Luigi Speranza -- Grice e Bacchin: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’anypotheton
haploustaton -- overo, i fondamenti della filosofia del linguaggio – la scuola
di Belluno – filosofia veneta -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel
Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Belluno).
Filosofo veneto. Filosofo italiano. Belluno, Veneto. Grice:
“I like Bacchin; as an Italian he is allows to speak pompously as we at Oxford
cannot! But he is basically saying the commonplace that ‘intersoggetivita’ has
a ‘dialectical dimension’ (interoggetivita come dimensione dialettica) in the
sense that the ego (or ‘l’io’) presupposes the ‘altro’ (as he puts it: ‘a cui’)
– therefore; it is a presupposition of the schema, as Collingwood would have
it, alla Cook Wilson – and thus only transcendentally justified. Bacchin has
noted that the operator ~ is basic in that ‘inter-rogo’ invites a ‘risposta’
whose ‘motivation’ may be ‘implicita’ – the ad-firmatum is motivated by the
domanda – which can be another dimanda: why do you think so? “Why do you ask
why I think so?” -- Bacchin is alla
Heidegger and other phenomenologists, with the ‘essere’ versus appare on which
my impicata in ‘Causal Theory of Perception’ depend (‘if A seems B, A is not B.
Note that there is no way to express this implicata without a ~. It might be argued
that it can express with some of the strokes or with some expression that would
flout ‘be brief, rather than the simplest” – and which would involve, as
Parmenide has it, the idea of, precisely –altro’ (other than). Note that
Bacchin equivocates on the ‘altro’ – in the dialectical dimension of
intersubjectivity he obviously means ‘tu,’ not ‘altro.’ In the negation or
contradiction (in dialectical terms) of an affirmation – which is involved in
every ‘dialogue’ that Bacchin calls ‘socratico’ or euristico rather than
sofistico (based on equivocation) – the ‘altro’ is the other, A is not B,
impying A is other than B (cf. my ‘Negation and Privation’). This does not need
have us multiply the sense of ‘ne,’ in old Roman!” -- Dopo aver conseguito la
laurea ottenne la libera docenza in filosofia. Insegna filosofia a
Perugia, Lecce, e Padova. Membro della Società Filosofica Italiana. Cresciuto
nella scuola metafisica di Gentile, sviluppa una propria originalità di
approccio e di ricerca filosofica, che lo rendono difficilmente assimilabile ad
una qualche corrente o famiglia filosofica se non quella della libera e
inesausta teoresi. A testimonianza della
specificità del suo approccio metafisico si può citare questa sua affermazione.
V'è un senso metafisico che può andare perduto. Né basta parlare di metafisica
e considerarsi metafisici per possederlo. La perdita del senso metafisico è
anche trionfo del condizionale e quindi dell'ipocrisia: "direi",
"avanzerei la proposta", "mi si passi l'espressione",
"vorrei che il lettore ricavasse l'impressione..'", "anche se
siamo, il lettore ed io, certo ioimmensamente piccoli", "a mio
sommesso avviso" e così via in un continuo spostare l'attenzione su di sé
e in un continuo, inutile, domandare scusa al lettore della propria scontata pochezza,
rivelando che non è poi così scontata da non parlarne. Nudo e indifeso alla
presenza della verità, il metafisico non lo può essere di meno di fronte agl’uomini,
i qualidi certo- non sono la verità.
Riferimento costante dell'incessante dialogo filosofico di B. E senz'altro
l'attualismo gentiliano. Altre saggi: “Su
le implicazioni teoretiche della struttura formale” (Roma, Sapi); “Originarietà
e mediazione del discorso metafisico” (Roma, Sapi); Sull'autentico nel
filosofare” (Roma, Sapi); “L'originario come implesso esperienza-discorso”
(Roma, Sapi); “Il concetto di meditazione e la teoremi del fondamento” (Roma,
Sapi); “I fondamenti della filosofia del linguaggio” (Assisi); “L'immediato e
la sua negazione, Perugia, Grafica); “Anypotheton” Saggio di filosofia
teoretica” (Roma, Bulzoni); “Teoresi metafisica” (Padova, Nuova Vita); “Haploustaton”
(Firenze, Arnaud); “La struttura teorematica del problema metafisico”; “Classicità e originarietà della metafisica,
scritti scelti” (Milano, Angeli); “La metafisica agevola o impedisce l'unità
culturale europea?”in ‘Il contributo della cultura all'unità europea',
Castellano, Edizioni scientifiche, Napoli); “L'attualismo in Gentile, in
Annali, Roma, Fondazione Spirito. Informazioni biografiche reperibili anche in
Bacchin, Haploustaton, Arnaud, Firenze, B., Teoresi metafisica, Berti, Ricordo
di B., Bollettino della Società Filosofica Italiana, Scilironi, Tra opposte
ragioni: nota in ricordo di B. in Studia patavina: Rivista di scienze
religiose. Filosofia Filosofo Professore Belluno Rimini. Metafisica del
principio. Si comincia dopo avere cominciato. L’innegabile è innegabilmente.
Negare è escludere un’inclusione indebita. Non v’è limite del sapere. Il luogo
del filosofare è la domanda del luogo per filosofare. Ciò che v’è di originario
nell’esperienza. La filosofia non ha oggetto e nessun oggetto si sottrae alla
filosofia. La riappropriazione metafisica. L’esperienza praticabile è
conversione fattuale in fatto. Funzione della parantesi nell’asserzione e
l’aporia del dogmatico. L’autorità del dogmatico si presenta come critica di
ogni autorità. L’ideale dell’autorità è di essere indiscutibile. Autorità e
intelletto si fronteggiano. Ciò che l’intelletto impone all’autorità è di
essere ciò che pretende di essere. Il luogo della domanda è l’insufficienza di
ciò che si presenta a ciò che, presentan- dosi, non è interamente. L’identità
tra inevitabile e necessario è solo co- struita. Il senso in cui non si può
domandare tutto. Ciò da cui dipendono le valutazioni del domandare. Il senso in
cui non si può non domandare tutto. Domandare tutto è negare di poter asserire.
Paradigma del dottrinario in filosofia. Una richiesta che preceda la domanda di
verità non può essere vera. Il prefilosofico oltrepassa il sapere di non sapere
credendo di superarlo. L’impossibilità di oltrepassare quel ‘limite’ che è la
stessa impossibilità di oltrepassarlo. La costante esistenziale dell’esperienza
e gli equivoci della sua valorazione. La domanda universale investe il
linguaggio come luogo della possibilità dell’errore. Digressione. La base del FILOLOGISMO
in filosofia. Dell’ingenuità storiografica in filosofia. Le due direzioni
dell’ingenuità storiografica. L’equivoco storico in filosofia. Equivoco di
coscienza storica e conoscenza storica. Le storie della filosofia rendono la
filosofia accessibile al senso comune prefilosofico. L’ideale sistematico del
prefilosofico si prolunga nella storiografia. Filosofare nonostante la storia
della filosofia. Inattualità teoretica dello storicismo. La nozione dogmatica
di storia. Il carattere fideistico della tradizione e il circolo del
riconoscimento. Due figure dell’accoglimento della tradizione: integralismo e
progressismo. La ragione formale come unica ragione delle due figure. L’ideale
immanente del credere è coincidere con il vivere. La ragione. Indice. Indice
formale presiede nel suo uso ciò che la determina nei suoi contenuti. Se ogni
fede è cosmica, ogni cosmo è creduto. La valenza sperimentale è già nella
protomatematica, come si esemplifica in GALILEI (si veda). Il carattere ipotetico
di ogni riferimento assertorio all’esperienza. Il rischio erme- neutico è
considerare effettivo ciò che è interpretazione, come si esemplifica in GALILEI.
Il senso in cui la scienza è alienazione. Ingenuità del ten- tativo di fondare
scienza e filosofia sull’esperienza immediata. Il campo in cui si discute è ciò
che intanto permane indiscusso. Credere di conoscere è non sapere di credere.
Il rapporto tra intendere e pretendere è struttura del conoscere. Il rapporto
strutturale di compreso e comprendente tra universi. Il rapporto di compreso e
comprendente è struttura del contenuto di osservazione. Costanti del progetto
d’esperienza e il vettore di interesse. Il progetto fondamentale e KANT Il
progetto di filosofare è il modo filosofico di progettare: miraggio del ritorno
all’immediato, Controllabilità e statuto dell’individuale. Ambiguità del
sapersi orientare nel mondo. L’intenzione conoscitiva del fenomeno individuale.
Progetto del conoscere come adeguazione progressiva. Il co- noscere
rappresentato come rappresentazione. Il presupporre è limite presupposto
all’operare. La scienza ignora di essere una fede. La scienza non può sapere
ciò che essa implica, dovendo postulare ciò di cui abbisogna. La considerazione
pensante. La conoscenza scientifica ipotizza la realtà che le consente di
ipotizzare. Tentativo della distinzione tra ‘visione naturale’ e ‘visione
scientifica’ del mondo. Esame della struttura del ‘punto di vista’ nella
configurazione dei sistemi di riferimento. Dopo l’intermezzo ludico, che cosa
si intende per ‘considerazione logica’. La logica formale è il modo formale di
considerare la logica. Il FORMALISMO DELLA LOGICA (cf. Grice, ‘Formalists and
informalists’). Il formalismo della logica è il nihilismo della verità. La
conciliazione tra storia mondana e filosofare non può avvenire nella storia
mondana. Ciò che si presenta con la divisione pone la richiesta della
connessione. Il pensiero si affida al linguaggio per essere riconosciuto come
indipendente dal linguaggio. Si esemplifica con l’espressione hegeliana
“movimento dell’essenza”. Si insiste con l’esemplificazione hegeliana. Ancora
esemplificazione hegeliana: la “cosa stessa” non può venire utilizzata. Il
senso della cura–custodia. Il senso in cui il pensare penetra. Il pragmatico è
fittiziamente teoretico. La verità mette in questione ogni discorso intorno
alla verità. Il nesso tra tecnica logica e configurazione funzionale del
concetto. La conoscenza scientifica considera astratto ciò che essa non può
considerare. Rischio dell’equivoco tra mera domanda e domanda pura. L’imporsi
della verità è l’asse delle pseudofilosofie. Volontà di coerenza e volontà di
dominio. Coerenza è fedeltà alla logica di un sistema. Sistema ed esistenza.
Esistenza e chiarificazione. Esistenza e coscienza. Coscienza e punto di vista.
Il punto di vista fondamentale non è un punto di vista. La nozione comune di
esistenza e l’istituzione. Ciò che esiste non è assoluto. Differenza tra
teoresi e teoria e l’impossibilità di scegliere la teoresi. La teoresi, che non
è teoria, appare in una qualche teoria. Poiché l’intero non può essere oggetto,
nessun oggetto è intero. La scienza che escluda la filosofia diventa “filosofia
della natura”. Il mondo della vita impone l’astrazione. La filosofia non
vincola a se stessa le scienze. Ricorso alla formula. La “formula” e l’aporia
del metodo ideale. Il metodo di filosofare è filosofare, ossia domandare.
Inevitabilità dell’astratto. Necessità e cogenza. Il carattere divino della
matematica è l’essenza matematica di Dio anche se GALILEI non lo vuole.
L’ordine astratto si esemplifica in WOLFF, ma esso è la logica interna della
formulazione del principio di non contraddizione. La “proposizione” è la figura
minima del sistema, la forma del quale è l’equazione. L’ideale del conoscere
esclude dal conoscere l’operare. Le condizioni del conoscere sono riconosciute
nella loro indipendenza dal conoscere, nel conoscere di cui sono condizioni. La
relazione, che è esperienza, non può essere relazione dell’esperienza con altro
da essa. La conoscenza dell’incono- scibilità dello in sé è conoscenza in sé.
L’astratto è inevitabile, ma non necessario. Per dire con che cosa si comincia,
si comincia con la domanda intorno a come si comincia. Affermare la totalità è
dimostrare che es- sa non può venire negata e, dunque, non abbisogna di venire
affermata. La condizione apriori è trovata analiticamente, perché è
contraddittorio che, nel no- stro conoscere, tutto derivi dall’esperienza.
L’uso è unicamente empirico ed è riconosciuto trascendentalmente. L’analisi è
la presenza operante del “principio di non contraddizione”. La struttura
sintetica del giudizio è l’infinitezza dell’analisi. Il giudizio è domanda
infinita di venire fondato. Tra esperienza e giudizio non sussiste rapporto,
perché l’esperienza non può essere un giudicato. La prima forma di mediazione è
l’immediatezza fenomenologica, o medialità. Il contessere infinito del dato non
è dato. Ogni ordinamento di oggetti è teorico. L’oggetto è pluralità di
oggetti. Se è astratto l’oggetto, è astratto il suo contesto. L’intuizione
astrae dal contessere infinito. Ciò che è dato per primo è risultato di un
processo astrattivo: l’intuizione non è originaria. Differenza tra teorica dei
giudizi e teoresi del giudizio. Impostazione. L’interpretazione empirica dell’oggetto
“come tale” quale oggetto in generale: trascrizione generalizzata degli
oggetti. La sintesi precede ogni analisi e la condiziona. Il conoscere presenta
un duplice livello: quello del suo fungere che costituisce l’oggetto, quello
della consapevolezza di tale fungere. Il conoscere muove dalla fiducia nello
essere in sé del conosciuto, con base esclusiva- mente pratica. Può venire
formulata anche la contraddizione, dunque la forma proposizionale non è
struttura del giudicare. L’analisi come presenza dell’incontraddittorietà
formulata come principio di non contraddizione. Un giudizio media la posizione
di altro giudizio: medialità posizionale o fenomenologica. Di volta in volta un
giudizio può valere come analitico o come sintetico. Si intende di sapere con
necessità. Se v’è un modo empirico di conoscere, v’è un modo non empirico di
riconoscerlo. KANT conosce analiticamente che la conoscenza umana è sintetica.
Nessun giudizio matematico è conoscitivo. La ragione dell’aritmetica è un
fatto, perché le risulta possibile ciò che le risulta fattibile. Le categorie.
Indice. Indice trovate dall’analitica sono usate dalla stessa analitica.
L’esperienza è condizione del darsi delle sue condizioni. “Cosa” ha significato
operativo. Il tempo è essenzialmente prassi. Spazio e tempo provengono dalla
sintesi dell’intelletto, ma operano nella sensibilità. L’oggettivazione
dell’esperienza è matematizzazione, di cui il trascendente è negazione. Il
trascendentale è, ma non appare. La sintesi è negazione di se stessa come negarsi
reciproco dei suoi termini. Tempo e durata. La presenza fungente dell’apriori è
analiticamente reperibile nel dato e non lo eccede. La differenza tra conoscere
e sapere è conosciuta e saputa. Conoscere non è sapere e l’oggetto è matematico
perché è oggetto. Esemplificazione con KANT di ambiguità fra matematica e
conoscenza. Il conoscere della matematica, essendo matematico come conoscere,
non è conoscere. La volontà di potenza è l’impotenza dell’io nei confronti
delle sue rappresentazioni. L’io si riferisce a se stesso come dato all’io. Non
vi può essere una ragione pura. Teoresi e finitezza della ragione. Il senso
teoretico dell’inconoscibilità dello “in sé” è quello dell’inoggettivabilità
del vero. La ragione è strumentale per se stessa. Il carattere filosofico
della ricerca. Il carattere dialettico, o negatorio della
filosofia. La dialettica dell identico livello. La dia-letticità
della filosofia e il momento analitico della filosofia del linguaggio. I
limiti di validità dell analisi nella filosofia del linguaggio. Limiti di
validità e valore. Come è possibile una filosofia del linguaggio.
Concetto di teoria e sua riduzione. La riduzione del concetto di teoria e
la radice pragmatica dell intellettualismo. La nozione a-teoretica
dello in generale come base della teoria. Riduzione del procedimento
analitico all inde terminato, cioè al contraddittorio. Differenza ontologica
tra il contraddittorio ed il negato. La dialetticità come impossibilità
di un procedimento analitico sulla totalità. La domanda totale e la totalità
domandata. L intero della domanda totale e della totalità domandata. La
conversione dialettica della totalità domandata nella esclusività del
domandare. La domanda come riferirsi in atto alla risposta. La
problematicità della definizione concettuale. L inter-soggettività
come dimensione dialettica. La struttura dialettica
dell'implicazione. L'insignificanza teoretica del disaccordo. La
preoccupazione di raggiungere un accordo effettivo è empirica e filosoficamente
ingenua. Fittizietà del rapporto tra filosofia e senso comune. La
superfluità del problema del solipsismo. Presenza e coscienza. La
realtà come pensiero si risolve nel pensiero come atto. La realizzazione.
L'attualismo come attualismo puro. La realizzazione come negazione e come
posizione. L'attualismo monistico come naturalismo. La presenza pura. La
coscienza della presenza pura. Il rapporto tra atto ed oggettivazione tra
presenza e pre-sentificazione. Importo teoretico dell'espressione
"Verum et esse convertuntur". La metaforicità intrinseca delia
parola. La "cosa stessa" come l'intero di se stessa. L identità
pensare-essere. Il riproporsi del pensiero su se stesso come origine
della parola "cosa". La duplice funzione della parola "cosa".
Le condizioni ad un indagine critica. L atto critico o negatorio come atto di
pensiero nella coscienza. La ricerca del mezzo logico adeguato e l
interrogazione. I limiti teoretici delle asserzioni condizionate da interessi.
La riduzione pretesa del sapere al potere e il concetto a-teoretico
di teoria. L'interpretazione matematicistica nei suoi limiti. La
teoria come formulazione generale. La radice dell'interpretazione
matematicistica. Le condizioni imposte dal concetto d
interpretazione. Il carattere teoretico del controllo sull
esperienza. Lo spostamento del limite come essenziale alle
determinazioni. La determinazione come ritorno dell atto: totalità di
definizione e totalità di esaustione. La totalità di definizione come
"essenza". L' atteggiamento fondamentale umano operante nella
definizione concettuale. Il modo indiretto dì dire l'essenza.
Originarietà e mediazione nel discorso metafisico (Il "Tema";
Svolgimento delle indicazioni teoretiche del "Tema". L'originario
come implesso esperienza-discorso. L'"Esperito" e l'"Esperienza
integrale". Il significato dell'"Implesso"; Il senso
dell'"Originarietà" dell'"Implesso". Il concetto di
meditazione e la teoresi del fondamento (L'impostazione; La
"sospensione" degli enti dall'essere). Nome compiuto: Giovanni Romano
Bacchin. Keywords: anypotheton, haploustaton; ovvero, i fondamenti della
filosofia del linguaggio, il discorso metafisico – a new discourse on
metaphysics, from genesis to revelations, etymologia di ‘autentico’,
l’esperienza e il disscorso, implesso esperienza-discorso; anypotheton, haploustaton, anypotheton
hypotheton, supponibile, insupponibile, haplloustaton, superlative di haplous,
simplex, simplicior, simplicissum, simplicissmo, complesso, simplice/complesso,
simpliccismo, simplicissimo, complessissimo, complesso proposizionale, semplice
sub-proposizionale – implesso, analisi del concetto d’impicazione – senso e
significato – senso e segno – proposizione – funzione proposizionale –
Whitehead. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di “Grice e Bacchin,” The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi
Speranza -- Grice e Bacchio: il principe tra gl’accademici di Roma – filosofia
italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Roma). Filosofo
italiano. A member of the Accademia. ANTONINO (si veda) attended his lectures.
He was the adopted son of GAIO. Bacchio. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo
di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Bacchio,” The Swimming-Pool Library, Villa
Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice e Bacci: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dei bagni dei romani – la
scuola di Sant’Elpidio A Mare – filosofia marchese -- filosofia italiana –
Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice (Sant’Elpidio). Filosofo marchese. Filosofo italiano. Sant’Elpidio a Mare, Fermo,
Marche. Grice: “You’ve got to love Bacci; he was born in the Italian equivalent
of Weston-super-Mare, and therefore, he dedicated his philosophy to swimming!” –
Studia a Matelica, Siena, e Roma. Scrive “Del Tevere, della natura...”. Pubblica
il “De Thermis”, un saggio sulle acque, la loro storia e le qualità
terapeutiche che venne accolto con entusiasmo. Dopo aver ottenuto la cattedra alla
Sapienza e l'iscrizione all'albo dei cittadini romani, e nominato Archiatra
pontificio. I saggi “Delle acque albule di Tivoli”, “Delle acque acetose presso
Roma e delle acque d'Anticoli”, “Delle acque della terra bergamasca”, “Tabula
semplicim medicamentorum”, “De venenis et antidotis”, “Della gran bestia detta
alce e delle sue proprietà e virtù”; “Delle dodici pietre preziose della loro
forza ed uso”, “L'Alicorno”. Il monumentale trattato “De naturali vinorum
historia”, un compendio in sette libri su tutti i vini conosciuti. Tratta temi
relativi alla vinificazione e conservazione dei vini; Consumo dei vini in
rapporto alle condizioni di salute; Caratteristiche peculiari dei vini; Uso dei
vini nell'antichità classica, Vini delle varie parti d'Italia, Vini importati a
Roma, Vini stranieri. Note DBI. B. la figura le opere, Atti della giornata di
studi tenutasi a Sant'Elpidio. Crespi, B., in Dizionario biografico degl’italiani,
Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. De Naturali Vinorum Historia De
Vinis ItalEae et de Conuiuijs Antiquorum Libri VII B. I Traduzione del libro V nella
parte dedicata ai vini delle Marche, Brandozzi, Associazione culturale Giovane
Europa, Filosofi italiani, Medici italiani Scrittori italiani Professore Sant'Elpidio
a Mare Roma Enologi italiani. In
quo agitur de balneis artificialibus, penes instituta recæperit, hoc tempus non
esta deo compertum, nisi quantum legitur fuisse antiquissimum. Nam ex omnibus
monumentis quæad notitiam hominum peruenerunt, vetustissima huncritum
lavationum, perinde necessarium ad communem vitam commemorant. Balnearum enim
mentionem invenio non modo ante ROMANORUM IMPERIUM. Sed ante asiaticos etiam et
chaldæos extitisse. Imòsii actatis, ante quam ulla extitisset literarum inventio,
dicterija credamus; extat apud Pisandrum id circo calida balnea fuisse natura
bal. cognominata Herculea, quod Minerva olim fesso Herculi calida parasset.
Vel veterum et Galeni in Thermis primus la tascoengerit quodammodo ad
lauacra homines. Quippe ea necessitas, quæ uationumv a primordio rerum
monstrauerat mortalibus ex agresti vita victum quærere, sus. Tecta construere, abæstu&
frigoresetueri: eadem et fordesabluere, mun ditiæ quecultum monstrauit primo
quidem quantum vitæ satisfaceret, donec paulatima liqua industria ad hibita,
laffata corpora mollia quarum foturecrea reedocuit. Verum quando id inftitutum
locum aliquem in REPUBLICA HABE ROMANORUM, VANTA fuerit naturæ solertia incumulandis
gratijs aquarum spontem anantium et quæ differentiæsinttùm simplicis Elementi,
tùm consequentes ex misturi. Et quis vsus earumin balneis. Hactenus proeoac
potuimus explicauimus. Quis enim pro dignitate naturæ, speciales proprietates cunctarum
aquarum sermonem consequi audeat? In his autem quæ ad thermarum vsum
dicendarestant, sirectèquis thermarum ARTIFICIALIUM magisterial consi dignitas.
deret, summum artis cum natura certamen videri poterit. Ut tnesciam anadeo
sciuerit natura elargiri mortalibus tota diumentorum materiam, torqueadeo divinæ
dispositionis ostentare miracula inaquis. Quanto maiora funt, quæ ars addiditor
namenta in Thermissuis. Præsertim fubila ROMANI IMPERII maiestate. In quarum
monumentis, quæ ex eis partim videntur et partimle guntur apud varios authores,
nons atis constat apud me vtra fuerit maior, an magnificentia operis ad illorum
temporum instituta, an commoditas popularis ad vtilitatem lauationum. Principionon
eft dubium fi prima quasiin cunabula cæterarum rerum coniectemus, quin ipsa
vitæ, ac naturæ necessi quia quia eidem vt Athenæus est author vulcanus muneris
vice feruida suppo fuisset. Et livera credimusre tulisse PLATONE tamspectatæ fapientiæ
authorem, superat omnium seculorummemoriam, quam ipse traditexantiquissi mis
monumentis, de Atlantica maxim a olim insula nunc Oceano ipso occupant aextram
Columnas; quam Neptunimunere cùm omni delitiarum genere Thermarron clarssima,
habuisse refert ipse etiam balneas quæ omni cultu ornatæ partim usus, quidem
sub diuo paterent, partim verò subtecto calentia haberent lauacrahy Είμαζα,
τ'έξιμοιρα, λοιπάτε θερμα,καιανα cus Sexcentis autem post Homerum annis, Hippocrates
primus medicinæ auderat. thor, Thermarum vsum curandarum ægritudinum causa,
tanquam rei iam in Græcia communiter vsitate commemorat, ac damnauit aliqua.
Floruitau tem ut ratio temporum habeatur natus primo octogesimæ Olympiadis ut
Hippocrates Soranus tradidit circam Peloponnesia cum bellum: quod teste PLINIO
gestu està tricentesi movrbis Roniæ anno ex actis anteà Regibusannos
circitersexa ginta, et Artaxerse Persarum Regemagnam Græciæ partem, et
Hellespontú occupante. Postquæ temporadum Græcia in dies Sapientiffimorum
virorú scriptis venirent illustrior, perpetua habemus de Balneis testimonia,
Socratis, Platonis, Aristotelis, cæterorum quesuccessu temporum
authorum,qui& Aliam et Persiamnonfolùm Gręciam balnearum vsum habuissefamiliarem
LaconesTber testantur. Laconesinter Græcos antiquiores, primamlaudem Thermarum
marimiznitanquam suuminuentumsibivendicare videntur, Dioneauthore: ac abeis
tores. pofteà huncmorem reliquas nations didicisse. Quod confirmatpartium
nomina in Thermis Romanis, quæ omnes græcæ suntvoces, laconicum,Hypo
cauftum,Miliarium,& Thermæ ipfæ, nedicam cætera. Ex quibusconstat vsum Thermarum
apud Romanos fuise posteriorem, aceasinæmulationem græcorum
constructastestanturMarcus Varroin librode antiquis nomini bus,& item
Vitruuius.Veruntamensubila Romani imperij maiestate, sicut omnes artes
floruere, ac inuenta prius ab alijs meliora cuasére, vnde meri to Roma QUASI
ALTER A MVNDI PARENS dictaest: itaomnium maxi mè Thermarumi nftituta
incredibiles, et supraquàm exprimivnquam pof sit, habuêre progressus,eatamen
obliterataferèad hancætatem,necliteris mandata, multis forsanèdoctis hæc Melius
scientibus. Quamobrem nos, volentes ad noftrarum lauationum regulam, antiquum
Thermarum vsum rcuocarein lucem; operæ precium eft Romanarum instituta prosequi:inqui
bus quæ prima ipsarum introducendarum ratio fuerit, quisordopartium,&
quisvsus,& quæ tandem ineis medicinæ pars extiterit,percurremus. In Critia,
berno tempore, atque feorsumaliaregibuspriuata,alia viris, aliamulieri
bus,aliaitem equis, cæterişúeiumentis. Posteris veròseculis pater OMERO,
cuiusscriptisnullum constat apud Græcos testimonium antiquius,mul toties
calidaruin lauationum mentionem fecit. Præcipuè verò in Odysseæ lib. 8. vbi
Poëtaomnium fermèrituum memoriadignorum obseruátissimus, Thermas indeliciis commemorat
illisversibus. vic. Homeri lo Aid δωμϊνδαίς τεφίλη, κιθαρίςτε, χοροίτε,
De affiduis primùm venatibus deditos, necminusagrestibus operibusedu
catos, nonaliaferè industriatùm amplificandæ Reipublicę, tùmdefen dendæquùm
opusfuit, præualuiffe, quàm quod durata iampacislaboribus corpora, facile quod cunque
militiæ onus sustineredi dicerant. Inquo perce lebremhabemus Quintium
Cincinnatum, abaratro ad dictaturam vocatum. Itemque C. Fabritium et Curium
Dentatum, qui rure ac militiæ laudatissimi, omni Spicula contorquent, cursuque,
ictuquelacescunt, Ab his ergo exercitijs, vt erant frequentes, harena,
puluereque conspersi, ac fudoreprofusiatqueoleo,vtseminudi acexertisbrachijs, cruribusque,vel
liberos altemhabitu, quo degebant, vt effent admunia propriores, necessario
lauationes pofcebant. Qua dere, dum adhuc nouitiavrbs inhis studijs Patres
campum Martium vicinum Tyberi, in quo iuventus post exercitium Lib. 1. c.10 armorum, ludorem, pulueremque
dilueret, aclassitudinem, cursusquela borem natandodeponeret. Qui mos vt
paulatim èreipsa, et quasi nemine Lauationes instituentese in ciuitatem
ingessit quem ve plurimum soletese nouo rūrituum in Tyberi, introduction itatandem
crescente indiesiuuentute,armorumquefimulac exercitiorum affiduo studio, viamtam
frugiinstituti aperuit. Sanèin ciuile videri nobilem ciuitatem in luculentis
Auminis aquis quotidie lauari; aclaua craid circo Asiaticorum, et Græcorum
moreparandaesse, quæpostexercitia non ad munditiam facerentsolùm, verumetiam
recrearent, maiusque robur laffatis membrisadiungerent.Quod tamen propositum longissimè
distulêre: nonquideminscitia, aut vecordiatamgenerosæciuitatis, sed
propter Antevrbempueri, et priinęuofore iuventus. Exercenturequis, domitant que in
puluerecurrus. Aut acres tendunt arcus, aut lenta lacertis ENEIDE Lauationum
Deprimis Thermarum institutis in vrbe Roma. Aris quidem constar Romanos illos
Quirites,antiquosque Sabinos, satissuntexemplonobis, hæc fuisse illius seculi ftudia.
