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Monday, August 11, 2025

GRICE E ZANOTTI

 Digitized by the Internet Archive in 2010 with funding from University of Toronto http://www.arGhive.org/details/lafilosofiamoralOOzano LA FILOSOFIA MORALE SECONDO J? OPINIONE DEI PERIPATETICI RIDOTTA IN COMPENDIO DA FRANC. MARIA ZANOTTI CON U5 RAGIONAMENTO SOPRA UN LIBRO DI MORALE DEL SIG. xMAUPERTUIS % m M i^Sv*i IL PIÙ BiL FiOR NE COGLIE PER PIETRO FIACCADORI 5IDCCCXLI II 7 ,,/ LlBfiA^- "7^ Cl/^ AVVERTIMENTO EL TIPOGRAFO [l Compendio della Filosofia morale di F. M. Zanotti è lavoro avuto sì a ragione e sì generalmente in pregio da ogni amico e cultore delle dottrine alte e sincere, che sino da quando nel 1889 annunziai di volere dar fuora una Col- lezione di 100 volumi de' Glassici italiani in avvantaggio de' Giovani intesi alle di- scipline oneste, lo compresi in quella: la quale , per le cure avute, è al presente recata meglio che a mezzo. Ora avendo io mandato quel mio pro- ponimento ad effetto, mi giova dire esser- mi nella ristampa attenuto all' Edizione Milanese de' Classici Italiani^ del 181 7: al merito della quale ho voluto aggiugnere IV parimente le Notìzie biografiche ragguai- danti all' egregio Autore, tratte dalP I- storia della Letteratura italiana del Cardella, persuaso che a qualunque, oltre alle opere di uno Scrittore , ami ancora conoscere i particolari che ne segnalaron la vita , saranno per tornare e piacevoli e istruttive. Di tal modo io proseguirò a usare di tutta r industria e diligenza, a fine di procurare non meno agF insegnatori che ai discenti i lavori de' nostri intelletti più acconci ai loro studi e più sani, e così opporre almen questo alle odierne stra- vaganze forestiere, delle quali hanno sì misero fi:utto i malavveduti che se ne pascono. — ^®o- NOTIZIE BIOGRAFICHE D 1 F. M[AEI4 Z.4N0TTI CAVATE DALLA STORIA DELLA LETTERATURA ITALIANA DI G. M. CARDELLA I? RANCESCO Maria Zanotti nacque in Bologna nel 1692, e morì nel 1777. Pare che la l'amiglia ZanoUi sia stala la depositaria delle lettere e delie scienze, gia- chè si è veduto di quanta dottrina fossero adorni Ercole e Giampietro, fratelli del nostro Francesco, per tacer quivi di flustacliio, lìglio di Giampietro, matematico in- signe, che appartiene ad una provincia tutta diversa da quella della bella letteratura. Ma per tornare adesso a Francesco, egli fu liberamente educato dai Gesuiti, e da Ferdinando Antonio Ghedini, sotto la direzione de'quali è incredibile qual prolillo facesse, e qual coltura acqui- stasse nello scrivere, tanto nell' italiano idioma, quanto nel latino, non avendo trascuralo d"* istruirsi ancora nel greco. Dopo di che attese singolarmente ai filosofici e matematici sludi, dei quali lu fatto professore nella pa- tria Università, d' onde sbandì i barbarismi peripatetici, che tuttavia dominavano nelle scuole e tenevano oppresso r ingegno; ed in vece vi sostituì la maniera nubile e franca di filosofare del Cartesio e del jNewton, e v'in- trodusse quella logica, che non già si occupa inturno a Tani e puerili sofismi, con disonore del buon senso e della ragione, ma che insegna a rettamente pensare e giudicare delle cose, seconduchè prescrivono il sano ra- VI ziociaio, r osserv.'izione e 1' esperìenia. A tre classi pei-- laDlo possono ridursi gli scritti di quesl' eccellente auto- re, cioè ai Jìlosoficì. agli oratorj e ai poetici. Sebbene non toccherebbe a noi il riferir quelli del piiino genere, nulladimeno dispensar non ci possiamo doH'accennar qual- che cosa delle »ue due insigni opere, di cui 1' una ha per titolo: Bella Forza de' Corpi che chiamano vi- va, e V altra La Filosofìa Morale: tanto \>\ù che es- sendo scritte ambedue con somina veuu-ià e nitor di lin- gua italiana, sembra che abbiano lutto il diritto di esser qui rannueulale. ]Nel!a prima ragiona della velocità, del moto e delle masse dei corpi, dello spazio che percor- rono nel muoversi, e del tempo che v' impiegano, con che se ne calcola e se ne misura la forza. Poche opere italiane di tal sorta presentano maggior amenità ed ele- ganza dei Ire dialoghi che su questa materia lo Zanolti compose. Pare eh' egli la volesse togliere dalle mani dei tisici e dei matematici, e da inculta ed orrida qual era pi-esso di loro, consegnarla abbellita di tulli gli oniamenU deli' eloquenza ad ogni genere di persone. La festività l)ertau!o e il lepore, con cui venguiio trattale siffatte a- slru>e quislioni, il lor chiaro, purgalo ed avvenente siile, r aggiuslaiezza delle idee, ed in somnw 1' oilinìo gusto, che in ogni parte di esse risplende, mentre tlimostrano la lalsila dell' opinione di quegl' ingegni torbidi e ansie- ri, che, neniici di ogni collura, annoiano sublimemente, insegnautij. con un linguaggio misterioso ed oscuro, pa- lesano ancora il sapere e il valore dello Zanolli. jNel- r altra, v;d a dire nella Filosofia Morale, dispula della scienza, e de costumi, e per conseguenza delle virtù e dei vizi, delie inclinazioni e delle passioni degli uomini, del giusto e deli' onesto, della felicità e del sommo bene; in una parola di (u!to ciò che conipi'ende questa nobilissima tacollà. Ou:\i puie usa uno siile eleg;iniissimo. sparso di tulli i fiori, di tutte le grazie della bngua, e fa mo- stra di quell ingenua urbaniià e sincero atticismo, che sempre di>lÌDguono gli scritti e le .^pere sue. Prese in questa aucura a confutare il Maupertuis, il quale preten- deva che gli Stoici avessero sempre eiTato nei lur pensa- naenti, e che i lor dommi fossero sempre lontani dalla verità, e discordanti da quelli della cattolica religione. VII ccadde pertanto che l' opera dello Zanniti siiscitjsse •avissime controversie che esercitarono per alcuni anni più chiari ingegni d' Italia. Il P. Casio Innocenzo Aa- Idi, domenicano, segnatamente pubblicò un li!)ro intito- lo Vindiciae Mauperfiiisianae^ in cui accusò lo Za- Lrjtti niente meno che di violata religione, sostenendo che \ virtù stoica puramente naturale, e la stoica felicità ri- osta soltanto nella virtù, senza veruna speranza di fu- u"o premio, erano una chimera; e che si veniva ad ol- aggiare la religione, volendosi così attribuir troppo ai- umana ragione. Non sopportò in pace una tal impn- ente accusa lo Zanotti, ma vi rispose con alcuni di- óX)rsi e lettere che sono un tesoro di eleganza e di le- T idezza. ed insieme di solido raziocinio e di robusta fi- isofia; finché, divolgati molti scritti daiT una e dall'altra jrle, ed interpostisi alcuni amici tra i dissenzienti, en- nmbi si tacquero e così ebbe termine questa lunga ed itinata contesa. Ma dalle opere filosofiche passando a ragionare delle ralorie, ottengono facilmente il primo luogo tra esse le 'Ve Orazioni sopra la Pittura^ iScultara, e Ar- hitetturaj così son piene di lumi d' ingegno, di spleu- -ide parole, e di egregie sentenze. Nella pritr.a si prova the le Belle Arti debbonsi aver in pregio più di qua- ' mque altra nobile disciplina*, nella seconda, composta er vezzo; e per far prova di versatile e tecor.do talento, ' impugnano le ragioni addotte nella prima Orazione; e ella terza questa si difende, e si risponde alle obiezioni presentate nella seconda. Son pure da tenersi in somma «■ima il suo Elogio di Eustachio Manfredi^ i Ser- t'iones haliti in Bononiensi Scientiariun Institiito^ d i Commentarii deBononiensi Scientiarnm et Ar- iani Institiito atc/ue ^caoco appresso la morte sua. E quantunque tanto si dilettasse della Filosofia, maggior piacere |)fìrò recavagli quel Ragionamento che il sig. Z.3.- notti fece andar dietro alla filosofia «lessa. Imper- rocche avendo in esso mosse con bellissimo modo e somma grazia molte quistioni sopra un libro franzese stampato in Londra col titolo Essai de Morale, al sig. Cardinale era grandemente piaciu- to 1' esame di quel libro, il qual per essere del fa- mosissimo sign. di Maupertuis, non potea non pa- rer molto importante. Il sign. Cardinale però fa- voriva assai le partidel sign.Zanolti contro il Fran- zese, e mostrava in ciò anche 1' amor della patria. Pare che al giudici© di così grand' uomo, com' era il sig. Cardinal Guerini, non sia necessario aggiun- gerne Yerun altro. Io però non voglio tralasciarne uno, il quale se non è necessario, sarà però da tut- ti creduto di gran peso; ed è quello del Padre Ca- sto Innocente Ansaldi Domenicano, lume grandis- simo della Reale Università di Torino. Imperoc- ché quantunque egli non si accordasse certamen- te al giudicio del sig. Cardinale in quanto al so- praddetto Ragionamento, anzi movessegli contro molte obbiezioni, che poi raccolse in un libro la- tino dottissimo intitolato Vindiciae Maupertuisia- nae; pure dichiarò apertamente e spessissime vol- te, aver lui molto che opporre al detto Ragiona- mento, nulla che opporre alla Filosofia. Della quale sempre che ne parlò, ne parlò con grandissima stima, e in una sua lettera elegantissima, che fu poi con tre discorsi del sign. Zanotli stampata in Napoli, tanto la lodò, che parve non poter saziar- sene, ed accennandone varii luoghi, gli chiame ve- ramente ammirabili, alcuno anche divino. Che se nel Ragionamento riprese e castigò molte cose, que- ste furono appunto quelle che a lui parvero di- 6 scordanti dalla Filosofia; il che facendo mostra non tanto di riprender V uno, quanto di lodar l'altra. Questa diversità di pareri in uomini di tanto ingegno e di tanta letteratura dovette far nascere, come ognun vede, il desiderio non sola- mente di avere il libro del sig. Zanotti, ma an- che di entrare addentro nelle quistioni che si fa- cevano sopra di esso. Perchè moltissimi attenta- nente le esaminarono, de' quali uno merita tanto di essere nominato, che nominato lui, non accade nominar gli altri. E questi il Reverendissimo Pa- dre Pio Tommaso Schiara pure Domenicano, che dimorando in Roma, era a que^ dì Bibliotecario della insigne ('asanatense, ed è poi stato fatto dal N. S. Secretario della Sacra Congregazione dell' In- dice. Egli dunque, essendone pregato dal Padre Ansaldi, esaminar volle tutta la controversia, ri* cercandone con ogni diligenza capo per capo tut- ti, per così dire, i nascondigli; e stese un suo pa- rere, e ne fece un libro invero dottissimo, il qua- le quantunque fosse favorevolissimo al sign. Za- notti, pur piacque al Padre Ansaldi di farlo pub- blico e darlo alle stampe in Venezia. E di vero chiunque leggerà un tal libro, non avrà che disi- derare altro per conoscere tutta quanta la contro- versia,essendo in esso esposta ogni cosa con bellis- simo ordine e maravigliosa chiarezza, oltre un'intìni* ta sottilità ed erudizione che vi si scorge per tutto. Foron poi molti in Italia, i quali mossi, cred'io, dalla fama di così pellegrini ingegni, pensarono di farsi iiluitri entrando nella nobil contesa; on- de uscirono tanti scritti, che troppo lungo s-areb- be r annoverargli Ma i già detti bastano a far in- 7 tendere, come sia nato in tante persone il deside- rio di questo libro, e come a me convenisse il far si, che un tal desiderio non fosse, o per scarsez- za di copie o per altro incomodo, defraudato. E tanto più, che avendo il libro a questi dì levato sì gran rumore in Italia, par bene che esso aver si debba come un [>rezioso monumento dell'isto- ria delle lettere, e debban perciò, non uno o due, ma più ancora ingegnarsi di farlo giungere ai po- steri con le stampe loro. Al che mi sono io sen- tito grandemente stimolare per un' altra ragione ancora, corisiderando non senza qualche maravi- glia, come una filosofìa, la quale nella sua prima fronte dimostra di voler seguire Aristotele, e di essere scritta per argomenti di Cavalleria, e ad uso di poeti e di oratori, abbia potuto a questi nostri tempi rivolgere a se gli animi «Ielle persone, e far- si leggere volentieri. Né io credo possa ciò esser seguito, se non forse per due cagioni. La prima si è, perchè gli argomenti di Aristotele vi sono e- sposti con chiarissimo ordine, e con una brevità e precision somma, la quale fu ben notata dal cele- bre Novellista Fiorentino, e messi nel loro miglior lume; con che può farsi piacere, cred' io, a qua- lunque secolo anche Aristotele. Sebbene il sig. Za- notti, esponendo la filosofia di questo grand' uo- mo, non così a lui si obbliga e stringe, che non se ne allontani anche talvolta, ricordandosi di Pla- tone; delia cui filusofiu par tanto vago, che dire- ste aver lui seguito Aristotele malvolenUeri. La seconda cagione per cui forse il libro è stato cor- tesemente ricevuto, si è quella grazia e le^jgiadria di stile che il signor Cardinal Ouerini vi riconob- 8 be, e confessò di ejsere da essa stato preso.' E pe- re in verità che il sig. Zanotli abbia voluto trar- re la filosofia morale dei Peripatetici dalle immon- dezze del dire scolastico, adornandola di parole scelte e risplendenti, e con vago e naturale ordi- ne collocate, e spargendola di sentenze quando graziose ed urbane, e quando gravi e magnifiche, senza lasciar ninno di quegli ornamenti che pos- sono ad una somma chiarezza e semplicità e bre- vità esser congiunti. E che il sig. Zanetti abbia voluto ciò, o almeno desiderato, non par da met- ter in dubbio. Se poi 1' abbia conseguito, a me non istà di giudicarlo, lo me ne rimetterò ad un valentissimo uomo, e per le opere da lui date in luce chiarissimo, professore delle piiì alte scienze in Torino, e maestro di quel Real Principe. Egli è il Padre Giacinto Gerdil Barnabita, uomo or- natissimo, il quale, come ognun sa, scri?e sì nella nostra volgar lingua, come nella franzese, con tan- ta proprietà e grazia, che par così 1' una essergli naturale come l' altra. Io dunque so, che egli scri- vendo ad un amico in proposito della Filosofia mo- rale del sign. Zanolti, ebbe a dire che egli in leg- gendola credea di aver ravvisata in certo roodo la forma di quella raaravigliosa eloquenza che tanto fu da Marco Tullio in Aristotele ammirata, ed è ora da così pochi riconosciuta. E certo che dove il sign. Zanotti è più preciso e ristretto con un dir franco e risoluto, mostra che niun altro esempio s'abbia proposto che Aristotele; in alcuni luoghi però, e massimamente nel fine, ove si scosta dal- l'opinion d' Aristotele, pare che si scosti alquanto ancor dallo stile, e lasci correre con maggior am- . 9 piezia l' orazione, venendogli forse in mente Pla- tone. Ma, come bo detto, non islà a medi giudi- carne. Io credo bene, che tale essendo il grido di questo libro, qual potrebbe, se la pubblica voce non bastasse, raccogliersi dalle sopri^ccitate testi- monianze, dovrà esser gradita sgli studiosi e lette- rati uomini V opera mia, che procurata avendone la ristampa, ho aperta a maggior numero dì [)er- sone la via di provvedersene; ie quali se di tanto, mi saranno cortesi, che vogliano, leggendo il li- bro con quella attenzione che esso merita, di que- sta edizione, far prova, spero, che come io della lor cortesia, così dovranno esse restar contente della mia diligenza. PREFAZIONE DELL' AUTORE AL SIG. M. LUCREZIO PEPOLI NOBILE E PATRIZIO BOLOGNESE , GENTILUOMO VENEZIANO ECC. \^uanturique io, come voi sapete, ornatissimo e gentilissimo signor Marchese, mi sia messo a scri- vere questo Trattato di Filosofia morale per coman- damento vostro e per voi solo, e perciò speri che egli debba esser letto unicamente da voi, essendo unicamente per voi scritto^ ad ogni modo, perchè potrebbe venire in mano d' altri, i quali, ciò non sapendo, estimassero me essere incorso in varii er- rori, e di questi mi riprendessero, io penso di do- vere escusarrai appresso loro. Perchè sebbene es- sendo voi soddisfatto della mia fatica, poco debbo curare il giudicio degli altri, non è tuttavia da ^)erDieltere che agli altri dispiaccia quello che a VQ] è piaciuto eh' io faccia. E quand' anche le mie escusazioni non fossero ricevute, a me però giove- rebbe di averle fatte, massime cominciando da quel- ri la che io vaglio che sia la prima, anzila maggiore di tutte^' cioè che se io ho preso un carico tanto superiore alle mie forze, prendendo a scrivere io filosofia morale, voi siete quello che me 1' avete imposto; onde avendo comune con voi la colpa (jare eh' io debba aver comune con voi anche il biasimo; che di vero mi terrei per molto contento, e, tro[)po più che non sono, mi stimerei fortunato- incorrendo in alcuna riprensione, nella quale aves- , si voi per compagno. Per non valermi però di que- sta escusazion sola, quantunque questa sola bastare mi potesse, non lascerò di ris[)ondere separatamente a ciascuna delle riprensioni che, secondo eh' io posso antivedere, mi saran fatte. E certo saran di quegli i quali si maraviglierunuo che io abbia preso a scrivere di filosofia morale in un tempo in cui così pochi ne scrivono, e pochissimi curano che se ne scriva. A' quali però rispondendo dico, che se eglino mi dimostrassero essere la filosofia mo- rale una scienza ignobile e da sprezzarsi , molto valerebbe la lor ragione; ma essendo ella stafa stimata sempre fra tutte le altre scienza nobilis sima, e agli oratori ed ai poeti, e a tutti quelli che s' avvolgono negli aflìiri ed entrano al gover- no delle repubbliche, sommamente necessaria, non veggo perchè debba accusarsi chi prenda a scriver- ne, eziandio che pochi ne scrivano; che anzi par- mi da lodar molto per questo appunto, perchè fa quello che pochi fanno. Saranno ancor degli al- tri, a' quali parrà cosa strana, che mettendomi io a scrivere in filosofia, abbi;i voluto seguir Aristo- tele, le cui opinioni e maniera di filosofare sono oggidì geaeralmente disapprovate; ed altri diranno 12 che la materia della morale vuol trattarsi con mol- to maggior brevità che non fece Aristotele, dicen- do che al vivere onesto, senza tante speculazioni, bastano pochissimi precetti, che posson raccoglier- si in quattro versi; e biasimeranno la lunghezza del mio libro. Però cominciando da questi ultimi, io non credoj signor Marchese, di avervi messo per le mani un trattato tant(» lungo, che non possa esser letto ed inteso da ciii si sia in brevissimo tempo: intanto che io ho temuto assai volle che voi foste per dolervi più tosto della brevità mia, ed a\ reste desiderato un trattato più ampio e più diffuso; dal qual però mi sono astenuto, sì perchè gli altri miei studi non mi consentivano di farlo, sì ancora, e molto più, perchè scrivendo io que- sto trattato per voi solo, V altezza dell' ingegno vostro non aveva bisogno di molto lunga esplica- zione. Ma gli altri, che non hanno tanto ingegno quanto voi, e tutta^ia vorrebbono ridur la mora- le a quattro versi, io non credo già che aborri- scano la lunghezza, ma più tosto si infastidiscano della scienza istessa, la qual loro parrebbe sempre troppo lunga, quantunque fosse brevissimamente trattata; perciocché è sempre lungo tutto quello che infastidisce. Perchè quanto poi al dire che pochissimi precetti bastano al vivere onestamente, io noi nego; e so che Socrate fu della stessa opi- nione; e però solca dire che colui è già grandemen- te virtuoso che desidera di essere. Nego bene che il fine di quei che scrivono in morale, altro non sia che il vivere onesto; perchè sebben molti nel principio dei lor trattati non altro fine hanno detto di avere che questo solo, io credo però, «he (3 se eglino avesser meglio ricercato V animo lora^ vi avrebbon trovato anche un' altra intenzione molto nobile e molto necessaria. E questa è di mo- strare agli uomini non solamente le regole dell'o- nestà, ma farne ancora intender loro le ragioni,! principii e le cause, per poter poi bene e distin- tamente ragionarne, ed insegnarle ad altri, e far- ne lezioni da tramandare alla posterità; il che se non avessero quegli scrittori avuto in animo, non- ne avrebbono disteso tanti libri, ne tanto ac- curatamente. Ora sebben poche regole bastano al vivere onestamente, però molto studio e molli avvertimenti e speculazioni si ricercano a poter ben ragionarne; e quindi è, che non tutti quelli che praticano V onestà, sono anche atti ad inse- gnarla, e molte volte meglio ne parlano quelli che non la praticano; richiedendosi in questa materia assai più studio al ben dire che al ben fare: di che possono facilmente accorgersi i poeti e gli o- ratori, e tutti quelli che entrano a parlare o nelle pubbliche o nelle private adunanze, occorrendo loro quasi del continuo di dover giudicare delle azioni virtuose o viziose degli uomini, ora lodan- dole ed or biasimandole^ e difendendole spesse volte, e spesse volte accusandole, e venir sovente a contrasti sopra le usanze e gì' instituti della cit- tà. Delle quali cose se credono di poter parlare assai bene quelli che non vi hanno studio niuno, quanto meglio e più speditamente il faranno quelli che, avendovi posto studio, sapranno subito di- stinguere Tuna virtù dall'altra, e render ragione degli ufficii di ciascheduna, dividendo il loro di- scorso acconciamente e con bel modo, e tiaendo- ^4 dolo i^ai veri principii? Il che però non potranoo fare se non quelli che avranno dato qualche spa- zio di tempo allo studio della morale. Al quale accostandosi avran pur dovuto in primo luogo vedere in che sia posta la felicità, direttrice co- mune di tutte le umane aiioni; e quindi, tratti da essa, procedere alla contemplazione della vir- tù, ricercandone prima la natura, poi per qual modo e in quante forme dividasi, e come s'ador- ni di tutti gli altri beni, o sieno quelli che ri- schiarano r intelletto, o quelli che diconsi esser del corpo, o quelli che si lasciano alla fortuna. E in questo mare entrando, come avran potuto non trascorrere alla considerazione di quelle qua- lità deir animo che per una certa similitudine si fingon esser virtù, e non sono? Come astenersi dalla considerozion degli affetti che per le varie apparenze in noi si risvegliano? Come passarii dell'amore? come dell'amicizia? Di che si vede, lo studio della morale poter essere assai breve a chi voglia vivere onestamente; a chi voglia farne trattali, o sol anche bene e distintamente, ove che sia, ragionarne, non poter essere se non molto lun- go. E per venire ad alcun caso particolare, chi non vede che in quelle adunanze massimamente, in cui trattasi di ridurre a pace le cavalleresche contese, dovendovisi disputar sempre so[)ra gii uf- ficii della giustizia, dell' intrepidezza, della man- suetudine, del valore, sopra 1' onore che nasce da virtù, sopra P ingiuria che lo sminuisce o lo le- va, niente è più necessiirio che posseder bene i principii della morale filosofia? Nella quale quelli che sono ammaestrati, senza dubbio ragioneran loUo meglio; laddove quelli che ne son {.ri\i . on possono parlar che a caso; [)erciocchè seguo- IO le popolari o{)inioni, che non di rado son fal- e, e si cangiano di dì in dì a ca[)riccio degli uo- 3Ìni; onde quei che le seguono, decidono le qui- lioni non secondo i prinri[)ii che mostra la ra- ione, ma secondo quelli a cui per fortuna s' av- engono. Di che potete essere testimonio voi stesso, ignor Marchese, che essendo nato in così alto luo- o, e congiungendo a tanta acutezza d'ingegno e rontezza d'animo una singoiar perizia e destrez- a in o?^n\ maniera di armeggiare, pare che la na- ura vi abbia posto al mondo per affari di cava 1- rria; ne"* quali essendo sopra l'età vostra versa- issimo, avrete abbastanza compreso quanto in uelli sia necessaria una non mediocre conoscenza iella morale filosofia. Ed io credo che per questo abbiate voluto che io no stenda un trattato, spe- ando forse che altri, mosso dal mio esempio, ne criverehbe dopo me un migliore. Ma assai s" è Isjlto circa la riprensione della lunghezza. Venia- 3o alF altra, d'aver voluto io seguire Aristotele ì cui maniera di filosofare mi dicon essere oggi ì quasi generalmente disapprovata, parendo an- he le sue ojiinioni disusate e false. Ma quanto ir essere disusate, io non so perchè alcuno mi ebba per questo riprendere; imperocché se K' pinioni d' Aristotele diconsi disusate, ciò è argo- lento che furono usate una volta. Che se le opi - lioni, come le vesti, usandole si logorassero e pLT- icssero il pregio loro, io concederei volentieri che lon dovessero più quelle antiche seguirsi che fu- ono un tempo ia grandissima riputazione, poi i6 dopo un lungo uso sono state abbandonate. Ma perchè invecchiando gli uomini e indebolendosi, non invecchiano né si indeboliscono le sentenze, chi vorrà oppormi che io mi allontani dalla con- suetudine seguendo le opinioni d' Aristotele, le quali se non sono in uso nel presente secolo, fu- rono però in uso in un altro? Perciocché, volen- dosi seguir 1' uso, non è maggior ragione perchè debba seguirsi più tosto V uso di un secolo che di un altro, non essendo 1' un secolo di maggiore autorità che V altro. Ed io so bene che in alcune scienze, le quali si fondano sopra molte e lunghe osservazioni con esperimenti e prove ricercale, più vuol credersi agli ultimi secoli, che a quelli che gli precedettero: il che si vede nella notomia, nella naturale istoria, nella geografia, nell* astronomia, e generalmente in quasi tutte le scienze fisiche. E ciò è, perchè gli ultimi possono stabilire le lor dottrine sopra maggior numero di esperimenti e di osservazioni, che gli antichi non poterono, i quali dovevano averne minor co[)ia. E per l'islessa ragione dovranno i posteri in tali scienze creder meno al nostro secoh» che al loro. Glie se la dot- trina morale si stabilisse essa pure sopra tali co» se, io son d' opinione ancor io, che volendo se- guire la consuetudine, dovrebbe seguirsi quella degli nltimi; ma fondandosi essa sopra ragioni e prindpii che in pochissimo tempo si manifestano a tatti, ne altro ricercandovisi se non una certa acutezza  allontanato dal vero. Ed io credo che errino gran- demente*, perchè se noi vorremo ascoltar la ragio- ne senza dare all' usanza più di quello che le si dee, io estimo che sarà cosa assai difhcile il deci- oer ', quale di tanti filosofi che hanno scritto della morale con tanta acutezza e varietà, abbia colpi- to il vero, e qual no. Intantochè io credo, che come in altre scienze, così anche in questa, vana ed inutii fatica prendono quei maestri che vglion prima aver decise tulle le questioni a senno loro, per insegnarle poscia così, come essi l'hanno de- cise; quasi la decision loro terminar potesse quelle quistioni che non hanno potuto terminarsi per la decisione di verun altro; o fosse di maggiore uti- lità agli scolari apprender ciò che parve vero al lor maestro, il qual forse non era il più eccellen- te uomo del mondo, che quello che parve vero ai grandissimi ed eccellentissimi. Io dico dunque che i maestri non debbono pigliar gran pena, se quelle cose che insegnano, sieno vere o no, purché paia- no vere a molti e grandi uomini, e P osservazio- ne, o l' esperienza o la dimostrazione non sia lo- ro contraria; il che avviene talvolta nelle scienze ZA^.oTT;. Optretie. 2 i8 fisiche e matematiche: nelle altre non può così facilmente avvenire. Anzi io to tanto innanzi, che ardisco a dire, molte Tolte esser più utile e più conveniente che il maestro insegni quello che par vero a molti, che quello che par vero a lui solo, se già egli non stimasse se stesso più che tutti gli altri; perchè se io dovessi insegnar, per esempio, metafisica a' giovani, e me n'avessi composto una a mio modo la qua! sola mi paresse vera, chi sa- rebbe però che non volesse più tosto saper quella di Mallebranche o di Leibnizio, che la mia? IL che se è vero nelle altre scienze, perchè non an- che nella morale? Cessino dunque di molestarmi coloro i quali credono, che seguendo le opinioni d' Aristotele, io abbia seguito il falso: perchè ne è cosa facile il decider ciò; e quando bene avessi seguito il falso, avrei però seguilo l' opinione e la ragion di moltissimi, la quale presso gli uomini giudiciosi dee render probabili eziandio quelle co- se che per altro false parrebbono. tvè io però ho seguito tanto Aristotele, che da lui non mi sia in alcun luogo, come voi vedrete, signor Marchese, allontanato; il quale potrete anche accorgervi, che dove r ho seguito, ho però sempre tenuto 1" oc- chio rivolto verso Platone, di cui. se ho da dirvi il vero, fuor di modo era acceso; né ho sa[)uto dissimulare abbastanza i miei amori. E se ho se- guito Aristotele, T ho fatto, perchè m' è paruto che egli mi offra e ponga innanzi tutte le parti della morale ad una ad una, e le spieghi con- as- sai beli' ordine; di che Pla.tone non mi è stato cortese. Alcuni però non approvando la forma del filosofar d' Aristotele, ne quella maniera di [^ro- _ 19 cedere nelle quislioni, anche per questo mi ripren- deranno; e ciò massimamente faranno quelli i quali vorrebbono che tutte le cose si trattassero secondo l'ordine e l'usanza de' geometri. Al che io con- sentirei volentieri; ma vorrei prima che mi spie- gassero chiaramente in che consista una tale usan- za; perchè se ella si riduce, come il più suol far- si, a questo solo, che si raccolgano sul principio di ciascun trattato tutte le definizioni con quelle domande che, per seguir 1' uso dei geometri, chia- mano postulati, invece di frapporle, come gli an- tichi hanno fatto, a luogo a luogo, e secondo che il bisogno ne occorre, io non veggo che gran gua- dagno perciò si faccia; poiché se quelle definizioni e quelle domande frapposte a luogo a luogo, con gli argomenti che da esse derivansi. non bastano a chiarir le questioni^ non basteranno ne meno, essendo raccolte in su '1 principio; e quindi è che i matematici stessi non sono sempre stati cosi di- ligenti nell' osservanza di quella regola. Che se l' usanza dei geometri, la qual vogliono che si se- gua, si riduce a queslO;, che di ninna cosa mai Hf n si dispuli se prima non sen' abbia formata una chiara e distinta idea, intendendo per qual- sivoglia noime «quello che più ne piare, onde non debba essere contrjjsto intorno alle definizioni, io d{»bito grandemente se possa ciò farsi in tutte le scienze, e se giovi. Imperocché i geometri, non es- sendo obbligali di dir più toslo di una cosa che di un' altra, possono inten(Jere per qualunque no- me quello che loro aggrada, e pe» tal modo, quan- to alle definizioni, uscir di briga; non così gli al- tri. Perchè se egli verrà quistione in alcuna adu- ao nanza sopra i doveri del cittadino, niente Telerà a colui che ragiona, il dire: io \oglio intendere per cittadino quello che a me piace; ma bisogne- rà pure che intenda quello che è piaciuto agli al- tri, e s' accomodi al sentiuieuto comune, che è va- go bene spesso ed incerto; e se egli vorrà ridurlo a idea chiara e distinta per mezzo di una giusta definizione, incorrerà per questo istesso nei du- bii e nelle dispute. E così avvien quasi del con- tinuo, qualor si ragiona del valore, della cortesia, della gentilezza, della beltà, dell' ardire, della ge- nerosità, deir onore, e d' infinite altre tai cose; che non è lecito intendere per questi nomi quel-* lo che ciascun vuole, ma bisogna rimettersene al- l' uso del popolo, spiegando le voci il meglio che si può. Né quello è vero che alcuni van pur di- cendo, cioè che non si possa ragionar bene e ret- tamente di una cosa se non quando ben' abbia una chiara e distinta idea. Imperocché senza aver- ne una chiara e distinta idea, può tuttavia cono- scersene alcuna proprietà, la qual conosciuta, infi- nite altre se ne raccolgano. Di che potrei recare infiniti esempi sì antichi. ^r;me moderni, tratti da uomini eccellentissimi, i quali hanno trattato di- vinamente di alcune cose di cuinon avevano qua- si niuna idea, e ne hanno fatto i volumi. E per non risalire alle età rimote, quale idea ebbe, o curò di avere V immortai T^ewton della luce, della cui natura lasciò che ognuno disputasse a voglia sua? Pure avendo scoperto alcuna sua proprietà nel retVangersi, di quanto accrebbe per questo so- lo la dioUrica? E quella tanto nobile e tanto fa- mosa forza attraili sa che oggidì s'' è introdotta con 2T COSÌ grande alterigia nelle scuole dex fisici, chi può sapere che cosa ella sia? L' istesso Newton, che la introdusse, non s' ardì pur di cercarlo, e ad essa però romoiiso il governo dell' universo. E tali pur sono tutte le forme e qualità d'i' corpi, e gli spiriti stessi, e le inclinazioni dell' animo e gli affetti, e tutto ciò che loro appartiene; delle quali cose non mai si parlerebbe se dovessero prima aspettarsene le idee chiare e distinte. Sia questa dunque una felicità propria dei matematici di po- ter sempre rivolgere i lor discorsi alle idee chiare e distinte; ma non 1' impongano, come una legge, all' altre scienze, le quali o non possono osservar- la, o non ne hanno bisogno. Ne so se i matema- tici stessi sempre l' osservino; e se quelli che spie- gano i ministerii dell' algebra, e quelli che s' af- faticano intorno alle rose infinitamente piccole, non incorran talvolta in idee confuse ed oscure, delle quali però niente si turbano; e come n'han- no scoperta alcuna proprietà, stimano ciò bastar loro, e procedono avanti nei loro argomenti con sicurezza. Il che se fanno essi, non dovremo ma- ravigliarci, se i filosofi, trattando delle virtù e dei vizii, faccian lo stesso; e volendo mostrar agli uo- mini le vie della felicità, e tener dietro a tutti i beni che la contengono, ragionino talvolta di una cosa prima di averne data la definizione, e talvol- ta non nedieno definizion ninna, C(»ntenli di rpiel- la idea che ne ha il popolo; della qual poscia non contentandosi altrove, la spiegano, e piuttosto che definirla, la descrivono; e ciò facendo tornano più volte allo stesso argomento, e turbano quel bel- r ordine che i geometri s' hanno proposto. Né bi- 22 sogna riprender tanto Aristotele, né gli altri an- tichi, che le materie loro trattarono a questo mo- do. I quali non è già da credere che non cono- scessero i comodi del ragionar geometrico, ma co* nobbero ancora, vana cosa essere il volergli tra- sferire a tutte le scienze. E certo troppo duro sa- rebbe il non volere che possa parlare della virtù, né lodare la temperanza, la liberalità, la cortesia, la mansuetudine, se non chi abbia studiato in geometria, essendo queste virtù i mezzi più prin- cipali per conseguire la felicità, a cui son nati tutti gli uomini, non i geometri solamente. E credo anche che gli antichi, avendo per le mani argo- menti cotanto illustri, non volesser perdere i co- mx)di dell' eloquenza, la qual molto meglio risplen- de e più si fa bella con una certa leggiadra sprez- zatura, trascurando quel ricercatissimo ordine che si soflPre in geometria, essendole necessario, e par- rebbe affettazione in altre scienze che non ne han- no bisogno. E qui par veramente, ornatissimo e gentilissimo signor Marchese, che il luogo stesso mi chiami a dover dire dello stile e della forma di scrivere che io ho tenuta nel presente compen- dio, la quale a voi massimamente, che siete in tutte le grazie del dire esercitato, dovrà parer stretta oltre modo e angusta, e priva eziandio di quei piccoli ornamenti che la brevità non rifiuta; e parendo a voi tale, non potrà non parere anche agli altri. Né io mi difenderò da questa accusa- zione, né cercherò di piacervi in una cosa, nella quale io non posso piacere a me medesimo. Mi rivolgerò piuttosto a dimandarvene perdono; il qua- le se da vo i otterrò, soffrirò più facilmente che mi sia 20 negalo dagli altri. E certo voi sapete, con quanta fretta ed impazienza m' e convenuto scrivere que- sto compendio in mezzo a molti altri studii che, non che alla politezza del dire, appena mi con- sentivano che io pensassi a quello che dir dovea. Il che fu anche cagione che io mi abbandonassi ad Aristotele, credendo di mettermi in buone ma- ni e far più presto. Però il rilessi come potei, e scorsi qua e là per gli scritti d' alcuno de' suoi , commentatori, i quali oltre 1' acutezza dei pensa- menti non hanno altro che sia gran fatto da imi- tarsi; ed io, che da natura mi lascio facilmente volgere allo stile di quei eh' io leggo, non potea certo da quei commenti raccogliere né ornamento ne grazia. Aristotele poi ha molte qualità nel suo dire belle e maravigliose, e. tra 1' altre una certa franchezza e brevità risoluta con molla gravità, le (]uali, essendo massimamente accompagnate da mille altre vaghezze, gli stanno bene, e 1' hanno fatto piacer tanto a Cicerone. Ma se di quelle al- cun poco mi si fosse attaccato, ben vedea che quel poco trasferito ad altra lingua, e spogliato degli altri ornamenti, sarebbe in me cattivo, e rimar- rei nel mio dire, così come parmi d' esser rimase, arido e digiuno, avendo dinanzi agli occhi un e- sempio pienissimo e abbondantissimo. Ed io certo avrei posto cura per non incorrere in tali vizii, o, essendovi incorso, per emendarli, se, oltre gli incomodi che già vi ho detto, non avessi anche 1' animo inquieto fuor di modo e turbato. Per- chè, oltre quella naturale malinconia che, com^j sdpetej mi è tanto propria che par nata meco, po- trei dirvi, se fosse luogo, di molte angustie ed an- ^24 sietà che tuttavia mi stanno intorno all' animo, né lascian d' essere al commosso spirito tormento e pena, per quanto dicano d' esser nate da bella e nobil cagione: ma qual che la cagione ne sia, ohe non si allontana però dalla virtù, affliggono il cuore, e distolgon la mente dagli studii riposati e tranquilli. Intanto che mi sono sdegnato più volte meco stesso della mia filosofia, e ho preso in ira gli scritti miei, parendomi presunzion trop- po grande che io volessi mostrare agli altri la fe- licità che non he sapulo ritrovare per me mede- simo; e s« il libro non fosse stato fatto per co- mandamento vostro e per voi, io non so quello che ne fosse avvenuto. Poi pensando meco stesso e rivolgendomi con l'animo tra le mie cure, ho finalmente considerato, che se noi non vogliamo che parlino della felicità se non i felici, è da te- mere che trop[)o pochi saranno al mondo quelli che ne parleranno. E siccome interviene talvolta in una città, o terra illustre, che non essendovi niun maestro assai valente o di ballo o di musi- ca, o di pittura o d' altra tal arte nobile e libe- rale, pur si piglia lezione da chi è men che me- diocre, parendo meglio saper qualche cosa di quel- le arti che esserne del tutto privo; così essendo al mondo tanto pochi i felici, o piuttosto non es- sendone ninno, chiunque voglia lezioni di felicità, debba essere contento di prenderle da qualche infelice. Senza che molte volte le cose^ meglio che per se stesse, si intendono per li loro contrarii. 11 perchè dovranno essere attissimi ad insegnare la felicità eziandio quelli che non la provano, so^ lo che notino diligentemente e con qualche sta- dio tutto ciò che sentono mancare in loro, e co- noscano ad una ad una tutte le parti della loro miseria^ il che non è mollo difficile a chi la pro- va. Comunque siasi, che troppo ornai s'è detto, se il presente libro \enisse in altre mani che nel- le vostre, e le mie escusazioni non fossero dagli altri riccTute, a me però basterà che sieno rice- vute da Toij e quand'anche ciò mi negaste, pure sarò contento di avere obbedito in qualche modo, e secondo le forze mie, a un cosi grande e così gentil Cavaliere, come voi siete ; il qual onore per me tanto si estima, ch'io credo che quei me- desimi che riprenderanno 1' opera mia, dovranno però anche avermene qualche invidia. i * LA FILOSOFIA MORALE SECONDO l' opinione DEI PERIPATETICI ridotta in C03IPENDIO Lja. Filosofìa morale è una scienza che insegna all'uomo di farsi migliore e più felice; donde su- bito si vede , niuna altra disciplina poter es- sere ne più illustre né più magnifica. Volendo noi esporla brevemente, e con quella maggior chia- rezza che possiamo, la divideremo in cinque parti. Nella prima tratteremo della felicità; Nella seconda, della virtù morale in generale; Nella terza, del'e virtù morali in particolare; Nella quarta, delle virtù intellettuali; Nella quinta, di certe affezioni o disposizioni d'animo, le quali sebben paiono degne di laude o di biasimo, non sono però da mettere ne tra le virtù ne tra i vizii. Il che facendo, poco e in pochi luoghi ci sco- steremo dall' ordine e dalle opinioni d'Aristotele. PARTE PRIMA — o©^" — DELLA FELICITÀ. ^^^^^ GAP. I. Come dicasi la Jelicità essere il fine ultimo. ia. spiegare come la felicità si dica essere il fi- ne ultimo delle azioni, comincieremo di qui. Le aziotii che V uomo fa sono di due maniere: per- ciocché altre si fanno senza deliberazione e senza consiglio, come il batter del cuore, il correr del sangue, il digerire i cibi; e queste si chiamano a- zioni delP uomo; ed altre si fanno per consiglio e deliberazione, come quando uno aiuta 1' amico, o mantien fede nel contratto: e queste si chiama- no azioni umane. La scienza jQsica tratta delle pri- me, delle seconde la morale. Restringendoci dunque alle seconde, io dico: O- gni azione umana facendosi per deliberazione e per consiglio- si fa per qualche fine, il qual si vuo- le per un altro fine, e questo per un altro, fin- tanto che si arrivi ad uno, il qual si vuole non 29 per altro, ma per se stesso, e può dirsi ultimo fi- ne. Così colui cUe vuole il medico, se lo doman- derai perchè lo voglia, risponderà che lo vuole per la medicina; e se lo domanderai perchè voglia la medicina, risponderà che la vuul per la sanità-, e se di nuovo lo domanderai perchè voglia la sani- tà, egli si riderà della tua domanda: perciocché la sanità non si vuol per altro, ma per se stessa, e lien luogo d' ultimo fine. Che se egli non avrà vo- glia di ridere, e vorrà pur rispondere qualche co- sa, altro non snprà dire, se non che egli vuole la sanità, perchè essa gli sta hene e gli conviene, e insomoìa lo rende in qualche parte felice. Così tutto quello che l' uom si propone come ultimo fine in qualunque azione, va a riporsi sotto il no- me di felicità-, del qual nome gli uomini son tan- to v.'.ghi, che non par loro di star bene se non possono esser chiamati felici. È dunque la felicità posta neir ultimo fine delle azioni e dei desiderii degli uomini. E comechè non siasi ancora per noi dichiarato qual cosa sia cotesto fine ultimo delle azioni, e però non ancor si sappia in che consista la felici- tàj può tuttavia, per le cose fin qui dette, facil- mente intendersi che la felicità rende Tuomo così compiuto e perfetto, che ottenuta essa, altro più non gli resta da volere-, e similmente, che la feli- cità è da anteporsi a tutte le cose, ed è il maggio- re di tutti i beni. Imperocché volendosi per se stes- sa ben mostra di avere in se slessa il merito d'es- ser voluta; non così le altre cose, le quali voglia- mo solamente, perchè servono alla felicità, né le vorremmo se la felicità non ce le avesse, per co- sì dire, raccomandate. 5o G A P. I I. , In che consista la felicità. Se ha quislione in filosofia oscura ed avvolta, si è questa. Veggiamo dunque di spiegarla a poco a poco, e come possiamo. Egli par certo che il fine ultimo di qualsivoglia azione umana vada a riporsi o nel piacere o nella virtù^* perciocché qualunque azione 1' uom faccia, cerca sempre o r uno o V altra; e se vuole il piacere, non gli si domanda mai perchè lo voglia, parendo che il piacere sia da volersi per se stesso. E lo stesso dicasi della virtiì. Riducendosi dunque P ultimo fine o al piacere o alla virtù, pare che la felicità non debba potere allontanarsi da queste due cose. E quindi son nate varie opinioni molto tra lo- ro diverse. Epicuro, che fiorì sotto i tempi di A- ristotele, volle che la felicità fosse posta nel solo piacere, parendogli che l' uomo non potesse in ul- timo voler altro. La qual opinione prese egli for- se da Aristippo, che fu capo de' Cirenaici, e fio- ri prima di Aristotele*, sebbene alcuni credono che Epicuro prendesse tutto da Democrito, il qual fi- losofo fu della setta degli Eleatici, discendente da' Pitta^orici. Zenone, che fu capo degli Stoici, e visse intor- no a' tempi d' Epicuro, volle che la felicità non in altro consistesse che nella sola virtù. Né egli fii'però il primo a dir ciò; che prima di lui 1' a- '.ea detto Antist-jsne, capo de' Cinici, il qual visse alquanto prima di Aristotele. ór Platone, che ebbe alla sua scuola molti grandis- simi uomini, e tra gli altri Aristotele stesso, inte- se che la felicità dovesse riporsi nella contempla- zione dell* idea del bene; il che ha bisogno di una spiegazione assai diligente. Noi ne parleremo ap- presso. Aristotele passò ad altra opinione, la qual noi spiegheremo come avremo ragionato alquanto del- le altre. GAP. III. La J elicila non è posta nel solo piacere. Se la felicità fosse posta nel solo piacere, ne seguirebbe, che oltre il piacere, niente altro re- stasse all' uomo da desiderare; e pure gli restereb- be da desiderar la virtù, la quale certamente è distinta dal piacere; dunque non è da dire che la felicità sia posta nel piacer solo. Di fatti chi è co- lui cui proponendosi due piaceri eguali, l'uno con virtù, l' altro senza, non volesse anzi quello che questo? Yedesi dunque, che oltre il piacere, vuoisi ancor la virtù. Poi se la felicità fosse posta nel solo piacere^ siccome tutte le azioni si fanno per la felicità, co- sì tutte farebbonsi pel piacere; il che è falso, fa- cendosene molte non pel piacere, ma per altro; e certo colui che si offre alla morte o per la patria o per l' amico, non pare che cerchi a se stesso niun piacere: non ò dunque da credere che sia riposta nel piacere tutta la felicità; ed Epicuro ed Aristippo, elle se 'l credettero, si ingannatono. 52 Ma^ dirà alcuno, le azioni stesse virtuose non per altro si fanno che per quel piacere che nasce dalla virlùj par dunque che tutte le azioni si fac- ciano pel piacere. Ed io rispondo, che gli uomi- ni costumati e gentili fanno bensì le azioni yir- tuose con piacere, ma non per Io piacere. Colui che fa beneGcio all' amico, lo fa certamente con piacere; ma egli non mira a ciò, mira più tosto al comodo dell' amico; altrimenti servirebbe non r amico, m;i se stesso. Che se il virtuoso dirigesse le azioni sue al piacere, egli dovrebbe talvolta se- guire il vizio, abbandonar la virtù; conciosiaco- sachè meno piacere si tragga da questa che da quello. Ch3 gran piacere potea promettersi Scevola allorché slese la mano su '1 fuoco ad abbruciarla? Pur, diranno gli Epicurei, si vuole il piacere non per altro fine, ma per se stesso; dunque esso contiene la felicità. Al che rispondo, che potreb- be similmente dirsi delia \irtù, la qual si vuole non per altro fine, ma per se stessa. Siccome dun- que noi concediamo loro che la felicità non e po- sta nella sola virtù, così dovrebbono essi conce- derci che non è posta nel piacer solo. GAP. IV. LaJ'eliciià non è posta nella sola virtù. Se la felicità fosse posta nella sola virtù, come voller gli Stoici, ne seguirebbe che bastar dovesse all' uomo la virtù sola, e questa avendo, non al- tro gli restasse da desiderare; e pure gli restereb- be da desiderare la sanità che è cosa distinta dal- 33 la virtù, e simiìmente la robustezza e la bellezza; ed oltre a ciò. le riccbezze, gli onori, i piaceri, che non sono virtù; dunque non è da concedere che la felicità sia posta nella \'irtù sola. E per verità chi è colui, che potendo esser sapiente o con sanità o senza, non volesse anzi essere un sapiente sano che un sapiente ammalato. E certo la sanità è un bene, volendola gli uo- mini per lei stessa, non per altro fine; e così può dirsi della bellezza, delle ricchezze, degli onori. Ora se queste cose mancassero al virtuoso, come spesse volte mancano, chi direbbe che e^li fosse felice, mancandogli tanti beni? Pure non gli man- cherebbe la virtù; dunque la virtù non basta al- la felicità. Tu dirai: Gli Stoici pur negarono che la sani- tà fosse un bene; e lo stesso fecero della robustezza e della bellezza, e similmente delle ricchezze, degli onori, dei piaceri e degli altri doni della fortuna, volendo essi che ninna altra cosa fosse da anno- verarsi tra i beni, fuori solamente la virtù. Il che se è vero, colui che avrà la virtù avrà ad un tem- po istesso tutti i beni, e per conseguente nulla gli mancherà. Io rispondo, che gli Stoici non vollero chiamar beni ne la sanità né le altre cose sopraddette, ma le chiamarono però comode e degne d' essere pre- ferite ai loro opposti, e d' essere con diligenza procacciate; il che facendo, lasciarono a quelle cose la natura e 1' essenza del bene, levarono via solo il nome. In fatti che altro è il bene, se non quello che è da essere preferito al suo opposto, e da essere voluto e da essere procacciato? Poco Zanotti, Operette. 3 54 ilunque imporla che gli Stoici chiamassero la sa- nità un bsne, ovvero un comodo, essendo di que- ste voci un sentimento medesimo. E se 1' infer^ mità e il dolore, e la povertà e l'ignominia non vollero chiamar mali, ciò è nulla: perciocché le chiamarono incomodi, che è quello stesso. Dirà taluno: L' uomo sapiente desidera la sa- nità, e le ricchezze e le scienze, per potere eser- citar la virtù; dunque non è vero che tali cose si desiderino e si vogliano per lor medesime. Rispon- i do, esser vero che il sapiente desidera tali cose, perchè servono alla virtù; ma le desidererebbe an- che senza questo. Due ragioni dunque ha l'uomo savio di desiderare la sanità: e perchè ella è desi- derabile per se stessa, e perchè serve alla virtù, che è un' altra cosa non meno considerabile. C À P V. Come dicasi la felicità esser posta nella coniempla- zion d? un idea. j Piatone distolse gli uomini da tutte le cose ter- rene, e gì' invitò alla contemplazion d' una idea, nella quale se avesser potuto mirare una volta, ì disse che sarebbon felici. Pochi si invogliarono d' una felicità così astratta. ^Soi però dichiarere- mo V opinione di quel grand' uomo, e comincie- remo da più alti principii a questo modo. Tra le molte idee che ci si parano dinanzi al- la mente, n' ha alcune che si chiamano singola- ri, ed altre che si chiamano universali. Le singo- lari sono quelle che ci rappresentano le cose sin- 55 ■golarì^ come V idea del lai uomo, per esempio di Giulio Cesare: le universali sono quelle che ci rappresentano certe forme iistratte, che apparisco- no non in una cosa soia, ma in molte; come l'idea dell' uomo in generale, per cui ci si rappresenta non un tal uomo, ma la natura e la forma astrat- ta dell' uomo, la qual apparisce in tutti, E così è V idea del cittadino in generale, che ci rappre- senta non un tal cittadino^ ma una certa forma astratta, che apparisce in tutti i cittadini. E tale è V idea del bello in generale, o Togliam dire della beltà, e 1' idea del buono in generale, o vo- §liam dire della bontà, ed altre infinite. Credono molti metafisici che le idee universali si formino cavandole ed astraendole dalle idee singolari; e per ciò astratte le chiamano: e spie- gano la cosa in questo modo. Veggendo noi molte cose singolari, ci fermiamo talvolta in quello che è comune a tutte, senza pensar punto a ciò che è proprio di ciascheduna; e allora è che ci rappre- sentiamo nella mente una certa forma comune, ca- Tandola dalle cose singolari, e formiamo l' idea universale. Così veggendo molli uomini singolari. Cesare, Lentulo, Trebazio, e considerando in essi solamente 1' esser d' uomo che è comune a tutti, ci formiamo nell' animo un' essenza umana astratta da tutti gli uomini; e quella è un' idea universa- le. A questo modo ragionano i più dei metafì- sici, e si credono che quelle forme astratte non abbiano sussistenza ninna nella natura, e soltanto sieno nelP animo nostro e in quanto da noi si concepiscono. Ma Platone, il qual solo vai più che tutti gli altri, ha creduto il contrario, ed ha voìuloche le 56 nature astratte sieno e sussistano non negli animi nostri, ma fuori, e fossero anche prima che si con» cepissero: e queste essere eterne ed immutabili, non ristrette da luogo ne da tempo, alle quali ri-- Tolgiam r animo per un avviso che ce ne danno gli oggetti singolari, secondo che a noi si presen- tano: onde ci pare di trarle e pigliarle da essi, ma le abbiamo d' altronde. E secondo una tale opi- nione, non è da credere che la beltà, la bontà, e le altre essenze che astratte si chiamano, per noi si formino e sieno soltanto, quanto da noi si con- cepiscono, perchè né si concepirebbon da noi se già non fossero, né noi le formeremmo giammai cosi perfette, come le veggiamo. E queste sono le idee tauto famose di Piatone. Ora accostandoci al proposito, è da sapere, essere stata similmente opinion di Platone, sostenuta da lui con molte ragioni, che le anime nostre fossero prima che noi nascessimo; e che a quel tempo, es- sendo libere e sciolte da'legami del corpo, vedessero molto chiaramente le idee che abbiamo detto, né in altro si esercitassero che nella contemplazione di esse, per le quali appresero fin d' allora tutte le scienze, benché immerse poscia ne' corpi appena se ne ricordino. E come volle che le anime no- stre fossero prima che noi nascessimo, così anche sostenne con molte ragioni che, noi morti doves- sero 1' anime rimanere; le quali, se nel corso di questa vita avessero rettamente operato e con vir- tù, sarebbono ricevute di nuovo tra le idee; ed appressandosi massimamente all' idea della bontà, e contemplandola e godendosela, sarian contente e felici. Così Platone levò la felicità da questa. 37 vita, e trasferilla ad un' altra, facendola consistere nella contemplazion d' un' idea. INè credo che al- tra cosa più nobile né più magnifica sia stata mai detta in filosofia. Né è V opinion di Platone, siccome io giudico, tanto opposta all'opinion d' Aristotele, quanto al- cuni si persuadono; imperocché, come appresso ve- dremo, questi due gran filosofi non son contrarli tra loro di opinione, ma fanno due diverse qui- , slioni. Ad ogni modo, b*^nchè potessero le due sen- tenze di leggeri comporsi e tenersi araendue per vere, non molto piacque ad Aristotele quella Pla- tonica felicità, e principalmente si rivolse a levar via l' idea astratta della bontà con 1' argomento che segue. Acciocché si desse 1' idea astratta della bontà bisognerebbe che tutte le cose che noi diciamo buone, avesser comune non solo il nome, ma an»- che una certa forma di bontà che fosse in tutte la medesima*, poiché questa forma tratta fuori e svelta, per così dire, dalle cose singolari, sarebbe appunto l'idea della bontà. Ora quante cose diciamo buone, le quali però niente hanno di comune se non il nome.'' Chi dirà essere la medesima forma di bontà nella virtù e nel cibo, benché buoni si dicano e l' uno e 1' allra.^ Così argomentava Ari- stotele molto sottilmente centra il suo maestro. 38 GAP. VI. Lajelicità è posta nella somma di tutti i beni che cojii^engono alla natura. Dicendosi j la felicità esser posta nella somma di tutti i beni che convengono alla natura dell' uo- mo, pare che niente venga a stabilirsi, se prima non si stabilisca quali beni sieno quelli che alla natura dell' uomo sono convenienti. Imperciocché anche gli Epicurei potrebbon dire, la felicità es- ser posta nella somma di tutti i beni che conven- gono alla natura dell' uomo, riducendogli tutti al piacere; e similmente potrebbon^ fare gli Stoici, ri- ducendogli alla virtù, e i Platonici alla contem- plazione. Ma prima di stabilire quai sieno i beni che convengono alla natura dell' uomo^ par che debba stabilirsi qua! sia questa natura: ciò che fe- ce con assai bell'ordine Aristotele. E dunque l'uomo, secondo Aristotele, per natura sua composto d' anima e di corpo; e tale essendo, ha bisogno servirsi quasi continuamente di cose estrinseche. E ciò posto, chi non vede che alla na- tura di lui si convengono così i beni dell' animo come quelli del corpo, ed anche gli estrinseci? e però convenirglisi le scienze, le virtù morali, la sanità, la bellezza, gli onori, le ricchezze e gli al- tri doni della fortuna? Essendo dunque la felicità posta nella somma di tutti i beni che alla natura convengono, bisognerà dire che ella sia posta nel- la somma di tutte le sopradette cose. Ma la natura dell' uomo vuoisi considerare an- cora più sottilmente; perciocché alcuni hanno vo- 39 iuto riguardar 1' uomo come solitario, e non ap- partenente che a se stessoj ed altri hanno toIuIo considerarlo come nato non solamente a se slesso, ma anche alla repubblica^ ed è cosa chiara, che secondo queste diverse considerazioni bisogna an- cora stabilire fini diversi, essendo altri i beni che convengono al solitario, ed altri quelli che con- vengono al cittadino. E qui entrerebbono due quistioni, diverse in vero r una dall' altra, ma però tra loro congiun- tissime; cioè se l'uomo sia composto d'anima e di corpo, e se sia nato alla società; perchè sebben pa* re che Aristotele non ne dubiti, non è però da sprezzarsi l'autorità di Platone, il qual volle che l'uomo non fosse altro che l' animo- né più il cor- {)0 gli appartenesse di quel che appartengono i ceppi al carcerato. E in verità che altro poteva egli dire, considerando che l'animo, appresso la morte, si rimarrebbe in eterno senza il corpo? Certo che la naturai ragione non altro poteva in- segnargli. Che se 1' uomo non è naturalmente cor- poreo, come potrà e^li dirsi che sia naturalmente ordinato alla società? La qual non gli appartiene se non quanto, essendo egli nella prigione del cor*- pò, gli conviene di vivere per qualche tratto di tempo con altri prigionieri a lui simili. Così Pla- tone. Ma Aristotele considerava V uomo come compo- sto naturalmente d' anima e di corpo, e lo invi- tava alla società. Però non è da maravigliarsi che Platone proponesse all'uomo una felicità, ed Ari- stotele un' altra; imperocché condotti da principii diversi cercarono cose diverse; quegli la felicità del solitario, e qtiesli dell' uom civile. 4o In fatti arendo poi Aristotele divisa la felicità in due, in quella del solitario e in quella dell'uom civile, chiamò la prin)a deopv^tiKr^v^ noi diremo contemplativa; e la fece consistere nella contem- plazione ne più né meno come Platone avea fatto. E questa felicità tanto apprezzò, che 1' antepose a queir altra dell' uom civile, come più nobile di €5sa e più prestante, e degna solo delle forme se- parate e delle intelligenze sempiterne. L'altra poi, che egli chiamò TtoXiLXiKriVi noi diremo cittadine- sca, o civile, volle egli che fosse, quantunque men nobile, tuttavia più consentanea alla natura del- l' uomo ; e la stabilì, come sopra è detto, nella som- ma di tutti i beni, sì d' anima, come di corpo e di fortuna; e a questa felicità chiamò gli uomini, lasciando quella Platonica beatitudine agli Dii. GAP. VII. La felicità civile è posta principalmente neW esercizio della virtù. Essendo la civile felicità posta nella somma di molti beni, come sopra è stato dettO;, potrebbe al- cuno voler sapere in qu-al di essi sia posta princi- palmente, ed io rispondo, esser posta principalmen- te neir azion ragionevole e virtuosa, essendo que- sta quella che principalmente si conviene alla na- tura dell' uomo. Nel che mi servirò dell' argomen- to d' Aristotele. Niente più si conviene al sonatore, inquanto è sonatore, che suonar bene; e al danzatore, inquan- to è danzatore, che danzar bene; e al cavalcato- re, inquanto è caTalcatore, che ca*. alcar bene;^ similmente ad ogni professore, inquanto è tale, niente più si conviene che esercitar bene la pro- fession sua. Or chi non vede, la profession propria dell^ uomo, impostagli dalla natura, non altro es- sere che seguir la ragione? Se ciò gli si leTa, non si distinguerà più dalle fiere. Par dunque che nien- te più gli convenga che far le azioni ragionevoli e virtuose, e questo esercizio principalmente si ri- cerchi alla felicità. E perchè l' azion virtuosa può esser fatta in due maniere, per abito e senz;» abito; e facendosi per abito, si fa facilmente, facendosi senza abito, si fa dithcilmente e con pena; perù è chiaro che alla felicità quella azion si richiede che si fa per abi- to', imperocché non essendovi l'abito, l' azion sa** rebbe faticosa, e la felicità non vuol fatica. Così argomentava Aristotele, contro cui due ragioni so- no state mosse, alle quali brevemente risponde- remo. E prima hanno detto, ogni azione esser diretta a qualche fine: come dunque potrebbe porsi in una azione la felicità la qual non può esser diretta a niun fine, essendo essa il fine ultimo ? E quelli che così argomentano, non abbastanza intendono quel che dicono, e non veggono che il fine dell'a- zione può essere o fuori dell' az.ione, o nell' azio- ne istessa. Spieghiamo questa distinzione. Il fine può essere fuori dell' azione, come quando lo scul- tore far la statua, la quale è il fine, ed è fuori del- l' azione; e quindi è, che finita 1' azione, rimane tuttavia la statua. Al contrario può il fine essere nell' azione istessa, come quando uno balla per sol- 42 lazzarsi, il cai fine è il sollazzo, che è posto neW r azione stessa del ballare; e quindi è;, che ces- sando il ballo, cessa il sollazzo. L' azione il cut fine è in lei stessa, può dirsi insieme azione e fi- ne, facendosi non per altro che per lei stessa. Er tale è V azion virtuosa, la quale, chi la facesse per altro fine che per usar virtù, non sarebbe più a- zion virtuosa. Però ben disse Aristotele nel libro sesto: eOTL ■ya(p o.vtt^ 'ì^ evTrpa^ia xs/^oq-i 1^ stessa azion buona è fine. E s^ è così, perchè dubiteremo noi di dire che nell' azion virtuosa sia principal- mente riposta la felicità? La quale, per questo ap- punto ohe non è diretta ad altro fine, può dirsi fine a se stessa; il che similmente dell' azion vir- tuosa si dice. Altri poi hanno sminuito l'argomento d' Ari» stotele, facendolo valere Iroppo più che non con- veniva, e 1' hanno piegato e rivolto a questo mo- do. Niente può convenire al sonatore, inquanto e- gli è sonatore, se non il sonare; nò al danzatore, in- quanto egli èdanzatore, se non il danzare; né al ca- valcatore, inquanto egli è cavalcatore, se non il ca- valcare; dunque se noi seguiremo gli stessi esempi, bi- sognerà conchiudere che niente convenga all'uomo, inquanto egli è uomo, se non l'azion ragionevole e virtuosa; il che dicendo, bisognerà anche dire che la felicità non ria posta in altro che nella virtù, e ci accosteremo agli Stoici. Io però rispondo a que- sto modo. Egli è il vere chs al sonatore, inquan- to è sonatore, altro non si con ,ien2 ce non il sona^ re;ma ciò accade perchè il sonatore, inquanto è sonatore , altro non è- che sonatore; e lo stes^ so dicasi del danzatore^ del cavalcatore e de- gli altri. E simiimente se 1' uomo, inquanto è 45 uomo, non fosse altro che ragionevole, niente al- tro gli si converrebbe se non l'azion virtuosa; ma essendo egli ancora composto d' anima e di corpo e però nato alla società, e chiamalo agli iiiHcii del cittadino, non è da maravigliarsi, se oltre Pazion virtuosa gli convengano eziandio altri beni, sani- tà, bellezza, onori, senza cui star non potrebbe la felicità, alla quale ricercasi principalmente la vir- tù, ma non basta. GAP. Vili. Se possa uno essere più J elice di un altro. Gli Stoici, i quali ponevano la felicità nella sola virtù, uguagliando talli i virtuosi, uguagliarono e- ziandio tutti i felici. E ciò fecero, perchè aven- dosi immaginata una certa virtù perfettissima e somma, di cui ninna potesse essere maggiore, vol- lero chiamar virtuoso e felice solamente colui che quella avesse acquistata; e quelli che noi chiamia- mo virtuosi e felici, e che non giungono a quel- la altissimo grado, gli chiamavano essi, non virtuo- si, ma vicini alla virtù, nò felici, ma vicini alla felicità. E a questo modo non dovea certo parer loro che uno potesse essere o più virtuoso o più felice d' un altro. E similmente insegnavano non poter V uno es- ser dell' altro più misero, ma tutti i miseri esser miseri egualmente; consistendo, secondo essi, la miseria nell' esser privo della somma e perfettissi- sima felicità, nella qual privazione tutti i miseri sono eguali. Né vai che l'uno sia più vicino alla felicità che P altro, poiché non giungendoTi nìun di loro, ne sono egualmente privi araendue. E qui valevansi dell' esempio dei sommersi, i quali e- gualmente annegano ,0 sieno sott' acqua cento pie-»- di, o un palmo solo; non avendovi altra differen- za, se non che quelli che sono più giù, son più lontani dalla salvezza, e quelli che son più alti, veggono la lor salvezza più vicina ed affogano con maggiore speranza. I Peripatetici ragionarono d' una maniera più popolare, e seguendo Aristotele si risero degli Stoi- ci; imperocché avendo constltuito la felicità nella soaima di molti beni, vollero che dovesse chia- marsi felice non solamente colui che tutti gli a- vesse e in grado sommo ( il qual veramente feli- cissimo dovrebbe dirsi ) , ma anche colui che ne avesse molti e in grado eccellente, benché alcuni gliene mancassero. E certo questa è 1' usanza del parlar comune intorno a tutte le qualità; che non si dice caldo o bianco solamente quel corpo che ha tutti i gradi del calore o della bianchezza, ma quello ancor che ne ha molti; né si dice eloquen- te solo colui che ha tutte le parti dell* eloquenza, ma quello ancora che ne ha conseguito molte, e in esse risplende. Potendo dunque uno aver più beni che un altro, e quegli stessi beni che ha l'al- tro, avergli in grado maggiore, perciocché può uno esser più forte e più temperante, e più liberale e più mansueto e più cortese, e più sano e più robusto e più bello che un altro; quindi è, secondo i Peripatetici, che l' uno possa dirsi più felice dell' altro. E par bene che gli Stoi- ci, :*lìontanandosi dall' uso del parlar comune, mutassero più tosto i nomi che le sentenze. 45 Sebbene sarebbe anche da vedere, se quella lo- ro felicità perfettissima e somma, di cui niuna maggiore può darsene, non sia un' immaginazione del tutto Tana e di sua natura impossibile; per- ciocché essendo la felicità dell' uomo necessaria- mente finita, comequella che dee proporzionarsi al- l'uomo stesso, il volersela immaginar tale che non ne possa essere una maggiore, egli è lo stesso che volersi immaginare una cosa finita, di cui altra maggiore dar non si possa. E siccome una linea finita non può mai esser tanto lunga, che non pos- sa darsene una più lunga, nò un numero finito tanto grande che non possa darsene un più gran- de; così né 'pure una temperanza finita può essere tanto grande, ne una giustizia, né una prudenza, né lana beltà, ne una forza, che non possa darsene una maggiore. Ma di queste cose si compone l'umana fe- licità.Egli par dunquecheniuna umana felicità pos- sa essere cosi grande, che niun' altra maggiore dar se ne possa. Però veggan gli Stoici, proponendo agli uomini una felicità perfettissima, di non propor lo- ro una felicità impossibile. Concediamo dunque questa somma felicità, che essi dicono, a qual- che Dio, e lasciamo che gli uomini gareggiar pos- san tra loro qual sia più felice e qual meno. GAP. IX. Delle varie maniere di beni. Essendosi detto che la felicità ci\ ile é posto nel- la somma di tutti i beni che convengono alla na- tura, sarà cosa molto comoda agli oratori, ed ai 46 ^ _ poeti eziandio, e a tutti quelli che entrano a par- lar d' affari, 1' aver ridotto la moltitudine dei be- ni a certe classi, per poter ragionarne, secondo le occasioni, distintamente e con bell'ordine. Ed ai filosofi è cosa anche necessaria, dovendo essi tral- tarne partitamente, giacché si fanno maestri di fe- licità; benché però fra tutti i beni^ ond' essa è composta, non si degnano d' ordinario di spiegar altro che la virtù. E già tra il popolo è introdotta una certa divi- sione non del tutto cattiva, per cui dividonsi i be* ni in tre spezie dicendosi altri beni di corpo, ed altri beni di fortuna. La qual divisione, per le cose dette di sopra, abbastanza può intendersi, E poi un' altra divisione alquanto più sottile, per cui dividonsi i beni in dilettevoli ed onesti. Nei dilettevoli si cerca il piacere, negli onesti si trova il piacere senza cercarlo; perciocché V a- zfone si fa, non perchè rechi piacere, benché lo rechi. 11 che meglio si intenderà, come avremo trat- tato delle virtù. Il popolo, che non è avvezzo gran fatto a pen- sar bene e rettamente, suole aggiungere una terza classe di beni, che egli chiama utili, e far la di- visione di tre parti. Ma non s'accorge che quella cosa che noi chiamiamo utile, non è bene in se stessa, ma è più tosto un mezzo che ne conduce a qualche bene, o sia questo il piacere^, o la virtù. Chi chiamerebbe utile ciò che non servisse né al- l'uno né all'altra? Non debbon dunque le coseu- tili numerarsi tra i beni, come le dilettevoli e le oneste; che se ìa divisione piace al popolo, potrà l'oratore servirsene, non dovrà servirsene il filo- sofo. E slata quìstione tra i filosofi, se P azion diso- nesta possa esser mai utile. E certo se ascolteremo gli Stoici, non può. Imperocché utile è quello che ne conduce in qualche modo alla felicità. Ora es- sendo, secondo essi, la felicità posta nella sola vir- tù, a cui senza dubio non può mai condurne l' a- zion disonesta, ne segue di necessità che V azion disonesta non possa giammai esser utile. Ma que- sta ragione sarà nulla qualor si neghi che la fe- licità consista nella sola virtù. Consistendo dunque la felicità nella virtù e nel piacere congiunti insieme. [)are che debba dirsi u- tile tutto ciò che ne conduce o al piacere o allo virtù^ ma non già ciò che scorgendosi all' uno, ci allontana dall'altra. E tale si è V azion disonesta, la quale se adorna la felicità d' alcun diletto, la guasta e la corrompe con la disonestà; e levando air uomo lo splendore della virtù, lo rende così brutto e deforme, che niiin [liacere abbellir lo po- trebbe ed ornarlo abbastanza. Pongasi dunque fuor di dubio, niuna azion disonesta poter veramente dirsi utile. PARTE SECOINDA DELLA YIRTÙ MORALE IN GENERALE. GAP I. DelV onestà. A. Ri. le molte verità che si paran dinanzi alla mente; n' ha alcune che si chiamano speculative, ed altre che si chiamano pratiche. Le speculative son quelle che ci mostrano una certa cosa essere in certo modo, e niente impongono che per noi far si debba^ come questa: i pianeti girano intor* no il sole; e questa: F aria è grave; e questa: ogni triangolo ha tre angoli eguali a due retti; che tut- te sono verità speculative. Le verità pratiche so- no quelle che ci impongono di far qualche cosa; come questa: bisogna dare aiuto agli amici; e que- sta: la parola data è da mantenersi; ed altre. Siccome tra le verità speculative n' ha di quel- le che si conoscono per se stesse, e si tengono per vere, quantunque non se ne adduca prova ninna, anzi si assumono esse a provar lealtre^ onde prin- cipii si chiamano; così parimente tra le verità pra- ^9 tiche ti' ha di quelle che si manifestano perse me- desime, senza aver bisogno di dimostrazion niuna^ anzi da esse argomentando si raccolgono tutte le altre, onde prime verità pratiche posson dirsi. Queste prime verità f)ralichej con tutte le altre che da esse argomentando si raccolgono, sono ciò che comunemente si chiama onestà^ e tutte si di- con regole dell' onesto, e quelle prime principi! dell' onesto, ed anche principi! della morale. Pirrone, che visse circa i tempi d' Aristotele, e Aristippo, che fiorì alquanto prima, negarono che si dessero queste prime verità pratiche, le quali si manifestino da se medesime. Gusì togliendo i prin- cipii levaron via tutto l'onesto. Lo stesso hanno fatto a questi ultimi secoli due famosi empii, non del tutto ignoranti, Hobbes e Spinosa^ i quali sic- come hanno levalo i principi! della morale, così potevano per la slessa ragione tor di mezzo anche i prÌDcipii speculativi, e in questo modo reaaer vano ogni umano discorso, anche il loro. Ma dirà alcuno; Se si desse questo onesto che voi dite, dovrebbono le medesime cose tenersi per oneste in tutti i tempi e da tutte le nazioni; e pu- re altre cose sono stale tenute per oneste in un tempo, ed altre in un altro: ed anche diverse na- 2Ì3ni giudicano diversamente: e noi detestiamo ora certi amori, i (juali si dice che in Grecia a' tem- pi di Socrate furono stimali onesti; dunque 1' o- neslo non è già egli una eerta verità che si mani» fesli; è più tosto un nome che gli uomini vanno imponendo ora ad una cosa ed ora ad un' altra, a piacer loro. 5o Ed io rispondo a questo modo: Benché tante e tanto varie sieno le opinioni intorno alle regole dell' onesto, non per questo vuoi dirsi che esse re- gole dipendano dal capriccio degli uomini, e non sieno per se stesse: perchè anche delle verità na^ turali potrebbe similmente dirsi che dipendano dal capriccio degli uomini, considerando le infi- nite dissensioni dei fisici. E i metafisici quante dis- sensioni hanno? né però credono che le loro pro- posizioni dipendano dal capriccio. £ Io stesso av- viene in tutte le scienze. Di che credo io due essere le ragioni: la prima sì èj perchè procedendosi in ogni scienza dai prin- cipii alle conseguenze per via di argomentazione, non tutti argomentano rettamente, e però discor- dar debbono nelle conseguenze. La seconda si è, perchè tra' principii stessi n' ha alcuni alquanto astrusi e sottili, de' quali non può accorgersi se non cai è d' alto ingegno e vi pon molta attenzione. Quanti principii hanno i matematici, e i fisici e i metafisici istessi, che sfuggono facilmpnte e si na- scondono. Potendo dunque avvenire che alcun prin- ripio si manifesti ad uno, non ad un altro, cjua- lunque volta ciò avvenga, dovrà seguirne dissen- sione e varietà. Kè diremo per questo che le yerità non sussi- stano per lor medesime, e che possano cangiarsi a piacere, mutando e principii e conseguenze a vo- glia nostra. Che se ciò non si dice nel P altre scien- ze, perchè dovrà dirsi nella morale? la quale se ha alcun principio non ben noto a tutti, come han- no anche le scienze speculative, ne ha però molti ìaotissim.ij e che niuno ardirebbe negare, Chi ne- 5i gherà che ben sia far bene ad altri, potendo far- lo? Chi dirà che la parola data non è da mantenersi? Chi negherà questa verità, che convenga all' uomo di dire il vero, se quegli stessi che la negano, in- tendono di dire il vero, negandola, e per questo appunto la negano? Tanta è la forza della verità e dell' onesto. Che se i fanciulleschi amori dei Greci furono in alcun tempo detti onesti, ciò forse fu perchè onesto si chiama anche quello che, quantunque cattivo in sé, tuttavia non è condannato dalle leg- gi della città, ed è facilmente compatito dagli uo- mini, e non reca disonore; siccome veggiamo ora, che se una giovane donna, essendo libera, ami fo- cosamente un giovane parimente libero, si dice 1' amore essere onesto, non perchè sia buono e me- riti laude, ma perchè le leggi della città noi con- dannano, ne reca disonore alcuno, ed oltre a ciò vuol compolirsi la gioventù; ma non per tanto i filosofi il disapprovano. Così può essere che gli a- mori de' Greci si dicessero onesti per simil modo. E parmi di aver letto nel famoso Convito, che es- sendosi messo Socrate a sedere vicin di Fedro, sor- risero tra loro i convitati; ciò che è pur segno che quel Socratico amore, quantunque non disonoras- se l' uomo, nò fosse punito dalle leggi, pure aves- se appresso loro alcuna sconvenevolezza e defor- mità. Non è dunque da credere nò che i Greci sli- massero buoni quei certi loro amori, ne che 1' o- nesto si stabilisca così a voglia ed a capriccio de- gli uomini; altrimenti potrebbe dirsi lo stesso e- ziandio de'principii di tutte le scienze. 02 GAP. IL Delle leggi. Legge altro non è che uq' ordinanza, la quale prescrive agli uomini qualche cosa da farsi, e che essi son tenuti di osservare; cosi che osservandola fanno bene, e meritan lode e approvazione, e non osservandola s-i rendon colpevoli, e sono degni dì biasimo e di castigo. La legge poi si divide in na- turale e civile, sebben la civile nasce e proviene dalla naturale. La legge naturale consiste nelle regole dell'one- sto; né solamente in quelle prime che si chiaman principii, ma anche in quelle altre che da" prin- cipii per argoDientazione si raccolgono. E tali re- gole sono varamente leggi;^ poiché manifestandosi per esse e dichiarandosi che la tale o la tal cosa dee farsi dagli uomini, inducon negli uomini ob- bligazione di furia, e gli condannano come colpe- \oli, se non la fanno. E perchè sentonsi per una certa voce della natura, che le bandisce per cosi dire, e le promulga nell'animo di ciascheduno, per ciò diconsi leggi naturali. La legge civile poi è un'ordinanza di qualche uo- mo, la quale ha forza di obbligar gli altri a far ciò ch'ella ordina. Come eli' abbia tanta forza, è da spiegarsi diligentemente, {)erchè certo non pare che l'abbia di natura sua. Chi dirà cheSpeusippo Q Senocrate sieno obbligati di fare una cosa per questo solo che Alessandro ha dichiarato pubblica- mente di volerla.'* Quel voler d'Alessandro e quellch pubblica dicliiarazlone che antorllà hanno di na- ttua loro, onde possano obbligare altrui? E sono oggidì molti, i quali ridendosi dell'one- sto, come le altre obbligazioni, così anche questa di cui parliamo, fanno naycere dall' interesse^ in- segnando che il suddito dee obedire al principe, nron per altro, se non perchè gli torna a conto di così fare. Secondo la qual opinione cessando l'u- tile in. colui che obedisce, cesserebbe ancora l'ob- bligazione, e dovrebbe il tutore, qualor credesse di poter farlo con sicurezza, ammazzare il pupillo, tornandogli ciò a conto. Ma questa \ile filosofia non è degna degli uomini italiani. E dunque da avvertire che l' onesto, o, vogliam dire, la legge naturale obbliga gli uomini a man- tener quello di che son convenuti, e, dove pos- sano far ciò che è necessario al ben comune. Es- sendo dunque necessario al ben comune che alcu- no proponga i suoi voleri pubblicamente, e che gli altri vi si .sottomettano; ed essendo di ciò gli uomini convenuti, ne segue, che se colui a cui sta, propone pubblicamente i suoi voleri, debbano gli altri per legge naturale sottoporvisi ed obedirgìi; nò dee veruno per cagion del proprio interesse sot- trarsi all' obbligazione. E di qui nasce tutta 1' au- torità de' maestrati, a' quali propriamente non o- bediamo noi, ma facendo ciò che essi vogliono, o* bediamo alla legge immutabile e sempiterna del- l' onesto. E tanta è l'autorità delTonesto, che comanda a- gli stessi maestrati, imponendo altamente al prin- cipe di intender sempre nelle sue leggi alla pub- blica felicità; la qual dovrebbe egli procurare, prò- ^^4 . curando ai cittadini non sol le ricchezze che tal- volta nuocciono, ma ancora, e molto più. la virtù che seiiipie giova^ ne dovrebbe voler il bene dei cittadini per istar bene egli, ma perchè sileno be- ne i cittadini. Il che se facessero i principi, obe- direbbono all' onesto, e comanderebbono agli uo- mini e governerebbono le repubbliche alquanto meglio che non fanno. GAP. III. DelV a-Jon virtuosa. Un' azione fatta secondo le regole dell' onesto chiamasi virtuosa, così veramente che queste tre condizioni non le manchino: prima che sia fatta per volontà libera; poi a fine d' onestà; in terzo luogo con fermezza d'animo e costanza. Spieghia- mo queste tre condizioni ad una ad una. E prima bisogna che V azion virtuosa sia fatta per volontà libera; poiché le cose che si movono non per volontà, ma peraltro principio, quantun- que facciano operazion buona, non si dice però che facciano operazion virtuosa; nò diremo virtuo- sa una pianta la qual frondeggi, benché frondeg- giando faccia quel che dee, ma noi fa per volontà. Ed è anche necessario che l' azione si faccia per Tolontà libera; perchè non si dice mai azion vir- tuosa quella che uno fa, essendovi tratto da neces- sità. Ma deli' azione volontaria e libera diremo se- paratamente ne' due capi che seguono. Vuoisi in secondo luogo che 1' azion virtuosa sia fatta per fine di onestà; il che se non fosse, non 55 potrebbe né men dirsi fatta secondo V onesto; per- chè colui che fa un'azione, per altro onesta, ma non col fine di operare onestamente, anzi riguar- dando solo e intendendo al suo comodo, par certo che adatti 1' operazione più tosto al comodo che all'onesto, e più operi secondo quello che secon* do questo. Ricercasi in terzo luogo che 1' azion virtuosa sia fatta con fermezza d'animo e costanza; il che vuol dire che colui che la fa , dee essere disposto a far- la, qualunque Tolta ragion lo chiegga. Cosi non si stimerà azione molto virtuosa quella che fa co- lui il qual paga il debito che è piccolo, disposto di non pagarlo se fosse maggiore; perchè costui mo- stra di non volere gran fatto scomodarsi per 1' o- nestà; e s' egli 1' ama, gli manca quella fermezza che nell'amor si richiede. Kon è alcun dubio che 1' azion virtuosa è degna di laude e di approvazione, e acquista qualche me- rito a chi l'adopera, rendendolo tale, che ben gli sta, se ben gliene avviene. E questa verità è tan- to chiara per se stessa e ina infesta, che può aver luogo tra i principii- Altre proprietà si assegnano dell' azione virtuosa, delle quali diremo appresso. Diciamo ora dell' azion volontaria. G A P. I V. Deir azion volontaria. Volontaria si dice quell' azione che uno fa es- sendo mosso da un principio che è dentro di lui, avendo considerato le ragioni di farla; e cosi ere- 56 do che voglia intendersi Aristotele là dove eMice, il volontario esser quello, che /j^^ apX'^ì ^'^ cf.vxo SidoTO ra y.adszo.GTa. sv Gig 12 n-pahg'f perciorchè le sin- golari circostanze, x» ;«arim^ appartengono due potenze, intelletto e volontà: alla seconda appartengono le passioni, l'ira, l'odio, l'amore, l'invidia, ed al- tre tali. Ora avviene spesse volte che la volontà, posta quasi in mezzo tra 1' intelletto e le passioni, sia quindi invitata dall' intelletto con la rappresenta* zione del vero e dell'onesto, e quindi tratta e quasi strascinata dalle passioni con l' offerta lu- singhevole d' alcun piacere; di che la volontà sen- te noia, e con fatica e difficilmente può indursi a seguir l' intelletto, e far azion virtuosa contra- stando alle passioni. Ben è vero, che se ella si av- vezzerà a vincerle, acquisterà a poco a poco un abito, per cui le vincerà poi facilmente. Così so- no tre cose nell'animo che appartengono all'a- zione, le potenze, le passioni e gli abiti. Ciò posto, argomenta Aristotele in questo mo- do, provando che la virtù e un abito. Pare che la virtià, appartenendo all' azione, debba essere una potenza, o una passione o un abito: ma non è ne una potenza, nò una passione; dunque sarà un abito. Che poi non sia né una potenza, né una passione, si dimostra così. Se la virtù fosse una potenza, ovvero una passione, ne seguirebbe che C3 tutti gli uomini avrebbono la virtù, imperocché tutti hanno le potenze e le passioni; se dunque non tutti hanno la virtù, bisogna dire che la vir- tù non sia né una potenza, ne una passione. 01* tre che, gli uomini si lodano per la virtù, essendo che per questa fanno le azioni virtuose e lodevo- li; e niuno però si loda per aver la potenza del- l'intendere, o del volere, poiché tutti l'hanno; dunque la virtù non consiste in una potenza; mol- to meno in una passione; imperocché niun si loda per esser iracondo, o timido, o invidioso, essendo che la lode non vuole andar dietro a tali cose. GAP. VII. Qiial sia il soggetto della virtù e d'alcune proprietà di essa. Non è alcun dubio che il sojiziì. Avendo noi detto delle azioni virtuose e delle virtù, ragion vuole che dicasi ancora delle colpe e de' vizii. Diciamone dunque brevemente. E da avvertire che l' onestà ci prescrive ed ordina al- cune azioni; alcune altre non le prescrive, ma solo le propone, e quasi le raccomanda; e quelle siamo obbligati di fare, queste non già; sebbene anche queste ben sarebbe di farle. Cosi ben sa- rebbe e secondo 1' onesto astenersi dal vìdo per maggior temperanza, ma ninno obbligo però vi ci stringe; all' incontrario ognuno ò obbligato a mo- derar l' ira e conservar la fede. Il contravvenire al prescritto ed all' ordine del- l' onestà è colpa, la quale può difinirsi azione di- scordante dall' onesto. Il vizio poi non è altro che abito di commetter colpe; il qual abito, chi vo- lesse, potrebbe dividersi in più maniere secondo la varietà delle colpe, in quella guisa che secondo la varietà delle azioni virtuose si dividono le vir- tù. Ma noi lascieremo che altri il partano a mo- do loro. La colpa poi ha alcune proprietà che sono de- gne di considerazione. E prima rende colpevole colui che la commette, cioè deforme ed imperfet- to, e diverso da quello eh' esser dovrebbe; poi Io fa degno di biasimo e di castigo. !Xè vale il do- ii3 mandare, in che consista una tale deformità; per- ciocché in qualunque cosa consista , egli è però certo che colui che ha rubalo, tutti lo stimano reo e degno di castigo; e ì stimarlo così è lo stes- so che stimarlo brutto e deforme, ed altro da quel- lo eh' esser dovrebbe. E questa deformità e reità riman nel colpevole quantunque passi l' azion della colpa; perchè seb- bene colui ha ammazzato jeri il compagno, e quel- ' la azion non è più, è però in chi la fece la reità d' averla fatta; ne a toglierla via vale alcun atto che egli faccia, o pentendosi di quel che commise, o in altro modo; poiché quantunque il ladro si penta, e restituisca quello che ha rubato, egli è però tuttavia un ladro, ed è colpevole di quel fur-' to che già fece, ed ha reità in sé; né può dirsi giusto e innocente per modo alcuno, e tuttavia merita quel castigo che le leggi h^nno imposto al latro- cinio. So che la filosofia dei Cristiani ha insegnato i mezzi onde possa giustificarsi, cioè divenir giusto un colpevole; ma la filosofia naturale, eh' io sap- pia, non ne mostra niuno. E stata quistione tra gli Stoici e gli altri filo- sofi, se possa una colpa esser maggiore di un'altra, dicendo gli Stoici, tutte le colpe essere eguali, il eh'? negavano i Peripatetici; la ragion de' quali può esser questa. Essendo la colpa non altro che un' azion malvagia, inquanto è discordante dal- l'onesto, quella potrà dirsi colpa maggiore che più dall' onesto discurda, e quella minore che meno. Ora può un'azione discordar più dall'onesto, e un' altra meno. Potrà dunque una colpa dirsi mag- giore di un'altra. In fatti chi negherà, che se due Zanotti, Operette. 