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Monday, August 11, 2025

GRICE E ZANOTTI

 PQ 4734 Z42A6 1828 ^^1 . t^ . ^ Q , ^ILDSISI sms^fin ai e/. JlJbcc^(r Jpooio^^. GENOVA, Dalla Tipografia Yves GrAvier, 1828. .^^.^ ■'Ji€) - Y0 '.\0 do ;;t® ^1>> "3X© JÌ© -. lO ' 'ÌC> ■ }j(0 . |® Ta!ì!^ e/ FRANCESCO MARIA ZANOTTL F RANCEsco Marta Zanotti par- ve un ingegno fatto a tutte le scienze. Perciò non è da maravigliarsi, che ottenesse lode di eloquenza. Scrisse elegantissimamente si in prosa, co- me in verso, (ciò che forse di niuu si legge) tanto nella latina lingua quanto nella volgare. Il padre fu Gio. Andrea Cavézzoni Bolognese. Questi essendo ancor gio- vinetto ottenne nel 1640. per testa- mento di Vincenzo Zanotti suo Zi» ti materno un' ereditai coli' ol)ligo di assuriieie la sua arma, e 'I suo co- gnome. Poscia andato a Parigi servi per iriohi anni quel Re su le regie scene; nel che fu cosi eccellente, che parve essere il Roscio de' tempi stfoi. Essendogli morta la moglie che a\ea presa in Bologna , sposò in Parigi una giovine d' un' onestissima fami- gl a per nome Maria Margarita degli Enguerans , la qual poi condusse a Bologna , dove volte restituirsi , dopa aver lungamente servito quel gran- dissimo Re, e ricevutone grazie, e be- neficenze straordinarie; tra le quali non è da tacersi la cittadinanza di Parigi , che olterme per se , e suoi dis(endenti con Rego diploma one- revolissimo. Lbbe da Maria Mar^^a- riia i8 figliuoli, l'ultimo de' quali fu Francesco Maria , qàelìo di cui era ragioBeiemo. Iti Nacque Francesco Maria Zanoiii in Bologna la sera de' 6. Gennajo nel 1692. Perde prestissimo il Pa- dre* La Madre, che era donna di grande spirito, ne prese l'educa- zione , e incaminollo nelle lettere. Ebbe verso quest' ultimo figlio un sin- golare affetto, parendole, che nella qualità si deir animo , come del cor- po, fosse al Padre somigliantissimo^ Raccomandollo a' PP. della Corapa- pagnia di Gesù, nelle scuole de' quali apprese la grammatica, e la retlo- rica , e consegui i sommi onori , che sì danno in que^ primi studj a fan- ciulh*. Passò allo studio della filosofia , essendo d' anni i3. , sotto la disci- plina del Padre Ab, Carlo Lodi de' Canonici di S. Salvatore, filosofo a que' tempi, e teologo illustre nella UmvcMitèi di Bologna, Benché morto ir questo, compie nei Icrz' anno lo stu- dio della filosofia solto la disciplina del Doli. Alessandro Garofali per in- gegno , e per dollrina degnissimo successore del Lodi. Ad amendue i Maeslri parve Francesco Maria di chiarissimo e [>erspicacissimo inge- gno sopra Tela; e fu credulo, che fra tulli i giovani dell' Università pò* chi avesse eguali. Mcnire studiava la filosofia , coltivò quanto potò la lingua latina , leggendo massime i Poeti, che sommamente lo allena- vano, Virgilio, Orazio, ed Ovidio- Pose anche studio nella volgar poe* sia, di cui divenne ollremodo vagoj e fece fin d' allora, portato più da naturale impelo, che da arte ve- runa , alcuni componimenti , che parvero maravigliosi anche a' più in- telligenti. Giovogli in ciò la cono- scenza, eh' ei fece allora ^i Fei** uanoo Antonio Gìiedini , Poeta a quel tempo in Bologna assai chiaro. Volle a que' di il Senato intro- durre neir università la cattedra del- l'Algebra, non più slatavi per r ad- dietro, e conferilla a Vittorio Stan- cali, uomo in quella scienza molto \ersato. Questi vogliosissimo di prò* muovere tale scienza in Bologna , quanto potesse , e acquistarle stima , desiderava oltremodo, che alcun gio- iFane d' alto ingegno vi si applicasse/ il quale però niente sapesse delle scienze matematiche , volendo far prova di quanto innanzi potesse pro- cedersi colla sola scorta dell' Alge- bra. Non fu difficile per mezzo del Ghedini tirare alla scuola dello Stan^ cari il Zanotti. Questi dunque nel terzo anno della (llosofia intrapresQ lo studio dell'Algebra; e noi sap^ piamo , che lo Stancari , Ira molti VI scolari die avc:t, 6i niuno più com- piacevasi clic di lui; intanto cho il Garrofali assai tcmca , che quello studio dovesse tanto piacergli , che Io distogliessc dalla filosofia, rh'^i gì' insegnava. Lo Stancar! spiegale appena le prime regole , morì. Al- lora il Zanoiti depose affatto il pen- siero deir Algebra. Venuto il fine di queir anno amò il Garofali, che egli desse pubblicamente un saggio del suo profitto. Sostenne egli dunque nelle Chiese di S. Salvatore una pub- blica disputa sopra molte conclusioni tratte da tutte le parti della filoso- fia. La facilità, e gli argomenti prò» posti, la speditezza e chiarezza som- ma in risolverli, una certa naturai facondia, con un lepore di latinità nuovo, che cominciava in lui a di^ icoprirsi anche in quella età cosi tauera, levarono un grido straordi» I Tir nario, e gli acquistarono il concetto d' Uii ingegno raro, e naaraviglioso. Egli non curò di prender subito la laurea dottorale, e poco sempre fa amante de' gradi, e de' titoli. Come desiderava oltremodo di sapere, si lasciò facilmente per due o tre anni appresso indurre allo studio quando d' una scie iza, e quando d' un' al- tra, niuna essendone, che al pre- sentarglisi non sornmamenle lo al- ietiasse. Non ben risoluto di ciò, che professar dovesse, per consiglio della madre d edesi allo studio delle leggi che assai gli piacque, finche venne il tempo di praticarle. Allora noa potendo soflVire gli usi , e le noje ne del foro, ne dei Forciizi, abbandona questo studio , e a quello si diede della Teologia, Ne si contentò, di sapeie soltanto le opinioni degli Au- tori, ma fece estratti eoa molta di* vili Ugeiiza delle principali materie, clic si trattano in ([uclla scienza, i quali estratti si sono poi trovati fra le sue carte dopo la morte di lui. Intanto segni sempre ad appli- carsi con grande atfetto alla poesia, e fu de' primi, che dietro la scorta del Gliedini promossero in Bologna Jo studio de' Poeti antichi , e sopra tutto del Petrarca. Nei che ebbe per compagno Gio. Pietro suo fraiello maggiore il quale nato in Parigi r anno 1674' > e poi venuto col Pa- dre a Bologna, cominciò anch' egli in questi tempi a poetare con molto grido. Francesco Maria aggiunse alla Poesia italiana ancor la latina , e quantunque fosse innamorato d' Ovi- dio, ne ancor gustasse il verseggiar di Catullo, credea però, dover atie-^ sto Poeta esser benissimo, sapendosi quanto piacque a Ovidio stesso. Si studiò dunque, quanto potè, di ri- conoscerne le bellezze e le grazie. Il che facendo, ne diventò ben pre- slo COSI vago , elle compose alcune elegie in islil Catulliano, le quali generalmente piacquero, ed ebbero un sommo applauso di due uomini in- leudentissimi, cheaque'di passarono por Bologna, il famoso Morgani,e il Lazzarini. Può dirsi , che il Za- iiolti fu uno de' primi, che promos- sero quello stile in Italia. Nel che però ebbe compagno il P. Iacopo liassani Gesuita, il qual pure avea cominciato a comporre in quello stile molto leggiadramente, ed onorò poi il Zanotti , quando egli si addottorò, con una bella elegia , la qual leg- gesi nelle poesie d'esso Bassani stam- pate in Padova I' anno 1749» Il piacere della poesia non gì* im- pedì di prendere un sommo gusto ^ . allo scrivere anche in prosa cos\ v^oU gare, come latina; tanto che in ul- timo , datosi del tutto alla prosa , perdette quasi affatto il gusto di scri- vere in versi. A che conferà anche molto quella gran noja , che danno a Poeti questi oziosi, che vogliono ogni d\ sonetto , o canzone sopra qualsivoglia argomento ; per sod- disfar a' quali conveniva al Zanotli bene spesso comporre in fretta , e a dispetto , o dar come suo alcuu componimento de' suoi amici, i quali già s' erano di ciò tra loro conve- nuti per liberarsi da quella molestia comune. E qui torna a proposito il rendere pubbica u )a notizia sopra il Canto VI. del Poema di Bertoldo, il qual sebbene porti in fronte il nome di Francesco , non fu però composto da lui. Avendo egli con- tratto impegno con lo stampatore. XX e , non volendo mancar alla parola data , poiché non piaceva V argo- meiiio, e niun genio avea per quello stile, che a tale argome. si lece una visita solenne per gli affari delle acque , essendo l'oggetto principale (juello di condurre il no- stro Reno nel Pò di Lombardia. Vi concorsero i INlalematici più celebri delle Provincie acljacenti al detto Pò, ed anche i Ministri delle Corti , che aveano interesse nella condotta di quelle acque. Desiderò Eustachio Manfredi di seco condurre il Zanotli; e ne ottenne dal Senato la permis- sione. Non fu picciol onore per lui d' esser impiegato in un affare dì tanta importanza, e che un Man- fredi desiderasse di averlo compagno. Del 1727. fu fatto Sccretario dell' Instituto, succedendo a Matteo Bnz- Zani, uomo di singoiar dottrina, il qua! di Sccretario era stato fatto Pre- sidente. Adora entrò nella Accademia in gran desiderio che si scrivessero' gli Atti suoi, e di tanto in tanto si publicassero, come vediam farsi delle altre Accademie. Ne diede dunque la cura al Zanetti, il qual ne fece poi otto volumi, e più ancora ne avrebbe fatti, se non gli fosse con- venuto di accomodarsi alla lentezza degli Accademici, troppo maggiore, che egli non avrebbe voluto. Ne iii questi tomi ha fatta solamente la parte di Secretario , ma quella an- cora d'Accademico^ avendo in essi inserito assai cose da lui stesso pen- sate SI intorno alla Fisica come in- torno alla Matematica, Di ciò diremo pi II avanti ove riferiremo delle Opere principali, che usciron del Zanetti j nei qual luogo s'intenderà ancora d'alcuni viaggi,, che egli fece, e d' amicizie illustri che egli ebbe. Non è da tacersi T onorevole of- ferta a lui fatta Tanno 1732. di una lettura di filosofia nella celebre Va* irtn tiivcrsilh (li Padova. Molti amici let- torati, e fra (jucsti principalmente ii Morgagni, avendo contribuito a quest'elezione, s'ingegnavano a per- suaderlo di accettarla; mentre altri, fra quali Eustachio Manfredi, pro- curavano di distoglierlo : tutto ciò rilevasi dalle lettere del Zanotti scrit- te al Morgagni, ed al Manfredi e dalle risposte. Ste;te il Zanotti per alcun tempo sospeso non sapendo che risolvere. Avrebbe egli desiderato di compiacere tutti gli amici suoi; ma come farlo essendo essi di sentimento diverso? Finalmente deliberò di ri* inanere in Bologna temendo per la salute alquanto pregiudicata di noa potere adempiere esattamente a' tutti gli obWighi, che sono ingiunti ai lei- lori di quella Università. Essendo accaduta nel 1766 la morte del chiarissimo Siguor Iacopo Bec- XtTIf cari, che nel Presidentato era gii succeduto al Bizzaui ^creato fu Pre- sidente Francesco Maria Zanotti. E quantunque la prima intensione de- gli Illustrissimi ed Eccelsi Senatori fosse, che egli tuttavia r tenesse an- che il posto di iSecrelario y egli non potè mai consentirvi, desiderando, che fosse fatto Secretarlo il Signor Sebastiano Canterzani scrittore molta elegante, e nella filosofia, e in tutte le matematiche Scienze versat'ssimo» L'Illustrissimo ed Eccelso Senati, che assai conosceva il merito di que- sto valente Professore, creò ad uà tempo Presidènte il Zanotti, e Se* cretario il Canterzani. Quesia carica fu da lui sostenuta con tutta la dignità , e la modera- zione di un vero Filosofo, massima- mente, nella occas one d^ alcune fa- stidiose dispute insorte neir Acc»d«J" xxiy mia, di niente più curante, clie dèlia continuazione dell'antica gloria della medesima, per qualunque mezzo ^ e sistema queste poi le potesse de- rivare* Sempre fu prontissimo ad inter- veniie alT Accademia filosofica, ed ivi ogni anno leggere la disserta- zione, e questa dissertazione, che erano o di Matematica, o di Filo- sofia, contenevano le più. sublime dottrina, ed i più fini, ed astrusi calcoli; e ciò usò sempre fino alU sera dei i3. di Novembre dell' anno scaduto 1777-? nella qual sera com- parve con tal vivezza, che promet- teva all' Accademia per assai pia lungo tempo il piacere d' averlo fra suoi , ed ascoltarlo. La sua vecchie/za era stata sem^ pre felice, trattone il trovarsi alcuna volta afflitto da una molesta flus^ sione alìe ©rreccliie, che lo privava dell' udito , il che Io git ava in uà estrema melanconia^ ma liatuto&i ritornava quello di prima. Ques e vicende j però non impedivano, che non ispendesse molte ore del giorno o scrivendo , o leggendo , e parea che in questi ultimi anni de'la sua vita fosse in lui vie più cresciut© l'amore per le lettere greche; e tale che ovunque andasse, sebbene fosse per essere la sua dimora di pochi giorni, sempre seco portava Omero, Platone, Demostene, e S. Gioannì Crisostomo. A coltivare e ad accre* scere questo suo genio conferì molto l'accesso che avea presso rEccelen- tissimo e Reverendissimo Principe il Sig Cardinale Boncompagni ora le- gato in Bologna, da cui era accolto con somma cortesia, e parttcolar- inente invitato ad intervenire ad una * •-•• raunanza di IcUcralc persone, cTi(5 sì tenea presso di Ini ogni settimana, ove leggevasi Omero. Sul terminare di ques o anno fu sorpreso da in- freddatura, che sul principio di- sprezzò affatto, non ascoltando la preghiera ne degli amici, ne del Pro- fessore Sartoni suo medico, che l'esor- tava a rispettare un male , di cui poteano esser funeste le conseguenze* Continuando dunque nel sortir di casa, e nelle sue applicazioni, ne fìi finalmente cosi sopraffatto, che gli convenne porsi in letto con febbre, ed ingombramento di petto, che si fece maggiore per non aver mai avuto r uso di espettorare, e a chi l'esor- tava a procurarsi un tal sollievo, scherzando rispondeva , che si volesse consigliare a fare in quell'età, ciò che non avea mai fatto in vita suaj sicché si ridusse all' estremo de' suoi XXVII giorni, ma con tal limpidezza di mente, con tanta rassegnazione di spirito, con tal presenza a se stesso nel ricevere gli ultimi Sacramenti della Chiesa , che il Dottore Teo- logo, e Priore Rusconi suo Parroco nel compiere il suo ministero in que» gli estremi, ebbe a dire di rima- nerne edificatissimo^ e potè quinci ogni altro comprendere, che il Fi- losofo Cristiano, ajutato dalla grazia celeste, sa trarre dalla sua Filosofia de' fortissimi ajuti per ben morire. Lasciando alla perfine la sua fa-» miglia, e gli amici in pianto, che una perdita fecero da non potersi riparare, spirò placidamente il no- stro Francesco ai 28. Dicembre del J777., essendo d'anni 85, mesi 11 , e giorni 19. L' Università , e l'Ac- cademia deirinstituto vollero dare un segno della loro particolare stima xxxnx verso l'illustre defunto, as^Jistcndo le esequie, che la sua famiglia gli fece celebrare nella Cliiesa Priorale di S. Maria Maddalena sua Parrochia, Noa sì può dire abbastanza quanto grande fosse il rammarico di tutta la città per la perdita d' uu tanto Uomo, che colle opere sue si eia meritata la stima de' più insigni letterati d' Eu- ropa. Quindi è, che principali or- dini della città stessa il di i6 di Gugdo delTanno 1778. fecergii so- lennizare sontuose