -propriamente nel capitolo X. Ed un dotti
f- fiimo Padre, di cui ne lafcia il no- me lo fcrittore della vita
di Rena- to, vi aggiunfe molte altre limili dot- trine > eh’
egli aveva ritrovato in pro- va delle opinioni di Renato ; in mo-
do che ciò fu di gran gioja.a Renato fteflò, in fentire, che i fuoi
penile- ri erano uniformi con quei di Sant’Agoftino, e di Sant'Anfelmo
nel libro, detto Profologio, e d’altri fanti Padri. E per li
fentimenti dell' anima io vi aggiungo Glaudiano Mamerto, uno de’
più celebri fonti Padri, . che fiori nel quarto fecolo ftefiò della noli
ra Chiefa, che compofc un divinilfimo Trattato dell’anima t in
confutando quell’ enormilfimo errore di Faufto, Ve f covo di Rems
nella Francia, che tenea quella falfiffima opinione >xhe nelle
creature non vi fia niente d’ in- corporeo; ma Solamente in Dio . Quello
Trattato fu dedicato. a Sidonio Apollinare, amiciflimo di Mamerto;
.ed egli è molto elegantemente, e con foni- fommo
giudicio, e finimmo • ingegno dirtelo, in cui trattanfi le
queftioni metafifi che con ogni chiarezza, e fa- cilità poflibile
in prova dell’immorta- lità dell’ anima in modo che non vi è fiato
chi migliore, di lui ciò abbia comprovato . Fondando egli con ro«
bufiifiitne ragioni, che l’anima operi tutta intera ne’ Tuoi movimenti:
che non fi mova nè verfo l’alto, .-nè verfo il baffo, o altrove ; eh*
ella non fia nè lunga» nè, larga, nè più alta r eh’ ella non abbia
parti interne, nè efierne ; e eh* ella penfi, ella fenta, ella
immagini, e penetri tutta in tutte le fofianze : eh* ella fia tutta
intendimento, tutta fentimento, tut- ta immaginazione, tutta di.
qualità» e non altrimenti di quantità; e final- mente, che fia
immagine di Dio » e confeguentemente incorporea, e im- mortale. Et
quia imago Dei efi, non e fi corpus . E che però cerchi Tempre Dio,
e defideri conofcerlo, non con al- tra immagine di Divinità, chedelia
/ua 6o propria ; e che fola mente il corpo fi
tnifuri per lo fuo di (tendi mento in lunghezza» larghezza, e profondità,
e con altri fomiglianti principi, de* quali fe la maggior parte fi
veggono nelle Meditazioni, e negli altri libri di Renato » dir fi
potrebbe, o che Renato gli abbia stolti da Mamerto, ò ch’egli abbia
avuto un ingegno geo» metrico » giudo » e uguale a quello di
Mamerto . Da tutto ciò adunque fi vede » che quelli principi di
Rena» to fiano gl’ ideili d* un Tanto Padre, che fu Mamerto » gran
Filofofo, e gr.and* Oratore, il quale fu giudicato uno de’migliori,
e favillimi Padri del- la Chiefa: che meritò la dima d’ effere tenuto
dotto, quanto Girolamo; dedruttore degli errori, quanto Lat- tanzio
; provatore della verità » quan- to Agodino; e che fia levato in alto
t quanto Uario ; che abbia ancora fa- vellato, come Grifodomo ;
riprefo, come Bafilio ; confortato» come Gre- gorio/ e che fia dato
fertile » come Orofio; robufto, come Ruffino; nar- ratore, come
Eufebio; dettatore, come Eucherio ; declamatore, come Paolino ; e
foavitfimo, come Ambrogio. Quella adunque nuova Filofofia, o
rinnovellata per dir meglio Filofofia di Renato, è fiata feguitata, e
dife- fa dalle migliori Uniycrfità, e proviti- eie dell'Europa, ed
infegnata pubbli- camente nelle cattedre più rinomate del Mondo ; e
i cattolici fieffi ne fo- no difenfori, non che gli autori, e fer-
rar] ancora, così attefiando il dottif- fimo Sorel ne’ Tuoi libri della
Scienza universale . La dottrina di Momìt Defi cartes oggigiorno è
feguitata in molte, Accademie, e conferenze . V* ha de* Prof e (fori di
Filofofia, che /* infegnano. Molti fe ri appagano piu, che del - la
Filofofia antica . La quale vien con- fermata con pubbliche (lampe da
mol- ti Religiofi, che n’han divifato tanti e tanti libri che nulla
più, approvati da’ loro Superiori, e fpeciali/fimamente ne fono Seguaci
nelle cofe più prin- cipali i dottiifimi Padri Merfenni, e Detei, e
Niceron Minimi . Maignani, e Barde : T incomparabi- le P. Nicolle, e Malebranche,
che nel fuo libro de inquirenda Verità - te vi pofe tutti i principi, e
tutti le parti della fua Filofofia Opera, che fi potrebbe appellare
' 1’ ultimo sforzo dell’ ingegno umano ; ed altri Padri dell*
Oratorio di Parigi, i quali furo- no ancora amiciffimi di Renato, e
fo- pra ognaltro affezionati (fimo, e mol- to famigliare di lui, e
della fua JFilo- rf * fofa feguace, Arnaldo uno de» maggiori
Teologi della Sorbona, e che M per la fublimità del fuo ingegno, ed
eccellenza della fua dottrina, fi può - £ /giustamente chiamare l’Aquila
degl* ingegni, lo Splendore dell’età noftra, e il più gagliardo
foftenitore della fe- ‘uWw^r^de Contro il Calvinifmo ; il quale
col fuo libro della perpetuità della fede, in cui con robufte ragioni,
e con eloquenza veramente Grifciana ha fondata 1* eli* J e
fi (lenza reale di Cri (lo nella santissima Eucaristia, e poi con altri
volu- mi, autorizzando colle fentenze de’ santi Padri e Greci, e Latini
di feco- lo in fecolo, e della Chiefa Orientale ancora, che
fervirono di ri fpofta al li- bro di Monsù Claudio, Minirtro di
Charenton, approvati da tutti gli Arci vefcovi, Vefcovi * e Curati della
Francia > e da altri Teologi, e Dotto- ri della Sorbona ; ha dato tal
confu- sone a'Calvinirti, colla lezione di quel* lo, che molti
d’elfi illuminati, fi fo- no uniti alla nortra Chiefa, come il
Vefcovo della Roccella, uno degli ap- provatoti fuddetti l’attefta: e per
tan- ti altri libri, che quali ogn’ anno di fua vita ha dato alle
(lampe, fe ne va carco di gloria, e d* anni con quella folitudine,
propria d* un let- terato in Olanda, dove gran tem- po menò la fua
vita ugualmente Renato, con rifiuto magnanimo delle cofe del Mondo
. Parimen- te furono di Renato amorevoli il Cardinal de Bagne, e il
Cardinal di Ecrè, e il Cardinal Berul, e il Car- dinal Barberino*
quando ei fu Lega» to alla Francia il quale tanto fu a- mantiflìmo delle
cofe dell’anima > che non per altro . pare * eh* egli avelie
trasportato dall’ idioma Greco al no* Uro Italiano la vita di Marco
Aure* lio Antonino Imperadore, eh* ei defcrifle di fe fteflb a fa fteffo
* fé non per dedicarlo all’ anima fua, come Specchio veramente, e
dottrina, quel libro* delle cofe morali * che ponde- rar fi debbono
dall’uomo ; perciocché tutte le cofe di quaggiù, anche in ai- tiamo
grado confiderate * fvampano in nulla . Fu protetta » e difefa
anco* ra quefta Filofofia da tutti i Principi* e potentati ftelfi
d* Europa } e particolarmente dal Re di Francia* che grati- ficò di due
penfioni Renato* e dalla Re- gina di Svezia in cafa di cui egli mo-
ri * ed ella in grembo della Chiefa ; coftà venuta, e fatta cattolica per
o- pera fola d’un folo Renato com’ ella fteffa afferma in fua lettera,
che fi legge nella vira del medefimo; l’auto- re della quale narra
ancora, che la iua maniera di parlare della Religio- ne fece
convertire alla noftra. Chiefa il Marefciallo di Torrena, un Ateo,
e due Proiettanti; e dalla Principcfla Ehfabetta r fu nomato il refugio
de’ cattolici di Olanda, ed al medefimo furono celebrati i funerali
con aflìften- za di molti Prelati, e delì’Ambafcia. tore di Francia
-, e d* altri perfonaggi illuftri t ed Ecclefiattici, e fu compian-
to con funeftiffime Orazioni, e lugu- bri apparati dalle migliori
Accademie, a cui ugualmente furono rizzati più e. pitafj e
maufolei, ed impreffe medaglie in memoria della fua pietà, e dottrina. Ed
ancorché i Padri Gefuiti, i quali poffono dar norma, ed efemplo per
la loro dottrina, e - fantità di coftumi, abbiano, particolare
infti- tuto, e regola di feguitare affolu- tamente .la . Filofofia
d’ Ariftotele ; il che vien riferito ancora da uno E
fcrit- 66 fcrittore, così dicendo : Apud
Jefuitas ie gibus fauci curii e fi, neminem in Pbilo - fopbia
prater Ariftotehm [equi, qua caufja e(ì, cur rnjtltt Ortbodoxi non
alia de c auffa Pbilofopbiam rimentur, quam qmd abfque ea non poffe
cum Jefuitis rette difputari ; nulladimeno vedefi, che molti d’
elfi di celebre .fama, e d’ una vita efemplare, non fedamente la
FUofofia.Ariftotelica hanno trala. fciata, ma quella novella forma
difi- lofofare hanno abbracciata, come sono Fabbri, Casati, Grimaldi, PLana,
Pardies e Bartoli . La qual cofa li olTerva per lo modo di filofofare, fpiegando
gli effetti della natura per mezzo delle particelle, eh’ eglino -han
tenu- to ne’ loro libri già pubblicati alle (lampe, le quali non
altrimenti permettonli fe non coll’ approvazioni d’altri Padri,, a
ciò deflinati dal medefitno lor P. Generale, o Provinciale . Il P.
Char- let, ugualmente Gefuita, che fu affi- ttente Francefe del P.
Generale della Compagnia, e milfionario nell’Attjefica, non fu egli amico,
protettoref^é direttore di Renato? 1} rJ*>j Dinet ^Provinciale nella
Francia,:^* conf flore di Lodovico XIII. e di Lodovico XI V. non fu
affezionato di Re-- nato raedefimo ? Ilr:P.:Braudin firnil-j mente
Gefuita, benché una volta, gli? avelie contraddetto » e riprovate lo,
Meditazioni, non fu egli medefimo £> che ravvedutoli, fi riconciliò
con Re» nato IfelTo per mezzo del medefimo P.; Dinet ? Kircher
preoccupato una volta dall’odio contro Renato, non procacciò poi la fua
amici» zia, e corrifpondenza èri! P. Miland ugualmente Gefuita, non
fu feguace della Filofofia. di Renato, riducendo; in compendio le
di lui Meditazioni, ed in metodo Scolallico per infegnarle a’ fuoi
difcepoli ? Anzi quello medefimo Padre prima di partire per 1*
America, volle oflequiofamente, e con particó* lar fentimento dar.
1* ultimo addio: a Renato fuo amiciflìmc, quali che in £ 2
tal 68 ' tal dipartenza non fendile altro cor-
doglio, che di lafciar Renato, non già i Tuoi compagni, i parenti, e
la patria fteffa. Il P. Stefano' Noe! non fu egli parziali (fimo di
Renato, e fat- to Rettore del Collegio di Chiaramon-' te a Parigi,
non dedicò i due fuoi li- bri di Filìca a Renato, conformandoli co’
fentimenti del medefimo ? Pren- dendo ancor egli la difefa contro
Paf- cale per l’opinione toccante il Vacuo. IlP.Vatier, parimente
Gefuita, non fu egli fettario di Renato, ed appro- vante delle
maniere di fpiegare il fa- crofanto mifterio della Santilfima Eucariftia,
fecondo i fuoi principi, e ra- gioni? Il P.Grandamy gli fu
finalmen- te amiciflirao i II P. Francò, il P# Fournier furono
tanto amici di lui, che gli dedicarono i loro libri-. Fonseca, benché
Portoghefe, e il P. Ciermans Fiamingo, ma ugualmente Gefuiti,
fecero un elogio alla Metafi- lica del medefimo . In fomma tutti i
' Padri-Gefuiti de’Collegi della Francia furonoapprovatori, e fettatori
della filofòfia di Renato, co’ quali egli ebbe una continua
corrifpondenza, e vicen- devoi commercio di lettere ; e della Tua
vita ne' due libri ultimamente pubbli- cati. Ed ancorché pochi anni fono
ilP. Rapini, Umilmente Gefuita fi fia al- quanto allontanato
da’fentimenti di Renato, dicendo egli molte cofe contra lui, ie quali
quanto fian meritevoli di rifpo- ila lo dican gli altri, noi
comportando la prefente Scrittura ; nulladimeno il xnedefimoP
Rapini, parlando egli pri- 3 fiieramente del Cavalier Digby,eflerfi
egli tròppo attratto nel fuo Trattato dell* immortalità dell'anima, così
di Renato favella : Le Meditazioni Meta « .fifiche del Defcartes
hanno avuto della re. f> ut azione j perch'egli s'interna più che al
- .trinci midollo di quefte materie. Soggiun- gendo a quefte parole
l’autor della vita di Renato . Senza eccettuarne t Gefuiti Suarez,
e Fonfeca, de* quali prima egli aveva parlato, e che p affano per i
migliori, e più profondi Met affici delle Scuole . E 3 Aggiungendoli
ancora, che-vedendo le Univerlìtà Protettami di Bafilea e d’Olanda effer
pur troppo pregi udi- ziale la Filofofia di Renato al Calvinifmo, Il
concitarono tanto contro Renato, che non contenti di fori vere con- tro
la fua dottrinargli ordirono anco- ra contro la per fona molte
calunnie, in modo che GisbertoVoezio Miniftro d* Utrecht, per
avergli oppofto con malignità il Ir r» V
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tìamo le vivande fenza penfarci, dice il dottiffimo Boezio, noi
refpiriamo dormendo fenza ciò considerare, e tan- to meno faper fi,
pofTono 1* altre cofe naturali, e celefti . Jacent ( ne laSciò
fcritto Cicerone ) ita omnia crajjts oc» calta, et circumfufa tenebris,
ut nul- la acies bumani ingenti tanta fit, qua penetrare . in
coelum, et terram intrare pofjit i Corpora noftra non novimus, qui
fit fitus partium, quam vim unaquaque pars, babeat ignoramus . L’Angelo
del- le Scuole manifestandone la ragione nella fua Somma, così
favella : Quia ratio bumana in rebus bumani s ejl multum defciens, cujus
fignum ejl, quia Pbilo/o- pbi de rebus bumanis naturali invejìi-
gatione perfcrutantes in multis errave • runt, et / ibi ipftt contraria
\fenferunt .. Il che Similmente avea detto Crifo. Homo ; Hi ipji,
qui ad omnem pom- pam de Pbilofopbia gloriantur, multos, et plurimos
de eifdem cauffts fcribentes libros, non modo fimpliciter difcepta-
rmt t fed ttiam ftbi contraria pleraque ' di » X
1S dixerunt . Quindi Sant’ Agoflino fteflb, delle cole
Metafifiche ragionando, con* figliò : Noli qu^rere quid fit Veritas
% fiatim entra fé' oppone nt calìgine! imagi • num corporalium, et "
nubila pban t af- ta at a, et pertutbabunt ferenitatem t qua primo
iftu diluxit tìbi, ut dìcerem Veritas. Non perchè quella non vi lìa ; ma
perchè di quella capaci non fu- mo, dille il medelimo ! Cicerone .
Ve- ri effe al'tquìd non negamut, pertipi pof- fe negamus : E
altrove : Non enim fu- mar ii, quibus nihil verum effe videtur ;
fed qui omnibus veris fai fa quidam a- djunSla effe dicamus tanta
fimilitudi - ne y ut nulla inftt certa judicandi, et difcernendi nota . £ quella è la cagio-
ne, per ria- quale tanto fi lamentava A gofiinò medelimo dell* ignoranza
u- •mana. QUomodo hoc fcio, quando quid fit tempus nefcioì-An forte
ne feto que- madmodum- die am quod fcio ? Hei mi- bi, qui nefcio
faltem '-quod nefeiam ! Come Plinio parimente compaifionan* do
tutto l’uomo, ftimollo in ciò piò mi* L 9 f
1 $ i an
incredibili celeritate vol- vatur : quanta fit terra crajjitudo,
aut qtitbus fundamentis librata > et ( ufpen - fit . £' volere
ciò difputare, e con- ghietturare Lattanzio il medefimo dice, non e (Ter
altro, che difeorrere, e giudicare di cofe fatte in remotifiime
parti non mai da noi vedute, o fapute . Quindi il medefimo Lattanzio,
così ragionando, il fuo difcorfo con- chiude : Si nobis in ea re
feientiam vendicemus, qua non potejl feirì, non- ne infanire
videamur, qui id affirmare audeamus, *» quo revinci po/Jimus ?
Quanto, magis, qui natura Ha, qua jet* ri ab bomine non poQunt, /city
/>«-, furìofi, dementefque funt ju di- cati di ? £ A rnobio così ;
X?*»*/ incerta r fuf- penfa ; magìfque omnia verifimilia,
quam vera, Minuzio Felice dille, Indi il Poeta .j Incerta bac
ft tu poflules Battone certa facere nihilo plus 1 agas > Quam ft
des operata, ut cum ratione infantai . £d in confermamento di ciò,
fs noi riguardar vogliamo a quel, che n’han giudicato i medelimi, e
i primi fetta- tori delle Filofofie, ritroveremo, eh’ eglino fteffi
han detto > aver fondato il filofofare fu i principi dell’
ignoran- za medefima, comen’avvifà Arnobio fteflo . Ipft denique
principe t et feti a- rum patres, nonne ipfa e a, qua dicunt, fuit
eredita fufpicionibus dicunt* Zeno- ne, e tutti gli Stoici negarono 1’
opi- nazioni ftefle .• Opinar i entra, te feire, quod nefeias, non
ejl fapientis, fed te- mer a rii potius, ac fluiti . Socrate, Quod
neque feiri quicquam poteft, nec opinati oportet. Adunque Tota
Pbilo- fophia fublata efl, difle Lattanzio. Ariftotele fteffo ne’
libri della Metafi- sica così ; De bis- enìm omnibus non modo invenire
veritatem difficile ejl, verune ncque bene ratione dubitare facile ejl
. Gli Accademici contro a’ Filici, Nul- la m effe fcientiam, ed
ogni cola probabile . Democrito, che la verità delle fcienze ftia nell’-
abiflò nafcolta . Arce- fila ( narra Epifanio ) nomato il mae- ftro
dell’ignoranza da Lattanzio ftef- fo, niente doverli affermare di certo,
negando all’ uomo la fcienza, riponen- dola lolo in Dio, e Dio ftelfo Non
nifi ignorando fcire pojftmus Là onde Cice- rone così tutto il fuo
detto fiabililce : Arcefilas ftbì otnne certamen inftituit, non
pertinacia, aut fludìo vincendi, ut mihì quidem videtur, fed earum
tettine ohfcuritate, qtu ad confejjionem ignora- tionif adduxerant
Socra tem, et velutì a- mantes Socratem, Democrìtum, Anaxa- goram,
Empedoclem, orane s pane vele- rei ; qui nìbil cognofci, nihil per dpi,
ni- hil fciri pofje dixerunt : angttjlos fenfus, imbecillos animoiy
brevia curricula vita t et y ut Democritus, in profundo verita- tem
effe demerfam; opinicnibus, et injìitutìs ornata teneri : . nìhil ventati
reità* qui : deinceps omnia tenebri! circttmf ti- fa effe dixerunt
. £ della varietà di tan- te opinioni, dell* incertezza delle faenze y e
della moltitudine di tanti Fi- losofi giudiciofiffi ma pirico così
ne ragiona : Ita etiam in' hunc mundum, velati in quamdamma - i
gnam domum, accefjìt multitudo Pbi - lofophorum t ad quarendam veritatem,
quam qui acceperit e fi veriftmile e am non credere, quod reEìe
conjecerit . li quidem certe non dicit ejse \aliquid, quod
judicetur verità!, propterea quod 4 in eorum,r qua funt natura, nìhil
pef- ftt comprebendi . Il che vien confermato ancora da Galeno,
così dicendo: Scien- tiam neque apud Pbilofophoi, prafertim dum
rerum naturam perfcrutantur, in- ventai . Ammonio tanto fettario d’
A- riftotele fteffo n’allega la ragione: Quia diverfitate
opinionum, diverfo modo rei ef- fe verni velf alfa! : quoniam autem
opinio- ne ihominum varine funt,& incerta, ideo fcientiat
quoque e] se variai, et incerta!, ac F l proinde nuìlam effe rerum
eertam f, eie ». tiam, et veritatem. Avendo ciafcuno il fuo fenfo,
e la fua fantafia a parte, perchè, come fi dice, quanti uomini,
tanti pareri: m Mille homìnum fpecies, et rerum
difcolor ufus. Per la qual cofa è egli moltd virifimi- le,
che ognuno dipenda dalle fue fan- tafìe, ed opinioni, Cum fit ftngulis
o- pinio affluxus diffe Empirico fletto; di qui viene, che Eraclito
nominava O- pìnìonem facrum morbum . Quella è quella, dalla quale
fìam tocchi, e non dalle co fe medefìme, la quale dipende dalle
prevenzioni, ed anticipazioni della mente, Sua cuique cum (tt animi
cogitatio, colorque prior . Come ancora per la flima fuperiore al
meri- to, eh’ ognuno fa di fe flefTo * cagio- natagli dall’ amor
proprio, eh’ è il più cieco, ed il più violento d’ognalero,, a
niuno ceder volendo : Pbilautia enim ejl omnium amorum violentiffìmus,
cete- ToJ- i
*7 rofque fuperat ; vien fempremai a darli cieco, ed
imperfetto il giudicio. Amor, ftcut odium, ventati! judicium nefcit,
ditte Bernardo il Santo. E 1* uomo non ha altro di proprio, che il
mentire, e *1 peccare . Nemo enìmba v
het de fuo y nifi mendacium, et pecca - tum . Per la
qual cola, torno a dire con Lattanzio fteffo: dov’eglièla Fi-
lofofia? O coll'autore de’ cinque Dialoghi, della Filofofia fletta parlando
: Non e fi enìm de terminisi fed de tota profefftone coment io .
Cioè, che non vi fia affatto certa, e determinata filosofia, anche
Propter natuv alerti borninum ad difjentiendum facilitatem. DELLE CARTE medesimo
per primo principio nelle fue Meditazioni non pone egli 1’ averli
Tempre a dubitare nelle cofe filofofiche? In modo eh’ e’ con mo*
deftiflima protefiazione la Tua Filo- fotta dirtele, confettando egli .
dì fe fletto nella IV. Meditazione così . Cum enìm jam feiam
naturam me am effe vai - di tnfirmam, et limitatam . Ed essendogli (lato
una volta aspra, ed acerbamente jfcritto contro da un Padre Gesuita, di cui
virtuofameate non volle palefare il nome alle (lampe, fé ne la-
mentò benignamente in una lettera, che fcriffe al P. Dinet Tuo amico,
ri- chiedendogli, ch’ei tro valle il modo, acciò gli fi
notificaflero gli errori, per emendargli, così dicendo-; Nibil enim
inibì cptatius efl, cjuam vel opinionum mearum certitudinem experiri, fi
forte a magni! viris ex aminata nulla ex parte falfa rsperiantur,
vel faltem errorum admoneri, ut ìpfos emendem . Come di (e (teffo
Agoftioo il Santo : Si ahquid vel incautius, vel tndoSìius a me pofitum,
ab aliis merito reprebenderetur, necm't- randum e fi, nec dolendum ; fed
pottus ì- gnofcendum, atque gratulandum, non quia errai um eft ;
fed quia improbatum. E pure quello Padre non aveva lette, nè vedute
l’opere di Renato ; così egli fcrivendo nella medefi ma lettera:
Etfi enim mibi valde indignum videretur, hominem Rtligìofum, cum
quo nulla n mibt unquam inìmìcitia, nee quidem
notitia intercejjerat, tam . publice t tam aperte, tam infolenter de me
ma • le dixìfje, nibilque aìiud balere excu « f atlanti, . quota
quod diceret, fe Dif* fertationem meam de Metbodo non le gip-- \
• £ tutto quello perchè ben Sapeva non eflervi certo filtema
di Filofofia, che l’uomo Scuramente Seguitar do* vede ; elfendo
ella in tante fette di- vifa j che Varrone fin da* Suoi tem- pi
ducento ottantotto ne conta, e Temiftio trecento: onde Sant’Ambro-
gio gridò: lnter bas diffenfiones, qu& veri potejl effe affina t io ?
£ Lattanzio ugualmente così : In qua ponimus veritatem ? In omnibus certe
non potejl Or che direbbero Ambrogio, e Lat- tanzio Hello fe
foffero a* tempi no- ftri, ; vedendoli in maggior numero
Sopraggiunte, ecrelciute ? E quella fra Religiofi (ledi, dalla Chiefa non
con- traddetta, quella io dico sì fiera, e da non mai rappattumarli,
e quietarli tra AQUINIO AQUINISTI e Scotisti, nominali, realisti, ed
altri, e tutti del LIZIO, a sembianza degl’arabi, de’greci, e latini,
i quali eran discordi in seguire, ed interpetrare 1’opinioni del medesimo LIZIO,
come rapporta PICO. Per la qual cosa Teodoreto fin da’suoi tempi sciama: In
litibus omne fiuditim, ornai s nibiì denique de quo universi una mente, ac
voce confentiant . £ San Basilio di quei, che furon tenuti i primi savj della
Grecia, dice non efiervi nè anche una sola ragione ferma, e collante. Nee sola
quidem ratio, apud Gr ita ut eos refellere nibil fit negotii, cum illi
propria dogmatibus evertendo fujficiant. E Teodoreto (ledo in quella
maniera favella: Et Ht fiorici, et philosophi, et Poetà tum de anima, tum de
corpore, tum de bominis genitura, et confiit ut ione inter se litem
exercent, dum olii qttidem bac » alti vero illa pr a ferunt, alti
rurfus et bis et illis contrariam opinionem
adducunt, neque enim veritàtìs dicentes studio, et desiderio tenebantur; sed
inani gloriola et ambitioni fervientes, ex quo fané faBum efi, ut in
errores multo: inciderint. Per la qual cosa in quella maniera n’avvisa
Minuzzo Felice: Itaque indignandum omnibus y indoloscendumque efi, audere quofdam
certum aliquid de summa rerum, ac majeftate decernere de qua ab omnibus
faculis feftarum plurimarum ufque adbuc ipsa philosophia deliberat Ed i
t Ed allora che le filofofie de’greci incominciarono a comparire al cielo romano,
i romani stessi non s’appigliarono a veruna d’esse, foggi ungendo CICERONE,
perchè non eran sì balli gl’ ingegni romani, che avelfero a foggia cere
alle altrui discipline; perocché Roma t che trionfa nel’armi, non
comporta farli servile alle lettere: anzi i romani stessi non si manifefìarono
giammai fettatori d’alcuna filosofia, ed i nobili li guardavano, come da una
pelle, di non esser tenuti tali; perchè certi, che avevano professato la setta
del PORTICO, come BRUTO, e CASSIO; ARULENO, e Sorano; Seneca, e Trasea, ed
altri erano tutti mal capitati, come macchinatori di congiure quantunque Seneca flelTo avelie
altrimente prote flato in una delle fue .Epi Itole, dicendo : Non me
cu'tquam mancipavi, nttllius nomen fero, multum magnorum ingenio
virorum tribuo, aliquid et fi meo vindico . Onde lubito che alcuno
attendeva alla Filofofia, cadeva nell* ifteflo fofpetto, come di (Te TACITO
d’AGRICOLA suo socero. E a 'tempi notòri dal re di Francia con un fuo
arrefio delli d’Ottobre 1668. fu proibito a tutti i fuoi fudditi di
chia- marli l’un l’ altro fettario > e fpecial* mente
Gianfenitòa. I fanti Padri me- defimi avvertirono non dover elfere
fettario 1 * uomo, e fra gli altri Cle- mente 1’ Aleffandrino > così
dicendo: Praterea non particularìs fefia efi eli- genda, [ed
quidquìd omnes reile dixe - runt Stoici, Platonici, Epicurei >
Ariflo- telici . Hoc totum [eie Slum dico Pbilofo- pbiam. E
Sant’Agoftino nel libro deh le Confezioni, diffe, Non iftam, a ut
illam feti am, [ed ipfam, quacumque ef- jet, fapientiam diligebam > q
vare barn, et ampie Sì ebar, Quindi San Tommalo ne’ fuoi Opufcoli
infegnò con Agotòino medefimo, Non effe adfentiendum alieni
Pbilofopbo in fcbola Cbriftiana, [ed ex omnibus decerpendum^quodreiìe
dixerint. E fra moderni filofofanti Pietro Petito afferma nelle
Differtazioni, che fa incorno alla Filofofia ftelfa di Cartellò, doverli
notare d’arroganza colui, che* preflumcr voglia d’ alfentire più ad
u- na fetta, che ad un’altra, la ragione egli rendendo : Ne uni
precipue inba- rentes, in alias fotte me Hot e s, iniqui, et contumeliofi
viderentur . Ed ancora quell’ altra» perchè non puote perfo- na
veruna, benché a tutt’ uomo vi s* applicale, apparare, e farli
capace di tutte; conciolfiecofachè non potreb- be darne retto
giudicio, lodando più una, che un’ altra Filofofia . Omnium ( die’
egli ) fetta rum fieri perfette pe- ritum, humanum piane captum excedit .
E a fen lenza d’ Euripide .* Unus non omnia vìdet . E Galeno così :
Dif- ficile effe, ut qui homo fit, non in multis peccet, quadam
videlìcet peni- tus ignorando, quadam vero male in- dicando, et quadam
tandem negligen- tius fcriptis tradendo . E quando vo- glia alcuno
vantarli di fapere, appet- to di quel, che non fa, egli è nul- la,
dille Temiltio . Ea, qua novimuty portione minima contìnentur, fi
.colla* ta, et comparata bis fuerint, qua igne* ramus. E Paganino
Gaudenzio Teolo- go, e Protonotario A poftolico nel Li- bro degli
errori delle Sette, parlando egli delle Scuole di Zenone) di Platone, di
Democrito, e d’ Arinotele, così n* avvisò : Illusi quoque
colligendum, in iis, in quibus nobis Cbnfiianis diffi- derà licet
> non effe exploratam verità * tem. Magna nobis fas e fi uti
liberiate extra illa, qua arcem Re ligio ni s non refpidunt, ut
defendamus, quod nobis probabilius videretur., Ora egli è vero, com’ è
verini- mo, che quei medefimi tanto fegua- ci d’ Arinotele fono gli
autori, oppu- re gli approvatoti neflì dell* opinione probabile
nelle cofe Morali, ammet- tendola per lo parere di due, ed an- che
alle volte d’un folo Teologo, dot- to, e dabbene ; perchè nella
Èilofofia non ammettono ugualmente la proba- bilità per tanti, e
tanti gravifiimi au- - tori, e Teologi, e fanti Padri medesimi, dove
ancora vi è la libertà di file* fofare, fecondo Ariftotele fteffo ?
Per- chè concedere la probabilità nelle co- fe Morali, e poi nelle
Fifiche negarla? Perchè amettere la probabilità in quel- le co fe,
che riguardano i precetti del Decalogo, e di Cri Ilo, e poi
contrad- dirla nelle Filofofie, così incerte, e dubbiofe? Perchè
approvar, per co- sì dire, la libertà di teologare, e poi oppugnare
la libertà nel filofofare ? In- trodurre il probabile nelle cofe
fpiri- tuali, l’improbabile nelle feienze uma- ne : magnifiche
opinioni nel mefiiere dell’ anima, Gretti cancelli nell* ope-
razioni dell’intelletto, argomenti nel- la Morale, freno agl’ingegni :
fetenza nelle confcienze, confidenza nelle fet- enze : ed in un
motto, Accademici nella ^Teologia, Dogmatici nelle Filo- fofie :
Filofofi nella Teologia, e nella Filosofia Teologi? Di qui
neceffariamente nefegueper forza de’ loro argomenti medefimi, o che
neghino affatto la probabilità nelle co fé Morali, o feguitandola, la
con- fe(fino .lunga certamente s’ in- gannerebbe, perocché
eflendo.fi dopo tante fette fcòvérro, -nuove' delle, nuo- vi
pianeti, ed altri fenomeni,: e tane* altre cofe, e quali :un nuovo Mondo
* par eh’ egli era d’uopo di nuova Filo- fofia per inveli igarle,
non badando 1* antiche, per le quali torno 3 dire con Seneca dedo,
Multum adhuc re fìat 0- - perii, multumque refìabit ; nec ulti
noi to pofl mille facula pracludetur oc c a fio aliquid adbuc
adjiciendi . E altrove c Veniet tempus i quo po/leri nojìri tam a+
perta noi nefcìffe mirentur . Plotino predo Teodoreto così : Multa,
qua nobis 'ohm latebant, ipfa die i invenie tJ Ed il
Poeta: • v . Multa dies 9 tabilii avi f 4 k •
• Rettulit in melius * # « * • 0 t * » t E noi
fopravanzando in due mila anni d’ efperienza, fiam piuttofto fuperiori .
. Indi Cicerone tteflò fin da* Tuoi tempi vantava d* efferfi la fua
etàl.u- gualmente fatta fuperiore nell’ arti, e nelle» feienze,
perchè più finamente refe migliori, e perfette, come ugual- mente
de’fuoi tempi affermò Tacito .• Nec omnia apud priores meliora, fed
nojira quoque atas multa laudit > . et art tu m imìtanda pofleris . £ che i Mo-
derni abbiano trapaflato, e fopraftat- to gli Antichi > egli è chiaro
per tanti G 3 fpevariufque lai or ma- I sperimenti, e.
nuovi inftrumenti per elfi fatti nelle celebri Accademie di
Firenze, della Fraocia, della Germa- nia, dell’Inghilterra, di Lipfia, ed
al- trove ; come ancora per molti libri ciò fi comprova,• e
particolarmente per quelli delPerhault nel paragone tragli Antichi,
e i Moderni; e di Rapini nella comparazione de’ medefimi %, i « V *
dottilfimi in vero, ed eloquenti Ili mi fcrittori . Quelle fono le
parole del me* defimo P’ Malebranche : Si quis Ari- jìoteiem, et Platonem
taf allibite s fui ([e crederet, tum ih folis dumtaxat intei «
ligendis merito • forte incumberet, [ed quii id credat, cui faltem mens
jana fuerit ? quin ratio noe monet ìpfos no- vi s Pbilofopbis
inferiore s effe, quippe bis mille annorum, quo tempori s fpatio
silos Pbilofophos fuperamus, experien- ti a nos efficere debuit
pe/tticres . E più nobilmente da Renato {ledo in quella maniera :
Non eft quod anti- quis multum. tribuamus propter antiqui- tatem,
(ed nos potius jis antìquiores dicendi ;
jam en'rn fenior e fi mundus t quatti tutte » major emque babemus
rerum experientiam . Il che fu detto fi foll- mente prima dal P.
Antonio Pofle- vini dottillimo, ed eruditismo Gefuita - \Quamobrem fi
diutius vtxijjet Anftotekt, vel fi jam revwifceret pofl tot fxcttla
» quibtts ali £ res innumera t ac propemodum alter orbis emerfit,
mul- ta effet correSìurus, quia contraria not experimur . Ed anche
fulle feene dal latiniStno Comico . • r- I Res y
tetas, ufus » aliqtiid adportet novi y Aliquid admoneat, ut qu quos
varia de parte Ventai éff anditi- non cernant, propte>ea quod
uni fefe Arinoteli non dediderunt fnodo y fed adeo devoverunt, ut fi fue
- rit opus, prò dogmatibus ejus tuendit in fierrum, fiammamque
ruaUt;' in cu - jus Pbilofopbia fi quafdam opinione s pra- va!
conce perù ut $ ut iffum, fi furgeret e a defiomacbaturum putem &c.
-E vicn confermato ancora dal medesimo So- rel, così dicendo .* Noi
ci' prete jìia- mo di voler men male ad Arinote- le, che agli
'Arifiot elici . ; JZjfi fono guelfi, che ofiinatamente #* oppongono
a cofe > ch’egli, fe vive (fé riceverebbe con piacere, per
far profitto de' nuovi lumi, che ai .Mondo comparir vedreb- be.
Lamentandoli ancora il medefimo P. Malebranche, che li ut piar
imam, qui adverfus quafdam Pbilofopbia veri - ’tates : ree e ns ‘
compertas pertinacia s ob- firepunt, quibufdam innovatìonibus in
Tbeologia detefiandis, pertinacia! a db at- tere 1 et indulgere
videntur-. Quando i fe- Digltized by Google
iò 5 i feguaci fteflì d” Ariftotel®, Ammo- nio dico» e
Simplicio» : antichilfimi au- tori, avvertirono non dover effere
gl» Interpetri ^cogì attaccati a’fentimenti delmedefimò» cornei ex
tripode pro- nunziati, e tanto meno, come fetta- rj fcguirgti .
Ammonio così: Horum . vero explanatcr debet ; neque per bene -
volentiam afiruere conari ea, qua per - per am funt ditta, ac velati a
tripode ea recipere t fed fuum ìpftus adferre dicium . Simplicio in
quell’ altra ma- niera : Dignum autem Ariftotelicorum fcriptorum
expofetorem oportet, non ef- fe vacuum undequaque magnitudine il-
lius mentis . Oportet quoque judicium babere fwcerum^ jut neque ea, que
re- tte ditta funt, malo more fufcipiendo, invalida ofiendat, neque
ft quid ani- madverftone indigeat, omni contentane inculpabilia
moneret, velati in Pbilofo- pbi fettam fe fe infcripfe/tt •
Anzi infra i Giureconfulti ancora, i quali a guifa di Filofofanti
fi divife- ro ugualmente in fette, chiamandole Tul-
v ioS Tullio Famtlias diffentìentet ; legge
fi, ch’eglino non erano cosi pertinaci in feguire le loro fette,
che liberamen- te non dicefiero i loro proprj lenti- menti, ed alle
volte a quei della con- traria fcuola non aderifiero, come fi vede
praticato tra Capitone, e La- beone > i quali furono i primi
fetta- tori affatto contrari fotto Auguflo,* e fotto Vefpafiano,
ancorché vi folle quella de' Proculejani, e Pegafiani, e l’altra
de’Sabiniani, e Caffiani, af- fai più contrarie fra efiò loro,
perchè quei 1’ Aritmetica proporzione, e quc- fti la Geometrica
feguitavano, gli uni Stoici, e gli altri Accademici elfendo;
nulladimeno fu riguardevole la loro modeflia in non aderire tanto
fervil- jnente alle loro famiglie, che volle la loro modejflia
avellerò apportato freno alla libertà delle loro opinioni.
Matiifejia futi, et confpicua vtterum Jurifconfultorum mode fi a y quod
non ita nec certa alicujus feSìa opinionibus, nec futi quoque
peculiaribus fententiis inh il quale ragionando di Cello;
contrario alla fetta di Jabo* leno, fotto Adriano > e Antonino Pio
f così loggiunge : Et fané videtur bh Celfus non adeo partium
fiudiis addiSlut fuiffe ; • quintino Uberrima voluntate in utraque
verfatut barefi, et qua ( ibi ad palatum fuere, nullo babito feSìa
fua refpetlu [elegiffe . E in ritornando al medefimo Arinotele,
leggeli nell’ O- pere di effo lui, ch’egli non prelume- va tanto di
fe, che altri onninamen- tefeguitar lo doveffe. Nec alìud ( dif- fe
un autore ) noi docet Arìftoteles * quam quod etiam docuerat Plato :
ni» mirum fe ipfum refutare. Dicendo dife quello medelimo autore.
Omne equidem genus Pbilofopbia peragravi, nulli acqui e f- co, et quamvis
ex pr : mis fludkrum rudimen- ti!, Peripatetici, Stoici, aut Ac
aderitici audivimus, pofiremotamen fapientijjimum quem-
IO? f uemque Scepticam faSlum, tanquam ffanum aliquem
in fetenti* campii in - gredientem video . E chi fece la nota al
libro del fuddetto autore, foggiun- fe : Plato docuit Veritatem omnibus
re* bus effe anteponendam . Male ergo fibi confulunt, qui veterum,
a ut Arijlote - ìis placitis ita ob finate inbarent, ut tnalint cum
illis . Uro Lionardo da Capua ne’ Tuoi Pare * r», e nelle Mofetc, e
di Francesco Re- di . Il nobilissimo ritrovamento dell* argento
vivo ne* cannelli per la prova del vuoto del Torricelli, efaminata
alla lunga dal P. Bartoli Gefuita : de* Vortici del gran Renato ; e di
tanti, e tant* altri ritrovati del Verulamio, del Sorelli, del
Keplero, del Gil- berto, dello Steiliola, del Campanel- la, del
Digby, del GaSTendi, del Boy- le, ed’ altri. Neil’ Algebra il
Cardi- nal Slulio, che non ha rinvenuto col fuo libro Mefolabium, e
il Cardinal Ricci in quello De maximis, et mini- mii ? Nell’
Agronomia che non hanno fcoverto i moderni ? dimostrando i Cieli
edere fluidi, e non più orbi So- lidi, come vollero gli antichi : i
pia- neti Stimati prima fare i loro giri in- ili >»
torno alla terra, muoverli intorno al Sole; Venere mutar le lue
fall, o figure a gutfa di Luna : Mercurio, e Marte ancora far lo'
Hello : Giove « t edere circondato da quattro delle,
chiamate Medicee, e Saturno da cin- que altre, come ditte il Cattini .*
ef- fer la Lunà un corpo di fùperficie di- fuguale, e montuofa :
ritrovarli nel-- la faccia del Sole molte macchie di' difuguale
grandezza, e di varia dura* zione, agli antichi affatto ignote; eia
qualità, e difpolizione delle Comete» e d’altri corpi celelti non intefe
da A- riftotele, ed ; inveftigàte da Ticone ; e dal" Galilei :
la Zòna torrida ere- duta inabitabile, etter abitabile, Antì- pode!,
qui imaginarìì dicelantur, nunc rt- vera effe t et alia f excent a, ditte
il noftro Luca Tozzi nella fua Lezione: e final- mente
l’agghiacciamento de* liquori non etter condenfazione.ma rarefazione
contra Ariftotele:ne’gravi cadenti accelerar- fi il moto fecondo i numeri
fpari, ed ef- fer il tempo radice quadrata dello fpazio
de- r I « ì * Jt # Ir
I t IM ' '#1 J ij V I 1:i
r 11. ' avverandófi quello, che dagli antichi (ledi fu
pre- detto, e fi confeda da Cicerone anc'o^ ra : O pintori um
commenta delet dies 't natura judicia confrmat . E però egli è vero,
che quella Filofofia d’ Ari- notele dagli Àriftotelici (ledi non è
altrimenti commendata, così dicendo 1 il ; medefimo P. • Podevini i'
Deiride monjìrandum ( id quod etiam tritura ejì apud omnet
Ariflotelicos ) nidiata- e!}e in Arifìotelis libris fcientificam
de- fnonftrationem qua ' perfedìiffma fit y et omnibus numeris abfoluta' it agite nàti
effe ipfius doSlrinam inconcuffam . La quale ha avuto- tanta varietà,
ed incodanza di fortuna, óra 5 abbrac- ciandofi, ora rifiutandoli
> che nul- la più, dome fi può- leggere Irt quel libro di
Giovanni Launoi ^ quin- di in fimil calo ebbe a dire un au- tore
Francefe : In effetto fi vede 1 '; che la fortuna ugualmente
efercita il fuo capricciofo impero . fopra 1‘ opinio- ni, che jopr
a /’ altre coje umane ; . H ma ma. non già fopra ìe
mentì purìffime, e tétte de’ Tanti Padri, da* quali lem* pre è
(lata bìafi mata, come nociva al* la noftra religione, e proibita
da’ Sommi Pontefici, e da* Concili ltefli, com* è detto, e da
quello Lateran eTe nella Seflìone ottava affatto vietato da
infegnarfi piu nelle Scuole, come rap- porta il Campanella, e Neri nel
libro, detto Setta Pbilo - fopbica, dicendo quefti ; Pracepit Con-
ciliarti Scbolajiìcìs in Pbilojopbia drijlo- telila non immorari, quoniam
babet ra- dica infetta!. ' J
i ., Ma Te, come poco
dianzi io dilli, fra tanti Filofofì, i prìncipi di Rena* to fono
piìi conformi alla nollra reli- gione, chi non dirà, che colf ui, più
che Ariftoteie .feguìr li debba ? Perocché chiunque hlofofar
voleffe fra noi Cri- lliani co* medelimi principi di Renato, li
uniformerebbe Co’ fentimenti d’A- goftino il. Santo, da cui o
avvertito Renato, o Renato col proprio fpirito cristiano, e
filofofico meditandogli, US gli ha pubblicati, e dirteli.
Parole del Santo, nella Città di Dio, fecondo i documenti -del
quale compofe il fuo Cftema Renato : Quìcumque igitur Pbi- lofophi
de -Dea fummo > et vero ifìa jen- jerunt y quod et rerum creatarum
fit ejfefior y et lumen cognofcendarum, et borni m agendarum » quod ab ilio nobis
ftt et princtpium'- natura meritar doZìrin# * et felicita s vitee,
five Pla- tonici accomoda tius numupentur ? fi ve quodlibet aliud
fu a feti a. nomea impo * nani ; five itant ammodo J onici
generiti- qui in eit precipui -fuerunt, ifìa jenfe - rinty ficut
idem Plato, et qui eum be- ne intellexerunt : five etiam Italici
prò- pter Pytbagoram, &• Pytbagoreos, et fi qui -forte alii:
ejufdem Pententi# in ìd idem fuerunt : -.five -. aliar um quoque
gen- tium, qui f apiente t y vel Pbilojopbi ba li, Hi f pani.,
alìique reperiuntur, qui boQ viderint., ac docuerint ; eos amnes.
ceterii' anteponimi •;» eofque nobis . prò -tV* H 2 fin - x
1 6 pìnquiores fatemsir . Chi filofofa f vo- lt fle
co’principj diRenatofi unifor- merebbe con S. Gregorio Nifleno, di-
cendo egli nella narrazione della vira di Moisè : Si immortalerà effe
animarti Pbilofopbus perbibet tic, et Deum effe non negat, -
creatoremque omnium, d quo curiti a depende nt, et vere adfeve -
rat, ac rationibus quantum fieri potè fi, demonftrat ; propìtius nobis
Dei angelus fiet. Quella adunque è la Filofofia ve- ramente
Criftiana, e non altrimente Pagana, come quella d’ .Arinotele Quella
è la '. Filofofia veramente cat- ' tolica, fecondo gli avvertimenti de’santi
Padri. Quella è quella Filofofia di Rena- to, il quale fdegnando di
vedere piò- involte, e deturpate le fcuole Criftia- ne nelle
Filofofiede’ gentili, meditò, e diltefe una Filofofia affatto
lontana dal Paganefimo, conformandola, alla, noffra fanta
religione, alla quale pa- reagli, che folo mancafle,* per laper •
egli molto bene, che Definitisi! erat - - i Pia - »
r «7 Plato J et Arinotele }, po/l mortem Cbri -
fii, et eo rum I afte atta in Ecclefta pro> nibilo' babetur, come il
dottiflìmo Re- my l’Arcirefcovo di Lione, re l’ avea infegnato
colla fentenza fuddetta; de- liri dimando le Filosofie d’ ambedue
il piiflimo. Prudenzio, in quella ma-: niera dicendo .,t Confale
barbati delir amenta Pia - >tonis .« Confale » et birce
fot Cynicos > quos • fomniat, Ó* quos Texit Arijloteles torta vertigine, -nv-
nervotv • Quella .è quella Filofofìa di Renato il quale
confederando, che tutta la Filofofìa Agoflino il Santo
diftinfe in due foli principi, che fo- no 1* immortalità dell’anima,
accioc- ché noi ftelfi riconofciamo ; e 1’ efi- lienza diDio»
acciocché riconofciamo la noftra origine . Pbilojopbi# duplex
guaflio e fi, una de Anima > altera de Deo . Prima ejficit y
ut'nofmet ipfot nove rimas : altera originerà noflram ; H 3
fon- ri8 fondò i principi dei fuo fi'lofo/are fu quefte
eterne,. ed infallibili verità., v ; Quella è; quella Filofofia di Rena-,
to, la quale non folo, come didi, fu > lodata da tanti e tanti
Relig'tofi, ed uomini di fantiffima vira,. -ma fpecial- mente dal
P. Merfcnni, intendentifli- xno delle Matematiche, e 'Teologiche
fcienze, così dicendo in un' Epiflola : Son refiato forprefo, che .un
-uomo, il quale non ha fluitato in Teologia, ab - ha rifpofio sì
fondatamente / opra punti import antijfimi della noftra religione .
lo l'ho trovato così uniforme- collo, fpirito, e dottrina dì Sant'
Ago fino., che. offerì vo quaft le cofe.. medeftme negli .ferii ti
dell'uno, e dell altro . E più oltre così : Lo . fpirito di Monsu
Defcartes infptra Soavemente l' amor di Dio, di modo che non pojfo
perfuadermi, che la Filofofia di lui non fta, per Aornare in bene,
e in ornamento dell a.. ver a re - ligione . Ed in un’ altra Lettera.,
che fi legge registrata nel primo Tomo della Geometria . del
medefimo P. Mer- Merferini, cosi feri ve à Retiatd
fteffiò:' Quibus omnibus, cum a udì am Pbyfii cam illam 'ab
eruditi: viri: adeo exo- ptatam, prope dieta edìturum, qud longe
perfeSfius cum dofir# fdei myftfr riis conveniat > omnium
catbolicoriim nomine iibì maxima:,qua: poffum, gratids b’abtó >
qui non folum Pbilofp- pbicis » fed' edam Tbeologicìf verltatV bus
tam feliciter patrocinarli V ’ ', . Quella è quella Fflofófia di
Ruba- to, alla quale diedeiJtìtolo Moiìsù Parlier Antiqua' fide:,
Tbeologia no? va perchè Vincenzo Lirinefe dicea, Ecclefiam non
dovere nova, fed nove \ Sòltenendó egli, che i principi di Renato fono
più acconci > ed oppdrtuni di quelli, onde fi fervono'
volgarmén- te gli altri, in ifpiegando ì mifteij della nolfra
religióne -, ‘ e :che non "vi fia cofa nella fua Filófofià
> che non s’accord» co* principi della hofira Chie- fa cattolica,
così il detto Parlier at- teftando ; Ma egli ba fatto altresì ve-
dere t non avervi altra Filo fifa,~che d H 4 me- 1 t V !,
.1 b* H*’ •h »• .t no
meglio della fu a j* accordi co’.prinìcpj della fede della Cbiefa .
: .Quella è quella Filofofia di Rena* to, della quale il profondo, ed
acu- tilfimo ingegno 4* Monfignor Caramu* .cle ne diede il giudizio
., e prefagio infieme, dicendo., che 1' opinioni di Renato faranno
un giorno comuni . ed univerfalmente ricevuta, toltene però alcune
pochiflìme cofe, copie ri* ferifle llaut I pj;e G della vita del
medefi- mo . • Monfignor \ Caramuele ba predetto, che l opinioni
del • DejcarW,. diverrei * ** » « Li V. • • » »* A'i .
botto un.', giorno affatto comuni t e fareb» fono univer/aìmente
ricevute ., rr»r alcune poche . E con ciò verificandoli 1* altro prefagio
d’Alefiandro Taf- fone, intorno ad Arinotele Iteflò, di- cendo
cosi; i L‘ opinioni d* ziri fot ile, le quali innanzi (e vittorie di
Siila non erano introdotte, nè conofciute in Italia, potrebbe venir
tempo, che non oftante /’ ofiin anione degl ’ idolatri di quel Filofofo,
fi vedranno f cartate, * . / r Quella è quella Filofofia di
Renato la V ' Cattolica
religioni* profefftone perfeverans y me prafente, et exbortante, mortem cum vita commu- tanti,
Cbrifti Salvator» redemtionem petit ur us . In ipforum fidem coram
Dee tejìimonium perbibens, prafentem Aflum fubftgnavi in Conventu
SanEìi Augufli - ni de Urbe r Rom* t die nona Ma ìì . Que- o
pur per geiofia di gloria» da cui vien tócca, e facilmente turbata
la Repubblica de’ Letterati . E fe in alcune cofc la Tan- ta
.Sede-ha voluto, che refii donec cpYrigatur, potrebbe alla fine la
San- tità' Vostra purgandola, fedare tan- te liti, e difpute,
ancorché il contra-, rio malamente pretenda, e con danna- bile
temerità la famiglia d’ alcuni Re. ligiofi, Solo per mantenere odi
nata- mente le loro opinioni nelle loro Filo- fofie, come vien
riferito dal P. Gre- gorio di Valenza, dal Vefcovo Fra Melchior
Cano, e da altri . Ma refiino pur nelle, fcuole que- lli, e sì fatti
argomenti, e ragioni intorno alla varietà delle Filofofie, e Vostra
Santità* a cui s’appartie- ne di fiabilirne la verità./ perocché
non **$ non ceffan mai tali contefe ; concor.
dandoci piuttofto, come Seneca ditte» la divertirà degli orologi ne’
momenti» che de’filofofànti le fcuole,e partico- larmente tanto più
fiere, quantochè fono d’ ingegno ; ond’ ebbe a dire uni certo
autore: Citiut in gratiam, pojt mutuai cladei ingerita redeunt 'regei-
»' quam partium fìudio infiammati pkilo- fopbi . Vnaqueque enim
feda ( Lattanzio ditte-) omnei aitai- evertit, ut fe j fitaque confrmet,
nec ulti - alteri fapere conce dit, ne fe dèfipere fateatur . Ita ut (
foggiunfe Eufebio non lingua, et calamo foltim, verum etiam manibui
pralium -geratur . E sì fiottili ? e facili in rifutando beifando
1* una 1’ altra, com’; egli’ è più agevole il riprendere, .che 1*
insegnare; il convincere la bugia, che ritrovare la verità E. in vero che
ha che fare la Filofofia u— mana colla - ' celefte, eh’ è • la
reli- gione, così appellandola Crifnftomo in più luoghi ? Religio
Cbrijìiana vera » et caelejlìs Pbilofopbia eft . Che hi che fare la
Filofofia umana > o fia l’an- tica, o fia la moderna colla fede,
quan- do non v,’è altra Filofofia più vera, che la dottrina della
Chiefa ?• Hanc ipfam folata comperi efse ver am, atque utilem
Pbilofopbiam .» di/Te Giudino . C fe al- cuna cofa di vero avellerò detto
i Fi- Iqfofi, come ingiudi pofleflòri di quel- la-rgli riprende
Agodino . Si qua Pbi- lofopbi vera dix/rqnt, ab eis effe tan- quam
injufiis poffefforibus vindicanda . E però 1* Apodolo delle genti,
fopra ognaltra cofa efprelfamente comandò: Captare intelleRum in
obfequium jidei noe debere qua rat ione demon - firari
nequeunt . Conciolfiecofachè la nodra fede derivi da principi
altiflìmi, e fopraqnaturali . Che ha che fare la ragione umana
colla Teologia ftelfa ? Qjtemadmodum enim ( dice il Ver u la- mio )
Tbeologiam in Pbilofopbia qua* rere per inde e fi, ac fi viver
quarat inter mortuos, ita contra Pbilofopbiam in Tbeologia quarert
aliud non e fi V quarti mortuos quarere inter v'tvos . Oltreché la
Filofofia egli è ancella, e ferva della Teologia medefìma la quale,
come regina, delle fcienze, tragge dietro di fe incatenate tutte 1*
altre facoltà > e difcipline umane ; la. qual cofa in piìi luoghi vien
detta da S. Gio Grifo domo. Ex Pbilofopbia res divinar intelligere
velie, e fi candent. ferrant i, non forcipe yf ed digito contee
Slare . Lo fteffo in quelF altro modo. Nihil commune habet humana ratio collata
in divinis; ideoque blasphemia I 1 '4 *# fu'
condannata per comune parere de’ mede li mi Arillotelici, • a
tellimonianza del, !*. PolTevini di fopra lodato ; ardirono di dire
quella eflere la vera -, quella elTere la più certa, quando mon
effer- vi niente di vero, e di certo nelle Fi* lofofie, Porfirio
dilTe : Nulium effe in Pbilofopbia locum non dubitabìlem . Lo Hello
altrove : De rebus Pbilofopbia multa diSla effe a Gradi, veruni ex
conjeSìura . Quindi è, che.Adexerci- t attorie m ingenti Pbilofopbias
> effe inven- tar,-Seneca manifellò . £d altrove co- sì :
Pbilofopbias ft elegantias, et argu- tias dixero, reSìe cenfeam appella
fj e . Anzi dalle ciance, e favole de’ Poeti } efler quelle
originate arrelìa PlutarcOi Omnes videlicet P biìofopborum feSlas
ab fìomero originerà fumfiffe . lpfeque Art - fioteles fatetur
Pbilefopbos natura Pbi - lotnytbos, hoc efi fabularum
fludtojos --J li* effe.
De’ quali per li loro fogni, e fe- gni dati alle delle, diffe
Manilio Fit totum fabula Coslum — . Vuole però Macrobio-» che Nec
omni- bus f abititi Pb lo jopbia repugnai, nec o- mnibus
acquìi'fcit . E San r ’ Epifanio fpezialmenre chiamò' la Filofofia d’AriItocele
quoddam fabulamentum . Leg- gendoli preìfo Varrone' ancora : Porre-
mo nemo agrotus quidquam (orrtniat tam ìnfandum, quod non alìquis dìcat
Pbi - Jofopbus . E predo Cicerone lo (ledo: Nefcto quomedo nibil
tam abfurdi dici potelì, quod non dicatur ab aliquo Pbi - lofopbo .
E parlando della barbarica Filofofìa Clemente 1’ Aledandrino cosi
ne lafciò fcrirto: Quod hi novi Pbilo • fopbi apud Gr fecondo il
Paflavanti, diconfot- tigliezze, e noviradi, e varie Filofo- fie
con parole miftiche, e figurate, che nulla conchiudono, come di
Por. firio l’Ariftotelico, tanto nemico de* Crittiani, e della
Criftiana dottrina cantò il Petrarca: Pot firio y .cbe
d'acuti, fillogifmi Empiè la dialettica faretra, Facendo contea s /
vero arme i fo- fifmi. Dicendo fimilmente il Petito, eh’
e- glino (ledi non intendono quello, che dicono, e tantomeno gli
uditori. Non ìntellìgunt neque, qua loquuntur,
ne- que de quibus affirmant . Il,he fece dire al
Verularmo : Habet hoc ìnge - nìum bumanum, ut cum ad folida
non fuffeccrìt, in futihbus atteratur . Po- co o nulla badando,
quando fentono altrimeore parlare nella Teologia dell' Evangelio,
de’ Padri, de’ Concilj Aedi, come n’avvifa il P. Malebran- che .
Nejcio tamen qua mentis per- turbatione nonnulli eferantur, fi ali-
ter quam Arijìoteles, pbilofopbari a si- de as, dum parum curant, an in
re- bus T beolcgicis ab Evangelio Patribus t et Concilìis non
difeedas . Il che fu detto primamente da Monlignor Ciam- poli,
chiamandogli in primo luogo ambizioni di parere più Peripateti- ci,
che Cattolici, poi fclamò; Che perversione di gìudicio è quefia,
volere f .Il f f ! i fk •,j t|
Sì Ir introdurre una religione più fedele ad Arijlotele, che a
Dio ? E quel eh’ è di maraviglia, proccurano coltoro ('dice
l’autore de’ cinque Dialoghi ) Di jof- fogare tutte l' altre fette nella
maniera dagli Ottomani ujata, i quali non la- j ciano vivere alcuno
de’ fuoi fratelli, per ijlabilire sì magi fralmente i loro do- gmi
in tutte le fctiole Crìfiane . Come riferifee d’ Arinotele fteflo il
Verula- mio. Arifìoteles more Otbomanorum re- gnare jebaud
tutopoffe putaret, nifi fra - tres fuos omnes trucidaret . Credendo
ancora di ritrovar in quello loro mae* Aro la falute, e di Ilare con elfo
lui sì llrettamente attaccati, come ad un fallo, ad uno fccglio,
qualìchè foffe- ro buttati da una tempella per fuggi, re il
naufragio . E così appiccati, ed ubbidienti, dice un altro autore
alla Filofofia del medefimo, che fembra lor commettere un delitto
di fellonia il partirli un menomo punto da lui, in modo che non
dicefi Peripatetico chiunque in tutto non s’ abbandona a’
fen. feriti menti del medefimo. Eaàem mente dice il medefimo Malebranche
in un altro luogo Philosophia ista discenda eji, qua leguntur bì fiori ;
fi enìm eo licentia deveniat ut ratióne et mente tua Utaris > ..nonefi quoà fpe-
res te evafurum effe in magnum Philo- fopbum : oportet enim difcipulum
ere. dere > £ il giudiciofiflìmo Sorel di fo- pra lodato, in
quell’ altra maniera .* Jntantb quefii ciechi volontari ar di) co-
no di pubblicare, che non bi fogna Sof- frire alcuna innovazione nè'
riformazione nelle .fetenze ; benché quefio fi a il. filo piezzo
per. renderle perfette . • Ma. a chi creder affi; piuttofio, a degli f
chiavi, e mercenari* che non. fanno jemplicemente, che. difiribuire
per gli feriti i t e per le loro lezioni la dottrina, ch'eglino hanno
tro- fvata negli,.fcr itti degli altri} E pi fi oltre il medefimo
Sorel così : Ci fino delle perfine così f empiici, che credono, che
non fi debba ; rivocar pili in dubbio quello, eh' è in Arjfiotele, che
quello » eh' è nell' Evangelio. Non mancandovi ancora degli altri,
ì quali per difendere cotefta lor Filo-, fofia fi danno alle maldicenze,
ed alle fatire, poco avvertendo non ef- fervi fatira maggiore >
che quella della ragione llefla, la quale rende bugiardo, ed
ignorante colui, che vien convinto da fbrtifiimi argomenti, facendo
ingiuria ancora a tanti uomi- ni dabbene, e a tanti Religiofi, co-
me fono i Padri de’ Minimi, e i Padri dell’ Oratorio, ed i migliori
Gefuiti, eh han feguitato la Filo- fofia moderna, e foraftieri, e
Ita- liani, e in Bologna particolarmente, dov* è Campata la
Filofofia moder- na, fotto nome Burgundi a, infegna- ta
pubblicamente a tempo, che Vostra Santità’ era ivi Legaro . E
perciò coftui in quella maniera vien riprefo da Sant* Agoftino : Illius
[cri- pta fumma funt, et au fioritale dignif- ftma, qui nuìlum
verbum, quod revo- care deber et omifit . Hoc quifquis non efi
adjequutus fecundas babeat partes modeftU, quia primas non potuti
ba- lere Capti nti et catbedrar primas ambiente s ; in quello modo
con in- crepazione favella : A deo nimirum altercando • non
modo verità f arnitti- tur, jed caritas exjìinguitur, et dif-
pntandi modum majorum exemplo tan- tum agreffos, nulla modeftia
repagu- la cohibent ; ; Onde Luca Holftenio eruditilfimo
Bibliotecario, -dolendoli della difunione della Chiefa Orien- tale,
ed Occidentale ebbe a- di- re : LuEluofum fcbtfma Orienti!, et Occidenti s Ecclefias divìdens
induxit dijput aridi pruritus, omnia in quafito- nem, et controverfiam
> • poftb abita cantate, adducens ; nulla venta » ' tis
cura, fed uno vincendi ftudio ; .e a confuet udine, vel opinione
aliis legern fr^jcribens » et quod • mife- ra, * 3
$ ra j ó* afflìtta fortuna duri (firn atto ha- hjet, é?
iniquijfmum efi, qttod ir, fugati- ti um ludibriis impune pateat -,
Dicendo un altro autore : Jd nec Pbìkfophum, multo minus
Cbrijlianum decuiffe videtur. Nè qui termina la loro baldanza, ar-
rogandoli, ]a medelìma poteftà della SENTITA'- Vostra in condannare
quel- lo., che non mai ha condannato nè Vostra Santità’, nè altro
Pontefi- ce, dico, 1’, opinare nelle Filofofie, for- zando gl’
ingegni umani a feguir folo ifentimenti d’un gentile. Peripatetico,
e con noyp giogo privarli di quella li- bertà, ch’.abbiamo per diritto di
na- tura, e per legge d’ Iddio, che ci ha Jafciato il liberamente
penfarc e medi- tare :> il che è quali l’ unica, e fola ra.
gione, colla quale provali, che l’uo- mo lia ragionevole, e l’anima
immor- tale . Quindi è, che prefe giufta oc- cafione Tommafo Moro (
alle di cui lodi ogni penna è ..vile per elTer egli chiari (fimo
non meno nelle lettere, che nella pietà Criftiana, per la quale
*39 facrifìcò fa vita, c i beni, e la fami- glia della
) di formare appodatamen- te una DilTertazione intorno a que*
Teologi di fuo tempo » dandole que- llo titolo : Differtatio Epiftolica
de a- lìquot fui tempori s Tbeologaftrorum ine • pt'jis ; non per
altro, fe non perchè quedi co* principi d’ Aridotele difen- dere
voleano, o piuttodo offen- dere la Teologia, • in quella ma- niera
fgridandogli : Quamobrem piane non video qu qui in fuo fterquilinio
fuperbit > ac. extra illa fepta fi panilo producatur longius »
illico ignota rerum omnium facies, tene- bras > ac vertiginem offundit
. E più ol- tre il fuo dilcorfo feguendo : Et mi- rum in modum
verfa rerum vice contin- gity ut qui prius omnes fapie ntia numeros
in argumentoja loquacitate pofuerat > jam I fenex infantijfimus omnibus rifui foret
~ nifi fluititi^ fu* fuperciliofum fuentium t fapientia loco
pratexeret ; imo potute hoc ipfo ridìculus, quod qui fuerat
Stentore 'damo fior, taciturnior pj[ce reddatur, et inter loquentes
fedeat, v" * ' % Per fon* muta > truncoque
ftmìlli- tnus Herma. E Umilmente Gio. Gerfone il gran
Cancelliere della Chiefa, e dell’U* niverfità di Parigi, non potè
atte- nerli di non- querelarli ancor egli de* Teologi di fuo tempo,
in que- lla maniera dicendo : Cur appellati- tur Tbeologi nofìri
tempori s fopbifl*, ut verbofi, imo et pbantafiici, nifi quia r
elidi is utilibus, intelligibilibus prò auditorum qualìtate >
transferunt fe ad nudam Logicam, vel Metaphy • ficam, etz/nw
Mathematica™ > ubi t et, quando non oportet, i». ten fionc
formarum, nunc de div'tfione continui, nunc detegendo fopbifmata
The- ologicis termini s adumbrata, pri- ori-
Digltized oritates quafdam.in Divini!, menfuraf % '
durationes, injìantias » ftgna natura, éf ftmilia in medium adducentes,
vera r et foli da effent, ficut non funt, ad fubverfiotiem tamen
magie . audientium •, vel irriftonem, quam re Sì am fidei adipe
ationem proficiunt. Come eziandio de’ filofofanti diiuO tempo il
giudiciofiflimo Niccola Leonico, {limato il più dotto delia fua età, nel
Dialogo, a cui diede il titolo di Peripatetico, così lafciò fcritto
: An non ego decem integro s annos, borum auditori a, ne die
am ìufira, ad fidu a contrivi opera ? om - nefque illorum ineptiat,
. et futile s co- ptionum tricas, ficcis, ut ajunt, an* ribus ebibi
? anxie femper quteritans fi quid inde excerpere poffem, ne va- cui
s, quod dicunt, manibus et ofei- tans domum rtdirem . Verum, Dii
immortale s, quam rerum inanità - tem apud silos, quantam ? u ?
r I y i r4.it: mìb't magis fapere vifus fum, f
»» quod cum Ulti de fi pere aliquando de (li- ti ; » così
egli' ragiona ? Quofdàm pbilofopbantium avibus fimiles vide ri, qui
levitate quadam, et ambi- tione ingenti e lati, alta petunt, et Phiftca fcrutantur tantum : aliot cani-
bit t, qui laniare, et vellicare avidi * foli Logica adbarefcunt ut pelli,
et in ea rixantur, et mentem ad ulteriora non mittunt. Indi leggiamo
predo Laerzio, che da Euclide fofle fiata no- mata la Logica Rabiem
difputandi : e leggiamo ancora che Arifione antichif- firno
Filofofò quelli tali Cum iis compa - rabat, quicancros comedunt . Nam prò- pter exiguum alimentum circa crujìas,
et teftat diu occupantur. Quindi Mario Nizolio,
che fece un Trattato de' veri principi, e del vero modo di
filofofare, fi lamentò non po- co di Leonico parimente, e di Pico,
com’ eglino s’aveflero folamente rifen- tiro degl’ Intepetri e non
d' Arino- tele, origine, e caufadi tutti. i mali* così dicendo: Hac
quoque Jo Pieus Mi- randola co» tra barbato* Ariflotelis Inter-
prete conqueritur, et vere Me quidem t Jed quemadmodum Leonicus, non
cami- no jujìe, quia pratermittit eum, qui tan- forum illis
errorym. c auffa fuerat, boa eji Arijìo telem . Sed o Bice non re Sì
e faci*, cum de foli s Ini erpretibus Arifto- teli $ quereris,
ipfum autem Ariflotelem, qui omnium malorum cauffq, et origo f it-
iti. » omittis ; dìcen* te perdidiffe meliores anno*, tantafque vigilia
apud Interprete Arinoteli, et nollens illud dicere quod erat verius, eadem
illa omnia te multo ante perdidiffe apud Ariftot.elem ; Per la qual
cofa pareagli, che miglio- re d’ ognaltro avefle fatto il Valla,
che lafciando gl’ Interpetri fi prele la briga in dar la colpa ad
Ariftotele, co- me vero autore, e primo fonte di tan- ti errori, e
fallita, riprendendolo a- pertilfimamente dov* egli andò
errato. Maravigliandoli grandemente il mede- fimo Nizolio
ancora della barbarie del, lor favellare, Qui 5 e fi enim in
fcbolit ijiorum pbilofopbaflrorum tam parum ver* fatti s, qui non
centies audierit, potentia - Ut atei, quidditates . entitates, ecceitates,
univerfalitates, formalitates, materiali - tates, et alia Jexcenta
hujufmodi verbo - rum monfira, qua qui pattilo frequentiut ufurpant,
ufquc adeo l^duntur, et per • vert untar, ut neceffe ftt eos, non
folum valde falli, et errare in pbilojophando, fed etiam in
loquendo, et fcrìbendo ve - hementer fadari, et confpurcari . Come
ugualmente molto fé ne querelò Apulejo per alcune novità di parole
a fuo tempo introdotte, le quali difle egli non fervire che
all’ofcurità delle cole. Datar venia novitati ve ri or um, rerum
obfcuritatibus fervientibm . E fi- nalmente cosi il medefimo
Nizolio tutto il fuo difcorfo conchiufe: Quibus ita monftratìs, ut tandem
aliquando et Caput hoc pofìremum, et totum bttnc Librum abfolvamus,
ita concludi - K mus, X4$ tnuf, ut
reììnquamus duo memoria man» danda, et adfidtte diligenter
cogitanda omnibus, r^iìte pbilofopbari cupiunt, quorum unum e fi,
Ubicumque, et quot» Cumque Dialettici, Metaphyscique funt, ibidem,
et totidem effe capitales . veri i latti bofìes : alterum vero
Quandiu in fcboiii pbilofopborum regnabit, Ari fio - rrtex 7/te
Dialetticus, Ó* Metapbyftcus, fonditi in eis et falfitatem et barbari
- fi» „ fi non lingua et orit, at perocché la Pitagorica
> nomavafi Italiana } ila Platonica per efler egualmente Pitta*
gorica non potea (limarli, anzi piut- tolto dottrina, e Capienza >
tche •Filo* fofia, come dipendente da quella de* gli Ebrei. La
Stoica poi, Epicurea, o (ìa Democritica riguarda più la Mo* tale, e
il regolamento de’coltumi .che altro. E quella d* Arinotele io 'fon
per dire edere la medeiima con quella d* A ree fila, (limata la più
enorme ; per- chè quelli malamente (i ferviva della Platonica,
infegnatagli da Crantore Platonico t imbrattandola co* (odimi di
Diodorot (ottilifiuno dialettico, e col mutabile» e fuggitivo di Pirrone
acutiflìmo fillogilta. Indi egli è » che dicealì di lui » come narra
Plato > 'ex pojìerioribus Pyrrbo * ex mediti Diodo • rui ; E
(eguitando Eufebio (ledo » cosi parla di lui : H/c autem fubtìlìtch
tibus-. Diodori, qui actttui dìalefttcus erat, . et Pirrbonis
ratiocinationibus Pia* tonte am eloquentiam feedavit, et modo K a toc
y «I * qua ! pria !
aflruxerat, confutare . Erat igitur Hydra capita fap proprio enfe
amputanti nec aliquìd habem utile », nifi quod libenter > et audiretur, et videretur . E dell’ of-
curità, e ftrepiro di parole, di cui fon pieni i libri d’ Arinotele con
ter- mini vaghi, e generali, in modo che appena rinvenire fi poflan
due, an- corché fuoi feguaci, e Tettar j, che convenir fappiano in
un medefimo sentimento; ecco Malebranche come ne fa chiari/lima
testimonianza: Quamvii cairn Pbilofopbiipftus do Sì ria am fc
docere adfeverent et autument, vìx tamen duo reperientur, qui circa
ejat fententiam inter fe conjentiant ; quanti, am revera
/iriflotelis libri adeo objcurl funt, totque fcatent termini t vagit et generalibui, ut eorum opinione s, qunC
ipft maxime adverfantut non fine verift- milìtudine pojfìnt ipft trtbuì .
In non- nulla illìus operibus quidlibet ipft adfcri- bere lìcet,
quia in ijs ntbil pene dicìt t quamvts multa magno (Irepitu
deblate- ret : quemadmodum pueri campwnas fo- ndu fuo quidlibet
dicere fingunt, quia campana ingentem edunt fonum, nec quicquam
dicunt . ' \ Quindi non fenza roSTóre de’ me- desimi
Ariftotelici Gio. Sculero nell’Orazione per cosi dire inaugurale, eh’ ei
fece intorno al riftauramer- to della Filofofia con quel principio-: i
diffe : Quid magli noxiura Cbrijlìanre }uventuti Cógitarì fot e fi,
a tenerti audire ? Quid periculoftus quarti tene* riniti eofum
animiti > qui ad majo » ra defìinantut, et qu bui > juo tempore
> fine ReìpubVtca » fitte Eoclefue ad L tninìfiratio committenda,
talia, in fi ahi» lire, aperte Tbeologis Cbriftian qui ex prafcripto
propri t inftitu- tì \ five ex adfeSlu erga praceptores. certi!
opinionibui adharent, omnia fe- cundum illos dtjudicanl, quacumque
auEìor ìtale y et demonflratione po fi b abi- ta, ad eafdem trahentes
quidqutd au- diunt i qmdquid ìegunt . Il che fo al- mamente
difpiacque ancora a Rodol- fo Agricola, uno de’ primi - letterati
del fecolo pattato, (*) che di tanti FU lofofi 'dell’ antica età era
folamente 4 ri- m 1, -»«,Cioè del fecolo fedicefimo, mentre
il Signor Valletta { criflfe la fua Lettera nel 1700. in pun- tò :
ma veramente Agricola non toccò plinto il decin*ofefto fecolo, pbiché
nacque Tan- no *44 x.e mori, come notò il Trite- mio • *
v Ci u ir tì ì 1 f
y v»A' r i I t I 'I Jil f :n ;
-ib, pra coftui muore T ultimo Audio de*, vecchi . ... Ecco le Aie
parole ? Quid de Ari ftotele die am ? hic gnìm prope* modum [ohi
omnium prife a alati! Pbi- ìojopborum permanfit in manibui : hunc
[ohm, -, qui \ Pbilojopbite, defìinantur, attìngunt : hunc .primum pueri
difeunt buie ultimum jenum jl uditi m immori - tur : hunc artet
omnei, omnia fiu* diorum genera terunt, trahunt,, dif* cerptmt . Ma
non già dopo che il Cartello aprì, il vero fentiero al mi- gliore,
e più certo modo di filofo* fare;, che ad un Criftiano convenga*.
Come ugualmente tutto ciò fu con» fiderato dal dottilfimo
Vanhelmon- zio, dicendo ; Jndignor et merito » quod ScboU ••
Pbilofopbia ethnica ado » lefcentet male ìmbuant . Lamentan- doli
egli fra 1* altre cofe, non ben convenire la definizione pi che Ari*
Itotele diede all* uomo chiamando- lo Animai ' Rat tonale ; non
avendo egli conofciuto la Tua creazione > nè T effetto d’ ella ;
e perciò 1, dice il fud« detto autore malamente fervirfène
le fcuole Criftiane Vituperai am ìtaqttc definitìonem exìfiimo
t qua homo Ani * mal rat tonale, vel e a effenti ee defcrì- ptione
depìngitur . Siquidem ex ulti • mato fine dejìinationum .
proprietatibus in creando - dejiniendut erat, fi .finii fit
cauffarum prima ex Arinotele . Qua- propter nec hominii de fini fio e
fonte Pagani f mi mendicanda erat ì qui ere* ationem, ejufque fines
piane ignora* vit, Così egli defìniendolo ; Homo ergo eft creatura
vivent in corpore • per. a rum am immortalem oh honorem Dei *
fecundum lumen » &: ad tmaginem Ver- bi . Quando Arinotele -diede
una definizione all* uomo che nulla va-» le » - non 'Vedendoli in
quella nè crea* tura di Dio, nè immortalità dell’anima, da ‘esso lui
affatto negata come Cerna verun dubbio l’ affettano Ciucino nella
Parerteli, Teodoreto nel Libro della natura dell* uomo, Gregorio
Nifleno nel Libro dell* Ani- ma Origene in più luoghi delle Tue
Opere, Gregorio Nazianzeno nella dif- puta contro Eunomio, il
Cardinal Gaetano nel Trattato deli’ Anima, Plutarco y Galeno, ed
infiniti altri fcrittori profani . Per lo che non fen* za ragione
chia mai Io Tertu]]iano«?//é- to f dicendo nel Libro delle
Ptefcrizio- ni Miferum Arijlotelem ; foggiung; ndo, J Qui illis Diale
Che am inHituit, artifi - eem (Intendi, et defiruendi verfipellem t
in fententiìs co a Cium, in conjeCìurit nec t allietate Panos -, oec
ar* tibusGracos, nec denique hoc ipfo bu - jus' sentii, et terra
domenica > . nativo • que - fenftt Jtalos iffoi > et Latìnot
$ fed pktate, ac religione, atque naiionel ’ que
[uperavìmus . • :i E
finalmente eonofeendofi ancora dagli Ebrei, la Filofofia d’
Arinotele ef- li • è 1 f r f
Ì-1 h È i l - i Ir À, • I
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t5* eflere in pregiu diciò della religione, fa.
pubblicato decreto nel Sinedrio de- gli Afrnonei ( come fi legge nell*
irto- ria de’ loro tempi ) così dicendo .• Ma- le diti us qui docet
filium fuum Pbtlofo- pbiam G rac am . : Il che vien riferito ancora
da Arrigo Enefiio nel fuo Li- bro Vir fapiens . Quindi, non fia ma-
raviglia, quando leggiamo preffoCle- mente 1’ Aleflandrino, Grata itaque
• Pbilofopbia, ut alti volunt, a Diabo- lo mota e fi i Anzi i
Giudei dopo la venuta del noftro Salvatore, ancorché * empj, pur
dannarono la Filofofìa d’A- riftotele ; perocché avendo pubblicato
il Re Moisè un Libro» a cui diede il titolo 1 Mereh Nevekim, fu
acculato, dagli altri Dottori d’aver corrotta la loro religione »
per aver in effo pur troppo mefcolata la Metafilica d’ Ari- flotele,
come narra il P. Si mone nel fupplemcnto al Libro delle cerimonie/
e de’coftumi de’ Giudei di Leone Mo- dena .. Ed io in finendo dirò di
lui con il gran Pico della Mirandola ; Mali prtnctpiì
finis masut . Da turco ciò, che fi è fin qui rap* portato,
potrà la Santità 1 V ostra pienamente avvifare quànto fian da ri-
prenderti co fi oro, ì quali ardi (cono di biafimare quefta Filofofia,
che mala- mente chiaman moderna, e nuova, e dannarla come
fcandalofa, e mala - r quando finora nè la Santità’ Vostra* nè gli
altri fantiflìmi Pontefici antecefi» fori hannola giammai penfiata con- dannare .
Anzi il contrario leggiamo riabilito dalla Santità d’Innocenzio XI»
in una Bolla ; ciò egli è * . che niuna. cola tra filofofanti, ed altri,
che fico- lafiicamente fi contende, giammai fi' danni o in
difiputando* o fcrivendo, o in pubblicando, che pria dalla Santa
Romana Chiefia condannata non fia ; Ma quando anche ciò non fofie,
qual furore, o fpinto dii zelo ijpinge tant’oltre, cofioro ad incagionar
coma- rea e mala una Filofofia che ha per autori uomini cattolici, dabbene, e
di integrifiìma vita ; avendo per lo con* x$8
trario la lor Filofofia per autori fio. mini gentili, e tra gentili
i più per- vertì, e federati ? Qual ila (iato già il lor Padre
Arinotele, e di che coftumi l’iftorie de* Greci, e de’Latini ne fan
piena, ed affai- ampia tedimonianza ; Quai fentimenti, e quanto
perniziofi sì alle Repubbliche, sì alla j religione, che a’Tuoi
tempi lì tenea tra Greci, egli lanciato abbia a’ poderi la San-
tità' Vostra, rivolgendo l’occhio a quello, che per 1* autorità d’
infiniti fanti Padri, e di molti altri autori pro- fani fi è
riportato, porrà benignamen- te giudicarlo., Non evvi Tanto Padre,
che per otto e più - fecoli riprefo -, e biafimato non l’abbia, nè mai
leggia- mo, che alcuno l’abbia feguito, o fia dato così dettamente
legato alla di lui dottrina, come tuttavia fon codo- ro. Dottrina
veramente tre volte per- niziofiflìma, madre, e fonte di tante e
tante erefie + che per tanto tempo didurbarono. ed affliflero la Chiefa, e
di Crido la vede lacerarono. E fe: rifor- riforgefle il gran Bafilio,
quanti equa-' li de’ noftri tempi riprenderebbe più fortemente, che
non fece ad Eunomio^ ed agli Eunomiani- de’Tuoi tempi j t - quali
giuravano Tulle parole d’Arinotele, come full’Evangelo > e pofero in
ifcompigtio la Chiefa d’ Oriente? Che diremo degli Atanasj, e degli A
leffa n* dri Vefcovi d\ Aleffandria ? . Quanti Crilìiani
taccierebbono d’ Arianifmo, yeggendogli così attaccati ad Arinotele,
onde Tempio Ario prefe Tarmi, e le faettc contro del Verbo ? Non
farei per mai finirla, fe voleffi addurre par* titamente tutte
Terefie, • che da’fegua* ci d’ Arinotele fono fiate indotte nell»
Romana Chiefa per tanti fecoli, e di giorno. in giorno van riforgendo.
Baffi fol dire, che da fei, o più. fecoli tutti gli errori fian venuti da
oriondi per così dire, e figliuoli del grande Aridetele ... i ' « Ma
fliafì pur colla fua pace Aridotele, con quella pace, che nel più cu- po
dell’ Inferno, ov’egli fea.giace, dar > fi può i6o
fi può- Siali ' flato Arinotele non tan- to federato ; anzi dirò
più, fiati (tato uomo dabbene, avvegnaché gentile ei lì (offe .
Sianli Santi tutti gli Arifto- telici, i quali hanno avuto, ed
hanno il nome di Criltiano . Siali la lor dot- trina ottima-, e di
niun pregiudicio j non però avrà che far nulla colla no- Itra
l’anta' religione nè di buono, nè di malo . Siali io dico, e ridico la
lor dottrina profittevole in ifpiegare gli ar- cani della natura,
la natura delle pian- te » degli animali, e che lo io ; non dovran
perciò biafimare tutte 1’ altre Filofofie, eh’ eglino non profèlTano,
quando quelle niuna cola infegnano, che contraria lia a’ buoni collumi,
alle leggi naturali, ed alle leggi di Cri- Ho, e della Chiefa . Coloro,
che rin- novate l’hanno tutti fon già morti cat- tolici, ed in feno
della Chiefa, lenza veruno fofpetto, quantunque minimo d’erefia. E
conceduto, che in qual- che Libro d’ alcun Filofofo Criltiano vi
folle qualche opinione » chiaramente con- rii
'contraria alla verità della religione, fenza dubbio 'veruno
toccherebbe alla Chiefa di condannarla . Potrebbe!! pe- rò ( parlo
pieno di rifpetto, e di zelo, con quella riverenza ed ubbidienza,
che lì dee alla Santità* Vostra, ed alla Santa Chiefa ) dìdimamente
con- dannare quella opinione eretica, ovvero fcandalofa > come fece
per molte dichiarazioni AlelTandro VII. ed altri Pontefici ; e non
ributtarli tutto il cor- po d’un libro, il quale lì compone d*
infinite, e varie opinioni, delle quali la maggior parte niuno
attaccamento ha, ovvero dipendenza colla verità della fede. Così leggiamo
Origene, e Tertulliano lìcuramente, avvegnaché ambedue in molte co
fe lian traviati, come poco ollervanti della nollra reli. gione .
Così leggiamo ancora ' San Ci-' priano Martire, quantunque folle
fia- to d'opinione, che i battezzati dagli eretici lì doveflero
ribattezzare ; laqua- le poi fu dannata dalla Santa Chiefa' per
mezzo d’ un Concilio come ancora tanti altri errori di Lattanzio d’Arnobio e
d’altri. Or fe ciò fia lecir- to nelle cofe di tanta importanza »
cioè nella Teologia, potrà ancora efler Tecito nelle Filosofie, le quali
van decorrendo femplicemente degli arcani della natura. Il
filosofare, Beatissimo Padre, fu Tempre mai, conforme s’è dimoftrato,
libero, e permefiò a chi che fia, purché contrario egli non fia
alla religione > alle leggi umane > ed a’ buo- ni coftumi.
Non han cofa gli uomini» che fia più lontana e men foggetta al- le
poteftà terrene, che il loro Spirito. Nè v’ è cofa più intollerabile,
cl}e quando fi veggono rapire la libertà de* loro penfieri ;
perocché tanto è toglie- re la libertà del filosofare, quanto è
togliere la libertà dell’ opinare ftefTo, non effendo altro le filosofie
che opi- nazioni Quindi è, che
coloro, i qua- li per dura legge delle genti fono schiavi delle altrui
volontà pur fi riman- gono liberi nelle loro opinioni, ed i
lor padroni > i quali han poteftà della lor vita, non poflòno
difporre de’ loro li* beri fentimenti . Solamente lo fpirita dell’
uomo a Dio è tenuto renderli avvinto, elfendo egli folo la prima veri- tà
per elfenza, la quale non può giam- mai nè ingannarli, nè ingannare ;
ed iòdi poi ancora la fua Chiefa > la quale ci favella da fua parte,
toccando a lei d’interpetrare gli oracoli, ed arca- ni di Dio .
Indi quella ubbidienza del- la nollra ragione libera all* autorità
Divina fu fempre giudicata da tutti la prima, e più grata vittima, che
noi dobbiamo offerire a Dio. Il facrifizio certamente non è egli
fanguinofo, è ben però il più pregiato, e caro ; perocché conduce gli
fpiriti nollri, na- turalmente di ripofo impazienti a sì felice
fervi tù, principio » e mezzo d’ogni nollro bene, e falute • Perchè li
dee in ciò ufare grandilfima diligenza, nè legare sì llrettamente quello
nollro libero arbitrio in cofe, le quali poco, o nulla montano ;
perocché potreb- Lz beli befi temere di qualche rivolgimento, o per
così dire temerità dal vederli sì ftretto, e incatenato . Oltreché
po- trebbeli da ciò dar luogo di penfar malamente, che la noftra
fede dipcn- deffe da’ principi delle Filofofie, e che la noftra
religione » ed Arinotele fot fero sì Erettamente uniti, e me (cola-
ti, che 1' una fenza l’altro non polla da noi crederli. Sarebbe ben tre
volte incollante la noftra fede, fe ftabilita folle fopra così
balle, e poco (labili fondamenta, ed andalfe dietro a’fogni, ed
alle frafche de’ Filofofanti . La verità vien ricercata si dalla Filofofia,•
ed è Hata ricercata già per migliaia d’anni ; ma non giammai però è Hata
ella ritrovata ; perocché Iddio ha vo- luto lafciare il Mondo
all’efercizio in- nocente delle Filofolie, ed all’incerto
inveftigamento delle cole naturali, e però alle difpute . Mundum
tradidit difputation'tbus eorum. Conforme anco- ra va dimoftrando
San Gregorio Nazianzeno in un difeorfo, ch’egli detta delle dìfpute. La
Teologia fola ha ri- trovata la verità, perch’ella fola s’ ag- gira
intorno alla vera luce, e prima 1 ferità, eh’ è Iddio, principio d’
ogni j noftro fapere; onde gloriavafi 1’Apoflolo di non fapere
altra cofe, che Critto crocifitto. Quefla verità ritrovata nella teologia
altri non poffede, che 1 la noftra fanta religione, la quale quan-
tunque contrattata, ed afflitta da tan- ti e tanti tiranni, pur fempre
mai vìttoriofa per tanti » e tanti fecoli ha trionferò, e trionferà per
fempre più gloriofa . Veritatem ( ditte un autore )
Pbilofopbia quper ciò fare ha volu- to fervirfi ; perocché verfando
quefte intorno ad una caufa, la quale al prefente fi può dir
prelfochè comune, di comune, ed univerlal difefa ancora elleno pedono
molto acconciamente fervire. Recando adunque le molte parole fue m una,
quella nella foftanza fembra edere fia- ta T idea di lui . Egli ha come
in due parti divifa tutta la Lettera, in una delle quali s* è
ingegnato di biafimare, e deprimere il pia che ha potuto Ariftotile; e
nell’altra lodare, e portare alle ftelle Renato Defeartes. Egli ha
depredo Ariftotile, comparandolo prima- mente con Platone, e inoltrando,
che il principato tra i filolòfi è di quello fecondo; L 4 che
da tutti i fanti Padri molto è flato cele* brato: che la fua filofofìa è
la più favorevo- le, ed acconcia alla Chiefà cattolica ; e che
quella d’ Ariftotile è la più contraria, e pre- giudiziale . S’ e poi
ingegnato di inoltrare, che Ariftotile è flato 1’origine di tutte l’eresie.
eh’ è flato biafimato da tutti i fanti Pa- dri, e finalmente tutto quello
ha raccolto, che può fèrvire di biafimo, e di vitupero di quello
filolofo • Di qui è pallato a glorifica- re il Defcartes . Ha mcftrato da
quanti e quali uomini e fiata la lita filofofìa appro- vata, e
ricevuta : com’ ella s’ uniforma a’fen- timenti de’ fanti Padri : come
ferve molto per difi reggere l’erefie, e così fatte altre cofe af-
fai. Onde porta l’incertezza di tutte le filo- fofie per cagione del
corto intendimento u* mano, e porta Umilmente la libertà di giu-
dicare, eh’ hanno gl’ intelletti nelle materie fìlofcfiche y ha
concitilo, ellère molto da riprovare Tattaccarfi fidamente ad Ariftotile.
C jntra il quale molte colè di nuovo adducendo, e moltiflime altresì a favore
di Renato, della filofofìa di cui teffe un lungo panegiri- co ;
finalmente conclude, effere forte da ri- prendere coloro, che ardifeono
biafimare la filofofìa moderna, la quale non fido al paro coll’
Ariftotelica può andare; ma in oltre ad erta dee ellère antiporta, come
quella, che dalla Platonica fi deriva, e per più altre lodi, ch’egli
affai minutamente, e a lungo ya numerando. Ora volendo (opra
cosi fatta argomentazio- ne col medefimo fine dell’autor fuo, cioè
a prò della moderna filofòfia, alcuna colà offervare; dico in prima, non
effere molto da commendare Io ftabilire la difefa di effe mo- derna
filofòfia fopra la depreffione d’Ariftotile, e fopra la deificazione, per dir
così, di Renato delle Carte. Quantunque volte un eccellente
fcrittore ha occupato un poftocon- fiderabile nella repubblica delle
lettere, non manca mai la fazione di quelli, che Pefàltano, e di coloro,
che lo deprimono fuori del dovere . Vero è, che ci fono ancora
difcreti eftimatori delle cole, i quali il buono dal reo feparando,
quel prudente mezzo eleggono nel dar giudicio, che fecondo dirittura di
ra* gione fi vuol tenere. Molti efèmpj io potrei addurre per
confermazione di ciò: ma perchè fopra Ariflotile procede ilnoftro
ragionamen- to, volentieri io non mi partirò da eflo. Per efempio
adunque de’ glorificatori affettati di quello filofofo fia Averroe, il
quale in que- llo modo lafciò fcritto di lui : j4riflotelir do Urina efl
Stimma Veritas, quoniam ejus inteilelhts fuit finis bumani intclleftus ; quare
bene dicitur de ilio, quod ipfe fnit creatus, et da tus nobis divina
providentia, ut non ignori mus Doffibilia feiri . E nella
Prefazione alla Fisica; Complevii ( Ix>gicam, Ethicam -, óc
Metaphyficam ) quia nullus eorum, qui fecu * ti funt eum ufque ad hoc
tcmpus, quod efl mille et . quingentorum annorum, quidquam addidit, nec
invenies in ejus verbi s errorem alicujus quantitatis, # ta/ew £// per
quan- to egli raedefimo ne dice, venti anni interi fpefi avendo iti
Squadernare i libri d’Ariflotile, anzi oracolo, che giudicio è da repu-
tarli . Così adunque egli fcrive nel Prolago al libro JY. del fuo Examen
vanitati* dottrir Tue gentium : Multa apud Ariflotelem erudì . f
> tio, multa eleganti a fcribendi, inulta etiam,
fcrtajfe verità: fed certe non parva vanita - JLo fcrutinio fin qui
da noi fatto di varj, c oppofti giudicj intorno al medefimo fog-
getto formati, può fervir di regola nel giudi- 1 care di. tutti gli
eccellenti fcrittori. Noq bifir gna nè alla bellezza della virtù, nè alia
brut- tezza de’vizj lafciarfi cosi rollo ingannare, nè fafcinare in modo
la vi (la, che fi travegga e fi finarrilca quel fenderò dì mezzo, per
cui Tempre colla (corta della ragione dobbiamo proccurare d*
incamminarci . Ma egli fi ritro- vano uomini d’ immaginazione tanto
gagliar- da e forte, che poiché hanno fidato la men- te nella
qualità d’ un oggetto, non (anno tanto o quanto fidarla per dominarne le
al- tre - Conoro confederano ' le colè (blamente per quel verfo, a
cui dal moto de* (oro fpi- riti fono portati, e di qui è, che o il
bene folo, o il male precifamente contemplano » Quello predominio
dell’ immaginazione in nelfun’ altra opera per mio avvilo meglio fi
fcorge, quanto in quella de veris principiis, et vera ratione
pbilofopbaudi di Mario Nizo- iio. Quello fcrietore avendo al principio
con- ceputo della (lima verfo Cicerone, e vdeldifi credito per •
Ari dotile,‘a poco a poco s* è lafeiato condurre a tale, che nuli*-
altro che il lodevole in quello, e in quello nuli* altro che il
biafimevole egli vedeva . Gli è fi- nalmente» paruto, eh’ ogni cofa,
anche 1’ imperfezioni del primo roderò divinità, e le cole anche
buone del fecondo fodero vizj, e magagne . Di qui è, che negli accennati
li- bri, egli conculca ogni opinione, e lèntenzia d’ Arillotile, e
glorifica ogni detto di CICERONE (si veda); per qualunque definizione anche
de- bole, e imperfetta del quale, egli s’ ingegna
di ritrovare principi, da cui fi deduce com* ella è
giuftiflima, e vera. Quella lòrta di li- bri può efler utile per quelli,
che all* oppo- fla parte fono dalla palfione portati / perchè
fcorgendo nella lettura di elfi il rovescio, co- me fi dice, della
medaglia, può avvenire, che s’inducano a dubitare di quello, che
fi- no allora aveano tenuto per fermo . Per al- tro e l’uno e 1*
altro di quelli eflremi merita grandilfimo biafimo, nè v’ ha colà,che più
i retti giudici impedifca quanto quello fv la- mento della ragione, a cui
la fantafia ha tolto la briglia di mano,. Intanto la vanità, e
lafu- perbia dell’ uomo fi palce molto di così fat- to cibo, perchè
o colla deificazione, o colla deprelfione altrui o coll’uno e l’altro
inlìeme, fi fpera di potere llabilire la propria fama « Egli
avviene nonpertanto, che la colà il più delle volte va tutt’all’ oppollo
. Nulla è che minor imprelfione faccia nelle menti de- gli uomini,
e che più agevolmente dimentichino, quanto quelli sforzi violenti : degl’
intelletti da troppo gagliarda immaginazione trafportati : non altrimenti
appunto, che 1* azioni llravaganti, e inufitate de’ pazzi, ap- pena
s’oflèrvano . E chi è egli, che fìlolò- fando fi Ila giammai attenuto a’
principj di- Mario Nizolio? lo non ritrovo appena regi- flrato il
filo nome tra i nemici d’Àrillotile. Ma ritornando in via, dico, che
l’autore di quella Lettera fembra effere (lato alquanto tocco dal prurito
y di cui abbiamo fin qui favellato, mentre con tutto lo sforzo
dello fpirito s y è ingegnato di raccogliere il polfibL. le con tra
Ariftotile, e dall* altro canto por- tare fino alle ftelle il Delcartes ;
ogni prova facendo > e nulla intentato lalciando per ap-
pannare, e far violenza agl’intelletti de’luoi leggitori . Per
contraflegno della fila palilo* ne, anche dentro a* cancelli di puro
raccoglitore degli altrui giudicj, offervifi il modo, eh’egli tiene alla
pagina 34. in iftorcere vio- lentemente contra Ariftotile alcune
parole del P. Petavio, dette ad altro intendimento, anzi in
propofito tutto conti ario. Quello Pa- dre nel capitolo III. numero V.
dei Prolago alla fua Opera de* Dogmi Teologici, dopo avere addotto
un lungo palio di S. Bafiiio, nel quale lèmbra, eh* e* rigetti in tutto
la filolòfia Ariftotelica, foggiunge al fine cobi: Ceterum iifdem
in verbi * videtur Bafìlius in totum abdicale, ac rejecijje ab fidei,
Theo* hgiécque conjortio univerfam Ariflotelis philofo* phiam
tanquam Cbriflo irrvifam, et inimicami atque ab bofle illius Diabolo
proferì am . Quam uonmllorum opinionem refellit Clemens Ale*an-
drinus in primo Stromateon > ut alibi memini - mus . Sed ab bujufmodi
Jufpicione Bafilium paullo pofl purgabimus . Ora il nollro autore
prende da quello palio quelle lòie parole ; Ari m Ari flotti
is j>hilofophiam tanquam Chriflo invi, fam, et inimicam i atque ab
hofle illitis Dia. bolo profeti am ; e le porta come un detto del
P. Petavio contra la fìlolòfia d’ Ariftotile. E chi non vede però che il
prurito di conculcare quello filofofo ha fuggerito all’autore della
let- tera una sì aperta, e abominevole ftorpiatura? E pure y
fe per 1* altro verfo vogliamo ri- guardare e Arillotile, e il Delcartes,
non ci mancherà motivo, nè fcrittori, i quali ci a- prirànno la
ftrada a deificare il primo, ed a deprimere, e conculcare ancora il
fecondo, lènza nè pure aver bifogno di ricorrere a tali artificj .
Ogni volta che uno fcrittore s’ha a. cquiftato un gran nome nella
repubblica del- le lettere, e mafTìme per lungo tratto di tem- po,
’è pazzia l’immaginarli, che tutte le co- fe lue pollano eflère tee . Il
buono làrà mi- fto col men buono, come di tutte l’ umane cofe, che
perfette giammai non li videro j fiiole avvenire ; e però quelli, eh’
amano dì cogliere negli eftremi, troveranno in amen. - due le parti
da làttollarli . Il punto Uà, che non lì lufinghino d’innalzare una
fabbrica, che non polla eflère da alcun altro colle ilei* fe forze
diftrutta, per non ritrovarli contra la loro efpettazione ingannati. Un
altro, che riguardi lo fteflò oggetto dal lato oppofto a quello,
che 1’ hanno riguardato efli, ritro- verà tolto gli liromenti da
dilhuggere in quella fletta fucina dov’eglinò gli avevano ri.
trovati per fabbricare - Di quella difputa d’ Ugone da Siena, al tempo
del Concilio, che fi cominciò in Ferrara, riferita dall* autor
della Letteta, come cola inftituitaperefalta- re Platone, e deprimere Ariftotile,
così nel., la fua Cronaca lafciò fcritto Filippo da Ber- gamo :
Cumque Nicolaus Marchio, et multi in Synodo congregati pbilofophi
excellentes ad - venijfent, cuniios in medium philofophia jocos
adduxit ( Ugo ) de quibus inter fe Plato ± Arifloteles fuis in Operibus
contendere, ac magnopere dijfentire videntur, cdocens eamfe partem
defenfurum y quamGraci oppugnandam ducer ent, five Platone m y fi ve
alium je fequen - dum arbitrarentur . Lo fletto atteftano Enea
Silvio nel capitolo LI I. della Dedizione delF Europa, e Andrea.
Tiraquello nel capìtolo XXXI. del libro de Nobilitate . Ecco
pertan- to, che il fine d’ Ugone non fu V efaltazion di Platone, e
Pabbaflàmento d* Ariftotile, come vien fuppofta : ma fi profefsò di
voler difputare problematicamente, che vai a dire, difendere la
parte impugnata, e per confe- guenza difendere o l’uno, o l’altro di
quelli due fUofofì . Cosi il Concilio Lateranefe V. a torto vien
portato alla facciuola 114. come difàpprovatore, e condannatore della
filofo- fia Peripatetica nella Scffione Vili. Bafta fo- to leggere
P accennato luogo per chiarirli, che quello Concilio non condannò nè
Anda- tile, nè Platone, nè alcun altro filofofo in particolare : ma
generalmente della filofòfia ragionando, proibì primamente I* abufo
a que’ tempi introdotto di difendere nelle pub- bliche Tefi, che
circa lo dello punto, quel- lo era da dire fecondo la filofofia, e
quefto fecondo la verità : ovvero tal colà fecondo la filosofia e r
a vera, che fecondo la fede erafal- fa . In fecondo luogo ordinò a tutti
i Lettori pubblici delle Univerfità, chefpiegando i fìlofòfi,
avvertilfero la gioventù degli errori loro, alla fede noftra contrari,
-confutando* gli, e riprovandogli . E finalmente (labili, che
niunCherico doveffe dopo io ftudio della Grammatica appigliarli a
quelloodeilaPoefia, o della Filolòfia, lènza ftudiareinfieme Teolo-
gia, e Canoni, acciocché, foggiugne, In bis Janlìif, et utilibus
profijfionibus Sacerdotes Domini inveniant, unde infili a s Pbilofopbia,
et Poe fi s r adice s purgare, et fanare valeant. E tanto è lontano, che
i Padri di quefto Concilio abbiano avuto in animo d’oltraggia- re
Ariftotile, eh’ anzi lette le poco fa accen- nate cofe, e ricercato, fe
alcuno avelTè pun- to che dire in contrario, fi levò fufo Niccolò
Lippomano Vefcovo di Bergamo, e sì difle^ Quod non pìacebat fìbi, quod
Tbeoìogi impo - nerent Pbilofopbis difputantibus de veritate in -
ielle fi us tanquam de materia po/ita de mente M LIZIO y quam [ibi imponti
Averroes: lieti fecundum verità rem tali opimo e fi fai fa. Similmente di
queir Aezio Vescovo che dall’autor dell’epistola è rapportato come uno che per
troppo starsi attaccato alle categorie del Lizio, cadesse in eresia e
diventaflTe ateifta, Socrate nella sua storia ecclesiastica cosi ragiona.
Hoc aiitem facit categorii s LIZIO sic liber iU le e fi ir. scriptus
fidem habens ex quibus disputando ac se ipsum fallendo y non int clienti y
ncque a feientibus didicìty quis fìt LIZIO feopus. Ille namque propter fopbifias philosoph'ue lum illudentes
id genus exerctiii conscripsit y et Di al etite en per sophismata novis fopbiflis
dicavti. Itaque academici qui ACCADEMIA y ac Plotini scripta e L 9
immaginazioni belle piut- rollo ad udirli, che fiifliftenti e fode, le
quali sono fparfe per tutto il corpo della fua filolofia y e che tinta di
fanatifmo T hanno fatta comparire. I vortici, che da fonti torbidi italiani,
come sono quelli di Bruno, ha prefi il. Descartes – H. P. Grice,
DESCARTES ON CLEAR AND DISTINCT PERCEPTION -- per far girare la fila triplice
materia; sono colori, che possono servire a fare un ritratto di lui tutto diverso
da quello, che ha fatto l’autor della lettera Malebranche mede, fimo l’uno
de’più acerrimi difensori, e approvatori della dottrina di Renato, così
lascia scritto nel libro ili. patte L della ricerca della verità. Mortsù
Descartes è anch'egli uomo y soggetto all’errore, e all’illusione, come
gli altri . Non v 9 ha alcuna delle sue opere y non eccettuando nè pure
la sua geometria y in cui non sia qualche segno della debolezza dello spirito
umano. Non bisogna adunque fiare alla sua parola; ma leggerlo cautamente,
com 9 egli ftejfo ci avvertijfe. Non sono anche mancati uomini dotti, i quali
hanno fatto vedere, che la sua filosofia è di pregiudicio alla fede, i8i ed
è contraria a molti dogmi cattolici AIcuno ha pretefo, eh ella rinnovi l’eresie
di Pelagio, e di Neftorio: ed altri, eh’ella sia la firada allo spinosismo,
e all’ateismo Io sò, eh’è slato risposto
a questi tali, e che vi si risponderà: ma quello appunto è quello, che il di
sopra da noi detto conferma, e che mostra quanto agevol colà sia o,
ecceder nella lode, o ecceder nel biafimo, quando non s 9 ami di fidar l’occhio
che o ne’sòli vizj, o nelle sole virtù. Non sembra adunque, com’ho detto, degno
di molta lode il disegno di stabilire la difesa della filosofia sopra
le lodi, ell’efaltazione di Descartes, e sopra i biafimi, e depreflione del
LIZIO, ficoome sopra un fondamento, che si può distruggere con quella stessa
facilità, con cui s è innalzato: e per mezzo del quale, fermo e
inconcuflò renando, si verrebbe a slabilire quello, che l’autor filo
medesimo in alcun luogo con molte parole s 9 e ingegnato di diftruggere,
cioè il farli seguace indivisibile d’alcun filosofo particolare come H. P.
Grice. Ora diciamo alcuna cosa della principal ragione, sopra cui l’autor
della Lettera ha piantato la difesa della filofofia; la quale si è, che
derivando ella dal fonte dell’ACCADEMIA, fìlosofo superiore al LIZIO, approvato
dagli antichi padri, e riconosciuto come molto vicino a’dogmi cattolici;
ella non vuol eflere riprovata, massimamente in confronto del LIZIO,
la quale, secondo lui, è J }a* fa l’unica, e sola cagione, anzi l y
orìgine JìcJfa di tutte l’eresie. E quanto al primo, cioè quanto al
principato, tra l’ACCADEMIA e il LIZIO; molto difficile, molto dibattuta, e da
niiino per anche decite quistione ha preso a diterminare il nostro autore,
augnandolo al primo. La difficoltà di tal decisione procede, che molti essendo
i pregj delfinio e dell’altro filosofo, amendue ancora hanno le loro
imperfezioni. Secondcchè pertanto si vogliono riguardare sì nell’uno,
che nell’altro più quelli, che queste, si ha campo ancora di antiporre, o
pote porre l’uno all’altro. Ma per quello, che riguarda il secondo
y cioè quanto al far uso dell’uno, o dell’altro nella teologia, e nelle cose
della religione, non sono pure ben d’accordo tra loro gli uomini dotti
qual sia da preferirli. Se per L’ACCADEMIA sta l’uso, che mostrano averne fatto
i primi padri della chiesa: nè anche il LIZIO va privo in tutto di
fimi! pregio, mentre al riferire d’Eusebio nella storia ecclesiastica, in
Alessandria, anche al tempo, che i dottori apostolici rifpJea« plendevano,
il LIZIO (cuoia fioriva. Clemente Alessandrino Stromatam, riferita, che
Ariltobolo con molti libri prova, la filosofia del LIZIO dalla legge di
Mosè – IL DECALOGO H. P. GRICE THE 10 COMM --, e dagli altri profeti
derivarli. E Gioleffo nel lib. I. contva Appìonem, insieme col mentovato Eusebio
nel de preparatane evangelica, recano un luogo di Clearco, ditapoIo d’Annotile,
da cui si scorge, come quello filosofo, eliendo m Asia, tenne lunghi, e sciendfici
ragionamenti con un dotto, e savio ebreo, da cui apparo molte belle, ed
eccellenti cose ne’divini libri contenute. Anzi fu opinione d’alcuni, che lo
«elfo filosofo, avendo avuti per mezzo d’Alessandro i libri di Salomone, molte
cose da quelli raccoglielTe, e trasportalfene’ fuoi. Ne mancarono fra
moderni lasciando per ora da parteltare i libri de vietate il LIZIO, de f
alate Anflotchs, ed altri limili dati fuori chi comparazioni tra la scrittura
sacra, ed il LIZIO facendo, s insegnarono a tutta lor polla di mostrare, eh ealino
pattano d’accordo, come Trapezonzio, Zeifoldo, Steuco, ed altri. Sopra
così fatta lite pertanto a muno, s’io non vado errato, dispiacerà il
prudente giudicio di Cano, stimato meritamente dall’autor del la lettera
il maggior ornamento della famiglia domenicana. Divo Augusli, wofdice
quell’ autore nel de loets Tbeologicis Pialo summus est: Divo Gazeo, di
Teofìlo Patriarca d’Antiochia, di Lattanzio Firmiano, d’Eusebio Cefàrienfe, d’Epifanio,
di Gregorio Nazianzeno, di Girolamo, di Crisostomo, e di Teodoreto, ne’quali,
tutti concordemente biafimano, e {gridano l’ACCADEMIA, e la sua fìlosofia, come
quella, ch’è fiata l’origine, ed da palcolo e fomento ad infiniti errori
ed eresie. Ecco adunque che IL LIZIO non è fiata la sola pietra dello
scandalo. Ecco ch’egli non è l’unica cagione di tutte l’eresie. Ma L’ACCADEMIA
senz’alcun dubbio, in quella parte lo supera, ed è stato guardato di malocchio
da padri; e l’accollarli, ch’egli fa in qualche modo più a noi, è
ridondato in nollro maggior pregiudicio. Di qui fu però, che negìi ultimi
tempi, quando Gemillo, il cardinal BelTarione, Gufano, e FICINO (si
veda) illullrarono, e fecero rifiorire la ACCADEMIA limola, quali tutti non pertanto
stimarono miglior avviso, o almeno minor pericolo, attenerli tuttavia al
LIZIO. Sen. tali lòpra ciò 1’ avvedutiflìmo Giovan Fran- celco PICO
(siveda) Mirandolano, il quale nel libro 1 V. capitolo IL del fuo Ex amen
vanìtatis dotivi, ttee gentium, in quello modo lafciò Icritto. Alti
nihilominus, Platone poflhabito, haferunt Arifloteli, exiflimantes illum
noflr et exatìe, fed in comuni defumta ) prxbere aditum faci - lius
po/fit, quam Arifloteles, qui rationibus, non fide, foleat plurìmum et fere
femper inni - ti . Ma il talento di avvallare Ariflotile, e
cacciamelo del mondo, e della memoria degli uomini; non ha lalciato Icorgere
all’ au- tor della Lettera, non dico le lodi fue ; ma nè pure i
biafimi, «Squali i medefimi Padri ne’medefimi luoghi, in cui nello
ripigliano, » anche il fuo maedro fogliono non punto di-
verfamente trattare . Per cagion d y efempio nel capitolo XJ. del Libro
intitolato Regala Monacharum, a Girolamo già attribuito, fi leggono
quelle parole ; Attende, et tu fatuorum fapientum princeps Arifloteles .
Elleno però fono Hate tolto notate dal nodro auto, re, e nella
lettera aliai avidamente inferite: ma queir altre: Verum non fine labore
didicu ) fii tuam Japientiam fatuam Plato y folamente due verfi
lontane, e quelle ancora aliai vicine; Non banv fatuitatem doéìijjimam
Athenis Plato didicit, non Arifloteles y non Anaxagoras > non cete
- rorum fiultorum mundi fapientum turba percepita non fono Hate
avvertite da lui, nè notate, non altrimenti, che feo non iforitte, o
rafe, e cancellate Hate li fodero. Ma che diremo, che dopo quel
detto da lui in difcredito d’Afrillotilc recato, immediatamente al
medefimo . filofofo quedo elogio è teduto, o leurato fi mil- mente,
non fo come, c tolto agli occhi del nollro autore? Et fi fueris abfque
dubitano, ne prfdigium, grandeque miraculum in tota na+ tura y cui
pene videtur infufum, quicquid naturai iter efl capax humanum genus,
43c. Le quali parole anzi della foiocca abbjezione, e viltà del
Chiofatore Arabo, che del- la gravità Geronimiana tenere mi sembrano r no Vero è però, che da tutti i
Critici efl fendo coiai opera da quelle di Girolamo fe pa- rata, e
come lavoro di più baili tempi, non fu Averroe nella Prefazione
alla Fifica 4 parlando d’ Afiftotile difTe : Talem ejfe virtutem in indi-
viduo uno tniraculofum et extra neum exifiit . A che pare, che corrifpondano
qtìeft e parole : Si fuerir ab - fque dubitation e prodigi um 3 grand
eque mìraculurn in tota natura . Averroe ancora fopra il libro JL
della generazione degli animali, così lafciò fcrirto : Lau* demur
Deum, qui feparavit lune virum ab a li ir in perfezione 5 appropriavitque
ei vltimam dignità tem bumanam ò quam non omnis homo pottft in quacumque
£tote attingere . Alle quali parole s } accofta- no ùmilmente quell*
altre : Cui pene videtur infu - fum, quicquid naturaliter efl capax
bumanutn gsnut . Di qui fi può formar conghiettura, che cotal Libro non
fia flato feri ero, in cui fiorì Averroe. Oltre a moire voci de 9 tempi baffi,
e parecchj veftigj di fcolaftico, e Parigino idioma, che vi s*
incontrano y e che pofTono fervire per confermazione di quello 3
maggiormente ancora tutto ciò fi ftabilifce dalle parole, che fi
leggo* Do nel Ut quafi quorundam pbilofo - pborum videretur in eis
verificavi opinio, qui unam ponunt in bominibur univerfir animar» folam .
La qual è opinione venuta fu ne* tempi baffi,dai rappor- tato
Averroe mefTa fuori e difefa, impugni 3 da S. Tommafo,e finalmente
condannata nel V. Con- cilio Lateranefe alla Seffione Vili. Ma perchè
per . altra parte dell* accennata opera fi fa menzione del
pranfodo- po nona ne’ dì di digiuno ; il qua! ufo s’è nella chiesa
confervato fin verfo il fine del XIV. fecole 5 perciò potrebbe
argomentarli 3 che il Libro non fof9i fna giudicata non era da
farfi arma fuor di ragione contra lo Stajprita del nome d’un tanto
Padre . Ben piu vantag- giofo e per V autore della Lettera, e per
la verità flato farebbe, eh’ egli nelle vere ope- re i veri
'(entimemi di sì gran Santo intorno a ciò rintracciato, e quafi fpigolato
avefle, mentre in quella guifa il perfeguitato Arifto- tile dal
glorificato Platone non mai guari lon- tano ritrovato avrebbe - Come
(opra il capi- tolo X. v. XV. deir Ecclefiade. Lege Platone m: Arifloìdis
revolve verfutias y et probabis verum esse quod dicitar : labor flaltoram
affliget eos . Sopra il Salmo v. Vi. al- tresì. Nane ipji hareticì licet
per Arìftotelern y et Platonem videantar fimplicitatern Ecdefi e
fin dove fi debba fèguitargli • Poflòno è vero accodarli f chi piu,
e chi meno a* dogmi della noftra re- ligione, fecondo i fonti da* quali
attinie* ro le loro cognizioni ; ' ma non è però giammai da fperare,
che ferifcano il fe. gno, perchè le tenebre, nelle quali viveano, loro
non permettevano d y arrivare tant* alto . Altro dunque non fi può
in /quella parte, che com piagnere la mifèria, e infelicità loro :
per altro il biafimo, e la lode non ha propriamente luogo fòpra
elfi,?fe non quando fi confiderano • da fe, come puri filofòfi, e
fèparatamente da* do- gmi de* Criftiani. T Ora palliamo a
dilcorrere brevemente dell* idea generale, che P amore della
prefènte Lettera ha avuto ; il quale ha divifato > che la difefà di Defcartes
fia la difefa della filofofia moderna, e la condannagione d’Ariftotiie
fia la con. dannagione cella volgare. Incorno a ciò è da
avvertire, che la mo- derna filcfòfia non è in modoconftituita dalla
filofofia del Defcartes, che Cartellano, e N Mo' Moderno fìa
la medefitrià cofa. E 1 ben vero, che non fi può eflère Cartellano lènza
eflère ancora Moderno; ma non è vero, che non fi pofla eflère
Moderno fenza eflère Cartefiano, Per la qual cofa la filolòfia Cartefiana fi
ha alla Moderna, come la fpezie al genere. Ancora è da notare, che avvegnacchè
la volgare fiJtfofia abbia voluto unicamente ac. taccarfi ad
Ariftotile, tuttavia eflèndofi ella lèrvira per intenderlo dell*
ioterpetrazioni de- gli Arabi, i quali per l’ignoranza delle lirt^
gue, e per mancanza d’erudizione, peflima- mente 1’ hanno iotefo: nè
lette avendo gli Scolaflici quefte interpetrazioni nell’idioma, in
cui da’ loro autori erano fiate fcritte; ma dall’Arabico trafportate in LATINO,
o come alcun dice, in Ebreo dall’Arabico, e po. fcia dall’Ebreo in
LATINO trafvafate ; può et fere per ciò aflai facilmente avvenuto,
che la mente d’ AriflotiJe per lo diritto intendi- mento prefo, fia
del. tutto oppofta a quella degli Scolaflici, e cosi la mente degli
Scola. Ilici a quella d’Ariflotele. Ora di qui ne fégue, che come
vituperandoli, e condannan- doli i modei ni, per avventura nè fi
vitupe- rerebbe, .nè fi condannerebbe il Defcartes; ' così per
l’oppoflo lodandoli, e difendendoli il Defcartes, può eflère, che nè fi
lodino, nè fi difendano i moderni . Similmente fi ccome vituperandoli, e
condannandoli gli Sco- la- lattici, è facil cotti, che nè fi
vituperi, nè fi condanni Arittotile • cosi potrebbe dare il calo,
che vituperandoli, e condannandoli Ariftotele, nè fi vituperaflèro, nè li
con- dannaflèro gli Scolatici, eh’ è quanto dire la filolòfia
volgare. E* ben vero però, che quell’ ultima . eiTendo colà dilEcilittima,
e preffochè imponibile ; perchè non è da cre- dere, eh’ elfi
Scolatoci perverlàmente intendendo Arittotile 1’ abbiano migliorato : ma
piuttotto piggiorato affai ; cosi il vituperare, e il condannare
Arittotile pare, che provi molto quanto al vituperare, e condannare
la filolòfia volgare . Ma per 1’ oppofta {ra- gione il lodare, e il
difendere Renato Dett cartes non pare, che provi tanto per quello^
che fpetta al lodare, e difendere la filcfofia moderna; Perbene adunque,
e acconcia diente difen- dere, e lodare quella filofofia, {ómbra di
me* ftieri cercare il fuo verocottitutivo, dalla bon- tà ^.o
difetto del quale, la lode, e il bia* fimo ad eflà Umilmente fe ne
derivi. Ora quello, che fembra la filofofìa moderna conttituire, e
alla volgare degli Scolali ici immediatamente oppofta; renderla, fi è
lo lcotimento del giogo Peripatetico, e di qualunque altro
particolar filolòfo ; e la pura ricerca della verità. dove, e in
qua- lunque luogo ella fi fia . La ichiavitù nel. N *
la la quale, feguendo gli Arabi, gente d f ani* ino baffo, e fervile,
avevano pollo il loro intelletto gli Scolaftici, per ellere dapper-
tutto fparfi, e difufi, s’era ancora dapper^ tutto difufa, e inoltrata,
ed avevano cbbligato tutto il mondo a non filofofare con altra mente, che con
quella ' d’Ariflotile. Avvegnaché fopra infinite quiflioni di filo- lofi
a 7 col là pere* la mente di quello filofo- fo, non fi fappia per anche
nulla y tuttavia eglino s* erano immaginati di làper tutto. Nequc erìnn-
Philofophum ; ( cóme dice Giovan Francesco PICO (si veda) ) fed Pbìlofopbi*
legem pkrique omnès arbitrobantur . Quella però è la cagione, che
fi fono veduti fopra tal qui. ftionepiù libri, deflinati ad eliminar la
men- te d’ Ariflotile,' che a ricercare la lidia veri, tà della colà
. Molti hanno incominciato a riflettere, che quello era un travaglio
molto penofò, e che il frutto non -iftance era aliai tenue. Hanno
offervato, che per quella via, al più non fi’ poteva venire in cognizione
che di quanto fapeva Ariflotile, che vuol dire di pochiflìme cofe,
rifpetto a quelle, che s* avrebbono potute fcoprire . Dove 1’altre
ar- ti al tempo de* primi ritrovatori • fono Tempre comparlè rozze tempi
d’ A ri Rotile >' di Piatone, di Demo- erito, e d’ Ippocrate, molto fi
làpeva per squelPctà, allo ’ncontrocol tratto del tempo era venuto
anzi perdendo che no, e le fet- enze s* erano piuttolìo abballate, e o
Taira te, ^he illuflrate, e innalzateli, com’era di ra- gione -
Conchifero adunque, che quello modo di filofofare degli Scolatici èra
irragione- vole, e barbaro, e non tendeva ad altro, che a coprire
tutto il mondo d’ una miferabile ignoranza, mentre, come avvertì anche
Sene» .Qui aitimi fequtiur tiibil inventi, imo ne* que quarti..
Valla Romano fu il pri-, che a’ adpprò a trarre la filofofia del mi. fero
fervaggio, in cui li giaceva, inoltrando èllere lecito fentire diverfo da
Ariftotile co* duci tre Libri Diale Elie arum difputatwmm, che
fcriflfe a ^quello fine . Anche .Giovati Francei- co Pico Mirandolano ne’
tre .ultimi Libri del fuo E* amen vanitati s dottrina gentium,
molte colè difputò contra lo lìdio filofofo ; e mol- te altresì ;
Lodovico iVives ne* fuoi Libri de cauffts corrupanrm artium, per non dir
nulla delTelefio, del Patrizio i e d’altri fomiglian. ti,ii quali
pure tennero la ll'eflà via . Dietro le velìigie di coltoro BONAIUTI (si veda)
in Italia, e Barcone, in Inghilterra inftituirono Un modo di frlólòfare
libero, e del tutto oppolto, all’ antico. Scola Iti co, e gittarono
le prime fondamenta di quella ft- r«o n ? • io. lotcfia che fi chiama Moderna/ non
perchè fidamente ora Ì fuoi principi fieno /tari po. Iti in ufo;
che Tempre, e in tutti i fiecoli gli uomini ragionevoli altra via non
hanno mai tenuto ne! tilofcfare; ma perché dopo ? in. fezione
orribile, e univerfale degii Scolaftick iqtiali amava n meglio di
fcioccheggiare coti Ariftotile, che con altri tàggiameme'iditcop*
rere, come alcun diffe j q netti ottimi pria, eipj fono fiati felicemente
richiamati, e pa. fti in ufo da moderni . Aperta cosi Ja fi rada da
queftì due nobili, e valorófi ingegni . primo de’quali fu il primo ancora, che
chia. mo in ajuto della filofofia le Matematiche, e che con
profpero avvenimento Je v’ intro- dufie; comparvero ben tofloCartefio, e
Gali, do ?r, r £ na . altri ec. celienti filofofì, i quali t a n te
^ e sì diverte ecfe e in cielo *, e in terra difcóprirono, e
cosi fatto utile recarono a tutte I» altre arti, e fpecialmente alla
Medicina, che ben fece, ro conofcere cogli effetti, quanto infelice,
e miterevole fia la condizione di qpefti aridi, f d, g' 1 ™
d* Ariftotifc; e quanta fia la necetfita di battere altra via per ben
fìioi babugemus in Italia Galil quotiefeumque ipfi permittitur
libere quo* cumque vagari. Verumenimvcro nec argumenta in oppofitum
defunty pracipue quantum ad pbilofopbiam. ^Ecce quanam plus minufve .
/. Ouod nonHdeo rerum fcìentia aequiritur y fla- tim ac auttpfis
innotefeit opimo 5 quacumque aliter fentiendi, aut fcribendi pr aclu fa
facuh tate . Ih Qupd fape fapius temporis multum fruflra
tranfigitur, germanum vefligando prò* prii auttoris fenfum > fpeciatim
in aliquibus con- troverfiis y quas ipfe fubobfcure refolvit. Hinc ea
penitus non declinari y qua timentur abfitrda, hoc efl circa opinandi
libcrtatem ; Magifler enim nonnibil acutuSy auttorem quem- piam ad
proprhtm fenfum jugiter potè fi expo - . i ntn - tot tendo trabere,
ita ut in eunlfis fihi patroci. nari videatur. IV. Quod in pbilcfapbicis
libe . rum unieuique effe debeat fuopte nutu de re. .rum natura
fentire, et quod fcrutanda veri, tati plurimum obefl ita jur are in verba
dolio, rum, ut borum auHoritatì, baudquaquam li. eeat refragari.V-,
Quod iflopotifftmum loco Divi Atfguftinì norma m fequi cportet,
adferen. tis, quantavis auiloritate, ac fanlìitate
fulge. fit aliquis aulior, ipfi tamen indubitatum, fir. tnumque affenfum co folum effe prabendum,
? to rationes ejus illum a nobis extorqent . VI.
andem Deum onice. effe, cujus auHoritati, nipote maino infallibili,
fit tace fidendum. 4 t 1 » i INE. 0 •* • :t \ ;
u M s i Delle cofe notabili, contenute nella
preferite Lettera, . e -nell’; ; ; Offervazione. M si pone in Dio.
84. gran fbfifta. AriflptplicìJ Vedi Perl pitici . Tjf J
AriflotUe rfòvetchia autorità dataglida alcuni 8 . * 1 ?4- condanna
Platone, e n*è riprefo. 1 j.fiioi * : ièguaeV eretici . . pròBaMJifti venerato
còme idolo. . i59.bia/tmatoda > fanti Padri ..da altri . . fuoi libri
condannati . . notato di gravi errori da’ Padri, ed r, altri. 41.
4Z. .,'fu uno de 9 maggiori filo- . lòfi delia Grècia 44. fu chiamato in
giu- *5 ^icio . . fuoi principi bugiardi . .; infa- mato da 1 fuoi
feguaci lteffi ., 45-46. fe ve- nifle ora al mondo fi difdirebbe.
c noniftimò di dover eflère norma univerfà- le . . e 1 origine di tutti
gli errori de interpetri. i^.fwacrfcurità. . è li ìóJò tra tanti
filofofi,(:he fia ftudiatq, fxid ila V n izio ne deIL*iTOii\c> biajtj
ma|? -- immortaJi^delranima.. fua Logica T fofìftica . . lodato
affettatamente . flrabocchevolmente biafimato> giudici retti fopra il
medefimo . 171. non •%• • C Ano ( Melchior ) ; Tuo elogio •:
38. giu- ì dicio del medefimo intorno a Piatone e jAnilotile Capitone :
fct raggiante i, ; Caramuele ( Gio. ) : ilio prelag io intorno al-, la
filofofìa Cartefiana. . {, 120 Cartefto ( Renato ): lii che
fondamenti pian- « tane il fuo fiftema - .. fiioi principi giu* ili
y e buoni. . fuoi fèguaci. «‘ fo*! fuoi protettori converte la Regina di
Svezia e altri lupi fentimenti fi conformano v «> n que, de y
Padri. n8. chiamato il refu gio de J
cartoli- onori fattigli. . calunniato dalle univerfità
Protettami . . fuoi nemici - fiioi difenlòri . pone per primo principio il dubitare .
87-fua prote- it azione, $7. a ma d’effère corretto. . per- chè
fine meditate una nuova, fflofofìa. lodato dal P. .Merlènni . 118.119.
s’uniforma fo’ftntimenti di Platone. 121. fuoi coltami. iiz. giudicio
fòpra il medefi. ino del Malebranche . . fua filofofia
-difefa dalle migliori univerfità d’Europa. . ù »Ojr . fi
dee antiporte a quella d* Ariftolile.. è veramente Criltiana lodata. prefagio del Caramuele intorno
al* la medefima- . è tratta dalla Genefi perchè contraddetta da alcuni ha
dato motivo a molti di dar in pazzie . ed empietà. 179. fuoi difetti
U ha alla Moderna come la fpecie al genere Cartellano, e Moderno non è
lo fteflq. P. C a fati: abbraccia la fìlolòfia
Moderna. Caffi ni: fila oflervazione . ili Celfo: contrario
a J a bolero. CeJ alpini ( Andrea ) .* fua. (coperta. Charlet : amico del
Cartello Cbiefa: fua dottrina è la vera fìlolòfia . è interpetre degli
arcani Divini . 163. Ve- di Teologia . P. Cbirchero (
Atanafio ): proccura 1’ amici- zia del Cartello Clemente ( AlefTandrino
): non iftimò, che i Greci fi giuftificafièro per mezzo della fìlo-
lòfia. Cicerone ( M. Tullio ) .* divinizzato dal Nizo- Ito.
Cielo : (ita grandezza, materia, e moti ignoti. • '>'••• ' Cipriano Martire:
fao errore . P.Ciermans : loda il Cartello. Concilio Latermefe V. : filo
luogo alla Seflìone Tie 8. fplegato . D Daniel ( Niccola ) : impugna
Cartebracciata fua opinione intorno alla i . P- Detei: Cartellano .
Defcartes . Vedi Carte fio. Digiuno : fin quanto abbia durato nella
Chie- *'• là il pranlò dopo Nona. p. Di net ( Giacomo )ì amico del
Cartello . > Dio: è la prima verità. Difpute : la verità fogge
da eflè . 5. fono un tormento degl’ingegni . 6 . hanno
diftrut. * to la filolofìa . altro lor pelfi- mo effètto. 137. Vedi Filofofi i Perìpate. E
Berardo Gio. difende il Cartello.Epicuro : plagiario. - commendato da’
Padri. fua filofofìa abbracciata. anche da’ Padri meri. •• tò della
medesima . . illultrata dal tiri) Sette. E Gal' v ;
G^irenaiv T " - ; ' °
Erbe : non fi fa la loro virtù Ereboore : ( Adriano ) : Cartellano. 7
O Euclide: fuo detto ’ ; \ r \ * : f ’ Eunomiam: giurano 4 filile parole
d’Ariftotile. .,Etintìniicr:
compagno d’ Aezio nell’erefia . ^ fi vanta di conofcer Dio r . : è riprefo da’ Bafilio.'’" : i ! ', * Eurìpo
: fuoi vortici non fi fa donde derivi- ' •1 no*. «, • .op * u:-
t \ r r *jLvì r r f r *• » /i # ' »IA «4 • al *,1 *l*v*
• 1 I • # Fabbri i abbraccia la fìlofofia Moderna. p.
Farvagtie : difertfore del Cartefio. • 5^ Fede : 'richiede fommiffiorie.
34. Vedi Chic. *'/», ‘ : v>- ! v . Ecmrib( S. Vincenzo ) :
introduttore dell In. '• cfuifizione Fìlopono X Giovanni ) .*
eretico .Filosofare : è permeilo à tutti . -ir. liberta di •' éffo .. die
fine deb- : bà avere.' • ^ ^ Filofofi'r contrari a fe
medefimi .' 74. ton- ’ dano i principi del fi lofofare foli’ igno.
•' -L 'i. a_ . 1 14 fri- • I • t “ «•. ?» tii.t
22.'fonó amanti delle favole . • i-! o *J°» 1 ZIO
dicono le maggiori pazzie. *3 1. fé. ne - può trar bene, e male per
la religione, 19^ non poflòno eflère biafimati di queftó • non bilbgna fperare, che parlino da
Cristìiani biasimo 1 e lode quando abbia, luogo lopra euì. ' Filofopa:
commendata’ da’ Gentili ) $ da^Pa- dii. 8. 9. io. 11. ip. non è
fapienza..rV7^ : non è altro che opi nazione non . ve n'ha al mondo. divife in
mille fette .. fua incertezza . . non abborrifce Je novità .
fogget- ta a nuove (coperte. . ancella della Teologia. . è (tata
ritrovata per efercitazion dell’ ingegno Jia avuto t. origine dajle
fàvole de’ Poeti . non è . contraria a tutte le. favole.
131.nan.haan. cor trovato la verità. .,-y '^64
Filofofia Antica : fua / debolezza . j Hj-è up • giuoco
fanciulldco Vedi Àrtjlotùc ~ y . 'Peripatetici t Scelffiiai •
Fihfofià, ' Moderna : malamente n; ’4 • v - ." j; - :l ;;;;i 51
Gtfitttr:' hanno partkolar irtftituto di feguita* c re Ariftotile.
65. molti hanno abbracciato la fìlofofìa Moderna*. Gianfenifla : titolo
proibito in Francia. 93 G indie io : norma .da tenerli nel. dar
gfridició. .cr . noti bifògna dar negli cftremi Giureconsulti : non fono
così pertinaci, come v : i iPcripa tctìdl*;! f: >\ fi j . vui !;;
. Giuflino ( Martire ) : convertito per mezzo -ideila fìlofofìa
Platonica i \ :U iV *7 f. Grandamy : amico del Cartello . 68
O 2 Grandini: non fi fa cóme s’ingenerino. 8r S, 'Gregorio (
Nifleno ) fuo elogio. 53. Epi- _ laureo. . .. 53- 54 P.
Grimaldi : abbraccia la filofofia Moderna. • L ^' t \ *
;, M • -\ • «•..*# t 4 ( / 1 »» M « ^ 1 f » V • * ' i
»»•' #..*•> « y i » • f . r II
Gnoranz* ì et uo panegirico. 1 -- : % V« % ’ Incendy: ne* monti, non fi
fa come fi i-ì facciano. . • :,. ' \ r . »... » ir f-.' % »
“ 1 . «ili i • » r - • r » M ' • « 1 » t :
i Lampi : non n fa come s’ ingenerino. . ci. ;
P. Lupi : fi fa Cartellano. 56. perchè. 57, ? . S . •
Stoici : negano 1’opinarionì lofpetti ap- po i Romani. T Affitti - f Alefiàndro ^ : fuO prefagio
in- torno ad Ariftotilc verificato a Temiflio: eretico. ’ *9
Teologi: loro> difetti- • • 1 ^ - * ° Teologia : le novità in eflà
fimo pericolofe . 98 ammeflè dagli Scolali ici. . è regina delle
fcienze. 127. non ha che fare colla fi-, lofofia.127. 128. ha ritrovato la
verità. 165 Icolallica non fi dee riprovareperchè fa ufo . • d*
Arittotile Terremoti : non fi là come fi facciano Terra : ignoto fu qual baie
fi libri, e quanto Ila grande. "8* Tejt pubbliche : loro abufo
al tempo del V. Concilio Lateranelè . Ticcùne: file {coperte:
• Aquino: come, e a che fine iludiafle Ariftotile . 46. fuo lamento
. » • •,, - ' • - iZlO Tmricdli : .dio
ritrovamento . . ' jio De Turne ( Simon ) : perchè acculato d*
ere- fia., ... 22 f • f V
' “ f*** j »' i
I V ' Alla ( Lorenzo .) r Tuo penfiero appro- vato
dalNizolio. 144. Fu il primo a li. re: nega Topinazioni. 83. fua
fetta fofpetta appo i Romani. Giuseppe Valletta.
Valletta Keywords: storia della filosofia classica, Cicerone, Bruto, Cassio, L’Orto,
Il Portico, Accademia, Lizio, Filosofi italiani, Pico. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Valletta” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza. Valletta.
Luigi Speranza -- Grice e Valore: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’inventario del
mondo – la scuola di Milano – filosofia milanese – filosofia lombarda -- filosofia
italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Milano). Abstract. Keywords. Pegasus is Pegasus. H. P. Grice, Aristotle
on the multiplicity of being. The ‘is’ of identity is reducible to the ‘is’ of ‘exists’
and ultimately to the ‘is’ of the copulative predication. Pegasus = Pegasus iff
Pegasus exists. Filosofo milanese. Filosofo Lombardo. Filosofo italiano. Milano, Lombardia. Essential
Italian philosopher. Grice:
“Having philosophsided on what Italians call ‘valore,’ I admire Valore!” Si occupa di metafisica, di ontologia generale e
delle implicazioni ontologiche delle teorie formali. Si interessa anche dei
progetti di linguaggi artificiali e di lingue ausiliarie. Si laurea in filosofia
a Milano, vi ha conseguito il dottorato di ricerca con uno studio su riferimento,
rappresentazione e realta. Ricerca a Milano, dove insegna storia della
filosofia. La sua prima produzione è stata dedicata principalmente a studi
sulla filosofia dell'Ottocento e del Novecento e alla riabilitazione di una
prospettiva trascendentalista soprattutto in metafisica. Partecipa al gruppo
fondatore della rivista Problemata. Quaderni di Filosofia, di cui è stato
caporedattore. Quando la Facoltà di ingegneria industriale del poli-tecnico
di Milano gli ha affidato un corso di "Verità e teoria della
corrispondenza", la sua ricerca si è spostata su tematiche sempre più
teoriche, collegate alla filosofia analitica, alla metafisica e all'ontologia
analitica. Organizza e cura il progetto. Diviene quindi professore aggregato di
storia della metafisica a Milano, di filosofia teoretica al poli-tecnico con
corsi dedicati all'ontologia formale e di filosofia degl’oggetti sociali
(ontologia sociale) a Milano. Fonda In Koj. Interlingvistikaj Kajeroj,
rivista di studio e discussione accademica sulle tematiche dei linguaggi
artificiali. È stato membro del gruppo di ricerca European collaborative research
finanziato dall'European science foundation e è il responsabile del
progetto per il programma Euro Scholars
USA European Under-graduates Research Opportunities. Lavora su un suo progetto
di ricerca di ontologia formale per il quale ha vinto una sponsorizzazione
Fulbright nella categoria Fulbright Visiting Scholar. Collabora con la Rivista
di storia della filosofia, è nel comitato scientifico delle riviste Materiali
di estetica, Rivista Italiana di Filosofia Analitica Junior e Multi-linguismo e
società ed è direttore delle collane di filosofia Biblioteca di Problemata
(editore LED di Milano) e Ratio. Studi e testi di filosofia contemporanea
(editore Polimetrica di Monza). Saggi: “Trascendentale e idea di ragione.
Studio sulla fenomenologia di BANFI” (Firenze, Nuova Italia); “Rappresentazione,
riferimento e realtà” (Torino, Thélème); “L'inventario del mondo. Guida allo
studio dell'ontologia” (Torino, Pomba); “La sentenza di Isacco: come dire la
verità senza essere realisti” (Milano-Udine, Mimesis); Curatele BANFI, Platone.
Lezioni, (Valore), Milano, Unicopli, Forma
dat esse rei. Studi su razionalità e ontologia, Milano, Led, Paolo Va Ars
experientiam recte intelligendi. Saggi filosofici, Monza, Polimetrica, Da un
punto di vista logico. Saggi logico-filosofici (Milano, Cortina); Materiali per
lo studio dei linguaggi artificiali (Milano, Cuem); “Questioni di metafisica” (Milano,
Il Castoro); Quine (Milano, Angeli). Monaco di iera, Grin Verlag,. Pubblicato
anche come “Inter-linguistica e filosofia dei linguaggi artificiali”, come
numero monografico per la prima uscita del giornale accademico multilingue
InKoj. Interlingvistikaj Kajeroj. Pisa, E di studio, Dispense universitarie La
categoria di sostanza in Aristotele, Milano, Cuem, Introduzione al dibattito
sulla distinzione tra analitico e sintetico (Milano. Cuem); Questioni di
ontologia (Milano, Cusl); La struttura logico-analitica dell'ontologia di
HERBART (Milano, Cusl); Laboratorio di ontologia analitica (Milano, Cusl); Verità
e teoria della corrispondenza (Milano, Cusl); Philosophy of Social Objects
(Milano, Bocconi); Bibliografie ragionate Ontologia, Milano, Unicopli, Verità,
Milano, Unicopli, Saggi e articoli Acme, "Idealizzazione della verità e
coerentismo. Due perplessità sul realismo della 'seconda ingenuità'", in
Iride. Filosofia e discussione pubblica, "La 'posizione' esistenziale e il
giudizio ipotetico nell'ontologia di HERBART: il caso degl’oggetti
inesistenti", in POGGI, Natura umana e individualità psichica. Scienza,
filosofia e religione in Italia (Milano, Unicopli); “Sull'idea di una logica
trascendentale", in Chora. Laboratorio di attualità, scrittura e cultura
filosofica, "Alcune note sull'attualità dell'ontologia nella filosofia
contemporanea più recente", in V.,
Forma dat esse rei..., "L'interpretazione semantica del trascendentale e
l'ontologia del mondo reale in PRETI", in V., Forma dat esse rei..., "Il mestiere antico e nuovo del
filosofo", in la Repubblica, (Milano). "Fisica e geometria come modelli di lavoro
per l'ontologia. Un'interpretazione del metodo delle relazioni”, Dall'epistolario
di PRETI a BANFI", Ad BANFI cinquant'anni dopo, Milano, Unicopli, "Due
tipi di parsimonia. Alcune considerazioni sul costruttivismo e il nominalismo
ontologico", in La filosofia e i linguaggi, Macerata, Quodlibet. "Cosa
c'è che non va nell'idea di una lingua cosmica. Il caso del LINCOS di
Freudenthal", in Multilingusimo e Società, "Nothing is part of everything", in
Giornale di filosofia, Ontologie, Milano, Volume recensito da Utri sulla
rivista Iride. Filosofia e discussione pubblica, Secretum on line. Scienze,
saperi, forme di cultura, e da Marazzi
sulla Rivista di filosofia neoscolastica, Volume recensito da Gesner sulla
rivista Belfagor. Rassegna di varia umanità, Volume recensito da Bianchetti, Chora.
Laboratorio di attualità, scrittura e cultura filosofica, Volume recensito da Giardino sulla Rivista di
filosofia, nell'articolo "Tra i cavalli alati e la realtà" – cf. H.
P. Grice, “Pegasus is Pegasus” Nomi vacui, su Il manifesto, Armezzani su SWIF Volume
recensito da Corsetti su “L'esperanto. Revuo de itala esperanto-federacio”, recensito
da sulla rivista web Secretum. Scienze, saperi, forme di cultura Si tratta di
un Book accessibile con password. Si tratta di una replica critica all'articolo
di Valduga "Filosofi all'anagrafe", pubblicato su la Repubblica,
sezione Milano. Profilo accademico su immagini della mente. Elenco completo
delle pubblicazioni sul sito universitario academia.edu. Paolo Valore. Valore. Keywords:
Pegasus is Pegasus. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Valore” – per il H. P.
Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza. Valore.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Vanghetti: implicature di Deutero-Esperanto – la scuola
di Greve in Chianti – la scuola di Firenze – filosofia fioretina – filosofia
toscana -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P.
Grice, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza (Greve in Chianti). Abstract. Keywords:
Deutero-Esperanto. Filosofo fiorentino. Filosofo toscano. Filosofo italiano. Greve
in Chianti, Firenze, Toscana. I progetti e l'influsso del Latino sine flexione
di PEANO (si veda), interessante. Nonostante la fama inferiore rispetto ad
altre LAI, è innegabile che, in seguito alla pubblicazione dei lavori di PEANO
(si veda), si assisté a una proliferazione dei progetti di inter-lingua di base
latina, ispirati proprio a quella del matematico piemontese. I numerosi
tentativi sono testimoni del fatto che molti esponenti della comunità dei
filosofi italiani condivide il pensiero che la lingua latina, opportunamente
modificata, puo divenire il mezzo perfetto per la comunicazione. Per i
primi tentativi d’emulazione si devono aspettare a quando il filosofo italiano Vanghetti,
esperto di lingue moderne e internazionali, pubblica le sue proposte di
carattere esperantido, il Latin-Ido e il Latin-Esperanto. Con il termine “Esperantido”
si intendono quelle lingue inventate ad uso internazionale che presentano un
certo numero di caratteri tipici dell'Esperanto – cf. H. P. Grice,
“Deutero-Esperanto in One Easy Lesson” -- entrambe si configurano come
commistione delle idee di PEANO (si veda) e di altri sistemi, presentando un
vocabolario di base ispirato al Latino sine flexione accostato rispettivamente
alla struttura grammaticale dell'IDO (cf. Grice, Studies in the Way of IDO” -- e dell'Esperanto. A Empoli, mentre è membro
della commissione, nominata dalla Società Italiana per il Progresso delle
Scienze, che dove occuparsi della promozione dell'uso e dello studio delle
lingue internazionali, commissione di cui fa parte anche lo stesso PEANO (si
veda) - pubblica nella rivista “Riforma” anche un saggio intitolato «Questione
de lingua auxiliario internationale in Italia» a riprova del suo
particolare interesse per la materia. Giuliano Vanghetti Voce Discussione Leggi Modifica Modifica
wikitesto Cronologia Strumenti Giuliano Vanghetti Giuliano Vanghetti (Greve
in Chianti, – Empoli) è stato un medico ortopedico italiano, famoso per aver
condotto innovative sperimentazioni di protesi per arti amputati, in
particolare quelli superiori. Di un certo rilievo fu anche il suo interesse
alla linguistica: conoscitore di molte lingue, si occupò della promozione degli
studi sulle lingue ausiliarie internazionali: l'interlingua e il latino sine
flexione di Giuseppe Peano. Biografia
Giovinezza Dopo i primi studi a Greve in Chianti, dove il padre Dario si era
trasferito da Empoli per svolgere l'incarico di pretore, conseguì la maturità a
Siena e si iscrisse poi all'Università di Bologna. Qui frequentò ben tre
facoltà - fisica, matematica e medicina - prima di optare per quest'ultima, in
cui si laureò con un modesto 80/110 nel 1890. Iniziò la professione come
assistente alla Clinica Dermosifilopatica di Parma ma, quando il padre si
ritirò in pensione, rientrò con lui a Empoli accettando supplenze come medico
condotto nei paesi circostanti.
L'esigenza di mantenere la famiglia che si era intanto formato (la
moglie e i due figli Dario e Flora) e il desiderio di viaggiare e
"conoscere il mondo", evadendo in qualche modo dalla dimessa routine
della sua vita, lo spinsero allora a imbarcarsi come medico di bordo su navi in
genere di emigranti italiani. Compì in quegli anni numerose e lunghe traversate
soprattutto alla volta di Australia, Stati Uniti, Argentina e Brasile,
imparando così l'inglese, il tedesco, il francese, lo spagnolo e interessandosi
anche ai primi studi sull'interlingua.[1]
Protesi "cinematiche" Come un po' tutti gli italiani, anche
Vanghetti si crucciò alla notizia della disfatta di Adua (1º marzo 1896), ma
rimase pure angosciato nell'apprendere della doppia mutilazione (mano destra e
piede sinistro) inflitta a un migliaio di àscari fatti prigionieri dagli
abissini, ai quali poi il governo italiano aveva fornito degli inerti
"pezzi di legno" in sostituzione degli arti mancanti. Riflettendo sul
come dare "movimento" a tali protesi, in particolare a quelle della mano,
il "dottorino" toscano giunse alla semplice e geniale conclusione che
esse dovevano essere collegate proprio a quei muscoli e tendini che erano stati
recisi dall'amputazione: era il principio delle protesi "cinematiche"
(talora definita anche "cineplastica"). Lasciate quindi navi e piroscafi, rientrò a
Empoli per rintanarsi nella casa paterna in frazione Villanova, suddividendo il
proprio tempo fra il pollaio e il laboratorio da lui improvvisato accanto allo
studio del primo piano, in cui sperimentò le sue teorie testandole su delle
galline alle quali aveva amputato una zampa e applicato delle protesi
"mobili" in legno. Vanghetti e la sua domestica, promossa assistente,
le visitavano ogni giorno con la soddisfazione di vederle tornare a camminare
dopo qualche mese. Nell'aprile 1898 pubblicò a sue spese Amputazioni,
Disarticolazioni e Protesi, breve memoria illustrativa del suo metodo che
tuttavia non ebbe alcuna eco nel mondo medico e scientifico. Nel 1900 riuscì a compiere il passaggio decisivo
dalla teoria e dalla sperimentazione sugli animali alla pratica chirurgica
sull'uomo presentando direttamente le sue idee al professor Antonio Ceci,
direttore della Clinica chirurgica di Pisa, che le applicò in un intervento di
amputazione all'avambraccio destro utilizzando una protesi realizzata dal
rinomato ortopedico pisano Giuseppe Redini. L'operazione e il paziente furono
presentati nel 1905 a Pisa, al XVIII Congresso italiano di chirurgia,
suscitando i primi timidi interessi per la "cinematizzazione" dei
monconi d'amputazione (oltre allo stesso Ceci, i chirurghi Roberto Alessandri
di Roma, Riccardo Galeazzi di Milano e pochi altri). Dal canto suo, Vanghetti
cercò di dare forma organica alle proprie concezioni in varie pubblicazioni,
soprattutto nel saggio Plastica e protesi cinematiche, che ottenne un premio
d'incoraggiamento dall'Accademia Nazionale dei Lincei. Solo dieci anni dopo, con lo scoppio della
prima guerra mondiale, tornarono di tragica attualità il problema della
funzionalità delle protesi e quello connesso della reintegrazione sociale dei
mutilati. Augusto Pellegrini, primario di chirurgia all'ospedale Melino Mellini
di Chiari, prese allora Vanghetti con sé e, con il grado di maggiore della
Croce Rossa, lo incaricò di organizzare e dirigervi un Centro per mutilati. Del
resto, le necessità belliche incrementarono rapidamente e in tutta Europa i
progressi della tecnologia e dell'efficacia protesica e molti chirurghi
tradussero in pratica i principi di Vanghetti pur senza riconoscergliene
pubblicamente la paternità (non così il celebre Ernst Ferdinand Sauerbruch, che
attribuì al medico empolese la primogenitura dell'idea). Allo stesso modo,
anche i dispositivi ortopedici da lui elaborati vennero utilizzati e brevettati
da altri per produrre protesi funzionali; è il caso ad esempio della "mano
Marelli", di fabbricazione italiana, in cui, in base ai principi di Vanghetti,
due tiranti consentivano i piegamenti delle dita e la chiusura del pollice sul
palmo.[8] I riconoscimenti e gli ultimi
anni Alla fine arrivarono anche i riconoscimenti, seppur pochi e tardivi:
dall'Accademia Nazionale dei Lincei, come detto, dall'Accademia di Medicina di
Torino con l'assegnazione del premio Alessandro Riberi, e dalla Croce Rossa
Italiana, che gli conferì un diploma di benemerenza e la medaglia d'oro. La
Società Ortopedica Italiana lo accolse come socio onorario in occasione del
congresso nazionale, tenutosi a Milano sotto la direzione di Riccardo Galeazzi
e con tema "Sull'amputazione cinematica. Patologia e cura dei monconi
d'amputazione". Nello stesso anno gli giunse particolarmente gradito
l'invito a visitare l'Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna, dove il chirurgo Codivilla
era passato dall'iniziale diffidenza a un convinto sostegno per le protesi
cinematiche, così come il suo successore, Putti. Dopo la parentesi bellica, comunque, V. torna
a isolarsi nella campagna empolese occupandosi da un lato del figlio Dario,
immobilizzato da una grave malattia, e dall'altro di disegnare e costruire
nuovi apparecchi meccanici (fra cui un corsetto correttivo della scoliosi).
Usciva di casa raramente, in genere il giovedì per recarsi in città al mercato
e poi dal farmacista, dal meccanico e dal falegname: per l'abbigliamento un po'
trasandato e per queste sue abitudini poco socievoli, che gli facevano
preferire i polli agli uomini, passava per un eccentrico, uno strambo, un
"matto" inoffensivo. Dopo la
morte fu sepolto nella cappella di fronte alla sua vecchia casa, sul cui
portone d'ingresso il municipio di Empoli fece affiggere nel 1942, nel secondo
anniversario della sua scomparsa, una lapide: «In questa casa degli avi suoi,
schivo di onori, sdegnoso di lucro, ricreò lo spirito curioso d'ogni cultura,
Giuliano Vanghetti, riformatore della tecnica delle amputazioni, ideatore
geniale della vitalizzazione delle membra artificiali, il cui nome l'Italia e
il mondo hanno meritamente iscritto nell'albo dei grandi benefattori
dell'umanità». Successivamente,
l'officina-laboratorio-studio di Vanghetti è stata ricostruita in due ampi
locali nel sottotetto della Biblioteca Comunale "Renato Fucini" di
Empoli. Contiene tutti oggetti originali dell'epoca, donati nel 1990 dalla
figlia Flora, come attrezzi, libri, calendari e protesi funzionanti. Greve in
Chianti, suo paese natale, ha intitolato a Giuliano Vanghetti un viale. Empoli, sua città avita e di adozione, gli ha
dedicato una via, prossima al centro e, una delle scuole secondarie di I grado,
in Via Liguria. Sulla rivista scientifica Neurology è apparso un articolo che
presenta Vanghetti come il pioniere della neuroprotesica.[11] La copertina
dello stesso numero è a lui dedicata. Se ne occuperà soprattutto negli anni
precedenti e in quelli successivi alla prima guerra mondiale, entrando anche a
far parte del consiglio direttivo dell'Academia pro Interlingua di Giuseppe
Peano, votata alla promozione delle lingue ausiliarie internazionali e, in
particolare, del latino sine flexione di Peano. ^ cineplastica, in Treccani.it
– Vocabolario Treccani on line, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. ^
cinematizzazione, in Treccani.it – Enciclopedie on line, Roma, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Vanghetti, in Treccani.it – Enciclopedie on line,
Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. ^ «L'animale più indicato per questi
studi sarebbe la scimmia, ma il prezzo d'essa, l'indisciplina e l'ingombro sono
tali da renderlo impossibile ad esperimentatori di mezzi limitatissimi. I
polli, dal pulcino al tacchino, sono gli animali che meglio si prestano per la
loro docilità, per il prezzo svariato e per avere i tendini del tarso
facilmente accessibili all'operatore.» Riportato da Nunzio Spina, Porro e Lorusso,
Pellegrini. Contributions to
surgery and prosthetic orthopaedics", in Journal of Medical Biography, Journal
of the American Medical Association. Tuttavia,
secondo Antonio Conti e Donatella Lippi, "La formazione sanitaria ad
Empoli da Vincenzio Chiarugi ad oggi", in Ciampolini (a cura di),
L'innovazione per lo sviluppo locale. L'università per il territorio (atti del
convegno di studi, Empoli), Firenze, Firenze , «Il chirurgo tedesco Sauerbruch,
dopo aver letto gli scritti di Vanghetti, se ne impossessò, iniziando ad
applicare a tappeto la sua cura. Forte della sua fama e delle evidenze raccolte
da V., rivendicò a sé la paternità di queste scoperte.» ^ Francesco Mattogno,
Loredana Chiapparelli, Roberto Pellegrini e Marco Borzi, Manuale dispositivi
ortopedici e classificazione ISO, ITOP - Officine Ortopediche, consultabile Archiviato
Internet Archive.). ^ Sul cosiddetto
"Museo Vanghetti" si possono vedere: Maria Stella Rasetti, "Il
Museo Vanghetti nella biblioteca cittadina di Empoli", in La Restitutio ad
Integrum. Da Giuliano Vanghetti al Corso di laurea in fisioterapia, seminario
di studi, Empoli (consultabile on line Archiviato in Internet Archive.); Ilenia
Castaldi, "Il genio sperimentale del 'dottor' Giuliano Vanghetti",
sul quotidiano on line gonews Archiviato Internet Archive. il sito della scuola
Archiviato il 18 giugno 2012 in Internet Archive. Tropea, Alberto Mazzoni,
Silvestro Micera, Massimo Corbo, Giuliano Vanghetti and the innovation of
“cineplastic operations”, in Neurology, vCover Neurology, su neurology.org.
Bibliografia Giuliano Vanghetti, Amputazioni, Disarticolazioni e Protesi,
stampato in proprio, V., Plastica e protesi cinematiche. Nuova teoria sulle
amputazioni e sulla protesi, Empoli, Traversari, Franceschini, La ricostruzione
delle membra mutilate, Milano, Sonzogno, Pellegrini, "Come Vanghetti
preconizzava le trazioni sullo scheletro mediante filo", in La chirurgia
degli organi in movimento, Pellegrini, "Traitement des fractures des
membres par l'archet de forgeron et les tractions sur le squelette par fil
métallique selon la méthode de Vanghetti", in Bulletins et mémoires de la
Société nationale de chirurgie,Maccaroni, "Vanghetti", in La riforma
medica. Città di Empoli, Le onoranze a Vanghetti nel X anniversario della morte,
Firenze, Noccioli, Landi, Mario Mannini e Pier Luigi Niccolai (a cura di), V..
Mostra documentaria, Empoli, Comune, 1990. Francesca Vannozzi, "I 'ferri
del mestiere' di Vanghetti: possibilità di una indagine storica", in
Giuliano Vanghetti: nascita, sviluppi e tendenze della chirurgia protesica dei
mutilati (atti del convegno di studio, Empoli), Empoli. Antonia Francesca
Franchini, "Empoli per Giuliano Vanghetti: l'importante convegno di studio
sulla nascita, sviluppi e tendenze della chirurgia protesica dei
mutilati", in Oris medicina, Spina, "Giuliano Vanghetti e le
mutilazioni degli ascari: quando compassione e sensibilità scatenarono
l'ingegno", in GIOT Giornale Italiano di Ortopedia e Traumatologia Tropea,
Alberto Mazzoni, Silvestro Micera, Massimo Corbo, Giuliano Vanghetti and the
innovation of “cineplastic operations”, in Neurology, Vanghétti, Giuliano, su
Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
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Medicina Categorie: Medici italiani Medici Medici Italiani Italiani Nati a
Greve in Chianti Morti a Empoli [altre] Il Latino sine flexione di PEANO (si
veda) ed altri, cioè l'Inter-Latino, o latino internazionale, è già in
uso vantaggiosamente in altre discipline, anche in forma ufficiale (v.
per es. le circolari dell'osservatorio di Cracovia). Il soggetto è
trattato in modo conciso, ma completo, dallo stesso O. sulla Riforma
Medica, in latino internazionale perfettamente intelligibile a prima
lettura da ogni persona colta di qualunque paese anche se conosce bene
solo l'inglese od una lingua neo-latina più specialmente ad un medico, ed
a chi ha studiato il latino. Lo scrivere in latino internazionale costa
poca fatica, senza necessità di studiare una grammatica e senza
possibilità d’errori. Del resto esi stono già dizionari appositi (BASSO (si
veda), PEANO (si veda), CANESI (si veda), Pinth) che lascian solo da
applicare s al plurale o poco più. L'Esperanto richiede studio di
grammatica e di vocabolario. Questo ultimo è in via di esser LATINIZZATO
per più facile comprensione. Ma la grammatica, per quanto ridotta
rispetto alle lingue naturali, è sempre un po'complicata rispetto
all'inter-latino che non ne ha affatto per il lettore, e quasi nessuna
per lo scrittore, e ad ogni modo non è obbligatoria. Anche astrazion fatta
da ragioni politiche *contro* l'esperanto, non è ammissibile
l'obbligatorietà dello studio di esso nelle pubbliche scuole, come neppure
quello di alcun altra delle lingue artificiali, nessuna delle quali è
ancora perfettissima. La Società delle Nazioni, respinse alla quasi
unanimità detta pretesa; e pur rimandando la questione generale allo
studio dell’Intesa Intellettuale, mostra propensione alla
base inter-latina. Intanto, oltre che a scopo di corrispondenza
scientifica praticamente già constatata facile e vantaggiosa, è
nell'interesse della scienza italiana della sua lingua spesso
ignorata e spogliata per scarsa diffusione anche in quanto riguarda
l'ortopedia, che gl’articoli originali dei nostri periodici scientifici
portassero un sommario in latino internazionale. La società internazionale
per lo studio del problema è attualmente in Italia, e presieduta da PEANO, via
Barbaroux, Torino, insegnante di calcolo in quella R. U. Giuliano Vanghetti.
Vanghetti. Keywords: Deutero-Esperanto. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Vanghetti,” pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library,
Villa Speranza.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!: ossia, Grice e Vanini: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale dei peripatetici del lizio – la
scuola di Taurisano – filosofia leccese – filosofia pugliese -- filosofia
italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Taurisano). Abatract. Keywords:
Filosofo pugliese. Filosofo italiano. Taurisano, Lecce, Puglia. Essential
Italian philosopher. “If you
speak Italian, you should never confuse Vanini with Vannini” -- Grice. Fra i primi esponenti di rilievo del
libertinismo erudito. Nasce al casale di Terra d'Otranto, nella famiglia
che il padre, uomo d'affari originario di Tresana in Toscana, costitusce
sposando una Lopez de Noguera, appartenente a una famiglia appaltatrice delle
regie dogane della Terra di Bari, della Terra d'Otranto, della Capitanata e della
Basilicata. Anche un successivo documento scoperto nell'srchivio segreto
vaticano, lo qualifica pugliese, confermando il luogo di nascita ch'egli si
attribuisce nelle sue opere. Nel censimento ufficiale della popolazione
del casale di Taurisano figurano solo i nomi di Giovan Battista Vanini, del
figlio legittimo Alessandro, e del figlio naturale Giovan Francesco. Nessun
cenno della moglie e dell'altro figlio legittimo Giulio Cesare. Si ha motivo di
ritenere che il padre sia ri-entrato a Napoli. Sistemata ogni pendenza
economica, entra nell'ordine carmelitano assume il nome di Gabriele e si
trasfere a Padova per intraprendere gli studi. Giunge nelle terre della repubblica
di Venezia quando le polemiche provocate due anni prima dall'interdetto di Paolo
V sono ancora vivacissime. Durante il soggiorno padovano entra in contatto con
il gruppo capeggiato da SARPI che, con l'appoggio dell'ambasciata inglese a
Venezia, alimenta la polemica anti-papale. Consegue a Napoli il titolo di
dottore in utroque iure, superando l'esame che gli consente di esercitare la
professione di dottore nella legge civile e canonica. Come verrà descritto in
documenti posteriori, assimila una grande cultura. Parla assai bene il latino e
con una grande facilità, è alto di taglia e un po' magro, ha i capelli castani,
il naso aquilino, gl’occhi vivi e fisionomia gradevole ed ingegnosa. Divenuto
maggiorenne, si fa riconoscere da un tribunale della capitale erede di Giovan
Battista. Con una serie di rogiti e procure notarili redatte a Napoli, inizia a
sistemare ogni pendenza economica conseguente alla morte del padre. Vende una
casa di sua proprietà sita in Ugento, a pochi chilometri dal suo paese
d'origine. Dà mandato a uno zio di assolvere incarichi dello stesso tipo,
incarica l'amico Scarciglia di recuperagli una somma e gli vende alcuni beni
rimasti a Taurisano e tenuti in custodia dai due fratelli. Partecipa alle
prediche quaresimali, attirandosi i sospetti delle autorità religiose. In
conseguenza dei suoi atteggiamenti anti-papali, e allontanato dal convento di
Padova e rinviato, in attesa di ulteriori sanzioni disciplinari, al provinciale
di Terra di Lavoro con sentenza del generale dell'Ordine carmelitano, SILVIO,
ma fugge in Inghilterra, insieme con il confratello genovese GENOCCHI. Nel
viaggio, toccano Bologna, Milano, i grigioni svizzeri e discendono il corso del
Reno sino alla costa del mare del nord, attraversando la Germania, i paesi bassi,
il canale della Manica e giungendo infine a Londra e a Lambeth -- sede
arcivescovile del Primato d'Inghilterra. Qui i due frati rimarranno per quasi II
anni, nascondendo la loro reale identità perfino ai loro ospiti inglesi, poiché
è provato che lo stesso arcivescovo di Canterbury, ABBOT, li conosceva sotto un
nome diverso da quello reale. Nella chiesa londinese detta dei MERCIAI o
degl’italiani, alla presenza di un folto auditorio e di Bacone, V. e il suo
compagno fanno una pubblica sconfessione della loro fede cattolica,
abbracciando la religione anglicana. In realtà i due frati non hanno tagliato i
ponti con i loro ambienti di provenienza: infatti nel GENOCCHI viene raggiunto
da una lettera molto amichevole di un amico e confratello genovese, SPINOLA. A
loro volta, le autorità cattoliche vengono subito informate di questo caso. -- è
il nunzio a Parigi ad avvertire la segreteria di stato vaticana che due frati
veneziani non meglio identificati sono fuggiti in Inghilterra e si sono fatti
ugonotti, che un vescovo italiano sta per seguirli e che lo stesso SARPI, morto
il doge e privato della sua protezione, per non cadere in mano dei suoi nemici,
è sul punto di fuggire in Palatinato tra i protestanti. Analoga notizia,
arricchita di altri particolari, viene inoltrata dal nunzio in Fiandra al
cardinale BORGHESE a Roma, che risponde mostrandosi già al corrente dei fatti e
dell'esatta identità dei due frati. Sa che la fuga di V., di GENNOCHI, di SARPI,
e di un non ancora identificato vescovo italiano potrebbe portare alla
ricostituzione in terra protestante del gruppo di opposizione al papato già
operante nella repubblica veneta al tempo dell'interdetto. Il nunzio UBALDINI da
Parigi continua a inviare a Roma dettagli sulla condotta dei due frati
rifugiati in Inghilterra, sulle loro predicazioni, su come sono stati accolti a
corte e dalle autorità religiose, su come si continui a parlare dell'arrivo del
vescovo italiano. La segreteria di stato vaticana esorta il nunzio in Francia
ad attivare i suoi confidenti in Inghilterra al fine di scoprire l'identità del
vescovo intenzionato a rifugiarvisi. Il cardinale UBALDINI da Parigi assicura
alla segreteria di stato tutto il suo impegno in merito all'argomento dei due
frati. Nello stesso dispaccio afferma che non mancherà di informare di ogni
dettaglio anche il cardinale ARROGONI, che gli ha scritto in merito per conto
del papa e della congregazione del sant’uffizio. Evidentemente a quella data la
condotta veneziana e la successiva fuga dei due frati era già diventata
argomento di discussione dell'inquisizione romana. Un'altra lettera del
cardinale BORGHESE invita il nunzio in Francia ad essere vigile sulla faccenda
della fuga del vescovo in Inghilterra e, nel caso egli passi per il suolo
francese, a far di tutto per «farlo ritenere», come suggerisce il Papa e «come
sarebbe molto a proposito». In dicembre il Nunzio UBALDINI invia da Parigi al
cardinale BORGHESE notizie dettagliate e di tenore molto diverso rispetto alle
precedenti sui due frati, attestando la buona reputazione di cui essi godono in
Inghilterra e la fiducia che possano presto essere recuperati alla chiesa di
Roma. Questa lettera viene poi trasmessa al tribunale dell'inquisizione romana
che nei primi giorni del gennaio successivo inizia di fatto a istruire il
processo contro V.. Nei mesi successivi si hanno varie notizie di un gran
traffico di suppliche e lettere dei due frati a Roma, specialmente tramite
l'ambasciatore spagnolo a Londra, per ottenere il perdono del papa e il ri-entro
nel cattolicesimo. Le autorità religiose inglesi ne vengono segretamente
informate e dispongono un'attenta sorveglianza nei confronti dei due
frati. Tra la fine dele l'inizio del V. si reca in visita a Cambridge e
poi ad OXFORD (cf. H. P. GRICE). A OXFORD, V. confida ad alcuni conoscenti la
sua ormai imminente fuga dall'Inghilterra, cosicché in gennaio i due frati
vengono arrestati dalla guardie dell'arcivescovo dopo una funzione religiosa
nella chiesa degli Italiani e rinchiusi in case di alcuni servi
dell'arcivescovo. Scoppia un grande scandalo e dell'episodio vengono informati
il re e le massime autorità dello stato, in quanto nelle operazioni di recupero
appaiono chiaramente coinvolti agenti di nazioni straniere accreditati nelle
ambasciate a Londra. Altissime personalità cattoliche da Roma seguono la
vicenda e la favoriscono con grande calore. GENOCCHI, eludendo la
sorveglianza e con l'aiuto di agenti stranieri, fugge dalla prigione e
dall'Inghilterra. In conseguenza di ciò, viene trasferito in luogo più sicuro e
rinchiuso nella carzel publica, ovvero nella gate-house adiacente all'abbazia
di Westminster. Dilaga lo scandalo. Volano le accuse di leggerezza nei
confronti dei fautori della fuga dei due frati dall'Italia, mentre cominciano a
circolare apertamente i nomi del cappellano dell'ambasciatore veneto a Londra, MORAVO,
e dell'ambasciatore spagnolo quali autori del clamoroso recupero. Dalla curia
romana si continua a seguire la vicenda e a favorirla in ogni modo. A
Londra viene intanto istruito il processo a V. Il frate rischia una severa
punizione, non il rogo come i martiri della fede -- come il carmelitano scrive con
enfasi poi nelle sue opera --, ma una lunga deportazione in desolate colonie
lontane, come l'arcivescovo ABBOT suggerisce al re. Anche V. riesce a
evadere di prigione e a fuggire dall'Inghilterra, sempre grazie all'aiuto degli
agenti dell'ambasciatore spagnolo a Londra, incoraggiato da alte personalità
romane e del cappellano dell'ambasciata della repubblica veneta, che si avvale
anche dell'opera di alcuni servi dell'ambasciatore stesso, ma all'insaputa di
questi. II anni dopo, durante il processo della repubblica veneta contro
l'ambasciatore FOSCARINI per spionaggio e per aver consentito ad ABBOT di
sottoporre ad interrogatorio il personale dell'ambasciata, vengono alla luce
anche dettagli sulla complicità della fuga di V. da Londra. V. e GENOCCHI arrivano
a Bruxelles e si presentano al nunzio di Fiandra, BENTIVOGLIO, che li attende
da tempo. Vengono iniziate le prime pratiche per la concessione del perdono per
la fuga in Inghilterra e per l'apostasia e viene loro accordato di tornare in
Italia e di vivervi in abito di prete secolare, senza più indossare l'abito
religioso, ma con il vincolo dell'obbedienza al loro superiore. Forti di tali
concessioni, alla fine di maggio i due frati vengono posti sulla via per
Parigi, dove devono presentarsi al nunzio di quella città, UBALDINI. All'incirca
nello stesso periodo giunge a Parigi anche l'ultimo frate recuperato
dall'Inghilterra, MARCHETTI. Altri due frati, invece, non ottengono il perdono
dalle autorità cattoliche. A Parigi, durante la permanenza presso la sede
del nunzio UBALDINI, V. si inserisce nella polemica relativa all'accettazione
dei principi del concilio di Trento in Francia, che tarda ad arrivare a causa
del rifiuto di parte del clero gallicano. Per orientare gl’animi nella
direzione voluta dalla santa sede, scrive i Commentari in difesa del concilio
di Trento, di cui egli poi intende avvalersi, come scrive UBALDINI ai suoi
superiori in Roma, per dimostrare la sincerità del suo ritorno nella fede
cattolica. Riprende quindi la strada per l'Italia, dirigendosi a Roma,
dove deve affrontare le difficili fasi finali del processo presso il tribunale
dell'inquisizione. Dimora per qualche mese a Genova, dove ritrova l'amico GENOCCHI
e si guadagna da vivere insegnando filosofia ai figli di DORIA. Nonostante
le assicurazioni ricevute, il ritorno dei frati non è del tutto tranquillo.
GENOCCHI viene inaspettatamente arrestato dall'inquisitore di Genova. A Ferrara
accade lo stesso all'altro frate "recuperato", MARCHETTI. V. teme che
gli accada la stessa sorte, fugge nuovamente in Francia e si dirige a Lione.
Gl’esiti finali delle esperienze capitate al frate genovese e a quello
ferrareseche vennero rilasciati dopo un breve periodo di detenzione e
restituiti alla normale vita religiosasembrano indicare che forse V. esagera il
pericolo insito in queste operazioni di polizia dell'inquisizione. A
Lione, pubblica l' “Amphitheatrum”, che egli intende esibire in sua difesa alle
autorità romane, come si legge in un dispaccio di UBALDINI alle autorità
romane. Esso è dedicato a CASTRO, ambasciatore spagnolo presso la santa sede,
già collegato con la famiglia V., da cui il frate fuggiasco s'aspetta un aiuto
nell'operazione della concessione del perdono da parte delle autorità
romane. Poco tempo dopo, grazie anche agli appoggi acquisiti presso certi
ambienti cattolici con la pubblicazione della sua opera, V. ritorna a Parigi e
si ripresenta al nunzio UBALDINI, chiedendogli di intervenire in suo favore
presso le autorità di Roma. Il prelato scrive al cardinale BORGHESE, chiedendo
chiare indicazioni sulla sorte dell'ex-carmelitano. Non si conosce la risposta
del segretario di stato. V., comunque, non ritorna più in Italia e riesce
invece a trovare la strada e i mezzi per entrare in ambienti molto prestigiosi
della nobiltà francese. V. completa un'altro suo saggio, il “De Admirandis
Naturae Reginae Deaeque Mortalium Arcanis” ed l'affida a due filosofi della
Sorbona perché ne autorizzino la pubblicazione, secondo le norme del tempo
vigenti in Francia. Il saggio è pubblicato in settembre a Parigi. Esso è
dedicato a BASSOMPIERRE, uomo potente alla corte di Maria de' MEDICI, ma è
stampata da Perier, tipografo notoriamente PROTESTANTE. Il saggio vede la luce
in un ambiente ricco di pubblicazioni che vengono guardate con sospetto e che
provocano pesanti condanne. L'opera del V. ottiene un immediato successo presso
certi ambienti della nobiltà, popolati di spiriti che guardano con interesse
alle innovazioni culturali e scientifiche che vengono dall'Italia. In questo
senso il “De Admirandis” costituisce una summa, esposta in modo vivace e
brillante, del nuovo sapere. Dà una risposta alle esigenze del momento di
questo settore della nobiltà. Diviene una specie di manifesto culturale di
questi esprits forts e rappresenta per V. una possibilità di stabile permanenza
negli ambienti vicini alla corte di Parigi. Tuttavia, pochi giorni dopo la
pubblicazione del saggio, i due teologi della Sorbona che espressano la loro
approvazione alla pubblicazione si presentano ai membri della facoltà di teologia
in seduta ufficiale e li informano di aver letto, a loro tempo, certi dialoghi
scritti da V. Di non avervi trovato allora niente che contrastasse con il cattolicismo;
di averli restituiti muniti della loro approvazione alla stampa e con la
condizione che il manoscritto da essi controfirmato fosse depositato presso di
essi a pubblicazione avvenuta, a testimonianza della fedeltà del testo
pubblicato a quello da loro approvato; che ciò non era avvenuto e che circola
invece un testo dell'opera diverso da quello approvato e contenente alcuni
errori contro la comune fede di tutti, per cui i due dottori avanzano la
supplica che il saggio non circoli più con la loro approvazione e che tale
richiesta venga trascritta nel libro delle conclusioni della facoltà stessa. La
Sorbona accoglie tale richiesta che costituì di fatto un DIVIETO di
circolazione del testo. La Sorbona, però, sembra non occuparsi più del
saggio di V., non prenderne più in esame l'opera, non elencarne o denunciarne,
come da prassi, gl’errori da emendare, né mai condanna il suo contenuto o il
suo autore. Comunque, una condanna espressa dal vicario episcopale di Tolosa, RUDÈLE,
a sottoscritta anche dall'inquisitore BILLY. Inoltre anche la congregazione
dell'indice pronuncia una condanna con la quale il “De admirandis” e condannato
con la formula del “donec corrigatur” -- in base alla quale il SOTOMAIOR colloca
V. nella prima classe degli autori proibiti nel suo indice. La collectio judiciorum
de novis erroribus qui ab initio duodecimi seculi post Incarnationem Verbi, in
Ecclesia proscripti sunt et notati, di ARGENTRÉ, dottore della Sorbona e
vescovo, edita a Parigi, esamina le censure e le conclusioni espresse dalla facoltà
che aveva condannato l'Amphitheatrum Aeternae Sapientiae di KHUNRATH e la “De
Republica Ecclesiastica” di DOMINIS) non menziona invece provvedimenti contro V..
Tutto questo porterebbe a ritenere che non vi siano stati atti ufficiali
specifici di persecuzione contro V. da parte delle autorità parigine, né
religiose né civili, né in questo periodo né negli anni seguenti. Ma solo
proteste e minacce nei suoi confronti da parte di alcuni settori. Una condanna
del saggio di V. non avrebbe trovato fondate giustificazioni, né sul piano
giuridico né su quello culturale, in quanto gran parte delle teorie esposte da
V. non costituivano una novità. Fuggito da pochi mesi dall'Inghilterra,
impossibilitato a ri-entrare in Italia, minacciato da alcuni settori cattolici
francesi, V. vede restringersi intorno gli spazi di movimento e ridursi le
possibilità di trovare stabile sistemazione nella società francese. Ha paura
che venga aperto un processo contro di lui anche a Parigi, per cui fugge dalla
capitale e si nasconde in Bretagna, in una delle cui abbazie, quella di Redon,
è abate commendatario il suo amico e protettore, SAINT-LUC. Ma intervengono
anche altri fattori di preoccupazione. Viene ucciso a Parigi CONCINI, favorito
di Maria de MEDICI, uomo potentissimo e molto odiato in Francia. L'episodio,
seguito poco dopo dall'allontanamento della regina dalla capitale con il suo
odiato seguito di italiani, crea notevole turbolenza politica e suscita un
vasto movimento di ostilità nei confronti degl’italiani residenti a
corte. Altre cronache del tempo segnalano la presenza di un misterioso
italiano, con un nome strano, in possesso di una grande cultura ma dall'incerto
passato, ancora più a sud, in alcune città della Guienna e poi della Linguadoca
ed infine a Tolosa. Nella particolare suddivisione politica della Francia, il duca
di MONTMORENCY, protettore degli esprits forts del tempo, sposato con la
duchessa italiana ORSINI, è governatore di questa regione e sembra poter
accordare protezione al fuggiasco, che continua comunque a tenersi
prudentemente nascosto. La presenza a Tolosa di questo misterioso personaggio,
di cui si ignora la provenienza e la formazione culturale, ma che fa mostra di
grande sapienza, di grande vivacità dialettica specialmente e di affermazioni
non sempre allineate con la morale del tempo, non passa inosservata ed attira i
sospetti delle autorità, che cominciano a sorvegliarlo. Dopo averlo ricercato
per un mese, le autorità tolosane lo fanno arrestare e chiudere in prigione. Lo
sottopongono ad interrogatorio, cercano di scoprire chi egli sia, quali siano
le sue idee in materia di di morale, perché fosse arrivato fin in quel lontano
angolo della Francia meridionale. Vengono convocati testimoni contro di lui, ma
non riescono ad accertare nulla, né a farlo tradire. Il misterioso
personaggio viene improvvisamente riconosciuto colpevole e condannato al rogo.
Ormai isolato, braccato, impossibilitato a chiamare a sua difesa un passato
travagliatissimo e ricco di nodi mai sciolti, abbandonato dai pochi amici
rimastigli fedeli perché impotenti ad organizzare una chiara strategia in sua
difesa, muore di morte atroce. Il Parlamento di Tolosa lo riconosce colpevole
del reato di ateismo e di bestemmie contro il nome di Dio, condannandolo, sulla
base della normativa del tempo prevista per i bestemmiatori, alla stessa pena
cui erano andati incontro, in luoghi diversi ma in circostanze analoghe, certi FREMOND
e FONTANIER. Gli viene tagliata la lingua, poi è strangolato e infine
arso. Subito dopo l'esecuzione furono pubblicati due anonimi che fanno
esplicitamente il nome del V. e quindi nel misterioso italiano giustiziato
viene riconosciuto V., l'autore del “De Admirandis” che suscita i sospetti di
alcuni settori cattolici parigini. Comparvero le Histoires memorables di ROSSET,
che, con la quinta Histoire, divulga con poche modifiche il secondo dei due
citati canards. RUDELE, teologo e vicario generale dell'arcivescovado di
Tolosa, avverte pubblicamente di aver esaminato le due saggi di V. insieme con BILLY
e di averle trovate contrarie al culto e all'accettazione del vero Dio e
assertrici dell'ateismo, emettendo ufficiale ordinanza di condanna e
proibendone la stampa e la vendita nella diocesi di Tolosa, territorio posto
sotto la sua giurisdizione. In precedenza, La Sorbona non ha comunicato di aver
adottato analogo provvedimento. Saggi: “Amphitheatrum Æternæ Providentiæ
divino-magicum, christiano-physicum, necnon astrologo-catholicum adversus
veteres philosophos, atheos, epicureos, peripateticos et stoicos” (Lione). Il
saggio si compone di esercitazioni, che mirano a dimostrare l'esistenza di Dio,
a definirne l'essenza, a descriverne la provvidenza, a vagliare o confutare le
opinioni di Pitagora, Protagora, CICERONE (vedi), BOEZIO (vedi), AQUINO (vedi),
l’orto, Aristotele, Averroè, CARDANO, i peripatetici dei LIZIO, il PORTICO,
ecc., su questo argomento. “De Admirandis Naturæ Reginæ Deæque Mortalium
Arcanis libri quattuor” (Parigi, Périer). Il saggio si divide in IV
libri: un Liber I de Cœlo et Aëre; un Liber II de Aqua et Terra; un Liber
III de Animalia Generatione et Affectibus Quibusdam; un Liber IV de Religione Ethnicorum;
in forma di dialogo -- che avvengono tra lui, nelle vesti di divulgatore del
sapere, e un immaginario Alessandro, che si presta ad un gioco sottile e
divertente nel corso del quale, con un atteggiamento compiacente e un po'
complice, tra espressioni di meraviglia e ammirazione per la vastità del sapere
di cui l'amico fa mostra, sollecita il suo interlocutore ad elencare e spiegare
gli arcani della natura regina e dea che esistono intorno e all'interno
dell'uomo. Così, in un misto di rilettura in nuova chiave critica del
pensiero degli filosofi antichi e di divulgazione di nuove teorie scientifiche
e religiose, il protagonista del lavoro discetta sulla materia, figura, colore,
forma, motore ed eternità del cielo; sul moto, centro e poli dei cieli; sul sole,
sulla luna, sugli astri; sul fuoco; sulla cometa e sull'arcobaleno; sulla
folgore, la neve e la pioggia; sul moto e la quiete dei proiettili nell'aria;
sull'impulsione delle bombarde e delle balestre; sull'aria soffiata e
ventilata; sull'aria corrotta; sull'elemento dell'acqua; sulla nascita dei
fiumi; sull'incremento del Nilo; sull'eternità e la salsedine del mare; sul
fragore e sul moto delle acque; sul moto dei proiettili; sulla generazione
delle isole e dei monti, nonché della causa dei terremoti; sulla genesi, radice
e colore delle gemme, nonché delle macchie delle pietre; sulla vita, l'alimento
e la morte delle pietre; sulla forza del magnete di attrarre il ferro e sulla
sua direzione verso i poli terrestri; sulle piante; sulla spiegazione da dare
ad alcuni fenomeni della vita di tutti i giorni – SUL SEME GENITALE -- sulla
generazione, la natura, la respirazione e la nutrizione dei pesci; sulla
generazione degli uccelli; sulla generazione delle api; sulla prima generazione
dell'uomo; sulle macchie contratte dai bambini nell'utero; sulla generazione
del MASCHIO e della femmina; sui parti di mostri; sulla faccia dei bambini
coperta da una larva; sulla crescita dell'uomo; sulla lunghezza della vita
umana; sulla vista; sull'udito; sull'odorato; sul gusto; sul tatto e solletico;
sugli affetti dell'uomo; su Dio; sulle apparizioni nell'aria; sugli oracoli;
sulle sibille; sugli indemoniati; sulle sacre immagini dei pagani; sugli
àuguri; sulla guarigione delle malattie capitata miracolosamente ad alcuni al
tempo della religione pagana; sulla resurrezione dei morti; sulla stregoneria;
sui sogni. Empio osarono dirti e d'anatemi oppressero il tuo cuore e ti
legarono e alle fiamme ti diedero. O uomo sacro! perché non discendesti in
fiamme dal cielo, il capo a colpire ai blasfemi e la tempesta tu non invocasti
che spazzasse le ceneri dei barbari dalla patria lontano e dalla terra! Ma pur
colei che tu già vivo amasti, sacra Natura te morente accolse, del loro agire
dimentica i nemici con te raccolse nell'antica pace. Hölderlin. L'interpretazione
naturalistica dei fenomeni soprannaturali che POMPONAZZI (vedi) chiamato da V.
magister meus, divinus praeceptor meus, nostri speculi philosophorum princeps
da nel “De incantationibus” “aureum opusculum”, è ripresa nel De admirandis
naturae, dove, con una prosa semplice ed elegante,fa riferimento anche a
CARDANO, a BORDONI e ad altri cinquecentisti. Dio agisce sugli esseri sub-lunari
(cioè sugli esseri umani) servendosi dei cieli come strumento. Di qui l'origine
naturale e la spiegazione razionale dei pretesi fenomeni sopra-naturali, dal
momento che anche l'astrologia è considerata una scienza. L’esere supremo,
quando incombono pericoli, dà avvertimenti agli uomini e specialmente ai
sovrani, agli esempi dei quali il mondo si conforma. Ma i reali fondamenti dei
presunti fenomeni sovrannaturali sono soprattutto la fantasia umana, capace a
volte di modificare l'apparenza della realtà esterna, i fondatori delle
religioni rivelate, Mosè, Gesù, Maometto e gli ecclesiastici impostori che
impongono false credenze per ottenere ricchezze e potere, e i regnanti,
interessati al mantenimento di credenze religiose per meglio dominare la plebe,
come insegna già MACHIAVELLI, il principe degli atei per il quale tutte le cose
religiose sono false e sono finte dai principi per istruire l'ingenua plebe
affinché, dove non può giungere la ragione, almeno conduca la religione. Seguendo
ancora POMPONAZZI e PORZIO nella loro interpretazione dei testi aristotelici,
mutuata dai commenti di Alessandro di Afrodisia, nega l'immortalità dell'anima.
Anche il cosmo aristotelico-scolastico subisce il suo attacco distruttivo. Analogamente
a BRUNO, nega la differenza peripatetica tra un mondo sub-lunare e un mondo
celeste, affermando che entrambi sono composti della stessa materia
corruttibile. Scardina nell'ambito fisico e biologico il finalismo e la
dottrina ile-morfica aristotelica, e, ricollegandosi a l’orto di LUCREZIO,
elabora una nuova descrizione dell'universo d'impianto meccanicistico-materialistico.
Gl’organismi sono parago orology. E concepisce una prima forma di trasformismo
universale delle specie viventi. Concorda con gl’aristotelici del LIZIO sull'eternità
del mondo, considerando in particolare l'aspetto temporale. Ma, contro di essi,
afferma il moto di rotazione terrestre e appare respingere la tesi tolemaica in
favore di quella eliocentrica copernicana. Se il primo curator CORVAGLIA e
lo storico RUGGIERO, ingiustamente, considerarono la sua filosofia
semplicemente un centone privo di originalità e di serietà scientifica, Garasse,
ben più preoccupato delle conseguenze della diffusione della sua filosofia, li giudica
la filosofia più perniciosa che in fatto di ateismo fosse mai uscita negli
ultimi cento anni. E stato ampiamente ri-considerato e ri-valutato dalla
critica, mettendo in mostra l'originalità e le intuizioni metafisiche, fisiche,
biologiche, talvolta precorritrici nei tempi, dei suoi saggi. Visto che
nasconde la sua filosofia, secondo un tipico espediente della cultura del suo
tempo, per evitare seri conflitti con le autorità religiose e politiche
costituite, conflitti che, come paradossalmente e sfortunatamente avvenne,
nonostante le cautele, lo condussero infine alla morte), l'interpretazione del
suo pensiero si offre a diversi piani di lettura. Tuttavia, nella storia della
filosofia, resta di lui acquisita un'immagine di miscredente e persino di ateo
(il che non era). E questo perché avversario di ogni superstizione e di fede
costituita (meglio un proto-agnostico), tanto da essere considerato uno dei
padri del libertinismo, malgrado avesse scritto persino un'apologia del concilio
di Trento. Per una sintesi della sua filosofia si deve guardare da un lato al
retroterra culturale, che è quello abbastanza tipico del Rinascimento, con
prevalenza di elementi dell'aristotelismo ma con forti elementi di misticismo
platonico. Dall'altro lato egli trae dal Cusano dei tipici elementi
panteistici, simili a quelli che si ritrovano anche in Bruno, ma più
materialistici. La sua visione del mondo si basa sull'eternità della materia,
sulla omogeneità sostanziale cosmica, su un Dio dentro la natura come forza che
la forma, la ordina e la dirige. Tutte le forme del vivente hanno avuto origine
spontanea dalla terra stessa come loro creatrice. Considerato ateo, nel
titolo del suo saggio pubblicato a Lione nel Amphitheatrum aeternae
providentiae divino-magicum, christiano-physicum, nec non astrologo-catholicum
adversus veteres philosophos, atheos, epicureos, Peripateticos et Stoicos
dimostra di non esserlo. Come precursore del libertinismo vi sono invece molti
elementi che lo avvicinano al pensiero dell'ignoto autore del trattato dei tre
impostori anch'egli panteista. Pensa infatti che i creatori delle tre religioni
monoteiste, Mosè, Gesù Cristo e Maometto, non siano altro che degl’impostori. In
“De admirandis Naturae Reginae Deaeque mortalium arcanis libri quatuor” stampato
a Parigi nelvengono riprese le tesi dell' “Amphiteatrum” con precisazioni e
sviluppi che ne fanno il suo capolavoro e la sintesi della sua filosofia. Viene
negata la creazione dal nulla e l'immortalità dell'anima, Dio è nella natura
come sua forza propulsiva e vitale. Entrambi sono eterni. Gl’astri del cielo
sono una specie di intermediari tra dio e la natura che sta nel mondo sub-lunare
e di cui noi facciamo parte. La religione vera è perciò una religione della
natura che non nega Dio ma lo considera un suo spirito-forza. La sua filosofia
è abbastanza frammentaria e riflette anche la complessità della sua formazione.
E un filosofo, un naturalista, un religioso, ma anche un medico e un po' un
mago. Ciò che ne caratterizza è la veemenza anti-clericale. Tra le cose
originali della sua filosofia c'è una specie di anticipazione della teoria
dell’evoluzione, perché, dopo un primo tempo in cui sostiene che le specie
animali nascano per generazione spontanea dalla terra, in un secondo tempo -- lo
pensa anche CARDANO -- pare convinto che esse possano trasformarsi le une nelle
altre e che l'uomo derivia d’animali affini all'uomo come la bertuca, il
macacho e la scimmia in genere. Appaiono due saggi che consacrano il mito del V.
ateo: La doctrine curieuse des beaux esprits de ce temps, di GARASSE e le
Quaestiones celeberrimae in Genesim cum accurata explicatione, di MERSENNE. I
due saggi, però, anziché spegnere la voce del filosofo, la amplificano in un
ambiente che evidentemente e pronto a ricevere, discutere e riconoscerne la
validità delle affermazioni. Il nome di V. viene nuovamente proiettato
all'attenzione della filosofia in occasione del clamoroso processo che viene
celebrato contro VIAU. Il progetto di interrogatorio che il procuratore
generale del re, Molé, predispone con ben articolati capi d'accusa su cui
interrogare VIAU, contiene impressionanti analogie colla filosofia vaniniana,
cui vien fatto esplicito riferimento mentre MERSENNE torna a martellare su V.,
analizzandone alcune affermazioni nel suo “L'Impiétè des Déistes, Athées et
Libertins de ce temps, combatuë, et renversee de point en point par raisons
tirées de la Philosophie, et de la Theologie”, nel quale porta il suo giudizio
concernente CARDANO e BRUNO. Anche Leibniz, oppositore al pari di Mersenne del
libertinismo, si esprime duramente contro V., considerandolo un empio, un pazzo
e un ciarlatano. Je n'ai pas encore vu l'apologie de V., je ne pense pas qu'elle mérite fort
d'être lue. La philosophie de ce personnage e bien peu de chose. Mais un
imbécille comme lui, ou pour mieux dire, un fou ne méritoit pas d'être brûlé. On
étoit seulement en droit de l'enfermer, afin qu'il ne séduisît personne -- Epist.
ad Kortholtum in Opera omnia, Genève. Ancora la leggenda nera creata intorno alla figura di V. sopravvive al
passare del tempo, si espande ed affascina molti studiosi, che si avvicinano
alla sua filosofia e ne tentano dei profili biografici. Così anche la cultura
inglese mostra interesse per il filosofo di Taurisano ed è soprattutto con BLOUNT
che V.entra nella filosofia inglese ed acquista una dimensione che non
abbandona mai più, quando diviene un elemento cardine del libertinismo e deismo.
Un manoscritto inedito della biblioteca municipale di Avignone custodisce delle
Observations sur Lucilio V. redatte da Velleron, ma fornisce solo delle incerte
notizie sul filosofo, in gran parte rettificate dagli ultimi studi. Viene
effettuata una copia manoscritta dell'Amphitheatrum, su commissione di Uriot,
il quale la trasferisce poi nella biblioteca ducale del duca di Württemberg. Attualmente
essa si trova nella Württembergische Landesbibliothek di Stoccarda. Un'altra
copia manoscritta del saggio si trova nella Staats und Universitätbibliothek di
Amburgo, a testimonianza del perdurante interesse per V. Viene data alle stampe
a Londra una biografia vaniniana con un estratto delle sue opere, dal titolo
“The life of ‘Lucilio’, alias V., burnt for atheism at Toulouse, with an abstract
of his writings. Il saggio, pur ricollegandosi alla consueta storiografia
vaniniana e quindi con i soliti errori d'origine, sottopone ad un dibattito
ponderato la figura ed il pensiero del filosofo italiano, a cui riconosce
qualche merito. Ma la strada per una collocazione europea di V. e del suo
pensiero è ormai aperta. Saggi: “Amphitheatrum aeternae providentiae
divino-magicum, christiano-physicum, nec non astrologo-catholicum adversus
veteres philosophos, Atheos, Epicureos, Peripateticos et Stoicos, Auctore Iulio
Caesare Vanino, Philosopho, Theologo et Iuris utriusque Doctore, Lugduni, Apud
Viduam Antonii de Harsy, ad insigne Scuti Coloniensis” (Galatina). “Iulii
Caesaris Vanini, Neapoletani Theologi, Philosophi et Iuris utriusque Doctoris,
De admirandis Naturae Reginae Deaeque mortalium arcanis libri quatuor, LPombaiae,
Apud Adrianum Perier, via Iacobaea” (Galatina). Le opere di V. e le loro fonti,
Milano (Galatina,); “Opere” (Porzio, Lecce); “Anfiteatro dell'eterna
Provvidenza” Galatina; “I meravigliosi segreti della natura, regina e dea dei
mortali” Galatina); “Opere (Galatina); “Confutazione delle religioni “Anna
Vasta, Catania, De Martinis et C.); “Opere” (Milano, Bompiani). Bucciantini,
Lutero in Campo dei Fiori, in Il Sole 24 ORE Terzapagina. Filosofia ed ecologia
per il "compleanno" di V., Una lettera dell'ambasciatore inglese a
Venezia, Carleton, fa risalire l'episodio a nove anni prima. Raimondi, “V. e il
libertinismo” Atti del Convegno di Studi, Taurisano (Galatina, Raimondi, “Dal tardo Rinascimento al
Libertinismo erudite” Atti del Convegno di Studi, Lecce-Taurisano Galatina, Spini,
“Vaniniana” in «Rinascimento», Paola, “Il primo seicento anglo-veneto”
Cutrofiano; Paola, “V. da Taurisano filosofo europeo, Fasano); Paola, “Documenti
per una lettura di V., in «Bruniana et Campanelliana», Raimondi, Documenti
vaniniani nell'archivio segreto vaticano, in «Bollettino di Storia della
Filosofia dell'Università degli Studi di Lecce», Raimondi, Il soggiorno
vaniniano in Inghilterra alla luce di nuovi documenti spagnoli e londinesi, in
«Bollettino di Storia della Filosofia dell'Università degli Studi di Lecce», Raimondi,
“La Santa Inquisizione, Taurisano, Raimondi, “L'Europa del Seicento. con una
appendice documentaria, Pisa Roma. L'appendice contiene la più completa
documentazione sulla biografia vaniniana: documenti dalla nascita al rogo. Fasano,
Fazio, V. nella cultura filosofica (Galatina); Marcialis, “Natura e uomo in V.”
in «Giornale Critico della Filosofia Italiana»; Marcialis, V. nell'Europa del
Seicento, in "Rivista di Storia della Filosofia", Paganini, Le
Theophrastus redivivus et V., in «Kairos», Papuli, Le interpretazioni di V., Galatina, Perrino,
"V. nel Theophrastus redivivus", in «Bollettino di Storia della
Filosofia dell'Università degli Studi di Lecce», Raimondi, V. e il "De
tribus impostoribus", in «Ethos e Cultura», Padova, G. Spini, Ricerca dei
libertini. La teoria dell'impostura delle religioni nel Seicento italiano,
Roma, Firenze); Teofilato, V. nel III Centenario del suo martirio, Milano, Tip.
Ed. La Stampa d'Avanguardia. Teofilato, V., in The Connecticut Magazine,
articles in English and Italian, New Britain, Conn, C. Teofilato, Vaniniana, in
La puglia letteraria, mensile di storia, Roma; V., Riflessioni sul problema V.,
in Bertelli, Il libertinismo in Europa, Milano-Napoli, Vasoli, V. e il suo
processo per ateismo, in Niewohner e Pluta, Atheismus im Mittelalter und in der
Renaissance, Wiesbaden); V. in Inghilterra. La seguente è una lista di alcuni
documenti in cui è possibile trovare riferimenti alla presenza del frate carmelitano
a Lambeth a Londra. Trascrizioni complete, riassunti e contesto di questi
documenti sono disponibili. "V. e il primo seicento anglo-veneto" e
in "V. da Taurisano filosofo europeo", Schena Editore, Brindisi.
Documenti: London Public Record Office State Papers Venice Notizie sulla
Mercers' Chapel a Londra, dove V. sconfesso la sua fede cattolica e tenne vari
sermoni. London Public Record Office State Papers Petizione di due Carmelitani,
V. e Genocchi, a Carleton, ambasciatore inglese a Venezia, per essere accettati
in Inghilterra. Venezia. London Public Record Office State Papers Lettera di
Carleton a Salisbury. Da Venezia, Carleton informa Salisbury che due frati gli
hanno chiesto permesso di rifugiarsi in Inghilterra per evitare persecuzioni
dai loro superiori. London
Public Record Office State Papers. V. a Carleton. Da Lambeth. V. manda a Carleton informazioni riguardanti
alla sua ricezione a Lambeth e la buona stima di cui gode lì. London Historical Manuscripts
Commission De L'Isle and Dudley Manuscripts, Sir John Throckmorton al visconte
Lisle. Flushing. Corrispondenza
tra i due statisti riguardo ad una missione segreta di Florio, che forse
accompagnò V. e il suo compagno a Londra. London, Manuscripts of the Marquess of Downshire
preserved at Easthampstead Park Berk. Papers of Trumbull. Albery a Trumbull. Londra. Albery, un mercante inglese
e corrispondente di Trumbull, agente inglese a Bruxelles, manda informazioni
sull'arrivo di V. e le sue esperienze a Venezia. London Historical Manuscripts Commission Report
on the Manuscripts of the Marquess of Downshire, Trumbull Papers. Albery a William Trumbull. Londra. Una copia
della lettera da una fonte diversa. London Public Record Office State Papers Da
Spinola a Ginocchio. Genova London Public Record Office State Papers Wake a Carleton.
Londra London Public
Record OfficeState Papers Wake a Carleton. Londra London Manuscripts of the
Marquess of Downshire preserved at Easthamstead Park Berk. Papers of William
Trumbull the Elder Alfonse de S. Victors a William Trumbull Da Middolborg
(Middelburg) London Historical Manuscripts Commission Report on the Manuscripts
of the Marquess of Downshire, Trumbull Papers, Alfonse de St. Victor a William
Trumbull. Middelborg. London Public Record Office State Papers Domestic Series
Jac. Chamberlain a Carleton. Londra, London Public Record Office State Papers
Carleton a Lake. Da Venezia London Public Record OfficeState PapersDomestic
Series, Biondi a Carleton. Da Londra LondonPublic Record Office State Papers, Carleton
a Chamberlain. Da Venezia London Manuscripts of the Marquess of Downshire
preserved at Easthampstead Park Berks. Papers of William Trumbull the Elder. George
Abbot a William Trumbull. Da Lambeth. London Historical Manuscripts Commission Report
of the Manuscripts of the Marquess of Downshire, Trumbull Papers, Abbot a Trumbull. Lambeth London Public Record OfficeState Papers Carleton
a Chamberlain. Venezia, London Public Record Office State Papers Carleton a
Giovan Francesco Biondi. Venezia, London Public Record Office State Papers
Domestic Series, Abbot a Carleton. Lambeth London Public Record Office State
Papers Sarpi a Carleton. Venezia London Record Office State Sarpi a Carleton.
Venezia, London Public Record OfficeState Papers Paolo Sarpi a Sir Dudley
Carleton. Venezia, giugno. London Historical Manuscripts Commission Report
Hastings, Notes of speeches and
proceedings in the House of Lords. London Historical Manuscripts Commission Hastings,
Notes of speeches and proceedings in the House of Lords London Public Record
Office State Papers Carleton a Sua Signoria l'Arcivescovo di Canterbur. Venezia
London Manuscripts of the Marquess of Downshire preserved at Easthampstead Park
Berks. Papers of William Trumbull the Elder Abbot a Trumbull. Lambeth London Historical
Manuscripts Commission Report of the Manuscripts of the Marquess of Downshire, IV, Trumbull Papers George Abbot, Arcivescovo
di Canterbury, a William Trumbull. Lambeth
Archivio di Stato di VeneziaInquisitori di Stato, Istruzioni degli Inquisitori
di Stato all'ambasciatore in Inghilterra. LondonCalendar of State Papers on English Affairs in
the Archives of Venice and other Libraries of North Italy Inquisitori di Stato,
busta Venetian Archives. Gli Inquisitori di Stato a Gregorio Barbarigo, London Calendar of State Papers on English
Affairs in the Archives of Venice and other Libraries of North Italy Inquisitori
di Stato, Venetian Archives. Examinations
for Foscarini. Archivio di Stato di Venezia Inquisitori di Stato, Londra, Interrogatorio
di Lunardo Michelini sulle modalità della fuga di V. da Lambeth. Archivio di
Stato di Venezia Inquisitori di Stato, Interrogatorio di Alessandro di Giulio
Forti da Volterra sulle modalità della fuga di Vanini da Lambeth. Archivio
General de Simancas fondo Inglaterra Legajo foglio privo di indicazioni.
Bentivoglio a Sarmiento. Bruxelles. Il nunzio apostolico a Bruxelles informa
l'abasciatore di Spagna che Vanini e il suo compare sono arrivati sani e salvi
dopo la loro fuga da Londra. Archivio General de Simancas Bentivoglio a Sarmiento.
Bruxelles. Il nunzio apostolico a Bruxelles informa l'abasciatore di Spagna che
Vanini e il suo compare sono partiti verso l'Italia, come era stato concordato
a Roma. Documenti inclusi nell'opera di Namer La seguente è la lista dei
documenti inglesi inclusi nel lavoro Documents sur la vie de V. de Taurisano di
Ėmile Namer, che può essere considerato come un utile punto di partenza per la
delineazione di una biografia di Vanini, e di cui la nuova documentazione deve
essere considerata un completamento. London Foreign State Papers. Venice. Carleton ad Abbot.
LondonForeign State Papers. Venice.Abbot a Carleton LondonState Papers Domestic.
James I. Carleton a Chamberlain.
Venezia, London Foreign State Papers. Venice. Sir D. Carleton all'Arcivescovo di Canterbury. London State
Papers Domestic. James I. Chamberlain a Carleton. Londra, London State Papers
Domestic. James I. 7 Chamberlain a
Carleton. London Foreign State Papers. Venice Abbot a Carleton. London State Papers Domestic.
James I. Carleton a Chamberlain. London State
Papers Domestic. James I. l'Arcivescovo
di York al conte di Suffolk. London State Papers Domestic. James I. V. a Dudley
Carleton. Da Lambeth, iLondonState Papers Domestic. James I. Giulio Cesare Vanini a Sir Isaac Wake. Da
Lambeth iLondon State Papers Domestic. James I.
John Chamberlain a Carleton. da Londra. London State Papers Domestic.
James I. Abbot a
Carleton. Lambeth London State Papers Domestic. James I. John Chamberlain a
Dudley Carleton. Da Londra London State Papers Domestic. James I. Biondi a Carleton. Da Londra London Foreign State
Papers. Venice. Carleton a Abbot. London
State Papers Domestic. James I. John Chamberlain a Dudley Carleton. Da Londra London State Papers Domestic. James I. Abbot al vescovo di Bath Da Lambeth. London State Papers Domestic.
James I. Lake a Carleton. Dalla corte a
Royston, London State Papers Domestic. James I.
John Chamberlain a Sir Dudley Carleton. Da Londra London Foreign State
Papers. Venice Carleton a Abbot London Foreign State Papers. Venice. Carleton a
Sir Thomas Lake. London State Papers Domestic. James I. Abbot a Carleton a Venezia. Lambeth, London State
Papers Domestic. James I. John
Chamberlain a Dudley Carleton. Londra, LondonForeign State Papers. Venice.
Carleton a Abbot. Archivio de Simancas, Estado, Cardinale Millino a Alonso de Velasco,
ambasciatore spagnolo a Londra. Roma, Archivio de Simancas, Estado, Cardinal Millino a Diego Sarmiento de Acuña,
ambasciatore spagnolo a Londra. Roma, Archivio de Simancas, Estado, Cardinal Bentivoglio a Diego Sarmiento de
Acuña, ambasciatore spagnolo a Londra. Bruxelles, Archivio de Simancas,
Estado, Bentivoglio a Diego Sarmiento de
Acuña, ambasciatore spagnolo a Londra. Bruxelles,V. e l'Inquisizione di Roma
Elenco di alcuni documenti presenti nella corrispondenza tra alcuni Nunzi
apostolici in Europa e le autorità vaticane, dove è possibile trovare
informazioni relative alla fuga, permanenza e rientro segreto dall'Inghilterra
del frate carmelitano. Le trascrizioni complete, i sommari e le
contestualizzazioni di questi documenti sono disponibili per studiosi e lettori
in V. da Taurisano filosofo europeo, Schena Editore, Fasano (Brindisi), Il
pontefice Paolo V e l'Inquisizione in Roma furono informati continuamente della
vicenda di V. con dispacci dei Nunzi apostolici in Venezia, Francia e Fiandra e
con missive dell'ambasciatore di Spagna a Londra, a cominciare dalla sua fuga
da Venezia sino al suo desiderio di rientrare nel mondo cattolico.
RomaArchivio Segreto VaticanoSegreteria di StatoNunziatura di Francia, Ubaldini, Nunzio papale in Francia, al Borghese,
Segretario di Stato di Paolo V, de Parigi. RomaA. S. Vaticano Segreteria
di Stato Nunziature diverse, Fiandra, il Nuntio alla Segreteria, Bentivoglio, Nunzio
papale in Fiandra, al Card. Borghese. (Bruxelles) Roma A. S. Vaticano Segreteria
di StatoNunziature diverse, Francia, lettere scritte al Nuntio in Francia Borghese
a Ubaldini. Di Roma li Roma A. S. Vaticano Segreteria di Stato Nunziatura di
Francia, Ubaldini da Parigi a Borghese Roma A. S. Vaticano Segreteria di
StatoNunziature diverse, Francia, 293A, lettere
scritte al Nuntio in Francia Borghese a Ubaldini. Di Roma Roma A. S. Vaticano Segreteria
di Stato Nunziatura di Francia, Ubaldini
a Borghese Rom aA. S. Vaticano Segreteria di StatoNunziature diverse, Francia,
lettere scritte al Nuntio in Franci Il card. Borghese a Ubaldini. Di Roma Roma A.
S. Vaticano Segreteria di Stato Nunziatura di Francia Registro Ubaldini a Borghese
Londra, British Museum, Lettere di Ubaldini, nella sua Nunziatura di Francia,
Ubaldini a Borghese Roma A. S. Vaticano Segreteria di Stato Nunziatura di Francia,
Ubaldini a Mellini, membro del Sant'Uffizio, il Tribunale dell'Inquisizione di
Roma. Roma A. S. Vaticano Segreteria di Stato Nunziature diverse, Francia, lettere
scritte al Nuntio in Francia da Borghese, Borghese a Ubaldini. Roma A. S.
Vaticano Segreteria di Stato Nunziatura di Francia, Registro di Lettere della Segreteria di Stato
di Paolo V al Vescovo di Montepulciano Nuntio in Francia Il Segretario Porfirio
Feliciani vescovo di Foligno al Nuntio in Francia. Roma, RomaA. S. Vaticano Segreteria
di Stato Nunziatura di Francia, Ubaldini al Mellini Roma A. S. Vaticano Segreteria
di StatoNunziatura di Francia, Ubaldini a Mellini RomaA. S. Vaticano Segreteria
di Stato Nunziatura di Francia Registro Ubaldini a Borghese. Di Parigi RomaA.
S. Vaticano Segreteria di Stato Nunziatura di Francia Registro Ubaldini a Millini
Roma A. S. Vaticano Segreteria di Stato Nunziature diverse, Francia, lettere scritte al Nuntio in Francia dal
Card. Borghese, Il card. Borghese a Ubaldini. Di Roma Roma A. S. Vaticano Segreteria
di Stato Nunziatura di Francia Ubaldini a Borghese Di Parigi. RomaA. S.
Vaticano Segreteria di Stato Nunziatura di Francia Registro Ubaldini a Millini Roma A. S. Vaticano Segreteria di
Stato Nunziatura di Francia Registro Ubaldini a Borghese Londra, British
Museum, Lettere del Card. Ubaldini, nella sua nunziatura di Francia, Card.
Ubaldini a Borghese Parigi, Bibliothèque nationale de FranceDepartement des
Manuscrits, Italien Registro di Lettere della Nunziatura di Francia di Ubaldini
dell'anno lettera, Ubaldini a Borghese Parigi) Roma A. S. VaticanoSegreteria di
Stato Nunziature diverse, Francia, Lettere
del Sir. Card.le Ubaldini nella sua Nunciatura di Francia Ubaldini a Borghese Treccani
Enciclopedie Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Enciclopedia Italiana,
Amphitheatrum e De admiandis. Raimondi Il contributo italiano alla storia del
Pensiero: Filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Giulio Cesare Vanini.
Vanini. Keywords: Vanini, Oxford. Refs.: Luigi Speranza, “Vanini e Grice,”
Villa Grice, Luigi Speranza, “La statua all’aperto di Vanini,” Luigi Speranza,
“Il medaglione di Vanini a Roma.” Vanini.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Vanni: la ragione conversazionale dell’azione e l’implicatura
conversazionale dell’inter-azione conversazionale – la scuola di Città della
Pieve – filosofia perugin – filosofia umbra -- filosofia italiana – Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Città della Pieve). Abstract.
Keywords. aiuta, etologia, aiuta conversazionale, imperativo d’aiuta
conversazionale. Filosofo perugino. Filosofo umbro. Filosofo italiano. Città
della Pieve, Perugia, Umria. Essential Italian philosopher. Filosofo italiano.
Inizia la carriera a Perugia e successivamente insegna a Parma, Bologna, e
Roma. Tra i fondatori del positivismo
soziale, la sua filosofia si ispira a Kant e agli principali filosofi del positivismo.
A lui si deve anche una originale lettura positivista della dottrina
storicistica di VICO. Il suo è stato definito un positivismo critico, che vuole
distinguere cioè tra la scienza dell’uomo dalla filosofia’ dell’uomo,
contestando e rifiutando l'assimilazione positivista di quest'ultima con la
morale e la sociologia, dottrina nata nell'ambito del positivismo, verso la
quale V. ha un interesse particolare cercando di teorizzarne il carattere scientifico
differenziandola però sia dall'evoluzionismo che dalla biologia. V. considera essenziale
l'autonomia teorica del ‘ius’ o devere dai rapporti con gli aspetti
storici-etnografici delle istituzioni giuridiche. V. è convinto che la filosofia,
come analisi concettuale, del diritto ha la funzione pratica di definire il ‘fine’
(métier) della inter-azione umana. In questo modo, V. ribade l'impostazione
criticista kantiana che acquista un tono metafisico criticato dai positivisti
ortodossi che lo accusano di eclettismo. Saggi: “Della consuetudine nei suoi
rapporti col dritto e con la legislazione” (Perugia); “Saggi critici sulla
teoria socio-logica della popolazione” (Città di Castello); “Prime linee di un
programma critico di sociologia” (Perugia); “Il problema della filosofia del
diritto nella filosofia, nella scienza e nella vita ai tempi nostril” (Verona);
“La filosofia del diritto” (Verona); “La funzione della filosofia considerata
in sé ed in rapporto al socialismo” (Bologna); “La filosofia del diritto e la ricerca
positivista” (Torino); “Il dritto nella totalità dei suoi rapporti e la ricerca
oggettiva” (Roma); “La teoria della conoscenza come induzione socio-logica e
l'esigenza critica del positivismo” (Roma); “Filosofia del diritto” (Bologna);
“Filosofia sociale e filosofia giuridica” (Bologna). Biografia in Scuola normale
superiore, Pisa, su picus.unica. Marino, Positivismo e giurisprudenza, Napoli, Cuculo,
La sociologia positivista di V., in A. Millefiorini, Fenomenologia del
disordine. Prospettive sull'irrazionale nella riflessione sociologica italiana
(Nuova Cultura, Roma); Amelio, Positivismo, storicismo, materialismo storico in
I. Vanni, «Quaderni fiorentini per la storia del pensiero giuridico moderno», Pusceddu,
La sociologia positivista in Italia (Roma). siusa. archivi.beniculturali,
Sistema Informativo Unificato per le Soprintendenze Archivistiche. Opere u open MLOL, Horizons Unlimited
srl. Opere. I. Vanni. Vanni.
Keywords: action, interaction, azione, interazione, Vico, positivismo,
positivismo critico, etologia, ethology -- Refs.: The H. P. Grice Papers,
Bancroft MS, -- Luigi Speranza,, “Grice e Vanni: azione ed inter-azione” – The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria. Vanni.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Vannini: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale del mistico – scuola di mistica -- di ‘Vitters’ – la scuola di
Sa Piero a Sieve – la scuola di Firenze – filosofia fiorentina – filosofia
toscana -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P.
Grice, The Swimming-Pool Library (San Piero a Sieve). Abstract. Keywords: mistic. Witters. Filosofo
Fiorentino. Filosofo toscano. Filosofo italiano. San Piero a Sieve, Firenze,
Toscana. Essential Italian philosopher. “Never
to be confused with the vain Vanini!” -- Grice. Dopo
gli studi al ginnasio Michelangiolo di Firenze, si laurea in filosofia a Firenze,
discutendo una tesi su “‘Vitters’: metafisico e mistico”! Ha vissuto nel convento
agostiniano di S. Spirito a Firenze, ospite di Ciolini. Ha compiuto viaggi e
soggiorni di studio in Europa. Insegna filosofia nei licei. Per un triennio storia
della filosofia a Firenze e storia della mistica all'Istituto di scienze religiose
a Trento. Ha tenuto seminari e conferenze in università ed accademie
italiane e straniere: Genova, Trento, Ancona, Perugia, Urbino, Pavia, Pisa,
Macerata, Napoli, Fermo, Parma, Arezzo, Chieti, Roma, Avila, Strasburgo,
Berlino. Considerato il maggior studioso di mistica o anche il più
importante studioso italiano di Eckhart e della mistica cristiana, ha curato
l'edizione italiana delle opera latine di Eckhart, nonché quelle di altri
autori spirituali, come AGOSTINO, Gerson, Fénelon, Porete, Taulero, Anonimo
Francofortese, Lutero, SILESIO, Czepko, Franck, Weigel, ecc. Lungo un
percorso ormai di quasi mezzo secolo, è stato traduttore e curatore di importanti
testi della mistica; critico della fenomenologia, da un punto di vista
teoretico e storico; filosofo della religione, soprattutto nei suoi rapporti
con la ragione e con la fede. V. legge il fenomeno mistico in maniera
innovativa ma, soprattutto, pone lo stesso a fondamento di ogni forma ed
esperienza religiosa. Tale presupposto impone come fuori da un'esperienza
diretta di questo tipo sia pressoché impossibile cogliere il senso, le modalità
e le finalità delle varie dottrine e pratiche religiose. Per V., la
mistica è un sapere spirituale, inoggettivabile ma, soprattutto, un sapere che
è un essere: è l'identità mistica il vero e proprio criterio per discernere il
vero dal falso. Tale ermeneutica costituisce una propedeutica all'inverarsi in
senso mistico della religione cristiana. La filosofia di V. si basa su
una esperienza spirituale, unitiva e teo-morfica. Centrali appaiono pertanto
concetti appartenenti alla sfera semantica della divinizzazione, dell’homoiosis
theo, quali vuoto, fondo dell'anima, generazione del logos, complementarità tra
distacco ed amore. Tale esperienza risulta comprensibile solo quando si è
fatto il vuoto nell'anima attraverso il distacco, diventando in tal modo
recettivi alla luce proveniente dall'alto, tali da rendere il soggetto esso stesso
luce eterna. Al vuoto in cui si perviene nel distacco corrisponde una pienezza,
una traboccante ricchezza ed energia, una gioia sconfinata ed
inesauribile. Il rapporto tra il divino e uomo non è quindi statico, di
mutua esclusione, ma “dialettico” o dinamico, di reciproca compenetrazione. La
“salvezza” viene letta nei parametri teologici di una escatologia realizzata
nel presente, come immanente esperienza dello spirito. Essenziale diventa
perciò il recupero della antropologia classica corpo, anima, spirito ove l'uomo
è un corpo, piccola parte dell'universo; una psiche, fluttuazione infinita di
pensieri, sentimenti, volizioni, soggetta al determinismo del tempo, dello
spazio, delle circostanze. Ma soprattutto uno spirito universale, eterno,
libero, uno nell'uno. L'attualità e l'originalità della posizione di V. ha
suscitato e continua a suscitare un acceso dibattito in seno al panorama
culturale italiano, filosofico e teologico: nei confronti dell'autore vari
infatti sono stati i commenti, le recensioni, i contributi e gli interventi
critici da parte di personalità quali (in ordine alfabetico) BOZZO, BALDINI, BIANCHI,
CACCIARI, MONTICELLI, ESPOSITO, FORTE, GIVONE, MANCUSO, MUCCI, RAVASI, REALE, TORNO,
VATTIMO, e VOLPI. La particolare
rilevanza della filosofia di V. può trasparire anche, ad esempio, dalle
seguenti affermazioni in meritocitate in ordine sparsodi alcuni dei suddetti
illustri filosofi. GIVONE: “A V., cui siamo debitori d'un lavoro filosofico
estremamente prezioso, rivolgiamo questa domanda. A V. dobbiamo non soltanto
edizioni impeccabili delle opere di Eckhart, Porete, Silesius, Gerson; ma anche
il pensiero vigoroso e chiaro, qualunque cosa gli si posa obiettare, che la
mistica è da un lato il cuore e la radice viva di ogni religione, ma dall'altro
“la filosofia nel suo senso più reale e profondo”, la conoscenza e la pratica
dell'essere e “la gioia dell'essere”. CACCIARI: “È un grosso debito quello che
la filosofia e la teologia hanno accumulato in questi anni nei confronti di V..
Grazie al suo instancabile lavoro o sotto la sua direzione il nostro paese può
oggi contare su impeccabili edizioni di Gerson, Silesius, Porete ed Eckhart.
MUCCI: “In questi tempi di declino dell'ontologia, V. è certamente, in Italia,
fuori dell'ambito ecclesiastico, il più illustre studioso di mistica.” REALE: “L'esperienza
mistica è comunque per sua natura connessa con il religioso, come viene mostrato
nella filosofia di V.i “La mistica delle religioni (Le Lettere) in questi
giorni in libreria. V., uno dei massimi esperti in materia a livello nazionale
e internazionale, analizza in modo dettagliato questa esperienza spirituale
nell'induismo, nel buddismo, nell'ebraismo, nell'islamismo e nel
cristianesimo.” TORNO: “Segnalare un livre de chevet, vale a dire una di quelle
opere maneggevoli che mai dovrebbero allontanarsi dal capezzale, è diventato
difficile oltre che inattuale. Eppure qualcosa circola, come prova l'ultimo
delizioso saggio di V. sulla grazia». FORTE: “L'ultimo bel libro di V. su “Mistica
e filosofia” rivela ancora una volta la sua straordinaria competenza di storico
e interprete della mistica.” Al pensiero di V. è stato dedicato “Mistica e
filosofia in V.” Saggi: “Lontano dal SEGNO. Saggio sul cristianesimo” (La
Nuova Italia, Firenze); “Esame della certezza” (Cenacolo, Firenze); “Eckhart.
Opere” (Nuova Italia, Firenze); “Dialettica della fede” (Marietti, Casale
Monferrato -- Le Lettere, Firenze); “L'esperienza dello spirito” (Augustinus,
Palermo); “Mistica e filosofia” (Piemme, Casale Monferrato -- prefazione di CACCIARI
-- Le Lettere, Firenze); “Il volto del Dio nascosto: l'esperienza mistica
dall'Iliade a Weil” (Mondadori, Milano); “Storia della mistica occidentale” (Mondadori,
Milano; Lettere, Firenze); “Introduzione alla mistica” (Morcelliana, Brescia);
“La morte dell'anima: dalla mistica alla psicologia” (Lettere, Firenze); “La
mistica delle grandi religioni” (Mondadori, Milano; Lettere, Firenze); Tesi per
una riforma religiosa (Lettere, Firenze); La religione della ragione” (Mondadori,
Milano); “Sulla grazia” (Lettere, Firenze); “Prego Dio che mi liberi da Dio: la
religione come verità e come menzogna” (Bompiani, Milano); “Lessico mistico: le
parole della saggezza” (Le Lettere, Firenze) – under M, ‘scuola di mistica
fascista’; “Il santo spirito fra religione e mistica” (Morcelliana Brescia); “Oltre
il cristianesimo: da Eckhart a Le Saux” (Bompiani, Milano); “Inchiesta su Maria:
la storia vera della fanciulla che divenne mito” (Rizzoli, Milano); “Indagine
sulla vita eterna” (Mondadori, Milano); “Introduzione a Eckhart -- profilo e
testi” (Lettere, Firenze); “L'Anti-Cristo: storia e mito” (Mondadori, Milano);
“All'ultimo papa: lettere sull'amore, la grazia, la libertà” (Saggiatore,
Milano); “VIO contro Lutero e il falso evangelo” (de' Medici, Firenze); “Il
muro del paradisoL dialoghi sulla religione” (Medici, Firenze); “Mistica,
psicologia, teologia” (Lettere, Firenze); liceo ginnasio Michelangiolo, Firenze.
Mancuso, Lutero è vivo e lotta con noi, s.a., in: <Panorama> Azzarà, su
Materialismo Storico Bio- Givone, Luce mistica dei moderni in: «Il ManifestoAlias»,
in il manifesto Alias, V., Mistica e filosofia, Prefazione, Firenze, Le
Lettere, Mucci, Il pensiero di V., in «La Civiltà Cattolica»; Reale, Il
misticismo vive in tutte le culture. Il testo di V., le «Upanishad» riedite, su
corriere. Torno, Alla ricerca della grazia nel segno di Eckhart, «Corriere
della Sera», Cultura, Forte, Mistica, l’enigma dell’altro, in «Avvenire», Schiavolin,
Mistica e filosofia in V. (Nerbini, Firenze). Mistica Misticismo cristiano
Mistica renana Meister Eckhart Hadot Henri Le Saux. Marco Vannini. Vannini. Keywords:
the mystic, das mystische, la scuola di mistica fascista. Refs.: The H. P.
Grice Papers, Bancroft MS – Luigi Speranza, “Vannini e Grice: il mistico di
‘Vitters’ – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Vario: la ragione conversazionale della filosofia della
vita a Roma – Philosophy of Life -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel
Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Abstract. Keywords: IL GIARDINO. In Grice’s time,
philosophy was not studied as a separate subject, but under classics.
Philosophy wss introduced upon completion of five terms into the B. A. Lit.
Hum. Mundle complained: Grice referred to ordinary language as the language
employed by any philosopher who had earned a first at Greats – as his pupil
Strawson never did! -- Filosofo italiano. L’orto. Friend of FILODEMO (vedi). A
poet. One of his works, “On death,” was doubtless shaped by L’Orto. He had a
significant influence on VIRGILIO (vedi). His tutor was SIRO (vedi). Lucio Vario Rufo. Per H. P. Grice’s Play-Group, The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Varisco: la ragione conversazionale, o l’implicatura
conversazionale del sommario di criticismo – la scuola di Chiari – filosofia
lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P.
Grice, The Swimming-Pool Library (Chiari). Abstract. Keywords: gnothi seauton, implicatura
dell’oracolo. Filosofia critica. Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Chiari,
Brescia, Lombardia. Essential Italian philosopher. Filosofo italiano. Grice: “We
all learned about the ‘gnothi seauton’ at Clifton – Varisco composed a full
tract about it! Calogero has analysed the implicatures! The idea is that you
need a ‘thou’ to tell ‘thou’ ‘knowest THYself” – although the oracular mystique
is still there!” – Insegna filosofia a Roma e senator. La sua formazione filosofica coincide con la crisi
del positivismo. Si laurea a Pavia. Partendo da posizioni solidamente
scientifiche, V. avverte sollecitamente il limite di ogni conoscenza che voglia
essere esclusivamente composto di ragione, e scopre insieme la concomitante
componente fideistica di ogni affermazione di verità. Questo ricorso alla
fede come sentimento del sopra-naturale è utilizzato da V. sia per affermare la
preminenza della filosofia come conoscenza concreta sui processi astrattivi
della scienza -- “I massimi problemi” (Milano, Libreria Editrice Milanese) -- sia
per approdare ad uno spiritualismo pluralistico con forti accentuazioni
teistiche -- “Dall'uomo a Dio” (Padova, Milani). Altre saggi: “Scienza ed
opinione” (Roma, Alighieri); “La patria” (Roma, Provenzani), “Conosci te
stesso” (Milano, Libreria Milanese); “La scuola per la vita” (Milano, Isis); “Linee
di filosofia critica” (Roma, Signorelli); “Discorsi politici” (Roma, Alberti);
“Sommario di filosofia” (Roma, Signorelli). Cavaliere dell'Ordine della Corona
d'Italia nastrino per uniforme ordinaria cavaliere dell'Ordine della corona
d'Italia, ufficiale dell'Ordine della Corona d'Italia nastrino per uniforme
ordinaria Ufficiale dell'Ordine della Corona d'Italia, Commendatore dell'Ordine
della Corona d'Italia nastrino per uniforme ordinaria Commendatore dell'Ordine
della Corona d'Italia. Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine della Corona
d'Italia nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine della
Corona d'Italia. Senatori d'Italia, Senato della Repubblica. Varisco. Keywords:
know theyself, oracular implicature, Calogero. Refs.: The H. P. Grice Papers,
BANC MS, -- Luigi Speranza, “Grice e Varisco: per un sommario di filosofia
critica” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria. Varisco.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!:
ossia, Grice e Varrone: LINGUISTICA FILOSOFICA – Utterer’s meaning,
sentence-meaning, and word-meaning -- la ragione conversazionale e
l’implicatura conversazionale della semiotica filosofica – la scuola di Rieti –
filosofia lazia -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di
H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Rieti). Abstract.
Studies in the way of words. Keywords: studies in the way of words, Grice, Mundle:
Grice regarded ordinary language as the language employed by anyone who got a
first in Greats. Philosophy was introduced only upon completion of five terms
into your B. A. Lit. Hum., since philosophy was not taught under a separate
subject at Oxford, but under classics. Filosofo lazio. Filosofo italiano. Rieti,
Lazio. Grice: “I count Varrone as the first language philosopher. He woke up one
day, and realised he was speaking ‘lingua latina,’ and dedicated 36 volumes to
it!” --. Grice: “’Lingua latina’ has a nice Roman ring to it. In modern
Italian, the ‘t’ has become an ‘z,’ as in “Lazio, -- the calcio team from Latium – or a ‘d’ as
in ‘ladino.’” Grice: “I know
his Loeb edition by heart!” – Grice: “The Greeks never studied their lingo as
Varro studied his! Of this Austin always reminded me: ‘We should be like Varro,
analysing our tongue as a ‘fluid’ semiotic system!’”. Academic, Roman polymath,
author of essays on language, agriculture, history and philosophy, as well as satires, and principal
conversationalist in CICERONE’s "Academica.” Questore della repubblica romana. Gens: Terentia. Questura
in Illyricum. Pro-pretura in Spagna. Tu ci hai fatto luce su ogni epoca della
patria, sulle fasi della sua cronologia, sulle norme dei suoi rituali, sulle
sue cariche sacerdotali, sugli istituti civili e militari, sulla dislocazione
dei suoi quartieri e vari punti, su nomi, generi, su doveri e cause dei nostri affari,
sia divini che umani -- CICERONE, Academica Posteriora. Detto reatino, attributo
che lo distingue da “Varrone Atacino,” vissuto nello stesso periodo. Nato da
una famiglia di nobili origini, ha rilevanti proprietà terriere in Sabina, dove
e educato con disciplina e severità dai familiari, integrate dall'acquisto di
lussuose ville a Baia e fondi terrieri a Tusculum e Cassino. A Roma compe
studi avanzati presso i migliori maestri del tempo. Lucio Elio Stilone PRECONINO
(vedi) lo fa appassionare anche agli studi etimologici ed oratoria. Studia la
lingua italiana con Lucio ACCIO (vedi), a cui dedica “De antiquitate
litterarum.” Come molti romani, compe un grand tour in Grecia, dove ascolta
filosofi accademici come Filone di Larissa e Antioco di Ascalona, da cui deduce
una posizione filosofica di tipo eclettico. A differenza di molti altri filosofi
del tempo, non si ritira dalla vita politica ma, anzi, vi prende parte
attivamente accostandosi agl’optimates, forse anche influenzato dall'estrazione
sociale. Dopo aver, infatti, percorso le prime tappe del cursus honorum – trium-viro
capitale, questore, e legato -- e vicino a POMPEO, per il quale ricopre incarichi
di grande importanza. Legato e pro-questore, combatte nella guerra contro i
pirati difendendo la zona navale tra la Sicilia e Delo. Allo scoppio della
guerra civile e propretore. In una guerra che vede i romani contro i romani,
tenta un’incerta difesa del suo territorio che si concluse in una resa che GIULIO
(vedi) CESARE (vedi), nei Commentarii de bello civili, define poco
gloriosa. Dopo la disfatta dei pompeiani, si avvicina, comunque, a GIULIO
CESARE, che apprezza il reatino soprattutto sul piano culturale, affidandogli
la costituzione di una biblioteca. Dopo l’assassinio di GIULIO CESARE, anzi, e
inserito nelle liste di proscrizione sia di MAR’ANTONIO che di OTTAVIANO -- interessati
più alle sue ricchezze che a punire i congiuranti -- da cui si salva grazie
all'intervento di Fufio CALENO (vedi) per poi avvicinarsi a OTTAVIANO a cui
dedica il “De vita populi Romani” volto alla divinizzazione della figura di GIULIO
CESARE. Ha una produzione di oltre 620 libri, suddivisi in circa settanta
opere. Saggi: “De re rustica” (Varrone) e “De lingua Latina”. La sua vasta
produzione è suddivisa da Girolamo in un catalogo. Le sue opere di sono
verosimilmente 74, suddivise in 620 volumi, sebbene stesso egli rifere di aver
scritto 490 saggi. I suoi saggi possono
essere suddivise in vari gruppi, dalle opere di erudizione, filologia (filosofia
del linguaggio, o semantica) e storia a quelle giuridiche e burocratiche, dalle
opere di filosofia (filosofia del linguaggio, semantica, semiotica) e
agricoltura alle opere di poesia, di linguistica e letteratura; di retorica e
diritto, con ben 15 libri De iure civili; di filosofia. Di questa enorme
produzione è pervenuta quasi integra solo un'opera, il “De re rustica”. Del “De
lingua Latina” sono pervenuti solo 6 libri su 25. Probabilmente, causa del
quasi completo naufragio della immane varroniana è che, avendo compulsato tanta
parte della cultura romana precedente, divenne la fonte indispensabile per i
filosofi successivi, perdendosi, per così dire, per assimilazione. Della
sua attività filologica fa testimonianza il cosiddetto canone varroniano, elaborato
a partire da due opere, le “Quaestiones Plautinae” e il “De comoediis
Plautinis”, in cui riparte il corpus plautino, che include 130 fabulae. Di queste,
21 vengono definite autentiche, 19 di origine incerta (dette
"pseudo-varroniane”); le restanti, spurie.