Non pecuniapræua lere, non forma, nõ
ambitiofo hominum comitatu, non stemmatis dignitate certare: fed totamvimin
proprijanimi excellentia,viribuscorporis,acexa etacura Rei pub. collocare.
Feruebant honestælaudisemulatione ingenia, vt quosarma,& propria virtus ad
prim s ciuitatis honores euexerant, studio, ac laboreæ quarent. Quare vbi
militiæ in externosceffasset occasio, ROMANORUM quasi natiuo instinctu dediti
ad labores, autrurese agrestibus ex ercebant ope studia. ribus,
autaddisciplinamac roburcorporis, ciuilibus,ijsquevarijs exercita mentis
vtebantur: cursu, disco,faltu, lucta,& pugilatu,natatione, atque armis.
Quem more man t è urbem conditam fuiffe quoue. APUD LATINO antiquissimum,
planèilis versibusrepresentauit Vergilius. necessitas. 36 strenuè adolesceret,
præclarum habemus Vegetij testimonium, constituisse gruentem,au&taque
fpatio temporis, spectatæ vrbis infiniti masterras autho Aquaríper ducen.decre
ritate; deaquistandem èvicinis montibus, Auuijsquein vrbem perducen- tum. 1 vt egoreor
potissimas causas:Tùm quiaprimiili Patresnontamfrugifu turumolimhuncritum
existimauêre, quàm luxui, ac mollicieiforelenoci nium; id quod accidisse,
posteà declarabitur. Deinde ob aquarum incom moditatem,quarum incolles, vbitunchabitabantdifficiliserat,&
nonsine maximaimpensa,perductio. Verùmhoc laucitiædesideriovniuersimin dis,
duas dis, decreto S. P. Q. R. publico ftatutum est: quæ et potuum
fimul,& laua tionumritui suppeterent.Quod factum est primùm M. VALERIO
MASSIMO P. De cio Mure Coss. (authore PLINIO aqua Tyberinarī Appia ex Tusculano
per ducta, Censore Appio Claudio curante. Aquibusté. porusdimif. poribus,
Tyberinarum aquarum vsus,adeam vsque ætatem tàm potu, quá sus.
lauacrofrequentiffimus, exolescerepaulatimincepit:aclauationum simul, atque
exercitationis gratia (ut tradit Festus Pompeius) Piscina publica ad cli
Piscina Pub.uium Capitolinum iuxtà Tyberimest constituta.Pofteà
Thermæconstructę. stitut& uationumduntaxat, conftitutæ fuerant, haudmagnum
habuêre progressum. Visicùm auctaciuitate, simul atque crescenteindiesineisiuuentutisapplau.
fu; semper maiorisearum capacitates ratiofuit habenda.& præsertim vbime
dicorum consensu incurationem quoque ægritudinum suscipicæperunt.Ve rum tamen post
initia diu ad modum consuetum fuitangustasfieri,actenebri cosas;nonenimcalidæ videbanturnisi
obscuræ;quem admodum fcribit SENECA ad LUCILLO, fuissebalneum SCIPIONE
Aphricani ad Linternum. Causa verò amplificationis Thermarum præcipua, fuit
Palæstrarum adiunctio. Quippe cùm apud Romanos veteres, ferèvfquead Augustum, nonadeo
multa extiterit architecturæ dignitas, nec adeo fuerit consuetudinis Italicæ vt
desuotempores cripsit VITRUVIO et multoetiampost cum Palęstris Lavationes
habere coniunctas;contentus quisque ruralibus exercitationibus, Thermeadvel Campo
ipfoMartio,& harenaPlatearum;solasin Thermisobibantla exercitia có
uationes. Quo ritu ad imperium vsque Principum perseuerante (vnde planè
stitute. constarepoteritThermas exercitiorum cauffa fuiffeinstructas vbicunqueali
qua fierent publica edificia, ac populi celebritas,iuxtà constituebantur et Thermæ.Exemplo
primùm Agrippæ clarissimo; qui ob celebritatem admira bilistempli
Pantheon,atque Campi Martij; iuxtà,Thermas suas extruxit. Sic NERONE posteà Neronianas
suasiuxtà Agonalem circum, ob Ludos, qui ibi fiebant celebres,constituit.
Necfecus authore Suetonio TitusVespasianus dedicato Amphitheatro, Thermas
celeriterextruiiussit: nimirùm ad Amphi Palestrari theatri,& exercitiorum,
quæineofiebant commoditatem. Donectandem cum Ther. Illustratacuni Imperijmaiestate
Architecturæ peritia, more Græcorum Palæ mis coniun-ftræcum Thermis fuêre
coniunctæ, vbinimirùm generosa iuuentus,relictis iamruribus, atqueharenis, simul&
exercitationes obirentomnisgeneris, ac lauarentur. Atque hinc non solum opera Thermarum
fuerunt elegantiùsdi. sposita,atque admodum amplificata, sedtantam etiam
promeruerunt o m niumgratiam, vttotaciuitas paulatim hancsusceperit consuetudinem,
fre quentare singulis diebus Thermas, et tàm Senes, quàm consulares, atque
amplissimi ordinis viri, nec non artifices, et matronæ. Proveteriinstituto,
acftudio virium, promunditia, et prosanitate, atque omni cura corporum.
Romanarum Thermarum cenfura, atque Magnificentia, Quæ quoniam frugiinprimis,obeam,
quam dixi causam et ad ritum la.10 Etæ 40 čtio. A e c ergo initia, atque hæc
incrementa fuerunt thermaru m Romanorum. Primò quidem institutæob ritum
laudabilem,quem exer citium, et vitæratioillorum temporum inuexerat. Deinde au Therme con Therma au Ctæobcommunem
vtilitatem, et magnificatæ cumpalestris. Eradfum mam tandem amplitudinem, ac magnificentiam
perductęob delicias. quem ad modum à nobis ex earum aliqua descriptionem on f
trabitur. Quan quam id quidem, prorei, atq;vrbis magnitudine, haud nostroindigeret
testimonio,descriptio qui Medicinę duntaxatineis instituta profiteremur: nisi minusplenèomnes,curnecela
quide Architecturaconscripserunt, earummaiestatem expreffiffent. Nam ria.
quidde VITRUVIO libriseliciemus,nisinudaquædam lineamenta,atqueeaqui Invitruvio
dem nonadmodum explicata, paucaquelocabalnearumsuitemporis,quan-censura.
doperangusta,& blactariafiebant balnea vt pauloantè ex SENECA testimo
niodiximus quæeiusætate, et poftcà maximè, locuminter primas ædificio rum vrbis
magnificentiashabuêre? Minusàiuniorum scriptis,quimutatis rebusposttotsecula, acminus
concordibus, quif parfimdeeismeminerunt authoribus; fatissibi,atquelegentibus
fecisseratisunt, sivastamduntaxat Thermarum dixerintmolem, ac Dedalei operisinstar
admirarentur, cùm ta men Romanarum rerum magnitudo cunctarum nationum miracula
supera- Medicorum. uerit, non in Thermis folum. Minimè omnium à medicis. Quos
turpe h o dieadrectam lauandiægros institutionem videri deberet hæcignorasse;
indi gnissimumveròproea,quam profitentur Galeni imitationem,quæ vixvlla
essepotestsinehorumrituum notitia, inquibus ferètotaeius doĉtrina versa 20tur.
Quam obremoperæ preciumest, advniuersam instituti nostril rationé, Therme an
aliquam ThermarumVrbanarum, partiumq; ipfarúcensuramfacere. Princi-publicę,an
pio Thermas fuissedecreto publico constitutes vt eftdictü non eft dubitan
priuata. dum.Nam idmultæ declarantauthoritatesscriptorum,acmarmoreæ tabu
læ,inquibus vel Senatusconsulta leguntur, vellegespositæin Thermis,ve! munera.
Quę exmultis pofteàritibusdeclaranda venient, vt potè, in aliquo publico gaudiosinemercedepræstarisolitas;
veloleum gratuitodari incom muni veròluctupublicè Thermarum vsum
interdicisolitum. Imò in priua tispęnisexéplum legimus apud VALERIO MASSIMO Titio
pręfectoobigno miniofam deditionem Calpurnium Cor. Conuictum hominum, et balnearu
vsuminterdixisse. Verùm quinegant Thermas opera fuiffe publica,memi sedin Thermis:
quarumhodieamplitudinem, accelebritatem,hac sancta religione introducta,
templanostra, ac pia xenodochia immittantur. Quare et Thermæ Xeniædicte, quæ ita
apud græcos cognominari folebant, quasi hospitales, et gratuitæ, quo cognomina
Thermarum publicarum vtitur manı Thermarum nissedebent magnificos in eis
Imperatorum titulos, qui æternitate nomi- Thermarum nissui,
tantioperismagnitudine affectassevidenturacRomanis suis, vel Po- magnitudi Oo
pulo gratuito constitutasindicant.Quo planum fitetiam,easfierioportuis
secapacissimas. Non enim in templistuncconsueuit populus congregari, quæidcirco
angustafiebant, acsuisquisqueindigetisacpenatibuseratcon tentus, Tuniorum, nis
ratio. Therma xea 40. Vnde perperam inhistorijsretulit Volaterranus, quiblice.
M.Tulliuspro Cælio legitproSenensibus, cùm nus Francisci Patritij imitatus,
Senias primas verò scripta subSenarummenioria.Inter quam
balneainantiquislegantur, quarummeminititem palatine.,credo fuiffe Palatinas,
atquehas xenias per acpublicas, ademissaria Aque Claudiæ adeaspofteå Cicero,vbi
Sex. Rosciusoccisus,authoreeodemSene,earum cura erat publici muneris Max.
ductæ. Necminus ætatem, quails et Cato, et Fabius ca, nobilissimos Aediles
antesuam, acsuaetiam et alij, populum inthermis exigend imunditias gratia
receptare niæ dop H. 2 manutemperare folitos. Balneator estamenin Plautolegimus, et pofteain Balneatores
M. Tullio CICERONE pro Celio, quieiministerio aderant. Et Iureconsulcus.Instru
et Balneato me nto inquit balneatorio legato, balneatores continentur, quoniam
sinerium lega ti. his balneæ vsum suum præber e non possunt. Producto autem
seutis annis instituto ipso ad luxuriam Principum, non solùm capacitatitantæ vrbis
con sultum eft, fed citrà vllam mensuram aut modum, et vt Ammianus aflimi
Thermarunlat potiusprouinciaruminftar,quàmvlliusædificijforma Thermascæpe
numerus Ther.Impe runtextruere.
Extatinterprimamonumenta,M.Agrippam,inAedilitatis munere; quodpostconsulatum
gessit, gratuitapræbuiffebalneaquæ'po steasub Nerone,vt testator Plinius, ad
infinitum auxêre numerum. Sextus autem ANTONINO victorin censu partium vrbis,
Thermas, amplissima opera Imperatori axii. nominauit. Priuatarum verò balnearú,
quasad priuatosvsus Ther. Priua qui lautè viuerētsibiinproprijs domibus
compararunt, numerum exeodem ta. fubducimusferèdcccLx. quassuccinctèperregioneshicrecensebimus.
Prima s ergo harum duo deci m non eft dubitandum, fuisse Agrippę Thermas,
qui Ther. Agripeo dé authore Plinio, imperáte OTTAVIANO eiussocero, multa et egregiainvrbe
perfecitopera, ac Thermas fuaslytostrato, acencaustopinxit,& pauimétaex
Neroniana. vitropofuit. Erantautemvltrà Campum Martium adfiniftram templiPan
theon, vbinunclocusvulgò Ciambelladicitur, vtquæin Campo et inAgo nali Circo
exercitaretur iuventus, hinc Tyberisnaturalem aquam, hincverò calentiumin Thermis
aquarium haberet commoditatem, vbilauaretur.Ineis verocùm neque capacitati,
nequeadeodelicijs consultumfuisset, eodem au. thore, successit quadragesimo circiterpofteàanno
Nero profusiffimus Imperator, quiad Agonalem ipsum Circumsecundas Thermas suo
nominee ex truxit. Inquibus,vtscribit Lampridius, syluasdeputauit;&
nonfolùmdulces, Alexandri. Sed vel marinas aquas interdum, velalbulasper Aquæductus
Anienisadduci ADRIANO Traiana. eum fecissememinit SVETONIO.Ponitidē Lampridius Alexandrinas,
ab ALESSANDRO SEVERO extructas in CAMPO MARZIO quas quidam easdem esse NERONIANAS
putant, quam tanto imperio fastuo- 30 sam,par erat hac quoque non carere superbia.
InIli et Serapide Moneta Regione, cùm Titus Amphitheatrum dedicasser, Thermas
iuxtà celerite rex truxit, Suetonio;quæ tertiæfueruntImperatoriæ, nimirùm
inAmphitheatri celebritatem& commode vti diximus et id circo breues.
Quartæiuxtàhas Traianę, quas Traianu sobhonorem Suræ, cuiusstudioad imperium
perue nerat,erexit,ac Titi Thermis maiores, vbiquæextantmira Aquarum rece
ptaculaseptem Salas vulgo appellant. Priuatæveròintotahac Regione Bal
cömodianæneę xxx.I n Regione ad Portam Capenam, quintæinordinefuerunt Com et Seueria-modianę,quarum
&Alexandrum Seuerum affectassenomen videtur: etiamsi nę. Antoniana.
interpriores, acnoftrosantiquarios, aliquafitdelocis, et temporibus,&
cognominum assignatione varietas. Inquapræterhas,extantalicuiusnomi nisapud
authoresciuium balnea, Torquati,Vettij Bolani, Mamertini, Aba s c antiani,
Antiochiani, et priuatæ aliæ Balneæ Lxxxv. Sextæ in Circo Maximo Antonianæ,
quasmaximas verè dixeris, Spartianoauthore,quieasm e minitadradices
Auentinicollis ANTONINO Imperatorem cognomento CARACALLA minchoasse, perfeciffeveròeundem
Seuerum:mirahodie architectu ra, ratoria. pa. na. Agrippina. Titi.
instauratas. Adhæc P.Victor Hadriani Thermas. Et ex priuatis Balneisintotahac
Regione Lxu11. Eodemtemporeerexitquoq; suasTher-: mas iuxtàExquilias Agrippina
Neronismater ra, nec imitabili, cum Palęstris coniuncto. In hac et Varianæ, et Decianępo
sterioresnumeranturaP.Victore,necnon Syriacæaliæ cognominatę, et Pri
uatæaliæLXIIII. Seueriquoque nominef uêrein TranītyberinaRegione Scueriane.
Thermæ, eode in Spartiano teste. Necnon Aurelianz,Vopisco. Balneuitem
Aureliane. Ampelidis, Balneum Priscilianæ, et Priuatæ aliæ 1xxxvi. Inter Esquilias et Montem Celium, apud
Titi et Traiani Thermas, PhilippiImp. Thermas Gordiani. amplifl. ac pofitum
estadperpetuamrei memoriaminipsabasylicadistichuin,deAngelis. Quodlicànobisest
restitutum. Quæfuerant Thermæ, nunctemplum est Virginis, auctor El Pivs
ipsePater,cedite Deliciz. ruptèdicuntur, et Priuatæ intota hac Regione 1xxv. Porròrecenseturinli.
Esquilijs Regione Olimpiadis Lauacrum, vbisummo colliculo Sancti Lau Vltimæ
Cæsarum nomine, Constantinæleguntur ThermæinCliuoMontis Quirinalis. Quas non reparatas, non d e integro ex tructas à Constantin
o e x i ftimo, cùmvetuftofatis appareant opére. Necnonmarmoreæ tabulætestimo
nio, quodlegitur: HAS CIVILI BELLO DEVAST ATAS QVANT VM PVBLICÆ PATIEBANTUR
ANGVSTIÆ PETRONIVS PERPENNA RE STITVIT. Propèhas L.quoq; PauliBalnea,quæ vulgò
Balnca Napolicor- Balnea Pau rentijinPanisperna,monialium
ecclesiahodiecelebratur. Adcliuumcollisà Olympiadis. Suburra Agrippinæ
Neronis,quod diximus Balneum, et infrà Nouati ciuis alix balneæ, vbi S.
Pudentianæ est ecclesia. Et Priuatæ aliæ in totum lxxv. Subinde vede
Priuatisreliquisbreuiteragam: erantinquarta Regione, vbi et Templum Pacis,
Priuatæ Balne xLxxv. cum Daphnidisbalneo. In Celi montio xx. Invia Lata LXXV.
In Foro Romano iXVI.In Piscina Publica xlinn. InP alatioxxvi. Pluresin Martialesparsim
leguntur Thermæ, Tuccæ,Hetrusci,Grilli,Lupi, Fortunati, Pontij, Seueri, Fausti,
Peti,Ti ti, Tigillini, quarum locanon assignantur. PorròextraVrbem nonminor
Thermarum cultusessedebuit, vtexquarundam preclariscolligimusm onu,
Constantina. Mentis. Erantad Hostiam P. Tacij Thermæ, centum Numidicis columnis
Thermeer Ooij adscribit Pomponius Lçtus. Necprocul Gordianorum Domus, quam escry
psitIul. Capitolinus admirandam, ducentas columnas vnostilo habentem, et cum
Therinisadeolautis,vtprætervrbanas, vixaliæfimiles haberenturin toto orbe
terraru m. In a lta Semita Regione, Viminali colle, Diocletianæ ex – Diocleti. 1
1.. tant Thermæ, qua sincçperatquidem Diocletianus Imp. Cuni ordine exactif
simo, atque amplissimo Palestrarú omnium generum, inquarum opus quadra
gintamilliaChristianorumeum addixisseaccepimus. Ob magnitudinem tamen vt in
Marmorea tabula legitur CONSTANTIVS ET MAXIMIANVS OMNI CVLTV PERFECTAS ROMANIS
SVIS DEDICAR. Hę,cùm in fermè ædificio admirandæ permanerent, hodie Cartusiensium
Mona tegro sterio Sacræ, Pio Iu11. Pont. Max.subtitulo Sanctæ Mariæ de Angelis
magnificèrestaurantur: Curante M. ANTONIO AMV110.S. R.E.CARD. S. Maria exornatæ. Arpini suas
instituitThermas Cicero,scribens ex Asia ad Q. Fra trem. Erantin Lucullano,
quænunc Frascati vulgò dicitur, Luculli Thermæ, vbi nos integra vidimus
Hypocausti vestigia. Ad Baias autem Thermæ Baians. erantprætervrbanas,supraquàm
quisoptarepotuissetvoluptuofiffimæ,na turaipsaibia quasvberriinè fuppeditante, gelidas,
calidas, et plurifariâfalu bres, quasfatisinsuishistorijs celebrauimus. Quid
verò hìc cęteras Italię pro sequar Philippi. Trarbem L. haberet?
Quinetiam Rusticanas, inquibusfamilia vt inquit COLUMELLA et Rusticana. exeo Palladius
ferijssaltemdiebuslauaretur: nequeenim frequenteniearū vsum robori corporis
operariorum conuenire. Similiterhunc morem acce Aquarum maris, et portuum commoditate,
aquarumduntaxatsustineretpe-': nuriam;hacinpartevenisseincertamenquodam modo
cum naturavisaest, vtaquarum quoque essetabundantissima. Itaquecumhocdesiderio,
crescen teindiesinstituto Thermarum, et modò aliaatquealiaadducta multo spatio
temporis in tantam aquæ venêre copiam, vt Augusti ætate, Strabone teste,
pervrbem, atquecloacasomnesinundareviderentur, et vni uersæpropemodum
ędessubterraneos meatus, syphones, acfistulasvndo sashaberent. Quo tempore M.Agrippa
Augusti ipliusgener, quem complura invrbefecisse constat opera, cultu,atqueedificiomagnifica;aquarum
Cu ratorperpetuus, PLINIO, alijscorriuatis atque emendatis,& alijs nouiter
adductis,septingentos lacus fecit.Pręterea fontes c v,Castella Lacusintelligo ex
Frontino, alueosbreuimuro,inquibusaquæ reciperen tur,& aliaexalia, vt fiunt
apud nos Fontane,Lauacra,Fullonum stagna, jumentorumaquagia, et huiusmodipublicacommoda.
Fontes,
quiprimas ac fyn ceras ex Castello funderent aquas, pauciores id circo quàm
lacus. Castella, certaAquæductuum receptacula, ad MęniaVitruuio,&inviarumdi
uortijs, vbi aquarum facienda esset distributio. Quale etiam num visitur in E r
quilijs Castellum aquæ Claudiæ, indiuortio ad portam Maiorein nunc dictá et
adpisse reliquas Provincias, quibus Romani imperassent, in transcursu
diversarum lectionum obseruauimus. Prætermultas, quaslegimus Romanis anti
Lacus in vr sequar Thermas, cùmeatempestate vulgò vilaquæ libetdiuitumfuas
balneas quiores, vtquasprimasin Greciadiximus, in Asia,inSicilia,&
apudPersas Hebræorum DarijThermas, quasPlutarchusdescribitditiffimas, et lautiffimas.
EtIose
Hifpanorum phus Hebrçorum Thermas ad Ascalonem, ad Tripolim, ad Damascum, ad
Ptolemaidam. Hispaniaqua calidalauari poftfecundum bellum Punicum à 10
Romanisdidicêre,anteànon consueueruntnisiin frigidalauari, authorIu stinus Historicus.
Multæ occurrunt apud authores Thermarum memoriæ,in Germania,in Gallia,in Britannia,aclongè
plura ipfarum vestigial visuntur in Italia, in quibus vidi sępius per inscitiam
etiam doctos virosobstupescere, alij Theatra, alij Labirinthos, alijmemorandas
moles alicuius sepulchri ia ctantes.Quarum tamenritum legimusvenisseadeo communem,
vtnonco lonias, et municipia solum,sednemo dignè tùm Romanam militiam profi
terivisusesset, quinon haberetsuabalnea,& gymnasia, inquibuscommi
litonessuiexercerentur. Quod de CleandroTribuno equitum Commodi Cęs.meminit
Herodianus. Indomesticisveròvsibusbalneum eratviainci-20 bum, vtnotauit
Arthemidorus. Cuiusreipassimhabentur exempla,quùm ex itinere,labore, acexercitio
quopiam balneum primò ingredi consueue rint, et pofteamollia quarumfotu
recreatiaccumberent. De aquis vrbanisad vsum Thermarum adductis. Externe. aqua;
haud copiaivrbe bequid. Fontes V Ros autem Roma, cùmprætercæteras gratias, quibuseamaltissi
musdecorauit, salubritateaëris, situagriadimperium opportuno, zo adportam SanctiLaurentij,quod
pofteà C.Marijtrophæisinsignitum, adhuc illius retinet nomen. Porrò fingulis
castellis aquaruin erant propositi Trophça suiCastellarij,vtpræclaroquod Romæ
legitur epitaphiocostat. D. M. Clemen Aquarum propria commoda. Mirariveròlicet
inprimis ipsarum ductuum fabricam, duétuumma dignam planècùm magnitudine
operis, tùm certè publicaipsavtilitate, quęgnitudo. Pluribus mundi spectaculis proponenda
esse videatur. Molesingens, àdimi dioferèItaliæquædam perducta,partimexcisisac
perforatismontibus, par 30timascendens, partim abimis vallibus
perimmensosarcussublata, quibus Aufeia, et 20 fue xit. Et anteà lib. 31. cap.
3. Clarissima inquit Aqua ruinomniumintotoorbefri goris,
falubritatisquepalmapræconio vrbis Martiaest, inter reliquadeûn damlociscentum
et nouempedesaltitudinismensurantur.Vniuersamverò omnium censuram ita habuit Frontinus.
Altissimus Anioestnouus, Proxima Claudia, Tertiumlocum tenetIulia,quartum
Tepula, dehinc Martia, quæ capiteetiam Claudiæ libramæquat, deinde Appia, omnibus
humiliorAllie tina. Primaverò, vtpropinquior, et maximècommoda, Appiaadducta co
ftarexTusculano:Cenfore vtfupradiximus APPIO CLAUDIO, annovrbis Appia aqua quæ
perportam Capenam,nuncSanctiSebastiani,inocto vr munera vrbitributa.Vocabatur hæc
quondam Aufeia.Fons autem ipfePico nia. Oriturinvltimismontibus Pelignorum.TransitMarsos,&
Fucinum La piconia tempus addu tiCæsarum N.Seruo CASTELLARIO Aquæ Claudiæ fecit
Claudia Saba tis& fibi& fuis. Extat Senatus consultum apud Iul.
Frontinum,quoaquam non eratpermissum nisiex castelloadducere,ne autriui,
autfiftulæ publicæ lacerarentur. Publicisidcirco Thermis, propria castella
videnturfuissecon ftituta: qualia videmus integra ad Diocletianas Thermas,&
adTraianas,mul tiplici opere con cameratas.In Priuatisautemprima Censorum, aut
Aedi liumeratauthoritas,quorum arbitratupermodulos, digiti, velvncięnomi ne certo
annuo solute vectigali concedebatur. Legequecautum codem te fte,ne quispriuatus
aliam duceret,quàm quæ exlacuredundaret, quam ca ducam vocabant: et hancipsam
non in alium vsum quàm balnearum, aut fullonicarumdari esse solitam. Omnem
aquaminpublicosvsuserogari debere. Cæterùm quotnumeroessenthæaquæ, quæ, quonomine,
et quo tempore,& vnde adducerentur, breuiter percurrendumest. ScribitPro
copiusIustinianiCæs.fcriba,Romæ quatuordecim fuisse aquarum ductus, excocto
latere,ealatitudine,acprofunditate, vtferèequesteripsocúequo
pereosposseteuadere. Nos Frontinum imitati, qui Nerva imperante pręfuit
hisceoperibus curator perpetuus, et fcriptis cuncta sid elitermandauit, octo
aut nouem suo emissario per ductas dicimus. Quę fuerunt ex ordine, Appia,
Anienisvetus, Martia,Tepula, Claudia, Anienisnouus, Iulia, Allietina, et virgo:
etiamsi pofteàduplici, acplurinomine, vtvsueuenit,fuerintcogno minatæ. Nam poft
Frontiniætatem, non aliamlegitur, prętereasfuiss ead ductam, nisieasdem
àdiuersis Imperatoribus autinstauratas, autseductasad bis Regiones exviginti
caftellis distribuebatur. Quadraginta veròannispo- tus. fteà, exmanubijs Pyrrhi
Regis Epiri, Spurio Garbilio,L. Papirio Coff.prima Anienisadductafuit, vtetiamcommodavrbi,
et altæoriginis supra Tybur.Martiaquę. Tertia fuit adducta Martia, dicente PLINIO.
Q. Martius iussusà Se natu Aquarum Appiæ, et Anienistegulaductusreficere,
nouamànomine suo appellatam, cuniculispermontes actis intràpræturæ cum, Marü.
Anienis ve Oo i 1 Triana. cum, Romam non du biè pet ens. Mox specum er sa
in Tiburtina se aperit nouem millibus passuumfornicibusftructis perducta.
Primuseam invrbem per ducere auspicatus est Ancus Martius, vnus exregibus. Poftea
Q. Martius Rex inprętura, rursus querestituit M. Agrippa. Hæc PLINIO. Hancdemum
et Traia namnuncupatam aserit Frontinus, àTraianoin Auentinumvsq; protracta.
Quartafuit Tepula, quaabagro Luculli, quéin Tusculan oex VARRONE legimus
Tepula,. Gn. Seruilius Cepio, L.CasiusLonginus Collin Capitolium perduxêre,
via, quæ PortaMaiorhodie appellatur,claristitulis Cæsarum, Claudij, Claudiaque
VespasianiT, iti,& M.Aurelij. Eamquidemdestinaueratprius Caligula,per et Curiadaduxitveró
Claudiusabvsque xxxvi. lapide, via Tiburtina, èfontibus Cæ Cerulean
ruleo,Curtio,atque Albudino collectam, quibus fæpènominibusscribitur.