esequie nella Chie- sa del SS. Salvatore, quali conve- nivaiio alla grandezza del comune dolore, e alla gloria d' un tan o Cit^ ladino. V'intervennero gli Eminen- tissimi Legato, ed Arcivescovo, ei Magistrati della città ; e il Sig. Can- nonico Antonio Monti Publico Pro- fessor di eloquenza recitò iu sua lode Htia applauditissima orazione^ che ò XXTX Stala poscia consegnata alle Stampe: finalmente i medesimi Cittadini per non tralasciare alcuna testimonianza d' onore verso il Zanotti gli fanno erigere nella loggia superiore dell' In- sti tulo uiìa maguifica ed elegante memoria, la quale sarà sempre un monumento non meno a lai, che a Bologna stessa glorioso, dimostrando insieme e '1 raro merito del primo^ e la riconoscenza, e la gratitudine dell'altra. MODI E QUALITÀ- Fu di statara mezzana; di capei biondo; d'occhi azzurri; di colore tirante al pallido; d'aspetto gralo^ e piacevole, se non che d'ordinario traeva molto al pensoso; e ciò an- che nel tempo della sua fanciullezza, \ disegnatori lo trovarono difficilis- simo a ben ritrarsi. Il ritratto, che a a e in alcune ecllzloni va innanzi alle sue poesie, si licne per pochissimo somigliante. Un valente Inglese, tro- vandosi in Bologna, volle farne uno in piitura, il quale si ha per somi- gliantissimo, e conservasi ora nel Palazzo deirinstituto. Amante della solitudine fuor di modo, e inclinato alla malinconia, quant' altri mai. Estendo anche gio- vane, sostenne lunghissime irisirzze e gravissime, senza averne altre, che quella di non trovar cosa al mon- do, che il rallegrasse. Passala di poco l'età di 5o anni ebbe una febbre acutissima, e fu sul punto di mo- rirne. Sostenne la febbre con indi- cibile tranquillità d'animo; guaren- done cominciò a cadere in melan- conie; e ciò più volte gli avvenne in piccole febbri, che di tanto in tanto il preadevauo. Non perciò rendevasi molesto alla compagnia; e fuori de' tempi .delle sue tristezze maggiori , era festevole e giocondo oltre modo, e diceva egli stesso di credere, che la maggiore allegrezza, che sia al mondo, sia quella de' malinconici. Non polca applicar l'animo a cosa tiiuna leggermente. Che che egli si mettesse a studiare, vi si profondava del tutto, né potea levarselo di mente, per quanto vi si sforzasse, avralo presente anche dormendo. Solo se ne distoglieva, quando parergli d'esser giunto a fine di ciò, che s'avea pro^ posto. Di qui provenivano debolez- ze, e stanchezze di mente, e di cor- po non ordinarie; e tanto più eh' egli ebbe in costume di studiar pas- seggiando, ne scriver mai verso, o periodo, o altro che fosse, senza aver- lo prima passeggiando composto. Dal x\xn qnal costume cominciò poi in pro- cesso.di tempo a guardarsi , si per- chè le stav\chezze cominciarono a rcnderglisi intollerabili; si aricora perchè gli avvenne più volte, mas- sime studiando cose matematiche, che ciò, che in pensar passeggiando g\ì era paruto certissimo , scrivendol poi gli paresse incerto e dubbioso; laonde diceva, che per assicurarsi d'aver ben inteso alcuna cosa, niun mezzo è migliore, che provarsi di bene scriverla. Presto all' impazienze e a lievi sde- gni, e presto ancoi a a tranquillarsi. Dolevasi della sua memoria, che parevagli avere assai debole, e si- milmente dell'intelletto , che diceva essere poco. Con fida vasi tutto nella lentezza del pensare, e nell'ordine^ dicendo, che niuna cosa può essere lauto sottile, che qualunque ingegna xxxni Qticlie mediocre non possa giunger* vi , solo che abbia la pazienza di procedere con ordine, e lentamenie* E quindi è forse , che nel giuoco degli scacchi il quale da luogo a un pensar riposato, valse assai, ad altri gìuo-* chi non ebbe abilità veruna giammai. Amava di contraddire ove pares- segU, che fosse esercizio d'ingegno, e sapea farlo con molta acutezza e grazia e senza offendere; il perchè era gradito a molti, e volo.itieri in- vitato alle tavole e ai convit.; bea* che essendo sempre pericolosa casa il co.itraddire, non tutti glielo at- . tribuivano a lode. Poco paziente, se paressegli d'es- sere disprezzato, e poco ancora aman- te degli onori esterni e de' titoli. Non potea sofferir lungamente le compagnie, che non dessero luogo a domestichezza e famigliarità j né XXXIV pplca non manifestare nel volto ciò, che avea nell'animo. Fu in Roma per suo diletto parecchj mesi; ama- tissimo (la lutti in quella gran città e stimatissimo. Diceva non poter ri- trovarsi in tutto il mondo maggiori cortesie, che in Roma, non volendo nulla. Anche in Napoli strinse gran-* di amicizie, e fu assai caro alla Si- gnora Donna Faustina Pignatelli, Principessa di Colobrano, colla quale ebbe poi frequentissima corrispon-^ denza di lettere finché ella visse. Disiuterrassato al maggior segno, e nel dare, e nell'aver poco, o piut- tosto nulla sollecito a suoi vantaggi. Condiscendente e liberale. Niente avea più in odio, che la malignila, gli inganni studiati e le frodi. Al solo imaginarsene alcuna, benché a lui nulla appartenesse, s'accendeva su- bito neir animo , e non sapendo egl> dissimularlo, avvenne non poche volle, che i compagni si maraviglias- sero, non bene intendendo, di che egli fosse sdegnato. Era sommamente grato a quelli, dai quali ricevea favori, e benefici. È certamente a uiuno credeasi in debito di dimostrare la sua ricono- sccn2:a, che alla nobilissima fami- glia Ratta. Da essi fu accolto con particolare cortesia fino da quando era egli nella sua prima gioventù, e per molti anni tenuto in casa prov- veduto di tutti i comodi, che mai desiderar potesse. Accostandosi alla v^chiaja volle egli ritirarsi presso i suoi, e ciò fu a lui conceduto non .senza dimostrazioni di un sincero dispiacere. Non impedì questa sua ritirata che non proseguisse ad es- sere spesso loro commensale , e com- pagno nelle villeggiature, il che dava tì lui il comodo eli conlflbliire C6^ suoi insegn.ijnenli, siccome scm[)r€ fatto avea per Taddielro, all'ouima educazione de' giovani di quella il- lustre Famiglia. Compose anche per essi diversi scritti addaltati all'età, € coJidi'ion loro. Amante di Religione, C special- mente devolo di Maria SS. abborriva quei libri,, che vanno tutto il di uscendo fuori , e disponendo la via dell'ateismo, parendogli, che fossero per ogni conto l'ignominia del no- stro secolo* Fu aggregato a tre Reali Accade- mie, di Montpellier, di Londra, e di Berlino, ed a moltissime di beile let- tere, fra le quali a quella degli Arcadi della Colonia Ren a , col nome de Orito Peliaco, de Gelati , degli lueslri- cali, d'alue fuori di Bologna. Un iipa celebrate le vostre Arti, ben sicuro, che se io farò vedervi esse» e stalo esso lutto vano, e fallace, e insidioso, non per ciò me ne vorrete male, ixja pluMo- sto amerete la sincerità , e sempli-^ cilà mia^ ( ^9 ) E primierameate io saprei volen- tieri, per qual cagione quel vostro gran lodatore delle belle Arti, se avea pur in animo di lodarle, volesse sul principio stesso dell' orazione metter da parte l'uso, che fanno moltissime scienze di esse arti ,' e 1' utilità , che ne traggono; dalla qual però tante laudi^ poteano derivarsi, e tanto gran- di, e tanto vere. Le quali essendo e giustissime, e manifesussime , e non potendo egli perciò dissimularle del tutto, le nascose quanto potè , sotto una figura, che gli oratori chiama- no preterizione, dicendone soltanto^ quanto bastava per protestarsi, che non volea dirne nulla. E cotamenio- randole ancora di questo modo , a tanto eccesso di grandezza le addus- se, che non dovest»ero poter' esser cre- dute da ninno. Imperocché a quella sua COSI veemente interrogazione, per cui chiedea qual' arte fosse, e qual disciplina, che della pittura, o della scultura , o della architettura non (3o) iommamenle abbisognasse , chi è , che non avesse tosto potuto rispon- dere : la dialettica, la metafisica, la teologia, la giurisprudenza, la mo- rale , r aritmetica, 1' algebra, 1' isto- ria, l'eloquenza, la poesia, e tante iìltre^ molle delie quali, non che i lavori della pittura, e della statua- ria, ma fuggono affatto 1' aspetto di qualunque materia , e se ne sde- gnano. E quelle istesse, che si ser- von talvolta di istrumenli, e di ta- vole, come la Notomia , la Botanica, la Fisica, e perciò chiaman sovente ai servigi loro la Pittura, e la Scul- tura , diremo noi per questo , che debbano stimarsi ad esse inferiori? E chi non sa, che essendo una cosa fatta per un'altra, dee sempre sti- marsi meno, che quella, per cui è fatta ? Ora io domando , se la no- tomia, e la botanica, e la fisica sieno fatte per gì' instrumenti , e per le ta- vole, ch'esse adoprano, o non più tosto gU instrumeuli, e le tavole per (3i ) loro. E se così è , chi sarà , che vo- glia stimar quelle arti, che formano tali tavole, e tali instrumenti, più Ai cucile per cui le formano? E se dicesi (che veramente si dice) tali scieize aver bisogno tal volta della pitUra, e della scultura, senza cui non potrebbono avere certi loro ar- nesi; ciò dicesi, come anche si di- reble , il signore aver bisogno del servo , senza cui non potrebbe esser signore; ne per questo però cadrà in mente a veruno uomo sano, che deb- ba il signore stimarsi meno, che il sevwo. Io dovrei forse fermarmi pifi lun- gamente su tale argomento per que- sto islesso , che volle jeri quel vo- stro Oratore fermarvisi cosi poco j perciocché egli non avrebbe certa- mente ciò fatto , se avesse trovato un tal luogo opportuno al suo intendi- mento. Ma io , che non ho tanta arte» e debbo pure aver risguardo alla bre- vità, voglio far fretta al mio dire. (3.) e venendo losio a r| udì' argomento^ intorno a cui e^li contorse, e rag- girò tutta I' oraziou sua, Tarvcne ve- dere la falsi tìi. E quale è questo ar- gomenio? Glie le cose belle piiison da stimarsi, die !e uiili, perciocché quelle amiamo per lo merito loro ; queste per l' interesse nostro ; e se questo è : dover più sliiTiarsi la Pit- tura, la Scultura, e 1" Architettura, che studiano solamente le cose belle, che le altre discipline, le quali vaano dietro alle utili. Non è egli questa r argomento , che egli amplifican- dolo, e adornandolo, e tutto spar- gendolo di poetici lumi, lo lece di- venire un'orazione? Ma a cui darà egli ad intendere, che le cose belle sieno da stimarsi più, che le utili? Kè io voglio qui paragonar la bel- lezza con 1' utdità; delle quali que- sta si ama per gratitudine, e per de- bito, quella per gentilezza , e corte- sia ; ne io so di queste virtù qual si^ maggiore j so benC; che la gra« _ (33) titudine è più dovuta , e più è da riprendersi un'ingrato, che uno scor- tese. Ma lasciando il paragone da parte, io domando solamente, se le cose utili sieno belle esse pure. E co- me noi sarebbono ? Non disse egli lo stesso vostro Oratore, che la bellezza si diffuse per tutte le opere della na- tura , e belle tutte le rese, e vaghe, e leggiadre, e degne di quel Dio , che le creò ? E chi può credere , che avendo la bellezza voluto adornar di se stessa tutte le cose inutili , noa abbia poi voluto far la medesima grazia a iche alle utili, che più di quelle la meritavano ? Sono dunque le utili cose belle esse pure, e lo sono anche per questo, perchè son' utili, essendo una bellissima cosa l' milita. Non è dunque da dire, che la Pit- tura, la Scultura , e 1' Architettura seguano gli oggetti belli, le altre di- scipline i giovevoli : ma è più tosto da dire, che seguendo tutte oggetti beUi , quelle seguon gU oggetti , che ( 34 ) non son' altro che belli ^ e queste Se- guono gli oggetti, che essendo belli sono ancor giovevoli; nel che parnii, che sieno di gran lunga più giudi- ciose, e più da stimarsi. Pure, di- ceva il vostro Oratore , queste altre discipline cercano esse bensì le cose uiili , e belle, ma non le cercano, ne le considerano , se non come utili. E donde ha egli saputo, e chi gli ha detto, che i dialettici i me- tafisici , i fisici , gli aritmetici , i geo- metri, e tanti altri considerando og- getti insieme bellissimi , e insieme utilissimi, pur gli considerino sola- mente, come utili, non come belli? Per qual modo potrebbono essi mi- rar tante , e si divine bellezze, e non arderne tutti, e infiammarsene? Pia- cesse a Dio , che tratti dallo splen- dore di quelle beltà non trascorres- sero cosi spesso , come fanno , in quelle lor altissime contemplazioni, per cui sovente si dimenticano di tutti i nosti'i comodi j che cosi ancor ( 35 ) meno spesso si vedrebbono o diTèg- giati dal volgo, o ripresi dagli ama- tori troppo avidi del ben comune* Qual comodo cerca egli il fisico al- lorché va rintracciando i principj ul- timi della natura ? Quale utilità il metafisico allorché studia , e cerca la ragione delle essenze possibili ? Qual vantaggio il geometra , allor- ché si affanna per discoprire le pro- prietà di quelle linee , e di quelle figure, che mai non furono? I quali certamente non seguirebbono coti tanta ansietà oggetti cotanto inu- tili se non vi fossero tratti dalla loro inaravigliosa, e sovrana beltà. E che direste voi , se io vi mo- strassi, che queste scienze cercano, e studiano la beltà delle cose più an- cora, che la Pittura, e la Scultura, e r Architettura non fanno? Anzi se io vi mostrassi , che quelle la cer- cano, e la studiano; la Pittura, la Scultura, T Architettura non la cer- cano, né la studiano in vermi modo? Io vi prego, o Uditori, di voler cS* serrai allenti in questo luogo, come siete stati finora, non gik pcrcliè io sia per dirvi ccfsa molto sottile , e recondita, ma perchè è verissima, e importantissima , e essendo tale , parmi degna della attenzion vostra. Due maniere ha la bellezza , una ve- ra , che è veramente nelle cose , e luia apparente, che non è nelle cose, ma solo apparisce, e per questo ap- punto, perchè solo apparisce, non è bellezza vera, anzi ne pur bellezza. E certamente è nelle cose una bel- lezza vera , che loro non si può to- gliere, e consiste in quelle perfezioni, di cui ciascuna di loro è constituita. La qual bellezza esser dee nelle crea- ture tutte, perciocché tutte da una eterna , ed immutabile essenza per certa maravigliosa participazione de- rivano, dalla quale essenza, percioc- ché essa è perfettissima , non altro derivar può che perfezione, e beltà. Ma nou è già di tutte le creature ( 37 ) queir altra bellezza ^ apparente , e falsa, la qual consiste non in altro, che in un certo rapporto, che hanno alcune cose verso i nostri sensi , mo- strandosi loro , quali non sono , e movendogli tuttavia per tal modo, che in noi sorga un' ignoto, ma soa- vissimo sentimento, che chiamiamo piacere. Imperocché non volle già la natura, che tutte le cose ci dessero questo piacere^ ma molte ne fece, che ninno ce ne danno 5 e ne sono ancor molte , che nojano i nostri sensi, e gli rattristano. Quelle dun- que , che cosi soavemente ci muo- vono, e senza dare ninna fatica alla ragione ci dilettano, se appartengano alla vista o all' udito, le chiamiamo belle ^ non perchè in se belle sieno j ma quasi per gratitudine di quel