Si occupa soprattutto di antiquaria, con i 41 libri di “Antiquitates”, il suo
capolavoro, divisi in 25 di “res humanae” e 16 di “res divinae”, fonte precipua
di AGOSTINO nel “De civitate Dei.” Proprio d’AGOSTINO si evidenzia l'attenzione
di V. sulla religione civile, con una compiuta disamina su culti e tradizioni,
pur con acute critiche alla teologia mitica dei poeti in nome di una theologia
naturalis. A questo gruppo appartiene anche l'opera, non pervenuta, “De
bibliothecis”, presumibilmente legata alle incombenze come bibliotecario
affidategli da GIULIO CESARE. Nell'ambito filosofico, notevoli dovevano
essere “I logistorici” -- dal greco “discorsi di storia” -- in 76 libri,
composta in forma di dialogo in prosa, di argomento morale e antiquario, in cui
ogni libro prende il nome di un personaggio storico e un tema di cui il
personaggio costituiva un modello, come il “Mario”, “de fortuna” o il “Cato”, “de
liberis educandis”. Questi dialoghi storico-filosofici sono tra i modelli
espositivi del “Lelio”; “de amicitia” e del “Catone maggiore”, “de senectute” di
CICERONE. Al suo interesse filosofico e divulgativo, probabilmente scritte
lungo tutto il corso della sua parabola culturale, riconducevano le “Saturae
Menippeae”, che prendeno come modello Menippo, esponente della filosofia cinica
-- da cui il nome. Le “Saturae Menippeae” si componevano di 150 libri, in prosa
e in versi, di cui però ci rimangono circa 600 frammenti e novanta titoli, di
argomento soprattutto filosofico, ma anche di critica dei costumi, morale, con
rimpianti sui tempi antichi in contrasto con la corruzione del presente.
Ciascuna satira reca un titolo, desunto da proverbi (“Cave canem” -- con
allusione alla mordacità dei filosofi cinici) o dalla mitologia (“Eumenide”
contro la tesi stoico-cinica per cui gl’uomini sono folli, “Trikàranos”, il
mostro a tre teste, con un mordace riferimento al primo triumvirate, ed era
caratterizzata da lessico popolaresco, polimetria e, come in Menippo, uno stile
tragi-comico. Valerio Massimo, Aulo Gellio. Ce ne parla lui stesso in “De
lingua latina”. Cicerone, Academica posteriora, Appiano, Guerre civili. Varrone,
De re rustica. Svetonio, Cesare, Appiano, Ausonio, Commemoratio professorum
Burdigalensium, Chronicon, ann. Aulo Gellio, Gellio, I cui frammenti sono editi
nell’edizione di Cardauns: “Antiquitates rerum divinarum” Cfr. Zucchelli, V.
logistoricus. Studio letterario e prosopografico, Parma, Cfr., ad esempio, il
Fr. XIX Riese: "Da ragazzo, avevo solo una tunica modesta e una toga,
calzature senza fascette, un cavallo non sellato; bagno giornaliero, niente e,
davvero di rado, una tinozza".
Horsfall, V., in Letteratura Latina (Milano, Mondadori). Cfr. Salanitro,
Le Menippee di V.: contributi esegetici e linguistici (Roma, Ateneo). Sulla
satira varroniana, cfr. Alfonsi, Le Menippee di V., in "ANRW". Atti
del Congresso di studi varroniani. Rieti, CENTRO DI STUDI VARRONIANI. Cenderelli,
“Varroniana” Istituti e terminologia giuridica nelle opere di V. (Milano,
Giuffrè); Dahlmann, “V. e la teoria della lingua” (Napoli, Loffredo), Corte, “V.,
il terzo gran lume romano” (Genova, Istituto universitario di Magistero); “De
vita populi Romani” Introduzione e commento, Pisa; Riposati, “V. De vita populi
Romani”. Fonti, esegesi, edizione critica dei frammenti (Milano, Vita e
pensiero), Riposati, “V.: l'uomo e il filosofo” (Roma Istituto di studi
romani); Traglia, Introduzione a V., “Opere” (Torino, POMBA), Zucchelli, “V.
logistoricus: prosopo-grafica”, Parma, Istituto di lingua e letteratura latina,
Satira menippea Biblioteche romane Antiquitates rerum humanarum et divinarum Treccani
Enciclopedie, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Enciclopedia Italiana,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Dizionario di storia, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. V. “De lingua Latina libri qui supersunt: cum
fragmentis ejusdem” Biponti, ex typographia societatis. Biblioteca degli
scrittori latini con traduzione e note: “V. quae supersunt opera” Venetiis,
excudit Antonelli, “Grammaticae Romanae Fragmenta”, Gino Funaioli, Lipsiae, in
aedibus Teubneri. “M. Terenti Varronis saturarum menippearum reliquiae” -- cur.
Riese, Lipsiae, in aedibus Teubneri. In passing from Rome to Rieti we enter a different
world. One rightly speaks of the Greco-Roman era as a period of unified
civilisation around the Mediterranean area, but the respective roles of the
Italotes and the Romns are dissimilar, if complementary. Without the
other, the contribution of either would have been less significant and less
productive. The Romans have for long enjoyed contact with Hellenic and
Etrurian material culture and intellectual ideas, and further through the Greek
settlements in the south of Italy: Sicily and Magna Grecia.The Romans learned to
write from the western Greeks. But the Hellenic world fell progressively
within the control of Rome, by now the mistress of the whole of Italia The
expansion of Roman rule becomes complete, and the Roman Empire, as it now is, achieves
a relatively permanent position, which, with fairly small-scale changes in
Britain and on the northern and eastern frontiers, remains free of serious wars
for years. The second half of this period earns Gibbon's encomium, 'If
a man were called to fix the period in the history of the world during which
the condition of the human race is most happy and prosperous, he would, without
hesitation, name that which elapsed from the death of DOMIZIANO to the
accession of COMMODO.' In taking over the Hellenic world, the Romans bring
within their sway whatever they find on the way.The intellectual background of Etruria
and the Hellenes and the polical unity and freedom of intercourse provided by
Roman stability are the conditions in which the Roman Empire shines. To the
Romans, Europe and much of the entire modern world owe the origins of their
intellectual, moral, political and religious civilisation. From their
earliest contacts, the Romans cheerfully acknowledge the superior pompousness
of the Greeks – by which they included the Etrurians. Linguistically, this is reflected
in the different languages of the eastern and the western provinces. In
the western half of the Roman empire, where no contact had been made with a
recognised civilization, Latin -- which
subsists in Italian – becomes he language of administration, business, law,
learning, and social advancement. Ultimately, Latin displaces the former
languages of most of the western provinces, and becomes in the course of
linguistic evolution the modern Romance, or Neo-Latin, languages of
contemporary Europe, notably French (Italian is no romance; Italian IS Latin!).
In the east, however, already largely under Hellenic administration since the
Hellenistic period, Greek retains the position it has already reached. Roman
officials often complain about having to learn and use Greek in the course of
their duties, and Hellenic philosophy was quite respected for its eccentricity.
Ultimately this linguistic division is politically recognized in the splitting
of the Roman Empire into the Western and the Eastern Empires, with the new
eastern capital at COSTANTINO’s Constantinople enduring as the head of the
Byzantine dominions through much trial and tribulation up to the beginning of
the western Renaissance. The accepted view of the relation between Roman
rule and Hellenic civilization is probably well represented in Vergil's summary
of Rome's place and duty: let others (i.e. the Greeks) excel if they will
in the arts, while Rome keeps the peace of the world. During the years in which
Rome rules the western civilised world, there must have been contacts between
speakers of Latin and speakers of other languages at all levels and in all
places. Interpreters must have been in great demand, and the teaching and
learning of Latin -- and, in the eastern provinces, of Greek -- must have been a concern for all manner of
persons both in private households and in organized schools. Translations are
numerous. Greek literature is systematically translated into
Latin. So much did the prestige of Greek writing prevail, that Latin
poetry abandons its native metres and was composed during the classical period
and after in metres learned from the Greek poets. This adaptation to Latin
of Greek metres find its culmination in the magnificent hexameters of VIRGILIO
and the perfected elegiacs of OVIDIO. It is surprising that we know so little
of the details of all this linguistic activity, and that so little writing on
the various aspects of linguistic contacts is either preserved for us or known
to have existed. The Romans are aware of multi-lingualism as an
achievement. AULO GELLIO tells of the remarkable king Mithridates of Ponto who
was able to converse with any of his subjects, who fell into more than twenty
different speech communities. In linguistic science, the Roman experience is no
exception to the general condition of their relations with Greek intellectual
work. Roman linguistics is largely the application of Greek philosophy,
Greek controversies, and Greek categories to the Latin language. The
relatively similar basic structures of the two languages, together with the
unity of civilization achieved in the Greco-Roman world, facilitate this meta-linguistic
transfer. The introduction of linguistic studies into Rome is credited to
one of those picturesque anecdotes that lighten the historian's
narrative. CRATES, a philosopher of the Porch and grammarian, comes to
Rome on a political delegation, and while sightseeing, falls on an open drain
and is detained in bed with a broken leg. CRATES passes the time while
recovering in giving lectures on literary themes to an appreciative
audience. It is probable that Crates as a philosopher of the PORCH
introduces mainly that doctrine in his teaching. But Greek philosophers and
Greek philosophy enter the Roman world increasingly in this period, and by the
time of V., both Alexandrian and Stoic opinions on language are known and
discussed. V. is the first serious Latin philosopher on linguistic
questions of whom we have any records. V. is a polymath, ranging in his
interests through agriculture, senatorial procedure, and Roman
antiquities. The number of his writings is celebrated by his
contemporaries, and his "De lingua Latina", wherein he expounds his
linguistic opinions, comprise XXV volumes, of which books V and VI and some
fragments of the others survive. One major feature of V.’s linguistic philosophy
is his lengthy exposition and formalization of the opposing views in the
analogy-anomaly controversy, and a good deal of his description and analysis of
Latin appears in his treatment of this problem. He is, in fact, one of the
main sources for its details, and it has been claimed that he misrepresents it
as a matter of permanent academic attack and counter-attack, rather than as the
more probable co-existence of opposite tendencies or attitudes. V.'s style
is criticised as unattractive, but on linguistic questions he is probably the
most original of all the Latin philosophers. V. is much influenced by the
philosophy of the Porch, including that of his own teacher STILONE. But V. is
equally familiar with Alexandrian doctrine, and a fragment purporting to
preserve his definition of grammar, 'the systematic knowledge of the usage of
the majority of poets, historians, and orators' looks very much like a direct
copy of Thrax's definition. On the other hand, V. appears to use his Greek
predecessors and contemporaries rather than merely apply them with the minimum
of change to Latin. His statements and conclusions are supported by argument
and exposition, and by the independent investigation of earlier stages of the
Latin language. V. is much admired and quoted by later philosophers,
though in the main stream of linguistic theory his treatment of Latin grammar does
not bring to bear the influence on the successors to antiquity that more
derivative scholars such as PRISCIANO does, who set themselves to describe
Latin within the framework already fixed for Greek by Thrax's Techne and the
syntactic works of Apollonius. In the evaluation of V.'s work on language
we are hampered by the fact that only two of the XXV books of the “De lingua
Latina” survive. We have his threefold division of linguistic studies,
into etymology, morphology, and syntax, and the material to judge the first and
second.V. envisages language developing from an original set of primal words,
imposed on things so as to refer to them, and acting productively as the source
of large numbers of other words through subsequent changes in letters, or in
phonetic form -- the two modes of description comes to the same thing for him.. These
changes take place in the course of years. An earlier forms, such as
"duellum" for classical "bellum", V. cites as an instance. At
the same time, a *meaning* may change, as, for example, the meaning of “hostis”,
once 'stranger', but in V.'s time, 'enemy.' These etymologico-semantic
statements are supported by scholarship. But a great deal of V.’s etymology
suffers from the same weakness and lack of comprehension that characterizes Hellenic
work in this field. "Anas", from "nare", to swim, “vitis,”
from “vis;” “cilra, “care, from “cor iirere,” are sadly typical both of V.’s
philosophy and of Latin etymological studies in general. A fundamental
ignorance of linguistic history is seen in V.'s references to Hellenism. A
similarity in a form bearing comparable meanings in Latin and Greek is obvious.
Take the first personal pronoun: 'ego.' Some similarities are the produ.ct of
historical loans at various periods once the two communities made indirect and
then direct contact. Other similarities are the joint descendants of an earlier
common Aryan forms whose existence may be inferred and whose shape may to some
extent be reconstructed by the methods of comparative and historical
linguistics. But of this, V., like the rest of antiquity, has no
conception. All such bunch is jointly regarded by him as a direct loan
from the conquered Greek, whose place in the immediate history of Latin is
misrepresented and exaggerated as a result of the Romans’ consciousness of their
cultural debt to Greece and mythological associations of Greek heroes -- and
their enemies, like Aeneas! -- in the story of the founding of Rome. In his
conception of vocabulary growing from alterations made to the forms of primal
words, V. unites two separate considerations: historical etymology and the
synchronic formation of derivations and inflexions. Certain canonical
members of paradigmatically associated word series are said to be primal -- all
the others resulting from “declinatio”, the formal process of change. A derivational
prefix is given particular attention. One must regret V.’s failure to
distinguish two linguistic dimensions, because, as with other linguistic
philosophers in antiquity, V.’s synchronic descriptive observations are much
more informative and perceptive than his attempts at historical
etymology. As an example of an apparent awareness of the distinction, one
may note V.’s statement that, within Latin, "equitiittis" and
"eques" -- stem "equit-" – may be associated with and
descriptively referred back to "equus". But that no further
explanation on the same lines is possible for "equus". Within Latin, ‘equus’
is primal. Any explanation of its form and its meaning involves a dia-chronic
research into an earlier stages of the Indo-European family and cognate forms
in languages other than Latin. In the field of word form variations from a
single root, both derivational and inflexional, V. rehearses the arguments for
and against analogy and anomaly, citing Latin examples of regularity and of
irregularity. Sensibly enough, V. concludes that both the principle of
analogy and the principle of anomaly must be recognized and accepted in the
word formations of a language and in the meanings associated with them. In
discussing the limits of strict regularity in the formation of words V. notices
the pragmatic nature of language, with its vocabulary more differentiated in
culturally important areas than in others. Thus "equus" and
"equa" have separate forms for the male and female animal, because
the sex difference is important to the Romans. But "corvus" does not,
because in them the difference is not important to Romans. Once this is true of
"columba" -- formerly all designated by the feminine noun. But since
"columbae" are domesticated, a separate, analogical, masculine form
"columbUS" is ‘coined.’ V. further recognises the possibilities open
to the individual, particularly in poetic diction, of variations or anomalies
beyond those sanctioned by majority usage or 'ordinary language', a conception
not remote from the Saussurean interpretation of langue and parole. One of
V.'s most penetrating observations in this context is the distinction between
derivational and inflexional formation, a distinction not commonly made in
antiquity. One of the characteristic features of inflexions is their very
great generality. Inflexional paradigms contain few omissions and are mostly
the same for all speakers of a single dialect or of an acknowledged standard
language. This part of morphology V. calls 'declinatio naturalis’,
because, given a word and its inflexional class, we can infer its other forms. By
contrast, synchronic derivations vary in use and acceptability from person to
person and from one word root to another. From "ovis" and
"sus" are formed "ovile" and "suile.” But
"bovile" is *not* acceptable to V. from "bos" -- although
rustic CATONE is said to have used the form as opposed to the more standard
"bubile.” The facultative and less ordered state of this part of
morphology, which gives a language much of its flexibility, is distinguished by
V. in what he dubs ‘declinatio VOLUNTARIA.’ V. shows himself likewise original
in his proposed morphological classification of Latin words. His use in
this of the morphological categories shows how V. understands and makes use of
Greek sources without deliberately copying their conclusions. V. recognises,
as the Greeks do, case and tense as the primary distinguishing categories of
inflected words, and sets up a quadripartite system of FOUR inflexionally
contrasting classes. Those with case inflexion. Those with tense inflexion. Those
with case and tense inflexion. Those with neither. Noun (including Adjective).
Verbs. Participle. Adverb. These IV classes are further categorised as a forms
which, respectively, names, makes a statement, joins (i.e. shared in the syntax
of nouns and verbs), and supports (constructed with verbs as their subordinate
members). In the passages dealing with these IV classes, the adverbial examples
are all morphologically derived forms -- like "docte" and
"lecte". V.’s definition would apply equally well to the un-derived
and mono-morphemic adverbs of Latin -- like "mox" and
"eras". But these are referred to elsewhere among the uninflected,
invariable or 'barren,’ sterile, words. A full classification of the
invariable words of Latin would require the distinction of syntactically
defined sub-classes such as Thrax used for Greek and the later Latin
grammarians took over for Latin. But, from his examples, it seems clear that
what was of prime interest to V. is the range of grammatically different words
that may be formed on a single common root -- e.g. "lego" (VERB –
CLASS II), "lector" – NOUN, CLASS I --, "legens" –
PARTICIPLE, CLASS III -- and "lecte" – ADVERB – CLASS IV. In his
treatment of the verbal category of tense, Varro displays his sympathy with the
doctrine of the Porch, in which two semantic functions are distinguished within
the forms of the tense paradigms, time reference and ‘aspect.’ In his analysis
of the VI INDICATIVE indicative tenses, active and passive, the *aspectual* division,
incomplete-complete, is the more fundamental for V., as each aspect regularly
shares the same stem form, and, in the passive voice the *completive* aspect
tenses consists of *two* expressions, though V. claims that, erroneously, most
people only consider the time reference dimension. IS Active Time past present
future Aspect incomplete DISCIBAM I
was DISCO I learn DISCAM I shall learning learn complete DIDICERAM
I had DIDICI I have DIDICERII I shall learned learned have learned
Passive incomplete AMTIBAR I was AMOR I am AMITBOR I shall be loved loved loved complete AMTITUS
I had AMTITUS I have AMIITUS I
shall ERAM been sum been ERA have been loved loved loved The Latin future
perfect is in more common use than the corresponding Greek (Attic) future
perfect. V. puts the Latin perfect tense forms DIDICI, etc., in the present *completive*
place, corresponding to the place of the Greek perfect tense forms. In what we
have or know of his writings, V. does not appear to have allowed for one of the
major differences between the Greek and Latin tense paradigms -- viz. that, in
the Latin perfect tense, there is a syncretism of a simple past meaning ('I
did'), and a perfect meaning ('I have done') -- corresponding to the Greek
aorist and perfect respectively. The Latin perfect tense forms belong in *both*
completive and non-completive aspectual categories, a point clearly made later
by PRISCIANO in his exposition of a similar analysis of the Latin verbal
tenses. If the difference in use and meaning between the Greek and Latin
perfect tense forms seems to escape V.'s attention, the more obvious contrast
between the V-term case system of Greek and the *VI*-term system of Latin forces
itself on him, as it does on anyone else who learned both languages. Latin
formally distinguished an ABLATIVE CASE. 'By whom an action is performed' is
the gloss given by V.. THE ABLATIVE CASE shares a number of the meanings and
syntactic functions of both the Greek GENITIVE and DATIVE case forms. V. takes
the NOMINATIVE form not as a casus but as as the canonical word forms, from
which the oblique forms -- cases -- are developed. Like his Greek colleagues
across the pond, V. contents himself with fixing on one stereo-typical meaning
or relationship as definitive for each case. V., who was no Cicero – ‘he is a
Varro’ implicates ‘he is a know-it-all’ in Roman -- mistranslates ‘aitiatike
ptosis’ by ACCUSATIVUS rather than the more correct, CAUSATIVUS. V. is probably
the most independent and original philosopher on linguistic topics among the
Romans. After V. we can follow discussions of existing questions by several philosophers
with no great claim on our attention. Among others, GIULIO CESARE – the
well-known general assassinated by the senators -- is reported to have turned
his mind to the analogy-anomaly debate while crossing the Alps on a campaign. Thereafter,
the controversy gradually fades away. PRISCIANO uses ‘analogia’ to mean
the regular inflexion of an inflected word, without mentioning ‘anomalia’. ‘Anomalia’
appears occasionally among the late grammarians.V.'s ideas on the
classification of Latin words have been noticed. But the word class system that
is established in the Latin tradition enshrines in the ‘saggi’ of PRISCIANO and
the late Latin ‘philosophical’ grammarians – cf. CAMPANELLA, ‘Grammatica
filosofica’ -- is much closer to. the one given in Thrax's Techne. The
number of classes remains now at VIII, with one change. A class of words
corresponding to the Greek definite article ‘ho,’ ‘he,’ ‘to,’ does not exist
in Latin. The definite article of Italian
develops later from weakened forms of the demonstrative pronoun ‘ille’ (il) and
‘illa’ (la). The Greek *relative* pronoun is morphologically similar to the
article and classed with it by Thrax and Apollonius. In Latin, the
relative pronoun – ‘qui’, ‘quae’, and ‘quod’ -- is morphologically akin to the
interrogative pronoun – ‘quis’, ‘quid’ -- and both are classed together either
with the noun or the pronoun class. In place of the article, Latin
grammarians recognise the ‘interjection’ as a separate ‘pars orationis’,
instead of treating it as a subclass of adverbs as Thrax and Apollonius do. PRISCIAN
regards the separate status of the interjection as common practice among Latin
scholars. But the first philosopher who is known to have dealt with it in this
way is REMMIO PALEMONE, a grammatical and literary scholar who defines the
interjection as having no statable meaning but merely indicating – via natural
meaning, as H. P. Grice would have it – emotion, as in Aelfric he he versus ha
ha (Roman versus English laughter). PRISCIANO lays more stress on the syntactic
independence of the interjection in sentence structure. QUINTILIANO, a
Spaniard, not a Roma, is PALEMONE’s pupil. This Spaniard writes extensively on
education, and in his “Institutio aratoria”, wherein he expounds his opinions,
he dealt briefly with ‘GRAMMATICA’ – the first of the trivial arts --,
regarding it as a propaedeutic to the full and proper appreciation of
literature in a liberal education, in terms very similar to those used by Thrax
at the beginning of the Techne. In a matter of detail, QUINTILIANO discusses
the analysis of the Latin case system, a topic always prominent in the minds of
Latin scholars who knew Greek by default (Who didn’t have a Greek slave?). QUINTILIANO
suggests isolating the instrumental use of the ABLATIVE -- "gladiii"
-- as case VII, since, as he notes, this instrumental use of the ablative case has
nothing in common semantically with the other meanings of the ablative. A separate
‘instrumental’ case forms is found (but a Spaniard wouldn’t know) in Sanskrit,
and may be inferred for unitary Indo-european, though the Greeks and Romans
knew nothing of this. It was and is common practice to name the cases by
reference to one of their meanings – DATIVUS, 'giving', ABLATIVUS, 'taking away', etc. -- but
their formal identity as members of a VI-term paradigm rests on their meaning,
or more generally, their meanings, and their syntactic functions being
associated with a morphologically distinct form in at least some of the members
of the case inflected word classes. PRISCIAN and DONATO see this, and in
view of the absence of any morphological feature distinguishing an alleged instrumental
use of the ablative case forms from their other uses, PRISCIANO explicitly
reproves of such an addition to the descriptive grammar of Latin as redundant –
or “supervacuum,” as he said for ‘otiose.’ The work of V., QUINTILIANO, shows
the process of absorption of Greek linguistic theory, controversies, and categories,
in their application to the Latin language. But Latin linguistic
scholarship is best known for the formalization of descriptive Latin grammar,
to become the basis of all education in later antiquity and the traditional
schooling of the modern world. The Latin grammar of the present day is the
direct descendants of the compilations of the later Latin grammarians, as the
most cursory examination of PRISCIANO’s “Institutiones grammaticae” will
show. PRISCIANO’s grammar, comprising XVIII books and running to nearly a
thousand pages may be taken as representative of their work. Quite a
number of writers of Latin grammars, working in different parts of the Roman
Empire, are known to us. Of them DONATO and PRISCIANO are the best
known. Though they differ on several points of detail, on the whole these philosopohical
grammarians set out and follow the same basic system of grammatical
description. For the most part, Roman philosophical grammarians show
little originality, doing their best to apply the terminology and categories of
the Greek grammarians to the Latin language. The Greek technical terms are
given fixed translations with the nearest available Latin word. ‘onoma’, ‘NOMEN’ ‘anto-nymia,’ ‘PRO-NOMEN’
‘syn-desmos,’ ‘CON-IUCTIO’ etc. In this procedure they had been encouraged by DIDIMO, a voluminous scholar, who states that every
feature of Greek grammar IS TO BE found in Latin. DIDIMO follows the word class
system of the PORCH, which included the article (absent in Latin) and the
personal pronouns in one class, so that the absence of a word form
corresponding to the Greek article does not upset him or his classification. Among
the Latin philosophical grammarians, MACROBIO gives an account of the
'differences and likenesses' of the Greek and the Latin verb, but it amounted
to little more than a parallel listing of the forms, without any penetrating
investigation of the verbal systems of the Latin language – his own, or Greek. The
succession of Latin philosophical grammarians through whom the accepted grammatical
description of the language is brought to completion and handed on to the
Middle Ages spanned the centuries until the foundation of Oxford. This period
covers the pax Romana and the unitary Greco-Roman civilization of the
Mediterranean that lasts during the first two centuries, the breaking of the
imperial peace in the third century, and the final shattering of the western
provinces, including Italy, by invasion from beyond the earlier frontiers of
the empire. Historically these centuries witness two events of permanent
significance in the life of the civilized world. In the first place,
Christianity – or the coming of the Galileans -- which, from a secular
standpoint, starts as the religion of a small deviant sect of Jewish zealots,
spread and extended its influence through the length and breadth of the empire,
until, in the fourth century, after surviving repeated persecutions and
attempts at its suppression, it is recognized as the official religion of the
state! (Except Giuliano). Its subsequent dominance of European thought (except
Luther) and of all branches of learning for the next thousand years is now
assured, and neither doctrinal schisms nor heresies, nor the lapse of an
emperor into apostasy could seriously check or halt its progress. As Christianity
gains the upper hand and attracts to itself men of learning, the scholarship of
the period shows the struggle between the old declining pagan standards of
classical antiquity and the rising generations of Christian apologists,
philosophers, and historians, interpreting and adapting the heritage of the
past in the light of their own conceptions and requirements. The second event is
a less gradual one, the splitting of the Roman world into two halves, east and
west. After a century of civil turmoil and barbarian pressure, Rome ceases
under DIOCLEZIANO to be the administrative capital of the empire, and his later
successor COSTANTINO transfers his government to a new city, built on the old
Byzantium and named Constantino-polis (literally: ‘my (kind of) town’). By the
end of the fourth century, the Roman empire is formally divided into an eastern
and a western realm, each governed by its own emperor (who often did not speak
to each other – and for whom there was no lingua franca to be found). This division
roughly corresponds to the separation of the old Hellenized area conquered by
Rome but remaining Greek in culture and language, and the provinces raised from
barbarism by Roman influence and Roman letters. Constantinople, assailed from
the west and from the east, continues for a thousand years as the head of the
Eastern Byzantine Empire, until it falls to the Turks. During and after the
break-up of the Western Empire, Rome endures as the capital city of the Roman
Church, while Christianity in the east gradually evolved in other directions to
become the Eastern Orthodox Church. Culturally one sees as the years pass on
from the so-called 'Silver Age' a decline in liberal attitudes, a gradual
exhaustion of older themes, and a loss of vigour in developing new ones. Save
only in the rising Christian communities, scholarship is backward-looking,
taking the form of erudition devoted to the acknowledged standards of the past.
This is an era of commentaries, epitomes, and dictionaries. The Latin
grammarians, whose oudook is similar to that of the Alexandrian Greek scholars,
like them directed their attention to the language of classical literature, for
the study of which grammar serves as the introduction and foundation. The
changes taking place in the spoken and the non-literary written Latin around
them arise VERY little interest – ‘the plebs use it!’ --; their works are
liberally exemplified with texts, all drawn from the prose and verse writers of
classical Latin and their ante-classical predecessors Plautus and Terence. How
different accepted written Latin is becoming may be seen by comparing the
grammar and style of GIROLAMO's fourth translation of the Bible (the Vulgate),
wherein several grammatical features of the Romance languages are anticipated,
with the Latin preserved and described by the grammarians, one of whom, DONATO,
second only to PRISCIANO in reputation, was in fact GIROLAMO’s teacher – and
learned from him that God could be allowed a solecism or two! The nature and
the achievement of the Latin philosophical grammarians can best be appreciated
through a consideration of the work of their greatest representative, PRISCIANO,
who teaches Latin grammar in Constantino-polis. Though PRISCIANO draws much
from his Latin predecessors, his aim, like theirs, is to transfer as far as he
could the grammatical system of Thrax's Techne and of Apollonius's writings to
Latin. PRISCIANO’s admiration for Greek linguistic scholarship and his
dependence on Apollonius and his son ERODIANO, in particular, 'the greatest
authorities on grammar', are made clear in his introductory paragraphs and
throughout his grammar. PRISCIANO works systematically through his subject, the
description of the language of classical Latin literature. Pronunciation and
syllable structure are covered by a description of the “littera’, defined as
the smallest part of articulate speech, of which the properties are “nomen”,
the name of the letter, “figura”, its written shape, and “potestas,” its
phonetic value. All this had already been set out for Greek, and the phonetic
descriptions of the letters as pronounced segments and of the syllable
structures carry little of linguistic interest except for their partial
evidence of the pronunciation of the Latin language. From phonetics PRISCIANO
passes to morphology, defining the “dictio” and the “oratio” in the same terms
that Thrax uses, as the minimum unit of sentence structure and the expression
of a complete thought, respectively. As with the rest of western antiquity, PRISCIANO’s
grammatical model is word and paradigm, and he expressly denies any linguistic
significance to a division, in what would now be called morphemic analysis, *below*
the word. On one of his rare entries into this field, PRISCIANO misrepresents
the morphemic composition of words containing the negative prefix “in-“ -- “indoctus”
-- by identifying it with the preposition “in.” These two morphemes, “in-“,
negative, and “in-”, the prefixal use of the preposition, are in contrast in “invisus”,
which may negate or strengthen the stem that follows (two words with two
meanings, not a polysemous expression). After a review of earlier theories of
Greek linguists, PRISCIANO sets out the classical system of VIII word classes
laid down by Thrax and Apollonius, with the omission of the article but the
separate recognition of the interjection. Each class of words is defined, and
described by reference to its relevant formal category and “accidentia,” whence
the later accidence for the morphology of a language, and all are copiously
illustrated with examples from classical texts. All this takes up XVI of the XVIII
books, the last II being devoted to syntax. PRISCIANO addresses himself (OBVIOUSLY)
to readers already knowing Greek, as Greek examples are widely used and
comparisons with Greek are drawn at various points, and the last hundred pages
are wholly taken up with the comparison of different constructions in the two
languages. Though Constantinopolis was a Greek-speaking city in a
Greek-speaking area, Latin is decreed the official language when the new city
was founded as the capital of the Eastern Empire. Great numbers of speakers of
Greek as a first language needed Latin teaching from then on. The VIII parts of
speech, or word classes, in PRISCIANO’s grammar may be compared with those in
Dionysius Thrax's Techne. Reference to extant definitions in Apollonius and PRISCIANO’s
expressed reliance on him allow us to infer that PRISICIANO’s definitions are
substantially those of Apollonius, as is his statement that each separate class
is known by its semantic content. “Nomen,” including adjectives. The property
of the noun is to indicate a substance and a quality, and it assigns a common
or a particular quality to every body or thing. The property of the VERBUM is
to indicate an action or a being acted on; it has tense and mood forms, but is
not case inflected. The PARTICIPIUM is a class of words always derivationally
referable to a VERBUM, sharing the categories of verbs and a NOMEN (tenses and
cases) -- and therefore distinct from both. This definition is in line with the
Greek treatment of these words. The property of the PRONOMEN is its
substitutability for a proper nouns and its specifiability as to person -- first,
second, or third. The limitation to proper nouns, at least as far as third
person pronouns are concerned, contradicts the facts of Latin. Elsewhere, PRISCIANO
repeats Apollonius's statement that a specific property of the PRONOMEN is to
indicate substance *without* quality, as a way of interpreting the lack of
lexical restriction on the NOMEN which may be referred to anaphorically by a
PRONOMEN. The property of the ADVERBIUM is to be used in construction with a VERBUM,
to which it is syntactically and semantically subordinate. The property of the PRAE-POSITIO
is to be used as a separate word before case inflected words and in composition
before both case-inflected and non-case-inflected words. PRISCIANO, like Thrax,
identifies the first part of words like “PRO-consul” and “INTER-currere”, as PRAE-POSITIO.
INTER-IECTIO is a class of words syntactically independent of a VERBUM, and
indicating a feeling or a state of mind. The property of the CON-IUCTIO is to
join syntactically two or more members of any other word class, indicating a
relationship between them. In reviewing PRISCIANO' s work as a whole, one
notices that in the context in which he is writing and in the form in which he
casts his description of Latin, no definition of grammar itself is found
necessary. Where other late Latin grammarians do define the term, they do no
more than abbreviate the definition given at the beginning of Thrax's Techne.
It is clear that the place of grammar, and of linguistic studies in general, in
education is the same as is precisely and deliberately set out by Thrax and
summarily repeated by QUINTILIANO. PRISCIANO's omission is an indication of the
long continuity of the conditions and objectives taken for granted during these
centuries. PRISCIANO organises the morphological description of the forms of
nouns and verbs, and of the other inflected words, by setting up canonical or
basic forms, in nouns the nominative singular and in verbs the first person
singular present indicative active. From these he proceeds to the other forms
by a series of letter changes, the letter being for him, as for the rest of western
antiquity, both the minimal graphic unit and the minimal phonological unit. The
steps involved in these changes bear no relation to morphemic analysis, and are
of the type that finds no favour at all in recent descriptive linguistics,
though under the influence of the generative grammarians somewhat similar
process terminologies are being suggested. The accidents or categories in which
PRISCIANO classes the formally different word shapes of the inflected or
variable words include both derivational and inflexional sets, PRISCIANO following
the practice of the Greeks in not distinguishing between them. V.’s important
insight is totally disregarded! But PRISCIANO is clearly informed on the theory
of the establishment of categories and of the use of semantic labels to
identify them. Verbs are defined by reference to action or being acted on. But
PRISCIANO points out that on a deeper consideration – SI QUIS ALTIUS CONSIDERET
-- such a definition would require
considerable qualification; and case names are taken, for the most part, from
just one relatively frequent use among a number of uses applicable to the
particular case named. This is probably more prudent, if less exciting, than
the insistent search for a common or basic meaning uniting all the semantic
functions associated with each single set of morphologically identified case
forms. The status of the VI cases of Latin nouns is shown to rest, not on the
actually different case forms of any one noun or one declension of nouns, but
on semantic and syntactic functions systematically correlated with differences
in morphological shape at some point in the declensional paradigms of the noun
class as a whole. The many-one relations found in Latin between forms and uses
and between uses and forms are properly allowed for in the analysis. In
describing the morphology of the Latin verb, PRISCIANO adopts the system set
out by Thrax for the Greek verb, distinguishing present, past, and future, with
a fourfold semantic division of the past into imperfect, perfect, plain past – aorist
-- and pluperfect, and recognizing the syncretism (as V. does not) of perfect
and aorist meanings in the Latin perfect tense forms. Except for the
recognition of the full grammatical status of the Latin perfect tense forms, PRISCIANO’s
analysis, based on that given in the Techne, is manifestly inferior to the one
set out by V. under the influence of THE PORCH. The distinction between
incomplete and complete aspect, correlating with differences in stem form, on
which V. lays great stress, is concealed, although PRISCIANO recognises the
morphological difference between the two stem forms underlying the VI tenses. Strangely,
PRISCIANO seems to have misunderstood the use and meaning of the Latin future
perfect, calling it the ‘future subjunctive’, though the first person singular
form by which he cited it – “scripsero” -- is precisely the form which
differentiates its paradigm from the perfect subjunctive paradigm – “scripserim”
-- and, indeed, from any subjunctive verb form, none of which show a first
person termination in -im. This seems all the more surprising because the
corresponding forms in Greek -- “tetypsomai”
-- are correctly identified. Possibly his reason was that his Greek
predecessors had excluded the future perfect from their schematization of the
tenses, in that this tense was not much used in Greek, and was felt to be an atticism.
A like dependence on the Greek categorial framework probably leads Priscian to
recognize both a subjunctive mood (subordinating) and an OPTATIVE mood (independent,
expressing a wish) in the Latin verb, although Latin -- unlike Greek -- nowhere
distinguishes these two mood forms morphologically, as PRISCIAN in fact admits,
thus confounding his earlier explicit recognition of the status of a formal
grammatical category. Despite such apparent misrepresentations, due primarily
to an excessive trust in a point for point applicability of Thrax's and
Apollonius's systematization of Greek to the Latin language, Priscian's
morphology is detailed, orderly, and in most places definitive. His treatment
of syntax in the last two books is much less so, and a number of the organizing
features that we find in modern grammars of Latin are lacking in his account.
They are added by later scholars on to the foundation of Priscianic morphology.
Confidence in PRISCIANO’s syntactic theory is hardly increased by reading his
assertion that the word order, most common in Latin, nominative case noun or
pronoun (subject) followed by verb is the NATURAL one, because the substance
(“homo”) is PRIOR to the action it performs (“currit”). Such are the dangers of
philosophising on an inadequate basis of empirical fact. In the syntactic
description of Latin, PRISCIANO classifies verbs on the same lines as had been
worked out for Greek by the Greek grammarians, into active (transitive),
passive, and neutral (intransitive), with due notice of the deponent verbs,
passive in morphological form but active or intransitive in meaning and syntax
and without corresponding passive tenses. Transitive verbs are those
colligating with an oblique case -- “laudo te”, “noceo tibi,” “ego miserantis”
-- and the absence of concord between oblique case forms and finite verbs is
noted. But the terms subject and object were not in use in PRISCIANO’s time as
grammatical terms, though the use of “subiectum” to designate the logical
subject of a proposition is common. PRISCIANO makes mention of the ablative
absolute construction, though the actual name of this construction is a later
invention. PRISCIANO gives an account and examples of exactly this use of the
ablative case -- me vidente puerum cecidisti -- and -- Augusto imperiitiire
Alexandria provincia facta est. Of the systematic analysis of Latin syntactic
structures PRISCIANO has little to say. The relation of subordination is
recognized as the primary syntactic function of the relative pronoun -- qui,
quae, quod -- and of similar words used to downgrade or relate a. verb or a
whole clause to another, main, verb or clause. The concept of subordination is
employed in distinguishing nouns (and pronouns used in their place) and verbs
from all other words, in that these latter were generally used only in
syntactically subordinate relations to nouns or verbs, these two classes of
word being able by themselves to constitute complete sentences of the
favourite, productive, type in Latin. But in the subclassification of the Latin
conjunctions, the primary grammatical distinction between subordinating and
coordinating conjunctions is left unmentioned, the co-ordinating “TAMEN”, being
classed with the sub-ordinating “QUAMQUAM” and “QUAMSI”. – cf. Grice on ‘if’ as
subordinating. Once again it must be said that it is all too easy to exercise
hindsight and to point out the errors and omissions of one's predecessors. It
is both more fair and more profitable to realise the extent of PRISCIANO’s
achievement in compiling his extensive, detailed, and comprehensive description
of the Latin language of the classical authors, which is to serve as the basis
of grammatical theory for centuries and as the foundation of Latin teaching up
to the present day. Such additions and corrections, particularly in the field
of syntax, as later generations need to make could lie incorporated in the
frame of reference that Priscian employs and expounds. Any division of
linguistics (or of any other science) into sharply differentiated periods is a
misrepresentation of the gradual passage of discoveries, theories, and
attitudes that characterizes the greater part of man's intellectual history.
But it is reasonable to close an account of Roman linguistic scholarship with PRISCIANO.
In his detailed -- if in places misguided -- fitting of Greek theory and
analysis to the Latin language he represents the culmination of the expressed
intentions of most Roman scholars once Greek linguistic work had come to their
notice. And this was wholly consonant with the general Roman attitude in
intellectual and artistic fields towards 'captive Greece' who 'made captive her
uncivilized captor and taught rustic Latium the finer arts. PRISCIANO’s work is
more than the end of an era. It is also the bridge between antiquity and the
Middle Ages in linguistic scholarship. By far the most widely used grammar, PRISCIANO’s
“Institutiones grammaticae” runs to no fewer than one thousand manuscripts, and
forms the basis of mediaeval Latin grammar and the foundation of mediaeval
linguistic philosophy – i modisti or philosophical grammarians. PRISCIANO’s grammar
is the fruit of a long period of Greco-Roman unity. This unity had already been
broken by the time he writes, and in the centuries following, the Latin west is
to be shattered beyond recognition. In the confusion of these times, the
philosophical grammarians, their studies and their teaching, have been
identified as one of the main defences of the classical heritage in the
darkness of the Dark Ages. ARENS, Sprachwissenschaft: der Gang ihrer
Entwicklung von der Antike bis zur Gegenwart, Freiburg. Bolgar, The classical
heritage and its beneficiaries, Cambridge. J. Collart, V. grammairien latin,
Paris. FEHLING, 'V. und die grammatische Lehre von der Analogie und der
Flexion', Glotta, LERSCH, Die Sprachphilosophie der Alten, Bonn, H. NETTLESHIP,
The study of grammar among the Romans, Journal of philology, ROBINS, Ancient
and mediaeval grammatical theory in Europe, London, JSANDYS, History of classical
scholarship, Cambridge, STEINTHAL, Geschichte der Sprachwissenschaft bei den
Griechen und Romern, Berlin. GIBBON, The decline and fall of the Roman Empire
(ed. BURY), London, VERGIL, Aeneid 6, Ssi-3: Tu regere imperio populos, Romane,
memento (hae tibi erunt artes), pacisque imponere morem, parcere subiectis et
debellare superbos. Noctes Atticae GEHMAN, The interpreters of foreign
languages among the ancients, Lancaster, Pa., FEHLING, FUNAIOLI, Grammaticorum
Romanorum fragmenta, Leipzig. Ars
grammatica scientia est eorum quae a poetis historicis oratoribusque dicuntur
ex parte maiore. De lingua Latina CHARisrus, Ars grammaticae I (KEIL,
Grammatici, Leipzig). On Varro's
linguistic theory in relation to modern linguistics, cp. D. LANGENDOEN, 'A note
on the linguistic "theory of V.', Foundations of language 2, SUETONIUS,
Caesar, GELLIUS, Noctes Atticae PRISCIANO,
Institutio de nomine pronomine et verbo 38, Institutiones grammaticae PROBUS,
Instituta artium (H. KEIL, Grammatici Latini), DIONYSIUS-THRAX, Techne BEKKER,
Anecdota Graeca, Berlin, APOLLONIUS DYSCOLUS, Syntax As noun, PRISCIAN as
pronoun,- PROBUS, Instituta (KEIL, Grammatici APOLLONIUS, De adverbio, BEKKER,
Anecdota Graeca, CHARISIUS, Ars grammaticae KEIL, Grammatici -- Nihil docibile
habent, significant tamen adfectum animi. QUINTILIAN, Institutio aratoria Their
works are published in KEIL, Grammatici Latini, Leipzig, PRISCIAN De figuris
numerorum PRISCIAN De differentiis et
societatibus Graeci Latinique verbi, KEIL, Grammatici 5, Leipzig, Artis
grammaticae maximi auctores', dedicatory preface Dictio est pars minima
orationis constructae; Oratio est ordinatio dictionum congrua, sententiam
perfectam demonstrans. Proprium est nominis substantiam et qualitatem significare; Nomen est pars
orationis, quae unicuique subiectorum corporum seu rerum communem vel propriam
qualitatem distribuit. Proprium est verbi actionem sive passionem significate;
Verbum est pars orationis cum temporibus et modis, sine casu, agendi vel
patiendi significativum. Participium iure separatur a verbo, quod et casus
habet, quibus caret verbum, et genera ad similitudinem nominum, nee modos
habet, quos continet verbum; Participium est pars orationis, quae pro verba
accipitur, ex quo et derivatur naturaliter, genus et casum habens ad
similitudinem nominis et accidentia verba absque discretione personarum et
modorum. The problems
arising from the peculiar position of the participle among the word classes,
under the classification system prevailing in antiquity, are discussed there. Proprium
est pronominis pro ali quo nomine proprio poni et certas significare personas; Pronomen
est pars orationis, quae pro nomine proprio uniuscuiusque accipitur personasque
finitas recipit. Substantiam significat sine aliqua certa qualitate. Proprium
est adverbii cum verbo poni nee s·ine eo perfectam significationem posse
habere; Adverbium est pars orationis indeclinabilis, cuius.significatio verbis
adicitur. Praepositionis proprium est separatim quidem per appositionem
casualibus praeponi coniun~tim vero per compositionem tam cum hahentibus casus
quam cum non habentibus; Est praepositio pars orationis indeclinabilis, quae
praeponitur aliis partibus vel appositione vel compositione. 48. IS-7·40:
Videtur affectum habere in se Yerbi et plenam motus animi significationem,
etiamsi non addatur verbum, demonstrare. Proprium est coniunctionis diversa
nomina vel quascumque dictiones casuales vel diversa verba vel adverbia
coniungere; Coniunctio est pars orationis indeclinabilis, coniunctiva aliarum
partium orationis, quibus consignificat, vim vel ordinationem demons trans. so.
cp. MATTHEWS, 'The inflectional component of a word-and-paradigm grammar',
:Journal of linguistics HORACE, Epistles 2.1.156-7: Graecia capta ferum
victorem cepit et artes Intulit agresti Latio. .LOT, La fin du monde antique et
le debut du moyen age, Paris. Marco Terenzio Varrone. He
led an active and sometimes risky political life. Although he backed the wrong
side in the civil war, he survived. He was a pupil of Posidonio at Rome. He was
influenced by Antioco d’Ascalon. He wrote hundreds of works, most of which have
since been lost. Amongst them was an extended series of fictional philosophical
dialgoues, the Logistorici, in wich assorted Romans debated a variety of
toipics, illustrating the arguments with examples from history. Tertulliano
calls him the Roman Cynargo, perhaps because of some satires he wrote but it is
highly unlikely that he was a Cinargo. Better attested is his interest in
Pythagoreanism, whose cult he followed to the letter. THE LOEB CLASSICAL
LIBRARY FOUXDED BY JAMES LOEB, LL.D. ED. BY T. E. PAGE, C.H.,
UTT.D. E. CAPPS, ph.d., ll.d. W. H. D. ROUSE, utt.d. V. DELLA
LINGUA DEL LAZIO WITH A TR. BY KENT, LONDON, HEINEMANN LTD. V. was born in
at Reate in the Sabine country, where his family, which was of equestrian
rank, possessed large estates. He was a student under L. Aelius
Stilo Praeconinus, a scholar of the equestrian order, widely versed
in Greek and Latin literature and especially interested in the history
and antiquities of the Roman people. He studied philosophy at Athens,
with Anti- ochus of Ascalon. With his tastes thus formed for
scholarship, he none the less took part in public life, and was in the
campaign against the rebel Sertorius in Spain, in 76. He was an officer
with Pompey in the war with the Cilician pirates in 67, and
presumably also in Pompey 's campaign against Mithradates. In the
Civil War he was on Pompey 's side, first in Spain and then in Epirus and
Thessaly. He was pardoned by Caesar, and lived quietly at
Rome, being appointed librarian of the great collec- tion of Greek and
Latin books which Caesar planned to make. After Caesar's assassination,
he was pro- scribed by Antony, and his villa at Casinum, with his
personal library, was destroyed. But he himself escaped death by the
devotion of friends, who con- cealed him, and he secured the protection
of Octavian. He lived the remainder of his life in peace and quiet,
devoted to his -writings, and died in 27 B.C., in his eighty-ninth
year. Throughout his life he wrote assiduously. His works
number seventy-four, amounting to about six hundred and twenty books;
they cover virtually all fields of human thought : agriculture, grammar,
the history and antiquities of Rome, geography, law, rhetoric,
philosophy, mathematics and astronomy, education, the history of
literature and the drama, satires, poems, orations, letters.
Of all these only one, his De Re Rustica or Treatise on
Agriculture, in three books, has reached us complete. His De Lingua
Latina or On the Latin Language, in twenty-five books, has come down to
us as a torso.; only Books V. to X. are extant, and there are
serious gaps in these. The other works are represented by scattered
fragments only. The grammatical works of V., so far as we know them,
were the following : De Lingua Latina, in twenty-five books, a
fuller account of which is given below. De Antiquitate
Litterarum, in two books, addressed to the tragic poet L. Accius, who
died about 86 b.c.; it was therefore one of V. 's earliest
writings. De Origine Linguae Latinae, in three books, ad-
dressed to Pompey. Ylzpl XapaKTrjpuv, in at least three books, on
the formation of words. Quaestiones Plautinae, in five books,
containing interpretations of rare words found in the comedies of
Plautus. De Similitudine Verborum, in three books, on re-
gularity in forms and words. De Utilitate Sermonis, in at least
four books, in which he dealt with the principle of anomaly or
irregularity. De Sermone Latino, in five books or more,
addressed to Marcellus, which treats of orthography and the metres
of poetry. DiscipUnae, an encyclopaedia on the liberal arts,
in nine books, of which the first dealt with Grammatica. The extant
fragments of these works, apart from those of the De Lingua Latina, may
be found in the Goetz and Schoell edition of the De Lingua Latina,
pages 199-242; in the collection of Wilmanns, pages 170-223; and in that
of Funaioli, pages 179-371 (see the Bibliography). V.'s treatise On
the Latin Language was a work in twenty-five books, composed in 47 to 45
B.C., and published before the death of Cicero in 43. The
first book was an introduction, containing at the outset a dedication of
the entire work to Cicero. The remainder seems to have been divided into
four sections of six books each, each section being by its subject
matter further divisible into two halves of three books each. Books
II.-VII. dealt with the impositio vocabulorum, or how words were
originated and applied to things and ideas. Of this portion, Books II.
-IV. were prob- ably an earlier smaller work entitled De Etymologia
or the like; it was separately dedicated to one Septumius or Septimius,
who had at some time, which we cannot now identify, served V. as
quaestor. Book II. presented the arguments which were advanced against
Etymology as a branch of learning; Book III. presented those in its
favour as a branch of learning, and useful; Book IV. discussed its
nature. Books V.- VI I. start with a new dedication to
Cicero. They treat of the origin of words, the sources from which
they come, and the manner in which new words develop. Book V. is devoted to
words which are the names of places, and to the objects which are in
the places under discussion; VI. treats words denoting time-ideas,
and those which contain some time-idea, notably verbs; VII. explains rare
and difficult words which are met in the writings of the poets.
Books VIII.-XIII. dealt with derivation of words from other words,
including stem-derivation, de- clension of nouns, and conjugation of verbs.
The first three treated especially the conflict between the
principle of Anomaly, or Irregularity, based on con- suetude* ' popular
usage,' and that of Analogy, or Regularity of a proportional character,
based on ratio ' relation ' of form to form. VIII. gives the
arguments against the existence of Analogy, IX. those in favour of
its existence, X. V. 's own solution of the con- flicting views, with his
decision in favour of its exi- stence. XI.-XIII. discussed Analogy in
derivation, in the wide sense given above : probably XI. dealt with
nouns of place and associated terms, XII. with time- ideas, notably verbs,
XIII. with poetic words, Books XIV.-XIX. treated of syntax. Books
XX.- XXV. seem to have continued the same theme, but probably with
special attention to stylistic and rhetorical embellishments.
Of these twenty-five books, we have to-day, apart from a few brief
fragments, only Books V. to X., and in these there are several extensive
gaps where the manuscript tradition fails. The fragments of
the De Lingua Latina, that is, those quotations or paraphrases in other
authors which do not correspond to the extant text of Books V.-X.,
are not numerous nor long. The most considerable of them are passages in
the Nodes Atticae of Aulus Gellius ii. 25 and xvi. 8. They may be found
in the edition of Goetz and Schoell, pages 3, 146, 192-198, and in
the Collections of Wilmanns and Funaioli (see the Bibliography).
It is hardly possible to discuss here even summarily V.'s
linguistic theories, the sources upon which he drew, and his degree of
independence of thought and procedure. He owed much to his teacher
Aelius Stilo, to whom he refers frequently, and he draws heavily
upon Greek predecessors, of course, but his practice has much to commend
it : he followed neither the Anomalists nor the Analogists to the extreme
of their theories, and he preferred to derive Latin words from
Latin sources, rather than to refer practically all to Greek origins. On
such topics reference may be made to the works of Barwick, Kowalski,
Dam, Dahlmann, Kriegshammer, and Frederik Muller, and to the
articles of Wolfflin in the eighth volume of the Archiv fur lateinische
Lexikographie, all listed in our Bibliography. The text of the extant
books of the De Lingua Latina is believed by most scholars to rest on
the manuscript here first listed, from which (except for our No. 4)
all other known manuscripts have been copied, directly or indirectly.
1. Codex Laurentianus li. 10, folios 2 to 34, parch- ment, written
in Langobardic characters in the eleventh century, and now in the
Laurentian Library at Florence. It is known as F. F was
examined by Petrus Victorius and Iacobus Diacetius in 1521 (see the next
paragraph); by Hieronymus Lagomarsini in 1740; by Heinrich Keil in
1851; by Adolf Groth in 1877; by Georg Schoell in 1906. Little doubt can
remain as to its actual readings. 2. In 1521, Petrus
Victorius and Iacobus Diacetius collated F with a copy of the editio
princeps of the De Lingua Latina, in which they entered the
differences which they observed. Their copy is preserved in Munich,
and despite demonstrable errors in other portions, it has the value of a
manuscript for v. 119 to vi. 61, where a quaternion has since their time
been lost in F. For this portion, their recorded readings are known
as Fv; and the readings of the editio princeps, where they have recorded
no variation, are known as (Fv). 3. The Fragmentum Cassinense
(called also Excerptum and Epitome), one folio of Codex Cassinensis
361, parchment, containing v. 41 Capitolium dictum to the end of v.
56; of the eleventh century. It was probably copied direct from F soon
after F was written, but may possibly have been copied from the
archetype of F. It is still at Monte Cassino, and was transcribed by Keil
in 1848. It was published in facsimile as an appendix to Sexti Iulii
Frontini de aquaeductu Urbis Romae, a phototyped reproduction of
the entire manuscript, Monte Cassino, 1930. 4. The grammarian
Priscian, who flourished about a.d. 500, transcribed into his De Figuris Numerorum
Yarro's passage on coined money, beginning with multa, last word of v.
168, and ending with Nummi denarii decuma libella, at the beginning of v.
174. The passage is given in H. Keil's Grammatici Latini iii.
410-411. There are many manuscripts, the oldest and most important being
Codex Parisinus 7496, of the ninth century. 5. Codex
Laurentianus li. 5, written at Florence in 1427, where it still remains;
it was examined by Keil. It is known as^*. 6. Codex
Havniensis, of the fifteenth century; on paper, small quarto, 108 folia;
now at Copenhagen. It was examined by B. G. Niebuhr for Koeler, and
his records came into the hands of L. Spengel. It is known as
H. 7. Codex Gothanus, parchment, of the sixteenth century,
now at Gotha; it was examined by Regel for K. O. Mueller, who published
its important variants in his edition, pages 270-298. It is known as
G. 8. Codex Parisinus 7489, paper, of the fifteenth century,
now at Paris; this and the next two were examined by Donndorf for L.
Spengel, who gives their different readings in his edition, pages
661-718. It is known as a. 9- Codex Parisinus 6142, paper, of
the fifteenth century; it goes only to viii. 7 declinarentur. It is
known as b, 10. Codex Parisinus 7535, paper, of the sixteenth
century; it contains only v. 1-122, ending with dictae. It is known as
c. 11. Codex Vindobonensis lxiii., of the fifteenth century,
at Vienna; it was examined by L. Spengel in 1835, and its important
variants are recorded in the apparatus of A. Spengel's edition. It is
known as V. 12. Codex Basiliensis F iv. 13, at Basel;
examined by L. Spengel in 1838. It is known as p. 13. Codex
Guelferbytanus, of the sixteenth cen- tury, at Wolfenbiittel; examined by
Schneidewin for K. O. Mueller, and afterwards by L. Spengel. It is
known as M. 14. Codex B, probably of the fifteenth century,
now not identifiable; its variants were noted by Petrus Victorius
in a copy of the Editio Gryphiana, and either it or a very similar
manuscript was used by Antonius Augustinus in preparing the so-called
Editio Vulgata. These are the manuscripts to which reference
is made in our critical notes; there are many others, some of
greater authority than those placed at the end of our list, but their
readings are mostly not available. In any case, as F alone has prime
value, the variants of other than the first four in our list can be
only the attempted improvements made by their copyists, and have
accordingly the same value as that which attaches to the emendations of
editors of printed editions. Fuller information with regard
to the manuscripts may be found in the following : Spengel, edition
of the De Lingua Latina (1826), pages v-xviii. K. O. Mueller, edition (1833),
pages xii-xxxi. Andreas Spengel, edition (1885), pages ii-xxviii. Giulio Antonibon, Supplemento di Lezioni Varianti
ai libri de lingua Latina (1899) 3 pages 10-23. G. Goetz et F. Schoell,
edition (1910), pages xi-xxxv. THE LAURENTIAN MANUSCRIPT F
Manuscript F contains all the extant continuous text of the De
Lingua Latina, except v. 119 trua quod to vi. 61 dicendojinit; this was
contained in the second quaternion, now lost, but still in place when the
other manuscripts were copied from it, and when Victorius and
Diacetius collated it in 1 521 . There are a number of important lacunae,
apart from omitted lines or single words; these are due to losses in its
archetype. Leonhard Spengel, from the notations in the
manuscript and the amount of text between the gaps, calculated that the
archetype of F consisted of 16 quaternions, with these losses :
Quaternion 4 lacked folios 4 and 5, the gap after v. 162.
Quaternion 7 lacked folio 2, the end of vi. and the beginning of
vii., and folio 7, the gap after vii. 23. Quaternion 11 was missing
entire, the end of viii. and the beginning of ix. Quaternion
15 lacked folios 1 to 3, the gap after x. 23, and folios 6 to 8, the gap
after x. 34. The amount of text lost at each point can be cal- [tJber
die Kritik der V.nischen Bucher de Lingua Latina] culated from the fact
that one folio of the archetype held about 50 lines of our text.
There is a serious transposition in F, in the text of Book V. In §
23, near the end, after qui ad humum, there follows id Sabini, now in §
32, and so on to Septi- viontium, now in § 41; then comes demissior, now
in § 23 after humum, and so on to ab hominibus, now in § 32, after
which comes nominatum of § 41. Mueller," who identified the
transposition and restored the text to its true order in his edition, showed
that the altera- tion was due to the wrong folding of folios 4 and 5
in the first quaternion of an archetype of F; though this was not
the immediate archetype of F, since the amount of text on each page was
different. This transposition is now always rectified in our
printed texts; but there is probably another in the later part of Book
V., which has not been remedied because the breaks do not fall inside the
sentences, thus making the text unintelligible. The sequence of
topics indicates that v. 115-128 should stand be- tween v. 140 and v. 141
6; there is then the division by topics : General Heading v.
105 De Victu v. 105-112 De Vestitu v. 113-114,
129-133 De Instrument v. 134-140, 115-128, 141-183 a In
the preface to his edition, pp. xvii-xviii. The dis- order in the text
had previously been noticed by G. Buchanan, Turnebus, and Scaliger, and
discussed by L. Spengel, Emen- dationum V.nianarum Specimen I, pp.
17-19. 6 L. Spengel, Emendationum V.nianarum Specimen I, pp.
13-19, identified this transposition, but considered the transpositions
to be much more complicated, with the follow- ing order: §§105-114, §§
129-140, § 128, §§ 166-168, §§118- 127, §§ 115-117, §§ 141-165, § 169
on. Then also vi. 49 and vi. 45 may have changed places, but I have
not introduced this into the present text; I have however adopted the
transfer of x. 18 from its manuscript position after x. 20, to the
position before x. 19, which the continuity of the thought clearly
demands. The text of F is unfortunately very corrupt, and
while there are corrections both by the first hand and by a second hand,
it is not always certain that the corrections are to be justified.
The orthography of F contains not merely many corrupted spellings which
must be corrected, but also many variant spellings which are within
the range of recognized Latin orthography, and these must mostly be
retained in any edition. For there are many points on which we are
uncertain of V.'s own practice, and he even speaks of certain per-
missible variations : if we were to standardize his orthography, we
should do constant violence to the best manuscript tradition, without any
assurance that we were in all respects restoring V.'s own spelling.
Moreover, as this work is on language, V. has intentionally varied some
spellings to suit his etymological argument; any extensive normal-
ization might, and probably would, do him injustice in some passages.
Further, V. quotes from earlier authors who used an older orthography; we
do not know whether V., in quoting from them, tried to use their
original orthography, or merely used the orthography which was his own
habitual practice. I have therefore retained for the most part
the spellings of F, or of the best authorities when F fails,
replacing only a few of the more misleading spellings by the familiar
ones, and allowing other variations to remain. These variations mostly
fall within the following categories : 1. EI : V. wrote EI
for the long vowel I in the nom. pi. of Decl. II (ix. 80); but he was
probably not consistent in writing EI everywhere. The manuscript
testifies to its use in the following : plebei (gen.; cf. plebis vi.
91> in a quotation) v. 40, 81, 158, vi. 87; eidem (nom. sing.) vii. 17
(eadem F), x. 10; scirpeis vii. 44; Terentiei (nom.), vireis Terentieis
(masc), Teren- tieis (fem.) viii. 36; infeineiteis viii. 50 (changed
to infiniteis in our text, cf. (in)finitam viii. 52); i(e)is viii. 51 (his F), ix. 5; iei (nom.)
ix. 2, 35; hei re(e)i fer(re)ei de(e)i viii. 70; hinnulei ix. 28; utrei
(nom. pi.) ix. 65 (utre.I. F; cf. utri ix. 65); (B)a(e)biei,
B(a)ebieis x. 50 (alongside Caelii, Celiis). 2. AE and E : V., as a
countryman, may in some words have used E where residents of the city
of Rome used AE (cf. v. 97); but the standard ortho- graphy has
been introduced in our text, except that E has been retained in seculum
and sepio (and its compounds : v. 141, 150, 157, 162, vii. 7, 13),
which always appear in this form. 3. OE and U : The writing
OE is kept where it appears in the manuscript or is supported by
the context : moerus and derivatives v. 50, 141 bis, 143, vi. 87;
moenere, moenitius v. 141; Poenicum v. 113, viii. 65 bis; poeniendo v.
177. OE in other words is the standard orthography. 4. VO UO and VU
UU : V. certainly wrote only VO or UO, but the manuscript rarely
shows VO or UO in inflectional syllables. The examples are novom
ix. 20 (corrected from nouum in F); nomina- tuom ix. 95, x. 30 (both
-tiuom F); obliquom x. 50; loquontur vi. 1, ix. 85; sequontur x. 71;
clivos v. 158; perhaps amburvom v. 127 (impurro Fv). In initial
syllables VO is almost regular : volt vi. 47, etc.; volpes v. 101; volgus
v. 58, etc., but vulgo viii. 66; Folcanus v. 70y etc.; volsillis ix. 33.
Examples of the opposite practice are aequum vi. 71; duum x. 11;
antiquus vi. 68; sequuntur viii. 25; confiuunt x. 50. Our text preserves
the manuscript readings. 5. UV before a vowel : V. probably wrote U
and not UV before a vowel, except initially, where his practice may
have been the other way. The examples are : Pacuius v. 60, vi. 6 (catulus
(Fv)), 94, vii. 18, 76, and Pacuvius v. 17, 24, vii. 59; gen. Pacui v. 7,
vi. 6, vii. 22; Pacuium vii. 87, 88, 91, 102; compluium,
impluium v. 161, and pluvia v. 161, compluvium v. 125; simpuium v. 124
bis (simpulum codd.); cf. panuvellium v. 114. Initially : uvidus v. 24;
uvae, uvore v. 104; uvidum v. 109- 6. U and I : V. shows in
medial syllables a variation between U and I, before P or B or F or
M plus a vowel. The orthography of the manuscript has been retained
in our text, though it is likely that V. regularly used U in these types
: The superlative and similar words : albissumum viii.
75; fnigalissumus viii. 77; c{a)esi(s)sumus viii. 76; intumus v. 154;
maritumae v. 113; melissumum viii. 76; optumum vii. 51; pauperrumus
viii. 77; proxuma etc. v. 36, 93, ix. 115, x. 4, 26; septuma etc.
ix. 30, x. 46 ler; Septumio v. 1, vii.
109 5 superrumo vii. 51; decuma vi. 54. Cf. proximo, optima
maxima v. 102, minimum vii. 101, and many in viii. 75-78.
Compounds of -fex and derivatives : pontufex v. 83, pontufices v.
83 (F 2 for pontifices); artufices ix. 12; sacrujiciis v. 98, 124. Cf. pontifices v. 23, vi. 54,
etc.; artifex v. 93, ix. Ill, etc.; sacrificium vii. 88, etc.
Miscellaneous words : monumentum v. 148, but monimentum etc. v. 41,
vi. 49 bis; mancupis v. 40, but mancipium etc. v. 163, vi. 74, 85;
quadrupes v. 34, but quadripedem etc. vii. 39 bis, quadriplex etc. x.
46 etc., quadripertita etc. v. 12 etc. 7. LUBET and LIBET : V.
probably wrote lubet, lubido, etc., but the orthography varies, and
the manuscript tradition is kept in our text : lubere lubendo vi.
47, lubenter vii. 89, lubitum ix. 34, lubidine x. 56; and libido vi. 47,
x. 60, libidinosus Libentina Libitina vi. 47, libidine x. 61.
8. H : Whether V.
used the initial H according to the standard practice at Rome, is
uncertain. In the country it was likely to be dropped in pronuncia-
tion; and the manuscript shows variation in its use. We have restored the
H in our text according to the usual orthography, except that irpices, v.
136 bis, has been left because of the attendant text. Examples of
its omission are Arpocrates v. 57; Ypsicrates v. 88; aedus ircus v. 97;
olus olera v. 108, x. 50; olitorium v. 146; olitores vi. 20; ortis v.
103, ortorum v. 146 bis, orti vi. 20; aruspex vii. 88. These are
normalized in our text, along with certain other related spellings
: sepulchrum vii. 24 is made to conform to the usual sepulcrum, and
the almost invariable nichil and nichili have been changed to nihil and
nihili. 9. X and CS : There are traces of a writing CS for X,
which has in these instances been kept in the text : xx
arcs vii. 44 {ares F); acsitiosae (ac sitiose F), acsitiosa (ac
sitio a- F) vi. 66; dues (duces F) x. 57. 10. Doubled Consonants : V.'s
practice in this matter is uncertain, in some words. F regularly
has littera (only Uteris v. 3 has one T), but obliterata (ix. 16, -atae
ix. 21, -at-trf v. 52), and these spellings are kept in our text.
Communis has been made regular, though F usually has one M; casus is
in- variable, except for de cassu in cassum viii. 39, which has
been retained as probably coming from V. himself. Iupiter, with one P, is
retained, because invariable in F; the only exception is Iuppitri viii.
33 (iuppiti F), which has also been kept. Numo vi. 61, for nummo,
has been kept as perhaps an archaic spelling. Decusis ix. 81 has for the
same reason been kept in the citation from Lucilius. In a few words
the normal orthography has been introduced in the text : grallator vii.
69 bis for gralaior, grabatis viii. 32 for grabattis. For combinations
resulting from pre- fixes see the next paragraph. 11.
Consonants of Prefixes : V.'s usage here is quite uncertain, whether he
kept the unassimilated consonants in the compounds. Apparently in
some groups he made the assimilations, in others he did not. The
evidence is as follows, the variant orthography being retained in our
text : Ad-c- : always acc-, except possibly adcensos vii. 58
(F 2, for acensos F 1 ). Ad-f- : always off-, except adfuerit vi.
40. Ad-l- : always all-, except adlocutum vi. 57, adlucet vi.
79, adlatis (ablatis F) ix. 21. Ad-m- : always adm-, except
ammonendum v. 6, amministrat vi. 78, amminicula vii. 2, amminister vii.
34 (F2, for adm- F*). Ad-s- : regularly ass-, but also
adserere vi. 64, adsiet vi. 92, adsimus vii. 99? adsequi viii. 8, x.
9> a^- significare often (always except assignificant vii. 80),
adsumi viii. 69, adsumat ix. 42, adsumere x. 58. Ad-sc-, ad-sp-,
ad-st- : always with loss of the D, as in ascendere, ascribere, ascriptos
(vii. 57), ascriptivi (vii. 56), aspicere, aspectus, astans.
Ad-t- : always a#-, except adtributa v. 48, and possibly adtinuit
(F 1, but a^- F 2 ) ix. 59- Con-l-, con-b-, con-m-, con-r-: always
coll-, comb-, comm.-, corr-. Con-p- : always comp-, except
conpernis ix. 10. Ex-f- : always eff-, except exfluit v. 29.
Ex-s- : exsolveret v. 176, exsuperet vi. 50, but exuperantum vii.
18 (normalized in our text to exsuperantum). Ex-sc- : exculpserant v.
143. Ex-sp- : always expecto etc. vi. 82, x. 40, etc. Ex-sq- : regularly Esquiliis;
but Exquilias v. 25, Exquiliis v. 159 (Fv)i normalized to Esq- in our
text. Ex-st : extol v. 8, vi. 78; but exstat v. 3, normalized
to extat in our text. In-l- : usually ill-, but inlicium vi. 88
bis, 93 (illici- tum F), 94, 95, inliceret vi. 90, inliciatur vi. 94;
the variation is kept in our text: In-m- : always imm-,
except in (i?i)mutatis vi. 38, where the restored addition is
unassimilated to indi- cate the negative prefix and not the local
in. In-p- : always imp-, except inpos v. 4 bis (once ineos
F), inpotem v. 4 (inpotentem F), inplorat vi. 68. Ob-c-, ob-f-,
ob-p- : always occ-, off-, opp-. Ob-t- : always opt-, as in optineo
etc. vii. 17, 91 > x. 19, optemperare ix. 6. Per-l- :
pellexit vi. 94, but perlucent v. 140. Sub-c-, sub-f-,
sub-p- : always succ-, suff-, supp-, except subcidit v. 116.
Subs- and subs- + consonant : regularly sus- + con- sonant, except
subscribunt vii. 107. Sub-t- : only in suptilius x. 40.
Trans-l- : in tralatum vi. 77, vii. 23, 103, x. 71; tralaticio vi.
55 (tranlatio Fv) and translaticio v. 32, vi. 64- (translatio F,
tranlatio Fv), translaticiis vi. 78. Trans-v- : in travolat v. 118,
and transversus vii. 81, x. 22, 23, 43. ' Trans-d- : in
traducere. 12. DE and DI : The manuscript has been followed
in the orthography of the following : directo vii. 15, dirigi viii. 26, derecti x. 22 bis,
deriguntur derectorum x. 22, derecta directis x. 43, directas x. 44,
derigitur x. 74; deiunctum x. 45, deiunctae x. 47. 13. Second Declension : Nora.
sing, and acc. sing, in -uom and -uum, see 5. Gen. sing, of
nouns in -ius : V. used the form ending in a single I (cf. viii. 36), and
a few such forms stand in the manuscript : Muci v. 5 (muti F);
Pacui v. 7, vi. 6, vii. 22; Mani vi. 90 5 Quinti vi. 92, Ephesi
viii. 22 (ephesis F), Plauti et Marci viii. 36, dispendi ix.
54 (quoted, metrical; alongside dispendii ix. 54). The gen. in II is much
commoner; both forms are kept in our text. Nom. pi., written
by V. with EI (cf. ix. 80); examples are given in 1, above.
Gen. pi. : The older form in -um for certain words (denarium,
centumvirum, etc.) is upheld viii. 71, ix. 82, 85, and occurs
occasionally elsewhere : Velabrum v. 44, Querquetulanum v. 49, Sabinum
v. 74, etc. Dat.-abl. pi., written by V. with EIS (cf. ix.
80); examples are given in 1, above, but the manuscript regularly
has IS. Dat.-abl. pi. of nouns ending in -ius, -ia, -turn,
are almost always written IIS; there are a few for which the
manuscript has IS, which we have normalized to IIS : Gabis v. 33,
(Es)quilis v. 50, kostis v. 98, Publicis v. 158, Faleris v. 162,
praeverbis vi. 82 (cf. praeverbiis vi. 38 bis), mysteris vii. 34-
(cf. mysteriis vii. 19) 5 miliaris ix. 85 (inilitaris F).
Deus shows the following variations : Nom. pi. de{e)i viii. 70, dei v. 57, 58 bis, 66, 71, vii. 36, ix. 59,
dii v. 58, 144, vii. 16; dat.-abl. pi. deis v. 122, vii. 45, diis v. 69,
71, 182, vi. 24, 34, vii. 34. 14. Third Declension : The abl. sing, varies
between E and I : supellectile viii. 30, 32, ix. 46, and supellectili ix.
20 (-lis F); cf. also vesperi (uespert- F) and vespere ix. 73.
Nom. pi., where ending in IS in the manuscript, is altered to ES;
the examples are mediocris v. 5; partis v. 21, 56; ambonis v. 115;
urbis v. 143; aedis v. 160; compluris vi. 15; Novendialis vi. 26; auris
vi. 83; dis- parilis viii. 67; lentis'vs.. 34; omnis ix. 81;
dissimilis ix. 92. Gen. pi. in UM and IUM, see viii. 67. In
view of dentum viii. 67, expressly championed by V., Veientum v. 30
(uenientum F), caelestum vi. 53, Quiritum vi. 68 have been kept in
our text. Acc. pi. in ES and IS, see viii. 67. V. 's dis-
tribution of the two endings seems to have been purely empirical and
arbitrary, and the manuscript readings have been retained in our
text. 15. Fourth Declension : Gen. sing. : Gellius, Nodes
Atticae iv. 16. 1, tells us that V. always used UIS in this form. Nonius
Marcellus 483-494 M. cites eleven such forms from V., but also sumpti.
The De Lingua Latina gives the following partial examples of this
ending : usuis ix. 4 (suis F), x. 73 (usui F), casuis x. 50 {casuum F),
x. 62 (casus his F). Examples of this form ending in US are kept in our text
: fructus v. 34, 134, senatus v. 87, exercitus v. 88, panus v.
105, domus v. 162, census v. 181, mofws vi. 3, sonitus vi. 67
sensus vi. 80, wjms viii. 28, 30 c, except as noted below.
Letters changed from the manuscript reading are printed in
italics. Some obvious additions, and the following changes,
are sometimes not further explained by critical notes : ae with
italic a, for manuscript e. oe, with italic o, for manuscript ae or
e. italic b and v, for manuscript u and b. italic f andpA, for
manuscript ph andf. italic i and y, for manuscript y and i. italic
h, for an h omitted in the manuscript. The manuscripts are referred
to as follows; read- ings without specification of the manuscript
are from F : F=Laurentianus li. 10; No. 1 in our list.
F 1 or m 1, the original writer of F, or the first hand.
F 2 or m 2, the corrector of F, or the second hand. Fv = readings
from the lost quaternion of F, as recorded by Victorius; our No.
2. Frag. Cass. = Cassinensis 361; our No. 3. f= Laurentianus li. 5;
our No. 5. H= Havniensis; our No. 6. G = Gothanus; our No. 7.
a = Parisinus 7489; our No. 8. 6 = Parisinus 6142; our No.
9- c=Parisinus 7535; our No. 10. V= Vindobonensis lxiii.; our
No. 1 1 . p = Basiliensis F iv. 13; our No. 12. M= Guelferbytanus
896; our No. 13. B = that used by Augustinus; our No. 14. The
following abbreviations are used for editors and editions (others are
referred to by their full names) : Laetus = editio princeps
of Pomponius Laetus. Rhol. = Rholandellus, whose first edition was
in 1475. Pius = Baptista Pius, edition of 1510. Aug. =
Antonius Augustinus, editor of the Vul- gate edition 1554, reprinted
1557. Sciop. = Gaspar Scioppius, edition of 1602, re- printed
1605. L. Sp. = Leonhard Spengel, edition of 1826 (and
articles). Mue. = Karl Ottfried Mueller, edition of 1833. A.
Sp. = Andreas Spengel, edition of 1885 (and articles). GS. =
G. Goetz and F. Schoell, edition. De Disciplina Originum
Verborum ad ClCERONEM. Quemadmodum vocabula essent imposita rebus in
lingua Latina, sex libris exponere institui. De his tris ante hunc feci
quos Septumio misi : in quibus est de disciplina, quam vocant
eri'/ioAoyi/ojv 1 : quae contra ea(m) 2 dicerentur, volumine primo, quae
pro ea, secundo, quae de ea, tertio. In his ad te scribam, a quibus
rebus vocabula imposita sint in lingua Latina, et ea quae sunt in
consuetudine apud (popu- lum et ea quae inveniuntur apud) 3 poetas.
2. Cuwz 1 unius
cuiusque verbi naturae sint duae, a qua re et in qua re vocabulum sit
impositum (itaque § 1. 1 For ethimologicen. 2 Rhol., for ea. 3 Added by
A. Sp. §2. 1 Rhol., for cui. §1. "Books II. -VII.;
Book I. was introductory. * Books II.-IV. e Quaestor to V., cf. vii. 109;
but when or where is not known. Possibly he was the writer on
architecture mentioned by Vitruvius, de Arch. vii. praef. 1 4, and even
the composer of the Libri Observationttm men- ON THE LATIN LANGUAGE
Ox THE SciEXCE OF THE ORIGIN OF WORDS, ADDRESSED TO ClCERO. In what
way a name (like ‘shagy’) is applied to a thing (like shagginess) in
Latin, I undertak to expound. Of this exposition, I have already composed three
parts b before this one, and address them to SETTUMIO (vedasi) c;
in those three parts I treat of the branch of learning which I call ‘etymology,’
from the Greek for ‘true’. The considerations which might be raised
against it, I have put in a first part; those adduced in its favour, in
the second; those merely describing it, in the third. In the following,
addressed to thee, CICERONE, I shall discuss the PROBLEM – philosophical
if ever there is one -- from what a thing a name is applied, either a name
which is habitual with the ordinary folk, or that which is found in the
poets, so-called, only. Inasmuch as each and every WORD [cf. Grice, “Utt ]
has two innate features, from what thing and to what thing
tioned by Quintilian, Inst. Orat. iv. 1. 19. d Cicero, to whom V.
addresses the balance of the work, Books V.-XXV., written apparently in
47-45 b.c. 3 V. a qua re sit pertinacia
cum requi(ri)tur, 2 ostenditur 3 esse a perten(den)do 4; in qua re sit
impositum dicitur cum demonstratur, in quo non debet pertendi et
pertendit, pertinaciam esse, quod in quo oporteat manere, si in eo
perstet, perseverantia sit), priorem illam partem, ubi cur et unde sint
verba scrutantur, Graeci vocant £Tu//oAoyiav, 5 illam alteram Trtp(})
°" r l- /xcuvo/xevwi'. De quibus duabus rebus in his libris
promiscue dicam, sed exilius de posteriore. 3. Quae ideo sunt
obscuriora, quod neque omnis impositio verborum extat, 1 quod vetustas
quasdam delevit, nec quae extat sine mendo omnis imposita, nec quae
recte est imposita, cuncta manet (multa enim verba li(t)teris commutatis
sunt interpolata), neque omnis origo est nostrae linguae e
vernaculis verbis, et multa verba aliud nunc ostendunt, aliud ante
significabant, ut hostis : nam turn eo verbo dicebant peregrinum qui suis
legibus uteretur, nunc dicunt eum quern turn dicebant perduellem.
4. In quo genere verborum aut casu erit
illustrius unde videri possit origo, inde repetam. Ita fieri
oportere apparet, quod recto casu quom 1 dicimus inpos, 2 obscurius est
esse a potentia qua(m> 3 cum 2 OS., for sequitur. 3 For hostenditur. 4 Rhol.,
for pertendo. 5 For ethimologiam. § 3. 1 For exstat.
§ 4. 1 Aug., with B, for quem. 2 p, Laetus, for ineos. 3 For
qua. § 2. ° Properly an abstract formed from pertinax, itself
a compound of tenax ' tenacious,' derived from tenere ' to hold.' §
3. ° Cf. vii. 49. Not from potentia; but both from radical pot-. the
name is applied (therefore, when the question is raised from what thing
pertinacia ' obstinacy ' is,° it is shown to be from pertendere ' to
persist ' : to what thing it is applied, is told when it is explained
that it is pertinacia ' obstinacy ' in a matter in which there
ought not to be persistence but there is, because it is perseverantia '
steadfastness ' if a person persists in that in which he ought to hold
firm), that former part, where they examine why and whence words
are, the Greeks call Etymology, that other part they call
Semantics. Of these two matters I shall speak in the following books, not
keeping them apart, but giving less attention to the second.
3. These relations are often rather obscure for the following reasons
: Not every word that has been applied, still exists, because lapse of
time has blotted out some. Not every word that is in use, has been
applied without inaccuracy of some kind, nor does every word which has
been applied correctly remain as it originally was; for many words are
disguised by change of the letters. There are some whose origin is
not from native words of our own language. Many words indicate one thing
now, but formerly meant something else, as is the case with hostis '
enemy ' : for in olden times by this word they meant a foreigner
from a country independent of Roman laws, but now they give the name to
him whom they then called perduellis ' enemy.' a 4. I shall
take as starting-point of my discussion that derivative or case-form of
the words in which the origin can be more clearly seen. It is evident
that we ought to operate in this way, because when we say inpos '
lacking power ' in the nominative, it is less clear that it is from
potentia a ' power ' than when we 5 V.
dicimus inpotem 4;
et eo obscurius fit, si dicas pos quam 5 inpos : videtur enim pos
significare potius pontem quam potentem. 5. Vetustas pauca
non depravat, multa tollit. Quem puerum vidisti formosum, hunc vides
defor- mem in senecta. Tertium seculum non videt eum homincm quem
vidit primum. Quare ilia quae iam maioribus nostris ademit oblivio,
fugitiva secuta sedulitas Muci 1 et Bruti retrahere nequit. Non, si non potuero indagare, eo ero tardior,
sed velocior ideo, si quivero. Non mediocres 2 enim tenebrae in
silva ubi haec captanda neque eo quo pervenire volumus semitae tritae,
neque non in tramitibus quaedam obz'ecta 3 quae euntem retinere
possent. 6. Quorum verborum novorum ac veterum dis- cordia
omnis in consuetudine com(m)uni, quot modis 1 commutatio sit facta qui
animadverterit, facilius scrutari origines patietur verborum : reperiet
enim esse commutata, ut in superioribus libris ostendi, maxime
propter bis quaternas causas. Litterarum enim fit demptione aut additione
et propter earum tra(ie)ctionem 2 aut commutationem, item
syllabarum productione (aut correptione, denique adiectione aut
4 Aug., for inpotentem. 5 Aug., with B, for postquam. § 5. 1 For muti. 2 For
mediocris. 3 For oblecta. § 6. 1 After modis, Fr. Fritzsche deleted
litterarum. 2 Scaliger and Popma,for tractationem. Avoided in
practice, in favour of dissyllabic potis. " Be- cause the nasal was
almost or quite lost before s; cf. the regular inscriptional spelling
cosol= consul. § 5. ° P. Mucius Scaevola and M. Junius Brutus,
distin- guished jurists and writers on law in the period 150-130
b.c. Mucius, as pontifex maximus, seems to have collected
and e(n)ta'fodinae 2 et viocurus ? Secundus quo grammatica escendit
3 antiqua, quae ostendit, quem- admodum quodque poeta finxerit verbum,
quod confinxerit, quod declinarit; hie Pacui : Rudentum
sibilus, hie : Incwrvicervicum 4 pecus, hie
: Clamide clupeat bacchium. s 8. Tertius gradus, quo
philosophia ascendens per- venit atque ea quae in consuetudine communi
essent aperire coepit, 1 ut a quo dictum esset oppidum, vicus, via.
Quartus, ubi est adytum 2 et initia regis : quo si non perveniam (ad) 3
scientiam, at* opinionem aucupabor, quod etiam in salute nostra
nonnunquam facit 5 cum aegrotamus medicus. 3 Added by Kent,
after Scaliger, Mite., OS.; cf. Quintilian, hist. Orat. i. 6. 32. 4 After
libris, Aug. deleted qui. §7. 1 After infimus, Sciop. deleted in. 2
Canal, for aretofodine. 3 Sciop., for descendit. 4 O, Aldus, for
inceruice ruicum. 8 For bacchium. §8. 1 For caepit. 2 Sciop., for
aditum. 3 Added by L. Sp. 4 Sciop., for ad. 5 Aldus, with p, for
fecit. § 7. ° Cf. viii. 62. 6 Teucer, Trag. Rom. Frag.
336 Ilibbeck 3; R.O.L. ii. 296-297 Warmington. c Ex inc. fab. xliv,
verse 408, Trag. Rom. Frag. Ribbeck 3, R.O.L. ii. 292-293 Warmington,
referring to the dolphins of Nereus; the entire 8
ON THE LATIN LANGUAGE, V. &-8 by examples, in the
preceding books, of what sort these phenomena are, I have thought that
here I need only set a reminder of that previous discussion.
7. Now I shall set forth the origins of the indivi- dual words, of
which there are four levels of explana- tion. The lowest is that to which
even the common folk has come; who does not see the sources of
argentifodinae a ' silver-mines ' and of viocurus ' road- overseer ' ?
The second is that to which old-time grammar has mounted, which shows how
the poet has made each word which he has fashioned and derived.
Here belongs Pacuvius's 6 The whistling of the ropes,
here his c Incurvate-necked flock, here his
d With his mantle he beshields his arm. 8. The third
level is that to which philosophy ascended, and on arrival began to
reveal the nature of those words which are in common use, as, for
example, from what oppidum ' town ' was named, and vicus ' row of
houses,' a and via ' street.' The fourth is that where the sanctuary is,
and the mysteries of the high- priest : if I shall not arrive at full
knowledge there, at any rate I shall cast about for a conjecture,
which even in matters of our health the physician sometimes does
when we are ill. verse in Quintilian, Inst. Orat. i. 5. 67, Nerei
repandirostrum incurvicervicum pecus. d Hermiona, Trag. Rom. Frag.
186 Ribbeck 3, R.O.L. ii. 232-233 Warmington; the entire verse in
Nonius Marcellus, 87. 23 M. : currum liquit, clamide contorta astu
clipeat braccium. § 8. ° From this meaning, either an entire small
' village ' or a ' street ' in a large city. Quodsi summum gradum
non attigero, tamen secundum praeteribo, quod non solum ad Aris-
tophanis lucernam, sed etiam ad CleantAis lucubravi. Volui praeterire
eos, qui poetarum modo verba ut sint ficta expediunt. Non enim videbatur
consen- taneum qua(e>re 1 me in eo verbo quod finxisset Ennius
causam, neglegere quod ante rex Latinus finxisset, cum poeticis multis
verbis magis delecter quam utar, antiquis magis utar quam delecter.
An non potius mea verba ilia quae hereditate a Romulo rege venerunt
quam quae a poeta Livio relicta ? 10. Igitur quoniam in haec sunt
tripertita verba, quae sunt aut nostra aut aliena aut oblivia, de
nostris dicam cur sint, de alienis unde sint, de obliviis re-
linquam : quorum partim quid ta(men) invenerim aut opiner 1 scribam. In
hoc libro dicam de vocabulis locorum et quae in his sunt, in secundo de
temporum et quae in his fiunt, in tertio de utraque re a poetis
comprehensa. 11. Pythagoras Samius ait omnium rerum initia esse
bina ut finitum et infinitum, bonum et malum, §9. 1 Aug., for quare.
§ 10. 1 After A. Sp., with tamen from Fay's quo loco tamen; for quo
ita inuenerim ita opiner. §9. Aristophanes of Byzantium, 262-185
b.c, pupil of Zenodotus and Callimachus at Alexandria, and himself
one of the greatest of the Alexandrian grammarians, who busied himself
especially with the textual correction and editing of the Greek authors,
notably Homer, Hesiod, and the lyric poets. 6 Frag. 485 von Arnim;
Cleanthes of Assos, 331- 232 b.c, pupil and successor of Zeno, founder of
the Stoic school of philosophy (died 264), as head of the school,
at Athens, and author of many works on all phases of the Stoic
teaching. e L. Livius Andronicus, c. 284-202 b.c, born at Tarentum; first
epic and dramatic poet of the Romans. §11. Pythagoras, born
probably in Samos about 567 b.c, But if I have not reached the highest
level, I shall none the less go farther up than the second, because
I have studied not only by the lamp of Aris- tophanes, but also by that
of Cleanthes. 6 I have desired to go farther than those who expound
only how the words of the poets are made up. For it did not seem
meet that I seek the source in the case of the word which Ennius had
made, and neglect that which long before King Latinus had made, in view
of the fact that I get pleasure rather than utility from many words
of the poets, and more utility than pleasure from the ancient words. And
in fact are not those words mine which have come to me by
inheritance from King Romulus, rather than those which were left behind
by the poet Livius ? c 10. Therefore since words are divided into
these three groups, those which are our own, those which are of
foreign origin, and those which are obsolete and of forgotten sources, I
shall set forth about our own why they are, about those of foreign origin
whence they are, and as to the obsolete I shall let them alone :
except that concerning some of them I shall none the less write what I
have found or myself conjecture. In this book I shall tell about the
words denoting places and those things which are in them; in the
follow- ing book I shall tell of the words denoting times and those
things which take place in them : in the third I shall tell of both these
as expressed by the poets. 11. Pythagoras the Samian says that the
primal elements of all things are in pairs, as finite and infinite,
removed to Croton in South Italy about 529 and was there the
founder of the philosophic-political school of belief which attaches to
his name. His teachings were oral only, and were reduced to writing by
his followers.V. vitam et mortem, diem et noctem. Quare item duo status et
motus, (utrumque quadripertitum) 1 : quod stat aut agitatur, corpus, ubi
agitatur, locus, dum agitatur, tempus, quod est in agitatu, actio.
Quadri- pertitio magis sic apparebit : corpus est ut cursor, locus
stadium qua currit, tempus hora qua currit, actio cursio. 12.
Quare fit, ut ideo fere omnia sint quadri- pertita et ea aeterna, quod
neque unquam tempus, quin fuerit 1 motus : eius enim 2 intervallum tempus;
ncque motus, ubi non locus et corpus, quod alterum est quod movetur,
alterum ubi; neque ubi is agitatus, non actio ibi. Igitur initiorum
quadrigae locus et corpus, tempus et actio. 13. Quare quod
quattuor genera prima rerum, totidem verborum : e quis (de) locis et ns 1
rebus quae in his videntur in hoc libro summatim ponam. Sed qua
cognatio eius erit verbi quae radices egerit extra fines suas,
persequemur. Saepe enim ad limitem arboris radices sub vicini prodierunt
segetem. Quare non, cum de locis dicam, si
ab agro ad agrarium 2 hominem, ad agricolam pervenero, aberraro. Multa §11. 1
Added by L. Sp. §12. 1 For fuerint. 2 A ug., for animi.
§ 13. 1 L. Sp., for uerborum enim horum dequis locis et his.
2 L. Sp., for agrosium. § 13. ° Celebrated on April 23 and
August 19, when an offering of new wine was made to Jupiter. good and
bad, life and death, day and night. There- fore likewise there are the
two fundamentals, station and motion, each divided into four kinds : what
is stationary or is in motion, is body; where it is in motion, is
place; while it is in motion, is time; what is inherent in the motion, is
action. The fourfold division will be clearer in this way : body is, so
to speak, the runner, place is the race-course where he runs, time
is the period during which he runs, action is the running.
12. Therefore it comes about that for this reason all things, in
general, are divided into four phases, and these universal; because there
is never time without there being motion — for even an intermission
of motion is time —; nor is there motion where there is not place and
body, because the latter is that which is moved, and the former is where;
nor where this motion is, does there fail to be action. Therefore
place and body, time and action are the four-horse team of the
elements. 13. Therefore because the primal classes of things
are four in number, so many are the primal classes of words. From among
these, concerning places and those things which are seen in them, I shall
put a summary account in this book; but we shall follow them up
wherever the kin of the word under discus- sion is, even if it has driven
its roots beyond its own territory. For often the roots of a tree which
is close to the line of the property have gone out under the
neighbour's cornfield. Wherefore, when I speak of places, I shall not
have gone astray, if from ager ' field ' I pass to an agrarius ' agrarian
' man, and to an agricola ' farmer.' The partnership of words is
one of many members : the Wine Festival a cannot be set
13 V. societas verborum, nec Vinalia sine vino expediri
nec Curia Calabra sine calatione potest aperiri. II. 14. Incipiam de locis ob 1 ipsius
loci origine. Locus est, ubi locatum quid esse potest, ut nunc
dicunt, collocatum. Veteres id dicere solitos apparet apud Plautum
: Filiam habeo grandem dote cassa(m> atque
inlocabile 3 Neque earn queo locare cuiquam. Apud Ennium : O Terra T/jraeca, ubi
Liberi fanum incZutfum 3 Maro 4 locavi. 5 15. Ubi quidque
consistit, locus. Ab eo praeco dicitur locare, quod usque idem it, 1
quoad in aliquo constitit pretium. In(de) 2 locarium quod datur in
stabulo et taberna, ubi consistant. Sic loci muliebres, ubi nascendi
initia consistunt. III. 16. Loca natura(e) 1 secundum
antiquam divisionem prima duo, terra et caelum, deinde par-
ticulatim utriusque multa. Caeli dicuntur loca su- § 14. 1 Sciop., for sub. 2 So
Plautus, for cassa dote atque inlocabili F; Plautus also has virginem for
filiam. 3 Wilhelm, for inciuium. 4 For miro F 2, maro F 1 . 6
Ribbeck, for locaui. § 15. 1 Turnebus, for id emit. 2 Laetus,for
in. § 16. 1 Aug., for natura. 6 A place on the
Capitoline Hill, near the cottage of Romulus, and also the meeting held there
on the Kalends, when the priests announced the number of days until
the Nones; cf. vi. 27, and Macrobius, Saturnalia, i. 15. 7. §
14. a Theuncompounded word; which, like its compound, meant both '
established in a fixed position ' and ' established in a marriage.' b
Aulularia, 191-192. e That is, in marriage. d Trag. Rom. Frag. 347-348
Ribbeck 3; R.O.L. 14 on its way without wine,
nor can the Curia Calabra ' Announcement Hall ' b be opened without
the calatio ' proclamation.' II. 14. Among places, I shall
begin with the origin of the word locus ' place ' itself. Locus is
where something can be locatum a ' placed,' or as they say
nowadays, colhcatum ' established.' That the ancients were wont to use
the word in this meaning, is clear in Plautus 6 : I have a
grown-up daughter, lacking dower, unplaceable,' Nor can I
place her now with anyone. In Ennius we find d : O
Thracian Land, where Bacchus' fane renowned Did Maro place.
15. Where anything comes to a standstill, is a locus ' place.' From
this the auctioneer is said locare 1 to place ' because he is all the
time likewise going on until the price comes to a standstill on
someone. Thence also is locarium ' place-rent,' which is given for
a lodging or a shop, where the payers take their stand. So also loci
muliebres ' woman's places,' where the beginnings of birth are
situated. III. 16. The primal places of the universe, accord-
ing to the ancient division, are two, terra ' earth ' and caelum ' sky,'
and then, according to the division into items, there are many places in
each. The places of the sky are called loca super a ' upper places,'
and i. 376-377 Warmington. Maro, son of Euanthes and priest
of Apollo in the Thracian Ismaros, in thanks for protection for himself
and his followers, gave Ulysses a present of excellent wine (Odyssey, ix.
197 ff.). Because of this, later legend drew him into the Dionysiac
circle, as son or grandson of Bacchus, or otherwise. There were even
cults of Maro himself in Maroneia, Samothrace, and elsewhere. pera
et ea deorum, terrae loca infcra et ea hominum. Ut Asia sic caelum
dicitur modis duobus. Nam et Asia, quae non Europa, in quo etiam Syria,
et Asia dicitur prioris pars Asiae, in qua est Ionia ac provincia
nostra. 17. Sic caelum et pars eius, summum ubi stellae, et
id quod Pacuvius cum demonstrat dicit : Hoc vide circum supraque
quod complexu continet Terram. Cui subiungit : Id
quod nostri caelum memorant. A qua bipertita divisione Lua'Zius 1
suorum un(i)us 2 et viginti librorum initium fecit hoc :
Aetheris et terrae genitabile quaerere tempus. 18. Caelum
dictum scribit Aelius, quod est ccelatum, aut contrario nomine, celatum
quod aper- tum est; non male, quod (im)positor 1 multo potius
(caelare) 2 a caelo quam caelum a caelando. Sed non § 17. 1
Scaliger, for lucretius. 2 Laetus, for unum. § 18. 1 GS.,for posterior. 2
Added by Scaliger. § 16. ° Asia originally designated probably only
a town or small district in Lydia, and then came to be what we now
call Asia Minor, and finally the entire continent. 6 Ionia was a
coastal region of Asia Minor, including Smyrna, Ephesus, Miletus, etc.,
and was included within provincia nostra. But ' our province ' ran much
farther inland, comprising Phrygia, Mysia, Lydia, Caria (Cicero, Pro
Flacco, 27. 65), which explains the ' and.' § 17. ° Chryses,
Tray. Rom. Fray. 87-88 and 90 Ribbeck 3; R.O.L. 2. 202-203, lines
107-108, 1 1 1 Warmington. 6 Satirae, verse 1 Marx. As there were thirty
books of Lucilius's Satires, the limitation to twenty-one by V. must be
based on another division (for which there is evidence), thus :
Books XXVI.-XXX. were written first, in various metres; I.-XXI.,
these belong to the gods; the places of the earth are loca infer a '
lower places,' and these belong to man- kind. Caelum ' sky ' is used in
two ways, just as is Asia. For Asia means the Asia, which is not
Europe, wherein is even Syria; and Asia means also that part a of
the aforementioned Asia, in which is Ionia 6 and our province.
17. So caelum ' sky ' is both a part of itself, the top where the
stars are, and that which Pacuvius means when he points it out :
See this around and above, which holds in its embrace The
earth. To which he adds : .That which the men of our
days call the sky. From this division into two, Lucilius set this
as the start of his twenty-one books 6 : Seeking the time
when the ether above and the earth were created. 18. Caelum,
Aelius writes," was so called because it is caelatum ' raised above
the surface,' or from the opposite of its idea, 6 celatum ' hidden '
because it is exposed; not ill the remark, that the one who applied
the term took caelare ' to raise ' much rather from caelum than caelum
from caelare. But that second to which V. here alludes, were a
second volume, in dactylic hexameters, which Lucilius had found to be the
best vehicle for his work; XXII.-XXV. were a third part, in
elegiacs, probably not published until after their author's death.
§ 18. ° Page 59 Funaioli. Caelum is probably connected with a root
seen in German heiter ' bright,' and not with the words mentioned by V..
6 Derivation by the contrary of the meaning, as in ludus, in quo minime
luditur ' school, in which there is very little playing ' (Fesrus, 122.
16 M.). vol. I c 17 V. minus
illud alterum de celando ab eo potuit dici, quod interdiu celatur, quam
quod noctu non celatur. 19. Omnino epk(ap). 3 A puteis
oppidum ut Puteoli, quod incircum eum locum aquae frigidae et caldae multae,
nisi a putore potius, quod putidus odoribus soepe ex sulphure et
alumine. Extra oppida a puteis puticuli, quod ibi in puteis
obruebantur homines, nisi potius, ut Aelius scribit, puticuli 4 quod
putescebant ibi cadavera proiecta, qui locus publicus ultra Esquilias. 5 Itaque eum Afranius /mti/ucos 6 in Togata
appellat, quod inde suspiciunt per p?*teos 7 lumen. 26. Lacus
lacuna magna, ubi aqua contineri potest. Palus paululum aquae in
altitudinem et palam latius diffusae. Stagnum a Graeco, quod ii 1
o-reyvov quod non habet rimam. 2 Hinc ad villas rutunda 3 stagna,
quod rutundum facillime continet, anguli maxime laborant. §
25. 1 For summi. 2 Buttmann, for potamon sic po tura potu. 3 Victorius, for pe. 4
Mue.,for puticulae. 5 For exquilias. 6 Scaliger, for cuticulos. 7 Canal,
for perpetuos. § 26. 1 For 11. 2 Scaliger, for nomen habet
primam. 3 B, for rutundas. § 25. Or ' pit '; derivative of
root in pidare ' to cut, think,' cf. amputare ' to cut off.' 6 Aeolis,
nom. pi. = Greek AloXeis. " This and ttvtcos are unknown in the
extant remains of Aeolic Greek, but a number of Aeolic words show
the change : anv for a-no, vfioCcos for ofiotcos. d The modern Pozzuoli,
on the Bay of Naples, in a locality characterized by volcanic springs and
exhalations; V.'s derivation is correct. * Page 65 Funaioli. ' The Roman
' potters' field,' for the poor and the slaves. * Com. Rom. Frag.
430 Ribbeck 3; with a jesting transposition of the consonants. Cf. for a
similar effect ' pit-lets ' and ' pit-lights.' The description suggests
that they were constructed like the Catacombs. If this moisture is
in the ground no matter how far down, in a place from which it pote ' can
' be taken, it is a puteus ' well ' °; unless rather because the
Aeolians 6 used to say, like 7ruTa/zos c for Trorafios ' river,' so also
Trvreos ' well ' for iroreos ' drinkable,' from pohis ' act of drinking,'
and not (f>peap ' well ' as they do now. From patei ' wells ' comes
the town- name, such as Puteoli, d because around this place there
are many hot and cold spring-waters; unless rather from putor ' stench,'
because the place is often putidus ' stinking ' with smells of sulphur
and alum. Outside the towns there are puticuli ' little pits,' named
from putei ' pits,' because there the people used to be buried in
putei ' pits '; unless rather, as Aelius e writes, the puticuli are so
called because the corpses which had been thrown out putescebant ' used
to rot ' there, in the public burial-place f which is beyond the
Esqui- line. This place Afranius 9 in a comedy of Roman life calls
the Putiluci ' pit-lights,' for the reason that from it they look up
through putei ' pits ' to the lumen ' light.* 26. A lacus '
lake ' is a large lacuna a ' hollow,' where water can be confined. A
palus b ' swamp ' is a paululum ' small amount ' of water as to
depth, but spread quite widely palam ' in plain sight.' A stagnum c
' pool ' is from Greek, because they gave the name o-reyvos d '
waterproof ' to that which has no fissure. From this, at farmhouses the
stagna ' pools ' are round, because a round shape most easily holds
water in, but corners are extremely troublesome. §26. ° Lacuna is a
derivative of lacus. 6 Palus, paulu- lum, palam are all etymologically
distinct. e Properly, a pool without an outlet; perhaps akin to Greek
arayuv ' drop (of liquid).' d Original meaning, ' covered.' Fluvius,
quod fluit, item flumen : a quo lege praediorum urbanorum scribitur 1
: Stillicidia fluminaque 2 ut ita 3 cadant fluantque;
inter haec hoc inter(est), quod stillicidium eo quod stillatim
cadit, 4 flumen quod fluit continue. 28. Amnis id flumen quod
circuit aliquod : nam ab ambitu amnis. Ab hoc qui circum Aternum
1 habitant, Amiternini appellati. Ab eo qui popu- lum candidatus
circum it, 2 ambit, et qui aliter facit, indagabili ex ambitu causam
dicit. Itaque Tiberis amnis, quod ambit Martium Campum et urbem;
op- pidum Interamna dictum, quod inter amnis est constitutum; item
Antemnae, quod ante amnis, qu(a> Anto 3 influit in Tiberim, quod bello
male ac- ceptum consenuit. 29. Tiberis quod caput extra
Latium, si inde nomen quoque exfluit in linguam nostram, nihil (ad)
1 eTv/ioAoyov Latinum, ut, quod oritur ex Samnio, For scribitur
scribitur. 2 For flumina
quae. 8 L. Sp., after Gothofredus, for ut ita. 4 a, Pape, for
cadet. §28. 1 Aug., with B, for alterunum. 2 For id. 3 Canal,
for quanto. § 29. 1 Added by Thiersch. § 27. a
Cf. Digest, viii. 2. 17. That is, rain-waters dripping from roofs and
streams resulting from rain shall in city properties not be diverted from
their present courses. Such supplies of water were in early days a real
asset. § 28. " Probably to be associated with English Avon
(from Celtic word for ' river '), and not with ambire ' to go
around.' b Good etymology; Amiternum was an old city in the Sabine
country, on the Aternus River; with ambi- ' around ' in the form am-, as
in amicire ' to place (a garment) around.' Fluvhis ' river ' is so named
because it jiuit ' flows,' and likewise jiumen ' river ' : from which
is written, according to the law of city estates,"
Stillicidia ' rain-waters ' and flumina ' rivers ' shall be allowed
to fall and to flow without interference. 6 Between these there is
this difference, that stillicidium ' rain-water ' is so named because it
cadit ' falls ' stillatim ' drop by drop,' and Jiumen ' river ' because
it jiuit ' flows ' uninterruptedly. 28. An amnis a is that
river which goes around something; for amnis is named from ambitus ' circuit.'
From this, those who dwell around the Aternus are called Amiternini ' men
of Amiternum.' 6 From this, he who circum it ' goes around ' the people
as a candi- date, ambit ' canvasses,' and he who does otherwise
than he should, pleads his case in court as a result of his investigable
ambitus ' canvassing.'" Therefore the Tiber is called an amnis,
because it ambit ' goes around ' the Campus Martius and the City d;
the town Interamna ' gets its name from its position inter amnis '
between rivers '; likewise Antemnae, because it lies ante amnis ' in
front of the rivers,' where the Anio flows into the Tiber a town which suffered in war and wasted
away until it perished. 29. The Tiber, because its source is
outside Latium, if the name as well flows forth from there into our
language, does not concern the Latin ety- mologist; just as the
Volturnus, because it starts from e That is, for corrupt
electioneering methods. d The Tiber swings to the west at Rome, forming a
virtual semicircle. A city in Umbria, almost encircled by the river
Nar. § 29. Adjective from voltur ' vulture '; there was a Mt.
Voltur farther south, on the boundary between Samnium and
Apulia. Volturnus nihil ad Latinam linguam : at 2 quod proxi- mum
oppidum ab eo secundum mare Volturnum, ad nos, iam 3 Latinum vocabulum,
ut Tiberinus no(me)n.' Et colonia enim nostra Volturnu?/? 5 et deus
Tiberinus. 30. Sed de Tiberis nomine anceps historia. Nam et
suum Etruria et Latium suum esse credit, quod fuerunt qui ab Thebri
vicino regulo Veientum 1 dixe- rint appellat?fimam 4 Novam Viam
locus sacellum (Ve>labrum. 5
44. Velabrum a vehendo. Velaturam facere etiam nunc dicuntur qui id
mercede faciunt. Merces
(dicitur a mcrendo et aere) huic vecturae qui ratibus transibant
quadrans. Ab eo Lucilius scripsit : Quadrantis ratiti. VIII.
45. Reliqua urbis loca olim discreta, cum Argeorum sacraria septem et
viginti in (quattuor) §43. x Added by Laetus. 2 Mue., with M, for
auen- tinum. 3 Added by L. Sp. 4 Turnebus, for fimam. 5 Mue., for
labrum. § 43. ° Page 115 Funaioli. Etymologies of
place-names are particularly treacherous; none of those given here
ex- plains Aventinus. V. elsewhere (de gente populi Romani, quoted
by Servius in Aen. vii. 657) says that some Sabines established here by
Romulus called it Aventinus from the Avens, a river of the district from
which they had come. 6 Frag. Poet. Rom. 27 Baehrens; R.O.L. ii. 56-57
Warming- ton. c The spelling with d is required by the sense. d V.
says that a ferry-raft was called a velabrum, and that this name was
transferred to the passage on which the rafts had plied, when it was
filled in and had become a street; but that there survived a chapel in
honour of the ferry-rafts. § 44. ° Correct etymology. 6 Incorrect
etymology. -±5 several origins. Naevius b says that it
is from the aves ' birds,' because the birds went thither from the
Tiber; others, that it is from King Aventinus the Alban, because he is
buried there; others that it is the Adventine c Hill, from the adventus '
coming ' of people, because there a temple of Diana was estab-
lished in which all the Latins had rights in common. I am decidedly of
the opinion, that it is from advectus ' transport by water '; for of old
the hill was cut off from everything else by swampy pools and
streams. Therefore they advehebaniur ' were conveyed ' thither by
rafts; and traces of this survive, in that the way by which they were
then transported is now called Velabrum ' fern",' and the place from
which they landed at the bottom of New Street is a chapel of the
Velabra. " 44. Velabrum ° is from vehere ' to convey.'
Even now, those persons are said to do velatura ' ferrying,' who do
this for pay. The merces 6 ' pay ' (so called from merere ' to earn ' and
aes ' copper money ') for this ferrying of those who crossed by rafts was
a farthing. From this Lucilius wrote c : Of a raft-marked
farthing. 1 * VIII. 45. The remaining localities of the City
were long' ago divided off, when the twenty-seven c 1272 Marx. d
The quadrans or fourth of an as was marked with the figure of a
raft. § 45. ° It would seem simpler if the shrines numbered
twenty-four, six in each of the four sections of Rome. But both here and
in vii. 44 the number is driven as twenty-seven. It is hardly likely that
in both places XXUII ( =XXVII) has been miswritten for XXIIII; yet this
supposition must be made by those who think that the correct number is
twenty- four. partis 1 urbi(s) 2 sunt disposita. Argeos dictos putant a
principibus, qui cum /fercule Argivo venerunt Romam et in Saturnia
subsederunt. E quis prima scripta est regio
Suburana, 3 secunda' Esquilina, tertia Collina, quarta Palatina.
46. In Suburanae 1 regionis parte princeps est Caelius mons a C#ele
Vibenna, 2 Tusco duce nobili, qui cum sua manu dicitur Romulo venisse
auxilio contra 7atium 3 regem. Hinc post Caelis 4 obitum, quod
nimis munita loca tenerent neque sine suspicione essent, deducti dicuntur
in planum. Ab eis dictus Vicus Tuscus, et ideo ibi Vortumnum stare, quod
is deus Etruriae princeps; de Caelianis qui a suspicione liberi
essent, traductos in eum locum qui vocatur Cfleliolum. 4-7.
Cum Cflelio 1 coniunctum Carinae et inter eas quern locum Caer(i)o/ensem
2 appellatum apparet, § 45. 1 L. Sp., for sacraria in septem et uiginti
partis. 2 Ijaetus, for urbi. 3 Aug., for suburbana F 1, subura F 2
. § 46. 1 Aug., with B,for suburbanae. 2 Frag. Cass., for
uibenno / cf. Tacitus, Ann. iv. 65. 3 Puccius, \oith Servius in Aen. v.
560, for latinum. 4 Coelis Aug., for celii. § 47. 1 Laetus,
for celion. 2 Kent; Caeliolensem ten Brink {and similarly through the
section); for ceroniensem. * Puppets or dolls made of
rushes, thrown into the Tiber from the Pons Sublicius every year on May
14, as a sacrifice of purification; the distribution of the shrines from
which they were brought was to enable them to take up the pollu-
tion of the entire city. Possibly the dolls were a substitute for human
victims. The name Argei clearly indicates that the ceremony was brought
from Greece. § 46. Comparison with § 47, § 50, § 52, § 54, shows
that shrines of the Argei 6 were distributed among the four sections
of the City. The Argei, they think, were named from the chieftains who
came to Rome with Hercules the Argive, and settled down in
Saturnia. Of these sections, the first is recorded as the Suburan
region, the second the Esquiline, the third the Colline, the fourth the
Palatine. 46. In the section of the Suburan region, the first
shrine ° is located on the Caelian Hill, named from Caeles Yibenna, a
Tuscan leader of distinction, who is said to have come with his followers
to help Romulus against King Tatius. From this hill the followers
of Caeles are said, after his death, to have been brought down into
the level ground, because they were in possession of a location which was
too strongly forti- fied and their loyalty was somewhat under
suspicion. From them was named the Vicus Tuscus ' Tuscan Row,' and
therefore, they say, the statue of Vertumnus stands there, because he is
the chief god of Etruria; but those of the Caelians who were free
from suspicion were removed to that place which is called Caeliohim ' the
little Caelian.' 6 47. Joined to the Caelian is Cannae ' the Keels
'; and between them is the place which is called Caerio- the
sacra Argeorum (§ 50) used princeps, terticeps, etc., to designate
numerically the shrines in each pars; and that the place-name was set in
the nominative alongside the neuter numeral : therefore " the first
is the Caelian Hill " means that the first shrine is located on that
hill. Cf. K. O. Mueller, Zur Topographle Horns : ilber die Fragmenta der
Sacra Argeorum bei V., de Lingua Latlna,v. 8 (pp. 69-94 in C. A.
Bottiger, Archaohgle und Kunst, vol. i., Breslau, 1828). * The
Caeliolum, spoken of also as the Caeliculus (or -um) by Cicero, De liar.
Resp. 15. 32, and as the Caelius Minor by Martial, xii. 18. 6, seems to
have been a smaller and less im- portant section of the Caelian
Hill. quod primae regionis quartum sacrarium scriptum sic est
: Caer(i)olensis 3 : quarticeps 4 circa Minerviuin qua in
Caeli?/(m> monte(m) B itur : in tabernola est. Cflcrolensis s a
Carinarum 7 iunctu dictus; Carinae pote a 8 caeri(m)onia, 9 quod hinc
oritur caput Sacrae Viae ab Streniae sacello quae pertinet in arce(m),
10 qua sacra quotquot mensibus feruntur in arcem et per quam
augures ex arce profecti solent inaugurare. Huius Sacrae Viae pars haec sola volgo nota,
quae est a Foro eunti primore 11 clivo. 48. Eidem regioni
adtributa Subura, quod sub muro terreo Carinarum; in eo est Argeorum
sacel- lum sextum. Subura(m) 1 Iunius scribit ab eo, quod fuerit
sub antiqua urbc; cui testimonium potest esse, quod subest ei 2 loco qui
terreus murus vocatur. Sed (ego a) 3 pago potius Succusano dictam puto
Suc- cusam : (quod in nota etiam) 4 nunc scribitur (SVC) 5 3
Kent, for cerolienses. 4 Aug., for quae
triceps. 5 Aug., for celio monte. 6 Kent, for cerulensis. 7 For
carinaernm. 8 Jordan, for postea. 9 cerimonia Bek- ker, for cerionia. 10
Aug., and Frag. Cass., for arce. 11 Aldus, for primoro. § 48.
1 Wissowa, for subura. 2 Victorius, for et. 3 Added by Laetus (a Frag.
Cass.). 4 Added by Mae., after Quintilian, Inst. Orat. i. 7. 29. 5 Added
by Merck- lin, to fill a gap capable of holding three letters, in F;
cf. Quintilian, loc. cit. § 47. ° That is,
Caeliolensis ' pertaining to the Caeliolus.'' Through separation in
meaning from the primitive, the r has been subject to regular dissimilation
as in caerulus for *catlu- lensis, a obviously because the fourth shrine
of the first region is thus written in the records :
Coeriolensis : fourth 6 shrine, near the temple of Minerva, in the
street by which you go up the Caelian Hill; it is in a booth.'
Caeriolensis is so called from the joining of the Carinae with the
Caelian. Carinae is perhaps from caerimonia ' ceremony,' because from
here starts the beginning of the Sacred Way, which extends from the
Chapel of Strenia d to the citadel, by which the offerings are
brought ever)' year to the citadel, and by which the augurs regularly set
out from the citadel for the observation of the birds. Of this Sacred
Way, this is the only part commonly known, namely the part which is
at the beginning of the Ascent as you go from the Forum. 48.
To the same region is assigned the Subura, which is beneath the
earth-wall of the Cannae; in it is the sixth chapel of the Argei. Junius
6 writes that Subura is so named because it was at the foot of the
old city (sub urbe); proof of which may be in the fact that it is under
that place which is called the earth- wall. But I rather think that from
the Succusan dis- trict it was called Succusa; for even now when
abbre- viated it is written SVC, with C and not B as third
his, Parilia for Palilia; possibly association with Carinae
furthered the change. * Cf. § 46, note a. e The words sinistra via or
dexteriore via may have been lost before in tabernola; cf. ten Brink's
note. d A goddess of health and physical well-being. § 48.
" Etymology entirely uncertain. The neuters quod and in eo,
referring to Subura, mutually support each other. 6 M. Junius Gracchanus,
contemporary and partisan of the Gracchi; page 1 1 Huschke. He wrote an
antiquarian work Be Potestatibus. 45 V.
tertia littera C, non B. Pagus Succusanus, quod succurrit
Carinis. 49. Sccundac rcgionis Esquiliae. 1 Alii has scrip-
serunt ab excubiis regis dictas, alii ab eo quod (aes- culis} 2 excultae
a rege Tullio essent. Huic origini magis concinunt loca vicina, 3 quod
ibi lucus dicitur Facutalis et Larum Querquetulanum sacellum et
l?*cus 4 Mefitis et Iunonis Lucinae, quorum angusti fines. Non mirum : iam diu enim late avaritia una
(domina) 5 est. 50. Esquiliae duo montes habiti, quod pars
(Op- pius pars) 1 Cespzus 2 mons suo antiquo nomine etiam nunc in
sacris appellatur. In Sacris Argeorum scriptum sic est :
Oppius Mons : princeps quili(i>s 3 u/s 4 l?. 4 Sunt qui, quod
ibi vimineta 5 fuerint. Coin's 6 Quirinalis, (quod ibi) 7 Quirini fanum.
Sunt qui a Quiritibus, qui cum Tatio Curibus venerunt ad Roma(m), 8 quod
ibi habuerint castra. 52. Quod vocabulum coniunctarum
regionum nomina obliteravit. Dictos enim collis pluris apparet ex
Argeorum Sacrificiis, in quibus scriptum sic est : Collis
Quirinalis : terticeps cis 1 aedem Quirini. Collis Salutaris : quarticeps
adversum est polinar cis 2 aedem Salutis. 13 Mue., for
sceptius. 14 Mue., for
quinticepsois. 15 Laetus, for lacum. 16 Scaliger, for esquilinis.
§ 51. 1 L. Sp., for colles. 2 Laetus, for uiminales. 3 Aug., with
B, for uimino / cf Festus, 376 a 10 M. 4 L. Sp., after ten Brink (arae
eius), for arae. 6 O, Aug., for uiminata. 6 Laetus, for colles. 7 Added
by L. Sp. 8 Ten Brink; Romam Laetus; for ab Roma. § 52. 1
Mue., for terticepsois. 2 Apollinar cis Mue., for pilonarois.
c Apparently to be associated with putidus ' stinking,'
because of the mention of Mefitis a few lines before; but if so, the oe
is a false archaic spelling, out of place in putidus and its kin. Another
possibility is that it is to be connected with the plebeian gens Poetelia;
one of this name was a member of the Second Decemvirate, 450 b.c. d That
is, adjacent to the sacristan's dwelling. Cespian Hill : fifth shrine,
this side of the Poetelian " Grove; it is on the Esquiline.
Cespian Hill : sixth shrine, at the temple of Juno Lucina, where
the sacristan customarily dwells.* 51. To the third region belong
five hills, named from sanctuaries of gods; among these hills are
two that are well-known. The .Viminal Hill got its name from
Jupiter Viminius ' of the Osiers,' because there was his altar; ■ but
there are some a who assign its name to the fact that there were vimineta
' willow- copses ' there. The Quirinal Hill was so named because
there was the sanctuary of Quirinus 6; others c say that it is derived
from the Quirites, who came with Tatius from Cures d to the vicinity
of Rome, because there they established their camp. 52. This
name has caused the names of the adjacent localities to be forgotten. For
that there were other hills with their own names, is clear from the
Sacrifices of the Argei, in which there is a record to this effect °
: Quirinal Hill : third shrine, this side of the temple of
Quirinus. Salutary Hill * : fourth shrine, opposite the temple
of Apollo, this side of the temple of Salus. §51. "Page
118 Funaioli. b Quirinalis, Quirinus, Quirites belong together; but Cures
is probably to be kept apart. c Page 116 Funaioli. d An ancient city of
the Sabines, about twenty-four miles from Rome, the city of Tatius
and the birthplace of Xnma Pompilius, successor of Romulus; cf. Livy, i.
13, 18. § 53. ° Page 6 Preibisch. 6 Sal u tar is, from salus '
preservation '; the temple perhaps marked the place of a victory in a
critical battle, or commemorated the end of a pestilence. We do not know
whether this Salus was the same as Iuppiter Salutaris. mentioned by
Cicero, De Finibus, iii. 20. 66; cf. the Greek Zevs aarrqp ' Zeus the
Saviour.' vol. l E 49 V. Collis Mucialis : quinticeps apud aedem Dei Fidi 3;
in delubro, ubi aeditumus habere solet. Colli's 4 Latiaris 5
: sexticeps in Vico Instef'ano 6 summo, apud au(gu)raculum'; aedificium
solum est. Horum deorum arae, a quibus cognomina habent, in
cius regionis partibus sunt. 53. Quartae regionis Palatium, quod
Pallantes cum Euandro venerunt, qui et Palatini; (alii quod
Palatini), 1 aborigines ex agro Reatino, qui appeliatur Palatium, ibi
conse(de)runt 2; sed hoc alii a Palanto 3 uxore Latini putarunt. Eundem hunc locum a pecore
dictum putant quidam; itaque Naevius Balatium appellat. 5 1.
Huic Cermalum et Velias 1 coniunxerunt, quod in hac rcgione 2 scriptum
est : Germalense : quinticeps apud aedem Romuli.
Et Veliense 3 : sexticeps in Velia apud aedem deum
Penatium. 3 For de i de fidi. 4 For colles. 5 M, Laetus, for
latioris. 6 Jordan, for
instelano; cf Livy, xxiv. 10. 8, in vico Insteio. 7 Turtiebus,for
auraculum. § 53. 1 Added by A. Sp. 2 Fray. Cass., M, Laetus,
for conserunt. 3 Mite., (Palantho L. Sp.), for palantio / cf Fest. 220. 6
M. § 54. 1 For uellias. 2 M, Laetus, for religione. 3
Bentlnus, for uelienses. c 3Ivcialis, apparently from the gens
Mucia; the first known Mucius was the one who on failing to assassinate
Porsenna, the Etruscan king who was besieging Pome, burned his
right hand over the altar-fire and thus gained the cognomen Scae-
vola ' Lefty.' Several Mucii with the cognomen Scaevola were prominent in
the political and legal life of Rome from 215 to 82 b.c. d Detts Fidivs
was an aspect of Jupiter; cf. Greek Zev? marios. e Latiaris 'pertaining
to Latium'; Iuppiter Latiaris was the guardian deity of the Latin
Con- federation, cf. Cicero, Pro Milone, 31. 85. Mucial Hill
e : fifth shrine, at the temple of the God of Faith, 4 in the chapel
where the sacristan customarily dwells. Latiary Hill * : sixth
shrine, at the top of Insteian Row, at the augurs' place of observation;
it is the only building. The altars of these gods, from which they
have their surnames, are in the various parts of this region.
53. To the fourth region belongs the Palatine, so called because
the Pallantes came there* with Evan- der, and they were called also Palatines;
others think that it was because Palatines, aboriginal inhabitants
of a Reatine district called Palatium, 6 settled there; but others c
thought that it was from Palanto, d wife of Latinus. This same place
certain authorities think was named from the pecus ' flocks ';
therefore Naevius e calls it the Balalium f ' Bleat-ine.' 54.
To this they joined the Cermalus ° and the Veliae, 6 because in the
account of this region it is thus recorded c : Germalian :
fifth shrine, at the temple of Romulus, and Velian :
sixth shrine, on the Velia, at the temple of the deified Penates.
§ 53. ° For Palatium, there is no convincing etymology. 6 An
ancient city of the Sabines, on the Via Salaria, forty- eight miles from
Rome, on the banks of the river Velinus. ' Page 116 Funaioli. 4 According
to Festus, 220. 5 M., Palanto was the mother of Latinus; she is called
Pallantia by Servius in Jen. viii. 51. e Frag. Poet. Rom. 28 Baeh-
rens; R.O.L. ii. 56-57 Warmington. 'As though from balare ' to bleat.'
§ 54. "There is no etymology for Cermalus; the word began with
C, but for etymological purposes V. begins it with G, relying on the fact
that in older Latin C represented two sounds, c and g. 6 Apparently used
both in the singular, Velia, and in the plural, Veliae; there is no
ety- mology. e Page 7 Preibisch. Germalum a germanis Romulo et Remo,
quod ad ficum ruminalem, et ii ibi inventi, quo aqua hiberna
Tiberis eos detulerat in alveolo expositos. Veliae unde essent plures
accepi causas, in quis quod ibi pastores Palatini ex ovibus 4 ante
tonsuram inventam vellere lanam sint soliti, a quo vellera 5
dieuntur. IX. 55. Ager Romanus primum divisus in partis tris,
a quo tribus appellata Tztiensium, 1 Ramnium, Lueerum. Nominatae, ut ait
Ennius, Titienses ab Tatio, Ramnenses ab Romulo, Lueeres, ut
Iunius, ab Lueumone; sed omnia haee voeabula Tusca, ut Volnius, qui
tragoedias 2 Tuscas seripsit, dicebat. 56. Ab hoe partes 1 quoque
quattuor urbis tribus dietae,ab loeis Suburana, Palatina, Esquilina,
Collina; quinta, quod sub Roma, Romilia; sic reliquae 2 tri(gin)ta
3 ab his rebus quibus in Tribu(u)m Libro 4 scripsi. X. 57.
Quod ad loca quaeque his coniuneta fuerunt, 4 Victorius, for
quibus. 5 Laetvs, for uelleinera (uellaera Frag. Cass.). §
55. 1 Groth, for tatiensium. 2 For tragaedias. § 56. 1 For partis.
2 For reliqna, altered from re- liquae. 3 Turnebus, for trita. 4 Frag.
Cass., L. Sp., for libros. d Page 118 Funaioli.
§ 55. ° Roman possessions in land, both state property and private
estates; as opposed to ager peregrinus ' foreign land.' 6 None of the
etymologies is probable, which is not surprising, as they were of
non-Latin origin, whether or not they were Etruscan. e Ann. i. frag. lix.
Vahlen 2; R.O.L. i. 38-39 Warmington. d Page 121 Funaioli; page 11
Huschke. e Page 126 Funaioli; Volnius is not mentioned elsewhere.
§ 56. ° The four vrbanae tribus ' city tribes.' 6 The , V.
5±-57 Germalus, they say, is from the germani ' brothers
' Romulus and Remus, because it is beside the Fig-tree of the
Suckling, and they were found there, where the Tiber's winter flood had
brought them when they had been put out in a basket. For the source of
the name Veliae I have found several reasons/* among them, that
there the shepherds of the Palatine, before the invention of shearing,
used to vellere ' pluck ' the wool from the sheep, from which the vellera
' fleeces ' were named. IX. 55. The Roman field-land a was at
first divided into tris ' three ' parts, from which they called the
Titienses, the Ramnes, and the Luceres each a tribus ' tribe.' These
tribes were named, 6 as Ennius says," the Titienses from Tatius, the
Ramnenses from Romulus, the Luceres, according to Junius/* from
Lucumo; but all these words are Etruscan, as Vol- nius, e who wrote
tragedies in Etruscan, stated. 56. From this, four parts of the
City also were used as names of tribes, the Suburan, the Palatine,
the Esquiline, the Colline, a from the places; a fifth, because it was
sub Roma ' beneath the walls of Rome,' M as called Romilian 6; so also
the remaining thirty c from those causes which ris. 1 A qua vi natis
dicta vita et illud a Lucilio : Vis est vita, vides, vis nos
facere omnia cogit. 64. Quare quod caelum principium, ab satu
est dictus Saturnus, et quod ignis, Saturnalibus cerei superioribus
mittuntur. Terra Ops, quod hie omne opus et hac opus ad vivendum, et ideo
dicitur Ops mater, quod terra mater. Haec enim Terris gentis
omnis peperit et resumit denuo, quae Dat cibaria,
8 Sciop.,/or uiere est uincere. 4 Scaliger, for palmam. § 63.
1 L. Sp.; significantes Veneris Laetus; for signi- ficantes se
ueris. ' Vincire is in fact derived from an extension of the
root seen in viere. 3 25 Vahlen 2; R.O.L. i. 404-405 Warming- ton.
h Palma and paria are etymologically separate. § 63. A Greek
legend, invented to connect the name of Aphrodite with dpos ' foam '; cf.
Hesiod, Theogony, 188- 198. The name Aphrodite is probably of Semitic
origin. itself, from vinctura ' binding,' said vieri ' to be
plaited,' that is, vinciri ' to be bound ' f; whence there is the
line in Ennius's Sota 9 : The lustful pair were going, to plait the
Love-god's garland. Palma ' palm ' is so named because, being
naturally bound on both sides, it has paria ' equal * leaves.^
63. The poets, in that they say that the fiery seed fell from the
Sky into the sea and Venus was born "from the foam-masses," °
through the conjunction of fire and moisture, are indicating that the vis
' force' which they have is that of Venus. Those born of this vis
have what is called vita 6 ' life,' and that was meant by Lucilius c :
Life is force, you see; to do everything force doth compel
us. 64. Wherefore because the Sky is the beginning, Saturn
was named from satus a ' sowing '; and because fire is a beginning,
waxlights are presented to patrons at the Saturnalia. 6 Ops c is the
Earth, be- cause in it is every opus ' work ' and there is opus '
need ' of it for living, and therefore Ops is called mother, because the
Earth is the. mother. For she d All men hath produced in all the
lands, and takes them back again, she who Gives
the rations, * Vis and vita are not connected etymological ly. e
1340 Marx. § 64. ° This etymology is unlikely. * Confirmed
by Festus, 54. 16 M. e Ops and opus are connected ety- mologically.
d Ennius, Varia, 48 Vahlen 2; R.O.L. i. 412- 413 Warmington. 61 V.
ut ait Ennius, quae Quod gerit fruges, Ceres;
antiquis enim quod nunc G C. 1 65. Idem hi dei Caelum et
Terra Iupiter et Iuno, quod ut ait Ennius : Istic est is
Iupiter quem dico, quern Grneci vocant Aerem, qui ventus est et nubes,
imber postea, Atque ex imbre frigus, verities 1 post fit, aer
denuo. Hacc(e) 2 propter Iupiter sunt ista quae dico tibi, Qui 3
mortalis, (arva) 4 atque urbes beluasque omnis iuvat. Quod
hi(n)c 5 omnes et sub hoc, eundem appellans dicit : Divumque
hominumque pater rex. Pater, quod patefacit semen : nam turn esse 8
con- ceptual (pat)et, 7 inde cum exit quod oritur. 66. Hoc
idem magis ostendit antiquius Iovis nomen : nam olim Diovis et
Di(e)spiter 1 dictus, id est dies pater; a quo dei dicti qui inde, et
diws 2 et § 64. 1 Lachmann; C quod nunc G Mite.; for quod nunc et. §
65. 1 Laetus, for uentis. 2 Mor. Jlaupt; haecce Mae.; for haec. 3 Aug.,
with B, for qua. 4 Added by Schoell. 5 L. Sp., for hie. 6 Mue., for
est. 7 Mue., for et. § 66. 1 Laetus, for dispiter. 2
Bentinus, for dies. 'Varia, 49-50 Vahlen 2; R.O.L. i.
412-413 Warmington; gerit and Ceres are not connected. / There was a
time when C had its original value g (as in Greek, where the third
letter is gamma) and had taken over also the value of K. The use of the
symbol G for the sound g was later. C in the value g survived in C. =
Gaius, Cn. = Gnaeus. § 65. Varia, 54-58 Vahlen 2; R.O.L. i. 414-415
Warm- ington. * Iupiter and iuvare are not related. c An- as Ennius
says, e who Is Ceres, since she brings (gerit) the fruits.
For with the ancients, what is now G, was written C/ 65. These same
gods Sky and Earth are Jupiter and Juno, because, as Ennius says,°
That one is the Jupiter of whom I speak, whom Grecians call
Air; who is the windy blast and cloud, and after- wards the rain;
After rain, the cold; he then becomes again the wind and air.
This is why those things of which I speak to you are Jupiter
: Help he gives * to men, to fields and cities, and to
beasties all. Because all come from him and are under him, he
addresses him with the words c : O father and king of the gods and
the mortals. Pater ' father ' because he patefacit d ' makes
evident ' the seed; for then it patet ' is evident ' that concep-
tion has taken place, when that which is born comes out from it.
66. This same thing the more ancient name of J upiter a shows even
better : for of old he was called Diovis and Diespiter, that is, dies
pater ' Father Day " b; from which they who come from him are called
dei ' deities,' and dius ' god ' and divum ' sky,' whence sub divo
' under the sky,' and Dius Fidius ' god of nates, 5S0 Vahlen 2;
R.O.L. i. 168-169 Warmington. d Pater and patere are not related.
§ 66. ° Iu- in Iupiter, Diovis, Dies, deus, Dius, divum belong
together by etymology. b K. O. Mueller thought that Yarro meant dies as
the old genitive, ' father of the day,' instead of as a nominative in
apposition; but this is hardly likely. 63 V.
divum, unde sub divo, Dius Fidius. Itaque inde eius
perforatum tectum, ut ea videatur divum, id est caelum. Quidam negant sub
tecto per hunc deierare oportere. Aelius Dium Fid(i)um dicebat
Diovis filium, ut Grceci Aiocr/vopoi' Castorem, et putabat 3 hunc
esse Sancum 4 ab Safeina lingua et Herculem a Graeca. Idem hie Dis 5
pater dicitur infimus, qui est coniunctus terrae, ubi omnia (ut) 6
oriuntur ita? abori- untur; quorum quod finis ortu(u)m, Orcus 8
dictus. 67. Quod Iovis Iuno coniunx et is Caelum, haec Terra,
quae eadem Tellus, et ca dicta, quod una iuvat cum love, Iuno, et Regina,
quod huius omnia ter- restria. 68. Sol 1 vel quod ita
Sa&ini, vel (quod) 2 solus 3 ita lucet, ut ex eo dco dies sit. Luna,
vel quod sola lucet noctu. Itaque ea dicta Noctiluca in Palatio :
nam i.bi noctu lucet templum. Hanc ut Solem Apollinem quidam Dianam
vocant (Apollinis vocabulum Grae- cum alterum, altcrum Latinum), et hinc
quod luna in altitudinem et latitudinem simul it, 4 Diviana appel-
lata. Hinc Epicharmus Ennii Proserpinam quoque 3 Puccius, for
putabant. 4 Scaliger, for sanctum. 6 Mm., for dies. 6 Added by Miie. 7
Mue., for ui. 8 Tnrnebus, for ortus. § 68. 1 Laetus, with M,
for sola. 2 Added by Aug., with B. 3 Sclop., for solum. 4 L. Sp., for
et. c Page 60 Funaioli. d Sabine Sancus and the
Umbrian divine epithet Sangio- are connected with Latin sanclre '
to make sacred,' sacer 'sacred.' ' Dis is the short form of dives '
rich,' cf. the genitive divitis or ditis, and is not con- nected with
dies; it is a translation of the Greek ITAoutoji' ' Pluto,' as 'the rich
one,' from -ttXoCtos 'wealth.' f The Italic god of death, not connected
with ortus, but perhaps with arcere ' to hem in,' as ' the one who
restrains the dead.' § 67. a Not connected either with Iupiter or with
iitvare. 64 OX THE LATIN LANGUAGE, V.
6&-68 faith.' Thus from this reason the roof of his
temple is pierced with holes, that in this way the divum, which is
the caelum ' sky,' may be seen. Some say that it is improper to take an
oath by his name, when you are under a roof. Aelius c said that Dins
Fidius was a son of Diovis, just as the Greeks call Castor the son
of Zeus, and he thought that he was Sancus in the Sabine tongue, d and
Hercules in Greek. He is like- wise called Dispater e in his lowest
capacity, when he is joined to the earth, where all things vanish
away even as they originate; and because he is the end of these
ortus ' creations,' he is called OrcusJ 67. Because Juno is
Jupiter's wife, and he is Sky, she Terra ' Earth,' the same as Tellus '
Earth,' she also, because she iuvat ' helps ' una ' along ' with
Jupiter, is called Juno,° and Regina ' Queen,' because all earthly things
are hers. 68. Sol a ' Sun ' is so named either because the
Sabines called him thus, or because he solus ' alone ' shines in such a
way that from this god there is the daylight. Luna ' Moon ' is so named
certainly be- cause she alone ' lucet ' shines at night. Therefore
she is called Noctiluca ' Night-Shiner ' on the Pala- tine; for there her
temple noctu lucet ' shines by night.' 6 Certain persons call her Diana,
just as they call the Sun Apollo (the one name, that of Apollo, is
Greek, the other Latin); and from the fact that the Moon goes both high
and widely, she is called Diviana. c From the fact that the Moon is wont
to be under the § 6S. " Not connected with solus. * Either
because the white marble gleams in the moonlight, or because a
light was kept burning there all night. 'An artificially pro-
longed form of Diana; V. seems to have had in mind deviare ' to go aside
' as its basis. vol. if appellat, quod solet esse sub terris. Dicta
Proserpina, quod haec ut serpens modo in dexteram modo in
sinisteram partem late movetur. Serpere et proser- pere idem dicebant, ut Plautus
quod scribit : Quasi proserpens bestia. 69. Quae ideo
quoque videtur ab Latinis Iuno Lucina dicta vel quod est e(t) 1 Terra, ut
physici dicunt, et lucet; vel quod 2 ab luce eius qua quis
conceptus est usque ad earn, qua partus quis in lucem, (l)una 3 iuvat,
donee mensibus actis produxit in lucem, ficta ab iuvando et luce Iuno
Lucina. A quo parientes earn invocant : luna enim nascentium dux
quod menses huius. Hoc vidisse antiquas apparet, quod mulieres potissimum
supercilia sua attribuerunt ei deae. Hie enim debuit maxime collocari
Iuno Lucina, ubi ab diis lux datur oculis. 70. Ignis a
(g)nascendo, 1 quod hinc nascitur et omne quod nascitur ignis s(uc)cendit
2; ideo calet, ut qui denascitur eum amittit ac frigescit. Ab ignis iam
maiore vi ac violentia Volcanus dictus. Ab eo quod § 69. 1 L. Sp., for e . 2 For quod
uel. 3 Sciop., for una. § 70. 1 Mue., for nascendo. 2 OS.,
for scindit. d Ennius, Varia, 59 Vahlen 2 . Proserpina is really
borrowed from Greek Hepoe6vri, but transformed in popular speech
into a word seemingly of Latin antecedents. e Poenulus 1034, Stichus 724;
in both passages meaning a snake. § 69. ° Lucina, from lux '
light,' indicates Juno as goddess of child-birth. 6 Equal to ' full
moon,' or ' month.' lands as -well as over them, Ennius's Epicharmus
calls her Proserpina.* Proserpina received her name because she,
like a serpens ' creeper,' moves widely now to the right, now to the
left. Serpere ' to creep ' and proserpere ' to creep forward ' meant the
same thing, as Plautus means in what he writes e : Like a
forward-creeping beast. 69. She appears therefore to be called by
the Latins also Juno Lucina, either because she is also the Earth,
as the natural scientists say, and lucet ' shines '; or because from that
light of hers 6 in which a conception takes place until that one in
which there is a birth into the light, the Moon continues to help,
until she has brought it forth into the light when the months are past, the
name Juno Lucina was made from iuvare ' to help ' and lux ' light.' From
this fact women in child-birth invoke her; for the Moon is the
guide of those that are born, since the months belong to her. It is clear
that the women of olden times observed this, because women have given
this goddess credit notably for their eyebrows." For Juno
Lucina ought especially to be established in places where the gods
give light to our eyes. 70. Ignis ' fire ' is named from gnasci a
'to be born,' because from it there is birth, and everything which
is born the fire enkindles; therefore it is hot, just as he who dies
loses the fire and becomes cold. From the fire's vis ac violentia ' force
and violence,' now in greater measure, Vulcan was named." From
the fact that fire on account of its brightness fulget e Because
the eyebrows protect the eyes by which we enjoy the light (Festus, 305 b
10 M.). § 70. a False etymologies. ignis propter splendoreni fulget,
fulgwr 3 et fulmen, et fulgur(itum) 4 quod fulmine ictum. 71.
(In) 1 contrariis diis, ab aquae lapsu lubrico lt/mpha. Lympha Iuturna
quae iuvaret : itaque multi aegroti propter id nomen hinc aquam
petere solent. A fontibus et fluminibus ac ceteris aqm's 2 dei, ut
Tiberinus ab Tiberi, et ab lacu Velini Velinia, et Lymphae Com(m)otiZ(e)s
3 ad lacum Cutiliensem a commotu, quod ibi insula in aqua
commovetur. 72. Neptunus, quod mare terras obnubit ut nubes
caelum, ab nuptu, id est opertione, ut antiqui, a quo nuptiae, nuptus
dictus. Salacia Neptuni ab salo. Vem'lia 1
a veniendo ac vento illo, quern Plautus dicit : Quod ille 2 dixit
qui secundo vento vectus est Tranquillo mari, 3 ventum gaudeo.
73. Bellona ab
bello nunc, quae Duellona a duello. 3 Canal, for fulgor. 4
Turnebus, for fulgur. § 71. 1 Added by Madvig, who began the
sentence here instead of after diis. 2 V, p,for ceteras aquas. 3
GS„ for comitiis. § 72. 1 Aug., for uenelia. 2 mss. of
Plautus, for ibi F. 3 mss. of Plautus have mare. 6 The
three words are from fulgere ' to flash '; but the -Hum of fulguritum is
suflixal only, and is not connected with ictum. § 71. °
Properly from the Greek vu^ij, with dissimilative change of the first
consonant. 6 The first part may be the same element seen in Iupiter, but
is certainly not connected with iuvare. e A lake in the Sabine country,
formed by the spreading out of the Avens River a few miles southeast
of Interamna. d A lake in the Sabine country, a few miles east of
Reate, in which there was a floating island which drifted with the
wind. § 72. ° Neptunus is not connected with the other words,
though nubes may perhaps be related to nubere and its' flashes,' come fulgur '
lightning-flash ' and fulmen ' thunderbolt,' and what has been fulmine
ictum ' hit by a thunderbolt ' is catted fulguritum. b 71.
Among deities of an opposite kind, Lympha a ' water-nymph ' is derived
from the water's lapsus lubricits ' slippery gliding.' Juturna 6 was a
nymph whose function was ittvare ' to give help '; therefore many
sick persons, on account of this name, are wont to seek water from her
spring. From springs and rivers and the other waters gods are named,
as Tiberinus from the river Tiber, and Yelinia from the lake of the
Velinus, c and the Commotiles ' Restless ' Nymphs at the Cutilian Lake, d
from the commotus ' motion,' because there an island commovetar '
moves about ' in the water. 72. Neptune, because the sea
veils the lands as the clouds veil the sky, gets his name from
nuptus ' veiling,' that is, opertio ' covering,' as the ancients
said; from which nupiiae ' wedding,' nuptus ' wed- lock ' are derived.
Salacia, 6 wife of Neptune, got her name from salum ' the surging sea.'
Venilia c was named from venire ' to come ' and that ventus ' wind
' which Plautus mentions d : As that one said who with a
favouring wind was borne Over a placid sea : I'm glad I went.*
73. Bellona ' Goddess of War ' is said now, from helium a ' war,'
which formerly was Duellona, from derivatives. 6 Almost certainly
an abstract substantive to salax ' fond of leaping, lustful, provoking
lust *; though popularly associated with salum. c There is a Venilia
in the Aeneid, x. 76, a sea-nymph who is the mother of Turnns. d
Cistellaria, 14-15. * Punning on ventum. : the last phrase may mean also
" I'm glad there was a wind." § 73. ' Correct.
69 V. Mars ab eo quod maribus in
bello praeest, aut quod Sabinis acceptus ibi est Mamers. Quirinus a
Quiri- tibus. Virtus ut viri^us 1 a virilitate. Honos ab 2 onere : itaque honestum
dicitur quod oneratum, et dictum : Onus est honos qui
sustinet rem publicam. Castoris nomen Graecum, Pollucis a Graecis;
in Latinis litteris veteribus nomen quod est, inscribitur ut
IloXvSevK-qs 3 Polluces, non ut nunc 4 Pollux. Con- cordia a corde congruente. 74.
Feronia, Minerva, Novensides a Sa&inis. Paulo aliter ab eisdem dicimus haec : Palem, 1
Vestam, Salutem, Fortunam, Fontem, Fidem. E(t> arae 2 Sabinum
linguam olent, quae Tati regis voto sunt Romae dedicatae : nam, ut
annales dicunt, vovit Opi, Florae, Vediovi 3 Saturnoque, Soli, Lunae,
Volcano ct Summano, itemque Larundae, Termino, Quirino, Vortumno,
Laribus, Dianae Lucinaeque; e quis non- nulla nomina in utraque lingua
habent radices, ut arbores quae in confinio natae in utroque agro
ser- § 73. 1 Scaliger, for uiri ius. 2 After ab, Woelfflin
deleted honesto. 3 For pollideuces. 4 For nuns. § 74. 1 Scaliger,
for hecralem. 2 Mue., for ea re. 3 Mue., for floreue dioioui.
6 Mars and Mamers go together, but mares ' males ' is quite
distinct. c Virtus is in fact from vir. d Honos and onus are quite
distinct. * Com. Rom. Frag., page 147 Ribbeck 3 . 'As in inscriptions,
where such spellings are found. 9 Essentially correct. § 74.
° An old Italian goddess, later identified with Juno. 6 Apparently ' new
settlers,' from novus and insidere, used of the gods brought from
elsewhere as distinct from the indigetes or native gods. c It is unlikely
that all the deities of the duellum. Mars is named from the fact that he
com- mands the mares ' males ' in war, or that he is called Mamers
6 among the Sabines, with whom he is a favourite. Quirinus is from
Quirites. Virtus ' valour,' as viritus, is from virilitas ' manhood.' e
Honos ' honour, office ' is said from onus d ' burden '; therefore
hones- turn ' honourable ' is said of that which is oneratum '
loaded with burdens,' and it has been said : Full onerous is the
honour which maintains the state/ The name of Castor is Greek, that
of Pollux likewise from the Greeks; the form of the name which is
found in old Latin literature 1 is Polluces, like Greek lloXvSevKijs, not
Pollux as it is now. Concordia ' Con- cord ' is from the cor congruens '
harmonious heart.' 9 74. Feronia, a Minerva, the Novensides 6 are
from the Sabines. With slight changes, we say the follow- ing, also
from the same people c : Pales, d Vesta, Salus, Fortune, Fons, e Fides '
Faith.' There is scent of the speech of the Sabines about the altars
also, which by the vow of King Tatius were dedicated at Rome : for,
as the Annals tell, he vowed altars to Ops, Flora, Vediovis and Saturn,
Sun, Moon, Vulcan and Summa- nus, f &nd likewise to Larunda, 9
Terminus, Quirinus, V er- tumnus, the Lares, Diana and Lucina; some of
these names have roots in both languages,* like trees which have
sprung up on the boundary line and creep about next two lists were
brought in from elsewhere; many of the names are perfectly Roman. d
Goddess of the shepherds, who protected them and their flocks. ' God of
Springs; cf. vi. 22. 1 A mysterious deity who was considered
responsible for lightning at night. * Called also Lara, a tale-bearing
nymph whom Jupiter deprived of the power of speech. * Quite possible, but
very unlikely in the cases of Saturn and Diana. pwnt* : potest enim Saturnus hie
de alia causa esse dictus atque in Sabinis, et sic Diana, 5 de quibus
supra dictum est. XL 75. Quod ad immortalis attinet, haec;
de- inceps quod ad mortalis attinet videamus. De his animalia in
tribus locis quod sunt, in aere, in aqua, in terra, a summa parte (ad) 1
infimam descendam. Primum nomm(a) omm'wm 2 : alites (ab) alis, 3
volucres a volatu. Deinde generatim : de his pleraeque ab suis
vocibus ut haec : upupa, cuculus, corvus, Airundo, ulula,bubo; item haec
: pavo, anser,gallina,columba. 76. Sunt quae aliis de causis
appellatae, ut noctua, quod noctu canit et vigilat, lusci(ni)ola, 1 quod
luctuose canere existimatur atque esse ex Attica Progne in luctu
facta avis. Sic galeritfus 2 et motacilla, altera quod in capite habet
plumam elatam, altera quod semper movet caudam. Merula, quod mera, id
est sola, volitat; contra ab eo graguli, quod gregatim, * For
serpent. 5 Aldus, for
dianae. §75. 1 Added by O, II. 2 Fay; nomen omnium Mite.; for
nomen nominem. 3 Aug., for alii. §76. 1 Victorius, for lusciola. 2
Aug., with B, for galericus. * Saturn in § 64, Diana
in § 68. §75. "The first six, except hirvndo (of unknown
ety- mology), are onomatopoeic. Of the last four, pavo is borrowed
from an Oriental language; anser is an old Indo- European word; gallina
is ' the Gallic bird '; cohimba is named from its colour.
§76. "Perhaps correct, if from luges-cania 'sorrow- singer.' *
Procne, daughter of Pandion king of Athens and wife of Tereus king of
Thrace, killed her son Itys and served him to his father for food, in
revenge for his ill-treat- ment and infidelity; see Ovid, Metamorphoses,
vi. 424-674. c Literally ' hooded,' wearing a galerum or hood-like
helmet. d If not correct, then a very reasonable popular
etymology. in both fields : for Saturn might be used as the god's
name from one source here, and from another among the Sabines, and so
also Diana; these names I have discussed above.* XL 75. This
is what has to do with the immortals; next let us look at that which has
to do with mortal creatures. Amongst these are the animals, and
because they abide in three places — in the air, in the water, and on the
land — I shall start from the highest place and come down to the lowest.
First the names of them all, collectively : alites ' winged birds '
from their alae ' wings,' volucres ' fliers ' from volaius '
flight.' Next by kinds : of these, very many are named from their
cries, as are these : upupa ' hoopoe,' cuculus ' cuckoo,' corvus '
raven,' hirundo ' swallow,' ulula ' screech-owl,' bubo ' horned owl ';
likewise these : pavo ' peacock,' anser ' goose,' gallina ' hen,'
columba ' dove.' ° 76. Some got their names from other
reasons, such as the noctua ' night-owl,' because it stays awake
and hoots noctu ' by night,' and the lusciniola ' night- ingale,' because
it is thought to canere ' sing ' luctuose ' sorrowfully ' ° and to have
been transformed from the Athenian Procne 6 in her luctus ' sorrow,' into
a bird. Likewise the galeritus c ' crested lark ' and the motacilla
' wagtail,' the one because it has a feather standing up on its head, the
other because it is always moving its tail."* The merula ' blackbird
' is so named because it flies mera ' unmixed,' that is, alone e;
on the other hand, the graguli f 'jackdaws ' got their names
because they fly gregatim ' in flocks,' as certain e That is,
without other birds, like wine without water : an absurd etymology. f
Properly graculi; not connected with greges. ut quidam Graeci greges
yepyepa. Ficedula(e) 3 et miliariae a cibo,
quod alterae fico, alterae milio fiunt pingues. XII. 77.
Aquatilium vocabula animalium partim sunt vernacula, partim peregrina.
Foris muraena, quod p.vpa.iva Gracce, cybium 1 et thynnus, cuius
item partes Graecis vocabulis omnes, ut melander atque uraeon.
Vocabula piscium pleraque translata a ter- restribus ex aliqua parte
similibus rebus, ut anguilla, lingulaca, sudis 2; alia a coloribus, ut
haec : asellus, umbra, turdus; alia a vi quadam, ut haec : lupus,
canicula, torpedo. Item in conchyliis aliqua ex Graecis, ut peloris,
ostrea, echinus. Vernacula ad similitudinem, ut surenae, 3 pectunculi,
ungues. XIII. 78. Sunt etiam animalia in aqua, quae in terram
interdum exeant : alia Graecis vocabulis, ut pohypus, hzppo(s) potamios,
1 crocodilos, 3 alia Latinis, 3 Ed. Veneta, for ficedula. §77. 1 Aldus, for
cytybium. 2 Aldus, for lingula casudis. 3 For syrenae. § 78.
1 L. Sp., for yppo potamios. 2 For crocodillos. 9 Correct; V.,
De Re Rustica, iii. 5. 2, speaks of miliariae as prized delicacies,
raised and fattened for the table. § 77. The identification of many
animals and fishes is quite uncertain, and the translation is therefore
tentative. But the etymological views in § 77 and § 78 are
approximately correct. 6 More precisely, the flesh of the young
tunny salted in cubes. " Seemingly a variant form for melan-
dryon, Greek fie\dv8pvoi> ' slice of the large tunny called He\dv8pvs
or black-oak.' d From Greek ovpatos 'pertain- ing to the tail (oi)pa).'
'Diminutive of anguis 'snake.' / Because flat like a lingua ' tongue ';
lingulaca means also Greeks call greges ' flocks ' yepytpa. Ficedulae '
fig- peckers ' and miliariae ' ortolans ' are named from their
food, 9 because the ones become fat on the Jicus ' fig,' the others on
milium ' millet.' XII. 77. The names of water animals are
some native, some foreign." From abroad come muraena ' moray,'
because it is pvpaiva in Greek, cybium ' young tunny ' 6 and thunnus '
tunny,' all whose parts likewise go by Greek names, as melander '
black-oak-piece ' and uraeon d ' tail-piece.' Very many names of fishes
are transferred from land objects which are like them in some
respect, as anguilla e ' eel,' lingulaca f ' sole,' sudis 9 ' pike.'
Others come from their colours, like these : asellus ' cod,' umbra '
grayling,' turdus ' sea- carp.' h Others come from some physical power,
like these : lupus ' wolf-fish,' canicula ' dogfish,' torpedo 1 electric
ray.' * Likewise among the shellfish there are some from Greek, as
peloris ' mussel,' ostrea ' oyster,' echinus ' sea-urchin '; and also
native words that point out a likeness, as surenaej pectunculi k '
scallops,' ungues 1 ' razor-clams.' XIII. 78. There are also
animals in the water, which at times come out on the land : some
with Greek names, like the octopus, the hippopotamus, the crocodile;
others with Latin names, like rana ' frog,' ' chatter-box,
talkative woman.* ' On land, a ' stake.' * On land, respectively ' little
ass,' ' shadow,' * thrush.' ' On land, respectively ' wolf,' ' little
dog,' ' numbness.' 1 Of unknown meaning, and perhaps a corrupt reading;
Groth, De Codice Florentino, 27 (105), suggests pernae from Pliny, Nat.
Hist, xxxii. 11. 54. 154, who mentions the perna as a sea-mussel standing
on a high foot or stalk, like a haunch of ham with the leg. * On land, '
little combs,' diminutive of pecten. 1 ' Finger-nails '; perhaps not
the razor-clam, but a small clam shaped like the finger-nail.
75 V. ut
rana, (anas), 3 mergus; a quo Graeci ea quae in aqua et terra possunt
vivere vocant dfufiifiia. E quis rana ab sua dicta voce, anas a nando,
mergus quod mergendo in aquam captat escam. 79. Item alia 1
in hoc genere a Graecis, ut quer- quedula, (quod) 2 K€pK?yS?;s, 3 alcedo,
4 quod ea (xAkcwv; Latina, ut testudo, quod testa tectum hoc
animal, lolligo, quod subvolat, littera commutata, primo vol- ligo.
Ut ^4egypti in flumine quadrupes sic in Latio, nominati lw(t)ra 5 et
fiber. Lw(t)ra, 5 quod succidere dicitur arborum radices in ripa atque
eas dissolvere : ab (luere) ktra. 6 Fiber, ab extrema ora fluminis
dextra et sinistra maxime quod solet videri, et antiqui februm dicebant
extremum, a quo in sagis fimbr(i)ae ct in iecore extremum fibra, fiber
dictus. XIV. 80. De animalibus in locis terrestribus quae sunt hominum
propria primum, deinde de pecore, tertio de feris scribam. Incipiam ab honore
publico. 3 Added by Aug. § 79. 1 L. Sp., with B, for
aliae. 2 Added by Kent. 3 OS., for cerceris. 4 Groth; halcedo Laettis;
for algedo. 5 GS.; lytra Turnebus; for lira. 6 Stroux; ab luere
Scaliger; for ab litra. § 78. Of. § 77, note a. § 79.
Conjectural purely. * An absurd etymology. c Originally udra '
water-animal,' with I from association with lutum ' mud ' or lutor '
washer.' V. attributes to the otter the tree-felling habit of the beaver.
d Properly ' the brown animal.' e Fiber, fimbriae, fibra have no
etymologi- cal connexion. anas ' duck,' mergus ' diver.' Whence the
Greeks give the name amphibia to those which can live both in the
water and on the land. Of these, the rana is named from its voice, the
anas from nare ' to swim,' the mergus because it catches its food by
mergendo ' diving ' into the water. 79. Likewise there are
other names in this class, that are from the Greeks, as querquedula '
teal,' because it is Ke/DK/}S?;?,° and alcedo ' kingfisher,' because this
is olXkvcjv : and Latin names, such as testudo ' tortoise,' because
this animal is covered with a testa ' shell,' and lolligo ' cuttle-fish,'
because it volat ' flies ' up from under, 6 originally volligo, but now
with one letter changed. Just as in Egypt there is a quadruped
living in the river, so there are river quadrupeds in Latium, named Intra
' otter ' and fiber ' beaver.' The lutra c is so named because it is said
to cut off the roots of trees on the bank and set the trees loose :
from luere ' to loose,' lutra. The beaver d was called fiber
because it is usually seen very far off on the bank of the river to right
or to left, and the ancients called a thing that was very far off afebrum;
from which in blankets the last part is called fimbriae ' fringe '
and the last part in the liver is the fibra ' fibre.' 6 XIV.
80. Among the living beings on the land, I shall speak first of terms
which apply to human beings, then of domestic animals, third of wild
beasts. I shall start from the offices of the state. The Consul was
§ 80. Properly, consulere is derived from consul. Of consul, at
least four reasonable etymologies are proposed, the simplest being that
it is from com+sed ' those who sit to- gether,' as there were two consuls
from the beginning; the I for d being a peculiarity taken from the
dialect of the Sabines (cf. lingua for older dingua). Consu
Jnominatus qui consuleret populum et senatum, nisi illinc potius uiide
Accius 1 ait in Bruto : Qui recte consulat, consul /iat. 2
Praetor dictus qui praeiret iure et exercitu; a quo id Lucilius :
Ergo praetorum est ante et praeire. 81. Censor ad cuius censionem,
id est arbitrium, censeretur populus. Aedilis qui aedis sacras et
privatas procuraret. Quaestores a quaerendo, qui conquirerent publicas
pecunias et maleficia, quae triumviri capitales nunc conquirunt; ab his
postea qui quaestionum iudicia exercent quaes^tores 1 dicti.
Tribuni militum, quod terni tribus tribubus Ramnium, Lucerum, Titium olim
ad exercitum mitte- bantur. Tribuni plebei, quod ex tribunis
militum primum tribuni plebei facti, qui plebem defenderent, in
secessione Crustumerina. 82. Dictator, quod a consule dicebatur,
cui dicto audientes omnes essent. Magister equitum, quod §
80. 1 Later codices, for tatius F 1, p*, taccius F 2, V, a. 2 Laetus, for
consulciat. § 81. 1 Mommsen, for quaestores. *
Trag. Rom. Frag. 39 Ribbeck 3; R.O.L. ii. 561-565 War- mington. c lure is
dative. d 1160 Marx. § 81. ° The tribunus was by etymology merely
the ' man of the tribus or tribe,' and therefore did not derive his
name from the word for ' three,' except indirectly; cf. § 55. 6
That is, elected by the plebeians from among their military tribunes whom
they had chosen to lead them in their Seces- sion to the Sacred Mount
(which may have lain in the terri- tory of Crustumerium), in 494 B.C. Their
persons were so named as the one who should consulere ' ask the
advice of ' people and senate, unless rather from this fact whence Accius
takes it when he says in the Brutus b : Let him who counsels
right, become the Consul. The Praetor was so named as the one who
should praeire ' go before ' the law c and the army; whence
Lucilius said this d : Then to go out in front and before is the
duty of praetors. 81. The Censor was so named as the one at
whose censio ' rating,' that is, arbitrium ' judgement,' the people
should be rated. The Aedile, as the one who was to look after aedes '
buildings ' sacred and private. The Quaestors, from quaerere' to seek,'
who conquirerent ' should seek into ' the public moneys and illegal
doings, which the triumviri capitales ' the prison board ' now
investigate; from these, afterwards, those who pronounce judgement on the
matters of investigation were named quaesitores ' inquisitors.' The
Tribuni a Militum ' tribunes of the soldiers,' because of old there
were sent to the army three each on behalf of the three tribes of Ramnes,
Luceres, and Tities. The Tribuni Plebei ' tribunes of the plebs,' because
from among the tribunes of the soldiers tribunes of the plebs were
first created, 6 in the Secession to Crustumerium, for the purpose
of defending the plebs ' populace.' 82. The Dictator, because he
was named by the consul as the one to whose dictum ' order * all
should be obedient. The Magister Equitum ' master of the
sacrosanct, enabling them to carry out their duty of protect- ing
the plebeians against the injustice of the patrician officials. § 82. °
Rather, because he dictat ' gives orders.' summa potestas huius in
equites et acccnsos, ut est summa populi dictator, a quo is quoque
magister populi appellatus. Reliqui, quod minorcs quam hi magistri,
dicti magistratus, ut ab albo albatus. XV. 83. Sacerdotes universi
a sacris dicti. Pontu- fices, ut 1 Scaevola Quintus pontufex maximus
dicebat, a posse et facere, ut po(te)ntifices. 2 Ego a ponte
arbitror : nam ab his Sublicius est factus primum ut restitutus saepe,
cum ideo sacra et uls 3 et cis Tiberim non mediocri ritu fiant. Curiones
dicti a curiis, qui fiunt ut in his sacra faciant. 84. Flamines,
quod in Latio capite velato erant semper ac caput cinctum habebant filo,
flamines 1 dicti. Horum singuli cognomina habent ab eo deo cui
sacra faciunt; sed partim sunt aperta, partim obscura : aperta ut
Martialis, Volcanalis; obscura Dialis et Furinalis, cum Dialis ab love
sit (Diovis enim), Furi(n)alis a Furriwa, 2 cuius etiam in fastis
§83. 1 After ut, Ed. Veneta deleted a. 2 OS., for pontifices, cf.
v. 4. 3 For uis. § 84. 1 Canal, for flamines, cf. Festus, 87. 15 M.
2 L. Sp.; Furina Aldus; for furrida. 6 Not quite; for
magistratus is a fourth declension sub- stantive, ' office of magister,'
then ' holder of such an office,' while albatus is a second declension
adjective. § 83. ° Q. Mucius Scaevola, consul 95 b.c, and
subse- quently Pontifex Maximus; proscribed and killed by the
Marian party in 82. He was a man of the highest character and abilities,
and made the first systematic compilation of the ius civile; see i. 1 9
Huschke. 6 V. may be right, though perhaps it was the ' bridges ' between
this world and the next which originally the pontifices were to keep in
repair; cf. Class. Philol. viii. 317-326 (1913). "The wooden
bridge on piles, traditionally built by Ancns Marcius. d The curia cavalry,'
because he has supreme power over the cavalry and the replacement troops,
just as the dictator is the highest authority over the people, from
which he also is called magister, but of the people and not of the
cavalry. The remaining officials, because they are inferior to these
magistri ' masters,' are called magistratus ' magistrates,' derived just
as albatus ' whitened, white-clad ' is derived from albus ' white.'
6 XV. 83. The sacerdotes ' priests ' collectively were named
from the sacra ' sacred rites.' The pontifices ' high-priests,' Quintus
Scaevola a the Pontifex Maxi- mus said, were 'named from posse ' to be
able ' and facet e ' to do,' as though potentifices. For my part I
think that the name comes from pons ' bridge ' 6; for by them the
Bridge-on-Piles c was made in the first place, and it was likewise
repeatedly repaired by them, since in that connexion rites are performed
on both sides of the Tiber with no small ceremony. The curiones were
named from the curiae; they are created for conducting sacred rites in
the curiae.* 84. The jiamines a ' flamens,' because in Latium
they always kept their heads covered and had their hair girt with a
woollen filum ' band,' were originally called Jilamines. Individually
they have distinguish- ing epithets from that god whose rites they
perform; but some are obvious, others obscure : obvious, like
Martialis and Volcanalis; obscure are Dialis and Furinalis, since Dialis
is from Jove, for he is called also Diovis, and Furinalis from Furrina, 6
who even has a was the fundamental political unit in the early
Roman state; it was an organization of yentes, originally ten to the
curia, and ten curiae to each of the three tribes. § 84. ° Of
uncertain etymology, but not from filamen. b A goddess, practically
unknown. feriae Furinales sunt. Sic flamen Falacer a divo patre
Falacre. 85. Salii ab salitando, quod facere in comitiis in
sacris quotannis et solent et debent. Luperci, quod Lupercalibus in Lupercali sacra
faciunt. Fratres Arvales dicti qui sacra publica faciunt propterea
ut fruges ferant arva : a ferendo et arvis Fratres Arvales dicti.
Sunt qui a fratria dixerunt : fratria est Groe- cum vocabulum partis 1
hominum, ut (Ne)apoli 2 etiam nunc. Sodales Titii pdrrjp ' clan brother '; any
reference to it is here out of place. f Ac- cording to Tacitus, Ann. i.
54, they were established by Titus Tatius for the preservation of certain
Sabine religious practices. § 86. Perhaps from an old word
meaning ' law,' from the root seen in feci ' I made, established '; but
without connexion with the words in the text. Foedus, fides, fidus
are closely connected with one another. 6 In the early Furinal Festival in
the calendar. So also the Flamen Falacer from the divine father Falacer.
6 85. The Salii were named ° from salitare ' to dance,'
because they had the custom and the duty of dancing yearly in the
assembly-places, in their cere- monies. The Luperci 6 were so named
because they make offerings in the Lupercal at the festival of the
Lupercalia. Fratres Arvales 1 Arval Brothers ' was the name given to
those who perform public rites to the end that the ploughlands may
bearfruits : from ferre ' to bear ' and arva ' ploughlands ' they are
called Fratres Arvales'. But some have said d that they were named
from fratria ' brotherhood ' : fratria is the Greek name of a part of the
people, e as at Naples even now. The Sodales Titii ' Titian Comrades '
are so named from the titiantes ' twittering ' birds which they are
accustomed to watch in some of their augural observations/
86. The Fetiales a ' herald-priests,' because they were in charge
of the state's word of honour in matters between peoples; for by them it
was brought about that a war that was declared should be a just
war, and by them the war was stopped, that by a foedus ' treaty '
thejides ' honesty ' of the peace might be established. Some of them were
sent before war should be declared, to demand restitution of the
stolen property, 6 and by them even now is made the foedus ' treaty,'
which Ennius writes c was pronounced Jidus. days wars started
chiefly as the result of raids in which property, cattle, and persons had
been carried off. e Page 23S Vahlen*; R.O.L. i. 5&4 Warmington;
Ennius probably wished by a pun to indicate a relation between foedus and
the adjective Jidus which, in his opinion, did not really exist
(though it did). In re militari praetor dictus qui praeiret
exercitui. Imperator, ab imperio populi qui eos, qui id attemptasse(n)t,
oppressi(t) 1 hostis. Legati qui lecti publice, quorum opera consilioque
uteretur peregre magistratus, quive nuntii senatus aut populi
essent. Exercitus, quod exercitando fit melior. Legio, quod leguntur
milites in delectu. 88. Cohors, quod ut in villa ex pluribus
tectis coniungitur ac quiddam fit unum, sic hie 1 ex manipulis
pluribus copulatur 2 : cohors quae in villa, quod circa eum locum pecus
cooreretur, tametsi cohortem in villa /fypsicrates 3 dicit esse Graece
X!°P T0V * apud poetas dictam. Manipuhuo 4 canit, ut turn cum
classes comitiis ad comit(i)atum 5 vocant. XVII. 92. Quae a fortuna
vocabula, in his quae- dam minus aperta ut pauper, dives, miser, beatus,
sic alia. Pauper a paulo lare. Mendicus a minus, cui cum opus est minus nullo est.
Dives a divo qui ut deus nihil 1 indigere videtur. Opulentus ab ope,
cui eae opimae; ab eadem inops qui eius indiget, et ab eodem fonte
copis 2 ac copiosus. Pecuniosus a pecunia magna, pecunia a pecu : a
pastoribus enim horum vocabulorum origo. XVIII. 93.
Artificibus maxima causa ars, id est, ab arte medicina ut sit medicus
dictus, a sutrina sutor, non a medendo ac suendo, quae omnino ultima
huic rei : (hae enim) 1 earum rerum radices, ut in proxumo
§91. 1 For caepti. 2
IihoL, for litigines. 3 A. Sp., for classicos. 4 A. Sp., for cornu no. 5
Ver- tranius, for comitatum. § 92. 1 For nichil. 2 Turnebiis,
for copiis. § 93. 1 Added by Reitzenstein. 6 That is, from
lituus ' cornet ' and canere. § 92. " Pau-per has the same
first element as pau-lus. b Derivative of mend um ' error, defect.' c
Quite possibly, since the gods were thought of as conferring wealth;
dives is derived from divus as caeles is from caelum. d From co-
opts. * The earliest unit of value was a domestic animal; cf. English fee
and German Viek ' cattle,' both cognate to Latin pecu. § 93.
" Properly medicina from medicus, which is from mederi,
etc. assistants, were at the start called optiones ' choices '; but
now the tribunes, to increase their influence, do the appointing of them.
Tubicines ' trumpeters,' from tuba ' trumpet ' and canere ' to sing or
play '; in like fashion liticines b ' cornetists.' The classicus ' class-
musician ' is named from the classis ' class of citi- zens '; he likewise
plays on the horn or the cornet, for example when they call the classes
to gather for an assembly. XVII. 92. Among the words which
have to do with personal fortune, some are not very clear, such as
pauper ' poor,' dives ' rich,' miser ' wretched,' beatus ' blest,' and
others as well. Pauper a is from paulus lar ' scantily equipped home.'
Mendicus b ' beggar ' is from minus ' less,' said of one who, when there
is a need, has minus ' less ' than nothing. Dives ' rich ' is from
divus 6 ' godlike person,' who, as being a deus ' god,' seems to lack
nothing. Opulentus ' wealthy ' is from ops ' property,' said of one who
has it in abun- dance; from the same, mops ' destitute ' is said of
him who lacks ops, and from the same source copis d ' well supplied ' and
copiosus ' abundantly furnished.' Pecuniosus ' moneyed ' is from a large
amount of pecunia ' money '; pecunia is from peca ' flock ' : for
it was among keepers of flocks that these words originated.'
XVIII. 93. For artisans the chief cause of the names is the art
itself, that is, that from the ars viedi- cina ' medical art ' the
medicus ' physician ' should be named, and from the ars sutrina '
shoemaker's art ' the sutor ' shoemaker,' and not directly from
mederi ' to cure ' and suere ' to sew,' though these are the
absolutely final sources for such names. For these are the roots of these
things, as will be shown in the libro aperietur. Quare quod ab arte artifex dicitur nec multa in
eo obscura, relinquam. 94. Similis causa quae ab scientia voca
3 coactum in publicum, si erat aversum. 96. Ex quo 1 fructus
maior, hie 2 est qui Graecis usus : (sus), quod vs, bos, quod j3ovs,
taurus, quod (Tavpos), item ovis, quod ots : ita enim antiqui
dicebant, non ut nunc -n-pofSarov. Possunt in Latio quoque ut in Graecia
ab suis vocibus haec eadem ficta. Armenta, quod boves ideo maxime
parabant, ut inde eligerent ad arandum; inde arimenta dicta, postea
1 tertia littera extrita. Vitulus, quod Greece anti- quitus iVaAos, aut quod
plerique vegeti, vegitulus. 3
Iuvencus, iuvare qui iam ad agrum colendum posset. 97. Capra carpa,
a quo scriptum Omnicarpae caprae. //ircus, 1 quod
Sa&ini fircus; quod illic fedus, 2 in Latio rure hedus, qui in urbc
ut in multis A addito Aaedus. 3 Porcus, quod Saoini dicww^ 4 aprun«(m)
porra(m) 5; proi(n)de 6 porcus, nisi si a Graecis, quod Athenis in
libris sacrorum scripta est iropK-q e(t> 7to/3ko(s). 7 2 Fay,
for ut. 3 Aug., for esse. § 96. 1 Mue., for qua. 2 Mue., for hinc. 3
Laetus, for uigitulus. § 97. 1 Aug., for ircus. 2 For faedus.
3 Aug., for aedus. 4 Laetus, for dicto. 5 Kent; aprinum porcum L.
Sp.; aprum porcum Scaliger; for apruno porco. 6 Turnebus, for poride. 7
Kent, for porcae porco. § 96. Correct equations; but the
Latin words are not derived from the Greek : the four pairs are from the
ancestral language, and only sus is likely to be onomatopoeic. 6
The Greek word is not the source of the Latin word, but is borrowed from
it; there is no satisfactory etymology of vitulus. c Really ' youthful,'
a derivative of invents ' young man,' and not from iuvare.
§97. "Wrong. 6 An old inherited word. c Iden- a fine was
imposed in pecus ' cattle ' and there was a collection into the state
treasury, of what had been diverted. 96. Regarding cattle
from which there is larger profit, there is the same use of names here as
among the Greeks : sus ' swine,' the same as vs; bos ' cow,' the
same as (3ov$; taurus ' bull,' the same as ravpos; likewise ovis '
sheep,' the same as 6is a : for thus the ancients used to say, not
irpoparov as they do now. This identity of the names in Latium and in
Greece may be the result of invention after the natural utter- ances
of the animals. Armenta ' plough-oxen,' because they raised oxen
especially that they might select some of them for arandum ' ploughing ';
thence they were called arimenta, from which the third letter I was
afterwards squeezed out. Vitulus ' calf,' because in Greek it was
anciently Itu\6 3 an's 4; veteres nostri ariuga, hinc ariug?. 5
104. Vernacula : lact(u)c 1 a lacte, quod Aolus id habet lact;
brassica 2 ut p(r)aesica, 3 quod ex eius scapo minutatim praesicatur;
asparagi, quod ex asperis virgultis leguntur et ipsi scapi asperi sunt,
non leves; nisi Graecum : illic quoque enim dicitur dcnrdpayos.*
Cucumeres dicuntur a curvore, ut curvi- meres dicti. Fructus a ferundo,
res eae quas 5 fundus et eae (quas) quae 6 in fundo ferunt ut fruamur.
§103. 1 For raphanum. 2 For malachen. 3 For lirio. 4 For malache. 6
A. Sp.,/or sysimbrio. § 104. 1 M, Laetus, for lacte. 2 Laetus, for
blassica. 3 Turnebus; praeseca Aldus; for passica. 4 For aspara-
gus. 5 A. Sp., for ea cquas. 6 Mue., for ea eque. * Optima
et maxima suggests Jupiter Optimus Maximus. e The juice of the
walnut-hull does make a very dark stain. § 103. "All the
examples in this section have come into Latin from Greek, except radix,
rosa, malva. Radix is native Latin, and its Greek equivalent had a
different mean- ing. Rosa and malva, and their Greek equivalents,
were separately derived from an earlier language native in the being
best and biggest, 6 is called ia-glans from 7«-piter and glans ' acorn.'
The same word nux ' nut ' is so called because its juice makes a person's
skin black, just as nox ' night ' makes the air black. 103. °
Of those which are grown in gardens, some are called by foreign names,
as, by Greek names, ocimuvi ' basil,' menta ' mint,' rata ' rue,' which
they now call -rffavov; likewise caulis ' cabbage,' lapathium '
sorrel,' radix ' radish ' : for thus the ancient Greeks called what they
now call pdfavos; likewise these from Greek names : serpyllum 6 ' thyme,'
rosa ' rose,' each with one letter changed; likewise Latin names
from these Greek names : KoXiavhpov c ' coriander,' fj.aXdxrj, nvfiivov '
cummin '; likewise lilium ' lily ' from Xeipiov and malva ' mallow ' from
p.a\d%i] and sisym- brium ' thyme ' from cricrvpfipiov. 104.
° Native words : lactuca ' lettuce ' from lact ' milk,' because this herb
contains milk; brassica ' cabbage ' as though praesica, because from its
stalk praesicatur ' leaves are cut off ' one by one; asparagi '
asparagus shoots,' because they are gathered from aspera ' rough ' bushes
and the stems themselves are rough, not smooth : unless it is a Greek
name, for in Greece also they say da-Trdpayos. Cucumeres ' cucum-
bers ' are named from their curvor ' curvature,' as though curvimeres.
Fructus ' fruits ' are named from ferre b ' to bear,' namely those things
which the farm and those things which are on the farm bear, that
Mediterranean region. * With initial * rather than h, by
assimilation to Latin serpere. c Usually KopiavSpov, but here with
dissimilative change of the prior r to I. § 104. " Correct on
lactuca, fructus, mola; wrong on brassica, cucumeres, itva; asparagus Is
from Greek. * Cf. v. 37, and note e. V.
I line declinatae fruges et frumentuni, sed ea c terra;
etiam frumentum, quod rum (m)acerare 3 cruda Solera. E quis ad
coquendum quod e terra eru(itu)r, 4 ruapa, unde rapa. Olea ab eAcua 5; olea
grandis orchitis, quod earn Attid 6 opxw /xopa.' 109. Hinc ad
pecudis carnem perventum est. \bv Zvrepov appellasse. Ab eadem
fartura farcimina (in) 6 extis appellata, a quo (farticulum) 8 : in eo
quod tenuissimum intestinum fartum, hila ab hilo dicta i(l)lo 7
quod ait Ennius : Neque dispendi 8 facit hilum. Quod in
hoc farcimine summo quiddam eminet, ab eo quod ut in capite apex, apexabo
dicta. Tertium fartum est longavo, quod longius quam duo ilia.
3 Added by GS.; cf. Festus, 225. 15 M. 4 Laetus,for eo. 5 A.
Sp.,for ad. §111. 1 Added by Mve. 2 Laetus, for lucanam. 3
Added by Aldus. 4 Fay, for partes. 5 Added by Aug., with B. 6 Added by
GS. 7 Lackmann, for hilo. 8 For dispendii. e Perna has
no connexion with pes; but the remaining etymologies of this section seem
to be correct. d The precise meaning of this word is unknown; perhaps '
pork- chop,' cf. W. Heraeus, Archiv f. ImL Lex. 14. 124-125. e
Meaning assured by offulam cum duobus costis, V., De Re Rustica, ii.
4." 11. 1 Page 345 Maurenbrecher; page 3 Morel. §111.
°The preceding etymologies in this section are correct, but hila is
properly hilla, diminutive of hira ' empty Perna c ' ham,' from pes '
foot.' Sueris, d from the animal's name. Offula ' rib-roast,' e from
offa, a very small sueris. Insicia ' minced meat ' from this, that
the meat is insecta ' cut up,' just as in the Song of the Salii f the
word prosicium ' slice ' is used, for which, in the offering of the
vitals, the word prosectum is now used. Murtatum ' myrtle-pudding,' from
murta ' myrtle-berry,' because this berry is added plentifully to
its stuffings. 111. An intestine of the thick sort that was
stuffed, they call a Lucanica ' Lucanian,' because the soldiers got
acquainted with it from the Lucanians, just as what they found at Falerii
they call a Faliscan haggis; and they say fundolus ' bag-sausage ' from
fundus ' bottom,' because this is not like the other intestines,
but is open at only one end : from this, I think, the Greeks called it
the blind intestine. From the same fartura ' stuffing ' were called the
farcimina ' stuffies ' in the case of the vital organs for the sacrifice,
whence also farticulum ' stufflet '; in this case, because it is
the most slender intestine that is stuffed, it is called hila a from that
hilum ' whit ' which Ennius 6 uses : And of loss not a whit does
she suffer. Because at the top of this stuffy there is a little
projec- tion, it is called an apexabo, c because the projection is
like the apex ' pointed cap ' on a human head. The third kind of sausage
is the longavo, e because it is longer than those two others.
intestine '; cf. Festus, 101. 6 M. 6 Annales, 14 Yahlen 2; li.O.L.
i. 6-7 Warmington; quoted also v. 60 and ix. 54. Apexabo and longavo
doubtless have the same suffix, differ- ing only through the late Latin
confusion of 6 and v; unless indeed both words are further corrupt. Augmentum, quod ex immolata hostia dc- sectum
in iecore (imponitur) 1 in por(ric)iendo 2 a(u)gendi 3 causa. Magraentum
4 a magis, quod ad religionem magis pertinet : itaque propter hoc
(mag)mentana 5 fana constituta locis certis quo id imponeretur. Mattea 6
ab eo quod ea Graece /larrm]. Item (a) 7 Graecis . . . singillatim haec 8
: . . . 9 ovum, bulbum. XXIII. 113. Lana Graecum, ut
Polt/bius et Calli- machus scribunt. Purpura a purpurae maritumae colore, wt 1
P(o)enicum, quod a Poenis primum dicitur allata. Stamen a stando, quod eo
stat omne in tela velamentum. Subtemen, quod subit stamini. Trama,
quod tram(e)at 2 frigus id genus vestimenti. Densum a dentibus pectinis
quibus feritur. Filum, quod minimum est hilum : id enim minimum est in
vesti- mento. § 112. 1 Added by A. Sp. 2 L. Sp., for im poriendo. 3 Turnebus,
for agendi. 4 B, M, Aug., for magnentum. 6 Tumebus, for mentarea. 6
Popma, for mattae. 7 Added by L. Sp. 8 For heae. 9 The lacuna was
noted by Scaliger; the exact arrangement is by Kent, after Mue.'s
indication of the probable contents. §113. 1 Lachmann; colore G,
Laetus; for colerent. 2 Aug. {quoting a friend), for tramat.
§ 112. ° Correct, unless the purpose was to increase, that is,
glorify the god. 6 Properly connected with mactare ' to sacrifice,'
though popular association with magis affected its meaning. e A highly
seasoned dish of hashed meat, poultry, and herbs, served cold as a
dessert. The augme/itum a ' increase-cake ' is so called because a
piece of it is cut out and put on the liver of the sacrificed victim at
the presentation to the deity, for the sake of augendi ' increasing ' it.
Magmentum b ' added offering,' from viagis ' more,' because it
attaches viagis ' more ' closely to the worshipper's piety : for this
reason magmentaria fana ' sanctuaries for the offering of magmenta ' have
been established in certain places, that the added offering may
there be laid on the original and offered with it. Mattea c ' cold
meat-pie ' is so named because in Greek it is /larrvij. Likewise from the
Greeks is another meat- dish called . . ., which contains item by item
the following : . . ., an egg, a truffle. XXIII. 113. Lana a
'wool' is a Greek word, as Polybius 6 and Callimachus c write. Purpura
d ' purple,' from the colour of the purpura ' purple-fish ' of the
sea : a Punic word, because it is said to have been first brought to
Italy by the Phoenicians. Stamen 1 warp,' from stare ' to stand,' because
by this the whole fabric on the loom stat ' stands ' up. Sub- temen
e ' woof,' because it subit ' goes under ' the stamen ' warp.' Trama * '
wide-meshed cloth,' be- cause the cold trameat ' goes through ' this kind
of garment. Densum B ' close-woven cloth,' from the denies ' dents
' of the sley with which it is beaten. Filum 9 ' thread,' because it is
the smallest hilum ' shred '; for this is the smallest thing in a
garment. § 1 13. ° An old Italic word cognate to English wool;
cf. v. 130. b Frag. inc. 99 (101) Hultsch. e Fray. 408 Schneider. 4
Quite possibly a Phoenician w ord, but transmitted to Italj' by the
Greeks (irop^vpa). « From subtexere ' to weave underneath.' ' From
trahere ' to pull.' "
Wrong. Pannus Graecuw, 1 ubi E A 2 fecit. Panu- vellium dictum a
pano et volvendo filo. Tunica ab tuendo corpore, tunica ut (tu)endica. 3
Toga a tegendo. Cinctus et cingillum a cingendo, alterum viris,
alterum mulieribus attributum. XXIV. 115. Anna ab arcendo, quod his
arcemus hostem. Parma, quod e medio in omnis partis par. Conum,
quod cogitur in cacumen versus. Hasta, quod astans solet 1 ferri.
Iaculum, quod ut iaciatur fit. Tragula a traiciendo. Scutum (a) 2 sectura
ut secutum, quod a minute consectts 3 fit tabellis. Urn- bones 4 a Graeco,
quod a/x/Swves. 5 116. Gladiu/M 1 C in G 2 commutato a clade,
quod fit ad hostium cladem gladium; similiter ab omine 3 pilum, qui
host«s periret, 4 ut perilum. Lorica,
quod e loris de corio crudo pectoralia faciebant; postea subcidit
galli(ca) 5 e ferro sub id vocabulum, ex anulis § 1 14. 1 Aug., with B, for greens. 2
Fay, for ea. 3 GS., for indica. §115. 1 For sollet. 2 Added
by Laetus. 3 Aug., for consectum. 4 For umbonis. 5 Turnebus, for
ambonis. § 1 16. 1 L. Sp., for gladius. 2 For G in C. 3 Aug.,
for homine. 4 Aug. (hostis B), for hostem feriret. 6 Mue.,for
galli. § 1 14. ° Not pannus ' cloth,' but pannus ' bobbin,'
in view of what follows; there is a Greek -nfjvos ' web,' and its
diminutive irqvlov ' bobbin,' which in the Doric form would have A and
not E. 6 Possibly right, if, as A. Spengel thinks, the word is really
panuvollium. e From Semitic, either directly or through Etruscan.
§115. ° Arma, parma, conum, hasta, tragula, scutum, umbones : all
wrong etymologies. 6 Not from traicere, but from trahere ' to pull, drag
'; perhaps because the thong wound round it for throwing (like the string
used in starting a peg-top) ' pulls ' the javelin. 114. Pannus ° '
bobbin,' is a Greek word, where E has become A. Panuvelliuin 6 ' bobbin
with thread ' was said from panus 4 bobbin ' and volvere 4 to wind
' the thread. Tunica c ' shirt,' from tuendo 4 protect- ing ' the
body : tunica as though it were tuendica. Toga 4 toga ' from tegere 4 to
cover.' Cincius ' belt ' and cingillum 4 girdle,' from cingere 4 to
gird,' the one assigned to men and the other to women. XXIV.
115. Arma ° ' arms,' from arcere 4 to ward off,' because with them we
arcemus 4 ward off' the enemy. Parma ' cavalry shield,' because from
the centre it is par * even ' in every direction. Conum 4 pointed
helmet,' because it cogitur 4 is narrowed ' toward the top. Hasta 4
spear,' because it is usually carried astajis' standing up.' Iaculum'
javelin,' because it is made that it may iaci ' be thrown.' Tragula
6 ' thong-javelin,' from traicere 4 to pierce.' Scutum 4 shield,'
from sectura 4 cutting,' as though secutum, because it is made of wood
cut into small pieces. Umbones 4 bosses ' from a Greek word, namely
116.° Gladium 4 sword,' from clades 4 slaughter,' with change of C
to G, because the gladium 6 is made for a slaughter of the enemy;
likewise from its omen was said pilum, by which the enemy periret '
might perish,' as though perilum. Lorica ' corselet,' because they
made chest-protectors from lora 4 thongs ' of rawhide; afterwards the
Gallic corselet of iron was § 1 16. ° All etymologies wrong except
those of lorica and (with reserves) of galea. b V. prefers {cf. viii. 45,
ix. 81, Be Re Rust. i. 48. 3) the unfamiliar neuter form, which may
be due to the influence of the associated words scutum, pilum, telum. The
word is of Celtic origin, but may have an ulti- mate connexion with the
root of clades. ferrea tunica. 6 Balteum, quod cingulum e corio
habebant bullatum, balteum dictum. Ocrea, quod opponebatur ob crus. Galea
ab galero, quod multi usi antiqui. 117. Tubae ab tubis, quos
etiam nunc ita appellant tubicines sacrorum. Cornua, quod ea quae nunc
sunt ex aere, tunc fiebant bubulo e cornu. Vallum vel quod ea varicare nemo posset vel
quod singula ibi extrema 6acilla furcillata habent figuram litterae
V. Cervi ab similitudine cornuum cervi; item reliqua fere ab
similitudine ut vineae, testudo, aries. XXV. 118. Mensam escariam
cillibam appella- bant; ea erat 1 quadrata ut etiam nunc in castris est;
a cibo cilliba dicta; postea rutunda facta, et quod a nobis media et a
Graecis fxecra, mensa dic^(a) 2 potest; nisi etiam quod ponebant pleraque
in cibo mensa. Trulla a
similitudine truae, quae quod magna et haec 6 Turnebus, for ferream
tunicam. § 1 18. 1 For erant. 2 Mue.,for dici. e Rather
galerum from galea, which looks like a borrowing from Greek yaAe'r; '
weasel '; the objection is that caps of weasel-skin are nowhere
attested. §117. ° Wrong etymology. 6 Thrust into the embank-
ment, to increase its defensive strength; can they be the stakes, pali or
valli, forming a fence along its top ? But these are not elsewhere spoken
of as forked. e Used by Caesar, who inserted such forked branches into
the face of his wall at Alesia, Bell. Gall. vii. 72. 4, 73. 2. d
Otherwise ' grape-arbours '; in military use, sheds under the
protection of which soldiers could advance up to the enemy's
fortifica- tions. " A close formation of overlapping shields.
§118. "Borrowed from Greek KiXAlfias 'three-legged table,' a
derivative of kIXXos ' ass.' 6 Or perhaps mesa, since n was weak before s;
Priscian, i. 58. 17 Keil, states that V. used both spellings. Mensa seems
to be the included under this name, an iron shirt made of links.
Balteum ' sword-belt,' because they used to wear a leather belt bullatum
' with an amulet attached,' was called balteum. Ocrea ' shin-guard' was
so called because it was set in the way ob crus ' before the shin.'
Galea c ' leather helmet,' from galerum ' leather bonnet,' because many
of the ancients used them. 117. Tubae ' trumpets,' from tubi
' tubes,' a name by which even now the trumpeters of the sacrifices
call them. Cornua ' horns,' because these, which are now of bronze,
were then made from the cornu ' horn ' of an ox. Vallum a ' camp wall,'
either because no one could varicare ' straddle ' over it, or because the
ends of the forked sticks 6 used there had individually the shape
of the letter V. Cervi c ' chevaux-de-frise,' from the likeness to the
horns of a cervus ' stag '; so the rest of the terms in general, from a
likeness, as vineae ' mantlets,' d testudo ' tortoise,' e aries '
ram.' XXV. 118. The eating-table they used to call a cilliba
°; it was square, as even now it is in the camp; the name cilliba came
from cibus ' victuals.' After- wards it M'as made round, and the fact
that it was media ' central ' with us and p-ka-a ' central ' with
the Greeks, is the probable reason for its being called a mensa 6 '
table '; unless indeed they used to put on, amongst the victuals, many
that were mensa ' measured out.' Trulla e ' ladle,' from its likeness to
a trua ' gutter,' but because this is big and the other is small,
they named it as if it were truella ' small triia '; this feminine
of mensus ' measured '; perhaps from tabula mensa ' measured board.' e
Trulta is of uncertain origin, and yielded trua by back-formation; Greek
rpinJAij seems to have been borrowed from Latin, as V. states. pusilla,
ut tr«e 3 enim et navovv* d(i)c(untur) 5 Graece. 6 Reliqua quod aperta sunt unde sint
relinquo. XXVI. 121. Mensa vinaria rotunda nominabatur
ci(l)liba (a)nte, 1 ut etiam nunc in castris. Id videtur declinatum a
Graeco kvAikcuo, 2 (id) 3 a poculo cylice qui (in) 3 ilia. Capk?(es) 4 et minores capulae
a capiendo, quod ansatae ut prehendi possent, id est capi. Harum
figuras in vasis sacris ligneas ac fictiles antiquas etiam nunc
videmus. 122. Praeterea in poculis erant paterae, ab eo quod
late (pate)nZ 1 ita 2 dictae. Hisce
etiam nunc in publico convivio antiquitatis retinendae causa, cum
magistri fiunt, potio circumfertur, et in sacrificando deis hoc poculo
magistratus dat deo vinum. Pocula a potione, unde potatio et etiam posca.
3 Haec possunt a 7roTa», 4 quod ttotos potio Graece. 2 Aug.,
with B, for triplia. 3 Aug., with B,
for triplion. 4 L. Sp.,for canunun Fv. 5 GS.,forde. 6 Canal, for
greca. § 121. 1 GS., for cilibantiim. 2 Turnebus, for
culiceo. 3 Added by Mue. 4 L. Sp.; capis Turnebus; for capit.
§ 122. 1 GS.; patent L. Sp.; pateant latine Aldus; for latini. 2
After ita, Aldus deleted dicunt. 3 Turnebus, for postea. 4 Mue., for
poto. 6 From Greek fiayLs ' a round pan.' " Better
lancula, diminutive of lanx ' platter.' d Correct, except that
canis- trum is from Greek Kaviorpov 4 bread-basket,' made of
K&wai 'reeds '; page 117 Funaioli. § 121. ° Of. § 118,
where a different etymology is given. § 122. Not from Greek, but
from an Indo-European root inherited by Latin as well as by Greek. 6 The
Greek- word means properly not a ' draught,' but a '
drinking-bout.' The magida 6 and the languid, both meaning '
platter,' they named from the magnitudo ' size ' of the one and the
latitudo ' width ' of the other. Patenae ' plates ' they called from
patulum ' spreading,' and the little plates, with which they offered the
gods a preliminary sample of the dinner, they called patellae '
saucers.' Tryblia ' bowls ' and canistra ' bread-baskets,' though
people think that they are Latin, are really Greek A : for rpvBkiov and
Kavovv are said in Greek. The remaining terms I pass by, since their
sources are obvious. XXVI. 121.' A round table for wine was formerly
called a cilliba, a as even now it is in the camp. This seems to be
derived from the Greek kvXikcIov ' buffet,' from the cup cylix which
stands on it. The capides ' bowls ' and smaller capulae ' cups '
were named from capere ' to seize,' because they have handles to make
it possible for them prehendi ' to be grasped,' that is, capi ' to be
seized.' Their shapes we even now see among the sacred vessels,
old-fashioned shapes in wood and earthenware. 122. In
addition there were among the drinking- cups the paterae '
libation-saucers,' named from this, that they patent ' are open ' wide.
For the sake of preserving the ancient practice, they use cups of
this kind even now for passing around the potio ' draught ' at the
public banquet, when the magistrates enter into their office; and it is
this kind of cup that the magistrate uses in sacrificing to the gods,
when he gives the wine to the god. Pocula ' drinking-cups,' from
potio ' draught,' whence potatio ' drinking bout ' and also posca ' sour
wine.' ° These may however come from ttotos, because ttotos is the Greek
for potio. b 117 V. 123. Origo
potionis aqua, quod oequa summa. Fons unde funditur e terra aqua viva, ut
fistula a qua fusus aquae. Vas vinarium grandius sinum ab sinu,
quod sinum maiorem cavtur 2 urnarium, quod urnas cum aqua positas ibi
potissimum habebant in culina. Ab eo etiam nunc ante balineum locus
ubi poni solebat urnarium vocatur. Urnae dictae, quod urinant in
aqua Aaurienda ut smnator. C/rinare 3 est mergi in aquam.
127. .^m&un^m} 1 fictum ab uruo, 2 quod ita flexum ut redeat
sursum versus tit 3 in aratro quod est wrvum. 4 Calix a caldo, quod in eo
calda puis 5 appone- batur et caldum eo bibebant. Vas ubi coquebant
cibum, ab eo caccabum appellarunt. Vera 6 a ver- sando.
XXVIII. 128. Ab sedendo appellatae sedes, sedile, so/ium, 1 sellae,
siliquastrum; deinde ab his subsellium : ut subsipere quod non plane
sapit, sic quod non plane erat sella, subsellium. Ubi in eius- modi
duo, bisellium dictum. Area, quod arcebantur § 126. 1 GS., for et.
2 uocabatur, tcith ba expunged, V; nocatur other mss. 3 Bent huts, for
orinator orinare. §127. 1 Kent; imburvom Mue.; imburum Aldus,
with B; for impurro. 2 Mue., for urbo. 3 Aldus, for est. 4 B, for
aruum. 6 Laetus, for plus. 6 Aldus, for uera. § 128. 1 Aug., for
souum. Wrong etymology. 6 Derivative of vrina at an early date when
itrina still meant merely 4 water,' and not specifically ' urine.'
§ 127. ° ' Bent about,' a vessel shaped like a gravy-boat; if my
conjecture as to the spelling of the word is right, there is basis for V.'s
etymology. 6 Of uncertain etymology, but popularly derived by the Romans
from Greek icvXii; ' cup,' the normal meaning also of Latin calix, but
not the meaning in this passage. c From Greek KaKKaftos, a pot with
three legs, to stand over the fire. d Wrong. Besides there was a third
kind of table for vessels, rectangular like the second kind; it was
called an urnarium, because it was the piece of furniture in the kitchen
on which by preference they set and kept the urnae ' urns ' filled with
water. From this even now the place in front of the bath where the
urn-table is wont to be placed, is called an urnarium. Urnae ' urns ' got
their name a from the fact that they urinant b ' dive ' in the drawing
of water, like an urinator ' diver.' Urinate means to be plunged
into water. 127. Amburvum, a a pot whose name is made from
urvum ' curved,' because it is so bent that it turns up again like the
part of the plough which is named the urvum ' beam.' Calix b '
cooking-pot,' from caldum ' hot,' because hot porridge was served up in
it, and they drank hot liquid from it. The vessel in which they
coquebant ' cooked ' their food, from that they called a caccabus. Feru '
spit,' from versare ' to turn.' d XXVIII. 128. From sedere '
to sit ' were named sedes ' seat,' sedile ' chair,' solium ' throne,'
sellae a ' stools,' siliquastrum 6 ' wicker chair '; then from
these subsellium ' bench ' : as subsipere is said a thing does not sapit
' taste ' clearly, so subsellium because it was not clearly c a sella '
stool.' Where two had room on a seat of this sort, it was called a
bisellium ' double seat.' An area ' strong-chest,' because thieves
arcebantur ' were kept away ' from it when it § 128. ° With M from
dl. b Probably seliquastrum (or selli-), as in Festus, 340 b 10, 341. 5;
Fay suggests ' seat- basket ' (sella + qualum + suffix), citing certain
types of Mexi- can chairs. e Rather ' under-seat,' that is, a seat
under the sitter. fures ab ea clausa. Armarium et armamentarium
ab cadem origine, sed declinata aliter. XXIX. 129. Mundus
(ornatus) 1 muliebris dictus a munditia. Ornatus quasi ab ore natus :
hinc enim maxime sumitur quod earn deceat, itaque id paratur
speculo. 2 Calamistrum, quod his calfactis in cinere capfillus ornatur.
Qui ea ministrabat, a cinere cinera- rius est appellatus. Discerniculum,
quo discernitur capillus. Pecten, quod per euro explicatur
capillus. Speculum a speciendo, 3 quod ibi (s)e spectant.*
130. Vestis a vellis vel 1 ab eo quod vellus lana tonsa universa
ovis : id dictum, quod vellebant.2 Lan(e)a, 3 ex lana facta. Quod
capillum contineret, dictum a rete reticulum; rete ab raritudine;
item texta fasciola,qua capillum in capitealligarent, dictum
capital a capite, quod sacerdotulae in capite etiam nunc solent habere. Sic rica ab ritu, quod Romano ritu sacrificium
feminae cum faciunt, capita velant. § 129. 1 Added by GS.; cf. Festus, 143. 1 M, 2
A. Sp., for speculum. 3 Laetus, for spiciendo. 4 a, b, Turnebus,
for espeetant. § 130. 1 Ixietus, for uela. 2 B, Laetus, for
uellabant. 3 Turnebus, for lana. d Both area and
arcere are derived from arx ' stronghold.' * Not connected with area; but
belonging together. § 129. Munditia is derived from mundus. 6
Wrong etymologies. § 130. Both etymological suggestions for
vestis arc wrong; for the meaning, see A. Spengel, Bemerkungen. was
locked.** Armarium ' closet ' and armamentarium ' warehouse,' from the
same source,' but with different suffixes. XXIX. 129. Mundus
is a woman's toilet set, named a from munditia ' neatness.' Ornatus '
toilet set,' as if natus ' born ' from the os ' face ' 6 : for from
this especially is taken that which is to beautify a woman, and therefore
this is handled with the help of a mirror. Calamistrum ' curling-
iron,' because the hair is arranged with irons when they have been
calfacta ' heated ' in the embers. 6 The one who attended to them was
called a cinerarius ' ember-man,' from cinis ' embers.'
Discerniculum ' bodkin,' with which the hair discernitur ' is
parted.' Pecten ' comb,' because by it the hair explicatur ' is
spread out.' b Speculum ' mirror,' from specere ' to look at,' because in
it they spectant ' look at ' them- selves. 130. Festis '
garment ' " from velli 6 ' shaggy hair,' or from the fact that the
shorn wool of a sheep, taken as a whole, is a vellus ' fleece ' : this
was said because they formerly vellebant ' plucked ' it. Lanea '
woollen headband,' c because made from lana ' wool.' That which was
to hold the hair, was called a reticulum ' net- cap,' from rete ' net ';
rete, from raritudo ' looseness of mesh.' d Likewise the woven band with
which they were to fasten the hair on the head, was called a
capital ' headband,' from caput ' head '; and this the sub-priestesses
are accustomed to wear on their heads even now. So rica ' veil,' from
ritus ' fashion,' d because according to the Roman ritus, when
women make a sacrifice, they veil their heads. The mitra 6
Yellis, dialectal for villis. e For meaning, see A. Spen- gel,
Bemerkungen, 264. d Wrong etymologies. 123 V. Mitra et
reliqua fere in capite postea addita cum vocabulis Graecis.
XXX. 131. Prius deinde (ind)utui, 1 turn amictui quae sunt tangam.
Capitium ab eo quod capit pec- tus, id est, ut antiqui dicebant,
comprehendit. In- dutui alterum quod subtus, a quo subucula;
alterum quod supra, a quo supparus, nisi id quod item dicunt Osce.
Alterius generis item duo, unum quod foris ac palam, palla; alterum quod
intus, a quo (indusium, ut) 2 intusium, id quod Plautus dicit :
Indusiatam 3 patagiatam caltulam* ac crocotulam. Multa post luxuria attulit,
quorum vocabula apparet esse Graeca, ut asbest(in)on. 5 132.
Amictui dictum quod abiectum 1 est, id est circumiectum, 2 a quo etiam
quo 3 vestitas se invol- vunt, circumiectui appellant, et quod amictui
habet purpuram circum, vocant circumtextum. Antiquis- simi amictui
ricinium; id quod eo utebantur duplici, § 131. 1 B, Turnebus, for
deinde utui Fv, f. 2 Added by GS. 3 GS., for intusiatam; after the text
of Plautus. * Laetus, for
caltulum/ after the text of Plautus. 6 GS., for asbeston; cf. Pliny,
jVat. Hist. xix. 4. 20. §132. 1 Mue., for abiectum. 2
^w#.,/o?-circumlectum. 3 G, Aug., for quod. § 131 .
The datives indutui, amictui, and circumiectui, are used in § 131 and §
132 as indeclinables, like frugi ' thrifty,' cordi ' pleasant,' original
datives of purpose that have become stereotyped. 6 From caput ' head,'
because it was put on over the head like a sweater. c From sub and the
verb in ind-tiere, ' to put on,' ex-uere ' to take off.' d Probably
Oscan. * Of unknown etymology. ' From induere 'to put on.' 9 Epidicus,
231. h The Latin words are adjectives modifying tunicam in the preceding
line. ' Made of a mineral substance called aofieoTos. ' turban ' and
in general the other things that go on the head, -were later
importations, along -with their Greek names. XXX. 131. Next I
shall first touch upon those things which are for putting on,° then those
which are for wrapping about the person. Capitium 6 ' vest,' from
the fact that it capii ' holds ' the chest, that is, as the ancients
said, it comprehendit ' includes ' it. One kind of put-on goes subtus '
below,' from which it is called subucula c ' underskirt '; a second kind
goes supra 1 above,' from which it is called supparus d ' dress,'
unless, this is so called because they say it in the same way in Oscan.
Of the second sort there are likewise two varieties, one called palla e '
outer dress,' because it is outside and palam ' openly ' visible;
the other is intus ' inside,' from which it is called indusium * '
under-dress,' as though intusium, of which Plautus speaks 9 :
Under-dress, a bordered dress, of marigold and saffron hue.*
There are many garments which extravagance brought at later times,
whose names are clearly Greek, such as asbestinon i ' fire-proof.'
132. Atnictui ' wrap ' is thus named because it is ambiectum '
thrown about,' that is, circumiectum ' thrown around,' from which
moreover they gave the name of circumiectui ' throw-around ' to that with
which women envelop themselves after they are dressed; and any wrap
that has a purple edge around it, they call circumtextum ' edge-weave.'
Those of very long ago called a wrap a ricinium ' mantilla '; it was
called ricinium from reicere ' to throw back,' ° because they
§ 133. ° Properly from rica (§ 130); it was a square piece of cloth
worn folded over the head in sign of mourning. ab eo quod dimidiam partem
retrorsum zaciebant, 4 ab reiciendo ricinium dictum. 133.
(Pallia) 1 hinc, quod facta duo simplicia paria, parilia primo dicta, R
exclusum 2 propter levitatem. Parapechia, 3 cAlarmydes, 4 sic multa,
Graeca. Loena, 5 quod de lana multa, duarum etiam togarum instar; ut
antiquissimum mulierum ricinium, sic hoc duplex virorum. Instrumenta rustica quae serendi aut colendi
fructus causa facta. Sarculum ab serendo ae sanendo. 1 Ligo, quod eo
propter latitudinem quod sub terra facilius legitur. Pala a
pangendo, 2 GL quod fuit. Rutrum ruitrum a ruendo. 135.
Aratrum, quod aruit 1 terram. Eius fer- rum vomer, quod vomit eo plus
terram. Dens, quod eo mordetur terra; super id regula quae stat,
stiva ab stando, et in ea transversa regula manicula, quod manu
bubulci tenetur. Qui quasi temo
est inter 4 Ixietus, for faciebant. § 133. 1 Added by
Canal. 2 Mue.; R esclusum Turnebus; for resclusum /, resculum Fv. 3 For
para- pecchia Fv. 4 Ed. Veneta, for clamides. 5 Aldus, for
lena. § 134. 1 Aldus, for sarcendo. 2 Added by Ellis. § 135.
1 Turnebus, for aruit; cf. V., De Re Rustica, i. 35, terra
adruenda. § 133. ° Probably of Greek origin. 6 Greek
irapam)xvs ' beside the elbow,' also ' woman's garment with purple
border on each side.' The Latin word seems to come from the diminutive
irapaTrrjxtov ' radius, small bone below the elbow,' which however may
also have denoted the woman's garment, though this is not attested. c
Probably from Greek ^Acum, perhaps with an Etruscan intermediary. wore
it doubled, throwing back one half of it over the other. 133.
Pallia ° ' cloaks ' from this, that they con- sisted of two single paria
' equal ' pieces of cloth, called parilia at first, from which R was
eliminated for smoothness of sound. Parapechia b ' elbow-stripes,'
chlamydes ' mantles,' and many others, are Greek. Laena 6 ' overcoat,'
because they contained much lana ' wool,' even like two togas : as the
ricinium was the most ancient garment of the women, so this double
garment is the most ancient garment of the men. XXXI. 134. Farming
tools which were made for planting or cultivating the crops. Sarculum ° '
hoe,' from serere ' to plant ' and sarire ' to weed.' Ligo 6 '
mattock,' because with this, on account of its width, what is under the
ground legitur ' is gathered ' more easily. Pala c ' spade ' from pangere
' to fix in the earth '; the L was originally GL. Rutrum ' shovel,'
previously ruitrum, from mere ' to fall in a heap.' 135.° Aratrum '
plough,' because it arruit b ' piles up ' the earth. Its iron part is
called vomer ' plough- share,' because with its help it the more vomit '
spews up ' the earth. The dens ' colter,' because by this the earth
is bit; the straight piece of wood which stands above this is called the
stiva ' handle,' from stare ' to stand,' and the wooden cross-piece on it
is the mani- cula ' hand-grip,' because it is held by the manns '
hand ' of the ploughman. That which is so to speak a wagon-tongue between
the oxen, is called a bura § 134. From sarire. b Of uncertain
origin. c Cor- rect; but from pag+ sla, with loss of the extra consonants
in the group. § 135. ° Wrong on aratrum, vomer, stiva, bura,
urvum. b Really from arat ' it ploughs.' boves, bura a bubus; alii
hoc a curvo urvum 2 appel- lant. Sub
iugo medio cavum, quod bura extrema addita oppilatur, vocatur coum 3 a
cavo. 4 Iugum et iumentum ab iunctu. 136. Irpices regula
compluribus dentibus, quam item ut plaustrum boves trahunt, ut eruant
quae in terra ser(p>unt 1; sirpices, postea (irpices) 2 S
detrito.. a quibusdam dicti. Rastelli ut irpices serrae leves;
itaque 3 homo in pratis per fenisecza 4 eo festucas corradit, quo ab rasu
rastelli dicti. Rastri, quibus dentaiis 5 penitus eradunt terram atque
cruunt, a quo rutu n*a(s)tri 6 dicti. 137. Falces a farre
littera 1 commutata; hae in Campania seculae a secando; a quadam
similitudine harum aliae, ut quod apertum unde, falces fenariae et
arbor(ar)iae 2 et, quod non apertum unde, falces lumaria(e) 3 et
sirpiculae. Lumariae sunt quibus secant lumecta, id est cum in agris
serpunt spinae; quas quod ab terra agricolae solvunt, id est luunt,
lumecta. Falces sirpiculae
vocatae ab sirpando, id 2 Turnebus, for curuum. 3 Aug., with B, for
cous Fv. 4 Rhol., for couo. § 136. 1 Turnebus, for serunt. 2
Added by Mue. 3 Aug., with B, for ita qua. 4 Aug., for
fenisecta. 6 Turnebus, for dentalis. 6 Kent; rutu rastri Scaliger :
erutu rastri Turnebus; for ruturbatri Fv. § 137. 1 For litera in
Fv, as often. 2 Georges, for arboriae; cf. V., Be Re Rust. i. 22. 5, and
Cato, De Agric. 10. 3. 3 For lumaria. " The
earlier form of cavus ' hollow ' was in fact covos. § 136. °
Properly hirpices, from hirpus, the Samnite word for ' wolf.' b Roots of weeds
and grasses. " Diminu- tive of rostrum; therefore ultimately from
radere. d Mas- culine plural of neuter singular rastrum, from radere '
to scrape.' ' beam,' from botes ' oxen '; others call this an
urvum, from the curvuvi ' curve.' The hole under the middle of the
yoke, which is stopped up by inserting the end of the beam, is called
coum, from cavum ' hole.' Iugum ' yoke ' and iumentum ' yoke-animal/ from
iunctus ' joining or yoking.' 136. Irpices a 'harrows' are a
straight piece of wood with many teeth, which oxen draw just like a
wagon, that they may pull up the things 6 that serpunt ' creep ' in the
earth; they were called sir- pices and afterwards, by some persons,
irpices, with the S worn off. Rastelli c ' hay-rakes,' like
harrows, are saw-toothed instruments, but light in weight ;
therefore a man in the meadows at haying time corradit ' scrapes together
' with this the stalks, from which rasns ' scraping ' they are called
rastelli. Rastri d ' rakes ' are sharp-toothed instruments by which
they scratch the earth deep, and eruunt ' dig it up,' from which rutus '
digging ' they are called ruastri. 137. Falces ' sickles,'
from far ' spelt,' a with the change of a letter ; in Campania, these are
called seculae, from secare ' to cut ' ; from a certain likeness to
these are named others, the falces fenariae ' hay scythes ' and
arborariae ' tree pruning-hooks,' of obvious origin, and falces lumariae
and sirpiculae, whose source is obscure. Lumariae 6 are those with
which lumecta are cut, that is when thorns grow up in the fields ;
because the farmers solvunt ' loosen,' that is, luunt ' loose,' them from
the earth, they are called lumecta ' thorn-thickets.' Falces sirpiculae c
are named §137. "Wrong. 6 Possibly for dumariae and
dumecta, with Sabine I for d ; cf. Festiis, 67. 10 M. 'Apparently
from sirpus ' rush,' collateral form of scirpus. est ab alligando ; sic
sirpata 4 dolia quassa, cum alligata his, dicta. Utuntur in vinea
alligando fasces, incisos fustes, faculas. Has xranclas 5 Cherso(ne)sice.
6 138. Pilum, quod eo far pisunt, a quo ubi id fit dictum
pistrinum (L 1 et S inter se saepe locum corn- mutant), inde post in Urbe
Lucili pistrina et pistrix. Trapetes 2 molae oleariae ; vocant trapetes a
terendo, nisi Graecum est ; ac molae a mol(l)iendo 3 : harum enim
motu eo coniecta mol(l)iuntur. 4
Vallum a volatu, quod cum id iactant volant inde levia. Ven-
tilabrum, quod ventilatur in aere frumentum. 139- Quibus conportatur fructus
ac necessariae res : de his fiscina a ferendo dicta. Corbes ab eo
quod eo spicas aliudve quid corruebant ; hinc minores corbulae dictae. De
his quae iumenta ducunt, tragula, quod ab eo trahitur per terram ;
sirpea, quae virgis sirpatur, id est colligando implicatur, in qua
stercus aliudve quid vehitur. 4 Aug., with B, for sirpita. 5 Mue., for phanclas
/, G, fanclas H, V, p. 6 Aug., with B, for chermosie /, chermosioe
G, a. § 138. 1 Aug., for R. 2 For trapetas Fv. 3 Scaliger,
for moliendo. 4 Scaliger, for moliuntnr. d Cf. the fiaschi
vestiti or ' clothed wine-flasks ' of modern Italy. * Messana in Sicily
was before the Greek coloniza- tion named Zancle ' sickle,' from the
shape of the cape on which it stood. There is no other evidence that this
cape was called a Chersonesus, but as over twenty peninsulas are
referred to by this name, it is possible that the name was applied here
also. § 138. a V.'s basis for this statement is not apparent.
6 Cf. 521 and 1250 Marx ; one must assume that one of the Satires of
Lucilius was entitled Urbs. c From Greek. d From molere ' to grind.' e
Diminutive of vannvs ' fan.' §139. "Wrong on fiscina and
corbes. from sirpare ' to plait of rushes,' that is, alligare ' to fasten
' ; thus broken jars are said to have been sirpata ' rush-covered,' when
they are fastened to- gether with rushes.* 1 They use rushes in the
vine- yard for tying up bundles of fuel, cut stakes, and kindling.
These sickles they call zanclae in the peninsular dialect."
138. The pi lum ' pestle ' is so named because with it they pisunt
' pound ' the spelt, from which the place where this is done is called a
pistrinum ' mill ' — L and S often change places with each other" —
and from that afterwards pistrina ' bakery ' and pistrix ' woman
baker,' words used in Lucilius's Cityfi Trapetes c are the mill-stones of
the olive-mill : they call them trapetes from terere ' to rub to pieces,'
unless the word is Greek ; and molae d from mollire ' to soften,'
for what is thrown in there is softened by their motion. Vallum * '
small win no wing-fan,' from volatus ' flight,' because when they swing
this to and fro the light particles volant ' fly ' away from there.
Ventilabrum ' winnowing-fork,' because with this the grain venti-
latur ' is tossed ' in the air. 139. Those means with which field
produce and necessary things are transported. Of these, fiscina a
rush-basket ' was named from ferre ' to carry ' ; corbes '
baskets,' from the fact that into them they corrue- bant ' piled up '
corn-ears or something else ; from this the smaller ones were called
corbulae. Of those which animals draw, the tragula ' sledge,'
because it trahitur ' is dragged ' along the ground by the animal ;
sirpea 6 ' wicker wagon,' which sirpatur ' is plaited ' of osiers, that
is, is woven by binding them together, in which dung or something else
is conveyed. Vehiculum, in quo faba aliudve quid vehitur, quod
e 1 viminibus vietur 2 aut eo vehitur. Breviws 3 vehiculum dictum est
aliis ut* arcera, quae etiam in Duodecim Tabulis appellatur ; quod ex
tabulis vehiculum erat factum ut area, 5 arcera dictum. Plaus- trum
ab eo quod non ut in his quae supra dixi (ex quadam parte), 6 sed ex omni
parte palam est, quae in eo vehuntur quod perluce(n)t, 7 ut lapides,
asseres, tignum. Aedificia nominata a parte ut multa : ab
aedibus et faciendo maxime aedificium. Et oppidum ab opi dictum, quod
munitur opis causa ubi sint et quod opus est ad vitam gerendam ubi
habeant tuto. Oppida quod opere 1 muniebant, moenia ; quo moenitius esset
quod exaggerabant, aggeres dicti, et qui aggerem contineret, moerus.
2 Quod muniendi causa portabatur, mwnus 3 ; quod sepiebant oppidum
co moenere, 4 momis. 5 142. Eius summa pinnae ab his quas insigniti
§140. 1 GS. ; ex Laetus ; for est. 2 Tvrnebus, for utetur. 3 A.
Sp., for breui est. 4 A. Sp., for uel. 5 Laetus, for arcar Fv. 6 Added by
L. Sp. 7 Aug., for perlucet. §141. 1 Aug., for operi. 2
Sciop., for moerum Fv. 3 Laetus, for manus. 4 Turnebus, for eae omoenere
Fv. 5 Sciop., for murus. From vehere ' to carry.' 6 Page 116
Schoell. c From plaudere ' to creak.' § 141. ° Whence '
temple ' in the singular, ' house ' in the plural. * From prefix ob +
pedom ' place ' ; cf. irihov, San- skrit padam. c Munire, moenia, murus,
munus all belong together ; oe is the older spelling, preserved in moenia
in classical Latin. It is a question how far we ought to restore
moe- for mu- in this passage ; possibly in all the Vehiculum ° ' wagon,'
in which beans or some- thing else is conveyed, because it vietur ' is
plaited ' or because vehitur ' carrying is done ' by it. A shorter
kind of wagon is called by others, as it were, an arcera ' covered
wagon,' which is named even in the Twelve Tables b ; because the wagon
was made of boards like an area ' strong box,' it was called an arcera.
Plaus- trum e ' cart,' from the fact that unlike those which I have
mentioned above it is palam ' open ' not to a certain degree but
everywhere, for the objects which are conveyed in it perlucent ' shine
forth to view,' such as stone slabs, wooden beams, and building
material. XXXII. 141. Aedificia ' buildings ' are, like many
things, named from a part : from aedes a ' hearths ' andjacere ' to make
' comes certainly aedificium. Op- pidum 6 ' town ' also is named from ops
' strength,' because it is fortified for ops ' strength,' as a
place where the people may be, and because for spending their lives
there is opus ' need ' of place where they may be in safety. Moenia c '
walls ' were so named because they muniebant ' fortified ' the towns
with opus ' work.' What they exaggerabant ' heaped up ' that it
might be moenitius ' better fortified,' was called aggeres d ' dikes,'
and that which was to support the dike was called a moerus ' wall.'
Because carrying was done for the sake of muniendi ' fortifying,'
the work was a munus ' duty ' ; because they enclosed the town by
this moenus, it was a moerus ' wall.' 142. Its top was called
pinnae a ' pinnacles,' from those feathers which distinguished soldiers
are accus- words, since V. had a fondness for archaic
spellings. d Exaggerare is from agger, which is from ad ' to ' and
gerere ' to carry.' § 142. ° Literally, ' feathers.'
133 V. milites in galeis habere
solent et in gladiatoribus Samnites. Turres a torvis, quod eae proiciunt
ante alios. Qua viam relinquebant in muro, qua in op- pidum
portarent, portas. 143. Oppida condebant in Latio Etrusco
ritu multi, id est iunctis bobus, tauro ct vacca interiore, aratro
circumagebant sulcum (hoc faciebant religionis causa die auspicato), ut
fossa et muro essent muniti. Terram unde exculpserant, fossam vocabant et
intror- sum i'actam 1 murum. Post ea 2 qui fiebat orbis, urbis
principium ; qui quod erat post murum, postmoerium dictum, eo usque 3
auspicia urbana finiuntur. Cippi pomeri stant et circum Arcciam et 4
circum 5 Romam. Quare et oppida quae prius erant circumducta aratro
ab orbe 6 et urvo urb 2 postilionem postulare, id est civem fortissimum
eo demitti. 3 Turn quendam Curtium virum fortem
armatum ascendisse in equum et a Con- cordia versum cum equo eo 4
praecipitatum ; eo facto 2 macella Scaliger, for macelli. 3 Jordan, for iunium. 4
Added by 08., from Plautus, Cure. 474. 5 Added by GS. 6 Laetus, for
quern. 7 For cuppedinis. Stowasser, for fuerit; cf. Festus, 125. 7
M. § 148. 1 After Cornelius, Mue. deleted Stilo. 2 Laetus,
for manio. 3 Turnebus, for eodem mitti. 4 A. Sp., with II, for eum.
6 Curculio, 474. c Page 115 Funaioli. § 147. "Page 116
Funaioli. 6 Seemingly only an aetiological story ; the cognomen is
not otherwise known. Could it here be a corruption of Marcellus ?
§ 148. a A writer on historical topics, possibly the Pro- cilius
who was tribune of the plebs in 56 u.c. 6 L. Cal- purnius Piso Frugi,
consul 133 B.C., adversary of the Gracchi ; small fortified villages.
Along the Tiber, at the sanctuary of Portunus, they call it the Forum
Pis- carium ' Fish Market ' ; therefore Plautus says 6 : Down
at the Market that sells the fish. Where things of various kinds
are sold, at the Cornel- Cherry . Groves, is the Forum Cuppedinis '
Luxury Market,' from cuppedium ' delicacy,' that is, from fastidium
' fastidiousness ' ; many c call it the Forum Cupidinis ' Greed Market,'
from cupiditas ' greed.' 147. After all these things which pertain
to human sustenance had been brought into one place, and the place
had been built upon, it was called a Macellum, as certain writers say, a
because there was a garden there ; others say that it was because there
had been there a house of a thief with the cognomen Macellus, 6
which had been demolished by the state, and from which this building has
been constructed which is called from him a Macellum. 148. In
the Forum is the Lacus Curtius ' Pool of Curtius ' ; it is quite certain
that it is named from Curtius, but the story about it has three versions
: for Procilius a does not tell the same story as Piso, 6 nor did
Cornelius c follow the story given by Procilius. Procilius states d that
in this place the earth yawned open, and the matter was by decree of the
senate referred to the haruspices ; they gave the answer that the
God of the Dead demanded the fulfilment of a forgotten vow, namely that
the bravest citizen be sent down to him. Then a certain Curtius, a brave
man, put on his war-gear, mounted his horse, and turning away from
the Temple of Concord, plunged into the author of a work on Roman
history. e Identity quite uncertain. 6 Hist. Rom. Frag., page 198
Peter. locum coisse atque eius corpus divinitus humasse ac
reliquisse genti suae monumentum. 149- Piso in Annalibus scribit
Sabino bello, quod fuit Romulo et Tatio, virum fortissimum Met(t)ium
Curiium 1 Sabinum, cum Romulus cum suis ex su- periore parte impressionem
fecisset, 2 in locum 3 palus- trem, qui turn fuit in Foro antequam
cloacae sunt factae, secessisse atque ad suos in Capitolium re-
cepisse ; ab eo lacum (Curtium) 4 invenisse nomen. 150. Cornelius
et Lutatius 1 scribunt eum locum esse fulguritum et ex S. C. septum esse
: id quod factum es(se)t 2 a Curtio consule, cui M. Genucius 3 fuit
collega, Curtium appellatum. 151. Arx ab arcendo, quod is locus
munitissimus Urbis, a quo facillime possit hostis prohiberi. Career
a coercendo, quod exire prohibentur. In hoc pars quae sub terra
Tullianum, ideo quod additum a Tullio rege. Quod Syracusis, ubi de(licti)
1 causa custodiuntur, vocantur latomiae, (in)de 2 lautumia §
149. 1 For curcium Fv.
2 After fecisset, Popma de- leted curtium. 3 Laetus, for lacum. 4 Added
by GS. § 150. 1 Aug., with B, for luctatius. 2 Mue., for est.
3 For genutius. § 151. 1 Bergmann, for de. 2 Mue. ; exinde Turnebus
; for et de. § 149. Hist. Rom. Frag., page 79 Peter. 6
Tradition- ally built by the first Tarquin ; cf. Livv, i. 38. 6. c
Cf. Livy, i. 10-13, especially i. 12. 9-10 and! 13. 5. § 150.
Q. Lutatius Catulus, 152-87 b.c, consul 102 as colleague of Marius in the
victory over the Cimbri at Ver- cellae ; a writer on etymology and
antiquities. b Hist. Rom. Frag., page 126 Peter ; Gram. Rom. Frag., page
105 Funaioli. c C. Curtius Chilo and M. Genucius Augurinus were
colleagues in the consulship in 445 b.c. gap, horse and all ; upon which
the place closed up and gave his body a burial divinely approved,
and left to his clan a lasting memorial. 149. Piso in his
Annals writes that in the Sabine War between Romulus and Tatius, a Sabine
hero named Mettius Curtius, when Romulus with his men had charged
down from higher ground and driven in the Sabines, got away into a swampy
spot which at that time was in the Forum, before the sewers b had
been made, and escaped from there to his own men on the Capitoline c ;
and from this the pool found its name. 150. Cornelius and
Lutatius a write b that this place was struck by lightning, and by decree
of the senate was fenced in : because this was done by the consul
Curtius, 6 who had M. Genucius as his colleague, it was called the Lacus
Curtius. 151. The arx ' citadel,' from arcere ' to keep off,'
because this is the most strongly fortified place in the City, from which
the enemy can most easily be kept away. The career 6 ' prison,' from
coercere ' to con- fine,' because those who are in it are prevented
from going out. In this prison, the part which is under the ground
is called the Tullianum, because it was added by King Tullius. Because at
Syracuse the place where men are kept under guard on account of
transgressions is called the Latomiae c ' quarries,' from § 151.
"The northern summit of the Capitoline, on which stood the temple of
Juno Moneta. * Beneath the Arx, at the corner of the Forum ; etymology
wrong. e Greek XoLTOfuai, contracted from XaoTOfuai, which gave the
Latin word ; there were old tufa-quarries on the slopes of the
Capitoline, and the excavation which formed the dungeon was probably a
part of the quarry. translatum, quod hie quoque in eo loco
lapidicinae fuerunt. 152. In (Aventi)no 1 Lauretum ab eo quod
ibi sepultus est Tatius rex, qui ab Laurentibus inter- fectus est,
(aut) 2 ab silva laurea, quod ea ibi excisa et aedificatus vicus : ut
inter Sacram Viam et Macellum editum Corneta (a cornis), 3 quae abscisae
loco re- liquerunt nomen, ut ^esculetum ab aesculo 4 dictum et
Fagutal a fago, unde etiam Iovis Fagutalis, quod ibi saeellum.
153. Armilustr(i)um 1 ab ambitu lustri : locus idem Circus Maximus
2 dictus, quod circum spectaculis aedificatus wbi 3 ludi fiunt, et quod
ibi circum metas fertur pompa et equi currunt. Itaque dictum in
Cornicula(ria) 4 militi's 5 adventu, quern circumeunt ludentes :
Quid cessamus ludos facere ? Circus noster ecce adest.
§152. 1 Groth, for in eo. 2 Added by Sciop. 3 Added by Aug., with
B. 4 Laetus, for escula. § 153. 1 For armilustrum. 2 Laetus, for
mecinus. 3 Aug., with B, for ibi. 4 Vertranius, for cornicula. 6
Tumebas, for milites. § 152. There is here a lacuna, or else
the in eo of the manuscripts stands for in Aventino ; for the Lauretum
was on the Aventine. § 153. The word denotes both the
ceremony, held on October 19, and the place where it was performed,
which seems originally to have been on the Aventine ; according to V.,
it was later held in the Circus, in the valley between the Aventine and
the Palatine. According to Servius, in Aen. i. 283, the name was
ambilustrum, so called because the ceremony was not legal unless
performed by both (ambo) censors jointly ; it is possible that the word
should be so emended here and at vi. 22. " Circum is merely the
ac- that the word was taken over as lautumia, because
here also in this place there were formerly stone- quarries.
1 52. On the Aventine a is the Lauretum ' Laurel- Grove,' called
from the fact that King Tatius was buried there, who was killed by the
Laurentes ' Lauren- tines,' or else from the laurea ' laurel ' wood,
because there was one there which was cut down and a street run
through with houses on both sides : just as between the Sacred Way and I
lie higher part of the Macellum are the Corneta ' Cornel-Cherry
Groves,' from corni 'cornel-cherry trees,' which though cut away
left their name to the place ; just as the Aescu- letum ' Oak-Grove' is
named from aesculus ' oak-tree,' and the Fagutal ' Beech-tree Shrine '
from fagus ' beech-tree,' whence also Jupiter Fagutalis ' of the
Beech-tree,' because his shrine is there. 153. Armilustrium a '
purification of the arms,' from the going around of the lustrum '
purificatory offering'; and the same place is called the Circus
Maximus, because, being the place where the games arc performed, it
is built up circum 6 ' round about ' for the shows, and because there the
procession goes and the horses race circum ' around ' the
turning-posts. Thus in The Story of the Helmet-Horn c the following
is said at the coming of the soldier, whom they en- circle and make fun
of : Why do we refrain from making sport ? See, here's our
circus-ring. cusative of circus. e Frag. I of Plautus's
Cornicularia, which may be taken as the Story of the Corniculum, a
horn- shaped ornament on the helmet, bestowed for bravery ; here
apparently assumed by a braggart soldier, the miles of the text. V. In circo primum unde mittuntur
equi, nunc dicuntur carceres, Naevius oppidum appellat. Carceres
dicti, quod coercentur 6 equi, ne inde exeant antequam magistratus
signum misit. Quod a(d) muri spm'em' pmnis 8 turribusque 9 carceres olim
fuerunt, scripsit poeta : Dictator ubi currum insidit,
pervehitur usque ad oppidum. 154. Intumus circus ad Murcice 1
vocatur, 4 ut Procilius aiebat, ab urceis, quod is locus esset inter
figulos ; alii dicunt a murteto declinatum, quod ibi id fuerit ; cuius
vestigium manet, quod ibi est sacellum etiam nunc Murteae Veneris. Item simili de causa
Circus Flaminius dicitur, qui circum aedificatus est Flaminium Campum, et
quod ibi quoque Ludis Tauriis equi circum metas currunt. 155.
Comitium ab eo quod coibant eo comitiis curiatis et litium causa. 1
Curiae duorum generum : nam et ubi curarent sacerdotes res divinas, ut 2
curiae 6 p, Ed. Veneta (cohercentur Laetus), for coercuntur. 7 Mue., for a
muris partem. 8 Laetus, for pennis. 9 Aug., for turribus qui.
§ 154. 1 L. Sp.,for murcim Fv. 2 Sciop.,/or uocatum. § 155. 1 Mue.
; caussa Aug., with B ; causae Fv. 2 For et. Merely the
plural of career ' prison ' ; not related to coercere. e Naevius, Comic.
Rom. Frag., inc. fab. II Rib- beck 3 ; R.O.L. ii. 148-149
Warmington. § 154. ° Hist. Rom. Frag., page 3 Peter. " Page
116 Funaioli. c In the level ground of the Campus Martius, through
which C. Flaminius Nepos as censor in 220 b.c. built the Via Flaminia,
the great highway from Rome to the north, and near it the Circus
Flaminius ; he was consul in 217 and was killed in the battle with
Hannibal at Lake In the Circus, the place from which the horses are
let go at the start, is now called the Carceres ' Prison- stalls,'
but Naevius called it the Town. Carceres d was said, because the horses
coercentur ' are held in check,' that they may not go out from there
before the official has given the sign. Because the Stalls were
formerly adorned with pinnacles and towers like a wall, the poet wrote e
: When the Dictator mounts his car, he rides the whole way to
the Town. 1 54. The very centre of the Circus is called ad
Murciae ' at Murcia's,' as Procilius ° said, from the urcei ' pitchers,'
because this spot was in the potters' quarter ; others 6 say that it is
derived from murtetum ' myrtle-grove,' because that was there : of which
a trace remains in that the chapel of Venus Muriea 4 of the Myrtle
' is there even to this day. Likewise for a similar reason the Circus
Flaminius ' Flaminian Circus ' got its name, for it is built c circum '
around ' the Flaminian Plain, and there also the horses race circum
' around ' the turning-posts at the Taurian Games. d 155. The
Comitium ' Assembly-Place ' was named from this, that to it they coibant
' came together ' for the comitia curiata a ' curiate meetings ' and for
law- suits. The curiae 6 ' meeting-houses ' are of two kinds : for
there are those where the priests were to attend to affairs of the gods,
like the old meeting- Trasumennus. d Games in honour of the deities
of the netherworld. § 155. ° Long before V.'s time,
practically replaced by the comitia centuriata. * Curia denoted first a
group of gentes ; then a meeting-place for such groups ; then any
meeting-place. vol. i L 145 V.
veteres, et ubi senatus humanas, ut Curia Hostilia, quod primus
aedificavit Hostilius rex. Ante hanc Rostra ; cuius id vocabulum, ex
hostibus capta fixa sunt rostra ; sub dextra huius a Comitio locus
sub- structus, ubi nationum subsisterent legati qui ad senatum
essent missi ; is Graecostasis appellatus a parte, ut multa.
156. Senaculum supra Graecostasim, ubi Aedis Concordiae et Basilica
Opimia ; Senaculum vocatum, ubi senatus aut ubi seniores consisterent,
dictum ut yepoverta 1 apud Graecos. Lautolae ab lavando, quod ibi
ad Ianum Geminum aquae caldae fuerunt. Ab his palus fuit in Minore
Velabro, a quo, quod ibi vehebantur lintribus, 2 velabrum, ut illud de
quo supra dictum est. 157. Aequimaelium,quod
a€p€Tpoi>. 167. Posteaquam transierunt ad culcitas, quod
in eas acus 1 aut tomentum aliudve quid calcabant, ab inculcando
culcita dicta. Hoc quicquid insternebant ab sternendo stragulum
appellabant. Pulvinar vel a plumbs vel a pellulis 2 declinarunt. Quibus
operiban- tur, operimenta, et pallia opercula dixerunt. In his
multa peregrina, ut sagum, reno Gallica, ut 3 gaunaca 4 et amphimallum
Graeca ; contra Latinum toral, 5 ante torum, et torus a torto, 6 quod is
in promptu. 2 Aug., for terras. 3 Ed. Veneta, for quam. 4 L.
Sp., for ubi. 5 Added by L. Sp. §167. 1 Turnebus, for ea
sagus. 2 Aldus, for a pluribus uel a pollulis. 3 GS. ; gallica Turnebus ;
for galli quid. 4 GS. ; gaunacum Scaliger, for gaunacuma. 5 A. Sp.
; toral quod Aug.; torale quod Aldus ; for tore uel. 6 Meursius, for
toruo. 6 That is, on additional straw and grass (if the text
be correct). e From the Greek, with dissimilative loss of the prior
t. d The standing grain ; then, the stems of the grain-plants, not merely
of wheat. * From the Greek word, which is from epa> ' I bear.'