Adduxithiç et alteram Anienem, cui ductui ad differentiamveteris, Nouus Anio cognomen
tumfuitinditum, Frontino authore, qui& ipfumpofteàre Fons Albu ftituit. Concipiturautem
per agrum Tyburtinumxx, milliario, operealtili-. Moad Portam Esquilinamadducto.
Aquam verò Iuliam admiscuitcum Tepu laM. Agrippa, viaLatina,quæab Aureliano iterurm
eftituta, eiuscognomen Julia quęeg assumplit. Ållietinam,quam et Augustam,
miratur Frontinus Augustumpro Aureliana, uidentiffimum Principem per ducere
curasse nullius gratiæ, imò et parum sa Alietina, lubrem,nisi fortecùm
opusNaumachiæ aggredereturtrans Tyberim. Quidam ob hoc eam intervrbanas aquas
non numerant. DE AQVA VIRGINE QVAM duxit Agrippa, vt PLINIO, meminitlib.31.c.3.&
deinde Claud. Cęs.Pri mum veròauthorêCaium Cęs. Fuisse indicant marmoreæ inscriptiones,
quarú 30 vnaineiusaquæductuita legitur. Tit.CLAVDIVS DrusifiliusCesarAug.
Nominisra-ductusaquæ Virginis destinatosper Cæs.àfundamétisrefecit,
acrestituit.Virginis porrò nomen vt Frontinus scribitnobilis author de aquis
vrbanis ad cafum fuithuicaquæ inditum:nam quærentibusa quammilitibus, puellam virgunculam
quasdam venas præmonstrasse, ac il as sequutos in gentem aquç moduminueniffe. Aediculaidcirco
Virginisfontiapposita.Quod nomen posteavidenturadsciuiffe Dianæ, ac
Triuiænuncupaffe, quasi Dianæfonsdi Fons Diane triplex habere dicebatur numen,
celebrarisolita, necnon à triplicifonte,qui- 40 bushæcaquaconcipitur. Vel vt quibusdam
placet antiquarijs virginisno futurna menindicasseIuturnam,quam Nymphamsic
dictam teste VARRONE quòd Nympha. iuuaret, invotisfuisehabitaminfirmis,
quiexeaaquabiberent, facramque in via. simulat que puteum, qui extat, dive
Mariæ Virgini fuisse consecratum, vt ran In Triuia. Libetquiseiusnominis interpretationem
accipiat, verumtamen eofit magis verisimilisnoftrafententia huncfontemfuisse
virginéàDiana,& Triuianun Meuiæ,quæ dinus, Anio nouns 20 vocant Şaloniam,
tio. Vel Triuię. et aqua Diançsacra, quę veteribus virgo habitaest, et in
Triuijs, vt AQVA autem Virgincquoniamsola hæc ad nostrum hanc ætatem Romam
perducitur, altioraliquantosermo habendusest. Eam per cupa Primus aute D thor,
ceretur, 10 Latina dextrorsus, longex1, milliapaff. subterraprius, deinde
arcuato opere. Quinta, ac fausti nominis fuit aqua Claudia, vtinfrontispiciolegitur
Portæ id circo hanc ædemei fuisse constituta masseruntiuxtaipsum fontem,quam
Sinct. Mar. posteà Religione introducta, insuperstitionem præteriti seculiabolendam,
JO est Herculaneus riuus, quem refugiens, virginis nomen obtinuit. Hactenus
Ductus lon Plinius. Habetautemductus longitudinesàcapiteadipsum
Triuijfontem,girudo. spatio a bestàvia Prænestina, dicente Plinio.Marcus Agripa
et virginéaddu ” xitaquamaboctauilapidisdiuerticuloduomillia pafsuú
Prænestinavia:iuxtà (vt Frontinus dimensus est) milliariorum XIIII.n a m vbi
fpecus subit montių, vbicircuitcolles, velvallesæquatarcuatoopere, multos habetflexus.
Pro greditur Anienemfuuium, acintersecta Tyburtinavia, et exinde Nomenta na, et
proximè Salariavia; tandeminter Collatinam Portamque estsalaria, et Puteus Po. Pincianam sub colle Hortulorú, qui est
hodie Sanctæ Trinitatis, ad Trivium litianus vicum exilit fonte. Subitautemeum
collempro fundiffimnospecu,cuiusho die puteus altissimus repertus estin medio
viridario, quod magnifico, ac con spicuointotāvrbem ædificio ibi constituit
Cardinalisamplish. POLITIA. 20NVS, et vtrinqueduæ eiusaquæ marmoreæ
inscriptiones.Tı.CLAVDII nomine. Etquo digno tum fuit magnisilis Romanorum
Architectis, erita; omni futuro seculo memorabile Camilli Agripæ Architecti
inventum, salientemsuaptes ponte facit aqua (impulsam tamen in æreum tubum
rotis ræ, primam fanèlaudem promerentur Sanctiffimi D.nostriPivs IIII. et qui -
statim ei successit Pivs V. Pont. Max. quivirginem ipsam aquam ad Virginisper
pristina mantiquorum formam perducerecurauêre. Quippe lapsu temporum hæcaqua
varias subijt mutationes,& quodmirum eft, vsqueà Plinijtem lutem. Pofte àc
raffantibus in Italiam,& invrbemipsamtot bellis,acvaria rumgentium
incursionibus: plana in historijs monumenta habentur, quæ ductio. Refert
Platina, Adrianum patria Romanum Pont. Max.d omitisiamaf. Adrianiin
fi&isque Longobardis, anno falutisnoftræcirciter Virginis Stauratio.
Aquæductum dirutum, cumalijsvrbisaquæ ductibus restituisse. Donecite
rumnonmulto poftdirutus, protantarerum, quæsuccessit calamitate, nuf quam
prætdr e a videtur fuisse restitutus. Nam
quod in ipso Trivii fonte legi Nicolai. tur, Nicholaumv. annoabh in ccxII.
Virginem fontem restituiffe, planevi detur is Pontifex haud vllam antiqui
ductus huius aquæ partem instauraffe; sedconfluentesduntaxatè vicinia venascitràpontem
Salarium prorefugio vrbis collegiffe, quæeftminimapars; virgoigitur aqua octauo
vt diximus est Salonia. Milliario concipitur,vbi nunc locusà Salone dicitur:
Quæcunque fuerithu ius nominis significatio apud vulgus, quod,vt consueuit
huiusinodi aqua run conceptaculafalasdicere, forsan et hoc obamplitudinem areę
Salonem nunc uparit, dicente præsertim Frontino, hunclocum vnde virgo aqua con-
Riuusnúad iicitur, palustrem fuiffe, et vt scaturigines contineret, lignin
operecom-mititur. 40 cupatum, quod nomen ipsum ædis Sancta Maria invia,
vulgari (vt videtur) vocem utila dicitur, pro Sancta Maria in Trivia, vbi
multa cum devotione Beatæ Mariæ Virginis etiam num ea aqua ab infirmis bibitur.
De Fonte ergo ipso quia d huc in Triviæ vico celebris est, non est dubitandum.
De origin eau - Origo. tem, Pliniusa pertèdicit concipivia Prenestina.
Frontinus autem Collatina ad milliariumoctauum, quæ vtquidam
putant,duorumcircitermilliariorü pore(vtipsememinit )cæpithuius aquæ fimulatque
Martiæpenuria: Ambitione inquit ac auaritia in vilas,acsuburbanadetorquentibus
publicamsa Artificium per Usurpatio. Herculews ipsam aquam volubilibus,
et machinis) quæ eximo puteoads ummam planiciem. paffusexilitfonte,
actantavbertate, vt non hortosfolùm,fed et totam quoque subiectam vrbis partem
reddat irriguam. Cuiustam frugiope Agrippe. mu 4 OO 111 munitum, quod nunc
quoque visitur aliqua parte. Iuxtà estriuus Herculaneus. quemtamen non
admittit, tùm quia locus palustris humilisque est, acvligin e totus obsitus;
nec aquæ est satis vtilis: tùm qui a satis fupe r q; adeam formam
aquæductus Salonia est. Neceum riuum admisisse antiquos,satis apertè de
clarantea Plinij verbaiam allegata. Iuxtàest Herculaneus riuusqué A Salinis
refugiens Virginis nomen obtinuit. Nec secusdimittendaeorum sententia aqua.
est,qui ad Salinas vocatas à Frontino aquas pro Salonia acceperint: cùm hæ
longiusinfluantà Salone, sinistrorsusàvia Præneftina, vcidem Frontinus
inquit,passuum septingentorum octogint aquæ vel Appia aqua, vel Appix
Appi&origo carestudeat, piètamen et public vtilitati consulens, opus tàm
frugiprofequu Vltimaper tusest, aquamqueVirginem, ad eotot seculis desideratam,
hocanno, acmen se MDLxx. decimoseptimo Calen.Septembris, cummaximo totiusvrbis
applausu, ac gaudio perduxit in totum. Consultistamen prius (vt Sapientissimum
decet Principem) Medicis, àquibus et bonitatem aquæ, et vtilitatem, quam
præbere posset huic almæ vrbì re latam comprobauit. Qua dere Naturaem hæc mea
eft sententia: Sanè magnum argumentum bonitatis huius aquæ hoc Qualitates
esseexistimo, quòd hæcaquafueritinvsu, vt nunc quoqueeft, longiffimis seculis. Quippe hæc primas sempermeruit laudes
simulcum aqua Martiain tercæteras vrbisaquas. PLINIO Quantum vir
gotactu(hocestfrigore)tantumpræstatMartia haustu: alternante hoc bo tactus intfrigidæ,
easnonperinde(laudabiles) et haustuesse. Hæcs uccinctè Plin. Hác aquam
Martialis cognominatcrudam, ilisuerlibus. Ritussi placeanttibi Laconum,
Contentus potesaridovapore 30 te influentium, et tepidarum, et frigidarum
aquarum; hanc specialiter vsu Ab experi- balnei comprobat frigore, et profrigida,
metri causa dixitcrudam. Velcru mentis. Dam intelligas eum dixisse in
comparatione aquæ Martiæ, quæ (vt dictúest) vtilior haultuerat, virgo tactu. In
experimentis, tardius hæccoquit legu mina, accibariareliquaque
Tyberisaquęlimpidę,& Cisternales aliquę.nimi rum quia fluuialeseiusmodi,
inrespectu fontium, omni exutæsuntcrudita te,ac pluuiales magis aëreæ. Cæterùm
hęcaquanullis fontium aquis vide- 40 turmeritò postponenda. Cætera verò quæ leguntur
aquarium vrbis nomina, aut variæduntaxatipso nomin e sunt, sicut iam plura ali
cuia quę adduximus nomina:a u t externę sunt Crabra. Sabatina Lacus Saba
saporem, inter vrbanas non adnumerant. Nec Crabram,quæ erataliaaqua, aquæ, nonvrbanæ.
Quomodo quidam Alfietinam, ita vocatam obingratū tis. Amnis Tusculanis,
vndeaduehebatur, relicta. NecSabatinam,quamàLacuSa Larus. batis, qui hodie est
amnis Larus, nouissima momnium aquarum breuimo. Io ductio. Martialis. pars per Capenam portam, nunc
Sancti Sebastiani ducebatur in vrbem. Tota ergo virgo aqua Saloniaeft,
multisvenarum, et riuulorum acquisitionibus vt Frontini verbisvtar obitervsqueinviam
Salariamaucta'. Quam Pivs IIII. Pont. Max. vt delectabatur vrbem suam æternis
monumentis, publi cisq; idgenus operibus adornare,destinauerat.Pivs verò V.
Pont. Max.cũ fanèprimùm orthodoxam fidem noftram à tot seculihuiuserroribusvendi
no, vtquæ Cruda Virgine Martia quem ergi. Quo nomine haud quidem
cruditatisvitioeāhic Poëta damnare voluit. Sed mirisex tollens laudibus
Hetrusci balneum, blandicie præsertim, et varieta dulo 20 qua quanı
diversæ à prædictis aquæ. Quod vsu cuenit in eternis id gen us operibus,
perpetuams ibiquisque memoriamcomparare.ItaqueprimaTherma structuræ exemplo,
nulloque integrèscriptoremandata literis, nisi obiteràmultis, et controuersè.
Et quæ obfitaadeo vetustissimis iacetruinis, vt quanquàm peritissimi multi
hacętate antiquarij conquisitiffimè studuerint easinali quamlucem reuocare: nonminortamenadhucrelictafit,
magnis etiamingenijsconfusio, vtquęsparsim dehisleguntur authoritates scripto
rum,cum paucis quæ ipsarumapparentreliquijs concordentur. Inprimis describenda esse
tixvoypapíce, basisquetantiedificij, quam noftriadverbú Plan tamrectè
appellant: at hæc diuersissima habeturabe aquam tradit Vitruuius, neceadem dispositioin
omnibus Thermis.Porrò, præterfpatiaplatearum, mina esse tantum aut
instauratorum, aut insigniu meor undem constat, ha ud ac additos lucos,
hortosque immensos, ac Lacus, distinguenda effentloca exercitationum
àbalneis.Acloca propriacuique exercitij generiassignanda, vbicominus,
acbreuicirco, vbi eminusfierent, sub Diuo, subtecto, in Xi stis. Et quæratio
fuisset exercitiorum in Palestris, et quali aexercitia.Quis vsus præter e a
totaliarum partium: et quæ dispositio, Corycęi Ephebi, El cothefij, Conisterij,
Exhedrarum, Spheristerij, Xistorum. Etdebalneis, fi singulæ Thermæ plura
habebant balnea, at dubiumnonest,quæ naniratio 30 distinctionis, ancommoditati,
an loco, an ordini, vtcunctis legitur fuisse consultum. An omnibus vnum
essetcommune hypocaustum:& feu vnum commune omnibus, seu commune vni
partitioni, vt verisimile fit, quo loco maximècommodo.Anbinæ& ternæ, quæle guntur
lauationes, eodem fie rentbalneo, andiuerso. Etsidiuerso, aneadem pluribusferuiebat,ansin
gulisnouaaqua.Velquæ ratiotàmmiriartificij calefaciendivna hora tantam aquæ
quantitatem, quæ innumerabili populo sufficeret? Vnde et quo certo ductutantæ
aquæ copia? Quæ ratio erat Pensilium Balnearum, quastantocú applause Vrbis, et totius
Italiæ quosdamintroduxisselegitur? Quibusadid valibus, aut balneis, aut
alueisvtebantur? Etsilabrislapideis vt quidam putant quæ videmus per Vrbem
maximis: quæ eorum erant in balneis dispositiones, et quo situ ad aquas
accipiendas? Etdebalnearijsrebus, quæ fanis expedirent, et quæęgris. Quiddicam delauandirituperordines;
perætates, perleges, peranni tempora, peripsa exercitia; acde innumerisdenique
id genuscircunstantijs,quasvelnon scriptasabantiquarijs,velper coniectu
ramduntax attentatasà iunioribus, merispotiùserroribus obscuratas, quàm
explicatas invenimus? Quare nos dum hec aliqua ex parte revocare in lucem
intendimus, et quævsuimaximè medico opportunasunt, exponere,nullam Fos
Veneris 1 rum instituta, atquemomenta Aquarum ductuum habemus. is
fchnographia Thermarum, &dehisque tractanda funt. Cap.v. Hermas verò per
partesliterisinstaurare, haudquaquàm presentis muneris est. Nec facile esset,
pro tantæ molis magnitudine, non vnius dulorestituit Hadrianus I.
Pont. Max.quam et Ciminam interim appellariin uenio,
àCiminoipsomonteinFaliscis, fonteVenerisdeducta.Drusaauté, Ciminaaqui Annia, Traiana,
Antoniana, Seueriana, Alexandrina, et idgenusaliæ,no. ferè Dubia in Ther. 2
Oov ferèiuniorum positionem fequemur: sedquátum
exrationeillorumrituum, Spacia Thersimulatque locorum ipsorum diligenti
consideratione colligerepotuimus, percurremus. Spatia in primis Thermarum
videmus amplissima: atque ad eo vt quasdam vndeciesmilliespedumtotaarea
continere constet,authore Baptista Alberto in libris de Architectura. In Diocletianis,
quæ inipsaareaappa rentvestigia,præterspatiavndiqueplatearum,&
prætermembra,quæinfe riusacsuperius varijsThermarum ministerijsferuiebant, centum
continent partitiones, vario ac nobiliffim oordine. Nec mirum,
siconsidereturpublici çdificijmagnitudo,inquocommunis
fueritratiomaximæciuitatisadexer 10 Magnitudo. citia corporis, ad balneas, ad
disciplinas. In is enim communia er nt studia, tamanimi quàm
corporis, necalia erantartium gymnasia, vndefæpè apud authores Gymnasia legimus
pro balneis. Necminus addelicias: Nam ratio Gymnasia acresipsaostendit,
nonfolùmvsuiinpartibus Thermarumfuiffe consultum, verumetiamvtiuuentus
faciliùsadea studiatraheretur, et delicijsmaximè, et ornamento cunctarum rerum.
Propterea Thermæ neque digniores occupa bantvrbis locos,
nequeintervilioresfiebantvicos, sed vbilocicapacitas, at Forma Ther marum, ac
partitið. Queoperis maiestas requireret.Vitruuijtamenętatenon videturfuissecon
suetudinis Italicæ vtipsescribit magnificareadeo palæstrasac Gymnasia in
Thermis: vtquibus satisad exercitiafacerenttùm Campus ipfe Martius,tùm
Agonalis, totCirci,totplatex,totaliaexercitationumlocapublica, et priuata. Sed
per angustas fieri, et paruas quales Agrippæ Thermas meminit Pli nius.Pofteà
veroperductoimperiovrbisad luxuriam Principum,non modò Græcorum more
constitutæ, sed dilatatæfuêreamplius,distinctaquem e liusloca exercitationum,
ac Gynınaliaà balneis. QualesAntonianæ, acDio cletianæde
maioribusextant,acmeliusdispositis:quarum sinunc præsumná describere
magnitudinem, non tam describere, quàm maiorem partem di gnitatis earum mihi
videbor minuere: sedharum maximè, ad notitiam tanti ritus, fequarvestigia. In
his edificationis eratvaria forma, ac varia dispositio partium: sedare a
amplissima, quæ in quadrum clausa, tribus vel uti perpetuis
circuitionibusdiuisaesset. In primovndiq; ambitu, quæ męniorumin ftar lib. s.
6. 11. totum edificium claudebant, errant gymnasia exercitationum, varioordine,
quædicemus. In secundo, longèlat eque spatia platearum, Xista, acPlatano nes,
ad exercitiasub diuo. In medio,tota ipfa moles Thermarum, quæ sunt membra
balnearum, Atria,simul atq; Xifti, et Palęstrarum amplissimæ porti cus,vbi VITRUVIO
athletæ perhyberna tempora intectisstadijsexer cerentur, actranfirentstatim ad
balneas, vt delineata primùm ipfa rumbasi, distinctèmagissingula explanabimus,
4marum. Thermæ. Ther. Diocl. 1 Oo vj Hexedra Lalitudopal. 200 choricen
Calidaria FOхNAT MC) V R a THERMARVM DIOCLE Longitudo Platego Atriolum Die
Scola riú BВ Spheriferti H Tostring 71 Apod TOD Schola Longitudo ΡΙΑΤΑ Laconica
Hexedra Basilica Fngida Topida n u" Agaagiâetlume ORIINS Hexedma Hephebri
ATRIVM nPoarttaitciuosnis la карэхэн Spheristerium 200 Hacera Lpatlitudo.
2 Hemicyclus Condste platego Porucus Tres Stadiate Theatric SET VN M
M HT NONES Hexedra A triolum sperifleriâ Laconicü Coniste Hephebell Hexedra
pal. Kesedara LongituPdloa. odyterium Hypocau Dico Engda Hexedra 'Jių rium
Porticus Staduatę Aquagiấetlume pal. OCCIDENS OS Tres salo ирэхэн ATIOTES
TIANARVM ICON. ATRIVM n Paotrattiicounsis Spenfterum IOOO. Basilica Tepida
Frigidai Calidariú Tõstrina A 5oC Hemicjclus sefala ridium PTENTRIO Scola
1 Departibus Thermarum, acexercitationum locis. N PRIMA ergo facie,
quæestadmeridiem, tertiam ferè partem mediamoc cupabat Theatridium. Quæparseratprincipalis,&
tang caputtotiushuius ædificij: vndeduplicem vt quibusdam videtur habebatvsum;alterum
extrinsecus, alterum intrinsecus. Ambitum enim exterioré ponunt fuisse arcuato
opere distinctum,& apertum,quo exéplo patet, circūcolumnium poftbafilicam
Posticã. ecclesiæ Lateranen.Vnde. f.ingrederenturquafiper Posticum, fiuedextrâverte
rentur, fiuefiniftrâ per porticus, apertèvenirentinampliffimam plateam,ac
exindè quò vellent, fiue in palæstras, fiue in balneas. In conspectu verò
interiori ergaplateas, eratTheatrispeciedistinctumcũsedibus, vbi.f.populus,&
maximè nobiles subvmbrameridiei sederetadludorū spectacula,
quiinplateisexercitij causa fierent. Partes verò quæ vt rinqueà Theatri dio
plures sunt, aliqui balnea putant. Ná quod rotunda forma est vt rinque inversuris
vnum,pinguntessecali darium, et consequenterponunt vnú Tepidarium,vnum
Frigidarium,& vnum lib.5.c.1 Apodyterium. Nec equidem nega uerim debuisse
quæ d ã balnea seorfum, et quali extra palestras constitui:
partimmulieribus,partim artificibus, &hisquivenien
tesàciuitate,statimintrarent, et quasiextràcon spectumpopularemlauarétur, et abirent.
Verütamen hæcnonfuifle balnea, hauddubièvidetur:nam iuxtàeá ria Sacella.
appictionem,nullus hicvidetur Hypocaufti locus: quoddebuite ffeinmedio, et commune
vtriqueordini balnearum, tefte Vitruuio, atinmediohiceft Thea tridiummaximum. Nec
eratconsentaneum, vtmébraspectaculieffentStuphæ. Deest et laconicum,nisifortasse
hæc opinio confundat laconicum cũ calidario. Saterat& vnum Apodyterium
comune, vtpotevnum vestibulum balnearum: hicduo ponuntur.
EtprætereaTepidariaduo,cùm tamenidemfitTepidarium, quodApodyterium. Melius ergomihi
videtur dicendū, hæc fuiffepartimipfius Theatridij membra, et partimlocaadvsum Athletarum.i.eorum,
quiexercendi essentcoram Theatridio, vtpote Conisteria, Elçotesia, et quædam
apertè in pla team, forsane quorum carceres. Duo pofthæc
Peristiliaquadracaoblonga, hinc (vt scribit Plin. Lunior de villa sua)
exercitationú generibus.Vel Sacella, vt nota
turperædiculasæquisvndiquespatiisstaruarum. hæceratprimæfacieipartitio. Porròinaltera
facie, quæabaquiloneeodem comensuhuic refpondet, videntur Gymna fuiffe maiori
ex parte Gymnasia, FILOSOFI dicata, ac Rhetoribus, reliquisq; q studiis
literarum de dissent operam.Vtpot epars magis remota àftrepituAthle tarum,&
litucômodiffimo, tùm propteramenitatévnibrarum erant.n.inhac plarea Platanones,
vt dicemus tùm proptergratafontium murmuria, inNataa tionéipsamcadentiū.
Quaproptervisum est pluribus antiquariis, inmediohoc Vestibulu. Spatioå
Septétrione fuifleprincipale vestibule totius huiusæ dificij. Ex quo per40
Hexedre medios Platanones patebat aditus ad Natationem, et hinc, et hinc in
porticus, in et Hemi-basilicas, Diętas, et atria, quæ pofteà dicemus. Primùm
verò àd extra vestibuli, cycli. et àsinistraerant Ex hedræ plures clausæ ante
plateam, &cusedibus Hemicycli forma, vt disputantes, et tam loquentes, quàm
audientes sese omnes afpicerent: et aliquæpatentes, cellscholænoftræad leuiora
studia. Maioremverò citer 10 Peristilia fia. atq; hinc vnum àTheatridiq, quasipalestræbreues,veldeābulationes.Acinver
Spheriste surisvtrinque,vnum Sphærifterium, quod diximus rotunda forma,cum
plurib. 30 Schola. exercitationum. Gymnasticarum continebant partem duæ
vtrinque facies laterales, hinc, atquehinchabebantpartitiones.Ac
fuisseeasadexerci quæ conformes tiadicatas videtur: tùmquia
platexhælateraleserant liberæ,& amplæmillecir, citer pedum spatio.
Tùm quia membr a ipsa partim erant Hemicycli aperti cũ
sedibus,acvarioornamento,quod apparet,lignorum,acpicturarum:& partim conisteria,
Elæothesia,aliaquemembra advsumAthletarum oppor tuna. Totam hanc autem primam
circunferentiam circundabant continua porticus,ducentiscolumnisvnostylo.
Subinde erantPlatex,amplæ,&.Nam siædificiorum perfectio proportionibushumani
corporis responderedebet,vtVitruuiustradit,perfectisfimèresponder in Thermis
Diocletianis, ac melius quàm constituat ex Græcis VITRUVIO eniminhis
Theatridium, vbieratvestibulum, tanquàmcaput: Apodyteriū, pectus: Hyppocaustum,
Stomachus: vmbilicus, maxima, acregalisbasili-Diocletiana cainmedio: venter,
Natatio. Membrorum veròvtrinque, quæfuntbalnea, rummirifica atria, palæstræ,
porticus, Diętæ, basilicæ; æquaratio, ac mensura eft, vt braars et de chiorum,
acfæmorum. itavtquæ exvnatr ad etur parte,cadem ex alterapa basilicaameniffima,
vbiconuenirentomnes, quivelin palæstras venturi Basilica. essent, velinbalneas.
Idcircosatisampla,ornatuplastices,acpicturis adhucnitet antiquiflimis. Hinc
rectâ in Diętam, quæ erat eadem capacitate, fed latiortamen basilica, duplici
columnarum stylotripartita: nam media par teceuatriolum, erat ad itusinatriummaximum,
et inpalestras: capitaverò hincatquehinc deunebantinhemicyclis,
vbifortasseAthletarum ferrentur iudicia Circuncolí - liberæ, vt dixi, t à m q
uæ antè Theatr idium Stadium, nia.,erant xistum, Platanones, et autem, quæeratante
Natationem enim Xista (authoreVi maximè estiuas idonea. Fiebant
adexercitationes Platani, virentes queidgenusXista,&Syl
)interduasporticusSylux,quæerant caperentre-ua. truuio situantè Natationem, vndeaquarum
arboresconfitæ, aptissimo autemStadium,itafiguratum, inquit Vitruuius, vtpof
frigeria. PoftXiftum, Athletarum cursus, variaque alia sent hominum copiæ fine
impedimento hæ omnes errant partitionesquoquo latere,& gym:
spectarecertamina.Atque veròoperismaiestas,erattotamolesinme Stadium nasiorum,
et platearum. Summa,acmultimodisearúmē dio,quæ communes habebatpalæstrascum
balneis bris, acmiriartificij, quàm vtræquelaterales. Inea Porticus
riterintelligendafit. Incipiemusautem àNatatione, quæ patentiffima pars
aspiciebatAquilonem: et exeaàlatereperbasilicas,acdiệtasveniemusin atria,
exindein palæstras interiores, acmaximam bafilicam,& demum ad balnearum
membra. Erat in quam Natatio in recessum e dio ab aquilone, lon Natatio.
Gitudinedu centorum pedum, latitudinedimidiominus, ponte, acarcubus bipartite ad
interiores aditus, vbinunc facta estmaiorisaltaris basilica. Habe
batautemàcastelloproximo Aquæ Martiæ emiffarium, quod per occultos tubos
ferebatad Natationem ipfam aquas.Habebat& supernèadlongitudi-Emissarium nem
fontesvaria specie, ac Musxa,quæ teftePlinio,expumicibus, acero-aqua Mar
fisvetustatefaxis extructa vt hodie quoque Romæ sunt in vsu specusima-tię.
ginem referebant, ac fiftulis modò apertis, modò clausis, vario, blandisli
moque salientium aquarumlusu, recentessemperaquasinnatationéipfam Fontes,ac
fundebant. Miris circùm ad hibitis ornamentis, quorum etiamnumapparetMufaa
ædiculæfignorum,& statuarum, fontiumque vestigia, et columnarum bases. A
Natatione plura, ac nobilissimamembra: primùm ab vt roquecapiteerant Porticusna
amplissimæ porticus conformes, nimirùm et adspectaculaNatationum,&
tationis. Ad refrigeria constitutæ. Etaliæadaltiorem
prospectumporticuspensiles,mi noristylo. Exeuntibus veròàporticu, tamdextrâ,quam
sinistra,eratprimùm fcriptio. 30 Platanones. Dięta. iudicia. I n Atriis
era nt Peristilia, hoc est circü columnia, quæ faciebant atrium oblongum
trecentis pedibus, latitudine dimidiominus. vbiin Porticu, orie simacum
sedibus, quæ tertiaitem parte longior quàm lata, eratad exercitia Corticum.
iuuenumdicata. Sub dextra Ephebei erat Corticeum, seu Coryceum à Co. Coryceum.
ryco, quod videtur pilæ genus in Galeno 11. de San. tuenda. Seu Choriceum
Choriceum dictum, Choreisnimirùm, ac saltationibus locus proprius. Proximè
Frigidarium, locus ventis per flatus, feneftris amplis. Ab eoqueiterin
Spheristeriú ro oblongum, et fimplex, ad pilæ ludum aptissimum. Adsinistram
Elçothesium, Spherifleritquæeratad vnctiones faciendascellaolearia.