dol- ce piacere, che ne recano^ ne è ra- gione alcuna di dirle belle più di quel, che sarebbe di dir beUi i cibi, e gh altri oggetti dell' odorato e del tatto, qualor ne piacciano 5 i quali però giocondi e dilctlosi si chiama- no, non belli. E certaraente non piac- ciono tali cose per alcuna vera, e as- soluta bellezza, che in se abbiano 5 poiché se così fosse , bisognerebbe che la stessa cosa piacesse a tutti, e sempre, il che non è vero. E sap- piamo, che i Filosofi hanno mostra- to, che se in noi si mutasse quella disposizione, che abbiamo ne' nostri sensi , le cose che ora si chiamano belle , perciocché ne recano alcun piacere , non più recherebbono un tal piacere, né belle si chiamereb- bono, quantunque esse in sé non si mutassero; onde si vede, che quella bellezza, per cui piacciono, e belle comunemente si dicono, non è ve- ramente in loro , ma sol ci appa- risce. Ora ciò presupposto 10 domanda a voi, benignissimi Ascoltatori, né altro giudicio voglio, se non che il vostro. Qiial bellezza parvi egli, che si consideri dalla filosofia, e da tutte e 39 ) quelle altre scienze, che da essa de- rivano? Non forse quella bellezza vera, clie veramente è nelle cose, ed entra nell'animo, introdottavi dalla ragione e manifestandosi, e aprendosi airintelletto, e quindi riem- pendolo di una somma, e inefFabil dolcezza? Che altro cercano, che altro studiano, che altro bramano i Filosofi, se non questa vera bellezza, allorché proponendo a se stessi al- cun'oggetto, e rivolgendolo in tutti i modi, le cagioni ne spiegano, e i principj, e le qualità, e le proprietà tutte? E non è questo un cercar ve- ramente, e studiare, e esprimere, e rappresentare la bellezza vera delle cose ? Al contrario quella bellezza che studiano , e con tanta fatica cer- cano i Pittori, gli Scultori e gli Ar- chitetti, non è ella quella bellezza apparente , e falsa , ia qaal non è nelle cose, e che entra, non cono- sciuta dalla ragione, pei nostri sensi, e insinuandosi quasi furtivamente (4o) pclla parie Inferiore dell' animo , 1' occupa eli un' ignohii piacere , di cui si maraviglia P intelletto , non sapendo donde egli venga, nò come; e tal volta ancor se ne sdegna? Il perchè molti Filosofi sono slati, che hanno escluso dalla repubblica i pit- tori, e gli scultori , perciò solo, che vanno pascendo gli uomini di questa Yana , e lusinghevol bellezza , noa senza pericolo della virtù, E Paride, che la au'tepose alla sapienza, ne f»i ripreso non solamente dagli uomini , Bla castigato severamente dagli Dii; che sebbene le Dee, che gli appar- vero, non della sapienza, ma della bellezza tra lor contendeauo , nou per questo però dovea egli credere, che più la bellezza apprezzassero , che la sapienza; se già non le aveva per sciocche, ed insensate. E sapeva ben egli, che non d'altro allor di- sputavasi, che di un pomo, che era il premio non del sapere, ma della bella, e non alU più saggia doye- vasi, ma alla più bella. La qiial con- tesa se avessero quelle Dee stimata grave, e degna di loro, non 1' avreb- bono sottoposta al giudicio di un uomo, ne cercatane la decisione da un rozzo Pastore, allevato tra le ca- panne, e negli antri del monte Ida, Né io posso maravigliarmi abbastan- za, come questo dissolato, essendo sempre stato ripreso, e condannato dagli uomini , e dagli Dii , dopo Io spazio di tre mila anni trovasse jeri un lodatore del Campidoglio. Ma tor- nando alla Pittura , chi non vcde^ clic cercando essa, e studiando uni- camente questa vana bellezza , che con è nelle cose, ma solamente ap- parisce ; quella poi non cura , che nelle cose veramente è, ed è vera? E se questa non studia, e non cura, io non so come possa dirsi , che rap- presenti le cose, e le imiti j poiché l'imitarle, e il rappresentarle altro non è che imitare, e rappresentare quella bellezza vera ^ che in lor hanno. (40 E s' egli è pur da concedersi quello, che moltissimi, e sapientissimi filo- sofi insegnano, e ciò è che i colori non sieno già ne' corpi, ma sol tanto appariscano ^ voi ben vedete ,. che nulla del corpo ci rappresenta la Pit- tura, la quale non ce ne mostra, clie il colore. E perchè dunque imita- trice della bellezza de' corpi si chia- ma? Anzi perchè imitatrice? Voi forse vi maravigliarete, Udi- tori, di questo mio detto^ né senza qualche ragione^ essendovi impressa neir animo certa diifiuizione, che i Pittori sogliono addurre della lor ar* te, dicendo, eh' ella sia una lacoltii d' imitar le cose coi colori, affine di dilettare^ la qual difìinizione, per- ciocché a prima vista par vera, ne è stata da verun filosofo fino ad ora esaminata, si tien da tutti. Ma se voi considererete così un poco quello , che i pittori fanno, facilmente co- noscerete questa lor difìlnizione do- v«r esser falsa. Di fatti se la Pittura fosse un arte di imitare affine di dar diletto , non deverebbe il pittore prendere a imitare se non quelle co- se, le quali imitate essendo perfet- tamente , che è lo slesso che dire pa- rendo vere, dovessero dilettarne. E se ciò fosse, non mai vorrebbe alcun pittore dipingere o la morte di Ado- ne, o il pianto d' Ecuba , o la fuga d'Enea, o altre tali tristezze? le quali se fosser perfettamente imitate, e pa- resser vere, chi potrebbe soffrire di averle continuamente dinanzi agli occhi? E se i dottissimi, e grandis- simi Pittori le hanno pur dipinte, adornando le gallerie, e le sale, e hanno con ciò voluto recar diletto ai riguardanti, bisogna ben dire, che ad altro intendessero, che a perfet- tamente imitarle. E io jeri mi ma- ravigliai grandemente di quel vo- stro, per altro accorto. Oratore, il quale avendo detto , che la Pittura, la Scultura, e l'Architettura per lor primaria instituzione imitano le ope« ( 44 ) re della natin-a, losio soggiunse, che ancor le superano ; il che sarebbe un difetto grandissimo , se per lor primaria instituzione imitar le do- vessero. E veramente mi fece alcun poco ridere là, dove non ritrovando di quali cose fosse V Architettura imitatrice, si volse a dire, ch'ella imita le eterne e immutabili idee. Qual' arte ha , o cjual disciplina , Uditori, non dirò tra le più nobili e liberali^ ma tra le più vili e ple- bee, la qual facendo alcun suo la- voro , noi faccia simile ad una di quelle idee eterne e immutabili , che la natura prima di ogni tempo formò in se stessa, acciocché fossero gli esemplari di tutte le cose, che poi dovesser formarsi nel tempo av- venire fuori di lei? E se bastasse imi- tar qualche idea , perchè un arte do- vesse dirsi imitatrice, già dir si do- vrebbono imitatrici tutte le arti. Ma noi dicendo, che un arte imita, ed è imitatrice ^ non intendiamo già , . . . ^ 45 ) eh" ella Imiti una qualche idea , il che fanno tutti i lavoratori, ma ben- sì , che imiti alcun opera fatta prima della natura secondo una qualche i(ìca. Il che quanto convengansi all' Architettura , sei vegga egli V acu- tissimo OratoFf^. Nò so già , s' egli più a riso mi movesse, che a sdegno, in cjuel luo- go, dove tornando alla Pittura e alla Scultura, per commendarvi pure la lo r supposta imitazione, e sottoporre ad essa ogni genere di beltà, volle darvi ad intendere, che esse non solo i corpi rappresentano, ed esprimono, ma anche le spirituali nature, ed incorporee, e, se a Dio piace, an- che le forme istesse universali, ed astratte, e addusse in esempio le vir- tù, e le passioni degli uomini, la piacevolezza, la verità, la fede, la mansuetudine ed altre tali torme , ch'egli disse di aver vedute più volte dipinte e scolpite. E c|uesto che al- tro fu , se non preadersi di voi gioco^ 2* ^ 40 ) ed avervi per molto semplici? quasi non fosse i'acilissimo ad ogu'uno Tiri- Iciìdere, come le passioni e le virli dcir uomo , quantunque riseggali nell'animo, che n'ò il soggetto, e però sieuo spirituali ed incorporee, "pure per quella unione strettissima, che passa tra il corpo, e l'animo, producon nel corpo certe mutazioni, che sono materiali e corporee, re- sidendoin esso, che è il soggetto loro; e queste mutazioni del corpo non soa già esse le passioni, benché ne sieno grindizj. Non potendo dunque la Pittura, né la Scultura, siccome è chiarissimo, imitare, né rappresen- tare altro, che queste esteriori mu- tazioni, è manifesto, che non altro delle passioni ci rappresentano, se non quello, che esse hanno di ma- teriale^ e più tosto dipingonsi, e scol- pisconsi gTindiz] delle passioni , che le passioni stesse. Né vale il dire, che mostrandone gl'indizj, le ridu- cono alla memoria^ e questo ridurle . ( 47 ) alla memoria è un rappresentarle , ed esprimerle. La qual cosa se fosse vera, ne seguirebbe, che a rappre- sentare, ed esprimer le cose, bastasse sol nominarle. Perciocehè i nomi, sebbene non hanno di lor natura re- lazione , ne similitudine veruna con le cose, a cui furono imposti, né le rappresentano in alcun modo, pure • per un certo uso, in cui gli uomini son convenuti, ne risveglian o la memoria facilissimamente, e con mi- rabil prontezza, e molto meglio, che le immagini dei pittori, e degli scul- tori non fanno ^ le quali immagini bene spesso sarebbono oscurissime , ne potrebbono riconoscersi in verun modo, se loro non si aggiungessero i nomi e il lume delle parole. E se pur queste immagini, che segni piuttosto, che immagini dovrebbon dirsi, ci riducono a mente alcuna spiritual forma ed astratta, quan- to mai l'oscurano, e la deformano ! Cosicché per bene intendere quelle (48) fórme, clic tal volta per lo pitture , o per le statue ci sovvengono, niente è più necessario, ne da procurarsi con maggiore studio, che di rimuo- ver dall'animo quelle pitture slesse, e quelle statue che ce le hanno fatte sovvenire. Imperocché chi è, che per bene intendere quell'abito, che giu- stizia si chiama, non debba disgiun- gerlo dalla bilancia e dalla spada^ e per ben intendere quel dolce de- siderio del bene, che chiamasi amore, non debba dimenticarsi della faretra e dell' arco ? E potè egli quell'Oratore di jeri farvi credere, che le forme corporee aggiungendosi alle incorporee, noa le guastino 5 e, a far valer quesi' in- ganno, produrre in mezzo l'autorità di due sommi filosofi Plaione, ed Arisrotele? Quasi non fosse cosa no- tissima, né solamente dal volgo ap- provata , ma confermata dal consen- so di tutti i saggi, che il corpo con- giungendosi allo spirito lo avvilisce. (49) Il che sì osserva chiaramente ue\V uomo, il cui animo quante turbazioni sente, e quanti affanni , e quanti tra- vagli per cagione delia materia . cui è congiunto? E quante più cose in- tenderebbe, se non avesse la sogge- zione dei sensi? E chi non sa, aver la natura creato inruimerabìli spiriti, altri de' quali abborriscono di unirsi alla materia, e la sfuggono^ altri per certa loro inclinazione amano di star congiunti ad essa, ed infor- marla j e quelli certamente esser più nobili e più stimabili , e più per- fetti , che questi^ i quali si rendono meno perfetti per ciò appunto, che sono da natura alla materia inclina- ti. Ne è da dire, come quel vostro Orator dicea , che componendosi na- turalmente l'uomo di spirito, e di corpo, non debbano queste due parti conlrariarsi tra loro, nò 1' una op- porsi alla perfezione dell'altra. E non sa egli esser' anzi comune sen- tenza dei filosofi, che ogni naturai composto si fa di principj tra loro conlrarj? De' quali se l'uno non sce- masse le proprietà, e le perlczioni dell'altro, e non le legasse, e strin- gesse, sarebbe egli bensì ogn' un di loro più perfetto, ma non più per- fetto ne sorgerebbe il composto. Non volle dunque la natura, allorachò creò l'uomo, produrre un perfettis- simo spirito, ne un corpo perfettis- simo, ma un perfettissimo uomo, iu cui se lo spirito perdesse alquanto di sua nobiltà, congiungendosi alla ma- teria, altrettanto ne acquistasse la materia, congiungendosi allo spirito. Di che certamente non sarebbono stati contenti gli spiriti più sublimi; e molto meno le forme universali, ed astratte, che non vogliono esser le- gate, ne ristrette da verna corpo, e se ne sdegnano. E come mai venne in capo a cotesto vostro Oratore di dir, che Platone desiderava, chela virtù si facesse corporea per esser veduta da gli occhi nostri ? Chi mai ( 5i ) può credere In cosi gran filosofo un cosi pazzo desiderio? Poiché se la Tirtù diventasse ella stessa un corpo, e cosi venisse a cadere sotto i nostri occhi, cesserebbe di essere la virtù; e se ad alcun corpo si congiunges- se, non per questo potrebbe ella ve- dersi^ come non posson vedersi le aaime^ benché si veggano i corpi a cui sono congiunte. Desiderando dunque Platone, che gli occhi uma- ni vedessero la virtù, non desiderava già egli, che la virtù divenisse cor- porea, come rOrator vostro diceva, ma piuttosto, che gli occhi umani veder potessero le cose incorporee; e voleva innalzar la vista degli uo- mini, non abbassar la virtù. Sebbene chi di voi non si accorse , che altro non fu , che uno scherzo, tutto quel tratto di orazione, ove il vivacissi- mo Oratore, quasi fosse allora dal ciel disceso, e vedute avesse le uni- versali forme, ed astratte, e ragio- nato , e trattenutosi lungamente con ( 52 ) loro, vi assicurò del godimento, che hanno di vedersi divenir corporee su le nostre tele e nel sassi,erìn- grazionne perciò i Pittori , e gli Scul- tori da parte loro. E che altro fa questo, se non che un dileggiar le belle arti, e burlarsene? La qual cosa se non mi avesse grandemente commosso per quell'affetto, ciie io ho a tutti voi , e per quella riveren- za infinita, con la quale io ho sem- pre venerale le arti stesse, io vi con- fesso, che non mai mi sarei indotto a parlare contro un cosi accorto e cosi artificioso Oratore. Ma io ho creduto, che 1' onor delle belle arti, e il vostro, desiderasse pure, e di- mandasse, che alcun di noi aorisse bocca e rispondesse. E come poteva egli soffrirsi, che un uomo venuto poc'anzi di Lombardia , volesse im- porre tante fallacie al Romano Po- polo, e spacciarle neli'augusla sala del Carapidoglioj dinanzi al più no- bile, e più venerabii Consesso dell' tiniverso? Di che io credo, che le pareti stesse si offendessero, e le Pit- ture, che qui d'intorno veggiamo, e i monumenti, e le inscrizioni, e le immagini se ne sdegnassero, e son sicuro, che i vostri Scipioni e i vo- stri Cesari, e tutti gli altri glorio- sissimi Avoli vostri, se qui fossero, dove sono le statue loro, benché mol- to di esse si compiacessero, sareb- bonsi tuttavia grandemente adirati in udendo, che più debbano stimarsi li artefici che le fecero , che non essi, che con sapienza e valore le meritarono. E gli stessi antichi va- lorosissimi Scultori contenti di quella fama, che lor conviensi , cederebbo- 110 di buona voglia il primo luogo ai gran Capitani, e ai gran Filoso- fi^ de' quali quanta slima avessero;, e quanto gli onorassero, ben lo mo- strano le bellissime, e nobilissme sta- tue, che di lor ci lasciarono, ne al- cuna però, che noi sappiamo, ce ne lasciarono di lor medesimi. Vev (54) la qual cosa io spero