§167. "Wrong. 6 Hoc = hue 'into this.' c From ' gathered
' the straw-coverings and the grass with which to make them, as even now
is done in camp ; these couches, that they might not be on the
earth, they raised up on these materials 6 ; — unless rather from
the fact that the ancient Greeks called a bed a \tK-pov. Those who
covered up a couch, called the coverings segestria, c because the
coverings in general were made from the seges d ' wheat-stalks,' as
even now is done in the camp ; unless the word is from the Greeks,
for there it is o-rkyao-rpov. Because the bed of a dead man fertur ' is
carried,' our ancestors called it a feretrum e ' bier,' and the Greeks
called it a 3 quod olim v(i)num 4 dicebant multa?« 5 : itaque
cum (in) 8 dolium aut culleum vinum addunt rustici, prima urna
addita dicunt etiam nunc. Poena a poeniendo aut quod post peccatum
sequitur. Pretium, quod emptionis aesti- mationisve causa constituitur,
dictum a peritis, quod hi soli facere possunt recte id. §
175. 1 Bergk,for issedonion. § 176. 1 L. Sp., for ceptum. 2 A. Sp.,
for ab eadem mente. 3 Bentinus, for intrigo (intrigo dicta et
intertrigo B and Aug.). § 177. 1 Groth, for a. 2 Aug., for
multas. 3 Added by Mue. 4 B, Laetus, for unum. 5 Goeschen,
for multae. 6 Added by Aug., with B. §176.
"Wrong. § 177. ° Multa 'fine,' possibly taken from Sabine,
but probably from the root in mulcare ' to beat.' V. seems to
identify it with multae ' many,' supply perhaps pecuniae : the magistrate
imposed one multa after another, just as the countrymen poured one multa
of wine after another into is Sdi'ciov with the Aeolians, and 86p.a as others
say it, and ooo-is of the Athenians. Arrabo ' earnest-money,' when
money is given on this stipulation, that a balance is to be paid : this
word likewise is from the Greek, where it is dppafiwv. Reliquum '
balance,' because it is the reliquum ' remainder ' of what is owed.
176. Damnum ' loss,' from demptio ' taking away,' a when less is
brought in by the sale of the object than it cost. Lucrum ' profit ' from
luere ' to set free,' if more is taken in than will exsolvere ' release '
the price at which it was acquired. Detrimenium ' damage,' from
detritus ' rubbing off,' because those things which are trita ' rubbed '
are of less value. From the same trimentum comes intertrimentum ' loss by
attrition,' because two things which have been trita ' rubbed '
inter se ' against each other ' are also diminished ; from which moreover
intertrigo ' chafing of the skin ' is said. 177. A multa '
fine ' is that money named by a magistrate, that it might be exacted on
account of a transgression ; because the fines are named one at a
time, they are called midtae as though ' many,' and because of old they
called wine multa : thus when the countrymen put wine into a large jar or
wine-skin, they even now call it a multa after the first pitcherful
has been put in. a Poena ' penalty,' from poenire 6 ' to punish ' or
because it follows post ' after ' a transgres- sion. Pretium ' price ' is
that which is fixed for the purpose of purchase or of evaluation ; it is
named from the periti d ' experts,' because these alone can set a
price correctly. the storage jars or skins. 6 Poena from Greek : poenire
(classical punire) from poena. * As though from pone ' behind,' =post. d
Wrong etymology. Si quid datum pro
opera aut opere, merces, a merendo. Quod manu factum erat et datum
pro eo, manupretium, a manibus et pretio. Corollarium, si additum
praeter quam quod debitum ; eius voca- bulum fictum a corollis, quod eae,
cum placuerant actores, in scaena dari solitae. Praeda est ab hosti- bus
capta, quod manu parta, ut parida praeda. Prae- mium a praeda, quod ob
recte quid factum concessum. 179- Si datum quod reddatur, mutuum,
quod Siculi [xoItov : itaque scribit Sophron Moitov arri/xo.
1 Et munus quod mutuo animo qui sunt dant officii causa ;
alterum munus, quod muniendi causa impera- tum, a quo etiam municipes,
qui una munus fungi debent, dicti. 180. Si es{ty ea pecunia
quae in h/dicium 2 venit in litibus, sacramentum a sacro ; qui 3 petebat
et qui infiiiabatur, 4 de aliis rebus ut(e)rque 5 quingenos aeris
ad ponte Re liustica, iii. 5. 3, who says that the entrance to a bird-cote is called a coclia '
snail-shell,' being intended to admit air and some light, but not to
permit direct vision from the interior to the outside. ' V. had a
friend Q. Lucienn% a Roman senator, well versed in Greek; he appears
as a speaker in V.'s De Re Rustica, ii. (5. 1, in turdarium ' thrush-cote
' and turdelix e ' spiral en- trance for thrushes.' Thus the Greeks, in
adapting our names, make Aeivuqi'ds of Lucienns * and Koii'-ios of
Quinctius, and we make Aristarcfius of their'Aptcr-ap- Xos and Z)/o of
their Attov. In just this way, I say, our practice has altered many from
the old form, as solum 9 ' soil ' from solu, hiberum h ' God of Wine '
from hoe- besom, hares i ' Hearth-Gods ' from hases : these words,
covered up as they are by lapse of time, I shall try to dig out as best I
can. II. 3. First we shall speak of the time-names, then of
those things which take place through them, but in such a way that first
Ave shall speak of their essential nature : for nature was man's guide to
the imposition of names. Time, they say, is an interval in the
motion of the world. This is divided into a number of parts, especially
from the course of the sun and the moon. Therefore from their temperatus
' moderated ' career, tempus ' time ' is named," and from this comes
tempestiva ' timely things ' ; and from their motus ' motion,' the mundus
b ' world,' which is joined with the sky as a whole. 4. There
are two motions of the sun : one with the sky, in that the moving is
impelled by Jupiter as ruler, who in Greek is called ii'a, when it comes
from east to west ° ; wherefore this time is from this god called a
etc). ' With change from the fourth declension to the second (if
the text is correct). * With change of the vowel as well as rhotacism ;
the accusative form must be kept in the translation, to show this
clearly. * With rhotacism (change of intervocalic s to r). The
converse is true: temperare is from tempus. b Wrong. § 4. °
This insertion in the text gives the needed sense : the second motus is
in § 8. ab hoc deo dies appellatur. Meridies
ab eo quod mcdius dies. D antiqui, non R in hoc dicebant, ut
Praeneste incisum in solario vidi. Solarium dictum id, in quo horae in
sole inspiciebantur, (vel horologium ex aqua), 2 quod Cornelius in
Basilica Aemilia et Fulvia inumbravit. Diei principium mane, quod
turn 3 manat dies ab oriente, nisi potius quod bonum antiqui dicebant
manum, ad cuiusmodi religionem Graeci quoque cum lumen affcrtur, solent
dicere dyudov. 5. Suprema summum diei, id ab superrimo.
Hoc tempus XII Tabulae dicunt occasum esse solis ; sed postea lex
P/aetoria 1 id quoque tempus esse iubet supremum quo praetor in Comitio
supremam pronun- tiavit populo. Secundum hoc dicitur crepusculum a
crepero : id vocabulum sumpserunt a Safiinis, unde veniunt Crepusci
nominati Amiterno, qui eo tempore erant nati, ut Luci(i) 2 prima luce in
Reatino 3 ; cre- pusculum significat dubium ; ab eo res dictae
dubiae creperae, quod crepusculum dies etiam nunc sit an iam nox
multis dubium. 2 Added by GS. 3 For cum. §5. 1 Aug., for praetoria. 2
Laehis,for luci. 3 Mue., for reatione or creatione. *
Dies is cognate with Greek Ala, but not derived from it. " P.
Cornelius Scipio Nasica Corculum, when censor in 159 b.c. with M.
Popilius Laenas, setup the first water-clock in Rome in this Basilica,
which was erected in 179 on the north side of the Forum by the censors M.
Aemilius Lepidus and M. Fulvius Nobilior, from whom it was named. d
Both etymologies wrong. §5. "Approximately correct. * Page 119
Schoell. dies ' day.' 6 Meridies ' noon,' from the fact that it is
the medius ' middle ' of the dies ' day.' The ancients said D in this
word, and not R, as I have seen at Prae- neste, cut on a sun-dial.
Solarium ' sun-dial ' was the name used for that on which the hours were
seen in the sol ' sunlight ' ; or also there is the water-clock,
which Cornelius* set up in the shade in the Basilica of Aemilius and
Fulvius. The beginning of the day is mane ' early morning,' because then
the day manat ' trickles ' from the east, unless rather because the
ancients called the good manum d : from a supersti- tious belief of the
same kind as influences the Greeks, who, when a light is brought, make a
practice of saying, " Goodly light ! " 5. Suprema
means the last part of the day ; it is from superrimum. a This time, the
Twelve Tables say, 6 is sunset ; but afterwards the Plaetorian Law c
de- clares that this time also should be ' last ' at which the
praetor in the Comitium has announced to the people the suprema ' end of
the session.' In line with this, crepusculum ' dusk ' is said from
creperum ' obscure ' ; this word they took from the Sabines, from
whom come those who were named Crepusci, from Amiter- num, who had
been born at that time of day, just like the Lucii, who were those born
at dawn (prima luce) in the Reatine country. Crepusculum means doubtful
: from this doubtful matters are called creperae ' ob- scure,' d
because dusk is a time when to many it is doubtful whether it is even yet
day or is already night. e A law for the protection of
minors, named from Plaetorius, a tribune of the people. d All
etymologically sound, but a meaning 4 doubtful ' must have proceeded from
a word crepus ' dusk.' VOL. I X 177 V. 6.
Nox, quod, ut Pacm'us 1 ait, Omnia nisi interveniat sol pruina
obriguerint, quod nocet, nox, nisi quod Graecc vv^ nox. Cum
Stella prima exorta (eum Graeci vocant ea-irepov, nostri Vesperuginem ut
Plautus : Neqne Vesperugo neque Vergiliae occidunt), id
tempus dictum a Graecis kcnrkpa, Latine vesper ; ut ante solem ortum quod
eadem Stella vocatur iubar, quod iubata, Pacui dicit pastor :
Exorto iubare, noctis decurso itinere ; Enni* Aiax :
Lumen — iubarne ? — in caelo cerno. 7. Inter vesperuginem et iubar dicta nox intem-
pesta, ut in Bruto Cassii quod dicit Lucretia : Nocte intempesta
nostram devenit domum. Intempestam Aelius dicebat cum tempus agendi
est nullum, quod alii concubium 1 appellarunt, quod omnes fere tunc
cubarent ; alii ab eo quod sileretur § 6. 1 Ribbeck ; Pacuvius Scaliger
; for catulus. 2 GS. ; Ennii Laetus ; for ennius. § 7. 1
Laetus, for inconcubium. §6. ° Antiopa, Trag. Rom. Frag. 14 Ribbeck
3 ; R.O.L. ii. 170-171 Warmington; cf. Funaioli, page 123. Ribbeck
's nocti ni for nisi is probably Pacuvius's wording; V., as often,
paraphrases the quotation. * Nox and vv£ come from the same source;
connexion with nocere is dubious. e Amphitruo,275. d Correct etymologies.
" Iubar and tuba ' mane ' are not related, despite vii. 76. f Trag.
Rom. Frag. 347 Ribbeck 3 ; R.O.L. ii. 320-321 Warmington. » Trag.
Rom. Frag. 336 Ribbeck 3 ; R.O.L. i. 226-227 Warmington; cf. vi. 81 and
vii. 76. § 7 ° A writer of praetextae, otherwise unknown :
the name recurs at vii. 72 ; possibly Victorius's emendation to Nox
' night ' is called nox, because, as Pacuvius says," All
will be stiff with frost unless the sun break in, because it nocet
' harms ' ; unless it is because in Greek night is vv£. b When the first
star has come out (the Greeks call it Hesperus, and our people call
it Vesperugo, as Plautus does c : The evening star sets not, nor
yet the Pleiades), this time is by the Greeks called lter (ac>
caeli, 1 quod movetur a bruma ad solstitium. Dicta bruma, quod
brevissimus tunc dies est ; solstitium, quod sol eo die sistere
videbatur, quo 2 ad nos versum proximus est. Sol 3 cum venit in medium
spatium inter brumam et solstitium, quod dies aequus fit ac nox,
aequinoctium dictum. Tempus a bruma ad brumam dum sol redit,
vocatur annus, quod ut parvi circuli anuli, sic magni dicebantur circites
ani, unde annus. 9- Huius temporis pars prima hiems, quod
turn multi imbres ; hinc hibernacula, hibernum ; vel, quod turn
anima quae flatur omnium apparet, ab hiatu hiems. Tempus secundum ver,
quod turn virere 1 incipiunt virgulta ac vertere se tempus anni ;
nisi quod Iones dicunt r;p 2 ver. Tertium ab aestu aestas ; hinc
aestivum ; nisi forte a Graeco aWecr9ai. Quar- tum autumnus, (ab augendis hominum opibus
dictus frugibusque coactis, quasi auctumnus). 3 2 For
conticinnium /. 3 uidebitur Plautus. 4 redito hue Plautus. 6 For
conticinnio /. § 8. 1 Mue.,for alter caeli. 2 quo A. Sp. ; quod
Mue. ; for aut quod. 3 A. Sp. ; proximus est sol, solstitium L. Sp.
; for proximum est solstitium. § 9. 1 Aldus, for uiuere. 2 L. Sp. ;
eap Victorius ; for et. 3 Added by GS., after Krieg shammer, and
Fest. 23. 11 If. d Asinaria, 685. § 8. For the
first motion, see § 4. 6 The winter and the summer solstices. e Annus is
not connected with anus or anulus ' ring.' § 9. Wrong. *
Cognate with the Greek, not derived from it. the time which Plautus
likewise calls the conticinium ' general silence ' : for he writes d
: We'll see, I want it done. At general-silence time come
back. 8. There is a second motion of the suri, a differing
from that of the sky, in that the motion is from bruma ' winter's day '
to sohtitium ' solstice.' 6 Bruma is so named, because then the day is brevissimus
' shortest ' : the sohtitium, because on that day the sol ' sun '
seems sister e ' to halt,' on which it is nearest to us. When the
sun has arrived midway between the bruma and the sohtitium, it is called
the aequinoctium ' equinox,' because the day becomes aequus ' equal ' to
the nox ' night.' The time from the bruma until the sun re- turns
to the bruma, is called an annus ' year,' because just as little circles
are anuli ' rings,' so big circuits were called ani, whence comes annus '
year.' c 9. The first part of this time is the hiems '
winter,' so called because then there are many imbres ' showers ' a
; hence hibernacula ' winter encamp- ment,' hibernum ' winter time ' ; or
because then everybody's breath which is breathed out is visible,
hiems is from hiatus ' open mouth.' a The second season is the ver b *
spring,' so called because then the virgulta ' bushes ' begin virere ' to
become green ' and the time of year begins vertere ' to turn or change
' itself" ; unless it is because the Ionians say rjp for
spring. The third season is the aestas ' summer,' from aestus ' heat ' ;
from this, aestivum ' summer pas- ture ' ; unless perhaps it is from the
Greek aWetrdai ' to blaze.' 6 The fourth is the autumnus ' autumn,'
named from augere ' to increase ' the possessions of men and the gathered
fruits, as if auctumnus. a 181 V.
10. endo 5 sub/iga&ulum. 6
Vo/turnalia 7 a deo Vo/turno, 8 cuius feriae turn. Octo- bri mense
Meditrinalia dies dictus a medendo, quod Flaccus flamen Martialis dicebat
hoc die solitum vinum (novum) 1 et vetus libari et degustari
medica- menti causa ; quod facere solent etiam nunc multi cum
dicttnt 10 : Novum vetus vinum bibo : novo veteri 11 morbo
medeor. 22. Fontanalia a Fonte, quod is dies feriae eius ; ab
eo turn et in fontes coronas iaciunt et puteos coronant. Armilustrium ab
eo quod in Armilustrio armati sacra faciunt, nisi locus potius dictus ab
his ; sed quod de his prius, id ab luendo 1 aut lustro, id est quod
circumibant ludentes ancilibus armati. 3 L. Sp., for aut. 4 Aldus,
for diciturne. 6 Skutsch, for suffiendo. * Kent, for subligaculum. 7 For
uor- turnalia ; cf. volturn. in the Fasti. 8 For uorturno / cf.
preceding note. 9 Added by Laetus. 10 L. Sp., for dicant. 11 After
veteri, G, V,f, Aldus deleted uino; cf. Festus, 123. 16 M. §
22. 1 Vertranius, for luendo. c An oblong piece of white
cloth with a coloured border, which the Vestal Virgins fastened over
their heads with a fibula ' clasp ' when they offered sacrifice ; cf.
Festus, 348 a 25 and 3*9. 8 M. d On August 27; the god Volturnus
cannot be identified unless he is identical with Vortumnus (Vertumnus),
since he can hardly be the deity of the river Volturnus in Campania or of
the mountain Voltur, in Apulia, near Horace's birthplace. « On October 3
; Meditrina, may enter it except the Vestal Virgins and the state
priest. " When he goes there, let him wear a white veil," is
the direction ; this suffibuluni e ' white veil ' is named as if
sub-Jigabulum from sujfigere ' to fasten down.' The Volturnalia '
Festival of Volturnus,' from the god Volturnus, 41 whose feast takes
place then. In the month of October, the MeditrinaUa e ' Festival
of Meditrina ' was named from mederi ' to be healed,' because Flaccus the
special priest of Mars used to say that on this day it was the practice
to pour an offering of new and old wine to the god, and to taste of
the same/ for the purpose of being healed ; which many are
accustomed to do even now, when they say : Wine new and old I
drink, of illness new and old I'm cured.* 22. The Fontanalia
' Festival of the Springs,' from Fons ' God of Springs,' because that day
° is his holi- day ; on his account they then throw garlands into
the springs and place them on the well- tops. The Armilustrium 6 '
Purification of the Arms,' from the fact that armed men perform the
ceremony in the Armilustrium, unless the place c is rather named
from the men ; but as I said of them previously, this word comes
from ludere ' to play ' or from lustrum ' puri- fication,' that is,
because armed men went around ludentes ' making sport ' with the sacred
shields. d Goddess of Healing. 'The ceremonial first drinking
of the new wine. ' Frag. Poet. Lat., page 31 Morel. § 22. »
October 13. » October 13. e The place was named from the ceremony ; cf.
v. 153. d The first ancile is said to have fallen from heaven in the
reign of Numa, who had eleven others made exactly like it, to prevent its
loss or to prevent knowledge of its loss ; for the safety of the
City depended on the preservation of that shield which fell from
heaven. 195 V. Saturnalia
dicta ab Saturno, quod eo die feriae eius, ut post diem tertium Opalia
Opis. 23. Angeronalia ab Angerona, cui sacrificium fit in
Curia Acculeia et cuius feriae publicae is dies. Larentinae, quem diem quidam in scribendo
Laren- talia appellant, ab Acca Larentia nominatus, cui sacerdotes
nostri publice parentant e sexto die, 1 qui a& ea* dicitur die* 3
Parent(ali)um 4 Accas Larentinas. 5 24. Hoc sacrificium fit in
Velabro, qua 1 in Novam Viam exitur, ut aiunt quidam ad sepulcrum Accae,
ut quod ibi prope faciunt diis Manibus servilibus sacer- dotes ;
qui uterque locus extra urbem antiquam fuit non longe a Porta Romanula,
de qua in priore libro dixi. Dies Septimontium nominatus ab his
septem montibus, in quis sita Urbs est ; feriae non populi, sed
montanorum modo, ut Paganalibus, qui sunt alicuius pagi. 25.
De statutis diebus dixi ; de anrialibus nec § 23. 1 parentant Aug.,
e sexto die Fay, for parent ante sexto die. 2 Mue., for atra. 3 L. Sp., for diem. 4
Mommsen, for tarentum. 6 L. Sp., for tarentinas. § 24. 1 Laetus,
for quia. ' December 17, and the following days. ' December
19. § 23. ° On December 21. * Goddess of Suffering and
Silence. c On December 23 ; supply feriae with Laren- tinae. d Wife of
Faustulus ; she nursed and brought up the twins Romulus and Remus. e
" Sixth " is wrong if the Saturnalia began on December 17,
unless in this instance both ends are counted, or the allusion is to an
earlier practice by which the Saturnalia began one day later. On the
phrase e sexto die, cf. Fay, Amer. Jmtrn. Phil. xxxv. 246. f
Archaic genitive singular ending in -as. The Saturnalia ' Festival of
Saturn ' was named from Saturn, because on this day * was his festival,
as on the second dav thereafter the Opalia/ the festival of
Ops. 23. The Angeronalia," from Angerona, 6 to
whom a sacrifice is made in the Acculeian Curia and of whom this
day is a state festival. The Larentine Festival, 6 which certain writers
call the Larentalia, was named from Acca Larentia, d to whom our priests
officially perform ancestor-worship on the sixth day after the
Saturnalia,' which day is from her called the Day of the Parentalia of
Larentine Acca/ 24. This sacrifice is made in the Velabrum,
where it ends in New Street, as certain authorities say, at the
tomb of Acca, because near there the priests make offering to the
departed spirits of the slaves ° : both these places b were outside the
ancient city, not far from the Little Roman Gate, of which I spoke in
the preceding book." Septimontium Day d was named from these
septem viontes ' seven hills,' ' on which the City is set ; it is a
holiday not of the people generally, but only of those who live on the
hills, as only those who are of some pagus ' country district ' have a
holi- day 1 at the Paganalia 3 ' Festival of the Country
Districts.' 25. The fixed days are those of which I have
spoken ; now I shall speak of the annual festivals § 24. °
Faustulus and Acca were, of course, slaves of the king. * The tomb of
Acca and the place of sacrifice to the Manes serciles. e v. 164. d On
December 11. * Not the usual later seven; Festus, 348 M., lists
Capitoline with Velia and Cermalus, three spurs of the Esquiline —
Oppius, Fagutal, Cispius — and the Subura valley between. ' Supply
feriantur. ' Early in January, but not on a fixed date.
197 V. de 1 statutis dicam.
Compitalia dies attributus Laribus viaUhus 2 : ideo ubi viae competunt
turn in competis sacrificatur. Quotannis is dies concipitur.
Similiter Latinae Feriae dies conceptivus 3 dictus a Latinis populis,
quibus ex Albano Monte ex sacris carnem 4 petere fuit ius cum Romanis, a
quibus Latinis Latinae dictae. 26. Sementivae 1 Feriae dies
is, qui a pontificibus dictus, appellatus a semente, quod sationis causa
sus- cepta(e). 2 Paganicae eiusdem agriculturae causa susceptae, ut
haberent in agris omn/s 3 pagus, unde Paganicae dictae. Sunt praeterea
feriae conceptivae quae non sunt annales, ut hae quae dicuntur sine
proprio vocabulo aut cum perspic?/o, 4 ut Novendiales 5 sunt.
IV. 27. De his
diebus (satis) 1 ; nunc iam, qui hominum causa constituti, videamus. Primi dies mensium
nominati ivalendae, 2 quod his diebus calan- § 25. 1 Mommsen, for
de. 2 Bongars, for ut alibi. 3 Laetus, for conseptivus. 4 Victorius, for
carmen. § 26. Vertranius, for sementinae. 2 Aldus, for
suscepta. 3 Aldus, for omnes. 4 Aug., for perspicio. 6 For
novendialis. § 27. 1 Added by Sciop. 2 Aug., with B, for caK
§ 25. ° That is, set by special proclamation, and not always
falling on the same date. b By the praetor, not far from January 1. e
Written competa in the text, to make the association with competunt. d The
festival of the league of the Latin cities; its date was set by the
Roman consuls (or by a consul) as soon as convenient after entry
into office. § 26. ° In January, on two days separated by a
space of seven days ; as they were days of sowing, the choice
depended upon the weather. * Collective singular with which are not fixed
on a special day.° The Compitalia is a day assigned 6 to the Lares of the
highways ; therefore where the highways competunt ' meet,'
sacrifice is then made at the compita c ' crossroads.' This day is
appointed every year. Likewise the Latinae Feriae ' Latin Holiday ' d is
an appointed day, named from the peoples of Latium, who had equal
right with the Romans to get a share of the meat at the sacrifices on the
Alban Mount : from these Latin peoples it was called the Latin Holiday.
26. The Sementivae Feriae ' Seed-time Holiday ' is that day which
is set by the pontiffs ; it was named from the sementis ' seeding,'
because it is entered upon for the sake of the sowing. The
Paganicae ' Country-District Holiday ' was entered upon for the
sake of this same agriculture, that the whole pagus 6 ' country-district
' might hold it in the fields, whence it was called Paganicae. There are
also appointive holidays which are not annual, such as those which
are set without a special name of their own, c or with an obvious
one, such as is the Novendialis ' Ceremony of the Ninth Day.' d
IV. 27. About these days this is enough ° ; now let us see to the
days which are instituted for the interests of men. The first days of the
months are named the Kalendae, b because on these days the
plural verb. e Such as the supplicat tones voted for Caesar's
victories in Gaul ; cf. Bell. Gall. ii. 35. 4, iv. 38. 5, vii. 90. 8. d
The offerings and feasts for the dead on the ninth day after the funeral
; also, a festival of nine days proclaimed for the purpose of averting
misfortunes whose approach was indicated by omens and prodigies. The
insertion of satis makes the chapter beginning conform to those at v. 57,
75, 95, 184, vi. 35, etc. * The K in Kalendae and halo, before A, is well
attested. 199
V. tur eius menszs 3 Nonae a pontificibus, quintanae
an septimanae sint futurae, in Capitolio in Curia Calabra sic :
" Die te quin/z 4 ka\o 5 Iuno Covella " (aut) 8 " Sep-
tim(i) die te 7 ka\o 5 Iuno Covella." 28. Nonae appellatae aut
quod ante diem nonum Idus semper, aut quod, ut novus annus Kalendae
1 Ianuariae ab novo sole appellatae, novus mensis (ab) a nova luna
Nonce 3 ; eodem die 4 in Urbe(m) 5 (qui) 6 in agris ad regem conveniebat
populus. Harum rerum vestigia apparent in sacris Nonalibus in Arce,
quod tunc ferias primas menstruas, quae futurae sint eo mense, rex
edicit populo. Idus ab eo quod Tusci Itus, vel potius quod Sabini Idus
dicunt. 29. Dies postridie Kalendas, Nonas, Idus appellati
atri, quod per eos dies (nihil) 1 novi inciperent. Dies fasti, per quos
praetoribus omnia verba sine piaculo licet fari ; comitiales dicti, quod
turn ut (in Comitio) 2 3 Aug., with B, for menses. 4 Mommsen ; die te V
Christ ; for dictae quinque. 5 See note 2, § 27. 6 Added by Zander. 7
Mommsen ; VII die te Christ ; for septem dictae. § 28. 1
Aug., with B,for calendae. 2 a added by Sciop. 3 Sciop., for nonis. 4 After
die, Mue. deleted enim. 8 Laetus,for urbe. 6 Added by L. Sp.
§29. 1 Added by Turnebus. 2 Added by Bergk. e See v.
13. d The statement of Macrobius, Sat. i. 15. 10, that kalo Iuno Covella
was repeated five or seven times re- spectively, may rest merely on a
corrupted form of this passage which was in the copy used by Macrobius. '
' Juno of the New Moon ' ; Covella, diminutive from covus '
hollow,' earlier form of cavus (cf. v. 19) — unless it be corrupt
for Novella, as Scaliger thought. For the New Moon has a concave
shape. § 28. The north-eastern summit of the Capitoline. 6
Origin uncertain ; perhaps from Etruscan, as V. says. Nones of this month
calantur ' are announced ' by the pontiffs on the Capitoline in
Announcement Hall, c whether they will be on the fifth or on the seventh,
in this way d : " Juno Covella, e I announce thee on the fifth
day " or " Juno Covella, I announce thee on the seventh day."
28. The Nones are so called either because they are always the
nonus ' ninth ' day before the Ides, or because the Nones are called the
novus ' new ' month from the new moon, just as the Kalends of
January are called the new year from the new sun ; on the same day
the people who were in the fields used to flock into the City to the
King. Traces of this status are seen in the ceremonies held on the Nones,
on the Citadel," because at that time the high-priest
announces to the people the first monthly holidays which are to take
place in that month. The Idus b ' Ides,' from the fact that the Etruscans
called them the Itus, or rather because the Sabines call them the
Idus. 29. The days next after the Kalends, the Nones, and the
Ides, were called atri ' black,' because on these days they might not
start anything new. Dies fasti b ' righteous days, court days,' on which
the praetors c are permitted fart ' to say ' any and all words
without sin. Comitiales ' assembly days ' are so called because then it is
the established law that the § 29. a Gf. Macrobius, Sat. i. 15. 22
; the use of ater was appropriate after the Ides, when the moon was not
visible in the day nor in the early evening, nor was it visible
immedi- ately after the Kalends. 6 That is, when it was fas to hold
court and make legal decisions; V. connects with fari ' to say,' with
which the Romans associated fas etymologi- cally, but the connexion has
recently been questioned. e Who functioned as judges. 201
V. esset populus constitutum est ad suffragium ferun-
dum, nisi si quae feriae conceptae essent, propter quas non liceret, (ut)
3 Compitalia et Latinae. 30.
Contrarii horum vocantur dies nefasti, per quos dies nefas fari praetorem
" do," " dico," " ad- dico " ; itaque non
potest agi : necesse est aliquo (eorum) 1 uti verbo, cum lege qui(d) 2
peragitur. Quod si turn imprudens id verbum emisit ac quem manu-
misit, ille nihilo minus est liber, sed vitio, ut magi- stratus vitio
creatus nihilo setf us 3 magistratus. Praetor qui turn fatus 4 est, si
imprudens fecit, piaculari hostia facta piatur ; si prudens dixit,
Quintus Mucius aiebat 5 eum expiari ut impium non posse. 31.
Interctsi 1 dies sunt per quos mane et vesperi est nefas, medio tempore
inter hostiam caesam e t exta porrecta 2 fas ; a quo quod fas turn
intercedit aut eo 3 intercisum nefas, intercis?. 4 Dies qui vocatur sic
" Quando 5 rex comitiavit fas," is 6 dictus ab eo quod 3
Added by Laetus. § 30. 1 Added by Laetus, with B. 2 Laetus, for
qui. 3 A. Sp. ; secius Victorius ; for sed ius. 4 Turnebus, for
factus. 8 L. Sp., for abigebat. § 31. 1 Laetus, for intercensi. 2
Aug., with B, for proiecta. 3 L. Sp. ; eo est Mue. ; for eos. 4 A.
Sp., for intercisum. 5 Before quando, B inserts Q R C F, the
abbreviation found in the Fasti. 6 fas is Victorius, for fassis.
§ 30. ° For the meaning of vitio, see Dorothy M. Paschall,
" The Origin and Semantic Development of Latin Vitium," Trans.
Amer. Philol. Assn. lxvii. 219-231. * i. 19 Huschke. § 31. °
March 24 and May 24. * The caedere ' to cut ' in intercidere and the
cedere ' to go on ' in intercedere are not etymologically connected. people
should be in the Comitium to cast their votes — unless some holidays
should have been proclaimed on account of which this is not permissible,
such as the Compitalia and the Latin Holiday. 30. The
opposite of these are called dies nefasti ' unrighteous days,' on which
it is nefas ' unrighteous- ness ' for the praetor to say do ' I give,'
dico ' I pro- nounce,' addico ' I assign ' ; therefore no action
can be taken, for it is necessary to use some one of these words, when
anything is settled in due legal form. But if at that time he has
inadvert- ently uttered such a word and set somebody free, the
person is none the less free, but with a bad omen" in the
proceeding, just as a magistrate elected in spite of an unfavourable omen
is a magistrate just the same. The praetor who has made a legal
decision at such a time, is freed of his sin by the sacrifice of an
atonement victim, if he did it unintentionally ; but if he made the
pro- nouncement with a realization of what he was doing, Quintus
Mucius 6 said that he could not in any way atone for his sin, as one who
had failed in his duty to God and country. 31. The intercisi
dies ' divided days ' are those a on which legal business is wrong in the
morning and in the evening, but right in the time between the
slaying of the sacrificial victim and the offering of the vital
organs ; whence they are intercisi because the fas ' right ' intercedit 6
' comes in between ' at that time, or because the nefas ' wrong ' is
intercisum ' cut into * by the fas. The day which is called thus : "
When the high-priest has officiated in the Comitium, Right,"
is named from the fact that on this day the high-priest pronounces the
proper formulas for the sacrifice in the 203 V.
eo die rex sacrificio ius' dicat ad Comitium, ad quod tempus
est nefas, ab eo fas : itaque post id tempus lege actum saepe.
32. Dies qui vocatur " Quando
stercum delatum fas," 1 ab eo appellatus, quod eo die ex Aede
Vestae stercus everritur et per Capitolinum Clivum in locum
defertur certum. Dies Alliensis ab
Allia 2 fluvio dictus : nam ibi exercitu nostro fugato Galli obse-
derunt Romam. 33. Quod ad singulorum dicrum vocabula pertinet
dixi. Mensium nomina fere sunt aperta, si a Martio, ut antiqui
constituerunt, numeres : nam primus a Marte. Secundus, ut Fulvius scribit
et Iunius, a Venere, quod ea sit ApArodite 1 ; cuius nomen ego
antiquis litteris quod nusquam inveni, magis puto dictum, quod ver omnia
aperit, Aprilem. Tertius a
maioribus Maius, quartus a iunioribus dictus Iunius. 34. Dehinc
quintus Quintilis et sic deinceps usque ad Decembrem a numero. Ad hos qui
additi, prior a principe deo Ianuarius appellatus ; posterior, ut
idem dicunt scriptores, ab diis inferis Februarius appellatus,
7 Other codices, for sacrificiolus Fv. § 32. 1 Before quando, B
inserts Q S D F, the abbrevia- tion found in the Fasti. 2 B, Laetus,for
allio (auio/). § 33. 1 For afrodite. § 32. a June 15. 6
July 18 ; anniversary of the battle of 390 b.c, at the place where the
Allia flows into the Tiber, eleven miles above Rome. § 33. °
Probably from an adjective apero- ' second,' not otherwise found in
Latin. 6 Servius Fulvius Flaccus, consul 135 b.c, skilled in law,
literature, and ancient history. "Page 121 Funaioli ; page 11
Huschke. d From Maia, mother of Mercury. * From the goddess Juno ; page
121 Funaioli. § 34. a V. wrote before Quintilis was renamed
Iulius presence of the assembly, up to which time legal business is
wrong, and from that time on it is right : therefore after this time of
day actions are often taken under the law. 32. The day a
which is called " When the dung has been carried out, Right,"
is named from this, that on this day the dung is swept out of the Temple
of Vesta and is carried away along the Capitoline Incline to a
certain spot. The Dies Alliensis b ' Day of the Allia ' is called from
the Allia River ; for there our army was put to flight by the Gauls just
before they besieged Rome. 33. With this I have finished my
account of what pertains to the names of individual days. The names
of the months are in general obvious, if you count from March, as the
ancients arranged them ; for the first month, Martius, is from Mars. The
second, Aprilis, a as Fulvius 6 writes and Junius also, 6 is from
Venus, because she is Aphrodite ; but I have nowhere found her name in
the old writings about the month, and so think that it was called April
rather because spring aperit ' opens ' everything. The third was
called Maius d ' May ' from the maiores ' elders,' the fourth Iunius e '
June ' from the iuniores ' younger men.' 34. Thence the fifth
is Quintilis a ' July ' and so in succession to December, named from the
numeral. Of those which were added to these, the prior was called
Ianuarius ' January ' from the god b who is first in order ; the latter,
as the same writers say, 6 was called Februarius* ' February ' from the
di inferi ' gods and Sextilis was renamed Augustus. * Janus.
'Page 16 Funaioli ; page 11 Huschke. d From a lost word feber '
sorrow.' V. quod turn his paren(te)tur x ; ego magis
arbitror Februarium a die februato, quod turn februatur populus, id
est Lupercis nudis lustratur antiquum oppidum Palatinum gregibus humanis
cinctum. V. 35. Quod ad temporum vocabula Latina attinet,
hactenus sit satis dictum ; nunc quod ad eas res attinet quae in tempore
aliquo fieri animadver- terentur, dicam, ut haec sunt : legisti, cumis, 1
ludens ; de quis duo praedicere volo, quanta sit multitudo eorum et
quae sint obscuriora quam alia. 36. Cum verborum declinatuum 1
genera sint quat- tuor, unum quod tempora adsignificat neque habet
casus, ut ab lego leges, lege 2 ; alterum quod casus habet neque tempora
adsignificat, ut ab lego lectio et lector ; tertium quod habet utrunque
et tempora et casus, ut ab lego legens, lecturus ; quartum quod
neutrum habet, ut ab lego lecte ac lectissime : horum verborum si
primigenia sunt ad mi/fe, 3 ut Cosconius scribit, ex eorum
declinationibus verborum discrimina quingenta milia esse possunt ideo,
quod a* singulis verbis primigenii(s) 5 circiter quingentae species
de- clinationibus fiunt. § 34. 1 Aug. ; parentent Laetus ;
for parent. § 35. 1 Mue., with G, II, for currus. § 36. 1 B,
Laetus, for declinatiuum. 2 V, b, for lego Fv. 3 Victorius, for admitte.
4 L. Sp., for quia. 5 Aug., for primigenii. Three different
ceremonies are confounded here : one of purification, one of expiation to
the gods of the Lower World, one of fertility ; cf. vi. 13, note a.
§ 35. That is, all verbal forms, and the derivatives from the verbal
roots. § 36. The verb has both meanings ; some of the deriva-
tives have only one or the other. 6 Q. Cosconius, orator of the Lower
World,' because at that time expiatory sacrifices are made to them ; but
I think that it was called February rather from the dies februalus ' Puri-
fication Day,' because then the people februatur ' is purified,' that is,
the old Palatine town girt with flocks of people is passed around by the
naked Luperci.' V. 35. As to what pertains to Latin names of
time ideas, let that which has been said up to this point be
enough. Now I shall speak of what concerns those things which might be
observed as taking place at some special time a — such as the following :
legisti ' thou didst read,' cursus ' act of running,' ludens '
playing.' With regard to these there are two things which I wish to say
in advance : how great then- number is, and what features are less
perspicuous than others. 36. The inflections of words are of
four kinds : one which indicates the time and does not have case,
as leges ' thou wilt gather or read,' a lege ' read thou,' from
lego 1 I gather or read ' ; a second, which has case and does not
indicate time, as from lego lectio ' collection, act of reading,' lector
' reader'; the third, which has both, time and case, as from lego
legens ' reading,' ledums ' being about to read ' ; the third,
which has neither, as from lego lecte 'choicely,' lectis- sime ' most
choicely.' Therefore if the primitives of these words amount to one
thousand, as Cosconius 6 writes, then from the inflections of these words
the different forms can be five hundred thousand in number for the
reason that from each and every primitive word about five hundred forms
are made by derivation and inflection. and authority on
grammar and literature, who flourished about 100 b.c. ; page 109
Funaioli. 207
V. 37. Primigenia dicuntur verba ut lego, scribo,
sto, sedeo et cetera, quae non sunt ab ali(o) quo 1 verbo, sed suas
habent radices. Contra verba declinata sunt, quae ab ali(o) quo 2
oriuntur, ut ab lego legis, legit, legam et sic 3 indidem hinc permulta.
Quare si quis primigeniorum verborum origines ostenderit, si ea
mille sunt, quingentum milium simplicium verborum causas aperuerit una ;
sin 4 nullius, tamen qui ab his reliqua orta ostenderit, satis dixerit de
originibus verborum, cum unde nata sint, principia erunt pauca,
quae inde nata sint, innumerabilia. 38. A quibus iisdem principiis
antepositis prae- verbiis paucis immanis verborum accedit numerus,
quod praeverbiis (in)mutatis 1 additis atque commu- tatis aliud atque
aliud fit : ut enim (pro)cessit 2 et recessit, sic accessit et abscessit
; item incessit et ex- cessit,sic successit et decessit, (discessit) 3 et
concessit. Quod si haec decern sola praeverbia essent, quoniam ab
uno verbo declinationum quingenta discrimina fierent, his decemplicatis
coniuncto praeverbio ex uno quinque milia numero efficerent(ur), 4 ex
mille ad quinquagies centum milia discrimina fieri possunt. §37. 1 Mue. ; alio Aug., G ;
for aliquo. 2 Mue., for aliquo. 3 After sic, Laetus deleted in. 4
Turnebus, for unas in. § 38. 1 GS., for mutatis. 2 Fritzsche,
for cessit. 3 Added by GS (et discessit added by Vertranius). 4 Aldus,
for efficerent. § 37. " That is, cannot be referred to
a simpler radical element. Primitive is the name applied to words
like lego ' I gather,' scribo ' I write,' sto ' I stand,' sedeo ' I
sit,' and the rest which are not from some other word, a but have their
own roots. On the other hand deriva- tive words are those which do
develop from some other word, as from lego come legis ' thou gatherest,'
legit ' he gathers,' legam ' I shall gather,' and in this fashion
from this same word come a great number of words. Therefore, if one has
shown the origins of the primi- tive words, and if these are one thousand
in number, he will have revealed at the same time the sources of
five hundred thousand separate words ; but if without showing the origin
of a single primitive word he has shown how the rest have developed from
the primi- tives, he will have said quite enough about the origins
of words, since the original elements from which the words are sprung are
few and the words which have sprung from them are countless.
38. There are besides an enormous number of words derived from
these same original elements by the addition of a few prefixes, because
by the addition of prefixes with or without change a word is
repeatedly transformed ; for as there is processit ' he marched
forward ' and recessit-' drew back,' so there is accessit ' approached '
and abscessit ' went off,' likewise incessit ' advanced ' and excessit '
withdrew,' so also successit ' went up ' and decessit ' went away,'
discessit ' de- parted ' and concessit ' gave way.' But if there
were only these ten prefixes, from the thousand primitives five
million different forms can be made inasmuch as from one word there are
five hundred derivational forms and when these are multiplied by ten
through union with a prefix five thousand different forms are
produced out of one primitive. Democritus, Ecurus, 1 item alii qui
infinita principia dixerunt, quae unde sint non dicunt, sed
cuiusmodi sint, tamen faciunt magnum : quae ex his constant in mundo,
ostendunt. Quare si etymologws
2 principia verborum postulet mille, de quibus ratio ab se non
poscatur, et reliqua ostendat, quod non pos- tulat, tamen immanem
verborum expediat numerum. 40. De multitudine quoniam quod satis
esset admonui, 1 de obscuritate pauca dicam. Verborum quae tempora
adsignificant ideo locus 2 difficillimus (TVfj.a, 3 quod neque his fere
societas cum Graeca lingua, neque vernacula ea quorum in partum
memoria adfuerit nostra ; e 4 quibus, ut dixi, 5 quae poterimus.
VI. 41. Incipiam hinc primura 1 quod dicitur ago. Actio ab agitatu
facta. Hinc dicimus " agit gestum tragoedus," 2 et "
agitantur quadrigae " ; hinc " agi- tur pecus pastum." Qua
3 vix agi potest, hinc angi- portum ; qua nil potest agi, hinc angulus,
(vel) 4 quod in eo locus angustissimus, cuius loci is angulus.
42. Actionum trium primus agitatus mentis, quod § 39. 1
Turnebus, for secutus Fv, securus G, II. 2 ety- mologos B, Rhol., for
ethimologos Fv, ethimologus G. § 40. 1 Laetus, for admonuit. 2 f, Aldus, for
locutus. 3 est Irv/xa Sciop. (L. Sp. deleted est), for est TTMa
Fv. 4 A. Sp.,for nostrae. 6 M, Laetus, for dixit. §41.
1 Laetus, for primus. 2 For tragaedus. 3 Al- dus, for quia. 4 Added by
Mue., whose punctuation is here followed. § 39. Of
Abdera (about 460-373 b.c), originator of the atomic theory. * Of Athens
(341-270 b.c), founder of the Epicurean school of philosophy; Epic. 201.
33 Usener. e That is, that he should be excused from interpreting
them (quod for quot). § 40. For adfuerit with the goal construction,
cf. Vergil, Eel. 2. 45 hue ades, etc. 6 v. 10. Democritus, a
Epicurus, 6 and likewise others who have pronounced the original elements
to be unlimited in number, though they do not tell us whence the
elements are, but only of what sort they are, still perform a great
service : they show us the things which in the world consist of these
elements. Therefore if the etymologist should postulate one
thousand original elements of words, about which an interpretation is not
to be asked of him, and show the nature of the rest, about which he does
not make the postulation, c the number of words which he would
explain would still be enormous. 40. Since I have given a
sufficient reminder of the number of existing words, I shall speak
briefly about their obscurity. Of the words which also indicate
time the most difficult feature is their radicals, for the reason that
these have in general no communion with the Greek language, and those to
whose birth a our memory reaches are not native Latin ; yet of
these, as I have said, 6 we shall say what we can. VI. 41. I
shall start first from the word ago ' I drive, effect, do.' Actio '
action ' is made from agitatus 1 motion.' a From this we say " The
tragic actor agit ' makes ' a gesture," and " The chariot-team
agitantur ' is driven ' " ; from this, " The flock agitur ' is
driven ' to pasture." Where it is hardly possible for anything
agi ' to be driven,' from this it is called an angiportum 6 1 alley ' ;
where nothing can agi ' be driven,' from this it is an angulus ' corner,'
or else because in it is a very narrow (angustus) place to which this
corner belongs. 42. There are three actiones ' actions,' and of
these § 41. All these words are derivatives of agere, except
angiportum and angulus ; but actio does not develop by loss of the »' in
agitatus. b Cf. v. 145. 211 V.
primum ea quae sumus acturi cogitare debemus, deinde turn dicere et
facere. De his tribus minime putat volgus esse actionem cogitationem ;
tertium, in quo quid facimus, id maximum. Sed et cum cogi- tamus 1
quid et earn rem ogitamus 2 in mente, agimus, et cum pronuntiamus,
agimus. Itaque ab eo orator agere dicitur causam et augures augurium
agere dicuntur, quom in eo plura dicant quam faciant. 43.
Cogitare a cogendo dictum : mens plura in unum cogit, unde eligere 1
possit. Sic e lacte coacto caseus nominatus ; sic ex hominibus contio
dicta, sic coemptio, sic compitum nominatum. A cogitatione concilium,
inde consilium ; quod ut vestimentum apud fullonem cum cogitur,
conciliari 2 dictum. 44.
Sic reminisci, cum ea quae tenuit mens ac memoria, cogitando repetuntur.
Hinc etiam com- minisci dictum, a con et mente, cum finguntur in
mente quae non sunt ; et ab hoc illud quod dicitur eminisci, 1 cum
commentum pronuntiatur. Ab eadem
§ 42. 1 Sciop., for hos agitamus Fv. 2 L. Sp., for cogitamus.
§ 43. 1 a, p, RhoL, for elicere. 2 Aug., for consiliari. § 44. 1
Heusinger, for reminisci. § 42. a Page 16 Regell. § 43.
a Here V. gives a parenthetic list of words with the prefix co- or com- ;
though he is wrong in including caseus. b Cogitatio, concilium, consilium
have nothing in common except the prefix. 212
ON THE LATIN LANGUAGE, VI. 42-44 the first is the
agitatus ' motion ' of the mind, because we must first cogitare '
consider ' those things which we are acturi ' going to do,' and then
thereafter say them and do them. Of these three, the common folk practically
never thinks that cogitatio ' consideration ' is an action ; but it thinks
that the third, in which we do something, is the most important. But also
when we cogitamus ' consider ' something and agitamus ' turn it
over ' in mind, we agimus ' are acting,' and when we make an utterance,
we agimus ' are acting.' Therefore from this the orator is said agere '
to plead ' the case, and the augurs are said a agere ' to practice
' augury, although in it there is more saying than doing.
43. Cogitare ' to consider ' is said from cogere ' to bring
together ' : the mind cogit ' brings together ' several things into one
place, from which it can choose. Thus a from milk that is coactum '
pressed,' caseus ' cheese ' was named ; thus from men brought
together was the contio ' mass meeting ' called, thus coemptio ' marriage
by mutual sale,' thus compitum ' cross-roads.' From cogitatio '
consideration ' came concilium ' council,' and from that came
consilium ' counsel ' ; 6 and the concilium is said conciliari ' to
be brought into unity ' like a garment when it cogitur ' is pressed
' at the cleaner's. 44. Thus reminisci ' to recall,' when those
things which have been held by mind and memory are fetched back
again by considering (cogitando). From this also comminisci ' to
fabricate a story ' is said, from con ' to- gether ' and mens ' mind,'
when things which are not, are devised in the mind ; and from that comes
the word eminisci ' to use the imagination,' when the commentum '
fabrication ' is uttered. From the same 213
V. mente meminisse dictum et amens, qui a mente
sua cU'scedit. 2 45. Hinc etiam metus 1 (a) mente quodam
modo mota, 2 ut 3 metuisti (te> 4 amovisti ; sic, quod frigidus
timor, tremuisti timuisti. Tremo
dictum a simili- tudine vocis, quae tunc cum valde tremunt apparet,
cum etiam in corpore pili, ut arista in spica ^ordei, horrent.
46. Curare a cura dictum. Cura, quod cor urat ; curiosus, quod hac
praeter modum utitur. Recor- dan, 1 rursus in cor revocare. Curiae, ubi senatus
rempublicam curat, et ilia ubi cura sacrorum publica ; ab his
curiones. 47. Volo a voluntate dictum et a volatu, quod
animus ita est, ut puncto temporis pervolet quo volt. Lwbere 1 ab labendo
dictum, quod lubrica mens ac prolabitur, ut dicebant olim. Ab lubendo
libido, libidinosus ac Venus Libentina et Libitina, sic alia.
2 Aug., for descendit. § 45. 1 GS., for metuo. 2 Canal, for mentem
quodam modo motam. 3 L. Sp., for uel. 4 Added by Kent, after
Fay. § 46. 1 Aug., with B, for recordare. § 47. 1 L.
Sp., for libere. § 45. ° According to Mueller, the sequence
of the topics indicates that this section and § 49 have been interchanged
in the manuscripts. All etymologies in this section are wrong.
§ 46. ° Three etymologically distinct sets of words are here united
: cura, curare, curiosus ; cor, recordari ; curia, curio. §
47. ° Volo ' I wish ' is distinct from volo 1 I fly.' 6 Ijubet, later
libet, is distinct from labi and from lubricus. e Either as a euphemism,
or from the fact that the funeral apparatus was kept in the storerooms of
the Temple of Venus, which caused the epithet to acquire a new
meaning. 214 ON THE LATIN LANGUAGE, VI.
44-47 word mens ' mind ' come meminisse ' to remember
' and amens ' mad,' said of one who has departed a mente ' from his
mind.' 45. ° From this moreover metus ' fear,' from the mens
' mind ' somehow mota ' moved,' as metuisti ' you feared,' equal to te
amouisti ' you removed yourself.' So, because timor ' fear ' is cold,
tremuisti ' you shivered ' is equal to timuisti ' you feared.' Tremo '
I shiver ' is said from the similarity to the behaviour of the
voice, which is evident then when people shiver very much, when even the
hairs on the body bristle up like the beard on an ear of barley.
46. " Curare ' to care for, look after ' is said from cur a '
care, attention.' Cura, because it cor urat ' burns the heart ' ;
curiosus ' inquisitive,' because such a person indulges in cura beyond
the proper measure. Recordari ' to recall to mind,' is revocare ' to
call back ' again into the cor ' heart.' The curiae ' halls,' where
the senate curat ' looks after ' the interests of the state, and also
there where there is the cura ' care ' of the state sacrifices ; from
these, the curiones ' priests of the curiae.' 47. Volo ' I
wish ' is said from voluntas ' free-will ' and from volatus ' flight,'
because the spirit is such that in an instant it pervolat ' flies through
' to any place whither it volt ' wishes.' a Lubere 6 'to be pleasing
' is said from labi ' to slip,' because the mind is lubrica ' slippery '
and prolabitur ' slips forward,' as of old they used to say. From lubere
1 to be pleasing ' come libido ' lust,' libidinosus ' lustful,' and
Venus Libentina ' goddess of sensual pleasure ' and Libitina c ' goddess
of the funeral equipment,' so also other words.
215 V. 48. Metuere a quodam motu animi,
cum id quod malum casurum putat refugit mens. Cum vehe- mentius in
movendo ut ab se abeat foras fertur, formido ; cum (parum movetur) 1
pavet, et ab eo pavor. 49.
Meminisse a memoria, cum (in) id quod remansit in mente 1 rursus movetur
; quae a manendo 2 ut manimoria 3 potest esse dicta. Itaque Salii
quod cantant : Mamuri Vetwn', 4 significant memoriam
veterem. 5 Ab eodem monere, 6 quod is qui monet, proinde sit ac memoria ;
sic monimenta quae in sepulcris, et ideo secundum viam, quo
praetereuntis admoneant 7 et se fuisse et illos esse mortalis. Ab eo
cetera quae scripta ac facta memoriae causa monimenta dieta.
50. Maerere a marcere, quod etiam corpus mar- cescere(t) 1 ; hinc
etiam macri dicti. Laetari ab
eo § 48. 1 Added by L. Sp. § 49. 1 A. Sp., for id quod
remansit in mente in id quod/ the omission, with Sciop. 2 Rhol., for
manando. 3 Other codices, for maniomoria Fv. 4 Turnebus, for
memurii ueterum or ueteri. 5 Maurenbrecher ; veterem memoriam Aug., with
B ; where, according to Victorius, F had memoriam followed by an
illegible word. 6 For mo- nerem. 7 For admoueant Fv, admoneat B.
§ 50. 1 L. Sp.,for marcescere. § 48. All etymologies in the
section are wrong. § 49. See note on § 45. Meminisse, mens,
monere, monimentum (or monumentum) are from the same root ; memoria
is perhaps remotely connected with them ; but manere is to be kept apart.
6 Frag. 8, page 339 Mauren- brecher; page 4 Morel. c The traditional
smith who made the best of the duplicate ancilia (see vi. 22, note d),
and at his request was rewarded by the insertion of his name in the
Hymns of the Salii (Festus, 131. 11 M.). But V. seems 216
ON THE LATIN LANGUAGE, VI. 48-50 48. ° Metuere ' to
fear,' from a certain motus ' emotion ' of the spirit, when the mind
shrinks back from that misfortune which it thinks will fall upon
it. When from excessive violence of the emotion it is borne foras '
forth ' so as to go out of itself, there is formido ' terror ' ; when
parum movetur ' the emotion is not very strong,' it pavet ' dreads,' and
from this comes pavor ' dread.' 49. ° Meminisse ' to
remember,' from memoria ' memory,' when there is again a motion toward
that which remansit 1 has remained ' in the mens ' mind ' : and
this may have been said from manere ' to remain,' as though manimoria.
Therefore the Salii, 6 when they sing O Mamurius
Veturius,' indicate a memoria vetus ' memory of olden times.'
From the same is monere ' to remind,' because he who monet ' reminds,' is
just like a memory. So also the monimenta ' memorials ' which are on
tombs, and in fact alongside the highway, that they may admonere '
admonish ' the passers-by that they themselves were mortal and that the
readers are too. From this, the other things that are written and done to
preserve their memoria ' memory ' are called monimenta ' monu-
ments.' 50. ° Maerere ' to grieve,' was named from marcere '
to wither away,' because the body too would marces- cere ' waste away ' ;
from this moreover the inacri ' lean ' were named. Laetari ' to be
happy,' from this, to feel an etymological connexion between Mamuri
Veturi and memoriam veterem. § 50. All etymologies wrong,
except the association of laetari, laetitia, laeta. 217
V. quod latius gaudium propter magni boni
opinionem diffusum. Itaque Iuventius ait : Gaudia
Sua si omnes homines conferant unum in locum, Tamen mea exsuperet
laetitia. Sic cum se habent, laeta. VII. 51. Narro, cum
alterum facio narum, 1 a quo narratio, per quam cognoscimus rem gesta(m).
2 Quae pars agendi est ab dicendo 3 ac sunt aut con- iuncta cum
temporibus aut ab his : eorum 4 hoc genus videntur ervfia.
52. Fatur is qui primum homo significabilem ore mittit vocem. Ab
eo, ante quam ita faciant, pueri dicuntur infantes ; cum id faciunt, iam
fari ; cum hoc vocabulum, 1 (turn) a similitudine vocis pueri
(fario- lus) ac fatuus dictum. 2 Ab hoc tempora 3 quod turn pueris constituant
Parcae fando, dictum fatum et res fatales. Ab hac eadem voce 4 qui facile fantur facundi
dicti, et qui futura praedivinando soleant fari fatidici ; dicti idem
vaticinari, quod vesana mente faciunt : §51. 1 Victorius, for narrum. 2
For gesta Fv. 3 L. Sp. ; a dicendo Ursinus ; for ab adiacendo Fv. *
Aug., for earum. § 52. 1 Aug., for uocabulorum. 2 OS., for a
simili- tudine uocis pueri ac fatuus fari id dictum. 3 Popma, for
tempore. 4 Canal, for ad haec eandem uocem. 6 Com. Rom.
Frag., verses 2-4 Ribbeck 3 . Juventius was a writer of comedies from the
Greek, in the second century b.c. § 51. ° V. wrote naro, with one
R, according to Cas- siodorus, vii. 159. 8 Keil ; the etymology is
correct. 6 Cf. vi. 42. § 52. ° The etymologies in this section
are correct, except those of fariolus and vaticinari. 6 Dialectal form,
prob- 218 OX THE LATIN LANGUAGE, VI. 50-52
that joy is spread latius 'more widely' because of the idea
that it is a great blessing. Therefore Juventius says 6 :
Should all men bring their joys into a single spot, My happiness
would yet surpass the total lot. When things are of this nature,
they are said to be laeta ' happy.' VII. 51. Narro a 'I
narrate,' when I make a second person narus ' acquainted with ' something
; from which comes narratio ' narration,' by which we make
acquaintance with an occurrence. This part of acting is in the section of
saying, 6 and the words are united with time-ideas or are from them :
those of this sort seem to be radicals. 52.° That man fatur '
speaks ' who first emits from his mouth an utterance which may convey a
meaning. From this, before they can do so, children are called
infantes ' non-speakers, infants ' ; when they do this, they are said now
fan ' to speak ' ; not only this word, but also, from likeness to the
utterance of a child, fariolus 6 ' soothsayer ' and fatuus ' prophetic
speaker ' are said. From the fact that the Birth-Goddesses by fando
' speaking ' then set the life-periods for the children, fatum ' fate '
is named, and the things that are fatales ' fateful.' From this same
word, those who fantur ' speak ' easily are called facundi '
eloquent,' and those who are accustomed fari ' to speak ' the
future through presentiment, are called fatidici ' sayers of the fates '
; they likewise are said vaticinari ' to prophesy,' because they do this
with frenzied ably Faliscan, for hariolus, which is connected with
haruspex. * As though fati- ; but properly from the stems of rates
' bard ' and canere ' to sing.' 219 V.
sed de hoc post erit usurpandum, cum de poetis
dicemus. 53. Hinc fasti dies, quibus verba certa legitima
sine piaculo praetoribus licet fari ; ab hoc nefasti, quibus diebus ea
fari ius non est et, si fati sunt, pia- culum faciunt. Hinc efFata
dicuntur, qui augures finem auspiciorum caelcstum extra urbem agri(s)
1 sunt effati ut esset ; hinc effari templa dicuntur : ab auguribus
efFantur qui in his fines sunt. 54. Hinc fana nominata, quod 1
pontifices in sac- rando fati sint finem ; hinc profanum, quod est
ante fanum coniunctum fano ; hinc profanatum quid in sacrificio
aique 2 Herculi decuma appellata ab eo est quod sacrificio quodam
fanatur, id est ut fani lege^it. 3 Id dicitur pollu(c)tum, 4 quod a
porriciendo est fictum: cum enim ex mercibus libamenta porrecta 5
sunt Herculi in aram, turn pollu(c)tum 4 est, ut cum pro- fan(at)um
6 dicitur, id est proinde ut sit fani factum : itaque ibi 7 olim (in) 8
fano consumebatur omne quod § 53. 1 Laetus, for agri. § 54. 1 Laetus, for
quae. 2 M, V, Laetus, for ad quae Fv. 3 Canal, for sit. 4 Aug. {quoting a
friend), for pollutum. 5 Aug., with B, for proiecta. 6 Turnebus,
for profanum. 7 Vertranius, for ubi. 8 Added by Vertranius. d
Cf. vii. 36. § 53. ° Fastus and nefastus, from fas and nefas ;
but whether fas and nefas are from the root of fari, is question-
able. 6 Cf. vi. 29-30. c Page 19 Regell. d Effari is used both with
active and with passive meaning. § 54. Fanum (whence adj.
profanus), from fas, not from fari. b Profanus was used also of persons
who remained ' before the sanctuary ' because they were not entitled to
go inside, or because admission was refused ; therefore ' un-
initiated ' or ' unholy,' respectively. " Wrong etymology. d Any edibles
or drinkables were appropriate offerings to 220 ON THE
LATIN LANGUAGE, VI. 52-54 mind : but this will have to be
taken up later, when we speak about the poets. d 53. From
this the dies fasti a ' righteous days, court days,' on which the
praetors are permitted fori ' to speak ' without sin certain words of
legal force ; from this the nefasti ' unrighteous days,' on which it
is not right for them to speak them, and if they have spoken these
words, they must make atonement. 6 From this those words are called
effata ' pronounced,' by which the augurs c have effati ' pronounced '
the limit that the fields outside the city are to have, for the
observance of signs in the sky ; from this, the areas of observation are
said effari d ' to be pro- nounced ' ; by the augurs, 6 the boundaries
effantur ' are pronounced ' which are attached to them. 54.
From this the f ana ° ' sanctuaries ' are named, because the pontiffs in
consecrating them have fati ' spoken ' their boundary ; from this, profanum
' being before the sanctuary,' b which applies to something that is
in front of the sanctuary and joined to it ; from this, anything in the
sacrifice, and especially Hercules 's tithe, is called prqfanatum '
brought before the sanc-» tuary, dedicated,' from this fact that it
fanatur ' is consecrated ' by some sacrifice, that is, that it
becomes by law the property of the sanctuary. This is called
polluctum ' offered up,' a term which is shaped c from porricere ' to lay
before ' : for when from articles of commerce first fruits d are laid
before Hercules, on his altar, then there is a polluctum ' offering-up,'
just as, when prqfanatum is said, it is as if the thing had be-
come the sanctuary's property. So formerly all that was profanatum e '
dedicated ' used to be consumed in Hercules ; cf. Festus, 253 a
17-21 M. ' That is, so far as it was not burned on the altar, in the
god's honour. profan(at)um 8 erat, ut etiam (nunc) 10 fit quod praetor
urb(an)ws u quotannis facit, cum Herculi immolat publice iuvencam.
55. Ab eodem verbo fari fabulae, ut tragoediae et comoediae, 1
dictae. Hinc fassi ac confessi, qui fati id quod ab is 2 quaesitum. Hinc
professi ; hinc fama et famosi. Ab eodem falli, sed et falsum et
fallacia, quae propterea, quod fando quern decipit ac contra quam
dixit facit. Itaque si quis re fallit, in hoc
non proprio nomine fallacia, sed tralati(ci)o, 3 ut a pede nostro
pes lecti ac betae. Hinc etiam famigerabile 4 et sic compositicia 5 aha
item ut declinata multa, in quo et Fatuus et Fatuae. 6 56.
Loqui ab loco dictum. 1 Quod qui primo dicitur iam fari 2 vocabula et
reliqua verba dicit ante quam suo quique 3 loco ea dicere potest, 1 hunc
CArys- ippus negat loqui, sed ut loqui : quare ut imago hominis non
sit homo, sic in corvis, cornicibus, pueris primitus incipientibus fari
verba non esse verba, quod 8 L. Sp., for profanum. 10 Added by L. Sp. 11
Aug., with B, for P. R. urbis Fv. % 55. 1 For tragaediae et
comaediae. 2 For his. 3 A. Sp. ; tralatitio Sciop. ; for tranlatio. 4 M,
V, p, Aldus, for famiger fabile Fv. 5 A. Sp.,for composititia Fv. «
B, O, f, for fatue Fv. § 56. 1 Punctuation by Stroux. 2 For farit
Fv. 3 L. Sp. ; quidque Aug. ; for quisque. § 55. ° The
preceding words all belong with fari ; but falli, falsum, fallacia form a
distinct group. 6 Instead of by speaking. e That is, beet-root. d Faunus
and the Nymphs. § 56. ° Wrong. 6 Page 143 von Arnim. "
Ravens the sanctuary, as even now is done "with that which the
City Praetor offers every year, when on behalf of the state he sacrifices
a heifer to Hercules. 55. From the same word fan ' to speak,'
the fabulae ' plays,' such as tragedies and comedies, were named.
From this word, those persons have fassi ' admitted ' and confessi '
confessed,' who have fati 4 spoken ' that which was asked of them. From
this, professi ' openly declared ' ; from this, fama ' talk,
rumour,' and famosi ' much talked of, notorious.' a From the same,/affi '
to be deceived,' but also falsum ' false ' and fallacia ' deceit,' which
are so named on this account, that by fando ' speaking ' one
misleads someone and then does the opposite of what he has said.
Therefore if one fallit ' deceives ' by an act, 6 in this there is not fallacia
' deceit ' in its own proper meaning, but in a transferred sense, as from
our pes ' foot ' the pes ' foot ' of a bed and of a beet c are
spoken of. From this, moreover, famigerabile ' worth being talked about,'
and in this fashion other com- pounded words, just as there are many
derived -words, among which are Fatuus ' god of prophetic speaking
' and the Fatuae ' women of prophecy.' d 56. Loqui 'to talk,'
is said from locus 'place.' Because he who is said to speak now for the
first time, utters the names and other words before he can say them
each in its own locus ' place,' such a person Chrysippus says 6 does not
loqui ' talk,' but quasi- talks ; and that therefore, as a man's
sculptured bust is not the real man, so in the case of ravens,
crows," and boys making their first attempts to speak, their
words are not real words, because they are not talk- and crows were
the chief speaking birds of the Romans ; cf. Macrobius, Sat. ii. 4.
29-30. V. non loquantur. 4 Igitur is loquitur, qui suo
loco quod- que verbum sciens ponit, et is turn 5 prolocutus, 6 quom
in animo quod habuit extulit loquendo. 57. Hinc dicuntur eloqui ac reloqui 1 in fanis
Sabinis, e cella dei qui loquuntur. 2 Hinc dictus loquax, qui nimium
loqueretur ; hinc eloquens, qui copiose loquitur ; hinc colloquium, cum
veniunt in unum locum loquendi causa ; hinc adlocutum mulieres ire
aiunt, cum eunt ad aliquam locutum consolandi 3 causa ; hinc quidam
loquelam dixerunt verbum quod in loquendo efferimus. Concinne loqui
dictum a concinere, 4 ubi inter se conveniunt partes ita 3
novissimum, quod extremum. Sic ab eadem origine novitas et novicius et
novalis in agro et " sub No vis " dicta pars in Foro
aedificiorum, quod vocabulum ei pervetustww, 4 ut Novae Viae, quae via
iam diu vetus. 60. Ab eo quoque potest dictum nominare, quod
res novae in usum quom 1 additae erant, quibus ea(s) 2 novissent, nomina
ponebant. Ab eo nuncupare, quod tunc (pro) 3 civitate vota nova suscipiuntur.
Nuncu- pare nominare valere apparet in legibus, ubi " nun-
cupatae pecuniae " sunt scriptae ; item in Choro in quo est :
Aenea ! — Quis 4 est qui meum nomen nuncupat ? § 59. 1 Aug., from Gellius,
x. 21. 2, for dico. 2 Ben- tinus, from Gellius, I.e., for uetustus ac
ueterrimus. 3 Added by Aug., from Gellius, I.e. 4 B, Laetus, for
peruetustas. § 60. 1 Aug. (quoting a friend), for quomodo. 2 Ver-
tranius,for ea. 3 Added by L. Sp. 4 Added by Grotius. e
Naples ; Nova-polis is a half-way translation into Latin. § 59. °
Page 57 Funaioli. * The Tabernae Novae were the shops on the north side
of the Forum which replaced those burned in the fire of 210 b.c. ; those
on the south side, which escaped the fire, were called the Tabernae
Veteres. § 60. ° Nomen and nominare are distinct from novus,
and 226 ON THE LATIN LANGUAGE, VI. 58-60
derived from a Greek word ; from this, accordingly, their Neapolis
e ' New City ' was called Nova-polis ' New-polis ' by the old-time Romans.
59. From this, moreover, novissimum ' newest ' also began to be
used popularly for extremum ' last,' a use which within my memory both
Aelius and some elderly men avoided, on the ground that the proper
form of the superlative of this word was nimium novum ; its origin is
just like vetustius ' older ' and veterrimum ' oldest ' from vetus '
old,' thus from novum were derived novius ' newer ' and novissimum, which
means ' last.' So, from the same origin, novitas ' newness ' and
novi- cius ' novice ' and novalis ' ploughed anew ' in the case of
a field, and a part of the buildings in the Forum was called sub Xovis 6
' by the New Shops ' ; though it has had the name for a very long time,
as has the Nova Via New Street,' which has been an old
street this long while. 60. From this can be said also
nominare ' to call by name,' because when novae ' new ' things were
brought into use, they set nomina ' names ' on them, by which they
novissent ' might know ' them. From this, nuncupate* ' to pronounce vows
publicly,' because then nova ' new ' vows are undertaken for the
state. That nuncupare is the same as nominare, is evident in the
laws, where sums of money are written down as nuncupatae ' bequeathed by
name ' ; likewise in the Chorus, in which there is c : Aeneas
! — Who is this who calls me by my name ? also from novisse ' to
know.' * Containing the elements of nomen and capere ' to take.' e Trag.
Rom. Frag., page 272 Ribbeck 3 ; R O.L. ii. 608-609 Warmington ;
possibly belonging to a play entitled Proserpina, cf. vi. 9-1. But
the title is perhaps hopelessly corrupt. V. Item in
Medo 5 : Quis tu es, mulier, quae me insueto nuncupasti nomine
? 61. Dico originem habet Graecam, quod Graeci SeiKvvw. 1
Hinc (etiam dicare, ut ait) 8 Ennius : Dico VI hunc dicare (circum
metulas). 3 Hinc iudicare, quod tunc ius dicatur ; hinc
iudex, quod iu(s> dicat 4 accepta potestate ; (hinc dedicat), 5
id est quibusdam verbis dicendo finit : sic 6 enim aedis sacra a
magistratu pontifice prae(e)unte 7 dicendo dedicatur. Hinc, ab dicendo, 8
indicium ; hinc ilia : indicit (b)ellum, 9 indixit funus, prodixit diem,
addixit iudicium ; hinc appellatum dictum in mimo, 10 ac dictiosus
; hinc in manipulis castrensibus (dicta 11 ab) 13 ducibus ; hinc dictata
in ludo ; hinc dictator magister populi, quod is a consule debet dici ;
hinc antiqua ilia (ad)dici 13 numo et dicis causa et addictus.
6 Aldus, for medio. §61. 1 L. Sp. ; SeiKvvvai Mue. ; SeiKco
Scaliger ; for NISIhce Fv. 2 Added by Kent. 3 Fay, for qui hunc
dicare; cf Festus, 153 a 15-21 M., and Livy, xli. 27. 6. 4 Aug., with
B,for iudicat. b Added by Stroux. 8 With sic enim, F resumes ; cf. v.
118, crit. note 7. 7 Bcntinus (or earlier) ; praeunte /, Laetus ; for
prae unce F. 8 L. Sp.,for dicando. 9 Turnebus, for ilium. 10 B,
Aldus, for minimo. 11 Added by Aug., with B. 18 Added by Kent ; a
added by Fay. 13 Budaeus, for dici. d Pacuvius, Trag. Rom.
Frag. 239 Ribbeck 3 ; R.O.L. ii. 260- 261 Warmington ; the play was named
from one of Medea's sons. §61. ° All the words explained in
this section belong together ; but dicere is cognate with the Greek word,
not derived from it. 6 Inc. frag. 39 Vahlen 2 ; see critical note.
c Rather, because he dictat ' gives orders ' to the people. d Numo in the
text is the older spelling, in which consonants were never doubled. *
Applied to the fictitious sale of an And likewise in the Medus d :
Who are you, woman, who have called me by an unaccustomed name
? 61. Dico ° ' I say ' has a Greek origin, that which the
Greeks call BeiKvi'm ' I show.' From this more- over comes dicare ' to
show, dedicate,' as Ennius says b : I say this circus shows
six little turning-posts. From this, iudicare ' to judge,' because then
ius ' right ' dicitur ' is spoken ' ; from this, index ' judge,' because
he ius dicat ' speaks the decision ' after receiving the power to do so ;
from this, dedicat ' he dedicates,' that is, he finishes the matter by
dicendo ' saying ' certain fixed words : for thus a temple of a god
dedicatur ' is dedicated ' by the magistrate, by dicendo ' saying ' the
formulas after the pontiff. From this, that is from dicere, comes
indicium ' information ' ; from this, the following : indicit ' he
declares ' war, indixit ' he has invited to ' a funeral, prodixit ' he
has postponed ' the day, addixit ' he has awarded ' the decision ; from
this was named a dictum ' bon mot ' in a farce, and dic- tiosus '
witty person ' ; from this, in the companies of soldiers in camp, the
dicta ' orders ' of the leaders ; from this, the dictata ' dictation
exercises ' in the school ; from this, the dictator c ' dictator,' as
master of the people, because he must did ' be appointed ' by the
consul ; from this, those old phrases addict nummo d ' to be made over to
somebody for a shilling,' e and dicis causa ' for the sake of judicial
form,' and addictus " bound over f ' to somebody.
inheritance to the heir. ' Said of a defendant who was unable to
pay the amount of debt or damages, and was de- livered to the custody of
the plaintiff as a virtual slave until he could arrange payment. V.
62. Si dico quid (sciens 1 ne)scienti, 2 quod ei 3 quod
ignoravit trado, hinc doceo declinatum vel quod cum docemus 4 dicimus vel
quod qui docentur induczm- tur 5 in id quod docentur. Ab eo quod scit ducere 6
qui est dux aut ductor ; (hinc 7 doctor) 8 qui ita inducit, ut
doceat. Ab dwcendo 9 docere disciplina discere
litteris commutatis paucis. Ab eodcm principio documenta, quae
exempla docendi causa dicuntur. 63. Disputatio ct computatio e 1
propositione putandi, quod valet purum facere ; ideo antiqui purum
putum appellarunt ; ideo putator, quod arbores puras facit ; ideo ratio
putari dicitur, in qua summa fit pura : sic is sermo in quo pure
disponuntur verba, ne sit confusus atque ut diluceat, dicitur dis-
putare. 64. Quod dicimus disserit item translati(ci)o 1 aeque
2 ex agris verbo : nam ut //olitor disserit in areas sui cuiusque generis
res, sic in oratione qui facit, disertus. Sermo, opinor, est a serie,
unde serta ; ctiam in vestimento sartum, quod comprehensum : Added
by L. Sp. 2 Scaliger, for scienti. 3 Sciop., for det. 4 After docemus, Laetus deleted
ut. 6 Reiter, for inducantur. 6 M, Laetus, for ducare.
7 Added by GS. 8 Added by L. Sp. 9 Fay, for docendo. § 63. 1
L. Sp., for et. §64. 1 A. Sp. ; translatitio Aug.; for
translatio. 2 Aug., for atque. § 62. ° Docere is quite
independent of dicere, and also of ducere. b Disciplina was popularly
associated with discere, but was really a derivative of discipulus, which
came from dis + capere 1 to take apart (for examination).' §
64. ° There are in Latin two verbs sero serere, distinct in etymology :
serere sevi satus 4 to sow, plant,' and serere serui sertus ' to join
together, intertwine.' The derivatives in this section are all from the
second verb, except sartum, the participle of sarcio, which is distinct
from both. If I DICO ' say ' something – H. P. Grice, dictiveness, dictive
content, what is said -- that I know to one who does NOT know it, because
I trado ' hand over' to him what he was ignorant of, from this is
derived DOCEO a ' I teach,' or else because when we docemus ' teach
' we dicivius ' say,' or else because those who docentur ' are taught '
inducuntur ' are led on ' to that which they docentur ' are taught.' From
this fact, that he knows how ducere ' to lead,' is named the one
who is dux ' guide ' or ductor ' leader ' ; from this, doctor ' teacher,'
who so inducit ' leads on ' that he docet ' teaches.' From ducere ' to
lead,' come docere ' to teach,' disciplina b ' instruction,' discere ' to
learn,' by the change of a few letters. From the same original
element comes documenta ' instructive ex- amples,' which are said as
models for the purpose of teaching. 63. Disputatio '
discussion ' and coniputatio ' reckon- ing,' from the general idea of
putare, which means to make purum ' clean ' ; for the ancients used putum
to mean purum. Therefore putator ' trimmer', because he makes trees
clean ; therefore a business account is said putari ' to be adjusted,' in
which the sum is pura ' net.' So also that discourse in which the words
are arranged pure ' neatly,' that it may not be confused and that
it may be transparent of meaning, is said disputare ' to discuss ' a
problem or question. 64. Our word disserit a is used in a
figurative mean- ing as well as in relation to the fields : for as
the kitchen-gardener disserit ' distributes ' the things of each
kind upon his garden plots, so he who does the like in speaking is
disertus ' skilful.' Sermo ' conversa- tion,' I think, is from series '
succession,' whence serta ' garlands ' ; and moreover in the case of a
garment sartum ' patched,' because it is held together : for
231 V. sermo enim non potest in uno homine esse solo,
sed ubi (o)ratio 3 cum altero coniuncta. Sic conserere manu(m) 4
dicimur cum hoste ; sic ex iure manu(m) 5 consertum vocare ; hinc
adserere manu 6 in libertatem cum prendimus. Sic augures dicunt :
Si mihi auctor es 7 verbenam 6 manu 9 asserere, dicit(o> 10
consortes. 65. Hinc etiam, a quo 1 ipsi consortes, sors ;
hinc etiam sortes, quod in his iuncta tempora cum homini- bus ac
rebus ; ab his sortilegi ; ab hoc pecunia quae in faenore sors est,
impendium quod inter se iung^t. 2 66. Legere dictum, quod leguntur
ab oculis litterae ; ideo etiam legati, quod (ut) 1 publice mit-
tantur leguntur. Item ab legendo leguli, qui oleam aut qui uvas legunt ;
hinc legumina in frugibus variis ; etiam leges, quae lectae et ad populum
latae quas observet. Hinc legitima et collegae, qui una lecti, et
qui in eorum locum suppositi, sublecti ; additi allecti et collecta, quae
ex pluribus locis in unum lecta. Ab 3 Aug., for ratio. 4 Other
codd.,for manu F. 5 Sciop., for manu ; cf. Gellius, xx. 10. 6 p, Aug.,
for manum. 7 Aug., for est. 8 Bergk, for verbi nam. 9 Aug., for
manum. 10 A. Sp.,for dicit. §65. 1 L. Sp., for ad qui. 2 Groth, for
iungat. § 66. 1 Added by B, Aldus. b Genitive plural. e
Page 18 Regell. § 65. ° These words belong to serere, but V.'s
reason for the meaning of sors may not be correct. 6 To V., the
fundamental meaning in sors is one of ' joining ' : cf. v. 183.
§ 66. ° All words discussed in this section are from various forms
of the root seen in legere, which means ' to gather, pick, select,
choose, read ' ; except legumen. * Properly parti- ciple of legare ' to
appoint,' a derivative of legere. e More exactly, legumina are, according
to V., fruits of various kinds that have to be picked (rather than cut,
like cabbage, sermo ' conversation ' cannot be where one man is alone,
but where his speech is joined with another's. So we are said conserere
manum ' to join hand-to-hand fight ' with an enemy ; so to call for
vianum 6 consertum ' a laying on of hands' according to law ; from
this, adserere manu in libertatem ' to claim that so-and-so is
free,' when we lay hold of him. So the augurs say c : If you
authorize me to take in my hand the sacred "bough, then name my
colleagues (consortes). 65. From this, moreover, sors a ' lot,'
from which the consortes ' colleagues ' themselves are named ; from
this, further, sortes ' lots,' because in them time- ideas are joined
with men and things ; from these, the sortilegi ' lot-pickers,
fortune-tellers ' ; from this, the money which is at interest is the sors
1 principal,' because it joins 6 one expense to another. 66.
° Legere ' to pick or read,' because the letters leguntur ' are picked '
with the eyes ; therefore also legati 6 ' envoys,' because they leguntur
' are chosen ' to be sent on behalf of the state. Likewise, from
legere ' to pick,' the leguli ' pickers,' who legunt ' gather ' the
olives or the grapes ; from this, the legumina e ' beans ' of various
kinds ; moreover, the leges ' laws,' which are lectae ' chosen ' and
brought before the people for them to observe. From this, legitima '
law- ful things ' ; and collegae ' colleagues,' who have been lecti
' chosen ' together, and those who have been put into their places, are
sublecti ' substitutes ' ; those added are allecti ' chosen in addition,'
and things which have been lecta ' gathered ' from several places
into one, are collecta ' collected.' From legere ' to gather '
or mowed, like wheat) ; but the resemblance to legere seems to be
only accidental. 233
V. legendo ligna quoque, quod ea caduca
legebantur in agro quibus in focum uterentur. Indidem ab legendo
legio et diligens et dilectus. 67. Murmuran' 1 a similitudiae
sonitus dictus, qui ita leviter loquitur, ut magis e sono id faccre quam
ut intellegatur videatur. Hinc etiam poctae Murmurantia
litora. Similiter fremere, gemere, clamare, crepare ab
similitudine vocis sonitus dicta. Hinc ilia Arma sonant, fremor oritur
; hinc Nihil 2 me increpitando commoves. 68.
Vicina horum quiritarc, iubilare. Quiritare dicitur is qui Quiritum fidem
clamans inplorat. Qui- rites a Curensibus ; ab his cum Tatio rege in
socie- tatem venerunt civitatz's. 1 Ut quiritare urbanorum, sic
iubilare rusticorum : itaquc hos imitans Aprissius ait : Io
bucco ! — Quis me iubilat ? — Vicinns tuus antiquus. Sic triumphare appellatum,
quod cum imperatore § 67. 1 L. Sp.,for murmuratur dictum. 2 For
nichil. § 68. 1 Sciop., for civitates. d Better spelling,
delectus. § 67. ° Some, but not all, of the words discussed in this
section are onomatopoeic. b Lh-iter ' lightly.' e Trag. Rom. Frag., page
314 Ribbeck 3 ; but the words look like part of a dactylic hexameter, in
which case it should read Arma sonant, oritur fremor. d Trag. Rom. Frag.,
page 314 Ribbeck 3 . Frequentative of queri ' to complain,' and
not connected with Quirites. b Cures, ancient capital city of the
Sabines. c The name is corrupt, but no probable comes also ligna '
firewood,' because the wood that had fallen was gathered in the field, to
be used on the fireplace. From the same source, legere ' to
gather,' came legio ' legion,' and diligens ' careful,' and dilectus
A ' military levy.' 67. ° From likeness to the sound, he is
said mur- murari ' to murmur,' who speaks so softly b that he seems
more as the result of the sound to be doing it, than to be doing it for
the purpose of being understood. From this, moreover, the poets say
Murmuring sea-shore. Likewise, fremere ' to roar,' gemere ' to
groan,' clamare ' to shout,' crepare ' to rattle ' are said from
the likeness of the sound of the word to that which it denotes. From
this, that passage c : Arms are resounding, a roar doth
arise. From this, also, d By your rebuking you alarm me
not. 68. Close to these are quiritare a ' to shriek,'
iubilare ' to call joyfully.' He is said quiritare, who shouts and
implores the protection of the Quirites. The Quirites were named from the
Curenses ' men of Cures ' b ; from that place they came with King
Tatius to receive a share in the Roman state. As quiritare is a word of
city people, so iubilare is a word of the countrymen ; thus in imitation
of them Apris- sius c says : Oho, Fat-Face ! — Who is calling
rne ? — Your neighbour of long standing. So triumpkare ' to
triumph ' was said, because the emendation has been suggested ;
Com. Rom. Frag., page 332 Ribbeck 3
. milites redeuntes clamitant per Urbem in Capitolium eunti "
(I)o 2 triumphe " ; id a dpidfifiu) 3 ac Graeco Liberi cognomento
potest dictum. 69- Spondere est dicere spondee-, a sponte : nam
id (idem) 1 valet et a voluntate. Itaque Lucilius scribit de
Cretcea, 2 cum ad se cubitum venerit sua voluntate, sponte ipsam suapte
adductam, ut tunicam et cetera 3 reiceret. Eandem voluntatem Terentius
significat, cum ait satius esse Sua sponte recte facere quam
alieno metu. Ab eadem sponte, a qua dictum spondere,
declinatum (de)spondet 4 et respondet et desponsor et sponsa, item
sic alia. Spondet enim qui dicit a sua sponte " spondeo " ;
(qui) spo(po)ndit, 5 est sponsor ; qui (i)dem« (ut) 7 faciat obligatur
sponsu, 8 consponsus. 70. Hoc Naevius significat cum ait "
consponsi." (Si) 1 spondebatur pecunia aut filia nuptiarum
causa, 2 Laetus, for o. 3 Aldus, for triambo. § 69. 1
Added by Fay. 2 For Gretea. 3 For ceterae. 4 GS, after Lachmann, for
spondit. 8 L. Sp., for spondit. 6 B, Ed. Veneta, for quidem. 7 Added by
Aug., with B. 8 L. Sp.,for sponsus. § 70. 1 Added by
Fay. d From the Greek, through the Etruscan. e Ac, intro-
ducing an appositive. § 69. ° Verses 925-927 Marx. Cretaea was a
meretrix, named from the country of her origin. V. has para-
phrased the quotation, which was thus restored to metrical form by
Lachmann, the first two words being added by Marx : Cretaea nuper,
cum ad me cubitum venerat, Sponte ipsa suapte adducta ut tunicam et
cetera Reiceret. soldiers shout " Oho, triumph ! " as they
come back with the general through the City and he is going up to
the Capitol; this is perhaps derived** from dpiafifios, as * a Greek
surname of Liber. 69« Spondere is to say spondeo ' I solemnly
promise,' from sponte ' of one's own inclination ' : for this has
the same meaning as from voluntas ' personal desire.' Therefore Lucilius
writes of the Cretan woman, that when she had come of her own desire to
his house to lie with him, she was of her own sponte ' inclination
' led to throw back her tunic and other garments. The same voluntas
' personal desire ' is what Terence means 6 when he says that it is
better Of one's own inclination right to do, Than merely by
the fear of other folk. From the same sponte from which spondere is
said, are derived despondet ' he pledges ' and respondet ' he
promises in return, answers,' and desponsor ' promiser ' and sponsa '
promised brides' and likewise others in the same fashion. For he spondet
' solemnly promises ' who says of his own sponte ' inclination ' spondeo
' I promise ' ; he who spopondit ' has promised ' is a sponsor '
surety ' ; he who is by sponsus ' formal promise ' bound to do the same
thing as the other party, is a consponsus ' co-surety.' 70.
This is what Naevius means" when he says consponsi. If money 6 or a
daughter spondebatur ' was promised ' in connexion with a marriage, both
the While this might accord with the Lucilian prototype of
Horace, Sat. i. 5. 82-85, the meter forbids, and because of the subject
matter A. Spengel proposed Licinius, writer of comedies, for Lucilius. b
Adelphoe, 75. §70. " Com. Rom. Frag., page 34 Ribbeck*;
R.O.L. ii. 598 Warmington. * As
dower. 237 V. appellabatur
etpecunia et quae desponsa erat sponsa ; quae pecunia inter se contra
sponsu 2 rogata erat, dicta sponsio ; cui desponsa quae 3 erat, sponsus ;
quo die sponsum erat, sponsalis. 71. Qui 1 spoponderat filiam,
despondisse 2 dice- bant, quod de sponte eius, id est de voluntate,
exierat : non enim si volebat, dabat, quod sponsu erat alligatus : nam ut
in com(o)ediis vides dici : Sponde(n) 3 tuam gnatam 4 filio uxorem
meo ? Quod turn et
praetorium ius ad legem et censorium iudicium ad aequum existimabatur. Sic despondisse animum
quoque dicitur, ut despondisse filiam, quod suae spontis statuerat
finem. 72. A sua sponte
dicere cum spondere, (respon- dere) 1 quoque dixerunt, cum a(d) sponte(m)
2 re- sponderent, id est ad voluntatem rogatoris. 3 Itaque qui ad
id quod rogatur non dicit, non respondet, ut non spondet ille statim qui
dixit spondeo, si iocandi 2 L. Sp., for sponsum. 3 Hue., for quo.
§ 71. 1 G, B, Laetus, for quo. 2 B, Aldus, for dispon- disse. 3
Aug. ; spondem Rhol. ; for sponde. 4 Rhol., for agnatam. §
72. 1 Lachmann, for a qua sponte dicere cumspondere. 2 Turnebus, for a sponte.
3 L. Sp.,for rogationis. c To be forfeited to the other
party as damages by that party which might break the agreement.
§ 71. ° Com, Rom. Frag., page 134 Ribbeck 3 . money and the girl
who had been desponsa ' pledged ' were called sponsa ' promised, pledged
* ; the money which had been asked under the sponsus ' engagement '
for their mutual protection against the breaking of the agreement,* was
called a sponsio ' guarantee de- posit ' ; the man to whom the money or
the girl was desponsa ' pledged,' was called sponsus ' betrothed '
; the day on which the engagement was made, was called sponsalis '
betrothal day.' 71. He who spoponderat ' had promised ' his
daughter, they said, despondisse ' had promised her away,' because she
had gone out of the power of his sponte ' inclination,' that is, from the
control of his voluntas ' desire ' : for even if he wished not to
give her, still he gave her, because he was bound by his sponsus '
formal promise ' : for you see it said, as in comedies a : Do
you now promise your daughter to my son as wife ? This was at that
time considered a principle estab- lished by the praetors to supplement
the statutes, and a decision of the censors for the sake of fairness. So
a person is said despondisse animum ' to have promised his spirit
away, to have become despondent,' just as he is said despondisse Jiliam '
to have promised his daughter away,' because he had fixed an end of
the power of his sponte ' inclination.' 72. Since spondere
was said from sua sponte dicere ' to say of one's own inclination,' they
said also re- spondere ' to answer,' when they responderunt '
promised in return ' to the other party's spontem ' inclination,'
that is, to the desire of the asker. Therefore he who says " no
" to that which is asked, does not respondere, just as he does not
spondere who has immediately said 239 V.
causa dixit, neque agi potest cum eo ex
sponsu. Itaqu(e) is 4 qu(o)i dicit(ur) 5 in co?«oedia 6 :
Meministin 7 te spondere 8 mihi gnatam 9 tuam ? quod sine
sponte sua dixit, cum eo non potest agi ex sponsu. 73. Etiam
spes a sponte potest esse declinata, quod turn sperat cum quod 1 volt
fieri putat : nam quod non volt si putat, metuit, non sperat.
Itaque hi 2 quoque qui dicunt in Astraba Plauti : Nwwc 3
sequere adseque, Polybadisce, meam spem cupio consequi. —
Sequor hercle (e)quidem, 4 nam libenter mea(m) sperata(m) 5
consequor : quod sine sponte dicunt, vere neque ille sperat
qui dicit adolescens neque ilia (quae) 6 sperata est. 74. Sponsor et praes et vas
neque ide/w, 1 neque res a quibus hi, sed e re simili. 2 Itaque praes
qui a magistratu interrogatus, in publicum ut praestet ; a quo et
cum respondet, dicit " praes." Vas appel- 4 L. Sp., for itaquis. 5 Kent,
for qui dicit F (d'r a = dici- tur). 6 L. Sp.,for tragoedia. 7 Aug., for
meministine. 8 Lachmann, metri gratia, for despondere. 9 Rhol., for
agnatam. § 73. 1 Aug., for quod cum. 2 L. Sp., for hie. 3 L.
Sp., for ne. 4 L. Sp., for quidem. 6 Ritschl, for mea sperata. 6 Added by
Kent. §74. 1 Laetus, for ideo. 2 Sciop., for simile.
§ 72. Hanging nominative, resumed by cum eo after the quotation. b
Trag. Rom. Frag., page 305 Ribbeck 3 ; but as the content indicates that
it came from a comedy rather than from a tragedy, I have accepted L.
Spengel's emenda- tion comoedia for the. manuscript tragoedia.
§ 73. a Wrong. * Frag. I Ritschl. c A dseque, active imperative
form ; cf. Neue-Wagener, Formenlehre der lat. spondeo, if he said it for a
joke, nor can legal action be taken against him as a result of such a
sponsus 'promise.' Thus he" to whom someone says in a comedy,
6 Do you recall you pledged your daughter unto me ?
which he had said without his sponte ' inclination,' cannot be
proceeded against under his sponsus. 73. Spes ' hope ' is perhaps
also derived a from sponte ' inclination,' because a person then
sperat ' hopes,' M'hen he thinks that what he wishes is coming true
; for if he thinks that what he does not wish is coming true, he fears,
not hopes. Therefore these also who speak in the Astraba of Plautus 6
: Follow now closely,' Polybadiscus, I wish to overtake my
hope. — Heavens I surely do : I'm glad to overtake her whom I
hope : because they speak without sponte ' feeling of
success,' the youth who speaks does not truly ' hope,' nor does the
girl who is ' hoped for.' d 74. Sponsor and praes and vas are not
the same thing, nor are the matters identical from which these
terms come ; but they develop out of similar situa- tions. Thus a praes
is one who is asked by the magistrate that he praestat 1 make a guarantee
' to the state ; from which, also when he answers, he says, "
I am your praes." He was called a vas Spr. 3 iii. 89. d
Sperata, a regular term for the object of a young man's love.
§ 7i. " V. apparently says that a sponsor is one who
undertakes an engagement toward an individual or indivi- duals ; a praes
is one who undertakes an engagement on his own behalf, toward the state ;
a vas is one who guarantees another person's engagement toward the
state. VOL. I r
2-H V. latus, qui pro altero vadimonium
promittebat. Con- suetudo erat, cum re?/s 3 parum esset idoneus
inceptis rebus, ut pro se alium daret ; a quo caveri 4 postea lege
coeptum 5 est ab his, qui praedia venderent, vadem ne darent ; ab eo
ascribi coeptum 5 in lege mancipiorum: Vadem ne poscerent nec
dabitur. 75. Canere, 1 accanit et succanit ut canto et can-
tatio ex Camena permutato pro M N. 2 Ab eo quod semel, canit, si saepius,
cantat. Hinc cantitat, item alia ; nec sine canendo (tubicines,
liticines, corni- cines), 3 tibicines dicti : omnium enim horum
quo- da^) 4 canere ; etiam bucinator a vocis similitudine et cantu
dictus. 76. Oro ab ore et perorat et exorat et oratio et orator et osculum
dictum. Indidem omen, orna- mentum ; alterum quod ex ore primum elatum
est, osmen dictum ; alterum nunc cum propositione dici- tur vulgo
ornamentum, quod sicut olim ornamenta 1 3 For reos. 4 For cavari. 6 For
caeptum. §75. 1 For canerae. 2 Mue., for N.M. 8 Added by L.
Sp., after Mue. recognized the lacuna and its contents, but set it after
tibicines; cf v. 91. 4 Kent ; quoddam Canal ; for quod a.
§76. 1 OS., for ornamentum. §75. ° The words explained
in this section belong to- gether, except Camena, which stands apart. 6
Either ' sing ' or ' play on an instrument.' c Usually in the
plural ; Italian goddesses of springs and waters, regularly identified
with the Greek Muses. d The insertion in the text is rendered necessary
by omnium horum ; cf. also critical note. e Quodam, ablative with
canere. § 76. ° These words are from os, except omen,
ornamen- tum, oscines. ' bondsman ' who promised bond for another.
It was the custom, that when a part}' in a suit was not considered
capable of fulfilling his engagements, he should give another as bondsman
for him : from which they later began to provide by law against those
who should sell their real estate, that they should not offer
themselves as bondsmen. From this, they began to add the provision in the
law about the transfer of properties, that " they should
not demand a bondsman, nor will a bondsman be given."
7o. a Canere 6 ' to sing,' accanit ' he sings to ' some- thing, and
succanit ' he sings a second part,' like canto ' I sing ' and cantatio '
song,' from Camena c ' Muse,' with N substituted for M. From the fact
that a person sings once, he canit : if he sings more often, he
cantat. From this, cantitat ' he sings repeatedly,' and likewise other
words ; nor without canere ' singing, playing ' are the tubicines '
trumpeters,' named, and the liticines ' cornetists,' cornicines '
horn-blowers,' d iibicines ' pipes-players ' : for canere ' playing '
on some special instrument * belongs to all these. The bucinator '
trumpeter ' also was named from the like- ness of the sound and the
cantus ' playing.' 76. a Oro ' I beseech ' was so called from
os ' mouth,' and so were perorat ' he ends his speech ' and exorat
' he gains by pleading,' and oratio ' speech ' and orator ' speaker ' and
osculum ' kiss.' From the same, omen ' presage ' and ornamentum '
ornament ' : because the former was first uttered from the os ' mouth,'
it was called osmen ; the latter is now commonly used in the
singular with the general idea of ornament, but as formerly most of the
play-actors use it in 24-3 V.
scoenici plerique dicunt. Hinc oscines dicuntur apud augures, quae
ore faciunt auspicium. VIII. 77. Tertium gradum agcndi esse dicunt,
ubi quid faciant ; in eo propter similitudinem agendi et faciendi
et gerendi quidam error his qui putant esse unum. Potest enim aliquid facere et
non agere, ut poeta facit fabulam et non agit, contra actor agit et
(non) 1 facit, et sic a poeta fabula fit, non agitur, ab actore agitur,
non fit. Contra imperator quod dicitur res gerere, in eo neque facit
neque agit, sed gerit, id est sustinet, tralatum ab his qui onera 2
gerunt, quod hi sustinent. 78. Proprio nomine dicitur facere
a facie, qui rci quam facit imponit faciem. Ut fictor cum dicit
fingo, figuram imponit, quom dicit formo, 1 formam, sic cum dicit
facio, faciem imponit ; a qua facie discernitur, ut dici possit aliud
esse vestimentum, aliud vas, sic item quae fiunt apud fabros, fictores,
item alios alia. Qui quid 2
amministrat, cuius opus non extat quod sub § 77. 1 Omitted in F. 2
G, H, for honera F. § 78. 1 L. Sp„ for informo. 2 Aug., for
quicquid. 6 Found only in the plural in the scenic poets,
who used it of ornaments for the head and face (os) ; it is a
derivative of ornare ' to adorn,' which comes from ordo ordinis. c
From prefix ops + can- ' sing ' : cf. o(p)s-tendere ' to show.' §
77. Cf vi. 41-42. 6 The distinction is almost impossible to imitate in
translation, but the argument is good so far as the examples in the text
are concerned. § 78. a Fades is from facere. the plural. 6
From this, oscines c ' singing birds ' are spoken of among the augurs,
which indicate their pre- monitions by the os ' mouth.' VIII.
77. The third stage of action ° is, they say, that in -which they fadunt
' make ' something : in this, on account of the likeness among agere ' to
act ' and facere ' to make ' and gerere ' to carry or carry
on,' a certain error is committed by those •who think that it is
only one thing. 6 For a person can facere something and not agere it, as
a poet fadt ' makes ' a play and does not act it, and on the other hand
the actor agit ' acts ' it and does not make it, and so a play
ft ' is made ' by the poet, not acted, and agitur ' is acted ' by
the actor, not made. On the other hand, the general, in that he is said
to gerere ' carry on ' affairs, in this neither fadt ' makes ' nor agit '
acts,' but gerit ' carries on,' that is, supports, a meaning
transferred from those who gerunt ' carry ' burdens, because they support
them. 78. In its literal sense facere ' to make ' is from
fades ° ' external appearance ' : he is said facere ( to make ' a
thing, who puts a fades ' external appear- ance ' on the thing which he
facit ' makes.' As the fetor ' image-maker,' when he says "
Fingo ' I shape,' " puts a figura ' shape ' on the object, and when
he says " Formo ' I form,' " puts a. forma ' form ' on it, so
when he says " Fado ' I make,' " he puts a fades '
external appearance ' on it ; by this external appearance there
comes a distinction, so that one thing can be said to be a garment,
another a dish, and likewise the various things that are made by the
carpenters, the image- makers, and other workers. He who furnishes
a service, whose work does not stand out in concrete form so as to
come under the observation of our 245 V.
sensu(m) 3 veniat, ab agitatu, ut dixi, magis agere quam
facere putatur ; sed quod his magis promiscue quam diligenter eonsuetudo
est usa, translations utimur verbis : nam et qui dieit, faeere verba
dieimus, et qui aliquid agit, non esse inficientem. 79- (Et
facere lumen, 1 faculam) 2 qui adlueet, dieitur. Lucere ab luere, (quod)
et 3 luce dissolvun- tur tenebrae ; ab luce Noctiluea, 4 quod propter
lueem amissam is eultus institutus. Aequirere est ad et quaerere ; ipsum
quaerere ab eo quod quae res ut reeiperetur datur opera ; a quoerendo
quaestio, ab his turn quaestor. 5 80. Video a visu, (id a vi)
1 : qui(n)que 2 enim sensuum maximus in oeulis : nam cum sensus
nullus quod abest mille passus sentire possit, oculorum sensus vis
usque pervenit ad stellas. Hinc : Visenda vigilant, vigilium
invident. Et Acci 3 : 3 //, Aldus, for sensu.
§ 79. 1 Added by
GS. 2 Added by Fay, from Plautus, Persa, 515. 3 quod et Kent; quod A. Sp.
; for et. 4 After Noctiluea, L. Sp. deleted lucere item ab luce, a
mar- ginal gloss that had crept into the text. 6 Kent, for con-
qucstor. §80. 1 Added by L. Sp. 2 For qui que. 3 Kent, for
atti. 6 vi. 41-42. § 79. " Wrong etymology.
6 This sentence, if properly reconstructed, goes with the preceding
section. c Wrong. d As dis-so-luuntur, which is in fact its origin. *
This sentence is out of place, but its proper place cannot be
deter- mined ; cf. v. 81. f Correct etymologies, except that of
qnaerere itself. § 80. " Video is to be kept distinct from vis
and from vigilium. 6 Part of a verse from an unknown play,
in physical senses, is, from his agitatus ' action, motion,' as I
have said, 6 thought rather agere ' to act ' than facere ' to make '
something ; but because general practice has used these words
indiscriminately rather than with care, we use them in transferred
meanings ; for he who dicit ' says ' something, we say facere '
makes ' words, and he who agit ' acts ' something, we say is not
inficiens ' failing to do ' something. 79. And he who lights a
faculam a ' torch,' is said to facere ' make ' a light. 6 Lucere ' to
shine,' from luere c ' to loose,' because it is also by the light that
the shades of night dissohuntur d ' are loosed apart ' ; from lux '
light ' comes Noctiluca ' Shiner of the Night,' because this worship was
instituted on account of the loss of the daylight. Acquirere e ' to
acquire ' is ad' in addition ' and quaerere ' to seek ' ; quaerere itself
is from this, that attention is given to quae res ' what thing ' is
to be got back ; from quaerere comes quaestio ' question ' ; then from
these, quaestor ' in- vestigator, treasurer.' * 80. Video a '
I see,' from visus ' sight,' this from vis ' strength ' ; for the
greatest of the five senses is in the eyes. For while no one of the
senses can feel that which is a mile away, the strength of the sense of
the eyes reaches even to the stars. From this 6 : They watch
for what is to be seen, but hate to stay awake.' Also the
verse of Accius d : which the persons are watching the night sky
for omens. e Invidere 4 to look at with dislike ' originally took a
direct object, as here ; cf. Cicero, Tusc. iii. 9. 20. d If
properly reconstituted, an iambic tetrameter catalectic, referring
to Actaeon,_who inadvertently beheld Artemis bathing with the
nymphs. 247 V. Cum illud o(c)wli(s)
violavit 4 (is), 5 qui inmdit 6 invidendum. A quo etiam
violavit virginem pro vit(i)avit dicebant ; acque eadem modestia potius
cum muliere fuisse quam concubuisse dicebant. 81. Cerno idem
valet : itaque pro video ait En- nius : Lumen — iubarne ? —
in caelo cerno. Cawius 1 : Sensumque inesse et motum in
membris cerno. Dictum cerno a cereo, id est a creando ; dictum ab
eo quod cum quid creatum est, tunc denique videtur. Hinc fines
capilli d^scripti, 2 quod finis videtur, dis- crimen ; et quod 3 in
testamento (cernito), 4 id est facito videant te esse heredem : itaque in
cretione adhibere iubent testes. Ab eodem est quod ait Medea
: Ter sub armis malim vz'tam 5 cernere, Quam semel modo
parere ; quod, ut decernunt de vita eo tempore, multorum
videtur vitae finis. 4 Mue., for obliuio lavet (obviolavit Aug.,
with B). 5 Added by Kent, metri gratia. 6 Kent ; vidit Mue. ;
for incidit. §81. 1 Schoell, marginal note in his copy of A.
Sp.'s edition,for canius. 2 A. Sp., for descripti. 3 Turnebus, for
qui id. 4 Added by Turnebus. 5 Bentinus, from Nonius Marc. 261. 22 M.,for
multa. e See note c. f Invidendum with negative prefix
in-, unlike the preceding word; cf. infectum meaning both ' stained
' and ' not done.' §81. "Literally 'separate'; hence
'distinguish, see,' and also ' discriminate, decide.' Cerno has no
connexion When that he violated with his eyes, Who looked
upon • what ought not to be seen.' From which moreover they used to
say violavit ' he did violence to ' a girl instead of vitiavit ' ruined '
her ; and similarly, with the same modesty, thev used to say rather
that a man fult ' was ' with a woman, than that he concubuit ' lay ' with
her. 81. Cerno a has the same meaning; therefore Ennius b
uses it for video : I see light in the sky — can it be dawn ?
Cassius c says : I see that in her limbs there's feeling
still and motion. Cerno ' I see ' is said from cereo, that is, creo
' I create ' ; it is said from this fact, that when something has
been created, then finally it is seen. From this, the bound- ary-lines
of the parted hair, d because a boundary- line is seen, got the name discrimen
' separation ' ; and the cernito ' let him decide,' e which is in a will,
that is, make them see that you are heir : therefore in the cretio
' decision ' they direct that the heir bring wit- nesses. From the same
is that which Medea says / : I'd rather thrice decide, in battle
wild, My life or death, than bear but once a child.
Because, when they decernunt ' decide ' about life at that time,
the end of many persons' lives is seen. with creo. 6 Trag. Rom.
Frag., verse 338 Ribbeck* ; R.O.L. i. 226-227 Warmington ; from the Ajar
; cf. vi. 6 and vii. 76. e Fitting Cassius's play Lucretia ; cf. vi.
7 and vii. 72. * Capittus in the singular was used as a collective
by V., according to Charisius, i. 104. 20 Keil. • Cf. Gams, Institut. ii.
1 74. ' Ennius, Medea, 222-223 Ribbeck 3 ; R.O.L. i. 316-317 Warmington;
translated from Euripides, Medea, 250-251. 249
V. 82. Spectare dictum ab (specio) 1 antiquo,
quo etiam Ennius usus : uos 2 Epulo postquam spexit,
et quod in auspiciis distributum est qui habent spec- tionem, qui
non habeant, et quod in auguriis etiam nunc augurcs dicunt avem specere.
Consuetudo com(m)unis quae cum praeverbi(i)s coniun(c)ta fuerunt
etiam nunc servat, ut aspicio, conspicio, respicio, suspicio, despicio, 3
sic alia ; in quo etiam expecto quod spectare volo. Hinc speculo(r), 4
hinc speculum, quod in eo specimus imaginem. Specula, de quo
prospicimus. Speculator, quern mittimus ante, ut respiciat quae volumus.
Hinc qui oculos inunguimus quibus specimus, specillum. 83. Ab
auribus verba videntur dicta audio et ausculto ; aures 1 ab aveo, 2 quod
his avemus di(s)cere 3 semper, quod Ennius videtur ervfiov ostendere
velle in Alexandro cum ait : lam dudum ab ludis animus atque
aures avent, Avide expectantes nuntium. Propter hanc aurium
aviditatem theatra replentur. Ab audiendo etiam auscultare declinatum,
quod hi § 82. 1 Added bp Aug. 2 A. Sp., from Festus, 330 b 32
31., for uos. 3 31, Jxietus, for didestspicio. 4 Canal, for
specula. § 83. 1 3Iue., for audio. 2 Laetus, for abaucto. 3
Aug., for dicere. § 82. ° Annales, 421 Vahlen 2 ; R.O.L. i. 148-149
Warm- ington ; given in better form by Festus, 330 b 32 M. : Quos
ubi rex (Ep)ulo spexit de cotibus (=cautibus) celsis. Epulo was a king of
the Istrians, who fought against the Romans in 178-177 b.c. ; cf.
Livy,xli. 1,4, 11. 6 Page 20 Regell. c Page 17 Regell. § 83.
Auris, audio, ausculto belong ultimately together, Spectare ' to see ' is
said from the old word specere, which in fact Ennius used a :
After Epulo saw them, and because in the taking of the auspices 6
there is a division into those who have the spectio ' watch-duty '
and those who have not ; and because in the taking of the auguries even
now the augurs say c specere ' to watch ' a bird. Gammon practice even
now keeps the compounds made with prefixes, as aspicio ' I look
at,' conspicio ' I observe,' respicio ' I look back at,' suspicio ' I
look up at,' despicio ' I look down upon,' and similarly others ; in which
group is also expecto ' I look for, expect ' that which I wish spectare '
to see.' From this, speculor ' I watch ' ; from this, speculum '
mirror,' because in it we specimus ' see ' our image. Specula '
look-out,' that from which we prospicimus ' look forth.' Speculator '
scout,' whom we send ahead, that he respiciat 1 may look attentively '
at what we wish. From this, the instrument with which we anoint our
eyes by which we specimus ' see,' is called a specillum '
eye-spatula.' 83. From the aures ' ears ' seem to have been
said the words audio ' I hear ' and ausculto ' I listen, heed ' ;
aures ' ears ' from aveo a ' I am eager,' because with these we are ever
eager to learn, which Ennius seems to wish to show as the radical in his
Alexander, 1 * when he says : A long time eager have been my
spirit and my ears, Awaiting eagerly some message from the games.
It is on account of this eagerness of the ears that the theatres
are filled. From audire ' to hear ' is derived also auscultare ' to
listen, heed,' because they are said but are not to be connected
with aveo. 6 Trag. Rom. Frag. 34-35 Ribbeck'; R.O.L. i. 236-237
Warmington. V. auscultare
dicuntur qui auditis parent, a quo dictum poetae : Audio, .
7 84. Ore edo, sorbeo, bibo, poto. Edo a Graeco low, 1 hinc
esculentum et esca edulia 2 ; et quod Graece yei'eTcu, 3 Latine
gustat. Sorbere, item bi- bere a vocis sono, ut fervere aquam ab eius rei
simili sonitu. Ab eadem lingua, quod irorov, potio, unde poculum,
potatio, repotia. 4 Indidem puteus, quod sic Graecum antiquum, non ut
nunc (f>peap dictum. 85. A manu manupretium 1 ; mancipium, quod manu
capitur ; (quod) 2 coniungit plures manus, manipulus ; manipularis,
manica. Manubrium,
quod manu tenetur. Mantelium, ubi manus terguntur. . . . 3 4
Aug. {quoting a friend), for aut. 5 B, Laetus, for ob- scnlto. 6 L. Sp.,
for odoratur. 7 sic alia ab ore A. Sp., for sic ab ore (Mue. deleted sic,
and set ab ore at the begin- ning of the next section). §84.
1 A Idus, for edon. 2 Canal; escae edulia Aldus; for escaedulia. 3
Victorias, for geuete. 4 Aug. (quot- ing a friend), for
repotatio. Victorius, for mantur praetium. 2 Added by G, H. 3 Lacuna
recognized by Aug. e That is, with an changed to o, as if
audor were the origin of odor ; olor, with the well-known change of d to
I, is not attested elsewhere in Latin literature, but is found in
the glosses and survives in the Romance languages. These words
belong together, but are not to be grouped with audio. The etymological
connexions are correct (except for puteus ; cf. v. 25 note a), but the
Latin words are cognate auscultare who obey what they have
heard ; from which comes the poet's saying : I hear, but do
not heed. With the change of a letter are formed odor c or
olor ' smell ' ; from this, olet ' it emits an odour,' and odorari
' to detect by the odour,' and odoratus ' perfumed,' and an odora '
fragrant ' thing, and similarly other words. 84. a With the mouth
edo ' I eat,' sorbeo ' I suck in,' 6160 ' I drink,' poto ' I drink.' Edo
from Greek eSto ' I eat ' ; from this, esculentum ' edible ' and esca '
food ' and edulia ' eatables ' ; and because in Greek it is yevtrat
' he tastes,' in Latin it is gustat. Sorbere ' to suck in,' and likewise
bibere ' to drink,' from the sound 6 of the word, as for water fervere '
to boil ' is from the sound like the action. From the same
language, because there it is — 6-ov ' drink,' is potio ' drink,'
whence poculum ' cup,' potatio ' drinking-bout,' repotia ' next day's
drinking.' From the same comes puteus ' well,' because the old Greek word
was like this, and not pcap as it is now. 80. From manus ' hand
' comes manupretium ' workman's wages ' ; mancipium ' possession of
pro- perty,' because it capitur ' is taken ' mann ' in hand ' ;
manipulus ' maniple,' because it unites several manus ' hands ' ;
manipularis ' soldier of a maniple,' manica ' sleeve.' Manubrium '
handle,' because it is grasped by the manus ' hand.' Mantelium ' towel,'
on which the manus ' hands ' terguniur ' are wiped.' . . . a
with the Greek, not derived from it. 6 These words are not
onomatopoeic § 85. The gap is serious : the subject matter
shifts abruptly, and many appropriate topics are missed, such as
the actions of the feet, and some further discussion of the distinctions
among agere, facere, gerere. Nunc primum ponam (de) 1 Censoriis Tabulis
: Ubi noctu in templum censor 2 auspicaverit atque de caelo
nuntium erit, praeconi 3 sic imperato 4 ut viros vocet : " Quod
bonum fortunatum felix salutareque siet 5 populo Ro- mano Quiritiiw* 6
reique publicae populi Romani Quiritium mihique collegaeque meo, fidei
magistratuique nostro : omnes Quirites pedites armatos, privatosque,
curatores omnium tribuum, si quis pro se sive pro 1 altero rationem
dari volet, voca 8 inlicium hue ad me." 87. Praeco in
templo primum vocat, postea de moeris 1 item vocat. Ubi ht 12
ex(qua)0ra(s>, 13 consules praetores tribunosque plebis collegasque
uos, 14 et in templo adesse iubeas omnes 15 ; ac cum mittas,
contionem avoces. 18 92. In eodem Commentario Awquisitionis 1
ad ex- tremum scriptum caput edicti hoc est : Item quod attingat
qui de censoribus 2 classicum ad comitia centuriata redemptum habent, uti
curent eo die quo die comitia erunt, in Arce classicus canat 3 circumque
muros et ante privati huiusce T. Quinti Trogi scelerosi ostium 4
canat, et ut in Campo cum primo luci adsiet. 5 93. Inter id
cum circum muros mittitur et cum contio advocatur, interesse tempus
apparet ex his quae interea fieri mlicium 1 scriptum est ; sed ad
comitiatum 2 vocatur populus ideo, quod alia de causa hie magistratus non
potest exercitum urbanum con- § 91. 1 Bergk, for orande sed. 2
Mommsen, for au- spiciis. 3 L. Sp., for dum. 4 Sciop., for
commeatum. 5 Kent ; praeco reum Aug. ; for praetores. 6 Laetus,
for portet. 7 Aug., with B, for cornicem. 8 Aldus, for cannat. '
Rhol., for colligam. 10 Mue., for rogis. 11 Victorius, for comitiae
dicat. 12 Mue., for censeat. 13 Bergk ; exquiras Mue.; for extra. 14
Sciop., for uos. 15 Sciop., for homines. 16 B, G, Aug., for auoces.
§ 92. 1 Aug., with B, for acquisitionis. 2 Aug., with B, for
decessoribus. 3 Victorius, for cannatum. 4 Sciop., for hostium. 5 Sciop.,
for adsit et. § 93. 1 Aldus, for illicitum F 1 (illicium F 2 ). 2
Sciop., for comitia turn. § 91. a The document is addressed
to Sergius as quaestor. 6 Page 21 Regell. "The northern summit
of the Capito- You° shall give your attention to the auspices, 4 and take
the auspices in the sacred precinct ; then you shall send to the praetor
or to the consul the favourable presage which has been sought. The
praetor shall call the accused to appear in the assembly before you, and
the herald shall call him from the walls : it is proper to give this
command. A horn-blower you shall send to the doorway of the private
individual and to the Citadel," where the signal is to sound. Your
colleague you shall request that from the speaker's stand he proclaim an
assembly, and that the bankers shut up their shops.* You shall seek that
the senators express their opinion, and bid them be present ; you shall
seek that the magistrates express their opinion, the consuls, the
praetors, the tribunes of the people, and your colleagues, and you
shall bid them all be present in the temple ; and when you send the
request, you shall summon the gathering. 92. In the same Commentary
on the Indictment, at the end, this summing up of the edict is written
: Likewise in what pertains to those who have received from
the censors the contract for the trumpeter who gives the summons to the
centuriate assembly, they shall see to it that on that day, on which the
assembly shall take place, the trumpeter shall sound the trumpet on the
Citadel and around the walls, and shall sound it before the
house-entrance of this accursed Titus Quintius Trogus, and that he be
present in the Campus Martius at daybreak." That between the
sending around the walls and the calling of the gathering some time
elapses, is clear from those things the doing of which in the
meantime is written down as the inlicium ' imitation ' ; but the people
is called to appear in the assembly because for any other reason this
magistrate cannot call together the citizen-army of the City. The
line. * These shops (c/. § 59 and note), on both sides of the
Forum, were to be closed during the trial of Trogus. § 92. In early
Latin, lux was normally masculine, as in Plautus, Aul. 7-lS,Cist. 525,
Capt. 1008 ; Terence, Adel. 841. § 93. a The praetor.
259 V. vocare ; censor, consul,
dictator, interrex potest, quod censor 3 exercitum centuriato constituit
quinquen- nalem, cum lustrare 4 et in urbem ad vexillum ducere
debet ; dictator et consul in singulos annos, quod hie exercitui imperare
potest quo eat, id quod propter centuriata comitia imperare solent.
94. Quare non est dubium, quin 1 hoc inlicium sit, cum circum muros
itur, ut populus inliciatur ad magis- tratus conspectum, qui (vi)ros 2
vocare 3 potest, in eum locum unde vox ad contionem vocantis exaudiri
possit. Quare una origine illici et inlicis quod in Choro Pro-
serpinae est, et pellexit, quod in //ermiona est, cum ait Pacuius :
Regni alieni cupiditas Pellexit. Sic Elicii Iovis
ara 4 in Aventino, ab eliciendo. 95. Hoc nunc aliter fit atque
olim, quod augur consuli adest turn cum exercitus imperatur ac
praeit quid eum dicere oporteat. Consul
augur(i) 1 imperare solet, ut iralicium 2 vocet, non accenso aut
praeconi. Id inceptum credo,
cum non adesset accensus ; et nihil intererat cui imperaret, et dicis
causa fieba(n)t 3 3 Laetus, for censorem. 4 Scaliger, for
lustraret. § 94. 1 Vertranvus, for cum. 2 L. Sp., for qui
ros. 3 Aldus, for uocari. 4 Victor -ins, for iobis uisa ara.
§95. 1 Victorius, for augur. 2 B, Laetus, for is licium. 3 Aug.,
with B, for fiebat. 6 This statement refers to the consul
only ; the part de- fining the dictator's powers seems to have fallen out
of the text. § 94. " Trag. Rom. Frag., page 272 Ribbeck
3, of an un- known poet ; unless Chorus Proserpinae is a substitute
name for Eumenides, a tragedy of Ennius. " Trag. Rom. Frag.,
verses 170-171 Ribbeck 3 ; R.O.L. ii. 226-227 Warmington. c A popular
etymology only, since Jupiter could hardly be censor, the consul, the
dictator, the interrex can, because the censor arranges in centuries the
citizen- army for a period of five years, when he must cere-
monially purify it and lead it to the city under its standards ; the dictator
and the consul do so every year, 6 because the latter can order the
citizen-army where it is to go, a thing which they are accustomed
to order on account of the centuriate assembly. 91. Therefore there
is no doubt that this is the inUcium, when they go around the walls that
the people may inlici 1 be enticed ' before the eyes of the
magistrate who has the authority to call the men into that place from
which the voice of the one who is calling them to the gathering can be
heard. There- fore there come from the same source also illici 1 to
be enticed ' and inlicis ' thou enticest,' which are in the Chorus
of Proserpina, a and pellexit ' lured,' which is in the Hermiona, when
Pacuvius says 6 : Desire for another's kingdom lured him on.
So also the altar of Jupiter Elicius ' the Elicited ' on the
Aventine, from elicere ' to lure forth.' c 95. This is now done
otherwise than it was of old, because the augur is present with the
consul when the citizen-army is summoned, and says in advance the
formulas which he is to say. The consul regularly gives order to the
augur, not to the assistant nor to the herald, that he shall call the
inlicium ' invitation.' I believe that this was begun on an occasion when
the assistant was not present ; it really made no difference to
whom he gave the order, and it was for form's sake ' tricked ' ;
according to G. S. Hopkins, Indo-European deiwos and Related Words,
27-32, Elicius is a derivative of liquere ' to be liquid,' and Jupiter
Elicius is a rain-god. 261 V.
quaedam neque item facta neque item dicta semper. Hoc ipsum
inlieium scriptum inveni in M. Iunii Com- mentariis ; quod tamen (inlex
apud Plautum in Persa est qui legi non paret), 4 ibidem est quod illicit
illex, (f)it quod 5 (I) 6 cum E et C cum G magnam habet
co(m)munitatem. X. 96. Sed quoniam in hoe de paucis rebus
verba feci plura, de pluribus rebus verba faciam pauca, et
potissimum quae in Graeea lingua putant Latina, ut sealpere a o-KaAeveiv,
1 sternere a a-rpwvvf.iv, 2 lingere a Xixfiaadai? i ab W(t), i ite ab
Ttc, 5 gignitur toris. 6 Non reprehendendum igitur in illis qui in
scrutando verbo litteram adiciunt aut demunt, quo 7 facilius quid sub ea
voce subsit viden' 8 possit : ut* enim facilius obscuram operam
(M)yrmecidw 10 ex 1 The lost heading is restored after that of Book
VI. 2 F contains this statement of loss; B and the Leipzig codex
contain an interpolated beginning : Temporum vocabula et eorum quae
coniuncta sunt, aut in agendo fiunt, aut cum tempore aliquo enuntiantur,
priore libro dixi. In hoc dicam de poeticis vocabulis et eorum
originibus, in quis multa difficilia : nam, after which comes repens
ruina aperuit. AT THIS POINT, AT LEAST ONE LEAF, BUT PERHAPS MORE, IS
LACKING. A word a poet uses is hard to expound. For, often, some meaning,
or sense, that is fixed in olden times is buried by a sudden catastrophe,
or in some word whose proper make-up of letters is hidden after
some element has been taken away from it, the INTENT OR INTENTION –
Grice’s m-intention -- of him who first applied the word becomes in this
fashion quite obscure. There should be no rebuking then of those who,
in examining a word, add a letter or take one away, that what underlies
this expression may be more easily perceived : just as, for instance,
that the eyes may more easily see Myrmecides' indistinct Proposed by
A. Sp., as the most probable indication of what immediately preceded. *
Turnebus, for aperuit. s A. Sp., for ut. * Turnebus, for sit. 5 Aldus,
11, for obscurius. 6 Victorius, for in posterioris. 7 Turnebus, for
quid. 8 L. Sp., for uidere. ' Victorius, for et. 10 L. Sp. ; Myrmetidis
Aldus ; for yrmeci dum. 267 V.
ebore oculi videant, extrinsecus admovent nigras setas.
2. Cum haec amminicula addas ad eruendum voluntatem impositoris,
tamen latent multa. Quod si poetice (quae) 1 in carminibus servant 2
multa prisca quae essent,sic etiam cur essent posuisset^yecundius 4
poemata ferrent fructum ; sed ut in soluta oratione sic in poematis verba
(non) 5 omnia quae habent 8 ervfxa possunt dici, neque multa ab eo, quern
non erunt in lucubratione litterae prosecutae, multum licet
legeret. AeliV hominis in primo in litteris
Latinis exercitati interpretationem Carminum Salio- rum videbis et exili
littera expedita(m) 8 et praeterita obscura 9 multa. 3. Nec
mirum, cum non modo Epemenides 1 (s)opor(e) 2 post annos L experrectus a
multis non cognoscatur, sed etiam Teucer Livii post XV annos ab
suis qui sit ignoretur. At 3 hoc quid ad verborum poeticorum aetatem ?
Quorum si Pompili regnum fons in Carminibus Saliorum neque ea ab
superioribus § 2. 1 Added by L. Sp. 2 Victorius, for servabit. 3 Victorius, for
posuissent. 4 Laetns, for secundius. 6 Added by line. 6 For haberent. 7
H, B, Ed. Veneta, for helii. 8 Laetus, for expedita. 9 For
praeteritam obscuram. §3. 1 Aug., icith B, for Epamenidis. 2
GS., for opos. 3 Victorius, for ad. § 1. ° Cf. ix. 108
; his carvings were so tiny that the detail in the white ivory could be
seen only against a black background. A Cretan poet and prophet,
reputed to have cleansed Athens of a plague in 596 b.c According to one
story, in his boyhood he went into a cave to escape the noonday sun,
and fell into a sleep that lasted fifty-seven years. When he awoke,
handiwork in ivory, men put black hairs behind the objects.
2. Even though you employ these tools to unearth the intent of him
who applied the word, much remains hidden. But if the art of poesy, which
has in the verses preserved many words that are early, had in the
same fashion also set down why and how they came to be, the poems would
bear fruit in more pro- lific measure ; unfortunately, in poems as in
prose, not all the words can be assigned to their primitive
radicals, and there are many which cannot be so assigned by him whom
learning does not attend with favour in his nocturnal studies, though he
read pro- digiously. In the interpretation of the Hymns of the
Saltans, which was made by Aelius, an outstanding scholar in Latin
literature, you will see that the inter- pretation is greatly furthered
by attention to a single poor letter, and that much is obscured if such a
letter is passed by. 3. Nor is this astonishing : for not
only were there many who failed to recognize Epimenides ° when he
awoke from sleep after fifty years, but even Teucer's own family, in the
play of Livius Andronicus, 6 do not know who he is after his absence of
fifteen years. But what has this to do with the age of poetic words
? If the reign of Numa Pompilius c is the source of those in the
Hymns of the Saltans and those words were not received from earlier
hymn-makers, they are none the everything was changed ; his younger
brother had become an old man. * Livius Andronicus, T rag. Rom. Frag.,
page 7 Ribbeck 3 ; R.O.L. ii. 14-15 Warmington. Teucer, son of
Telamon king of Salamis, was absent from home during the Trojan War, and
again during his exile after his return from that war. e Second king of
Rome, founder of the Salian priesthood. 269
V. accepta, tamen habent DCC annos. Quare cur
scriptoris industriam reprehendas qui herois tritavum, atavum non
potuerit reperire, cum ipse tui tritavi matrem dicere non possis ? Quod intervallum multo tanto propius nos, quam
hinc ad initium Saliorum, quo Romanorum prima verba poetica dicunt
Latina. 4. Igitur de originibus verborum qui multa dix- erit
commode, potius boni consulendum, quam qui aliquid nequierit
reprehendendum, praesertim quom dicat etymologice 1 non omnium verborum
posse dici causa 2 natura in caelo, ab auspiciis in terra, a
similitudine sub terra. In caelo te(m)plum dicitur, ut in .Hecuba :
O magna templa caelitum, commixta stellis splendidis. In
terra, ut in Periboea : Scrupea saxea Ba(c)chi Templa prope
aggreditur. Sub terra, ut in Andromacha : Acherusia
templa alta Orci, salvete, infera. 7. Quaqua 1 initi erat 2 oculi,
a tuendo primo templum dictum : quocirca caelum qua attui- mur dictum
templum ; sic : Contremuit templum magnum Iovis altitonantis,
2 Sciop., for excidit. § 6. 1 Groth, with V, p, for auspicendo. 2 Added
by L. Sp. % 7. 1 Aug., for quaquia. 2 Sciop., for initium
erat. § 6. ° Said of Romulus, by Ennius, Ann. 65-66 Vahlen 2
; R.O.L. i. 22-23 Warmington ; quoted without templa by Ovid, Met.
xiv. 814 and Fast. ii. 487. » Properly a ' limited space,' for divination
or otherwise ; from the root tern- 'cut.' c Page 18 Regell. d That is,
likeness to a templum in the sky or on the earth. ' Ennius, Trag.
Rom. Frag. 163 Ribbeck 3 ; R.O.L. i. 292-293 Warmington. that if any word
lies outside this fourfold division, I shall still include it in the
account. 6. I shall begin from this : One there shall
be, whom thou shalt raise up to sky's azure temples."
Templum 6 ' temple ' is used in three ways, of nature, of taking
the auspices, 6 from likeness d : of nature, in the sky ; of taking the
auspices, on the earth ; from likeness, under the earth. In the sky,
templum is used as in the Hecuba e : O great temples of the
gods, united with the shining stars. On the earth, as in the
Periboea f : To Bacchus' temples aloft On sharp jagged
rocks it draws near. Under the earth, as in the Andromacha :
Be greeted, great temples of Orcus, By Acheron's waters, in
Hades. 7. Whatever place the eyes had iniuiti ' gazed on,'
was originally called a templum ' temple,' from tueri ' to gaze ' ;
therefore the sky, where we attuimur ' gaze at ' it, got the name
templum, as in this ° : Trembled the mighty temple of Jove
who thunders in heaven, ' Pacuvius, Tray. Rom. Frag. 310
Ribbeck*; R.O.L. ii. 278- 279 Warmington ; anapaestic; said of a Bacchic
rout. ' Ennius, Trag. Rom. Frag. 70-71 Ribbeck*; R.O.L. i. 254- 255
Warmington ; anapaestic ; quoted more fully by Cicero, Tusc. Disp. i. 21.
48. §7. "Ennius, Ann. 541 Vahlen*; R.O.L. i. 450-451
Warmington. vol. i T 273 V.
id est, ut ait Naevius, HemispAaerium 3 ubi conca*
Caerulo 6 septum stat. Eius
templi partes quattuor dicuntur, sinistra ab oriente, dextra ab occasu,
antica ad meridiem, postica ad septemtrionem. 8. In terris
dictum templum locus augurii aut auspicii causa quibusdam conceptis
verbis finitus. Concipitur verbis non isdem 1 usque quaque ; in
Arce sic : Tem tescaque 2 me ita sunto, quoad ego- ea rite 3
lingua 4 nuncupavero. Olla t'er(a) 6 arbos quirquir est, quam me sentio
dixisse, templum tescumque me esto 6 in sinistrum. Olla ver(&}
7 arbos quirquir est, quam 6 me sentio dixisse, te(m)plum tescumque me
esto 6 (in) 9 dextrum. Inter
ea conregione conspicione cortumione, utique ea (rit)e dixisse me 10
sensi. 9. In hoc templo faciundo arbores constitui fines
apparet et intra eas regiones qua oculi conspiciant, id 3 Turnebns,
B, for hiemisferium. 4 Mue., for
conca. 6 For cherulo. §8. 1 Mue., for hisdem. 2 Turnebus,for
item testaque. 3 ea rite L. Sp., for eas te. 4 Victorius, p, for
linquam. 6 Kent, for ullaber. 6 tescum Turnebus, -que me Fay, esto
Scaliger and Turnebns, for tectum quern festo. 7 Kent, for ollaner. 6
Mue., for quod. . 9 Added by B, Laetus. 10 L. Sp., ; ea dixisse me Sciop.
; for ea erectissime. b An uncertain fragment, not listed in
the collections of the fragments of Naevius. c Cf. p. 18 Regell.
§ 8. Page 18 Regell. 6 Text and translation both very problematic.
I take me as dative (cf Fest. 160. 2) ; regard quirquir as equal to
quisquis, either by manuscript corruption or with rhotacism in the phrase
quisquis est, that is, as Naevius says, 6 Where land's
semicircle lies, Fenced by the azure vault. Of this temple c
the four quarters are named thus : the left quarter, to the east ; the
right quarter, to the west ; the front quarter, to the south ; the
back quarter, to the north. 8. On the earth, templum is the
name given to a place set aside and limited by certain formulaic
words for the purpose of augury a or the taking of the auspices. The
words of the ceremony are not the same everywhere ; on the Citadel, they
are as follows 6 : Temples and wild lands be mine in this
manner, up to where I have named them with my tongue in proper
fashion. Of whatever kind that truthful' tree is, which I
con- sider that I have mentioned, temple and wild land be mine to
that point on the left. Of whatever kind that truthful tree is,
which I consider that I have mentioned, temple and wild land be mine
to that point on the right. Between these points, temples and
wild lands be mine for direction, for viewing, and for interpreting, and
just as I have felt assured that I have mentioned them in proper
fashion. 9. In making this temple, it is evident that the
trees are set as boundaries, and that within them the regions are set
where the eyes are to view, that is we becoming quisquir est (so
Fay, Amur. Journ. Phil. xxxv. 253) ; take as datives the three words in
-one in the last sentence (meanings, vii. 9), supplying after them
templa tescaque me sunto. For meaning of tescum, cf. vii. 10-11. '
That is, lending itself to true predictions through the auspices.
est tueamur, a quo templum dictum, et contemplare, ut apud Ennium in
Medea : Contempla et templum Cereris ad laevam aspice.
Contempla et conspicare id(em) 1 esse apparet, ideo dicere turn, cum
te(m)plum 2 facit, augurem con- spicione, qua oculorum conspectum fmiat.
Quod cum dicunt conspicionem, addunt cortumionem, dicitur a cordis
visu : cor enim cortumionis origo. 10. Quod addit templa ut si(n)t
1 tesca, 2 aiunt sancta esse qui glossas scripserunt. Id est falsum
: nam Curia Hostilia templum est et sanctum non est ; sed hoc ut
putarent aedem sacram esse templum, . 14 Quare haec quo(d)
tesca dixit, non erravit, neque ideo quod sancta, sed quod ubi
mysteria fiunt at- tuentur, 15 tuesca dicta. 12. Tueri duo significat, unum
ab aspectu ut dixi, unde est Ennii 1 illud : Tueor te, senex
? Pro Iupiter
! § 11. 1 Laetus, for ut. 2 Aldus, for philocto etatem.
3 Aldus, for appones (cf. adportas Festus, 356 a 26 31.). 4
Added by Mue. 6 Aug., with B, for prest olitor a rarat. 6 For teues. 7
Aldus, for castris. 8 For uolgania. 9 Added by Ribbeck. 10 Aug., with B,
for lumine. 11 Vertranius {from Cicero, Tusc. ii. 10. .23), for
ignes. 12 Aldus, for clauet. 13 Added by Victorius (from
Cicero, I.e.). 14 Turnebus (from Cicero, I.e.), for diuis. 15 Mue..
for aut tuentur. § 12. 1 Sciop., for enim. § 11.
» Trag. Bom. Frag. 554 Ribbeck 3 ; R.O.L. ii. 514- 515 Warmington. 6
Trag. Bom. Frag. 525-534 Ribbeck 3 ; For there is the following in Accius,
in the Philoctetes of Lemnos a : What man are thou, who dost
advance To places desert, places waste ? What sort of places
these are, he indicates when he says 6 : Around you you have
the Lemnian shores, Apart from the world, and the high-seated
shrines Of Cabirian Gods, and the mysteries which Of old were
expressed with sacrifice pure. Then : You see now the
temples of Vulcan, close by Those very same hills, upon which he is
said To have fallen when thrown from the sky's lofty sill. e
And : The wood here you see with the smoke gushing
forth, Whence the fire — so they say — was secretly brought To
mankind.* Therefore he made no mistake in calling these lands
tesca, and yet he did not do so because they were con- secrated ; but
because men attuentur ' gaze at ' places where mysteries take place, they
were called tuesca. 6 12. Tueri has two meanings, one of ' seeing '
as I have said, whence that verse of Ennius ° : I really see
thee, sire? Oh Jupiter ! R.O.L. ii. 506-507 Warmington ;
anapaestic. e He fell on Lemnos, as related in Iliad, i. 590-594. d This
last portion is quoted by Cicero, Tusc. Disp. ii. 10. 23, who
continues with a summary of the story of Prometheus. * V. means
that tesca is for tuesca, waste or wild land where men may look at
(attueri) celebrations of religious mysteries : an incorrect
etymology. § 12. ° Trag. Rom. Frag. 335 Ribbeck 8 ; R.O.L. i.
290- 291 Warmington. 279 V.
Et : Quis pater aut cognatus volet vos 2 contra tueri ?
Alterum a curando ac tutela, ut cum dicimus " vellet 3 tueri
villain," a quo etiam quidam dicunt ilium qui curat aedes sacras
cedituum, non aeditamuiw ; sed tamen hoc ipsum ab eadem est profectum
origine, quod quern volumus domum curare dicimus " tu domi
videbis," ut Plautus cum ait : Intus para, cura, vide. Quod
opus(t> 5 flat. Sic dicta vestis(pi)ca,* quae vestem spiceret,
id est videret vestem ac tueretur. Quare a tuendo et templa et
tesca dicta cum discrimine eo quod dixi. 13. Etiam indidem illud EnmV 1
: Extemplo acceptam 2 me necato 3 et filiam. 4 Extemplo enim
est continuo, quod omne te(m)plum esse debet conti(nu)o septum nec plus
unum in- troitum habere. 2 Aug., with B, for nos. 3 Ellis,
for bell . . et {vacant space for two letters). 4 For aeditomum. 6
From Plautus, Men. 352, for quid opus. 6 Aldus, for vestisca.
§ 13. 1 Scaliger, for enim. 2 Voss, for acceptum. 3 Scaliger,
for negato. 4 Bothe,for filium / cf. Euripides, Hecuba, 391.
» Ann. 463 Vahlen 2 ; R.O.L. i. 172-173 Warmington. * Aeditumus is
original, with the second part of uncertain origin. d V. compares the two
meanings of tueri with the two meanings of videre, ' to see ' and ' to
see after, care for.' * Men. 352. And 6 : Who
will now wish, though father or kinsman, to look on your faces ?
The other meaning is of ' caring for ' and tutela ' guardianship,'
as when we say " I wish he were will- ing tueri ' to care for ' the
farmhouse," from which some indeed say that the man who attends to
con- secrated buildings is an aedituus and not an aedi- tumus c ;
but still this other form itself proceeded from the same source, because
when we want some one to take care of the house we say " You will
see to d matters at home," as Plautus does when he says * :
Inside prepare, take pains, see to 't ; Let that be done, that's needed.
In this way the vestispica ' wardrobe maid ' was named, who was
spicere ' to see ' the vestis ' clothing,' that is, was to see to the
clothing and tueri 1 guard ' it. There- fore, both temples and tesca '
wastes ' were named from tueri, with that difference of meaning which
I have mentioned. 13. Moreover, from the same source comes
the word in Ennius a : Extemplo take me, kill me, kill my
daughter too. For extemplo 6 ' on the spot ' is continuo ' without
in- terval,' because every templum ought to be fenced in
uninterruptedly and have not more than one entrance. § 13. a
Trag. Rom. Frag. 355 Ribbeck 3 ; R.O.L. i. 380- 381 Warmington; perhaps
spoken by the captive Hecuba, who gave her name to a tragedy by Ennius. 6
Templum denotes a limited portion of time as well as of space ; in
extemplo the application is to time. 281 V.
14. Quod est apud Accium : Pervade polum, splendida
mundi Sidera, bigis, (bis) 1 continues ) Se(x ex)pkti
$ign\s,* polus Graecum, id significat circum caeli : quare
quod est pervade polum valet 3 vade irepl ttoXov. Signa dicuntur
eadem et sidera. Signa quod aliquid significent, ut libra aequinoctium ;
sidera, quae (qua)si 4 insidunt atque ita significant aliquid in
terris perurendo aliave 5 qua re : ut signum candens in
pecore. 15. Quod est : Terrarum anfracta revisam,
1 anfractum est flexum, ab origine duplici dictum, ab ambitu
et frangendo : ab eo leges iubent in directo pedum VIII esse (viam), 2 in
anfracto XVI, id est in flexu. 16. Ennius : Ut tibi Titanis
Trivia dederit stirpem liberum. Titanis Trivia Diana est, ab eo dicta
Trivia, quod in § 14. 1 Added by Kent ; cf. GS., note. 2 Continui se
cepit spoliis F ; continuis sex apti signis Scaliger ; picti Ribbeck,
exceptis Fay, expicti Kent. 3 Victoritis, for valde. 4 quae quasi GS. ; quod quasi L. Sp. ; for quae
si. 5 A. Sp., for aliudue. § 15. 1 Aug., with B, for anfractare visum. 2
Added by GS ; following Sciop., who added viam after iubent.
§ 14. ° Trag. Rom. Frag. 678-680 Ribbeck 3 ; R.O.L. ii. 572-573
Warmington ; anapaestic. The passage is appar- ently addressed to
Phaethon, but possibly to the Sun-God or to the Moon-God. The twelve
signs of the zodiac are con- ceived as taken by the Universe and worn by
it as a girdle. 6 Properly 1 white-hot ' ; the Roman poets often speak
of As for what is in Accius,° With thy team do thou go through
the sky, through the bright Constellations aloft, which the
universe holds, Adorned with its twice six continuous signs,
the word polus ' sky ' is Greek, it means the circle of the sky :
therefore the expression pervade polum ' traverse the sky ' means ' go
around the -oAos.' Signa 1 signs of the zodiac ' means the same as
sidera ' constellations.' Signa are so called because they
significant ' indicate ' something, as the Balance marks the equinox ;
those are sidera which so to speak in- sidunt ' settle down ' and thus
indicate something on earth by burning or otherwise : as for example
a signum candens ' scorching sign,' 6 in the matter of the
flocks. 15. In the phrase Again of the land I shall see
the anfracta," anfractum means ' bent or curved,' being formed
from a double source, from ambitus ' circuit ' and frangere ' to
break.' Concerning this the laws 6 bid that a road shall be eight feet
wide where it is straight, and six- teen at an anfractum, that is, at a
curve. 16. Ennius says ° : As surely as to thee
Titan's daughter Trivia shall grant a line of sons. The Trivian
Titaness is Diana, called Trivia from the the flocks as being
burned by the heat of Canicula ' the Dog-star,' which is visible while
the sun is in the sign of Leo. § 15. • Accius, Trag. Rom. Frag. 336
Ribbeck 3 ; R.O.L. ii. 440-141 Warmington. 6 Cf. XII Tabulae, page
138 Schoell. § 16. ■ Trag. Rom. Frag. 362 Ribbeck*; R.O.L. i.
260- 261 Warmington. 283
V. trivio ponitur fere in oppidis Graecis, vel quod
luna dicitur esse, quae in caelo tribus viis movetur, in altitudinem
et latitudinem et longitudinem. Titanis dicta, quod earn genuit, ut ai(t)
1 Plautus, Lato ; ea, ut scribit Manilius, Est Coe(o>
creata 2 Titano. Ut idem scribit : Latona pari(e)t 3
casta complexu Iovis Deliadas 4 geminos, id est Apollinem et
Dianam. Dii, quod
Titanis aX6si 1 : /iellespontum et claustra.
(Claustra), 2 quod Xerxes 3 quondam eum locum clausit : nam,
ut Ennius ait, Isque Hellespont*) pontem contendit in alto.
Nisi potius ab eo quod Asia et Europa ibi cow(c)ludi- t(ur>
4 mare ; inter angustias facit Propontidis fauces. §19. 1 Ribbeck, for quid. 2
Ribbeck ; aequam pugnam Mue. ; aequom palam Bothe ; for quam pudam. 3
Laetus, for his locis. § 20. 1 For piple. ide ( = id est)
espiades, with h above the e of esp-. § 21. 1 Mue. ; Cassius
Sciop. ; for quasi. 2 Added by Scaliger. 3 Bentinus, for exerses. 4 A.
Sp. ; con- clude Ijaetus ; for colludit. c Trag. Rom.
Frag. 349 Ribbeck 3 ; R.O.L. i. 272-273 Warmington. d At the trial of
Orestes for the murder of his mother. §20. "Ennius, Ann.
1 Vahlen 2 ; R.O.L. i. 2-3 War- mington ; opening the poem. * As home of
the gods. c That is, not merely the Greeks. a Pipleides or Pim-
288 OX THE LATIN LANGUAGE, VII. 19-21
In the verse of Ennius, c Since the Areopagites have cast an
equal vote,* Areopagitae ' Areopagites ' is from Areopagus ; this
is a place at Athens. 20. Muses, ye who with dancing feet
beat mighty Olympus." Olympus is the name which the
Greeks give to the sky, b and all peoples c give to a mountain in
Mace- donia ; it is from the latter, I am inclined to think, that
the Muses are spoken of as the Olympiads : for they are called in the
same way from other places on earth the Libethrids, the Pipleids, d the
Thespiads, the Heliconids. e 21. In this phrase of
Cassius, The Hellespont and its barriers, claustra '
barriers ' is used because once on a time Xerxes clausit ' closed ' the
place by barriers b : for, as Ennius says, c He, and none
other, on Hellespont deep did fasten a bridgeway. Unless it
is said rather from the fact that at this place the sea concluditur ' is
hemmed in ' by Asia and Europe ; in the narrows it forms the entrance to
the Propontis. pleides. e Respectively from Libethra, a fountain
sacred to the Muses, near Libethmm and Magnesia, in Mace- donia ;
Pimpla, a place and fountain in Pieria, in Mace- donia ; Thespiae, a town
of Boeotia at the foot of Helicon ; and Helicon, a mountain-range in
Boeotia. §21. 8 Trag. Rom. Frag. inc. inc. 106 Ribbeck* ;
with the text as here emended, it belongs to Cassius. * Cf.
Herodotus, vii. 33-36. e Ann. 378 Vahlen*; R.O.L. i. 136-137 Warming-ton. vol. I U 289
V. 22. Pacui : Li 2 nos esse
(Camenas). 2
Ca(s)menarum 3 priscum vocabulum ita natum ac scriptum est alibi ;
Carmenae ad eadem origine sunt declinatae. In multis verbis in quo 4
antiqui dicebant S, postea dicunt R, ut in Carmine Saliorum sunt haec
: 10 This statement is in the margin of F, opposite a blank
space which amounts to one and one half pages. § 24. 1 Added
by L. Sp. and by Bergk. 2 Mue., for infulas hostiis. 3 For sepulchrum. 4
L. Sp. and Rib- beck, for lanas. 6 L. Sp. and Ribbeck, for
frondentis comas. § 25. 1 GS. (cornutam umbram L. Sp. ;
cornutarum umbram Victor hi s ; iacit Scaliger), for cornua taurum
umbram iaci. § 26. 1 Scaliger, for curuamus ac (which includes the
last word of § 25). 2 Additions by Jordan. 3 Laetus, for camenarum.
4 Later codd.,for quod F. § 24. a Trag. Rom. Frag. inc. inc.
220-221 Ribbeck 3 . § 25. ° Trag. Rom. Frag. inc. inc. 222 Ribbeck
3 . 6 Cornu and curvus are not connected etymologically. §
26. a Ennius, Ann. 2 Vahlen 2 . 6 Perhaps of Etruscan origin ; at any
rate, not connected with canere ' to sing.' c A spelling caused by
association with carmen and Car- 292 ON THE
LATIN LANGUAGE, VII. 23-26 HERE OXE LEAF IS LACKING IX THE
MODEL COPY III. 2 k ... it is clear that agrestes ' rural '
sacrificial victims were so called from ager ' field- land ' ; that
infulatae ' filleted ' victims were so called, because the
head-adornments of wool which are put on them, are infulae ' fillets ' :
therefore then, with reference to the carrying of leafy branches and
flowers to the burial-place, he added a : Decked not with
wool, but with a hair-like shock of leaves. 25. The horned
shadow lures the bull to fight. It is clear that cornuta ' horned '
is said from cormia ' horns ' ; cornua is said from curvor '
curvature,' because most horns are curva ' curved.' 6 26. Learn
that we, the Camenae, are those whom they tell of as Muses.
Casmenae b is the early form of the name, when it originated, and
it is so written in other places ; the name Carmenae c is derived from
the same origin. In many words, at the point where the ancients said
S, the later pronunciation is R, d as the following in the Hymn of
the Saltans e : menta ; though no etymological connexion with them
exists. d The well-known phenomenon of rhotacism, the change of
intervocalic S to R. • Fragy. 2-3, pp. 332-335 Mauren- brecher ; page 1
Morel. It is hazardous in the extreme to attempt to restore and interpret
the text of the Hymn. These sentences seem to invoke Mars not as God of
War, but in his old Italic capacity of God of Agriculture, spoken of in
several functions. It was the view of L. Spengel, approved by A.
Spengel, that this verbatim text of the Hymn was an inter- polation, and
that foedesum foederum of § 27 immediately followed in Carmine Saliorum
sunt haec. Cozevi o6orieso. Omnia vero ad Patulc(ium)
co»imisse. Ianeus iam es, duonus Cerus es, du(o)nus Ianus.
Ven(i)es po(tissimu)m melios eum recum . . . 5 HIC SPATIUM X
LINEARUM RELICTUM ERAT IN EXEMPLARI . . . . f(o)edesum foederum, 1
plusima plu- rima, meliosem meliorem, asenam arenam, ianitos
ianitor. Quare e 2 Casmena Carmena, 3
Carmena 4 R extrito Camena factum. Ab eadem voce canite, pro quo in
Saliari versu scriptum est cante, hoc versu : Divum em pa 5
cante, divum deo supplicate. 6 28. In Carmine Priami 1 quod est
: Veteres Casmenas cascam rem volo profarier, 2 5 F has :
Cozeulodori eso. Omnia uero adpatula coemisse. ian cusianes duonus
ceruses, dunus ianusue uet pom melios eum recum. This is here emended as
follows : Cozevi Havet ; oborieso Kent; Patulcium Kent, after Bergk ;
commissei Kent; Ianeus GS., cf Festus, 103. 11 31.; iam es Kent;
duonus Cerus es, duonus Ianus Bergk; ueniet V, venies Kent ; potissimum,
cf Festus, 205 all 31. 6 At this point, the remainder of the line and the
next four lines are vacant in F, with traces of writing in the last empty
line, which must have given the data for this statement, found in II and
a. §27. 1 For faederum. 2 A. Sp. ; ex Ursinus ; for e (=est).
3 Added by A. Sp. * A. Sp., for carmina carmen. 5 Bergk, for empta. 6
Grotefend, for sup- plicante. § 28. 1 At this point, the rest
of the page (three and one- third lines) remains vacant in F, but there
is no gap in the text. 2 Scaliger,for profari et. ' Cozevi,
voc. of Consivius (epithet of Janus, in Macrobius, Sat. i. 9. 15), with
NS developing to NTS as in Umbrian, the N not written before the
consonants (cf. Latin cosol for consul), and z having the value of ts, as
in the Umbrian O Planter God/ arise. Everything indeed have I
committed unto (thee as) the Opener." Now art thou the Doorkeeper,
thou art the Good Creator, the Good God of Beginnings. Thou'lt come
especi- ally, thou the superior of these kings HERE A SPACE OF TEN LINES IS
LEFT VACANT IN THE MODEL COPY In the Hymn of the Saltans are found
such old forms as) foedesum for foederum ' of treaties,' plusima for
plurima ' most,' meliosem for meliorem ' better,' asenam for arenam '
sand,' ianitos for ianitor ° ' doorkeeper.' Therefore from Casmena came
Car- viena, and from Carmena, with loss of the R, came Camena. b
From the same radical came canite ' sing ye,' for which in a Salian verse
c is written cante, and this is the verse : Sing ye to the
Father d of the Gods, entreat the God of Gods.* 28. In The
Song of Priam there is the following ° : I wish the ancient Muses to tell
a story old. alphabet. 9 Epithet of Janus, in Macrobius, Sat. i. 9.
15. * The god is addressed as more powerful than all earthly lords,
whether kings or (perhaps) priests. The gen. plural eum, equal to eorum.
is elsewhere attested. ' The vacant lines in the model copy may have
represented more of the text of the Hymn, too illegible to copy.
§ 27. a Fragg. 4, 7, 20, 26, 27, pages 335, 339, 347, 349
Maurenbrecher. Ianitos is an incorrect form, since the word had an
original R ; but all the other words have R from earlier S. » Cf. § 26,
note 6. e Frag. 1, page 331 Maurenbrecher ; page 1 Morel. * Here em pa
stands for in patrem ; so Th. Bergk, Zts.f. Altertumswiss. xiv. 138 =
Kleine Philol. Schriften, i. 505, relying on Festus, 205 all M., pa pro
parte (read patre) et po pro potissimum positum est in Saliari Carmine. *
Equal to ' father of the gods.' § 28. a Frag. Poet. Lat., page 29
Morel. 295 V. primum cascum
significat vetus ; secundo eius origo Safeina, quae usque radices in
Oscam linguam egit. Cascum vetus esse significat Ennius quod ait :
Quam Prisci casci populi tenuere 3 Latini. Eo magis Manilius quod
ait : Cascum duxisse cascam non mirabile est, Quoniam
cariosas 4 conficiebat nuptias. Item ostendit Papini epigrammation,
quod in adole- scentem fecerat Cascam : Ridiculum est, cum te
Cascam tua dicit arnica, 5 Fili(a> 6 Potoni, sesquisenex' puerum.
Die tu illam 8 pusam : sic net " mutua 9 muli " : Nam
vere pusns tu, tua arnica senex. 29. Idem ostendit quod oppidum
vocatur Casinum (hoc enim ab Sabinis orti Samnites tenuerunt) et 1
nostri etiam nunc Forum Vetus appellant. Item significat 2 in Atellanis
aliquot Pappum, senem quod Osci 3 casnar appellant. 3
Columna, for genuere. 4 L. Sp. and Lachmann, for carioras. 6 Laetus, B,
for amici. 6 Popma, for fili. 7 Turnebus, for potonis es qui senex. 8
Turnebus, for dicit pusum puellam. 9 Pantagatkus, for mutuam.
§ 29. 1 L. Sp. deleted nunc after et. 2 For significant. 3 For
ostii. * The native Latin word was canus 1 grey-haired,'
from casnos, with the same root as in cascus, but a different
suffix. e Sabine was not a dialect of Oscan, but stood on an equal
footing with it. d Ann. 24 Vahlen 2 ; B.O.L. i. 12-13 Warmington. ' Frag.
Poet. Lat., page 52 Morel. 1 Frag. Poet. Lat., page 42 Morel ; the poet's
name is doubtful : Priscian, ii. 90. 2 K., calls him Pomponius, and
Bergk, Opusc. i. 88, proposes Pompilius. 9 Casca was a male cognomen in
the Servilian gens only ; for this reason Potonius is rather to be taken
as a jesting family name of the arnica. h Pusum puellam (see crit. note)
was origin- 296 ON THE LATIN LANGUAGE, VII.
28-29 First, cascum means ' old ' ; secondly, it has its
origin from the Sabine language, 6 which ran its roots back into
Oscan. c That cascum is ' old,' is indicated by the phrase of Ennius a
: Land that the Early Latins then held, the long-ago
peoples. It is even better shown in Manilius's utterance e :
That Whitehead married Oldie is surely no surprise : The marriage,
when he made it, was aged and decayed. It is shown likewise in the
epigram of Papinius/ which he made with reference to the youth Casca
: Funny it is, when your mistress tenderly calls you her
" Casca " 3 : Daughter of Rummy she, old and a half — you
a boy. Call her your " laddie " A ; for thus there will be
the mule's trade of favours ' : You're but a lad, to be sure
; Oldie's the name for your girl. 29. The same is shown
by the fact that there is a town named Casinum, a which was inhabited by
the Samnites, who originated from the Sabines, 6 and we Romans even
now call it Old Market. Likewise in several Atellan farces c the word
denotes Pappus, an old man's character, because the Oscans call an
old man casnar. ally a marginal gloss to pusam, since pusus
had no normal feminine form ; cf. French la garqonne. But the gloss
crept into the text. ' Proverbial phrase, equal to ' tit for tat,' or '
an eye for an eye.' § 29. A town of southeastern Latium, on the
borders of Samnium. b The Samnites and the Sabines were separate
peoples, but their names are etymologically related, and so presumably
were the two peoples. e Com. Rom. Frag, inc. nom. vii. p. 334 Ribbeck 3 ;
these farces were named from Atella, an Oscan town in Campania a few
miles north of Naples. 297 V.
30. Apud Lucilium : Quid tibi ego ambages Ambiv(i) 1 scribere
coner ? Profectum a verbo ambe, quod inest in ambitu et
ambitioso. 31. Apud Valerium Soranura : Vetus adagio
est, O Publi 1 Scipio, quod verbum usque eo evanuit, ut Graecum pro
eo positum magis sit apertum : nam id(em) est 2 quod Trapoi/xiav
vocant Graeci, ut est : Auribus lupum teneo ; Canis caninam
non est. Adagio est
littera commutata a(m)bagio, 3 dicta ab eo quod ambit orationem, neque in
aliqua una re consistit sola. (Amb)agio 4 dicta ut a(m)6ustum, 5
quo(d) 6 circum ustum est, ut ambegna 7 bos apud augures, quam circum
aliae hostiae constituuntur. 32. Cum tria sint coniuncta in origine
verborum quae sint animadvertenda, a quo sit impositum et in quo et
quid, saepe non minus de tertio quam de primo dubitatur, ut in hoc, utrum
primum una canis § 30. 1 Laetus, for ambiu. § 31. 1 Abbreviated
to P in F. 2 idem est Mve. ; idem early edd., with later codd. ; for id
est F. 3 Tvrnebus, for abagio. 4 L. Sp. ; adagio Laetus ; for agio. 8
Aug., for adustum. 6 Laetus, M, for quo. 7 Tvrnebus, with Festus,
4. 16 M., for ambiegna. § 30. ° 1281 Marx. 6 If the text is
correctly restored, this is L. Ambivius Turpio, famous stage director and
actor of Caecilius Statius and of Terence ; Lucilius puns on his
name. c Equal to Greek a^i, and found in Latin only as a prefix.
§ 31. "A little-known writer of the second century b.c. ;
Frag. Poet, Lat., page 40 Morel. b Adagio, gen. -onis ; not In Lucilius °
: Why should I try to tell to you Roundway's * round- about
speeches ? The word ambages ' circumlocutions ' comes from
the word ambe c ' round about,' which is present in ambitus '
circuit ' and in ambitiosus ' going around (for votes), ambitious.'
31. In Valerius of Sora a is the following : It is an old
adagio, 1 * Publius Scipio. This word has gone out of use to such
a,point that the Greek word put for it is more easily understood :
for it is the same as that which the Greeks call Trapoifita '
proverb,' as for example : I'm holding a wolf by the ears, c
Dog doesn't eat dog-flesh. Now adagio d is only ambagio with a
letter changed, which is said because it ambit ' goes around ' the
dis- course and does not stop at some one thing only." Ambagio
resembles ambustum, which is ' burnt around,' and an ambegna cow f in the
augural speech, 9 which is a cow around which other victims are
arranged. 32. Whereas there are three things combined which
must be observed in the origin of words, namely from what the word is
applied, and to what, and what it is, often there is doubt about the
third no less than about the first, as in this case, whether the
word for dog in the singular was at first canis or canes :
the more usual adagium. e Terence, Phor. 506, etc. 4 Really from ad
' thereto ' and the root of aio 'I say.' e That is, it applies also to
other things than that which it specifically mentions. ' ' Having a lamb
{agna) on each side.' 8 Page 17 Regell. 299
V. aut canes si^ 1 appellata : dicta enim apud veteres
una canes. Itaque Ennius scribit : Tantidem quasi feta 2
canes sine dentibus latrat. Lucilius : Nequam et magnus
homo, laniorum immams 3 canes ut. Impositio unius debuit esse
canis, plurium canes ; sed neque Ennius consuetudinem illam sequens
repre- hendendus, nec is qui nunc dicit : Canis canina(m>
4 non est. Sed canes quod latratu 5 signum dant, ut signa canunt, canes
appellatae, et quod ea voce indicant noctu quae latent, latratus
appellatus. 33. Sic dictum a quibusdam ut una canes, una trabes :
(Trabes) 1 remis rostrata per altum. Ennius :
Utinam ne in nemore Pelio 2 securibiis Caesa accidisset abiegna ad
terram trabes, cuius verbi singularis casus rect«s 3 correptus 4 ac
facta trabs. § 32. 1 For sic. 2 For faeta. 3 Aug., with B, for immanes. 4
Laetus, for canina. 6 M, V,p, Laetus,for latratus. § 33. 1
Added by Colnmnn. 2 For polio. 3 Sciop., for recte. 4 Laetus, for
correctus. §32. ° Ann. 528 Vahlen 2 ; R.O.L. i. 432-433
Warming- ton. 6 Her bark is worse than her bite, as a pregnant
bitch was proverbially harmless ; cf. Plautus, Most. 852, Tarn placidast
{ilia canis) quam feta quaevis. e 1221 for in the older writers the
expression is one canes. Therefore Ennius writes the following, using
canes a : Barks just as loud as a pregnant bitch : but she's
toothless. 6 Lucilius also uses canes : Worthless man
and huge, like the monstrous dog of the butchers. When
applied to one, the word should have been cams, and when applied to
several it should have been canes ; but Ennius ought not to be blamed for
follow- ing the earlier custom, nor should he who now says :
Canis ' dog ' doesn't eat dog-flesh. But because dogs by
their barking give the signal, as it were, canunt ' sound ' the signals,
they are called canes ; and because by this noise they make known
the things which latent ' are hidden ' in the night, their barking is
called latratus. d 33. As some have said canes in the singular,
so others have said trabes ' beam, ship ' in the singular :
The beaked trabes is driven by oars through the waters.
Ennius used trabes in the following 6 : I would the trabes of
the fir-tree ne'er had fall'n To earth, in Pelion's forest, by the axes
cut ! But now the nominative singular of this word has lost a
vowel and become trabs. Marx. d Canis is not etymologically
connected with canere, nor tat rat us with latere. §33. °
Ennius, Ann. 616 Vahlen 2 ; R.O.L. i. 458-459 Warmington. * Medea Exul,
Trag. Rom. Frag. 205- 206 Ribbeck 3 ; R.O.L. i. 312-313 Warmington; that
is, " would that the ship Argo had never been built."
301 V. 34. In Medo : Caelitum
Camilla, expectata advenis : salve, Aospita. Camilla(m) 1 qui
glos(s)emata interpretati dixerunt administram ; addi oportet, in his
quae occultiora : itaque dicitur nuptiis camillus 2 qui cumerum 3 fert,
in quo quid sit, in ministerio plerique extrinsecus neim 1 :
Subulo quondam marinas propter astabat plagas. 2 Subulo dictus,
quod ita dicunt tibicines Tusci : quo- circa radices eius in Etr(ur)ia,
non Latio quaerundae. 3 36. Versibus quo(s) 1 olim Fauni 2 vatesque
canebant. Fauni dei Latinorum, ita ut et Faunus et Fauna sit
; hos versibus quos vocant Saturnios in silvestribus locis traditum
est solitos fari (futura, 3 a) 4 quo fando § 34.. 1 Mue., for
Camilla. 2 Turnebus, for scamillus. 3 Turnebus, for quicum merum. 4
Turnebus, for nectunc. 6 For casmillus. § 35. 1 Laetus, for
enim. 2 Mue., from Fest. 309 a 5 M., for aquas. 3 Victorius, for querunda
e. §36. 1 Aldus, for quo. 2 Laetus deleted et after Fauni,
following Cicero, Div. i. 50. 114, Brut. 18. 71, Orator, 51. 171. 3 Added
by Mue., from Serv. Dan. in Georg. i. 11. 4 Added by Aug.
§34. "Pacuvius, Trag. Rom. Frag. 232 Ribbeck 3 ; R.O.L. ii.
256-257 Warmington. 6 Page 112 Funaioli. c Probably certain belongings of
the bride. d Identified with Hermes, the messenger of the gods, according
to Ma- crobius, Sat. iii. 8. 6. ' More probably Etruscan than Greek
: there were Etruscans on Lemnos, not far from Samothrace, which may
explain the use of the similar word In the Medus a : Long
awaited, Camilla of the gods, thou comest ; guest, all hail !
A Camilla, according to those who have interpreted 6 difficult
words, is a handmaid assistant ; one ought to add, in matters of a more
secret nature : therefore at a marriage he is called a camillus who
carries the box the contents of which c are unknown to most of the
uninitiated persons who perform the service. From this, the name Casmilus
is given, in the Samothracian mysteries, to a certain divine personage
who attends upon the Great Gods. 6 poematis cum scribam ostendam.
37. Corpore Tartarino prognata Pallida virago. Tartarino dictj^m) 1
a Tartaro. Plato in IIII de fluminibus apud inferos quae sint in his unum
Tar- tarum appellat : quare Tartari origo Graeca. Paluda a
paludamentis. Haec insignia atque ornamenta militaria : ideo ad bellum
cum exit imperator ac lictores mutarunt vestem et signa incinuerunt,
palu- datus dicitur proficisci ; quae propter quod con- spiciuntur
qui ea habent ac fiunt palam, paludamenta dicta. 38. Plautus
: Epeum fumificum, qui legioni nostrae habet Coctum
cibum. Epeum fumificum cocum, ab Epeo illo qui dicitur ad
Troiam fecisse Equum Troianum et Argivis cibum curasse. 39.
Apud Naevium : Atque 1 prius pariet lucusta 2 Lucam bovem.
Luca bos elepAans ; cur ita sit dicta, duobus modis 5 Canal
and L. Sp., for antiquos. 6 Added by L.
Sp., cf. vi. 52. § 37. 1 Laetus, for dicta. § 39.
1 For at quae. 2 For lucustam. c This applies both to words and to
music. d Page 213 Funaioli. §37. "Ennius, Ann. 521
Vahlen 2 ; R.O.L. i. 96-97 Warmington; referring to Discordia, an
incarnation of chaos. b Phaedo, 112-113; in Thrasyllus' numbering of
Plato's dialogues, the Phaedo was the fourth in the first
tetralogy. But in Plato's account, Tartarus is not a river of Hades,
but the abyss beneath, into which all the rivers of Hades empty. c
Of unknown etymology ; not from palam. rates ' poets,' the old writers
used to give this name to poets from viere ' to plait ' c verses, as I
shall show when I write about poems. d 37. Born of a
Tartarine body, the w arrior maiden Paluda. Tartarinum
' Tartarine ' is derived from Tartarus. Plato in his Fourth Dialogue,*
speaking of the rivers which are in the world of the dead, gives Tartarus
as the name of one of them ; therefore the origin of Tartarus is
Greek. Paluda c is from paludamenta, which are distinguishing garments
and adornments in the army ; therefore when the general goes forth
to war and the lictors have changed their garb and have sounded the
signals, he is said to set forth palu- datus ' wearing the pahdamentum.'
The reason why these garments are called paludamenta is that those
who wear them are on account of them conspicuous and are made palam '
plainly * visible. 38. Plautus has this a : Epeus the
maker of smoke, who for our army gets The well-cooked food.
Epeus fumificus ' the smoke-maker ' was a cook, named from that
Epeus who is said to have made the Trojan Horse at Troy and to have
looked after the food of the Greeks. 6 39. In Naevius is the
verse a : And sooner will a lobster give birth to a Luca bos.
Luca bos is an elephant ; why it is thus called, I have § 38. Fab.
inc. frag. 1 Ritschl. * Epeus is not else- where said to have been a
cook, though he is said to have furnished the Atridae with their water
supply. § 39. « Frag. Poet. Jxit., page 28 Morel; R.O.L. ii.
72-73 Warmington. vol. I x 305 V.
inveni scriptum. Nam et in Cornelii Commentario erat ab
Libycis Lucas, et in Vergilu 3 ab Lucanis Lucas ; ab co quod nostri, cum
maximam quadri- pedem quam ipsi habercnt vocarent bovem et in
Lucanis PyrrAi bello primum vidissent apud hostis elep^antos, id est 4
item quadripedes cornutas (nam quos dentes multi dicunt sunt cornua),
Lucanam bovem quod putabant, Lucam bovem appellasse(nt). 5
40. Si ab Libya dictae essent Lucae, fortasse an pantherae quoque
et leones non Africae bestiae dicerentur, sed Lucae ; neque ursi potius
Lucani quam Luci. Quare ego 1 arbitror potius Lucas ab luce, quod
longe relucebant propter inauratos regios clupeos, quibus eorum turn
ornatae erant turres. 41. Apud Ennium : Orator sine
pace redit regique refert rem. Orator dictus ab oratione : qui enim verba
1 haberet publice adversus eum quo legabatur, 2 ab oratione orator
dictus ; cum res maior erat (act)iom', 3 lege- 3 For uirgilius. 4
Aug. deleted non after est. 5 O, H, Mue., for appellasse. §
40. 1 G, H, M, for ergo. §41. 1 Sciop. deleted orationum after
verba. 2 Seal i- ger, for legebatur. 3 GS. (maior erat Turn.), for
maiore ratione. 6 Cf. v. 150. " An otherwise
unknown author; page 106 Funaioli. a V. is wrong ; elephants' tusks are
teeth. * Apparently correct ; iAicanus was in Oscan Jsucans, pro-
nounced Lucas by the Romans, to which a feminine form Lnica was
made. found set forth by the authors hi two ways. For in the Commentary
of Cornelius 6 was the statement that Lucas is from Libyci ' the
Libyans,' and in that of Ver- gilius, c that Lucas was from Lucani ' the
Lucanians ' : from the fact that our compatriots used to call the
largest quadruped that they themselves had, a bos ' cow ' ; and so, when
among the Lucanians, in the war with Pyrrhus, they first saw elephants in
the ranks of the enemy — that is, horned quadrupeds like- wise (for
what many call teeth are really horns riai. 1 Olli valet dictum illi ab
olla et olio, quod alterum comitiis cum recitatur a praecone dicitur olla
centuria, non ilia ; alterum apparet in funeribus indictivis, quo
dicitur Ollus leto 2 datus est, quod Graecus dicit ^jOy, id
est oblivioni. 43. Apud Ennium : Mensas constituit
idemque ancilia (primus. 1 Ancilia) 2 dicta ab ambecisu, quod ea arma ab
utraquc parte ut TTzracum incisa. 44. Libaque, 1 fictores, Argeos
et tutulatos. Liba, quod libandi causa fiunt. Fictores dicti a fin-
gendis libis. Argei ab Argis ; Argei fiunt e scir- peis, simulacra
hominum XXVII ; ea quotannis de § 42. 1 Victor his, for egria i. 2
For laeto. § 43. 1 Added by Scaliger. 2 Added by B, Laetns. § 44. 1
Victorius, for incisa saliba quae {which includes the end of § 43).
c Ann. 582 Vahlen 2 ; R.O.L. i. 438-439 Warmington. § 42. °
Ann. 119 Vahlen 2 ; R.O.L. i. 42-43 Warmington ; a conversation between
Numa Pompilius and his adviser, the nymph Egeria. 6 Fest. 254 a 34 M.
inserts Quirts in this formula after ollus. c Of uncertain
etymology, but not from the Greek. § 43. ° Ann. 120 Vahlen 2
; R.O.L. i. 42-43 Warmington ; enumerating the institutions of Numa
Pompilius. 6 Of the priests ; cf. Livy, i. 20. e Cf vi. 22.
§44. "Ennius, Ann. 121 Vahlen 2 ; R.O.L. i. 42-43 port, those
were selected for the pleading who could plead the case most skilfully.
Therefore Ennius says c : Spokesmen, learnedly
speaking. 42. In Ennius is this a : Olli answered
Egeria's voice, speaking softly and sweetly. Olli ' to him ' is the
same as Mi, dative to feminine olla and to mascuhne ollus. The one of
these is said by the herald when he announces at the elections "
Olla ' that ' century," and not Ma. The other is heard in the
case of funerals of which announcement is made, wherein is said
Ollus h ' that man ' has been given to letum e ' death,' which the
Greek calls XrjOrj, that is, oblivion. 43. In Ennius this verse is
found a : Banquets 6 he first did establish, and likewise the
shields c that are holy The ancilia ' shields ' were named from
their ambe- cisus ' incision on both sides,' because these arms
were incised at right and left like those of the Thracians.
44. Cakes and their bakers, Argei and priests with conical
topknots." Liba ' cakes,' so named because they are made
libare ' to offer ' to the gods. 6 Fictores ' bakers ' were so called
irom Jingere ' to shape ' the liba. Argei from the city Argos c : the
Argei are made of rushes, human figures twenty-seven d in number ; these
are each Warmington; continuing the list of Numa's
institutions. * Libare is derived from liba I c Etymology of Argei
and of tutulus quite uncertain. * On the number, see v. 45, note
a. 309 V. Ponte Sublicio a
sacerdotibus publice dezci 2 solent in Tiberim. Tutulati dicti hi, qui in
sacris in capitibus habere solent ut metam ; id tutulus appellatus ab
eo quod matres familias crines convolutos ad verticem capitis quos
habent vit(ta} 3 velatos 4 dicebantur tutuli, sive ab eo quod id tuendi
causa capilli fiebat, sive ab eo quod altissimum in urbe quod est, Arcs,
5 tutis- simum vocatur. 45. Eundem Pompilium ait fecisse
flamines, qui cum omnes sunt a singulis deis cognominati, in qui-
busdam apparent erv/xa, ut cur sit Martialis et Quiri- nalis ; sunt in
quibus flaminum cognominibus latent origines, ut in his qui sunt versibus
plerique : Volturnalem, Palatualem, Furinalem, Floralemqu^ 1
Falacrem et PomonaJem fecit Hie idem, quae o(b>scura sunt
; eorum origo Volturnus, diva Palatua, Furrina, Flora, Falacer pater,
Pomona. 2 46. Apud Ennium :
lam cata signa ferae 1 sonitum dare voce parabant. Cata acuta
: hoc enim verbo dicunt Sa&ini : quare Catus Melius
Sextus 2 Rhoh, for duci. 3 Mue. ; vittis Popma ; for uti. 4 Laetus, for
velatas. 5 For ares. § 45. 1 Mue., for floralem qui. 2 Turnebus,
for pomo- rum nam. § 46. 1 So F ; but fera {agreeing with
voce) Mue. " See § 44 note c. §45.
"Ennius, Ann. 122-124 Vahlen 2 ; R.O.L. i. 44-45 Warmington. 6 The
protecting spirit of the Palatine. §46. Ann. 459 Vahlen 2 ; R.O.L.
i. 182-183 "Warming- ton. "Ennius, Ann. 331 Vahlen 2 ; R.O.L.
i. 120-121 year thrown into the Tiber from the Bridge-on-Piles, by
the priests, acting on behalf of the state. These are called tutulati '
provided with tutuli,' since they at the sacrifices are accustomed to
have on their heads something like a conical marker ; this is called
a tutulus from the fact e that the twisted locks of hair which the
matrons wear on the tops of their heads wrapped with a woollen band, used
to be called tutuli, whether named from the fact that this was done
for the purpose of tueri ' protecting ' the hair, or because that
which is highest in the city, namely the Citadel, was called tutissimum '
safest.' 45. He says ° that this same Pompilius created the
flamens or special priests, every one of whom gets a distinguishing name
from one special god : in cer- tain cases the sources are clear, for
example, why one is called Martial and another Quirinal ; but there
are others who have titles of quite hidden origin, as most of those
in these verses : The Volturnal, Palatual, the Furinal, and
Floral, Falacrine and Pomonal this ruler likewise created ;
and these are obscure. Their origins are Volturnus, the divine Palatua,
6 Furrina, Flora, Father Falacer, Pomona. 46. In Ennius is
this verse ° : Now the beasts were about to give cry, their
shrill-toned signals. In this, cata ' shrill-toned ' is acuta
' sharp or pointed,' for the Sabines use the word in this meaning ;
there- fore Keen Aelius Sextus * Warmington ;
Sextus Aelius Paetus, consul 198, censor 194, a distinguished writer on
Roman law. 311 V. non, ut
aiunt, sapiens, sed acutus, et quod est : Tunc cepit memorare simul
cata 2 dicta, accipienda acuta dicta. 47. Apud Lucilium
: Quid est P 1 Thynno capto co&ium 2 excludunt foras,
et Occidunt, Lupe, saperdae te 3 et iura siluri
et Sumere te atque amian. Piscium nomina sunt eorumque in Groecia origo.
48. Apud Ennium : Quae cava corpore caeruleo (c)orh'na
receptat. 1 Cava cortina dicta, quod est inter terram et caelum ad
similitudinem cortinae Apollinis ; ea a eorde, quod inde sortes primae
existimatae. 49. Apud Ennium
: Quin inde invitis sumpserwnt 1 perduellibus. 2 Bergk
filled out the verse by reading simul stulta et cata, Vahlen, by
proposing simul lacrimans cata. § 47. 1 L. Sp., for quidem. 2 Mue.,
for corium. 3 Turnebus, for lupes aper de te. § 48. 1
Mue. (following Turnebus in cava and cortina receptat, and Scaliger in deleting
in and caelo; he himself deleted que and transposed corpore cava), for
quaeque in corpore causa ceruleo caelo orta nare ceptat. §
49. 1 M, Laetus, for sumpserint. "Page 115 Funaioli. d
Ennius, Ann. 529 Vahlen 2 ; R.O.L. i. 458-459 Warmington. §
47. a Respectively 938, 54, 1304 Marx. 6 Lucilius puns on iura, 'sauces '
and ' rights, justice,' and on Lupe, a man's name and also a kind of
fish. Respectively Ovwos ' tunny,' called horse-mackerel and tuna in
America ; Kw&og ' sand-goby,' a worthless fish ; o. 3
Roram 1 dicti ab rore qui bellum committebant, ideo quod ante rorat
quam plu«7. 4 Accensos 5 ministra- tores Cato esse scribit ; potest id
(ab censione, id est) 6 ab arbitrio : nam ide(m) 7 ad arbitrium
eius cuius minister. 59-
Pacuvius : Cum deum triportenta . . 60. In Mercatore :
Non tibi 1 istuc magis dividiaest 2 quam mihi hodie fuit.
(Eadem (vi) 3 hoc est in Corollaria Naevius (usus). 4 ) Dividia ab
dividendo dicta, quod divisio distractio est doloris : itaque idem in
Curculione ait : Sed quid tibi est ? — Lien enecat, 5 renes
dolent, Pulmones distrahuntur. § 58. 1 RhoL, for rorani. 2 F 2, for an F 1 . 3
Added by Kent, to complete verse metrically. 4 H 2 and p, for
plusti. 5 For acensos F 1, adcensos F 2 . 6 Added by GS. 7 Brakmann, for
inde. § 59. 1 Lacuna marked by Scaliger. § 60. 1 L. Sp.
deleted in mercatore non tibi, here repeated in F. 2 Aug., for diuidia
est, from the text of Plautus. 3 Added by GS. 4 Added by L. Sp. 5 b, for
liene negat. b That is, not to be retained in the hand
during use. § 58. a Plautus, Friv. frag. IV Ritschl. 6 Page 81.
14 Jordan. e For correct etymology, see vi. 89, note a. §59.
a Trag. Rom. Frag. 381 Ribbeck 3 ; R.O.L. ii. 304- empty and profitless ;
or because those were called ferentarii cavalrymen who had only weapons
which ferrentur ' were to be thrown,' 6 such as a javelin.
Cavalrymen of this kind I have seen in a painting in the old temple of
Aesculapius, with the label "feren- tarii." 58. In
The Story of the Trifles a : Where are you, rorarii ? Behold,
they're here. Where are the accensi ? See, they're here.
Rorarii ' skirmishers ' were those who started the battle, named
from the ros ' dew-drops,' because it rorat ' sprinkles ' before it
really rains. The accensi, Cato writes, 6 were attendants ; the word may
be from censio ' opinion,' that is, from arbitrium ' de- cision,'
for the accensus c is present to do the arbitrium of him whose attendant
he is. 59- Pacuvius says a : When the gods' portents
triply strong . . . 60. In The Trader a : That's no more a
dividia to you than 'twas to me to-day. (This word was used by Naevius in
The Story of the Garland, b in the same meaning.) Dividia ' vexation
' is said from dividere ' to divide,' because the distractio '
pulling asunder ' caused by pain is a division ; therefore the same
author says in the Curculio e : But what's the matter ? — Stitch in
the side, an aching back, And my lungs are torn
asunder. 305 Warmington ; perhaps referring to portents of the
in- fernal deities. § 60. Plautus, Merc. 619. " Cam.
Rom. Frag. IX Ribbeck*. e Plautus, Cure. 236-237 ; literally, ' my
spleen kills me, my kidneys hurt me.' vol. 1 Y 321 V. 61. In
Pagone : Honos syncerasto peri(i>t, x pernis, gla stribula 1
(a)ut 2 de lumbo obscena viscera. 3 Stribula, ut Opil/us 4 scribit, circum
coxendices 5 sunt bovis e ; id Graecum est ab eius loci versura.
68. In (N)ervolaria 1 : Scobina 2 ego illu?i(c) 3 actutum
adrasi (s)enem. 4 Scobinam a scobe : lima enim
materia(e) 5 fabrilis est. 69. In Penulo : Vinceretis
cerium curs?* 1 vel gralatorem 2
gradu. 3 Gral(l)ator 2 a gradu 3 magno dictus. 70. In Truculento : Sine virtute argutum
civem mihi habeam pro praefica. (Praefica) 1 dicta, ut Aurelius scribit, mulier ab
luco quae conduceretur quae ante domum mortui laudis ' Added
by Mue., whose et was changed to ut by GS. § 67. 1 Buecheler, for
distribute. 2 Sciop., for ut. 3 Mue., for obscenabis cera, with o above
first e and v above second b, F 1 . 4 GS. (cf. vii. 50), for opilius. 5
Aldus, for coxa indices. 6 Sciop., for uobis. § 68. 1 Aldus,
for eruolaria. 2 Sciop., for scobinam. 3 A. Sp., metri gratia, for ilium.
4 Lachmann, for enim. 5 Canal, for materia. §69. 1 Aldus,
from Plautus, for circumcurso. 2 -1I-, from Festns, 97. 12 M. 3 Aldus,
from Plautus, for gradum. § 70. 1 Added by B, Aldus. c
Page 97 Funaioli. § 67. ° Plautus, Frag. 52 Ritschl. 6 Page 92
Funaioli. c Of uncertain etymology ; Festus, 313 a 34 M ., has
strebula, and calls it an Umbrian word. d V. perhaps derived it
from Greek orpefiXos ' twisted.' Claudius c writes that women who make
joint en- treaties are clearly shown to be axitiosae ' united,
unionist.' Axitiosae is from agere ' to act ' : as fac- tiosae ' partisan
women ' are named from facere ' doing ' something in unison, so axitiosae
are named from agere ' acting ' together, as though actiosae.
67. In the Cesistio a : For the gods the thigh-meats or the
lewd parts from the loins. Stribula ' thigh-meats,' as
Opillus 6 - writes, are the fleshy parts of cattle around the hips ; the
word c is Greek, derived from the fact that in this place there is
a socket-joint. d 68. In The Story of the Prison Ropes a :
At once I with my rasp did scrape the old fellow clean.
Scobina ' rasp,' from scobis ' sawdust ' ; for a file belongs to a
carpenter's equipment. 69- In The Little Man from Carthage a
: You'd outdo the stag in running or the stilt-walker in
stride. Grallator ' stilt-walker ' is said from his great
gradus ' stride.' 70. In The Rough Customer a :
Although without a deed of bravery I may have A clear-toned citizen
as leader of my praise. Praefica ' praise-leader,' as Aurelius 6
writes, is a name applied to a woman from the grove of Libitina, 6
who was to be hired to sing the praises of a dead man in §
68. ° Plautus, Frag. 94 Ritschl. § 69. ° Plautus, Poen. 530.
§ 70. ° Plautus. True. 495. " Page 90 Funaioli. c Where the
wailing-women had their stand ; cf. Dionysius Halic iv. 15.
327 V. eius caneret. Hoc factitatum
Aristoteles scribit in libro qui (in)scribitur 2 No/xi/m (3apj3apiKa, 3
quibus testimonium est, quod (in) Freto est 4 Noevii : Haec
quidem hercle, opinor, praefica est : nam mortuum collaudat.
Claudius scribit : Quae praeficeretur ancillis,
quemadmodum lamentarentur, praefica est dicta. Utrumque
ostendit a praefectione praeficam dictam. 71. Apud Ennium :
Decern Coclites quas montibus summis Ripaeis fodere. 1
Ab oculo codes, ut ocles, dictus, qui unum haberet oculum :
quocirca in Curculione est : De Coclitum prosapia 2 esse
arbitror : Nam hi sunt unoculi. IV. 72. Nunc de temporibus
dicam. Quod est apud Cassium : Nocte intempesta nostram
devenit domum, intempesta nox dicta ab tempestate, tempestas
ab 2 Aug., with B, for scribitur. 3 Turnebus, for nomina
barbarica. 4 GS. ; Freto inest Canal ; for f return est. § 71. 1 a,
Ttirnebvs,for federe. 2 Added by Aug., from Plautus. d
Frag. 604, page 367 Rose. " Coin. Rom. Frag. 129 Ribbeck 3 ; R.O.L.
ii. 142-143 Warmington. 'Page 98 Funaioli. § 71. ° Sat. 67-68
Vahlen 2 ; R.O.L. i. 392-393 Warming- ton. The one-eyed Arimaspi of
northern Scythia (where the Rhipaean or Rhiphaean mountains were located)
were said to have taken much gold from their neighbours the Grypes
(or Griffins); cf. Herodotus, iii. 116, iv. 13, iv. 27, who front of his
house. That this was regularly done, is stated by Aristotle in his book
entitled Customs of Foreign Nations d ; whereto there is the
testimony which is in The Strait of Naevius e : Dear me, I
think, the woman's a praefica : it's a dead man she is praising.
Claudius writes f : A woman who praeficeret ur ' was to be
put in charge ' of the maids as to how they should perform their
lamentations, was called a praefica. Both passages show that the
praefica was named from praefectio ' appointment as leader.' 71. In
Ennius we find ° : Treasures which ten of the Coclites
buried, High on the tops of Rhiphaean mountains. Codes '
one-eyed ' was derived from ociilus ' eye,' as though ocles, b and
denoted a person who had only one eye ; therefore in the Curculio c there
is this : I think that you are from the race of Coclites ;
For they are one-eyed. IV. 72. Now I shall speak of terms denoting
time. In the phrase of Cassius," By dead of night he
came unto our home, intempesta nox ' dead of night ' is derived
from tem- pestas, and tempestas from tempus ' time ' : a nox
quotes (with incredulity) from a poem by Aristeas of Procon- nesus.
Fodere = infodere. * V. means, from co-ocles ' with an eye ' ; but the
word is derived from Greek kvkXcdi/i, through the Etruscan. e Plantus,
Cure. 393-394. § 72. ° Accius, Com. Rom. Frag. Praet. V, verse 41
Rib- beck 8 ; R.O.L. ii. 562-563 Warmington ; repeated from vi. 7,
where see note a on authorship. 329 V.
tempore ; nox intempesta, quo tempore nihil 1 agitur.
73. Quid noctis videtur ? — In altisono Caeli clipeo temo
superat Stellas sublime(n) 1 agens etiam Atque etiam noctis
iter. Hie multam noctem ostendere volt a temonis motu ; sed
temo unde et cur dicatur latet. Arbitror antiques rusticos primum notasse
quaedam in caelo signa, quae praeter alia erant insignia atque ad aliquem
usum, (ut) 2 culturae tempus, designandum convenire
animadvertebantur. 74. Eius signa sunt, quod has septem
Stellas Graeci ut Homcrus voca(n)t a/jui^ar 1 et propinquum eius
signum {3qwti)v, nostri eas septem Stellas (t)r(i)o«es 2 et temonem et
prope eas axem : triones enim et boves appellantur a bubulcis etiam
nunc, maxime cum arant terra??* 3 ; e quis ut dicti Valentes
glebarii, qui facile proscindunt glebas, sic omnes qui terram
arabant a terra terriones, unde triones ut dicerentur detrito.
4 75. Temo dictus a tenendo : is enim continet § 72. 1 For
nichil. §73. 1 Skutsch, after Buecheler, for sublime. 2 Added
by Mue. §74. 1 For AMA2AN. 2 L. Sp.,/or boues. 3 For terras.
4 A tig., for de tritu. §73. "Ennius, Trag. Rom. Frag. 177-180
Ribbeck 3 ; R.O.L. i. 300-301 Warmington; freely adapted from Euri-
pides, Iphig. in Aid. 6-8; anapaestic. Cf. v. 19, above. 6 Signa in this
and the following seems to vary in meaning between ' signs = marks ' and
' signs = constellations.' § 74. " E.g., Od. v. 272-273. 6
Charles' Wain, or the Great Dipper ; and other parts of the constellation
Ursa intempesta ' un-timely night ' is a time at which no activity
goes on. 73. What time of the night doth it seem ? — In the
shield Of the sky, that soundeth aloft, lo the Pole Of the
Wain outstrippeth the stars as on high More and more it driveth its
journey of night." Here the author -wishes to indicate that
the night is advanced, from the motion of the Temo ' Wagon- Pole '
; but the origin of Temo and the reason for its use, are hidden. My
opinion is that in old times the farmers first noticed certain signs 6 in
the sky which were more conspicuous than the rest, and w T hich
were observed as suitable to indicate some profitable use, such as
the time for tilling the fields. 74. The marks of this one are,
that the Greeks, for example Homer, call these seven stars the Wagon
6 and the sign that is next to it the Ploughman, while our countrymen
call these seven stars the Triones ' Plough-Oxen ' and the Temo '
Wagon-Pole ' and near them the Axis ' axle of the earth, north pole * c :
for indeed oxen are called triones by the ploughmen even now,
especially when they are ploughing the land ; just as those of them which
easily cleave the glebae ' clods of earth ' are called Mighty
glebarii ' clod-breakers,' so all that ploughed the land were from
terra ' land ' called terriones, so that from this they were called
triones, d with loss of the E. 75. Temo is derived from tenere ' to
hold ' ° : for it Major. e Or perhaps even the Pole-Star itself. d
Trio is a derivative of terere ' to tread,' cf. perf. trivi and
ptc. tritus. § 75. ° Wrong etymology. 331
V. iugum et plaustrum, appellatum a parte 1 totum,
ut multa. Possunt triones dicti, VII quod ita sitae stellae, ut
ternae trigona faciant. 76.
Aliquod lumen — iubarne ? — in caelo cerno. Iubar dicitur stella
Lucifer, quae in summo quod habet lumen diffusum, ut leo in capite iubam.
Huius ortus significat circiter esse extremam noctem. Itaque ait
Pacuius : Exorto iubare, noctis decurso itinere. 77.
Apud Plautum in Parasito Pigro : Inde hie bene potus 1 primo 2
crepusculo. Crepusculum ab Saftinis, et id dubium tempus
noctis an diei sit. Itaque in Condalio est : Tarn crepusculo,
ferae 3 ut amant, lampades accendite. Ideo (d)ubiae res 4 creperae
dictae. 78. In Trinummo : Concubium sit noctis
priusquam (ad) 1 postremum perveneris. Concubium a concubitu
dormiendi causa dictum. § 75. 1 B, Laetus,for aperte. § 77. 1 Pius, for de nepotus.
2 Scaliger, for primo. 3 Buecheler, for fere. 4 Laetus, for ubi
heres. § 78. 1 Added by Aug., from Plautus. 6 Wrong
etymology. § 76. ° Ennius, Trag. Rom. Frag. 336 Ribbeck 3 ;
R.O.L. i. 226-227 Warmington; cf. vi. 6 and vi. 81. 6 Iubar and
iuba are not etymologically connected. c That is, shortly before sunrise,
when it is visible in the eastern sky. d Trag. Rom. Frag. 347 Ribbeck 3 ;
R.O.L. ii. 320-321 Warmington : cf. vi. 6. continet ' holds together
' the yoke and the cart, the whole being named from a part, as is true of
many things. The name triones may perhaps have been given because
the seven stars are so placed that the sets of three stars make
triangles. 1 * 76. I see some light in the sky — can it be dawn ?
° The morning-star is called iubar, because it has at the top
a diffused light, just as a lion has on his head a tuba ' mane.' 6 Its
rising c indicates that it is about the end of the night. Therefore
Pacuvius says d : When morning-star appears and night has run
her course. 77. Plautus has this in The Lazy Hanger-on a
: From there to here, right drunk, he came, at early
dusk. Crepusculum ' dusk ' is a word taken from the Sabines,
and it is the time when there is doubt whether it belongs to the night or
to the day. 6 Therefore in The Finger-Ring there is this c :
So at dusk, the time when wild beasts make their love, light up
your lamps. Therefore doubtful matters were called creperae.
b 78. In The Three Shillings ° : General resting time
of night 'twould be, before you reached its end. Concubium '
general rest ' is said from concubitus ' general lying-down ' for the
purpose of sleeping. 6 § 77. ° Frag. I, verse 107 Ritschl. * Cf.
vi. 5 and notes. e Plautus, Frag. 60 Ritschl. § 78. a
Plautus, Trin. 8S6 ; that is, " if I should try to tell you my
name." * Cf. vi. 7 and note c.
333 V. 79. In Asinaria :
Videbitur, factum volo : redito 1 conticim'o. 2 Putem a
conticiscendo conticinn/m 3 sive, ut Opil/us 4 scribit, ab eo cum
conticuerunt homines. V. 80. Nunc de his rebus quae assignificant ali-
quod tempus, cum dicuntur aut fiunt, dicam. Apud Accium :
Reciproca tendens nervo equino concita Tela. Reciproca
est cum unde quid profectum redit eo ; ab recipere reciprocare Actum, aut
quod poscere procare 1 dictum. 81. Apud Plautum :
Ut 1 transversus, 2 non proversus cedit quasi cancer solet.
(Proversus) 3 dicitur ab eo qui in id quod est (ante, est) 4
versus, et ideo qui exit in vestibulum, quod est ante domum, prodire et
procedere ; quod cum lerao 5 non faceret, sed secundum parietem
transversus iret, § 79. 1 A. Sp. ; redito hue Vertranius, from Plautus ;
at redito Rhol. ; for ad reditum. 2 Laetus, for conticinno. 3
Laetus, for conticinnam. 4 GS.,for o pilius ; cf. vii. 50, vii. 67.
§ 80. 1 B, Aldus, for prorogare. § 81. 1 Bentinus,for aut. 2
Aug., for transuersum ; the mss. of Plautus have non prorsus uerum ex
transuerso cedit ... 3 Added by L. Sp. 4 Added by Christ. 5 Aldus,
for lemo. § 79. Plautus, Asin. 685 ; where the text is
redito hue. Cf. vi. 7. 6 Page 88 Funaioli. § 80. a That is,
words of actions, whether or not they are verbs. 6 Philoctetes, Trag.
Rom. Frag. 545-546 Ribbeck 3 ; Ji.O.L. ii. 512-513 Warmington. Reciproca
tela is properly In The Story of the Ass there is this verse a :
I'll see to it, I wish it done ; come back at conticinium. I
rather think that conticinium ' general silence ' is from conticiscere '
to become silent,' or else, as Opillus 6 writes, from that time when men
conticuerunt ' have become silent.' V. 80. Now I shall speak
of those things which have an added meaning of occurrence at some
special time, when they are said or done. In Accius b :
The elastic weapon bring into action, bending it With horse-hair
string. Reciproca ' elastic ' is a condition which is present
when a thing returns to the position from which it has started.
Reciprocare ' to move to and fro ' is made c from recipere ' to take
back,' or else because procare was said for poscere ' to demand.' d
81. InPlautus : How sidewise, as a crab is wont, he moves,
Not straight ahead. Proversus ' straight ahead ' is said of a man
who is turned toward that which is in front of him ; and therefore
he who is going out into the vestibule, which is at the front of the
house, is said prodire ' to go forth ' or procedere ' to proceed.' But
since the brothel-keeper was not doing this, but was going sidewise
along the wall, Plautus said " How sidewise only the Homeric
(Iliad, viii. 266, x. 459) iraAlmova t6£cl ' backward-stretched bow,' and
not as V. interprets it. e Probably from reque proque ' backward and
forward ' ; not as V. interprets it. d That is, ' demand return.'
§81. " Pseud. 955; said of the brothel-keeper as he
enters. 335 V. dixit " ut transversus
cedit quasi cancer, non pro- versus ut homo." 82. Apud
Ennium : Andromachae nomen qui indidit, recte 1 indidit. Item
: Quapropter Parim pastores nunc Alexandrum vocant.
Imitari dum volm't* Eurip/den 3 et ponere ervfiov, est lapsus ; nam
Euripides quod Graeca posuit, eTv/ia sunt aperta. Ille ait ideo nomen
additum Andro- machae, quod ai'S/yt ^a^eTca 4 : hoc Enni?/(m) 5
quis potest intellegere in versu 6 significare Andromachae
nomen qui indidit, recte indidit, aut Alexandrum ab eo appellatum in
Graecia qui Paris fuisset, a quo Herculem quoque cognominatum
aX^iKaKov, ab eo quod defensor esset hominum ? 83. Apud Accium
: Iamque Auroram rutilare procul Cerno. Aurora
dicitur ante solis ortum, ab eo quod ab igni solis turn aureo aer
aurescit. Quod addit rutilare, est ab eodem colore : aurei enim rutili,
et inde equam 1 lymphata (aut Bacchi sacris Commota.
Lymphata) 2 dicta a hympha ; (lympha) 3 a Nympha, ut quod apud
Graecos 9eT 5 spe quidem id successor* tibi ; apud Pompilium :
Heu, qua me causa, Fortuna, infeste premis 7 ? Quod ait
iurgio, id est litibus : itaque quibus res erat in controversia, ea
vocabatur lis : ideo in actionibus videmus dici quam rem sive
litem 8 dicere oportet. Ex quo licet vidcre iurgare esse ab iure
dictum, cum quis iure litigaret ; ab quo obiurgat is qui id facit
iuste. 94. Apud LuczVium 1 : Atque aliquo(t) sibi 2, 8
osmen, e quo S 9 extritum. 98. Apud Plautum :
Quia ego antehac te amavi o 5 quidem nos pretio (facile 8
0>ptanti est 7 frequentare : Ita in prandio nos lepide ac
nitide Accepisti, apparet dicere : facile est curare ut
(adsidue) 8 adsi- mus, cum tarn 9 bene nos accipias. 100. Apud Ennium :
Decretum est stare i muset 1 obrutum. §99. 1 Aug., for quo
desimi. 2 Ellis ; fere quom Canal; for ferret quern. 3 Aug., with B, for
his. 4 Added by L. Sp. 5 GS. (pol istoc Aug., from Plautus), for
dicunto. 8 Added by Aug., from Plautus. 7 Schoell (after A. Sp., icho
proposed and rejected optanti), for ptanti F, with p deleted by
cross-lines. 8 Added by GS. ' Aug., for iam. § 100. 1 GS.,
after Fest. 84. 7 M. ; est stare et
fossari Bergk ; est fossare B, Vertranius ; for est stare. § 101. 1 L. Sp. ; fac is
musset Mue. ; face musset Turne- bus ; for facimus et.
§ 99 ° Plautus, Cist. 6. b Frequens usually means ' in numbers '
(that is, many at one place at the same time) In the same author, the
word frequentem b frequent ' in Frequent aid you gave
me means assiduam ' busily present ' : therefore he who is at
hand assiduus ' constantly present ' fere et quom ' generally and when '
he ought to be, he is frequens, as the opposite of which infrequens c is
wont to be used. Therefore that which these same girls say d :
Dear me, at that price that you say it is easy For one who desires
it to be frequently with us ; So nicely and elegantly you received
us At luncheon, clearly means : it is easy to get us to be
constantly present at your house, since you entertain us so well.
100. In Ennius ° : Resolved are they to stand and be dug
through their bodies with javelins. This verb Jbdare ' to dig
' which Ennius used, was made from fodere ' to dig,' from which comes
fossa ' ditch.' 101. In Ennius ° : With words destroy
him, crush him if he make a sound. and not ' frequent ' (that is,
one in the same place at many different times), which is why the word
here needs explana- tion. V. takes it as a shortening of the phrase fere
et quom=f, r, e'qu(ym+s, which needs no refutation. " Used
especially of a soldier qui abest afuitve a signis ' who is or has been
absent from his place in the ranks ' (Festus, 112. 7 M.). d Cist. 8-11,
with omissions ; anapaestic and bacchiac verses alternately.
§100. 'Ann. 571 Vahlen*; B.O.L. i. 190-191 Warm- ington.
§ 101. » Trag. Rom. Frag. 393 Ribbeck 8 ; R.O.L. i. 378- 379
Warmington. VOL. I 2 A V. Mussare dictum, quod muti non
amplius quam fxv dicunt ; a quo idem dicit id quod minimum est :
Neque, ut aiunt, (iD facere audent. 102. Apud Pacuium :
Di 1 monerint meliora atque amentiam averruncassint (tuam. 2
Ab) 3 avertendo averruncare, ut deus qui in eis rebus praeest
Averruncus. Itaque ab eo precari solent, ut pericula avertat.
103. In Aulularia : Pipulo te 1 differam ante aedis, id
est convicio, declinatum a pi(p)atu 2 pullorum. Multa ab animalium
vocibus tralata in homines, partim quae sunt aperta, partim obscura ;
perspicua, ut Ennii : Animus cum pectore latrat.
Plauti : Gannit odiosus omni totae familiae. (Cae)cilii
3 : Tantum rem dibalare ut pro nilo habuerit. § 102. 1
For dim. 2 Added from Festus, 373. 4 M. 3 Added by Turnebus.
§ 103. 1 So F ; but pipulo te hie Nonius, 152. 5 31., pipulo hie
Plautus. 2 Aldus, for piatu. 3 Laetus, for cilii. 6
Onomatopoeic, as V. indicates. c Ennius, Inc. 10 Vahlen 2 ; R.O.L. i.
438-439 Warmington. §102. a Trag. Rom. Frag. 112 Ribbeck 3 ; R.O.L.
ii. 206-207 Warmington; quoted by Festus, 373. 4 M., with tuam, and
by Nonius, 74. 22 M. (who assigns it to Lucilius, Bk. XXVI.) with meam. b
Monerint is perf. subj. of monere, a form known from other sources also.
e The word combines averrere ' to sweep away ' with runcare ' to
remove weeds.' d Mentioned elsewhere only by Mussare 6 ' to make a sound '
is said because the muti ' mute ' say nothing more than mu ; from which
the same poet uses this for that which is least c : And, as they
say, not even a mu dare they utter. 102. In Pacuvius a :
May the gods advise * thee of better things to do, and thy madness
sweep away ! Averruncare e ' to sweep away ' is from avertere ' to
avert,' just as the god who presides over such matters is called
Averruncus. neque 12 in Iudicium ^4esopi nec
theatri trittiles. 105. In Colace : Nexum . . .
(Nexum) 1 Mawilius 2 scribit omne quod per libram et aes geritur,
in quo sint mancipia ; Mucius, quae per aes et libram fiant ut
obligentur, praeter quom 3 mancipio detur. Hoc verius esse ipsum
verbum ostendit, de quo quaerit(ur) 4 : nam id aes 5 quod obligatur
per libram neque suum fit, inde nexum dictum. Liber qui suas operas in
servitutem pro pecunia quam debebat (nectebat), 6 dum solveret,
nexus vocatur, ut ab aere obaeratus. Hoc C. Poetelio 9 GS., after Mati Mue.,
for Maccius. 10 Baehrens, for sues. 11 Mue. ; a volucri L. Sp. ; for
auoluerat. 12 Kent, for tradedeque inreneque. § 105. 1 Added
by L. Sp., who recognized the lacuna. 2 Laetus, for mamilius. 3 Huschke,
for quam. 4 Aug., for querit. 5 Mommsen, for est. 6 debebat
nectebat Kent ; debeat dat Aug. ; for debebat. '
Plautus, Cas. 267 ; the more common orthography is fringilla and
friguttis. k Frag. Poet. Lat., page 54 Morel ; wrongly listed by Ribbeck
3 as Juventius, Com. Rom. Frag. IV. 1 Trit, the sound made by the
crushing or breaking of a hard grain or seed, as by the
strong-beaked birds. If the text is correctly restored, the passage
refers to a complaint against trittiles, that is, persons who made
similar noises and thereby disturbed a theatrical perform- ance ; the
poet says that he will refer the complaint to a regular law-court, and
not to the prejudiced decision of the That of Maccius in the Casina, from
finches 3 : What do you twitter for ? What's that you wish so
eagerly ? That of Sueius, from birds * : So he'll bring
the snappers 1 fairly into court and not To the judgement of Aesopus m
and the audience. 105. In The Flatterer a : A bound
obligation . . . Xexum ' bound obligation,' Manilius 6 writes, is
every- thing which is transacted by cash and balance-scale, c
including rights of ownership ; but Mucius d defines it as those things which
are done by copper ingot and balance-scale in such a way that they rest
under formal obligation, except when delivery of property is made
under formal taking of possession. That the latter is the truer
interpretation, is shown by the very word about which the inquiry is made
: for that copper which is placed under obligation according to the
balance-scale and does not again become independent (nec suum) of this
obligation, is from that fact said to be nexum ' bound.' A free man who,
for money which he owed, nectebat ' bound ' his labour in slavery
until he should pay, is called a nexus ' bondslave,' just as a man
is called obaeratus ' indebted,' from aes ' money- debt.' When Gaius
Poetelius Libo Visulus * was offended actor and of the annoyed
fellow - spectators. m Famous tragic actor of Cicero's time.
§ 105. ° Plautus, Frag. IV Ritschl ; but possibly from the Colax of
Naevius. 6 Page 6 Huschke. e That is, by agreement to pay a sum of money,
measured by weight. * Page 18 Huschke. • Consul in 346, 333 (?), 326
(Liyy, viii. 23. 17), and dictator in 313 (Livy, ix. 28. 2), in
which V. sets the abolition of slavery for debt, though Livy, viii.
28, sets it in his third consulship. 359 V.
(Li)bone Ftsolo 7 dictatore sublatum ne fieret, et omnes qui Bonam
Copiam iurarunt, ne essent nexi dissoluti. 106. In Ca(sina) : Sine ame^, 1 sine quod
lubet id facial, 2 Quando tibi domi nihil 3 delicuum est.
Dictum ab eo, quod (ad) deliquandum non sunt, ut turbida quae sunt
deliquantur, ut liquida fiant. Aurelius scribit delicuum esse 1 ab
liquido ; Cla(u)dius ab eliquato. Si quis alterutrum sequi malet, 5
habebit auctorem. Apud Atilium : Per laetitiam
liquitur Animus. Ab liquando liquitur fictum. VI. 107.
Multa apud poetas reliqua esse verba quorum origines possint dici, non
dubito, ut apud Naevium in ^4esiona mucro 1 gladii " lingula "
a lingua ; in Clastidio " vitulantes " a Vitula ; in Dolo
7 Poetelio Libone Visolo Lachmann ; Poetelio Visolo Aug. ; for popillio
vocare sillo. § 106. 1 In
CasinaiW^M*, sine a.met Aldus (from Plautus), for in casineam esses. 2
Aug. (from Plautus), for facias. 3 Plautus has nihil domi. 4 For est. 5
Laetus, for mallet. § 107. 1 Aesiona Buecheler, mucro Groth,
for esionam uero. ' That is, swore that they were not
regular slaves, but were held in slavery for debt only. 9 Mentioned also
by Ovid, Met. ix. 88. § 106. ° Plautus, Cas. 206-207 ;
anapaestic. * Appar- ently meant by Plautus as ' lacking,' from
delinquere ' to lack,' and so understood by Festus, 73. 10 M., who
glosses it with minus. V. has taken it as ' strainable, subject to
straining (for purification),' and has connected it with liquare and
liquere ' to strain, purify,' also ' to melt.' c Page dictator, this
method of dealing with, debtors was done away with, and all who took oath
f by the Good Goddess of Plenty 3 were freed from being bond-
slaves. 106. In the Casino. a : Let him go and make
love, let him do what he will, As long as at home you have nothing
amiss. Nihil delicuum 6 ' nothing amiss ' is said from this,
that things are not ad deliquandum ' in need of straining out ' the
admixtures, as those which are turbid are strained, that they may become
liqvida ' clear.' Aurelius c writes that delicuum is from liquidum '
clear ' ; Claudius, 4 * that it is from eliquatum ' strained.' Any-
one who prefers to follow either of them will have an authority to back
him up. In Atilius e : With joy his mind is
melted. Liquitur ' is melted ' is formed from liquare ' to melt.'
VI. 107. I am quite aware ° that there are many words still
remaining in the poets, whose origins could be set forth ; as in Naevius,
6 in the Hesione, 6 the tip of a sword is called lingula, from
lingua ' tongue ' ; in the Clastidium, d vitulantes ' singing songs
89 Funaioli. d Page 97 Funaioli. • Com. Rom. Frag., inc. fab. frag.
II, page 37 Ribbeck*. § 107. » Cf the beginning of § 109. * All the
citations in § 107 and § 108 are from Naevius; R.O.L. ii. 88-89, 92-93,
96-97, 104-105, 136-137, 597-598 Warmington. c Trag. Rom. Frag. 1 Ribbeck
8 ; for the spelling of the title, cf Buecheler, Rh. Mus. xxvii. 475. d
Trag. Rom. Frag., Praet. I Ribbeck* ; vitulari was glossed by V. with
TrauwC- £«v, according to Macrobius, Sat. iii. 2. 11. It is
difficult to connect the two words with Latin rictus and victoria,
so that the resemblance may be fortuitous — unless Vitula be a
dialectal word, with CT reduced to T. 361 V. "
caperrata fronte " a caprae fronte ; in Demetrio " persibus
" a perite : itaque sub hoc glossema ' callide ' subscribunt ; in
Lampadione " protinam a protinus, continuitatem significans ; in
Nagidone " c/u(ci)datfus " 3 suavis, tametsi a magistris
accepi- mus mansuetum ; in Romulo " (con)sponsus " 3
contra sponsum rogatus ; in Stigmatia " praebia " a prae-
bendo, ut sit tutus, quod si(n)t 4 remedia in collo pueris ; in Technico
5 " confidant" 6 a conficto con- venire dictum ;
108. In Tarentilla " p(r)ae(l)u(c)idum Ml a luce, illustre ;
in Tunicularia : ecbolas 2 aulas quassant quae
eiciuntur, a Graeco verbo ck/JoA?? 3 dictum ; in Bello Punico :
nec satis sardare 4 2 Scallger, for caudacus. 3 JYeukirch, with Popma,
for sponsus. 4 Laetus, for sit. 5 For thechnico. 6 Turne- bus, for
conficiant. § 108. 1 Mue., for pacui dum. 2 Kent, for
exbolas, metri gratia. 3 Aldus, for exbole. 4 A. Sp. {from Festus,
323. 6 M.), for sarrare. * Com. Rom. Frag, after 49 Ribbeck
3 ; caperrata may be related to capra only by popular etymology. ' Com.
Rom. Frag, after 49 Ribbeck 3 ; persibus is seemingly an Oscan
perfect participle active, cf. Oscan sipus, from which perhaps it is to
be corrected to persipus. 9 Page 113 Funaioli. h Com. Rom. Frag, after 60
Ribbeck 3 . * Com. Rom. Frag, after 60 Ribbeck 3 ; clucidatus is a participle
to a Latin verb borrowed from Greek yAu/a'£eiv ' to sweeten.' '
Trag. Rom. Frag., Praet. IT Ribbeck 3 ; for consponsus, cf. vi. 70.
* Com. Rom. Frag. 71 Ribbeck 3 . 1 Com. Rom. Frag, after 93 Ribbeck
3 ; confidant, derived from confingere. of victory,' from Vitula 'Goddess
of Joy and Victory ' ; in The Artificer caperrata f route ' with wrinkled
fore- head,' from the forehead of a capra ' she-goat ' ; in the
Demetrius/ persibus ' very knowing,' from perite ' learnedly ' :
therefore under this rare word they write 9 collide' shrewdly ' ; in the
Lampadio, h protinam ' forthwith ' from protinus (of the same
meaning), indicating lack of interruption in time or place ; in the
Nagido,* clucidatus ' sweetened,' although we have been told by the
teachers that it means ' tame ' ; in the Romulus,' consponsus, meaning a
person who has been asked to make a counter-promise ; in The
Branded Slave, k praebia ' amulets,' from praebere ' pro- viding ' that
he may be safe, because they are prophy- lactics to be hung on boys'
necks ; in The Craftsman, 1 confidant ' they unite on a tale,' said from
agreeing on a confictum ' fabrication.' 108. Also, in The
Girl of Tarentum, a praelucidum ' very brilliant,' from lux ' light,'
meaning ' shining ' : in The Story of the Shirt, b They shake
the jars that make the lots jump out, ecbolicas ' causing to jump
out,' because of the lots which are cast out, is said from the Greek
word eK/SoXi] ; and in The Punic War c Not even quite sardare
' to understand like a Sardinian,' § 108. ° Com. Rom. Frag, after
93 Ribbeck 3 . h Com. Rom. Frag. 103 Ribbeck 3 ; R.O.L. ii. 106-107
Warming- ton (with different interpretation). e Frag. Poet. Rom.
53-54 Baehrens; R.O.L. ii. 72-73 Warmington. According to Festus, 322 a
24 and 323. 6 M., sardare means intel- legere, perhaps 'to understand
like a Sardinian,' that is, very poorly, for the Sardinians had in
antiquity a bad re- putation in various lines. The verse of Naevius runs
: Quod bruti nec satis sardare queunt. ab serare dictum, id est
aperire ; hinc etiam sera, 5 qua remota fores panduntur. VII.
109. Sed quod vereor ne plures sint futuri qui de hoc genere me quod
nimium multa scripseriwz 1 reprehendant quam quod 2 reliquerim 3
quaedam accusent, ideo potius iam reprimendum quam pro- cudendum
puto esse volumen : nemo reprensus qui e segete ad spicilegium reliquit
stipulam. Quare in- stitutis sex libris, quemadmodum rebus Latina
nomina essent imposita ad usum nostrum : e quis tn's 4 scripsi Po. 5 Septumio
qui mihi fuit quaestor, tris tibi, quorum hie est tertius, prior es de
disciplina verborum originis, posterior es de verborum originibus. In
illis, qui ante sunt, in primo volumine est quae dicantur, cur
ervfj-oXoyiKr) 6 neque ar(s> sit 7 neque ea utilis sit, in secundo
quae sint, cur et ars ea sit et (ut)ilis 8 sit, in tertio quae forma
etymologiae. 9 110. In secundis tribus quos ad te misi item
generatim discretis, primum in quo sunt origines verborum 1 locorum et
earum rerum quae in locis esse solent, secundum quibus vocabulis
te(m)pora sint notata et eae res quae in temporibus hunt, tertius
5 Ed. Veneta, for serae. Laetus,for rescripserint. 2 quam quod A
Idus, for quamquam. 3 For reliquerint. 4 Laetus, for tres. 5
po stands here in F, but with lines drawn through the letters. 6 L.
Sp.,for ethimologice. 7 ars sit V, p, L. Sp.,for ansit. 8 et utilis Turnebus; et illis
utilis V; for et illis F. 9 For ethimologiae. § 110. 1 Crossed out by F 1,
but required by the meaning. d In such an etymology, V. is
operating on the basis that things may be named from their opposites; cf.
Festus, 122. 16 M., ludum dicimus, in quo minime luditur. § 109. °
A liber or ' book ' was calculated to fill a volumen where sardare is
said from serare ' to bolt,' d that is, sardare means ' to open ' ; from
this also sera ' bolt,' on the removal of which the doors are
opened. VII. 109- But because I fear that there will be more
who will blame me for writing too much of this sort than will accuse me
of omitting certain items, I think that this roll must now rather be
compressed than hammered out to greater length a : no one is blamed
who in the cornfield has left the stems for the gleaning. 6 Therefore as
I had arranged six books c on how Latin names were set upon things for
our use d : of these I dedicated three to Publius Septumius who was
my quaestor," and three to you, of which this is the third — the
first three on the doctrine of the origin of words, the second three f on
the origins of words. Of those which precede, the first roll con-
tains the arguments which are offered as to why Etymology is not a branch
of learning and is not useful ; the second contains the arguments why it
is a branch of learning and is useful ; the third states what the
nature of etymology is. 110. In the second three which I sent to
you, the subjects are likewise divided off: first, that in which
the origins of words for places are set forth, and for those things which
are wont to be in places ; second, with what words times are designated
and those things which are done in times ; third, the present
or ' roll ' of convenient size for handling. * That is, who has cut
off the ears of standing grain and left the stalks. e Books II.-VII. ;
cf. v. 1. d This sentence is resumed at Quocirca, in the middle of § 1
10. * Varro held office in the war against the pirates and Mithridates in
67-66, under Pompey, and again in Pompey's forces in Spain in 49
and at Pharsalus in 48 ; but it is unknown in which of these he had
Septumius as quaestor. ' Books V.-VII. 365 VARRO
hie, in quo a poetis item sumpta ut il/a 2 quae dixi in duobus
libris solwta 3 oratione. Quocirca quoniam omnis operis de Lingua Latina
tris feci partis, primo quemadmodum vocabula imposita essent rebus,
secundo quemadmodum ea in casus declinarentur, tertio quemadmodum
coniungerentur, prima parte perpetrata, ut secundam ordiri possim, huic
libro faciam finem. 8 Victorius, for utilia. 3 Sciop., for
solita. book, in which words are taken from the poets in the same
way as those which I have mentioned in the other two books were taken
from prose writings. Therefore," since I have made three parts of
the whole work On the Latin Language, first how names were set upon
things, second how the words are declined in cases, third how they are
combined into sentences — as the first part is now finished, I
shall make an end to this book, that I may be able to commence the
second part. §110. "This resumes the sentence interrupted at
the middle of the previous section. Rolfe. DESCRIPTIVE PROSPECTUS ON
APPLICATION THE LOEB CLASSICAL LIBRARY FOUNDED BY JAMES LOEB,
IX. D. EDITED BY fT. E. PAGE, C.H., LITT.D. E.
CAPPS, ph.d., ll.d. W. H. D. ROUSE, litt.d. FRAGMENTS LONDON HEINEMANN
QUAE DICANTUR CUR NON SIT ANALOGIA LIBER I I. 1. Quom oratio natura
tripertita esset, ut su- perioribus libris ostendi, cuius prima pars,
quemad- modum vocabula rebus essent imposita, secunda, quo pacto de
his declinata in discrimina iermt, 1 tertia, ut ea inter se ratione coniuncta
sententiam efferant, prima parte exposita de secunda incipiam hinc.
Ut propago omnis natura secunda, quod prius illud rectum, unde ea,
sic declinata : itaque declinatur in verbis : rectum homo, obliquum
hominis, quod de- clinatum a recto. § 1. 1 Sciop.,for
ierunt. § 1. a That is, bent aside and downward, from the
vertical. The Greeks conceived the paradigm of the noun as the
upper right quadrant of a circle : the nominative was the vertical
radius, and the other cases were radii which 4 declined 1 to the right,
and were therefore called m-coous 'fallings,' which the Romans translated
literally by casus. The casus rectus is therefore a contradiction in
itself. The Latin verb de- 370 MARCUS TERENTIUS
VARRCTS ON THE LATIN LANGUAGE BOOK VII ENDS HERE, AND HERE
BEGINS BOOK VIII One Book of Arguments which are
advanced AGAINST THE EXISTENCE OF THE Principle of Analogy. Speech is
naturally divided into THREE parts. Its first part is how a name is imposed
upon a thing; its second, in what way a derivative of a name arrives at its
difference; its third, how a a ‘sentence’, or words united with another one
reasoningly, EXPRESSES an idea – Not that there may not be one-word
sentences, like ‘Come!’ [H. P. Grice, Utterer’s meaning, sentence-meaning, and
word-meaning]. Having set forth the first part, I shall begin upon the second.
As every offshoot is secondary by nature, because that vertical trunk
from which it comes is primary, and it is therefore declined, so
there may be declension in a word – shag, shaggy : HOMO 1 man * is the
vertical, HOMINIS * man's ' is the oblique, because it is declined from
the vertical. clinare is used in the meanings * to decline (a noun)/ *
to conjugate (a verb),' and * to derive ' in general, as well as *
to bend aside and down * in a literal physical sense : it therefore
offers great difficulties in translating. De huiusce(modi) 1 multiplici
natura discrimi- num (ca)wsae 2 sunt hae, cur et quo et quemadmodum
in loquendo declinata sunt verba. De quibus duo prima duabus causis
percurram breviter, quod et turn, cum de copia verborum scribam, erit
retractandum et quod de tribus tertium quod est habet suas
permultas ac magnas partes. II. 3. Declinatio inducta in
sermones non solum Latinos, sed omnium hominum utili et necessaria
de causa : nisi enim ita esset factum, neque di(s)cere 1 tantum
numerum verborum possemus (infinitae enim sunt naturae in quas ea
declinantur) neque quae didicissemus, ex his, quae inter se rerum
cognatio esset, appareret. At nunc ideo videmus, quod simile est,
quod propagatum : legi (c)um (de lego) 2 de- clinatum est, duo simul
apparent, quodam modo eadem dici et non eodem tempore factum ; at 3
si verbi gratia alterum horum diceretur Priamus, alterum fiecuba,
nullam unitatem adsigniflcaret, quae ap- paret in lego et legi et in
Priamus Priamo. Ut in hominibus quaedam sunt agnationes ac 1
gentilitates, sic in verbis : ut enim ab AemiMo homines orti ^emilii ac
gentiles, sic ab ^emilii nomine de- clinatae voces in gentilitate
nominali : ab eo enim, § 2. 1 Added by L. Sp. 2 L. Sp., for
orae. § 3. 1 Mue. t for dicere ; cf, § 5. 2 GS.,for legium F
; cf. declinatum est ab lego Aug. from B, and last sentence of this
section. 3 Mue., for ut. §4. 1 L. Sp. t for ad.
§ 2. a Cf. viii. 9 in quas. b That is, the collective
vocabulary;. § 3. a The term ' inflection ' will be convenient
oftentimes to express declinatio, including both declension of nouns
and conjugation of verbs. 372 ON THE LATIN
LANGUAGE, VIII. 2-i 2. From the manifold nature of this sort
there are these causes of the differences : for what reason, and to
what product, a and in what way, in speaking, the words are declined. The
first two of these I shall pass over briefly, for two reasons : because
there will have to be a rehandling of the topics when I write of the
stock of words, 6 and because the third of them has numerous and
extensive subdivisions of its own. II. 3. Inflection a has been
introduced not only into Latin speech, but into the speech of all
men, because it is useful and necessary ; for if this system had
not developed, we could not learn such a great number of words as we
should have— for the possible forms into which they are inflected are
numerically unlimited — nor from those which we should have learned
would it be clear what relationship existed between them so far as their
meanings were con- cerned. But as it is, we do see, for the reason
that that which is the offshoot bears a similarity to the original
: when legi ' I have gathered ' is inflected from lego ' I gather,' two
things are clear at the same time, namely that in some fashion the acts
are said to be the same, and yet that their doing did not take
place at the same time. But if, for the sake of a word, one of these two
related ideas was called Priamus and the other Hecuba, there would be
no indication of the unity of idea which is clear in lego and legi,
and in nominative Priamus, dative Priamo. 4. As among men there are
certain kinships, either through the males or through the clan, so there
are among words. For as from an Aemilius were sprung the men named
Aemilius, and the clan-mcmbers of the name, so from the name of Aemilius
were inflected the words in the noun-clan : for from that name
which quod est impositum recto casu ^emilius, orta ^emilii,
^emilium, ^emilios, ^4emiliorum et sic reliquae eius- dem quae
sunt*stirpis. 5. Duo igitur omnino verborum principia 3 im-
positio (et declinatio), 1 alterum ut fons, alterum ut rivus. Impositicia
nomina esse voluerunt quam paucissima, quo citius ediscere possent,
declinata quam plurima, quo facilius omncs quibus ad usum opus
esset 2 dicerent. 3 6. Ad illud genus, quod prius, historia opus
est : nisi dzscendo 1 enim aliter id non* pervenit ad nos ; ad
reliquum genus, quod posterius. ars : ad quam opus est paucis praeceptis
quae sunt brevia. Qua enim ratione in uno vocabulo declinare didiceris,
in infinito numero nominum uti possis : itaque novis nominibus
allatis 3 (in) 4 consuetudinem sine dubitatione eorum declinatus statim
omnis dicit populus ; etiam novicii servi empti in magna familia cito
omnium conser- vorum (n)om{i)na 5 recto casu accepto in reliquos
obliquos declinant. 7. Qui s(i) 1 non numquam offendunt, non
est mirum : et enim ille 2 qui primi nomina imposuerunt rebus
fortasse an in quibusdam sint lapsi : voluis(se) enim putant(ur) 3
singularis res notarc, ut ex his in multitudine(m) 4 declinaretur, ab
homine homines ; § 5. 1 Added by L. Sp., V, p. 2 Canal, for
essent. 3 Ed. Veneta, for dicerentur. § 6. 1 Stephanus, for
descendendo. 2 For idum. 3 For allatius. 4 Added by Aug. 6 Aug., for
omnes. § 7. 1 Aldus, for quid. 2 Aldus, for ilia. 3 Ellis,
for putant. % 4 -dinem H, for -dine F and other codd. That is, in the
singular. was imposed in the nominative case as Aemilius were made
Aemilii, Aemilium, Aemilios, Aemiliorum, and in this way also all the
other words which are of this same line. 5. The origins of
words are therefore two in num- ber, and no more : imposition and
inflection ; the one is as it were the spring, the other the brook.
Men have wished that imposed nouns should be as few as possible,
that they might be able to learn them more quickly ; but derivative nouns
they have wished to be as numerous as possible, that all might the more
easily say those nouns which they needed to use. 6. In
connexion with the first class, a historical narrative is necessary, for
except by outright learning such words do not reach us ; for the other
class, the second, a grammatical treatment is necessary, and for
this there is need of a few brief maxims. For the scheme by which you
have learned to inflect in the instance of one noun, you can employ in a
countless number of nouns : therefore when new nouns have been
brought into common use, the whole people at once utters their declined
forms without any hesita- tion. Moreover, those who have freshly become
slaves and on purchase become members of a large house- hold,
quickly inflect the names of all their fellow- slaves in the oblique
cases, provided only they have heard the nominative. 7. If
they sometimes make mistakes, it is not astonishing. Even those who first
imposed names upon things perhaps made some slips in some in-
stances : for they are supposed to have desired to designate things
individually, that from these inflec- tion might be made to indicate
plurality, as homines ' men * from homo ' man.' They are supposed to
have V. sic mares liberos voluisse notari, ut ex his feminae
declinarentur, ut est ab Terentio Terentia ; sic in recto casu quas
imponerent voces, ut illinc e sent futurae quo declinarentur : sed haec
in omnibus tenere nequisse, quod et una(e) et (binae) 5 dicuntur
scopae, et mas et femina aquila, et recto et obliquo vocabulo vis.
8. Cur haec non tarn si(n)t x in culpa quam putant, pleraque
solvere non difficile, sed nunc non necesse : non enim qui potuerint
adsequi sed qui voluerint, ad hoc quod propositum refert, quod nihilo
minus 2 de- clinari potest ab eo quod imposuerunt 3 scopae scopa-
(rum), 4 quam si imposuissent scopa, ab eo scopae, sic alia.
III. 9. Causa, inquam, cur eas 1 ab impositis nominibus declinarint,
quam ostendi ; sequitur, in quas voluerint 2 declinari aut noluerint, ut
generatim ac summatim item informem. Duo enim genera verborum, unum
fecundum, 3 quod declinando multas ex se parit disparilis formas, ut est
lego legi 4 legam, 5 Mette ; unae et duae A. Sp. ; unae Mue. ; for
una et. § 8. 1 Aug.) with for sit. 2 For nichiloniinus. 3 For
imposiuerunt. 4 Reitzenstein, for scopa. § 9. 1 Laetus, M,for earn.
2 Laetits deleted declinarint after voluerint. 3 JlhoL, for fcmndum. 4 L.
Sp., for legis ; cf. § 3, end. 1 The
genitive. desired that male children be designated in such a way
that from these the females might be indicated by inflection, as the
feminine Terentia from the masculine Terentivs ; and that similarly from
the names which they set in the nominative case, there might be
other forms to which they could arrive by inflection. But they are
supposed to have been unable to hold fast to these principles in
every- thing, because the plural form scopae denotes either one or
two brooms, and aquila ' eagle ' denotes both the male and the female,
and vis * force ' is used for the nominative and for an oblique case b
of the word. 8. Why such words are not so much at fault
as men think, it is in most instances not hard to explain, but it
is not necessary to do so at this time ; for it is not how they have been
able to arrive at the words, but how they wished to express themselves,
that is of import for the subject which is before us : inasmuch as
genitive scoparum can be no less easily derived from the plural scopae
which they did impose on the object as its name, than if they had given
it the name scopa in the singular, and made the genitive scopae
from this — and other words likewise. III. 9- The reason, I
say, why they made these inflected forms a from the names which they had
set upon things, is that which I have shown ; the next point is for
me to sketch by classes, but briefly, the forms a at which they have
wished to arrive by inflec- tion, or have not wished to arrive. For there
are two classes of words, one fruitful, which by inflection pro-
duces from itself many different forms, as for example lego ' I gather/
legi * I have gathered,' legam * I shall § 9. a Understand voces
with eas and with quas. V. sic alia, alterum genus sterile, quod ex
se parit nihil, 5 ut est et iam 6 vix eras 7 magis cur. 10.
Quarum rerum usus erat simplex, (simplex) 1 ibi etiam vocabuli
declinatus, ut in qua domo unus servus, uno servili opwst 2 nomine, in
qua 3 multi, pluri- bus. Igitur et in his rebus quae 4 sunt nomina,
quod discrimina vocis plura, propagines plures, et in his rebus
quae copulae sunt ac iungunt 5 verba, quod non opus fuit declinari in
plura, fere singula sunt : uno enim loro alligare possis vel hominem vel
equum vel aliud quod, quicquid est quod cum altero potest
colligari. Sic quod dicimus in loquendo " Consul fuit Tullius et
Antonius," eodem illo ' et ' omnis binos consules colligtfre 6
possumus, vel dicam amplius, omnia nomina, atque «deo 7 etiam omnia
verba, cum fulmentuw 8 ex una syllaba illud ' et ' maneat unum.
Quare duce natura (factum)s/,* quae imposita essent vocabula rebus, ne ab
omnibus his declina/us 10 puta- r emus. 11 IV. 11. Quorum 1
generum declinationes oriantur, partes orationis sunt duae, (ni)si 2 item
ut Dzon in tris diviserimus partes res quae verbis significantur :
6 For nichil. 6 GS., for etiam.
7 L. Sp., for vixerat ; cf. vix magis eras Aug., with B. §
10. 1 Added by Sciop. 2 servili L. Sp., opust Sciop., for seruilio post.
3 B, for quam. 4 L. Sp.^for quorum. 6 Mue. f for hmguntur. 6 Aug., for
colligere. 7 Sciop., for ideo. 6 Mue., for fulmen tunc. 9 L. Sp., for
si. 10 Laetus, for declinandus. 11 Fay, for putarent. § 11. 1
Laetus, for quarum. 2 Roehrscheidt, for si. 6 The invariable and
indeclinable words. § 10. a ~Cf. the Marcipor ' Marcus' boy,' of
earlier times. 6 In 63 b.c. ; the example compliments Cicero, to whom
the work is addressed. c That is, we should expect some words to be
invariable and uninflected. gather/ and similarly other words ; and a
second class which is barren, 5 which produces nothing from itself,
as for example et * and/ tarn * now/ vix ' hardly/ eras ' to-morrow/
magis * more/ cur 'why/ 10. In those things whose use was simple,
the inflection of the name also was simple ; just as in a house
where there is only one slave there is need of only one slave-name, a but
in a house where there are many slaves there is need of many such names.
There- fore also in those things which are names, because the
differentiations of the word are several, there are more offshoots, and
in those things which are connectives and join words, because there was
no need for them to be inflected into several forms, the words generally
have but one form : for with one and the same thong you can fasten a man
or a horse or anything else, whatever it is, which can be fastened to
something else. Thus, for example, we say in our talking, "
Tullius et * and ' Antonius were consuls " 6 : with that same et we
can link together any set of two con- suls, or — to put it more strongly
— any and all names, and even all words, while all the time that
one-syllabled prop-word et remains unchanged. Therefore under
nature s guidance it has come about that we should not think that there
are inflected forms from all these names which have been set upon
things. IV. 11. In the word-classes in which inflections may
develop, the parts of speech are two, unless, following Dion, a we divide
into three divisions the ideas which are indicated by words : one
division §11. ° An Academic philosopher of Alexandria, who
headed an embassy to Rome in 56 to seek help against the exiled king
Ptolemy Auletes, and was there poisoned by the king's agents. V. unam 3 quae adsignificat casus,
4 alteram 5 quae tem- pora, tertia(m) 6 quae neutrum. De his Aristoteles
orationis duas partes esse dicit : vocabula et verba, ut homo et equus,
et legit et currit. 12. Utriusque generis, et vocabuli et verbi,
quae- dam priora, quaedam posteriora ; priora ut homo, scribit,
posteriora ut doctus et docte : dicitur enim homo doctus et scribit
docte. Haec sequitur locus et tempus, quod neque homo nec scribi(t) 1
potest sine loco et tempore esse, ita ut magis sit locus homini
coniunctus, tempus scriptioni. 13. Cum de his nomen sit primum
(prius enim nomen est quam verbum temporale et reliqua pos- terius
quam nomen et verbum), prima igitur nomina : quare de eorum declinatione
quam de verborum ante dicam. V. 14. Nomina declinantur aut in
earum rerum discrimina, quarum nomina sunt, ut ab Terentius
Terenti(a), 1 aut in ea(s) 2 res extrinsecus, quarum ea nomina non sunt,
ut ab equo equiso. In sua dis-
crimina declinantur aut propter ipsius rei naturam de 3 i?, for
unum. 4 Laetus, for capus. 5 Laetus, B, for alterum. 6 Mue.^for
tertia. § 12. 1 B, II, Laetus, for scribi. Reitzenstein, for
Tcrenti; cf. ix. 55, 59. 2 V, p, Laetus^ for ea. b A
division into nouns, verbs, and convinct tones went back to Aristotle,
according to Quintilian, Inst, Oral. i. 4. 18 {cf also Priscian, ii. 54.