SubhocConisterium, vbificcó Elçothelium.puluere,
velharenaluctaturiseseconspergerent. Ab eoqueiterinPropni. Conisteriú. geum,
vbi erat in ver u r a porticus Laconicum, quod referemus suo loco p o
Propnigeú. iteà. A Peristilioautem, atrioqueintrantibus ad interiores Palæstras,
erant Talastre in Porticus tres stadiatæ,quas hodie occupat longitudo
ecclesiæ.Ex quibus m e teriores. diaparsamplissima, centumpedumlatitudine,
superingentescolumnas,al Porticusftatissima prominettestudine,
cæterùmitafactasecundum Vitruuium, vtilate Frigidariit. diate. Xistus. ra, quæ
suntvtrinqueadcolumnasmargineshaberent,& qualeshabethodie via ab Hadriani
mole ad Vaticanumsemitas, nonminuspedum denûm,re
liquaqueplaniciesoctogintapedúm. Ita qui vestiti ambularent circùm inmar 20
ginibus, non impediebanturàcunctisfeexercentibus. Hæc autemPorticus ziso'sapud
Gręcos vocitatur,in quo Athletæ in tectis stadijs exercerentur. Quę
quoniamexacteeratinmedio,& velutiincorde totius edificij, vbimaximè
conuenire solebat nobilitas ad exercitia hyberna, ad ambulationes, et adspe
ctacula; cæterasmeritò exceditpartes, tùm magnitudine, tùmregalimaie
stateoperis, altiffimis fuperbiffimis que prominens columnis, et patentissima
vndiqueinperistilia, inbalneas,in Hypocaustum,in Natationein, acfuper nè
feneftris illustrator latissimis. præualereassuesceret: deinde ad
sanitatemtuendam,quiduofuerant fines præcipui:& demum ad delicias. In
quibus omnibus mutua Balnearum,atq; Exercitationum errant beneficia. Nam
quantum conferebant balnea lassatis rumque similiter coniunctaeratvtilitas,
acmutuaerantinuicembe Thermarumneficia. Nempe Thermarum ratioduos,
imòtreshabebat fines: primum ad instituta, ac disciplinam iuuentutis,
quæfic viribus corporis, honestis que vitæ conatibus fines et Exercita
exercitatione, aclabore corporibus ad robur virium reparandum, et admuntionum
muditiam. Tantundem rependebant vtilitatis exercitia, fine quibus balnea non
tuo beneficia possuntesse vtilia, maximèsanis. Itaque Galenusinlibrisdetuenda
San.mo Non pila, non sollis, non t e paganica Thermis Prz. tali parte,
eranthæcmembra,situaliquantifperdiuerfoabeo,quem assignat €phębeum Vitruuius. Primò
Ephæbeum, in medio, hoc autem erat Hexædraamplif Balnearum 1 Bal. Recurel
Atria. De exercitatio num generibus, ac preparationibus ad balnea. Cap. vir.
CONSTAT ergo hactenus,balnearum locain Thermis, at que Exer
citationumfuisseconiuncta. Idqueoptimaratione, quoniam vtro dobalnea Recuratoria
virium esse dixit; modò Exercitia Præparatoriaadbal toria. Exerci nea.Quod
frequenter inalijs authoribuslegimus, et succinctèeoEpigram tatio,Prapa
ratoria. mate colligiturMartialis vnde dieta existimat D. Augustinusin
confessionibus, quòd Bénestaisdivíes,idestquòdan xietatestollat. Ergo vtpro
veteriinstituto generosæ Ciuitatis, quam diximus in laboribusnatam&
educatam, magnaeratomniuminThermiscelebritas; itapro tempore, et pro
conditionibus personarum,Exercitationeserantva- Exercitatio riæ,&
invarijslocis. Quippealiæin Palestris fiebant, aliæinXistis, aliæinnumloca.
Hexedris, subdioalię,instadio,& platearumlibero fpatio; alięin pluribus
fiebantlocis. Necsecus quædam eran tcommunes exercitationes,pueris,
senibus,& iuuenibus, vteo carminenotaturà Martiale. tereolusuum
genera,quorum (vt cætera rumrerum viciffitudincs sunt) vix nomi. Iuuenum
De fatu. Præparat, aut nudis tipitisictushebes. Vara nec iniecto ceromate
brachia tendis, Folle decet pueros ludere, follesenes. Quædam propriæ.
Iunioresautlucta, autcursu, autfaltu, autpilaludicriss; Personarum 20 idgenus
exercitij scepissentaf suescerein Ephebęis. Quemplanèmoremre exercitatio-
presentauit Plautusin Bacchidibus, vbi in personam seuerisenis indicat pue-nes.
Rosprimis vigintianniscum Pedagogo in Palestramantè Solem exorientem
veniffefolitos, d. Βαλανέα Romanorum Puerorum Non harpaftamanu
puluerulentarapis. Vidiffes igiturtum frequentem civitatem,nonfecusatq;
hodienossolemus Vite ratio facrasEcclefiasfestissolennibus, frequentare
Thermas. Alios quidem adho nestos, quos primo instituto proposuimus vitæ
conatus.Alios ad sanitatem Ther. tuendam. Et alios ad oblectamenta tam
animi,quàm corporis capienda, pro celebritate illa populi, pro variarum rerum,
ac ludorum spectaculis. Et denique pro amænitate loci deliciosissimi: vnde
barevéesidcirco dictas græca voce Ibi cursu, luctando, hasta, disco, pugilatu,
pila, Saliendo se exercebant, magis quam scorto, aut fauijs. Fortiori
autemiuuentaiis dem quidemexercebantur, velacrioribusetiáple
runqueludis,halteribus,harpafto,& aliquandocęstu.Velarmorum varijs
generibus in Palestris. Vel in Hippodromis cursu equì, vel agitatu. Athle -
Caftus. tæ vel stadium spectante populo de cusrrissent, vela c ri pugilatu
dimicassent, Halteres. cum cęstibusplumbeis,acbaltheis
implicatismanibus,quo grauiùs percu terent. Alijsaltusimul et halteribus, item
plumbeis globulis. Alijinsphę risterijslusifsent pila, vel foliinplateis, vel
Harpasto, pilamaxima. Senio-Harpastum. resquidam, quorum erat ad sanitatem
præcipuastudia, vtrecensuit Galenus, ambulatione duntaxatantè balneumcontentierant.
Alijclaralectione, vel Senumexer disputatione in Hemicyclis, velde clamatione
oratoria, vel cantumusico. Alijcitationes. modòvnovtebantur, modò alio per occasionem,
exercitij genere. Id circos. Defa. tu. nec mirum septies quosdam
aliquadielauari solitos, quod apud Plinium le gitur. Alexander Seuerus,
vt meminit Lampridiuspostlectionemoperam Palęftræ, aut Sphæristerio, aut
cursui,aut luctaminibus mollioribus dabat, m o x venieba t in balneum. Aliis
supplebant diurni operris labores, quia d r e Operari j. creandum lassatum
viriumr oburvsuriessent balneo. Cæterùm lenis exercitationis modus erat ambulatio,quam
Senes, et Virigraues, et imbecilles potiffimùmobibant. Dignior adl audem,
acdisciplinam,eratexercitatioin Palestris et armiseorum, quirobustisess
entviribus. Etquam oriquazíar, hoc 2. Desa.cu. est vmbra til empugnam, vt
interpretatur GELLIO Græci appellant, divodepce Teu Tirl, ob salubritatem a
gymnasticis dictam, Galeno teste. Innumera præ Рp nomina ad posteras ætates transiêre. Nec nostræ professionis est
exercitatio Nostrisecunum singulosmodos,aut genera: quibusiliveteresvterentur,
recensê. livita dif ferensaban tiquis. re, quam partemà Hieronymo Mercuriali,
Medico atque Philosopho scientissimo elucubratam, propediem in luce meditam
videbimus.Verùm exco rum exercitiorum censu, quem fecimus, hanc præcipuam
habebimus vtili tatem, considerantes quàm longè differathic præsens nostri
seculi viuendi modus,& maximèPrincipum,necopportuno pofteros
destituemusconfi lio. Sanèvbiillorumtemporum
vitaaffiduisdeditaeratexercitijs,vtpote 10 quæ et fanitatem conseruarent,&
promptiores redderentviresad singula, tàm animi, quam corporis munera o b e
unda; è contra hodie in continuo ocio degitur. Età Principibus maximè, quiob
decorum, ac ampliffimi ordinis maiestatem, semotam à communi consuetudine
degentes vitam;aut curis animi grauibus iugiter tenentur. Aut siad ludicra
aliqui tranfire foleant, ea Exercitianoinertiasunt, tabellæ, alex, vel
Trochinouus modus hàc illuc supermensam stritemporisagitati: in quo vitæ generet
andem ob defidia in, et anxietatem,totam breui inertia, cursu vitædeficiant.
Quapropter generalisfimum hoc ac saluberrimum sibi
Exercitijnequisqueproponeredebet institutum, exercitium necessarium esse ad
susten cesitas ad vitationem vitæ: inquire omnes sapientes, variorum
quenationum ritussum moconsensu conueniunt. Verùin quoniam hoc tempore non
solùm pluri maveterum exercitiorum generanon funtinvsu, imòvelipsorum nomina (ut diximus) sunt
obscura; necadeoilisvtiessetpoffibile, quinec Palestras habemus, nec Thermas, proptereàingratiamnoftrorun
Principum,aliquot particularium exercitation numgenera proponemus ex Galeno, atq; alijsan tiquisauthoribus, quarum multas si non in campis et plateisobire
poterit; licebitfaltem et incameris et inatrijs, acviridarijsfuis, seruataetiainperso
nægrauitate, percommodèexerceri. Exercitationum
inquit Galenus com Exercitatio-pluresdifferentiæinueniuntur. Aliærobustæsunt, et violentę, fiuevehemen num dife-tes; aliæ mediocres, &lenes. Aliæ singulares, aliæcumalio fiunt. Etaliæ rētiæex Gavni uersas
simul corporis exercent partes, aliæ
vnam magis, et aliæalteram. le.2.desan. Vehemens exercitatiodicitur, quę&
robusta, et celerissit: atque hæc multer graue quod uistelum iaculari, et continuatisia et tibusoneremaximo
subla tame, pervertere temperaturam coguntur. Vnde non mirum est, qui præ properam accelerant senectam, incurrantque facile autin morbos renales, autinpoda gram, autin Hemicraniam, alios queidgenus
affectus, medioquevelutiin fum tuen to, tash abet differentias. Quædam enim
fiuntocylimèagitatis, quædamrobore, acnixu, quædamfinehis, quædam cum roborepariter et celeritate, et quæ
Exercitatio damlente. Fodererobustaest,
et singularis exercitatio, remigare, discum
nugenera. mittere, mouericeleriter, saltare; idquefineintermissionemaximè. Simili
et ac clivis ambulare. Grauiarmaturatectumceleriteragitari.Continua
tusdiucursus.Et iterfacere.Perfunem manibus apprehensum scandere, modo in Palestris quo solitum erat
puerosexerceri.Velèfune, velperticama nuapprehensa sublimenpendere, acdiutenere. Manibusinpugnum redu: &tis, iisdemqueprolatis, velinaltumsublatis. Halteribus, feuglobisplus minusgrauibusleorsumpositis, vtraquese inflectensmanu attollere. Quæ
robustior erit exercitatio, si qui ad
sinistram manum fuerit dextrâ coneturat tollere, et sinistrà qui ad dexteram. Diuq;, acsępiusidentidem
facere. Potest et foliscruribuserectusacvno lococõsistensceleriter exerceri, modò
retrora suminsiliens, modóinanterioravicifsim
crurumvtrunquereferens. Solus fimiliterexerceriest, summis pedibus ingredi, tensasqueinsublimemanus, hancantrorsum, illamretrorsum celerrimèmouere. Sehumi
celeritercir cumuoluere, velsolum, velcumalijs.Cum alijsverò& citràrobur, et violen tiammultæ exercitationes peraguntur.
Vtcursus admetam constitutam.Vel vibratilisar morum meditatio. Summisinuicem
manibusconcertare.Cones cú alijs. ryco, et paruapilaludere. Stare, nec finereseloco
dimoueri;quo exercitij genereMilo Crotoniates celebratur. Velseerectum, et circumactum
10astantemmutare. Complecti quempiam manibus, digitisquepectinatimiun ctis, isque diuellere
seadnitens. Medium appræhendere, ac sublatum ceù magnumonus protendere, &reducere.
Luctaytrius queluctatorisrobur maximèvtipoterunt Seniores, et quiadmotum suntimbecilles.
Ambula.Vltimò Fri &tiones suppleant. His omnibus ex ercitationum generibus,
imòinfinitis alijs vt Galenusinquit docebant Pædotribæ exercendumesse:&
velinPa læstris, velextrà, velinaltopuluere, velconculcato, et firmosolo, et omni noantèbalneum. Quibus et nosiuxtàpræsentemviuendi
modum, siuepro præparatione, fiquis velit ad balneum, feusinebalneo, vt pleriquehodiefa tecdicere, quæ situborealifrigidas, acpurasstatimàfontibusadmittebat
aquas.EratenimNatatio (vtidiximus) separataà partibus balnearum: citationes, le cimus, percommodè vtipoterimus. Sed de exercitationum emolumentis 40
alio loco occurretdicere: nunc ad describendas balnearum partesin Thermis
redibimụs, acaliaineisrequisitaexplicabimus. De Natatione. Ne i principes
autemThermarum partes, primùm de
Natatione opor Cap. vii. Рp ij nimi. Exercitatio. prope rium mem
brorum.exercet. Luctaricum roboreest, ambobus cruribus alter alteriu scrus com
plecti, minibus intersesecollatis, et collo. Manua lteratanquamfunecol
loalteriusiniecta, ipsumqueretrorsumtrahere, acreuellere.Pectoribusex aduers oinnixi, magn o se conat uin uicem retrudere. Ad
singulares porrò universalis, attinet
electionem, qua parte corporis quis
vtivelit, aut indigeat exerci- particula
tatione. Aliæ enim vniuersas simul exercent corporis partes;quo nomine
ludusparuæpilæà Galeno prætercæteracommendatur. Aliæ vnam magis, aliæalteram exercentpartem, lumbos, crura, brachia, spinam,pulmonē, Deparuepi thoracem. Itatio,
cursusquecrurum exercitationes sunt. Acrocorisini, hoclxludo. Est festiuæs
altationes et Sciamachiæ, crurum, brachiorum,& manuum pro pria. Lumborum
autem, affiduèse inclinare,autpondusaliquod àterra tollere,autassiduèmanibus
sustinere, Spinam transuersim exercet, atollere vt dictum est
alternatimhalteres. Thoracis vero et pulmonis suntpro priæ, maximæ
Respirationes. Cor. Celsus inter exercitationes imbecillisto lib.2. c.8. macho
conferentes,claramcommendatlectionem. Maximaverò voxvocis quoque
instrumentaomniapermouet, dilatatque:naturalemexcitatcalo-Clarale&tio. rem,
et quo magis fitafsidua, eomagisvniuersis corporis partibus communicatur,
vtinnostris concionatoribus experimur et in libro de voceà Gale noestproditum.
Hoc genere exercitationum per vocem, quælenessunt, Lenesexer Lufta. Etio,&
amo tioneetiam quimagis validi. Velequitationessufficiantur, gestationesquebulatio.
seucurru, seuproægrotantibusin Scimpodio,& Sellaportatili Nimirùmquia
singularis eiuserat, acpropriusvsus, non tàm quidemadlaua Varzac efttionem,quàm
ad exercitium. Eftenim Natare laboriosum, quòd itaiacta quoddam e rerectè
Aristoteles in Probleumatibus, Natationem, oblaborem, cursuico parat, aquarum
periculaexercerentur. Et Galenus testator de suo tempore, pue 1, Defa.tu,rosin
aquis qumasina's Feudasfacere consueuiffe,idest, quòd prima fiebantin of
Pifcina, Piscina Pu aquis pueritiæ rudimenta. Itaque præter Tyberis
commoditatem,propria adhuncritum locaconstituta fuisseinvrbediximus,quæ
diuersisexplicata nominibusinuenimus, Natationes, Piscinas, Stagna, atque etiam
naumachias, Piscinædi&tæ, quòd et pisces hauddubiècontinerent, nontamenad
vsum piscium, nam ad hoc propriaerantviuaria,sed ad munditiam seruanda
aquarum,& amoenitatem. Videturautem
exercitatio numhuiusmodi causa, primùm constituta fuiffe Piscina publica dieta
sub cliuo Capitolino, ad veniebat populus. Exca&
piscinæaliquandofuntdictæparticularesNata tiones,& labra lapidea, qualia
Romæ videmus maxima, nec non portatilia, ac lignea advsum etiam calidarum
aquarum. Quod authoritate constatM. 08 Tullij CICERONE ad Q.Fratrem
desuisbalneis, Latiorem inquit piscinamvoluissem, vbiiactatabrachianon
offenderentur. Hasà Galeno, acalijs Græcisautho xanu puso 'n ga ribus, modò
xodua krízsas, mod ò Bari i su poe edicta s legimus. Parva autem Solia,
Capesupulco peluesquequercus; quam differentiam planamfaciuot Galeni verba
lib.7. Mé πυελοι. Stagna. thodi, vbi ad ventriculis iccitatem curandam, quæ
Hecticamminetur, nata tioneminbalneo factam consulitivteīsno numerisus, id eft
in piscinis natandocó stitutis, quàmivtotspixpsīsavenoīs. Memorantur porrò et Neronis
Stagna, vbi Amphitheatrum à Martiale poniturinprimis Epigrammatis d. Hic,
vbiconspicui venerabilis Amphitheatri Erigitur moles Stagna Neronis erant. Quod
tamen stagnumnon plane constatanad natationis usum, anpro Nau stagno
circumpofuit, conseuiffe. Stagnihuiusin Vaticano Naumachiæno Navale Sta
minememinit Egelippus Græcus author, in D. Petri et Pauli martyrologijs.
Cæterùm NaumachiapostNatationes& balneas, altiorisfuitinstit utiquàm
Naumachia adnatationem,nec, nifipoftimperiaprincipuminuenta. Nempe inqua
nautici certaminis fieret spectaculum, vel ad disciplinam militarem, quò faci
of Finis duplex liùsmilites pericula Aluminum, vel naualis belli, cùın opus
fuisset, possent Naumachię euadere. Sic Polybius refert Romanos primo bello
Punico, quod aduersus Chartaginienses gesturierant, militessuosinnaualidisciplina
exercuisse. Et SuetoniusAugustumcúm effetcótrà Pompeiumiturus, inportuIulioapud
Baias milites in nauali exercitatione tota vna hieme detinuiffe. Vel erat N a u jucundunfpe Etaculum. Machiævsusad
delectationem populi, vt cætera spectacula. Pluraenimerãt quæ præberent animo
delectationem:primò aluei magnitudo, ac Cyrcicu 1 vivarium. blica. Quam
(ut Festus Pompeius est author) et natatum et exercitationis caussas duo. rat,
gnum. xercitium, tismanibus, accruribusaffiduè, vniuerfæcorporis exercentur
partes.Qua Et Oribasiuseaminteraliaexercitationum generaadnumerat. Imò
Natationis in vrbe fuitprimus,acantiquissimus vsus ante balnea:quando scilicet
conftitutæ fuerunt exercitationes in Campo Martio,vbiiuuenes (te ste
Vegetio) puluerem, sudoremque detergerent, simulatque ad obennda
machiafuerità Nerone constitutum.Vsumtamen vtrunquepræftarepote Neronis no-
sicut& de altero eius nominis meminit Tacitus,claufifle Neronem in mine
stagna valle Vaticani spatium, in quo equos regeret, apud quenemus, quod navali
iusdam OZ jusdamamplissimiforma, editaadcommoditatem tantiludi,inconspectu
maximæciuitatis. Deinde
classisineam, et iam magnarum nauium introdu Etio, et ludusipsecertaminis.
Etdemum populicelebritas, et velipsaaqua r u m copia, atque amænitas, maris
instar tranquillissimi. Et quæ apertis eu ripistantamvimaquarun
vnohaustureciperet,laxaretquefinitospectaculo.Martialis inquo mouet
admirationem aduenæ Martialis,dum sicadulatur Domitiano.locus. Cui lux primas
acrimunerisipsafuit. Ne tedecipiatratibus naualis Enyo (Paruamora est) dices,
hicmodò Pontuserat. Ex quo plane authoritate colligitur, in Cyrcotammarisquàm
terræcelebra In Cyrco rispectaculadebuisse: vbimodòterra (inquit)
modòPontuserat. Quod Naumachia. Cyrci Maximisitus confirmatinter Auentinnm
montem,& Palatinum de pressus, inquem Gabiusæaquæriuus,quemMarianam
posteridixerunt,per Gabiusaa petuòinfluit na. na aqua,vtFrontinuseftauthor, quæ
fapore,& crafficiemari namaquam Augusti Na æmulabatur, in q u a faciliùs
natat r, t efte quo que Aristotele in Problemati - u m achia: sub colle
Hortulorum, ademiffarium aquæ Virginis. Authore Sueto Domitiani.
nio,quiasseritDomitianum circunstructoiuxtà Tyberinilacu (inter Cain pum
Martium scilicet& ipsum collem Hortulorum, vbi nunc iuxtà Sanctito
pluresessentqui exercerentur et quifrequentarent Thermas adca,quă Bal
spectaculaquàm quilauarentur. Eteodemtemporemagnahominum co-nearum.
piaexercebatur, &quivno,& quialioexercitiigenere. Atadbalneasin
trantiumcontinuaficbatsuccessio, nam cùm priores occupassentloca, reli qui (vt
scribit Vitruuius) circunstabant, dum lauarentur. Pleriquesani,ac robusti,
poftquàm in exercitijs incaluissent, nullisferè alijsvtebantur bal neis vtinfràmonftrabitur
nisinatatione. Quæ parsidcircoeratamplissi ma, et exercitationibustamsubdialibus;
quàm interniscommodissima. Vel Balnearum transiffentdunt axat ad balneas
calidas, atque illico egrelliinsili ebantin frigisitus. dam. Summa ergo
artificijin balneishæc fuissevidetur, vt in locoessentquả commodo omnibus
seseexercentibus; acmirandiplanè artificijministerijs totaquarum,calidarum
simul,& tepidarum, quæ continụèexse funderen turin balneas. Pro
commoditate, ac ratione lauationum, erant omnes ad Рpij meri Et parvndafreti, hic modò terrafuit. Non credis?spectes dum
laxent æquora Martem. ropriè verò ad vsum naualis certaminis, duæ fuerunt
certiffiqua Mariainæ Naumachiæ. Priina Augustitrans Tyberim, adductâobidineam
Alfieti Sylueftriædes apparentvestigia naualespugnasineo, penè iustarum Claf
fiume didisse. Luxuosissimus Heliogabalus, euripis vino plenis, naumachia
Heliogabali. exhibuisse. Tradit Lampridius. Sed nuncad partes balnearum
proprias acMilanius. De partibus balnearum, esde Milliariis vafisin Hyppocausto.
BÀLNEARVM veròin Thermisnoneam videmuscopiam, quamde BВ exercitationum locis iam diximus. Ex quo planè videtur, quod mulnum
pluralo Exercitatio Siquisades longis serus spectatoraboris, bus. Alteraverò et
magis celebris, fuit naumachia, quam Domitianidixi. mus Apodyteriú seu
Tepidarium. meridiem, vnde folissemperi llustrarentur, acfouerenturaspectu. Nam
tó: taeafaciesanteriorerat distincta in duos ordines balnearum, vnusàdextris
Hypocausti, &alteràfiniftris. Etvterqueordo distinguebaturinquatuor Cameras,
conformes vtrinque, ac ita collocatas, vt ex una in aliam Etuplatearum
àsitumeridionali proposuimus, progressuferèad media pla eratceù vestibulum
regale Apodyterium, seu Tepidarium. Quem lo mirabilem, meritò alterum noftræ
ætatis Trimegistum dixerim. Hinc fini Hypocaustús tror sumn modicus introitus
in Hypocaustum. Sive vt meliusdicam super Hypocaustilocum, quirotundaforma,
cumopportunishincatquehincmē Cryptoportibris, nuncprimis Nouæ Ecclesiæ facelis dicatuseft.
Totaeniminfràmoles res. Aftuaria. darum, aliæ frigidarum aquarum ductus, alię
calorum æstuaria, aliægrandes tores vt vocabulo vtar Iure consulti curam
succédendi ignem habebant in Thermis. Eratautem vnicum, teste etiam Vitruuio:
collocatum tamenin medio, vt communis eiusesset vsus vtrisque caldarijs, exvnaparte
virilibus, exaltera muliebribus. Id que per opportune æstuaria, quierantmeatus
ab Hypocausto perpetui, vndecalores occulti in cameras caldariorumipsorum
penetrabant. Quod tetigit in primo Syluarum Papinius Statiusd. Vbi languidus ignisinerrat
dioplacet æneatamenpatinasubiecta. Quorum idemeratnomencum ca meris
prædictis,vnum caldarium, alterum tepidarium, tertium frigidarių. Legitur item Milliaria, a magna fortasse capacitate, quali
plus millelibrarú aquæ caperent. Quippeidgenusvasa, teste Vitruuio, maximi
aheni inftar, actestudinataadcircinum, itaerantcollocata, utex tepidarioin
caldarium quantum quæ calidæ exisset, infueret, de frigidario in tepidarium
adeundem modum. Atque hinc planum artificium est, in quotant opere laborauimus,
quomodo ad communeinvsumtantaaquarum copia exvafisfuppedi tareturinbalneas.
Quod restituo in lucem ex Seneca, quidum ad Lucillum mira deliciaruminuentasui temporisdetrectat,
hocafferitobiter. Construiteam, huiusædificij, concameratainuenitur, acdistinctaaddiuerfosvsus.
Aliæ Fornacato. Criptoporticus erant patentes ad refrigeria in magnis
caloribus. Aliä сali IO CUS. cum laxum, et hilaremdescribit
PliniusadApollinarem, hocest, amænum, acmollisteporis, tùm solaribusradijsàmeridie
illustratum;tùm proximi Hypocausti vapore laxum:vbi nimirùm ingressuri ad
balneas exuebát vestes. Qux quoniamprimaerat, acnobiliffima Thermarum pars,
nobilissimietiá numapparetartificij. Figura inquadrumoblonga, achemicyclis quaquefa
ciedistinctum,cum aditis vndiqueinter columniorum, columnisque super
nætestudinis altissimis, quætàm authoris, quàmoperissummam maiestate ostendunt.
Vnde sapienter hæc pars, proposita est pro prima porticu Ecclesiæà Michaele
Angelo Bonaroto, quem pictura, sculptura et rchitectura cloacæ vnde lauationes
exonerarentur, et aliadenique Hypocaustum,atq; Lib.s.c.10
Hypocaustimembra.EratergoHypocaustum fornaxinferior, vbifornaca Aedibus,&
tenuem voluunt hypocausta vaporem. Vasariatria Super Hypocaustotriaerant
compositavasariaænea, velplumbea (ut Palla Mincepice Græcis hæc Mirsapíe,
Latinis vt apud CATONE, Senecam, atque Palladium folitum aditus.Inmedio
quidemerat Hypocaustum, vtrinqueveròinversuris La conicum, deinde consequenter
Calidarium,Frigidarium,& tepidarium,vt planèsingula explicabimus. Principio
contram Theatridium, quodinprospe pateret solitumin ipsis milliarijs dracones,
quæerant fistulatavasatubæ instarære tenui,
perdecliuemilliariocircundata,vtaquadum ados draconis con lis canales occultos,
quorum aliquæ visæ sunt reliquię in eruendis ad nouam ecclesiam m a c e r ijs:
atque ex hinc aquas de duci solitas in Natationes, in Fonsicis organis non
absimiles. Quia d firmitatem quidem, ac robur faciebant Tubi etepi ipsis
valibus: simulatque artificio ferès i miliquonos hodie Romæ nymph eiss tomia.
acviridarijsdamus velarcemusaquas, habebantfiftulasinfra parietes occul tas,
quæ in cameras balnearum,vbi opportunis locis essent epistomia, infundebant
aquas. Quod ex eodem Seneca non est dubium, dum nimiæ la uti ti æ adscribit,
quod continue aqua calida ex sefunderetur in balneas,acrecens semper, veluti ex
calido fonte per cameras transcurreret. Et ex Galeno, vë iam decamerarum
dispositionibus dicemus. De Laconico, esde Solis Balnearum. RDINES
quidembalnearumin Thermisduosdiximus,vtrinque scilicetabhypocausto vnum teste Vitruuio,
alterumvirilium,alte Balnea viri. rum muliebrium. Nam vtscribit
Gelliuslib.io.cap.3.authoritateVar ronis 2. de Analogia, Pudornon
patiebaturvtrunquesexum simullauari,sed do liadoMu aquarкт epis tomijs,
fundebantur. Vbi nota harum ductuum in Balneas alterum arti 30fícium.