ancora, che gl'illustri Pittori, e gli Scultori e Architelli chiarissimi, chequi sono presenti, e mi hanno con tanta be- nignità ascoltato, non vorranno sde- gnarsi meco, se nel numero delle immortali e infinite lor laudi io ho procurato di cancellar quelle, che mi parevano false , acciocché mag- giormente rispleadesser le vere. (55) ORAZIONE In cui si difendono la proposizione e le ragioni della prima Orazione di questo Argomento , risponden- do alle objezioni esposte nella con" trarla. xo non avrei mai creduto, o Ro- inani , che avendo un Oratore di cosi alto grido, nelK augusta sala del Campidoglio, le belle Arti, per or- din vostro , e con tanta vostra ap- provazion commendate, potesse es- sere alcun di noi cosi ardito, che il * giorno appresso^ nel medesimo luo- go , contra lui si levasse ^ e quelle ragioni, che come verissime e giu- stissime, erano state da tutti voi ri- cevute, negare egli solo, e pubblica- ( '>r> ) mente disapprovar le volesse. Errrto panni che costui, |)inlloslo che con quei chiarissimo Oratore, abbia vo- luto con VOI contendere ; ne lanlo riprendere , chi quelle ragioni con SI beir arte, e in si leggiadro modo vi propose, quanto voi, che, essen- dovi cosi proposte , ve le lasciaste imporre, senza accorgervi ne degli arlificii del dicitore, ne della mani- festissima falsila loro; imperocché è stala lode talvolta dell' Oratore V in- gannare, non fu mai lode degli Udi- tori r essere ingannati. Ma in qual luogo, e dinanzi a cui credette egli , qursto nuovo e sconosciuto Avver- sario, di ragionare? Non forse nella più illustre citta del mondo , e di- nanzi a persone, non solo per no- biltà di sangue e altezza digrado, ma per dottrina eziandio ragguarde- volissime, e di eloquenza chiarissi- me? Le quali ne facii- cosa era, che fossero da veruno con artifici! in- giìiinate; ne, se lo fossero, conve- ( 5/ ) Diva, che veruno di questo pubbli- caraenle le riprendesse. E qual ri- spetto ebbe egli poi, illustrissimi Pit- tori, Scultori, e Architetti chiaris- simi, delle nobilissime vostre arti avendo tanta paura, e prendendosi tanta sollecitudine, perchè non fos- sero soverchiamente commendate? Le quali se egli amasse tanto, quanta amar si debbono, e quanto pur volle sul principio della orazion sua mo- strar di amarle; o non gli sarebbe paruto, che fossero state lodate so- verchiamente, o non gli sarebbe di- spiaciuto. Perciocché quanto a quel- lo, ch'egli disse, che framischian- dosi le laudi vere con le false, po- trebbono queste farle parer false tutte; perchè non era egli piuttosto da dire , che potessero quelle farle parere tutte vere? Ma io estimo es- ser cosa assai chiara e manifesta, né bisognar di ciò fare questione, che non volle già egli V inaspettato e improviso Avversario , opporsi a \ . . . ^ ^'^ ) quel chiarissimo Oratore, ma piut- tosto al giudicio vostro; oscurando insieme le belle arti , e deprimen- dole. E lo stesso certo ha creduto an- che quel gravissimo Oratore, il qua- le non si sarebbe per cos'i lungo tem- po taciuto , ne avrebbe per conio ninno voluto partirsi di Roma, come poc'anzi ha fatto, senza prima di- fender se stesso e le ragion sue; ma conoscendo egli , e vedendo trattarsi in ciò piuttosto la causa comune , che la sua propria ; ne tanto a lui convenirsi di difendere l'orazion sua, quanto a voi di sostener il giudicio vostro, ha creduto sempre di dover' aspettare, che alcun di noi rispon- desse animosamente all'Avversario, né che perciò noi avessimo di lui bisogno. E certo , quantunque egli avesse potuto farlo più comodamente di ogni altro , non è per questo , che non debba per noi farsi a qual- che modo; e dobbiamo anzi render- gli grazie? che non ayendo egli yo- ( 59 ) lato entrare in questo larghissimo campo, l'abbia lasciato tutto libero , e aperto agi' ingegni nostri. Io cre- derò dunque di far cosa non meno a lui , che a voi grata , e agli ec- cellenti professori delle belle arti gio- conda , e a questo onorevolissimo luogo sommamente accomodata; se io vi mostrerò, che quelle ragioni, che furono dal savissimo Oratore in commendazione delle belle arti addotte, e che furono estimate da voi verissime, e fermissime, cos'i ap- punto sono, come voi le estimaste, facendo apertamente vedere , che tutti quegli argomenti, con cui ha voluto l'Avversario torle di mezzo, e di- struggerle , sieno falsi , e insussistenti , e nulli. Il che facendo, non vi sarà molesto, che io richiami di tanto in tanto alla memoria si quello, che il primo Orator disse, come quello, che l'Avversario gli oppose ; accioc- ché, conosciute le ragioni dell'uno, € dell'altro, meglio conoscer si pos- sa, la verità» Ne io mi fermerò lungamente so- pra quello, che l'Avversario in pri- mo luogo si dolse ^ e ciò è, che il lodatore delle belle arti avesse voluto lasciar da parte tutte le lodi, che lor si convengono per cagione di quella utilità, che recano alle altre scienze, e in vece di dirle, le aves- se trapassate con una preterizione; quasi il trapassarle a questo modo non fosse una maniera di dirle. Nel che vedete quanto poco giudizio mo- strasse l'Avversario, il quale essen- dosi di ciò doluto, si dolse poco ap- presso, che tali lodi si fossero per la medesima preterizione oltre ogni misura, e sopra quanto possa mai credersi, amplificate. E quindi este- nuandole egli poscia, e deprimen- dole, e riducendole quasi a nulla, non potè mai intendersi, perchè dun- que s' avesse egli a dolere , che V Ora- tore le avesse tutte rinch-usein una preterizione; parendo questa ancor troppo ampia per tanta piccolezza^ C6i ) Sebbene cui darà egli ad intendere, che il giovamento, che traggono dalle belle arti le discipline quasi tutte , sia COSI piccolo e leggero , e non più tosto grandissimo e sommo? Ma, dice egli, sono molte scienze cosi disgiunte dalla materia, che par non possano giammai aver bisogno ne della Pittura, né della Scultura. Quan- to a quelle poi, che ne hanno bi- sogno ( e alcune ne han bisogno gran- dissimo, come la notomia per for- mar sue tavole , e la fisica per suoi instrumenti) non potendo l'Avver- sario negar ciò in niun modo, ve- dete, di che leggiadra comparazio- ne si servi • dicendo , che cosi ne hanno bisogno, come il signore ha bisogno del servo, il qual signore però si stima sempre più di quel ser- vo, di cui ha bisogno. Il qual pa- ragone in vero mi fece ridere. E chi non vede, il servo esser ordinato ad altrui, e per altrui fatto, cosi che non può operar se non quanto gì' im- 2** (62) pone, o gli permette il suo signore? Può egli dirsi lo stesso della Pittura, e della Scultura? Le quali non per la notomia certamente^ ne per la fisica furono fatte, ma nacquero a lor medesime e dei proprj oggetti si nutrirono, e crebbero; e non per l'uso, ne per la raccomandazione delle altre scienze, ma per la nati- va, e propria bellezza loro per tutto si introdussero. Che se talvolta, di- menticate quasi della lor dignità, si piegano a formar tavole per gli ana- tomici, e fabbricar istrumenti per li fisici, SI il fanno, non come serve che obbediscano a i lor signori, ma come nobili, e graziose donne, che favoreggiano i loro amici, e fanno lor cortesia. Io potrei anche se vo- lessi, e avessi tempo, chiarissima- mente dimostrarvi, niuna umana di- sciplina essere cosi disgiunta dalla materia, che non possa trarre gran- dissima utilità dalla pittura e dal disegno. Ma che giova fermarci in questa utilità? Imperocché clii sari mai COSI sciocco il qual pretenda y che volendo un Oratore commendare le belle arti per questo appunto, ch^ alla bellezza e non all' utilità sono rivolte; debba poi largamente esten- dersi intorno all'utilità loro ; e am- plificare un luogo 5 che nulla appar-* tiene al proponimento suo? Quale Oratore fu mai così poco accorto, e cosi poco intendente dell'arte sua, che ciò facesse? Ma venghiamo a quello, che è punto principalissimo, e intorno a che volgesi tutta la causa. Avea il lodatore delle belle Arti dimostrato^ esser queste da anteporsi a tutte le altre discipline; perciocché esse con- siderano gli oggetti loro come belli; laddove le altre gli considerano come utili, ed è cosa certamente più no- bile e più gentile cercar le cose, e studiarle, ed amarle, in quanto fon belle, che non in quanto soa utili; perciocché, chi ama le cose (6n belle, in quanto son belle, fa ono- re al merito loro; nel che adopera grandezza d'animo: chi ama le co- se, in quanto sono utili, non altro cerca, che prov\ edere a se stesso; il che fanno gl'interessati. E certo questo argomento quanto più si con- sidererà, tanto più si troverà essere di grandissima forza. Ora che op- pone egli a tale argoinento l'oscuro e sconosciuto Avversano? Prima volge in dubbio, se le cose belle seno da pregiarsi, più che le utili, concios- siacosaché queste si amino per gra- titudine, e quelle, come egli dice, per cortesia ; ed estima essere la gra- titudine molto più necessaria della cortesia; essendo degno di maggior biasimo un ingrato, che uno scor- tese. E sia pur cos'i. Per c|uesto ap- puiito è men nobile la gratitudine della cortesia, perchè, essendo più necessaria, si richiede anche agli uo- mini volgari e di mezzana virtù : laddove la cortesia, come quella; che (65) è men necessaria, è sola dei più per- fetti; e ben si direbbe, che chi è cortese, molto più sarà grato; ma non COSI si direbbe , chi è grato , sarà ancor cortese. Che se volessimo andar dietro alla ragione delT Av- versario, e stimar le cose più, o meno, secondo che più, o meno sono ne- cessarie, ci indurremmo per poco a stimar più il calzolajo , che l'oratore. Ma chi è, che misuri la stima delle cose dalla necessità, che ne ha egli, € non più tosto dal merito, che han- no esse ; e non reputi assai più gen- tile colui, che ama un'oggetto, per- chè e bello, che colui il qual lo ama, perchè gli è utile? Ma, aggiunge l'Avversario, tutte le cose , eziandio le utili, sono belle; e come noi sa- rebbono, provenendo tutte da un principio bellissimo; che è Dio, da cui trar non possono, se non beltà? Dunque tu tte le arti , e tutte le scienze versano intorno a cose belle né più né meno, come la Pittura, e laScul- 2*** ( 66 ) tura, l' Arcliilclliira; ne v'iia altra difTercnza se non che queste arti cer- cano cose, che sieno soltaulo belle; le altre facollà cercano cose, che, essendo belle, sieno ancora utili. Bella ragione in veritJi ! E perchè non po- trebbe similmente dirsi , tutte le cose, eziandio le belle, essere utili? per- ciocché qual ne fece mai la natura, che fosse inutile ? e cos'i tutte le arti rivolgersi necessariamente a cose uti- li; e la Pittura, la Scultura, T Ar- chitettura rivolgersi singolarmente a quelle, che, essendo utili, sono an- cor belle; e in questo avanzare tutte le altre scienze? Ma ben v'accorgete, o Romani, tutù questi argomenti esser fuori di proposito, e molto lontani da quello, che è in questione ; volendosi qui sapere , non già se la Pittura , la Scultura, r Architettura cerchino, e studino cose belle, che questo è ve- ramente comune a tutte le discipli- ne, ma se le cerchino, e studino, in ( 67 ) quanto son belle ; il che facendo esse, e non le altre discipline, pare perciò, che debbano esse anteporsi a tutte le altre. Questo è quello, di che si contende. Intorno a questo si rivolge la question tutta. A questo solo vogliono gli argomenti tutti es-^ ser diretti. Di fatti quantunque vo- lesse l'Avversario rimover gli animi da questo luogo, e, vagando qua e là con r orazione , cercasse tutti i modi di allontanarsene 5 pure la cosa stessa finalmente ve lo trasse. E spin- tovi quasi a viva forza, ben sapete ^ a quale strana ragione ei s' appigliò, volendo persuadervi, che, come la. pittura, COSI ancora le altre disci- pline tutte, studiano le cose belle, e andava perciò chiedendo animo- samente, e domandando ; Come sap- piamo noi, e chi ne ha detto, che le altre discipline studino le cose, non come belle, ma come utili? Chine r ha detto ! Le discipline medesime, che nelle loro diffinizioni, e quasi (68) negli stessi nomi loro di niunn cosa fanno maggior mostra, die di quella lUilitJi , a cui tendono. Quale è di loro, che al primo suo uscire, e di- moslrarsi, non proponga losto agli uomini qualche vantaggio, e non se ne glorii , e se ne vanti? E si ride- rebbe, se alcuna facesse il contra- rio : se la medicina per esempio di- cesse essere suo oggetto il corpo uma- no, come bello, e non più tosto co- me infermo e guasto, e da ridursi a sanità. E già la notomia vuole es- sere fatta per la medicina. La fisica si pregerebbe assai meno, se non ser- visse ai comodi e dell' una e dell' altra. La geografia , e Y astronomia si raccomandano agli uomini per la navigazione. Che diremo della giu- risprudenza, i cui volumi, chi .sa- rebbe , che mai volesse leggere , se non promettessero la tranquillità dei governi? La poesia slessa, che par fra tutte la più oziosa e la più molle, quanto s'ingegna e quanto . e % ) s' adopra di essere utile , o dì pa* rere ! Eccovi che 1' Epopeja con r esempio di un qualche Eroe pren- de a instituire il cittadino, e formar- lo al ben comune , proponendogli una virtù , per quanto può, perfet- tissima, e quasi sovrumana. La tra- gedia vuole dispor gli uomini a com- patire il male in altrui , e temerlo in lor medesimi , affinchè depongano la fierezza, e le altre passioni , che turbano la pubblica tranquillità, E che altro vogliono le commedie, i sermoni, le satire, se non correg- gere la vita civile, e farla migliore e più comoda ? E queste sono le parti precipue della poesia , rispetto alle quali la ditirambica, e la lirica poco si pregiano , e tengonsi quasi per nulla. E potè egli quell' animoso Av- versario confidarsi tanto uell' elo- quenza , che sperasse di persuadervi essere queste discipline tutte dirette ad altro , che all' utilità ? Le quali discipline se lalor si disviano, e per- ( 70 ) Joiisi dietro a cose meno utili ; cfuan- 10 ne sono perciò riprese , e biasi- male, e rimproverale dagli uomini ! 