5 Keil) ; but more detailed classifications of the parts - of speech had
also been made before V.'s time. e Rhet. iii. 2 ; but cf. preceding
note. § 19. ° That is, grammatically subordinate in the
phrase. § 13. ° Since verbum means both ' word ' in general,
and which indicates also case, a second which indicates also time,
a third which indicates neither. 6 Of these, Aristotle c says that there
are two parts of speech ; nouns, like homo * man * and equus ' horse/ and
verbs, like legit * gathers ' and currit ' runs.* 12. Of the
two kinds, noun and verb, certain words are primary and certain are
secondary a : primary like homo ' man * and scribit * writes/ and
secondary like doctus * learned * and docie * learnedly/ for we say homo
doctus ' a learned man * and scribit docie * writes learnedly.* These
ideas are attended by those of place and time, because neither homo
nor scribit can be asserted without the presupposition of place and
of time — yet in such a way that place is more closely associated with
the idea of the noun homo, and time more closely with the act of
writing. 13. Since among these the noun is first — for the
noun comes ahead of the verb, a and the other words stand later
relatively to the noun and the verl> — the nouns are accordingly
first. Therefore I shall speak of the form-variations b of nouns before I
take up those of verbs. V. 14. Nouns are varied in form
either to show differences in those things of which they are the
names, as the woman's name Terentia from the man's name Tereniius, or to
denote those things outside, of which they are not the names, as equiso '
stable-boy * from equus * horse.* To show differences in them-
selves they are varied in form either on account of the nature of the
thing itself about which mention is ' verb * specifically, V. here
writes verbum temporale to avoid any ambiguity. * Declinatio denotes not
only de- clension, but conjugation of verbs, derivation by prefixes
and suffixes, and composition. 381 V.
qua 3 dicitur aut -propter illius (usum) 4 qui dicit.
Propter ipsius rei discrimina, aut ab toto (aut a parte. Quae a toto,
declinata sunt aut propter multitudinem aut propter exiguitatem. Propter
exiguitatem), 5 ut ab homine homunculus, ab capite capitulum ;
propter multitudinem, ut ab homine homines ; ab eo (abeo)* quod
alii dicunt cervices et id Hortensius in poematis cervix. 15.
Quae a parte 1 declinata, aut a corpore, ut a mamma mammosae, a manu
manubria, aut ab animo, ut a prudentia pruden(te)s, 2 ab ingenio
ingeniosi. Haec sine
agitationibus ; at ubi motus maiores, item ab animo (aut a corpore), 3 ut
ab strenuitate et nobili- tate strenui et nobiles, sic a pugnando et
currendo pugiles et cursores. Ut aliae dechnationes ab animo, aliae
a corpore, sic aliae quae extra hominem, ut pecimiosi, agrarii, quod
foris pecunia et ager. VI. 16. Propter eorum qui dicunt usum 1
declinati casus, uti is qui de altero diceret, distinguere posset,
3 Vert ran ius, for quo. 4 Added by GS., following Reitzen- stein,
who added it after dicit. 5 Added by Reitzenstein ; aut a parte, ab toto
added by L. Sp., after Aug.* who added aut a parte, a toto, suggested to
him by B aut a parte aut ab animo. a toto. • Added by Fay. §
15. 1 For aperte. 1 L. Sp. t for prudens. 3 Added by L. Sp. §
16. 1 Vert ranius, for dicuntur sum. § 14. a That is,
syntactical variations, indicated by the case-forms. b Other
categories resulting in variations might have been listed. e Frag. Poet.
Lat.^ page 91 Morel. d As did also Ennius and Pacuvius, before Hortensius
; the plural was the only regularly used form, outside the poets.
§ 15. ° We expect rather a plural adjective meaning * big- handed.*
6 The long abstract nouns are of course derived from the adjectives. e Or
perhaps in the original meaning * farmers.* made, or on account of
the use to which the speaker puts the word. a On account of differences
in the thing itself, the variation is made either with reference to
the whole thing, or with reference to a part of it. Those forms which
concern the whole are derived either on account of plurality or on
account of small- ness. 6 On account of smallness, homunculus *
mani- kin ' is formed from homo * man/ and capitulum * little head
' from caput 4 head.' On account of plurality, homines 4 men ' is made
from homo 4 man ' ; I pass by the fact that others use cervices 4 back of
the neck ' in the plural, and Hortensius c in his poems uses it in
the singular cervix. d 15. Those which are derived from a
part, come either from the body, as mammosae * big-breasted women '
from mamma * breast ' and manubria a * handles ' from manus * hand/
or from the mind, as prudentes 4 prudent men * from prudentia * prudence
' and ingeniosi * men of talent ' from ingenium 4 innate
.... . ability.' The preceding are quite apart from move-
ments ; but where there are important motions, the derivatives are
similarly from the mind or from the body, as strenui 4 the quick ' and
nobiles * the noble/ from strenuitas 4 quickness ' and nobilitas 4
nobility/ b and in this way also pugiles 4 boxers * and cursores
* runners * from pugnare 4 to fight ' and currere 4 to run.' As
some derivations are from the mind and others from the body, so also
there are others which refer to external things, as pecuniosi 4 moneyed
men ' and agrarii c 4 advocates of agrarian laws/ because pecunia *
money * and ager * field-land ' are exterior to the men to whom the
derivatives are applied. VI. 16. It was for the use of the speakers
that the case-forms were derived, that he who spoke of another V.
cum vocaret, cum daret, cum accusaret, sic alia eiusdem
(modi) 2 discrimina, quae nos et Graecos ad declinandum duxerunt. Sine 3 controversia (sunt
obliqui, qui nascuntur a recto : unde rectus an sit casus) 4 sunt qui
quae(rant. Nos vero sex habemus, Graeci quinque) 4 : quis vocetur, ut
7/ercules ; quem- admodum vocetur, ut 7/ercule ; quo vocetur, ut ad
7/crculem ; a quo vocetur, ut ab 7/ercule ; cui voce- tur, ut 7/erculi ;
cuius vocetur, ut 7/erculis. VII. 17. Propter ea verba quae erant proinde
ac cognomina, ut prudens, candidus, strenuus, quod in his praeterea
sunt discrimina propter incrementum, quod maius aut minus in his esse
potest, accessit declinationum genus, ut a candido candidius candi-
dissimum sic a longo, divite, id genus aliis ut fieret. 18. Quae in
eas res quae extrinsecus declinantur, sunt ab equo equile, ab ovibus
ovile, sic alia : haec contraria illis quae supra dicta, ut a pecunia
pecunio- 2 Added by Mue. 3 For sinae. 4 Added by Schoell apud
GS. ; cf. note b. § 16. ° Vocative, dative, accusative cases ; the
accusative was in Latin a poorly named case, through a
mistranslation of its Greek name. b The only controversy was
whether or not the nominative was to be called a case, and the text
must be expanded to conform to this basic fact ; cf. Charisius, i. 154.
6-8 Keil, Priscian, ii. 185. 12-14 Keil, etc. Cf. viii. 1 note a, above.
c The Greeks had no ablative case. § 17. a Nowhere recorded
as a cognomen, despite V.. b Recorded as a cognomen in the Claudian and
the Julian gentes, and in several others. c Not recorded as a cog-
nomen. d Namely, comparison of adjectives. * For such cognomina, c/.
Fulvius Nobilior and Fabius Maximus. f i.e., adjectives. might be
able to make a distinction when he was calling, when he was giving, when
he was accusing," and other differences of this same sort, which led
us as well as the Greeks to the declension of nouns. The oblique
forms which develop from the nominative are without dispute to be called
cases ; but there are those who question whether the nominative is
properly a case. 6 At any rate, we have six forms, and the Greeks
five e : he who is called, as (nominative) Her- cules ; how the calling
is done, as (vocative) Hercule ; whither there is a calling, as to
(accusative) Herculem ; by whom the calling is done, as by (ablative)
Hercule ; to or for whom there is a calling, as to or for (dative)
Herculi ; of whom the calling or called object is, as of (genitive)
Herculis. VII. 17. There are certain words which are like
added family names, such as Prudens ° * prudent,* Cajididus b * frank/
Strenuus e * brisk,* and in them differences may be shown by a suffix,
since the quality may be present in them to a greater or a smaller
degree : therefore to these words a kind of inflection d is attached, so
that from candidum 1 shining white ' comes the comparative candidius and
the superlative candidissimumf formed in the same way as similar
forms from longum * long,' dives 1 rich,' and other words of this
kind/ 18. The terms which are derived for application to
exterior objects, are for example equile ' horse- stable ' from equus '
horse,' ovile ' sheepfold * from oves 1 sheep,' and others in this same
way ; these are the opposite of those which I mentioned above, such
§ 18. ° Here, objects named by derivation from living beings ; in §
15, living beings named by derivation from inanimate objects.
vol. ti c 385 V. sus, ab urbe urbanus, ab atro
atratus : ut nonnunquam ab homine locus, ab eo loco homo, ut ab
Romulo Roma, ab Roma Romanus. 19. Aliquot modis declinata ea
quae foris : nam aliter qui a maioribus suis, Laton{i)us 1 et Priamidae,
aliter quae (a) 2 facto, ut a praedando praeda, a merendo merces ; sic
alia sunt, quae circum ire non difficile ; sed quod genus iam videtur et
alia urgent, omitto. In verborum genere quae tempora ad-
significant, quod ea erant tria, praeteritum, praesens, futurum,
declinatio facienda fuit triplex, ut ab saluto salutabam, salutabo ; cum
item personarum natura triplex esset, qui loqueretur, (ad quern), 1 de
quo, haec ab eodem verbo declinata, quae in copia verborum
explicabuntur. IX. 21. Quoniam dictum de duobus, declinatio 1 cur
et in qua(s) 2 sit facta, 3 tertium quod relinquitur, § 19. 1 p, Laetus, for latonus F. 2
Added by Aug., with B. % 20. 1 Added by Laetus after de quo,
and transferred to this position by Mue. § 21. 1 Mue., for
duabus declinationibus. 2 KenU for qua ; cf in quas viii. 9. 3 A. Sp.,for
fama. Romulus is derived from Roma, not the reverse, as V. has
it. Apollo ; but oftener Latonia (fern.), Diana. b Especially
Hector, Paris, Helenus, Deiphobus. e Cf v. 44. § 20. a That is,
verbs. as pecuniosus ' moneyed man * from pecunia 1 money/ urbanus
1 city man ' from urbs 1 city/ atraius * clad in mourning ' from atrum '
black.' Thus sometimes a place is named from a man, and then a man from
this place, as Rome from Romulus b and then Roman from Rome.
19. The nouns which relate to exterior objects are derived in
sundry ways : those like Latonias ' Latona's child * a and Priamidae '
Priam's sons/ b which are derived from the names of their progenitors,
are formed in one way, and those which come from an action are made
in another way, such as praeda ' booty ' from praedari * to pillage * and
merces ' wages ' c from mereri ' to earn. 1 In the same way there
are still others, which can be enumerated without diffi- culty ;
but because this category of words is now clear to the understanding and
other matters press for attention, I pass them by. VIII. 20.
Inasmuch as in the class of words which indicate also time-ideas a there
were these three time-ideas, past, present, and future, there had to
be three sets of derived forms, as from the present saluto ' I
salute ' there are the past salutabam and the future salutabo. Since the
persons of the verb were likewise of three natures, the one who was
speaking, the one to whom the speaking was done, and the one about
whom the speaking took place, there are these deriva- tive forms of each
and every verb ; and these forms will be expounded in the account of the
stock of verbs which is in use. IX. 21 . Since two points
have been discussed, why derivation exists and to what products it
eventuates, the remaining third point shall now be spoken of,
namely, how and in what manner derivation takes quemadmodum, nunc
dicetur.* Declinationum
genera sunt duo, voluntarium et naturale ; voluntarium est, quo ut
cuiusque tulit voluntas declinavit. Sic tres cum emerunt Ephesi singulos
servos, nonnunquam alius declinat nomen ab eo qui vendit
Artemidorus, atque Artemam appellat, alius a regione quod ibi emit,
ab Ion(i)a 5 Iona,* alius quod Ephesi Ephesium, sic alius ab alia aliqua
re, ut visum est. 22.
Contra naturalem declinationem dico, quae non a singulorum oritur
voluntate, sed a com(m)uni consensu. Itaque omnes impositis nominibus
eorum item declinant casus atque eodem modo dicunt huius Artemidori
1 et huius Ionis et huius Ephesi, 2 sic in casibus aliis. 23.
Cum utrumque nonnunquam accidat, et ut in voluntaria declinatione
animadvertatur natura et in naturali voluntas, quae, cuiusmodi sint,
aperientur infra ; quod utraque declinatione alia fiunt similia,
alia dissimilia, de eo Graeci Latinique libros fecerunt multos, partim
cum alii putarent in loquendo ea verba sequi oportere, quae ab similibus
similiter essent declinata, quas appellarunt dvaXoylas, 1 alii cum
id 4 Aitg., for dicitur. 5 Laetus, for Iona. 6 Mue., for Ionam.
§22. 1 Apparently V.^s own slip for Artemae. 2 Rhol.,for Ephesis.
§ 23. 1 For analogiias. § 21. a This term includes both
word-formation and word- inflection. 6 Practically equal to subjective
and objective. C A common type of hypocoristic or nickname, cf.
Demas from Demvcritus and similar names, Hippias from Hip- parchus,
etc. § 22. a This is inflection. b Specifically, declension.
§23. a Cf. viii. 15-16, 51. b Cf. page 118 Funaioli. place. There are two
kinds of derivation, voluntary and natural. b Voluntary derivation is
that which is the product of the individual person's volition,
direct- ing itself apart from control by others. So, when three men
have bought a slave apiece at Ephesus, sometimes one derives his slave's
name from that of the seller Artemidorus and calls him Artemas c ;
another names his slave Ion, from Ionia the district, because he has
bought him there ; the third calls his slave Ephesius, because he has
bought him at Ephesus. In this way each derives the name from a different
source, as he preferred. 22. On the other hand I call that
derivation natural, which is based not on the volition of indivi-
duals acting singly, but on general agreement. So, when the names have
been fixed, they derive the case-forms of them in like fashion, 5 and in
one and the same way they all say in the genitive case Artemidori,
Ionis, Ephesi ; and so on in the other cases. 23. Sometimes both
are found together, and in such a way that in the voluntary derivation
the pro- cesses of nature are noted, and in the natural deriva-
tion the effects of volition ; of what sort these are, will be recounted
below. Since in the two kinds of derivation some things approach likeness
and others become unlike, the Greeks and the Latins b have written
many books on the subject : in some of them certain writers express the
idea that in speaking men ought to follow those words and forms which
are derived in similar fashion from like starting-points— which
they called the products of Analogy c ; and e The regularizing
principle which tends to eliminate irre- gular forms of less frequent
occurrence, still called Analogy, by scientific
linguists. ncglegendum putarent ac potius sequendam (dis)-
similitudinem, 2 quae in consuetudine est, quam vocaruwtf 3 d(v)o)fxakiav,
4 cum, ut ego arbitror, utrum- que sit nobis sequendum, quod (in) 5
declinatione voluntaria sit anomalia, in naturali magis analogia.
24. De quibus utriusque generis declinationibus libros faciam bis
ternos, prioris tris de earum declina- tionum disciplina, posteriores de
1 eius disciplinae propaginibus. De prioribus primus erit hie, quae
contra similitudinem declinationum dicantur, secun- dus, quae contra
dissimilitudinem, tertius de simili- tudinum forma ; de quibus quae
expediero 2 singulis tribus, turn de alteris totidem scribere ac dividere
3 incipiam. X. 25. Quod huiusce 1 libri est dicere contra
eos qui similitudinem sequuntur, quae est ut in aetate puer ad
senem, (puella) 2 ad anum, in verbis ut est scribo scribam, 3 dicam prius
contra universam ana- logiam, dein turn de singulis partibus. A
natura sermo(nis) 4 incipiam. XI. 26. Omnis oratio cum debeat
dirigi ad utili- tatem, ad quam turn denique pervenit, si est
aperta 2 Aug., with B t for similitudinem. 3 For vocarum. 4
Aldus* for AtoM AeNAN. 5 Added by Aug. § 24. 1 L. Sp.,for ex. 2
Mue. ; expedierint Aug. ; for experiero. 3 L. Sp. deleted incipimus after
dividere. g 25. 1 For huiuscae. 2 Added by Aldus. 3 L. Sp.
deleted dico after scribam. 4 Aug., for sermo. d The
irregularities summed up in this term are the products of the regular
working of ' phonetic law,' unrestrained by the operation of Analogy ;
the term Anomaly names it from the product rather than from the working
process. e It seems better henceforth to translate analogia by
Regularity or the like, rather than to keep the word Analogy. others
are of opinion that this should be disregarded and rather men should
follow the dissimilar and irregular, which is found in ordinary habitual
speech — which they called the product of Anomaly.* But in my
opinion we ought to follow both, because in voluntary derivation there is
Anomaly, and in the natural derivation there is even more
strikingly Regularity.* 24. About these two kinds of
derivation I shall write two sets of three books each : the first
three about the principles of these derivations, and the latter set
about the products of these principles. In the former set the first book
will contain the views which may be offered against likeness in
derivation and declension ; the second will contain the argu- ments
against unlikeness ; the third will be about the shape and manner of the
likenesses. What I have set in order on these topics, I shall write in
the three separate books ; then on the second set of topics I shall
begin to write, with due division into the same number of books.
X. 25. Inasmuch as it is the task of this book to speak against
those who follow likeness a — which is like the relation of boy to old
man in the matter of human life, and like that of girl to old woman, and
in verbs is the relation of scribo * I write * and scribam ' I
shall write * — I shall speak first against Regularity in general, and
then thereafter concerning its several subdivisions. I shall begin with
the nature of human speech. XI. 26. All speaking ought to be
aimed at practical utility, and it attains this only if it is clear
§ 25. ° That is, regularity of paradigms resulting from the process
of Analogy. et brevis, quae petimus, quod obscurus 1 et longi(or) 2
orator est odio ; et cum efficiat aperta, ut intellegatur, brevis, ut 3
cito intellegatur, et aperta(m) 4 consuetudo, brevem temperantia
loquentis, et utrumque fieri possit sine analogia, nihil 5 ea opus est.
Neque enim, utrum Herculi an Herculis clavam dici oporteat, si
doceat analogia, cum utrumque sit in consuetudine, non neglegendum, 6
quod aeque sunt et brevi(a) et aperta. XII. 27. Praeterea
quoius 1 utilitatis causa quae- que res sit inventa, si ex ea quis id sit
consecutus, amplius ea(m) 2 scrutari cum sit nimium otiosi, et cum
utilitatis causa verba ideo sint imposita rebus ut ea(s) 3 significent,
si id consequimur una consuetudine, nihil 4 prodest analogia.
XIII. 28. Accedit 1 quod quaecumque usus causa ad vitam sint
assumpta, in his no(strumst) 2 utilitatem quaerere, non similitudinem :
itaque in vestitu cum dissimillima sit virilis toga tunica(e), 3
muliebri(s) 4 stola pallio, tamen inaequabilitatem hanc sequiwur 5
nihilo 6 minus. XIV. 29. In tfedificiis, quo?n 1 non videamus habere
§ 26. 1 Aldus, for obscurum. 2 GS., for longi (Aldus longus). 3
Aldus, for et. 4 Aug., for aperta. 5 For nichiL 6 Aug. deleted sunt after
neglegendum. §27. 1 Mue. s for quod ius. 2 Aug., for ea. 3
Ver- tranius, for ea. 4 For nichil. § 28. 1 Aldus, for
accidit. 2 Fay, for non. 3 Laetus, for tunica., 4 Cuper, for muliebri. 5
Aug., with B, for sequitur. . 6 For nichilo. § 29. 1 Mue. ;
quod quom L. Sp. ; for quod. and brief : characteristics which we seek,
because an obscure and longish speaker is disliked. And since clear
speaking causes the utterance to be understood, and brief speaking causes
it to be under- stood quickly, and since also habitual use makes
the utterance clear and the speaker's self-restraint makes it
brief, and both these can be present without Regu- larity, there is no
need of this Regularity. For if Regularity should instruct us whether we
ought to say Herculi a or Hercitlis for the genitive, as in the
phrase * the club of Hercules,' we must not fail to disregard its
teaching, since both are in habitual use, and both forms are equally
short and clear. XII. 27. Besides, if from a thing one has
secured that useful service for which it was invented, it is the
act of a person with a great deal of idle time, to examine it further ;
and since the useful service for which names are set upon things is that
the names should designate the things, then if we secure this
result by habitual use alone, Regularity adds no gain. XIII. 28.
There is the additional fact that in those things which are taken into
our daily life for use, it is our practice to seek utility and not to
seek resemblance ; thus in the matter of clothing, although a man's
toga a is very unlike his tunic, et and a woman's stola c is very unlike
a. pallium? we make no objection to the difference. XIV. 29.
In the case of buildings, although we do § 26. This form occurs in
Plautus, Persa 2, Rudens 822, and in other authors. § 28. The
formal outer garment of a Roman man. * A shirt or undergarment. c The
dress of a Roman matron. d The long outer garment of the Greeks,
properly a man's garb only, but worn also by prostitutes both in
Greece and in Italy as a sign of their livelihood. (ad) 2 atrium
7reptcrTv\.ov z similitudinem ct cubiculum ad equile, 4 tamen propter
utilitatcm in his dissimili- tudines potius quam similitudines seqm'mur 5
: itaque et hiberna triclinia et aestiva non item valvata ac
fenestrata facimus. XV. 30. Quare cum, ut 1 in vestitu aedificiis,
sic in supellectile cibo ceterisque omnibus quae usus (causa) 2 ad
vitam sunt assumpta dominetur inaequabilitas, in sermone quoquc, qui est
usus causa constitutus, ea non repudianda. XVI. 31. Quod si
quis duplicem putat esse sum- mam, ad quas metas 1 naturae sit
perveniendumin usu, utilitatis et elegantiae, quod non solum vestiti
esse vol umus ut vitcmus frigus, sed etiam ut videamur vestiti esse
honeste, non domum habere ut simus in tecto et tuto solum, quo 2 necessitas
contruserit, sed etiam ubi voluptas retineri possit, non solum vasa ad
victum habilia,sed etiam figura bella atqueab artifice (ficta), 3
quod aliud homini, aliud humanitati satis est ; quod- vis sitienti homini
poculum idoneum, humanitati (ni)si 4 bellum parum ; sed cum discessum
e(s)t 5 ab utilitate ad voluptatem, tamen in eo ex dissimilitudine
plus voluptatis quam ex similitudine saepe capitur. 32. Quo nomine
et gemina conclavia dissimiliter 2 Added by L. Sp. 3 For
ITePHCThAON. 4 Hue. deleted quod after equile. 5 F, Mue., for
sequamur. § 30. 1 Stephanus, for et. 2 Added by L. Sp.
§31. 1 For maetas. 2 Aug. (quoting a friend), for quod. 3 Fay ;
facta L. Sp. ; to fill a blank space in F of about 4 letters. 4 Aldus,
for si. 5 Aug., with B,for et. § 29. a Jhe garden in the
rear part of the house, surrounded by colonnaded porticos. 6 The main
hall in the front of the house, with a central opening to the sky under
which there was a rectangular water-basin built in the floor. not
see the persistyle a bearing resemblance to the atrium 6 nor the
sleeping-room bearing resemblance to the horse-stable, still, on account
of the utility in them we seek for unlikenesses rather than likenesses
; so also we provide winter dining-rooms and summer dining-rooms
with a different equipment of doors and windows. XV. 30.
Therefore, since difference prevails not only in clothing and in
buildings, but also in furniture, in food, and in all the other things
which have been taken into our daily life for use, the principle of
difference should not be rejected in human speech either, which has been
framed for the purpose of use. XVI. 31. But if one should think
that the sum of those natural goals to which we ought to attain in
actual use consists of two items, that of utility and that of refinement,
because we wish to be clothed not only to avoid cold but also to appear
to be honourably clothed ; and we wish to have a house not merely
that we may be under a roof and in a safe place into which
necessity has crowded us together, but also that we may be where we may
continue to experience the pleasures of life ; and we wish to have table-
vessels that are not merely suitable to hold our food, but also
beautiful in form and shaped by an artist — for one thing is enough for
the human animal, and quite another thing satisfies human refinement :
any cup at all is satisfactory to a man parched with thirst, but
any cup is inferior to the demands of refinement unless it is
artistically beautiful : — but as we have digressed from the matter of utility
to that of pleasure, it is a fact that in such a case greater pleasure is
often got from difference of appearance than from likeness.
32. On this account, identical rooms are often V. pohwnt 1 et
leetos non omnis paris magnitudine ae figura faeiunt. Quod (si) 2 esset 3
analogia petenda supelleetili, omnis leetos haberemus domi ad unam
formam et aut eum fulcro aut sine eo, nee eum ad trieliniarem gradum, non
item ad cubicularem ; neque potius delectaremur supellectile distincta
quae esset ex ebore (aliisve) 4 rebus disparibus figuris quam
grabatis, 5 qui dva koyov* ad similem formam plerum- que eadem materia
fiunt. Quare aut negandum nobis disparia
esse iucunda aut, quoniam necesse est confiteri, dicendum verborum
dissimilitudine(m), quae sit in eonsuetudine, 7 non esse vitandam.
XVII. 33. Quod si
analogia sequenda est nobis, aut ea observanda est quae est in
eonsuetudine aut quae non est. Si ea quae est sequenda est, prae-
ceptis nihil 1 opus est, quod, eum eonsuetudinem sequemur, ea nos
sequetur ; si quae non est in eon- suetudine, quflteremus : ut quisque
duo verba in quattuor formis finxen't 2 similiter, quamvis haee
nolemus, tamen erunt sequenda, ut Iuppit(r)i, 3 Marspitrem ? Quas si quis
servet analogias, pro insano sit reprehendendus. Non ergo ea est
se- quenda. § 32. 1 Koeler, for pollent. 2 Added by
Laetus. 3 Laetus, for
essent. 4 Fay ; aliisque Laetus ; to fill a blank space of about 4
letters in F ; cf ix. 47. 5 For grabattis. 6 Mue., for analogon ; cf x.
2. 7 For eonsuetudinem. §33. 1 For nichil. 2 Vert ran ius,
for finxerunt. 3 L. Sp., for Iuppiti. § 33. a Namely,
genitive, dative, accusative, ablative, from the nominative as
starting-point. 6 Such forms, retaining and inflecting the pater which
forms the second ornamented in unlike manner, and couches are not
all made the same in size and shape. But if Regularity were to be
sought in furniture, we should have all the couches in the house made in
one fashion, and either with posts or without them, and when we had a
couch suited for use beside the dining-table, we should not fail to
have just the same for bedroom use ; nor should we rather be delighted
with furniture which was decorated with varying figures of ivory or
other materials, any more than in camp-beds, which with regularity
are almost always made of the same material and in the same shape.
Therefore either we must deny that differences give pleasure, or, since
we must admit that they do, we must say that the un- likeness in
words which is found in habitual usage, is not something to be
avoided. XVII. 33. But if we must follow Regularity, either
we must observe that Regularity which is present in ordinary usage, or we
must observe also that which is not found there. If we must follow
that which is present, there is no need of rules, because when we
follow usage, Regularity attends us. But if we ought to follow the
Regularity which is not present in ordinary usage, then we shall ask,
When any one has made two words in four forms ° according to the
same pattern, must we employ them just the same, even though we do not
wish to — as for example a dative Iuppitri and an accusative Marspiirem ?
b If any one should persist in using such * regular forms,* he
ought to be rebuked as crazy. This kind of Regularity, therefore, is not
to be followed. part of Iuppiter and Marspiter, are quite abnormal,
and are found chiefly in the grammarians as examples of forms which
are not to be used. 397 V.
XVIII. 34. Quod si oportet id es(se), 1 ut a simili- bus similiter
omnia declinentur verba, sequitur, ut ab dissimilibus 2 dissimilia
debeant fingi, quod non fit : nam et (ab) 3 similibus alia fiunt similia,
alia dis- similia, et ab dissimilibus partim similia partim dis-
similia. Ab similibus similia, ut a bono et malo bonum malum ; ab
similibus dissimilia, ut ab lupus lepus lupo lepori. Contra 4 ab
dissimilibus dissimilia, ut Priamus Paris, Priamo Pari ; ab
dissimilibus similia, ut Iupiter ovis, lovi ovi. 35. Eo iam magis analogias (esse negandum, 1
quod non modo ab similibus) 2 dissimilia finguntur, sed etiam ab isdem 3
vocabulis dissimilia neque a dis- similibus similia, sed etiam eadem. Ab
isdem 4 voca- bulis dissimilia fingi apparet, quod, cum duae sint
Al&ae, ab una dicuntur Albani, ab altera Albenses ; cum trinae
fuerint Athenae, ab una dicti Athenae(i), 5 ab altera Athenaiis, a tertia
Athenaeopolitae. 36. Sic ex diversis verbis multa facta in
declinando inveniuntur eadem, ut cum dico ab Saturni Lua Luam,
§ 34. 1 id esse Canal ;
ita esse Hue., for id est. 2 L. Sp.,for his similibus. 3 Added by L. Sp.
; a Aug., with B. 4 Aug., for contraria. § 35. 1 Added by L.
Sp. 2 Added by Christ, who has non solum a., for which Groth, citing L.
Sp., gives non modo ab. 3 Mae. ; iisdem Laetus ; for hisdem. 4 For
hisdem. 8 Laetus, for Athenae. Or accusative masculine. Inhabitants
of Alba Longa. h Inhabitants of Alba Fucens or Fucentia, among the Aequi
on the borders of the Marsi. c There were several cities named
Athens, only that in Attica being important ; the forms of the
names are uncertain, especially that of the second, which may
however stand for 'Adyvateis like Aeolis v. 25 for AtoXeis. There were
many ethnics in -tvs, plural -e?s. But if the proper thing is that all
words that start from similar forms should be inflected similarly,
it follows that from dissimilar starting forms dissimilar forme should be
made by inflection ; and this is not what is found. For from like forms
some like forms are made, and other unlike forms, and from unlike
forms also come some like forms and some unlike forms. For instance, from
likes cume likes, as from bonus * good ' and malus * bad * come the
neuter a forms bonum and malum ; also from likes come unlikes, as
from lupus * wolf * and lepus ' hare ' come the unlike datives lupo and
lepori. On the other hand, from unlikes there are unlikes, as from the
nominatives Priamus and Paris come the datives Priamo and Pari ;
also from unlikes there are likes, as nominatives Iupiter * Jupiter,*
avis * sheep,' and datives Iovi and aw. 35. So much the more
now must it be denied that Regularities exist, because not only are
un- likes made from likes, but also from identical words unlikes
are made, and not merely likes, but identicals are made from unlikes.
From identical names unlikes, it is clear, are made, because while
there are two towns named Alba, the people of the one are called Albani a
and those of the other are called Albenses b ; while there are three
cities named Athens, the people of the one are called Athenaei,
those of the second are Athenaiis, those of the third A thenaeopolitae.
c 36. Similarly, many words made in derivation from different
words are found to be identical, as when I say accusative Luam from
Saturn s Lua, a and § 36. ° An old Italic goddess who expiated the
blood shed in battle ; her formulaic connexion with Saturn is
uncertain. et ab solvendo luo 1 luam. 2 Omnia 3 fere nostra (n)omina 4 wrilia 5 et
muliebria multitudinis cum recto casu fiunt dissimilia, e#(de)m (in) 6
danc?(i) 7 : dis- similia, ut mares Terentiei, feminae Terentia(e),
8 eadem in dandi, vireis Terentieis et mulieribus Terentieis. Dissimile Plautus et Plautius,
(Marcus et Marcius) 8 ; et co(m)mune, ut huius Plauti et Marci.
XIX. 37. Denique si est analogia, quod in multis verbis e(s)t x
similitudo verborum, sequitur, quod in pluribus est dissimilitudo, ut non
sit in sermone sequenda analogia. XX. 38. Postremo, si est in
oratione, aut in omnibus eius partibus est aut in aliqua 1 : at 2 in
omni- bus non est, in aliqua esse parum est, ut album esse ^ethiopa
3 non satis est quod habet candidos dentes : non est ergo analogia.
XXI. 39- Cum ab similibus verbis quae declinan- tur similia fore
polliceantur qui analogias esse dicunt, et cum simile turn 1 denique
dicant esse 2 verbo ver- bum, ex eodem si 3 genere eadem figura transitum
de cassu in cassum similiter ostendi possit, qui haec dicunt
utrumque ignorant, et in quo loco similitudo debeat esse, et quemadmodum
spectari soleat, simile § 36. 1 Suerdsioeus, for abluo. 2 Aug.,, for abluam. 3
For omina. 4 JO. Sp.^for omina. 5 Scaliger, for libe- ralia. * L. Sp.,for
eum. 7 Laetus,for dant. 8 Ixietus, for femina e terentia. 9 Added by
Groth. §37. x Aug., for ^t. § 38. 1 Aug., with B,
deleted esse parum after aliqua. 2 Canal, for et. 3 Mue.,for
ethiopam. § 39. 1 Aug., with B, for simili laetum. 2 L. Sp.,
for dicantes se. 3 L. Sp., for sit. b Solvendo is here
attached to luo as a grloss, just as Saturni is attached to Lua. c The
older spelling -EI, historically correct in these forms, was normal after
I until the end of the also luam as future of luo 1 loosing.' b Almost all
our names of men and women are unlike in the nomina- tive case of
the plural, but are identical in the dative : unlike, as the men Terentu,
c the women Terentiae, but identical in the dative, men Terentiis c and
women Terentiis. Unlike are Plautus and Plautius, Marcus and
Marcius ; and yet there is a form common to both, namely the genitive
Plauti and Marci. d XIX. 37. Finally, if Regularity does exist for
the reason that in many words there is a likeness of the
word-forms, it follows that because there is unlikeness in a greater
number of words the principle of Regu- larity ought not to be followed in
actual talking. XX. 38. In the last place, if Regularity does
exist in speech, it exists either in all its parts or in some one part ;
but it does not exist in all, and it is not enough that it exists in some
one part, just as the fact that an Ethiopian has white teeth Is not
enough to justify us in saying that an Ethiopian is white :
therefore Regularity does not exist. XXI. 39. Since those who
declare that Regulari- ties exist, promise that the inflected forms
from like words will be alike, and since they then say that a word
is like another word only if it can be shown that starting from the same
gender and the same inflectional form it passes in like fashion from case
to case, those who make these assertions show their ignorance both
of that in which the likeness must be found and of how the presence or
absence of the like- Republic, and was therefore V.'s regular
orthography. In the translation the standardized Latin forms are
used. d The contracted form ending in -I was practically the exclu-
sive form used as genitive of nouns ending in -I US in the nominative,
until the end of the Republic. vol. 11 D 401 V.
sit necne. Quae cum ignorant, sequitur ut, cum (de) analogia
4 dicere non possint, sequi (non) 6 de- beamus. 40. Quaero
enim, verbum utrum dicant vocem quae ex syllabis est ficta, earn quam
audimus, an quod ea significat, quam intellegimus, an utrumque. Si
vox voci esse debet similis, nihil 1 refert, quod significat mas an
femina sit, et utrum nomen an vocabulum sit, quod ilk' 2 interesse
dicunt. 41. Sin illud quod significatur debet esse simile,
Diona et Theona quos dicunt esse paene ipsi geminos, inveniuntur esse
dissimiles, si alter erit puer, alter senex, aut unus albus et alter
^ethiops, item aliqua re alia dissimile(s). 1 Sin ex 2 utraque parte
debet verbum esse simile, non cito invenietur qui(n) 3 in altera
utra re claudicet, nec Perpenna et Alfen(a) 4 erit simile, quod alterum
nomen virum, alterum mulierem significat. Quare quoniam ubi
similitudo esse debeat nequeunt ostendere, impudentes sunt qui
dicunt esse analogias. XXII. 42. Alterum illud quod dixi,
quemad- modum simile (s)pectari 1 oporteret, ignorare apparet ex
eorum praecepto, quod dicunt, cum transient e 4 GS.,for analogiam ;
cf. viii. 43. 5 Added by Vertranius. % 40. 1 For nichil. 2 Laetus,
for illae. §41. 1 Aug., for dissimile. 2 For ex ex. 3 Ed.
Veneta, for qui. 4 GS. ; Alphena L. Sp. ; Alphaena Rhol. ; Alfaena Laetus
; for Alfaen. Victorias, for expectari. § 41. ° These names
were often used by the philosophers as a typical pair in their
discussions ; the accusatives Diona and Theona in the text, instead of
the nominative, are assimil- ness is wont to be recognized. Since they
are ignorant of these matters, it follows that we ought not to
follow them, inasmuch as they are unable to pro- nounce with authority on
the subject of Regularity. 4-0. For I ask whether by a * word '
they mean the spoken word which consists of syllables, that word
which we hear, or that which the spoken word indi- cates, which we
understand, or both. If the spoken word must be like another spoken word,
it makes no difference whether what it indicates is male or female,
and whether it is a proper name or a common noun ; and yet the supporters
of Regularity say that these factors do make a difference.
41. But if that which is denoted by like words ought to be like,
then Dion and Tkeon, a which they themselves say are almost identical,
are found to be unlike, if the one is a boy and the other an old
man, or one is white and the other an Ethiopian 6 ; and likewise if
they are unlike in some other respect. But if the word must be like in
both directions, there will not quickly be found one that is not
defective in one respect or the other, nor will Perpenna and Alfena
prove to be alike, because the one name denotes a man and the other a
woman. Therefore, since they are unable to show wherein the likeness must
exist, those who assert that Regularities exist are utterly
shameless. XXII. 42. The other matter that I have men-
tioned, how the likeness is to be recognized, they clearly fail to
appreciate in that they set up a precept that only when the passage is
made from the nomina- ated to the immediately following relative. b
For the same contrast, yatic. et XXXII. 57. The words which are made
from verbs are such as scriptor ' writer ' from scribere 1 to write
* and lector ' read er * from legere ' to read * ; that those also do
not preserve a likeness can be seen from the following : although amator
* lover ' from amare * to love ' and salutator * saluter * from
salutare ' to salute * are formed in like manner, there is no
cantator ° ' singer * from cantare * to sing * ; and § 56. a Wrong
forms, formed for purposes of argument. * Not Libyatici, but Libyci was
the form in use. § 57. a Up to V.'s time, only cantor was used ;
can- tator is a later word. V.
cum dicatur lassus sum metendo ferendo, ex his voca- bula
non reddunt proportionem, quo(niam) 2 non fit ut messor fertor. Multa
sunt item in hac specie in quibus potius consuetudinem sequimur quam
ra- tionem verborum. 58. Pr^eterea cum sint ab eadem origine
ver- borum vocabula dissimilia superiorum, quod simul habent casus
et tempora, quo vocantur participia, et multa sint contraria ut amo amor,
lego legor, 1 ab amo et eiusmodi omnibus verbis oriuntur praesens
et futurum ut 2 amans et amaturus, 3 ab eis verbis tertium quod
debet fingi praeteriti, in lingua Latina reperiri non potest : non ergo
est analogia. Sic ab awor 4 legor et eiusmodi verbis 5 vocabulum eius
generis praeteriti te(m)poris fit, ut amatus, 6 neque praesentis et
futuri ab his fit. 59. Non est ergo analogia, praesertim cum
tantus numerus vocabulorum in eo genere interierit 1 quod dicimus. In his verbis quae contraria non
habent, (ut) 2 loquor et venor, tamen dicimus loquens et venans,
locuturus (et venaturus, 3 locutus et venatus), 4 quod secundum analogias
non est, quoniam dicimus 2 L. Sp., for quo. § 58. 1 L. Sp. t /or amor amo
seco secor. 2 Bentinus,for et. 3 H, B, Ixzetus, for ueta maturus. 4
Aug., for amabor. 5 Aug.> for uerbi est. 6 L. Sp.,for amaturus eram
sum ero. § 59. 1 Laetus, for inter orierit. 2 Added by L. Sp.
3 Added by Laetus. 4 Added by Fay. b The corresponding noun
of agency is lator. § 58. a,That is, active and passive voices. 6
Of the active voice. c Of the passive voice. d V. does not consider
the gerundive amandus to be a future passive par- ticiple. though
we say " I am tired with metendo * reaping ' and ferendo *
carrying,' " the words from these do not represent a like relation,
since there is no fertor b * carrier ' made like messor ' reaper.'
There are like- wise many others of this class in which we follow
usage rather than conformity to the verbs. 58. Besides these
there are other words which also originate from verbs but are unlike
those of which we have already spoken, because they have both cases
and tenses, whence they are called participles. And as many verbs have
opposite forms, such as amo ' I love,' amor * I am loved,* lego ' I
read,' legor * I am read,' from amo and all verbs of this kind 6
there develop present and future participles, such as amans *
loving ' and amaturus * about to love,' but from these verbs the third
form which ought to be made, namely the past participle, cannot be found
in the Latin language : therefore there is no Regularity. So also
from amor * I am loved,' legor * I am read,' and verbs of this kind c the
word of this class is made for past time, as amatus ' loved,' but from
them none is made for the present and the future.* 59. Therefore
there is no Regularity, especially since such a great number of words has
perished in this class which we are mentioning. In these verbs
which have not both voices, such as loquor ' I speak ' and venor 1 I
hunt,' b we none the less say loquens 1 speaking ' and venans ' hunting,'
locutarus * about to speak ' and venaturus * about to hunt,'
locutus ' having spoken ' and venatus * having hunted.' This is not
according to the Regularities, since we say § 59. That is, many
verbs lack a complete paradigm that includes both active and passive
forms. b Deponent verbs. loquor et venor, (non loquo et veno), 5
unde 8 ilia erant superiora ; e(o) minus 7 servantur, quod 8 ex his
quae contraria verba non habent* alia efficiunt tenia, ut ea quae
dixi, alia bina, ut ea quae dicam : currens ambulans, cursurus
ambulaturus : tertia enim prae- teriti non sunt, ut cursus sum, ambulatus
sum. 60. Ne in his quidem, quae saepius quid fieri ostendunt,
servatur analogia : nam ut est a cantando cantitans, ab amando amitans
non est et sic multa. Ut in his singularibus, sic in multitudinis : sicut
enim cantitantes seditantes 1 non dicuntur. XXXIII. 61. Quoniam est
vocabulorum genus quod appellant compositicium et negant conferri
id oportere cum simplicibus de quibus adhuc dixi, de compositis
separatim dicam. Cum ab tibiis et canendo tibicines dicantur, quaerunt,
si analogias sequi opor- teat, cur non a cithara et psalterio et pandura
dicamus citharicen et sic alia ; si ab aede et tuendo (aeditumus
5 Added by L. Sp. 6 venor unde Laetus, for uenerunt de. 7 L. Sp.,
for eminus. 8 Mue. deleted
cum after quod. 9 Aug., with B,for habentur. § 60. 1 M, Laetus, for
sed ettitantes. c That is, the deponent verbs, since they
lack the active forms otherwise, should not have the active participles
which actually they have. d Deponent verbs. e In- transitive verbs of
active form, which naturally have no passive, and consequently no passive
participle. / V.'s logic here deserts him, since the deponent verbs
have a perfect participle of passive form and active mean- ing, and there
is no reason why intransitive verbs of active form should not have a
perfect participle passive in form and active in meaning : in fact, such
a participle is sometimes found, like adultus * grown up,* from adoJescere
1 to grow up.' loquor and venor, not loquo and veno, whence came
the forms given above. c The Regularities are the less preserved,
because some of the verbs which have not both voices, make three
participles each, like those which I have named, d and other make only
two each,* such as those which I shall now name : currens *
running * and ambulans 1 walking,' cursurus ' about to run ' and
ambulaturus ' about to walk ' ; for the third forms, those of the past,
do not exist/ as in cursus sum * I am run/ ambulatus sum 1 I am
walked.' 60. But Regularity is not preserved even in those
which indicate that something is done with greater frequency ; for though
there is a cantitans ' repeatedly singing * from caniare 1 to sing,'
there is no amiians 1 repeatedly loving ' from amare * to love/ and
simi- larly with many others. The situation is the same in the
forms of the plural as in those of the singular : though the plural
caniitantes is used, seditantes* 1 sitting ' is not.
XXXIII. 61. Since there is a class of words which they call
compositional, saying that they ought not to be grouped in the same
category with the simple words of which I have so far spoken, I shall
deal separately with these compounds. Since from tibiae * pipes *
and canere * to play * the tibicines 1 pipers ' are named, they
ask, If we ought to follow the Regularities, why then from cithara * lute
* and psalterium 1 psaltery ' and pandura * Pans strings * should we not
say citharicen a * lute-player * and the rest in the same way ?
If from aedes * temple ' and tueri ' to guard * the aedi- §
60. a The singular seditans also is not used, which is implied by V., but
not stated. §61. • Citharista^ fern, citharistria, are used, both
taken from Greek. 419 V.
dicatur, cur non ab atrio et tuendo) 1 potius atritumus sit
quam atriensis ; si ab avibus capiendis auceps dicatur, debuisse aiunt a
piscibus capiendis ut aucu- pem sic pisci(cu)pem 2 dici. 62.
Ubi lavctur aes aerarias, non aerelavinas nominari ; et ubi fodiatur
argentum argentifodinas dici, neque (ubi) 1 fodiatur ferrum ferrifodinas
; qui lapides caedunt lapicidas, qui ligna, lignicidas non dici ;
neque ut aurificem sic argentificem ; non doctum dici indoctum, non
salsum insulsum. Sic ab hoc quoque fonte quae profluant, (analogiam
non servare) 2 animadvertere est facile. XXXIV. 63.
Reliquitur de casibus, in quo Aris- tarchei suos contendunt nervos. XXXV.
Primum si in his esset 1 analogia, dicunt de&ttisse 2 omnis
nomi- natus 3 et articulos habere totidem casus : nunc alios habere
unum solum, ut litteras singulas omnes, alios tris, ut praedium praedii
praedio, alios quattuor, ut §61. 1 The omission in F (and all
codd.) was filled by Laetus with edituus est cur ab atrio et tuendo /
Aldus inserted non after tuendo ; Mue. wrote aeditumus and (with B)
set non after cur; A. Sp. proposed dicatur for sit. 2 Aug., with
Btfor piscipem. §62. 1 Added by Laetus. 2 Added by Christ.
§ 63. 1 For essent. 2 Aldus, for de risse. 3 L. Sp. 9 for
nominatiuos. b The regular word is piscator ; one
inscription has piscicapus. §62. ° Regularly ferrariae *
iron-mines.' b Regularly lignatores 4 wood-cutters.' c Regularly
argentarius 4 silver- smith.' d The difference here consists in the
change of the radical vowel of salsus, when it comes to stand in a
medial syllable ; the process is called Vowel Weakening. §
63. n Aristarchus, of Samothrace, famous grammarian of Alexandria, lived
about 216-144 b.c. He wrote many commentaries on Greek authors, and many
works on gram- mar, in which he defended the principle of
Regularity. tumus * sacristan * is named, why from atrium ' main
hall * and tueri ' to guard ' is it not atriiumus ' butler ' rather than
atriensis ? And if from avis caper e 4 to catch birds * the auceps 4
fowler * is named, they say, from pisds capere 4 to catch fish ' there
ought to be a pisciceps b * fisherman ' named like the auceps.
62. They remark also that establishments where aes * copper *
lavatur * is refined ' are called aerariae 4 smelters ' and not
aerelavinae 4 copper-washery ' ; and places where argentum 4 silver 1
foditur 4 is mined ' are called argentifodinae ' silver-mines,* but
that places where ferrum 4 iron ' is mined are not called
ferrifodinae a ; that those who caedunt 4 cut * lapides * stones ' are
called lapicidae * stone-cutters,' but that those who cut lign a *
firewood ' are not called ligni- cidae b ; that there is no term
argentifex e * silver- smith ' like aurifex * goldsmith ' ; that a person
who is not doctus * learned ' is called indoctus, but one who is
not salsus * witty ' is called insulsus. d Thus the words which come from
this source also, it is easy to see, do not observe Regularity. XXXIV.
63. It remains to consider the problem of the cases, on which the
Aristarcheans a especially exert their energies. XXXV. First, if in these
there were Regularity, they b say that all names and articles ought
to have the same number of cases ; but that as things are some have one
only, c like all individual letters, others have three/ 1 like praedium
praedii Among his pupils were important scholars of the next
genera- tion. h Those who do not believe in the principle of Regu-
larity. c These are the indeclinable nouns. d V. counts only different
case-forms : where he finds three, the nom., acc., and voc. are
identical, and the dat. and abl. are identical ; etc. 421
V. mel mellis melli melle, alios quinque, nt
quintus quinti quinto quintum quinte, alios sex, ut unus unius uni
unum line uno : non esse ergo in casibus analogias. XXXVI. 64.
Secundo quod Crates, 1 cur quae singulos habent casus, ut litterae
Graecae, non dican- tur alpha alphati alphatos, si idem mihi
respondebitur quod Crateti, 2 non esse 3 vocabula nostra, sed
penitus barbara, qucreram, cur idem nostra nomina et Per- sarum et
ceterorum quos voeant barbaros cum easibus dica(n)t. 4 65.
Quare si essent in analogia, aut ut Poenicum et ^/eg^ptiorum vocabula
singulis easibus dicerent, aut pluribus ut Gallorum ae eeterorum ; nam
dicunt alavda alauefcs 1 et sie alia. Sin 2 quod scrib?mt 3 dicent,
quod Poenicum si(n)t, 4 singulis casibus ideo eas lit- teras Graecas
nominari : sie Graeci nostra senis easibus non quinis 5 dicere debebant ;
quod eum non faciunt, non est analogia. Quae si esset, 1 negant ullum
casum duobus modis debuisse dici ; quod fit contra. Nam sine reprehensione
vulgo alii dicunt in singulari hae § 64. 1 Laetus, for grates. 2
Laetus, for grateti. 3 Aug., with B, for essent. 4 Laetus, for
dicat. § 65. 1 Scaliger, for alacco alaucus. 2 Popma, for
alias in. 3 Popma, M, for scribent. 4 lihol., for sit. 6 Laetus
transposed quinis non. § 66. 1 Laetus, for essent. §
64. ° Crates of Mallos, head of the Pergamene school of scholarship, was
a contemporary and opponent of Aris- tarchus, and championed the
principle of Anomaly. b Names of letters were indeclinable both in Greek
and in Latin. § 65. a Not the Carthaginians, but the
Phoenicians. 6 V. knew that neither language had a case
system. praedio * farm,' others four, like mel mellis melli melle '
honey/ others five, like qidntus quinti quinto quintum quinie ' fifth,'
others six, like units unius uni umim une uno * one ' ; therefore in
cases there are no Regularities. Second, in reference to what Crates
° said as to why those which have only one case-form each are not
used in the forms alpha, dat. alphati, gen. alphaios, because they are
Greek letters b — if the same answer is given to me as to Crates, that
they are not our words at all, but utterly foreign words, then I
shall ask why the same persons use a full set of case- forms not only for
our own personal names, but also for those of the Persians and of the
others whom they call barbarians. 65. Wherefore, if these
proper names were in a state of Regularity, either they would use them
with a single case-form each, like the words of the Phoeni- cians a
and the Egyptians, b or with several, like those of the Gauls and of the
rest : for they say nom. alauda c * lark,' gen. alaudas, and similarly
other words. But if, as they write, they say that the Greek letters
received names with but one case-form each for the reason that they
really belong to the Phoeni- cians, then in this way the Greeks ought to
speak our words in six cases d each, not in five : inasmuch as they
do not do this, there is no Regularity. If Regularity existed, they say,
no case ought to be used in two forms ; but the opposite is found
to occur. For without censure quite com- monly some say in the ablative
singular ovi * sheep ' The text is desperate here; but at any rate alauda
is Celtic. Greek had no form by which it might represent the Latin
ablative. V. ovi et avi, alii hac ove et ave ; in multitudinis
hae puppis restis et hae puppes restes ; item quod in patrico 2
casu hoc genus dispariliter dicuntur civitatum parentum et civitatium
parentium, in accusandi hos montes fontes et hos montis fontis. Item
cum, si sit analogia, debeant ab similibus verbis similiter declinatis
sirnilia fieri et id non fieri ostendi possit, despiciendam earn
esse rationem. Atqui ostenditur : nam qui potest similius esse quam gens, mens, 1
dens ? Cum horum casus patricus et accusativus in multitudine sint
dispariles 2 : nam a primo fit gentium et gentis, utrubique ut sit
{I), 3 ab secundo mentium et mentes, 4 ut in priore solo sit I, ab tertio
dentum et dentes, ut in neutro sit. 68. Sic item quoniam simile est
recto casu surus lupus lepus, rogant, quor non dicatur proportione
1 suro lupo lepo. Sin respondeatur sirnilia non esse, quod ea
vocemus dissimiliter sure lupe lepus (sic enim respondere voluit
Aristarc^us Crateti : nam cum scripsisset sirnilia esse Philomedes
Heraclides Meli- certes, dixit non esse sirnilia : in vocando enim cum
and that both kinds are present in our language also ? 32. For my part I have no
doubt that you have observed the countless number of likenesses in
speech, such as those of the three tenses of the verb, or its three
persons. XXV. Who indeed can have failed to join you in observing that in
all speech there are the three tenses lego 1 I read/ legebam ' I
was reading/ legam I shall read/
and similarly the three persons lego 1 I read/ legis * thou
readest/ legit ' he reads/ though these same forms may be spoken in
such a way that sometimes one only is meant, at other times more ? Who is
so slow-witted that he has not observed also those likenesses which
we use in commands, those which we use in wishes, those in questions,
those in the case of matters not peratives and subjunctives) exhibit
certain regular resem- blances ; and so do those used in wishes,
etc. in interrogando, quibus in infectis rebus, quibus in
perfectis, sic in aliis discriminibus? Quare qui negant esse rationem
1 analogiae, non vide(n)t 2 naturam non solum ora- tionis, sed
etiam mundi ; qui autem vident et sequi negant oportere, pugnant contra
naturam, non contra analogian, et pugnant volsillis, non gladio, cum
pauca excepta verba ex pelago sermonis (po)puli 3 minus (usu) 4
trita afferant, cum dicant propterea analogias non esse, similiter ut, si
quis viderit mutilum bovem aut luscum hominem claudicantemque equum,
neget in 5 bovum hominum et equorum natura similitudines proportione
constare. Qui autem duo genera esse dicunt analogiae, unum naturale,
quod ut ex satis 1 nascuntur (lentibus) 2 lentes 3 sic e.r (lupino) 4
lupinum, alterum voluntarium, ut in fabrica, cum vident sctfenam ut
in dexteriore parte sint ostia, sic esse in sinisteriore simili ratione
factam, de his duobus generibus naturalcm esse analogian, ut sit in
motibus caeli, voluntariam non esse, quod ut quo(i)que 5 fabro
lubitum sit possit facere partis scaenae : sic in homi- num partibus esse
analogias, quod ea(s) 6 natura faciat, in verbis non esse, quod ea
homines ad suam quisque voluntatem fingat, itaque de eisdem rebus
alia verba habere Graecos, alia S?/ros, alia Latinos : ego declinatus
verbornm et voluntarios et naturalis § 33. 1 For orationem. 2 For
uidet. 3 Canal, for puli. 4 Transferred to this place by Fay ; added by
GS. before populi. 5 Sciop, deleted cornibus after in. §34. 1
Vertranius, after Aug., for natis. 2 Added by L. Sp. 3 For lentis. 4 L.
Sp. ; ex lupinis Aug., with B ; for et. 5 B, for quoque. 6 Laetus, for
ea. § 34. a The expected continuation is, " They are in
error." completed and those for matters completed, and
similarly in other differentiations ? Therefore those who say that there
is no logical system of Regularity, fail to see the nature not only
of speech, but also of the world. Those who see it and say that it ought
not to be followed, are fighting against nature, not against the
principle of Regularity, and they are fighting with pincers, not
with a sword, since out of the great sea of speech they select and offer
in evidence a few words not very familiar in popular use, saying that for
this reason the Regularities do not exist : just as if one should
have seen a dehorned ox or a one-eyed man and a lame horse, and should
say that the likenesses do not exist with regularity in the nature of
cattle, men, and horses. XXVII. 34. Those moreover who say that
there are two kinds of Regularity, one natural, namely that lentils
grow from planted lentils, and so does lupine from lupine, and the other
voluntary, as in the workshop, when they see the stage as "having
an entrance on the right and think that it has for a like reason
been made with an entrance on the left ; and say further, that of these
two kinds the natural Regularity really exists, as in the motions of
the heavenly bodies, but the voluntary Regularity is not real,
because each craftsman can make the parts of the stage as he pleases :
that thus in the parts of men there are Regularities, because nature
makes them, but there is none in words, because men shape them each
as he wills, and therefore as names for the same things the Greeks have
one set of words, the Syrians another, the Latins still another a — I
firmly think that there are both voluntary and natural esse
puto, voluntarios quibus homines vocabula imposwerint 7 rebus quaedam, ut
ab Romulo Roma, ab Tibure* TVburtes, naturales ut ab impositis vo-
cabulis quae inclinantur in tempore* aut in casus, ut ab Romulo Romuli
Romulum et ab dico dicebam dixeram. 35. Itaque in voluntariis
declinationibus incon- stantia est, in naturalibus constantia ; quae
utrasque quoniam iei non debeant negare esse in oratione, quom 1 in
mundi partibus omnibus sint, et declina- tiones verborum innumerabilcs,
dicendum est esse in his analogias. Neque ideo statim ea in omnibus
verbis est sequenda : nam si qua perperam declinavit verba consuetudo, ut
ea aliter (non possint efferri) 2 sine offensione multorum, hinc rationem
3 verborum praetermittendam ostendit loquendi ratio. XXVIII. 36. Quod ad universam
pertinet cau- sam, cur similitudo et sit in oratione et debeat
observari et quam ad finem quoque, satis dictum. Quare quod sequitur de
partibus singulis deinceps expediemus ac singula crimina quae dicunt
(contra) 1 analogias solvemus. 37. In quo animadvertito
natura quadruplicem esse formam, ad quam in declinando accommodari
debeant verba : quod debeat subesse res quae 1 7 For imposierint 8
For tybere. 9 For
tempore. § 35. 1 Mtie., with a, for quam. 2 Added by GS.,
after Aldus efferri non possit (Aug., possint). 3 Sciop., a, for
orationem. § 36. 1 Added by L. Sp. ; cf ix. 7. §37. 1
RhoL, for resque. That is, a regular form must be discarded in
derivations of words, voluntary for the things on which men have imposed
certain names, as Rome from Romulus and the Tiburfes ' men of Tibur '
from Tibur, and natural as those which are inflected for tenses or
for cases from the imposed names, as genitive Romuli and accusative
Eomulum from Romulus, and from dico ' I say ' the imperfect dicebam
and the pluperfect dixeram. 35. Therefore in the voluntary
derivations there is inconsistency, and in the natural derivations
there is consistency. Inasmuch as they ought not to deny the
presence of both of these in speech, since they are in all parts of the
world, and the derivative forms of words are countless, we must say that
in words also the Regularities are present. And yet Regularity does
not for this reason have to be followed in all words ; for if usage has
inflected or derived any words wrongly, so that they cannot be uttered
without giving offence to many persons, the logic of speaking shows
us that because of this offence the logic of the words must be set
aside. XXVIII. 36. As far as concerns the general cause why
likeness is present in speech and ought to be observed, and also to what
extent this should be done, enough has now been said. Therefore in
the following we shall set forth its several parts item by item,
and refute the individual charges which they bring against the
Regularities. 37. In this matter, you should take notice that
by nature there are four elements in the basic situation to which
words must be adjusted in inflection : there must be an underlying object
or idea to be de- favour of an irregular form if the feeling
(Sprachge/uhl) of the speakers rebels against it. vol. ii h 465
V. designetur, 2 et ut sit ea res 3 in usu, et ut
vocis natura ea sit quae significavit, ut declinari possit, et
simili- tude* figura(e) 4 verbi ut sit ea quae ex se declinatw 5
genus prodere certum posset. 6 38. Quo neque a terra terrus ut
dicatur postu- landum est, quod natura non subest, ut in hoc
alterum maris, alterum feminae debeat esse ; sic neque propter
usum, ut Terentius significat unum, plures Terentii, postulandum est, ut
sic dicamus faba et fabae : non enim in simili us(u) 1 utrumque ;
neque ut dicimus ab Terentius Terentium, sic postulandum ut
inclinemus ab A et B, quod non omnis vox natura habet declinatus.
39. Neque in forma collata quaerendum
solum, quid habeat in figura simile, sed etiam nonnunquam in eo
quern habeat effectum. Sic enim lana Gallicana et Apula videtur imperito
similis propter speciem, cum peritus Apulam emat pluris, quod in usu
firmior sit. Haec nunc strictim dicta apertiora fient infra.
Incipiam hinc. Quod rogant ex qua parte oporteat simile esse verbum,
a voce an a 1 significatione, re- spondemus a voce ; scd tamen nonnunquam
quaerimus genere similiane sint quae significantur ac nomen 2
Laetus, for design entur. 3 G, IJ, a,
Laetus^ for cares. 4 Mite., for figura. 5 L. Sp.,for declinata. 6 Aug
for passu nt. § 38. 1 L. Sp., for similius. § 40.
1 After J^aetus, ab voce an, for aboceana. The singular faba was used also
collectively for the plural or mass idea ; cf. Priscian, ii. 176 Keil. b
Names of letters. § 39. a Cf. § 92. § 40. ° Cf
viii. 40. signated ; this object or idea must be in use ;
the nature of the utterance which has designated it, must be such
that it can be inflected ; and the re- semblance of the word s form to
other words must be such that of itself it can reveal a definite class
in respect to inflection. 38. Therefore it is not to be
demanded that from terra * earth * there should be also a terms,
because there is no natural basis that in this object there ought
to be one word for the male and another for the female. Similarly, with
respect to usage, while Terentius designates one person of the name
and Terentii designates several, it is not to be demanded that in
this way we should say faba * bean ' and Jabae ' beans/ for the two are
not subject to the same use. a Nor is it to be demanded that as we say
acc. Tereniium from nom. Terentius, we should make case-forms from A and
B, b because not every utter- ance is naturally fitted for declensional
forms. 39. The likeness which the word has in its shape must
be investigated not in the comparison of the basis merely, but also
sometimes in the effect which it has. For thus the Gallic wool and the
Apulian wool seem alike to the inexperienced on account of their
appearance, though the expert buys the Apulian at a higher price because
in use it lasts better. These matters, which have been touched upon
hastily here, will become clearer in a later discussion. Now I
shall start. XXIX. 40. To their question in what respect a
word ought to be similar, sound or meaning, we answer that it should be
so in sound. But yet some- times we ask whether the objects designated
are like in kind, and compare a man's name with a man's, V.
virile cum virili conferimus, feminae cum muliebri : non
quod id quod significant vocem commoveat, sed quod nonnunquam in re
dissim(ili par)ilis 2 figurae formas in simile' 3 imponunt dispariles, 4
ut calcei mulie- bres sint an viriles dicimus ad similitudinem
figurae, cum tamen sciamus nonnunquam et mulierem habere calceos
viriles et virum muliebris. 41. Sic dici virum Perpennam ut AZ/enam
1 muliebri forma 2 et contra parietem ut abietem esse forma 8
similem, quo(m) 4 alterum vocabulum dicatur virile, alterum muliebre et
utrumque natura neutrum sit. 5 Itaque ea virilia dicimus non quae
virum' significant, sed quibus proponimus hie et hi, et sic
muliebria in quibus dicere posswmus 7 haec aut hae. XXX. 42. Quare
nihil 1 est, quod dicunt Theona et Diona non esse similis, si alter est
Jethiops, alter al6us, 2 si analogia rerum dissimilitudines adsumat
ad discernendum vocis verbi figuras. XXXI. 43. Quod dicunt
simile sit necne nomen nomini impudenter AristarcAum praecipere
opor- tere spectare non solum ex recto, sed etiam ex eorum vocandi
casu, esse 1 enim deridiculum, si similes 2 GS. ; dissimilis Mue. ;
for dissimilis. 3 GS. ; §41. 1 ut Alfenam Mue., for aut
plenam ; cf viii. 41. 2 Laetus, for formam. 3 Aldus, for formam. 4 Mue.
; cum Aug.; for quo. 5 Ant. Miller and Reiter, for sic. 6 Aldus,
for utrum. 7 M, Laetus,for possimus. For nichil. 2 Mue., for galhis / cf
viii. 41. § 43. 1 L. Sp., C. F. W. Mueller, Madvig, for esset.
§ 41. a Cf viii. 41. 6 The forms of hie haec hoc are
regularly used by the grammarians to indicate the case, number, and
gender of a word. in simili Mue. ; for indissimiles. a woman's
name with a woman's : not because that which they designate affects the
word, but because sometimes in case of an unlike thing they set
upon it forms of an equivalent appearance, and on a like thing they
set unequal forms, as we call shoes women's shoes or men's shoes by the
likeness of the shape, although we know that sometimes a woman
wears men's shoes and a man wears women's shoes. 41. In like
fashion, we say, a man is called Perpe?ina f like Alfena, with a feminine
form ° ; and on the other hand paries ' house-wall ' is like abies
' fir-tree ' in form, although the former word is used as a masculine,
the latter as a feminine, and both are naturally neuter. Therefore those which
we use as masculines are not those which denote a male being, but
those before which we employ hie and hi, and those are feminines with
reference to which we can say haec or hae. b XXX. 42. For
this reason it amounts to nothing, that on the premise that Regularity adopts
the unlikenesses of the objects as a criterion for difference in
the forms a of the spoken word, 6 they say that Theon and Dion are not
alike if the one is an Ethiopian and the other is a white man. c
XXXI. 43. As to what they say, a that Aristarchus was shameless in
his instructions that to see whether one name was like another you should
view it not only from the nominative, but also from the vocative —
for the same persons say that it is absurd to judge § 42. ° One of
the rare examples of the accusative of the gerund with an object. b The
word as sound is vox, while the word as symbol of meaning is verbum ; the
vox verbi is therefore the sound, or series of sounds, which represent
the symbol of meaning. Cf. viii. 40. e Cf. viii. 41. § 43. a
Cf. viii. 42. V. inter se parentes sint, de filiis iudicare 2 :
errant, quod non ab eo(rum) 3 obliquis casibus fit, ut recti simih'
4 facie ostendantur, sed propter eos facilius perspici similitudo
potest eorum quam vim habeat, 5 ut lucerna in tenebris allata non facit
(ut) 6 quae ibi sunt posita similia sint, sed ut videantur, quae
sunt quoius (mo)di sint. 7 44. Quid similius videtur quam in
his est extrema littera crux Phryx 1 ? Quas, qui audit voces,
auribus discernere potest nemo, cum easdem non esse similes ex
(declin)atfs 2 verbis intellegamus, quod cum sit cruces et Phryges* et de
his extremis syllabis exemp- tum* sit E, ex altero fit ut ex C et S crux,
ex altero G et S Phryx, 1 Quod item apparet, cum est demp- tum S :
nam fit unum cruce, 5 alterum Phryge* XXXII. 45. Quod aiunt, cum in
maiore parte orationis non sit similitudo, non esse analogian,
dupliciter stulte dicunt, quod et in maiore parte est et si in minore
parte 1 sit, tamen sit, 2 nisi etiam nos calceos negabunt habere, quod in
maiore parte corporis calceos non habeamus. 2 L. Sp. deleted
qui after iudicare. 3 L. Sp., for eo. 4 Laetus, for simile. 5 Laetus, for
habeant. 6 Added by L. Sp. 1 L. Sp., for dissint. §44. 1
Aldus, for frix. 2 GS„ for aliis. 3 Aldus, for friges. 4 Aldus, for
exemplum. 6 L. Sp., for cruci. 6 Phruge L. Sp., Phrj'gi Aldus ; for
frigi. § 45. 1 Here L. Sp., following other slightly
different deletions, deleted a repeated est et si in minore. 2 After
sit, L. Sp. deleted in maiore. . § 44. a For Phryx and its
forms, Augustinus (with B) read frux, etc. ; but nom. frux was no longer
used in V.'s from the children whether the parents are alike :
those who say this are mistaken, for it does not come about from their
oblique cases that the nominatives are shown to be of like appearance,
but through the oblique cases can be more easily seen what
evidential force lies in the likeness of the nominatives — even as
a lamp in the dark, when brought, does not cause that the things which
are there should be "alike, but that they should be seen in their
real character. 44. What seems more closely alike than the
last letter in the words crux ' cross ' and Phryx * Phry- gian ' ?
a No one who hears the spoken words can by his ears distinguish the
letters, 6 although we know from the declined forms of the words
that though alike they are not identical ; because M'hen the
plurals cruces and Phryges are taken and E is removed from the last
syllables, from the one there results crux, with X from C and S, and from
the other comes Phryx, from G and S. And the difference
is likewise clear, when S is removed ; for the one be- comes
cruce, the other Pkryge. c XXXII. 45. As to what they say, a that
since likeness does not exist in the greater part of speech,
Regularity does not exist, they speak foolishly in two ways, because
Regularity is present in the greater part of speech, and even if it
should exist only in the smaller part, still it is there : unless they
will say that we do not wear any shoes, because on the greater part
of our body we do not wear any. time, cf. ix. 75-76. b The usual
confusion of letters and sounds. * Abl. sing. ; the manuscript has forms
ending in -i, which are datives, but the removal of s from cruces
and Phryges leaves forms ending in e, not in i. § 45. a Cf viii.
37. 471 V. Quod dicunt nos
dissimilitudinem (potius gratam aceeptamque habere quam simili-
tudinem) 1 : itaque in vestitu in supellectile delectari varietate, non
paribus subuculis uxoris, respondeo, si varietas iucunditas, magis varium
esse in quo alia sunt similia, alia non sunt : itaque sicut abacum
argento ornari, ut alia (paria sint, alia) 2 disparia, sic
orationem. 47. Rogant, si similitudo sit sequenda, cur
malimus habere lectos alios ex ebore, alios ex testudine, sie item
genere aliquo alio. Ad quae dico non
dis(simili- tudines solum nos, sed) 1 similitudines quoque sequi
saepe. Itaque ex eadem
supellectili licet videre : nam nemo facit triclinii lectos nisi paris et
materia et altitudine et figura. Qui(s) 2 facit mappas trielinaris
non similis inter se ? Quis pulvinos ? Quis denique eetera, quae unius generis
sint plura ? 48. Cum, inqui(un)t, 1 utilitatis causa
introducta sit oratio, sequendum non quae habebit similitudinem,
sed quae utilitatem. Ego utilitatis causa orationem factam coneedo, sed
ut vestimenta : quare ut hie similitudines seqm'mur, 2 ut virilis tunica
sit virili similis, item toga togae, sic mulierum stola ut sit
stola(e) 3 proportione et pallium pallio simile, sie § 46. 1 Added by GS., following
other attempts {Aug., with B, inserted sequi after nos / but cf. § 47,
where sequi is actually found). 2 Added by Aug., with B. §
47. 1 Added by Mve. 2 Aldus, for qui. § 48. 1 Vertranius, for in
quit. 2 Sciop., for sequere- mur. 3 Aug., for stola. As to what they
say, a that we find unlikeness pleasing and acceptable rather than
likeness, and therefore in clothing and in furniture we take pleasure in
variety, and not in having our wives* undertunics all identical : I
answer, that if variety is pleasure, then there is greater variety
in that in which some things are alike and others are not ; and just as a
side-table is adorned with silver in such a way that some ornaments
are alike and others are unlike, so also is speech adorned. They ask
why, if likeness is to be followed, we prefer to have some couches inlaid
with ivory, others with tortoise-shell, and so on with some other
kind of material. To which I say that unlikenesses are not the only thing
which we follow, but often we follow likenesses. And this may be seen
from the same piece of furniture ; for no one makes the three
couches of the dining-room other than alike in material and in height and
in shape. Who makes the table- napkins not like each other ? Or the
cushions ? And finally the other things which are several in number
but of one sort ? 48. Since speech, they say,° was introduced for
the sake of utility, we should follow not that kind of speech which
has likeness, but that which has utility. I grant that speech has been
produced for utility's sake, but in the same way as garments have :
there- fore as in the latter we follow the likenesses, so that a
man's tunic is like a man's, and a toga like a -toga, and a woman's dress
is like a dress regularly and a cloak like a cloak, so also, as words
that are names § 46. a Cf. viii. 31-32. § 48. • C/. viu.
28-29. V. cum sint nomina utilitatis causa, tamen virilia inter
se similia, item muliebria inter se sequi debemus. XXXIV. 49. Quod
aiunt ut persedit et perstitit sic (periacuit et) 1 percubuit quoniam non
si(n)t, 2 non esse analogian, et 3 in hoc e(r)rant 4 : quod duo
posteriora ex prioribus declinata non sunt, cum analogia polliceatur ex
duobus similibus similiter declinatis similia fore. Qui dicunt quod
sit ab Romulo Roma et non Romula neque ut ab ove ovih'a 1 sic a
bove bovih'a, 2 (non) 3 esse analogias, errant, quod nemo
pollicetur e vocabulo vocabulum declinari recto casu singulari in rectum
singularem, sed ex duobus vocabulis similibus casus similiter declinatos
similes fieri. XXXVI.
51. Dicunt, quod vocabula litterarum Latinarum non declinentur in casus,
non esse analo- gias. Hi ea quae natura declinari non possunt,
eorum declinatus requirunt, 1 proinde et non eo(rum) 2 dicatur esse
analogia quae ab similibus verbis simili- ter esse(nt) 3 declinata. Quare
non solum in vocabu- lis litterarum haec non requirenda analogia, sed
(ne) 4 in syllaba quidem ulla, quod dicimus hoc BA, huius BA, sic
alia. §49. 1 Added by
Canal. 2 Kent, for sit. 3 Aug., for ut. 4 B, Bhol.,for erant.
§ 50. 1 Aug., for ovilla. 2 Aug., for bovilla. 3 Added by
Stephanus. § 51. 1 B, G, II, a, Aug., for sequirunt. 2 L. Sp.,
for eo F 1, ea F 2 . 3 L. Sp. ; esset M, a, Aug. ; for esse. 4
Added by Aldus. § 49. Referring to a passage now lost. b The
two verbs are not attested in any form. § 50. Cf. viii. 54
and 80. of persons exist for the purpose of utility, ue ought still
to employ men's names that are like one another, and women's names that
also have mutual resem- blances. XXXIV. 49. As to the fact
that they say a that Regularity does not exist because there are no
perfects periacuit ' remained lying ' .and percubuit ' remained lying,'
like persedit 1 remained sitting ' and perstitit ' remained standing,' in
this also they are mistaken : for the two perfects have no presents
6 from which to be inflected, whereas Regularity promises only that
from two like words inflected in like manner there will be like forms.
XXXV. 50. Those who say that there are no Regularities because from
Romulus there is Roma and not Romala and there is no bovilia '
cow-stables ' from bos * cow ' as there is ovilia * she epf olds '
from ovis * sheep,' are in error ; because nobody professes that
one word is derived from another word, from nominative singular to
nominative singular, but only that from two like words like case-forms
develop when they are inflected in like manner. XXXVI. 51.
They say that because the words denoting the Latin letters are not
inflected into case-forms the Regularities do not exist. Such
persons are demanding the declension of those words which by nature
cannot be inflected ; just as if Regularity were not said b to belong
merely to those forms which had already been inflected in like
fashion from like words. Therefore not only in the names of the
letters must this kind of Regularity not be sought, but not even in any
syllable, because we say nomina- tive ba, genitive ba, and so on. §
51. a Of. viii. 64. 6 Cf. viii. 23. Quod si quis in hoc quoque velit
dicere esse analogias rerum, tenere potest : lit eni(m) 1 dicunt
ipsi alia nomina, quod quinque habeant figuras, habere quinque casus,
alia quattuor, sic minus alia, dicere poterunt esse litteras ac syllabas
in voce quae singulos habeant casus, in rebus pluris 2 ; quemad-
modum inter se conferent ea quae quaternos habe- bunt vocabulis casus,
item ea inter se qua(e) ternos, 3 sic quae* singulos habebunt, ut
conferant inter se dicentes, ut sit hoc A, huic A, esse hoc E, 5 huic
E. Quod dicunt esse quaedam verba quae habeant declinatus, ut caput
(capitis, nihil nihili), 1 quorum par reperiri quod non possit, non
esse analogias, respondendum sine dubio, si quod est singulare
verbum, id non habere analogias : minimum duo esse debent verba, in
quibus sit similitudo. Quare in hoc tollunt esse analogias.
54. Sed nikilum 1 vocabulum recto casu apparet in hoc :
Quae dedit ipsa, 2 cap/t 3 neque dispendi facit hilum, § 52.
1 For eni. 2 GS. ; plureis Canal ; for plurimis. 3 Koeler, for quaternos.
4 For sicque. 5 After hoc E, L, Sp. deleted huiusce E. § 53.
1 Added by Reitzenstein. § 54. 1 Lachmann ; in nihil Sciop. ; for
initium. 2 Sciop., for ira. 3 Seal ig er t for caput.
§ 52. a Cf. viii. 63. 6 That is, words indeclinable in form have
only one case-form, but still have all the case-uses. § 53. There
is no corresponding passage in Book VIII. 6 That is, when they select a
unique word as basis for argu- ment. But if any one should wish to
say that in this also there are Regularities in the things, he can
maintain it. For as they themselves say a that some nouns, because they
have five forms, have five cases, and others have four, and others fewer
in like manner, they will be able to say that the letters and
syllables which have one case-form apiece in sound, have several in
connexion with the things h ; as they will compare only with each other
those which have four case-forms for the words, and likewise those
which have three apiece, so let them compare with each other those which
have only one form each, saying that nominative E, dative E is like
nominative A, dative A. As to the fact that they say a that
there are certain words which have declensional forms, like caput '
head,* genitive capitis, and nihil * nothing,* genitive nihili, a match
for which cannot be found, and therefore the Regularities do not exist,
answer must be made that unquestionably any word which is the only
one of its kind is outside the systems of Regularity ; there must be at
least two words for a likeness to be existent therein. Therefore, in this
case, et they eliminate the possible existence of the Regularities.
54. But the word nihilum * nothing ' is found in the nominative in
the following a : The body she's given Earth doth herself
take back, and of loss not a whit does she suffer, §54. °
Ennuis, Ann. 14 Vahlen 2 ; R.O.L. i. 6-7 War- mington ; cf. v. 60 and
111. The neuter accusative, having the same form as the nominative, is
used as a proof of the nominative form. quod valet nec dispendii
facit quicquam. Idem hoc obliquo apud Plautum : Video enim 4
te nihili 5 pendere prae Philolacho* omnis homines, quod est
ex ne et hili : quare dictus est nihili 5 qui non hili erat. Casus tautum 1 commutantur de
quo dici- tur, (ut) 8 de homine : clicimus cnim hie homo nihili 9
et huius hominis nihili et hunc hominem nihili. Si in illo commutaremus, dicercmus ut hoc linum
et li£>um, 10 sic nihilum, non hie nihili, et (ut) 11 huic lino et
li&o 12, sic nihilo, non huic nihili. Potest dici patricus casus, ut
ei praeponantur 13 nomina 14 plura, ut hie casus Terentii, hunc casum Terentii,
hie miles legionis, huius militis legionis, hunc militem legionis. Negant,
cum omnis natura sit aut mas aut femina aut neutrum, (non) 1 debuisse
ex singulis vocibus ternas figuras vocabulorum fieri, ut albus alba
album ; nunc fieri in multis rebus binas, ut Metellus Metella, 2
Aemi(]\)us ^e?wt(li)a, 3 nonnulla singula, ut tragoedws, com(o)edtt$ 4 ;
sic esse Marcum, Numerium, at Marcam, at Numeriam 4 Enim is V.'s
addition; it is not found in the manu- scripts of Plautus. 5 For nichili. 6 The
manuscripts of Plautus have Philolache. 7 Fay, for turn cum. 8
Added by GS. 9 After nihili, L. Sp. deleted est. 10 Mue., for limum, 11
et ut Mue. ; ut L. Sp. ; for et. 12 Mue., for Hmo. 13 Mue., for
praeponuntur. 14 Kent, for praenomina. § 55. 1 Added by Mue.
2 Ixietus, for metelle. 3 Wackernagel ; Ennius Ennia Laetus ; for
enuus enua. 4 Christ, for tragoedia comedia. which is the same
as ' nor of loss does she suffer anything/ This same word is found in an
oblique case in Plautus 6 : I see, beside Philolaches you
count all men as nothing. The word is from ne 1 not ' and genitive
hilt ' whit ' ; therefore he has been called nihili ' of naught '
who was not kill * of a whit ' in value. Change is made only in the
case-forms of that about w hich the speak- ing is done, as about a man ;
for we say a man nihili ' of no account ' in nominative, in genitive, in
accusa- tive, changing the forms of homo but not changing the form
nihili. If we were to make changes in it, then we should say not hie
nihili c but nihilum as the nominative, like linum ' flax * and libum '
cake,' and dative not huic nihili d but nihilo like lino and libo.
The genitive case * can however be said with various nouns set before it,
like nominative casus ' mishap ' Terentii ' of Terence,' accusative casum
Terentii, and nominative miles 'soldier* legionis 1 of the legion/
genitive militis legionis, accusative militem legionis. They say a that
since every nature is either male or female or neuter, from the
individual spoken words there should not fail to be forms of the words in
sets of three, like albus, alba, album ' white ' ; that now in many
things there are only two, like Metellus and Metella, Aemilius and
Aetnilia, and some with only one, like tragoedus * tragic actor '
and comoedus ' comic actor ' ; that there are the names Marcus and
Numerius, but no * Plautus, Most. 245. c The genitive nihili
depending on a nominative. d The genitive nihili depending on a
dative. * Such as the form nihili. § 55. a Cf. viii. 47.
479 V. non esse ; dici coruum, 5
turdum, non 6 dici coruam, 5 turdam ; contra dici pantherarn, merulam,
non dici pantherum, merulum ; nullius nostrum 7 filium et filiam
non apte 8 discerni marem ac feminam, ut Terentium 9 et Terentiam, contra
deorum liberos et servorum non i/idem, 10 ut Iovis filium et
filiam, Iovem 11 et Iovam ; item magnum numerum vocabu- lorum in
hoc genere non servare analogias. 56. Ad haec dicimus, omnis
orationis quamvis res naturae subsit, tamen si ea in usu(m) 1 non
pervenerit, eo non pervenire verba : ideo equus dicitur et equa :
in usu enim horum discrimina 2 ; corvus et corva non, quod sine usu id,
quod dissimilis natura(e). 3 Itaque quaedam al(i)ter ohm ac nunc : nam et
turn omnes mares et feminae dicebantur columbae, quod non erant in
eo usu domestico quo nunc, (ct nunc) 4 contra, propter domesticos usus
quod internovimus, appellatur mas columbus, femina columba. 57. Natura cum tria genera
transit et id est in usu discriminat*/(m), turn 1 denique apparet, ut est
in doctus 2 et docta et doctum : doctrina enim per tria haec
transire potest et usus docuit discriminare doctam rem ab hominibus et in
his marem ac feminam. In mare et femina et neutro neque natura mans 3 6 Aldus, for
corbum and corbam. * Aldus, for non non. 7 Aug., for neutros. 8
Aug., with B, for apta. 9 For terentium et terentium. 10 Ed. Veneta, for
ididem. 11 For iouem iouem. § 56. 1 Aug., with B, for usu. 2
Aug., for discrimine. 3 Vertranius, for natura. * Added by L. Sp.
§ 57. 1 Reiter, for discrimina totum. 2 Aug., with B, for docto. 3
L. Sp., for mares. b Numeria is in fact found, but as a divine
name. c Cf. §59. § 56. a For the expression, cf. ix.
37. Marca and Numeria 6 ; that corvus ' raven ' and turdus * thrush
' are said, but the feminines corva and turda are not said ; that on the
other hand pantkera * panther * and merula 1 blackbird ' are used,
but the masculines pantherus and merulus are not ; that there is no
one of us whose son and daughter are not suit- ably distinguished as male
and female^ as Terentius and Terentia ; that on the other hand the
children of gods and slaves are not distinguished in the same way,
c as by Iovis and Iova for the son and the daughter of Jupiter ; that
likewise a great number of common nouns do not in this respect preserve
the Regularities. 56. To this we say that although the object
is basic a for the character of all speech, the words do not
succeed in reaching the object if it has not come into our use ;
therefore equus ' stallion ' and equa * mare ' are said, but not
corva beside corvtts, because in that case the factor of unlike nature is
without use to us. But for this reason some things were for- merly
named otherwise than they are now : for then all doves, male and female,
were called columbae, because they were not in that domestic use in which
they are now, and now, on the other hand, because we have come to make a
distinction on account of their uses as domestic fowl, the male is called
colnmbus and the female columba. 57. When the nature goes
through the three genders and this distinction is made in use, then
finally it is seen, as it is in doctus 4 learned man ' and docta
* learned woman ' and doctum 4 learned thing ' ; for learning can
go across through these three, and use has taught us to differentiate a
learned thing from human beings, and among the latter to
distinguish the male and the female. But in a male or a female transit
neque feminae neque neutra, et ideo non dicitur fcminus femina feminum,
sic reliqua : itaque singularibus ac secretis vocabulis appellati
sunt. 58. Quare in quibus rebus non subest similis natura aut
usus,in his vocabulis huiusce modi ratio quaeri non debet : ergo dicitur
ut surdus vir, surda mulier, sic surdum theatrum, quod omnes tres (res)
1 ad auditum sunt comparatae ; contra nemo dicit cubiculum surdum,
(quod) 2 ad silentium, non ad auditum ; at si fenestram non habet,
dicitur caecum, ut coccus et caeca, quod omnia (non) 3 habent (quod)
3 lumen habere debent. 59. Mas et femina habent inter se
natura quandam societatem, (nullam societatem) 1 neutra cum his,
quod sunt diversa ; inter se 2 quoque de his perpauca sunt quae habeant
quandam co(m)munitatem. Dei et servi nomina quod non item ut libera
nostra trans- eunt, eadem e(s)t 3 causa, quod ad usum attinct (et)
4 institui opus fuit de liberis, de reliquis nihil attinuit, quod
in servis gentilicia natura non subest in usu, in nostri(s) nominibus qui
sumus in Latio et liberi, necessaria. Itaque ibi apparet analogia ac
dicitur Tcrentius vir, Terentia femina, Terentium genus. §
58. 1 tres res Mve. ; res Bentinus ; for tres. 2 Added by Canal ; quod id
Mae. ; quod sit Sciop. 3 Added by Fay. § 59. 1 Added by
A. Sp., after L. Sp. and Mue. 2 B, G, II, Aug., for interest. 3 L. Sp.,
for et. 4 Added by L. Sp. ' § 58. a V. means a theatre
in which it is difficult to hear ; but the term is applicable also to an
audience which is inattentive. b Rather, things are called 4 blind '
because they hinder vision by darkness or by walls without
openings, such as windows and doors. or what is neither, the nature
of the male does not shift, nor that of the female, nor the neuter
nature, and for this reason there is no saying of feminus, femina.)
Jemirrum, and so with the rest. Therefore they are called by special and
separate words. 58. Wherefore in the names of those things in
which there is no likeness of nature or of use as the basis, a relation
of this sort ought not to be sought. Accordingly, as a surdus * deaf *
man is a current term, and a surda woman, so also is a surdum theatre,*
1 because all three things are equally intended for the act of
hearing. On the other hand, nobody says a surdum sleeping-room, because
it is intended for silence and not for hearing ; but if it has no
window, it is called caecum 1 blind/ as a man is called caecus and
a woman caeca, because not all sleeping-rooms have the light which they
ought to have. b 59. The male and the female have by nature a
certain association with each other ; but the neuters have no association
with them, because they are different from them in kind, and even of
these neuters there are very few which have any elements in common
with other neuters. As for the fact that the names of a god and of a
slave do not vary like our free names, there is the same reason, namely
that the variation is connected with use, and had to be established
with reference to free persons, but as to the rest had no consequence,
because among slaves the clan quality has no foundation in practice,
but it is necessary in the names of us who are in Latium and are
free. Therefore in that class Regularity makes its appearance, and we say
Terentius for a man, Terentia for a woman, and Terentium for the
genus * stock.' V. In praenominibus ideo non fit item, quod
haec instituta ad usum singularia, quibus discernerentur nomina
gentilicia, ut ab numero Secunda, Tertia, Quarta (in mulieribus), 1 in
viris ut Quintus, Sextus, Decimus, sic ab aliis rebus. Cum essent
duo Terentii aut plures, discernendi causa, ut aliquid singulare
haberent, notabant, forsitan ab eo, qui mane natus diceretur, ut is
Manius esset, qui luci, Lucius, 2 qui post patris mortem, Postumus.
61 . E quibus (ae)que 1 cum item accidisset feminis, proportione
ita appellata declinarant praenomina mulierum antiqua, Mania, Lucia,
Postuma : videmus enim Maniam matrem Larum dici, Luciam Voht- mniam
2 Saliorum Carminibus appellari, Postumam a multis post patris mortem
etiam nunc appellari. 62. Quare quocumque progressa est natura
cum usu vocabul?, 1 similiter proportione propagata est analogia,
cum in quibus declinatus voluntarii 2 maris et feminae et neutri, quae
voluntaria, non debeant similiter declinari, sed in quibus naturales,
sint de- § 60. 1 Placed here by GS. ; added before Secunda by
L. Sp. 2 p t Aldus^for lucilius. § 61. 1 A. for que. 2 Aug.,
for Volaminiam. § 62. 1 Aug. y with i?, for vocabula. 2 L. Sp.,
for declinationibus voluntariis. § 60. a Seemingly a
contamination of ab eo quod with sic . . . ut. b Properly, as the * last
' child ; but not to be associated with post kit mum * after (burial in
the) earth,' though this popular etymology gave a later spelling post-
humus and the English posthumous, § 61. a Mania is perhaps not
related etymologieally to Manius ; see Marbach in Pauly-Wissowa's Encyc.
d. cl. Alt.- wiss, xiv. 1110. b More probable than the Volaminia of
F, In first names the situation is not the same, because these were
in practice established as in- dividual names, by which the clan names
might be differentiated ; from the numerals came Secunda, Tertia,
Quarta for women, Quintus, Sextus, Decimus for men. and similarly other
names from other things. When there were two or more persons of the
name Terentius, then that they might liave something individual to
distinguish them they marked them perhaps in this way,° that he should be
Manius who was said to have been born mane ' in the morning,' and
he who has been born luci * at dawn ' should be Lucius, and he who was
born post ' after ' his father's death should be Postumus. 6
61. When any of these things happened to females as well, they
derived the first names of women regularly in this manner — that is, in
former times — and called them by them, for example, Mania, Lucia,
Postuma : for we see that the mother of the Lares is called Mania, a that
Lucia Volumnia b is addressed in the Hymns of the Salians, c and
that even now many give the name Postuma to a daughter born after
the death of her father. 62. Therefore as far as the nature and the
use of a word have jointly advanced, so far has Regularity been
extended in like manner by a corresponding relationship, since of the
words in which there are voluntary inflections of male and female and
neuter, those which are voluntary in inflection ought not to be
inflected in similar manner, but in those in which there are natural
inflections there are those regular not found elsewhere ; several
members of the gens Volumnia are mentioned at Rome during V.'s time. e
Frag. 5, page 336 Maurenbrecher ; page 4 Morel. clinatus hi qui esse reperiuntur. Quocirca in
tribus generibus nominum in(i)que 3 tollunt analogias. XXXIX.
63. Qui autem eas reprehendunt, quod alia vocabula singularia sint solum,
ut cicer, alia multi- tudinis solum, ut scalae, cum debuerint omnia
esse duplicia, ut equus equi, analogiae fundamentum esse
obliviscuntur naturam et usu(m). 1 Singulare est quod natura unum
significat, ut equus, aut quod coniuncta quodammodo ad unum usu, 2 ut
bigae : itaque (ut) 3 dicimus una Musa, sic dicimus unae
bigae. 64«. Multitudinis vocabula sunt unum infinitum, ut
Musae, alterum finitum, ut duae, tres, quattuor : dicimus enim ut hae
Musae sic unae bigae et binae et trinae bigae, sic deinceps. Quare tarn
unae et uni et una quodammodo singularia sunt quam unus et una et
unum ; hoc modo mutat, quod altera in singu- laribus, altera in
coniunctis rebus ; et ut duo tria sunt multitudinis, sic bina
trina. 65. Est tertium
quoque genus singulare ut in multitudine, uter, in quo multitudinis ut
utrei 1 ; uter 3 Aldus, for inquae. §63. 1 p t Mue.,
for usu. 2 A. Sp., for usum. 3 Added by h. Sp. §65. 1 A.
Sp.,for utre § 62. a Crates and his followers, who uphold
Anomaly. § 63. ° Cf. viii. 48. b Cf. x. 54. § 64. B The first
is the generic or collective, without speci- fication of the number or of
the individuals ; the second is numerical, in which the number of the
individuals is given or their identity is clearly implied. 6 A word like
bigae, inflections which are actually found to exist. There- fore in
the matter of the three genders they a are unfair in setting aside the
Regularities. XXXIX. 63. Moreover those who find fault a with
the Regularities, because some words are singulars only, like cicer '
chickpea,' and others are plural only, like scalae ' stairs,' et although
all ought to have the two forms, like equus ' horse ' and equi '
horses,' forget that the foundation of Regularity is nature and use taken
in combination. That is singular which by nature denotes one thing,
like equus ' horse/ or which denotes things that by use are joined
together in some way, like bigae * two-horse team.' Therefore just as we
say una Musa * one Muse,' we say unae bigae * one two-horse team/
64. Plural words are of two sorts, a the one in- definite, like
Musae * Muses/ the other definite, like duae ' two/ tres * three/
quattuor 1 four ' ; for as we say Musae in the plural, so also we say
unae bigae ' one two-horse team/ and binae ' two ' and trinae b
bigae 1 three two-horse teams/ and so on. Wherefore unae and the
masc. uni and the neut. una are in a certain manner as much singulars as
unus and una and unum : the word changes in this way because the
one set of forms is said of individual things, the other of things joined
together in sets ; and just as duo and tria are plurals, so also are bina
and trina. 65. There is also a third class which is singular
though expressed by a plural form, namely uter 1 which of two,' in which
the plural form is for ex- already plural in form, can be
pluralized in meaning only by the use of a numerical modifier ; for this
purpose, distribu- tive numerals such as bini are used. For the singular
idea, the plural form of unus is used. 487
V. poeta singulari, utri poetae multitudinis est.
Qua explicata natura apparet non debere omnia vocabula multitudinis
habere par singulare : omnes enim numeri ab duobus susum versus
multitudinis sunt neque eorum quisquam habere potest singulare
compar. Iniuria igitur postulant, si qua sint
singu- laria, oportere habere multitudinis. XL. 66. Item qui
reprehendunt, quod non dicatur ut unguentum unguenta vinum vina sic
acetum aceta garum gara, faciunt imperite : qui ibi desidcrant
multitudinis vocabulum, quae sub mensuram ac pon- dcra potius quam sub
numerum succedunt : nam in plumbo, 1 a(r)ge(n)to, a cum incrementum
accessit, dicimus 3 multum, 4 sic multum plumbum, argentum ; non 5
plumba, argenta, cum quae ex hisce fiant, dica- mus plumbea et argentea
(aliud enim cum argenteum : nam id turn cum iam vas : argent(e)um 6 enim,
si pocillum aut quid item) : quod pocilla argentea multa, non quod
argentum multum. 67. Ea, natura in quibus est mensura, non
numerus, si genera in se habe(n)t 1 plura et ea in usum venerunt, a
genere multo, sic vina et unguenta, dicta : alii generis enim vinum quod
Chio, aliuc? 2 §
66. 1 After phimbo, L. Sp. deleted oleo. 2 Aug., for aceto. 3 After
dicimus, Aldus deleted enim. 4 After rnultum, L. Sp. deleted oleum. 5
After non, L. Sp. deleted multa olea. 6 Aug., with B t for
argentum. § 67. 1 Laetus, for habet. 2 For aliut.
§ 65. ° The old spelling of the nominative plural, still more or
less in use in V.'s time, though rarely attested in the
manuscripts. § 66. a Cf § 67. b Derivative adjectives, ' made
of lead ' and * made of silver * ; supply vasa 4 utensils.' ample
utrei ° : uter poeta ' which of two poets ' in the singular, utri poetae
4 which of two sets of poets ' in the plural. Now that the nature of this
has been explained it is clear that plural nouns are not all under
obligations to have a like singular form ; for all the numerals from two
upwards are plural, and no one of them can have a singular to match
it. Therefore it is quite wrongly that they demand that all
singulars that there are, must have a correspond- ing plural form.
XL. 66. Likewise those who find fault because there are no plurals
aceta and gara to acetum ' vinegar ' and garum * fish-sauce ' like
unguenia to unguentum ' perfume ' and vtna to vinum ' wine/ a act
ignorantly ; they are looking for a plural name in connexion with
things which come under the categories of quantity and weight rather than
under that of number. For in plumbum 4 lead ' and argentum * sil-
ver,' when there has been added an increase, we say multum * much ' :
thus multum plumbum or argentum, not plumba ' leads ' and argenta '
silvers/ since articles made of these we call plumbea and argentea b
(silver is something else when it is argenteum, for that is what it
is when it has now become a utensil ; thus argenteum if it is a small cup
or the like), because in this case we speak of many argentea ' silver '
cups, and not of much argentum ' silver/ 67. But if those
things which have by nature the idea of quantity rather than that of
number, exist in several kinds and these kinds have come into use,
then from the plurality of kinds they are spoken of in the plural, as for
example vina 1 wines ' and un- guenia ' perfumes.' For there is wine of
one kind, which comes from Chios, another wine which is from quod
Lesbo, 3 sic ex regionibus aliis. (Ae)que
4 ipsa dicuntur nunc melius unguenta, 5 cui nunc genera aliquot. Si
item discrimina magna essent olei et aceti et sic ceterarum rerum
eiusmodi in usu co(m)- muni, dicerentur sic olea et (aceta ut) 6 vina.
Quare in titraque re (i)nique 7 rescindere conantur analogias, et 8
cum in dissimili usu similia vocabula quaerant* et cum item ea quae
metimur atque ea quae numcramus dici putent oportere. XLI.
68. Item reprehendunt analogias, quod dicantur multitudinis nomine
publicae balneae, non balnea, contra quod privati dicant unum
balneum, quo?/* 1 plura balnea (non) 2 dicant. Quibus respon- ded'
3 potest non esse reprehendendum, quod scalae et aquae caldae, pleraque*
cum causa, multitudinis vocabulis sint appellata neque eorum singularia
in usum venerint ; idemque item contra. Primum balneum (nomen e(s)t
5 Graecum), (cum) 6 introiit in urbem, publice ibi consedit, ubi bina
essent con- iuncta aedificia lavandi causa, unum ubi viri, alterum
ubi mulieres lavarentur ; ab eadem ratione domi suae quisque ubi lavatur
balneum dixcrunt et, quod non erant duo, balnea dicere non consuerunt,
cum 3 V, p, Aldus, for Lesbio. 4 A. Sp., for quae. 5 For unguentia. 6 Added by
L. Sp. 7 Canal, for denique. 8 Aug., for analogiam set. * L. Sp.,for
querunt. §68. 1 Canal, for quod. 2 Added by Popma. 3 Al- dus,
for respondere. 4 After pleraque, L. Sp. deleted quae. 6 GS., for et. 6
Added by GS. §68. ° The word is a heteroclite in form, with
a different Lesbos, and so on from other localities. Likewise
unguenta 1 perfumes ' themselves are now properly spoken of in the
plural, for of perfume there are now a number of kinds. If in like
fashion there were great differences in olive-oil and vinegar and the
other articles of this sort, in common use, then we should employ
the plurals olea and aceta, like vina. There- fore in both these matters
their attempt to destroy the Regularities is unfair, since they expect
that the words will be alike though their uses are different, and
since they think that articles which we measure and objects which we
count should be spoken of in the same way. XLI. 68. Likewise
they find fault with the Regu- larities, because public baths are spoken
of as balneae, with the form in the plural, and not as balnea, in the
singular ; and on the other hand they speak of one bal- neum of a private
individual, though they do not use the plural balneal To them answer can
be made, that fault ought not to be found because scalae * stairs '
and aquae caldae ' hot springs/ mostly with good reason, have been called
by plural names and the corresponding singulars have not come into use :
and vice versa* The first balneuvi * bath-room ' (the name is
Greek), when it was brought into the city of Rome, was as a public
establishment set in a place where two connected buildings might be used
for the bathing, in one of which the men should bathe and in the
other the women. From the same logical reasoning each person called the
place in his own house where baths were taken, a balneum ; and they
were not accustomed to speak of balnea in the plural, meaning in
the two numbers. But the plural balnea began to be used in the time of
Augustus. 6 C/. § 69. V.
hoc antiqui non balneum, sed lavatrinam 7 appellare consuessent.
8 69- Sic aquae caldae ab loco et aqua, quae ibi scateret,
cum ut colerentur venissent in usum nostris, cum aliae ad alium morbum
idoneae essent, eae cum plures essent, ut Puteolis ct in Tuscis, quibus
uteban- tur, multitudinis potius quam singulari vocabulo
appellarunt. Sic scalas, quod ab scandendo dicuntur et singulos gradus
scanderent, magis erat quaeren- dum, si appellassent singulari vocabulo
scalam, cum origo nominatus ostcnderet contra. XLII. 70. Item
reprehendunt de casibus, quod quidam nominatus habent rectos, quidam
obliquos, quod dicunt utrosque in vocibus oportere. Quibus idem
responderi potest, in quibus usus aut natura non subsit, ibi non esse
analogiam. Sed ne in his (quidem) 1 vocabulis quae declinantur, si
transeunt e recto casu in rectum casum : quae tamcn fere non discedunt ab
ratione sine iusta causa, ut hi qui gladiatores Faustina* : nam
quod plerique dicuntur, ut tris extremas syllabas 7 Aug., with B,
for lauiatrinam. 8 2?, Ed.
Veneta,for consuescent. § 71. 1 Added here by L. Sp. ;
added after vocabulis by Madvig. 2 Mtie. t for faustinos.
c More commonly in the contracted form latrina, and in V.'s time
meaning ' water-closet, privy.' § 69. ° At least nine places in
Etruria bore the name Aquae. % 70. ° Cf. viii. 49. b There
seems to be a lacuna here, as examples illustrating this point of the
refutation are lack- ing. § 71. c That is, by derivation with
suffixes, not merely by because they did not have two in one house —
though our forbears were accustomed to call this not a balneum, but
a lavatrina c ' wash-room.* 69. So also, the hot springs, on account
of the locality and the water which gushed out there, came to be frequented
for our use, since some of the springs were beneficial to one disease and
others to another ; and because those which they used were several
in number, as at Puteoli and in Etruria, they called them by a plural
word rather than by a singular. So also with the scalae ' stairs ' ;
because they are named from scandere ' to mount ' and there were
separate steps to be mounted, it would be a more difficult problem to
answer if they had called them scala, in the singular, inasmuch as the
origin of the name shows their plural nature. XLII. 70.
Likewise they find fault a about the cases, because some nouns have
nominative forms only, and others have only oblique forms :
whereupon they say that all words ought to have both the nominative
and the oblique forms. To them the same answer can be given, that there
is no Regularity in those instances which lack a relationship in
use or in nature. . . . b 71. But they should not look for
complete Regu- larity even in these names which are derived by
passage from one nominative form to another. Still, such words do not in
general depart from the path of logic without valid reason, such as there
is for those gladiators who are called Faustini b ; for though most
gladiators are spoken of in such a way that they case-inflection. b
The troops of gladiators were designated by adjectives of this sort which
were derived from the names of the owners. habeant easdem, Cascelliani,
(Caeciliani), 3 Aquiliani, animadvertant, 4 unde oriuntur, nomina dissimilia
Cascellius, 5 Cflecilius, Aquilius, (Faustus : quod si esset) 8 Faustius,
recte dicerent Faustianos ; si(c) 7 a Scipione quidam male dicunt
Scipioninos : nam est Scipionarios. Sed, ut dixi, quod ab
huiuscemodi cognominibus raro declinantur cognomina neque in usum
etiam perducta, natant quaedam. XLIIL 72. Item dicunt, cum sit
simile stultus luscus et dicatur stultus stultior stultissimus, non
dici luscus luscior luscissimus, sic in hoc genere multa. Ad quae dico ideo fieri, quod natura nemo lusco
magis sit luscus, cum stultior fieri videatur. Quod rogant, cur (non) 1 dicamus
mane manius manissimc, item de vesperi : in 2 tempore vere magis et
minus esse non potest, ante et post potest. Itaque prius est hora prima quam
secunda, non magis hora. Sed magis mane surgere tamen dicitur : qui
primo mane surgit, (magis mane surgit) 3 quam qui non pri(m)o 4 : ut enim
dies non potest esse magis quam (dies, sic mane non magis quam) 5 mane
; 3 Placed here by L. Sp. ; added after Aquiliani by Aug.
4 Aug., for
animaduertunt. 5 Cascelius Aug., for Cas- sellius F. 6 Added by Mue. 7 M
9 Laetus.for si. § 73. 1 Added by Aug. 2 Popma, for
uespertino. 3 Added by GS. 4 Stephanus, for prior. 5 Added by L.
Sp. § 72. a Cf viii. 75. § 73. a Cf. viii. 76. b
The usual phrase is multo mane ; evidently, to the Romans, mane was not
completely an adverb like English* early. e The Latin corresponding to
this (English) sentence should perhaps, as GS. suggest, be placed
before the sentence beginning Itaque prlus ; the argument then develops
more logically. have the last three syllables alike, Cascelliani,
Cae- ciliani, AquilianiJ* let them take note that the names from
which these come, Cascellius, Caecilius, Aquilius on the one hand, and
Faustus on the other, are unlike : if the name were Faustius, they would
be right in saying Faustiani. In the same way, from Scipio some
make the bad formation Scipionini ; it is prop- erly Scipionarii. But, as
I have said, since appella- tions are rarely derived from surnames of
this kind and they are not fully at home in use, some such
formations fluctuate in form. XLIII. 72. Likewise they say,° that
although stultus * stupid ' and luscus * one-eyed * are like words,
and stultus is compared with stultior and stultissimus, the forms lusrior
and luscissimus are not used with luscus, and similarly with many words
of this class. To which I say that this happens for the reason that
by nature no one is more one-eyed than a one- eyed man, whereas he may
seem to become more stupid. XLIV. 73. To their question a why
we do not say mane ' in the morning/ comparative manius, super-
lative manissime. with a similar question about vesperi * in the evening/
I reply that in matters of time there is properly no ' more ' and ' less/
but there can be before and after. Therefore the first hour is
earlier than the second, but not ' more hour/ But nevertheless to rise
magis mane ' more in the morning * is an expression in use ; he who rises
in the first part of the morning rises magis mane 6 * more in the
morning ' than he who does not rise in that first part. For as the day
cannot be said to be more than day, so mane cannot be said to be
more than mane* Therefore that very magis ' more ' itaque ipsum hoc quod
dicitur magis sibi non constat, quod magis mane significat primum mane,
magis vespere novissimum vesper. XLV. 74. Item ab huiuscemodi
(dis)similitu- dinibus 1 reprehenditur analogia, quod cum sit anus
cadus simile et sit ab anu aniculaanicilla, a cado duo reliqua quod non
sint propagata, sic non dicatur a piscina piscinula piscinilla. Ad (haec
respondeo) 2 huiuscemodi vocabuh's 3 analogias esse, ut dixi, ubi
magnitudo animadvertenda sit in unoquoque gradu eaquc 4 sit in usu
co(m)muni, ut est cista cistula cistella et canis catulus catellus, quod
in pecoris usu non est. Itaque consuetudo frequentius res in binas dividi
partis ut maius et minus, ut lectus et lectulus, area et arcula, sic
alia. XLVI. 75. Quod dicunt casus alia non habere rectos,
alia obliquos et idco non esse analogias, falsum est. Negant habere
rectos ut in hoc frugis frugi frugem, item cole(m) colis cole, 1 obliquos
non habere ut in hoc Diespiter Diespitri Diespitrem, Maspiter
Maspitri Maspitrem. § 74. 1 L. Sp., for similitudinibus. 2 Added by L. Sp. 3 L. Sp.,
for vocabula. 4 Mite., for ea quae. §75. 1 A. Sp. ; colis coli
colem Mue. ; for role rolis role. § 74. a Cf viii. 79. b The
diminutives are not ety- mological derivatives of cants, but are of quite
distinct origin. e Curiously, none of the Latin words denoting sheep
and goats, cattle and horses, had a diminutive in regular use in V.'s
time or earlier, except that V. himself used equulus and equula. Plautus,
Asin. 667, coined the words agnellns ' little lamb,' haedillus 4 little
kid,' vitellus 4 little calf,' as terms of endearment, but they do not
appear again. d The normal, undiminished object. § 75. ° Cf.
viii. 49 ; the subject-matter of § 75 seems to come closely after that of
§ 70, but there seems to be no sure which is commonly said is not consistent
with itself, because magis mane means the first part of the mane,
and magis vespere the last part of the evening. XLV. 74. Similarly,
Regularity is found fault with on account of unlikenesses of this
sort," that although anus * old woman ' and cadus * cask ' are
like words, and from anus there are the diminutives aniatla and anicilla,
the other two are not formed from cadus, nor from piscina ' fish-pond *
are piscinula and piscinilla made. To this I answer that words of
this kind have the Regularities, as I have said, only when the size must
be noted in each separate stage, and this is in common use, as is cista *
box/ cistula, cistella, and canis b 1 dog,' catulus * puppy,'
catellus * little puppy ' ; this is not indicated in the
usage connected with flocks.* Therefore the usage is more often
that things be divided into two sets, as larger d and smaller, like
lectus * couch * and lectulus, area ' strong-box * and arcula, and other
such words. XLVL 75. As to their saying a that some words
lack the nominative and others lack the oblique cases, and that therefore
the Regularities do not exist, this is an error. For they say that the
nomina- tive is lacking in such words as frugis frugi frugem b
* fruit of the earth * and colem colis cole c 1 plant- stalk/ and
the oblique cases are lacking in such as Diespiter * Jupiter,' dat.
Diespitri, acc. Diespitrem, and Maspiter ' Mars,' Maspitri,
Maspitrem* way of rearranging the order of the text. * Gen., dat.,
acc. c Acc, gen., abL, unless the manuscript readings are to be
more seriously altered ; the word is more properly caul- % but Cato and V.
prefer the country forms, with o from au. d For Dies pater and Mars pater
; the addition of pater is found only in nom. and voc. (Iuppiter, older
Iuplter % is a voc. form). VOL. II K 497 V.
76. Ad haec respondeo et priora habere nominandi et
posteriora obliquos. Nam et frugi rectus est natura frux, at secundum
consuetudinem dicimus ut haec avis, haec ovis, sic haec frugis ; sic
secundum naturam nominandi est casus cols, 1 secundum con-
suetudinem colis, 2 cum utrumque conveniat ad analo- gian, quod et id
quod in consuetudine non est cuius modi debeat esse apparet, et quod est
in consuetu- dine nunc in recto casu, eadem est analogia ac plera-
que, quae ex multitudine cum transeunt in singulare, difficulter
efFeruntur ore. Sic cum transiretur ex eo quod dicebatur haec oves, una
non est dicta ovs sine J, 3 sed additum I ac factum ambiguum verbum
nominandi an patrici esse(t) 4 casus. Ut ovis, et avis. 77. Sic in obliquis casibus
cur negent esse Diespitri Diespitrem non video, nisi quod minus est
tritum in consuetudine quam Diespiter ; quod in nihil argumentum est :
nam tarn casus qui non tritus est quam qui est. Sed est(o) 1 in casuum
serie alia vocabula non habere nominandi, alia de obliquis aliquem:
nihil enim ideo quo minus siet 2 ratio per- cellere poterit hoc
crimen. § 76. 1 Mi*e.,
for rois. 2 Hue., for rolis. 3 L. &/>., for una. 4 L, Sp., for
esse. § 77. 1 L. Sp., for est. 2 Mue., for si et ; on the
possi- bility of the use of siet in V.'s time, cf Cicero, Orator
47. 157. § 76. ° Frux is found in Ennius, Ann. 314 (' honest
man ') and 431 Vahlen 2 = R.O.L. i. 1 16-1 17 and 150-151 Warming-
ton ; but nom. frugis is not quotable from a text. b Colis may be cited
from Lucilius, 135 Marx, and V., R. R. i. 41 . 6. 4 c V. is speaking on
the basis that the relation is nom. sing, ending in -s, nom. pi. in -es,
as in dux^ pi. duces. d Haec before oves is the sign of the nom.
pi. fern. ; V. appears to use hae before consonants, haec To this I answer
that the former have nomina- tives and the latter have oblique
case-forms. For the nominative of fntgi is by nature frux, but by
usage we say fntgis, a like avis * bird * and ovis ' sheep * ; so
also, the nominative of the other word is by nature cols and by usage
colis. b Both of these agree with the principle of Regularity, because it
is perfectly clear of what sort that form ought to be which is not in
use, and in that which is now in use in the nominative there is the
same kind of Regularity as most words have that are hard to pronounce
when they pass from the plural to the singular. So when the passage
was made from the spoken plural oves, d the form which was pronounced was
not ovs without I, but an I was added and the word became ambiguous
as to whether the case was nominative or genitive.* Like the nominative
ovis is also the nominative amis. 77. Thus I do not see why they
say that in the oblique cases Diespitri and Diespitrem are lacking,
except because they are less common in use than Diespiter. But the
argument amounts to nothing ; for the case-form which is uncommon is just
as much a case-form as that which is common. But let us grant that
in the list of case-forms some words lack the nominative and others lack
some one of the oblique cases ; for this charge will not for that
reason be able in any way to destroy the existence of a logical
relationship a among the forms. before vowels as here (and at the
sentence-end, as at v. 75). * V. is of course unaware of the fact that
some nouns of the third declension had stems ending in i and therefore
had a right to nominatives in is, while others had stems ending in
consonants and could have the ending is only by analogy with the
«-stems. § 77. ° That is, Regularity. Nam ut signa quae non
habent caput 1 aut aliquam aliam partem, nihilo minus 2 in reliquis
mem- bris eorum esse possunt analogiae, sic in vocabulis casuum
possunt item fieri (iacturae. Potest etiam refingi) 3 ac reponi quod
aberit, ubi patietur natura et consuetudo : quod nonnunquam apud
poetas invenimus factum, ut in hoc apud Naevium in Clas- tidio
: Vita insepulta laetus in patriam redux. XLVII. 79.
Itemreprehendunt,quoddicaturhaec strues, hie Hercules, 1 hie homo :
debuisset enim dici, si esset analogia, hie Hercul, haec strus, hie
hom(en. N)on 2 haec ostendunt no(mi)?*a 3 non
analogian esse, sed obliquos casus non habere caput ex sua
analogia. Non, ut si in Alexandri statua imposueris caput Philippi,
membra conveniant ad rationem, sic* et Alexandri membrorum simulacro 5
caput quod re- spondeat item sit ? Non, si quis tunicam in usu ita
consult, ut altera plagula 6 sit angustis clavis, altera latis, utraque
pars in suo genere caret analogia. XLVIII. 80. Item negant esse analogias, quod
§ 78. 1 After caput, M and Laetus deleted et. 2 For nihil hominus.
3 Added by GS. ; but the lost part may be some what longer. %
79. 1 p, Laetus, for Herculis. 2 GS. ; homen Canal ; for homon. 3 Kent,
for noua. 4 G, H, Aug., for sit. 5 A. Sp.yfor simulacrum. 6 Aldus, for
placula. § 78. a By regular formation. b Tray. Rom. Frag.,
Praet. II Ribbeck 3 . c Redux, not elsewhere found in the nom.
sing. § 79. If the nominatives were of the usual types, which
replace the .genitive ending -IS by -S or by nothing at all, like $11$,
animal, nomen, genitives suis, animalis, nominis. b That is, the nominatives
are not formed ' regularly ' from the oblique cases, but from these
nominatives of variant types For as some statues lack the head or
some other part without destroying the Regularities in their other
limbs, so in words certain losses of cases can take place, with as little
result. Besides, what is lacking can be remade a and put back into its
place, where nature and usage permit ; which we sometimes find done
by the poets, as in this verse of Naevius, in the Clastidium b :
With life unburied, glad, to fatherland restored.* XLVII. 79.
Likewise they find fault with the nominatives strues 1 heap,' Hercules,
homo * man ' ; for if Regularity actually existed, they say, these
forms should have been strus, Hercul, homen. a These nouns do not show
that Regularity is non-existent, but that the oblique cases do not have a
head or starting-point according to their type of Regularity. b Is
it not a fact that, if you should put a head of Philip on a statue of
Alexander and the limbs should be proportionately symmetrical, then the
head which does correspond to the statue of Alexander's limbs c
would likewise be symmetrical ? And it is not a fact that if one should
in practice sew together a tunic in such a way that one breadth of the
cloth has narrow border-stripes and the other has broad stripes,
each part lacks regular conformity within its own class. d
XLVIII. 80. Likewise they say that the Regu- the oblique
cases are formed regularly. c That is, the heads or nominatives may be varied,
but the limbs or oblique cases are of uniform type. d For there are
tunics with the broad stripe, worn by senators, and tunics with the
narrow stripe, worn by knights ; therefore, though the two halves
in the example do not belong together, each has its regular
precedent. alii dicunt cupressus, alii cupressi, item dc ficis
platanis et plerisque arboribus, dc quibus alii ex- tremum US, alii EI
faciunt. Id est falsum : nam debent dici E et I, fici ut nummi, quod est
ut num- mi^) fici(s), 1 ut nummorum ficorum. Si essent plures
ficus, essent ut manus ; diceremus ut manibus, sic ficibus, et ut manuum,
sic ficuum, neque has ficos diceremus, sed ficus, ut non manos
appellamus, sed (manus, nec) 2 consuetude* diceret singularis
obliquos casus huius fici neque hac fico, ut non dici(t) 3 huius
mani, 4 sed huius manus, (n)ec 5 hac mano, sed hac manu.
XLIX. 81. Etiam illud putant esse causae, cur non sit 1 analogia,
quod Lucilius scribit : Dccuis, 2 Sive decusibus
est. Qui errant, quod Lucilius non debuit dubitare, quod
utrumque : nam in aere usque ab asse ad centussis numerus aes significat,
et eius numero finiti casus omnes 3 ab dupondio sunt, quod dicitur a
multis duobus modis hie dupondius et hoc dupondium, ut § 80. 1
L. Sp., for nummi fici. 2 Added by Mue. ; manus neque L. Sp. 3 Aug., for
dici. 4 M, Laetus,for manui. 5 L. Sp., for et. §81. 1 After
sit, Aldus deleted in. 2 Lachmann ; decussi Mue. ; for decuis. 3 For
omnis. § 80. ° As belonging to the fourth and the second
de- clensions respectively. b This shows that V. wrote the
nominative plural of the second declension with EI, and not with I ; but
it would be pedantic to substitute such spellings throughout 4 his works,
or even merely in this section. c As type of the second declension. d As
type of the fourth declension. larities do not exist, because some
say cupressus ' cypress-trees ' in the plural and others say
cupressif and similarly with fig-trees, plane-trees, and most other
trees, to which some give the ending US and others give EI. This is wrong
; for the tree-names ought to be spoken with E and l 9 b Jici like nummi
c ' sesterces,* because the ablative is jicis like nummis, and the
genitive is ficorum like nummorum. If the plural were Jicus, then it
would be like mantis d * hand ' ; we should say ablative Jicibus like
manibus, and genitive jicuum like manuum 9 and we should not say
accusative Jicos, but Jicus, just as we do not say accusative vianos but
manus ; nor would usage speak the oblique cases of the singular genitive
Jici and ablative Jico, just as it does not say genitive mani but
manus, nor ablative mono but manu. XLIX. 81. Moreover, they think
that there is proof of the non-existence of Regularity, in the fact
that Lucilius writes a ; Priced a teiww, or else we may say at
ten-asses. b They are in error, because Lucilius should not
have been uncertain as to the form, since both are right. For in
copper money, from the as to the hundred-a-y, the number adds to itself
the meaning of the copper coin, and all its case-forms are limited by its
numerical value, starting from the dupondius * two-as piece,' which
is used by many in two ways, masculine dupondius and neuter dupondium,
like gladius and §81. ° Lucilius, 1153-4 Marx. "Or decussis,
decus- sibus; but the single S is elsewhere attested in these
words, and Lucilius may well have followed the older orthography,
which doubled no consonants. On the as, cf. v. 169* c As first element in
the compound. hoc gladium et hie gladius ; ab tressibus virilia
multi- tudinis hi tresses et " his tressibus confido,"
singulare " hoc tressis habeo " et " hoc tres(s)is 4
confido," sic deinceps a(d) 5 centussis. Deinde numerus aes
non significatf. 6 82. Numeri qui aes non significant, usque
a quat- tuor ad centum, triplicis habent formas, quod dicun- tur hi
quattuor, hae quattuor, haec quattuor ; cum perventum est ad mille,
quartum assumit singulare neutrum, quod dicitur hoc mille denarium, a
quo multitudinis fit milia denarii. 1 S3. Quare gwo(nia)m 1
ad analogias quod pertineat non (opus) 2 est ut omnia similia dicantur,
sed ut in suo quaeque genere similiter declinentur, stulte
quaerunt, cur as et dupondius et tressis non dicantur proportione, cum as
3 sit simple^, 4 d?*pondius 5 fictus, quod duo asses pendebat, 6 tressis
ex tribus aeris quod sit. Pro assibus nonnunquam aes dicebant antiqui,
a 4 For tresis. 5 Aug., for a. 6 Aug., for significans. § 82.
1 Aug.) for denaria. § 83. 1 Mue., for cum. 2 Added by GS. 3 as sit
Aldus, for adsit. 4 For simples. 5 For dipondius. 6 Aug., for
pendebant. d Cf. v. 116 and viii. 45. "The value-names tressis
to centussis were invariable in the singular, but had a full set of
cases in the plural, without multiplying the value of the term ; thus
tresses in the plural still means ' three asses ' precisely like the
singular. § 82. ° One invariable form serves for three
genders. b Mille is not only an indeclinable plural adjective, of
three genders, but also a neuter noun in the singular, upon which a
genitive depends ; and in this last capacity it has a plural, which is
declinable. c The denarius was a Roman silver coin, equivalent to the
Greek drachma, and in modern times gladium* From tressis 4 three-as
' there is a mascu- line plural 3 tresses in the nominative and tressibus
in the ablative, as in "I trust in these three asses,"
singular tressis as in " I have this three-flj " and " I
trust in this three-as." The same usage is followed all the way to
centussis 4 hundred-^. ' e From here on, the numeral does not denote money
any more than other things. 82. The numerals which do not
signify money, from quaiiuor 4 four ' to centum 4 hundred/ have
forms of triple function, because quaituor is masculine, feminine,
and neuter. When mille 4 thousand ' is reached, it takes on a fourth
function, 6 that of a singular neuter, because the expression in use
is mille 4 thousand * of denarii, c from which is made a * plural,
milia 1 thousands * of denarii. 83. Since therefore so far as
concerns the Regu- larities it is not essential that all words that
are spoken should be alike in their systems, but only that they
should be inflected alike each in its own class, those persons are stupid
who ask why as and dupondius and tressis are not spoken according to a
regular scheme ; for the as is a single unit, the dupondius is a
compound term indicating that it pendebat 1 weighed ' duo 1 two ' asses,
and the tressis is so called a because it is composed of tres 4 three '
units of aes 4 copper.' Instead of asses, the ancients used sometimes to
say aes 6 ; a usage which survives when we hold an as in to
the Swiss franc (about Is. 4d. English, or 32 cents U.S.A., in
1936). § 83. ° From tres and as, not from tres and aes. b But
in the genitive, if with a numeral ; just as we say " four
o'clock," = " four (hours) of the clock " ; in the
singular, aes might mean * money ' collectively, like the French
argent, and sometimes even a * copper piece.' quo dicimus assem
tenentes " hoc 7 aere aeneaque libra " et " mille aeris legasse."
84. Quare quod ab tressis usque ad centussis 1 numeri ex (partibus)
2 eiusdem modi sunt compositi, eiusdem modi habent similitudinem :
dupondius, quod dissimilis est, ut debuit, dissimilem habet
rationem. Sic as, quoniam
simplex est ac principium, et unum significat et multitudinis habet suum
in- finitum : dicimus enim asses, quos cum finimus, dicimus
dupondius et tressis et sic porro. 85. Sic videtur mihi, quoniam
finitum et infinitum habeat dissimilitudinem, non debere utrumque
item dici, eo magis quod in ipsis vocabulis 1 ubi additur certus
numerus miliar(i)is 2 aliter atque in reliquis dicitur : nam sic
loquontur, hoc mille denarium, non hoc mille denari(orum), 3 et haec duo
milia denarn/m, 4 non duo milia denari(orum). 5 Si esset denarii in
recto casu atque infinitam multitudinem significaret, tunc in patrico
denariorum dici oportebat ; et non solum in denariis, victoriatis,
drachmis,* nummis, sed etiam in viris idem servari oportere, cum
dicimus 7 After hoc, Brissonius deleted ab. § 84. 1 Aug., for
ducentussis. 2 Added by GS. % 85. 1 M 9 Laetus, for vocalibus. 2
Miie. ; milliards L. Sp. ; for militaris. 3 L. Sp.,for denarii. 4 Aug.,
for denaria. 5 Christ, for denarii. 6 Rhol^for et rachmis.
c A legal survival used in symbolic sales, cf. v. 163; for the
ancient as UbraUs (cf v. 169) had long since been decreased in weight and
was not coined after 74 b.c. § 84. ° Even as dies and annus were
not modified by the lower numerals ; for such phrases the Romans substituted
biduum, triduum, biennium, triennium> etc. So for sums the hand
and say " with this aes * copper piece ' and aenea libra ' pound of
copper/ " c and also in the legal formula " to have bequeathed
a thousand (asses) of aes * copper.* '* 84. Therefore,
because the numerals from tressis to centussis are compounded of parts of
the same kind, they have a likeness of the same kind ; but the word
dupondius, because it is different in formation, has a different system
of declension, as it should have. So also the as, because it is a single
unit and is the beginning, means one and has its own in- definite
plural, for we say asses ; but when we limit them numerically, we say
dupondius and tressis and so on. a . Thus it seems to me that
since the definite and the indefinite have an inherent difference, the
two ought not to be spoken in the same fashion, the more so because
in the words themselves, when they are attached to a definite number in
the thousands, a form is used which is not the same as that used in
other expressions. For they speak thus : mille dena- rium a * thousand of
denarii,' not denariorum, and two milia denarium ' thousands of denarii,*
not denariorum. If it were denarii in the nominative and it denoted
an indefinite quantity, then it ought to be denariorum in the
genitive ; and the same distinction must be pre- served, it seems to me,
not only in denarii, victoriati, h drachmae, and nummi, but also in viri,
when we say from 2 to 100 asses, the compound words were used, and
not asses with the numeral. § 85. a For names of weights and
measures, and for some other words, the old genitive in -um continued in
use long after the new form in -onim had been generalized. 6 The
vktoriatus was a silver coin stamped with a figure of Victory, and worth
half a denarius. iudicium fuisse triumvirum, decem(virum, centum)-
wum, 7 non (triumvirorum, decemvirorum), 8 centum- virorum.
86. Numeri antiqui habent analogias, quod omni- bus est una 1
regula, duo actus, tres gradus, sex de- curiae, qua(e) 1 omnia similiter
inter se respondent. Regula 3 est numerus novenarius, quod, ab uno
ad novem cum pervenimus, rursus redimus ad unum et V(IIII) 4 ; hinc
et LX(XXX) 6 et nongenta 6 ab una sunt natura novenaria ; sic ab
octonaria, et deo(r)sum versus ad singularia perveniunt. 87.
Actus primus est ab uno (ad) 1 DCCCC, se- cundus a mille ad nongenta*
milia ; quod idem valebat unum et mille, utrumque singulari nomine
appellatur : nam ut dicitur hoc unum, haec duo, (sic hoc mille,
haec duo) 3 milia et sic deinceps multitudinis in duobus actibus reliqui
omnes item numeri. Gradus singu- laris est in utroque actu ab uno ad
novem, denariws 4 gradus (a) 5 decern ad LX(XXX), 6 centenarius a
cen- tum (ad) 7 DCCCC. Ita tribus gradibus sex decuriae fiunt, tres
miliariae, tres 8 minores. Antiqui his numeris fuerunt contenti. Added by L. Sp. 8 Added
by A. Sp., after Aldus. §86. 1 After una, L. Sp. deleted non
novenaria (Aug. deleted non). 2 Rhol., for qua. 3 Sciop., for
regulae. 4 novem L. Sp., for V. 5 nonaginta Aldus, for LX. 6 L. Sp.
; nongenti G, H ; for nungenti. § 87. 1 Added by Aug. 2 For
nungenta. 3 Added by Gronov. 4 Aug., for denarios. 5 Added by Aug.
6 nonaginta Aug., for LX. 7 Added by Aug. 6 L. Sp., for miliaria
etres. c The tresviri or triumviri capitales, in charge of
prisons and that there has been a decision of the triumvirs, c the
decemvirs, d the centum virs, e all of which have the genitive virum and
not virorum. 86. The old numbers have their Regularities,
because they all have one rule, two acts, three grades, and six decades,
all of which show regular internal correspondences. The rule is the
number nine, because, when we have gone from one to nine, we return
again to one and nine ° ; hence both ninety and nine hundred are of that
one and the same nine- containing nature. So there are numbers of
eight- containing nature, 6 and going downwards they arrive at
those which are merely ones. 87. The first act ° is from one to
nine hundred, the second from one thousand to nine hundred
thousand. Because one and thousand are alike unities, both are called by
a name in the singular ; for as we say 1 this one ' and ' these two,* so
we say 1 this thousand ' and ' these two thousands/ and after that
all the other numbers in the two acts are likewise plural. The unitary
grade is found in both acts, from one to nine ; the denary grade
extends from ten to ninety ; the centenary grade from hundred to
nine hundred. Thus from the three grades, six decades are made, three in
the thousands, and three in the smaller numbers. The ancients were
satisfied with these numerals. executions. *The decemviri stlitibus
iudicandis, a per- manent board with jurisdiction over cases involving
liberty or citizenship. * The centumviri or board of judges with
jurisdiction over civil suits, especially those involving in-
heritances. § 86. As multiples of ten ; and then as multiples of
one hundred. 6 But these do not constitute the 4 rule.* § 87.
Technical term, taken from the drama. Ad 1 hos tertium et quartum actum
(addcntes) 2 ab decie(n)s (et ab deciens miliens) 2 minores im-
posuerunt vocabula, neque rationc, sed tamen non contra est earn de qua
scribimus analogiam. Nam 3 deciens 4 cum dicatur hoc deciens ut mille hoc
mille, ut sit utrumque sine casibus vocis, dicemus ut hoc mille,
huius mille, sic hoc deciens, huius deciens, neque eo minus in altero,
quod est mille, praeponemus hi mille, horum mille, (sic hi deciens, horum
deciens). 5 L. 89. Quoniam in eo est nomen co(m)mune, quam
vocant ofnovvfuav, 1 obliqui casus ab eodem capite, ubi erit ofuavvfiia,
2 quo minus dissimiles fiant, analogia non prohibet. Itaque dicimus hie
Argus, cum hominem dicimus, cum oppidum, Graec(e Graec)an(i)ceve 3
hoc Argos, cum Latine (hi) 4 Argi. Item faciemus, si eadem vox nomen et 5
verbum significant, 6 ut et in casus et in tempora dispariliter
declinetur, ut faciemus a Meto quod nomen est Metonis Metonem, quod
verbum estmetammetebam. § 88. 1 For ab. 2 Added by Kent, after Mue.
(actum ab deciens minorem, (a deciens miliens maiorem addentes),
imposuerunt). 3 A fter nam, L. Sp. deleted ut. 4 Aug., for decienis. 6
Added by L. Sp. ; there may have been other text also in the
lacuna. § 89. 1 For omonimyan. 2 For omonimya / after which
Aug. deleted obliqui casus. 3 Fay, cf. x. 71 ; graecanice Pius ; for
graecancaene. 4 Added by Vertranius ; (hei) Aug. 6 Pius, for nominet. 6
Pius, for significavit. Elliptic for decies centena milia ' ten times
a hundred thousands.* b Similarly elliptic for decies milies
centena milia. c V. seems not to know the abl. sing. milll, found in
Plautus, Bac. 928 (assured by the metre), and in Lucilius, 327 and 506
Marx (assured by Gellius, i. 10. 10-13). To these, their descendants
added a third and a fourth act, imposing names which started from
deciens a ' million ' and deciens miliens b ' thousand million ' ; and
though the names were not formed by logical relation with the lower
numerals, still their for- mation is not in conflict with the Regularity
about which we are writing. For inasmuch as deciens is used as a
neuter singular like mille, so that both words are without change of form
for the various cases, 6 we shall use deciens unchanged as nominative and
as genitive, even as we do mille ; and none the less shall we set
before mille the signs of nominative and of genitive plural, because
mille is also in the other number — and so also shall we speak of* these
deciens ' in the same cases. L. 89. When a noun is the same
in the nomina- tive though it has more than one meaning, in which
instance they call it a homonymy, Regularity does not prevent the oblique
cases from the same starting form in which the homonymy is, from being
dis- similar. Therefore we say Argus in the masculine, when we mean
the man, but when we mean the town we say, in Greek or in the Greek
fashion, Argos a in the neuter, though in Latin it is Argi,
masculine plural. Likewise, if the same word de- notes both a noun and a
verb, we shall cause it to be inflected both for cases and for tenses,
with different inflection for noun and verb, so that from Melo as a
noun, a man's name, we form gen. Metonis, acc. Metonem, but from meto as
a verb, * I reap/ we form the future metam and the imperfect
metebam. § 89. ° The homonymy is not perfect, since the forms
are Argus and Argos ; the neuter Argos is found in Latin only in
nom. and acc. Reprehendunt, cum ab eadem voce plura sunt vocabula
declinata, quas a-vvtawfitas 1 appellant, ut 2 Alc(m)#eus 3 et Alc(m)«eo,
3 sic Gen/on, Ger?/o- n(e)us, 4 Ger^ones. In hoc genere quod casus
per- peram permutant quidam, non reprehendunt ana- logiam, sed qui
eis utuntur imperite ; quod quisque caput prenderit, sequi debet eius
consequenti(s) 5 casus in declinando ac non facere, cum dixerit
recto casu Alc(m)aeus, 6 in obliquis 7 Alc(m)«eoni 6 et
Alc(m)aeonem 6 ; quod si miscuerit et non secutus erit analogias,
reprehendendum. LII. 91. (Reprehendunt) 1 Aristarchum, quod
haec nomina Melicertes et Philomedes similia neget esse, quod vocandi
casus habet alter Melicerta, alter Philomede(s), 2 sic qui dicat lepus et
lupus non esse simile, quod alterius vocandi casus sit lupe,
alterius lepus, sic socer, macer, quod in transitu fiat ab altero
triss/llabum soceri, ab altero bisyllabum macri. 92. De hoc etsi
supra responsum est, cum dixi de lana, hie quoque 1 amplius adiciam
similia non solum §90. 1 For synonimyas. 2 After ut, Aug.
deleted sapho et. 3 Kent, for alceus and alceo, usually corrected
to Alcaeus, Alcaeo, though a variant nominative Alcaeo is unknown ;
whereas Alcumeus occurs in Plant us* Capt. 562, and Alcmaeo in Cicero,
Acad. Priora ii. 28. 89, and else- where. 4 Mue., for gerionus. 6 L.
Sp.,for consequenti. • Kent, for alceus, alceoni, alceonem ; cf. crit.
note 3. 7 After obliquis, Mue. deleted dicere. §91. 1 Added
by L. Sp„ after Aug. 2 Mue., for philomede. § 92. 1 For hie
hie quoque. Son of Amphiaraus and Eriphyle, who killed his mother at
the command of his father, because she tricked him into going to a war in
which he was destined to die ; cf. also the critical note. b The
three-bodied giant whom Hercules They find fault when from the same
utterance two or more word-forms are derived, which they call synonymns,
such as Alcmaeus and Alanaeo, a and also Geryon, Geryoneus, GeryonesS* As
to the fact that in this class certain speakers interchange the
case-forms wrongly — they are not finding fault with Regularity, but with
the speakers who use those case- forms unskillfully : each speaker ought
to follow, in his inflection, the case-forms which attend upon the
nominative which he has taken as his start, and he ought not to make a
dative Alcmaeoni and an accusative Alcmaeonem when he has said Alcmaeus
in the nominative ; if he has mixed his declensions and has not
followed the Regularities, blame must be laid upon him. LII.
91. They find fault a with Aristarchus for saying that the names
Meliceries and Pkilomedes are not alike, because one has as its vocative
Melicerta, and the other has Pkilomedes b ; and likewise with those
who say that lepus * hare ' and lupus ' wolf * are not alike, because the
vocative case of one is lupe and of the other is lepus, and with those
who say the same of socer ' father-in-law * and macer ' lean/ because
in the declensional change there comes from the one the three-syllabled
genitive soceri and from the other the two-syllabled genitive
macri. 92. Although the answer to this was given above when I
spoke about the kinds of wool, I shall make here some further statements
: the likenesses of overpowered and robbed of his cattle ; all
three forms are known in Greek, but only Geryon and Geryones in
Latin. §91. a Cf. viii. 68. b The Greek nominatives end in
-17s, but the vocatives end in -a and -€s respectivelv. § 92. a C/.
ix. 39.a facie dici, sed etiam ab aliqua coniuncta vi et potestate, quae
et oculis et auribus latere soleant : itaque saepe gemina facie mala
negamus esse similia, si sapore sunt alio ; sic equos eadem facie
nonnullos negamus esse similis, (s)i 2 natione s(unt) 3 ex procreante
dissimiles. 4 93. Itaque
in hominibus emendis, si natione alter est melior, emimus pluris. Atque in hisce omnibus
similitudines non sumimus tantum a figura, sed etiam aliu for
externi. Present imperative, future imperative, present subjunctive.
b The indicative mood. c V. dis- regards the, plural forms in this
calculation. § 102. ° Meaning 1 mood ' ; cf. § 95, note a. b
Cf ix. 75-79. used to say present esum es est, imperfect eram
eras erat, future ero eris erit. In this same fashion you will see
that the other verbs of this kind preserve the principle of
Regularity. Besides, they find fault with Regu- larity in this
matter, that certain verbs have not the three persons, nor the three
tenses ; but it is with lack of insight that they find this fault, as if
one should blame Nature because she has not shaped all living
creatures after the same mould. For if by nature not all forms of the
verbs have three tenses and three persons, then the divisions of the
verbs do not all have this same number. Therefore when we give a com-
mand, a form which only the verbs of uncompleted time have — when we give
a command to a person present or not actually present, three verb-forms a
are made, like lege ' read (thou)/ legito ' read (thou) * or ' let
him read/ legal ' let him read 1 : for nobody gives a command with a form
denoting action already completed. On the other hand, in the forms
which denote declaration, 6 like lego ' I read/ legis * thou
readest/ legit ' he reads/ there are nine verb-forms of uncompleted
action and nine of completed action. LIX. 102. For this and
similar reasons the question that should be asked is not whether
one kind ° disagrees with another kind, but whether there is
anything lacking in each kind. If to these there is added what I said
above b about nouns, all difficulties will be easily resolved. For as the
nomina- tive case-form is in them the source for the derivative
cases, so in verbs the source for other forms is in the form which
expresses the person of the speaker and the present tense : like scribo *
I write/ lego ' I read.' Quare ut illic fit, si 1 hie item acciderit,
in formula ut aut caput non sit aut ex alieno genere sit,
proportione eadem quae illic dicimus, cur nihilominus 2 servctur
analogia. Item, sicut illic caput suum habebit et in obliquis casibus
transitio erit in ali(am) quam 3 formulam, qua assumpta reliqua
facilius possint videri verba, unde sint declinata (fit enim, ut
rectus casus nonnunquam sit ambiguus), ut in hoc verbo volo, quod id duo
significat, unum a voluntate, alterum a volando ; itaque a volo
intellegimus et volare et velle. LX. 101. Quidam reprehendunt,
quod pluit et luit dicamus in praeterito et praesenti tempore, cum
analogize sui cuiusque temporis verba debeant dis- criminare. Falluntur :
nam est ac putant aliter, quod in praeteritis U dicimus longum pluit
(luit), 1 in praesenti breve pluit luit : ideoque in lege vendi-
tions fundi " ruta caesa " ita dicimus, ut U produ-
camus. LXI. 105. Item reprehendunt quidam, quod putant idem
esse sacrifico 1 et sacrificor, lavat 2 et lavatur ; quod sit an non,
nihil commovet analogian, dum sacrifico 3 qui dicat servet sacrificabo et
sic per § 103. 1 Mite.,, for sic. 2 For nichilominus. 3 Mue., for aliquam. Added
by Aug. § 105. 1 Aug.> for sacrificio. 2 L. Sp. ; sacrificor
et lavat Aug. ; for sacrifico relauat. 3 Aug,) for sacrifici.
§ 103. ° Cf ix. 76. § 104. a Found in older Latin, but
seemingly shortened by about V.'s time. 6 One might exempt from
inclu- sion in the sale of a property all things dug up (sand,
chalk, ete.) and ail things cut down (timber, etc.), even though
they were still unwrought materials. c The u is short in the
compounds erutus^ obrutus, etc. Wherefore, if it has happened in verbs as
it does happen in nouns, that in the pattern the starting- point is
lacking or belongs to a different kind, we give the same arguments here
which we gave there, with suitable changes in application, as to why and
how Regularity is none the less preserved. And as in nouns the word
will have its own peculiar starting- point and in the oblique cases there
will be a change to some other pattern, on the assumption of which
it can be more easily seen from what the word-forms are derived
(for it happens that the nominative case-form is sometimes ambiguous), so
it is in verbs, as in this verb volo, because it has two meanings, one
from wishing and the other from flying ; therefore from volo we
appreciate that there are both volare ' to fly ' and velle * to
wish/ LX. 104. Certain critics find fault, because we say
pluit * rains ' and luit * looses ' both in the past tense and in the
present, although the Regularities ought to make a distinction between
the verb-forms of the two tenses. But they are mistaken ; for it is
otherwise than they think, because in the past tense we say pluit and
luit with a long U, a and in the present with a short U ; and therefore
in the law about the sale of farms we say rata caesa ' things dug up
and things cut,' 6 with a lengthened u. c LXI. 105. Likewise
certain persons find fault, because they think that active sacrifico ' I
sacrifice ' and passive sacrificor, active lav at * he bathes ' and
passive lavatur, are the same ° : but whether this is so or not, has no
effect on the principle of Regularity, provided that he who says
sacrifico sticks to the future § 105. ° With the same meaning ; but
the passive of these verbs sometimes has true passive meaning. totam
formam, ne dicat sacrificatur 4 aut sacrificatus sum : haec cnim inter se
non conveniunt. 106. Apud Plautum, cum dicit : Piscis
ego credo qui usque dum vivunt lavant Diu minus lavari 1 quam haec lavat
Phronesium, ad lavant lavari non convenit, ut I 2 sit
postremum, sed E ; ad lavantur analogia lavari reddit : quod Plauti
aut librarii mendum si est, non ideo analogia, sed qui scripsit est
reprehendendus. Omnino et
lavat 3 et lavatur dicitur separatimrecte in rebus certis, quod puerum
nutrix lava(t), 4 puer a nutrice lavatur, nos in 6alneis et lavamus et
lavamur. 107. Sed consuetudo alterum utrum cum satis haberet,
in toto corpore potius utitur lavamur, in partibus lavamus, quod dicimus
lavo manus, sic pedes et cetera. Quare
e balneis non recte dicunt lavi, lavi manus recte. Sed quoniam in balneis
lavor lautus sum, scquitur, ut contra, quoniam est soleo,
oporte(a)ti dici solui, ut Cato et Ennius scribit, non ut dicit
volgus, solitus sum, debere dici ; neque propter haec, quod discrepant in
sermone pauca, minus est analogia, ut supra dictum est. 4 L. Sp. f /or
sacrificaturus. § 106. 1 Plautus has minus diu lavare. 2 II, for
T. 3 II, for lauant. 4 For laua. § 107. 1 Mue.,for
oportet. § 106. ° True. 322-323. § 107. °\The passive
form as a middle or reflexive, but the active form as a transitive
requiring an object. b Frag, inc. 54 Jordan. e Frag. inc. 26 Vahlen 2 .'
* Cf. ix. 33. sacrificabo and so on in the active, through the whole
paradigm, avoiding the passive sacrificatur and sacrificatus sum : for
these two sets do not harmonize with each other. 106. In
Plautus, when he says a : The fish, I really think, that bathe
through all their life, Are in the bath less time than this Phronesium,
lavari * are in the bath/ with final I instead of E, does not
attach to lavant * bathe ' : Regularity refers lavari to lavantur, and
whether the error belongs to Plautus or to the copyist, it is not
Regularity, but the writer that is to be blamed. At any rate, lavat and
lavatur are used with a difference of meaning in certain matters,
because a nurse lavat 1 bathes ' a child, the child lavatur ' is bathed '
by the nurse, and in the bathing establishments we both lavamus * bathe *
and lavamur ' are bathed.' 107. But since usage approves
both, in the case of the whole body one uses rather lavamur * we
bathe ourselves,' and in the case of portions of the body lavamus *
we wash,' in that we say lavo * I wash ' my hands, my feet, and so on.°
Therefore with reference to the bathing establishments they are wrong
in saying lavi * I have bathed,' but right in saying lavi * I have
M ashed * my hands. But since in the bathing establishments lavor * I
bathe ' and lauius sum * I have bathed,' it follows that on the other
hand from soleo 1 I am wont,' which is in the active, one ought to
say solui 4 I have been wont,' as Cato 6 and Ennius c write, and that
solitus sum, as the people in general say, ought not to be used. But as I
have said above,** Regularity exists none the less for these few
in- consistencies which occur in speech. Item cur non sit analogia,
a^erunt, 1 quod ab similibus similia non declinentur, ut ab dolo et
colo : ab altero enim dicitur dolavi, ab altero colui ; in quibus assumi
solet aliquid, quo facilius reliqua dicantur, ut i(n) 2 M^rmecidis 3
operibus minutis solet fieri : igitur in verbis temporalibus, quo(m) 4
simili- tudo saepe sit confusa, ut discerni nequeat, nisi trans-
ieris in aliam personam aut in tempus, quae pro- posita sunt no(n e)sse 5
similia intellegitur, cum trans- itum est in secundam personam, quod
alterum est dolas, alterum colis. 109. Itaque in reliqua forma verborum suam
utr(um)que 1 sequitur formam. Utrum in secunda (persona) 2 forma verborum
temporalz(um) 3 habeat in extrema syllaba AS (an ES) an IS a(u)t IS, 4
ad discernendas similitudines interest : quocirca ibi potius index
analogiae quam in prima, quod ibi abstrusa est dissimilitudo, ut apparet
in his meo, neo, ruo : ab his enim dissimilia fiunt transitu, quod
sic dicuntur meo meas, neo nes, ruo ruis, quorum unumquodque suam
conservat similitudinis formam. LXIII. 110. Analogiam item de his
quae appel- lantur participia reprehendunt multz 1 ; iniuria : nam
non debent dici terna ab singulis verbis amaturus amans amatus, quod est
ab amo amans et amaturus, § 108. 1 adferunt Aug., for asserunt. 2 Aug., for uti.
3 Plus, for murmecidis. 4 Aug., for quo. 5 Vertranius, for nosse.
§ 109. 1 Schp.,for uterque. 2 Added by L. Sp. 3 h. Bp., for
temporale. 4 L. Sp. (aut ES Canal), for as anis at si. § 110.
1 GS.,for multa. § 108. Just as we nowadays take the infinitive to
show the conjugation, adding the perfect active and the passive
Likewise, they present as an argument against the existence of Regularity
the fact that like forms are not derived from likes, as from dolo 4 1
chop ' and colo 4 I till ' ; for one forms the perfect dolavi and
the other forms colui. In such instances some- thing additional is wont
to be taken to aid in the making of the other forms, a just as we do in
the tiny art-works of Myrmecides b : therefore in verbs, since the
likeness is often so confusing that the distinction cannot be made unless
you pass to another person or tense, you become aware that the words before
you are not alike when passage is made to the second person, which
is dolas in the one verb and colis in the other. 109. Thus in
the rest of the paradigm of the verbs each follows its own special type.
Whether in the second person the paradigm of verbs has in the final
syllable AS or ES or IS or IS, is of importance for distinguishing the
likenesses. Wherefore the mark of Regularity is in the second person
rather than in the first, because in the first the unlikeness is
concealed, as appears in meo 4 I go/ neo 4 I sew,' ruo 4 1 fall ' ;
for from these there develop unlike forms by the change from first
to second person, because they are spoken thus : meo meas, neo nes, ruo
rids, each one of which preserves its own type of likeness. Likewise,
many find fault with Regularity in connexion with the so-called
parti- ciples ; wrongly : for it should not be said that the set of
three participles comes from each individual verb, like amaturus 4 about
to love,' amans ' loving,' amaius 4 loved,' because amans and amaturus
are from participle to make up the "principal parts"
which are our guide. » Cf. vii. 1. ab amor 2 amatus. Illud analogia
quod praestare debet, in suo quicque genere habet, casus, ut amatus
amato et amati amatis ; et sic in muliebribus amata et amatae ; item
amaturus eiusdem modi habet declinationes, amans paulo aliter ; quod hoc
genus omnia sunt in suo genere similia proportione, sic virilia et
muliebria sunt eadem. De eo quod in priore libro extremum est, ideo
non es(se) analogia(m), 1 quod qui de ea scripserint aut inter se non
conveniant aut in quibus conveniant ea cum consuetudinis discrepant 2
verbis, utrumque (est leve) 3 : sic enim omnis repudiandum erit
artis, quod et in medicina et in musica et in aliis multis discrepant
scriptores ; item in quibus conveniunt m 4 scriptis, si e(a) tam(en) 5
repudiat 6 natura : quod ita ut dicitur non sit ars, sed artifex
reprehendendus, qui (dici) 7 debet in scribendo non vidisse verum, non
ideo non posse scribi verum. 112. Qui dicit hoc monti et hoc fonti,
cum alii dicant hoc monte et hoc fonte, sic alia quae duobus modis
dicuntur, cum alterum sit verum, alterum falsum, non uter peccat tollit
analogias, sed uter recte dicit confirmat ; et quemadmodum is qui 1
peccat in his verbis, ubi duobus modis dicuntur, non 2 Aug. ;
amaturus ab amabar Rhol. ; for ab amaturus amabar. §111. 1
Mue. 9 for est analogia. 2 Mue., for dis- crepant. 3 Added by GS. ;
falsum A, Sp. ; falsum est Popma. 4 A. Sp., for ut. 5 GS., for etiam. 6
For repudiant. 7 Added by GS. § 112. 1 L. Sp.,for quicum. fl
C/. viii. 66. the active amo, and amatus is from the passive amor.
But that which Regularity can offer, which the parti- ciples have, each
in its own class, is case-forms, as amatus, dative amato, and plural
amati, dative amatis ; and so in the feminine, amata and plural
amatae. Likewise amaturus has a declension of the same kind. Amans
has a somewhat different declension ; because all words of this kind have
a regular likeness in their own class, amans, like others of its class,
uses the same forms for masculine and for feminine. LXIV.
111. About the last argument in the pre- ceding book, that Regularity
does not exist for the reason that those who have written about it do
not agree with one another, or else the points on which they agree
are at variance with the words of actual usage, both reasons are of
little weight. For in this fashion you will have to reject all the arts,
because in medicine and in music and in many other arts the writers
do not agree ; you must take the same attitude in the matters in which
they agree in their writings, if none the less nature rejects their
conclusions. For in this way, as is often said, it is not the art but
the artist that is to be found fault with, who, it must be said,
has in his writing failed to see the correct view ; we should not for
this reason say that the correct view cannot be formulated in
writing. 112. As to the man who uses as ablatives monti '
hill ' and fonti * spring ' while others say monie and fontef along with
other words which are used in two forms, one form is correct and the
other is wrong, yet the person who errs is not destroying the Regu-
larities, but the one who speaks correctly is strength- ening it ; and as
he who errs in these words where they are used in two forms is not
destroying logical vol. n m tollit rationem cum sequitur falsum, sic
etiam in his (quae) 2 non 3 duobus dicuntur, si quis aliter putat
dici oportere atque oportet, non scientiam tollit orationis, sed suam
inscientiam denudat. Quibus
rebus solvi arbitraremur posse quae dicta sunt priori libro contra
analogian, ut potui brevi percucurri. Ex quibus si id confecissent 1
quod volunt, ut in lingua Latina esset anomalia, tamen nihil
egissent 2 ideo, quod in omnibus partibus mundi utraque natura inest,
quod alia inter se (similia), 3 alia (dissimilia) 3 sunt, sicut in
animalibus dissimilia sunt, ut equus bos ovis homo, item alia, et in
uno quoque horum genere inter se similia innumerabilia. Item in
piscibus dissimilis murctena lupo, is 4 soleae, haec muraenae 5 et
mustelae, sic aliis, ut maior ille numerus sit similitudinum earum quae
sunt separatim in muraenis, separatim in asellis, sic in generibus
aliis. Quare cum in
inclinationibus verborum numerus sit magnus a dissimilibus verbis ortus,
quod etiam vel maior est in quibus similitudines reperiun- tur,
confYtendum 1 est esse analogias. Itemque 2 cum ea non multo minus quam
in omnibus verbis patiatur uti consuetudo co(m)munis, fatendum illud
quoquo 2 Added by Aug. 3 After non, Aug. deleted in. For conficissent. 2 Aug., for
legissent. Added by Mue. 4 L. Sp.,for his. 5 G, II, Aldus, for
nerene. §114. 1 Aug., for conferendum. 2 Aug., for item
quae. 6 That is, wrong forms not recognized as having a
limited currency, but practically individual with the speaker.
§ 113. a The identification of the various kinds of fish is system
when he follows the wrong form, so even in those words which are not
spoken in two ways, a person who thinks they ought to be spoken otherwise
than they ought, b is not destroying the science of speech, but exposing
his own lack of knowledge. LXV. 113. The considerations by which we
might think that the arguments could be refuted which were
presented against Regularity in the preceding book, I have touched upon
briefly, as best I could. Even if by their arguments they had achieved
what they wish, namely that in the Latin language there should be
Anomaly, still they would have accom- plished nothing, for the reason
that in all parts of the world both natures are present : because
some things are like, and others are unlike, just as in animals
there are unlikes such as horse, ox, sheep, man, and others, and yet in
each kind there are countless individuals that are like one another.
In the same way, among fishes, the moray is unlike the wolf-fish,
the wolf-fish is unlike the sole, and this is unlike the moray and the
lamprey, and others also ; though the number of those resemblances is
still greater, which exist separately among morays, among codfish,
and in other kinds of fish, class by class.* 1 114. Now
although in the derivations of words a great number develop from unlike
words, still the number of those in which likenesses are found is
even greater, and therefore it must be admitted that the Regularities
do exist. And likewise, since general usage permits us to follow the
principle of Regularity in almost all words, it must be admitted that we
ought in some instances uncertain, but is not important for V.'s
argument. 7w{o)do* analogian sequi nos debere universos, singulos
autem praeterquam in quibus verbis ofFen- sura sit consuetudo co(m)munis,
quod ut dixi aliud debet praestare populus, aliud e populo singuli
homines. 115. Ncque id mirum est, cum singuli quoque non sint
eodem hire : nam liberius potest poeta quam orator sequi analogias. Quare
cum hie liber id quod pollicitus est demonstraturum absolved/, 1
faciam finem ; proxumo deinceps de dcclinatorum verborum forma 2
scribam. 3 Canal ; quoque modo Mue. ; quodammodo Aug, ; for quo quando.
§ 115. 1 Aldus, for absoluerim. 2 Pius, for firma. as a body to follow Regularity
in every way, and individually also except in words the general use
of which will give offence ; because, as I have said, a the people
ought to follow one standard, the in- dividual persons ought to follow
another. 115. And this is not astonishing, since not all
individuals have the same privileges and rights ; for the poet can follow
the Regularities more freely than can the orator. Therefore, since this
book has completed the exposition of what it promised to set forth,
I shall bring it to a close ; and then in the next book I shall write
about the form of inflected words. §114. °C/. ix. 5. DE LINGUA LATINA AD
CICERONEM LIBER Villi EXPLICIT ; INCIPIT. In verborum declmationibus
disciplinaloquendi dissimilitudinem an similitudinem sequi deberet,
multi quaesierunt. Cum ab his ratio quae ab simili- tudine oriretur
vocaretur analogia, reliqua pars appellaretur anomalia : de qua re primo
libro quae dicerentur cur dissimilitudinem ducem haberi opor-
teret, dixi, secundo contra quae dic(er)entur J 1 cur potius
similitudinem 2 eonveniret praeponi : quarum rerum quod nee fundamenta,
ut deb(u)it, 3 posita ab ullo neque ordo ae natura, ut res postulat,
explicita, ipse eius rei formam exponam. 2. Dieam de quattuor
rebus, quae continent deelinationes 1 verborum : quid sit simile ac
dissimile, quid ratio quam appellant \6yov, quid pro portione 2
§1. 1 Aldus, for
dicentur. 2 Aldus, for dissimili- tudinem. 3 Aug., for debita.
§ 2. 1 L. Sp., for declinationibus. 2 Plasberg* for pro-
portione. § 1. ° Book VIII., which begins a fresh section of
the entire work. b Book IX. Addressed to Cicero book ix
ends, and here begins BOOK X I. 1. Many have raised the
question whether in the inflections of words the art of speaking ought
to follow the principle of unlikeness or that of likeness. This is
important, since from these develop the two systems of relationship :
that which develops from likeness is called Regularity, and its
counterpart is called Anomaly. Of this, in the first book, I gave
the arguments which are advanced in favour of con- sidering unlikeness as
the proper guide ; in the second, 6 those advanced to show that it is
proper rather to prefer likeness. Therefore, as their founda- *
tions have not been laid by anyone, as should have been done, nor have
their order and nature been set forth as the matter demands, I shall
myself sketch an outline of the subject. 2. I shall speak of
four factors which limit the inflections of words : what likeness and
unlikeness are ; what the relationship is which they call logos ;
what " by comparative likeness "is, which they call
53$ V. quod 3 dicunt dva Aoyov, 4
quid consuetudo ; quae explicatae declarabunt analogiam et anomalia(m),
5 unde sit, quid sit, cuius modi sit. II. 3. De similitudine et
dissimilitudine ideo primum dicendum, quod ea res est fundamentum
omnium declinationum ac continet rationem ver- borum. Simile est quod res
plerasque habere videtur easdem quas illud cuiusque simile : dissimile
est quod videtur esse contrarium huius. Minimum ex duobus constat
omne simile, item dissimile, quod nihil potest esse simile, quin alicuius
sit simile, item nihil dicitur dissimile, quin addatur quoius sit
dis- simile. 4. Sic dicitur similis homo homini, equus
equo, et dissimilis homo equo : nam similis est homo homini ideo,
quod easdem figuras membrorum habent, quae eos dividunt ab reliquorum
animalium specie. In ipsis hominibus simili de causa vir viro similior
quam vir mulieri, quod plures habent easdem partis ; et sic senior
seni similior quam puero. Eo porro similiores sunt qui facie quoque paene
eadem, habitu corporis, filo : itaque qui plura habent eadem,
dicuntur similiores ; qui proxume accedunt ad id, ut omnia habeant eadem,
vocantur gemini, simillimi. 5. Sunt qui tris naturas rerum putent
esse, simile, dissimile, neutrum, quod alias vocant non simile,
alias 3 Aug., for quid. 4 Plasberg, for analogon. 6 Pius, for
anomalia. § 2. Cf. x. 37. " according to logos
" a ; what usage is. The explana- tion of these matters will make
clear the problems connected with Regularity and Anomaly : whence
they come, what they are, of what sort they are. II. 3. The first
topic to be discussed must be like- ness and unlikeness, because this
matter is the foundation of all inflections and set limits to the
relationship of words. That is like which is seen to have several
features identical with those of that which is like it, in each case :
that is unlike, which is seen to be the opposite of what has just been
said. Every like or unlike consists of two units at least, because
nothing can be like without being like some- thing else, and nothing can
be unlike without associa- tion with something to which it is
unlike. 4. Thus a human being is said to be like a human
being, and a horse to be like a horse, and a human being to be unlike a
horse ; for a human being is like a human being because they have limbs
of the same shape, which separate human beings from the cate- gory
of the other animals. Among human beings themselves, for a like reason a
man is more like a man than a man is like a woman, because men have
more physical parts the same ; and so an elderly man is more like
an old man than he is like a boy. Further, they are more like who are of
almost the same features, the same bearing of person, the same
shape of body ; therefore those who have more points of identity,
are said to be more like ; and those who come nearest to having them all
alike, are called most like, as it were, twins. 5. There are
those M*ho think that things have three natures, like, unlike, and
neutral, which last they sometimes call the not like, and sometimes
the 537 V. non dissimile (sed
quamvis tria sint simile dissimile neutrum, tamen potest dividi etiam in
duas partes sic, quodcumque conferas aut simile esse aut non esse)
; simile esse et dissimile, si videatur esse ut dixi, neu- trum, si
in neutram partem praeponderet, ut si duae res quae conferuntur vicenas
habent partes et in his denas habeant easdem, denas alias ad
similitudinem et dissimilitudinem aeque animadvertendas : hanc
naturam plerique subiciunt sub dissimilitudinis nomen. 6\
Quare quoniam fit 1 ut potius de vocabulo quam de re controversia esse
videatur, illud est potius advertendum, quom simile quid esse dicitur,
cui 2 parti simile dicatur esse (in hoc enim solet esse error),
quod potest fieri ut homo homini simih's 3 non sit, 4 ut multas
partis habeat similis et ideo dici possit similis habere oculos, nianus,
pedes, sic alias res separatim et una plures. 7. Itaque quod diligentcr videndum
est in verbis, quas partis et quot modis oporteat similis habere
(quae similitudinem habere) 1 dicuntur, ut infra apparebit, is locus
maxime lubricus est. Quid enim similius potest videri indiligenti quam
duo verba haec suis et suis ? Quae
non sunt, quod alterum 2 sig- nificat suere, alterum suem. Itaque similia
vocibus § 6. 1 Aug., for fuit. 2 quoi L. Sp., for quin cui. 3
V 9 p, C. F. W. Mueller, for simile. 4 non sit Rhol.,for sit non sit. §
7. 1 Added by GS., cf § 12 end ; quae similia esse, added by L\ Sp. ; ut
similia, by Canal. 2 After alterum, p and Aug. deleted non.
538 ON THE LATIN LANGUAGE, X. 5-7 not
unlike ; but although there are the three, like, unlike, neutral, there
can also be a division into two parts only, in such a way that whatever
you compare with something else either is like or is not. They
think that a thing is like and is unlike if it is seen to be of such a
kind as I have described, and neutral, if it does not have greater weight
on one side than on the other ; as if the two things which are being
com- pared have twenty parts each, and among these should have ten
to be noted as identical and ten likewise to be noted as different, in
respect to likeness and unlikeness. This nature most scholars include
under the name of unlikeness. 6. Therefore since it happens
that the question in dispute seems rather to be about the name than
about the thing, attention must rather be directed, when something is
said to be like, to the problem to what part it is said to be like ; for
it is in this that any mistake ordinarily rests. This must be noted, I
say, because it can happen that a man may not be like another man
even though he has many parts like the other's, and can be said therefore
to have like eyes, hands, feet, and other physical features in
consider- able number, separately and taken together, like the
other man's. 7. Therefore because careful watch must be kept
in words to see what parts those words which are said to show likeness ought
to have alike, and in what ways, the inquirer is on this topic especially
likely to slip into error, as will appear below. For to the
careless person what can seem more alike than the two words suis
and suis ? But they are not alike, because one is from suere 1 to sew '
and means ' thou sewest,' and the other is from sus and means * of a
swine.' There- 539 V. esse ac
syllabis confitemur, dissimilia esse partibus orationis videmus, quod
alterum habet tempora, alterum casus, quae duae res vel maxime
discernunt analogias. 8. Item propinquiora genere inter se
verba similem s^epe pariunt errorem, ut in hoc, quod nemus 1 et
lepus videtur esse simile, quom 2 utrumque habeat eundem casum rectum ;
sed non est simile, quod eis 3 certae similitudines opus sunt, in quo est
ut in genere nominum sint eodem, quod in his non est : nam in
virili genere 4 est lepus, ex neutro nemus ; dicitur enim hie lepus et
hoc nemus. Si eiusdem generis esse(n)t, 5 utrique praeponeretur idem ac
diceretur aut hie lepus et hie nemus aut hoc nemus, hoc lepus.
9. Quare quae et cuius modi sunt genera simili- tudinum ad hanc
rem, perspiciendum ei qui declina- tiones verborum proportione sintne
quaeret, Quern 1 locum, quod est difficilis, qui de his rebus
scripserunt aut vitaverunt aut inceperunt neque adsequi potu-
erunt. 10. Itaque in eo dissensio neque ea unius modi apparet
: nam alii de omnibus universis discriminibus posuerunt numerum, ut
D/onysius S/donius, qui scripsit ea 1 esse septuaginta unwm, 2 alii
parti's 3 eius quae habet 4 casus, cuius eidem hie cum dicat esse
§ 8. 1 H 9 JthoL, for numerus. 2 Mue., for quod cum. 3 Aug., for
eas. 4 After genere, Aug, deleted nominum sint eodem, repeated from the
previous line, 5 Aug., for esset. § 9. 1 Mue^for quod.
§ 10. 1 L. Sp.,for eas. 2 L. Sp.,for unam. 3 Mue. y for partes. 4
Mue.,for habent. § 8. a That is, so far as the termination is
concerned. § 10. a That is, schemes of inflection. b A pupil
of Aristarchus. fore we admit that they are alike as spoken words
and in their separate syllables, but we see that they are unlike in their
parts of speech, because one has tenses and the other has cases ; and
tenses and cases are the two features which in the highest degree
serve to distinguish the different systems of Regularity. 8.
Likewise, words that are even nearer alike in kind often cause a similar
mistake, as in the fact that nemus ' grove ' and lepus * hare ' seem to
be alike since both have the same nominative a ; but it is not an
instance of likeness, because they stand in need of certain factors of
likeness, among which is that they should be in the same noun-gender. But
these two words are not, for lepus is masculine and nemus is neuter
; for we say hie * this ' with lepus and hoc with nemus. If they were of
the same gender, the same form would be set before both, and we should
say either hie lepus and hie nemus, or hoc nemus and hoc
lepus. 9. Therefore he who asks whether the inflections of
words stand in a regular relation, must examine to see what kinds of
likenesses there are and of what sort they are, which pertain to this
matter. And just because this topic is difficult, those who have
written of these subjects either have avoided it or have begun it
without being able to complete their treatment of it. 10. Therefore
in this there is seen a lack of agree- ment, and not merely of one kind.
For some have fixed the number of all the distinctions a as a whole,
as did Dionysius of Sidon, 6 who wrote that there were seventy-one of
them ; and others set the number of those distinctions which apply to the
words which have cases : the same writer says that of these there
are discrimina quadnzginta 5 septem, Aristocles re/tulit 6 in
litteras XII II, Parmeniscus VIII, sic alii pauciora aut plura.
11. Quarum
similitudinum si esset origo recte capta et inde orsa ratio, minus
erraret(ur) 1 in de- clinationibus v(er)borum. 2 Quarum ego principia prima duum generum sola
arbitror esse, ad quae 3 similitudines exigi 4 oporteat : e quis unum
positum in verborum materia, alterum ut in materiac figura, quae ex
declinatione fit. 12. Nam debet esse unum, ut verbum verbo,
unde declinetur, sit simile ; alterum, ut e verbo in verbum
declinatio, ad quam conferetur, eiusdem modi sit : alias enim ab
similibus verbis similiter declinantur, ut ab erus 1 ferus, ero 2 fero,
alias dissimiliter erus 1 ferus, eri 3 ferum. Cum utrumque et verbum
verbo erit simile et declinatio declinationi, turn denique dicam
esse simile 4 ac duplicem et perfectam simili- tudinem habere, id quod
postulat analogia. 5 13. Sed ne astutius videar posuisse duo
genera esse similitudinum sola, cum utriusque inferiores species
sint plures, si de his reticuero, ut mihi relin- 5 My Laetus, for
quadringenta. 6 Mue. ; retulit
Laetus ; for rutulit. §11. 1 Vertranius, for erraret. 2 For
ubo rum. 3 Al- dus, for atque. 4 For exegi. For herus. 2 For hero. 3
For heri. 4 L. Sp. t for similem. 5 For analogiam.
Probably Aristocles of Rhodes, a contemporary of V.. d A
pupil of Aristarchus. forty-seven, Aristocles c reduced them to
fourteen headings, Parmeniscus d to eight, and others made the
number smaller or larger. 11. If the origin of these likenesses had
been correctly grasped and their logical explanation had proceeded
from that as a beginning, there would be less error in regard to the
inflections of words. Of these likenesses there are, I think, first
principles of two kinds only, by which the likenesses ought to be
tested ; of which one lies in the substance of the words, the other lies,
so to speak, in the form 6 of that substance, which comes from
inflection. 12. For there must be one, that the word be like
the word from which it is inflected, and two, that in comparison from
word to word the inflectional form with which the comparison is made
should be of the same kind. * For sometimes there are like forms
reached by inflection from like words, such as datives ero and fero from
eras ' master * and Jerus ' wild,* and sometimes unlike forms, such as
genitive eri and accusative Jerum, from erus and Jerus. When both
principles are fulfilled and word is like word and inflectional form like
inflectional form, then and not before will I pronounce that the word is
like, and has a twofold and perfect likeness to the other — which
is what Regularity demands. 13. But I wish to avoid the
appearance of tricki- ness in having declared that there are only two
kinds of likenesses when both have a number of sub-forms — if I say
nothing about these, you may think that I am intentionally leaving myself
a place of refuge ; I §11. a That is, its form and ending, in the
form which is the starting point for inflection. 6 The inflectional form.
quam latebras, repetam ab origine similitudinum quae in conferendis
verbis et inclinandis sequendae aut vitandae sint. 14. Prima
divisio in oratione, quod alia verba nusquam declmantur, 1 ut haec vix
mox, alia decli- nantur, ut ab lima limae, 2 a fero ferebam, et cum
nisi in his verbis quae dcclinantur non possit esse analogia, qui
dicit simile esse mox et nox errat, quod non est eiusdem generis utrumque
verbum, cum nox suc- cedere debeat sub casuum ratione(m), 3 mox
neque debeat neque possit. 15. Secunda divisio est de his
verbis quae de- clinari possunt, quod alia sunt a voluntate, alia a
natura. Voluntatem appello, cum unus quivis a nomine aliae (rei) 1 imponit
nomen, ut Romulus Romae ; naturam dico, cum universi acceptum nomen
ab eo qui imposuit non requirimus quemadmodum is velit declinari, sed
ipsi declinamus, ut huius Romae, hanc Romam, hac Roma. De his duabus
partibus voluntaria declinatio refertur ad consuetudinem, naturalis
ad rationem. 2 16. Quare proinde ac simile conferre 1 non
oportet ac dicere, ut sit ab Roma Romanus, sic ex Capua dici
oportere Capuanus, quod in consuetudine vehementer natat, quod
declinantes imperite rebus nomina im- ponunt, a quibus cum accepit
consuetudo, turbulenta § 14. 1 For declimantur. 2 OS., for limabo.
3 Lach- mann y for ratione. § 15. 1 Added by GS. 2 Aug., for
orationem. §16. 1 Stephanus, for conferri. shall therefore go
back and start from the origin of the likenesses which must be followed
or avoided in the comparison of words and in their inflections. The
first division in speech is that some words are not changed into any other
form whatsoever, like vix 'hardly' and mox soon/ and others are inflected,
like genitive limae from lima file,'
imperfect ferebam from fero * I bear ' ; and since Regularity
cannot be present except in words which are inflected, he who says that
mox and nox * night * are alike, is mistaken, because the two words are
not of the same kind, since nox must come under the system of case-
forms, but mox must not and cannot. 1 5. The second division is
that, of the words which can be changed by derivation and inflection, some
are changed in accordance with will, and others in accordance with
nature. I call it will, when from a name a person sets a name on
something else, as Romulus gave a name to Roma ; I call it nature,
when we all accept a name but do not ask of the one who set it how he
wishes it to be inflected, but our- selves inflect it, as genitive Romae
} accusative Romam, ablative Roma. Of these two parts, voluntary
deriva- tion goes back to usage, and natural goes back to logical
system. 16. For this reason we ought not to compare Romanus *
Roman ' and Capuanus ' Capuan ' as alike, and to say that Capuanus ought
to be said from Capua just as Romanus is from Roma ; for in such
there is in actual usage an extreme fluctuation, since those who derive
the words set the names on the things with utter lack of skill, and when
usage has accepted the words from them, it must of necessity speak
confused names variously derived. Therefore vol. ii n 545
V. necesse est dicere. Itaque neque Aristarchd
2 neque alii in analogiis defendendam eius susceperunt cau- sam,
sed, ut dixi, hoc genere declinatio in co(m)- muni consuetudine verborum
aegrotat, quod oritur e populo multiplici (et) 3 imperito : itaque in
hoc genere in loquendo 4 magis anomalia quam analogia. 17.
Tertia divisio est : quae verba declinata natura ; ea dividwntur 1 in
partis quattuor : in unam quae habet casus neque tempora, ut docilis et
facilis ; in alteram quae tempora neque casus, ut docet facit ; in
tertiam quae utraque, ut doccns faciens ; in quartam quae neutra, ut
docte et facete. Ex hac divisione singulis partibus
tres reliquae 2 dissimiles. Quare nisi in sua parte inter se collata
erunt verba, si 3 conveniunt, non erit ita simile, ut debeat facere
idem. 18. Unius cuiusque
part/s 1 quoniam species plures, de singulis dicam. Prima pars casualis
dividitur in partis duas, in nominatus scilicet 2 (et articulos), 3
quod aeque 4 finitum (et infinitum) 5 est ut hie et quis ; de his generibus
duobus utrum sumpseris, cum 2 Kent, for Aristarchii ; cf. viii. 63. 3 Added by Groth. 4
For loquenda. §17. 1 L. Sp., for dividitur. 2 Mve. % for
reliquere. 3 After si, Canal deleted non. § 18. The
text of this § stands in the manuscripts between § 90 and § 21 ; the
shift of position was made by Mueller \ who left unius cuiusque partis at
the end of § 20 ; A. Spengel transferred these words also. 1 Sciop., for
partes. 2 Laetus^for s ( =sunt). 3 Added by Mue* 4 L. Sp.,
for neque. 6 Added by L. Sp. ; cf. viii. 45. § 1 6.
This is shown even to-day in the new technical terminology of some
near-sciences. b V. is somewhat neither the followers of Aristarchus nor
any others have undertaken to defend the cause of voluntary
derivation as among the Regularities ; but, as I have said, this kind of
derivation of words in common usage is an ill thing, because it springs
from the people, which is without uniformity and without skill.
Therefore, in speaking, there is in this kind of derivation rather
Anomaly than Regularity. 6 17. There is a third division, the words
which are by their nature inflected. These are divided into four
subdivisions : one which has cases but not tenses, like docilis ' docile
' and facilis ' easy ' ; a second, which has tenses but not cases, 6 like
docet * teaches/ facit * makes ' ; a third which has both, c
like docens 1 teaching/ faciens * making ' ; a fourth which has
neither,*" like docte * learnedly * and facete * wittily.' The
individual parts of this division are each unlike the three remaining
parts. Therefore, unless the words are compared with one another in
their own subdivision, even if they do agree the one word will not be so
like the other that it ought to make the same inflectional scheme.
18. Since there are several species in each part, I shall speak of
them one by one. The first sub- division, characterized by the possession
of cases, is divided into two parts, namely into nouns and
articles, which latter class is both definite and in- definite, as for
example hie * this ' and quis 4 who.' Whichever of these two kinds you
have taken, it must not be compared with the other, because they
belong unfair here, since derivation by suffixes, though varied, is
not without its regular principles. § 17. a Nouns, pronouns,
adjectives (except participles). 6 Finite verbs. e Participles. d
Adverbs. reliquo non conferendum, quod inter se dissimiles habent
analogias. 19. In articulis vix adumbrata est analogia et
magis rerum quam vocum ; in nomin(at)ibus 1 magis expressa ac plus etiam
in vocibus ac (syllabarum) 2 similitudinibus quam in rebus suam optinet
rationem. Etiam illud accedit ut in articulis
habere analogias ostendere sit difficile, quod singula sint verba,
hie contra facile, quod magna sit copia similium nomina- tuum.
Quare non tarn hanc partem ab ilia 8 dividen- dum quam illud videndum, ut
satis sit verecundi(ae) 4 etiam illam in eandem arenam vocare
pugnatum. 20. Ut in articulis duae partes, finitae et
infinitae, sic in noyninaitibus 1 duae, vocabulum et nomen : non
enim idem oppidum et Roma, cum oppidum sit vocabulum, Roma nomen, quorum
discrimen in his reddendis rationibus alii discernunt, alii non ;
nos sicubi opus fuerit, quid sit et cur, ascribemus. 2 21.
Nominatm' 1 ut similis sit nominatus, habere debet ut sit eodem genere,
specie eadem, sic casu, exitu eodem 2 : specie, 8 ut si nomen est quod
conferas, cum quo conferas sit nomen ; genere, 4 ut non solum (unum
sed) 5 utrumque sit virile ; casu, 6 ut si alterum sit dandi, item
alterum sit dandi ; exitu, ut quas § 19. 1 L. Sp., for nominibus. 2
Added by GS. 3 After ilia, Aug. deleted ab. 4 Kent, for uerecundi.
§ 20. 1 L. Sp., for uocabulis. 2 Sciop., for ascribimus. §
21. 1 Mve., for nominatus (Sciop. changed the second nominatus to -tui).
2 Mue., for eius. 8 Liibbert, for genere, transposing with specie (note
4). 4 Liibbert, for specie (cf preceding note) ; after this, L. Sp.
deleted simile. fi Added by Mite. ; sed added by Aug. 6 After casu,
L. Sp. deleted simile. § 21. Here, as often in V., including
adjective as well as substantive. to schemes of Regularity which are
different from each other. 19. In the articles, Regularity is
hardly even a shadow, and more a Regularity of things than of
spoken words ; in nouns, it comes out better, and consummates itself
rather in the spoken words and the likeness of the syllables than in the
things named. There is also the additional fact that it is
difficult to show that Regularities reside in the articles, because they
are single words ; but in nouns it is easy, because there is a great
abundance of like name-words. Therefore it is not so much a matter
of dividing this part from that other part, as of see- ing to it that the
investigator should be too much ashamed even to call that other part into
the same arena to do battle. 20. As there are two groups in
the articles, the definite and the indefinite, so there are in the
nouns, the common nouns and the proper names ; for oppidum ' town ' and
Roma * Rome * are not the same, since oppidum is a common noun, and
Roma is a proper name. In their account of the systems, some make
this distinction, and others do not ; but we shall enter in our account,
at the proper place, what this difference is and why it has come to
be. 21 . That noun a may be like noun, it ought to have the
qualities of being of the same gender, of the same kind, also in the same
case and with the same ending : kind, that if it is a proper name which
you are com- paring, it be a proper name with which you compare it
; gender, that not merely one, but both words be masculine ; case, that
if one is in the dative, the other likewise be in the dative ; ending,
that what- unum habeat extremas littcras, easdem alterum
habcat. 22. Ad hunc
quadruplicem fontem ordines derigun- tur bini, uni transversi, alteri
derecti, ut in tabula solet in qua latrunculzs 1 ludunt. Transversi
sunt qui ab recto casu obliqui declinantur, ut albus albi albo ;
dcrecti sunt qui ab recto casu in rectos declinantur, ut albus alba album
; utrique sunt parti- bus senis. Transversorum ordinum partes
appellan- tur 2 casus, derectorum genera, 3 utrisque inter se
implicatis forma. 4 23. Dicam prius de transversis. Casuum
voca- bula alius alio modo appellavit ; nos dicemus, qui nominandi
causa dicitur, nominandi vel nomina- tivum. .HIC DESUNT TRIA FOLIA IN
EXEMPLARI (dicuntur una)e 1 scopae, non dicitur una scopa : alia enim
natura, quod priora simplicibus, Bentinus, for latrunculus. 2 Aldus, for expel-
lantur. 3 Aug., for genere. 4 Aug., for formam. § 23. 1 There is
blank space here in F, for the rest of the page (18 lines), all the next
page (39 lines), and the first part of the following (8 lines). 2 F 2, in
margin. § 24. 1 Added and altered by Kent, for et ; cf viii.
7. § 22. ° The * men ' in a game like draughts or
checkers were called latrunctdi ' brigands ' by the Romans. 6 V.
did not arrange his paradigm of adjectives as we do, but set the cases of
the same number and gender in one line across the page, while the other
genders followed in the next two lines, and then the three genders of the
plural in the succeed- ing lines. - c V. counts his six genders by
considering the genders of the plural as additional genders.
§ 23. ° The cases. b V.'s names for the remaining 550
ON THE LATIN LANGUAGE, X. 21-24 ever last
letters the one has, the other also have the same. 22. To
this fourfold spring two sets of lines are drawn up, the ones crosswise
and the others vertical, as is the regular arrangement on a board on
which they play with movable pieces. Those are cross- wise which
are the oblique cases formed from a nomi- native, et like albus ' white,'
genitive albi, dative albo ; those are vertical which are inflected from
one nominative to other nominatives, as masculine albus, feminine
alba, neuter album. Both sets of lines are of six members. 6 Each member
of the crosswise lines is called a case ; each member of the
vertical lines is a gender ; that which belongs to both in their
crossed arrangement, is a form. 23. I shall speak first of the
crosswise lines. Scholars have given various sets of names to the
cases ; we shall call that case which is spoken for the purpose of
naming, the case of naming or nomina- tive ... HERE AT LEAST THREE LEAVES
– BUT MAYBE MORE -- ARE LACKING Iff THE MODEL COPY c 24-. . .
. To indicate one * broom * the plural scopae is used, not the singular
scopa. a For they b are different by nature, because the names first
men- cases, Ayhich were listed in the lost text, are : casus
patriots or pat ri us, casus dandi, casus accusandi or accusativus,
casus vocandi, casus sextus. The names genetivus, dativus, voca-
tivus, ablativus appear in Quintilian and Gellius. e In the lost text stood
the remainder of the discussion of cases, a U the discussion of gender,
and almost all concerning number, which is concluded in § 30.
§ 24. 8 Cf. viii. 7. 5 The nouns in the preceding dis- cussion, of
which scopae alone is preserved in the text. posteriora in coniunctis
rebus vocabula ponuntur, sic bigae, sic quadrigae a coniunctu dictae. Itaque
non dicitur, ut haec una lata ct alba, sic una biga, sed unae
bigae, neque 2 dicitur ut hae duae latae, albae, sic hae duae bigae et
quadrigae, (sed hae binae bigae et quadrigae). 3 25. Item
figura verbi qualis sit rcfert, quod in figura vocis alias commutatio fit
in primo 1 verbo suit 2 modo suit, 2 alias in medio, ut curso 3 cursito,
alias in extrcnio, ut docco docui, alias co(m)munis, ut lego legs'.
4 Refert igitur ex
quibus litteris quodque verbum constet, maxime extrema, quod ea in
plerisque commutatur. 5 26. Quare in his quoque partibus
similitudines ab aliis male, ab aliis bene quod solent sumi in
casibus conferendis, recte an perperam videndum ; sed ubicumque
commoventur litterae, non solum eae sunt animadvertendae, sed etiam quae
proxumae sunt neque moventur : haec enim vicinitas aliquan- tum
potes(t) 1 in verborum declinationibus. 27. In quis figuris non ea
similia dicemus quae 2 After neque, p and Sciop. deleted ut. 3
Added by L. Sp., cf. ix. 64. § 25. 1 Mue., for uno. 2 Mue.
added the signs of quantity ; cf. ix. 104. 3 Aug., for cursu. 4 Aug.,
for lege. 5 L. Sp. for commutantur. § 26. 1 Aldus, for
potes. c These are all lost. d Scopae, as * twigs ' done in
a bundle ; bigae and quadrigae, because of the number of horses in-
volved. e The distributive numeral is used to multiply ideas whose
singular is denoted by a plural form: cf. ix. 64. § 25. ° I have
added the signs of quantity in lego and legi, to make clear V.'s
point. tioned c are set upon simple objects, and those men- tioned
later apply to compounded objects d ; thus bigae ' two-horse team ' and
quadrigae ' four-horse team ' are employed in the plural because they
denote a union of objects. Therefore we do not say one biga, like
one lata 1 broad 1 and alba ' white,' but one bigae, with the numeral
also in the plural ; nor do Ave say duae ' two ' with reference to bigae
and quadrigae, as we say duae ' two ' with application to the
plural forms laiae and albae, but we say binae * two sets ' of
bigae and quadrigae. 6 25. Likewise the character of the form of a
word is important, because in the form of the spoken word a change
is sometimes made in the first part of the word, as in suit ' sews ' and
suit ' sewed ' ; some- times in the middle, as in curso ' I run to and
fro/ and cursito, of the same meaning ; sometimes at the end, as in
doceo 1 I teach ' and docui * I have taught ' ; sometimes the change is
common to two parts, as in Ugo ' I read,' legi 1 I have read.' a It is
important therefore to observe of what letters each word con- sists
; and the last letter is especially important, because it is changed in
the greatest number of in- stances. 26. Because of this, since
the likenesses in these parts also are wont to be used in the comparison
of case-forms, and this is done ill by some and well by others, we
must see whether this has been done rightly or wrongly. Yet wherever the
letters are altered, not only the altered letters must be noted, but
also those which are next to them and are not affected ; for this
proximity has considerable influence in the inflections of words.
27. Among these forms we shall not call those similis res
significant, sed quae ea forma sint, ut eius modi res similis 1 ex
instituto significare plerum- que sole(a)nt, 2 ut tunicam virilem et
muliebrem dicimus non earn quam habet vir aut mulier, sed quam
habere ex instituto debet : potest enim mulie- brem vir, virilem mulier
habere, ut in scaena ab actoribus haberi videmus, sed earn dicimus
muliebrem, quae de eo genere est quo indutui mulieres ut uteren-
tur est institutum. Ut actor stolam muliebrem sic Perpenna et Ctfecina et
(S)purinna 3 figura muliebria dicuntur habere nomina, non mulierum.
28. Flexurae quoque similitudo videnda ideo quod alia verba quam
vi(a)m x habeant ex ipsis verbis, unde declinantur, apparet, 2 ut
quemadmodum oporteat ute 3 praetor consul, praetori consuli ; alia
ex transitu intelleguntur, ut socer macer, quod alterum fit socerum,
alterum macrum, quorum utrum- que in reliquis a transitu suam viam
sequitur et in singularibus et in multitudinis declinationibus. Hoc
fit ideo quod naturarum genera sunt duo quae inter se conferri possunt,
unum quod per se videri potest, ut homo et equus, alterum sine assumpta
aliqua re § 27. 1 Mite., for similia. 2 Aldus, for solent. 3
Aug., for purinna. § 28. 1 Schoell (marginal note in his copy of A.
SpSs ed.), for uim. 2 Pius, for appellant. 3 A. Sp.,for ut a.
§ 27. ° With eius modi, understand figurae ; cf in eius
modi, v. 128. b Cf ix. 48. c Cf viii. 41, 81, ix. 41. § 28. a That
is, the nominative is the stem to which the case-endings are added. 6
That is, the stem is seen in an words like which denote like things, but
those which are of such a stamp that such forms a are in most
instances wont by custom to denote like things, as by a man's tunic or a
woman's tunic we mean not a tunic that a man or a woman is wearing, but
one which by custom a man or a woman ought to wear. 6 For a man can
wear a woman's tunic, and a woman can wear a man's, as we see done on the
stage by actors ; but we say that that is a woman's tunic, which is
of the kind that women customarily use to dress themselves in. As an
actor may wear a woman's dress, so Perpenna and Caecina and
Spurinna are said to have names that are feminine in form ; they
are not said to have women's names. c 28. The likeness of the
inflection also must be watched, because the way which some words take
is clear from the very words from which their inflection starts, as
how it is proper to use praetor and consul, dative praetori and considi.
Others are properly appreciated only as a result of the change seen in
the inflections, as in socer 1 father-in-law ' and macer 1 lean,'
because the one becomes socerum in the accusative, and the other macrum ;
after making this change, each of them follows its own way in the
remaining forms, 6 both in the inflections of the singular and in those
of the plural. This method is employed c because in the inflections there
are two kinds of natures which can be compared with each other, one
which can be seen in the word itself, such as homo 1 man ' and equus '
horse,' but the second cannot be seen through without bringing in
some- oblique case rather than in the nominative; cf. ix. 91-94. e V.'s
logical sequence is here at fault, for he brings in derivative stems,
after speaking only of noun declensions. extrinsecus perspici non possit,
ut eques et equiso : uterque enim dicitur ab equo. 29. Quare
hominem homini similem esse aut non esse, si contuleris, ex ipsis
homini(bus) 1 animadversis scies ; at duo inter se similiterne sint
longiores quam sint eorum fratres, dicere non possis, si illos
breviores cum quibus conferuntur quam longi sint ignores 2 ; si(c)
3 latiorum atque altiorum, item cetera eiusdem generis sine assumpto
extrinsecus aliquo perspici similitudines non possunt. Sic igitur quidam
casus quod ex hoc genere sunt, non facile est dicere similis esse,
si eorum singulorum solum animadvertas voces, nisi assumpseris alterum,
quo flectitur in trans- eundo 4 vox. 30. Quod ad nominatuom 1
similitudines animad- vertendas arbitratus sum satis es(se) tangere, 2
hctec sunt. Relinquitur de articulis, in quibus quaedam eadem,
quaedam alia. De quinque enim generibus duo prima habent eadem, quod sunt
et virilia et muliebria et neutra, et quod alia sunt ut significent
unum, (alia) 3 ut plura, et de casibus quod habent quinos : nam vocandi
voce notatus non est. Pro- prium illud habent, quod partim sunt finita,
et hie haec, partim infinita, ut quis et quae, 4 quorum quod
adumbrata et tenuis analogia, in hoc libro plura dicere (non) 5 necesse
est. §29. 1 Canal, for homini. 2 Aldus, for ignorent. 3 Aug.,
for si. 4 Aug., for transeundum. §30. 1 L.. Sp. ; -tuum Aug., for
nominatiuom. 2 Aug., for est angere. 3 Added by Aug. 4 After quae,
Aug. deleted et. 5 Added by Aug. thing from outside, as in eques '
horseman ' and equiso 1 stable-boy * — for both are derived from
equus 1 horse. ' d 29. By this method, you will, on making a
compari- son, know that of men observed in person one is or is not
like the other; but you could not say that the two are in like fashion
taller than their brothers, if you should not know how tall those shorter
brothers are with whom they are compared. In this way the
likenesses of things broader and higher, and others of the same kind,
cannot be examined without bringing in some help from outside. So
therefore, inasmuch as certain case-forms are of this kind, it is not
easy to say that they are like, if you observe the spoken words in
one case only ; to make a correct judgement, you will have to bring in
another case-form to which the spoken word passes as it is
inflected. 30. These considerations are what I have thought
enough to touch upon, for observing the likenesses of nouns. It remains
to speak of the articles, of which some are like nouns and others are
different. For of the five classes the first two have the same
properties, because they have forms for masculine, feminine, and
neuter, they have some forms to denote the singular and others to denote
the plural, and they have five cases ; the vocative is not indicated by a
separate spoken form. They have this of their own, that some are
definite, like hie ' this/ feminine haec, and others are indefinite, like
quis 4 which,' feminine quae. But since their system of Regularity
is shadowy and thin, it is not necessary to speak further of it in
this book. a d Cf. viii. 14. § 30. • Cf. x.
19-20. 31. Secundum genus quae verba tempora
habent neque casus, sec? 1 habent personas. Eorum declina- tuum
species sunt sex : una quae dicitur temporalis, ut legebam gemebam, lego
2 gemo ; altera perso- narum, ut sero meto, seris metis ; tertia rogandi,
ut scribone legone, scribisne legisne. Quarta respon- dendi, ut fingo pingo, fingis
pingis ; quinta optandi, ut dicerem facerem, dicam faciam ; sexta
imperandi, ut cape rape, capito rapito. 32. Item sunt
declinatuum species quattuor quae tempora habent sine personis : in
rogando, ut fodi- turne seriturne, et fodieturne sereturne. Ab re-
spondendi specie eaedem figurae fiunt extremis syllabis demptis ;
op(t)andi species, ut vivatur ametur, viveretur amaretur. Imperandi
declinatus sz'ntne habet 1 dubitationem et eorum sitne 2 haec ratio
: paretur pugnetur, parafor pugna/or. 3 33. Accedunt ad has species
a copulis divisionum quadrinis : ab infecti et perfecti, (ut) 1 emo edo,
emi § 31. 1 Aug., for si. 2
For logo. § 32. 1 Aug., for sum ne habent. 2 Aug.,, for sint
ne. 3 Canal, for parari pugnari. § 33. * x Added by L. Sp.
§31. ° Cf. x. 17. 6 Respectively tense, person, inter-
rogative (indicative), declarative indicative, subjunctive, imperative ;
the technical vocabulary was not fully developed in V.'s time. Corresponding
to the last four of the categories in § 31 ; V. shows a good
understanding of the impersonal passive. §33. a C/.x.
14-17. The second subdivision a consists of those words which have
tenses but not cases, and have persons. The categories of their
inflections are six et : one which is that of the tenses, as legebam 1 I
was reading,' gemebam * I was groaning,' lego ' I read,' gemo * I
groan ' ; the second is that of the persons, as sero * I sow,' meto ' I
reap,' seris ' thou sowest,' metis ' thou reapest ' ; the third is the
interrogative, as scribone 1 do I write ? ', legone * do I read ? ',
scribisne, legisne ; the fourth is that of the answer, as Jingo * I
form,' pingo * I paint, ' Jingis, pingis ; the fifth that of the wish, as
dicerem * would I were saying,' facerem * would I were making,* dicam *
may I say,' faciam ' may I make * ; the sixth that of the command,
as cape ' take,' rape ' seize,' capito, rapito. 32. Likewise
there are four categories of inflec- tions which have tenses without
persons a : in the interrogative, as foditume ' is digging going on ? ',
seriturne ' is sowing going on ? ' and fodieturne 4 will digging be done
? ', sereiurne ' will sowing be done ? * ; of the category for the answer
the same forms are used, but without the last syllable ne ; the
category for the wish, as vivatur * may there be living,' ameiur '
may there be loving,* viveretur * would there were living,' amaretur *
would there were loving.* Whether the inflections for the impersonal
command exist, is somewhat doubtful ; there is also doubt about the
scheme of the forms, which is given as parehir * let there be preparation,'
pugneiur * let there be fight- ing,' or parator, pugnator.
33. There are added to these categories those which proceed from
the four sets of pairs a consisting of the divisions : from that of the
incomplete and the completed, as emo ' I buy ' and edo * I eat,' emi *
I edi ; ab semel et saepius, ut scribo lego, scriptito lectito 2 ;
(a) 3 faciendi et patiendi, ut uro ungo, uror ungor ; a singulari et
multitudinis, ut laudo culpo, laudamus culpamus. Huius generis verborum
cuius species exposui quam late quidque pateat et cuius modi
efficiat figuras, in libris qui de formulis verborum erunt diligentius
expedietur. 34. Tertii generis, quae declinantur cum tem-
poribus ac casibus ac vocantur a multis ideo partici- palia, sunt hoc
ge(nere) HIC DESUNT FOLIA III IN EXEMPLARI quemadmodum declinemus, 1
quaerimus casus eius, etiamsi siqui 2 finxit poeta aliquod vocabu-
lum et ab eo casu(m) 3 ipse aliquem perperam de- clinavit, potius eum
reprehendimus quam sequimur. Igitur ratio quam dico utrubique, et in his
verbis quae imponuntur et in his quae declinantur, neque non etiam
tertia ilia, quae ex utroque miscetur genere. 36. Quarum una quaeque ratio collata cum altera
2 L. Sp.,for scriptitaui lectitaui. 3 Added by L. Sp. § 34. 1 Added by Rhol. ;
F here leaves blank the rest of the page (a little more than 28 lines)
and all the next page (39 lines). 2 F 1, in margin. § 35. 1
L. Sp., for declinamus. 2 L. Sp., for is qui. 3 L. Sp., for
casu. b Verbs. c Not extant. Adjective to the more
common term participia or participles; both meaning taking part in the
features of two sets of words, nouns and verbs. For the form partkipalia
(in F) rather than -pialia in p, Niedermann, Mnemosyne, lxiii. 267-268
(1936). b The lost text contained the discussion of participles, that of
adverbs, and the be- ginning of that on ratio. . ° This is
perhaps the simplest way of giving a mean- ing to the incomplete
sentence. h Referring to the previous discussion, now almost entirely
lost. c The independent have bought * and edi * I have eaten ' ; from that
of the act done once and the act done more often, as scribo * I
write ' and lego * I read/ scriptito 1 I am busy with writing,' and
lectito * I read and reread ' ; from that of active and passive, as uro 1
I burn ' and ango ' I anoint,' uror * I am burned ' and ungor * I
am anointed ' ; from that of singular and plural, as laudo ' I praise '
and culpo * I blame,' laudamus ' we praise * and culpamus ' we blame. '
With regard to the words of this class 6 whose categories I have
described, the matter of how full an equipment of forms each has,
and what sort of forms it makes, will be set forth with more attention to
detail in the books c which are to be on the paradigms of verbs.
34. The words of the third subdivision, which are inflected with
tenses and cases and are by many therefore called participials, a are of
this kind HERE THREE – OR PERHAPS TWENTY-FIVE -- LEAVES ARE LACKING IN THE
MODEL COPY When w T e meet a new word, a we ask about its
case-forms, as to how we shall inflect them ; and yet if some poet has
made up some word and has himself formed from it some case-form in an
incorrect way, we blame him rather than follow his example.
Therefore Ratio or Relation, of which I am speaking, is present in both 6
: in the words which are imposed upon things, 6 and in those which are
formed by in- flection d ; and then also there is that third kind of
Relation, which combines the characteristics of the two.* 36.
Among these, each and every relation, when words. d The paradigms.
e In derivatives formed by suffixes. aut similis aut dissimilis, aut
saepe verba alia, ratio eadem, et nonnunquam ratio alia, verba
eadem. Quae ratio in amor amori, eadem in dolor dolori, neque eadem
in dolor dolorem, et cum eadem ratio quae est in amor et 1 amoris sit in
amores et amorum, tamen ea, quod non in ea qua oportet confertur 2
materia, per se solum efficere non potest analogias propter disparilitatem
vocis figurarum, quod verbum copulatum singulare 3 cum multitudine : ita
cum est pro portione, ut candem habeat rationem, turn denique ea
ratio conficit id quod postulat analogia ; de qua deinceps dicam.
III. 37. Sequitur tertius locus, quae sit
ratio pro portione ; (e)a Greece 1 vocatur 2 dva Xoyov ; ab analogo
dicta analogia. Ex eodem genere quae res inter se aliqua parte dissimiles
rationem habent aliquam, si ad eas duas alterae duae res allatae
sunt, quae rationem habeant eandem, quod ea verba bina habent
eundem Xoyov, dicitur utrumque separatim dvdXoyov, simul collata quattuor
dvaXoy(t)a. z 38. Nam ut in geminis, cum simile(m) 1 dicimus
esse Menaechmum Menaechmo, de uno dicimus ; cum similitudine(m) 2 esse in
his, de utroque : sic cum dicimus eandem rationem habere assem ad
§ 36. 1 After et, a
repeated amor et has been deleted. 2 After confertur, Aug, deleted
a. 3 Aug., for singularem. 1 L. Sp., for agrece. 2 Aug., for uocantur. 3
OS. ; analogia Mue., with G ; for analoga. §38. 1 Mueller, for
simile. 2 Aug., for similitudine. Because of the difference in
number. § 37. a As in mathematics, two ratios of equal value
make a proportion. § 38. a In the comedy of
Plautus. compared with another, is either like or unlike ; and often
the words are different but the relation is the same, and sometimes the
relation is different but the words are the same. The same relation which
is in amor ' love * and dative amort is in dolor 1 pain ' and
dative dolori, but not in dolor and accusative dolorem. The same relation
which is in amor and genitive amoris is in plural amores and genitive
amorum ; and yet, because the subject-matter in it is not compared
as it should be, a this relation cannot of itself effect Regularities, on
account of the differences in the forms of the spoken word, because a
singular word has been associated with a plural. So, when it is by
a proportionate likeness that the word has the same relation, then and
not until then does this relation achieve what is demanded by Analogia or
Regularity ; of which I shall speak next. III. 37. There
follows the third topic : What is Ratio or Relation that is pro portione
' by proportionate likeness ' ? This is in Greek called 4 according
to logos * ; and from analogue the term Analogia or Regularity is
derived. If there are two things of the same class which belong to some
relation though in some respect unlike each other, and if alongside
these two things two other things which have the same relation are placed,
then because the two sets of words belong to the same logos each one is
said separately to be an analogue and the comparison of the four
constitutes an Analogia, 38. For it is as in a matter of twins :
when we say that the one Menaechmus is like the other Menaech- mus,
a we are speaking of one only ; but when we say that a likeness is
present in them, we are speaking of both. So, when we say that a copper
as has the same semissem quam habet in argento 3 libella ad
simbeli&mf quid sit dvdXoyov ostendimus ; cum utrubique dici-
mus et in aere et in argento esse eandem rationem, turn dicimus de
analogia. 39. Ut sodalis et sodalitas, civis et civitas non
est idem, sed utrumque ab eodem ac coniunctum, sic dvdXoyov et
dvakoyta idem non est, sed item est con- generatum. Quare si homines
sustuleris, sodalis sustuleris ; si sodalis, sodalitatem : sic item si
sus- tuleris Xoyov, sustuleris dvdXoyov ; si id, dvaXoytav.
40. Quae cum inter se tanta sint cognatione, de- bebis suptilius
audire quam dici expectare, id est cum dixero quid de utroque et erit
co(m)mune, (ne) 1 expectes, dum ego in scribendo transferam in re-
liquum, sed ut potius tu persequare ammo. 41. Haec fiunt in
dissimilibus rebus, ut in numeris si contuleris cum uno duo, sic cum
decern viginti : nam (quam) 1 rationem duo ad unum habent, eandem
habent viginti ad decern ; in nummis in similibus sic est ad unum
victoriatum denarius, si(cut) 2 ad alterum victoriatum alter denarius ;
sic item in aliis rebus omnibus pro portione dicuntur ea, in quo est
sic quadruplex natura, ut in progenie vois ' nature ' as an originating
or moving power. * Properly, of sounds. § 56. ° Principia are
the singular forms, in whichever direction the argument is carried ; but
perhaps quam in singular} should be inserted between ordiri and
quod. b Because the B and the C ending the stems can be seen in the
deleted repeated from above. to two,
should the conclusion be drawn that in teach- ing the later thing cannot
be the clearer, for the purpose of beginning from it, to show what the prior
thing is. Therefore even those who deal with the nature of the universe
and are on this account called physici a ' natural philosophers,' proceed
from nature as a whole and show by backward reasoning from the
later things, what the beginnings of the world were. Though speech
consists of letters, 6 it is nevertheless from speech that the
grammarians start in order to show the nature of the letters.
56. Therefore in the explanation, since one ought rather to set out
from that which is clearer than from that which is prior, and rather from
the un- corrupted than from a corrupt original, from the nature of
things rather than from the fancy of men, and since these three factors
which are more to be followed are less present in the singulars than in
the plurals, one can more easily commence from the plural than from
the singular, because in the latter as starting-points ° there is less of
a basis for relation- ship in the forming of words. That the
singular forms of words can be more easily interpreted from plural
forms than plural forms from the singular, is shown by these words 6 :
plural trabes * beams,* singular trabs ; plural duces * leaders,'
singular dux. 57. For we see that from the plural nominatives
trabes and duces the letter E of the last syllable has been eliminated
and thereby in the singular have been plural, but cannot be
inferred with certainty from the nomi- native singular, especially if we
read not trabs but traps (Roth, Philol. xvii. 176, and Mueller's note to
§ 57), which represents the actual pronunciation. Yet V. wrote
trabs and not traps, according to Cassiodorus, Gram. Lat. vii. 159. 23 Keil. lari factum
esse trabs dux. Contra ex singularibus non tam videmus quemadmodum facta
sint ex B et S trabs 1 et ex C et S du#. 2 58. Si
mwl(t)itudinis 1 rectus casus forte figura corrupta erit, id quod accidit
raro, prius id corrigemus quam inde ordiemur ; (ab) 2 obliquis
adsumere oportetf 3 figuras eas quae non erunt ambiguae, sive
singulares sive multitudims, 4 ex quibus id, cuius modi debent esse,
perspici possit. 5 59. Nam nonnunquam alterum ex altero
videtur, ut Chn/sippus scribit, quemadmodum pater ex filio et
filius ex patre, neque minus in fornicibus propter sinistram dextra stat
quam propter dextraw 1 sinistra. Quapropter et ex rectis casibus obliqui
et ex obliquis recti et ex singularibus multitudims 2 et ex multi-
tudinis singulares nonnunquam recuperari possunt. 60. Principium id
potissimum sequi debemus, ut in eo fundamentum sit 1 natura, quod in
declina- tionibus ibi facilior ratio. Facile est enim animad-
vertere, peccatum magis cadere posse in impositiones eas quae fiunt
plerumque in rectis casibus singulari- bus, quod homines imperiti et
dispersi vocabula rebus imponunt, quocumque eos libido invitavit :
natura § 57. 1 Aug.,, for
trabes. 2 Aug., for duces. § 58. 1 si multitudinis Mue.,for
similitudinis. 2 Added by Canal. 3 L. Sp., for oportere. 4 Aug., for
multi- tudines. 5 Sciop.,for possint. §59. 1 Laetu s, for
dextras. 2 Vertranhis, for multitu- dines. § 60. 1 After sit,
L. Sp. deleted in. § 59. a Frag. 1 55 von Arnim. made
the nominatives trabs and dux. But on the other hand, if we start from
the singulars we do not so easily see how they have become trabs, from
B and S, and dux, from C and S. 58. If the nominative plural
is by any chance a corrupted form, which rarely occurs, we shall
correct this before we make it our starting-point ; it is proper to
take from the oblique cases, either singular or plural, some forms which
are not ambiguous, from which can be seen the make-up which the other
forms ought to have. 59- For sometimes the one is seen from
the other and at other times the other is seen from the one, as Chrysippus
writes, as the father s qualities may be seen from the son, and the son's
from the father, and in arches the right-hand side stands on account of
the left-hand side, no less than the left on account of theright.
Therefore the oblique forms can sometimes be regained from the
nominatives, and sometimes the nominatives from the oblique forms ;
sometimes the plural from the singular forms, and sometimes the
singular forms from the plural. 60. The principle that we should
most of all follow, is that in this the foundation be nature, because
in nature a there is the easier relationship in inflections. For it
is easy to note that error can more easily make its way into those
impositions b which are mostly made in the nominative singular, because
men, being unskilled and scattered/ set names on things just as
their fancy has impelled them ; but nature d is of § 60. a Rather
than in voluntas. b Or imposed word- names, characterized by voluntas, e
For this point of the Stoic philosophy, cf. Cicero, de Inventione, i. 2.
d The quality underlying the paradigms. incorrupta plerumque est
suapte sponte, nisi qui earn usu inscio deprava&it. 61.
Quarc si quis principium analogiae potius posuerit in naturalibus casibus
quam in (im)positiciis, 1 non multa 2 (inconcinna) 3 in consuetudine
occurrent et a natura libido humana corrigetur, non a libidine
natura, quod qui impositionem sequi voluerint facient contra. 4
62. Sin ab singulari quis potius proficisci volet, inift'um 1
facere oportebit ab sexto casu, qui est pro- prius Latinus : nam eius
casuis 2 litterarum dis- criminibus facilius reliquorum varietate(m) 3
discer- nere poterit, quod ei habent exitus aut in A, ut hac terra,
aut in E, ut hac lance, aut in I, ut hac (c)lavi, 4 aut in O, ut hoc
caelo, aut in U, ut hoc versu. Igitur ad demonstrandas declinationes
biceps v?a 5 haec. 63. Sed quoniam ubi analogia, tria, 1 unum
quod in rebus, alterum 2 quod in vocibus, tertium quod in utroque,
duo priora simplicia, tertium duplex, ani- madvertendum haec quam inter
se habeant rationem. 64-. Primum ea quae sunt discrimina in
rebus, partim sunt quae ad orationem non attineant, partim quae
pertineant. Non pertinent ut ea quae obser- vant in aedificiis et signis
faciendis ceterisque rebus §61. 1 L. Sp. ; in impositivis Aug.; for
in positiciis. 2 Aug., for multae. 3 Added by Christ. 4 Aug., for
contraria. § 62. 1 Groth, for inillum. 2 A. Sp. ; cassuis Mue.
; for casus his. 3 Aug., for uarietate. 4 Groth^for leui; cf V., R.
R. i. 22. 6. 5 Canal, for una. § 63. 1 Aldus, for atria. 2 alterum
is repeated in F. e By making wrongly inflected forms.
§ 62. a The name 4 ablative ' had not come into use in itself for
the most part uncorrupted, unless somebody perverts it by ignorant
use.* 61. Therefore, if one has founded the principle of
Regularity on the natural cases rather than on the imposed case-forms,
not many awkwardnesses will be his to face in usage ; human fancifulness
will be cor- rected by nature, and not nature by fancy, because
those who have wished to follow imposition will in reality act in the
opposite way. 62. But if one should prefer to start from the
singular, he ought to start from the sixth case, a which is a case
peculiar to Latin ; for by the differences in the letters b of this
case-form he will be more easily able to discern the variation in the
remaining cases, because the ablative forms end either in A, like terra *
earth,* or in E, c like lance ' platter,' or in I, like clavi '
key/ or in O, like caelo * sky,' or in U, like versu ' verse.'
Therefore, for the explaining of the declensions, there is this way,
which may proceed from either of two starting-points. 63. But
where there is Regularity, there are three factors, one which is in the
things, a second which is in the spoken words, a third which is in both ;
the first two are simple, the third is twofold. In view of this,
attention must be given to the relation which they have to one
another. 64% First, of the differences which exist in the
things, there are some which have no bearing on speech, others which are
connected with it. Those which are not connected with it are like those
which the artificers observe in making buildings and statues V.'s
time. b That is, the endings. e V. does not list separately the ablative
of the fifth declension, ending in long E. artifices, e quis
vocantur aliac Aarmonicae, sic item aliae nominibus aliis : scd nulla
harum fit (in) 1 loquendo pars. 2 65. Ad orationem quae
pertinent, res eae sunt quae verbis dicuntur pro portione neque a
similitudine quoque vocum declinatus habent, ut Iupiter Mars-
piter, Iovi Marti. Haec enim genere 1 nominum et numero et casibus similia sunt inter
se, quod utraque et nomina sunt et virilia sunt et singularia et
casu nominandi et dandi. 66. Alterum genus vocale est, in quo
voces modo sunt pro portione similes, non res, ut biga bigae,
nuptia nuptiae : neque enim in his res singularis subest una, cum dicitur
biga quadriga, neque ab his vocibus quae declinata sunt, multitudinis
significant quicquam, id 1 quod omnia multitudinis quae decli-
nantur ab uno, ut a merula merulae : sunt (enim) 2 eius modi, ut
singulari subiungatur, sic merulae duae, catulae tres, faculae quattuor.
67. Quare cum idem non possit subiungi, quod 1 (non) 2 dicimus biga
una, 3 quadrigae duae, nuptiae tres, scd pro eo unae bigae, binae
quadrigae, trinae nuptiae, apparet non esse a biga et quadriga 4
bigae et quadrigae, sed ut est huius ordinis una 5 duae tres Added
by L. Sp. 2 Sentence division of Boot. § 65. 1 Mue.,for
genera. § 66. 1 Fay, for ideo. 2 Added by Fay, §67. 1
Sciop., for cum. 2 Added by Sciop. 3 L. Sp. ; una b\g&Sciop. ; for
bigae unae. 4 After quadriga, L. Sp. deleted et. 5 Aug., for unae. §
65. ° The unlikeness is in the forms of the nominative ; but both words
denote male deities. § 66. a The two words belong to the same
declension and both lack the singular forms ; but the objects denoted
are entirely unlike. and other things, of which some are called
harmonic, and others are called by other names ; but no one of
these becomes an element in speaking. 65. The differences which
pertain to speech, consist of those things which are expressed by
the words in a proportionate way, and yet do not have a likeness of
the spoken words also to help in forming the inflections : such as
nominative Iupiter and Marspiter, dative Iovi and Marti. a For these are
like one another in the gender of the nouns, and in the number, and
in the cases ; because both are nouns, and are masculine, and singular,
and nominative and dative in case. 66. The second kind has to
do with the sounds, in which the spoken words only are similar in a
proportionate way — and not the things — as in biga and bigae, nuptia and
nuptiae. a For in these there is no underlying unit thing expressed
by the singular when we say biga or quadriga, nor have the plural
forms which are derived from these words any plural meaning. Yet all
plurals which are derived from a unit singular, like merulae from
merula ' blackbird,' do have such plural meaning ; for they are of such a
sort that there is subordina- tion to a singular form : thus two merulae
* black- birds,' three catulae 1 female puppies,' four Jaculae '
torches/ 67. Therefore since there cannot be the same sub-
ordinating relation because we do not say una biga, duae quadrigae, ires
nuptiae, but instead unae bigae ' one two-horse team/ binae quadrigae '
two teams of four horses/ trinae nuptiae ' three sets of nuptials,' it
is clear that bigae and quadrigae are not from biga and quadriga,
but belong to another series : the usual princip(i)um una, sic in hoc
ordine altero unae binae trinae principium est unae. 68. Tertium genus est illud
duplex quod dixi, in quo ct res et voces similiter pro portione dicuntur
ut bonus malus, boni mali, de quorum analogia et Ari- stophanes et
alii scripserunt. Etenim haec denique perfecta ut in oratione, illae duac
simplices inchoatae analogiae, de quibus tamen separatim dicam, quod
his quoque utimur in loquendo. 69- Sed prius de perfecta, in qua et
res et voces quadam similitudine continentur, cuius genera sunt
tria : unum vernaculum ac domi natum, alterum adventicium, tertium nothum
ex peregrino hie natum. Vernaculum est ut sutor et pistor, sutori pistori
; adventicium est ut Hectores Nes tores, Hectoras Nestoras ;
tertium ilium nothum ut Achilles et Peles. 70. De (his primo) 1 genere multi utuntur non
modo poetae, sed etiam plerique omnes qui soluta oratione loquuntur. Haec
primo 2 dicebant ut quaes- torem praetorem, sic Hectorem Nestorem :
itaque Ennius ait : Hectoris natum de mnro iactari and
lavo ' I wash,' perf. lavi, d pungo ' I prick/ perf. pupugi, tundo 1 1 pound/
perf. tutudi t e and pingo * I paint/ perf. pinxi. (7) And although/' he
con- tinues, " from ceno ' I dine * and prandeo ' I lunch '
and poto * I drink * we form the perfects cenatus sum, pransus sum, and
potus sum, f yet from destringor * I scrape myself and extergeor * I wipe
myself dry * and lavor ' I bathe myself we make the perfects
destrinxi * I am scraped * and extersi ' I am dried * and lavi ' I have
had a bath.'* 7 Furthermore, although from Oscus ' Oscan/ Tuscus *
Etruscan/ and Graecus ' Greek ' we derive the adverbs Osce ' in Oscan/
Tusce * in Etruscan/ 9 Active perfects of passive verbs, yet with
passive (intransi- tive, reflexive) meaning : this meaning of the perfect
lavi is regular in Plautus, but is nowhere attested for destrinxi
and extersi. Osce Tusce Graece, a Gallo tamen et Mauro Gallice
et Maurice dicimus ; item a probus probe, a doctus docte, sed a rarus non
dicitur rare, sed alii raro dicunt, alii rarenter. Idem M. V. in eodem
libro : " Sentior," inquit, " nemo dicit et id per se
nihil est, adsentior tamen fere omnes dicunt. Sisenna unus adsentio in senatu dicebat et eum
postea multi secuti, neque tamen vincere consuetudinem potuerunt. Sed
idem V. in aliis libris multa pro dva- Xoyia. tuenda scribit.
Librorum XI-XXIV Fragmenta XI Fr. 6. 1 Et ubi
auctoritas maiorum genus tibi non de- monstraverit, quid ibi faciendum
est ? Scripsit V. ad Ciceronem : " Potestatis nostrae est illis
rebus dare genera, quae ex natura genus non habent." Fr.
7a. 1 Nunc de generibus dicamus. V. dicit " genera dicta a
generando. Quicquid enim gignit aut gignitur, hoc potest genus dici et
genus facere." Fr. 6. 1 Julianus Toletanus, Commentarius in
Donatum> v. 318. 31-34 Keil.
Fr. 7. 1 [Sergii] Explanat. in Donation, iv. 492. 37-493. 3
Keil. h Charisius, i. 217. 8 Keil, cites rare as used by
Cicero, Cato, and Plautus (Budens 995) ; but editors usually
replace it by raro. * That is, not a deponent unless compounded ;
even in a passive meaning, the passive form of the un- compounded verb is
rare, though occasionally found, as in Caesar, Bellum Civile i. 67
(sentiretur), where it is however impersonal. > Notably in ix.
and Graece * in Greek/ yet from G alius ' Gaul * and Maurus * Moor ' we
have Gallice 1 in Gallic ' and Maurice ' in Moorish ' ; also from probus
* honest ' comes probe ' honestly/ from doctus * learned ' docte '
learnedly/ but from rarus * rare ' there is no adverb rare, but some say
raro, others rarenter" h (9) In the same book V. goes on to
say : " No one uses the passive sentior* and that form by itself
is naught, but almost every one says adsentior 1 1 agree/ Sisenna
alone used to say adsentio in the senate, and later many followed his
example, yet could not prevail over usage." (10) But
this same V. in other books 3 wrote a great deal in defence of
Regularity. Fragments of Books XI -XX IV a XI Fr.
6. Where the authority of our ancestors has not shown you the gender of a
word, what in this instance must be done ? V. wrote, in the treatise
addressed to Cicero : " We men have the right and power to
give genders to the names of those things which by nature have no
gender." ° Fr. 7a. Now let us speak of genders. V. says
: " Genera * genders ' are named from generare 1 to generate.'
For whatever gignit * begets * or gignitur * is begotten/ that can be
called a genus and can XI.-XXIV. a On Books XI.-XIIL, see also vii.
110, viii.2, 20, 34, x. 33 ; and on Books XIV.-XXV., see vii. 110.
Fr. 6. ° V. uses genus both for grammatical gender and for natural
sex ; each is a * kind ' or 4 class/ cf. Frag. 7, note a. Quod si
verum est, nulla potest res integrum genus habere nisi masculinum et
femininum. Fr. 7b. 2 Tractat de generibus. V. ait "
genera tantum ilia esse quae generant : ilia proprie dicuntur
genera." Quodsi sequemur auctoritatem ipsius, non erunt genera nisi
duo, masculinum et femininum. Nulla enim genera creare possunt nisi haec
duo. Fr. 8. 1 Ostrea 2 si primae declinationis fuerit, sicut
Musa, feminino genere declinabitur, ut ad animaZ 3 referamus ; si 4 ad
testam, ostreum 5 dicendum est neutro genere et ad secundam
declinationem, ut sit huius ostrei, huic ostreo, 6 quia dicit 7 V. "
nullam rem animalem neutro genere declinari." Fr. 9- 1
Ait Plinius Secundus secutus V.nem : " Quando dubitamus principale
genus, redeamus ad diminutionem, et ex diminutivo cognoscimus
princi- pale genus. Puta arbor ignoro cuius generis sit : fac
diminutivum arbuscula, ecce hinc intellegis et principale genus quale
sit. Item si dicas columna, 2 Pompeius, Commentum Artis Donati. Keil. Fr.
Cledonius, Ars Grammatica. Keil. For ostria. Keil, for animam. For sic. For
ostrium. Keil, for sicui ostri. For dicitur. Fr. Pompeius, Commentum Artis
Donati Keil. The root gen- lies at the basis of all these words; but
genus has the weakened meaning kind, class, from which the idea of begetting
has faded out. Donatus, the eminent grammarian That is, kinds; Frag.,
note. Ft.. This distinction is not borne out by the use of the words
in the Latin authors. Almost precisely true for Latin, though there are
many exceptions in Greek and in the Germanic languages tIkvov, German das
Kind, and the neuter diminutives in -iqv, -chen, -lein., 7a-9 produce
a genus a If this is true, the genus that a thing has is not perfect
unless it is masculine or feminine. Fr. He 6 treats of genders. V.
says: Only those are genera genders which generant generate; those
are properly called genera. But if we follow his authority, there will be
only two genders, masculine and feminine. For no genders e can procreate except
these two. Fr. If ostrea oyster is of the first declension, like Musa
Muse, it will be declined in the feminine gender, so that we refer the
word to the liying being; if we use it for the shell, the word must
be ostreum, inflected in the neuter and according to the second
declension, so that it is genitive ostrei, dative ostreo a: because V.
says: No living creature has a name which is inflected in the neuter gender.
Fr. Plinius Secundus a says, following V.: When we are in doubt about the
gender of a main word, let us turn to the diminutive form, and from the
diminutive we learn the gender of the main word. Suppose that I do not know the
gender of arbor tree; form the diminutive arbuscula, and lo! from
this you observe as well the gender of the word from which it comes.
Again, if you say, What is the Fr. a This and subsequent citations from
Pliny are taken from the Elder Pliny's Dubitts Sermo, a work mentioned by
the Younger Pliny, Epist. Diminutives have in Latin the gender of the words
from which they are derived; the exceptions are very few. In Greek
and in the Germanic languages, however, diminutives are commonly neuter
without regard to their primitives cuius generis est? facis inde diminutivum,
id est columella, et inde intellegis quoniam principale feminini
generis est. Fr. Jiypocorismata semper generibus suis und(e oriuntur
consonant, pauca dissonant, velut haec rana) hie ranunculus, hie ung(u)is
haec ungula, hoc glandium haec glandula, hie panis hie pastillus et)
hoc pastillum, ut V. dixit: haec beta hie betace(us, haec malva hie
malvaceus, hoc pistrinum haec pistrilla, ut Terentius in Adelphis, hie
ensis haec ensicula et hie ensiculus: sic in Rudente Plautus. Fr. Dies
communis generis est. Qui masculino genere dicendum putaverunt, has causas
reddiderunt, quod dies festos auctores dixerunt, non festas, et 2 quartum
et quintum Kalendas, non quartam nec quintam, et cum hodie dicimus, nihil
aliud quam hoc die intelligstur. Qui vero feminino, catholico utuntur,
quod ablativo casu E non nisi producta finiatur, Fr. Charisius, Instit,
Gram, Keil, The right-hand edge of the manuscript is destroyed, but the
restorations are made with certainty from almost verbatim repetitions Charisius
Keil, in which V. is not mentioned as the source. Hie pastillus, required
by the space, was added by Keil from Fr. Charisius, Instit, Gram, KeiL For
ut. For intellegatur. Fr. As substantive, for pes betaceus: but betaceus
is an adjective, not a diminutive. Also an adjective; its application
as substantive is not known. Adelphoe. Rudens. Fr. Dies was by origin
a masculine; in Latin, because it was declined like the feminines of the
fifth declension, possibly also because its counterpart nox was, gender of
columna column, make from it the diminutive, that is, columella, and
therefrom you understand that the word from which it comes is of the feminine
gender. Fr. Diminutives always agree in gender with the words from
which they come: a few differ, such as fern, rana ' frog,' diminutive
masc. ranunculus 'tadpole'; masc. unguis 'nail (of finger or toe), 1
fern. ungula 'hoof, talon'; neut. glandium 'kernel of pork fem.
glandula tonsil; masc. panis loaf of bread, masc. pastillus and neut.
pastillum 'roll,' as V. said; fem. beta 'beet,' masc. betaceus beet-root'; fem.
malva' mallow,' masc. malvaceus h mallow-like vegetable'; neut. pistrinum
'pounding-mill,' fem. pistrilla 'small mill,’ as Terence says in The
Brothers e; masc. ensis 'sword,' fem. ensicula and masc. ensiculus 'toy-sword':
so Plautus in The Rope Fr. Dies 'day’ is of common gender. Those
who thought that it must be used as a masculine, offered these reasons:
that their authorities said dies festi ‘holidays,’ with the masculine
adjective, not the fem. festae; that they said the fourth and the fifth
day before the Kalends, with the masculine and not the feminine form
of the adjective; and that when we say hodie ‘to-day,’ it is understood
as hoc die 'on this day,' with the masculine article, and nothing
else. On the other hand, those who regard dies as feminine, use the
general argument, that in the ablative the feminine, it acquired use as a
feminine in some meanings. Full phrase: ante diem quartum (quintum)
Kalendas. A demonstrative is an article in the grammatical terminology
of the Romans. et quod deminutio eius diecula sit, non dieculus, ut ait
Terentius: Quod tibi addo dieculam. V. autem distinxit, ut A
masculino genere unius diei cursum SIGNIFICARE (t), feminino autem
temporis spatium; quod nemo servavit. A Catinus masculino genere
dicitur et hinc deminutive catillus fit. Sed V. ad Ciceronem "catinuli" dixit,
non catilli. Fr. Naevus generis neutri, sed V. ad Ciceronem "hie
naevus." Fr. Antiquissimi tamen et hie gausapes et haec gausapa
et hoc gausape et plurale neutri haec gausapa quasi a nominativo hoc
gausapum protulisse inveniuntur V. vero de Lingua Latina-ait,
" talia ex Graeco sumpta ex masculino in femininum transire et A
litera finiri : 6 Ko\^ta unless the genitive is identical with the
nomina- tive, when the ablative ends in i ; an adjective also has the ablative
in i if it stands before a noun which it modifies. The scientific
formulation is that consonant-stems should have short e in the ablative,
and t-stems should have long % : a status much disturbed by the
encroachment of the ^-ending on the t-ending. c Not all these should, by
the ' rule,' end in i ; for carbo, falx, mons,fons t pons, teges do not
have identical nom. and gen. ; and the nom. of asse is as, very
rarely assis. As to the actual forms of the ablative, igni is commoner
than igne ; orbi, turri,frni, strigili, avi, axi, navi\ said and wrote
senatuis, domuis, and jluctuis as the genitive case of the words senatus
' senate,' domus ' house,' and Jluctus * wave,* and used senatui,
domui, fiuctui as the dative ; and that they used other simi- lar
words with the corresponding endings. Fr. 18. Amni was used by
Vergil a as ablative of amnis river, as in He drifts with the
stream of the river. On this point, PLINIO in the same book says: "
By the old writers, whom V. criticizes adversely, all observance of
the rule 6 is disregarded, yet not utterly. For we still say," says
he, " canali ' canal,* stti ' thirst,' tussi * cough,' febri ' fever
* as the abla- tive forms. But in most words the form has been
changed, and uses the ablative which ends in E : cane ' dog,' orbe 1
circle,' carbone ' charcoal, iurre tower,' falce ' sickle,' igne ' fire,'
teste garment,' fine limit,' monte mountain, fonie spring,* ponte
* bridge,* sirigile * scraper,* tegeie ' mat,' ave ' bird,' asse '
as,' axe * axle,' nave ' ship,' classe * fleet.' " c Fr. 19. V.,
whom Pliny mentions as having said, in the eleventh book of his treatise
addressed to Cicero " a plantation of trees set in rows rare a 1
in the country.' Fonteis * springs,' accusative plural spelled with
EIS : " The nouns which gain an I in the genitive plural before the
ending UM," says Pliny, " have the classi are found in
authors of the first century b.c, but are less common than the forms with
e, or are used to satisfy metrical requirements ; ponti is found once in
older Latin ; monti and fonti are cited by V., ix. 112. Fr.
19. Instead of the usual locative form ruri. accusativus," inquit
Plinius, " per EIS loquetur, montium monteis ; licet V.,"
inquit, " exemplis hanc regulam confutare temptarit istius modi,
falcium falces, non falceis facit, nec has merceis, nec hos axeis
lmtreis ventreis stirpeis urbeis cor&eis 3 vecteis men- teis. 4 Et
tamen manus dat praemissae regulae ridicule, ut exceptis his nominibus
valeat regula." Fr. Poematorum et in II et in III idem V. adsidue dicit et his
poematis, tarn quam nominativo hoc poematum sit et non hoc poema. Nam et
ad Ciceronem, horum poematorum et his poematis oportere dici.
Fr. 22. 1 Git : V. ad Ciceronem XI per omnes casus id nomen ire
dcberc conmeminit ; vulgo autem hoc gitti dicunt. Fr. Palpetras per T V. ad Ciceronem
dixit. Sed Fabianus de Animalibus primo pal- pebras per B. Alii dicunt
palpetras genas, palpebras autem ipsos pilos. 3 For curueis. 4 GS. t for
inepteis. Fr. Charisius, Inst. Gram. i. 141. 29-31 Keil. Fr. 22. 1
Charisius, Inst. Gram. Keil. Fr. Ckarishts, Inst. Gram. Keil. This
EI does not represent an earlier diphthong, but was often written for a
long i after the original diphthong had become identical in sound with
the long i. There are scattered examples of the ending EIS in the
accusative, found in inscriptions and manuscripts. accusative in
EIS, a like genitive montium * mountains,' accusative monteis ; although V.,"
he continues, " tried to refute this rule by examples of the
following sort : to the genitive fold urn ' sickles * the
accusative is folces and not folceis, nor is the proper spelling
merceis 1 wares, nor axeis axles/ lintreis ' skiffs,* ventreis * bellies/
stirpeis * stocks/ urbeis ' cities/ corbeis * baskets/ vecteis * levers/
menteis * minds.' And yet he gives up the fight against the
aforesaid rule in a ridiculous fashion, saying that apart from
these nouns the rule holds. In the second and the third books V.
constantly uses the genitive poematorum poems and the dative poematis, as
though the word were poema- tum in the nominative and not poema. For in
the eleventh book of the treatise addressed to Cicero he says that
genitive poematorum and dative poematis are the proper forms to be
used. Git * fennel ' a : V. in the eleventh book of the treatise
addressed to Cicero states that this form ought to be used in all the
cases ; but people quite commonly say gitti in the ablative. V. in
the thirteenth book of the treatise addressed to Cicero used palpetrae,
with T. But Fabianus, a in the first book On Animals, wrote palpe-
brae with B. Others say that palpetrae means the eyelids, and palpebrae
the eyelashes. a Xigella sativa. Fr. Papirius Fabianus, who
wrote on philosophy and on natural history in the time of Augustus. Oxo : " V. ad Ciceronem olivo et oxo putat
fieri/' inquit Plinius Sermonis Dubii libro VI. Indiscriminatim,
indiflferenter. V. de Lingua Latina: Quibus nos in hoc libro,
proinde ut nihil intersit, utemur indiscriminatim, promisee. Fr. Rure
Terentius in Eunucho: Ex meo propinquo rure hoc capio commodi.
Itaque et V. ad Ciceronem " rure veni." Fr. 27. 1 V. ad
Ciceronem: "ingluvies tori," inquit, " sunt circa gulam,
qui propter pinguedinem fiunt atque interiectas habent rugas."
Sed nunc pro gula positum. Charisins, Inst. Gram. i. 139. 15-16 Keil. Fr. 25. 1 Nonius
Marcellus, de Compendiosa Doctrina, 127. 24-26 M. Fr. Charisius,
Inst. Gram. i. 142. 18-20 Keil, Fr. 27. 1 Serv. Dan, in Georg. iii.
431. Fr. 24. a Antecedent unknown. b Greek 6£os (neuter, third
decl.), denoting sour wine, and vinegar made therefrom. Fr. 25.
Antecedent unknown. These are examples of rure as a pure ablative.
The continuation is our Fragment 19, in which examples of rure as a
locative are discussed. Fr. 27. « That is, double chins. Fr. Ojco,
ablative : " V., in the thirteenth book of the treatise addressed to
Cicero, expresses the opinion that it a is composed of olive-oil and oxos
b * vinegar/ " says Pliny in the sixth book of the treatise
entitled Variations in Speech. Indiscriminaiim means ' without
differ- ence.' V. in the eighteenth book of the treatise On the
Latin Language says : " Which a in this book we shall use
indiscriminatim 1 without distinction/ promiscuously, just as if there
were no difference between them." Fr. The ablative rure is used
by Terence in the Eunuchus a : I get this comfort from my
near-by country-seat. So also V., in the twenty-second book of
the treatise addressed to Cicero, says : I have come rure from the
country Fr. V., in the twenty- third book of the treatise addressed to
Cicero, says : " The ingluvies is the bulging muscles around the
throat, which are produced by fatness and have creases between
them/* a But now the word is used merely for the throat. Cum in
disciplinas dialecticas induci atque imbui vellemus, necessus fuit adire
atque cognoscere quas vocant dialectici €itrayu>yas. Turn, quia in
primo 7repl a^tw/xarwv discendum, quae M. V. alias profata, alias
proloquia appellat, Com- mentarium de Proloquiis L. Aelii, docti hominis,
qui magister V.nis fuit, studiose quaesivimus eumque in Pacis
Bibliotheca repertum legimus. (3) Sed in eo nihil edocenter neque ad
instituendum explanate scriptum est, fecisseque videtur eum librum
Aelius sui magis admonendi quam aliorum docendi gratia. Redimus
igitur necessario ad Graecos libros. Ex quibus accepimus a£ta>/jta
esse his verbis (defini- tum) : XtKTuv avroreXh diro^avTov ovov etf>
avra>. (5) Hoc ego supersedi vertere, quia no vis et incon-
ditis vocibus ntendum fuit, quas pati aures per inso- lentiam vix
possent. Sed M. V. in libro de Lingua Latina
ad Ciceronem quarto vicesimo ex- peditissime ita finit: Proloquium est
sententia in qua nihil desideratur." Erit autem planius quid istud
sit, si exemplum eius dixerimus. 'A^tw/xa igitur, sive id
proloquium dicere placet, huiuscemodi est : Hannibal Poenus fuit ;
Scipio Numantiam delevit ; Milo caedis damnatus est ; Neque bonum est
voluptas neque malum ; et omnino quicquid ita dicitur plena atque
perfecta verborum sententia, ut id necesse sit aut verum aut falsum esse,
id a dialecticis d£«o/m Fr. 28. 1 Aulas Gellius, Nodes Atticae, xvi. 8. 1-14 ;
Rolfe's text, in the Loeb Classical Library, Rolfe's translation, in the
Loeb Classical Library, with modifications. b In Vespasian's Temple of
Peace, in the Forum Pacis. c Page 75 Funaioli. When I wished to be
introduced to the science of logic and instructed in it, it was
neces- sary to take up and learn what the logicians call
curaycoyac, or ' introductory exercises.' (2) Then because at first I had
to learn about axioms, which Marcus V. calls, now prof ata or '
propositions,' and now proloqitia or ' forthright statements,' I
sought diligently for the Commentary on Proloquia of Lucius Aelius,
a learned man, who was the teacher of V.; and finding it in the Library
of Peace, 5 I read it. But I found in it nothing that was written to
instruct or to make the matter clear ; Aelius c seems to have made that
book rather as suggestions for his own use than for the purpose of
teaching others. I therefore of necessity returned to my Greek books.