8 ii4 azioni discorderanno dall' onesto, 1' una in tutte le sue circostanze, l' altra in una sola, non sia quel- la più discordante di questa? Come V ingannare con giuramento persona amica e in cosa grave; che certo è più discordante dall' onesto, che non è l' in- gannare in cosa lieve e senza giuramento uno straniero: poiché questo discorda dall' onesto, in- quanto solo è inganno; e quello discorda in ogni Fua circostanza. E chi non vede che più discorda dall'onesto ammazzar suo padre, che involar due scudi al vicino? E certo siccome naturalmente veg- giamo molte cose esser prescritte dall' onesto, così pure naturalmente intendiamo alcune esserci im- poste con maggior premura, e, per cosi dire, con maggiore imperio e autorità, altre con meno; ed esser maggior colpa contravvenire a quelle che a queste. Sarebbe mollo utile agli oratori ed a' poeti, massimamente ai comici, aver raccolte le note e i contrassegni più illustri di ciascun vizio, per po- tere, ricorrendo ad esse, dipingerne in pochi tratti quando uno e quando un altro, senza aver biso- gno di tante parole; le quali bene spesso, non toccando quelle note più insigni, poco vagliono. Polrebbon anche raccorsi le note di ciascuna virtù e di ciascun affetto. Aristotele ne accennò alquan- te nella Retlorica e nella Morale, e molte ce ne mostrano i Caratteri di Teofrasto. Ma in un com- pendio non possiamo andar dietro ad ogni cosa. — c-ceoegcaorri I PARTE QUARTA DELLE VIRTÙ INTELLETTUALI GAP. I. Che cosa sia virtù iìitelletluale, e quale il soggetto di essa e v,ual la materia. •ONCiosiACosAciiÈ la parte ragionevole delFani- mo, ehe chiamasi ancor superiore, contenga due potenze, intelletto e volontà, avendo noi detto ab- bastanza della seconda, in cui, come nel soggetto loro, riseggono tutte le virlù morali, resta che di- ciamo ancor della prima. E per cominciare dalla difinizione , diremo che V intelletto è quella po- tenza che riguarda le cose, inquanto sono da co- noscersi , che è lo stesso che dire inquanto sono vere; siccome la volontà è quella polenzci che ri- guarda le cose, inquanto son da volersi, che è lo stesso che dire, inquanto son buone. E paruto ad Aristotele, né senza ragione, che V intelletto debba distinguersi in due facoltà; l'una della quali può chiamarsi coalemplaliva, V altra consultativa, ovvero deliberativa. La contemplativa è quella che considera le cyse noii per altro che ii6 per conoscerle, come fa il matematico allorchc considera il rivolgimento delle sfere. La consulta- tiva è quella che considera le cose non sol per conoscerle, ma per prender consiglio sopra di es- se e deliberare: perchè sebbene l'elezione è pro- pria della volontà, sta però all' intelletto d'' esa- minar le ragioni dell'eleggere. Ora potendo l' uomo di leggieri ingannarsi e trascorrere in errore tanto nel contemplar le cose che solo Tuol conoscere, quanto ancora nel deli- berare, è certissimo che egli può con lo studio, con V industria e col lungo esercizio acquistarsi un abito di giudicar rettamente e conoscer e co- se, come sono in se, e di vedere alle occasioni qual consiglio sia da prendersi e qual no; nò può negarsi che questo abito non sia un compimento e una perfezione delle sopraddette due facoltà. Laonde non senza ragione si chiama virtù, edi- cesi intellettuale, perciocché appartiene all' intel- letto; siccome le virtù che riseggono nella volon- tà, e la rendono moderatrice e signora delle pas- sioni, si chiamano morali, perciocché appartengo- no ai costumi. Sia dunque la virtù intellettuale un abito di conoscer le cose rettamente, o si considerino sol per conoscerle, o si considerino per deliberar^i sopra. E di qui può vedersi qual sia il soggetto della virtù intellettuale, e qual !a materia; impe- rocché il soggetto si è l' intelletto medesimo in cui essa virtù risiede, e la materia sono le cose istesse che si ronsiderano, inquanto son da cono- scersi. E ciò basti aver detto dell' essenza della virtù intellettuale, e del s€ TÌen daìT amore, pnò in questo esse- re malvagità, e vi è, quando il piacere sia mal- vagio. Qfielli che nelle loro amicizie vanno dietro al- l'utilità, come sopra abbiam dimostrato, si scosta- no dalla vera amicizia, e similmente quelli che vanno dietro al piacere. V ha però questa diffe- renza, che chi va dietro all' utilità, non suol ri- cercare alcuna qualità lodevole nella persona che ama, bastandogli cke ella gli sia utile; laddove chi va dietro al piacere, suol ricercare nella persona che ama le qualità lodevoli, come la bellezza, la grazia, la cortesia; il che si vede negl'innamorati i quali non amerebbono la persona che amano, se non paresse lor brlla e gentile, e costumata e de- gna del loro amore; e però si scostano meno dal- la ragione e dalla onestà. Non è però che non pec- chino tutti qualor trascorrano in eccesso. Quelli che seguon l'utile, peccano più vilmente; gP in- namorati peccano con più gentilezza, ma [>erò pec- cano. C 4 P. X. Dell' amicizia che nasce dalla virtù. L'amicizia si dice nascere dalla virtù, allora quan- do uno avvenendosi in un altro, e trovandolo cor- tese, piacevole, mansueto, ed ornato di scienze e «li virtù, e di molle altre qualità belle e prestan- ti, gii par degno di essere ben voluto, e perciò si muove a volergli ogni bene; poiché se tale bene- ^olenza sarà scambievole, e scambievolmente si manifesterà, sarà quella rara amicizia che si dice nascere da virtù, ed è il più ricco tesoro che aver possa F uomo in questa vita. Non è alcun dubio che tale arr.icizia non sia fra tutte la più gentile e la più nobile; sì perchè è posta in virtù, si ancora [)erchè non ha altro fine che il ben dell'amico, essendo disgiunta dall'in- teresse e dal piacere; e però è molto diversa dalle altre due amicizie che sopra abbiamo dette. Seb- bene non potendo il virtuoso non essere e piace- vole e liberale, e cortese e magnanimo, non può non essere ancora cosa molto utile e molto gio- conda; e chi l'ama, inquanto e \irluoso, viene per conseguente ad amarlo anche inquanto è uti- le, e inquanto è giocondo. E però tale amicizia pare che abbracci in certo modo e contenga le al- tre due, ed anche per ciò dicesi perfettissima. E pare ancora che debba essere durevolissima; im- perocché non ricercando negli amici se non la vir- tù, niente commette al caso e alla fortuna. E questa è quella maravigliosu omicizia che fu rara ancor tra gli eroi, e baster»ibbe da se sola a far bello il mondo, quand' anche tutte l' altre bel- lezze gli mancassero. E certo che ella è grado som- mo e perfettissimo di società, volendosi bene al- l' amico non per altro fine se non perchè egli ab- bia bene; il che è grado sommo e perfettissimo di benevolenza, in cui l' uno vuole il ben dell' altro, ne cerca più, contentandosi di quel puro e nobil piacere che tien semi>re dietro all' amicizia senza esser cercato. Sono in vero oggidì uioiii, i quali e»{^.',)i:en(]o gli ufficii della socielà, non altro fine le propun- Zanottì. Operette, n l62 gono se non 1' utile» e questa loro opinione esten- dono ad ogni maniera di società, tanto a quella civile che unisce insieme i cittadini, quanto a quel- l'altra più ampia e più comune che tutte stringe le nazioni, e l'una con l'altra le congiunge. La ragion de' quali se noi seguissimo, bisognerebbe dire che ninno dovesse mostrar la via al passeg- giero, qualora non ne sperasse alcun utile, e che r una nazione non dovesse mai sovvenir l' altra senza speranza di qualche guadagno, quand' anche potesse farlo comodissimamente, e fosse 1' altra ri- dotta agli estremi pericoli. Filosofia barbara e i- numana, che noi lasceremo agli oltramontani, dai quali ci contenteremo di esser vinti nella ricchez- za e nel potere, purché non lo siamo nella virtù. Ma tornando al proposito; io dico che l' amici- zia che nasce dalla virtù, è sola fra tutte 1' altre perfettissima e meritevole di si bel nome; si per- chè è fondata in virtù, sì perchè contiene perfet- tissima benevolenza; della quale abbiamo pochis- simi esempli^ e ne avremmo anche meno se i poe- ti non ne avessero accresciuto il numero con le lor favole. GAP. XI. Z?' alcune sentenze intorno alV amiciùa. Corrono alcuni detti intorno all' amicizia, che usciti; cred' io, dalla filosofia, passaron nel popo- lo, introdottivi forse dagli oratori e dai poeti; e vogliono qualche spiegazione, perciocché il popo- lo gii dice assai volte senza intenderne troppo be- i63 ne il significalo. Vedremo dunque di spiegargli in qualche modo. Poi, dichiarate alcune quistioni e varie qualità propinque all'amicizia, porremo fi- ne a tutto questo argomento. SENTENZA PRIMA. E stato detto, in primo luogo, che l'amicizia con- siste in somiglianza; il che vuole spiegarsi, non es- sendo da credere che il grande non possa essere amico del piccolo, e il b.^llo del bruito, e il ro- busto del debole, benché sieno tra Ìdvo dissomi- glianti. Io dico dunque che la somiglianza, in cui con- siste l'amicizia;, e somiglianza di volontà; così che gli amici, per quanto sono amici, debban volere le istesse cose; non già perchè 1' uno debba voler avere la stessa cosa che vuole aver l' altro, come se amendue volessero avere la stessa veste o lo stes- so podere, che di qui più tosto nascerebbe nimi- stà; né anche perchè l' uno debba voler cose si- mili a quelle che vuol 1' altro, come se volendo 1' uno una spada, e l' altro ne volesse un' altra del tutto simile, che questo sarebbe atto più tosto di emulazione che di amicizia; ma perch^ volendo l'uno avere una cosa, e 1" altro dee volere che egli l'abbia; poiché così volendo, voglion lo stes- so: come se Scipione volesse avere il comSndo del- l' armata, e Lelio volesse che egli l' avesse; nel qual caso Lelio e Scipione vorrebbono la medesima co- sa, e per ciò sarebbono similissimi nel volere. E in questa simigìianza di volontà è posta 1' amici- zia; perchè se l' uno degli amici vuol quello stes- i64 so che Tuol l' altro, volendo ognuno il proprio be- ne, ne segue che l'uno voglia il bene dell' altroy e l'amicizia è posta in questa mutua benevolenza. Né è per questo che non possa nascere dissen- sione tra due amici, che anri nasce talvolta, e ne- cessariamente; [)erchè [luò l' uno credere che una cosa gli sia utile, e però volerla, la qual l' altro stimi inutile, anzi nocevole, e però non voglia che egli V abbia: e in questo è più tosto dissomiglian- za di intelletto che di volontà; perchè volendo a- aaendue ciò che è utile, discordano nel giudicio, slimando l'uno che talcosa sia utile, e l'altro che non si-i. Così fu quella gloriosa contesa che na- cque tra i due più grandi amici che sieno slati al mondo mai. Pilade ed Oreste; de' quali volendo l'uno e l'altro morire, non volea l'uno in niun modo che Feltro morisse, perciocché niun di loro credea che fosse all'altro cosa buona il morire;laon- de offerendosi ciascun di loro a morir per l'altro, lasciarono agli uomini un esempio chiarissimo di una eroica dissensione. Ben è vero, che se la somiglianza degli amici consistesse solo nel voler V uno il ben deli' altro così in generale, né mai gli amici si accordassero ne' giudicii loro particolari, e quello che all'uno [•ar bene, paresse sempre male all' altro, difficil co- sa saria che l'amicizia durasse lungamente; pei - ciocché in tanta varietà di giudicii nascerebbono di leggeri le contese grandissime, nelle quali non suol mantenersi 1' amicizia. E dunque necessaria all' amicizia la somiglianza delle volontà, e molto anche le giova quella dei giudicii: e perchè a fare una tal somiglianza mol~ j i65 lo giova la conformità (Iti temperamenli, e della educazione e dei^li sludii, e 1' uguaglianza dei na- tali e delio stalo; {lerò si crede che sieno più di- sposti all' amicizia coloro i quali sono conformi in queste cose, che gli altri; e noi veggiamo che gli uomini si rendon facilmente benevoli, ed usa- no assai volentieri con quelli che lor son simili di temperamento e condizione. SENTENZA SECONDA.. E stato detto, in secondo luogo, ed è passalo in proverbio tra i Greci la (fhÀiJV KOLva-, c'ioh che le cose degli amici sono comuni; onde argomentava leggiadramente Socrate che P uom dabbene debba esser padrone di tutte le cose, essendone padroni gli Dii, de' quali è amico. Ed Aristotele diede al proverbio maggiore autorità. Veggiamo dunque co- me le cose degli amici sieno comuni; perchè cer- to non è da credere che la moglie e i figliuoli, « molti altri beni che son d'un amico, sieno simil- mente e nell' istesso modo ancor dell' altro. E primamente può dirsi che le cose degli amici sieno comuni, e che i beni dell'uno sieno anche dell' altro in questo modo. Perchè avendo 1' un de- gli amici alcun bene, e {jossedendolo e godendo- lo, vuol l' altro amico che egli appunto l' abbia, e lo possegga e lo goda. Quel In-no adunque ha appunto queir uso che egli vuole, e così egli lo possiede in certo modo. E quindi è, che se l' im- perio de' Greci è di Alessandro, e ciò vuol Par- menione, egli è per certo modo anche di Parme- nione, essendo di colui, di cui Parmenione vuole che sia. i66 Può anche spiegarsi il proverbio de' Greci in altro modo: perchè essendo l* amico disposto ausar de' suoi beni a vantaggio dell' altro amico, ciò ri- chiedendosi alla perfetta amicizia di cui parliamo, par che questi venga in certa maniera a posseder- gli, avendogli prontissimi al suo bisogno. SE>TE!«ZA. TERZA. In terzo luogo, è stato detto che 1' amicizia con- siste in una certa egualità: il che facilmente può intendersi, intese le cose precedenti: poiché pri- mamente essendo gli amici tra loro simili di vo- lontà e di pareri, come s' è mostrato di sopra, pa- re che per questo conto possano dirsi eguali, per- chè tutte le cose simili sono eguali in quello in che son simili. Laonde ben disse Aristotele: lcfo- T>,'C de (pi/uo. rai o^Olotì;;: V amicizia è ugua- glianza e similitudine. Poi se i beni dell' un amico sono comuni anche all' altro, come sopra abbiam dichiarato, chi non vede che anche per ciò viene a indursi tra gli a- mici una certa egualità? Egualità vi si indu(ìe an- cora per un'altra ragione: perchè essendo gli ami- ci, come ora vogliam supporre, virtuosi, quello che è inferiore di grado, non può soffrir lungamente di usar tutte quelle cerimonie che gli uomini han- no introdotte per ozio, e che egli sa e conosce es- ser vane. E V altro amico che è superiore di gra- do, non dee voler soflrire che egli le usi. Così fa- cilmente si ridurranno a trattarsi con domestichez- la, e come se fossero eguali, salvo se si trovassero in pubblico; nel qual caso, se non veramente vir- 167 tuosi, obediranno mal volentieri all'usanza, ma pure obediranno. Quindi è, che i principi e ge- neralmente i superbi non sono atti all' amicizia, non potendo loro soffrir F animo di uguagliarsi vaù a veruno in che che sia. SENTENZA. QUARTA. E anche passato in proverbio che 1' amico d' uno è un altro lui stesso: (piXog aXXoQ avrog^ scrisse Aristotele; e Cicerone, aniìcus alter idem. Come ciò possa intendersi, lo spiegheremo in due maniere. In primo luogo, non è fuor dell'uso comune il dire che ciò che è simile, sia lo stesso. Chi è che veggendo il ritratto di Cesare assai simile, non di- ca tosto: ecco Cesare, egli è desso ? Che se la si- militudine, come insegnano gli scolastici, tende al- l' unità, essendo gli amici similissimi tra loro di volontà e di pareri, come sopra abbiara dichiara- to, potrà dirsi in certo modo che sieoo amendue una cosa sola, e che 1' uno sia l' altro. Perchè se il ritratto di Cesare si dice esser Cesare, avendo gli stessi lineamenti del volto, quanto più dovrem dire che 1' uno amico sia l'altro amico, avendo la stessa volontà e gli stessi pareri;, che sono i linea- menti dell' animo ? Iq secondo luogo, può dirsi che l'amico d'uno sia un altro lui stesso, perciocché gli vuol bene come a se stesso. 11 che però dee spiegarsi diligen- temente. Io dico dunque che due maniere sono di voler bene; la prima è, quando si vuol bene anno perchè egli abbia bene, e non per altro fine; l' al- tra è, quando si vuol bene a uno per altro fine. i68 E non è alcun dubio che ognuno vuol betie 0 se stesso nella prima maniera, cioè per aver bene, e non per altro. Ora voleiulo bene anche all' amico nell'istessa maniera, cioè perchè egli abbia bene, e non per altro, ne segue che egli voglia bene al- l'amico non altrimenti che a se stesso, e sia Tuna e l'altra benevolenza d'un istesso genere. ÌSè per questo però vuoisi inferire, che se V uno amico vuol bene all'altro come a se stesso, gli voglia an- che bene quanto a se stesso; perchè sebbene la be- ne\olen2ache uno porta a se stesso, e la benevolen- ta che porla air amico sono di un medesimo gene- re, potrebbono tuttavia non essere del medesimo grado, ed esser V una maggior dell' altra: di che diremo in altro luogo, do\e tratteremo dell' amor proprio. GAP. XII. /?' alcune quistìoni intorno alV amicìzia. Moltissime quistioni sono state fatte intorno al- l'amicizia. Noi ne sceglieremo alcune; intese le qua- li, non sarà gran fatto diflicile intender l' altre. QUIST10>E PRIMA. ^e V amicizia sia un atto, o più tosto un abito. La qual quislione non può dichiararsi, se j&ri&ia non si spieghi che cosa voglia intendersi in que- sto luogo per alto, e che cosa voglia intendersi per abito. Per atto vuoisi intendere una certa forma che è nel soggetto, fin tanto che dura l' operazione; ces- 169 sanfìo l' operazione, cessa ella pure. Così 1' esser scrivente è un alto il qual cessa, cessando 1' ope- razion dello scrivere^ finita la quale, 1' uomo non è più, nò si dice scrivente. Per abito vuoisi intendere una forma che riman nel soggetto, né cessa perchè cessi 1' operazione: come la nobiltà, la dignità, ed altre; perchè il no- bile non lascia di esser nobile quantunque si ri- manga dall' operare, e il principe è principe ezian- dio dormendo. Ora può facilmente vedersi che l'amicizia è piii tosto un abito che un alto; perciocché 1' amicizia noii cessa benché cessi di tanto in tanto l'opera- zione; e se Lelio vedrà dormir Scipione, non di- rà che Scipione non sia suo amico; dirà tosto che Scipione suo amico dorme. Né perchè dicasi che V amicizia sia un abito^ vuol quindi conchiudersi che sia virtù; poiché per esser virtù non basta che sia abito in quella ma- niera che abbiamo ora spiegato; bisognerebbe che fosse uno di quegli abiti i quali consistono in fa- cilità di operare acquistata per esercizio e per uso. Però essendo 1' amicizia un abito a quella guisa che abbiamo detto, resta anche luogo a quistio- nare se sia virtù. QUISTIONE SECONDA. Se V amicizia sia virtù. E' par veramente che non debba essere, per due ragioni, delle quali la prima è questa: La virtù è un abito che si fa con 1' esercizio e per uso, ma la benevolenza e l'ami- cizia non si fanno a questo modo, non dicendosi 170 mai che uno voglia bene all' amico perchè ti si è esercitato e vi ha fatto uso, ma per altro; dunque 1' amicizia non è tìfIù. La seconda ragione è questa: L' amicizia, essen- do scambievole, non è tutta in colni che P ha ma parte è in lui e parte è fuori di lui. Cosi l'a- micizia che Lelio hs con Scipione, non è tutta in Lelio, ma parte in Lelio e parte in Scipione: e cosi pur avviene di tutte le cose che consistono in relazione e scambievolezza. Essendo dunque che r amicizia non è tutta in colui che l'ha, ma in parte è fuori di lui, par certamente che non debba dirsi virtù; poiché la virtù è tutta in colui che r ha. cioè nel virtuoso, il qual non sarebbe ne si direbbe virtuoso, se la virtù fosse in lui non tutta intera, ma solo in parte. Non è dunque virtù l'amicizia; e s'ella è cosa onestissima, come certamente è, e degna di gran- dissima laude, così che par molto simile alla vir- tù, ciò proviene perchè gli uflacii dell' amicizia son virtuosi, dovendo 1' amico esercitar spesse vol- te verso l'altro amico la liberalità, la giustiziala piacevolezza, la cortesia; senza le quali virtù 1' a- micizia non potrebbe essere. Ed anche per que- sto pare che l' amicizia non debba ascriversi a^ numero delle virtù, non essendo essa una parti- colar virtù, ma più tosto una particolar disposi- zione che quasi tutte le abbraccia e le compren- de. Però ben disse Aristotele che l'amicizia o è virtù, o è con virtù: apef}^ 1? ^er' apr^ZT^g', dove sebben pare che lasci alcun luogo alla dubitazio- ne, assai però mostra non aver lui tenuto P ami- Qizia per virtù, avendone dubitato; oltre che del- 171^ r amicizia ha egli trattalo ampiamente, non in quel luogo ove prende a spiegar le virtù, ma al- trove. QtriSTIONE TERZA. Se possano aversi molti amici. E' non ha dubio^ che trattandosi delle amicizie imperfette, se ne possono aver molti^ benché n' ha di quelle che si accompagnano con la gelosia^ e facilmente si sde- gnano, e queste non soffrono la moltitudine. Trat- tandosi poi delle amicizie virtuose e perfette, chia- ro si vede non essere impossibile aver molti ami- ci, non essendo impossibile l' avvenirsi in molti cortesi e mansueti, e gentili e magnanimi, e vo- ler loro bene, ed essere ben voluto da loro. Ben è vero, che ricercandosi all' amicizia V uso fre- quente di non pochi uftìcii, bisogna vedere che l'averne molte non sia di soverchio peso. E le amicizie famose, che si leggono nelle istorie, non furon mai che tra due solij ne i poeti le finsero altrimenti-, forse non parve lor verisimile che tanti virtuosi si trovasser nel mondo allo stesso tempo, oè fosse poco il fingerne due ia qualche età. QUISTIONE QUARTA. Come scioìgansi le amicizie. Essendo 1' amicizia una benevolenza scambievole, come questa cessa nell' un degli amici, cosi tosto cessa e rorapesi 1' amicizia; né vale che la benevolenza si conservi neir altro, perchè questo all' amicizia non basta. Quello poi degli amici dicesi avere sciolta 1' ami- ì-2 cÌ2Ìa, che è stato il primo a depon'e la benevo- lenza. Può anche sciogliersi V amicizia, restando in a- mendue gli amici la scambievole benevolenza. E ciò avviene, quando o per malizia di alcuno, o per qual altro siasi inganno, viene la scambie\ole benevolenza a nascondersi per modo che 1' un de- gli amici non crede più di essere ben voluto dal- l' altro; perchè allora quantunque benevo-li si pos- san dire, non però si diranno amici, essendo 1' a- micizia una benevolenza non solo scambievole, ma anche, come sopra è detto, ^r^ Àa.vdavoaa, cioè palese e manifesta; ne vale il dire che fosse una volta manifestata, poiché nascondendosi poscia, è come se manifestata non fosse. Colui che scioglie e rompe un'amicizia senza averne forte ragione ( ed è diflicile averla ), com- mette gran colpa, perchè distruggendo 1' amicizia, distrugge una cosa che è molto amica della vir- tù. Che se l' un degli amici depone la benevolen- za, sciogliendo in tal modo 1' amicizia, non perciò dee V altro deporla così subito; anzi dovrebbe con- gervarla quanto può, essendo V amicizia un raro e inestimabil tesoro, di cui debbono conservarsi diligentemente ancor gli avanzi. QUISTIONE QUIBTA. Se V uomo J'elice abbia bisogno di amici. Noi, seguendo Aristotele, diremo che ne ha bisogno; non perchè alla felicità debbasi aggiungere altra cosa, essendo essa contenta di se medesima; ma perchè a formarla e con)porla richieggonsi tutti i 173 beni che alla natura dell' uomo convengono, e pe- rò anche l' amicÌ7-ia', e come dicesi clie l' uom fe- lice ha bisogno della sanila, della bellezza, della TÌrtù, senza le quali non sarebbe felice; così può dirsi air istesso modo che abbia bisogno delPami- cizia, se già parlar non volessimo della felicità di un solitario, a cui basta la conversazion degli Dii; il qual però non so se abbastanza si tenesse bea- to, quando tra lui e gli Dii non fosse una scam- bievole benevolenza, la qual si eserciterebbe con alivi ufhcii, e sarebbe una certa amicizia divina, di cui ora non ragioniamo. GAP. XI IL Di alcune qualità che si accostano alla natura delV amicizia. Ha molte qualità che veramente non sono ami- eizia, ma però all' amicizia si accostano e le ap- partengono; a noi basterà dire di queste sei: Della benevolenza, dell' amore, della concordia, della beneficenza, della gratitudine , dell' amor di se stesso. DELLA BENEVOLENZA. Per le cose fin qui dette, assai può intendersi che cosa sia benevolenza, la quale in vero non ò altro che un desiderio del bene altrui. Laonde si vede che la benevolenza non è amicizia, ma è princi{)io di amicizia; perchè se è scnmbievole e dichiarata, diviene amicizia; e se non r scambie- vole o dichiarata; è solo benevolenza. 1-4 dell' amore. L'amor poi altro non è che un desiderio di posseder quello che ne piace; e il possederlo \uol dire averlo pronto e disposto a qualche piacer suo. Onde si vede che P amore non è benevolen- za, altro essendo volere il ben d' uno, in che con- siste la benevolenza, ed altro il desiderare di pos- sederlo. E benché il volgo, e col volgo i poeti ( a' quali hanno Toluto accostarsi gli oratori, forse più ancora che non conveniva ) confondano bene spesso queste due cose, chiamando amore la be- nevolenza, e benevolenza 1' amore, non è però che anche talvolta non le distinguano; laonde acuta- mente disse Catullo amantem inìiiria faìis Cfigit CiTftare magis, sed bene velie inimts. E il popolo dirà facilmente che Lentulo ama il vino, ma che voglia bei^e al vino, non lo dirà co- sì facilmente; è dunque manifesto altro essere l' a- more, altro la benevolenza. Ben è vero che le cose che hanno senso, e son nate alla felicità diflicilmente si amano senza vo- ler lor bene; né il giovane amerà la sua donna sen- za volerle bene, salvo in certi impetuosi sdegni che si frappongono all' amore; di che abbiaQiu molti esempi ne' poeti latini, i quali erano più sdegnosi dei nostri, e desideravano di tanto iu tanto che mal venisse alle lor donne. I nostri son meno iracondi, e si sdegnano più dolcemente; nel 175 che sono da commendarsi più che i latini. Ma comechè sia, gli sdegni degl' innamorati sogliono esser brevi, e tornano presto a benevolenza, sen- za la quale gli uomini costumati non amano. E quindi forse è venuto che le due qualità si confondano insieme, cioè V amore e la benevo- lenza, prendendole come una qualità sola. E i fi- losofi stessi hanno voluto compiacere al popolo, nominando spesse volte amore tanto la benevo* lenza quanto P amore; e per non confonder le cose, avendo confuso i nomi, hanno dovuto di- stinguer l' amore in amore di amicizia, che è quel- lo che noi fino ad ora abbiamo chiamato benevo- lenza, e in amore di concupiscenza, che è quello che noi fino ad ora abbiamo chiamato amore. DELLA CONCORDIA. La concordia altro non è che un comune con- sentimento a volere le istesse cose: dico, a volere; perchè potrebbe chiamarsi concordia anche il con- sentimento delle opinioni; ma questa non è quella concordia che intende Aristotele nella morale; la qual consiste nella conformità dei voleri, non nella conformità delle sentenze; e quella appartiene al- l' amicizia, non questa; potendo benissimo due a- mici aver diverse opinioni intorno al corso dei pianeti, ma non potendo esser discordi in voler quelle cose che si conoscono esser buone alP uno od all' altro. Bisogna bene che gli amici non discordino trop- po spesso tra loro circa gli uflicii dell' amicizia, stimando 1' uno che sia ufficio d' amicizia ciò che 1' altro stima cerimonia Tana ed inutile; perchè di qui nascono le querele grandissime, e spesso so- pra cose piccolissime. Vedete, dice colui, che il tale non venne l' altr' ieri a farmi riverenza; ed ecco che è già tre ore eh' io son tornato di villa, ed egli non è ancor venuto a salutarmi, ed an- che 1' anno passato non venne a darmi le buone feste. E questi queruli, oltreché mostrano picco- lezza d' animo, turbandosi di cose lievi, non sono molto atti a conservar l' amicizia, o più tosto mo- strano di non avere amicizia niuna; perocché l'a- micizia ricerca le signihcazioni veie dell' animo, e si sdegna di quelle che si fanno per usanza, e non vogliono dir nulla. Isè è però da dirsi che 1' amicizia sia lo stesso che la concordia; poiché per esser concordi basta volere le islesse erose; ma per essere amici bisogna che l'uno le voglia per ben dell'altro. Ond' è, che due, i quali si convengono di fare la stessa co- sa per ben di uu terzo, si diranno concordi, ma non per questo si diranno amici; anzi potrebbon essere anche nemici, potendo due nimici concor- darsi insieme a volere il ben d' un terzo. Gli a- mici dunque son sempre concordi, almeno in ciò che appartiene alla felicità loro; ma i concordi non son sempre amici. DELLA BENETICENZA. La beneficenza è una consuetudine di far bene ad altrui, la quale non è amicizia; dovendo l' a- micizia essere vicendevole, laddove la beneficenza spesse volte noa è; anzi irJlora è più beneficenza^ quando meno è corrisposta. ^77 Laonde si vede che nell'amicizia non molto ri- splende la beneficenza; perchè sebbene colui che fa beneficio all'amico, si chiama benefico, ed è, più benefico però si stima esser quello che fa be- neficio all' estraneo; perciocché il primo spera in qualche modo il contraccambio, il secondo, almen d' ordinario, non lo spera in niun modo. Ben è vero che chi fa beneficio per fin di otte- nere il contraccambio, non è benefico: perciocché non fa veramente il beneficio, ma lo cambia . E tali per lo più sono i cortigiani, e quelli che sem- pre cercano il guadagno , secondo l' opinion dei quali perduta opera sarebbe fare un beneficio sen- za cambiarlo. E chi è tale^ ha l'animo vile ed ab- bietto. DELLA GRATITUDINE, La gratitudine è una disposizion d' animo che noi abbiamo a far bene ad alcuno, perchè e^li ha fatto bene a noi. Ed è diversa da!!' amicizia; per- ciocché quello che è grato, fa bene solo perchè ha ricevuto bene: ma quello che è amico, lo fa anche senza questa ragione; e il grato è tutto in- teso a restituire il beneficio, Tamico non intende restituirlo; anzi intendendo restituirlo, mostrereb- be di essere poco amico. Laonde le persone gen- tili, facendo alcun favore, non mostrano mai di larlo in grazia di un altro favore che già ricevet- tero, e studiano più tosto di esser grati che di parere. E chi fa il beneficio, dee farlo in manie- ra che non mostri di aspettarne un altro: né dee troppo querelarsi se non gli è corrisposto; perchè, Zakotti, Operette. 12 178 querelandosi, fa credere di aver fatto il benefìcio per questo fine. Onde chi manca alla gratitudine, pecca, e non è però molto virtuoso chi la esige. E poi anche un' altra ragione perchè 1' amicizia debba credersi diversa dalla gratitudine, e ciò è, perchè l' amicizia non può aversi con un nemico^ ma la gratitudine può aversi potendo un nemico, mosso da grandezza d' animo, averci fatto alcun beneficio, di cui noi gli siamo grati. Altro è dun- que l'amicizia, altro la gratitudine. Io noa so se in tutta la filosofia sia parte alcu- na o più oscura o più importante di questa; per- chè se l'uomo intendesse bene l'amore che egli porta a se stesso, più facilmente stabilirebbe il fi- ne ultimo, il quale è difficilissimo a stabilirsi per 1* oscurità d' un tale amore. Noi però ci ingegne- remo di dirne il più che potremo chiaramente, e comincieremo di qui. L'uomo è Tratto per certo naturale istinto a vo- ler ciò che è buono a lui; e si dice essere a lui buono tutto ciò che lo rende migliore e più per- fetto e più tranquillo e più felice, e sono di tal maniera il piacere e 1' onestà; è dunque 1' uomo naturalmente tratto a voler il piacere e 1' onestà. Or benché dicasi che l' uomo dee volere quello che è buono a lui, non però dicesi rhe egli deb- ba volerlo a questo solo fine che a lui sia buono; perchè io posso volere una cosa che sia buona a me, e tuttavia volarla ad altro fine; e ciò si vede nell' onestà; perchè chi vuole l'onestà, vuole una 179 cosa che veramente è buona a lui: ma egli a ciò non mira; mira più tosto alla bellezza eterna ed immutabile dell' onesto, da cui rapito non pensa più a se medesimo. Ed anche così facendo, segue l' istinto eh' egli ha di andar dietro alle cose che a lui son buone. E questo istinto è appunto quello che chiamasi amor di se stesso, principio di tutte le azioni, il qual le scorge sempre a cosa buona, quando al piacere e quando alla yirtù. Ben è vero, che di- s^riungendosi in questa misera vita il piacere dalla virtù, bene spesso avviene che all' uom si propon- ga dall' una parte il piacere senza la virtù, dall'al- tra la virtù senza il piacere; ed essendo egli libe- ro, e potendo eleggere qual più gli piace, scostan- dosi dalla virtù, segue spesse volte il piacere; nel che pecca, seguendo un bene che allora seguir non dovrebbe. E tanto più pecca, che se egli avesse a- speltalo, la virtù forse gli avea preparato maggior piacere di quello che possa dargli la colpa. Così offende la dignità dell'onesto, e mal provede a se medesimo, e nell' uno e nell'altro non ben segue V amor di se slesso. Per la qual cosa quelli che tanto gridano con- tro l'amor di se stesso, non bene intendono quel die dicono; perciocché chi ama se stesso cume con- viene, non cerca il piacere se non quanto la virtù ghel consente, e noi cerca di modo alcuno, pro- ponendoglisi la virtù; nel che segue le cose che a lui son buone, seguendo l'amor di se stesso ret- tissimamente. E se alcun si trovasse che ciò faces- se Con costanza d'animo e sempre, io non so per- che» egli non fosse quel sapientissimo e quel feli- i8o Gissimo che i filosofi fino ad ora hanno tanto de- siderato di vedere- Spiegato così 1' amor di se slesso, non sarà dif « ficile il dichiarar tre quistioni che sogliono farsi intorno all' amicizia. La prima si è, se l' amor di se stesso si opponga all'amicizia. La seconda si è, se 1' un amico più ami se stesso che P altro ami- co. La terza, se amando V nomo se stesso, possa per ciò dirsi amico di se stesso. Delle quali cose io mi spedirò brevemente. Quanto alla prima, seguendo Aristotele, dico che Y amor di se stesso tanto non si o{)pone all' ami- cizia, che anzi la ricerca e la vuole. E la ragione è questa; 1' uomo tratto dall' amore di se stesso vuo - Je tutte le cose che a lui son buone; ora 1' amici- zia è a lui buona, dunque dee essere tratto dal- l'' amor di se slesso a volerla. Ma dicono alcuni: Se uno vorrà bene all' ami- co trattovi dall' amor di se stesso, vorrà bt'ne al- l' amico, perchè bene ne torni a lui, e penserà a - 1' util suo; dunque non sarà vera e perfetta ami- cizia. ISel che si ingannano: perchè 1' uomo tratto dall' amor di se stesso vuole le cose oneste, le qua- li veramente a lui son buone, come sopra abbia- mo spiegato,- ma non le vuole per questo fine che- a lui ne torni bene, né, volendole, pensa all' util suo; e l'amicizia è cosa onestissima; dunque la , vorrà in questo modo, e non per ben suo. Quanto alla seconda quistione, dico che l' uno amico più ama se stesso che l'altro amico. E la ragione si è. Benché V uomo voglia la felicità sua e la felicità dell' amico, senza riferire né questa né quella ad altro fine, v' ha però questa differenza. i8i eh' e' vuole la felicità sua per certo istinto impres- sogli dalla natura, a cui non potrebbe resistere quand' anche -volesse, ma la felicità dell' amico la vuole per elezione; e non è alcun dubio che più forte è l'impulso dell'istinto che quello dell' ele- zione. Può anche addurscne un* altra ragione. Ha dei beni prestantissimi e sommi che l'uomo non vor- rebbe perdere perchè gli avesse 1' amico, e tale è la virtù; si vede dunque che l' uomo più ama se stesso che l' amico. Ben è vero, che trattandosi dei beni minori, come son quelli della fortuna, non dee 1' uomo studiarsi di averne più che V amico; e molte volte farà gran senno, se dovendo divi- dergli lascierà all' amico la maggior parte; perchè così facendo, userà cortesia e farà azion virtuosa, e lasciando all' amico il danaro, terrà per se il piacere della virtù. Quanto alla terza quistione, spero che i Peripa- tetici non dovranno di me dolersi, se, avendo io seguito Aristotele in tante altre opinioni, da lui mi scosto in una; e dico, che quantunque l'uomo ami se stesso, non dee però poter dirsi propria- mente amico di se stesso; perciocché l' amicizia vuo- ile necessariamente scambievolezza, la qual non può ritrovarsi in un soggetto solo; e se Aristotele ar- gomentava non poter l' uomo dirsi giusto verso se stesso, non potendo essere verso se stesso ingiusto, perchè non doveva egli similmente argomentare, non poter l'uomo dirsi amico di se stesso, non po- tendo essere di se stesso nemico ? Fin qui abbiamo detto dell'amicizia, che è un raro dono del cielo, e poco dagli uomini conosciu« lg2 to; i quali l'hanno disonorala, imponendo lo sles- so nome a tutte quelle conoscenze e famigliarilà comuni per cui si conserva una certa società tra gli uomini, e che nascono per lo più dal bisogno, e alcuna Tolta dal piacere. Ne sono però cattive; anzi soh buone, e giova averne molte; ma non bi- sogna confonderle con quella perfetta amicizia cbe fino ad ora abbiamo descritU), né esigerne gli stes- si ulbcii. ÌNel che molti peccano, i quali essendo- si trovati con uno tre o quattro volte ad un con- vito, ed avendone ricevuto alcuna cortesia, ed a- Tendogliene fatta alcuna, così subito lo chiamano amico, e richieggon da lui tanti ufiicii, quanti ap- pena ne avrebbe richiesto Pilade da Oreste. Per la qual cosa bisogna ben distinguere queste ami- cizie imperfette da quella perfettissima di cui ab- biamo trattato, e non esigerne più di quello che a ciascheduna si conviene; avendo sempre in men- te che la vera amicizia vuole aversi con pochi; la cortesia, ia gentilezza, la grazia con tutti. GAP. XIV. Del piacere. Kiente è più difficile che definir iì piacere, es- sendo egli una di quelle cose che senliamo senza intenderle. Pur diremo, più tosto per descriverlo che per definirlo, che egli è un certo dolcissimo e soavissimo sentimento dell'animo, che non è nò vizio né virtù, e si accompagna tuttavia con a- mendue; e benché paia che si accompagni più volen- tieri col vizio, onde è venuto in sospetto a molti. i83 pur segue ancor la virtù, quantunque ella se ne sdegni talvolta e noi curi. Molti, seguendo Aristotele, hanno insegnato con- sistere il piacere nelF operazion perfetta di alca- oa potenza. E certo se niuna potenza operasse al modo suo, e come a lei conviene, non la volontà, non l' intelletto, non quelle altre che più tengono del corporeo e sensi si chiamano, niun piacere po- trebbe nascerne. E niuno altresì ne nascerebbe qualor la potenza facesse 1' operazione sua imper- fettamente, cioè con stento e con fatica; onde par certo che il piacere sia sempre congiunto con l' o- perazione perfetta di alcuna potenza; ma questo è spiegar più tosto ciò che produce o trae seco \\ piacere, che il piacere slesso. Comunque ciò sia, egli è certo che tal dottrina apre un largo campo a molte divisioni del piaoe- re, che saranno agli oratori ed ai filosofi molto co- mode. E già si vede, che dividendosi le operazio- ni delle potenze in più maniere, potranno Emche dividersi i piaceri all' istesso modo; e quindi è na- ta la division dei piaceri in quei dell' animo e quei del corpo dicendosi piaceri dell' animo quelli che nascono dall' operazione della volontà o dell' in- telietto, e piaceri del corpo quelli che nascono dal- l' operazione di altre potenze, le quali non moven- dosi se in qualche modo non le eccita il corpo, per ciò si dicono sentimenti del corpo. E que«l« istesse due spezie di piaceri polrebbon divideM in altre, dicendo, per esempio, che i piaceri del corpo altri appartengono alla vista, altri all' udi- to, ed altri ad altro sentimento, facendo così mol- te classi di piaceri. Noi però nou andremo dietro i84 a tante divisioni, non avendone ora bisogno, e le lascieremo agli oratori, se avvenga loro di dover ragionar del piacere. Essendo i piaceri divisi così in varie classi, non è da maravigliarsi se gareggin, per così dire, e ron- tendan tra loro di nobiltà; e par certo che quelli che appartengono all' intelletto, e quelli che sono amici della virtù, vogliano essere stimati più de- gli altri, ^è senza ragione; imperocché ogni cosa dee stimarsi tanto più nobile e più pregevole, quan- to è congiunta a maggior perfezione. Però chi è che non stimi più nobile lo spirito che il corpo? E tra i corpi stessi, chi è che non ammiri più quello in cui trova maggiore artificio della natu- ra, che un altro? E se così è, perchè non stime- remo noi molto più nobile e più perfetto quel piacere che tien dietro all' operazione dell' intel- letto, di quello che segue l' operazione d^ alcun senso del corpo, essendo quella senza alcun du- bio più nobile e più prestante di questa? E potrebbe anche più facilmente conoscersi la varia nobiltà dei piaceri, chi potesse vedere non sol le cagioni ond' essi nascono, ma anche 1' in- trinseca forma loro. Sebben sono di quegli i quali credono, tutti i piaceri essere della stessa forma inquanto a loro, né distinguersi per altro che per le cagioni che gli producono, le quali, benché di- verse, producono lo stesso effetto. Aristotele non pare che sia stato molto amico di questa opinio- ne, essendosi ingegnato di dimostrare con tante prove che i piaceri doxocit aai to udei diafspsLV^ cioè sono anche di spezie differenti, il che non si direbbe se fossero diff'erenli tra loro solo per l'o- i85 perazione che gli produce; ne questa estrinseca differenza avrebbe bisogno di tante prove. Ed io m' accosto volentieri all' opinion d' Ari- stotele; perciocché parmi assai probabile, che es- sendo le operazioni, onde i piaceri provengono, di spezie tra loro tanto diverse, debbano esser diverse eziandio le spezie di quei piaceri che ne provengono; ed altro debba essere il piacere che nasce dalla conteiuplazion delle cose, altro quello che nasce dai bere, né Io stesso piacere sentasi nell'amicizia che nel canto. E quindi è, che i diversi piaceri, come veggiamo, bene spesso si impediscon 1' un 1' altro e si gua- stano; e però molte volte ne vogliamo uno, e non un altro; così nella tragedia ci dispiacciono i motti e gli scherzi che nella commedia ci piacerebbono; e ciò avviene perchè nella tragedia vogliamo il piacere di piangere. Non è dunque da dire che da tutte le operazioni nasca lo stesso piacere. GAP. XV. Se il piacere sia per se sfesso un Bene. Aristotele ha negato che il piacere sia per se stesso un bene, e V ha assomigliato al desiderio; il qual se è di cosa buona, è buono, se di cattiva, è cattivo; così il piacere se viene da operazion buo- na, è buono, se da cattiva, è cattivo. Così Ari- stotele; air opinion del quale io non potrei acco- starmi, se non là dove si cercasse se il piacere sia per se stesso onesto o disonesto: che certo non è per se stesso né 1' un né 1' altro; e sol dicesi one- sto quando viene da operazione onesta, e disone-- sto quando Tiene da operazione disonesta. i86 Ma cercandosi se il piacere sia per se stesso un bene, non si cerca già se egli sia per se stesso o- nesto: perchè molli beni sono oltre agli onesti: la sanità non ha in se né per se onestà niuna; pur chi dirà che ella non sia un bene? E così pur so- no la bellezza, l'agilità, la grazia, ed altri doni, de' quali non avrebbe voluto Aristotele comporre la felicità se non gli avesse stimati beni. Essendo dunque che molli beni si trovano oltre gli onesti, potrebbe il piacere essere per se stesso un bene, quantunque per se stesso non fosse onesto; e che egli sia di questa maniera, m' ingegnerò di pro- Tarlo, che che ne abbia pensato Aristotele. Bene per se stesso si dice esser quello che l'uom desidera senza riferirlo ad altro fine, perchè non riferendosi ed altro fine, mostra di avere in se stesso la ragione di essere desiderato, e però di essere un bene per se stesso. Ora a qual fine si riferisce egli il piacere? E volendo uno alcun pia- cere, chi è che il domandi a qual fine lo voglia? Par dunque che il piacere sia per se stesso un beneu E certo, chi levasse al diletto lutto ciò che non è lui, e ridottolo alla semplicissima forma del pia- cere, lo mostrasse agli uomini, qual sarebbe tanto insensato che noi desiderasse? E tanto più mi meraviglio che Aristotele non sia venuto 0[»ertamcnte in questa opinione, avendo egli stesso mossa una ragione che pur dovea trar- velo; ed è là dove, argomentando dal contrario, perchè il dolore è un male, ha conchiuso che il piacere debba essere un bene avafxt^ QV tvit ^^ov^iv ayaSov ti, sivavì imperciocché essendo il dolcHre s#ufca dubio per se «lesso un male, pò-» 18; -tea similmente, argomentando dal contrario, con- chiudere che il piacere dovesse essere per se stes- so un bene. Della qual forma di argomentare 8Ì rise -veramente Speusippo , e rivolgendola ad altro soggetto, domandò: se l'avarizia fosse un male; ed essendogli risposto che era, domandò di nuovo: se 1' avarizia fosse contraria alla pro- digalità; e rispostogli parimente che era, conrhiuse.. argomentando dal contrario: dunque la prodiga- lità sarà un bene. Argomentava molto acutamente Speusippo; ma non però diceva il vero; né dovea così di leggeri trasferir l'argomento d'Aristotele dalla contrarietà del dolore e del piacere alla contrarietà dell' avarizia e della prodigalità, essendo due con- trarietà tanto diverse; perciocché 1' avarizia e la prodigalità si oppongon tra loro, come due estre- mi d'un'istessa virtù; non così il dolore ed il pia- cere. Ma di ciò altri veggano. Tornando al proposito, domanderanno alcuni: Se il piacere è per se stesso buono^ come son dun- que alcuni piaceri cattivi? che tali pur sono i di- sonesti. A che rispondo, che i piaceri disonesti non son cattivi inquanto sono piaceri, ma san cattivi inquanto son disonesti; cioè a dire, inquanto si congiungono ad una operazione che è difforme dalle regole dell'onestà; ed è da dirsi cattiva l'o- perazione, non il piacer che la segue; e però chi ebborrisce la colpa, non l'abborrisce perche piece, ( che ciò sarebbe irra^ionevol cosa ) ma \* abborrisce perchè è colpa; siccome chi ama P azion virtuosa, non l* ama perchè reca incomodo e fatica ( cha ciò sarebbe pazzia ), ma l'ama perchè è azion vir- tuosai « soffre l'incomodo per amore della virtù. E dunque il piacere per se stesso un bene, aven- do la forma e la natura del bene in se stesso; e quindi è, che né alcun uomo felice immaginar sappiamo, né alcun Dio, se noi ricolmiamo di un grandissimo ed infinito piacere. E ben potea pas- sarsi Aristotele di quella sua leggiadra compara- zione, quando assomigliò il piacere al desiderio; perciocché il piacere ha qualche ragione in se d'es- ser voluto, il desiderio non ne ha niuna; e l'ab- bondanza dei piaceri fa 1' uora felice, l' abbon- danza dei desiderii non già. GAP. xvr. Se il piacere sia V ultimo Jine. Essendo io venuto a ragionar del piacere, non crederò che niuno sia per riprendermi se io tor- nerò ad una quistione trattata già fin da princi- pio, e cercherò se il piacere sia esso l' ultimo fi- ne; giacché pare che alcuni non sappiano levarsi di mente che in esso solo sia posta la felicità. Ed anche Aristotele tornò più d' una volta alla me- desima quistione, né volle finire i suoi dieci libri della morale senza aver prima risposto agli argo- menti di Eudosso, il quale avea posta tutta la felicità nel piacere, adducendone più ragioni. Noi dunque, seguendo Aristotele, ci accosteremo di nuovo ali' istessa quistione, e non concederemo per niuna ragione ad Eudosso quello che già negam- mo ad Epicuro. Io dico dunque quello che ho detto altre vol- te; e ciò è, che la felicità consiste non solo nel 18^ piacere, ma nel piacere insieme e nella virlùj im- perocché non può V uomo ess'ir felice se egli non ha tutti quei beni che a lui si convengono, cioè tutti ì beni a' quali per cerio suo invincibile istin- to si sente esser trailo; or questi beni, come so- pra è dimostrato, sono il piacere e la virtù; egli non può dunque esser felice se non ha insieme e piaceri e virlù. Oltre a ciò, il piacere senza la virtù non può mai essere tanto grande, quanto alla felicità si ri- chiede; perciocché mancando all' uonìo la virtù, gii manca eziandio quel piacere che da lei nasce, senza il quale è difficile che egli sia contento. Ed essendo naturalmente inchinato all'onestà, non può non sentir dispiacere se non T ottiene. Oual è il traditore, il ladro, l' usurpator,!' assassiiio, il qual sentendo di essere disonesto, non dispiaccia a se medesimo; ed avendo mille piaceri, non volesse più tosto avergli con la virtù? della quale essendo privo, 5ente vergogna e dolore, e ap[>ena ardisce egli stesio di chiamarsi felice. Però è cosa vana il volere immaginarsi un piacer tanto grande che ba- sti all' uomo senza la virtù. Ma argomentava Eudosso a questo modo: L'ul- timo fine altro non è, se non quello che tutte le sensitive cose,o ragionevoli, o irragionevoli per certo loro naturale istinto appetiscono: ma questo é il piace- re; dunque l'ultimo fine altro non è che il piacere. Al che rispondendo, dico che V ultimo fine delle cose sensitive, inquanto son sensiti\e, è veramen- te il piacere; perciocché, inquanto son sensitive, per loro naturale istinto ad altro non si movono: ara se le cose sensitive sieno ancor ragionevoli. icp come r uomo è, e però sieno tratte per naturale istinto non solo al piacere, ma anche alla virtù, non può r ultimo fine loro consistere nel piacer solo, ma dee consistere nel piacere e Della virtù; nel piacere inquanto son sensitive, e cella virtù inquanto son ragionevoli. Argomentava Eudosso anche a quest' altro mo- do: Il dolore è il sommo dei mali, perchè veggia- mo che tutti lo fuggono; bisogna dir dunque cht? il piacere sia il sommo dei beni. Ed io rispondo, che il dolore è veramente un male, e questo ba- sta perchè tutti lo fuggano; nò è necessario per ciò che eglisia il sommo dei mali. Così potrebbe il piacere essere un bene, senza però essere il sommo dei beni. Ma domanderà alcuno:Oual è dunque il sommo dei mali? Ed io risponderò, il sommo dei mali essere il dolore congiunto alla colpa; che se il dolore si di- sgiungerà dalla colpa, potrà talor disprezzarsi; qua- si non fosse male, e sarà lode in ciò; come fecero e Scevola e Curzio, e Bruto, e Catone e tanti al- tri, che dove non fosse colpa, appena credettero che fosse male il dolore. Essendo dunque il som- mo dei mali posto nel dolore e nella colpa, par conveniente che il sommo dei beni si ponga nella virtù e nel piacere. Uu altro argomento di Eudosso era questo: Quel- lo che si appetisce, e si vuole per lui slesso e non per altro fine, è il sommo bene; ora il piacer si appetisce e si vuole in questo modo: il piacer dun- que sarà egli il sommo bene. Al quale argomento rispondo, che quello che si appetisce e si vuole per lui stfsso, e non per altro fine, è veramente un bene: ma non è da dirsi per ciò che egli sia il sommo bene. A cotesto modo poteva anche di- mostrarsi che la virtù sia il sommo bene, percioc- ché essa pure si appetisce e si vuole per lei stes- sa, e non per altro finej ma ciò fa che ella sia un bene, non già che sia il sommo bene. Però non altro può quindi raccogliersi, se non che essendo la virtù un bene, ed anche un bene il piacere, venga per la congiunzion d'amendue a formarsi quel sommo inestimabil bene a cui tendono tutti i desiderio dell' uomo, e che noi chiamiamo feli- cità. Pur dirà alcuno: Se un colpevole non avesse veruno incomodo, nò quello pure della sinderesi, e fosse intanto ricolmo di tutti i piaceri, chi po- trebbe dire che egli non fosse felice? Che impor- terebbe a lui della colpa, quando niun male glie- ne avvenisse? E dunque riposta la felicità nel pia- cer solo. Ed io dico che il colpevole, il quale ha perduta la sinderesi, quand' anche avesse tutti i piaceri, non dovrebbe però dirsi felice, essendo che la fe- licità, secondo l' opinion di tulli, ò uno stato a cui si ricercano due cose; V una è di render l'uo- mo quieto e tranquillo, l' altra è di renderlo tale qtjale esser dee. Ora il col{)evole, quand' anche abbia lutti i piaceri, se però ò colpevole, non è tale, quale esser dee, ma è brutto, deforme, mo- struoso, orribile, detestabile alla natura; non par dunque che possa dirsi felice. ÌNè vale il dire, che a lui poco importi della sua deformità; cercando- si qui, se egli sia veramente brutto e deforme, non so gì' importi di essere. Ma di questo non più. 192 GAP. XVII. Del desiderio della felicità. E stato detto molte yolte e da molti, che il de- siderio della felicità si è lo stimolo di tutte le a- zioni, così che niuna se ne faccia se non per l'in- citamento di essoj' e che esso è necessario, né può estinguersi in modo alcuno; e che non ha termi- ne, ma va e procede all' infinito. Le quali coss e- sporremo orn brevemente, spiegando prima che co- sa esso sia e in che consista. E dunque il desiderio della felicità un istinto, per cui V uomo desidera la somma di tutti i be- ni che a lui convengono, e il rendon compiuto e perfetto. II qual desiderio è certamente nelP uo- mo: perchè sebben pare talvolta che egli si con- tenti di alcuni pochi beni, non è però che non volesse avergli tutti quando potesse*, e quindi è, che va dietro ora ad un bene ed ora ad un altro, non essendo veramente contento di niuno, e vor- rebbe raccoglierne quanti piià può; e giacché non può esser felice interamente, s' ingegna pure e si sforza di esserlo in qualche parte. Quindi si vede quanto poca differenza sia tra il desiderio della felicità e Pamor proprio, se pur ve n' ha alcuna, e non sono più tosto un istinto solo con due nomi: di che ora niente leva il di- sputare. È anche chiaro che il desiderio della fe- licità non è virtù: perciocché non si acquista per abito, ma è inserito dalla natura, onde istinto si chiama; e per 1' istessa ragione non è vizio nò pure. Spiegalo a questa maniera il desiderio della fe- licità, può subito intendersi come esso sia l'inci- tamento di ogni azione. Imperocché niuna azione si fa se non se per conseguire alcun bene, sia di- lettevole, sia onesto; onde si vede,!' incitamento di ogni azione dover essere quell'istinto che ci trae verso il bene; e questo istinto è il desiderio della felicità. Ed essendo così, è anche manifesto che il desi- derio della felicità è necessario, né può levarsi ^ia, nò estinguersi in nessun modo. Imperocché se es- so è l'incitamento di ogni azione, ne segue che qualunque azione facesse I' uomo per estinguerlo, la farebbe mosso ed incitato da esso stesso, e se- guirebbe il naturai desiderio della felicità in quel tempo medesimo che egli cercasse e si sforzasse di sfuggirlo, '^ih altra via potrebbe esservi di lerat da se un tal desiderio, se non ridursi del lutto al- l' inazione, levando da se ogni intendere ed ogni volere; il che sarebbe cangiar natura. E qui vorrà forse alcuno che si spieghi alquan- to ampiamente, come gli uomini pecchino; perchè io ia volontà si porta sempre al bene, come sopra è deito, e ve la trae un invincibile desiderio di felicità, egli par bene che niuna azion rea né mal- vagia debba [loter venirne. E come sarebbe mal- "vagia, provenendo da un desiderio che trae al be«- oe ed è invincibile ? Questa in vero è difìicoltà importante da spie- garsi; però, beachc io ne abbia ragionato alquan- to in altro luogo, non lascerò di ragionarne anche qui un poco più Inrganioule. Io dico dunque, rhe eT quel piacere che se ne trae, e 1 oltre per V coc^iliynia e dignità loro; e in quelle vogliamo non Terartiot»{« le cose, ma il piacer;-: io queste vogUajD U co»e; e il voler quelle non è biasimo, il voler queste è virtù. Ma perchè molli si hanno pur fitto nell' anioìo che ni una cosa possa Toler- 223 si, uè ìa virtù pure, se non affine di ottener quel piacere che quindi ne nasce, a manifestar 1' error loro giova scoprirne la cagione. Egli è certo, che volendo 1" uomo la virtù, sente alcun piacere in volerla; né di ciò è quislione ch'io sappia. Son dunque alcuni meno accorti, ai quali, perciocché sentoa piacere in Toler la virtù, par di volere ^ non la virtù, ma il piacere, o più tosto di voler la virtù per quel piacer solo; né si accorgono, che quand'anche volessero la virtù per quel piacere, la vogliono però ancor per se stessa. Il che se non fosse, come potrebbe V uomo seguir così spesso, ccm' egli fa, più tosto la virtù che gli propone un piccol piacere, che la colpa che gliene promet- te un maggiore? Non co;ì forse funno i giusti, i forti, i temperanti, i liberali, i cortesi; i magnani- mi? 1 quali quante volte seguono la virtù , niun piacere o pochissimo sperandone ! E allora cre- dono d ' essere più virtuosi . Qual piacere po- tevasi aspettar Regolo , andando incontro ad u- na certissima e crudelissima morte.'' Qual Curzio, allorché, gittossi nella voriìgine? Qual Scevola , quando stese la mano ad abbruciarla? E so bene che molli s'ingegnano e si sforzano di provare, maggior diletto aver sentito Scevola in quell'atto orribil'i e sj^aventoso, che altri non sentirebbe in uaa soavissima musica, in un convito. Ma chi è che non senta quanto sien dure e difficili quelle lorragioai,e quanto sforzo costino ai loro ritrovatori? Le quali però paiono confutate abbastanza dal *'omun senso. Più dunque valse appresso Scevola, se rettamente giudicar vogliamo, con un piccolis- simo piacere la virtù, che senza virtù un piacere 223 grandissimo. E di ciò abbiamo infiniti esempi in tutte le istorie, a cui molto ne banno aggiunto i poeti nelle lor favole , finti in verità^ ma non gli avrebbono finti, se non ne avessero prima tro- valo dei veri. Io mi sono fermato su questo argomento alquan- to più cb' io non volea; né però voglio pentir- mene, parendomi il luogo importantissimo, e da non dover trapassarsi da cbiunque voglia trattar materie di morale . E desidererei grandemente che il signore diMaupertuis l'avesse trattato egli, che l' avrebbe saputo fare molto meglio di me. Ma egli, non so perchè, ha voluto anzi presup- porre ciò, di che gli altri fanno quistione;e sen- za recarne ragion niuna, darci ad intendere che la felicità sia posta nel solo piacerCc, né possa l'uo- mo Toler altro. Né io però contrasterei molto a chi volesse no- minar felicità il piacer solo, e non altro, valen- dosi in ciò di quel diritto che con l' esempio dei matematici si hanno da lungo tempo usurpato i filosofi, di imporre i nomi a posta loro. Ma chi ciò facesse, e nominar volesse felicità solamente il piacere, dovrebbe poi bene e diligentemente avvertire, che seguendo tal sua denominazione, affermar non potrebbe che la felicità foise quel fine ultimo in cui necessariamente vanno a terminarsi tutti i voleri deli' uomo, se prima non dimostrasse, tutti i voleri dell' uomo dover terminarsi nel piacere. Ciò che è difficile a dimo- strarsi; e non avendolo dimostrato il signor di Mau- pertuis, mi ha tolto la speranza che possa essere dimostrato da altri. Ma di questo fin qui. 224 Prima di passare avanti, piacemi esponi un du- bio che io non ardisco di sciogliere: lascierò che lo sciolgano quelli che [)iù sanno di me. Esso mi è nato là, dove l ' Autor Franzese a misura- re la felicità, Vuole che s'abbia riguardo al- la lunghe/.za del tempo che ella dura, volendo che in que' suoi momenti felici, di cui compone i beni, de* quali poi è composta la felicità, si consi- deri non solamente P intension del piacere, ma la diuturnità altresì. Alla qual sentenia io mi accor- derei volentieri, se egli 1' avesse dimostrata; ma avendola sol tanto aflermata senza dimostrarla, non so indurmivi. E certo parmi che non sia da dis[)rezzarsi 1' autorità degli Stoici, i quali inse- gnavano il contrario, cioè che ia lunghezza del tempo niente appartenesse alla grandezza della fe- licità. Perchè siccome un corpo non si dice esser più bianco perchè segua ad esser bianco per più lungo tempo ; né un uomo si dice esser più ricco, ne più nobile, né più eloquente, né più virtuoso, perchè vivendo più lungo tempo, segua anche più lungo tempo ad essere eloquente, o ric- co, o nobile, o virtuoso; cosi argomentavan gli Stoici dover dirsi dell' uom felice, la cui felicità se più dura, dee chiamarsi felicità più lunga, ma non maggiore; come la bellezza di no volto, la qual conservandosi per lungo spazio di tempo, non per questo divienraaggiore,masolo chiamasi più durevole. E certo egli pare che la felicità di natura sua aborrisca b successione, né voglia comporsi di parti die passino e fuggan col tem[)o. Imperocché chi è colui che metta a conto di fe'icità quello che già passò, e non è più? Chi è che si creda di e«ser felice, perchè fu uua volta.'' ovvero creda che 225 qualche cosa gli manchi ora alla felicità, perchè non fu felice gli anni addietro? Così argomenta- van gli Stoici, la cai ragione io non dico che sia Tera-, dico che è da pensarvi sopra, e da averne considerazione. Senza che, se V uomo dee misurare la felicità sua, mettendo a conto non solamente le presenti sue avventure, ma le preterite ancora, e quelle che appresso verranno, chi potrà fare tutti quei calcoli della felicità che il signore di Mau- pertuis vuole? Perciocché chi sa le Ticende del tempo avvenire ? Ma di questo si è detto abba- stanza. i GAP. il. Se nella vita delV uomo più sieno i beni che i mali. È stato sempre quasi naturai costume degli uo- mini il dolersi e rammaricarsi della vita presente, come di quella che tutta sia piena di tribulazioni 9 travagli. Di che una ragione forse è, che aven- do molti udito dire che i buoni il più delle volle sono infelici, per parer buoni essi, voglion parere infelici; e perchè veggono la miseria movere com- passione, la felicità invidia, più volentieri raccon- tano i lor travagli che le loro prosperità. 1 filo- sofi hanno dato autorità alla querimonia; e descri- vendo agli uomini una somma e perfettissima fe- licità, a cui niuno in questa vita può giungere, han fatto lor credere di essere più infelici ancor che non sono. Hanno anche creduto, confermando la malinconia, di stimolar maggiormente gli animi Zai^otti, Operette, f5 226 alia Tirtn. Agli oratori non pareva di essere ab bastanza eloquenti, se non mostravano di seguir' i pensamenti dei filosofi. E i poeti ancora hanni accresciuta non poco 1' opinione della comune mi seria con le lor favole, avendole quasi tulle tes sute dì tristi e dolorosi avveaimenti: così che pa re che gli uomini abbiano posto non so quale stu dio a rattristarsi. Io cred3va però che il signore di Maupertui dovesse rattristirsi meno degli altri; perciocché vo lendo egli che debba V uomo esser felice, e chia marsi contento della vita, sol che la somma d; beni superi alcun poco quella dei mali, quanti f; liei dovrebbon essere al mondo secondo lui/* Per che son pur pochi quelli, i quali dopo aver fatt' diligentemente il calcolo dei beni e dei mali, noi sieno tuttavia contenti di vivere. E quanti ne so no degli allegri e sollazzevoli che non hanno bi «ogno di lungo calcolo? Parca dunque che poles se il signor di Maupertuis rallegrarsi alquanto più e scrivere il secondo capo del suo libro con rre no malinconia. Al qual capo se noi attendessimo bisognerebbe dire che nella vita ordinaria dell'uc mo fosse la somma dei mali sempre maggiore dell somma dei beni, e che però ninno dovesse esse contento di viverci. Ma veggiamo brevemente 1 ragioni che egli ne adduce. Primamente, argomenta a questo modo. Il vive dell' uomo altro non è che un continuo desiderar di passar d'una ad altra cosa, e così cangiar con linuamente quella commozione o sentimento del r animo che i presenti oggetti in lui risvegliane Il che se è vero, mostra bene che l'uomo non 227 giammai contento di quel sentimento che egli pro- va al presente, e più tosto amerebbe non averlo; e ciò posto, quel sentimento è un male ; dunque tutta la vita non è altro che una continuazione di mali. Così l' Autor Franzese. Leviamo via noi, se possiamo, questa disperazione. Io estimo dunque che non ogtii sentimento dell' animo, il qual vo- glia cangiarsi, debba dirsi male, potendo voler can- giarsi un bene in un altro maggior bene; il che fa- cendosi, non lascia quello che si cangia di essere un bene, ma è un bene minore. Come se uno can- giar volesse il piacere che a lui viene dalla ric- chezza in quello che a lui venir potrebbe dalla scienza; che non per ciò si direbbe che la ricv-^hezza non fosse un bene, ma direbbesi che è un bene minore della scienza. Ne mi si dica che . secondo la definizione del Franzese, il male non è altro che un sentimento delF animo che l' uomo vorrebbe non avere, an- teponendo la privazione di esso a lui stesso. Per- chè colui che vuol cangiare un bene in un altro, non antepone al bene che vuol cangiare, la pri- vazione di esso, ma gli antepone un altro bene. Altrimenti se fosse male tutto quello che vuol can- giarsi, qual cosa sarebbe non mala ? Guai bene è che l'uomo, possedendolo, non Io cangiasse di buo- na voglia in un maggiore.'^ Senza che, quante vol- te interviene che l'uomo voglia cangiar quel be- ne che ha in un altro, e non voglia però cangiar- lo di presente ? Imperocché conoscendo che quel bene che egli ha, gli conviene ora, e tra [;oco glie- ne ceaverrà un altro, è contento di godersi ora quello che ora gli conviene, desiderando poscia 238 di cangiarlo ìq altro che ad altro tempo gli cod- Terrà; ne dirà per questo che non sia un bene quello che egli ora si gode. Perchè se male dee dirsi tutto ciò che noi desideriamo che cessi una Tolta e si cangi, male sarà la commedia, male la caccia, male il convito; perciocché chi è che vo- lesse che la commedia, o la caccia o il convito du- rasse sempre? Ma [)oichè siamo entrati a dire del desiderio, è- da rimovere P opinione di alcuni, i quali ogni de- siderio indifferentemente mettono a luogo di in- felicità e miseria, ne vogliono che possa esser fe- lice un desideroso. Il che quantunque possa con- cedersi a quei filosofi, i quali non vogliono chia- mar felice se non colui che abbia tutti i beni, sd a cui nulla manchi, non dovrebbe però nò po- trebbe concedersi al signore di Maupertuis^ secon- do l' opinion del quale può l'uomo felice avere quanti mali si vogliano, purché i beni che egli ha, alcun poco gli superino; onde segue che potrebbe r uomo esser felice, e tuttavia sentir 1' affanno del desiderio, solo che avesse tanti beni che superas- sero queir affanno alcun poco. Ma sono, a mio giudicio, da distinguersi i desi- derii, essendone altri inquieti ed affannosi, edaìtri più quieti e tranquilli. Della prima maniera sono Quei desiderii ne' quali l'uomo tanto s'affligge e si crucia di quel bene che vorrebbe e non ha, che goasi più non sente quelli che ha; come colui che tanto desidera la dignità, che finché quella non ot- tiene, più non sente il piacere né dei balli né dei conviti. E questi desiderii sono veramente perni- «àosissimi, e veleno e quasi peste della felicità; n.è 229 sono però così frequenti, che l' uomo, massime se egli sia prudente e moderalo, non passi la mag- gior parte del viver suo senza tali angustie. Della seconda maniera poi sono quei desiderli per cui Puomo piglierebbe volentieri alcun bene che non ha; ma non se ne crucia soverchiamente, e gode intanto di quelli che ha. E di tali desiderii noi troveremo piena la vita dell' uomo; i quali però non turbano la felicità, nò so ancora se mali deb- bano dirsi; poiché se non danno agitazione alT a- ninio, e gli lasciano goder di quei beni ch'egli possiede, perchè debbono dirsi mali ? Anzi quei desiderii medesimi che più sollecitano il cuore e l' accendono, ove sieno accompagnati dalla speran- za, recan sovente all' uomo un tal diletto, che egli non vorrebbe così subito cangiarlo in quello stes- so bene che desidera; così che differisce egli stes- so talvolta il conseguimento del suo desiderio, pa- rendogli che tanto più gli dovrà essere dolce e ca- ro, quanto più lungamente l'avrà aspettato: come vedesi nel giocatore, il qual desidera ardentemen- te il punto, e potrebbe uscir tosto di quelP affan- no, aprendo subito e ad un tempo tutte le carte; e pure ama scoprirle ad una ad una, e a poco a poco, e gli piace aspettar lungamente ciò che de- sidera. Per la qua! cosa io non credo che sia general- mente vero quello che alcuni dicono, cioè che ogni desiderio sia infelicità e miseria, veggendosi che tanto piace all' uomo non solamente il consegui- re il bene, ma ancor l'aspettarlo. Laonde meno mi persuade il secondo argomento del nostro Au- tore, il quale è questo. Come l' uomo comincia a 23o desiderar qualche cosa, così tosto vorrebbe aTerla conseguita, né più sofferire verun indugio; anzi vor- rebbe ( vedete V iaipazienza dell' uoni Franzese ) che tutto quel tempo il qual va innanzi al conse- guimento di ciò che desidera, fosse annientato. On- de ne segue, che essendo l'uomo in continui desi- deri!, dee volere annientare tutta la vita sua. Al che io rispondo, che pochi sono i desideri! tanto ardenti e così impetuosi, che soff'rir non pos- sano qualche dimora. Anzi chi è mai che tanto de- sideri alcuna cosa, che non sia però contento di Tivere anche prima di conseguirla, bastandogli per qualche tempo la speranza? E quando bene que- sta gli mancasse, non per ciò bramerebbe egli di non essere, potendo avere altri beni onde confor- tarsi. Né credo io già che colui che va a Roma desiderando vedere quelle belle statue e que' bei palagi, e quelle colonne e quegli archi, né poten- do arrivarvi che in termine d' alquanti giorni, vo- lesse che quei giorni fossero annientati, e non più tosto lasciarli correre, e trovar intanto per via buon albergo. Quel giovane desidera la scienza, che non può conseguire se non dopo il corso di più anni. Diremo per questo che egli sia infelice per tutti quegli anni, e debba per ciò volere che quegli anni, non corrano? i^e' quali anni se egli è privo di quella scienza che desidera, non è pri- vo però della bellezza, non delle ricchezze, non dei comodi, non degli onori, dei conviti, dei giuo« chi, delle feste; a' quali beni può anche aggiunge- re la speranza eh' egli ha di dover essere a qual- che tempo chiaro per molta scienza e famoso. Io non finirei mai se volessi andar dietro a tutti gli esem- pii di questi desiderii quieti e tranquilli che non levano all' uomo il piacere ùel vivere. Né anche mi move la terza ragione che l'Autor Franzese adduce, dlct;ndo che V uomo cerca tut- to '1 dì ricrear l'animo e sollazzarsi, non per al- tro -Jie per fuggir noia; segno che le noie gli son pure intorno tutto V di. Ed io dico , che se egli trova quel sollazzo che cerca, verrà per questo stesso a fuggir le noie, e non le sentir?, ed avrà doppio piacere, avendo quello di sollazzarsi e quello ' di fuggir noia. Perchè io non credo già, che TO- lendo r uom sollazzarsi, voglia solamente non sen- tir molestia, ma credo che voglia anche gustar la dolcezza del piacere; né si contenterebbe di essere come un sasso, che essendo privo dell'una, è pri- vo ancor dell'altro. Kon dicasi dunque l'uomo in- felice, perciocché studia del continuo alleviare la sua miseria coi piaceri; che anzi è da dirsi felice, per- chè può in tal modo alleviarla. Ma già, quanto al secondo capitolo, parmi, carissimo signor Conte , di avervi detto abbastanza. GAP. ili. Della natura dei piaceri e dei dispiaceri. Venendo al capo terzo^ in cui 1' Autor Franzese passa a disputar sottilmente della natura dei pia- ceri e dei dispiaceri, coraincieremo a questo modo. "Vuole egli che i piaceri ( e similmente dicasi dei dispiaceri ) si generino bensì alcuni mediante i sensi del corpo, ed alcuni altri per qualche ope- razione dell'anima, ma tulli però sieno sentimenti -232 delTanima istessa. Donde argomenta, non solamen- te che possono paragonarsi gli uni agli altri, ma eziandio che tutti esser debbano egualmente nobi- li e prestanti^ quasi non potesse essere tia i sen- timenti dell' animo differenza niuna , né potesse V uno esser partecipe di maggior perfezione che l'altro. L' intendere appartiene all' anima, ed anche appartiene all'anima il gustare una vivanda. Pure chi dirà che l'intendere non sia di maggior perfe- aione, e non senta più del divino.'* Ma lasciando questo. e tenendo dietro all'Autore, quantunque egli voglia che i piaceri e similmente i dispiaceri tutti sieno certi sentimenti dell'animo, nonperòopponsiacolorochegli hanni» divisi in pia- ceri o dispiaceri del corpo, e in piaceri o dispiace- ri dell' animo; intendendo per piaceri o dispiaceri del corpo quelli che in noi sorgono mediante i sensi del corpo, e per piaceri o dispiaceri dell' a- nimo quelli che in noi sorgono per alcuna opera- zione dell'animo istesso. La qual divisione, come- chè proposta già e spiegata assai bene da molti an- tichi, molto sempre mi piacesse, più ora mi piace essendo approvata dal signore di Maupertuis. Tan- to più che egli prende a dichiarar forse più ac- curatamente degli altri, quali sieno i piaceri del corpo, e quali quelli dell' animo. E già secondo lui riduconsi ai piaceri del cor- po non solamente quelle cose che toccano imme- diatamente i sensi, come il mangiare, il bere, il sonare; ma eziandio quelle che quantunque im- mediatamente non tocchino verun senso, però con- ducono alle delizie dei sensi medesimi , come le ricchezze, le quali benché per se stesse non mova- 255 no aè l'udito, né il gusto, nò il tatto, né altro senso del corpo, pure servono a procurar quelle cose che gli movono. E similmente il fiiacere che uno prende delle amicizie, delle dignità, degli o- nori, della gloria, è da dirsi piacere del corpo, se colui che Tuole tali cose, le vuole per quel dilet- to che può ai sensi provenirne. I piaceri poi del- F animo son quelli che nascono o dall' esercizio della virtù, o dalla conoscenza del vero. Questa esplicazione così diligente dei piaceri del corpo e dei piaceri dell'animo sarebbe ancora più diligente se abbracciasse in venia tutti i pia- ceri dell' uomo, e tutti gli riducesse a quelle due sole spezie, senza lasciarne sfuggir niuno. Di che dubito assai. Perchè il piacere che uno ha della gloria, pensando che lascierà di se stesso un gran nome morendo, non pare che possa dirsi piacere del corpo ; perciocché qual lusinga o diletto pos- sono i sensi sperarne? jNè anche pare che possa dirsi piacere dell'animo, non essendo in esso eser- cizio alcuno di virtù, né provenendo da semplice conoscenza di alcun vero; poiché se provenisse da conoscenza del vero, farebbe l'uomo egualmente contento, o conoscesse dover se esser famoso ap- presso la morte, o dover esser famoso un altro, potendo essere l' uno e l' altro egualmente vero. Vegga dunque l'Autor Franzese, che il piacer della gloria non rifiuti di sottoporsi a quelle due spezie che egli ha proposte, e le sfugga. E lo stesso far potrebbe il piacere dell'amicizia, e quello delle dignità e quello degli onori. Spiegata così la divisione dei piaceri e dei di- spiaceri , passa l' Autore ad alcune osservazioni, 234 nelle quali desidererei più animo e più allegria. Paragona egli prima i piaceri del corpo coi dis- piaceri, e par che si dolga di nuovo, rammaricandosi che i piaceri non compensino i dispiaceri; e però molto più passano questi a rattristar l'uomo, che non quelli a confortarlo. Imperocché i dispiaceri, dice egli^ quanto y)iù dura e persiste la cagione che gli produsse, tanto più si accrescono e diven- gono tormentosi; ed al contrario i piaceri tanto più si sminuiscono ed in processo di tempo diven- gon molesti. Di fatti non è alcun piacere che che per lunghezza non stanchi; ed al contrario non è alcun dispiacere che per lunghezza non di- venga intollerabile. Vedete poi, soggiugne egli, che delle parti, onde il nostro corpo è composto, po- chissime n' ha che sieno valevoli di recarne un gran diletto; e all'incontrano moltissime son quelle che possono recarne un estremo dolore. E questo è vero. Ma non per ciò pentirommi io d'esser nato. Perchè sebbene i dolori acutissimi possono assalir V uomo da ogni parte, non mai però avviene che lo assaliscan da tutte, ed è anche di rado che lo assaliscano da una sola. Quanti n'ha che passano gli anni interi e quasi tutta la vita loro senza quegli estremi dolori ! Il che si vede per isperienza ; la quale ci fa ancora conoscere che gli uomini co- munemente non gli apprendono, ne se ne turbano, e stanno così tranquilli come se ne fosser sicuri ; di che apparisce che gli uomini comunemente né dai dolori atrocissimi sono infestati, nò dal timor pure. Chi è che tema e si turba di dover sentire una volta i dolori della pietra, non sentendone ora verun indizio? 235 E quanto al dire che i dispiaceri per la conti- nuazione si accrescono , come pretende i' Autor FranzesCj vorrebbe certamente ciò dimostrarsi per una lunga induzione, facendo vedere che in ogni dispiacere singolarmente così avvenga. La qua! in- duzione, non avendola egli fatta, pare che abbia voluto che sia fatta da altri; né io mi ritrarrei dal farla, se avessi ozio. Ora però scorrendo così leg- germente quei mali che mi vanno per la memoria, trovo tutto il contrario. Perciocché qual è l'uomo, che avendo perduti gli occhi, non se ne rattristi da principio oUremudo? Delia qual tristezza con- fortandosi poi a poco a poco, e assuefacendosi alla sua miseria, giunge a tale^ che quasi più non la sente. E Io stesso avviene ai muti, ai sordi, a- gli storpi, i quali caduti in quelle loro infermità, come vi si sono assuefatti, non più se ne dolgono, che se tali nati fossero; e par loro cosi naturale r aver quei difetti, come agli altri il non avergli. Che diremo della perdltadegli amici e dei figliuoli? Che dell' esilio? Che della povertà istessa.'* I quali sarebbono intollerabili, se così sempre fossero duri da soffrirsi, come son da princi[>io. Le malatlis lunghe, come si sono sostenute per qualche tempo, paion men gravi. Ma io non voglio raccogliere qui ora tutte le miserie. Basta htne che sono alcuni dispiaceri i quali per niua modo si accrescono , quantunque duri e persista la cagion loro. E que- sto sia detto dei dispiaceri del corpo. Perchè quanto ai dispiaceri ed ai piaceri dell' a- nimo, par che l' Autore si volga ad una opinione più animosa, sostenendo che i piaceri prevaler pos- sono ai dispiaceri; il che fa, assegnando singoiar* 236 mente ai piaceri queste tre proprietà. La prima si è. che es^i per la continuazione vie più vanno ere" scendo; l'altra, che l'anima gli sente in tutta l'e- stension sua; e la terza, che confortan l' animo, e in vece di indebolirlo, lo fortificano. Delle quali proprietà, due ne sono che io concederei volen- tieri, se le intendessi; l' altra, che pur parrai di intendere, non posso concedere. Imperocché, a dir vero, io non intendo che cosa sia il dire che l'a- nima sentrt i piaceri in tutta la sua estensione, ne quell'altro, che i piaceri fortifican P anima. Che poi i piaceri dell'animo per la continuazione vie più vadan crescendo, non mi pare così general- mente vero. Perchè se il matematico, pigliando di- letto di alcuna dimostrazione, vorrà tornarvi so- pra più e pili volte, e. leggerla e rileggerla, senza mai partirne, arriverà finalmente a noiarsene. Laon- de vcggiamo che gli elementi delle scienze e del* le arti, come quelli che già sono notissimi, poco si pregiano eziandio dagl' intendenti, i quali cer- cano bene spesso con moltissimo studio quelle ve- rità, che poi trovate disprezzano, ed amano pas- sar ad altre. Quanto poi ai dispiaceri deli' animo, par che l'Autore voglia metterli nelle mani degli uomini, e consegnargli all' arbitrio. Lnperocchè provenen- do essi o dalla colpa, siccome egli vuole, o dal non poter discoprire alcuna verità che si cerchi; quan- to alla colpa, può P uomo astenersene sempre che voglia; quanto poi alle verità che non può disco- prire, a lui sta di non curarle, contentandosi di sapere sol tanto quelle che a lui giovano; le qua- li son poche; ed egli, volendo, le può scoprire fa- a37 ciliasimamente. Così i dispiaceri dell' animo non sono se non di chi gli vuole. Tal pare che sia il sentimento del Franzese. A cui conviemmi di con- traddire anche in questo luogo, s' io voglio esporvi liberamente, secondo che voi mi avete imposto, il parer mio. Ed io il farò pure, estimando men ma- le il contraddire a quel grandissimo uomo, che il disubbidire a voi. lo dico dunque, che il dispiacere il qual viene - da colpa, non vien già da colpa che V uomo sia per commettere, ma da colpa che abbia già com- messa; e quantunque fosse in sua manoil non com- metterla, non so S8, avendola commessa, sia in sua mano il non sentirne dispiacere. Zsc anciie so &e la filosofia abbia alcun mezzo onde assicurar l'as- sassino, V usurpatore, il parricida, così che non sentano qualche tristezza delle loro passate mal- vagità. Né veggo pure, come si convenga all' uora sa- TÌo trascurare le verità inutili, cercando soltanìo quelle che a lui giovano; nò come queste siano co- sì poche, e tanto facili a discoprirsi. Perchè se il conoscere qualsisia verità naturalmente piace, e ia felicità è posta nel piacere, ne segue che qualsi- sia verità conduca in qualche modo alla felicità. Qual verità dunque può dirsi inutile, essendo u- tile e giovevole tutto ciò che alla felicità ne con- duce .'* Certo l'utilità non è posta in altro. E se pur vorremo accomodarci al senso del volgo, e di molti filosofi che sono un altro volgo, chiamando utili solamente quelle cose che traggono ni como- di ed ai piaceri del corpo; chi dirà che sieno co- »ì poche e tanto facili a discoprirsi le Terità che 208 servono ad un tal fine/* Interroghiamone tutte le ar- ti che prendon cura di tali utilità, e veggiamo se si contentino di poche verità^ e come facilmente le scoprano. Quante verità utilissime ha la medi- cina, alla qual però pare dì non averne ancora ab- bastanza? E non può dirsi lo stesso della fisica, della meccanica, dell'astronomia, delia navigazio- ne, dell'agricoltura e di tant' altre? Nelle quali si vanno pur tuttavia cercando con sommo studio infinite verità che forse mai non si troveranno, né però si biasima lo studio di chi le cercac E le già ritrovale quanta applicazione, quante vigilie costarono ai loro ritrovatori, quante osservazioni, quante esperienze? E se il signore di Maupertnis non fosse così modesto, com'è ingegnoso, potreb- be ben dirci a quai pericoli si espose egli, e quan- ti travagli sostenne fra gli orrori del rimotissimo Settentrione, solo per accertar la forma della ter- ra, ed accrescere i comodi della navigazione. Ma se egli più non si ricorda delle sue gloriose fati- che, e va pur dicendo, le verità utili essere faci- lissime a discoprirsi, se ne ricorderanno però gli uomini e tutte le età che verranno. Par dunque chiaro che impresa né tanto breve, né tanto faci- le piglino i savii a voler scoprire tutte le verità che sono utili o a loro stessi o alla repubblica; sebbene essendo utili alla repubblica, sono anche a loro, se già non vogliamo dalla repubblica esclu- dere i savii. 