Eranttubięne ierecti, tresàdextera et tresàsinistra milliarijs, mu glomerati
specie plurieseundem ignemambiret, pertantumfueretspatij, vasis. quantum
acquirendo calorisatisesset. Quare triplex semper aqua invalis,
acinfinitæcopiæ, calida, tepida, frigida, nam successiuas vasexvase Caldarium
piebataquas.primum quidem,quod caldarium dicebatur,superprimavas. Hypocaustistratura
collocatum, tanquam omnium vasorumvalis, calfa tes, Dracones i 10 са.
Etasperdraconisinuo lucra fundebat aquas. Secundumsuperhoc erat tepidarium,
quod a primi vasis vaporibus modicè incalescebat. Tertium Fri- Frigidariú.
gidarium: vtpotequod frigidass tatimab emissario aquas capiebat et quan tum
subiecta vasa vacuabantur, tantum hoc nouarum aquarum infunde- batfinefine.
Emissarij verò huius obscura quoque ratio est. Nam vide-Emisariaa mus quidemad
Thermas ipsas propria aquarum Castella constituta: qualequarum· extatin
Diocletianis poft palestras orientali parte. Etin Antonianisàt ergo Theatridij
admeridiein. Horum tamen altitude nullibi excedit planiciem bal nearum. Nec
vllus est modus, neque artificij vllius vestigium, insummis Thermarum
testudinibus, vndetam altè deduci potuissent aquæ.Videturita que mihià proximis
iliscaftellis cóstructosfuiffeinf ràpauimentatotiusm o Tepidarium
lib.io.administris balnearijs veletiam iumento alligato, subleuatæ aquæinsu
ipsihypocausto piscinam infundebantur, quæs ponteposteàinsubie pernamn rursusin
Tepidarium, et conse ĉtumFrigidariumcaderent,et exFrigidario,
quenterinCaldarium,velutidiximus. Vnde plenas emper vasa suis aquis imumcalida,
medium temperata, supremum frigida, quæ per fistulasencas hinc atque hinc in
quolibet vase compactas, versis ad vnum quenque actum Tympana Fistulę aqua ac
alias piscinas. Hinc, tanquam a communi fonte, per rotas ac tymparo teacna, ac
id genus alias machinas aquæ hau storias, quas describit Vitruuius commoditas
coniungi desiderabat. Quanquam in hisque post Varronis et post Vitruvi j ętátem
f a ett æ sunt, hæc distinctio non sit mihi ve risimili. Qanrum. liebria.
do auctoritu exercitationum,ac lautitia inThermis,vix publicas potuisse virorum
frequentiæ sufficere videtur.Itaquepromiscuas potius ex eo tempo refuissereor, achonestis
mulieribussatisfecissepriuatas,velquasprincipes Matronas constituisse iam
scripsimus, Agrippinæ Neronis matris balneas, terke inbal
Olympiadis,atquealias. Cameræ in quoque ordine quaternæ, Laconicum, Calidarium,
Frigidarium et Tepidarium. Velternæ adminus:hoc enim non videturdubitandum,non
fuisseThermas vno stylo vbique,nequevno ordinepartium et tam in publicis quam
in priuatis. Et hinc in authoribus Celsus. Tanta earum inuenitur varietas.
Quaternas point Celsus lib. 1. cap. 4. dum scribit, Sub veste primùm paululumin
Tepidario sudare folitos: tùmtranfi- Galenus. re ad Calidarium, vbi sudabatur
largiùs, quod ponitpro Laconico: tumque aut in calidamd
efcendere,autinTepidam;deinde in Frigidam. Easdem C.i72ero qua λουτρόν
Pyriateriit. Hypocaustü point Galenus lib.10..Methodi, a Laconico incipiens:
Primùm enim inquit ingredientis inaë reversantur calido:hinc secundò in aquam
Calidam defcé dunt,quod propriè aoutcovait appellari. Ab hac mox in tertiam
Frigida ibár: et tandem in quarta sudoren detergebant, quod erat tepidarium,
seu Apo dyterium græce dictum. Inquoet Celsusdicit,fenouissimèquiselauissent
abstergere,et vngereconsueuisse. Quem planèordinem et inhis Thermis, quarum
videmus vestigia, seruatum inuenimus. Extat Laconicum adsuda tiones in quoque primæfacieiangulo
vnum, idquenonadeomagnum, hu- iusenim partis noneratvsus communis, nequeadeo necessaries
omnibus, vtquibus fatis ad sudandum exercitiafeciffent. Sed imbecillis proprius
et quiminus validiadexercitia, sudoreshocloco excitabant:subindeintrabát
adcæterasbalneas. Nomen autemdeduxità Laconibus: quos huncritum rium, Laconicum
veròc ommuniter omnibus, et Ciceroni quodam loco ad Sphærifte- Atticum.
Suetoniusin Vespasiani Cæs. Vita Sphærifterium hanc partemap- 30 rium. pellat à
figuræ rotunditate. Locus quippe concameratus ac rotunda fpecie,
Lib.5.c.10.habens,authore Vitruuio, inhemisphæriolumen,exeoqueclypeumæneú
cathenispendens,percuiusreductiones,acdemissiones perficeretur Suda Clypeus
Lationum temperatura, vaporibusnimirùm ficretentis,veldifflatis. Erat autem
huius institutiratio, vtfcribit Dion in Annalibus, vtfus è intrantesinhac par
vfus: t e sudaret et sub i n d e unctione ad hibita, statim descenderent in
frigida. Quod planè clarius ex Galeno fiet pofteà, ac à Martiali obiter
tangitur in Hetrusci Thermis, ad Oppianuin tribus versibus. tepidum tamen
aquarum vaporem potuisse suscipere. Proinde Celsusineo, affus dixit sudationes
lib.z. cap.27. alibi exiccari dixit corpora: Seneca exani tos .primò
instituise, Plutarchusin Alcybiadis Lacedemonijvitaeftteftis. Græ Calidarium.
cialiquando Ilupice Supo's,et nonnullisuTorw50sdictum,ob igneum ineova
Sudatorium. porem: Latinis modo Calidarium,inodò Cella calidaria,Senecæ Sudato
Laconici coni, ncis. mari, ritus si placeant tibi Laconum Contentus potes arido
vapore CrudaVirgine, Martiaquemergi. Vaporíqua Virginem dixit, et
Martiaminhisbalneis Romanasaquas, blandissimifrigo litas in Laco ris. Videtur
autem Laconici aërem,siccum quidem fuisse, atque igneum, Bico. Galenus et
alijmediciinterdum elixari, Oribafius planè aëreferuidu dixit, ac præhumidum in
Laconico. Quod rationi consonum sit. Nam ex æstuarijs, partim quidem siccis, ex
quibusiaindiximusab hypocaustooccul 10 su tenui calore, diceba t
Galenus x. Methodi, reservatis vniquem eatibus, liquatisque per totum corpus
superfluis,sudores, vtilesquemadores clicere, quæ inęqualias untęquare,
cutimlaxare et multa quæsubhac detenta erant, vacuare. Ex Laconico patet aditus
i n Calidarium, quod proprie Calidum So aoutpór, hocestlauacruindicitur,
eodemteste,et calidum Solium. Patetau-lium. tem hæc pars,duplex magnitudine ad
cęteras cameras:vt cuius in balreis maior erat necessitas, longior in e o f i
ebat mora, ac usus frequentior, præsertim minusvalidis ac imbecillis. Vbi
meminisse oportetex Celli verbis, quæ pau Halat et immodicosexta Nerone calet.
Mox tertiolocoerat Frigidarium,seuFrigidumSoliuminquo aquaexquisi.
acviresdensatacutifirmarentur. Qui enim, subdit, hoc modo àcalidislaua- Vlus.
tionibus, sudationibus que laconicis ftatim in frigidam non descendissent,
Paulo post transpirato immoderatius calido innato,totum corpus frigidius
euafiffe sentiebant. Quodfanè frigidælauatiofieri prohibebat,totum semel
corpusconftringendo, etconstipando,nonsecusatqueaccideresoletcalen tiferro, quod
quùm infrigidammittitur, et refrigeratur,et induratur. Atque huius rei causa
potissimum constatinuenta fuisse balna, pro imbecilliu vm i delicet corporum robore:
hoc eft vtimbecilla corporapræcalfacerent, itaque ad frigidum
Soliumpræpararent. Adeoquepræualuit semper frigidarũvsus, Frigidarum vt vixquidam
alijsbalneis vterentur. Carmis Maffiliensis Medicus, etate Neronis prerogativa,
scribit PLINIO damnatis prioribus Medicis, ac balneis, frigidalauarihybernis
etiam algoribus persuasit. Merficęgrosin Lacus.Vide bamussenes consularesin
ostentationem vsquerigentes. Ex frigido tandem Solio erat exitus in Tepidarium,
tepidiscilicetaëris,q uod diximus apodyterium, sive spoliatorium.
Etcratfinisinbalnco.Ancè Tepidarium tamen Cella olearia in Diocletianis commodè
est ut videtur Cella Olearia, eademque Tonstrinæ na. tôs penetrare ignes
in cameras, partim aqueis per suostubos ac spiracula, v a pores misti ad hemisperium
Laconicipetentes,sub curuatura magni clypei intenuiffimas
conuertebanturaspergines, quæimbrium modò super capita Facultates. corum,qui
morabantur in Laconico depluebant. Potest autem hæc prima pars lo ante
retulimus,vel in calidam fieridescensum, vel in tepidam, et quali ad uno,
tenore vtentis arbitrium potuisse temperari. Et Galenus in 3. de an,
tuend a idem videtur asserere, nimirùmquòd in Calido Solioaqua, exvafisquæ
diximus Miliariorum calidis, tepidis,ac frigidis, poteratadvsum trifariam tèfrigida,
ad hunc videlicet vsu minquit Galenusx. Methodi; vtquæ fuerantFrigidum.So
fòexcalfacta fiue'in lium., anterioribus Solijs, fiucin exercitijs,
hicrefrigerarentur, An balnea calida. fieri, tepidam, aciusto calidiorem. Quam
tamenva ri, nempè temperatam lauationibus, sed in priuatis,vel non
videopotuissefieriinpublicis rietatem, parabatur à Balneatore aqua advsum pu
adpriuatosvsus. Nam in Thermis compara LO Aeftiuo serues vbi piscem tempore
quæris. fortas selocus,vbinimirùmoleaseruarentur,atquevnguenta do
Tonstri,aliique odo blicum,vnotenorecalidaomnibus. Quod declarant authoritates
scripto-frigidæ, alia rum, quialias Thermas appellant frigidas, alias blandas,
alias fervidas. Vei frigidas significauit Martialisinprimo Epigrammatum. In
Thermisferua Cecilianetuis. Idem inx. Neronianas indicat fuisse calidiffimas,
eo epigrammate. Temperat hæc Termas nimios priorhoravapores res cal d a Therme
alię resad opportunosvsus,et quivellentbarbæ,et capillorum
cultuivacarent. Unetiones in Eratautem hæc pars vn ade necessarijs,
acessentialibus ut ita loquuntur in Thermis, toto ritu Thermarum, quando hiçmoserat
communissimus, vtquisque lo tus,simplicis faltem oleivnctionevteretur, tùmvtsudoresinhiberet,tùm
vt feabextrinsecùs ambientis iniuriavendicarepofset. Hunc enim tenorem in
omnibus ferè,quę hùc sparsim adductæ sunt,authoritatibus obseruabis: primùm legitur
exercitium, deindebalneum, vbifrictiofiebat,et detersio, inoxstatim frigidæ
lauatio, pofteavnctio,posteacibuset potus,vltimòso mnus. Proinderecolome
legissepluriesinvitis Principum, ficuti ntermu..10 Oleimunus nerapublica erat
Congiarium,erat Recta, erat Sportula,itaoleum aliquan publicum. do publicè
donatum, quoin communi velutigaudio,quisque frueretur in balneis.Nimirùm vel
Thermis cùmprimùmdicatis,velfaftualiquo Principis.vnctionum verò, quasquis quesibi
priuatim deferebatadbalneum, luxus legiturinestimabilis. Quidelicatèviuerent,
velimbecilles, odoratisvnguen Balnea contis refouebant spiritus. Quosdam
legimus iuffisse spargi parietes unguento. spersa vn-Vtfimul equidem puto et
lauarentur, proiectisinalueositaimbutosaquis ipfis, et vngerentur, fic
penetrante exactiùs vnguento, et odorem, virtu temquesuam diutiusseruante in
corpore. At queita Caium Principemsoli tum lauari, testisest Suetonius. Scribit
Lampridius Heliogabalum nunquá inPiscinislauarisolitum, nisiillæcroco, alii súe
preciosisvnguentisperfusæ fuissent. Velplanè conspersiseo modoadluxum
parietibus vtebantur,vedu quis se parieti confricaret (quod aliqui facere
folebant, vt apud Spartianum in Hadrianoleginus)sineministris,acetiam
proprijsmanibusperungilice Balneton ret. Neroautem profusissimus non folùm
calidis balneass pargebatodorib. guentipre-sed et frigidis quoque
vnguentislauabatur, fcribit PLINIO. Recensenturau ciosi. tem hoc in
generepræciolamulta, quæ Galeno teste Romanorum lauritia Olea, etvn-
inueniffevidetur: vt Mendelium, Cyprinum, Narcissinum, Susinum, M e guenta pre-
galium factum ex balsamo, Regale apud Reges Parthos primò comparatum. ciofa.
Nardinumquoque, quodet Foliatumdicebatur, Plinio:et alterum Spicatú, Quodidem Nardipisticæpræciosivnguentum
legiturin Euangelio. Etitem Iasminum oleum,quododoriscaufla vtteftis eft Dioscorides
non inbal neissolùm, verumetiaminterepulandum apud Persas, vsurpari consueue. Unguenta in r a t. Dono, equidem opinor, et in Xenijs. Quem
morem diu Spartanos, at conuiuijs. Quelonasretin uiffe narrat Valerius quę,
Plinio teste, Diapasmata,quasi conspersoria dixeris, Cyprini pulueris instar,
quo hodievtimurodoratissimi; dequoebriam,putidamq;Felceniam illuditMartialis in
primo Epigrammatum, eo carmine. Quid?quod oletgrauiusmiftumdiapasmatevirus?
Apodyterií Vt redeamus ergo ad cameras, Apodyteriumerat principium, et
finisinbal gues. Max. vnguenti, coronarumq uein conuiuio dandarum,
secundismensis. Eratet Oenanthinuminter præciosa. Quorum similia aliqua apud
Paul. Aeginetam legimus vnguenta, atqueolea. Multaquei d genu salia apud PLINIO
inalabastrisferuari solita:nunc omnia rarissima, aut que dam subdititi a, vel
adulterata, tantæ verò e a tempestate copiæ, vevsuscorum ad vulgares quoquede
fuxerit, quodserioarguit Iuuenalis. Moechis Foliataparantur. Diapasmara Ad
sudores autem propri cohibendos, quæda m ficcis constabnt odoribu, neo;
eôdem nimirùm reuertentes, vbiantèbalnearum vestimentacõsignal sent.Idemqueex
Galeni verbis plane intelligiturx. Methodi: hicenim dum cunctarentur,
actergerentur, corpusadhucpersudorem,innoxiè, accitrà refrigerationem
vacuabatur,acinnaturalem redibat mediocritatem. Porrò vana quorundam
controuersia est, ponere Auicen.trescasas(itaenim interpretantur) in balneo,
easque long è aliter dispositas, quam diximus. Cui bil. cnim dubium non fuisse
balneas vnost ylovbiquenequevno ordine? Defijf setamen pariterapud Arabes hunc
ritum, testator Auerroes in Canticis, ac Balnearum nonmirùm
imperfectastùmeoshabuiffebalneas, Nequein antiquiffimisa nidemsły 10 exemplisea
distinction quærendaeft: quando Hippocratisætatenon adeori tè balneaparabantur,
quod et ipseinnuit 3. De ratione victus in morbis acutis. Neque in priuatis
multo minus, quas Galenus aliquando perinde damnat, acin commodas, Depensilibus
balneis, ac balneariis rebus. Uenire potuirationem. Nam si Pensiles balncas
intellexeris sublime salueos, Pensile quid et quæ fu per solario locatæessent,
idmagnuninoneft: ficut et Hortospensi lesvidemus, atquehorrea, acmaiusopus,
Thębas Aegyptias pensiles fcribit Plinius. Audiuiqui id artificiumattribuant
Laconico, ècuiussuspensura lusvbique. ENSILIVM veròbalnearum,
celebreduntaxatnomen peruenitad nos, fuis se eas inter maiora illius seculi
blandimenta: cæterùm Cap. xi. namearum fuerit ratio, non facilè ex aut horibus
colligitur. Ponit Valerius Max,interluxuriæexemplalib.9. CaiumSergium
OratamPensiliabal quæ Auicenna neaprimum facereinstituiffe. Idquet radit
Plinius lib. 9.cap: Pensilibal 54.L. Crafsi Ora- neurum inui torisetate,parum
anterempub.occupatam.Queminteraliasvoluptates,et torSergius Ostrearum
afferitinueniffe viuaria, nec tamgulæ causaa, quàm auaritiæ, vt Orata.
Quiitamangonizatas vendebat villas. Eadem testator Macrobius 3. Saturna lium
cap.15. Porrò venisse eas in gratiam popularem planè oftendit PLINIO Asclepiadis
Neronis Mediciçtate: vrbe, inquit, imòveròtota Italia imperatrice, tum primùm
vsu balnearum pensiliadinfinitumblandien te. Extat et Annei Senecę censura ad
Lucillum, dePensilibusbalneis:qua vapores conuersosintenues aspergines,
imbriummodo Aqua pensi supercapitacorum, lis. q u i lauabantur, depluere diximu
s. Vel quem ad modum Aqua Pensilis dicitur z Fluvius p e n et Auuius Pensilis,
ita id balneum Pensile fortasse intelligendum, exquodi-filis. ximus authore
Seneca, atque Galeno calidas perpetuò aquas, vel quales quisquevellet et
tepidas et frigidas, velut ex calido fonte depluere, actran {currerepercameras.
Verùm nihililliusblandimentivideoinhis,quam ob rem populus eascum tanto
applausu receperit, et quæ ad authorem adscri: bantur voluptuosiffimum.
Pensiles ergo balneę haud publici videntur fuisse vera balnea instituti, sed in
priuatis extitiffe. Vtquæ priuatum habuêre authorem, et pri-rum Pensi uatamc
aussam,nempèinuentæaddelicias. Necvllumvestigium,nulladeliurnrutio. Hisin
Thermis publicis mention habetur, Earumveròrationem, inquatanto.
perehesitaui,elicioexeodem Plinio, cuidererumanti quarummemoriapri ma
laussupercæteros scriptores, meritòtribuendaest.Pensileenim dicitur rum inqnit
suspensura inuentaest, vtnequid deesset adlautitiam. Hæc ha 3 benturde
inuentione, atquedelicijs Pensilium, quarum tamen non facilèin P
suspensuspenfum,et mobile: qualesipfememinit Tyberij Cesaris hortos
Pensilesmiræ voluptatis, quoshaud quaquam ponitsupersolariolocatos,
sedsuspensos,et mobiles, quos inquit singulis diebuspromouerentadso
lemrotisolitores. Quod idem clarainbalneis authoritate exposuit lib.26.
сар.3.dum Cleophantum Medicum commemorat, authore M. Varrone, alia quoque
blandimenta ex cogitaffe, iam inquit suspendendo lectulos, quo rum
iactatuautmorbosextenuaret,autsomnosalliceret. Iambalneasaui disfima hominum
cupiditate instituendo: easdemscilicet,etsuspensas,vtdi xitlectulos.Quam
fententiam confirmant quæm oxpaulòsubiunxitverba, quæ allegauimus; Anxiam nimis
fuisse Asclepiadis, et quorundam eum sequentium curan,tum primùm Pensili
balnearum vsu ad infinitum blandien te. Easdem et balnearum
suspensurasdixitSeneca. Et ValeriusMax.impen faleuibusinitijscępta, suspensis
calidæaquæ balneis. Vnde fiiam mente co cipiasvidere hominem inbalneo
Pensili,velęgritudine debilem,vel volu ptuofævitæ, çuiusdulcitepore,acleniiactaræ,
et nęnijs, et dulciconcentu tibiarum,somnoet quietiindulgeretur,
iamnihilpoterisexcogitaresuauius. Leftuli non Ex quibus intelligitur, neque
lectulorum ritum in publicisextitisse: sed ho erấtin Therrumquoq;, vt Pensilium
balnearum, priuataratio effedebuit, maximèegris. mis. Vtensilia in Neque particulariumquorundam
vtensilium,quorum in balneis aliquando xandrinus Pedagogij consueuiffe
nobilesante ferreadbalneasva sainnumerabilia, aurea,atqueargentea, quorum
hęcquidem adlauandum, illa ad vescendum, alia ad propinandum. Quin etiam
carbonum craticulas, Syndones. etcathedras. Syndonestergendosudoripræparatas,
maximèægris,memi-. nusfitpedesdenos, vt gradus inferior indeauferat,et puluinus
duos pedes. Labrainvr-Hactenus Vitruuius. Quare, vtarbitror, labraistalapidea,
quæmultavide bemarmo-muspervrbemmaxima, vicenoset ampliuspedeslongitudine,
erantfortaf- se in priuatis balne s. Vel aliqua fort af f e in Thermis ad
magnificentiam potius operis, ac ornamentum, quàm advsum. Alioquia d publicum
vsum nó videolocum, nequeadeofuiffevidenturcapaciapopulo. Pofteàvitroquæ dam
extructafuiffe conftat. Pauimentorumautem, ac Lythoftrotorum, quibus alveos,
atque ipsas cameras adornabant, luxus erat inæstimabilis. Quod certe inuentum
Agrippæ tefte Plinio lib. 36. cap. 25. In Thermis, inquit, quas Romæ fecit
Agrippa, figlinum opus encaustopinxit, in reliquis albarioador
Sufpenfabal nea, Thermis. mentio fit, quæ pueris voquisque domino ad balneum
ante ferebant. Ut de strigili, quo sudore in detergebant;meminit Persius eo carmine
Ironico. Strigiles Ipuer, et STRIGILES Crispiniadbalneadefer. Inęgristamen
prostrigilibus, quierantvelofsei, velferrei, velargentei, spon
giavtebantur,Galeno testex.Metho. Idgenuseratet Guttus,quodLe cythum quoquelegitur,
inquoferuabanturoleuni,velaliavnguenta præ 20 30 rea, ciosa ad balneum. Hydriæ,
pelues, alabastri, aliaqueid genusvasa, exau Vasaaurea.ro,argento, ferro,
velinterdum lapidibus quibusdam. Refert Clemens Ale Labra, nit Galenusx.
Methodi. Labraautem ex Vitruuio,et vestigijsipsorumal ueorum videntur fuiffe
extructa in cameris signino opere, atque albario: sic enimlegitur Labrumsublumine
faciendum videtur, nestan tes circumsuisvmbriso bscurentlucem. Scholasautem
labrorum itafieri oportetspaciosas, vtcùm prioreso ccupauerintloca,
circumspectantes reli quirectèftare poffint. Aluei autem latitude inter parieten et
pluteumnemi nauit. O nauit. Non dubi èvitreas facturus cameras, fipriusi
dinuentum fuisset. Visasolimscribit Balineasgemmis, acargentostraras,vtnevitres
ca vestigio quidem locus esset. Argento fæminas lauari solitas, argenteis
folijs, meræge m Afiaticori sum missem perin delicijs fuisse apud omnes
nationes oftenditur, hanc par mirans, hydrias, pelues, vnguentorum odores, et alabastros,
cunctaauromaditißimg lita, ac miro
ornamento instructa; ad socios conuersus, et quasi nimiunı il
DeritibusantiquisinThermisvrbis. Primis ergoThermarum,ac Palæstrarum
institutis,jam partium earum principalium distinctiones,necnon requisitaad
earum vsum magis necessaria tetigimus. De Ritibus verò in eis, atque ordine
publicaemolumentum, quoniam per hæc oblectamenta, assiduafiebatin gymnasijs
frequentia, ac varijs, quasdiximus corporis exercitationibus af suefiebat
iuuentusad armorum industriam,vnde faciliùs posset militiæ labo res,quando hæc
erantprimaillius feculiftudia, sustinere. Hûc accesserat et alia causa, quoniam
qui tepidescere quodammodo ab honeftis conatibus cepiffent,perhas delicias
retrahebaturà vitijsanimi, sicqueocium, quod eftomnium malorum fomes,
tollebantur, feditionesarcebantur, et omnes populares corruptelæ. Ex quibus
triainter communes ritus videnturesse manifesta. Primùm si vetustam illam
verecundiam, ac Romanum decusrespicias, summam in Thermishonestatemfuisse feruatam.
Simaiestatem populi, omnia ineis fuisse magnifica et splendida, velutidiximus,
et quæ nolentes allicerent, atque etiam traherent. Sid enique communem causam.
Communem, ac liberum earum vnicuique fuiffe usum. Erat autem hæc balnea- Thermecó.
Rum condition communissima, vt
singuli balneum ingressuri Quadrantem solmunes. Uerent balneatori. Quod
planèali quæpræclaræ declarant authoritates: pri Quadrantis mùm M. Tullii pro
Cælio, vbi quadrantariam vocat permutationem balnea em concludam. Asiaticos
durante suo imperio luxuofiflimos fuisse, acexeis Thermalu A Fines, etvti
&, probrisseruisse. Pauper fibiquisquevide eandeinque materiam et cibis
seexercentium,aclauationum,haudmirum est hæc instituta semper maioré mis,acar
litatesprin habuisse progressum; siconsideremus non folùm hincvitæ cip.iles
Ther seruare consueuiffe, fanitatem elegantiam eos, et roburcorporis;sedquod
maius eftinre ز gëtostratę. Baturacsordidus (scribit Seneca ad Lucillum)
nisiparietes balnearūmagnis, a c preciocis orbibus refulsissent. Alexandrina
marmor a Numidicis crustis distincta, operose vndique, et picturæmodo
variataçircunlitio, Vitroconditæ cameræ. Aquainper argenteaeffundebant epistomia,
et adhuc (inquit) ple beiasfiftulasloquor. Relinquocum hisstatuasillicęternitatidestinatas,
operatectoria, picturas, speculariorumlapidumluxus, quiantècameras præbe
bantlumina, et columnarn mingentium numerum, alia quetantioperisor
namentasinefine. Atque hocvnotantùm Plutarchiexemplo,quobalneas primùm ad
Gręcos, et exindeadRomanos huncmorem balnearumema nafse,apud veterum
historiarummonumenta clarum est. Cùm ergo Alexa der Magnusdeuicto
Dariorerumtandem Persię, ac imperijeius potitusesset, balneumque, vt sudorem
pugnæ leuaret, ingrederetur; aquarum ductusad-Darij Ther ludens luxum, Hoccine
(inquit) imperare erat. Torifieri solitam. Indicat et cocarmine Horatius,
folutio. 1. Saty.3. Qq dum xuofiffima. Nuditas in Redde pilam, sonatæs
Thermarum,luderepergis? Verecundi ase nudum quisque in balneas exhibere,&
etiamin exercitationes. Cuiusreiinteraliafidem faciuntstatuæ, præsertimvirotum,
inqui bus videtur minuere potuisse corporis gratiam, ac venustatem, si non
pudenda etiam fimpliciterenudataessent. Nonnullitameninter exercitationes,
autfuccincta fibulaprodiresolebant,autsubligaculis,quæ et subligariavo nihil
foluiffe videntur:teste Iuuenali Satir. Nec pueri credunt, nisiquinondum
ærelauantur. Quorum tamen priuatafieret lauatio, hora extraordinaria quæerat poftde
cimā, ij pluri precio lauabant, quod indicate o carmine Martialis
Balneapostdecimanılafo, centumq; petuntur Quadrantes, &c. incommunitamen
gaudio, erataliquandohocmunus interalia Principum, ut gratis lavaretur.
Antonini Pij exemplo, quem balneum sinemercede prestitisse, meminitIul.
Capitolinus. Sive ergo proveter iinstituto, fiueproso Sub ligaculo cabant.