From these I obtained this definition of an axiom: a proposition complete
in itself, declared with reference to itself only. This I have forborne to
turn into Latin, since it would have been necessary to use new and as yet
uncoined words, such as, from their strangeness, the ear could
hardly endure. But Marcus V., in his treatise On the Latin Language,
dedicated to Cicerone, thus defines the word very briefly: A proloquium
is a statement in which nothing is lacking. But his definition will be
clearer if I give an example. An axiom, then, or a forthright statement,
if you prefer, is of this kind: Hannibal was a Carthaginian; 11 Scipio
destroyed Numantia; Milo was found guilty of murder. Pleasure is
neither a good nor an evil; and in general any saying which is a full and
perfect thought, so expressed in words that it is necessarily either true
or false, is called by the logicians an axiom; by Marcus V., appellatum
est, a M. V., sicuti dixi, proloquium, a M. autem Cicerone pronuntiatum,
quo ille tamen vocabulo tantisper uti se adtestatus est, "quoad melius,"
inquit, "invenero." Sed quod Graeci crvvrjfxfxevov aftw^ta
dicunt, id alii nostrorum adiunctum, alii conexum dixerunt. Id conexum tale est: Si Plato
ambulat, Plato movetur; Si dies est, sol super terras est. Item quod illi
o-vfjLTreTrXeyfiei'ov, nos vel coniunctum vel copulatum dicimus, quod est
eiusdemmodi: P. Scipio, Pauli filius, et bis consul fuit et triumphavit
et censura functus est et collega in censura L. Mummi fuit. In omni autem coniuncto si unum est mendacium,
etiamsi cetera vera sunt, totum esse mendacium dicitur. Nam si ad ea
omnia quae de Scipione illo vera dixi addidero Et Hannibalem in Africa
superavit, quod est falsum, universa quoque ilia quae coniuncte
dicta sunt, propter hoc unum quod falsum accesserit, quia simul dicentur,
vera non erunt. Est item aliud quod Graeci Siefrvy/itvov a£iw/xa,
nos disiunctum dicimus. Id huiuscemodi est : Aut malum est voluptas aut bonum, aut neque
bonum neque malum est. Omnia
autem quae disiunguntur pugnantia esse inter sese oportet, eorumquc opposita,
quae dvriKd^va Graeci dicunt, ea quoque ipsa inter se adversa esse. Ex omnibus quae dis-
d Tusc. Disp. i. 7. 14. Two connected statements, of which the
second follows as the result of the first. f This is the younger
Africanus, who destroyed Carthage in 146 b.c; it was the older Africanus
who defeated Hannibal at Zama. FRAGMENTS as I have said, a proloquium or 'forthright
statement’; but by Marcus Cicero d a pronuntiatum or pronouncement/ a word however which he
declared that he used only until I can find a better one. But what the
Greeks call aicharmus. Marco Terenzio Varrone. Varrone. Keywords: centro di studi varroniani, idioma, idiom,
lingua latina, lingua anglica, Lazio, Lazini, la lingua del Lazio, Varrone,
Prisciano, Donato, Girolamo, Giulio Cesare – Refs.: The H. P. Grice Papers,
Bancroft, MS – Luigi Speranza, “Grice e Varrone: semiotica filosofica” – The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria. Varrone.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Varzi: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale delle parole, degl’oggetti, e
degl’eventi – la scuola di Galliate – filosofia piemontese -- filosofia
italiana – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Galliate). Abstract. Keywords: universalia, universale, katholou.
The language of this contrast (‘in’ a subject vs. ‘said of’ a
subject) is peculiar to the Categories, but the idea seems to recur in other
works as the distinction between accidental vs. essential predication.
Similarly, in works other than the Categories, Aristotle uses the label
‘universals’ (ta katholou) for the things that are “said of many;” things that
are not universal he calls ‘particulars’ (ta kath’ hekasta). Although he does
not use these labels in the Categories, it is not misleading to say that the
doctrine of the Categories is that each category contains a hierarchy of
universals and particulars, with each universal being ‘said of’ the lower-level
universals and particulars that fall beneath it. Each category thus has the
structure of an upside-down tree.[2] At the top (or trunk) of the tree are the
most generic items in that category[3] (e.g., in the case of the category of
substance, the genus plant and the genus animal); branching below them are
universals at the next highest level, and branching below these are found lower
levels of universals, and so on, down to the lowest level universals (e.g.,
such infimae species as man and horse); at the lowest level — the leaves of the
tree — are found the individual substances, e.g., this man, that horse,
etc. The individuals in the category of substance play a special role in
this scheme. Aristotle calls them “primary substances” (prôtai ousiai) for
without them, as he says, nothing else would exist. Indeed, Aristotle offers an
argument (2a35-2b7) to establish the primary substances as the fundamental
entities in this ontology. Everything that is not a primary substance, he
points out, stands in one of the two relations (inhering ‘in’, or being ‘said
of’) to primary substances. A genus, such as animal, is ‘said of’ the species
below it and, since they are ‘said of’ primary substances, so is the genus
(recall the transitivity of the ‘said of’ relation). Thus, everything in the
category of substance that is not itself a primary substance is, ultimately,
‘said of’ primary substances. And if there were no primary substances, there
would be no “secondary” substances (species and genera), either. For these
secondary substances are just the ways in which the primary substances are
fundamentally classified within the category of substance. As for the members
of non-substance categories, they too depend for their existence on primary
substances. A universal in a non-substance category, e.g., color, in the
category of quality, is ‘in’ body, Aristotle tells us, and therefore in
individual bodies. For color could not be ‘in’ body, in general, unless it were
‘in’ at least some particular bodies. Similarly, particulars in non-substance
categories (although there is not general agreement among scholars about what
such particulars might be) cannot exist on their own. E.g., a determinate shade
of color, or a particular and non-shareable bit of that shade, is not capable
of existing on its own — if it were not ‘in’ at least some primary substance,
it would not exist. So primary substances are the basic entities — the basic
“things that there are” — in the world of the Categories. Being (existence), like unity
is predicated of everything. This statement certainly
implies that 'exist' is truly applicable to every object;
it may also imply that the universal signined by 'exist' (or, it
there is a plurality of such unircrsals. that one or another of the universals
signified by 'exist') is instantiated by every object. But
let us be cautious, and let us not assume that the second implication
holds De Inierpretatione, Every simple declarative sentence
[propositionalj contains a hréme (verb phrase) which signifies something said
of something else the 'something che' being signined by a noun phrase,
Indeed the divisibility of declaratire sentences into kaapináseis
(assertions and ipopirseis (denials), which respoctively allira or deny
something about something (17a25| suggests that the noton of the exhibition of
'subject-predicate fon' enters into the definition of the concept of a declarative
sentence or proposition. Existential sentences propositions)
are no exception to this thesis, and they even tolerate quantilicational
modifiers From this it follows that existential propositions attribute universals
to subject items. Il 'crist' signified a single universal il would
signily a gencric universal, since, as is shown by category-differences, there
are different ways of existing which would le species of existence.
[This step has been supplied by me.l Being
(existence) is not a genus, and so is not a generie universal.
This is argued in Metaphysies and the detals of this argument will be turther
examined by me in an appendix lo my presentation of argument A1.
A different account therefore, has to be found of what are naturally
thought of as ways of existence. From this it tollows that be
(exist' does not signily a singic universal. From this it follows
that 'exist' signifies now one, now another, of a plurality duality or
multiplicity of universals. If 'exist' signifies a duality
plurality of multiplicity of universals, that plurality should satisty two
conditions: it should be as small i plurality as possible
(by an intuitively acceptable principle of economy), and
each of the elements of the plurality should be an essential property of
items of the kind to which it attaches: the removal of such
a property from any bearer belonging to that kind should deprive that bearer of
existence, more brietly, with respect to each kind, cach element property
should be entailed by the concept of existence. The only set of universals
which would satisfy both of the conditions which are specified is the set of
category-beads themselves (as the most general list of essential properties one
of another of which every objeet possesses); so the
category-heads constitute the required plurality or multiplicity
So exist by virue of signifying a plurality or multiplicity of universals,
exhibits multiplicily. Of signification. The argument given by
Aristotle in favour of the contention that being is not a genus is
obscure; it rests on the thesis that a genus cannot be
predicable of a differcutia of one of its species, and if
being were i genus it would have to offend against this probbition, since being
is unisersally predicable. The following is my speculative
expansion of this argument. Il Sis a species of a genus G
then it must be the case that G belongs essentally to Sand
is therefore in the same category as S; (2) that S is
differentiated, within G, by some universal D; and that D
is categorially difterent from, and (so to speak) "categorially inferior
to" $ and G (in that no item in the category of § and & may attach
essentially to, and so be predicabie of. D.
Tio-footed, for example, it a difterentia of ern, will
difles in category from man and animal
(will loe a quality rather than a substance) in such a way that acither mars
not animal can be predicable of it; A secondaty
substance is not predicable of a quality, even though it may be the case that
necessarily anything which has a cenain quality is a certain sort of
substance. But if be were a genus G, since b is uneversally
predicable it would be predicable of any differentin of any of its
species. To show that ‘exists’ possesses not merely multiplicity
of signification, but multiplicity of signification thT may
rendered aequi-vocal, we shall need a further igument which 1 shall endeavour
to supply. A By the preceding argument an item Alpha“exists” just
in case it belongs te some category C (c.g., Substance, quality,
quantity, eic.) If category C is a catogory OTHER than a
substance, an item x can be a C (fall under C) only if alphais a C of some
substance beta. This thesis can be seen as an application of a
version of the doctrine of universalia in se. a version
which demands that the existence of a universal U requires not just the
possibility but the actuality of an item alpha or beta which instantiates that
universal This thesis is enunciated in Metaphysics
Being a C of some substance beta which *instantiates* C entails
being a C of something y which exists in that sense (interpretation) of 'exist
which is appropriate for substances. By hypothesis, for a
substance to exist is for it to be a substance. So that a
substance beta exists is prior to, and presupposed by, cach forni of exists as
it applies to an alpha which is not a substance So the set
of ways in which 'exists is said are united by appropriate relanon to primary
(substantial) be, and so "exist' exhibits unified semantic
multiplicity . I hope that the argument, which I have
presented hase both a recognizable allinity with philosophical positions which
Aristotle is known 1o have lickd, and also at loast a superficial charm.
owen’s argument does however, has its drawbacks both from a historical
and from a conceptual point of view A crucial passage for
consideration is Metapitysics devoted to what is (be) in the
philosophical lexicon contained in the Metaphysics. ' There,
Aristolle says, it seems that whatever things are signilied by the "foms
of predication" presumably the categories), are said to be in themselves
(per se, kath' auta); 'be' has AS MANY SIGNIFICATIOZnS as
there are forms of PREDICATION.. Since predieates sometimes
say what a thing is EST sometimes what it is EST like, sometimes how much it
is, EST (and so on) there would be a a signification of 'be' IST corresponding
to each predication Aristotle concludes with the remark that
there is no difference between "man walks (flourishes)" and "man
is IST walking (Gourishing)". The obvious interpretation of
the last remark is that the appearance of a vert-form like "walks' or
'Bourishes' creates no difficulty, since they con be replaced by expressions in
canonical for like 'is IST walking' or "is IST flourishing';
If the expression regarded by Aristoile as canonical in form it is
because the uses of IST ') whose multiplicity he is at least at his point
discussing acopulative. COPULATION Owen, though he
recognizes that Aristotle does on occasion admit categorial variation in
the sense of copulative 'is. iST IZZES evidently is unwilling to allow that
Anstotle is primarily concerned here with the copulative "is';
So Owen rather strangely interprets, the remark as alluding to semantic
multiplicity in the copula as bei (supposedly) a consequence of semantic
multiplisity in ‘existit’ owen’s interpretation seems difticult to
detend. When Aristotle says that a predicate sometimes may say
what a thing is, sometimes what is it like (its quality), sometimes how much it
is (its quantity) and so on, he seems to be saying that if we consider the
range of predicates which can be applied to some item, for example to a
substance like Socrates or a cow, these predicates are categorially various,
and so the use of the IST IzzES in the ascription of these predicates will
undergo corresponding variation of signification
But Aristotle has connected the semantic multiplicity in IST not with variation
between predicates of one subject, but with variation between essential (per
se) predications upon different (indeed categorially different) subjecis
( such predications as " Socrates IS a
man", " Cambridge blue IS a colour (a blue, a blue
colour) A desire to hannonize these statements leads me to
wonder whether Aristotle may be maintaining not only that the copula IS
exhibits multiplicity of signification which corresponds to categorial differences
between different statements about one subject, for example, Socrates, but also
that dis semantic multiplicity is attributable to a multiplicity in the notion
of essential being IST; the signification of 'is varies between "Socrates
is a man" Fido is shaggy Cambridge blue is a
colour" A weight of two pounds is in
magnitude". To voice my suspicion more explicitly:
it might be Aristotle's view that if (a)
"Sociates is F" Smiths dog is shaggy
is an occidental (non-essential) predication,
"F" signifies an item in category C, and
has" expresses the COZnVERSE of Aristotle's relation of inherentia
(presentia, deen the LOGICAL FORM of the proposition
Socrates is F may Smiths dog is shaggy be
regarded as expressed by "Socrates HAS something which
is. F" where 'ist represents a sense of 'is' (of 'is essentially')
which correspoads to category C. The copula Ist in such
cases expresses the logical PRODUCT of a constant relation expressed by
'has' HAZZES — not Ist — and a categorially variant relation expressed by
'is' (Ist 'is essentially'). These predominantly scholarly murmurs
agoinst the 'reccived' vicw that Aristotle regards Ex existential statements
(propositions) as the habitat of semantic multiplicity are not the only
possible kinds of dissent. A different kind of complaint,
against the viability of the position which I have been treating so far as if
it were Aristotle's rather than against the suggestion that he in fact held it,
would urge the untenability of the thesis, supposedly a foundation of his
position that EZx are a particular VACUZoUS NAMES type of
subject-predicate utterance type (Smith is happy . 11 is possible
that Owen voices something like this charge iwhen he distinguishes typex of
exists. One form of such an objection would be that
"goats mumble" EX (x) , whether treated as a way of saying
"goats always mumble" or saying "goats usually
mumble", or of saying "goats sometimes mumble", or as being
indeterminate between these alternatives, has to be supposed to presuppose the
existence of goats. Cf Warnock - Strawson This
will be attested both by intuition, and by a need to extend to all
interpretations a feature which is demanded for universal of total and
particular utterance types, in order to escape ditficulties which arise in
connection with the Square of Opposition. To suppose "a goats
exists" to be analogous to "a goats mumbles", would be to
suppose that "a goats exists — Warnock a tiger exists — " presuppose
that a goats exists or to put it another way, the truth of "a goats exists"
is a necessary precondition of its being enher tre or faise that a goats
exists. This is an absurdity. Even for Collingwood It
seems to me that Aristotle can be defended against this attack.
To begin with, the invocation of a semantic relation of
collingwoodisn presupposition is not the only recourse when one is faced with
troubles about the Square of Opposition; one might, for
example, try to deploy a pragmatic notion of presupposition which would not
mitigate the alleged absurdity. Presupposition as implicature
in negation presupposition as entailment in affirmation
But a more sericus defence might suggest that Aristotle has more
than one method of handling Ex existentisls; that there are indeed two such
methods,both S Ist P subject-predicate in character, which when combined avoid
the churge. In Metaphysics where the primary topic seems 10
be what kinds of attributes are constitutive of and differentiate between sons
of sensible things, Aristotle argues the range of such crudal teatures is much
larger than Democritus allows atom, and indicates ways of giving
quasi definitions of a variety of sensible objects, such as
threshold and ice, which
contain analogues of genus and differentia. At this point, almose
parenthetically, he gives a pattern of conceptual definitional analysis for
existentials about such things: the pattern consists (of the
sequence some + genus* + l: + differentia*; c.g., "Some water
IST frozen" (an analysand for "ice exists") and "A
stone iIST situated in threshold position" (an analysand for "a
threshold exists"). We have, then, for certain Ex
existential a definiens in subject-predizate s Ist P form which by utilizing
the elements in definitions, ELIZmIznATES eliminates the 'existit
altogether. I would suggest, on Aristotle's behalf that this
ELZiZmIznATIZvE form could be employed lo conceptually analyst and define
general existentials, like " ice exists" , "
A goA exists while the category citing forms.
like Socrates is a substance could be used to conceptuallyto analyse or define
singular existentials, like Socrates exists". A
strategy for an attempted presentation of in argument in support of the
hypothesis that unified semantic multiplicity is to be located in the copula
(or in a sub-tange of examples in which "ist is used as a copula, viz.,
cases of acedental predication) will be to put forward as a preliminary a
partial sketch of a theory of categories, which I rogard as being in the main
Aristotelian, to comment on some points of interest in that sketch, and finally
to use it as a basis for the proposed argument. The sketch
will depast from Aristotle's own position in one or, two respecis, thereby
depicting i somewhat improved theory, and it will incorporate what seems to be
a conspicuous excusion of his theory, though one which, so far as I can see, he
might well have accepted without detriment to his account.
The main hope is to put forward an outline of an account of categories
which is overtly more SYSTEMATIZc than the assemblage of dicta which one may
extract from Aristotle's (L) I start, much as Aristotle does
in Caiegories, by distinguishing two forms Predication Each
relation, which may be called "izzes' and "Hazzes', are
approximately the converses, respectively, of his relations
Is said of and is in (a subject);
Ian x izees () y i=df y is said of x hab X hZzsz
y =df y is present in x. I shall begin by listing some of the properties
which I wish to assign to these relations. I may remark that
in one or two cases there seems to be options. Izzing is
reflexive (Vxix izzes x), Non-symmetrical
(symmetry-neutral), and transitive.
Hazzing, on theother hand, is ineflexive, either intransitive or
transitivily-neutral ), and asymmetrical. In all
cases, if an individual x izzes y, y is essential to x
in the sense that it x were not to izz y, x would no longer exist.
It is, however, certainly not true in all cases that if x hazzes
y, its hazzing y is essential to its existence; indeed, I am
inclined to think, that this is not truc in any casc. I am
disposed to accept the following "mised" law. (0) 11 x I y and y H z,
x Hz; the acceptability of this law would depend on the idea
that a non individual y hazzes something z ilt [of necessity] every individual
falling under y (that is every indivicual that izzes y) hazzes 2. 1 am not
disposed to accopf the "mixed" law. ( ii) If x H y and y
lz, x Il z, since I would like to espouse the idea that a subject a (in
any category other than that of x) harzes only individuals); in which case, l
might also espouse the idea that the copula Ist can be conceptually analyzed or
defined in terms of the disjunction of & l y and x H something z which I
y. 1 hare made izzing reflexive, so some of my definitions
must differ from his, since I cannot claim, as le did in Caregories 3a7, that
nothing tzzes an individual substance. The debnitions will
run as follow I is an individual iff nothing other than x izzes
x x is a primary individual iff x is an individual and nothing
hazzes x. x is a primary substantial (x is in the category of
"substance") iff sune primary individual izees x. x is il secondary substance ig
& is a primary substantial but not an individual. x is identical with y iff x
izzes y and y izzes x. y is predicable of x iff either x izzes y or &
huzzes something z which izzes y. We may compare this last
definition with the conceptual analysis of the copula. Ist
And y will be a primary element in some category other than that of
substantials just in case there is a individual x [an individual which is a
primary substantiall which hazzes something z which in tum izzes y (this allows
for the possibility that z may be identical with y); but
obviously, in the case of such a foreign predication a nethod will be needed
for determining which foreign' category is involved as being the category of
the predicated item y. We can atiempt to make use of the diflerent
one-word interrogatives which can be extracted from '
).Anstotle, with the supposition that items in a particular category may
be suitably invoked to provide answers to just one of the kinds of questions
asked by each of such interrogatives; but it is not clear that such a list
of interrogatives is sufficiently comprehensive (relatives, for example, secm
to escape this programme), nor is it clear what the rational
basis would be for such a list of questions. And while Aristotle
says much that is interesting about some particular categories, his attempts,
for example in the cases of quantity and quality, to pick on primary
distinguishing marks are nog clear Such shortcomings matter
Little it will be sufficient to assume the availability of some
discriminating procedure (perhaps some furtirer development of the
'interrogatives method) since my main oracern is with the consequences of a
scheme involving some procedure of such a cort At this point the sketch
incorporates the extension of Aristotle's thcory of categories.
I assume that there is an operation, "substantialization,
which, when appled directly to an individual which belong to a con-substantial
category, relocates it in a NON-primary division of the category of
substantials, thereby instituting or licensing the iclocated items as further
subjects of hazzing; the items hazzed by them will inhabit
NON primary divisions of categories other than that of substantials. A
Qualities of substance na be might be relocated as a non primary substantial,
thereby becoming subjects which hazz. (soy) fusther qualitatives of
quantitatives, : that is to say. inhabitants of a NON primary division of this
or that NON substantial category. So the category of
qualitatives may include qualities of substances, qualities of substantialized
qualities (or substantialized quantities) of substances, and so without any
fixed limit. Fidinterestnedd diedng exist Banbury doesn’t exist
The scheme would, provide for substantialization with respect to some,
but not necessarily to all, items which initially belong to some NON
substantial category; some categories, however, might be *inebigible£ for the
application of substantialication, and in other categories it might be that
only sub-categories would be eligible for substantialization;
would ensure that substantialization goes hand-in hand with beooming a
subject of hazzing; but would not guarantee that substantialiced items would
hazz further items in every non-substantial catessory. The scheme
as is absirace : and it would be necessary to make sure that it could have
application to concrete cascs. It might also, even if concretely
applicable, be oaly PARTZi in character; it might, for example, provide for one
kind of category (say "logical categories'), but leave other kinds
of categories, like sensory categories, unprovided for. The scheme would
leave room lor sub. categorial diversities within a given overall
entegory, There might be distinctions ictween, for cxample, qualities of
substances, qualitics of quantities of substances, qualities of quantities of
actions of substances, and so forth. All of these specifie
classes would fall within a general category of QUALZiTY: and there would be
opportunity to legislate against any item's belonging to more than one
sub-division. Within an already discriminated category or
sub-category there might be a categorial distinction between substantializable
and non-substantialicable items. There will be room 1o adopt a cruerion of
realiy distinct frem the perhaps increasingly cedious Quineian condition of
being "quantifiable over" One might, for example, insist
that reality attaches, or full reality attaches, only to items which besides
being izzers, being izzed, and being huzzed, are themselves haziers (that is,
are susceptible to substantialication). Since it cannot be assumed
that a non-primary substantial will receive predicables in every
non-substantial category, there is room for distinctions of richness between
the range of categories from which predicobles apply to one huzzer, and that
from which predicables apply to another; and these variations in
predicationable richness could be used as a measure of degree of reutty (the
richer the realer, with primary substantials at the topi. I have
discussed two different suggestions about the possible location of semantic
multipticity associated with the notion of ist One would lie ta
the range of maximally general specitications of the notion of existit (of the
use of the verb to be' to signify existence); the other would lie in the
use of the copula to signify different predication relations. Both
suggestions seem to have solid Aristotelian foundations; the
categorial multiplicity of the term 'existit' and the distinction between
different fonns of predication relations are both well-established Aristochian
docirines. So far, then, there might seem little room for a preference of
one suggestion to the other. There are, however, two lines of reflection
which in one way or another might upset this equilibrium.
The first line of reflection would allow that Aristotle or an
Aristotelian might have good reasons for secking TWO, rather than merely one,
predication-relation, reasons perhaps conaected with intuitively acooptable
restrictions on the scope of transitivity, and with a desire to block such
unwanted inferential moves as "Socrates is white, white is a colour, so
Socrates is a colour". But it will remain true that
nocharacterization hos been given of the concept of a predication-relation; and
though certain formal properties may have been assigned to izzing and hazzing,
it is not clear that these formal properties would by themselves be adequate
guides for someone wanting to be told how to apply the terms izzing' and
luzzing' to a particular case. Nor is it clear whot extra formal
supplementation could he provided, one would hardly suppose, for example, such
relational terms to be susceptible of ostensive definition.
It may then be that these relations do not (and presumably cannot) have a
readily discernible character, a fact which if not a blemish at least creates a
problem. It is possible then that despite initial appearances the notion
of a predization-relation is not well-defined, and indeed that apparent
examples of such relations are illusory. This line of reflection then,
might confer better survival chances upon the first of the two suggestions here
dstinguished. A second line of reflection, however, is one which I
am certainly inclined 10 take seriously. Unlike the first, it would not
lavour the attribution to Aristole of one rather than the other of two viens
about the location of a cortain semantis multiplicity. It would rather
suggest. or conjecture, that the attribution to Aristotle of either view would
involve a misconception of Aristotle's position, unless it wore accompanied by
a recognition of a certain not immediately obvious distirction. It would
be a mistake to suppose Aristotle to be holding that exists "is signites a
plurality of distinct universals and that therefore the existential 'is' bos a
plurality of meaning; it would also he a mistake to
attribute to Aristotle the view that the copulative 'is may signify one or
another of lWo precication relations therchy signifyiog a plurality of
universals, with the consequence that the copulative "is' has more than
one meaning. What Aristole is really proposing is a
separation of — the question what an U universals is, — the
question how many SIZgNZuFZiCAtIZoznS an expression possesses. Aristotle
is suggesting the possibility that a particular expression may have only one
meoning sense or content and yet be used on different occasions to point to
different universals. It is no doubt trus that historically
universals were admitted to the realm of philisaphical disonurse in order to be
itens in which the meaning of particular expressions might consist; but
this historical fact does not establish an indissoluble connection between
universals and the meanings of linguistic expressions; and it should be
modified or abandoned should subsequent rational reflection provide reasons for
adopting such a ovurse. I am aware that the suggestion, whether advanced
on behalf of Aristotic or independently, that a distinction should be made
between, on the onc hand, the universal or universals, which either in general
or on a pasticularoccasion are pointex T by the expression, and, on the other
hand, the meaning or meanings of the expression in question, which is likely to
give rise to a sense of shock; 1 think, moreover, that susceptibility to
this sense of shock will be independent of the question whether the person who
feels it is friendly or unfriendly towards universals. Let us consider
first the reaction of one who is friendly to universals. He will be liable
to take the view that the reason for introducing universals in the first place
was primarily, indeed exclusively, to equip ourselves with a range of items, cach
of which would serve as that which was meant, or as one of the things that was
meant by significant expressions. This is what universals do, and it is
what they are supposed to do, and they do it perfectly well; it is not
therefore in order te propose a severance of just that connection with meaning
which gives universals a raison d'être. One who is unfriendly to universals can
hardly be expected to be more sympathetic to the proposal, such a person might
be unfriendly to universals either becausc, like Quine, while he is prepared to
describe each of a multitude of expressions as being meaningtul, be is not
prepared to count as legitimate specifications of what it is that a caningful
expression means, or he is not prepared to allow that two distinct expressions
may each mean the same thing. These denials are plainly linked; if it is
legitimate to ask of two meaningful expressions, what it is that each mcans we
can hardly preveat it from being the case, sometimes, that what each means is
just the same as what the other means. Alternatively the enemy of universals
might not wish to eliminate specifications of mcaning or the possibility of
synonymy; his position is rather that an adequate account of the full range of
meaning-concepts can be provided without resort to universals. But the enemies
of universals, from whichever camp they come, may well insist that one who, unlike
them, is disposed to bring in universals is not at liberty to contemplate
divorcing them from that connection with meaning which he will have to allow as
underlying their claim to existence. I am not sure that such hostility to
the general idea of divorcing the signification of one or more universals from
the possession of one or more meanings is as solidly founded as initially it
appears to be. If I ask someone whether he knows the birth place of Napoleon,
he might reply in two quite dilferent ways. He might say "Certainly I do;
he was born in Corsica." Altematively he might reply "I am afraid I
don't. Napolcon was born in Corsica, 1 am afraid I have never been able to get
to Corsica so I don't know the place at all." The obvious difference
between these two distinct interpretations of the question seems to me to be
plainly connected with the functioning of certain pronouns as (a) indirect
interrogatives (b) as relatives; in my example, the first reply claims
knowledge where Napoleon was born, the second claims ignorance of that place
where (in which) Napoleon was born. There are other ways of looking at
the linguistic phenomenon presentedby my example, which are not incompatible
with the way just outlined. and indeed which may tumm out to be uscful complementaries
to it. One might draw attention to a distinction between knowledge of
propositions and knowledge of things, suggesting that what the first respondent
claims is propositional knowledge, whereas, what the second respondent
disclaims is thing-knowledge; the second respondent exhibits a certain bit of
propositional knowledge but professes substantial ignorance concerning the item
to which his propositional knowledge relates. There is of course no reason why
these two states should not coexist. While we are directing our attention to
this approach, we night bear in mind that one kind of knowledge might be
dependent on the other. It might, for example, be the case that knowing a thing
a consists in the possession of a perhaps indefinitely extended supply of
pieces of propositional knowledge, all of which are cases of propositional
knowledge which relates to x; or alternatively, knowledge of x might consist
not in an indefinite supply of pieces of propositional knowlcdge about x, but
rather in the possession of a foundation or a base from which such
propositional knowledge may be readily generated. Yet a further idea to be
considered begins with the recognition that definite descriptions like many
other kinds of phrases may, within a sentence occupy either subject position or
predicate position; as some might prefer to put it, "the birth place of
Napoleon" may be used either referentially or predicatively. It might then
be suggested that in the mouth, or at least in the mind, of the first respondent
the phrase "the birth place of Napoleon" occurs predicatively,
whereas in the case of the second respondent it occurs referentially, as,
potentially at least, a subject expression. If we suppose the phrase to occur
predicatively in a given cose, it will be necessary that one should be able to
point to a mentioned or unmentioned item to which the predicate in question
might apply: then, in the case of the first respondent in normal circumstances
there will be some particular item which he thinks of as, or believes to be,
the birth place of Napoleon. The relevance of this discussion to the
topic of meaning and universals is that it may with some plausibility be
alleged that those who have invoked universals as the items in which the
meaning or meanings of significant expressions consist are guilty of
representing such a phrase as "knowing the meaning of the word 'watershed
" as referring to knowledge of an object or thing, as knowledge of
"that which" the word watershed' significs or means (where the
pronoun "which' is a relative pronoun); whereas, in fact, the phrase
plainly refers to knowing what the word 'watershed means where the
pronoun 'what' is indirectly interrogative rather than relative. The theory of
universals as meaning, then, rests on a syntactical blunder; that this is so is
attested by the fact that in principle at least the caning of an expression E,
may be identical with the meaningof the expression Ez but plainly to know the
meaning of E, is not the same as to know the meaning of Ez This attack on
the historical genesis of universals as the focal elements in a certain kind of
anti-nominalistic theory of meaning, might encounter the following response. It
might not be denied that the kind of syntactical blunder, which I have been
attempting to expose, is in fact a blunder and has indeed been committed by
some who have championed the cause of universals. It is, however, a remedial
blunder which can be rectified, ultimately not only without damage, but even
with advantage to the view of universals as the primary constituents of
meaning. Once universals are admitted, they can be, and should be, thought of
and accepted as being those items which are the meanings of this or that
element of language. In the end, then, knowing the mcaning of an expression E
would emerge as knowing what E mcans, that is, as propositional knowledge
connected with interrogative pronouns rather than as thing-knowledge connected
with relative pronouns. So everything comes right in the end; and the tie
between universals and meanings cannot be put asunder. This delence of
the inviolability of the link between universals and meanings may be
ingeniously contrived, but is not, I think, irresistible. If the specification
of meanings were to provide not merely a useful mode of employment for
universals once they are recognized as being around, but rather the sole
justification and raison d'ete of the supposition that they are around, the
specification of meaning would have to be not merely something that can be
commodiously done with universals, but rather something which cannot be done or
fully done without universals. To my mind this stronger requirement cannot be
mct. There are, I think, some cases of expressions E such that knowing the
meaning of E cannot comfortably be represented as knowing, with respect to some
acceptable entity that it is that to which the description "the (a)
meaning of E" applies. I offer two examples: (1) If I were to say
"The wind is blowing in the direction of Sacramento", any norally
equipped English speaker would know the meaning both in general and on the
current occasion of the phrase *in the direction of Sacramento; that is to say
he would know both what in general the phrase means and what 1 mcant by it on
the occasion of utterance. But such cxamples of knowledge of the meaning in
general, and also the meaning relevant to a particular occasion, of a
particular phrase, so far as 1 can sec, neither requires, nor is assisted by,
the specification of an admissible entity which is to be properly regarded as
that to which the description *the meaning of the phrase 'in the direction of
Sacramento'" applics, cither senceally or on this occasion. It is unlikely
that there is such an admissible entity, the phrase 'in the direction of
Sacramento' does not seem to be one which applies to any particular entity; and
even if it were possible to justifythe claim, such a justification scems hardly
to contribute to one's capacity for knowing what such a phrase means. (2)
By a precisely parallel argument I may know perfectly well what is meant by the
phrase the inducement which I otfer you for looking after my garden', even
though I am neither helped nor hindered by the presence or absence of any
thought to the effect that there is some admissible item which satisfies the description
"the meaning of the phrase 'the inducement which I offer you for looking
atter my garden' " Before leaving this topic, I should make two
comments: first, the fact that the concction between universals and meanings
may not be inviolable does not dispense someone who wishes to modify it from
obligations to make clear just what changes he is making; second, if a theory
of meaning should fail to provide an indispensable rationale for the
introduction of universals, it might turn out to be incumbent upon a
metaphysician to offer an alternative rationale. But this question will have to
wait for another occasion. IV. Modes of Unification of Semantic
Multiplicity Let us for the moment retain an open mind on the nature of
Aristolle's views about the connection between the unification of semantic
multiplicity and the prescnce or absence of identity of meuning. Aristotle
lists a number of modes of this kind of unification which I shall consider one
by one. As one embarks on this enterprise one might well bear in mind the
possibility that the list provided by Aristotle might not be intended to be
exhaustive; and that the number and proper characterization of the modes which
do occur in Aristotle's list is sometimes uncertain. Alistotle refers to cases
in which a general term is applied by reference to a central item or type of
items as ones in which there is a single source for a contribution to a single
end. It is not clear whether he is giving a single general description or a
pair of more specific descriptions each of which applies to a different
sub-class of examples. I know no way of settling this uncertainty. The modes of
unification actually listed by Aristotle consist in (a) what 1 shall call
recursive unification in which the application of each member of a range of
predicates is determined by the conditions governing the application of a
primary member of that range, (b) what I may, with deference to G.E.L. Owen,
call focal unification (unification which derives from connection with a single
central item), (c) analogical unifiestion, in which the applicability of one
predicate or class of predicates is generated by analogies with other
predicates or classes of predicates, I shall consider these headings in
order.Recursive Unification The cases of recursive unification are
primarily, though not exclusively. mathematical in character; they are also
cases in which what one might call the "would-be" species of a
generic universal stand to one another in relations excmplifying priority and
posteriority. The Platonists, so Aristolle tells us, regarded such priority and
posteriority as inadmissible between fellow species of a single genus.
Aristotle does not explicitly subscribe to this view, but he does not
explicitly reject it and is liable to act as if he accepted it. Why should
priority and posteriority stand in the way of being different species of a
single genus? Why should not different numbers be distinct species of the genus
number? In the case of numbers, End. Eih. (121%aff.) attempts a reductio ad absurdum:
if there were a form (universal) signified by "number" it would have
to be prior to the first number, which is impossible; this argument might be
expanded as follows: consider a sequence of "number-properties" (Pl,
p?..., e.g., 2-ness, 3-ness ...): such a sequence satisfies, inter alia, the
following conditions. For any x and for any n 1, x instantiates Pi entails x
does not instantiae pa-' (nor indeed any P'). For any x and for any n * 1, x
instantiates P" entails something y (* x) instantiales pr-/ If P™ = P' , no counterpart of
(a), (b) holds; so Pl is the first number. If the fulfillment of the
abore conditions is to be sufficient to establish a sequence of properties as a
sequence of number properties, then there cannot be a universal number; if
there were, it would, like any genus, be prior to each of its species, and so
prior to Pl; but since P' is the first number it cunnot have a predecessor and
so nothing ean be prior to it. There seem to be two objections. It is by no means clear that
the above conditions are sufficient to guarantee that a sequence of properties
is a sequence of number-properties. Even if they were, one part of them would not be
fulfilled in the case of Pl and being a number; if x instantiates Pl (viz.,
2-ness), x, not something other than x, will instantiate being a nuenber, a set
whose cardinality is 2 itself instantiates being a number (as a cardinality) If
this route to a denial of the existence of a generic universal number fails
there are two further possibilities. (1) One might attempt to represent
conformity to a "standard" genus-species-differentia model as being
not just an acceptable picture of situations in which a more general universal
has under it a range of subordinate universals which are its specializations,
but as being constitu. tive for such examples of the existence of the more
general universal. The slogan might be "For there to be a universal U,
with specializations U,, U,, ..., U,, U has to be the genus of those
specializations with all that that entails" (or, more bricfly, "no
specialization without species"). The justification for such a claim will
not be casy to find. While, intuitively. one might be prepared to accept the
idea that a more general universal must be independent of its specializations
in that the non emptiness of the general universal should be compatible with
the emptiness of any particular specialization (though not of course with the
emptiness of all specializations), it does not seem intuitively acceptable to
make it a condition of the existence of U that any pair of specializations U,
and U2 should be in this sense independent of one another. (2) One might
try a simpler form of argument. If the special cuses for the application of a
general term E, that is to say, the universals U, ... U, are united by a single
ordering relation R into a series 5, the elements of which [U, ... U.] cover
every item to which E applies, and only such items, then we do not need a
gencric universal U; its would-be species U, ... U, are already unified by
membership of the series S. The expression "being an instance of
some universal in the series S" is of course applicable to anything to
which E is applicable; but this expression does not even look like the name of
a gonus. Focal Unification The second mode of unification to which
semantic multiplicity may be susceptible, that of focal unification, is
discussed at length in Metaphysics IV, i (T, ii) 1003a32f., there Aristotle
brings up two of his favourite examples, the applications of the adjectives
"healthy' and 'medical'. He states that everything to which the word
"heulthy' applies is related to, in one way or another, the focal item of
health, "one thing in the sense that it preserves health, another that in
the sense that it produces it, another in the sense that it is a symptom of
health, another because it is capable of it." Similar considerations apply
to applications of the adjective 'medical', "that which is medical
is relative to the medical art, one thing being called medical because it
possesses it, another because it is naturally adapted to it, another because it
is a function of the medical art." On the most obvious interpretation of
this passage Aristotle will be suggesting that standard semantic theory will be
right in supposing the applicability of certain adjectives to particular items
depends on a relationship of such items to an associated universal, but wrong
in supposing that the relationship in question is invariably that of
instantiation; other sorts of relationship are frequently involved. There is,
however, a less obvious position which Aristotle might have been taking up;
this position would maintain with respect to universals, that the only way in
which individual items may be related to universals is that of instantiation:
that there will beOther entities which will indeed be general entities though
not universals; to them individual items may be related in a variety of ways
which are distinct from instantiation. The rolative merits of these two ideas
will be a matter for debate. This mode of unification is of special
interest in my present enquiry since Aristotle states quite plainly that this
is the mode of unification which applies 10 the semantic multiplicity connected
with being. Categorially cifferent sorts of things may all be said to be by
virtue of different kinds of connections which they have to the focal item,
which will be intimately connected with the notion of substance. This central
item might be an individeal substance or, more likely, might be the notion of
substantal type: any items which 'izzed' this type would be an individual
substance and so would exist. But non-substantial items could also be said to
be by virtue of their relationship (different in different cases) to the same
central item; some things may be said to be because they are affections of
substanee, others because they are a process towards substance, and su
forth. It is evident that Aristotle habitually thinks of the focal item
as being a universal, or at least some kind of general entity; but such
restriction is not mandatory, nothing prevents the focal item from being a
particular. Consider the adjective "French" as it occurs in the
pluases, "French citizen", "French poem", "French
professor". The following features are perhaps signilicant: (1) The
appearance of the adjective in these phrases is what I might call
"adjunctive" rather than "conjunctive" (or
"attributive"). A French poem, is not as I see it, something
which combines the separate eatures of being a poem and being French, as a fat
philosopher would simply combine the features of being fat and of being a
philosopher. "French" here occurs, so to speak, adverbially.
(2) The phrase "French citizen" standardly means "citizen of
France", while the phrase "French poem standardly means "poci in
French"; but it would be a mistake to suppose that this fact implies that
there are two (indeed more than two) meanings or senses of the word
"French". The word French" has only one meaning, namely "of
or pertaining to France"; it will, however, be what I might call 'context
senstive"; we might indeed say, if you like, that while "French"
has only one meaning or sense, it has a variety of meanings-in-context;
relative to one context, "French" means "of France" as in
the phrase "French citizen", whereas relative to another
context "French" means, "in the French language" as
in the phrase "French poem". Whether the focal item is a universal or
a particular is quite irrelevant to the question of the meaning of the related
adjective; the medical art is no more the meaning of the adjective 'medical',
as France is the meaning of the adjective 'French'. As a concluding observation
I may remark that while the attachment of the context may well suggest an
interpretation in context of a word, it need not be the case that
suchsuggestion is indefeasible. It might be for instance that "French
poem" would have to mean "poem composed in French" unless there
were counter indications; in which case, perhaps, the phrase might mean
"poem composed by a French competitor" (in some competition). For the
phrase "French professor" there would be two obvious meanings
in context; and disambiguation would have 10 depend on a wider linguistic
context or on the cireumstances of utterance. Analogical
Unilication I turn now to what is possibly the most baffling of the ways
explicitly suggested by Aristotle as being those in which what I am calling USM
may arise. These will be cases in which the application of an epithet to a range
of objects is accounted for by analogy detectable within that range; more
explicitly to analogies between the specific universals which determine the
application of the epithet, or (perhaps) berween the exemplifications of those
universals by this or that type of object. More explicitly to analogies between
the specific universals U, and Uz etc., which determine the application of the
epithet, or (perhaps) between the exemplifications of U,, Uz ete., by items of
the sorts ly. lo etc., The puzzling character of Aristotie's treatment of this
topic arises from a number of different factors. First there are two things
which Aristotle himself might have done to aid our comprehension. He might have
given us a firm list of examples of epithets, the application of which to a
given range of objects is to be accounted for in this way; alternatively, he
might have given us a reasonably clear characterization of the kind of
accounting which analogy is supposed to provide, leaving it to us to determine
the range of application of this kind of accounting. Unfortunately he does
neither of these things; he offers us only the most meagle hints about the way
in which analogy might unify the various applications of an epithet; we are
told, for example, that as sight is in the eye, so intellect is in the soul
with the implicit suggestion that this fact accounts for the application of the
word 'see' both to cases of optical vision and cases of intellectual vision,
and he also suggests that analogy is responsible for the application of the
word 'calm' both to undisturbed bodies of sea water and to undisturbed expanses
of air. Such offerings do not get us very far, furthermore, not surprisingly,
where Aristotle seems to fear to tread the commentators are most reluctant to
plant their own feet. Perhaps the least unhelpful suggestion comcs from Ross
who suggests as Aristotle's view that the application of the word 'good' is
attributable to the fact that within onc category things which are good are
related to things in general belonging to that category in a way which is
analogous to the way in which good things in some second category are related
to the general run of things which belong to that second category. Apart from
obscurity in thepresentation of this idea, Ross's suggestion takes for granted
something which Aristotle himself does not tell us, namely that the application
of the epithet 'good' is one exemplification of unification which is the
outcome of analogy: Ross's suggestion about 'good' would, moreover, be at best
only a description of one special case of analogical unification, and would not
give us any general account of such unification. I might add that little
supplementary assistance is derivable from those who study general semantic
concepts; such persons seem to adhere to the principle that silence is golden
when it comes to discussion of such questions as the relation between analogy,
metaphor, simile, allegory and parable. So far as Aristotle himself is
concerned it seems fairly clear to me that tie primary notion behiad the
concept of analogy is that of 'proportion'. This notion is embodied, for
example, in Aristotle's treatment of justice. where one kind of justice is
alleged to consist in a due proportion between return (reward or penalty) and
antecedent desert (merit or demerit) but it remains a mystery how what starts
life as, or as something approximating to, a quantitive relationship gets
converted into a not-quantitive relation of correspondence of allinity. It
looks as if we might be thrown back upon what we might hope to be inspired
conjecture. I take as my first task the provision of an example,
congenial to Aristotle, of the unification by analogy of the application to a
range of objects of some epithet. I shall expect this to involve the detection
of analogical links between the exemplifications of the varicty of universals
which the epithet may be used to signify. My chosen specimen is the verb grow.
In this case a number of different kinds of shifts might be thought of as
possessing an analogical unification. One of these would be examples of shifis
in respect of what might be termed syntactical metaphysical category. A
substance, indeed a physical substance like a lump of wax or a mass of metal,
might be said to grow; and it would be tempting here to suggest that the
relevantly involved universal, that of increase in size or getting larger,
provides the toundational instance of the signitication of a universal by the
word "grow'; we have here, so to speak, the 'ground-floor' meaning of the
verb. But not only the physical substance itself but the various accidents of
the substance may also be said to grow; not only the piece of wax but its
magnitude, some event or process in its history, its powers or causal efficacy
and its aesthetic quality (beauty) might each be said to grow; and it seems not
unplausible to suggest that though growth on the part of these non-substantial
accidents might be different, and more or, again, less boringly connected with
growth on the part of the substance, there will always be some kind of
correspondence or analogical connection between growth in the case of a
non-substantial item and growth in the case of a substantial item. Another and
different kind of calegorial variation may separate some of the universals
which the word "grow' may be used to signify from others; these will
be connected withdifferences in the sub-categories within the category of
suistance within which fall different sorts of entitics which may be said to
grow; different universals may be signified by sonicone who speaks of a plant
as growing and by someone who speaks of a human being as growing, and the
confection between these diverse realizations of growth may rest on analogy. In
what is called the growth of a plant, internally originated increase in size
may occupy a prominent place, whereas in the case of a buman being the kind of
development which may be involved in growth may be much more varied and
comples; the link between the two distinct universals which may be signified
might be provided by analogy between the roles which such changes fulfill in
the development of the very different kinds of substances which are being
characterized. No doubl many further kinds of analogical connection would
emerge within the general practice of attributing growth. My next
endeavour will be an attempt to supply some general account of the way in which
the presence of analogy may serve to unify semantic multiplicity; and if such
an account should be found to offer prospecis of distinguishing analogy from
other concepts, particularly metaphor which belongs to the same general family,
that would be a welcome aspect of the account. It is my idea that in
metaphorical description a universal is signified, which though distinct from
that which underlies the literal meaning of an epithet is nevertheless
recognizably similar to that literal signification I come now to the
notion of analogy itself. I shall start by considering items any one of which
may be called an S,; I shall initially suppose that being an S, consists in belonging
to a substantial type or kind, S,. though that supposition may be relaxed
later. My first move will be to assume that being an S, consists in being
subject to a systern of laws which jointly express the nature of the type or
kind Si; and further that these laws, which furnish the central theory of S,,
will all be formulable in terius of a finite set of S,-central propertics (let
us say P, to P,); each law will involve some ordered extract from the central
set, and their totality will govern any tully authentic Sy. This totality may
well not include all the laws which apply to S,: but it does include all the
laws which are relevant to the identity of Sy, all the laws which determine
whether or not a particular item is to count as an 5,- Let us next consider
not merely things each of which is an S,, but also things each of which is an
Sz; it is to remain at least for the moment an open question whether or not the
typeS, is identical with the type S1. 1 assume that, as in the case of S,,
membership of S, is determined by conformity to a system of laws relating to
properties which are central to S2. I shall symbolize these properties by the
devices Or ... Q.. We now have various possibilities to consider. The first is
that every law which is central to the determination of Sz is a mirror image of
a law which iscentral to S,; and that the converse of this supposition also
obtains. To this end we shall assume that the properties which are central to
being an $, are the properties O, through Os; and that if a law involving a
certain ordered extract from the set P, through P, belongs to the central
theory of Sto a law involving an exactly corresponding ordered extract from the
set O, through , will belong to the contral theory of Sa; and that the same
holds in reverse. In that case, we shall be in the position to say that there
is a perfect analogy between the central theories of S, and Sz; and in that
case, it may also be tempting to say that the types S, and S, are essentially
identical. We should recognize that if we yield to this temptation we are not
thereby forced to say that Sy and S, are indistinguishable, they might, for
example, be differently related to perception, only one of them (perhaps) being
accessible to sight; we shall only be forced to allow that essentially, or
theoretically, the types are not distinct; how that is to be interpreted will
remain to be seen. The possibility just considered is that of a total
perfect analogy between the central theories of S, and Sa. There is also,
however, the possibility of a partial pertect analogy between S, and Sz. That
is to say pait of the central theory of one type (say S,) may mirror the whole
of the central theory of Sz, or again may mirror some part of a central theory
of Sz. In such circumstances one might be led to say (in one case) that the
type S, is a special case of the type S,; or (in the other case) that the types
S, and S, both fall under a common super-type, determined by the limited area
of perfect analogy between the central theories of S, and Sz. A third
possibility will be that no perfect analogy, either total or partial, exists
between the two central theories; the best that can be found are imperfect
analogies which will consist in laws central to one type approximating, to a
certain degree, with the status of being analogues of laws central to the
other. At this stage, I would propose a relaxation in the
characterization of the signification of such symbols as 'S!', 'Sz etc., which
till now I have been regarding as signifying substantial types or kinds,
reference to which is made in more or less regimented discourse of a
theoretical or scientific sort. I shall now think of such symbols as relating
to what I hope might be legitimately regarded as informal precursors of the
aforementioned substantial types, as expressing concepts of one or other
classificatory sort, concepts which will be deployed in the unregimented
descriptions and explanations of pre-theoretical. Examples of such unregimented
classifica-tory concepts might be the concepts of an investor, a doctor, a
vehicle, a confidante, and so on. I would hope that in many ways their general
character might run parallel to that of their more regimented
counterparts. In particular, one might hope and expect that their nature
would be bound up with conformity to a certain set of central generalitics
(platitudes, truisms, etc.); to be an investor or a vchicle will be to do a
sufficientnumber of the kinds of things which typically are done by investors
or vehicles. One might expect, however, that the varicty of possible forms of
generalization might considerably exceed the meagre armament which theoretical
enquirers normally permit themselves to employ. One might also hope and expect
that the generalities which would be expressive of the nature of a particular
classificatory concept would be formulable in terms of a limited body of
features which would be central to the concept in question. This material might
be sufficient to provide for the presence from time to time of analogy, at
least of imperfect analogy, between scucralities which aro expressive of
distinct classificatory concepts. When they occur, such analogies might be
sufficient to provide for semantic unity in the employment of a single epithet
to signify dilferent classificatory concepts; and this semantic unity, in turn,
might be sufficient to justify the idea that in such cases the expression in
question is used with a single lexical meaning. Conclusions I
conclude the presentation of my suggestions about the interpretation of the
notion of analogy as a possible foundation for semantic unity with two
supplementary comments. The first is that there scems to be a good ease for
supposing that anyone who accepts this account of analogy-based unity of
meaning is not free to combine it with a icjection of the analytid synthctic
distinction. The account relies crucially on a connection between the
application of a particular concept and the application of a system of laws or
other generalities which is expressive of that concept, and, this in tum,
relies on the idea of a stock of further concepts, in terms of which these laws
or generalitics are to be formulated, being central to the original concept.
But it seems plausible, if not mandatory, fo suppose that such contrality
involves a non-contingent connection between the original concept and the
concepts which are said to be central to it, a connection which cannot he
admitted by one who denies the analytic/synthetic distinction. So either one
accepts the analytic/synthetic distinction or one rejects at least this account
of analogy-based semantic unity. I make no attempt here to decide between these
alternatives. Ihe second comment is that matcrial introduced in my
suggested claboration of the notion of unalogy, particularly the connection
between concepts and conformity to laws or other generalities, may serve to
provide a needed explanation and justification of the initial idea that the
applicability of a single defining formula, couched in terms of the ideas of
genus, spocies, and differentia is a paradigmatic condition, if not an
indispensable condition, for identity of meaning. We might, for a start, agree
to treat a situation in which the applicability of an epithet to an item i,
rests on a conformity to exactly the same laws or generalities as does
itsapplication to item iz, as being a limiting case of partial perfect
analogy. Situations in which no icinterpretation at all is required may
be treated as limiting cases of situations in which, though reinterpretation is
required. one is available which ochieves partial perfect analogy. As one might
say, a law is perfectly analogous with itself. Situations, then, in which an
epithet applies to a range of items solely by virtue of the presence of a
single universal, and so of a single set of laws, may be legitimately regarded
as a specially exemplary instance of a kind of unity which is required for
identity of meaning. V. Some Larger Issues Both a proper assessment
of Aristotle's contribution to metaphysics and the theory of mcaning and
studies in the theory of meaning themselves might profit from a somewhat less
localized attention to questions about the relation between universals and
meaning than has so far been visible in my rellections. I have it in mind to
raise not the general question whether, despite the Nominalists, a theory of
meaning requires universals (to which I shall for the moment assume an
affirmative answer), but rather the question in what way universals are to be
supposed to be relevant to meaning. Consideration of the practices
of latter-day lexicographers, so far from supporting a charge that, at least on
my interpretation of him, Aristotle has proposed an illegitimate divorce
between universals and mcaning suggests that it would be proper to go a deal
further than did Aristotle himself in championing such a divorce, There will be
many different forms of connection between the varicty of universals which may
be signified by a non-equivocable expression beyond that countenunced by the
tradition of Theory of Definition, and even perhaps beyond the extensions to
that theory envisaged by Aristotle himself. These will include some forms of
connection like those involved in metonymy and synecdoche, recognized by later
grammatical theorists, and no doubt others as well. It would, I suggest, be a
profitable undertaking to study carefully the contents of a good modem
dictionary, with a view to constructing an inventory of these various modes of
connection. Such an investigation would, I
suspect, reveal both that in a given case the invocation of one mode of
concction may be subordinate and posterior to the invocation of another, and
also that there is no prescribed order or limitation of order which such invocations
must observe. I suspect, also, that it might
emerge that the question whether variations of meaning are thought of as
synchronie or diachronic has no beating on the nature of the uniting
connections. The same forms of connection will be available in both cases, and
these in turn may well befound to correspond with the range of different
figures of speech which conversational practice may typically cmploy. (4)
Should this conjecture turn out to be correct, the underlying explanation of
its truth might, I would guess, run along the following lines. Rational
human thought and communication will, in pursuit of their various parposes,
encounter a boundless and unpredictable multitude of distinct situations.
Perhaps unlike a computer we shell not have, ready made, any vast altay of
forms of description and explanation from which to select what is suitabie for
a particular occasion. We shall have lo rely on our rational capacities,
particularly those for imaginative construction and combination, to provide for
our needs as they arise. It would not then be surprising if the operations of
our thoughts were to refleet, in this or that way, the character of the
capacities on which thought relies. I have to confess to only the haziest of
conception bow such an idea might be worked out in detail of any of
its species. To show that exist possesses not merely semantic
multiplicity, but unified semantic multiplicity, we shall need a further
igument which 1 shall endeavour to supply. Argarer A2 By the preceding argument A1,
an item exists just in case it belongs te some particular category C (c.g.,
Substance, quality, quantity, eic.) If category C is a catogory other than a substance,
then an item x can be a C (fall under C) only if x is a C of some substance y.
This thesis can be seen as an application of a version of the doctrine of
universalia in se. a version which demands that the existence of a universal
requires not just the possibility but the actuality of an item which
instantiates that universal This thesis, though not my justification of it,
seems to be enunciated in Metaphysics IV. ii. 1003a7. Being a C of some substance y
which instantiates C entails being a C of something y which exists in that
sense (interpretation) of 'exist which is appropriate for substances. By
hypothesis, for a substance to exist is for it to be a substance. So substancial existence' is
prior to, and presupposed by, cach forni of 'non-substantial existence' (3) So
the set of ways in which 'esistence is said are united byapproprate relanon to
primary (substantial) being, and so "exist' exhibits unified semantic
multiplicity. I hope that the twin arguments, which I have presented hase
both a recognizable allinity with philosophical positions which Aristotle is
known 1o have lickd, and also at loast a superficial charm. They do, however,
have their drawbacks both from a historical and from a conceptual point of
vicw. My cument thoughts with regard to the first of these two aspects have
been greatly influenced by my colleague Alon Code. A crucial passage for
consideration is Metapitysics V, vi (4 7), 1017a23-31, part of the chaptes
devoted to what is (being) in the "philosophical lexicon"
contained in the Metaphysics. 'There, Aristolle says, it seems that whatever
things are signilied by the "foms of predication" (i.e. presumably
the categories), are said to be in themselves (per se, kath' auta); 'being' has
as many significations as there are forms of predication. Since predieates
sometimes say what a thing is, sometimes what it is like, sometimes how much it
is, (and so on) there is a signification of 'being' corresponding to each of
these. He concludes with the remark that there is no difference between
"man walks (flourishes)" and "man is walking
(Gourishing)". (a) The obvious interpretation of the last remark is
that the appearance of vert-forms like "walks' or 'Bourishes' create no
difficulty, since they con be replaced by expressions in canonical for like 'is
walking' or "is flourishing'; and if the latter expressions are regarded
by Aristoile as canonical in form it is because the uses of eindi ("being')
whose multiplicity he is at least at his point discussing are not existential
but copulative. Owen, though he recognizes [ASO p. 82 n| that Aristotle does on
occasion admit categorial variation in the sense of the copulative 'is.
evidently is unwilling to allow that Anstotle is primarily concerned here with
the copulative "is'; so he rather strangely interprets, the last remark
(1017a27-30) as alluding to semantic multiplicity in the copula as being
(supposedly) a consequence of semantic multiplisity in the existential
'is'. This interpretation seems difticult to detend. (b) When
Aristotle says that predicates sometimes say what a thing is, sometimes what is
it like (its quality), sometimes how much it is (its quantity) and so on, he
seems to be saying that if we consider the range of predicates which can be
applied to some item, for example to a substance like Socrates or a cow, these
predicates are categorially various, and so the uses of the copula in the
ascription of these predicates will undergo corresponding variation. But in the
immediately preceding sentence, Aristotle has connected the semantic
multiplicity in the copula not with variation between predicates of one
subject, but with variation between essential (per se) predications upon
different (indeed categorially different) subjecis (such predications as
"Socrates is a man", "Cambridge blue is a colour (a blue, a blue
colour) *). A desire to hannonize these statementsleads me to wonder whether
Aristotle may be maintaining not only that the copula exhibits semantic
multiplicity which corresponds to categorial differences between different
statements about one subject, for example, Socrates, but also that dis semantic
multiplicity is attributable to a multiplicity in the notion of essential
being; the signification of 'is varies between (i) "Socrates is a
man" (ii) "Cambridge blue is a colour" (ili) "A weight of
two pounds is in magnitude". To voice my suspicion more explicitly: it
might be Aristotle's view that if (a) "Sociates is F" is an
occidental (non-essential) predication, (b) "F" signifies an item in
category C, and (c) "has" expresses the converse of Aristotle's
relation of inherence (presence in), deen the logical form of the proposition
Socrates is F may be regarded as expressed by "Socrates has something
which is. F" where 'is'. represents a sense of 'is' (of 'is essentially')
which correspoads to category C. The copula in such cases expresses the
logical product of a constant relation expressed by 'has' and a categorially
variant relation expressed by 'is' ('is essentially'). These
predominantly scholarly murmurs agoinst the 'reccived' vicw that Aristotle
regards existential statements (propositions) as the habitat of semantic
multiplicity are not the only possible kinds of dissent. A different kind of
complaint, against the viability of the position which I have been treating so
far as if it were Aristotle's rather than against the suggestion that he in
fact held it, would urge the untenability of the thesis, supposedly a
foundation of his position that existentials are a particular type of subject
predicate statements. 11 is possible (1 am not certain) that Owen voices
something like this charge in ASO when he distinguishes single star and
double-star existence. One form of such an objection would be that
"goats mumble" , whether treated as a way of saying "goats
always mumble" or saying "goats usually mumble", or of
saying "goats sometimes mumble", or as being indeterminate between these
alternatives, has to be supposed to presuppose the existence of goats. This
will be attested both by intuition, and by a need to extend to all
interpretations a feature which is demanded for universal and particular
statements, in order to escape ditficulties which arise in connection with the
Square of Opposition. To suppose "goats exist" to be analogous to
"goats mumble", would be to suppose that "goats exist"
presuppose that goats exist; or to put it another way, the truth of "goats
exist" is a necessary precondition of its being enher tre or faise that
goats exist. This is an absurdity. It seems to me that Aristotle can be
defended against this attack. To begin with, the invocation of a semantic
relation of presupposition is not the only recourse when one is faced with
troubles about the Square of Opposition; one might, for example, try to deploy
a pragmatic notion of presupposition which would not generate the alleged
absurdity. But a more sericus defence might suggest that Aristotle has more
than one method of handling existentials; that there are indeed two such
methods,both subject-predicate in character, which when combined avoid the
churge. In Metaphysics VIII, in; 1042h100., where the primary topic seems 10 be
what kinds of attributes are constitutive of and differentiate between sons of
sensible things, Aristotle argues the range of such crudal teatures is much
larger than Democritus allows, and indicates ways of giving quasi definitions
of a variety of sensible objects, such as threshold and ice, which contain
analogues of genus and differentia. At this point, almose parenthetically, he
gives a pattern of analysis for existentials about such things: the pattern
consists (it seems) of the sequence some + genus* + l: + differentia*; c.g.,
"Some water is frozen" (an analysand for "ice exists") and
"A stone is situated in threshold position" (an analysand for "a
threshold exists"). We have, then, for certain existentials a definiens in
subject-predizate form which by utilizing the elements in definitions,
eliminates the word 'exists' altogether. I would suggest, on Aristotle's behalf
that this climinative form could be employed lo analyst general existentials,
like "ice exists" , "gonts exist", while the category
citing forms. like Socrates is a substance could be used to analyse
singular existentials, like "Socrates exists". B. Copulative
Being and Semontc Mutiplicity My strategy for an attempted presentation
of in argument in support of the hypothesis that unified semantic multiplicity
is to be located in the copula (or in a sub-tange of examples in which
"be' is used as a copula, viz., cases of acedental predication) will be to
put forward as a preliminary a partial sketch of a theory of categories, which
I rogard as being in the main Aristotelian, to comment on some points of
interest in that sketch, and finally to use it as a basis for the proposed
argument. My sketch will depast from Aristotle's own position in one or, two
respecis, thereby depicting. I think, i somewhat improved theory, and it will
incorporate what seems to be a conspicuous excusion of his theory, though one
which, so far as I can see, he might well have accepted without detriment to
his account. My main hope is to put forward an outline of an account of
categories which is overtly more systematic than the assemblage of dicta which
one may extract from Aristotle's writings (L) I start, much as Aristotle
did in Caiegories, by distinguishing two Capital Predication Relations. My
relations, which I shall call "izzing' and "hazzing', are
approximately the converses, respectively, of his relations being said of and
being in (a subject); x izees (hazzes) y approximately iff y is said of (y is
present in) x. I shall use the upper case letters 1 and 11 10 symbolize these
relations, I shall begin by listing some of the formal properties which I wish
to assign to these relations. I may remark that in one or two cases there seems
to be options. Izzing is reflexive (Vxix izzes x), Non-symmetrical
(symmetry-neutral), and transitive. Hazzing, on theother hand, is ineflexive,
either intransitive or transitivily-neutral (depending on which view is taken
of an operation which I shall mention in a moment), and (i think) asymmetrical.
In all cases, if an individual x izzes y, then y is essential to x in the sense
that it x were not to izz y, then x would not (or would no longer) exist. It
is, however, certainly not true in all cases that if x hazzes y, its hazzing y
is essential to its existence; indeed, I am inclined to think, though 1 am not
wholly confident that this is not truc in any casc. I am disposed to accept the
following "mised" law. (0) 11 x I y and y H z, then x Hz; the
acceptability of this law would depend on the idea that a non individual y
hazzes something z ilt [of necessity] every individual falling under y (that is
every indivicual that izzes y) hazzes 2. 1 am not disposed to accopf the
"mixed" law. (ii) If x H y and y lz, then x Il z, since I would like
to espouse the idea that a subject a (in any category other than that of x)
harzes only individuals (in a somewhat technical sense of individual explained
below); in which case, l might also espouse the idea that the copula can be
analyzed in terms of the disjunction of & l y and x H something z which I
y. But this procedure could easily be relaxed. (2) Sone definitions can
now be given.' It will be noted that, unlike Aristotle, 1 hare made izzing
reflexive, so some of my definitions must differ from his, since I cannot
claim, as le did in Caregories 3a7, that nothing tzzes an individual substance.
The debnitions will run as follows: I is an individual iff nothing
other than x izzes x x is a primary individual iff x is an individual and nothing hazzes x. x is a primary substantial (x
is in the category of "substance") iff sune primary individual izees
x. x is il secondary substance ig
& is a primary substantial but not an individual. x is identical with y iff x
izzes y and y izzes x. y is predicable of x iff either x izzes y or & huzzes something z
which izzes y. (We may compare this last definition with my carlier suggestion
of the analysis of the copula.) (3) And y will be a primary element in some
category other than that of substantials just in case there is a primary
individual x [an individual which is a primary substantiall which hazzes
something z which in tum izzes y (this allows for the possibility that z may be
identical with y); but obviously, in the case of such 'forcign' predications a
nethod will be needed for determining which 'foreign' category is involved as
being the category of the predicated item y. Here it must be admitted that
Aristotle's offering is less than fully satisfactory. We can atiempt to make
use of the diflerent one-word interrogatives which can be extracted from
' An extended treatacot of my views about izzing and hazzing can te lamd in
Alan Code, "Aristotie: Essence and Accident" in Richard Grandy und
Richard Wiarner (eds.). Pludosophicol Grounds of Rationality: Insentions,
Calegories, Ends (Oxlord: Oxford University Y'ress. 1966).Anstotle, with
the supposition that items in a particular category may be suitably invoked to
provide answers to just one of the kinds of questions asked by each of such
interrogatives; but it is not clear that such a list of interrogatives is
sufficiently comprehensive (relatives, for example, secm to escape this
programme), nor is it clear what the rational basis would be for such a list of
questions. And while Aristotle says much that is interesting about some
particular categories, his attempts, for example in the cases of quantity and
quality, to pick on primary distinguishing marks are neither clear nor clearly
correct. Fortunately, however, for my present purposes, such shortcomings do
not matter; it will be sufficient for me to assume the availability of some
discriminating procedure (perhaps some furtirer development of the
'interrogatives method) since my main oracern is with the consequences of a
scheme involving some procedure of such a cort (4) At this point my
sketch incorporates the previously mentioned extension of Aristotle's thcory of
categories. I assume that there is an operation (which I shall call
"substantialization) which, when appled directly to individuals which
belong to a con-substantial category, relocates them (or counterparts of them)
in a non-primary division of the category of substantials, thereby instituting
or licensing the iclocated items as further subjects of hazzing; the items
hazzed by them will inhabit non-primary divisions of categories other than that
of substantials. Qualities of substances, for example, might be relocated as
non primary substantials, thereby becoming subjects which hazz. (soy) fusther
qualitatives of quantitatives, or whatever: that is to say. inhabitants of a
non-primary division of this or that non-substantial category. So the category
of qualitatives may include qualities of substances, qualities of
substantialized qualities (or substantialized quantities) of substances, and so
without any fixed limit. The scheme, as l envisage it: (a) would, provide for
substantialization with respect to some, but not necessarily to all, items
which initially belong to some non-substantial category; some categories,
however, might be inebigible for the application of substantialication, and in
other categories it might be that only sub-categories would be eligible for
substantialization; (b) would ensure that substantialization went hand-in hand
with beooming a subject of hazzing; but (e) would not guarantee that
substantialiced items would hazz further items in every non-substantial
catessory. The scheme as 1 have set it out is absirace of 'mathematical'
in character: and it would be necessary to make sure that it could have
application to concrete cascs. It might also, even if concretely applicable, be
oaly partial in character; it might, for example, provide for one kind of
category (say "logical categories'), but leave other kinds of
categories, like sensory categories, unprovided for. But if some version of it
were to prove viable, that would generate several philosophical dividends.(l)
The scheme would leave room in more than one way lor sub. categorial
diversities within a given overall entegory, (a) There might be distinctions
ictween, for cxample, qualities of substances, qualitics of quantities of
substances, qualities of quantities of actions of substances, and so forth. All
of these specifie classes would fall within a general category of quality: and
there would be opportunity to legislate (if that should be desirable) against
any item's belonging to more than one sub-division. (b) Within an already discriminated
category or sub-category there might be a categorial distinction between
substantializable and non-substantialicable items. (2) There will be room
(again should it seem otherwise desirable) 1o adopt a cruerion of realiy
distinct frem the perhaps increasingly cedious Quinian condition of being
"quantifiable over" * One might, for example, insist that
reality attaches, or full reality attaches, only to items which besides being
izzers, being izzed, and being huzzed, are themselves haziers (that is, are
susceptible to substantialication). (3) Since it cannot be assumed that a
non-primary substantial will receive predicables in every non-substantial
category, there is room for distinctions of richness between the range of
categories from which predicobles apply to one huzzer, and that from which
predicables apply to another; and these variations in predicationable richness
could be used as a measure of degree of reutty (the richer the realer, with
primary substantials at the topi. III. Semantic Multiplicity and
Mulliplicity of Meaning It is now time to take stock. I have discussed
two different suggestions about the possible location of semantic multipticity
associated with the notion of being. One would lie ta the range of maximally
general specitications of the notion of existence (of the use of the verb to
be' to signify existence); the other would lie in the use of the copula to
signify different predication relations. Both suggestions seem to have solid
Aristotelian foundations; the categorial multiplicity of the term 'exist' and
the distinction between different fonns of predication relations are both
well-established Aristochian docirines. So far, then, there might seem little
room for a preference of one suggestion to the other. There are, however, two
lines of reflection which in one way or another might upset this equilibrium.
The first line of reflection would allow that Aristotle or an Aristotelian
might have good reasons for secking two, rather than merely one,
predication-relation, reasons perhaps conaected with intuitively acooptable
restrictions on the scope of transitivity, and with a desire to block such
unwanted inferential moves as "Socrates is white, white is a colour, so
Socrates is a colour". But it will remain true that nocharacterization hos
been given of the concept of a predication-relation; and though certain formal
properties may have been assigned to izzing and hazzing, it is not clear that
these formal properties would by themselves be adequate guides for someone wanting
to be told how to apply the terms izzing' and luzzing' in particular cases. Nor
is it clear whot extra formal supplementation could he provided, one would
hardly suppose, for example, such relational terms to be susceptible of
ostensive definition. It may then be that these relations do not (and
presumably cannot) have a readily discernible character, a fact which if not a
blemish at least creates a problem. It is possible then that despite initial
appearances the notion of a predization-relation is not well-defined, and
indeed that apparent examples of such relations are illusory. This line of
reflection then, might confer better survival chances upon the first of the two
suggestions here dstinguished. I am not sure how seriously to take this line of
reflection. The second line of reflection, however, is one which I am
certainly inclined 10 take seriously. Unlike the first, it would not lavour the
attribution to Aristole of one rather than the other of two viens about the
location of a cortain semantis multiplicity. It would rather suggest. or
conjecture, that the attribution to Aristotle of either view would involve a
misconception of Aristotle's position, unless it wore accompanied by a
recognition of a certain not immediately obvious distirction. It would be a
mistake to suppose Aristotle to be holding that the existential "is
signites a plurality of distinct universals and that therefore the existential
'is' bos a plurality of meaning; it would also he a mistake to attribute to
Aristotle the view that the copulative 'is may signify one or another of lWo
precication relations therchy signifyiog a plurality of universals, with the
consequence that the copulative "is' has more than one meaning. What
Aristole is really proposing is a separation of the question what universals
ure, or may be, signified by a particular capression, from the question how
many meanings that expression possesses. He is suggesting the possibility that
a particular expression may have only one meoning and yet be used on different
occasions to signify different universals. It is no doubt trus that
historically universals were admitted to the realm of philisaphical disonurse
in order to be itens in which the meaning of particular expressions might
consist; but this historical fact does not establish an indissoluble connection
between universals and the meanings of linguistic expressions; and it should be
modified or abandoned should subsequent rational reflection provide reasons for
adopting such a ovurse. Universals and Meaning I am aware that the
suggestion, whether advanced on behalf of Aristotic or independently, that a
distinction should be made between, on the onc hand, the universal or
universals, which either in general or on a pasticularoccasion are signified by
the expression, and, on the other hand, the meaning or meanings of the
expression in question, which is likely to give rise to a sense of shock; 1
think, moreover, that susceptibility to this sense of shock will be independent
of the question whether the person who feels it is friendly or unfriendly
towards universals. Let us consider first the reaction of one who is friendly
to universals. He will be liable to take the view that the reason for
introducing universals in the first place was primarily, indeed exclusively, to
equip ourselves with a range of items, cach of which would serve as that which
was meant, or as one of the things that was meant by significant expressions.
This is what universals do, and it is what they are supposed to do, and they do
it perfectly well; it is not therefore in order te propose a severance of just
that connection with meaning which gives universals a raison d'être. One who is
unfriendly to universals can hardly be expected to be more sympathetic to the
proposal, such a person might be unfriendly to universals either becausc, like
Quine, while he is prepared to describe each of a multitude of expressions as
being meaningtul, be is not prepared to count as legitimate specifications of
what it is that a caningful expression means, or he is not prepared to allow
that two distinct expressions may each mean the same thing. These denials are
plainly linked; if it is legitimate to ask of two meaningful expressions, what
it is that each mcans we can hardly preveat it from being the case, sometimes,
that what each means is just the same as what the other means. Alternatively
the enemy of universals might not wish to eliminate specifications of mcaning
or the possibility of synonymy; his position is rather that an adequate account
of the full range of meaning-concepts can be provided without resort to
universals. But the enemies of universals, from whichever camp they come, may
well insist that one who, unlike them, is disposed to bring in universals is
not at liberty to contemplate divorcing them from that connection with meaning
which he will have to allow as underlying their claim to existence. I am
not sure that such hostility to the general idea of divorcing the signification
of one or more universals from the possession of one or more meanings is as
solidly founded as initially it appears to be. If I ask someone whether he
knows the birth place of Napoleon, he might reply in two quite dilferent ways.
He might say "Certainly I do; he was born in Corsica." Altematively
he might reply "I am afraid I don't. Napolcon was born in Corsica, 1 am
afraid I have never been able to get to Corsica so I don't know the place at
all." The obvious difference between these two distinct interpretations of
the question seems to me to be plainly connected with the functioning of
certain pronouns as (a) indirect interrogatives (b) as relatives; in my
example, the first reply claims knowledge where Napoleon was born, the second
claims ignorance of that place where (in which) Napoleon was born. There
are other ways of looking at the linguistic phenomenon presentedby my example,
which are not incompatible with the way just outlined. and indeed which may
tumm out to be uscful complementaries to it. One might draw attention to a
distinction between knowledge of propositions and knowledge of things,
suggesting that what the first respondent claims is propositional knowledge,
whereas, what the second respondent disclaims is thing-knowledge; the second
respondent exhibits a certain bit of propositional knowledge but professes
substantial ignorance concerning the item to which his propositional knowledge
relates. There is of course no reason why these two states should not coexist.
While we are directing our attention to this approach, we night bear in mind
that one kind of knowledge might be dependent on the other. It might, for
example, be the case that knowing a thing a consists in the possession of a
perhaps indefinitely extended supply of pieces of propositional knowledge, all
of which are cases of propositional knowledge which relates to x; or
alternatively, knowledge of x might consist not in an indefinite supply of
pieces of propositional knowlcdge about x, but rather in the possession of a
foundation or a base from which such propositional knowledge may be readily
generated. Yet a further idea to be considered begins with the recognition that
definite descriptions like many other kinds of phrases may, within a sentence
occupy either subject position or predicate position; as some might prefer to
put it, "the birth place of Napoleon" may be used either
referentially or predicatively. It might then be suggested that in the mouth,
or at least in the mind, of the first respondent the phrase "the birth
place of Napoleon" occurs predicatively, whereas in the case of the second
respondent it occurs referentially, as, potentially at least, a subject
expression. If we suppose the phrase to occur predicatively in a given cose, it
will be necessary that one should be able to point to a mentioned or
unmentioned item to which the predicate in question might apply: then, in the
case of the first respondent in normal circumstances there will be some
particular item which he thinks of as, or believes to be, the birth place of
Napoleon. The relevance of this discussion to the topic of meaning and
universals is that it may with some plausibility be alleged that those who have
invoked universals as the items in which the meaning or meanings of significant
expressions consist are guilty of representing such a phrase as "knowing
the meaning of the word 'watershed " as referring to knowledge of an
object or thing, as knowledge of "that which" the word watershed'
significs or means (where the pronoun "which' is a relative pronoun);
whereas, in fact, the phrase plainly refers to knowing what the word
'watershed means where the pronoun 'what' is indirectly interrogative rather
than relative. The theory of universals as meaning, then, rests on a
syntactical blunder; that this is so is attested by the fact that in principle
at least the caning of an expression E, may be identical with the meaningof the
expression Ez but plainly to know the meaning of E, is not the same as to know
the meaning of Ez This attack on the historical genesis of universals as
the focal elements in a certain kind of anti-nominalistic theory of meaning,
might encounter the following response. It might not be denied that the kind of
syntactical blunder, which I have been attempting to expose, is in fact a
blunder and has indeed been committed by some who have championed the cause of
universals. It is, however, a remedial blunder which can be rectified,
ultimately not only without damage, but even with advantage to the view of
universals as the primary constituents of meaning. Once universals are
admitted, they can be, and should be, thought of and accepted as being those
items which are the meanings of this or that element of language. In the end,
then, knowing the mcaning of an expression E would emerge as knowing what E
mcans, that is, as propositional knowledge connected with interrogative pronouns
rather than as thing-knowledge connected with relative pronouns. So everything
comes right in the end; and the tie between universals and meanings cannot be
put asunder. This delence of the inviolability of the link between
universals and meanings may be ingeniously contrived, but is not, I think,
irresistible. If the specification of meanings were to provide not merely a
useful mode of employment for universals once they are recognized as being
around, but rather the sole justification and raison d'ete of the supposition
that they are around, the specification of meaning would have to be not merely
something that can be commodiously done with universals, but rather something
which cannot be done or fully done without universals. To my mind this stronger
requirement cannot be mct. There are, I think, some cases of expressions E such
that knowing the meaning of E cannot comfortably be represented as knowing,
with respect to some acceptable entity that it is that to which the description
"the (a) meaning of E" applies. I offer two examples: (1) If I
were to say "The wind is blowing in the direction of Sacramento", any
norally equipped English speaker would know the meaning both in general and on
the current occasion of the phrase *in the direction of Sacramento; that is to
say he would know both what in general the phrase means and what 1 mcant by it
on the occasion of utterance. But such cxamples of knowledge of the meaning in
general, and also the meaning relevant to a particular occasion, of a particular
phrase, so far as 1 can sec, neither requires, nor is assisted by, the
specification of an admissible entity which is to be properly regarded as that
to which the description *the meaning of the phrase 'in the direction of
Sacramento'" applics, cither senceally or on this occasion. It is unlikely
that there is such an admissible entity, the phrase 'in the direction of
Sacramento' does not seem to be one which applies to any particular entity; and
even if it were possible to justifythe claim, such a justification scems hardly
to contribute to one's capacity for knowing what such a phrase means. (2)
By a precisely parallel argument I may know perfectly well what is meant by the
phrase the inducement which I otfer you for looking after my garden', even though
I am neither helped nor hindered by the presence or absence of any thought to
the effect that there is some admissible item which satisfies the description
"the meaning of the phrase 'the inducement which I offer you for looking
atter my garden' " Before leaving this topic, I should make two
comments: first, the fact that the concction between universals and meanings
may not be inviolable does not dispense someone who wishes to modify it from
obligations to make clear just what changes he is making; second, if a theory
of meaning should fail to provide an indispensable rationale for the
introduction of universals, it might turn out to be incumbent upon a
metaphysician to offer an alternative rationale. But this question will have to
wait for another occasion. IV. Modes of Unification of Semantic
Multiplicity Let us for the moment retain an open mind on the nature of
Aristolle's views about the connection between the unification of semantic
multiplicity and the prescnce or absence of identity of meuning. Aristotle
lists a number of modes of this kind of unification which I shall consider one
by one. As one embarks on this enterprise one might well bear in mind the
possibility that the list provided by Aristotle might not be intended to be
exhaustive; and that the number and proper characterization of the modes which
do occur in Aristotle's list is sometimes uncertain. Alistotle refers to cases
in which a general term is applied by reference to a central item or type of
items as ones in which there is a single source for a contribution to a single
end. It is not clear whether he is giving a single general description or a
pair of more specific descriptions each of which applies to a different
sub-class of examples. I know no way of settling this uncertainty. The modes of
unification actually listed by Aristotle consist in (a) what 1 shall call
recursive unification in which the application of each member of a range of
predicates is determined by the conditions governing the application of a
primary member of that range, (b) what I may, with deference to G.E.L. Owen,
call focal unification (unification which derives from connection with a single
central item), (c) analogical unifiestion, in which the applicability of one
predicate or class of predicates is generated by analogies with other
predicates or classes of predicates, I shall consider these headings in
order.Recursive Unification The cases of recursive unification are
primarily, though not exclusively. mathematical in character; they are also cases
in which what one might call the "would-be" species of a generic
universal stand to one another in relations excmplifying priority and
posteriority. The Platonists, so Aristolle tells us, regarded such priority and
posteriority as inadmissible between fellow species of a single genus.
Aristotle does not explicitly subscribe to this view, but he does not
explicitly reject it and is liable to act as if he accepted it. Why should
priority and posteriority stand in the way of being different species of a
single genus? Why should not different numbers be distinct species of the genus
number? In the case of numbers, End. Eih. (121%aff.) attempts a reductio ad
absurdum: if there were a form (universal) signified by "number" it
would have to be prior to the first number, which is impossible; this argument
might be expanded as follows: consider a sequence of
"number-properties" (Pl, p?..., e.g., 2-ness, 3-ness ...): such a
sequence satisfies, inter alia, the following conditions. For any x and for any n 1, x
instantiates Pi entails x does not instantiae pa-' (nor indeed any P'). For any x and for any n * 1, x
instantiates P" entails something y (* x) instantiales pr-/ If P™ = P' , no counterpart of
(a), (b) holds; so Pl is the first number. If the fulfillment of the
abore conditions is to be sufficient to establish a sequence of properties as a
sequence of number properties, then there cannot be a universal number; if
there were, it would, like any genus, be prior to each of its species, and so
prior to Pl; but since P' is the first number it cunnot have a predecessor and
so nothing ean be prior to it. There seem to be two objections. It is by no means clear that
the above conditions are sufficient to guarantee that a sequence of properties
is a sequence of number-properties. Even if they were, one part of them would not be
fulfilled in the case of Pl and being a number; if x instantiates Pl (viz.,
2-ness), x, not something other than x, will instantiate being a nuenber, a set
whose cardinality is 2 itself instantiates being a number (as a cardinality) If
this route to a denial of the existence of a generic universal number fails
there are two further possibilities. (1) One might attempt to represent
conformity to a "standard" genus-species-differentia model as being
not just an acceptable picture of situations in which a more general universal
has under it a range of subordinate universals which are its specializations,
but as being constitu. tive for such examples of the existence of the more
general universal. The slogan might be "For there to be a universal U,
with specializations U,, U,, ..., U,, U has to be the genus of those
specializations with all that that entails" (or, more bricfly, "no
specialization without species"). The justification for such a claim will
not be casy to find. While, intuitively. one might be prepared to accept the
idea that a more general universal must be independent of its specializations
in that the non emptiness of the general universal should be compatible with
the emptiness of any particular specialization (though not of course with the
emptiness of all specializations), it does not seem intuitively acceptable to
make it a condition of the existence of U that any pair of specializations U,
and U2 should be in this sense independent of one another. (2) One might
try a simpler form of argument. If the special cuses for the application of a
general term E, that is to say, the universals U, ... U, are united by a single
ordering relation R into a series 5, the elements of which [U, ... U.] cover
every item to which E applies, and only such items, then we do not need a
gencric universal U; its would-be species U, ... U, are already unified by
membership of the series S. The expression "being an instance of
some universal in the series S" is of course applicable to anything to
which E is applicable; but this expression does not even look like the name of
a gonus. Focal Unification The second mode of unification to which
semantic multiplicity may be susceptible, that of focal unification, is
discussed at length in Metaphysics IV, i (T, ii) 1003a32f., there Aristotle
brings up two of his favourite examples, the applications of the adjectives
"healthy' and 'medical'. He states that everything to which the word
"heulthy' applies is related to, in one way or another, the focal item of
health, "one thing in the sense that it preserves health, another that in
the sense that it produces it, another in the sense that it is a symptom of
health, another because it is capable of it." Similar considerations apply
to applications of the adjective 'medical', "that which is medical
is relative to the medical art, one thing being called medical because it
possesses it, another because it is naturally adapted to it, another because it
is a function of the medical art." On the most obvious interpretation of
this passage Aristotle will be suggesting that standard semantic theory will be
right in supposing the applicability of certain adjectives to particular items
depends on a relationship of such items to an associated universal, but wrong
in supposing that the relationship in question is invariably that of
instantiation; other sorts of relationship are frequently involved. There is,
however, a less obvious position which Aristotle might have been taking up;
this position would maintain with respect to universals, that the only way in
which individual items may be related to universals is that of instantiation:
that there will beOther entities which will indeed be general entities though
not universals; to them individual items may be related in a variety of ways
which are distinct from instantiation. The rolative merits of these two ideas
will be a matter for debate. This mode of unification is of special
interest in my present enquiry since Aristotle states quite plainly that this
is the mode of unification which applies 10 the semantic multiplicity connected
with being. Categorially cifferent sorts of things may all be said to be by
virtue of different kinds of connections which they have to the focal item,
which will be intimately connected with the notion of substance. This central
item might be an individeal substance or, more likely, might be the notion of
substantal type: any items which 'izzed' this type would be an individual
substance and so would exist. But non-substantial items could also be said to
be by virtue of their relationship (different in different cases) to the same
central item; some things may be said to be because they are affections of
substanee, others because they are a process towards substance, and su
forth. It is evident that Aristotle habitually thinks of the focal item
as being a universal, or at least some kind of general entity; but such
restriction is not mandatory, nothing prevents the focal item from being a
particular. Consider the adjective "French" as it occurs in the
pluases, "French citizen", "French poem", "French
professor". The following features are perhaps signilicant: (1) The
appearance of the adjective in these phrases is what I might call
"adjunctive" rather than "conjunctive" (or
"attributive"). A French poem, is not as I see it, something
which combines the separate eatures of being a poem and being French, as a fat
philosopher would simply combine the features of being fat and of being a
philosopher. "French" here occurs, so to speak, adverbially.
(2) The phrase "French citizen" standardly means "citizen of
France", while the phrase "French poem standardly means "poci in
French"; but it would be a mistake to suppose that this fact implies that
there are two (indeed more than two) meanings or senses of the word
"French". The word French" has only one meaning, namely "of
or pertaining to France"; it will, however, be what I might call 'context
senstive"; we might indeed say, if you like, that while "French"
has only one meaning or sense, it has a variety of meanings-in-context;
relative to one context, "French" means "of France" as in
the phrase "French citizen", whereas relative to another
context "French" means, "in the French language" as
in the phrase "French poem". Whether the focal item is a universal or
a particular is quite irrelevant to the question of the meaning of the related
adjective; the medical art is no more the meaning of the adjective 'medical',
as France is the meaning of the adjective 'French'. As a concluding observation
I may remark that while the attachment of the context may well suggest an
interpretation in context of a word, it need not be the case that
suchsuggestion is indefeasible. It might be for instance that "French
poem" would have to mean "poem composed in French" unless there
were counter indications; in which case, perhaps, the phrase might mean
"poem composed by a French competitor" (in some competition). For the
phrase "French professor" there would be two obvious meanings
in context; and disambiguation would have 10 depend on a wider linguistic
context or on the cireumstances of utterance. Analogical
Unilication I turn now to what is possibly the most baffling of the ways
explicitly suggested by Aristotle as being those in which what I am calling USM
may arise. These will be cases in which the application of an epithet to a range
of objects is accounted for by analogy detectable within that range; more
explicitly to analogies between the specific universals which determine the
application of the epithet, or (perhaps) berween the exemplifications of those
universals by this or that type of object. More explicitly to analogies between
the specific universals U, and Uz etc., which determine the application of the
epithet, or (perhaps) between the exemplifications of U,, Uz ete., by items of
the sorts ly. lo etc., The puzzling character of Aristotie's treatment of this
topic arises from a number of different factors. First there are two things
which Aristotle himself might have done to aid our comprehension. He might have
given us a firm list of examples of epithets, the application of which to a
given range of objects is to be accounted for in this way; alternatively, he
might have given us a reasonably clear characterization of the kind of
accounting which analogy is supposed to provide, leaving it to us to determine
the range of application of this kind of accounting. Unfortunately he does
neither of these things; he offers us only the most meagle hints about the way
in which analogy might unify the various applications of an epithet; we are
told, for example, that as sight is in the eye, so intellect is in the soul
with the implicit suggestion that this fact accounts for the application of the
word 'see' both to cases of optical vision and cases of intellectual vision,
and he also suggests that analogy is responsible for the application of the
word 'calm' both to undisturbed bodies of sea water and to undisturbed expanses
of air. Such offerings do not get us very far, furthermore, not surprisingly,
where Aristotle seems to fear to tread the commentators are most reluctant to
plant their own feet. Perhaps the least unhelpful suggestion comcs from Ross
who suggests as Aristotle's view that the application of the word 'good' is
attributable to the fact that within onc category things which are good are
related to things in general belonging to that category in a way which is
analogous to the way in which good things in some second category are related
to the general run of things which belong to that second category. Apart from
obscurity in thepresentation of this idea, Ross's suggestion takes for granted
something which Aristotle himself does not tell us, namely that the application
of the epithet 'good' is one exemplification of unification which is the
outcome of analogy: Ross's suggestion about 'good' would, moreover, be at best
only a description of one special case of analogical unification, and would not
give us any general account of such unification. I might add that little
supplementary assistance is derivable from those who study general semantic
concepts; such persons seem to adhere to the principle that silence is golden
when it comes to discussion of such questions as the relation between analogy,
metaphor, simile, allegory and parable. So far as Aristotle himself is
concerned it seems fairly clear to me that tie primary notion behiad the
concept of analogy is that of 'proportion'. This notion is embodied, for
example, in Aristotle's treatment of justice. where one kind of justice is
alleged to consist in a due proportion between return (reward or penalty) and
antecedent desert (merit or demerit) but it remains a mystery how what starts
life as, or as something approximating to, a quantitive relationship gets
converted into a not-quantitive relation of correspondence of allinity. It
looks as if we might be thrown back upon what we might hope to be inspired
conjecture. I take as my first task the provision of an example,
congenial to Aristotle, of the unification by analogy of the application to a
range of objects of some epithet. I shall expect this to involve the detection
of analogical links between the exemplifications of the varicty of universals
which the epithet may be used to signify. My chosen specimen is the verb grow.
In this case a number of different kinds of shifts might be thought of as
possessing an analogical unification. One of these would be examples of shifis
in respect of what might be termed syntactical metaphysical category. A
substance, indeed a physical substance like a lump of wax or a mass of metal,
might be said to grow; and it would be tempting here to suggest that the
relevantly involved universal, that of increase in size or getting larger,
provides the toundational instance of the signitication of a universal by the
word "grow'; we have here, so to speak, the 'ground-floor' meaning of the
verb. But not only the physical substance itself but the various accidents of
the substance may also be said to grow; not only the piece of wax but its
magnitude, some event or process in its history, its powers or causal efficacy
and its aesthetic quality (beauty) might each be said to grow; and it seems not
unplausible to suggest that though growth on the part of these non-substantial
accidents might be different, and more or, again, less boringly connected with
growth on the part of the substance, there will always be some kind of
correspondence or analogical connection between growth in the case of a
non-substantial item and growth in the case of a substantial item. Another and
different kind of calegorial variation may separate some of the universals
which the word "grow' may be used to signify from others; these will
be connected withdifferences in the sub-categories within the category of
suistance within which fall different sorts of entitics which may be said to
grow; different universals may be signified by sonicone who speaks of a plant
as growing and by someone who speaks of a human being as growing, and the
confection between these diverse realizations of growth may rest on analogy. In
what is called the growth of a plant, internally originated increase in size
may occupy a prominent place, whereas in the case of a buman being the kind of
development which may be involved in growth may be much more varied and
comples; the link between the two distinct universals which may be signified
might be provided by analogy between the roles which such changes fulfill in
the development of the very different kinds of substances which are being
characterized. No doubl many further kinds of analogical connection would
emerge within the general practice of attributing growth. My next
endeavour will be an attempt to supply some general account of the way in which
the presence of analogy may serve to unify semantic multiplicity; and if such
an account should be found to offer prospecis of distinguishing analogy from
other concepts, particularly metaphor which belongs to the same general family,
that would be a welcome aspect of the account. It is my idea that in
metaphorical description a universal is signified, which though distinct from
that which underlies the literal meaning of an epithet is nevertheless
recognizably similar to that literal signification I come now to the
notion of analogy itself. I shall start by considering items any one of which
may be called an S,; I shall initially suppose that being an S, consists in belonging
to a substantial type or kind, S,. though that supposition may be relaxed
later. My first move will be to assume that being an S, consists in being
subject to a systern of laws which jointly express the nature of the type or
kind Si; and further that these laws, which furnish the central theory of S,,
will all be formulable in terius of a finite set of S,-central propertics (let
us say P, to P,); each law will involve some ordered extract from the central
set, and their totality will govern any tully authentic Sy. This totality may
well not include all the laws which apply to S,: but it does include all the
laws which are relevant to the identity of Sy, all the laws which determine
whether or not a particular item is to count as an 5,- Let us next consider
not merely things each of which is an S,, but also things each of which is an
Sz; it is to remain at least for the moment an open question whether or not the
typeS, is identical with the type S1. 1 assume that, as in the case of S,,
membership of S, is determined by conformity to a system of laws relating to
properties which are central to S2. I shall symbolize these properties by the
devices Or ... Q.. We now have various possibilities to consider. The first is
that every law which is central to the determination of Sz is a mirror image of
a law which iscentral to S,; and that the converse of this supposition also
obtains. To this end we shall assume that the properties which are central to
being an $, are the properties O, through Os; and that if a law involving a
certain ordered extract from the set P, through P, belongs to the central
theory of Sto a law involving an exactly corresponding ordered extract from the
set O, through , will belong to the contral theory of Sa; and that the same
holds in reverse. In that case, we shall be in the position to say that there
is a perfect analogy between the central theories of S, and Sz; and in that
case, it may also be tempting to say that the types S, and S, are essentially
identical. We should recognize that if we yield to this temptation we are not
thereby forced to say that Sy and S, are indistinguishable, they might, for
example, be differently related to perception, only one of them (perhaps) being
accessible to sight; we shall only be forced to allow that essentially, or
theoretically, the types are not distinct; how that is to be interpreted will
remain to be seen. The possibility just considered is that of a total
perfect analogy between the central theories of S, and Sa. There is also,
however, the possibility of a partial pertect analogy between S, and Sz. That
is to say pait of the central theory of one type (say S,) may mirror the whole
of the central theory of Sz, or again may mirror some part of a central theory
of Sz. In such circumstances one might be led to say (in one case) that the
type S, is a special case of the type S,; or (in the other case) that the types
S, and S, both fall under a common super-type, determined by the limited area
of perfect analogy between the central theories of S, and Sz. A third
possibility will be that no perfect analogy, either total or partial, exists
between the two central theories; the best that can be found are imperfect
analogies which will consist in laws central to one type approximating, to a
certain degree, with the status of being analogues of laws central to the
other. At this stage, I would propose a relaxation in the
characterization of the signification of such symbols as 'S!', 'Sz etc., which
till now I have been regarding as signifying substantial types or kinds,
reference to which is made in more or less regimented discourse of a
theoretical or scientific sort. I shall now think of such symbols as relating
to what I hope might be legitimately regarded as informal precursors of the
aforementioned substantial types, as expressing concepts of one or other
classificatory sort, concepts which will be deployed in the unregimented
descriptions and explanations of pre-theoretical. Examples of such unregimented
classifica-tory concepts might be the concepts of an investor, a doctor, a
vehicle, a confidante, and so on. I would hope that in many ways their general
character might run parallel to that of their more regimented
counterparts. In particular, one might hope and expect that their nature
would be bound up with conformity to a certain set of central generalitics
(platitudes, truisms, etc.); to be an investor or a vchicle will be to do a
sufficientnumber of the kinds of things which typically are done by investors
or vehicles. One might expect, however, that the varicty of possible forms of
generalization might considerably exceed the meagre armament which theoretical
enquirers normally permit themselves to employ. One might also hope and expect
that the generalities which would be expressive of the nature of a particular
classificatory concept would be formulable in terms of a limited body of
features which would be central to the concept in question. This material might
be sufficient to provide for the presence from time to time of analogy, at
least of imperfect analogy, between scucralities which aro expressive of
distinct classificatory concepts. When they occur, such analogies might be
sufficient to provide for semantic unity in the employment of a single epithet
to signify dilferent classificatory concepts; and this semantic unity, in turn,
might be sufficient to justify the idea that in such cases the expression in
question is used with a single lexical meaning. Conclusions I
conclude the presentation of my suggestions about the interpretation of the
notion of analogy as a possible foundation for semantic unity with two
supplementary comments. The first is that there scems to be a good ease for
supposing that anyone who accepts this account of analogy-based unity of
meaning is not free to combine it with a icjection of the analytid synthctic
distinction. The account relies crucially on a connection between the
application of a particular concept and the application of a system of laws or
other generalities which is expressive of that concept, and, this in tum,
relies on the idea of a stock of further concepts, in terms of which these laws
or generalitics are to be formulated, being central to the original concept.
But it seems plausible, if not mandatory, fo suppose that such contrality
involves a non-contingent connection between the original concept and the
concepts which are said to be central to it, a connection which cannot he
admitted by one who denies the analytic/synthetic distinction. So either one
accepts the analytic/synthetic distinction or one rejects at least this account
of analogy-based semantic unity. I make no attempt here to decide between these
alternatives. Ihe second comment is that matcrial introduced in my
suggested claboration of the notion of unalogy, particularly the connection
between concepts and conformity to laws or other generalities, may serve to
provide a needed explanation and justification of the initial idea that the
applicability of a single defining formula, couched in terms of the ideas of
genus, spocies, and differentia is a paradigmatic condition, if not an
indispensable condition, for identity of meaning. We might, for a start, agree
to treat a situation in which the applicability of an epithet to an item i,
rests on a conformity to exactly the same laws or generalities as does
itsapplication to item iz, as being a limiting case of partial perfect
analogy. Situations in which no icinterpretation at all is required may
be treated as limiting cases of situations in which, though reinterpretation is
required. one is available which ochieves partial perfect analogy. As one might
say, a law is perfectly analogous with itself. Situations, then, in which an
epithet applies to a range of items solely by virtue of the presence of a
single universal, and so of a single set of laws, may be legitimately regarded
as a specially exemplary instance of a kind of unity which is required for
identity of meaning. V. Some Larger Issues Both a proper assessment
of Aristotle's contribution to metaphysics and the theory of mcaning and
studies in the theory of meaning themselves might profit from a somewhat less
localized attention to questions about the relation between universals and
meaning than has so far been visible in my rellections. I have it in mind to
raise not the general question whether, despite the Nominalists, a theory of
meaning requires universals (to which I shall for the moment assume an
affirmative answer), but rather the question in what way universals are to be
supposed to be relevant to meaning. Consideration of the practices
of latter-day lexicographers, so far from supporting a charge that, at least on
my interpretation of him, Aristotle has proposed an illegitimate divorce
between universals and mcaning suggests that it would be proper to go a deal
further than did Aristotle himself in championing such a divorce, There will be
many different forms of connection between the varicty of universals which may
be signified by a non-equivocable expression beyond that countenunced by the
tradition of Theory of Definition, and even perhaps beyond the extensions to
that theory envisaged by Aristotle himself. These will include some forms of
connection like those involved in metonymy and synecdoche, recognized by later
grammatical theorists, and no doubt others as well. It would, I suggest, be a
profitable undertaking to study carefully the contents of a good modem
dictionary, with a view to constructing an inventory of these various modes of
connection. Such an investigation would, I
suspect, reveal both that in a given case the invocation of one mode of
concction may be subordinate and posterior to the invocation of another, and
also that there is no prescribed order or limitation of order which such invocations
must observe. I suspect, also, that it might
emerge that the question whether variations of meaning are thought of as
synchronie or diachronic has no beating on the nature of the uniting
connections. The same forms of connection will be available in both cases, and
these in turn may well befound to correspond with the range of different
figures of speech which conversational practice may typically cmploy. (4)
Should this conjecture turn out to be correct, the underlying explanation of
its truth might, I would guess, run along the following lines. Rational
human thought and communication will, in pursuit of their various parposes,
encounter a boundless and unpredictable multitude of distinct situations.
Perhaps unlike a computer we shell not have, ready made, any vast altay of
forms of description and explanation from which to select what is suitabie for
a particular occasion. We shall have lo rely on our rational capacities,
particularly those for imaginative construction and combination, to provide for
our needs as they arise. It would not then be surprising if the operations of
our thoughts were to refleet, in this or that way, the character of the
capacities on which thought relies. I have to confess to only the haziest of
conception bow such an idea might be worked out in detail - GRICE E BOEZIO BOEZIO E GRICE: UNI-VOCALITY OF “EST”
AND “IZZES” J. L. Speranza, The Grice Club.
Abstract In 1988, the year of his demise, H. P. Grice got published,
under the editorship of his former Oxford pupil B. F. Loar, a rather intriguing
essay, for The Pacific Philosophical Quarterly (having moved from Oxford to
Berkeley in his fifties), entitled, “Aristotle on the multiplicity of being.’
Philosophers well aware of the deep issues involved in matters of ‘univocity’
of ‘being’ and its enemies – equivocity, etc. –, or some of them, were struck
by the choice of ‘multiplicity’ in the title, and by the lack of square quotes:
it’s not the multiplicity of ‘being’, but of being itself! In these notes, I
propose to reconsider Grice’s main point vis-à-vis what he calls elsewhere – in
the Kant lectures at Stanford – the ‘aequi-vocal’ thesis – as it conforms to
his well known advice: unity of sense, multiplicity of implicatures. I add
Boethius for good measure! Keywords: Boethius, H. P. Grice, univocality. “My enterprise,” Grice writes in “Aristotle
on the multiplicity of being,” is “to explore some of the questions which arise
out of a fairly well-known cluster of Aristoteleian theses.” Which are these?
In “Categories,” on which Grice lectured with Austin at Oxford – as Ackrill
testifies -- Aristotle distinguishes two different sorts of case of the
application of a word or phrase – say, ‘ist’ [I will follow Boethius and stick
to the third-person singular] to a range of situations. One sort of cases is
that in which both the word or phrase and a single definition, account, λόγος,
or conceptual analysis, as I prefer, apply throughout that range. The second
sort of cases is that, in which the word or phrase – “ist” -- , but no single
definition or conceptual analysis, applies throughout the range. In the first sort of case, Aristotle says,
that the word or phrase – say “ist” -- is applied syn-nomymously, or, more
strictly, to at least two things which are syn-nomina, or synonymum as Boethius
would have it. Lewis and Short define it as “a word having the same meaning
with another, a synonym.” Front. Eloqu. p. 237; Prisc. 579 P; Serv. Verg. A. 2,
128. (obs. Synophites,, ae, m., a read. In Plin. 37, 10, 59, section 162 fron synnephitis. In
the second the word or phrase – say “ist” –
is, Grice goes on, applied homo-nymously (AEQVI-VOCALLY) — to at least two things which are merely
homonuma. Lewis and Short lack an entry for homonymum. But one for homoymus and
homonymia. Homonymus is defined as ‘of the same name, homonymous – “sicut in
his, quae homonyma vocantur: ut, Taurus animal sit, an mons, an signfum in
caelo, an nomen hominis, an radix arboris, nis distinctum non intelligitur” –
Quint. 8 2 13. Interestingly, the source for ‘homonymia’, translated by Lewis
and Shrot as homonymy, is Fronto, Diff. Verbs, p.. 353.Aequivoces. Provision is
also made, Grice adds, for an *intermediate* class of cases, or (as some may
prefer) a sub-division of homonymous applications of a word or phrase into (a)
cases of "chance homonymy" and (b) cases of "other-than-chance
homonymy", or as Aristotlle calls them, cases of "paronymy".
Cicero couldn’t translate this. So, no entry in Lewis and Short for paronymum,
but for paronomasia! Ever the philosopher for great tags, Grice adds: One may
label the second (b) of these subdivisions cases of "UNIFIED Multiplicity
of Signification, or meaning. With Boethius, I will assume that when Grice
writes ‘meaning,’ he means ‘signification,’ and vice versa. Prominent among
examples of Multiple-Signification Unity is the application of the verb 'ist’ –
as in the formula ‘The α is β.’ My choice of alpha and beta is guided by
Grice’s considerations in his more precise, “Utterer’s meaning,
sentence-meaning, and word-meaning” – and essay whose title he often found
trouble in remembering. In that essay (WOW, p. 131) Grice provides for “To
utter a psi-cross correlated … if (for some A) U wants A to psi-cross a
particular R-correlate of alpha to be one of a particular set of D-correlates
of beta. The reference here is to his previous realization that a philosopher
of language may “need to be able to apply such notion as a PREDICATION of beta
(adjectival) on alpha (nominal).” (Smith is tactful, Smith is happy). Grice would often criticize Aristotle for
what Grice calls Aristotle’s rather vague ‘dicta’. According to Aristotle, Grice reminds us, “[ist] is
_said_ in many — more than one — ways"Grice adds that, among further
important examples of this type of UNIFICATION or univocity Aristotle and Grice
seem to be seeking – never mind Boethius -- we find the word αγαθόν (Cicero
bonum "good") which, according to Aristotle, exhibits a seemingly
superficial*multiplicity* of signification related to, and perhaps even dependent
upon, that displayed by ‘ist’; for in Nicomachean Ethics – that Grice taught
‘for years at Oxford under the tutelage of the translation by his Oxford tutor, Hardie -- Aristotle
remarks that “αγαθόν” is _said_ in *as
many ways* as being" This needed
doctrine of the Unification of Apparently Multiple Signification of 'ist’' is
notoriously of great importance to Aristotle, since it is used by him to
preserve the otherwise acceptable characterisation of the philosophical discipline of
philosophia prima as dealing with ist qua ist, which is threatened by two
objections. First, that t is not the case that "ist” applies
*syn-nonymously* to all the items of things with which such philosophia prima
is concerned.Second, that there is, therefore, no more a genuine or legitimate
single prima philosophia than there is, say, — English Oxonian spelling
assumed— a genuine single science or discipline of vice since we apply ‘vice’
to such a thing as dishonesty, which is a moral thing -- but also to such a
thing as a clamp which is a thing made of metal, rather. These objections can, Aristotle, Boethius,
and Grice would hope, he met by the reply a multiplicity – i. e. not unicity,
but duality or plurality -- of signification – if not sense, or content -- can
be tolerated in the terminology specifying the subject-matter of a single
science provided that such apparent multiplicity (again, duality or plurality,
rather than unity -- of signification is
somehow UNIFIED. Enter UNI VOCAL. Do not multiply senses beyond necessity. Keep
your utterance UNIVOCAL and multiply implicatures as you please. Grice had witnessed the Viennese bombshells
at Oxford as a student at Corpus, and has a thing or two to say about the
attacks by Ayer. “I should like,” Grice says in some decades of hindsight, “to
say a word about the nature of my interest in Aristotle — and the peripatetics
in general — or the Lycaeum — and about the prospects of deriving from
Aristotle a significant contribution to the enquiries which I have it in mind
to undertake.”Grice regards Aristotle as being, like one or two other
historical figures — notably Kant — , not just a great philosopher of the past
but as being a great philosopher simpliciter; that is to say. To think of
Aristotle – as read by Boethius, say -- as being concerned with many of the
problems to which we today are, or at least sbould be, devoting our efforts.
Furthermore, it is Grice’s view that once Aristotle — or Boethius, or Vio, who
worked so arduously on analogy to improve on Aquinas — is properly interpreted,
he is likely found to have been handling such problems in ways from which we
have much to leam. In brief, Gricde
subscribes to a programme of trying to interpret — of reconstruct — his views
(and 1 am not too fussy about the difference between these two descriptions) in
such a way that, unless the text is totally probibitive, 1 ascribe to him views
which are true rather than false, which are reasoned rather than unreasoned,
and which are interesting and profound rather than dull or trivial. Grice is convinced
that, in the philosophical area within which the topics of this endeavour fall
there are specially strong reasons for listening as attentively as possible to
what Aristotle has to say or implicate. A definition of the nature and range of
the enquiries falling under philosophia prima is among the most formidable of
philosophical tasks; We need all the help we can get, particularly at a time
when metaphysicians have only recently begun to reemerge from the closet, and
to my mind are still hampered by the aftermath of decades of ridicule and
vilification at the hands of the rednecks of Vienna and their adherents —
notably at Oxford! The man questons to which Grice addresses himself are
various, or shall we say, multiple.If, as Aristotle suggests, at least some
expressions connected with the notion of "ist” – as in ‘The α is β’
exhibit multiplicity of signification, of which actual expressions or
utterances is the suggestion true? More precisely: is “ist” the form of the
verb in the syntactical construction ‘The α is β’ where this suggestion is most
plausible?What cognates of the ‘ist’, if any, are similarly affected? Grice has
in mind the philosophical lexicon that also has entries for ‘inherentia’ or
‘praesentia,’ and their conjugated forms.What link is there, if any, between
unity, multiplicity of significationand
jdentity or difference of CONTENT or sense? In what different ways may semantic
multiplicity actually become unified?What considerations, il any, confer upon
the availability of a single definition of special pride of place among
possible criteria for identity of meaning or sense or content? Is the
suggestion for univocality to be argued for, or is it just a matter of the
intuitions of the native speaker of a language? How, if at all, can the availability
of such a definition or conceptual analysis involved in the doctrine of
univocality be confirmed, or disconfirmed, for that matter?Is Aristotle's
classification of the ways of unifying semantic multiplicity exhaustive? Are
its components mutually exclusive? Which form of unification applies to the
semantic multiplicity connected with "α ist β"? Unlike English,
Boethius does not need to involve the definite descriptor when discussing the
copula.One first question to be faced with regard to the possible semantic
multiplicity of 'α ist β' (or of cinai (to bo) esse or dò & (what is)) ens is a not very subile question of
interpretation.In what range of employmcats of the word 'be' (or of an
appropriate Greek or Latin of Italian or English : counterpart) is semantic
multiplicity to be looked for? From a standard viewpoint (to which Grice
admittedly does not in fact wholly subscribe) there will be various possible locations of such semantic
multiplicity: The thesis which Grice
identifies with Oxford philosopher Owen – of the Ryle group – vide Owen’s
necrology of Ryle in the Aristotelian Society -- in the word 'be' taken as
meaning 'exist', Grice’s own thesis, at this stage of development, is in the
word 'he' taken as a copula in a statement of predication. The α is β.Grice
considers two other possibilies, which he soon dismisses: In the word 'be'
taken as expressing identity – vide his “Vacuous Names” for things like
“Pegasus = Pegasus’, and in the word "be considered as a noun and as
roughly equivalent to 'object' or 'entity. ‘The ‘is’of the matter.Some of these
variants, Grice notes, are not really independent of one another. Since an
object or entity seems to be anything which is or exists, it is reasonable to
suppose that semantic multiplicity would attach to such a noun as 'entity' if,
and only it, it also attaches to
'exists.’Furthermore, if we accept the commonly received view that
'existit’ may be paraphrased in terms of self-identity (Pegasus, for example,
exists if and only if Pegasus is identical with Pegasus), any semantic
multiplicity in the phrase "is identical with" goes hand in hand with
a corresponding semantic multiplicity in the
'existit'. Grice seems relieved
to realise that we appear then left with two independent candidates for
semantic multiplicity, non-predicational ‘ist' (understood as meaning
'existit') and ‘ist’ understood as meaning a copula.Owen, who left Canada to
settle in Oxford, in his provocative Aristotie on the Snares of Ontology, that
Grice finds some especial excitmenet in quoting just for amusement, opts for
the supposition that semantic multiplicity attaches to 'ist’' (meaning
'existit’).“I tor a long time shared this belief,” Grice confesses. The two
groups hardly met while at Oxford. Grice considers it first, since he is the
one who enjoys learning from his errors. Since Grice wishes to attribute a view
to Aristotle only if Grice can find in Aistotle’s oeuvre or altematively invent
on his behalf, a reasonable plausible argument to support it, Grice wonders
whether we can find of devise such an argument in this instance.Grice offers
the following.In Topica, Aristotle claims that being (existence), like unity is
predicated of everything. This statement, Grice notes, seems to imply that
'exists' is truly applicable to every object.But the dictum may also imply that
the universal signified by 'existit', or, it there is a plurality of such
universals. that one or another of the universals signified by 'existit' is
instantiated by every object. But Grice warns us to be cautious, and let us not
assume that the second implication holds. In De Inierpretatione, which as we’ve
noted, Grice lectured for years at Oxford with Austin – Ackrill being among the
pupils who attended -- Aristotle declares
that every simple declarative sentence [propositionalj contains a hréme (verb
phrase) which signifies something said of something else the 'something che'
being signined by a noun phrase, Indeed, Grice notes, the divisibility of
declaratire sentences into a kaapináseis, or assertion, and a ipopirseis, or a
denial, which respectively allira or deny something about something| -- vide
Boethius’s commentary -- suggests that the notion of the exhibition of the
subject-predicate form enters into the very definition or conceptual analysis
oof a declarative sentence or proposition. A crucial topic for Grice’s reason
to leave Owen for good is that an existential sentence or proposition is no
exception to this thesis, and it even tolerates a quantificational modifier.
Indeed, ‘the a is b’ may be to display such a toleration: Smith’s dog is shaggy
– being Grice’s example, as opposed to Fido is shaggy. Grice relies on German
philosopher Hans Sluga, who had left Germany for Berkeley, for clarification on
what ‘the’ actually means in English! From this it follows that an existential
proposition attributes a universal to its subject item.If 'existit' signified a
single universal it would signify a generic universal, as Grice calls it,
since, as is shown by differences in categories, there is more than one way of
existing which would be a species of such existence. But then Aristotle
suggests, in his Metaphysics– a rather strong hint here -- that being
(existence) is not a genus, and so is not a generic universal. A different
account therefore, needs to be found of what are naturally thought of as more
than one way of such existence.‘Existit' cannot signify a singular or unique
universal.Rather, 'existit' signifies now one, now another, of at least a
duality, a plurality, or duality, or multiplicity of this o that universal.Now, if 'existit'
signifies a duality plurality of multiplicity of universals, that plurality
should need to satisfy two conditions:
First, the plurality of universals ‘existit’ allegedly signifies should
be as small a plurality as possible -- by an intuitively acceptable principle
of economy or semantical parsimony – Grice’s razor: Senses are not to be
multiplied beyond necessity. Second, each of the elements of the plurality
would need to be a essential property of items of the kind to which it
attaches. It is at this point that Grice thinks of coining ‘IZZES’ to name ‘is’
in such kind of predication of essence – His logic is the converse of
Aristotle, which allows Grice to introduce a counterpart for ‘izzes’: ‘hazzes’
– it’s not Socrates has whiteness, but Socrates HAZZES whiteness.The removal of
such a property pertaining to the essentia – cognate indeed with ‘ist’ -- from
any bearer belonging to a given kind should deprive that bearer of existence.
More briefly, with respect to any kind, each element property sems to be
entailed by the very concept of existence, to which Owen’s thesis attributes
such weight. The only set of universals which would satisfy both of these
conditions is the set of category-heads themselves, as the most general list of
properties of essentia one of another of which every item possesses. Such (ten)
category-heads then constitute the required plurality, not duality now, or
multiplicity – which accounts for Aristotle’s ‘many ways’.‘Exists’ by virue of
signifying a plurality or multiplicity of universals, exhibits multiplicily of
signification. (In “Utterer’s meaning, sentence-meaning, and word-meaning”,
Grice analyses meaning ascriptions for “Fido” and “shaggy”, skipping “is”
altogether!The argument given by Aristotle in favour of the contention that the
concept behind ‘ist’ is not a genus is rather obscure, if not
Heraclitean.Aistotle’s argument for denying ‘ists’ a GENERIC analysis rests on
the thesis that a genus cannot be predicable of a differentia (diaphoron –
symbolized by Grice as D -- of one of its species. Aristotle also relies on the supposition
that, if being were a genus, it would have to offend against this prohibition,
since ‘ist’ – or being is universally predicable. Now, if S is a species of a
genus G, it must be the case that G belongs essentially to S and is therefore
in the same category as S, that S is differentiated, within G, by some
universal D; and that D is categorially difterent from, and, so to speak,
categorially inferior to S and G, in that no item in the category of S and G
may attach essentially to, and so be predicable of D.Two-footed, for example, as a difterentia, differs in
category from man and animal – it is a quality rather than a substance, in such
a way that neither man nor animal can be predicated of it. Which is not the
case.Now, a secondaty substance is not predicable of a quality, even though it
may be the case that necessarily anything which has a given quality is a given
sort of substance. But if ‘ist’ were a genus G, since ‘ist’ (read, alla Owen,
existit) is universally predicable, it would be predicable of any differentia
of any of its species. To show that ‘existit’ possesses not merely multiplicity
of signification as an EXPRESSION, but
multiplicity of signification as per UTTERER’s MEANING may render it
aequi-vocal. An item Alpha “existit” just in case it belongs to some category C: e. g., substance, quality,
quantity, etc.If category C is a category OTHER
than a substance, an item x can be a C, i. e. fall under C, only if
alphai s a C of some substance beta. This can be seen as an application of a
version of the doctrine of universalia in se.A version of the doctrine of
universalia in se demands that the existence of a universal, symbolized by U,
requires not just the possibility but the actuality of an item alpha or beta
which instantiates that universal This
thesis is explicitly enunciated by Aristotle in Metaphysics: being a C of some
substance beta which *instantiates* C entails – to use Moore’s coinage -- being
a C of something y which exists in that sense or under that nterpretation of
'existit’ which is appropriate for a substance. For a substance to exist is for
it to be a substance.That a substance beta exists is prior to, and presupposed
by, each form of exists as it applies to an alpha which is not a substance –
say, shagginess, or hairy-coatedness. The set of ways (Arsitotle’s phrase) in
which 'existit’ is said are united by appropriate relatio to a primary
substantial be. "Exisitt' would exhibits unified semantic multiplicity In
spite of a recognizable affinity with philosophical positions which Aristotle
is known 1o have liked, and also at least a superficial charm, Owen’s argument
does however, lack its drawbacks -- both from a historical and from a conceptual
point of viewA crucial passage for consideration is Aristotle’s Metaphysics
devoted to what is (be) in the philosophical lexicon contained in the
Metaphysics. There, Aristotle says, it seems, that whatever things are
signified by the forms of predication, presumably the categories, are said to
be in themselves -- per se, kath' auta); 'be' has AS MANY SIGNIFICATIONS as
there are forms of PREDICATION.. Since a
predicate (beta) sometimes say what a thing (alpha) is EST. But a predicate
sometimes says what alpha is EST like. Sometimes a predicate says how much alph
is, EST. And so on.There would be a different signification of 'be' IST
corresponding to each predication. Occam’s razor rendered totally useless if it’s
not here to cut Plato’s beard!Aristotle concludes that passage with the almost
scholastic remark that there is no real difference in depth between the
superficially varied "man walks (flourishes)" and "man is IST
walking (flourishing). The obvious interpretation of the this remark beloved by
Boethius and all the scholastics is that the appearance of a vert-form like
"walks' or 'Bourishes', or flies (for Pegasus) or ‘rides Pegasus’ for
Bellerophon, creates no difficulty, since they may be replaced, without loss or
change of sense, by such an expression in canonical form such as 'is IST walking' or "is IST flourishing'
‘is flying, ‘is riding Pegasus’. If the expression regarded by Aristotle as
canonical in form it is because the uses of IST ') whose multiplicity he is at
least at his point discussing a copulative, or, strictly, COPULATIONAlthough he
does recognise that Aristotle does on
occasion admit categorial variation in the sense of copulative ‘ist’. iST IZZES, Owen is evidently unwilling to
allow that Aristotle is primarily concerned with copulative ‘ist’.As a result,
and it seems Grice is having Warnock’s Metaphysics in logic in mind, Grice
notes that Owen rather strangely interprets, the remark by Aristotle as
alluding to semantic multiplicity in the copula as being supposedly a consequence
of semantic multiplicity in ‘existit.’ Now, Owen’s interpretation seems
difticult to defend.When Aristotle says that a predicate sometimes may say what
a thing is, sometimes what is it like (its quality), sometimes how much it is
(its quantity) and so on, he seems to be saying that if we consider the range
of predicates which can be applied to some item, for example to a substance
like Socrates or a cow, these predicates are categorially various, and so the
use of the IST IzzES in the ascription of these predicates will undergo
corresponding variation of signification
But Aristotle has connected the
semantic multiplicity in IST not with variation between predicates of one subject,
but with variation between essential (per se) predications upon different
(indeed categorially different) subjecis (such predications as "Socrates
IS a man", "Cambridge blue IS a colour (a blue, a blue colour) A
desire to harmonise these statements leads me to wonder whether Aristotle may
be maintaining not only that the copula IS exhibits multiplicity of signification which
corresponds to categorial differences between different statements about one
subject, for example, Socrates, but also that dis semantic multiplicity is
attributable to a multiplicity in the notion of essential being IST; the
signification of 'is varies between
"Socrates is a man", Fido is shaggy, Cambridge blue is a
colour", A weight of two pounds is in magnitude". To voice his
suspicion more explicitly, Grice ventures that it might be Aristotle's view
that if (a) "Sociates is BETA"
of F (the symbol used by Grice in “Vacuous Names”) Smiths dog is shaggy, is an
accidental, i. e. non-essential, predication,
Beta (as in Utterer’s meaning, sentence meaning, and word meaning) or
"F" (as in Vacuous Names) signifies an item in category C, and
‘has" expresses the COZnVERSE of Aristotle's relation of inherentia
(presentia, deen the LOGICAL FORMof the proposition ‘Socrates is beta’ or
‘Socrates is F’ or Smiths dog is shaggy may be regarded as expressed by "Socrates
HAS something which is. F" or BETA -- where 'ist’ represents a sense of
'is' (of 'is essentially') which correspoads to category C. The copula ‘ist’ in
such cases expresses the logical PRODUCT
of a constant relation expressed by 'has' HAZZES — not Ist — and a
categorially variant relation expressed by 'is' (Ist 'is essentially'). These
predominantly scholarly murmurs against the 'received' view, Grice notes, that
Aristotle regards Ex existential statements (propositions) as the habitat of
semantic multiplicity are not the only possible kinds of dissent. A different kind of complaint, against the
viability of the position which I have been treating so far as if it were
Aristotle's rather than against the suggestion that he in fact held it, would
urge the untenability of the thesis, supposedly a foundation of his position
that EZx are a particular VACUZoUS NAMES
type of subject-predicate utterance type (Smith is happy It is possible, Grice
concedes, that Owen voices something like this charge iwhen he distinguishes
typex of exists. One form of such an objection would be that "goats
mumble" EX (x), whether treated as a way of saying "goats always
mumble" or saying "goats usually mumble", or of saying
"goats sometimes mumble", or as being indeterminate between these
alternatives, has to be supposed to presuppose the existence of goats. Cf
Warnock - Strawson This will be attested
both by intuition, and by a need to extend to all interpretations a feature
which is demanded for universal of total and particular utterance types, in
order to escape ditficulties which arise in connection with the Square of
Opposition. To suppose "a goats exists" to be analogous to "a
goats mumbles", would be to suppose that "a goats exists — Warnock a
tiger exists — " presuppose that a goats exists or to put it another way,
the truth of "a goats exists" is a necessary precondition of its
being enher tre or faise that a goats exists.
This is an absurdity. Even for Collingwood It seems to me that Aristotle can be defended
against this attack. To begin with, the
invocation of a semantic relation of
collingwoodisn presupposition is not the only recourse when one is faced
with troubles about the Square of Opposition;
One might, for example, try to deploy a pragmatic notion of presupposition
which would not mitigate the alleged absurdity. Presupposition as implicature in negation; presupposition as
entailment in affirmation But a more
serious defence might suggest that Aristotle has more than one method of
handling Ex existentisls; that there are indeed two such methods, both S Ist P
subject-predicate in character, which when combined avoid the charge. In
Metaphysics where the primary topic seems 10 be what kinds of attributes are
constitutive of and differentiate between sons of sensible things, Aristotle
argues the range of such crudal teatures is much larger than Democritus allows
atom, and indicates ways of giving quasi definitions of a variety of sensible
objects, such as a threshold or ice, which contain analogues of genus and differentia. At this point, almose parenthetically, he
gives a pattern of conceptual definitional analysis for existentials about such
things. The pattern consists (of the sequence some + genus* + l: +
differentia*; c.g., "Some water IST frozen" (an analysand for
"ice exists" and “A stone iIST situated in threshold position"
(an analysand for "a threshold exists"). We have, then, for certain Ex existential a
definiens in subject-predizate s Ist P form which by utilizing the elements in
definitions, ELIZmIznATES eliminates the
'existit altogether. Grice goes on to suggest, on Aristotle's behalf,
that this ELZiZmIznATIZvE form could be employed lo conceptually analyst and
define general existentials, like "ice exists" , "A goA
exists while the category citing forms.
like Socrates is a substance could be used to conceptuallyto analyse or define
singular existentials, like ‘Socrates exists".A strategy for an attempted
presentation of in argument in support of the hypothesis that unified semantic
multiplicity is to be located in the copula (or in a sub-range of examples in
which "ist is used as a copula, viz., cases of accidental predication)
will be to put forward as a preliminary a partial sketch of a theory of
categories, which Grice regards as being in the main Aristotelian, to comment
on some points of interest in that sketch, and finally to use it as a basis for
the proposed argument. The sketch
departs from Aristotle's own position in one or, two respects, thereby depicting
i somewhat improved theory, and it will incorporate what seems to be a
conspicuous extension of his theory, though one which, so far as I can see, he
might well have accepted without detriment to his account. Grice’s motivation
is to put forward an outline of an account of categories which is overtly more
SYSTEMATIZc than the assemblage of dicta which one may extract from Aristotle's
(L) Grice starts, much as Aristotle does
in Caiegories, by distinguishing two forms
Predication. Each relation, which may be called
"izzes' and -- "Hazzes', are approximately the converses,
respectively, of his relations “Is” said of and “is in (a subject)”. Ian x
izees () y i=df y is said of x. hab X hZzsz y
=df y is present in x. Grice goes
on to list some of the properties which I wish to assign to these relations,
adding that n one or two cases there seems to be options. Izzing is reflexive
(Vxix izzes x), Non-symmetrical (symmetry-neutral), and transitive. Hazzing, on theother hand, is ineflexive,
either intransitive or transitivily-neutral ), and asymmetrical. In all cases,
if an individual x izzes y, y is essential to x, in the sense that it x were
not to izz y, x would no longer exist. It is, however, certainly not true in
all cases that if x hazzes y, its hazzing y is essential to its existence; indeed,
Grice confesses to an inclination to think, that this is not truc in any casc.
But Grice is disposed to accept the following "mised" law. (0) 11 x I
y and y H z, x Hz; the acceptability of this law would depend on the idea that
a non individual y hazzes something z ilt [of necessity] every individual
falling under y (that is every indivicual that izzes y) hazzes 2. Grice is
however, not disposed to accopf the "mixed" law. (ii) If x H y and y
lz, x Il z, since I would like to
espouse the idea that a subject a (in any category other than that of x) harzes
only individuals); in which case, l might also espouse the idea that the copula
Ist can be conceptually analyzed or defined in terms of the disjunction of
& l y and x H something z which I y.
Grice makes izzing reflexive, so some of my definitions must differ from
his, since I cannot claim, as le did in Caregories 3a7, that nothing tzzes an
individual substance. The debnitions will run as follows. I is an individual
iff nothing other than x izzes x. x is a primary individual iff x is an
individual and nothing hazzes x. x is a primary substantial (x is in the
category of "substance") iff sune primary individual izees x. x is il
secondary substance ig & is a primary substantial but not an individual. x
is identical with y iff x izzes y and y izzes x. y is predicable of x iff
either x izzes y or & huzzes something z which izzes y. We may now compare this last definition with
the conceptual analysis of the copula. Ist.
And y will be a primary element in some category other than that of
substantials just in case there is a individual x [an individual which is a
primary substantiall which hazzes something z which in tum izzes y (this allows
for the possibility that z may be identical with y). Obviously, in the case of
such a foreign predication a nethod will be needed for determining which
foreign' category is involved as being the category of the predicated item
y. We can atiempt to make use of the
diflerent one-word interrogatives which can be extracted from ).Anstotle, with
the supposition that items in a particular category may be suitably invoked to
provide answers to just one of the kinds of questions asked by each of such
interrogatives. But it is not clear that such a list of interrogatives is
sufficiently comprehensive (relatives, for example, secm to escape this
programme. Nor is it clear what the rational basis would be for such a list of
questions. While Aristotle says much
that is interesting about some particular categories, his attempts, for example
in the cases of quantity and quality, to pick on primary distinguishing marks
are nog clear. Such shortcomings matter Little. It seems sufficient to assume
the availability of some discriminating procedure (perhaps some furtirer
development of the 'interrogatives method) since my main oracern is with the
consequences of a scheme involving some procedure of such a cort At this point the sketch incorporates the
extension of Aristotle's thcory of categories. Grice assumes that there is an
operation, "substantialization,
which, when appled directly to an individual which belong to a con-substantial
category, relocates it in a NON-primary
division of the category of substantials, thereby instituting or licensing the
iclocated items as further subjects of hazzing; the items hazzed by them will
inhabit NON primary divisions of categories other than that of substantials. A
Qualities of substance na be might be relocated as a non primary substantial,
thereby becoming subjects which hazz. (soy) fusther qualitatives of
quantitatives, : that is to say. inhabitants of a NON primary division of this
or that NON substantial category. So the category of qualitatives may include
qualities of substances, qualities of substantialized qualities (or
substantialized quantities) of substances, and so without any fixed limit.
Fidinterestnedd diedng exist Banbury doesn’t exist The scheme would, provide
for substantialization with respect to some, but not necessarily to all, items
which initially belong to some NON substantial category; some categories,
however, might be *inebigible£ for the application of substantialication, and
in other categories it might be that only sub-categories would be eligible for
substantialization.The scheme also ensures that substantialization goes hand-in
hand with beooming a subject of hazzing; but would not guarantee that
substantialiced items would hazz further items in every non-substantial
catessory. Admittedly, Grice’s scheme as is absirace : and it would be
necessary to make sure that it could have application to concrete cascs. It might also, even if concretely applicable,
be oaly PARTZi in character; it might, for example, provide for one kind of
category (say"logical categories'), but leave other kinds of categories,
like sensory categories, unprovided for. Grice’s scheme leaves room lor sub.
categorial diversities within a given overall entegory, There might be
distinctions ictween, for cxample, qualities of substances, qualitics of
quantities of substances, qualities of quantities of actions of substances, and
so forth. All of these specifie classes would fall within a general category of
QUALZiTY: and there would be opportunity to legislate against any item's
belonging to more than one sub-division. Within an already discriminated category
or sub-category there might be a categorial distinction between
substantializable and non-substantialicable items.There will be room 1o adopt a
cruerion of realiy distinct frem the perhaps increasingly cedious Quineian
condition of being "quantifiable over" One might, for example, insist
that reality attaches, or full reality attaches, only to items which besides
being izzers, being izzed, and being huzzed, are themselves haziers (that is,
are susceptible to substantialication).Since it cannot be assumed that a
non-primary substantial will receive predicables in every non-substantial
category, there is room for distinctions of richness between the range of
categories from which predicobles apply to one huzzer, and that from which
predicables apply to another; and these variations in predicationable richness
could be used as a measure of degree of reutty (the richer the realer, with
primary substantials at the topi.Having discussed two different suggestions
about the possible location of semantic multipticity associated with the notion
of ist Grice expands. One would lie ta the range of maximally general
specitications of the notion of existit (of the use of the verb to be' to
signify existence).Tthe other would lie in the use of the copula to signify
different predication relations. Both
suggestions seem to have solid Aristotelian foundations. The categorial
multiplicity of the term 'existit' and the distinction between different fonns
of predication relations are both well-established Aristochian docirines. So
far, then, there might seem little room for a preference of one suggestion to
the other. There are, however, two lines of reflection which in one way or
another might upset this equilibrium. The first line of reflection would allow
that Aristotle or an Aristotelian might have good reasons for secking TWO,
rather than merely one, predication-relation, reasons perhaps conaected with
intuitively acooptable restrictions on the scope of transitivity, and with a
desire to block such unwanted inferential moves as "Socrates is white,
white is a colour, so Socrates is a colour". But it remains true that
nocharacterization hos been given of the concept of a predication-relation; and
though certain formal properties may have been assigned to izzing and hazzing,
it is not clear that these formal properties would by themselves be adequate
guides for someone wanting to be told how to apply the terms izzing' and
luzzing' to a particular case. It is not clear, either, whot extra formal
supplementation could he provided, one would hardly suppose, for example, such
relational terms to be susceptible of ostensive definition. It may then be that
these relations do not (and presumably cannot) have a readily discernible
character, a fact which if not a blemish at least creates a problem. It is ultimately possible then that despite
initial appearances the notion of a predization-relation is not well-defined,
and indeed that apparent examples of such relations are illusory. This
alternative line of reflection then, might confer better survival chances upon
the first of the two suggestions here dstinguished. A second line of
reflection, however, is one which I am certainly inclined 10 take seriously.
Unlike the first, it would not lavour the attribution to Aristole of one rather
than the other of two viens about the location of a cortain semantis
multiplicity. It would rather suggest. or conjecture, that the attribution to
Aristotle of either view would involve a misconception of Aristotle's position,
unless it wore accompanied by a recognition of a certain not immediately
obvious distirction.Enter pragmatics – and implicature. It would be a mistake
to suppose Aristotle to be holding that exists "is signites a plurality of
distinct universals and that therefore the existential 'is' bos a plurality of
meaning; It would also he a mistake to attribute to Aristotle the view that the
copulative 'is may signify one or another of lWo precication relations therchy
signifyiog a plurality of universals, with the consequence that the copulative
"is' has more than one meaning. What Aristole is really proposing is a
separation of — the question what an U universals is, — the question how many
SIZgNZuFZiCAtIZoznS an expression possesses. Aristotle is suggesting the
possibility that a particular expression may have only one meoning sense or
content and yet be used on different occasions to point to different
universals. It is no doubt trus that historically universals were admitted to
the realm of philisaphical disonurse in order to be itens in which the meaning
of particular expressions might consist. But this historical fact does not
establish an indissoluble connection between universals and the meanings of a
linguistic expression; and it should be modified or abandoned should subsequent
rational reflection provide reasons for adopting such a ovurse. Grice is well
aware that the suggestion, whether advanced on behalf of Aristotic or
independently, that a distinction should be made between, on the onc hand, the
universal or universals, which either in general or on a pasticular occasion
are pointex T by the expression, and, on the other hand, the meaning or
meanings of the expression in question, which is likely to give rise to a sense
of shock; Grice suggests that susceptibility to this sense of shock will be
independent of the question whether the person who feels it is friendly or
unfriendly towards universals. Grice invites us to consider first the reaction
of one who is friendly to universals.The philosopher may be liable to take the
view that the reason for introducing universals in the first place was
primarily, indeed exclusively, to equip ourselves with a range of items, cach
of which would serve as that which was meant, or as one of the things that was
meant by significant expressions. This is what a universal does, and it is what
they are supposed to do, and they do it perfectly well; it is not therefore in
order te propose a severance of just that connection with meaning which gives
universals a raison d'être. One who is unfriendly to universals can hardly be
expected to be more sympathetic to the proposal, such a person might be
unfriendly to universals either becausc, like Quine, while he is prepared to
describe each of a multitude of expressions as being meaningtul, be is not
prepared to count as legitimate specifications of what it is that a caningful
expression means, or he is not prepared to allow that two distinct expressions
may each mean the same thing. These denials are plainly linked; if it is
legitimate to ask of two meaningful expressions, what it is that each mcans we
can hardly preveat it from being the case, sometimes, that what each means is
just the same as what the other means. Alternatively the enemy of universals
might not wish to eliminate specifications of mcaning or the possibility of
synonymy; his position is rather that an adequate account of the full range of
meaning-concepts can be provided without resort to universals. But the enemies
of universals, from whichever camp they come, may well insist that one who,
unlike them, is disposed to bring in universals is not at liberty to
contemplate divorcing them from that connection with meaning which he will have
to allow as underlying their claim to existence. Grice is not sure that such
hostility to the general idea of divorcing the signification of one or more
universals from the possession of one or more meanings is as solidly founded as
initially it appears to be. If I ask someone whether he knows the birth place
of Napoleon, he might reply in two quite dilferent ways. He might say
"Certainly I do; he was born in Corsica." Altematively he might reply
"I am afraid I don't. Napolcon was born in Corsica, 1 am afraid I have
never been able to get to Corsica so I don't know the place at all." The
obvious difference between these two distinct interpretations of the question
seems to me to be plainly connected with the functioning of certain pronouns as
(a) indirect interrogatives (b) as relatives; in my example, the first reply
claims knowledge where Napoleon was born, the second claims ignorance of that
place where (in which) Napoleon was born. There are other ways of looking at
the linguistic phenomenon presentedby my example, which are not incompatible
with the way just outlined. and indeed which may tumm out to be uscful complementaries
to it. One might draw attention to a distinction between knowledge of
propositions and knowledge of things, suggesting that what the first respondent
claims is propositional knowledge, whereas, what the second respondent
disclaims is thing-knowledge; the second respondent exhibits a certain bit of
propositional knowledge but professes substantial ignorance concerning the item
to which his propositional knowledge relates. There is of course no reason why
these two states should not coexist. While we are directing our attention to
this approach, we night bear in mind that one kind of knowledge might be
dependent on the other. It might, for example, be the case that knowing a thing
a consists in the possession of a perhaps indefinitely extended supply of
pieces of propositional knowledge, all of which are cases of propositional
knowledge which relates to x; or alternatively, knowledge of x might consist
not in an indefinite supply of pieces of propositional knowlcdge about x, but
rather in the possession of a foundation or a base from which such
propositional knowledge may be readily generated. Yet a further idea to be
considered begins with the recognition that definite descriptions like many
other kinds of phrases may, within a sentence occupy either subject position or
predicate position; as some might prefer to put it, "the birth place of
Napoleon" may be used either referentially or predicatively. It might then
be suggested that in the mouth, or at least in the mind, of the first respondent
the phrase "the birth place of Napoleon" occurs predicatively,
whereas in the case of the second respondent it occurs referentially, as,
potentially at least, a subject expression. If we suppose the phrase to occur
predicatively in a given cose, it will be necessary that one should be able to
point to a mentioned or unmentioned item to which the predicate in question
might apply: then, in the case of the first respondent in normal circumstances
there will be some particular item which he thinks of as, or believes to be,
the birth place of Napoleon. The relevance of this discussion to the topic of
meaning and universals is that it may with some plausibility be alleged that
those who have invoked universals as the items in which the meaning or meanings
of significant expressions consist are guilty of representing such a phrase as
"knowing the meaning of the word 'watershed " as referring to
knowledge of an object or thing, as knowledge of "that which" the
word watershed' significs or means (where the pronoun "which' is a
relative pronoun); whereas, in fact, the phrase plainly refers to knowing what
the word'watershed means where the pronoun 'what' is indirectly interrogative
rather than relative. The theory of universals as meaning, then, rests on a
syntactical blunder; that this is so is attested by the fact that in principle
at least the caning of an expression E, may be identical with the meaningof the
expression Ez but plainly to know the meaning of E, is not the same as to know
the meaning of Ez This attack on the historical genesis of universals as the
focal elements in a certain kind of anti-nominalistic theory of meaning, might
encounter the following response. It might not be denied that the kind of
syntactical blunder, which I have been attempting to expose, is in fact a
blunder and has indeed been committed by some who have championed the cause of
universals. It is, however, a remedial blunder which can be rectified,
ultimately not only without damage, but even with advantage to the view of
universals as the primary constituents of meaning. Once universals are
admitted, they can be, and should be, thought of and accepted as being those
items which are the meanings of this or that element of language. In the end,
then, knowing the mcaning of an expression E would emerge as knowing what E
mcans, that is, as propositional knowledge connected with interrogative
pronouns rather than as thing-knowledge connected with relative pronouns. So
everything comes right in the end; and the tie between universals and meanings
cannot be put asunder. This defence of the inviolability of the link between
universals and meanings may be ingeniously contrived, but is not, I think,
irresistible. If the specification of meanings were to provide not merely a
useful mode of employment for universals once they are recognized as being
around, but rather the sole justification and raison d'ete of the supposition
that they are around, the specification of meaning would have to be not merely
something that can be commodiously done with universals, but rather something
which cannot be done or fully done without universals. To my mind this stronger
requirement cannot be mct. There are, I think, some cases of expressions E such
that knowing the meaning of E cannot comfortably be represented as knowing,
with respect to some acceptable entity that it is that to which the description
"the (a) meaning of E" applies. I offer two examples: If I were to
say "The wind is blowing in the direction of Sacramento", any norally
equipped English speaker would know the meaning both in general and on the
current occasion of the phrase *in the direction of Sacramento; that is to say
he would know both what in general the phrase means and what 1 mcant by it on
the occasion of utterance. But such cxamples of knowledge of the meaning in
general, and also the meaning relevant to a particular occasion, of a
particular phrase, so far as 1 can sec, neither requires, nor is assisted by,
the specification of an admissible entity which is to be properly regarded as
that to which the description *the meaning of the phrase 'in the direction of
Sacramento'" applics, cither senceally or on this occasion. It is unlikely
that there is such an admissible entity, the phrase 'in the direction of
Sacramento' does not seem to be one which applies to any particular entity; and
even if it were possible to justifythe claim, such a justification scems hardly
to contribute to one's capacity for knowing what such a phrase means. By a precisely parallel argument I may know
perfectly well what is meant by the phrase the inducement which I otfer you for
looking after my garden', even though I am neither helped nor hindered by the
presence or absence of any thought to the effect that there is some admissible
item which satisfies the description "the meaning of the phrase 'the
inducement which I offer you for looking atter my garden' " Before leaving
this topic, I should make two comments: first, the fact that the concction
between universals and meanings may not be inviolable does not dispense someone
who wishes to modify it from obligations to make clear just what changes he is
making; second, if a theory of meaning should fail to provide an indispensable
rationale for the introduction of universals, it might turn out to be incumbent
upon a metaphysician to offer an alternative rationale. But this question will
have to wait for another occasion. Let us for the moment retain an open mind on
the nature of Aristolle's views about the connection between the unification of
semantic multiplicity and the prescnce or absence of identity of meuning.
Aristotle lists a number of modes of this kind of unification which I shall
consider one by one. As one embarks on this enterprise one might well bear in
mind the possibility that the list provided by Aristotle might not be intended
to be exhaustive; and that the number and proper characterization of the modes
which do occur in Aristotle's list is sometimes uncertain. Alistotle refers to
cases in which a general term is applied by reference to a central item or type
of items as ones in which there is a single source for a contribution to a
single end. It is not clear whether he is giving a single general description
or a pair of more specific descriptions each of which applies to a different
sub-class of examples. I know no way of settling this uncertainty. The modes of
unification actually listed by Aristotle consist in (a) what 1 shall call
recursive unification in which the application of each member of a range of
predicates is determined by the conditions governing the application of a
primary member of that range, (b) what I may, with deference to Owen, call
focal unification (unification which derives from connection with a single
central item), (c) analogical unifiestion, in which the applicability of one
predicate or class of predicates is generated by analogies with other
predicates or classes of predicates, I shall consider these headings in
order.The cases of recursive unification are primarily, though not exclusively.
mathematical in character; they are also cases in which what one might call the
"would-be" species of a generic universal stand to one another in
relations excmplifying priority and posteriority. The Platonists, so Aristolle
tells us, regarded such priority and posteriority as inadmissible between
fellow species of a single genus. Aristotle does not explicitly subscribe to
this view, but he does not explicitly reject it and is liable to act as if he
accepted it. Why should priority and posteriority stand in the way of being
different species of a single genus? Why should not different numbers be
distinct species of the genus number? In the case of numbers, End. Eih.
(121%aff.) attempts a reductio ad absurdum: if there were a form (universal)
signified by "number" it would have to be prior to the first number,
which is impossible; this argument might be expanded as follows: consider a
sequence of "number-properties" (Pl, p?..., e.g., 2-ness, 3-ness
...): such a sequence satisfies, inter alia, the following conditions.For any x
and for any n 1, x instantiates Pi entails x does not instantiae pa-' (nor
indeed any P').For any x and for any n * 1, x instantiates P" entails
something y (* x) instantiales pr-/If P™ = P' , no counterpart of (a), (b)
holds; so Pl is the firstnumber. If the fulfillment of the abore conditions is
to be sufficient to establish a sequence of properties as a sequence of number
properties, then there cannot be a universal number; if there were, it would,
like any genus, be prior to each of its species, and so prior to Pl; but since
P' is the first number it cunnot have a predecessor and so nothing ean be prior
to it. There seem to be two objections. It is by no means clear that the above
conditions are sufficient to guarantee that a sequence of properties is a
sequence of number-properties. Even if they were, one part of them would not be
fulfilled in the case of Pl and being a number; if x instantiates Pl (viz.,
2-ness), x, not something other than x, will instantiate being a nuenber, a set
whose cardinality is 2 itself instantiates being a number (as a cardinality) If
this route to a denial of the existence of a generic universal number fails
there are two further possibilities. One might attempt to represent conformity
to a "standard" genus-species-differentia model as being not just an
acceptable picture of situations in which a more general universal has under it
a range of subordinate universals which are its specializations, but as being
constitu. tive for such examples of the existence of the more general
universal. The slogan might be "For there to be a universal U, with
specializations U,, U,, ..., U,, U has to be the genus of those specializations
with all that that entails" (or, more bricfly, "no specialization
without species"). The justification for such a claim will not be casy to
find. While, intuitively. one might be prepared to accept the idea that a more
general universal must be independent of its specializations in that the non
emptiness of the general universal should be compatible with the emptiness of
any particular specialization (though not of course with the emptiness of all
specializations), it does not seem intuitively acceptable to make it a
condition of the existence of U that any pair of specializations U, and U2
should be in this sense independent of one another. One might try a simpler
form of argument. If the special cuses for the application of a general term E,
that is to say, the universals U, ... U, are united by a single ordering
relation R into a series 5, the elements of which [U, ... U.] cover every item
to which E applies, and only such items, then we do not need a gencric
universal U; its would-be species U, ... U, are already unified by membership
of the series S. The expression "being an instance of some universal in
the series S" is of course applicable to anything to which E is
applicable; but this expression does not even look like the name of a gonus.
The second mode of unification to which semantic multiplicity may be
susceptible, that of focal unification, is discussed at length in Metaphysics IV,
i (T, ii) 1003a32f., there Aristotle brings up two of his favourite examples,
the applications of the adjectives "healthy' and 'medical'. He states that
everything to which the word "heulthy' applies is related to, in one way
or another, the focal item of health, "one thing in the sense that it
preserves health, another that in the sense that it produces it, another in the
sense that it is a symptom of health, another because it is capable of
it." Similar considerations apply to applications of the adjective
'medical', "that which is medical is relative to the medical art, one
thing being called medical because it possesses it, another because it is
naturally adapted to it, another because it is a function of the medical
art." On the most obvious interpretation of this passage Aristotle will be
suggesting that standard semantic theory will be right in supposing the
applicability of certain adjectives to particular items depends on a
relationship of such items to an associated universal, but wrong in supposing
that the relationship in question is invariably that of instantiation; other
sorts of relationship are frequently involved. There is, however, a less
obvious position which Aristotle might have been taking up; this position would
maintain with respect to universals, that the only way in which individual
items may be related to universals is that of instantiation: that there will
beOther entities which will indeed be general entities though not universals;
to them individual items may be related in a variety of ways which are distinct
from instantiation. The rolative merits of these two ideas will be a matter for
debate. This mode of unification is of special interest in my present enquiry
since Aristotle states quite plainly that this is the mode of unification which
applies 10 the semantic multiplicity connected with being. Categorially
cifferent sorts of things may all be said to be by virtue of different kinds of
connections which they have to the focal item, which will be intimately
connected with the notion of substance. This central item might be an
individeal substance or, more likely, might be the notion of substantal type:
any items which 'izzed' this type would be an individual substance and so would
exist. But non-substantial items could also be said to be by virtue of their
relationship (different in different cases) to the same central item; some
things may be said to be because they are affections of substanee, others
because they are a process towards substance, and su forth. It is evident that
Aristotle habitually thinks of the focal item as being a universal, or at least
some kind of general entity; but such restriction is not mandatory, nothing
prevents the focal item from being a particular.Consider the adjective
"French" as it occurs in the pluases, "French citizen",
"French poem", "French professor". The following features
are perhaps signilicant: (1) The appearance of the adjective in these phrases
is what I might call "adjunctive" rather than "conjunctive"
(or "attributive").A French poem, is not as I see it, something which
combines the separate eatures of being a poem and being French, as a fat
philosopher would simply combine the features of being fat and of being a
philosopher."French" here occurs, so to speak, adverbially. (2) The
phrase "French citizen" standardly means "citizen of
France", while the phrase "French poem standardly means "poci in
French"; but it would be a mistake to suppose that this fact implies that
there are two (indeed more than two) meanings or senses of the word
"French". The word French" has only one meaning, namely "of
or pertaining to France"; it will, however, be what I might call 'context
senstive"; we might indeed say, if you like, that while "French"
has only one meaning or sense, it has a variety of meanings-in-context;
relative to one context, "French" means "of France" as in
the phrase "French citizen", whereas relative to another
context"French" means, "in the French language" as in the
phrase "French poem". Whether the focal item is a universal or a particular
is quite irrelevant to the question of the meaning of the related adjective;
the medical art is no more the meaning of the adjective 'medical', as France is
the meaning of the adjective 'French'. As a concluding observation I may remark
that while the attachment of the context may well suggest an interpretation in
context of a word, it need not be the case that suchsuggestion is indefeasible.
It might be for instance that "French poem" would have to mean
"poem composed in French" unless there were counter indications; in
which case, perhaps, the phrase might mean "poem composed by a French
competitor" (in some competition). For the phrase"French
professor" there would be two obvious meanings in context; and
disambiguation would have 10 depend on a wider linguistic context or on the
cireumstances of utterance. Grice then turns to what is possibly the most
baffling of the ways explicitly suggested by Aristotle as being those in which
what I am calling USM may arise. These will be cases in which the application
of an epithet to a range of objects is accounted for by analogy detectable
within that range; more explicitly to analogies between the specific universals
which determine the application of the epithet, or (perhaps) berween the
exemplifications of those universals by this or that type of object. More
explicitly to analogies between the specific universals U, and Uz etc., which
determine the application of the epithet, or (perhaps) between the
exemplifications of U,, Uz ete., by items of the sorts ly. lo etc., The
puzzling character of Aristotie's treatment of this topic arises from a number
of different factors. First there are two things which Aristotle himself might
have done to aid our comprehension. He might have given us a firm list of examples
of epithets, the application of which to a given range of objects is to be
accounted for in this way; alternatively, he might have given us a reasonably
clear characterization of the kind of accounting which analogy is supposed to
provide, leaving it to us to determine the range of application of this kind of
accounting. Unfortunately he does neither of these things; he offers us only
the most meagle hints about the way in which analogy might unify the various
applications of an epithet; we are told, for example, that as sight is in the
eye, so intellect is in the soul with the implicit suggestion that this fact
accounts for the application of the word 'see' both to cases of optical vision
and cases of intellectual vision, and he also suggests that analogy is
responsible for the application of the word 'calm' both to undisturbed bodies
of sea water and to undisturbed expanses of air. Such offerings do not get us
very far, furthermore, not surprisingly, where Aristotle seems to fear to tread
the commentators are most reluctant to plant their own feet. Perhaps the least
unhelpful suggestion comcs from Ross who suggests as Aristotle's view that the
application of the word 'good' is attributable to the fact that within onc
category things which are good are related to things in general belonging to
that category in a way which is analogous to the way in which good things in
some second category are related to the general run of things which belong to
that second category. Apart from obscurity in thepresentation of this idea,
Ross's suggestion takes for granted something which Aristotle himself does not
tell us, namely that the application of the epithet 'good' is one
exemplification of unification which is the outcome of analogy: Ross's
suggestion about 'good' would, moreover, be at best only a description of one
special case of analogical unification, and would not give us any general
account of such unification. I might add that little supplementary assistance
is derivable from those who study general semantic concepts; such persons seem
to adhere to the principle that silence is golden when it comes to discussion
of such questions as the relation between analogy, metaphor, simile, allegory
and parable. So far as Aristotle himself is concerned it seems fairly clear to
me that tie primary notion behiad the concept of analogy is that of
'proportion'.This notion is embodied, for example, in Aristotle's treatment of
justice. where one kind of justice is alleged to consist in a due proportion
between return (reward or penalty) and antecedent desert (merit or demerit) but
it remains a mystery how what starts life as, or as something approximating to,
a quantitive relationship gets converted into a not-quantitive relation of
correspondence of allinity. It looks as if we might be thrown back upon what we
might hope to be inspired conjecture. Grice takes as his first task the
provision of an example, congenial to Aristotle, of the unification by analogy
of the application to a range of objects of some epithet. I shall expect this
to involve the detection of analogical links between the exemplifications of
the varicty of universals which the epithet may be used to signify. My chosen
specimen is the verb grow. In this case a number of different kinds of shifts
might be thought of as possessing an analogical unification. One of these would
be examples of shifis in respect of what might be termed syntactical
metaphysical category. A substance, indeed a physical substance like a lump of
wax or a mass of metal, might be said to grow; and it would be tempting here to
suggest that the relevantly involved universal, that of increase in size or
getting larger, provides the toundational instance of the signitication of a
universal by the word "grow'; we have here, so to speak, the 'ground-floor'
meaning of the verb. But not only the physical substance itself but the various
accidents of the substance may also be said to grow; not only the piece of wax
but its magnitude, some event or process in its history, its powers or causal
efficacy and its aesthetic quality (beauty) might each be said to grow; and it
seems not unplausible to suggest that though growth on the part of these
non-substantial accidents might be different, and more or, again, less boringly
connected with growth on the part of the substance, there will always be some
kind of correspondence or analogical connection between growth in the case of a
non-substantial item and growth in the case of a substantial item. Another and
different kind of calegorial variation may separate some of the universals
which the word "grow' may be used to signify from others; these will be
connected withdifferences in the sub-categories within the category of
suistance within which fall different sorts of entitics which may be said to
grow; different universals may be signified by sonicone who speaks of a plant
as growing and by someone who speaks of a human being as growing, and the
confection between these diverse realizations of growth may rest on analogy. In
what is called the growth of a plant, internally originated increase in size
may occupy a prominent place, whereas in the case of a buman being the kind of
development which may be involved in growth may be much more varied and
comples; the link between the two distinct universals which may be signified
might be provided by analogy between the roles which such changes fulfill in
the development of the very different kinds of substances which are being
characterized. No doubl many further kinds of analogical connection would
emerge within the general practice of attributing growth.Grice’s next endeavour
will be an attempt to supply some general account of the way in which the
presence of analogy may serve to unify semantic multiplicity; and if such an
account should be found to offer prospecis of distinguishing analogy from other
concepts, particularly metaphor which belongs to the same general family, that
would be a welcome aspect of the account. It is my idea that in metaphorical
description a universal is signified, which though distinct from that which
underlies the literal meaning of an epithet is nevertheless recognizably
similar to that literal signification
Grice comes then to the notion of analogy itself. I shall start by
considering items any one of which may be called an S,; I shall initially
suppose that being an S, consists in belonging to a substantial type or kind,
S,. though that supposition may be relaxed later. My first move will be to
assume that being an S, consists in being subject to a systern of laws which
jointly express the nature of the type or kind Si; and further that these laws,
which furnish the central theory of S,, will all be formulable in terius of a
finite set of S,-central propertics (let us say P, to P,); each law will
involve some ordered extract from the central set, and their totality will
govern any tully authentic Sy. This totality may well not include all the laws
which apply to S,: but it does include all the laws which are relevant to the
identity of Sy, all the laws which determine whether or not a particular item
is to count as an 5,- Let us next consider not merely things each of which is
an S,, but also things each of which is an Sz; it is to remain at least for the
moment an open question whether or not the typeS, is identical with the type
S1. 1 assume that, as in the case of S,, membership of S, is determined by
conformity to a system of laws relating to properties which are central to S2.
I shall symbolize these properties by the devices Or ... Q.. We now have
various possibilities to consider. The first is that every law which is central
to the determination of Sz is a mirror image of a law which iscentral to S,;
and that the converse of this supposition also obtains. To this end we shall
assume that the properties which are central to being an $, are the properties
O, through Os; and that if a law involving a certain ordered extract from the
set P, through P, belongs to the central theory of Sto a law involving an
exactly corresponding ordered extract from the set O, through , will belong to
the contral theory of Sa; and that the same holds in reverse. In that case, we
shall be in the position to say that there is a perfect analogy between the
central theories of S, and Sz; and in that case, it may also be tempting to say
that the types S, and S, are essentially identical. We should recognize that if
we yield to this temptation we are not thereby forced to say that Sy and S, are
indistinguishable, they might, for example, be differently related to
perception, only one of them (perhaps) being accessible to sight; we shall only
be forced to allow that essentially, or theoretically, the types are not
distinct; how that is to be interpreted will remain to be seen. The possibility
just considered is that of a total perfect analogy between the central theories
of S, and Sa. There is also, however, the possibility of a partial pertect
analogy between S, and Sz. That is to say pait of the central theory of one
type (say S,) may mirror the whole of the central theory of Sz, or again may
mirror some part of a central theory of Sz. In such circumstances one might be
led to say (in one case) that the type S, is a special case of the type S,; or
(in the other case) that the types S, and S, both fall under a common
super-type, determined by the limited area of perfect analogy between the
central theories of S, and Sz. A third possibility will be that no perfect
analogy, either total or partial, exists between the two central theories; the
best that can be found are imperfect analogies which will consist in laws
central to one type approximating, to a certain degree, with the status of
being analogues of laws central to the other. At this stage, Grice proposes a
relaxation in the characterization of the signification of such symbols as
'S!', 'Sz etc., which till now I have been regarding as signifying substantial
types or kinds, reference to which is made in more or less regimented discourse
of a theoretical or scientific sort. I shall now think of such symbols as
relating to what I hope might be legitimately regarded as informal precursors
of the aforementioned substantial types, as expressing concepts of one or other
classificatory sort, concepts which will be deployed in the unregimented
descriptions and explanations of pre-theoretical. Examples of such unregimented
classifica-tory concepts might be the concepts of an investor, a doctor, a
vehicle, a confidante, and so on. I would hope that in many ways their general
character might run parallel to that of their more regimented counterparts. In
particular, one might hope and expect that their nature would be bound up with
conformity to a certain set of central generalitics (platitudes, truisms,
etc.); to be an investor or a vchicle will be to do a sufficientnumber of the
kinds of things which typically are done by investors or vehicles. One might
expect, however, that the varicty of possible forms of generalization might
considerably exceed the meagre armament which theoretical enquirers normally
permit themselves to employ. One might also hope and expect that the generalities
which would be expressive of the nature of a particular classificatory concept
would be formulable in terms of a limited body of features which would be
central to the concept in question. This material might be sufficient to
provide for the presence from time to time of analogy, at least of imperfect
analogy, between scucralities which aro expressive of distinct classificatory
concepts. When they occur, such analogies might be sufficient to provide for
semantic unity in the employment of a single epithet to signify dilferent
classificatory concepts; and this semantic unity, in turn, might be sufficient
to justify the idea that in such cases the expression in question is used with
a single lexical meaning. Grice concludes the presentation of my suggestions
about the interpretation of the notion of analogy as a possible foundation for
semantic unity with two supplementary comments. The first is that there scems
to be a good ease for supposing that anyone who accepts this account of
analogy-based unity of meaning is not free to combine it with a icjection of
the analytid synthctic distinction. The account relies crucially on a
connection between the application of a particular concept and the application
of a system of laws or other generalities which is expressive of that concept,
and, this in tum, relies on the idea of a stock of further concepts, in terms
of which these laws or generalitics are to be formulated, being central to the
original concept. But it seems plausible, if not mandatory, fo suppose that
such contrality involves a non-contingent connection between the original
concept and the concepts which are said to be central to it, a connection which
cannot he admitted by one who denies the analytic/synthetic distinction. So
either one accepts the analytic/synthetic distinction or one rejects at least
this account of analogy-based semantic unity. I make no attempt here to decide
between these alternatives. Ihe second comment is that matcrial introduced in
Grice’s suggested claboration of the notion of unalogy, particularly the
connection between concepts and conformity to laws or other generalities, may
serve to provide a needed explanation and justification of the initial idea
that the applicability of a single defining formula, couched in terms of the
ideas of genus, spocies, and differentia is a paradigmatic condition, if not an
indispensable condition, for identity of meaning. We might, for a start, agree
to treat a situation in which the applicability of an epithet to an item i,
rests on a conformity to exactly the same laws or generalities as does
itsapplication to item iz, as being a limiting case of partial perfect
analogy.Situations in which no icinterpretation at all is required may be
treated as limiting cases of situations in which, though reinterpretation is
required. one is available which ochieves partial perfect analogy. As one might
say, a law is perfectly analogous with itself. Situations, then, in which an
epithet applies to a range of items solely by virtue of the presence of a single
universal, and so of a single set of laws, may be legitimately regarded as a
specially exemplary instance of a kind of unity which is required for identity
of meaning. Both a proper assessment of Aristotle's contribution to metaphysics
and the theory of mcaning and studies in the theory of meaning themselves might
profit from a somewhat less localized attention to questions about the relation
between universals and meaning than has so far been visible in my rellections.
I have it in mind to raise not the general question whether, despite the
Nominalists, a theory of meaning requires universals (to which I shall for the
moment assume an affirmative answer), but rather the question in what way
universals are to be supposed to be relevant to meaning.Consideration of the
practices of latter-day lexicographers, so far from supporting a charge that,
at least on my interpretation of him, Aristotle has proposed an illegitimate
divorce between universals and mcaning suggests that it would be proper to go a
deal further than did Aristotle himself in championing such a divorce, There
will be many different forms of connection between the varicty of universals
which may be signified by a non-equivocable expression beyond that countenunced
by the tradition of Theory of Definition, and even perhaps beyond the
extensions to that theory envisaged by Aristotle himself. These will include
some forms of connection like those involved in metonymy and synecdoche,
recognized by later grammatical theorists, and no doubt others as well. It
would, I suggest, be a profitable undertaking to study carefully the contents
of a good modem dictionary, with a view to constructing an inventory of these
various modes of connection. Such an investigation would, I suspect, reveal
both that in a given case the invocation of one mode of concction may be
subordinate and posterior to the invocation of another, and also that there is
no prescribed order or limitation of order which such invocations must observe.
Grice suspects, also, that it might emerge that the question whether variations
of meaning are thought of as synchronie or diachronic has no beating on the
nature of the uniting connections. The same forms of connection will be
available in both cases, and these in turn may well befound to correspond with
the range of different figures of speech which conversational practice may
typically cmploy. Should this conjecture turn out to be correct, the underlying
explanation of its truth might, I would guess, run along the following
lines.Rational human thought and communication will, in pursuit of their
various parposes, encounter a boundless and unpredictable multitude of distinct
situations. Perhaps unlike a computer we shell not have, ready made, any vast
altay of forms of description and explanation from which to select what is
suitabie for a particular occasion. We shall have lo rely on our rational
capacities, particularly those for imaginative construction and combination, to
provide for our needs as they arise. It would not then be surprising if the
operations of our thoughts were to refleet, in this or that way, the character
of the capacities on which thought relies. I have to confess to only the
haziest of conception bow such an idea might be worked out in detail References
Boethius, De Interpretatione. Grice, H. P. (1988). Aristotle on the
multiplicity of being. Pacific Philosophical Quarterly. Grice, H. P., P. F. Strawson, and D. F. Pears
(1957). Metaphysics, in D. F. Pears, The nature of metaphysics, London:
Macmillan. Owen, G. E. L. Aristotle on The snares of ontology Warnock, G. J.
(1952). Metaphysics in Logic. - GRICE E BOEZIO ÆQVIVOCVM -- BOEZIO E
GRICE: UNI-VOCALITY OF “EST” AND “IZZES” J. L. Speranza, The Grice Club.
Et similiter enunciationes plures dicuntur quæ plura et non unum significant:
non solum quando interponitur aliqua coniunctio, vel inter nomina vel verba,
vel etiam inter ipsas enunciationes; sed etiam si vel inconiunctione, idest
absque aliqua interposita coniunctione plura significat, vel quia est unum
nomen æquivocum, multa significans, vel quia ponuntur plura nomina absque
coniunctione, ex quorum significatis non fit unum; ut si dicam, homo albus
grammaticus logicus currit. CARAMELLO Abstract In 1988, the year of his
demise, H. P. Grice got published for The Pacific Philosophical Quarterly
(having moved from Oxford to Berkeley in his fifties) under the editorship of
his former Oxford pupil B. F. Loar, a rather intriguing essay, entitled,
“Aristotle on the multiplicity of being.’ Philosophers well aware of the deep
issues involved in matters of ‘univocity’ of ‘being’ and its enemies – equivocity,
etc. –, and some of them, were struck by the choice of ‘multiplicity’ in the
title, and by the lack of square quotes. It is not the multiplicity of ‘being’,
but of being itself! In these notes, I propose to reconsider Grice’s main point
vis-à-vis what he calls elsewhere – scil. in the Kant lectures at Stanford –
the ‘aequi-vocal’ thesis – as it conforms to his well known advice: unity of
sense, multiplicity of implicatures. I add Austin and Boethius for good
measure! Keywords: Boethius, H. P. Grice, univocality, J. L. Austin,
aequi-vocality thesis. “My enterprise,” Grice writes in his “Aristotle on
the multiplicity of being,” posthumously edited by B. F. Loar, is “to explore
some of the questions which arise out of a fairly well-known cluster of Aristotelian
theses.” Which are these? The first brings him to his years of Oxford as
university lecturer, in this case his joint seminar with J. L. Austin – who had
been obsessed with paronymy since his tutorials with Prichard. In Categoriae,
on which Grice lectured rather brilliantly with Austin at Oxford – as Ackrill
testifies -- Aristotle distinguishes two different sorts of case of the
application of a word or phrase – say, ‘ist’ – in ‘The α is β’ or ‘A ist B’ [I will follow
Boethius and stick to the third-person singular] to a range of situations. The
first sort of cases that Aristotle isolates is that in which both the word or
the phrase and a single definition, account, λόγος, or conceptual analysis, as I prefer, apply throughout that range. The
second sort of cases is that, in which the word or phrase – “ist” --, but no
single definition or conceptual analysis, applies throughout the range.
In the first sort of case, Aristotle says, that the word or phrase – say “ist”
(A ist B) -- is applied syn-nomymously, or, more strictly, to at least two
things which are syn-nomina – each a synonymum as Boethius would have it. For
the record, Lewis and Short defines synonymum as “a word having the same
meaning with another, a synonym.” They give the source: Front. Eloqu. p. 237;
Prisc. 579 P; Serv. Verg. A. 2, 128. (obs. Synophites,, ae, m., a read. In
Plin. 37, 10, 59, section 162 fron synnephitis. In the second sort of
case, the word or phrase – say “ist” (A ist B)– is, Grice goes on,
applied homo-nymously (cf. AEQVI-VOCALLY) — to at least two things which
are merely homonuma. Lewis and Short lack an entry for homonymum. But have one
for the masculine homoymus and the abstract noun homonymia. Homonymus is
defined as ‘of the same name, homonymous, and they give Quintilian as the
source: “sicut in his, quae homonyma vocantur: ut, Taurus animal sit, an mons,
an signfum in caelo, an nomen hominis, an radix arboris, nis distinctum non
intelligitur” – Quint. 8 2 13. Interestingly, for ‘homonymia’, translated by
Lewis and Shrot as homonymy, their source is Fronto, Diff. Verbs, p.. 353.
Aequivoces. Provision is also made, Grice adds, for an *intermediate* class of
cases – that fascinated Austin --, or (as some may prefer) a sub-division of
homonymous applications of a word or phrase into (a) cases of “chance homonymy”
and (b) cases of “other-than-chance homonymy,” or as Aristotlle calls them:
cases of "paronymy". Cicero couldn’t translate this. So, no entry in
Lewis and Short for paronymum, if for paronomasia! (cf. Dictionnaire des
untranslatables – PARONYMY, citing Grice). Ever the philosopher for great tags,
Grice adds that one may label the second of these sub-division cases of "UNIFIED
– the word is key -- Multiplicity of Signification, or meaning. With Boethius,
I will assume throughout that when Grice writes ‘meaning,’ he means
‘signification,’ and vice versa. Prominent among examples of The Unity
(Univocity, Aequivocity) of Multiple-Signification is the application of the
verb 'ist’ (as in A ist B) – as in the formula ‘The α is β.’ My choice of alpha and beta
is informed by Grice’s careful considerations in his more precise, “Utterer’s
meaning, sentence-meaning, and word-meaning” – and essay whose title he often
found trouble in remembering. Now reprinted in WoW (p. 131ff), in that essay
Grice provides for “To utter a psi-cross correlated … if (for some
audience or addressee A) the utterer U wants his audience o addressee A
to psi-cross a particular R-correlate of alpha to be one of a particular set of
D-correlates of beta. The reference here being his previous realization that a
philosopher of language may “need to be able to apply such notion as a
PREDICATION of beta (adjectival) on alpha (nominal).” (Smith is tactful, Smith
is happy). (As an interesting point, in that essay, Grice is neutral about the
mode of the utterance, ‘Let Smith be tactful’, whereas in his lectures on
Aristotle he sticks to Aristotle’s obsession with the indicative mode). Grice
would often criticize Aristotle for what Grice calls Aristotle’s rather vague
‘dicta’. (The Pacific-Philosophical-Quarterly paper is an offspring of an
earlier lecture delivered at Victoria, where to G. E. L. Owen, Grice makes more
than a passing reference). According to Aristotle, Grice reminds us,
“[ist] is _said_ in many — more than one — ways.” πολλαχῶς λέγεται τὸ εἶναι Grice adds that, among further
important examples of this type of UNIFICATION or univocity, or aequivocality,
Aristotle and Grice seem to be seeking – never mind Boethius or Austin -- we
find the word αγαθόν (Cicero bonum, “good”) which,
according to Aristotle, exhibits a seemingly superficial *multiplicity* of
signification related to, and perhaps even dependent upon, that displayed by
‘ist’ as in “A ist B”; for in Ethica Nichomachea – that brings Grice again to
his years as University Lecturer at Oxford taught ‘for years at Oxford under
the tutelage of the translation by his Oxford tutor – of Owen’s
generation -- Hardie -- Aristotle remarks that “αγαθόν” is _said_ in *as many ways* as being.” This needed doctrine of
the Unification, Unity, Univocality, or Aequivocality of Apparently Multiple
Signification of 'ist’ as in ‘A ist B’ is notoriously of great importance to
Aristotle. It is used by Aristotle, no less, to preserve the otherwise
acceptable characterisation of the philosophical discipline of
philosophia prima as dealing with ist qua ist. The characterization is
threatened by two objections. The first objection being that it is not the case
that "ist” (as in ‘A ist B’) applies *syn-nonymously* -- for lack of a
conceptual definition, or λόγος -- to all the items of things
with which such philosophia prima is supposed to be concerned. The second
objection has Grice in jest: and it is the one that claims that there is,
therefore, no more a genuine or legitimate single prima philosophia than there
is, say, — English Oxonian spelling assumed— a genuine single science or
discipline of vice. And this is because we apply the expression ‘vice’ to such
a thing as dishonesty, which is a moral thing. But we also apply ‘vice’ to such
a thing as a clamp, which is a thing made of metal, rather. These
objections can, Aristotle, Boethius, and Grice, and Austin (if ethics has a
subject-matter) would hope, he met by the reply that a multiplicity – i. e. not
unicity, but duality or plurality -- of signification – if not sense, or
content -- can be tolerated in the terminology specifying the subject-matter of
a single science, provided that such apparent multiplicity (again, duality or
plurality, rather than unity -- of signification is somehow UNIFIED.
Enter UNI VOCAL. Do not multiply senses beyond necessity. Keep your utterance
UNIVOCAL and feel free to multiply implicatures as you please. Grice had
witnessed the Viennese bombshells at Oxford as a student at Corpus, and has a
thing or two to say about the attacks by Ayer. As if expanding on the state of
the art of metaphysics in Post-War Oxford (in his joint article with his former
pupil P. F. Strawson and D. F. Pears, ‘Metaphysics,’ in Pears, The nature of
metaphysics,’ Grice notes: “I should like,” Grice says after some decades of
hindsight, “to say a word (or two) about the nature of my interest in Aristotle
— and the peripatetics in general — or the Lycaeum — and about the prospects of
deriving from Aristotle a significant contribution to the enquiries which I
have it in mind to undertake.” Grice (like Austin, but unlike Ayer) just
happens to regards Aristotle as being, like one or two other historical figures
— notably Kant (Kantotle is the best)— , not just a great philosopher of the
past but as being a great philosopher simpliciter. That is to say: to think of
Aristotle – as read by Boethius, say (vide Minnio Paulello on the Aristoteles
Latinus – so much studied at Oxford) as being concerned with many of the
problems to which we today are, or at least should be, devoting our efforts.
Furthermore, it is Grice’s view that once Aristotle — or Boethius, or Vio –
vide Ashworth on analogy in Vio in the Stanford Encyclopedia of Philosophy --
who worked so arduously on analogy to improve on Aquinas — is properly interpreted,
he is likely found to have been handling such problems in ways from which
philosophers still have much to learn. In brief, then, Grice subscribes
to a programme of trying to interpret — of reconstruct — the views of Aristotle
(and he is not too fussy about the difference between these two descriptions)
in such a way that, unless Aristotle’s text is totally probibitive, Grice will
ascribe to Aristotle a view which is true rather than false, reasoned rather
than unreasoned, and interesting and profound rather than dull or trivial.
Grice is convinced that, in the philosophical area within which the topics of
this endeavour fall, there are specially strong reasons for listening as
attentively as possible to what Aristotle has to say or implicate. After all, a
defence and definition of the nature and range of the enquiries falling under
philosophia prima is among the most formidable of philosophical tasks.
Philosophers need all the help they can get, particularly at a time when
metaphysicians are only recently beginning to re-emerge from the closet, and,
to Grice’s mind, are still hampered by the after-math of decades of ridicule
and vilification at the hands of those ‘rednecks of Vienna and their adherents’
— notably at Oxford! The main questions to which Grice addresses himself are
various, or shall we say, multiplicitous. As Aristotle suggests, IF at least
some expressions connected with the notion of "ist” (never mind αγαθόν – the title of his Victoria conference was on
‘Aristotle on good and being’– as in ‘The α is β’ -- exhibit multiplicity of
signification: of which actual expression or utterance is that suggestion true?
More precisely: is “ist” -- the conjugated third-person singular form of the
verb, in the canonical predication-relation surfaced in the syntactical
construction ‘The α is β’ where this suggestion is most plausible? What cognates of the ‘ist’,
if any, are similarly affected? What happens when ‘ist’ is merely deleted, as
is often the case with Cicero – how can the absence of a verb have a SENSE?
What about ‘Socrates walks’ and ‘Socrates is a walker’ – How much freedom
should we allow for the convertibility of non-copulative utterances into
copulative utterances? Grice has in mind the philosophical lexicon that also
has entries for ‘inherentia’ or ‘praesentia,’ and their respective conjugated
forms, including ‘existit.’ What link is there, if any, between unity,
multiplicity of significationand jdentity or difference of CONTENT or sense? In
what different ways may semantic multiplicity actually become unified? What
considerations, if any, confer upon the availability of a single definition or
conceptual analysis of special pride of place among possible criteria for
identity of meanin, or of sense, or content? Is Aristotle’s suggestion for
univocality of ‘A ist B’ to be argued for? Or is it just a matter of the
intuitions of the native, however dialectal, speaker of a language? How, if at
all, can the availability of such a definition or conceptual analysis involved
in the doctrine of univocality be confirmed -- or disconfirmed, for that
matter? Is Aristotle's classification of the ways of unifying semantic
multiplicity exhaustive? Are its components mutually exclusive? Which form of
unification applies to the semantic multiplicity connected with "The α ist β"? Note that, unlike an
English philosopher like Grice, Boethius does not need to involve himself with
the definite descriptor – ‘the A’ -- when discussing the canonical copulative
predication relation: “A ist B” just does. One first key question to be
faced with regard to the possible semantic multiplicity of 'α ist β,’ or of einai, to be,
esse or tò on, what is, ens is a not very subile question of
interpretation. In what range of employments of the word ‘be,’ or of an
appropriate Greek or Latin of Italian or other English counterparts, is
semantic multiplicity to be looked for? From a standard viewpoint, to which
Grice admits he does not in fact wholly subscribe, there seem to be
various possible locations of such semantic multiplicity: The
thesis which Grice identifies with COxford philosopher Owen – of the Ryle group
– vide Owen’s necrology of Ryle in The Aristotelian Society, making a passing
reference to the reverence Austin’s and laer Grice’s play group had amongst
pupils -- in the word ‘be’ taken as meaning ‘existit’. Second, there is Grice’s
own thesis, at this stage of development, that the word 'be' be taken as a
copula in a statement of predication relation: The α is β. Grice considers two other
possible collocations, only to go to dismiss soon: The word ‘be’ taken as
expressing identity – vide his “Vacuous Names” for things like “Pegasus =
Pegasus’ --. Fourth, the word ‘be’ considered as a noun and as roughly equivalent
to 'object' or 'entity. ‘The ‘is’of the matter. Some of these four variants,
Grice notes, are not really independent of one another. Since an entity or ens
seems to be anything which is -- or exists, it is reasonable to suppose that
semantic multiplicity would attach to such a noun as ‘entity’ or ens if, and
only it, it also attaches to ‘exists.’ Furthermore, if we accept the commonly
received view that 'existit’ may be paraphrased in terms of self-identity --
Pegasus exists if and only if Pegasus is identical with Pegasus, which creates
to Meinongian ontological jungle, to paraphrase Grice in “Vacuous Names,” any
semantic multiplicity in such a phrase as “is identical with” will go hand in
hand with a corresponding semantic multiplicity in the ‘existit.’ Grice seems
somewhat relieved to realise that we appear then to be left with just two
independent candidates for semantic multiplicity: non-predicational ‘ist'
(understood as meaning 'existit', as in the infamous thesis by Owen; and ‘ist’
understood as meaning a copula, as Grice 2.0. Owen, in Oxford, in his
provocative ‘Aristotle on the Snares of Ontology,’ that Grice finds some
especial excitment in quoting just for amusement, opts indeed – with the aid of
asterisks to distinguish between ‘is*’ and ‘is**’ -- for the supposition that
semantic multiplicity attaches to 'ist,’ meaning, or with the sense of,
'existit’).“I for a long time shared this belief,” Grice confesses. Austin
never did since, an earlier Defensor of linguistic botanizing, always found Prichard’s
disregard for the paronymy of ‘agathon’ almost insulting! The two groups –
Ryle’s, with Owen, and Austin’s, with Grice, hardly met while at Oxford. Still,
our of deference for his Owen, Grice considers Owen’s proposal first, since,
too, Grice is the one to enjoy to learn from his errors. (Similarly, in his
lecture for the British Academy, Grice starts by noting how he turned from a
Stoutian into a neo-Prichardian). Since Grice wishes to attribute a view
to Aristotle only if Grice can find in Aristotle’s oeuvre, or altenatively
invent on his behalf, a reasonable plausible argument to support it, Grice
wonders whether we can find, or devise, such an argument in this instance.
Grice offers the following. In Topica, Aristotle claims that being – or existence
--, like unity is predicated of everything. By making this statement, Grice
notes, Aristotle seems to imply that 'exists' is truly applicable to every, er,
entity. But, Grice warns us, in making the dictum, Aristotle may also be
implying that the universal ‘signified,’ or ‘denoted,’ by 'existit', or, if
there is a more than such a universal – indeed a duality, plurality, or
multiplicity, that one or another of each universal ‘signified,’ or denoted, by
'existit' is instantiated by every, er, entity. But Grice warns us to be
cautious, and let us not assume that the second implicature holds, or is not
cancellable! Grice goes on to quote from his favourite Aristotle – as it was
Boethius’s favourite, too --. In De Inierpretatione, on which as we’ve noted, Grice
lectured for years at Oxford with Austin – Ackrill being among the fortunate
pupils who attended, and who ends up translating the thing for The Clarendon
Press -- Aristotle declares that every simple declarative sentence, or
proposition, contains a hréme, or verb phrase, which ‘signifies’ something said
of something else -- the ‘something else' being ‘signfied’ by a noun phrase. –
like Smith’s dog, as in Smith’s dog is shaggy (Grice’s example in ‘Utterer’s
meaning, sentence-meaning, and word-meaning’. Indeed, Grice notes, the
divisibility of declarative sentences into a kaapináseis, or assertion, and a
ipopirseis, or a denial, which respectively assert or deny something
(shagginess or hairy-coatedness) about something (Smith’s dog, Fido) -- vide
Boethius’s commentary -- suggests that the notion of the exhibition of the
subject-predicate relation or form enters into the very definition or
conceptual analysis of a declarative sentence or proposition. A crucial reason
for Grice to leave Owen for good is that an existential sentence, or
proposition – as logicians use ‘existential’ -- is no exception to this thesis,
and it even tolerates a quantificational modifier (Some dog is shaggy). Indeed,
‘the a is b’ displays such a toleration. For the analysis of ‘Smith’s dog is
shaggy’– being Grice’s example, as opposed to Fido is shaggy, Grice relies on
German philosopher Hans Sluga, who had left Germany for Berkeley, for
clarification on what ‘the’ actually means in English! See the footnote in
Grice’s ‘Presupposition and conversational implicature.’ (Grice had met Sluga
at Oxford and found the time to teach him some cricket – he got a tutorial in
logic in exchange. From this it follows that a so-called existential
proposition attributes, ascribes, or predicates, a ‘universal’ (shaggy) to its
subject item (Fido). And here the reductio ad absurdum of Owen’s proposal: if
‘existit’ did signify a single universal, it would signify a generic universal
– but ‘being’ ain’t a genus --, as Grice calls it, since, as is shown by
differences in the ten categories, there is more than one way of ‘existing’
which would be (now) a species of such genus as existence is claimed to be. But
then Aristotle suggests in his Metaphysics, too -- a rather strong hint here --
that being, or existence, is notably not a genus, and so is *not* a generic
universal. A crucially different account therefore, needs to be found of
what are naturally thought of as more than one way of such an
‘existence.’‘Existit’ cannot ‘signify’, on the other hand, a singular or unique
universal, since Greeks and Englishmen like to talk, and criss-cross at least
the ten categories of Aristotle! Rather, ‘existit’ would ‘signify,’ or denote,
now one, now another, of at least a duality, a plurality, or duality, or multiplicity
of this o that universal – any of the each ten categories, with the provision
that some include essential predication, i. e. predication of essentia –
whereas the canonical form now involves what Grice sees as a non-essential
predication relation – not what A is, but what A has – a hairy coat. Now,
if ‘existit’ would ‘signify’ a duality plurality of multiplicity of universals,
that plurality should need to satisfy at least two serious conditions. First,
the plurality of universals that ‘existit’ allegedly would ‘signify’ or denote
should be as small a plurality as possible -- by an intuitively acceptable
principle of economy or semantical parsimony – Grice’s razor: Senses – even
significations, especially when ascribed to an expression rather than its
utterer -- are not to be multiplied beyond necessity. Second, each of the
elemental categories or universals of the plurality for ‘existence’ would
notably need to be an essential property of items of the kind to which it
attaches. While Owen’s thesis then involves a reference to ‘essentia,’
Grice feels like playing the linguistic game vis-à-vis Owen when distinguishing
two senses of ‘is’ – is* and is** --. It is at this point that Grice coins ‘…
IZZES …’ to name ‘is’ in such kind of predication of essentia. Grice’s logic is
the converse of Aristotle, which allows Grice to introduce a counterpart for ‘…
izzes …’ – notably: ‘… hazzes …’ – and its nominal counterpart: ‘a hazzer’. It
is not that Fido IZZES a hairy coat, but that Fido HAZZES it. The removal of a
property pertaining to the essentia – cognate indeed with ‘ist’ -- from any
bearer belonging to a given kind (Fido is a dog) just deprives that bearer of
existence. With respect to any kind, each element property seems to be entailed
by the very concept of this spatio-temporal ‘existence,’ to which Owen’s thesis
attributes such weight. The only set of universals which satisfies both of
these two strong conditions is the set of category-heads themselves, as the
most general list of properties of essentia one of another of which every item
may on occasion possess. Such ten category-heads then constitute the required
plurality (not duality now) or multiplicity – which accounts for Aristotle’s
‘many ways’. ‘Exists’ by virue of ‘signifying’ a plurality or multiplicity of
universals, exhibits multiplicity of signification. Interestingly, in his own
“Utterer’s meaning, sentence-meaning, and word-meaning”, Grice analyses meaning
ascriptions for both the nominal “Fido” and the adjectival “shaggy”, skipping a
meaning ascription for “is” altogether – to which he laid the focus in his
Aristotelian researches only. The argument given by Aristotle in favour of the
contention that the concept behind ‘ist’ is not a genus is, Grice admits,
rather obscure, if not of the Heraclitean type. Aistotle’s argument for denying
‘ist’ a GENERIC conceptual analysis rests on the thesis that a genus G cannot
be predicable of a differentia, or diaphoron – symbolized by Grice as D -- of
one of its species S. Aristotle also seems to rely on the supposition that,
if ‘ist’ were a genus, it would have to offend against this prohibition.
After all, ‘ist’ is universally predicable. More formally, if S is a species of
a genus G, it must be the case that G belongs essentially to S, and is, therefore
in the same category as S, that S is differentiated, within G, by some
universal D; and that D is categorially different from, and, so to speak,
categorially inferior to both S and G, in that no item in the category of S and
G attaches essentially to, and so be predicable of D. Grice’s example:
‘two-footed,’ as a difterentia, differs in category from man and mammal – it is
a quality, rather than a substance, in such a way that neither man nor mammal
can be predicated of it. Which is not the case. It is a secondary substance
which is not predicable of a quality, even though it may be the case that,
necessarily, anything which has a given quality is a given sort of substance.
But, if ‘ist’ were a genus G, since ‘ist’ (read, alla Owen, ‘existit’) is
universally predicable, it would be predicable of any differentia of any of its
species. To show that ‘existit’ possesses not merely multiplicity of
signification as an EXPRESSION, but multiplicity of signification as per
UTTERER’s MEANING may render it aequi-vocal. An item Alpha “existit” just in
case it belongs to some category C. E. g., substance, quality, quantity,
etc. If category C is a category OTHER than the first one, i. e. a
substance, an item x can be a C, i. e. fall under C, only if alpha is a C of
some substance beta. This can be seen as an application of a version of the
doctrine of universalia in se. A version of the doctrine of universalia in se
demands that the existence of a universal U requires, not just the possibility,
but the actuality of an item alpha or beta which instantiates that universal.
The instantiation thesis is explicitly enunciated by Aristotle in Metaphysics.
X being a C of some substance beta which *instantiates* C entails – to use
Moore’s coinage -- being a C of something Y which ‘exists; in that sense or
under that interpretation of 'existit’ which is appropriate for a substance. –
Bunbury, but not disinterestedness. For a substance to exist is, plainly, lfor
it to be a substance. (In seminars at Oxford with Strawson, Grice played with
the difference between ‘Bunbury doesn’t exist’ and ‘Disinterestedness doesn’t
exist’. The former, but not the latter, requires spatio-temporal continuity:
‘That’s not true: he’s in the next room,’ whereas ‘Disinterestedness is in the
other room’ only IMPLICATES that an ‘instantiation’ of ‘disinterestedness’ is
in the other room. (Grice regretted that Strawson failed to credit him when
Strawson eventually published his Individuals: an essay in descriptive
metaphysics. That a substance beta (say Fido) exists is prior to, or
‘presupposed’ by, each form of ‘exists,’ as it applies to an alpha which is not
a substance – say, shagginess, or hairy-coatedness. The set of ways, in
Aristotle’s phrase, in which 'existit’ is said are united by an appropriate relation
to a primary substantial be, like Fido. "Exisit' would then exhibit
unified semantic multiplicity In spite of a recognisable affinity with
philosophical positions which Aristotle is known to have liked, and also due to
its bearing of at least a superficial charm, Owen’s argument does not however,
lack its drawbacks -- both from a historical and from a conceptual point of
view. A crucial passage for consideration is Aristotle’s Metaphysics devoted to
what is (be) in the philosophical lexicon contained in the Metaphysics. There,
Aristotle says, it seems, that whatever things are ‘signified’ by the forms of
predication, presumably the categories, are said to be in themselves -- per se,
kath'auta); 'be' has AS MANY SIGNIFICATIONS as there are forms of PREDICATION..
Since a predicate (beta) sometimes say what a thing (alpha) is, EST. But a
predicate sometimes says what alpha is EST like. Sometimes, even, a predicate
says how much alpha is, EST. And so on. There would be a different
‘signification’ of ‘EST’ corresponding to each predication, essential or
non-essential. Occam’s razor rendered totally useless if it’s not here to cut
Plato’s beard! Aristotle concludes that passage in the Metaphysics with the
with the almost scholastic, if controversial, remark that there is no real
difference in depth between the superficially varied “man walks (flourishes)”
and “man is IST walking (flourishing).” The obvious interpretation of this
remark, beloved by Boethius and all the scholastics, is that the appearance of
any verb-form like “walks” or “flourishes,” or “flies,” said of Pegasus, or
“rides Pegasus,” said of Bellerophon, creates no major difficulty for Grice,
since they may all be replaced, without loss or change of sense, by such an
expression in canonical form such as 'is IST walking' or "is IST
flourishing' ‘is flying, ‘is riding Pegasus’. If the expression regarded by
Aristotle as canonical in form it is because the explicit use of ‘IST,’ whose
multiplicity he is at least at his point discussing a copulative, or, strictly,
COPULATION. Grice concedes that Aristotle on occasion does admit a categorial
variation in the sense of copulative ‘ist’. IST as IZZES, Owen is notably
unwilling to allow that Aristotle is primarily concerned with copulative ‘ist’
regardless. As a result, and it seems Grice is having Warnock’s ‘Metaphysics in
logic’ in mind here – in the well-circulated Flew collection --, Grice notes
that Owen, rather strangely, interprets, the remark by Aristotle as alluding to
semantic multiplicity in the copula as being supposedly a consequence of
semantic multiplicity in ‘existit’! (Warnock’s three examples being: “There are
tigers in Africa”; “Tigers still exist,” and “There are such things as tigers.”
P. 88. Now, Owen’s interpretation seems difficult to defend for someone with
the ears atuned to the type of linguistic botanizing that philosophers of
Grice’s generation – like Austin, his senior by two years, and Warnock – but
unlike Owen’s generation, like Ryle, or Prichard --. When Aristotle says that a
predicate sometimes may say what a thing is, sometimes what it is like --
its quality --, sometimes how much it is -- its quantity --, and so on, he
seems to be saying that, if we consider the range of predicates which can be
applied to some item, for example to a substance like Fido – Smith’s infamously
shaggy dog --, these predicates are categorially various, and so the use of the
IST IzzES, in the ascription of these predicates, would undergo a terrifying
corresponding variation of signification! In fairness to Owen, Aristotle has
connected the semantic multiplicity in IST not with variation between the
various predicates of one subject, but with variation between essential,
pertaining to the essentia, or per se, predications upon different, indeed
categorially different, subjects. Grice is having in mind Aristotle’s
predications such as as "Socrates IS a man", "Cambridge blue IS
a colour (a blue, a blue colour) A desire to harmonise these statements leads
Grice to wonder whether Aristotle may be maintaining not only that the copula
IS exhibits a multiplicity of signification which corresponds to the categorial
differences between different statements – assertions or denials -- about one
subject, for example, Fido, but also that this semantic multiplicity may be
attributable to a multiplicity in the notion of essential being IST. The
signification of 'is’ would, if Owen were right, vary between
"Socrates is a man", “Fido is shaggy,” and Cambridge blue is a
colour", or, to use another of Aristotle’s examples from his bag of
linguistic botany: the didascalian “A weight of two pounds is a
magnitude.” To voice his suspicion more explicitly, Grice ventures that
it might be Aristotle's view that if "Sociates is BETA" of F, to
adopt the canonical symbol used by Grice in “Vacuous Names” to refer to a
predicate (Fa, Ga, Fb, Gb), Smiths dog is shaggy, is an accidental, i. e.
non-essential, predication, Beta (as in Utterer’s meaning, sentence
meaning, and word meaning) or "F" (as in Vacuous Names) signifies an
item in category C, and ‘has" expresses the CONVERSE of Aristotle's
relation of inherentia or praesentia, then the LOGICAL FORM of a proposition
like ‘Socrates is beta’ or ‘Socrates is F’ or ‘Smith’s dog is shaggy’ may be
regarded as expressed by the simpler "Socrates HAS, but IS not, something
which IS F" or BETA -- where 'ist’ represents a sense of 'is,’ of 'is
essentially,’ which corresponds to category C. The copula est in such cases
expresses the logical PRODUCT of a constant, and thus manageable and systematic
relation expressed by 'has,’ HAZZES — not est— and a categorially variant
relation expressed by 'is,’ est is essentially.’ These predominantly scholarly
murmurs against the received view, Grice notes, that Aristotle regards
so-called (by logicians) ‘Ex’ (or in Peano’s inverted Ex – an existential
statement or proposition as the habitat of semantic multiplicity are not the
only possible kinds of dissent. A different kind of complaint, against the
viability of the position which Grice has been treating so far as if it were
Aristotle's rather than against the suggestion that he in fact held it, would
urge the untenability of the thesis, supposedly a foundation of his position
that EZx are a particular VACUOUS NAMES type of subject-predicate
utterance type (Smith is happy). But it is possible, Grice concedes, that Owen
voices something like this charge iwhen he distinguishes typex of exists. One
form of such an objection would be that "goats mumble" EX (x),
whether treated as a way of saying "goats always mumble" or saying
"goats usually mumble", or of saying "goats sometimes
mumble", or as being indeterminate between these alternatives, has to be
supposed to presuppose the existence of goats. Cf Warnock – Strawson. This will
be attested both by intuition, and by a need to extend to all interpretations a
feature which is demanded for universal of total and particular utterance
types, in order to escape ditficulties which arise in connection with the
Square of Opposition. To suppose "a goats exists" – but not a stag-goat
exists, or a flying horse exists outside the realms of Greek mythology -- to be
analogous to "a goats mumbles", would be to suppose that "a
goats exists — Warnock a tiger exists — " presuppose that a goats exists
or to put it another way, the truth of "a goats exists" is a
necessary precondition of its being enher tre or faise that a goats
exists. This is an absurdity. Even for Collingwood, who loved a
metaphysical presupposition (vide Grice’s early treatment of Collingwood, then
a big name at Oxford, in ‘Metaphysics,’ in Pears, The nature of metaphysics).
It seems to Grice that Aristotle can be defended against this attack. To begin
with, the invocation of a semantic relation of collingwoodisn
presupposition is not the only recourse when one is faced with troubles about
the Square of Opposition. One might, for example, try to deploy a pragmatic
notion of presupposition which would not mitigate the alleged absurdity.
Presupposition as implicature in negation; presupposition as entailment
in affirmation But a more serious defence might suggest that
Aristotle has more than one method of handling Ex existentisls; that there are
indeed two such methods, both S est P subject-predicate in character, which
when combined avoid the charge. In Metaphysics where the primary topic seems 10
be what kinds of attributes are constitutive of and differentiate between sons
of sensible things, Aristotle argues the range of such crudal teatures is much
larger than Democritus allows atom, and indicates ways of giving quasi
definitions of a variety of sensible objects, such as a threshold or ice, which
contain analogues of genus and differentia. At this point, almost
parenthetically, he gives a pattern of conceptual definitional analysis for
existentials about such things. The pattern consists (of the sequence some +
genus* + l: + differentia*; c.g., "Some water IST frozen" (an
analysand for "ice exists" and “A stone iIST situated in threshold
position" (an analysand for "a threshold exists"). We have,
then, for certain Ex existential a definiens in subject-predizate s Ist P form
which by utilizing the elements in definitions, ELIZmIznATES eliminates
the 'existit altogether. Grice goes on to suggest, on Aristotle's behalf,
that this ELIMINATIVE form could be employed lo conceptually analyst and define
general existentials, like "ice exists" , "A goat exists,” --
while the category citing forms. like Socrates is a substance could be used to
conceptuallyto analyse or define singular existentials, like ‘Socrates
exists".A strategy for an attempted presentation of in argument in support
of the hypothesis that unified semantic multiplicity is to be located in the
copula, or in a sub-range of examples in which est is used as a copula, viz.,
cases of accidental predication, will be to put forward as a preliminary a
partial sketch of a theory of categories, which Grice regards as being in the
main Aristotelian, to comment on some points of interest in that sketch, and
finally to use it as a basis for the proposed argument. Grice’s sketch
departs from Aristotle's own position in one or, two respects, thereby
depicting i somewhat improved theory, and it will incorporate what seems to be
a conspicuous extension of his theory, though one which, so far as I can see,
he might well have accepted without detriment to his account. Grice’s
motivation is to put forward an outline of an account of categories which is
overtly more SYSTEMATIZc than the assemblage of dicta which one may extract
from Aristotle's (L). Grice starts, much as Aristotle does in Categoriae, by
distinguishing two forms of predication. Each relation, which may be
called "izzes' and -- "Hazzes', are approximately the
converses, respectively, of his relations “Is” said of and “is in (a subject)”.
Ian x izzes () y i=df y is said of x. hab X hZzsz y =df y is
present in x. Grice goes on to list some of the properties which I wish to
assign to these relations, adding that n one or two cases there seems to be
options. Izzing is reflexive (Vxix izzes x), non-symmetrical (symmetry-neutral),
and transitive. Grice’s hazzing, on the other hand, is inreflexive, either
intransitive or transitivily-neutral, and asymmetrical. In all cases, if an
individual x izzes y, y is essential to x, in the sense that it x were not to
izz y, x would no longer exist. It is, however, certainly not true in all cases
that if x hazzes y, its hazzing y is essential to its existence; indeed, Grice
confesses to an inclination to think, that this is not true in any case. Grice
is however disposed to accept the following "mised" law. (0) 11 x I y
and y H z, x Hz; the acceptability of this law would depend on the idea that a
non individual y hazzes something z ilt [of necessity] every individual falling
under y (that is every indivicual that izzes y) hazzes 2. Grice is however, not
disposed to accopf the "mixed" law. (ii) If x H y and y lz, x
Il z, since I would like to espouse the idea that a subject a (in any category
other than that of x) harzes only individuals); in which case, l might also
espouse the idea that the copula Ist can be conceptually analyzed or defined in
terms of the disjunction of & l y and x H something z which I y. Grice
makes izzing reflexive, so some of his definitions must differ from his, since
I cannot claim, as le did in Caregories 3a7, that nothing tzzes an individual
substance. The definitions will run as follows. I is an individual iff nothing
other than x izzes x. x is a primary individual iff x is an individual and
nothing hazzes x. x is a primary substantial (x is in the category of
"substance") iff sune primary individual izees x. x is il secondary
substance ig & is a primary substantial but not an individual. x is
identical with y iff x izzes y and y izzes x. y is predicable of x iff either x
izzes y or & huzzes something z which izzes y. Grice is now ready to
compare his definition with the conceptual analysis of the copula est.
And y will be a primary element in some category other than that of
substantials just in case there is a individual x [an individual which is a
primary substantiall which hazzes something z which in tum izzes y (this allows
for the possibility that z may be identical with y). Obviously, in the case of
such a foreign predication a method will be needed for determining which
foreign' category is involved as being the category of the predicated item
y. We can attempt to make use of the different one-word interrogatives
which can be extracted from Aristotle – and Cook Wilson, whose Statement and
Inference Grice sort of worshipped, with the supposition that items in a
particular category may be suitably invoked to provide answers to just one of
the kinds of questions asked by each of such interrogatives. But it is not
clear that such a list of interrogatives is sufficiently comprehensive
(relatives, for example, seem to escape this programme. Nor is it clear what
the rational basis would be for such a list of questions. While Aristotle says
much that is interesting about some particular categories, his attempts, for
example in the cases of quantity and quality, to pick on primary distinguishing
marks are not clear. Such shortcomings matter Little. It seems sufficient to
assume the availability of some discriminating procedure (perhaps some furtirer
development of the 'interrogatives method) since Grice’s main concern is with
the consequences of a scheme involving some procedure of such a sort. At this
point the sketch incorporates the extension of Aristotle's thcory of
categories. Grice assumes that there is an operation, substantialisation – a
metaphysical routine if ever there was one – Grice, Prejudices and
preilections, which become the life and opinions of H. P. Grice, which, when
applied directly to an individual which belong to a con-substantial category,
relocates it in a NON-primary division of the category of substantials,
thereby instituting or licensing the alocated items as further subjects of
hazzing; the items hazzed by them will inhabit NON primary divisions of
categories other than that of substantials. A Qualities of substance na be might
be relocated as a non primary substantial, thereby becoming subjects which hazz
(soy) further qualitatives of quantitatives, : that is to say. inhabitants of a
NON primary division of this or that NON substantial category. So the category
of qualitatives may include qualities of substances, qualities of
substantialized qualities (or substantialized quantities) of substances, and so
without any fixed limit. Fidinterestnedd diedng exist Banbury doesn’t exist.
The scheme would, provide for substantialisation with respect to some, but not
necessarily to all, items which initially belong to some NON substantial
category; some categories, however, might be inebigible£ for the application of
substantialisation, and in other categories it might be that only sub-categories
would be eligible for substantialisation.The scheme also ensures that
substantialisation goes hand-in hand with beooming a subject of hazzing; but
would not guarantee that substantialised items would hazz further items in
every non-substantial category. Admittedly, Grice’s scheme as is absirace : and
it would be necessary to make sure that it could have application to concrete
cases. It might also, even if concretely applicable, be only PARTIAL in
character; it might, for example, provide for one kind of category (say
“logical categories”), but leave other kinds of categories, like sensory
categories, unprovided for. Grice’s scheme leaves room lor sub. categorial
diversities within a given overall entegory, There might be distinctions
between, for example, qualities of substances, qualities of quantities of
substances, qualities of quantities of actions of substances, and so forth. All
of these specific classes would fall within a general category of QUALITY: and
there would be opportunity to legislate against any item's belonging to more
than one sub-division. Within an already discriminated category or sub-category
there might be a categorial distinction between substantializable and
non-substantialicable items.There will be room 1o adopt a cruerion of realiy
distinct frem the perhaps increasingly cedious Quineian condition of being
"quantifiable over" One might, for example, insist that reality
attaches, or full reality attaches, only to items which besides being izzers,
being izzed, and being hazzed, are themselves haziers (that is, are susceptible
to substantialisation).Since it cannot be assumed that a non-primary
substantial will receive predicables in every non-substantial category, there
is room for distinctions of richness between the range of categories from which
predicobles apply to one huzzer, and that from which predicables apply to
another; and these variations in predicationable richness could be used as a
measure of degree of reality: the richer the realer, with primary substantials
at the top. Having discussed two different suggestions about the possible
location of semantic multiplicity associated with the notion of ist Grice
expands. One would lie ta the range of maximally general specifications of the
notion of existit (of the use of the verb to be' to signify existence). The
other would lie in the use of the copula to signify different predication
relations. Both suggestions seem to have solid Aristotelian foundations.
The categorial multiplicity of the term 'existit' and the distinction between
different forms of predication relations are both well-established Aristochian
docirines. So far, then, there might seem little room for a preference of one
suggestion to the other. There are, however, two lines of reflection which in
one way or another might upset this equilibrium. The first line of reflection
would allow that Aristotle or an Aristotelian might have good reasons for
secking TWO, rather than merely one, predication-relation, reasons perhaps
connected with intuitively acceptable restrictions on the scope of
transitivity, and with a desire to block such unwanted inferential moves as
"Socrates is white, white is a colour, so Socrates is a colour.” (But cf.
“Fido’s coat is shaggy; so Fido is shaggy”). But it remains true that nocharacterization
hos been given of the concept of a predication-relation; and though certain
formal properties may have been assigned to izzing and hazzing, it is not clear
that these formal properties would by themselves be adequate guides for someone
wanting to be told how to apply the terms izzing' and luzzing' to a particular
case. It is not clear, either, whot extra formal supplementation could he
provided, one would hardly suppose, for example, such relational terms to be
susceptible of ostensive definition. It may then be that these relations do not
(and presumably cannot) have a readily discernible character, a fact which if
not a blemish at least creates a problem. It is ultimately possible then
that despite initial appearances the notion of a predization-relation is not
well-defined, and indeed that apparent examples of such relations are illusory.
This alternative line of reflection then, might confer better survival chances
upon the first of the two suggestions here dstinguished. A different line of
reflection, however, is one which Grice is certainly more inclined to take
seriously. Unlike the previous one, this line of reflection would not lavour
the attribution to Aristotle of one rather than the other of two viens about
the location of a contain semantis multiplicity. It would rather suggest. or
conjecture, that the attribution to Aristotle of either view would involve a
misconception of Aristotle's position, unless it wore accompanied by a
recognition of a certain not immediately obvious distinction. Enter pragmatics
– and implicature. It would be a mistake to suppose Aristotle to be holding
that exists est ‘signifies; a plurality of distinct universals and that
therefore the existential 'is' bos a plurality of meaning; It would also he a
mistake to attribute to Aristotle the view that the copulative 'is may signify
one or another of lWo predication-relations thereby ‘signifying’ a plurality of
universals, with the consequence that the copulative "is' has more than
one meaning. What Aristotle is really proposing is a separation of — the
question what an U universals is, — the question how many SIGNIFICATIONS an
expression possesses. Aristotle is suggesting the possibility that a particular
expression may have only one meaning sense or content and yet be used on
different occasions to point to different universals. It is no doubt trus that
historically universals were admitted to the realm of philosophical discourse
in order to be items in which the meaning of particular expressions might
consist. But this historical fact does not establish an indissoluble connection
between universals and the meanings of a linguistic expression; and it should
be modified or abandoned should subsequent rational reflection provide reasons
for adopting such a ovurse. Grice is well aware that his suggestion, whether
advanced on behalf of Aristotle or independently, that a distinction should be
made between, on the one hand, the universal or universals, which either in
general or on a particular occasion are pointed by the expression, and, on the
other hand, the meaning or meanings of the expression in question, which is
likely to give rise to a sense of shock. Grice suggests that susceptibility to
this sense of shock will be independent of the question whether the person who
feels it is friendly or unfriendly towards universals. Grice invites us to
consider first the reaction of one who is friendly to universals. The
philosopher may be liable to take the view that the reason for introducing
universals in the first place was primarily, indeed exclusively, to equip
ourselves with a range of items, each of which would serve as that which was
meant, or as one of the things that was meant by significant expressions. This
is what a universal does, and it is what they are supposed to do, and they do
it perfectly well; it is not therefore in order te propose a severance of just
that connection with meaning which gives universals a raison d'être. One who is
unfriendly to universals can hardly be expected to be more sympathetic to the
proposal, such a person might be unfriendly to universals either because, like
Quine, while he is prepared to describe each of a multitude of expressions as
being meaningful, be is not prepared to count as legitimate specifications of
what it is that a meaningful expression means, or he is not prepared to allow
that two distinct expressions may each mean the same thing. These denials are
plainly linked; if it is legitimate to ask of two meaningful expressions, what
it is that each mcans we can hardly preveat it from being the case, sometimes,
that what each means is just the same as what the other means. Alternatively
the enemy of universals might not wish to eliminate specifications of meaning
or the possibility of synonymy; his position is rather that an adequate account
of the full range of meaning-concepts can be provided without resort to
universals. But the enemies of universals, from whichever camp they come, may
well insist that one who, unlike them, is disposed to bring in universals is
not at liberty to contemplate divorcing them from that connection with meaning
which he will have to allow as underlying their claim to existence. Grice is
not sure that such hostility to the general idea of divorcing the
‘signification’ of one or more universals from the possession of one or more
meanings is as solidly founded as initially it appears to be. If I ask someone
whether he knows the birth place of Cicero, he might reply in two quite
different ways. He might say: “Certainly I do; he was born in Arpino.”
Alternatively he might reply "I am afraid I do not. Cicero was born in
Arpino, 1 am afraid I have never been able to get to Arpino so I don't know the
place at all.’ The obvious difference between these two distinct
interpretations of the question seems to me to be plainly connected with the
functioning of certain pronouns as (a) indirect interrogatives (b) as
relatives; in my example, the first reply claims knowledge where Cicero was
born, the second claims ignorance of that place where (in which) Cicero was born.
There are other ways of looking at the linguistic phenomenon presented by my
example, which are not incompatible with the way just outlined. and indeed
which may turn out to be useful complementaries to it. One might draw attention
to a distinction between knowledge of propositions and knowledge of things,
suggesting that what the first respondent claims is propositional knowledge,
whereas, what the second respondent disclaims is thing-knowledge; the second
respondent exhibits a certain bit of propositional knowledge but professes
substantial ignorance concerning the item to which his propositional knowledge
relates. There is of course no reason why these two states should not coexist.
While we are directing our attention to this approach, we night bear in mind
that one kind of knowledge might be dependent on the other. It might, for
example, be the case that knowing a thing a consists in the possession of a
perhaps indefinitely extended supply of pieces of propositional knowledge, all
of which are cases of propositional knowledge which relates to x; or
alternatively, knowledge of x might consist not in an indefinite supply of
pieces of propositional knowledge about x, but rather in the possession of a
foundation or a base from which such propositional knowledge may be readily
generated. Yet a further idea to be considered begins with the recognition that
definite descriptions like many other kinds of phrases may, within a sentence
occupy either subject position or predicate position; as some might prefer to
put it, "the birth place of Cicero" may be used either referentially
or predicatively. It might then be suggested that in the mouth, or at least in
the mind, of the first respondent the phrase "the birth place of
Cicero" occurs predicatively, whereas in the case of the second respondent
it occurs referentially, as, potentially at least, a subject expression. If we
suppose the phrase to occur predicatively in a given cose, it will be necessary
that one should be able to point to a mentioned or unmentioned item to which
the predicate in question might apply: then, in the case of the first
respondent in normal circumstances there will be some particular item which he
thinks of as, or believes to be, the birth place of Cicero. The relevance of
this discussion to the topic of meaning and universals is that it may with some
plausibility be alleged that those who have invoked universals as the items in
which the meaning or meanings of significant expressions consist are guilty of
representing such a phrase as "knowing the meaning of the word 'watershed
" as referring to knowledge of an object or thing, as knowledge of “that
which” the word watershed' significs or means (where the pronoun "which'
is a relative pronoun); whereas, in fact, the phrase plainly refers to knowing
what the word ‘watershed’ – or ‘runt’ means where the pronoun 'what' is
indirectly interrogative rather than relative. The theory of universals as
meaning, then, rests on a syntactical blunder; that this is so is attested by
the fact that in principle at least the caning of an expression E, may be
identical with the meaning of the expression E’ but plainly to know the meaning
of E, is not the same as to know the meaning of E’. This attack on the
historical genesis of the concept of a universal as the focal element in a
certain kind of anti-nominalistic theory of meaning, might encounter the
following response. It might not be denied that the kind of syntactical
blunder, which I have been attempting to expose, is in fact a blunder and has
indeed been committed by some who have championed the cause of universals. It
is, however, a remedial blunder which can be rectified, ultimately not only
without damage, but even with advantage to the view of universals as the
primary constituents of meaning. Once universals are admitted, they can be, and
should be, thought of and accepted as being those items which are the meanings
of this or that element of language. In the end, then, knowing the meaning of
an expression E would emerge as knowing what E means, rather than what an
utterer U means by uttering E, that is, as propositional knowledge connected
with interrogative pronouns rather than as thing-knowledge connected with
relative pronouns. So everything comes right in the end; and the tie between
universals and meanings cannot be put asunder. This defence of the
inviolability of the link between the concept of a universal and
‘signification’ may be ingeniously contrived, but is not, I think,
irresistible. If the specification of meanings were to provide not merely a useful
mode of employment for universals once they are recognized as being around, but
rather the sole justification and raison d’être of the supposition that they
are around, the specification of meaning would have to be not merely something
that can be commodiously done with universals, but rather something which
cannot be done or fully done without universals. To my mind this stronger
requirement cannot be met. There are, I think, some cases of expressions E such
that knowing the meaning of E cannot comfortably be represented as knowing,
with respect to some acceptable entity that it is that to which the description
"the (a) meaning of E" applies. I offer two examples: If Grice were
to say "The wind is blowing in the direction of Arpino", any normally
equipped Greek, Latin, English, or Italian speaker would know the meaning both
in general and on the current occasion of the phrase ‘in the direction of
Arpino’; that is to say he would know both what in general the phrase means and
what Grice meant by it on the occasion of utterance. But such examples of
knowledge of the meaning in general, and also the meaning relevant to a
particular occasion, of a particular phrase, so far as 1 can sec, neither
requires, nor is assisted by, the specification of an admissible entity which
is to be properly regarded as that to which the description ‘the meaning of the
phrase ‘in the direction of Arpino’’ applies, either generally or on this
occasion. It is unlikely that there is such an admissible entity, the phrase
'in the direction of Sacramento' does not seem to be one which applies to any
particular entity; and even if it were possible to justify the claim, such a
justification seems hardly to contribute to one's capacity for knowing what
such a phrase means. By a precisely parallel argument I may know
perfectly well what is ‘signified’ by ‘the inducement which I offers you for
looking after my farm in Sibila', even though I am neither helped nor hindered
by the presence or absence of any thought to the effect that there is some
admissible item which satisfies the description "the signification of the
phrase 'the inducement which I offer you for looking atter my farm in Sibile'
" Before leaving this topic, Grice makes two further comments. First, the
fact that the conection between universals and meanings may not be inviolable
does not dispense someone who wishes to modify it from obligations to make
clear just what changes he is making; second, if a theory of meaning should
fail to provide an indispensable rationale for the introduction of universals,
it might turn out to be incumbent upon a metaphysician to offer an alternative
rationale. But this question will have to wait for another occasion. Let us for
the moment retain an open mind on the nature of Aristotle's views about the
connection between the unification of multiplicity of signification and the
presence or absence of identity of ‘signification’. Aristotle lists a number of
modes of this kind of unification which I shall consider one by one. As one
embarks on this enterprise one might well bear in mind the possibility that the
list provided by Aristotle might not be intended to be exhaustive; and that the
number and proper characterization of the modes which do occur in Aristotle's
list is sometimes uncertain. Aristotle refers to cases in which a general term
is applied by reference to a central item or type of items as ones in which
there is a single source for a contribution to a single end. It is not clear
whether he is giving a single general description or a pair of more specific
descriptions each of which applies to a different sub-class of examples. I know
no way of settling this uncertainty. The modes of unification actually listed
by Aristotle consist in (a) what Grice dubs, with deference to Peano, recursive
unification in which the application of each member of a range of predicates is
determined by the conditions governing the application of a primary member of
that range, and as opposed to both what Grice, with deference to Owen, calls
focal unification (unification which derives from connection with a single
central item), and analogical unification, in which the applicability of one
predicate or class of predicates is generated by analogies with other
predicates or classes of predicates, I shall consider these headings in order.
The cases of Peanoan recursive unification are primarily, though not
exclusively. mathematical in character; they are also cases in which what one
might call the "would-be" species of a generic universal stand to one
another in relations exemplifying priority and posteriority. The Platonists –
or academia, as Cicero prefers --, so Aristotle tells us, regarded such
priority and posteriority as inadmissible between fellow species of a single
genus. Aristotle does not explicitly subscribe to this view, but he does not
explicitly reject it and is liable to act as if he accepted it. Grice suggests
that ‘number’ and ‘soul’ fall under this type of unification – vide his “Method
in philosophical psychology: from the banal to the bizarre”. Why should
priority and posteriority stand in the way of being different species of a
single genus? Why should not different numbers be distinct species of the genus
number? In the case of numbers, End. Eih. (121%aff.) attempts a reductio ad
absurdum: if there were a form (universal) signified by "number" it
would have to be prior to the first number, which is impossible; this argument
might be expanded as follows: consider a sequence of
"number-properties" (Pl, p?..., e.g., 2-ness, 3-ness ...): such a
sequence satisfies, inter alia, the following conditions. For any x and for any
n 1, x instantiates Pi entails x does not instantiate pa-' (nor indeed any P').
For any x and for any n * 1, x instantiates P" entails something y (* x)
instantiates pr-/If P™ = P', no counterpart of (a), (b) holds; so Pl is the
first number. If the fulfillment of the above conditions is to be sufficient to
establish a sequence of properties as a sequence of number properties, then
there cannot be a universal number; if there were, it would, like any genus, be
prior to each of its species, and so prior to Pl; but since P' is the first
number it cannot have a predecessor and so nothing can be prior to it. There
seem to be two objections. It is by no means clear that the above conditions
are sufficient to guarantee that a sequence of properties is a sequence of
number-properties. Even if they were, one part of them would not be fulfilled
in the case of Pl and being a number; if x instantiates Pl (viz., 2-ness), x,
not something other than x, will instantiate being a number, a set whose
cardinality is 2 itself instantiates being a number (as a cardinality). If this
route to a denial of the existence of a generic universal number fails there
are two further possibilities. One might attempt to represent conformity to a
"standard" genus-species-differentia model as being not just an
acceptable picture of situations in which a more general universal has under it
a range of subordinate universals which are its specializations, but as being
constitutive for such examples of the existence of the more general universal.
The slogan might be "For there to be a universal U, with specializations
U,, U,, ..., U,, U has to be the genus of those specializations with all that
that entails" (or, more briefly, "no specialization without
species"). The justification for such a claim will not be easy to find.
While, intuitively. one might be prepared to accept the idea that a more
general universal must be independent of its specializations in that the
non-emptiness of the general universal should be compatible with the emptiness
of any particular specialization (though not of course with the emptiness of
all specializations), it does not seem intuitively acceptable to make it a
condition of the existence of U that any pair of specializations U, and U2
should be in this sense independent of one another. One might try a simpler
form of argument. If the special cuses for the application of a general term E,
that is to say, the universals U, ... U, are united by a single ordering
relation R into a series 5, the elements of which [U, ... U.] cover every item
to which E applies, and only such items, then we do not need a generic
universal U; its would-be species U, ... U, are already unified by membership
of the series S. The expression "being an instance of some universal in
the series S" is of course applicable to anything to which E is
applicable; but this expression does not even look like the name of a gonus.
Another, more Oxonian, indeed more Corpus, sice it was Owen’s -- mode of
unification to which the alleged multiplicity of ‘significations’ may be
susceptible, that of, to use Owen’s verbiage, focal unification, is discussed
at length by Aristotle in Metaphysics. – who incidentally, never read Owen! In
Metaphysics Aristotle brings up two of his favourite – Grice’s Oxford pupil,
Strawson, said ‘stock’ -- examples, the applications of the sanus and
medicalis. Aristotle indeed states that everything to which sanus or sanum or
sana applies – never mind the plurals -- is related to, in one way or another,
the focal item of sanitas, -- an universal if ever there is one --. One item,
in the that the item *preserves* sanitas; another item that in that the item
*produces* it; an yet another in that the item is a symptom of sanitas; an
fourthly, another item, because it is an item which is capable of it. Similar
considerations apply to applications of medicalis. An item which is medical is
relative to the medical art, another item being medical because it possesses
such an art; yet another item because it is naturally adapted to the medical
art; and another item because it is a function of the medical art. On the most
obvious interpretation of the passage, Aristotle seems to be implicating that
standard analysis of ‘signification’ will be right in supposing the
applicability of an adjective such as sanus or medicus to a particular item
depending on the relationship of the item to an associated ‘universal’ –
sanitas --, but wrong in supposing that the relationship in question is invariably
that of instantiation – ; there are more ways of killing a cat than skinning
it. There are other sorts of relationship that may be conversationally
involved, especially in Athens, where they did little but engage in
sophistries! There is, however, a less obvious, if more enlightening, position
which Aristotle might have been taking up. According to this position,
Aritstotle, or any graduate from the Lycaeum, say, would be maintaining, with
respect to this or that universal, that the only way in which an individual
items may be related to this or that universal is indeed that of instantiation,
but that there will be other items which will indeed be general items, though
not this or that universal. To such an universal, this or that individual items
may be related in a variety of ways which are quite distinct from
instantiation. The relative merits of these two ideas will be a matter for
debate, and Owen’s interest was focalised at this point. The focal mode of
unification, in any case is of special interest in Grice’s enquiry since
Aristotle states, and quite plainly too, that this is the mode of unification
which applies, in Owen’s interpretation, to the multiplicity of ‘signification’
connected with ‘A est B’ – rather than the previously discussed recursive
unification, or, say, analogical unification. While Owen is wrong about the
focus being on the existence – or ‘quantified existentials’, to use Warnock’s
happier phrase -- two categorially different items may all be said to be,
by virtue of different kinds of connections which they have to some focal (to
use Owen’s verbiage) item, which will be intimately and ultimately connected
with the notion of a substance that exists as a spatio-temporal continuant, to
use Grice’s pupil Strawson’s verbiage bow. This central item might be an
individual substance or, more likely, it might be the notion of substantal
type, or, if you’re not enough of a Russellian, kind: any item which izzes this
type or kind would be an individual substance, and, therefore, it would exist.
But a non-substantial item may also be said to be, by virtue of their
relationship -- different in different cases, of course -- to the same central
or focal item. Some item may be said to be because it is an affection, a
quality, of a primary substance. Think a Rylean agitation. Another item one may
be willing to say to be merely because it (or he or she) is a process towards
substance – think Whitehead --, and so forth. It is pretty diaphanous that the
Stagirite habitually thinks of the focal item as being indeed a universal, or
at least some kind of pretty general entity. But such restriction is hardly
mandatory, nothing prevents the focal item from being a straight particular out
of Strawson’s Individuals – his essay in descriptive metaphysics – a kind of
odour, say – elaborated while joining Grice for their joint seminars in
‘Meaning’ at Oxford. Consider the adjective Cockney, for Strawson almost was
one,or French or italiano as it occurs in the phrases, "French
citizen", citadino italiano, "French poem", poema
italiano, "French professor". professore italiano. The following
features are perhaps significant: (1) The appearance of the adjective in these
phrases is what I might call "adjunctive" rather than "conjunctive"
or "attributive". A French poem, is not as I see it, something which
combines the separate eatures of being a poem and being French, as a fat
philosopher would simply combine the features of being fat and of being a
philosopher. "French" here occurs, so to speak, adverbially. (2) The
phrase French citizen or citadino italiano standardly ‘signifies’ ‘citizen of
France’ or ‘citizen of Italy’, while the phrase French poem or poema Italiano
standardly ‘signifies’ "poem in the French language,’ or ‘poem in the
Italian language’ (Sicilian if Pirandello, as Pirandello would hasten to add).
But it would be a mistake to suppose that this fact implies that there are two
(indeed more than two) ‘signfiications’ or Fregean ‘senses’ of the French or
italiano – or siciliano. The expression French or italiano has only one –
unified – ‘signification,’ viz. ‘of or pertaining to France’ or ‘of or
pertaining to Italy.’ French, or italiano, will, however, be what one might
call 'context sensitive,’ as Grice suggests in ‘The theory of context’ – Let’s
put the theory of context into context. One might indeed say, if you like, that
while it has only one ‘signification’ or Fregean sense, French or italiano has
a variety of ‘signfiications’-in-context. That is: relative to one context,
French or italiano ‘signifies’ ‘of France’ or ‘of Italy,’ as in the phrase
French citizen, or citadino italiano. Relative to another context French or
italiano ‘signifies’, ‘in the French language,’ or ‘in the Italian language,’
as in the phrase French poem, or poema italiano. Whether the, to use Owen’s
epithet, focal item is a ‘universal’ or a mere particular is quite irrelevant
to the question of the ‘signification’ of the adjective. To use Aristotle’s
example, the medical art is no more the ‘signification’ of medical, as France
or Italy is the ‘signification’ of French or italiano. As a concluding
observation Grice remarks that, while the attachment of the long-awaited,
life-saving appropriate conversational context may well suggest an
interpretation in context of a given expression or conversational move, it need
not always be the case that even such suggestion is indefeasible. It might be
for instance that French poem or poema italiano would have to ‘signify’ ‘poem
composed in French,’ or ‘poem composed in Italian,’ unless there are counter
indications. In which case, perhaps, the phrase might mean ‘poem composed by a
French competitor’ (in some competition) or ‘poem composed by an Italian
competitor (in another competition). Now, for the phrase French professor or
professore italiano there would be at least two obvious ‘significations’ in
context. The ‘disambiguation’ would depend on the wider conversational context
that makes for the circumstances of utterance of the conversational move (He
was an Italian professor – no more). Grice turns to a third mode of
unification, which he would describe as Cajetan in nature, and what is possibly
the most baffling of the various ways explicitly suggested by Aristotle as
being those in which what Grice is calling this unification or aequi-vocality
the multiplicity of significations may arise, even if made less baffling by Vio
– vide Ashford. These will be those cases in which the application of an
epithet or expression E to a range of items is accounted for by an analogy
detectable within that range. More explicitly, an analogy between the specific
‘universal’ which determines the application of the epithet or expression, or
between an exemplification of that ‘universal’ by this or that type of item.
Even more explicitly, an analogy between the universals U1, U2, … Un, which
determines the application of the epithet or expression, or between an
exemplifications of U1, U2, … Un, by items of the sorts ly. lo etc., The
puzzling character of Aristotle's treatment of this topic arises from a number
of different factors. First, there are a few things which Aristotle himself
might have done to aid our comprehension. He might have given us a firm list of
examples of epithets or expressions, the application of which to a given range
of items is to be accounted for in this way. Alternatively, Aristotle might
have given us a reasonably clearer characterisation of the kind of accounting
which analogy is supposed to provide, leaving it to us to determine the range
of application of this kind of accounting. Unfortunately he does neither of
these things. Aristotle only offers us the most meagre hints about the way in
which analogy might ‘unify,’ via aequi-vocality, the various applications of an
epithet. We are told, for example, that as seeing is in the eye, so
understanding is in the soul with the implicature that this fact accounts for
the application of see both to a case of optical vision and a case of
intellectual ‘vision.’ He also suggests that analogy is responsible for the
application of the calm both to an undisturbed body of sea water and to an
undisturbed expanse of air. Such offerings do not get us very far. Furthermore,
not surprisingly, where Aristotle seems to fear to tread his commentators are
most reluctant to plant their own feet. Perhaps the least unhelpful suggestion
comes from a latter-day commentator, not Avicenna, but the influential Oxford,
indeed Scottish, philosopher W. D. Ross, who suggests, as Aristotle's view,
that the application of good is attributable to the fact that within one category
C1 items which are good are related to an item in general belonging to that
category, in a way which is analogous to the way in which a good item (say, a
good cabbage) in some second category C2 is related to the general run of items
which belong to that second category. Apart from the obscurity in the
presentation of this idea, Ross's suggestion takes for granted something which
Aristotle himself does not tell us, viz. that the application of the epithet
good is one exemplification of unification or aequi-vocality of a
value-oriented concept which is the outcome of analogy. Ross's suggestion about
good would, moreover, be at best only a description of one special case of
analogical unification via aequi-vocality, and would not give us any general account
of such unification. Grice adds that little supplementary assistance is
derivable from those who study general concepts. Such philosophers seem to
adhere to the principle that silence is golden when it comes to discussion of
such questions as the relation between analogy, and her sisters: metaphor,
simile, allegory, and parable. So far as Aristotle himself is concerned, it
seems fairly clear to Grice that the primary notion behind the concept of
analogy is that of ‘proportion’: a:b::c:d. This notion is embodied, for
example, in Aristotle's treatment of just. where one kind of just is alleged to
consist in a due proportion between return, reward, or penalty, and antecedent
desert, merit, or demerit. But it does remains a bit of a mystery how what starts
life as, or as something approximating to, a quantitative relationship gets
converted into a non-quantitative relation of correspondence or affinity. It
looks as if we might be thrown back upon what we might hope to be an inspired
conjecture. Grice takes as task the provision of an example, congenial to
Aristotle, of the unification by analogy of the application to a range of
objects of some epithet. Grice expects this to involve the detection of an
analogical link between the exemplifications of the variety of this or that
universal which the epithet may be used to ‘signify.’ Grice’s chosen specimen
is grow. In the case of grow, a number of different kinds of shifts might be
thought of as possessing an analogical unification by aequi-vocality. One of
these would be examples of shifts in respect of what might be termed a
syntactical metaphysical or ontological category. A substance, indeed a
physical substance like a lump of wax or a mass of metal, might be said to
grow. It would be tempting here to suggest that the relevantly involved
‘universal,’ that of increase in size or getting larger, provides the
foundational instance of the literal ‘signification’ or sense of a universal by
the application of th expression grow. We have here, so to speak, the 'ground-floor'
signification – dictiveness -- of grow. But now, not only the physical
substance itself but some accident of the substance may also be said to grow.
Not only the piece of wax, but its magnitude, some event or process in its
history, its powers or causal efficacy and its aesthetic quality or beauty
might each be said to grow. And it seems not unplausible to suggest that though
growth on the part of these non-substantial accidents is different, and more
or, again, less boringly connected with growth on the part of the substance,
there will always be some kind of correspondence, indeed analogical connection,
between grow in the case of a non-substantial item and grow in the initial case
of a substantial item. Another and different kind of categorial variation may
separate some of the universals which the grow may be used to ‘signify’ from
others. These will be connected with differences in some sub-category within
the category of substance within which fall different sorts of items which may
be said to grow. Different universals may be ‘signified’ by someone who speaks
of a plant as growing and by someone who speaks of a human being as growing.
The connection between these diverse realisations of grow may rest on, say,
vegetal, analogy. In what is called the grow of a plant, such as a rose,
internally originated increase in size seems to occupy a prominent place. In
the case of a human being, the kind of development which may be involved in the
grow may be much more varied and complex. The link between the two distinct
universals which may be ‘signified’ might be provided by analogy between the
roles which such changes fulfill in the development of the very different kinds
of substances which are being characterised. No doubt many further kinds of
analogical connection would emerge within the general practice of attributing
this or that grow. Grice’s next endeavour will be an attempt to supply some
general account of the way in which the presence of analogy may serve to unify
multiplicity of signification; and if such an account should be found to offer
prospects of distinguishing analogy from other concepts, particularly metaphor
(as conversational implicature, as in the song title, ‘You’re the cream in my
coffee’ to use Grice’s example in ‘Logic and conversation,’ which belongs to
the same general family, that would be a welcome aspect of the account. It is
Grice’s idea that, in metaphorical -- rather than literal -- description, a
universal is ‘signified’ (you’re my pride and joy), which though distinct from
that which underlies the literal signification of the epithet (the cream in the
coffee) is nevertheless recognisably similar to the literal signification.
Grice comes then to the concept of analogy itself. Grice starts by considering
this or that item, I1, I2, … In, any one of which may be called an S. Grice
initially supposes that being an S consists in belonging to a substantial type
or kind, or category S, though that supposition may be relaxed. Grice’s move is
to assume that being an S, consists in being subject to a system of laws which
jointly express the nature, metier, or essentia, of the type or kind Si.
Further, these laws, which furnish the core theory of S,, are to be formulated
in terms of a finite set of Si-core properties -- let us say P1 to Pn. Each law
involves an ordered extract from the core set. Their totality governs any fully
authentic Sy. This totality may well not include every law which applies to S,:
but it does include every law which is deemed to be relevant to the identity or
identification of Sy, every law which determines whether or not a particular
item I1, I2, … In, is to count as an 5. Grice next considers not merely things
each of which is an S, but also things each of which is an Sz. It remains an
open question whether or not the type S is to be deemed identical with the type
S1. Grice assumes that, as in the case of S, membership of S, is determined by
conformity to a system of laws relating to those properties which are central
to S2. Grice symbolises these properties by the set of devices Or ... Q.. We
now have various possibilities to consider. The first is that every law which
is central to the determination of Sz is a mirror image of a law which is
central to S,; and that the converse of this supposition also obtains. To this
end, we assume that the properties which are central to being an S, are the
properties of the devices O, through Os; and that if a law involving a certain
ordered extract from the set P through P, belongs to the central theory of S to
a law involving an exactly corresponding ordered extract from the set O,
through O, will belong to the central theory of S; and that the same holds in
reverse. In that case, we are in the position to say that there is a perfect
analogy between the central theories of S, and Sz; in which case, it may also
be tempting to say that the types S, and S, are essentially identical. We
should recognize that if we yield to this temptation we are not thereby forced
to say that Sy and S, are indistinguishable, they might, for example, be
differently related to perception, only one of them, perhaps, being accessible
to sight. We shall only be forced to allow that essentially, or theoretically,
the types are not distinct. The possibility just considered is that of a total
perfect analogy between the central theories of S, and Sa. There is also,
however, the possibility of a merely partial pertect analogy between S, and Sz.
That is to say part of the central theory of one type, say S, may mirror the
whole of the central theory of Sz, or again may mirror some part of a
central theory of Sz. In such a circumstance, one might be led to say, in one
case, that the type S, is a special case of the type S,; or, in another case,
that the types S, and S, both fall under a common super-type, determined by the
limited area of perfect analogy between the central theories of S, and Sz.
Another possibility will be that no perfect analogy, either total or partial,
will hold between the two central theories. The best that can be found are
imperfect analogies which will consist in laws central to one type
approximating, to a certain degree, with the status of being analogues of laws
central to the other. At this stage, Grice proposes a relaxation in the
characterization of the signification of such symbols as 'S!', 'Sz etc., which
till now I have been regarding as ‘signifying’ or denoting substantial types or
kinds, reference to which is made in more or less regimented discourse of a
theoretical or ‘alethic’ sort. But Grice allows for such symbols as being
allowed to relate to what he hopes might be legitimately regarded as an
informal precursor of the afore-mentioned substantial types, as expressing this
or that concept of one or other classificatory sort, concepts which will be
deployed in an unregimented description or explanations as pre-theoretical.