23'j GAP. I V. Dei mez>zi di accrescere la felicità. Nel quarto capitolo sarò breve, essendo breve Autor Franzese altresì, il qual però poteva es- Ci a mio giudicio, anche più. Propone egli qui- due mezzi di render l' uomo più felice: l'uno è di accrescere la somma dei beni; V altro di inuir la somma dei mali. Non credo che perso- dei mondo sia per volerglisi opporre. Vegga i però se della distribuzione ehe fa di questi due zzi, sieno per contentarsi gli Epicurei e gli Stoi- avendo egli assegnato l' uno agli Epicurei, i ali dice aver studiato solamente di accrescere la nma dei beni; l' altro agli Stoici, i quali dice n in altro adoprarsi che in sminuir la somma i mali; e volendo che ia ciò sia posta la pria- tal differenza che passa tra quelle due sette tan- famose, prende argomento di seguir più tosto ella degli Stoici. I^uantunque io ami cosi poco gli Epicurei, che uni credono ch"'io sia sdegnato con loro (di che re che anche voi, sig. Conte, vi siale alcuna Ita doluto ), non soffrirei però che alcuno con- ragione gli disprezzasse, come parmi che faccia i ora r Autor Franzese. Perchè quella dislribu- ue che egli fa dei due sopraddetti mezzi, vo- ido che gli Epicurei solo pensino ad accrescere leni, gli Stoici a sminuir solo i mali, onde pi- a argomento di abbandonar quelli e seguir que- , parrai essere del lutto ingiusta. Qual fu mai y Epicureo, il quale insegnando che sì dovessero accrescere i piaceri, non insegnasse ad un tempo che dovessero sminuirsi i dolori ? Sa{)piamo che Epicuro studiavasi, quanto potea, di alleviare i torinenli crudelissimi dell' ultima sua malattia con la rimembranza de' suoi gloriosi ritrovamenli. E quanti altri argomenti tenevano in pronto gii E- picurei per consolarsi nelle disgrazie? Intesero dun- que non solo ad accrescere la somma dei beni, ma eziandio a sminuire quella dei mali. E lo stesso pure fecer gli Stoici, i quali stimolando gli uomi- ni al conseguimento delle Tirtù, gli distoglievano dalle colpe, e cosi insegnavan loro non meno di procacciarsi il bene che di fuggire il malej per- ciocciiè che altro era appresso essi il bene, se non la virtù; il male, se non la colpa ? E se non vol- lero chiamar beni la sanità, ìe ricchezze; gli ono- ri, i comodi, voUer però che P uomo potesse e do- vesse cercarli sott' altro nome. Di che si vede che non pensarono solo a sminuire i mali. Ma posto pure che a ciò solo pensasser gli Stoi- ci, e che al contrario gli Epicurei niente altro stu- diassero che di accrescere i beni, io non so già se per questo dovessero gli Epicurei esser posposti agli Stoici, e dovesse credersi che meglio questi, che quelli, avessero proveduto ai bisogni degli uo- mini; che anzi a me pare che vi abbiano prove- duto e gli uni e gli altri egualmente. Perciocché s* egli è Tero quello che I' Autor dice, cioè che la felicità sia posta in qaelP avanzo che resta, sot- traendo la somma dei mali alla somma dei benijchi non vede restar sempre lo stesso avanzo, o prima di fare la sottrazione si sminuiscono i mali, o i 24 1 beni SI accrescano ? E se in cosa chiara io volessi per parer matematico, essere oscuro, potrei chia- mare ( come veggio che gli algebristi usano ) la somma dei beni h^ la somma dei mali ;«, e e quel» la misura di cui volessero o sminuirsi i mali o accrescersi i beni; poiché sottraendo m^c a h Io stesso avanzo ne resterebbe, che sottraendo m a h -4- e. Ma io credo che se 1' Algebra istessa par- lar potesse, ricuserebbe di entrare in quislion co> sì facile. Non so pei se l'Autor Franzese abbia voluto nel fine del suo capitolo guadagnarsi F animo degli E- picurei, e rimettersi in grazia loro, col dire che i piaceri del corpo non sono men nobili di quei del- l'animo, e che anzi son lutti della stessa forma e natura; ne altro diletto recare al matematico la contemplazione del vero, da quello che reca il vi- no al bevitore. Certo gli Epicurei, quantunque insegnassero che il fine dell' uomo si è il piacere non però mai disser, eh' io sappia, tutti i piaceri esser d' un modo, uè mai ebber bisogno di una tale proposizione. La qual però se volea l'Autor Franzese offerirla loro, e fargliene quasi un dono perchè affermarla solo, e non anche adornarla J tornirla di qualche bella dimostrazione? C A P. V. BeVia filosofia degli Stoici. ^ Avendo proposto T Autor Franzese, come sopra e eletto -h seguire gli amruaeslramenti degli Stoi> CK prende nel quinto rapitolo a descriverci la for- /ja:?ott!, G PC rette. 242 ma del'a loro filosofìa, la qual trae dagli scritti di Seneca e di'Epiteto e dell' Imperador M. Aurelio, che fa stimato a' suoi tempi Stoico grandissimo. Però comincia dal commendare questi tre valenti filosofi; il che fa con molto ingegno, e, come Fran- zese, con molta grazia. Poi venendo alla forma istessa della loro filo- sofia, dice, in primo luogo, aver gli Stoici avuto per fine, non già la ^i^!Ù, ma la felicità della vita presente. La qual cosa non so come potesse essere ricevuta nò da Seneca, ne da Efiitelo, né da M. Aurelio; i quali, siccome Stoici, insegnava- no appunto, la felicità non in altro esser posta che nella sola virtù; e per ciò dicevano, la sola virtù esser F ultimo fine dell' uomo; e in questo prin- cipalmente si allontanavano dagli altri filosofi. Dopo ciò. pare che V Autor Franzese riduca tut- ta la filosofia degli Stoici a tre precetti, che sono i seguenti. Prima, che dee l' uomo farsi padrone dei giudici! che egli forma intorno alle cose; poi, che dee impedire che le cose estrinseche niente possano sopra di lui; finalmente, che s' egli è stan- co di vivere, dee dar morte a se stesso ed andar- sene. Io veramente, a quello che mi ricorda aver letto in Cicerone, il quale più che ogni altro ha diligentemente spiegata la filosofia degli Stoici, non la riconosco abbastanza nei tre precetti sopraddet- ti; comechè il primo io non intenda assai chiara- mente. Imperocché non so quello che voglia dir- si r Autore, dicendo che 1' uomo dee farsi padro- ne de' suoi giudicii; poiché se questo significa (né so che altro significar possa ) dover l' uomo nei giudicii che forma, ingegnarsi, quanto può , che le ^43 passioni non vi abbiano parte nìuna, e tì regni 1-a ragion sola, io dico che questo precetto, il qual si presuppone a formare e instituir bene non che la morale, ma tutte quante le discipline, è così co- mune a tutte le altre sette, come agli Stoici. Qual filosofo fu mai che prima d'ogni altra cosa non insegnasse doversi giudicar sempre secondo ragio- ne, e non lasciarsi portdre dall' impeto delle pas- sioni? Il secondo precetto poi. cioè che debba Tuo- - mo far sì che le cose estrinseche niente operino sopra di lui, no?i so quanto convenir possa agli Stoici, i quali non rifiutavano né le ricchezze, nò i piaceri, ne gli altri comodi;so]o non gli chiamava- no beni. E sappiamo che Seneca non ebbe a sde- gno le masse dell' oro, ne M. Aurelio ricu:^ò l' im- perio del mondo; il che pure avrebbon fatto, se avesser voluto che niuna cosa estrinseca potesse o- [>erar nulla sopra di loro. Ed io son persuaso, che infermando uno Stoico, senza allontanarsi punto dai suoi principii, così ben piglierebbe la medici- na come gli altri, sperando che operasse in lui la sanità come negli altri. U terzo precetto, cioè che l'uomo, come è noiato del vivere, dia morte a se stesso e se ne vada, non è più proprio degli Stoi- ci che dell'altre sette e di tulli i disperali- Ed io per me credo, che a descrivere la vera forma della Stoica Filosofia sarebbe stato mestie- ri notar diligentemente ciò in che essri si distin- gue dall'altre, cominciando dall' aver posta la fe- licità nella sola virtù, donde poi tutti gli altri pre- cetti derivano; e quindi passare a ciò che per es- sa singolarmente insegnavasi della pazienza, della giustizia, dell' amicizie;, dell' amor della patria, del a44 disprezzo della morte. E sopra tutto assai giove- rebbe ad intendere quella ammirabil dottrina, chi ne mostrasse, come essa levando via dal numero dei beni la sanità, le ricchezze e gli altri comodi del corpo, pure lasciasse loro tanta dignità che me- ritassero d* esser cercati dall' uomo ed abbraccia- ti. Le quali cose ben intese, s' intenderebbe for- s'aoche per quali ragioni, secondo gli Stoici, ed in qual tempo e per qual modo possa o debba V uo- mo accommiatarsi, per così dire,dal mondo, ed uc- cidersi^ che certo non l' uccidersi in qualunque modo è uccidersi da Stoico. Catone, che fu, per quanto dicesi, di quella setta, e con tanta lode si ammazzò, non io fece se non quando conobbe la sua vita non poter più esser utile ai cittadini; al- trimenti noi facea; ma conoscendo di non poter provvedere alla patria, proveder volle alla sua di- gnità, e credette, abbandonando la vita, di seguir la virtù. La qual cosa non so se facciano i bar- bari della Guinea, che si traggono schiavi in Eu- ropa; i quali, dice l'Autor Franzese, essere tanti Stoici, perciocché vogliono più presto morire, che soffrire la schiavitù: il chr- se fosse vero, non ne verrebbono così spesso le barche piene; di che non so se debbano gloriarsi tanto gli Europei. Che se bastasse ammazzarsi per diventar Stoico , volendo pur mostrarne la facilità con gli esempi, come pare che abbia voluto 1' Autor Franzese, non accadea -".arcarli o nell' Africa o nelle Indie, ne creder tan- to a' viaggiatori; bastava bene raccorre gli esempi dei nostri disperati. Ma chi è che non distingua colui che si ammazza per tristezza (V animo , vo- lendo uscir di travaglio^ dallo Stoico, il qual pen- 245 sa di farlo per ragione, né vuol fuggir la miseria, che egli non crede poter cadere nel virtuoso; vuoi solamente sottrarsi alle helTe ed agli scherni della fortuna, o si ammazza per decoro della virtù. Della qual cosa se vorrà V Autor Franzese aver tanta considerazione, quanta aver se ne dee, quantunque a lai paia non così difficile impresa l'ammazzarsi, dovrà però parergli diflicilissimo il farlo con quel- V animo sedato e tranquillo, con cui volevan gli Stoici che si facesse. E perchè in questo luogo grandemente insiste il Franzese, che pare che non sappia partirsene, non dovrà parervi fuori del convenevole che io pure mi stenda su '1 medesimo punto alquanto più largamente. Entra dunque P Autore a trattar di proposito la quistione: Se debba esser lecito all' uomo 1' ammazzarsi. A cui rispondendo, di- slingue in questo modo. O 1' uomo ha una reli- gione che gli scopre un' altra vita, promettendo quivi gran premii a quelli che avrsn sofferto, e castigo agli altri; e in tal caso è insensataggine l' ammazzarsi. O P uomo non ha religion niuna, e abbandonalo per ciò alla ragion naturale, né speranza aver può, né timore alcuno della vita av- venire; e in tal caso farà ben di ammazzarsi tut- te le volte che la somma dei mali che egli soffre, sia maggiore della somma dei beri rh' egli possie- de; perciocché essendo a tal termine, egli è infeli- ce, e più comodo a lui sarà il non essere di mo- do alcuno. Che fa egli dunque in questa vita? che non ne esce, e non ritorna nel nulla, ove potrà starsi più comodamente? Così risponde 1' Autor Franzese, 346 E cerio egli è molto da commendarsi che abbia dato alla Religione tanto di autorità, che possa o o col premio o col castigo trattener quelli che hanno To^lia di uccidersi. Ed io volentieri gli consento. Ma non mi piace già che abbia poi ridotto la ra- gion naturale a tanta disperazione e miseria che niente aspettar possa dopo la morte. Psè so come ne possa esser contenta la Religione islessa^, che nonfn mai nemica della ragione. Certo che i Gentili, i Romani, i Greci, gli Egizii, gli Arabi, i Caldei, e tante altre nazioni, le quali niun lume ebbero se non se quello della ragione, pure aspettarono un' altra vita. Quanti filosofi promisero all' anima r immortalità? I Platonici, che sono stati in tan- to grido, sene faceano, per così dire, mallevadori. Io non so dunque come possa con tanta sicurez- za affermarsi ( massimamente non recandone argo- mento ninno ) che la ragion naturale sia priva d' ogni speranza della vita avvenire^ così che a- Tendo sostenuto fortemente e con virtù i mali del> la yita presente^ non possa aspettarne qualche pre- mio in un' altra. Al quale premio non dee P uo- mo però voler correre, ne affrettarsi, ammazzan- dosi per impazienza; che ciò sarebbe un demeri- tarlo. Al contrario se noi ascoltiamo l'Autor Fran- zese, qual sarà l' uomo che dove non sia da Re- ligione impedito, non debba darsi morte per pru- denza? Imperocché s' egli e vero che tutti quei che ci vivono, \è'\\i copia hanno di mali che di beni, ( siccoraa nel secondo capitolo ha egli inte- so di dimostrare ) tutti che ci vivono, sono infe- lici; e ciò posto, è a tutti meglio il morire; faran- no dunque tutti gran senno a darsi morte. Argo- raentazione orribile e spaventosa, la qual se fosse ascoltata, non molto andrebbe che più non saria chi ascoltar la potesse. E se la ragione insegnasse ad ogni uomo di dover tosto uccidersi, mal consi- glio avrebbe preso la natura, che volendo, come V altre spezie, così ancora conservar quella degli uomini, confidolla alla ragione. Ma di questo par- mi aver dello abbastanza. Considera ultimamente F Autor Frnnzese, né, senza qualche maraviglia, come gli Stoici tenesse- ro in poc» conto certe quistioni, che pur tratta- vansi fino a qua' tempi con grande strepito dai filosofi: se esistesser gli Dii: se provedessero alle cose; se fosse 1' anima immortale. Intorno ai qua- li punti comechè non si accordasser tra loro, pur s' accordavano tuttavia nelle regole delle azioni e dei costumi; onde pare che dovessero avere quel- le quistioni pur poco importanti. E quindi cresce all' Autor Franzese la maraviglia, considerando che gli Stoici, lasciata da parte 1' esistenza degli Dii, la providenza, 1' immortalità, pur giunsero a così alto grado di perfezione e di virtù; laddove i Cristiani pare che non vi sappiano giungere se non per mezzo della cognizione di un Dio, e dei premii eterni e dei castighi. La qual maraviglia bisogna che noi ci ingegniamo di sminuire per o- nore della providenza, acciocché gli uomini pren dendo mal esempio dagli Stoici, non comincino a disprezzarla, ed a credere che poco imporli il pen- sarvi. A levar dunque una tal maraviglia, dee, secon- do me, avvertirsi che i Cristiani si studian d'es- sere non solamente virtuosi, forti, giusti, tcmne- ranti, iransueti, liberali, cortesi, a che aspiravano anche gli Stoici, ina vogliono ancora che queste loro virtù, sopra 1' ordine della natura innalzan- dosi, e vestendosi d* un abito soprannalura'e del tutto e celeste, gli rendaa degni di una certa in- coruprensibil felicità, a cui le naturali forze non giungono; ne così alta speranza avevan gli Stoici. 1 quali però poteano contentarsi di seguir P one- stà che conosceano, ed essere naturalmente virtuo- s\', laddove i Cristiani né debbon ne posson esse^ re di ciò contenti; e volendo che la loro virtù sia d' un altro ordine, bisogna che la cerchino per altri mezzi; però dove gli Stoici la cercavano se- guendo la naturale onestà, la cercano essi seguendo la voce e gì' inviti e le promesse di un Dio. Di che parmi non debba nascere maraviglia niuna. E niuna pure né dee nascer da questo, che già avesser gli Stoici stabilite tra loro con tanta con- cordia le regole delle azioni e dei costumi, quan- tunque non per anche stabilita avessero né 1' im- mortalità dell' anima, né la providenza degli Diì. Imperocché per stabilire quelle lor regole mirava- no essi non ad altro che ad una certa immutabi- le e sempiterna onestà; che s' era parata loro di- nanzi con autorità e con imperio, e comandava senza soggezion degli Dii, e voleva esser obedita per lo merito e dignità sua, senza riguardo di pre- mio o di castigo. E se ordinava all' uomo o di sovvenire il compagno, o di mantener fede all' a- mico, o di osservar la promessa, volea eh' egli o- bedisse prima ancor di sapere se premio alcuno dovesse venirgliene, o se il far ciò piacesse agli Dii: i quali Dii non poteano sdegnarsi che l'uGin , --49 seguisse quella imperiosa onestà cui seguivano an- ch' essi; ne sarebbono stati Dii se non P avesser seguila, Qual maraviglia dunque, se seguendo gli Stoici quella sovrana onestà, e in quella sola po- nendo il fine dell' uomo, non credettero aver bi- sogno d' altre qnistioni, le quali potean loro pa- rer belle^ non potean parer necessarie. Né io pe- rò credo che tanto in ciò si allonlassero da' Cri- stiani, quanto alcuni per avventura si immagina- no, imperocché che altro finalmente era quella loro sovrana onestà, eterna, immutabile, necessa- ria, se non se quel Dio stesso che noi adoriamo? II quale essi non conoscevano se non sotto quella tal forma di incommutabile e semf^iterna onestà, senza accorgersi che quella onestà medesima, ol- tre 1' essere incommutabile e sempiterna, fosse an^» Cora conoscitrice di se stessa^ e d' ogni parte per- fetta, creatrice delle cose, onnipotente e beata; di che se avessero potuto accorgersi, 1' avrebbono ri-* guardala come un Dio, nò so se i Cristiani gli a- vesserò di ciò sgridali. Ma essi non conoscendo in quella loro onestà se non una certa sovranità ed imperio, quantunque le altre perfezioni di lei non scoprissero, pur la seguirono, e seguendola segui- rono un Dio senza saperlo; e in ciò si difTerenzia- ron da noi; che noi seguiamo Dio accorgendoce- ne, essi il seguivano senza accorgersene. 25o GAP. VI. Degli aiuti che baggonsi dalla Jìlosofia de' Cristiani per la felicità della vita presente. Dopo le cose fin qui dette, voi potete agevol- mente intendere, signor Conte Gregorio carissimo? che io non posso scorrere il sesto capitolo dell'au- tor Franzese senza contraddirgli quasi in lutto; perchè quantunque io soglia contraddire malvolen- tieri, e già ne sia stanco, pure la cosa stessa mi vi reca. Prende quivi 1' Autor Franzese a persuader- ci che la filosofìa degli Stoici e quella de' Cristia- ni, quanto a ciò che appartiene alla felicità della vita presente, cosi son diverse tra loro e contra- rie, che nulla più. E ciò intende di dimostrare, facendo varie comparazioni delT una filosofia con r altra; le quali comparazioni io seguirò con le mie considerazioni, né mi partirò gran fatto dal- l' ordine che ha dato loro l' Autore istesso. Primieramente, paragonar volendo i precetti del- la filosofia Stoica eoa quelli della Cristiana, ri- duce : primi ad uno solo, il qual si è: Tu cer- cherai la tua felicità a qualunque prezzo. I pre- cetti poi della filosofia Cristiana riduce a quello: Amerai Dio sopra ogni cosa e il tuo prossimo co- me te stesso. Ke' quali precetti, se ho da dir ve- ro, io non veggo tanta contrarietà. Ma prima di venire a ciò, saprei volentieri perchè la somma della filosofia Stoica voglia ridursi ad un precet- to, il qual conviene non agli Stoici solamente, ma a tutti quanti i filosofi. Imperocché qual filosofo 25 r è che non insegni dover 1' uomo cercare la sua felicità a qualunque prezzo? E quindi è che affer- mano tutti 1' ultimo line dell' uomo essere la fe- licità, che vale a dire, dover la felicità anteporsi ad ogni cosa. Kè in ciò si distinguono gli Stoici dagli altri. Ben si distinguono in questo, che do- ve gli altri filosofi ripongono la felicità in altre cose, chi nella contemplazione, chi nel piacere e chi in altro, essi la ripongono nell' onestà so- la. Laonde il precello di dover anteporre a tutto le cose la felicità sua, riducendosi al sentimento proprio degli Stoici, viene a dire che dee ruomo anteporre a tutte le cose T onestà. Il qual precetto non mi par tanto contrario a quello de' Cristiani* Amerai Dio sopra ogni coso, che è quanto dire: Ad ogni cosa anteporrai Dio. Perciocché Dio è r onestà istessa. Ma il Franzese, a render felice la vita presen- te, desidera e vuole la tranquillila dell'animo e le dolcezze dell' amore; le quali crede dover provarsi amando Dio, come i Cristiani fanno; non seguen- l' onestà, come fanno gli Stoici. Ed io dico: Se il Cristiano è tranquillo, perciocché cerca Dio solo, né d'altro cura, perchè non potrà essere tranquil- lo uno Stoico, cercando I' onestà sola, nò curando altro? E so io bene e confesso che la tranquillità del Cristiano sarà più nobile, e più magnifica e più divina, e potrà essere accompagnata da certe dolcezze di cui sou privi gli Stoici, i quali non si vantano nò di rapimenti nò di estasi. Ma altro è che la tranquillità del Cristiano sia [)iù nobile e maggiore che la tranquillità dello Stoico, altro è che lo Stoico non possa sperare tranquillità niuna. Il qual ee non sente quelle interiori soa- TÌlà e quelle languidezze d' amore, avverta il si- gnore di Maupertnis che bene spesso uè i Cristiani pure le sentono, ne anche molto le cercaDo. San- ta Teresa non fu sempre in estasi, né aYrehbe vo- luto esservi sempre, amando meglio di obedire a Dio che di goderlo. Ne io assai bene intendo quello che qui accen- na l' Autor Franzese, cioè che lo Stoico cerca e studia sottrarsi ai mali della TÌla, il Cristiano non ha male alcuno a cui sottrarsi. Ntd che pargli di trovare contrarietà. Ed io all' incontro dico che io Stoico non cerca né studia sottrarsi agi' inco- modi della vita ( che egli non vuol pure chiamar mali ) se non quanto ragion lo chiede: il che si- milmente farà il Cristiano, il quale, chiedendolo la ragione, cercherà benissimo guarir della febbre. Ma qui esce V Autor Franzese con un' altra com- parazione, paragonando insieme la pazienza degli Stoici e la pazienza de' Cristiani, le quali sono rera mente diverse, ed esser debbono, ma non forse tanto, quanto egli vorrebbe. Dice egli dunque, la pazienza degli Stoici non altro essere che un sot- tomettersi ai mali per questa sola ragione perchè non hanno rimedio; laddove la pazienza de' Cri- stiani è un sottomettersi ai mali per conformarsi alla volontà di quel Dio che gli ha disposti. E certo se la pazienza degli Stoici così fosse, come egli dice, ella sarebbe tanto diversa da quella dei Cristiani, che nulla più; ed io la chiamerei la pa- zienza dei disperali; i quali in vero si sottomet- tono ai mali, e gli soffrono per questa sola ragio- ne, perchè non hanno rimedio. Ma chi non sa, la definizione della pazienza non esser questa? E più tosto doTer dirsi che la pazienza sia un abito d; sostenere i mali per modo che non conturbino la ragione? intanto che colui che gli sostiene, né va- namente si dolga, né rompa in querele ingiuste, nò perda il consiglio, anzi abbia F animo presente in ogni avvenimento , e come può, provegga, e quanto può. E quindi è che il paziente non si abbandona, ma cerca i mezzi che la ragione gli mostra per liberarsi dai mali, e destramente gli adopra; e l' adoprargli con presenza d'animo è argomento di piizienza. Comaxendaudo dunque gii Stoici, come e' fecero, la virtù delhi pazienza, ed imponendola agli uomini, altro non vollero se non che dovessero i mali sostenersi per modo che non conturbassero la ragione: e questo voleasi, perchè ia ragione istessa e V onestà lo chiedevano. Ora qnal Cristiano è che d* una tale pazienza si ver- gognasse? Benché il Cristiano aggiungendovi un altro riguardo, la rende più nobile e più prestan- te. Ma chi per questo dirà che la pazienza degli Stoici oppongasi a quella de' Cristiani? Chi dirà che non molto vaglia a confortar gli animi e a ricrearli? E già viene T Autor Franzese ad un'altra com- parazione, mettendo in confronto le speranze clie oflre la tilosoGa degli Stoici con quelle che porge la filosofia de' Cristiani, la qual mostra all' uomo una certa incomprensibile e soprannatnral beati- tudine; e benché gliela mostri di* lontano, comin- cia però egli già da ora in certo modo a goderne, pascendosi intanto della speranza. E certo che a petto d' una aspettazione cosi magnifica, nulla pa- rer ne dee tutto ciò che promette la natura; e non 254 che la filosofia degli Stoici, ma qualunque altra ( foss"* anche quella tanto sublime e divina dei Pla- tonici ) dovrebbe tacersi dinanzi a quella de' Cri- stiani, nò sperar più di potere guadagnar gli uo- mini ne con promesse ne con lusinghe. Percioc- ché qual bene mostrano esse che possa paragonar- si con tanto premio ? Quantunque però ne sia co- sì nobile e così lieta l' aspettazione, e sommamen- te, e più che non può dirsi, vaglia a confortar l' uo- mo e rallegrarlo; vegga tuttavia l' Autor Franze- se di non farne più conto di quello che i Cristia- ni stessi ne fanno. I quali protestano d'esser di- sposti ad operare virtuosamente anche senza una tale aspettazione, di cui non vogliono aver biso- gno perseguir la virtùj e allora solo si sliman per- fetti quando sono così disposti. Con che mostra- no, che quand'anche non fosse in loro la speran- za de' beni eterni, pur sarebboo contenti della vir- tù, e seguirebbero di servir l'onestà, la quale è Dio stesso, paghi di sol servirla. Ed essendo i Cri- stiani di questo animo, non so perchè dovesser burlarsi di quei filosofi, i quali non conoscendo la grandezza de' beni eterni, pur protestarono di voler servire alla sola onestà, ed esser lieti e con- tenti di essa sola. Il che farebbono i Cristiani an- ch' essi, se lor mancassero quelle loro celestiali e divine speranze. Avendo fin qui considerato 1' Autor Franzese la tranquillità particolare e propria di ciascun filoso- fo, passa ultimamente alla pubblica e comune dei cittadini, a cui pargli che nulla vaglia ia filosofia degli Stoici, e vaglia però moltissimo la filosofia dei Cristiani. E certo meo commendabili sarebbon 255 gii Stoici, e molto men che non fanno, vantar si dovrebbono; se, come vuole l'Autor Franzese, nul- la pensassero al ben degli altri; ne seguirebbono abbastanza quella loro immutabile e sempiterna onestà, la qual pur ordina e chiede che si procu- ri il bene altrui, e si conservi, quanto per noi si possa, la società. E so bene che sono oggidì mol- ti, che nulla curando i principii dell' onestà, la società sola riguardano, la qual vogliono esser na- ta non d'altro che dal guadagno e dal proprio co- modo; e cominciando da essa, derivano quindi tut- ti i doveri dell' uomo. Ma io credo che grande- mente si ingannino, e poco onore facciano agli uomini, credendo che sieno venuti in società, mos- si ciascuno dal solo proprio interesse, senza che parte alcuna possa avervi avuto la cortesia. Reca- no ancora con cotesta loro opinione grandissimo danno alla repubblica. Perchè se noi non lasce- remo agli uomini altra ragione di starsi in socie- tà, se non quella dei proprii comodi e vantaggi, qual cittadino dovrà osservare le leggi della sua patria, qualora gli torni conto di trasgredirle, e possa farlo impunemente ? Chi non dovrà uccide- re la moglie e i figliuoli, se gli vengano a noia, e parendogli di poter sfuggire il castigo, non dovrà scannare il fratello ? E sarà ben pazzo colui che spenderà la roba o la vita per salvarla patria; per- ciocché che dee importargli, se, morto lui, tutti i parenti e gli amici e i cittadini tutti andassero in esterminio .'* E che sarebbe, secondo questa bella filosofia, dell' amicizia, la quale se non è fondata nell* onestà, non è amicizia ? Onde si vede quan- te ruÌQe ne seguirebbono alla società istessa, se al- 256 tro vincolo non avesse che quell' amore che ciascun porta ai proprii rantaggi. Di che si vergognano pur alcuni, e propongono un' altra ragione, dicen- do che dee l'uomo anteporre il bene dei cittadini al ben suo proprio, essendo cosa in se stessa mi* gliore, e più degna d' esser voluta, il ben dì mol- ti che il ben d'un solo; ne si accorgono che co- testa loro ragione è pur tratta dall' onestà. Levata la quale, io vorrei ben sapere perchè mi debba es- ser più cara la vita di cento mila uomini che la mia. Intendano dunque i maestri delia società, es- sere, oltre il guadagno, anche qualch' altra cosa prima della società istessa, voglio dire l'onestà; la qual ci inspira e ci invita ad esser socievoli, né ci vieta il guadagno, ma ci impone sopra tutto la virtù. E perchè sono alcuni che mettono in quistione i principi! di questa onestà, e vogliono disputar- vi sopra inutilmente e argomentarvi, benché io abbia ragionato con voi, signor Conte carissimo, su tal proposito altre volte, non credo però di po- terne ragionar troppo; e dico che questi tali, vo- lendo argomentar dei priccipii, mostrano per ciò solo di non intendere abbastanza quello che vo- glia dire il vocabolo. Perciocc'iè principio presso i iilosofi altro non vuol dire che una sentenza, la quale tosto che sia proposta all'animo, non può esso dubitarne, per quanto vi si sforzi. Laonde a scoprire i principii non è altro mezzo né più faci- le ne più sicuro, che quello di chiamare alla men- te varie sentenze, e far prova in noi stessi, se du- bìii.T di tutte possiamo; poiché se n' ha alcuna di cui ijfuliaujo di non poter dubitare, quella sarà principio; se non ne fosse niuna, non sarebbe prin- cipio ninno. Di che si vede che i principii non per argomentazione ne disputando si sco{)rono, ma per interior prova che fa e sente ciascuno in se medesimo. Perchè se tu senti in te stesso di non poter dubitare, eziandio desiderandolo che il lut- to non sia maggiore di qualsivoglia delle sue par- ti, sarà questo per te un principio, che che ne di- cano e vi argomentino sopra tutti i filosofi; il giu- dicio de' quali non dei tu attendere in cosa che hai da sentire in te medesimo, E similmente se venendomi all' animo questa sentenza: Mal fa co- lui che scanna il fratello per torgli un danaio, sen- tirò in me stesso di non poter dubitarne, sarà quella per me un principio; e sciocco sarebbe e degno delle risa colui che volesse mettermi in qui- stione, se io possa dubitarne o non possa, senten- do io pure in me stesso di non {)otere- E (juan- d'anche fossero alcuni i quali dicessero di dubitarive essi, non per questo coauincierei a dubitarne io, non potendo, direi più presto che io non intendo le lor parole, o che essi fingono, e di me si pren- don gioco, ovvero che sono uomini non come me. ma d'altra natura; che in \ero sarian d'altra na- tura tutti quelli che avesser principii diversi dai miei. Egli si par dunque che dei principii non debba poter essere controversia appresso quelli che inlendon la forza del nome; essendo che il nome di principio, come innanzi abbiam dichiarato, vuol dire una sentenza di cui 1' uomo sente in se stes- so di non poter dubitare. Laonde, quanto a rn€. p -rdono il tempo e l'opera in quistinni inutili tut- ti costoro, che volendo sminuirmi V autorità dei Zaxotti, Operette. ir 258 prìncipii, o sieno quelli della scienza e del vero, o sieno quelli dell' onestà e della morale, si inge- gnano e si sforzano di provarmi che io non gli ho impressi nell'animo dalia natura; che mi son ve- nuti dall' educazione e dall' usanza, e the molte nazioni non gli ebbero. Quasi che potessero i prin- cìpii cessar d' esser principii per questo; e dovesse l'uomo, prima di stabilirgli, aver inteso onde es- si ci vengano, se dalla natura o dall' usanza; e aver letto le istorie di tutti i popoli, per veder pure se alcuno mai ne sia stato privo di essi. Le quali ri- cerche se far si dovessero innanzi di stabilire al- cun principio, certo è che ninno mai sene stabi- lirebbe. Ma le sentenze che mi si presentano all' a- nimo, saranno pure principii, da qualunque [larte e per qualunque modo misi presentino, purché io senta in me stesso di non poter dubitarne. Conosco, ornatissimo signor Conte, di essermi fillontanato dal proposto argomento più forse di quello che io dovea; certamenre più di quello che avea in animo/ ma la cosa istessa mi ha tras[)or- talo. Ora però tornando là donde partii, dico, che se la ragione e 1' onestà insegnano agii uomini, e vogliano che l'uno intenda al ben dell'altro, e tutti osservin le leggi e stieno in società, chi potrà credere che gli Stoici, i quali a null'altro miravan che all' onestà sola, fosser poi di parer che dovesse ogni uomo pensar solamente a se stesso, nulla cu- rando il ben degli altri ? E meravigliomi come abbia voluto 1' Autor Franzese imporre ad una setta così illustre una sentenza così inumana . Forse non abbracciaron gli Stoici le virtù tut- te? delle quali quante n'ha che per natura loro 2^9 tendono al ben degli altri! La giustizia, la libera- lità, la mansuetudine, la clemenza, la cortesia sono di questo genere. Oual fu degli Stoici che non sommamente commendasse l'amor della patria? Chi di loro non lodò 1' amicizia? Né a provare il contrario può abbastanza valere un Terso solo di Epiteto, il qual tradotto daU'Au- tor Franzese nella sua lingua, ^icne a dire: Che ' è a te, se il tuo servo è malvagio, purché conser- vi la tua tranquillità? Donde raccoglie l' Autore che volesse Epiteto distogliere il padrone dal pro- curare la bontà del servo; ed io più volentieri raccoglierei che volesse conservargli la tranquil- lità, onde non si turbasse, quantunque studiando di giovare al servo, non gli vefiisse ciò latto. Per- chè come egli disse al padrone ris[)etlo al servo^ similmente per noi direbbesi al maestro rispetto ■Alo scolare: Che è a te, se il disc(:-[)olo non im- para? ed al medico rispetto all' infermo: Che è a lo, se il malato si muore? Le quali parole non Toglion già dire ne che il maestro non debba af- faticarsi per ammaestrare il discef)olo, né che il medico non debba porre ogni studio per risanare 1' infermo; voglion dire, che avendo eglino fatto quanto per lor si pt)tea, se la cosa non va bene, debbono starsi di buon animo, senza turbarsene. Oltre che, quand' anche E[)ilt^to avesse inteso di dir quello che l'Autor Franzese intende. \ olendosi perù giudicare della lilosolia de^li Stoici^ dovea giudicarsene non da ciò che un qualche Stoico peravventura abbia detto, ma da ciò che, seguendo i suoi principii, gli conveniva di dire. I quali [)rin- cipii io certo non intendo come trar possano a quel- la opinione che 1' Autor Franzese attribuisce agli Stoici, cioè che l'uomo non debba curar niente il ben degli altri, essendo quei prìncipii fondali nel- r onestà che a questo stesso ne invita. Vegga dun- que il Franzese di non far qualche ingiuria agli Stoici; la quale non so se soffrissero, benché pro- testino di poter soffrire ogni cosa. Che se la loro filosofia intende al ben comune, e chiama gli uo- mini a società, non per interesse, che è lo stimo- lo degli avari e dei vili, ma per Tirtù, che è la ragione dei valorosi e dei savj, non è poi da dire che sia tanto contraria alla filosofia Cristiana, che fa pur quello stesso. Conchiiuione del Ragionamento. Eccovi, signor Conte Gregorio carissimo, il mio ragionamento, che a voi forse parrà tro{)po lungo, ed io stesso ne ho veramente dubitato nel farlo. Perchè sebbene , parendomi in esso di ragionar con ^o\ con cui vorrei ragionr sempre, pareami d' esser breve, sapeva però gli inganni che fa amore. Il quale se m' ha ingannato, facendomi parer troppo corto quel tempo che io scrivendo, con voi mi tratteneva, spero che vorrà inganna- re anche voi alcun poco, e farvi stimar questo scritto o men lungo, o men cattivo di quel che è. E perchè amore non così di leggeri suol conten- tarsi, spero che egli vi indurrà ancora a voler dir- mene il parer vostro, avvisandomi de' miei errori; e farà dimenticarvi che voi siate stato una volta mio discepolo, o più tosto farà che ricordandovene, vi ricordiate altresì quanto poco conto io facessi 2^1 fin d'allora delle mie opinioni; le quali poi in processo di tempo mi son qnasi venute a noia. Tanto meno dovete voi dubitare ora di mutarle e. letta la presente scrittura, come saremo insieme, dirmene liberamente il giudicio vostro, e mostrarmi i luoghi ne'quali non avrete potuto convenir meco. Io mi rimarrò in questa villa finche l'aria seguirà di giovarmi, o piuttosto finché potrò sostenere il desiderio di rivedervi. INDICE vvertimento del Tipografo . . . Pig. in Notizie Bi(^grafiche v v Ai leggili ori -^^ 5 Prefazione dell'Autore ;» i o PARTE PRIMA DELLA. FELICITÀ. GAP. I. Come dicasi la felicità essere il fine ullinio Pag* 28 CAP. li. In che consista la felicità . - . i^ 5o CÀP. III. La felicità non è posta nel solo pia- cere -"^ 3i CAP. IV. La felicità non è posta nella sola virtù '«52 CAP. V. Come dicasi la felicità esser j)nsta nel' la contemplazione •> 38 a62 CIP. VÌI. La felicità civile è posta principal- mente ueir esercizio della virtù . . . Pag. 4^ GAP. Vili. Se possa uno essere più Jelice di un altro «4^ CAP. iX. Delle varie maniere di beni . . w 4^ PARTE SECONDA DELLA VIRTÙ MORALE IN GENERALE. GAP. I. BdV onestà » 48 GAP. II. Delle leggi n 02 CAP. III. Dell' azion virtuosa » 54 GAP. IV. Dell' azion volontaria . ... « 55 CAP. V. Dell' azicti libera * ^9 GAP. VI. Che cosa sia la virtù . ...» 61 GAP. VII. Qual sia il soggetto della virtù e d" alcune proprietà di essa ■" 63 GAP. Vili. Della materia della virtù . . « 65 GAP. IX. Se le passioni sieno cattive di lor na- tura •» 68 GAP. X. Se la virtù sia posta in un certo mez- zo tra V eccesso e il difetto « 72 GAP. XI. Di qual maniera sia il mezzo in cui sta la virtù, e come sieno cattivi gli e- stremi . . ■>! 74 GAP. III. Se possa essere un'' azion indiffe- ì'ente « 76 PAPiTE TERZA DELLA VIRTÙ MORALE IN PARTICOLARE. GAP. I. Della divisione della virtù . . . »• 79 Gap. II. Delle definizioni delle virtù . . ri %i GAP. III. Della fortezza o 85 Gap. IV. Della temperanza «87 GAP. V. Ddla liberalità « 88 GAP. VI. Della magnijicenza "89 GAP. VII. Della magnanimità "9^ GAP. Vili. Della modestia « 92 263 ChV. IX. DeJIa mansuetudine. . . . Piig. if> GAP. X. D'ila verità %i /Vi GAP. XI. i>r//^; ^cnlilezza -^ fj8 CAI*. XI i. Della piacevolezza "" fj9 GAP. XIII. Della giustizia « loo GAP. XIV. Se aifcndosi una virtù s'' abbiano tutte *i io8 GAP. XV. Delle colpe e de' vizii . . . . « 112 PARTE QUARTA DELLE VIRTÙ INTELLETTUALI. GAP. I. Che cosa sia virtù intellettuale, e qua^ le il sn^i^etln di essa e qmd la materia . '■> 1 i5 GAP. II. Che la virtù intellettuale e necessa- ria alla felicità . , 11 1 j/j GAi"'. III. Divisione della virtù intellettuale, v, 118 GAP. IV. DelVintellctlo ^^ 120 GAP. V. Della scienza » 127 GAP. VI. Della prudenza "129 GAP. VII. VeWarte « )54 GAP. Vili. Della sapienza « i3G PARTE OUirsTA DI ALCUNE QUALITÀ DELl' ANIMO CHE N0.\ SONO NÉ VIZII NE VIRTÙ. GAP. I. Nota delle qualità di cui vuol trat- tarsi t) i4o GAI*. II. Della virtù eroica n ì^i GAP. III. Della continenza « i4G Gap. IV. Della tolleranza • 1^9 GAP. V. Della verecondia » i5o GAP. VI. Dello sdegno w i5i GAP. VII. DeW amicizia » i53 GAP. Vili. DeW amicizia che nasce dalV uti- lità fi i56 GAP. IX. DeW amicizia che nasce dal pia- cere « i58 CAP. X DcWamicìzìa cheTiascedalla vìrtà.V'dg. iGo Gap. X!. Z^' alcune senfenze intorno ali" a- micizia 15 162 CAP. XII. D"* alcune quistioni intorno ali" a~ micizia -ìì 168 GAP. Xill. Di alcune qualità che si accosta- no alla natura dell' amicizia « 175 Della be>evole^za w ìt> Dell' AM^'RE « 174 Della c"z\ ■» 17G Della ghatitudine ^ " ^77 Dell' amor di se stesso » 178 GAP XÌY. Del piacere '. i8'i GAP. XV. Se il piacere sia per se stesso un bene t» i85 GAP. XV!. Se il piacere sia V ultimo Jine . -a 188 GAP. XV li- Del desiderio della felicità . t> 192 GAP. XV] II. Della felicità ^ 202 Magionantento sopra un libro Jranzese del signor di Maupertais » 2i5 GaP. I. G/je cosa sia felicità tj 2:8 GAP. il. Se nella vita delVuomo pia sieno i beni che i mali ■» 225 GAP. Hi. Dalla natura dei piaceri e dei dis- piaceri ts 23l GAP. iV. Dei mezzi di accrescere la felicità, n 259 GAP. V. Della Jìlosojirj de^li Stoici. . . -ii ^^i GAP. VI. Degli aiuti c'ie trag^onsi dalla Jilosojia de^r.risiiani per la felicità della vita pre sente. -n 25o Conchiusione del Ragionamento . . . . n 260 FINE. -i BIBLIOTECA CLASSICA I T A r. I A IN A DI SCIErsZE, LETTERE ED ARTI DISPOSTA E IL] ASTRATA DA LUIGI CAREER. Classe V. — Vol. IH. u LA REPUBBLICA FIORENTINA E LA VENEZIANA DI DONATO GIANNOTTI. VOLUME UNrCO. VENEZIA. co TIPI DEL GONDOLIERE. M DCCC XL. AI LETTORI LUIGI CAHIIER. A, -Ile generalità de' prlnclpli conseguitano le par- licolarità storiche, dalle quali sono i principi! stessi confermati, se giusti. Ed ecco che il GiannoUi mi por- ge bellissima opportunità di secondare quest' ordine naturale de' nostri ragionamenti co' suoi due libri del- la Repubblica fiorentina e della veneziana, onde si com- pone il presente volume. La descrizione precisa e minuta de' modi onde fu- rono ordinati alcuni governi, che, o durarono, come il veneziano, oltre ogni ordinaria misura di tempo 5 o eoa frequenti e dolorose perturbazioni non ebbero che vita fugace, come il fiorentino j torna di utilità somma a chi sappia trarne le opportune conclusioni, opposte nella natura, ma uniformi nel fine. Poiché sì dalla di- mostrazione delle cose che si hanno potentemente a fuggire, e sì da quella dell" altre che si hanno studio- samente a cercare, se ne traggono i fondamenti di retto giudizio intorno al migliore reggimento degli sta- li. Dirò anzi che per (juanlo fosse perfettamente con- VI dotta la dimostrazione in uno dei due modi surriferitij non se ne avrebbe mai il buon effetto che si produce dalla contrapposizione dell'* uno all' altro. Cosi vedia- mo, pur troppo, nella realtà delle cose allora farsi nel suo pieno sensibile la bontà di una prospera condizio- ne, quando ci troviamo piombati nella contraria, e ri- sorgendo da questa, ne possiamo più efficacemente intendere la gramezza. Il possedimento della felicità a lungo andare attuta il senso del piacere, e similmente r abituatezza nelle sventure assopisce quello del dolore. Da pochissimi altri poteva farsi ritratto tanto ve- ro e credibile delle condizioni di un popolo come dal Giannottij il quale succedette al Machiavello nel mal- agevole uffizio della segreteria, e il tenne in tempi diffi- cilissimi alla patria e agli amatori di essa. Le sue dottri- ne politiche, lontane dalla cupezza di quelle di Niccolò, non sono meno profonde, almeno per chi sappia di- stinguere il profondo dal cupo. Non intendo già para- gonare con questo fra loro i due ingegni, e so bene che il Machiavello ha in questo genere di sapere seg- gio altissimo e solitario 5 parlo della utilità delle dot- trine, specialmente nella loro acconcezza particolare al popolo e alla città per cui furono destinate. E non meno del Machiavello fu ornato il Giannotti di let- tere squisite, amando e trattando fino da giovinetto le muse latine 5 quindi proceduto cogli anni, e acco- statosi a quanti fiorivano nella sua patria per eccelleu- VII ti stufili, diede ad essi e da essi ritrasse aiuti al com- porre 5 come, a tacer del resto, può vedersi dalla sua corrispondenza col Varchi. E ben gli vennero oppor- tuni, anzi dirò necessarli, questi sludii nelle sventure, che, ad una con quanti ebbe magnanimi concittadini, il colsero dopo la disfatta repubblica. Lo accompagna- rono questi studll neiresUio, al tempo in cui, cessando dalle puljbliche incumbenze, dettò il più e il meglio delle sue opere 5 e gli diedero aggiugnere alla fama d' il- libalo cittadino l'altra di scrittore insigne. Non vi ha parte del sapere nella quale non influi- sca potentemente la rettitudine dell' animo 5 ma nello storico e nel politico è meglio evidente che nel resto la necessità di essa rettitudine. La veracità e la pru- denza indispensabili a siffatti scrittori, di maniera che ogni allro pregio di gran lunga rimansi addietro, ne vanno indebolite ed intorbidate, non solo dalia fal- sità de' generali principil, ma ben anche dagli empiti della passione. E sebbene un tale discorso potrebbe credersi riferibile per molti capi anche agli scrittori di cose morali, non fa tanto al proposito d' essi quanto degli storici e de' politici, essendo in questi le applica- zioni delle generalità sopra cose di più stretto e vicino legame co' particolari casi e sentimenti di ciascheduno. E però il trovare nelle storie, che la virtù predica- ta dal Giarmotti ne' suoi libri gli risiedeva nelP ani- mo, e fu da lui presa a consigliera e compagna dello vili proprie deliberazioni per quanto visse^ è im[iorlante comento alle sue opere, e conforto grande a chi si fa a leggerle. I tempi funestissimi ne' quali visse, e il ri- bollimento di tante opposte e gagliarde passioni nelle quali e' si trovò co' migliori spiriti fiorentini travolto e agitato, poterono per avventura far sì, che alcuna volta prendesse di due partiti il men acconcio, o, cre- dendo ascoltare i consigli della prudenza, quelli udisse dell' altrui individuali opinioni 5 ma non è di ciò che intendiamo parlare : sì della illibatezza delle intenzio- ni, alle quali, ove pure non apparissero da se insuf- ficienti le accuse immaginate dall' astuta slealtà del Guicciardini, e consentite dalla paurosa perplessità del Segni, sono efficace conferma il bando continuato tut- ta la vita, la povertà, il decoro degli studii, e l'amicizia immutabile d' uomini sapienti; incontaminati, e con- cittadini. Fanno ritratto bellissimo della sua anima i due trat- tati che diamo in luce novellamente, e così uniti come sono, s'illustrano a vicenda mirabilmente, oltreché per la ragione che ho accennata sul principio, per le con- dizioni dello scrittore. Che se può credersi potervi avere in quanto egli scrisse della Repubblica fioren- tina alcun vestigio degli umori, che ardenti mentre lo stato durava tuttavia ed egli n' era il segretario, non potevano essere, se sopiti, del tutto spenti nel cuore dell'esule j questa credenza non ha vigore per l'altro IX libro eh' egli compose della Repubblica veneziana , quando non si voglia pensare che la gratitudine dello ospizio avesse a farsi consigliera di menzogna. E inti- tolando quest'altro libro al fiorentino Francesco Nasi, lodatissimo da' contemporanei, oltre che per dolcezza di costumi, per alti e magnanimi pensamenti, sembra che tolga luogo anche a sifUitta supposizione. Un mirabile accordo d'altra parte, e qui sta il più valido argomen- to delia onestà dello scrittore, si vede in quanto ei det- tò, sia eh' egli ne lo destinasse alla stampa, o che il lasciasse correre manuscritto. Da per tutto quel ripo- sato modo di giudicare, che venendo cogli ultimi anni può stimarsi cagionato non d' altro che dalla infelice esperienza, ma che tenuto fino dai primi, si mostra con- naturale air uomo, e ad esso consigliato dalla propria guisa di ragionare. Bensì nell'ultimo tempo le sue sentenze acquistarono alcun che di più malinconico, e quanto ei dice è con voce d'uomo che teme non ave- re chi l'ascolti, se non forse per investigare le cagioni onde fu mosso, e dargliene biasimo. Di che recherò ad esempio la bellissima scrittura indiritta a Paolo III, ove della pace dolorosa d'Italia in quella stagione è parlato con senno molto notabile, e della sua durazione ali. ga a motivo il fare probabilmente i potentati d'allora non (/nello che detta la ragione, ma (/nello che sogliono Jave la più parte degli nomini^ i (/ualivivono a benefi- cio del tenijìo. E più sotto, di questi uomini slessi, che X vivono a giornate, si dice, ch'essi quando veggono po- terne passare alcuna quietamente, non pensano a quella che deve succedere: tanto sono de' pericoli, de' disagi, degli spendii e d^ ogni altra molestiafuggitorif Così in sul fine di essa scrittiirajla quale, pubblicata da soli venfanai, è nobilejC ingegnosa, e meritevole che si legga 5 e paragonata a quelle consimili del Machiavel- lo, non cede loro punto, specialmente considerato il profitto della pratica ( Giannotti, Opere. Pisa, Ca- purro, Tol. Ili, face. 67 a 146). Solo ch'egli temeva (considerabile molto anche questo timore), che il suo studio d' investigare nelP avvenire avesse ad essergli imputato a colpa perchè essendo in misera Jortuna collocato, non potesse sì gran male, o alcuno sì gran bene avvenire eh' egli potesse della malignità o bon- tà sua partecipare ( face. 69 ). E non pertanto quan- to egli scrive è, come si disse, sapientemente ideato, e degno di particolare considerazione. Della lingua e dello stile di questo scrittore, doti preferibilmente osservabili nella nostra raccolta, sareb- be soverchio il discorrere la bontà, perchè consentita universalmente, e da più d'un secolo. Avvertirò solo alcuna proprietà di questi libri, paragonati con quelli di altri scrittori, che trattano consimili materie. Tra le quali proprietà parmi in principal grado sensibile cer- ta dignità riposata, molto naturale ad uomo che discor- ra di cose da esso maneggiale, e che furongli per più XI anni faralliari. E che nel suo dettato v'avesse aà esse- re molta cura, ben si può presumere da chi legga nella lettera, seconda delle stampate, eh 'egli indirizzò al Var- chi, il tacciare eh' ei fa la poca cultura in questo con- to del Guicciardini. Ma gli ornamenti non tolgono agevolezza e spontaneità al suo discorso, come quello, che per elaboralo che fosse, ritraeva, come s' è detto, delle abitudini della sua vita. E se non fosse che al- cune idee si hanno da certuni per sottigliezze o per sogni, vorrei anche soggiugnere che la dignità dello stile del Giannolti, in quanto compagna ai degni con- cetti dell' animo, aveva ad apparire non poco diversa da quella degli scrittori intenti ad inverniciare le bu- gie, o a palliare la viltà di eleganza. Ma di ciò basti, e veniamo, secondo il solito, alla scelta dell' edizioni. Doveva la Repubblica veneziana, anziché d'un so- lo, com'è, comporsi di tre dialoghi, secondo è fatto cenno nel proemio; ma pare che all'autore, mi giovo delle parole del Rosini, mancasse o il tempo, o la vo- lontà di condurre aljinc il secondo ed il terzo. For- se anche molte cose, che aveva disegnate per inse- rirsi in quelle, ebbero luogo neW opera seguente. Vide la luce la prima volta essa Repubblica veneziana nel 1 540, colle lodate stampe romane del Biado, e fu riprodotta dal Grifio frent'anni dopo. Da indi le ristampe veneziane si accrebbero colla compagnia del- la Venezia del Confarini, oi a molti 4 LA REPUBBLICA FIORENTINA. iillii di frullo e diletto cagione, dico, poiché da me slesso mi costringo a dirlo, che io ho ferma opinione, che questa mia fatica, siccome al presente porge al- l'animo mio qualche tranquillità, così non sia molto lontano il tempo nel quale ella possa agli altri qualche utilità recare. E avendo tale opinione, ho deliberato ragionare, in che modo si possa in Firenze temperare un- amministrazione, che non si possa alterare senza estrema forza estrinseca. Perchè egli non è dubbio alcuno che i due governi, che nell' anno mdxii e MDxxx con tanta violenza furono guasti, erano pieni di difetti j de'quali se fossero mancati, non potevano in modo alcuno ruinare: la qual cosa è manifesta, perchè alla rovina del primo bisognò un esercito spaguuolo, il sacco di Prato, la furia di papa Giulio, la reputazio- ne della lega fatta contra il re di Francia, la rovina di quel re in Italia, e la negligenza dei più reputati citta- dini della città. Alla rovina del secondo fu necessario, che concorresse il consenso di tutti i principi cristiani 5 bisognò che fosse un papa autore della roTÌna di esso, col quale la città non potesse far conyenzione alcuna, se non dandogli quello per che ella combatteva, cioè la sua libertà ; bisognò, che dal suo capitano fusse con gran vitupero de' soldati italiani tradito, e che chi era capo di esso, non sapesse, ne avesse animo a punire la sua infedeltà. E non sariano state tutte queste cose sufficienti a rovinarlo, se i più ricchi e più stimali cit- tadini non fussero stati fuori della città, parte operan- do quello potevano per la rovina di essa, per soddisfare al papa, parte stando lontani così dalla difesa, come dair jfl^^sa. Laoiide agevolmente puj conghietturare LIBRO PRIMO. 5 chi bene considera, che se in Firenze si ordinasse un governo che ragionevolmente dovesse a ciascuna sor- te di cittadini piacere, saria la nos'.ra cltlà più che al- cun' altra d' Italia felice, per non potere mai venire l'orza alcuna esterna sì grande, che da essa, senza il disfacimento di tutta Italia, potesse essere superala. Per la qual cosa dovrebbe ciascuno estremamente deside- rare in Firenze una cosi fatta forma di reggimento,' e voler piuttosto vivere con minor grado in un gover- no che si potesse perpetuo giudicare , che con mag- giore in un altro, che tutto giorno fusse alle mutazio- ni esposto. Perciocchi'; in quelle città, dove frequen- temente si fa mutazione di governo, ciascuna sorte di cittadini patisce, perchè quella parte che in un* am- ministrazione vive ricca e onorata, nelP altra vive po- vera e abietta. Tal che niuno è che possa dire, che le mutazioni dello stato gli sicno fruttuose, perchè queir acquisto che si fa nelF una, è ricompensalo col- la perdita che si fa nell' altra. Egli è ben vero, che nella città nostra sono alcuni, a" quali la conversio- ne della repubblica nella tirannide è stata di tanto fruito, che il disfacimento poi di cjuella non è stato di molto detrimento, la qual cosa è avvenuta per inso- lito e rarissimo accidente 5 imperocché quella tiranni- de che succedette alla prima rovina della repubblica, venne in tanta altezza per il nuovo pontificato di Leo- ne decimo, che ella potette senza rispetto alcuno qua- lunque le era grato, con ricchezze e dignità, (juan- to le piacque, esallare. E (jiiesti così ricchi ed onorali divenuti non sentirono mollo danno nel governo che alla tirannide sopraddetta succedette; perchè non do- 6 LA REPUBBLICA FIORENTINA. po molta sua vita, fu da potentissimo assalto vinto, al quale se avesse con vittoria potuto resistere, prove- rebbero oggi di che sapore sieno le mutazioni degli stati : perchè miseramente perduta la roba e la patria, andrebbono per il mondo con gran vituperio disper- si, e con tanta minore speranza di ricuperare le cose sue, quanto maggiore difficoltà è rovinare una repub- blica, eziandio male ordinata, che un governo tiran- nico e violento. Doyriano adunque tutti i cittadini de- siderare uno stato pacifico e quieto 5 quegli che hanno tratto frutto della tirannide, per non avere a patire quelle miserie le quali vedono agli altri sopportare 5 quegli che ora patiscono, per non aver più a provare quelle calamità dalle quali sono al presente cruciati. E perchè chi desidera le qualità del presente reggi- mento, nel quale chi è oppressalo, senza dubbio è pronto alla ruina di quello, e chi si trova in florido stato, avendo, per li modi tanto straordinarii di tale amministrazione, cagione di temere che la sua gran- dezza non divenga insopportabile, non la debbe con minor desiderio aspettare, agevolmente può compren- der la mutazione sua propinqua, la quale tanto più s"* appressa quanto maggiori sono le stranezze e spa- . venti fatti contro a tutti i cittadini. Perchè questi così fatti modi fanno che ciascuno, dimenticati gli odii par- ticolari, dalle mutazioni passate generati, si volge con tutta la sua ira e furore contro al tiranno, la cui po- tenza reca a ciascuno tanto spavento e paura, che per liberarsi da così fatto terrore, tosto che qualche occa- sione di recuperare la repubblica si scoprirà, ninno dovrà essere che non sia presto e pronto a pigliarla, UBRO PRIMO. 7 siccome avvenne al tempo del duca d'Atene il quale essendo stato chiamato in Firenze per posare le dis- sensioni civili, venne in desiderio di farsi signore as- soluto; e poiché egli ebbe in parte mandato ad effet^ to il suo pensiero, e volendo più oltre procedere, non gli fu dai cittadini permesso, i quali deposti gli odii civili, tutti unitamente furono pronti alla rovina di quello. Ma perchè al presente ninno è che possa co- noscere qual sia l' intenzione di chi è padrone della presente tirannide, vedendo levali i magistrati, ediQ- care fortezze, comandare a ciascuno imperiosamente, e tener forma di signore, credo fermamente, che a cia- scuno dolgano gli occhi e scoppii 'l cuore a vedere e considerare si estrema violenza in quella repubblica, la quale ha insegnato a tutta Italia, come si devono difendere le città, e tolto F ardire a tutti i barbari di saccheggiare e predare ogni cosa 5 e aspetti con gran- dissimo desiderio^, che Dio privi cjuesta tirannide di quei favori che l' hanno in tanta altezza condotta, per non mancar poi alla patria di quell' aiuto che potrà darle. E perchè di ciò, mentrechè io scrivo, se ne ve- de qualche segno, però di molto miglior volere son d' animo di seguitare T ordita impresa, pensando che il tempo sia propinquo nel quale ella possa qualche frutto partorire; perciocché senza dubbio, se la pre- sente amministrazione si dissolvesse, si tornerebbe su- bito al governo passalo, e forse in qualche parte si fa- rebbe peggiore, siccome avvenne nel mdxxvii nel qual tempo essendo ritornata la forma del vivere civile, e dovendosi correggere, se alcuno errore era nell' am- ministrazione, che fu rovinala nel mdxh, fu fatto Pop- 8 LA REPUBBLICA FIORENTINA. posilo 5 perchè fu tolto via l' ordine di fare il gonfa- loniere a vita, il quale era ottimo e utilissimo alla cit- tà, siccome noi al suo luogo dimostreremo, e ninno errore fu corretto, non avendo quei venti cittadini, i quali furono creati nel consiglio grande con autorità di correggere e temperare quella repubblica, saputo, ne correggere, ne ordinar cosa che fusse di momento alcuno. Temendo io adunque, che in un' altra muta- zione non si ricaggia ne' medesimi errori, e parendo- mi quasi vedere la mutazione presente, mi sono mosso a speculare e scrivere che forma di governo si possa introdurre nella nostra ciltà, la quale possa piacere u- niversalmente a tutti i cittadini di qualunque sorte essi si sieno, tal che tutti vivano quietamente senza timo- re, senza odio, senza sospetto, amando, difendendo e innalzando con tutte le sue forze la comune libertà e civile governo. E quantunque tal materia richieda per l'altezza sua maggiore ingegno e giudizio, che il mio non è, non resterò per questo di comunicare agli al- tri, se leggendo, o praticando ho trovato o in leso cosa alcuna che io giudichi alla città profittevole j e se tut- ti quei che per la loro prudenza e dottrina ciò far possono, i quali pure sono assai, si saranno in tal ma- teria affaticati, non ho dubitanza alcuna, che non s'ab- bia a trovare perfettamente quello che cerchiamo, to- gliendo da chi una cosa e da chi un'altra, tanto che si componga quell' amministrazione, che da ciascuno deve esser desiderata, e per condurla a perfezione, o- gni fatica presa. Ma tornando al proposito dico, che per il [)recedente discorso è manifesto, che tre cose ci hanno indotto a scrivere della repubblica fior entina LIBRO PRIMO. g cioè, il voler dilettale me medesimo, il veder la rovi- na delia presente tirannide propinqua, e la necessità di correggere i mancamenti dei due passati governi. Né volendo sopra la prima e seconda allro che quel- lo che è detto ragionare, resta che poscia che io a- vrò disputato di quelle cose le quali ò prima neces- sario considerare, siccome nel seguente capitolo si ve- drà, sopra alla terza alquanto m' allarghi, mostrando di che sorte fussero gli sopraddetti mancamenti, e di quali e come fatti disordini erano cagione, acciocché ciascuno, conosciuti chiaramente tali difetti, o egli per benefìzio della città pensi, o insegni in che modo si possano, e debbano correggere, e non essendo a ciò sufficiente, si renda facile ad ascoltare ed accettare le correzioni che da altri fussero trovate, e, per fare in qualunque sua parte la repubblica perfetta, a tutti co- municate. Capitolo IT. Del modo del procedere. Gli antichi savi, che hanno de' governi delle re- pubbliche trattalo, considerando che repubblica non è altro- che ordinazione della città, [•riniieramenle hanno dichiarato, che cosa sia città, e di quali, e co- me fatti membri sia composta. E perchè città è una certa comunità al ben vivere degli abitanti ordinala, hanno detcrminato quiili cose deono essere a tutti comuni e quali privale. Venendo poi all' ordinazione della repubblica, per mostrare chi abbia a essere par- *— =ne degli onori e delle fatiche universah della città. IO LA. REPUBBLICA. FIORENTINA. hanno chiarito quale sia quello che si debba cittadino chiamare 5 e finalmente dopo molte altre particolari con- siderazioni, alle forme delle repubbliche sono perve- nuti, ed è stata la loro considerazione non particolare, ma universale, perchè non si sono diretti a una sola cit- tà,anzlper la grandezza dell'ingegno e virtù loro hanno compreso tutti i governi che in tutte le città si possono introdurre: ma la nostra intenzione è di trattare sola- mente del governo della nostra città, non solamente perchè innanzi all'altre cose ciascuno è alla sua patria obbligato: ma perchè ancora abbracciandosi gran fa- scio, non saria poi possibile che fosse dalle forze del mio ingegno sostenuto. E perchè il subietto, sopra il quale vogliamo fare la nostra considerazione, già è sta- bilito e fermo, non è mestiero distendersi sopra quel- le cose le quali abbiamo detto essere state dagli anti- chi considerale, perciocché l' animo nostro è di mo- strare, che forma si convenga a quel subietto, quale egli si sia, e però non è necessario disputare che cosa sia città 5 perchè ciascheduno vede, che Firenze è una comunità di abitanti distinti in poveri e ricchi, nobi- li e ignobili, ambiziosi e abietti, non bisogna deter- minare, quali cose debbano essere comuni, e qut.iì private, perchè questa parte è stata dagli stessi abitatori spontaneamente ordinata 5 né anche è mestiero di mo- strare, che cosa sia cittadino, perchè noi vogliamo che colui sia cittadino tenuto, che è così, secondo la co- mune usanza, chiamato j e chi cercasse queste parli al- terare, saria per la difficultà della cosa la sua fatica vana e non profittevole. E adunque il subietto no- stro|la città di Firenze tale, quale ella è, nella quale LIBRO PRIMO. I I vogliamo introdurre una forma di repubblica conve- niente alle sue qualità, perchè non ogni forma con- - viene a ciascheduna città, ma solamente quella la quale puote in tal città lungo tempo durare. Perciocché sic- come il corpo prende vita dall' anima, così la città dalla forma della repubblica, tal che se non è conve- niente tra loro, è ragionevole che T una e T altra si corrompa e guasti, siccome avverrebbe, se un' anima umana fosse con un corpo di bestia congiunta, o un'a- nima di bestia con un corpo umano 5 perchè T uno darebbe impedimento all' altro, di che seguirebbe la • corruzione. Primieramente adunque noi investighere- mo qual forma di repubblica si convenga alla città di Firenze, e per trovar ciò, noi disputeremo delle spe- cie delle repubbliche, esaminando quale si debba ot- tima reputare, e come fatte sono quelle città che ne sono capaci 5 e venendo a Firenze mostreremo esser subietto capacissimo d' un bene ordinato governo. Secondariamente andremo discorrendo tutti i manca- menti e difetti i quali erano nelle due passate ammi- nistrazioni. Dopo questo introdurremo la nostra re- pubblica, riparando a lutti quc' mancamenti che sa- ranno da noi stati trovati e discorsi, nella qual cosa non altereremo molto i modi e costumi del viver fio- rentino; siccome anco fanno i prudenti architettori, i quah chiamali a disegnare un palazzo per edilìcare sopra i fondamenti gettati per 1* addietro, non alterano in cosa alcuna i trovali fondamenti, ma secondo le qualità loro disegnano un edificio conveniente a que- gli 5 e se hanno a racconciare una casa, non la rovina- no tutta, ma solo quelle parti che hanno difetto, ed k 12 LA REPrBBLICA FIORENTINA. air altre lassate intere si vanno accomorlando. Ultima- mente mostreremo con che armi, ed in che modo, ordi- nata la nostra repubblica, dagli assalti esterni si possa render sicura, e ponendo fine a tutta la presente ope- ra, discorreremo quali occasioni e quali mezzi si ri- cerchino all' introdurre quello, se non ottimo, il quale in ogni tempo e in tutto il mondo fu sempre rarissi- mo, anzi più presto desiderato, che \eduto, almeno buono e durabile governo, sotto il quale così il po- vero, come il ricco, il nobile, come P ignobile possa la vita, che Dio e la natura gli dona, felicemente pas- sare. Capitolo HI. Delle specie della repubblica, e di quella che è ottima. Non solamente i filosofi, ma eziandio alcuni di que- gli che scrivono le cose fatte da' principi e repubbli- che, dicono esser più forti d' amministrazione, e di quelle alcuna esser buona, alcuna rea e malvagia, e dal fine delle città conoscersi la bontà e malvagità lo- ro. Il fine delle città non è altro, che il ben vivere co- mune degli abitanti 5 perciocché non per altra cagione gli uomini insieme da principio si congregarono, se non perchè separati V uno dall' altro non potevano in modo alcuno la vita loro difendere e mantenere .-per- chè la natura, quando fece 1' uomo, intendendo fa- re una comunità, dove l'uno potesse all'altro giovare, non gli dette sufiìclenli mezzi, come agli altri animali, al poter vivere dagli altri separato ; e di qui nasce che noi diciamo, che l'uomo solitarioj o egli è Dio, J LIBRO PRIMO. I ù o egli è bestia, perdiè potcìulo vivere dagli altri sepa- ralo in solitudine a guisa di bestia, il che non può far V uomo, bisogna dire, o che sia di quella sorte, o che abbia una potenza maggiore, che umana, cioè, che sia Dio: ma non è mestiero distendersi sopra tale mate- ria, perchè diffusamente è provata da Aristotile, dal quale io, come da uno abbondantissimo fonte che ha sparso per tutto 'l mondo abbondantissimi fiumi di dottrina, ho preso tutti i fondamenti di questo mio breve discorso. Diciamo adunque, che il fine di tutte le città sia il ben vivere universale degli abitanti. A questo ben vivere concorre moltitudine d' uomini maggiore o minore, secondo la natura del paese, dove la città è situata 5 e perchè sempre ovunque è molti- tudine nasce disordine e confusione, fu necessario trovar modo e regola per la quale ciascuno del ben vivere fusse fatto partecipe. Questo modo o regola è quello che noi diciamo e chiamiamo repubblica, la quale è una certa instituzione.^ ovvero ordinazione de- gli abitatori della città. Questa ordinazione qualunque volta è al bene comune diretta, è utile e buona, per- chè va al fine suo proprio e naturale; ma quando si volge al ben privato, è dannosa e malvagia, perchè' da quello a che è ordinala, si discosta. Ma perchè questa parte meglio s" intenda, voglio pigliare un altro prin- cipio, per il quale si vedranno le specie delle repub- bliche buone e malvage, e finalmente a quell'ottimo fine che noi cerchiamo si perverrà. Di tutte quante le repubbliche, dico quelle che sono semplici, e non miste, come meglio di sotto si vedrà, il reggimento, o vogliamo dire animinislrazionej o ella è appresso di GUinnotti. a l4 I-A REPUBBLICA FIORENTINA. uaoj o di pochi, o di Qiolli , quando dunque quel- la uno o quei pochi o molti seguiranno il bene co- mune, le loro amministrazioni deono essere buone reputale 5 ma quando seguono la privala utilità, dan- nose e malvage. Quando un solo è capo del reggimen- to, e tende al ben comune, chiamasi tale amministra- zione regno 5 quando governano i pochi, e seguitano il medesimo fine, amministrazione d' ottimali, i quali così si chiamano, perchè sono d'utlima virtù ornati, o veramente perchè seguitano quello che è ottimo alla citlàj quando i molli son capo del reggimento, e se- guitano la pubblica utilità, chiamasi la loro ammini- strazione propriamente repubblico. Queste tre spe- cie di reggimento nascono da questo, perchè in ciascu- na città, o egli si trova uno che è virtuosissimo, o pochi, o molli virtuosi. Dove si trova uno, che tutti gli altri di virtù avanzi, quivi è ragionevole che na- sca il principato regio, perchè naturalmente, come prova Aristotile, colui deve agli altri comandare che è di maggiore virtù ornato, il che si vede nel principato naturale e dell'universo. Il principato naturale è quel- lo, dove quella cosa possiede il principato, che è più virtuosa, come negli animali il cuore, il quale, secon- dochè dicono i fisici, è il principal membro, {)erchè da esso viene la virtù in tutte le parti del corpo. Il principato dell'universo è retto da un solo, e sopra tutti gli altri ottimo governatore, cioè da Dio. Laon- de imitando P arte la natura, è onesto che chi è vir- tuoso, tenga il principato 5 e chi considera bene, può vedere che anticamente il regno fu dato a quegli che erano reputati virtuosissimi, non essendo ancora nel LIBRO PRIMO. l5 mondo ambizione alcuna. Né erano questi re con al- cuna legge moderali, perchè saria stata cosa assurda moderare con leggi chi è alle medesime e ad altri moderamento e legge. Dove sono i pochi virtuosi, quivi nasce Io stato di ottimati: il regno non vi può essere, perchè essendo governalo il regno da un solo, il quale la virtù degli allri eccessivamente avanza, presupponendo la virtù ne'pochi, vengo a presup[)or- re non trovarsi tra costoro un così fatto : e per la me- desima ragione non vi può essere la repubblica, per- ch'' non è onesto che i molti non virtuosi comandino e governino quegli che sono virtuosi : ma dove i molti sono di virtù ornati, quivi nasce quella terza specie di governo chiamala repubblica, la quale amministrazio- ne si è trovata in quelle città che hanno virtù milita- re, la quale è propria della moltitudine. Sono queste tre specie buone perchè tendono al ben comune, che è il fine delle città, come di sopra abbiamo detto, e quando si corrompono, generano tre altre sorte di re- pubbliche, perchè il regno, se si corrompe, diventa tirannide^ lo stato degli oltimati, potenza di pochi 5 la repubblica, popolarità. Benché la tirannide nasce an- cora nelle città in molti altri modi, siccome quando in quelle città, che sou divise, clii è capo di quella parte, che ottiene la vittoria, si fa signore del lutto, siccome fecero Siila e Mario in Roma 5 e quando qualche cit- tadino grande perseguitato da' nemici, coli' aiuto della repubblica l'armi e lo sdegno contra l'uno e T altro volge, ed ottenuta la vittoria, resta dell' uno e del- l' altro padrone, siccome fece Giulio Cesare in Roma, e Cosimo de' Medici in Firenze, ancorché Cosimo 1 ^ì LA REPUBBLICA FIORENTINA. neir Oppressione della repubblica non usasse la vio- lenza dell' arme, perchè si jervì di quegli ordini civi- li, da' quali egli prima era stato oppressato. Scipione Africano uomo sopra tutti gli altri virtuosissimo, es- sendo dai nemici, pure secondo gli ordini civili perse- guitato, non si volle difendere, perchè giudicò non po- tere fare tal cosa, senza farsi della sua patria tiranno 5 e volendo più tosto che ella perdesse Ihì, che la li- bertà, siccome egli disse, cedette alla passione degli avversari!, e lasciando agli uomini un memorabile e- sempio di maravigliosa bontà e carità verso la patria, se n' andò in esilio volontario 5 e non fece come Co- riolano ed alcun altro, i quali per occupare la comune libertà, hanno condotto in su le mura della patria loro eserciti forestieri, facendo quella guerra ai suoi citta- dini, che i più crudeli nemici loro si vergognerebbero di fare. Ma tornando al proposito, corromponsi quelle tre specie buone, qualunque volta elle si volgono alla privata utilità. Né da altro, che dal fine si pretende la differenza che è traile tre buone e l' altre malvage, perchè non sono in altro differenti 5 nel regno e nella tirannide un solo tiene il reggimento 5 nello stato degli ottimati e nello stato de' pochi, i pochi sono signori 5 nella repubblica e popolarità i molti governano: ben è vero, che nelle tre rette quelli, che ubbidiscono, stanno subietti volontariamente : nelle tre corrotte stanno pazienti per forza : e perciò si può dire, che le buone siano dalle corrotte in quello differenti, che i subietti nelle buone sono volontari!, nelle malvage ub- bidiscono per forza. ?sondimeno a me pare (salvo ogni miglior giudizio) che questa differenza non sia propria, l.IliKO PlilMO. 1^ ma piuttosto accidentale^ perchè può essere, che i subielti nella tirannide volontariamente ubbidiscano, essendo corrotti dal tiranno con largizioni, ed altre cose che si fanno per tenere gli uomini IranquUli e riposati. Non essendo adunque altra differenza tra i buoni e tra i corrotti governi, che quella che è ge- nerata dal fine da loro inteso e seguitato, seguita che ì buoni senza alcuna dilli colla, cioè senza intrinseca o estrinseca alterazione, si possano corrompere e dive- nir malvagi. Perciocché nel regno poniamo, parlando di quello secondo la propria sua natura che non ri- conosce cosa alcuna superiore, non è costretto il re a seguitare il ben comune, o l' utilità privata, più che esso si voglia, perchè tal cosa nell'animo suo consiste, il quale quanto sia mutabile, oltre all'esperienza quo- tidiana, si vede per la vita degli uomini eccellenti, così principi, come privati. Romulo sapientissimo condi- tore di Roma, come ottimo re tenne lungo tempo il principato, insuperbito poi per le gran cose fatte da lui insolente tiranno divennej laonde provocati contro gli animi de' senatori, fu da loro crudelissimamente am- mazzato. Potette adunque Romulo per se medesimo di Iniono divenir malvagio, ed il suo governo di otti- mo regno, pessima tirannide. Puote ancora agli otti- mati ed a quel governo che è chiamato repubblica il medesimo incontrare, e di qui ne è nato, che le specie de' governi sono moltiplicate, perchè il primo modo di governo fu il regno, il quale corrotto divenne ti- rannide j la quale poi fu da pochi virtuosi rovinata, e da loro sullo stato degli ottimali fondata. Questi an- cora malvagi divenuti, fecero il loro slato potenza di I 8 LA REPUBBLICA. FIORENTIXA. pochi divenire, la quale da molti virtuosi rovinata, produsse lo stato chiamato repubblica, e questa anco corrotta passò in popolarità viziosa, dalla quale, o si ritorna al principato regio, o ne nasce viva tirannide, siccome Polibio nel sesto della sua istoria prudentis- simamente discorre. Ma per tornare al proposito, è manifesto per quello che abbiamo detto, che le tre specie di repubbliche rette e buone, sono alla corru- zione propinquissime, perchè essendo fondate sopra gli animi degli uomini, i quali agevolmente si mutano, son sempre per se medesime alla corruzione esposte 5 laonde chi una di queste tre specie introducesse, fa- rebbe cosa che non saria profittevole a quel luogo, dove egli T introducesse, perchè essendo ciascuna di esse tanto propinqua alla rovina, si può pensare che poco tempo durerebbe 5 e l'introdurre un governo che abbia poco tempo a durare, è un ajQTaticarsi inva- no. Oltre a quello che io giudico, tale introduzione è impossibile, perchè essendo gli uomini più malvagi, che buoni, e curandosi molto più de' privati comodi, che del pubblico bene, credo fermamente che nei tempi nostri non si trovi subietto che le possa ricevere, per- chè in ciascuna di quelle tre sorti si presuppongono gli uomini buoni, tal che avendo i subietti a ubbidire volontariamente a quello, se è uno, o a quelli, se son pochi o molti virtuosi, non sarla mai possibile indurre a ciò gli uomini non buoni, i quali per natura loro sono invidiosi, rapaci e ambiziosi, e vogliono sempre più, che alle loro qualità non si conviene. Concludo adunque per Tuna ragione e per l'altra, che tal sor- te di repubbliche non si debbono introdurre, 1' altre LIBRO PRIMO. 19 tre corrolle e contrarle alle predeUe buone non si deono ancora infrodtirre perchè essendo viziose, e non altro die trasgressioni e corruzione delie rette, ci il Tia- troducesse non farebbe altro, se non che darebbe licen- za agli uomini di potere usare senza pericolo la maligni- tà e tristezza loro: per la qual cosa non si potendo le buone repubbliche e le malvage non essendo conve- nevole introdurre, è necessario trovare un modo e una forma di governo, che si possa o sia onesto introdurre 5 questo modo e questa forma per questa via si potrà agevolmente trovare. In ogni città sono più sorte di abitanti, perchè e' si trova in ciascuna città nobili e ricchi, cio^ grandi, poveri e vili, e quegli che parti- clpano dell' uno e dell' altro estremo, cioè mediocri. Tutte queste parti in ciascuna città si trovano, ma do- ve maggiore l'una e dove maggiore T altra, e siccome esse sono fra loro differenti, cosi ancora i desiderii loro son varii e diversi; perciocché i grandi, perch'^ ecce- dono gli altri in nobiltà e ricchezze, vogliono coman- dare, non ciascuno da per se, ma tutti insieme, e per- ciò vorriano una forma di governo nella quale essi soli tenessero l' imperio, e tra loro ancora sempre alcuno si trova, che aspira al principato, e vorrebbe coman- dar solo. I poveri non si curano di comandare, ma temendo P insolenza de' grandi, non vorriano ubbidi- re, se non a chi senza distinzione a tutti comanda, cioè alle leggi, e però basta loro esser liberi, essendo quegli libero che solamente alle leggi ubbidisce. I mediocri hanno il medesimo desiderio de' poveri, porche anco- ra essi appetiscono la libertà, ma perchè la fortuna lo- ro è alquanto più rilevata, perciò oltre alla libertà •j(> LA KEPLBBl.ICA FIORE.N il?» A. desiderano ancora onore. Possiamo adunque dire, che in ogni città sia chi desidera libertà, e chi oltre alla li- bertà, onore, e chi grandezza, o solo, o accompagnato. A volere adunque istituire un governo in una città, dove siano tali umori, bisogna pensare di ordinarlo in modo, che ciascuna di quelle parti ottenga il desiderio suoj e quelle repubbliche, che sono così ordinate, si può dire che sleno perfette, perchè possedendo in es- se gli uomini le cose desiderate, non hanno cagione di far tumulto, e perciò simili stati si possono quasi eter- ni reputare. A'desiderii di queste parli similmente non si può soddisfare, perchè bisogneria introdurre in una città un regno, uno stato di pochi, ed un governo di molti, il che non si può immaginare, non che mettere in alto, salvo che in Genova dove innanzi che messer Andrea Doria le avesse con grandissima sua gloria venduta la libertà, si vedeva una repubblica ed una ti- rannide. Pos^onsi bene detti desiderii ingannare, cioè si può introdurre un modo di vivere nel quale a ciascuna di quelle parti paia ottenere il desiderio suo, quantun- que pienamente nolFottenga. Onde in questo governo che cerchiamo bisogna che uno sia principe, ma che il suo principato non dependa da lui: bisogna chei grandi comandino, ma che tale autorità non abbia origine da loro: che la moltitudine sia libera, ma che tal libertà ab- bia dependenza: e finalmente, che i mediocri, olire allo esser liberi, possano ottenere onore, ma che tal facoltà non sia nel loro arbitrio collocata j ed a volere intro- durre una così fatta amministrazione, bisogna mesco- lare insieme tutte le tre specie di repubbliche, le quali, benché separate dicemmo non si potere introdurre, LlimO PRI>IO. 21 nondimeno congiunte insieme facilmente s'introduco- no. Questo avviene, perchè in ogni città si trovano i sopraddetti uomini, e per l' inlroduzione del governo misto si viene a soddisfare a tulli. Non si trova già una città con un solo umore, tal che in essa si possa introdurre una di quelle specie separata: ben è vero, che in alcuna città uno di quegli umori è superiore agli altri, per aver maggior subictto, tal che chi voles- se in quella Introdurre una delle sem[)lici specie, a- vrebbe a eleggere quella la quale fosse a tale umore proporzionata, nondimeno se coli' altre non si tempe- rasse, non mancherebbe mai d'alterazione, perchè gli nomini deboli, venendo F occasione, diverrìano gran- di, e fariano tumulti. Possiamo Firenze per esemplo ad- durre, dove la repubblica dal mcccclxxxxiv al mdxii era reputata popolarissima, e non mancò mai di per- turbazioni, tantoché fu necessario temperarla col prin- cipato, né questo finalmente fu abbastanza a mante- nerla, come a ciascuno è notissimo. Laonde io giudico lo sfato misto esser ottimo, ed in molte città potersi introdurre, e secondochè dice Aristotile, Sparta era in tal maniera temperata, e, per quel che si comprende per tutti gli storiografi, la città di Roma. Ma in che modo tal governo si debba temperare, diffusamente nel suo luogo tratteremo j abbiamo ora a dimostrare quali siano quelle città nelle (juali si può introdurre il governo, e tal forma di vivere. 2 2 LA REPUBBLICA FIORENTir?A. Capitolo IV. Che qualità deva avere una città capace dello stato misto. In ogni città; come abbiamo detto, si trovano tre sorli d' abitatori, grandi, poveri e mediocri. In alcune sono i grandi eguali ai poveri, e tra l'una parte e l'al- tra son pochissimi mediocri. In simil città n(ìn si può introdurre lo stalo sopraddetto, perchè quantunque In esse si trovi chi voglia comandare, non vi è chi molto si curi di esser libero, non ostante che il desiderio della libertà sia proprio (come è detto) de' poveri. Questo avviene non solo, perchè rade volte i poveri sono generosi, essendo dal bisogno delle cose necessa- rie impediti, ma perchì ancora si veggono in tali città superare da quelli che eccedono in ricchezze e nobil- tà, e nel numero loro non esser tanto di vigore, che possano resistere, e perciò pensando non poterli vince- re, si stanno quieti, e sopportano il dominio de' gran- di. In tali città si può facilmente introdurre la poten- za de' pochi, perchè sono subietti capaci di tale am- ministrazione, la quale non è altro che una compagnia di signori e di servi ^ laonde quelle città in tal manie- ra governate, non si possono chiamare città, perchè città vuol dire una congregazione civile d' uomini li- beri. In altre città si trova gran moltitudine di poveri, e pochi grandi, ed in queste nasce lo stato popolare, perchè i grandi non vedendo modo di poter superare i poveri, stanno quieti, e se pur vogliono far tumulto, sono costretti volgere a uno tutta la loro reputazione, e farlo capo, il quale poi molte volte inganna 1' una LIBRO PRIMO. 2.1 parte e rallra, e diviene tlrunno. In questo slato è ne- cessario che si facciano molti inconvenienti, perchè avendo 1 poveri suprema autorità, e trovandosi nella amministrazione de' magistrati, hanno occasione di far- si ricchi, il che essi più die altra cosa desiderano, e però sono costretti a essere avari e rapaci. Sono altre città nelle quali sono assai mediocri, pochi grandi idxii per le dissensioni civili di Firenze miseramente andare a sacco, e nell' anno mdxxx tutto il dominio essere guasto 'e predato, di che è stato cagione la stabilità e resistenza grande di quella amministrazione che era assalita, e oltre a ciò la potenza grande degli avversa- rii, favorita dal cielo e dalla terra, per rovinar quella città. Ma tornando al proposito, tenne Federigo Bar- barossa l'imperio d'Italia, non come gli antichi Roma- ni, e dopo loro gì' imperatori le loro provincie, i quali mandavano al governo di esso un proconsole, tene- vanvi eserciti, e vi mandavano colonie che fussero come freno dei subietti, ma solamente coir armi degli Italiani medesimi. Perchè nelle città divise si volse a favorire una parte, le non divise fece dividere 5 la par- te che egli favori; furono i grandi, onde in molti luo- ghi fece grande un solo, in molti altri molti insieme. Volsesi a questa parte, perchè pensò potersene più age- volmente servire, e più sicuramente fidare: perchè è MBUO PRIMO. 27 sempre più agevole il disporre ai desiderii suoi i po- chi, che gli assai, e più sicuro li puoi fidare di quegli che hanno più hisogno, che gli altri, di le. I grandi son pochi, e volendo comandare agli assai lianno continua- mente bisogno di chi gli difenda; laonde in molle co- slitui i capi, come nella Romagna, iVIarca ed altri luo- ghi, da' quali erano discesi quei tiranni che sono poi stati spenti dai pontefici romani. In alcune altre favorì tulla la parie de' grandi, siccome avvenne in Firenze. In questa maniera teneva Federigo l' imperio d'Italia con utile suo grande, e senz' alcuna molestia o spesa. Succedette poi la morte di quell' imperatore, e quei popoli che erano stati governali dai grandi in sid fa- vore di quello, tutti si ribellarono, e costituirono nuo- vi modi di vivere. Quelli che solo erano stati fatti ca- pi, solamente salvarono Io stato, perchè mentre visse l' imperatore si assicurarono di sorte, che poi si pote- rono mantenere j ma dove i grandi tutti insieme reg- gevano, tutti rovinarono, perchè quando potevano, non si assicurarono. Il che avvenne, perchè quelle co- se, le quali a molti insieme son commesse, ciascuno per sé le più volle ne lascia il pensiero al compagno, tal che da niuno son curate, la qual cosa princi[)almente è vera, dove pochi comandano, perchè non sì potendo assicurare senza ofTcndere molli, rari sono che voglia- no esser quegli dai quali nnsoa T offesa. I Pistoiesi soli si provveddero di sorte, che dopo la morte di Fede- rigo poterono lo stato conservare. Ma tornando a Fi- renze, dopo la morte di Federigo, il popolo ricuperò la libertà, e ordinò nuovo modo di vivere, ma fii in tal maniera temperalo, che fu soggetto di sedizioni, e non 28 LA REPUBBLICA FIORENTINA. Tincolo di pace e di concordia. Perchè chi ordinò quel governo, tutto lo dirizzò contro ai grandi che aveva- no al tempo di Federigo retto, i quali stando con con- tinuo timore, furono necessitali a sollevarsi tosto che r occasione apparse, la quale fu la prosperila e felice successo di Manfredi figliuolo naturale di Federigo. Ma ebbe il loro tumulto infortunato evento, perchè tutti furono cacciati, si rldussono in Siena, e furono cagione della guerra de' Sanesi e de' Fiorentini, e della rolla d' Àrbia, per la quale i Fiorentini perderono lo stato? e i fuorusciti ritornarono. E questo è quello che par- torì il governo in quella forma ordinato. Questi ancora che tornarono, non vollero, o se vollero, non seppero instituire un'amministrazione che fusse a loro edagli altri fruttuosa, e quando poi tentarono farlo, che fu dopo la morie di Manfredi, non furono a tempo; per- chè avendo la moltitudine preso animo e vigore, co- strinse quegli, che dopo la rotta dell' Arbia erano tor- nati, a fuggirsi. Era in questo tempo il popolo fioren- tino molto desideroso d' un civile e buon governo, laonde fece molte provvisioni a ciò appartenenti, le quali sarebbono state utili alla città, se si fussero pri- ma gettati buoni fondamenti, perciocché per levare oc" casioni alle sedizioni, ridusse in Firenze tutti i fuoru- sciti così Guelfi, come Ghibellini, la qual cosa partorì contrario efifelto a quello che pensarono gli autori di tale reduzione, perchè tosto che furono dentro, co- minciarono a tumultuare, di che si vide che il rimet- ter dentro que' potenti, non fu altro che meltersi in casa i tumulti eh' erano fuori. Io certamente credo che se allora tra quelli che governavano, fusse stato LIBRO PRIMO. 