Authore CICERONE (si veda) offi.Scenicorum mostantamhabetveterisdi rumvfus.
Sciplinæ verecundiam, vtin Scenasinesubligaculo prodeat nemo. Tecta tamen non
hac,qua debes partelauaris..promi-Cæterùm cum
haclicentiabalnei,videturdiuadmodum perdurassemulie. Eal. Mulierum verecundiam,
quænon promiscuècumvirisintrarentinbalneas,nisi perabusum. Hinctotpriuatarum
balnearum numerus. Etquædam viden uerecunda. Subligar. E.. dum tuquadrante lauatum
annum, Lauari. Cædere Syluano porcum, et quadrantelauari. Pueri tamen antè
Fibula. Bal Rexibis,&c. Vituperanseum Principem, quivtvnusde multisqua
drāte lauaretur. Idem Iuuen.authoritate confirmatur in 6.ybi mulieres quas
damarguit impudentiæ, quæ communiter cum viris auderent, inquit ips e,
lutamercede, hocmanifestumest, commune,acperpetuum fuissein Ther Locai Thermis
indultum,vtlocus inbalneo, cuicunque tam primati,quàm plebeio co mis commu
munis esset, atque indifferens. Ex quo intelligitur Tertulliani similitudo nia.
aduersusMarchionem, QUASI LOCVS IN BALNEIS: quiavidelicetnul li e x merito
datur, nectollitur locus in balneis, iam gratuito constitutis, et T intinnabu -
ad usum publicum. Erant autem tintinnabula in Thermis summo quo p i a m fasti
gi oposita, fære factitio conflata, quorum sonitu populum, sicut i hodie ad facra;
conuocari lauandihoraeratsolitum.Tintinnabuluminter Xenias exhibuit Martialis,
eo disticho. Virgine visfolalotusabire domum? Facitadeandem licentiam
Suetonijauthoritas, D. Titum Cæs. admissaple Secum plebebenonnunquamin
Thermissuis lavisse. Et Aelij Spartianialia, Hadrianum Cæs. tamprobatævitæ,
publicè frequenterselaui consueuiffecum multis, verecundia etiam priuatis.
Inuafiffe enim consuetudo videtur,ex affiduis il lisexercitijs, inbalneis.
vndefolutohabitu, acseminudiplerunque homines degebant, vtnonesset Idem
affirmatquodamloco Clemens Alexandrinus de athletis et martialis si pudor est,
transfer subl igar in faciem. 10 la. Reges lauif. invil. bres. uaret.d. Dum
ludit media populospectantepalæstra Delapsa est misero fibula verpus erat. Et
lib.3. Chionemnotat verecundiæ, quæmuliebriainbalneis contectala tur
publicæ fuisse muliebres, ut Agrippinæ Augustæ Neronis matris. Olym piadisitem
balneæ in Suburra. EtquastransTyberim, quasiextràconspe čtum hominum habuisse
Ampelidem,& Priscilianam ex P.Victorerecensui mus. Conqueritur hac de
caussa insuis Amatorijs Propertiusnon eam esse tum Romanis virginibusin balneis
libertatem, quibuscum more Spartano publice liceretcertare, et lauari,
hisversibus. Sed magè virgine itot bona gymnasij. Quòd non infamesexercet corpore
laudes cepsbeneinstitutę Reip.lapsus) totos singulis diebus lauari cepisse. Invniuer
20sum, qui cunquein exercitijsfuis, aut laboribus defatigati effent, vix fanam
vitam putassent, nisibalneasstatimintrarent, vbisudoré, fordespulueremq;
detergerent,acintotum semolliaquarumfoturecrearent. Quoplanèfit, ve Septiesquos
dam lauari. Mirum ese non debeat, nequeluxuiadscribendum,quodquidamsepties
eadem dietum lauari consueu erint, quod Plinius in primis refert. Ac posteri
scriprores Commodum Cęf. et Gordianum idasseruntfactitasse. Sicenim intelle
xêrequotienscunqueexercerentur, laffitudini sacrefrictionisvitare pericula,
obstructionestollere, cutis afperitateinlenire, faciei, manuum,ac vniuersi
corporis decorem conciliare. Erant tamen lauandi horæ constitutæ. Scribit
Lauandiho I ul. Capitolinus antem Alexandri Severi tempora numquam
Therinasantèau 30 roram apertas fuisse, et semper antè solis occasum claudi
consueuiffe. Communiterv erò lauandihora erat a
meridie ad vesperum, quando, inquit Vitruvius, maxime calidæ auræ a spirare
incipiunt. Cuiomnesaliæ authoritates consentiunt. Hadrianus Cęs. inquit Aelius
Spartianus ante horam octauam inpublico neminem, nisiçgrum, lauaripassus est:
quod erat duashoras poftmeridiem.Vbi operæ præciumest Horarum apudantiquos Horologiri
rationemhabere,quidiemartificialem quolibetanni temporedistinguebanttusapudan
horisduodecim, &no&teni per vigilias. Horæergoerantinęquales,
maiorestiquos. estate, quialongiorestuncdies; minoreshieme, et proportionecæteristem
poribus.Haud tamen intelligendumest cosà prandiovsosbalneis fuise: Prădijetcę
Nam communiter vir Romanus impransus, autientaculo tantùm primoma-navfus.
nerefectus, bonam dieipartemimpendissetnegocijs: mox àmeridie,àsexta nimirùm ad
decimam horam,exercitijs et balneo;à balneo autem, circa vi
gesimamscilicet& secundamhoram, cenabatopiparè.Quam dieiatqueho rarum
partitionem conquisitèin eo Martialis epigrammate comprehensam habemus.
Primasalutantes, atquealteracontinethora, Exercet raucos tertiacausidicos.
Martialis ma 10 CO, Multa tuæ Spartemiramur iura Palæstræ, Inter
luctantes n uda puella viros. Refert Plutarc husinterlaudabiles Catonisillius
Cenforij mores, hocsum- verecundiă ma:laudiilicefliffe,
quodcùmfilionunquàmlauisset. Imò Val. Max. fcribitinterafines. Deinstitutis
antiquis, necpatercum filiopubere, necsočercum generis lauabatur. Quia
interista fancta Vincula, non magis quàm in aliquo sacra tolo nudare se ne fasesse
credebatur. Sed transeamusiamadeosritus, qui com inunivsuretinebanturin
Thermis. Perinitia institutihuius, narratSenecaad Lucillum consueuifse veteresquotidiebrachia,
et cruralauare, totosnundi nisfolùm. Cæterùm poft Magni Pompei ętatē
(cuiusmemoria notatur præra. Qa ij Ad quintam variosextendit Roma labores,
Sexta quieslafis,septimafiniserit. Sufficitinnonam nitidisoctaua palæstris,
Imperat extructos frangerenonatoros. Hora libellorum decimaest Euphememeorum,
Temperat ambrosias cùm tuacuradapes. Octavam verò dieihoram fuisselauationibus
propriam,tùm publica,tùm pri M. Tullius CICERONE, uata testantur exempla. M.
Tullius scribit ad Atticum de Cesare: Ambulavit inquitinlittore,pofthoram
octauamin balneum, vnctusest, accubuit, edit, bibitq;opiparè. Horam et distinctionem
temporum aliquamadnotamusex Galenus, Galeno v.de Sa.tuen.d. ANTONINO Imp.
cognomento Pius, ad curam corporis promptifsimus, subbrumabreuibus, f.diebus,
sole Occidente in palestram ingressus, sub indeole operun et tus lauarierat
solitus: in Solstitio autemhora Thermehie-nona, autfummumdecima. Porrò quod
legitur apud aliquos authores,Ther males, eteftimasaliquasfuise Hiemales,
aliquasAestiuas;hæcnoneratcommunisom niumdistinctio, sedquarundam àcerto coelisitu
dispositio. Quales Hiema lesfecissetraditVopiscusAurelianum Cæs.in
Transtyberina regione; nimi rum ad meridiem expositæ,apertè solis fouebantur
aspectu, itaq; ad hie males exercitationes aptissimæ. A e quaratione A estivas
in Gordiano Iunior e meminitIul. Capitolinus, quæ in opaco fit uinter montem
Celium et Esqui Bal.vfuspe-lias,gratas estate exercitationibus præftabant
vmbras. Alioquî penes anni nesannitem tempora, vix vllaeratlauandidistinctio,
sed benèpersonarum. Nam qui cun que lavabantura d exercitium, in differentert
am hiem e, quam estate lauissent, quando cunquescilicetexercerentur. Sanitatisverò&
mundicieicauf sa: quando cunque opusfuisset,velad priuatamcuique consuetudinem,
vt de Telep o Grammaticom emin it Galen. v. de San. t u. qui lauari consueverat
hieme bis mense, estate quater,medijs verò temporibus ter. Et de Primigene
quodam FILOSOFO, quiquadie non lauisset, febricitabatomnino. Adde liciasautemac
voluptates, velme tacente, priuataquoqueratio essedebuit, et citràvllamaut regulam, autmensuram. Vnde
Meridianæ lauaționes le Lychniinguntur, atqueetiam antemeridianę, et vespertinæ.
Necnon Medicine introductio.
xi,trimixi,polymixi, idest angulorum et luminum,vnius, duorum,trium, plurium,
Devrilitatibus Balnearum es quando primum Dalnceinvfum Medicina venêre.
seruatur; nonaliam legimus fuiffe Rome Medicinam sexcenti sannis, quàm balnea.
Quod teftatur PLINIO Receptos primùm è Græcia Medicos L. Aemilio, M. Licinio Coff. vxxxv. Vrbis Romæ anno.
Quádoqui dempetrari erant, nisi quiob cæliinclementiam crassarentur morbi. Nam
quæ ex malo vitæregimine, ac ex termis causise ueni rep. Nome compiuto: Andrea
Baccius. Andrea Bacci. Keywords: i bagni dei romani, De thermis – thermal baths
– philosophy of thermal baths – implicatura ginnastica – le xii pietro pretiose
– storia naturale del vino, bacco – terme romane – il vino e la filosofia,
bacco ed Apollo, le xii pietre pretiose per ordine di dio I sardio II topatio
III smeraldo IV barconchio IV saphhiro VI diaspro VII lingurio VIII agata IX
amethisto X berillo XI chrisolito XII onice – tevere, le tibre au louvre, i
vini. Thermopolium romanum – illustrazione – incisione terme romanae – natatio
– piscina – ginnasio, mercurial, arte ginnastica. -- Refs.: Luigi Speranza, pel
Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Bacci,” The Swimming-Pool Library,
Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice e Badaloni: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della colloquenza – la
scuola di Livorno – filosofia toscana -- filosofia italiana – Luigi Speranza,
pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice (Livorno). Filosofo toscano. Filosofo
italiano. Livorno, Toscana. Grice: “I like Badaloni; he never took the ROMAN
story of philosophy – I say story since history, as every Italian knows, is too
pretentious! – seriously until he had to teach it! “Storia del pensiero
filosofico – l’antichita’ is my favourite – because he does his best to understand
Plato’s pragmatics of dialogue as misunderstood by Cicero!” -- Nicola Badaloni, Sindaco di Livorno Predecessore
Diaz Successore Raugi Nicola B. (detto Marco). Di spiccate
convinzioni marxiste, è stato uno studioso di Bruno, Campanella, Vico, Marx, e
Gramsci. All'attività di ricerca e di
docenza a Pisa, dove è stato Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia
e occupa e la cattedra di filosofia, B.
ha affiancato un'imponente attività politica nelle file del movimento operaio,
ricoprendo per molti anni la carica di sindaco di Livorno, di presidente
dell'Istituto Gramsci, nonché di membro del Comitato centrale del PCI. I suoi
contributi storiografici, salutati fin dall'esordio dall'apprezzamento di
Benedetto Croce hanno messo in luce autori considerati minori e pensatori
inattuali (Franco, Fracastoro, Porta, Cherbury, Conti) rinnovando radicalmente,
attraverso una collocazione nel contesto storico, grandi figure viste dalla
storiografia idealistica precedente come immerse in una «solitudine
metastorica». Storicismo e filosofia
Nella presentazione dell'ultima pubblicazione di B., Bodei ha sostenuto che il
marxismo, lontano da ogni vulgata, conserva, per lo storico della filosofia
toscano, la sua capacità di strumento di comprensione del mondo, di erogatore
di energie di cambiamento, di guida per lo sviluppo di una prassi razionale,
ancora validi dopo le esperienze del cosiddetto "socialismo
realizzato". B. ha incessantemente ricercato un legame, nella storia, tra
pensiero e azione sociale e sviluppato uno storicismo di impronta marxista che
raccordasse autori lontani nel tempo (come Bruno, Vico, e Labriola), ma
accomunati dalla tensione al rinnovamento e alla trasformazione progressiva
degli assetti sociali in una data situazione storica determinata. Così come c'è
alterità profonda, ma non rottura senza legame, tra Hegel e Marx e similmente
tra Croce e Gramsci. Altre saggi: “Retorica
e storicità in Vico” -- “Inquietudini e fermenti di libertà nel Rinascimento
italiano” (ETS, Pisa); “Appunti intorno alla fama del Bruno”; “Introduzione a
Giambattista Vico, Feltrinelli); “Marxismo come storicismo, Feltrinelli); “Tommaso
Campanella” (Feltrinelli, 'Istituto Poligrafico dello Stato); “Conti. Un abate
libero pensatore tra Newton e Voltaire” (Feltrinelli); “Il marxismo italiano
degli anni Sessanta” (Editori Riuniti); “Labriola politico e filosofo, sta in
Critica marxista, Roma); “Per il comunismo. Questioni di teoria, Einaudi); “Fermenti
di vita intellettuale a Napoli, Storia di Napoli, Società Editrice Storia di
Napoli); “Cultura e vita civile tra Riforma e Controriforma” (Laterza); “La
storia della cultura, sta in Storia d'Italia, III -(Dal primo Settecento
all'Unità), Einaudi); “Il marxismo di Gramsci. Dal mito alla ricomposizione
politica, Einaudi); “Libertà individuale e uomo collettivo in Gramsci, in
Politica e storia in Gramsci, F. Ferri,
1, Roma, Editori Riuniti-Istituto Gramsci); “Labriola, Croce e Gentile”
(Laterza); “Dialettica del capitale, Editori Riuniti); “Gramsci: la filosofia
della prassi, sta in Antonio Gramsci. La filosofia della prassi come
previsione, in Hobsbawm, E. H., Storia del marxismo” (Torino, Einaudi); “Teoria
della società e dell'economia in Labriola, I e II, in Dimensioni”; Forme della
politica e teorie del cambiamento. Scritti e polemiche” (ETS); Movimento
operaio e lotta politica a Livorno”; “Democratici e socialisti in Livorno”
(Nuova Fortezza); “Filosofia della praxis, sta in Gramsci. Le sue idee nel nostro tempo,
Editrice l'Unità); “Labriola nella cultura europea dell'Ottocento, Lacaita); “Il
problema dell'immanenza nella filosofia politica di Gramsci, Quaderni della Fondazione Istituto
Gramsci Veneto, Venezia, Arsenale); “ Bruno. Tra cosmologia ed etica, De
Donato); “Laici credenti all'alba del moderno. La linea Herbert-Vico, Le
Monnier-Mondadori); “Inquietudini e fermenti di libertà nel Rinascimento italiano,
Edizioni ETS, Pisa, B. è inoltre coautore di due importanti manuali: Storia della pedagogia, (Laterza); “Il
pensiero filosofico. Storia. Testi. Per le Scuole superiori” (Signorelli
Editore). Notizia della morte sul settimanale Macchianera, su macchianera. Giuliano Campioni, Addio a B., maestro di
filosofia, Athenet, Sistema bibliotecario di ateneo, Pisa. La lezione di Nicola
Badaloni di Giuliano Campioni, professore del Dipartimento di Filosofia
dell'Pisa, 20 gennaio,, in Pisanotizie. B. in Treccani Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. Predecessore Sindaco di
LivornoSuccessore Livorno Stemma.svg Diaz Raugi Filosofia Politica Politica Categorie: Politici italiani
Politici italiani Filosofi italiani Filosofi. Nome compiuto: Nicola Badaloni. Badaloni
Keywords: colloquenza, la retorica di Vico. La storia di Vico, storia e
storicita, campanella, lingua utopica. Bruno, Campanella, Gentile, Croce,
Labriola, Gramsci. badaloni — implicatura vichiana — libero — biologia
filosofica telesio — vallisneri — lingua
utopica di campanella — “retorica e storicità” — laico — bruno — comune —
comunismo — marchetti — vignoli —Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di
H. P. Grice, “Grice e Badaloni,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza,
Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice
e Baglietto: la ragione conversazionle e l’implicatura conversazionale della dialettica
– filosofia ligure – la scuola di Varazze -- filosofia italiana – Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice (Varazze). Filosofo
ligure. Filosofo italiano. Varazze, Liguria. Grice: “I like Baglietto; unlike
me, he was a consceinious objector, but then we were fighting on different
camps! I love the fact that his first tract is on ‘il problema del linguaggio’
in Mazzoni – but then he turned from ‘la bella lingua’ to Dutch! And
specialized in Kant, but most notably Heidegger – ‘mitsein und sprache.’ But he
also wrote on ‘eros’ and ‘love,’ – which is very Platonic of him! And of me,
since the ground for my theory of conversation is on the balance between what I
call a principle of conversational self-LOVE (or egoism, if you mustn’t) and a
corresponding principle of conversational OTHER-love (or altruism, if you must,
since I prefer tu-ism – ‘thou-ism’).” Claudio Baglietto (Varazze), filosofo. Di origini modeste, dopo gli studi liceali
presso il Liceo "Chiabrera"di Savona, studiò Filosofia all'Pisa e si
perfezionò presso la Scuola Normale Superiore di Pisa, allora diretta da
Giovanni Gentile. Baglietto fu assistente del filosofo Armando Carlini. Negli
anni pisani sviluppò idee di riforma religiosa e morale, in contrapposizione al
Cattolicesimo e al Fascismo. Insieme a Capitini, B. organizzava riunioni serali
in una camera della Normale, cui partecipavano giovani studenti, divenuti in
seguito affermati intellettuali, come Binni, Dessì, Ragghianti, Varese. Così Capitini ricordava l'amico nel suo
saggio Antifascismo tra i giovani (Trapani): "era una mente limpida e
forte, un carattere disciplinato, uno studioso di prima qualità, una coscienza
sobria, pronta ad impegnarsi, con una forza razionale rara, con
un'evidentissima sanità spirituale. Cominciai a scambiare con lui idee di
riforma religiosa, egli era già staccato dal cattolicesimo, né era fascista. Su
due punti convenivamo facilmente perché ci eravamo diretti ad essi già in un
lavoro personale da anni: un teismo razionale di tipo spiccatamente etico e
kantiano; il metodo Gandhiano della noncollaborazione col male. Si aggiungeva,
strettamente conseguente, la posizione di antifascismo, che B. venne
concretando meglio. Non tenemmo per noi queste idee, le scrivemmo facendo
circolare i dattiloscritti, cominciando quell'uso di diffondere pagine
dattilografate con idee di etica di politica, che continuò per tutto il periodo
clandestino, spesso unendo elenchi di libri da leggere, che fossero accessibili
e implicitamente antifascisti. Invitammo gli amici più vicini a conversazioni
periodiche in una camera della stessa Normale [...]". Ottenuta una borsa per perfezionarsi presso
l'Friburgo in Germania, dove allora insegnava Heidegger, in coerenza con i suoi
ideali di nonviolenza incompatibili col Fascismo, B. decide di non rientrare
più in Italia e rinunciò alla borsa, cosa che scandalizza Gentile (che aveva
garantito per lui presso le autorità per il visto). Anche Cantimori criticò
animatamente la scelta di B., in particolare nel suo carteggio con Capitini e
con Varese, accusando i colleghi normalisti dissidenti dal Fascismo di mancanza
di senso di realismo politico, nonché di senso dello Stato (fu poi lo stesso
Cantimori ad avvisare Gentile della morte di B.). Lasciata Friburgo, B. si trasfere quindi a
Basilea, dove visse da esule, proseguendo gli studi e dando lezioni private. Sepolto
nel cimitero di Basilea. Il cammino della filosofia, “Annali della Scuola
Normale di Pisa”, Scritti religiosi. Antifascismo tra i giovani, Celebres,
Trapani); "Kant e l'antifascismo", in Fontanari e Pievatolo,
Bollettino italiano di filosofia politica, Pisa, Ospitato su
archiviomarini.sp.unipi. (Saggio inedito di Baglietto, composto a Basilea e da
anni depositato nell'Archivio Marini dell'Pisa) Note. A. Capitini,
L'antifascismo tra i giovani, Celebres, Trapani); Chiantera Stutte, Cantimori.
Un intellettuale del Novecento, Carocci, Roma, che rinvia soprattutto a Simoncelli,
La Normale di Pisa. Tensioni e consenso; Angeli, Milano); Capitini. Capitini
Mahatma Gandhi Nonviolenza B. e la
questione morale -- "Phenomology
Lab", B., Kant e l'antifascismo di Fontanari, nel "Archivio
Marini". Filosofia Università
Università Filosofo Professore Varazze Basilea Nonviolenza Antifascisti
italiani Studenti dell'Pisa. Nome compiuto: Claudio Baglietto. Baglietto. Keywords.
dialettica, filosofia ligure, baglietto
— il kantismo di heidegger — manzoni — filosofia dell’amore — dialettica — Refs.: Luigi Speranza,
pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Baglietto,” The Swimming-Pool
Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice e Balbillo: il filosofo
personale di Nerone -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza. (Roma).
Filosofo italiano. A man of learning, he is much admired by Seneca. He is the
personal philosopher of NERONE and writes a long book on astrology. Nome compiuto: Tiberio
Claudio Balbillo. Balbillo. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P.
Grice, “Grice e Balbillo,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria,
Italia.
Luigi Speranza -- Grice e Balbo: il tutore di
filosofia -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo
italiano. Scolaro di SCEVOLA (si veda) pontefice, e soprattutto un giurista. I
shall say but little of some other Balbus's, mentioned by ancient Authors. Disciple
SCEVOLA, and preceptor of Servio Sulpizio, an excellent philosopher of law.
CICERONE says that Sulpizio did exceed his master, who, by the addition of a
mature judgment to his learning, was something slow, whereas his disciple is quick
and expeditious. B.’s essays are lost, to which perhaps his disciple Sulpizio
did not a little contribute by inserting most of them in his own. Nome compiuto: Lucio
Lucilio Balbo. Balbo. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P.
Grice, “Grice e Balbo,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria,
Italia.
Luigi Sperana -- Grice e Balbo: gl’ortelani – Roma
antica – filosofa italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo
italiano. Portico. Consul. Friend of CICERONE, who successfully defended him in
a legal action. Comments made by Cicero suggest he was a member of L’ORTO. Nome compiuto: Lucio
Cornelio Balbo. Balbo. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P.
Grice, “Grice e Balbo,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria,
Italia.
Luigi Speranza -- Grice e Balbo: il portico a Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza. (Roma). Filosofo italiano. Chiamato ‘dal
portico’ da CICERONE che nel De natura Deorum gli assegna l’esposizione delle
dottrine teologiche stoiche. Ivi B.
dichiara di avere familiarità con Posidonio.Antioco dedica a B. un saggio. Secondo CICERONE, B. e pari ai più insigni
stoici. A Stoic philosopher and a pupil of Panezio. B. appears to CICERONE
as comparable to the best philosophers. He is introduced by CICERONE in his
dialogue De natura deorum as the expositor of the opinions of the Portch on
that subject. B.’s arguments are represented as of considerable weight. His
name appears in the extant fragments of CICERONE’s Ortensio, but it is no
longer thought that B. is a speaker in the dialogue. Cicero, De Divinatione. Griffin,
"Composition of the Academica, in Inwood and Mansfield, Assent and
Argument: Studies in Cicero's Academic Books. Brill. Smith, Dictionary of Roman
Biography. Categories: Philosophers of Roman Italy Roman-era Stoic philosophers
Lucilii Ancient Roman people GRICE E BALBO We must not, as Glandorpius has
done, confound this Balbus with *Quintus* Lucilius BALBUS, the philosopher, and
one of Cicero's interlocutors in the books de Natura Deor. A member of the
Portch. Cicero uses him as a spokesmn for the Porch in De natura deorum. Nome compiuto: Lucio
Lucilio Balbo. Quinto Lucilio Balbo. Balbo. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo
di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Balbo,” The Swimming-Pool Library, Villa
Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza-- Grice
e Baldini: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del
linguaggio – la scuola di Greve – filosofia fiorentina – la scuola di Firenze –
filosofia toscana -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco
di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Greve). Filosofo fiorentino. Filosofo toscano. Filosofo
Italiano. Greve, Firenze, Toscana. Grice: “I like Baldini, but more so does
Austin! In his collection
of ‘lessons’ (lezioni) on ‘filosofia del linguaggio’ (not just ‘sematnica’ or
‘semiotica’) for the distinguished Firenze-based publisher Nardini, he deals
with Austin, but not me!” Grice: “Baldini fails to realise that I refuted
Austdin – when Baldini opposes ‘filosofese,’ I am reminded of my
non-conventional non-conversational implicata – and Austin’s less happy idea of
a felicity condition for a perlocutionary effect!” Grice: “But what I like
about Baldini is that being Italian, he refers to ‘amore’ in his ‘natural’
history of AMicizia – which is all that my conversational pragmatics is about:
Achilles and Ayax must share a lot of common ground to be able to play the game
of conversation, and they do!” Si dedica alla filosofia del linguaggio. Figlio dello
storico Carlo B., laureato a Firenze, insegna a Firenze, Siena, Perugia, Bari, e
Roma. Diversi sono gli’ambiti di ricerca che più di altri B. coltiva: la
filosofia della scienza (con una particolare attenzione al pensiero
dell'epistemologo Popper, di cui ha
curato anche alcune opere), la filosofia del linguaggio, e la semiotica delle
mode filosofiche. Dedicato saggi all'epistemologia, cogliendone le possibili
applicazioni alla medicina, alla storia della scienza, alla pedagogia e,
infine, alla filosofia politica. Parallelamente, ha rivolto i suoi interessi
anche alla storia della scienza e, in particolare, alla storia della medicina.
Un'attenzione particolare è stata dedicata ai nessi che intercorrono tra
l'epistemologia e la filosofia della politica: sulla scorta delle riflessioni
popperiane, ha riletto il pensiero utopico sia nella sua dimensione storica che
in quella teorica. L'altro grande interesse filosofico di B. è stata la
filosofia del linguaggio. In particolare ha studiato le tesi dei semanticisti
generali, un movimento nato negli Stati Uniti tra le due guerre mondiali e di
cui si era occupato per primo in Italia negli anni Cinquanta Francesco Barone.
L'interesse per la filosofia del linguaggio si è declinato anche in chiave
storica: e alla storia della comunicazione Massimo Baldini ha dedicato numerose
opere. Inoltre, gli studi sulla filosofia del linguaggio si sono incentrati
sull'analisi di alcuni linguaggi specialistici: quello della pubblicità, quello
dei mistici, quello della pubblica amministrazione, quello dei giornalisti,
nonché il tema correlato del silenzio. Tutti questi linguaggi, sono stati
studiati nelle prospettive dell'oscurità e della chiarezza, e dell'oggettività
(soprattutto con riferimento al contesto dell'informazione). La
biblioteca comunale "B." di Greve in Chianti A partire dalla fine
degli anni Novanta, infine, gli interessi di B. si sono incentrati sul tema
della moda, che egli ha studiato dal punto di vista storico e semiotico, e
nelle diverse componenti della moda vestimentaria e della moda capelli. Tutta
l'attività di ricerca di B. è confluita in numerose opere individuali e
collettive, curatele, introduzioni e prefazioni a testi italiani e stranieri,
traduzioni, nonché nella collaborazione stabile con alcune case editrici e
riviste scientifiche. In particolare, presso l'editore Armando (Roma) ha
diretto le collane Temi del nostro tempo, I maestri del liberalismo, Moda e
mode, I linguaggi della comunicazione; presso l'editore Rubbettino (Soveria
Mannelli) la collana Biblioteca austriaca (con Antiseri, Infantino e
Ricossa). Menzione a parte merita poi il ricordare che B. è stato ed è
rimasto nel corso dei decenni un grande estimatore e diffusore dell'opera del
concittadino grevigiano Giuliotti, il "poeta-mistico" o
"profeta" Giuliotti, del quale il nostro ha riedito alcune delle sue
maggiori opere per lo più per conto delle edizioni Logos di Roma, oltre a
dedicare al medesimo alcune raccolte di saggi come "Il più santo dei
ribelli. Scritti su Domenico Giuliotti" oppure "Giuliotti. Cristiano
controcorrente" (ed. EMP), senza contare i volumetti preparati per conto
della preziosa casa editrice La Locusta di Vicenza, in consonanza agli
interessi espressisi e sviluppatisi soprattutto a partire dagli anni ottanta,
quelli che afferivano ai connotati e alle 'modalità' del linguaggio dei
mistici, o alle relazioni intercorrenti fra le dimensioni del
silenzio-parola-Parola di Dio-ascolto. È stato altresì membro del
Comitato Nazionale per la Bioetica; membro del comitato scientifico delle
riviste L'Arco di Giano, 'Nuova civiltà delle macchine, Desk. Morì a
causa di un infarto mentre si trovava a cena con alcuni colleghi universitari.