Examples of such unregimented classificatory concepts might be concepts such as
that of an investor, a doctor, a vehicle, a confidante, and so on. Grice would
hope that in many ways their general character or metier might run parallel to
that of their more regimented counterpart. In particular, Grice hopes and
expects that the nature of such concepts would be bound up with conformity to a
certain set of central generalities, like platitudes, truisms, etc. To be an
investor or a vehicle will be to perform a metier, that is, to do a sufficient
number of the kinds of things which are typically even stereotypically done by
an investor or a vehicle. Grice expects, however, that the variety of possible
forms of generalisation might considerably exceed the meagre armament which a
theoretical enquirer normally permit themselves to employ. Grice also hopes and
expects that the generalities which would be expressive of the nature of a
particular classificatory concept would be formulable in terms of a limited
body of features which would be central to the concept in question. This
material might be sufficient to provide for the presence, from time to time, of
analogy, at least of imperfect analogy, between such generalities which aro
expressive of distinct classificatory concepts. When they occur, such analogies
might be sufficient to provide for some unity or uni-vocality of
‘signification’ in the employment of a single epithet to ‘signify’ even
different classificatory concepts; and this unity or aequi-vocality of
‘signification’, in turn, might be sufficient to justify the idea that, in such
a case, the expression in question is used with a single ‘significatoin,’
lexical meaning, or Fregean sense. Grice concludes his ‘Aristotle on the
multiplicity of being’ with some suggestions about the interpretation of the
concept of analogy as a possible foundation for the unity of ‘signification’
with two supplementary comments. His first comment is that there seems to be a
good case for supposing that anyone who, like VIO did, accepts an account of an
analogy-based unity of signification should not feel free to combine it with a
rejection of the so-called analytic-synthetic distinction. After all, the
analogy-based unity account relies crucially on a connection between the
application of a particular concept and the application of a system of laws, or
some such generalities, which is expressive of that concept. This, in tum,
relies on the idea of a stock of further concepts, in terms of which these laws
and generalities are to be formulated, being central to the original concept.
But it seems plausible, if not mandatory, to suppose that such centrality
involves a non-contingent connection between the original concept and the
concepts which are said to be central to it, a connection which cannot he
admitted by one who denies the analytic/synthetic distinction, as Quine and his
fellow nominalists did. So either one does accept the analytic/synthetic
distinction, or one rejects at least this account of analogy-based unity of
‘signification.’ Grice makes no attempt here to decide between these
alternatives. Grice’s second comment is that material introduced in Grice’s
suggested elaboration of the notion of analogy, particularly the connection
between concepts and conformity to laws or some such generalities, may serve to
provide a needed explanation and justification of an initial idea that the
applicability of a single defining formula, couched in terms of the ideas of
genus, but also species, and differentia is a paradeigmatic condition, if not
an indispensable condition, for identity of ‘sigification,’ never mind unity.
We might, for a start, agree to treat a situation in which the applicability of
an epithet to an item I1 rests on a conformity to exactly the same laws or
generalities as does its application to item I2, as being a limiting case of
partially perfect analogy. But situations in which no such interpretation at
all is required may be treated as limiting cases of situations in which, though
re-interpretation is required, one such re-interpretation is available which
achieves such partial perfect analogy. As one might say, a law is perfectly
analogous with itself. Situations, then, in which an epithet or expression E
applies to a range of items I1, I2, … In, solely by virtue of the presence of a
single ‘universal,’ and so of a single set of laws, may be legitimately
regarded as a specially exemplary instance of a kind of unity which is required
for identity of ‘signification.’ Both a proper assessment of Aristotle's
contribution to metaphysics and the analysis of ‘meaning’ or ‘signification,’
and studies in the theory of meaning themselves might profit from a somewhat
less localised attention to questions about the relation between a ‘universal’
and ‘signification’ than is visible in Grice’s reflections. Grice has it in
mind to raise not the general question whether, despite what he calls the
school of latter-day nominalists, an analysis of ‘signification’ requires an
abstract entity such as a ‘universal,’ to which Grice assumes an affirmative
answer), but rather the question in what way the concept of a ‘universal’ is to
be supposed to be relevant to the analysis of ‘signification.’ Consideration of
the practices of latter-day lexicographers, so far from supporting a charge
that, at least on Grice’s interpretation of him, Aristotle proposes an
illegitimate divorce between the concept of a ‘universal’ and the concept of
‘signification’ suggests that it would be proper to go a deal further than did
Aristotle himself in championing such a divorce. There will be many different
forms of connection between the varieties of the concept of a ‘universal’ which
may be ‘signified’ by a non-equivocable expression beyond that countenanced by
the tradition of the theory of definition alla Robinson, and even perhaps
beyond the extensions to that theory envisaged by Aristotle himself. These
forms will include some form of connection like that involved in metonymy or
synecdoche, recognised by later grammatical theorists, and no doubt others as
well. It would, Grice suggests, be a profitable undertaking to study carefully
the contents of a good modern dictionary, with a view to constructing an
inventory of these various modes of connection. Such an investigation would,
Grice suspects, reveal both that, in a given case, the invocation of one mode
of connection may be subordinate and posterior to the invocation of another,
and also that there is no prescribed order or limitation of order which such
invocations must observe. Grice suspects, also, that it might emerge that the
question whether variations in ‘signification’ are thought of as synchronic or
diachronic has no bearing on the nature of these uniting connections. The same
form of connection may be available in both cases, and either case may in turn
well be found to correspond with the range of such different figures of speech
which conversational practice may typically employ for the effect of
implicature. Should this conjecture turn out to be correct, the underlying
explanation of its truth might, Grice would guess, run along the following
lines. Rational communication, in pursuit of its co-operative purpose,
encounters a boundless, indeed unpredictable, multitude – indeed multiplicity
-- of distinct situations. Perhaps unlike a computer we shall not have, ready
made, any vast array of forms of description and explanation from which to
select what is suitable for a particular conversational occasion. We shall have
to rely on our rational capacities, particularly those for imaginative
construction and combination, to provide for our needs as they arise. It would
not then be surprising that the operations will reflect, in this or that way,
the character of the capacities on which we rely. Grice confesses to only
the haziest of conception bow such an idea might be worked out in detail. Which
is a long way from the aequi-vocality of ‘being’! Enter Aequi-vocality. In his
fourth Kant lecture Grice confesses to have been so far in the early stages of an
attempt to estimate the prospects of what he names as an AEQUI-vocality
thesis,” – that is, a thesis, or set of theses, which claims that an expression
is UNI-vocal. In ‘Aristotle on the multiplicity of being’ the univocity is
veiled under the guise of unification, but the spirit lives on! References Abbagnano La critica kantiana
consiste nel dire che l’intera psicologia razionale si fonda su di un «
paralogisma » cioè su un errore formale di ragionamento o su un equivoco [H. P.
Grice: aequivocality]: nel senso che assume come oggetto di conoscenza, a cui
sia applicabile la scienza e, spesso, ridotta alla stessa coscienza.
Quest’inversione del rapporto tra A. e coscienza per cui la coscienza, da via
d’accesso alla realtà-A., si trasforma in questa stessa realtà, è egualmente
evidente nelle due grandi correnti della filosofia ottocentesca, l’Idealismo e
il Positivismo. Hegel, per es., considera l’A. come il primo grado dello
sviluppo dello Spirito, che è la coscienza nel suo grado più alto, cioè
Auto-coscienza; e la configura come « Spirito soggettivo », cioè come lo
spirito nell’aspetto della sua individualità. Ed ecco come egli descrive il
processo dello Spirito soggettivo: « Nell'A. si desta la coscienza; la
coscienza si pone come ragione che si è immediatamente destata alla
consapevolezza di sè; e la ragione mediante la sua attività si libera col farsi
oggettività, coscienza del suo oggetto» (Enc., $ 387). Il primo di questi
momenti, cioè il destarsi della coscienza, è l’anima. Ad essa Hegel riconosce
le caratteristiche tradizionali (sostanzialità, immaterialità), ma in un senso
in cui queste caratteristiche possono essere riferite alla coscienza. « L’A.,
egli dice, non è immateriale soltanto per sè ma è l’immaterialità universale
della natura, la sua semplice vita ideale. Essa è la sostanza e quindi il
fondamento assoluto di ogni particolarizzamento e individualizzazione dello
spirito, di modo che lo spirito ha nell’A. ogni materia della sua
determinazione e l’A. resta l’idealità identica e prevalente di questa. Ma in
tale determinazione ancora astrapreparare e di fondare una « scienza » dei
fatti psichici che avesse lo stesso rigore delle scienze della natura. In
questa direzione già il termine « A. » appare improprio e viene spesso
sostituito dal termine spirito (v.); e in questo senso Stuart Mill, dice, per
es., che lo spirito (mind) è la «serie delle nostre sensazioni» con in più «
un'infinita possibilità di sentire» (Kant ritenne l’aggettivo «sommo» EQUIVOCO
[H. P. Grice: aequivocality] giacchè esso può significare sia supremo
(supremum) sia perfetto (conBENE SOMMO summatum). CHIACCHIERA (ted. Gerede).
Secondo Heidegger uno dei modi d’essere dell’uomo nella vita quotidiana ed
anonima (insieme con la curiosità [v.] e l’equivoco [v.]). La C. non è un
termine dispregiativo ma indica un fenomeno positivo che costituisce uno dei
modi (l’inautentico) di comprendere il mondo e di viverci dentro. La C. rompe
il rapporto del linguaggio coi fatti. Sicchè ciò che viene detto acquista un
carattere d’autorità e si implica che «la cosa stia appunto così come si dice »
(Ste questo farsi è la chiarificazione. Scheler ha mostrato l’equivoco di
questo presupposto che in realtà confonde la C. (che è simpatia e
partecipazione emotiva) con il contagio emotivo. Al contrario, nota Scheler,
«la C. è assente tutte le volte che c’è contagio della sofferenza, giacchè
allora la sofferenza non è più quella di un altro ma la mia, ed io credo di
potermici sottrarre evitando il quadro o l’aspetto della sofferenza in
generale» (Sympathie, cap. II, $ 3). Per l’appunto quest’avvertenza
fondamentale si è tenuta presente nel caratterizzare la C. al principio di
questo articolo. UNIVOCO ED EQUIVOCO [H. P. Grice: aequivocality] (gr.
suvevupoc, sudvupog; lat. Univocus, Aequivocus; ingl. Univocal, Equivocal;
franc. Univoque, Équivoque; ted. Eindeutig, Aequivok). Questi due termini hanno
avuto definizioni diverse a seconda che sono stati riferiti all'oggetto o al
concetto (o nome). 1. Aristotele li riferì all'oggetto e intese per univoci (o
sinonimi) gli oggetti che hanno in comune sia il nome sia la definizione del
nome: così, ad es., sia l’uomo che il bue si dicono animali. Chiamò invece
equivoci [H. P. Grice: aequivocality] (od omonimi) gli oggetti che hanno in
comune il nome mentre le definizioni richiamate dal nome sono diverse: in
questo senso si chiama animale sia l’uomo sia un disegno (Cat., I, 1a 1-11).
Queste definizioni ricorrono frequentemente nella scolastica (per es., Pietro
Ispano, Summ. Log., 3.01) e si mantengono anche in logici più recenti (ad es.,
Jungius, Logica Hamburgensis, 1, 2, 4-9). 2. La logica terministica ritenne
«improprio» il riferimento dei due termini agli oggetti e ritenne che essi si
dovessero riferire propriamente soltanto ai segni e cioè ai concetti o nomi. Da
questo punto di vista, le definizioni di Ockham sono le seguenti. «U. è o la
voce o il segno convenzionale che corrisponde a un solo concetto o, più
strettamente, è ciò che si può predicare di per sè di più cose o è il pronome
dimostrativo di una cosa. Equivoco [H. P. Grice: aequivocality] dall’altro lato
è il nome che, significando più cose, 900 non è subordinato a un unico concetto
ma è unico segno di più concetti o intenzioni dell’anima. L’U. può derivare o
dal caso, come accade quando il nome Socrate viene imposto a più uomini, o da
una deliberazione quando si impone un certo nome a certe cose e lo si subordina
a un solo concetto e poi per la similitudine di questo concetto con altri si
estende ad altri il nome stesso» (Summa Log., I, 13). Le definizioni
terministiche dei due termini sono quelle che si danno anche oggi dei termini
stessi. Le discussioni medievali sulla natura dell’univocità avevano nel Medio
Evo un’immediata risonanza teologica, per la disputa tra i sostenitori
dell’univocità e quelli dell’analogicità dell’essere (v. ANALOGIA). Filosofo piemontese. Filosofo
italiano. Galliate, Novara, Piemonte. Essential Italian philosopher. Some Italians do not consider Varzi an “Italian”
philosopher in that his maximal degree was earned elsewhere! If philosophy is a
branch of the belles lettres, part of Varzi’s essays belong in English
literature. He has written on ‘universal semantics.’ All'Trento. Grice: “Varzi
rather freely uses ‘universal’ as in ‘universal semantics’ – while my own
pragmatic rules have been challenged universal status, by, of all people,
Elinor Ochs!” Grice: “Some Italians consider Varzi a specimen of ‘brain drain’
in more than one way: his maximal degree was obtained without Italy, not within
Italy, and not in Italian – plus the fact that he is at Colombo’s Columbia!” Esponente della filosofia analitica, è noto
principalmente per le sue ricerche di logica e per il suo contributo alla
rinascita degli studi in ambito di metafisica e ontologia. Laureatosi a
Trento con una tesi, “La logica libera” stato insignito della Targa Piazzi per
la ricerca scientifica e del Premio Bozzi per l'Ontologia. Dopo un periodo
dedicato soprattutto allo studio dell'immagine del mondo propria del senso
comune, si è indirizzato progressivamente verso posizioni di stampo nominalista
e convenzionalista, nella convinzione che buona parte della struttura che siamo
soliti attribuire alla realtà esterna risieda a ben vedere nella nostra testa,
nelle nostre pratiche organizzatrici, nel complesso sistema di concetti e
categorie che sottendono alla nostra rappresentazione dell'esperienza e al
nostro bisogno di rappresentarla in quel modo. Noto anche per la sua attività
divulgativa, spesso in collaborazione con Casati, ispirata al principio secondo
cui la filosofia è una sfida in cui il pensiero parte dalla semplicità delle
cose quotidiane e ne mostra la meravigliosa complessità. Saggi: “Semplicemente
diaboliche” (Laterza); “L’amicizia” (Orthotes); “I colori del bene, Orthotes,. L'incertezza
elettorale (Aracne). Le tribolazioni del filosofare. Comedia Metaphysica ne la
quale si tratta de li errori et de le pene de l’Infero (Laterza); Il mondo
messo a fuoco, Laterza, Il pianeta dove scomparivano le cose. Esercizi di
immaginazione filosofica, Einaudi, Ontologia, Laterza, Semplicità
insormontabili storie filosofiche, Laterza, Parole, oggetti, eventi e altri
argomenti di metafisica, Carocci. “Logica” McGraw-Hill Italia, Buchi e altre superficialità, Garzanti. Studi:
Casetta e Giardino, Mettere a fuoco il mondo. Conversazioni sulla
filosofia di V., Isonomia Epistemologica,
Calemi, V.. Logica, semantica, metafisica (Albo Versorio, Milano); Il mondo
messo a fuoco, Laterza. Dal risvolto di copertina di Semplicità insormontabili,
Laterza. Da questo libro è stato tratto lo spettacolo teatrale Insurmountable
Simplicities, per la regia di Glick, presentato dall'All Gone Theatre Company
all'edizione del New York International
Fringe Festival. Biografia "negativa" di V., su columbia. Intervista
ad V. di Caffo, Rivista italiana di filosofia analitica. Achille Varzi. Varzi. Keywords: ‘universal’, Grice on
universal in ‘Aristotle on the multiplicity of being’. – section: universals in
Meaning. Refs.:
Luigi Speranza, "Grice e Varzi: semantica filosofica," per il
Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Vasa: all’isola -- la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale della RAGIONE E LA LIBERTÀ – filosofia sarda -- filosofia
italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Aggius). Abstract. Keywords, liberus, free fall. Flosofo
sardo. Aggius, Sassari, Sardegna. Essential Italian philosopher. Filosofo
italiano. Società Filosofica Italiana Congresso Nazionale L'Aquila. Nacque al paese
della Gallura di forte e suggestivo paesaggio e di forti vicende. Compiuti in
anticipo gli studi secondari, anda a studiare filosofia a Milano dove si laurea.
Insegna nel liceo ginnasio “Arnaldo” di Brescia. Dove interrompere
l’insegnamento a causa della sua partecipazione alla Resistenza con il gruppo
che fa capo a Parri. Alla fine della guerra riprese l’insegnamento a Milano nel
liceo classico Carducci nel liceo ginnasio Manzoni. Ottenne la libera docenza.
Assistente volontario e poi incaricato di filosofia, Milano. Vincitore di un
concorso a cattedre di filosofia teoretica, chiamato a Cagliari e Firenze. Rimase sempre fortemente
legato al paese natale. Il Comune di Aggius ne ha conservato la memoria. Negli anni di formazione, si trova a
partecipare al tentativo condotto da BONTADINI, di cui era allievo e amico, di
superare la contrapposizione tra la scolastica e l’idealismo, comprendendo e
assimilando quanto della metafisica hegeliana e cristiana era in questo
indirizzo. In questa operazione prende una sua via personale. Abbandona
l’interesse metafisico simpatizzando per l’attualismo di GENTILE (vedi) per
quanto esso restituiva all’uomo dignità e responsabilità, mettendone tuttavia
in luce l’impossibilità di una fondazione logica. Nacquero così le indagini
sulla logica di Hegel che portarono a rilevanti osservazioni critiche riguardo
all’idealismo. Con l’idea che i valori immanenti costituiscono l’orizzonte
trascendentale nella prassi razionale ed etica dell’uomo vienne a cadere per V.
l’opposizione di immanenza e trascendenza.
Nella comune partecipazione alla Resistenza si lega di amicizia con PRA
(vedi), filosofo di profonda esperienza religiosa e sociale e innovatore della
storiografia filosofica. Tramite PRA, V. entra in contatto con BANFI, che
rappresenta la scuola filosofica milanese. Nel confronto con il razionalismo
critico di BANFI, che mira a chiarire una struttura della ragione nel solco
della tradizione kantiana, V. pensa ad un razionalismo che anda oltre ogni
struttura presupposta della ragione verso un orizzonte di possibilità non
ancora prevedibili. Questo comporta l’idea della ricerca di una logica della
possibilità. Si pone così quella proposta filosofica detta “trascendentalismo
della prassi”, radicalmente critica e programmaticamente aperta, e che venne
difesa da PRA e Vn, sia nella «Rivista di storia della filosofia» fondata da PRA,
sia nei Congressi della “Società filosofica italiana” ri-nata dopo lo
scioglimento imposto dall’autorità del FASCISMO. Il “trascendentalismo della
prassi” è contrapposto al "teoricismo", inteso come il carattere di
tutta filosofia che presuppone un principio di datità del reale e del valore,
cioè di tutta filosofia metafisica. Il trascendentalismo della prassi non vuole
essere una teoria, ma un atteggiamento pratico possibile, effettivo, che
riconosce la temporalità della prassi e ne rivendica la libertà e la
responsabillità. La proposta del trascendentalismo della prassi, che è
immediatamente critica del pensiero di CROCE e GENTILE, ma che investiva tutti
gli indirizzi contemporanei, è il modo più radicale del domandarsi dopo la guerra,
sul métier della filosofia. La «Rivista di storia della filosofia» costituì il contatto
con il “neo-illuminismo”, che, animato da ABBAGNANO (vedi), avendo come centro
Torino, collega e confronta in convegni periodici i nuovi indirizzi
metodologici e anti-metafisici. Affermatisi gli indirizzi della fenomenologia
trascendentale, della filosofia analitica e dell’empirismo. Con il suo metodo,
caratterizzato dall’apertura e dalla tensione critica ad un continuo “andar
oltre”, V. da di essi interpretazioni originali in numerosi studi e seminari.
La sua ricerca, ora caratterizzata come razionalismo della prassi, continua a
mettere in discussione ogni naturalismo limitativo della libertà della persona.
Conferma così l’idea di una “via negativa alla filosofia” a cui siamo costretti
in mancanza di principi universali oggettivi o di autorità universali nella
prassi. Questa negazione confuta la tematizzazione ingenua del mondo, mette fra
parentesi la tradizione, toglie l’unicità di senso al nostro rapporto con la
realtà e, aprendo la ricerca alla prospettiva di generalizzazioni nuove,
risponde al bisogno della persona di costruirsi e perseguire finalità
proprie. Per influenza dell’amico GEYMONAT,
e in discussione con lui, V. vide concretamente nelle scienze in sviluppo
l’orizzonte effettivo delle possibilità razionali, pertanto si cimentò nella
comprensione di esse attraverso l’epistemologia e la logica. Esamina il moderno
formalismo logico-matematico di Russell; l’analisi del linguaggio (formale ed ordinario)
di ‘Vitters’; il convenzionalismo logico e linguistico che egli coglieva
nell’empirismo di Carnap e nella discussione di Quine sull’ontologia; lo stesso
svolgimento dell’epistemologia dagli inizi col circolo di Vienna ai successivi
sviluppi autocritici e “liberali”; le rivoluzioni concettuali delle scienze. Sono
tutti problemi che hanno all’origine e segnalano una crisi del fondamento. V. vuole
chiarirli leggendovi la sollecitazione a porre fra parentesi ad aggredire o a
variare all’infinito ogni “conoscenza, di spazi e tempi, di atomi, masse e
cause naturali. La sua ricerca mantene così l’etica dei fini umani. La logica è
anche logica della Speranza. La filosofia ritrova il senso originario di “amore
della saggezza”. Saggi: “Il problema della ragione” (Bocca, Milano); “Ricerche
sul razionalismo della prassi” (Sansoni, Firenze); “Logica, scienza e prassi”
(Nuova Italia, Firenze); “Logica, religione e filosofia” (Angeli, Milano); “Logica,
scienze della natura e mondo della vita” (Angeli, Milano); “Poeti di Aggius.
Michele Andrea Tortu, Pisanu (Antologia di Lepori con prefazione, traduzione e
note di V.), Nota introduttiva di Pirodda, Istituto Superiore Regionale
Etnografico, Nuoro. “Il Trascendentalismo della prassi, la filosofia della
Resistenza. Sandrini, Mimesis, Centro Internazionale Insubrico, Milano. In
memoria di V., filosofo della modernità, La Nuova Sardegna, Treccani: V. Ragione
e libertà. Saggio sul pensiero di V. V., Una discussione con Bontadini su
metafisica e filosofia, in Studi di filosofia in onore di Bontadini, Vita e
Pensiero, Milano I saggi di V. sono raccolti in “Logica, religione e filosofia:
Scritti filosofiici”. Memoria di Gentile, in Giornale critico della filosofia
italiana, Vedi Croce, Le cosiddette ‘riforme della filosofia’ e in particolare
di quella hegeliana, a proposito del saggio di V. su RUGGIERO (vedi) -- Quaderni
della Critica, poi in Indagini su Hegel, Laterza, Bari. Pra, La filosofia
italiana oggi, Rivista critica di storia della filosofia, Sul trascendentalismo
della prassi, in Il problema della filosofia oggi. Atti del Congresso nazionale
di Filosofia (Bologna, promosso dalla
SFI, Bocca, Roma-Milano, Vedi: saggi come l’Introduzione alla trad. Di Husserl,
L’idea della fenomenologia (Rosso), Il Saggiatore, Milano, Logica e religione di fronte al compito di una
possibile unificazione del sapere, in «Il Pensiero», L’ateismo religioso di
Wittgenstein, in «Archivio di Filosofia», (Esistenza, Mito, Ermeneutica), e le
lezioni raccolte nel volume Logica, scienze della natura e mondo della vita. V.,
Logica, scienze della natura e mondo della vita. La frase (di V.) compare nella presentazione
editoriale del volume Logica, scienza e prassi. Luporini, Casari, Pra,
Geymonat, Marinotti, Ricordo di V.. Corsi, seminari, Olschki, Firenze, Natale,
Storicità della filosofia e filosofia come storiografia. Un dibattito tra
filosofi italiani in Dentro la storiografia filosofica. Questioni di teoria e
didattica (Dedalo, Bar). Cambi, Razionalismo e prassi a Milano, Cisalpino-Goliardica,
Milano. Marinotti, Handjaras, “Ragione e
libertà: la filosofia di V., Prefazione di Pra (Angeli, Milano); Pra, Filosofi
del Novecento, Angeli, Milano, vi è raccolto il contributo già in, Ricordo di V.
(Olschki, Firenze); Monti, Religione e prassi in V., in «La Fortezza. Rivista
di studi», Liberalismo etico e prospettive razionalistiche in V., Etica e
scienza. Saggi di filosofia, Carocci, Roma. Sandrini e Al., V. uomo e filosofo
(Atti del convegno di Aggius. Comprende: relazioni di Sandrini, “L’eredità
vasiana”. Lecis, Viaggio verso una meta incerta. L’universo dei mondi possibili
di V.; F. Minazzi, La strada per Megara e l’irriducibilità della libertà umana.
Il problema della ragione nel trascendentalismo della prassi di V.; E. Palombi,
Sul senso dell’uomo nel pensiero di V.; alcuni brevi Scritti e testi
inediti, Minazzi e Sandrini, in «Il
Protagora», poi in volume con lo stesso titolo, Barbieri, Manduria. Marinotti,
Ragione e prassi in V. e in Geymonat. Memoria di una discussione filosofica e
di un’amicizia, in Geymonat un maestro del Novecento. Il filosofo, il
partigiano e il docente, Minazzi, Unicopli, Milano; Rambaldi, La formazione di V.,
in Pala filosofo laico, appassionato delle scienze. Studi e testimonianze, Maiorca,
Cuec, Cagliari, Rambaldi, Da Gentile a Hegel. Trascendentalismo e anti-fascismo
in V.. Con un’appendice di testi e documenti, in «Rivista di storia della filosofia».
Andrea Vasa. Vasa. Keywords: liberta, freedom. Refs.: The H. P. Grice Papers,
Bancroft MS – Luigi Speranza, “Grice e Vasa: ragione e liberta” – The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria. Vasa.
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vasoli: la ragione conversazionale e
l’implicatura a MERTON ecc – la scuola di Firenze – filosofia fioretina –
filosofia toscana -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco
di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Firenze). Abstract:
medieval. Keywords: medieval. Grice: “They said we were frivolous, but what
about those mediaeval discussions about how many angels could dance on the tip
of a needle? -- Filosofo fiorentino. Filosofo
toscano. Firenze, Toscana. m. Firenze. Storico della filosofia italiano. Si
formato con GARIN (si veda) e si laurea a Firenze con un saggio di filosofia
morale. Al suo maestro è rimasto sempre profondamente legato, riprendendo e
sviluppandone in modo originale temi e motivi. Assistente e libero
docente e incaricato di Storia della FILOSOFIA MEDIEVALE fnella facoltà di filosofia
a Firenze. È stato professore ordinario di storia della FILOSOFIA MEDIEVALE a Cagliari,
Bari e Genova, poi a Firenze di filosofia morale, di storia della filosofia,
quindi di storia della FILOSOFIA DEL RINASCIMENTO. Dottore honoris causa
della Sorbona e del Centro studi sul Rinascimento di Tours. Presidente
dell'Istituto di Studi sul Rinascimento, di cui è consigliere, e dei
Lincei. Autore di una vasta bibliografia, tra i suoi saggi si
ricordano: La filosofia medievale (Feltrinell), La dialettica e la
retorica dell'Umanesimo: "Invenzione" e "Metodo" (Feltrinelli; Città del sole) Umanesimo e
Rinascimento (Palumbo) Magia e scienza nella civiltà umanistica (Il Mulino) La
filosofia moderna (Vallardi) La cultura delle corti (Cappelli) Filosofia nel Rinascimento
(Guida) Tra maestri, umanisti e teologi: studi (Le Lettere) Civitas mundi:
studi sulla cultura (Storia e letteratura) Le filosofie del Rinascimento
(Mondadori) L'enciclopedismo
(Bibliopolis) Ha inoltre tradotto in italiano il Defensor Pacis e il
Defensor minor di Marsilio da PADOVA (si veda) ed ha curato, con Robertis,
l'edizione critica del Convivio d’ALIGHIERI (Ricciardi). Si è poi
dedicato allo studio delle idee filosofiche (FICINO (si veda), SAVONAROLA (si
veda) ed i suoi seguaci, SALVIATI (si veda), Postel, Patrizi da Cherso, Bodin,
Marsilio da Padova), e, in particolare, al ritorno della tradizione dell’ACCADEMIA
ed al rapporto tra le varie filosofie del Rinascimento e la diffusione delle
nuove concezioni rconnesse alla Riforma protestante o alle particolari
esperienze etico-politiche dell'età della Contro-riforma. Treccani -- Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Stabile, V. Enciclopedia Italiana, V Appendice,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Dizionario di filosofia, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, Dizionario bio-bibliografico dei bibliotecari
italiani, Associazione Italiana Biblioteche. Registrazioni di V. su
RadioRadicale.it, Radio Radicale. Portale Biografie: accedi alle voci di
Wikipedia che trattano di biografie Categorie: Storici della filosofia italiani
Italiani Italiani Nati a Firenze Morti a Firenze. La filosofia
medioevale Storia della Filosofia La filosofia medioevale Il
pensiero filosofico del Medioevo, dai mani- chei ai nominalisti, da
Ockham a Maestro Eckhart, da S. Ag ostino a S. Tommaso, visto
in continuo, costante riferimento con l’am- biente culturale, politico e
sociale. Gli aspetti ideologici delle dottrine e il loro peso
effettivo ‘nella società medioevale — sulla teologia, sul- le
concezioni della politica e dello stato — vengono ampiamente analizzati e
portati in primo piano, offrendo al lettore un panorama quanto mai
affascinante dello sviluppo storico e del significato culturale e
politico delle varie filosofie. In questo quadro denso di fatti, di
notizie, di osservazioni, di riferimenti, una speciale attenzione è
rivolta dall’autore alla organizzazione della cultura, al formarsi
delle università, alla nascita degli ordini mendican- ti, insomma a
tutte le forme di vita teorica e pratica del Medioevo, in cui si è
riflessa in maniera decisiva l’attività filosofica. La
filosofia medioevale di Cesare Vasoli è il primo, in ordine di
pubblicazione, di una se- rie di volumi affidati a diversi studiosi,
che costituiranno un’organica storia della filosofia. Seguiranno a
questo i volumi dedicati alla Filosofia antica, alla Filosofia nell'età
del Ri- nascimento, alla Filosofia moderna e alla Filo- sofia
contemporanea. Quest'opera intende offrire a un pubblico colto, ma
non necessariamente specializzato, un ampio e documentato panorama dello
svilup- po storico del pensiero filosofico. Nella stesura del lavoro i
collaboratori si sono soprat segue seguito tutto preoccupati
di evitare due opposti pericoli: un troppo rigoroso tecnicismo con una
conseguente terminologia da iniziati e una sommarietà di trattazione
adatta a manuali di uso scolastico. La filosofia antica La filosofia
medioevale La filosofia nell’età del Rinascimento La filosofia
moderna La filosofia contemporanea Di imminente
pubblicazione: Adorno, La filosofia antica. V., professore di storia della
filosofia medioevale a Firenze. È autore di un volume su Occam e di numerosi
studi sulla filosofia. Ha raccolto i risultati delle sue ricerche sul
pensiero contemporaneo nel volume, di recente pubblicazione, Tra cultura
e ideologia. Collabora alla “Rivista critica di storia della filosofia,” di cui
è redattore, a “Il Ponte,” a “Inventario,” a “Paragone” e ad altre
riviste filosofiche e di cultura. Sovracoperta: Albe Steiner
Feltrinelli Milano Storia della Filosofia Giangiacomo Feltrinelli, Milano.
La filosofia medioevale, Feltrinelli Milano. V. dedica il saggio allasua moglie,
compagna carissima. Agostino si spegna nella sua sede episcopale ad Ippona,
assediata dalle milizie dei vandali. Nella sua lunga esistenza di filosofo,
di retore e di teologo, di elegante letterato e di padre della
cristianità occidentale, Agostino assiste al lungo sfacelo della società
romana corrosa da un’insanabile crisi economica e politica, minacciata
dalla crescente pressione delle gentes germaniche e dall’esplodere sempre
più frequente di drammatiche rivolte contadine; ma adesso, nei suoi
ultimi giorni, egli assisteva all’estrema rovina di quello Stato che si
era ormai intimamente compenetrato con la Chiesa di Cristo, e, dall’età
costantiniana, aveva associato i vescovi e il clero romano alla guida
dell’Impero. Sorto per volere di una provvidenza misteriosa e
inaccessibile, che dispone dei troni e dei poteri, secondo l’esigenza di
un suo segreto disegno, l’Impero di Roma andava adesso dissolvendosi per una
legge ugualmente necessaria e provvidenziale; ma nella estrema confusione
del secolo, nell’anarchia di tutte le autorità e di tutti i poteri, il
vescovo vede solo il segno dell’avvento di una nuova società
integralmente religiosa, capace di assorbire nella sua più alta finalità
cristiana l’ordinamento mondano, conservandolo per i suoi scopi
superiori. Se la città terrena scontava nella sua morte la propria
origine di violenza e di frode, la città di Dio poteva sorgere a imporre nel
nome della sua destinazione ultraterrena la pace e l'universale
concordia, sotto il segno dell’alta guida della potestas Ecclesiae.
La dottrina che Agostino elabora nel De civitate Dei, scritto in
anni trai più tragici della storia dell’Impero, era certamente un tentativo
coerente di sottrarre la comunità cristiana all'imminente catastrofe,
riaffermando che il suo destino ol Introduzione trepassa sempre la
storia e il mondo presente, che la sua verità trascendente è al di là di ogni
fortuna o sventura storica. Ma il suo richiamo alla superiorità di un
destino celeste, estraneo alla misura mondana degli uomini carnali, non
diminuiva la gravità di una crisi che incideva sugli stessi fondamenti
della situazione civile e intellettuale in cui era maturato il trionfo politico
del cristianesimo. In Gallia e in Iberia le sanguinose dagaude, ribellioni
delle gentes non romane contro l’aristocrazia latina e quella indigena
latinizzata, segnavano irrevocabilmente la fine dell’unità romana. E mentre,
nel precipitare della dissoluzione militare e amministrativa dell’Impero,
si spezzavano anche i legami culturali che avevano tenuto unite le
più diverse regioni d’Europa, i popoli germanici si installavano già
pesantemente nel cuore dell'Impero, portando a contatto con la millenaria
esperienza di una società economica evoluta la loro organizzazione ancora
tribale, i loro culti della forza e del sangue. Certo, ad Oriente,
nella recente capitale di Costantinopoli, continuava la stessa tradizione
romana che avrebbe più tardi trovato le basi di una nuova ripresa
politica e intellettuale nel difficile connubio. dell’ellenismo e del
cristianesimo. Ma nell’Occidente devastato dalle invasioni e dalle
insurrezioni contadine e militari, l’autorità e il potere dell’Impero
erano ormai soltanto un nome ed una finzione giuridica. E presto i capi
germanici avrebbero potuto imporre il loro sostanziale dominio a tutte le
classi e i ceti dell’antica società romana. Cosî il potere militare e politico
sarebbe passato definitivamente dalle mani dell’aristocrazia senatoria e
latifondistica e della burocrazia imperiale in quelle di una ristretta
casta militare germanica, pronta però ad accettare la collaborazione dei
vinti e a riconoscere la loro superiorità intellettuale. Questa
dissoluzione dell’Impero e, con essa, la crisi della stessa struttura
organizzativa della cultura romana, non fu però, certamente, un evento
improvviso, né ebbe quel carattere catastrofico che gli è stato cosî a
lungo attribuito dalla storiografia romantica. Anzi, anche quando tra la
fine del IV e gli inizi del V secolo l'emigrazione delle gentes
germaniche si trasformò in vera e propria invasione, lo stanziamento delle loro
tribi nell’Occidente romano avvenne ancora, in generale, nel quadro degli
ordinamenti romani. I capi barbarici che occuparono con i loro exercitus
l’Italia e le province più latinizzate dell'Europa occidentale e
dell’Africa, tennero spesso a comportarsi: pit come mandatari
dell’autorità imperiale che non come veri e propri sovrani, senza mutare la
struttura organizzativa dello stato romano. Né le condizioni politiche e
sociali delle élites subirono, almeno nei primi tempi, un mutamento radicale, o
venne trasformata la struttura sociale del Basso Impero, che restò di
fatto immutata, anche se alle aristocrazie latifondistiche romane o
provinciali si sostitui, in gran parte, la nuova aristocrazia militare
germanica. È vero che le invasioni barbariche, nelle regioni pid lontane o
periferiche, ebbero talvolta come immediata conseguenza la rottura della
recente tradizione romana. Ma è altrettanto certo che lo stanziamento
delle gentes germaniche nelle vecchie terre latine, lì dove esisteva un forte
tessuto urbano e solide istituzioni culturali, non ebbe affatto un simile
effetto. Anzi, gli storici del Medioevo sono concordi nel contrapporre il
rapido regresso della cultura nelle regioni di recente latinizzazione
alla robusta e vitale continuità di tradizioni intellettuali che si ebbe
invece in Italia, in Gallia, in Spagna e nell’Africa romana.
Tuttavia, se pure le invasioni non distrussero volontariamente la
base della cultura romana, che negli ultimi secoli dell’Impero aveva
raggiunto un notevole grado di uniformità e di stilizzazione scolastica,
la dissoluzione dell’unità imperiale non fu certo priva di gravi
conseguenze. Già i grandi spostamenti etnici dei secoli III e IV e le
invasioni avevano cominciato ad infrangere quel comune tessuto giuridico
e amministrativo che aveva unito per secoli le regioni dell’Occidente. Adesso,
il costituirsi di regni barbarici separati ed autonomi in Italia, in Spagna,
nelle Gallie e nell’Africa romana, rese permanente quella rottura ed approfondi
gli elementi di divisione, anche sul piano della vita intellettuale. Per
prima cosa, infatti, l'Occidente fu separato dalle regioni dell'Oriente
mediterraneo, che seguirono di fatto uno sviluppo economico, politico e
intellettuale completamente diverso e nelle quali fiori una cultura con
caratteri assai distinti da quelli che si delinearono nelle terre
occidentali. Ma un’altra barriera venne pure a cadere tra
l’Italia che era stata il maggiore
centro della vita politica e amministrativa dell’Impero e dove l'elemento
romano restò sempre prevalente e le
altre regioni dell'Europa centrale, ove i germani condizionarono in
maniera assai più netta la graduale formazione delle nuove unità
nazionali. Il formarsi di diversi regni; la fine dell’unità giuridica e statale
romana, presto polverizzata nel particolarismo istituzionale dell'Alto
Medioevo; il sovrapporsi delle nuove aristocrazie militari germaniche
alle vecchie classi dominanti dell’età imperiale, ebbero quindi come
naturale esito storico il progressivo frazionamento della cultura e della
vita intellettuale, la cui unità fu però salvaguardata dalla dominante
influenza della gerarchia e delle istituzioni ecclesiastiche. E tale
frazionamento fu poi accentuato dal costante spostamento dell’asse
economico-sociale della civiltà europea dalla città verso la campagna e dalle
attività mercantili e artigiane a quelle rurali, dal rallentamento dei rapporti
economici e politici con l'Impero d’Oriente e dalla naturale diminuzione
degli scambi tra le varie regioni. Ciò spiega anche il progressivo
differenziarsi delle caratteristiche culturali di popolazioni che erano
pure rimaste per secoli nell’ambito della tradizione romana, nonché
l’effettivo regresso di molti aspetti della vita sociale, sui quali, del
resto, si rifletterono anche le condizioni di arretratezza proprie delle
aristocrazie barbariche. Certo, l’ossatura amministrativa -sulla quale si
ressero i regni romano-barbarici restò numana; e i romani poterono spesso
esercitare liberamente funzioni anche di notevole rilievo politico e continuare
a trasmettere il proprio patrimonio culturale. Ma questo non toglie che la
scomparsa o l’indebolimento di un saldo potere centrale, e il lento
disgregarsi dei ceci sociali che avevano avuto per secoli il pieno
monopolio della cultura, non influisse decisamente. nelle condizioni di base
della vita intellettuale. Da un lato, infatti, si accentuò quel processo
di riduzione scolastica della cultura che era, del resto, già
caratteristica dell'uitima età imperiale, e la prevalenza di un criterio
utilitario che legava lo svolgimento dell’attività intellettuale alla
formazione di un personale giuridico e amministrativo, e, soprattutto,
della gerarchia ecctesiastica. D'altro canto, la forza politica e
amministrativa della Chiesa. unico corpo unitario e saldamente
organizzato nell’Europa frazionata. contribuf a dare alla cultura
un’impronta sempre più ecclesiastica, sostituendo all’organizzazione scolastica
romana una nuova efficiente rete di scuole religiose. Ma, soprattutto, il
patrimonio di cultura greco-romana si semplifica e schematizza, secondo le
esigenze di una società sempre più disorganica, e la riflessione
filosofica venne ormai strettamente legata alla tematica religiosa cristiana e
quindi naturalmente esposta agli interventi e al controllo della potente
gerarchia vescovile. Cost, mentre a Costantinopoli la direttiva
cesaro-papistica degli Imperatori conduceva a una stretta intrinsecazione
tra dogma religioso e autorità politica, preludendo alla definitiva
liquidazione delle ultime scuole filosofiche non cristiane operata da
Giustiniano, anche in Occidente il primato intellettuale della Chiesa pose di
fatto le condizioni del suo monopolio quasi esclusivo dell’educazione e
della cultura. È appunto da questo momento storico, che conclude la lunga
crisi dell'Impero e inizia la lenta formazione della nuova società
europea, che deve muovere lo studio storico del pensiero medioevale.
Poiché, se è vero che il passaggio tra la civiltà greco-romana del tardo
Impero e quella dell’Alto Medioevo fu lento e graduale, è però
altrettanto evidente che la cultura di Boezio e di Cassiodoro, per non dir poi
di quella di Isidoro di Siviglia, presenta già dei caratteri ben
definiti, i quali la distaccano nettamente dagli ultimi sviluppi
contemporanei della filosofia classica che hanno luogo ad Atene o ad
Alessandria. E chi guardi alle radici concrete dei fatti intellettuali e
all’ambiente storico in cui essi si svolgono, non ha difficoltà a
riconoscere che proprio intorno alla metà del V secolo passa il grande
spartiacque tra la cultura del mondo antico e quella dell’età
medioevale. Con questo, non si vuol certo dire che il carattere
iniziale della civiltà del Medioevo sia dato da un profondo
imbarbarimento, o tanto meno che la riflessione medioevale sia
condizionata, fin. dalle sue origini, da una esclusiva direttiva
scolastica e dogmatica. Al contrario, la vicenda della cultura dell’Alto
Medioevo è anzi la testimonianza di vitali esigenze spirituali che, al di là di
tutti gli ostacoli posti dalle avverse condizioni politiche, mantengono
le fila di una grande tradizione e preparano la lontana. ripresa del IX secolo,
Ed è pure, a ben guardare, la testimonianza di quella costante
differenziazione di atteggiamenti intellettuali, nei confronti delle
tradizioni fornite dal pensiero classico che, fin dall’inizio dell’età
medioevale, si delineò nell’unità religioso-filosofica instaurata ben presto
dalla Chiesa romana. Ciò spiega, tra l’altro, perché la cultura
medioevale occidentale della quale ci occuperemo in modo prevalente abbia avuto risultati più ricchi e
fecondi della stessa civiltà bizantina, che pure era privilegiata sia dalla
continuità dei suoi rapporti con i grandi centri intellettuali della Grecia e
dell’Oriente ellenistico, che dalle migliori condizioni di convivenza civile e religiosa.
Senza diminuire l’importanza storica della filosofia e della cultura bizantina,
che pure ha avuto personalità e momenti di singolare prestigio, non v’è dubbio
che dei due settori che dopo il V secolo si sostituiscono allo sviluppo
sostanzialmente unitario della tarda antichità, quello occidentale fu
nettamente superiore nella capacità di tentare o suggerire nuove
soluzioni teoriche e speculative. Mentre in Oriente prevalse ben presto
una rigida schematizzazione di moduli scolastici e di atteggiamenti
intellettuali che non Introduzione consentirono
progressi di grante portata, la cultura dell’Occidente cristiano svolse
invece una funzione indubbiamente più positiva e costruttiva nei
confronti della società in cui operava, favorita in ciò dalla stessa
posizione particolare della Chiesa romana non legata, come quella di
Bisanzio, a una rigida subordinazione all’assoluta autocrazia del
Basileus. L’indubbia superiorità dell'incidenza storica della cultura
medioevale occidentale nei confronti della tradizione bizantina, giustifica poi
il punto di vista che terremo nelle pagine seguenti, e l’attenzione prevalente,
se non certo esclusiva, che porteremo alle dottrine ed alle personalità
della filosofia, della teologia, del pensiero politico e della scienza
occidentale. Certo, ci accadrà spesso di riferirci anche al corso diverso
e distinto della cultura greco-bizantina (basti pensare all'influenza dello
Pseudo-Dionigi e di Massimo il Confessore, e quindi alla fortuna di
Psello) e, più tardi, allorché diremo della svolta storica del XII e XIII
secolo, dovremo trattare, con particolare ampiezza, le dottrine dei
filosofi arabi ed ebrei che esercitarono un’influenza cosi decisiva
nell’evoluzione intellettuale dell’Occidente. Nondimeno, per quanto concerne
la linea principale della nostra trattazione, essa verterà soprattutto su
quelle personalità e correnti di pensiero che si muovono nell’ambito
delle grandi scuole occidentali, dal primo grande tentativo compiuto da Boezio
per assicurare alla civiltà latina medioevale un ricco patrimonio
filosofico e scientifico, alla rinascita carolingia, dalJa grande ripresa dei
secoli XI e XII alla eccezionale fioritura speculativa del Duecento, e dalla
crisi della tradizione filosofica medioevale denunciata dalle correnti di
pensiero trecentesco fino alle ultime mani‘festazioni critiche del pensiero
scolastico. Perciò, alla luce di questo lungo e complesso processo
storico, saranno pure valutati gli apporti delle altre grandi tradizioni
di pensiero e di cultura che agirono in questi dieci secoli nel mondo
mediterraneo. Tale prospettiva, che è del resto comune a tutte le
trattazioni generali di storia della filosofia medioevale, non deve però
indurre a pensare che dieci secoli di sviluppo storico e intellettuale
possano semplicemente ridursi sotto la consunta etichetta di una storia della
scolastica. È vero che nella civiltà latina medioevale la schola esercita
una funzione difficilmente paragonabile a quella delle istituzioni scolastiche
moderne, accentra intorno a sé quasi tutto il lavoro intellettuale, controlla,
insieme alla Chiesa, l’elaborazione delle idee direttive di tutta la
civiltà. Ma questo dato di fatto, di cui è facile render ragione,
analizzando le condizioni sociali di base che determinano la fortuna e lo
sviluppo delle scholae, non significa affatto che la cultura filosofica
medioevale sia un chiuso regno di teologi e di magistri, indifferenti al
volgersi storico delle vicende umane, estranei alla società ‘in cui
vivono ed operano. Né tanto meno il cosiddetto mondo medioevale è certo
quell’unità uniforme, statica, esclusa da ogni progresso, immutabile nei suoi
principi dominanti, che è stata spesso descritta dagli avversari, come
dagli apologeti di un tipo di civiltà e di vita sociale che non è mai
esistita, né poteva esistere. Al contrario, il Medioevo europeo è invece una
lunga età della storia umana estremamente complessa, ricca di eventi e di
processi storici che sono stati decisivi per l’evoluzione di tutta la
civiltà occidentale. In mille anni, non solo si è compiuto quel processo
di trasformazione economico-sociale che ha portato gran parte d’Europa dalla
economia latifondistica del tardo Impero al feudalesimo, e, quindi, al primo
sviluppo precapitalistico del XIV secolo, ma si sono realizzate
esperienze intellettuali, religiose, politiche e scientifiche, di cui non
occorre neppure ricordare l’eccezionale significato storico. Sicché
giustamente si possono ripetere anche oggi le parole che lo Haskins
scrisse più di trent'anni fa, quando la disputa sui caratteri storici del
Medioevo era ancora pienamente in corso e le polemiche sulla continuità e
discontinuità della sua cultura con la civiltà classica e l’età del
Rinascimento erano ‘al centro delle discussioni storiografiche: Contrasti
tra Oriente e Occidente, tra Settentrione e Mediterraneo, tra vecchio e nuovo,
sacro e profano, ideale e attuale, danno vita e colore e movimento a
questo periodo, mentre la sua stretta relazione sia con l'antichità che
con il mondo moderno gli assicurano un posto nella continua storia
dello sviluppo umano. Tanto la continuità che il mutamento sono
caratteristiche del Medioevo, come di tutte le grandi epoche storiche Chi
studi la storia del pensiero medioevale, non come un astratto museo
scolastico di dottrine superate, un arsenale di apparati teologici, o una
raccolta di bizzarrie o di errori scientifici, bensi come la risposta data da
una particolare società ai problemi storici del suo tempo, non può che
condividere queste idee. Né gli è difficile riconoscere il nesso tra la
lucida elaborazione delle idee al livello teologico e filosofico, la pugnace
polemica della riflessione politica e i grandi mutamenti economici e sociali
che. si verificano nell’Europa medioevale, determinando una serie di
trasformazioni che ha sempre il suo riflesso anche nell’ impassibile
meditazione di metafisici o teologi. Da questo punto di vista,
anche la diversità e il mutamento di orizzonti e prospettive
intellettuali che si verificano nei diversi momenti della cultura medioevale
riceve una compiuta spiegazione solo quando le varie dottrine sono
immerse nel compiuto contesto storico in cui si formarono e si diffusero.
Non v’è dubbio infatti che sarebbe ben difficile spiegare fuori dal
complesso di una radicale trasformazione economica e sociale il rinascimento
intellettuale del XII secolo, comprendere l’evoluzione della teologia e
della filosofia duecentesca fuori della grande fioritura della civiltà
comunale, o intendere la crisi speculativa del XIV secolo separatamente
da una più profonda trasformazione che coinvolge tutte le strutture della
società medioevale. Non solo; ma i caratteri peculiari e distintivi dei
vari momenti in cui si scandisce lo sviluppo storico della riflessione
medioevale, risultano sicuramente definiti solo se, prescindendo da ogni
astratto riferimento a correnti o linee ideali, sono riconosciuti come
espressioni di un mondo storico ben pi vasto e complesso di quello
rappresentato dalla esclusiva portata dei singoli temi filosofici o
teologici tradizionali. A questo proposito e per chiarire un’altra direttiva alla
quale ci siamo tenuti nella stesura di questa storia è bene anche aggiungere che il carattere
particolare della filosofia medioevale costringe lo studioso ad
affrontare assai spesso una complessa tematica teologica, la quale è anzi
cosi intrinsecata con lo sviluppo della riflessione filosofica, da rendere
impossibile qualunque arbitraria distinzione. In una società in cui la
Chiesa mantiene per almeno otto secoli il monopolio effettivo della cultura, e
in cui la figura dell’intellettuale si identifica con quella del
clericus, sarebbe infatti del tutto assurdo pretendere di tracciare una linea
rigorosa di demarcazione tra la storia della filosofia e quella della
teologia. E certamente, come lo studioso del pensiero moderno non può
prescindere nella valutazione dello sviluppo filosofico dalla concomitante
incidenza della storia delle scienze, a più forte ragione lo storico del
pensiero medioevale deve tener presente, per prima cosa, che proprio la
teologia, con i suoi problemi e i suoi dogmi, fu l’ambito ideologico in
cui si sviluppò, per quasi un millennio, la discussione filosofica,
condizionandone naturalmente i particolari svolgimenti. Ma questo non
significa che si possa cata logare mille anni di evoluzione storica del
pensiero umano sotto l’etichetta di comodo della vocazione trascendente, o
dello spirito ascetico o ridurre la riflessione medioevale all’unico problema
del rapporto fede-ragione. Che tale problema sia stato largamente
presente ai filosofi del Medioevo, che ‘abbia acquistato un'importanza
drammatica via via che tornavano a circolare le grandi testimonianze del
pensiero classico, è cosa evidente. Però, nulla sarebbe pit falso che ridurre
questo problema, che fu anch’esso squisitamente storico e rifletté
atteggiamenti e soluzioni ben radicate nell’evoluzione della società
medioevale, ad una sorta di rigida disputa controversistica; tanto più
che è cosi facile cedere alla tentazione di introdurre in una cultura e in una
fase della storia della Chiesa che le ignoravano, certe nozioni di
ortodossia o eterodossia tipiche dell’età post-tridentina; e ben lontane
dalla mentalità e dai gusti speculativi dei magistri medioevali, D'altro
canto, la prevalente natura teologica del pensiero medioevale (prevalente, ma
non esclusiva, perché il Medioevo ebbe pure i suoi grandi medici,
giuristi e scienziati che influirono non poco anche nella storia della
filosofia propriamente detta) non deve indurre ad accettare per la
filosofia medioevale la definizione esclusiva di filosofia cristiana. A parte
il fatto che la cultura filosofica medioevale è frutto dell’opera di
Avicenna, di Averroè, di Avicebron e del Maimonide, certo non meno di quella di
Bonaventura, di Tommaso o di Duns Scoto, la sua eredità classica è sempre
cosf attiva, da rendere assai difficile stabilire quanto ogni singolo pensatore
e il suo ambiente intellettuale debbano al messaggio cristiano, e quanto
invece alla presenza di Platone, di Aristotele, di Cicerone e di Proclo.
Il caso della scuola di Chartres (per citare uno degli argomerti che ha
pit offerto occasioni per discutere l’ispirazione cristiana o pagana di taluni
pensatori di alto rilievo) insegna quanto sia fallace e pericolosa l'applicazione
di simili parametri alla storia della filosofia medioevale. Perciò, senza
entrare nei particolari di una discussione che ha impegnato, trent'anni
fa, alcuni dei maggiori studiosi cattolici e laici, ci limiteremo a
sottolineare che la nostra voluta astensione da ogni giudizio di tal genere
dipende dalla certezza che l’opera dello storico, qualunque sia la
direzione o i livelli in cui si svolge, non ha nulla da guadagnare da
simili atteggiamenti strettamente ideologici. Naturalmente, non si
vuol mettere in dubbio che la cultura medioevale sia profondamente permeata di
spirito cristiano e che, anzi, proprio la tematica teologica e religiosa
rappresenti la sua più immediata espressione ideologica. Nondimeno è pur lecito
ricordare che anche le credenze religiose assumono continuamente significati ed
espressioni sempre nuove, secondo le esigenze e i bisogni di quei ceti o
ambienti in cui si articola il grande corpo della C4ristianitas medioevale, e
secondo l’incidenza di idee, dottrine e atteggiamenti intellettuali che
venivano da ambienti e tradizioni laiche. Accanto alla dominante facoltà
teologica, accanto ai commentatori della Bibbia e delle Sentenze e agli
autori delle grandi Summae, v'è infatti, e acquisterà sempre più peso e
influenza nella storia della cultura medioevale, il mondo dei medici e dei
giuristi, dei magistri artium e degli spetiales, lettori spregiudicati
degli scienziati e dei filosofi greci e arabi, spesso osservatori acuti
delle res nazurales e già abituati a pensare il cosmo fisico come un
complesso di fatti e di fenomeni autonomi. Non solo; ma più procederà
l’evoluzione della società mediosvale, e più questi ceti di intellettuali,
estranei al tessuto clericale della cultura teologica, si trasformeranno in
portatori di idee e concezioni che minano profondamente l’antico ideale
unitario e carismatico della Ckristianitas, per avanzare e difendere le nuove
ragioni degli stati cittadini e delle monarchie nazionali, o le radicali
esigenze laiche delle classi emerse dallo sfacelo del mondo feudale. Né
questo spirito resterà estraneo anche alla problematica teologica o
all'ambiente clericalis dei magistri Sacrae Theologiae, se è vero che, a
Parigi come ad Oxford, la scolastica del XIV secolo saprà esprimere in
forma esemplare la crisi di una società e di una cultura che stavano
profondamente mutando. Il fatto che i medesimi maestri che hanno criticato
i fondamenti della fisica e della metafisica scolastica siano, al tempo
stesso, i liquidatori della scientia teologica medioevale e, non di rado,
anche audaci osservatori e teorici degli eventi politici e dei
comportamenti economici contemporanei dovrebbe cosî indurre a una
maggiore cautela nel giudicare i rapporti che la matura cultura medioevale
istituî tra le scienze sacre e profane, tra la teologia e la conoscenza
critica della realtà. Poiché la vicenda della tarda scolastica dimostra,
nel modo più chiaro e inequivocabile, che se la teologia offrf spesso il
quadro universale di una visione del mondo in cui si riconobbe tanta
parte della società medioevale, questa visione subî però sempre la
stessa sorte della realtà da cui nasceva, ed espresse nei suoi concetti
più universali, trascendenti quello stesso faticoso processo di
evoluzione che si definiva concretamente nel progresso delle scienze e
delle tecniche, come nell’affermazione sempre più sicura di nuovi tipi
di organizzazione sociale e politica. A queste considerazioni
dobbiamo poi aggiungerne un’altra, non meno importante; e, cioè che se
l’autorità e le gerarchie della Chiesa condizionarono in larga parte, e
in senso positivo, come in senso negativo l’evoluzione del pensiero medioevale,
pure non poterono mai impedire che le ragioni della storia avessero il
sopravvento. Le condanne, i divieti, le ammonizioni di cui è pure
straordinariamente ricca la storia della cultura medioevale non hanno mai
arrestato quelle idee o dottrine che rispondevano ai bisogni più profondi
e necessari di una società in movimento; e, certo, chi rifletta alla
storia dei ripetuti e costanti divieti all'insegnamento di Aristotele,
alla condanna del vescovo Tempier, che colpì talune tesi tomiste, o alla lunga
lotta contro i teorici dell'autonomia della ricerca scientifica o filosofica,
ha larga materia di meditazione sull’estrema relatività di una
vicenda che doveva concludersi proprio con l'accettazione
dell’aristotelismo come strumento filosofico della teologia cattolica e con
l’assunzione del tomismo a filosofia ufficiale della Chiesa. Comunque, al
di là dei conflitti che spesso opposero le correnti più avanzate della
rifl-ssione medioevale alla forza frenante di una tradizione sempre ancorata al
passato, anche il mondo delle scholae fu protagonista e, insieme, testimone
dell’evoluzione storica che conduceva i popoli dell’Europa occidentale verso
l'avvento di un nuovo mondo storico fondato sui valori umani della
scienza, della tecnica e del lavoro. Tra il cristianesimo monastico e
ascetico di Pier Damiani e la lucida mentalità scientifica di Ruggero
Bacone che affida il trionfo della sua fede nel mondo alla meravigliosa
potenza di invenzioni e tecniche umane; tra la rigida teocrazia di Papa
Gregorio e la teorica di Marsilio da Padova, che studia con rigore
razionale le strutture e le finalità dello stato umano, si muove la
lunga, umile fatica di commentatori e di maestri, di traduttori e compilatori
indaffarati a riconquistare e restituire ai propri contemporanei il
sapere degli antichi, a dare piena cittadinanza nella Europa cristiana al
gran pagano Aristotele, o ai nuovi strumenti e ritrovati della scienza
araba. Ma quest’opera che fornisce gli strumenti alla nuova scienza come ai
prestigiosi edifici delle grandi Summae, dove la cultura del tempo celebra la
propria visione del mondo, ha significato e valore solo quando è calata
nella vivente unità del mondo storico, nella feconda fatica di una lunga
giornata umana. I regni romano-barbarici furono l’espressione politica di
un lento e complesso processo di assimilazione tra il tessuto tradizionale
della società romana e i nuovi elementi etnici e politici recati in
Occidente dagli invasori germanici. Nuovi ad una forma di vita
organizzata entro stabili ordinamenti politici ed amministrativi, ed anzi
avvezzi ad una forma di convivenza civile ancora rudimentale, i germani
si trovarono infatti dinanzi al grave problema di dar vita ad un tipo di
stato che, pur assicurando il predominio militare e politico
dell’aristocrazia teutonica, permettesse però la convivenza con le élites
romane, avvezze da secoli a maneggiare i delicati strumenti amministrativi di
una grande società a struttura urbana. Cosf, pur essendo giunti nelle
terre dell’Impero con tradizioni assai diverse, i germani costituirono in
Italia, in Spagna e nelle varie regioni della Gallia, un tipo di stato
assai simile che univa a istituzioni romane consuetudini e ordinamenti
caratteristici delle diverse stirpi germaniche. E, mentre il potere
politico restava concentrato nelle mani del kònig germanico e degli
arimanni che costituivano l’exercitus barbarico, l’ossatura amministrativa
delle singole regioni restò integralmente romana. E romana fu la cultura
e la forma di organizzazione della vita intellettuale che continuò a dominare i
vari regni sorti dalla rovina dell'Impero. In un tipo di stato cosî
ordinato, era ben naturale che l’elemento latino mantenesse immutata la
propria supremazia intellettuale e che tutte le forme di elaborazione
ideologica fossero patrimonio particolare dell’aristocrazia romana che
aveva dovuto cedere ai germani la sua tradizionale supremazia politica ed
anche gran parte del suo potere economico. Agli intellettuali formatisi
nella pura tradizione della cultura classica resta affidato il difficile
compito storico di continuare la esperienza
giuridica-filosofica-teologica maturata dall’incontro delle concezioni
filosofiche greche, della problematica dei Padri e dell’elaborazione secolare
del diritto romano. Ma questa esperienza non venne semplicemente
trasmessa dai suoi naturali depositari alla nuova aristocrazia intellettuale
che si formava soprattutto nell’ambito delle istituzioni ecclesiastiche; fu
invece profodamente trasformata attraverso una complessa opera di
adattamento cui parteciperanno ben presto anche intellettuali di origine
barbarica, rapidamente assimilati dal tessuto vitale della Chiesa. I risultati
e le conseguenze di questo processo saranno ben visibili nelle condizioni della
cultura europea tra il V e il VII secolo, che rappresentano chiaramente
una confusa e drammatica età di transizione tra gli ultimi sviluppi della
cultura greco-romana e un nuovo ambiente intellettuale dominato dalla
tematica religiosa cristiana. Però il declino dell’alta cultura
filosofica e la relativa povertà anche delle espressioni più
significative di questo periodo non può far dimenticare la preziosa
funzione esercitata da Boezio, da Cassiodoro e da Isidoro di Siviglia nel
periodo in cui si viene preparando la nuova struttura sociale dell'Europa
medioevale. È per loro merito che le pur decadute istituzioni culturali
dei regni romano-barbarici potranno continuare a tramandare per due
secoli, di generazione in generazione, alcuni dei motivi dominanti della
speculazione classica e della scienza antica. Ed è pure sulla traccia
segnata dalle loro opere che comincia a prender corpo tutto un nuovo tipo
d’insegnamento saldamente contenuto nell’unità filosofica e religiosa della
cultura ecclesiastica e perfettamente adeguato alle esigenze del tempo. Certo,
a parte il caso particolare di Boezio la cui originalità filosofica è fuor di
dubbio, l’opera di questi intellettuali è volta principalmente
all’utilizzazione del patrimonio fornito dal pensiero classico ed alla sua
riduzione in sintetiche enciclopedie o manuali di facile uso scolastico,
adatti al compito fondamentale della formazione dei chierici che costituiscono
adesso la principale classe colta della società romano-barbarica. Eppure è
proprio attraverso questa attività apparentemente cosi umile che si
cominciano a predisporre le basi intellettuali per la futura rinascita
carolingia e per il primo grande tentativo di elaborazione culturale
conforme ai caratteri sociali e politici dell'Europa medioevale.
Tra i pensatori che segnano il graduale passaggio tra la tarda
cultura classica e la nuova temperie spirituale dell’età
romano-barbarica, la figura di maggior rilievo è certo quella di Marco
Anicio Severino Boezio. Nato a Roma da famiglia senatoriale intorno al
470 d.C., egli segui il normale corso di studi di un giovane
aristocratico dei suoi tempi, destinato ad alte funzioni politiche ed
amministrative, e, in particolare, studiò filosofia nelle scuole di Roma e di
Alessandria. Ancora fanciullo allorché venne deposto l’ultimo imperatore
d’Occidente, Boezio era nella prima maturità quando la politica conciliante e
filoromana di Teodorico, re degli Ostrogoti, lo chiamò a far parte del
concistorium regio con il titolo di console e poi di magister palatit. In
tale qualità l’aristocratico romano visse alla corte del re barbaro per
oltre un decennio, vi esercitò delicati uffici e fu ascoltato consigliere di
Teodorico. Ma il profilarsi della minaccia bizantina e la violenta
opposizione della aristocrazia ostrogota, che si riteneva sacrificata
all’elemento romano, indusse Teodorico a mutare politica e a liquidare gli
aristocratici romani di cui temeva i rapporti palesi ed occulti con il
Basileus di Costantinopoli. Cosi nel 524 Boezio, accusato di tradimento, fu
imprigionato nel carcere di Pavia ove scrisse la sua opera pit nota, il De
consolatione philosophiae. Condannato a morte, fu ucciso poco dopo; e la
sua morte, attribuita a ragioni di persecuzione religiosa, fece fiorire
per tutto il Medioevo la leggenda del suo martirio che la critica storica
ha completamente dissolto. Anzi, in tempi non molto lontani, sono stati
sollevati addirittura dei dubbi sulla appartenenza di BOEZIO alla
religione cristiana, dubbi fondati, del resto, sull’assenza di qualsiasi
specifica allusione a dottrine cristiane nei suoi scritti di sicura
attribuzione. La testimonianza di un frammento di Cassiodoro in cui si
cita un Liber de Sancta trinitate et capita quaedam theologica di Boezio,
ha permesso la sicura attribuzione almeno di alcuni scritti teologici
che andavano già tradizionalmente sotto il suo nome; e quindi anche
di accettare, con sicurezza, la sua appartenenza alla Chiesa
cristiana. Comunque, la civiltà medioevale deve assai più all’opera
filosofica di Boezio che non alla sua riflessione teologica direttamente
esemplata sui modelli agostiniani. Autore di un celebre commento
all’Isagoge di Porfirio (nella traduzione di Mario Vittorino), di un
secondo commento allo stesso testo da lui nuovamente tradotto, di vari altri
trattati e commenti logici (Introductio ad categoricos syllogismos, De
syllogismo categorico, De syllogismo hypotetico, De divisione, De differetiis
topicis) di un commento ai Topica ciceroniani, di un commento alle
Caregoriae e di due al De interpretatione, egli è l’effettivo fondatore della
tradizione logica medioevale e l’ordinatore di quel complesso di testi e di
problemi che saranno al centro dell’insegnamento dialettico dell'Alto
Medioevo. Ma altrettanto importante è la sua attività di traduttore che gli
permise di consegnare alla cultura occidentale una parte notevole
dell’Orgaron aristotelico, in versioni che hanno circolato per secoli in tutte
le scuole di Europa. Sue sono infatti le tradu zioni delle Categoriae, del De
interpretatione, degli Analytici priores e posteriores, degli Elenchi
sophistici e dei Topici, ossia di quei testi che furono fino al XIII
secolo l’unica fonte essenziale dell’insegnamento di Aristotele. Però il
programma di Boezio era, a quanto sembra, assai più ambizioso, se è vero
che si era proposto di tradurre integralmente tutti i dialoghi di Platone
e tutto il corpus aristotelico, allo scopo di mostrare il profondo,
sostanziale accordo tra le due dottrine. Né il fatto che il suo progetto
non sia mai stato realizzato toglie importanza a questo aspetto
dell’opera di Boezio, prezioso intermediario tra i maggiori documenti del
pensiero greco e la cultura latina medioevale. Anche un esame
superficiale degli scritti logici basta, d’altra parte, a mostrare la sua
larga conoscenza della tradizione filosofica classica e la sua
familiarità con i problemi già dibattuti dagli interpreti alessandrini. Ed anzi,
come è stato concordemente rilevato dalla maggior parte degli studiosi, è
sempre evidente nella logica di Boezio la tendenza ad interpretare le dottrine
dell’Organon secondo una direttiva sostanzialmente platonica, perfettamente
plausibile ove si pensi che egli sente fortemente l’influsso dei commenti
di Porfirio e della sua discussione intorno al significato ed alla natura degli
universali. Quale sia stata l’origine di questo problema che per una significativa distorsione storiografica
è stato considerato cosî a lungo come il problema essenziale, per non
dire addirittura l’unico, della filosofia medioevale è cosa ben nota. In un passo dell’]sagoge
Porfirio, dopo aver definito i termini logici di genere e di specie,
aveva infatti aggiunto che avrebbe rinviato ad altro luogo la decisione
sull’effettiva natura di questi concetti; e cioè se i generi e le sp'cie
fossero delle realtà sussistenti di per sé o, invece, delle semplici categorie
mentali; se, nel caso che fossero delle realtà, avessero una natura
corporea o incorporea; e se, infine, supponendole incorporee, esistess:ro
separatamente dalle cose sensibili o vi fossero invece intrinsecamente
unite. Ora, sappiamo benissimo che di fronte a queste ipotesi Porfirio aderiva
ad una soluzione di schietto carattere platonico. Ma poiché l’Isagoge era
semplicemente uf testo elementare, scritto per avviare i giovani alla
lettura dell’Organon, era naturale che egli soprassedesse ad una discussione di
carattere metafisico, risolta, del resto, altrove in piena coerenza con
la sua ispirazione metafisica. La questione lasciata così in sospeso
dall'Isagoge è invece affrontata da Boezio, il quale si rende
perfettamente conto della netta divergenza tra una soluzione fedele alla
dottrina aristotelica e quella che si può dedurre dalla concezione
platonica delle idee. Così nei suoi Commenti dell’Isagoge, egli espone, in
sostanza, la tesi aristotelica, mostrando l’impossibilità di attribuire una
realtà sostanziale alle idee di genere e di specie che, appunto perché
sono comuni ad interi gruppi di individui, non possono essere esse stesse
degli individui, e tanto meno delle sostanze sensibili. D'altra parte,
Boezio rileva che se gli universali fossero soltanto delle semplici
nozioni mentali e non avessero alcun riferimento alle cose esistenti, il
nostro pensiero non avrebbe in tal caso nessun oggetto reale e, quindi,
pensandoli, non penserebbe nulla. Sicché è evidente che gli universali debbono
essere sempre dei termini di pensiero corrispondenti a delle realtà e che quindi
il problema della loro natura coinvolge tutto quanto il significato ed
il valore della conoscenza umana. Per risolvere questo
problema che si sarebbe pi tardi
ripresentato a tanti logici medioevali costringendoli sempre a precise
scelte di ordine metafisico Boezio
si richiama poi ad una dottrina, non nuova e già svolta ampiamente da
alcuni interpreti greci. Egli nota infatti che il nostro intelletto è
capace di astrarre dalla visione confusa delle cose particolari,
presentate dai sensi, talune proprietà fondamentali comuni ad un'intera
classe o gruppo d’individui. Ma le specie ed i generi sono appunto delle
qualità comuni che sussistono, in certo senso, in ognuna delle cose individuali
e materiali, pur essendo pensate dall'intelletto come forme pure ed
immateriali. La facoltà astrattiva dell’intelletto umano è, insomma, capace di
estrarre dagli individui concreti le forme o nozioni astratte definite nei
concetti universali. O, come scrive appunto Boezio in un passo che ha
goduto di un’eccezionale fortuna storica, gli universali subsistunt ergo circa
sensibilia, intelliguntur autem praeter corpora. È chiaro che una
soluzione di questo genere è assai vicina alla classica dottrina
aristotelica dell’astrazione di cui ricalca le linee generali. Ma sarebbe
erroneo credere che Boezio, pur presentando come commentatore la dottrina
di Aristotele, vi aderisse pienamente, senza dubbi o riserve. Intanto, di
fronte al testo dell’Orgazon, egli non manca anche di presentare
l’opposta opinione platonica, ossia la dottrina realistica delle idee
considerata come pienamente sostenibile e legittima. Inoltre Boezio, che
non cita mai la dottrina aristotelica dell'intelletto agente, inseparabile
dalla concezione peripatetica dell’astrazione, presenta in un testo del V libro
del De consolatione una dottrina gnoseologica del tutto diversa, fondata
sulla considerazione gerarchica delle varie facoltà o funzioni dell'anima
umana. Certamente anche qui Boezio muove dalle prime impressioni sensibili
indispensabili a mettere in moto tutto il processo della conoscenza, per
passare poi all’analisi della facoltà immaginativa capace di cogliere
nella materia sensibile le immagini e i segni. Ma al di sopra di queste
facoltà originarie, ma inferiori, egli pone l’attività della ragione capace
di afferrare la specie intelligibile presente nell’individuo e finalmente
la pura virti dell’intelligenza che perviene a cogliere le forme di
per se stesse, nella loro eterna unità, separate da ogni legame o
connessione sensibile. Ciò spiega naturalmente le diverse e
contrastanti interpretazioni che vennero date durante tutto il Medioevo
agli scritti di Boezio, nonché la ragione per cui tanti maestri di logica
dell'Alto Medioevo poterono pervenire a conclusioni schiettamente platoniche,
pur movendo dall’analisi delle dottrine aristoteliche. In realtà, tutta
la meditazione filosofica di Boezio è profondamente legata alla
tradizione platonica e neoplatonica, e tende a concludersi nella suprema
scienza delle Idee e nella contemplazione della Mente divina che reca già
in se stessa gli archetipi o rationes universali di tutte le cose.
Bene supremo ed assoluto, eterno oggetto di pensiero di cui ogni
mente umana possiede una conoscenza innata e indelebile, Dio è infatti
l’Essere perfettissimo, fonte di ogni esistenza, la causa prima di cui è
impossibile concepire qualcosa di più perfetto. Per questo, la sua esistenza è
cosi certa ed evidente da escludere ogni dubbio o incertezza; poiché, se
è vero che l’esistenza di tutto ciò che è imperfetto presuppone sempre
quella del perfetto, e se è evidente che esistono molteplici esseri
imperfetti, limitati e contingenti, dev’essere necessario che esista un
Essere perfettissimo, donde dipendano tutte le cose imperfette. In tal
modo, in uno schema dimostrativo sviluppato più tardi dalla teologia
dell'XI secolo, Boezio lega indissolubilmente la dimostrazione dell’esistenza
divina al postulato insieme logico e metafisico di un unico fondamento di tutte
le esistenze e realtà particolari, culmine dell’ordine gerarchico dell’universo
e, al tempo stesso, unità eterna ed immutabile, assolutamente superiore
ad ogni categoria o determinazione logica. Questa concezione di Dio
(che non è necessariamente cristiana, ma fondata su di un’argomentazione
di carattere platonico) domina tutto il De consolatione, uno dei testi più
fortunati di tutta la letteratura filosofica medioevale. Identificando la
filosofia con l’amore della saggezza eterna, pensiero vivente e causa prima di
tutte le cose, Boezio ne considera infatti tutte le diverse funzioni
secondo una precisa gerarchia che muove dalla considerazione delle cose
naturali, per salire quindi a quella degli intelligibili e affisarsi
infine nella pura contem 28 Filosofia e cultura nell'età dei regni
romano-barbarici plazione degli inzellectibilia, sostanze separate
da ogni corporeità o carattere materiale. Perciò, se la scienza dei corpi
naturali è la fisica (distinta nelle quattro arti del quadrivio:
aritmetica, astronomia, geometria e musica), e quella degli intelligibili svela
invece le funzioni proprie dell’anima nell’atto d’apprendere, la scienza degli
inzellectibilia (la teologia) ha per oggetto la dottrina di Dio e degli
angeli. Ma la conoscenza teologica ci rivela come da Dio scaturiscano tutti gli
esseri intelligibili, tra i quali è appunto l’anima umana concepita da
Boezio, platonicamente, come una pura essenza affine alle sostanze
angeliche, degenerata al contatto con il suo corpo, ma pur sempre mirante
alla conoscenza delle idee e di Dio. Come tutti gli esseri naturali che
tendono sempre al proprio scopo, l’uomo è volto al fine intrinseco della
conoscenza filosofica e teologica che coincide con la perfetta beatitudine;
però, mentre negli altri individui naturali questo moto è un processo
necessario e meccanico dominato dal ritmo fatale della Fortuna, nell’uomo
il tendere verso il Bene e la beatitudine spirituale è invece un atto
volontario e libero, non soggetto ad alcuna fatalità. Questo non vuol
dire, naturalmente, che non esista al di sopra e al di là di ogni volontà
particolare, la suprema legge della divina provvidenza che ha regolato e
disposto tutto il corso dell’universo secondo una norma di assoluta
perfezione. Ma il contrasto apparente tra il libero arbitrio della
volontà umana e l’ordine necessario della Provvidenza viene spiegato da
Boezio che ha forse presente la classica
problematica agostiniana affermando che
la libertà dell’anima consiste nel volere ciò che Dio vuole e nell’amare
ciò che Egli ama. Per questo, anche di fronte al grande problema
teologico di come possa conciliarsi quella previsione infallibile di ogni
evento che Dio possiede 45 aeterzo e la libertà della scelta umana, egli
può sostenere che tale previsione non distrugge affatto l’arbitrio dei
singoli atti che sono appunto previsti da Dio nella loro integrale
libertà. E proprio nel De consolazione questa dottrina è confermata mediante la
netta separazione tra il piano temporale, dove gli eventi mondani accadono
nella successione del prima e del poi, e l’immutabile eternità di Dio,
possesso totale, simultaneo di una vita senza fine, in cui ogni fatto
presente, passato o futuro esiste in una perenne eternità. La conoscenza
eterna che Boezio attribuisce a Dio non è tanto una previdenza quanto piuttosto
una provvidenza, né la sua prescienza degli atti volontari nega o
diminuisce la loro contingenza. Come l'occhio umano che scorge il sorgere
del sole non è affatto la causa necessaria per cui esso si leva, cos anche
la prescienza di Dio non impone affatto una condizione fatale alle
libere decisioni che ogni individuo può scegliere. Simili
motivi presenti, del resto, anche in
altri scritti boeziani sono probabilmente legati ad un filone di
discussioni di chiara ascendenza patristica. Ma insieme a questa tematica
teologico-metafisica, è però presente nel De consolazione tutta una
dottrina dell’origine e della struttura del mondo, il cui influsso sarà
poi costante per gran parte del pensiero medioevale. Infatti, nel m. 9
del L. III, egli si accosta a! contenuto del Timeo platonico (di cui
conosce anche il commento di Calcidio) per descrivere l’azione
ordinatrice che Dio svolge nell’universo, quando adorna la materia
caotica secondo i modelli ideali, disponendone dapprima le forme
matematico-geometriche e poi imponendo entro questa materia già definita
e determinata la luce degli archetipi eterni. Tutte le idee fondamentali
della tradizione platonica e neoplatonica (come, ad esempio, la dottrina dei
numeri e degli elementi e la teoria dell’anima del mondo, intermediaria tra la
natura e il mondo ideale) sono cosi risolte nel quadro di una grande
visione cosmica, già del resto resa familiare alla cultura filosofica
classica dall’ecc:zionale fortuna del Timeo platonico. Ma Boezio non si limita
soltanto a trasmettere alla riflessione medioevale dei temi cosi
caratteristici e destinati a costituire per secoli il fulcro delle
concezioni cosmologiche, bensf si preoccupa di armonizzare l’idea di un
destino necessariamente immanente all’ordine della natura, come la legge interna
che regola il movimento di tutte le cose, con la concezione
provvidenziale dell’attiva presenza divina. In questo tentativo che costituisce uno degli aspetti più
interessanti del De consolatione il
filosofio romano subisce fortemente l’influenza di Calcidio donde trae la
miglior parte dei suoi argomenti. E come nel commento di Calcidio al Timeo,
cosi anche qui l’ordine della natura assume un significato diverso
secondo che lo si consideri alla luce del pensiero divino che guida e
muove tutta la realtà per il suo alto disegno, o invece come una legge
rigorosa e necessaria che agendo all’interno dei processi e fenomeni naturali
ne costituisce la causa ineluttabile. Certo, si tratta di due considerazioni
ben diverse e distinte, giacché la provvidenza persiste eternamente nella
sua perfetta eternità, mentre il destino è invece la stessa successione
degli eventi temporali, il loro corso determinato e fatale. Eppure, né il
destino contrasta, per Boezio, con la provvidenza, né tanto meno la legge
di natura sopprime la responsabilità e la autonomia degli individui.
Tanto pid l’uomo si avvicina e si adegua a Dio, tanto meno è sottoposto alla
forza del fato e gode di una libertà sempre pit compiuta 30
Filosofia e cultura nell'età des regni romano-barbarici e
perfetta. La concezione stoicheggiante del destino che sta alla base
della cosmologia boeziana può in tal modo coesistere con una soluzione di tono
schiettamente platonico; la cert:zza dell’assoluta necessità che è pure
presente in ogni aspetto o momento della natura sembra cedere di nuovo ad
un’immagine dell’universo non troppo diversa da quella di Agostino e dominata
anch’essa dalla perfezione di un disegno provvidenziale. In
un universo cosi concepito, nessuna delle cose esistenti può esser quindi
estranea all’ordine ed alla volontà d:1 Bene supremo. Ogni ente reale,
ogni individuo particolare, dal più umile al più eccelso, contribuisce difatti
a realizzare un disegno eterno che non ammette, nella sua norma, né il
male, né l’imperfezione. Ma il fatto che tutte le cose siano
sostanzialmente buone in quanto
partecipanti tutte dello stesso Bene non
implica, per Boezio, che esse s’identifichino con l’essere supremo e non
siano realmente diverse da Dio. Ciascun individuo possiede un insieme di
caratteri unico ed irrepetibile, ed è costituito da una collectio di
elementi e di principi da cui non potrebbe mai disgiungersi senza distruggere
la propria individualità. Se è vero che ogni composto è distinguibile in
una materia determinata e in una forma determinante, la sua realtà
effettiva è tuttavia sempre strettamente dipendente dalla indissolubilità del
composto. Per questo, in ogni sostanza composta possiamo sempre scorgere la
necessaria diversità tra l’esse e l’id quod est, e cioè tra la sua
essenza e l’esistenza di fatto determinata. Tale diversità non potrebbe
però mai verificarsi in Dio che, per essere una sostanza assolutamente
semplice, esclude da sé ogni distinzione di elementi o principi costitutivi.
Tra la natura delle cose che da Lui dipendono e la sua propria realtà,
v'è dunque un criterio distintivo indiscutibile, la cui validità non
potrebbe essere impugnata se non rovesciando tutto l’ordine metafisico
dell’universo. Nondimeno, l’ordine delle cose naturali è tutto
volto all’essere divino, e ad esso aspira nelle più intime strutture. Ché
tutti gli esseri, qualunque sia la loro dignità e la loro perfezione,
partecipano alle Idee divine o meglio a quelle forme con cui Dio ha
determinato la materia informe e che sono come il riflesso terreno degli
archetipi presenti nella mente divina. Queste forme o immagini che Boezio pensa in modo non lontano dalla
dottrina delle species nazivae di Calcidio o dalla dottrina stoica delle
raziones seminales sono i principi
attivi, le cause interne dei processi corporei e di tutte le operazioni
biologiche. Attraverso di esse e nella loro stretta, organica connessione,
l’anima del mondo attua infatti l’eterno disegno pensato da Dio e traduce
nel mondo della materia le divine essenze ideali. L’interesse di
Boezio per i motivi cosmologici della tradizione platonica e stoica, non è però
soltanto attestato dalla sua riflessione filosofica; ma è confermato dalle
opere di carattere scientifico, dedicate a ciascuna delle scienze del
guadrivium, che comprende l’aritmetica, la musica, la geometria e
l’astronomia. Noi non possediamo il corso completo degli scritti, destinati
appunto a fornire un curriculum completo per gli studi superiori; ma ci sono
giunti il De institutione musica, il De institutione arithmetica, assai
interessanti per la conoscenza delle fonti e dei materiali adoperati da Boezio.
Non è difficile scorgere che la sua Arithmetica è un adattamento e
compendio della classica trattazione di Nicomaco, o che la sua Musica si
richiama all’antica tradizione pitagorica. Il valore di questi trattati non sta
quindi nell’originalità delle dottrine, bensi nel fatto che attraverso di
essi la cultura medioevale è entrata in possesso di un complesso di
cognizioni o ipotesi scientifiche destinato a guidare, per secoli, la
conoscenza della natura. Né va dimenticato che l’influenza di Boezio
sull'ordinamento degli studi e delle scuole medioevali fu addirittura decisivo,
e che a lui si deve il quadro tradizionale entro cui verrà poi
organizzata per gran parte del Medioevo la trasmissione e la continuità della
vita intellettuale. Da Cassiodoro a Gregorio Magno Il pensiero di BOEZIO
di cui abbiamo soltanto enunciato i motivi più interessanti e più attivi
nella storia del pensiero medioevale, è certo il frutto di una cultura
maturata nell’ambito dell’ultima filosofia ellenistica, fondato su di un
impianto metafisico platonico e stoicheggiante, eppur già caratterizzato
dalle esigenze della religiosità cristiana. Ma le stesse caratteristichè
della sua cultura sono ravvisabili anche nel suo collega ed amico
Cassiodoro, proveniente come Boezio dall’aristocrazia romana, e come lui alto
dignitario della corte teodoriciana. Più fortunato di Boezio, Cassiodoro, dopo
una brillante carriera, poté ritirarsi intorno al 540 nel monastero calabrese
di Vivarium ove costitui una delle maggiori biblioteche del suo tempo e
compose due opere, il De anima e le Institutiones divinarum ct
saecularium litterarum, che ebbero entrambe una larga fortuna nella letteratura
scolastica. La prima, ispirata al De anima e al De origine animae
di Agostino, nonché al De statu animae di Claudiano Mamerto. è un trattato
in difesa della pura spiritualità dell'anima e in aperta polemica contro i
residui di una certa mentalità stoicheggiante, ancora non poco diffusa
tra gli stessi ambienti cristiani. Cosi, l’anima vi è concepita come una
sostanza finita, creata, presente internamente al nostro corpo, ma immateriale
e immortale, semplice e puramente spirituale, secondo, del resto, una
dottrina ormai saldamente affermata nella teologia ortodossa. Più
importante è però l’altra operetta, usata a lungo come manuale nelle
scuole monastiche e citata frequentemente con il titolo De artibus ac
disciplinis litterarum. Il brillante cancelliere di Teodorico, autore di
epistole tra le più eleganti e raffinate dell’ultima latinità, traccia il
piano di un corso completo di studi liberali ad uso dei religiosi. E
richiamandosi ad una divisione che risaliva attraverso Marciano Capella
alla costante tradizione pedagogica greco-romana, distingue le arti del
£rsvium (grammatica, dialettica, retorica) da quelle del quadrivium (aritmetica,
geometria, astronomia e musica), ossia tra quelle arti che ci offrono i
mezzi per esprimere quanto comprendiamo e quelle che conducono ad una effettiva
conoscenza dell’ordine naturale e morale. La distinzione, già adombrata anche
da Boezio, non ha in sé molto di nuovo e di originale. Eppure nella forma
che le diede Cassiodoro, essa formò la base dell’insegnamento per gran
parte del Medioevo, e divenne un modello costantemente seguito
nell’organizzazione fondamentale degli studi. Per il resto l’aspetto più
significativo dell’operetta è dato dalla sistematica riduzione dei
materiali elementari della cultura classica al servizio delle esigenze
ecclesiastiche e della conoscenza della Scrittura. Che le arti liberali
debbano diventare parte integrante delle discipline cristiane e della
stessa cultura monastica è infatti ferma convinzione di Cassiodoro che
ritiene indispensabile alla formazione dei clerici una buona conoscenza
degli scrittori antichi e una discreta peritia litterarum. Certo, le dottrine dei
Gentili vanno spogliate del loro antico significato peccaminoso e delle
suggestioni demoniache che derivano dalle loro origini pagane. Però la
conoscenza delle lettere divine e la loro giusta interpretazione sarebbe
impossibile se mancasse la cognizione dei mezzi di espressione e di pensiero o
se non si conoscessero almeno i fondamenti della scienza mondana. Le
litterae humanae e le litterae divinae non sono tra loro incompatibili e
necessariamente avverse, tanto più che l’esatta comprensione e intelligenza
della Scrittura è condizionata dal possesso dei rudimenti essenziali del
sapere. Proprio per questo Cassiodoro, riprendendo la soluzione già posta
da Agostino al problema del rapporto tra la cultura profana e la
tradizione cristia na, delinea una soluzione perfettamente conforme ai
caratteri storici di una società in cui l’elaborazione intellettuale sta
diventando funzione esclusiva degli uomini di Chiesa. Boezio
e Cassiodoro, con la loro raffinata cultura classica e la larga conoscenza della
tradizione filosofica greco-romana, sono certo gli ultimi rappresentanti
dell’aristocrazia romana che ancora riesce ad imporre la propria supremazia
intellettuale ai barbari e a legare alle istituzioni pedagogiche della Chiesa
il proprio indirizzo filosofico e ideologico. La fine della collaborazione tra
i goti e i latini, la disastrosa guerra greco-gotica che desolò per quasi
venti anni le terre italiane e, poi, la rovinosa invasione longobarda,
dovevano però rendere sempre più precaria quell’opera di mediazione tra
la cultura classica e la nuova società che nasceva faticosamente dai
quadri rudimentali dei regni barbari, sotto la crescente autorità politica e
intellettuale della Chiesa. Ma se l’Italia vide rapidamente imbarbarire
le istituzioni culturali ancora sopravvissute al crollo dell’Impero, se le dure
condizioni del dominio longobardo resero quanto mai labili le tracce di una
continuità affidata principalmente alle scuole monastiche o alla cultura
burocratica e giuridica che pure fiorisce nelle terre bizantine, non
mancarono altrove nuove testimonianze del progressivo processo di
adattamento della tradizione classica alle nuove esigenze storiche.
È infatti nella relativa stabilità del regno visigotico di Spagna,
largamente influenzato dagli elementi giuridici ed amministrativi
dell'ordinamento romano, e dominato dalla crescente potenza dell’autorità
ecclesiastica, che opera il più tipico rappresentante della cultura del
VII secolo, il vescovo di Siviglia Isidoro. Autore di vari scritti
dottrinali e teologici, la sua opera più importante sono però gli
Etymologiarum libri, destinati ad una eccezionale fortuna storica.
Quest'opera tra le pil lette e diffuse
in tutto il Medioevo ci mostra in
modo esemplare come avvenga la riduzione del patrimonio intellettuale
della antichità in una sintetica enciclopedia di nozioni, utile sia per
chi si volge allo studio delle varie artes che per chi voglia dedicarsi alle
cure del magistero ecclesiastico. Muovendo dall’idea che è possibile sempre
rintracciare il principio e il significato di ogni cosa attraverso l'etimologia
del suo nome, Isidoro ordina sulla base di questo singolare criterio una grande
massa di nozioni scientifiche, filosofiche e teologiche, spesso trattate con
grande ingenuità, ma sempre fondate sulle testimonianze di molti autori
classici. Ma l’importanza delle Origines non sta certo nella ricchezza
dei suoi riferimenti, quanto piuttosto nell'interesse vivace e vitale per molti
aspetti della cultura e della tradi 34 l’ilosofia e cultura
nell'età dei regni romano-barbarici zione classica. Infatti, nei primi tre
libri, i più celebrati e conosciuti, Isidoro traccia un piano compiuto
dello studio delle sette arti liberali, cui aggiunge poi negli altri 17
libri un complesso ordinato di nozioni che toccano tutti gli aspetti
dello scibile, dalla medicina alla storia, dalla Sacra Scrittura alla
teologia ed alla ecclesiologia, dalla cosmografia all’arte della guerra, dalla
geografia alle arti meccaniche, ecc. La evidente modestia delle
dottrine esposte da Isidoro, la sua assenza di spirito critico o di attitudine
filosofica, non toglie nulla alla importanza storica di quest'opera che
salvò dalla dimenticanza alcune nozioni e idee fondamentali destinate ad
esser tramandate, di generazione in generazione, nella scuola medioevale. NÉ,
del resto, è estranea al suo autore una discreta conoscenza della scienza
medica e naturale del suo tempo che va posta forse in rapporto con la
fioritura delle scuole ebraiche spagnole, eredi di tanti aspetti e motivi
della tradizione platonica. Anche le altre opere di Isidoro il De fide catholica, i Sententiarium libri
tres, il De ordine creaturarum, il Chronicon e la Historia regum Gothorum et
Vandalorum testimoniano, del resto, la
notevole larghezza della sua cultura teologica, dominata naturalmente
dall’ispirazione agostiniana, delle sue conoscenze naturali e delle sue
nozioni storiche, fornendo altre preziose indicazioni sulle tonti
filosofiche e letterarie di cui poteva servirsi un uomo di cultura in
pieno VII secolo. Ora, è vero che nel corso di un secolo, il
cerchio delle conoscenze e delle letture si è fortemente ristretto, e che
Isidoro mostra, nei confronti di Boezio e di Cassiodoro, una conoscenza
assai minore dei classici e un uso molto più rozzo degli stessi strumenti
linguistici. Eppure, nella sua opera, come in quella di un altro minore
contemporaneo, Martino di Bracara, lettore ed espositore di Seneca, si
realizza la continuità della cultura classica e si compie il difficile
salvataggio degli ultimi resti di una civiltà ormai in rovina.
Raccogliendo nozioni e dottrine, ordinandole nell’ambito di una concezione
educativa strettamente legata alla finalità ecclesiastica, Isidoro lascia
in eredità agli uomini della rinascenza carolingia un prezioso patrimonio
sopravvissuto ai periodi più oscuri della crisi del mondo classico.
La vita intellettuale dell’Europa occidentale continua a decadere
progressivamente nel corso del VII secolo sotto il peso di molteplici fattori
storici che fanno di questo periodo uno dei momenti più drammatici e oscuri di
tutta l’età medioevale. Mentre i regni romano-barbarici si disgregano,
svelando le loro profonde tare costituzionali (quando addirittura non
scompaiono, stroncati dall’efimera ripresa bizantina), si cristallizza la
struttura latifondistica della società europea, gravata dal pesante predominio
delle nuove aristocrazie germaniche, ancora estranee alla cultura ed alla
tradizione greco-romana. L'attività economica rallenta adesso il ritmo, si
attenuano, quando addirittura non si spezzano, gli ultimi legami politici
con l'Impero d’Oriente, che le invasioni islamiche stanno privando dei suoi
territori africani e del Medio e Vicino Oriente. E, intanto, il
progressivo esaurimento delle classi dirigenti romane, l’avanzata di popolazioni
più barbare e arretrate, rendono ancora più precaria la sorte della tradizione
intellettuale greco-romana, legata tradizionalmente alla continuità delle
istituzioni urbane. Quel filone di solida dottrina che scorre
ancora per buona parte del VI secolo, sembra adesso esaurirsi, oppure si
fissa definitivamente nei canoni stilizzati dell’insegnamento
ecclesiastico, nelle formule spesso assai elementari e sommarie che guidano
l’insegnamento dei maestri delle scuole vescovili o monastiche. In luogo
della ricca esperienza filosofica, testimoniata ancora dall’opera di Boezio, si
realizza ora il monopolio della vita intellettuale da parte della Chiesa,
l’unica istituzione che continui, al di là del crescente frazionamento
dei poteri politici ed amministrativi, la funzione unificatrice già
esercitata dall’Impero, e che imponga, in una società disorganica e
disgregata, un’ideologia unitaria e organica. Certo, anche la cultura
ecclesiastica accusa gravemente le conseguenze dello sfacelo della società
romana e non è esente da un processo di progressivo imbarbarimento e di
netto regresso intellettuale. Il tentativo di risolvere le idee dominanti
nell’alta cultura greco-romana entro il tessuto religioso del Cristianesimo si
è ormai trasformato nella passiva acquisizione di un complesso di nozioni
dottrinali sopravvissute al dissolvimento della società che le aveva prodotte.
Ma se il crollo dell’Impero ha segnato la fine dell'ambiente storico in
cui erano maturate le prime esperienze decisive della filosofia
cristiana, non scompaiono le direttive intellettuali che la Chiesa ha
ormai elaborato, nell’età patristica, ed ha posto alla base della
formazione delle sue nuove élites sacerdotali. Queste
dottrine sono poi strettamente legate a un tipo di formazione e di tirocinio
ancora esemplato, in gran parte, sui modelli tradizionali dell’età classica. Ed
è appunto per questo che una personalità come Gregorio Magno (540 ca.
604), interprete esemplare delle esigenze politiche e organizzative della
Chiesa romana, ha potuto esser considerato come l’ultimo difensore di una
tradizione romana trasferita integralmente nell'ordinamento disciplinare
della Chiesa, o come il primo vero rappresentante della cultura cristiana
medioevale. La sua personalità e la sua azione storica giustificano, del
resto, questa apparente differenza di giudizio; perché Gregorio, discendente
da una famiglia dell’alto patriziato romano, educato al tirocinio
intellettuale proprio della sua stirpe e della sua classe, fu il vero creatore
della Chiesa dell’Alto Medioevo, la cui organizzazione venne
completamente trasformata dalle sue riforme. Dall’ordinamento economico e
giuridico dei grandi feudi della Chiesa, alle forme rituali e liturgiche,
non vi fu campo della vita ecclesiastica che non recasse l'impronta di
questa eccezionale tempra di pontefice e di uomo di governo, abilissimo
diplomatico e politico raffinato. Ma la cristianità medioevale non venerò
nel pontefice romano solo l’uomo che aveva portato la Chiesa ad una
effettiva supremazia ideologica nell'Europa barbarica; bensi ammirò i
suoi scritti il cui successo eccezionale corrispose giustamente ai
bisogni della cultura ecclesiastica dei suoi tempi. Il Liber regulae
pastoralis, che definiva i compiti e le funzioni del clero romano, restò infatti,
per secoli, il libro fondamentale per la formazione della gerarchia
cattolica; Dialoghi (che sono una raccolta di leggende agiografiche) e i
Moralia in Job furono tra i libri più letti per tutto il Medioevo e
tenuti a modello del metodo di commento allegorico della Scrittura. Eppure,
nonostante la sua formazione e l’evidente influsso agostiniano, gli
scritti di Gregorio sono già ben lontani dalla mentalità e dalla
ispirazione classica dominante dei grandi autori patristici. Ed anzi, la sua
diffidenza verso lo studio dei classici, la sua ostilità nei confronti
dell’insegnamento grammaticale e letterario, sono drastiche e rigorose.
In una famosa lettera a Didiero, vescovo di Vienne nel Delfinato,
che s’era dedicato personalmente a insegnare la grammatica e a leggere i
poeti latini ai suoi chierici per impedire che la loro ignoranza della
lingua li rendesse incapaci d’intendere la' Sacra Scrittura, Gregorio condanna
aspramente qualsiasi tentativo di associare l’insegnamento delle litterae
sacrae a quello delle Aumanae litterae, e di legare le parole di Dio
all’uso delle arti profane. Il suo atteggiamento nei confronti della
cultura classica è ancor meglio chiarito nel suo Commento al I libro dei
Re, ove si ammette che si possa conoscere la lingua latina e le arti liberali,
ma solo per quanto può giovare all’intendimento della Scrittura, e senza
alcuna pretesa di considerare lo studio delle lettere come fine a se
stesso. Ecco perché, anche di fronte al problema dell’uso retto della
lingua latina (e cioè se si debba prender come norma la lingua dei classici o
quella della Bibbia), Gregorio afferma rigorosamente l’assoluta
preminenza del latino biblico, le cui pretese interpretazioni grammaticali e
sintattiche sono ben superiori alle regole di Donato. Non solo; ma
Gregorio la cui prosa è ben lontana
dalla misura ancora classica di Boezio o di Cassiodoro è il difensore e il teorico della nuova lingua
ecclesiastica, forgiata nel latino scritturale, e nettamente distinta
dalla lingua profana dei classici. Il distacco tra le fonti
della tradizione non potrebbe essere più reciso. Né meraviglia che Gregorio,
pur cosi latino nel suo spirito organizzativo e nella sua azione ecclesiastica
e politica, concepisca lo studio delle lettere solo come un mezzo per il
magistero pastorale, e cioè per ben intendere e spiegare la Bibbia.
Nondimeno la sua opera di evangelizzatore doveva lasciare una grande traccia
nella storia della cultura e della filosofia medioevale. Perché fu
proprio questo Papa, così scarso ammiratore delle lettere, che promosse
la cristianizzazione della Britannia e di una vasta parte della Germania,
diffondendo in quelle regioni la lingua e la cultura latina della Chiesa.
I risultati di tale importante evento storico saranno ben chiari già nella
seconda metà del secolo, quando l’opera dei missionari e dei monaci delle
abbazie britanniche e irlandesi avranno già costituito dei solidi centri di
vita intellettuale, al riparo dal marasma politico dell'Europa continentale, dove
si conserverà un ricco patrimonio di cognizioni teologiche, e fiorirà
una eccezionale cultura umanistica, destinata ben presto a rifluire
nelle scuole dell'impero carolingio. Mentre in Occidente si
consuma cosi la crisi della cultura antica e si delineano le prime linee
fondamentali della cultura medioevale, nell’Impero bizantino continua la
tradizione della filosofia classica ed ellenistica e dei grandi padri
greci. Chiusa la Scuola di Atene con un decreto di Giustiniano (529) la
vita filosofica prosegue a Bisanzio sotto la predominante influenza della
tematica neoplatonica. L'interesse per gli scritti attribuiti a Dionigi
Areopagita, che sarà cosî forte poi anche ‘in Occidente, e per tutta la
tradizione che va da Plotino a Porfirio a Proclo è la caratteristica
dominante delle scuole bizantine. Ma il neoplatonismo nelle sue varie forme e
sfumature si unisce anche a una solida tendenza aristotelica, sviluppata
soprattutto sul piano della logica e delle scienze. Di questa cultura è
tipico esponente Giovanni Damasceno (+ 750) vissuto nel pieno delle lotte
iconoclastiche e della prima grande crisi nei rapporti tra la cristianità
occidentale e orientale. La sua opera principale IMInyhyv6oewg è una
grande raccolta di materiali filosofici e teologici ordinati
sistematicamente e con un evidente scopo apologetico e scolastico.
Tuttavia nella sua introduzione a carattere filosofico, Keparasa piaoropixà, il
Damasceno svolge un'interessante trattazione della logica e metafisica di
Aristotele nonché di dottrine derivate da Porfirio e da Ammonio. A questo
prologo filosofico segue un ampio catalogo storico delle eresie e quindi,
nella terza parte, una classificazione sistematica di testi patristici, unita
ad una esposizione organica della teologia dogmatica. Proprio quest’ultima
parte, che tradotta nel 1151 da Burgundio Pisano influì sull’evoluzione
dei Libri sententiarum, venne largamente usata anche da Pietro Lombardo e
fu sempre presente ai teologi occidentali della seconda metà del XII e
XIII secolo. La tradizione platonica e aristotelica delle scuole
bizantine continua poi ancora per tutto il IX secolo per opera del
patriarca Fozio (820897 ca.), commentatore di alcuni scritti logici di
Aristotele e sostenitore della superiorità di Aristotele di fronte a
Platone. Ma con Fozio, la cui grande Bibliotheca offriva amplissimi
materiali sulla cultura filosofica classica, siamo già al punto di
massima rottura tra il mondo bizantino e la Chiesa romana. Lo scisma
dell’858 doveva rendere presto ben difficili i rapporti intellettuali tra
Bisanzio e l'Occidente che, del resto, le invasioni islamiche avevano già
gravemente minacciato, spezzando la unità imperiale del bacino
mediterraneo. I due secoli che trascorrono dalla morte di Gregorio Magno
all’incoronazione romana di Carlo segnano una svolta decisiva nella
storia dell'Europa medioevale. In questo periodo che è pure uno dei pit oscuri e
drammatici della storia occidentale si
viene infatti compiendo il lento passaggio dalla struttura sociale del tardo
Impero alle forme di organizzazione economica e politica proprie della società
feudale; si opera la compiuta assimilazione tra gli ultimi residui delle
aristocrazie romane e provinciali e la nobiltà germanica; e si afferma
definitivamente la supremazia spirituale della Chiesa romana che costituisce il
saldo tessuto ideologico e dottrinale della nuova società. Naturalmente un
simile processo si svolge in tempi e in modi assai diversi a seconda che
si compia nell'ambiente particolarmente propizio del regno franco, ove si
verifica una rapida e facile assimilazione tra la vecchia classe senatoriale
gallo-romana e l’aristocrazia franca, oppure nell’ambiente più arretrato e
barbarico dell’Italia longobarda. Tuttavia il suo ciclo può già
considerarsi compiuto intorno alla metà dell’VIII secolo, quando l’alleanza tra
la più forte monarchia germanica, quella dei Franchi, e la crescente
potenza spirituale e mondana del Vescovo di Roma pone la condizione
storica essenziale per la formazione dell'Impero carolingio. All’avvento
di questo nuovo ordinamento che interesserà ben presto la maggior parte
dell'Europa occidentale cooperano molti e diversi fattori di ordine
economico e sociale che sarebbe impossibile illustrare in questa sede in
modo compiuto ed organico. Ma se anche non affronteremo i numerosi e gravi
problemi relativi alla genesi dell'Impero carolingio, all’origine ed alla
funzione storica del feudalesimo, non si potrà trascurare di indicare,
per quanto sommariamente, quei caratteri storici essenziali che sono
propri di questo periodo. Il primo e, certo, il più importante, è appunto
la profonda trasformazione che hanno ormai subîto le strutture fondamentali
della vita economica e sociale dell'Europa occidentale che presenta
adesso un aspetto profondamente diverso da quello dell’età delle grandi
invasioni. Ancora nel corso del VII secolo, i regni romano-barbarici avevano
infatti continuato a dominare su di una società, già in via di
mutamento, ma che non era ancora lontana dalle caratteristiche assunte
durante gli ultimi tempi del Basso Impero. La continuità di un'intensa
vita economica in gran parte del bacino del Mediterraneo e soprattutto in
Gallia, in Africa e in Spagna, la persistenza di rapporti marittimi e di
discreti scambi commerciali con Bisanzio, la relativa, ma ancora
notevole, floridezza dei centri urbani e mercantili, testimoniano l’assenza di
una vera e propria cesura con la vita economica, sociale e intellettuale
del mondo romano. Se si assiste all’evidente imbarbarimento delle
istituzioni e dei costumi, gli ordinamenti amministrativi sono ancora in
gran parte quelli romani e la supremazia degli invasori germanici non ha
ancora totalmente distrutto le solide basi di strutture statali ancora
improntate al modello latino. Naturalmente, le stesse conclusioni
valgono per la cultura e gli istituti che permettono la continuità e lo
sviluppo della vita intellettuale. La cultura di tipo schiettamente
classico decade è vero progressivamente, via via che peggiorano le
condizioni sociali e politiche, ma continua ancora a muoversi sulla scia
delle concezioni romane e greche; né la tradizione bizantina cessa di
esercitare il suo influsso, ancora particolarmente forte intorno alla
metà del VI secolo. Che tale condizione di cose muti nel corso
dell’VIII secolo, è invece constatazione evidente, anche se si può
discutere sulle ragioni e le cause di questo mutamento, nonché sulla sua
relativa profondità e portata. Ma anche riconoscendo i limiti di una tesi
troppo radicale come quella del Pirenne (che ha indicato nella svolta dell'VIII
secolo l’inizio di un’età storica dominata dalla scomparsa dell’attività
commerciale e da una economia strutturale rigorosamente chiusa e rurale),
è certo che l’ambiente storico della civiltà carolingia non ha più
molti tratti in comune con la società in cui si erano mossi gli ultimi
grandi rappresentanti della cultura classica, come Boezio e Cassiodoro. I
territori mediterranei, un tempo al centro dell’attività economica e
della vita civile, sono adesso gravemente impoveriti per l’effetto
congiunto delle continue invasioni, delle carestie e delle guerre o della
costante diminuzione del traffico, insidiato dalla potenza marittima
dell’Islam. Le istituzioni urbane, anche se non scompaiono e non decadono
in proporzioni catastrofiche, sono però indubbiamente in forte declino;
ed alla loro decadenza corrisponde un notevole prevalere
dell’economia rurale, e la conseguente egemonia politica
dell’aristocrazia militare e fondiaria che detiene, in gran parte, il
monopolio della terra. In tal modo il carattere prevalentemente urbano e
mercantile della società romana cede adesso il suo posto ad un assetto
economico e sociale fondato prevalentemente sull’unità della vile e su un
circuito di scambi a breve raggio. Mentre si disgregano gli ultimi resti delle
istituzioni romane, mentre scompare il secolare ordinamento amministrativo che
era sopravvissuto anche alle invasioni, si delineano i nuovi lineamenti
di un ordine politico che non ha certo un diretto rapporto con la
tradizione romana. L’impronta fortemente germanico-cristiana, che
sarà propria dell’Impero carolingio, lo spostarsi verso il Nord dell’asse
politico dell'Europa cristiana, sono i segni più evidenti ed eloquenti del
grande mutamento storico. Ma ancora più importante è la trasformazione che
si è verificata nei quadri dirigenti della società europea e, quindi,
nei ceti che elaborano e diffondono anche le nuove direttive
intellettuali. La base storica concreta su cui si fonda questo
Impero è difatti la grande aristocrazia fondiaria che è venuta lentamente
costituendosi nel secolo V e VI in tutti gli stati romano-germanici. Il
perno della complessa macchina amministrativa carolingia è costituito da una
fitta rete di poteri locali, nominati dall’Imperatore che essi
rappresentano in tutte le più delicate funzioni politiche ed
amministrative, di una gerarchia ben diversa dalla vecchia burocrazia imperiale
romana, perché vive del provento delle imposte o delle concessioni di terre
largite dal sovrano ed è legata al proprio compito solo dal vincolo di fedeltà
stretto personalmente con l'Imperatore. Questa aristocrazia, prodotto
naturale delle condizioni economiche e politiche maturate dallo sfacelo
dell’ordine politico romano e dalla sostituzione della nobiltà germanica
alla vecchia classe latifondista del Basso Impero, è insieme la forza
armata dell’Impero e il suo corpo amministrativo, ne rappresenta la
salvaguardia militare e la classe politica dominante. Ma essa non è
certamente l’unico elemento della costruzione politica di Carlo Magno
che, sebbene strettamente plasmata sulla struttura sociale dell’Europa
romano-barbarica, trova la propria giustificazione ideale nel carattere
religioso del potere e nella propria funzione mediatrice tra il crescente
particolarismo delle istituzioni politiche e la forza di un principio
universale che si richiama alla salda tradizione unitaria della Chiesa
romana. Nell’immane mosaico di popoli e di genti ancora scarsamente
amalgamate che ubbidiscono all’autorità di Carlo, l’unico vincolo
unitario è infatti rappresentato dalla radicale compenetrazione tra
l’Impero e la Chiesa. E quanto questa compenetrazione caratterizzi la
struttura politica della società carolingia, lo dimostra appunto la
preoccupazione di Carlo di presentarsi sempre come l’advocatus ecclesiae,
difensore della cristianità, e di far coincidere la legittima estensione
dei suoi poteri con il corpo vivente della Chiesa che non ha mai
confini ma si estende su tutto l’orbe ovunque si pronunzia il nome di
Cristo. Convinto sinceramente che la sua autorità gli discenda dalla
natura di capo divinamente eletto del popolo cristiano, ispirato da
consiglieri che fondano la legittimità dell’Impero sull’i insegnamento
della Bibbia e sulle parole di Agostino, il monarca franco si presenta
con un carattere del tutto diverso da quello che era stato proprio anche degli
ultimi imperatori cristiani, come sovrano e guida del popolo di Dio.
Legislatore della comunità civile, supremo principio di autorità e di
diritto, egli è anche il legislatore della Chiesa pronto ad impugnare le
due spade dell’autorità spirituale e di quella temporale. Ma proprio perché
l’Imperatore è reggitore della Chiesa oltre che dello Stato, la sua
autorità penetra ovunque, e come detta nei capitolari le norme per la
tenuta delle villze e l’amministrazione dei demani imperiali, cosî fissa
le regole più particolari e minute per la condotta del clero e la
disciplina rituale e canonica. L'osservanza della domenica, l'esecuzione del
canto ecclesiastico e le condizioni per l'ammissione dei novizi nei
monasteri, scrive giustamente il Dawson, sono punti fissati nei
capitolari, altrettanto come la difesa delle fronliere e l'amministrazione dei
beni della corona. Ciò spiega un altro carattere tipico dell'ordinamento
carolingio, e cioè l’esistenza di una potente aristocrazia ecclesiastica,
non meno influente di quella militare e fondiaria, che partecipa
all’amministrazione delle trecento contee in cui si divide l’Impero, e ha
una propria funzione politica e persino militare. Il governo centrale è
poi addirittura nelle mani degli ecclesiastici della cancelleria e della
cappella reale. Non solo; l’autorità di questa aristocrazia ecclesiastica
è ben rappresentata anche nella tipica istituzione carolingia dei missi
dominici, deputati alla sorveglianza ed al controllo sull’amministrazione
locale, costituiti in gran parte da vescovi ed abati, sempre pronti ad
informare minutamente il sovrano dell'andamento della vita economica,
civile e religiosa dei più lontani territori della Christianitas.
Lo spirito profondamente teocratico che anima l’Impero, espresso
drasticamente in tanti ‘atteggiamenti e detti di Carlo, è
perfettamente definito nella identificazione dell’autorità sacramentale e
carismatica del clero e quella non meno sacrale che discende dalla
volontà del sovrano. Ed è appunto nel quadro di questa concezione, destinata a
continuare ben oltre lo stesso sfacelo dell’Impero, che la società
carolingia elabora i propri ideali e le proprie istituzioni culturali,
strettamente legate alle nuove esigenze politiche. La
rinascita culturale che va sotto il nome di rinascenza carolingia è quindi il
prodotto storico naturale dello spirito teologico che permea tutta
l’organizzazione carolingia, della necessità impellente di formare un
corpo di funzionari colti e competenti e di preparare una larga élite del
clero a compiti e funzioni che richiedevano un tipo di cultura pid
raffinata e mondana. Però la riforma perseouita da Carlo non si limita
solo a rinnovare la tradizione deoli studia Aumanitatis o a rinortare nelle
istituzioni scolastiche dell’Occidente la linfa vitale dell’insernamento delle
arti liberali ma è addirittura il primo tentativo di ricostituire l’unità
intellettuale della società europea, edificata sui resti della cultura
classica. la cui influenza continua, del resto, a dominare anche i
maestri delle scuole palatine. Naturalmente, rroprio perché è legata cosî
strettamente al particolare ca-rattere politico e organizzativo dell'Impero, la
cultura del TX secolo ne rispecchia fedelmente anche i tipici caratteri
dominanti. Nonostante tutti i tentativi di riconnettere la rinascenza
carolincia alla grande fioritura intellettuale, o, addirittura,
all’umanesimo quattrocentesco, pesano infatti su questa cultura i limiti
storici di una società che non riusci mai a darsi una vera struttura statale
organica e che nella sua rigida divisione di caste realizzò la piti
compiuta separazione tra il ristretto ceto dei clerici monopolizzatori della
cultura e la gran massa dei fedeli. Non a caso, quindi, la rinascenza
carolingia ha come suo precipuo ideale l’elaborazione di una cultura di
carattere esclusivamente ecclesiastico
0, meglio, ecclesiastico-amministrativo,
capace di garantire l’unità religiosa e ideologica della
Christianitas e di subordinare la stessa validità delle discipline
classiche alle esigenze dogmatiche predominanti della ortodossia
cattolica. E non per nulla gli stessi teologi e i maestri della scuola
palatina, strenui difensori di una concezione unitaria dell’autorità
imperiale che è di schietta impronta romana, sono, al tempo stesso, anche
i tenaci sostenitori del fondamento sacrale del potere civile e della sua piena
coesione con l’immutabile ordine della gerarchia ecclesiastica. Del
resto, quant'è diversa la finalità e la destinazione ideologica della
civiltà carolingia nei confronti della tarda cultura romana, è altrettanto
profondamente mutato l’ambiente in cui essa maggiormente fiorisce. I
cenui della rinascenza non sono ora le città del vecchio mondo romano, né
le terre dell’Italia, della Francia meridionale o della Spagna, bensi la
stessa corte imperiale, le innumerevoli abbazie e scuole monastiche disseminate
nel vasto dominio franco e soprattutto nelle regioni settentrionali chiuse tra
la Loira e il Weser. I maestri, i chierici che la propagano non sono
grandi aristocratici romani, come Boezio o Cassiodoro, o eredi della
tradizione latina come Gregorio Magno, bensi degli intellettuali di
origine barbarica che hanno però profondamente assimilato quanto si è salvato
della tradizione classica. Da Fulda a S. Gallo, da Tours a
Reichenau, tutta l'Europa carolingia è percorsa da una potente corrente
di nuova vita intellettuale, che non si svolge soltanto nel campo
limitato delle lettere e della teologia, ma ha i suoi diretti riflessi
anche nell’ambito delle arti e della tecnica scrittoria che i monaci
carolingi portano ad una perfezione prima ignorata. Così, sebbene
l’Impero, minato dalla sua debole struttura, si avvii rapidamente alla fine, le
grandi abbazie benedettine diventano gli unici centri intellettuali
dell'Europa, tormentata dall’erompere dell’anarchia feudale, di una società
sconvolta e lacerata da nuove ondate d’invasione. All’adempimento di
un tale compito storico, l’abbazia benedettina era stata del resto già
preparata da due secoli di oscura e paziente elaborazione di nuove élises
intellettuali. Da quando la regola di Benedetto aveva creato, agli inizi
del VI secolo, un nuovo tipo di monachesimo, operoso e attivo, ispirato
alla norma della preghiera e del lavoro collettivo e fraterno, l’antico
ideale dell’ascesi individuale era stato sostituito da una nuova
direttiva spirituale di contenuto sociale. Nel monastero benedettino,
costituito in una salda unità amministrativa e disciplinare, il lavoro manuale
e la pura ricerca contemplativa avevano ritrovato una profonda unità del tutto
ignota alla società del tempo, costituita da una ristretta aristocrazia
militare e fondiaria e da enormi masse di contadini-servi. Ma, soprattutto (in
una età in cui l’economia era prevalentemente agricola e gli
ordinamenti politici si sfasciavano sotto il peso crescente delle
tendenze particolaristiche), la diffusione delle istituzioni benedettine aveva
permesso la formazione di numerosi centri d’intensa vita produttiva, dove
la coltivazione delle grandi proprietà abbaziali si alternava allo studio
ed all’apprendimento dei primi rudimenti delle arti liberali. Tutto
ciò spiega e giustifica la grande fortuna dell’ordine benedettino in
tutta la Cristianità occidentale, e soprattutto nelle regioni dell'Europa
continentale ove si erano già delineati i caratteri incipienti della civiltà feudale.
Poiché fu soprattutto in Svizzera, in Francia e nella Germania
meridionale che il sistema delle abbazie, spesso unite da stretti vincoli
economici e amministrativi, pose fin dal VII secolo i presupposti della
diffusione organica di una ricca cultura di carattere ecclesiastico e
monastico, ma largamente permeata di motivi e temi della tradizione
classica. All’elaborazione della cultura carolingia dettero però un
contributo ancor più importante e decisivo le istituzioni monastiche dei paesi
anglosassoni, sorte fin dall’inizio del VI secolo, indipendentemente
dalla diffusione benedettina. Il carattere peculiare di questo monachesimo, che
in un periodo tra i più oscuri della storia occidentale fece delle isole
britanniche una vera oasi di civiltà, fu di non aver adottato la
gerarchia episcopale della chiesa, ma di aver organizzato la propria vita
entro la cornice esclusiva delle regole monastiche. E tale carattere è certo
ben comprensibile, se si pensa che il monachesimo anglosassone sorse in un
paese quasi completamente pagano, ove soltanto nel 596 era ripresa la
tradizione episcopale, sotto l’impulso diretto di Gregorio Magno.
Il successo della predicazione del monaco Agostino, primo vescovo di
Canterbury, e dei suoi seguaci, era stato però assai rapido: già nel 644
l’East Anglia aveva un proprio vescovo anglosassone, e dieci anni dopo
anche il seggio primaziale di Canterbury era stato occupato dal sassone
Deusdedit cui: doveva succedere il monaco greco Teodoro, dotto nelle
lettere greche e latine. Teodoro e l’abate africano Adriano furono gli
iniziatori di una fortunata opera di riforma intellettuale che aveva
naturalmente uno scopo e una finalità essenzialmente devota, ma che non
trascurava neppure l’insegnamento delle lingue classiche e la lettura
degli auctores. Liberi da ogni stretto vincolo disciplinare e dogmatico,
animati da uno spirito di tenace e vivace proselitismo, i monaci da loro
educati ne diffusero l'insegnamento e la pratica in una fitta rete di istituzioni
monastiche che coprì rapidamente tutte le regioni delle isole britanniche,
dalla Britannia al Galles, alla pagana Caledonia. Da Canterbury a
Malmesbury, dall’Irlanda, già convertita da L'età carolingia
S. Patrizio, ai grandi monasteri di Bangor Iscoed e di Clonard, fino
al lontano monastero scozzese di Jona, flui cosi un filone costante e
ricco di «cultura classica, che le particolari condizioni geografiche e
storiche posero al riparo dalle drammatiche crisi di tutti i paesi dell'Europa
continentale. E quale fosse il carattere di questa cultura ci è appunto
noto dalla testimonianza di Adelmo di Malmesbury, che ci ricorda di aver
appreso alla sua scuola monastica i rudimenti essenziali del diritto romano, i
principi della metrica e della prosodia, le figure principali dell’arte
retorica, e, ancora, la matematica e l’astronomia. Certo, a
giudicare dalla notevole barbarie della prosa di Adelmo e dalla sua
ingenuità e rozzezza, si potrebbero avanzare non pochi dubbi sul valore
della tradizione classica diffusa negli ambienti monastici anglosassoni. Eppure
si tratta dei primi timidi frutti di una cultura che non ignora né
Virgilio, né Terenzio, né Orazio, né Giovenale, e che continua, in sostanza, un
tipo d’insegnamento non troppo dissimile da quello praticato nelle scuole del
Basso Impero. Né i risultati di questo insegnamento sono da disprezzare,
se è vero che a poco più di un secolo dalla loro evangelizzazione i
monasteri anglosassoni inviavano sul continente i loro primi missionari.
Del resto, già dal 590 l’irlandese Colombano aveva fondato in
Francia il monastero di Luxeuil, donde mosse una larga diffusione monastica in
Francia, nelle Fiandre, in Svizzera e in Germania, e in Italia, ove
l’abbazia di Bobbio fu un tipico prodotto del monachesimo anglosassone.
Ma ancora più importante fu l’opera di un monaco anglosassone, Wynfrith,
l’evangelizzatore dei sassoni, e primo vescovo di Magonza sotto il nome
di Bonifacio. Questo monaco non fu soltanto l’apostolo della Germania, da
lui evangelizzata mercé la protezione della monarchia franca e nel quadro
della direttiva episcopale romana, bensi l’uomo di Chiesa che seppe
operare la saldatura storica tra la tradizione benedettina e romana e quella
anglosassone, diventando cost il diretto intermediario tra la cultura dei
monasteri irlandesi e britannici e la ripresa intellettuale che
cominciava a delinearsi nel continente. Chiamato, nel 742, da Carlomanno,
fratello e collega di Pipino il Breve, perché provvedesse a riordinare lo
stato della Chiesa nel suo ducato di Neustria, ove il clero era profondamente
decaduto dal punto di vista disciplinare e privo di ogni cultura,
Bonifacio compì in breve tempo una riforma radicale. Nel suo periodo di
governo, durato dal ‘42 al °47, non solo provvide ad eliminare gli abusi
più gravi, e a sottoporre l’episcopato franco all’autorità apostolica romana,
ma trapiantò nelle scuole e nelle istituzioni espiscopali e abbaziali la
cultura che fioriva in Britannia nei nuovi monasteri sorti nel VII secolo, come
quello di S. Pietro di Wearmouth, fondato nel 674 da Benedetto
Biscop. In questo ambiente colto ed erudito, sui testi devoti e
profani che il Biscop aveva portato dall’Italia e dalla Gallia, si era,
del resto, già formato, negli ultimi decenni del VII secolo, un monaco
anglosassone, che aveva scritto la storia ecclesiastica del suo popolo in
un latino eccezionalmente limpido e puro. Nato nel momento di massima
fortuna della cultura monastica anglosassone, il monaco Beda, che i
medioevali chiameranno il Venerabile, non si era limitato a compiere la sua
opera di storiografo guidata da una fondamentale ispirazione romana, ma aveva
illustrato la sua cultura letteraria nel De orthographia e nel
trattatello De schematibus et tropis, e definito i principi e metodi
della cronologia nel De temporibus, De temporum ratione, De ratione
computi. Però la sua opera pi fortunata, che godé per tutto il Medioevo
di una eccezionale fortuna, fu il De rerum natura, costruito sul modello
dell’enciclopedia di Isidoro, ove si esprime già una cultura più
raffinata e scaltrita. Scrittore limpido, il suo stile non differisce troppo da
quello degli autori della bassa latinità; né a leggere le sue opere si
direbbe che Beda scriva verso la fine dell’VIII secolo, in un ambiente
sociale e intellettuale cosi profondamente mutato, e, addirittura, in un Paese
che aveva conosciuto solo brevemente la civiltà romana. Eppure, è proprio
in Inghilterra e in Irlanda che la cultura classica riprese a fiorire con
forme ed intenti ancora ignoti agli altri paesi dell'Occidente; né è
certo un caso che le prime forme di prosa d’arte, atteggiate sul modello
della tradizione letteraria latina, nascessero nei conventi di Inghilterra, di
Scozia e d'Irlanda. Quando poi, agli inizi del IX secolo, re Alfredo
tradusse la Cura pastoralis di Gregorio Magno, l’Historia di Paolo Orosio e la
Consolatio di Boezio, non creò soltanto i primi modelli letterari della
prosa anglosassone, ma offri una nuova prova del carattere squisitamente
classico della ma tura civiltà anglosassone. Questa ricca cultura di
origine e ispirazione classica, non avrebbe però avuto una effettiva
incidenza storica, se non si fosse presto diffusa nell'Europa
continentale, improntando di sé la vita intellettuale dell’Impero carolingio.
Abbiamo già accennato alla missione di Bonifacio ed al suo tentativo di
migliorare la formazione intellettuale del clero franco mediante lo studio
dei rudimenta letterari necessari per l’insegnamento della Scrittura. Ma l’uomo
che seppe trapiantare in Occidente i frutti più maturi della cultura
anglosassone e servirsene come fondamento di una vasta riforma intellettuale,
fu un monaco irlandese, Alcuino di York. Formatosi in una scuola
largamente aperta alle influenze classiche, Alcuino aveva percorso sotto
la guida di Egberto, discepolo di Beda, il corso normale del trivio e del
quadrivio. Maestro a York nel 778, la sua fama di grande cultore della
humanitas si era presto diffusa anche nel continente: e Carlo, che già in
quegli anni progettava di organizzare nuove istituzioni scolastiche per
la formazione dei suoi dignitari chierici e laici, lo chiamò alla sua
corte, affidandogli la guida della riforma scolastica. Già presente alla
corte carolingia, Alcuino, dopo un breve soggiorno britannico, vi tornò
stabilmente nel ’93, per restarvi fino alla morte e per quasi vent’anni
il monaco irlandese mirò come disse a trasformare l’Impero di Carlo in una nuova
Atene, superiore anzi all'antica Atene perché dotata dei doni sovrannaturali
dello Spirito Santo. In realtà, il maggiore merito storico di
Alcuino fu quello d’intendere perfettamente quale fosse il tipo di cultura
necessario per la società carolingia, e di trasformare la tradizione
classica dei monasteri e delle scuole anglosassoni in una organica
direttiva intellettuale strettamente associata all’ideale teocratico
dell'Impero e legata alla gigantesca macchina politica e amministrativa
costruita da Carlo. Tutti i risultati più positivi di due secoli di lenta
maturazione intellettuale; furono cosî posti al servizio della società
rigorosamente gerarchica su cui si fondava l’impero, e divennero i
criteri formativi di una nuova élite intellettuale, emersa dalla confusa
vicenda di due secoli di crisi. Ma l’opera di Alcuino non si limitò
soltanto a questo compito di organizzazione del nuovo sistema delle
scholae imperiali, o alla trasmissione della esperienza anglosassone;
egli stesso elaborò la distinzione organica e sistematica delle sette arti
liberali, trasformando la pratica tradizionale della cultura classica in
un complesso ragionato c ordinato di nozioni e di tecniche. I frutti
della sua attività furono certamente tali da influenzare per quasi tre secoli
gli sviluppi essenziali della cultura europea; gli uomini educati alla
sua scuola poterono giustamente vantarsi di aver restaurato un solido legame
con la cultura classica, e di aver, per cosi dire, riannodato quel filo
sottile della tradizione che sembrava essersi spezzato con la crisi dell'unità
romana. Certo, il tipo di cultura instaurato da Alcuino rispecchiò
anche tutti i limiti storici dell'ambiente da cui nasceva e per la sua
impostazione esclusivamente ecclesiastica fu lo specchio di una società divisa
in caste, e che affidava al dominio spirituale della Chiesa l’assoluto
monopolio della formazione delle id:e. Ma anche entro questi limiti,
l’opera di Alcuino fu eccezionalmente fruttuosa; si può dire che si debba
alla sua direttiva la prima organizzazione di un sistema di istituzioni
scolastiche comune a gran parte dell'Europa carolingia e la formazione di
un tipo di cultura raffinata, non più limitata al chiuso mondo
anglosassone, bensi diffusa in Francia come nella Germania meridionale, in
Italia come nelle isole britanniche. Da questa cultura destinata a sopravvivere al crollo
dell’Impero e al pid torbido periodo di anarchia feudale muoveranno poi nell'XI secolo le nuove
correnti di pensiero che, parallelamente’ alla grande trasformazione
economica della società medioevale, guideranno la rinascita intellettuale
dell’Europa. A spiegare il successo dell’opera di Alcuino può
contribuire la considerazione che la Gallia era stata influenzata dalla
cultura latina assai più dei territori britannici, e che il ricordo della
lingua e della civiltà non vi si era mai perduto. Però lo stato di
miseria intellettuale del clero franco
deprecato dal dotto Bonifacio e i
lamenti che Gregorio di Tours o Fortunato di Poitiers avevano elevato
sulle condizioni della cultura nella vecchia Gallia romana, testimoniano
una profonda decadenza, che si era sempre più accentuata dopo che si
erano allentati i vincoli con l’Italia e con le altre regioni pi
progredite del vecchio Impero. Proprio la constatazione che gran parte
dei suoi ufficiali laici o ecclesiastici non sapeva neppure intendere la lingua
latina, aveva indotto Carlo Magno a ordinare nel 789 l’apertura di
scuole vescovili e monastiche, ove si insegnassero, oltre al canto, al
solfeggio e le salmodie, anche gli elementi fondamentali del compito
ecclesiastico e della grammatica. Ma i suoi progetti di riorganizzazione
delle istituzioni scolastiche erano assai più ambiziosi, cosî com'era
impellente la necessità di organizzare in breve tempo un vero e proprio
corpo di dignitari e di amministratori, capace di adempiere al grave
compito del governo dell’Impero. Proprio per questo Carlo si era rivolto
dapprima in Italia, donde era venuto alla sua corte il dotto longobardo
Paolo Diacono (725-797) che per cinque anni vi aveva insegnato il greco, prima
di ritirarsi nell’abbazia di Montecassino. Durante il suo breve
soggiorno, Paolo aveva rivisto e corretto una collezione di Omelie,
pubblicate da Carlo, come incitamento alla ripresa degli studi. Più tardi il
suo insegnamento era stato continuato da Pietro di PISA (vedasi), già
maestro a Pavia, e da Paolino di Aquileia, presenti alla corte carolingia.
Questi maestri erano però ben lontani dal livello intellettuale e dalla
preparazione dei monaci irlandesi e britannici; e la loro cultura era
forse anche inferiore a quella di due dotti ecclesiastici ispano-gallici,
come Agobardo, che fu poi vescovo di Lione, e Teodolfo (t821) vescovo di
Orléans, vomini di larga cultura teologica e letteraria, conoscitori ed
ammiratori di Virgilio, Ovidio, Orazio, Lucano e Cicerone. Nondimeno,
quei maestri italici furono il primo nucleo della élite intellettuale raccolta
da Carlo intorno alla sua corte; e fu sul terreno preparato da questi
modesti professori che si maturò la riforma di Alcuino, guidata da una
lucida consapevolezza della continuità della cultura classica e dalla
eccezionale capacità di ridurre i suoi elementi essenziali a componenti di
una ruova direttiva ideologica e dottrinale. Il rapporto che
Alcuino volle porre tra la nuova cultura di cui era- ispiratore e la
tradizione classica, è infatti espresso chiaramente in più di un testo.
Il suo dialogo De virtutibus ci insegna che la scienza, la virti e la verità
valgono di per se stesse, e che i cristiani, lungi dal condannare le
verità e le virti degli antichi, debbono anzi accettarle e coltivarle. I poeti,
i grammatici, i retori ed anche gli stessi filosofi, spesso oggetto di
timori e di condanne, hanno infatti insegnato delle dottrine intrinsecamente utili
e vere che costituiscono un prezioso patrimonio umano. Perciò, al
discepolo che gli chiede quale sia la differenza tra i filosofi antichi e
i cristiani, Alcuino può rispondere che solo il battesimo e la fede li
distinguono, e che la saggezza antica, che ha compreso la natura e la
ragione delle cose, può costituire il migliore accesso alla suprema sapienza
cristiana. I filosofi, egli scrive, non hanno creato, ma solo scoperto
quelle arti; poiché Dio stesso le ha poste nella realtà e nella natura,
lasciando che gli uomini più dotti le scoprissero con le loro forze. Come
non riconoscere, perciò, la necessità dello studio delle arti liberali,
necessarie, del resto, anche ai teologi e a tutti i maestri della Sacra
Pagina? E come non scorgere in questo studio un alto dono di Dio, e un
compito meritorio per ogni cristiano? Ecco perché, nel tracciare il
suo piano di insegnamento, Alcuino affermò cosi recisamente la funzione
propedeutica delle arti liberali che costituiscono la solida base della
cultura, e perché costrui la scuola carolingia sul modello delle scuole
monastiche ed episcopali anglosassoni, cercando di raccogliere organicamente le
testimonianze e le fonti essenziali delle antiche discipline. Mediocre
poeta, teologo di scarso rilievo (il suo De ratione animae non è che una
esposizione debole e generica di motivi agostiniani e vagamente
neoplatonici), egli ebbe però, in sommo grado, il senso della organizzazione
della cultura.E lo testimoniano i suoi manuali, dalla Grammatica ricavata
dagli scritti di Prisciano, Donato e Isidoro, al De orthographia che
ricalca Beda, al Dialogus de rhetorica costruito su materiali
ciceroniani, al De dialectica ove utili zza Boezio, Isidoro e le
pseudoagostiniane Categoriae decem. La nuova organizzazione degli studi
promossa da Alcuino non tardò a dare i suoi frutti. Già durante il regno
di Carlo le regioni centrali'dell’Impero vedono aumentare rapidamente le
istituzioni scolastiche, affidate in gran parte ai monaci benedettini. Le
abbazie di S. Martino di Tours, Fulda, Fleury, Reichenau, sono i centri
della cultura carolingia, di cui trasmetteranno, per tre secoli, le
direttive essenziali, mediante un tipo d'insegnamento letterario che ha
non pochi punti di contatto con la tradizione grammaticale del tardo Impero.
Se infatti il carattere delle scuole resta sempre essenzialmente ecclesiastico
e chiuso nell’ambito delle dottrine scritturali e patristiche, la base su
cui si fonda l’istruzione dei chierici è squisitamente classica e legata alla
lettura e al commento dei classici latini. Ciò spiega il moltiplicarsi dei
codici, copiati nei centri scrittori delle maggiori abbazie e rapidamente
diffusi nelle varie scuole di Europa. Ma la lettura di questi testi e il
commento grammaticale non sono certo l’unica attività dei dotti carolingi, né
la loro cultura si esaurisce come è
stato pur detto da taluni storici
in una esercitazione grammaticale. La partecipazione commossa alla
cultura classica, l’amore per gli antiqui considerati come maestri di
umanità, la familiarità con le loro opere, implicano infatti tutto un modo di
concepire il rapporto tra la sapientia cristiana e il pensiero degli
antichi, ben lontano dalla intransigente repulsa di un Gregorio Magno. Né
meraviglia che i discepoli di Alcuino possano addirittura usare i nomi e gli
aggettivi delle divinità antiche per alludere agli attributi del Dio cristiano,
o paragonare, quasi inconsapevolmente, le beatitudini paradisiache alle
gioie sensibili dell'Olimpo classico. D'altra parte, accanto
a questa formazione prevalentemente letteraria e umanistica, la cultura
carolingia non manca già d’interessi più nettamente filosofici, ereditati
indirettamente dalla vicina tradizione L'età carolingia
della filosofia classica. Studi recenti hanno appunto accentuato, magari
attribuendole un significato superiore al suo vero carattere, l’Épistola de
nihilo et tenebris di un discepolo di Alcuino, Fredegiso di Tours,
maestro di notevole influenza durante il regno di Ludovico il Pio e di Carlo il
Calvo. Fredegiso muove dall’interpretazione letterale del testo scritturale ove
è scritto che Dio ha creato il mondo dal nulla (er rikilo), per
concludere che il nulla è qualcosa di reale. Questa idea induce poi, come
naturale conseguenza, ad affermare che il nulla non è affatto
semplicemente l’assenza o negazione dell'essere; nerché come argomenta il monaco ogni nome deve avere un sionificato
esatto e determinato, e quindi indicare qualcosa. di positivo e di reale;
perciò se, dicendo uomo, pietra, ecc.. indichiamo sempre una cosa reale,
anche pronunziando il nome niki! dovremo indicare una res. Nel caso
contrario non sarebbe possibile stabilire un significato per il termine
nihil, siacché ogni significazione è significazione di quello che c'è, ossia di
qualcosa di esistente; e se questo è vero, e se il termine nihil è
significativo, vuol dire che esso indica un ente reale ed evidente.
L’argomento di Fredegiso può sembrare, e forse era, almeno nella
sua forma scolastica, un puro esercizio di abilità dialettica simile a
ouelli attribuiti a un îonoto Atheniensis Sophicta che sarebbe vissuto
alla corte di Carlo Magno; ma assume un sicnificato ben diverso, se si
riflette che la sua discussione finisce con l’implicare lo stesso
concetto doematico della creazione er nikilo e con l’ammettere
l’esistenza di una entità comune e indefinita di cui Dio si sarebbe
servito come di una materia indispensabile per creare il mondo. Una
simile idea che rispecchia orobabilmente
una precisa influenza platonica spiega
assai hene le polemiche e le accuse sollevate contro Fredegiso da altri
maestri, come Agobardo che nel Liber contra Fredegisum gli contestò
anche di credere alla preesistenza delle anime. Agobardo, critico
insistente delle superstizioni popolari e delle pratiche magiche che
stigmatizzò più volte nei suoi scritti, riteneva pericolose le dottrine
di Fredegiso, di cui non gli sfuggiva il sostanziale contrasto con i dati
della rivelazione. Eppure, anche la sua cultura, la sua familiarità con gli
antichi, la sua fiducia nell’accordo tra la ragione e la religione e la
sua avversione per la misura irrazionale delle oscure credenze
superstiziose, sono i frutti della rinascita intellettuale carolingia di cui
rispecchiano alcune delle componenti essenziali. Fredegiso ed
Agobardo sono due personalità strettamente legate alla diffusione della
nuova cultura, mei principali centri scolastici della Francia
carolingia. Ma negli stessi anni anche la Germania meridionale conobbe gli
effetti della rinascita intellettuale promossa da Carlo e da Alcuino,
soprattutto per merito della scuola benedettina di Fulda. Principale
protagonista di questa diffusione fu, del resto, un altro discepolo di Alcuino,
Rabano Mauro che, dopo aver iniziato i suoi studi a Fulda, era passato
alla grande scuola di S. Martino di Tours, per tornare di nuovo a Fulda,
arricchito dell’esperienza di un ambiente intellettuale cos superiore
alla rozzezza delle scuole tedesche. Maestro ed abate di Fulda, e poi
arcivescovo di Magonza, Rabano esercitò una influenza determinante
nell’organizzazione della vita culturale ed ecclestiastica della
Germania. Ma soprattutto egli diede alle scuole medioevali un complesso
di scritti e di manuali particolarmente adatti alle condizioni della
cultura del tempo, come la Grammatica, redatta sui modelli cari ad
Alcuino, e un trattato sul computo ecclesiastico. Al nome di Rabano sono,
pure attribuite, ma senza gran fondamento, anche delle glosse a Porfirio
e al De interpretatione di Aristotele che, se fossero realmente sue,
testimonierebbero un vigore dialettico davvero eccezionale per i suoi tempi.
Ma la sua opera più importante fu il trattato De clericorum
institutione, un vero e proprio corso di studi ecclesiastici per la
formazione e l’incivilimento del clero germanico. Il programma che
Rabano vi propone non è sostanzialmente diverso da quello di Alcuino, da cui
riprende l’ordinamento sistematico delle arti del trivio e del quadrivio,
e lo studio degli autori classici come maestri di eloquenza. Certo, questo
studio va condotto secondo l’esempio dei Padri, con la stessa discrezione
e prudenza di un Agostino o di un Gerolamo, e senza cedere alle lusinghe
mondane che sono celate nelle parole degli scrittori pagani. Però i! loro
sapere non deve essere respinto o condannato: anzi Rabano si serve
largamente di materiali classici anche nel suo ampio scritto
enciclopedico De rerum naturis et verborum proprietatibus et de mystica
rerum significatione, ove la natura e i suoi fenomeni sono interpretati
in senso allegorico, mistico e morale, secondo un procedimento non
dissimile da quello di Beda e di Isidoro. L’opera educativa di
Rabano fu continuata in Germania da Candido di Fulda, autore dei Dicta Candidi,
modesto opuscolo intessuto di citazioni agostiniane, che ha però
interessato gli storici perché contiene già alcuni elementi di una prova
dialettica dell’esistenza di Dio, fondata sul rapporto tra l’imperfezione
umana e l’assoluta perfezione divina. L'influenza di Rabano non si limitò
però all'ambiente di Fulda, ma si estese anche al monastero benedettino di
Reichenau, con l’insegnamento di Walfrido di Strabo, e in Francia, ove l’opera
di Servato Lupo di Ferrières s’ispira spesso ai canoni ermeneutici di
Rabano, continuandone la direttiva umanistica con sottile sagacia
filologica. La vivace ripresa culturale della fine dell’VIII secolo
e della prima metà del IX, non poteva naturalmente restare estranea
all’ambito del le discussioni teologiche, e difatti nella seconda metà del IX
secolo si svolgono nuove controversie che riflettono la presenza di
tendenze dottrinali divergenti e rivelano un uso già scaltrito degli
strumenti dialettici. Le controversie investono i temi più delicati della
riflessione teologica dalla natura del rapporto trinitario al modo onde è
avvenuta la generazione di Cristo, sul carattere della visione beatifica,
sul rapporto tra l’anima e il corpo e, ancora e soprattutto, sulla presenza
del Cristo nelle specie eucaristiche. E se pure nascono nell’ambito di
una scuola o di una abbazia, divengono presto cosa pubblica,
provocano l'intervento delle gerarchie ecclesiastiche, e, molto spesso,
anche quello dell’Imperatore che, come advocatus ecclesiae, investe della
lorc soluzione i sinodi e i concili. Ciò spiega la rapida fioritura di
una vasta letteratura controversistica, nella quale vengono largamente
usati i metodi acquisiti attraverso la pratica delle arti liberali. Cosi
Pascasio Radberto, abate di Corbie affronterà nel suo trattato De corpore
et sanguine Christi il problema della presenza del Cristo nell’eucarestia,
dibattuto dalle opposte dottrine di chi afferma la presenza divina in
veritate, e cioè come una realtà fisica e sensibile, e coloro che
sostengono la presenza in mysterio o in similitudine e quindi
attribuiscono all’eucarestia un carattere puramente mistico e simbolico.
D’altra parte, Ratramno di Corbie, non solo tornerà su questo tema in
polemica con Pascasio nel De corpore et sanguine Christi, ma scriverà un
trattato De quantitate animae e un De anima assai interessanti, poiché
rivelano la presenza, nella cultura teologica del IX secolo, di dottrine
attribuite a un Macario Scotto, che affermano l’esistenza di una anima
universale comune a tutti gli uomini. Queste discussioni come quella assai più importante sulla
predestinazione che coinvolgerà intorno all’848 Ratramno di Corbie, Gottschalco
di Orbais, Rabano Mauro, Incmaro di Reims e Giovanni Scoto Eriugena sono l’ultimo frutto della civiltà carolingia
già avviata al suo rapido declino. Ma prima che l’Europa, devastata da
nuove ondate d’invasione e travolta dall’anarchia feudale, conosca una nuova
età di regresso intellettuale, la cultura cafolingia toccherà il suo pit
alto livello filosofico nelle speculazioni di Giovanni Scoto Eriugena. La
cultura carolingia attinse principalmente le sue dottrine teologiche dalla
tradizione patristica latina e soprattutto da Agostino; ma non le furono
però neppure estranee le dottrine dei Padri greci che i monaci britannici
avevano spesso letto direttamente nella loro lingua, né le tesi
platoniche esposte e commentate nelle opere di Boezio. D'altra parte, i monaci
dell’Irlanda, ove già al tempo di Teodoro di Canterbury si erano rifugiati dei
dotti religiosi britanni desiderosi di dedicarsi liberamente alla vita
contemplativa, perfezionarono la conoscenza del greco al diretto
confronto di testi e tradizioni ignote, in quel momento, nelle scuole
continentali. Sicché il vivo interesse per il mondo antico e per i suoi
grandi awctores poté essere mantenuto e coltivato, nel corso del IX
secolo, dalla larga emigrazione di maestri irlandesi che passarono nelle
scuole della Francia, soprattutto a Reims e a Laon, portando spesso, insieme
alla loro perizia nelle arti liberali, anche la testimonianza e la
diretta influenza di una generica ispirazione platonica. Ma le loro modeste
conoscenze filosofiche non potrebbero spiegare la maturazione di un'eccezionale
personalità filosofica come Giovanni Scoto Eriugena, destinata a imporre una
netta caratteristica platonica e neoplatonica a tutta la riflessione filosofica
dell’Alto Medioevo. Né questa rinascita speculativa sarebbe storicamente
comprensibile ove non ricordassimo la funzione determinante esercitata
nella tarda cultura carolingia dai trattati teologici attribuiti n Dionigi
l’Areopagita.. Questo Corpus dovuto probabilmente all’anonima
fatica di uno scrittore cristiano vissuto in Siria tra la fine del IV e
l’inizio del V secolo, incontrò subito una larga fortuna nell'ambiente
intellettuale carolingio, già predisposto singolarmente a subire le suggestioni
delle dottrine neoplatoniche. Inviati in dono a Ludovico il Pio dal
Basileus bizantino Michele il Balbo, gli scritti dionisiani furono infatti
solennemente custoditi fin dall’827 nell’abbazia di S. Dionigi presso Parigi,
ove fiori rapidamente la leggenda che accompagnò poi costantemente la loro
diffusione. Ma l’interesse che essi suscitarono tra i dotti del tempo, e
che continuarono poi ad esercitare per secoli, va indicato proprio nel
singolare carattere filosofico e storico dei quattro trattati (De
coelesti hierarchia, de ecclesiastica hierarchia, de divinis nominibus,
de mystica theologia) e delle dieci lettere, che rappresenta, in realtà,
il tentativo più compiuto ed organico di risolvere le dottrine essenziali del
neoplatonismo nel quadro di una concezione sostanzialmente
cristiana. Nel Corpus areopagiticum, in cui rivive lo spirito di
Plotino, ma più ancora di Proclo (la cui Elementatio theologica ispirò
largamente l'ignoto autore), è delineato tutto un modo di considerare il
sistema della realtà, il suo rapporto con Dio, e l’essenza stessa della
divina natura e dei suoi attributi, che si accorda perfettamente alla
mentalità di uomini educati al platonismo dei Padri e di Boezio.
Applicando alla conoscenza di Dio due metodi d’indagine, l’uno positivo e
l’altro negativo, lo Pseudo-Dionigi attribuisce a Dio tutte le perfezioni
che la mente umana coglie nelle creature e che nella divinità sono
esaltate al loro grado supremo; ma, sulla linea di Plotino e di Proclo,
nega tutto ciò che v’è di limitato e di definito in questi attributi
umanamente apposti alla sostanza divina. Per questo, specialmente nel De
divinis nominibus, Dio è definito come bontà, essere, luce, unità; eppure viene
insieme affermata la sua assoluta impredicabilità, perché anche il più
eccelso attributo è sempre inadeguato, e la più alta conoscenza di Dio è
data soltanto dall’oscurità tenebrosa del sapere mistico. La
Theologia mystica accentua insomma radicalmente l’assoluta trascendenza
divina, che è al di là di ogni possibile definizione, persino dello stesso nome
di Essere e di Uno. Il sapere mistico che è oltre ogni affermazione ed ogni
negazione, che ignora sapendo d’ignorare e rifiuta qualsiasi
determinazione concettuale, è l’unico grado supremo di conoscenza,
smarrimento totale in cui si compone la assoluta fusione della mente con
Dio, nell'oblio assoluto di tutto ciò che è creato, limitato e temporale. Ma
ciò non toglie che, per lo Pseudo-Dionigi, tutta la realtà partecipi in
certo modo della realtà divina, sia insomma una celeste processione di
forme che Dio trae dalla sua perfetta supernità, distinguendole da sé,
nell’infinita diffusione della sua eterna luce. Con lo stesso
linguaggio immaginoso di Plotino e di Proclo, u L'Alto Medioevo
sando le loro stesse analogie luminose, cariche di reminiscenze platoniche,
l’ignoto autore descrive il diffondersi di Dio di grado in grado, il suo
generare un mondo scandito in successivi gradi di perfezioni gerarchiche, il
suo rivelarsi attraverso le proprie opere nella perfetta teofania
dell’universo. Tutto, infatti, dagli esseri intelligibili e intelligenti
alle anime irrazionali degli animali, alla vita torpida delle piante,
alle cose che non hanno né anima né vita, è parola di Dio, espressione
compiuta della eterna illuminazione con cui Egli esprime il suo Essere. E
se è vero che infinita e incolmabile è la differenza e la distanza tra Dio e le
creature, pure ogni aspetto e forma della realtà è un grado dell’ascesa
verso Dio, fino all’ultimo salto della unione mistica. Naturalmente, la
presenza divina si dispiega poi in sommo grado nella gerarchia degli
spiriti puri (trattato De coelesti hierarchia), che muovono le sfere
celesti e costituiscono gli intermediari tra Dio e la natura terrena, cosîf
come la gerarchia ecclesiastica è intermediaria tra l’uomo e la grazia
divina. Cosi Dio, fine ultimo e supremo, attira a sé tutte le cose create
attraverso il moto d’amore che ispira alle celesti intelligenze e che da
queste si propaga di grado in grado, fino a confluire nella perfetta
mobilità della monade divina. Per un duplice processo, la cui descrizione
risolve in sé tutte le vicende delle cose, il mondo esce eternamente da Dio ed
eternamente vi ritorna, come il raggio riflesso torna alla sua sorgente e
le onde del mare fluiscono e rifluiscono sempre dalla medesima
riva. Non occorre credo insistere ulteriormente sul carattere
della speculazione dionisiana, per ricordare come essa offrisse al
pensiero medioevale un immenso perfetto quadro dell’universo, in cui la
tradizione platonica pareva accordarsi con le parole della Bibbia e del
Vangelo. Né è difficile mostrare come questa visione cosf gerarchica
della realtà potesse rispondere all’esigenza di una cultura fondata
sull’ordine gerarchico della vita ecclesiastica e feudale dominata da un
ideale teocratico che pervadeva tutte le funzioni della vita civile.
L’analogia dionisiana tra la gerarchia celeste e la gerarchia
ecclesiastica, l’interpretazione allegorica e mistica di qualsiasi momento
della realtà, l’insistenza sulla trama di rapporti mistici e segreti che unisce
all’unità divina le molteplici, transitorie manifestazioni dell’ordine
temporale e mondano, furono infatti i caratteri della mistica dionisiana
che dominarono tanti aspetti della cultura medioevale ispirando con
uguale fervore la fantasia dei poeti e l’esaltata visione dei santi. Ma
se l’influenza del Corpus areopagiticum è presente in tutta la storia della
mistica medioevale, che di qui trasse la sua tipica descrizione
dell’ascesa dell'anima a Dio e il suo linguaggio speculativo, non
fu però inferiore anche nell’ambito strettamente filosofico. Ed è anzi
proprio attraverso gli scritti dionisiani che entrarono in circolazione
molte dottrine e motivi platonici e neoplatonici, presto associati alle
testimonianze di Macrobio, alle dottrine del Timeo fisico e del commento
necplatonico di Calcidio. Di questa influenza è prova eloquente la
naturale diffusione del Corpus artopagiticum nel corso del IX secolo e
l’interesse che lo accompagnò fin dalla sua prima comparsa. Tradotti da
Ilduino, abate di S. Dionigi, che non ebbe alcun dubbio nell’accettare
l’attribuzione al supposto discepolo di S. Paolo, questi scritti furono
infatti subito conosciuti nell’ambiente delle scuole palatine. Ma ben più
che alla rozza e infelice traduzione di Ilduino, essi dovettero la loro
rapida fortuna alla più tarda traduzione di un filosofo irlandese,
professore alla scuola palatina di Parigi durante il regno di Carlo il
Calvo: Giovanni Scoto Eriugena. Dotto di latino e di greco (anche se sembra che
abbia studiato questa lingua solo durante il suo soggiorno parigino),
questo monaco si era rapidamente segnalato tra i suoi colleghi francesi e
irlandesi. Cosî, quando i vescovi Pardulo di Laon e Incmaro di Reims
avevano voluto confutare le tesi di Gottschalco che sosteneva l’assoluta
predestinazione sia alla dannazione che alla salvazione eterna, ne avevano
affidato l’incarico all’Eriugena già noto per la sua larga conoscenza dei
Padri e della letteratura teologica. Nell’opuscolo De
praedestinatione, Giovanni affrontò le tesi di Gottschalco, negando
recisamente qualsiasi forma di predestinazione al peccato; ma il modo con
cui trattò il delicato problema teologico alla luce delle idee che furono
poi al centro della sua meditazione, gli valse la severa censura dei due
vescovi e quindi le prime condanne comminategli dai Concili di Valenza e di
Langres. La traduzione del Corpus arcopagiticum, cui attese intorno all’858,
confermò poi la sostanziale ispirazione neoplatonica che si era già
manifestata nel corso di quella polemica; tanto più che egli vi aggiunse
anche la versione del De hominis opificio di Gregorio di Nissa e gli Ambigua
di Massimo il Confessore, due operette di schietta impronta
platonica. Non a caso, infatti, proprio Massimo si era sforzato di volgere
in un senso pienamente cristiano le dottrine più ambigue del corpo
dionisiano, identificando le forme divine con gli archetipi immutabili che Dio
immette nella realtà mondana come segni della propria perfezione e della
propria bontà, mentre Gregorio di Nissa aveva accentuato il significato
mediano dell’uomo, posto come intermediario tra Dio e il mondo, partecipe di
due diverse nature e di due opposti destini, Queste fonti sono, del
resto, sempre presenti in tutte le opere di Scoto Eriugena, dal vasto
dialogo metafisico De divisione naturae, al commento alla Hierarchia
coelestis, al commento, pervenutoci frammentario, al Vancelo secondo Giovanni,
all’Omelia sul prologo dello stesso Vangelo. Ma tali scritti testimoniano
principalmente la continuità di una corrente ispirazione platonica, nutrita sf
da una larga familiarità con l’opera agostiniana, ma soprattutto dalla
puntuale conoscenza della prima parte del Timeo, noto attraverso le due
versioni di Calcidio e di Cicerone. A questa base dottrinale
schiettamente platonica si accompagna però un metodo argomentativo che
presuppone una notevole conoscenza dei testi logici aristotelici e, in
particolare, delle Categoriae e del De interpretatione. Ed è anzi proprio
la riduzione degli strumenti logici aristotelici in funzione di una
concezione metafisica. platonica cosf operata dallo Scoto, che influirà,
pid tardi, profondamente sugli scritti dell'insegnamento logico dei
secoli X e XI, determinandone talune direttive essenziali. La
concezione dottrinale esposta principalmente nel dialogo De divisione
naturae è, certo, tra le pi audaci che siano state formulate nell’età
medioevale, anche se è vero che talune interpretazioni ne hanno spesso
deformato gli effettivi lineamenti storici, attribuendo al monaco
irlandese opinioni e atteggiamenti del tutto estranei al suo ambiente ed
alla sua formazione. Le tesi cosi care agli storici ottocenteschi, che
scorgevano nell’Eriugena una specie di libero pensatore avant lettre e un
filosofo decisamente orientato verso posizioni panteistiche o
immanentistiche sono state infatti smentite da analisi pi approfondite ed
aderenti alla reale posizione filosofica dello Scoto. Eppure, anche se non è
più possibile aderire ai giudizi del Cousin o dello Hauréau, è ugualmente
certo che la sua opera raporesenta un punto di riferimento fondamentale
nella storia della filosofia medioevale, ed è la fonte e il principale
veicolo di idee destinate ad influenzare fecondamente la cultura filosofica e teologica
dell’Occidente. Tutta l’argomentazione del De divisione si fonda
sul principio dell’assoluta unità tra fede e ragione, o, ‘meglio, della
perfetta coinci IX e il X secolo denza della verità filosofica
raggiunta per la via del ragionamento logico, e la verità rilevata direttamente
da Dio. Filosofia e teologia hanno in comune la stessa origine divina, sono
entrambe espressione della medesima eterna Sapienza; e quindi non può
esservi tra loro mai contraddizione o opposizione perché è impossibile
che due doni divini siano contradditori ed avversi. Anche la stessa riflessione
filosofica è per Giovanni una forma di esposizione delle verità affermate
dalla fede, cosi come, d’altra parte, la vera autorità rivelata contiene
in se stessa tutte le possibili verità di ragione. O, come afferma appunto
l’Eriugena in un passo che è stato spesso citato come prova della sua
ortodossia: la vera filosofia è la vera religione e, viceversa, la vera
religione è la vera filosofia. Tale principio, più volte affermato
dallo Scoto, sembra presentare una soluzione quanto mai coerente del problema
dei rapporti tra la ricerca razionale e i contenuti dogmatici della fede
ortodossa legata all'accettazione di un complesso ben definito di verità
rivelate. E, in realtà, egli ritiene fermamente che la certezza
salvatrice della rivelazione debba essere sempre illuminata dalla ragione che
ne permette l'effettiva comprensione e la piena consapevolezza. Se la
rivelazione ci indica qual è la verità cui si deve credere a proposito
della natura divina, della natura della nostra anima e del suo destino
oltremondano, non è meno necessaria la ricerca sistematica della ragione
che si sforza di interpretare le parole della Scrittura e di renderle evidenti
e comprensibili. Non solo; non si potrebbe neppure intendere cosa
significhi, ad esempio, la dottrina biblica della creazione, o quale sia
il senso degli attributi divini, senza una oculata interpretazione,
svolta per via puramente razionale. Naturalmente, quest'opera
interpretativa, sottile e difficile, richiede l’ausilio dell’autorità dei
Padri, che raccoglie quanto è stato pensato da menti illuminate intorno ai
massimi problemi della teologia. Ma le autorità umane non possono mai
esser poste sullo stesso piano della rivelazione, né godono della infallibilità
della parola divina. Perciò, ogni volta che vi sia un contrasto tra la giusta
ragione e l’autorità dei Padri, l’Eriugena ritiene che si debba scegliere
la verità della ragione ben motivata e definita. Ogni autorità è valida
ed inoppugnabile solo se si fonda su di un ragionamento evidente e
rispondente ai requisiti della verità logica. Né credere alla rivelazione
o all'autorità divina significa accettare ciecamente i suoi interpreti, sia
pure accreditati e ortodossi; la loro autorità deve essere sempre confrontata
con l’autorità più alta della ragione cui spetta in ultima analisi il giudizio
definitivo. È appunto fondandosi su questa piena fiducia nel valore
dell’interpretazione razionale dei dati della rivelazione, che Eriugena
traccia un grande quadro della creazione e della realtà costruita
mediante l’uso sistematico e costante di un procedimento razionale che si
richiama ai modelli della dialettica platonica. Se da un lato egli muove dalla
considerazione dei generi supremi per distinguere analiticamente entro queste
unità razionali i generi e le specie sempre meno universali che vi sono
contenuti, d’altra parte risale anche in sen so inverso l’ordito della
realtà, muovendo dall’individuo alla specie ed al genere, e percorrendo
cosî in un duplice movimento l’eterno processo dialettico della creazione. La
divisione della natura esposta nel grande dialogo è pertanto un continuo
discendere dalla unità immutabile del sommo, unico principio divino alla
infinita molteplicità delle sue determinazioni successive che però, a
loro volta, sono razionalmente ricondotte all’unità che le genera
e considerate nell’ambito assolute dell’essere cui tutte
partecipano. Il ritmo dialettico, definito da Plutone nelle pagine del
Parmenide, e riaffermato da Plotino e da Proclo, è cosi posto a
fondamento del rapporto tra Dio e il mondo, tra l’onnipotenza creatrice,
sottratta al tempo e al mutamento, e la realtà fluente e mutevole delle
cose sensibili. Ed ecco perché la comprensione dell'ordine e della struttura
gerarchica dell’universo, già definita dallo Pseudo-Dionigi, si risolve
nell’intelligenza di come si generino dalla Sapienza divina le idee, i generi,
le specie e gli individui che lo costituiscono secondo la legge
immutabile di un processo logico interno ad ogni realtà. Se l’universo è per l’Eriugena, come per lo
Pseudo-Dionigi il puro specchio di Dio
in cui si riflettono le forme e le immagini delle idee eterne, il movimento
razionale per cui si risale dalle cose alle idee, e dalle idee all’unità
di Dio, è il ritorno della realtà alla sua fonte ed alla perfezione
originaria. Tutto questo spiega perché la natura sia considerata
nel De divisione entro una quadruplice distinzione che segna appunto i
momenti essenziali del suo interno processo dialettico. Cosi, in primo
luogo, natura non creata e creante è l’unità divina donde tutto si
genera. Natura creata e creante sono le idee eterne presenti nel suo
intelletto come archetipi eterni delle cose, mentre sono natura creata e
non creante le realtà molteplici e mutevoli, l’universo generato e
definito nella misura della temporalità. Infine Dio stesso, considerato
come ultimo fine e supremo scopo della realtà, è la natura non creata
e non creante, perfettamente, assolutamente conclusa nella sua eterna
perfezione. Ora è subito evidente che queste distinzioni si risolvono
sostanzialmente nell’unica distinzione fondamentale tra il creatore
e le creature, tra l’unico principio e la sua esplicazione nel
molteplice. Ma proprio perché Dio
secondo la definizione dionisiana
è al di là di tutte le determinazioni possibili e trascende ogni
forma, aspetto o nome definito, anche l’Eriugena può riprendere la
tematica della teologia negativa applicandola con logico rigore. In tal
modo, se per via positiva si può affermare di Dio tutto ciò che esiste e
attribuirgli tutte le possibili perfezioni, occorre però ricordare che
tale affermazione è solo simbolica e che la si può riferire a Dio non
perché egli sia realmente questa o quella realtà determinante, ma perché
è la causa e il fondamento assoluto del suo essere. Definire Dio con
un nome o con un concetto, chiuderlo entro un termine particolare,
significherebbe negare la sua realtà superessenziale; perciò, ogni volta
che si predica di Dio qualcosa, occorre insieme affermare e negare, attribuire
e non attribuire. Dio è infatti al di là di ogni essenza, com'è al di là
della verità e dell’eternità, oltre ogni categoria logica e ogni perfezione
attribuibile. Ma ciò non toglie che egli sia però una superessenza, una
superbontà e sovraeternità, e che il linguaggio umano non abbia altra via
che quella di alludere al suo essere con l’artificio di negare la stessa
affermazione. Che simili temi, ripresi direttamente dalla tematica dionisiana,
derivino dalla tradizione di Plotino e di Proclo, è cosa ben evidente. Ma
la conseguenza più importante è la compresenza nel pensiero dell’Eriugena
di una profonda esigenza mistica che mira a risolvere la conoscenza di Dio’
nell’oscura trascendenza dell’ignoranza, e di una considerazione positiva della
realtà mondana, colta nel suo indissolubile nesso dialettico con l’Uno
creatore. Tutto ciò che esiste, ogni sostanza individuale, esprime
infatti nella sua limitazione la potenza della bontà divina che l’ha
tratta dal non essere per condurla alla realtà. Ma nello stesso atto creativo è
a sua volta implicita l’eterna distinzione delle persone trinitarie che
pone una intima relazione dialettica tra il Padre, il Figlio e lo Spirito, e
che, nel linguaggio platonizzante dell’Eriugena, assume una caratterizzazione
non molto lontana dalla successione emanatistica delle ipostasi
plotiniane. Certo, il processo che entro l’immutabile unità divina
distingue il Padre, il Figlio e lo Spirito, non è una divisione come
quella che distingue le varie specie entro lo stesso genere, o le varie
parti nel tutto, né è paragonabile alla generazione di una forma
dall’altra forma. Eppure, è proprio mediante questa distinzione che
l’Eriugena può pensare il moltiplicarsi dell’Unità divina nella
molteplicità delle Idee, prototipi, predestinazioni, volontà divine e,
insomma, archetipi di tutte le cose create che il Padre preforma o stabilisce
nel Verbo. Tali Idee sono coeterne a Dio, e quindi non hanno né origine
né fine nel tempo, anche se il Padre è l’assoluto principio del loro essere.
Pur diverse e molteplici, esse costituiscono nel Verbo un’unica semplice
realtà, ove è già eternamente contenuto tutto ciò che potrà poi esistere
e svilupparsi nel tempo. Ma benché siano identiche e identificate nel
Verbo divino, esse sono però già delle creature, teofanie che svelano
l’ineffabile superessenza divina, conservandone l’assoluta e immutabile
perfezione. Nelle Idee la natura divina può quindi apparire, al tempo stesso,
come creatrice e come creata. O meglio: Dio si autocrea nelle Idee per
emergere dal segreto della sua natura e rivelarsi a se stesso e a tutta
la realtà che ne è, per altro, l’effettiva e necessaria
rivelazione. Le Idee o specie eterne considerate nella loro
molteplicità sono però, al tempo stesso, anche quelle essenze e forme
immutabili secondo le quali è costruito tutto l’opificio del mondo sensibile.
Come Dio crea le Idee distinguendole nella sua unità, cosî le Idee si
moltiplicano nella produzione degli individui, secondo un ordine
gerarchico perfettamente logico e dialettico. Dalle Idee derivano infatti
direttamente i generi, dai generi le specie e da queste le sostanze
individuali; ma questo processo è pur sempre opera divina, anzi particolare
attribuzione della terza persona trinitaria, lo Spirito Santo, che
l’Eriugena concepisce come un principio fecondatore che distribuisce
nella natura le forme o essenze divine. Cosi ogni creatura che riproduce a suo
modo l’immagine di Dio resta definita in una sua intima trinità che
riflette la trinità divina; poiché, se l’essenza corrisponde al Padre, la
sua virtus attiva corrisponde al Verbo e la sua propria operazione allo Spirito
Santo. Le serie delle teofanie che discendono dalle Idee agli
individui costituiscono l’ordine e la trama metafisica della natura. Ma
questa concezione è ulteriormente chiarita e sviluppata dall’Eriugena,
mediante la ripresa della dottrina di origine neoplatonica e agostiniana
dell’illuminazione divina, che gli serve per definire il rapporto tra Dio
e la realtà. Tutti gli esseri creati costituiscono infatti altrettante
determinazioni particolari e singole dell’unica luce divina, il cui splendore
si manifesta in grado diverso secondo la maggiore o minore perfezione dei
singoli individui. Ogni cosa determinata e particolare è, a suo modo,
segno e simbolo della divinità, rivelazione ed espressione dell’infinita
potenza divina. Dalle sostanze immateriali come le gerarchie angeliche,
all'uomo che partecipa insieme dell’ordine spirituale e della natura materiale,
alle cose puramente materiali e sensibili, si svolge un continuo processo
di rivelazione, un espandersi e definirsi della luminosità divina, in forme
sempre pid limitate e lontane dalla sua fonte originaria.
Tutto ciò che v'è di reale e di esistente deriva infatti necessariamente
dalla sostanza divina, il cui essere è pertanto l’essere di tutte le
cose. Eppure proprio perché ogni realtà individuale partecipa dell’Essere
divino, ma senza potervisi identificare pienamente, ecco delinearsi tra Dio e
le creature un distacco e una diversità irriducibile che nessun
intermediario potrebbe mai colmare. Il diffondersi della luce
divina nei suoi diversi gradi di luminosità e di chiarezza segue
infatti un preciso ordine gerarchico, in cui ogni grado definisce dei
rapporti di analogia e significazione pifi o meno adeguati, ma pur sempre
incapaci di restituire compiutamente la fondamentale natura divina; e la
gerarchia presente in ogni grado e forma della realtà, mentre esprime
l’ordinata partecipazione di tutti gli esseri all’essere divino, accentua
però e definisce la distinzione tra il Dio-uno e la natura limitata e
molteplice. Così gli angeli, che occupano il primo rango nell’ordine
delle creature, sono sf intelligenze perfette in cui la divinità si
rispecchia nella sua più alta espressione; ma sono anch’essi distinti dalle
idee divine perché possiedono un corpo spirituale, senza dimensioni o forme
sensibili, eppure ben diverso dall’assoluta semplicità della natura creata e
creante. Agli angeli spetta però il privilegio di conoscere direttamente la
realtà divina, quasi per mezzo di un’esperienza sovrarazionale che coglie
Dio nella sua prima manifestazione del Verbo, nelle idee ed eterne cause di
tutte le cose. Ma anche questa conoscenza viene partecipata agli angeli,
in linea gerarchica, a seconda della loro maggiore o minore perfezione, sino
all’ultimo grado della gerarchia angelica che, a sua volta, la trasmette
ai supremi fastigi della gerarchia ecclesiastica, destinata a diffonderla
tra la massa oscura e inferiore dei fedeli, Difatti l’uomo,
per quanto sia posto per sua natura al confine tra il mondo spirituale e
quello naturale, non sarebbe mai capace di afferrare liberamente, con le sue
forze naturali, la luce della rivelazione divina. Situata nell’ordine cosmico,
in un grado ben inferiore a quello delle nature angeliche, limitata dalla
sua esistenza corporea e dai bisogni e dalle necessità che ne derivano, la
natura umana è profondamente decaduta e corrotta, né possiede di per se stessa
i mezzi e il potere per liberarsi dalle proprie colpe. Eppure il suo
fondamento eterno è posto in primo luogo nell’Idea pura dell'uomo sempre
presente nella mente divina e nella conoscenza che Dio ne possiede eternamente.
Per questo, appunto, l’uomo è capace di riunire in sé quanto v'è di più
eccelso e di più basso nella realtà e di presentarsi come la sintesi
vivente di tutta la creazione, il microcosmo che riflette e risolve in sé
l’ordine e l’infinita ricchezza del macrocosmo. Da un lato, la parte più
nobile della nostra natura, che è l’intelletto e l’essenza, c'induce a volgerci
direttamente a Dio, con un atto di desiderio che mira all’essere
eccellentissimo, al di là di ogni essenza particolare, o di ogni definizione o
limite. Ma d’altra parte, l’uomo è pure ragione discorsiva, e cioè
capacità di definire l’essenza ignota e infinita di Dio come causa di
tutte le cose, di contemplare le Idee o archetipi presenti in Dio, senza
alcun bisogno dell’aiuto dell'esperienza sensibile. Certo, anche l'intelligenza
di queste idee è compito arduo, né la nostra mente sembra sempre capace
di afferrare direttamente e in modo compiuto l’essenza pura e ineffabile.
Ma se le Idee possono apparire irraggiungibili e troppo lontane dai limiti della
ragione umana, è sempre possibile afferrare le loro teofanie che si presentano
nelle nature angeliche come nelle anime umane. In tal modo attraverso la
contemplazione delle teofanie la mente può pervenire ad una conoscenza
delle cause prime che se anche non ci rivela le loro essenze, ci lascia
però comprendere la loro effettiva azione e la loro presenza nelle
cose. Oltre a queste due facoltà v’è poi, nell'anima umana, una
terza attività che mira a comprendere l’essenza delle singole cose
create dalle cause prime o archetipe e conoscibili dai sensi esterni.
Tale cono. scenza è de*erminata dalle immagini sensibili che sono di diversa
natura a seconda che siano prodotte direttamente nei sensi sotto l’azione
degli oggetti esterni o che si tratti invece di immagini formate
dall’anima in dipendenza dell’esperienza sensibile. Nondimeno esse
rappresentano il diretto rapporto con il mondo molteplice degli
iridividui in cui si scandisce l’ordine naturale. E come il processo
della creazione muove dall’unità per generare l’infinita molteplicità
della natura, cosi anche la conoscenza umana viene determinandosi e
distinguendosi di grado in grado, via via che discende dalla
contemplazione dell’uno all’intellezione dei generi e delle specie, e quindi
all’esperienza sensibile delle cose determinate e individue. A questo
processo di divisione, svolto secondo la tecnica della dialettica
platonica, corrisponde però un identico processo di ritorno all’unità. Poiché
il pensiero umano è capace di muovere dalla molteplicità degli individui
conosciuti per via sensibile per passare discorsivamente all’intelligenza delle
loro specie e dei loro generi, e da questi alla contemplazione delle Idee
ed alla contemplazione dell’Uno. Che questo processo di ritorno sia
possibile è dimostrato per Giovanni Scoto Eriugena, da un'analisi più profonda
della natura uma na. Se l’uomo, originariamente dotato di un corpo
incorruttibile come quello angelico, ha perso con il peccato originale
questo’ dono ed è stato soggetto alla corruttela ed alla morte, non ha
però perduto la possibilità di salvarsi e di trovare nel Verbo divino un
principio di redenzione che riabiliti, attraverso la restaurazione della
natura umana, l’intero ordine della natura fisica. È infatti solo
nell’unità ideale del Verbo che il mondo molteplice e transitorio, la matura
creata e non creante può tornare nuovamente alla sua fonte e compiere
quel processo di unificazione cui tende fatalmente ogni individuo
creato. Cosi l’uomo, creato simile a Dio, ma divenuto dissimile per
il peccato e la conseguente corruttela, può sforzarsi di identificare
il suo essere con la perfezione creatrice, risalendo di grado in
grado lungo la scala delle realtà. Per giungere a questo
scopo supremo è necessario un lungo processo di ritorni successivi e parziali,
attraverso il quale la mente umana ripercorra esattamente tutti i gradi o
momenti con cui si è scandita l’opera della creazione. E se l’anima
razionale si è prima come dispersa e moltiplicata nell’infinita distinzione
degli atti e dei desideri fisici, occorre che adesso essa muova da questa
dispersione per tornare all’unità originaria e rispondere al richiamo
irresistibile della divinità. La morte fisica che disperde e dissocia al
massimo gli elementi costitutivi dell’uomo è quindi quel punto solutivo
in cui la caduta dell'anima dall’umanità divina nel mondo sensibile si
arresta bruscamente ed ha termine. Una seconda fase del ritorno avrà
luogo nel momento della resurrezione, quando ogni anima riprenderà
il suo corpo e ricostituirà l’unità dei propri elementi; ad essa
seguirà una terza fase consistente nella progressiva trasfigurazione del
corpo nello spirito, attraverso i vari gradi di vita spirituale, dal senso alla
ragione allo spirito o intelletto che è lo scopo e la tensione di ogni creatura
razionale. Infine, nella quarta fase, la natura umana nella sua totalità
potrà tornare alle Idee o cause prime eternamente sussistenti in Dio;
cosi essa attingerà dapprima in Dio la conoscenza di tutte le creature, per
elevarsi, poi, alla Sapienza o contemplazione assoluta della verità,
almeno per quanto è possibile a un intelletto creato. Ma anche al di là
di questa fase, sarà possibile un ultimo più alto grado di ritorno; e
l’anima umana, in cui si compendia tutto l’universo creato, sarà profondamente
penetrata da Dio e si risolverà nella sua superessenza, termine ultimo,
definitivo della perfetta unificazione. Un tale processo di
ritorno che ricorda con impressionante
parallelismo certe famose pagine neoplatoniche
non è però soltanto un movimento intellettivo o un’ascesa a Dio
della ragione naturale. Giovanni Scoto Eriugena afferma che senza l’intervento
della grazia divina e senza la morte e la resurrezione di Cristo, non sarebbe
mai possibile restaurare la natura umana decaduta e corrotta. Né,
d’altra parte, quando parla dell’unità dell'anima con Dio o addirittura
di deificazione, egli intende teorizzare una totale risoluzione della
natura umana in quella divina o accedere ad una possibile soluzione panteistica.
Al contrario come è scritto in un passo,
del resto, ben noto del De divisione
si tratta di una adunatio sine confusione, vel iunctura, vel
compositione, che non dovrebbe affatto negare la diversità radicale tra la
sostanza umana e la sovraessenza divina, pur realizzando la profonda unità
spirituale tra l’anima contemplante e l’oggetto supremo della sua
contemplazione. Ma sebbene l’Eriugena professi di restare fedele al suo compito
di interprete della verità rivelata e riaffermi costantemente il suo pieno
ossequio alla dottrina cattolica, la stessa forza delle formule
neoplatoniche continuamente usate spinge la sua riflessione a conseguenze
difficilmente compatibili con l’ortodossia. In questo universo cosi
profondamente unito all’unità creatrice, in questa cosmologia che si
sforza di conciliare il racconto biblico della creazione con le dottrine
del Timeo e di Calcidio, non è facile’ cogliere il punto di distinzione tra
l’infinità assoluta di Dio e l’infinita generazione delle creature prodotte
dalla sua stessa essenza. E certo, nonostante che l’Eriugena si richiami
spesso anche ad Agostino, e non perda occasione per temperare la sua
ispirazione filosofica con le dottrine dei Padri, egli è soprattutto un
filosofo di formazione e mentalità neoplatonica preoccupato profondamente di
dare al proprio pensiero un esito teologale e Ortodosso, sempre
minacciato però dal carattere schiettamente platonico delle sue dottrine
fonda mentali. Ecco perché le idee escatologiche di Giovanni Scoto
Eriugena han no un significato cosi vicino a quelle di Origene, donde
riprendono del resto alcuni motivi fondamentali. In questo universo in
cui la stessa materia fisica si riduce ai propri elementi intelligibili
non v'è naturalmente posto per un male irriducibile o per la dannazione
eterna, né, tanto meno, per la concezione tradizionale delle pene
oltramondane. Certo, il filosofo irlandese non vuole con questo negare la
distinzione teologica tra i reprobi e gli eletti, né impugnare in tal
modo uno dei più saldi fondamenti del dogma cristiano. Ma basta leggere
talune pagine significative del De divisione o del commento al De
coelesti hierarchia per intendere come elezione e condanna, beatitudine e
sofferenza eterna siano identificate dall’Eriugena con la vera conoscenza
o con l’assoluta ignoranza della verità divina, senza che vi sia più
alcuna allusione alle sofferenze o godimenti sensibili. La vera beatitudine
della vita eterna è dunque la visione limpida e perfetta della divinità,
l’intima comunione col suo essere. La natura riscattata e salvata dal
sacrificio di Cristo e dall’ascesa dell'anima non reca più nessun segno del
male, né potrebbe mai ammettere nell’eternità dell’inferno le vittorie del male
e di Satana, la loro eterna ribellione all’invincibile richiamo dell’Uno.
A motivi cosî speculativi e filosofici va poi connesso l’atteggiamento di
notevole libertà che Giovanni Scoto assume di fronte agli stessi
contenuti della rivelazione scritturale, nonché il suo costante uso di un
metodo di interpretazione allegorica che piega i testi biblici ed evangelici ad
esigenze schiettamente filosofiche. È vero che nel De divisione l’uso di un
linguaggio dedotto da fonti e tradizioni neoplatoniche può talvolta ingannare,
inducendo a dar peso piuttosto alla forma di espressione ardita e
inattesa che non al significato effettivo delle parole dell’Eriugena. Ma
la sua sicura certezza nella capacità della ragione d’interpretare
perfettamente anche i sensi più riposti della Scrittura, e il costante
intreccio tra i tempi caratteristici della tradizione filosofica classica e il
contesto teologico cristiano, segnano comunque l’inizio di una lunga e duratura
esperienza filosofica destinata agli esiti più lontani e diversi. Il
costante appello alle autorità di Dionigi, di Massimo, di Gregorio, di Agostino
e di tanti altri Padri e Dottori chiamati a garantire le sue idee e il
suo linguaggio cosî nuovo e inquietante, non valse però ad evitare le
condanne che le autorità ecclesiastiche espressero e ripeterono con sintomatica
frequenza nei confronti della filosofia eriugeniana. Condannate e
destinate alla distruzione dai teologi del suo tempo colpiti dalla sconcertante
novità di una riflessione che reintroduceva in Occidente dottrine ormai
di L’Also Medioevo menticate o risolte nel tradizionale contesto
agostiniano, le opere dell’Eriugena continueranno però a diffondersi per tutto
il X e XI secolo fino alla rinascita del XII. E nonostante le nuove
condanne e le più aspre polemiche, l'immenso quadro cosmico tracciato dal
monaco irlandese rappresenterà il naturale presupposto della prima grande
cultura filosofica elaborata dall'Europa medioevale. Già del resto,
l'influsso della riflessione dello Scoto è chiaramente riconoscibile in
una lettera filosofica di Alamanno di Hautvillers a Sigibod, arcivescovo
di Narbona (879-885), ove si trovano larghe tracce della sua dottrina
della theoria e dell'anima e delle sue parti. Ma la fortuna dello Scoto
Eriu gena, nei suoi diretti riflessi su l’evoluzione del platonismo medioevale,
è un capitolo della storia della cultura ancora non del tutto chiarito. Il
De divisione naturae è certo l’opera filosofica che conclude e riassume
l'ambizioso tentativo della rinascita carolingia, nata da un tentativo di
riorganizzazione politica dell'Europa e legata, naturalmente, alla sorte delle
istituzioni imperiali. Già intorno all’877, data presumibile della morte
dell’Eriugena, l’Impero carolingio sta infatti avviandosi alla sua
definitiva dissoluzione sotto la spinta convergente di una nuova ondata
d’invasioni barbariche, dell’evoluzione particolaristica dei poteri feudali e
delle tendenze teocratiche del pontificato romano. La forza dominante
dell’aristocrazia militare, arbitra di fatto del potere e della forza
armata, l’immobilità e la maggiore carenza della vita economica e dei
rapporti sociali, le crescenti difficoltà delle comunicazioni con il
mondo bizantino e tra le stesse regioni dell’Impero aggravano le condizioni di
isolamento in cui è immersa la nascente società feudale, corrosa dalla generale
anarchia e da continui insanabili conflitti dinastici. Ma a questa
disgregazione che è la diretta
conseguenza della debolezza originaria delle istituzioni carolinge corrisponde il progressivo dissolversi del
vincolo unitario che durante il dominio di Carlo, aveva unito latini,
germani e celti, permettendo l’instaurazione di un tipo di cultura comune alle
diverse terre dominate dal monarca franco. Non a caso quindi, proprio
tra la metà del IX secolo e la metà del X secolo, giunge a compimento
quel processo di differenziazione linguistica delle maggiori nazionalità
europee che già si distinguono nella formazione, sia pure ancora soltanto
nominale, dei regni d’Italia, di Francia e di Germania. E se è vero che
gran parte d’Europa è sottoposta a istituzioni non dissimili, alle forme
d’organizzazione politica e sociale del feudalesimo, dietro questa
uniformità apparente predominano ormai le tendenze e le forze
particolaristiche che mirano a trasformare i più importanti centri
feudali in altrettanti nuclei direttivi ed autonomi della vita economica,
sociale e politica. Indubbiamente questa società immobile, abitudinaria e
uniforme, divisa in centinaia di centri, e frazionata nei suoi poteri
politici, è ancora percorsa da correnti di traffici ridotte ma
persistenti, e non ignora la continuità di ricche oasi di vita cittadina e
mercantile. Però ove si eccettui l’Italia, le cui condizioni storiche sono ben
diverse da quelle delle altre regioni dell’Europa occidentale, le città
francesi e tedesche sono, per cosî dire, altrettante isole all’interno di
una società a struttura rurale che ha il suo centro nel castello feudale
e il suo fondamento nel sistema delle wvillae carolinge. Ciò spiega
il notevole regresso della cultura e l’inaridirsi della vita intellettuale
che continua a tramandare in forme sempre pid stanche ed esauste i modelli
elaborati della riforma carolingia; e spiega, altresi, perché il X
secolo, nonostante la presenza di alcuni grandi centri culturali e la
continuità di talune esperienze letterarie non prive di eleganza e misura
classica, sia stato considerato come uno dei secoli più infecondi e
poveri della cultura europea. Eppure, anche nel colmo dell'anarchia
feudale e nel periodo di maggiore disgregazione politica è possibile intravedere
la lenta evoluzione di nuove forze e condi- . zioni storiche che
permetteranno, a distanza di un secolo, un’eccezionale ripresa economica e
sociale. Le istituzioni feudali che si sostituiscono al vuoto creato dallo
sfacelo dell’ordinamento carolingio rappresentano infatti un solido baluardo
contro le rinnovate invasioni e rendono possibile il costituirsi di un
nuovo tipo di comunità produttiva naturalmente volta a riallacciare stabili
legami con i centri urbani. Nelle città
che conservano almeno in parte gli ultimi resti della loro
autonomia tradizionale l’autorità
preminente del vescovo permette che continui una tradizione scolastica
affidata quasi sempre alle scuole del clero, ma anche, come a Verona o a
Pavia, alle scuole regie dove si formano notai o giudici. Certo la cultura che
si tramanda in queste scuole di prevalente carattere ecclesiastico o
giuridico, risente profondamente le conseguenze della grave crisi politica e
sociale, né è capace di produrre concezioni intellettuali degne di
particolare attenzione. Ma la continuità dell’insegnamento delle
arti liberali e della tradizione scolastica di origine carolingia è
tuttavia un carattere tipico della cultura del X secolo di cui occorre
riconoscere la indubbia funzione storica. A questa società
cosi disgregata” e particolaristica non manca del resto un’unità
ideologica fondamentale che è rappresentata dalla continuità e dalla
nuova evoluzione storica dell’ideale teocratico carolingio. Nonostante la
dissoluzione dell’unità imperiale e la scomparsa dello stretto vincolo
politico che aveva unito sotto Carlo le regioni centrali dell'Europa,
l’ideale concezione della Christianitas raccolta sotto un'unica guida e un
unico potere continua ad ispirare anche i chierici del X secolo depositari
della cultura e di ogni attività magistrale. Ma alla figura
dell’Imperatore sotto il cui dominio deve svolgersi anche la vita disciplinare
della Chiesa, si sostituisce il potere sacrale del Papa-re, cui spetta,
per decisione divina, ogni autorità spirituale e terrena e da cui dipende
l’autorità dell’Imperatore e del re. La progressiva carenza del potere
imperiale e le lunghe lotte di successione che travagliano la monarchia
carolingia fino alla sua definitiva deposizione, spierano facilmente come il
concetto della Christianitas si trasformi nell’idea di un'assoluta
teocrazia pontificia capace di disporre di tutti i troni e di tutte le
autorità. Ed è significativo che questa idea si affermi proprio ad opera
del primo pontefice, Giovanni VIII (872882), che decide di fatto
dell’attribuzione della corona imperiale. La definizione che Giovanni
VIII diede della Chiesa come quella che ha autorità su tutti i popoli ed
alla quale sono unite le nazioni di tutto il mondo come ad una sola madre
e ad una sola testa è già eloquente testimonianza di un'assoluta supremazia che
ha il suo fondamento nel pieno monopolio della vita intellettuale e che
rappresenta l’unico saldo legame sopravvissuto al crollo dell’unità
carolingia. La aristocrazia ecclesiastica che governa le sedi cattedrali
e abbaziali è infatti la sola forza organica e organizzata che, pur nell’età
della massima anarchia feudale, continui ad esercitare una funzione
unitaria, nonostante le crisi interne della vita ecclesiastica e la
profonda decadenza del pontificato presto dominato dalla nobiltà romana. Ma
appunto perché la fede cattolica, e la gerarchia che la difende e la
diffonde, costituisce l’elemento comune a tutte le classi e a tutti i
ceti della società feudale, è naturale che questo legame spirituale venga
transvalutato alla luce del concetto agostiniano della Civitas Dei e
della Respublica Christianorum. Il termine Christianitas che comincia
cosi frequentemente a ricorrere nella seconda metà del IX secolo, indica
appunto questa comunità di tutti i cristiani in quanto tali che ha una
propria sostanza e struttura politica ed una finalità oltremondana, ma agisce
però anche sul piano mondano, nell’ambito della vita civile. Ora, questa
comunità così come l’intende Giovanni
VIII implica appunto un ordine politico e sociale pit vasto e superiore
a quello dell’Impero, nonché una gerarchia e un’autorità suprema dinanzi
alla quale i poteri civili e la sovranità dei re o dell’Imperatore sono
soltanto degli strumenti subordinati e inferiori. Sicché il pontefice
romano, che della Chiesa è il capo designato dal Cristo, è perciò stesso la
suprema autorità della C4ristiaritas, l’unica legittima fonte di
qualsiasi potere legale. Il rovesciamento del rapporto tra l’autorità
imperiale e l’autorità pontificia non potrebbe essere più netto e
radicale. Se pure il papato, travagliato anch'esso per gran parte del X
secolo da una profonda decadenza, non farà ancora valere praticamente
il suo primato cosî teorizzato, sono già posti però i presupposti
delle dottrine teocratiche destinate a dominare le polemiche e le lotte
politiche dell’età gresoriana. Ne offre un esempio assai chiaro Giona di
Orléans, il quale nella sua Admonitio a Pipino di Aquitania (nota col titolo di
De Institutione regia) afferma che il potere regio è concesso da Dio solo
perché il sovrano miri alla giustizia, al benessere del popolo e,
soprattutto, alla protezione della Chiesa. Ove il re non adempia a questa
missione il suo potere è illegittimo e tirannico. La supremazia e
il completo monopolio intellettuale esercitati dalle gerarchie ecclesiastiche
nel corso del X secolo, si riflettono naturalmente sul carattere della cultura
che accentua e rende definitiva la tipica impronta ecclesiastica della riforma
carolingia. Soprattutto in Francia e in Inghilterra, travagliate da gravi
crisi politiche, le scuole episcopali sono infatti, insieme alle abbazie
benedettine, gli unici centri attivi di cultura ove si continua l'insegnamento
del trivio e talvolta anche del quadrivio, e dove si leggono e si commentano
i testi restituiti alla cultura occidentale dalla paziente attività dei
monaci britanni e irlandesi. Un dotto ecclesiastico come Servato Lupo di
Ferrières, che vive in Francia tra l’inizio del IX secolo e 1°862. è appunto il
maggiore esponente di questa cultura che si fonda sul gusto elegante di
una raffinata latinità, sull’ammirazione per la splendida eloquenza
ciceroniana, e sulla ricerca appassionata delle grandi testimonianze classiche,
poste però al servizio di un tipo di insegnamento che ha come proprio
fine la formazione del perfetto uomo di chiesa. Anche il suo
contemporaneo Smaragde, abate di St. Michel sur Meuse (n. 819), si rivela
nel suo Liber in partibus Donati l’atteggiamento intellettuale dei maestri del
suo tempo, spesso divisi tra l’ammirato amore dei classici e l’ossequio alla
pagina sacra, scritto in una lingua cosi lontana dall’eleganza
ciceroniana. Ed è pure alla fine del IX secolo che risalgono
probabilmente anche gli Exempla diversorum auctorum di Micone di St.
Riquier e l’attività di un certo Adoardo, prete e bibliotecario di un ignoto
monastero francese che, nonostante i suoi dubbi e scrupoli teologici,
conosceva ed usava gran parte degli scritti ciceroniani di cui si serviva
largamente nel compilare una sua raccolta di esempi di autori
classici. Questa opera modesta e paziente di grammatici e di
maestri, che operano dispersi nei vari centri scolastici della
CAristianitas, non si limita però soltanto all’insegnamento letterario ed
all’uso di un discreto latino di lontana impronta ciceroniana, ma travalica
molto spessc nell’ambito delle discipline filosofiche e teologiche. Già infatti
nella seconda metà del IX secolo Eirico di Auxerre(841-876), fondatore
dell'omonima scuola benedettina e buon poeta e letterato, unisce
all’insegnamento della grammatica anche quello della logica, commentando
gli scritti pseudoagostiniani Categoriae decem e De dialectica secondo
le discusse attribuzioni dello Hauréau, il De interpretatione di Aristotele
e l’Isagoge porfiriana. In tutte queste glosse dialettiche e,
soprattutto, nel commento alle Categoriae decem di più sicura
attribuzion e, è evidente la forte influenza dell’Eriugena che si rivela
particolarmente nell’uso del concetto di natura e nella definizione
dell’essere identificato con ogni essenza semplice e immutabile direttamente
creata da Dio. Tuttavia Eirico non spinge il suo platonismo fino ad
affermare la realtà oggettiva delle specie e dei generi, ed afferma anzi
che l’unica realtà concreta è costituita dalle sostanze individuali e
che, pertanto, le idee di specie e di genere non hanno altro significato
se non quello d’indicare la natura comune ai singoli individui. Gli
universali sono, insomma, come dei segni che servono alla ragione umana per
orientarsi nella gran selva degli individui e raccogliere ordinatamente
entro idee sempre più generali le caratteristiche che denotano la specie
e poi il genere, fino alla caratteristica dell'essere comune e
fondamentale per tutti gli individui. La soluzione di
Eirico che è stata avvicinata, benché
impropriamente, alla genuina nozione aristotelica dell’universale è probabilmente il risultato di un
insegnamento dialettico ‘piuttosto elementare e legato strettamente all’analisi
grammaticale del discorso. Ma è certo significativo che proprio alla sua
scuola si formasse una delle maggiori personalità intellettuali del X
secolo, il grammatico e dialettico Remigio di Auxerre, autore di
fortunati commenti alle grammaziche di Donato, di Prisciano, di Eutiche,
conoscitore di Persio, di Giovenale, di Macrobio e dell’Eriugena. Remigio
non è però soltanto un uomo di lettere e un abile maestro di grammatica,
perché l’analisi delle glosse alla Dialettica pseudoagostiniana attribuitegli
recentemente dal Courcelle, mostra chiaramente una larga conoscenza delle
fonti patristiche e un notevole acume logico. Del resto, anche i suoi commenti
a Marciano Capella, agli opuscoli teologici ed alla Consolazio boeziana,
offrono altri elementi per giudicare il carattere del suo pensiero che si
distingue da quello del maestro, per una concezione nettamente realistica degli
universali, considerati come pure essenze, immutabili ed eternamente presenti
nella mente divina. È questa la soluzione che influenzerà largamente i dibattiti
dialettici dell'XI secolo e che rivela, però, fin da adesso, quale sia il reale
significato metafisico della discussione sull’essenza degli universali,
svolta in un ambiente intellettuale che aveva assimilato da tante fonti una
costante direttiva platonica. E naturalmente anche in questa dottrina è
presente l’influsso dell’opera dell’Eriugena di cui Remigio ha una
precisa e diretta conoscenza. Remigio di Auxerre mori probabilmente agli
inizi del X secolo, allorché la cultura carolingia cominciava la sua
parabola discendente e si inaridivano i migliori frutti della riforma di
Alcuino. La crisi delle istituzioni scolastiche e la loro decadenza è
infatti testimoniata dalla scarsità della documentazione, dalla povertà
degli scritti elaborati in questo secolo, nonché dalla generale decadenza
delle attività intellettuali e dei metodi di insegnamento. Eppure tra gli
scrittori del X secolo non si possono dimenticare Raterio di Verona, Notkero
Labeone di S. Gallo, autore di scritti sulla dialettica e Oddone di
Cluny, uno degli iniziatori del movimento riformatore che dominerà la
vita religiosa ed ecclesiastica del secolo successivo; o l’attività magistrale
di Abbone, monaco di Cluny, che nella scuola claustrale di Fleury sur Loire
organizzò un corso organico di studi fondato sulla lettura sistematica
dei Padri, ma anche sull’insegnamento della grammatica, della dialettica e
della retorica. Non abbiamo però elementi sufficienti per stabilire se si
debba proprio ad Abbone un breve trattato sui Sillogismi categorici di
notevole interesse storico, perché ci permette di stabilire il punto
cronologico della costituzione del corpus dei testi logici usati
nell’insegnamento scolastico. Ma chiunque sia l’autore dello scritto, è certo
che intorno alla metà del secolo non si usano più soltanto i trattati di
Aristotele, già noti nel IX secolo -- Categoriae e De interpretatione – GRICE e
AUSTIN – ACKRILL -- , ma anche i trattati di BEOZIO sugli Analytici priores e
poste riores, che solo assai più tardi verranno sostituiti dagli scritti
originali di Aristotele. D'altra parte i commenti alla Consolatio di Bovo
di Corvey e di Adaboldo di Utrecht testimoniano la continuità della
tradizione boeziana che avrà tanta influenza sulla cultura dell’XI e e
del XII secolo. Assai pid importante di Abbone è però la
personalità di Gerberto di Aurillac (t 1003), l’uomo pit dotto del suo
tempo. Formatosi anch egli nell'ambiente monastico di Cluny, soggiornò a
lungo in Spagna dove entrò in contatto con la grande tradizione scientifica
araba e, più tardi, maestro a Reims, abate di Bobbio e arcivescovo di
Reims e di Ravenna, diffuse le sue cognizioni nelle scuole francesi e
italiane. Asceso nel 999 al soglio pontificio col nome di Silvestro II,
egli esercitò una notevole influenza sul giovane Imperatore Ottone III e
sul suo singolare e sfortunato tentativo di restaurazione imperiale romana; ma
se l’attività di Papa Silvestro II interessa la storia ecclesiastica e
politica, lo studioso della cultura medioevale considera piuttosto la sua
figura di maestro, conoscitore perfetto del trivio e del quadrivio, e di
scienziato dotato di discrete conoscenze matematiche, geometriche e
astronomiche. Lettore degli antichi, i cui testi fece ricercare e raccogliere
in tutto l’Occidente cristiano (e, anzi, si deve proprio alla sua iniziativa la
conservazione di un certo numero di orazioni ciceroniane), Gerberto era
infatti sicuramente convinto che l’eloquenza e l’esatto raziocinio non
contrastano affatto con la fede, e che anzi la formazione del buon chierico non
può prescindere dall’apprendimento organico e sistematico delle arti
liberali. Per questo, nella sua scuola s’insegnava la retorica sull'esempio
degli scrittori classici e si usavano correntemente, oltre ai soliti
testi aristotelici, anche tutti i commenti logici di Boezio e i Topica di
Cicerone. E quale fosse, del resto, la tendenza di Gerberto dinanzi ai
problemi dell’insegnamento logico risulta chiaramente dal suo libretto De
rationale et ratione uti, ove prendendo a pretesto il caso di una proposizione
in cui il predicato sembra meno universale del soggetto, egli analizzava le
funzioni e il significato logico dei vari termini della proposizione. Tuttavia
l’attività più costante ed originale di Gerberto fi: dedicata allo studio della
geometria e dell’astronomia. E se la Geometria che gli è attribuita è
opera scientifica di non gran valore e i suoi scritti sulla tecnica del
calcolo rispondono piuttosto ad esigenze pratiche, il Liber de astrolabio
mostra già una notevole influenza della scienza araba. Questo
risveglio di un discreto interesse scientifico ed enciclopedico, questi
primi rapporti con la tradizione scientifica araba sono però fat ti
storici di notevole importanza, e rappresentano il primo segno di una
netta ripresa della vita intellettuale che comincia a delinearsi fino
dagli ultimi decenni del X secolo. Già, del resto, la cultura di tono e
di ispirazione classica non è più soltanto la caratteristica di poche scuole
umanistiche e dei maestri educati nella nuova temperie spirituale di
Cluny, ma tende anzi a informare strati sempre più vasti della gerarchia ecclesiastica
quando non penetra addirittura anche negli ambienti femminili delle corti
e dei monasteri. È ben nota ad esempio, la figura della badessa Hrosvita,
autrice di commedie edificanti e di poemi latini, discepola di altre
monache dotte come suor Rikkardis o l’ahbadessa Gerberga, ma i cronisti
medioevali ricordano pure Edvige di Baviera, una principessa che conosceva il
latino e il greco e leggeva con entusiasmo Orazio e Virgilio. Del resto,
la costante ammirazione per gli antichi e l’amore per le lettere non è
certo solo la caratteristica della cultura delle scuole francesi,
germaniche o anglosassoni; anche l’Italia, anzi particolarmente l’Italia,
possiede importanti istituzioni scolastiche dove si continua
l’insegnamento della grammatica e della lingua latina, anteponendolo
addirittura a quello di tutte le altre discipline. E, se è vera, è certo
particolarmente significativa la storia di quel maestro Vilgardo di
Ravenna che sarebbe stato condotto dal suo entusiasmo di grammatico a
preferire i poeti antichi alla verità della Scrittura e che avrebbe cosi
iniziato un singolare movimento ereticale. È un racconto questo che come ha giustamente notato il Gilson va accettato con un largo beneficio
d’inventario. Ma il solo fatto che si potesse diffondere una storia di questo
genere è già una testimonianza abbastanza importante delle tendenze della
cultura scolastica. Il 2 febbraio del 962 Ottone I di Sassonia cingeva in Roma
dalle mani di Giovanni XII la corona imperiale. Con questa incoronazione
che concludeva la fortunata vicenda di un sovrano eccezionalmente abile
e risoluto, si chiudeva l’età pifi fosca dell’anarchia feudale e
risorgeva, quasi a distanza di due secoli, una salda unità politica
comune a una vasta parte dell’Europa occidentale. Erede della tradizione
carolingia, restauratore del potere imperiale ridotto ad un puro simbolo
dalla potenza della grande aristocrazia militare e fondiaria, Ottone si
presentava all’Europa con lo stesso carattere carismatico che aveva assunto il
suo predecessore franco. Eppure, nonostante la finzione di una continuità
storica, la nuova costruzione politica ottoniana era profondamente diversa
dall’Impero di Carlo, rispecchiava condizioni storiche affatto nuove, e
costituiva, essa stessa, un ulteriore fattore di sviluppo della società europea
e della progressiva trasformazione delle sue basi economiche e
politiche. Questi caratteri storici peculiari del nuovo Impero
ottoniano sono del resto evidenti nella sua stessa struttura geografica e
politica. Per la prima volta nella storia dell'Europa, l’asse del potere
politico tende a spostarsi verso l’Europa nord-occidentale in una
direzione diversa da quella in cui si era orientata la struttura amministrativa
dell’Impero carolingio; inoltre il Sacrum Romanum Imperium Teutonicorum ha
adesso un ambito territoriale ben definito, limitato ai due antichi regni
di Germania e d’Italia, e rinunzia alla pretesa di estendersi sull’intera
cristianità e di coincidere con il corpo visibile della Chiesa militante.
Fondato saldamente sulla supremazia militare che Ottone ha conquistato prima in
Germania e poi in Italia, chiudendo la via alle ultime invasioni e
sconfiggendo la riottosa ostilità dei duchi di stirpe e dei grandi
feudatari, l’Impero mira a riassumere tutti i poteri e le prerogative che erano
state assunte di fatto dalle grandi dinastie feudali e dall’alto
predominio spirituale della Chiesa romana. E proprio per porre termine al
periodo di disgregrazione sociale e politica seguito alla caduta delle istituzioni
carolinge, la politica di Ottone deve assumere un atteggiamento di rigida
ostilità sia nei confronti della feudalità che verso il papato
accentuando tendenze, direttive e atteggiamenti che nell’Impero carolingio
erano stati assai meno radicali. Con l’avvento di Ottone la
feudalità laica si troverà cosî a fronteggiare la rinnovata supremazia del
potere imperiale che comincia ad avvalersi del prezioso ausilio di una
vasta aristocrazia ecclesiastica, completamente controllata dal sovrano
che le attribuisce poteri e funzioni feudali sempre più vasti. Anche la
gerarchia ecclesiastica è però sottoposta all’assoluta autorità
dell’Imperatore che dispone, di fatto, dell’elezione dei vescovi e della
designazione del Pontefice. Il giuramento di fedeltà che Papa Giovanni XII è
stata costretto a prestargli e le rigide clausole del Privilegium Othonis
permettono infatti all’Imperatore germanico di esercitare sul pontefice romano
un’autorità e un potere che neppure Carlo Magno aveva mai posseduto,
almeno in una forma cosi totale ed esplicita. Ma come si preoccupa di
controllare, in tutti i suoi gradi più elevati, la élite dirigente della
Chiesa, Ottone rafforza in Germania e in Italia le attribuzioni dei conti
palatini, gettando i presupposti di un rigido controllo dell’aristocrazia
laica la cui lenta decadenza economica e politica andrà progressivamente
aggravandosi nel corso dell’XI secolo, sotto la spinta di circostanze e
di eventi in gran parte impliciti nelle contraddizioni interne della
società feudale. In tal modo, mentre chiude ad Oriente la via
tradizionale delle grandi invasioni, l’Imperatore sassone può adesso tentare di
restituire al potere imperiale una vera funzione dominante, e sostituire
alla lunga fase di anarchia feudale che si era aperta con la crisi della
dinastia carolingia una nuova direttiva unitaria. La rinascita di
un più saldo potere politico centrale non è però, nel corso del X secolo,
un fenomeno tipico solo del mondo tedesco o italico; ma si verifica anche nelle
altre terre di Europa ormai sottratte di fatto alla teorica giurisdizione
imperiale. In Francia, le lunghe lotte tra 1 discendenti carolingi e i
capetingi e l’assenza di un’autorità dominante rendono infatti
estremamente precaria la ricostruzione di uno stabile ordinamento politico. In
Inghilterra, le ripetute incursioni vichinghe e la debolezza dei piccoli
regni anglosassoni creano una confusa situazione di crisi permanente di
cui sapranno presto approfittare gli invasori norman82 La
rinascita ottoniana e la ripresa intellettuale dell'XI secolo ni.
Altrove, nelle regioni dell’Italia meridionale, estranee all’Impero, le
forze opposte dei bizantini, delle signorie longobarde, dei saraceni e
dei poteri feudali e cittadini locali, continuano a combattersi in una
perenne e confusa guerriglia. Tuttavia, già verso la metà dell'XI secolo,
anche la condizione politica della Francia e dell’Inghilterra comincia a
subire un mutamento di portata decisiva. E mentre l’Impero, minacciato da una
rinnovata crisi dinastica, attraversa un nuovo periodo di «ecad:nza la
monarchia francese inizia quel suo lento ma costante rafforzamento, che
permetterà più tardi a Luigi VI di riaffermare vigorosamente la
supremazia regia, e l'Inghilterra, dominata e unificata dai normanni, assume
sotto gli Angiò-Plantageneti una solida struttura dinastica.
Un tale processo di profonda trasformazione delle istituzioni e
delle forze politiche dominanti è però soltanto l’espressione, al livello
politico, di un mutamento ancor più radicale che investe tutte le strutture
economiche e sociali dell'Europa feudale. Senza dubbio, non si tratta di
un’improvvisa esplosione di forze economiche prive di radici nella storia
passata; al contrario, è proprio la rapida maturazione di energi: già
esistenti in seno alla società feudale che imprime adessc una svolta
decisiva al processo storico. Il ritorno ad una condizione di vita civile
più pacifica e sicura e il ripristino di un’autorità centrale capace di
frenare le tendenze centrifughe dei poteri locali, rende poi naturalmente
più rapido e facile l'avviamento di nuove forme di organizzazione economica e
di ordinamento politico. Se nei seccli precedenti il regime feudale aveva
permesso la continuità della vita produttiva, difendendo cittadini e coloni
dalle invasioni e dalle guerre, e mantenendo in vita un filone pur esile
di scambi e di attività urbane, adesso l’ago dell'economia europea tend:
a riportarsi nuovamente verso le città che vedono incrementarsi i loro
traffici, accrescersi l’attività artigiana e aumentare costantemente il
ritmo della vita civile. Ccssa cosi quel lento, costante decrescere della
popolazione soprattutto urbana, che in certe zone d:ll’Europa centrale aveva
raggiunto un punto impressionante. Popolazioni, un tempo nomadi e pr:datrici,
s’installano definitivamente in vaste contrade dell’Ori:nte europeo, dando vita
a nuovi organismi statali come la Bo:-mia, l'Ungheria e la Polonia, ed
entrano in stretti rapporti economici e sociali con i paesi dell'Europa
occidentale. Ma il fenomeno di ripresa demografica non si limita solo a
queste zone; ché, anzi, esso si manifesta principalmente nelle regioni
dell’Europa mediterranea, nelle campagne come nelle città, ove esso
produrrà una serie di conseguenze economiche e politiche di eccezionale
rilevanza storica. Ecco infatti nelle zone rurali i castelli che si trasformano
in borghi, centri di attività artigiane e mercantili; mentre nelle città,
sotto l’autorità dei vescovi-conti, la popolazione rapidamente
accresciuta dà luogo a un tessuto sociale già differenziato ed organico.
Naturalmente, questo processo di ripresa demografica si traduce, poi, ben
presto, in un rapido incremento dell’attività produttiva. I boschi, abbandonati
da secoli o sfruttati soltanto nelle zone delle grandi abbazie benedettine,
cedono il posto alla terra coltivabile; nelle zone paludose vengono
operati i primi tentativi di bonifica; i pascoli diminuiscono di
estensione trasformandosi anch'essi in terreni produttivi. Anche le terre
dell’Est, aperte alla colonizzazione germanica dalle vittorie di Ottone I,
vengono adesso dissodate e coltivate da larghe masse di popolazione
rurale che si spingono profondamente nei territori abitati dagli slavi.
L’esigenza di un forte aumento dei mezzi di vita agisce, d’altra
parte, anche come incentivo all’acquisizione di conoscenze tecniche più
evolute ed alla scoperta ed all’uso di strumenti e di mezzi che contribuiscono,
a loro volta, a modificare le condizioni economiche. Ma trasformazioni ancor
più decisive si verificano nell’ambito delle attività commerciali, il cui
sviluppo è continuo e costante, grazie anche alla maggior sicurezza delle
grandi vie di comunicazione ed alla crescente intensità dei rapporti economici
tra le varie regioni dell'Europa feudale. In tal modo, le città, che pure erano
sopravvissute anche ai periodi di pil grave stasi economica, riprendono
rapidamente a svilupparsi; e divengono sedi di mercati o di fiere, centri di
produzione artigiana, nell’ambito di un movimento economico caratterizzato da
una accresciuta circolazione monetaria e dalla tendenza a costituire
una fitta rete di scambi dalle terre dell'Est germanico al Mediterraneo,
dal Baltico alle regioni balcaniche ed alle terre bizantine. Il sorgere
delle nuove attività produttive specializzate causerà poi, nel corso del
XII secolo, un ulteriore imponente sviluppo dell’economia cittadina; e
ne risulteranno i primi lineamenti di una società nuova, dominata
dall’iniziativa delle classi mercantili ed artigiane, già capaci di porre le
prime basi della loro futura potenza finanziaria. È quindi naturale
che una trasformazione demografica ed economica incida profondamente anche
sulle condizioni sociali ed economiche delle varie classi che avevano
costituito i quadri della società feudale. Già infatti nel corso dell’XI
secolo, la serviti della gleba comincia ad essere sostituita da un tipo
di organizzazione colonica assai più libera, mentre precise norme
giuridiche stabiliscono ora più esattamente i rapporti tra il
proprietario, gli affittuari e i coloni. Ma il mutamento è ancor pi
decisivo nell’ambito cittadino, dove la nobiltà di origine feudale deve cedere
le sue posizioni dominanti alle nuove classi produttrici che s’avviano
rapidamente ad acquisire una prima consapevolezza dei propri interessi e
scopi economici e politici. In questa società, già in preda
ad un profondo fermento innovatore, continuano ancora a dominare gli ideali
ideologici elaborati nell’età carolingia e difesi dalla restaurazione
ottoniana. Il mito unitario dell’autorità assoluta e divina dell’unico
Imperatore, pastore e guida del popolo cristiano, è ancora un’idea attiva
ed operante che trova sostenitori e teorici tra i giuristi che illustrano
i testi giustinianei come tra i dotti ecclesiastici delle corti sassoni e francone.
Certo, la crisi che segue alla estinzione della monarchia sassone, il
definitivo rafforzamento della grande feudalità tedesca, e, d’altra
parte, gli inizi dei primi ordinamenti autonomi cittadini, sono
altrettanti eventi che mostrano la reale debolezza dell’autorità
imperiale e la sua incapacità a far fronte al nuovo corso storico. Ma il
regno di Enrico III, che restaurerà la supremazia imperiale sulla Chiesa,
sembrerà segnare il ritorno alla tradizione carolingia e ottoniana. Il legame
tra il sovrano e le correnti di riforma ecclesiastica testimoniato dalle radicali risoluzioni dei
sinodi di Sutri e di Roma (1046)
rafforzerà nei nuovi ceti popolari la fiducia nella funzione carismatica
e sacrale dell’Imperium, custode della giustizia e dell’ordine cristiano.
Alla continuità e al rinnovato prestigio della tradizione imperiale
corrisponde però, da parte della Chiesa, un profondo processo di rinnovamento e
di riforma suscitato e guidato dall’ascetismo monastico, ma che trova
larga partecipazione e consenso proprio nell’ambiente cittadino e tra le
nuove forze sociali. La decadenza della disciplina e del costume
ecclesiastico divenuta gravissima e generale nell’età postcarolingia suscita
non solo l’indignata protesta di uomini votati alla severa disciplina benedettina
o dediti ad una vita di contemplazione e di preghiera, ma anche la
rivolta di quei ceti di varia origine e condizione sociale sui quali pesava il
dominio della feudalità ecclesiastica. Contro il papato romano, ormai ridotto a
oggetto di contesa tra le pif potenti famiglie romane, contro
l’aristocrazia episcopale trasformata in un vero e proprio corpo politico
di elezione imperiale, si svolge infatti l’aspra polemica dei riformatori che,
con toni e parole apocalittiche, denunziano la carenza morale e intell:ttuale
della gerarchia, la sua cupidigia di potere mondano e di ricchezza, gli
scandali della simonia e del concubinato, il tradimento e il ripudio
della parola evangelica. Sono motivi, questi, che tornano con costante violenza
nella predicazione dei monaci come nelle invettive di cronisti popolari
o ecclesiastici, ugualmente schierati contro la potenza e l’oppressione
terrena esercitata da grossi potentati ecclesiastici; e dalla loro
condanna emerge un quadro profondamente pessimistico della vita
ecclesiastica del tempo, e l'immagine eloquente di una decadenza che
sembra aver raggiunto uno dei livelli più bassi e pericolosi di tutta la
storia della Chiesa. La ribellione morale contro la
corruzione della gerarchia e il fermento antiecclesiastico che serpeggiavano
tra le masse devote, furono però presto organizzati e guidati dalla nuova élite
intellettuale che si era formata verso la fine del X secolo nell’ambiente
purificato delle abbazie riformate. Già nel 910 il duca Guglielmo di Aquitania
aveva fondato a Cluny un monastero ispirato al rispetto integrale della
regola benedettina, in netto contrasto con la rilassat:zza delle antiche
abbazie trasformate da tempo in ricche signorie feudali. Sotto la guida di
grandi abati, come Oddone e Ugo, Cluny si era trasformato in un centro
d’intensa vita spirituale e di alta esperienza mistica. Ma l'ispirazione
ascetica dei cluniacensi era subito passata sul terreno della lotta
riformatrice, con la sua recisa condanna dei costumi corrotti del clero feudale
e il ripudio di ogni forma di compromissione con i poteri mondani. La
predicazione dei cluniacensi, già particolarmente diffusa verso la fine
del X secolo, ebbe presto una grande influenza in tutta l'Europa
cristiana. In Francia, in Italia, in Germania, numerose abbazie tornarono alla
regola; altri monasteri, come quelli italiani di Camaldoli (fondato nel 1012) e
di Vallombrosa, originarono nuovi ordini monastici affini all’esperienza
cluniacense; infine, il nuovo spirito riformatore penetrò in un vasto settore
della stessa gerarchia ecclesiastica, già da tempo preoccupato della
decadenza delle istituzioni. Il favore di alcuni vescovi e, soprattutto, dei
Pontefici tedeschi eletti dopo il concilio di Sutri, favori poi un ulteriore sviluppo
della riforma cluniacense, che già nella seconda metà dell’XI secolo contava
circa duemila monasteri. Né la forza dei cluniacensi fu soltanto
spirituale, bensi anche politica; poiché la concessione papale della
cosiddetta Commendatio Sancti Petri, che rese immuni i loro monasteri dalla
giuri86 La rinascita ottoniana e la ripresu intellettuale dell'XI
secolo PE sdizione dei vescovi, ruppe a loro vantaggio il
vincolo di dipendenza gerarchica che aveva ormai assunto un carattere
schiettamente feudale. Ora, è chiaro che una tale prerogativa implicava
non solo un profondo mutamento nella struttura della Chiesa, ma la
trasformazione della riforma cluniacense in un potente strumento del
rinnovamento ecclesiastico e della restaurazione dell’autorità pontificia.
Il che giova a comprendere perché il movimento di Cluny potesse assumere una
parte decisiva nella lotta contro l’autorità mondana dei vescovi feudatari e
nell'avvento delle nuove direttive spirituali e pratiche che guidarono la
vita della Chiesa nell’età gregoriana. Pi tardi anche Cluny perderà
la sua originaria vocazione riformatrice e subirà lo stesso processo di
decadenza che aveva esaurito la originaria tradizione benedettina. Ma il
risveglio spirituale che è
espressione delle nuove forze storiche maturate nel corso del X secolo troverà ancora interpreti nell’ascetismo di
altre regole monastiche, come i certosini e i cistercensi, e nella continuità
di un moto riformatore popolare e laico. Sotto l'impulso di queste correnti,
l’ideale della riforma si diffonderà e si estenderà penetrando
profondamente gli ambienti sociali più sensibili alle sue immediate
implicazioni politiche e sociali. E, mentre si rinnovano in Europa eresie che
forse si collegano ad antiche tradizioni manichee, nell’Italia settentrionale
sorge il movimento dei Patari, campioni zelanti della lotta contro la
corruttela morale e disciplinare dell’alto clero. Nelle città, già centri
attivi di vita mercantile e di attività produttrici, il potere del
vescovo-conte diviene cosi sempre più precario e soggetto al minaccioso
intervento delle forze politiche organizzate nelle quali si specchiano gli
interessi e le aspirazioni dei ceti mercantili e artigiani. I frequenti tumulti
contro i vescovi simoniaci, le ribellioni e i conflitti che dominano
attorno alla metà dell’XI secolo la vita delle città italiane, sono
appunto la testimonianza storica dello stretto legame che si è già stabilito
tra le esigenze religiose e le particolari aspirazioni politiche dei ceti
sociali emersi dall’incipiente crisi della feudalità. Non è qui
certo possibile seguire le fasi della progressiva riforma delle
istituzioni ecclesiastiche compiuta sotto l’ispirazione dei cluniacensi e
culminata con i decreti di Niccolò II e con i drastici provvedimenti di
Alessandro II contro l’influenza laica nelle cose ecclesiastiche. Ma non
sarebbe possibile intendere tanti aspetti della riflessione filosofica
dell’XI e XII secolo, senza ricordare che la riforma mossa da una
profonda esigenza di rinnovamento evangelico finî col concludersi
nell’affermazione di un ideale teocratico fondato sul principio di un unico
potere supremo, quello papale, principio e fonte di ogni autorità e
potestà temporale e spirituale. Questa dottrina, formulata con
estremo rigore negli scritti di Gregorio VII e soprattutto nel famoso Dictatus
papae, implicava naturalmente l’accentramento di tutta la vita della Chiesa
nelle mani del Papa e la sua piena potestas sopra ogni aspetto
dell’organizzazione sociale e politica della Cristianità. Né Gregorio doveva
esitare dinanzi all'applicazione integrale di questo principio anche nei
confronti della autorità imperiale già direttamente colpita da un
complesso di riforme che abbattevano la sua supremazia sulla gerarchia
ecclesiastica e le toglievano praticamente ogni diritto di controllo
sulla feudalità ecclesiastica. La lunga lotta tra Gregorio ed Enrico IV, che
divise gran parte d’Europa in due campi avversi, fu quindi l’epilogo
naturale di un contrasto inconciliabile: che traeva origine dallo stesso
carattere sociale dell’Imperium e dalla sostanziale diarchia costituita dalla
struttura burocratico-ecclesiastica della società carolingia. Ma questa
contesa che ebbe la sua
espressione ideologica in una vasta letteratura controversista rappresentò anche una favorevole occasione
per lo sviluppo delle nuove forze sociali e politiche che proprio nel
corso della guerra delle investiture acquistarono una precisa coscienza del
loro peso e dei loro interessi. Non a caso le origini delle istituzioni
comunali sono spesso strettamente intrecciate ai conflitti tra l'Impero e
il papato che causarono la rapida crisi della feudalità ecclesiastica; e,
d’altro canto, è proprio nel corso dell’XI secolo che si ricostituiscono
e si rafforzano le monarchie nazionali destinate a svolgere una funzione
politica decisiva per tutto il Basso Medioevo. È appunto entro questa
prospettiva storica che occorre valutare il rapido processo di ripresa
intellettuale che s’inizia già alla fine del X secolo in stretta
connessione con la rinascita economica e sociale dell'Europa occidentale.
A tale ripresa contribuiscono infatti
sia pure in grado e misura diversi
tanto la rinnovata prevalenza delle istituzioni urbane e il tono
più elevato e raffinato della vita civile, quanto l’impetuosa predicazione dei
riformatori e l’esigenza di elaborare nuovi strumenti intellettuali per
le continue controversie tra il potere ecclesiastico e quello civile o tra i
diversi gradi della stessa gerarchia clericale. Ma vi contribuisce altresi e in maniera spesso assai
rilevante anche l’aprirsi delle civiltà
europee a più stretti e continui contatti con il mondo arabo e bizantino
sia per l'incremento degli scambi sia attraverso le guerre di riconquista in
Sicilia e in Spagna e infine, negli ultimi anni del secolo, l'iniziativa
espansionistica della I Crociata. Questi rapporti, la cui influenza
sarà cosi forte già nella seconda metà del XII secolo, non esercitano
però ancora un influsso decisivo sulla cultura dell’XI che continua a
svolgersi prevalentemente sulla via tracciata dall’ordinamento scolastico
carolingio. Però le antiche scuole monastiche non sono più gli unici grandi
centri di una cultura di carattere letterario-ecclesiastico, ma cedono
anzi lentamente il passo a un largo processo di rinnovamento
intellettuale esteso a gran parte dell'Europa occidentale,
indipendentemente dalle particolari distinzioni di carattere nazionale.
Da Parigi a Orléans, da Chartres a Tours, è tutto un fiorire di scuole
sorte spesso all’ombra delle cattedre vescovili e dove le arti del trivio
e del quadrivio vengono tramandate alle nuove generazioni di chierici, mentre
in Italia si assiste invece al sorgere di scuole cittadine, dipendenti
solo in parte dalle autorità ecclesiastiche e dedicate principalmente agli
studi di diritto, cosî necessari ad una società fondata sulla pratica del
commercio e sullo sviluppo delle attività artigiane. Cosî, accanto alla
tradizione teologica che si continua nelle istituzioni scolastiche, monastiche
e cattedrali, si affermano nuovi campi di ricerca intellettuale; lo
stesso apprendimento delle arti liberali è condizionato a nuove finalità e
interessi diversi, come mostra lo stretto nesso tra lo studio
approfondito della dialettica e il suo uso nella pratica giuridica e
forense. Questo nuovo indirizzo di studi si manifestò dapprima in
Italia, soprattutto in quelle regioni meridionali o adriatiche dove il
diritto romano legato alla tradizione bizantina aveva sempre conservato
la sua influenza e dove erano stati sempre pit stretti i rapporti con
Bisanzio e col mondo arabo. Specialmente nella Calabria e nelle Puglie
che fino all’XI secolo erano state parti integranti dell’Impero bizantino, e
dove la conquista normanna non eliminò il carattere ormai acquisito della
cultura cittadina e della stessa vita ecclesiastica la continuità della tradizione giuridica
romana non venne mai spezzata. Nella Sicilia, riacquistata dai Normanni nella
seconda metà del secolo, continuò invece a fiorire una ricca cultura d’impronta
greca ed araba destinata a costituire uno dei maggiori punti d’incontro tra la
civiltà europea e le tecniche e le dottrine assimilate dall'esperienza
della scienza isla‘mica. Ma l’interesse scientifico e i rapporti con la cultura
greco-araba furono particolarmente intensi nella scuola medica di
Salerno, già attiva nel corso del X secolo e rimasta sempre fedele ai
dettami classici della medicina greca. Cosi, quando nel 1056 Costantino
Africano, un medico cartaginese formatosi nella scuola araba, passò in
Italia e costitui a Montecassino un vero e proprio centro di traduzioni
delle opere fondamentali della cultura scientifica greca e mussulmana, la sua
attività trovò un terreno particolarmente fecondo. La ricca biblioteca di testi
greci ed arabi, che venne ad arricchire le conoscenze dei medici
salernitani, contribuî a sollevare un rinnovato interesse per la ricerca
scientifica e far conoscere i primi fecondi risultati di una civiltà
tecnicamente più progredita come quella araba. L’influenza che la
scuola salernitana esercitò in tutta Europa, spingendo numerosi dotti a
coltivare insieme agli studi medici anche quelli scientifici e
filosofici, fu un fattore di notevole importanza per lo sviluppo di una cultura
di carattere assai diverso da quella tramandata dalle scuole monastiche,
e già profondamente permeata di motivi filosofici e scientifici propri della
tradizione oreca ed araba. EA è certo ben simnificativo che proprio un
vescovo di Salerno, Alfano (1058-1085), traducesse il De natura hominis
di Nemesio, ove è chiaramente definita l’idea dell’uomo come microcosmo,
sintesi di tutti i caratteri e di tutte le forme dell’universo.
Un indirizzo prevalentemente giuridico ebbe invece la cultura dell’Italia
settentrionale, pit legata alla rapida evoluzione politica dei rapporti
economici e sociali che richiedeva nuove istituzioni giuridiche capaci di
rispondere alle esigenze di una civiltà urbana e mercantile. E poiché il
diritto romano rappresentava la tradizione giuridica maggiormente affine al
nuovo tipo di società e di organizzazione sociale, lo studio del Corpus
iuris attrasse le migliori energie intellettuali. Lo sviluppo,
prima della scuola ravennate e poi della grande scuola bolornese da Pepo all’Accursio,
non è certo arsomento che possa interessare questo rapido schizzo della
cultura filosofica medioevale. Ma bisogna pur ricordare che lo studio e
l’esposizione del Digesto o del Codice richiedevano un solido corredo di
nozioni srammaticali e dialettiche; e che d'altra parte il largo
incremento della pratica forense comportava uno studio ancora più accurato
dell’arte retorica. Il naturale interesse per le arti del trivio
non fu però esclusivo delle scuole giuridiche frequentate da laici e
volte agli scopi mondani della vita civile. Anche la cultura
ecclesiastica, sia in Italia che in Francia, conobbe infatti
un’importante ripresa dello studio ‘della dialettica, la cui fortuna è certo da
porre in rapporto anche con l’evoluzione parallela delle
istituzioni giuridiche ecclesiastiche e con la formazione di tipo
giuridico propria anche di molti uomini di chiesa. Inoltre la lunga
contesa tra l’Impero e la Chiesa, e il fiorire di una vasta letteratura
controversista, favori indubbiamente la tendenza all’uso sistematico degli strumenti
dialettici forniti dall’insegnamento delle scholae. Né meraviglia che l’impiego
di metodi di discussione dialettica si spostasse sempre più dal piano
giuridico e dalle dispute su argomenti di immediata incidenza
ecclesiastico-politica alla stessa elaborazione teologica.
Ecco perché le soluzioni dei probl:mi logici cui si dedicarono tanti
maestri di questo secolo, dettero luogo cosf spesso a gravi conseguenze
metafisiche e teologiche dalle quali non furono esenti neppure i temi più
gelosi della tradizione ortodossa. Non solo; la maturazione di una
mentalità più critica, nutrita di studi profani e di solide cognizioni
dialettiche, ebbe certo una notevole influenza anche sull’evoluzione delle
correnti riformatrici e, in generale, nell’atteggiamento intellettuale
dell’élize ecclesiastica. Gli storici del pensiero medioevale
sogliono sempre ricordare, a questo proposito, le pagine veementi ed
espressive che un tipico esponente della riforma, come Pier Damiani, scrisse
contro i chierici del suo tempo più avvezzi a studiare i principi della
dialettica aristotelica o della retorica ciceroniana che non a meditare
le Sacre Scritture. Ed è anzi un luogo comune presentare la filosofia
dell’XI secolo sotto il segno della lotta tra i dialettici che miravano a
spiegare con i loro sillogismi anche il dogma e le verità rivelate e i rigidi
difensori dell’ortodossia che consideravano l’uso di argomenti razionali
nell’ambito teologico come una violazione delle verità di fede. Tale
contrasto è stato certo troppo esagerato da una storiografia che non
teneva forse nel dovuto conto il caratt:re comune della cultura di cui
partecipavano entrambi gli avversari e che spesso traspare anche dietro
la polemica più irruente. Ma ciò non toglie che l’inseri- mento dei
metodi dialettici nel campo degli studi sacri segni una tappa fondamentale
nell’evoluzione della teologia cristiana, e che l’importante ripresa di studi
logici dell’XI secolo prepari già l’ambiente storico in cui maturerà la
grande esperienza di Abelardo. Tra i maestri che diedero un notevole
impulso allo sviluppo della dialettica vanno quindi particolarmente
ricordati Berengario di Tours e Anselmo di Besate detto il Peripatetico,
entrambi tipici esponenti delle nuove tendenze intellettuali. Discepolo
di Fulberto di Chartres e organizzatore a sua volta della scuola cattedrale
di Tours, Berengario spinse l’uso degli argomenti dialettici fino al
tentativo di ridurre in puri termini razionali anche i principi di fede.
Come scrive nel De sacra coena che
è appunto un tentativo d’interpretazione dialettica del dogma
dell’eucarestia egli ritiene infatti che
la rinunzia all’esercizio della ragione significhi disprezzare uno dei pit alti
doni divini e rinunziare a quella nostra facoltà che ci rende
maggiormente simili alla natura di Dio. Perciò, alle autorità ed alla stessa
tradizione dei Padri, Berengario può opporre la superiorità della ricerca
razionale il cui campo di azione non deve arrestarsi neppure dinanzi ai
misteri della transustanziazione o della presenza reale. Il
modo in cui procede questa discussione dialettica del tema trinitario, è poi
una testimonianza caratteristica della mentalità di Berengario. In qualsiasi
composto di materia e forma egli
argomenta è impossibile che permangano inalterati gli accidenti, se si
verifica un effettivo mutamento della sostanza. Sicché il fatto che anche
dopo la consacrazione permangono nel pane e nel vino i medesimi
accidenti, dimostra che non si è mai verificato l’annullamento della loro
forma e la trasformazione nel corpo e nel sangue di Cristo, ma che si è
realizzata soltanto l’unione di queste forme con quelle preesistenti del pane e
del vino. Simili argomenti, che Berengario continuò a sostenere
nonostante l’abiura cui fu costretto nel 1050 dal sinodo di Vercelli,
mostrano assai bene quali fossero i possibili sviluppi della trattazione
dialettica della materia teologica. E si può ben comprendere perché molti
dei suoi contemporanei fossero concordi nel condannarlo e nel
guardare con forte diffidenza anche l’attività di Anselmo di Besate, che
intorno alla metà del secolo viaggiava instancabilmente tra le scuole
d’Italia, di Francia e di Germania, insegnando particolarmente l’uso
delle argomentazioni contraddittorie. Certo, la sua RAetorimachia non è davvero
un gran monumento filosofico, né mostra l’intenzione di estendere la sua
rudimentale tecnica dialettica nell’ambito della teologia. Ma il suo
insegnamento doveva influenzare profondamente la mentalità dei giovani chierici
con conseguenze forse non troppo diverse da quelle indicate da
Berengario, e costituiva comunque un pericoloso precedente per i sostenitori
dell’integrale rispetto delle pure norme di fede. Ecco perché
negli ambienti della ritorma cluniacense, e, più tardi, della riforma
cistercense e certosina, si delineò una cosî violenta reazione contro la
puerilità e l’empietà dei dialettici, e una condanna delle scienze profane
considerate inutili se non addirittura temibili per la salvezza del cristiano.
Le dure parole con cui il vescovo Gerardo di Czanard vieta l’uso delle
argomentazioni filosofiche nell’ambito teologico, i rimproveri di Otloh di S.