29 qualche uomo savio che avese avuto intelligenza dei governi della città, si saria forse potuto introdurre in Firenze una buona forma di repubblica, perchè T in- clinazione grande che aveva il popolo alla quiete e al ben vivere universale toglieva in {)arte la ditlicoltà che impediva, come di sotto diremo, tale introduzione. Ma la fortuna arbitra delle faccende umane non permesse che Firenze sortisse tal felicità. Quegli ordini adunque, che allora s' introdussero, non furono tali che potes- sero spegnere le discordie j laonde crescendo V inso- lenza de' grandi, fu costretto il popolo creare il gon- faloniere di giustizia, il quale costrignesse i grandi a star quieti e ubbidire ai magistrati. Fu ancora ordina- ta in quel tempo la legge del divieto, acciocché molti participassero degli onori della repubblica, ed i gran- di non avessero ardimento di voler continuare i ma- gistrali 5 dalle quali cose nasceva, che d' una città se ne faceva due, perchè l'una parte sempre viveva con sospetto dell' altra. Il popolo era dai grandi nelle fac- cende private oppressalo; i grandi avevano le leggi e l'ordinazioni della repubblica tutta contro a se diret- ta, la quale ordinazione non fu sufticiente a reprimere r insolenza loro, e moderare la repubblica, perchè la reputazione del gonfaloniere mancò presto, e segui- tavano i medesimi ordini che prima; laonde non mol- to dopo succedettero gli ordinamenti di Giano della Bella, e se quegli poco innanzi fatti eran viziosi e cat- tivi, questi di Giano eran molto [)eggiori. perchè in quegli si notavano i grandi espressamente ; in questi eran notate trentasette famiglie nobili, le quali furono escluse dal potere ottenere il supremo magistrato, e fu 3o LA REPUBBLICA FIORENTINA. dato autorità ai priori che notassero tutte quelle che a loro paresse. Furono ancora assegnali quattromila armali al gonfaloniere, ed a lui fu dato autorità d'uscir fuori a gastlgare i delinquenti, quando paresse a'priori, Queste ordinazioni finalmente non facevano altro che dividere espressamente la città, ed erano cagione che non si osservava né modestia, ne temperanza alcuna, anzi in ogni azione si procedeva con furore e temerità- perche dove gli altri datori di legge si aOTaticavano ìq unire insieme i cittadini, costui, benché contro alla sua intenzione, si affaticò in dividerli e disunirli più che non erano; donde nacque il tumulto del popolo al pa- lazzo del potestà, e l'esiHo di Giano, e la discordia tra il popolo e' grandi, i quali commossi dalle leggi di Gia- no, s' erano insieme uniti, e per forza procacciavano di riavere i perduti onori, e in qualche parte ottennero il desiderio loro. Dopo queste contenzioni succedettero le parti de' Neri e de' Bianchi, le quali quantunque da propria cagione nascessero, non erano meno causale dal mal ordine della repubblica, nella quale le discor- die private divenivano pubbliche, il che è grandissimo difetto in ogni sorte di repubbliche. Fu la città poco appresso riformata dal cardinal di Prato il quale fu mandalo da papa Benedetto per pacificare Firenze, ma la sua riforma non tendeva ad altro fine, che 1' altre sopraddette. Costui per far più potente il popolo or- dinò i gonfalonieri di compagnia, il qual inagistrato fu via levato già son passati tre anni, poiché i Medici fu- rono nel MDXXx ritornali 5 similmente fece molte leggi, per le quali accresceva la potenza del popolo, e dimi- nuiva quella de* grandi j ma con tutte queste sue or- LIBRO PRiMO, 3 l dlnazloni non potette vedere il suo desialo fino, pei- chè innanzi che di Firenze uscisse, vide di nuovo tut- ta la città in dissensione, e poco dopo la [.ailita sua vennero le parti all' armi, e fa fatto quel memorabile incendio che consumò, secondochè dicono le memorie antiche della città, mllleseltecento case. Seguitarono poi alcune riformagioni, come è il dare i magistrati a sorte, la creazione de" consigli del popolo e del- «io- nume , le quali si mantennero per infino all' anno MCcccLxxxxiv, e si ripresono nel mdxu, e durarono in- fmo al >iD:^xvn. Ed oltre a lotte quelle cose fu ordina- to di far venire il giudice de'maleficii, il quale in qual- che tempo fu cagione di molli disordini, e particolar- mente dell' esilio de' Bardi e Frescobaldi. Furono ca- gione le civili discordie di chiamare in Firenze il duca d'Atene, e proporlo al governo ; il quale in breve tem- po col consiglio ed aiuto d' alcuni scellerati cittadini, occupò la tirannide, e si fedi tutto lo stato signore 5 ma dopo pochi mesi ch'egli si fece tiranno, fu [)rivato del governo che gli era sialo dato, e cacciato di Firenze. Dopo la cacciala del quale, fu la repubblica alquanto riformata, perchè furono ammessi agli onori della re- pubblica tutti i nobili per essersi portati egregiamen- te nella cacciala del tiranno; ma tal riforma non fu di frullo alcuno alla città per la ragione che di sollo dire- mo, perchè l'anno medesimo il popolo venne all'arme con i grandi, tal che per tutta la città, e specialmente su i ponti insieme combatterono, nel (jual combatti- mento rimase superiore il popolo, e privò i grandi di ogni dignità. Succedette poi la conlesa del [ìopolo e de' grandi, la quale fu eccitala, come volgarmente si Ó2 LA REPUBBLICA FlOKESllNA. dice, dai ciompi, cioè dall' iufima plebe. Né dopo mol- lo fu morto messer Giorgio Scali, che era diveaulo ca- po della plebe. Correva in questo tempo T anno della Salute McccLxxxi. Dopo la morte di messer Giorgio la repubblica si corresse, e di popolarissima divenne al- quanto più civile: nondimeno non mancava mai di so- spetti, perchè dandosi i magistrali per sorte, sempre V una parte temeva che i magistrati non venissero in persone dell'altra, e spesso con privala forza il magistra- to a qualcuno toglievano , siccome nel mccclxxxyh avvenne a messer Benedetto degli Alberti ^ a messer Filippo Miigalolli suo genero, i quali essendo tratti r uno gonfaloniere di giustizia, l' altro di compagnia, furono amendue dalla parte avversa del magistrato pri- vali. Seguitarono poi simifi dissensioni nella città, ma non tanto pericolose quanto le passate, perchè si tro- varono allora alcuni cittadini a governare la repubbli- ca, li quali pareva che più che gli altri al ben comu- ne traessero. Di questi erano capi messer Maso degli Albizzi, Gino Capponi il vecchio, ed alcuni altri buo- ni cittadini, i quali colla prudenza loro tennero gU al- tri uniti, rimediando sempre ai disordini con più mo- destia ed umanità, che prima non s* usava. Pervenne questo modo di vivete a Nicolò da lizzano, il quale con i medesimi ordini e modi gli manlenne ; nell' ul- timo del governo suo cominciò a farsi grande Cosimo de* Medici, il quale perchè era ricchissimo si faceva molli amici, ed era giudicato che inclinasse alla parte del popolo, tanto che qualche cittadino di quelli che ali na governavano, consigliava che in qualche modo air ambizione sua si ponesse freno. Ma Nicolò da Uz- LIBRO PRIMO. 53 zano noi consentì mai, affermando ch'era da lasciarlo fare insino a che non Tenisse a cose straordinarie, per- chè ogni opposizione che se gli facesse, lo farebbe di- venir maggiore. Seguitarono questo consiglio quegli che governavano, mentrechè Nicolò visse, ma poiché e' fu morto, se gli voltarono contra, e temendo la pT)- tenza sua, operarono di sorte, che lo cacciarono della città. Ma egli, poiché fu stalo un anno in esilio, tornò in Firenze, ed acquistò grande autorità, fece una pro- scrizione di trecento fauiiglie, nelle quali comprese tut- ti gli uomini nobili della città, tacto che non avendo più chi se gli opponesse, divenne gran tu'anno e signore, e durò questa tirannide dall'anno mccccxxxiv, insino all'anno mcccclxxxxiv, ed in questo tempo non segui- tarono altre alterazioni, che quelle di messer Luca Pitti nel MccccLxvi,e la congiura de' Pazzi nel MCcccLxxvni, ed oltre a questo alcuni dispareri Ira Cosimo ed i cit- tadini, ed i moti de' fuorusciti 5 ma rimasi sempre su- periori i Medici, ebbero occasione di assicurarsi di tulli quegli che avrlano potuto loro nuocere. Nel MCCCCLXXXXIV, per la passata del re Carlo, la città ricu- però la libertà, e mandò in esilio i Medici, dopo la cac- ciata de' quali fu data autorità a venti cittadini dei principali di creare la signoria ed alcuni altri magistrati li quali se fussero stati uniti avrebbono retto qualche tempo, e si saria forse ritornato all'antiche discordie del popolo e de' grandi, ma chi gli volle rovinare, mes- se tra loro discordia, e ottenne il desiderio suo. Fu ordinato in questo tempo il consiglio grande, di che alcuni dicono essere stato cagione fra Girolamo Savo- narola, altri Paolantonio Sodcrini, il quale nelle con- 34 I-A REPUBBLICA FIORENTINA. suUazioni che si fecero sopra il riformare il governo della città, meritò grandissima laude. Costui essendo stato poco innanzi ambasciadore in Venezia , prese esempio dal gran consiglio vinizlano per introdurlo poi in Firenze, ne gli fu di poco aiuto fra Girolamo Sa- vonarola il quale nelle sue pubbliche predicazioni fa- voriva quest'ordine nuovo. Paolantonio dunque, che ne fu autore, fu piià savio di Giano della Bella, e che il cardinale di Prato, perchè questi due pensarono a due cose : la prima ad assicurare il popolo 5 la secon- da a tener bassi i grandi 5 questi altri, che ordinarono il gran consiglio, non pensarono ad assicurare piiì que- sta parte, che quella, ne ad esaltare o tener basso al- cuno, dandoli o togliendoli facoltà di poter conseguire i magistrati, ma si bene di assicurare la città della li- bertà, provvedendo per questo modo che alcuno nou si facesse grande più che non si ricerca in una libera città, e che ciascuno vivesse slcuramenle senza temere alcuna forza privata, tanto che altro non si può dire, se non che questo consiglio fosse un ottimo fondamen- to alla libertà e^ quieto vivere di Firenze. Ma questo non bastò, perchè multiplicaryio i disordini, fu neces- sario aggiugnere l'ordine di fare il gonfaloniere a vita, la qual cosa si vide per esperienza che fu alla città utilissima, e se si fussino fatte l'altre provvisioni ne- cessarie al mantenimento di quel vivere, e riparalo agli altri suoi mancamenti, non saria poi nel mdxh ro- vinalo. Rovinò adunque lo slato del consiglio in det- to tempo, e la città ritornò sotto il giogo della tiran- nide, e cosi visse fino all'anno mdxxvh, nel qual leni- po per la venuta di monsignore di Borbone, avendo LIBRO PRIMO. 35 papa Clemenle perduto la riputazione, e Roma essen- do saccheggiata, ed egli rinchiuso in castello, ricuperò la città per opera della gioventù la sua libertà, e si riprese quella forma del vivere che era stata nell'anno MDxii rovinata : ma dove le mutazioni del vivere, ed il tempo suol fare gli uomini prudenti, e mostrar loro i mancamenti, perchè possano a quegli riparare, que- gli che allora governavano ed erano ca[)i della cijttà, non solamente non impararono a correggere, se man- camento alcuno era stato n'el vivere passato, ma ven- nero in tanta cecità e imprudenza, che guastarono quel- lo che vi era di buono, perchè levarono via l'ordine di fare il gonfaloniere a vita, come cosa dannosa alla città, il quale era noto alle pietre che era stato di mag- gior frutto, che alcuno altro ordine che dal consiglio grande in fuori fusse mai introdotto. Fu adunque crea- to gonfaloniere Nicolò Capponi per un anno con con- dizione che potesse esser raffermo sino al terzo. Co- stui, quantunque fosse ornato di tutte quelle qualità che si possono nella città di Firenze desiderare, pur fece sì, che dopo la prima rafferma, venuto in qualche sospetto, fu senza fatica alcuna con grandissimo detri- mento della ciltìi privato del supremo magistrato, del qual poi vedemmo molli esser degni reputati, a' quali la repubblica, se fosse stata sana, non averia concedu- to dignità molto a quella inferiore. Ma se la repubblica peggiorò nell'ordine e provvisione del gonfaloniere, divenne pur migliore in questo, che essendo trovata ed introdotta la milizia contro alT opinione di tutti i savii, fu cagione che la città potette far quella memo- rabile e gloriosa difesa, do[»o la quale essendo nel .moxxx 36 Li. IIEPLBBLICA FIORENTINA. di nuovo venula sotto il tiranno, della quale tirannide vive al presente oppressa in qualunque sua parte, a- speltando di giorno in giorno morie perpetua, o di sol- levare il capo e recuperare la libertà con quella gloria che si conviene a coloro a' quali è baslalo l'animo conlro a tulio il mondo il difenderla. Noi abbiamo insino a qui discorso tutte le altera- zioni della ciltà con quella brevità che abbiamo po- tuto. Resta ora che discorriamo le cagioni di tali dis- ordini. Il qual discorso ne mostrerà, che in Firenze si trova le qualità che dicemmo esser necessarie al ri- cevere la sopraddetta forma di rep ubblica. Ed è da notare, che in tutte le azioni sono da considerare Ire cose, la cagione, P occasione ed il principio. Sono molti che pigliano V occasione per la cagione, e della cagione non fanno conto, come saria se alcuno ( po- niamo ) dicesse, che la cagione della rovina dello stato di Firenze nel mdxii fusse stata la differenza che nac- que tra papa Giulio ed 11 re di Francia, e l'aver perduto il re di Francia , Milano ; la qual cosa non fu la cagione, ma 1' occasione, e la cagione fu la ma- la contentezza d' alcuni cittadini malvagi ed ambi- ziosi 5 11 principio poi fu la venula ed assalto degli Spagnuoli per rimettere i Medici. Non è adunque la cagione altro che una disposizione, la quale si risen- te qualche volta, l' occasione si scopre, e molto spes- so è tanto potente la cagione, che non aspetta, an- zi fa nascere 1* occasione. Ma tornando a proposito? dico che per cjuello che abbiamo detto, assai è ma- nifesto, che insino a Cosimo de' Medici furono sem- pre in Firenze due parli, una del popolo, T altra dei LIBRO l'HIMO. 37 glandi, e non Inlemlo al presente per il popolo una e- strema sorte di moilitudine, la quale è abbietta e vile, e non è membro della città altrimenti, che si sieno i servi che nelle nostre case ci ministrano le cose ne- cessarie al corpo j ma intendo quella parte che è op- posita a' grandi, siccome noi diciamo questi termini grande, piccolo, ricco, povero, nobile, ignobile essere oppositi, e pare che l'uno non possa stare senza l'in- telligenza dell' altro : e di questa sorte pare che siano questi due termini grandi ed il popolo, perchè dato- ne uno, conviene per viva forza concedere l'altro. Ora non essendo città alcuna che non abbia queste due parti, ma qual maggiore l' una e qual l'allra, in Fi- renze adunque erano queste due fazioni, cioè i gran- di volevano comandare, 1' altra vivere libera, e que- sta era la cagione dei tumulti della città, perchè 1' una e r altra era [)er se disposta a volere ottenere il de- siderio suo. Laonde qualunque volta 1' occasione ve- niva, ciascuna parte era presta a pigliarla, e non era possibile che queste due fazioni si unissero, e ordi- nassiho uno stato, del quale 1' una e 1' altra parte si contentasse, perchè la città mancava d'una sorte di - cittadini, che sono mezzi tra i grandi ed il popolo, i quali temperano questi eccessi, e dove non sono questi cosi fatti cittadini, non può quivi essere altro che vi- zioso governo. Non essendo dunque in Firenze que- sta sorte di cittadini, era necessario che le parti tu- multuassero, e quando reggesse 1" una, e quando 1' al- tra 5 e se alcuno domandasse qual sia stata la cagione perchè i grandi non prevalessero mai tanto al popolo, ne il popolo ai grandi, che l' una parte e l'altra pò- 38 LA REPUBBLICA FIORENTINA. lesse lo stalo suo feraiare 5 dico che la cagione di tal cosa era^ perchè le foi'ze del popolo e de' grandi erano uguali, e però l' una non poteva abbassare mai l' altra interamente j e quando T una prevaleva alP altra, na- sceva dall' occasioni che erano ora a questa parte, ora a queir altra conformi, e non era possibile, quando l'una prevaleva all'altra, che interamente s'assicu- rasse : perchè se i grandi si vogliono assicurare del po- polo, bisogna spegnerlo lutto, o colla morte, o coll'e- silio, la qual cosa primieramente è impossibile, perchè siccome gli errori fatti dalla moltitudine non si posso- no punire, secondo quella sentenza, Quod a miiltis peccata?', imdtum esi^ così ancora non si può alcuno di quella interamente assicurare. Oltre a questo, è fuori dell* intenzione di chi vuole comandare, al quale è necessario conservar quegli che hanno ad ubbidire, e però non può fare altro che volger l' ira sua con- tra 1 capi del popolo, e seguire quella regola generale confermata dalla consuetudine di lutti i tempi in tulle le faccende umane, la quale è che negli errori popo- lari si deve punire i capi : onde Virgilio disse : Unum prò cunctìs dahitur caput. Non si potendo adunque i grandi perfettamente del popolo assicurare, è necessario che ogni volta che r occasione apparisce, si faccia tumulto colla ruina lo- ro, se r occasione sia tale, che possa, dare sufiìciente vigore al popolo, perchè essendo il malore dentro, la materia viene ad essere disposta. Questo avvenne ai Fiorentini fuorusciti, quando tornarono dopo la rotta deli' Arbia. i quali non si potendo del popolo assicu- LIBRO PRIMO. 39 rare, cacciarono della clllà i capi di quello ; ma poiché Manfredi fu morto, coli' autorità del quale erano tor- nali, vedendo la moltitudine che egli erano rimasti senza favore esterno, prese ardimento, e gli costrinse a fuggirsi. Concludo adunque, che i grandi non si possono in tal modo assicurare del popolo, che gran parte del malore non resti dentro 5 similmente il popolo non si può assicurare de' grandi : prima, perchè non è mai unito a spegnergli, rispetto alT amicizie private che sono tra i grandi e la multitudine : oltre a questo la natura della multitudine non è mai furiosa a tor la vita ad alcun grande, se già egli non fusse fatto capo di tutta l' offesa, è ritenuta da'" favori privati, come è detto, dallo splendore della nobiltà e ricchezza, e dal- la grandezza di quegli 5 onde alcuna volta si è veduto un popolo correre furiosamente alle case di alcun cit- tadino grande per arderle, e lasciarsi placare solamen- te colle buone parole e colla presenza d'alcuno che se gli faccia incontro, siccome avvenne in Firenze nel- r anno che fra Girolamo fu morto, che corse il popolo liorentino con grandissimo furore alle case di Paolan- tonio Soderini, uno di quegli che allora avevano gran- de autorità in Firenze. Era per sorte in casa il cardi- nal di Volterra, che allora era vescovo, fi atello di Pao- laiitonio: costui sentito il remore della mollitudiue, ornatosi subito dell'abito episcopale, con volto e con buone parole se le fece incontro, la quale, veduta la presenza d' un tanto uomo, rimase prestamente |:)laca- la, e con gran reverenza onorato il vescovo, benigna- mente da quelle case si partì, le quali con grand' im- 4© LA REPUBBLICA FIOREKTIXA. pelo era venula per ardere e per saccheggiare. Non è dunque il popolo pronto a vendicarsi dei grandi col sangue loro, ma si sfoga le più volle col mandargli in esilio, il che quando avviene, ne seguila il medesimo effetto che se fussero denlro, perchè hanno favori di principi ed altre repubbliche vicine, appresso alle quali hanno ricetto, e finalmente con simili aiuli son nella patria resllluiti, della quale divengono senza in- tervallo signori. Questo avveniva nelle alterazioni an- tiche, e molto più che oggi non potrebbe avvenire, perciocché in quel tempo erano nell'Italia assai prin- cipi, tiranni e repubbliche, come Perugini, Sanesi, Lucchesi, Bolognesi, duca di Milano, re di Napoli, il pontefice; gli Aretini ancora erano liberi, i Pistoiesi e Pisani, oltre a questi molti altri signori e tiranni vici- no alla città, da' quali lutti quei che erano fuori, ave- vano ricetto ed aiuto, e potevano agevolmente mole- stare quegli di dentro ; ma oggi che l' Italia è divisa in due potenze grandi, ed ora signoreggia P una, ora F al- tra, e talvolta ambedue insieme, è necessario che i malcontenti aspettino P occasione dai moti di quelle, i quali come di corpi grandissimi, sono agiati e tardi. E adunque manifesto quello che diceramo, che del- l' una parte e dell' altra le forze erano uguali, e perciò ne r una parie né P altra prevaleva tanto, che lo stato suo potesse fermare. Ma perchè alcuno poi ria dubita- re in che modo queste forze fossero eguali, non saria fuor di proposilo sopra a tal materia ragionare al- quanto. Le forze delle parti della città, cioè del popolo e de' grandi, si considerano in due cose, nella qualità e MBIIO PRIMO. 4 ^ nella quanlilà. Per la qualità intendo la nobiltà, ric- chezze e favori, dignità, disciplina, e simili cose. Per la quantità intendo il numero solo. I grandi adunque abbondano in qualità, e mancano in quantità, perchè son pochi respettlyamente parlando. 11 popolo abbon- da in quantità, e manca in qualità. Laonde in quel- le città, dove il popolo supera i grandi nella quantità, più che non è superato nella qualità, è necessario che i grandi stieno soggetti alla moltitudine, e nei tumul- ti sempre rimanghino inferiori. Ma in quelle dove av- viene il contrario, cioè, che i grandi avanzino il po- polo più in qualità, che non sono avanzati in quanti- tà, è necessario che il popolo ai grandi stia subietto. Può ancora addivenire, che in alcuna città i grandi tanto in qualità siano al popolo superiori, quanto sono da lui in quantità superali, e dove tal cosa si tro- va, è forza che non vi sia altro che contesa. Tornan- do adunque al proposito nostro dico, che in Firenze lo forze del popolo e de' grandi erano eguali secondo questo terzo modo, perchè posto che il popolo supe- rasse in quantità i grandi, era tanto da quegli supe- rato in qualità, che veniva a essere eguale. Quinci av- veniva che sempre insieme combattevano perdendo e vincendo quando V una e quando l' altra parte, tan- to che alcuna volta in modo si straccarono, che di co- mune consenso chiamarono un terzo che gli gover- nasse, come fu il re Ruberto, il duca d' Atene, ed alcun altro. Che le forze de' grandi fussero eguali al popolo, si può per questo vedere, perchè quando il popolo reggeva, un cittadino particolare si faceva spesso bef- fe della forza de' magistrati 5 e se il popolo correva 4 ti I.A REPUBBMCA FIORENTIXA. alle case di quello, gli bastava l' animo a difendersi, il che da altro non nasceva, se non che quello abbon- dava di reputazione, ricchezze, clientele, favori, così esterni, come domestici: oltre a questo sapeva che tutti i grandi potevano quanto il popolo, sopra le quali cose fidatosi, dagl' impeti popolari si difendeva. Nelle faccende private i grandi sempre soverchiavano il po- polo, di che altra cosa non poteva esser cagione, se non perchè ( come abbiamo detto ) le forze de' grandi erano eguali a quelle del popolo j perchè se un gran- de particolare non temeva un privato popolare, avria temuto i magistrati e le leggi. Stette adunque la città nostra in questi travagli insino ai tempi di Cosimo de" Medici, benché innanzi i grandi avevano retto mol- ti anni per la prudenza di messer Maso degli Albizzi e di ISicolò da Uzzano, i portamenti de' quali furono tanto civili, che il popolo si soddisfece del governo loro. Dopo la morte di Nicolò da Uzzano, quei gran- di che nel go^■erno della città rimasero, cominciarono a divenire paurosi, e per conseguente insolenti, e con- citarsi il popolo contra, tal che Cosimo, poiché d' esi- lio fu ritornato, sotto specie di difendere i popolari, potette farsi capo, e cacciar via tutti i grandi di modo che in Firenze non rimasero altri grandi col popolo che quegli che erano della sua fazione e quei che per lor medesimi s'abbassavano, mostrando sempre in ogni azione umiltà ed abbiezione, tal che Cosimo potette godere quello stato sicuramente. Perchè il popolo ve- dendo oppressi gli suoi avversarii, stava contento, e gli altri grandi, che in Firenze erano rimasi, per pau- ra di Cosimo vivevano in maggiore bassezza che pò- LIBRO PRIMO. 43 levano : quegli di fuori potevano fare pochi insulti, massimamente da poi che Francesco Sforza si fece si- gnore di Milano, perchè Cosimo teneva pruticlie eoa tutti i principi e repubbliche d' Italia, tal che non potendo essi trovare aiuti sufficienti a rimettersi nella patria, si con^marono in esilio, e Cosimo a' discen- denti suoi lasciò Io stato sicuro. Ma tutte queste cose incontro a' grandi da Cosimo fatte, son finalmente alla città riuscite fruttuose, perchè dove ella era divisa in due parti, cioè grandi e popolari, come abbiamo detto, cominciò a crescere quella terza sorte di cittadini che chiamano mediocri : questi venivano a crescere in più modi, uno de' quali era, perchè molti di quei grandi che erano rimasti in Firenze, per non mostrare gene- rosità, ne grandezza, spontaneamente s'abbassavano e si riducevano al vivere popolare 5 ma perchè erano nobilissimi non potettero in tutto alla bassezza popo- lare pervenire, ma si mantennero in un grado più alto, e venivano a particlpare dell' uno e dell' altro estre- mo, ed essere di quegli che chiamiamo mediocri 5 l'al- tro modo era, perchè Cosimo nobilitò molti popolari, facendoli partecipi de' magistrati, e dando loro occa- sione d' arricchire, e così questi vennero a salire un grado, ed uscire della sorte popolare, ma non ascen- devano tanto, che si potessino tra' nobili e grandi nu- merare, tal che standosi nel mezzo, accrescevano il numero de' mediocri. Il terzo era, perchè molli altri grandi, quantunque non fussero costretti mutar forma di vivere, per non essere notati d' inimici di Cosimo, nondimeno perchè non participavano dell'ammini- strazione pubblica, quanto avevan fatto prima, essen- 44 l'A. REPUBBLICA FIORENTINA. do distribuiti gli onori a chi voleva Cosimo, ne aven- do più autorità alcuna, volendo Cosimo solo egli T au- torità, venivano a perdere la reputazione, P amicizie ed i favori che avevano dentro e fuori, onde era na- ta la lor grandezza, ed in questo modo abbassandosi, rimanevano nel numero de' mediocri^ laonde in Fi- renze non rimasero altri grandi che quegli che dai Medici furono innalzati, e pochissimi altri, i quali non erano tanti, che tutti insieme facessero forze eguali al popolo ed a' mediocri, e dependendo interamente dai Medici, non potevano avere quella grandezza che era in quegli che furono grandi innanzi a Cosimo. Per la qual cosÉf nel mcccclxxxxiv, cacciata che fu la fami- glia de' Medici, si potette fondare il governo civile, il che non si saria mai fatto, se allora si fosse trovato in Firenze un così fatto aggregato di grandi, come era innanzi che Cosimo si facesse tiranno della repubblica, perchè avrebbono cosi voluto comandare, e avendo forza di poter resistere al popolo, si sarebbe all' anti- che contese ritornalo. E manifesto adunque per quel- lo che abbiamo detto, che le proscrizioni di Cosimo, contro all'opinioni de' nostri savii, sono state pro- fittevoli alla città, perchè da lui fa levata via per quel modo quella resistenza che facevano i grandi al po- polo, di che nacque che la città divenne più trattabi- le, nella quale prima erano due fatiche, una nel ma- neggiare i grandi, l'altra nel maneggiare il popolo. Quella eh' è più aspra e più difficile, cioè il maneg- giare i grandi, per la tirannide di Cosimo restò estin- ta 5 l' altra nel maneggiare il popolo non è molto dif- ficile, perchè facilmente si può soddisfare al desiderio LIBRO PRIMO. 4-> de' popolari , il quale è, non di comandare, cornei grandi, ma di no*n ubbidire, cioè di esser liberi 5 e per- chè chi cerca soddisfare a tal desiderio, non fa ingiuria a persona, e non avendo a fare ingiuria non gli è ne- cessario usare ne forza, né violenza, rade volte si tro- va difficoltà: ma chi vuol soddisfare ai grandi fa in- giuria a lutto il resto della città 5 ma di questa cosa parleremo di sotto più lungamente. Trovansi adun- que in Firenze pochi grandi, assai mediocri e popo- lari 5 grandi chiamo quegli che desiderano, come è detto, comandare: son pochi questi, perchè prima da Cosìqio furono parte spenti, e parte abbassati, e per forza fatti ubbidire. Quelli poi che da Piero e Lo- renzo furono esaltati, hanno ancora essi deposto la grandezza e la superbia per opera del consiglio gran- de, il quale toglieva reputazione a quelli che avevano copia di seguaci e di amici, perchè non dando loro onore, né grado alcuno, venivano a rimanere abbietti. Dopo la ritornata de' Medici nel mdxii furono alcuni da papa Lione esaltati, la quale esaltazione non gene- rò loro nella città grandezza alcuna, anzi quanto uno più era fatto grande, tanto più diveniva odioso j per- chè avendo ciascuno provato quanto sia dolce l'egua- lità de' cittadini, non poteva sopportare queste nuove maniere 5 tal che dall'altezza de' Medici non è seguito grandezza de' cittadini, ne si son variate le qualità del- la città. Onde nel mdxxvii agevolmente si potè rin- novare il consiglio grande, e l'altre leggi e costituzio- ni del vivere che si manteneva nel mpxh. E succedu- to poi il secondo ritorno de' Medici nel mdxxx con quella violenza che è nota a lutto '1 mondo, e perchè 46 LA REPUBBLICA FIORENTINA. nella reslslenza grande che s' è fatta loro sono stati offesi molti cittadini di gran qualità, è necessario che abbiano P animo alienato dal \ivere universale e po- litico, parendo loro essere stati da quello maltrattali; la qual cosa pare che generi«quella stessa difficolta al- l' introduzione d' un vivere civile, che saria, se la cit- tà, così come già era, fusse piena di grandi, e mancasse di mediocri, come di sopra discorremmo 5 ma questa difficoltà a poco a poco manca per il violento modo di vivere che al presente si osserva, nel quale tutti i cittadini di qualunque grado appariscono conculcali ed abbietti senza onore e senza reputazione e senza autorità. Tal che è necessario che ciascuno deposti gli odli particolari, ed unite le volontà, viva con desi- derio grande di pacifico e quieto vivere , ed aspetti l'occasione di ricuperarlo. Ne credo che sia alcuno che diffidi dopo la recuperazione della repubblica di avere a conseguire quegli onori e quei gradi che gli si convengono, pensando che ciascuno avendo pro- vato e provando la violenza d' un' estrema tirannide, abbia a rendere facile ogni difficoltà che fusse nello introdurre un governo civile ed universale. Laonde per concludere questa parte, non credo che nella cit- tà nostra per li due ritorni de' Medici si sia accre- sciuto il numero de' grandi, e per conseguente acceso il desiderio del comandare, e che ella si trovi le me- desime qualità che avea innanzi al mdxii. E ritornando al proposito, popolo chiamo non solamente tutta quel- la moltitudine, la quale non è partecipe de' magistrati, ma possiede nella città qualche cosa, e si vede dagli esercizi!, la qual moltitudine è grande e tutta deside- LIBRO PRIMO, 4? rosa (Iella libertà, per non essere nelle facrenrle priva- le da' grandi oppro^ssa j ina ancora molti altri di quel- li che sono partecipi de' magistrali, i quali hanno il medesimo desiderio, non solamente per la medesima cagione, ma perchè ancora pensano che vivendo la città libera, avere a ottenere più freciuentemente i ma- gistrati. Mediocri chiamo tulli gli altri che sono abili a' magislrati, i quali o per elezione, o per allro acci- dente vivono con modestia, ed oltre che hanno il me- desimo desiderio della libertà, appetiscono ancora o- nore. Restaci poi la plebe, la cjuale non ha grado al- cuno nella città, non vi possedendo beni slabili di sor- te alcuna, ma si vale solamente degli esercizii corpo- rali. Ouesla naturalmente desidera la quiete, perchè perturbandosi la repubblica, V arti non si esercitano, delle quali essa trae guadagni e l'utilità sue. Tal che qualunque volta in Firenze sarà ordinato un quieto e riposato vivere, la plebe non farà mai tumullo, per- chè non mancheranno gli esercizii mercantili 5 oltre a questo, quando volesse tumultuare con diftlcultà, potrà far tal cosa : prima, perchè per la peste è in gran par- ie diminuita^ secondariamente, perchè c|uando ben fus- se cresciuta, non essendo più in Firenze chi tra cola- le moltitudine abbia credilo e favore, non potrà esser sollevata da loro, e rade volte avviene che la plebe faccia tumulto, senza esser sollevata da uomini che abbiano autorità e reputazione. Onde il tumulto dei ciompi non saria seguito, se da messer Salvcstro de' Medici e da altri per acquistare grandezza non fus- se slato concitato 5 senza che, se il governo sarà be- ne ordinalo, non si persuaderà mai la plebe, che i casi 48 LA REPUBBLICA FIORENTINA. avversi, donde può essere con quella della città tur- bata la sua quiete, nascano da malvagità de' particola- ri, o malvagio governo, il che suol dar cagione a' tu- multi 5 ma dalla malvagità de' tempi e dalla fortuna, e si staria pacifica e quieta j e di ciò se n' è veduto nell' assedio passato chiarissimo esempio, nel qual tem- po, che fu cosi lungo, ne la plebe, ne altri fa mai tu- multo alcuno, non ostantechè quel governo fusse pie- no di tutti quegli errori che noi appresso discorre- remo. Concludendo adunque dico, che Firenze ha tutte quelle qualità che si ricercano a una città che abbia a ricevere un buon governo, quale noi di sopra de- scrivemmo, perchè si trovano in essa pochi grandi, assai mediocri, assai popolari, e con vene voi numero di plebei, de' quali per le ragioni dette non credo sia da tenere molto conto, se non in quanto le città non possono stare senza essi. E adunque la nostra città non solo per quello che abbiamo detto capace d' un ordinato vivere, ma eziandio perchè per l' esperienze passate, può ciascuno immaginare che frutto da quel- lo si possa trarre, avendo veduto quanto due soli or- dini buoni, cioè il consiglio grande e il principe a vita, siano stati onorevoli e fruttuosi alla città 5 11 che quan- to sia da stimare, è manifesto per coloro che hanno voluto cose nuove introdurre, i quali per condurre a fine i loro pensieri, sono stati costretti ad interporvi la volontà divina, non bastando la propria, tanto son nemici gli uomini di quegli ordini che non hanno ve- duti 5 questo fece Romulo, Numa, Licurgo e molti al- tri, e ne' tempi nostri fra Girolamo non avria potuto LIBRO PRIMO. 4j mai introdurre il consiglio grande, levare P autorilà delle sei fave, e far molte altre cose, se non avesse affermato che Dio gli aveva aperto la sua volontà. Noi ariamo per infino a qui veduto, che la città di Firenze è capace d'un governo ottimamente tempera- to j resta ora che noi per venire alla sua introduzio- ne, ragioniamo di quei mancamenti che erano ne' due passali governi. Ginnnoftl. I-A REPIBBLICA FlOBEXTFNA. LIBRO SECONDO. Capitolo I. Che una repubblica non si può riordinare senza oonsirlerare i difetti suoi particolari. X ra gli antichi datori delle leggi ed introdnltori di repubbliche, quegli hanno trovato minori difficoltà nelle loro ordinazioni, i quali hanno avuto riguardo a regolare uomini che non siano più ad altre leggi stati sottoposti, o abbandonali gli antichi paesi loro, erano in quegli d'altri venuti ad abitare: perciocché quegli vivendo a caso, e separati 1* uno dall' altro a guisa di fiere, ogni forma di vivere umano, che fu loro pro- posta, per la dolcezza sua fu da loro approvata e ri- cevuta. Questi avendo potuto abbandonare quel luo- ghi ne' quali erano nati ed allevali, non è maraviglia, se a lasciar le leggi vecchie, e viver secondo le nuove, si lasciarono persuadere : ma quei che hanno ordinato repubbliche, le quali hanno allre leggi provato, questi sempre hanno avuto infinite difficullà, perchè quanto a quello eh 2 apparteneva a loro, è stato necessario che non solamente abbiano notizia di quel bene del quale hanno giudicato capaci quegli uomini, a' quali lianuo le leggi date, ma eziandio di quei difetti e man- camenti de' quah gli hanno voluti privare. Quanto a quelli che hanno riformali, sempre è slato fra loro, LIBRO SECONDO. 5l chi per essere assuefatto agli ordini Tecchi, non s' è renduto facile all' accettare i nuovi. Laonde, siccome nel precedente libro abbiamo detto, Licurgo, perchè la sua ordinazione non fosse impedita, fu costretto u- sare alquanto di violenza, ed a Numa fu necessario mostrare che le sue ordinazioni fossero approvate da Dio. Per la qual cosa io credo che si possa rettamente giudicare, che se 11 primi fondatori delle città, e datori delle leggi sono rimasi nella memoria degli uomini gloriosissimi, ed è il nome loro con grandissima reve- renza ricordato, questi secondi di poco minor laude e gloria si debbano degni reputare, avendo avuto a di- rizzare 1 loro pensieri a considerare diligentemente le vecchie ordinazioni, per conoscere ed intendere par- titamente i difetti loro, ed a ricercare una forma di vi- vere in maniera temperata, che medicati tutti i manca- menti, potesse agli uomini tranquillità e quiete parto- rire-, laddove a quegli altri non è stato necessario in altro affaticarsi, che nel considerare semplicemente il bene che hanno voluto introdurre. A che s' aggiugne rhe la considerazione de'difelti, ne' quali hanno di bi- sogno di reformazione, è molto malagevole, non sola- mente perchè in cose particolari consistono, le quali con difficoltà si possono altramente che [)er esperienza conoscere; ma perchè ancora ninno mai si trovò che tanto fosse libero dalle umane affezioni, che in ogni cosa il difetto e mancamento suo potesse vedere : on- de noi vediamo eh.' molli ne' tempi passati, per cor- reggere le loro repubbliche, si sono indarno affaticati, perchè non avendo sapulo me(]icare i (iifetli di esse, in breve tempo ne' medesimi inconvenienti, e talvolta ;")2 LA REPUBBLICA FIORENTINA. in maggiori son ricaduti, siccome è avvenuto in Firen- ze, nella qual città non s' è mai ordinata un' ammini- strazione che abbia interamente estinti gli umori che peccavano, avvengachè alcuno abbia pur voluto farlo, siccome Giano della Bella, il quale fu reputato buon cittadino, e ne' tempi nostri fra Girolamo, del quale non è ragionevole in alcun modo dire, che verso la città nostra non avesse ottima intenzione. Costui a- vendo solamente rispetto a provvedere, che alcuno non si potesse fare apertamente tiranno, ordinò il gran consiglio, che distribuisse gli onori della città, il quale ordine senza dubbio fu bello e profittevole alia quie- te e libertà de' cittadini^ siccome per esperienza si è potuto vedere 5 ma pretermesse bene molti altri man- ramenti, li quali erano in quella vecchia amministra- zione. Ed è da pensare, che egli se conosciuti gli aves- se, gli avrebbe al tutto corretti, la qual cosa gli sarebbe slata agevole per la grand' autorità e fede che per li meriti delle sue eccellenti virtù aveva acquistata. Non conobbe adunque fra Girolamo questi particolari man- camenti, né è da maravigliarsene molto j perchè essen- do forestiero e religioso, non poteva trovarsi nelle pubbliche amministrazioni, tal che, veduti egli i modi del procedere in esse, avesse potuto far giudizio di quello che era bene o male ordinato. Ma fu bene as- sai che egli introducesse il gran consiglio, ottimo fon- damento ad una bene ordinata repubblica, se i citta- dini grandi non fussero stali tanto accecati dall'ambi- zione e avarizia, che piuttosto avessino voluto viver liberi, che sottoporsi alla tirannide, perchè in vece di rovinar la patria, e darla in preda a' Medici e satelliti ijimo SECONDO. ja suoi, rimossi a poco a poco i mancamenti della pub- blica amministrazione, 1' avrebbono ad intera perfe- zione condotta 5 tal che oggi tutti i cittadini colla pa- tria insieme viverebbono quieti, ricchi e onorati, lad- dove essi vivono inquieti, poveri ed abbietti. Essendo dunque necessario, a chi vuole riordinare la repub- blica fiorentina, oltre all' aver considerato qual forma universale di governo alla nostra città si richiede, con non minore diligenza esaminare i particolari difetti e mancamenti che la rendevano inquieta e travagliata, per poter poi ncll' introduzione della già narrala for- ma particolarmente a tutti riparare; perciò io, paren- domi avere acquistato qualche notizia, per essere nel- le pubbliche azioni deir ultimo governo intervenuto, in questo seguente libro andrò disputando di tutte quelle cose che mi parevano nelle due passate ammi- nistrazioni mal ordinate, scoprendo tutti gli errori e tutti i mancamenti da' quali è nata la loro poca vita. Dopo questa disputazione, quella forma, che noi ab- biamo di sopra descritta, introdurremo, mostrando in che modi a questi difetti si possa porre rimedio, ac- ciocché la repubblica abbia tutta quella perfezione che da ogni buon cittadino debbe esser desiderata. Capitoi-o II. Quali cose bisogna che sieno in uno stalo a voleit» clic sia da' cittadini amato, e perù sia diutuino. Manifestissima cosa è, che tutti quei governi e stati hanno diulurnilà e lunga vita, ch(; sono amati e te- nuti cari da' suoi cittadini di qualunque sorte essi si 54 I-A REPUBBLICA FIORENTINA. sieno j ed è questo in tanto vero, che eziandio gli stati violenti e tirannici s' ingegnano quanlo possono gua- dagnarsi gli animi de'subielti loro, e farseli benevoli ed amici, giudicando noD poter viver sicuri e mante- nere gli stali senza la benevolenza loro. Per la qual cosa i capi di detti slati esaltano molti con ricchezze e dignità, ed altri comunicando loro le cose più segrete e volendo intendere il consiglio e parer loro, mostransi con tutti il più che possono civili ed umani, fanno feste e spettacoli per trattenere la moltitudine, e con questi simili modi fanno sì, che la loro tirannide è te- nuta dal volgo amministrazione civile, vedendo in essa osservare molte cose, che sono proprie delle repubbli- che ben ordinate. Ma è da notare, che 1 cittadini sono affezionati a quel governo nel quale ottengono, o pare loro ottenere i desiderii loro, E perchè siccome noi nel precedente libro abbiamo lungamente ragionato, i po- polari desiderano libertà, ciò"' non ubbidire se non alle leggi ed a' magistrati temperati da quelle : 1 mediocri, oltre allalibertà, onore, i grandi oltre a queste due cose, grandezza, e ciascuno quiete e tranquillila, seguita che se ne* due governi passati non era ne liberi à, né onore, n^ grandezza, non potevano essere amati daclttadlnl, e perciò non è da maravigliarsi, se il primo non fu da persona difeso, e se dal secondo molti si alienarono, e fu grata loro la rovina di cjuello, perchè non essendo in amenduni alcuna delle sopraddette cose, non ave- vano cagione di amargli afiTezionatameute, non gli aman- do, non erano costretti pigliare la difesa loro j la qual cosa essendo manifesta, seguita che noi mostriamo che in detti governi non era ne libertà, uè onore, né gran- LIBRO SECONDO. 55 olezza, e però cominciando dalla prima, [)roveremo che ne' due governi passati non era libertà. Capitolo III. Che ne' due governi passati non era libertà. Tulli gli slati, siccome nel suo luogo diffusamente dimostreremo, son relli e governati, o da un solo, o da pochi, o dagli assai 5 ma lasciando indietro quei governi ne' quali o un solo, o i pochi son signori, e trattando di quelli dove gli assai reggono, i quali prin- cipalmente fanno professione di libertà, e tra' quali e- rano comunemcnle le due passate amministrazioni, dico, che quando questi governi son così fatti, che la suprema autorità in picciol numero di cittadini si ri- duce, tali stati non sono e non si possono in modo alcuno liberi chiamare. Perchè siccome nel governo de' pochi i pochi deono esser signori 5 cosi nel reggi- mento degli assai, gli assai, non i pochi, deono coman- dare. Che i pochi il vesserò ne' delti due governi su- prema possanza, «'* manifesto per 1' autorità che ave- \ano i priìui niagislrati della città. Ciascuno sa che gli otto di balia con sti fave potevano disporre della vita e roba di tutti i cittadini. I dieci con sette dispo- nevano di lutto Io stalo della città, perch'^ potevano deliberare della pace e guerra in quel modo pareva loroj la signoria poi con sei fave poteva il tutto. E perchè ai delti magistrati non era posto freno alcuno, si poteva dire che avessero in poter loro tutta la città, ed essendo composli di poco numero d'uomini, segui- la che i pochi, non gli assai, fussero signori. Non era 50 LA REl'UBIiLlCA FIORENTINA. tulunque libera la città, essendo governala in modo che i pochi sempre avevano in quella autorità tiran- nica e violenta, perchè sono i tiranni quegli che non hanno freno alcuno. Nelle città che sono prudente- mente ordinate, non è alcun magistrato che abbia libera podestà di fare quello vuole nelle azioni a lui appar- tenenti, perchè da tutti si può provocare a' cousigl' che sono a tal causa ordinali j siccome noi veggiamo f.ire ai Viniziani e siccome si trova usato in qualche repubblica, che sia mai stata prudentemente tempera- ta. Ma è da notare che quattro sono le cose nelle quali consiste il vigore di tutta la repubblica : l* elezione dei magistrati, la deliberazione della pace e guerra, le pro- vocazioni e l'introduzioni delle leggi, le quali quattro cose sempre deono essere in potere di chi è signore della ciltà= Per la qual cosa in quei governi dove gli assai reggono, è necessario che sieno in potestà degli assai, altrimenti in quella città dove siano tali ammi- nistrazioni, non sarebbe libertà. In Firenze adunque nei due passati governi la creazione de' magistrati sen- za dubbio era in potere degli assai, perchè tutta la città dependeva dal gran consiglio, e però in questa parte la città era libera; la deliberazione delia pace e guerra era in potere del magistrato de' dieci, i quali di quelle due cose e conseguentemente di tutto lo stato della città potevano disporre, di che seguitava che i pochi, e non gli assai, fussero signori dello stato della città, e dove tal cosa avviene, quivi non può esser vera e sincera libertà : delle provocazioni non bisogna parlare, perchè non vi erano, tal che i magistrali po- tevano fare lutto (]uello che ['areva loro, perchè non LIBRO SECONDO. Bj avendo freno, non temevano correzione alcuna, la qiial cosa faceva che la citlà non era libera, ma soggetta ai pochi ^ l'introduzione delle leggi, quantunque fosse in potestà del consiglio grande, nondimeno, come di sotto proveremo, era tanto male amministrala, che era come se fosse in potere de' pochi. Veniva adunque la città quanto alla creazione de' magistrati ad esser li- bera, ma quanto all' altre tre cose, che non sono di minore importanza, non era libera, ma all' arbitrio e podestà di pochi suggetta. Che le tre ultime cos,' non fussino di minor momento che la creazione de' masi- strati, è manifesto, se non per altro, perchè clii è stato padrone delle tirannidi passate, non si è curato della elezione de' magistrati, eccetto quelli ne'quali era po- sto 1' autorità delle tre dette cose, parendo loro che chi è signore di quelle, sia signore di luttojesenza dub- bio chi può deliberare della pace e guerra, introdurre leggi, ed ha il ricorso de' magistrati, è padrone d'ogni cosa. Essendo adunque le tre dette cose nei due go- verni passati in podestà di pochi, seguita che i pochi e non gli assai erano signori della città, e perciò non era in essa quella libertà che a molli pareva avere j nìa venendo più a' particolari, parliamo alquanto della signoria, e mostriamo quanto la sua autorità fosse ti- rannica e violenta. Capitolo IV. Che r autorità della signoria era tirannica. Siccome noi abbianio detto, la signoria aveva auto- rità di fare e non fare lutto quello che le pareva, lu 58 LA REPUBBLICA FIORENTINA. qual cosa ne' tempi antichi diede sempre di tutte le civili conlese occasione. Perchè innanzi alla tirannide di Cosimo, traeudosi questo magislralo per sorte, av- veniva spesso che un magistrato era d' una fazione e quello che succedeva era d' un'altra ed un medesimo alle volte era di due, e di qui nascevano tanti dispa- reri, tanti esilli e tanti disordini della nostra città, che si leggono nelle memorie antiche di quella, e finalmente nacque dall' autorità di tal maglstralo la tirannide di Cosimo, la quale ha tenuto tanto tempo, e al presente tiene con maggior violenza che mai oppressala la città. Era Cosimo, come a ciascuno è nolo, sopra tutti gli altri ricchissimo, e senzachè egli di natura liberale, si sapeva anche servire delle ricchezze in acquistar gran- dezze, facendosi con esse molti cittadini partigiani ed afTezionali^ talché avendosi egli guadagnati moltissimi amici, avvenne che egli mentre era In esilio, fu tratta una signoria tutta di suoi amici e partigiani la quale non ebbe sì presto preso il magistrato, che ella rivocò Cosimo dall' esilio, il quale tornato che fu nella città, avendo la signoria disposta a far quello voleva, cacciò fuori coir autorità di quella lutti i suoi avversarli, e si fece padrone di tutta la repubblica 5 e perchè egli non potesse mai esser separalo da quell'autorità, colla quale egli avea vinto i nimlci suoi, ordinò gli accop- piatori, per opera de' quali detto magistrato, ed alcuni nitri nel modo eh' è noto a ciascuno, non venissero mai, se non in persone, che fussero dello stato suo af- fezionale. Cosimo adunque ch'era astutissimo tiranno, conosceva quanto V autorità della signoria era formi- dolosa, ed agevolmente lo poteva conoscere, avendo- LIBRO SECONDO. ^f) ne fatto prova nell" oppressore la libertà e farsi la città soggetta. Hannola ancora conosciula quesli, che al presente reggono, li quali vedendo che la signoria, o per amore o per forza, poteva tor loro quello che ella avea dato a Cosimo, siccome si vide nel mdxxvii, quando monsignore di Borbone s' appressava collo esercito a Firenze, hanno in tulio levalo via quel ma- gistrato. Se adunque tale autorità è giudicala da una tirannide troppo formidolosa, mollo maggiormente si deve temere da una repubblica che fa professione di liberta. E se alcuno dicesse che il consiglio grande provvedeva, dando quel magistrato a chi gli pareva, che non venisse se non in persone amiche alla li- bertìij rispondo primieramente che il consiglio si poteva anche ingannare, perchè dove lungo tempo non si è fallo esperimento degli uomini, difhcil co- sa è conoscer gli animi loro. Il che manifestamente si vide negli ultimi tempi del governo, che minò nel MDxii nel quale la maggior parte di quei che furono capi di tal rovina, erano dal consiglio più che gli altri esaltali. Polevasl adunque ingannare il consiglio, e dare i magistrali a chi non era a tale amministrazione afifezionalo. Secondariamente, quando il consiglio non si fosse ingannalo, non era per questo che quel!' au- torità della signoria non fusse tirannica e formidabile : né mai fu alcuna città libera nella quale sei persone avessero assoluta potestà di far lutto quello che loro piacesse. Essendo adunque tale autorità violenta, e potendo gli uomini qualunque volta vogliano, variare r intenzioni, non è da dar loro quella autorità che possono, così in pernicie come in benefìzio della re- Go LA REPUBBLICA FIORENTINA. jiubblica usare, massimamente potendosi trovare altri modi, per li quali la città non manchi di quel bene che può quel magistrato partorire. E concludendo questa parte diciamo, che la città non era libera, es- sendo in essa cosi violenta e tirannica autorità. Capitolo V. Che l'autorità del magistrato de" dieci era tirannica. Il magistrato de' dieci, come è noto a ciascuno, ave- Ta libera ed assoluta potestà di deliberare della pace e guerra, tal che con sette fave poteva disporre dello stato della città in quel modo che gli pareva 5 onde in quei tempi che Cosimo si faceva grande, tenne la città in gran travaglio, ed a Cosimo dette grande occasione ad ottener quello che desiderava; la qual cosa come procedesse, voglio al presente dichiarare, acciocché ciascuno possa chiaramente comprendere, quanto l'au- torità di tal magistrato sia dannosa e formidabile, sic- come noi abbiamo detto, e a ciascuno è noto. Tutti li magistrati nella nostra città insino a che fu trovato il gran consiglio si traevano per sorte, perchè ogni tan- to numero d' anni si faceva scrutinio generale (noi di- ciamo volgarmente squittino generale), e s'imborsava- no tutti li magistrati, i quali poi ai tempi loro ordinati, per sorte si traevano; e perchè innanzi che Cosimo si facesse tiranno, concorreva a fare tali squiftini gran numero di cittadini di qualunque fazione si fiissero, avveniva che nelle borse de' magistrati erano messi cosi quelli che erano avversarli a Cosimo, come quei che gli erano amici, tal che i magistrali venivano in LIBRO SECONDO. G i persone, che così male come bene gli potevano fare, la qual cosa giudicando Cosimo pericolosa, deliberò trovare un modo, per il quale gran parie de** nemici suoi fussero traili delle borse, e gli amici vi rimanes- sero, acciocché i magistrati a loro solamente toccassero. Il modo, che egli trovò, fu questo. Egli con gli amici suoi operò tanto, che un certo signore venne con gros- so esercito ai danni de' Fiorentini, talché bisognando fare grossa provvisione di danari, furono posti alcuni accatti, con pena che il nome di quello che non pa- gava, se per sorte fusse tratto, fusse stracciato, cioè non potesse ottenere il magistrato. Cosimo e gli amici di Cosimo, i quali erano da lui sovvenuti, [ìagavano largamente j gli altri, chi per non potere, e ciii per non volere, non avendo quella intenzione che aveva Co- simo, erano mal solleciti a tali pagamenti, tal che molti, essendo tratti dalle borse, erano stracciali, e gli amir-i di Cosimo tutti ottenevano i magistrali. Fatte adunque le provvisioni per la guerra, furono fatti i dieci, che l'amministrassero, li quali essondo in essi molti amici di Cosimo, fecero ogni cosa perchè la guerra si per- desse, acciocché moltiplicando i bisogni, la città fosse costretta fare nuove injposizioni, e per tal modo le borse si venissero a votare degli avversarli di Cosimo, e non vi restassero altri che gli amici snoi^ ma quel si- gnore non ebbe felice evento contro alla AOgliadi Co- simo, e de' dieci, li quali ariano voluto che egli a- vesse rotto il cam[)0 de'Fiorentini per la cagione detta. Ma non restò Cosimo di seguitare il disegno suo, per- chè operò tanto con gli amici suoi, che egli fece suscitar la guerra di Lucca contro alT opinione de' migliori Giannotti. 5 62 LA REPUBBLICA FIORENTINA. cittadini di Firenze, la quale secondochè aveva ordi- nato Cosimo, fu sì male amministrala da* dieci, che i Fiorentini per la ragione detta, ne ricevettero danno e vergogna, e Cosimo per li bisogni grandi che soprav- venivano alla città, potette trarre delle borse quasi tutti i suoi avversarli, con tanto danno e vitupero de' Fio- rentini. E questo è quello, a chi serviva l'autorità de' dieci j li quali coli' amministrare e deliberare delle azio- ni della guerra in quel modo che pareva loro, tene- vano in travaglio e miseria la nostra città, e davano ogni occasione a Cosimo di venire in quella grandezza che egli possedette j e sebbene i dieci ne divenivano o- diosi, non ne facevano stima, avendo tutto lo stato della città in sua balia. Ne'due governi passati il dello magi- strato aveva la medesima autorità che aveva ne' tempi anlichi, ed ogni volta che l' usava in cose che dispiaces- sero all' universale, le persone di quello ne acquistava- no tanl* odi(j, che non era uomo poi che li volesse vedere, la qual cosa dimostra la violenza e la tirannide di tal magistrato. Io ne voglio addurre alcuni esempi seguiti neir ultima amministrazione, i quali per essere ancora freschi nella memoria degli uomini, dimostre- ranno meglio quel eh' io dico di questo magistrato. Dopo la mina della tirannide nel mdxxvii, il primo magistrato de' dieci, che fu creato, tenne pratica co' Sanesi di fare qualche confederazione che fusse utile all'una ed all'altra repubblica, e perchè i Sanesi non vollero mai venire a conclusione alcuna, hi volse quel magistrato a favorire i fuorusciti, per rimetterli dentro, e ridurre quella repubblica in tirannide pensando aver- si pin a servire d' uno stato tirannico in quella città, LIBRO SECONDO. G3 che d'una amministrazione civile. Affermando flunque i fuoruscili avere intelligenza dentro, fecero sì, che il magistrato deliberò dar loro quegli aiuti che bisogna- vano ad entrare in Siena, e minare quella repubblica ; ma non ebbe la cosa quelP effetto che si desiderava, perchè avendo presentilo i Sanesi tal apparato, ten- nero le porte serrate e con buone guardie, tal che i fuorusciti, poiché alla terra colle genti fiorentine si fu- rono accostali, vedendo i disegni loro scoperti, senza profitto indietro si ritornarono: la qual cosa tosto che per la città fu divulgala, cominciarono i romori e le querele ad andare sino al cielo, vituperando ciascuno il magistrato de' dieci che avesse voluto sollomellere una repubblica libera alla tirannide, senza considera- re quanto quella impresa fusse poco onorevole alla cillà nostra, la quale tanto poco tempo innanzi aveva recuperata la libertà. Dolevasi ciascuno, come è detto, del magistrato de' dieci e biasimava questo suo fatto, e non considerava che chi ha T arme in mano, la può così in male, come in bene adoperare, e chi vuole che non r usi male, bisogna che gliene tolga o provvegga che volendo non la possa usare male 5 chi adunque si lamentava che i dieci usassero male la loro autorità, doveva operare che la fusse loro tolta, e provvedere che non la potessero se non bene usare. Io voglio an- cora narrare un altro esempio, per lo quale si dimo- strerà quanto sia inutile alla città il modo del proce- dere e l'aulorità di quel magistrato. Nell'assedio pas- sato vedendo gli autori di quella guerra che 1' eserci- to del principe d' Oranges non era sufilciente, né a sforzare, ne ad assediare Firenze, fecero venire un .» IM\. iWA, i.\JJ\^^.lA%JIM. \^ A. I1V,(A£.\.^^ 64 T.À REPUBBLICA FIORENTINA. allro esercito di Tedeschi con gran copia d'ariiglie- rie e munizionij e per quanto si conghletturava e s' in- tese, disegnavano che quell' esercito espugnasse Pra- to, pensando che Firenze dopo tale espugnazione non avesse a fare più resistenza, ma subilo avesse a cade- re, siccome avvenne nel mdxii. Appressandosi adun- que tale esercito a Prato, fecero i dieci molte consul- tazioni sopra tal venuta, disputando se era da metter- si alla difesa di Prato, o se era da abbandonarlo. I dieci senza dubbio P averiano voluto difendere, ma non confidavano nel commissario che vi era, e non trovavano chi paresse loro atto a sostenere cotanto peso, e avriano voluto che alcuno di que' signori che erano in Firenze, avesse tolto quell' impresa : ma essi per non vi andare e non avere a mostrare la poca pe- rizia che avevano della guerra, mettevano tante difìl- cultà in tal difesa, che finalmente fu giudicato dal ma- gistrato che fusse meglio abbandonare quella terra che perderla difendendola. Fatta questa resoluzione man- darono commissarii e capitani con ordine che in Pra- to dimorassero quanto potessero, e quan do non vi po- tessero più dimorare, ne venissero con le genti a Fi- renze. Andarono costoro ed eseguirono il peggio che potessero le commissioni del magistrato, ed inaspetta- ti ne vennero a Firenze. Ma divulgandosi per la citlr, come Prato s' era abbandonato, cominciò ciascuno ad esclamare, biasimando tal partito e calunniando il ma- gistrato che r aveva preso, non ostante che detto ma- gistrato per r autorità che aveva, poteva non sola- mente quello, ma ancora molto maggiore partito pi- gliare. Era adunque il modo del procedere e V auto- LIBRO SECONDO. 65 iltà di questo maglstralo «lisulile alla città, poiché le sue deliberazioni procedevano con si poca soddisfa- zione dell' universale, ed era cosa assurda molto ve- dere in una città quelli che avevano creato un magi- strato, biasimar sempre le sue azioni, e da altro canto il maglstralo rade volte deliberare cosa che piacesse loro, il quale disordine e confusione nasceva dal sini- stro suo modo di procedere e dalla sua troppa auto- rità. Non si doveva adunque lamentare la ciltà del magistrato , quando pigliava qualche partito che le dispiaceva, ma di sé medesima che non sapeva o non voleva temperare in modo la repubblica che i magi- strati non avessero maggiore autorità di quella che fusse convenevole in una libera città, e V azioni di essa procedessero senza biasimo loro e con soddisfazione di tutti. E adunque manifesto per quello che abbiamo detto, che il magistrato de' dieci era non solamente ti- rannico e violento, ma disutile e dannoso alla ciltà. Capitolo VI. Glie il magistrato degli otto era tirannico. Del magistrato degli otto non credo bisogni molto parlare, per dimostrare quanto la sua autorità fusse tirannica, perchè ninno mai sarà che intendendo che in Firenze un magistrato solo con sei fave può dispor- re della vita e stato di ciascuno, che non giudichi tale autorità tirannica, e da essere da ogni savio cittadino temuta: la qual cosa è ancora molto meglio nota a quel- li che hanno notizia di quelle repubbliche antiche che hanno avuto fama d'essere state con prudenza tempe- 66 LA REPUBBLICA, FIOREÌVTINA. rate, nelle quali non si trova che sì poco numero di uomini abbiano avuta tanta potestà sopra la vita e sta- to de' cittadini. Quelli ancora che hanno scritto dei governi della cilth, ed insegnato, come le repubbliche s'abbiano a temperare, non hanno mai introdotto nelle civili amministrazioni così violenta autorità di far male senza temere punizione, onde non sieno mai per astener- si dal male operare, peccando, così nel non punire chi meritava punizione, come nel gastigare acerbamente chi non meritava d'essere gastigato : ne mi manche- rebbono dell' una cosa e delT altra assai esempi ; ma perchè è mia intenzione mostrare i mancamenti di quei governi, e non infamar coloro che governavano, però lascio andare questi esempli, li quali, se adducessi, fa- riano che molti si vergogneriano della loro malvagità, e voglio che mi basti avere dimostrato con quello che è detto la violenza e tirannide di tal magistrato, il qua- le, siccome fanno i tiranni, molte volte per odio gasti- gavano troppo chi non meritava punizione, e chi la meritava per grazia non punivano. E avendo detto dì ciò abbastanza, passiamo a' collegi. Capitolo VII. Che la reputazione de^ collegi è tirannica e disutile alla città. I collegi, che altrimenti sou chiamati gonfalonieri di compagnia, furono, siccome di sopra fu detto, ordinati dal cardinale di Prato, il quale fu mandato da papa Benedetto in Firenze, per mettere in concordia quella città. Costui trovando i popolari essere oppressati dai grandi, ordinò i delti gonfalonieri, i quali, qualunque LIBRO SECONDO. O'y volta bisognasse, af^unassero il popolo, acciocché col- l'arme li difendesse da chi gP ingiuriava. Fu adunque trovato lai magistrato per difendere il popolo da'gran- di, e di qui è nato clie insino ai tempi noslri s' è at- tribuito il nome di difendere la libertà. Ma fu sì male ordinato il modo di procedere in tal difesa, che non ne risultava altro che tuaiulti ed ingiurie, il die nasceva perchè in tal difesa non s' osservava ne modestia ne alcuno civile costume, ma tutta con forza e violenza procedeva j laonde mulliplicando le ingiurie, sempre nascevano nuove cagioni di tumulti e discordie civili, ed in questo modo la città non quietava mai, ed il detto magistrato non le fu di frutto alcuno, perchè do- po le sue ordinazioni, succedettero maggiori dissensioni di quelle che prima erano state, siccome nel suo luo- go dimostreremo. Crebbe poi la sua riputazione, quan- do per certa peste non si trovando chi volesse stare nella città, ed esercitare i magistrati, fu fatta quella leg- ge, per la quale si toglieva a ciascuno il potere ottene- re magistrati, l'avolo del quale non fusse stato vedu- to, o non avesse seduto in uno de' tre maggiori, chia- mando i tre maggiori la signoria, i dodici e li gonfalo- nieri di compagnia, di che nasceva che ciascuno desi- derava tal magistrato per lasciare ai suoi nipoti facul- tà di potere avere gli ufizii, se dal padre per alcuna ra- gione non fusse loro lasciata j siccome questa legge in quei tempi, nei quali ella fu fatta, parton forse qualche utilità, cosi poiché la città venne sotto il giogo della tirannide, aggiunse ai Medici non piccolo favore e ri- putazione, perchè avendo essi per opra degli accop- piatori, autorità di creare delti magistrati, ciascuno cit- 68 LA REPUBBLICA FIOHENxnA. ladino riconeva a loro per averne alcuno, e non so- lameaLe d'essere egli imborsato e tratto, ma se aveva ancora figli noli che fussero eziandio in fascia, operava che fussero tratti, acciocché, se pure non avessero a sedere, fussero almeno di tali magistrali veduti. Dava adunque questa legge grande occasione a* tiranni di guadagnarsi gli uomini, e farseli amici, senza che era cosa molto assurda e ridicula sentir nominar alcuno, che fusse in fasce, per uno de' collegi o de' dodici o de' signori. Appresso, che altra ingiustizia si sen'.ì mai maggiore, che torre i magistrati a quelli, i padri ed a- voli de' quali non avessero seduto, o non fussero stati veduti de' tre maggiori^ quando gli altri più antichi delle case loro avessero quelli ed altri magistrati ottenuti ? E senza dubbio egli non L- ragionevole, che gli uomini patiscano la pena delle colpe degli avoli e padri loro, quando essi sieno virtuosi e costumali 5 oltre a questo chi ben considera può vedere, che la sopraddetta leg- ge dà cagione agli uomini di volere meglio alla tiran- nide, che alla libertà, perchè non si trova alcuno che non sia ambizioso, e quelli che colle loro ipocrisie e simulate religioni fanno sembiante del contrario, sono quelli che sono più ambiziosi che gli altri, siccome sa chi ha avuto pratica de' cittadini. Essendo adunque così fatti gli uomini, senza dubbio è da credere che a quel vivere sieno più affezionati nel quale più agevol- mente possono conseguire i deslderii loro. Ma chi non sa, quanta poca fatica era nella tirannide, e quanto dif- ficile nel governo civile, attenere il priorato o il magi- strato de' dodici e collegi ? Ogni piccola amicizia che altrui abbia co' tiranni, fa che ciascuno ottiene il desi- LIBRO SECONDO. by delio suo, ma nell' amminislraziouc civile, bisognava aspettale la grazia dell' universale che vincesse; il [lar- tito, ed il favore poi della sorte nelr esser tratto. Im- ponendo adunque la predelta legge necessità agli uo- mini di desiderare detti magistrati per la cagione delta, e trovando più facilità ad ottenergli nella tirannide, che nella repubblica civilmente governata, seguita di ne- cessità, che gli uomini abbiano cagione di essere affe- zionati più alla tirannide, che alla repubblica, e così questo magistrato de' collegi, il quale ciascuno crede che sia defensore della pubblica libertà, è più della ti- rannide, che di quella fautore, rispetto a' cittadini che lo desiderano, ed hanno maggiore facilità d' ottenergli nelli slati violenti che ne' civili, siccome per le soprad- dette cose penso che sia manifesto. Oltre a questo, avendo tal magistrato acquistato opinion di difendere e mantenere la libertà per la caglon sopraddetta, è poi proceduto tanto olire colf ardimento suo, che egli s'è arrogato autorità di trovarsi nelle consultazioni che fanno i dieci, e consigliare anco esso la repubblica nel- le faccende della jjace e guerra. E perchè ne' casi, nei quali si tratta della difesa o mantenimento della liber- tà, tal magistrato s' arroga grandissima autorità, non {)are che alcuno abbia ardire di consigliare cosa che sia contro all'opinione di quello, temendo di non es- sere infamato, come nemico della libertà 5 e perchì quelli che sono ornati di tale dignità, sono le più volle giovani, è forza che manchino di quella prudenza che ricerca il governo civile, talchò la cillà rade volle è consigliata con ragione, ma più preslo secondo le pas- sioni e voglie particolari di tal magiatralu. X. che si 5* ^O LA REPLBBUCA FIORENTINA. aggiunge, che sempre nella repubblica è qualche repu- talo citladino che desidera grandezza, e vedendo quel magistrato mollo a proposilo della sua intenzione, si fa capo delle sue opinioni, acquistando loro coli" autori- tà sua favore e fede 5 ondechè avendo tali pareri ori- gine da tal magisti^lo, ed essendo favoriti da chi ha grandezza e riputazione, niuno è Ira gli altri che possa dire ( se non con pericolo ) il contrario, siccome av- venne nel principio della guerra passala, nel qual tem- po furono fatte molte consultazioni sopra il mandare ambasciadori a papa Clemente, e l'autorità che si do- veva dar loro, alle quali interveniva la pratica ordi- nata al tempo di jSicolò Capponi, i dieci, la signoria, i collegi, i dodici j disse ciascuno la sentenza sua, la qua- le era ne' più, e massime in quelli della pratica, che si facesse ogni accordo col papa, purché quello esercito non s'accostasse alle mura. I collegi dissero l'opposi- lo, ne vollero mai consentire che al papa si concedes- se cosa che in parte alcuna, benché minima, diminuis- se la libertà della città j ma usarono in ciò tali parole e tali spaventi, che niuno ebbe poi ardire di esplicare liberamente il suo concetto. E sebbene i collegi preso- uo allora la parte onorevole e generosa, laddove que- gli altri l'avevano presa vituperosa e vile, non resta però, che quel modo di procedere non fusse tirannico e violento, perchè il consigliare debbe esser libero e fondato in sulle ragioni, e si debbe poi fare di quel parere elezione, che con migliori ragioni si può sosten- tare. Chi consigliava in quel tempo che si facesse ac- cordo, non allegava altre ragioni, se non i pericoli della guerra, la spesa iuloUeiubile, i danni e simili cose j LIBRO SECOXnO. n \ talché non mostrava muoversi a cosi consigliare da al- tro, che da paura e viltà, siccome porge la natura dei vecchi nostri, li quali son vili, paurosi ed avari 5 e chi vuol vedere che slima sia da farne, guardi le prove che fecero lutti quelli che dalla città furono, cosi den- tro, come fuori, in quella guerra adoperati, e troverà che poco conto se ne dehbe tenere, avendo quei che andarono fuori tutte le terre del dominio, senza n'io- strare alcuna generosità jìcrdule, ed essendosi quelli che governavano dentro, lasciatisi in tal modo aggirare da Malatesla, che egli potette constringere la città a darsi in preda a' nemici suoi, senza aver conosciuto quello che i piccioli fanciulli conosceano, e per le stra- de e piazze se ne lamentavano, cioè T infedeltà di detto Malatesla, la quale se pur conobbero, non avendo sa- pulo a tempo gastigarla, è come se non l'avessero co- nosciuta. E tornando al proposito, siccome nell'am- ministrazione della guerra non mostrarono ne pruden- za, ne generosità, così nel consigliare non mostrarono altro che paura e viltà. I collegi e altri che avevano preso la parte generosa, non furono mossi da altro che da volonià di volere mantenere quel governo, perchè nel consigliare la difesa non allegavano ragione di tal momento che dovesse inducere gli uomini a pigliar si grande impresa, ma diceano che la libertà si doveva difendere colla iol)a e col sangue: né mancava chi con r autorità di fra Girolamo [)rometteva la vittoria cer- ta. Tulio questo inconveniente nasceva, perchè ninno era tra quei che governavano, che conoscesse la gran- dezza delle forze della cillà, laiche dalla cognizione di esse nascesse così generoso ardimento di diJi'ndero ^2 LA. REPLBBLICA FIOREJfTIXA. quella repubblica. Onde nel piiucipio e nel mezzo della guerra non fu mal capitolato di quanti danari la cillà si potesse servire, quanto tempo le vettovaglie potessero durare, quello che la città si poteva pro- mettere de' soldati e del capitano, tal che tutte queste cose partltamente fussero note ; ma al tempo così di Francesco Carducci, come di Raffaello Girolami si go- Ternavano le cose più con isperanza che con ragione 5 ed io più volte sentii dire all' uno ed all'altro, quando si era fatta qualche provlsione o ricerca di vetlovfiglie • iS oì possiamo ancor durare., poniamo, due niesi^ poi gualche cosa sarà ,• ed in capo a quel tempo si rifa- cevano le provvisioni più gagliarde che prima, di mo- do che la città abbondava di tutte le cose che biso- gnavano per l'uso della guerra, né altro mancava che prudenza e fortezza di animo in quelli che gover- navano, acciocché le potessero conoscere, e ne' debiti tempi usarle, le quali, se avessero saputo fare, senza dubbio la vittoria era della città, la quale tanto in al- to 1' averla condotta, quanto è al presente conculcata. Io mi sono alquanto dal proposito mio dilungato, ben- ché non senza qualche utilità, potendo ciascuno co- noscere per il precedente discorso, quanto la città ab- bia bisogno di regolare il modo e 1' ordine del consi- gliarla, acciocché non manchi di quella parte, senza la quale ninna repubblica può reggere e governare la sua llbeità. E tornando a quello, dicoche cassai manife- sto, quanto il modo del procedere de' collegi e dodici, perchè ciò che si dice dell'uno, si dice dell'altro quan- to alle azioni, non quanto all' origine, fusse strano e violento, e come senza essere CQrrelto> siccoms sino a' LIBRO SECONDO. 7.') tempi nostri ùon ha mai nolabil frullo partorito, così per l' innanzi non potrà mai alla repubblica in parte alcuna giovare, e se pure tal volla ne** tempi passali è slato frulluoso, non è ciò avvenuto per sua natura, ma per essere stato in quello qualche uomo savio o per altro accidente, come si potria vedere quando venis- sero in considerazione quei tempi e quei casi ne' qua- li alcuno tal magistrato essere slato fruttuoso affermas- se. Avendo detto de' collegi a bastanza, discorriamo al presente che disordini ed inconvenienti nascevano dalla tirannica autorità e sinistri modi del procedere dei sopraddetti magistrali. Capitolo VITI. Che il gonfaloniere noquìstava maggior potenza di quella che si conviene in un^ ainniinistrazioue civile. L'autorità che le leggi davano al gonfaloniere nel magistrato suo, non era maggiore di quella che ave- vano qualunque altro fusse ornato del priorato, perchè tanto \ aleva il suffragio suo, quanto quello di ciascuno altro del nicdesimo magìsirati.» superava gli altri, per- chè era qualunque volta voleva proprssto, non sola- mente nella signoria, ma in ciascuno altro magistrato. Il che era ordinato, perchè non volendo il proposto [)er alcuna cagione proporre ne' magistrali le cose oc- correnti, si potessero per questa via le faccende pub- bliche eseguire. Era adunque il gonfaloniere in dignilà superiore a lutti gli altri e in autorità eguale: ma per- chè V autorità de' signori dieci, otto e collegi, erano^ come abbiamo sopra dimostrato, tiranniche e violenti. 74 J^^ REPUBBLICA FIORENTINA. qualunque volta egli poteva disporre di quei magistrati, veniva l' autorità sua a diventare tirannica e violenta, e perchè il governo dello stato era tutto posto sopra alle spalle de' dieci, però il gonfaloniere, essendo capo della repubblica, assai con loro praticava j ed essi per riverenza di quel grado, non ariano preso deliberazio- ne alcuna senza che egli nefusse consapevole. Se adun- que le deliberazioni de' dieci soddisfacevano al gonfa- loniere, egli non aveva altra difficoltà j se le non gli soddisfacevano, egli con l'autorità sua, o faceva venire i dieci nella sua opinione, o essi stavano pertinaci j se mutavano parere, il gonfaloniere aveva la sua intenzio- ne 5 se stavano pertinaci, conveniva che il gonfaloniere stesse paziente, o per altra via troncasse i disegni loro. E perchè stando paziente non gli pareva tenere quel grado con reputazione, però chi era gonfaloniere face- va ogni cosa perche tutta la repubblica avesse depeu- denza da lui, e gli fusse quasi sottoposta, la qual cosa gli era facile a fare, potendo per il mezzo della signo- ria e collegi, qualunque volta egli voleva, acquista- re tutta quella potestà che egli desiderava , e non solamente tagliare tutte le deliberazioni di cjualun- que altro magistrato, ma far sì, che ninno ardisse deliberare cosa che fusse contra la sua intenzione , perchè non aveva altra difficoltà che secondare e piag- giare, siccome vulgarmente diciamo, le opinioni dei signori e collegi, mostrandosi sempre difensore della libertà contro alla potenza de' grandi ; e ogni volta che egli aveva disposti questi due magistrati, sempre conduceva quello che egli voleva, non ostante qua- lunque altra repuguanza, che da cittadino o magistrato LIBRO SECONDO. 