Nel per la casa editrice Rubbettino è
uscito il libro La responsabilità del filosofo. Studi in onore di B. Antiseri
con saggi di amici, colleghi, collaboratori e studenti per ricordare la figura
intellettuale e morale di Massimo Baldini a quattro anni dalla scomparsa.
Partecipano all'antologia Mauro e Kerckhove. Il primo maggio è stata inaugurata a Greve in Chianti la
Biblioteca B. Sulla filosofia del linguaggio «È chiaro che devo
preoccuparmi di essere inteso da tutti perché penso che la chiarezza sia la
cortesia del filosofo» (Gasset, Cos'è la filosofia?) Secondo Baldini
scopo del filosofo e della sua filosofia è essere chiari: scrisse infatti
«l'accusa che più frequentemente viene rivolta alle opere dei filosofi è quella
dell'illegibilità». I filosofi come dimostra nel suo Contro il filosofese e nel
Elogio dell'oscurità e della chiarezza non seguono sempre questa missione ed in
alcuni casi sembra usino volutamente un linguaggio oscuro ed incomprensibile.
Tre dei filosofi più oscuri secondo Baldini, che ricalca in questo anche il
giudizio di Schopenhauer, sono stati Fichte, Hegel e Schelling. Parlando di
Hegel, Baldini riporta il giudizio di uno scritto di Koyré che definisce la
lingua di Hegel "incomprensibile e intraducibile". Citando
inoltre il giudizio di Popper scrive: «Troppo spesso, secondo Popper, i
filosofi vengono meno alla virtù della chiarezza. Con l'oscurità sovente
mascherano le tautologie e le banalità che infiorettano i loro discorsi». Bergson cita l'esempio di Cartesio, di Malebranche
e di molti altri filosofi francesi mostrando che idee molto raffinate e
profonde possono essere espresse nel linguaggio ordinario anziché con
circonlocuzioni e ridondanze e termini che sono causa di equivoci. B. afferma
che l'oscurità in filosofia è, dunque, il modo migliore per fingere di
spacciare pensieri, mentre si sta solo spacciando parole, è una maschera che
cela spesso il vuoto di pensiero o la banalità dei pensieri. Nonostante tutto
secondo B., non bisogna giudicare frettolosamente un filosofo, definendolo
oscuro, a volte può essere una carenza della nostra conoscenza che ci porta a
respingere come vuoto suono, parole che invece, hanno il loro preciso
significato. Filosofare in maniera chiara può avere le sue difficoltà,
Nietzsche infatti afferma che ci vuole meno tempo ad imparare a scrivere
nobilmente che chiaramente e
Wittgenstein che celebra a più riprese la chiarezza, fa autocritica
ammettendo in una sua lettera a Russell che il suo Tractatus
logico-philosophicus è tremendamente oscuro. Quanti celebrano la chiarezza in
filosofia, sanno bene che ogni lettore di testi filosofici deve fare proprio il
consiglio che Wittgenstein da a Russell, quando questi si lamenta con lui
dell'oscurità del trattato, gli scrive. Non credere che tutto ciò in cui tu sei
capace di capire consista di stupidaggini. Invece, un personaggio che
volutamente, secondo B., tende a non farsi capire e a sopraffare
linguisticamente fra gli applausi di ammirazione i suoi ascoltatori, è
Verdiglione. Chi si avventura nelle sue opere, fa rilevare il filosofo,
si imbatteva in frasi tipo questa. Sono tratto da un demone a dire, a fare, a
scrivere sempre fra oriente e occidente e fra nord e sud. Senza luogo della
parola. Questo demone è il colore del punto, dello specchio, dello sguardo,
della voce: la moneta stessa. Punto, sembiante, oggetto scientifico, è indotto
dalla pulsione, dall'instaurazione della domanda, dove l'offerta è il
pleonasmo», ed ancora: «Ecco questo primo rinascimento. Primo in quanto procede
dal secondo, ovvero dall'originario. Secondo dunque non in senso ordinale, non
in nome del nome. Non è neppure nuovo, perché non parte dalla corruzione per
arrivare all'utopia». "Oscuro superlinguaggio" e "gargarismi
linguistici e semantici" sono secondo B. il risultato della verdiglionite
ovvero di chi si muove sui sentieri del filosofese. Secondo B. quindi la
difficoltà di esprimere alcuni profondi pensieri filosofici non dovrebbe essere
amplificata, è vero che ci sono pensieri filosofici difficili da esprimere in
modo semplice, ma è pur vero che il filosofo che desidera trasmettere la
propria filosofia, dove fare un onesto sforzo affinché essa sia quanto più
possibile comprensibile al proprio uditorio. Sociologi: è morto B.,
semiologo e filosofo, Adnkronos, Contro il filosofese I filosofi e l'abuso
delle parole; Contro il filosofeseFichte, Schelling, ed Hegel: i professionisti
dell'oscurità; Koyré, Note sulla lingua e la terminologia hegeliana,
Interpretazioni hegeliane, La Nuova Italia, Firenze; Russel. L'autobiografia
Longanesi, Milano Verdiglione, Manifesto del secondo rinascimento, Rizzoli,
Milano. Altre saggi: “Epistemologia e storia della scienza” (Città di vita,
Firenze); “Campanella ed il linguaggio dell’utopia” – “Utopia e ideologia: una
rilettura epistemologica” Ed. Studium, Roma); “Epistemologia contemporanea e
clinica medica” (Città di vita, Firenze); “Teoria e storia della scienza” (Armando,
Roma); “I fondamenti epistemologici dell'educazione scientifica” (Armando,
Roma); “La semantica generale” (Città nuova, Roma); “Gli scienziati ipocriti
sinceri: metodologia e storia della scienza” (Armando, Roma); “La tirannia e il
potere delle parole: saggi sulla semantica generale” (Armando, Roma); “Congetture
sull'epistemologia e sulla storia della scienza” (Armando, Roma); “Epistemologia
e pedagogia dell'errore” (Scuola, Brescia); “Il linguaggio dei mistici” (Queriniana,
Brescia); “Il linguaggio della pubblicità” “La fantaparola” (Armando, Roma); “Educare
all'ascolto, Scuola, Brescia); “Parlar chiaro, parlar oscuro” (Ed. Laterza,
Roma Bari); “Lezioni di filosofia del linguaggio” (Nardini, Firenze); “Antologia
filosofica, Scuola, Brescia); “Contro il filosofese” (Laterza, Roma); “Storia
della comunicazione, Newton et Compton, Roma); “La storia delle utopie, Armando
Editore, Roma); “Il proverbi italiano” (Newton et Compton., Milano); “Karl
Popper e Sherlock Holmes: l'epistemologo, il detective, il medico, lo storico e
lo scienziato” (Armando, Roma); “La medicina: gli uomini e le teorie, CLUEB,
Bologna); “Il liberalismo, Dio e il mercato” (Armando, Roma); “L’amicizia”
(Armando, Roma); “Introduzione a Karl R. Popper, Armando Editore, Roma); “Capelli:
moda, seduzione, simbologia” Peliti, Roma); “Popper e Benetton: epistemologia
per gli imprenditori e gli economisti” (Armando, Roma); “Elogio dell'oscurità e
della chiarezza, LUISS University Press e Armando Editore, Roma); “Elogio del
silenzio e della parola: i filosofi, i mistici, i poeti, Rubettino, Soveria
Mannelli); “I filosofi, le bionde e le rosse, Armando Editore, Roma); “L'invenzione
della moda: le teorie, gli stilisti, la storia. Armando Editore, Roma); “L'arte
della coiffure: i parrucchieri, la moda e i pittori, Armando Editore, Roma); Popper,
Ottone, Scalfari, LUISS University Press, Roma. Citazionio su B. Scheda
dell'Università LUISS, su docenti. luiss. Filosofia Filosofo Filosofi italiani
Accademici italiani Accademici italiani Professore Greve in Chianti Roma Professori
della Libera università internazionale degli studi sociali Carli Professori
della Sapienza Roma Perugia Siena Bari Firenze. Intendo concentrarmi qui su
alcuni aspetti della teoria aristotelica dell’amicizia: il metodo di indagine
attraverso cui è articolata e acquisita, e il suo significato dialettico e
teorico. Il processo conoscitivo per Aristotele è una transizione da ciò
che è primo per noi a ciò che è primo per sé, e l’indagine sull’amicizia non fa
eccezione. Il primo per noi contempla la nostra esperienza della cosa intesa in
senso ampio, tale da includere: le prassi linguistiche e ascrittive diffuse, le
opinioni notevoli (ἔνδοξα) condivise da tutti o dai più o dai sapienti o da
alcuni di essi, i topoi o luoghi comuni consegnati dalla tradizione, i fenomeni
intesi come fatti della vita, ovverosia le ordinarie prassi umane, i
comportamenti concreti implicati nelle relazioni di amicizia. Si tratta di un
materiale eterogeneo, variegato, opaco, bisognoso di sintesi e di articolazione
concettuale. Il suo trattamento dialettico preliminare e orientato anzitutto a
evidenziare le contraddizioni che tale materiale ospita, per poi cercare di
superarle entro una sintesi superiore la quale, attraverso una teorizzazione
positiva ˗ materiata di distinzioni semantiche e concettuali, argomenti, definizioni
˗ ne salvi gli elementi genuini nella misura del possibile, mostri l’apparenza
delle contraddizioni, e produca così una sorta d’equilibrio riflettuto fra il
primo per noi, da cui pure si sono prese le mosse, e il primo per sé, punto
d’arrivo dell’indagine. Una buona teoria dovrà fare giustizia dei caratteri
manifesti dell’oggetto, renderli cioè intellegibili e inferibili. Una teoria
che nega questi caratteri, e ipso facto una teoria deficitaria,
insoddisfacente: non ci riconcilierebbe coi φαινόμενα, che pure sono il suo
originario explanandum. Questa cifra metodologica va tenuta presente, se
si vuole apprezzare in modo non superficiale la trattazione aristotelica
dell’amicizia nelle Etiche. Perciò è opportuno partire non da Aristotele, bensì
dall’orizzonte teorico-culturale cui egli si rapporta dialetticamente, nonché
dai suoi obbiettivi polemici. Il significato ordinario di «φιλία» ha
un’estensione ben più ampia della nostra nozione di «amicizia»: oltre all’amicizia
propriamente intesa, può denotare anche l’alleanza politica, la vasta gamma dei
rapporti sociali, dalle relazioni parentali e matrimoniali a quelle
commerciali, quelle cameratistiche, quelle amorose ed erotiche; insomma,
qualunque interazione umana positiva e non ostile, fra individui o fra gruppi –
ma anche fra uomini e dei– è denotabile come φιλία. Nella caratterizzazione
preliminare che ne offre, Aristotele attinge ai grandi modelli omerico ed
esiodeo, così come ai Sette Savi, ai tragici, nonché al sapere filosofico dei
predecessori (Empedocle, Eraclito, etc.); ma il punto di riferimento dialettico
che, sottotraccia, orienta l’intera trattazione, è il Liside platonico, la
prima indagine filosofica sistematica dedicata alla φιλία[8], nelle cui note
aporie sono peraltro condensate e portate a tematizzazione le contraddizioni
insite nelle istanze della tradizione pre-filosofica globalmente intesa. Il
Liside dunque, fra gli ἔνδοξα e i λεγόμενα, riveste un ruolo
dialettico-polemico primario, anche se non se ne fa alcun riferimento
esplicito. È impossibile in questa sede tentarne anche solo una cursoria
sintesi, ma è necessario individuare perlomeno quelle aporie di fondo intorno
alla φιλία che Aristotele riprende in maniera puntuale. Una importante
aporia radicata nella dicotomia attivo/passivo, è articolata intorno alla
questione: chi dei due, in una relazione amicale, è l’amico? Chi ama o chi è
amato? Si sonda tutto lo spazio logico delle possibilità, producendo esiti
paradossali (di qui, appunto, lo status di aporia): se è chi ama, ad essere
amico di chi è amato, allora nel caso che chi è amato odiasse chi lo ama, uno
sarebbe amico di chi lo odia! se è chi è amato, ad essere amico, sarà anche il
caso che chi è odiato è nemico, dunque se qualcuno ama qualcuno che lo odia,
allora sarà nemico di un suo amico! se sono amici o chi ama o chi è amato,
indifferentemente, resta fermo che uno potrebbe essere amico di chi lo odia se
sono amici necessariamente entrambi, allora non potremmo essere “amici” di entità
che non ci amano, come la scienza, o il vino, o i cavalli. L’aporia presuppone
l’ampia estensione semantica di φιλία e di φίλος, che da un lato può avere
significato passivo (esser caro a qualcuno), attivo (essere amico o reciproco,
dall’altro come prefisso (φίλο-) può comporre termini denotanti amore, passione
o apprezzamento per entità impersonali, che non reciprocano. Ma l’aporia è
filosofica, non meramente linguistica. Una seconda aporia muove dalla
questione se l’amicizia si dia fra simili o fra dissimili. Se si dà fra simili,
allora anche i malvagi sarebbero amici, ma fra malvagi non si dà vera amicizia
(assunzione qui data per vera); se si dà non fra simili simpliciter ma fra
simili nell’esser buoni, sorge il problema di come il buono – il quale basta a
se stesso – possa trarre utilità da un altro buono, e viceversa, quando si era
precedentemente stabilito che nessun amico è inutile all’amico se si dà fra
dissimili contrari, come povero/ricco, sapiente/ignorante etc., allora,
daccapo, l’amico sarà amico del nemico, il malvagio del buono etc.:
amico/nemico e malvagio/buono sono contrari; 4) forse si dà fra certi dissimili
non contrari: chi è intermedio fra buono e cattivo può amare il buono in virtù
della presenza in sé di un “male”, cioè della privazione di bene di cui è
conscio e che lo rende intermedio; così l’amicizia diventa un caso particolare
del desiderio, volto strutturalmente a ciò di cui si è privi. Ma anche qui si
ricadrebbe nel caso 1 della Prima aporia: pare che l’amare unidirezionale e non
ricambiato non sia sufficiente all’amicizia, inoltre il buono sarebbe amato
senza amare a sua volta (infatti l’altro gli è inutile giacché egli ha già il
bene presso di sé). A questo punto viene introdotta l’idea che, se noi
cerchiamo nell’amico il bene ma nessun amico può avere il bene pienamente
presso di sé, allora ciò che cerchiamo negli amici è il «Primo Amico», qualcosa
che trascende sia noi che gli amici stessi, di cui questi ultimi sono apparenze
(εἰδώλα). Le relazioni amicali sono da ultimo orientate verso qualcosa che
trascende entrambi i relati, secondo una dinamica “ascensionale” segnatamente
platonica: ma così l’amico in carne e ossa parrebbe ridotto a mero luogo di
transito di una tensione desiderante che ascende in direzione di un assoluto ideale.
Riesaminando poi la relazione “orizzontale”, si introduce la nozione di
«affine» (οἰκεῖος): forse la φιλία è rapporto col simile in quanto affine, o
familiare; ma l’affinità pare essere reciproca (se A è affine a B, B è affine
ad A), dunque il buono risulta inservibile a chi è già affine al buono;
inoltre, sono affini anche i malvagi. Anche se la trattazione appare un
poco schematica e talora verbalistica, essa tocca problemi speculativi genuini.
Come ci si aspetta da un dialogo “socratico” di Platone, le aporie non trovano
uno scioglimento, se non la paradossale acquisizione che né amanti né amati, né
simili né dissimili né contrari, né affini, né buoni, possono essere amici!
Teniamo dunque a mente questi nodi problematici. L’amicizia è studiata nell’Etiche
Eudemia e Nicomachea. Mentre la trattazione dell’Etica Eudemia risulta più
logica e astratta, quella dell’Etica Nicomachea è più orientata a salvare i
fenomeni, è più empirica e inclusiva: per cogliere i nuclei teorici di fondo, è
sensato muovere dalla prima, e valutare criticamente quando e perché la seconda
propone integrazioni o discostamenti teorici da quella. Sia la Eudemia
precedente alla Nicomachea o meno, in essa appare più nitidamente come la
trattazione aristotelica costituisca una sorta di virtuale controcanto
filosofico del Liside platonico. Etica Eudemia VII introduce il soggetto
come specialmente degno di essere indagato: gli ἔνδοξα universalmente diffusi
pongono la φιλία come il fine stesso della politica, come antidoto all’ingiustizia,
come habitus caratteriale rivolto ai buoni, pongono l’amico come il più grande
dei beni esterni (anche in quanto volontariamente scelto) e l’assenza di amici
come il male più terribile. La φιλία è aspetto centrale dell’etica –
soprattutto entro un’etica eudemonistica imperniata sul bene e sulla felicità –
dunque non sorprende che la sua trattazione occupi quasi un quinto degli
scritti etici aristotelici. Ma altre opinioni notevoli non sono
universalmente condivise: per alcuni il simile è amico del simile (Omero,
Empedocle), per altri lo è il contrario del contrario (Esiodo, Euripide,
Eraclito): sono le opzioni 1 e 3 della Seconda Aporia del Liside, che pure non
viene citato. Si ricordano poi altre opinioni, topoi tradizionali già ripresi
dal Liside: per alcuni non c’è amicizia fra malvagi ma solo fra buoni (cfr.
opzione 1 della Prima Aporia), per altri solo chi è utile può essere amico
(cfr. opzione 2 della Seconda Aporia). Prima di passare alla pars
construens, Aristotele enuncia candidamente il criterio metodologico e lo scopo
dell’indagine: Occorre trovare un’argomentazione che insieme renda
conto (ἀποδώσει) al massimo grado delle opinioni (τά δοκοῦντα) intorno a queste
cose, e anche che sciolga le aporie e le contraddizioni. Ciò avverrà qualora
appaia che le opinioni contrarie sono sostenute con buone ragioni: una tale
argomentazione sarà nel massimo accordo coi fenomeni. E le tesi in contraddizione
risultano mantenersi, se quel che affermano è vero in un senso, ma in un altro
no. (Et. Eud.). Le opinioni diffuse e
notevoli non vanno accolte in modo supino e acritico, ma comprese nelle loro
buone ragioni e, nella misura del possibile, salvate entro una sintesi teorica
che superi le aporie e mostri che le affermazioni apparentemente incompatibili possano
essere vere entrambe, in sensi diversi; così vi sarà anche il massimo accordo
coi φαινόμενα. Questi, i desiderata da soddisfare. Se l’amicizia è
desiderio (altra acquisizione del Liside[25]), il desiderio può essere del
piacevole (appetito) o del buono (volontà)[26], dunque ciascuno di essi ci è
«amico» o caro (φίλον); comunque il piacere si presenta come un bene (o appare
tale o è creduto tale[27]): la prima distinzione da fare è perciò fra bene e
bene apparente (φαινόμενον ἀγαθόν), oggetti del desiderio[28]. La seconda è
quella fra bene incondizionato (ἁπλῶς) e bene per qualcuno[29]: ciò che è buono
simpliciter lo è per l’essere umano in generale, ciò che è tale «per qualcuno»
lo è per certi individui particolari in certe circostanze (per esempio, un’operazione
per un malato); parimenti, vi è un piacevole incondizionato e un piacevole «per
qualcuno» (per esempio, in condizioni fisiche o morali alterate); Aristotele
sostiene che il piacevole incondizionato coincida col buono incondizionato[30]:
ciò che è buono per l’uomo in generale, è anche piacevole per l’uomo in
generale, invece un individuo malato o corrotto troverà piacevoli cose non
oggettivamente buone; né coincideranno il piacevole «per lui» e il buono «per
lui». Un uomo saggio e virtuoso troverà piacevole ciò che è buono, dunque nel
suo caso si identificano bene apparente e bene reale (è buono ciò che gli
appare tale), bene «per lui» e bene incondizionato (ciò che è bene per lui è
buono in generale per l’uomo), nonché bene e piacere: egli è norma rispetto a
ciò che per l’uomo in generale è e deve essere buono e piacevole, in quanto
esprime l’eccellenza della stessa natura umana. A ogni modo, ciò che motiva un
soggetto S deve apparire un bene a S (che lo sia o meno), e apparire a S un
bene per lui (che sia o meno anche un bene in senso incondizionato). Ci sono
cose per noi buone in quanto le riteniamo dotate di valore intrinseco, cose per
noi buone in quanto le riteniamo utili, e cose per noi buone in quanto le
troviamo piacevoli. Poiché l’amico è un bene scelto e desiderato ˗ il φιλεῖν è
un caso particolare di desiderio ˗ potrà esserlo per questi tre motivi: come
bene in sé, e cioè in quanto è ciò che è e «per la virtù», o in quanto è ci è
utile, o in quanto sia piacevole, «per il piacere». Chiariremo successivamente
perché il buono in quanto buono, quando il bene sia l’amico stesso, si
identifichi con la sua virtù. Colui che è amato in base a uno dei tre
aspetti suddetti (bene-virtù, utilità, piacevolezza) diventa un amico ˗ si
aggiunge ˗ quando contraccambia l’affetto: dunque la reciprocità diviene un
tratto essenziale dell’amicizia, una sua condizione necessaria; Aristotele
sceglie l’opzione 4 della Prima Aporia del Liside, ma replica all’obiezione ivi
contenuta, secondo cui cose amate come il vino, i cavalli e la scienza non
possono ricambiare, mediante la distinzione fra φιλία e φίλησις[33]: la seconda
è un affetto/desiderio per le cose inanimate, la prima implica un simile
affetto come componente, ma include necessariamente la reciprocità. Talvolta,
una nozione vaga può essere disambiguata mediante una distinzione semantica, in
modo da sciogliere apparenti contraddizioni e insieme “salvare i fenomeni”.
Tuttavia, l’affetto reciproco sulla base di uno dei tre amabili non è ancora
sufficiente perché ci sia φιλία; tale reciprocità deve essere esplicita, non
celata, nota ai due amici: se amo qualcuno che non lo sa, non siamo amici,
nemmeno nel caso lui ami me e io lo sappia; entrambi devono amarsi l’un
l’altro, ed entrambi lo devono fare in modo manifesto, tale che sia noto
all’uno e all’altro. La coscienza di essere amici è essenziale all’essere
amici: qualcuno può credere di essere amico senza esserlo[34], però nessuno può
essere amico di qualcuno senza credere di esserlo. Se manca la reciprocità, non
si ha amicizia ma «benevolenza» (εὔνοια), cioè desiderio del bene dell’altro;
quando quest’ultima è reciproca e non è celata, allora può divenire
amicizia. Le tre forme di amicizia, rispettivamente basate su virtù,
utilità, piacere, secondo l’Eudemia intrattengono la relazione asimmetrica che
Aristotele chiama πρὸς ἓν, in cui vi è un significato primario o focal meaning
cui gli altri, secondari e derivati, rimandano[36]: l’amicizia a causa della
virtù e fondata sul bene è posta come πρώτη φιλία, «prima amicizia», da cui le
altre dipendono dal punto di vista definitorio. Quindi «φιλία» non denota tre
specie di un unico genere, né è un termine equivoco che denota realtà
completamente diverse; è termine “multivoco”, giacché l’amicizia si dice in
molti modi ma in riferimento a un senso che illumina tutti gli altri, e a cui
gli altri si rapportano necessariamente. Molti critici ritengono che, siccome
l’amicizia “utilitaristica” e quella “edonistica” possono darsi
indipendentemente da quella “virtuosa”, l’idea che esse rimandino
necessariamente a quella “virtuosa” non sarebbe convincente, e proprio per
questo sarebbe poi abbandonata nella Nicomachea. Ma la gerarchizzazione πρὸς ἓν
è anzitutto definitoria: il piacere è un bene apparente (dunque, una
declinazione del bene), l’utile è tale in quanto foriero di bene[38] o di
piacere (che, daccapo, è un bene apparente); dunque i tre amabili sono un bene,
un modo di apparire del bene, una via che porta al bene. Al modo in cui il
piacere e l’utilità si definiscono in rapporto al bene[39] (ma, per Aristotele,
non viceversa), così le amicizie basate sul piacere e l’utile si definiscono in
rapporto a quella basata sul bene come tale: e infatti, come vedremo, ne sono
forme imperfette e difettive. Si noti la pur generica assonanza fra la
πρώτη φιλία e il πρῶτον φίλον, il Primo Amico del Liside: se Platone radica il
senso delle relazioni amicali in un anelito a qualcosa che trascende le
amicizie e gli amici stessi illuminandole, per così dire, dall’alto, Aristotele
immanentizza il bene entro gli amici stessi e le loro relazioni; c’è una
amicizia prima, ma non un Amico primo che si distingua dagli amici empirici e
concreti. Il bene che è in gioco nell’amicizia è ubicato negli amici stessi, è
immanente. Qual è la ragione profonda di questa tripartizione? Si può
mostrare in modo puntuale che si tratta di una risposta alle aporie platoniche:
se i platonici pongono come amicizia solo quella virtuosa, «non riescono a dare
conto dei fenomeni»[40], ove per fenomeni si devono intendere non solo le
prassi umane, ma anche gli ἔνδοξα e i λεγόμενα. Se vi sono tre forme di
amicizia, può darsi che alcune opinioni notevoli e intuizioni siano vere
dell’una ma false dell’altra, altre siano vere dell’altra ma false dell’una,
come afferma il passo metodologico succitato. Se poi a partire da ciascuna
delle tre caratterizzazioni si potessero inferire o congetturare dei rispettivi
propria, che coincidano coi rispettivi tratti manifesti dell’amicizia che
parevano aporetici in quanto incompatibili, allora grazie a questa tassonomia
tricotomica le aporie potrebbero essere sciolte, poiché alcuni di questi tratti
caratterizzeranno un tipo di amicizia, alcuni altri un altro tipo di
amicizia. L’amicizia virtuosa, fondata sul bene, è fra simili in quanto
buoni[41]: essa cattura l’opzione 2 della Seconda Aporia del Liside, nonché
l’ideale arcaico, omerico ma anche teognideo e in generale aristocratico, della
φιλία come sodalizio elettivo fra ἀγαθοί; a questo topos tradizionale, il
Socrate del Liside replica che esso è incompatibile con un’altra idea ben
radicata (basata su altri due topoi tradizionali): il buono è autosufficiente,
e un amico gli sarebbe inutile, ma l’amicizia è fondata proprio sull’utilità
reciproca; quest’ultima idea, di matrice esiodea[42] ma anche un luogo comune
confermato dalle prassi umane, non può essere negata, per Aristotele: sono gli
stessi φαινόμενα a mostrare che coloro che intrattengono relazioni continuative
di utilità e soccorso reciproco, si chiamano amici e si ritengono tali, e
così sono dagli altri chiamati e ritenuti. La contraddizione è apparente, se si
postula che l’utilità reciproca è un prerequisito di una forma di amicizia
(quella basata sull’utile) e non dell’altra (quella basata sul bene). Le
relazioni utilitaristiche sono amicizia, sebbene di un certo tipo; sia queste
che quelle fondate sul piacere, possono sussistere anche fra individui non
buoni, persino fra malvagi, sebbene in forma estremamente labile e instabile:
l’opzione 1 della Seconda Aporia del Liside è anch’essa percorribile, in quanto
due individui non “buoni” possono essere amici sulla base del piacere, e sono
simili nella misura in cui condividono certi tipi di piacere; inoltre,
l’intuizione per cui l’amicizia si dà fra contrari come povero/ricco, sapiente/ignorante
etc. ˗ opzione 3 della Seconda Aporia del Liside ˗ è anch’essa fatta salva, in
quanto viene posta come peculiare all’amicizia utilitaristica, che tipicamente
è intrattenuta da individui in qualche senso contrari (l’uno ha qualcosa che
l’altro non ha). Aristotele riesce a salvare i fenomeni attraverso una
distinzione tassonomica fondamentale, che deve conciliare certe apparenti
incompatibilità ma al tempo stesso preservare una certa unitarietà
dell’oggetto: quella di amicizia è una nozione originariamente ospitale,
plurale e polivoca, tanto internamente differenziata da implicare una
demarcazione netta fra l’amicizia virtuosa e le altre, ma non tanto monolitica
da implicare che si escludano dal novero delle amicizie quelle forme di
relazione (utilitaria, edonistica) ordinariamente denominate così: altrimenti
si farebbe violenza al linguaggio e alle “cose stesse”: a quel “primo per noi”
che è lo stesso explanandum originario. Una delle ragioni per cui
l’amicizia virtuosa è detta «prima» nella Eudemia e poi «perfetta» (τέλεια)
nella Nicomachea[44], è che essa è costitutivamente piacevole, benché non sia
fondata sul piacere, e implica la disposizione alla mutua utilità quando serva,
benché non sia fondata sull’utile: dunque contiene in sé, in certo modo, le
altre due. Tuttavia, il piacere che consegue al bene ed è persino costitutivo
di esso, non è lo stesso piacere che fonda le amicizie edonistiche; il primo è
inseparabile dal bene cui consegue[45], quindi l’integrazione di piacere e
utilità nell’amicizia virtuosa non è da concepirsi come una somma estrinseca o
giustapposizione di aspetti positivi (bene + utilità + piacere). La perfezione
di questa amicizia non è una somma di amicizie imperfette, è originaria
completezza. Nella Nicomachea non vi è traccia della relazione πρὸς ἓν, e
la πρώτη φιλία diventa τέλεια φιλία[46]. Le altre amicizie qui sono dette tali
«secondo somiglianza» a quella perfetta: a mio avviso, al netto della
differenza di linguaggio, la posizione di Aristotele non muta in modo sensibile
fra le due opere; la somiglianza delle amicizie edonistica e utilitaristica a
quella perfetta consiste anche qui nel fatto che quest’ultima è, per entrambi
gli amici, utile e piacevole, dunque contiene quegli aspetti che fondano le
amicizie imperfette, ma non ne è simmetricamente contenuta. Infatti, ciò che è
buono è anche utile e piacevole, mentre ciò che è utile può non essere
piacevole e può non essere buono (né simpliciter, né per l’individuo) – per
esempio, se l’individuo è corrotto e trova per sé utile qualcosa che lo
approssima a ciò che non è il suo bene (anche se egli magari crede che sia il
suo bene[48]) – e ciò che è piacevole può essere inutile o persino dannoso.