Emmeran contro gli stolti e gli ingenui che credono di dover sottomettere la
verità della Scrittura all’autorità della dialettica, sono espressioni
caratteristiche di un atteggiamento che ha profonde radici nella temperie
spirituale degli erdini riformatori. E ad essi fa eco un tipico
rappresentante dell’età giegoriana, Manegoldo di Lautenbach (t 1103) il
quale, polemizzando contro Wolfemo di Colonia (noto come sostenitore
della concordanza tra le dottrine di Macrobio e la verità cristiana),
ammette, st, l’utilità della filosofia nei limiti delle scienze mondane,
ma sottolinea il radicale contrasto tra le spiegazioni filosofiche e la
rivelazione, tra le falsità dei pagani Platone ed Aristotele e l’unica
verità cristiana. Il teologo che spinge, fino alle sue estreme
conseguenze la polemica contro i dialettici e la filosofia, è però uno dei
maggiori esponenti della riforma, un monaco che prima di sottomettersi alla
severa regola monastica ha anch’egli insegnato dialettica nella scuola di
Ravenna: Pier Damiani (1007-1072). Nei suoi scritti, cosi spesso citati come
esempi del medioevale contemptus mundi, le più oscure denunzie della miseria
invincibile della natura umana si alternano alla condanna di ogni forma di
sapere mondano e di ogni scienza o arte che non abbia come fine la
glorificazione dell’onnipotenza divina. Ai chierici lettori di Cicerone e
di Aristotele egli propone l’esercizio esclusivo della contemplazione
mistica, unico cibo degno di una mente cristiana. La grammatica, la
dialettica, le regole di Donato o i sillogismi di Aristotele, sono invece
altrettanti allettamenti demoniaci che minacciano la purezza dottrinale
del clero. E nella sua dura polemica (che non a caso si giova però di
tutti gli strumenti retorici e letterari propri della cultura di un uomo
di lettere) Pier Damiani giunge a bandire la filosofia dallo scibile
cristiano, o, almeno, a ridurla al rango di una schiava prigioniera
destinata a servire alla suprema verità teologale. Il rifiuto
del sapere pagano, l’avversione per le lettere fomentatrici di dubbi e di
errori, non potrebbero essere più radicali e più netti. Eppure Pier
Damiani mostra di saper ben usare nei suoi scritti i metodi di
argomentazione dialettica che non esita ad applicare anche in quell'opuscolo De
divina omnipotentia, giustamente considerato come la espressione più
eloquente del suo puro fideismo. Lo scopo che egli vi si propone è certo
del tutto opposto a quello dei dialettici nel loro tentativo di dare una
veste argomentativa anche ai contenuti dogmatici; perché consiste
nell’affermare l’assoluta incommensurabilità del volere divino, che
possiede il potere di far si che ciò che è stato non sia mai stato. Dio,
la cui potenza è totale e illimitata, è infatti al di là di qualsiasi
condizione o norma che possa apparire contraddittoria agli occhi umani. E
quindi per lui non costituisce alcun limite il fluire irrevocabile del tempo,
cosi come la sua volontà non è affatto tenuta a rispettare quei vincoli e
quelle necessità cui è invece sottoposta la ragione umana. Ora, è evidente che,
se la volontà divina possiede una tale prerogativa, anche tutti i
tentativi di applicare nei suoi riguardi dei ragionamenti umani sono
perfettamente vani ed inadeguati. Dinanzi al mistero insondabile della natura
di Dio, dinanzi all’infinità ed al segreto del suo volere, non v’è altra
via che la umile preghizra e la adorazione. È chiaro che, accentuando
cosi nettamente il rifiuto delle norme dei principi razionali, in nome
della trascend:nza divina, Pier Damiani ha di mira molti chierici e maestri
contemporanei, e che intende estirpare radicalmente le male piante della
dialettica cresciute indebitamente nel giardino della teologia. Ma
l’affermazione dell’onnipotenza divina spinta fino alle sue estr:me conclusioni
è anch’essa foriera di gravi conseguenze; e la sua influenza maturerà nei
secoli seguenti fino a costituire una delle pi pericolose minacce p:r la
teologia delle scholae. L'uso che Guglielmo d’Ockham e i suoi seguaci
faranno del medesimo argomento per p:rvenire alla radicale negazione del
valore scientifico della teologia, è una testimonianza assai eloquente
dell’esito di un atteggiamento polemico che era nato proprio per
restaurare la supremazia degli studia divinitatis. Né meraviglia che la
polemica antifilosofica di Pier Damiani o di Manegoldo di Lautenbach preannunzi
già temi e motivi che avranno più tardi tanto peso nella crisi della
cultura medioevale, contribuendo alla caduta del tentativo tomista di una
mediazione positiva tra la ricerca filosofica e il sacro dominio della
teologia. La posizione teologica di Pier Damiani, cosi
intransigente e radicale si accorda, del resto, perfettamente con la sua
mentalità di riformatore gregoriano e di teorico della teocrazia. Nella
Disceptatio sinodalis egli non solo afferma la supremazia dell’ordine
spirituale su quello temporale (con argomenti del tutto simili a quelli
adoperati per celebrare la supremazia della teologia dinanzi ad ogni altro tipo
di sapere ancillare) ma ne deduce anche l’assoluto primato del potere
papale su quello mondano e civile dell’Imperatore. L’idea che l’autorità
imperiale dipenda essenzialmente dall’approvazione papale e che il
suo scopo debba consistere soltanto nel guidare il popolo cristiano verso
i fini voluti dalla legge divina e dalla gerarchia ecclesiastica diviene
cosi il punto di forza di una dottrina destinata a larghi sviluppi
negli scrittori papalisti del XII e XIII secolo. Anche se Pier Damiani
riconosce che l'Imperatore è stato delegato dall’autorità papale
all’esercizio dell’amministrazione temporale della cristianità, non per
questo ammette che possa avere un fine diverso o distinto da quello della
Chiesa o, tanto meno, che possa conservare legittimamente il suo potere
quando cessi d’operare secondo la guida o la volontà del Pontefic:. Come
l’unione della natura umana e di quella divina costituisce la realtà
vivente del Cristo, cosi l'unione del Papa e dell’Imperatore costituisce,
per una specie di divino mistero, la vivente unità della Christianitas.
Destinato a reggere il corpo e a guidare la vita mondana della società
cristiana l’Imperatore deve perciò sollecitare la guida del Pontefice che è rex
animarum e, pertanto, signore dell’interiore realtà spirituale. Per questo il
dominio imperiale non può vantare una propria giurisdizione particolare,
se non in via del tutto subordinata e sotto il controllo dell’autorità
pontificia. In realtà, per Pier Damiani, il popolo cristiano costituisce
soprattutto e in primo luogo una pura mistica unione sotto la sovranità
spirituale del Papa, e da essa dipende anche ogni forma di ordinamento
temporale e mondano. Il fatto che i cristiani vivano però anche nel
tempo e siano sottoposti alla necessità di un potere e di una coercizione
mondana, non significa quindi che la loro società temporale si possa
confondere con nessuno degli stati esistenti o con qualsiasi corpo
politico. I rapporti che vigono nella Christianitas sono infatti
puramente spirituali, le sue finalità del tutto oltramondane; anche l’uso
di mezzi temporali da parte dell’autorità civile vale solo in quanto può
servire per raggiungere dei fini spirituali o comunque indicati dalla gerarchia
ecclesiastica. Ecco perché, nella prospettiva teologica di Pier Damiani,
l’Impero è soltanto uno strumento della Chiesa, limitato nelle sue funzioni e
destinato esclusivamente alla difesa ed all'incremento della fede e dell’ordine
cristiano. Lungi dall’accettare la dottrina carolingia che riconosceva
nell’Imperatore l’advocatus Ecclesiae, capo temporale di tutto l’orbe
cristiano, egli lo considera infatti solo come uno dei tanti principi
(anche se il più potente) ai quali spetta il compito di realizzare neil’ordine
mondano le supreme direttive del potere spirituale. Il che implica,
naturalmente, la sua più stretta e totale subordinazione ai dettami
dell’autorità pontificia; subordinazione da cui dipende la stessa
legittimità del potere imperiale, sempre condizionata alla filiale ubbidienza
alla volontà del Papa. Il rovesciamento della dottrina carolingia
non potrebbe certo essere più radicale, né pit decisa l’affermazione della
suprema sovranità della gerarchia ecclesiastica e monastica su ogni
aspetto della vita civile. Ma questa tesi
di cui è evidente lo stretto nesso con la polemica antidialettica e la
difesa dell’assoluto primato della fede
non è l’espressione isolata di un grande spirito mistico, difensore
della riforma e del radicale rinnovamento della Chiesa. Le stesse idee
animano infatti anche un vivace polemista come Manegoldo di Lautenbach,
deciso assertore della concezione teocratica della Christiana respublica,
i cui scritti forniranno una precisa linea ideologica ai teorici della
plezitudo potestatis pontificia. E idee non dissimili, anzi sostanzialmente
identiche, ispirano il famoso Dictatus Papae, attribuito allo stesso Papa
Gregorio, dove il riconoscimento al Pontefice di ogni potere e diritto
mondano, incluso quello di deporre gli imperatori e di sciogliere i sudditi dal
giuramento di fedeltà, costituisce il fondamento dell’assoluta monarchia
pontificia. Le dottrine teologiche e politiche di Pier Damiani
rappresentano senza dubbio la posizione più radicale ed estrema maturata
negli ambienti della riforma ed esasperata dagli aspri conflitti ecclesiastici
e politici dell’età gregoriana. Ma sarebbe di grave omissione dimenticare
che, insieme a queste dottrine, si sviluppano nell’XI secolo anche altre
posizioni intellettuali assai più caute e moderate soprattutto nei confronti
dell’uso dei metodi dialettici e della loro possibile applicazione
nell’ambito dell’insegnamento teologico. La stessa necessità pratica di
formare degli uomini di chiesa, capaci di difendere l’ortodossia dalle minacce
ereticali con l’uso di tecniche argomentative accettabili anche da chi
ignorasse le autorità dei Padri (e, d’altra parte, il timore che le
soluzioni radicalmente fideistiche conducessero a pericolose conseguenze sui
temi della grazia e della predestinazione) induce probabilmente molti maestri
ad assumere un atteggiamento ugualmente distante dalle audaci conclusioni
teologiche di Berengario e dalla insolenza polemica di Pier Damiani e di
Manegoldo. E sebbene i teologi ortodossi che accettano l’inserimento
dello studio della filosofia nelle discipline clericali distinguano
nettamente l’uso lecito della dialettica dalle sue degenerazioni, non per
questo negano l’utilità e la importanza di una solida preparazione filosofica e
logica. Come sostiene Lanfranco di Pavia, abate dell’abbazia bretone di
Bec e quindi arcivescovo di Canterbury, non è infatti lecito condannare
il legittimo desiderio di confermare gli insegnamenti della fede con gli
argomenti della ragione. Avversario deciso di Berengario, di cui
confutò le argomentazioni sofistiche, Lanfranco crede che anche gli errori del
maestro di Tours non derivino dall’uso dei metodi di dialettica, bensi
dal loro abuso e dalle indebite deduzioni di conseguenze contrastanti con
le loro premesse. Appunto per questo, l'apprendimento di questi metodi di
ragionamento potrebbe chiarire l’origine di quegli errori e confermare i
misteri divini la cui verità non contraddice affatto l’uso moderato della
ragione filosofica. Una dottrina filosofica conscia dei propri limiti e
fondata su di una buona conoscenza della dialettica può anzi giovare alla
causa della fede assai più di quanto non possa nuocere la cattiva e falsa
scienza di pochi indotti. Simili idee attuate nella pratica
quotidiana della scuola ebbero naturalmente un’influenza decisiva sullo
sviluppo degli studi filosofici e teologici e sulla legittima
accettazione delle tecniche filosofiche nell'ambito della cultura
ecclesiastica. Ma il loro trionfo fu dovuto principalmente all’opera di un
discepolo di Lanfranco, Anselmo d’Aosta, la più grande personalità
filosofica del suo tempo e il vero iniziatore di una nuova tradizione
della teologia occidentale. Nato ad Aosta nel 1033, scolaro di Lanfranco
nell’abbazia di Bec, poi suo successore nella scuola abbaziale e quindi
sulla cattedra arcivescovile di Canterbury, Anselmo fu la figura pit alta e
sigpificativa della cultura dell’XI secolo. Ma i motivi fondamentali del
suo pensiero erano destinati ad esercitare un'influenza assai vasta e
profonda su tutto il successivo svolgimento della riflessione filosofica
e teologica; ed anzi, superando la crisi della scolastica, avrebbero
continuato ad agire anche su alcuni pensatori che consideriamo tra i
rappresentanti più cospicui della filosofia moderna. La ragione di questa
eccezionale influenza sta certo nel rigore e nella rara acutezza di
questo monaco che profondamente nutrito dalla riflessione agostiniana e
guidato da una conoscenza della dialettica, seppe accogliere in un sistema
organico di idee le tendenze più attive e vitali del suo tempo. E se la
sua posizione intellettuale e le sue dottrine furono spesso nei secoli
successivi oggetto di critica severa da parte di grandi maestri della
scolastica, è certo che Anselmo diede per primo un metodo razionale alla
disciplina teologica, sostituendo al costante richiamo dell’auctoritas
una via argomentativa basata unicamente sull’uso oculato e guardingo
del ragionamento dialettico. Il fatto che AOSTA si sia occupato
esclusivamente di temi teologici (dall’esistenza di Dio alla Trinità,
dall’Incarnazione al peccato originale) non toglie nulla alla novità del suo
metodo che egli estese, del resto, ad ogni aspetto del dogma. Però il
fondamento della sua dottrina rimase sempre strettamente agostiniano; e da
Agostino egli derivò gran parte delle sue premesse sviluppate però secondo una
lucida tecnica dialettica e condotte a conclusioni che innovavano la
dottrina teologica dei suoi tempi. La pid intensa attività
filosofica di Anselmo si svolse in un periodo di tempo relativamente breve, dal
.1070 al 1080, nell’ambiente dell'abbazia di Bec già predisposto
dall’insegnamento di Lanfranco ad accogliere una diversa impostazione
degli studi teologici. Fu appunto in questi anni che Anselmo elaborò i suoi
scritti fondamentali, tutti dominati dalla certezza dell’intimo accordo tra i
metodi di argomentazione razionale e i dati essenziali della fede; per
dir meglio, dalla necessità che i principi della rivelazione siano
illuminati dalla ragione e che, d’altra parte, la ricerca razionale si
muova sempre entro i limiti e presupposti della fede. Questa posizione, che
Anselmo espresse nella formula credo ut intelligam, implica naturalmente
una concezione strumentale della ragione il cui compito consiste nel
meditare i dati della fede già accennati nella loro indiscutibile verità.
Perciò anche quando Anselmo applica i metodi dinlettici anche ai
contenuti più gelosi del dogma e fonda su di essi la dimostrazione dell’esistenza
di Dio, egli è fermamente convinto che tali procedimenti valgono solo come
chiarimento e delucidazione di una verità che la ragione umana può cercare di
rendere più evidente, pur riconoscendo i propri limiti e la sua radicale
incapacità a penetrare intimamente nei misteri divini. Ecco perché nel
-Mozologion che è appunto
un’operetta scritta a richiesta dei suoi monaci come modello di
meditazione sull’esistenza e gli attributi di Dio egli afferma di voler procedere solo
per via di ragione, senza ricorrere ai riferimenti ed alle autorità
scritturali o patristiche. Ma al tempo stesso, in polemica coi dialettici,
Anselmo riafferma sempre l’assoluta superiorità della fede, principio
unico. ed essenziale donde procede lo stesso intellet to. La fede è,
dunque, il fondamento e la ragione prima della conoscenza umana; giacché non
s'intende per credere ma bensi si crede per intendere. Eppure chi crede con
certezza e fervore può usare legittimamente anche i metodi della
dialettica e i puri procedimenti razionali che sono anch’essi un dono
divino. È chiaro che un simile atteggiamento presuppone una fiducia
completa nella ragione come strumento che non arretra neppure dinanzi al
tentativo di spiegare con procedimenti analogici anche i sacri misteri. Il modo
in cui Anselmo affronta la tematica teologica tradizionale, cercando di
mostrare l’intima necessità razionale della trinità e dell’incarnazione,
ne è appunto una prova assai chiara. Ma, d’altra parte, egli è ugualmente
convinto che il potere illuminante dell’intelletto dinanzi agli abissi della
rivelazione è ben limitato, perché la verità della fede è cosi vasta e profonda
che nessuna mente mortale potrà mai possederla compiutamente. Neppure lo
sforzo concorde di tutti i Santi e dei Padri e dei Dottori della Chiesa
ha quindi potuto penetrare 11 mistero della rivelazione. Ma, proprio per
questo, niente è più erroneo che opporre all’uso legittimo della ragione
l’autorità esclusiva degli Apostou e dei Padri, dimenticandosi che anch'essi
erano uomini e conobbero la verità con mente umana e che Dio non ha
mai cessato e mai cesserà d’illuminare la Chiesa e di permettere ai
fedeli una comprensione sempre più profonda della sua parola. D'altra
parte se è vero che la visione beatiticante della verità divina è esclusa
da questo stato mondano, ciò non signitica che la ragione umana non
possa ampliare la sua intelligenza della fede. Comprendere la propria
fede signitica appunto avvicinarsi alla visione di Dio, e rendersi piî
degno dei suoi aoni. Se è cosa empia pretendere di scoprire o di
discutere ciò che Dio ha celato nella protondità insindacabile del
mistero, esistono però problemi e temi teologici che non sono affatto
incomprensibui ala ragione, ma che anzi essa deve speculare e chiarire.
Dimostrare che Dio esiste è appunto uno di questi compiti che la ragione
deve perseguire con propri mezzi e senza aicun ricorso ad autorità o
fondamenu estranei a1 suoi poteri; ed anzi dalla validità intrinseca di
questa dimostrazione dipende la possibilità di costruire una scienza
dotata degli stessi strumenti argomentativi propri delle altre arti.
La dimostrazione dell’esistenza di Dio rappresenta ovviamente uno
dei temi centrali del pensiero di Anselmo, destinato, peraltro, a
costituire un termine di confronto obbligato per tutte le correnti e
tendenze teologiche del Basso Medioevo. Ma le prove che egli presenta,
compenetrate di spirito agostiniano, sono formulate con un rigore e una
coerenza dialettica ancora estranea al pensiero di Agostino e secondo una
direttiva metafisica di carattere squisitamente platonico. Ciò è evidente
soprattutto nelle pagine del Monologion ove tutta la dimostrazione poggia sul
presupposto dell’ordine gerarchico di perfezione presente nell’universo e
sull’idea che tutto ciò che gode di un grado maggiore o minore di
perfezione deve partecipare necessariamente della perfezione assoluta. Ora
l’esperienza sensibile e la riflessione razionale ci mostrano che esistono
innumerevoli beni, più o meno perfetti, e che tutto quanto esiste ha
sempre una sua causa particolare. Ma la serie delle perfezioni
particolari e contingenti ci rinvia per necessità ad una causa unica e
prima, cosi com’è evidente che quanto è perfetto in un grado minore o
maggiore, lo è soltanto perché deriva da un supremo ed unico principio di
perfezione. Naturalmente questo bene, del 100 Anselmo
d'Aosta e la cultura teologica del suo tempo quale partecipa tutto
ciò che è bene. non può essere che il bene massimo ed assoluto, superiore ad
ogni altro bene e ad ogni altra perfezione. Ma ciò significa che quanto è
assolutamente buono è anche infinitamente grande e che quindi esiste un rrimo
essere superiore ad ogni realtà esistente limitata, e questo essere è
Dio. Un tale argomento di
cui è inutile sottolineare l’intrinseco carattere platonico-agostiniano può essere ugualmente svolto muovendo da
quella perfezione dell’essere che tutte le cose hanno in comune, sia pure
in grado e misura diversi. Ogni ente esistente ha infatti una propria causa; ma
la moltevlicità delle canse particolari presenti nell’universo può essere
considerata come riducibile ad una cau-, sa, oppure come fine a se
stessa, o ancora come costituita da una serie di cause che si causino
reciprocamente. Se però esaminiamo la seconda ipotesi, è subito evidente
che le sinvole cause esistenti per se stesse hanno almeno in comune
questo essere per sé che costituisce il princinio della loro esistenza e quindi
la loro unica causa comune. Né è diversa la conclusione cui si giunce
esaminando anche la terza ipotesi, perché supporre che una cosa esista a
cansa di ciò cui essa stessa dì l’essere, è ipotesi assurda e
contraddittoria. Non resta perciò valida che la prima ipotesi: tutto
ananto è, esiste per una causa unica éd assoluta, necessariamente
identificabile con Dio. Ma non basta. L’ardine dell'universo è
costitnito come s'è cià visto da una gerarchia di esseri alcuni dei quali
sono pii perfetti ed altri meno perfetti. Ma una volta accettata questa
verità inonnugnabile è anche necessario ammettere o che questa gerarchia di
perfezione non abbia mai fine e quindi che ogni essere postuli sempre, al
di sopra di sé, un altro essere pit perfetto, onvnre che l’universo sia
‘costituito da un numero definito di esseri. uno dei quali sunera tutti
gli altri per la sua assoluta perfezione. L'esclusione della prima ipotesi che
Anselmo ciudica assurda e irrazionale. conduce necessariamente ad
ammettere l’esistenza di un essere perfettissimo superiore a tutti gli
altri e a nessuno inferiore. Ed a chi obbietta che si potrebhero ammettere al
sommo della gerarchia due enti forniti di uguale perfezione, è facile rispondere
che questi due esseri sono uguali o perché la loro essenza è comune e
quindi sono in realtà un solo essere, oppure perché partecipano entrambi ad un
essere superiore che li trascende tutti e due e che, pertanto, è l’unico essere
perfettissimo. Dio è dunque il termine unico e assoluto che conclude la
serie finita degli esseri; e ne è al tempo stesso il culmine, la ragione e la
causa. OI L’XI e il XII secolo Un simile
tipo di argomentazione, cosi legato ad una visione gerarchica della
realtà di schietto senso platonico, si fonda evidentemente sul passaggio
dialettico dal limitato all’assoluto e dall’essere particolare al suo
fondamento universale. Ed è chiaro che Anselmo introduce in tal modo
nella storia della teologia un metodo speculativo che era già implicito nelle
dottrine dell’Areopagita e nella sua immagine di un universo ascendente
di grado in grado, di perfezione in perfezione verso il suptemo approdo
dell’unica esistenza divina. Anselmo però non si arresta a questò
procedimento che, almeno in apparenza, muove dall’esperienza e dalla
realtà definita dei singoli enti esistenti. Proprio perché vuol dare alla
riflessione teologica una base schiettamente speculativa, egli si sforza
di portare altre prove che s'impongano per pura evidenza logica,
prescindendo dalla corsiderazione sensibile della realtà. Ma -coronando le
prove precedenti con l’argomento ontologico del Proslogion egli spinge
alle estreme conclusioni il suo procedimento dialettico, e ripropone, per altra
via, la stessa considerazione di Dio e dell’essere che era già implicita
nel Monologion. Certo, proprio all’inizio del Proslogion, Anselmo
dichiarava di voler muovere dal puro dato di fede, e cioè dall’idea di
Dio che ci è fornita dalla fede e dalla quale è però possibile trarre per
evidenza interna anche la necessità logica della sua esistenza reale. Noi
crediamo infatti che Dio esista e che sia l’essere di cui non è possibile
concepire niente di maggiore; ma anche l’insipiens che nega Dio,
comprende ciò che affermiamo con queste proposizioni, e deve quindi
ammettere che tale concetto possiede un'esistenza mentale, in quanto
è attualmente presente negli intelletti che lo pensano. Una cosa può
infatti esistere nell’intelletto senza che questo ne ammetta l’esistenza
esteriore: quando un pittore si rappresenta l’immagine che vuole dipingere,
egli possiede in sé il quadro già esistente nel suo intelletto, ma non ne
conosce affatto l’esistenza esteriore perché non lo ha ancora dipinto. Ecco,
dunque, che anche l’insipiens è costretto a riconoscere che almeno nel suo
pensiero esiste l’essere perfettissimu di cui è impossibile concepire
niente di maggiore. Però una volta accettata questa premessa non gli è più
possibile negare che l’ente perfettissimo esiste anche nella realtà, poiché
questa esistenza possiede un grado di perfezione superiore a quello
dell’altra. Difatti se l’essere di cui non è possibile concepire uno maggiore
esistesse unicamente nell’intelletto, si potrebbe facilmente pensare anche un
essere dotato di tutte le sue perfezioni e, in pit, della perfezione che
è data dall’esistenza reale. Ma una tale conclusione è evidentemente
contraddetta dalla stessa definizione iniziale dell’ens perfectissimum, e
quindi l’essere di cui non si può pensare uno maggiore deve esistere sia
nell'intelletto che nella realtà. Non occorre un’analisi troppo
approfondita per intendere come questa argomentazione si fondi sulla
certezza interiore della fede e sulla opinione “platonica, che esistere
nel pensiero è già esistere nella realtà e che quindi la nozione di Dio, data
dalla fede, ha una realtà di fatto indubitabile e assoluta. Anche qui,
come già nelle prove del Monologion, Anselmo muove dunque dalla certezza
preliminare di una realtà, di ordine e grado particolare, per concludere
alla necessità logica dell’esistenza reale dell’ens perfectissimum; ed
anche qui, pur nell’indubbia novità del suo metodo di argomentazione, il
processo anselmiano muove dall’idea gerarchica di un diverso grado di
perfezione ontologica che subordina l’essere pensato alla superiore perfezione
dell’essere reale. In tal modo il passaggio dal dato originario della
fede alla prova o conclusione razionale, è reso possibile proprio mediante il
confronto tra l’esserte pensato e l’essere reale, tra l’idea di Dio
esistente nel pensiero e la certezza logica che questa esistenza mentale,
che è anche essa reale, sarebbe certamente impossibile se Dio non
esistesse anche nella realtà. Sicché la vera differenza tra le argomentazioni
del Monologion e quelle del Proslogion consiste solo nel diverso punto di
partenza, e nel carattere della realtà che è posta come termine di
paragone con la perfezione assoluta e necessaria del supremo ente reale. Solo
in Dio l’esistenza mentale e l’esistenza reale debbono coincidere per
intrinseca necessità logica; mentre, in ogni altro caso, l’esistenza
reale può essere verificata solo se l’Essere sommo, principio e causa
prima, l’ha effettivamente creata. Cosf Anselmo conduce fino alle sue logiche
conseguenze quelle fondamentali caratteristiche platoniche che erano già
evidentissime nella dottrina agostiniana; e mentre si appella alla fede come
primo fondamento di certezza, vuol trovare nel suo contenuto intellettivo
quella ragione dialettica che la rende perfettamente comprensibile anche
all’intelletto. L’impiego cosi coerente del procedimento dial:ttico si risolve
in un nuovo metodo apologetico, o meglio, nella conferma del primato
assoluto della fede, i cui principi costituiscono in ogni caso il
presupposto indiscutibile e necessario di qualsiasi prova o
dimostrazione. Non v’è quindi da meravigliarsi se già taluni dei
contemporanei di Anselmo contestarono il valore e la fondatezza
dell’argomento del Proslogion che fu più tardi rifiutato dallo stesso
Tommaso d’Aquino. Ed è noto che, vivente ancora Anselmo, un monaco del
monastero di Marmontier, Gaunilone, scrisse un Liber pro insipiente che è
una acuta critica del procedimento anselmiano. Il punto su cui si
fonda l’obiezione di Gaunilone è l’impossibilità di concludere
dall’esistenza del pensiero all’esistenza esteriore, di fatto. Il pio
monaco non vuol certo difendere l’ateismo dell’insipiens; al contrario
egli riafferma che la certezza dell’esistenza di Dio è un principio di
pura fede e che il passaggio arbitrario dalla parola al concetto e dal
concetto alla realtà, compiuto da Anselmo, è non solo invalido, ma anche
sofistico e pericoloso. Le parole che udiamo
argomenta infatti Gaunilone
possono avere o non avere un loro significato; ma se l’hanno è
solo perché sono connesse a certe esperienze o percezioni che esse
richiamano alla nostra mente. Ora è proprio l’esperienza dei singoli individui
dotati di caratteri particolari che ci permette di formare dei concetti
di specie e di genere ben distinti per mezzo di parole corrispondenti; ma
quando ciò non accade, quando le parole che pronunciamo non hanno un nesso
mentale corrispettivo, esse restano prive di significato come se fossero
scritte o pronunziate in una lingua ignota. Difatti chi, non conoscendo il
latino, sente pronunziare la parola avis, non può connetterla a nessuna
rappresentazione particolare o generale, ma può soltanto percepirne il suono
fisico. Ebbene: per Gaunilone la stessa cosa accade anche quando sentiamo
pronunziare la parola Dio e la frase l’essere di cui non si può pensarne
uno maggiore, espressioni che non hanno nessun fondamento
nell’esperienza. Dio infatti non è pensabile in rapporto alle altre cose che
ci sono note attraverso i sensi; e poiché non è oggetto della nostra esperienza
non esiste neppure un concetto che stia in rapporto a Dio come il concetto di
uomo sta in rapporto con l’individuo Socrate. Per questo udendo la parola
Dio noi sentiamo solo dei suoni e non riusciamo, per quanti sforzi
facciamo, ad attribuirle un esatto significato. Ed anche se vogliamo dire, con
Anselmo, che il concetto di Dio è presente nell’intelletto dell’insipiens
dobbiamo però ammettere che costui possiede nel suo intelletto solo delle
parole incomprensibili e dei nomi privi di significato. Non
solo: esistono anche errori e idee false che non hanno alcuna esistenza fuori
del pensiero, immaginazioni e fantasie ben presenti all’intelletto ma del tutto
estranee alla realtà. Chi concepisce l’idea delle isole Fortunate, sparse
in una parte dell'Oceano, colme di ricchezze e di beni, non può certo
pretendere che queste isole, pur concepite come le più perfette tra tutte
esistano anche nella realtà. Ma lo stesso argomento vale anche contro la
prova di Anselmo che compie lo stesso indebito passaggio dall’esistenza
nel pensiero alla esistenza nella realtà: Come infatti si potrebbe
dimostrare maggiore di tutti, se io nego 0 dubito ancora che esso esiste
anche nel pensiero? Dovrei prima sapere che quell’ente esiste realmente
da qualche parte; e quindi trarrei dal fatto che è il maggiore di tutti
la certezza che esiste anche in realtà. A tali obiezioni, che
si fondano su di una considerazione dell’idea e del suo rapporto con gli enti
reali ben diversa da quella accettata da Anselmo, questi rispose ‘che
il passaggio dell’esistenza nel pensiero all’esistenza nella realtà
è valido unicamente nel caso dell'ens perfectissimum la cui certezza è fondata
sulla fede; e, in secondo luogo, che questo concetto può essere dedotto
dalla considerazione della realtà finita che, in base agli argomenti del
Monologion, ci conduce a riconoscere l’esistenza di un essere assoluto superiore
a tutti gli enti finiti. Il che implicava però il sionificativo riconoscimento
di un fondamento fideistico del concetto di Dio, estraneo al suo
tentativo di pura deduzione concettuale. La dimostrazione dell’esistenza
di Dio non è però il solo tema affrontato dalla teologia anselmiana; ché
anzi, in tutti i suoi scritti, sono discussi con particolare insistenza
anche il prob'ema degli attributi divini e quello del rapporto tra Dio e la
realtà da lui creata. A questo proposito Anselmo afferma con un evidente richiamo alla dottrina
agostiniana che solo Dio esiste di per
se stesso e che quindi solo in lui essenza ed esistenza s’identificano
perfettamente, cosî come la luce s’identifica con lo splendore che emana.
Tutti gli ‘altri esseri possiedono, invece, un’essenza che non implica
necessariamente l’esistenza, che può essere tratta ad esistere solo per opera
divina; il che significa che Dio è la materia costitutiva dell’universo o
ne è la causa produttrice. La prima ipotesi viene però subito respinta
per la sua evidente conseguenza panteistica; e quindi Anselmo
accetta il principio della creazione ex nikilo, come l’unica soluzione
che soddisfi al tempo stesso l’esigenza della fede e della ragione.
L'universo viene, dunque, all’esistenza senza che esista alcuna materia
preesistente rappresentata da Dio o da qualsiasi altro principio; poiché
il nulla da cui il mondo proviene non è una realtà positiva, bensf
semplicemente l’assenza totale di realtà. Il passaggio dal non essere
all’essere è causato da un libero decreto della volontà divina, decreto
che non conosce nessun presupposto metafisico n ontologico. Con questo
non si deve però credere che Anselmo neghi ogni forma di esistenza
o di realtà precedente all’atto con cui Dio ha creato il mondo.
Riprendendo un motivo fondamentale della tradizione platonico-agostiniana,
anche Anselmo ammette infatti l’esistenza di forme ideali della realtà
logicamente precedenti all'emergere della realtà dal nulla. Tali idee presenti
25 aeterro nel pensiero divino e ad esse consustanziali sono appunto
espresse e realizzate dall’atto che modella sui loro esemplari le singole
cose create. Affermare che il mondo è stato creato dal nulla significa
quindi, semplicemente, che le cose non erano prima ciò che sono
attualmente, né esisteva, prima di esse, una qualsiasi materia da cui potessero
essere formate. Ma considerate dal punto di vista del sapere divino esse
sono già tutte presenti nel pensiero eterno e ne escono in virtà della
Parola creatrice che non ha alcuna somiglianza col parlare umano, bensi
rassomiglia alla nostra conoscenza dell’essenza universale ed alla parola
interiore con cui le definiamo nel nostro più segreto pensiero. Come la
nostra parola interiore non conosce dif- ferenza di tempo e di luogo, di
povolo o di nazione, cosf la parola o verbo che è nella mente divina è il
puro prototipo immutabile delle cose create e il mezzo con cui Dio crea e
conosce attualmente, nella sua identica perfezione, il mondo molteplice e
transitorio degli enti. Tutto ciò che è estraneo alla pura essenza divina
è stato creato dal Verbo che lo conserva e lo mantiene, permettendo cosf
alle singole creature di permanere nel loro essere. Ma ciò significa che
Dio è presente dovunque e tuttavia eccede con la perfezione ogni luogo
determinato, che è ogni tempo e, insieme, al di là di tutto il tempo,
immanente nell’atto con cui dà vita a tutte le realtà, eppure
trascendente nella sua essenza infinita ed eterna. Nondimeno, se cerchiamo di
esprimere da un punto di vista umano la realtà di un essere che trascende tutto
il Creato e non ha nulla in comune con le altre cose, è necessario
affermare di Dio tutti quegli attributi che designano uno stato di
perfezione positiva. E perché tali attributi siano vera106 Anselmo
d'Aosta e la cultura teologica del suo tempo mente legittimi
occorre che gli siano riferiti in un senso assoluto e che si predichino
di lui solo quelle perfezioni che superano in valore tutto il resto della
realtà. Ecco perché non si può mai dire di Dio che è corpo, bensi
soltanto che è spirito, poiché lo spirito è superiore e più perfetto del
corpo; similmente, per attribuirgli tutte le perfezioni che gli sono più vicine
e più degne lo si dirà vivente, sapiente, onnipotente, vero, giusto, beato, ed
eterno, pur comprendendo che anche questi attributi sono ben lungi dal cogliere
l’infinita perfezione divina. D'altra parte, queste molteplici perfezioni
non significano affatto che in Dio esista realmente molteplicità o distinzione
né che la sua natura abbia dei caratteri essenziali insieme ad altri
caratteri accidentali, 0, tanto meno, che vi siano in lui cangiamenti o
processi. Al contrario la sua essenza, del tutto coincidente con l’esistenza, è
sempre assolutamente una, identica e immutabile; né Dio, che è in tutti i
luoghi e in tutti i tempi pur essendo al di là di ogni luogo e di ogni
tempo, può mai ammettere inizio e fine. Anche il suo atto creatore non
comporta infatti alcun mutariento nella sua essenza, cosîf come i decreti della
sua volontà non tollerano alcun limite estraneo. Cosf se Anselmo,
moderando la tesi radicale di Pier Damiani ritiene che la volontà divina
non potrebbe mai giungere a far si che ciò che è stato non sia stato,
tuttavia insiste sulla piena libertà del suo atto, incommensurabile ad
ogni norma umana. Tra le creature che Dio ha creato e che
sono state espresse dal suo Verbo, l’uomo è poi quello che rispecchia in
maggior misura l’immagine e il segno della divinità. Capace di conoscere
se stessa, di ricordarsi di se stessa e di amare se stessa, l’anima umana
rispecchia infatti nella sua natura limitata l’ineffabile ed eterna
trinità divina. E tutta la sua conoscenza deriva appunto direttamente da
Dio che illumina costantemente l’anima rendendo cosf possibile la
perfetta cooperazione tra il senso e l’intelletto attraverso
l’intermediario delle eterne idee, divinamente irraggiate. Naturalmente,
alla luce di questa impostazione di schietto carattere agostiniano, non è
neppure difficile intendere perché Anselmo sia intransigente partigiano
della realtà ideale dei generi e delle specie e perché faccia di questa
soluzione realistica del problema degli universali un presupposto essenziale
della sua ontologia. Tanto più che non sarebbe possibile intendere
completamente l’intimo meccanismo delle sue argomentazioni ontologiche se
non si pensasse che egli muove sempre dalla certezza della realtà delle
idee, dal principio che ogni determinazione particolare ha significato
e valore solo in quanto partecipa a un fondamento universale. Solo
così ogni perfezione individua trova la propria realtà nella
partecipazione alla perfezione assoluta; sicché l’identità necessaria tra
l’esistenza pensata dell'Ente perfettissimo e la sua esistenza reale può
rendere possibile l’argomentazione del Proslogion. In un caso come nell’altro
il procedimento dialettico di Anselmo muove da un presupposto realista e
da una premessa speculativa schiettamente platonico-agostiniana. L’opera
di Anselmo, tutta incentrata sui grandi temi teologici che abbiamo
esposto, segna una tappa d’importanza decisiva nella storia del pensiero
medioevale e pone già in chiara luce le esigenze fondamentali che guideranno
poi per più di tre secoli lo svolgimento della cultura scolastica. Fu
infatti all'esempio di Anselmo che si richiamarono assai spesso i maestri del
XII secolo ben decisi a far valere sul piano della riflessione
teologica che non si distingweva ancora
dalla meditazione filosofica autonoma
i metodi della dialettica, oppure a risolvere nell’ambito di
grandiose concezioni cosmolociche gli stessi temi capitali della
tradizione agostiniana e boeziana. Ma il suo pensiero doveva ancora costituire
per lungo tempo un necessario termine di riferimento nella lunga
discussione sul reciproco rapporto tra la ragione e la fede, e stimolare,
sia pure attraverso atteggiamenti e tendenze di carattere assai diverso,
la progressiva trasformazione della teologia in una scienza speculativa dotata
di metodi e strumenti logici non diversi da quelli delle altre scienze.
Questa tendenza, che porterà ben presto ai primi tentativi di organizzare
tutta la materia teologica in vaste sintesi sistematiche, è del resto già
ben visibile nell'opera di alcuni scrittori contemporanei che cooperano a
elaborare i quadri concettuali della scientia Dei. I Libri Sententiarum
attribuiti ad Anselmo di Laon forniscono già l’esempio di una raccolta
organica dei testi dei Padri della Chiesa, ordinati secondo i problemi e
i temi teologici fondamentali, ed offrono cosi un modello che sarà poi
ripreso e sviluppato da Guglielmo di Champeaux, Pietro Abelardo, Roberto di
Melun e, con particolare fortuna, da Pietro Lombardo. Ma l’importanza di
questa raccolta, compilata allo scopo di fornire argomenti di prova nelle
discussioni teologiche, non consiste soltanto nella preparazione di un cospicuo
materiale selezionato dalla gran selva della letteratura patristica,
bensf nella cornice organica e compiuta entro cui viene inserita la
trattazione teologale. L'esistenza, la natura, gli attributi di Dio, il
significato e il modo della creazione, l’esistenza e il destino dell'uomo
dalla sua caduta alla redenzione, la via di salute indicata dalla natura
e dalla grazia, la funzione carismatica della Chiesa e dei suoi sacramenti,
divengono adesso gli oggetti ben definiti della speculazione filosofica,
i temi intorno ai quali si dispiegherà la vigorosa analisi intellettuale
dei grandi maesti scolastici. Ma questo quadro che raccoglie in sé tutri i
principi ideologici di una società in cui la Chiesa è l’unica produttrice
di idee, questa cornice stabile e definita entro cui deve procedere la
riflessione filosofica e la suprema conoscenza della realtà e dell’uomo,
offrono ad ogni passo problemi aperti e insolubili, temi suscettibili di discussioni
e di analisi che pur senza negare il primato della fede, lasciano libero
passo alla indagine della ragione. Certo gli autori delle sentenze,
e Anselmo di Laon per primo, insistono sempre sui dati di fede e sulla gelosa
custodia della pura verità rivelata. Ma, in realtà, essi preparano un
metodo di studio e di riflessione teologica che impone un più ampio
sviluppo della dialettica e una capacità di critica razionale destinata a dar
presto i suoi frutti nella temperie storica del XII e del XIII secolo. La
grande fioritura dei Commenti alle Sentenze e lo sviluppo di una
caratteristica letteratura teologica sempre più raffinata e
intellettualmente scaltrita, sono la diretta conseguenza del nuovo corso
impresso alla cultura scolastica dell’XI secolo, da Anselmo di Aosta e dai suoi
contemporanei. E non a caso sarà proprio dalla lunga esperienza dei Libri
Sententiarum e dei loro commenti che nasceranno le grandi Summzae del
XIII secolo. Quale fosse però la funzione innovatrice esercitata
dalla diffusione degli studi dialettici nell’ambito della cultura
teologica, e quali potessero essere le sue conseguenze più estreme, è ben
dimostrato dalla personalità, ancora non molto nota, di Roscellino di
Compiègne. Sui suoi studi e la sua formazione non possediamo purtroppo
testimonianze sicure e precise, ma sappiamo che ebbe come maestro
Giovanni il Sofista, noto per la sua abilità di dialettico, e che, più
tardi, mentre era maestro e canonico a Compiègne, fu accusato formalmente
dinanzi al concilio di Soissons d’insegnare che vi sono tre dii. Abiurò e
gli fu concesso di riprendere il suo insegnamento a Tours e a Loches, dove fu
maestro di Abelardo, e a Besangon ove sembra morisse intorno al 1120. La
scarsità di notizie e di testimonianze non polemiche sul suo insegnamento,
rendono certo molto difficile una valutazione della sua dottrina, probabilmente
assai deformata dagli attacchi dei suoi avversari. Ma ciò non toglie che
Roscellino sia stato considerato dai contemporanei e dai posteri come il principale
sostenitore di una concezione degli universali che identificava l’idea
generale con la parola che la definisce. In aperta polemica con la
soluzione realista che attribuisce una realtà ai termini astratti del
pensiero, Roscellino sembra negare qualsiasi realtà che non sia strettamente
individuale; e per questo afferma che il termine uomo, come tutti gli altri che
indicano una specie o un genere, corrisponde soltanto o alla realtà
fisica della parola uomo (cioè a un flatus vocis, o emissione di suono)
oppure a degli individui particolari e concreti che quel termine può
semplicemente esprimere. Come si vede il rifiuto della dottrina
realista, cosi connaturata al fondo agostiniano-platonico della cultura
filosofica dell’Alto Medioevo, non potrebbe essere pi netto. Ma proprio perché
era maestro di arte dialettica e quindi di una scienza che si applica
principalmente ai termini del discorso umano, Roscellino non solo negò il
loro fondamento reale, metafisico, ma sembra che estendesse la sua conclusione
dal piano della pura analisi dialettica alle sue conseguenze teologiche. Certo,
è probabile che Roscellino non intendesse affatto affermare l’esistenza di tre
distinte divinità; eppure, coerentemente al suo assunto logico, egli
sostenne che anche nella trinità le tre persone hanno una loro distinta
realtà individuale e che ognuno dei loro nomi (Padre, Figlio, Spirito)
indica indubbiamente una cosa unica e singola In tal modo la trinità è
costituita, per Roscellino, da tre sostanze distinte che pure possiedono
un’unica potenza ed una sola volontà; perciò egli affermò, identificando
il concetto teologico tradizionale di persona con quello di sostanza, che
soltanto a causa di una particolare abitudine linguistica i teologi possono
triplicare le persone senza triplicare le sostanze. Non v’è
quindi da meravigliarsi se i teologi contemporanei considerassero con estremo
sospetto le sue dottrine fino ad accusarlo, forzando il senso delle sue
espressioni, di triteismo. La sua traspo sizione dell'ipotesi
nominalistica dal piano dialettico a quello teologico e l’uso. di una
terminologia cosi insolita spiegano le preoccupa. zioni e i timori di
devoti teologi come Anselmo. Indubbiamente la mentalità del dialettico
Roscellino con la sua rigida coerenza tra l’atteggiamento di logico e le
sue conseguenze teologiche, è già il segno di una profonda incidenza delle
nuove tecniche logico-grammaticali nell’ambito sacrale della scientia de
divinis. Gli eventi storici dell’XI secolo e in particolare la lunga
lotta per le investiture e i violenti contrasti tra l’aristocrazia
ecclesiastica e laica e la feudalità maggiore e minore, accelerarono la
crisi della società feudale, favorendo il progressivo sviluppo delle
forze economiche e sociali che erano lentamente maturate. Nell’Italia
settentrionale e centrale, nelle Fiandre, ed anche nei maggiori centri
urbani della Francia e dell’Inghilterra, si assiste adesso a un impetuoso
sviluppo di tutte le attività, e a un incremento delle forze produttive e
degli scambi commerciali assai maggiore di quello che si era già
delineato nel corso del secolo precedente. Nelle città che sono al centro del
nuovo corso economico fondato sull'economia mercantile. ai poteri feudali
si sostituiscono gli ordinamenti comunali che assicurano una sostanziale
supremazia politica ai ceti della borghesia mercantile e artigiana. Sulle
coste mediterranee si vengono formando nuovi stati, tra i quali eccelle
per il carattere accentratore ed assolutistico, il regno normanno di Sicilia
destinato a svolgere la sua direttiva espansionistica verso i territori dei
Balcani e del Vicino Oriente. Allo sforzo militare dei Normanni,
corrisponde, su più vasta scala, l’attività delle Repubbliche marinare
che incrementano costantemente i loro traffici raggiungendo l’effettivo
controllo delle grandi vie di commercio che congiungono il bacino
mediterraneo ai lontani mercati asiatici. Infine, negli ultimi anni del
secolo, la rinascita economica e sociale dà luogo ad un grande movimento
di espansione armata verso i paesi del Medio Oriente, che è insieme la
conseguenza del profondo risveglio religioso operato dalla riforma gregoriana e
patarina, e il risultato dell'alleanza tra le declinanti classi feudali spinte
dalla necessità di conquistare nuove terre e la borghesia mercantile e
marittima di Genova, di Venezia, di Amalfi e di Pisa. Le conquiste
degli eserciti crociati guidati dalla predicazione dei missionari
riformatori, non furono però tanto importanti nei loro aspetti religiosi e
politici, quanto piuttosto per gli effetti sulla vita economica e intellettuale
dell'Europa occidentale. Ché se l’innata debolezza degli stati crociati fece
fallire il tentativo di colonizzazione feudale delle terre siriache e
palestinesi, gli stabilimenti commerciali creati dai genovesi e dai
veneziani, sopravvissero anche alla caduta del Regno di Gerusalemme,
permettendo la formazione di stabili rapporti commerciali con i grandi mercati
asiatici ed un'eccezionale ripresa dell’attività mercantile nel bacino
mediterraneo. Ai rapporti economici seguirono poi, naturalmente, anche più
stretti rapporti intellettuali con la civiltà islamica, molto piti avanzata
dell’Europa occidentale nel campo degli studi scientifici e del progresso
tecnico. Proprio il diretto contatto con i maggiori centri culturali
dell’Impero arabo permise che circolassero rapidamente anche in
Occidente, dottrine, idee e conoscenze scientifiche e tecniche
particolarmente necessarie per una società a base urbana e
mercantile. All’acquisizione di questa cultura di carattere molto
diverso da quella che aveva dominato le scuole occidentali dall’epoca
della riforma carolingia, contribuirono in larga misura sia la conquista
normanna della Sicilia che pose a disposizione dei dotti occidentali un
gran numero di testi arabi, sia la reconquista cristiana dei territori
musulmani di Spagna ove sorgevano fiorenti istituzioni culturali e si era
affermata una grande tradizione di studi filosofici e scientifici. La
presenza, a Palermo come a Toledo, di un ceto di dotti arabi ed ebrei,
rese più rapida e pit facile l’acquisizione da parte della cultura occidentale
di quei testi ai quali era affidata tanta parte della tradizione
filosofica greca e della scienza ellenistica ed araba. Ma, nello stesso tempo,
divennero anche pit stretti i rapporti con la tradizione teologica e
filosofica greco-bizantina, le cui opere e dottrine più significative furono
ripresentate nelle scuole occidentali dalle traduzioni di Burgundio
Pisano, di Leone Toscano, Ugo Eteriano, Giacomo da Venezia, ecc., tutti
presenti ed operanti in Costantinopoli. Questo vigoroso sviluppo
economico e intellettuale che è comune a gran parte dell'Europa occidentale,
non fu naturalmente privo di conseguenze anche nei confronti delle istituzioni
politiche e religiose. Già si è accennato alla nascita delle forme di
organizzazione comunale ed alla ascesa di quei ceti commerciali e artigiani che
dominano adesso la vita dei centri urbani, ma con questa evoluzione
politica s’intreccia spesso lo svolgimento di nuovi movimenti e tendenze
riCaratteri, tendenze ed ambiente storico della cultura del XII secolo
formatrici, più radicali di quelle che avevano caratterizzato la vita
religiosa dell’XI secolo. In una società che non conosceva altra forma di
espressione ideologica che non fosse quella religiosa, le esigenze e le
polemiche riformatrici sottintendono infatti, assai spesso, una prima,
oscura coscienza di interessi squisitamente politici. E l’esigenza di un
profondo rinnovamento delle istituzioni ecclesiastiche, che la riforma
gregoriana non è riuscita a realizzare compiutamente, muove adesso nuove
forze monastiche e laiche che esprimono ideali e speranze non solo
proprie di una limitata élite ecclesiastica, ma di grandi masse di artigiani,
mercanti e popolani. Cosî, la decadenza dei monasteri cluniacensi, che a
causa delle grandi ricchezze accumulate si distinguono ormai solo per la
rilassatezza dei costumi e la povertà della vita religiosa, provoca la reazione
dei nuovi ordini riformatori dei Certosini, dei Premonstratensi e dei
Cistercensi, che richiamano monaci e fedeli al rigore della pratica ascetica,
respingendo ogni compromissione mondana per salvaguardare l’intimità e la
segreta purezza dell’esperienza mistica. Ma la riforma monastica, chiusa
nei limiti dell’ascetismo claustrale, non può più esprimere il moto di
rivolta che matura negli ambienti cittadini, tra le continue lotte di
consorterie e di classi e attraverso la lotta contro gli ultimi residui
della feudalità ecclesiastica e laica. Ed ecco nascere movimenti religiosi di
schietto carattere cittadino e spesso popolare, i cui aderenti sono quasi
sempre mercanti, artigiani o addirittura contadini che esprimono in forma
religiosa e spirituale le loro esigenze politiche ed economiche e tendono
a configurare liberamente il loro rapporto con la gerarchia e le
istituzioni ecclesiastiche. In un prossimo capitolo esamineremo in
modo pit particolareggiato le dottrine ereticali che si diffusero nel corso
dell’XI e XII secolo in tutte le regioni dell’Europa occidentale come
espressione di una profonda crisi politica e ideologica. Ma non sarebbe
possibile intendere compiutamente anche la grande fioritura filosofica e
teologica del XII secolo, se non si ricordasse che la presenza dei
movimenti ereticali (dalle comunità catare alla chiesa valdese ed altre
correnti riformatrici e ribelli) costituisce una componente storica di grande
importanza, i cui riflessi sono spesso facilmente avvertibili anche nella
più vasta letteratura teologale, e che costituisce, comunque, un costante
termine di riferimento per l’atteggiamento ufficiale della gerarchia
ecclesiastica di fronte alle varie correnti filosofiche e
speculative. Alla polemica ereticale la gerarchia ecclesiastica risponde
infatti con i mezzi coercitivi che le sono assicurati dalla sua stretta
connessione col potere civile ma, al tempo stesso, preparando nuove generazioni
di teologi e predicatori abituati ad un metodo di discussione e di
esposizione della dottrina ortodossa, ben più organico e sistematico di quello
in uso nelle scuole ecclesiastiche. I missionari che armati delle prime
summae percorrono le città e le campagne della Francia meridionale, centro
dell’eresia catara e valdese; i maestri che nell'ambito delle nuove istituzioni
cittadine preparano gli strumenti logici e i testi necessari alla formazione di
un clero pi colto e più dotto, sono appunto i primi artefici di un
imponente processo di riforma della teologia. Ma la loro attività non si
limita alla lotta contro l’eresia, ma assai spesso è rivolta a
controbattere le dottrine politiche che i sostenitori delle monarchie
nazionali e dell’Impero contrappongono alle tesi teocratiche di Gregorio
VII. Ciò implica naturalmente una sempre maggiore penetrazione di metodi e
dottrine filosofiche nell’ambito degli studi teologici, una costante
attenzione per i nuovi e vecchi strumenti della logica aristotelica di
cui ora si possiede, del resto, una conoscenza assai più ampia e precisa.
Non solo: insieme alla dialettica ed alla logica entra a far parte
della natura ecclesiastica anche una solida formazione giuridica,
necessaria per affrontare le polemiche teologico-politiche e per dare una
definita consistenza all'ordinamento interno della Chiesa minacciata
dalla crescente fioritura dei movimenti riformatori ed ereticali. È
chiaro che questa trasformazione della cultura ecclesiastica comporta però
anche un mutamento sostanziale nelle istituzioni che fino ad ora avevano
provveduto alla formazione del clero e delle sue gerarchie. Lo sviluppo della
vita cittadina, e l’importanza acquisita dai centri urbani dell’Italia e
della Francia, aveva tolto alle scuole monastiche il tradizionale monopolio
dell’attività intellettuale, mentre si era invece accresciuta l’influenza
delle scuole vescovili e capitolari poste quasi sempre nelle città e
direttamente influenzate dal nuovo ambiente sociale, politico e religioso. Già
fin dal X secolo il clero dell* cattedrali era stato infatti sottoposto a
un regime di vita comune di tipo monastico, soggetto ad una particolare
regola o canone (donde appunto il nome di canonici); più tardi sotto
l’impulso delle correnti riformatrici e della crisi della feudalità
ecclesiastica, i canonici avevano ottenuto il diritto di eleggere i vescovi e
di organizzarsi in capitoli con gerarchie interne e con l’attribuzione di
cariche ben definite, come quella dello scholasticus incaricato di
dirigere le scuole annesse alle cattedrali. L'evoluzione del clero era
poi continuata su queste linee, ed alla metà dell’XI secolo i capitoli
avevano ormai l'aspetto di comunità monastiche, con caratteri distinti e
differenziali nei confronti degli ordini abbaziali, e una particolare
specializzazione di carattere giuridico e teologico. È quindi ben
comprensibile che l’accesso ai titoli canonicali venisse riservato ai
chierici, dotti nel diritto canonico e nelle scienze teologiche, che
fossero capaci di coadiuvare il vescovo nell’amministrazione delle
diocesi, e nel corso delle frequenti contese civili e religiose con le autorità
laiche e la curia romana, e nelle lotte contro la diffusione delle dottrine
ereticali. La presenza di questi elementi dotti
che spesso esercitavano al tempo stesso funzioni curiali ed
ecclesiastiche favori poi la formazione
nelle maggiori sedi vescovili di veri e propri centri di vita
intellettuale, dotati di grandi biblioteche, e di adeguati organismi
scolastici. Ed è appunto nell’ambiente delle scuole cattedrali che fiori
una ricca cultura filosofica e letteraria, caratterizzata insieme da un
notevole sviluppo degli studi giuridici, da una lunga pratica delle “arti
sermocinali (grammatica, dialettica e retorica), e da un grande impulso
alla riflessione teologica ed alla conoscenza filosofica e scientifica.
Lo sviluppo delle scuole cattedrali cittadine è un fenomeno che
interessa già buona parte dell’XI secolo, ma i suoi frutti matureranno
nel secolo successivo in concomitanza con una generale rinascita culturale che
non interessa però soltanto il campo degli studi filosofici e teologici,
bensi tutti gli aspetti della vita intellettuale, dalla letteratura alla
medicina, dal diritto alle scienze astronomiche e mediche. Il cosiddetto
“rinascimento del XII secolo che taluni
storici hanno voluto porre unilateralmente sotto il segno di un ambiguo
umanesimo di tono letterario e devoto
ebbe anzi all’inizio un carattere giuridico e scientifico e diede
comunque i suoi primi frutti nel campo di questi studi e non in quello
letterario o filosofico. Anche gli ambienti in cui fu più fervido l’amore
per le “lettere antiche e più viva l’imitazione e la venerazione dei poeti e
dei filosofi classici, furono spesso ervasi da un uguale entusiasmo
per le nuove cognizioni scientifiche che si diffondevano in Occidente
attraverso il tramite prezioso degli interpreti arabi. Né si comprende, ad
esempio, il significato e la funzione storica dell’“umanesimo di
Chartres, se si dimentica che quei raffinati maestri, cosî amanti degli studia
litteraria e dei grandi miti platonici, sono acuti interpreti del Timeo
“fisico, lettori di Calcidio e di Macrobio, e ricercano con grande
curiosità e interesse i testi di carattere astrologico, medico e
addirittura magico. Del resto, il notevole progresso compiuto, già
alla fine dell'XI secolo, dal sapere giuridico e medico-scientifico, è
particolarmente visibile per chi studi l’ambiente intellettuale delle città
italiane dove le nascenti istituzioni comunali favoriscono naturalmente
il costituirsi di un tipo di scuola svincolato dall'ambito ecclesiastico
e caratterizzato dalla sua natura laicale. Proprio negli ultimi anni
dell'XI secolo, Afflacio, Nicola e Bartolomeo di Salerno compongono i primi
trattati di anatomia e di terapia; mentre a Bologna, tra gli ultimi anni
del secolo e l’inizio del XII, sorgono quelle scuole di giurisprudenza
che avranno tanto peso anche sugli sviluppi della riflessione politica,
e contribuiranno, fin dalla loro origine, alla formazione di un
nuovo metodo di interpretazione e di analisi dei testi del Corpus juris.
Questi studi giuridici i cui metodi
influiranno non poco anche sull'evoluzione parallela degli studi teologici e
filosofici ebbero in primo luogo
il grande merito storico di restaurare in Occidente una tradizione
giuridica, come quella romana, particolarmente consona alle nuove istituzioni sociali
e politiche delle città comunali e delle nascenti monarchie nazionali. Però la
loro metodologia e i principi cui erano ispirati influenzarono
profondamente anche l’ordinamento interno della Chiesa, che proprio agli inizi
del XII secolo dopo i primi
tentativi di raccolte canoniche di Burchardo di Worms, Deusdedit e Ivo di
Chartres definisce il proprio diritto
autonomo, sancito nel 1139 dal cosiddetto Decretum di Graziano. La fioritura di
una vasta letteratura “canonistica che riprende gli stessi metodi
esegetici delle scuole giuridiche laiche contribuisce poi, naturalmente,
alla trasformazione della cultura delle scuole ecclesiastiche, sempre più
permeata da atteggiamenti e motivi “profani e da nozioni tecniche di
squisito carattere grammaticale e logico. Adottando il metodo di esposizione
dialettica, tipico delle scuole giuridiche laiche, anche i canonisti
debbono acquistare e sviluppare una problematica concettuale, fondata sui
testi aristotelici, e, certo, ancor più avanzata di quella già affrontata
da Anselmo di Besate e dallo stesso Berengario. Allo sviluppo degli
studi giuridici e di quelli medici, sollecitati dal crescente afflusso di
testi greco-arabi, corrisponde quindi assai presto anche la tendenza della
speculazione teologica a organizzarsi definitivamente secondo metodi
espositivi e critici non molto lontani da quelli invalsi
nell’insegnamento giuridico e, quindi, un crescente uso delle tecniche
razionali applicate, spesso, con una precisa consapevolezza delle loro
implicazioni speculative. Non solo; ma la discussione dei più grandi temi
teologici implica subito anche la trattazione delle dottrine
schiettamente filosofiche che hanno una stretta attinenza con tali argomenti,
e, quindi, una più chiara coscienza dei gravi problemi che sorgono dal
rapporto tra teologia e filosofia, o, per meglio dire, tra l'accettazione di
una serie di postulati dogmatici e una analisi della realtà condotta
sulla linea della filosofia classica, rappresentata soprattutto dalle sue
componenti platoniche. La cultura delle più importanti scuole
cattedrali che sono i centri
principali della rinascita filosofica è,
non a caso, caratterizzata da una larga familiarità con quei testi cui è
affidata in Occidente la sopravvivenza della tradizione platonica e
neoplatonica, nonché dalla conoscenza sempre più vasta e approfondita
dell’Organon aristotelico. Ma accanto a questi documenti di schietto
carattere filosofico, gli scolastici di Chartres o di Parigi pongono
anche le grandi reliquie letterarie della civiltà romana, ammirano la
castità dei puri modelli ciceroniani e si sforzano di imitare quella
forma di eleganza e di stile che è fissata dalla tradizione retorica
classica. Lettori nostalgici di Virgilio e di Stazio, di Ovidio e
di Lucano, ammiratori di Seneca e di Cicerone, essi difendono contro i
rigidi riformatori certosini il valore di una formazione letteraria ed
umanistica che perfeziona e porta alla sua massima fioritura i caratteri
più validi della cultura di origine carolingia. Ma il loro amore per gli
exempla degli antichi, il loro entusiasmo per l’eloquentia, anzi il miele
soavissimo, che sgorga dalle pagine di Cicerone o di Seneca, o per la
poesia di Ovidio, è certo cosa ben più seria e profonda che la fredda
imitazione di modelli retorici o la ripetizione di vecchi moduli letterari mai
dimenticati dalla cultura scolastica occidentale. I chierici del XII
secolo che vivono nell’ambiente fecondo e vitale della città, a contatto con il
corso tumultuoso degli eventi politici, delle passioni di parte e delle
contese ecclesiastiche e sociali, ritrovano infatti in quegli scrittori
esempi e forme di umanità che sembrano esattamente celate nelle vicende
di una società e di una cultura pur cosi lontana e diversa. Ecco perché
uno scolastico come Bernardo di Chartres può porre a fondamento di tutti gli studi
la lettura e lo studio devoto degli antichi che non minaccia o
contamina affatto la purezza della fede; ed ecco perché in tutti gli
ambienti di alta cultura, da Parigi a Chartres, da Orléans a Reims, la
ricerca teologica e filosofica si accompagna cosf spesso all’insistente richiamo
alla lezione dei classici, esaltata talvolta con accenti cosi eloquenti
da indurre taluni studiosi a supporre addirittura una ipotetica
continuità storica tra la cultura del XII secolo e l’umanesimo
rinascimentale. Non è questa l’occasione per discutere l’ipotesi
filosofico-storiografica di un’unica tradizione umanistica che dall’età
carolingia e dal rinascimento del XII secolo si spingerebbe fino
all’umanesimo cristiano del Quattrocento, interrotta, ma non spenta, da secoli
di barbarie ritornata e dalla deviazione scientifica e arabizzante
del XIII secolo. Né si può, tanto meno, illustrare le complesse
componenti ideologiche e confessionali che hanno ispirato questo
atteggiamento cosf poco rispettoso della verità oggettiva dei processi
storici. Ma neppure l’alto grado di gusto letterario e di spirito umanistico,
che riconosciamo nei versi di Ildeberto di Lavardin, o nella
spregiudicata coerenza etica delle lettere di Abelardo e di Eloisa, può
ingannare sull’effettivo carattere di una cultura che rimane pur sempre
nell’ambito della vita e della tradizione medioevale; ed alla quale manca
proprio quella essenziale componente storica e critica che sarà tipica
dell’umanesimo quattrocentesco. Che i dotti del XII secolo conoscano
perfettamente i grandi scrittori latini e li leggano con assiduità ed amore;
che uomini come Guglielmo di Conches, Abelardo e Giovanni di Salisbury, abbiano
interessi filosofici e atteggiamenti dottrinali di cui stupisce la libera
spregiudicatezza, sono verità indubbie ormai ben accertate dalla comune
esperienza degli studiosi. E certamente, chi pensi alla eccezionale fioritura
letteraria del XII secolo, che ha in Francia la sua più alta espressione,
non può negare la presenza di una vocazione classica che ispira tanto i
Romans che i Fabliaux o i grandi poemi didascalici, quanto le grandi
cosmologie chartriane. Eppure, quando si approfondisce bene il
significato dello stretto rapporto che sembra unire taluni ambienti o
personalità di questa cultura alle loro fonti antiche e, in generale, al
mondo classico, non è difficile intendere che la classicità del XII
secolo è in sostanza un prolungamento o addirittura il raffinato esaurimento
della civiltà antica. E il classicismo dei letterati o dei poeti del XII
secolo ci appare piuttosto come la nostalgia di un passato di cui si
avverte il fatale decadimento piuttosto che l’inizio di un nuovo modo di
sentire e di vivere. Ciò non toglie, naturalmente, che la cultura
di questo secolo segni un grande e fecondo progresso nei confronti dei
secoli precedenti, e rappresenti il frutto di una società in movimento, che
muove verso una crescente espansione economica e civile. Questo carattere
è del resto confermato, forse, più che dalla rinascita letteraria e
poetica del secolo, dal forte interesse per tutte le nuove forme di
sapere, cosi vivo in tutti gli ambienti più avanzati intellettualmente.
L'eleganza letteraria, la formazione umanistica e la dottrina teologale
non contrastano, in molti pensatori del tempo, con un vivace spirito
naturalistico che si nutre spesso degli apporti decisivi delle scienze
grecoarabe rientrate adesso nel circolo della cultura occidentale. I
maestri di Chartres, educati dal gusto raffinato di un insigne grammatico
come Bernardo, non esitano infatti a dare al loro platonismo un’impronta
schiettamente cosmologica e inserire nel loro contesto dottrinale le novità
filosofiche che vengono dai centri della Spagna o della Sicilia ove si
traducono i testi arabi. È certo significativo che numerosi testi scientifici e
filosofici tradotti in latino siano subito largamente usati nelle scuole
francesi più importanti e assorbiti nell’ambito di una cultura che si fonda
tuttavia sulle costanti della tradizione platonica e della riflessione
agostiniana. La fortuna delle traduzioni di Adelardo di Bath (che, venuto
a contatto con la cultura araba attraverso l’Italia meridionale e la
Sicilia, fa conoscere in Occidente numerosi testi arabi di astronomia, di
ottica, di aritmetica e di trigonometria) e di Ermanno il Dalmatico,
autore tra l’altro della versione del Plarisfero di Tolomeo; la rapida
diffusione delle versioni affrontate dalle scuole di Toledo negli ultimi
decenni del secolo, offrono una precisa testimonianza degli interessi e
delle tendenze che cominciano già a profilarsi nell’ambiente scolastico e del
nuovo corso che viene assumendo lo svolgimento del pensiero
medioevale. L’importanza che ebbero le varie scuole e il loro rapporto con
i successivi sviluppi della cultura medioevale saranno esaminati
particolarmente nelle pagine seguenti. Ma, per meglio definire e limitare
il carattere della rinascita del XII secolo, sarà bene osservare che essa
ebbe il suo centro in un’area geografica ben delimitata che comprende
principalmente le città dell’Italia settentrionale, le città del centro e
dell’ovest della Francia, alcune sedi episcopali inglesi e spagnole e la corte
normanna in Sicilia. Però, lo sviluppo della vita intellettuale fu diverso
secondo i vari ambienti; se la cultura delle città italiane fu
eminentemente giuridica e medica, le scuole cattedrali di Chartres e di
Orléans furono invece i centri della rinascita letteraria e filosofica,
Reims e Laon ebbero piuttosto una solida tradizione scientifica, mentre le
scuole parigine assunsero fin dall’inizio una precisa caratterizzazione
teologico-filosofica. Alla testa di questo movimento sono poi (e
con la sola eccezione delle scuole giuridiche e mediche) ancora uomini di
chiesa, formatisi nelle scuole cattedrali e spesso, a loro volta, maestri
e cancellieri di queste stesse istituzioni. Non a caso, alcuni tra i più
interessanti scrittori del XII secolo sono dei vescovi, come Ildeberto di
Lavardin (scolastico di Tours), Gilberto de la Porrée (maestro a Poitiers),
Pietro Lombardo (uno degli iniziatori della tradizione scolastica
parigina) e Giovanni di Salisbury (vescovo della stessa sede di Chartres
ove si era formato), oppure dei canonisti come Ugo di Orléans, mentre
altri provengono direttamente dalle scuole cattedrali francesi come
Roberto di Melun, Guglielmo di Conches e Bernardo Silvestre. Né è
diversa la situazione in Inghilterra, ove le muove esperienze
intellettuali si svolgeranno appunto nella maggiore sede vescovile, a
Canterbury. Qui avrà la sua prima formazione uno squisito letterato e
acuto filosofo come Giovanni di Salisbury. Qui un gruppo di giuristi e
canonisti di origine italiana darà un impulso eccezionale agli studi
giuridici. E sempre a Canterbury Tomaso Becket, arcivescovo e cancelliere
d’Inghilterra, curerà la formazione di una dotta élite ecclesiastica, parimenti
educata alla dottrina teologica ed alla pratica delle arti liberali.
Ben presto anche le città spagnole riconquistate ai mussulmani,
vedranno sorgere e prosperare scuole cattedrali non dissimili da
quelle francesi e inglesi che, soprattutto a Barcellona c a Toledo,
saranno il tramite diretto tra la cultura latina dell'Occidente e la
grande esperienza della civiltà classica. Proprio il vescovo di Toledo,
Raimondo, provvederà infatti a istituire quel collegio di traduttori
donde usciranno tra la fine del XII e gli inizi del XIII secolo le fortunate
versioni di tanti testi arabi ed ebraici. Queste scuole e
istituzioni ecclesiastiche, di cui abbiamo parlato, eserciteranno,
dunque, una funzione dominante nella cosiddetta rinascita del XII secolo. Ma
accanto ad esse, e spesso anzi in potenziale concorrenza, si sviluppano
altri centri di attività intellettualé posti sotto il patrocinio di sovrani
e di altre autorità laiche. Già abbiamo accennato alle scuole giuridiche
e mediche italiane di carattere laico che. godono o della protezione
dell’Imperatore, o dei Comuni, o dei sovrani normanni di Sicilia. Anche
le corti francese e anglonormanna, che tendono però già a trasformarsi in
organismi politici e am120 C..ratteri, tendenze ed ambiente
storico della cultura del XH secolo ministrativi, attraggono
spesso intellettuali ecclesiastici e laici, assurti talvolta ad alte
funzioni; e lo stesso accade anche nelle brillanti corti della Francia
meridionale, dei Pirenei francesi e dell’Aquitania, o nella corte di
Palermo, che gareggia con le scuole episcopali spagnole nella rapida
assimilazione della cultura araba e bizantina. Proprio a Palermo, durante
il felice regno di Ruggero II, l’incontro tra gli influssi arabi e
bizantini e i motivi tradizionali della cultura filosofica occidentale e
della tradizione medica meridionale sarà anzi particolarmente fecondo.
Scienziati arabi, come al-Idrisi, il maggiore geografo mussulmano, vivono
alla corte del sovrano normanno, insieme a traduttori e studiosi di dottrine
filosofiche come il vescovo Enrico Aristippo di Catania (autore delle
notissime traduzioni del Fedone e del Menone [t 1162]) e l'ammiraglio Eugenio
di Palermo, o a dotti medici e astrologhi attratti dalle munificenze del
sovrano normanno. Alla fine del secolo, la cultura della corte siciliana sarà
certo tra le pifi avanzate e moderne di tutt'Europa; pochi decenni dopo,
durante il regno di Federico II, la magna curia palermitana costituirà un
grande centro di attrazione per i dotti di ogni parte di Europa, e avrà
parte notevolissima nella diffusione dell’opera di Averroè e di altri
grandi maestri mussulmani. La crescente influenza di vari centri intellettuali
ecclesiastici e laici, la raffinatezza e la civile misura delle
principali corti vescovili o signorili, cosî contrastanti con la povertà
e la rozzezza del X secolo o della prima metà dell’XI, non costituiscono
però un fenomeno isolato o caratteristico soltanto di alcuni ambienti di
particolare prestigio religioso o civile. L'incremento costante
dell’attività economica, la minore incidenza delle antiche barriere
geografiche e politiche sugli scambi e sui rapporti umani, favoriscono
infatti una più rapida circolazione delle idee e più feconde relazioni tra le
diverse regioni dell'Europa occidentale. Lungo i grandi itinerari
commerciali continuamente battuti dai mercanti, lungo le strade percorse
dai pellegrini che accorrono ai grandi santuari di Francia e di Spagna o a
venerare la tomba di S. Pietro, fluisce anche il rapido corso delle nuove
dottrine che raggiunge spesso, con impressionante rapidità, anche gli
ambienti più lontani e diversi. Come viaggiano mercanti e pellegrini, che
riportano in patria l’ammirato ricordo delle città e delle scuole ove è più
viva l’attività intellettuale, cosî si muovono anche i maestri e gli uomini di
cultura spesso presenti, a breve distanza di tempo, nei maggiori centri
scolastici della Francia, dell’Inghilterra e dell’Italia; e con loro
circolano i codici copiati da abili scrivani che giungono anche. nelle pit
lontane contrade dell’Europa e si diffondono ovunque è vivo l’interesse per
le nuove esperienze intellettuali. Rompendo l’isolamento in cui era
caduta nel lungo periodo dell’anarchia feudale, la società medioevale si
avvia cosi a ricostruire un solido tessuto di istituzioni e organismi di
cultura, ancora dominato dall’egemonia della Chiesa, ma già aperto a
nuove prospettive filosofiche e scientifiche. Nel rapido fiorire della
civiltà comunale, mentre sorgono le grandi cattedrali romaniche di
Francia, delle Fiandre e d’Italia, i broletti cittadini e gli Studia, anche la
vita intellettuale partecipa del nuovo corso storico e collabora ad immettere
nella rinascente civiltà europea forze ed energie rimaste finora soffocate
dalle rigide strutture feudali. Tra i centri di studi filosofici, già
fioriti nella prima metà dell’XI secolo, il più interessante e fecondo fu
indubbiamente la scuola cattedrale di Chartres, vicina a Parigi. La sua
fama risaliva già al tempo del vescovo Fulberto che vi aveva insegnato
tra la fine del X e l’inizio dell’XI secolo, e che non solo
aveva dato grande impulso allo studio delle arti del trivio, ma
anche alla pratica del quadrivio studiato sulla scorta delle traduzioni di
Costantino Africano. Più tardi, durante l’episcopato di Ivo, il prestigio
della scuola era stato accresciuto dall’autorità e dalla dottrina di questo
vescovo; ma il predominio di Chartres nella cultura teologica e
filosofica della prima metà del secolo fu stabilito dall’eccezionale
personalità del bretone Bernardo, cancelliere della cattedrale, che
v'insegnò. Il fatto che non possediamo delle opere di sicura attribuzione
rende certo difficile un esatto apprezzamento dei suoi metodi pedagogici
e della sua formazione culturale; ma Giovanni di Salisbury che lo considerava
Ia pit ricca fonte di cultura letteraria dei nostri tempi ci ha lasciato
una descrizione quanto mai eloquente della personalità di Bernardo e
della sua particolare professione scolastica. Professore di retorica, ispirato
dalla tradizione di Cicerone e di Quintiliano, egli insegnava a Chartres
le figure grammaticali, i colori retorici, i cavilli dialettici, e, insieme,
esaltava le bellezze e l'ordine del discorso che derivano o dalla proprietà
(che si dà quando l’aggettivo o il verbu sono uniti elegantemente al
sostantivo) o dalle metafore per cui una parola può essere traslata ad un
altro significato. Questo insegnamento uma: nistico e letterario non era
però condotto da Bernardo in modo pedante e frusto: ché anzi egli formava il
gusto degli scolari presentando l'esempio dei poeti e degli oratori
classici; incitandoli a leggere e meditare le pagine pit esemplari
dell’antichità. Tuttavia la sua ammirazione per gli antichi non disconosceva
neppure il valore dei moderni che hanno il privilegio di conoscere piu
cose e pid lontane, proprio perché, come nani assisi sulle spalle dei
giganti, possono valersi sia delle loro nuove esperienze che
dell’insegnamento degli antichi. Platonico in filosofia anche se è certo che conoscesse ben
poco della genuina tradizione platonica
Bernardo accettava i temi tradi- zionali del Timeo e del commento
di Calcidio; e cosf distingueva nettamente la materia (Ayle) dall'idea
che considerava come coincidente assolutamente con l’essere. La materia
era quindi per lui un elemento secondario, creato da-Dio per imprimervi
il suggello delle proprie idee eterne, e pertanto assolutamente non coevo
all’eternità divina. Di conseguenza Bernardo distingueva anche le idee
presenti nella mente di Dio come pure forme, dalle idee presenti nelle
cose e immanenti alla materia come riflesso e ombre della suprema verità.
Queste idee erano solo l’intermediario tra Dio e il mondo, tra la
perfezione della ragione eterna e la confusa molteplicità della natura
contingente e mortale. Il platonismo di Bernardo, probabilmente ancora
assai sommario e generico, fondato su dottrine e idee già espresse con ben maggiore
vigore dallo Scoto Eriugena, influenzò tutto lo svolgimento della scuola
che mantenne sempre nei suoi maggiori esponenti la linea umanistica e
platonica. Ma nell’insegnamento di Bernardo questa posizione filosofica era
però connessa allo studio della dialettica e della grammatica, due
discipline che avevano in comune il problema del significato del nome e
del verbo e della natura della posizione. Ora sebbene fosse lontano dal
considerare la grammatica come un semplice ramo della logica e
s’ispirasse piuttosto alla distinzione posta da Quintiliano tra
grammatica e dialettica, Bernardo non esitava ad attribuire un significato
filosofico anche alle questioni grammaticali. Da buon lettore di Macrobio
e di BOEZIO aderiva ad una concezione strettamente platonica dei termini di
specie e di genere, considerati come pure idee, mentre affermava che la
natura degli individui non merita, neppure grammaticalmente, di essere
designata da nomi sostantivi. Perciò, nel trattare, sulle tracce di
Prisciano, il problema squisitamente grammaticale della derivazione dei vari
nomi da una radice comune, Bernardo affermava che tutti i derivati
significano in primo luogo ciò che significa la loro radice, sia pure
sotto relazioni e accidenti diversi. Sicché il rapporto tra il nome
primitivo e il derivato si risolveva in una specie di partecipazione
ideale sostanzialmente analoga a quella posta dai platonici tra le idee e
le loro determinazioni individuali, Il maestro che continuò l'insegnamento
di Bernardo succedendogli nel cancellierato fu Gilberto de la Porrée che, più
tardi, passò alla scuola di Parigi influendo largamente sul suo sviluppo.
Difensore anch’egli dell'importanza formativa degli studi letterari,
contro la polemica dei riformatori certosini ostili alla diffusione del
sapere profano, Gilberto fu uno dei suoi maggiori promotori della cultura
filosofica della prima metà del secolo. E fu per suo merito che il platonismo
ancora generico di Bernardo di Chartres si trasformò in una coerente dottrina
gnoseologica e metafisica. La sua opera filosofica e teologica consiste
principalmente in alcuni importanti commenti agli scritti teologici di Boezio
ma il suo nome fu legato per tutto il Medioevo all’eccezionale fortuna di un
breve commento delle categorie di Aristotele, il Lider sex principiorum, che fu
iscritto nel programma della Facoltà delle arti e studiato insieme ai testi di
Aristotele, di Boezio e di Porfirio. Questo scritto che con ogni probabilità non è opera di
Gilberto è comunque un documento tra i più interessanti del pensiero logico e,
in particolare, delle tendenze platoniche che esprime con notevole
chiarezza. Muovendo dalla distinzione delle categorie stabilite da
Aristotele, l’autore del Liber le divide in due gruppi, l’uno
comprendente la sostanza e la qualità, la quantità e la relazione che
sono i suoi necessari attributi, e l’altro comprendente invece le ultime
sei categorie (luogo, tempo, situazione, possesso, azione, passione), e mentre
attribuisce alle categorie del primo gruppo la funzione di forme inerenti
considera le altre come semplici forme assistenti o accessorie. Ora è chiaro
che tale distinzione stabilisce in realtà una vera e propria gerarchia
metafisica delle categorie che muovendo dal supremo predicamento della
sostanza e dalle altre categorie ad essa inerenti discende poi di grado
in grado per concludersi con la categoria più intrinseca alla sostanza. Ma è
appunto in funzione di questo ordinamento che il Liber può risolvere in
senso perfettamente platonico e realistico la dottrina aristotelica delle
categorie, concepite adesso non tanto come distinzioni logiche, naturalmente
distinte ma equivalenti in quanto termini della predicazione, quanto
piuttosto come entità metafisiche corrispondenti alla struttura ideale
dell’Essere. Non deve quindi meravigliare che il platonismo del Liber
avesse delle dirette incidenze anche nell’ambito della riflessione
teologica; ed è stato giustamente rilevato che l’inclusione della
categoria della relazione tra le forme inerenti alimentò una lunga discussione
sul significato metafisico di questo concetto sempre connessa al problema
teologico del rapporto tra le persone trinitarie. Se il Liber non è
certamente opera di Gilberto, i suoi commenti agli opuscoli teologici di
Boezio bastano però ad assicurargli un posto di primo piano tra i maestri
di Chartres. In questi scritti Gilberto pone infatti una netta
distinzione tra la sostanza intesa come l’individuo esistente in atto con le
sue qualità peculiari, e la sussistenza che è invece la proprietà o
essenza universale considerata in sé, indipendentemente dagli accidenti; sicché
ogni individuo risulta dall’unione della propria sussistenza, senza la quale
non potrebbe mai essere se stesso, con quegli accidenti che gli
assicurano la propria determinata concretezza. Mentre i generi e le specie sono
pure sussistenze, prive come tali di una realtà sostanziale e di
determinazioni accidentali, gli individui sono pertanto dei composti la cui
sostanza deve necessariamente sottostare (sub-stare) a un certo numero di
accidenti. Una tale concezione implica, naturalmente, che
all’origine di ogni realtà siano delle idee o forme sostanziali pure
(substantiae sincerae), archetipi la cui realtà è indipendente
dall’esistenza delle singole cose materiali e sensibili. Però Gilberto
chiarisce subito che queste pure idee non si uniscono direttamente alla materia
per creare gli individui, ma che da esse derivano delle forme distinte e
separate le quali sono semplicemente copie (exempla) delle idee divine. Tali
forme nativae unendosi alla materia danno appuato luogo alle
sostanze individuali; considerate in se stesse, nella loro conformità all’idea
divina sono invece principi universali e costituiscono il fondamento
dell’unità delle specie e dei generi. Per questo la mente umana può giungere
a comprendere per astrazione quelle forme nazivae che sono presenti ed
unite intrinsecamente agli accidenti nei singoli individui; il movimento
del pensiero dal particolare all’universale consiste appunto nel considerare la
forma nell’individuo, nel confrontarla con le altre che le sono simili, nel
raccoglierle in un unico gruppo o collectio e nel giungere, cosi, alla
comprensione delle pure sussistenze (le specie). Naturalmente questo processo
compiuto all’interno della specie può essere ripetuto per risalire dalle varie
specie al genere comune e di qui alla visione dei modelli ideali che
esistono eternamente nella mente divina. Che una simile
dottrina rappresenti il trionfo del pit classico realismo platonico è
cosa evidente. Ma Gilberto accentua ancor pit questo carattere della sua
filosofia quando affronta il problema del rapporto tra Dio e le creature che
già lo stesso Boezio aveva definito in La scuola di Chartres
un senso schiettamente platonico. Il maestro di Chartres respinge
infatti la spiegazione tradizionale che faceva direttamente dipendere da
Dio l’esistenza e la realtà di tutti gli esseri creati, per porre tra Dio
e le cose concrete e individuali gli intermediari metafisici delle forme
o essenze. Ciò per cui esiste ogni singolo individuo corporeo è l’essenza
universale della corporeità, cosi come la ragione immediata d’esistere di ogni
uomo è data dalla sua comune Aumanitas: il che significa, secondo i
termini boeziani ripresi da Gilberto, che ogni realtà individuale è determinata
ad essere ciò che è (14 quod est) da quel principio universale (gwo est)
per cui essa possizde la propria realtà. La funzione determinante
di questo principio nella costituzione dell’essere è quindi tale che si
può ben dire che il quo est è l’essere (esse) stesso di ciò che esiste;
ed anzi la verità di questa tesi è dimostrata dalla stessa natura dell’essere
divino assolutamente semplice in cui l’id quod est e il quo est
coincidono necessariamente. Negli altri individui composti ha luogo
invece sempre la composizione dei due termini e quindi in certo senso una
imperfetta e limitata realizzazione del principio universale. Cosi un
individuo non è mai interamente ciò che è, proprio perché il fatto di
essere composto di un corpo e di un’anima che è la forma, gli impedisce
di identificarsi pienamente con questa stessa forma universale che pure
gli attribuisce il suo essere. La natura radicalmente platonica di questa
concezione non ha certo bisogno di essere sottolineata. Né occorre notare
che essa dà luogo a una dottrina dell’essere per cui Dio, realtà essenziale per
eccellenza (essentia), da cui trae la propria essenza ogni altro essere
determinato, diviene in effetti l’essere e la forma di tutte le creature. La
sua attività creatrice consiste quindi sostanzialmente nel produrre le
forme o esse delle cose particolari ad immagine e somiglianza delle Idee
divine eternamente presenti nella sua mente. E, quindi, questa forma
generica o essenza determina la connessione di una certa materia con la
sua forma particolare, generando cosi l’individualità concreta. In tal
modo l’essenza divina sembra comunicarsi di grado in grado alle altre
creature alle quali conferisce l’essere mediante la loro propria essenza
generica; mentre d’altra parte, i singoli individui costituiti nell’essere
dall’essenza o forma che li fa esistere giungono tutti a partecipare dell’essere
(o generalissima subsistentia) attraverso una trama di essenze e di forme
(com: ad esempio la corporeità e umanità) il cui fondamento riposa in
ultima analisi sulla perfezione immutabile dell’essere divino.
Questa meditazione sull’essere di schietta misura platonica ha poi
naturalmente dei riflessi immediati e diretti anche sulla dottrina
teologica di Gilberto. È vero che egli definisce Dio come una realtà essenziale
assoluta, semplice e indistinguibile in cui la diviritas si identifica con
l’essertia. Ma la fedeltà ai suoi presupposti dottrinali lo induce a ripetere
spesso che ciò che Dio è (id quod est Deus), è Dio a causa del proprio
quo est (la divinitas). Ecco perché Gilberto fu cosi duramente attaccato
da Bernardo di Clairvaux e accusato di sostenere tesi pericolose ed
erronee; ma dinanzi al concilio di Reims egli seppe abilmente difendere la sua
dottrina, negando che la distinzione metafisica tra substantia e subsistentia
potesse valere anche sul piano teologico. Del resto, nonostante le accuse
e le polemiche i temi centrali della sua speculazione, derivati per
originale elaborazione da Boezio, Dionigi, e lo Scoto Eriugena si
ritroveranno in scrittori del XII secolo; si da formare una vera e propria
scuola teologica che, sull’inizio del XIII, s’incontrerà poi facilmente con gli
esiti platonici dell’avicennismo latino (Liber de diversitate naturae et
personae; Sententiae divinitatis, ecc.). Se Gilberto Porrettano indirizza
il platonismo di Chartres verso uno sviluppo schiettamente speculativo e
teologico, ‘Teodorico fratello minore di Bernardo (t 1154 ca.) riprese
invece dall’insegnamento del fratello il culto degli studi letterari e
l’interesse per le arti del quadrivio. Il suo Heptateuchon, prezioso
documento sull’insegnamento e la vita culturale di Chartres, è
un’illuminante testimonianza sulle conoscenze e gli interessi di un
intellettuale del XII secolo che divide la sua attenzione tra la lettura dei
classici e lo studio delle scienze della natura condotte non solo sulle fonti
ormai tradizionali ma anche sui nuovi materiali greci e arabi. Cosi per
l’insegnamento grammaticale Teodorico si giova dei classici manuali di Donato e
di Prisciano, per lo studio della logica ricorre a Boezio ed ai testi
aristotelici (ivi compresi i Primi Analitici, i Topici e gli Elenchi
sofistici) mentre svolge le sue lezioni di retorica sulla scorta di
Cicerone e di Marciano Capella. Ma più interessante è l’elenco degli autori di
cui si serve per l’insegnamento delle arti del quadrivio, elenco che
comprende i nomi di Boezio, di Marciano Capella, di Isidoro, di Columella, di
Gerberto di Aurillac e di Igino, considerati gli autori più accreditati nei
campi dell’aritmetica, della geometria, dell’astronomia e della musica. E non
basta; Teodorico conosce già anche le traduzioni di alcuni testi
astronomici greci ed arabi, come prova, tra l’altro, la dedica a suo nome della
versione del Planispherum di Tolomeo, compiuta dal suo discepolo Ermanno
il Dalmata. Questi interessi scientifici, perfettamente accordati
cogli ideali umanisti dell'ambiente chartriano risultano ancor pit evidenti
nell’altra opera maggiore di Teodorico l’Hexaemeron o De septem diebus et sex
operum distinctione, un commento alla narrazione della Genesi condotto
principalmente sulla linea delle dottrine platoniche del Timeo, ma con
probabile riferimento anche ad altri testi di origine medioevale come il De
compositione mundi dello Pseudo-Beda. Qui, lasciando da parte l’interpretazione
allegorica del testo biblico, Teodorico si propone di svolgere un commento
secundum physicam e ad litteram, cioè d’interpretare in modo razionale e
sulla base delle nozioni fisiche del suo tempo, le cause da cui il mondo trae
l'essere e l'ordine dei tempi in cui fu creato e ordinato. Perciò,
convinto che l’universo presenti un ordine perfettamente logico e
struttura matematica, si sforza di riconoscere un’intima necessità in tutti gli
aspetti della fabbrica mondana e di considerarli come le parti indispensabili
di un grande meccanismo formato con la massima perfezione. Nell’ordine
di produzione della realtà, egli riconosce una causa efficiente che è Dio
stesso, una causa formale (la saggezza divina) che determina le essenze o
le forme, una causa finale (la bontà divina) verso cui tende tutta la
creazione, e una causa materiale che è invece costituita dai quattro elementi
tradizionali creati primamente da Dio. Ma posti cosi questi principi,
Teodorico tende però a spiegare la formazione della natura e delle sue parti
ricorrendo a considerazioni matematiche ed all’analisi interna dei singoli
movimenti che permettono il rapido passaggio tra le particelle
elementari. Tali particelle non sono concepite come dotate di qualità
fisse e neppure come poste in luoghi fissi; ché anzi tutti gli elementi
sono sottoposti ad una sorta di reciproca compenetrazione, si che la terra può
passare, ad esempio, dallo stato di solidità a quelli di liquefazione e
di combustione. D’altra parte, anche le qualità fondamentali come la
durezza o la leggerezza proprie dei singoli elementi sono soltanto il
risultato del movimento generale degli altri elementi che preme da ogni
parte l’acqua e la terra. Quindi egli può spiegare la creazione biblica della
terra e del cielo, semplicemente come la produzione delle particelle
elementari mobili, il cui movimento richiede appunto l’esistenza di un
centro immobile (la terra) attorno al quale rotano le particelle
dell’aria e del fuoco. L'importanza storica di tale concezione fisica che il Gilson, forzandone il significato, ha
avvicinato addirittura alle dottrine dei fisici parigini del XIV
secolo consiste principalmente nel
tentativo di spiegare le trasposizioni interne e le relazioni reciproche
degli elementi con un’analisi schiettamente fisica e meccanica che ha i
suoi fondamenti nel commento al Timeo di Calcidio. Ma questo
atteggiamento (che è perfettamente coerente con la mentalità matematizzante
propria del platonismo chartriano) è ancor più interessante se si pensa che
Teodorico, ignorando la Fisica di Aristotele e le sue teorie del
movimento, avanza già la teoria dell’impetus, come spiegazione naturale dei
processi di moto e cosi adombra un'ipotesi fisica destinata a lunghi
sviluppi nella storia della tarda scolastica. Sarebbe certo assai
‘interessante seguire Teodorico nello svolgimento particolareggiato della sua
cosmologia platonica. Ma più che la lunga descrizione del modo in cui ha
creato successivamente tutte le forme e i momenti della natura (e, in
particolare, l’armonia perfetta degli astri e del firmamento) gioverà
osservare che nell’Hexaemeron, anche l’esistenza di Dio e la sua relazione e
distinzione dal mondo, viene dimostrata con un procedimento argomentativo di
schietto impianto matematico che implica a sua volta la credenza in un
ordine pitagorico dell’universo. Come aveva già fatto Scoto Eriugena, anche
Teodorico afferma infatti che Dio è unità e che tale unità è la forma essendi
di tutto ciò che esiste. Sicché si può ben dire che tutte le cose sono in
Dio perché Egli ne è la forma essenziale e l’unico fondamento. Ciò
non significa però che Dio sia presente nella materia di ogni essere, ma
bensi che la presenza della divinità in tutte le creature è il loro
essere totale ed unico si che la stessa natura deve la sua esistenza alla
presenza della divinità» Ma se è vero che il mondo delle creature si
presenta all’esperienza umana come il regno della molteplicità e del divenire,
laddove Dio è invece l’unità immobile e immutabile, non sarà difficile
comprendere che il molteplice e il mutabile presuppongono sempre l’unità e che,
al di là di ogni distinzione o mutamento, deve sempre esistere l’uno
immutabile. Come la serie dei numeri presuppone sempre l’unità da cui
deriva, cosî l’universo trae origine in ogni sua molteplice
manifestazione dalla semplice unità divina; e tutte le unità di cui è composto
non sono che partecipazioni alla vera unità, la cui esistenza è anzi
determinata proprio dal grado e dalla continuità di questa
partecipazione. Per questo i teologi insistono sempre sull’unità essenziale di
Dio, pur distinguendo in questa unità la diversità delle persone; e difatti lo
st:sso termine perso na vuole appunto indicare che l’unità di Dio permane
sempre identica sia nel generante (Padre) che nel g nerato (Verbo). Anche i
filosofi pagani, che definiscono Dio come Pensiero, Provvidenza o Saggezza
hanno sempre considerato questi caratteri come det.rminazioni dell’Uno,
sussistenti e presenti entro l’unità divina. Né sarebbe possibile intendere o
pensar: Dio prescindendo dal principio dell’unità che ne costituisce il
carattere dominante e consustanziale. Ecco perché Teodorico, pur
tenendo fermo alla distinzione cristiana tra Dio e il mondo e sforzandosi anzi
di evitare ogni accento panteistico, accetta il principio neoplatonico
della generazione della unità dall’altra unità e lo applica anche in
campo teologico secondo il principio della processione del Padre, del
Figlio e dello Spirito Santo. Non solo: il filosofo chartriano non esita
ad identificare la terza persona trinitaria con l’anima del mondo platonica,
concepita come principio formatore ed agente che dà ordine e disposizione alla
materia creata. L’influ:nza di queste dottrine filosofiche e teologiche,
sostenute da un notevole corredo di nozioni matematiche, fisiche ed
astronomiche, è assai larga e duratura anche al di là dell'ambiente di
Chartres o delle correnti platoniche ancora dominanti nel XII secolo. Né
si deve dimenticare che la loro diffusione contribuisce a creare quel
particolare humus filosofico cui si deve la particolare fortuna del Liber
de causis e quindi il rifuire di alcuni dei più tipici motivi
neoplatonici, nella cultura filosofica dell’Occidente. La tendenza ad
accordare in un unico contesto intellettuale la tra‘ dizione ntoplatonica e i
nuovi interessi scientifici, lo studio dei classici e l’interpretazione
filosofica del testo biblico, è propria anche di Bernardo Silvestre, uno
scrittore e poeta legato evidentemente all’ambiente di Chartres. Nel suo poema
De mundi universitate sive Megacosmus et microcosmus ritroviamo la stessa
influenza dominante del Timeo platonico e del commento di Calcidio, la
stessa presenza di motivi tratti da Macrobio e dall’Asclepius e insomma le
stesse predilezioni l:tterarie e filosofiche proprie dei maestri chartriani.
Composto sul modello tradizionale del De consolatione boeziano, scritto
in distici elegiaci alternati a brevi passi di prosa, il De mundi
universitate si presenta come un lungo dialogo tra la Natura e la
Provvidenza che offre il pret:sto per narrare la formazione dell’universo
e la sua costruzione secondo le norme e gli archetipi ideali della mente
divina. Nel I libro la Natura si lamenta con la Provvidenza per lo stato
di caos e di confusa mescolanza in cui si trova la materia prima, e la
prega di dare ordine all’universo e di ordinarlo secondo misura e
bellezza. La Provvidenza acconsente éd inizia a distinguere la materia nei
quattro elementi e a disporli nell'ordine e nelle connessioni dovute. Dopo
aver eseguito questa prima opera la Provvidenza si rivolge alla Natura,
le celebra l’ordine e l'armonia che ha introdotto nelle cose, la
perfezione delle forme universali (libro II). Ma l’opera non è terminata;
e difatti la Provvidenza promette di formare l’uomo come coronamento e
culmine dell’ordine mondano. Alla promessa segue l’adempimento; cosi
l’uomo viene formato con quanto resta d:i quattro elementi e costituito come
sintesi (microcosmo) di tutta l’immane fabbrica dell'universo (macrocosmo) di
cui ripete e raccoglie tutte le più alte perfezioni. Questo tessuto
poetico e dottrinale, in cui s'intrecciano i temi più cari ai pensatori
chartriani, le probabili reminiscenze di antichi motivi ereticali e la
diretta influenza degli scritti di Tolomeo e di Albumasar (da poco noti
agli occidentali) è però solo uno schema letterario particolarmente adatto per
svolgere in forma allegorica una vasta concezione cosmogonica, il cui
carattere è ben espresso dalla figura del vecchio demiurgo Pantomorfo che forma
e modella le creature naturali secondo i terreni esempi delle idee.
Poiché se da Dio emana il Logos che contiene in sé tutte le eterne forme delle
cose, dal Logos procede a sua volta l’Anima del mondo, principio
plasmatore della materia mondana, alla quale imprime il suggello delle forme.
Essa, agendo entro la hyle informe, costituisce perennemente il cosmo
nella sua armonia razionale. Particolare e insieme universale, l’Anima
mundi è il complesso delle cause seminali sempre presenti dal momento in cui è
stato generato il mondo. Per essa ogni cosa creata ha il suo giusto stato
e per sua opera l’armonia regna sovrana nella natura. Di
fronte alla perfezione archetipa delle forme e dell’anima ordinatrice sta però,
nel grande quadro cosmologico del De wuriversitate mundi, una materia
puramente informe (4yle), condizione fondamentale dell’esistenza del cosmo.
Questa informità primordiale, quest’orrida sylva caratterizzata dalla
confusione e dal male, è concepita da Bernardo con una singolare
oscillazione che rivela, da un lato, l’esigenza di evitare una possibile conclusione
dualistica, ma anche la persistenza di suggestioni e reminiscenze di antica
ascendenza stoica. La insistenza sul carattere negativo della materia,
sulla sua irriducibile malignità è infatti un aspetto particolarmente
significativo del poema di Bernardo, anche se non mancano accanto a passi di
netto sapore dualistico, altri testi che testimoniano lo sforzo di accordare
l’idea platonica di un non essere posto a fondamento dell’essere o
l’immagine stoica del caos primordiale con Ja tradizionale nozione biblica
della creazione ex mnihilo. Sono questi, del resto, atteggiamenti
facilmente comprensibili nell’ambito di una composizione poetica che non
mira tanto ad una salda unità dottrinale quanto all’uso fantasioso di un
ricco materiale filosofico suscettibile delle più lontane e diverse
interpretazioni. In realtà, il merito storico pit importante dell’opera di
Bernardo Silvestre sembra consistere nella diffusione di motivi
destinati, con alterna fortuna, a comparire spesso nella cultura filosofica
medioevale e a fornire argomenti per le interpretazioni più lontane ed
avverse. Per questo, mentre v’è stato chi ha voluto avvicinare la concezione di
Bernardo Silvestre a dottrine tipicamente dualistiche, come la eresia
amalriciana, altri, e particolarmente il Gilson, hanno invece forzato il
significato del suo poema in un senso decisamente ortodosso. Né stupisce
che l’interpretazione degli storici sia spesso rimasta incerta dinanzi
all’aspetto bifronte di un poema che raccoglie nel suo ordito vario e
fantasioso i motivi e le idee più diffuse nella cultura filosofica del
suo tempo. Per il resto, l’opera di Bernardo è un documento assai
interessante sulla diffusione di quelle dottrine astrologiche e geomantiche che
gli ambienti intellettuali dell'Occidente venivano rapidamente
assimilando dai testi arabi. Un’operetta come il Mathematicus, tutta
impostata su di un tipico topos della tradizione astrologica, e la
traduzione dello Experimentarius, trattatello g-omantico rielaborato da
Bernardo, bastano a mostrare la larga familiarità di questo poeta con i tempi
più caratteristici della tradizione magico-astrologica. L’opera di
Bernardo Silvestre rappresenta certamente un singolare tentativo di tradurre
nel quadro allegorico di un mito cosmologico idee e dottrine che circolavano
largamente nell’ambiente di Chartres. Ma chi dette a queste dottrine una
formazione addirittura classica, destinata a influenzare durevolmente il
pensiero del XII secolo, fu il maestro Guglielmo di Conches, sulla cui
filosofia giova soffermarsi con particolare attenzione. Discepolo di Bernardo
di Chartres e quindi maestro egli stesso per circa vent'anni,
Guglielmo fu anche un grammatico, lettore dei classici, e difese contro i
cornificiani nemici delle l-ttere l'ideale chartriano di una cultura fondata
sul costante colloquio con gli antichi e la raffinata conoscenza di tutte le
“arti liberali. Autore tra l’altro di un Commento al Timeo di grande importanza
filosofica e storica, di glosse alla Consolazio, e di scritti morali ispirati a
Cicerone ed a Seneca, le sue opere principali furono però la Philosophia
mundi, una vasta enciclopedia filosofica e scientifica, c il Dragmaticon
Philosophiae in forma di dialogo col duca di Normandia, Goffredo Plantageneto,
ove Guglielmo riespone soprattutto, sviluppandoli con grande ampiezza, i
problemi fisici già discussi nella Philosovhia alla luce di opere conosciute
già vent'anni prima dai maestri dell'Occidente. Gli studi più
recenti sulla scuola di Chartres e il platonismo medioevale hanno giustamente
attribuito un particolare valore a questi scritti ed hanno posto in
esatto rilievo la robusta e lucida ispirazione scientifica e filosofica
del loro autore che si fonda, naturalmente, sulla tradizione del Timeo e
del commento di Calcidio, ma mostra anche una notevole conoscenza di
altri filoni sp*culativi (ad esempio, la tradizione ermetica) e una evidente
familiarità con le nuove dottrine scientifiche di origine araba. Come
filosofo e scienziato anche Guglielmo si sforza di perseguire l’accordo tra
l’ispirazione platonica del suo pensiero e il testo scritturale, e mira a
rendere possibile una duplice coesistenza tra la rivelazione biblica e dottrine
filosofiche e scientifiche che gli. vengono da tradizioni assai lontane e
diverse. Ma sebbene nella sua concezione dell’universo domini la figura del Dio
cristiano, la cui esistenza è proprio accertata dall’ordine e dalla
perfetta disposizione della natura, pure Guglielmo applica anche alla
dottrina della creazione, motivi dedotti sostanzialmente dal Timeo platonico.
Cosi mentr: afferma, da un lato, che l’atto creatore di Dio ha direttamente
prodotto la materia traendola dal nulla, le Idee, concepite come causa
formale dell’universo, rappr:sentano i modelli e gli archetipi eterni sui quali
sono plasmate le singole cose sensibili. L’“anima del mondo, che
Guglielmo, nella PAslosophia, identifica anch’egli con lo Spirito Santo,
è quindi l’intermediario divino che traduce nella realtà l’ordine ideale,
conducendo a perfezione l’opera mondana. Ma, a diff:renza di Teodorico,
Guglielmo non si limita solo a risolvere questo tipico motivo platonico e
stoico nella trattazione del dogma trinitario (ed anzi nel Dragmaticon questa
identificazione è chiaramente ripudiata); bensi la presenta come una
forza infusa intrinsecamente alla natura, o, per usare le sue stesse
parole, come il principio vitale “che dà l'essere alle piante, la
vita alle erbe ed agli alberi, il sentire agli animali e la ragione agli
uomini. È vero che tale principio è anche “la divina disposizione degli
clementi; ma il fatto che in Dio siano eternamente presenti l’archetipo della
realtà e la precognizione di tutti gli eventi, non toglie che nell’ordine
mondano esista una disposizione o processo naturale delle cose che se pur
risponde all’eterno disegno divino, si svolge per una intrinseca
necessità razionale. Quest’ordine che coincide con l’opera “industre
dell'anima del mondo ha anzi una struttura schiettamente matematica. Ed è
naturale che Guglielmo voglia spiegare la formazione dell’universo ricorrendo a
ipotesi matematiche e a procedimenti meccanici e accettando, insieme alla
teoria degli elementi primi, anche le tesi atomistiche che erano state
ripresentate in Occidente dalla traduzione di Costantino africano e di Adelardo
di Bath. Questo atteggiamento si riflette anche sulla sua
concezione della natura che riprende e svolge motivi già parzialmente
presenti anche nel pensiero di Teodorico. Tra questi il più interessante
è certo la caratteristica distinzione tra il momento della creazio mundi
e quello del perfezionamento o exornazio della “fabbrica mondana dovuto
alle tendenze intrinseche all’ordine naturale e ai principi immanenti
alla stessa natura. Perciò Guglielmo (i cui interessi scientifici sono
testimoniati da una larga e significativa conoscenza delle principali opere e
nozioni scientifiche note al suo tempo) dà particolare importanza alle
arti del “quadrivio che indagano la struttura e i processi della natura e
ne rivelano i fondamenti matematici e la costituzione atomistica.
Matematica e geometria, astronomia e musica sono pertanto gli strumenti
necessari “per le vere conoscenze della realtà» Ed è alle loro leggi che deve
ispirarsi anche la dottrina del filosofo e la sua indagine della “disposizione
o ordine naturale delle cose. All’ambiente di Chartres, agli interessi ed
alla cultura scientifica di Guglielmo di Conches, può essere giustamente
avvicinato anche il singolare quadro della natura tracciato nel De
imagine mundi da un maestro della prima metà del XII secolo, Onorio di
Autun, la cui personalità resta peraltro assai incerta ed enigmatica, ed al
quale sono state attribuite, con eccessiva liberalità, opere e dottrine
troppo diverse e discordi. Il De imagine
che non possiamo qui analizzare minutamente è certo un documento d’estremo interesse
sulle cognizioni scientifiche del XII secolo; ma pit che le singole nozioni che
costituiscono una vera e propria enciclopedia della Natura (il De imagine
tratta infatti del cosmo fisico e della sua composizione elementare,
delle terre poste al centro del mondo, delle zone in cui esso si divide,
della sua fauna e flora, e quindi del cielo e degli astri, nonché della
storia del mondo dal tempo della creazione) l’attenzione dello studioso è
attratta dall’evidente familiarità di Onorio con un largo materiale attinto
anche al di fuori dei testi tradizionali di Beda e di Rabano, e,
soprattutto, dal suo largo interesse per la conoscenza della realtà
naturale considerata nella sua unità vivente e feconda. La scarsa originalità
di Onorio e l’assenza di una approfondita elaborazione filosofica non
toglie che il De imagine rappresenti, pur nella sua forma di enciclopedia
volgarizzata, uno specchio fedele di quella cultura in cui maturarono le opere
dei maestri di Chartres e la grande esperienza di Abelardo. Comunque,
anche la rapida analisi dei suoi principali maestri basta a mostrare che la
scuola di Chartres fu un centro vitale di cultura, legato allo spirito
umanistico, al gusto di un risorgente classicismo, e alle controversie
teologiche del tempo, ma profondamente interessato a problemi filosofici e
scientifici affrontati alla luce di un'ispirazione plitonica che non
ignorava però né la tecnica logica aristotelica né i nuovi contributi:
del sapere arabo. Scuola cattedrale, e come tale prevalentemente dedicata allo
studio della teologia, essa fu però uno dei più vivaci focolari di
resistenza contro le polemiche di Bernardo di Clairvaux e le correnti
mistiche cistercensi che condannavano aspramente lo sviluppo e l’incremento
degli studi liberali e del sapere naturale mondano. Né si deve
dimenticare che furono proprio i maestri di Chartres o uomini formatisi in
quell’ambiente coloro che lottarono contro le estreme degenerazioni della
dialettica e il pericolo che la grande ripresa degli studi del trivio e,
in particolare, della dialettica e delle retorica, si risolvesse in un vano
giuoco di schermaglie astratte o di eleganze formali. Le
pagine che lo stesso Guglielmo di Conches scrive contro l’inutilità delle vane
dispute o lo studio dell’eloquenza fine a se stessa, sono tra le
testimonianze più utili per chi vuole intendere il vero carattere degli
studi di Chartres. La sua polemica contro coloro che svuotando il sapere
di ogni contenuto spirituale lo riducono a un mero gioco verbale, è infatti
perfettamente situata nel quadro di una meditazione che scorge tanto
nella ricerca filosofico-scientifica che in quella teologica la via
diretta per elevarsi alla comprensione dei più alti misteri. Ecco perché i
filosofi di Chartres e il loro più geniale discepolo, Giovanni di
Salisbury, si opposero con irriducibile rigore ai sostenitori di un tipo
di cultura più elementare e pratica ridotta all’apprendimento delle sole
cognizioni utili per le varie attività o professioni. Contro i cornificiani che
cercavano il sapere e disprezzavano lo studio disinteressato del trivio e
del quadrivio, l’umanesimo chartriano difese ed esaltò l'ideale di una
formazione armoniosa e compiuta, ugualmente volta al. mondo delle lettere
ed alle ardite conoscenze dell’ordine naturale. Il suo platonismo, in cui
erano filtrati i motivi più fecondi della nuova esperienza scientifica attinta
alle fonti greco-arabe (rese note dalle versioni contemporanee di
Adelardo di Bath, e, quindi, di Gerardo da Cremona, Ugo di Santalla, Platone di
Tivoli, Ruggero di Hereford, ecc.) è la espressione più compiuta del moto
di rinnovamento che domina tutta la cultura filosofica del XII
secolo, preparando la grande fioritura della riflessione
duecentesca. Il raffinato platonismo e il vivace spirito scientifico
dell’ambiente di Chartres, è però solo uno degli aspetti dominanti della
rinascita filosofica del XII secolo. Mentre a Chartres maturano le grandi
cosmogonie e le enciclopedie politiche, è infatti già in corso una
profonda trasformazione degli studi logici, destinata ad esercitare una
vasta influenza nella storia della cultura filosofica medioevale. Già
parlando delle predilezioni intellettuali di Teodorico di Chartres, s'è
visto quale importanza aveva per lui l’insegnamento dialettico fondato
sulle opere di Boezio e sulla conoscenza quasi totale dell’Organon
aristotelico. Ma le testimonianze contemporanee sono anche ricche di
notizie e di accenni polemici sugli sviluppi della scuola di Petit-Pont,
nelle vicinanze di Parigi, dove Adamo Parvipontano avrebbe stupito i suoi
scolari proponendo e discutendo delle quaestiones insolubiles, ossia
alcuni di quei problemi sofistici entrati da tempo nella pratica
dell'insegnamento dialettico. La cavillosa ingenuità di molti dei problemi
riferiti da queste testimonianze, non deve però ingannarci, inducendoci a
credere che gli studiosi medioevali non si rendessero conto della loro
futilità. Esercizi di scuola, adoperati dai maestri per affinare le
capacità dei loro allievi, simili discussioni valevano soprattutto a stimolare
l’interesse per un tipo di analisi dialettica particolarmente utile per
gli studiosi di diritto e di teologia. E chi tien conto che l’insegnamento
della dialettica era propedeutico a quello delle quattro arti maggiori,
non trova difficoltà a consid:rare anche questi esercizi come una
manifestazione del vivace interesse per la disciplina logica che sarà presto un
carattere peculiare della scuola parigina. È appunto in questo
ambiente, dove erano pen-trate anche le dottrine di Berengario e di Roscellino,
che si formò la personalità più eminente della prima metà del XII secolo,
Pietro Abelardo. Nato a Pellet, vicino a Nantes nel 1079, egli si dedicò fin da
giovanissimo allo studio delle arti liberali e specialmente della dialettica
di cui pare gli fosse maestro lo stesso Roscellino. Piti tardi recatosi a
Parigi, che era il centro più vivace di studi dialettici, fu scolaro di
un maestro come Guglielmo di Champeaux che godeva in quel momento
di larghissima fama. Ma neppure la dottrina di Guglielmo soddisfece il
giovane studioso, che iniziò fin da allora a combattere le dottrine del
maestro con estrema vivacità. La ragione di tale polemica è, del
resto, perfettamente chiara ed evidente.Discepolo di Manegoldo di
Lautenbach e poi di Anselmo di Laon, amico di Bernardo di Clairvaux e
fondatore della Abbazia di S. Vittore, che sarà poi uno dei maggiori
centri del pensiero mistico medioevale, Guglielmo di Champeaux era un deciso
sostenitore delle concezioni agostiniane e platoniche. Cosf, a proposito del
significato dei concetti di genere e di specie, si atteneva alla
soluzione realistica che abbiamo già visto affermata dallo Scoto Eriugena e da
Anselmo da Aosta. Secondo la testimonianza di Abelardo, egli avr-bbe infatti
sostenuto che la medesima realtà è tutta presente essenzialmente nei
singoli individui, tra i quali non vi sarebbe alcuna diversità essenziale, ma
bensi una distinzione causata dalla molteplicità degli accidenti Il che
spiega perché Guglielmo ritenesse che in tutti gli uomini numericamente
diversi v'è sempre una identica sostanza umana, che si determina e si
concreta variamente ora in Socrate ed ora in Platone, secondo particolari
determinazioni accidentali. Contro questa dottrina, che rispecchia
fedelmente un atteggiamento metafisico platonicamente fondato sull’ordine
gerarchico di essenze e categorie universali, Abelardo non tardò ad opporre
argomenti che gli venivano almeno in parte dall’esperienza nominalistica
di Roscellino. Convinto che la logica sia una pura ars sermocinalis,
scienza e arte del discorso, totalmente distinta dalla metafisica o dalla
teologia, egli respinse recisamente il realismo delle essenze logiche,
sotto lincando che la stessa essenza, se sussistesse tutta nei singoli
individui, pur con forme e accidenti diversi, si troverebbe spesso a
dover sostenere attributi e accidenti contraddittori. Inoltre, ammessa la
realtà delle essenze, le dieci categorie aristoteliche diverrebbero
necessariamente le dieci essenze reali più generali di tutte le cose; e ne
seguirebbe che ogni categoria è essenza e che quindi tutte le sostanze
sono, in realtà, sostanza, tutte le qualità una sola qualità. Perciò, la
sostanza di Socrate sarebbe la stessa sostanza di Platone, e le
qualità dell’uno quelle dell’altro, ecc.; ma in tal modo la realtà
individuale e distinta di Platone e di Socrate sarebbero
totalmente perdute perché i due individui sarebbero di fatto una sola unità
indistinguibile. Tali obiezioni
racconta Abelardo avrebbero
subito smantellato la dottrina realistica di Guglielmo di Champeaux; e il
maestro parigino avrebbe ripiegato sulla tesi della indifferenza degli
universali, sostenendo che la realtà dei generi e delle specie è identica
nei diversi individui, non quanto all’essenza ma bensi
nell’*indifferenza, giacché, ad esempio, i singoli uomini, distinti di
per sé gli uni dagli altri, costituiscono pur sempre l’identica realtà
umana e, quindi, non differiscono nella loro comune natura. Abelardo
criticò, però, con non minore intransigenza, anche questa dottrina che
non era sostanzialmente diversa da quella precedente, e dimostrò che se la
sola indifferenza positiva è quella che intercorre tra gli individui che
possiedono una stessa natura, si ripresentano di nuovo le medesime
difficoltà già rilevate a proposito della concezione realistica.
Il successo riportato nella disputa con un maestro cosi famoso non
giovò ad Abelardo, che fu costretto dalle violente inimicizie dei
condiscepoli ad abbandonare Parigi e a rifugiarsi a Melun, dove apri una
sua scuola. Però ben presto si trasferi a Corbeil, più vicina alla
capitale, e di lîf a poco tornò nuovamente a Parigi per studiare
retorica, sempre alla scuola di Guglielmo. Non sembra però che i suoi
rapporti co] maestro migliorassero; anzi, proprio in questa occasione,
Guglielmo sarebbe stato costretto da Abelardo a riconoscere apertamente la
fondatezza e la superiorità delle sue critiche. Tuttavia Abelardo, ormai
padrone delle arti sermocinali, lasciò di nuovo la scuola parigina per dedicarsi
allo studio della teologia, sotto la guida di Anselmo di Laon.
Polemico e innovatore come sempre, il filosofo bretone non restò
però a lungo neppure nella scuola di Laon; poco dopo, era di nuovo a
Parigi, ove tenne scuola di dialettica e di teologia, riscuotendo un successo
clamoroso. Studenti di ogni parte di Francia e di Europa (e tra essi fu
anche Arnaldo da Brescia, che nel 1155 sarebbe stato arso in Roma, come
capo di un movimento riformatore violentemente avverso al potere mondano della gerarchia
ecclesiastica) accorsero a udire le sue lezioni, divulgarono la dottrina del
Peripateticus Palatinus in tutti gli ambienti colti del tempo; e intorno
alla sua scuola cominciò a costituirsi la futura università parigina,
luogo di attrazione per i teologi e i filosofi di tutta la Cristianità
occidentale. L'episodio del suo amore per Eloisa, donna
eccezionalmente dotta e partecipe degli stessi problemi teologici e
morali, la vendetta del canonico Fulberto, e la vergognosa
mutilazione che costrinse Abelardo ad abbandonare l’insegnamento
parigino, sono episodi fin troppo noti perché occorra ricordarli. Colpito
nella sua dignità di clericus e di maestro, Abelardo prese l’abito
monastico e prese a vagare di monastero in monastero, di abbazia in abbazia,
portando dovunque la sua umana inquietudine e la sua polemica filosofica,
caldeggiando la formazione di una comunità puramente speculativa dedicata al
Paracleto. La fortuna e l’efficacia del suo insegnamento non ne riusci
però diminuita, se è vero che folle di studenti lo seguivano nei suoi
spostamenti, e che la sua fama continuava a diffondersi per tutta Europa.
Del resto, gli anni che vanno da quando abbandonò Parigi, e il 1142,
quando mori a Chalon-sur-Sagne, sono anni di grande operosità e di
costante, approfondita riflessione sui temi più ardui della logica, della
metafisica, della teologia e della morale. E pure in questo periodo si
svolge tra lui ed Eloisa quella mirabile relazione epistolare che è veramente
uno dei capolavori della letteratura mediocvale. La lucidità e
la spregiudicatezza di molte pagine dell’epistolario, e soprattutto
di quelle in cui Eloisa difende con estrema decisione la nobiltà e la
purezza della sua passione, hanno spesso indotto gli storici ad accentuare la
modernità dell’atteggiamento morale dei due celebri amanti. Ma non è
certo un buon criterio storico giudicare tutta la personalità e l’opera
filosofica di Abelardo alla luce di questa appassionata testimonianza umana,
per tentare magari confronti arditi e poco plausibili con la mentalità e
il costume morale degli intellettuali del Rinascimento. Anche il tono e
il contenuto delle lettere di Abelardo e di Eloisa sono infatti veramente
comprensibili solo nell’ambito di una vicenda che si svolse nell'ambiente
scolastico della Parigi medioevale, entro il chiuso mondo dei clercs, dominati
dai propri pregiudizi etici e professionali, e tra due persone drammaticamente
consapevoli del conflitto tra la loro condizione e le idee e le norme proprie
della loro casta. D'altra parte non conviene all’intelligenza storica
dell’opera di Abelardo, presentarlo come un puro razionalista o, ancor peggio,
come un precursore del libero pensiero, inteso a rovesciare il principio
dell’autorità e ad instaurare contro il fideismo di Bernardo di Clairvaux
i sovrani diritti della ragione. Questa immagine di Abzlardo, che pure piacque
alla vecchia storiografia dell’età romantica, è certo del tutto
antistorica e deforma, fino a ridurli caricaturali, i veri caratteri del suo
pensiero. Ma ciò non toglie che questo filosofo cosi combattivo e polemico,
questo dialettico rigoroso e teologo spregiudicato, sia stato veramente
l’interprete più originale ed acuto della rinascita filosofica del
XII secolo. Alieno dal costruire un compiuto sistema cosmologico come
quelli elaborati dai Maestri di Chartres, egli fu infatti autore di opere
di logica, di teologia e di morale che hanno avuto una influenza decisiva su
molti aspetti della riflessione del suo tempo, e che segnano un progresso decisivo
nei confronti delle concezioni filosofiche precedenti. Già abbiamo
visto, del resto, quale fosse stato il suo atteggiamento di fronte al realismo
logico di Guglielmo di Champeaux; ma è bene aggiungere che la sua
polemica fu altreitanto rigorosa anche nei riguardi di tutte le altre
forme di realismo, iv comprese quelle che identificavano l’universale con
l’intera collezione degli individui cui esso si riferisce. Per Abelardo
l’universale è invece semplicem.nte un dato del linguaggio, un vocabolo
trovato in modo che si possa predicare singolarmente di molti; e quindi il
termine ‘uomo’ che usiamo tanto per indicare Socrate che Platone non differisce
dal nome proprio con cui indichiamo questo o quell'individuo se non
perché è atto a far da predicato di proposizioni che hanno per soggetto
il nome proprio di molti individui. Una volta definito il significato
sermocinale del termine universale, Abelardo afferma poi rigorosamente
che i nomi universali non indicano affatto un’essenza o realtà comune a
vari individui, e che occorre quindi respingere l’idea che essi implichino
qualcosa di reale sia di per se stessi sia nella natura degli individui. La
conoscenza ha come punto di partenza l’individuale e il sensibile, la cui
caratteristica è data proprio dalla sua diversità e distinzione nei confronti
di ogni altra cosa individuale. Perciò il termine universale deve unicamente
valere come un segno logico, necessario per assolvere una particolare funzione
nella costruzione dei discorsi umani. Dopo aver cosi definita la
funzione del termine universale, Abelardo cerca però di analizzarne anche le
proprietà logiche. La constatazione che i nomi universali non indicano delle
essenze o entità comuni, potrebbe infatti indurre a concludere che essi non
abbiano alcun riferimento effettivo con le cose e che non permettano di
intendere effettivamente nessuna realtà esistente e concreta. Ma Abelardo
è un logico troppo sottile per poter accettare semplicemente la dottrina
di Roscellino e ridurre cosî gli universali a puri e semplici flatus
vocis. Intanto, per prima cosa, egli osserva che sebb:ne i singoli individui,
ad esempio i vari uomini, differiscano tra loro in molti caratteri ed
attributi, hanno però qualcosa di comune e cioè il loro stazus e la loro
comune condizione di essere uomini. L'errore di chi attribuisce una realtà
oggettiva agli universali indipendentemente dall’esistenza individuale,
consiste dunque nel confond.re un'ipotetica essenza dell'uomo, che non esiste,
con l’essere uomo che è invece una condizione reale particolare e concreta.
Sicché, dire che questo o quell’individuo convengono nello status di uomo, cioè
nell’essere uomo, significa riconoscere che esiste una causa comune per
cui s'impone ai singoli individui il termine o nome universale di uomo.
Questi stars sono dunque le cose stesse costituite in questa o quella
natura; e dunque, per giungere alla formulazione del termine universale,
basta raccogliere la somiglianza comune d.gli individui che sono effettivamente
nello stesso status e designarla con un nome. Quale sia poi il
contenuto che questi universali assumono nel nostro pensiero, è indicato
chiaramente da Abelardo n:llo svolgimento della sua teoria gnoseologica.
All’origine dell’attività conoscitiva sta infatti la percezione sensibile
che ci permette di percepire questo o quell’individuo particolare; ma
l’intelletto è capace di formarsi una immagine di ogni oggetto percepito
che esiste ormai indipendentemente dall’oggetto stesso e persiste nella mente
anche dopo la scomparsa dell’individuo che l’ha provocata. Queste immagini
presenti nella mente si distinguono però dalle immagini fittizie composte
liberamente dalla fantasia senza alcun riferimento ad una realtà
effettiva; ma si distinguono altresi anche da quelle che si presentano
all’intelletto quando pensiamo all’uomo o alla torre in generale.
L’intelligenza del nome universale. scrive Abelardo in un testo particolarmente
importante, concepisce un'immagine comune e confusa di molte cose, laddove
l'intellezione prodotta dalla parola singolare comprende la forma di una sola
cosa. Il nome di Socrate o di Platone, individui concreti e particolari,
farà quindi sorg:re nella mente un’immagine che esprime la figura e la
somiglianza di una determinata persona; mentre invece il termine uomo potrà dar
luogo soltanto ad un’immagine scialba e relativamente ind:terminata,
costituita soltanto dai caratteri comuni degli individui da cui è tratta.
L’universale è dunque soltanto una parola che designa l’immagine confusa
di una collettività d’individui di natura simile, o, per usare le parole
stesse di Abelardo, che possiedono il medesimo status. È chiaro che
da queste premesse deriva subito un complesso di conseguenze logiche e
gnoseologiche di estrema importanza. Per prima cosa, le sole conoscenze chiare
e connesse ad oggetti reali sono quelle degli individui particolari,
uniche realtà di cui si dia diretta intellezione umana; mentre invece i
termini universali ci permettono semplicemente di acquistare un’opinione
limitata sempre suscettibile di mutamento. Tuttavia sarebbe erroneo
credere che Abelardo non riconosca il fondamento reale dell'immagine
comune. Il fatto che, considerando molti individui, la nostra mente fermi
la sua attenzione su ciò in cui convengono, sui loro aspetti simili o
identici, è anzi perfettamente naturale; cosi com'è del tutto legittima la
formazione dell'immagine comune, prodotta da un’attività dell’intelletto che
separa e distingue per via di riflessione ciò che è unito e coesiste
‘realmente nell’identità inscindibile dell'individuo. A questa
determinazione astratta della forma o immagine comune, corrisponde poi
naturalmente una vox o termine che, di per se stesso, è cosa particolare
del tutto distinta dall’altra realtà che significa. Ma affinché questa significatio
sia legittima ed effettiva occorre che la vox venga strettamente connessa
all'immagine mentale e sia capace per comune istituzione umana di farla subito
sorgere nella mente di chi l’ascolta. Solo cosi la vox può diventare un
elemento del discorso umano, e può adempiere al suo compito logico che consiste
soltanto nel rappresentare o significare le diverse res. Non credo
occorra insistere più a lungo su di una dottrina di per se stessa tanto
chiara ed evidente. Ma prima di chiudere questa breve trattazione della
logica abelardiana, sarà utile ricordare che il Peripatetico Palatino può
rispondere in modo profondamente nuovo ed originale alle questioni poste
da Porfirio. Cosî, alla domanda se i generi e le specie designino cose
realmente esistenti, o siano semplici oggetti d’intellezione, egli
risponde che essi esistono nel solo intelletto nudo e puro, ma che però
indicano sempre esseri reali che sono gli stessi già afferrati
dall’esperienza sensibile. Inoltre, questi universali sono indubbiamente
corporei in quanto sono delle voci pronunziate con mezzi fisici; però la
loro capacità di designare una pluralità d’individui è invece incorporea. E se
è vero che i generi e le specie sussistono nella realtà sensibile in
quanto designano forme e qualità proprie degli individui, sono però al di
là delle cose sensibili proprio perché le designano per astrazione. Non solo;
Abelardo afferma che questi termini non potrebbero mai esistere senza gli
oggetti da essi significati; il che non toglie però che i loro
significati possano sussistere anche se sono legati semplicemente ad
un'immagine mentale e non ad un oggetto sensibile, come nel caso della
proposizione la rosa non esiste, il cui significato è pienamente
legittimo. Tali soluzioni, avanzate in una forma cosî rigorosa,
rappresentano indubbiamente una tappa fondamentale nella storia della
logica e della riflessione filosofica medioevale. Da un lato, infatti,
Abelardo tenta, per primo, un’analisi dei problemi logici condotta in
assoluta indipendenza da ogni presupposto metafisico e teologico, come
scienza autonoma dei modi e delle forme del discorso umano. Ma, d’altra
parte, la negazione di ogni tipo di realismo logico e la polemica contro
la persistente ispirazione platonica dei suoi predecessori, lo pone già
sulla via che sarà battuta dalle tendenze più avanzate del pensiero
scolastico, fino alla soluzione drastica del nominalismo occamista. Tali
posizioni sono ancora lontane dalle intenzioni di Abelardo che, partecipe
delle metafisiche platoniche del suo tempo, non negava affatto la
possibilità dell’esistenza nella mente divina di eterne idee archetipe,
modello e forma delle cose reali. Nondimeno, il valore preminente che egli attribuisce
alla conoscenza dell’individuale, e la sua insistenza sulla funzione
preliminare ed essenziale dell’esperienza sensibile, sono altrettanti motivi di
grande rilievo storico, destinati a influire profondamente sulle dispute
logiche e metafisiche del XIII secolo. AI significato critico della
dottrina logica di Abelardo corrisponde, del resto, anche la novità e
l’arditezza di talune tesi teologiche esposte, oltre che nel Sic et Non, anche
nel De wnitate et trinitate divina, nella Theologia Christiana, nella Introductio
in theologiam, nonché nel Dialogus inter Hebracum, Philosophum et Christianum.
Tra queste opere il Sic et Non è certo particolarmente importante per il
metodo con cui Abelardo procede alla presentazione ed al vaglio delle
auctoritates scritturali e patristiche, opponendo tra di loro quelle che
appaiono contrastanti o contraddittorie. È vero
come è stato sottolineato anche recentemente che Abelardo non
intende servirsi di questo metodo per scalzare il principio
dell’auctoritas, del cui valore egli è pienamente convinto. Ma, sebbene
dichiari spesso che il fondamento della verità e della salvezza consiste
nelle nude parole della Scrittura, e ribadisca che la dialettica deve
semplicemente servire all’intelligenza della Fede, è evidente che
Abelardo procede anche nella sua indagine teologica con il preciso
intento di chiarire le difficoltà e le aporie interne alle argomentazioni
tradizionali. D'altra parte, come dice egli stesso parlando del metodo
seguito nel De unitaze et trinitate divina, la spiegazione del teologo
non può procedere che per mezzo di analogie tratte dal ragionamento
umano; e poiché questo procedimento analogico è usato da Abelardo anche per
spiegare il rapporto trinitario delle persone divine, non meraviglia che, come
i maestri di Chartres, egli si serva del motivo platonico-stoico dell'anima
mundi per illustrare analogicamente la terza persona trinitaria. È vero che per
Abelardo si tratta soltanto di un’analogia incapace di spiegare fino in fondo
la misteriosa verità d:1 dogma; però egli non esita ad usare anche in
altri casi dottrine filosofiche, soprattutto di origine platonica, per
illuminare il contenuto della teologia cristiana, affermando implicitamente una
continuità ed un accordo sostanziale tra la riflessione classica e la dottrina
cristiana. Ecco perché Clairvaux, mistico cistercense ed intransigente
difensore del primato sovrarazionale della fede cristiana, fu cosi
avverso al Peripateticus Palatinus considerato come il più temibile
nemico della ortodossia teologica. In effetti, nella prospettiva teorizzata da
Abelardo, la teologia cristiana non solo è strettamente legata alla
ricerca della ragione, ma si può dire che la stessa rivelazione si
esprima anche nelle forme del ragionamento razionale, e che le verità
filosofiche degli antichi siano anticipazioni o premesse di una verità
più alta, ma non avversa alla ragione. Come Abelardo scrive nel Dia/ogus, il
Cristianesimo è certamente la verità assoluta che accoglie e risolve in sé
tutte le altre verità parziali ed imperfette; però anche la dimostrazione dei
suoi principi può procedere per via dimostrativo-analitica; quindi il metodo
razionale può essere applicato anche alla ricerca teologica, senza temere
di cadere per questo nell’empietà o nell’eresia. La polemica di Bernardo e
il severo giudizio del Concilio di Sens, che condannò alcune sue
proposizioni teologiche, non valsero ad impedire che il metodo
abelardiano influisse largamente anche sugli sviluppi della riflessione
teologica. Né stupisce che il suo tentativo di elaborazione dialettica
della materia teologica potesse contribuire in maniera decisiva alla
formazione di un vero metodo della scienza teologica, già chiaramente delineato
nelle prime Summae o nel crescente successo dei Libri sententiarum. Solo per
restare nell’ambito della sua scuola, opere come l’Epitome theologiae di
Maestro Ermanno, le Sententiae Parisienses, l'Ysagoge in Theologiam e le
Sententiae di Rolando Bandinelli (il futuro Alessandro III), sono eloquenti
testimonianze del progresso compiuto nella prima metà del XII secolo dalla
cultura scolastica parigina. Tra le dottrine di Abelardo condannate
al concilio di Sens spiccano anche talune tesi di morale definite nello
Scito te ipsum. Avverso alle concezioni ascetiche tradizionali che
ponevano tra i peccati anche le inclinazioni più naturali dell’uomo,
ostile ad una morale che definisce rigidamente il ben: ed il male
identificandoli con un certo modo astratto di comportamento, Abelardo
tende infatti a identificare il valore dell’atto con l’abito interiore
che lo accompagna. Cosi, egli distingue nettamente il vizio dell'anima dal
piccato; e se il vizio che dipende spesso dalla natura e dalla
complessione fisica ci rende soltanto inclini ad acconsentire
all’illecito, il peccato consiste invece nel consenso volontario al male,
in una scelta lib:ra e consapevole. Certo, anche le inclinazioni radicate
profondamente nella natura particolare di ciascun individuo possono
spingere a desiderare ciò che è contrario alla legge divina; ma tali
inclinazioni, che non potrebbero mai esser: eliminate, non sono di per sé
male o peccato. Al contrario, Abelardo insiste sul fatto che solo
l'intenzione può costituire il vero contenuto del bene e del male,
indipendentemente dalla determinazione effettiva dell’azione. L'intenzione scrive infatti Ab:lardo in una pagina dello
Scito te ipsum di particolare rilevanza teorica è di per se stessa buona o cattiva; ma
l'azione è detta buona o cattiva non perché implichi in se stessa un
elemento di bontà o di malizia, ma perché deriva da un'intenzione buona 0
cattiva. La medesima azione può essere dunque positiva se deriva da una
buona intenzione, o cattiva se deriva da un’intenzione malvagia; cosi
Abelardo prende decisamente posizione contro le concezioni etiche che fanno
dipendere il valore morale dell’azione dalla adesione astratta a uno
schema costituito secondo una norma del tutto estranea alla
volontà. Tale concezione che è
certo uno dei motivi più moderni e originali del pensiero
abelardiano è poi spesso congiunta con
una insist-nie critica della considerazione meramente carismatica dei
poteri sacerdotali, che egli vuole invece siano fondati sulla pratica attiva ed
esemplare delle virti. La successione apostolica vantata dai sacerdoti e
dai vescovi ha, per lui, significato e valore solo quando essa si
accompagni all’oss:rvanza dell’esempio religioso e morale degli apostoli,
e non quando si risolva semplicemente nella cerimonia dell'imposizione delle
mani o nell’osservanza esteriore e farisaica delle norme canoniche.
Proprio pr questo sono cosi frequenti negli scritti morali e teologici di
Abelardo la denuncia della corruzione del clero, la condanna
dell’eccessiva potenza e ricchezza della gerarchia e la ripulsa di un
rigido, astratto legalismo morale e religioso che è del tutto
contrastante con il carattere della missione della Chiesa. Né manca nella
riflessione di Ab-lardo l’insistente richiamo a quei puri valori di
interiorità su cui dovrebbe fondarsi tutta la vita cristiana. La vicinanza
di alcuni dei suoi motivi polemici con le idee largamente diffuse nei movimenti
popolari di riforma o in talune sètte ereticali, è stata quindi giustamente
sottolineata dagli storici che hanno posto in rilievo i rapporti tra
Abelardo e Arnaldo da Brescia, teorico del Comune popolare e avversario
d:l potere pontificio. Ma più che la ricerca di possibili filiazioni o
influenze, interessa qui sottolineare come sia sul piano teologico e
morale, sia su quello logico e gnoseologico, il pensiero di Abelardo è
veramente l’espressione più matura di un comune fermento critico che
pervade tutti gli strati e gli ambienti della società del suo tempo e che tende
a corrodere i capisaldi d:Ila cultura tradizionale. L’influenza di
Abelardo fu veramente eccezionale. Dalla logica alla teologia, dalle
discussioni puramente filosofiche alla casistica etica, tutta la
riflessione del suo tempo e dei decenni successivi reca il segno della
sua personalità e delle sue idee. Ma la superiorità teorica di molte
posizioni abelardiane, soprattutto nel campo della logica, non deve indurci a
trascurare l’apporto degli altri logici contemporanei, ispirati a
concezioni e dottrine spesso diametralmente opposte. Già s'è detto di
Guglielmo di Champeaux e delle successive dottrine che egli avrebbe
avanzato discutendo il problema degli universali; ma dobbiamo qui
ugualmente ricordare Josselino di Soissons cui Giovanni di Salisbury
attribuisce nel Meealogicon una singolare dottrina che, pur rifiutando la
universalità agli individui considerati nella loro singolarità, la
concedeva però alla condizione collettiva della specie o del genere.
Questa tesi, che compare anche nel trattato anonimo De generibus et
speciebus (già attribuito dal Cousin ad Abelardo, ma che evidentemente
non può esser suo), deve aver avuto una discreta diffusione proprio per la sua
tendenza a conciliare le opposte tesi dei realisti e dei nominali. Secondo la
concezione di Josselino la specie si presenta infatti in ogni individuo come
una sorta di materia comune la cui forma è costituita dalle singole
determinazioni particolari; e perciò nell’individuo Socrate coesiste l’umanità
(materia comune) con la socrateità che ne è la forma, e quindi Socrate
possiede una sua umanità particolare distinta da quella di Platone o di
Aristotele. Il fatto che il termine uomo sia comune ad un intero gruppo
di individui non significa che l’umanità di SoLo sviluppo della logica e l'opera
di Abelardo crate o di Platone costituisca una realtà unica, identica e
comune nei vari individui. Al contrario, questo fondamento comune è
profondamente differenziato dai caratteri peculiari e dalla struttura propria
di ogni individuo. Come si vede, la soluzione di Josselino può
sembrare assai vicina alla tesi abelardiana degli status; ma lo
&tesso Abelardo ne sottolineò nettamente la diversità quando obiettò
che il gruppo è sempre posteriore agli individui che lo costituiscono, laddove
invece la dottrina della collectio sembra far precedere l’unità
indifferenziata della materia comune dalla concreta esistenza dzi
singoli. La difesa della priorità dell'individuo anche nei confronti
della posizione moderata di Josselino ribadisce la radicale vocazione
nominalistica della logica di Abelardo. Però il problema di rapporti tra r0men
e res, tra la determinazione concettuale e la struttura reale degli individui,
doveva essere ulteriormente dibattuto nel trattato De codem et de diverso
di Adelardo di Bath. Questo maestro, formatosi nell'ambiente teologico di
Laon e di Tours, e quindi per molti anni pellegrino in Italia, in Sicilia
e nell’Asia Minore alla ricerca di testi arabi e greci di cui fu uno dei
primi traduttori, ha un posto di primo piano nella storia della scienza
medioevale. Nelle sue traduzioni dei testi astronomici arabi e degli
Elementa di Euclide e nelle sue Quaestiones naturales, ricche di temi della
tradizione araba, egli si rivela uno degli uomini più colti del suo
tempo. Ma anche il De eodem et de diverso mostra una mentalità dialettica
rigorosa ed esatta, perfettamente consapevole dei gravi problemi filosofici che
si agitavano dietro le modeste apparenze del problema degli universali. Cosî
egli accetta la definizione abelardiana degli universali come nomi delle
cose che contengono (rerum subiectorum nomina) e la dottrina
aristotelica che esclude ogni loro realtà al di fuori dell’esistenza
individuale concreta. Però osserva che i nomi del genere, della specie e dell’individuo
vengono imposti alla stessa essenza sotto diversi rispetti? e che se i
filosofi, quando vogliono parlare delle cose come si presentano ai sensi le
chiamarono individui, definendole con il loro nome proprio e particolare,
tuttavia, quando le considerano pid profondamente, le chiamano anche specie o
generi, senza negare la loro realtà individuale, ma riferendosi a quei
caratteri universali che vi sono impliciti. Perciò i generi e le specie
sono per Adelardo le stesse cose sensibili considerate in modo più acuto,
e queste sp:cie e generi nella loro funzione di termini o modi universali
vengono distinti per immaginazione dalla stessa realtà sensibile e considerati
come forme astratte. Non v’è quindi da meravigliarsi se Adelardo, fedele a
questa dottrina, possa poi considerare sostanzialmente concordanti le
dottrine di Platone e di Aristotele, i quali hanno soltanto accentuato i
due diversi aspetti del problema. E una dottrina non diversa viene pure
attribuita al maestro parigino Mortagne, il quale, secondo la testimonianza di
Salisbury, avrebbe insegnato che Platone, secondo status diversi, è
individuo, specie e genere subalterno o supremo. Certamente e Adelardo insiste particolarmente su questo
punto alwra è la conoscenza legata all’esperienza immediata e quasi
costretta dal tumulto esteriore dei sensi, ed altra la conoscenza intelligibile
estesa alle Cause supreme delle cose naturali e addirittura alla
previsione della realtà futura. Ma non per questo Adelardo respinge quel
sapere che la mente umana può raggiungere anche quando è serrata nel
carcere del corpo e si muove soltanto tra le forme sensibili delle cose. Anche
questo sapere, quando è capace di giungere agli elementi permanenti,
costitutivi della realtà, è valido e necessario. VanperPoL, Le droit de guerre d'après les théologiens et
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Arabic Corpus of Greek Astronomers and Mathematicians, Bologna, Maier, Zwischen
Philosophie und Mechanik. Studien zur Naturphilosophie der Spitscholastit,
Roma, WrisHEIPL, The Development of physical Theory in the Middle Ages,
Londra-New York, Marr, Ergebnisse der spitscholastischen Naturphilosophie,
Schol., CLacett, The science of mechanics in the middle age, Madison. BOEZIO
(vedasi) De institutione arithmetica De institutione musica; uno scritto
di astronomia perduto; uno scritto di geometria anch'esso perduto, traduzione
delle Categorie; Commento alle Categorie; traduzione del De interpretatione;
primo Commento al De interpretatione; secondo Commento al De interpretatione;
traduzione degli Analytici primi e secondi; traduzione dei Topici (non è
certo, però, se la traduzione che va oggi sotto il suo nome sia
autentica); traduzione della Isagoge di Porfirio; primo Commento
all'Isagoge; secondo Commento alla Isagoge; commento ai Topici di CICERONE;
De syllogismo categorico; Introductio in syllogismos categoricos; De syllogismo
hypotetico; De divisione; De differeptiis topicis; Consolatio
philosophiae. È discussa l’attribuzione della versione degli Elenchi
sofistici. De Trinitate; Ad Iohannem diaconum utrum Pater et Filius
et Spiritus Sanctus de divinitate substantialiter praedicentur; Ad cundem
quomodo substantiae in co quod sint bonae sint, cum non sint
substantialia bona; Liber contra Eutychen et Nestorium. Non è invece autentico
il De fide catholica attribuito tradizionalmente a Boezio. Le opere in P.
L., nel Corpus di Vienna. I trattati teologici si vedano nell’ed.
StewartT-RanD, Londra, la Consolatio nell’ed. BreLer, in Corpus
Christianorum; del De interpretatione cfr. l’ed. Meiser, Lipsia. Delle
traduzioni italiane della Consolatio ricordiamo quelle del Moricca, Firenze,
e del Cappa, Milano. Gli Opuscola theologica sono stati tradotti dal
RAPISARDA, Catania; i Pensieri sulla musica (testo e trad.) dal Damermni,
Firenze. La bibl. generale in GEYER; De Barr; De Wutr. V. inoltre tra le opere
pit importanti e recenti: I. Brnez, Boèce et Porphyre, Rev.
Belge Philol. Hist., Bruprr, Die philosophischen Elemente in den Opuscula Sacra
des Boethius, Lipsia, Cooper, A concordance of Boethius, Cambridge,
Bonnaup, L'éducation scientiphique de Boèce, Spec. 1Carton, Le christianisme et
l'augustinisme d e Boèce, Revue Philos., BroscH, Der Seinbegriff bei
Boethius, Innsbruck, Capone Braca, La soluzione cristiana del problema del
summum bonum, in Philosophiae consolationis libri V di Boezio, Arch.
st. filos. GUZZO (vedasi) L'Isagoge di Porfirio e i commenti di Boezio,
in Concetto e saggi di storia della filosofia, Firenze, Atronsi, Problemi
filosofici della Consolatio boeziana, Riv. filos. neosc., SoLmsen, Boethius and the history of the
Organon, American Journ. Philos., PaLueLLo, The sext of the
Caiegoriae, the latin tradition, Classi cal Quart., 1945. ALronsi,
L’umanesimo boeziano della Consolatio, Solidalitas Erasmia pa, Diurr, The
Propositional Logic of Boethius, Amsterdam, Depeck-Hery, Boethius De consolatione
philosophiae ‘by Jean de Meun, Med. Stud.,
Vann, The Wisdom of Boethius, Londra Rapisarpa, La crisi spirituale di Boezio,
Catania, REICHENVERGER, Untersuchungen zur liter. Stellung der Consolatio
phi losophiae, Colonia PrLicersporFER, Zu Boethius De interpretatione
Wiener Stud., AcLronsi, Storia interiore e storia cosmica nella Consolatio
boeziana, Convivium, KortLER, The vulgate tradition of the
Consolatio in the 14*h century, Med. Stud. NéponceLLES, Le variations de Boèce sur la
personne, Rev. sc. relig., Scumipr, Gottheit und Trinitit. Nach dem Kommentar
des Gilbert Porreta zu Boethius, De Trinitate Basilea, Rapisarna,
Poetica e poesia di Boezio, Orpheus, ScHmIpT, Philosophisches und Medizinisches
în der Consolatio des Boethius, Festschrift Bruno Snell, Monaco, SuLowski,
Les sources du De consolatione Philosophiae de Boèce, Sophia, PaLuetto,
Les traductions et les commentaires aristotéliciens de Boèce, Studia
patristica, mogsb s Z PU FO simo Pa LP Lr VISCARPI, BOEZIO (vedasi) e la
conservazione e la trasmissione dell'eredità del pensiero antico, in I
Goti in Occidente, Spoleto, SHiet, Boethius and Andronicus of Rhodes, Vig.
Christ., GecenscHatz, Die Freiheit der Entscheidung in der Consolatio
philosophiae des Boethius, Museum Helveticum, Lepet, Die antike Musik-theorie
im Lichte des Boethius, Berlino SHiet, Boethius Commentaries on Aristotle, Med.
Renaiss. Stud., PACATTO, Per un'edizione critica del De hypotheticis
syllogismis di BOEZIO, Italia medioevale e umanistica, Hapor, Un fragment
du commentaire perdu de Boèce sur les Catégories d'Aristote dans le Codex
bernensis 363, Arch. Hist. doctr. litt. m. à.,
Cassiodoro Opere: De anima; Institutiones. Edizioni: Oltre
l’ed. in P. L., si vedano le Opera in Corpus Christianorum; le
Institutiones nella fondamentale ed. R.A.B. Mynors, Oxford, La bibl. generale
in GeyER; De Brie, WuLr, Tra la produzione più importante e pit recente
cfr.: A. Van pe Vrver, Cassiodore et son ocuvre, Spec., TuÙiece,
Cassiodor, seine Klostergriindung Vivarium und sein Nachwirken im Mittelalter,
Studien u. Mitt. z. Gesch. der Benedektinerordens, Monaco, Ranp, The new
Cassiodorus, Spec. Vrver, Les Institutiones de Cassiodore et sa fondation à
Vivarium, Rev. Bénédict., CourceLLE, Les lettres grecques en Occident, Parigi Barpyr,
Cassiodor et la fin du mond ancien, Année théol., Jones, Cassiodorus senator,
New York, Lamma, Cultura e vita in Cassiodoro, Studium, MomicLiano, Cassiodorus
and Italian culture of his time, Oxford, Siviglia Opere: Etymologiae; De
natura rerum; De ordine creaturarum; Differentiarum libri duo. Edizioni:
in P. L.; le Etymologiae, a cura di W. M. Linpsar, Oxford. La bibl. generale in
GevER; De Brie, WutrFr, ALraner, Der Stand der Isidorforschung, Roma, Pérez pe
UrBet, S. Isidor de Sevilla, Barcellona, Mavoz, Contrastes y discrepancias
entre el Liber de variis quaestionibus y S. Isidor, Est. eccl., Montero Diaz,
Etimologias de S. Isidor de Sevilla, Madrid Fontaine, Isidore de Séville et la
culture classique dans l'Espagne wisigothique, Parigi, DeLHavye, Les idées
morales de st. Isidore de Séville, Rech. théol. anc. méd., EtLias pe
TEJADA, Ideas politicas y juridicas de S. Isidoro de Sevilla, Madrid, GREGORIO
(vedasi) Magno Homiliae in Evangelium; Homiliae in Ezechielem; Liber
regulae pastoralis; Moralia o Expositio in Job; Dialogorum libri IV;
Epistolae. Edizioni: in P. L., Dei
Dialoghi cfr. l’ed. crit. di U. Moricca, Roma, LiesLanc, Grundfragen der
mystischen Theologie nach Gregors des Grossen Moralia und Ezechielhomilien,
Friburgo i. B., Weser, Haupifragen der Moraliheologie Gregors des Grossen,
Friburgo, WassELYNcK, La part des Moralia de Job de St. Grégor le Grand,
Mélanges sc. relig., ManseLLI, L'escatologia di S. Gregorio Magno, Ric. stor.
relig., BrunHES, La foi chrétienne et la philosophie au temps de la
Renaissance carolingienne, Parigi, DopscHn, Wirischafiliche und soziale
Grundlagen der europàischen Kultureniwicklung aus der Zeit von Caesar bis auf
Karl den Grossen, Vienna BerLIÈRE, L'ordre monastique, Parigi, trad. it.,
Bari. PatzeLT, Die Karolingische Renaissance,
Vienna, Lor, La fin du monde antique et la début du moyen dge, Parigi, Ranp,
Founders of de middle ages, Cambridge (Mass.), ScHramm, Kaiser, Rom und Renovatio, Lipsia,
LaistnEr, Thought and letters in Western Europe, A, D, 500-900, Londra,
1931, 1957. i E. Gitson, Les idées et les lettres (Humanisme
médiéval et Renaissance), Parigi, Pourrat, Les origines de la théologie
scolastique. Les précurseurs du IX° au XI° siècle, Rev. apologétique,
KLerncLausz, Charlemagne, Parigi, Prrenne, Mahomet et Charlemagne,
Bruxelles-Parigi, tu. it., Bonnaun, L'idée de paix è l'époque carolingienne,
Parigi, Lopez, Muhammad and Charlemagne: a revision, Spec., CALMETTE,
Charlemagne, sa vie, son oeuvre, Parigi, HaLpHEn, Charlemagne et l'Empire
carolingien, Parigi, Lomsaro, Mahomet et Charlemagne. Le problème économique,
Annales, DennET, Pirenne und Muhammad, Spec., SaLIn, La civilisation
mérovingienne, Parigi, 1950. A. Ficutenau, Das Karolingische
Imperium. Soziale und geistige Problematik eines Grossreiches, Zurigo, trad.
it. Inem, Karl der Grosse und das Kaisertum, in Mitt. d. Inst. f.
Oest. Gesch. forschung., Sul monachesimo occidentale e la sua diffusione
e influenza culturale: Benedictus, Regula, Introd., testo, apparati,
trad. e comm., a cura di G Penco, Firenze, ScHumiTtz, Histoire de l'Ordre
de St. Bénoit, Maresdous Ryan, Irish monasticism, Dublino BerLiÈrE, L'Ordine
monastico dalle origini, tr. it., Bari, ScHurer, Kirche und Kultur in
Mittelalt., Paderborn, HitpiscH, Gesch. des Benedektinischen Minchtums in ihren
Grundzigen dargestellt, Friburgo, HimxecLer, Vom Mònchtum des hl.
Benedikt. Gedanken iiber bene dektinische Wesenart, Geschichte und
Kultur, Basilea, 1947. Cfr. inoltre il Bulletin d’histoire
benédéctine” nella Revue bénédictine.” Beda il
Venerabile Opere: Historia ecclesiastica gentis Anglorum; De
natura rerum; De temporibus; De temporum ratione; Quaestiones super
Genesim. Edizioni: Le opere si vedano in P. L. 90-95, e in corso
di pubbli cazione in Corpus Christianorum,” Turnholt, Parigi, 1955;
l'Opera historica nell’ed. L. E. Kinc, Londra, 1931; l'Opera de
temporibus nell'ed. C. Jones, Cambridge (Mass.), 1943 e l’Expositio actuum
apostolorum nell’ed. M. L. W. LarstwEr, Cambridge (Mass.), La bibl. generale in
GEyER, p. 672; De Brie, nn. 4532-4550; De Wutr, I, p. 129. Tra le opere
piti importanti e pi recenti si veda: A. Hamirton THompson, Beda. His life, times and writings, Oxford, 1935. H.
M. Gite, St. Beda the Venerable, Londra, 1935. B. CapeLL8 - M. IncuAnez -
B. Tuum, St. Beda Venerable, Studia Anselmiana,” .1936. T. A. Carrot, The
Ven. Beda; his spiritual Teachings, Washington, 1946. C. H. Beeson, The
manuscripts of Beda, Classical Philol. Beumer, Das Kirchenbild in den
Schriftkomment Bedas, Schol.,” 1953. Alcuino Opere:
Grammatica; De orthographia; Dialectica; Dialogus de rhetorica et de
virtutibus; De fide sanctae et individuae Trinitatis; De animae ratione;
De virtutibus et vitiis; Epistolae. Edizioni:
Le opere in P. L. L’ed. crit. delle Epistolae in Epistolae Karolini aevi (M. G.
H., II,18-481). Cfr. inoltre i Monumenta Alcuiniana, Berlino, La bibl. generale
in GryER, p. 691; De Base, nn. 5105-5109; De Wutr, I, p. 129.
Tra gli studi pifi importanti e recenti cfr.: P. MonceLLE,
Alcuin, in DHGE, II M. Rocer, L’enseignement des lettres classiques
d'Ausone è Alcuin, Parigi Buxton, Alcuin, Londra, 1922. S. H. Wicsur, The Retoric of Alcuin, Princeton,
1941. P. Hapor, Marius Victorinus et Alcuin, Arch. Hist. doctr.
litt. m. 8.,” 1954. G. ELLarp, Master Alcuin Liturgist, New York,
1956. L. WattacH, Alcuin and Charlemagne. Studies in Carolingian
History of Literature, Itaca - New York, 1959. Fredegiso
di Tours Opere: De nihilo et de tenebris. Edizioni: P.L. La bibl.
generale in GevER, p. 691-692; DE Wutr Auner, F. von Tours, Lipsia, 1878 (con
ed. crit. del De nihilo); J. A. Enpres, Forschung z. Gesch. der
friihmittclalt. Philos., Miinster i. W.,. Germonar, I problemi del nulla
e delle tenebre in Fredegiso di Tours, in Saggi di filosofia
neorazionalistica, Torino, 1953,101-111. Agobardo
Opere: Le numerose opere teologiche, che non occorre qui enumerare
particolarmente in P.L. Oltre alle opere indicate in GevER,691-692; cfr.
particolarmente: J. B. Martin, s.v. in DTHC, I, 613-615. M.
Bresson, s.v. in DHGE, Rabano Mauro De institutione clericorum; De rerum
naturis; De computo; Grammatica P.L. La bibl. generale in GevER, p. 692; De
Brie, n. 5110; De Wutr, I, p. 129. In
particolare cfr.: J. ScHumipt, Rebanus Maurus, cin Zeit-und Lebensbild,
Der Katholik,” 1906. J. B. HasitzeL, Rabanus Maurus und Claudius von
Turin, Hist. Jahrb., BLumenKranz, Raban
Maur et St. Augustin, Rev. m. à. lat.,” 1951. ‘Candido di
Fulda Opere: Il pensiero di Candido è espresso nei Dicta Candidi
(ed. Hauréau, Parigi, 1872). Bibliografia: Cfr. Gever, p. 692; DE
Wutr, I, p. 129. In particolare vedi Zimmermann, Candidus. Ein
Beitrag zur Geschichte der Friihscholastik, Div. Th.” (F.), 1929.
A. KLeIncLausz, Eginhard, Parigi, Servato Lupo di Ferrières Opere:
Epistolae; Liber de tribus quaestionibus; Collectaneum. Edizioni:
Le opere nell’ed. BaLuze, Parigi, 1664 e 1710; in P.L., 119. Per le Epistolae cfr. l’ed. L. LeviLLann, Parigi,
Gever,692-693; De Brie, n. 5135; DE WuLF Sprotte, Biographie de Servatus Lupus,
BerLièrEe, Un bibliophile du IX siècle, Loup de Ferrières, Mons, 1912. E.
Amann, in DThC, IX, 963-967. Pascasio Radberto Opere:
Tra le numerose opere teologiche, che qui non enumeriamo, ricordiamo
soprattutto il Liber de corpore et sanguine Christi le opere in P.L.,
120. Bibliografia: Cfr. Geyer, p. 693; De Brie, n. 5136. In
particolare: J. Ernst, Die Lehre des hl. Paschasius Radbertus von
der Eucharistie, 1897. J.
Jacquin, Le De corpore et sanguine de Pascase Radbert, Rev. sc. philos. théol.,
1914. H. PeLtier, Pascase Radbert abbé de Corbie, Amiens,
1932. IpeM, s.v., in DThC, GLiozzo, La dottrina della conversione
eucaristica in Pascasio Radberto e Ratramno, monaci di Corbia, Palermo,
1945. H. WerisweiLEr, Paschasius Radbertus als Vermittler des
Gedankengutes der karolingischen Renaissance in der Matthiuskommentaren
des Kreises um Anselm von Laon, Schol., 1960. Ratramno di
Corbie Opere: Le numerose opere teologiche in P.L., il De corpore
et sanguine domini nell’ed. crit. di J. BAKHUIZEN van DEN BrinK,
Amsterdam, 1954. Bibliografia: Cfr. GeyERr, Wutr,
I,165-166. In particolare cfr.: A. NaEcLe, Ratramnus
und die hl. Eucharistie, 1903. M. ManitIUs,
Gesch. d. latein. Lit. des Mittelalters, I, Monaco, 1923, 412-17.
A. Wiumart, L'opuscule inédit de Ratramne sur la nature de l'ime,
Rev. bénédict., 1931. C. GLiozzo, La dottrina
della convers. eucarist. in Pasc. Radberto e R. monaci di Corbia, Palermo, GHÙeLLINcK,
Le mouvement théolog. au XII° s., Bruges, 1948?, p. 27 e passim. Cfr. inoltre: J. JoLiver, Godescale
d'Orbais et la Trinité. La méthode de la théologie a
l'époque carolingienne, Paris, 1958. 933
Bibliografia Capitolo terzo Il Corpus dello Pseudo-Dionigi.
Massimo il Confessore Edizioni: Per le edd. del Corpus cfr. P.G.,
3-4. La raccolta delle traduzioni latine dei testi dionisiani e la fonte delle
citazioni in PH. CHEVALLIER, Dionysiaca, Parigi, 1937-1950; e l’ed. crit.
del De coelesti hierarchia, a cura di R. Roques e G. Hait, con trad. fr.
di M. De Ganpittac nelle Sources chrétiennes, n. 58, Parigi, 1958. Si
veda inoltre la trad. delle Oeuvres complètes du Pseudo-Denys l'Aréopagite, a
cura del De Ganpittac, Parigi, 1943. Per le traduzioni italiane
cfr. Le gerarchie celesti, Firenze, 1921; e, a cura del Turotta, le
Opere, Padova, 1956. Bibliografia: Sulla vasta letteratura sul
Corpus ci limitiamo, in questa sede, ad indicare oltre gli scritti di J.
Stic.marr (Feldkirch, 1895; Hist. Jahrbuch. d. Gérregesellschaft,
Zeitsch. f. die kathol. Theologie, 1899; Schol., 1927, 1928) e alle
indicazioni generali in GevER, De Brie, nn. 4455-4481; De Wutr, I, p. 112, i
seguenti studi: G. Tufry, Scot Erigène traducteur de Denis, Arch.
latin. Med. Aev., 1931. E. StePHANOU,
Les derniers essais d’identification du pseudo-Denys, Echos d’Orient,
1932. G. Tufry, Études dionysiennes, Parigi BucHner, Die
Areopagitica des Abtes Hilduin von St. Denys und ihr Kirchenpolitischer
Hintergrund, Hist. Jahrb., 1938. V. Lossky, La théologie négative
dans la doctrine de Denis l’Aréopagite, Rev. sc. philos. théol.,
1939. E. Von IvAnka, Der Aufbau der Schrift De divinis nominibus
des PseudoDionysius, Schol., 1940. G.
DeLLa VoLpe, La dottrina dell’Arcopagita e i suoi presupposti neoplatonici,
Roma, 1941 (e cfr. La mistica da Plotino a S. Agostino, Messina Roques,
La notion de Hiérarchie selon le Ps--Denis, Arch. Hist. doctr. litt. m. A., 1950-1951. H.
F. Donpaine, Le Corpus dionysien de l'Université de Paris au XIII siècle, Roma,
1953. R. Roques, L'univers dionysien, Parigi, 1954. E.
Turotta, Introduzione a una lettura dello Ps. Dionigi,
Sophia, 1956. E. Von IvAnxka, Ps. Dionisius und Julian, Wiener
Stud., 1957. R.
Roques, Symbolisme et théologie négative chez le Ps. Dion., Bull. Ass.
Budé. Parigi, 1957. W. VoeLxer, Kontemplation und Ekstase bei Ps.
Dion., Wiesbaden, 1958. P. Scazzoso, Note sulla tradizione
manoscritta della Theologia mystica dello Pseudo Dionigi, Aevum,
1958. J. VANNESTE, Le mystère de Dieu. Essai sur la structure
rationelle de la doctrine mystique du Pseudo-Dénys l'Aréopagite, Parigi Corsini,
La questione arcopagitica. Conwibuto alla cronologia
dello Pseudo-Dionigi, Atti Acc. Sc. Torino, 1959. E.
Von IvAnka, Das Corpus arcopagiticum bei Gerhard von Csanad,
Traditio, 1959. L. H.
Gronpiys, Sur l2 terminologie dyonisienne, Bull. Ass. G. Budé, 1959.
Ipem, La terminologie metalogique dans la théol. dynisienne, in L'homme
et son destin, cit.,335-346. Per gli
scritti di Massimo cfr. P.G., 90-91. Trad. it. La Mistagogia e altri
scritti a cura di R. CanrareLLA, Firenze, 1931; 12 libro ascetico, a cura
di M. Dat Pra, Milano. Per gli studi cfr.: J. DeaesEKE, Maximus
Confessor und Johannes Scotus Erigena Theol. Stud. u. Kritiken BaLtHasar,
Kosmische Liturgie d. Max der Bekenner, Friburgo ScHerwooD, The carlier Ambigua
of Maxim the Conf. and his refutation of origenism, Roma,
1955. G. MarHiev, Travaux préparatoires è une
édition critique des oeuvres de S. Maxime le Conf., Lovanio,
1957. E. Von IvAnka, Der philosophische Ertrag der
Auscinandersetzung Maximos des Bekenners mit dem Origenismus, Jahrb. oester.
byzant Gesell., 1958. Scoto Eriugena
Opere: De praedestinatione; Versio operum S. Dionyssi Arcopagitac; Versio
Ambiguorum S. Maximi; De divisione naturae; Expositiones super Jerarchiam
coelestem S. Dionysi; Commentarius in S. Evangelium secundum Johannem; Homilia
in prologum S. Evangelii secundum Johannem; Carmina; Commentarius ad
opuscola sacra Boethii; Annotationes in Marcianum. Edizioni:
in P.L., 122; per il De divisione naturae l’ed. C. B. Scunùrer, Miinster,
1938; per il Commentarius ad opuscola Boethii l'ed. E. K. Ranp, Monaco,
1906; gli Autographa a cura di E. K. Ranp, Monaco, 1912, e Univ. Calif.
closs. philol., 1920; per le Annotationes in Marcianum cfr. C. E. Lutz,
Johannis Scottii Adnotationes in Marcianum, Cambridge (Mass.) La bibl. generale
in GEvER,693-694; De Brie Wutr, I,144-145. In particolare cfr.: A.
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und anthropologischen Voraussetzungen nach den Quellen dargestellt,
Berlino, 1921-23. H. Bert, Johannes
Scot Er. A study in Medieval Philosophy, Cambridge, Doerries, Zur
Geschichte der Mystik Eriugena und der Neuplatonismus, Tubinga,
1925. M. TecHert, Le plotinisme dans le systòme de
Jean Scot Erigène, Rev. néosc. philos., 1927. G. Tutrv, Scot
Erigène, traducteur de Denys, Arch. latin. Med. Aev., 1931; e cfr. N.
Schol., 1933. P. KLETTER, Johannes Eriugena. Eine Untersuchung iiber die
Entstehung d. mittelalterlichen Geistigkeit, Lipsia Seut, Die
Gotteserkenntnis bei Joh. Skot. Er., Bonn, 1932. M. Cappuyns,
Jean Scot Érigène, sa vie, son oeuvre, sa pensée, Parigi - Lovanio, 1933 (con
ampia bibliografia). F. MittosevicH, Giovanni Scoto Eriugena e il
significato del suo pensiero, Sophia, ErxHarpT- SieBoLD, Cosmology in the
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John Scot Er., Baltimora, 1940. M. Dac Pra, Scoto Eriugena e il
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philos. théol. Inem, Les Expositiones super Hierarchiam caelestem de Jean Scot
Ér., Arch. Hist. doctr. litt. m. à. Silvestre, Le Commentaire inédit de
Scot Ér. au mètre IX du livre III de la Consolatio philosophiae de Boèce,
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Congresso int. agostiniano), ‘Parigi, 1955,419-428. . Gross, Ur-und
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l’îme universelle, in L'homme et son destin, cit.,361-375. M.-D.
CÙenu, Érigène a Clteaux. Experience intéricure et spiritualité objective, in
La philosophie et ses problèmes (MEI. Jolivet), Parigi,
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dell'Eriugena, Gior. crit. filos. ital., 1960. Inoltre: F.
VerneT, in DThC, V, Smaragde Su Smaragde e i primi grammatici
medioevali cfr.: Ch. THurot, Notices et
extraits de divers manuscripts latins pour servir è l'histoire des doctrines
grammaticales au moyen dge, Parigi, 1868. Eirico
di Auxerre Opere: Commenti al De Interpretatione, alle Categoriae,
all’ Isagoge, e a testi boeziani. Ma è dubbio se questi Comment: gli si
possano attribuire. Bibliografia: Gever,694-695.
Remigio di Auxerre Opere: Commenti all’Ars minor di Donato, agli
Opuscola sacra di Boezio e al De Consolatione philosophiae, a Prisciano e
a Marciano Capella (e cfr. M. Manitius, Gesch. d. lat. Lit. d. Mittalt.,
I,504-519). Edizioni: in P.L., 131; In artem Donati, ed. W. Fox,
Lipsia, 1902, in Seduli opera (ed. ]. Huemer, Corpus Vienn., BurnAM,
Commentaire anonyme sur Prudence d'après le ms. 413 de Valenciennes, Parigi La
bibl. generale in GevERr,695; DE Wutr, I,158159. In
particolare cfr.: H. F. Stewart, A Commentary by Remigius
Antissioderensis on the De Consolatione philosophiae of Boethius, Journal
of Theol. Studies, 1916. M. Cappuyns, Le plus
anciens commentaire des Opuscula sacra et son origine, Rech. théol. anc.
méd., 1931. C. E. Lutz, The Commentary of Remigius of
Auxerre on Martianus Capella, Med. Stud., 1957.
Raterio di Verona Opere: Tra le numerose opere, interessano
particolarmente oltre alle Epistolae i Praeloquiorum libri VI.
Edizioni: in P.L., 136 e le Epistolae nell’ed. F. WercLe M.G.H., Weimar,
1949. Bibliografia: E. Amann, in DThC, XIII, 1679-1688. G.
MontICELLI, Reterio, vescovo di Verona, Milano WeicLE, Zur Geschichte des
Bischofs Ratero von Verona, Deutsch. Arch. Tampieri, I! doveri morali di
ciascuno stato di vita secondo i Praeloquia di Raterio da Verona,
Bagnacavallo Aurillac (Silvestro II papa) Opere: De rationali et ratione;
Geometria; Liber de astrolabio. Edizioni: in P.L., 139; a cura di
A. OLLERIS, Clermont-Ferrand - Parigi, 1867; Epistolae a cura di J.
Haver, Parigi, 1889; Opera Mathematica, a cura di N. Busnov, Berlino,
1899. Bibliografia: F.
Picaver, Gerbert ou le pape philosophe, Parigi, 1897. H. Brémonp,
Gerbdert, Parigi, 1906. F. DeLzancLES, Gerbert, Aurillac, 1932. J. LEFLON, Gerbert, Parigi ScHramm, Kaiser, Rom und
Renovatio, Stud. Bibl. Warburg, 1929. A.
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Berlino Forz, Le souvenir et la légende de Charlemagne dans l'Empire germanique
médiéval, Parigi, 1951. Su Cluny e la sua
riforma: L. M. SmitH, The early history of Cluny, Oxford,
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Monaco, 1935. A. Brackmann, Die politische Wirkung der
cluniazensischen Bewegung, Hist. Zeitschr.,
1929. P. Borssosape, Cluny et la papauté et la I grande Croisade
internationale contre les Sarrazins d’Espagne, Rev. quest. hist.,
1932. G. De VaLons, Le monachisme cluniasien des origines au XV
siècle (Archive de la France monastique), Liguegé Harincer, Gorze-Cluny,
Studien zu den monastischen Lebensformen und Gegensitzen im
Hochmittelalt., Roma, 1948. A. Chagny, Cluny et son empire, Parigi LecLERCO, Les études universitaires dans
l'ordre de Cluny, Saint-Waudrille, 1947. Spiritualità
cluniacense (Convegni del centro di studi sulla spiritualità medioevale, II),
Todi Costantino Africano Opere: il Wiistenfeld gli attribuisce le
seguenti traduzioni: Liber completus artis medicinae qui dicitur regalis
dispositio o Pantegni, di Ali Ibn ‘Abbas; Viazicum, di Abù ba ‘far Ahmad
Ibn al-Gazzar; Liber divisionum e Liber experimentorum dell’arabo
ar-Rari; Liber dietarum universalium es particuliarium, Liber urinarum,
Liber febrium, Liber de gradibus, di Ishiq al-Isra'ili. Tradusse inoltre
opere di Ippocrate e di Galeno. Gever,703-704. In particolare v.:
M. SreEInscHNEMDER, C. A. und seine arabischen Quellen, Archiv. f.
pathol. Anatomie u. Phisiol., WisrenreLD, Die Ubersetzungen arabischer
Werke ins Lateinische seit dem II Jahrh., in Abhand!, d. K. Gesellsch. d.
Wiss. 2. Gòttingen CLervaL, Les écoles de Chartres au
moyen dge du V° au XVI? siècle, Parigi, 1895. L. THornpIiKE, A history of magic and experimental
science, cit., I, 742-759. Alfano di Salerno e
l'ambiente salernitano Opere: Vita et passio s. Christinae;
Sermone; De unione Verbi Dei et hominis (smarrito); Vita di s. Sabina (si
ritiene perduto.); traduzione del trattato di Nemesio: Sulla natura
dell'uomo; Prologus alla suddetta traduzione; Tractatus de pulsibus; De
quattuor humoribus corporis humani (framm.).
Bibliografia: in particolare v.: M. ScHIPA, Alfano 1.,
arciv. di Salerno, Salerno, 1880. Inem, Storia del Principato
longobardo di Salerno, Arch. Stor. per le provincie napoletane, 12
(1887), passim. U. Ronca, Cultura medievale e Poesia Latina in
Italia nei sec. XI e XII, II, Roma, 1892,14-20. A. AmetLI, La
basilica di Montecassino e la Lateranense nel sec. XI, Misc. Cassinese FaLco,
Un Vescovo poeta ‘nel sec. XI, Alfano di Salerno, Arch. Soc. Romana di
Storia Patria, 35 (1912),439-82. B. ALsers, Verse des Erzbischofs
Alfanus von Salerno fiir Monte Cassino, N. Arch. Manitius, Geschichte der lateinischen Literatur des
Mittelalters, II, cit., 618-37. P. O. KrisreLLer, The school
of Salerno, Bull. Hist. of Med., 1945. Inem, Nuove fonti per la medicina
salernitana, Rass. stor. salernitana, 1957. Pier Damiani
Opere: Gratissimus; Gomorrhianus; Disceptatio Synodalis; De
Gallica profectione; Vitae Sanctorum; Carmina et Preces; Sermones
(l'attribuzione di molti dei quali è assai discussa).
Edizioni: P.L. 144-45 (è la ristampa dell’ed. di C. GaeranI del 1606 con
l'aggiunta di vari opuscoli scoperti da AnceLo Mar e apparsi in
Scriptorum 530 Bibliografia veterum nova
collectio, VI, Roma, 1832,193-244); manca una edizione critica completa,
esistono solo edizioni parziali; tra le più recenti citiamo: L. De
HeineMmann, in MGH, Libelli, 1, Hannover Warrz, ibidem, Scriptores, IV.;
P. Brezzi - B. Narpi, S. Pier Damiani, De Divina omnipotentia, ed altri
opuscoli (con trad. it.), Firenze KoLprnc, Petrus D. Das Biichlein vom
Dominus Vobiscum, Diisseldorf, 1949. Bibliografia: cfr.
GevER,696-697; De Brie, n. 5160; in particolare v.: J. A. Enpres,
P. Damiani und die weliliche Wissenschaft (Beitrage), Miinster, 1910.
L. KùHN, Petrus Damianus und scine
Anschauungen iiber Staat und Kirche, Karlsruhe, 1913. J. A.
Enpres, Forschungen zur Gesch. der friihmittelalterl. Philosophie,
(Beitrige, XVII, 2-3), Miinster, 1915. ]. Rmère, S. Pierre Damien et les droits politiques du Pape,
Bull. litt. eccl., Losacco, Dialettici e antidialettici nei secc. IX, X, XI,
Sophia Poretti, Il vero atteggiamento antidialettico di S. P. Damiani,
Faenza, 1953. F. DriessLEr, P. Damiani, Roma 1954.
J. GonsetTE, P. Damien et la culture profane, Lovanio Berengario di
Tour Opere: De sacra coena. Edizioni: P.L., 150; B. T. De
sacra coena adversus Lanfraneum, ed. A. F. e F. T. ViscHER, Berlino,
1834; una nuova ed., di W. H. BeEKENrAMp, L’Aja Morin, Lettre inédite de B. de
T. à Parchev. Joscelin de Bordeaux, Rev. Bénédict.,
1932,220-26. Bibliografia: Cfr. GevER,696; De Brie, n. 5146; DE
Wutr, I,166; in particolare v.: C. PrantI ScHmITzER, B.
v. Tours und seine Lehre, 1890. T. Herrz, Essai historique sur les
rapports entre la philosophie et la foi de Bérenger de Tours è st. Thomas d'Aquin, Parigi, 1909. A. J.
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1930. G. Mor, Bérenger contre Bérenger, Rech. théol. anc. méd. Marronota,
Un testo inedito di Berengario di Tours e il Concilio ro mano del 1079,
Milano, Ramirez, La controversia eucaristica del siglo XI: B. de T. a la
luz de sus contemporéneos, Bogotà, 1940. F. Verne, in DThC,
II, 722-42. M. Cappuvns, in DHGE, VIII, 385-407. Anselmo di
Besate Opere: Rhetorimachia. Edizioni: cfr. E.
DimMEER in dibdl. e l’ed. crit. di K. ManItIUs, in M.G.H. Quellen zu
Geistesgeschichte des Mittelalters, 2, Weimar, 1958. Bibliografia:
cfr. GevER, DummLeER, A. d. Peripatetiker, Halle Enpres, Die Dialektiker und
ihre Gegner in 11 Jahrhundert, Philos. Jahrb.. Lautenbach Liber
ad Gebehardum; Opusculum contra Wolfelmum Coloniensem. Edizioni:
P.L., 155; il Liber in M.G.H., Libelli, I (1891),308-490. Bibliografia:
cfr. Gever,166; De Wutr, I,166; in particolare v.: J.
A. Enpres, Die Dialektiker und ihre Gegner im 11 Jahrhundert, cit, 25-27;
1913,160-69. Ipem, Manegold von Lautenbach, Hist. Pol.
Blitter, 1901. Inem, Manegold von Lautenbach, Modernarum magister
magistrorum, Hist. Jahrb., 1904. M. T. Streap, Manegold of
Lautenbach, Engl. Hist. Rev., 1914. E.
Woosen, Papauté et pouvoir civil à l'époque de Grégoire VII, Lovanio, Garin,
Contributi alla storia del platonismo medievale,(ora, con aggiornata
bibliografia, in Studi sul platonismo medievale, cit.). Lanfranco
di Pavia Opere: De corpore et sanguine Domini. Edizioni: P. L.,
150. Bibliografia: cfr. Gever,697-698; DE WuLF, I, p. 166; in
particolare v.: A. J. MacponaLp, Lranfranc. A Study of his
life, works and writings, Oxford, Londra AOSTA (vedasi) Monologion o
Exemplum meditandi de ratione fidei; Proslogion o Fides quacrens
intellectum; De grammatico; De veritate; De libertate arbitri (cadono
tutte e tre tra il 1080 e il 1085); De casu diaboli (1085-1090); Epistola
de incarnatione Verbi (1 red. 1092, I red. 1094) o De mysterio
Trinitatis; Cur Deus homo (1098); De conceptu virgirali (1099-1100); De
processione Spiritus Sancti (1102); Epistola de sacrificio azymi;
Epistola de sacramentis Ecclesiae (entrambe tra il 1106 e il 1107); De
concordia praescientiae et praedestinatione et gratiae Dei cum libero
arbitrio (1108); Epistolae; Orationes sive meditationes (1070-1104).
Edizioni: in P.L.; ma si veda l’ed. crit. a cura di F. S. ScHMITT,
Leckau-Roma, 1938, Lipsia-Roma, I, 194 (i primi due voll.), EdimburgoLondra,
1943-1951 (i restanti tre voll.) e, inoltre, il Monologion e.il Proslogion,
Padova, 1951, con un testo che riproduce l’ed. ScHMitT, e del Cur Deus
homo l'ed. fotomecc. (Schmitt) con trad. ted., Darmstadt, 1958. Delle
trad. italiane ricordiamo le Opere filosofiche a cura di C. Orraviano
(escluso il Monologior), Lanciano, 1928; per il Monologion, quella sempre
.a. cura dell’Ortaviano, Palermo, 1932; di A. Beccari, Torino, 1930; di
A. LANTRUA, Firenze, Cfr. inoltre: S. AnseLMo d'Aosta, /! Proslogion, le
Orazioni, e le meditazioni, testo lat. (Schmitt), trad. intr. a cura di
G. Sanpri, Padova, 1959. Bibliografia: La bibl. generale in
GeveRr Brie Wutr Tra le opere più interessanti e più recenti cfr.: a)
Sull'ordinamento delle opere e sul pensiero in generale: A. Koyré,
L'idée de Dieu dans la philosophie de St. Anselme, Parigi, 1923. H. OstLENDER, Anselm von Canterbury, der Vater der
Scholastik, Diisseldorf, 1927. A. Levasti, S. Anselmo, vita e
pensiero, Bari, Jacquin, Les rationes necessariae de St. Ansélme, Mél.
Mandonnet, II, Parigi BartH, Fides quaerens intellectum. Anselms Beweis der
Existenz Gottes im Zusammenhang seines theolog. Programms, Monaco, 1931,
1958. W. BerzenpòRFER, Giauben und Wissen bei den grossen Denkern des
Mit telalters, Gotha, 1931. A. Wimart, Le premier ouvrage de St. Anselme contre le
trittisme de Roscelin, Rech. théol. anc. méd. ScHMITT, Zur Ueberlieferung
der Korrespondenz Anselms von Canterbury, Rev. Bénédict., 1931. IpeMm,
Zur Chronologie der werke des hl. Anselm, Rev. Bénédict., 1932. C.
Orraviano, Le rationes necessariae in S. Anselmo, Sophia, 1933.
533 Bibliografia E. Giuson, Sens et nature de
Pargument de St. Anselme, Arch. Hist. doctr.
litt. m. à., 1934. R. ALcers, Anselm von Canterbury. Leben, Lehre,
Werk... Vienna, 1936. F. S. ScHMITT, Eine neues unvollendetes Werk des
Hl. Anselme von Canterbury. De potestate et
impotentia, necessitate et libertate, (Beitrige, XXXIII, 3), Miinster,
1936. A. StoLz, Anselm von Canterbury. Sein Leben, seine Bedeutung, seine
Hauptwerke, Monaco, 1937. L. Baupry, La préscience divine chez St.
Anselme, Arch. Hist. doctr. litt. m. &. 1940-42. G. Ceriani, S.
Anselmo, Brescia, 1947. S. Vanni-RovicHi, S. Anselmo e la filos. del
secolo XI, Milano, 1949. T. Moretti-Costanzi, L'ascesi di coscienza e
l'argomento di S. Anselmo, Roma, 1951. H. G.. Wourz, The Empirical Basis of Anselms
Arguments, Philos. Rev., 1951. S. A. Grave, The ontological
Argument of St. Anselm, Philos., 1952. R,
Perino, La dottrina trinitaria di S. Anselmo, Roma, 1952. J. Kopper, Der
Ontologiche Gottesbeweis Anselmus und der moralische Gottesbeweis Kants,
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Rev. Bénédict., 1954. R. G.
Mitcer, The ontological argument in St. Anselm and Descartes, Mod.
School., 1955. F. S. ScHMitT, Die echten und unechten Stiicke der
Korrespondenz des hl. Anselm
von Canterbury, Rev. Bénédict., 1955. M. Garripo, E! supuesto
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1957. G. H. Wixiams, The sacramental presuppositions of Anselm’s Cur
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critics. A re-interpretation of the Cur Deus homo, New York, 1958. .
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selon St. Anselme, in De la connaissance de Dieu (vol. misc.),
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omnia di S. Anselmo d'Aosta, Sophia, 1959. . Henry, The scope of the logic of st. Anselm, in
L'homme et son destin, cit.,373-383. . R. FarrwEaTHER, Truth,
justice and moral responsibility in the thought of St. Anselm,
ibidem,385-391. 3) Sul
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théol., 1947. c) Sul Proslogion: MO v
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in Proslogion, Catholica, 1933. Ipem, Vere esse im Proslogion des
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théol. anc. méd., 1934. A. Kotpinc, Anselms Proslogion-Beweis des
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T. AntoneLLI, Il significato del Proslogion di Anselmo d'Aosta, Riv. rosminiana, 1951. H. HocHserc, St. Anselm
’s ontological argument and Russel’s theory of description, N. Schol.,
1959. Anselmo di Lzon Opere: I
molti scritti che furono opera della scuola di Anselmo si confusero con quelli
della scuola di Guglielmo di Champeaux, allievo di Anselmo, per cui resta
difficile farne una sicura distinzione; ad Anselmo vengono attribuite:
Sentenziae Anselmi, Sententiae divinae paginae, Glossa interlinearis; ma
le attribuzioni non sono del tutto sicure. Edizioni e bibliografia: cfr. Gever,700; De Brie,
5299-5314; De Wuctr, I,250-251; in particolare GHELLINCK, The
Sentences of Anselm of Laon and their place in the codification of
theology during the XIII century, Irish theol. Quart., 1911. F. BLIEMETZRIEDER, Anselm
von Laons systematische Sentenzen... I, Texte (Beitrige, XVIII, 2-3),
Miinster, 1919. Ip., L'ocuvre d'Anselme de Laon et la littérature
théologique contemporaine, Rech. Théol. anc. méd. WriswriLeR, Das
Schriftum der Schule A. von Laon und Wilhems vom Champeaux in deutschen
Biblioteken, (Beitrige, XXXIII, 1-2), Miinster, 1936. A. Lanperar, Werke aus dem Bereich der Summa
Sententiarum und Anselm von Laon, Div. Th. (F.), 1936. O. Lortin, Aux ornigines de
l'école d'A. de Laon, Rech. théol. anc. méd. IpeM, Nouveaux fragments
théologiques de Pécole d'A. de Laon, bibl. Ipem, Psychol. et morale Cavarcera,
D'Anselme de Laon è Pierre Lombard, Bull. litt. ecclés., 1940.
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Middle Ages, Oxford, 1941, 33-35, 40-43, 45-46. H. WrisweILER, Die
dltesten scholastischen Gesamt-Darstellungen der Theologie. Ein Beitrag zur
chronologie der Sentenzen werke der Schule Anselm von Laon und Wilhelms
von Champeaux, Schol., 1941. O.
Lortm, La doctrine d'Anselme de Laon sur les dons du Saint-Esprit et son
influence, Rech. théol. anc. méd., 1957. H. WerrsweiLER, Die
Arbeitweise der sogenanten Sententiae Anselmi. Ein Beitrag zum Entstehen
der systematischen Werke der Theologie, Schol., 1959. Y.
Lerèvre, Le De conditione angelica et humana et les Sententiae Anselmi
(con testo), Arch. Hist. doctr. litt. m. &.,7 1959. O. Lorin, A
propos de la date de deux florilèges concernant Anselme de Laon, Rech.
théol. ‘anc. méd., 1959. Roscellino Opere: si
veda di Roscellino la Lettera ad Abelardo, in P.L., 178, e in J. Remers, Der Nominalismus in der Friihscholastik
(Beitrige, VIII, 5). Miinster Gever,701; De Wutr, I, 159. In
particolare v.: E. Buonaruti, Un filosofo della contingenza nel
sec. XI: Roscellino da Compiègne, Riv. stor.
crit. scien. rel., 1908. F. Picaver, Roscellin, philosophe et
théologien d'après la légende et d'après l’histoire, Parigi, 1911? (con
testi e documenti in app.). M. Gorce, in DThC, XIII,
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mittelalters (Beitrige, suppl. III), Miinster, 1935. J. M. Parent,
La doctrine de la création dans l'’école de Chastres, ParigiOttawa, 1938.
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Bruxelles, 1946, 1954?. Pu. DeLHAyE, L'organisation scolaire
au XII' siècle, Tradiwio 1947. G. Paré, Les idées et les lettres au
XII° siècle. Le Roman de la Rose, Montréal Curtius, Ewropdische Literatur und
lateinisches Mittelalter, J. De GHELLINcK, Le mouvement théologique au
XII° siècle, T. Grecory, L'idea della natura nella scuola di Chartres,
Gior. crit. filos. ital, 1952. Ipem,
Anima mundi. La filosofia di Guglielmo di Conches e la Scuola di
Chartres, Firenze CHÒenu, La théologie au douzième siècle, Parigi, 1957.
E. Garin, Di alcuni aspetti del Platonismo medievale, in particolare nel
XII secolo, in Studi sul Platonismo medievale, Cfr. inoltre,
riguardo all’organizzazione degli studi, specialmente in
Francia: E. Lesne, Les écoles de la fin du VIII* siècle è la
fin du XII° siècle, +. V della
Histoire de la propriété ecclésiastique en France, Lilla, 1940. U.
Guatazzini, Ricerche sulle scuole preuniversitarie del Medioevo. Contributo di
indagini sul sorgere delle Università, Milano, 1943. H. I. Marrou, Histoire de l'éducation dans l’antiquité,
Parigi DeLHAYE, L'enseignement de la philosophie morale au XII° siècle,
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Salisbury's time, Engl. Hist. Rev., Parent, La doctrine de la Création dans
l'École de Chartres, 537 Bibliografia S.
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Milano, Grecory, Anima mundi. La filosofia di Guglielmo di
Conches e la scuola di Chartres, E. Garin, Studi sul platonismo
medioevale, cit.,13-87. .Fulberto Opere: Sermoni,
poesie, agiografie e lettere in P.L., 141. Bibliografia: C. Prister,
De Fulberti Carnotensis episcopi vita et operibus, Nancy, 1885; s.v. in
DThC, VI, 964-967. .Bernardo Opere: Fonti e frammenti
in P.L., 199, 666 e 938; e cfr. P. TrHomas, in Mel. Graux, Parigi, 1884,
dove pubblica alcuni estratti del De invenzione .rhetorica.
Gilberto de la Porrée Opere: Commenti agli Opuscola sacra di
Boezio; scritti esegetici tra i quali particolarmente importanti i
Commenti ai salmi ed all’Epistola at «Romani. Edizioni: I
Commenti a Boezio insieme agli stessi Opuscola sacra, in P.L., 64 (ma
cfr. R. SrLvann, Le texte des Commentaires sur Boèce de Gilbert -de la
Porrée, Arch. Hist. doctr. m. à., 1946); ed. crit. dei Commenti: al De
Hebdomadibus, Traditio, 1953, ai. due Opuscoli sulla Trinità, Studies and
Textes, I, Toronto, 1955; al Contra Eutychen et Nestorium (De duabus
naturis), Arch. Hist. doctr. litt. m. à., 1954. Le opere esegetiche
bibliche «sono ancora inedite, salvo una parte del Commento ai Salmi. Per
il Liber «de sex principiis, che non è probabilmente di Gilberto, cfr.
P.L., 188, 12551270; ed. crit. A. Hevsse, Miinster, 19532.
Bibliografia: La bibl. generale in Grever,704-705; De Brie, nn.
‘5208-5211; De Wutr, I,213-214. In particolare cfr.: A.
Lanpcrar, Untersuch. zu den Eigenlehren Gilberts de la Porrée, Zeitschr. Kathol. Theol., 1930. Ipem, Mitteil. 2.
Schule Gilbert Porreta-s, Collect. franc., 1933. A. Forest, Le réalisme de Gilbert de la Porrée dans les
commentaire du De hebdomadibus} Rev. néosc. philos., 1934.
Ipem, Gilbert de la Porrée et les écoles du XII° siècle, Rev. cours et
confér., 1934. .A. Haven, Le concile de Reims et l'erreur
théologique de Gilbert de la Porrée, Arch. Hist. doctr. litt. m. &.,
1935-1936. Bibliografia M. H. Vicarre, Les Porretains
et l'avicennisme avant 1215, Rev. sc. philos. théol., 1937. M. Harinc, The case of
Gilbert de la Porrée, Med. Stud., 1951. E. Wicciams, The Teaching
of Gilbert Porretta on the Trinity, Roma, 1951. Miano,
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Scholastica ratione hist-crit. instauranda, Roma, 1951,171-199. M. Harinc, The Commentary of Gilbert bishop of
Poitiers on Boethius Contra Euthychen et Nestorium (con testo), Arch.
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Gilbert Porretta, Zeitschr. f. kathol. Theol.,
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centro di studi med. dell’Univ. catt. di Milano, Milano, 1956.
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Verstindnis der Christologie Gilberts von Poitiers, Schol. Simon, La glose è
l'épftre aux Romains de Gilbert de la Porrée, Rev. Hist. ecclés.,
1957. J. WestLEY, A philosophy of the concreted
and the concrete. The constitution of creature according to Gilbert de la
Porrée, Schol., 1959-1960. Z_S RZ DO
zz Teodorico di Chartres Opere: De sex dierum
operibus; Heptateucon; Commento al De Trinitate di Boezio (Librum hunc).
Edizioni: De sex dierum operibus in Haurfau, Notices et extraits...,
1893,52e in W. Jansen, Der Kommentar d. Clarembaldus v. Arras zu Boethius
De Trinitate, Breslavia, 1926; Heptateucon, scoperto e presentato da A.
CLervar in Congrès scient. int. d. Cathol., II, Parigi, 1889,277 sgg.,
ed. del prologo a cura dello JeaunEAU in Méd. Stud.,
1954; Librum hunc in JAnSEN, op. cit., e cfr. N. M. Harinc, A Commentary
on Boethius De Trinitate by Thierry of Chartres, Arch. Hist. doctr. litt. m. 4. 1956. La bibl.
generale in Gever, p. 704; De Bue, n. 5352; DE Wutr, I, 192-193.
Bibliografia: P. DuneM, Le système du monde, cit., III,184-193;
J. M. Parent, La doctrine de la création dans l'école de Chartres,
E. JEaunEAU, Quelques aspects du platonisme de Thierry de Chartres,
Congrès de Tours et Poitiers, 1954. Ipem, Un représentant du
platonisme au XII° siècle: Thierry de Chartres, Mém. Soc. archéol.
d’Eure-et-Loire, 1954. Ipem,
Simples notes sur la cosmogonie de Thierry de Chartres, Sophia,
1955 539 Bibliografia N. M. Harinc, A
short treatise on the Trinity from the School of Thierry of Chartres,
Med. Stud., 1957. Inem, The lectures of Thierry of Chartres on
Boethius De Trinitate Arch. Hist. doctr. litt. m. &., 1958.
IpeMm, Two Commentaries on Boethius (De Trinitate and De Hebdomadibus) by
Thierry of Chartres, ibidem, 1960. Guglielmo
di Conches Opere: Philosophia mundi (in varie red.); Dragmaticon
philosophiae; Glosse alla Consolatio boeziana; Glosse al Timeo di
Platone. Assai probabile anche l’attribuzione del Moralium dogma
philosophorum, opera eccezionalmente fortunata. Edizioni: La
Philosophia mundi, in P.L., 90 (tra le opere di Beda) e 172 (tra le opere
di Onorio di Autun); il Dragmation, ed. C. Parra, Parigi, 1943; frammenti
della Secunda e Tertia Philosophia in V. Cousin, Ouvrages inédits
d’Abélard, Parigi, 1936,669-677, ove si trovano pure alcuni frammenti del
Commento al Timeo,648-657. Per la Glosse aBoezio e al Timeo cfr. CH. Journary,
Notices et extraits..., XX, 2, Parigi, 1862, e, particolarmente T. Grecory,
Anima mundi. La filosofia di Guglielmo di Conches e la scuola di
Chartres, Firenze, 1955, ed E. Garin, Studi sul platonismo medievale, Firenze,
1958. Per il Moralium dogma philosophorum cfr. l’ed. J. HoLmserc, Upsala,
1929. Bibliografia: Cfr. Gever, p. 704; De Brie, nn. 5245-5248,
5352; DE Wutr, I,192-193. In parti colare cfr.: H. FLATTEN, Die
philosophie des Wilhelm von Conches, Coblenza, 1929. C. Ortaviano, Willelmi a Conchis philosophia seu Summa
philosophiae, Arch. st. filos., 1932, n. 2; 1933, n. 1. IpeM,
Un brano inedito della Philosophia di Guglielmo di Conches, Napoli,
1935. J. M. Parent, La doctrine de la création dans
l'école de Chartres, (con brani delle glosse a Boezio e al Timeo).
Pu. DeLHave, Une adaptation du De Officiis au XII° siècle, le
Moralium dogma philosophorum, Rech. théol. anc. méd., 1949. T.
Grecory, Sull'attribuzione a Guglielmo di Conches di un rimaneggiamento della
Philosophia mundi) Gior. crit. filos. ital. 1951. Ipem, Anima
mundi. La filosofia di Guglielmo di Conches e la scuola di Chartres,
E. Garin, Studi sul platonismo medioevale, B. OprrerNAM, L'usage de
la notion d'Integumentum à travers les gloses de Guillaume
de Conches, Arch. Hist. doctr. litt. m. Hanticnars, Points de
vue sur la volonté et le jugement dans l'ocuvre d'un humaniste chartrain,
in L'homme et son destin, cit.,417-429. E. JeaunEAU, Gloses de
Guillaume de Conches sur Macrobe. Notes sur les manuscrits, Arch. Hist.
doctr. litt. m. 2., 1960. Ipem, Deux rédactions des gloses de
Guillaume de Conches sur Priscien, Rech. théol. anc. méd., 1960.
Bernardo Silvestre Opere: De mundi universitate sive
Megacosmus et Microcosmus; Commentum in VI Aeneidos Libros; Mathematicus; De
gemellis; De paupere ingrato; Experimentarius. Edizioni:
Vari frammenti ed estratti delle opere in V. Cousin, Ouvrages inédits
d'Abélard, Parigi, 1836 e 1855; per il De mundi universitate, cfr. l'ed.
S. BaracH - J. WrosEt, Innsbruck, 1876; per il Commentum l’ed. RiepEL,
Gryphisvaldae, 1924; per il Mazhematicus vedi P.L., 171 dove si trova
l’ed. J. Bourassé, tra le opere di Ildeberto di Lavardin; per
l'Experimentarius cfr. M. Brini-SavoreLLI, Un manuale di geomanzia
presentato da Bernardo Silvestre di Tours (XII secolo): L’Experimentarius
Riv. crit. st. filos., La bibl. generale inGeyeR, p. 704; De Wutr, I, p.
192. In particolare cfr.: E. Girson,
La cosmogonie de Bernard de Sylvestris, Arch. Hist. doctr. litt. m. 4.7
1928. L. THornpIKE, An History of magic and
experimental science, II, New York, 1929, c. 39. Tu.
Silverste, The fabulous Cosmogony of Bernard Silvestris, Modern Philol.,
1948. Capitolo quinto Pietro
Abelardo logica: Glosse letterali: Editio super Porphyrium; Glossae
in Categorias; Editio super Aristotelem de interpretatione; De
divisionibus; 2) Logica Ingredientibus; 3) Logica Nostrorum petitioni
sociorum (Glosse a Porfirio); 4) Dialectica (pit volte rimaneggiata tra il 1118
e il 1137). 6) teologia: 1) De wnitate et trinitate divina
(1118-1121); 2) TAeologia christiana Theologia Sic et Non Commenti
esegetici ai testi biblici (dopo il 1125); 6) Sermones; 7) Dialogus inter
iudacum, philosophum et christianum. Ethica, seu liber Scito te
ipsum. Inoltre le Epistole (tra le quali particolarmente importanti il
carteggio con Eloisa e la Historia calamitatum). Edizioni:
Tutte le opere, escluse quelle logiche, in P.L., 178; gli scritti fino ad
allora inediti di Abelardo furono editi da V. Cousin, Ouvrages inédits
d'Abélard, Parigi, 1836, che fece poi seguire la nuova edizione delle
opere già edite: Petri Abaclardi opera hactenus scorsin edita, a cura di
V. Cousin e Cu. Journain, Parigi, 1849-1859. Altre ed. che completano
il Corpus abelardiano: P. AsaELARDI, De unitate et trinitate divina, ed. R.
SròLzLE, Friburgo, 1891; Peter Abaclards Philosophische Schriften (1. Die
Logica Ingredientibus 1; Die Glossen zu Porphyrius; Die Logica Ingredientibus
2; Die Glossen zu den Kategorien; Die Logica Nostrorum petitioni
sociorum; Die Glossen zu Porphyrius), a cura di B. GEvER, in Beitrige,
XXI, 1, 1919; XXI, 2, 1921; XXI, 3, 1927; XXI, 4, 1933; Peter Abaelards
Theologia Summi Boni zum ersten Male volistindig herausgegeben (Beitrige,
XXV), Miinster, 1939; Abaelard's Letter of Consolation to a Friend (Historia
calamitatum), a cura di J. T. MuckLeE, Med. Stud., Toronto, ed ora
nell’ed. crit. d i J. Monratn: ABfLarp, Historia calamitatum,
Parigi, 1959; Pretro ABELARDO, Scritti filosofici (Editio super
Porphyrium, Glossae in Categorias, Super Aristotelem de Interpretatione,
De divisionibus, Super Topica glossae), editi per la prima volta da M.
Dar Pra, Milano-Roma, 1954; Twelfth century logic. Texts and Studies, a
cura di L. Minio-ParueLLo, Roma, 1956-1958 (vi sono alcuni testi di
Abelardo); P. AsaeLarpus, Diglectica, First complete edition of the
Parisian manuscript, a cura di L. M. De Rijx, Assen, 1956, Utile
l'antologia a cura di M. De GanpiLLac, Ocuvres Choisies d' Abélard, Parigi,
1945. Il Conosci te stesso è stato tradotto in italiano da M. Dar Pra,
Vicenza, 1941, l’Epistolario da C. OrTaviano, Palermo La bibl. generale in
Gever,702-703; De Brie, nn. 5212-5244;
De Wutr, Rémusar, Abélard. Sa vie, sa pensée, sa théologie, Parigi, 1845;
2. ed. 1855. L. Tosti, Storia di Abelardo e dei suoi
tempi, Napoli, 1851; Roma, 1887. E.
Kaiser, Pierre Abélard critique, Friburgo, 1901. J. Mc Case, Peter
Abelard, New York, Reiners, Der Nominalismus in der Frihscholastik (Beitràge,
VIII, 5), Miinster, GevER, Die Stellung Abàlards in der
Universalienfrage... (Beitràge, suppl. I), Miinster, 1913. H.
OsrLenper, P. Abelards Theologia und die Sentenzenbiicher seiner Schule,
Breslavia, 1926. C. Ottaviano, Pietro Abelardo,
La vita, le opere, il pensiero, Roma, 1931. J. Cortiaux, La conception de la théologie chez Abélard,
Rev. hist. ecclés., 1932. 542 Bibliografia
J. G. Sikes, Peter Abaelard, Cambridge, 1932. Cu. CHarrier,
Héloise dans l'histoire et dans la légende, Parigi, 1933. ].
Rivière, Les capitula d’Abélard condamnés au concile de Sens, Rech..
théol. anc. méd. OstLenper, Die Theologia Scholarium des Peter Abaelard, in
Aus der Geisteswelt des Mittelalters (Beitràge, Suppl. III), Miinster, 1935. Pu. S. Moore, Reason
in the Theology of Peter Abelard, Proceed. Cathol. Philos. Ass.,
1937. R. J. TrÒompson, The role of dialectical Reason in the Ethics
of Abelard, Proceed. Cathol.
Philos. Ass. 1937. E. Girson, Héloise et Abélard, Parigi, 1938,
1948? (trad. it., Torino RoHMERr, La finalité morale chez les théologiens de S.
Augustin è Duns Scot; Parigi Wappett, Peter Abelard, Londra, 1939.
L. Nicorau DOLMmEr, Sur la date de la Dialectica d'Abélard, Rev. m.
a. lat., 1945. R. LLoyp, Peter
Abelard: the Orthodox Rebel, Londra, 1947. J.
R. Mc Catcum, Abelard's Christian Theology, Londra, 1948. M. Dar
Pra, Idee morali nelle lettere di Eloisa, Riv. st. filos., 1948. Inem, Motivi dello Scito te ipsum di Abelardo, Acme,
1948. J. De GHELLINcK, Le mouvement théologique du XII° siècle,
E. ArnoLp, Z. Geschichte der Suppositionstheorie, Symposion, 1952.
L. Minio PaLvetto, Twelfth century Logic,
J. T. MuckLe, The letter of Heloise on religious life and Abelard's
first reply, Med. Stud., 1955. N. M. Harinc, A third
manuscript of Peter Abelard's Theologia summi boni, Med. Stud.,
1956. T. P. LaucHLin, Abelard's Rule for religious women, Med. Stud., 1956. R. BLomme, A propos de la
définition du péché chez Pierre Abélard, Ephem. theol. Lovan.,
1957. B. Smaccey, Prima. clavis sapientiae: Augustin and Abelard,
in F. Saxl memorial Essays, Londra MazzantinI, Cosmo turbato e pluralità
di mondo nell’etica di Abelardo, Atti Acc. Sc. di Torino, Siropova, Abélard et
son epoque, Cahiers d’hist. mond. 1958. A. Borst, Abélard und
Bernhard, Hist. Zeitschr., 1958. M. T. Fumacatti, Note sulla logica
di Abelardo, Riv. crit. st. filos., BertoLa, Le critiche di Abelardo ad Anselmo
di Laon e a Guglielmo di Conches, Riv. filos. neosc., 1960.
La questione degli Universali J. H. Loewe, Der Kampf zwischen
Realismus und Nominalismus im Mittel.,. Praga, 1876. 543
Bibliografia M. De Wutr, Le problème des universaux dans son
évolution historique du IX? au XIII* siècle, Archiv. fiir Gesch. der
Philos., 1896. J. ReinErs, Der
aristotelische Realismus in der Friihscholastik (Beitrige, VIII, 5),
Miinster, 1910. R. L. PootLe, The Masters of the Schools at Paris
and Chartres in John of Salisbury's Time, Engl. Hist. Rev., 1920. ]. PauLus, Sur les origines
du nominalisme, Rev. Philos., 1937. L.
Mino PaLuecto, The Ars disserendi of Adam of Belsham Parvipontanus Med. Ren. Stud.,
1954. Guglielmo di Champeaux Opere: Le Opere
(frammenti) di Guglielmo di Champeaux, in P.L., 163; le Sententiae vel
quaestiones XLVII, a cura di G. Lerèvre, Lilla, 1898; De generibus et
speciebus, a cura di V. Cousin, in Oeuvres inédites d' Abélard, 1836.
Bibliografia: G. Lerèvre, Les variations de
Guillaume de Champeaux sur la question des universaux. Etude suivie de
documents originaux, Lilla, 1898. E. MicHaup, G. de Champeaux
et les écoles de Paris au XII* siècle, Parigi, 1867. G. Lerèvre,
Les variations de G. d. Champ. et la question des universauz, Lilla,
1898. F. Picavet, Note sur l’enseignement de Guill. de Champeaux
d'après l'‘Historia calamitatum’ d'Abélard, Rev. intern. de l’enseignement,
1910. P. Gopet, Guillaume de Champeaux, in DThC. H.
WrisweILER, Die Schriften der Schule Anselms von Laon und W. von
Champeaux, Deutsch. Bibl. La bibl. generale in GeyER,701-702;
De Brie, nn. 5299, 5306, 5313; De WuLr, I, p. 178. Per
Adelardo di Bath cfr. la relativa bibl. al capitolo I della P. IV.
Sugli sviluppi della scuola abelardiana nella sua componente
teologica «fr. particolarmente A. Lanpcrar, Finfishrung in die Geschichte
der theologischen Literatur der Friihscholastik, Regensburg, 1948; e dello
stesso: Écrits théologiques de l'École d’Abélard, Textes inédits
(Sententiae parisienses e Ysagoge in theologiam), Lovanio, 1934.
544 Bibliografia Capitolo sesto
Pietro Lombardo Opere: Commenti scritturali; Sermones; Libri IV
Sententiarum. Edizioni: Le Opere in P.L., 191-192; i Libri
quattuor sententiarum, nell'edizione critica dei Francescani di Quaracchi,
Quaracchi (Firenze), 1916. Bibliografia:
Cfr. Gever,710-711; De Brie, nn. 5369-5378; De WuLF EspensERGER, Die
Philosophie des Petrus Lombardus (Beitrige, III, 5), Miinster,
1901. F. Cavarcera, S. Augustin et le Livre des sentences de Pierre
Lombard, Arch. Philos., GHeELLINCK, Pierre Lombard, in DThC, Weriswerer,
La Summa sententiarum, source de Pierre Lombard, Rech. théol. anc. méd.,
1934. Pietro Lombardo, Novara, 1953 (con la bibl. lombardiana di J. de
Ghellinck, 24-25). S. Vanni-RovicHi, Pier Lombardo e la
filosofia medievale, Sapienza, 1954. Miscellanea Lombardiana (in
occasione delle celebrazioni organizzate in Novara per onorare Pietro
Lombardo), Novara, 1957. Sul movimento che ha portato all'elaborazione
dei Libri Sententiarum e delle Summe cfr.: sopratutto M. GrasMmann,
Geschichte der Katolischen Theologie, Friburgo (Br), 1933,286-9; F.
StecmùLLER, Repertorium comment. in Sent. Petri Lombardi, Wiirzburg,
1947, con le aggiunte di M. Gotoszewska, J}. B. Kororec, A. PoLtAWwSKI,
Z. K. SIEMIATKOWSKA, J. Tarnowska, Z. WLopEk, in Miscellanea philosophica
Polonorum, Varsavia, 1958. Vedi inoltre: J. Stmer, Des
Sommes de théol., Parigi, 1871. M. Grasmann, Gesch. d. schol.
Meth., cit., II, cit.,3-25, 476-563. G. Paré, A. Brunet, P.
TreMBLAY, La renaissance du XII s. Les écoles et l'enscignement, G.
EncLHarpr, Die Entwicklung der dogmatischen Glaubenpsychologie vom
Abaelardstreit bis Philipp den Kanzler, (Beitrige, XIII), 1933. P. GLorieux, Sommes théologiques, in DThC, XIV,
2341-64. J. De GHELLINcK, Le mouvement théologique du XII s., cit.,
passim. M.-D. ChÒenu, La théologie au douzième siècle, Parigi,
1957, passim. O. LortIn, Psychologie et morale..., cit., VI,9-18,
119-124, 137-148. Giovanni di Salisbury Opere:
Entheticus, sive de dogmate philosophorum; Polycraticus, sive
545 Bibliografia de nugis curialium et vestigiis
philosophorum; Metalogicon; Historia pontificalis. Edizioni:
Le Opere in P.L., 199. Il Polycraticus è edito a cura di C. C. J. Wes8,
Oxford, 1909; il Metalogicon sempre a cura del Wes, Oxford, 1929; la
Historia pontificalis a cura di R. L. Poote, Oxford, 1927; a cura dello
stesso anche le Epistolae. Bibliografia: Cfr. Gever,705; De Brig,
nn. 5384-5390; De WuLF, I, p. 234. In particolare
v.: C. C. J. WeB8, John of Salisbury, Londra, Huizinca, Een
proegothieke geest, Johannes van Salisbury, Tijdschrift voor
geschiedenis, 1933, ed ora in Verzamelde Werken, IV, Haarlem, Wess,
Joannis Sarisberiensis Metalogicon. Addenda
et corrigenda, Med. Ren. Stud. Denis, Un humaniste au moyen dge:
Salisbury, Nova et Vetera LiesescHirz, Mediaeval Humanism in the life and
writings of John of Salisbury, Londra, 1950. M. Dar Pra,
Giovanni di Salisbury, Milano, 1951. D. D. Mc Garry, The
Metalogicon of John of Salisbury: A Twelfth Century Defense of the Verbal and
Logical Arts of the Trivium, BerkeleyLos Angeles, 1955. G. AspeLIN,
John of Salisbury"s Metalogicon, Bibl. Soc. Royal des Lettres de
Lund, 1951-1952. B. HetsLinc-GLoor, Natur und Aberglaube im
Policraticus des Johann von Salisbury, Zurigo, 1956. H.
HoHENLEUTNER, Johannes von Salisbury in der Literatur der letzen zehn
Jahre, Hist. Jahrb., 1958. M. A. Brown, John of Salisbury, Franc.
Stud. 1959. Alano di Lilla Opere: Regulae de Sacra
theologia; Summa quoniam homines; Tractatus de virtutibus, de vitiis et de
donis Spiritus Sancti; De Planctu Naturac; Anticlaudianus; Ars
Praedicandi; Summa quot modis; Contra Haereticos; Liber Paenitentialis;
Rythmus. Edizioni: In P.L.,
210, ad eccezione della Summa quoniam homines e del Liber de virtutibus
per i quali v.: O. LortIN, Le traité d'Alein de Lille sur les virtus, les
vices et les dons du Saint Esprit, Med. Stud., 1950 ed ora
in Psychologie et morale... cit., VI; Summa quoniam homines, a cura di P.
GLorreux, Arch. Hist. litt. doctr. m. à., 1954; Anticlaudianus, testo
critico e introd., a cura di R. Bossuar, Parigi, 1955. 546
Bibliografia Bibliografia: Cfr. Gever, p. 706; De Brie, n.
5352; De Wutr, I, p. 228. In
particolare v.: M. BaumcartneR, Die Philosophie des Alanus de
Insulis, (Beitrage, II, 4), Miinster, 1896. J. Huizinca,
Veber die Verkniipfung des poetischen mit dem Theologischen bei Alanus de
Insulis, Mededeel d.k. Akad. Afd. Letterkunde, LXXVI, B, 6, Amsterdam,
1924 (con in app. un’altra red. del De virtutibus) [ed ora in Verzamelde
Werken, IV, Haarlem, 1949,3-84]. M.-D. ChÙenu, Un essai de méthode
théologique au XII* siècle, Rev. sc. philos. théol, 1935. J.
M. Parent, Un nouveau témoin de la théologie dionysienne au XII° siècle,
in Aus der Geisteswelt des Mittelalters (Beitrige, Suppl. III), Miinster,
1935. P. GLorieux, L'iauteur de la Somme Quoniam homines Rech.
théol. anc. méd., 1950., G. Rarmaup pe Lace, Alain de Lille,
poète du XII° siècle, Parigi, Green, Alan of Lille's De planctu naturae Spec.,
1956. V. CienTo, Alano di Lilla poeta e teologo del sec. XII, Napoli, 1958. M.-D. CHenu, Une théologie
axiomatique au XII° siècle. Alain de Lille, Cîteaux
Nederl., 1958. A. Ciorti, Alano e Dente Convivium, 1960.
O. Lortin, Alein de Lille une des sources des
Disputationes di Simon de Tournai, in Psychologie et morale..., cit.,
VI,93-106. C. VasoLi, Due studi per Alano di Lilla,
Bull. Ist. st. it. m. e., 1961. Ipem, La teologia apothetica di
Alano di Lilla, Riv. crit. st. filos., 1961. Ipem, Le idee filosofiche
di Alano di Lilla nel De Planctu e nellAnticlaudianus Gior. crit. filos. ital.
1961. Nicola di Amiens Opere: De aste catholicae fidei
Edizioni: In P.L., 210, sotto il nome di Alano di Lilla.
Bibliografia: Cfr. Gever,706; DE Wutr, I, p. 250. Clarembaldo di
Arras Opere: Commento al De Trinitate di Boezio. Bibliografia: Cfr. Gever,704; DE Wutr, I,192-193.
W. Jansen, Der Kommentar des Cl. v. Arras 2. Boethius
De Trinitate, Breslavia, 1926. 547
Bibliografia Capitolo settimo Sulle eresie cfr. in
generale: F. Tocco, L'eresia nel medioevo, Firenze, 1884 (cfr.
anche Albori della vita italiana, Milano Vorpe, Movimenti religiosi e
sette ereticali nella società medievale italia. na: sec. XI-XIV, Firenze,
1926, 19612. H. Grunpmann, Religiose Bewegungen im Mittelalter,
Berlino, Srerano, Riformatori ed eretici nel medioevo, Palermo, 1938.
R. MansELLI, Profilo dell'eresia medioevale, Humanitas, 1950.
R. MorcHEN, Medioevo Cristiano, Bari, 1951 (L'eresia del medioevo).
A. Donparne, L'origine de l'hérésie
médiévale, Riv. st. d. Chiesa in Ital., 1952. L.
Sommariva, Studi recenti sulle eresie medioevali (1939-1952), Riv. st.
ital. 1952. A. Borst, Die Katharer, Stoccarda, 1953. R.
ManseLLI, Studi sulle eresie del sec. XII, Roma, Per il Francescanesimo
rinviamo alla voce Ordini Mendicanti del capitolo 2 della Parte IV.
Gioacchino da Fiore ‘Opere: Concordia veteris et novi
Testamenti; Tractatus super IV _Evangelia; Expositio in Apocalypsim; Psalterium
decem chordarum; Adversus ludaeos; De articulis fidei.
Edizioni: Concordia, Venezia, 1519; Expositio, ivi, 1627; Psalterium,
Venezia, 1957. Edizioni recenti: Joachim de Fiore. Tractatus super
quatuor Evangelia, a cura di E. Buonaruti, Roma, 1930; Joachimi Albertis
Liber contra Lombardum (Scuola di Gioacchino da Fiore), a cura di C. OrrAviano,
Roma, 1934; Joachim de Flore. Scritti minori. De articulis fidei, a cura
di E. BuonaIUTI, Roma, 1936. Si cfr. anche L. TonpeLLI, Il libro delle
figure di Gioacchino da Fiore, Torino, 1939-1940.
Bibliografia: Ci limitiamo ad opere di carattere generale: E. Buonaruti,
G. da Fiore. I tempi. La vita. Il messaggio, Roma, Benz, Joechim-Studien,
Zeitschr. f. Kirchengesch., 1931, 1932, 1934. J. Ca. Huck, Joachim von Floris und die joachitische
Literatur, Friburgo, 1938. F. Foserti, Gioaecch. da
Fiore e il Giovacchinismo antico e moderno, Padova, 1942. M. Reeves, The Liber figurarum of |. of Fiore, Med.
Ren. Stud., 1950. H. Grunpmann, Neue Forschungen iiber ]. von
Flora, Marburgo, 1950. F. Russo, Bibliografia gioachinita, Firenze,
1954. 548 Bibliografia A. Crocco, La
teologia triniteria di Gioachino da Fiore, Sophia; 1957. M. W. BLoomriEL©, Joachin von Flora. A critical survey
of his canon, teachings, sources, biography and influence, Traditio,
1957. E. Mrxxer, Neuere Literatur siber Joachin von Fiore, Cîteaux
Nederl., Clairvaux Epistolae, in P.L., 182; Sermones LKXXVI, in P.L.,
183 (nuova ed. a cura di B. GseLL-L. JANAUSCHEK,
Xenia bernardina, Vienna, 1891); Tractatus: 1) ascetico-mistici, in P.L.,
182; 2) monastici, in P.L., 182; 3) liturgici, in P.L., 182-183; 4)
dogmatici ed apologetici, in P.L., 182; 5) agiografici, in P.L., 182. L’ed.
critica delle opere, a cura di J. LecLERO, C. H. TaLBor, H. M. RocHars, è
in corso a Roma, 1957Cfr. inoltre: Sr. Bernarp, Oeuvres (voll. 2) a cura
di M. M. Davr, Parigi, 1945 e l’ed. spagnola in corso a Madrid, 1953
Bibliografia: Cfr. GevEr,707-708; De Brie, nn. 5263-5284; De WuLF,
I,255-256. Per la bibl. generale completa fino al 1891 cfr.
G. Hurrer, Die Wunder des Al. Bernard, Hist. Jahrb., 1889 e in L.
JAanAUSCHEK, Xenia bernardina, Vienna, 1891, rist anast.,
Hildersheim, 1959; C. H. TaLsor, Bibliografia di S. Bernardo, Riv.
st. d. Chiesa in Ital., 1954; J. DE LA Crorx Bourton, Biblioeraphie
bernardinienne, Parigi, 1958. Tra gli studi generali e i più recenti
v.: E. Vacanparp, Vie de S. Bernard abbé de Clairvauz, Parigi,
1910. J. Bernuart, Eckhartistische und bernhardische Mystik in
ihren Beziehungen und Gegensitzen, Kempten, Bernard et son temps, Dijon,
1928. P. LasERRE, Un conflit religieux politique au
XII° siècle: S. Bernard et Abélerd, Parigi, 1930. P. MirERRE, St.
Bernard. Un moine arbitre de l'Europe au XII° siècle, Genval, 1929.
Ipem, La doctrine de S. Bernard, Bruxelles, 1932. A.
FescHNER, Die Politische Theorie des Abbas Bernards von Clairvaux in
seinen Briefen, Bonn, 1933. E. Gitson, La :héologie mystique de S.
Bernard, Parigi, 1934, 19472. W. Wicciams, St. Bernard of
Clairvaux, Manchester, 1936. O. Castren, Bernhard von Clairvaux.
Zur Typologie des mittelalterlischen Menschen, Lund, 1938. J.
Baupry, Saint Bernard, Parigi, 1946. J. LecLERco, St. Bernard
mystique, Bruges, 1948, Parigi, Gitson, S. Bernard. Textes choisies et
présentées, Parigi, Despinay, L'ime embrasée de St. Bernard, Parigi,
1950. Ipem, Textes sur St. Bernard et Gilbert de la Porrée, Med.
Stud., DoumontIgr, St. Bernard et la Bible, Bruges, 1953. M. T.
AntonELLI, Bernardo di Chiaravalle, Milano, 1953. J. LecLerco,
Études sur S. Bernard et le texte de ses écrits, Roma, 1953. S.
Vanni-RovicHI, S. Bernardo e la filosofia, Riv. filos. neosc., Sartori, Natura
e grazia nella dottrina di S. Bernardo, Studia patavina, 1954. Saint Bernard théologien, Actes du congrès de Dijon,
1953, Roma, 1955. Bernhard von Clairvaux, Monch und Mystiker, Int.
Bernhard-Kongress, Magonza - Wiesbaden, 1955. J. LecLerco,
Recherches sur les Sermons sur les Cantiques de St. Bernard, Rev.
Bénédict., 1955, 1959, 1960. E.
KLEInEIDAM, Wissen, Wissenschaft, Theologie bei Bernhard von Clairvaux,
Lipsia, 1955. J.
LecLerco, L'archétype clairvallien des traités de St. Bernard,
Scriptorium, 1956. Z. ALszecny, Contributo alla teologia
bernardiana, Greg., 1957, Pu. DeLHave, Le problème de la conscience
morale chez S. Bernard, Namur, 1957. Bruno of Sr. James,
Saint Bernard of Clairvaux: An Essay in Biography, Nuova York,
1957. A. Van DEN BoscH, L'intelligence de la foi chez St. Bernard,
Cîteaux Nederl., 1957. IneM,
The christology of St. Bernard: a review of recent works, ibidem,
1957. Inem, Presupposé è la christologie bernardine, Cîteaux Nederl.,
1958. R. Assunto, Sulle idee estetiche di Bernardo da Chiaravalle,
Riv. estet., 1959. E.
Borssazp, St. Bernard et le Pseudo-Aréopagite, Rech. théol. anc. méd.,
1959. A. Van DEN BoscH, Le mystère de l'incarnation chez St.
Bernard, Cîteaux, 1959. W.
ULLMANN, St. Bernard and the nascent international low, ibidem, 1959.
A. Fiske, Sf. Bernard of Clairvaux and friendship, ibidem, 1960.
Guglielmo di St. Thierry Opere principali: Epistola ad
Fratres de monte Dei; De contemplando Deo; De natura et dignitate amoris;
Adversus Abaclardum; Speculum fidei; Aenigma fidei; De natura corporis et
animae, ecc. Edizioni: Le Opere in P.L., 180; le Meditativae
orationes a cura di M. M. Davv, Parigi, 1934; L’Epistola ad Fratres de
Monte Dei, ed. crit. e tr. a cura di M. M. Davy,
Parigi, 1940; il Commentario al Cantico dei cantici sempre a cura di M.
M. Davy, Parigi, 1958; lo Speculum e l’Aenigma, 550
Bibliografia sempre ed. Davy, Parigi, 1959; il De contemplando
Deo, ed J. HourLieR, Parigi, 1959; cfr. anche Oeuvres choisies (ed. J. M. DecHanET) Parigi, 1944. Bibliografia:
Cfr. Gever, p. 708; De Brie, nn. 5250-5262; De Wutr,
I,255-256. In particolare si veda: A. Apam, Guillaume
de S. Thierry, sa vie et ses oeuvres, Bourg-en-Bresse, 1923.
L. Matevez, La doctrine de lime et de la connaissance mystique chez
G. de S-Thierry, Rech. sc. relig., 1932. M. M. Davy, La
connaissance de Dieu d'après Guill. de St. Th., Rech. sc. relig.,
1938. J. M. DécHanet, Guill. d. St. Thierry. L’homme et son oeuvre,
BrugesParigi, 1942. Ipem, La doctrine de l'amour-intellection chez
G. de St. TÀ., e Guill. d. St. Thierry et Plotin, Rev. m. à lat., 1945,
1946. E. Girson, Notes sur Guillaume de St. Thierry, in La
théologie mystique de S. Bernard, cit.,216-232. L. DE Simone,
Gugl. di S. Thierry, Sapienza, 1949. M. M. Davy, Théologie et
mystique de Guill. de St. Thierry, I, La connaissance de Dieu, Parigi,
1954. L. DE Simone, Gli aspetti filosofici della mistica di Guglielmo di
St. Thierry, Doctor communis, 1957. R. De Gancx, Petits travaux sur Guillaume de St. Thierry,
Cîteaux Nederl., 1958. E. Garin, Guglielmo di
Conches e Guglielmo di Saint-Thierry, in Studi sul Platonismo medievale,
cit.,62-68. O. Brooke, The trinitarian aspect of the
ascent of the soul to God in the theology of William of St. Thierry,
Rech. théol. anc. méd., 1959. IpeM, The speculative development of the
trinitarian theology of William of St. Thierry, ibidem, 1960.
Isacco di Stella Opere: Sermones; Epistola de anima ad
Alcherum Edizioni: Opera, in P.L., 194. Bibliografia: F. BLieMETZRIEDER, Isaac de Stella. Sa
spéculation théologique, Rech. théol. anc. méd., 1932. W.
Meuser, Die Erkenninislehre d. Isaac v. Stella, Bottropp i. w., 1934. M. A. FracHeBouD, Le Pseudo-Denys l'Aréopagite parmi les
sources du cistercien Isaac de l’Etoile, Collect. Ord. Cister.,
1947. IpeM, L'inffuence de St. Augustin sur le cistercens Isaac de
l’Etoile, Coll. Ord. Cister., 1949, E.
BertoLA, La dottrina psicologica di Isacco di Stella, Riv. filos.
neosc., La bibl. generale in Gerer, p. 708; De Brie; De Wutr, I, p.
228. Alchero di Clairvaux Opera: Liber de spiritu et
anima Edizioni: in P.L., 40, 773-832 sotto il nome di Agostino.
Bibliografia: G. Tuery, L'authenticité du De
spiritu et anima dans St. Thomas et Albert le Grand, Rev. sc. philos.
théol., 1921. P. FourNIER, s.v., in DHGE, II,
14-15. Ugo di S. Vittore Opere: Filosofiche:
Didascalion; Epitome in Philosophiam; De unione corporis et spiritus;
Mistiche: De arca Noe morali; De arca Noe mystica; Soliloguium de arrha
animac; Commentarium in Hierarchiam caelestem S. Dionysii, l. X.,
ecc. Edizioni: Le Opere in P.L., 175-177. Cfr. inoltre: Epitome in philosophiam, ed. Haurfau, in
H. de St. Victor. Nouvel examen de ses ocuvres, Parigi
1859; Hugonis a S. Victore Didascalion. De Studio legendi, ed. critica a cura
di C. H. Burrimer, Washington, 1939; Hugues de St. Victor, La
contemplation et ses espèces (testo e intr.) ed. R. Baron, Parigi, 1958.
Si cfr. J. De GHeLLINcK, La tables de matières de la première édition des
ocuvres de Hugues de St. Victor, Rech. sc. relig., 1910; e Un catalogue
des oeuvres de H. de S. V., Rev. néoscol. philos., 1913.
Bibliografia: Cfr. Gever, p. 709; De Brig, nn. 5287-5295; De WutLr,
I,221-222. In particolare v.: A. Mignon, Les origines de la
scolastique et Hugues de S. Victor, Parigi, 1895. F. VERNET, Hugues de S. V., in DThC, V, 240-308.
ScHNEMER, Geschichte und Geschichtsphilosophie bei Hugo von St. Victor,
Miinsterische Beitrige zur Geschichtsforschung, 3, Miinster, 1933.
B. BiscHorr, Aus der Schule H. v. St. V., in Aus der Geisteswelt des
Mittel alters, (Beitrige, suppl. III), Miinster, 1935. F. E.
Crorpon, Notes on the Life of Hugh de S. Victor, Journ. theol. Stud.,
1939. ). LecLERco, Le De Grammatica de Hugues de S. Victor, Arch.
Hist. doctr. litt. m. d., 1943-1945. J. KLEInz, The theory of
knowledge of Hugh of S. V., Washington, 1944. H. WerswetLER, Die
Arbeitsmethode Hugos v. S. Victor Schol., 1949. Ipem, Zur
Einflussphaere der Vorlesungen H.s von St. Viktor, in Mél. J. De Ghellink, Gembloux, CrÒatiLLon, De Guillaume de
Champeaur è Thomas Gallus. Chronique d'histoire littéraire et doctrinale
de l'école de Saint-Victor, Rev. m. È. lat., Baron, L'influence de Hughes
de Saint-Victor, Rech. théol. anc. méd., 1955 { Ipem, É:ude
sur l'authenticité de l'ocuvre de Hugues de St. Victor..., Scrip torium,
1956. Ipem, Science et sagesse chez Hugues de Saint-Victor, Parigi,
1957. D. Van pEN EynpE, Les Commentaires sur Joèl, Abdias et Nahum
attribués à Hugues de St. Victor, Franc. Stud., 1957. H.
WeriswetLer, Sacramentum fidei, Augustinische und Pseudodionysische
Gedanken in der Glaubensauffassung Hugos von St. Viktor, Misc. Schmaus,
1957. L. CaLoncuHI, Le scienze e la classificazione delle scienze
in Ugo di S. Vittore, Torino, 1956. F. W. Wirre, Die Staats-und Rechtsphilosophie des Hugo
von St. Viktor, Arch. Recht-Sozialphilosophie, 1957. R.
Roques, Connaissance de Dieu et théologie symbolique d'après lIn
Hierarchiam coelestem de Hugues de St. Victor, in De la connaissance de
Dieu, cit.,187-266. H. R. ScHLeTTE,
Die Eucharistielehre Hugos von St. Viktor. Z. kathol. Theol., 1959.
R. Baron, Un point de philosophie et de
mystique comparée, Rev. hist. philos. relig., 1959.
E. BertoLa, Di alcuni trattati psicologici attribuiti a Ugo di S.
Vittore, Riv. filos. neoscol., 1959. J. A. RosiLLIARD, Hugues de Saint-Victor a-t-il écrit le
De contemplatione et cius speciebus? Rev. sc. philos. théol., 1959.
R. Baron, Hugues de St. Victor: contribution è un nouvel examen de
son oeuvre, Traditio 1959. InpeMm, Rapports entre St.
Augustin et Hugues de St. Victor, trois opuscules de Hugues de St.
Victor, Rev. Etud. Aug., 1959. D. Van pEN Evnpe, Deux traités
faussement attributs è Hugues de St. Viktor, Franc. Stud., 1959.
O. Lortin, Questions inédites de Hugues de St. Victor, Rech. théol.
anc. méd., 1959-1960. R. JaveLET, Les origines de Hugues de
St. Victor, Rev. sc. relig.; 1960. D. Van pEN Evnpe, Les notules in
Genesim de Hugues de St. Victor, source litteraire de la Summa Sententiarum,
Ant., 1960. Inem, Essai sur la succesion et la date des écrits de
Hugues de St. Victor, Roma, S. Vittore Tractatus de gradibus
charitatis; Beniamin minor; Beniamin maior; De Trinitate; Quomodo Spiritus
Sanctus est amor Patris et Filii; Liber exceptionum; Epistolae.
Edizioni: I testi in P.L., 196; 177 coll. 193Cfr. inoltre: Richard
de S. V. Les quatre degrés, testo critico, trad. e note, a cura di G.
DUuMEIGE, Parigi; De Trinitate, ed. e note di J. RisarLLier, Parigi,
1958; Liber exceptionum ed. e note di J. CratiLLON, Parigi, 1958, e
ancora il De Trinitate con trad. franc. a cura di G. SaLET, Parigi, 1960
e R. de St. Victor, Sermons et opuscules inédits tr. fr. Pragi,
1951. Bibliografia: Cfr. Gever, p. 710; DE Bn, nn. 5496, 5550; De
WuLr, I, p. 222. In particolare: C. Ortaviano, Riccardo di S.
Vittore. La vita, le opere, il pensiero, Mem. R. Accad., Naz. Lincei, 1933. A. M. EtHIER, Le De Trinitate de Rich. de S. Victor,
Parigi-Ottawa, 1939. J. A. Rosi.LIARD, Les six genres de contemplation
chez Rich. d. S. Victor et leur origine platonicienne, Rev. sc. philos.
théol., 1939. I. Guimet, Caritas ordinata et amor discretus dans la
théologie trinitaire de R. de S. V., Rev. m. 8. lat. DumeIGe, Richard de Saint
Victor et l'idée chrétienne de l'amour, Parigi, BeaUMER, R. v. S. Viktor
Theologe und Mystiker, Schol., 1956. R. Baron, Richard de St. Victor
est-il l'auteur des Commentaires de Nahum, Joél, Abdias?, Rev. bénédict.,
1958. Goffredo di S. Vittore Opere:
In P. L., 196. Cfr. inoltre: Godefroy de Saint Victor. Fons Philosophiae, a cura di A. CHarma, Caen, 1869;
Godefroy de Saint-Victor. Microcosmus, ediz. a cura di PH. DeLHAYE,
Lilla-Gembloux, 1951; Godefroy de Saint Victor. Fons
Philosophiae, ed. a cura di P. MicHaup-Quantin, Namur-Lovanio,
1956. Bibliografia: Cfr. Gever, p. 710; De WuLF, I, p. 222.
In particolare: Pu. DeLHave,
Nature et grice chez Geoffroy de S.Victor, Rev. m. &. lat.,
1947. IpeM, Le Microcosmus de Godefroy de Saint-Victor. Étude
théologique, Lilla-Gembloux, 1951. Ildegarda
di Bingen Opera: Scivias, Liber divinorum operum simplicis
hominis, ecc. P.L., 197, 145-1038; in J. B. Prrra, Analecta sacra
spicilegio Solesmensi parata, VIII, Montecassino, 1882; in A. Damorseau,
Novae edit. opp. omn. S. Hildegardis experimentum, Sampierdarena,
1893-1899. Bibliografia: cfr. De Wutr, I, p. 255. In
particolare: CH. Sincer, The
scientific views and visions of S. Hildegard, in Studies in the history
and methods of science, I, Oxford, 1917. H. Fiscrer, Die Al.
Hildegard, die erste deutsche Naturforscherin und Aerz®n, Monaco,
1927. H. LiesescHurz, Das allegorische Weltbild der hl. Hildegard
von Bingen, Lipsia, 1930. M. Uncrunp, Die metaphysische
Anthropologie der hl. Hildegard von Bingen, Miinster, 1938.
D. Baumcarpr, The concept of mysticism, Rev. of. relig., 1948. Capitolo
ottavo Per la bibliografia relativa al pensiero politico ed alle
controversie teologico-politiche del XII secolo, rinviamo direttamente alla
ricca bibliografia di L. Firpo, in app. alla tr. ital. di R. W. e
A. J. CaruxLe, Il pensiero politico medioevale, vol. II, Bari. Tra la
vastissima bibliografia sulla filosofia araba (e cfr. GEvER, pp: 716720; De
Brie, nn. 21819-21923) citiamo soltanto i seguenti studi di carattere
generale. Bibliografia:
V. CHÙauvin, Bibliographie des ouvrages arabes ou relatifs aux Arabes
publiés dans l'Europe chrétienne de 1810 à 1885, Liegi, 1892-1922. D. PranmuLcer, Handbuch der Islam-Literatur, Berlino,
1923. E. Carverev, A brief bibliography of arabic philosophy, The
Moslen World, 1942. °
]. Sauvacet, Introduction è l'histoire de l’Orient musulman: éléments
de bibliographie, 1943; Corrections et suppléments, 1946. P.
J. De Menasce, Arabische Philosophie, fasc. 6 di Bibliographische Einfihrungen
in das Studium der Philosophie, Berna, 1948. G. C. Anzwart; Le
Philosophie en Islam au Moyen-Age, in Philosophy in the Mid-Century, a
cura di R. KLisansKy, vol. IV, Firenze, 1959. Index Isiamicus,
1906-1955, Cambridge, 1958. Opere generali: S. Munx, Mélanges
de philosophie juive et arabe, Parigi, 1859, 19272. T. J. DE Borr,
Geschichte der Philosophie im Islam, Stoccarda, 1901. B. Carra DE
Vaux, Les penseurs de l'Islam, Parigi, 1921, 1926. E. De Lacy O’Leary, Arabic thought and his place in
history, Londra, 1922, 19572. L. GaurtHIER, Introduction è l'étude de la philosophie
musulmane, Parigi, 1923. M. Horten, Die Philosophie des
Islams, in KAFKA, Geschichte der Philos. in Einzeldarstellungen, Monaco,
1923. E. Girson, L’étude des philosophes arabes et son réle dans
linterprétation de la scolastigue, Proceed. of the sixth internat. Congress of Philos., 1927. M.