7 5 li fusse falla : laiche si poteva dire, che tutla la cillà fusse in suo potere , e qualunque non procedeva per questo modo, aveva sempre nelle cose grandi infinite difficultà: perchè venendo il magistrato de' dieci le più volte in persone grandi e riputate, difllcilmenle ne po- teva disporre, se non procedeva nel modo detto, e non procedendo, ma trattenendo i dieci, era poco grato ai signori e collegi, e per conseguente all' universale. Per- chè questi due magistrati pigliavano occasione di ca- lunniarlo dal non conferire egli e li dieci con loro le faccende dello stato 5 e da queste varietà nacque che alcuno di quelli gonfalonieri fatti dal mcccclxxxxiv al MDxu furono grati all'universale, ed alcuni odiosi. Piero Soderini, tosto che egli fu creato gonfaloniere conobbe questa necessità che aveva chi teneva quel grado, di trattener li due magistrali, se voleva nella repubblica poter alcuna cosa, e si volse a farlo, e lo seppe in tal maniera fare, che egli non ebbe mai diffi- coltà alcuna, e potette sempre disporre di tutla la città in quel modo che gli pareva. Perch' ogni volta che i dieci, eziandio nel consiglio della pratica, avessero tatto deliberazione alcuna che le fusse dispiaciuta, po- teva con autorità della signoria e collegi, sotto colore di volere che quei magistrati intendessero ancor essi le cose che appartenevano a tutta la città, tagliarla e deliberare, come gli pareva, siccome avvenne nell'an- no MDvii, nelqual tempo essendo la venuta dell'impe- ratore in Italia in grandissima spettazione, e volendo (iiovambatista llidolfi e gli altri [)iù riputati cittadini della cillà nostra, mandargli auibasciadori, nò volendo a ciò consentire il gonfaloniere, per non dispiacere al yb I-A REPLBBLICA. FIORENTINA. re di Fiaiicla, impedì agevolaiente nel modo detto tal deliberazione 5 e sebbene lutto l'animo di Piero Sode- rlni era volto al ben pubblicOj non era però che que- sto modo di procedere non fusse violento e tirannico e di malvagio esemplo. Perchè poteva venire un altro dopo lui, il quale per questi mezzi riconciliatisi gli a- nimi dell'universale, ed acquistata quell'autorità che aveva Piero Soderini, l'usasse in pernicie della repub- blica. Questa tanta autorità, che io dico, che aveva Pier Soderini, alienò gli animi d'alcuni principali cit- tadini della città da quella amministrazione. Perchè vedendo ogni cosa ridotta in potere del gonfaloniere, non pareva loro aver alcuna autorità, e quantunque fussero ornati delle prime dignità, non le stimavano, vedendo che ad ogni modo dependevano dal gonfa- loniere : talché costretti da cjuesta mala contentez- za, consentirono alla rovina di quello stato, ed a ri- mettere i Medici 5 e benché questi tali non meritino laude alcuna, anzi biasimo e vituperio, non è però che quel mo lo di procedere non sia da biasimare e da cor- reggere, per tor via le cagioni di quelle male conten- tezze. E che sia vero quello che io dico, si manifesta per quei tempi, ne' quali il gonfaloniere non era perpe- tuo, cioè nel mcccclxxxxiv insiuo al :.idxii, ne' quali anni i primi cittadini della città non alienarono mai l'animo dalla repubblica, anzi sempre francamente contra gli assalti esterni e contra le congiure domesti- che la difesero. Il che nasceva perchè in quella forma di vivere, avendo sempre bisogno la repubblica dei consigli e favori loro, essi vi avevano quella autorità e riputazione che volevano, della quale pascendosi, LIBRO SECONDO. ^7 vivevano afFczlonati a quella lepubblicu che li faceva per tutto liguardevoli, ancoraché quella amministra- zione mancasse di cerio modo di onorare 1 cittadini i^randi, come di sotto diremo. Ma tosto che fu futto il gonfaloniere perpetuo, essendosi radunata tutta la loro reputazione ed autorità nella persona di quello, lutti alienarono l'animo di quella amministrazione, e lo pie- qarono a volere piuttosto vivere in una tirannide, che in un governo civile j l'altro è l'essere ornati di gran- dissime dignità che rendono le persone di quelli, nei quali elle vengono, conspicue ed onorate. Nelli due governi [)assali i grandi vi acquistavano grande auto- rità, la quale era loro finalmente a infamia e vituperio, siccome noi discorreremo, e pochissimi ancora vi ave- vano luogo, e quelli che ve l'avevano, usavano mille arlifizii che non erano convenienti a qualunque rego- lala città. Talché da tanta loro autoritìi. non ne risul- tava loro quell'onore e grandezza che desideravano, e non vi essendo modo a pascerli colle dignità, era for- za che restassero malcontenti. Peccavano adunque i detti governi, non essendo ordinati in modo che potessero soddisfare a così fatti A REPUBBLICA FIORENTINA. scendo, quanto potevano, per privare la repubblica di amici e di reputazione. Questi senza dubbio furono raossi a desiderare la rulna di quel governo da cupi- dità d' onore e grandezza, la quale non potevano in esso ottenere. E quantunque paia non credibile, che olii fa opera che la patria sua venga sotto il tiranno, sia mosso a ciò da desiderio di gloria ed onore, non si essendo mai sentito, che alcuno per così fatta impresa sia divenuto glorioso, ma sì bene chi colla morte di esso ha ridotta la patria in libertà ; siccome noi vedia- mo che nessuno fu mai tanto scellerato o stolto, che giudicasse Curione degno di lode, per avere venduto la patria sua, e sottomessola al tiranno, e non esaltasse Bruto insino al cielo, per averlo aramazzato e renduto alla patria la libertà. Nondimeno è da notare, che po- chissimi son quelli in tulli i luoghi che sieno della vera gloria desiderosi, perchè ninno quasi è che pensi quel- lo essere glorioso, che per universal consenso è repu- tato savio e valente, ma quello che ha maggiore po- testà che gli altri, laddove appresso agli antichi Ro- mani maggiore gloria ricavava il deporre la dittatura che pigliarla. Desidera ciascuno adunque potere, e pensando essere più facile ottenere il desiderio suo da un solo, che da molti, però si volge a favorire il tiran- no, il quale per natura sua sempre esalta alcuni, e vuo- le che si creda che abbiano appresso di sé potestà, la quale oppinione fa che gli altri cedono ed attri- buiscono loro ogni onore ed ogni reverenzia, talché sendo nel vulgo riguardati e cospicui, par loro avere cjuella gloria che son iti cercando, e cosi fatta è la gloria e F onore che desiderano i nostri cittadini . LIBRO SECONDO. ^.) Basta loro avere le prime dignità , e potere venire in piazza, e innanzi si riducano ncU' audienze, farsi molto ben vedere, e rispettare privatamente a chi ha hist)gno del magistrato, e consumare più tempo fuo- ri della pubblica residenza, che in essa poi non con- sumano, parendo loro bella cosa esser in piazza accer- chiati intorno dalla moltitudine, e talvolta esser vedu- ti parlare col tiranno, o sederli, o camminarli a canto 5 le f[uali cose fanno senza dul)bio che essi sono in maggiore grado e più onorali che gli altri : ed essen- do sempre appresso a chi può il tutto, par loro aver grandissima parte di tal possanza, e perciò aver cagio- ne di contentarsi. Così fatti orano quelli che per ap- petito d' onore erano malcontenti al tempo di Piero Soderini, e desideravano la rovina di quello stalo, ed ottennero il desiderio con esito conveniente alla stol- tizia loro, essendo poi siali costretti, nini che altro, a servire gli stallieri di quelli ai quali avevano la patria sottomessa. Ma [n:v concludere questa parte, quelle due sorte di nemici arle sono eguali a quelle dell'altra, senza dubbio è difetti- C)4 I^A. REPUBBLICA FIORENTINA. To, e non si debbe seguitare, perchè non è possibile temperare uno slato tanto perfettamente, che la virtù? o vogliamo dire potestà, di ciascuna parte non appari- sca 5 perciocché in tal mistione avviene il contrario che nella mistione delle cose naturali, nella quale le virtù particolari delle cose, di che si fa mistione, non riman- gono nel misto appaienti, ma di tutte se ne fa una sola, la qual cosa non può nel temperare una repubblica avvenire, perchè bisogneria pestare e tritare in modo gli uomini, che de' grandi, popolari e mediocri se ne facesse una sol cosa diversa in tutto da quelle tre fa- zioni, la qual cosa senza dubbio è impossibile. Rima- nendo adunque le virtù di ciascuna parte apparenti nella mistione, è necessario che, essendo l' opposizio- ni e resistenze eguali, non manchino le repubbliche, in tal modo temperate, di civili dissensioni, le quali apra- no la via alla rovina loro. Che le repubbliche nel so- praddetto modo temperate sien sempre alle civili dis- cordie esposte, si manifesta per la repubblica romana, la quale, secondochè ne discorre Polibio, era compo- sta delle tre sopraddette specie, in tal maniera che la virtù e potestà di ciascuna parte appariva. Talché i forestieri nel travagliare dell' altre repubbliche e prin- cipi con quella, quando avevano a convenire col senato, per la grande autorità che e' vedevano in quello, la giudicavano una repubblica di ottimati, e quando con- venivano co' consoli, per la medesima cagione pensa- vano che fusse un regno, similmente quando trattava- no col popolo, pareva loro una repubblica popolare, e nondimeno sempre fu piena di civili dissensioni. Non era adunque quella repubblica ben temperata, e quello LIBRO TERZO. gf) che ne discorre Polibio era segno di mala commistio- ne, perchè se ella fusse stata prudentemente ordinata, chi avesse avuto a travagliare co' consoli o col senato o col popolo, non aria giudicalo che tal repubblica fusse, o popularilà, o slato di ottimati, o regno, perchè averebbe veduto il popolo dependere dal senato e dai consoli, il senato dai consoli e dal senato, e con ciascu-, na di queste parti averebbe veduta temperata la virtù dell'altra. Le discordie adunque non nascevano da al- tro, se non che esercitando ciascuna parte tanta virtù, quanta l'altra nel composito, l'una non veniva a ave- re rispetto all' altra, estimando potere quanto quelhi^ benché se vantaggio vi era, l'aveva piuttosto il senato che il popolo, siccome appresso diremo. Ma dicendo al presente, che 1' uno fusse pari all' altro, dico che chi dopo la cacciata de' Tarquinii temperò quella re- pubblica, non fece altro se non che dove la repub- blica inclinava in quel regno, egli abbassò quella pote- stà, e lo fece tornare eguale ai popolo ed al senato, e fece un misto eguale di tutte le altre parti, nel cjuale tanta potestà esercitava l'una quanto l'altra, e da que- ste nacquero tante dissensioni, che finalmente destrus- sero quella repubblica. Essendo adunque la repubbli- ca romana stata nel sopraddetto modo temperala, e non essendo slata libera dalle alterazioni civili, concludo niun governo doversi temperare in tal maniera, ma secondo quell'altro modo che abbiamo di sopra de- scritto, nel quale la repubblica inclina in una delle par- ti, e lutti quelli stati che sono in tal modo temperali non patiscono mai alterazione civile. Roma innanzi ai Tarquinii era in questo modo temperata, perchè v'era 96 I A REPL'BBLICA. FIORENTINA. un popolo, un senalo ed un re, ma dal re dependeva il popolo, ed il senalo più che il re da loro, e perciò quello slato veniva ad inclinare nel regno, e nienlrechè Roma si governò per lai modo, non patì mai allerazio- ne alcnna : e quantnnque i re fussero quasi tutù vio- lentemente ammazzali, il che nacque per la superbia la c[uale pigliavano, non ne seguitò però mai disordine alcuno. Stava dunque il popolo quieto, e similmente il senato, perchè V uno e V allro riguardava il re co- me padre comune, ed il re operava che ne V uno ne l'altro trapassasse i termini suoi. Bisognava adunque che Bruto e Publicola, rapi della repubblica romana, dopo la cacciata dei Tarquinii temperassero quello stato, facendolo inclinare ad una delle parli, cioè al po- polo, o al senato, secondochè il subietto richiedeva; e se così r avessero ordinato, non vi saria mai naia al- cuna alterazione, perchè quella parie, dove la repub- blica inclina, viene ad esser più potente che l' altra, e però facilmente può opprimere gl'insulti che le fus- sero falli ; e perchè quella potenza che ha, nasce dal- la forma della repubblica, però se la parte contraria si repula ingiuriata, non P imputa alla fazione avversa, ma alla forma della repubblica. E perchè la repubblica è temperata in modo, che non vi è adito a rovinarla, però è necessario che viva quieta: onde in tale repub- blica non può nascere alterazione alcuna. E ben da no- tare, che quando io dico che la repubblica deve incli- nare in una parte, non dico che quella parte abbia so- lo Timperio, e l'altra sia esclusa dairamministrazione, ma che l'abbia poca dependenza, e V altra assai. Cir- ca la repubblica romana potrebbe alcuno dire che la UBRO TERZO. f)7 pendeva nel senato, e nonrlimeno era esposta alle se- flizloni. Rispondo, che ella non inclinava in quelle par- ti, dove doveva inclinare, di che nacque il medesimo errore che se non fusse inclinata in alcuna parte, sic- come di sotto si dirà. Concludendo adunque dico, che è necessario che una repubblica inclini a una parie, a volere che sia diuturna, e viva sempre senza altera- zioni civili. Ma perchè questa inclinazione può essere al regno, o al senato, o al popolo, discorreremo al pre- sente in qual parte debba pendere una bene ordinata repubblica. Capitolo III. Che la repubbica debbe inclinare nel popolo. Noi abbiamo detto che ogni bene ordinala repub- blica debbe inclinare in una delle tre specie, delle quali è composta ; seguita ora che mostriamo in quale specie debba pendere : di che si vedrìi, chi debbe es- sere il signore della citlìi. Dico adunque che T è cosa molto pericolosa per la comune libertà, non solamente nelle città che hanno le qualità dette da noi di sopra, ma eziandio in tutte V altre ordinazioni, una repub- blica che penda nel regno, perchè è necessario llirc un principe con tanta aulorilà, che tutta la repubbli- ca dependu da lui, più che egli dalla repubblica, altri- menti tale ordinazione non inclinerebbe nel regno, e dovunque s'introducesse tal forma di vivere, tutta la libertà si verrebbe a sottomettere alla volontà d'un solo, la qual cosa senza dubbio è pericolosissima. Per- chè chi sarà eletto principe; §e non sia nel tempo del- GiannoUL n C)d> LA REPUBBLICA FIORENTINA. la elezione malvagio, potrà nel principato diventare, e per esser principe, ed avere poca dependenza, po- trà qualunque volta egli voglia, agevolmente oppri- mere la repubblica, perchè avrà facultà d'avere quei mezzi i quali sono ad eseguire tali cose necessarii. Che gli uomini possano divenire malvagi, ed essere più dei proprio, che del pubblico bene studiosi, oltre alla quotidiana esperienza, le memorie antiche lo di- mostrano. Romulo, come di sopra anco dicemmo, fu buono nel principio del regno e nel mezzo, nel fine poi divenne malvagio, e per V insolenza sua fu dal se- nato ammazzato. Potendo adunque quegli uomini di- ventar cattivi, non è da dar loro in una città una po- testà la quale possano poi quando vogliano usare in pernicie della repubblica 5 e eh"" egli abbiano a volere, agevolmente lo persuade Tambizione umana, la quale fa che ciascuno vorrebbe sempre da sé medesimo, e non da altri dependere. Quinci avviene che uno tosto ch'egli è pervenuto al principato, pensa di fare in modo che da se non da altri dependa, e però rade volte sta contento a quella gloria e a quell'onore che gli è dalla repubblica donata, ed è tanto potente questo appetito, che quelli ancora che sono legati dall'ordine della re- pubblica, con grandissimo loro pericolo s'ingegnano tal ordine violare, e vogliono piuttosto mettere in pericolo colla vita quello stato che hanno, che star contenti a quell' onore che possono legittimamente e con soddis- fazione di ciascuno possedere: siccome fecePausania re de'Lacedemoni, il quale instigato dall'ambizione, cercò di farsi tiranno in quella repubblica nella quale teneva il supremo grado ; ma i suoi cattivi pensieri sortirono LIBRO TERZO. C)(j convenienle fine, perchè scoperto il fllsegno suo, mi- seramente fu falto morire. Marino Ftileri, doge vene- ziano, volle ancor egli farsi tiranno rlella sua repub- blica, ma la fortuna non gli porse tanto di favore, che egli potesse a quel fine che e' desiderava condursi : perchè nel mezzo di cosi scellerata impresa, fu da'suoi cittadini oppresso. 11 quali colla vita gli tolsono quell'o- nore che gli avevano dato. Non è adunque da ordinare una repubblica che Inclini nel regno, non si patendo alcuno promettere che Tabbia da aver libera e lunga vita : senza che noi discorreremo che il regno non si poteva semplicemente ordinare, e chi ordinasse uno rc- [)ubbllca nel modo detto non sarebbe altio che un sem- plice regno. E se alcuno opponesse Roma, la quale vis- se con tanta prosperità sotto T impero de* re, rispondo che tal cosa avvenne per accidente 5 prima, perchè volle la buona fortuna di quella città che ella ornasse della regia potestà uomini eccellenti e più della vera gloria che della ingiusta potenza desiderosi j seconda- riamente, gli uomini di quella città erano buoni, e perciò per le ragioni dette di sopra, venivano a essere capaci del regno; oltre a questo fu necessario in quei tempi primi tal forma di repubblica, perchè si trova- va quella città allora come un fanciullo in fasce, che continuamente ha bisogno della nutrice, infino a che divenga robusto. E siccome poi usarono in qualche pe- ricolo urgente creare un dittatore, cioè un re assoluto ma a tempo, così quella prima età della repubblica aveva bisogno della autorità di tal dillatorej e perchè i pericoli erano grandi e frequenti fu necessario che tal dittatore fusse perpetuo. Che li pericoli fussero lOO LA REPUBBLICA. FIORENTINA. grandi, è manifesto per le guerre da selte re continua- mente fatte 3 ma poiché la repubblica divenne robusta, non fu bisogno di tal dittatore o re, se non in alcu .i tempi, ed allora venendo la necessità, subitamente si creava. Concludendo adunque dico, che una repubblica non debbe inclinare nel regno, similmente non debbe pendere nello stato de' p(x;hi ovvero in un'aristocra- zia. E noti ciascuno, che io parlo al presente di quelle città che hanno le qualità da noi dette di sopra, per- chè potria essere una città nella quale i grandi supe- rassero tanto i popolari che saria violenza il non fare che quella repubblica pendesse nello stato de' pochi j però restringendosi a quelle città di sopra descritte, dico che in quella non si debbe introdurre una re- pubblica che penda nello stato de'pochi, perchè oltre air essere ne' pochi la medesima ambizione che in un solo, sono ancora nemici e paurosi de' popolari, le quali due cose fanno che li spregino e quanto più possono cercano tenerli bassi, dal che i popolari son costretti spesse volte a pigliar V armi per difendersi, e se pos- sono apporre la cagione delle ingiurie ricevute a qual- che particolare, subito li corrono a casa, e coli' armi e col fuoco si vendicano, siccome in Firenze molte volte si trova essere avvenuto. Ma se tali cagioni na- scono dall' ordinazione della repubblica, tal che a nes- suno particolare si possano applicare, allora i popola- ri, non avendo contro a chi voltare l' ira sua, si sepa- rano da' grandi e chieggono o legge o magistrato, per lo quale si possano difendere, ed ottenere la loro ra- gione : e questo fu grandissima cagione che ne* tumulti LIBRO TERZO. lOI del popolo romano contro al senato, non si venne mai ni sangue de' ciltadini, insino ai Gracchi, perchè l'ingiu- lie che pativano i popolari non da' privati cittadini ma dalla forma della repubblica nascevano, e perciò V in- giuriati non de' cittadini, ma dell'ordine della repub- blica si potevano lamentare, onde avveniva nelle sov- versioni non chiedeva altro che qualche legge o qual- che magistrato, per virtù della quale si difendesse, e la potenza de' pochi si venisse ad alìbassare, ed essi più della repubblica partlclpassero. Tornando dunque a proposito, dico che una repubblica in tal città ordinala, non debbe inclinare nello slato de' pochi e conseguen- temente debbe pendere nella popolarità, la qual rosa si può con molte ragioni persuadere : primieramente quella parte e quel membro della città debbe posse- dere maggiore imperlo che contribuisce più al vivere comune, che è il fine delle città. Se adunque noi dili- gentemente consideriamo chi contribuisce più al ben comune, o i grandi o i popolari, troveremo che i gran- di sono dai popolari in talcosa di gran lunga superati; il che agevolmente possiamo conoscere per li dcsi(3erii dell'una parte e dell'altra. I grandi desiderando coman- dare non solamente non conferiscono al ben comune, ma lo distruggono, perchè chi vuole comandare, vuole che gli altri sleno servi, ed egli solo esser libero, e chi vuole avere gli uomini servi, vuole avere in poter suo la roba, la vita e 1' onore degli altri per poterne a suo piacere disporre, e chi ha questo desiderio, vuole di- struggere la città e per conseguente il ben comune, perch'' non è più città quella dove tal desiderio sor- tisce effetto, essendo città, congregazione d' uomini II- I02 LA REPUBBLICA FIORENTINA. berij ordinala al ben vivere comune degli abitanti. E una città, dove i grandi ottengono il desiderio loro, non è altro che una compagnia di padroni e schiavi, ordinata per sfogare V avarizia e T altre disoneste vo- glie di quei che son padroni. Ma li popolari deside- rando vivere liberi, cogliono mantenere e non di- struggere il ben comune, perchè chi desidera la liber- tà in una città, vuole che ciascuno possa ottenere la sua ragione senza ingiuriare alcuno, il che non è altro se non volere la conservazione del ben pubblicoj e che questo sia vero, cioè, che il desiderio de' popola- ri mantenga il ben comune, e quello de' grandi lo di- strugga, possiamo per la repubblica romana dimostra- re, nella quale dopo la cacciata de'Tarqulnli, i grandi, cioè 11 senato, avevano maggiore potestà che il popo- lo, e quasi a quello comandavano, e del continuo cer- cavano accrescere la loro autorità. E saria la loro am- bizione a quello proceduta, che se 11 popolo non aves- se al disonesto loro appetito fatto resistenza, averebbe quella repubblica trecento anni prima rumata. Talché giustamente si può dire che V ambizione de' grandi cercasse di struggere quella repubblica, ed il desiderio della libertà che era nel popolo la mantenesse j onde è manifesto che il desiderio del popolo conferisce più al ben comune, e perciò i popolari sono il più impor- tante membro della città, masslmamenle che abbia le qualità da noi dette di sopra 5 di che seguita, che deb- be ottenere maggiore imperlo. Secondariamente dice Aristotile, che quello debbe comandare che ha più prudenza, perchè quello che comanda bisogna che or- dini e regoli le cose, la quale è proprietà di quello che LTCRO TERZO. Io5 è savio e prudente. Chi vuole conoscere ove sia mag- giore prudenza, o ne' grandi o ne'' popolari, se esami- nerà la vita e costumi delPuna parte e delTaltra, non Iroverà che i popolnri sinnoda'grandi superati, perchè la prudenza s' acquista o per praticare le cose o per leggerle: quanlo al leggerle, cosi le può leggere un popolare, come un grande, e la [ìratica non veggio maggiore nelPuna parie che nell'altra, perchè dove le cose non si disputano e non si deliberano, ma tutte sono al volere d' un solo sottoposte, lant" è trovarsi a tali consulte, quanto non vi si trovare. Resta adun- 7 nato, siccome dimostra Cicerone il quale noi terzo li- bro (Ielle leggi dice queste parole: Qnare ant exigemli rc^cs nonjiicriint, aiit plein re, non verhìs ciancia liherfas . Dimostrando che il popolo era servo del senato, come era slato de' re e come appare per l' in- giurie che sopportavano i popolari, il che non pote- va avvenire, se il popolo avesse avuto maggiore au- torilìs, che il senato ; e chi vuol vedere, se il popolo era superchiato, legga Tito Livio, il quale dimostra che il senato nelle dissensioni che aveva col popolo, sempre aveva il torto, e molle volte non osservava le promesse fatteli nelle convenzioni, la qual cosa non averebbe mai potuto fare, se non fusse stato superiore: laonde se dopo la cacciata de' Tarquinii, la repubbli- ca fusse stata in modo ordinata, che il senato aA esse a\ uto de{)endenza dal |,)opolo, e non il popolo dal se- nato, saiebbe stata quella repubblica più tranquilla, ed averebbe avuta più lunga vita, che non ebbe, per- chè non sariano nate (juelle contenzioni che furono ha loro. p( icliè il popolo non fa mai tumulto, se da altri non  fla lasciare inrllelro questi popolari, ma è da connnme- largli nel consiglio grande, acciò possano come gli altri distribuire ed ottenere i magistrali. E se alcuno dicesse che questi popolari non sono ambiziosi e perciò non si curano di tali onori, dico che l'orse è vero che qyesti popolari non sono ambiziosi, non consento già che non si debbano fare partecipi degli onori, prima perchè, co- me dice Aristotile, i magistrati si deono dare a chi vuo- le, ed a {^'i non gli vuole, purch'' colui a chi si danno sia utile alla repubblica. Secondariamente questo non curarsi de' magistrati non è naturale, ma accidente, perch ' non è uomo sì misero che non desideri essere esallato. Wla perchè questi popolari sono slati tenuti bassi dalla superbia de' grandi, perciò son divenuti non ambiziosi, siccome ancora ne' tempi nostri sono i F'ranzesi i quali per essere sfati sbaftiili dalla nobiltà loro, sono divenuti vilissimi. Non essendo adunque naturale tal viltà di animo in quesli popolari, non è da privarli de' magistrati, e massimamente perchè ar- mandosi la ciltìu diverrìano subito desiderosi di gloria, come gli altri 5 e se allora si trovassero privati degli o- nori, si fariano forse dar loro per forza quello che non fiisse stato per amore conceduto 5 senza che l'essere ar- mati qne-ti popolari, e non potere ottenere i magistrati, potriaiio dar occasione a chi volesse perturbar la ro- [)ubblica. Concludf>ndo adunque diro, che volendo ordinare questa repubblica pv^rfeltissimamenle, è ne- ressario connumerare in questo consiglio quella mol- titudine di cittadini che abbiamo chiamali popolari. Ma perchè noi dicemmo che non ci volevamo disco- stare mollo da quello che era usato ne' tempi passati, I l4 LA. REPUBBLICA FIORE>TINA. però lasceremo indietro questi popolari, e ci conten- teremo che ciascun anno se ne mandi a partito buon numero come s' usava, persuadendosi ciascuno, che quanti più ne saranno ammessi ai magistrati, tanto più maggior basa e miglior fondamento si farà alla repub- blica. Dico adunque che in questo consiglio deono convenire tutti quelli che sono abili a' magistrati, nei quali soli si trovano i sopraddetti Ire umori j e perchè il detto consiglio debbe essere il signore ^lla città, altrimenti la repubblica non inclinerebbe nel popolo, debbe averne in potestà sua quelle azioni le quali sono principali nella repubblica, ed abbracciano tutta la forza dello stato. Queste sono quattro, cioè, la crea- zione dei magistrali, le deliberazioni della pace e guer- ra, le introduzioni delle leggi e le provocazioni. Ma per parlar prima dell'elezione de' magistrali, dico che tutti i magistrati, rettori e consigli debbono essere eletti nel consiglio grande 5 magistrati son quei che amministrano le faccende della repubblica dentro alla citlàj rettori son quelli che governano le città e ca- stella suggelte alla repubblica fiorentina 5 consigli son quelli che deliberano della pace e guerra, ed odono le provocazioni, siccome è il senato e le quarantie, come nel suo luogo diremo. Il modo di creare i ma- gistrati sia ques'o. Per ogni magistrato o rettore si traggano quelli nominatori che siano giudicati bastare, ed i nominati da loro vadano a partilo, e vinchino per la metà, ed una più, e chi ha più suffragi che gli altri vinto il partilo, ottenga il magistrato, siccome si taceva in Roma, secondochè scrive Dionisio Alicar- uasseo, e si fa ne' tempi nostri in Vinegia. 11 dare i LIBRO TERZO. 1 I 5 magistrali a chi è tratto, poiché quelli che hanno vin- to sono imborsati, è cosa assurda, è cosa indegna di una città dove sieno gli uomini modesti e giusti, per- chè chi desidera potere ottenere un magistrato quan- do abbia passato il [Kirtlto di poco num;'ro di suffragi ed esser pari a chi 1' ha passato di maggiore, siccome avviene quando tutti quelli che hanno vinto il partito sono Imborsati, desidera quello che non è suo, e per- ciò è uomo ingiusto, volendo quello che è degli altri, e merita punizione da Dio e dagli uomini. Le delibe- razioni della pace e guerra abbiano a terminare nel senato, introdotte e dl?[)utate nel modo che diremo di sotto, e quantunque elle non passino nel consiglio, aranno pure da lui la dependenza, essendo da quello il senato, dove l' hanno a terminare, eletto. Saria forse bene, quando si ha a muovere una guerra di nuovo, vincere questa prima deliberazione nel consiglio gran- de, siccome facevano li Romani li quali domandavano il popolo se volevano e comandavano che si movesse guerra a questo ed a quello altro principe o repubbli- ca. Dipoi tutti gli accidenti di essa avessero a termi- nare nel senato. Le provocazioni ancora siano termi- nate in un consiglio di quaranta, creato dal consiglio grande dal quale elle ancora verranno per le medesi- me ragioni ad avere dependenza. DI questo consiglio di quaranta e del modo del provocare diremo di sott(;. L'introduzione delle leggi e provvisioni senza dubbio debbc essere terminata nel consiglio grande. Ma come tal cosa abbia a procedere diremo nel suo luogo. Sarà adunque il consiglio grande signore «Ielle sopraddette (juallro azioni, procedendo nel modo detto. E perchè 1 l6 LA REPUBBLICA FIORE>'Ti:yA. quanto meglio sarà ordinato il consiglio grande, tanto miglior fondamento e basa verrà ad avere la nostra repubblica, giudico che sia bene levar via tutte quelle cose che lo rendono gravoso, e però mi piacerebbe che alla creazione de' magistrati non fusse necessario più un numero che un altro, acciocché chi viene non venisse mai in vano, e gli uomini s' assuefacessero a radunarsi spontaneamente. Il che verrebbe fatto, per- che vedendo ciascuno che le cose si potrebbono ese- guire senza lui, saria ^iù sollecito per trovarsi a quel- le, ne s' asterrebbe da radunarsi, confidando che non s' avesse a radunare il numero. E quando si dessero i magistrati a chi ha più suffragi, ciascuno per favori- re a' suoi amici saria anco più studioso di radunarsi • e perchè i nominatori venissero fatti con prestezza, si potriano creare al modo veneziano, cioè far venire ordinatamente ciascuno ad un'urna, dove fussero tan- te ballotte argentate, quanti potessero esser quelli che si fussero radunati, e tante dorate, quanti nominatori s'avessero il giorno a creare, e chi traesse una ballotta dorata, s'intendesse esser nominatore j si potria anco ordinare, che chi venisse al consiglio portasse il nome suo scritto in una polizza le quali da'segretarii fussero alle porte ricevute e messe in urna della quale poi a sorte si traessero i nominatori. Questi sono i più bre- vi modi che mi occorrono^ ed acciocché i nominatori nominassero persone degne de' magistrati, saria bene ordinare che quello che avesse ottenuto il magistrato, desse certo premio al suo nominatore, e forse sarìa meglio che la repubblica pagasse detto premio, ed a lui fusse ritenuto del salario, se fusse magistrato sala- LIBRO TERZO. I I 7 rlato, se no, facesse la repubblica quella perdita. Saria ancora bene ordinare che il consiglio grande si radu- nasse per la creazione de' magistrali in tempi determi- nati, cioè ogni otto od ogni quindici giorni, o più spesso o più di rado, secondochii bisognasse, acci(jc- chè i cittadini potessero accomodare le Hiccende pub- bliche alle private, e le privale alle pubbliche, e per far questo blsogneria far computazione di tutti li ma- gistrati che s' avessero in tutto l'anno a creare, e ve- dere quanti se ne può acconciamente in un giorno eleggere, e partendo il numero de' magistrali per quel- lo di quei che s' avessero in un giorno a creare, ri- trarre quante giornate bisognassero a crearli tutti, e tulli quei giorni distribuire per tutto l" anno in tempi determinali acciocché ognuno sapesse ordinatamente quando il consiglio s'avesse a radunare; e sarla bene che dal principio di novembre inslno al principio di maggio si radunasse in un giorno festivo, perchè gli esercizil militari, de' quali di sotto diremo, fussino fi- niti. Dal principio di maggio insino a novembre in giorno di lavorare, acciocché i cittadini per le faccende rusticane potessero le ville frequentare. Giudico anco- ra che sia da cercare ogni via. per la quale i giovani^ come i vecchi, tengano gravità nel luogo dove i! detto consiglio si raduna. I Venizlani fanno sedere in alcuni luoghi eminenti i capi de'dieci e gli avvocatoli ed alcu- ni altri magistrati, acciocché la reverenza loro freni la leggerezza glovenile : quando queslo modo [liacesse, lo potremo ancora noi agevolmente imitare, disponendo alcuni de' primi magistrati ne' più cospicui luoghi della sala. Polrebbesi ancora ordinaic che le panche fussino I I 8 I>A REPUBBLICA FIORENTINITÀ. rlislinte secondo i gonfaloni, e che ogni gonfalone se- desse nelle panche a quello atlrlbulle. Chi fusse di qualche magistrato ornato, sedesse nel luogo a tal ma- gistrato deputato 5 chi fusse solamente senatore, della qnal dignità diremo di sotto, sedesse nel suo gonfalo- ne, e perchè ciascuno gonfalone sedesse ne"* luoghi più onorati si potria ordinare che ciascun gonfalone se- desse nel primo luogo un tempo determinato, e sedes- se poi nell'ultimo e 1" altro succedesse, e così di mano in mano, tanto che ciascuno fusse partecipe di tale o- nore. Seguiterebbe di questo ordine che i giovani sa- rebbono forzati ad esser gravi, sedendo appresso ai pa- dri loro e gli altri vecchi che fossero in ugni gonfalo- ne. I giovani tosto che arrivano a venticinque anni, deono cominciare ad andare al consiglio, acciocché presto comincino a gustare la dolcezza della repubbli- ca, la quale se assaggiano nella tenera età, non la pos- sono dimenticare, e nel difenderla sono poi più feroci ed ardenti, siccome vediamo essere stati quelli che neir assedio non perdonarono a fatica né a pericolo, per difendere e mantenere la libertà. Il che non a\reb- bono mai fatto, se si fussero assuefatti a vivere sotto il giogo della tirannide, prima che gustassero quanto sia dolce il vivere civile, siccome era avvenuto a quel- li vecchi che nel ^.mdxii furono sì pigri nel difendere queir amministrazione. I Veneziani, acciocché i giova- ni comincino presto a trattare le faccende pubbliche, hanno certa legge per la quale ogni anno danno facol- tà a certo numero di quelli che sono da venti a ven- ticinque anni di poter andare al consiglio, laonde chi volesse imitare i Veneziani, potrebbe ordinare che ogni LIBRO TERZO. I I 9 anno i giovani che fussero da venti a venticinque an- ni, andassero lutti a partito in consiglio grande, e quel- li che vincessero il parlilo polcss'^ro tulli poi andare al consiglio. Questo ordine senza dubbio saria utilissi- mo alla città, jìcrchè i giovani cominciando presto a trattare coso pubbliche, eleverebbero gli animi loro e gli volgcrcbbono a pensieri gravi, e, quello che è bel- lissimo in una repubblica, si sforzerebbero d'esser pri- ma vecchi che giovani 5 talché i nostri savii non ardi- rebbono dire, che un giovane di trenta anni fusse an- cora fanciullo. E perchè io ho narrato tutto quello che mi ì' occorso d' intorno al consiglio grande, segui- terò al presente cjuello che a dire mi resla. Capitolo VI. Del senato. Il senato, siccome gli altri magistrati, debba esser creato nel consiglio grande : il numero di esso giudico che non debba passar cento uomini. Nella elezione dei quali non mi pare che sia da attendere la divisione de' quartieri 5 e giudico che sia al lutto da spegnere quella distinzione che è nella città nostra della mag- giore e minore, perchè io non veggio che ella sia ca- gione di bene alcuno, anzi fa lutto il contrario, con- slringendo il consiglio a dare molte volle i magistrati a chi non li merita, e lasciare indietro chi li merita. E chi è d' opinione che tal distinzione non si debba spegnere, s' egli è della maggiore, ha questo parere? perchè la superbia sua sdegna quelli che li paiono con- stituiti in minor grado ch'egli non è -, s" egli è della 120 LA REPUBBLICA. FIORENTINA. minore, non è altro di questa sua sentenza cagione, se non ambizione e viltà, perchè essendo desideroso dei magistrati, e giudicandosi uomo da non 11 potere olle- nere, vuole che il consiglio sia costretto a darli a lui che non gli merita, come a quelli che li meritano e sono utili alla repubblica. Oltre a questo, tal distinzio- ne genera nella città inequalità coutr' all' intenzione di ogni bene ordinata repubblica, la quale vuole che li cittadini sieno eguali quanto possono, per poter ella poi esaltare co"* suoi onori e dignità qualunque col bene operare se ne rende degno. Chi fusse creato senatore, credo fusse bene che passasse il quarantesimo anno dell'età sua, ed avesse amministrato qualche magistra- to cosi di quelli di fuora, come di quelli di dentro, per- chè avendo a deliberare le cose appartenenti allo stato di tutta la città, bisogna che sia ornato di grandissima prudenza, la qual virtù si vuole, frequentando l'azio- ni, acquistare. L' ofticio di questo senato è deliberare le cose che appari engono alla pace ed alla guerra, ap- provare e reprovare le leggi e provvisioni che di nuo- vo s'introducessero, nel modo che di sotto si dirà. E- legga ancora i commlssarii e gli ambasciatori in questo modo. Per ciascuno di loro sieno tratti dieci nomina- tori, e i nominati da loro, poiché saranno pubblicali, vadano a partito, e chi ara più suffragi dalla metà in su, s' intenda avere ottenuto tal dignità j ed è da ordi- nare, che ciascuno nominatore non possa nominare più che una volta, perchè essendo sempre da' primi nomi- natori nominati i più degni di quell' onore che se li debbe dare, quelli, che nominano poi, trovando presi i più onorati; soa costretti nominare uomini che an- LIBRO TEUZO. 1 2 t riandò poi a partito, tolgono reputazione al niagislralo od a quelli che da' primi nominatori, come degni di tale onore, furono nominali, e perciò basta, che cia- scuno nominatore nomini una sol rolla, e ritorni a se- dere. Quanto al tempo che debba durare questa di- gnità , i Veneziani fanno il lor senato ogn" anno : i liomanijSecondochè scrive Tito Livio ed altri scrittori, rifacevano ancor essi il lor sonalo, ed era eletto di i censori ^ e perchè per P istorie si comprendo che alcuni cittadini grandi sempre erano senalori, si può con- ghietturare, che i censori potessero rifare i medesimi: talché chi era senatore Fanno precedente, potesse anco essere l'anno seguente, e questa consueludine mi pare da seguiUire. Sia adunque creato il senato nel con- siglio grande, nel modo che gli altri magistrali, e duri tal dignità un anno, e possa il consiglio nel creare i successori rifar sempre i medesimi, e siccome i Roma- ni eleggevano quello che chiamavano principe del se- nato, così il senato nostro elegga egli quattro proposti, mandando a partito tulli i senatori, e quei quattro che hanno più suffragi dalla metà in su, rimanessero in tal dignità j le azioni di questi proposti diremo nel suo luogo. Oltre al predetto numero de'cento senatori, debbano convenire in questo senato il gonfaloniere ed i signo- ri, li procuratori e li dieci, i quali lutti rendano il par- tito. I collegi e capitani della milizia, de"' quali diremo di sotto, saria bene che potessero venire in senato ad udire le lettere che scrivono gli ambasciatori e com- missari, ed avendosi a deliberare o trattare cosa alcu- na, lette che fussero le lettere, si partissero. E saria G ialino Iti. S 122 Là. REPUBBLICA FIORENTINA. bene terminare i tempi ne' quali si dovesse radunare detto senato per la medesima cagione che dicemmo di sopra nel radunare il consiglio grande, e vorrebbe es- sere il tempo frequente, cioè ogni terzo o quai to gior- no, e se non per altro, almeno per leggere le lettere che dall' uno giorno all' altro fussero ^ enute, accioc- ché essendo quelle multiplicate, non s'avesse poi in un giorno solo a consumare tutto il tempo in leggere let- tere, ed anco le faccende meglio si posseggono, quan- do a poco a poco se n' acquista notizia. Questo è in somma tutto quello che mi è parso dire del senato. Seguita ora che trattiamo del collegio. Capitolo VII. Del collegio. Il collegio, come di sopra è detto, è il terzo mem- bro principale della nostra repubblica, ed è quello che quando sia ben ordinato, ripara a molti de' sopraddet- ti inconvenienti, siccome di sotto sarà manifesto. In questo collegio debbe convenire il principe con tutti li procuratori, ed il primo proposto del senato, e sia il primo luogo, dopo il gonfaloniere, de' signori, il se- condo de' procuratori, il terzo de' dieci, il quarto del proposto 5 ma prima che diciamo in che modo si deb- ba procedere nelle faccende pubbliche, ragioneremo alquanto di tutti questi magistrali, e prima de' signori li quali vorrei che fussero non signori, ma priori chia- mati, per trarre dalla repubblica nostra quel nome di signore opposito alla libertà, e solamente tutto il ma- gistrato insieme fusse chiamato signoria. LIBRO TERZO. 12Ò Capitolo Vili. De' signori. Noi mostrammo di sopra di quanti inconvenienti era cagione la signoria ordinata nel modo com'era, e quan- to fusse tirannica e violenta la sua autorità, e da non sopportare in alcuna libera città, massimamente essen- do stata causa che la città di Firenze è venuta in mano del tirannico governo de' Medici. Volendo al presente dimostrare in che modo tali errori e pericoli si possa- no correggere, dico che il miglior modo che si potes- se trovare, saria estinguere interamente questo magi- strato, perch'io non so per qual cagione si debbe man- tenere in una repubblica un magistrato che mai non ha fatto b;*ne alcuno alla città, ed è a quella in ogni sua parte disutile, ne ad altro serve che a sfogar P ambi- zione degli uomini, e molto più de' bassi, che de' gran- di, a' quali par loro bella cosa star nel palagio due mesi con quell'onore e reputazione che stavano, tenendo vitaf da signori 5 senza che V è cosa mollo assurda, che fili è signore, proponga alla cura universale della cit- tà, come sono le faccende dello stato, magistrati parti- colari, ed a sé riserbi tutte l'altre privale azioni. Oue- i^!o faceva la signoria di Firenze, la quale dava la cura dello stalo ai dieci, ed a sé riservava la spedizione delle cause private, il che non si trova osservato ne da re- pubblica, ne da principe alcuno. Per tutte queste ra- gioni resolulamenle affermo, che tal magistrato saria da levar via, ed in cambio di esso, si potrebbe rrcare con- siglieri, li quali col gonfaloniere facessero l'oftìzio che 124 ^^ REPLBBLICA FIORE>TI»A. fanno i dieci, o si potrebbe finalmente tal cosa in ma- niera ordinare, che molto meglio sariano governate le faccende che insino a qui non sono stale. Ma perchè noi ci vogliamo accomodare a* modi passali, perciò dico che volendo creare i signori, secondochè s' usava, al- meno si provvegga che tal magistrato venga in perso- ne qualificale. Bisogna adunque levar via quella legge, per la quale chi non ha avuto il padre, o almeno lo avolo de' tre maggiori, perde, siccome noi diciamo, il benefizio. Questa legge constringe quasi gli uomini a dare il magistrato a ciascuno, senza considerare, se egli lo merita o non merita, parendogli che sebbene non è fatto torto ad alcuno, se non è vinto, quando va a partito, per non essere uomo che meriti quella digni- tà, si faccia ingiuria ai descendenli suoi, i quali per non avere avuto il padre o T avolo de' tre maggiori, po- trebbono perdere il benefìzio, la qual cosa è disutile alla repubblica. Perchè nella creazione de' magistrali si debbe considerare le qualità di queUi che sono, non di quelli che hanno a essere. E adunque da spegnere la sopraddetta legge, per levare tal rispetto delle menti degli uomini. Olire a questo debbesi eleggere tal ma- gistrato per le più fave nere, vinto il partito per la metà ed una più, siccome noi di sopra dicemmo degli altri magistrati. Debbesi ancora il tempo del divieto suo abbreviare, ed a questo modo verrà in persona di qua- lità notabile. Appresso mi pare che sia da allungarli il tempo, e farlo annuo, come io vorrei che fussero tul- li gli altri magistrali, siccome usavano anticamente i Romani, ed oggi usano i Yeneziaui, senza che i rettori di fuori stanno ne' loro reggimenti sedici mesi. Lauto- LIBRO TERZO. 1 -J 5 lilà delle sei fave nere' senza diihbio si debbe estin- guere, per le ragioni delle di sopra nel preredenle 11- bro, e non vorrei che tal magistrato avesse alcuna li- bera autorità, se non in alcune cose, che non aspettano tempo, e non hanno bisogno d'altra consullazujnej co- me saria mettere in possessione, concedere privilegli a forestieri, a cittadini o a qualunque altro si sia, onorare signori che venissero nella città, e finalmente vorrei che avessero libera autorità nel proibire le violenze chetai volta dagli uomini insolenti son falle, rimetten- do ciascuno a' magistrali e giudici ordinarli. Egli av- viene spesso che i suildili vogliono ottenere qualche grazia, come sono fiere libere, alleggerimento di fjual- che gravezza e simili cose, e ricorrono alla signoria, la autorità della quale vorrei che fusse libera in tulle quelle cose che rlsguardano il tempo presente, ma do- ve s'avesse avere considerazione del tempo futuro, non fusse libera la sua autorità, ma si dovesse procedere sjcondochè richiedesse la natura della cosa, come saria ( poniamo ) se alcuni sudditi volessero o mutare o far nuovi si aluti, deono essere rimessi a questo magistra- to che è proposto a regolare il contado della città ; se volessero allenare o far nuove convenzioni, debbe la signoria procedere nel modo che nell'altre provvi- sioni si osservasse, ed in somma a me basterebbe che la signoria non avesse libera autorità in cose, che ri- guardassero lo stato universale della città, o di privato alcuno, per le cagioni sopraddette, e le altre faccende I •articolari della repubblica bisogna rhesieno in modo ilistribulle e regolate cho ciascuno sa[)pla ove egli ab- bia a ricorrere. La stanza che facevano i signori nel 126 I.A RF.PUtBI.lCA FIORENTINA. palagio, non aveva in se cosa alcuna che recasse alla repubblica onore e utilità, anzi facevano 1' opposito, perch'^ avendo la signoria quell'autorità che aveva, ed abitando tutta nel palazzo, sempre poteva essere op- pressa da chi voleva farsi padrone della città, o alterare lo stato presente, siccome avvenne nel mdxii. poiché Giovambatista Ridolfi fu creato gonfaloniere per un anno, il quale colla signoria fu costretto far quello che voleva chi volle alterare quella nuova amministrazio- ne. Ondechè se i signori non fussero stati nel palagio, ma nelle private case loro, vi avriano avuto i Medici maggiori difficoltà nell' opprimere la signoria, che non ebbero, perchè sariano andati con maggiore rispetto a far prigioni i signori nelle case loro, che nel palazzo, perchè facendoli prigioni nel palazzo pubblico, non pa- re che si faccia ingiuria se non alla repubblica, ma sforzandoli nelle case loro, ne restano, oltre alla repub- blica, offese le persone e le famiglie private, e queste sono quelle ingiurie che molto più che le pubbliche fanno gli uomini risentire. Oltre questo, stando i signo- ri nel palazzo, e tenendo quel medemo grado, che il gonfaloniere, fanno apparire nella repubblica certa dis- formità ed incoiivenienza, per la quale l'amministra- zione di quella pare che manchi di quell'onore e quel- la regola, che si ricerca nelle azioni pubbliche. Per le quali cagioni giudico che i signori debbano abitare alle case loro, e radunarsi ogni giorno col gonfaloniere nel palazzo pubblico ; e saria bene che portassero vesti più onorale degli altri, e quando accompagnano il prin- cipe lutti fussero vestiti di drappo. E perchè potessero far queste spese, saria bene dare a ciascuno di loro LIBRO TERZO. 12J quel 'salarlo che fusse conveniente, ed oltre a questo nell'entrata del magistrato donare a ciascuno tanto panno coloratOj che si facesse una bella veste, e quella nortare privatamente, ne fusse tenuto alcuno scoprire il capo per onorargli, se non quando accompagnano il principe nelle pubbliche cerimonie. E sarla bene che si radunassero in tempi determinati col principe per dare udienza a chi avesse bisogno ne' casi sopraddetti^ e fuori di questi tempi tutti si radunassero col princi- pe in collegio. Noi diremo di sotto le loro azioni in detto collegio 5 seguita ora che trattiamo de' procura- tori . Capitolo IX. De' procuratori. Noi dicemmo ^i sopra, che a voler bene ordinare questa nostra repubblica bisognava trovare modo di soddisfare a chi desidera la liberi;!, a chi appetiva o- nore e a chi era desideroso di grandezza. Per il gran consiglio si soddisfa a quelli che desiderano libertìi, il senato soddisfa a chi ap[)etisce onore, il principe a rhi aspira il principato j ma perchè il principato non cape se non uno, e molti sono desiderosi di grandez- za, e sono sempre i più savii e valenti della città 5 per- ciò è da ordinare di sorte la repubblica, che questi così fatti cittadini non restino malcontenti, rimanendo disonorali, ed anco la citta si vaglia del continuo della prudenza loro. E adunque da creare un magistrato di dodici uomini, li quali sempre si radunino col princi- pe, e signori, e dieci, e perchè sieno onoralissimi, è da laS LA REPLBBLICA FlUREiNTIiTA. dar loro questo onore meotre vivono, e l' azioni loro sieno le più importanti che si (rallino nella ciltìi, cioè consigliare la repubblica nelP introdurre delle leggi, la qual cura sia loro come [«ropria e principale allribui- ta, e nella ileliberazione della pace e guerra nel modo che di sotto si dirà. E vorrei che lutti questi pro- curatori precedessero lutti gli altri magislrati dai signo- ri infuori, e si menassero dietro un servidore, ed an- dassero ornati di veste cospicue 5 e perchè ciò potes- sero fare, fusse dato loro un salario di cento fiorini di oro, e vorrei che questi fusseroin vece de'dodici buon- uomini, e si chiamassero i procuratori di Marzocco, quando non piacesse il oome antico de' buonuomini 3 non vorrei che patissero divieto da magistrato alcuno cosi dentro, come fuori, ma non ne potesse mai essere occupali fuori più che sei, acciocohè la metà fusse deti- tro nella città : non potesse già alcyio di loro essere uè senatore, ne de** dieci, perchè entrando nel senato e radunandosi co** dieci e signori in collegio, verreb- bono sempre ad avere queste dignità, senza ch'altri- menti fussero date loro. Questo magi^trato senza dub- bio saria onoratissimo per le cagioni dette di sopra, ed abbracciando buon numero di cittadini, verrebbe a contentare tutti quelli che in una città possono merita- mente desiderare grandezza, e la repubblica verrebbe ad avere i più grandi suoi cittadini onorali e cospicui, e trovandosi essi del continuo a consigliare la città nelle faccende dello stato, verrebbono a,d essere go- vernale con prudenza e reputazione, di che altro mai alla città potrebbe seguire che grandezza e tranquillità. I.IBRO TliKZO. 129 Capitolo X. De' dieci. Del maglslralo de' dieci altro non bisogna dire, se non che aiitlcamenle fu trovalo per supplire a' diletti della signoria, la quale perchè veniva in persone che per prudenza, o per altra qualità non erano reputate atte a governare cose di stato , fu provveduto che ogni volta che s' aveva a far guerra, si creasse tal ma- gistrato. Quando adunque la signoria venisse in per- sone di qualità, si potria fare senz'essojma perchè que- sto può essere e non essere, perù è da crearlo in ogni modo, ma non è già da darli quella autorità che ave- va, la quale di sopra abbiamo dimostrato che era tiran- nica e violente 5 ma in che modo e con che autorità abbia a procedere nelle sue azioni, diremo nel seguen- te ca[»itolo, dove tratteremo delle azioni e modo del procedere del collegio. Capitolo XI. In che modo si abbiano a trattare le azioni pubbliclie in collegio. Noi abbiamo trattato de' principali membri che con- vengono in collegio, cioè de' signori , procuratori e dieci ; del principe e del proposto del senato non ab- biamo detto cosa alcuna, perchè essendo 1' onore del- l' uno su[)eriore a tutti gli altri, e terminando in esso la repubblica, vogliamo di quello separatamente par- lare, e nel luogo a lui conveniente. DclT altro, cioè del 1 5o LA. REPUBBLICA FIORENTINA. proposto del senato, non occorre altro dire, se non che egli riebbe convenire in collegio, solo per essere pre- sente a tutte r azioni di quello per le cagioni che ap- presso diremo. Resta ora che diciamo in che modo il rollegio debbe procedere nel trattare V azioni pubbli- che, e questa è quella parte la quale ben ordinata pon regola e ordine a tutta la repubblica, e ripara a tutti i più importanti inconvenienti che di sopra narrammo. Io ho sentito più volte dire a- più gran savii della città che a voler correggere il governo che si osservava al tempo di Pier Soderini. bisognava creare un senato a vita, e far anco certo numero di procuratori a vita, per le quali dignità si venissero a contentare quelli che erano malcontenti per non ottenere quella digni- tà che si persuadevano meritare, e pareva loro che fatte queste due cose, la repubblica fusse corretta. Né consideravano che se non si trovava altra autori- tà ed altro modo di procedere nel senato, che quello che si osservava negli ottanta, non poteva succedere dalla creazione di tal senato altro bene che quello che produceva 1' ordine degli ottanta. E per fare i procu- ratori, se non si variava 1' ordine e modo del proce- 'T1NA. prima fussero pubblicali, perchè chi rende li partito su- bito si dirizzerebbe a chi egli volesse che fusse gonfa- loniere, e lui solo vincerebbe, ed agli altri non rende- rebbe il partito. Così fatto è il modo del creare il gon- faloniere, e mi pare migliore che quello che tengono! Veneziani nel creare il doge, nell'elezione del quale, perchè si riduce a poco numero, mi pare che possa es- sere corruzione, il che non può avvenire nella nostra elezione, essendo fatta da tanto numero di cittadini 5 e, siccome di sopra fu detto, giudico che tale onore deb- bo essere perpetuo. Io so che molti savii della nostra città sono di contraria opinione, li quali dicono che il gonfaloniere non debbe essere perpetuo: prima, per- chè chi otterrà tal onore, facilmente potrà acquistare maggiore autorità, che non patisce una città libera 5 se- condariamente, perchè la perpetuità di tanto onore fa che molti divengono nemici alla repubblica, siccome avvenne al tempo di Piero Soderini. Dicono costoro che molti divennero alla repubblica nemici, perchè es- sendo quella dignità da un solo occupata, quelli che la desideravano, non la potendo ottenere, alienarono l'a- nimo da lei. A queste due cose si può agevolmente ri- spondere, e prima, che se la repubblica sarà mal ordi- nata, siccome noi dimostrammo che era ne' due go- verni passati, e innanzi che Cosimo si facesse grande, non solamente chi sarà principe perpetuo, ma qualun- que altro che ciò appetisca, potrà acquistare maggiore autorità, che non è in una libera città, la qual cosa po- tettero fare ne' due governi passali molti particolari cittadini, siccome noi dimostrammo, e ne' tempi antichi il male ordine della repubblica fu cagione che Cosimo LIBRO TERZO. 13tJ si fece tiranno. Ma se la repubblica sarà bene ordina- la, siccome noi moslrainnio che è la nostra, \vì chi sa- rà principe, ne altro privato potrà mai accjuistare al- cuna tirannica autorilà, siccome in Viiiezia non fumai akim doge che si facesse tiranno^, e Marino Faleri che lento cotale impresa, fu oppresso e punito nel mezzo del condurre ad effetto i suoi pensieri. Appresso li Spartani ancora ninno decloro re si fece mai tiranno, e Pausania, il quale siccome Marino Faleri in Vine- zia volle far tal cosa, perde insieme il principato e la vita. Alla seconda ris[)ondendo, dico che 1' ordine del farei! gonfaloniere a vita, o egli è utile alla città, o non è utile: se non è utile, senza dubbio non si dcbbe in- trodurre o faccia o non faccia i cittadini grandi nemi- ci della repubblica; ma se egli è utile, ancorché sia ca- gione che molti divengano nemici alla repubblica, si debba nondimeno introdurre e cercare di riparare per altre vie a quello inconveniente, siccome noi mostre- remo che abbiamo fatto nella nostra repubblica : che r ordine di fare il gonfaloniere a vita fosse buono, è manifesto a chi considera in che modo fu governata la repubblica dal mcccclxxxxiv al MDii,cd in che modo ella fosse retta dopo il mdii fino al mdxii: in quel pri- mo tempo visse la nostra città inquieta, piena di con- fusione, piena di disordini, non era alcuno che tenes- se cura del ben pubblico, ciascuno aveva volto l' ani- mo all' ambizione ed all'arricchire, onde la repubbli- ca ne diveniva povera e disonorata 5 ma dopo il mdh, per la bontà di quell'ordine nuovo, vedemmo la città sempre andar prosperando, talchò in capo di x anni si trovò sgravata di tutti i debili fatti, trovossi libera dalla l4o LA REPUBBLICA FIORENTINA* guerra di Pisa, e provveduta d' armi, ed era venuta la tanta reputazione, che i primi re cristiani e papa Giu- lio ne tenevano conio, e P onoravano colle loro am- bascerie, la quale utilità non nacque da altro che dal- l'* essere divenuto il gonfaloniere perpetuo. Debbesi adunque introdurre tale ordine, essendo tanto utile alla città, e trovare le cagioni che generano ne' citta- dini quelle male contentezze, ed a quelle per altre vie riparare, siccome abbiamo fatto noi nella nostra ordi- nazione, come di sotto sarà manifesto 5 oltre a questo, tutte quelle ordinazioni che portano maggiore tran- quillità alla città, si deono reputare migliori, perchè gli uomini non per altra cagione convennero insieme, se non perchè vivendo dagli altri separati, erano oppres- si da tante difficoltà, che non potevano mai sentire nella vita loro né quiete, né tranquillità alcuna. Con- gregaronsi adunque insieme, e porgendosi aiuto T u- no all'altro, cominciarono a vivere più tranquilla- mente, e tutte le leggi poi nella città ordinale, non ad altro fine sono indirilte. se non che ciascuno, ottenen- do cjuello che è suo, meni la vita sua pacifica e quie- ta. Se noi ora consideriamo tutte le i^pubbliche d' I- talia de' tempi nostri, troveremo quelle che hanno il principe perpetuo, siccome è la veneziana, vivere quietissimamente, ed essere durate lungo tempo, e tutte 1' altre essere piene d' intrinseche alterazioni, e molto spesso variare, siccome è sfata la Genovese, Luc- chese, Sanese e Fiorentina. Ne' tempi antichi li Spar- tani in Grecia vissero lungo tempo colle medesime leggi e senza alterazione alcuna, e saria ancora mollo più durala, se dalle forze d' Alessandro Magno non LIBRO TERZO. l4l fusse stala coperta ; da altro canto gli Ateniesi ne' me- tlesimi tempi vivevano in continui travagli, la repub- blica romana, mentre visse sotto li re, non sentì mai alterazione alcuna, e fece sotto quel governo tanto ac- quisto, che potette poi dominare tutta Italia, e final- mente lutto il mondo 5 ma tosto che la regia potestà fu levata via, s'empiè quella repubblica d'alterazioni e tumulti, perchè i cittadini cominciarono a divenire ambiziosi per l'appetito del consolato, talché per ot- tenerlo non si curavano di trapassare la giustizia e la onestà, e di più nacquero le largizioni, e molle altre cose che facevano quelli cittadini per corrompere i suf- fraga, e finalmente la contesa fra il popolo e il senato, la quale ridusse all' ultimo la città sotto il giogo della tirannide ; laonde se quelli che riformarono la repub- blica dopo la cacciata de' Tarquinil, non avessero le- valo via l' ordine del fare il principe a vita, ma ve- dendo che l' ordine era buono, avessero provveduto di sorte che non potesse divenir cattivo, il che sareb- be venuto fatto se avessero regolato la creazione del re, ordinato consigli e magistrati, li quali col re go- vernassero la repubblica e fuori e dentro, e colligato in modo i membri principali, che 1' uno avesse depen- denza dall' altro, e non ogni cosa dependente dal re, saria stata in tjuella repubblica tanta tranquillità e quie- te, quanta si possa immaginare; e perchè ella venne in lauta grandezza che non poteva temere forza alcuna estrinseca , senza dubbio sarebbe stata immortale e sempiterna. Non fecero già cosi i Viuiziani, la repub- blica de' quali in quel tempo che ella si potette chia- mare repubblica, cominciò con questo ordine del priii- 9' l4a I>A. REPUBBLICA. FIOREIfTIXA. cipe perpetuo, il quale governava ogni cosa, siccome i le la repubblica romana. Ma essi a poco a poco, quan- do con una legge e quando con un' altra, ora aggiun- gendo una cosa ed ora un' altra, P hanno ridotta a tal perfezione, che adito alcuno non si vede alla rovina di quella j e quantunque eglino abbiano avuto alcuni do- gi insolenti e tirannici, furono sì prudenti, che potet- tero conoscere che non V ordine era cagione della loro insolenza, ma la qualità delle persone nelle quali tal dignità era caduta, e perciò non vollero levar via la perpetuila del principe, ma provvedere di sorte che egli non potesse divenire insolente, e ne' tea)pi nostri non muore mai doge alcuno, che non aggiùngano qual- che cosa che appartenga al mantenimento di quella amministrazione. Ma tornando al proposilo nostro, la città nostra ancora può dare manifesto testimonio della tranquillità che hanno le amministrazioni nelle quali è il principe perpetuo, e della inquietudine che patiscono quelle che di tal ordine mancano. Il che è manifesto a chi fli comparazione tra quelli tempi nei quali ella ebbe il principe perpetuo, e tra quelli nei quali ella si governò facendo il gonfaloniere per due mesi, o per un anno, e perchè questo ultimo tempo è più fresco nella memoria degli uomini, ritorni a cia- scuno nella mente quanto travaglio e divisione messe nella città V ambizione di pochissimi cittadini, li qua- li per ottenere essi quella dignità che aveva Nicolò Capponi, fecero ogni cosa per rovinare la città, lad- dove se Nicolò Capponi fusse stato gonfaloniere a vita erano costretti quelli suoi avvcrsarii a posare T animo A edeudo che bisognava aspettare la morte sua a salire LIBRO TERZO. l45 a quel grado, e le calunnie colle quali gli toglievano la reputazione nelP universale, non averebbero avuto luo- go, laiche tutta quella amministrazione saria stala mcn travagliosa, né aria patito altre alterazioni, the quelle fhe fusscro di fuori venule^ appresso, tulle quelle cit- tà, dove la suprema dignità è perpetua, si son sempre governate con maggiore uniformila e minore varietà che Tallre, siccome per gli esem[)i antichi e moder- ni si può vedere, e molto meglio nella nostra repub- lilica, che in alcuna altra, perchè in quelli tempi nei (junli il gonfaloniere si faceva per due mesi, ogni vol- ta che si mutava il gonfaloniere, nasceva certa varietà ni.'lla repubblica, delia quale era cagione la disformità degli animi degli uomini, e massimamente dei grandi, i (|uali, se non [)er altro accidente, per parere almeno inventori di nuovi ordini, sempre procedono diversa- mente da quelli che sono preceduti. In questo ultimo governo fu gran varietà ne' modi che furono osserva- ti da Nicolò Capponi, Francesco Carducci e Raffael- lo (jiirolaml- laiche si può affermare che colla muta- zione di cjueste persone nascesse anco varietà nella re- pubblica. Ma al tempo di Pier Soderlni tutto quel tempo che durò «jucIP amministrazione, non senti mai la città variazione alcuna, ma fu sempre governata e retta con grande uniformità e conlinuazione, la qual co- sa nascendo dair ordine del gonfaloniere perpetuo, sen- za dubbio è da introdurlo nella nostra città, e massi- mamente perchè dalla per[)etullà del j>rincipe st'guila ancora un^illra utilità la quale è che giudicando i citta- dini non si avere a dare tanto onore, se non ad uomini d'eccelse virtù, si preparano con maggiore industria e l44 I-^ REPUEBLICA FIORENTINA. sollecitudine 5 onde nasce che gli uomini divengono più virtuosi. Per quello adunque che abbiamo discorso, assai è manifesto che il principe debbe esser perpe- tuo. Quanto all'autorità dico, che non debbe avere maggiore autorità, che s' abbia uno de' signori, della quale avendo di sopra ragionato, non occorre più al- tro replicare. Basta solamente sapere che quanto al- l' autorità, non si debbe di lui fare maggiore stima, che d' uno de' signori 5 debbe bene essere onoratissi- mo sopra tutti gli altri, e chi sarà ornato di tal grado, lo debbe tenere con grandissima pompa e magnificen- za, la quale apparirà ancora maggiore, abitando i si- gnori alle case loro, li quali venendo ogni giorno o- noratamente al palagio, faranno apparire nella città maggiore grandezza, la qual cosa è necessaria a tutti gli stati che tengono imperio. Il principe adunque, del quale tanto abbiamo parlato, è il quarto ed ultimo membro della nostra repubblica, il quale sta in luogo eminente, come la punta d' una piramide, ed è non altrimenti che uno speculatore, il quale vigila sempre per la guardia della repubblica, e trovandosi in col- legio, in senato, in consiglio grande, è cagione che le faccende procedano ordinatamente, essendo sollecito dell' onore ed utile della repubblica più che alcun al- tro, fa che le cose sono anco amministrate con quella dignità e prestezza che si conviene, ed essendo legato da ogni parte dalla ordinazione della repubblica, è co- stretto ad esser buono, ed essendo buono è forza che non produca se non buoni effetti, e che gli altri ancora divengano buoni j talché in una repubblica cosi ordi- nata, non si può vedere se non esempli di vlrlìi e ìAìiliO TERZO. l/jf) bontà. Ed avendo dello lutto quello che appartiene alll quattro membri principali, de' quali è composta la nostra repubblica^ ed avendo regolalo Ire azioni prin- cipali, cioè la creazione de' magistrati, la deliberazione della pace e guerra, e la introduzione delle leggi e provvisioni, resta che regoliamo la quarta, cioè le pro- vocazioni, delle quali lutto quello che ci cadeià nel- r animo di dire nel seguente capitolo sarà da noi nar- rato. Capitolo XIII. Della quarantìa. Tulli quelli che con prudenza hanno ordinato re- pubbliche, considerando quanto sia grande la malva- gità degli uomini, i quali rade volte fanno bene, se non quando non possono far male, perchè i magistrati sieno coslrelli ad essere nelle loro sentenze giusti, hanno po- sto freno alla loro autorità, ordinando che dalle loro sentenze si possa provocare ad una superiore potestà. Ma è da notare che questo atto dell'ascoltare le pro- vocazioni, pare che sia proprietà di quello che e si- gnore dello stato e della città: ma perchè chi è signore, o egli non vuole, o egli non può se non con dillìcoltà tal cosa eseguire, perciò vediamo tale oHìzlo essere at- tribuito ad un altro giudizio dagli altri separato. Laon- de [)crchè in Francia il re non ^ uole, ed anco con dif- ficoltà potria occuparsi in tal faccenda, sono ordinati quattro parlamenti, li quali odono e giudicano le pro- vocazioni di tulio il regno. In Vinegia, perchè il con- siglio grande, che è signore di tutta la repubblica, non 1^6 I,A REPUBBLICA FIORENTINA. può fare tale effetto, perchè bisogneria che slesse tutto l'anno occupato In tal materia, il che savia impossibile rispetto alle faccende private, sono ordinate tre qua- ranlie, ad una delle quali s' appella in materia crimi- nale, all'altre due in materia civile. E perchè io non trovo i più freschi esempi, nei migliori ordini civili, che questi de'Viniziani, non si potendo massimamente aver piena notizia degli ordini antichi, giudico che noi gli dobbiamo imitare, e perciò sia creato un giudizio dì quaranta nel consiglio grande, nel modo che si crea- no gli altri magistrali, ed a questo giudizio si debbe appellare da tutti i magistrali erettori, in materia così criminale, come civile, e non bastando una quaranlia, se ne potria ordinare due, e l'una si chiamasse crimi- nale e l'altra civile, e durasse l'uffizio un anno, e cia- scuno che fosse di tal quarantia tirasse certo salario. Li Viniziani danno a quelli che sono della quarantia ogni giorno che ella si raduna, quarantadue soldi, cioè un terzo di ducato al modo loro, e chi è della qua- rantia, e non si raduna in essa, è bene che non tiri il salario detto, ed anco chi non arriva al principio ^ e però bisognerebbe ordinare, ohe tosto che la quarantia è radunata per dare audienza, entrasse dentro uno a chi tal cura fusse commessa, e desse a ciascuno il suo stipendio, talché chi venisse dopo, perdesse quella uti- lità. Il modo del procedere in tal materia, vorrei che fusse questo. Principalmente io vorrei che da tutti li magistrali ordinarii, così dentro, come di fuori, si po- tesse appellare in ogni materia, e chi appellasse fusse tenuto ricorrere a conservadori di legge, li quali fus- sero sei e non dieci, ed a tutto il magistrato narrasse LIBRO TERZO. 1 t\'J il torlo fattoli, e lo provasse in modo con scrii ture e testimonianze, ed altre cose atte a far fede j che il ma- gistrato determinasse, per partito vinto per li due terzi, tal causa doversi introdurre, ed alcuno di loro fusse tenuto, o per sorte, o altrimenti ricevere tale introdu- zione. Ricevuto che alcuno de' conservatori avesse la causa nel modo detto, n' andasse in quarantia, e nar- rasse la causa semplicemente, e domandasse l'introdu- zione. E la quarantia fusse tenuta per partito accettare tale appellazione, e dal segretario di essa fusse notata l'introduzione ed il tempo nel quale fu accettata, ac- ciocché le cause sieno ordinatamente agitate secondo i tempi, e precedano quelle che sono prima introdotte. Introdotta che è la causa, sia tenuto quel conservadore che ricevette l' introduzione, parlare nella quarantia, e difendere la causa di colui che egli ha preso a difen- dere, se egli non voglia da se stesso difendersi. Ma è da notare, che quello che appella, di reo diviene at- tore. E se la lite è conlra un magistrato, sia tenuto il magistrato difendere la sentenza sua per uno del ma- gistrato, o per uno avvocato, se così esser meglio si giudicasse 5 se la lite è contro a privato alcuno, egù ragionevolmente doverà difendersi, il che sia da lui stipendiato 5 parlato adunque che averà il conservato- re per l'attore, e l'avvocato per il reo, vada a partito nella quarantia, se la sentenza si debbe dare, o se bi- sogni meglio rìudire le parti, ed il partito sia vinto per la metà ed una più. Se s'ottiene che la sentenza si dia di nuovo, si ricolga il partito, per il quale si dichia- ri, se la sentenza del magistrato dal quale s'appella è giusta o ingiusta, e se ella si vince che ella sia giusta, l48 LA REPUBBLICA FIORENTINA. colui contro a chi la fa data, abbia pazienza, ne più ne possa parlare 5 se si ottiene che ella sia ingiusta, co- lui che 1' ebbe in favore la viene ad avere perduta, ma può, se vuole, ritornare al giudice primario, perchè la quarantia, quando taglia una sentenza data, dichia- ra che l'è ingiusta, ma non già determina se è intuito o parte ingiusta, e però può, a chi ella viene contra, ritornare ai giudice primario per ottenere quello che vi era di giusto, ed il reo, che in questo secondo giu- dicio è attore, sempre che egli pensa che dal primario giudice gli sia fatto torto, può appellare alla quarantia 5 ma se non s' ottiene che la sentenza si dia di nuovo, parlino le parti, e parlato che hanno, si seguili il me- desimo ordine, e se questa seconda volta non s'ottiene che la sentenza si dia, si parli per le parti la terza vol- ta, e parlato che hanno, diasi la sentenza nel modo detto, senza mandare altrimenti a partito se ella sidee dare 5 e lutto quest'ordine si osservi, quando le liti sono tra persone private, così in materia criminale, co- me civile 5 ma quando la lite è tra un magistrato e una persona privata, come saria se gli otto avessero con- dannato alcuno per qualche malefizio, ed il reo appel- lasse, se la sentenza della quarantia viene contro il reo che in questo secondo giudicio è diventato attore, bi- sogna che abbia pazienza, perchè s'intende la sentenza del magistrato esser confermata ; s'ella viene contra il magistrato, viene la sentenza sua a essere annullata. E perchè la quarantia nel tagliare la sentenza d' alcuno magistrato, giudica quella essere ingiusta, ma non di- chiara già se in tutto o parte è ingiusta, e perciò po- Iria essere, che il reo che in questo secondo giudizio LIBRO TERZO. l^Q è allore, meritasse qualche pena, ma non quella che era slata dal magistrato determinala, vorrei che in qua- ranlia,lostochè ella ha tagliata la sentenza del magistra- to, si mettesse un partito, per il quale si dichiarasse, se il reo debba o non debba patire, e se vincesse che egli non dovesse patire, s' intendesse il reo esser assoluto; se si ottenesse che egli meritasse punizione, ciascuno, deUre proposti della quarantiajli quali, creala che ella è, deono essere per sorte tratti, e deono tenere quel grado giorni ventisette, ed in capo al tal tempo si deo- no trarre i successori, e di questi tre, il più vecchio dee tenere il primo grado li primi nove giorni, e l'altro che succede nell'eia, debbe succedere nelP onore: ciascuno adunque de'^delti proposti debbe pronunzia- re la pena colla quale debbe essere il reo punito, e queste pene deono andare a partito, quella che dalla metà in su avrà pia suffragi!, sia quella che merita il reo, ed a lui bisogni stare paziente; e questo ordine è da tenere, così nelle cause criminali come nelle civili. E non bastando una quarantia, se ne potria, come è detto, creare due, e li conservatori li quali vogliamo che sieno sei, per levare tanta confusione, si potranno dividere in due parti, talché una parte di loro intro- mettesse le cause criminali alla criminale, l'altra parte le cause civili alla civile, se fussero due, o alla mede- sima se fusse una sola. Bisogneria determinare il tempo del parlare, acciocché l'una parte e l'altra potesse dire le medesime ragioni sue ; li Veneziani concedono una ora e mezzo di tempo a ciascuna parte, non includen- do in queslo spazio quel tempo che si consuma in leg- ger scritture e produrre testimonii, e però l'orinolo, I 5o LA REPUBBLICA FIORENTINA. quando si legge scritture, si distende in piano, accioc- ché la polvere non caschi. Il medesimo potremmo an- cora far noi, e provvedere in simil modo che ogni gindicio fusse in due ore spedito, ed in quel più di tempo che si consuma, come delto è, in leggere scrit- ture 5 e perchè i nostri cittadini son più malvagi che buoni, e S3 non sono costretti, racle volte vogliono far bene, siccome si vede per l' ingiustizie che facevano i magistrati nel governo passato, e perla severità di quel- li che governano nel presente reggimento, i quali han- no prima condannato uno, che V abbiano veduto in viso, e non per altra cagione se non perchè e' veggono che così piace a chi comanda loro: e airamministrazio- ne passata molle volle avveniva, che quando i magi- strati avevano a giudicare alcuno, se egli era di quelli che fussero stali in qualunque grado nella tirannide precedente, per parere di fare qualcosa in esaltazione di quel governo, lo punivano eziandio quando non meritava punizione, ma se era della fazione opposita? procedevano più adagio, e la punizione non era così terribile. Perchè adunque i nostri cittadini son malva- gi ed ingiusti, e non oprano mai bene, se non per forza siccome gli asini che non camminano se non col ba- stone in sulle reni : quando i magistrati abbiano il so- praddetto freno delle provocazioni , nel modo detto ordinale, rade volle avverrebbe che detti magistrati giudicassero le cause che venissero loro innanzi, ve- nendo V appello alle loro sentenze, perchè vogliono poter far male e bene, senza che gli se n'abbia a rive- dere conto alcuno. Per questo credo che sia da im- porre necessità a tutti i magistrati di giudicare le cause LIBRO TERZO. l5l che venissero loro innanzi, intra certo tempo, e non le giudicando, s'intenda ciascuno di quel magistrato esser caduto in certa pena, la qual fusse reputata onesta, e saria da pendere piuttosto nel troppo che nel poco, e dopo detto tempo ad ogni modo fusscro tenuti giudi- carle nel medesimo spazio, e non le giudicando rica- de'ssero nella pena ordinata, e fussero di nuovo tenuti giudicarle colle medesime condizioni j e così procedesse la cosa tanto, che le cause fussero giudicate, ed in tal modo i cittadini, quando fussero nei magistrati, saria- no costretti giudicar le cause che venissero loro innan- zi, ed essendo costretti giudicare, forse si disporrebbero a giudicare di sorte, che le sentenze loro sarebbero giu- ste. Io non voglio lasciar di dire, che potria essere che i conservadori nell' ultimo del magistrato loro non avessero spedito tutte le cause, la introduzione delle quali avessero presa. Quando questo caso avvenisse, dico che i medesimi conservadori, ancora che abbia- no lasciato il magistrato, debbano seguitare la loro spe- dizione non altrimenti che arieno fatto se avessero continuato il magistrato. Questo modo si ordina per più brevità e facilità dell' eseguire tali cause, le quali se i conservadori nuovi avessero a spedire, arieno bi- sogno dell'intera informazione d'esse, ed in ciò si per- derla tempo che non è utile a' litiganti 5 oltre a questo, quando si ordinasse che chi appella desse qualche pre- mio a quel conservadore che introduce la causa, viene ad essere obbligato a seguitarla tanto, che ella sia per- venuta al fine j e però è forza, che sebbene cessa il ma- gistrato, non cessi per questo tal azione, anzi sia sua, e non del successore. Egli è noto a ciascuno, che al 1 52 LA. REPUBBLICA FIORENTINA. magistrato de'conservadoii venivano molte cause cri- minali e civili intere, le quali bisogna regolare come abbiano a procedere. A me piacerebbe che si creasse un altro magistrato che le giudicasse, e da quello come dagli altri si potesse appellare alla quarantia : polreb- besi anco ordinare, che tali cause fussero sottoposte al magistrato degli otto : e questo saria modo breve e facile, e non occorreria raultiplicare magistrati. Cosi fatto è il modo del procedere nelle appellazioni, dal quale ne seguirebbero tre utilità notabili: la prima, che dando stipendio a tanti cittadini, molti verrebbono a trar frutto della repubblica, e per conseguente ad es- serle più affezionati ^ la seconda, che i magistrati sareb- bono giusti, e quando fussero ingiusti, le loro sentenze sarebbono corrette. La terza, che essendo costretti i cittadini a parlare in quarantia, gli uomini diverreb- bono eloquenti, il che è cosa molto magnifica in una città. E perchè noi abbiamo detto sopra tal materia tutto quello che ci occorre, seguitiamo ora di dire quello che ci occorre. Capitolo XIV. Del modo del punire i delioquenu contro allo stato. Noi abbiamo trattato per insin qui tutto quello che appartiene all' essenziale composizione della nostra re- pubblica, perchè avendo regolato il modo del proce- dere nelle quattro sopraddette azioni principali, non resta altro a considerare, se non alcune cose partico- lari, delle quali al presente tratteremo con tutto quel- lo che ci occorrerà, pigliando il principio dal modo del LIBRO TERZO. li)0 punire i delinquenti contro allo stato, i quali nel go- "verno passato erano puniti da quella quarantia che allora s' usava, la quale mi pareva che più di danno, che d'utile alla repubblica partorisse : prima, perchè i peccati di molti di quei che eran puniti innanzi al- l' assedio non erano tanto gravi che quando fussero rimasti impuniti ne fusse però molto danno seguitato,- siccome fu la causa di Carlo Cocchi e di Ficino, li quali per aver detto pochissime parole contra Io slato furono privati della vita. E se alcuno dicesse, che il parlare contra lo stato è peccato gravissimo 5 dico che è vero in quelle repubbliche che son prudentemente ordinate, ma in quelle che sono piene d' errori, come era il passato governo, secondochì abbiamo dimostra- to, il dire qualche parola contra lo stato non è pecca- to gravissimo, perchè n'è dato loro occasione dal mal ordine della repubblica, e saria stato molto meglio pensare di correggere i difetti suoi, che, lasciandoli in- corretti, dar materia a ciascuno di avere mala opinio- ne dello slato, e non ne parlare onorevolmente, per aver poi or a questo, or a quelP altro a tor la vita, e far tanti nemici alla repubblica. Quelli che eran pu- niti nell'assedio, sebbene meritavano quelle punizioni colle quali erano gastigati, per venire coli' armi con tanta crudeltà contro alla patria, nondimeno era me- glio lasciarli per allora impuniti e voltare tutto il pen- siero alla vittoria, dopo la quale, se si fusse ottenuta, si Sariano potuti gastigare^ ma il desiderio del punirli non nasceva dall'amore della patria, ma dalla cupidi- tà della roba loro, e procacciavano che in quel tempo fussero puniti, pensando che dopo la vittoria gli uo- l54 LA REPUBBLICA FIORENTOA. mini non avessero ad essere così della vendetla desi- derosi. Non furono adunque di frullo alcuno lulte le sopraddette punizioni, e se non fusse stato quel modo di procedere nel quale era in potere di ciascuno ac- cusare un cittadino, senzachè si sapesse chi fusse stato r accusatore, non sariano succedute così tembili ese- cuzioni. Se adunque l' effetto, che erano le punizioni, non era buono, la causa, o vogliamo dire Pinstrumen- lo, che era la quaranlia in quel modo ordinata, non era anco buono. Appresso, era tal ordine disutile, perchè non era solamente iustrumento a mantenere quella repubblica, essendo mezzo a punire i delin- quenti contro a essa, ma ancora a ruinarla, essendo per quel modo con false calunnie accusali eziandio quelli che erano di quel vivere amatori, li quali seb- bene poi erano assoluti avevano pure quella molestia nel difendersi e render conto di loro, ed insino a che non erano assoluti avevano sempre ragione di temere la dannazione per la varietà degli animi che è in una città divisa, la qual cosa fa che gli uomini si alienano da queUi stati, dove così fattamente i ciltadini sono perseguitati^ e sebbene Cicerone dice che per essere lai volta un buon cittadino accusato, non perciò si deono le accuse levare, perchè chi è buono ed è ac- cusalo, può essere assoluto, ma chi è malvagio se non è accusalo, non sarà già condannato; nondimeno molto meglio è regolare la repubblica in modo che chi è buono non sia perseguitato ma onorato, e chi è mal- vagio sia accusato e condannato. Oltre a questo colai modo di procedere dava occasione alli uomini di eser- citare con viltà la loro malignila e di vendicarsi delle LIBRO TERZO. l^.') private ingiurie senza alcuna specie di generosità, le quali tutte cose sono disutili alla repubblica, e perciò giudico che tal modo di procedere non sia da intro- durre nella nostra, la quale mancando di difetti, biso- gna anco che manchi di malcontenti, e non avendo malcontenti non si troverà chi pecchi contro allo sta- to di quella, e per conseguente non sarà necessaria la punizione nel modo di procedere in essa. Ma perchè gli uomini son malvagi, e sempre si trova chi pecca eziandio senza cagione, perciò è da ordinare un modo per il quale con frutto pubblico e privato chi pecca conlra lo stato sia punito. Il modo saria facile, se gli uomini si potessero indurre ad accusarsi 1' un 1' altro a viso aperto siccome s' usava in Roma ed in Alene ^ e si potrebbe ordinare che l'accuse si facessero a'con- servadori in questo modo, che chi accusasse chiedesse r introduzione della causa nella cjuarantia, e Taccusa- torc fusse tenuto pubblicamente in detto giudicio fare tale accusa e seguitare tanto la causa che ne succedes- se o r assoluzione o la dannazione nel modo che noi dicemmo di sopra doversi osser^arc, quando la qua- ranlia avesse a punire ella il reo. Questo sarebbe uti- lissimo, perchè gli accusatori accuserebbono chi egli- no pensassino che dovesse essere dannato, e perciò accuserebbono chi meritasse punizione e non chi fus- se innocente 5 onde seguiterebbe, chi errasse saria pu- nito, e gì' innocenti non avrebbono quella molestia di difendersi, e quel timore di potere essere dannali. Ap- presso, gli accusatori quando bene discendessero a tali accuse per vendicarsi delle ingiurie private, moslre- rebbono qualche generosità, e saria loro tal cosa frut- I 56 LA REPUBBLICA. FIORENTINA. tuosa, perchè essendo coslretli parlare in pubblico, di- Tenleriano eloquenti, e così saria rimedialo a tutti i difetti che aveva la quarantia nel governo passato : ma perchè io penso che gli uomini non potrlano in- ducersi all' accuse volontarie, però è da ordinare un altro modo di procedere, per il quale chi erra sia pu- nito, ed agli innocenti non sia data molla molestia, e la cosa proceda con più frullo pubbUco e privato che si possa. Sia adunque il modo questo. Tutte le que- rele per conto di stato pervengano alli conservadori in quel modo che le pervenivano al magistrato degli otto, li quali conservadori sieno tenuti a esaminare tali querele diligentemente, e quando essi non trovino in colpa quello che fusse accusato, lo possano per li due terzi de' suffragi loro assolvere, facendo notare la querela e l'assoluzione in luogo che si possa rive- dere, perchè quando i conservadori assolvessero alcu- no che non meritasse assoluzione, è bene che essi do- po il magistrato possano essere accusati j la qual accu- sa può fare quello che aveva fatta la prima querela, sa['piendo egli meglio che alcun altro, se l'accusato da lui meritava punizione o assoluzione, e perciò è ne- cessario che dette querele ed assoluzioni si possano rivedere. Quando giudichino che T accusalo meriti punizione, il che avverrà se F assoluzione non si ot- terrà, uno de' conservadori sia tenuto pigliare l' in- troduzione di tale accusa in quarantia, e sia questo offizio di quello al quale sarà dato dalla sorte: cosini 1' accusi In quarantia, ed il reo si difenda nel modo dello, cioè o per sé o per avvocali, come meglio gli getta j ed udite le parli, vada a partito se il reo deb- LIBRO TERZO.. 1 57 be patire.^ e non vincendo s" intenda essere assoluto : Tlnccndoj si proceda nel determinarli la pena nel mo- do detto di sopra j ma è da notare che bisogna che li conservatori abbiano autorità di poter prendere il reo quando lo vedessero in tal colpa che meritasse pena corporale. Ap[)resso egli viene spesso che i cittadini nelParaministrare le faccende pubbliche peccano quan- do per malizia e quando per ignoranza ; per ignoranza, come Terenzio Varrone, il quale colla temerità sua fu cagione della rotta di Canne, e ne** tempi nostri misser Antonio G rimani potendo soccorrere Lepanto, lo la- sciò pigliare al Turco e mandare a sacco: per malizia, come facevano que' dieci chene'tempi di Cosimo am- ministravano la guerra di Lucca. I peccati che si fan- no per malizia sempre si deono punire j i peccati che si fanno per ignoranza tal volta si deono punire e tal- volta perdonare, e perchè simili peccati sieno notissi- mi al collegio, dcbbe detto collegio oltre alli altri pri- vati, essere accusatore di così fatti cittadini in questo modo. Ciascuno che si trova in collegio, possa intro- durre una querela contro a chi gli paresse che ammi- nistrasse male le faccende, e questa querela vada a par- tito in collegio tra' signori, procuratori e dicci, se ella si debbe accettare, e non vincendo il partito, il quale vinca per la metà e una più, s' intenda non s' avere ad innovare cosa alcuna contra chi era fabbricala la querela 5 ma se vince il parlilo, debba il collegio co- mandare a' oonservadori che piglino V accusa di quel- lo nel modo pr)co appresso detto, ed oltre a questo dichiarare loro dove abbiano a introdurre taleaccusa^ cioè in quaranlia, o nel senato, o nel consiglio grande. GlannoUi. i o l58 LA REPUBBLICA FIORENTINA. Inlroducendosi nel senato o nel consiglio grande si proceda nel medesimo modo che se fusse introdotta in quarantia, cioè il conservadore 1' accusi, il reo si difenda, o per se stesso o per altri. Poi vada a [)artito se egli debba patire : se abbia a patire, le pene abbiano da essere proposte, se la causa si agita in consiglio grande, dal proposto della signoria, dal proposto dei procuratori e dal proposto de' dieci, s' ella s' agita in senato, sien proposte le pene da' proposti del senato, e quella che ha più favori dalla metà in su, cosi nel- r un luogo, come neir altro, sia quella la quale debba patire il reo ; la cagione che m' induce ad ordinare che il collegio determini dove simili cause s' abbiano a trattare, è perchè spesso avviene che tali accuse si fanno contro a uomini grandi, i quali nei giudizii stretti son puniti con maggior rispetto, e perciò è bene che il collegio, considerate le qualità dell' accusato, deter- mini anco chi gli parrà che n' abbia a esser giudice. E perchè alcuna volt^ egli avviene che un cittadino fa contra lo stato qualche presta violenza, la quale se non avesse dietro la punizione repentina, potria par- torire qualche gran disordine e mettere la repubbli- ca in travaglio j il che sarebbe avvenuto nel caso di Iacopo Alamanni, se egli non fusse stato da quella pe- na, che e' meritava, subito oppresso, dico che tali casi deono essere puniti in collegio, nel quale, per fare al- quanto maggiore numero, sieno introdotti li conser- vadori di legge, e del reo non si pigli difesa alcuna, solamente vada il partito per lo quale si dichiari se debba esser punito, ed ottenendosi il partito, il pro- posto, de^ signori, il proposto primo de'procuratori ed LIBRO TERZO. 