11 che mai non avviene alla pit- tura. Né questo certamente t'arebbo- no gli uomini , se non conoscessero, quelle esser nate all' utilità, questa al piacere. E da questo errore in quanti al- tri trascorse il malaccorto Avversa- rio ! Che ben si vede esser difficile agli nomini errare una volta sola. Avendo egli spacciato, che le altre discipline studiano e cercano la bel- lezza dei loro oggetti , e in questa principalmente si occupano, diche non può dirsi più falsa cosa; vedete a che lasciò poi trasportarsi. Lasciò trasportarsi a dire, che studiandosi in tutte le altre discipline la bellezza delle cose; la pittura, la scultura, e r architettura, son quelle sole, in cui la bellezza punto non si studia : che la pittura , e la scultura non imitano i corpi ; che non sono in nessun modo arti imitatrici : ( ma quali altre saranno, se noi sono esse?) che non rappresentano le affezioni deir animo, e le virtù : che 1' archi- tettura niente imita: che i pittori ^ e li scultori , volendo esprimer ta- lora le forme incorporee, non altro fanno, che guastarle, e corromperle ; e quindi sdegnossi con Platone , e con Paride^ ed altre tali sciocchezze propose, che io a dirvi il vero mi vergognai di ascoltare , non verg^ò- gnandosi egli di dirle. Le quali non vi dispiaccia , o Romani , che io ven- ga brevemente confutando ad una ad una , non perchè ne faccia bi- sogno^ ma perchè intenda una volta questo superbo Avversario , che noi non ne fummo in veruu modo per- suasi. E primamente qual cosa più scioc- ca poteva dirsi di questa, che le al- tre discipline cercano, e studiano la bellezza delle cose ; la pittura e la scultura non già? Ma vedete su qual filosofia fouJò egli un tal' errore. Di- vise la bellezza ifi due parti, in bel- leza vera, e in bellezza falsa. E quin- di volle, che le altre discipline cer- chino la bellezza vera delle cose: la pittura, e la scultura cercliin la fal- sa. Poteva egli immaginarsi divisione più mostruosa? che tanto è dividere la bellezza in bellezza vera, e in bel- lezza falsa , quanto è dividerla in bellezza , che è bellezza , e in bel- lezza, che non è bellezza j non po- tendo esser bellezza , essendo falsa; e nelle favole , quantunque le cose sien false, la bellezza però, che mo- strano, è la bellezza vera. Ma che direte voi , se quella bellezza , che egli chiamò vera, non è punto bel- lezza; e quella, che egli chiamò fal- sa, è anzi la vera bellezza, e F unica ? Il che intenderete facilissimamente, per poca attenzione, che vi pon- ghiate. Fece egli consistere la bel- lezza vera in quelle perfezioni , di cui si costituisce^ e forma la cosa, ( 73 ) e senza cui non potrebbe la cosa esser quello, che è. Qaal metafisico è stato mai così sonnacchioso, e trascurato nel difinir le cose^ e tanto ignorante, non dirò delle sottigliezze , ma fin dei termini della profession sua, il qual considerando le perfezioni, per cui la cosa si constituisce, ed è quello, che è, le abbia chiamate bellezza, e non piuttosto bontà, e verità della cosa? La qual bontà, e la qual ve- rità consìste appunto in quelle per- fezioni, che son nella cosa 5 ed es- sendovi , la fanno essere. La bellezza non si contenta di questo, ne le ba- sta, che la cosa sia, ma vuole an- cora, che piacer possa a chi la ri- guardi, ed essendo perfetta in se stessa, in che consiste la verità^ e la bontà di lei, sia per cosi dire perfetta anche agli altri, infondendo negli animi de' riguardanti un certo soave piacere, che gli renda conten- ti, e beati. Onde può dirsi giustis- .simamente, la bellezza delle cose 3 (74) ìion lìltro essere, che una cerla di- sposizione, che hanno, a piacere; •la qual disposizione essendo fondata nella perfezione^ e bonlJi loro, può anche dirsi, che la bellezza non altro sia, se non la bontà in quanto piace. E questa è sempre stata chiamala da tutti bellezza, quella dolce rapi- trice de' cuori, e dispensatrice cor- tese dei diletti , e dei piaceri. Ne sen- za questo piacere si può intender bellezza; né Dio stesso direbbesi bel- lo, o sarebbe, se non piacesse a se axiedesimo. E quindi vedete quanto errò lungi dal vero l'Avversario, che questa disposizione a piacere chia- mò bellezza falsa. Come falsa ? E fal- sa forse quella bontà , che ò nelle cose, e per cui piacciono? E' falso forse quel diletto, che ella produce dolcemente negli animi? O dobbia- mo noi dir falsa ogni cosa ? Perchè io non veggo qual falsila vi trovi egli, quest'iionìo acuto, e sottile, in tal bellezza. E doveva egli per que- sia sua COSI mal supposta, e non in- tesa falsità, sdegnarsi tanto con Pa- ride, e sgridarlo, e vituperarlo così altamente, condannando un giudicio, che è slato poi approvato, non so- lamente da lutti gli uomini, ma an- che da tutti gli Dii? Perciocché chi ha mai piti dubitato , anzi chi non ha sempre tenuto per certissimo, e per verissimo, che tra le Dee sia pur Venere la più bella , avendo Paride cosi giudicato? Dal cui giudicio qua! Dea sappiamo noi che appellasse? Ne è da dire, che la bellezza poco apprezzassero, avendo avuta tra loro, per questa sola, tanta e tal contesa, per cui non aveano dubitato di sot- toporsi al giudicio di un'uomo; il quale, sebben'era un pastore, era però disceso dal sangue degli Dii , nipote di Laoraedonte, figlio del più. gran Re dell'Asia, e parente del cop- piere di Giove. Tanto meno doveva un Oratorello da nulla dileggiarlo, € dirne male in Camp doglio. Ma (76) tornando al proposito nostro, clii può negare, clic se la vera bellezza è pur riposta, come senza dubbio e, in quella disposizione, che lian le cose a piacere, chi pilo dico, negare, elio la Pittura, e la Scultura sieno della vera bellezza studiosissime indaga- trici? Non cercano forse esse anzio- samcnte tutte le forme, clic son più disposte a piacere? Non queste con- templano del continuo? Non queste studiansl di imitare, di rappresen- tare, di esprimere? E che altro fan- no, se questo non fanno? Or venga l'Avversario, e ne per- suada se può, non essere la Pittura della vera bellezza imitatrice; anzi non esser pur arte imitatrice in verun modo. Piue ascoltiamone le ragioni^ In primo luogo sono molti filosofanti, i quali credono non essere ne' corpi alcun colore; qualcosa dunque, dice egli, ci rappresenta dei corpi la Pit- tura; la qual non altro, che colori ^i mostra nelle sue tavole ? Coiae se ( 77 ) gli Stessi filosofanti , non assegnan- do alcun colore ai corpi ; ne assegnas- sero poscia alcuno alle tavole j le quali per questo appunto si fanno, e dicon simili ai corpi, perche sic- come i corpi non hanno niun colore , e pur mostran di averne, e con que- sto si dispongono a piacere, e ne piacciono; cosi le tavole si formano dai dipintori per tal modo, che non avendo niun colore, mostrano tutta- via di averne come i corpi • e come i corpi ne piacciono. E questo nou è imitare i corpi, e la bellezza lo- ro? Ma ecco un'altra bella ragione deir avversario. Se la Pittura fosse nn arte di imitare le cose affin di recar diletto, (che cos'i suol dirsi nella diffinizion sua) ne seguirebbe, che non dovesse il pittore dipingere se non quelle cose, le quali essendo perfettissimamente imitate, cioè pa- rendo affatto vere, ne recasser dilet- to 5 e così non dovrebbe mai dipìn- gere né la morte di Adone ^ nò il ( 7« ) pianto d'Ecuba, ne altra tale tri. slczza. Il che par fanno tutto di i dipintori; onde ne viene, che la Pit- tura non sia arie di imitare, come dicono. La qual ragione dalla Pittura può anche alla Scultura in qualche modo trasferirsi 5 ma niente vale uè in quella, ne in questa; percioccliè sono e l'una e l'altra arti di imi- tare, non già affine che le cose imi- tate recliin diletto, ma affine che rechi diletto T imitazione, la qual piace ezia!id:0 nelle cose, che non piacciono. E quindi è, che moltis- sime volte si commendan le tavole, € le statue grandemcule per una certa facilità, e franchezza, con cui mo- strano «i piuttosto se-» condo 1' usanza, e comoda alla per^ sona , per cui la fa. Per lo contra- lio 1' architetto , che altro fa, se non rivolgere in se stesso la variata im^ (SO mensa delle infinite proporzioni , e scorrendo con 1' animo per tutte le forme della vaghezzsi, e della beltà, conformar poscia con tutto lo stu- dio il suo lavoro a quella, che egli giudica esser di tutte la più per- fetta? E ciò facendo, non è egli dun- que imitatore? E imitatore tanto più nobile, ed eccellente, quanto che egli non alcuna opera della natura ci rap- presenta; ma s\ alcuna di quelle bel- lissime idee , che tutte le opere della natura precedettero , e l'avanzano di gran lunga in perfezione ed in beltà? Né per altra ragione^ ne in altro modo imitatrici pur sono la Pittura, e la Scultura, se noi crediamo al di- vìq Raffaello , il qual lasciò scritto in sua elegantissima lettera, che il dipintore per dipingere una bella donna, avrebbe bisogno di veder mol- le belle ; e perchè le belle son rare, bisogna che segua una certa perfet- tissima idea, la qual si vede solo con r animo : sentenza nobile e magni- si (82) fica , che io dirci degna di Aristo- tele, e di Plalone, se non credessi, che fosse anche più illuslre, essendo di Raflacllo. E quindi è, che il pit- tore, e lo scultore, imitando le opere della nalura , talvolta anche le su- perano; perciocché non le imitano per imitarle, ma si servon di loro per imitar quelle idee , che son di loro più perfette ; le quali avendo imitate la natura altresì, allorachè formò l'universo, ben si dice, es- sere la Pittura, e la Scultura più to- sto emule di essa, che imitatrici, e gareggiar più tosto con lei, e con- tendere, che imitarla. E se le eccellentissime , e mara- vigliose arti della Pittura, della Scul- tura , e della Architettura seguono pure, e studiana, e rappresentano, non le cose, che con gU occhi veg- liamo , ma le idee , che veggiamo con r animo, e che sono assai più perfette di quelle; chi negherà poter esse rappresentare ancora, non che (83) le passioni, e le virtù umane, ma le torme istesse eterne, ed immuta- bili? Perciocché che vale il dire, que- ste cose non esser corpi 3 e la Pittura e la Scultura non altro poter rappre- sentarci , se non corpi ? Il che se fosse vero , non potrebbono queste arti seguir mai , né rappresentare , né imitare alcuna idea , imperocché quale idea é , che sia corpo ? Oh , dirà alcuno, come potrebbe un corpo assomigliarsi a ciò, che non è corpo, e figurarne in sé , ed esprimerne le qualità? Io non voglio, o Romani, abusarmi della pazienza vostra, ne entrar qui ora nelle sottilissime con- templazioni dei metafisici , né credo che faccia d'uopo. Solo domando io, se questi bellissimi , e vaghissimi corpi, che adornano il mondo, e di cui la natura volle riempiere 1' ini- mensità degli spazj , sieno simili ad alcune di quelle idee, che standosi per tutta V Eternità nella mente del sapientissimo Artefice, aspettavano, ( 84 ) e per cos*i dire cliiedcano, di essere una volta rappresenlatc fuori di essa ed espresse. E sepurson simili, come son certamente, a quelle idee, io do- mando poi, se tali idee, a $ui que- sti corpi son simili , sieno corpi esse. Era ella un Sole quella idea, a cui fu fatto simile il Sole? E quelle idee, a cui si rassomigliaron le stelle, eraa forse stelle? E gli alberi, e gli uomi- ni , e gli animali , essendo pur si- mili alle loro idee, diremo noi, che quelle idee fossero uomini , ed al- beri , ed animali , e non più tosto forme astratte, ed incorporee, a cui però furono fatti i corpi simili? Ne esse di questa similitudine si vergo- gnarono, la quale nobilita i corpi, ne sminuisce punto la lor bellezza, e dignità. E per qual similitudine, e con quale accoppiamento, o per qual modo potrebbe sminuirsi in esse la lor perfez'one , se è ciascuna di loro la sua perfezione medesima? Che ben può mancar la beltà a queste (85) cose , che 1' hanno avuta in dono j ma non già a quella, che è la beltà stessa, ed ebbe da se medesima F es- ser bellissima. O sovrane, o maraviglìose, o inef- fabili idee , cui per intendere per- fettamente bisognerebbe essere una di voi. L fu ben vostro dono , al- lorché Socrate di voi s' accorse , e mostrovvi a Platone, ed a gli altri avventurosi suoi discepoli. Chi di noi può spiegare, anzi pur pensare, quanta sia 1' autorità , e fin dovef giunga il poter vostro ? Che essendo voi immateriali ed incorporee, pur diffondendovi , e per certo m aravi- glioso modo partecipandovi, produ- cete le materiali cose e corporee ^ ed insegnate lor la maniera di rappre- presentarvi , e somigliarvi. Chi sa, dovean dire quei fortunati Platonici, che non possa anche una volta al- cuna di voi vestirsi di qualche for- ina corporea così vaga , e tanto a lei slmile, che debban , vcggcndola, arderne lutti gli uomini ed iiifiam- marsene? E ciò dicendo, come po- teaa tenersi dal desiderar quello, che tanto ardentemente desiderato aveva il lor maestro, cioè che la virtù si mostrasse a gli uomini per tal modo? E come desiderarlo, e non lusingar- sene? Oh felice e beato quel corpo, avranno tra lor detto , a cui vorrà congiungersi la virtù slessa , e per cui mezzo si degnerà manifestarsi a i mortali ! Felici, e beati quelli, che lo vedranno ! Oh ! perchè non ab- biamo noi qualche arte di far di- scender dal cielo questa immortai forma, e, dirò pur, questa Dea, e vestendola di sembianze corporee a lei convenienti ed a lei simili , in- trodurla nelle adunanze degli uomi- ni, e farla vedere al mondo tutto? Ma se niuna arte, nìuna disciplina giunge a tanto; è non però, che la Pittura, e la Scultura non si inge y .(87) , gnino, e non si sforzino; e dipingendo questa sovrana virtù in mille guise, e , come pur sanno , adornandola , Don la chiamino, o non la invitino, proponendole le più leggiadre e sem- bianze 5 che fìnger possano, e le più vaghe. O Pittura, o Scultura, nobilissime x\rti, e divine, qual facoltà , quale scienza , qual disciplina potrà mai stare con voi al paragone ? Voi ne scoprirete la vera bellezza, che non è mai tanto vagheggiata dagli uomi- ni, quanto allorché è da voi fiuta, ed imitata* Voi, non che i corpi bel- lissimi imitandogli, ma i nobilissimi spiriti ancora , e le lor qualità ne dimostrate. Ed oltre a ciò nemiche d' ogni interesse , e contente di voi medesime, scorgete gli animi al pia- cere , che è il premio della virtù. De' quali pregi, grandissimi invero, e nobilissimi, quantunque molti se uè assuma F Architettura, pure a voi laon li toglie, ne ve n'ha invidia; iria congiuiigendosi amichevolmente con voi, vuole avergli con voi com- muni. Ben a ragione sopra tutte le discipline vi celebrò quel chiarissimo nostro Oratore ; ne in altro dovca quella tanta eloquenza esercitarsi. Ed io ben credo, che per questo appunto qualche benigno nume qua il con- ducesse 5 e for«e fu alcuna delle ce- lesti, e divine forme, che lo inspirò. E se io ho avuto 1' ardir di difen- derlo dalle sciocche riprensioni d' un Avversario tanto più debole, quanto più prosuntuoso, non V ho già fatto io, o Romani, per difender lui; che quei cosi chiari, e cos'i illustri ar- gomenti abbastanza si difendevano per lor medesimi; ma sol per la- sciare una illustre testimonianza del- la 5lima grandissima, in che io ho sempre avuto le belle arti; e per so- stenere il comune giudicio vostro : parendomi cosa strana, e contraria al costume , ed all' onor dei Romani > che non avendo taciuto queir uno, che COSI chiara, e splendida Orazio- ne disapprovò, si tacessero poi 5 utti gli altri, che grandissimamente Y ap- provarono. »m. iDitiiEia^^^iiDiri SOPRA UN PR0BLEM.4. PROPOSTO dall' ACCADEMIA De' VAR J* E it 10 dico , Compagni valoris- simi, Ascoltatori, quanti qui né sie- te, e Ascoltatiici ornatissime, dico, quanto a me , che assai giova al poeta r aver sentita a qualche tempo quella passione , che nel suo com- ponimento ei vuole esprimere j nien- te giova, anzi grandemente nuoce, il sentirla. Io entro subito senza al- tro esordio nella questione proposta, come sogliono far