Horten, /Islamische Philosophie (Die Religion in Geschichte und Gegenwart, t.
III, 2° ed.), Tubinga, 1930. 556
Bibliografia . G. Quapri, La filosofia degli Arabi nel suo
fiore, Firenze FurLaniI, La filosofia araba, Conferenze Centro Studi Vicino
Oriente, Roma 1943. G. E.
V. GruneBaUM, Medieval Islam, Chicago, Trirton, Muslim Theology, Londra, SweEETMAN,
Zslam and Christian theology, a study of interpretation of
theological ideas in the two religions, Londra, 1945-1948. Garpet-M. M. ANAWATI, Introduction à la théologie
musulmane, Parigi, GarpeT, La Cité musulmane, Parigi, 1954.
Anprae, Les origines de l'Islam et le christianisme, Parigi, 1955.
I. J. RosenTtHAL, Political Thought in
medieval Islam: an introductory outrline, New York, 1958.
. C. AnawAtI, Philosophie médiévale en terre
d'Islam, Mél. Inst. dominicain Etud. Orient. o mar r
Leonardo Fibonacci Opere: Liber abbaci (1202); Flos;
Practica Geometriae; Liber quadratorum (1225). Edizioni:
Scritti di Leonardo Pisano, a cura di B. Boncompagni, Roma,
1857-1872. Bibliografia: Cfr. E. BortoLotTI, Storia della
matematica elementare, in Enciclopedia della matematica elementare,
Milano, 1950. al-Kindi Opere: De intellectu; De somno
et visione; De somno et vigilia; De quinque essentiis; Liber
introductorius in artem logicae demonstrationis; Epistola sull'acquisto
della filosofia solo mediante le matematiche; Trattato circa il numero
dei libri di Aristotele e circa ciò che è necessario per raggiungere la
filosofia; Sull'anima; Epistola intorno all'arte di allontanare la
tristezza. Inoltre un famoso trattato di Ortica, tradotto da Gerardo da Cremona
e diffusissimo nel XIII e XIV sec. Edizioni: Numerosi scritti sono
stati pubblicati da ‘Abd al-Hadi Abi Ridah, sotto il titolo Rasa'il
al-Kindi alfalasafiyyah, il Cairo, 1950. Cfr. inoltre Una risalah di
al-Kindi sull'anima, a cura di G. Furtani, Riv. trimestr. di studi fil. e
relig., 1922. Bibliografia: Cfr. Geyer, p. 726; De Brie, nn.
21931-21932a; DE WuLF, I, p. 305. In particolare vedi:
A. Nacy, Die philosophischen Abhandlungen des Ja qub ben Ishaq al-Kindi
(Beitrige, II, 5), Miinster, 1897. 557
Bibliografia G. FLucer, Al-Kindi genannt der Philosoph der Araber
Abhdig. f. d. Kunde Morgenlandes, 1854. H. Matter, Al-Kindi,
Hebrew Union College Annual, Cincinnati, 1904. G. Furtani, Una
riszlah di al-Kindi sull'anima, M. Gui: - R. Warzer, Studi su Al-Kindi:
I. Uno studio introduttivo allo studio su Aristotele; II. Uno scritto
morale inedito di Al-Kindi (Temistio peri aliplas), Mem. Acc. Lincei., serie
7, v. 4, 1938, serie 7, v. 8, 1940. F. RosentHAL, Al-Kindi als
Literat, Orientalia, 1942. A.
Cortazarrfa, La obras y las doctrinas del filosofo Al Kindi en los
escritos de S. Alberto Magno, Estud. filos., 1951-1952 (e cfr. anche
Ciencia tomista, 1952). al-Farabi Opere principali: De
intellectu; De scientiis; De ortu scientiarum; De Platonis
Philosophia; Compendium legum Platonis; Idee degli abitanti della città
virtuosa; Liber exercitationis ad viam felicitatis. Alfarabis
Philosophische Abhandlungen (testo arabo), a cura di F. Diererici, Leida,
1890 (trad. ted., Leida, 1892); Der Musterstaat von Alfarabi, a cura di
F. Drererici, Leída trad. ted., Leida, 1904); Die Staatsleitung von
Alfarabi, trad. ted. a cura di F. Dreterici, Leida, 1904; Das Buch der
Ringsteine Farabis mit dem Kommentar des Emir Ismail el Hoscini el
Farani, trad. ted. a cura di M. Horten, Miinster, 1906; A/farabi. De Intellectu et intellectus, trad. ‘lat. medievale, a
cura di E. Gitson, Arch. Hist. doctr. litt. m. &., 1929-1930;
Alfarabius, De Arte Poetica, ediz. e trad. inglese a cura di A. J.
Arserry, Riv. stud. orient., 1930; Alfarabius, Catélogo de las ciencias,
ediz. a cura di A. GonzaLes PALENCIA, Madrid, 1932; Alfarabius, De
Platonis philosophia, a cura di F. RosENTHALR. Watzer, Londra, 1943;
Alfarabius, Compendium Legum Platonis, testo arabo e trad. lat. a cura di
F. GagriELI (Corpus platonicum medii aevi), Londra Al Farabi's
Arabic-Latin Writings on Music... De scientiis and De ortu scientiarum,
testo tr. ingl. a cura di H. Harmer, Glasgow, 1934; Idées des habitants
de la cité vertueuse, tr. fr., Il Cairo, 1949. Bibliografia:
Cfr. Gever,720 sgg.; De Brie, nn. 21938-21943b; DE Wutr, Ì, p. 305.
In particolare vedi: R. Hamui, La filosofia di Alfarabi,
Riv. filos. neoscol., 1928. E.
Girson, Les sources greco-arabes de l'augustinisme avicennisant, Arch. Hist. doctr. litt. m. 4.,
1930. I. Mapkour, Le place d'al Farabi dans l'école philosophique
musulmane, Parigi, 1934. 558 Bibliografia
Strauss, Quelques remarques sur la science politique de Maimonide
et de Farabi, Rev. étud. juives, 1936. J. ArserrY, Farabis
Canons of Poetry, Riv. stud. orient. 1937. Karam, La Ciudad
virtuosa de Alfarabi, Ciencia tomista, 1939. BéporeT, Les premières
traductions tolédanes de philosophie. Oeuvres d'Alfarabi, Rev.
néosc. philos., 1938. H. Sarman, Le Liber exescitationis ad viam
felicitatis d’Alfarabi, Rech. théol. anc. méd., 1940. H. SaLman, The Mediaeval Latin Translations of
Alfarabi's Works, N. Schol., 1939. Strauss, Farabi's Plato, L. Ginzeberg Jubilee Volume, New
York, 1945257-294. Corrasarria, Las obras y la
filoséfia de Alfarabi en los escritos de Alberto Magno, Ciencia
tomista, 1951. IneM, Doctrinas psicologicas de Alfarabi en los
escritos de Alberto Magno, ibidem, 1952. Ipem, Tabla general
de las citas de Alkindi y de Alfarabi en las obras de Alberto Magno, Est.
filos., 1953. D. CasaneLAas, Alfarabi y su Libro de la concordancia
entre Platon y Aristoteles, Verdad y Vita, 1950. p_TODO
SD Ta F F. Rassmann, L'Intellectus acquisitus in Alfarabi, Gior.
crit. filos. ital., 1953. E. BertoLa, Commento al
Dell'essenza dell'anima di al-Farabi, Misc. Centro di studi mediev.
dell’Un. catt. di Milano, Milano, 1956. R. Waczer, al-Farabi's
theory of profecy and divination, Jour. hellen. Stud. Strauss, How Farabi read Plato's Laws, Mél. L.
Massignon, 1959. Avicenna Opere:
Della vastissima produzione (la bibl. critica di Mahdavi cita 131 opere
autentiche e 110 dubbie, e il P. Anawati 276 di cui parecchie dubbie ed
apocrife) citiamo soltanto oltre al celebre Canone della medicina
(al-Oanuùn fi-t-tibb) i seguenti scritti di carattere propriamente
filosofico: il Kitàb ash-Shifa (Libro della guarigione); il
Kitab-an-Nagiah [Libro della salvezza (dall'errore)], estratto dello
Skifz; il perduto Libro del giudizio imparziale tra occidentali e
orientali (Kitàb-al-'Jus3f); una ventina di Opwscoli filosofici; alcuni frammenti
pubblicati da A. BapHawi; il Kit20 al'-Isharat wa't-tanbihat [Libro delle
direttive e annotazioni]; il Daneshnameh i-Alè'i [Libro della sapienza
per ’Aal); una parte della Logica della sua Filosofia orientale nota
sotto il nome di al-Hikmah al-mashrigiyyah; inoltre la Epistola
sull'amore (Risala f''l-Isq). Edizioni: il Canone, pit volte
stampato in Occidente, è stato adattato e riassunto in ingl. da O. A.
Cameron GruNER, A Treatise on she Canon of 559 Bibliografia
Medicine of Avicenna. Incorporating a Translation of the First Book,
Londra, 1930; le parti della 4/-Sifa tradotte nel Medioevo furono
pubblicate a Venezia nel 1495 (rist. anast., Heverlee-Lovanio, 1960) e 1508;
tr. ted. «della Metafisica, M. Horten, Die Metaphysik Avicenna's: das
Buch der Genesung der Seele, Lentiis and De ortu scientiarum, testo
tr. ingl. a cura di H. Harmer, Glasgow, 1934; Idées des habitants de la
cité vertueuse, tr. fr., Il Cairo, 1949. Bibliografia: Cfr.
Gever,720 sgg.; De Brie, nn. 21938-21943b; DE Wutr, Ì, p. 305.
In particolare vedi: R. Hamui, La filosofia di Alfarabi,
Riv. filos. neoscol., 1928. E.
Girson, Les sources greco-arabes de l'augustinisme avicennisant, Arch. Hist. doctr. litt. m. 4.,
1930. I. Mapkour, Le place d'al Farabi dans l'école philosophique
musulmane, Parigi Strauss, Quelques remarques sur la science politique de
Maimonide et de Farabi, Rev. étud. juives, 1936. J.
ArserrY, Farabis Canons of Poetry, Riv. stud. orient. 1937. Karam,
La Ciudad virtuosa de Alfarabi, Ciencia tomista, 1939. BéporeT, Les
premières traductions tolédanes de philosophie. Oeuvres d'Alfarabi,
Rev. néosc. philos. Sarman, Le Liber exescitationis ad viam felicitatis
d’Alfarabi, Rech. théol. anc. méd., 1940. H. SaLman, The Mediaeval Latin Translations of
Alfarabi's Works, N. Schol., 1939. Strauss, Farabi's Plato, L. Ginzeberg Jubilee Volume, New
York, 1945257-294. Corrasarria, Las obras y la
filoséfia de Alfarabi en los escritos de Alberto Magno, Ciencia
tomista, 1951. IneM, Doctrinas psicologicas de Alfarabi en los
escritos de Alberto Magno, ibidem, 1952. Ipem, Tabla general
de las citas de Alkindi y de Alfarabi en las obras de Alberto Magno, Est.
filos., 1953. D. CasaneLAas, Alfarabi y su Libro de la concordancia
entre Platon y Aristoteles, Verdad y Vita, 1950. p_TODO
SD Ta F F. Rassmann, L'Intellectus acquisitus in Alfarabi, Gior.
crit. filos. ital., BertoLa, Commento al Dell'essenza dell'anima di
al-Farabi, Misc. Centro di studi mediev. dell’Un. catt. di Milano,
Milano, 1956. R. Waczer, al-Farabi's theory of profecy and
divination, Jour. hellen. Stud., 1957.
L. Strauss, How Farabi read Plato's Laws, Mél. L. Massignon, 1959.
Avicenna Opere: Della vastissima produzione (la bibl.
critica di Mahdavi cita 131 opere autentiche e 110 dubbie, e il P.
Anawati 276 di cui parecchie dubbie ed apocrife) citiamo soltanto oltre
al celebre Canone della medicina (al-Oanuùn fi-t-tibb) i seguenti scritti
di carattere propriamente filosofico: il Kitàb ash-Shifa (Libro della
guarigione); il Kitab-an-Nagiah [Libro della salvezza (dall'errore)],
estratto dello Skifz; il perduto Libro del giudizio imparziale tra
occidentali e orientali (Kitàb-al-'Jus3f); una ventina di Opwscoli filosofici;
alcuni frammenti pubblicati da A. BapHawi; il Kit20 al'-Isharat
wa't-tanbihat [Libro delle direttive e annotazioni]; il Daneshnameh
i-Alè'i [Libro della sapienza per ’Aal); una parte della Logica della sua
Filosofia orientale nota sotto il nome di al-Hikmah al-mashrigiyyah; inoltre
la Epistola sull'amore (Risala f''l-Isq). Edizioni: il
Canone, pit volte stampato in Occidente, è stato adattato e riassunto in
ingl. da O. A. Cameron GruNER, A Treatise on she Canon of
559 Bibliografia Medicine of Avicenna. Incorporating
a Translation of the First Book, Londra, 1930; le parti della 4/-Sifa
tradotte nel Medioevo furono pubblicate a Venezia nel 1495 (rist. anast.,
Heverlee-Lovanio, 1960) e 1508; tr. ted. «della Metafisica, M. Horten,
Die Metaphysik Avicenna's: das Buch der Genesung der Seele, Lipsia, 1913;
tr. lat. della Metafisica del Nagat: A. Carame, Avicennae Metaphysicae
compendium, Roma, 1926; ed. crit. dell'originale: ash-Shifa, I, a cura di
I. Mapkour, M. EL KHoprirr, G. C. Anawati, F. eL-AÒw£nI, 1952; il De
Anima (la parte psicologica delle Kitab-al-Shifa) nell’ed. F. Ranman,
Londra, 1959. Gli scritti mistici (Trastés mystiques) in tr. fr. a cura
di M. A. MEHREN, Leida, 1889-1899; La Logica orientale, ed. sotto il
titolo Mantig al-mashrigiyyah, Il Cairo, 1910; Cfr. inoltre: Introduction è
Avicenne, son Epitre des définitions, tr. con note di A. M. GorcHon, Parigi, 1933; I. Mapkour, L'Organon
d'Aristote dans le monde arabe... quelques pensées à un commentaire inédi
di'Ibn Sina, Parigi, 1934; Livre des Directives et Remarques, tr. con
intr. e note di A. M. GorcHon, Beyrut-Parigi, 1951; Le livre de Science
(Dane3nameh) tr. fr. di H. Massé e M. AcHENA, Parigi, 1955-1958; Poème de
la médecine, a cura di A. JAHIER e A. NovrEDDINE, Parigi, 1956. Inoltre
tutte le opere persiane di Avicenna sono state edite a Teheran in
occasione del millenario (cfr. E. Rossi, 12 millenario di Avicenna a
Teheran e Hamadan, in Oriente moderno, 1954). Per i testi di Avicenna che
correvano nel medioevo cfr. oltre alle citate ed. della Metaphysica: Opera
omnia, Venezia, 1495, 1508 (rist. anast. Heverlee-Lovanio, 1960); 1546;
De Anima, Pavia, De animalibus, Venezia Canon, Strasburgo, Bibliografia
avicennista: C. A. NaLLINO, s.v., in Enc. Ital, V, 638-639. T. J. De Borr, /bn Sinz,
Encycl. de l'Islam, II, 446. O. Ercin, /brni Sinami eserleri,
Biiyik tirk filosof., 1937. G. C. Anawati, Mw’ allafat Ibn Sinà, Il
Cairo, 1950, riass. fr. in Rev. Thom., 1951. A. A. HekMmaT,
Les oeuvres persanes d'Avicenne, Congrès de Bagdad Sa‘tn Naricy, Bibliographie
des principaux travaux européens sur Avicenne, Teheran, 1953.
Inem, Pare Sina (Avicenne, his Life,
Works, Thought and Time), Teheran, 1954. YauHyva
Maunpavi, Bibliographie d'Ibn Sina, Teheran, 1954. O. Ercin, /bin
Sina bibliografyasi, Instanbul, 1956. G. C. Anawati, Chronique Avicénienne 1951-1960, Rev.
thom., 1960. Volumi commemorativi: Millénaire d'Avicenne, Rev. du
Caire, giugno 1951; Millénaire d'Avicenne (Congrès de Bagdad), Il Cairo,
1952; Mémorial d'Avicenne, Il Cairo, 1952 sgg.; Avicenne, Scientist and
Philosopher, a 560 Bibliografia
Millenary Symposium, Londra, 1952; Z. Sara, Le livre du Millénaire
d'Avi cenne, Teheran, 1954; Rev. Thom., 1951, n. 2. Cfr.
inoltre Gever Brie, nn. 21945-21965b; De Wutr, I,305-306. Tra
gli studi più recenti e significativi, ci limitiamo a indicare: B.
Carra pe Vaux, Avicenne, Parigi, 1900. G. GagrieLI, Avicenna, Arch. st. scien., 1923.
D. Sacisa, Études sur la métaphysique d'Avicenne, Parigi, 1926.
E. Gitson, Pourquoi St. Thomas a critiqué St. Augustin, Arch. Hist.
doctr. litt. m. 8. 1926. Ipem, Avicenne et le point de départ
de Duns Scoto, Ibidem, 1927. G. FurLani, Avicenna e
il Cogito ergo sum di Cartesio, Islamica, 1927. IpeMm, Avicenna, Barhebreo, Cartesio, Riv. stud. orient.,
1933. E. Gitson, Les sources gréco-arabes de l'augustinisme
avicennisant, Arch. Hist. doctr. litt. m. 8., 1929. M. D.
RoLanp-GosseLin, Sur les relations de l'ime et du corp d’après Avicenne,
Mél. Mandonnet GorcHon, Introduction è Avicenne..., Parigi, 1933.
C. Fasro, Avicenna e la conoscenza divina dei particolari, Bull.
filos., 1935. A.
Sougziran, Avicenne, Parigi, 1935. A. M. GoicHon, La distinction de
l'essence et de l'existence d'après Ibn Sinà, Parigi, 1937.
Ipem, Lexique de la langue philosophique d'Ibn Sina, Parigi, 1939.
Ipem, Vocabulaire comparé d'Aristote e d’Ibn Sina, Parigi IpeM, La
philosophie d'Avicenne et son influence en Europe médiévale, Parigi,
1944, 195122 M. Cruz HernAnpez, La metafisica de Avicenna, Granada,
1949. L. GarpeT, La pensée religieuse d’Avicenne, Parigi,
1951. Avicenna: Scientist and Philosopher. Millenary Symposium, a
cura di G. M. Wickens, Londra, 1952. E. BLocH, Avicenna und
die aristotelische Linke, Berlino, 1952. L. Garper, La connaissance
mystique chez Ibn Sinà, et ses présupposés philosophiques, Il Cairo,
1952. Moxammap Yusur Musa, La sociologie et la politique dans la
philosophie d'Avicenne, Il Cairo, 1952. F. Ranman, Avicenna's
Psychologie, Oxford, 1952. P. Mesnarp, Le millénaire d'Avicenne et
ses répercussions sur l’histoire de la philosophie, Ann. Inst. Etud. orien. Alger, 1953. M. Cruz
HernAnpez, La distincion aviceniana de la esencia y la existencia y su
interpretacion en la filosofia occidental, Misc. Millés-Vallicrosa,
1954. s61 Bibliografia H. A. Wotrson,
Avicenna, Algazali and Averroes on divine attributes, ibidem.
Avicenna nella storia della cultura medioevale, Acc. Naz. Lincei, anno CCCLIV, 1957, Q.40, Roma Arnan,
Avicenna, his life and works, Londra-New York, 1958. J. CHaix-Ruv, La sagesse orientale d'Avicenne et les
mythes platoniciens, Rev. d. la Mediterr., 1958. M. Atonso, La Alanniyya de Avicenna y el problema de la
esencia y existencia, Pens., 1958. I. Mapkour, Le traité des categories du Shifa, Mél. Inst.
dominicain Etud. orient., 1958. F. RAHMAN,
Essence and Existence in Avicenna, Med. Renaiss. Stud., 1959. E.
BertoLa, Studi e problemi di filosofia avicenniana, Sophia, 1959. P. M. De Conrenson, Avicennisme latin et vision de Dieu
au début du XIII siècle, Arch. Hist. doctr. litt. m. &., 1959.
). CÙranx-Ruy, Du pythagorisme d’Avicenne au soufisme d'al-Ghazali,
Rev. d. la Mediterr., 1959. M. Cruz HernAnpez, La nocion de
ser en Avicenna, Pens., Anawati, La destinée de l'homme dans la philosophie d’
Avicenne, in L'homme et son destin, cit.,257-266. ).
Craix-Ruv, L’homme selon Avicenne, ibidem,243-255. A. M. GoicHon,
Selon Avicenne l'ame humaine est-elle créatrice de son corps?,
ibidem,267-276. G. JaLsErT, Le nécessaire et le possible dans la
philosophie d'Avicenne, Rev. de l’Univ. d’Ottawa, Marmura, Avicenna and
the Problem of the Infinite Number of Souls, Med. Stud., 1960.
Sull’influenza di Avicenna in Occidente: G. Sarton, Introduction to
the History of Science, Baltimora, 1927-1950, sub ind. M. De
Wutr, L'augustinisme avicennisant, Rev. néosc. philos., 1931. R. De
Vaux, Notes et textes sur l'avicennisme latin aux confins des XIIXII siècles,
Parigi, TeicHER, Gundissalino e l'agostinismo avicennizzante, Riv. filos.
neosc., 1934. A. M. GoicHon, La philosophie d'Avicenne et son
influence en Europe mÉ diévale, Parigi. Ipem, in Encycl.
mensuelle d'Outre-mer, 1952. A. C. CromBie, Avicenna's influence on
the Medieval Scientific Tradition, in Avicenna Scientist... M. T.
D'ALverny, L'introduction d’Avicenne en Occident, Rev. du Caire,
1951. Ipem, Notes sur les traductions médiévales d'Avicenne, Arch.
Hist. doar. litt. m. 4., 1952. 562
Bibliografia al-Gazzali Opere principali:
Vivificazione delle scienze della religione (Ihyd' ‘ulam ad-din);
Destructio philosophorum (Tahafut al-falasifah); Il salvante dall'errore
(al-Mungidh min ad-dalal); La moderazione nella credenza.
Edizioni: Logica et philosophia, Venezia, 1506; Tendentiae philosophorum,
Leida, 1888; Destructio philosophorum, Il Cairo, 1888; Algazel's Metaphysic. A
mediaeval translation, a cura di J. T. Mucxkte, Toronto, 1933;
Al-Ghazali, O disciple!, trad. di G. H. ScHeRER, Beirut, 1951; 1ky2'
‘ulam ad-din, ou Vivifications des sciences de la foi, ed. trad. G. H.
Bouscuer, Parigi, 1955; d/-Munquid min adalal, testo arabo e trad. di C.
M. Farm JaBre, Beirut, 1959. Bibliografia: Cfr. Gever, p.
722; De Brie, nn. 21968-21991a; De Wutr, Asfn Patacios, Algazel:
dogmdtica, moral, ascética, Saragozza, 1901. B. Carra pe Vaux,
Gazali, Parigi, 1902. H. Bauer, Die dogmatik al-Gazzalis, Halle,
1912. Inem, Uber Intention, reine Absicht und Wahrhaftigkeit,
Halle, 1916. IpeM, Von der Ehe, Halle Osermann, Der philosophische
und religiose Subjektivismus Ghazalis, Vienna-Lipsia, 1921. M Bouuyces, Algazeliana, Mél. Fac. Orient., 1922.
H. Bauer, Erlaubtes und verbotenes Gut, Halle, 1922. M. Asfn
Patacios, Un compendio musulmano de pedagogia, el libre de la introducion
a las ciencias de al-Gazali, Saragozza, 1924. Ipem, La
espiritualidad de Algazel y su sentido cristiano, Madrid-Granada,
1934-1941. D. H. SaLman, Algazel
et les Latins, Arch. Hist. doctr. Hitt. m. 4., 1936. A. J.
Wensinck, La pensée de Ghazali, Parigi, 1940. A. WeEHR, Al-Gazzalis Buch vom Gottvertrauen, Halle,
1940. M. SmitH, Al Gazali, the Mystic, Londra, Warr, The
Authenticity of the Works Attributed to al-Gazali, Jour. R. Asiatic Soc. Ipem,
The Faith and Practice of al-Gazali, Londra, 1953. C. M. Farip
Jagre, Biographie et Oecuvres de Ghazali, Mél. Ideo, 1954. V. CÒÙistHor, Al-Oistas al Mustagim et connaissance
rationelle chea Gazali, Bull. Etud. orient., Farip JaBrE, La certitude de
Ghazali dans ses origines et son histoire, Parigi, 1956. S.
De Braurecuen-G. C. Anawati, Une preuve de lexistence de Dieu chez
Ghazzali et St. Thomas, Mél. Inst. dominicain Etud. orient. 1956.
563 Bibliografia C. M. Faxip Jasre, La notion
de certitude selon Ghazali dans ses origines psychologiques et
historiques, Parigi, 1958. M.
Aronso, Influencia de Algazel en el mundo latino, al-Andalus, 1958.
G. F. Hourani, The dialogue between
al-Ghazzali and the philosophers on the origin of the world, The Muslim
World, 1958. Avempace Opere:
Della sua vasta produzione sono pervenuti una Epistola expeditionis (Lettera
d'addio); il riassunto ebraico della sua opera principale Il regime del
solitario (Tadbir al-mutawahkid); un trattato De anima e un trattatello:
Continuatio o Copulatio intellectus cum homine, entrambi illustrati da Averroè;
un De plantis. Edizioni: I testi arabi, con tr. sp. del De plantis,
della Continuatio, del Regime e dell’Epistola in al-Andalus, 1940, 1942
1943, a cura di M. Asîn Patacios. Il testo e tr. del Regime, sempre a
cura di Asin PaLacios, Madrid, 1948. Bibliografia: cfr.
Gevea, p. 722; De Brie, nn. 22010a-22011e; De WuLF, II, p.
305. In particolare cfr.: M. Asîn Patacios, E! filbsofo
zaragozano Avempace, Rev. de Aragon, 1900-1901. Inem, Un texto de Al-Farabi atribuido a Avempace por
Moisés de Narbona, ibidem, 1942. U. A. FarrukH, [bn Bajja (Avempace) and the philosophy
in the Moslem West, Beirut, 1945. D. M. Duntop, Ibn Bajjah's
Tadbir'! Mutawahhid (Rule of Solitary), Jour. R. Asiatic Soc., Munk,
Mélanges de philosophie juive et arabe, cit.,386-410. Aba
Bekr Ibn Tufal Opere: Ci rimane soltanto il trattatello filosofico
Hayy ibn Yagzan (dal nome del protagonista). Edizioni: Ed. e
tr. fr. di L. GaurHieR, Beirut, 1936; tr. ingl. di S. Orcey, Il Cairo,
1905; di P. BrénnLE, Londra, 1904; tr. sp. di F. Pons Borcnes, Saragozza,
1900; di A. GonziLes Parencia, Madrid, 1934, 19482. Bibliografia: Cfr. Gever, p. 722; De Brie, nn.
21993-21994. M. Asîn Patacios, E! filosofo autodidacto, Rev. de Aragon,
1901. L. GautHIER, [bn Tufail. Sa vie, ses oeuvres, Parigi, 1909.
C. A. Naztino, Filosofia orientale od illuminativa di Avicenna? Riv. stud.
orient. 1925., ora in: Raccolta di scritti editi e inediti, VI,
Roma, 1948,218-256. F. Garcia
G6mez, Un cuento drabe fuente comin de Aben Tofail y de Gracidn, Rev.
Arch. Bibl. y Museos, 1926 . Ipem, Una Oasida politica inédita de
Ibn Tufail, Rev. Inst. Egipcio de Est.
islamicos, 1953. Averroè Opere: L'elenco
particolareggiato degli scritti in M. Bouvees, Notes sur les philosophes
arabes connus des Latins au Moyen Age. V. Inventaires des textes arabes
d'Averroès, Mél. de l’Univ. St. Joseph, Beirut,
1922-1923. Tra le opere scientifiche ricordiamo principalmente il
Kulliyyat al-tibb [Principî generali di medicina]. Per gli scritti di filosofia
distinguiamo: a) Trattati e scritti separati: 1) Fals al-magal
watagrir ma bayna alshasî wa al-higma min al-'ittisal [Sentenza risolutiva
dichiarante il modo in cui -la filosofia è unita alla religione]; 2)
al-Kashfan manahig aladillah fi‘aqaid al-milla wa ta'arif ma waqa'a fiha
bishasb al-ta'wil min al-shubah wa al bida' al-mudhila [Svelamento del
metodo di argomentare sui principî della religione e indicazione
sull'ambiguità ed errori eretici dovuti all'interpretazione del testo sacro);
3) Damimat al mas'alat al-il algadim [Aggiunta al problema della
conoscenza eternal; 4) Tahafut al Tahafut [L'incoerenza dell'incoerenza,
confutazione di Algazali]; 5) Sulla possibilità della congiunzione fra
l'intelletto materiale e l'intelletto separato, conosciuto solo nella
vers. ebraica medievale; 6) Soluzione del problema: eternità o creazione
del mondo, conosciuto solo nella versione ebraica medioevale;
b) Commenti aristotelici: 1) Commento Grande (shark o tasfir); 2)
Commento media (talkhis); 3: Compendi o perifrasi (gavami' o mukhtasar)
(Commenti a tutte le opere aristoteliche, eccettuata la Politica sostituita
dalla Repubblica di Platone). c) Opere spurie: Tractatus de
animae beatitudine, la cui prima parte esiste anche separatamente col
titolo: Libellus seu epistola de connexione intellectus abstracti cum
homine (e cfr. |. TeicHer, L'origine del Tractatus De animae beatitudine Atti
del XIX Cong. int. degli Orientalisti, Roma). Edizioni: Ed. di a 1, 2, 3
a cura di M. J. Miner, Monaco, 1858 (e quindi le edd. Il Cairo,
1895-1896, 1910); ed. di 4 1, 3 con tr. fr. a cura di L. GaurHieR, Ibn
Rochd (Averroès, Traité décisif [Fagl el-magal) sur lac cord de la
religion et de la philosophie, suivi de l'Appendice [Dhamina], Algeri,
19483); ed. di a 3 con la tr. lat. di Raimondo Martin (sec. XIII) a cura
di M. Asfn Patacios, in Homenaje a Codera, Saragozza, 1904; tr. integrali
di 4 1, 2, 3: ted. di M. J. MùtLER, Philosophie und Theologie von
Averroés (Monumenta Saecularia Bayer Akad. d. Wiss.), Minaco, 1875, ingl.
di M. Jama-ur-REHMAN, The philosophy and theology of Averroes, 565
Bibliografia Baroda, 1921, sp. di M. ALonso, Teologia de
Averroes, Madrid-Granada, 1947; Ed. crit. di a 4 di M. Bouxces in Bibl.
arab. Scholasticorum, S. Arabe, III, Beirut, 1930; tr. ingl. di S. Van
pen BercH, Londra, 1954; tr. spagn. parziale di C. Qurés, in Pens., 1960;
ed. di a 5 parziale con tr. ted. in'L. Hannes, Des Averroés Abhandlung:
Ueber die Mòoglichkeit der Conjunktion, Halle, 1892; ed. di 4 6 in app. a
M. Worms, Die Lehre von der Anfangslosigkeit der Welt bei den
mittelalterlichen arabischen Philosophen (Beitrige, III, 4), Miinster,
1900. Ed. di et 1: Commento alla Metaphysica ed. crit. testo arabo,
Tafsil ma ba'ad at-tabi'at di M. Bouxrces, in Bibl. arab. Scholasticorum,
S. Araba, V-VII, Beirut, 1938-1948; De anima, ed. crit. tr. lat.
medioevale, Commentarium magnum in De anima di F. Stuart Crawrorp;
Corpus Commentariorum Averrois in Aristotelem della Mediaeval Academy
of America, Vers. lat., VI, 1, Cambridge (Mass.), 1953. Ed.
di © 2 Commento alle Categoriae, ed. crit. testo arabo, Talkhis kitab al-maqulat
di M. Bouyces, in Bibl. Arab. Scholasticorum, S. Araba, III, Beirut,
1932; alla RAetorica, testo arabo a cura di F. Lasinio, Il Commento medio
della Retorica di Aristotele, Firenze, 1875-1878 (incompiuta); alla
Poetica, testo arabo a cura di F. Lasinio, Pisa, 1872 e ripubbl. da
’AspuzRAHAMAN BapHawi, Aristoteles, De Poetica, Il Cairo, 1953; al De
generatione et corruptione, trad. dall’or. arabo e dal testo ebreo e
versioni latine di S. KueLanp (Corpus Comm. Averrois in Aristotelem,
Vers. anglica, IV, 1-2), Cambridge (Mass.), 1958; l’ed. del testo
ebraico, sempre a cura del Kurtanp (Corpus Comm. Averrois in Aristotelem,
Vers hebraic., N. 1-2), ibid., 1958. i . Ed. di 5 3:
compendio di Physica, De caelo; De generatione, Meteorologica, De anima,
Metafisica nel testo arabo sotto il titolo: Rasa'il Ibn Rushd,
Haiderabad, 1947; De anima (solo) in A. Faup AHwani, Talkhis, kitàb alnafs, Il
Cairo; Metafisica (soltanto) in M. aL-Qassani, Fiil tigat alaquwail..., Il
Cairo, 1903-1907 e con tr. sp. da C. Quiroz RopricuEz, AvERrroes, Compendio de
Metafisica, Madrid, 1919; tr. ted. di S. Van DEN BERGH, Leida, 1924; De
sensu, testo arabo in A. BapHawt, Aristutalis fi al-nafs, Il Cairo,
1954,191-239; Parva naturalia, ed. crit. trad. lat. med. di A. L. SHieps
(Corpus Comm. Averrois in Aristotelem, Vers. lat., VII), Cambridge
(Mass.), 1949; ed. crit. tr. ebraica di H. BLumBerc (ibidem, Vers.
hebraic., VII), ivi, 1954; Repubblica di Platone, ed crit. tr. ebr. med.
di E. T. J. RosentHAL, Cambridge (Mass.), 1956; commpendio del De
gencratione et corruptione in trad. ingl. insieme alla versione del Commento
medio, Ed. di c: la versione ebraica con tr. ted. in J. Hercz, Drei
Abhandlungen tiber die Conjunktion des separaten Intellekts mit dem Menschen
von Auverroés, Berlino, 1869. ‘Il Kelliyyat al-tib5 è stato
pubblicato sotto il titolo Quitab e? Culliat, Larache, 1939.
566 Bibliografia Per le ed. medioevali latine dei
commenti e delle opere filosofiche cfr. l’editio princeps delle Opera di
Aristotele con i Commenti di Averroè: Aristotelis opera omnia, Averrois
in ca opera commentarii, Padova, 1472, 1473, 1474, e in seguito le varie
edd. cinquecentesche tra le quali le più complete sono quelle di Venezia,
1552 e quindi 1560 in 11 volumi. Bibliografia: Cfr. Gever,722-723;
De Brie, nn. 21995-22009a; DE Wutr, l,306-307. In
particolare si veda: E. RENAN, Averroès et l’averroisme, Parigi, 1852,
18612. F. Lasinio, Studi sopra Averroè, Ann. Soc. ital. per gli
Studi Orient., 1873, 1874; Gior. Soc. Asiatica italiana, 1897-1898, 1899. L.
GauTHIER, La théorie d'Ibn Rochd (Averroès) sur les rapports de la religion et
de la philosophie, Parigi, 1909. P. Doncoeur, La religion et les
maftres de l’Averroisme, Rev. sc. philos. théol.,
1911. P. S. Curist, The psychology of the active intellect of
Averroes, Filadelfia, 1926. H. A. WotLrson, Plan of a Corpus
Commentariorum Averrois in Aristotelem, Speculum, 1931. A. Mansion, La théorie aristotélicienne du temps chez les
peripatéticiens médiévaux, Averroès, Albert, Thomas, Rev. néosc. phil.,
1934. J. TercHEr, Alberto Magno e il commento medio di Averroè sulla
Metafisica Studi ital. filol. class., 1934. M. Atonso, La cronologia en las obras de Averroes, Misc. Comillas Tornay, Averroe's doctrine of the mind,
Philos. Rev., 1943. M. Atonso, Teologia de Averroes,
Madrid-Granata, 1947. L. GautHIER, Ibn Rochd, Parigi, 1948.
B. H. ZepLer, Averroes and immortality, N. Schol., 1954. T. AtLarp, Le rationalisme d'Averroès d’après une étude
sur la création, Parigi, 1955. R. Arnacpez, La pensée
religieuse d’Averroès, Stud. Islam. AnceLIsanTI, Problema Dei existentiae in
systemate Ibn Rusd, Gerusalemme, 1956. J. J. Housen, Ibn Rushd
(Averroes) as a muslim philosopher, Bijdragen, 1958. C. J. DE
Vocet, Averroés als verklaarder van Aristoteles en zijn invloed op het
West-Europese denken, Alg. Nederl. Tijdschr.
Wissh. PsychoL, RescHER, Three commentaries of Averroes, Rev. met.,
1958-1959. S. Gomez Nocates, La
immortalidad del alma a la luz de la noética de Averroes, Pens., Inem, El
destino del hombre a la luz de la noética de Averroes, in L'homme et son
destin Hfrnannez, La libertad y la naturaleza social del hombre segùn
Averroes, Ibidem,277-283. PH.
MERLAN, Averroes iiber die Unsterblichkeit des Menschengeschlechtes,
ibidem,305-311. Su Averroè scienziato cfr.: L. GaurtHiEr, Une
réforme du système astronomique de Ptolomée, tentée par les philosophes
arabes du XII siècle, Jour. Asiatique,
1909. G. GaBrIELI, Averroè come scienziato, Arch. stor. sc.,
1924. G. Sarton, Introduction to the History of Sciences, II,
Baltimora, 1931, 355-361. L. GaurHnIER, Antécédents gréco-arabes de
la psycho-physique, Beirut Atonso, Averroes observador de la naturaleza,
al-Andalus, Filosofia ebraica Tra l'ampia bibliografia sull'argomento
(cfr. Gerer,723-725; DE Brie, nn. 21613-21694; De Wutr, I, p. 307)
citiamo solo i seguenti studi di carattere generale: D.
NEUMAREK, Geschichte der jiidischen Philosophie des Mittelalters, Berlino,
1907-1928. I. Husrk, A History of Medieval Jewish Philosophy,
Filadelfia, 1916, u. e. GurtMann, Die Philosophie des Judentums, Monaco,
1933. E. MitLer, History of Jewish Mysticism, Londra, 1946.
E. BertoLA, La filosofia ebraica, Milano, 1947. G.
Vagpa, Introduction è la pensée juive du moyen dge, Parigi, 1947. G. ScHoLEeM, Les grands courants de la mystique juive,
tr. da l’ebr., Parigi, 1950. E. FLec, Anthologie juive,
Parigi, 1953. T. Bomann, Das Hebraische Denken im Vergleich mit dem
Griechischen, Gottinga, 19542. J.
ApLer, Philosophy of Judaism, New York, 1960. Cfr. inoltre:
S. Siunami, Bibliography of Jewish Bibliographies, Gerusalemme,
1936. G. Vaypa, Jidische Philosophie, fasc. 19, Bibliographische
Einfùhrungen in das Studium der Philos., Berna, 1950. Isacco
Giudeo Opere: Si conservano nella tr. ebraica e latina il Liber
definitionum (Sefer ha-Yèsod5t); il Liber Elementorum (Sefer ha-Hibbar) i
trattati di 568 Bibliografia medicina;
un Commento al Sefer Yèsiràh; due frammenti d’interpretazione biblica e
un frammento del testo arabo del Liber definitionis. Edizioni: La
versione latina in Opera Omnia Ysaac, Lione, 1515; ed. crit. a cura di J.
T. Mucxte, in Arch. Hist. doctr. litt. m. à., 1937-1938; la versione
ebraica del Sefer ha-Hibbar, a cura di H. HirscHreeLD, in Festgabe
Steinschneider, Lipsia, 1894; del Sefer ha-Yèsodat, a cura di S. FrieD,
Drohobycz, 1900; il frammento arabo nell’ed. H. HrrscHreLp, in Jewish
Quart. Rev., 1903. Inoltre la trad. inglese delle opere a cura di A.
ALTMANN e S. M. STERN, in Zsaac Israeli a neoplatonic philosopher of
carly Xth cent., Fair Lawn (N. J.) - Londra, 1958.
Bibliografia: Cfr. Gever, p. 725; De Brie, nn. 21698-21699. J.
Gurrtmann, Die philosophischen Lehren des Isaak ben Salomon Isracli,
Miinster, 1911. G. Sarton,
Introduction to the History of Science, I, Baltimora, 1927, 639-640 (ampia
bibl.). H. A. Wotrson, Isaac Israeli on the Internal Senses, in
Jewish studies in Memory of. G. Kohut, New York, 1935,583-598.
Sa'adyah ben Yosef Opere: Kitab al’Amanat Wa'll'tigadat
(Libro delle credenze religiose e dei dogmi); Commento al Sefer Yesiràh;
Sefer ha-Émunot wè ha-Dot [Libro della credenza e delle opinioni],
scritto in arabo. Edizioni: Les oeuvres
complètes de Saadia, a cura di J. DERENBOURG, 6 voll. Parigi, 1893-1896;
Commento al Sefer Yèsiràh, testo e tr. fr. di M. LAMBERT, Parigi, 1891;
Sefer ha-Emzanot, testo arabo a cura di S. LaNDAUER, Leida, 1880; testo
ebraico, ed. D. SLucki, Lipsia, 1864; tr. ingl. di R.
RoSENBLATT, New Haven, 1948. Bibliografia: Cfr. Gever,725-726; De
Brie, nn. 21700-21705; DE Wutr MALTER, Saadia Gaon. His life and
Works, Filadelfia, 1921 (con bibl. fina al 1920). D. Neumark,
Saadia's Philosophy. Sources Characters, in Essays in Jewisk Philosophy,
1929. M. Ventura, La philosophie de Saadia Gaon,
Parigi, 1934. A. FreImann, Saadia's Bibliography, New York,
1943. A. Neuman-S. ZerrLin, Saadia Studies,
Filadelfia, 1943. H. A. Wotrson, in Jewish Quart. Rev.,
1946-1947. Avicebron Opere: Anaq (Collana), poema
quasi totalmente perduto: Zsl44 al Aklaq (Miglioramento dei caratteri
morali); Mutkhar al-Giawahir (Scelta di perle, raccolta di sentenze di
autori antichi); AzarotA (Prescrizioni, 613 norme
Bibliografia riguardanti il codice biblico); Mégor Hayyim (Fonte
della vita, secondo il titolo della tr. ebraica); Poesie. Si ricordano
inoltre un Tractatus de esse e un Tractatus de scientia voluntatis,
perduti, e il Keter Malkat (Corona regale), poema filosofico particolarmente
importante. Non sicura l'autenticità di un De anima (solo in tr. lat.). Fons vitae: parafrasi ebraica in S. Munx, Mélanges de
philos. juive et arabe, nuova ed., Parigi, 1955; tr. lat. in CL. BAEUMKER,
Avencembrolis Fons vitae (Beitrige, I, 24); Miinster, 1892-1895; Isleh: testo
arabo e tr. ingl. a cura di S. Wise, New York, 1901; Scelta di perle, tr.
ingl. di A. CoÙen, ivi, 1925; Poesie, la raccolta più completa a cura di
Ch. N. Bratik-J. Ch. Rawnrrzkr, 3 voll., Berlino-Tel Aviv, 1924-1929;
nuova ed. int. di cui è uscito solo il I vol.: H. ScHmmann, Sirim nibhrim
S. |. Gaon, Tel Aviv, 1944; antologia con tr. ingl. in J. Davipson,
Selected Religious Poems of S. I. Gebirol, Filadelfia, 1923; nuova ed., 1944;
Corona reale, in Davipson, cit., e testo e intr. a cura di A. CHouraou,
in Rev. thom., 1952; tr. fr. di P. Vuirtaro, Parigi, 1953; De anima in A.
LoEWENTHAL, Pscudo-Aristoteles îiber die Scele. Ein psichol. Schrift d. XI ]ahrh. u. ihre
Beziechung zu S. i. Gebirol, Berlino, 1891. Bibliografia: Cfr. Gerer, p. 726; DE Brie, nn. 21708; DE
WutrF, GurtMann, Die philosophie des S. I. Gebirol, Gottinga, 1889.
D. Rosin, The Ethics of S. I. Gebirol,
Jewish Quart. Rev., 1891. D. KaurMmann, Studien iiber S. I.
Gebirol, Budapest, 1899. S. Horowirz, Die Psychologie I. Gebirols,
Jah.ber. des Jiid. in Theol. Seminars, Breslavia, 1900. M.
Wirrmann, Die Stellung d. hl. Thomas von Aquin zu Avencebrol, (Bcitrige, III,
3), Miinster, 1900. Ipem, Zur Stellung Avencebrols (Ib Gebirols) im
Entwicklungsgang der arabischen Philosophie (Beitrige, V, 1), Miinster,
1905. K. DrevEr, Die religiose Gedankenwelt des Salomo ibn Gabirol,
Berlino, 1930. M. BieLEr, Der gotiliche Wille bei Gabirol,
Wiirzburg, 1933. A. HerscHet, Der Begriff der Einheit in der
Philosophie Gabirols, Monatschrift f. Gesch. u. Wiss. des Judentums,
1938. J. M. MitLàs Vatticrosa, Selomo ibn Gabirol
como poeta y filésofo, MadridBarcellona, 1945. E.
BertoLa, Il Keter Malkut di S. i. Gebirol, in Saggi e studi di filosofia
medioevale, Padova, 1951,107-117. Ipem, S. i. Gebirol (Avicebron).
Vita, opere e pensiero, Padova, Brunner, Str l'Aylémorphisme d'Ibn Gebirol,
Étud. philos., 1953. H.
Simon, Das Weltbild Gabirols. Seine Bedeutung fiir die Geschichte der
Philosophie, Zeitschr. Humboldt Univ. z. Berlin, 1956-1957.
570 Bibliografia Maimonide Opere:
Tra le numerose opere religiose, giuridiche, scientifiche ricordiamo: un
Trattato di terminologia logica; una Parafrasi del Talmud; un Trattato
sul calendario ebraico; la Lettera di consolazione agli Ebrei lapsi, vari
scritti di medicina. Ma gli scritti pil interessanti dal punto di vista
filosofico sono: il Maor (Luce, commento alla Mishnah, scritto in arabo
nel 1168; Mishneh Torah (La tradizione della Legge); un Codice di
prescrizioni, scritto intorno al 1180 e il Morzh Nèbzkim (La guida dei
dubbiosi), scritto in arabo nel 1170. Edizioni: Morzh
nèbakim, ed. di S. Munk (testo arabo in caratteri ebraici), Le guide des
égarés (con tr. fr. e note), Parigi, 1865-1866, nuova ed., Gerusalemme,
1931; tr. it. di D. J. Maroni, Livorno, 1871 (incompiuta); tr. ingl. di
M. FriepLANDER, Londra, 1881-1885, 2. ed., New York, 1925 e di J.
GurTMANN, ivi, 1952; trad. ted. di A. WrIss, Lipsia, 1923-1924; trad. sp.
di J. Suarez, Madrid Per le altre tr. e edd. cfr. U. Cassuto, s.v., in
Enc. Ital., XXI, 951-952. Ricordiamo inoltre la tr. fr. della
Terminologia logica, Parigi, 1935; e quella ingl. del Codice, New Haven,
1951 Bibliografia: Cfr. Gever,727-728; De Brie, nn. 21713-21807;
Ds Wutr, I,307-308. D. YeLcin - I. AsraHams, Maimonides,
Londra, 1903, rist. 1935, tr. it. Firenze, BacHeEr, M. Brann, D.
Simonsen, Moses ben Maimon, Francoforte, Levy, Maimonide, Parigi, Minz, Moses ben Maimon (Maimonides). Sein Leben und seine Werke, Francoforte s. M.,
1912. . M. T. Penipo, Les attributs de Dieu d'aprèòs Maimonide,
Rev. néosc. philos., 1924. L. GutkowrrscH,
Das Wesen des maimonichschen Lehre, Tartu, 1935. A. HescHeL,
Maimonides. Eine Biographie, Berlino, 1935. L. Strauss, Philosophie
und Gesetz. Beitràge zum Verstindnis Maimunis und seiner Vorliufer,
Berlino, 1935. F. Bamgercer, Das System des Maimonides..., Berlino,
1935. L. Rota, The Guide for the perplexed. Moses Maimonide,
Londra, 1948. H.
Sfrouya, Maimonide. Sa vie, son ocuvre, avec un exposé de sa philosophie,
Parigi, 1951. IpeM, La obra filosbfica de Maimonides,
Rev. filos. ALTMANN, Essence and existence in Maimonides, Bull. J. Rylands
Libr., 1953. M. FakHry, The Antinomy of the Eternity of World
in Averroes, Maimonides und Aquinas, Muséon, 1953. W. KLuxEn, Literargesch. zum lat. M. Maimonide, Rech.
théol. anc. méd. Inem, Maimonides und die Hochscholastik,
Philos. Jahrb., Baeck, Maimonides, Diisseldorf, Zerrin, Maimonides, New York,
KenpziersKI, Maimonides Interpretation of the VIII Book of Aristotle's Physics
N. Schol., 1956. J. S.
Munkin, World of Moses Maimonides, New York, 1957. A. Zaovi,
Maimonide: Le livre de la Connaissance, (Frammenti tradotti e
commentati), Mé€I. philos. litt. juives, I-II, 1957. C. KLEIN, The Credo of Maimonides, New York,
1958. Sugli aspetti più spiccatamente teologici cfr. inoltre:
H. A. WoLrson, in Essays and Studies in Mem. of L. R. Miller, New
York, 1938,201-234; Harvard Theol. Rev., 1938; L. Giurberg
Jubilee Volume Engl. Sect., New York, 1945,411-446. Una
bibliografia completa in lingua inglese in: I. EpstEIN, Moses
Maimonides, in VIII Centenary Memorial Volume, Londra, 1935. Sulla
Cabbala Oltre alle numerose indicazioni contenute nei volumi
giàdello ScHoLem e del Vagpa si veda: E. Zoni, Profetismo e
misticismo, nel vol. Israele, Udine, 1935. F. WarRraIN,
La théodicée de la Kabbale, Parigi, 1952. R. B. Z. Bosker, From the
World of the Cabbalah, New York, 1954. F. Barpon, Der Schiissel zur
wahren Quabbalah. Der Quabbalist als voll Kommener Herrscher in Mikro-
und Makrokosmos, Friburgo, 1957. A.
Sarran, La Cabale, Parigi Sulle versioni latine delle opere greche, arabe ed
ebraiche cfr. in gene rale: De Wutr, I,81-83; II,55-60. In particolare cfr.: A. Jourpain, Recherches
critiques sur l'dge et l'origine des traductions latines d' Aristote,
Parigi, 1819, n. ed. ibidem, 1843. V. Rose, Die Liicke im Diogenes
Laertius und der alte Uebersetzer, Hermes, 1866. Ipem, Ptolomacus
und die Schule von Toledo, Ibidem, 1874. F. WisrenFELD, Die Uebersetzungen Arab. Werke in das
Lateinische seit die XI Jahrb., *Abhandl. Kgl. Gesellschaft d.
Wissenschaften zu Got tingen, Bd. 22, Gottinga, 1877. M.
Sreinscunemer, Die hebraischen Uebersetzungen d. Mittelalters und die
]uden als Dolmetscher, Berlino, 1893. IpeMm, Die arabischen
Uebersetzungen aus d. Griechischen, Zentralblatt fir Bibliothekswesen,
Beiheft V, 2; XII, Lipsia 1889, 1893. Ipem, Die europiischen
Uebers. aus d. arabischen bis mitte d. XVII Jahrk. Sitzber. K. Akad. d.
Wissen. Philos.-hist. K1., Vienna, 1905-1906. M. Grasmann, Forschungen
tiber die lat. Aristoteles-ibersetzungen d. XIII Jahrh., (Beitrige,
XVII, 5-6), Miinster Wincate, The Medioeval Latin Versions of the Aristotelian
Scientific Corpus, with special reference to the biological Works,
Londra, 1931. H. BéporeT, Les
premiòres traductions tolédanes de philosophie, Rev. néosc. philos. TuÙry,
Tolède, ville de la renaissance médiévale, point de jonction entre la
philosophie musulmane et la pensée chrétienne, Orano, 1944. U.
MonnerET DE ViLLaro, Lo studio dell'Islam in Europa nel XII e XIII
secolo, Città del Vaticano, 1944. J.
T. MucxLEe, Greek Works translated direcily into Latin before 1350, Med.
Stud., 1943, R. Waxzer, Arabic transmission of greek thought to
mediacval Europa, Bull. of the John Rylands Library, PeLsrer, Neuere
Forschungen iber die Aristotelesiibersetzungen des XII und XIII Jahrh.,
kritische Uebersicht, Greg. 1949. G. TuHéry, Notes indicatrices pour s'orienter dans
l'étude des traductions médiévales, Mél. Maréchal, II, 1950.
Sugli inizi della fortuna dell’ Aristotele latino: A. PeLzer, Les
versions latines des ouvrages de morale conservées sous le nom d'Aristote
en usage au XIII siècle, Rev. néosc. philos., 1921. A. BirKENMAJER, Le
réle joué par les médicins et les naturalistes dans la réception
d'Aristote aux XII et XIII siècles, in La Pologne au VI Congrès
international des sciences historiques, Varsavia, 1930. IpeM,
Project de l'Académie polonaise des sciences et lettres pour la publication
d'un Corpus philosophorum medii aevi, Bruxelles, 1930. Ipem,
Classement des ouvrages attributs à Aristote par le moyen dge latin,
(Prolegomena in Aristotelem latinum, I), Cracovia, 1932. E.
FrancescHINI, Aristotele nel medioevo latino, in Atti del IX Congresso
naz. di filos., Padova, 1935. M. Mansion, Les prémices de
l’Aristoteles latinus, Rev. philos. Louvain, 1946. tapal M.
Grasmann, Aristoteles im zwéòlften Jahrh., Med. Stud., 1950. L.
Minio-PaLueLto, Note sull’ Aristotele latino medioevale, Riv. filos.
neosc., 1950, 1951, 1954, 1958, 1960. A. Mansion, Disparition graduelle des mots grecs dans les
traductions médiévales d'Aristote. ME. J. De Ghellinck,
IAdelardo di Bath Opere: Perdifficiles quaestiones naturales; De codem et
diverso (ed. H. Wiccner, in Beitrige,y IV, I, Miinster, 1903); traduzioni
dall'arabo (Euclide, a-Khuwarizmi). Bibliografia:
M. Mutter, Die Quaestiones des A. v. Bath (Beitrigey XXI, 1), Miinster,
1934. F. BLIEMETZRIEDER, A. v. Bath, Monaco, 1935. M.
CLacett, The mediev. lat. transl. from the arabic». with special emphasis
on the versions of A. of Bath, Isis, 1953. Domenico
Gundissalvi Opere: De anima; De Unitate; De processione mundi; De
divisione philosophiae. Gli è attribuito anche un De immortalitate
animae. Traduzioni: La Kitàb ash-Sifa di Avicenna; le Intenzioni
dei filosofi di aL-GAzzaLI; il De ortu scientiarum di A-raraBi; il Fons
vitae di AviceBRON. De anima (parziale) a cura di A. LoewentHAL,
Kònigsberg, Berlino, 1890, e in Pseudo-Aristoteles iber die Seele, cine
psychologische Schrift d. XII Jahrh. u. ihre Beziehungen 2. Salomon ibn
Gebirol, Berlino, 1891; il De divisione philosophiae, a cura di L. Baur
(Beitrige, IV, 2-3), Miinster, 1903; il De divisione scientiarum, a cura
di S. H. THomson, Schol., 1933; ed. A. ALonso, Madrid-Granada, 1954; il
De unitate, a cura di P. Correns, (Beitrige, I, 1), Miinster, 1891, rist.
in A. BoniLLa y San MaRtIN, Hist. de la filos. espatiola, I,450-456; il De
processione mundi, ed. MenenpEz
y Petavo, in Hist. de los heterodoxos espafioles, I, Madrid, 1880 691-711
e a cura di G. BiiLow (Beitrige, II, 3), Miinster, Gerer,729-730; De Brie, nn.
5472-5476; De WutF, II, p. 74. CL. BAEUMKER, Les éerits philosophiques de D.
Gundissalinus, Rev. thom., 1897. Inem,
D. Gundissal. als philosophischer Schriftsteller, Friburgo 1898 e
Miinster 1899, A. Levi, La partizione della filosofia pratica in un
trattato medioevale, Atti R. Ist. Veneto,
t. LXVII, P. II, 1908. L. Garcia Favos, E! Colegio de traductores
de Tolego y Domingo Gundisaluo, Rev. de la Biblioteca... de Madrid, 1932.
). TercHER, Gundissalino e l'agostinismo
avicennizzante, Riv. filos. neosc., 1934. H. Béporer, Les
premières versions tolédanes de philos., Rev. néosc. philos., 1938.
D. A. Catcus, Gundissalinus De Anima and
the problem of substantial form, N. Schol., 1939. J. T.
Muckte, The Treatise De anima of D. Gundiss., Med. Stud., 1940. M. Atonso, Notas sobre los
traductores toledanos. D. Gundiss. y Juan Hispano, al-Andalus, 1943.
IpeM, Las fuentes litérarias de D. Gundiss., ibidem, 1946.
IpeMm, Traducciones del arcediano D. Gundiss., ibidem, 1947.
Ipem, Domingo Gundissalvi y el De causis primis et secundis Est.
Eccl., 1947. Inpem, Gundissalvo y el Tractatus de anima,
Pensam., 1948. A. H. CHroust, The
Definitions of Philosophy in the De divisione philosophiae of Dominicus
Gundissalinus, N. Schol., 1951. Alfredo
di Sareshel Opere: De motu cordis; traduzione del De vegetalibus
(falsamente attribuito ad Aristotele), e del Liber de congelatis di
Avicenna. Bibliografia: Cfr. GevER, p. 731; De Brie, n. 5467; DE
Wutr, II, p. 74. Bibliografia In particolare
v.: A. PeLzER, Une source inconnue de Roger Bacon, A. de Sareshel
commentateur des Méttorologiques d'Aristote, Arch. franc. hist., BaeuMKER, Die Stellung des A. von Sareshel
und seiner Schrift De motu cordis in der Wissenschaft des beginnenden
XIll ]ahrh., Sitzber. Bayer Akad. Philos. Hist. Kl., 1913.
Ipem, Des A. von Sareshel (Alfredus Anglicus) Schrift De motu
cordis, (Beitrige, XXIII, 1-2), Miinster, 1923 (con ed.) G. LacomBe, A. Anglicus in Metheora, in Aus der
Geisteswelt des Mittelalters, Miinster, 1935,463-71. Giovanni
Ibn Dahut di Spagna. Traduzioni: Fons vitae di AviceBRoN; De anima di
Avicenna; De differentia animae di Qusta IBN Luca (la prima in coll. con il
Gundissalvi). Bibliografia: cfr
Gever, p. 724; De Brie, n. 5481; De Wutr, II, p. 59. M.
SreiscHNEMER, Die hebriischen Ubersetzungen, M. Atonso, Notas sobre los
traductores toledanos..., J. M. MîfLLas Vatticrosa, Una obra astronémica
disconocida de Johannes Avendaut Hispanus, in Estudios sobre la historia
de la ciencia espafiola, Barcellona, 1949,263-288. M. Atonso,
Traducciones del drabe al latin por Juan Hispano (Ibn Dawînd),
al-Andalus, 1952. M. T. p'ALverny, Avendauth,
Misc. Millis Vallicrosa Barcellona Gerardo da CREMONA (vedasi) Da AristotELE:
la Fisica, Secondi Analitici col Commento di Temistio, De Caelo et mundo;
Metcor. I-III; De generatione et corruptione; Testi
pseudarist.: Liber de causis, De intellectu, De quinque essentiis. Opere
di ALEssanDRO DI Arropisia, aL-FARABI, Isacco Giupeo. Tradusse inoltre numerosi
scritti scientifici: Canone di Avicenna; Elementi di EucLIDE; Almagesto
di Tolomeo, ecc. Gever; De Brie, n. 5478; DE WutF, BrrkenMmaJer, Eine
wiedergefundene Ucbersetzung Gerhards von Cremona, in Aus der Geisteswelt des
Mittelalters, cit.. H. Béporet, Les premières versions tolédanes,
Inem, L'auteur et le traducteur du Liber de causis, Rev. néosc. philos.,
1938 E. FrancescHINI, /) contributo dell'Italia alla trasmissione
del pensiero greco in Occidente nei secc. XII e XIII e la questione di
Giacomo Chierico da Venezia, Atti Soc. ital. progr. sc., Roma, Themistius
parafrasis of the Posterior Analytics in Gerardo of Cremona's
translation, ed. ]}. R. O°DonnEL, Med. Stud., 1958. O Sull’attività
scientifica di Gerardo cfr. inoltre: B. Boncompacni, Della vita e delle
opere di Gerardo cremonese, Roma, 1851; U. T. HoLmEs, G. the naturalist,
Spec., 1936. Michele Scoto Traduzioni: De Sphaera di
ALpetRAcio (Bologna, Venezia, 1631); i XIX libri De animalibus di
AristorELE; De caelo et mundo; De anima e, probabilmente, anche la
PAysica e la Metaphysica con i commenti di AverRoÈ che egli fece
conoscere per primo in Occidente (ed. Venezia). Divisio philosophiae;
Quaestiones Nicolai peripatetici. astrologiche: Liber
introductorius; Liber de particularibus; Physionomta (in Scriptores
Physiognomici, I, Lipsia, 1893). Bibliografia: cfr. Gever, p. 731;
De Wutr, II, p. 56. W. J. Brown, An
Enquire into the Life and Legend of M. Scottus, Edimburgo, 1897. R.
Rupserc, Textstudien zur Tiergeschichte d. Aristoteles, Upsala, 1908.
Ipem, Kleinere Aristoteles Fragen, Eranos, DuHEM, Le système du monde,
cit., III,241-249, 344-347. Cu. H. Haskins, Studies in the History
of Medievale Science, Cambridge (Mass.) THornpiKE, A History of magic and
experimental science, II, cit., 307-337. i R. pe Vaux, La première
entrée d’Averroès chez les latins, Rev. sc. philos. théol., 1933.
M. KurpziaLeK, Quaestiones Nicolai peripatetici, Maed. Philos.
Polonorum (Varsavia), 1958. Enrico
Aristippo Traduzioni: Tutte le Opere di Gregorio NazianzeNO;
DiocENE, LAERZIO; il IV dei Meteorol. e forse anche il De generatione et
corruptione e gli Analytici secondi; il Menone e il Fedone di PLatone. Tradusse
inoltre la Sintassi matematica e, con l’aiuto di Eugenio di Palermo,
l’Almagesto. Edd.: V. KorpentER-C. Lasowsky, Meno interprete Henrico
Aristippo, Londra, 1940; L. Minto-PaLueLLo-H. J. Drossaart LuLors,
Phaedro interprete Henrico Aristippo, Londra, 1950. Bibliografia:
De Wutr, II,58. Cu. H. Haskins,
Studies in the History of Medieval Science, cit.87-123. M. T. Manpatari,
Enrico Aristippo Arcidiacono di Catania nella vita culturale e politica del XII
sec., Bull. stor. catanese, PaLuetto, Henry Aristippo, Guillaume de Moerbeke et
les traductions latines médiévales de Méséréologiques et du De generatione
et corruptione, Rev. philos. Louvain,
1947. Ipem, Les trois redactions de la traduction médievale
greco-latine du De Generatione et corruptione d'Aristote, Rev. philos. Louvain,
1950. Amalrico di Bène e David di Dinant
Bibliografia: cfr. Gever,706-707; De Wutr, I, p. 242. V. P. DuHEM, Le système du monde, cit., V,244-249.
G. THiéry, Essai sur David de Dinant d'après Albert le Grand et St.
Thomas, ME. thom., 1923. Ipem, Autour du décret de 1210: I.
David de Dinant. Étude sur son panthéisme maiérialiste, Parigi,
1925. G. C. CaretLe, Autour du décret de 1210; III. Amaury de Bène.
Étude sur. son panthéisme formel, Parigi, 1932. CL. BAEUMKER,
Contra Amaurianos (Beitrige, XXIV, 5-6) Miinster, 1926. A.
BirRKENMAJER, Découverte de fragments mss. de David de Dinant, Rev.
néosc. philos., Arnou, Quelques idées néoplatoniciennes de David de Dinant, in
Festgabe J. Geyser, 1930. M. Dar Pra, Amalrico di Bène,
Milano, 1951. M. T. p'ALverny, Un fragment du procès des
Amauriciens, Arch. Hist. doctr. litt. m. à., 1953. M.
KurpziaLEK, Fragments des Quaestiones naturales de David de Dinant,
Mediaevalia Philosophica Polonorum (Varsavia), 1958. Sulla
reazione all’entrata dei testi aristotelici ed arabi cfr.: M.
GRABMANN, / divieti ecclesiastici di Aristotele sotto Innocenzo III e Gregorio
IX (Miscell. hist. pontif., V, 7) Roma, 1941. Guglielmo di
Moerbecke Traduzioni: dal greco: De coelo et mundo (Il. III-IV,
1260); Meseorologica (Il. I-III, 1260 ca.); Mesaphysica (1. XI); Politica (Il.
III-VIII, forse 1260); R&etorica; De animalibus (21 1l.); Poetica
(1278). Tradusse inoltre i sottoelencati commenti ad Aristotele coi
relativi testi aristotelici; Perihermeneias (Ammonio, 1268); Praedicamenta
(Simplicio, 1266); De caelo et mundo (Simplicio, 1271); De sensu er
sensato (Alessandro di Afrodisia, 1269); Metaphysica (Alessandro, 1260); De
anima (Temistio); L. III De anima (Giovanni Filopono). Rivide inoltre molte
tradd. già esistenti di testi aristotelici: De anima (prima del 1268); De
memoria et reminiscentia; Physica Metseorol.; Metaphysica (eccetto il 1. XI
tradotto da lui per la prima volta); Ezhica Nic. (1260 ca.); I-II
Politicorum; Analytica posteriora; 578
Bibliografia Elenchi sophystici; probabilmente anche il De generazione
et corruptione € i Parva naturalia. Tradusse inoltre l’Elementatio
theologica e altri opuscoli di ProcLo. Bibliografia: cfr.
Gever, p. 728; De Brie, nn. 2453, 3601, 4986, 4988, 5005, 57135; DE
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mouvement doctrinal du IX au XIV siècle, vol. XIII dell’Histoire de l'Église,
di A. FLicHE, e E. Jarry, Parigi, 1951. Cfr. inoltre, in
generale, la documentazione raccolta in: P. GLorieux, Répertoire
des maîtres en théologie de Paris au XIII‘ siècle, Capitolo
terzo Pietro di Poitiers Opere: Libri quinque
Sententiarum Edizioni: P.L. 211; PH. S. Moore, J. N. Garin, M.
DuLonc, Sententiae Petri Pictaviensis ll. I et II, Pubblications in Med.
Stud., 7 e 11, Notre Dame (Ind.), 1943-50; Allegoriae super tabernaculum
Moysi, ibidem, 1938. Bibliografia: Cfr. GevER,711-712; De Brie,
nn. 5488-5492; De WuLP, I. pp 250-251. in
particolare v.: M. GrABMANN, Gesch. d. schol. Methode, cit., I e
II. P. GiLorieux, Répertoire des maîtres en
théol. de Paris au XIII siècle, N. June, in DThC, XII, 2038-40. PH. S. Moore, The Works of P. of Poitiers, Washington,
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1939,202-22, 348-58. ° Guglielmo di Auxerre
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all’Anticlaudianus di Alano di Lilla. Edd.: Parigi, 1500, 1518, Venezia
1591. Bibliografia: cfr. Gever,730-731; De Brie, nn. 5519-5521,
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Edizioni: Opera omnia, Norimberga, 1496, Venezia 1591, ed. B.
LeFERON, ? voll., Orleans, 1674-75; De immortalitate animae. ed. G. BiLow
(Beitrige, "I. 3, append.), Miinster, 1897, 19252, Tractatus de bono
et malo, ed. J. R. O'DonneL, Med. Stud. 1946,245-99; Tractatus secundus
de bono et malo (ed. O'DonneL,
ibidem, 1954,219-271. Biblioerafia: cfr. Gever,730-731; De Brie,
nn. 5459-4563; De WuLE, II,87-88. In particolare
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Misc. Moralia Janssen, 1949. A. Forest, G. d’A. critique
d'Aristote, Étud. méd. offertes è A. Fliche, Parigi, 1952,67-79. BOLOGNA
(vedasi) Tractatus de Luce, numerosi sermoni e questioni
disputate. Bibliografia: Cfr. Gever, p. 732; De Brie WuLF Loncpré,
Bartolomeo da BOLOGNA (vedasi), un maestro francescano del sec. XIII,
Stud. franc. 1923,365-84. 1. Souaprani, Tractatus de Luce fr. B. da
B., Ant., 1932,201-38, 337-76, 465-94 (ed.). M. Micxsorr,
Quaestiones disputatae de Fide de Bartolomeo v. Bologna, O, F. M.
(Beitrige, XXIV, 4), Miinster, 1940 (ed.). Alessandro di
Hales Opere: Exoticon, alcuni Sermones, Glossa in quatuor libros
Sententiarum, Quaestiones et quodlibeta, alle quali vanno aggiunte le seguenti
opere scritte in collaborazione: Expositio regulae, e Summa.
Edizioni: oltre le ediz. di Venezia e di Colonia, cfr. della Summa
Theologica l'ediz. critica, a cura dei Francescani di Quaracchi, in 4
voll., Quaracchi (Firenze), 1924-1948; Alexander de Hales, Quaestio de
Fato, a cura di J. Goercen, Franz. Stud., 1932; Alexandri de Hales Glossa
în quattuor libros sententiarum Petri Lombardi, Quaracchi (Firenze),
1951-1954; Alerandri de Hales Quaestiones disputatae antequam esset
frater) Quaracchi (Firenze), 1960. Bibliografia: per la
vita: Prolegomena alla Glossa in quatuor libros sententiarum, I,
Quaracchi, 1951,7-75. Quanto agli ultimi risultati della critica
sugli scritti cfr.: V. Doucer, s.v., in Enciclopedia Cattolica, I,
784-787. Per altre notizie: A. Vacant, in DThC, I, 772-84. W.
Lampen, in Lexicon fiir Theol. u. Kirche, I, 249-50. Bibliografia
generale in GeveRr,734-735; De Brie, nn. 5421-5435; DE Woutr,
II,117-120. Per il pensiero filosofico: P. Dunem, Le
système du monde Mrxces, Philosophiegeschichtliche Bemerkungen iber die dem Al.
». Hal. zugeschriebene Summa de virtutibus, (Beitrige, suppl. I),
Miinster, 1913 (vedi anche in Franz. Stud. 1914, 1915, 1916; in Theol. Quart., 1915; in
Riv. filos. neosc. RoHMER, La théorie de labstraction dans l'école franciscaine
d'Al. de Hales à Jean Peckam, Arch. Hist. doctr. litt. m. à., 1928.
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Franz. Stud., Lortin, Alex. de Hales et la Summa de vitiis de Jean de la
Rochelle, e Al. d. Hal. et la Summa de anima de Jean de la Roch.,
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La Somme théol. d'Alex. est-elle authentique?, N. Schol.,"
1931. F. PeLster, Zum Problem der ‘Summa’ des Alex. v. Hales, Greg.,
1931. Inem, Intorno all'origine e all'autenticità della ‘Summa’ di
A. di Hales, Civ. Catt. 1930-1931,
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quaestionibus ineditis Fr. Odonis Rigaldi, Fr. G. de Melitona et cod. vat. lat.
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frater attributed to Alexander of Hales, Franc. Stud., Goessmann, Die
Methode der Trinitatslehre in der Summa Halensis, Miinch theol.
Zeitschr., 1955. K. Lyncn, The doctrine of Alex. of Hales on the
nature of sacramental grace, Franc. Stud.
1959, Giovanni della Rochelle Opere: Le sue idee si
trovano probabilmente esposte nella Summa fratris Alexandri. Le sue opere
a carattere prevalentemente filosofico comnrendono: Tractatus de
multiplici divisione potentiarum animae, Summa de anima, De cognitione
animae separatae, De immortalitate animae sensibilis, si sa inoltre che
scrisse un Commento sopra le Sentenze, finora però non è stato ritrovato.
Edd.: La Summa de anima di Fr. Giovanni della Rochelle (ed. T.
DomenicHELLI - M. Da Civezza). Prato, 1882. Bibliografia: cfr.
Gever, p. 735; De Brie, nn. 5432, 7407-7408; DE Wutr, II, p. 120.
In particolare v.: G. Manser, Johann von Rupella, Jahrb. Philos. u.
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Ruvella, Arch. franc. Hist., 1913,597-622 (e cfr. anche Phil. Jahrb.,
1914). IpeM, Zur Erkenntnislehre des Franz. ]. de Ruvella, Philos. Jahrb., 1914. P.
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sur l'îme et les vertus de ]. de R.. Rev. néosc.
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nella Summa de anima di Giovanni della Rochelle Div. Th. (P) BucceLLato, De quaestionibus quibusdam ad Summam de
anima Ioannis de Rupella pertinentibus, Sophia, 1940.
M. HenquineT, Fr. Considérans, l'un des auteurs jumeaux de la Summa
fratri Alexandrî? primitive, Rech. théol. anc. méd., 1948. pn.
76-96. Doucet, Prolegomena in Librum II necnon in
Libros l et Il Summae fra tris Alexandri, Quaracchi,
1948,cexi-cexxvwn. MrcHaun-Quantin,
Les puissances de l'îme chez Jean de la R., Ant.
1949,489-505. LottIN, A propos de Jean de la Rochelle, in
Psychologie et morale. FIDANZA (vedasi). Commentarii in IV libros
Sententiarum Lombardi: Breviloquium; Itinerarium mentis in Deum; De
reductione artium ad theologiam; De donis Spiritus Sancti; De scientia
Christi; In Hexaemeron. Cai Edd.: Tutti gli scritti di San
Bonaventura sono raccolti nell'ottima ediz. critica a cura dei padri
francescani di Quaracchi: Osera omnia, 10 voll, Quaracchi (Firenze),
1882-1902. Si veda inoltre: De Aumanae coenitionis ratione Anecdota qauaedam
Seravhici Doctoris S. Bonav. et nonnullorum ipsius discibulorum,
Quaracchi, 1883; S. Bon. Seravh. Doctoris tria obuscola: Breviviloauium,
Itinerarium mentis in Deum et De reductione artium ad Theolociam, notis
illustrata, Quaracchi; S. B. Collationes in Hexaémeron et Bonaventuriana
quaedam selecta, a cura di F. M. DELORME, Quaracchi, 1934; S. B. opera
thenlocica selecta. Editio minor (1. Liber 1 sententiarum; II. Liber II
sent.; INI. Liber Il sent.; IV. Liber II sent.; V. Liber IV sent.\.
Quaracchi, 1934-1949: Questions disvuttes De caritate. De novissimis
ediz. crit.. a cura di P. Girorievx. Parigi. Cfr. inoltre l'antologia:
Philosovhia S. Bonaventurae textibus ex eius operibus selectis
illustrata, a cura di B. RosenMoELLER, Miinster, 1933. Utile ancora ooci
il Lexicon bonaventurianum di Toz4nnes A Ruino E Antonius Marta A Vicetia,
Venezia, 1880. In tr. it. si veda: Riduzione delle arti, a cura di A. HerMET,
Lanciano, 1923 (insieme alla tr. dell’Itinerario\: Vita di S. Francesco,
a cura di G. BatteLLI. S. Casciano Val di Pesa, 1926: Il Brevilonuio, a
cura di G. Piccioni. Siena, 1931: di T. M. BarsaLiscra. Pomnei. 1934:
Itinerario della mente a Dio, a cura di A. HermeT, Firenze. 1919: di G.
Dar Monte. Boloona, 1926; di C. Ottaviano. Palermo. 1933; di G. Sanvinno.
Roma; Scaramtizzi, Padova. 1943: di F. Macconn Torino, 1947: di G. BonarepE,
Roma, 1951; I) principio della conoscenza (De humanae cognitionis suprema
ratione), a cura di G. Marino, Milano, 1925. Bibliografia: La
bibl. generale in Gever,735-738; De Brie, nn. 57205811; De Wutr,
II,133-137. Una ricca biblioorafia in L. VeurHEY, S. Bonaventurae
philosophia christiana, Roma In particolare, tra la vastissima bibliografia, si
veda: K. ZiescHf. Die Lehre
von Materie und Form; Die Naturlehre Bonaventuras, Philos. Jahrb., 1900,
1908. E. Lutz. Die Psychologie Bonaventuras nach den Quellen
dargestellt, Miinster, DuHeMm, Le système du monde, cit., III,497-511;
VI,82-88, 102-106; VII,198-199; X,33-34. Luvcxx, Die Erkenntnislehre
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R G. G P C L SaLa, Il concetto di sinderesi
in FIDANZA, Stud. franc.,TercraTtwEIER, Die aszetisch-mystische Methode in
Itinerarium... des Bonaventura, Theol. Quart. JEAN pe Dieu, Intuition sens concept, expérience
religieuse et formation du concept, Etud. franc.,Bici, Concezione
bonaventuriana della sostanza e concezione aristotelica, Stud.
franc., 1958. homme et son destin..., cit.,473-519 (saggi di J.
RarzinceR, CH. WeNIN, J. P. MiLLer, M. ScHMAUS). Bonner,
Eramination of conscience according to FIDANZA, FIDANZA, N. Y., CLasen, Zur
Geschichtstheologie FIDANZAs, Wiss. Weis. Per la bibl. relativa
alla scuola domenicana cfr. sotto la voce Domenicani. Alberto Magno Philosophia
rationalis o Logica: De praedicabilibus (Super Isagogen Porphyrii); De
Praedicamentis (In categorias Aristotelis): De sex frincipiis (commento
al testo pseudoporrettiano); Zn Boétii de divisione; In duos Peri hermeneias;
In Boétii de syllogismis categoricis; In duos Priorum Analyticorum; In
Boétii de syllogismis hypoteticis (inedito); In duos Posteriorum
analyticorum; In octo Topicorum; In duos Elenchorum. b) Philosophia realis: 1) Physica sive
naturalis: De audito physico (In octo libros Physycorum); In duos libros
de generatione et corruptione; In quattuor libros de caelo et mundo; De
natura locorum; De causis proprietatum elementorum; In quattuor libros
Metereorum; De mineralibus; In tres libros de anima; De nutrimento; De sensu et
sensato; De memoria et reminiscentia; De intellectu et intelligibili; De
natura et origine animae (De natura intellectualis animae et
contemplatione); De quindecim problematibus; De unitate intellectus
contra averroistas; De somno et vigilia; De spiritu et respiratione; De motibus
progressivis (De principiis motus progressivi); De aetate (De iuventute
et seneciute); De morte et vita; De animalibus libri XXVI; Quaestiones
super libros de animalibus; De vegetalibus et plantis libri VII; Sul De fato
(De sensu communi) cfr.: G. MEERSEMANN, /ntroductio in Opera omnia,
citata più oltre, p. 138. La Summa naturalium o
philosophia pauperum già attribuita ad Alberto Magno dal Birkenmayer, dal
Pelster, dal Mandonnet, è adesso attribuita ad Alberto di Orlamiinde, un
discepolo di Alberto Magno che la compose ispirandosi pienamente al
maestro. Tale Summa naturalium fu compendiata da Pietro di Dresda nel
Parvus philosophiae naturalis, che circolò a lungo nelle scuole sotto il
nome di Alberto Magno (cfr. M. GrasMANN, Die Philosophia pauperum und ihr
Verfasser Albert von Orlamiinde, (*Beitràge," XX, 2), Miinster,
1918; P. ManponneT, Sr. Albert le Grand et la philosophia pauperum, Rev.
néosc. Philos., 1934; B. GevERr, Die Albert d. Grossen zugeschribene
Summa naturalium (Beitrige, XXV, 1), Munster Mathematica: Super geometriam
Euclidis. 3) Metaphysica: Metaphysicorum libri XIII; De causis et
processu universitatis (In librum de causis); De natura deorum (perduto).
c) Phulosophia moralis: In decem libros Ethicorum; In octo libros
Politicorum; Scripium super Ethicam Nicomacheam (inedito). d)
Exegesis: Super Job; Super Psalmos; In ca. XI Proverbiorum; In Jeremiam; In
Threnos Jeremiae; In Baruch; In duodecim Prophetas minores; in Mattheum;
In Marcum; In Lucam; In Joannem (non si conosce la trad. manoscritta di:
/n Canticum Canticorum; In Isaiam; In Ezechielem; In epistutas S.
Pauli). e) Theologia systematica: In Dionysii De divinis nominibus
(ined.); In Dionysii Le cactesti hierarchia; In Dionysii de ecclesiastica
hierarchia; In Dionysii De mystica theotogia; In Dionysu undecim
Epistulas; Scriptum super quattuor libros Sententiarum; Summa theologica
(pror.): 1) De creatone et creatura; 2) De bono et virtutibus (Summa de bono et
virtutibus, ined.); De resurretione (ined.); Tractatus de natura boni
(ined.); Summa theotogica (altera); De sacrificio missae; De eucharistiae
sacramento; Sermones XXAII de sacramento Eucharisttae; Marsale, sive
quaestiones super: Missus est. f) Parenetica: De forma orandi (Pater Noster); Sermones
LXXVIII de tempore; Sermones LIX de sanctis; Homilia in Luc. XI,
27; Sermones lingua theutonica habiti; Orationes LIII super evangelia
dominicalia totius anni; Orationes super Sententias. L'Opera omnia
di Alberto, comprendente tutti i testi allora conosciuti, fu pubblicata
da P. JamMy a Lione, 1651; da A. Borcnet, Parigi, 1890-1899; inoltre si
vedano le seguenti altre edizioni di testi compresi o non compresi nelle
Opera omnia: De vegetalibus, a cura di C. JessEN, Berlino, 186/; il De
guindecim problematibus, in MANDONNET, Siger de Brabant, II, (1908);
Commentarii in librum Boethii de Divisione, a cura di P. DE Loé, Bonn,
1913; De animalibus libri XXVI, a cura di SrapLer (Beitrige, XV-XVI),
Miinster, 1916-1920. Si veda inoltre la Philosophia pauperum, a cura del
GRABMANN, cit; Summa de creaturis, a cura del GraBMANN, Quellen Gesch.
Dominik. Lipsia, 1919; il De antecedentibus ad logicam a cura di J.
BLarer, Teoresi, 1954; Albertus Magnus, Liber sex principiorum, a cura di
S. SuLzsacHer, Vienna, 1955; Il De occultis naturac, ed. P. KiBRE,
Osiris, 1958 (trattato alchimistico di assai dubbia attrbuzione).
Ad un'ed. critica completa di tutte le opere di Alberto lavorano da parecchi
anni appositi Istituti domenicani a Colonia ed a Roma. Dei 40 volumi previsti
dal piano di ed. sono usciti: XXVIII, De Bono; XII, Liber de natura et
origine animae; Liber de principiis motus processivi; Quaestiones de
animalibus; XIX, Postilla supra Isaiam, Postillae super Ezechielem fragmenta;
XXVI, De Sacramentis, De Incarnatione, De Resurrectione; XVI,
Metaphysica, ll. I-V, Miinster, 1951Cfr. inoltre l’ed. dell’Ausographum
590 Bibliografia upsalense (Ii Sent. d. 3. a
6. - d. 4 a 1) a cura di F. StecmiùLLER, Uppsala, 1953.
Per il catalogo generale degli scritti cfr. C. H. ScHEEBEN, Les
écrits d'Albert le Grand d'après les catalogues, in Maître Albert, n.
spec. della Rev. thom., 1931,36-38; G. MEERSEMANN, Introductio in Opera
omnia B. Alberti Magni, Bruges, 1931. Bibliografia: Per la
bibl. generale e speciale cfr.: M.-H. LaureNT, M. Y. Concar, Essai de
bibliographie albertienne, in Maitre Albert, cit.,422468; A. Watz - A. Perzer,
Bibliografia S. Alberti Magni indagatoris rerum naturalium, n. unic. di Ang.
1944,13-40. Ma vedi anche: P. CasrtacnoLI, La vita e gli scritti di S.
Alberto Magno, Piacenza, 1934; F. VAN
STEENBERGHEN, La littérature albertino-thomiste (1930-1931), in Rev.
néosc. philos., 1938; M. ScHoovans, Bibliographie philosophique de St.
Albert le Grand (1931-1960), San Paolo, 1961. Inoltre: GEvER,739-742; De
BRIE, nn. 5612-5618, 3601, 3663, 4607, 5619-5687, 6197, 6198; De Wute,
Il, 157-162. / Tra la vasta e, più recente, bibliografia si
indicano: P. DuHEM, Le système du monde, PeLster, Kristische Studien
zum Leben und zu Schriften Albert der Grosse, Friburgo, 1920.
H. CH. ScHEEBEN, Der Hl. Albert der
Grosse, Monaco, 1930. H. WiLms, Albert der Gr., Monaco, 1930, tr.
it. Bologna, 1931. M. GraBMann, L'influsso di Alberto
Magno sulla vita intellettuale del medioevo, Roma, 1931.? H. Cu. ScHeEBEN, Les écrits d'Albert le Grand d'après les
catalogues, Rev. thom., 1931. IpeM,
Albert der Gr. Zur Chronologie seines Leben, Vechta, 193I (ma cfr. anche
Div. Th. (F.), 1932). Alberto Magno, Atti della settimana albertina,
Roma, 1931. A. Garreau, St.
Albert le Grand, Parigi, 1932. H. Cu. ScHeeBEN, Albertus Magnus,
Bonn, 1932. D. SrepLER, Intellektualismus und Volontarismus bei
Albertus Magnus (*Beitrage," XXXVI, 2), Miinster, 1941. B.
Narpi, Alberto Magno e S. Tommaso, Gior. crit. filos. ital. 1941.
L. DE Simone, Introduzione alla vita e al pensiero di Alberto Magno,
Napoli, 1942. S. Dezani, Alberto Magno, Brescia, 1947.
B. Narpi, Note per una storia dell’averroismo latino: La posizione
di Alberto Magno di fronte all’averroismo, Riv. stor. filos., 1947.
H. C. ScHeEBEN, Albertus Magnus, Colonia Tra gli scritti su problemi
particolari citiamo tra i più recenti: H. Barss, Albert M. als
Biolog, Stoccarda, 1947. MAZZARELLA, Îl De unitate di Alberto Magno
e di Tommaso d'Aquino in rapporto alla teoria averroistica, Napoli,
1949, Wacz, L'opera scientifica di Al. Magno secondo le indagini
recenti, Sa pienza, 1952. Z. Lauer, St. Albert und the theory
of abstraction, Thomist, 1954. CortaBarrfa, Las obras y la doctrina
de Alfarabi en los escritos de San Alberto Magno, Ciencia tom.,
1952, (e cfr. Estud. filos.). . MicHaup - QuantIn, Les Platonici chez Albert le Grand,
Rech. théol. anc. méd., 1956. . RueLLo, Le commentaire
inédit de S. Albert le Grand sur les Noms Divins. Présentation et
apergus de théologie trinitaire, Traditio, 1956. . DucHARME, Esse
chez St. Albert le Grand. Introduction è la métaphy sique des ses premiérs
écrits, Rev. Univ. Ottawa, 1957. GrIER, Die
mathematischen Schriften des Albertus Magnus, Ang., 1957. A.
WeisHEIPL, Albertus Magnus and the Oxford Platonists, Proceed.
Amer. Cathol. Ass., 1958. D. Wickorr, Albertus Magnus on ore
deposits, Isis, 1958. L. A. KennEDy, The Nature of the human
intellect according St. Albert the Great, Mod. School.,
1959-1960. B. Barisan, Natura e grazia secondo S. Alberto Magno,
Stud. Patavina, 1959. NI IpeM, La giustizia originale secondo
S. Alberto Magno, ibidem, 1959. D. A. CacLus, Une oeuvre récenment decouverte de St.
Albert le Grand: De XLIII problematibus ad Magistrum Ordinis, Rev. sc.
philos. théol., 1960. F. J. Catania,
Divine Infinity in Albert the Great's Commentary on the ‘Sentences’ of
Peter Lombard, Med. Stud., 1960. O. LortIn, in
Psychologie et morale, cit., VI,237-331. B. Narpi, Studi di
filosofia medioevale, Roma, 1960,69-150. J. A. WrisHeIPL, The Problemata determinata XLIII
ascribed to Albertus Magnus, Med. Stud., 1960. Sulla
scuola di Alberto cfr.: G. MEERSEMANN, Geschichte des Albertismus, Roma PX_P_NS
si pini Ugo Ripelin di Strasburgo Opere:
Compendium theologicae veritatis; incerta è l’attribuzione di un
Commentarium in IV libros Sententiarum e di alcuni Quodlibeta e
Quaestiones. Bibliografia: cfr. GevER,742-743; De Brie, n. 7404;
DE WuLr, II, p. 162. Bibliografia In
particolare v.: M. Grasmann, Mittelalterl. geistesleben, Ì,
cit.,147 sgg., 174-85. K. Scumitt, Die Gotteslehre des Compendium
theologicae veritatis des Hugo Ripelin von Strassburg, Miinster -
Regensburg, 1940. Ulrico Engelbrech di Strasburgo
Opere: Gli vengono attribuiti comment ad Aristotele (Meteorologica, De
anima) e un Commento alle Sentenze, opere perdute. È rimasta la
Summa de bono. Ed.: 1. Il (par.) a cura di M. GrABMANN, in Sitz. ber.
Bayer. Akad. d. Wissens. Philos. Hist. KI. Monaco, 1928; I. I a cura di
J. Dacuiton, Parigi, 1930. Bibliografia: cfr. Gever, p. 743; De
Brie, nn. 7485-7487; DE Wutr, II, p. 162. In particolare
v.: M. Grasmann, Studien tiber Ulrich von Strassburg, in Mittelalterliches
Geistesleben,I,147-221., P. GLorievx, in DThC, XV, 2058-61.
A. Stonr, Die Trinitàtslehre Ulrichs von Strassburg, Miinster,
1928. J. KocxH, Neue Literatur tiber Ulrich von Strassburg, Theol.
Rev., 1930. H. WeriswriLer, Eine neue Ueberlieferung aus der Summa
de bono Ulrichs von Strassburg, Zeitschr. f. kathol. Theol., 1935.
A. Fries, Die Abhandlung De anima des Ulrich Engelbersi O. P.,
Rech. théol. anc. méd., 1950,328-3I. IpeM, Johannes von Freiburg,
Schiiler Ulrichs von Strassburg, ibidem, 1951, 332-40. L. THomas, U. of Strassbourg: his Doctrine of the
Divine Ideas, Mod. School.,
1952-53. P. DuHEM, Le système du monde, cit., VI,29-43, 537-539;
VIII,17-18. Teodorico di Vriberg
Opere: Fra i suoi trattati scientifici si ricordano: De iride et
radialibus impressionibus, De tempore, De mensura durationis, De
coloribus; tra le sue opere a carattere filosofico vanno particolarmente
ricordate: De intellectu et intelligibili, De habitibus, De esse et
essentia, De intelligentiis et motibus coelorum. De universitate entium,
De causis, De efficientia Dei, De theologia. Bibliografia: cfr.
GevER, p. 778; De Brie, n. 6881; De WutF, II, p. 162. In particolare v.: M. De Wutr, Un scolastique
inconnue de la fin du XIII° siècle (Thierry de Fribourg), Rev.
néosc. philos., 1906,43441. E. Kress, Meister Dietrich, sein Leben,
seine Werke, seine Wissenschaft 593
Bibliografia (Beitrige, V, 5-6), Miinster, 1906 (con ed. del
Tractatus de intellectu, e del de habitibus), C. GaurHIER, Un
psychologue de la fin du XIII° siècle: Thierry de Fribourg, Rev. august.,
1909-10. . Kress, Le traité De esse et essentia de Thierry de Fribourg,
Rev. néosc. philos., 1911,516-36 (con ed.). J. WuùrscHMIDT,
Dietrich von F.: De iride et radialibus impressionibus (Beitrige, XII,
5-6), Miinster, 1914 (con ed.) A. Drrorr, Uber Heinrich und Dietrich von
F., Philos. Jahrb., 1915, 55-63. P. DuHEM, Le système du monde,
cit., III,382-396; VI,188-203. A.
BirkenMaJER, Drei neue Handschriften der Werke Meisters Dietrich
(Beitràge, XX, 5), Miinster, 1922. F. SrecmuùLLer, Meister Dietrich von
F.: tiber die Zeit und das Sein, Arch. Hist. doct. litt. m. à.,
1940-42. IpeM, Meister Dietrich von Freiberg tiber den Ursprung der
Kategorie A (con testo), Arch. Hist.
doctr. litt. m. &., 1957. um Bertoldo di
Mosburg Opere: Expositio in Elementationem theologicam Procli,
Commenti sui Meteorologici di Aristotele. Bibliografia: cfr.
Gever,778-779; De Wutr, II, p. 350. In particolare v.:
M. Grasmann, Der Neuplatonismus in der deutschen Hochscholastik,
Philos. Jahrb., 1910,53-54. IpeM, Mittelalterliches Geistesleben.
W. EckErt, Berthold von Moosburg O. P. Ein Vertreter der
Einheitsmetaphysik im Spétmittelalter, Philos. Jahrb., 1956.
Capitolo quinto Tommaso d'Aquino Opere: a) commenti
aristotelici: /n Perihermeneiam (fino a II, 2 com.); In posteriores
Analyticorum; In VIII libros Physicorum; In III libros de Caelo et mundo
(fino a III, 8); In II libros de Generatione et Corruptione (fino a I,
17); Zn IV libros Meteorum (fino a II, 10); In III libros de anima; In
librum de sensu et de sensato; In librum de memoria et reminiscentia; .
In XII libros Metaphysicorum; In X libros Ethicorum; In libros Politico
rum (fino a III, 6). 594 Bibliografia è)
altri commenti: In librum de Causis; al De Hebdomadibus di Boezio; agli scritti
dello Pseudo-Dionigi. c) commenti biblici: Expositio super Isaiam;
Expositio super Jeremiam; Lectura super psalmos; Expositio super Job;
Lectura super S. ]Johannem; Lectura super S. Matheum; Super kpistolas S.
Pauli; Catena aurea, sive Expositio continua. d) opere
teologiche: Super IV libros Sententiarum; Commento al De Trinitate di
Boezio; Quaestiones disputatae: 1) De veritate; 2) De potentia; 3) De
malo; 4) De spiritualibus creaturis; 5) De anima; 6) De virtutibus; 7) De
unione verbi incarnati; Quodlibeta XII; Summa contra gentes; Summa
Theologica. e) opuscoli: De principiss naturae; De ente et
essentia; De operationibus occultis naturae; De mixtione elementorum; De
motu cordis; De unitate intellectus; De aeternitate mundi; De regno (De
regimine principum); De regimine Judacorum; Compendium theologiae;
Declaratio XXXVI quae suonum ad lectorem Venetum; Declaratto XLII
quaestionum ad magistrum Ordinis; Declaratio CVIII dubiorum; Declaratio
VI quaestionum ad lectorem Bisuntinum; Contra impugnantes Dei cultum et
religionem; De perfectione vitae spiritualis; Contra doctrinam
retrahentium a religione; Conwa errores Graecorum; De articulis fidei et
sacramentis Ecclesiae; De rationibus fidei; Responsio super materiam
venditionis; Responsio ad Bernardum abbatem Casinensem; De forma absolutionis
paenitentiae sacramentalis; De sortibus; In quibus potest homo licite uti
judicio astrorum; Expositio super secundam decretalem; Expositio circa
primam decretalem; Collatsones de Credo in Deum; Collatione de Pater Noster;
Collationes de Ave Marta; Collationes de decem praeceptis; Ufficium
corporis Christi; Sermo de festo corporis Christi; Duo principia de
commendatione sacrae scripturae; De secreto; De propositionibus
modalibus; De fallaciis; Epistola de modo studendi; Piae preces; De
differentia verbi divini et humani; De demonstratione; De instantibus; De
natura verbi intellectus; De principio individuationis; De natura generis; De
natura accidentis; De natura materiae; De quattuor oppositis.
Sull’autenticità dei vari scritti tomisti cfr. P. MANDoNNET, Des
écrits authentiques de S. Thomas, Friburgo, 1910? e M. GraBmann, Die
Werke des hl. Thomas von Aquino (Beitrige) XXII, 1-2), Miinster,
1931. Edizioni: Piana, ordinata da Pio V, Roma, 1570-71;
PaRMENSIS, 25 voll., Fiaccadori, Parma, 1852-73; rist. fotolitogr. a cura
di V. J. Bourke, New York, 1948; Vivès, 34 voll., Parigi, 1871-80; 2 ed.,
ivi, 1889-90; LEoNINA, ordinata da Leone XIII, finora 16 voll., Roma,
1882(voli. 1V-X1I: Sum. theol.; XII-XV: C. Gent.; XVI: Indices); la
recensione leonina della Sum. theol. nella n. ed. MARIETTI; della C.
Gent. e degli indici esiste l’ed. LEONINA ManuaLe, 1934, 1948;
TaurINENSIS, (manuale) finora 37 voll., Marietti, Torino, 1845 sgg.; n. ed.,
1946 sgg.; ParisiensIs (manuale), Lethielleux, Parigi, 1925(con intr. del
ManponnET). Opere singole: Commento alle Senten595
Bibliografia ze ed. P. Manponner e F. Moos, n. ed., 4 voll.,
Parigi, 1929-47; rist., tomo III, vol. I-II, ivi, 1956; De ente et
essentia, ed. M. D. RoLanp-GossELIN, Parigi, 1926; ed. L. Baur, Miinster,
1926; ed. CH. Bover (Textus et documenta), Roma, 1933; 3 ed., 1950; De
spiritualibus creaturis, ed. KEELER, ivi, 1938; rist. 1946; De unitate
intellectus contra averroistas, ed. L. W. KEELER, ivi, 1946; 2 ed. 1957;
De principio naturae, ed. L. Pauson, Friburgo-Lovanio, 1950; De natura
materiae, ed. J. M. Wyss, ivi, 1953; Contra errores Graecorum ed. P. GLorieux, Tournai, 1957; Expositio super librum
Boéthii De unitate, ed. B. Decker, Leida 1959.
Traduzioni: a) della Summa theologiae: fr., a cura dei Domenicani,
Parigi-Tournai, 1925 sgg; ted., a cura dei Domenicani austriaci e
tedeschi, 36 voll., Salisburgo-Heidelberg, 1934-41; ingl, a cura dei Domenicani,
22 voll, 2 ed., Londra, 1912-36; in 25 voll., Londra-New York, 1912-36;
a cura dei Domenicani d’America, 3 voll, New York, 1947-48; it.,
con testo latino della Leorina, a cura dei Domenicani, Firenze, 1949
sgg.; sp., a cura di CastELLANI-QuILER, Buenos-Aires, 1940 sgg.; a cura
dei Domenicani, Madrid, 1947 sgg.; portoghese, a cura di A. CorreIra, 4
voll., San Paolo, 1934-37; 2 ed., ivi, 1946; olandese, 21 voll., Anversa,
1927-43; greca, a cura di I. N. KamirEs, Atene, 1935; araba, a cura di P.
Awarp, 4 voll., Beyruth, 1887-98; 5) della Summa contra Gentiles: it., a
cura di A. PuccetTI, 2 voll., Torino, 1930; ingl., a cura dei Domenicani,
5 voll., Londra, 1928-29; tr. A. C. Peeis,
New York, 1955 sgg.; ted., a cura di H. NacHoo-P. STERN,
3 voll., Lipsia, 1935-37; araba, Djounich (Libano), 1931; c) del De ente
et essentia: fr., a cura di E. BrurENAU, Parigi, 1914; ingl., a cura di
C. C. Riepi, Toronto, 1934, 19493; it., a cura di V. Miano, Torino, 1952;
d) del De unitate intellectus contra averroistas: it., di B. Narpi, Firenze,
1938; e) del De magistro (Quaestio disputata XI): it., di M. Casorti, Brescia,
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B. Narpi, Firenze, 1956. Bibliografia: Repertori
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zur Aristotelischen Logik aus dem 12 und 13 Jahrundert im Ms. lat. fol. 624 der
Preussischen Staatsbibliothek in Berlin. Ein Bejstrag zur
Abaelardforschung, IpeMm, Eine fiir Examinazwecke abgefasste
Qudestionensammlung der Pariser Artistenfoakultit aus der ersten hilfte des 13
]ahrunderts, in Mittel alterl. Gesstesleben,
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lettres, Cracovia, Ispano (Giovanni XXI) Summulae logicales; De
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longitudinis et brevitatis vitae; Liber naturalis de rebus principalibus;
Expositio librorum B. Dionysti. Edizioni:
Obras filoséficas, a cura di M. ALonso, 3 voll., Madrid, 1941-52 (il I
vol. contiene il Scienzia libri de anima; il II il commento al De anima;
il III l’Expositio libri de anima, il De morte et vita e il Liber
naturalis); Summulae logicales, ed. }. P.
MurtaLty (Publ. in Med. Stud., 8), Notre Dame, Ind. 1945; ed. I. M.
BocHensxI, 1947; l’Expositio librorum B. Dionysii, ed. M. ALonso,
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relativa’ allo sviluppo delle scienze cfr. le opere ge nerali elencate
a505-506. Per la bibliografia relativa a Roberto Grossatesta,
Ruggero Bacone, Giovanni Peckam, Pietro d’Abano; cfr.
rispettivamente la bibl. relativa ai capitoli 8 di questa parte e 5
della V Parte. Witelio ‘Opere: Perspectiva o Optica; De
natura demonum; De prima causa paenitentiae. Edizioni:
Perspectiva, Norimberga; Basilea, 1572; e vedi ora numerosi estratti in
CL. Baeumxer, Witelo ein Philosoph und
Naturforscher des XIII Jah. (Beitrige, III, 8), Miinster, 1908. Bibliografia: Cfr. Gever, p. 761; DE Wutr, II, p.
290. P. Dunem, Le systome du monde, cit., III,508-511, 514-516; V,
369-373. 608 Bibliografia A.
BrrgenmaJer, Études sur Wit., Bill. intern. Acad. Polon. Cl. des se. et
des lettres, Ipem, Witelo e lo Studio di Padova, in Omaggio dell’Acc. polacca
all’Univ. di Padova, Cracovia, 1922. C. BaeuMKER, Zur Frage
nach Abfassungszeit u. Verfasser des irrttiml. Witelo zugeschr. Liber de
intelligentiis, Misc. F. Ehrle, I, 1924. A. BEDNARSKI, Die anatom. Augenbilder in den Handschriften des R. Bacon, J.
Peckham und Wit., Arch. f. Gesch. d. Medizin, THornpIiKE, A History of magic
and exper. science, CromBie, R. Grosseteste and the Origin of Exper. science,
Oxford, Maricouri Opera: Epistola de magnete; Nova compositio
astrolabii particularis. Edizioni: Epistola de
magnete, in G. Hermann, Neudrucke von Schriften tiber Meteorologie und
Erdmagnetismus, 10: Rara magnetica 12691599, Berlino, 1898; cfr. E. ScHLunD,
Petrus Peregrinus...,sotto. Bibliografia: Cfr. Gever; De
WutF,301-302. Inoltre in: E. ScHLunp, Petrus Peregrinus von Maricourt,
Sein Leben und seine Schriften, Arch. franc. hist., 1911-1912. Tra gli studi particolari v.: F. Picavet, Le maftre des
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Bacon, in Essais sur l’histoire générale et comparée des théologies et
des philosophies médiévales, Parigi, DuHem, Le système du monde, THornpike, A
History of magic and experimental science, cit., II, p. 791 Sugli
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Alberto Magno la bibl. relativa al c. IV. Bartolomeo Anglico
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Francoforte, 1601, ecc.Gever,732-733; De Brie, nn. 7342-7343; DE
Wutr, II, p. 104. In particolare v.: Gorens, in DHGE,
VI, 975-977. A. ScHnemER, Metaphysische Begriffe des Bartholomaeus
Anglicus (Beitrige, Suppl. I), Miinster, 1913. T. PLassmann,
Barthol. Anglicus, Arch. franc. hist., 1919. G. E. S. Boyarp,
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Edizioni: Il De eruditione nell’ed. A. Steiner, Cambridge (Mass.),
1938; lo Speculum nell’ed. di Duai, 1624. Bibliografia: Cfr. Gever, p. 733; De Brie, n. 5464; De
Wutr, II, p. 236. In particolare v.: P. Minces,
Exzerpte aus Ales. von Hales bei Vincenz von Beauvais, Franz. Stud., 1914, L. Lieser, V. von Beauwais
als Kompilator und Philosoph. Eine Untersuchung seiner Scelenlehre in Speculum
maius, Forsch. z. Gesch. d. Philos u. Paedag., III, 1, Lipsia,
1928. L. THornpige, A History of magic and experimental science,
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Per lo sviluppo delle scienze nel XIII sec. cfr. gli studi generali già
citati a513-515. Averroismo latino Sulla vasta
letteratura relativa a questo soggetto cfr. l’accurata bibliografia di Gorce,
L'essor de la pensée au moyen age, Parigi, 1933 e IpeMm, in DHGE, V,
1032-1092. Cfr. inoltre De Wutr, II,218-222; III,152, 175-176.
In particolare vedi: K. Werner, Der Averroismus in der
christl. - peripatet. Psychol. d. spit. Mittelalt., in
Sitz.ber. Wien. Akad. d. Wissensch., 1891. P. ManponneT, Siger de
Brabant et l'averroisme latin au XIII siècle, 1 ed., Friburgo, 1899; 2
ed., Lovanio (Les philosophes belges, VI, VII) M. Grasmann,
in Maitterlalterliches Gesstesleben, IpeM, Der lateinische Averroismus des XIII
Jahrts. und seine Stellung zur christliche Weltanschauung, Monaco,
1931. R. De Vaux, La première entrée d'Averroès
chez les Latin, Rev. sc. philos. théol., 1933.
M. Grapmann, L'averroismo-italiano al tempo di Dante con
particolare riguardo all’Università di Bologna, Riv. filos. neosc.,
1946. Tx. GreENwooD, L’humanisme averroiste en
France et les sources du ratio . malisme,
Rev. Univ. Ottawa, NardI, Note per una storia dell'averroismo latino, Riv.
Stor. Filos., 1947, 1948, 1949. F. ALessio, Aspetti moderni
nel pensiero degli averroisti latini del XIII sec., Rend. Ist. Lomb. Sc.
Lett., 1953. Sui rapporti tra la scuola francescana e l’averroismo
cfr.: C. Krzanic, La scuola francescana e l'averroismo, Riv. filos.
neosc., IpeM, Grandi lottatori contro l'averroismo, Sigieri di Brabante Opere: a)
autentiche: 1) Quaestio utrum haec sit vera: homo est animal, nullo homine
existente (1268 ca.): 2) Sophisma: omnis homo de necessitate est animal (1268);
3) Compendium super librum de generatione et corruptione (1268 ca.); 4)
Quaestiones in librum tertium de anima (1268 ca.); 5) Quaestiones
logicales (dopo 1268); 6) Quaestiones supra secundum Phisicae; 7)
Impossibilia Quaestiones naturales (Ms. Parigi Naz. lat. De aerernitate
mundi (1271); 10) Tractatus de anima intellectiva (1272-1273); 11) De
necessitate et contingentia causarum (1272 ca.); 12) Quaestiones
naturales (Ms. Lisbona, Fondo general 2299) (1273 ca.); 13) Quaestiones
super II-VII Metaphysicorum; Quaestiones morales attribuite: Quaestiones in
libros I, II, III, IV, physicorum; 2) Quaestiones in librum 1, II, Il, IV
et VII physicorum; 3) De I, II, III, IV physicorum; 4) De VIII
physicorum; 5) Commenium in I physicorum; 6) De libro IV physicorum; 7)
Quaestiones in librum I, II et IV meteororum; 8) Quaestiones in libros de
generatione et corruptione; 9) Quaestiones in librum de somno et vigilia; 10)
Quaestiones in librum de iuventute; 11) Quaestiones in libros tres de anima;
12) De V metaphysicae. c) perdute: 1) Tractatus de intellectu; 2)
Liber de felicitate; 3) De motore primo; 4) Rescriptum: significatum est; 5)
Super politica Aristotelis; 6) Utrum principia prima sint nobis ignota;
7) De caelo et mundo I et Il; 8) Posteriorum analiticorum I. in
MAnDONNET, Sigier.., cit., 1 ed.,47-54; 2 ed, 65-70; 2) inedito, riassunto
da Van STEENBERGHEN, in Siger de Brabant d’après ses oeuvres inédites, Le
Philosophes Belges, XII-XIII, Lovanio, 1931-1942,333-334; 3) Inedito,
riassunto da VAN STEENBERGHEN, ibidem, 291-294; 4) Inedito, riassunto da
VAN STEENBERGHEN, ibidem,164-177; ed. MANDONNET, op. cit., 1 ed.,37-45; 2 ed.,55-61; 6)
Inedito; estratti in A. Maier, Nouvelles questions de Siger de ‘Brabant
sur la physique d’ Aristote, in Riv. Philos. Louvain, 1946 e in J. J. Dun, La
Doctrine de la Providence dans les écrits de Siger de Brabant, Les
philosophes médiévaux, III, Lovanio, 1954,60-62; 7) ed. in CL. BaEUMKER,
Die impossibilia des Siger von Brabant, (Beitrige, II, 6), Miinster, 1898;
ManDONNET, op. cit., 2 ed.,73-94; 8) ed. MAnDONNET, ibidem, 1 cd.,57-67;
2 ed.,97-107; 9) Le edizioni con i confronti tra i vari cocci in ManDONNET, op.
cit., 1 ed.,71-83, 2 ed.,131-142; R. Barsori, S. de Brabante de
aeternitate mundi, Miinster, 1933; J. Dwyer, L'opuscule de Siger de
Brabant De aeternitate mundi, Lovanio, 1937; 10) ed ManpoNNET, op. cit.,
1 ed.,87-115, 2 ed.,145-172; 11) ed. ManpoNNET, op. cit., 2 ed.,111-128;
Dun, op. cit,14-50; 12) ed. F. SrEGMULLER, in Rech. Théol. anc. méd.,
1931,177-182; 13) ed. C. A. GrAIFF, S. d. B. Questions sur la
Métaphysique, Les Philosophes médiévaux, I, Lovanio, 1948; alcuni passi
da altri mss. a cura di A. MaurER, in Med. Stud., 1949, 1950. Altre qq.
sono state pubblicate dal Duin, op. cit.,71-111; 14) ed. STEGMULLER Per
la attribuzione sono il DeLHAYE, il GRarrr, il DE Wutr, il LorTIN, il
PeLsTER, il Dun, contro GiLson e Narpi. 1) ed. parziale del Dun, op.
cit.,51-57; 2) ed. Pu. DeLHave in Les philosophes belges, Lovanio, 1941;
3) ed. parziale Dun, op. cit.,63-67; 4) ed. parziale Duin, 67-71; 5) inedito;
6) inedito; 7) riassunto da Van STEENBERGHEN, op. cif., 233-263; ed.
parziale Dun, op. cit.,111-118; 8) riassunto da Van STEENBERGHEN, Op.
cit.,268-291; 9) riassunto da VAN STEENBERCHEN, op. cit.,223-233; 10)
riassunto da Van STEENBERGHEN, 0). cif., 263-267; 11) ed. Van SreENBERGHEN, in
Les philosophes belges, XII, 21-160; 12) cfr. Dun, op. cit.,235-241.
612 Bibliografia Bibliografia: Oltre le opere
fondamentali del ManpoNNET, del VAN STEENBERGHEN, del Dun, BaEuMKER, Zur
Beurteilung Sigers von Brabant, Philos. Jahrb., 1911. IpeMm, Um Siger von
Brabant, ibidem. M. F. F. G. L. =
PI [ec] A A. B A. Grasmann, Neu
aufgefundene Werke des S. von Brabant und Boetius von Dacien, Sitz.ber.
Bayer. Akad. d. Wissensch. Philos.-Hist. K1., Sassen,
Um Siger de Brabant et la double vérité, Rev. néosc. philos. STEENBERGHEN,
Siger de Brabant d’après ses oeuvres inédites, ibidem, 1930. BuswetLI,
L'accordo di Sig. di Brab. Ed Aquino, Civ. Catt.
1932. Perucini, Il tomismo di Sigieri di Brab. e l'elogio dantesco,
Giorn. dantesco, Narpi, Il preteso tomismo di Sigieri di Brab., Giorn.
crit. filos. ital. 1936,
1937. Gison, Dante et la Philosophie, Parigi, 1939, passim.
. GraBMAnN, Sigier von Brabant und Dante, Deutsches Dante Jahrb. Vanni-RovicHi,
Sigieri di Brabante nella storia dell'aristotelismo, Riv. filos. neoscol.,
Narpi, Sigieri di Brabante nel pensiero del Rinascimento italiano, Roma, Marer,
Nouvelles Questions de Siger de Brabant sur la Physique d' Aristote, Rev.
Philos. Louvain, 1945. MaureER, Esse and
Essentia in the Methaphysics of Siger of Brabant, Med. Stud.,
1946. . Narpi, Individualità e immortalità nell’averroismo e nel
tomismo, Arch. filos., Maier,
Les commentaires sur la Physique d'Aristote attribués à Siger de Brabant,
Rev. philos. Louvain, 1949. Ipem, Die
Vorlàufer Galileis..., cit,184 sgg., 237 A. Op pu
MauRER, Siger of Brab. and an Averroistic Commentary on the Metaphysics,
in Cambridge Peterhouse ms. 152, Med. Stud., 1950.
Narpi, L'anima umana secondo Sigieri, Giorn. crit. filos. ital. 1950. Van SrEENBERGHEN, Siger of Brabant, Mod. School.,
1951-1952. . Maurer, Siger of Brabant's De necessitate et
contingentia causarum and Ms. Peterhouse 152, Med. Stud.,
1952. . MaIER, An der Grenze von Scholastik..., cit.,97 sgg., 159
De Parma, La dottrina dell'unità dell'intelletto in Sigieri di
Brabante, Padova, 1954. IpeM, L'immaterialità dell'anima
intellettiva in Sigieri di Brabante, Collect. franc., 1954,
613 Bibliografia 0. DuneM, Le système du monde, cit., V,574-577;
VI,13-15, 394-395. S. Mac CLInTOcK, Heresy and Epithet. An Approach to the Problem of Latin
Averroism, Rev. Metaph., 1954, 1955. MAauRER, Between reason and
faith: Siger of Brabant and Pomponazzi on the magic arts, Med. Stud. van STEENBERGHEN, Nouvelles recherches
sur Siger de Brabant et son école, Rev. philos. Louvain, 1956.
. Zimmermann, Die Questionen der Siger von Brabant zur Physik des
Aristoteles, Colonia, 1956. . De
Parma, La conoscenza intellettuale del singolare corporeo secondo
Sigieri di Brabante, Sophia, Narpi, L'anima umana secondo Sigieri, in
Studi di filosofia medioevale. Cfr. inoltre le indicazioni bibl.
generali in GeyER,757-758; DE Brie, nn. 6798-6818; De Wutr,
II,220-222. DUO on > Boezio di Dacia
Opere: Commenti alle opere aristoteliche; De modis significandi; De summo
bono; De somno et vigilia; De mundi aeternitate. Edizioni: Die Op.
De summo bono sive De vita philosophi und De sompniis des Boetius von
Dacien, a cura di M. GraBmann, Arch. hist. doctr. litt. m.-à., 1932; 2 ed. in Mittelalterliches
Geistesleben, Il, cit., 200-224; G. Sayo, Un traité récemment découvert de
Boèce de Dacie De mundi acternitate Texte inédite, avec une introduction
critique et en appendice un texte inédit de Siger de Brabant: Super VI
Metaphysicaey Budapest, GeyER, p. 758; De Brie; nn. 3601, 4831, 7352, 7415;
De Wutr, Il,221-222. In particolare v.: P. Doncoeur,
Notes sur les averroistes latins: Boèce de Dace, Rev. scien. philos. théol., 1910. M. Grapmann, Neu
aufgefundene Werke des S. v. Br. und Boetius v. Dacien, Sitz.ber. Bayer.
Akad. d. Wissens. Philos-Hist. KI., II, 1924. P. ManponnetT, Note complémentaire sur Boèce de Dace,
Rev. sc. philos. théol., 1933. F. Van STEENBERGHEN, in DHGE,
IX, 381-389. M. Grasmann, Textes des Martinus von Dacien und
Boetius von Dacien zur Frage nach dem Unterschied von essentia und
existentia, Miscell. Gredt, 1938.
A. Maurer, Boetius of Dacia and the Double Truth, Med. Stud., 1955,
014 Bibliografia F. Sassen, Boéthius van Dacie
en de theorie van de dubbele Waarheid, Stud. cath., Hurnacet, Zum Lehre
von der doppelten Wahrheit, Theol. Quart.,
1956. Capitolo ottavo Roberto Grossatesta
Opere: a) propedeutiche: De arzibus liberalibus; De generatione
sono rum; astronomiche: De sphaera; De generatione stellarum; De
cometis; c) cosmologiche: De luce seu de incoatione formarum; Quod homo
sit minor mundo; ottiche: De lineis angulis et figuris, seu de fractionibus
et reflexionibus radiorum; De natura locorum; De iride; De colore; e)
fisiche: De calore solis; De differentiis localibus; De impressione
elementorum; De motu corporali; De motu supercaelestium; De finitate
motus et temporis; De impressionibus aèris, seu de prognosticatione; f)
metafisiche: De unica forma omnium; De intelligentiis; De statu causarum;
De potentia et actu; De veritate; De veritate et propositionibus; De
scientia Dei; De ordine enucleandi causatorum a Deo; g) psicologiche: De libero
arbitrio. Opere dubbie: De anima. Opere
non autentiche: Summa philosophiae; Commento alla Consolatio
boeziana. Commenti autentici: agli Analytici posteriori; alla
Physica di ArisTOTELE; agli Elenchi sofistici; In Hexaemeron.
Traduzioni: Ethica Nicomachea, con i commenti di Eustrazio per il Il.
I e VI, di anonimo per i Il. II, V, VII, di Michele di Efeso per i Il. V,
IX, X e di Aspasio per il l. VIII; De virtute et vitiis; De lineis
indivisibilibus; De coelo et mundo (solo un terzo del c. 1 del 1. III);
De passionibus dello Pseupo Anpronico; le Opere dello Pseupo Dionici € di
Giovanni Damasceno (con il Commento al De Mystica theologia).
Edizioni: L. Baur, Die philosophischen Werke des Robert
Grosseteste, (£Beitrage, IX), Miinster, 1912; il Commento agli Analityci
nell’ed. di Venezia, 1514, quello al De Mystica theologia, a cura di U. GamBa,
Milano, 1942; per quello all’Hexaemeron v. J. T. MuckLe, The Hexaemeron
of R. G., in Med. Stud., 1944; le Epistolae, ed. H. R.
Luarp, Londra. V. inoltre: S. H. THomson, The Notule of Grosseteste on
the Nichomachean Ethics, Londra, 1934; D. A. CaLLus, The Summa theologiae
0} Robert Grosseteste, Studies in med. History presented to F. M.
Powicke, Oxford, 1948. Tr. del De luce a cura di C. C. RiepL, Robert
Grosseteste on the Light, Milwaukee, 1942, Bibliografia: La
bibl. generale in GEvER,731-732; De Brie, nn. 54365450; De Wutr,
II,102-103, 615 Bibliografia In
particolare cfr.: F. S. Stevenson, Robert Grosseteste Bishop of
Lincoln, Londra, 1899. P. Dunem,
Le svstème du monde, cit., II,277-288; 410-413; IV, 13-15, 49-52; V,295-297,
340-345, 348-359; VI,112-119; VII, 176-177, VIII,67-68, 257-258;
IX,31-36. L. Baur, Die Philosophie des Robert Grosseteste
(Beitrige, XVIII, 4-6), Munster, 1917. F. Perster, Zwei
unbekannte Traktate des Robert Grosseteste, Schol., 1926. S.
H. TuÙomson, The De anima of Robert Grosseteste, N. Schol., 1933. IpeM, The Text of Grosseteste's de cometis, Isis
1933. Ipem, The Summa in VIII libros Physicorum of Grosseteste,
Ibidem, 1934. E. FrancescHINI, /ntorno ad
alcune opere di Roberto Grossatesta, vescovo di Lincoln, Aevum,
1934. S. H. Tuomson, The Writings of Robert
Grosseteste, Bishop of Lincoln, Cambridge, 1940. L. E. LyxcH,
The doctrine of Divine Ideas and Illumination in Robert Grosseteste, Med.
Stud. 1941. D. A. CaLcus, Philip the Chancelor and the De anima
ascribed to Robert Grosseteste, Med. Stud., 1941-43. IpeM,
The Summa Duacensis and the Pseudo Grosseteste's De Anima, Rech. théol.
anc. méd., 1946. lInoeMm, The Oxford Career of Robert Grosseteste,
Oxoniensia, 1949. ). C. Russet, Phases of Grosseteste’s
intellectual life, The Harvard Theol. Rev., 1950. Ipem, Some
Notes upon the Career of Robert Grosseteste, ibidem, 1955. E.
FrancescHINI, Un inedito di Roberto Grossatesta: la Quaestio de accessu
et recessu maris, Riv. filos. neosc., 1952. Ipem, Sulla presunta
datazione del De impressionibus aèris di Roberto Grossatesta, ibidem,
1952. V. Miano, La teoria della conoscenza in Roberto Grossatesta,
Gior. Met., 1954. S. Girsen, Le potenze naturali dell'anima
secondo alcuni testi inediti di Roberto Grossatesta, in L'homme et son
destin... cit.,437-443. Cfr. inoltre nella sua attività di
traduttore: PowickE, Robert Grosseteste and Nicomachean Ethics, The
Proceed. of Arist. Acad., 1930. S. H.
THÒomson, A note on Grosseteste's Work of Translation, Jour. of theol.
Stud., 1933. E. FrancescHINI, Grosseteste's Translation of the
Prologus and the Scholia of Maximus to the Writings of the Pseudo-Dionysius
Arcopagita, Jour. theol. stud., 1933. Ipem, Grossatesta
vescovo di Lincoln e le sue traduzioni latine, Atti Ist. Ven., Ipem, Una
nuova testimonianza su Roberto Grossatesta traduttore dell’Etica Nicomachea,
Aevum, 1953. Sul pensiero e sull’attività
scientifica: L. THornpike, 4 History of magic and experimental
Science, Il, cit., 436-353. D. E. SHiarp, Franciscan philosophy at Oxford
in XIII th. Century, Oxford. i al A. C. CromBie, Robert Grosseteste and
the Origins of Experimental Science. Oxford, 1953. F. M. PowicxkE,
Robert Grosseteste, Bull. J. Rylands Libr., 1953. D. A. Catrus, Robert
Grosseteste's Place in the History of Philoscphy, Actes du XI Congrès
int. d. Philos., XII, Amsterdam-Lovanio, 1953. P. MicHauD-QuantIN, La rnotion de loi naturelle chez
Robert Grosseteste, ibidem. A. C.
CromBie, Robert Grosseteste on the Logic of Science, ibidem. Robert
Grosseteste Scholar and Bishop. Essays in Commemoration of the Seventh
Century of his Death, ed. D. A. Callus - F. M.
Powicke, Oxford. F. Atessio, Studi e richerche su Roberto di
Lincoln (Grossatesta), Riv. crit. stor. filos., 1957. IpeM, Storia
e teoria nel pensiero scientifico di Roberto Grossatesta, Riv. crit.
stor. filos., 1957. S. H. THomson, Grosseteste's Quaestio de calore De
cometis and De operacionibus Solis, Medievalia et Humanistica,
1957. R. C. Daces, Robert Grosseteste's Commentarius in Octo libros
Physicorum Aristotelis ibidem. TuRBAYNE, Grosseteste and an ancient
optical principle, Isis Marsh Numerose composizioni di carattere teologico
ed esegetico ancora inedite: Le Epistolae in Monumenta franciscana historica,
I, Londra, 1858,77-489 (ed. J. S. BrEWER). Gever, p. 738; De Brie, n.
3633; DE WuLF, II, p. 103. Cfr. inoltre: A. De
SéRENT, in DHGE, I, 482 H. Fetper, Storia degli studi scientifici
nell'Ordine francescano (tr. it.), Siena, 1911,285-31I. G. Contini, Adamus de Marsico O.F.M. auctor
spiritualis, Ant., 1948. R. W. Hunt, Chapter headings of Augustine
De Trinitate ascribed to Adam Marsh, The Bodleian Library Record,
1957. 617 Bibliografia
Riccardo di Cornovaglia Bibliografia: Cfr. GevEr, p. 733; De Brie,
nn. 5425, 7333, 7458-7462; De Wucr, II,103-104. In particclare cfr.: A. G. LirtLe,
Franciscan School at Oxford, Arch. franc. hist., 1926. F. Pelster, Neue Schriften des englischen Franziskaners
Richardus Rufus von Cornwal, Schol., HenquineT, Autour des écrits
d’Alexandre de Halès et de Richard Rufus, Ant., 1936. F.
PerstEr, Die dlteste Abkiirzung u. Kritik vom Sentenzenkommentar des hl. Bonaventura
im Werk des Ricardo Rufus de Cornubia, Greg., 1936. D. A. CaLLus, Two Early Oxford Master on the Problem
of Plurality of Forms Adam of Buckfield, Richard Rufus of Cornwall, Rev.
néosc. philos., 1939. F. Pelster, Richardus Rufus Anglicus,
cin Vorliufer des Duns Skotus in der Lehre von der Wirkung der
priesterlichen Lossprechung, Schol., 1950. G. Gar, Comment.
in Metaphys. Aristotelis cod. Vat. lat. 4538 fons doctrinae Richardi Rufi,
Arch. franc. hist., 1950. Ipem, Viae ad existentiam Dei probandam
in doctrina Richardi Rufi, Franz. Stud., York Manus
quae contra Omnipotentem tenditur; Sapientiale; Comparatio sensibilium. Alcune
pagine del Sapientiale sono state edite da E. Loncpré in Arch. Hist. doctr. litt. m. à., 1926.
Bibliografia: M. Grasmann, Die metaphysik des Thomas von York
(Beitrige, Suppl. I), Miinster, 1913. F. PeLstEer, Thomas von
York o.f.m. als Verfasser des Traktats Manus..., Arch. franc. hist.,
1922. E. Loncpré, Fr. T. d'York. La première somme
métaphysique du XIII° s., ibidem, 1926. Ipem, Thomas d’York
et Matthieu d'Acquasparta (Textes inédits sur le problème de la Création) Arch.
Hist. doctr. litt. m. 4. 1926. F.
Treserra, Entorn del Sapientiale de Thomas de York, Criterion, 1929.
IpeM, De doctrinis metaphysicis fr. Thomae
de Eboraco, Anal. Sacra Tarrac., SWÙiarp, Franciscan philosophy at
Oxford, Oxford, 1930,49-112. E. Amann, in DThC, XV, 781-787.
G. BonarepE, Il pensiero francescano nel sec. XIII, Palermo, 1952.
J. P. ReiLLy, Thomas de York on the efficacy of secondary causes,
Med. Stud., 1953. La bibliografia generale in GevEr, p. 738; DE
Wutr Bacone Opere: Opus Maius; Opus minus; Opus tertium;
Compendium studii philosophiae; De secretis operibus artis et naturac et
de nullitate magiae; Compendium studii theologiae; Moralis philosophia;
inoltre un cospicuo numero di opere minori, commenti aristotelici,
opuscoli, ecc., tra i quali ricordiamo particolarmente i Communia
mathematica e il Liber communium naturalium. Edizioni: Opus Majus,
ed. S. JeBB, Londra, 1733 (rist. Venezia, 1750); ed. J. H. Bripces,
Oxford, 1897-1900; tr. ingl. di R. B. Burke, Filadelfia, 1928; Opus minus
et Opus tertium, a cura di J. S. BreweR (R. Bacon, opera quaedam hactenus
inedita Rerum Britannicarum M. A. Scriptores). Londra, 1859. (Nuovi frammenti
dell'Opus Tertium sono editi da P. DuneM, Un frag. inédit de l'opus
tertium de R. B., Firenze, 1909; e da A. G. LirtLE, Part of the Opus Tertium of R. B. including a
fragment, Aberdeen, 1912); la lettera di dedica dell'Opus maius a cura di
F. A. Gasquer, An unpublished fragment of a Work of Roger Bacon, Engl. Hist. Rev. 1897; Compendium studii philosophiae e
De Secretis operibus artis et naturae et de nullitate magiae, in ediz. BrewER
(cit.). (Il De Secretis ecc., è tradotto in italiano, a cura di G. DEE,
collez. I tesw classici dell’esoterismo tradizionale e del simbolismo
religioso, Milano, 1945); The Greek Grammar of R. B. and a Fragment of his
Hebrew Grammar, a cura di E. NoLan e S. HirscH, Cambridge, 1902; Compendium
studii theologiae, a cura di H. RasHpatt, Aberdeen, Le opere già inedite
in: Opera hactenus inedita R. Baconi, a cura di LirtLE e R. STEELE,
Oxford, 1905 sgg.; Rog. Baconi Moralis Philosophia, a cura di F. M.
DeLorME-E. Massa, Zurigo-Verona, La bibl. generale in GeveR,760-761; De
Brie, nn. 4622, 4971, 5688-5709, 7388; De Wutr, II,302-304. Come indicazioni bibliografiche sommarie ‘cfr.:
E. CÙartes, Rog. Baon, sa vie, ses oeuvres, ses doctrines, Parigi,
1861. H. HorrMmans, La synthèse doctrinale de Rog. Bac., Archiv. f.
Gesch. d. Phil., 1907 (vedi anche in Rev. néosc. philos., 1906, 1908,
1909). P. ManponneT, Rog. Bac. et le Speculum astronomiae e Rog.
Bac. et la composition des trois Opus,} Rev. néosc. philos., 1910,
1913. H. Héover, Rog. Bacons Hylomorphismus als
Grundlage seiner philosophischen Anschauung, )ahrb. Philos. u. spek. Theol., LirtLEe,
Roger Bacon. Essays contributed by various Writers, Oxford, 1914.
P. Dunem, Le système du monde . BaeuMKER,
Rog. Bac. Naturphilosophie, Franz. Stud., 1916. R. Carton,
L'expérience physique chez Rog. Bac. Contribution è l'étude de la méthode
et de la science expérimentale au XIII° siècle, Parigi, 1924. IpeM,
L'expérience mystique de l'illumination intérieure chez Rog. Bacon,
Parigi, 1924. IpEM, La synthèse doctrinale de Rog. Bac., Parigi,
1924. R. Wacz, Das Verhiltnis von Glauben und Wissen bei Roger
Bac., Friburgo, 1928. CH. VanpervaLLe, Rog. Bacon dans l'histoire
de la philologie, Parigi, 1929. F. PeLstER, Rog. Bacons Compendium
studii theologiae und der Sentenzenkommentar des Richard Rufus, Schol., LiesescHUTz,
Der Sinn des Wissens bei Rog. Bac., Bibl. Warburg,
1930-1931. W. Sincer. Alchemical Writings of Rog. Bacon, Spec.,
1932. S. Vanni-RovicHI, L'immortalità dell'anima nei maestri
francescani del se colo XIII, Milano, 1936. . W. Wooprurr, Rog. Bacon. A Biography, Londra,
1936. . Loncpré, La Summula Dialectica de Roger Bacon, Arch. franc.
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HM tia 620 Bibliografia Riccardo
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Zeitschr. kath. Theol., 1930. D. Skarp, The Philosophy of Richard
Fishacre, N. Schol., 1933. M. Grasmann, Die theologische Erkenntnis
und Einleitungslehre des hl. Thomas von Aquin, Friburgo, 1948,205-15; 217
sgg.; 220 L. Sweeney - C. ]. ErmantINcER, Divine infinity
according to Richard Fishacre, Mod. School., Kilwardby commenti:
all’'Isagoge; a vari testi dell’Organon, alla Physica, al De coelo et
mundo; al De generatione et corruptione; ai Matercologica; al De anima;
alla Metaphysica, e ad alcuni testi boeziani; b) trattati:
Commento alle Sentenze; De unitate formarum; De ortu et divisione
scientiarum; De tempore; De conscientia; De spiritu imaginativo.
Edizioni: Estratti dal De orsu et divisione philosophiae, in B. Haurfau,
Notices et extraits, V; la lettera a Pietro di Conflans in E. Enrte, Der
Augustinismus und der Avristotelismus in der Scholastik gegen Ende des 13
Jhts., Arch. f. Lett. u. Kirchengesch. d. Mittelalt., 1889. Il prologo
del Commento: De natura Theologiae, ed. F. StecmuLLER, in Opuscula
et textus, S. schol., 17, Miinster, il De Imagine et vestigio Trinitatis,
in Arch. Hist. doctr. litt. m.
à.,” 1935-36; Tabulae super originalia Patrum (ed. D. A. CaLLus), Bruges,
Gevyer, p. 764; De Brie, nn. 7463-7474; De WuLFe, II,237-238.
In particolare: A.
BirkENMAJER, Der Brief R. Kilwardby's an Peter von Konflans und die
Streitschrift des Aegidius von Lessines (Beitràge, XX, 5), Miinster. CÙenu, Le De spiritu imaginativo de Robert Kilwardby,
Rev. sc. philos. théol., 1926. IpeM, Le De coscientia de Kilwardby,
ibidem, 1927. IpeM, Les réponses de St. Thomas et de Kilwardby è la
consultation de Jean de Verceil, 1271, Mél. Mandonnet, 1930.
Ipem, Le traité De tempore de Robert Kilwardby, in Aus der
Geisteswelt des Mittelalters, F. StEGMULLER, Robert Kilwardby O. P.
Ueber die Mòglichkeit der natiirlichen Gottesliebe, Div. Th., (F), SHarp, The
De ortu scientiarum of Kilwardby, N. Schol., IpeM, The 1277 condemnation by
Kilwardby, Ibidem, 1934. IpeM,
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1937. IpeM, Robert Kilwardby und seine philosophische Einleitung De
ortu scientiarum, Hist. Jahrb. Gitton,
L'amour naturel de Dieu d'après Robert Kilwardby, Ang. 1952. G. Gar, Robert Kilwarby's questions
on the Metaphysics and Physics of Aristotele, Franc. Stud.
Peckam Tra le numerose opere teologiche, filosofiche scientifiche
ricordiamo particolarmente: Quaestiones tractantes de anima; Summa de
esse et essentia; Quodlibet romanum; Tractatus de anima; Perspectiva
communis; Tractatus sphaerae; Teorica planetarum; Mathematicae
rudimenta. Edizioni: Registrum epistularum f. ]. Peckam, ed. C. T.
MartIn, Londra, 1882-1885. Quaestiones de anima, ed. H. SpettMANN (Beitrige,
XIX, 5-6), Miinster, 1918; Summa de esse et essentia, ed. F. M. DeLORME,
Firenze, 1928; Quodlibet romanum, ed. F. M. DeLORME, Roma, 1938;
Tractatus de anima, ed. G. Mrtani, Firenze, 1948; Canticum pauperis, ed.
G. MELANI, Quaracchi, 1949. Bibliografia: Cfr. Gever, p.
762; De Brie, nn. 5710-5712; De Wutr, II,268-269. In
particolare cfr.: F. Exrte, /. Peckam, tiber den Kampf des
Augustinismus u. Aristotelismus,
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l'aristotelismo nella Scolastica del sec. XIII, Roma, 1925. H. SpettMan, Quellenkritisches zur Biographie des ].
Peckam, Franz. Stud., 1915, Ipem, Die Psychologie des ]. Peckam (Beitrige, XX, 6), Miinster, 1919. IpeM,
Der Ethikkommentar des ]. Peckam (Beitràgey Suppl., II), Miinster,
1923. IpeM, Der Sentenzenkommentar des Franz.
Erzbischrofs ]. Peckam, Div. Th. (F.); 1927. A. CacceBaut, /.
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francescano nel sec. XIII, D. L. Dowie, Archbishop Peckam, Oxford,
1952. Capitolo nono Ubertino da Casale Opere:
Arbor vitae crucifixae Jesu; scritti in difesa dell’Olieu e della povertà
francescana. : Edizioni: Arbor..., Venezia, 1485; le opere di
polemica francescana edite da F. Ente, in Arch. Lit. u. Kirchengesch. d.
Mittelalt. Berlino, 1886, 1887; e da A. Heysse, in Arch. franc. hist.,
1917. Inoltre cfr. la Responsio f. Ubertini circa quaestionem de
paupertate Christi nella Miscellanea sacra di E. BaLuze-M.Mansi, Lucca, 1761;
il Frazicelli cuiusdam decalogus evangelicae paupertatis, ed. M. Bir, Arch. franc. hist., 1939 ed F. M. DeLorME,
Notice ei extraits d'un manuscrit franciscain..., Collect. franc.,
1945, Bibliografia: J. CH. Hucx, Ubertin von Casale
und dessen Ideenkreis, Friburgo, 1903. F. CaLLary, L'idéalisme
franciscain spirituel au XIV* siècle... Lovanio, 1911. IpeM,
L'influence et la diffusion de Arbor vitae crucifixae de Ubertino, Rev.
hist. éccl., 1921. P. Goperroy, in DThC, Arras Opere:
Quaestiones disputatae; Quaestiones quodlibetales; Sermoni. Edizioni:
Cfr. De humanae cognitionis ratione anedocta quaedam, Quaracchi, Gever, p. 762;
De Brie, n. 6694; De Wutr, IGrorieux, Fr. E. d’Arras, France franc., Lanoorar,
Zum Schriften des Frater E. von Arras, Collect. franc. Doucet,
Quaestiones centum ad scholam franciscanam spectantes, Arch. franc.
hist.,Bonarepe, /l pensiero francescano, Gualtiero di Bruges
Opere: Quaestiones disputatae; Commento alle Sentenze. Edizioni:
Le Quaestiones, ed. E. Loncpré, Lovanio, 1928; del Commento, saggi del Loncpré
in Arch. Hist. doctr. litt. m. à., 1933. x
Bibliografia: cfr. Gever, p. 762; De Brie, 6694; De Wute, Il, p. 268.
E. Loncpré, Gauthier de Bruges, O.F.M. et l'augustinisme franciscain
au XII siècle, Miscell. Ehrle, I, Roma, 1924. IpeM, Le
commentaire sur les Sentences du B. Gauthier de Bruges, Pubbl. Inst.
étud. méd. d’Ottawa, 1932. A. PeLzer, Le Commentaire de Gauthier de
Bruges sur le IV L. des. Sentences, Rech. théol. anc méd., 1930. S.
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Gauthier, Rech. théol. anc. méd., 1935. R. Hormann, Die Gewissenslehre des Walters v. Briigge
und die EntwicKlung der Gewissenslehre in der Hochscholastik (Beitrige,
XXXVI, 5-6), Miinster, 1941. G. Bonarepe, Il pensiero
francescano, J. BeumER, Die vier Ursachen der Theologie nach dem
unedierten Sentenzenkommentar des Walter von Briigge, Franz. Stud.,
Acquasparta Tra la numerosa produzione teologica e filosofica
dell’Acquasparta (cfr. Enc. Catt., s.v.) ricordiamo particolarmente le
Quaestiones disputatac. Edizioni: Antologia in De humanae
cognitionis ratione, Quaracchi, 1883; Quaestiones disputatae selectae, 2
voll., ibidem, 1903-1914, 19572; Quaestiones disputatae de gratia con
intr. e note di V. Doucer, ibid., 1935. De productione rerum et de providentia,
a cura di G. Gar, ibidem, 1956; Quaestibnes disputatae de anima separata, de
anima beata, de icunio et de legibus, Quaracchi, 1959. Estratti dal Comm. alle
Sentenze a cura di A. DanieLs, in (Beitrige, VIII, 1-2), Miinster, 1909; in E.
Loncpré, Thomas d'York et M. d'Acquasparta. Textes inédits sur le problème de la création,
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gnoseologia di Matteo d'Acquasparta e di Ruggero Marston, Ant., 1950.
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Cremona, Giornale Dantesco, 1935. N. IsacH, Leben und Schriften des
Konrad von Megenburg, Berlino, MATTEI, /) più antico compositore politico di
Dante: Guido Vernani da Rimini. Testo critico del De reprobatione
Monarchiae, Padova, 1958. Sulla crisi storica tra la fine del XIII e
l’inizio del XIV secolo cfr. inoltre in particolare gli studi di G.
De Lacarpe, La naissance de Pesprit laique au déclin du M.À,, Sugli
Spirituali cfr. soprattutto: F. Exte, Die Spiritualen, ihr
Verhiltnis zum Franziskevenorden und zu den Fraticellen, in Arch. f.
Litt. u. Kirchengeschichte, 1886. F. Caccary, L'idéalisme franciscain spirituel du XIV
siècle, K. BattHasar, Geschichte des Armutsstreites in Franziskanenorden
bis zum Konzil von Vienne, Miinster, 1911. Capitolo
secondo Giovanni Duns Scoto Opere: L'elenco
definitivo delle opere autentiche sarà possibile stenderlo solo quando
sarà compiuta l’ed. critica in preparazione e di cui sono apparsi solo i primi
volumi (Opera omnia, studio et cura Commissionis scotisticae ad fidem
codicum edita, Città del Vaticano, 1950 sgg.) che reca .nel I vol. una
Disquisitio critica di particolare valore. Tra le opere già contenute
nell’ed. Vivès si possono però considerare autentiche sicuramente le
seguenti: Quaestiones super universalia; Super praedicamenta; Super Ì. I
Periermencias, In Il librum Periermencias; Secundi operis Periermeneias;
Super libros Elenchorum Aristotelis; Super l. I Priorum; Super l. II Priorum;
Super l I Posteriorum; Super l. Il Posteriorum; Quaestiones in libros
Aristotelis de anima; De primo principio; Collationes Oxonienses;
Collationes parisienses; Quaestiones subtilissimae in Metaphysicam Aristotelis;
Opus Oxoniense (Ordinatio o Liber Scoti); Reportata Parisiensia;
Quaestiones quodlibetales XXI. È in discussione l'autenticità del
Tracsazus imperfectus de cognitione Dei, del De perfectione statuum e dei
Theoremata. Sono stati inoltre scoperti recentemente altri scritti
contenenti ampi resoconti dei corsi scolastici tenuti dallo Scoto a
Oxford, a Cambridge e a Parigi; i più importanti sono noti col nome di Lectura
Oxroniensis o Lectura prima e di Reportatio magna. Edizioni:
Opera omnia, a cura di L. Wapprnc, 12 voll., Lione, 1639; Opera omnia, a
cura di Vivès, 26 voll., Parigi, 1891-1895; Opera omnia, a cura della
Commissione scotista, presieduta dal P. C. BaLiz, Roma, 1950 segg. (e cfr. del Bari&, Zur Kritische Edition der Werke ].
Duns Skotus, Scriptorium, 1954, e Au sujet de l'édition critique des
oeuvres de ]. Duns Scot, in L'homme et son destin... cit.,229-239). Opus
Oxoniense, a cura di M. FernAnpez Garcfa, Quaracchi (Firenze), 1912,
1914; I. D. Scoti doctrina 645 Bibliografia
philosophica et theologica quo ad res praecipuas, Quaracchi, 1908,
1930?; Quaestiones et Collationes, inediti, a cura di C. R. S. Harris,
1927; Tractatus de primo principio, a cura di M. MitLER, Friburgo, 1941
(ed. crit.); DEODAT De Basty, Capitalia opera collecta (I. Praeparatio
philosophica; I. Synthesis theologica), Le Havre, 1908-1911 (vedi anche
Scozus docens, Le Havre, 1934). È in corso (Madrid, 1960
sgg.) un'edizione bilingue spagnola. Si cfr. anche con trad. it. a
fronte, l'antologia a cura di P. D. Scaramuzzi: Duns Scoro, Summula
(scelta di scritto coordinati in dottrina). Firenze, 1932 e l'antologia a
cura di P. Minces, Joh. Duns Scoti doctrina philosophica et theologica
quoad res praecipuas proposita et exposita, Quaracchi (Firenze).
Bibliografia: Per la bibl. generale cfr. P. Minces, Die skotische
Lite ratur des 20 Jhts, Franz. Stud., 1917. A. PeLzer, 4 propos de Jean Duns Scot et des études
scotistes, Rev. néoscol. philos., 1923. S. Stmonis, De vita
et operibus B. Duns Scoti iuxta litteraturam ultimi decennii, Ant., 1928.
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Cong. des lecteurs francisc., Lione, 1934. M. Grayewsxi,
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O. HuattacHam, On recent Studies of the Opening Question in Ss Ordinatio
Franc. Stud., 1955. Per il lessico scotista cfr. F. FERNANDEZ
Garcfa, Lexicon scholasticum philosophico-theologicum, in quo
termini... philosophiam... spectantes a B. |. Duns Scoto
exponuntur, Quaracchi, 1910. Tra gli studi generali e tra i pid
recenti ci limitiamo a segnalare: P. Minces, Der Gottesbegriff des
Duns Skotus, Vienna, 1906. Ipem, Verhélinis von Glauben und
Wissen..., nach D. Skotus, Paderborn, KLEIN, Der Gottesbegriff des J. Duns
Scotus, Paderborn, 1913. M. Hreccer, Kasegorien- und
Bedeutungslehre des Duns Scotus, Tubinga, 1916. A. Bertoni, Le B. Duns Scosr. Sa vie, sa doctrine et ses
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parisiensia, Ann. Inst. philos., Lovanio, 1924. 646
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influssi di Duns Scoto sul pensiero scientifico cfr. soprattutto:
P. DuHEMm, Le système du monde Marr, Zwei Grundprobleme. Ipem, An
der Grenze von Scholastik, cit.,105 sgg., 164 sgg., 229 Cfr. inoltre: C. BaLiè,
Giovanni Duns Scoto, in Grande Antologia Fi losofica, IV,1335-54 (testi in
tr. it.1355-1409) e O. ScHaEFER, John. D. Scot, fasc. 22 dei Bibliographische Einfiihrungen in
das Studium der Philosophie, Berna. E v. GEyER, p. 765-768; DE
Brie, nn. 438, 2648, 2649, 3652, 4622, 5527, 7104-7246, 7496; De
Wutr, II,371-377. Sulla scuola scotista in generale:
P. De Marticne, La Scolastique et les traditions franciscaines, Parigi,
1888. F. GranninI, Studi sulla scuola francescana, Siena, Bertoni,
Le B. Jean Duns Scot. Sa vie, sa doctrine, ses disciples, D. ScaraMUZZI,
Il pensiero di Giovanni Duns Scoto nel Mezzogiorno d'Italia, Roma,
1927. E. Girson, Jean Duns Scot, Francesco di
Meyronnes Esposizione sulle Categorie di Aristotele, Comment. in Physic.,
Commentario alle Sentenze, Quodlibeta: De primo princi pio, De
univocatione entis, De esse essentiae et existentiae, Explanationes
divinorum terminorum. Infondata l'attribuzione di un Tractatus de
formalitatibus. Edizioni: Una collezione pubblicata a Venezia nel
1517 contiene: le Sentenze, i Quodlibeta, De primo principio,
Explanationes divinorum terminorum, Tractatus de formalitatibus.
Bibliografia: cfr. Gever, p. 787; De Brie, nn. 7359, 7363; DE WuLE, II,
p.9l. In particolare v.: W. Lampen, F. de Meyronnes,
France francisc., 1926,215 E. D'ALENgon, DThC, X, coll. LancLo1s, Fr. de Meyronnes, frère mineur, in Histoire
litiér. de la France, 36, Parigi RorH, Franz von Meyronnes und der
Augustinismus seiner Zeit, Franz. Stud.,
1935,44-75. IneMm, Franz von
Meyronnes: sein Leben, seine Werke, seine Lehre vom Formalunterschied in
Gott, Werl i. W., LAPPARENT, L'oeuvre politique de F. de Meyronnes, ses
rapports avec celle de Dante, Arch. Hist. doctr. litt. m. à., 1942.
J. Barset, Le prologue du commentaire dionysien de Frangois de
Mayronnes (con testo), Arch. Hist. doctr. litt. m. 4., 1954. P.
DuneM, Le système du monde Bassoles Commentario alle Sentenze cur.
RernauLt-J. F. FreLLON, Parigi GevEr; De Brie, n.; De Wutr, III, p. 91.
In particolare v.: P. Dunem, Études sur Léonard de Vinci,
II, Parigi, 1909,373-78; 416-417; III, ivi, 1913, passim. IpEM,
Le système du monde, LancLo1s, in Mist. litt. de la France, 36, Parigi.
E. D’ALENGON, in DThC, II, 475. V. HerNnck, Die Reuelehre des
Skotusschiilers ]. de Bassoles, Franz. Stud., 1941.
N. PasieczNIK, John de Bassoles, Franc. Stud.. Novo Castro Commentario
alle Sentenze. Inedito. GevER, p. 787; De Brie, n.
7403; DE Wutr MickaLsKI, Le criticisme et le scepticisme dans la philosophie
du XIV° siècle, Bull. Acad. polonaise sc. lett.. Cu. V.
LancLors, in Hist. litt. de la France, 36, L. Amorés, Hugo von Novo
Castro, O.FM., und sein Kommentar zum ersten Buch der Sentenzen, Franz. Stud.,
1933. E. AuwriLer, De codice Commentarii in IV librum Sententiarum
Fr. Hugonis de Novo Castro, O.FM., Washingtonii servato, Arch.
franc. hist., 1935. O. Lornn, Les vertus
morales infuses dans l'école franciscaine, Rech. théol. anc. méd.,Marchia Commentario
alle Sentenze; Quaestiones super I et II librum Metaphysicae
(Inedite). Bibliografia: Cfr. GeveR,De Wutr, III, p. 91. . EnrLE,
Der Sentenzenkommentar Peters von Candia... (Franz. Stud. Beihefte),
Miinster, 1925,253-260. Lanc, Die Wege der Glaubensbegriindung bei den
Scholastikern des XIV Jahrhunderts (Beitrige, XXX, 1-2), Miinster,
1931. . TEETAERT, Pignano (Frangois de); in DThC,
XII, 2104-2109. . De SoLano AcuirrE, Fray Francisco de la Marca y la
contribucibn franciscano-medieval al progreso de la ciencias, Etud. Franc., 1950. A. Mater, Die Volaufer Galileis.
Ipem, Zwei Grundprobleme..., cit.,158 Ipem, An der Grenze von Scholastik. DuHEM,
Le système du monde, cit., VI,387-389, VII,227-229, 453-464, 500-501,
517-520; VIII,325-328. mp Guglielmo di
Alnwick Da Opere: Commento alle Sentenze; Quodlibeta; Quaestiones
de esse intelligibili. Edizioni: Quaestiones disputatae de esse
intelligibili et de quolibet, a cura di A. Lepoux (con pref. bibliografica),
Quaracchi GeveR, p. 787; DE Wutr, III, p. 90. In particolare
cfr.: M. Brin, in DHGE, II, 662. M. ScHmaus, Guillelmi
de Alnwich doctrina de medio quo Deus cognoscit futura contingentia (con ed. di
una quaestio), Bogoslavni Vestnik, Marer, Wilhelm von Alnwick Bologneser
quaestionem gegen den Averroismus, Greg. 1949. Giovanni da
Ripatransone Opere: Commento al I delle Sentenze; Determinationes;
Conclusiones. Edizioni: Determinationes e Conclusiones, ed. A. ComBESs,
Parigi, 1957. Bibliografia: cfr. GevERr, p. 783; De Brie, nn.
5170-7653; DE Wutr EunrLe, Sentenzkommentar Peters von Candia, ScHwamm,
Magistri Joannis de Ripa, O.FM., doctrina de praescientia divina,
Inquisitio historica, Roma, A. Comes, Jean de Vippa, Jean de Rupa, ou Jean de
Ripa?, Arch. Hist. doctr. litt. m. 4., 1939.
Inem, Jean Gerson commentateur dionysien, Parigi, 1940,608-687.
Inem, Un inédit de St. Anselme? Le traité De unitate divinae essentiae
et pluralitate creaturarum d’après Jean de Ripa, Parigi, 1944.
Inem, Présentation de Jean de Ripa, Arch. Hist. doctr. litt. m. &.,
1956. InpeM, Les références de Jean de Ripa aux livres perdus (II,
III, IV) de son Commentaire des Sentences, ibidem, 1958. Ugolino
d'Orvieto Opere: Commentaria in IV libros Sententiarum (1348);
Sermones de tempore; Sermones de Sanctis; De Deo uno et trino. Zumxercer
ha pubblicato il Prologo del Commentario in Hugolinus von Orvieto und
seine. theologische Erkenninislehre, Wiirzburg, 1941,267-391; F. Corvino, una
quaestio del L. I. in 7 De perfectione specierum di Ugolino d’Orvieto, in Acme,
; ed. F. SrecmùLLer il De Deo..., in Annali della Bibl. gov. e libr. civ.
di Cremona, Brie, n. 7651; De Wutr, Rousset, H. d’Orvieto. Une controverse à la faculté de théologie de Bologne au
XIV® siècle, Mél. d’arch. et hist. de l’École frang. de Rome, 1930. | A. Zum€etter, Hugolin von Orvieto und
seine theologische Erkenntnislehre, cit.. Ipem, H. von Orvieto
tiber Urstand und Erbstinde, Augustiniana. IpeM, Hugolinus von Orvieto
tiber Pridestination, Rechtfertigung und Verdienst Metz Commento alle
Sentenze (due red.). Bibliografia: cfr. Gever, p.
768; De Wutr, III, p. 28. In particolare v.: Grasmann, Mittelalterliches
Geistesleben, 1, Monaco, Kocx, /. von Metz, O. P., Arch. Hist. doctr. litt. m. à.. P.
Fournier, Jacques de Metz, in Hist. litt., de la France, 37, Parigi, Herveo di
Nédellec Opere: 1) Quaestiones super Sententias; 2) Quodlibeta
I-IV (discussa l'autenticità di V-X); 3) Quaestiones disputatae; 4)
Commento In librum periermencias; 5) Quaestiones de praedicamentis; De
cognitione primi principii; 7) De secundis intentionibus; 8) Scritti polemici
contro Jacopo di Metz, Durando di St. Pourgain, Enrico di Gand. Venezia;
Parigi, 1647; 2) Venezia, 1486; Venezia, Parigi; Venezia, 1513; cfr.
inoltre J. G. Sikes, Hervaci Natalis liber de paupertate Christi et
Apostolorum, Arch. Hist. doctr.
litt. m. à., 1938 e L. Hou, Die Quodlibeta minora des H. Natalis,
Miinch. theol. Zeitschr., 1955, Bibliografia: cfr. Gever, p.
771; DE Brie, nn. 7400-7402; De Wutr, III, p. 69. In particolare
v.: C. JELLouscHEK, Verteitigung der Moglichkeit einer anfangslosen
Weltschòpfung bei E. Nédellec, Jahrb. Philos.
spek. Theol., Kress, Theol. und Wissensch.... an der Hand der Defensa doctrinae
D. Thomae des H. Nédellec, (Beitrage, XI, 3-4), Miinster, 1912.
W. ScHoeLLcen, Das Problem des Willensfreiheit b. H. von Gent und
H. Nédellec, Diisse!dorf, SanteLER, Der Kausale Gottesbeweis b. H.
Nédellec..., Innsbruck, 1930. A. Fries, Quaest. super IV libros
Sententiarum H. Nédellec vindicatae, Aug. GuimarAes, H. Noel. Étude biographique, Arch. frat.
praed., 1938. E. B. ALLen, H. Natalis, an early thomist
on the notion of being, Med. Stud., 1960.
Durando di St. Pourgain Opere: 1) Commento alle Sentenze (in we
red); Quaestiones disputatac; Quaestiones quodlibetales; Tractatus de
ha ditibus; Quaestiones de libero arbitrio; Additiones al I delle
Sentenze. Edizioni: 1) numerose edd. della III red.; 2) la Quae stio
de natura cognitionis, ed. J. KocH, in Op. et
Tex., VI, Miinster, 1929, 1935; 4) (Quaestio IV) ibidem, VIII,
Miinster, 1930. Bibliografia: cfr. Gever; De Brie, nn. 7247-7248;
DE WutF, III, p. 28. In particolare vedi:
J. KocH, D. de S. Porciano, O. P., Forschungen zur Streit um Thomas
von Aquin zu Beginn des 14 Jahrh. 1: Literargeschichtliche Grundlegung,
(*Beitrige, XXVI, 1), Miinster, 1927. 3. SturLEr, Bemerkungen zur Konkurslehre des Durand von
St. Pourgain, Aus des Geisteswelt des Mittelalters, Fournier, Durand de
St. Purcain, in Hist. litt. de la France, 37, Parigi, 1938,1-38.
J. MùLLER, Quaestionen der ersten Redaktion von I und Il Sent. des
Durand de S. Porciano în einer Hs. der Bibl. Antoniana in Padua, Div.
Th. (F.), KocH, Zur der Durandus - Hs. der Bibl. Antoniana von Padua,
ibidem, 1942. A. Mar, Zwei Grundprobleme..., cit.,70
Ipem, An der Grenze von Scholastik..., cit.,186 P. DunHEMm, Le
système du monde, cit., VII,27-30, 107-108, 492-493, 498-500;
VIII,265-266. Aureolo Tractatus de principiis
naturae; Commento alle Sentenze in due red.; XVI Quaestiones
quodlibetales. Edizioni: Commento (II red.) e Quodlibeta, Roma,
1596, 1605. Bibliografia: cfr. GevER, p. 769; DE Brie, nn.
7429-7430, 7496; De WutF, Drerino, Konzeptualismus in der
Universalienlehre des Franziskanererzbischofs Petrus Aureulus (Beitrige, XI,
6), Miinster, Lannry, Pierre d’Auréole. Sa
doctrine et son réle, Rev. Hist. Philos., 1928. P. Vicnaux,
Justification et prédestination au XIV® siècle, Parigi, 1934, 43-95.
IpeM, Notes sur la rélation de Pierre d'Auréole à la theologie
trinitaire, Ann. École prat. hautes étud. Sc. relig., 1935.
A. Teeraert, in DThC ScHMUcKER, Propositio per se nota. Gottesbeweis und
ihr Verhaltnis nach P. Aureulus (Franz. Forsch.,) Werl i. W., Mater, Die
Vorliufer Galileis.. Inem, Zwei Grundprobleme..., cit., 55 sgg., 62
sgg., 165 Inpem, An der Grenze von Scholastik..., cit.,70 P. Dunem,
Le système du monde, Vanm RovicHi, L'intenzionalità della coscienza secondo
Pietro Aureolo, in L'homme et son destin..., cit.,673-680. Enrico
di Harclay Opere: Commento alle Sentenze; Quaestiones disputatae.
Bibliografia: cfr. Gever, p. 769; De WutF, PeLster, Heinrich v. Harclay,
Kanzler von Oxford und seine Quaestionen, Misc. Ehrle, I, Roma, 1924,307-355.
J. Kraus, Die Universalienlehre des Oxforders Kanzler Heinrich von
Harclay in ihrer Mittelstellung zwischen skotistischem und ockamistischem
Nominalismus, Div. Th. (F.), 1932, Ma:er, Die Vorliufer Galileis. PeLster,
Theologisch-philos. bedeutsame Quaestionen des W. von Macclesfield, H. von
Harclay, und anonymer Autoren der englischen Hochscholastik, cod. 501 Troyes,
Schol., 1953. A. Maurer, H. of Harclay's Questions on
immortality, Med. Stud. Gerardo da BOLOGNA (vedasi) Bologna
Commento alle sentenze; Quodlibeta; Quaestiones ordinariae; Summa
theologica. Edizioni: Commento,
Venezia; Summa, le prime 12 quaest. in P. De VoocHt, Les sources de la
doctrine chrétienne d’après la théologie du XIV siècle, Bruges-Parigi,
1954. Bibliografia: cfr. GevER, p. 775; P. Fournier, in DThC, Xiserta,
De Summa theologiae magistri Gerardi Bononiensis O. Carm. Anal. O. Carm.,
1923. Ipem, De scriptoribus scholasticis saec. XIV ex Ord.
carmelitarum, Lovanio, 1931. A. Maier, Die Vorliufer
Galileis..., cit.,161 sgg., 168 sg., 201 B. Xiserra, Mag. Gerardus
Bononiensis. Quaestio de Dei cognoscibilitate (Sum. theol. q. 13), in
Medioevo e Rinascimento (Studi Nardi) Firenze, 1955,829-870. B. Smattey, Ger. of Bononia and Henry of Ghent, Rech.
théol. anc. méd.,Terrena Commento alle Sentenze (framm.); Quodlibeta;
Quaestiones ordinariae; Quaestiones disputatae; Commenti al De anima,
Metaphysica, Physica, Ethica. Bibliografia: cfr. Geyer, p.
775; P. FourMER, in Hist. litt. de la France, Parigi, 1927.
B. XisertA, De mag. Guidone Terreni, Anal. O. Carm., 1924. Ipem, De doctrinis theologicis mag. Guidonis Terreni,
Anal. O. Carm., Ipem, Guiu Terrana carmelita de Perpinyà, Barcellona Occam Commentarii
(sive Quaestiones) in IV sententiarum libros; 2) De sacramento altaris;
3) Quodlibeta VII; 4) Tractatus de praedestinatione et praescientia Dei;
5) Expositio aurea super «eriem veterem; 6) Summa totius logicae; 7)
Summulae in libros physicales; Tractatus super libros elenchorum; 9) De
relatione; 10) Quaestiones in libros physicorum; De quantitate. teologico-
politiche: Allegaziones religiosorum virorum; Opus nonaginta dierum; 3)
Dialogus inter magistrum et discipulum de potestate papae et imperatoris;
Epistula ad fratres minores in capitulo apud Assisium congregatos; 5) De
dogmatibus ]ohannis XXII papae; Tractatus contra Johannem XXII; 7)
Tractatus contra Benedictum XII; Com pendium errorum papae Johannis XXII;
9) Allegationes de potestate imperiali; 10) An rex Angliae; 11) Brevilogium de
principatu tyrannico (dubbio); 12) Octo quaestiones Tractatus de jurisdictione
imperatoris in causis matrimonialibus; 14) De imperatoris et pontificum
potestate; De clectione Caroli IV. c)
attribuito di scuola: 1) Cenziloqguium theologicum (molto dubbio); 2)
Tractatus de successivis; De puncto et negatione; 4) De principiis theologiae;
5) Compendium logicae; 6) Quaestio de universali; Quaestio de selatione; Breviloquium
de potestate papae. Quaestio I principalis; ed. PH. BoHNER, Paderborn,
1939 e I dist. II, 8 in The new Schol.; I dist. III, 9, 14-15, in
Traditio, 1943; «, 2) a cura di B. BrrcH, Burlington (Iowa), 1930; 2, 4)
«ed. PH. BòHNER, S. Bonaventure (N. Y.), 1945; 4, 5) PH. BOHNER,
Perihergeneias, in Traditio, 1946; «, a cura di PH. B6HNER, FIDANZA (vedasi)
(New York); è, 2) ed. E. R. BENNET e J. G. SikEs, in GuiLeLmi De OckHam,
Opera politica, I, Manchester, 1940 (cc. I-VI); 5, 4) ed. L. Baupry, in
Rev. hist. francis, 1926; ed. C. K. BrampPtoNn, Oxford, 1929; ed. H. S.
OrrLER, in Opera politica, III, Manchester, 1956; 5, 6), ed. H. S.
OrrLER, in Opera politica, III,(estratti e analisi in R. ScHoLz,
Unbekannte kirchenpolitische Streitschriften aus der Zeit Ludwigs des
Bayern, Roma, 1914,403-417); è, 7) ed. H. S. OrrLER, in Opera poditica,
III,(analisi ed estratti in R. ScHotz, op. cit.,403-417; è, 9) (estratti
in R. ScHoLz, op. cit.,417-431); 5, 10) ed. H. S. OFFLER, in Opera
politica, I,(estratti in R. ScHoLz, op. cit.,432-453); 5, 11), ed R.
ScHotz, Lipsia, 1944; è, 12) ed. J. Sikes, in Opera politica, I, cit.; è, 13)
ed. H. S. OrrLER, in Opera politica, I, cit.; è, 14) R. ScHoLz, op. cit.,;
ed. C. K. Brampron, Oxford, 1027; ed. W.
Mutper, in Arch. franc. Hist., XVI-XVII; 5, 15) ed. K. MiLLer, Traktat
gegen Unterwer656 Bibliografia fungsformel...,
Giessen; R. ScHoLz, Conradus de Megenberg. Traktatus contra Wilhelmum Occam, in
op. cit., 11,347-363; c, 2) ed. Pu.
BoHNER, S. Bonaventure (N. Y.), ; c, 4) L. Baupry, Le Tractatus de
principiis theologiae attribut è Guillaume d'Ockham, Parigi, 1936; c, 6)
M. GraBMANN, Quaestio de universali secundum viam et docirinam
Guillelmi de Ockam (Op. et Tex., X) Miinster, 1930; c, 7) G. E. MoHan,
The Quaestio de relatione attributed to William Ockam, in Franc. Stud.,
1951; c, 8) L. Baupry, Parigi. Inoltre F. Corvino ha pubblicato: Sette
questioni inedite di Ockham sul concetto, in Riv. crit. st. filos., 1955;
Questioni di Ockham sul tempo, ibidem, 1956; Questioni inedite sul
continuo, ibidem, Lione, 1495; a, 2) Parigi s.d., Parigi s.d.,
Parigi, 1490, Strasburgo, 1491, Venezia, 1504, 1516; a, 3) Parigi, 1487,
Oudendlich, s.d., Parigi s.d., Parigi 1488; Strasburgo, (rist. anast. Lovanio, 1961); 4, 4)
Bologna, 1496 (insieme ad @, 5) Bologna, Parigi, Bologna, Venezia, Oxford,
Bologna, 1494, Venezia Roma, 1637; è, 1) BaLuze-Mansi, Miscellanea,
III,315-325; EuBEL, Bullarium franciscanum, V,388-396; è, 2) Lovanio,
1481, Lione, 1495, in M. Gotpast, Monarchia Romani imperii, Amsterdam,
1631, Il, Francoforte, 1668, III; è, Parigi Lione, in GoLpast, op. cit.;
in R. ScHoLz, op. cit., la parte finale assente nel Goldast (l’ed.
GoLpast è ora stata ristampata fotostaticamente a cura di L. Firpo,
Torino, Parigi, 1476, Lione; GoLpast, op. cit.; b, 8) Parigi, 1476, Lovanio,
1481, Lione, 1495; GoLpast, op. cit.; è, 12) Lione, 1496; Gopast, op.
cit.; b, 13) in M. FrEHER, /mperatoris Ludowici III... sententia
dispensationis, Heidelberg; GoLpast, op. cit.; c, 1) Lione, 1495 (insieme
al Commento alle Sentenze). Utile l'antologia
a cura di PH. BoHNER (Ockham, Philosophical Writings, a selection edited and
translated by Pu. Bonner), Edimburgo, 1957.
Bibliografia: Ricche bibliografie generali in V. HevncH, in Franz. Stud., 1950,164-183; L. Baupry, Guillaume d’Ockham,
Parigi, 1950, 273-294. Per il lessico occamista v.: L. Baupry, Lerigue
philosophique de Guillaume d'Ockham. Etude des notions fondamentales,
Parigi, 1958. Cfr. inoltre Gever,781-782; De Brie, nn.; De Wutr,
III,4951. In particolare vedi: F. BruckMmùLLER, Die
Gotteslehre W. v. Ockham, Monaco, Horer, Biographische Studien iiber W. von
Ockham, Arch. franc. hist., Kuccer, Der Begriff der Erkenninis bei W. von
Ockham, Breslau, 1913. P. Doncoeur, Le nominalisme de G. d'Oc. La
théorie de la relation in Rev. néos. philos., e Le mouvement, temps et
lieux d'après Oc., Rev. philos., A. Perzer, Les 51 articles de G. Oc.
censurés en Avignon en 1326, Rev. hist. ecclés., 1922. F.
FepERHOFER, Fin Beitrag zur Bibliographie und Biographie des W. von Ockham,
Philos. Jahrb., Inem, Die philosophie des W. von Oc. in Rahmen seiner Zeit,
Franz. Stud., 1925. Ipem, Die Psychologie und die
psychologischen Grundlagen der Erkenntnislehre des W. Oc., Philos. Jour.,
1926. E. HocusrettEr, Studien zur Metaphysik und Erkenntnislehre
des W. v. Oc., Berlino, 1927. J. MarfcHat, Le point de départ
de la métaphysique, I, Lovanio, Bruxelles, Assacnano, Guglielmo d'Ockham,
Lanciano, 1931. E. Amann- P. Vionaux, Occam,
in DThC, XI, 864-904. P.
Vicnaux, Nominalisme, in DThC, XI, 748-784. L. Baupry, 4 propos de
la théorie occamiste de la relation, Arch. Hist.
doct. litt. m.-î., Garvens, Die Grundlagen der Ethik W. von Ockham, Franz.
Stud., 1934. E. A. Moopy, The Logic of William of Ockam,
Londra e New York. S. C. Tornay, Will. of
Ockham's Nominalism, Philos. Rev., Rossi, Riflessioni sul rasoio di Occam,
Logos, Tornay, Ockham: Studies and selections, La Salle (U.S.A.), Baupry, Le
philosophe et le politique dans G. d'Oc. e A propos de G. Ockham et de Wiclef, Archiv. hist. doctr. litt. m-4.,
1939. Pu. BoHNER, Ein Gedicht auf die Logic Ockhams, Franz. stud.,
Gracon, Occam. Milano, HoFFMann, Die erste Kritik des Ockamismus durch den
Oxforder Kanzler Johannes Lutterell, Breslauer Stud., Breslau, Lacarpe, La
naissance de lesprit laique..., cit., IV, V, VI. Pu. Bonner,
Ockham's Political Ideas, Rev. of Politics, 1943. R. ScHoLz, Wil.
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tyrannico, Lipsia. Pu. Bonner,
Ockham's theory of truth, Franc. Stud., Gracon, Occam, Brescia, 1945.
Pu. BéHneEr, Ockham's theory of signification, Franc. Stud., MoHan, The
Prologue of Ockham's Exposition of the Physic of Aristotle, Franc. Stud.,
1945. Pu. BoHnER, The realistic conceptualism of W. Ockham,
Traditio, Day, Intuitive cognitto. A Key to the Significance of the Later
Scholastics, St. Bonaventure (New York), GueLLuy, Philosophie et
théologie chez G. d'Ockham, Lovanio-Parigi, Martin, Wilhelm von Ockham. Untersuchungen zur Ontologie, Berlino, Mar, Die Vorliufer
Galileis. L. Baupry, Guillaume d'Occam: sa vie, ses oeuvres, ses idées
sociales et politiques, Parigi, Mar, Zwei Grundprobleme. Ipem, An der Grenze von Scholastik. Mences, The
Concept of Univocity regarding to Predication of God and Creature
according to Will. Ockam, St. Bonaventure (New York), De
Lacarpe, Comment Ockham comprend le pouvoir séculair, in Studi di
sociologia e di politica in onore di L. Sturzo, 1953. D. Weserino, Theory of Demonstration according to Ockham,
Lovanio, V., Occam, Firenze. P. DuHEm, Le système du monde Garcia, Alvaro
Pelayo y G. de Ockam y la teorfa de los poderes, Crisis, IserLoH, Gnade
und Eucharistie in der philosoph. Theologie des Wil. v. Ockam, Wiesbaden,
Corvino, Le Quaestiones in libros physicorum nella formazione del
pensiero di Guglielmo d’Occam, Riv. crit. st. filos., SÒÙapiro, Motion, Time
and Place according to Will. Ockam, St. Bo naventure (New York), KLockrr,
Okhkam und the cognoscibility of God, Med. Stud., 1957-1958. Pu.
BoHNER, Collected articles on Ockam, a cura di E. M. BuyrtAERT, St.
Bonaventure (New York), Maurer, Ockam's Conception of the Unity of Science,
Med. Stud., VereEckE, L'obligation morale
selon G. d’Ockham, Suppl. de la Vie Spirituelle, Duncan, Occam'’s razor,
Rusert y Canpau, Los principios bésicos de la etica en el ockamismo y en
la via moderna de los siglos XIV y XV, Verdad y Vita. H. KLocHer, Ockham and efficient causality, Thomist, Chojnack1,
Les facteurs et les limites de la connaissance humaine d’après la
critique d'Occam et de Nicolas d'Autrecouri, in L'homme et son destin...,
cit,681-687. nmo_Om pi Brampron, Ockham and his
alledged authorship of the tract Quia saepe iuris, Arch. franc. hist., .
IpeM, Traditions relating to the death of Ockham, Chatton Opere:
Commento alle Sentenze; Adversus Astrologos; Resolutiones questionum; De
indivisibilibus (perduto). Bibliografia:
Cfr. Gever, p. 783; De WuLr, Loncpré, Gualtiero di Chatton, un maestro
francescano di Oxford, Studi franc., Baupry, G. de Chatton et son
Commentaire des Sentences, Arch. Hist.
doctr. litt. m. &., Burleigh Opere: 1) De vita et moribus
philosophorum; De materia et forma; 3) Commenti ad Aristotele (Etica,
Logica, Fsica); 4) Summa totius logitae; 5) Questiones metaphysicales et
defensiones Thomae Aquinatis; 6) In Isagogen Porphyrii; 7) De intentione
et remissione formarum; 8) Super libros politicorum; 9) De substantia
orbis; 10) De intellectu agente; In Sent. ll. IV; De
Caelo et mundo; In Aristotelem de Anima; De puritate artis logicae. Colonia;
ed. crit., Tubinga, 1886; 2) Oxford, 1500; 4) Venezia, 1508; 5) Venezia,
1494; 6) Venezia, 1481; 7) Venezia, 1496; 14) ed. Pu. BéHnER, S. Bonaventure (New York) Gever, p. 788; De
Wutr, III, p. 168. In particolare v.: P. Dunem, Études sur
Léonard de Vinci, Parigi, 1906-1913, II,414 K. MicÙarski, Les courants
philosophique è Oxford et à Paris pendant le XIV siecle, Bull. Acad.
Polonaise Sc. Lett., 1920. IpeM, Les courants critiques et
sceptiques dans la philosophie du XIV° siècle (Bull. Acad. Polonaise Sc.
Lett., Cracovia, 1927). IpeMm, La physique nouvelle et les
différents courants philosophiques Baupry, Les rapports de Guillaume d'Ockham
et Walter Burleigh, Riv. bist. francis. Marer, Zu W. Burleighs
Politik-Kommentar, Rech. théol. anc. méd., npem, Die Vorlàufer Galileis. Ipem, Zwei Grundprobleme. Ipem, An der Grenze von
Scholastik TuÒomson, Unnoticed Questiones of Burley on the Physics, Mitt. Inst.
oesterreich. Geschichtforsch., DuHem, Le systòme du monde SricaLr, The
manuscript tradition of De vita et moribus philoso phorum® of Walter
Burley, Medievalia et Humanistica. È PERO i Adamo
Woodham o Goddam Opere: Commento alle Sentenze; Quaestiones; Commenti ad
Aristotele. Il Commento, abbreviato per magistrum Henricum de Hoyta,
Parigi GeveRr,; DE Wutr, LirtLe, Tra Grey Friars in Oxford, Oxford EÒÙrte, Das
Sentenzenkommentar Peters von Candia..., cit.,96-103. K. MicHaLSsKI, Le criticisme et le scepticisme dans la
philosophie Holkot Quaestiones super libros Sententiarum; Quodlibeta;
Commenti scritturali. Quaestiones super IV ll. Sent., Lione;
Utrum theologia sit scientia a quodlibet question, ed. J. T. Mucxie, Med.
Stud., GevER In particolare: Dunem, Études sur Léonard de VINCI (vedasi) MickÒats€i,
Les courants philosophiques è Oxford et è Paris pendant le XIV? siècle,
Inem, La physique nouvelle et les différents courants philosophiques
en XIV° siècle, Ipem, Le problème de la volonté è Oxford et à Paris
au XIV® siècle, in Commentariorum Societatis philos. Polon.,
Leopoli, GLomeux, La litterature quodlibétique, Meissner, Gotteserkenntnis
und Gotteslehre nach dem englischen Dominikanertheologen R. Holkot,
Limburgo-Lahn, DuHEM, Le système du monde, THorwnpike, A new Work by R. Holkot,
Arch. int. Hist. sc. Buckingham Quaestiones sulle Sentenze; Quaestiones
disputatae; Tractatus de infinito. MicHaLski, Les courants
philosophiques è Oxford et è Paris pendant le XIV siècle, Inem, Le
problème de la volonté è Oxford et è Paris, M.-D. CHenu, Les Quaestiones
de Thomas de Buchingam, Stud. med. in honorem R. I. Martin,
Bruges, Bradwardine De causa Dei contra Pelagium et de virtute causarum;
2) Arithmetica speculativa; Geometria speculativa; Tractatus de
proportione motuum; Incerta l’esistenza di un Commento alle Sentenze. ed. Savire,
Londra; Parigi; Parigi; Parigi, Venezia, Vienna; e in H. L. Crosry, 'Th.
of Bradwardine. His tractatus de proportionibus. Its
significance for the development of mathematical physics, University of
Wisconsin, Gever; De Brie, n.; De Wutr, In particolare v.: Haxn, TA. Bradwardinus und seine Lehre von der menschlichen
Willensfreiheit (*Beitrige, V, 2), Miinster, DuHem, Études sur Léonard de
Vinci, MicHats€i, Les courants philosophiques è Oxford et è Paris...,
Inpem, Le problème de la volonté è Oxford et è Paris au XIV siècle,
F. Laun, TA. von Bradwardin, der Schiiler Augustins und Lehrer
Wiclifs, Zeitschr. f. Kirchengesch. Inpem, Recherches sur Th.
Bradwardine, précurseur de Wicliff, Rev. hist. philos. relig.
Inem, Die Praedestination bei Wicliff und Bradwardine, in Imago
Dei, Giessen. Xiserta, Fragments d'una qiiestio inédita de T.
Bradwardine, in Aus der Geisteswelt des Mittelalters Sramm, Tractatus de
continuo von Th. Bradwardine, Isis 1936. A. Marr, Die Vorliufer
Galileis. InpeM, An der Grenze von Scholastik Dunem, Le système du monde, cLerr,
TA. Bradwardine's De causa Dei) Jour. eccl.
hist. Osermann, Archbishop Th. Bradwardine. A fourtheenth Century
augustinian. A study of his theology in its historical context, Utrecht, Osermann].
A. WeISHEIPL, The Sermo epicinus ascribed to Th. Bradwardine
(con testo), Arch. Hist. doctr. litt. m. Rimini (vedasi) Commento alle
Sentenze; De usuris, ed altri numerosi scritti inediti,
Edizioni: Commento, Parigi, Venezia, rist. St. Bonaventure, Lovanio,
Paderborn; De wswuris, Rimini, Gever, p. 783; De Brie, nn.; DE WuLF,
III, p. 102. In particolare v.: WirsoòrrEr, Erkennen und
Wissen nach G. von Rimini Beitrige, Miinster, Dunem, Études sur Lfonard de VINCI
(vedasi). Vicnaux, Justification et prédestinamon au XIV siècle, Parigi,
1934. M. ScuùLer, Pridestination, Stinde und Freiheit bei Gregor
von Rimini, Forsch. z. Geistesgesch., III, Stoccarda, ELie, Le complexe
significabile Parigi, Mar, Die Vorliufer Galileis..., Inem, An der Grenze von
Scholastik. DuHEem, Le système du monde Mirecourt
Opere: Comment. alle Sentenze; due Apologiac; Quaesiones. C.
Du PLEssIS D'ARGENTRE, Collectio iudiciorum, 1, Parigi, DenirLe,
Chartularium Universitatis Pari siensis, II, Parigi, con il testo delle
proposizioni condannate nel 1347); Apologiae, ed. F. SrecmùLLER, in Rech.
théol. anc. méd.; Mirecourt, Questioni inedite sulla conoscenza, a
cura di A. FranzineLLI, Riv. crit. st. filos.,Gever, p. 783; De Wutr. In
particolare v.: S. Haun, TA. Bradwardinus und seine Lehre von der
menschlichen Willensfreiheit, Birkenmayer, Ein Rechifertigungsschreiben ]. von
Mirecourt (Beitrige, XX, 5), Miinster. J. Horer, Biographische Studien iiber Wilhelm von Ockham,
cit., 230 K. MichHatski, Les cowrants philosophiques è Oxford et è Paris.
IpeM, Les sources du criticisme et du scepticisme dans la philosophie, in La
Pologne au Congrès int. de Bruxelles, Cracovia, Ipem, Le criticisme et le
scepticisme..., IpeM, Le problème de la volonté..., F. Ere, Der
Sentenzekommentar Peters von Candia, Ceffons cfr.: D. Trapp, Peter Ceffons of
Clairvaux, Rech. théol. anc. méd. Autrecouri
Opere: Commento al I delle Sentenze; Commento alla Politica;
Epi stole a Bernardo d'Arezzo; Exigit ordo executionis. Edizioni: Epistole in J. Lappe, N. von Autrecourt...
(cfr. bibl.); Exigit ordo executionis, in }. R.
O°DonneL, Nicholas oj Autrecourt... (cfr. bibl.). Bibliografia: Atti del
processo in DENIFLE, Chartularium, Lappe, N. von Autrecourt. Sein Leben, seine
Philosophie, seine Schriften (Beitrage, VI, 1), Miinster, Rasupatt, N. de
Ultricuria, a mediaeval Hume, Proceed. of the Aristotelian Soc., Manser, Drei
Zweifler am Kausalprinzip im XIV Jahrh., Jahrb. f. Philos. spekul. Theol. K. MicHatsri, Les
courants philosophiques è Oxford et è Paris, P: Vicwaux, in DThC, XI,
561-587. H. ELie, Le complexe significabile,
Parigi, O°DonneL, Nicholas of Autrecourt, in Med. Stud. IneMm, The
Philosophy of N. of Autrecout and his Appraisal of Aalualio ibidem,
1942. R. J. Wernserc, N. of Autrecourt, Princeton Marer, Die Vorliufer
Galileis. Dac Pra, Nicola di Autrecourt, Milano, Ipem, La fondazione
dell'empirismo e le sue aporie nel pensiero di Nicola di Autrecourt, Riv.
crit. st. filos.;? E. Maccacnoro, Metafisica e gnoseologia in Nicola di
Autrecourt, Riv. filos. neosc., DuHEM, Le système du monde, La bibl. generale in GeyER; De Brie, nn.; De
Wutr, III, Buridano Summulae o Compendium Logicae Quaestiones
in libros Politicorum Aristotelis Quaestiones super octo physicorum
libros; 4) Quaestiones in libros Politicorum Aristotelis; 5) Quaestiones
in libros de gnima; In metaphysicam Aristotelis quaestiones; In Ethicum
quaestiones. Parigi Parigi Parigi, Parigi, Parigi; il
Tractatus de suppositionibus a cura di M. E. Reina, in Riv. crit. st. filos., Gever; De Brie, n.; De
Wutr, DuHEm, Ézudes sur Léonard de Vinci Le système du monde, MicHaLsKi,
Les courants philosophiques..., IpeM, Le criticisme et le scepticisme...,
E. A. Moopy, John Buridan on the habitability of the Earth, Spec. Ipem, /. Buridan, Quaestiones super libros IV de coelo et
mundo, Cambridge (Mass.), Fara, /. Buridan,
notes sur les manuscrits, les éditions te le contenu de ses ocuvres,
Arch. Hist. doctr. litt. m. Ipem, Jean Buridan, in Histoire litt. de la France,
Marer, Die Vorlaufer Galileis. IpeM, Zwei Grundprobleme. IpeM,
An der Grenze von Scholastik. Reina, // problema del linguaggio in Buridano,
Riv. crit. st. filos., .Ipem, Note sulla psicologia di Buridano, Milano, Roserts,
A chimera is a chimera, a medieval tautology, Journ. Hist. Ideas Odone varie
Quaestiones in logicam, un Commentario în libros decem Ethicorum, e un
Commento alle Sentenze. Edizioni: Il Commentario all’Ethica, Venezia, BartoLoMÉ,
Fr. Ger. de Odon, Murcia, 1928. P.
DuHem, Le système du monde, Marer, Die Vorliufer Galileis.. IpeM,
Zwei Grundprobleme. Marbres Quaestiones sulla Fisica. Edizioni:
Padova, 1475; Venezia, 1492, 1516, 1520. Bibliografia: L.
Baupry, En lisant Jean le Chanosne, Arch. hist. doctr. litt. m. 4. 1934.
A. Marr, Die Vorliufer Galileis. IpeMm, Zwei Grundprobleme.
lpem, An der Grenze von Scholastik. DuHem, Le système du monde,
cBonet Opere: Commenti alla Metafisica, alla Fisica, alle
Categorie, una Theologia naturalis, Formalitates in via Scoti. Edizioni:
Venezia BarceLonE, N. Bonet Tourangeau, doctor proficuus, Etud. Franc.,
1925. F. O'Brian, in DHGE, Doucer, in Arch.
franc. hist. Maier, Die Vorliufer Galileis. IpeMm,
Zwei Grundprobleme..., cit.,198 P. Dunem, Le système du monde Fitz
Ralph Commento alle Sentenze; Sermones; Summa contra Armenos.
Bibliografia: Cfr. De Wutr, MicHALSRI, Le
criticisme et le scepticisme..., Ipem, Le problème de la volonté...,
A. Gwwnn, Richard Fitz Ralph, Archbishop of Armagh, Studies, Maier, Die
Vorldufer Galileis. Baconthorpe Opere: Commento
alle Sentenze; vari Commenti scritturali; Commenti al De anima, alla
Metaphysica, all'Ethica di AristorELE; Commenti al De trinitate e al De
civitate Dei di Acostino; Commento agli scritti di Anselmo di Aosta;
Quodlibeta; Sermoni spirituali. Edizioni: Il Commento alle
Sentenze nelle edizioni di Lione, 1484; Parigi Milano Venezia Cremona;
Madrid, Quodlibeta nell'ed. di Cremona t. 2 inf. e Venezia GEvER, Xiserta,
De magistro |. Baconthorpe, Anal. Ord. Carm., Ipem, Joan Baconthorpe
Averroista?, Criterion, Ipem, De scriptoribus scholasticis s. XIV ex Ordine
Carmelitarum, Lovanio Crisocone du Saint-SacraMENT, Maftre Jean Baconthorpe,
Rev. néosc. philos., LyncHn, De distinctione intentionali apud |. Baconthorpe, Anal. Ord. Carm.,
1932. Nico di S. Brocarpo, I! profilo storico di Giovanni
Baconthorpe, Ephemerides Carmeliticae, Marer, Zwei Grundprobleme. Anastasio di
S. Paoro, in DHGE. B. Smattey, /.
Baconthorpe's postill on St. Matthew, Med. Ren. Stud., Giovanni
di ]andun Opere: De laudibus Parisius; Commento all'Expositio
problematum Aristotelis di Pietro d’Abano; Commentari al De anima, De
coelo et mundo, Physica, Metaphysica di Aristotele e al De substantia
orbis di Averroà. Avrebbe inoltre scritto le seguenti opere di cui non è
rimasta traccia: Quaestiones de formatione foetus; Quaestiones de gradibus
et pluralitate formarum; Tractatus de specie intelligibili; Duo tractatus
de sensu agente. Edizioni: De anima, Venezia Physica, De Caelo
et mundo, ivi, 1501; Parva naturalia, ivi, 1505; Metaphysica, ivi;
tutte più volte ristampate; De substantia orbis, ivi; De laudibus
Parisius, ed. Le Roux pe Lincy e
TissERanT, in Paris et ses historiens, Parigi, Bibliografia: Cfr. Geyer; De
Wutr, IVators, Jean de ]Jandun, in Histoire litt. de France, Parigi. Dunem,
Le système du monde, cit., IV,96-104; V,571-580; VI,534-536,
543-575. E. Girson, É:udes de philosophie médiévale, Parigi, Rivière,
in DThC, Grasmann, Mittelalterliches Geistesleben, cit., II. A.
Marr, Die Vorliufer Galileis..., cit., Ipem, An der Grenze von Scholastik
Dunem, Le système du monde Maurer, John of Jandun and the Divine Causality,
Med. Stud., THornpIKE, Jean de Jandun on Gravitation, Jour. Hist.
Ideas. GricnascHI, Il pensiero politico e religioso di Giovanni di
]andun, Bull. Ist. stor. ital. m. e. + PaccHi, Note sul Commento al
De anima di Giovanni di ]andun, Riv. crit. st. filos. lac] >
zrp Parma Commento al De anima; due Quaestiones disputatae;
Quaestio de augmento; Quaestio de elementis; Expositio sulla Theorica
planetarum di Cremona. Le Quaestiones de anima di Parma, cur. Vanni-RovicHi,
Milano, Brie, n.; De Wutr, In particolare v.: Grasmann, Mittelalt.
Geistesleben, Vanni-RovicHi, La psicologia averroistica di T. da P., Riv.
filos. neoscol., Marr, Ein Beitrag zur Gesch. des italienischen
Averroismus im XIV., Jahrh., Quellen und Forsch. aus ital. Arch. u.
Bibl., Ipem, Die Vorlaufer Galileis. Ipem, An der Grenze von Scholastik. Arezzo
Commento all'Isagoge; Commento alle Categorie Grasmann, Mittelalt.
Geistesleben, Gubbio Quaestiones; Commento alle Meteore; Quaestiones de
anima Piana, Contributo allo studio delle correnti dottrinali nell'Univ. di BOLOGNA
Ant. A. Marr, Die Vorlaufer Galileis. URBANO
da BOLOGNA Trattato sui Commenti averroistici alla Physica Venezia con
prefazione di Vernia. Wutr, SorsetLI, Storia dell'Università di BOLOGNA,
Bologna, Abano Conciliator differentiarum phylosophorum et praecipue
medicorum; Liber compilationis physonomiae; Expositio problematum Aristotelis;
Lucidator astronomiae, ed altre inedite. Conciliator, Venezia, 1476;
Liber.., ivi, ; Expositio, Padova; Lucidator, frammenti in P. DuHEM, Le système
du monde, IV, Parigi, Gever, p. 786; De Brie; De WuLF. FerrarI, / tempi,
la vita, le dottrine di Pietro d’Abano, Genova. Ipem, Per la biografia e
per gli scritti d’Abano, Mem. R. Accad. dei Lincei, Narpi, La teoria
dell'anima e la generazione delle forme secondo Abano, Riv. filos. neosc., DuHem,
Le système du monde Narpi, Intorno alle dottrine filosofiche d’Abano, N. Riv.
stor. ALIGHIERI e ABANO, Saggi di filosofia dantesca THÒornpikE, A History
of magic and experimental Science, con Bibl. completa degli scritti Gucon,
Abano e l'averroismo padovano, Atti XXVI riunione Soc. ital. progr. sc.
Roma Troito, Averroismo e aristotelismo padovano, Padova Inem, Per l'averroismo
padovano o veneto, Atti R..Ist. Veneto, Narpi, Studi sull’aristotelismo
padovano dal secolo XIV al XVI, Firenze, rivisti e rielaborati Ascoli L’Acerba;
De principiis astrologiae; De eccentricis et de epyciclis; Tractatus in
sphaeram. Edizioni: L’Acerba, a cura di P. Rosario, Lanciano; di A.
Crespi, Ascoli Piceno, 1927; De principiis..., ed. G. Borriro, Firenze,
1905; De eccentricis..., ed. BorFITO Casretti, La vita e le opere di ASCOLI,
Bologna PaoLETTI, Ascoli, Bologna, Beccaria, I biografi di Cecco d'Ascoli e le
fonti per la sua storia e la sua leggenda, Mem. Acc. sc. di Torino,
Eckhart Tra le mumerose opere in latino e in volgare citiamo: Reden
der Unterscheidung; Collatio in librum Sententiarum; Tractatus super
Oratione dominica; Quaestiones: Utrum in Deo, Utrum intelligere Angeli;
Utrum laus Dei; Quaestiones: Aliquem motum, Utrum in corpore Christi;
Buch der gottlichen Trostung; Sermone vom dem edlen Menschen; Opus tripartitum;
Opus expositionum Prologi, In Genesim; In Exodum; In Eccl. In Sapientiam, In
Genesim I (II forma); In Exodum (Il forma); In Genesim Il; Liber
parabolarum Genesis, In Johannem; Sermoni lat. e ted.
Edizioni: Le Opere latine a cura del DenirLE in Arch. f. Liter. und
Kirchengesch. d. Mittelalter; le Opere tedesche, già edite a cura di F.
PreiFrFer (in Deutsche Mystiker des-XIV Jahrh., II, Gottinga), sono ora
edite insieme alle latine da W. KoHLHAMMER, a cura di K. Werss, J. Kock,
K. Christ, E. Benz, J. Quint, Stoccarda-Berlino, Un’altra ed. delle op. latine
a cura di G. THfry e di R. KLIBANSKI, Lipsia si è fermata al f. III. Tra le
tradd. it. ricordiamo: Prediche e trattati, a cura di G. C. con intr. di
E. Buonaruti, Bologna, e l’ant. La nascita eterna (con testi a fronte) a
cura di G. Faccin, Firenze. Per altre edizioni particolari di testi e documenti
cfr.: G. Tufry, Édition critique des pièces relatives au procès
d'Eckhart, Arch. Hist. doctr. litt. m.
à.,; Le Commentaire de M. E. sur le livre de la Sagesse Loncpré,
Questions inédites de M. E., Rev. Néoscol. Philos. Neuaufgefundene Pariser
Questionen M. E. und ihre Stellung in seinem geistigen Entwicklungsgange,
a cura di E. LoncpPré e di M. GRABMANN, Abhandl. Bayer. Akad. Philos.
Kl., Monaco GevER, Quaestiones et sermo parisienses, Bonn. Per l’amplissima
bibl. cfr. Gever; De BRIE Wutr, Cfr. anche G. Faccin, M. E. e la mistica
preprotestante, Milano. Ci limitiamo qui a citare: F. Jostes,
M. Eckhart und seine Jiinger, Lipsia, Hornsrein, Les grands mystiques allemands
du XIV siècle, Lucerna, LeHMmann, Meist. Eckhart, Jena Karrer, Meist. Eckhart,
Monaco, VOLPE, Il misticismo speculativo di Maestro Eckhart nei suoî
rapporti storici, Bologna Seeserc, Meister Eckhart, Tubinga, OLtManns, M.
Eckhart, Francoforte, Peters, Gottesbegriff M. Eckharts, Amburgo, Dempe, Meist.
Eckhart. Eine Einfiihrung in sein Werk, Lipsia, 1n. e. Friburgo Laurent, Autour
du procès de Maître Eckhart. Les documents
des Archives Vaticanes, Div. Th." (P.) BoLza, Meister Eckhart
als Mystiker, Monaco DaLcmann, Die Anthropologie Meister Eckharts, Tubinga MiLLer-THyn,
On the University of Being in Meister Eckhart, New York, EseLinc,
Meister Eckharts Mystik. Studien zu der Geisterkampfen um die Wende
des 13 Jahrh., Stoccarda, CLark, The Great German Mystics, Eckhart, Tauler,
Suso, Oxford. Spann, M. Eckharts mystische Philosophie, Vienna, Licxer, M.
Eckhart und die Devotio Moderna," Leida DenirtLe, Die deutschen mystiker
des 14. Jahrhunderts. Beitrige zur Deutung ihrer
Lehre, nuova ediz. a cura di O. Spiess, Friburgo, Detta Votpe, Eckhart o della
filosofia mistica, Roma, H. Hor, Scintilla animae. Eine Studie zu einem
Grundbegriff in Meister Eckharss Philosophie..., Lund-Bonn, Tu.
StemBucHEL, Mensch und Gott in Frimmigheit und Ethos der deutschen
mistik, Diisseldorf BinpsHepLERr, Meister Eckharts Lehre von der Gerechtigheit,
Stud. Philos. ScHmoLpt, Die deutsche Begriffssprache Meister Eckharts
Studien zur philos. Terminologie des Mittelhochdeutschen, Heidelberg SrePHENSON,
Gortheit und Gott in der speculativen Mystik Meister Eckharts, Bonn Kopper,
Die Metaphysik Meister Eckharts, Saarbriicken AnceLET-HusracHe, Maftre Eckhart
et la mystique rhénane, Parigi LueseNn, Die Geburt des Geistes. Dus Zeugnis M. Eckharts, Berlino Wilmersdorf Or.rmanns,
M. Eckhart, Francoforte sul Meno, KeLLec, M. Eckharts doctrine of divine
subjectivity, Downs. Rev., Kertz, M. Eckhart's teaching on the birth of the
divine Word in the soul, Traditio FiscHEr, Die theologischen Werke M.
Eckharts, Schol. Benz, Mystik als Seinserfiillung bei M. Eckharts in Sinn und
Sein, cin philos. Symposion F. S. von
Rintelen gewidmet, Tubinga, Lossxy, TAéologie négative et connaissance de Dieu
chez M. Eckhart, Parigi Eckhart der Prediger. Festschrift 2.
Eckhart-Gedenkjahr. Hrsg. von M. Nix u. R. OecxHstin, Friburgo, Basilea,
Vienna, Héoi, Metaphysik u. Mistik im Denken des M. Eckhart, Zeitschr. f.
kathol. Theol. GPKHEV. M Tauler Opere:
Sermoni: edd.: Lipsia, Augusta; Basilea, Colonia; in ted. moderno, Francoforte
s. M., trad. lat.: Colonia, Trad. it.: Sermoni, a cura di R. Spaini
Pisaneschi, Firenze; Prediche, Milano, Trad. franc.: Parigi, Gever De
Brie Naumann, Untersuchungen zu ]. Taulers deutschen Predigten, Halle MùtLer,
Luther und Tauler auf ihren Zusammenhang untersucht, Berna Hucueny, Le
doctrine mystique de Tauler, Rev. sc. philos. théol., THéry, Esquisse d’une vie
de Tauler, Suppl. de la Vie Spirituelle, WentzLarr-EccesErT, Studien zur
Lebenslehre Taulers, Berlino, PourraTt, Le spiritualité Chrétienne, II, Parigi,
DThC LieFrrInck, De middelnederlandsche Taulerhandschriften, Groninga, Ganpitac,
De Johann Tauler à Heinrich Seuse. Leur
doctrine spirituelle, Étud. GermaniquesValeur du temps dans la pédagogie
spirituelle de Jean Tauler, Conférence Albert le Grand, Montréal TERMENÉN
SoLfs, Trascendencia del conoscimiento racionale en Tauler, in L'homme et
son destin. Scuse Btichlein der Wahrheit; Biichlein der ewigen Weisheit;
Leztere; Epistole; L'Exemplar (correzione delle copie inesatte dei suoi
scritti); Horologium Sapientiae. Opera ed. crit. di K.
BreHLMEyER, Stoccarda; dell’Exemplar in ted. mod. a cura di H. DenirLe, Monaco;
nuova ed. dello Horologium, Torino, tr. fr. Oeuvres mystiques du b. Henri Suse, di G. THirioT,
Parigi, tr. it. Diglogo della Verità, a cura di A. LEvASTI, Lanciano;
Scritti scelti, a cura di R. Sparni-PisanEscHI, Torino; Il libro della
saggezza eterna, Milano. Cfr. inoltre: Pranzer, Der Textgeschichte und
Textkritik des Horologium Sapientiae des sel. Heinrich Seuse, Div. Th.
(F.) Faccin, Meister Eckhart e la mistica tedesca preprotestante E cfr. Geyer; De Brie, nn. ; De Wutr,
Til. In particolare: S. HaHn, H.
Susos Bedeutung als Philosoph, Beitrige, Suppl. 1, Miinster. Hornstern, Les grands mystiques
allemands Le b. Henri Suse, Rev. tom., Levasti, Enrico Seuse, Riv. filos.
neosc. ScHwarz, Das Christusbild des deutsch. mystikers H. Suso, Bamberga Wermann,
Die Seusesche Mystik und ihre Wirkung auf die bildende Kunst,
Berlino Gròser, Der Mystiker Hein. Seuse, Friburgo. J. AnceLET-HusracHe,
Le 5. H. Suse, Parigi Bizet, Henry Suso et le déclin de la Scholastique, Parigi
Ganpittac, De Johann Tauler è Heinrich Sceuse..., cit., Étud.
Germaniques, Cfr. inoltre: J. H. NicoLas, Études sur Susé, Rev. thom. Ruysbroeck Trattati
in dialetto fiammingo tra i quali particolarmente importanti: Il regno degli
amanti di Dio; Le nozze spirituali; Lo specchio della salute eterna; Il
libro della più alta verità; Il libro dei dodici beghini.
Edizioni: Werken, ed. compl., Anversa tr. it. Lo specchio dell'eterna
salute, in F. Fori, Vita e dottrina del b. Giovanni Ruysbroeck, Roma L'ornamento
delle nozze spirituali, tr. D. GruLiorti, Lanciano, ; Pagine scelte, tr.
di G. Mariani, Milano; Gradi dell'amore spirituale (col titolo Vita e dottrina
del b. G. Ruisbrochio), tr. F. N.,
Torino; tr. franc.: Oeuvres de Ruysbroeck l’Admirable, Bruxelles, Ruysbroeck. Leven,
Werken, Malines-Amsterdam; cfr. GEYER Dr Brie De Wutr Cfr. inoltre:
G. DoLezicH, Die Mystik J. v. Ruysbroeck de: Wunderbaren, Breslauer
Stud. z. hist. Theol., Voorne, Ruusbroec en de geest der mystick, Anversa,
Bricuf, in DHhC,Comes, Essai sur la critique de Ruysbroeck par Gerson, Parigi Ampe,
Kernproblemen uit de leer van Ruysbroeck, Tielt. P. Henry, La
mistique trinitaire du Bienheureux Jean Ruusbroec, Rech. sc.
relig. Per Gerardo di Groot vedasi: Gerardi Magni Epistolae, a cura di W.
MurLper, Anversa, Chronica Montis Sanctae Agnesis, a cura di M. J. Pont,
Opere di Tommaso da Kempis, VII, Friburgo, Post, De Moderne
Devotie, Geert Groote en zijne stithtingen, Amsterdam. Per il
Francofortese o Deutsche Theologie cfr. l’ed. Un, Berlino a. c. Prezzolini). La
bibl., in Faccin, Giovanni Eckhart e la mistica preprotestante. V., La Teologia
tedesca Riv. crit. st. Filos Wycliff De ideis; Tractatus de logica; Summa
de ente; De dominio divino; De civili dominio; De veritate Scripturae; De
Ecclesia; De officio regis De potestate Papae De ordine christiano De apostasia
De eucharestia Trialogus ed altri scritti minori filosofici e
teologico-politici. La Opera a cura della Wycliff Society di Londra; il
Trialogus anche nell’ed. LecHLER, Oxford; la Summa de ente (L. 1, tr.
1-2), Londra, Sul significato e l’opera storica di W. cfr. soprattutto Mannino,
Cambridge medieval History Cambridge e ampia bibl. Poore, Wicliff and the
movements for Reform, Londra GarronER, Lollardy and the Reformation in England,
Londra Losert H, Wiclif und der Wiclifismus, Realencycl. f. prot. Theol. u. Kirche con ampia bibl. Workman. Wiclif.
A Study of the English medieval Church, Oxford. TÒÙomson, A lost
chapter of Wiclif Summa de ente Cambridge, The philosophical basis of
Wiclif theology, Jour. of relig. STEIN, Another lost chapter of Wiclif Summa de
ente Spec. Baupry, A propos de Guillaume d'Ockham et de
Wiclif, Arch. Hist. doctr. litt. m.-.Cristiani, in
DThC. W. Lanc, Glauben und Wissen bei Pecok und Wicliff, Diesdorf, Mc
Fartane, Wiclif and the Beginnings of English nonconformity, Londra Huss Opera
Omnia, ed. FLAsJHANS - M. KominskovA, Praga v. anche: /. Hus et Hieronimi
Pragensis martyrum Christi historia et monumenta, a cura di FLacio
ILLiRIco, Norimberga, KruMmmEL, Geschichte der bbemischer Reformation, Gotha LoserTH,
Hus und Wicliff zur Genesis des husitisch. Lehre, Praga, Monaco, LecHier,
Johannes Huss, Halle Lirzow, Life and times of master J. Huss ScHarr, /. Huss.
His Life, Teaching and Death after five hundred years, New York Haucx,
Srudien zu J. Huss, Lipsia EurLE, Der Sentenzekommentar Peters von Candia MoncetLe,
in DThC Srrunz, /. Hus, sein leben und sein Werk, Monaco. H.
ZarscHEK, Studien z. Gesch. der Prager Universitàt, Mitt. des Vereins f.
Gesch. deutsch. Sudetenlinders Trapp, Clem. Unchiristened Nominalism and
Wycliffite realism at Prague um 1381, Rech. théol. anc. méd. Oresme Commento alle Sentenze (perduto, tranne il De
communicatione idiomatum Quaestiones su Euclide; Tractatus de configurationibus
formarum; Parafrasi francesi di Politica, Economica, Etica di AristotELE;
Livre du ciel et du monde; Traicté de la prémière invention de la monnaie Traicté
de la sphère Commentaire aux livres du ciel et du monde; 8) Commenti alla
Physica ed ai Metereologica. Parigi Politica ed Economica Parigi
Etica; della parafrasi all’Etica cfr. ed. A.
D. MenuT, New York e dell’Economica l’ed. A. D. MEnUT, Filadelfia, ed. A. D.
MenUT - A. J. DenoMy, in Med. Stud., ed.Wotowsxi, Parigi ed. Jonnson,
Edimburgo Parigi La bibl. generale in GEveR; De Brie; De Wuctr Bripey, N.
Oresme. La théorie de la monnaie, Parigi Dunem, Études sur Léonard Le système
du monde WiecertNnEr, N. Oresme und die graphische Darstellung der
Spàtscholastik, Natur u. Kultur DincLer, Ueber die Stellung von N.s Oresme in
der Geschichte der Wissenschaften, Philos. Jahrb.
THorNDIKE, History of magic and experimental Science, III, New
York. BorcHerRT, Die Lehre von der Bewegung bei N. Oresme (Beitrige),
Miinster THoRrNDIKE, Celestinus, Summary of Nicols Oresme, Osiris Kaiser,
Before Copernicus, Nicolaus of Oresme, America BocHERT, in (Beitrige,y XXXV, 4-5), Miinster con
led. del De communicatione idiomatum). A. Mar, Die Vorliufer
Galileis IneMm, Zwei Grundprobleme An der Grenze von Scholastik Metaphys.
Hintergriinde der spatscholastischen Naturphilosophie, Roma, THoRrNpIKE, Oresme
and commentaries on Metereologica, Isis PepersEN, Nicole Oresme og hans
naturfilosofiste system, Copenhagen, MarzHIEU, dd la recherche du De
Anima de Nic. Oresme, Arch. Hist. doct. litt. m. à. Zousov,
Sur un écrit faussement attribué a N. Oresme, [De instantibus)ì, Arch. Hist.
doctr. litt. m. à. L'inter omnes impressiones de Nicole d'Oresme, (con testo)
Arch. Hist. doct. litt. m. d., ore mm ce Alberto di
Sassonia Tractatus logicace; Quaestiones in logicam Guill. Occam;
Sophismata; Tractatus proportionum; Tractatus de quadratura circuli;
Quaestio de proportione diametri quadrati ad costam ciusdem; Post.
Analyticos; Quaestiones super octo ll. Physicorum; In libros de coelo et
mundo; De generatione et corruptione; Ezxpositio super decem ll. Ethicorum
Aristotelis; De sensu et de sensato. Edd. v. GEvER Gever Wutr, JuLLian,
Un scolastique de la décadence, Albert de Sore, Rev. August Dunem, Ezudes sur
Léonard Le système du monde, Hripinesrerper, Albert von S.; ein Lebensgang und
sein Kommentar z. Nikom. Ethik Aristot. (Beitrige), Miinster, MicHatski,
Le criticisme et le scepticisme dans la philosophie du XIV° stècle,
IneM, La physique nouvelle et les différents courants philosophiques..,
cit. A. Mar, Die Vorlaufer Galileis..., cit., passim. Inem,
Zwei Grundprobleme..., cit., passim. Inem, An der Grenze von
Scholastik Per gli scritti matematici: B. Boncompacni, Intorno al
Tractatus proportionum di Alberto di Sassonia, Bull. di bibl. stor. scienze
nat. fis. Sutez, Der Tractatus de quadratura circuli
des Albert d. S., Zeitschr. f. Mathem. u. Phys. Die Quaestio de
proportione diametri quadrati ad costam eiusdem Inghen Textus dialectices
de suppositionibus Expositio super Analyt. post. Abbreviationes libri
Physicorum Aristotelis Quaestiones subtilissimae super VIII libros physicorum
secundum nominalium viam; Quaestiones de gencratione et corruptione;
Quaestiones super IV. Il. Sententiarum Vienna Venezia Lione Venezia sotto
il nome di Duns Scoto, c quindi inserite nella ed. delle sue opere Venezia
Strasburgo Gever De BRIE Dunem, Érudes sur Léonard Le système du monde MicHasri,
Les courants philosophiques. Le criticisme et le scepticisme EHnLE, Der
Sentenzentommentar Peters von Candia, cit., passim. G. Ritter,
Studien 2. Spétscholastik, I. M. von Inghen und die Okkam Schule in
Deutschland, Vienna, Ma:ER, Die Vorlàufer Galileis..., cit., passim. Iper,
Zwei Grundprobleme An der Grenze von Scholastik Hainbuch Opere:
Fil. teol: De reductione effectuum; De habitudine causarum; Contra
astrologos; Commento alle Sentenze; Commentario alla Genesi. Canonistiche: Tractatus de contractibus emptionis et
venditionis; Epistula de contractibus emptionis et venditionis ad
consules viennenses. Politico religiose: Epistula pacis; Consilium pacis.
Ascetiche: Speculum animae; De contempu mundi. Edd., trad. v. GEYER Gever;
DE Wes Harrwic, Leben und Schriften des H. von Langestein AscHsacH, Geschichte
der Wiener Universitàt, Vienna Rorx, Zur Bibliographie des H. Hainbuch de
Hassia dictus de Langestein, Beihefte zum Zentralblatt fiir
Bibliothekswesen Pruckner, Studien zu den astrologischen Schriften des H. von
Langestein, Lipsia, Maier, Zwei Gundprobleme Dunem, Le système du monde Totting
di Oyta Commentario alle Sentenze Tractatus moralis de contractibus
reddituum annuorum Quaestiones logicae super Porphyrium; Tres libri
philosophici de anima, o Magistrales tractatus de anima et potentiis eius Parigi,
la Quaestio de Sacra Scriptura nell’ed. crit. di A. Lanc, Miinster AscHsacH,
Geschichte d. Wiener Universitàt, SoMMERFELDT, in Mitt. d. Institut f.
Gsterreis. Geschichtsforsch., Dunem, Le système du monde MicHar.sKi, Le
criticisme et le scepticisme EnrLE, Der Sentenzenkommentar Peters von Candia, Lane,
H. Totting von Oyta, (Beitrige Miinster. Rucker,
Zum Problematik der Spatscholastik, Theol. Rev. Decker, Ein
fundamentaltheologischer Traktat des mittelalters CH. Totting
v. Oyta, Quaestiones super libros Sententiarum], Wiss. Weish La bibl.
generale, in GevER De Brie, Dv» Heytesbury Opere: Le
sue numerose opere di logica sono pubblicate sotto il titolo: Tractatus
Guillelmi Heutisberi de sensu, composito et diviso; Regulae ciusdem cum
sophismatibus (con una Declaratio e Expositio litteralis di Gaetano da Tiene);
Tractatus Heutisberi de veritate et falsitate propositionis, Venezia, PrantL,
Gesch. d. Logik. DuHem, Études sur Léonard Marr, Die Vorliufer Galileis. An der
Grenze von Scholastik Wison, W. Heitesbury..., Madison, DuHEMm, Le système du
monde, Swineshead i Opere: Commento alle Sentenze; De
insolubilibus; Obligationes; De motibus naturalibus; Calculationes Padova
DuHem, Études sur Léonard MicHaLsxki, Le criticisme et le scepticisme Maier,
Die Vorlaufer Galileis Zwei Grundprobleme. InpeM, An der Grenze von
Scholastik CLacett, R. Swineshead and late medieval physic, Osiris DuHEm, Le
système du monde Sui Calculatores di Merton GRICE cfr. inoltre sotto la bibl.
generale alla voce Scienze, in particolare il testo di CromBIE, Augustine
t0 Galileo THornpikE, A History of magic and experimental science Pelacani
Opere: Quaestiones de latitudinibus formarum; Quaestio de tactu corporum
durorum; Quaestiones sull’ottica. Padova Venezia insieme alla Quaestio
de modalibus di Bassano Potito; in F. Amopro, Riproduzione delle
Quaestiones de latitudinibus formarum, in Annali Ist. tecn. Porta, Napoli
Per le Quaestiones sull’ottica v.: Questioni inedite di ottica di Pelacani
a cura di ALessio, Riv. crit. st. filos. Amopro, Appunti su Biagio Pelacani da
Parma, in Atti del IV Congr. dei Matematici, III, Roma THorNDIKE, A
History of magic and experimental science DuHem, Le système du monde Mater, Die
Vorliufer Galileis. Zwei Grundprobleme An der Grenze von
Scholastik Moopy-M. CLacett, The mediaeval science of weights (Scientia
de ponderibusì..., cit. M. CLacett, The science of mechanics in the
middle age, cit. Feperici-VescoviNI, Problemi di fisica
aristotelica in un maestro del sec. XIV: Biagio Pelacani da Parma Riv.
filos. Ailly Scrive opere solo in parte edite. Alcune tra le minori
sono state pubblicate da L. DupPin nell’ed. delle Opera di Giovanni
Gerson, e talune addirittura attribuite allo stesso Gerson (Opera,
Anversa); altre opere minori sono state pubblicate da L. SaLeMBIER in Rev.
des Scien. ecclés., 1. Delle opere scientifiche, filosofiche e religiose
del d’Ailly alcune hanno avuto numerose edd. (cfr. L. SaLEMBIER, Bibliographie des Oeuvres du
cardinal P. d'Ailly, évéque de Cambrai, Compiègne, e Les oeuvres
francaises du card. Pierre d’Ailly, Arras L’opera
filosofica più importante è costituita dalle Quaestiones super Sententiarum,
Bruxelles, Altri scritti di notevole interesse filosofico: De anima, De
legibus et sectis contra superstitiosos astronomos (in Gerson, Opera, ed.
cit., 1); Vigintiloquium de concordia astronomiae cum theologia (Venezia); e
l’Imago mundi (ed. E. Buron,
Gembloux-Parigi cfr. GeyER Brie; DE WuLF SaLEMBIER, Le Card. Pierre d'Ailly,
Mons-en-Barouel. Ipem, in DThC, DHGE. M. De Ganpittac,
Usage et valeurs des arguments probables chez Pierre d'Ailly, Arch. Hist. doctr. litt. m..Roserts, The theories of Ailly
concerning forms of government in Church and State, Bull. Inst. hist. research Ailly
and the Council of Constance: A study in Ockamiste theory and practice
Trans. R. Hist. Soc., McGowan, Pierre d'Ailly and the council of Constance,
Washington DuHEM, Le système du monde Candia Opera: Commento alle Sentenze
(inedito). Bibliografia: F. Exte, Der
Sentenzkommentar Peters von Candia, des Pisaner Papstes Alexander V,
Franz. Stud., Beiheft Maier, An der Grenze von Scholastik Dunem, Le système du
monde Gerson Tra le sue numerose opere ricordiamo qui
particolarmente: Centiloquium de conceptibus; Centiloquium de causa
finali; De concordantia metaphysicae cum logica (1426); De modis significandis;
De parvulis ad Christum trahendis; Lectiones duae contra vanam
curiositatem; Super canticum canticorum; Commento alle Sentenze Opera
omnia, ed. E..Dupin, Anversa, rist. L’Aja; le Notulae super quaedam verba
Dionysi, in A. ComBes, ]. Gerson Commentateur dionysien, Parigi, 1940. È
ora in corso l’ed. crit. dell'Opera Omnia a cura di P. GLorieux, Parigi,
1961 sgg. Cfr. inoltre l’ed. del De Mystica Theologia, sempre a cura del
Comes, nel Tesaurus mundi Gever, p. 791; De Brie WuLr, ScHwag, Johannes
Gerson, Wiirzburg, .Masson, Gerson, sa vie, son temps, ses ocuvres,
STELZENBERGER, Die mystik des J. Gerson, Breslavia SaLemBier, in DHhC, Connoiy,
John Gerson, Reformator and Mystic, Lovanio con ricca bibl. Dress, De
theologia Gersoni, Giitersloh ScHnàrer, Die Staatslehre, de Gerson,
Colonia. A. Comes, Études Gersoniennes, “Arch. Hist. doctr. litt. m. con
particolare riferimento al Commento alle sentenze ScHnEMER, Die Verpflichtung
des menschliches Gesetzes nach Gerson, “Zeitschr. f. kathol. Theol., VerEECKE, Droit et morale chez Jean Gerson, Rev.
hist. droit. frane. et étran., GLorieux, Autour de la liste des ocuvres
de Gerson, “Rech. théol. anc. méd. DuHem, Le système du
monde Sulla crisi della cultura medioevale alla fine del XIV secolo cfr.
inoltre particolarmente: E. Garin, La crisi del pensiero medioevale, in
Medioevo e Rinascimento. Studi e ricerche, Bari Angelicum Antonianum
Archivum Fratrum Praedicatorum Archives d’Histoire doctrinale et
littéraire du moyen fge. Archivio di storia della filosofia.
Augustiniana. Cîteaux in de Nederlanden Collectanea
franciscana Divus Thomas (Friburgo) Divus Thomas (Piacenza)
English Historical Review Estudios ecclesiasticos
France franciscaine Franciscan Studies
Franziskanische Studien Giornale critico della filosofia italiana Gregorianum Historisches
Jahrbuch Journal of theological Studies Italia
francescana Mediaeval and Renaissance Studies Mediaeval Studies Miscellanea
francescana The Modern Schoolman Neues Archiv The new
Scholasticism The Philosophical Review Recherches de théologie
ancienne et médiévale. Recherches de sciences réligieuses Revue
augustinienne Revue bénédictine Revue d’histoire ecclésiastique
Revue d’histoire de la philosophie Revue de metaphysique Revue du
moyen fge latin Revue néoscolastique de philosophie Revue
philosophique de Louvain Revue des sciences philosophiques et
théologiques Revue thomiste Rivista critica di storia della
filosofia Rivista di filosofia Rivista di filosofia
neoscolastica Rivista storica italiana Rivista di studi
orientali Scholastik Speculum Studi francescani The
theological Quarterly The theological Review Theologische
Zeitschrift Wissenschaft und Weisheit Zeitschrift fir katholische
Theologie Zeitschrift fir Kirchengeschichte. Cesare Vasoli. Vasoli.
Keywords: implicatura. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Vasoli,” pel Gruppo di
Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza. Vasoli.
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vatinio: la ragione conversazionale a Roma
– l’implictaura conversazionale della setta di Crotone -- filosofia italiana – By
Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Abstract.
Keywords: CROTONE. Grice: “Italians refer to Pythagoreanism as ‘la scuola di Crotone,’
seeing that that was where the Master settled. One may well speak of the dialettica
crotonese – Crotonian dialectic, Athenian dialectic, Oxonian dialectic. Filosofo
italiano. A politician, supporter of GIULIO (vedi) CESARE and a friend of CICERONE,
who at different times, attacks and defends him. V. calls himself a
Pythagorean, but Cicerone questions V’s right to do so on account of his
dubious behaviour. Publio Vatinio. Keywords: Roma antica. Per H. P. Grice’s
Play-Group, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.
Luigi Speranza: GRICE ITALO!; ossia,
Grice e Vattimo: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’implicatvm
o impiegato come comunicatvm debole – la scuola di Torino – filosofia torinese
– filosofia piemontese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di
Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Torino). Absract. Keywords: debole,
forte. Implicatum come communicatum debole. Grice: make a stronger statement.
DEFEASIBILITY – can be defeated. Filosofo
torinese. Filosofo piemontese.
Filosofo italiano. Torino, Piemonte. Essential Italian philosopher. Grice: “It
may be argued that what Vattimo means by ‘strong’ is what I mean by ‘weak’ and
viceversa – With Popper, ‘I know’ is weaker than ‘I believe’ and ‘every x’ is
weaker than ‘some (at least) one’ or ‘the’ – I have explored ‘the’ – Keyword:
massima della debolezza conversazionale; massima della forza conversazionale” –
Filosofo italiano. -- not one that provinicial Beaney would include in his
handbooks and dictionaries. Vattimo’s philosophy shares quite a bit with
Grice’s programme, as anyone familiar with both Vattimo and Grice may testify.
Vattimo has philosophised on Heidegger and Nietzsche, and one of his essays is
on the subject and the maskanother on reality. There is a
volume in his honour. Participante del Foro Internacional por la Emancipación y la Igualdad. Partito Comunista. In precedenza: DS PdCI IdV
Indipendente. Laurea in Filosofia. Torino. Filosofo, professore universitario. Tra
i massimi esponenti della corrente post-moderna, è teorizzatore della filosofia
debole. Il padre è un poliziotto calabrese, che muore quando V. ha I anno
e mezzo. La madre è una sarta. Ha una sorella di otto anni più grande. Durante
la guerra si trasferisce con la famiglia in Calabria, restandoci per II anni e
ritornando a Torino. Studente del liceo classico Gioberti è attivo nella
Gioventù Studentesca di Azione Cattolica, e collabora a Quartodora, rivista del
movimento diretta da Straniero. Si autodefine come un cattolico militante,
influenzato dalla lettura di Maritain, Mounier e dei racconti di Bernanos,
portato dalla fede ad un disinteresse per il razionalismo storico,
l'Illuminismo e le filosofie di Hegel e Marx. Allievo di PAREYSON (vedi)
assieme a ECO (vedi) con cui ha condiviso amicizia e interessi, si laurea in
filosofia a Torino. Lavora ai programmi culturali della Rai. Consegue la
specializzazione a Heidelberg, con Löwith e Gadamer, di cui ha introdotto la
filosofia in Italia. Professore incaricato e ordinario di estetica a Torino,
nella quale è stato preside, della facoltà di Lettere e Filosofia. Ordinario di
filosofia teoretica presso la stessa università. Professore emerito, titolo che
non gli precluse lo svolgimento d’eventuali attività didattiche presso la suddetta
università. Idea e condotto su Raitre il programma di divulgazione filosofica “La
clessidra.” Insegnato come visiting professor negli Stati Uniti e ha tenuto
seminari in diversi atenei del mondo. Direttore della Rivista di estetica,
membro di comitati scientifici di varie riviste, socio corrispondente
dell'Accademia delle Scienze di Torino, nonché editorialista per i quotidiani
La Stampa e La Repubblica e per il settimanale L'espresso. Dirige la rivista
Tropos. Rivista di ermeneutica e critica filosofica edita da Aracne Editrice.
Per i suoi saggi riceve lauree honoris causa dalle La Plata, Palermo, Madrid e
Lima. È stato più volte docente alle Vacances de l'Esprit. Svolge attività
politica in diverse formazioni: nel Partito Radicale, Alleanza per Torino, Democratici
di Sinistra, per i quali è stato parlamentare europeo, e nel Partito dei
Comunisti Italiani. Candidato da una lista civica a sindaco di una cittadina
calabrese, San Giovanni in Fiore (Cs), per combattere la degenerazione
intellettuale che affligge quel paese, ma non è riuscito ad arrivare al secondo
turno. Annunciato la sua candidatura a parlamentare europeo nelle liste
dell'Italia dei Valori di Pietro, rivendicando tuttavia le proprie origini
comuniste, venendo eletto nella circoscrizione Nord-Ovest. Nel giorno
dell'anniversario della fondazione del PCd'I, annuncia la sua adesione al
Partito Comunista. Il suo ideale politico-religioso si riassume in una
forma da lui definita comunismo cristiano e comunismo ermeneutico, un' ideale
anti-dogmatico di comunismo debole nel pensiero e nell'essere, che si ispira
alla vita comunitaria delle prime comunità cristiane. Esso rinnega e si oppone
alla violenza delle industrializzazione pesante forzata e dello stalinismo in
genere, così come anche alle tesi di Lenin e del terrorismo, muovendo a favore
di una sinistra improntata al dialogo, alla dialettica e alla tolleranza. Accusato
di antisemitismo, a causa delle sue dichiarazioni sul controllo ebraico di
banche. "Ricordiamoci che la Federal Reserve è di proprietà di Rothschild.
Gattegna, presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, lo accusa di
anti-semitismo, additando le sue dichiarazioni come "parole di odio che
non aggiungono nulla di nuovo e che sono accompagnate dalla riproposizione
squallida di stereotipi anti-semiti". Anche Aiello, primo rabbino donna in
Italia, corrobora queste accuse, tacciando V. di antisemitismo. Rilascia
un'intervista al Corriere in cui dichiara, riguardo a Israele
«bisognerebbe procurarsi missili più efficaci dei Qassam e portarli laggiù». La
dichiarazione, riferita ai missili Qassam con cui Hamas colpisce Israele, ha
suscitato molte polemiche. Il filosofo ha tuttavia chiarito che le sue prese di
posizione sono rivolte contro Israele e che non hanno nulla a che vedere con l’anti-semitismo. In
occasione dell'aggressione di Tartaglia a Berlusconi ha espresso a Radio
Radicale la convinzione che quell'aggressione fosse stata una montatura. Afferma
inoltre che se l'aggressore avesse voluto veramente fare del male a Berlusconi
era preferibile usare una pistola invece di una statuetta. Si è occupato
dell'ontologia ermeneutica, proponendone una propria interpretazione, che
chiama “debolita”, in contrapposizione con le diverse forme di pensiero forte
(fortitude) dell'hegelismo con la sua dialettica, il marxismo, la
fenomenologia, la psicanalisi, lo strutturalismo. Ognuno di questi movimenti si
è proposto come superamento delle posizioni filosofiche precedenti e
smascheramento dei loro errori. Ma ogni volta l'errore consiste proprio in
questo gesto teoretico. Non ci sono nuovi inizi, l'errore consiste proprio
nella volontà di rifondare fundamenta inconcussa che non vi possono essere.
Debolita è invece un atteggiamento della postmodernità che accetta il peso
dell'errore, ossia del caduco, dell'effimero, di tutto ciò che è storico e
umano. È la nozione di verità a doversi modellare sulla dimensione umana, non
viceversa. La debolita è la chiave per la democratizzazione della società,
la diminuzione della violenza e la diffusione del pluralismo e della
tolleranza. In questa maniera deve essere almeno segnalata la grande e decisiva
importanza che assume nella sua filosofia la nozione di nichilismo, che rimette
all'eredità di Nietzsche e Heidegger e si lega a vari temi vattimiani
(dall'etica, alla politica, dalla religione -- l'indebolimento del divino alla
teoria della comunicazione – implicatura come communicatum debole. Con i suoi saggi
come “Credere di credere” rivendica alla
proprio filosofia anche la qualifica di autentica filosofia cristiana per la
postmodernità. Avvalendosi infatti della visione cristiana del maestro PAREYSON
e di Quinzio, V. rifiuta l'identificazione del divino nell'essere razionale,
così come concepito dalla tradizione filosofica occidentale. Di PAREYSON e Quinzio, però, non condivide la visione
religiosa tragica. Suggestionato da Girard, V. legge la vicenda di Cristo come
rifiuto di ogni sacrificio, anzitutto umano ed esistenziale. La kénosis -- lett.
svuotamento -- divina è a vantaggio della libertà e della pace umana. Le posizioni
di V. rappresentano una svolta, sia nella sua impostazione filosofica
dell'interpretazione del presente, sia nel campo dell'attività politica. Abbandona
il partito dei Democratici di Sinistra e abbraccia il marxismo rivalutandone
positivamente l'autenticità e validità dei principi progettuali, auspicando un
ritorno al pensiero del filosofo di Treviri e a un comunismo epurato dagli
sviluppi delle distorte politiche pubbliche sovietiche da superare
dialetticamente. Per quanto la svolta possa apparire contraddittoria con le
precedenti posizioni, V. rivendica la continuità delle nuove scelte con il
processo di ricerca sul pensiero debole, pur ammettendo il cambiamento di
"molte delle sue idee". È lo stesso filosofo a parlare di un
"Marx indebolito", ovvero di una base ideologica capace di illustrare
la vera natura del comunismo e adatta nella pratica politica a superare ogni
tipo di pudore liberal. L'approdo al marxismo si configura quindi come una
tappa dello sviluppo del pensiero debole, arricchito nella prassi da una
prospettiva politica concreta. V. ha anche espresso posizioni
ambientaliste ed in particolare a favore dei diritti degli animali. In un'epoca
in cui l'umanità si vede sempre più minacciata nelle stesse elementari
possibilità di sopravvivenza -- la fame, la morte atomica, l'inquinamento -- la
nostra radicale fratellanza con gl’animali si presenta in una luce più
immediata ed evidente. Da parlamentare europeo si è battuto, tra l'altro,
contro la sperimentazione animale e contro il maltrattamento degli animali
negli allevamenti. Pubblicamente dichiara la sua omosessualità. Sviluppa
una concezione di Cristianesimo secolarizzato, il quale, conseguentemente, non
necessita di istituzioni ecclesiastiche, fondandosi sulla kénosis, ossia sull'abbassamento
e sull'indebolimento dell'idea di Dio. Per V. il non riconoscimento di un
"assoluto", inteso come una verità definitiva, porterebbe ad una
maggiore accettazione della diversità sociale e culturale. Il compagno di
V., Mamino, storico dell'architettura, malato di tumore ai polmoni, muore nel
bagno dell'aereo che lo portan nei Paesi Bassi per effettuare un'eutanasia. Ad
accompagnarlo c'era con lui sull'aereo lo stesso V. Collabora con vari
quotidiani (La Stampa, L'Unità, il manifesto, Il Fatto Quotidiano), con
editoriali e riflessioni critiche su vari temi di attualità, politica e
cultura. Saggi: “Il concetto di fare in Aristotele” (Giappichelli,
Torino); “Essere, storia e linguaggio in Heidegger” (Filosofia, Torino);
“Ipotesi su Nietzsche” (Giappichelli, Torino); “Poesia e ontologia” (Mursia,
Milano); “Schleiermacher, filosofo dell'interpretazione” (Mursia, Milano); “Introduzione
ad Heidegger” (Laterza, Roma); “Il soggetto e la maschera” (Bompiani, Milano);
“Le avventure della differenza” (Garzanti, Milano); “Al di là del soggetto” (Feltrinelli,
Milano); “Il pensiero debole” (Feltrinelli, Milano); Vattimo e Rovatti); “La
fine della modernità” (Garzanti, Milano); “Introduzione a Nietzsche (Laterza,
Roma); “La società trasparente” (Garzanti, Milano); “Etica
dell'interpretazione” (Rosenberg e Sellier, Torino); “Filosofia al presente”
(Garzanti, Milano); “Oltre l'interpretazione” (Laterza, Roma); “Credere di
credere” (Garzanti, Milano); “Vocazione e responsabilità del filosofo”
(Melangolo, Genova); “Dialogo con Nietzsche” (Garzanti, Milano); “Tecnica ed
esistenza: una mappa filosofica” (Mondadori, Milano); “Dopo la cristianità. Per
un cristianesimo non religioso” (Garzanti, Milano); “Nichilismo ed
emancipazione. Etica, politica e diritto, Zabala” (Garzanti, Milano); “Il
socialismo ossia l'Europa” (Trauben); “Il Futuro della Religione, S. Zabala,
Garzanti, Milano, “Verità o fede debole? Dialogo su cristianesimo e
relativismo, Antonello, Transeuropa Edizioni, Massa); “Non essere Dio.
Un'autobiografia a quattro mani, Aliberti editore, Reggio Emilia, “Ecce comu.
Come si ri-diventa ciò che si era, Fazi, Roma, “Addio alla Verità, Meltemi, Introduzione
all'estetica, ETS, Pisa, “Magnificat. Un'idea di montagna, Vivalda, “Della
realtà, Garzanti, Milano, Pubblica presso Laterza un annuario filosofico a
carattere monografico (Filosofia). La sezione Filosofia ha vinto il Premio
Brancati. V. a Lima, Perú. Pecoraro, "Dossier Vattimo",
Pecoraro, in: "Alceu". Rivista del Dip. di Comunicazione. Monaco, V..
Ontologia ermeneutica, cristianesimo e postmodernità, Ets, Pisa; Weiss, V..
Einführung. Vienna, Passagen Giovanni Giorgio, Il pensiero di V..
L'emancipazione della metafisica tra dialettica ed ermeneutica (Franco Angeli,
Milano); Numero della rivista A Parte Rei (Madrid), dedicato a V.. Pensare
l'attualità, cambiare il mondo, Chiurazzi, Mondadori, Milano); Redaelli, Il
nodo dei nodi. L'esercizio del pensiero in V., Vitiello, Sini, Ets, Pisa L'apertura del presente. Sull'ontologia
ermeneutica di V., L. Bagetto, Tropos. Rivista di ermeneutica e critica
filosofica. Kopić, V. Čitanka, V. Reader. Zagabria, Antibarbarus. Gutiérrez,
Leiro, Rivera. Fondazione verano centini/images/
allegati Movi100 Cent'anni di Movimento Studenti di Azione Cattolica, su
movi100.azione Gallo, V. Interview, su
public seminar.; V.: viva i giustizialisti. Corro con Tonino Di Pietro. Rizzo
con GRAMSCI alla Camera (il nipote omonimo) e il filosofo V., nuovi iscritti al
Partito Comunista. Comitato Centrale a Livorno, su Ilpartito comunista, Angus,
Interview with V.: “Only Weak Communism Can Save Us”, su MRANSA, Italian
philosopher politician slammed as anti-Semite, su la gazzetta delmezzogiorno. 'Shoot those bastard Zionists': Italian
scholar, su the local Corriere della Sera, Non acquistiamo i prodotti di lì, su
archivio storico.corriere. Repubblica -V.: "Non sono un antisemita. Solo
anti-israeliano", su torino repubblica. A Radio Radicale Il delirio di V.:
«Per fargli male doveva sparare» Il
Giornale, In questo senso Cfr, tra
molti, La fine della modernità e Nichilismo ed emancipazione. Etica, politica e
diritto, dello stesso V. e Niilismo e (Pós-Modernidade) dell'italo-brasiliano Pecoraro,
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Vattimo. Vattimo. Keyword: debole/forte – implicatum come communicatum debole. Refs.: Luigi Speranza, "Grice e Vattimo,"
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