1 J(j il proposto (le' rìiecì propongano la pena che egli deb- be palire, e con quella che ha più suffragi dalla metà in su, sia punito senza intervallo di tempo. Ma per- chè assai abbiamo detto del modo del punire i peccati contra lo slato, seguiteremo di tratiare alcune altre cose particolari necessarie alla nostra repubblica. Capitolo XV. Che l' ordine del procedere ai palazzo del potestà non è buoDO. Tutte le azioni d' una repubblica sono distinte in pubbliche e private : le pubbliche è necessario che sieno in modo ordinate, che ad altro fine che al ben pubblico non sieno indiritte, altrimenti la repubblica non averebbe troppa vita. Le private basta che sieno in modo regolate, che alla vita privata sieno fruttuose. Nondimeno, quando si potesse fare che il modo del procedere in esse fusse anco alla repubblica fruttuoso, senza dubbio non saria da recusarlo 5 le faccende chia- mo private quelle che al presente nascono tra private persone per conto di piati, li quali hanno origine da convenzioni fatte, da testamenti, da doti e da simili co- se, le quali faccende (come sa ciascuno) si trattano al- la mercanzia ed al palazzo del potestà. E sebbene il modo del procedere in questi due luoghi privata- mente è giusto, nondimeno è tanto disutile ed in pubblico ed in privato che quando si trovasse un altro ordine che avesse la medesima giustizia, e fusse più utile all'uno ed all'altro, saria da riceverlo vo- lentieri. Il modo del procedere e massimamente al pa- iGo LA REPUBBLICA FIORESTIXA. lazzo del podestà è disutile al privato ed al pubblico. Prima per la spesa grande che si fa, onde nasce che gli uomini impoveriscono, e gli uomini impoveriti che sono, non possono essere in questi tempi correnti ne a loro ne ad altri fruttuosi. Secondariamente, per la lunghezza del tempo, il quale molte volte è tanto lun- go, che stracca Tuna parte e l'altra, e tal cosa è disutilis- sima perchè stando occupati gir uomini in simili con- tenzioni, non possono attendere air altre loro private e pubbliche faccende. Ultimamente è disutile, perchè le maggiori liti, nelle quali corre più tempo e maggio- re spesa, son le più volte tra' primi cittadini della cit- tà, li quali diventandone poveri, vengono a divenire abbietti e non generosi, e conseguentemente disutili alla repubblica, ed in questo modo viene a mancare la nobiltà de' cittadini, ed in vece di essi surgono quelli che dalle loro contenzioni divengono ricchi, e sono nella maggiore parte persone vili ed abbiette 5 e sebbene e' non è male che in una città gli uomini vili acquistando ricchezze acquistino qualche grado di no- biltà, non è già bene che questi tali divengano grandi colla destruzione di quelli che sono nati nobili; e per- chè tal cosa non avvenga, è con ogni diligenza da provvedere. Oltre a questo in tutte le repubbliche antiche il litigare era in tal modo ordinato, che dava a* cittadini occasione di esercitare 1' eloquenza, onde 1 cittadini romani prima che cominciassero a trattare le farccnde pubbliche, s' esercitavano ne' gludizii civili ne' quali poiché avevano acquistato eloquenza, comin- ciavano a governare la repubblica. Ne' tempi nostri e massimamente nella città nostra, pochissimi sono ai MURO TERZO. iCl quali basii V auinio di parlare tra molli, e ne' due go- verni passati, quando si faceva qualche consulla, la maggiore faccenda che avessero i segrelarii, era il ri- cordare a chi parlava che con alla voce dicesse, per- chè tanto poco erano assuefalli i cittadini a parlare dove molti fossero congregali, che toslo ch'eglino ave- vano a variare il parlare familiare, pareva che non polessino trar fuori la stessa voce, laddove se il modo del litigare fusse stalo ordinato in maniera, che d;^i quello si prendesse occasione d' esercitare il parlare, sariano i no5lri cittadini eloquenti come erano i Ro- mani ed i Greci, e come oggi sono i Veneziani, li quali perchè hanno dalla repubblica occasione d' esercitare il parlare in ogni specie d'eloquenza, son sopra tulli gli altri Italiani eloquenti. Sarebbe adunque bene le- var via questo modo di procedere del palazzo del po- testà, essendo in quello i sopraddetti difelli, ed intro- durre un altro, il quale fusse giusto e partorisse utilità al pubblico ed al privalo, e questo potrebbe essere così fallo. Bisognerebbe considerare da quanle cose nascono le contenzioni civili, e sopra tulle quelle crea- re magistrati particolari li quali decidessero tutte le liti che nascessero nelle cose a loro attribuite, e da loro si potesse poi appellare alla quaranlla nel modo soprad- detto. Ma per dichiarare megUo la nostra opinione, venghiamo agli esempi. Tulli i liligil nascono, come di sopra fu detto, o da convenzioni che fanno tra loro gli uomini, le quali non osservale debitamente, o per altro che sopravvenga, generano liti tra quelli che le avevano fatte, o da testamenti per conto d'eredità, o da doti e da molte altre cose, le quali non è necessario I G2 LA REPUBBLICA FIORENTINA. replicare. E necessario adunque creare un magistrato che sia sopra le convenzioni, un altro sopra le doli, un altro sopra i testamenti e finalmente tanti magi- strati, quante sono le cose dalle quali sono i litigii ge- nerati 5 e quando nasce differenza per conto di conven- zioni, o di doti, o di testamenti, o d' altro, debbe ri- correre chi si tien gravato a quel magistrato che è proposto a quell'azione, ed ascoltate le parti, debbe infra il terminato tempo, come di sopra fu detto, dpr la sentenza in quel modo che gli pare, la quale se non piacesse a chi ella venisse conlra, possa appellare alla quarantia nel modo ed ordine sopraddetto. In questa maniera vorrei che procedessero le faccende private e con poca spesa senza lunghezza di tempo, e con occa- sione di esercitare l' eloquenza. Ne sia chi dica che questi magistrati non saprebbero decidere tali differen- ze giustamente, perchè in simili cose non è tanta sotti- lità, che chi ha mediocre intelletto non le possa conar prendere. Potrebbono anco detti magistrati quando in qualche caso non si risolvessino, posto il caso in ter- mine, domandare il parere del savio, siccome usavano anticamente i Romani 5 ma saria meglio lasciare anda- re questi savii, acciocché gli uomini s'assuefacessero a giudicare pettoralmente e senza termini di legisti, di che seguiterebbe anco un' altra utilità, che i nostri cit- tadini veduto r opera de' dottori di legge non essere tanto necessaria, si darebbono alli studii della filosofia e dell' arte oratoria per ser\ irsene nel governo della repubblica, e lerrebbono l' intelletto occupalo in più alto e nobile esercizio. Così fatto è il modo che mi pare da tenere nelle faccende private. LIBRO TERZO. l63 Capitolo XVI. De' collegi e signori delle pompe. Noi mostrammo di sopra di quanti e come gravi inconvenienti fussino cagione i collegi, e che niuna utilità perveniva alla repubblica del magistrato loro, ordinato nel modo che era. Però io giudico che sia da correggerli, ed attribuire loro quelle azioni che sono più loro convenienti. E adunque da considerare, che r armi, colle quali una repubblica si difende, sono di due sorti, perchò alcune sono utili dentro, alcune sono utili e fuori e dentro; però tutti gli abitanti della cit- tà, serondoch"? di sotto diremo, bisogna dividere in due parti, una delle quali serva per difendere le mura della città e suoi ripari, l' altra per andar fuori, e combat- tere colli nemici. In questa parte bisogna che sieno computati tutti quelli che passano il quarantesimo an- no, e sono atti all' armi, e questi saranno quelli che sono utili dentro; li quali quando gli altri sono a com- batter fuori, stieno alle guardie delle mura e suoi ri- pari. Di tutti questi giudico che debbano essere capi ì sopraddetti collegi, e si deono creare in consiglio grande, siccome gli altri magistrati, e dar loro le ban- diere al modo consueto con quella pompa che s'usava, e per onorarli si potrebbe ordinare che entrassero in senato, e quando rendessero anche il partito, non saria male. Vorrei che concorressero a stanziare le spese piibbliche co' signori e procuratori, e si vincessero tutti gli stanziamenti per la metà e una più, e queste sono r azioni che io vorrei che fussino attribuite al li detti l64 1>A. REPUBBLICA FIORENTINA. collegi. E perchè i conservadori abbiano altre aziotii «la quelle che avevano attribuite, è necessario creare nn altro magistralo che abbia autorità di regolare tut- te quelle cose che appartengono al fare i costumi con- formi a quella specie di repubblica colla quale si go- verna la città : perciocché non i medesimi costumi convengono ad ogni forma di repubblica 5 nelli stati governati da un solo si richiede inegualità 3 in quelli che sono governati da più, come è quello che abbiamo introdotto noi, è necessaria l'equalità, se non in fatto, almeno in dimostrazione, e però bisogna proibire tutte quelle cose che non possono essere esercitate se non d;igli uomini ricchi, come è il fare grandi spese nel ve- stire, convitare e dar le doti alle fanciulle, le quali cose (juando senza modo son fatte da' ricchi, fanno che gli altri, volendogli imitare, si minano da loro stessi e di- vengono poveri, e per uscire poi di povertà, fanno poi ogni cosa per avere danari, senza tener conto dell' o- nore pubblico e privato; perchè non si curano chela pati ia sia sottoposta al tiranno, e non che altro diven- gono ruffiani della donna e delle figliole, con vituperio loro, della casa e della città j onde per rimediare a si- mili inconvenienti, bisogna con diligenza provvedere, che gli uomini non impoveriscano, perchè senza dubbio alcuno, la roba è quella che muove più che alcuna al- tra cosa, e però vegglamo, che i Romani per la legge agraria, mandarono sottosopra il cielo e la terra. Ap- presso, quando i ricchi possono fare alcuna cosa, per la quale apparisce infra i cittadini inegualità, le loro ricchezze divengono agli altri odiose : il che avviene, perchè gli uomini sono invidiosi, e quello che essi non LIBRO TERZO. iGf) liunno, non vorrebbono che allrl possedesse; senza considerare che la repubblica, vivendosi nel modo si vive, ha bisogno che gli nomini sieno ricchi per va- lersi delle ricchezze loro quando venga la necessità j siccome ella fece nell' assedio passato, nel quale se el- la avesse avuto a servirsi della roba di quelli che vo- levano che le cose e poderi de' ricchi si dessero per sorte in consiglio, non aria la città fatto si gloriosa di- fesa. Ma è da notare, che non tutte le cose nelle quali si fanno grandi spese, si deono proibire, perchè sono alcnne le quali rendono la città magnifica ed onorata, ato così falli modi verso loro, nondimeno per star fermi nell' amicizia sua, e mante- nergli la fede, vollero aspettare l' esercito spagncjlo, e perdere la libertà, la quale ariano salvata, se lasciato quel re, che non gli poteva aiutare, avessero fatto con pa- pa Giulio confederazione, il quale non \oleva minare quello stato, tenendosi di quello per infiuo allora ben soddisfatto, ma lo voleva alienare di Francia, e tirarlo Giaiiriotli. 1 1 I^O LA REPUBBLICA FIORENTINA. uella sua confederazione j la qua! cosa poiché egli in al- cun modo non potette ottenere, come disperato prese quel partito di rimettere i Medici in Firenze, e gli riuscì per limali consigli di quelli che allora governavano. Fu adunque ostinata la città nelF amicizia di Francia con quel danno che a ciascuno è noto, e sebbene quel re due volte fu utile alla città, cioè quando comandò al du- ca Valentino che non la molestasse, e nella ribellione di Arezzo, quando mandò le genti franzesi che le resti- tuirono quella terra, è da considerare, che egli per sua utilità comandò al duca Talentino che lasciasse stare Firenze; [jerchè considerando egli che la gran- dezza di quel duca, se avesse potuto disporre dello stato di Firenze, saria stata agli slati, che aveva in I- talia, troppo formidolosa, deliberò per quel modo [)or- le freno, e così quel bene, che egli fece alla città, non fece per far bene a lei, ma alle cose sue. Nella ribel- lione d'Arezzo mandò le genti a restituirlo, prima, perchè temeva che il Valentino, o altri non se n' im- padronisse, appresso, stando le sue genti oziose in Lombardia senza alcuno sospetto di guerra, mancò di ogni onesta cagione di negargli tal soccorso, la qual cosa senza dubbio arebbe fatta, se n'avesse avuta alcuna quantunque minima occasione, o veramente aria voluto che tale aiuto costasse alla città. Ma che diremo noi del presente re Francesco ? Consideriamo alquanto le sue azioni, per le quali ha mostrato che fede sia e possa essere la sua. Costui tosto che venne alla corona, seguitò l'apparato cominciato dall'anteces- sore suo per venire all'acquisto di Milano e rimettere la fazione guelfa in Genova, ed essendo egli in cam- LIBRO TERZO. I7I mino, Ollavlano Fregoso doge di Genova della fazio- ne contraria se li fece inconlro per far seco confede- razione, la quale il re concliiuse, senza avere rispetto alcuno a' suoi amici e partigiani. Prese poi 3Iihino con quella gloria e riputazione, che fu nota a tutto il mon- do, e potendo con un cenno liberare Firenze, fece accordo con papa Lio/ie, che gli aveva mandale con-- tra tutte le genti della chiesa e fiorcnline; e questa fu la libertà ch'egli rendè alla citlà: e non bastò que- sto, che essendo poi Lorenzo de' Medici, mentre che era in Francia, dove era per la donna andato, venule in ragionamento di volersi fare signore assoluto di Fi- renze, lo confortò, secondo che ho inteso, a menare ad effetto cotal pensiero, promettendoli aiuto e favo- re. Successe poi la mutazione dello stato nel mdxxvii, dopo la quale la citlà subito entrò nella confedera- zione sua, nella quale erano i Veneziani ed il papa, e passando monsignore di Lutrecht all'acquisto di ^'a- poli, mandò la città tulle le genti sue, le quali erano in quel tempo in maggiore reputazione, che tulle l'al- tre d'Italia. E poiché quell'esercito fu rotto, concorse la città grossamente alla spesa, die piacque al re di fare, in tenere Barletta, dove era ricorso il sig. Renzo da Ceri, per tenere occupati gì' imperiali in quella provincia, e volle piuttosto sopportare quel danno senza alcuna speranza di futuro bene, che cercare l*a- mioizia dell' imperadore, la quale da messer Andrea Doiia, che aveva grandissinia autorità appresso a quel- la maestà, Tera offerta. Fece poi il re accordo colTim- peratore, e senza considerare i meriti della repubblica fiorentina, la lasciò esclusa con lutti gli altri potentati jyi LA REPUBBLICA FtOREXTIXA. rr Italia. Tenne poi Tassedio, nel tempo del quale at- tendeva il re a provvedere tutte le cose che gli bi- sognavano per r osservanza de' capitoli, per riavere i figlioli 5 e perchè giudicava che alle cose sue fusse molto a proposito che 1* esercito imperiale fusse occu- pato in quella impresa, faceva tutto giorno gran pro- messe al nostro ambasciadore di far cose grandi per la città, tosto che egli avesse riavuti i suoi figliuoli, i quali poiché ebbe riavuti, essendo richiesto dal detto ambasciadore, che facesse parte di quelle cose che a- veva promesse, rispose che non aveva promessa cosa alcuna. E così la città nostra abbandonata da lui e da ciascuno altro, ritornò sotto il giogo della serviti^L E adunque manifesto quanto sia da considerare nell'a- micizia del re di Francia, della quale egli non tiene altro conto, se non quando vede essere ulile alle co.-e sue; e quanto la nimiclzia da temere, chi non è stato orbo, facilmente ha potuto com[)rendere, perchè a- vendo fatto parentado co' più ostinati nemici che aves- se, cioè col duca di Ferrara, il quale poco innanzi a- Tfcva nutriti gli eserciti de' suoi avversarii e colla casa de' siedici, la quale sotto papa Lione nel mdxx li tol- se lo stato di Milano e di Genova, e papa Clemente, mentre che correva Lutrecht coli' esercito a Napoli per liberarlo, fece accordo cogl' imperiali, e dette loro grosse somme di danari, ha mostrato a tutto il mon- do, che r amicizia e nemicizia presso di lui son nel me- desimo grado, e perciò chi ne fa seco più conto che egli ne faccia, merita d'esser reputato più che stolto. E adunque da sbarbare questa vecchia opinione che è ne' cittadini nostri, che la città non possa star libera LIBRO TERZO. 1^3 senza l'amicizia dì Francia, e pensare che la libertà si possa mantenere senza il re di Francia, e qualunque altro principe, o repubblica, a variare gli accordi, se- condo che richiede la qualità de' tempi e degli uomi- ni e degli accidenti, che tutto giorno si scoprono nel- le faccende umane, siccome noi vediamo che hanno fatto i Veneziani, ed Alfonso duca di Ferrara, il quale- in tutti gli travagli che sono stali in Italia, da poiché la guerra nacque Ira F imperatore e 'l re di Francia, con questo modo di procedere hanno acquistato re- putazione e grandezza. E a chi dice, che avendo gli antichi nostri sempre tenuto con Francia, così anco dobbiamo far noi, si vuole rispondere, che gli uomini savii son quelli diesi deono imitare, e chi vuole vedere la sapienza loro, guardi con che forma di repubblica era la città da loro retta e governata, della quale ol- irà alle quotidiane contenzioni, nacque finalmente la potenza di Cosimo e de' successori, e questi altri che ne' due governi passati hanno avuto tale opinione, si sono trovati con essa due volte oppressi. i\Ia per trar- re non solamente degli animi de"" cittadini, ma di tulla Italia, tale opinione, è da levar via i capitani della parte guelfa, ed in cambio di quella creare un altro magistrato che si chiami i provveditori delle munizio- ni, e darli la cura di tener la città e fortezze del do- mìnio fiorentino fornite copiosamente di polvere, sal- nitri, piombi, artiglierie d' ogni sorte, ed ogni altra cosa che alla guerra bisogni, e vorrei che questo ma- gistrato fusse sottoposto alli dieci, ed a loro avesse a render conto delle cose alla cura di loro sottoposte. E questo è lutto quello che m'è parulo ragionare 174 ^'^ REPUBBLICA. FIORENTI>-A. de' capitani di parte ^ seguita ora che diciamo d'al- cune provvisioni particolari. Capitolo XVIII. D'alcune provvisioni particolari. Tutti quelli che scrivono delle ordinazioni delle repubbliche trattano ancora in che modo si debbono allevare i giovani, e nelle repubbliche anticlie si met- teva sempre grandissimo studio in operare che la gio- ventù fusse tale quale ella doveva essere, perchè pen- savano quelli antichi, che gli uomini, i quali nella gio- venile età non erano tali quali esser dovevano, non potessero anco nella vecchiaia avere quelle qualità che tal età ricerca. Questa cura in tutte le repubbli- che d' Italia con grandissimo loro detrimento è stata sempre disprezzata, e perciò chi andrà in Siena; in Lucca, in Genova, in Venezia, in Firenze, se osser- verà i costumi de' giovani, non troverà cosa alcuna in loro che si possa lodare. Ma per trattare de' Fio- rentini e lasciare gli altri che a noi non appartengo- no, se noi andremo considerando la natura loro, la quale agevolmente nelle sette pubbliche o private co- noscer si puote, troveremo i nostri giovani non ad altro più, che di far cosa che dispiaccia, dilettarsi. Se un cittadino fa un palo di nozze, il maggior piacere che abbia chi va a vedere è fare qualche violenza, che abbia quella festa a perturbare 5 se si fa una festa pubbhca, quei giovani che vi vanno a vederla, non vi vanno con altra intenzione, che di guastarla per piacere di quello scompiglio 5 guardi ciascuno nelle LIBRO TERZO. lyD mascherate carnevalesche, quante violenze, quante stranezze agli uomini si fanno! 1 fanciulli tosto che cominciano a stare in pie, non [)renrlc)no altri diletti che esercitare quei giuochi ne' quali quello è tra loro lodato, che peggio fa al compagno, come è il giuoco delle pugna e de' sassi, e crescendo con questa licen- za, non è poi da maravigliarsi, se non hanno reverenza a' vecchi, e poco temono i comandamenti de' magi- strati. Iacopo Fornaciaio, uomo molto nolo nella città nostra, fece già uno splendidissimo convito nella casa che aveva fuori della porla a s. Friano, al quale con- vito vennero tutti i primi cittadini della città, ed i più onorati dello stato che allora reggeva. E perchè la festa fosse più bella, aveva ordinato detto Iacopo di fare recitare dopo il convito una commedia di Nicolò Macchiavelli, la fama della quale aveva messo deside- rio a ciascuno di vederla: concorsevi a vederla per- ciò una certa compagnia di giovani nobili, la quale a- vevano falla per pigliare tra loro quando con una co- sa, quando con un'altra piacere. Costoro tosto che arrivarono nel luogo, dove la commedia s' aveva a recitare, si fecero padroni di tutta la casa, ed occupa- la la porta di essa, mettevano dentro clii lor pareva. Appresso con romori, leggerezze ed insolenzà facevan sì, che quel luogo era più simigliante all'inferno dei «lannati, che a luogo dove si avesse a far festa 5 e quan- tunque i più vecchi e più onorati cittadir)i vi si tro- vassero presenti, non furono per cjuesto i detti giova- ni ritenuti dal fare e dire tutto quello che piacque lo- ro. Avvenne ancora, che non potendo per questa ca- gione uno di quei vecchi slaro nel luogo assegnato a Ij6 J.A KEPLBBi.lCA flOUEMl>A.. lui ed agli altri, gli venne pensiero di salire in sul palco della commedia, per sedere sopra certe panche, dove s'erano posti alcuni giovani, pensando che alcu- no di loro gli avesse a dar luogo j salse costui in sul palco, ed appressossi a quelle panche, ma li convenne tanto slare in pie, che da' servitori della casa gli fu portalo da sedere, e gli fu avuto da quei giovani quel rispetto e riverenza, che ariano avuto al più vile uo- mo della città 5 e sebbene mi doleva vedere ne' gio- vani nostri così sfrenali costumi, pur mi godeva l'ani- mo che quei vecchi, che facevano e fanno ancora, perchè molti di loro sono vivi, tanta professione di sapienza civile, vedessero in che concetto egli "erano della gioventù, e come bene egli avevano saputo al- levare i figliuoli loro; ma noi, che desideriamo che la nostra repubblica sia perfetta in qualunque sua parte, giudichiamo che sia da fare ogni opera che i giovani siano allevati di sorte che appariscano poi temperati, gravi, reverenti ai vecchi, amatori de' buoni, nemici de' mah agi, studiosi del ben pubblico, osservatori delle leggi, timorosi di Dio, ed in ogni loro azione lieti e giocondi. Bisogna adunque proibire con ogni di- ligenza tutte quelle cose che assuefanno gli uomini a pigliare piacere di male operare, siccome è il giuoco delle pugna e de' sassi, l'andare in maschera col pal- lone, facendo quelle insolenze che si sogliono nella città nostra fare, e finalmente tu' te quelle cose che rendono gli uomini nemici l'uno dell'altro^ ma non basta proibire il male senza introdurre il bene, a vo- lere fare gli uomini buoni, e perciò siccome noi vo- gliamo che lutti quei costumi, da' quali nascono i so- LIBRO TERZO. I77 praddeltl inconvenienti, sleno proibiti, così vogliamo che s'introducano tulle quelle usanze che producono il contrario. Chi adunque vuole che i giovani sieno riverenti ai vecchi, faccia che i più onorati vecchi, siccome nella repubblica posseggono maggiore ^rado che gli altri, cosi ancora appariscano fuori ornati di veste cospicue, talché chi li vede, non possa in modo alcuno pretendere ignoranza, e sia costretto ad ono- rarli ; e per questa cagione noi dicemmo di sopra, che li procuratori e li signori ancora quando stessero alle case loro, dovevano apparire tra gli altri così di veste, come di grado più onorati. Questi quando nell'anda- re alla chiesa, al palazzo e per la città talvolta a suo diporto, frissero scontrali da' giovani, sariano onorali da loro. E da questo uso nascerebbe ancora, che a tutti gli altri vecchi saria reuduto quell' onore che si debbe a cjuella età. E perchè sempre avviene che chi onora un altro, gli vorrebbe in tutto quello che può piacere, altrimenti non l'onorerebbe, perciò onorando li giovani i vecchi, si sforzerebbono di vivere con quelli costumi che piacessero loro, e per conseguente sarebbono gravi e temperati 5 e perchè in due modi s' opera bene e male, cioè con fatti e con parole, da- rebbe senza dubbio la nostra repubblica materia ai giovani di ragionare di molte cose, delle quali quando son privali, son costretti a voltare i pensieri ed i ragio- namenti a molte altre cose indegne di venire in consi- derazione d'alcuno, non che di parlare; perchè può ciascuno ragionare della natura e qualità de' cittadini, per sapere a chi abbia a render poi i suffragi 5 i casi particolari che nascono di mano in mano, e dentro e i;;8 LA REPUBBLICA FIORENTINA. fuori, tengono assai occupati i ragionamenti degli uo- mini; le nuove che s'intendono dagli ambasciatori, danno non poca materia di ragionare 5 e finalmente ogni pubblica azione, quantunque minima, porge a ciascuno di parlare quell' occasione che ei vuole, la qual cosa è ulile non solamente per privare i giovani di ragionamenti non gravi, ma eziandio perchè ragio- nando dA\e cose pubbliche, divengono di quelle più periti. Ma quanto il parlare di cose gravi ne' giovani sia fruttuoso alla repubblica, lo voglio lasciare gludiy care a chi ha notizia delle cose antiche, e non a quelli vecchi del tempo nostro, i quali vivendo volentieri sotto quella tirannide che hanno fatta, nella quale non è lecito, né a loro, ne ad altri, non che ad aprir bocca per ragionare di cose pubbliche, dicono che i giovani, non della repubblica, ma di sfogare i loro piaceri corporei debbono ragionare. L'oprar male sa- rebbe in gran parte tolto via dagli esercizii militari, de' quali diremo poco appresso, e dalla occupazione della repubblica. Ma è da notare, che vivendo gli uo- mini in questa vita attiva, la quale è piena di fatiche, così di animo, come di corpo, se in qualche tempo non pigliassero qualche rinfrescamento, senza dubbio non potrebbono durare j sono adunque due tempi nell' anno ne' quali nella città nostra è lecito agli uo- mini pigliare piacere, il carnevale e la festa di s. Gio- vanni. E adunque da provvedere che in detti tempi ( iascuno si possa rallegrare, e perù mi pare di creare un magistrato che duri un anno, e sia sopra tutte le feste che si deono celebrare pubblicamente, talché ninno pos^n far festa alcuna senza licenza del magistrato, ed il LliittO TERZO. I7CJ magistrato quando che alcuno pubblico spettacolo si faccia, sia tenuto favorirlo, ed in ci;j abbia grandissima autorità 5 li pubblici spetlacoli che assai dilellano, son le commedie e balli, e quelle mascherate che fanno i nostri giovani con molte ingegnose invenzioni 5 le com- medie e mascherale vorrei che fussino di buono e- scmpio, non mancassero di quella letizia che il tempio richiede, ma fusscro in moilo ordinate, che non des- sero autorità al malej ma sopra lulti gli altri saria di grandissimo piacere la rassegna universale della mili- zia, che si debbe in tal tem^)o fare, della quale, e dei convili pubblici di sotto parleremo^ e poiché noi ra- gioniamo della inslituzione de' giovani, tra quali lui- volta si trova chi è ornato di prudenza senile, sicco- n)e in Roma furono Scipione Africano e Valerio Cor- vino, credo che sarà bene ogni anno mandare a par- tilo lutti quelli che non aggiungono alT età che fusse determinata al potere ottenere lutti i magistrali j e Ljuclli che vincessero il parlilo, fussero a lulti i ma- gistrati ammessi. Simile ordine accenderebbe mirabil- mente gli animi de' giovani alla virtù, vedendo adito a poter conseguire nella giovenile età quegli onori i (juali rendono gli altri nella vecchiaia gloriosi; e co- me i vecchi son più mossi dalFavarlzIn, che dalla glo- ria, così i giovani sono insligati dalla gloria più che da alcuna altra cosa; la quale se presto cominciano a gustare, si danno inlcramenle a quelle cose per lo quali credono poterla conseguire. Sarebbe ancora ne- cessario per fare la rej^'ubblica più perlotia. far molle altre coslituzioni, [tor le quali cosi i vecclii, come i giovani diventassero migliori, che al [tresenle non so- 1 8o LA KEI'ILBLICA FIOREM INA. no. e nel lenipo andato non sono stali, come saria, proporre grandissime pene alle scelleratezze, e le vir- tù con preruii onoratissimi esaltare, perchè, come dice il iurisconsulto, gli uomini per paura della pena s' as- tengono dal male, e dalla speranza de'premii sono in- citati alla virt'i, e principalmente sono da punire se- veramente quelli che corrompessero i cittadini per avere i suffragi: perciocché chi tale errore commette, non cerca altro che ruinare la patria sua, facendo i cittadini venali. Ma è da notare, che i suffragi con altro ancora si corrompono, che con danari, ed altre promesse, che agli uomini per ottenere i desiderii lo- ro, si fanno: perchè molti sono stati, li quali agevol- mente con ipocrisia e simulazione, e con alcuna altra cosa hanno i loro pensieri ad effetto menati. Nel tem- po che fra Girolamo predicava, i più onorati e mag- giori citlaclini di Firenze furono quelli i quali simu- latamente seguitavano la dottrina, ed imitavano la vi- ta di quello j successe poi la mutazione dello stato nel WDxn la quale fece a questi mu'are la vita loro, per- cliè vedendo essi che la santità della vita predicata da fra Girolamo, non era più ne onorevole, né frut- iuosa, lasciato tal modo di vivere, cominciarono a se- guitare quello che gli aiutava sfogar V ambizione ed avarizia loro. Madie die' io de' secolari? quando li stessi religiosi di s. Marco, dopo quella mutazione di s'ato, fecero ancor essi mutazione di vita, etì abban- donarono quella continenza e santità che fino a quel tempo avevano seguitata, e, quel che è peggio, molti di loro lascialo il chiostro, si diedero a procacciare di- gnità ecclesiastiche, per diventare chi vescovo, chi UBRO TERZO. 18 I generale e chi abaie, e chi una cosa e chi un' altra, facendo grandissimo delrimento alla loro religione col male esempio, che a' frati giovani davano 5 nh si sono vergognati su per li pergami nelle pubbliche chiese celebrare per santo clii per le sue scelleratezze e cru- deltà ha meritato di esser messo nel centro dell'infer- no. Ma poiché nel mdxxvu ritornò il vivere civile,- ripresono i cittadini quella vita che avevano lasciata, tra li quali alcuni erano si prosoutuosi sotto quel man- tello della religione, che niuno era che avesse ardi- mento di dir cosa che fusse contraria alle loro opi- nioni, e neir assedio quando si perdeva una terra, quando seguiva qualche accidente che dispiacesse al- l'universale, dicevano che ella andava bene, e che quella era la via che conduceva la città alla vittoria, e dando ai detti di fra Girolamo falsissime interpreta- zioni, affermavano in ogni cosa, che si lasciasse fare a Pioj tanto che non facendo essi quello che si doveva per non sapere e per non avere ardire, e non poten- do gli altri impediti dalla loro importunità e presun- zione, Walalcsta Baglioni senza sentire quella punizio- ne che egli meritava, potette condurre la città nella sua destruzlone. Questo modo di vivere che tengono cjuesli che fanno professione di religione, conversando coi frati di s. Marco, e continuando simulatamente la orazione e la comunione, senza dubbio è pessimo nel- la nostra città, perchè egli fa il medesimo effetto che facevano in Roma le largizioni; ma (juesto è ancora molto peggiore, percht- dove le largizioni si potevano in ([ualche modo correggere, a questa cosi fatta vita con dilllcoltà si trova rimedio, perchè chi ragionasse 182 I.\ REPUBBLICA FIORENTINA. di proibire questi modi di vivere, parrebbe che vo- lesse vietare agli uomini il bene operare, e sarebbe ributtato non altrimenti che un pessimo nemir'o della fede di Cristo. I frati soli potriano agevolmente cor- reggere tal ipocrisia, la quale cosa conseguirebbono, se recusassero la conversazione de"' cittadini, e ricor- dassero loro che nel palazzo dello sfato si ragiona, e non in s. Marco, e quando sono invitali a predicare nella sala del consiglio, dicessero che chi vuole udire, vadi a udirli in quelli luoghi che sono alla predica- zione del verbo di Dio deputati, e che nel palazzo si predica col cappuccio in testa, e non colla capperuc- claj e se fra Girolamo vi predicò egli, non è più un fra Girolamo ornato di tanta dottrina, di (anta pru- denza e di tanta santità, e però non debbono essere sì presentuosi, che paia loro conveniente far quello che faceva chi di gran lunga in ogni cosa 11 superava. Ma non bisogna sperare cheli frati facciano mai cotale offizio, perchè ancor essi sono ambiziosi ed amano la conversazione de' secolari, e quel si tiene fra loro più savio, e d'assai più che gli altri, il quale è più da' se- colari visitato e trattenuto: e sono a quello venuti, che hanno ancora essi fatto divisione, talché alcuno di loro è riputato amicj dello stato libero, ed alcun altro della tirannide, ed ogni volta che in Firenze s'è fatto mutazione, hanno essi ancora variato il go- verno loro, togliendo a chi l'aveva, e datolo a chi ne era privato j e siccome la mutazione dello stato pas- sato ha generato maggiore varietà nella città che mai fussej così la mutazione del governo loro gli ha fatti nel vivere, ed in (jnalunque altra cosa variare. Per- UBRO TERZO. l8?) che egli hanno non solamente tolto il governo a quel- li che r avevano, ma gli hanno allontanati dalla città, e non altrimenti che mandati in esilio, e i primi gra- di loro hanno dato, non a chi sarla stato nlile alla re- ligione, ma a chi essi hanno veduto che sia grato a chi regge Firenze. Appresso, hanno lasciato in gran parte quel costumi che gli facevano parere a' riguar-- danti umili, mansueti e divoti, perchè non portano più i capi chini e gli occhi bassi, come gin solevano, ma camminando colla testa alta, e con gli occhi levali, non mostrano che tra loro e gli altri sia differenza alcuna. E dove fra Girolamo aveva fatto vendere, se avevano cosa alcuna temporale, questi al presente sot- to colore di far giardini, fanno grandissime possessio- ni. E quantunque per li pergami riprendino severa- mente i secolari che siano tanto occupati nelle cose mondane, che non pensino mai a morire, e perciò e- difichino così maravigliosi palazzi, nondimeno essi per li loro conventi non fanno mai altro che murare, tal- ché hanno ridotto in molli luoghi le loro abitazioni a lanla magnificenza, che per cose maravlgliose dagli stranieri sono visitate, e così dimostrano d'avere non meno desiderio di vivere, che s'abbiano i secolari, e così a poco a poco lasciano tutte le regole che si con- vengono a' mendicanti. Non è adunque da sperare che li frali detti facciano mai tal benefizio alla città, correggendola vita di così fatti cittadini, poiché egli- no arcbbono bisogno di essere da' secolari corretti, non vivendo più con quella santità e divozione, che avevano al tem[)0 di fra Girolamo e degli altri an- tichi loro padri, e perciò bisogna pensare ad altri ri- I 84 I>A REPUBBLICA FIORENTINA. medii per 11 quali, se possibile è, si spenga questo brat- to vizio dell'Ipocrisia, e tra quelli, che mi caggiono nell'animo, il migliore saria che gli uomini avessero ferola opinione che tutti quelli, che nel tempo, nel quale il consiglio grande regge, fanno tanta dimostra- zione di santità, e negli altri tempi non son miglio- ri che gli altri, sono i più cattivi cittadini della città. II che è manifesto, perchè se tenessero quel modo di vivere per desiderio della salute dell'anima, non farebbono mai in quello varietà alcuna, e sarebbono così nella tirannide, come nella liberta religiosi, per- chè Cristo non vuole che al ben fare s' abbia al- cun rispetto, e si preponga la salute dell'anima a tut- te l'altre cose umane. Ma costoro nel tempo che la città è retta da' Medici, non arrivano mai a s. Mar- co, e quando è ridotta in libertà, è più quel luogo che alcuno altro di Firenze frequentato j talché appa- risce maggiore mutazione di stato a chi riguarda quel luogo, che qualunque altro di tutta la città. Non sono adunque buoni questi cittadini, i quali tutto giorno bis- bigliano co' frati 5 e delle faccende pubbliche ne la- sciano il pensiero a Dio, e nelle private loro mettono ogni diligenza, e vanno in s. Marco per acquistar fa- vori, o per ottener poi quei magistrati per le quali non hanno in animo di pigliare fatica alcuna, né di amministrarli con giustizia e severità: e buoni si deo- no reputare quelli i quali arditamente amano il bene pubblico, e son disposti mettere per quello la vita e la roba ed ogni altra cosa, e nell'amministrare i ma- gistrati non hanno altro oggetto, che l'onore di Dio e r utile pubblico, e pensando che nel ben pubblico si LIBHO TERZO. Io5 contenga 11 privalo, quando tocca a loro la cura delia repubblica, abbandonano le faccende private, ed at- tendono studiosamente alle pubbliche, le quali quan- do son commesse ad altri, ne lasciano il pensiero e la cura a chi è obbligato governarle, ed attendono ai privati casi loro. Questi son quelli li quali, quando si Jianno a radunare ne' magistrati, non aspettano d'es- ser sollecitali, ne da' pubblici servitori, né dal suono della campana, utilmente al tempo di Raffaello Giro- lami introdotto, innanzi al quale non erano mai ridot- ti i magislrati noli' audienze, se non quando era tem- po di [)arlirsi. Perchè prima volevano molto ben farsi vedere per le chiese^ dopo questo, visitavano le bot- teghe loro, e fatte quelle faccende che volevano, ne venivano in piazza, dove anco non poco per boria mondana tardavano 5 e finalmente radunati nell' au- dienze, quando s'aveva a ragionare di qualche cosa, tutti dicevano che essendo Torà larda, sarebbero bre- vi, e non erano sì tosto arrivati in quell' audienze, che pareva loro ogn'ora niill'anni per desiderio di partirsi. Questo inconveniente fu levalo via coll'ordlne del so- nare la campana, al suono della quale tutti i magi- strati s'avevano a radunare, cosa certamente molto u- tile alla repubblica, così per quelli che amminislra- vano i magistrati, come per quelli ancora che hanno bisogno di loro, e se mai di nuovo la repubblica ri- tornasse, non saria da lasciare questa provvisione. Ma tornando al proposito, sono da reputar buoni quelli cittadini che abbiamo dcscrilli, ed a questi si debbo- no voltare i suffragi, quando vanno in consiglio gran- de a partito j chi ara questa opinione di quelli cit- l86 LA REPUBBLICA FIORENTINA. ladini che fanno professione di religione, che ho det- ta, senzachè altro provvedimento si faccia, frenerà in gran parte questo vizio dell' ipocrisia. Appresso quan- do alcuno va a partito, saria forse bene nominare die- tro al nome suo, se ha avuto innanzi alcun magistra- to, acciocché gli uomini riducendosi a memoria i por- tamenti de"" cittadini, quando sono nei magistrati, non li dieno se non a quelli che si son portali bene. Oltre a questo, quando alcun cittadino è condennato, o da- gli otto, o da altro magistrato per usuraio, o per o- raicida, o per aver fatto altra violenza, oper sodomita, o per qualunque altro mancamento, sarebbe utilissi- mo nella prossima tornata in consiglio grande pubbli- carlo. Di che seguiterebbe che gli uomini per timore di quella infamia, s- asterrebbono dal male operare, e quelli che pure operassero male sarien conosciuti, e vedendo ciascuno che così peccano quelli che fanno professione di santità come gli altri, non saria ingan- nato dalla loro ipocrisia, e crederebbe che fusse buo- no quello che opera il bene, e non quello che fa di- mostrazione d'operarlo. Questi sariano i migliori ri- medii contra V ipocrisia de' cittadini, massimamente di quelli che hanno passata la giovenile età, perchè gli altri che venissero dalla forma della repubblica e da- gli esercizii militari sariano fatti generosi e per se stes- si arieno in odio un così fatto vizio pregno di dappo- caggine e viltà. Sarà poi necessario far molte partico- lari provvisioni, per le quali i cittadini divenissero lit- lerati, forti e costanti, giusti e temperati. Perchè nel tempo dell' ozio hanno bisogno delle lettere, nel tem- po delle faccende d^lla fortezza e constanza. nelT uno LIBRO TERZO. 187 e nell'altro della giustizia e temperanza; molti sono i particolari che nel principio cV una buona introduzio- ne non si possono vedere, alli quali essa amministra- zione col tempo provvederebbe, e perciò, non lasciala la considerazione di essi, porrò fine al presente terzo libro. 88 I.A REPUBBLICA FIORENTINA. LIBRO QUARTO. Capitolo I. Che la città si debbe difendere colParmi proprie le quali son distinte in quelle di dentro ad in quelle di fuori. K e) principio del precedente libro fu da noi det- to, che le repubbliche ruinano per le alterazioni in- trinseche e per gli nssalti esterni, e che a quelle si po- neva rimedio colla forma della repubblica bene ordi- nata, ed a questi la milizia con buone leggi e buoni ordini introdolla provvedeva : ed avendo al presente dato perfezione all' introduzione della repubblica, re- sta che ragioniamo tutto quello che ci occorre del- Tarmi, le quali son distinte in proprie, ed in ausiliarie, ed in mercenarie. Ne occorre che ci distendiamo nel dimostrare i difetti delle ausiliarie e delle mercena- rie, poiché da Nicolò Macchiavelli sono stati pruden- temente discorsi, e basta solamente intendere, che quel- li difetti divengono maggiori, qualunque volta chi sì vale di quell' armi, non l' accompagna colle proprie, perchè vengono a potere esercitare senza freno e sen- za rispetto la malignila loro. Se adunque le dette due specie d"armi son difettose, resta che l'armi proprie sien quelle colle quali i principati e le repubbliche si «lebbono difendere : e chi ben considera le cose natu- LIBRO QUARTO. 189 rali, può verlero che la natura ha prodotto le più no- bili specie flegll animali con sulllcienll mezzi da [)Oter- si difendere da se, senza aspettare V aiuto d* altri, e quesla facultà lia dato così all' uomo, come agli altri animali : donde seguita, che chi non pensa a difender- si da sé stesso, non pensa a far quello che è naturale a ciascuno. E adunque necessario lo slare armalo per la difesa propria. E perchè quello che hanno gli uo- mini particolari per V utilità privata, deono ancora fa- re le città per 1" utilità pubblica, essendo le città un corpo naturale, siccome è un uomo particolare : per- ciò deono le repubbliche e principati tenere armati gli uomini propril por difendersi dagli assalti esterni. Appresso, chi considera con che armi le repubbliche e principali antichi abbiano difeso ed accresciuto lo imperio, troverà che se non avessero avuto gli uomi- ni propril armati, non avriano ne l'una. ne 1* altra co- sa potuto fare. !>Ia io non mi voglio distendere sopra questa materia, perchè altra volta lungamente ne di- spulai, e però a quello che allora ne dissi me ne rap- porto. Così voglio per la medesima cagione lasciare indietro il considerare a chi si debbono dare 1' armi, perchè allora fu conchiuso che si dovessero non sola- mente quelli armare che chiamano benefiziali, ma gli altri ancora che abitano la città e son partecipi de' ca- richi di quella, possedendo In essa, o case, o posses- sioni j e non solamente vogliamo questi armare, ma eziandio il contado e dominio, ed in maniera che que- ste armi, che hanno similitudine colle ausiliarie, non abbiano i difetti loro. Saranno adunque divise le nò- sire armi in quelle di dentro ed in quelle di fuori ? I f)0 LA REPUBBLICA. FIORENTINA. ma tratteremo prima di quelle di dentro e poi di quel- le di fuori. Capitolo IL In che modo la milìzia di dentro si dere introdurre. La città nostra, come ciascuno sa, è distinta in quar- tieri, e chi è compreso in quel quartiere e chi in quel- l'altro^ ma non abita già ciascuno in quel quartiere do- "ve è compreso. Il che è avvenuto^ perchè nel procedere del tempo si sono Tarlati i padroni dell" abitazioni, la qualcosa non dà impedimento alcuno all' amministra- zione pubblica. Non è già tal divisione accomodata alla milizia, che vogliamo introdurre, perchè se chi abita io un quartiere, al tempo della pace è tenuto andare a fare ì suoi esercizi! in un altro, è cosa assai fìiticosa. Nel tempo della guerra non solamente è di fatica, ma di danno alla città la quale può essere oppressa prima che gli uomini tutti si sieno ridotti a' lor capitani, e sotto le loro insegne, e di ciò se ne vide qualche esem- pio neir assedio passato, quando per qualche caso si dava all'arme, nel qual tempo per il trascorrere che facevano gli uomini in questa parte ed in quell'altra, s' empieva la città di confusione, e con tardità si radu- navano ai luoghi deputati, non ostante che i giovani corressero con prestezza alle loro insegne. Vorrei a- dunque di tutto il sito della città se ne facesse quattro parti eguali, e tutti quelli che abitano in ciascuno di questi quarlieri, dal diciottesimo al quarantesimo an- no della loro età si scrivessino, e vorrei che il nu- mero di ciascuno quartiere fusse eguale a quello del- LIBRO QUARTO. I9I l'allro, omle se in uno ne fnsse più che nell-allro, si su[)plisse con quelli del [)iii propinquo quartiere, pigliando una strada, o due, o quelle che bisognas- sero, laiche tanti fusscro cjuelli dell' un quartiere, quanti quelli dell' altro, e così, se posslbil fusse, i beneficiali, come non beneficiali, acciocché non fusse vantaggio dalF uno all' altro. Falla questa distribu- zione di tulli quelli che fussero in ciascun quartie- re, che dorerebbero arrivare a mille persone, se ne faccia quelle quattro parti eguali, in maniera che tanti beneficiali e non beneficiati sieno in una, quanti nel- l'altra: verranno adunque ad essere in ogni quartiere quattro compagnie, e queste compagnie eleggano esse i lor capitani, bandierai , luoghilenenti e sergenti, e i decurioni ancora, per la ragione che appresso diremo in questo modo. Siano tratti per sorte cinquanta no- minatori, o quelli che paressino, li quali nominino cin- quanta di quella compagnia, ciascuno che egli voglia che sia capitano, e mandinsi a partito, e quattro delle più fave, vinto il [)arlilo perla metà ed una più, sien poi mandati a partito nel senato, e quello che av rà più favori, sia eletto capitano in quella compagnia, 11 secon- do bandieraio, il terzo luogotenente, il quarto sergente. Degli altri cjuarantasei, che andarono a parlilo per la metà tanti delle più fave vinto il partito per la metà ed una più, rimangano decurioni, quante sono le decu- rie di quella compagnia, e sieno chiamati primo, se- condo e terzo, e così di mano in mano, secondo che ciascuno vinse il parlilo con maggiore numero di suf- fragiij e a ciascuno poi di questi decurioni sieno asse- gnati nove della sua compagnia, co' quali egli negli e- 192 LA. REPUBELTCA FIORENTINA. sercizii militari, e poi neir azioni di guerra sempre sì trovi 5 il che ancora verrebbe più acconciamente fatto, se ciascuno quartiere fusse distinto in quattro parti eguali, ed in ciascuno si scrivesse una compagnia. Per Io qual modo verrebbono gli uomini a essere più uniti, e con minor fastidio e fatica si troverebbono insieme ad eseguire gli officii militari. Ma li nostri vecchi temo- no tanto le sette, delle quali essi sono autori, ne' giova- ni, come noi vedemmo nell' amministrazione passata, che non solamente vorrebbono separare gli uomini d'un quartiere l'un dall'altro, ma di tutta la città; ma perchè V ordine della repubblica constringerebbe i vecchi ad esser buoni e vivere senza parzialità, segui- terebbe da questo, che i giovani ancora sarebbono buo- ni, perciò io credo che si possa senza timore di sei te e di divisioni non separare gli uomini, ma secondo il silo descrivere le compagnie una in ciascuna quarta parte di ogni quartiere. Glie li decurioni siano necessarii, è ma- nifesto non solamente per l'altre ragioni che se ne potrebbono addurre, ma ezianflio perchè gli uomini nella guerra sempre fanno ciò che è loro commesso, meglio e con più ardimento, quando son con quelli co' quali camminano, mangiano, dormono, che con al- tri eiccompagnati , co' quali non abbiano particolare commercio alcuno, e però è bene assuefargli prima negli esercizi! a conoscersi ed amarsi, dividendo le com- pagnie in decurie, ed a ciascuna decuria assegnando il suo decurione. Siano ancora creati nel senato quattro commissarli uno per quartiere, li quali sieno sopra le rassegne ed esercizii militari, i quali si facciano ne'gior- ni festivi, ed ogni quartiere sia obbligato una volta il LIBRO QUARTO. lijii mese fmc la snn rassegna, alla quale clii non si liove- 1 à, paghi quella pena che sarà lepulala conveniente* E vorrei c!ie lutli quei capitani ed altri uflìziali du- rassero un anno, e finito l'anno, si rifacessero nel me- desimo modo senza altrimenti alterare le compagnie 5 ma perchè i nostri vecchi (come è dello) temono pure le sette, pensando che ne" giovani sieno i medesimi difetti che sono in loro, si potriano le quattro compa- gnie di ciascuno quartiere di nuovo confondere e me- scolare insieme, e trarne quelli che passano il quaran- tesimo anno, non volendo restare, e scrivere quelli che fussero arrivali al diciottesimo, e cosi far nuova distri- buzione delle quattro compagnie, le quali nel modo detto creassero i loro nfhziali che fussero poi, come abbiamo anco detto, nel senato conformati j ma meglio saria (come è detto) che li quartieri fussero distinti in quattro parti, secondo il silo, ed in ciascheduna di es- se si scrivesse una compagnia, la quale ogn'anno creas- se i suoi ufBziali nel modo detto. LI (]• curioni si po- trei )bono auro in questo modo creare. EK Ili che sono i quattro uflìziali, quel magistrato al quale fu>se com- messa questa cura, distribuisca le compagnie in decu- rie, avendo avvertenza alle qualità delle persone ed al sito dove abitano. Poi ciascuna decuria elegga il suo decurione, dando questo onore a chi passa la niclìi dei sufTragii con maggior numero, e vorrei che quando i ("apitani hanno a pigliare P uflìzio, lo [)ig!ia5sero con grandissima pompa e niagnilìconza 5 perchè vorrei che il gonfaloniere colla sua solila compagnia de' signori, procuratori, dieci e collegi ed altri magistrati, scendes- sero in ririghi'-ra. ed alli nuovi capitani desse di sua Gìannolli. i -x 1^4 LA REPIBBLICA FIORENTINA. mano le bandiere, le quali fussero poi prese e portate dai bandierai, ed alli vecchi capilanl un presente di arme che valesse almeno dieci ducati, e saria bene che innanzi a tutte queste cose il gonfaloniere con accomo- dale parole lodasse i vecchi, e confortasse i nuovi al bene operare: se non paresse conveniente che il gon- faloniere parlasse, facesse questo uffizio chi fusse giu- dicato a proposito: è vero che le parole del gonfalonie- re avrebbono maggiore autorità. L' orazioni che si facevano nel dare il giuramento, sono utili, perchè i giovani s'assuefanno a parlare in pubb'ico, ma è da av- vertire che tale uffizio si dia a persone che dicano cose utili alla città, e non sieno cagione di scandalo e sedizione. Il giuramento vorrei che si desse con reve- renza e devozione grandissima, e però saria bene, fatta che è r orazione, che si celebrasse la messa solenne, e al tempo debito -di quella, i giovani a coppia a coppia riverentemeule andassero a dare detto giuramento nel- le mani del sacerdote, che avesse cantato la messa so- lenne. E saria bene che a tal cirimonia si trovasse il principe colla solita compagnia, e perchè tal cosa pro- cedesse con più brevità che fusse possibile, si potreb- be ordinare che solamente gli nffiziali di dette com- pagnie dessero il giuramento in un medesimo tempo, ed insieme, talché una sola cirimonia e non quattro si avesse a fare. Io lascio stare molte cose, perchè alla provvisione vecchia me ne riferisco, ed a quello che altra volta ne scrissi, e solamente vo toccando quelle cose le quali mi pare si debbano in qualche parte cor- reggere. J.ir.HO (^l ARTO. iy5 Capuoi.o III. Della milizia di fuori. Tutto l' imperlo fiorentino è flislinlo in conladcj e (ìistictlo. Il contado è (li^i5o in vicariali, ed i virariali in polcsterie. Il dislrcllo comprende la città e castella clie ubbidiscono alla signoria di Firenze, senzachè molti allri luoghi sono da' vicarii governali, siccome Yico Pisano, Angliiari ed alrun allro. Yolcndcj adunque scri- vere soldati per tutto 1" im[)erioj saria da considerare se alcun luogo t'- poco fedele alla città, e quello lascia- re indietro, perchè giudico esser pericoloso dar l'armi a quelli che li sono nemici. l\Ia meglio saria volare que- sti luoghi di quelli che non sono confidenti, ed em- pierlo di chi altri si possa fidare, e non è da reputare crudele cosa alcuna che per la quiete e tranquillila universale si faccia, perchè perturbandosi poi li slati, si fanno per necessità molto [)iù e maggiori crudeltà, senza il fastidio che hanno i sudditi nelT esser guarda- li dalle guardie che continuamente si tengono j e per- ciò dovevano i noslri saN li la prima volta che Arezzo si ribellò nel mdi, polche sotto II dominio fu fatto ritor- nare, cacciare della terra tutti gli Aretini, privandoli delle case e possessioni, e riempire quella terra di uo- mini fidati, e non saria slato necessario edificar fortez- ze, e tener continue guardie con tanta spesa e timore di non la perdere, la quale se si fusse in tal maniera ordinata, non si saria nel mdxxx ribellala, e non avria dati tanti sussidii alli avversarli. SorK» alcuni che mu- ì(jG LA REPLBBUOA FIORENTINA. lebborio più tosto rovinare le mura, e reuderle inutili iì chi se ne facesse padrone , ma meglio saria posse- derla nel modo detto, perche possedendo la terra; si possiede anco il paese, che [»er esser ricco, porge a chi lì' è possessore infinite comodità, le quali venendo in potere del nemico, gli accrescono potenza e reputazio- ne, ed ogni volta che egli si vaglia di esse, poco si cu- rerà dvjlia terra. Saria adunque, come ho detto, bene assicurarsi di quelli luoghi li quali si avesse dubitan- za alcuna, e di poi scrivere tutti quei che avessero da diclotlo anni a quaranta, eccetto quelli che per qual- che impedimento naturale fussero all'esercizio deli'ar- mi inetti 5 altri uon saria da lasciar indietro, acciocché col tempo tutti gli uomini del nostro paese fussero uomini da guerra, come sono Svizzeri e Tedeschi, 1 quali per vecchi che siano, tutti esercitano P armi 5 il che avverrebbe in breve, se tutti fussero descritti. Ba- steria poi, quaniglia l'udizio, gli fusscio date le insegne con gran- dissima solennità e pompa nel modo che s'usava dar- le a' capitani forestieri 5 cioè venisse prima questo com- missario in abito militare in piazza, accompagnato da lullala milizia in ordinanza, e da'comnnssarii di (juella. e dietro la milizia a cavallo, salisse poi in ringhiera e sedesse allato al principe, e fatta che il gran cancelliere avesse l'orazione in lode sua, il principe solennemente gli desse l' insegna pubblica, V cimelio ed il i>astonc, e licenziato se n'andasse a casa nel medesimo modo 20(» LA REPUBBMCA FIORENTINA. accompngiUìto. Questo gran commissario vorrei cbe fu5- se quello che avesse a eseguire le faccende della guer- ra, se nel tempo del suo uftlzio, il quale vorrei che fus- bc un annoj la ciltà s' avesse a difendere da'* nemici, o assaltarli ne' confini loro, e tutto avesse a fare secondo le commissioni de' dieci deliberate nel modo soprad- tìelto. Nel tempo dolla pace fusse tenuto visitare tutte io terre del dominio, e vedere e considerare le fortez- ze di c[uolle, e provvedere ai bisogni loro, tal che nes- sun luogo fusse che rimanesse non visitato da lui j e vorrei per darli reputazione, che T autorità di tulli quelli rettori che fussero dove egli andasse, cessasse subito che egli arrivasse, e li sudditi di quel luogo ri- conoscessero lui per signore e non li rettori vecchi, se gi^i egli non comandasse che esercitassero il loro uffi- i.io nel modo che prima, la qual cosa si dovrebbe or- dinare, che facesse qualunque gran commissario, più per usanza che per legge, in questa maniera proceden- do. Quando il gran commissario fa 1' entrata in c]ua- lunque terra e che li rettori di quella venendoli incon- tro con solenne cirimonia, lo riconoscono come signore, dandoli le chiavi delle porle o la bacchetta, colla qua- le avevano preso l' uffizio, egli in quello stante resti- tuisca loro quell'autorità che avevano, tal che possano esercitare il loro uffizio nel modo consueto. E saria bene scompartire i tempi della rassegna universale del- le legioni in maniera che detto gran commissario nella sua visitazione si trovasse a quelle, talché in tulio lo anno tutte le avesse vedute. A costui così nel tenìpo della pace, come nel tempo della guerra, vorrei che ub- bidissero i sopraddetti commissarii dello legioni, ed aves- Mimo or' ARTO. 20 r sero seco fjuelLi proporzione rhe avevano i legali delle legioni col ooDSuli e capitani romani, e nell'andare vi- sitando il doniin'o, ne avesse sempre tre o quattro, cio'r (juelli che avessero le loro legioni in qnel paese, dove di ina lO IH mano avessero ad andare. Nel tempo della guerra così dsimi mostrassero come fatta sia questa lor praticargli antichi Romanie Greci ponevano grandissimo artificio nell'ar- mare,nel camminare, nell'alloggiare enei combattere, le quali quattro cose sono le principali azioni della guerra. Consideriamo ora se in alcuna di quelle questi soldati pratichi mostrano scienza alcuna: ciascuno sa che l'armi che oggi usano i soldati sono le picche^ l' arme in asta e gli archibusi, e non è capitano alcuno che quando G'uiiinolli, IO 2oÒ LA REPUBBLICA FIORENTINA. egli scrive una compagnia, faccia distinzione da questa sorte di armi a queir altra, di modo che in uno eser- cito, di che numero si voglia, si vede pocliissime pic- che ed assaisslmi archibusi. Il che non nasce da altro se non che gli archibusi son arme da chi conGda nelle gambe per fuggire e non nelle forze per combattere, ed è tal cosa da' capitani consentita, perchè non han- no scienza del combattere, si per non aver mai com- battuto ordinatamente, talché abbiano potuto vedere che utilità porti questa sorte d' arme e quell' altra, sì ancora perchè essendo la maggior parte di quei capi- tani contadini ed uomini grossi, o veramente uomini che per T insolenza loro non hanno mai atteso ad al- cuna umana disciplina, non possono avere notizia di quella scienza che usavano gli antichi Romani e Gre- ci. Appresso solevano gli antichi capitani considerare principalmente in che modo armasse il nemico, e poi dare alli suoi soldati quelle armi che giudicavano atte a superare quelle de" nemici, e sono piene l' istorie di artiflcii e destrezze le quali usavano in rendere l'armi de' nemici disutili. Ne' tempi nostri i presenti capitani non sanno alcuna cosa di queste cose, e quando hanno più gente che i nemici, par loro avere tutti i vantag- gi, né considerano che Alessandro Magno, Locullo e Cesare con poco numero di persone vinsero eserciti innumerabili. Seguita il camminare, nel quale chi è che abbia mai visto usare artificio alcuno? laddove gli antichi usavano in tal cosa tanta scienza, che è da ver- gognarsi di questi nostri secoli ne' quali gli uomini siano stali tanto ignoranti che non abbian saputo ri- trovare in tante guerre questi modi antichi, e non che LIBRO QUARTO. 207 altro, quando* bisogna usare prestezza o in fuggire un pericolo o in soccorrere un luogo o in altra simile a- zione, rare \olte avviene che ottengano il desiderio loro. E perciò nella guerra passala il signor Giorgio da S. Croce, il signor Otto da Montauto e Pasquin Corso essendo mandati a soccorrere la Lastra, si por- tarono sì valentemente ed usarono tanta celerilà, che- il detto castello in su gli occhi loro fu preso dagli av- versarli i quali se n' insignorirono non per alcuna loro virtuosa operazione, ma per non avere sapulo quelli di dentro difendere e questi di fuori soccorrere, il che se avessero saputo fare, non era possibile che lo per- dessero. Io non voglio parlare altro dell'alloggiare, se non che chi ha visto uno di questi nostri eserciti al- loggiato ed ha notizia come alloggiavano gli antichi, agevolmente può conoscere che in questi tempi la scienza che in tal cosa si usava, è del tutto perduta, ed è gran maraviglia che tosto che uno esercito è al- loggiato non è rotto. Il che senza dubbio avverreb- be se gli avversari'! n'avessero maggiore perizia, sicco- me saria avvenuto all' esercito che assediò Firenze, se il capitano che era dentro avesse a\uto alcuno inten- dimento della guerra. Di che se ne vide segno nella incamiciala che fece il signor Stefano Colonna, quan- do con cinquecento uomini assaltò quelli che erano alloggiali a s. Margherita a Montici, la quale inipresa mosse in tanto disordine il campo degli avversari!, che fu fatto universal giudizio da quelli che erano fuori, che se tutte le genti fiorentine uscivan fuori ad as- saltarli, senza dubbio ne riportavano la vittoria intera. .Ma se nelle tre supraddctlc azioni, non s' usa ne'tera- 2o8 LA BEPrr.BLICA FIORENTINA. pi nostri scienza alcuna, è verisimile ch^ molto mino- re artificio si usi nella quarta, cioè nel combattere, che è r ultima; la quale siccome è di maggior momento, così anco è più difficile e ricerca maggior perizia e ac- corgimento che le altre, E perchè i capitani mancano di tal cognizione, perciò noi abbiamo veduto ne'tem- pi nostri gli eserciti essere stati prima rotti che abbia- no cominciato a combattere. Nel fatto d'' arme di Ra- venna si combattè più, che negli altri non s" è com- battuto ; il che non avvenne per virtù de' capitani, ma solamente delie genti oltramontane, le quali per natura combattono con più ferocia che non fanno gli Italiani. Talché noi possiamo dire che la scienza mili- tare sia del tutto ne* capitani de' nostri tempi estinta, e chi ne vuole vedere le ragioni più lungamente dis- corse, legga la milizia del nostro Machiavello, e ne re- sterà pienamente soddisfatto. Sono adunque i nostri capitani ignoranti ed imperiti della milizia, di che non è da maravigliarsi, perchè i principi e le repubbliche non si danno agli esercizii militari, e perciò quando hanno poi a far guerra, mancano d' uomini che ab- biano di tale artifizio notizia, e non se n'intendendo essi siccome eglino si persuadono, danno li gradi della mi- lizia a chi molto meno di loro se n' intende. Perchè le prime dignità di quella danno a signori e a tiranni che non sanno far altro che angariare 1 snggetti loro, o mostrare l' insolenza loro con qualche violenza 5 gli altri gradi minori danno a uomini insolenti che per le loro scelleratezze non sono né da' parenti ne dalle leggi nella patria loro sopportati, e pensano che quello che sa meglio ed ardisce fare violenza ni prossimo sia LIBRO QUARTO, 209 più atto alla guerra* ma quanto s' ingannano abbiamo di sopra in parte discorso, ed al presente vogliamo mo- strare con esempi particolari quanto sia da confidare poco in cosi fatti capitani, e ([uanto sana utile che i principali e le repubbliche pensassino ad amministra- re la guerra molto meglio che quelli a cui tal cura è commessa. E' mi basta solamente adducere Malatcsla Bagll(jni e Francesco Ferrucci, l'uno de\|uali mostrerà che questi capitani mercenarii poco altro sanno fare che rubare e tradire coloro per chi fanno la guerra , l'altro, che chi è nutrito ed allevalo civilmente, la può molto meglio amministrare che loro. Dico adunque, che tosto che papa Clemente settimo mosse le genti imperiali per la volta di Perugia per trarne Malatesla, e di Firenze per tome la libertà, cominciò Malatesla a dar intenzione a' Fiorentini di volerli difendere, e mostrare che lo potrebbe fare quando avesse da loro quelli aiuti che bisognassino, la qual cosa parendo a chi governava utile alla città, gli fu mandato da loro tanta gente, che aria diteso quella terra. Accostaronsi gP imperiali, e Malatesla cominciò a praticare accordo, non perchè egli non conlldasse tener Perugia, sicco- me io gli sentii dire, ma per non essere cagione a Pe- rugia che il paese loro fusse guasto, come saria avve- nuto se egli avesse fallo resistenza : benché lo credo, che V una e V altra cosa gli facesse tal partilo pigliare. Questa pratica, che Malatesla cominciò a tenere d' ac- cordarsi, inlesa che ella fu in Firenze, delle gran per- turbazione a quelli che governa\ano: prima, perchè avendo concetto speranza che gK imperiali si avessero a fermare in quella terra, se gli vedevano venire ad- 2 IO LI REPUBBLICA. FIORENTINA. dosso, senza avere tempo a potersi meglio ordinare 5 secondariamente, perchè temevano che Malatesta non facesse mal capitare le genti fiorentine per facilitare al papa la vittoria, e gratificarselo, e così prima che egli uscisse di Perugia, cominciarono a dubitare di tradi- mento. Accordossi adunque Malatesta cogl' imperiali e venne colle genti fiorentine alla volta d' Arezzo, la quale terra desiderando i nostri che fusse difesa per rompere la strada a' nemici, mostrò al commessario tante difficoltà In tal cosa, che egli per più sicuro par- tito deliberò d'abbandonarla, e cosi tutti ne vennono alla volta di Firenze, ed arrivati che furono a s. Gio- vanni, ebbono commissione da' dieci di mettere tanta gente in Arezzo, che la difendesse. Mandaron vi adun- que Ottaviano Signorelli cugino di Malatesta, ed il si- gnor Giorgio da S. Croce con circa a due mila fanti. i quali tosto che li nemici si appressarono, abbando- narono la terra e ne vennono a Firenze, dove era già arrivato Malatesta, ed attendeva a confortare i cittadi- ni, che non dubitasslno che la vittoria saria loro. Ma non fece già diligenza alcuna per acquistarlo, perchè non messe studio aleuno in conoscere il sito del paese che circonda la città, per averne poi notizia ne' bisogni della guerra, e dove gli antichi capitani pigliavano oc- casione di combattere i nemici al passare d' un fiume, allo scendere, al salire d' una montagna, allo sboccare di una valle, all' alleggiare, all'accamparsi alla terra, costui gli lasciò venire fino alle mura^ non altrimenti che a- vriano fatto se fussero camminati per il paese amico, e nel pigliare gli alloggiamenti non pensò mai a dar loro molestia alcuna. E poiché furono accampati, an~ LIBRO QUARTO. 2 1 I cera che molte occasioni si nioslrassero di vincerli, non seppe, o non volle mai prenderne alcuna, e quan- do era sollecitato a pigliare qualche impresa, diceva che a volere che le cose fussero eseguite bene, biso- gnava che da chi le aveva ad eseguire, fussero propo- ste, e che egli poi le commetterebbe. Quelli che V a- rebbono avute ad eseguire, cioè il signor Stefano Co- lonna, il signor Mario Orsino ed il signor Giorgio da S. Croce dicevano che non era ufficio loro proporre cosa alcuna, ma che il capitano generale era quello che V aveva a proporre, e commettere quello che s' avesse da fare, e quando fosse loro proposto cosa alcuna, non mancherieno del debito loro, e così stando in questa disputa, non si venne mai a conclusione alcuna 5 sola- mente il signor Stefano vedendo il desiderio che ave- vano i cittadini che si combattesse, fece una incami- ciala, colla quale assaltò le genti alloggiate a s. Mar- j^herita a Montici, ne fu d' altro frutto, se non che ve- dendo i nemici che i nostri ardivano d' uscir fuori a combatterli, si fortificarono di sorte che poi saria stala cosa pericolosa T assaltarli. Fece poi Malatesla appic- care certe scaramucce senza ordine e senza fine, ed avendo sempre chi è dentro nell' uscir fuori a combat- tere tutti i vantaggi, costui sapeva sì bene ordinare le fazioni, che sempre faceva li nostri con disavvantascio combattere. Nella incamiciata che si fece contra a' Lan- zi che erano alloggiati a s. Donato, essendo il signor Stefano col suo colonnello entrato dentro ai bastioni, od aveiìdo co' Lanzi ap[)lccalo valorosamente la bat- taglia, egli al suono delle trombo de' cavalli nemici, che alloggiavano a Monticelli, ritirato, o per viltà, o 212 I.A REl'L BULICA. FIORENTINA. per tradimeatOj o per l'uno, o per l'altro, il suo colon- nello, fece anco ritirare i Corsi, che già erano entrati dentro, e poco mancò che egli non fece capitar male il signor Stefano con tutte le sue genti. Alla fine aven- do ridotte le cose a termine, che la città non aveva al- tro rimedio che la venuta di Francesco Ferrucci, ope- rò di sorte, che il principe d' Oranges potette sicura- mente, quasi con tutte le sue genti, andarlo a incontra- re, senza temere che li nostri avessero a uscir fuori ad assaltare il campo, nel quale aveva sotto le promesse di Malatesta lasciato pochissima gente. Rotto adunque e morto che fu il Ferruccio, fece il tradimento che è noto a tutto il mondo, per il quale papa Clemente ri- prese la tirannide, ed in premio di così fatto tradimen- to ritornò in Perugia. Ma lasciando stare al presente la malvagità sua, e mostrando l' imperizia della guerra, dico che dal giorno che egli entrò nella città fino alla fine dell' assedio, non fece mai cosa alcuna, per la qua- le mostrasse una minima parte di quell' ardire e di quella prudenza che debbe avere un capitano al di cui governo sia commessa sì magnifica e generosa im- presa. Perchè tutte l' azioni che si disegnavano da cit- tadino, sempre contraddiceva, mostrando i pericoli che ne potevano succedere e resultare, e cjuando riusciva- no bene, come fu quando si mandò fuori i cinquecen- to fanti al Ferruccio i quali egli non voleva mandare in modo alcuno, sempre voleva esser quello che ave- va ogni cosa ordinato, ma quando egli ordinava ed eseguiva cosa alcuna, della quale succedesse infelice evento, siccome sempre alle sue imprese avveniva, af- fermava sempre aver fatto ogni cosa costretto dalla LIBRO QUARTO. 2l3 importunità de' cittadini. Nel far ripari e fortificar la terra, non mostrò mai maggiore intelligenza che nelle altre azioni della guerra 5 perchè ciò che era di buono in quella fortificazione, era stato ordinato da' cittadini ed architettori nostri. Michelagnolo Buonarruoti,come nella pittura e scultura, cosi nell'architettura singola- rissimo, aveva fortificato il monte, instaurato il bastio- ne di s. Giorgio e tatto il riparo alla porta della Giusti- zia, le quali cose erano le principali e più importanti alla città ; gli altri ripari fatti da Malalesta erano o non iiccessarii, conie il fosso che cominciava a s. Miniato e saliva al bastione che si chiamava di Iacopo Tabusso, il cavaliere di dentro alla porla a s. Giorgio, ed il ba- stione in sul prato tra la porta e la torre della Serpe; o pieni di difetti^ siccome era quel bastione che co- minciava dalla porta a s. Pier Gattolini e saliva verso quella torre che fu battuta da" nemici 5 o tanto agevoli che ogni architettore ancorché poco intelligente gli sa- peva ordinare, siccome erano tutti gli altri che si fe- ciono intorno alle mura e fuori alle porle, de' quali la maggiore parte erano o fatti o cominciati quando egli arrivò. Io lascio stare gli sinistri modi che egli teneva nel praticare co' cittadini, co' quali egli aveva a tratta- re, e gli oflicii che debbe usare un capitano verso i suoi signori, il quale sempre si deve sforzare in ogni sua azione di conservarli e risparmiarh, laddove questo re(» uomo s' ingegnava di succiare sino al sangue di que- sta città, per ingrassare li suoi scellerati seguaci ; e do- ve i buoni capitani sogliono diminuire le difìicollà die nascono nella guerra, nel pagare i soldati e provvede- re l'altre cose necessarie, costui quanto poteva l' an- i3» 2l4 LA. REPUBBLICA. FIORENTINA. dava accrescendo, e con parole e con falli sempre si sforzava d* invilire i cilladioi, per averli a suo piacere in preda. Così fatto era queslo noslro valoroso capi- tano, e gli altri capitani che oggi sono in Italia, se non sono malvagi e traditori, come era egli, non sono an- co più di lui della guerra intelligenti, siccome manife- slerebbono le azioni di ciascuno, quando diligente- mente si considerassero 5 laonde assai chiaro esser cre- do, quanto poco sia da confidare in questi mercena- rii capitani, i quali, o per villa, o per tradimento, o per ignoranza, ti fanno perdere la guerra. Ma conside- riamo un poco le azioni di Francesco Ferrucci, il qua- le non soldato mercenario, ma cittadino fiorentino, allevalo e nutrito civilmente, e veggiamo con quanta diligenza, prudenza ed ardimento egli abbia ammini- strato le faccende della guerra. Era nel principio dello assedio passato Lorenzo Soderini commissario in Pra- to, il quale per la viltà e dappocaggine sua aveva le cose in maniera amministrate, che i soldati che erano in guardia di quella terra si erano insignoriti, e poco manco che a sacco la mandavano. Li dieci adunque desiderando di riparare a tale inconveniente, e ridurre li solcali alla pristina obbedienza, mandarono com- messario Francesco Ferrucci che con Lorenzo Sode- rini governasse quella terra : era costui in sì poca esti- mazione di ciascuno, che appena dopo molti altri ven- ne in considerazione. Egli adunque trasferitosi in Pra- to, con grandissimo ardimento e vigore di animo cor- resse tanta licenza de' soldati, e ridusse la terra in ter- mine che ciascuno vi poteva le cose sue godere. Nac- que differenza poi tra lui e '1 commessario vecchio, la LIBRO QUARTO. 21 5 E7,r\. dGT) quello che volgarmente si dice, che le medesime qnn- lità de' tempi spesse volte ritornano con altra lesli- nionianza, che de' vestimenti e d'altre cose simiglinn- ti, le quali di con! inno sentiamo essere in bocca della errante plebe. M. Trif. Io credo cerlamenfe che questa sentenza o proverbio, che noi vogliamo dire, sia in molte parli, se non in tulio, vero. La qual cosa può discernere chiunque considera in le presenti condizioni della no- stra aflliticala Italia, ne' casi della quale due tempi mi pare che tra gli altri siano da riguardare. Uno, nel quale fu il principio della mina sua e dell'imperio ro- mano, e questo fu quando Roma dall' armi cesariano fu oppressa. L' altro, nel quale fu il colme» del malf^ italiano, e questo fu quando l'Italia dagli Unni, Goti, Vandali, Longobardi fu discorsa e saccheggiala. E se ben si considerano gli accidenti che da poco tempo in qua così in Oriente come in Occidente sono avve- nuti, age^ olmenle si può vedere che a quelli che oggi ■vivono in Italia soprastà uno di quelli due tempi. !>Ia qual di loro più si debba avere in orrore non so io già discernere 5 perciocché dal primo si può dire nascesse il secondo, e dal secondo tutta quella variazione che ha fatto pigliare al mondo quella faccia che ancora gli veggiamo a' tempi nostri, e lasciar del lutto quella che al tempo de' Romani aveva. Ma io non voglio che noi passiamo questo giorno in raccontar le nostre calami- tà, e venendo a quello che a me più apparti(.ne, non approvo quanto di me avete aflcrmato. E non vorrei che la grandezza della benevolenza vostra verso di me vi facesse il dritto giudicio trapassare. Pcrcioccln'' io 2^4 DELLA REPUBBLICA E MAGISTRATI non riconosco in me tal virtù, quanto pensi fli poter essere comparato con tanto uomo, quanto fu Pompo- nio Attico. Io non voglio già ora disputare se io deb- bo o non debbo essere comparato con Pomponio. Per- ciocché, dimorando in tal disputazione, potreste di me sospettare, che io pensassi di poter essere a Pompo- nio agguagliato. Voglio ben solamente affermare, che in quello, dove voi diceste che noi siamo grandemente simili, io non veggio altra similitudine che dell' even- to. Perciocché, siccome Pomponio non volle ammini- strare le pubbliche faccende, così io dal pubblico go- verno rimosso sono. Ma la cagione che spinse lui^ e quella che ha indotto me a prendere questo modo di vivere, sono diverse e del tutto contrarie. Perciocché Pomponio considerando che la repubblica sua era cor- rottissima, e non conoscendo in se facultà di poterle la sanità restituire, si ritrasse da lei per non essere co- stretto con essa a rovinare. Perciocché la repubblica, quando è corrotta, è simile al mare agitato dalla tem- pesta, nel quale chi allora si mette, non si può a sua posta ritrarre. Io già non mi son ritratto dalle cure civili per questa cagione, perciocché la mia repubblica non è corrotta, anzi (se io non m'inganno) è più per- fetta ch'ella mai in alcun tempo fosse. La forma d'es- sa non può essere con miglior legge temperata, con maggior tranquillità e concordia retta, lontana dalle sedizioni intrinseche, e da tutte quelle cose che rovi- nano le città j e quello che è bello, non manca di va- lorosi e magnanimi spiriti, dalla cui prudenza e virtù ella é felicemente governala. Talché io mi rallegro as- sai d'esser stato prodotto dalla natura principalmenle DI VENEZIA. 205 in Italia regina di tulle Taltre provincie, flopo questo nella città di Venezia, nella quale io veggo assai di quelle virtù le quali di quegli antichi Romani e Gre- ci si leggono e lodano. Onde avviene che io non ho molla invidia alla repubblica romana, ne a quella dei Lacedemoni. E quantunque i Romani possedessero tanto maggiore imperio, quanto 'i noto a ciascuno, non però giudico la repubblica nostra meno beata e felice. Perciocché la felicità d' una repubblica non consiste nella grandezza dell'imperlo, ma sì ben nel vivere con tranquillità e pace universale. Nella qual cosa se io di- cessi che la nostra repubblica fosse alla romana supe- riore, credo certo ohe ninno mi potrebbe giustamente riprendere. Per quello adunque che lo ho ragionato, troppo bene potete comprendere che io non sono sta- to spinto a questa maniera di vita dalla medesima ca- gione che Pomponio Attico. Ma quello che m'abbia a vivere in questa guisa persuaso, non è necessario narrarvi. Quando pure voi lo voleste intendere, po- trei dire che io da natura sono inchinato assai a que- sta vita libera e sciolta da tutte l'umane faccende. La quale lo agevolmente presi conoscendo in tal cosa non fare ingiuria alla patria, la quale per essere copiosa r^i uomini eccellenti, non aveva dell'opera mia bisogno alcuno. Potrei sopra ciò per mia dlfenslone molte al- tre cose dire, ma solo vi basti, quanto ho ragionato, avere udito. Gin. Piacemi assai lutto anello che avete detto c'i voi e di Pomponio Attico: dove io ho la vostra natu- rai modestia riconosciuta. ]Ma io non voglio già ora entrare nelle vostre lodi, massimamente non essendo Giannotfi. • lO 266 DELLA KEPLBBLICA E JIAGISTRàTI Tol di quelle molto benigno ascoltatore. II che io stimo che voi giudicate là dove 1' opere a[)pariscono. non essere le parole necessarie. Ma ditemi, se io ho bene il parlar vostro notato : voi diceste, che ai Romani non avevate molta invidia, e quasi agguagliarvi a loro incominciaste. Avete voi certo questa opinione, che la repubblica vostra si possa con la romana comparare? JI. Trìf. Certamente sì. Perciocché, come poco fa fu detto, ancora che non sia da comparare P imperio nostro a quello di Roma, nondimeno egli è in molte altre cose da noi superalo, onde nasce la ricompensa e l'egualità: ed alcuni dei nostri istoriografì (e per non vi nascondere cosa alcuna, tra questi è messer Anto- nio Sabellico : alla presenza d" altri non lo avrei no- minato, per non parere di biasimare chi ha con gran- dissima eloquenza illustrato le cose nostre) hanno vo- luto Venezia con Roma comparare. INella qual cosa non hanno usato quella prudenza che la materia ri- cercava. Perciocché hanno solamente agguagliale le guerre nostre a quelle de' Romani : alle qua'i senza dubbio le nostre non possono giungere. E non è uomo di sì poca prudenza, che leggendo cjuella comparazio- ne, la quale il Sabellico ha scritto nelle sue istorie, non la giudichi una manifesta adulazione. Ha bene lasciato indietro quelle cose le quali egli poteva addurre ar- ditamente, e sopra quelle fondatosi, senza sospetto di adulazione P una repubblica con l' altra comparare. Gio. Messer Trifon mio caro, le vostre parole han- no generato in me un desiderio grande d' intendere come voi facciate questa vostra repubblica eguale alla romana. Il che se io credessi esser vero, ne piglierei UT VENEZIA. Il) granrlissimo piacere, consideranflo che non dovremmo cosi liberamente i nostri tempi dannare, vedendo in quelli una repubblica la quale a quelle antiche, tanto da ciascuno celebrate, non sia inferiore. E perù non vi sia grave, poscia che noi abbiamo a passare il giorno con simili ragionamenti, questo che avete detto dimo- strarmi. M. Trif. A me non è grave cosa alcuna che a voi piaccia. Ma ditemi, avete voi notizia in che modo sia la repubblica nostra amministrata, che forma sia la sua, com' ella sia temperata, quali siano le sue leggi ? Gìo. Io lessi già un libretto del Sabellico, do v' egli tutti i vostri magistrati racconta. Ho dimandalo poi quando d'una cosa, quando d'un' altra. Ma per fjuel- lo che io abbia letto e domandalo, non Iio raccolto a punto come fatta sia T amministrazione di questa vo- stra repubblica. E per dir la mia opinione, questo li- bro di messer Antonio Sabellico non T* di molta utili- tà. Perciocché ancora che egli racconti in esso tutti i vostri magistrati, nondimeno egli non dipinge dinanzi agli occhi de' lettori la forma, la composizione, il tem- peramento di questa repubblica. 31. Trif. ^ "^ "'^" sÌQle. dal vero punto lontano. Perciocché ciascuna repubblica è simile ad un coq)0 naturale, anzi per meglio dire, è un corpo dalla natu- ra [ìrincipalmente prodotto, e dopo questo, dall'ar- te limato. Perciocché quando la natura foce V uomo, ella intese fare una università, una comunione. Essen- do adunque ciascuna repubblica come un altro corpo naturale, deve ancora i suoi membri avere. E perchè tra loro è sempre cerLi proporzione e convenienza, sic- •^G8 DLhhX RLPLBiìLlCA E MAGISlRATI come tra i membri di ciascuno alUo corpo, chi non conosce quesla proporzione e convenienza, che è tra r un membro e V altro, non può come fallo sia quel corpo comprendere. Ora questo è quello dove manca ìLSabellico. Perciocché avvenga che egli racconti tut- ti i magistrali, nondimeno egli non dichiara come l'uno sia collegato con l'altro, che dependenza abbia questo da quello, talché perfettamente la composizione della repubblica raccoglier se ne possa. E adunque neces- sario che intendiate particolarmente questo nostro go- verno, in che modo egli sia temperato. Altrimenti niu- na cosa di quello che cercate, intendere potreste. Ma non so se in questo giorno solo si potrà ogni cosa spe- dire. Gio. E' mi sia a bastanza, che mi narriate raramlnl- strazione della repubblica vostra. Perciocché quando io intenda bene ilgo\erno di quella, chiaramente per me slesso in che elle siano simiglianli e in che diffe- renti potrò giudicare. M. Trìf. Voi parlate bene. Ragioneremo adunque della nostra repubblica: il quale ragionamento, se voi vi dilettate d'intendere i governi delle città, vi reche- rà grandissimo piacere. Yoi vedrete in questo nostro viver bellissime leggi, ottime costituzioni, un pruden- lisslmo temperamento. E quantunque ogni cosa non sia cosi osservala come si dovrebbe, non merita per(j questa nostra civile amministrazione d' essere molto biasimala. Perciocché quesla è cosa che va dietro ad ogni forma di repubblica, siccome per gli esempii Vlei Romani e de'Lacedemonii si può comprendere. Basta bene, che tutte le Irasgi essioni, le quali nella nostra m VENEZIA. 2G(j cill'u si fanno, non possono esser di lui qualità, che re- chino grandissinio danno. Gio. Io nt)n avrò [)icciol piacere d' intendere que- ste vostre ordinazioni : le quali io penso che siano bel- lissime; Perciocché egli è necessario che un governo duralo tanto tempo senza esser sialo mai da alcuna intrinseca alterazione oppressalo e vinlo, sia con gran- de ordine e con gran prudenza temperato. E vera- mente io ho grande obligazione al caso , dal quale mi furono quei ragionamenti ofFerli, che v' hanno dato occasione di narrarmi quello che io con lungo tempo ho desideralo. Date adunque quando a voi piace al- l' ordinata materia principio. Perciocché io già lutto mi sono per udirvi apparecchialo. M. Tri/'. Io penso che sia bene, che noi dimoriamo in questa camera, ancor che ella non sia la mia stanza, siccome voi sapete, la quale per essere volta a Tra- montana, non sente molto il soperchio calore del sole. Olire a questo noi siamo in questo luogo assai da' tu- multi domestici remoli^ i quali quanto mi siano a gra- do, la vita che io ho elelta, vi può dimoslrare. Il re- verendo M. Pietro Bembo (mercè delle sue virtù) t- molto visitato e trattenuto da tutti i gentiluomini che- in questa terra si trovano. Se noi lòssimo in altro luo- go che in questo, non potremmo fare di non essere im- pediti da quelli che lo vengono a visitare. E però noi soli in questa camera dimoreremo, passando questo giorno negli orditi ragionamenti. Gio. Assai mi piace questo vostro consiglio, ed io aspetto con desiderio che cominciate. M. Trìf. Prima che io dia piincipio, io voglio che 2yO DELLA REPLBBLICA E MAGISTRATI voi intendiate alcune cose, le c]uall saranno come una preparazione di tutto quello che abbiamo a trattare. Dico adunque che chi vuole intendere come si gover- ni una repubblica, o egli è cittadino e membro di tal repubblica, o egli è forestiero. S'egli è membro di tal repubblica, di cinque cose, sopra le quali si consulta, bisogna che sia perito. Delle facoltà della città, cioè quali siano le sue entrate e spese. Della guerra e pace, cioè come la città sia provveduta d'arme, e cornicila si possa provvederej che guerre da quella ne' tempi pas- sati siano state fatte, e quali successi elle abbiano sor- titi 5 quali e quante siano le forze de' vicini, per sape- re di che si abbia a temere, in chi abbia a sperare, con- tra chi si debba far guerra, e con chi si debba far con- federazione. Del modo del difendere e guardare il paese, cioj che armi e quante ricerchi tale difensione. E per intender questo, è necessario sapere il sito di quello, s* egli è pianura o montagna, copioso o povero di fiu- mi, propinquo o lontano dal mare. Di quelle cose che si portano fuori e di c[uelle che si recano dentro, per saper quali siano quelle che mancano e quelle che ab- bondano. E finalmente la introduzione delle leggi. Per- ciocché egli è necessario a chi governa sapere quali leggi siano conformi al regno, quali alla tirannide, quali allo stalo degli ottimati, quali alla potenza de' pochi, f[uali all' amministrazione popolare, quali alla licenza della plebe, e quah a ciascun' altra forma di governo. Ma s' egli sarà fuori di tale repubblica, prima di tutte queste cose bisogna che egli intenda il modo e la for- ma dell'amministrazione di cpella. Considerando io adunque, che voi non siete membro della nostra città, DT VExrzrA. 1- I talch'.' voi possiate per voi stesso avere inteso la sua :im(i)inislrazione, innanzi alle predelle cose vi narrerò p;irlinolarmenle il noslro governo: dopo (juesto segui- terò r ordino sopraddetto, trattando di ciascuna cosa (]uai!to sarà necessario. E se in questo ragionamento VOI udirete cosa alcuna che voi sappiale, e vi [»aia di non molto momento, non però mi {ucsfate minore at- tenzione, Perriorf]i»3 ogni cosa a proposito verrà. Es- sendo le cose picciole con le grandi, e quelle che sono chiare con le oscure collegate, non si possono in alcun modo indietro lassare. G/o.Dite pure, M. Trifone, tutto (]u;Uo che a pro- p tulio quello che io aveva veduto, il parlar vostro m'ha al- la memoria tornalo. Ma ditemi per qual cagione sareb- l)e stato il ragionamento imperfetto, se voi aveste la descrizione del sito di Venezia indietro lasciata. M. Trif. Il nostro discorso sarebbe stalo imperfet- to: prima, perchè avendo noi a ragionare della repub- blica nostra, non mi pareva convenevole, che noi a quella passassimo senza dire alcuna cosa del luogo che la contiene; e massimamente perchè a conoscere bene la qualità d'una repubblica non è di poco mo- mento, non solo quanto a'costumi, ma ancora quanto alle forze, sapere le qualità del sito di quella città che la Cf)nliene. Laonde tutti quelli che insegnano edifi- care le ciltà, fanno gran differenza se una città si edi- fica in poggio, o in piano, presso, o lontano da'fiumi o dal mare. Secondariamente non dicono i filosofi, tulle le scienze e dottrine dovere incominciar dalle cose più universali? Presupponendo questo, che cosa è più universale nella repubblica Veneziana, che esso Giaimotli. 