quelli, che molto confidano nella verità di ciò ^ che ( PO . _ ; dicono, e conoscendo^ gli animi (VI loro ascoltatori essere oUiinanirnle disposti, non credono di aver biso- gno degli artifìci!. I quali se da al* cun luogo debbono starsi lontani , debbono certamente da questo, ove ragionando voi, a guisa che i Greci facevano, di qualsivoglia questione subitamente, e per cos'i dir, su due piedi, COSI bene, e con tanta gra- zia imitale la natura; cli-e dovreb- bono oramai gli dotti piuttosto che la natura, imitar voi. E certo io non crederò di scriver bene, se non quan- to scrivendo, potrò in qualche parte assomigliarmi a voi, che avete fin qui improvvisamente e senza studio parlalo , ne io mi pentirò se scri- vendo mi sarò forse incontrato nei sentimenti, e nelle ragioni dette da alcun di voi ; dispiacendomi solo di non saper dirle con la medesima grazia. Ma venendo al proposto dub- bio, acciocché non paja , eh' io fac- cia esordio , non facendolo , comia- (93) ciò da quella parte ^ nella quale ho detto , che niente giova al poeta , anzi molto nuoce, aver nell' animo quella passione, che egli studia d'in- trodurre ne' versi. E so veramente che molti mi ri- prenderanno, et altri si maraviglie- ranno , eh' io dica c|uesto , essendo stata sempre opinion comune , ve- nuta quasi in proverbio, che il poeta a scriver versi d' amore abbia biso- gno d' esser innamorato , ne possa fingere quella passione, se egli non. r ha; quando al contrario dovrebbe dirsi, che, se egli l'ha, non può fingerla. Ma io dimando a cotesti Si- gnori , che portano una tale opi- nione ; se il poeta vorrà esprimere nel suo componimento la paura di alcuno, dovrà egli perciò essere pau- roso, e sentir la paura in se mede- simo? Dovrà essere altiero per espri- mere r alterigia ? Avaro per espri- mere l'avarizia? vSdegnoso per espri- mere lo sdegno ? Da quanti affetti (94) dovrà egli essere comballulo, e la- cerato , e strazialo nelT animo , se dovrà sentire quelle passioni, che il componi inento vuole e richiede? E so bene , clie sono alcuni com- ponimenti , i quali si contentan di poco. A un sonetto, per farsi bello, e piegar 1' animo d' una fanciulla, ba- sta una lagrima, un sospiro. Quasi non d' altro formò il Petrarca quel nobilissimo suo canzoniere. E se noi leveremo al Bembo pochi lamenti, e al Casa un certo sdegno, che egli sparse per tutto, cos'i che pajoa^ tal- volta le rime istesse e fin gli accenti sdegnarsi, poco o nulla di quei loro sonetti , o di quelle loro canzoni ci resterà. Ma il poeta è egli ristretto ai sonetti soli, e alle sole canzoni? Contiensi la poesia in si angusti ler- Hìini ? O non va ella piutosto va- gando per le epopeje, per le trage- die, per le commedie, ove traendo seco 1' infinita moltitudine delle pas- sioni tutte, quasi signora e impera- ( 95 ) Irice degli animi, trionfa, e regna? Or qual poeta soddisfar potrebbe al poema epico, o al tragico, ch'egli compone, se egli sentir dovesse nell' animo tatti gli affetti , che studia esprimere o in se stesso , o in altrui? Qual tragedia è, in cui non abbiano ima grandissima parte l'emulazione; l'odio, r invidia , il dolore, la di- sperazione , e quelle , che vogliono quasi sempre essere in scena, la com- passione, e il terrore? 11 poema eroi- co non altro intende, che mostrare un chiaro esempio d'una eccellente, maravigliosa , e sovrumana virtù; la qual però non apparirebbe mai tale, se non fosse perseguitata da tutti i vizi. Per quanti terrori passò Enea^ venendo in Italia? E fra tanti sco- glj avvolgendosi, e tanti mari var- cando, quante ire, quante lusinghe, e quanti inganni solcò ? Come fu giunto nell'Africa, amore così il pre- se, e in tanto pericolo lo addusse, che per poco antepose la bellezza di C9G) un vago volto alla maestà dell' Im- perio romano. Non è egli lutto quel divino poema tessuto d' ire , e di sdegni, facendosi bello et adornan- dosi delle pili illustri passioni, che sconvolgessero a que' tempi V Asia tutta, e l' Europa? Che diremo della commedia? La quale non sapeva una volta, senon ridere , o motteggiando schernire i vizi meno nobili , e cor- reggere per tal modo le persone mez- zane; nò altro aveva imparalo dai Greci; e i Romani se ne contenta- rono. Ora però alcuni di voi , che qui sedete, le harjno pure insegnalo di piangere, e lamentarsi , et accen- dendosi delle più vive passioni et agitandosi come le tragedie fanno, mettere sotto sopra i teatri. 11 che non so , come ella , che di natura sua è stata sempre sollazevole e lieta, possa far volentieri ; e noi farebbe certamente, se non fosse com' è dei più di voi e da alcune di queste donne tanto divinamente lappresea- (97) , tata, che di vero non è alcuno er- ror COSI tanto grande, che il valore di simili attori , e la leggiadria di COSI nobili attrici non possa render piacevole e soave. Ma comechè ciò sia, non vedete voi, come le poesie più risplendenti, e pili nobili , quali sono la trage- dia, la commedia, e 1' epopeje, fa* facilmente si accendono d' ogni pas- sione , e tutte seco le traggono , ne credono di potere essere belle ab- bastanza senza di loro ? Che se il poeta a bene esprimerle dovesse tutte sentirle in se e provarle, quanto in- felice sarebbe egli ? Quanto scompo- sto esser dovrebbe? Quanto agitato? Egli invidioso , egli superbo , egli avaro, egli impaurito, egli inamo- rato, geloso, confidente, disperato. Che arte sarebbe mai questa cui per eccellentemente esercitare biso- gnasse essere il più misero di tutti gli uomini ? E se le altre passioni si possono assai bene esprimere 3** senza averle , percliè non anche r amore ? INIa sia pur cos'i , diik alcuno. Nò ad esprimere 1' amore o qual si vo- glia altra passione, sia neccessario il sentirla veramente. Pure chi ncgl:i^e- lìx , che non giovi ? Non è poco , che io abbia liberato i poeti dalla ne- cessità di esser miseri. Ria io dico di più che ad espri- mere in versi acconciamente, e con leggiadria, e grazia, gli affetti tutti deir animo, non solamente non g ova il sentirgli, ma grandemente nuoce. E non ha dubbio, che dovendo il poeta imitar qualche affetto , non sia necessario, che egli miri attentamente in coloro, che dal medesimo affetto son posseduti , o ne consideri i sen- timenti, le parole, i cangiamenti del volto, e fino i gesti, e i movi- menti, che sono per cosi dire le es- teriori sembianze delle interne pas- sioni ; ma non per questo però vuoisi credere che egli debba esprimere tutto ( 99 ) quello che vede, e quasi servo della imitazione, et a nuli' altro pensando che ad imitare, rappresentar debba le cose cos\ appunto, come gli si offrono nella natura^ perchè son pur poche quelle passioni, le quali rap- presentandosi COSI, come naturalmen- te sono, abbiano grazia, e leggiadria. Egli pare, che fra tutte le malattie dell'animo amore sia la più gentile^ e pur quanti ne veggiamo nelle co- muni conversazioni, che amano tanto scomodamente e sospirano, e mujo- no con cos\ poca grazia, che farebbon meglio le donne a lasciargli morire ! Quanti rimproveri ordinarii e vili! Quanti lamenti puerili, e sciocchi ! Quante scortesie, quanti disprezzi, quanti sdegni, bassi e plebei? I moti, e le facezie come sono il più delle volte di viltà piene, e di buffoneria ! or qual poeta vorrebbe parere uno di questi sconci inamorati? chi sof- frirebbe di leggere i rimproveri di Bidone e le discolpe di Enea, se ( lOO ) tali fossero, quali li sentiamo lutto il di farsi dai nostri giovani alle lor donne, e dalle donne ai loro Signori? Perchè la poesia, come voi ben sa- pete, è per se stessa fastidiosa, ne si contenta della natura, ma vuol corregerla et emendarla , levandone via ciò che v'ha di brutto, di lai- do, di disaggradevole, e quelle partì solamente scegliendo, che sono le più avvenenti, e le più vaghe, co- me industrioso agricoltore, che non lascia crescer la p'anta, come la na- tura farebbe, ma comprimendo l'or- goglio dei rami lussureggianti, la torce e piega a senno suo, renden- dola COSI più bella e più gentile. E se il poela volendo leggiadramente esprimere alcuna passione usar dee tanta avvedutezza e tra i sentimenti che di essa son proprii , sceglier sol tanto quelli, che hanno iii se nobiltà, bellezza, e decoro, (de' quali pur pochi si odono nei veri appassionati; colpa, cred' io, deireducazione e della ( i^O ignoranza) chi non vede richiedersi a ciò sedalo animo e tranquillo, e non sconvolto dalla passione e con- turbato? E che dico io dei sentimen- ti ? Le parole stesse quanta cura, e quanto studio ricercano? volendosi sempre nella poesia le più adorne , le più risplendenti le più nobili. Ne solo vuole il poeta sceglierle tali, ma vuol collocarle artificiosamente, e però ne considera gli accenti , il numero, le cadenze, ne pargli di dimostrare assai bene la passion sua, se non la dimostra in rima, e con misura; al che quanto sia contra- ria l'inquietudine vera dell'animo, ogniuno sei può vedere, perciocché la passione vera non vuole studiar tanto. Per la qual cosa io ho pensato più volte meco medesimo, onde sia avvenuto, che la poesia chiamisi co- munemente imitatrice, e definiscasi arte d'imitare; perchè qual cosa è più contraria alla vera e perfetta ( ^^^ ) ^ imitazione, che una cos'i studiala collocazion di parole? Eccovi cfic la drammatica non solo studia le pa- role e le mette in rima; vuol anche esser cantata, e ricusa di venir sul teatro, se non ve la guidano i mu- sicali instrumenti, i quali ella non soffrirebbe, se delle vere passioni es- ser volesse perfetta imitatrice. Io non entrerò qui ora in una questione assai sottile, la quale, a mio giudizio^ sarebbe degna di un intiera acca- demia. Sono ben d'opinione, che questa o arte, o scienza^ o facoltà, comunque voglian dirla, di far versi, non sia già, come si va dicendo, un arte di imitare, ma piuttosto un arte di dilettare gli uomini con varj mezzi, anche imitando. E quindi è, che non del tutto all' imitazione del vero abbandonar si dee, ma soltanto, quanto l'uso degli altri mezzi, che di lei son proprii e necessarii, gliel consente. Ai quali mezzi pensar dee attentamente il poeta, scegliendo sem- e 'o3) pre i più atti, et usandogli oppor- tunamente, e con bel modoj il che far non potrebbe, se avesse T animo da qualche fiera passione, da gelo- sia, da ira, da invidia grandemente commosso e turbalo. Perchè però alle poesie belle et ornate richiedesi anche l'imitazione, per ciò ho detto fin da principio, che quantunque non giovi al poe- ta, anzi nuoccia, il sentire in se slesso quelle passioni, che vuole es- primere, tuttavia molto gli gioverà l'averle sentite una volta. Perchè se l'uomo non avesse mai sentito pas- sione alcuna, ne mai provato le in-* • quietudini di esse , gì' impeti, i tra- sporti , mal potrebbe T intelletto, in- segnargli quei sentimenti, che sono propri di ciascuna di loro; imperoc- ché la ragione, come ne avvisa Ari- stotile, giudica e pensa delle cose in una maniera, e le passioni in un altra. Io credo dunque, che giovi al poeta r averle una volta provate per ( .o4 ) conoscerle e poter meglio ragionar- ne a guisa di un coinbalteiite , il quale finita la battaglia, e uscito del pericolo dell'armi ne ragionerà as- ' sai meglio, che un altro, il quale non mai vi si sia ritrovalo^ ne egli però ne avrebbe ragionato cosi bene nel tempo del combattimento me- desimo. Soleva dire, secondo che io ho letto in un libro francese, sole- va dire il famoso Maresciallo di Tu- rena una assai leggiadra, e molto vera sentenza ; e ciò è che come un uo- mo di grande ingegno abbia amala una donna per lo spazio di un in- tero mese, è ormai tempo che si riposi. Chiamava gli uomini quel va- lorosissimo capitano, e gì' invitava, a un riposo , che è sommamente necessario ai poeti, i quali volendo imitar le passioni , e fìngerle grazio- samente , bisogna , che le considerino con somma attenzione, e con agio, ciò, che far non possono, se non con animo riposato* Dico degli uo- ( io5 ) n)Ini, che aspirano alla immortalità, et alla gloria. Direi lo stesso ancora delle donne, se facessero \ersi, e poe- tassero^ ma io temo, che anche sen- za far versi sappiano troppo bene quell' arte. Nel che se la natura ò stata loro più. liberale, che agli uo- mini, e le ha fornite di cosi chiaro e sottile ingegno, come reggiamo, che ha fatto, ben si vede, che do- vrebbono esse piuttosto che gli uo- mini, applicar T animo ad ogni ma- niera di imitazione, e fingendo di amar qualche uomo, giacche lo fan- no COSI bene in prosa, studiar di fac anche in versi; nel che sarebbono per quel ch'io credo, valorose oltre modo, et eccellenti. Perciochè il poeta in quanto è poeta non ha le pas- sioni, che esprime, ma le imita; ne sa basiantemente imitarle, se per es- primerle ha bisogno di averle. ^]ISnuno. Che sebbene il suono delle parole si sentirebbe , quando però il senti- mento loro non si sentisse, non po- trebbe quello recarne verun piacere. Tanto è vero, che l'armonia, che si fa dentro alle nostre orrecchie dal- le voci , non ha per se medesima quasi niun diletto, e dove ella noa accompagni una certa altra armo- eia, che si fa dentro dell' animo dai sentimenti medesimi , riesca fasti- diosa anzi e nojosa , che dilettosa e piacevole. E noi troveremo ben mol- ti, i quali hanno tradotto le poesie greche in prosa Ialine, il che noa avrebbon mai fatto , se eglino noti avessero giudicato , che la bellezza dell'invenzione, del costume, delle sentenze dovesse poter recare assai piacere, eziandio che del suono del verso priva fosse i ma ni uno ci è ( 1^5 ) ancora stato, il quale ci aLbia scrìtte le medesime poesie greche coi ca- ratteri latini, perchè niuno ha mai creduto, che il suono dei versi per se stesso senza più. dovesse porgere alcun diletto a chi che sia. Alla qual <3ottrina io non voglio , che alcun contrasti , perciochè ella è tanto ve- ra, quanto ciò, che verissimo. Ora io mi volgo a costoro, ai quali non soffre V animo di leggere versi ca- tulianamente scritti per questo che del suono loro non si contentano. E lor chieggo per lor fede, dove pen- sino essi , o in qual cosa credano , che sia riposta la bellezza delle poe- sie? Se nel suono solamente, io non ho più altro che dire, e si mi taccio. Ma ponno ben essi lasciar da parte la poesia , e dove lor venga voglia di solazzarsi, piuttosto andare a trar- scnela tra i musici, che tra i poeti j i quali musici però se sostenuti non fossero nei loro Drammi, e dall' in- venzione, e dai costume, e dadi af- (,.6) felli, e (lallc sentenze rncdesiiTic non sarebbe chi gli ascollasse. Che se pur vogliono la bellezza della poesia non nel suono esser riposta, ma piuttosto e principalmente nell' altre parti , mostra bene, che eglino non abbiano alcun sentimento di bellezza poetica, se per questo che manchi il suono al Navagero, al Fracasloro, al Mu- relo, al Cotta ^ non posson sofferire di leggerli. Oh dicon essi , il suono loro non ne piace. Vi dispiaccia an- cora quanto mai può. Ma non po- trà perciò