1 7 2 j8 DELLA REPIBBLICA E MAGISTRATI corpo della città, il quale non solamente a quelli die amministrano la repubblica, ma eziandio a tutti gli al- tri abitanti è comune, che in cjuello si contengono! I dipintori e scultori, se drittamente riguardiamo, se- guitano nelle loro arti i precetti dei filosofi. Perciocché ancora essi le loro opere dalle cose universali comin- ciano. I dipintori, prima che particolarmente alcuna imagine dipingano, tirano certe linee, per le quali es- sa figura universalmente si dimostra j dopo questo le danno la sua particolar perfezione. Gli scultori anco- ra osservano nelle loro statue il medesimo, tanto che chi vedesse alcuno de' loro marmi drizzato, direbbe l>ìù tosto questa parte deve servire per la testa, que- sta per lo braccio, questa per la gamba, che questa è la testa, questo il braccio, quella la gamba. Tanto la natura ci costringe, non solamente nel conoscere ed intendere, ma eziandio nell'operare, a pigliar il prin- cipio dalle cose universali. Per questa cagione io in- cominciai dalla descrizione del sito di Venezia, come cosa più che le altre universale. In tutto quello che seguita osserverò ancora il medesimo ordine. Per- ciocché trattando dell'amministrazioni, disputerò pri- ma dei suoi membri universalmente, dopo questo di- scenderò alle particolarità, tanto che più d'una volta mi sarà necessario ripigliare il medesimo principio. Non so se a voi quest'ordine piace. Gio. Piacemi sommamente: e veggio che in tutto con gran prudenza procedete. 31. Trif. Dico adunque che tutti gli abitatori della città di Venezia, la quale da noi è stata sufficiente- mente descritta, sono in tre ordini distinti : in popola- I DI VENEZIA. 2^9 ri, in citladinljin gentiluomini. Io so che in questa divi- sione degli abitanti io sono di contraria opinione non solo al Sabellico, il quale dc'due primi ne fa uno, e lo chiama popolare, ma ancora universalmente a molti altri, i quali non mettono gradi in quelli che non so- no gentiluomini, ma tulli dicono essere popolari, sic-, come nel suo luogo meglio intenderete. Ma a me pa- re, che noi li dobbiamo nel modo detto dividere. Onde per popolari io intendo quelli che altramente pos- siamo chiamar plebei. E son quelli i quali esercitano arli vilissime per sostentare la vita loro, e nella città non hanno grado alcuno. Per cittadini tutti quelli i quali per esser nati eglino, i padri e gli avoli loro nel- la città nostra, e per avere esercitate arli più onorate, lianno acquistato qualche splendore, e sono salili un grado, tal che ancora essi si possono in un certo mo- do figliuoli di questa patria chiamarci gentiluomini so- no quelli che sono della città, e di tutto lo stato di mare e di terra padroni e signori. La nobiltà de** quali, ancora che ella sia chiara, pur per meglio manifestar- la voglio alquanto sopra T origine e l'accrescimento di questa nostra città ragionare. Costantissima fama è che, nel tempo che Attila re degli Unni con grandissimo spavento veniva ad assalire l'Italia, molli di quei po- poli, che allora si chiamavano Veneti, temendo i co- stui assalti, si fuggirono nelle lagune del mare Adriati- co, in quelle isoletle che sono tra il lido e terra fer- ma. Quelli, che a tal fuga diedero principio, dicono essere slati i Padovani, e quelli d'Aqnilcia e della Con- cordia e d' altre città e castella vicine. Ed alcuni di lo- ro si posarono in un** isola, alcuni in un'altra. I primi 28o DELLA REPUBBLICA E MAGISTRATI fondamenti della città dicono esser slati gittali da'Pa- dovani in Rialto, luogo oggi a tnlti notissimo, essendo gli anni della Salute pervenuti al numero di ccccxxi, il giorno dell'Aununziazione, che è il venticinque di marzo. E perciocch'' i movimenti degli Unni non ven- nero tosto innanzi, come si era giudicato (perciocché dalla prima fama del loro assalto insino a che essi ven- nero, furon venliqualtr'anni d'intervallo, il quale lem- po fu da loro consumato nel riordinarsi, e ristorare il danno che avevano ricevuto per avere perduto un e- sercito a Tolosa, e nel domare nella venula la Dal- mazia, r Illirico e l'Istria), non crebbe molto la nostra città, anzi molti ritornarono in terra ferma. Quegli i quali s'erano posati in Rialto, stettero saldi. Ma poscia che i Barbari pervennero in Italia, ed espugnarono o saccheggiarono Aquileia, allora fu fatto dai Veneti in quelle isolette grandissimo concorso. Sono alcuni i quali dicono che Tanno ccccxxi, nel sopraddetto gior- no delTAnnunziazione, fu ed. ficaio il tempio di san Ia- copo, il quale oggi si vede in Rialto, da quelli abitato- ri che allora si trovavano in quell'isola, e questo pi- gliano per lo principio della città. L'anno poi cccclvi, avendo già Attila corsa e saccheggiala Ilalia, ed es- sendo fuggili quei popoli, che abbiamo detti, in quel- le isole, come in luoghi forti, dicono che da tutti quel- li che s' erano nelle isole ritirati, fu fatto un concilio generale, e finalmente deliberalo di restare in quei luoghi, e di non più ritornare in terra ferma. E questo pigliano quasi per il secondo nascimento di Venezia. Ma questa varietà non è d'alcuna importanza al ipvo- posito nostro. Basta, che per il gran concorso di quel- DI VENEZIA. 281 li che fuggivano gli nssalli flegli Unni, la città diven- ne oltre modo grande. Tanto che non molto tempo dopo ella pot"* trar fuori Tarmi contro i Dalmati e gì' Is'ri, da' quali ella era infestata, ed ottenere la vitto- ria, e [)orgere a Belisario capitano di Giustiniano nella guerra de' Goti grandissimi aiuli nella ossidione'di Ra- venna. Dov'egli prese Yitigele re de' Goti, e lo mandò' prigione in Costantinopoli a Giustiniano. Venendo poi d'intorno a cento anni dopo i suoi principli Nar- sefe, capitano ancora egli di Giustiniano, a liberare Ita- lia dalla tirannide de'Goti,non fu poco da' nostri Ve- neziani aiutalo, ed egli come grato signore in memo- ria del benefizio ricevuto edificò due tempii, uno do- v'è san Marco a Teodoro martire, l'altro nel mezzo «iella piazza a Mena e Giminiano consecrato, il quale fu poi per accrescere la piazza disfatto, e nella estre- ma parte riedificato, essendo doge Vitale Michieli. Ac- quistò ancora grande accrescimento nella venuta dei Longobardi dopo la morte di Narsete. La crudeltà dei quali costringeva ciascuno a rifuggire in queste nostre isole, e fare grande la nostra città. Né ancora fece pic- ciolo accrescimento, quando non molli anni dopo da Agilulfo re de' Longobardi fu Padova con Monseli- ce interamente disfatta, concorrendo in Rialto e ne- gli altri luoghi vicini gran numero di abitatori ; dei quali non essendo capace Rialto, e le altre isole vici- ne, che già erano piene, s'em[)ii'' di abitatori una iso- letta chiamata Gemina, e la nostra città divenne mag- giore. La quale visse in questo modo quietamente senza fare impresa alcuna, ma solamente difendendosi dii qualche assalto de''> i( ini, insino a che i dogi si co- 282 DELL 4 REPUBBLICA E MAGISTRATI minclarono a creare, 11 che fu duecento ottanfadue anni dopo la sua edificazione. Cominciò poi a sollevarsi al- quanto, e mostrare il suo vigore. E difendendosi da mag- giori assalti, andò acquistando maggiore imperio. Sic- come fu quando ella si difese dalle forze de'Francesi al tempo d'Obelerio doge nono, siccome noi di sopra di- cemmo. Fecero poi i nostri maggiori assai imprese, e massimamente per mare, nelle quali finalmente rimasi superiori, acquistarono assai grande imperio. Dopo questo, voltisi alle cose di terra ferma, hanno ammi- nistrate le loro faccende con quei successi che segui- tano le cose umane, e sono noti a ciascuno. E per- ciocché le citth si rinnovano d'abitatori per le alterazio- ni intrinseche, per gli assalti esterni, e per la pestilenza 5 la città nostra non ha mai patito tale alterazione in- trinseca, che ella si sia divisa, e sia stata costretta cac- ciare fuori ora questa parte, ora quelTaltra, siccome hanno fatto quasi tutte le citta d'Italia, le quali da lo- ro medesime si sono consumate. Dagli assalti esterni in tal modo sempre difesa s'è, che ella ne ha acquista- ta riputazione ed imperio. Solamente è stala alcuna volta oppressa dalla pestilenza 5 siccome avvenne al tempo d' Andrea Dandolo doge liv. Il quale fu assun- to al supremo magistrato l'anno della Salute mcccxlii, e visse insino al mccclh . Onde si può congetturare che questa fosse la pestilenza dell'anno mcccxlviii, tanto dal vostro Boccaccio celebrata. Fu in quel tem- po la città per questa pestilenza alquanto esausta, di sorte che fu necessario per riempierla concedere che qualunque andasse a Venezia, tosto ch'egli vi avesse abitalo due anni, fosse cittadino veneziano. La natu- DI VENEZIA, 283 ra della pestilenza è di danneggiare assai la plebe mi- nula. Perciocché ella non Jja quelli rimedii che tro- vano coloro i quali de' beni della fortuna non sono del tulio privali. Talché io credo fermamenle che quelli i quali avevano comodità d'aiutarsi, mollo poco di tal danno parlecipassero. Non ha molti mesi, che io parlando con un nostro gentiluomo lo domandai, co- me la pestilenza, due anqi sono, aveva danneggialo la vostra cilt-i. Risposemi che la plebe aveva patito as- sai, ma chi non era privato de' beni di fortuna, se ne era agevolmente difeso. È adunque manifesto per quello che abbiamo detto che la cillà in brevissimo tempo divenne popolosa. E non avendo palilo quelle cose che fanno rinnovare gli abitatori, viene aver con- servato il sangue di quelli che principio le diedero incorrotto, il quale è ancora più che gli altri nobile; I)erciocchè quelli che fuggirono in queste lagune, dai quali e stato fatto poi il corpo della nostra citt-i, è da congetturare che fossero nobili o almeno ricchi' Con- ciossiacosaché i poveri, e quelli che mancano di cre- dilo, non avendo facoltà d'aiutarsi in modo alcuno, siano costretti star fermi, ed aspettar quel bene e quel male che la fortuna reca. Siccome noi ne' nostri tem- pi veggiamo che i nobili e ricchi di Lombardia, e non I poveri, fuggono le guerre di quella provincia.E ben vero che i plebei vanno poi dove pensano poter- si meglio sostentare. E perciò è da credere, che dopo il primo concorso de'nobili e ricchi di quesle terre vicine m queste lagune, andasse poi dietro loro gran- dissimo numero di plebei invitati dall' utile e dalla .i- rurta de' luoghi. Sono adunque i nostri gentiluomini 284 DELLA REPUBBLICA E MAGISTRATI d'eccellente nobiltà, prima perchè sono discesi da quel- li nobili e ricchi i quali, rifuggiti in questi luoghi pa- ludosi, costituirono il corpo della nostra città. Secon- dariamente perchè hanno il sangue loro mantenuto incorrotto, per non aver patito la nostra città quelle cose che alterano e rinnovano gli abitatori. A che si a^'^^iunge la chiarezza che hanno acquistata poscia che il «ran Consiglio fu ordinato nel governare le pubbli- che accende. Perciocché egli non è dubbio alcuno, che gli uomini dove eglino non si trovano a trattar cose pubbliche, non solamente non accrescono la no- biltà loro, ma perdono ancora quella che hanno, e di- vengono peggio che animali, essendo costretti viver senza alcun pensiero avere che in alto sia levato. La qual cosa agevolmente potrà comprendere chi andrà in quelle città che da tiranni o da altri stati violenti sono governate. I quali hanno per oggetto l'abbassare e rinvilire in maniera gli uomini, che non sappiano se in questo mondo vivono o dormono. Non avendo poi dopo il serrare del Consiglio (noi vi dichiareremo al luo^o suo quando fu ordinato e poi serrato il gran Consiglio) usato di comunicare questo onore eccetto pochi, sì come furono quelle quindici case, che per la congiura di Baiamonte Tiepolo furono messe nel gran Consiglio, e nella guerra genovese quei trenta cittadini, che furono fatti gentiluomini, e in altri tem- pi alcuni altri, vengono ad aver dato all' ordine loro maggior grandezza e riputazione. Ma per conchiude- re tutta questa parte, parmi che noi dobbiamo in questa nostra repubblica considerare tre tempi. Uno è tutto quello spazio che è dal principio delia città DI VENEZIA. 280 nostra insino a che V ordine del gran Consiglio fu trovalo. Nel qual tempo i nostri maggiori, essendo la repubblica nostra governata prima da tribuni, poi da dogi, siccome al suo luogo inlenderele, poca cliiarezza acquistarono, ed assai fu rho mantenesse- ro quella che da' loro antichi era stata ni queste la- gune portala. 11 secondo è da che l'ordine del gran Consiglio fu trovalo, insino a che egli fu serrato, nel qual tempo i nostri cominciarono per trattare delle cose pubbliche a salire in grandezza e riputazione. Il terzo è da poi che il Consiglio fu serrato. La qual co- sa gli ha poi fatti crescere in molto maggior grandez- za, che prima fatto non avevano. Tanto clie, siccome voi avete potuto comprendere, se nelle città d'Italia è nobiltà alcuna, nella nostra è maggiore che in tutte quante l'altre. Quesli, che noi chiamiamo cittadini, se hanno splendore alcuno, l'hanno acquistato dopo il serrar del Consiglio. Perciocché., come meglio di sot- to intenderete, essendo innanzi a quel tempo la re- pubblica a tutti comune, è verisimile che tutti quelli che avevano qualità alcuna, fossero nel Consiglio com- presi, talché pochi esclusi ne rimanessero. Il che è ma- nifesto per il gran numero che facevano quelli che an- davano ne' tempi passali al gran Consiglio. E di quei {)Ochi che rimasero fuori, a molli poi in varli tempi fu dato tal onore. Laonde noi possiamo congeli mare che questi che oggi chiamiamo cittadini, o fossero allora plebei, e non avessero nella città grado alcuno, talché tulle quelle (jualità che hanno, se le abbiano poi ac- quistate; o veramente siano poi venuti ad abitare nel- la nostra città, dove col tempo hanno fallo acquislo. 286 DELLl REPUBBLICA E MAGISTRATI e delle focoltà che posseggono, e di que' privilegi! per i quali sono oggi chiamali cittadini veneziani, e sono quasi membro della nostra città con soddisfazione e contento di tutta la nostra repubblica, la quale ne'blso- gni suoi si vale delle ricchezze loro, come di quelle dei gentiluomini. I plebei, o vogliamo dire popolari, sono una moltitudine grandissima composta di più maniere d'abitatori, siccome sono i forestieri, i quali ci vengo- no ad abitare tratti dalla cupidità del guadagno. Ed avvenga che ci dimorino assai, nondimeno, o essi non fanno altro che vivere, o se fanno di cosa alcuna a- vanzo, se lo vanno a godere nella patria loro, siccome noi vegglarao che fanno i Bergamaschi ed altri fore- stieri, dei quali la città nostra è tutta piena. In questo medesimo corpo de* popolari entrano infiniti artigiani minuti, i quali per non avere mai superato la bassez- za della fortuna loro, non hanno acquistato nella citta grado alcuno. Abbiamo ancora un'altra moltitudine di popolari, i quali sono come nostri servidori, sì co- me sono i barcaruoli ed altri simili. De' mercatanti, i quali in grandissimo numero di tutte le nazioni con- corrono in questa città, non bisogna parlare, percioc- ché non sono membro di quella. Vengono costoro in Venezia per essere quella come uno mercato comu- ne a tutto il mondo per la comodità del mare, ed at- tendono con le facoltà loro a guadagnare, e se ne van- no poi quando a proposito torna loro. Noi abbiamo insino a qui ragionalo della qualità degli abitatori. Re- sta ora che disputiamo dell' araminislrazione della re- pubblica, la quale è tutta in potestà de' gentiluomini se altro prima intendere non volete. DI VENEZIA. 287 Gio. Prima che voi passiate ad altro, vorrei due cose sapere. Una, quanti uomini faccia la vostra città da portare armi 5 P altra, quanti siano i gentiluomini. M. Trrf. Ancora che io non vi possa dire esat- tamente quello di che mi domandale, non essendo anco cosa di molta importanza al proposito nostro, pure lo vi dirò quello che altre volte ho sentito ra- gionare, e che io peuso essere vero. E' si crede che nella città siano venliraila fuochi, cioè famiglie, e la co- mune usanza è di prendere due per fuoco, tanto che la città nostra armerebbe quaranta mila {)ersone. Antica- mente, non mi ricordo già in che tempo, pernonsoqual caso che anco m'è uscito della memoria, volendo sapere quelli che governavano, quanti uomini poteva armare la nostra città, furono scritti quarantamila uomini da portare arme, il quale numero viene col sopraddetto a concordare. E tenendo questo per vero, credo cer- io che non possiamo errare, e massimamente, perchè da quel tempo in qua, che furono scritti quarantamila uomini, la città è divenuta più tosto maggiore, per non essere avvenuto caso alcuno per il quale la città si sia votala. I gentiluomini, tra quelli che frequentano il Con- siglio, e quelli che non lo frequentano, 1 quali sono po- chi, e quelli che sono fuori per le loro faccende privale, e quelli che sono in reggimento nelle terre soggette, o in altro pubblico otticio cosi per mare come per terra, fanno un numero che arriva (secondo che io ho sentito da molti afiermare) intorno a tremila. 3Ia lasciamo ora andare tutte (juesle considerazioni de" popolari e citta- dini, e del numero degli abitatori, e trattiamo delTam- minislrazione della repubblica \x quale ninno altro che 288 DELLA REPUBBLICA E MAOLSTRATI i gentiluomini abbraccia, siccome dianzi dicemmo. So- no adunque i gentiluomini signori della nostra città e di tutto lo 'stato di mare e di terra. La loro ammini- strazione procede nel modo che appresso diremo. Pri- mamente essi hanno fatto un fondamento ed una base sopra la quale si regge tutta la nostra repubblica. E questo è quello che volgarmente si chiama il gran Con- siglio. Il quale è base e fondamento della repubblica, perciocché da quello dipendono tutti gli altri membri di quella, se non in tutto, nella maggior parte almeno. Abbraccia questo gran Consiglio tutti coloro a' quali permette P età di potervi andare: ma di questo parle- remo lungamente nel suo luogo. Sorge dopo questo gran Consiglio un allro membro di grandissima ripu- tazione, chiamato il Consiglio de'' Pregati, per parlare con un toscano toscanamente, perchè in nostra lingua diciamo Pregai. Come sia creato questo Consiglio, che nurtiero di gentiluomini egli abbracci, e chi siano quel- li che ci entrino, e quali siano le sue azioni, nel suo luogo copiosamente ragioneremo. Succede al Consiglio de* Pregati il Collegio, il quale è composto d' alcuni magistrali , siccome voi appieno intenderete. Dopo questo membro seguita il Principe onoratissimo sopra tutti gli altri. E adunque composta la repubblica no- stra di questi quattro membri principali, del Consi- glio grande, del Consiglio de* Pregati, del Collegio e del Principe. Gio. Io ho più volte sentito a molli far menzione del Consiglio de'Dieci, de'Procuratori di s. Marco, de- gli Avvocatori, come di magistrali di grandissima im- portanza. Voi ancora non ne dite cosa alcuna. DI VENEZIA. 289 M. Trìf. Egli è vero, che colesli iiiagislrati sono li- pulatissiml, ma lo gli ho lasciati per ora indieho, per- ciocché non sono quelli che fanno il corpo della re- pubblica, ancora che abbiano grandissima riputazione e si travaglino nella repubblica quanlo alcun altro magistrato. Voi intenderete ogni cosa al luogo suo, e chi siano i magistrati che avete nominali, e qual sia la loro autorità, e come ancora essi siano collegali con la repul)blica. Tornando dunque al [)roposilo mio, dico che i sopraddetti membri compongono interamente il corpo della nostra repubblica. E se voi considerale be- ne, la rendono simile ad una piramide, la quale sicco- me voi sapete ha la base larga, poi a poco a poro si ri- stringe, e finalmente in un punto fornisce. E adunque la base di questa piramide il gran Consiglio, il quale è largo ed ampio, perciocché in esso entra ciascuno che corre l'anno v^ntesimoquinto della sua età. Entra- vi ancora di quelli che hanno meno che venticinque anni, siccome appresso intenderete. Non si può e non è convenevole ogni cosa in un luogo narrare. Ristrin- gesi poi la piramide nel Consiglio de'Pregati, il qual è menibro mollo onorato, rispetto alle faccende che in quello si trattano, il che presto vi sarà manifesto. Né anco è capace di ciascuno, come il gran Consiglio. Suc- cede a cjueslo il Collegio, dove la piramide ancora più si ristringe. Questo membro è onoratissimo sopra tulli gli altri. Perciocché questo è quello che consiglia e governa tutta la repubblica, siccome voi inlendcrcte. Ternnna fmalmente cjuesta piramide nel Doge, siccome in una punta eminente, ed è a ciascuno riguardevole. Della grandezza, ed onore di questo membro non 290 DELLA REPUBBLICi E MAGISTRATI credo che mollo bisogni trattare. Perciocché non è alcuno di sì rozzo ingegno, che dove egli sente il no- me del principato, non pensi qui essere adunato ogni onore, ogni grandezza. E benché i Consiglieri, i quali seggono col principe, siano suoi colleghi, e senza loro non possa amministrare cosa alcuna, nondimeno chi considera lo intervallo che è dalla dignità loro a quella del principe, giudicherà che non sia da porli nella punta della piramide col principe, ma in quel luogo dov'io posi il Collegio. Perciocché la dignità loro supera quella de'Senatori, ed è superata da quella del Principe. E così Tiene ad essere pari a quella del Collegio. Similmente i Procuratori, gli Avvocatori.il Consiglio de'Dieci, che sono quelli che poco innanzi numeraste, de' quali noi tratteremo lungamente, si debbono collocare nel me- desimo luogo del Collegio, quanto all' onore che loro s* attribuisce per la gran riputazione che hanno, an- cora che essi non siano membri principali della re- pubblica, ma più tosto annessi, siccome nel trattare di loro chiaramente vedrete. Abbiamo insino a qui se- guitato il costume del buon dipintore, siccome noi di- cemmo di voler fare, il quale prima che egli partico- larmente una immagine dipinga, con alcune linee uni- versali in tal modo la dimostra, che essa figura uni- versalmente apparisce. Cosi noi abbiamo il corpo della nostra repubblica alquanto dirozzato, e così grossa- mente descritto, in tanto che se voi avete avvertito il nostro ragionamento, potete molto bene la massa di quella comprendere. Gio. Veramente, se io non m' inganno, e* mi pare avere impressa già nell' animo la forma della vostra DI VENEZIA. 291 repubblica. E per quanto io posso giu r una cosa e T altra furono insieme ordinale. In qualunque di questi modi potette la cosa precedere. Quegli adunque che allora, o avevano prima, o nuo- vamente preso autorità nella repubblica, veduta tanta insolenza nella moltitudine, per avere ella avuto ar- dimento d\immazzare il Doge, pensarono a correggere tutti i mancamenli ch'erano cagione di tanta perlur- bazione. Uno de' mancamenti era l'elezione del Doge tanto tumultuariamente fatta, siccome noi abbiamo detto e diremo ancora, dalla quale poteva nascere che così fosse eletto Doge uno che non meritasse quell'o- nore, pur che col popolo per qualunque cagione aves- se grazia, come uno che fosse degno di tanta altezza. L' altro era la troppa licenza e autorità del Doge. Da questi due difetti seguivano poi tanti inconvenienti, DI VENEZIA. 307 clie averebbero rovinata !a nostra ciltà, se non vi si fosse pos!o rimedio: fu corretto il primo ritirando la elezione del Doge dall'universale in potestà di pochis- simi, e quasi da uno estremo ad un altro passarono. La qual cosa credo che avvenisse. Perciocché spesso interviene che chi fa sperimento d'una cosa e la trova inutile e dannosa, ricorre le più volte al suo contrario. Per questa cagione quelli che allegra governavano, giudicando l' elezione del Doge si tumultuariamente fatta non utile alla repubblica, ricorsero al suo contra- rio, e la ridussero in potestà de'pochissimi, siccome nel suo luogo meglio intenderete 5 corressero poi l'autorità del Doge ordinando il Consiglio grande che distribuis- se gli oncni, provvedendo per qu-jsta via che di ninna cosa avesse libera potestà. Il modo di creare questo (Consiglio nel princi{)io credo che fusse quel medesimo ciie poi molli anni si mantenne,insino a che egli fu ser- rato, il quale è questo. Erano ogni anno nel mese di settembre per la festa di s. Michele creati dodici cit- tadini, due per sestiero, perciocché la città nostra è in sestieri divisa. A questi era data potestà d'eleggere di lutto 11 corpo della città, che cosi dicono le nostre an- tiche memorie, da quattrocentocinquanta insino a quat- trocentosettanta cittadini, con condizione che ciascuno ne potesse aggiugnere insino a quattro della sua Hìmi- glia. I quali tutti insieme facevano il corpo per un an- no del gran Consiglio: il quale, come oggi usa, distri- buiva tutti gli onori della republ)llca. Appressandosi poi il fine dell'anno, erano di nuovo i sopraddetti do- dici creali; i quali per Tanno seguente il Consiglio nel medesimo modo eleggessero. 5o8 DELLA REPUBBLICA E MA.GI5TRA.T1 . Gio. Prima che voi ad altro passiate, questi dorlici acquali era data autorità di creare 11 Consiglio, per qual modo e da chi erano creati? Appresso se il Consiglio, che era innanzi a Yitale Mlchieli, non aveva alcuna forma certa, che aiuto potette a quelli dare che or- dinarono il nuovo per la sua introduzione? e perche dodici elessero quel numero de'quattrocentocinquanla in quatlrocentosettanta, più che un altro? M Tri/. Di queste cose che mi domandate io non ho notizia particolare. Pur io vi dirò quello che io penso che sia vero. Se noi vogliamo concedere, siccome anco abbiamo detto che verisimile ci pare, che innanzi a Vi- tale 311chieU fosse qualche forma di Consiglio, potria es- sere che 1 delti dodici la prima volta fussero creati da quel Consiglio, o per elezione o per sorte. Gli altri poi negli anni seguenti dal Consiglio vecchio pochi giorm innanzi che si avesse a creare il nuovo. Il Consiglio che era innanzi a Vitale Michlell,se bene non potette dare esempio delle cose particolari, perchè non vi erano, fu assai che desse occasione a pensare d' ordinarne uno che fosse prudentemente regolato. E può essere che chi pensò a frenare Fautorità de'Dogl con quel modo, e correggere gli altri mancamenti, come detto abbiamo, vedendo quel corpo di cittadini già costituito, trasfe- risse in lui tutta quella autorità che al Doge tosl.e^ a passando, siccome anco nel riformare T elezione del Do-e abbiamo detto, da un estremo ad un altro: cioè togliendo ad uno, che era il Doge, tutta quella pote- stà la quale troppa essere giudicarono, e dandola a mo'lti. pensando che la repubblica per questa^ via a- vesse a divenire più Ubera, più quieta e pm civile. E DI VENEZrA. 3o9 non fu gran fatto, se a loro medesimi diedero quella autorità che al Doge tolsero. Perciocché a qualch'uno darla bisognava. E dandola ad un altro, o solo o ac- compagnato da pochi, potevano considerare che s'in- correva ne' medesimi inconvenienti. E perciò a vol- gersi agli assai si risolvettero. Ma in ciò avevano una dUlicoltà : e questa era nel trovare il modo per il qua- le eglino stessi potessero tutti insieme, o la maggior parte esercitare quella istessa autorità che solo aveva esercitata il Doge. Ed in questo fu loro di grandissimo aiuto il vedere quella forma di Consiglio che avevano i Dogi, tale qual ella era. Perciocché egli é anco veri- simile, che talvolta in qualche azione, se non per al- tro, [)er soddisfare a molli, se ne servisse: siccome nel fare elezione d'alcuno che avesse ad essere preposto a qualche pubblica cura, nel deliberare qualche im- presa di guerra, o di pace, o altra simile faccenda. Laonde vedendo quelli che pensavano a riformare la repubblica, che quella forma di Consiglio aveva modo da esercitare le faccende pubbliche, agevolmente si risolvettero a dare ad un Consiglio generale cjuelPau- lorità che al Doge toglievano. E perciocché quel Con- siglio conteneva d'intorno a quattrocento cittadini, per quello che si può comprendere per 1 sopraddetti pri- vilegii, perciò potria essere che avessero ordinato che i dodici eleggessero il sopraddetto numero, che è quasi quel medesimo, E per soddisfare ancora a più persone fecero che gli eletti dai dodici menassero in Consiglio quelli che dicemmo delle loro famiglie, E per mag- gior soddisfazione di tutti determinarono che ogni an- no questo nuovo Consiglio si rifacesse, acciocché chi 5 1 O DELLA IIEPCBBUCA E MAGISTRATI non v^ entrava un anno, potesse sperare d* entrarvi 1' altro, e così la repubblica divenisse più quieta e tranquilla. E mi pare avere soddisfatto alle vostre ulti- me domande copiosamente, dicendovi però quello che io ho potuto da quelle poche memorie che di ciò ab- biamo ritrarre. Se ora non volete altro intendere, io seguiterò quello che a dir mi resta sopra quello di che prima mi avevate domandato. Gio. Seguilate, perciocché al presente non ho altro da domandarvi. 31. Trif. Durò adunque questa consuetudine di creare ogni anno il Consiglio grande dalla morte di Vitale Michieli, cioà dal mclxx o veramente mclxxv secondo che alcuni scrivono, nel qual tempo, siccome noi per molte congetture abbiamo dimostrato, fu dato principio al sopraddelto Consiglio, insino al mccxcvii correndo P anno settimo del principato di Pietro Gradenigo. In quesio tempo, secondo che io trovo ne' commentarii nostri, erano capi del Consiglio de'quaran- ta Lionardo Bembo e Marco Badoero. Costoro pro- posero ai detti quaranta una cosi fatta legge, che tulli quelli, i quali erano 1' anno presente e i quattro anni passati erano stati del gran Consiglio, avessero eglino e gli eredi loro a succedere in tal dignità senza mai pili far altra mutazione, siccome innanzi si era usato di fare. Fu questa legge con gran favore dei quaranta approvata, ed introdotta poi nel Consiglio grande tro- vò il medesimo favore. Ed è poi stata con tanta di- ligenza osservala che a pochi altri è stato dato tale onore, eccello che alle dette quindici case, che furono messe nel Consiglio pel caso di Baiamonte Tiepolo. e DI VENEZIA. 5 I r i trenta, che lutti insieme al tempo della guerra ge- novese in premio delle fatiche che avevano per la re- pubblica sopperiate furono fatti del gran Consiglio, ed alcuni altri benché pochissimi a' quali in diversi tem- pi per diverse cagioni è stato concesso tale onore Sic- come non ha mollo tempo che M. Tristano Savor- niano, per essersi affaticato per la repubblica nostra, fu fatto gentiluomo. E avvenga che la sua famiglia sia nuova nella nostra città, pur M. Girolamo suo nipote, persona molto virtuosa e da bene, è slato quest'anno eletto della Giunta de' Pregati, la qual è dignità, come potete avere in leso ed io di qui a poco vi dirò, assai grande ed onorala. Colale è il modo nel quale fu il no- stro Consiglio serrato. La qual cosa non si legge nel- l' istorie, che sono a lutti comuni 5 ma in alcuni com- mentarii, che nelle private case de' nostri gentiluomi- ni si trovano: talché chi non è molto curioso nel ri- cercare le nostre antiche memorie, resta ignorante di molte cose degne d'essere intese e considerate. Qio. Certamente queste cose sono degne d' anno- tazione. E vi ringrazio assai che si larga parte me ne facciale. E se il domandar mio non rompe il ragiona- mento vostro, non vi sia grave dirmi tre cose. La pri- ma,da quali cagioni furono mossi a serrare il gran Con- siglio quegli i quali ne furono autori, e come si quie- tarono quelli che ne rimasero esclusi. Perciocché a pena posso credere che tal cosa potesse avere eitelto, senza T aiuto di qualche grande occasione. La seconda, che ofìicio era questo dei quaranta. La terza, se nel serrare del Consiglio s' inlese avere ad essere connu- merati in esso solo quelli che erano stali eletti dai 5l2 DELLA REPUBBLICA E MAGISTRATI dodici, o con quelli gli altri ancora che dagli eletti da' dodici erano stali compresi, cioè quelli due, ovvero quelli tre o quattro, che ciascuno aveva autorità di menare, siccome voi poco fa diceste. M. Trif. Il domandar vostro non rompe il ragio- namento mio, perciocché le cose delle quali doman- date, tutte sono alla nostra materia appartenenti. Ed io, con queir ordine medesimo che avete tenuto voi nel domandarmi, vi risponderò. E per rispondere a quello di che voi prima mi domandaste, dico, che io nell' antiche nostre memorie non ho trovalo mai qual che si fosse cagione di far serrare il Consiglio. E come voi dite, non par da credere che un ordine tanto nuovo potesse nascere senza qualche grande occasione. Di che noi potremmo addurre infiniti e- sempi, non solamente di quelle repubbliche che han- no variato in meglio, tra le quali è la nosira, siccome io stimo, ma di quelle che sono in peggio trascorse. Ma le variazioni della nosira repubblica medesima, se bene voi le considerate, vi possono dare di quello che diciamo certissima testimonianza. Nondimeno io non ho letto mai, ne inteso che cagione e che occa- sione facesse il Consiglio serrare. Né da me stesso posso pensare, che da quella forma del Consiglio potesse na- scere disordine alcuno, che avesse ad essere cagione della sua variazione. Tanto che io credo, che coloro che furono autori di tal mutazione, fossero mossi da questo 5 che vedendo nella città nostra concorrere quantità grandissima di forestieri per conto di fac- cende mercantili, i quali dopo qualche anno agevol- mente potevano essere eletti del gran Consiglio, ed ot- Dr VENEZIA. 5 l 3 tenere i maglslrati, accloccìiy il sangue loro non si me- scolasse co' forestieri, e si mantenesse la loro nobiltà più intera che fosse possibile, fecero deliberazione di serrare il gran Consiglio nel modo detto, includendo in quello tutto il fiore de' cittadini della città. Il che è da credere che venisse fatto per avere compreso tante mute del Consiglio, fuori delle quali è verisimile che pochi di alcuna civil qualità rimanessero esclusi, Polria anco essere che l'ambizione ed avarizia de' cit- tadini gli avesse indotti a fare tale variazione. Per- ciocché restringendosi le faccende pubbliche in minor numero di cittadini, venivano quelli che rimanevano nella repubblica più dell' utile ed onore di quella a partecipare. Ma questa è tutta congettura, perciocché, come ho detto, non ne ho certezza alcuna. Che quel- li che restarono esclusi rimanessero mal contenti, è manifesto per la congiura che fece M. Marino Bocco- ni, tosto che fu il Consiglio serrato, della quale non fu cagione o almeno occ;isione altro che il vedersi con alcuni altri privato di tutti i pubblici onori. Ma sic- come fu temeraria l' impresa sua, cosi ancora egli e gli altri congiurati sortirono infelice evento. E per- ciocché tutta la ritti era alterata per tale serramento, ordinarono quelli che allora governavano, che qua- lunque era compreso nel Consiglio dovesse ogni anno per s. Michele essere ballottato nel Consiglio dei Qua- ranta, e se non a^ èva la metà de' suflTragii dovesse es- sere escluso per quell'anno dal Consiglio, e secondo che è verisimile, si dovess'e rieleggere il successore. Avveniva poi, siccome io slimo, che ninno era esclu- so, e i medesimi rimanevano, tanto che tale consuetu- Giannolti. J 9 3l4 DELLA REPUBBLICA E MAGISTRATI dine si lasciò inrlielro, e quelli stessi sempre furono delGonsiglio. Questo Consiglio del Quaranta di che voi ancora mi domandale, penso che fosse il Consiglio della Quarantia criminale, della quale di sotto parlere- mo. Sono indotto a credere così da tre ragioni. La prima è che ciascuno confessa che questa Quarantia è antichissima, quantunque io non abbia trovato in che tempo ella fosse ordinata. La seconda, perciocché ne' tempi addietro oltre a^giudicii di tutte le faccende grandi si travagliava, e con quella ancora si ragu- nava il Doge. La terza è, perchè d'altra Quarantia non si trova menzione alcuna. E le due Ouarantie civili sono state dopo la criminale ordinate, siccome nel suo luogo meglio intenderete. Quanto a quello di che ul- timamente mi domandaste, dico che io stimo che non solo gli eletti da'Dodici, ma quelli ancora i quali erano chiamati da quelli primi eletti fussero compresi nel Con- siglio. E ancora che cinque mute facciano troppo gran numero d' uomini rispetto a quello che ora è presen- te, nondimeno egli è verisimile che queste cinque mu- te siano per tre il più. Perciocché pare da credere, che ogni terzo anno i medesimi fossero rieletti. Facevano questi un numero che perveniva intorno a quattro mila cinquecento, e se oggi non arrivano a tre mila, non è da prendere maraviglia. Perciocché da quel tempo in qua sono mancate moltissime famiglie, siccome si può vedere per la computazione fatta neiranno>iccccxL e per quella del tempo presente. Quello che m' induce a credere che non solamente gli eletti dai Dodici, ma gli aggiunti ancora fossero numerati nel Consiglio, è che se ciò non fosse avvenuto, ci sarebbero più famiglie di- DI VENEZIA. Ò I D vise in gentiluomini e cittadini che non ci sono, che in vero ce ne sono molto poche. Credo bene che mol- te più fossero quelle che divise rimasero. Delle quali gran parte sono mancate. Gio. Potria essere, die quelli che rimasero popo- lari non abbiano mantenuto la loro nobiltìi, come quel- li che diventarono gentiluomini. Perciocché chi non ha occasione di travagliare faccende pubbliche, rare volte può illustrare la sua famiglia, o mantenerle la glo- ria, se da altri è stata illustrata. Possonsi ancora esse- re mutati i nomi, il che suole ad ogni cosa recare non piccola oscurità ed incertitudine. Ma ditemt ancora, se non vi è grave, d'intorno a questa materia un'altra cosa. Poscia che il Consiglio fu serralo, aveva egli au- torità di dare i magistrati a quelli che ne rimasero e- sclusi? Perciocché non avete detto, se col rimanere fuori del Consiglio, furono ancora privati de' magistrati. M. Trif. Voi dite il vero che io non l' ho detto, né anco ora che voi ne domandale ve lo posso dire. Perciocché non ne ho notizia certa. Nondimeno io cre- do che nominatamente non fosse sialo tolto il potere avere magistrati. Perché non so anco che ne' tempi no- stri sia legge alcuna, che proibisca che un cittadino non gentiluomo non possa essere dagli elettori preso e poi nel Consiglio ballottato. Anzi talvolta è avvenuto che un elettore ha preso un cittadino non gentiluomo , ma non ha poi avuto tanto concorso degli altri eletto- ri, che basti a fare che in Consiglio sia ballottato nel modo che appresso intenderete. Può bene essere che allora non ne fusse fatta alcuna parte. Perciocché egli é verisimile che il Consiglio li desse a chi era in quel- 3l6 DELLA. REPUBBLICA E >TAGISTRATI lo connumerato. Ma io non voglio che noi ricerchia- mo più queste cose in tante tenebre sommerse, e però lasciate quelle, noi seguiteremo quello che a dire ci rimane. Questo nostro Consiglio, del quale abbiamo tanto ragionato, è composto delio aggregato di tutti i gentiluomini. Tal che chiunque ha passato il ventesi- moquinto anno della sua età, può per virtù di quella andare al Consiglio, e rendere i suffragii. Ma bisogna prima che egli abbia provato P età. siccome voi dite, cioè che egli si sia presentato agli Avvocatori di comu- ne, del quale magistrato diremo al suo luogo, e per giu- ramento del padre o della madre, o del più congiun- to, se il padre e la madre sono morii, abbia provato che abbia finito il ventesimoquinto anno, e per fede di due testimoni!, ch'egli sia nato di quel gentiluo- mo del quale egli fo professione per pubblica voce e fama d' essere figliuolo. E dopo questa cerimonia può ire al Consiglio e, come è detto, rendere i suffi agii. Ma perchè i giovani abbiano occasione di gustare la dol- cezza dell' amministrazione civile, hanno ordinato che a tutti quelli che hanno finito il ventesimo anno della loro età, non manchi il modo e la via di potere tale desiderio ottenere. Questa cosa procede in tale manie- ra. Innanzi al quarto dì di decembre, che è il giorno di santa Barbara, tutti quelli giovani che vogliono ac- quistare facullà di potere andare al Consiglio, vengono dinanzi ai detti Avvocatori di comune, e a quelli mo- strano che hanno finito il ventesimo anno della loro età, e che sono legittimi figliuoli di colui del quale dicono essere nati. La qual cosa procede nel modo detto, e se ne tiene dal detto magistrato pubblica me- DI VENEZIA. 3l7 moria. Di questa manifestazione dell' età e dell' esse- re legittimi figliuoli de' padri loro, ciascuno giovane dal secrelario degli Avvocalori ne piglia una cedola suggellata da tutti tre gli Avvocalori. La quale poi si porla al secrelario della Quarantia criminale, il quale in polizze scrive i nomi di coloro che gli hanno por- tale le dette cedole. Il giorno poi dì santa Barbara con le sopraddette polizze ne va dinanzi al Principe e Con- siglieri (della Quarantia, e de'Consiglieri lungamente nel suo luogo parleremo), e alla presenza loro tutte le dette polizze in una urna si mettono, e notale che di tulli quelli, i nomi de' quali sono scritti, ne deve rimanere il quinto, se trentanno è più che il quinto, se fosse meno, ne deve rimanere trentanno. Onde appare che il mag- gior numero che ne possa rimanere è trentauno. Metto- no adunque in un' altra urna tante ballotte argentate, quanti sono i nomi i quali nell'altra urna furono messi. E tra queste argentate, tante ne mettono dorate, che fac- ciano il quinto di quelli giovani, se trentanno è più che il quinto, e se è meno, ne mettono trenlauna. Sono poi dal Doj^e tratte a sorte le polizze dalla prima urna. E to- sto che una polizza è tratta, si legge il nome che è in essa scritto, e dall' altra urna si trae una ballotta, la quale, se è dorata, s' intende costui avere arquislato autorità di potere andare al Consiglio a ballottare, per usare i termini nostri, cioè rendere i sufìfragii, o vera- mente rendere il parlilo, siccome dite voi. Se è argen- tata, non ha fatto profitto alcuno, e gli conviene aspet- tare r altro anno. Traggonsi poi l'altre polizze di mano in mano, e dopo le [)olizze le ballotte, e si seguila il me- desimo ordine, tantoché tutte le ballotte dorate siano 5 l 8 DELI-A REPUBBLICA E MAGISTRATI tratte, e quelli che P hanno sortile, possono andare al gran Consiglio e ballottare. Solevano anticamente an- dare al Consiglio due anni prima che cominciassero a ballottare. Oggi non s'osserva più tal costume. Tutù gli altri che le hanno tratte argentate, sono costretti star pazienti insino all' altro anno, se già prima non finissero il veutesimoquinto anno, ed avendo una vol- ta provato F età, non è poi necessario, a chi vuole nei seguenti anni tentare la sorte, provarla un' altra. Sola- mente bisogna pigliare dal segretario degli Avvocatori di comune la fede di tal prova e seguitare l' ordine det- to. Ne' travagli della repubblica, abbiamo usato di con- cedere tale onore di potere andare al Consiglio e ren- dere i suffragii a quelli della sopraddetta età che con le loro ricchezze sovvengono a' pubblici bisogni. Sic- come è in questo presente anno intervenuto, nel qua- le hanno i nostri padri connumerato nel Consiglio tutti quelli, i quali non potendo per la età in quello entra- re, hanno donato alla repubblica certa quantità di da- nari, o prestatone una maggiore, la quale debbe esse- re poi restituita loro senza alcuna utilità. Tengono a- dunque per queste due vie i giovani a potere entrare nel Consiglio grande. La qual cosa s'è utile o no, non voglio ora che disputiamo. Gio. Certamente io credoche ella sia utile. Perciocché cosìcome non poco è lodato in un vecchio l'aver sanoe ro- busto corpo, cosìin un giovane la prudenza senilemerila grandissime lodi 5 la qualeigiovani non possonoacqulsta- re,se presto non cominciano ad esercitare quelleartinelle (]uali ella s'impara. Ma seguitate il ragionamento vostro. M. Trjf. Io non voglio lasciare di dire che se egli DI VENEZIA. 519 avviene che 11 padre e Tavolo (V alcuno non siano mai andati al Consiglio, né de' nomi loro per qual si voglia cagione, come per assenza o allro, o col provare la età nel modo sopraddetto, non sia stala presa pubblica me- moria 5 non può costui andare al Consiglio e render i suffragli. Ma volendo ottenere tale dignità è costretto ricorrere agli Avvocatori e mostrare loro in quelli mo- di che egli può che i suol maggiori sono stati gentiluo-. minij e che perciò egli deve essere ricevuto nel nume- ro degli altri, e gli Avvocatori deono intromettere la causa sua alla Ouarantla criminale, la quale deve giu- dicare se colui ò o non è gentiluomo. 11 quale poi è tenuto seguitare il giudizio di quella. Ma perchè alcu- no, che non sia nato di gentiluomo, confidando nel- l' inganno, non ardisca tentare simile impresa, è ordi- nato che ciascuno che tal giudizio chiede, de[)osltl cin- quecento ducati, i quali, se ha contro la sentenza, non gli sono restituiti. Ora voi avete veduto chi siano quel- li che convengono nel nostro gran Consiglio. Resta ora che trattiamo del modo dell' eleggere i magistrati. La qual cosa noi dicemmo tutta essere in potestà del gran Consiglio. Perciocché in quattro cose dicemmo consi- stere la pubblica amministrazione, nell' elezione dei magistrati, nell' introduzione delle leggi, nella delibe- razione della pace e guerra, e nelle provocazioni. E la prima dicemmo interamente dal gran Consiglio depen- cr non lasciare cosa alcuna io dietro, entratji in (questa sala per due [torte prinri- pali. Una dello quali è posta nella faccia minore, che r a sinistra di chi guarEZrA. 027 ro dì millecinquecento in milleseicento. Perciocché i gentiluomini, che nella sala si ragù nano, fanno quasi il detto numero. Similmente in queste medesime ur- ne sono mescolale sessanta ballotte dorate, trenta per ciascuna. Neil' urna di mezzo sono sessanta ballotte, trentasei dorate e ventiquattro argentate. Ragunato che è adunque tutto il gran Consiglio, e che ciascuno è* posto a sedere, e la sala al debito tempo serrata, il gran Cancelliere ne va nel più propinquo de' due per- golelti, i quali sono nella faccia non fenestrata della sa- la, sopra il secondo grado delle panche che sono con- tigue alla detta faccia, e corrispondono quasi al mezzo della sala, l' uno poco lontano dall'* altro. E da questo luogo legge tutti i magistrati i quali si devono in quel giorno creare, e bisognando mettere parte alcuna, egli, senza nominarle, dice simili parole : e' si metteranno le parti che bisognano. Dopo questo ritorna al tribunale, e quindi chiama gli Avvocatori, i capi de' Dieci, i Cen- sori, gli Auditori vecchi e nuovi. E posciachè sono ar- rivati, il detto gran Cancelliere li fa dare giuramento «li far conservare le leggi del Consiglio 5 nelle quali si contiene che ciascuno segga, che ninno muti banco, se ijon nel tempo convenevole, che ninno cerchi per al- cuna via non onesta ottenere egli magistrato alcuno, o favorire altri, e molte altre cose particolari. Dato il giuramento, i sopraddetti magistrati ritornano a sedere a' luoghi loro ; dopo questo, si levano in piedi tre Con- siglieri, i più giovani. Il più veccliiu de"^ quali si posa a sedere dinanzi all'urna di mezzo ^ P altro dinanzi al- l'urna che è a destra del Doge j il terzo, che è il più :^iovane di tulli, dinanzi a quella che è a sinistra. Quc- 528 DELLA REPUBBLICA E MAGISTRATI sti due estrerai seggono nelle teste di quelle due pan- che, sopra le quali noi dicemmo sedere il gran Cancel- liere e gli altri ministri. Quello di mezzo siede sopra una panca, che attraversa il tribunale del Doge, sopra ki quale si posano a sedere gli elettori come toì inten- derete. Traesi poi per sorte qual banco debbe venire prima al cappello, e da che testa, e da che lato deve prima cominciare, in questa guisa. Mettonsi in una ur- na dieci ballotte argentate, cinque delle quali sono contrassegnate con caratteri numerali, tal che in cia- scuna è uno di quelli che significano i primi cinque numeri, cioè quello dell'uno, o del due, o del tre, o del quattro, o del cinque j e quello che è nell'una, non è nelP altra notato. Appresso è scritto in ciascuna : testa di verso broglio, e lato di verso san Gioigio. Nelfal- tie cinque sono segnati i medesimi caratteri, ma non hanno già notate le medesime parole. Perciocché in- vece di quelle che abbiamo dette, si legge in ciascuna : tesi a di verso Castello, s lato di verso san Marco. Traesi poi a sorte una di queste dieci ballotte. La quale mostra qual banco deve prima venire al cappello, e da che te- sta, e da che lato deve cominciare. Perciocché se in es- sa si trova segnato il carattere, poniamo dell'uno, e vi si legga testa di verso broglio, e lato di verso san Giorgio, s' intende il primo banco essere chiamato, ed avere a cominciare andare al cappello dalla testa che è di ver- so broglio- e dal lato che è di verso san Giorgio 5 cer- casi poi nel cappello della ballotta, che è compagna a questa tratta: cioè quella che ha il carattere dell'u- no, e le lettere che dicono testa di verso Caste' lo, e lato di verso san Marco. Perciocché essendo il primo DI VENEZIA. 529 banco slato una volta chiamato al cappello, non può la seconda venire. Traesi poi a sorte un'altra di quel- le ballotte, che mostra qual banco de^c poi venire al ca[)pello, e così di mano in mano si seguita di trarre, e di chiamare i banchi, tanto che tutti gli elettori sia- no fatti. E notate che qualunque volta un banco è chiamato, ne vengono due, che sono quelli de' quali egli è composto^ e nelle ballotte sopraddette sono chia-' mali lati. E ciascuno viene a quell' urna delle due e- streme che li corrisponde, sì come dinanzi fu dclto. Viene adunque nel modo detto ciascuno gentiluomo di quel banco che è chiamato alla sua urna : e di quel- la trae una ballotta; la quale se è argentala, la mette in un'altra urna posta in terra a' pie' di quella onde si traggono le ballotte, e ritorna al luogo suo, senza avere fatto profitto alcuno. Se è dorata, la porge in mano al Consigliere che siede dinanzi a quelPurna, e ne va al- l'urna di mezzo, dalla quale ancora trae una ballotta, e se ella è argentata, poscia che egli l'ha presentata al Consigliere che siede quivi dinanzi, ritorna medesima- mente al luogo suo. Ma se è dorata medesimamente la porge al detto Consigliere, e s' intende costui essere uno degli elettori del primo ordine, ciò'; della prima mano, ed è posto a sedere sopra quella [lanca che noi dicemmo attraversare il tribunale del Doge, con la fac- cia volta a quello. 11 che è ordinalo acciocché ninno con cenni o altro si possa a lui raccomandare. Oltre a questo il nome suo è da un segretario [)ronunciato, ac- ciocch^ tutti quelli della sua tlimiglia, ed olire (juesti se avesse suocero e cognati, che sono quegli a' quali egli fa contumacia, cioè dà divieto si come dite voi, senta- 33o DELl.A. REPUBBLICA E MAGISTRATI uo che uQ di loro è rimaso elettore nella prima mano. Sta costui e gli altri di mano in mano a sedere insino a che tutti i compagni siano tratti, dando sempre il più onorato luogo al più vecchio. E se per sorte avvenis- se, che nel trarre i primi nove ne venissero tratti due d'una medesima famiglia, il secondo si riserba per la seconda mano, e si prende in luogo suo quello che vie- ne prima tratto. E tulti quelli della loro famiglia e gli altri sopraddetti non possono più il giorno andare a cappello. Perciocché per legge è provveduto che tutte quattro le mani, le quali abbracciano trenlasei elettori, non ne possono avere più che due d' una medesima famiglia. Ne possono essere questi due in una medesima mano elettori, ma uno in una, l'altro in un'altra. Tal- ché lutti i nove d'una mano bisogna che siano di nove famiglie diverse. Dopo questo, al più giovane di essi è presentata da uno de'secretarii una cedola, dove sono scritti per ordine tulti i magistrati, i quali devono il giorno creare, acciocché ella non si possa contraffare in modo alcuno, e col pubblico segno sugellata. Danno poi giuramento di eleggere quegli, quali essi giudichino es- sere utili alla repubblica, e per la più propinqua porta ne vanno fuori della sala in una stanza a loro determi- nata. E chiamansi questi primi nove elettori, la prima mano. Passi poi la seconda, la terza e la quarta mano nel medesimo modo. E tutte V una dopo l'altra, tosto che elle sono fatte, si ritirano con le cedole date loro, come abbiamo detto, nelle stanze a ciascuna deter- minate. Gio. In tutta questa azione che avete narralo d'in- torno al far degli elettori, è necessario che mi risoh ia- DI VENEZIA. 35 I te quattro dubbil. Il primo de'quali è questo. Voi di- ceste che in questi due cappelli si mettevano d'intor- no a mille cinquecento ballotte, non a numero ma a vista, sì come noi diciamo. Io credo che possa avve- nire che nel fine deiPullimo banco restino ancora-del- ie ballotte doratele delTargentale non ve ne siano tan- te quanti sono i gentiluomini che hanno ancora a ve- nirv' al cappello. Di che mi pare che possa nascer che quelli che vengono da ultimo, vengano con troppo dis- avvantaggio. Perciocché le dorale potriano essere trat- te, essendo col numero nelle bianche non convenevo- le rimase. E però ditemi se avete in questo caso or- dine alcuno. Il secondo, se avete provveduto che un gentiluomo non [)Ossa venire al cappello per altro banco che per il suo. Perciocché potrebbe alcuno quando ritorna a sedere porsi in uno di quelli ban- chi che non fosse slato chiamato. Il terzo, se avete or- dinazione alcuna, per la quale nel trarre le ballotte sia impedita la fraude: perchè potrebbe alcuno aver in mano una ballotta dorata, e quella poi trarre. L'ultimo è che differenza voi fate che un banco cominci a ve- nire al cappello prima da un lato che dalPaltro. Per- ciocchr* amendue potriano in un medesimo tempo co- minciare, avendo a venire ciascuno a quel cappello che gli corrisponde. II che n(jn possono agevolmente fare le tesi e. Perciò vorrei sapere da che cagione so- no stati i vostri padri indolii ad ordinare che i banchi comincino a venire al cappello [>rima da un lato che dall'altro. M. Trif.Yoi avete prudentemenle dubitalo, ed io chiarirò brevemente tulti i vostri dubbii, E quanto a 532 DELLA REI'L^BLICA. E MAGISTRATI quello, di che prima dubitaste, tutto quello che dite è vero. E le più volte avviene, che non solamente quelli che seggono nell'ultimo banco chiamato, hanno mi- gliore sorte che gli altri, ma ancora quelli che in que- sto banco sono gli ultimi a venire al cappello. Laonde quei Consiglieri che seggono dinanzi ai cappelli, veden- do appressarsi il fine delF ultimo banco, guardano se le ballotte argentate corrispondono al numero di quel- li i quali ancora hanno a venire. E vedendone manca- re, ve ne mettono tante, quante pare a loro che ve ne manchi, e vedendo esser vene troppe, ne traggono quan- te giudicano essere superflue. Che un gentiluomo non possa venire al cappello, se non per il banco suo, è provveduto per una legge che abbiamo, la quale pone gravissime pene a chi muta banco, da che egli si pone a sedere insioo a tanto che le mani degli elettori siano tratte. Dopo la creazione loro può ciascuno, secondo che gli piace, mutar banco. Usiamo ancora serrare, quando i banchi sono pieni, certi uscioli che sono nel- le teste di quelli, e non gli apriamo se non quando un banco è chiamato, e tutti i banchi hanno questi uscioli eccetto quelli che sono lungo le due faccie maggiori. Il che è ordinato, perciocché essendovi, irapedirebbo- uo il passare amministri, ed ad altri che continuamente bisogna che entrino ed escano della sala: e particolar- mente a'gentlluomlni che ritornano a sedere, poi che al cappello sono andati, i quali tutti ritornano per gli spazli de' due banchi detti, ciascuno per quello che è nda mano, non già sempre nella terza e nella quar- ta. Perciocché eleggendosi alcuna volta di quelli ma- gistrati che non possono avere più che due competi- tori, e questi essendo nominati nella prima e seconda mano, è forza che alcuni nominatori nella terza e quar- ta mano restino senza nominare. Colui adunque in queste due mani, che trae di quelle ballotte dov'erano segnali i numeri a' quali non corrisponde voce, cioè magistrato al'uno, resta senza nominare. Ma non è pe- rò del lutto vano l'essere elettore, ancora che per sorte non abbia ottenuto facoltà di nominare. Percioc- ché avendosi a ballottare i nominati Ira gli elettori nel modo detto, chi non ha la sorte di nominare, può al- meno accettare o ricusare i nominali. E notale che se in alcuna di queste mani nascesse tra gli elettori qual- che difficoltà, come sarebbe se alcuno di loro elegges- se uno del quale si dubitasse se potesse esser ballottato, deve un Avvocalorc ed un capo de' Dieci andare nella stanza dov'è quella mano degli elettori, e determinare la loro dilìlcultà. Creati adunque che sono i competi- tori de'magislrali nel sopraddetto modo, gli elettori non GkuìuoUì. ao 558 DELLA. REPUBBLICA E MAGISTRATI possono più tornare nella sala del Consiglio. I Consi- glieri, i capi de'Dieci egli Avvocatori ed i Censori, se abnno di loro fosse stato elettore, possono ritornare in Consiglio. I segretarli adunque degli elettori presentano al gran Cancelliere le cedole, dove sono scritti i magi- strali, e di sotto a ciascuno d'essi competitori scritti con tutte quelle circostanze che noi dianzi narrammo. E notate, che siccome di ciascun magistrato possono essere, o quattro, o due competitori, secondo ch'essi o in tutte le mani o in due sole s'eleggono, così ancora in tutte le mani d\in magistrato solo meno che quattro competitori possono essere eletti, cioè tre, due ed uno, e nelle due, meno che due, cioè uno. Perchè può mol- to bene avvenire, che un medesimo gentiluomo sia no- minato in più mani che in una, ed alcuna volta in tut- te le quattro, ed in ambe le due. E quando ciò avviene, ancora che egli non abbia competitore, deve non- dimeno essere ballottalo. Perciocché essendo elet- to in diverse mani, pare che di se stesso sia competito- re. Ma poniamo che a un medesimo magistrato in cia- scuna mano sia eletto un competitore, guardasi s* al- cuno di loro patisce contumacia, come potria acca- dere per non essere passato il tempo che si richiede dopo alcuno magistrato al poterne un altro ottenere, per essere in magistrato alcuno de' suoi che lo faccia contumace, per avere pubblico debito e simili cose, delle quali si tiene pubblica memoria, in tal modo che in poco di tempo chiaramente tal cosa apparisce. Quegli adunque che sono trovati patire contumacia, non possono essere ballottati, e se di quattro com- petitori tre fossero contumaci^ quello solo che resta DI VENEZIA. 559 ilmanenrlo senza conipelitore, non può essere bal- loltato. Tal che voi potete pigliare questa regola ge- nerale^ che chiunque in una sola mano è eletto e non ha competitore, non può andare a partilo ed ottenere il magistrato. Talché se d' un miigistrato sono stati eletti tre competitori, uno de"' quali sia stato nominato in due mani e ciascuno degli altri in una, quando que- sti due, ciascuno de' quali ò stato eletto in una mano, abbiano contumacia, può colui che fu eletto in due mani, non avendcj altro impedimento, senza competi- tore andare a parlilo per la ragione che abbiamo già delta. Legge adunque il gran Cancelliere tut'i i raagì- slrati con i loro competitori con queir ordine e cun quelle circostanze che abbiamo dette. Dopo questo, cominciando dal principale propone i suoi compelilo- ri, e prima quello che fu nominato nella prima mano, notando ancora se fosse stato nominato in alcun' altra mano. E acciocché particolarmente ogni cosa sappiate, legge il nome di quelli il gran Cancelliere in questa guisa: Ser Andrea Grilli, poniamo, che fu podestà di Padova, piezo ser Giorgio Comari, che fu di ser Pie- tro nella prima mano. Nella seconda ser Andiea Grilli, che fu podestà di Padova, piezo s?r Dominico Trevi- sano, e similmente si replica il nome dell' eletto tante volte, in quante mani egli è slato preso. E letti che lia lutti i competitori, quelli che sono stati pronunzia- li con tutti quelli delle case loro, ed altri che si danno divieto, come voi dite, l'uno all'altro, escono della sala, e ritirati in un'altra stanza, quivi aspettano tanto che siano andati a partito. ÌVIa tosto che questi sono fuori della sala, il detto gran Cancelliere con alta voce ricor- ù\o LEl.LA REPCBBLICA E MAGISTRATI fla a lutti che ciascuno per legge umana e divina è tenuto favorire quello che egli giudichi essere il mi- gliore di tutti, e più utile alla repubblica. Dopo c|ue- sto nomina il primo competitore. Allora alcuni gio- vanetti destinali a tale officio co' bossoli vanno racco- gliendo le ballotte, le quali son tutte di panno lino bianco : ma i bossoli sono doppii, e V uno è bianco, l'altro verde, il verde di fuori, il bianco di dentro. E nel bianco quelli che l' accettano mettono le ballotte, nel verde quelli che lo ricusano. Sono i bossoli in tal modo fabbricati, che niuno può vedere in qual di loro sia lasciata la ballotta. E perciocché la sala è grande, né accadere può che non vi sia qualche strepito, i detti giovanetti, mentre che ricolgono le ballotte, vanno re- citando il nome di quello che si ballotta. Raccolto che lianno quei giovanetti le ballotte, le portano al tri- bunale del Principe, e quelle del sì si mettono in un va- so bianco, quelle del no in un vaso verde. Sono poi annoverate quelle del sì da' Consiglieri che sono alla destra del Doge, e quelle del no dagli altri Consiglieri che sono alla sinistra. E se cjuelle del si sono meno che la metà di tutte, non ha costui ottenuto cosa al- cuna j ma s'elle sono più, s' intende potere ottenere 11 magistrato, e però si nota di quanto numero elle pas- sano la metà. Ballotlansi poi gli altri competitori, pro- luinciali di mano in mano dal gran Cancelliere mentre che i suffi-agii dell' antecedente s'annoverano nel mo- do detto. E colui le cui ballotte del sì vincono con mag- gior numero la metà che quelle degli altri competito- ri, è quello che s' intende avere ottenuto il magistra- le. Sono poi notificali dal gran Cancelliere i competi- DI VENtZIA. 34 l Unì del secondo ruugislrato, ed i pronunciali con que- gli a' quali eglino danno divieto, escono delia sala, e quegli alili che prima erano usciti rilornano, e si se- guila il medesimo ordine in tulli gli alili, E poscia che tulli i magistrali sono creati, notifica il gran Can- celliere quelli che gli hanno ottenuti, facendo loro co- mandamento che si presentino dinanzi a' Censori, ai quali deono dare giuramento di non avere operalo cosa alcuna contra le leggi per ottenere i magistrali. E fatto questo licenzia il Consiglio. Dov'è ancora da notare che cjuando ninno competitore d'alcun magi- strato superasse la metà de^suflragii, non s' intende al- cuno avere ottenuto il magistrato. E perciocché per legge antica il gran Consiglio bisogna che finisca in- nanzi al tramontar del sole, se pur sorte lutti i com- pelilori allora non sono andati a partito, si recitano quelli che hanno insino a quel punto ottenuto i magi- strati. E quelli che avevano andare a partito, si la- sciano indieiro, talché essi non vengono a godere il l>L'nericio di quelli che gli avevano nominati conipeli- tori. Perciocché nella seguente giornata si rifanno altri competitori. Cosi fatto é il modo che noi osserviamo nella elezione de' magistrati ; nella cui narrazione io sono stato alquanto lungo per non lasciare cosa alcu- na indietro. Né anco so se in questo avrò soddisfatto al desiderio mio. Ma tal cosa n)i sia chiara e manife- sta, se voi ne sarete slato in tal modo ca[)acc, che poco abbiate da dubitare. Gio. Quantunque voi diligentemente abbiate trat- talo questa materia, voglio pure due cose da voi in- tendere, le quali sono  sapere. Ma ditemi se quelli che sono eletti nominatori, possono essere nominali o F uno dall' altro, o ciascuno da sì stesso. M. X^rif' Ciascuno che è nominatore, può essere no- minato non solamente dagli altri nominatori, ma egli slesso ancora si può nominare. E però il gran Cancel- liere, quando recita il nome d' alcun competitore, che da sé stesso si sia nominato, lo pronuncia in questo modo: Ser Andrea Grilli (poniamo) tolto nella prima mano da se medesimo, con 1' altre circostanze. E ve- ramente mi pare assai ragionevole che chi può nomi- nare altri possa ancora nominare se medesimo, quando egli creda potere ottenere il magistrato. Gio. Se io ho bene notalo lutto il vostro parlare, voi non avete ancora detto quanto numero di gentil- uomini sia necessario al Consiglio grande. M. Tr'ìf. Voi dite il vero. E se non me lo ricorda- vate, wiòu mi sarebbe tal cosa nella mente caduta: on- de potete comprendere quanto sia utile in tali ragio- namenti la prudenza del ilomandatore. Dico adun(]uo che, ([uarilo a[)partiene alla creazione de' niagislrati, non si ilcerca numero detern)inalo. Ben ò \ero cìie rade volle avviene che la ijla non sia piena. Ma quan- 544 DELLA REPUBBLICA E MAGISTRATI (lo s* avesse a tialtare altre faccende, coin' è creare nuove leggi, terminare qualche sentenza, come rnegìiu di sotto intenderete, non può esser alcuna di queste cose eseguita, se i gentiluomini che si trovano in con- siglio, non aggiungono al numero di seicento. E so quattro consiglieri non vi sono presenti, non si può né creare officii, ne alcun' altra cosa trattare. Gio. Tutto quest'ordine che del creare i magistrati avete trattato, puossi egli con alcuna fraude corrom- pere, tal che per il mezzo delle ricchezze o dell'amici- zia o d'altri modi straordinarii possa alcun gentiluomo ottenere i magistrati? AI. Trif. Io avviso quello che voi volete dire, ma non essendo ancora venuto il luogo suo, non vi ri- sponderò altro. Il tutto intenderete quando noi par- leremo de'Censori. E se a voi non resta altro a do- mandare d'intorno al Consiglio grande, a me non re- sta altro a dire. E d' alcune a/.ioni particolari che so- no pure al Consiglio appartenenti, ne' luoghi più a quelle accomodati tratteremo. Lasciato adunque il fon- damento e la base di questa nostra repubblica, salire- mo un grado, e. se a voi piace, tratteremo del Consi- glio de' Pregati, il quale dietro al Consiglio grande suc- cedo, siccome voi dinnanzi intendeste. Gio. Poscia che tutto quello che appartiene alla considerazione del Consiglio grande avete esplicato, qualunque volta egli vi piaccia, potete al Consiglio de' Pregali passare. Perciocché di quanto avete insino a qui detto grandemente soddisfatto ne resto. Ne mi viene alla mente cosa alcuna della quale mi bisogni al- tramente certificare. m VENEZIA. 345 M. Trìf, II Consiglio de' Pregali siccome fu, non è molto, in parie dichiaralo, .'; un de' prlricipali membri della repubblica nostra, li quali noi dicemmo essere quattro, il Consiglio grande, il Consiglio de' Pregati, il Collegio, il Doge. PcrcioccliL- in questo si trattano e determinano tulle le faccende grandi. Comprendeva questo Consiglio ne' tempi antichi solamente sessanta.. Cominciarono poi ad aggiugnere quando venticinque, quando venti, tanto che linalmenle fu determinalo che a quelli si facesse un'aggiunta d'altrctlanti. La cagio- ne di fare questa aggiunta fu, credo, la grandezza di molte faccende, che in quei tempi quando fu trovalo tal ordine si trattavano, acciocché convenendo ma^^- gior numero di gentiluomini alla consultazione e deli- berazione di quelle, fossero ancora meglio disputale e deliberate, siccome intervenne nella ribellione di Can- dia, tenendo il principato Lorenzo Celso, doge la in. Furono allora aggiunti a' Pregali venticinque. E poco innanzi, per concludere una pace col re d' Un'^aria essendo Doge Giovanni Delfino, fu fatta un'aggiun- ta d' allreltanli. Nella guerra poi di Padova, e molte altre volte per altre cagioni, fu fatto ilsimiglianle, tanto che si pervenne in consuetudine di creare ogii'anno a' sessanta Pregati un' aggiunta di venti. Al tempo poi di Michele Steno, doge lxui, crebbe questa aggiunta insino a quaranta. Ullimamenle nel i)rincipalo diFran- ( esco Foscaro si pervenne insino a sessanta. E no- tate, che nel numero de' sessanta Pregati non pos- sono essere più che tre d'una medesima famiglia, nella giunta poi ne può essere insino in due di quella medesima. E se in quelli ne fossero due, in questa ne 546 DELLA REPUBBLICA. E MAGISTRATI possono essere tre. Abbraccia adunque il Consiglio dei Pregati questi centoventi che abbiamo raccontali, ed oltre a questi molti altri Consigli e magistrati. Alcuni de' quali hanno autorità di mettere ballotta e di ren- dere il partito siccome voi dite: alcuni altri non han- no tale autorità, ma per fargli più reputati è concesso loro questo onore d' intendere le faccende della re- pubblica. Quelli che entrano nel Conslgho de' Pre- gali e mettono ballotta, per usare i termini nostri, so- no questi j il Doge, i sei Consiglieri, il Consiglio dei Dieci, gli Avvocatori, lutti i Procuratori, i quali al pre- sente sono ventiquattro, i quaranta giudici criminali, i tre Consiglieri da basso, i due Censori, i quali poscia che hanno fornito il magistrato entrano il medesimo tempo in Pregati con autorità di mettere ballotta. I tre sopra gli atti di Sopraga^laldi, i quali fornito il ma- gistrato entrano un certo tempo in Pregati e rendono il partito, i tre Governatori dell' entrate, i tre Signori alle biade, i quattro Signori al sale, i tre Camerlenghi di comune, i tre Signori alle ragioni vecchie, i tre alle ragioni nuove, i tre Provveditori di comune, i tre Si- gnori all' arsenale, i tre Provveditori sopra le camere, i tre Provveditori ai dieci ofhcii, i tre Cattaveri. Quelli che entrano in Pregali e non rendono il partilo, sono questi; il Collegio dei savii, i tre Provveditori sopra le acque, i dieci Savii, i tre s :)pra la sanità, i tre sopra i dazii, e Provveditori sopra il Cottimo d'Alessandria, i dodici sopra a quello di Damasco, i dodici sopra Lon- dra. Tutti questi, che abbiamo raccontati, sono quelli che fanno il Consiglio de' Pregali. DI VENEZIA. 347 /^ • javrei desirlerio d' intendere qualche cosa di Ques''"^§'^*'^^'' ^^ ^ ^^' paresse a proposito. ]^j[ rif. Io non vi dirò altro di questi magislratij pg,,^;jchè fale materia non è necessaria alla nostra jj^fizione, che è solamente di narrarvi tutte quelle co- sale quali Io stato universale della città risguardano. £j perciò seguitando il proposito mio, sono i Pregati in tal modo chiamali, secondo che molti dicono, per- ciocché anticamente erano ragunati da'puhblici mini- stri, e quasi da quelli pregati che venissero a consul- tare e deliberare le pubbliche faccenrle. Creansi i Pregati, cioè quelli primi sessanta i quali propriamente si chiamano Pregali, nel Consiglio grande, come gli altri magistrali, nel modo sopraddetto. E ogni giorno se ne creano sei. E tanto innanzi cominciano a crearli, che al principio d' ottobre tutti sono creali, ed allora pigliano il magistrato. La giunta degli al! ri sessanta è creata nel medesi- mo tempo dal Consiglio deTregati vecchi, e dal Consi- glio grande in questo modo. Il giorno di san Michele, che è il penultimo di settembre, si raguna il Consiglio de'Pregati vecchi, dove ciascuno che rende i suffragii, nomina quello che egli vuole che sia della giunta- Tut- ti i nominati sono scritti j l'altro giorno poi si chiama il Consiglio grande. Ed in una urna sono messi i no- mi di coloro che furono da' Pregali nominati, i quali poi, letti che sono da uno de'segretarii, a sorte dell'ur- na r uno dopo r altro traiti, nel Consiglio grande si bal- lottano. E colui che ottiene più che la metà de' suf- fragii, nella Giunta è connumerato. Gio. Non poi ria essere che di quelli che si ballot- \ 548 DELLA nEPUBBLICà E MAGISTRAT tano, non fossero tanti approvati che facess -i ..„ mero intiero della Giunta? 77/. Trìf. Certamente sì:e quando ciò avvler^ u^^, che rade volte, quelli che mancano, i quali sono,,^-,. pre pochi, ne' seguenti Consigli si creano nel ra>:j,^ che abbiamo detto. E questo medesimo s' osserva quai do i sessanta Pregati non venissero tutti al tempo me- desimo creati. E tornando al proposito, gli altri magi- strati che sono in questo Consiglio compresi, non im- porta in che tempo siano creati. Perciocché quando i Pregati devono pigliare il magistrato, quelli i quali eser- citano i detti ufficii, sono con essi insieme nel detto Consiglio connumerati. E se il loro magistrato termina prima che i Pregati forniscano il loro, i successori en- trano nel luogo di quegli. E perchè il Consiglio de' Pregati non dura tanto che questi magistrati vi forni- scano li tempo determinato agli ufficii loro, sono poi compresi nel Consiglio de' Pregati che succede. Abbia- mo ancora usato ne' bisogni della repubblica concede- re facoltà di venire nel Consiglio de' Pregati a quelli che con le loro ricchezze porgono aluto alla repubbli- ca, prestando quella somma di danari che è loro dalla legge determinata. La quale ancora pone termine al tempo che essi devono godere quell' onore, acciocché se i loro danari sono prima restituiti loro, essi abbiano ancora questo vantaggio d' entrare quel più nel Con- siglio de' Pregati. Perciocché ordinariamente possono venire in questo Consiglio insino a tanto che essi riab- bino i prestati danari. Non è già dato loro autorità di rendere 1 sufFrngii, solamente devono trovarsi in detto Consiglio, dove non fanno altro che intendere le fac- DI VENEZIA. 5 }9 cende e travagli umani. Questa consuetudine mi pare che si possa in qualche parie, se non in lutto, lodare. Perciocché la repubblica per via d' essa viene in due modi a guadagnare. Primieramente ella si serve de' danari di costoro. Ed essendo questi le più volle gio- vani, cominciano tosto ad acquistare esperienza e farsi valenti uomini. La qual cosa quanto sia utile alla re- pubblica niuno credo che ne abbia dubitazione. Ra- gunansi i Pregati qualunque volta piace al Collegio nel modo che presto intenderete . Concedesi ancora il Consiglio de 'Pregati a" magistrali, quando vogliono al- cuna legge confermare, agli Avvocatori, quando voglio- no introdurre una causa in detto Consiglio. E quando si devono ragunare, il suono d' una campana lo dimo- stra. Usiamo ancora mandare ad invitarli per i pub- blici Comandatori. Ne possono pigliare parte alcuna, per usare i termini nostri, cioè non possono fare al- cuna deliberazione, se quattro Consiglieri non vi sono presenti, e di loro, cioè di tutti quelli che rendono i 8uf}ragii,non vi se ne trova sessanta 5 ma rade volte av- viene, clic non vi se ne raguni molto maggior numero. Tratlansi in questo Consiglio tutte le faccende grandi della repubblica, comesono le deliberazionidelle guer- re, delle paci, delle tregue, de' patii, i modi del prov- vedere danari per i bisogni della repubblica. Ma co- me queste faccende si trattino, allora sarà manifesto quando del Collegio ragioneremo. Le leggi ancora si confermano in questo Consiglio, le quali prima sono trattate da quel mar^istrato a chi appartiene quella ma- teria, per conio del quale elle sono create. Questo ma- gistrato entra poi ia Collegio, e mostra l'utililà o la ne- Ciannotti. a i d5u della repubblica e magistrati cessila delle leggi, la quale introdotta, se è approvato, gli è conceduto che nel Consiglio de' Pregali le intro- duco, dove se elle sono approvate, allora sono valicìe. Dopo questo, per pubblico bando si divulgano, e cia- scuno allora è tenuto ad osservarle, ed il magistrato che le introdusse è obbligato farle osservare. Siccome non ha molto tempo che i Signori delle pompe, il qua- le magistrato provvede che la città vesta con mode- stia e si viva parcamente, crearono nuove leggi sopra il vivere e vestire 3 le quali poi confermate dal Con- siglio de' Pregati, e pubblicate con gran diligenza, oggi s'osservano. Usano ancora i nostri fare confermare al- cune leggi non solamente nel Consiglio de' Pregati, ma ancora nel grande. La qual cosa credo che sia in po- testà di quel magistrato che principalmente le intro- duce. E credo che questo s' usi fare, acciocch'^ a que- sto modo s' acquisti a quella legge maggior riputazio- ne. Siccome ancora pochi mesi sono che i Censori, il qual magistrato è stato nuovamente creato per correg- gere 1' ambizione de' gentiluomini, crearono una legge, per la quale fu vietato il congratularsi con quelli che hanno ottenuto i magistrati. Fu approvata questa leg- ge con gran favore dal Consiglio de'Pregati, ma fu poi con molto maggiore nel Consiglio grande confermata, ed oggi diligentemente s' osserva. Oltre a questo, nel Consiglio de'Pregati si fa la elezione del Capitano del- l' armata bisognando far guerra per mare, e del Prov- veditore del campo facendosi guerra in terra ferma, e di tre altri magistrati, i quali noi chiamiamo i Savii grandi, i Savii di terra ferma, ed i Savii di mare, sicco- me voi di qui a poco intenderete. Il modo dello eleg- I m VENEZIA > 55 r gere tutti questi magistrati è questo. Ciascuno de'Pre- gati nomina uno, qualunque egli vuole. E tutti quelli che sono sfati nominali si ballottano, e chi di loro ha più suffragii dalla metà in su, s'intende avere ottenu- to il magistrato. E se egli avviene talvolta che d"' alcu- no, il quale sia dai più giudicato atto a qualch' uno di quegli officii che abbiamo detti, come saria se s' aves- se a creare un Provveditore del campo, si sappia che egli non abbia caro essere eletto, ed ottenere quelle di- gnità, e perciò ninno ardisca nominarlo per non gli dispiacere, acciocché la repubblica si vaglia della suf- ficienza sua, s'è trovato modo a farlo nominare senza che alcuna nimiclzia ne acquisti. Perciocché a tutti i Pregati si comanda che scrivino in una polizza il no- me di quello a chi ciascuno vuole dare quello officio, le quali polizze poi si mettono in un'urna, e di quella ad una ad una sono dal gran Cancelliere tratte, ed i nomi di quelli che vi sono scritti tutti letti e recitati, ì quali poi vanno di mano in mano 1' uno dopo l' altro a partito, ed a quello che passa la metà de' suffragii con maggior numero è dato il magistrato. Ma quando si fa il Capitano dell' armata, colui che è stato eletto nel Consiglio de'Pregali, nel modo detto, debbe poi essere ballottato in Consiglio grande, e gli s'eleggono i com- petitori per le quattro mani, nel modo che noi dicem- mo non è molto. E chi di loro ha più suffragii della metà in su s'intènde avere ottenuto quella dignità. I Consiglieri ancora ed i Censori sonoelelti parte dal Con- siglio de'Pregatl e parte dal Consiglio grande. Il mo- do sarà manifesto quando a quelli perverremo. Io non posso, ed ancora non è convenevole dire alcune cose 352 DELLA. REPUBBLICA E MAGISTRATI in questo luogo 5 perciocché hanno maggiore ilipen- denza da quello che ci resta a dire, che da quello che detto abbiamo. E perciocché lutto quello che a' Pre- gati appartiene, pienamente è narrato, io seguiterò quello che mi resta, se altro voi prima non volete in- tendere . Gio. \y una cosa sola mi cade nella mente di do- mandarvi : voi diceste che questo Consiglio de'Pregati nel primo giorno d'ottobre piglia il suo magistrato. Avete voi ragione alcuna perchè più in questo tem- po, che in un altro cominci ad esercitare il suo of- ficio ? 31. Trìf. Di questa cosa che domandate ne pos- siamo addurre questa sola ragione. Ne' tempi passati comunemente s' usava fare guerra la slate, benché oggi, siccome voi vedete, si campeggia così i! verno come la state. Entra adunque il Consiglio de' Pregati nel principio del verno, acciocché nella state prossima, avendosi a fare guerra, abbiano notizia delle faccende che corrono, e siano pratichi in quelle, laddove se quel- li che sono compresi in tale Consiglio pigliassero il loro magistrato, poniamo, nel principio della state, giun- gerebbero nel principio della guerra senza pratica al- cuna delle faccende di quella, e potrebbcno nel deli- berare partorire qualche danno alla repubblica: per- ciò fu ordinalo da' nostri maggiori il tempo predetto. Gio. E mi resta pure ancora ad intendere due cose, la prima delle quali è questa, se chi è stato de'Prega- ti, o della giunta un anno, può essere l' anco seguen- te j la seconda, in che modo eglino usino i loro siifFra- gii ricorre. DI VENEZIA. 353 M. Trif. Quanto alla prima, avete ari Intenrlere che questo Consiglio non fa contumacia alcuna e perciò j)uò ciascuno essere eletto, o deTregati, o della giunta lc a tanto magistrato. E tenuto ancora fare quattro pasti l'anno in quattro tempi diversi, uno il giorno di san Stefano, un altro il giorno di san Marco, il terzo 582 DELLA REPUBBLICA E MAGISTRATI il dì dell'Ascensione, rullimo il di di san Tito. Ed lia per costume di convitare a quesli pasti gentiluomini di diverse età. Laonde al primo sono invitati oltre ai Consiglieri capi de''Ouaranta, Avvocatori e capi de'^Die- ci quelli che sono già d' età molto matura. Al secondo poi, altri di minore età, e così al terzo ed al quarto, sempre sono chiamali i più giovani di mano in mano. Il che è ordinato acciocché ciascuna età di gentiluo- mini possa di questi pubblici conviti partecipare. Ol- tre a queste cose, è tenuto ancora mandare ciascun anno un presente a ciascun gentiluomo che va al Con- siglio grande. E solevano i nostri Dogi, non molti an- ni a dietro, presentare a ciascuno cinque anitre mari- ne. Oggi presentano certa specie di moneta battuta per questo effetto, in una faccia della quale è un san Marco che porge lo stendardo al Doge, nelP altra è il nome del Doge e Panno che egli corre nel magistrato, in que- sto modo: Andreae Grìtli T^e.net. prìncipis munus. Anno IV. Ora voi avete inteso lutto quello che appar- tiene al membri principali della nostra repubblica. Per- ciocché in questi, come avete udito, consiste tutto Pordl- ne delle pubbliche amministrazioni. Ed è tra essi quella colliganza che vi abbiamo dichiarato. Resta ora che ragio- niamo delConsigliode'diecijde'Procuratori, degli Avvo- catori. delle Ouarantie e finalmente de'Censori. Ma non so se ancora questo lungo ragionamento vi ha stancato. Gio. Voi dite quello a me che più tosto dovrei io dire a voi. Perciocché io credo, che molto maggiore sia la fatica della lingua nel parlare, che quella delle orecchie nelP udire, la quale ancora molto si diminui- sce quando sentono ragionamenti dilettevoli. I DI VENEZIA. 385 M. Trjf. Egli è come voi dite. E questo stesso che dite delle orecchie, sì puote ancora della lingua afìfer- mare, ed io per esperienza oggi lo provo. Perciò che, avvenga eh' io abbia già tre ore parlato, non sento punto di stanchezza, tanto il soggetto di che noi ragio- niamo mi diletta. E veramente niuno ragionamento può recare maggiore dilettazione a quegli animi nei quali risplende qualche luce di generosità, che quello dove si tratta d'una repubblica, se non in tutto, per- chè voi non diciate che io voglia troppo lodare que- sta nostra civile amminis! razione, almeno nella maggior parte rettamente ordinata. E poscia che egli non vi grava 1' ascoltare^ io seguiterò quello che a dire mi resta. Gìo. Seguitate, M. Trifon mio caro, che non potete fare cosa che più grata mi sia. M. Trif. Come noi abbiamo detto, l'ordine lutto della repubblica consiste ne' quattro membri soprad- detti. Il Consiglio de'dieci, del quale abbiamo a par- larcj ancora che sia membro di grandissima importan- za, nondimeno è più tosto annesso che princifiale, e n)i pare che abbia grandissima simiglianza col Dittato- re che soleva essere ne' gran pericoli da' Romani crea- to. Ma dove quello si creava in alcuni tempi perico- losi, di questo la nostra repubblica mai non manca. Ed è la sua autorità pari a quella del Consiglio de'Pre- gati e di tutta la città. Perciocché egli può trattare le faccende dello slato come egli vuole, senza essere sot- to[)osto a maggior podestà. Vero è che questa autorità non è usata da quello se non in casi di grandissima importanza, ai quali per allra via non si può riparare. 