piacervi l' invenzione ? Non potrà la disposizione delle parli ? Non potrà il costume? Non la sentenza? Non gli affetti ? Non le parole me- desime in quanto esprimenti sono, e latine? Io non so quello, che in questa parte dirmi debba. Ma egli sì par bene , che molto miseri , e molto infelici dobbiate esser voi^se perchè quel menomo diletto ^ che dal suono dei versi trarsi può ^ non potete trar da loro , ne pur quel ( 117) gfan^ìssiriìo trarne volete, che dall' invenzione, e dal costume, e dagli affetti, e dalle sentenze potres;e, e perchè il suoao manchi a loro vo- lete che tutto il restante manchi a voi, Sebben saran di quegli i quali si rideranno di questa mia ragione, e diranno essi ; chi sa poi, se i sen- timenti di Catullo, e di coloro, che il seguono, son così vaghi e leggia- dri , come costui ne dice ? cerio se eglino van del pari col suono , bi- sogna dire , che sieno molìo caltivi. Qual sia il suono de' ver.si scritti alla guisa , che i Catulliani fanno , bi- sognerà eh' io ne ragioni dappoi. Presentemente sa esso qual vi piace. Vi piace, che sia cattivo ? et io il vi concedo. Vi piace che sia duro, che sia aspero , che sia dispettoso l sia durissimo asprìssimo, dispettosis- simo. Che direm noi, se per questa stesso, che esso tale è, diinostrerovvi dovere essere i se n ti me n li di Catullo tiìuìo vaghi, e tanto leggiadri , che 4* titilla più , e per consequenlc coloro, i qiianli hanno questo poeta felice- mente imitalo, o l'imitano tuttavia, se alcun ven' ha , dovere ranto più esser chiari e luminosi nelle senten- ze, quanto più pajon' essere nel suo- no incolti , et orridi ? Io spiegherò la mia ragione, e rimeltcrommi al giudicio di voi altri Accademici , che se io noi vi dimostro apertamente, io son contento j che non pur noa abbiate per niente Catullo , ne al- cun poeta catulliano leggiate , ma si gli vituppcriatc tutti, e laceriate, se vi piace, e loro, e me. Ma se io vi farò veder chiaro, e quasi toccar con mano , che quando anche il suo- no de versi di Catullo cos\ tedioso fosse , e fastidioso , come ad alcun pare , che sia , per questo appunto dir si dovrebbe essere i sentimenti suoi vaghi fuor di modo, et isqui- siti; io vi prego per vostra fede, se altro di ciò fare non vi spaventa, lasciate fiualmenle la vostra falsa opinione , e via togliete una volta la vergogna del nostro secolo. Allora quando M. Fabio lesse le orazioni di Q. Ortenzio egli giudicò , che bi- sognava dunque che Ortenzio fosse stato uno dei più gran recitatori del Mondo; e la ragione si fu, perchè non trovando egli in quelle orazioni scritte niente, che gli paresse esser degno dell'alto nome , e della stima grandissima che Ortenzio si aveva in Roma acquistata , giudicò , do- verlasi esso avere acquistata per mez- zo di qualche cosa , che in quegli scritti non fosse; e questa non po- ter esser altro che la pronunziazione. La qual ragione eziandio che vera fosse tutta fiata ancor più forte stata sarebbe, se le orazioni scritte di Or- tenzio non solamente non molto buo- ne , ma disadorne affatto e cattive, al grandissimo rettore fosser parute. Che se egli giudicò le poco buone non dovere aver levato cosi alto gri* ( I9.0 ) do nel romano popolo, se non per rispetto della recitazione, molto più giudicato avrebbe lo stesso delle cat- tive. E certo certissimo ò, che dove una cosa e bella sia e buona ed ec- cellente e singolare , posto che al- cuna parte di lei si trovi cs<;ere del tutto difettuosa, bisogna pur dire, che tanto, anzi molto più , nelle al- tre parti sovrabbondi di grazia , e di bellezza, quanto in questo è di difetto e imperfezione. Per la qual cosa parmi che quegli, i quali co- tanto biasimano il suono di Catullo, diano a Catullo medesimo una gran- dissima laude. Conciosiachò quella parte in lui vituperino che è di tutte le altre la men pregevole, e quella vituperando tutta la lode, che egli sì ha pertanto tempo acquistata, alle altre parti , che sono di maggior pre- gio, e di più grande eccellenza, con- venga loro di attribuire. E forse che non si ha egli Catullo una grandis- sima laude acquistata? E quale al- tro è stato poeta fra tempi suoi , le cui opere ci sien vivute fino al di d'oggi? Recatemi se ve n'ha alcuni, recatemi le lor poesie, recitatemi i lor versi, nominatemegli. Egli solo de' tempi di M.Tullio ci ha aggiunto quasi signore del tempo e della mor- te fino alla nostra età^ e Tibullo e Properzio, e Ovidio, e Gallo valo- rosissimi e nobilissimi poeti dell'an- tichità, tutti gH altri hanno potuto col chiarissimo lume delle poesie lo- ro offuscare, Catullo solo non han potuto. Lui hanno ricevuto volen- tieri , e di buon animo le nazioni tutte , lui hanno tradotto nelle lor lingue, lui hanno imitato, lui esal- talo, lui innalzato fra innumerabili altri , acciochè tutti in lui pure , come in una qualche maravigliosa , e quasi divina forme riguardassero. A cui alto pare, che principalmente r animo rivolgessero il Navagero, il ( 12^. ) Frncasloro, il Colla, il Murcto, ove ad alcuno Epigramma, od Elej^ia a comporre si diedero? Io taccio della Scaligero, e di tanti altri per vinù ragguardevoli, e per numero infi- niti, i quali tanta fatica pigliaronsi per commentarlo, e illustrarlo; e ì quali non avrcbber giammai cosi grande studio, e tanta opera in lui collocata , se conoscendo il suono di lui esser duro , e tedioso, e difficile (alla qual cosa conoscere, quando vera sia, ne di molto ingegno, ne di molta sottilità fa mestieri, e que- gli stessi, che pensano di conoscer- la non perciò molto ingegnoa si tengono) non avessero altresì cono- sciuto gli affetti suoi, e i suoi sen- timenti esser tanto piìi vaghi e leg- giadri , e quanto egli lasciò superarsi dagli altri nella dolcezza del suono, altrettanto aver lui lor superati nella vaghezza delle sentenze. Et io noa dubito per niua conto ; che se la le« ( 1.3 ) zlone di Catullo non fosse per ri- spetto della costumatezza cristiana assai lubrica, è piena di sospecione e di pericolo, non avrebbon gli an- tichi maestri giammai lasciato , che piuttosto le molte Elegie degli al- tri si leggessero nelle scuole a fan- ciulli , che le poche, che di Ca- UiUo ci son rimase ; benché a ciò si potrebbe ora provvedere legger- mente, che avendo molti molie cose scritte e catulliane, e crisiianamen- te, potrebbon queste raccogliersi, e farne un giusto volume, il qual potrebbe esplicarsi anco a fanciulli. Ma non è mio intendimento , di provvedere ora a quella età ; alla quale siccome si vuole aver riguar- do , cosi anche a molti altri, i quali non debbon essere da altrui consi- C^liati diversamente da quello , che eglino sono da se medesimi. Reste- rebbe ora da ragionare del suono ckì Catulliani versi , e dimostrarvi e t24 ) non essere esso tale, quale a molti pare , che sia ; della qual parte parrà forse a molti necessario di fa- Tellarne , et io il farò quando che sia volentieri^ sebbene io però non cos'i stimo. Imperocché se io avrò vinto, che quelli, i quali per que- sto solo si rimangon di leggerli , che temono non il duro suono of- fenda loro le orrecchìe, si movano a pur farlo , io so certissimo , che eglino leggendo , e rileggendo il Fracastoro , il Navagero . e gli al- tri di quella maniera , si vince- ranno e domeranno per cosi dire la ritrosia delle superbe orrecchie , e malavvezze, che comincicrà loro a saper dolce e buono il suono di quei versi, siccome veramente e, e più non desidereranno la mia ora- zione. Del che ancorché io grandis- simamente mi confidi , io non ri- fiuto però di far loro vedere un altra volta le ragioni , perchè quel suono, che si da prima dispiacque, solo che un poco di studio vi si ponga, cominciar debba a piacere; la qual dimostrazione avvegnaché non necessaria , a mio giudicio non fia però che sia inutile. MB— Il 11 M 1 ISl^D^IKD DL EUSTACHIO MANFREDI, JCj usTACHio Manfredi nacque in Bologna V anno 1674' '^ ^^' Settem- bre alle ore quattro italiane. Il pa- dre ebbe nome Alfonso, ed era nato io Lugo, terra posta nella Legazion di Ferrara ; nel qual luogo avendo esercitato per luogo tempo l' Uffizio di Notajo civile , passò a Bologna per esercitarvi una profession non guari diversa. La madre fu. Anna- Maria Fiorini. Essendo ancor giovinetto, appli^ cossi ardentemente alla filosofia , e tra per V Ingegno grandissimo che dimostrava , e per V amabilità de* suoi costumi , potè facilmente rac- corrò in casa sua molti suoi eguali per istituir dispute , ed esercitarsi neir arte dell' argomentare , nella quale fu egli fin d' allora stimato mollo eccellente. Per questi esercizj congiunti alla naturai disposizione, acquistò nna maravigliosa prontezza a spiegar subito, e chiari^imamente eziandio le cose difficilissime ; nel che veggiamo cosi pochi essere, che alquanto vagliono. Questa privala e per così dir, fanciullesca accademia, divenne poi alquanto piii seria per lo studio della notomia , che vi s' in- trodusse, e per vari esperimenti di optica, che vi si presero a fare, onde sali in grandissima stima, e mutato luogo, e presa altra forma, ed al- tro nome, divenne poscia l'illustre Accademia delie Scienze, che si tie- ne ora nel palazzo dell' instituto. Come ebbe finito il corso ordì- ( ^-9 ) nario della filosotia , si diede allo studio delle leggi j ed avendo non più, che i8. anni di età, fu addot« torato nel gius civile, e nel cano- nico. Di qui può vedersi qual fosse la prestezza dell' ingegno suo. Prese intanto grandissimo genio alle scienze matematiche senza trop- po conoscerle. L'astrologia gli si pre- sentò sotto questo bel nome , non meno che la geografia , e la gnomo- nica, e tutte gli piacquero. Ma non andò molto, che conobbe la vanità della prima, uè fu mai uomo, che si ridesse di una tal professione , quanto egli , dopo che V ebbe stu- diata. Deposto però lo studio delle na- tività, ritenne principalmente qnello della geografia , nell' istoria della quale divenne in poco tempo tanto versato, quanto altri mai fosse. A che gli giovò grandemente una singo- lare e rara memoria, che egli ebbe, a cui nulla quasi sfuggiva di ciò , che letto una volta , o udito avea. ( ,3o ) Dalosi poscia a quelle scienze raa^ tematiche, che sono scienze, e presi i principi dal famoso Gughelmini , non lasciò parte alcuna di esse, neli' algebra pure, che era a que' di da molti mal ricevuta, a cui egli non penetrasse. Le lusinglie della matematica il tolsero del tutto allo studio delle leggi 5 ma non cos'i a quello della poesia , eli' egli amò grandemente sin da fanciullo. Diede fuori in que' primi anni molti versi , che furoji reputati maravigliosi , e per tali si tennero, finche a lui stesso non dis- piaquero. Fu egli in Italia uno dei primi, che rivolgendo 1' animo alla forma del comporre antico, ne sen- tissero la leggiadria , e la grazia ; laonde mutato stile prese una forma di comporre in cui riunì tutti gli ornamenti dell'antica semplicità sen- za perder punto di quello splendor di parole , e di sentimenti , a cui da natura era portato^ cosi che essendo e '30 allora i, poeti Italiani divisi in due parti imitatori esattissimi dell' an- tichità 5 e parte tuttavia alieni da q/aella esatta imitazione, egli potè parere eccellentissimo agli uni, e agli aliri. La canzone che usci di lui ìq lode della Signora Giulia \ andi bel- lissima giovine, ed onestissima, la qual si fece religiosa , è una delle più belle che sìeno uscite giammai. Se r ingegno vi ebbe parte, non ve ne ebbe meno 1' amore, il qual dif- fuse tutte le grazie in quei versi , che esser doveano V ultima espressione d'un amante ingegnoso. Per tali suoi componimenti 1' anno 1706. fu ag- gregato in Firenze alT Accademia della Crusca. Il libro di sue poesie, che va ora per le mani di tutti, fa ben conoscere, che ne quella, né più altre accademie si ingannarono. L' anno 1699. a' 26. Febbrajo fa fatto lettor pubblico di matematica jieir università di Bologna. La for- tuna in questi tempi gli faalquautp e i32 ) , molesta, talché non potè conservare la u anquillità necessaria a' suoi sludj , se non a forza d* una superiori ik d'animo, che in lui fu singolare, e maravigliosa. A sfuggir le noje di molti importuni, stimò bene il pa- dre uscir di Bologna, laonde andossi a Roma dove poco appresso ottenne il governo di certo luogo vicin di Frascati. Con questo provide molto al suo decoro, pochissimo al biso- gno ; perchè essendo quel governo di poca rendita, appena egli poteva in quel luogo mantenersi come si conveniva. Intanto tutto il peso della famiglia cadde sopra di Eustachio, come quello , che n' era maggiore. Il quale tra per gli affari domestici, non troppo ben composti, tra per lo tenue stipendio, che ritraea dalla lettura trovossi a tale e tanta stre- tezza , che bene ebbe occasion di co- noscere, quanto vagliano le amici- zie acquistate co' buoni costumi, e eoa le lettere. Perchè gli amici , non e i33 ) ptJtencio soffrire , che cosi dotto , e costumato giovine sostener dovesse tanta battaglia dalla fortuna, 1' aiu- tarno per modo che potè non molto rassetar gli affari domestici , e tiar d' angustia se slesso, e la fara glia. Fra quei che '1 sovvenero , e torse il primo si fu il famoso Signor Mar- chese Gio. Gioseffo Orsi. Già pochi anni prima che fosse fa to Lettor pubblico, s' era il Man- fredi dedicalo parlicolarmenie alT astroijomia. La meridiana che per opera de! famoso Cassini, era stata descritta nella vasta Chiesa di S. Pe- tronio di Bologna , fu quella che gliene mise il pensiero. Non era al- lora in Bologna, chi facesse uso ne puno ne poco di quella linea per- ciochè ti a' giovani, che molti a quel tempo fiorivano in quella università non ne era pur' u ìo die desse opera all'astronom'a. Parve dal Manfredi, e insieme allo Stancari, giovine di chiarissimo ingegno € grande amico 4** ( .34 ) «no, essere sconcia cosa , e discon- veiicvole, clie niuno volesse essere Astronomo , la dove fosse un cosi magnifico strumenlo ; e cosi senza più deliberarono di farsi Astrononni essi slessi. Presi dunque i principj di quella scienza da' libri, che avea- no, e fatti fare certi loro strumenti, cominciarono a passare le noni in- tere in celesti osservazioni. Questo notturno studio si fece prima per qualche tempo in casa Stancari; poi trasferissi a quella del Manfredi dove esso fatto assettare certo suo luogo eminente a uso di specula , e stesa quivi una piccola meridiana, s'era innoltre proveduto d' un orologio a cicloide il quale forse fu il primo che si fabbricasse in Italia di quella forma. Uno studio cosi operoso , e che per essere stato da più anni in- termesso, cominciò a parer nuovo, trasse a se la curiosità di molti , laonde facendosi gran concorso, ne sentirono alcuna volta non piccolo incomodo le osseivazioni. Perciocliè tra quanti concorrevano, fuori dello Stancari, di cui s'è detto, e il fa- moso Morgagni, che stava allora in Bologna attentissimo ad ogni ma- niera di studj e di lettere, pochi al- tri erano, della cui opera e diligenza potesse