5J^4 della repubblica, e magistrati Come sarebbe, deliberare rll muovere una guerra, con- rhiudere una pace, praticare una faccenda occultamen- te, mandare un Provveditore in campo con prestezza. Le quali cose, se nel Collegio si trattassero, e poi nel Consiglio de'Pregati si deliberassero, dove ragionevol- mente s'avrebbero a deliberare, non sariano forse con quelle circostanze, cioè con quel silenzio, con quella prestezza e simili cose, che il tempo ricerca, animini- stratc. E mi ricorda, essendo io ancora molto giovane, dopo la guerra che noi ( sia detto con pace vostra ) facemmo in Casentino con la vostra repubblica, che essendo venuti nella nostra città due vostri oratori, Paolo Antonio Soderini e Giovambattista Ridolfi ( se io non ho dimenticati i nomi loro), uomini, per quello che i nostri giudicarono, di molte e rare qualità ornati, per conchiudere un accordo con la repubblica nostra 5 e volendo il Doge ed il Collegio al tutto conchiudere prima che si divulgasse come il Turco metteva in or- dine un' armata contro alla nostra repubblica, che di nuovo s'era inteso, acciocché i Fiorentini intendendo tal cosa, non abbandonassero l' accordo, vedendo noi di corto avere ad essere travagliati, e non potendo tal cosa ottenere in Pregati, finalmente in Consiglio dei dieci si conchiuse. Lette poi le lettere che significava- no i preparamenti del Turco, fu da ciascuno il partito preso, lodato. Io vi ho recitato questo esempio, accioc- ché più agevolmente veggiate come fatta sia l'autorità di questo Consiglio, e di che qualità siano quelli casi ne' quali egli la suole usare. Quando in Collegio si de- libera di praticare alcuna faccenda occultamente, come sarebbe, acciocché noi ne diamo alcun esempio, se con DI VENEZIA. /\y>(j qiiallro unni due Renognilori. 1 quali noi Ciiiamlamo Sindici di mare, che vadano riconoscendo l'isole, e le terre, e castella che possiede la Repuhhllca nostra in Dalmazia, in Albania, in Grecia, e facciano finalnienle i! medesimo oflìcio, che fanno in terra fei ma gli Audi- tori nuovi. Intromettono poi questi Recognitori la cause nelle Ouaranlie secondo che ciascuna richiede, cioè le criminali nella criminale, e le civili nella civile nuova: ed eglino ancora le agitano non altramente che gli Av- vocalori le loro. Difendono adunque i Recognitori i rei, gli avversarli loro o si difendono perse stessi o per gli avvorati, come di sopra fu detto. Non si possono già agitare quelle cause le quali sono tra il magistrato ed il reo prima che il Rettore abbia fornito il magistra- to, se già egli non consentisse che la causa s"" agii asse, il che fu di sopra narrato. Gio. Possono esser queste cause, che nascono dal- le appellazioni, agitate in altri giudicii che nelle Qua- janlie? M. Trìf. Possono, ma non già tutte j perciocché solamente le civili possono esser inlromesse nel Con- siglio de' Pregati, nel modo che intenderete. Gio. In queste Quaranlie dctcrminansi altre cau- se, che quelle che ci pervengono per via d' appella- zioni ? M. Trìf. Sì: ma solamente nella Quarantla crimina- le, alla quale pervengono ancor come a giudice pri- mario le cause intere, siccome dinanzi ancora vi dissi; come sarebbe, se uno avesse patito, o nella persona, o nella roba, o nell'onore, o in altro, può costui ricorrer agli Avvocatori, e dare una quercia contro al suo av- Giant tolti. a 4 4 IO DEl.I.i. REPUBBLICA E MAGISTRATI versarlo. Eglino allora agitano la causa nel modo che abbiamo dello di sopra. Trattansi ancora in qnesla Quaraulla molle cause, le quali sono dagli Avvocalori per comandamento del Collegio ricevute. La qual co- sa procede in questo modo. Polria essere che un Ca- pitano di mare, un Provveditore, un Ambasciatore o altro magistrato non amministrasse le faccende pubbli- che, secondo che gli fosse stato commesso. In Collegio adunque dove tal cosa apparisce per le lettere e gli altri avvisi, che in quello secondo V ordine sempre si leggono, come poco fa dicemmo, può ciascuno di quel- li che v' intervengono, proporre una parte contro a quello. E se alcuno propone una cotal parte che sia non solamente privalo della amministrazione, ma che si debba presentar agli Avvocatori, e poi sia approvala nel Consiglio de' Pregali nel modo dianzi narrato, o veramente nel Consiglio de' Dieci (perciocché nell'uno e neir altro Consiglio si possono simili parti ottenere ) è tenuto costui a venire dinanzi agli Avvocatori, i qua- li gli precedono contro come reo, secondo 1' ordine che abbiamo dello. Ed agitano la sua causa o nella Ouarantia, o nel Consiglio de' Pregati, o nel Consiglio grande, secondo che pare a loro. Queste simili cause s' intendono essere ricevute dagli Avvocatori per co- mandamento del Collegio. E così fatta fu la causa di M. Angelo Trivisani, il quale essendo slato rotto in Po dal Duca di Ferrara, fu dagli Avvocatori per coman- damento del Collegio o della Signoria, che così anco possiamo dire, accusalo di poca diligenza e ne fu con- dannato. Così fatta fu ancora quella del Doge Lore- dano che dicemmo dianzi, e quella di M. Antonio I DI VENEZIA. ^o5 ranlie; In questa gli Avvocalori non solamente accet- tano l'appellazione delle cause^ ma eziandio le intro- ducono allaQuarantia, come se avvocali fossero. Quel- lo adunque che ap[)olia, se era reo diventa attore, av- venga che altramente che reo non si chiami. Ed è di- fesa da lutti gli Avvocatori, o da quel solo che ha ri- cevuto r appellazione. Quello che era nel primario giudicio attore, divenuto in questo reo, ancora che egli non muti nome, perciocché attore in ogni modo si chiama, o egli si difende per se stesso, o per gli avvo- cati : e si seguita nel medesimo modo che abbiamo nel- le altre dueOuaranlie narralo, tanto che la sentenza sia data o favorevole o contraria al reo. Intendesi contra- ria al reo, se la sentenza dal primario giudice data è confermata j favorevole se ella è tagliata 5 ma non si tor- na già al giudice primario come si fa nelle cause ci- vili : anzi in questo giudicio si determina se il danna- to merita pena alcuna, e quello abbia a patire. La qual cosa procede in questo modo. Gli A-vvocatori tosto che la sentenza del primario giudice è tagliala, mettono la parte del procedere, cioè mandano a parlilo se il reo debba patire j e se per la maggior parte s'ottiene che non abbia a patire, allora il reo s''intende essere asso- luto. Ma s'ottiene che egli meriti punizione, gli Avvo- catori, i Consiglieri da basso, ed i capi dei Quaranta propongono che pena pare loro che egli meriti 5 altri non ha autorità di proporre parti. E può accadere che tulli questi convengano in una sentenza, ed anco che siano di più pareri ; [)erciocchè ciascuno può proporre che pena egli vuole. Ballotlansi adunque tutte queste parli, e quella che ha più suflfragii, è ferma e rata, e 4o6 DELLA REPUBBLICA E MAGISTRATI seconJo quella si dee punire il reo. Avviene alle vol- te che alcun magislralo condanna alcuno ingiustamen- te, tal che se egli appella e sia poi assoluto, non vi è chi abbia a patire pena di tale ingiustizia 5 perciocché si presu[)pone che il magistrato non abbia errato con- tro a colui per malizia, ma piuttosto per opinione, o per difello del reo. Puossi bene quel magistrato difen- dere per mantenere il suo giudizio intiero, in quel modo che si difende ciascun altro. Potria essere che il magi- slralo avesse condannato colui per induzione d'ac- cusatori e testimoni falsi. Ed in questo caso questi te- slimoni, o accusatori devono essere puniti nel modo che dicemmo, quando siano comparsi. Ma se non com- [jariscono sono pubblicamente in Rialto stridati, sicco- me noi usiamo parlare, cioè è determinato loro certo tempo, nel quale deouo comparire, e non comparendo in quello, sono condannati ordinariamente, cioè sono banditi, privati de'beni, e finalmente castigati secondo che le leggi determinano che i rei contumaci siano pu- niti. E questo si osserva contro a tulli i rei, i quali ci- tali non compariscono. Molti sono i particolari, che appartengono a questi giudizii, ma non ho così ogni cosa alla memoria. Voi se avete cosa alcuna di che non vi soddisfacciate, non vi sia grave il domandare. Gìo. Se a voi non fia noioso il rispondermi, a me sarà gralissimo il domandarvi. Ditemi adunque se al- cuno appella contro ad un magistrato di quelli di fuo- ri, il quale non può comparire a difendersi, se non fi- nito il magislralo, come procede tal cosa? M. Tiif. Procede in questo modo : o la causa è Ira Tattore ed il reo, come sarebbe se uno per aver fallo DI VENEZIA. 4^5 rantla si ragurii ancora il medesimo giorno dopo desi- nare. Se la causa fusse da'cinqiianta dncallinsino ai tre- cento egli auditori ricevessero l'appellazione, s'intende la causa essere inlromessaal Collegio delle biade il quale è ordinato per le cause cosi di fuori come di dentro, da' cinquanta ducati insino ai trecento. Ed un mese ode quel- le di fuori, Paltro quelle di dentro: e si procede nel me- desimo modogliyre il reo. ma non lo possono ritenere più che tre giurai. Laonde bisognandolo esaminare, ne vanno in Ouarantla, e narrata tutta la causa, chieggono che sia data loro potestà di ritenerloj insino a chela causa sia determi- nata e d' esaminarlo con tormenti. La qual cosa è con- cessa loro, se la maggior parte de' quaranta acconsen- tono, similmente concedono il Collegio dell' esamina. Ma se la causa non è di tanta importanza che sia ne- cessario procedere con tanto silenzio e con tanta pre- stezza, usano regolarmente gli Avvocai ori domandare alla Ouarantia autorità di prender il reoj ne bisogna poi chiedere altra potestà di ritenerlo ] perchè a ciò basta che ella abbia conceduto il poterlo prendere, il che s' ottiene per la maggior parte de' quaranta. E poi conceduto il Collegio della esamina, il quale non si uicga mai concedula che è la potestà di prendere, o di ritenere il reo. Questo Collegio è composto di due Con- siglieri da basso, due Signori di notte, un capo de' Ouaranla, un Avvocatole, il quale al'a presenza loro esamina il reo. Difendesi costui con tutte quelle ragio- ni che può, adducendo testimonii, ed ogni altra cosa, che manifesti la sua innocenza. Allora se a quattro di questo Collegio pare che sia da tormentarlo, è costret- to il reo confessare per duolo de'tormenti quello, che per paura d' essi non volle dire. Fatta questa esamina e notato, dal segretario, s' usa pubblicare, cioè si dà facullà di vederla agli avvocati del reo, ed a quelli dell'avversario, se avesse particolare avversario, ed a qualunque altro la volesse vedere. Tornasi poi nella Ouarantia, e si seguita P ordine detto. Gli Avvocatoti 1)1 VENEZIA. 5are, viene alla Quarantia e fa parlare, e parla egli, se vuole, per la parte sua. L'alto- re, cioè quello che ebbe la sentenza in favore del giù- «lice priniario, si difende per gli avvocati, e per se slesso se vuole, ma ninno è che non usi l'opera degli avvocati. Questi avvocati sono cittadini o gentiluomi- ni, i quali esercitano per premio quest'arte iglieri, e con quelli rappresentare la persona del dominio veneziano. Ques'i capi e vice capi sono eletti a sorte in questo modo. Creata che è la Ouaran- tia civil nuova, la quale dopo otto mesi diventa la Oua- rantia civil vecchia, e dopo altri otto la Ouarantia cri- minale, pochi giorni innanzi cliVlTabbia a pigliare il ma- gistrato, dinanzi al Doge, e Consiglieri, e capi de'Oua- ranta, cioè dinanzi al'a Signoria, si mettono in un cap- pello i nomi di tutt'i quaranta scritti in polizze di- stintamente. In un altro cappello si mettono sedici bal- lotte dorate e ventiquattro argentate, e mescolate che elle sono insieme diligentemente, dell'altro cappello si trae a sorte una polizza, e si legge il nome che vi è scritto, e del cnppello delle ballotte se ne trae una la (juale, se è argentata, non ha cosa alcuna acquistato co- DI VENEZIA.. 4 ' 7 Sola, sufficìenle a spedire tante faccende, fu ordinata la Guarani ia vecchia al tempo di Francesco Foscaro, crealo Doge V anno mccccxxiii. La quale determinas- se tutte le cause civili così di fuori come di dentro introdotte dagli Auditori vecchi e da' nuovi. Ullima- mcnte ne"* tempi nostri è stata ordinata la Ouarantia civile nuova, che sia sopra le cause civili di fuori, e quelle di dentro si sono riservate alla Quarantia vec-' chia. Innanzi chela Ouarantia nuova fosse trovata, le cause procedevano in questo modo. Gii Auditori vec- chi come nuovi, spedivano le cause che perveniva- no a loro da trenta ducati in giù, quelle da trenta \ insino a trecento erano introdotte nel Collegio delle biade. Da trecento poi insino ad ogni numero veni- vano nella Quaranlia vecchia. E gli Auditori vecchi introducevano quelle di dentro ed i nuovi quelle di fuori. E notate che in cjuel tempo i detti Auditori vec- chi e nuovi, non solamente accettavano le intromis- sioni delle a[)pella/.ioni, ma introducevano ancora esse cause e le agitavano alla Quaranlia per quelli in fa- vor de' quali le avevano intromesse siccome usano fare gli Avvocatori alla Quarantia criminale. Nel tempo nostro i detti Auditori non fanno altro che intromet- tere r appellazioni, lasciando il pensiero d'introdurre le cause alle Quarantie achi elle appartengono j la qual cosa essendomi al presente tornata alla memoria, non ho voluto tacerlavi. (jli Avvocatori erano, siccome an- cora sono, sopra le cause criminali, le quali intromet- tevano nella Quarantia criminale come oggi ancora usano. Tanto che, siccome voi [)olete com[)rendere per quello che abbiamo dotto, non è molto variato 4l8 DELLA REPUBBLICA E MAGISTRATI questo ordine da poi che la Ouarantia nuova è trovata. D' ÌQlorno al Collegio delle biade, non ho da dirvi cosa alcuna dell' origine sua, perciocché non ho mai inteso ni letto in che tempo egli fosse ordinato, non dico in che tempi fossero trovati quei magistrati dei quali egli è composto, ma il fare quello aggregato di quei magistrali che chiamiamo Collegio delle biade. Puossi bene congetturare, che egli fusse ordinato o po- co innanzi o poco dopo la Ouarantia vecchia. Ma non voglio che noi ci distendiamo in questa cosa, non por- tando, quando ella si sappia, alcuna utilità, e quando non si sappia, molto danno. Non tacerò già che con- siderando i nostri, che per essere questi magistrati de* quali è composto questo Collegio delle biade molto nel loro otìlcio occupati, dlftlclle cosa è il ragunarlo, acciocché le cause abbiano la loro spedizione ed i li- tiganti per tal cagione non patiscano, vanno tutto il giorno pensando di creare un altro Consiglio di tren- ta gentiluomini eletti nel Consiglio grande come gli altri magistrati, che fàccia Tofficio che ora fa il Colle- gio delle biade, senza essere in altra cura occupato, e si chiama il Consiglio de' trenta. E credo certamen- te, che presto condurranno ad effetto il loro pensiero. Il che io vi ho voluto dire, acciocché voi non vi ma- ravigliate se mai sentiste non essere più il Collegio delle biade in uso. Domandate ora se altro vi resta che voi vogliate intendere. Qio. Yoi diceste dianzi, che gli Auditori tiravano certa quantità di danari da' litiganti. Ditemi ora più particolarmente che premio traggono delie fatiche loro, non solamente gli Auditori vecchie nuovi, ma gh Av- DI VENEZIA. 589 virtù della nostra amministrazione, ma è onoralo percioc- ché questa dignità, siccome quella del Doge, con la vita fornisce. Olire a questo il magistrato è antico, ed è per- venuto con questa reputazione a' tempi nostri. E non è mai nella nostra città stalo gentiluomo alcuno di grande estimazione, che non sia sialo ornato di tali dignità, talché pochissimi sono stati fatti Dogi da che questo magistrato è stalo ordinalo, che prima non fos- sero procuratori. Anticamente era un Procuratore solo fatto per procurare il tempio di san Marco ed i suoi sacri tesori. Nella morte poi di Sebastiano Ziani , avendo egli fatto un grandissimo lascio a san Marco, le cui entrate fossero distribuite dal Procuratore, e non polendo uno solo essere pari a tante faccende, fu ne- cessario creare un altro Procuratore, il quale procu- rasse il lascio di Sebastiano Ziani. Moltiplicando poi i lasci, bisognò creare V anno mcct^xx il terzo, essendo Doge Rinieri Zeno. Ed in tal modo divisero le fac- cende, che uno curava il tempio ed i suoi tesori 5 un altro i lasci falli da quelli i quali abitano di qua dal Canal grande, il terzo quelli eh* erano fatti da quelli che di là dal detto canale abitano. Noi diclamo i la- sci di Citra ed i lasci d' Ultra. Essendo ancora Doge il medesimo Rinieri Zeno, fu creato il quarto, e fatto collega a quello che governava il tempio ed i suoi sa- cri tesori. Due altri poi per la medesima cagione ne furono aggiunti, essendo Doge Giovanni Soranzo. Es- sendo poi Doge Francesco Foscaro, creato l' anno Mccccxxnr, ne furono tre di nuovo creati. Tanto che giunsero al numero di nove 5 tre de' quali curavano il Tempio di san Marco ed i sacri tesori 5 tre altri i la- Sqo dei-la repubblica, e magistrati scii de- tre sestieri di qua dal canale 5 gli altri tre i luscli degli ali ri tre sestieri di là dal canale, siccome ancora si osservava quando erano solamente tre. Neil' anno MDix, quando i nostri eserciti furono rolli all' Adda da Lodovico re di Francia, fu costretta la repubblica nostra per far danari crearne sei, e dare tale onore a quelli che alla repubblica certa quantità di danari pre- stassero. Sonsene poi aggiunti tanti, che oggi fanno il numero di ventiquattro. E tutti quelli che sono ag-^ giunti a' primi nove, sono determinati, chi a questa procureria, chi a quell'altra. L'amministrazione di ( ostoro, come avete intesole il distribuire i lascii. Han- no, oltre a questo, autorità di costringere gli eredi a se- guitare la volontà de' testatori. Portano le veste dogali, menansi dietro i servitori, precedono fuori a tutti 1 magistrali: in processione sono preceduti da'Consiglie- ri e da' tre capi de' Quaranta. Perciocché camminando u due a due, i Gonsl'glieri ed i delti Capi sono in su le destre, i Procuratori in su le sinistre. E assegnalo loro una abitazione o veramente sessanta ducati l' anno. Vanno in Pregati tutti quanti, ma non già tutti nel Consiglio de'Dieci, ma solamente nove eletti dal detto Consiglio, Ire per procureria. Non possono ottenere al- cuno altro magistrato, eccello che l'essere Savio gran- de e della Giunta del Consiglio de'Dieci. E quando si elegge il capitano dell' armala o il Provveditore del campo, si fa una legge in Pregati, che ciascuno che è Procuratore possa ottenere tale dignità j il che è ordi- nato, acciocché tali faccende siano amministrate da nomini grandi, i quali sono sempre ornali di tale ono- re. Non possono aniare al Consiglio grande se non I DI VENEZIA. 587 s' intendeva avere fornito il magistrato se i successori non erano creati. Abbraccia que-to C onsigllo dieci gentiluomini eletti nel Consiglio grande come gli altri' magistrati, de' quali s'eleggono ogni mese tre a sorte, i quali son chiamati capi de' Dieci. E di questo uno è preposto ogni settimana, e quando si raguna il Consi- glio grande, costui è quel che slede dirimpetto al Doge. Reggono questi le insegne del magistrato, e quello con- tinuamente esercitano: ed è loro officio particolare ragunar il detto Consiglio de' Dieci, nel qnal hanno autorità di proporre i [)areri, non ciascun da per sé, ma o tutti insieme o due almeno. Ed ogni otto giorni son obbligati chiamar il Consiglio, cioè gli altri sette, e [>iù volte ancora, se più bisogna nelle (ìiccende, che oc- rorrono, pigliare consiglio o deliberazione alcuna. An- ticamente non era detcrminato tempo alcuno nel qua- le dovessero chiamare tutto il Consiglio. Ma perchè qualunque volta egli si radunava, tutta la città si per- turbava, giudicando che non senza gran cagione si radunasse, acciocché la città mancasse di questa mo- lestia, fu determinato il tempo sopraddetto. E notale che quando vanno a daresinitenza d'alcun reoche sia jielle mani loro per alcuna di quelle cinque cose che sopra abbiamo dette, non può quel reo né per sé stes- so, uè per altri agitare e difendere la causa sua in detto Consiglio, ma comparisce dinanzi a' capi 5 e di tutto quello che egli dice, se ne piglia nota. E quando la causa de' Capi è introdotta in Consiglio, bisogna che alcuno di loro pigli questa impresa di difenderlo, al- tramente non può essere in alcun modo difeso. E cia- scuna loro sentenza manca di provocazione, né da al- 588 DELIA REPI.BLUCA E MAGISTRATI tri può esser mutata se non da loro stessi, o da' suc- cessori, se la cosa è tale che si possa raulare. Ouesli capi de'Diecl sono quelli i quali con la presenza loro ornano la saia del gran Consiglio sedendo sei modo che dicemmo. Ouesli ancora con gli altri sette sono connumerafi nel Consiglio dei Pregali, e dura il loro magistrato un anno. E come noi abbiamo detto dei Savii e de' Consiglieri, possono subilo entrare in un al- tro magistrato. Perciocché tutti questi magistrati. Savii di mare, Savii di terra ferma, Savii grandi, Consiglieri, i Dieci, gli Av voratori, e Censori, non danno impedimen- to l'uno all'altro. E subito che un gentiluomo ha for- nito uno di questi, può entrare nell'altro. E se egli avviene che alcuno, mentre che egli esercita un magi- strato minore, sia creato nel maggiore, può costui, se gli piace, lasciare il minore e prendere il maggiore. Gio. Da questo è necessario che seguiti, che tulli questi magistrati, i quali avete numerati, girino in poco numero di gentiluomini. il/. Ti'if. Yoi discorrete bene. E noi sogliamo dire che qualunque volta alcuno de'noslri gentiluomini è pervenuto ad essere Savio di terra ferma, rade volte è che egli non sia ornato d'alcuno di quelli magistrati. Ma tornando al proposilo, voi avete veduto come il Consiglio de' Dieci è un membro molto spiccalo dal- la repubblica, anzi da quella in tutto separato, né ha altra dependenza, che esser eletto dal Cor.siglio grande, come gli altri magistrali. Ed avendo assai parlalo di tale Consiglio, resta ora che ragioniamo de* Procuratori. Il magistrato de'Procuratori è reputatissirao nella nosìrn città, ancora che egli non sia di quelli ne'quali consiste h i 1)1 VENEZIA. 4 '0 vocatorl ed essi giudici ancora, che in verità mi par che molto siano nel loro magistrato occupati. M. Trìf. Per parlar prima degli Auditori vecclii e nuovi, dico che a'gludici primarii di dentro, quelli che domandano, cioè gli attori, sono tenuti pagare tanto per cento di tutto quello che portano le cause. Noi li chia- miamo i carati, i quali carati, quelli poi che appella- no, devono pagare agli Auditori vecchi quando ac- cettino l'appellazione, e dalla Ouarantia abbianole sentenze in favore. Ed in questo caso, 1 giudici pri- marii sono tenuti restituire loro quei carati, 1 quali da cjuel che domandavano ricevettero. Ma se le sen- tenze della Ouarantia sono contrarie agli appellanti, gli Auditori non fanno di cosa alcuna acquisto. A.'Ret- tori di fuori non si pagano i carati da chi domanda, ma quelli che appellano 11 pagano bene agli Auditori' nuovi, in caso che accettino le loro appellazioni, e nella Quaranlia abbiano poi la sentenza in favore. Gli Av- Tocatori, oltre a certa provvisione, benché piccola, che hanno dal pubblico. parlcci[)nnode'contrabbandi e del- le condannagionl. Tanto che questo maglslralo, oltre a l'essere onoratlsslmo, reca ancora molla utilità. I Quaranta di ciascuna Ouarantia, tirano per ciascuna volta che eglino si radunano, un ferzo di ducato per uno. Ordinariamente si radunano la mattina ; ma oc- correndo per caso alcuno radunarsi ancora dopo de- sinare, a quelli delle Ouarantie civili non è dato [>iù cosa alcuna, solamente a' Quaranta del oriminale è rad- doppiato il salario. E (juando questi quaranta, che ora mi è venuto alla mente, hanno fornite tutte tre le Qua- ranlie, niuno di loro può esser di nuovo crealo di quo- /j20 PELLA REPUBBITCA E MAGISTRATI Sii Quaranta, se non ha passato otto mesi. E qnesla è la loro contumacia. Ora dite altro, se altro vi occorre. Gio. Voi faceste menzione de' Signori di nolte, (jiiando diceste che due di loro entrayano nel Colle- gio dell* esamina. Ma poi non avete detto che magi- strato sia questo. M. Trìf. Yoi dite il vero. Ed io non lo dissi allora per non interrompere la materia della quale si tratta- va. Sono adunque sei gentiluomini, uno per Sestiero, preposti alla guardia di tutta la città. Chìamansi Signo- ri di notte, perciocché aulicamente punivano i delitti che si facevano di notte. Ne' tempi nostri non sola- mente perseguitano alcune notturne sceleratezze, ma ancora molte di quelle che di giorno si commellono, come sono le fraudi che 1' uno o per avarizia o per altra umana passione fa ali" altro. Fu ordinato questo magistrato essendo doge Marino Morosini, e furono noi principio due. Uno de' quali esercitava il magi- strato nella parie di citra Canale, Tallro nella parte d'ultra, per usare i vocaboli nostri. Essendo poi Doge Kinieri Zeno , quattro ne furono aggiunti. Sono at- tribuiti loro sei Capi, ciascuno con tanti fanti, quanti si ricerca a tale faccenda. Tre di questi capi stanno la notte con le loro compagnie intorno a san Marco ed al palagio, circuendo le vicine contrade. Gli altri tre intorno a Rialto, ed a' luoghi propinqui dimorano. Procurano costoro che per tutta la città non si com- metta scandalo alcuno, che a ninno sia fatto oltraggio, che non si porti arme, togliendole a chiunque le tro- vassero. E tutti i malfattori che trovano li prendono e mettongli in carcere, i delitti de' quali sono poi da DI VENEZIA. 4 "9 quattro anni due Renogiìltori, i quali noi chiamiamo Sìnrlici di mare, che vadano riconoscendo l'isole, e le terre, e castella che possiede la Repubblica nostra in Dalmazia, in Albania, in Grecia, e facciano finalmente il medesimo oGlcio, che fanno in terra ferma gli Audi- tori nuovi. Intromettono poi questi Recognitori le cause nelle Quaranlie secondo che ciascuna richiede, cioè le criminali nella criminale, e le civili nella civile nuova: ed eglino ancora le agitano non altramente che gli Av- vocatorile loro. Difendono adunque i Recognitori irei, gli avversarli loroo si difendono perse slessi o per gli avvocati, come di sopra fu detto. Non si possono già agitare quelle cause le quali sono tra il magistrato ed il reo prima che il Rettore abbia fornito il magistra- to, se già egli non consentisse che la causa s' agi: asse, il che fu di sopra narrato. twin. Possono esser queste cause, che nascono dal- le appellazioni, agitate in altri giudici! che nelle Qua- ranlie ? M. Trif. Possono, ma non già tutte 5 perciocché solamente le civili possono esser intromesse nel Con- siglio de' Pregati, nel modo che intenderete. Gio. In queste Quarantie detcrminansi altre cau- se, che quelle che ci pervengono per via d' appella- zioni ? M. Tr'ìf. Sì, ma solamente nella Quarantia crimina- le, alla quale pervengono ancor come a giudice pri- mario le cause intere, siccome dinanzi ancora vi dissi 5 come sarebbe, se uno avesse patito, o nella persona, ò nella roba, o nell'onore, o in altro, può costui ricorrer agli Avvocatori, e dare una querela contro al suo av- Ginnnoftl. 2^ 4 IO DELLA REPUBBLICA E MAGISTRATI versano. Eglino allora agitano la causa nel modo che nbbiamo dello di sojua. TriUtansi ancora in questa Ouarantia molte cause, le quali sono dagli Avvocalori per comandamento del Collegio ricevute. La qual co- sa procede in questo modo. Poi ria essere che un Ca- pitano di mare, un Provveditore, un Ambasciatore o altro magistrato non amministrasse le faccende pubbli- che, secondo che gli fosse stato commesso. In Collegio adunque dove tal cosa apparisce per le lettere e gli altri avvisi, che in quello secondo V ordine sempre si leggono, come poco fa dicemmo, può ciascuno di quel- li che v' intervengono, proporre una parte contro a quello. E se alcuno propone una colai parte che sia non solamente privalo della amministrazione, ma che si debba presentar agli Avvocatori, e poi sia approvata nel Consiglio de' Pregati nel modo dianzi narrato, o veramente nel Consiglio de' Dieci (perciocché neiruno e neir altro Consiglio si possono simili parti ottenere ) è tenuto costui a venire dinanzi agli Avvocatori, i qua-r li gli procedono contro come reo, secondo V ordine che abbiamo dello. Ed agitano la sua causa o nella Quarantia, o nel Consiglio de' Pregati, o nel Consiglio grande, secondo che pare a loro. Queste simili cause s' intendono essere ricevute dagli Avvocatori per co- mandamento del Collegio. E così fatta fu la causa di M. Angelo Trivisani, il quale essendo stalo rotto in Po dal Duca di Ferrara, fu dagli Avvocatori per coman- damento del Collegio o della Signoria, che cosi anco possiamo dire, accusalo di poca diligenza e ne fu con- dannato. Così fatta fu ancora quella del Doge Lore- dano che dicemmo dianzi, e quella di M. Antonio DI YENEZIA. 4 * ^ Gilmani molli anni innanzi, che egli alla suprema di- gnilà pervenisse. Il quale essendo capilano dell' arma- la contro al Turco, fu accusalo per non avere appic- cato il fatto d' arme, ed aver lasciato perdere Lepan- to in sugli occhi della nostra armata. Queste due cau- se> per la materia nella quale s' era peccato, e per la riputazione de'rei furono dagli Avvocatori intromesse nel gran Consiglio. Gio. Voi non avete detto chi possa proporre parti, quando simili cause si trattino nel Consiglio de' Pre- gati, o nel Consiglio grande. 31. Tri/. Yoi dite il vero, ma non avete fatto per- dita alcuna 5 perciocché ora tutto intenderete. Ne'Con- sigli adunque, che avete detto, gli Avvocatori o in loro vece gli Auditori nuovi, ed i Sindici di mare, i quali nelle cause provinciali hanno 1' autorità loro, il Doge, i Consiglieri, i capi de'Quaranta propongono le parli sopra la pena che deve patire il reo: gli altri, qualun- que Consiglio si sia, bisogna che passino nella senten- za d' alcuni di loio. Gìo. Quando egli occorre pigliare alcuno, ed aver- lo in sua potestà per poterlo esaminare con tormento o con altro, che ordine osservate voi ? M. Trìf. Bello certamente j ed è tale che io non credo che essa giustizia n'avesse poluto trovare uno migliore. Quando alcuna querela perviene agli Avvo- catori, o intera come a giudice primario, o per via di oppellazione, o per comandamento della Signoria, esa- minano gli Avvocatori la causa con quella diligenza, che si puote usare. E se ella è di tale importanza e pericolo, che bisogni che ella proceda occultamente e 4 1 2 DELLA REPUBBLICA E MAGISTRATI con prestezza, hanno essi soli autorità di far spogliare il reo. ma non lo possono ritenere pia clie tre giorni. Laonde bisognandolo esaminare, ne vanno in Ouarantia, e narrata tutta la causa, chieggono che sia data loro potestà di ritenerlo, inslno a che la causa sia determi- nata e d' esaminarlo con tormenti. La qual cosa è con-* cessa loro, se la maggior parte de' quaranta acconsen- tono, similmente concedono il Collegio delP esamina. Ma se la causa non è di tanta importanza che sia ne- cessario procedere con tanto silenzio e con tanta pre- stezza, usano regolarmente gli AvTocatori domandare alla Ouarantia autorità di prender il reo; né bisogna poi chiedere altra potestà di ritenerlo 5 perchè a ciò basta che ella abbia conceduto il poterlo prendere, Il che s' ottiene per la maggior parte de' quaranta. E poi conceduto il Collegio della esamina, il quale non si niega mai concedula che è la potestà di prendere, o di ritenere il reo. Questo Collegio è composto di due Con- siglieri da basso, due Signori di notte, un capo de' Quaranla, un Avvocalore, il quale al'a presenza loro esamina il reo. Difendesi costui con tutte quelle ragio- ni che può, adducendo teslimonil, ed ogni altra cosa, che manifesti la sua innocenza. Allora se a quattro di questo Collegio pare che sia da tormentarlo, è costret- to il reo confessare per duolo de'tormenti quello, che per paura d' essi non volle dire. Fatta questa esaminu e notato, dal segretario, s usa pubblicare, cioè si dà facoltà di vederla agli avvocati del reo, ed a quelli dell'avversarlo, se avesse particolare avversario, ed a qualunque altro la volesse vedere. Tornasi poi nella Ouarantia, e si seguita 1' ordine detto. Gli Avvocaluri DI VENEZIA. 4 ' 5 agitano la causa \ il reo si difende per i suoi avvocati : finalmente nel secondo o terzo giudizio, o egli è dan- nato, o egli è assoluto. S"* egli è dannato 5 si determina la pena che egli deve [)atire secondo i pareri degli Av- vocatori, de" Consiglieri da basso e de' capi de' Qua- rauta, i quali con detti Consiglieri seggono. E secondo quella pena è poi punito il reo, la quale è confermata dal maggior numero de' suffragii, come dianzi fu detto. Gìo. Se la Quarantia non concedesse il poter pren- dere il reo, o veramente poi che gli A vvocatori di sua autorità T hanno fatto pigliare, non consentisse che es- so fosse ritenuto, come si [irocede ? M. Tr'if. Se la Quarantia non permette che il reo sia prjso, non se gli procede altramente contro 5 per- ciocché si presuppone o cli'egli sia innocente, o se pur egli ha errato, l' errore sia tanto piccolo, che non sia degno di venire alla Quarantia 5 ma che appartenga a- gli altri magistrati minori, siccome sono i Signori di notte ed i Signori della pace. Slmilmente quando il reo ì' preso, ed i quaranta non permettono poi ch'egli sia ritenuto è restituito in sua libertà, e por la medesi- ma cagione non se gli procede altramente contro. Gìo. Io domando interrottamente di quelle cose, che alla mente mi vengono, e mi paiono dubbie 5 per- ciò non vi maravigliate, se io passo da una cosa ad un'altra, che da quella non ha molta dependenza. Di- co adunque che egli è necessario per la grandezza della città vostra e dello stato così di mare, come di terra, che a questi giudicii concorrano sempre assaissime cau- se. Vorrei ora intendere clie ordine voi abbiate in far che tali cause sian senza confusione spedile. 4 I 4 DELLA. REPUBBLICA E MAGISTRATI 31, Trìf. L' ordine che noi osserviamo in tali fac- cende è questo. Tutte le cause che vengono ( ponia- mo ) agli Avvocatori sono dal secrelario loro notale quella prima e quella poi, secondo che elle sono ve- nute. E con quell'ordine che elle sono notate, con quello stesso s' introducono nelle Guarani ie. E questo medesimo ordine in lutti i tre giudizii s'osserva. Sono bene alcune cause privilegiate, le quali, quantunque -elle vengano dopo V altre, nondimeno innanzi a tutte si devono espedire. Siccome sono le cause dei carce- rati, della sepoltura, delle medicine, della farina di fon- daco, delle mercedi, de' pupilli, de' più congiunti j co- me sarebbe se 1' uno fratello litigasse con l'altro, se il padre co 'l figliuolo. Simili cause tulle l'altre prece- dono j e finalmente de' Procuratori, cioè tutte le cau- se che sono alla loro amministrazione appartenenti. D" altre, che abbiano tale privilegio, non mi ricordo. Gio. E' mi pare che possa avvenire in tutte queste Quaranlie, che nell'ultimo giudlcio le ballolte che ta- gliano una sentenza siano pari a quelle che la confer- mano, tanto che la sentenza non viene ne lodala né tagliata. Ditemi adunque se avete ordine alcuno, per il quale, quando questo caso avviene, la sentenza non rimanga irresoluta. M. Trìf. Quando una sentenza, siccome avete det- to, non viene ne tagliata ne lodala, se ella è in mate- ria civile, e la causa si tratti alla Quarantia nuova, si introduce alla Quarantia vecchia, e se ella si tratta alla vecchio, s'introduce alla nuova. E se ella si traila nel Collegio delle biade, nel quale può ancora avvenire medesimo caso, se la causa è di fuori, s' introduce LI VEMÌZIA. 4 *5 alla Quarantia nuova, s'ella è di denlro, alla vecchia. E di nuovo si disputa la causa piocedendo nel mede- simo modo che abbiamo detto nelle Ouarantie osser- varsi. E se in questo secondo giudizio la sentenza non venisse né lodata ne tagliata, si fa una deliberazione nel Consiglio grande che tal causa si debba introdur- re nel Consiglio de' Pregati. La quale ottenuta s'intro- duce poi in detto Consiglio e quivi si diflìnisce. E per questa via le cause che per via di appellazione per- vengono alle Quarantie, vanno ancora nel Consiglio de' Pregati. Il che io dianzi promessi di dichiararvi- Se la sentenza è in materia criuiinale, tante volle si bal- lotta nella Quarantia eh' ella venga o lodata, o tagliata? tanto che le cause criminali, eh' una volta sono intro- dotte alla Quarantia criminale, da lei bisogna che sia- no determinate. Ma notale ancora che potria avveni- re che una sola ballotta fosse nel bossolo di quelli che tagliano, o in quello di coloro che lodano; ed in tal caso la sentenza non s' intende uè tagliata né lodata. E perciò nel modo che abbiamo detto s' introduce al- l' altre Quarantie. Il che da' nostri maggiori è stato or- dinato perchè non é parso loro convenevole che uno sia solamente da uno giudicato. Gio. Sapete voi la origine di queste Quarantie, e degli AvNOcatori e degli Auditori vecchi e nuovi, e quale causa indusse i vostri maggiori ad ordinare que- sti Consigli e questi magistrali? M. Tri/'. Io vi dirò lutto quello che io so. Gli Av- vocalori, dicono alcuni, che furono ordinati essendo doge Aurio Maslropetro creato T anno ìMclxxviii. La Quarantia criminale non ho mai inleso in che tempo 4l6 DEIXA REPUBBLICA. E MAGISTRATI fosse ordinata. Pare verisimile che ella avesse la me- desima origine, che gli Avvocatori, essendo le cause dagli A.vvocatori nella detta Ouarantia intromesse. Non è anco alieno dal verO;, che la Quaranlia avesse prin- cipio dopo gli Avvocatori. Perchè potria molto bene essere, che gli A\ vocatori usassero introdurre le cause al Consiglio grande, il quale, come dianzi dicemmo, pochi anni innanzi era slato ordinato. Moltiplicando poi le cause, potette forse parere cosa molto noiosa e che troppo impedisse le faccende private, il ragunare sì frequentemente il Consiglio grande. E perciò fosse giudicato, essere meglio creare un Consiglio il quale fosse preposto a questa cura d'udire T appellazioni. Trovansi ancora molti 1 quali hanno opinione, che questo Consiglio de' quaranta fosse molto innanzi or- dinato. Ma quale opinione sia più vera, voglio che al giudicio d'altri lo rimettiamo. Udiva anticamente que- sta Quaranlia le cause civili come le criminali, e gli Avvocatori le introducevano 5 i quali non potendo sostenere tanto peso, massimamente per ciò che cre- scendo l' imperio e la città, le cause venivano a mol- tiplicare, furono creati gli Auditori vecchi essendo do- ge Andrea Dandolo creato l'anno mcccxlii, i quali introducessero le cause civili, così di dentro come di fuori, le quali ancora essendo assai moltiplicate per lo acquisto che si fece in terra ferma, essendo doge Mi- chiele Steno creato l'anno mcccc, al tempo del cjualc s' acquistò gran parte dello slato che possiede la re- pubblica nostra in Lombardia, fu costrettala città no- stra creare gli Auditori nuovi che iutroducessero lo riluse civili di fuori. Non essendo poi una Quaranlia DI VENEZIA. 4 ' 7 soh sufficiente a spedire tante faccende, fu ordinala la Guarani la vecchia al tempo di Francesco Foscaro, crealo Doge V anno mccccxxiii. La quale delerminas- se tulle le cause civili cosi di fuori come di dentro inlrodotle dagli Auditori vecchi e da* nuovi. Ulliraa- luente ne' tempi nostri è stata ordinata la Ouarantia civile nuova, che sia sopra le cause civili di fuori, e quelle di dentro si sono riservate alla Ouarantia vec-' cliia. Innanzi chela Ouarantia nuova fosse trovata, le cause procedevano in questo modo. Gli Auditori vec- chi come nuovi, s[)edlvano le cause che perveniva- no a loro da trenta ducali in giù, quelle da trenta insino a trecento erano inlrodolte nel Collegio delle biade. Da trecento poi insino ad ogni numero veni- vano nella Ouaranlia vecchia. E gli Auditori vecchi introducevano quelle ili dentro ed i nuovi quelle di fuori. E notale che in quel tempo i detti Auditori vec- chi e nuovi, non solamente accettavano le intromis- sioni delle appellazioni, ma introducevano ancora esse cause e le agitavano alla Ouarantia per quelli in fa- vor de' quali le avevano iiilromesse siccome usano fare gli Avvocatori alla Ouarantia criminale. Nel tempo nostro i detti Auditori non fanno altro che intromet- tere r appellazioni, lasciando il pensiero d'introdurre le cause alle Ouaranlie achi elle appartengono j la qual cosa essendomi al presente tornata alla memoria, non ho voluto tacerlavi. Gli A vvocalori erano, siccome an- cora sono, sopra le cause criminali, le quali intromel- levano nella Ouarantia criminale come oggi ancora usano. Tanto che, siccome voi potete comprendere per quello che abbiamo detto, non è molto variato 4 1 8 DELLA REPUBBLICA E MAGISTRATI questo ordine da poi che la Quarantia nuova è trovala. D' intorno al Collegio delle biade, non ho da dirvi cosa alcuna dell' origine sua, perciocché non ho mai inteso ne letto in che tempo egli fosse ordinato, non dico in che tempi fossero trovati quei magistrati dei quali egli è composto, ma il fare quello aggregato di quei magistrati che chiamiamo Collegio delle biade. Puossi bene congetturare, che egli fusse ordinato o po- co innanzi o poco dopo la Quarantia vecchia. Ma non voglio che noi ci distendiamo in questa cosa, non por- tando, quando ella si sappia, alcuna utilità, e quando non si sappia, molto danno. Non tacerò già che con- siderando i nostri, che per essere questi magistrati de' quali è composto questo Collegio delle biade molto nel loro olhcio occupali, diftlcile cosa è il ragunarlo, acciocché le cause abbiano la loro spedizione ed i li- tiganti per tal cagione non patiscano, vanno tutto il giorno pensando di creare un altro Consiglio di tren- ta gentiluomini eletti nel Consiglio grande come gli altri magistrati, che faccia Pofficio che ora fa il Colle- gio delle biade, senza essere in altra cura occupato, e si chiama il Consiglio de' trenta. E credo certamen- te, che presto condurranno ad effetto il loro pensiero. Il che io vi ho voluto dire, acciocché voi non vi ma- ravigliate se mai sentiste non essere più il Collegio delle biade in uso. Domandate ora se altro vi resta che voi vogliate intendere. Glo. Yoi diceste dianzi, che gli Auditori tiravano certa quantità di danari da' litiganti. Ditemi ora più particolarmente che premio traggono delle fatiche loro, non solamente gli Auditori vecchi e nuovi, ma gli Av- DI VENEZIA. ' 4 ' 9 voratori ed essi giudici ancora, che in verità mi par che molto siano nel loro magistrato occupati. M. Trif. Per parlar prima degli Auditori vecchi e nuovi, dico che a'giudici primarii di dentro, quelli che domandano, cioè gli altori, sono tenuti pagare tanto per cento di tutto quello che portano le cause. Noi li chia- miamo i carati, i quali carati, quelli poi che appella- no, devono pagare agli Auditori vecchi quando ac- cettino V appellazione, e dalla Quarantia abbiano le sentenze in favore. Ed in questo caso, i giudici pri- marii sono tenuti restituire loro quei carati^ i quali da quei che domandavano ricevettero. Ma se le sen- tenze della Quarantia sono contrarie agli appellanti, gli Auditori non fanno di cosa alcuna acquisto. A'Ret- tori di fuori non si pagano i carati da chi domanda, ma quelli che appellano li pagano bene agli Auditori nuovi, in caso che accettino le loro appellazioni, e nella Quarantia abbiano poi la sentenza in favore. Gli Av- vocatori, olire a certa provvisione, benché piccola, che hanno dal pubblico, partecipano de'contrabbandi e del- le condannagioni. Tanto che questo magistrato, oltre a l'essere onoratissimo, reca ancora molla utilità. I Quaranta di ciascuna Quarantia, tirano per ciascuna volta che eglino si radunano, un terzo di ducato per uno. Ordinariamente si radunano la mattina ; ma oc- correndo per caso alcuno radunarsi ancora dopo de- sinare, a quelli delle Quaranlie civili non è dato più cosa alcuna, solamente a'' Quaranta del criminale è rad- doppialo il salario. E (juando questi quaranta, che ora mi è venuto alla mente, hanno fornite tutte tre le Qua- ranlie, niuno di loro può esser di nuovo crealo di quo- /^20 DELLA REPUBBLICA E MAGISTRATI Sii Quaranta, se non ha passato otto mesi. E quesla è la loro contumacia. Ora dite altro, se altro vi occorre. Gìo. Voi faceste menzione de" Signori di nolte, quando diceste che due di loro entravano nel Colle- gio dell' esamina. Ma poi non avete detto che magi- strato sia questo. M. Trìf. Voi dite il vero. Ed io non lo dissi allora per non interrompere la materia della quale si tratta- va. Sono adunque sei gentiluomini, uno per Sestiero, preposti alla guardia di tutta la città. Chiamansi Signo- ri di nolte, perciocché aulicamente punivano i delitti che si facevano di notte. Ne' tempi nostri non sola- mente perseguitano alcune notturne sceleratezze, ma ancora molte di quelle che di giorno si commettono, come sono le fraudi che V uno o per avarizia o per altra umana passione fa all' altro. Fu ordinato questo magistrato essendo doge Marino Morosini, e furono nel principio due. Uno de' quali esercitava il magi- strato nella parie di citra Canale, l'altro nella parte d'ultra, per usare i vocaboli n»)stri. Essendo poi Doge Rinieri Zeno , quattro ne furono aggiunti. Sono at- tribuiti loro sei Capi, ciascuno con tanti fanti, quanti si ricerca a tale faccenda. Tre di questi capi stanno la notte con le loro compagnie intorno a san Marco ed al palagio, circuendo le vicine contrade. GII altri tre intorno a Rialto, ed a' luoghi propinqui dimorano. Procurano costoro che per tutta la città non si com- metta scandalo alcuno, che a ninno sia falto oltraggio, che non si porti arme, togliendole a chiunque le tro- vassero. E lutti i malfattori che trovano li prendono e metlongli in correre, I delitti de' quali sono poi da DI VENEZIA. ^2 1 delti Signori di nolle giudicali e puniti, se sono di quelli che al magistrato loro appartengono, gli altri sono intromessi a' Giudici a quelli determinati. Ma non voglio distendermi in molti altri particolari, non solamente di questo magistrato, ma ancora degli altri de' quali io non voglio cosa alcuna trattare, non solo perchè è lunga materia, ma eziandio perchè dimoran-, do io fuor della città, non ho quella pratica che si ri- cercherebbe a darvegli ad intendere Voi anderete una volta a Venezia e quivi troverete assai, i quali diluiti gli altri magistrati pienamente vi informeranno. E quando altri non trovaste, non vi mancherà mai il nostro M. Girolamo Quirini, uomo cosi di gentilezza e cortesia, come di dottrina ed eloquenza ornalo j ma ditemi se avete altre dubitazioni d^ intorno a questi giudizii : [ìcrciocchè non dubitando voi più di cosa al- cuna, io tratterò alcune cose de' Censori, i quali io ho riserbali all'ultimo luogo, perciocché con le cose delle non hanno molla continuazione. Di questi ora noi trat- teremo se a voi così piace. Gio. A me piace sommamente. Perciocché de'giudi- zii io resto pienamente soddisfatto. Ne cosa mi viene alla mente che m' apporti dubitazione alcuna. M. Trlf. I Censori sono due, ed è un magistrato nuovamente ordinalo contro all' ambizione de' gen- tiluomini. Innanzi a' Censori gli Avvocatori e Capi de' Dieci, i quali seggono nel gran Consiglio in luogo emi- nente, quando si creano i magistrati, come dicemmo, erano preposti a questa cura di provvedere diligente- mente che ninno con l' ambizione sua corrompesse le leggi e per via di ricchezze, o d' altri favori slraordi- Giarmotti. aS \22 DELLA REPUBBLICA E MAGISTRATI uarii cercasse ri' ottenere alcun magistrato che altra- mente non avrebbe ottenuto. E tosto che i magistrati erano creati, prima che il Consiglio fosse licenziato, in- vestiga vano se alcuno di quelli che gli avessero otte- nuti, avesse commesso cosa alcuna per la quale egli meritasse punizione. E trovando alcuno in peccato gli procedevano poi contro come corruttore delle leggi, nel modo che ne' giudizii abbiamo detto. Avendo poi i nostri veduto che V ambizione cresceva e che final- mente sarebbe stala dannosa alla repubblica, se non vi si poneva rimedio, crearono questo nuovo magistra- to, il quale avesse quesla cura particolare di castigare r ambizione de' gentiluomini. Ma per liberarmi dalla promessa che io vi feci, fu creato questo magistrato specialmente contro a certe intelligenze occulte d'al- cuni, i quali per avarizia vendevano i loro sufiiagii a questo ed a quello. Tenevano costoro pratica con gli ambiziosi 5 e nel giorno, nel quale si devono creare i magistrati, avevano constiluito a chi avessero a volgere i sufFragii. Potevano in due modì^pi estave i loro favo- ri a quelli che li compravano 5 perciocché se alcuno di loro per sorte veniva fatto nominatore (il modo vi fu dianzi detto) nominava costui o quello o uno di quelli, a chi avevano il giorno a volgere i sufFragii. Quando poi era nel Consiglio ballottato, tutti gli altri co' loro suffragi! lo favorivano. Sono alcuni, i quali veduto questo disordine, ed intendendo come noi usia- mo talvolta vendere i magistrati, hanno giudicato che la nostra repubblica, se non al tempo nostro, almeno dei nostri figliuoli, abbia a rovinare e convertirsi in tirannide. Io certamente, poiché i Censori sono stali DI VENEZIA. 4-'' creati, sto con l'animo quietissimo che ella non possa rovinare. Ma quando non si fossero creati, ho fernja ' opinione che da quel disordine ne potesse nascere la rovina della noslra repubblica. Le ragioni, che mi muovono, intenderete un' altra volta : perciocché tal rosa appartiene ad un"* altra considerazione. Non vo- glio già restare di dirvi in che modo noi usiamo ven- - dare i nostri magistrati, acciocché veggiate che questa usanza (avVv^nga che ella non sia da lodare per non dare riputazione alle ricchezze e torla alle virtù, di che seguiterebbe che gli uomini diventerebbero troppo avari, ed abbandonerebbero l'opere virtuose con in- finito danno del pubblico bene) si può ella pure in qualche parte scusare. Quando la nostra repubblica è oppressala da qualche bisogno, quegli, a* quali ap- partiene pensare a' modi di provvedere danari, cioè il Collegio, secondo V ordine che dicemmo, ed 11 Consi- glio de' Dieci ancora, oltre alPaltre vie le quali hanno per tale prov^ Islone, deliberano di proporre o in Pre- gati, o in Consiglio grande, che si facciano (poniamo) i Pregati futuri per danari 5 che s'eleggano di nuo\o quattro o sei Procuratori j che si diano alcuni altri ma- gislrati a chi con le sue ricchezze aiuterà la repub- blica. Propongono adunque questa deliberazione o nel Consiglio grande, o nel Consiglio de' Pregati. Ma qua- lunque volta ella si propone in Pregali, debbe ancora ne) Consiglio grande passare. Puossi bene proporre solamente nel Consiglio grande, e se qui è c/mfermala, allora si manda ad esecuzione. Ma se accadesse il con- trario, bisogna pensare altri modi di fare danari. Gìo. Voi diceste dianzi che il Consiglio de' Dieci ^2^ LEU. A REPUBBLICA. E MAGISTRATI poteva tanto, quanto tutta la citlà: non si potrebbe adunque lai parte proporre in questo Consiglio, ed ot- tenersi ? M. Trìf. Il Consiglio de' Dieci ha questa autorità, che voi dite, in ciascuna altra materia. Della creazione de' magistrati il Consiglio grande interamente è signo- re : e quando simile parte si propone in Pregati, s'ag- gingne sempre questa condizione, che ella si debba pro- porre in Consiglio grande. Fatta adunque questa de- liberazione, e venuto il tempo di creare quei magistra- ti, che s' hanno a dare a chi presta qualche sussidio alla repubblica, si fanno prima le quattro mani degli Elettori nel modo che noi dicemmo nella creazione de" magistrati 5 e perchè d" alcuni magistrati ordinaria- mente i competitori si creano per due mani di Elet- tori, in questo caso si creano per quattro. A questi sono poi aggiunti gli altri competitori creati nel Consiglio de' Pregali , nel modo che noi dicemmo chiamarsi Scrutinio ^ perciocché mentre che gli Elettori creano i competitori, lutti quelli che mettono ballotla, cioè rendono i suffragii nel Consiglio de' Pregati, si ritira- no nella sala dove il detto Consiglio si raduna, vicina a quella del Consiglio grande. E qualunque vuole es- sere nominalo se ne va alla porta di quella, e quivi or- dina che il Segretario lo faccia nominare. Tutti i no- minali si scrivono in polizze, le quali a sorte si trag- gono d'un cappello, l'una dopo l'altra, ballottandosi di mano in mano i nomi di quelli, che in esse sono scritti. E qualunque passa la meta de' suffragii, s'inten- de essere approvato competitore di quel magistrato Questi poi, quando sono letti nel Consiglio grande. ni VENEZIA. 425 [nìinn che sleno mandati a partito, ofFeriscono quella che vogliono o possono prestare da quella somma in su eh' è determinata. "Vanno poi a parlilo; e quello ottiene il Magistrato, che ha più sufìragii dalla metà in su. Ed avviene alcuna volta che colui che offerisce meno, per essere uomo di più qualità, ottiene il ma- gislralo. Gio. Quando voi create i magistrali per danari, che' somma determinale voi che si presti? M. Trìf. La maggior somma non s' usa mai deter- minare, ma solamente la minore. E questa ancora non è sempre quella medesima 5 perciocché una voli a si determina maggiore, alcuna volta minore. Questo anno presente, avendo bisogno la Repubblica di molti da- nari per nutrire i nostri eserciti nella guerra, che noi facciamo in Lombardia per restituire Milano al suo legittimo signore, hanno ottenuto una deliberazione nel Consiglio di concedere alcuni magistrati a chi [)re- sla duecento ducati : da questa somma in su può of- ferire ciascuno quello ch'egli vuole. Dovete ancora notare che quando questa usanza incominciò, si deli- berava che chi non offeriva ottenesse il magistrato quando egli avesse più suffragii dalla metà in su, che quelli i quali offerivano. E avveniva alcuna volta, che chi non offeriva cosa alcuna otteneva pure il ma- gistrato. Bisogna bene avvertire che chi non offeriva era di quelli competitori falli dalle quattro mani de- gli Elettori, perciocché chi era nominato nel Consi- glio de' Pregali, era nominato con condizione eh' egli avesse ad offerire. E perchè quando i Pregali si fan- no per danari, nel modo dello, interviene che di tale ^SG DELLA REPUBBLICA E MAGISTRATI onore è onorato, chi forse altramente non 1' otlerreh- be, e quelli che V otterrebbero, rimangono indietro, acciocché in questo Consiglio de' Pregati (perchè è di grandissima importanza, come avete potuto compren- dere) si trovino tutti quelli, che sono reputali savii, tutti sono nella creazione della Giunta del Consiglio compresi : non perchè alcuna legge sia, che a lare tale elezione costringa, ma perchè ciascuno giudica essere necessario fare in tal caso così fatta elezione. Comin- ciò questa usanza, che molti falsamente chiamano ven- dere i magistrati, V anno mdix, nel qual tempo aven- do la repubblica nostra perduto i suoi eserciti nella zuffa che noi facemmo con Lodovico xii re di Fran- cia, fu costretta aiutarsi in tutti quei modi che si po- tettero trovare. Ma, come voi potete comprendere, non basta solamente offerire danari per acquistare un magistrato j perciocché bisogna ancora superare i com- petitori co' suffragii. E come voi avete inteso, non si usa questa cosa se non in grandissimi bisogni. Tanto che io non veggio che questa sia cosi gran corruzione come molti pensano e dicono. Egli è vero, che io non la voglio lodare^ nondimeno mi pare che alla qualità de' tempi si possa qualche cosa concedere, Gio. Ditemi, se 1 non vi grava, per qual cagione quando si creano i magistrati per danari si facciano altri competitori oltre agli ordinarii nel Consiglio de' Pregati : e quelli, la cui elezione ricerca due mani di elettori, in questo caso si facciano per quattro. M. Tiìf. Questo si fa perchè essendo maggior nu- mero di competitori l' offerte sono anco poi maggiori. E notate che nell' ultimo Consiglio sempre si pubbli- DI VENEZIA. 427 cano i magistrati, che si devono nel seguente per da- nari creare. Il che si fa acciocché ciascuno abbia tem- po a praticare d'ottenere quei magistrato che egli de- sidera, ordinando d'e>sere nominato nel Consiglio de' Pregali, ed altre cose ancora provvedendo per le qua- li egli possa il suo desiderio ottenere. Ma per tornare al proposito nostro, seggono i Censori in luogo emj- nenle, come noi dicemmo nella descrizione della sala del gran Consiglio 5 e fauno ne** tempi noslri quelP of- ficio che facevano prima gli Av vocatori e Capi de'Die- ci. Oltre a questo hanno autorità di correggere tutte le male consueludini, per le quali s' accresce l" ambi- zione. Laonde non sono ancora due anni che da loro fu falla una legge, per la quale fu tolta via l' usanza del rallegrarsi con quelli che avevano ottenuto i ma- gislrali. Gìo. Ouesla usanza era ella cosi dannosa che biso- gnasse con le leggi vietarla ? M. Trjf. Ella non era tanto dannosa, quanto ella aveva in sé non so che di brullezza. Perciocché, creati che erano i magislrati, quelli che gli avevano ottenu- ti, si recavano in luogo che lutti, o la maggior parte de' genliluomiiii nelT uscire della sala del Consiglio gì' incontravano, talché ciascuno mostrava di rallegrar- si dell' acquis!alo onore, e d' essere slato quello che dato gliel'aveva. ancoraché avesse operato Popposito. Ed in ciò s' usava parole molto più all' ignorante vol- go, che a'patrizii gravi convenienli. Ora questa mala consuetudine é stata lolla via da questi Censori, i quali ancora , se chi ha provvidenza dell' universo vuole r.ìie una repubblica piena di tante buone ordinazioni 428 DELLA REPUBBLICA E MAGISTRATI viva qualche secolo, se non per altro, per insegnare al- meno alle città d' Italia come elle s' hanno a governare, se da' tiranni non vogliono essere oppresse, porranno fine ad ogni mal umore che in parte alcuna le potesse danno recare. Noi abbiamo insino a qui narrato tutta r amministrazione pubblica della nostra città, con tut- ti quelli particolari che ci sono venuti alia mente, ed ho ferma opinione che pochissime cose sì siano indie- tro lasciate. E come noi dicemmo dianzi, de' magi- strati privati non tratteremo cosa alcuna. Altra volta avremo tempo a ragionarne, o voi andando a Venezia vi farete informare da chi forse avrà maggior notizia di tali cose che non ho io. Avremo ora a ragionare alquanto sopra quelle cinque cose, delle quali deve essere perito chi è membro della città, ma non so se il lungo mio dire vi grava. Gio. Il vostro ragionare non mi puote in alcun mo- do essere noioso. Perciocché la varietà delle cose che voi ragionate, mi rinfresca sempre 1' appetito. Oltre a questo, la gravità della materia, della quale ogni spi- rito, i cui pensieri non siano leggieri, né bassi, ne do- vria essere desideroso, mi tiene tanto attento, che ogni gran noia e fastidio mi convertirebbe in grandissi- mo piacere, E però se il lungo dire non ha debilitato voi, spedite pure lutto quello che ancora vi resta a dire. 31. Trif. A me piace assai che noi diamo a questa materia intera perfezione, e specialmente perciocché a me pare essere questo giorno a tale ragionamento tut- to quanto disposto. Potria essere che un' altra volta io non ci avessi quella attitudine che oggi mi ci pare DI VENEZIA. 4 '-^9 avere. Diremo adunque di quelle cinque cose soprad- dette, benché non molto particolarmente, ma quanto sarà necessario al proposito nostro. Tutto l' imperio della nostra repubblica, siccome ciascuno può sapere, è diviso in due parli, una delle quali è in terra ferma, l'altra in mare. Dell'una e dell'altra si trae grandis- sima entrata, ma pure è molto maf;giore quella di ter- ra ferma e specialmente di Lorabc'.rdia, dove oltre al-' l' altre cose che sono assaissimo, noi possediamo sette città, Trevigi, Padova, Vicenza, Yerona, Brescia, Ber- gamo e Crema, le quali sono alla repubblica nostra di grandissimo frutto. In mare siamo di Cipri, di Can- dia, di Corfù e di molte altre isole signori. E nella ri- viera di Schiavonia, Dalmazia ed Istria teniamo molte città e castella che sono alla città nostra di non pic- ciola utilità. Le entrate poi della nostra città sono grandissime, ed in molte cose consistono, siccome so- no i dazii delle cose che entrano nella città e di quel- la escono, tra i quali quello solamente del vino rende d'intorno a centomila fiorini 5 la Dogana di mare 0 quella di terra ferma, le decime e le tasse di tutti i gentiluomini e cittadini veneziani. Sono queste tasse un certo tributo simile a quello che voi chiamate arbitrio : perciocché sono molti gentiluomini e cittadini, i quali ancora che non abbiano beni stabili, nondimeno per essere mercatanti, sono ricchissimi. Ed a questi ed agli altri ancora è imposto cjuesto tributo che noi chia- miamo tansa, cioè tassa. Perciocché la ricchezza di ciascuno è tassata, cioè stimala, e secondo quella esti- mazione è determinato cjuello che ciascuno deve pa- gare. E molti afiTeriiiauo che tutte queste entrate della 25- \ 43o DEIXA REPUBBLICA E MAGISTRATI Città coQ quelle dello Stalo di mare e di terra, arriva- no ad un milione e dugento mila ducali. Io vi ho detto cosi grossamente la somma delie nostre entrale. Se voi ne desiderale notizia più particolare, la potrete ave- re ricercando le azioni di quei magistrali che le go- vernano. ÌVIa siccome V entrate sono grandissime, cosi ancora le spese non sono picciole. Principalmente noi teniamo continuamente a** soldi nostri un Capitan ge- nerale, con provisione e condotta assai onorata. La quale dignità non sono ancora due anni che noi dem- mo a Francesco Maria della Rovere, Duca di Urbi- no, uomo e per scienza militare e per prudenza, e per molte altre sue virtù da esser sopra tutti gli al- tri Capitani de' tempi nostri celebrato 5 nella cui virtù abbiamo tanta fede, che mentre egli comanderà a'no- slri eserciti, non pensiamo che i nostri Slati possano esser da forza esterna oppressi. Olire a questo paghia- mo del continuo d' intorno a mille uomini d' armi, e tanto numero di fanti che siano suflicienti a guardare quel luoghi ne' quali cosi al tempo di pace, come di guerra, noi sogliamo guardie tenere. Diamo ancora pro- visioni a molti uomini valenti, per opera e favore de' quali quando il bisogno lo richiede gli eserciti nostri congreghiamo j le quali tutte genti senio distribuite in quelle nostre terre di Lombardia, che hanno di qual- che continua guardia bisogno, o per la larghezza del vigere agevolmente le possono sostentare. Ne' tempi poi di guerra si mandano dove si giudica necessario. Nello Stato di mare si tiene ancora dalle dieci alle do- dici galere armate, le quali sono distribuite in Cipri, in Candla, in Corfu e negli altri luoghi opportuni. In eia- DI VENEZIA. 45 i scuna (3i queste galere sono centocinquanta vogadori : perciocché elle hanno cinquanta banchi, sopra ciascu- no deViuali seggono Ire vogadori. Oltre a questo por- tano da ollanta a cento uomini per coml)altere. A' vo- gadori non s' usa dare mollo gran stipendio, perchè tutte queste galere s' armano in alcuni luoghi, siccome nella Riviera di Schiavonia e Dalmazia, dove gli abi- tatori essendo poveri, per poco prezzo pigliano tale impresa volentieri. Quelli clie combattono è necessa- rio pagarli, come quelli di terra ferma. Tanto che com- putato insieme tutto quello che si spende ne' voga- dori, ne' combattenti, nella munizione del vivere, del combattere, costa ciascuna galera d' intorno a sette- cento ducati al mese. La spesa ancora che si fa nel mantenere l' apparato per la guerra di mare, non è an- co picciola, siccome voi, quando tratteremo dell' Ar- senale, potrete comprendere. Ma quello che gran par- te delle nostre entrate ingombra, sono tre Monti. De' qtiai r uno è chiamato il Monte vecchio , 1' altro il nuovo, il terzo il novissimo. Il primo ebbe origine in- sino a' tempi di Vital Michieli, il quale fu costretto da- re principio a tale Monte, per le grandi spese fatte nel- la guerra contro ad Emanuele imperatore di Costan- tinopoli : ed è quello che per altro nome è chiamato gì' imprestiti. Il secondo fu ordinato nella guerra Fer- rarese, fatta al tempo de' padri nostri, essendo Doge Giovanni Mocenigo. Il terzo dopo Panno >idìx, poscia die gli eserciti nostri furono rolti da Lodovico xii re di Fi ancia. Cia^^cuno di questi Monli non è allro che uno aggregato di danari, i quali sono stali da' nostri gen- tiluomini e cittadini alla repubblica ne' suoi bisogni 4^)2 DELLA REPLBBLICA E MAGISTRATI prestati. E perchè i bisogni sono stati grandi e frequen-- ti, perciò sonoj massimamente i due primi, grandissimi e quasi smisurati corpi divenuti. Tanto che nel pagare gì' interessi a ragione di cinque per cento, consumiamo una grandissima parte delle nostre entrate. Onde av- viene che quantunque la repubblica nostra, per avere grande imperio, sia ricchissima, nondimeno non è mai ch'ella si trovi molli danari accumulali. Ma per pote- re ne' bisogni valersi di quell' entrate, hanno usato i nostri maggiori ne' tempi di guerra non pagare gl'in- teressi del Monte vecchio. Passata poi la guerra, han- no pagato gli utili, non del presente anno, ma dicjuel- lo nel quale restarono di pagare. E così hanno di ma- no in mano seguitato: lauto che quarani' anni o più si trova indietro a' tempi nostri questo Monte. Intor- no al Monte nuovo hanno preso i nostri patrizii, già due anni sono, un partito prudentemente considerato. Era questo Monte ancora egli molti anni rimaso in- dietio; e quando pagava i creditori, non pagava i pre- senti interessi, ma i passati, siccome usa oggi il Monte sopraddetto. Volendo aduncpe i nostri estinguere tanti debiti della repubblica, acciocch' ella si potesse valere delle sue entrale, per pubblica deliberazione posero fine agP interessi futuri, e fecero corpo del ca- pitale e degr interessi che insino a quel tempo erano corsi, e non s' erano pagati: tanto che ciascuno che ha danari in su questo Monte è creditore in una par- tita del suo capitale e degl'interessi sopraddetti j e quello che ogni anno si paga è da' creditori, non co- me frutto, ma come parte de' suoi crediti ricevuto. E così a poco a poco la repubblica di tanto debito si DI VENEZIA. 4^5 vieue a sgravare: e se si continuasse qualche anno di pagare, in breve tempo cotanto debito s'estinguereb- be. Ma voi vedete come il mondo gira, e come per le continue guerre i bisogni vanno crescendo. Tanto che non sarà da maravigliarsi se, non solamente questo debito non s" estinguerà, ma se ad altri Monti ancora si darà principio : che già sento che i nostri hanno ragionamento di farne un altro, che si chiami il Mon- te de' sussldii, per supplire alle tante spese che noi facciamo. Ma tornando a proposilo, per quello che abbiamo detto potete comprendere come noi ci va- gliamo di questi danari che pagano questi due Monti. Gio. Se io non ho preso errore, ne' tempi di guer- ra non debbe il Monte vecchio pagare cosa alcuna, ma debbe di quegli interessi, che quell' anno non [la- ga, rimanere debitore. Laonde se per sorte in quel- 1' anno nel quale non paga ha debito gl'interessi di quarant' anni, nel seguente avrà debito quelli di qua- ranluno, e non pagando ancora in quello, nell'altro poi avrà debito quelli di quarantadue j e così si può in infinito procedere: ma essendo posto termine agli interessi suoi, non può fare altra perdila se non che i creditori tardano alquanto più nell' essere pagali. Ma è giusto che ne' bisogni della repubblica ciascuno sopporti qualche cosa volentieri. Restaci ora il terzo Monte, che voi chiamaste nuovissimo, del quale non avete detto cosa alcuna. M. Trif. Di questo Monte non occorre dire altro se non, che solo questo gli utili a ragione di cinque per cento continuaraenlc paga. Gin. Questi vostri Monti sono eglino divenuli a5»» 454 DELLA REPUBBLICA E MAGISTRATI luercatanzia siccome quelli di Genova e di Firenze an- cora ? M. Tr'if. I Monti nostri si comprano e vendono non altrlmente che le altre mercatanzle. Ma i primi due hanno poca riputazione; perciocché spesse voUe avviene che valendosi la repubblica dei danari a lo- ro assegnali, niente pagano. Il terzo, perchè continua- mente paga, si mantiene ancora la riputazione. Ma perchè abbiamo trattalo delle entrate e delle spese del- la repubblica nostra, [tasseremo alquanto più innanzi, e diremo alcune cose della guerra e pace; sopra la qual malerla è necessario che diciamo, come la città sia prov- veduta d' arme e come ella si possa provvedere, ed alcune altre cose come di sotto intenderete. L'a[)pa- rato ordinario dell'armi, quale egli sia così per mare come per terra, avete quasi, per quello che è detto, inteso. Dello straordinario per terra non bisogna par- lare: perciocché qualunque volta egli è necessario accrescere forze, usiamo questa milizia mercenaria, la quale oggi per tutta l' Italia s' usa. E non bisogna che stiamo provveduti d' armadure per distribuirle poi assoldali; perciocché chi viene al soldo di san Marco, egli stesso porta quel!' armi che gli bisogna- no. Solamente è necessario avere gran provvisione d' artiglierie, di polvere, di salnitri, e di tutti gli istro- mentl da guerra per assaltare e difendere le terre, nel provvedimento de' quali la repubblica nostra a nin- na spesa perdona. Nella guèrra marittima, come dian- zi dicemmo, armiamo le galere nostre in alcuni luo- ghi dove gli uomini per poco premio vanno alla guerra per vogadori, e per combattere prendiamo di DI VENEZIA. /\Ò5 quelli che per terra combattono : i quali avvengachè seco portino l'armi di che hanno bisogno, nondimeno perchè quelle che s'usano nelle guerre navali sono alquanto difformi da quelle che s' usano in terra, per- ciò la repubblica nostra ne sta sempre copiosamente provveduta, acciocché in qualche bisogno grande ella non manchi d' alcuna cosa necessaria alla difesa sua. Similmente quando bisognasse accrescere le ftjrze di mare e mandare fuori maggiore armata, di lutto quel- lo che è a tale effetto necessario è sempre la repub- blica nostra provveduta. E acciocché ogni cosa inten- diate, abbiamo nella nostra città un luogo particolare il quale noi chiamiamo P Arsenale, dove le galere ed altri na villi con tutto l'altro apparato da guerra si fabbricano. E questo luogo cinto di mura intorno 5 né vi s'entra se non per una sola porta, e per il canale che mette dentro e manda fuora i navllii. E ancora sì ampio e magnifico, che agli entranti apparisce nel pri- mo aspetto come un'altra città. E credo certo che la grandezza sua lo faccia pari e forse superiore a quel vostro Castello nella strada di Pisa che voi chiamale Empoli, che già mi ricordo esservi slato, molli anni sono, in un viaggio che io feci per veder Pisa, Lucca, Genova, con tutta la sua riviera. In questo Arsenale sono distinte le munizioni l' una dall' altra, e dove si fabbrica una cosa e dove un'altra. I luoghi dove si fabbricano i navigli, sono oerti spazii, noi li chiamiamo volli, coperti con tetti, che piovono l'acqua da destra 0 da sinistra. Sono tanto larghi e lunghi, quanto ri- chiede la grandezza di quel naviglio che vi si fabbrica, o che vi si conieiva. Sono distinti questi spazii in più 436 DELIA REPUBBLICA E MAGISTRATI ordini, de' quali in alcuno ne sono più, ed in alcuna meno, secondo la lunghezza del luogo dove sono edi- ficati. Non ha molti giorni, che essendo io in Venezia volsi riveder lutto questo apparato, tal che non mi parve fatica l'andare visitando parlicolarmenta tulli questi ordini per veder tulli i navigli che al coperto si conservano o di nuovo si fabbricano, come sono le galere, le fusle, i brigantini, le galere grosse, le quali servono alle mercatanzie che si portano e recano di Barulti, di Alessandria, di Barbaria e di Fiandra, ben- ché oggi il viaggio di Fiandra non è molto frequenta- to. Sonovi due Bucentori, che sono una specie di na- vigli, la qual noi usiamo in certe nostre solennità, e neir andar ad incontrare i principi e signori che ven- gono nella nostra città. E notale che tra le galere ne sono una certa quantità segnate con un C e un X, eh* è il segno del Consiglio de** Dieci. Per il che si di- mostra quei navigli essere in potestà di tale Consiglio, né altro magistrato poterne disporre j il che è ordina- to acciocché nella città sempre si trovi un numero di galere per li casi che inopinatamente potessero av- venire. Questi navigli non però tutti sono in ordine, ma chi si fornisce, chi si restaura. Ma quando il bis(j- gno stringesse, sarebbe in breve tempo ogni cosa ìa ordine, perciocché non occorreria far altra provvi- sione che moltiplicare il numero de' lavoranti. Sonvi, olirà questo, in luoghi separati le munizioni dell'arti- glierie, dell' arme da difendere e da ofFenderCj dei ti- moni, dell' ancore, dei canapi, delle vele, degli alberi. Sonvi ancora i luoghi dove si lavorano le piastre per le corazze, dove si fanno i chiodi ed altri ferramenti DI VENEZIA. ZJO^ per la fabbrica de' navigli. Nella munizione dell' arli- glierla trovai gran copia d'artiglieria minuta e grossa, come sono moschetti, falconetti, cannoni, mezzi, quar- ti, colubrine, e simili, e del continuo si gettava as- sai delia nuova, convertendo in questo la materia molto vccr^hia che all'uso presente della guerra non è più accomodata, siccome enmo molti pezzi grossi che io vidi di quella sorte che si commette, siccome usavano gli antichi nostri. Eravi ancora un numero grande di artiglieria corta di ferro che si usa in su i navigli. Nella munizione dell'armi noi abbiamo da armare dieci mila uomini ordinariamente, e più se più fosse bisogno. L'armi da difendere, sono celatoni, petti e corazze , in tal modo che per P uso terre- stre non sarebbono utili. Le armi da offendere sono schioppi, de" quali ne vidi un numero grande, tutti con i loro tinieri e bottacci, ronche, partigiane, spiedi, balestre, archi alla turchesca, ogni cosa con grande or- dine ed apparato disposta. Io sarei troppo lungo se volessi narrarvi ogni particolarità minutamente. Voi andrete a Venezia, e tra le altre cose andrete a ve- dere questo Arsenale, dove voi vedrete tutto quello che io vi ho dettrT, e molte altre cose ancora, delle quali per non esservi tedioso non voglio parlarne. Non voglio già pretermettere come nel palazzo dove sta il Doge è una munizione d'armi per armare d'intorno a mille e cinquecento uomini, la quale dagli antichi no- stri fu ordinata per riputazione e reprimer gli impeti domestici die fossero fatti contro alla repubblica no- stra, siccome fu la congiura di Baiamonte Tiepolo, es- sendo Doge Pietro Gradenigo, creato l'anno mccxc, 438 DELLA REPUBBLICA E MAGISTRATI e quella dì Marino Fale)io. Doge lv, creato 1' anno McccLiv. Baiamonte Tiepolo voleva col favore de' po- polari occupare il palagio e ammazzare il Doge, e quei gentiluomini ch'egli scontrava, e farsi tiranno. Ma dalla pioggia, la quale impedi la venuta de' compagni, fu rotto il disegno suo; perciocché il Doge ed i gen- tiluomini ebbero tempo a provvedersi: tanto che, fug- gendo egli per quella strada che mena da san Marco in Rialto, fu morto da una donna, la quale da una fi- nestra con un mortaio lo percosse. Marino Falerio, non gli bastando essere Doge, e volendo diventare ti- i-anno, aveva ancora egli ordinato d'ammazzare i gen- tiluomini. Ma essendo scoperto da uno de' compagni, c'iustamente di quella vita, della quale non è degno chi vuol essere della sua patria tiranno, fu privato. Per potere adunque reprimere simili assalti hanno or- dinalo i nostri maggiori, che il palagio sia provveduto di tante armi che siano per la sua difesa sufficienti. Guanto a quello che appartiene alle guerre fatte dai nostri maggiori, soleva la repubblica nostra antica- mente con gl'imperadori di Grecia e coi re d'Unghe- ria avere continua guerra. Ma poscia che i Turchi s'insignorirono della Grecia, gli Ungheri e noi sia- mo stati costretti difenderci da loro, tanto che non abbiamo poi fatto acquisto alcuno. E tutte quell'isole che noi possediamo nel mare Ionio ed Egeo, e quel- le terre che vivono solto il nostro imperio nella ri- viera d'Istria, Dalmazia, Schiavonia e di Morea, tulle furono premio di quelle guerre che noi con gli Un- gheri e coi Greci facemmo. Combattemmo anche in Soria, non solamente con quei popoli ribelli della DI VENEZIA. 4^9 santissima fede di Cristo, ma eziandio coi Genovesi. Contro a" quali avemmo la fortuna una volta tanto contraria, che noi fum no costretti difendere da loro la propria patria: ma finalmente per la virtù di M. Vittore Pisani e di M. Carlo Zeno e di M. Iacopo Gabballo Veronese, e d' alcuni altri Capitani, rima- nemmo superiori. Cominciammo poi a far guerra in Lombardia, dove noi sortimmo felicissimo evento, ed acquistammo tale imperio, che la potenza n!)Stra di- venne formidolosa a tutti i principi cristiani. E fu ne- cessario, se vollero abbassarla, che tutti insieme faces- sero confederazione. Di che seguì la sconfitta che noi avemmo In Gliiara d' Adda, e la subita perdila di tut- to l' imperio che in Lombardia possedevamo. Abbia- rao poi talmente con la fortuna temporeggiato, che a poco a poco abbiamo racquistato quasi il medesimo imperio e la medesima riputazione. Ond"* è avvenuto, che dopo la presa del re Francesco non abbiamo te- muto le minacele di chi ha fatto Italia e tutta la Fran- cia tremare : e finalmente gli abbiamo mosso contro la presente guerra, la quale, sa più i cieli questa bella provincia benignamente risguardano, dovrà ancora fe- lice evento sortire. Delle forze de' vicini, perchè sono il ciascuno notissime, non bisogna molto parlare. Chi f* quello che non sappia quanto grande sia la potenza del Turco , il quale circonda tutto il nostro marittimo imperio? Le forze dell' Alemagna, ancorché elle siano grandi, nondimeno (per esser divise) non sono oggi mollo paurose. E chi ha notizia del viver di quella pro- vincia, agevolmente può vedere che con gran diftìcollà si possono unire. E non è dubbio che s' elle fossero 44o UELI.V REPUBBIJCA E MAGISTRATI unite, avrebbe l' Italia a temer di loro molto più che «li quelle del Turco. Sarei troppo lungo se io ora vo- lessi rainulamente raccontarvi le ragioni che mi in- ducono in cjuesla opinione. Dello stato di Milano non teme molto la repubblica nostra, se non quando egli è in potestà del re di Francia, o d"* al Irò principe gran- de. Benché chiunque lo possiede non ha poco, in di- fenderlo, da fare. Restane! poi il Duca di Mantova, e il Duca di Ferrara : le forze de' quali non sono di tale qualità chea noi siano paurose, siccome è noto a cia- scuno. Del modo del guardare e difendere il paese, che era la terza cosa di quelle che noi nel principio proponemmo, non bisogna molto parlare. Percioc- ché dianzi udiste come noi guardiamo e difendiamo così lo stato di mare come di terra, essendo state da noi l'armi (che per la loro difesa teniamo) raccon- tate. Voglio ben che sappiate che avendo veduto i no- stri che una sconfitta sola ci poteva torre tutto lo sta- to di Lombardia, pensarono a fortificare in modo le terre, che quando si perdesse un esercito, non restasse ogni cosa in preda degli inimici. Per la qual cosa dal- l' anno mdix insino al giorno presente abbiamo forti- ficato in tal modo sei città Padova, Trevigi, Verona, Brescia, Bergamo e Crema, che da ciascuno sono sti- mate inespugnabili. Bergamo, per la propinquità d'un colle, è meno alquanto che l'altre, forte. Vicenza sola è rimasa Indietro senza essere fortificata. E quan- tunque ella abbia un colle, che la soprasla talmente, eh' egli impedisce in qualche parte la sua fortificazio- ne, nondimeno il San Bartolomeo da Liviano, già no- stro Capitano generale, aveva disegnato un modello, DI VENEZIA. 44' per lo quale ella sì rendeva da ogni offesa sicura. Li- gnago, eh'' è in sull' Adice, tra Padova e Mantova, è reputato luogo d"" importanza, e secondo eh' io ho sen- tito, quelli che governano la nostra repubblica lutto giorno pensano a fortificarla. La quarta cosa è da con- siderar quali cose si portano fuori e quali dentro. La qual ancora molte parole non richiede, perciocché manifesto è che essendo la città nostra fondata in ac- qua, ha bisogno che le siano portate tutte quelle cose che appartengono al sostenimento della vita umana, la quale ha con la terra, e non con l'acqua, propor- zione. Quelle cose che noi mandiamo fuori non sono altro che mercatanzie, siccome panni e drappi e mol- le SO) ti di mercerie, che nella nostra città si lavora- no. Conducono ancorai nostri mercatanti molte mer- ci di Barbaria, d'Alessandria e di Barutti, le quali [)OÌ per queste altre proviiicie si spargono. L'ultima co- sa era l'introduzione delle leggi. Ma questa è mate- ria d'un altro ragionamento, il quale si potrebbe fare se voi voleste vedere se questa nostra repubblica è semplice o composla. Ed essendo semplice, di quale specie ella si sia 5 essendo composta, se ella s'inchina più in una specie che in un'altra. Le quali cose voi potete molto bene per voi stesso considerare, avendo inteso come fatto sia il suggello. Quando sopra questo vogliate il giudlcio di alcun altro, il nostro M. Nicolò Leonico vi potrà pienamente soddisfare, il quale, per essere grandissimo filosofo e peritissimo nella nostra repubblica, puole di simili cose molto meglio che cia- scuno altro dis[)utare. Io vi ho narrato l'ordine di (juesta repubblica con quella brevità ed agevolezza 44 2 DELLA REP. E MAG. DI VENEZIA. che mi è stata possibile. E se pur lo non vi avessi sod- disfatto, mi vi offero di ragionarne ancora tante volte che voi pienamente ne restiate informatOj ed a tutti quanti i vostri amiri ne possiate far parte. Gio. Io resto di quanto avete detto soddisfattissi- mo. Ne altrimente mi pare questi vostri ordini posse- dere, che se nella vostra terra fossi nato. Non passe- ranno molti giorni che io anderò a Venezia, dove dal nostro M. Girolamo Quirino intenderò le azioni dei magistrali privati. Dopo questo da M. Nicolò Leonico intenderò quanto avete detto, perciocché non è one- sto con tante cose un solo affaticare. E di quanto oggi per me vi siete affaticato, ve ne ho certo grandissima obbligazione. E se V amicizia nostra il richiedesse, io vi offerirei tutto quello che per un amico carissimo da me far si poi esse. Dette queste parole ci levammo in pie, e n'andam- mo nel giardino: dove noi trovammo il Bembo, il quale con alcuni gentiluomini ragionando passeggiava. Accompagnatici adunque con loro, tutto il giardino più volle girammo. Vedendo poi che il sole alP occi- dente s** avvicinava, facemmo da tutti dipartenza, e lieti di tale ragionamento, alle nostre case ne relornammo. INDICE. La Repubblica Fiorentina. Libro l. — Gap. L Da che cagione sia slato mos- so r autore a scrivere della Repubblica Fio- rentina Pag. 3 Cap. II. Del modo del procedere ... » 9 Gap. III. Delle specie delle repubbliche, e di quella che è ottima >; 12 Gap. IV. Che qualità debba avere una città ca- pace dello stato misto » 22 Gap. V. Ghe Firenze è subbietto capacissimo del governo misto » 2 5 Libro II. — Gap. I. Ghe una repubblica non si [)un riordinare senza considerare i difetti suoi particolari » 5o Gap. II. Quali cose bisogna che sieno in uno stato, a volere che sia da' cittadini amato, e però sia dlulurno )) 55 Gap. III. Ghe ne' due governi passati non era li- bertà » 55 Gap. IV. Ghe l'autorità della signoria era tiran- nica )j 57 Gap. V. Ghe l' autorità del magistrato de' dieci era tirannica » 60 Gap. vi. Ghe il magistrato degli otto era tiran- nico » 65 444 Gap. vii. Che la reputazione de' collegi è tiran- nica e disutile alla città Pag. 66 Gap. TIII. Ghe il gonfaloniere acquistava mag- gior potenza di quella che si conviene in una amministrazione civile » ^3 Gap. IX. Narrazione per la quale si dimostra che i cittadini non potevano essere affezionati a' due governi passati, e perciò ne segui la ro- vina loro » 7 8 Libro III. — Gap. I. Ghe bisogna prima intro- durre il governo civile e poi la milizia . )) 90 Gap. il Gome si debbe temperare lo stato mi- sto >' 95 Gap. III. Ghe la repubblica debbe inclinare nel popolo "97 Gap. IV. Ghe la repubblica sarà composta di tre membri principali » 109 Gap. V. Del consiglio grande )) no Gap. VI. Del senato " 1^9 Gap. vii. Del collegio '. . » 122 Gap. Vili. De"* signori » i23 Gap. IX. De' procuratori » 127 Gap. X. De' dieci » 129 Gap. XI. In che modo si abbiano a trattare le azioni pubbliche in collegio .... » ivi Gap. XII. Del principe » 137 Gap. Xlll. Della quarantia » i45 Gap. XIV. Del modo del punire i delinquenti contro allo slato » i52 Gap. XV. Ghe l'ordine del procedere al palazzo del potestà non è buono " ^ ^9 445 Gap. XVI. De' Collegi e signori delle pom- pe. Pag. » i65 Gap. XVII. De' capitani di parie . . . » 1 6G Gap. XVIII. D'alcune provvisioni particolari. » 174 Libro IV. — Gap. I. Glie la città si debbe di- fendere coir armi proprie, le quali son distinte in quelle di dentro ed in quelle di fuori . » 188 Gap. II. In che modo la milizia di dentro si de- ve introdurre . . . , ^* '9^ Gap. III. Della milizia di fuori . . . . >J iqS Gap. IV. Della milizia a cavallo .... » 202 Gap. V. Glie dalla milizia cosi ordinala si può più sperare che dalla mercenaria . . . » 20 5 Gap. vi. De'p:isti pubblici » 220 Gap. vii. Ghe la sopraddetta forma della repub- blica è ordinata prudentemente ...» 224 Gap. Vili. Quali occasioni e quali mozzi si ri- cerchino all' introduzione di questa repub- blica » 256 Della repubblica e magistrati m Venezia. » 2f)r •f ' V * .' PLEASE DO NOT REMOVE CARDS OR SLIPS FROM THIS POCKET UNIVERSITY OF TORONTO LIBRARY

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