valersi il Manfredi; il quale bene spesso chiamava a parte d^lle astronomiche sue fatiche non che i fratelli, le sorelle ancora , quali egli co' suoi famigliari ragionamenti avea fatto divenire astronome. Cos'i si trat-^ tenne con grande ardore in questi studj, infin a tanto che gli fu d'uopo rivolger V animo ad altro. L'anno 1704. a' 29. Decembre fu fatto sopraintendente all'acque del Bolognese. Era a'que'tempi più che mai calda la controversia tra i Bo- lognesi, e Ferraresi per l'immissione del Reno nel Po', nella qual poi s'av- volsero e Modanesi , e Mantovani , e Veneziani , e Lombardi quasi tutti. Perlochè il Manfredi che sostener do» e 136) V€a la causa di pochi centra molti e reader persuasi quelli, clie non pareaii gran tallo disposti ad esserne, ebbe molte brighe. Le scritiiire mol- tissime, che ìa ijuelfa occasione die- de fuori sopra la maieiia dell'acque, accrescendoci, credilo gli accrebber falìca, essendo per quelle venuto ìq tanta stima , che non Tu poi quasi quistion d'acqua ali|uanio grave in Iialia, che a lui non si riportasse* La riparazione del porto di Fano, la bonificazio'ie delle Paludi Pontine, r ispezione delle Ch!a .e poste t a confini dello Slato Ecclesiasiico, e del- la Toscana, i timori di Ljcca per la viciuajizc del Sertliio, e sopra tut- te !t' molte gravi coniioveisie insorte più ^ ■ '» r-a quella RepuLlica e lo slau; (ieii.i ItHtaiìa, furoji per lungo tempo J ^udj suoi. Ne tu aìcu.ia di que^ e noje, clje uon gli cosiasse fatica glande, e pericolo 11 scrchio gli ehbf ^ cnsiaie ancLe la vita; perchè a veuerne d' alto il corso e la corrosione, ram pica tosi un di con le mani a poco a poco su per un balzo Irovossi a tale , che ne andar oltre potendo, ne osando tornare ad- dietro, con grande orrore e spavento di tutti, che il videro, fu bisogno chiamar gente, e trar lo di pericolo con scale, e con ordigni. Se 1' Astro-- nomia, per li molti fastidj che die- dero al Manfredi gli affari dell' acque^ perdette alcun poco, l'Idrostatica in contrario vi guadagnò. I molli lumi, che egli sparse nelle sue scritture, e le dotte annotazioni , che fece so- pra il libro della natura de' fiumi del Guglielmini, sono un accresci- mento notabile di quella scienza; la quale sarà sempre grandemente te- nuta alle bizzarie dei fiumi d' Italia j^ che hanno mosso cosi rari ingegni ad illustrarle. Le dotte scritture so-» no la maggior parte impressa nella raccolta degli Autori che trattano del moto dell'acque, uscito in Fi^ reaze del del 1723, e le annotazioni 4 •** e »38 ) airopcradclGuglicImini si andavano tuttaviastampando in Bologna, quan- do l'autor loro mori. L'anno pure 1704 fu fatto Prorct- torc del Pontificio Collegio di Mon- tai lo. Questo è un Collegio dove il Prorettore lia tutti gli Ufllzj del Ret- tore senza averne il nome. L'elezione del Manfredi a questo ufficio in un tempo, che il Collegio era alquanto tumultuoso, fu una chiara testimo- nianza della saviezza di lui. Ma se l'elezione fece onore al Manfredi j egli altresì fece onore ad essa. Cosi seppe maneggiar l'animi di quella gioventù, e coniporgli , che in poco di tempo gli ebbe rivolti allo studio della Geografia e della Cronologia, disponendogli cos'i all'istoria Eccle- siastica, che unita allo studio delle Teologìe e dei Canoni, e propriissi- ma di quel Collegio. Molti ancora ne fece divenir poeti molto chiari. Le cure del Collegio unite alle do- mestiche, e le applicazioni gravis- ( i39 ) sime ai public! affari dell'acqua, non potettero però mai distorlo af- fatto dalla Astronomia, alla quale dava quasi tutto quel tempo, che a lui davano le altre occupazioni. Cir- ca que' giorni usci di lui un Epis- tola latina stampate in Venezia Tan- no 1705 sopra la riforma del Calen- dario. Intanto essendosi in Bologna fon- dato il famoso Instituto delle scien- ze, ed essendosi quivi cominciata a fabbricare una specula , la qual ri- chiedeva un astronomo, o più tosto richiedeva il Manfredi stesso, fu egli l'anno 171 1. per pubblico decreto destinato a tale ufficio. Laonde la- sciato il Collegio passò indi a non molto ad abitar nel palazzo dell'In- stitulo. Allora fu che l' Astronomia si vendicò degli altri studj , e traen- dolo tutto a se, il tolse ancora alla Poesia. Sedata in gran parte la con- troversia pubblica deir acque, il Man- fredi non fu da indi in poi (juasì e i4o ) più altro che Astronomo. Nell'anno 171 5. diede fuori due tomi di Ef- femeridi stampate in Bologna, ed altri due nel 1725. Quest'opera con- tiene più di quello die soglia aspet- tarsi da un tal tiiolo. Le EccHssi dei satelliti di Giove, i passaggi dei Pia- neii per lo meridiano , i congiungi- menti della Luna nelle ecclissi solari danno a quest'Effemeridi un pregio, che le altre non aveano avuto mai. Olire a ciò l'introduzione utilissima eh' è nel primo Tomo, in cui si Gio- strano le varie maniere dei calcoli astronomici, di che pochissimi in fino allora aveano scritto , può dirsi un trattato piuttosto, che un' introdu- zione. 11 mondo, che non è avezzo a conoscere cosi prestamente il pre- gio de i libri, ha ben tosto sentito rutilila di quest'Effemeridi. Noa e' oramai quasi parte del mondo, ove pur sappiasi alquanto d'Astronomia, a cui esse non sieno giunte; e si sa che i Missioaarj della Cina assai se ( i4i ) ne vagliono per dimostrare a queir ingegnosa nazione T industria e il va- lore degli Europei. Non è piccola lode servir di pruova a Cinesi dell'inge- gno Europeo. L'altro piccol libro, che compose sopra la congiunzione di Mercurio, e del Sole, seguila il 9 Novembre del 1728 , il qual libro usò in Bologna nel 1729 sopra le aberrazioni delle stelle fisse, e quel- lo, che in Bologna pure ultimamente diede alla luce nell'anno 17S6 sopra la famosa meridiana di S. Petronio fanno vedere, quanto egh fosse in- dustrioso e sottile in una scienza, in cui pare, che non si possa mai esserne abbastanza; però Tanno 1726 meritò d'essere aggregato alla Reale Accademia delle scienze di Parigi, Un aggregazion cosi illustre non gli fu meno onorevole che le sue opere. Pare, che dopo tanti orjiamenii, e tanta fama niun titolo oramai gli si potesse aggiungere se non lardi ^ pure acciochè nulla gli mancasse , ( i4.. ) vollero 1 Dottori del Collegio di Fi- losofia di Bologna aggregarlo per modo straordinario al loro chiaris- simo ordine. Però raunatasi un gior- no , senza avergliene pur fatto pa- rola, l'addottorarono subitamente in filosofia nella persona di GioselTo Pozzi di Jacopo^ medico, e poeta di gran valore, e insieme lo fecero lor collega. Così trovossi egli ad un' ora e Dottore di Filosofia, ed aggre- gato a un antichissimo, e famosis- simo Collegio senza saperlo. Ciò fu l'anno lySH a' 17 Luglio. Sopravisse poco tempo al sno no- vello addotoramento. Già da più an- ni avea contratto un incomodo ai reni, per cui convenivagli sopraslare spesso, e fermarsi tra il camminare. Questo fu seguito dai dolori atrocis- simi della pietra, che a certi inter- valli, non sempre uguali, ma il più di due mesi, l'assalivano crudelmente, e il tenevano aflitto parecchi gior-- ni. Essendo cosi durato da cinque ( «43 ) anni incirca ^ ultimamente si ridassQ a tale , die non potea più uscir di casa se non portato, ne qaest' istesso senza grave incomodo. Finalmente preso una volta da' suoi dolori , che da principio non parvero più gravi dell' ord.nario, e non potendo più, ne per fomenti, ne per altro riaver- sene, dopo avergli sostenuti con mol- ta costanza per i8 giorni, confor- tatosi col Santissimo Viatico, e eoa l'estrema Unzione, mori Tanno i73g a' i5 di Febbraro alle ore 17. Fu sepolto nella Chiesa di S. Maria Maddalena, sua Parrocchia, accom- pagnato il cadavero con pompa stra- ordinaria da' Senatori presidenti all' Instituto, da Professori dell' Instituto medesimo, e dalle due università degli Scolari. Ha lasciati tre fratelli, l'uno Emi- lio religioso della Compagnia di Gesù, celebre predicatore, T altro Gabriello chiarissimo Professore di Analisi nelP Università di Bologna^ il terzo Era- ( '44 ) rJito professore di Matematica nella stessa Uiiiversilh, ne Matematico, so- lamente, ma anche Medico filosofie egregio e sirigolare. Lasciò parimente due sorelle Madalena e Teresa de- gne de' loro fratelli ; 1' una nello stu- dio del ricamare, ed araendue nel compor versi nel lor nativo idioma eccelentissime: versa'e poi oltre ogni credere nella cogniziof] delle tavole, e de' calcoli Astronomici. I computi , onde si formano i primi due Tomi delle Efemeridi, che abbiam detto, si debbono se non tutti, almeno in grandissima parte, alla diligenza, ed allo studio, di queste due calco- latrici. Parve che Tingcgno fosse un retaggio comune della famiglia. Fu generalmente d' animo quieto e tranquillo, non tanto perchè na- turalmente il fosse quanto perchè s^ ostinava a voler esserlo. I dolori della pietra sostenne con una generosità da non credersi. Cos'i ne ragionava, come se d'altrui fossero, non suoi. ( i45 y "ÈA in quel tempo, che ne sentivsi ratrocitàj non lasciava d'entrare in ragionamenti allegri, da' quali sol- tanto soprasedea, quando il dolore lo preu)ea più crudelmente; e come questo rimetteva ( non fosse ciò stata che per quattro o cinque minuti) cosi tornava egli tosto al discorso incomincialo, e talvolta anche alle facezie. Quando i dolori poi, rallen- tandosi a poco a poco mostravano voler concedergli un intervallo più lungo, restituì vasi immantinente alle fatiche intraprese. Cos'i valendosi di queste pause, mise all'ordine molte opere tra l'altre quella del famoso Monsig. Bianchini, intitolata //s^ro- nomicae ac Geograficae obsen^atlor nes selectae y la qual raccomandata- gli caldamente , bisognò che egli di- sponesse tutta, et ordinasse, traen- dola da un'immensa faraggine di carte sciolte, e confuse e per lo più im- perfette, a intender le quali , e farne scelta^ e disporle si richiedeva oltre ( t4ò 1 ilnd singolar cognizione anche un' incioflihilc fatica. Cos'i pure Ira gli assalti crndclissirfu della pietra, com- pose quella scrittura che fu poi stam- pata in Roma V anno lySS. col ti- tolo ; Compendiosa informazione di fatto sopra i confini della comu- nità Ferrarese d^ Ariano , con lo stato Veneto ; alla quale richiedeasi la lettura di molli libri , e scritturo senza numero, oltre il confronto di molte mappe antiche e nuove, onde raccoglier con certezza quelle mi- sure, che la corrozione de' fiumi, e la vicinanza dell' Adriatico vanno tendendo d' anno in anno incerte e dubbiose. Nella qual fatica , servendo egli alla Corte di Roma, e stimando perciò di doversi mettere maggior fretta di quella, che il male gli con- cedeva , assai si valse dell' opera delle sorelle, le quali, non potendo egli, leggevano, secondo che il fra- tello avpa loro prescritto. Per que-* iito modo venne a capo di queir opera e '47) in pochi mesi. Nò i fiumi pur di Havenna perdonarono alla sua cru- dele infermila , i quali gli dieder piii noje di quel tempo, che quasi non Xìe danno a Ravenna stessa. L' ul- tima lettera , che egli dettò tra gli spasimi, e le convulsioni mortali, fu intorno ad essi; benché confon^ dendogHsi la menìe , e perdute le forze, la interuppe. Questa fu V ul- tima volta che egU dettò. Da indi in poi altro più non fece, che con^» tendere con la morte. Esòcndo an- cor giovane, amò di bere, e man- giar largamente con gli amici, che erano per lo più suoi eguali, dotti e costumati. Liberale e splendido, quanto le sue sostanze il permette- vano, rettissimo in ogni contratto, ed azion sua per cosi fatto modo, che per esser sicmo di non dar meno di quel che dovea , dava spesso as* sai più. Cortese ed affabile oltre ogni credere. Se stesso, e le cose sue stimò .sempre pocUissimp y all' iugontrario non fu nini persona nò cosi giovane, Ile COSI inesperta, il cui giuJicio , egli non mostrasse di apprezzar mol- to. Nimicissimo del contradire, so- siene più volontieri la noja di udire gli errori altrui, che di contrastar- gli. Però era compiacentissimo , ne si tf-ovò persona che avendo ragio- nato seco per una volta non Io amas- se grandemente. Avendo in sommo aboirJincuto le cerimonie, e que' mi- nuti convenevoli, che oggidì si usano con tanta superstizione, non fu però chi gli osservasse più di lui; volendo anzi far forza a se medesimo , che mettersi a pericolo di far dispiacere ad altri. Però non può credersi quan- ta molestia gli dessero le visite il- lustri , che sovente gii eran fatte, da forestieri massimamente, che an- davano a lui sol per conoscerlo. Fu compassionevole oltre modo, ne gli sofferiva 1' animo di render ma- le a chi che fosse; intanto che es- sendo egli aggregato al numero di ( i49 ) . quelli, die per ufficio di carila con- fortano i rei condotti al supplicio , ed essendo per ogni altra ragione at- tissimo a ciò, appena però che po- tesse farlo poche volte, ne senza fa- stidio ; laonde s' avea già fermato nell' animo di non più avventurar- visi. Ne' doveri del Cristiano Catto- lico fu esattissimo, ed avendo con- giunta sempre alle lettere una certa Utniità, cV è poco comune ai dotti, parve essere in ciò più che dotto j siccome 1' intrepidezza , con cui so- stenne r ultima sna malattia, parve esser maggiore, che da Filosofo. Fu ben disposto della persona , di sna- tura traente al piccolo, grasso di co- lor vermiglio, di occhi vivi, di volto allegro, benché talvolta pensoso, e dimostrante altezza d'ingegno. FINE. V."" D P. Prccoyr; Paolo Amadeo GioFAisELii ; Babt, C. Parodi^ Re\^Ì6orl ArcivescovilL Vs* Sen, Gratahola Rev. per la Gran Cancelleria, INDICE, K ita di Francesco Maria Za* notti ...... p^g* I Orazione detta dall^ /autore in Campidoglio di Roma il dì 25. Maggio lySo ...» x Orazione in cui s* impugnano la proposizione delV Orazio^ ne precedente ^ e le ragioni per essa addotte ...» 25 Orazione in cui si difendono la proposizione è le ragioni della prima Orazione di que^ sto Argomento y rispondendo alle obiezioni esposte nella contraria » 55 Disertazione sopra un prohle^ ma proposto dalV Accademia de' Varj ....... 91 Discorso tenuto nelV Accade^ m,ia dei Diffettuosi , . » lo'jr Elogio di Eustachio Manfredi » 127 ae D ella forza de' corpi che chiamano vi'^a, Bologna 1752, it)-4-^ La Filosofia Morale, con un Ragio- namento contro del Maupertuis. Bologna 1754. in-4'^ Poesie lialiane e Latine. Forza atlrativa delle idee e delle cose che non sono, i747« ^ ^774» De Viribus centralibus. in-4.^ Bono- niae 1768. Sermones. Bassani I774« in-8.^ De Bononiensi Instituto Commenta- rii. 8. voi. in-fol." stampati in varj anni in Bologna. Gramatica della lingua Italiana, con un ragionamento, stampata più volte. Tutte le opere minori Lat. e Ital. raccolte in 9. voi. in-4'^ Bologna. Da questa edizione si sono ricavate le operette comprese in questo pic- col volume. PLEASE DO NOT REMOVE CARDS OR SLIPS FROM THIS POCKET UNIVERSITY OF TORONTO LIBRARY Zanetti, Francesco Maria 34 Prose scelte 2A6 28

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