Questo vale in generale, e a fortiori vale per gli amici buoni, utili, piacevoli.
In realtà, lo stesso “compito” etico implicitamente affidato all’uomo, gli è
affidato anche in rapporto all’amicizia: l’ideale umano, incarnato dal saggio
che ne è norma ed esempio, è quello di far coincidere ciò che è bene per sé con
ciò che è bene in generale, e ciò che è piacevole per sé con ciò che lo è in
generale; si realizza così anche la coincidenza di bene e piacere, visto che il
buono in generale e il piacevole in generale si identificano per natura[49].
Ciò importa che occorra anzitutto essere buoni (saggi e virtuosi) e, essendolo,
prediligere le amicizie virtuose (che sono appannaggio dei buoni): esse non
ospitano conflitti strutturali, soprattutto il bene e il piacere – il
confliggere dei quali sopraffà l’acratico – sono adeguati ab origine, nell’amicizia
perfetta, giacché essa è piacevole proprio in quanto buona. Ma ciò non esclude
che i buoni possano intrattenere anche amicizie fondate sul piacere, o
sull’utile[50]: esse però, nell’economia della loro vita, risulteranno
marginali, sia nella quantità che nella qualità. Può sorprenderci il
fatto che alla forma di amicizia più rara e più “inarrivabile” delle tre (i
buoni sono pochi, gli amici a causa del bene ancora meno) venga ascritta una
priorità definitoria, sia essa del tipo πρὸς ἓν o «per somiglianza». Ma per
Aristotele qualunque capacità umana – l’amicizia è una virtù, le virtù sono
capacità acquisite – viene individuata e definita sulla base della sua
eccellenza: è il caso eccellente, in cui un tratto umano è più pienamente realizzato,
che funge da essenza normativa rispetto ai casi difettivi, deficitari,
degradati, imperfetti; per definire, occorre guardare ai casi migliori, alla
modalità in cui una potenzialità è dispiegata ed espressa più compiutamente, e
che misura gli altri casi quasi costituendone un virtuale dover-essere rispetto
a cui essi mostrano la loro manchevolezza. Perciò la teoria aristotelica
presenta al contempo una dimensione descrittiva e una normativa, fra le quali
sussiste una sorta di tensione dialettica. E in effetti le amicizie fondate sul
piacere e sull’utile sono incomplete: vengono caratterizzate addirittura come
amicizie per accidens[51], il che sembra sulle prime vanificare l’atteggiamento
inclusivo adottato da Aristotele come cifra metodologica, non solo praticata ma
persino esplicitata in modo programmatico[52]. È come se in sede di definizione
generale Aristotele fosse interessato a preservare l’unità della nozione di
amicizia nonostante le differenze, ma in sede di caratterizzazione
sinottico-comparativa dei diversi tipi, ponesse invece l’enfasi sullo iato che
separa l’amicizia prima o perfetta dalle altre, fino a trattare le altre come
solo accidentalmente tali. Perché esse sono caratterizzate come
«accidentali»? Chi si ama per l’utile o per il piacere lo fa «non perché
l’individuo amato sia quello che è, ma in quanto è utile o in quanto è
piacevole»[53]: l’utilità e la piacevolezza sono proprietà relazionali esterne
all’essenza dell’amico amato, determinate dagli effetti che esso ha su chi lo
ama, «perché gli uni ne traggono un qualche bene, gli altri un piacere»[54];
invece l’amicizia basata sulla virtù e la bontà dell’amico amato, è basata su
proprietà intrinseche all’amato, su ciò che da ultimo l’amato è. Noi siamo il
nostro carattere, il nostro carattere è l’insieme unificato delle nostre virtù,
una seconda natura che è frutto prima dell’educazione e poi delle nostre
scelte: noi siamo un sé che sceglie, e i nostri pensieri, discorsi e azioni
manifestano il nostro “sé”. Pertanto, nell’amicizia perfetta il bene che è in
gioco è l’amico stesso che è amato, per ciò che egli essenzialmente è, mentre
il bene che è in gioco nelle altre amicizie è il bene – nella forma dell’utile
o del piacevole – dell’amico che ama. Anche se l’amicizia è sempre reciproca,
resta fermo che nell’amicizia perfetta il fondamento è, per ciascuno degli
amici, l’altro come buono, nelle altre è invece il proprio bene in quanto
utilità o piacere[56]. Nelle amicizie imperfette la ragione per cui si vuole e
persegue il bene dell’altro, resta radicata nell’interesse proprio come diverso
dal bene elargito all’altro e diverso dall’altro stesso come dotato di valore
intrinseco. È questa differenza radicale a rendere le amicizie imperfette
amicizie per accidens: ciò non implica, si badi, che non siano amicizie, bensì
che lo sono solo in virtù del loro somigliare all’amicizia perfetta, seppure in
modo difettivo. Ma l’amicizia fondata sul bene dell’amico non rischia
così di risultare “disinteressata” in un modo psicologicamente implausibile?
Solo in apparenza, in quanto il bene di chi ama è in gioco, ma lo è in quanto
coincide col bene dell’amico: se siamo amici perfetti, siamo entrambi buoni e
virtuosi, e il nostro bene individuale coincide col bene simpliciter: noi, come
amici perfetti, cooperiamo per realizzare il bene in generale[58]; il bene mio
e dell’amico sono voluti – rispettivamente, dall’amico e da me – in conseguenza
del fatto che anzitutto io e l’amico siamo dei beni: se lo siamo l’uno per
l’altro, è perché siamo buoni, siamo dotati di valore intrinseco, e lo
riconosciamo reciprocamente. Non si tratta di una implausibile relazione
puramente altruistica e disinteressata, perché non si fonda – ribadiamolo –
solo sul volere il bene dell’altro, ma anzitutto sull’altro come bene in sé:
voglio e perseguo il bene dell’altro non per altruismo astratto, ma perché
l’altro è un bene. Una nozione comune con cui forse potremmo rendere più chiaro
questo aspetto, è quella di stima. L’amicizia perfetta è fondata sulla stima
reciproca: un amico che stimo per ciò che è e per come è, esemplifica in sé ciò
che è buono, a prescindere da ciò che io posso trarre da lei/lui: «se uno non
gioisce perché l’altro è buono, non c’è la prima amicizia» (1237b4-5). La stima
reciproca presuppone una consonanza di valori, un’intesa su ciò che vale e ciò
che è degno: e visto che i due amici sono virtuosi e buoni, essi valgono e
sanno di valere, per questo valgono anche l’uno per l’altro. Si tratta di una
amicizia in cui coltivare il proprio bene coincide col coltivare l’altro e il
suo bene, e questo coincidere non è accidentale – come accade nelle altre
amicizie – bensì è costitutivo. Invece posso trarre vantaggio da un amico utile
senza stimarlo affatto, così come posso trarre piacere – per esempio,
divertendomici insieme – da qualcuno che non stimo, che non ritengo una persona
buona, degna, valida. L’accidentalità delle amicizie non perfette si
rende perspicua nella loro strutturale instabilità: un rapporto fondato
sull’utilità non avrà più ragion d’essere, qualora uno dei due amici smetta di
essere utile all’altro; i bisogni umani sono cangianti, e tali sono le risorse
altrui per farvi fronte, cosicché anche le relazioni utilitarie sono
essenzialmente mutevoli; lo stesso accade per gli amici secondo il piacere:
cambiano, nel tempo, le fonti del piacere, i “gusti”, e cambiano anche le
capacità altrui di procurarci piacere; l’amicizia piacevole, poi, è precaria
anche perché riguarda tipicamente i giovani, i quali sono di per sé in continuo
cambiamento[59]. Invece la virtù del carattere è cosa stabile: le
amicizie complete sono stabili perché sono fondate sul bene come virtù, che è
costante e non facile a mutare[60]. Il tempo può rendere inutile un amico che
prima era utile, o non più piacevole un amico che lo era, ma difficilmente può
sottrarre a un carattere le virtù, far diventare malvagi i buoni, stolti i
saggi, e dunque minare le basi su cui le relazioni virtuose fra buoni sono
costruite. Per questo l’amicizia completa è specialmente solida, quasi
incrollabile[61], e l’amico virtuoso è un amico «al massimo grado», un amico
«vero»[63]. Un tale amico si renderà utile se può e quando sia necessario, ma
sarà utile perché è un amico, piuttosto che essere amico perché è utile; e sarà
piacevole all’amico, giacché ci risulta tendenzialmente piacevole frequentare
chi stimiamo[64]. Così Aristotele, forte della sua tassonomia tripartita,
deriva dei propria (dei caratteri distintivi) di ciascuna amicizia, spiegando i
fenomeni e riconciliandoci con le comuni pratiche ascrittive: alcune intuizioni,
luoghi comuni e opinioni notevoli sono vere di un’amicizia, alcune dell’altra.
Parlando coi giovani Liside e Menesseno, Socrate nel Liside si dice desideroso
di amicizia più di ogni cosa al mondo – con una Priamel che restituisce in modo
icastico l’idea dell’amicizia come il più grande dei beni esterni, fatta
anch’essa propria da Aristotele – e invidia ironicamente la loro felicità,
visto che sono giovani e sono diventati amici «in modo facile e rapido». Si
tratta di caustica ironia, visto che la φιλία che ha a cuore Socrate non è né
facile né rapida: ciò che è dissimulato, è che quella non è verace amicizia, ma
altro. Qui c’è un’aporia in nuce, visto che i giovani che si frequentano, pur
con una certa leggerezza e una conoscenza reciproca non profonda, paiono amici
e sono detti tali, eppure non soddisfano i requisiti della “vera” amicizia non
solo secondo l’idea socratica, ma anche secondo l’opinione diffusa per cui la
vera amicizia è durevole, lenta e difficile a darsi. Aristotele distingue i
soggetti delle attribuzioni incompatibili, salvando la verità di entrambe:
l’amicizia giovanile (per esempio, quella di Liside e Menesseno) è fondata sul
piacere, e ha certi tratti distintivi quali la facilità a prodursi e a
decadere, l’intensità emotiva, e così via; l’amicizia perfetta, tipica degli
uomini maturi (è quella per cui Socrate dice di ardere di desiderio), necessita
di una lunga consuetudine e di una conoscenza reciproca profonda[66], è rara e
appannaggio di pochi, è difficilissima a nascere ma altrettanto difficile a
morire, fondandosi su ciò che in noi vi è di più stabile. Invece, quella utile
caratterizza tipicamente gli anziani, particolarmente bisognosi d’aiuto e
sensibili, per debolezza, al beneficio che può arrecare il mutuo soccorso[67];
inoltre, essa si riscontra nei più, nelle masse, le quali sono più preoccupate
dei benefici personali che del bene e del bello. Fra le amicizie incomplete,
Aristotele ascrive una superiore nobiltà a quella fondata sul piacere, mentre
quella fondata sull’utile è «da bottegai»[68]. In effetti, la condivisione del
piacere è qualcosa di meno strumentale rispetto al trarre vantaggi da qualcuno:
perlomeno il piacere è un fine, non un mezzo; inoltre, il piacere appartiene
alla frequentazione stessa dell’amico, mentre l’utile è a questa completamente
estrinseco: dunque il fondamento dell’amicizia utile è più esteriore e più
contingente di quello dell’amicizia piacevole. Un altro aspetto
problematico del Liside emerge in particolare nella Prima Aporia rispetto alla
polarità attivo/passivo (amante/amato), ma soggiace implicitamente anche ad
altre aporie: l’amicizia sembra implicare uguaglianza e comunanza da un lato, e
differenza e asimmetria dall’altro; si mescolano aspetti tipici del rapporto
pederastico-erotico (amante e amato non sono intercambiabili), aspetti del
rapporto genitoriale, anch’essi per definizione asimmetrici, e relazioni “fra
buoni” simili, potenzialmente simmetriche. Aristotele cerca di articolare
queste istanze entro un quadro più sistematico: la tassonomia delle tre
amicizie si arricchisce di una distinzione trasversale, fra amicizie
simmetriche e amicizie asimmetriche in cui uno è superiore e l’altro
inferiore[69]; la φιλία deve essere reciproca, ma tale reciprocità può essere
simmetrica o asimmetrica (fra superiore e inferiore). I tipi di amicizia sono
dunque sei, giacché si può essere superiori quanto a virtù, a utilità, e a
piacevolezza. La ulteriore distinzione fra amicizie simmetriche e
asimmetriche consente ad Aristotele una esplorazione straordinariamente ricca
dei legami sociali più eterogenei, che assimila alla φιλία e alle sue
declinazioni i rapporti familiari (padre-figlio, marito-moglie, figlio-figlio),
i rapporti politici fra città (in vista dell’utile)[70], gli stessi rapporti
fra i cittadini in rapporto alla loro comunità, i rapporti fra governanti e
governati, le relazioni commerciali, e così via, e indaga le relazioni profonde
fra amicizia, giustizia, concordia, comunità. Non è possibile restituire
nemmeno sommariamente la ricchezza di tali analisi in questo contributo, il
quale si focalizza piuttosto sul significato filosofico e dialettico della
tripartizione in generale: ma fa d’uopo rilevare che le applicazioni di questa
teoria generale sono molteplici e fecondissime. 3. Amicizia
e autosufficienza La tripartizione (con ulteriore dicotomia
trasversale) non scioglie di per sé un nodo aporetico concernente la stessa
amicizia perfetta fra buoni: è l’idea espressa entro il punto 2 della Seconda
Aporia del Liside, per cui chi ha il bene presso di sé è autosufficiente e non
ha bisogno di nulla, dunque l’amicizia di chicchessia gli sarebbe inutile. È
vero che Aristotele ha distinto l’amicizia perfetta da quella utile, ma resta
il problema di comprendere come mai colui che è saggio, virtuoso e buono,
bastando a sé stesso, abbia una qualche motivazione a coltivare un amico,
foss’anche un amico perfetto: «se è felice chi ha la virtù, che bisogno avrà di
un amico?»[71]. L’idea dell’autosufficienza di chi è saggio, virtuoso, felice e
beato, ripresa dal Liside, è un topos tradizionale, quindi ha lo status di ἔνδοξον
ben radicato, di cui va dato conto e di cui va mostrata la compatibilità con la
teoria positiva proposta nonché con altri ἔνδοξα altrettanto ben
attestati. Il problema è affrontato in Etica Eudemia VII 12 e in Etica
Nicomachea IX 9, in maniere parzialmente differenti. L’Eudemia muove
dall’analogia con la condizione divina, paradigma dell’autosufficienza. Ma la
condizione umana può assurgere all’autosufficienza solo nella misura in cui lo
consente la natura dell’uomo, che è animale sociale-politico[72] e può/deve
realizzare questa natura, non quella divina[73]: il bene umano contempla sempre
il rapporto a un’alterità – è καθ’ ἕτερον[74] ˗ quello divino è assoluto
rapporto a sé[75]. L’autosufficienza divina funge da “idea regolativa”, da
norma ideale: l’uomo felice minimizzerà il numero degli amici e si limiterà a
quelli virtuosi, degni di accompagnarsi a lui; proprio il caso di chi non è
obnubilato da bisogni e mancanze, evidenzia il valore intrinseco dell’amicizia
perfetta, perseguita non già per ricevere benefici bensì per fare, dare e
condividere il bene che si possiede. Ma l’argomento successivo – che è molto
complesso e possiamo solo sintetizzare[76] – chiarisce che non si tratta di un
altruismo generico e astratto, in quanto l’amicizia è ingrediente essenziale,
non accessorio, della felicità individuale. Vivere, per l’uomo, è
percepire e conoscere[77], e – prosegue Aristotele ˗ l’aspirazione massima di
ciascuno di noi è, da ultimo, quella di conoscere noi stessi (tesi che rivisita
il celebre monito delfico-socratico); la felicità è costituita dalla conoscenza
di sé in quanto attivi come buoni e virtuosi[78], e la conoscenza di sé passa
per la conoscenza reciproca fra amici: l’amico è «un altro sé»[79], «percepire
l’amico necessariamente è percepire in certo modo sé stesso e conoscere in
certo modo sé stesso»[80]. Condividendo con l’amico i beni, i piaceri e le
attività della vita felice, incrementiamo dunque la conoscenza di noi stessi e
della nostra stessa felicità. La Nicomachea chiarisce la relazione fra il
riconoscimento reciproco degli amici virtuosi e la loro felicità, soprattutto
in un passo speculativamente densissimo: Se l’essere felici
consiste nel vivere e nell’agire, e l’attività dell’uomo dabbene ed eccellente
è per sé virtuosa [..], se poi anche ciò che è familiare/affine (οἰκεῖον) a
qualcuno è tra le cose che lui trova piacevoli, se noi possiamo osservare il
nostro prossimo meglio di noi stessi, e le sue azioni più che le nostre, se le
azioni degli uomini superiori, che siano anche amici, sono fonte di piacere per
i buoni, dato che hanno tutte e due le caratteristiche piacevoli per natura,
allora l’uomo beato avrà bisogno di amici simili a lui, posto che davvero
preferisca osservare azioni buone, e che gli sono proprie, come lo sono le
azioni dell’amico, quando è buono. (Et. Nic.) Le attività di un’esistenza
virtuosa e felice sono obbiettivamente piacevoli agli occhi di un uomo buono,
virtuoso e felice a sua volta: vi si rispecchia, sentendocisi “a casa propria”,
e la familiarità determinata da affinità e prossimità, gli è in sé piacevole.
Come si evincerà, la nozione platonica di οἰκεῖον, introdotta sul finire del
Liside come cifra stessa della φιλία, trova una ripresa puntuale e una
valorizzazione speculativa nella teoria aristotelica. Il prossimo si offre alla
nostra conoscenza in modo più trasparente che noi stessi, giacché la sua distanza
da noi lo rende meglio oggettivabile. I due tratti umani piacevoli per natura
sono da un lato la felicità di cui la virtù è costitutiva, dall’altro la
familiarità, che chi è felice è virtuoso riscontra ed esperisce nel contemplare
e cooperare con un’altra esistenza felice e virtuosa. Le azioni di un nostro
amico “perfetto” sono buone e nel contempo ci sono proprie, cosicché
contemplarle è come trovare in esse lo stesso bene che noi siamo. Potrebbe
stupire il riferimento reiterato al tema del piacevole, quasi che si trattasse
di una delle due amicizie non perfette: ma occorre tenere a mente che il
piacevole per natura o ἁπλῶς coincide col bene ἁπλῶς, e che si tratta di un
piacere costitutivo del bene e inseparabile da esso, piuttosto che di un
piacere addizionale ed esteriore rispetto al bene cui consegue. Se l’altro è
sufficientemente prossimo a me, posso de-situarmi e oggettivarmi riconoscendomi
nelle sue azioni, secondo una dialettica complessa e chiastica di
riconoscimento reciproco. «Se l’uomo eccellente si comporta verso l’amico come
si comporta verso di sé, dato che l’amico è un altro se stesso, allora, così
come è desiderabile per ciascuno il suo proprio esserci, così è desiderabile
l’esserci dell’amico, o quasi» (EN IX 9, 1170b5-8). In questo gioco speculare
di identificazioni reciproche, il mio rapporto con l’altro è mediato del mio rapporto
con me stesso, l’altro è un «altro me» e perseguo il suo bene in maniera
pressoché equivalente a come perseguo il mio (quel «quasi» è una concessione al
realismo empirico, da cui questa idealizzazione non vuole disancorarsi); ma è
altrettanto vero che il mio rapporto con me stesso è a sua volta mediato dal
mio rapporto con l’altro, giacché conosco genuinamente me stesso non già con un
qualche misterioso atto introspettivo[83], bensì conoscendo persone simili a me
che a loro volta mi riconoscono simili a sé: questa è la ragione perché v’è
bisogno di amici buoni e virtuosi entro relazioni di amicizia “perfetta”; se la
felicità implica autosufficienza, si tratta di un’autosufficienza umana e non
divina, che passa per l’inclusione del prossimo nella nostra esistenza, e per
la cooperazione con chi scegliamo come degno incarnare il bene e la virtù[84].
Come l’essere amici non si dà senza il sapere di esserlo anche se si può
credere di essere amici senza esserlo, così l’essere felici (in quanto buoni e
virtuosi in attività) non si dà senza la coscienza di essere felici (in quanto
buoni e virtuosi), anche se è possibile credere di essere felici senza esserlo
davvero. E per sapere chi sono, devo rispecchiarmi in amici simili a me[85].
Ciò importa che l’uomo beato non avrà bisogno di amici “meramente utili” e
“meramente piacevoli”, invece dovrà avere amici buoni e virtuosi: il topos
tradizionale è riscattato nella sua verità profonda, ma anche oltrepassato in
virtù della tripartizione; in un senso è vero, in un altro no. Essere felici
insieme è diverso dal semplice divertirsi insieme, anche se lo include, ed è
diverso dal semplice aiutarsi l’un l’altro, anche se può includerlo.
L’amico perfetto ˗ come ogni altro autentico bene ˗ è oggetto di scelta razionale[86].
Anche per questo la teoria aristotelica si distanzia da quella platonica[87]:
la φιλία erotica, già ben presente nel Liside sin dalla sua ambientazione
scenica – una palestra, ove Liside è il «bello del momento» di cui Ippotale è
innamorato – viene relegata da Aristotele a una delle tante forme di φιλία,
degna di pochi accenni espliciti, mentre nel Simposio e nel Fedro, dialoghi ben
più elaborati e costruttivi del Liside, l’eros è la forma di φιλία che viene
eletta a oggetto di indagine paradigmatico. Ma le componenti mistico-estatiche
della φιλία erotica come «follia divina» e frutto di invasamento[88], risultano
completamente marginalizzate entro la teoria aristotelica. L’amicizia più degna
e verace è attività derivante da scelta come desiderio razionale; se la
felicità è attività e i beni che la materiano sono oggetto di scelta, allora
anche l’amicizia, ingrediente costitutivo della vita felice, sarà espressione
di attività, piuttosto che passivo invasamento consistente nell’esser
“posseduti” da uomini o dèi. Il primato etico, fisico e metafisico dell’azione
sulla passione, è anche il primato di un certo tipo d’amore su un cert’altro.
L’amicizia è riportata fra gli amici, e la sua declinazione più eccellente,
normante rispetto alle altre, è caratterizzata secondo la dimensione eticamente
più elevata dell’umano: la ragione che sceglie e governa il desiderio,
piuttosto che esserne governata. L’eros platonico, così bellamente ed
enfaticamente rappresentato nel Simposio e nel Fedro, diventa per Aristotele solo
una delle tante declinazioni possibili di un tipo di amicizia – quella fondata
sul piacere – che è già di per sé incompleta e deficitaria[89]. Secondo
l’aporetico excipit del Liside, né amanti né amati, né simili né dissimili, né
contrari né affini, né buoni, possono essere amici[90]; le Etiche aristoteliche
presentano una teoria la quale non solo consente ma anche prevede che amanti,
amati, simili, dissimili, contrari, affini, buoni, e perfino malvagi possano
essere amici; inoltre tale teoria offre le risorse concettuali per chiarire
quali coppie di amici possano e/o debbano avere questo o quel carattere
distintivo, e perché. Spero di avere almeno approssimato il duplice
obbiettivo prefissatomi: mostrare in modo dettagliato e sistematico la dipendenza
polemico-dialettica della teoria aristotelica dal Liside platonico, e mettere
in luce il significato filosofico generale della tripartizione della φιλία in
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Note al testo [1] Cfr. Phys. I 1: la conoscenza procede da
ciò che è più prossimo e più conoscibile per noi, a ciò che è primo per se o
per natura; se tale “risalita” verso i principi a partire da ciò che ci è
immediatamente più vicino è il metodo della fisica, a fortiori esso si applica
all’ambito etico, che è ambito segnatamente umano: cfr. Et. Nic. I 2,
1095a31-b4, ma anche De An. II 2, 413a11-17 e Met. VII 3, 1029a35-b12. Sul
valore epistemologico di questa differenza, resta decisivo Ruggiu (1965). [2]
Per esempio: quando diciamo, tipicamente, qualcuno «amico» di qualcun altro?
Sul rapporto costitutivo fra il primo-per-noi e il linguaggio, cfr.
Wieland. Cfr. Top. I 1, 100 b 21-23;
intendo questa definizione di ἔνδοξον come una disgiunzione inclusiva: se
un’opinione è condivisa almeno da uno degli insiemi indicati (tutti, i più, i
sapienti, qualcuno di essi), è un ἔνδοξον, e ciò che lo rende tale può essere
quantitativo, o qualitativo, o entrambi: per esempio, se è condiviso da tutti,
lo sarà anche dai sapienti. [4] Sulla intima connessione fra δοκοῦντα, λεγόμενα
e φαινόμενα, cfr. Owen (1967), Nussbaum (1986b). Cfr. De An. I 1, 402b 16-403a8. [6] Cfr.
Herod. III 82, 35 e Tucid. I 137, 4, in cui si trova l’endiadi «συμμαχίᾳ καὶ
φιλία». [7] Nei poemi omerici non vi è il termine φιλία – le prime occorrenze
si trovano in Teognide (Teog. I, 31-38, 53-60, 323-28) – ma termini analoghi
come φιλότης, φίλος sono utilizzati sia a proposito del rapporto fra uomini che
di quello fra uomini e dèi. Sulla φιλία nel mondo antico, cfr. Pizzolato
(1993), Fraisse (1974). [8] Nel Fedro platonico (228a-e), Socrate confuta un
discorso di Lisia sulla φιλία, che Fedro custodiva sotto il mantello: quindi è
verosimile che anche prima della data di composizione del Liside la φιλία fosse
importante oggetto di dibattito e di riflessione critica. Del resto Giamblico
(De Pythagorica Vita, 229-30) e Diogene Laerzio (Vitae Philosophorum, VIII, 10)
attribuiscono già a Pitagora la prima trattazione filosofica della φιλία. [9]
Anche il Fedro e il Simposio si occupano lungamente della φιλία – l’eros è una
forma della φιλία, per Platone quella più significativa – ma, come cercherò di
mostrare, l’indagine aristotelica dipende sistematicamente dal Liside: per così
dire, essa articola una differente risposta a quelle aporie, rispetto a quella
che propone Platone nel Simposio e nel Fedro. [10] Meglio: se qualcuno sia
amico di qualcun altro in quanto ami o, piuttosto, in quanto sia amato. [11] φίλος
+ dativo significa “caro a qualcuno”, φίλος + genitivo indica colui a cui
qualcuno è caro, due individui sono φίλοι, quando sono l’uno “caro” all’altro.
[12] Alcuni interpreti leggono il Liside come un esercizio dialettico,
filosoficamente debole [Versenyi (1975)] o più retorico-sofistico che
filosofico [Bordt (1988)], o dal significato prolettico-introduttivo rispetto
ai maturi Simposio e Fedro [Kahn (1996), ma già Gomperz (2013), Auslage 5, e
Willamovitz (1959)]; benché questi due dialoghi successivi ne possano a buon
diritto adombrare il valore intrinseco, tuttavia i temi sollevati dal Liside
sono nodi aporetici sostanziali, e non deve fuorviare il fatto che Socrate
mutui il linguaggio e lo stile argomentativo dal tipo di interlocutore che
affronta (per esempio, “facendo” il sofista col sofista Menesseno, e così via).
Per una interpretazione non riduttiva del Liside e del suo valore speculativo,
è illuminante Trabattoni (2004). [13] Un altro topos tradizionale – per cui la
vera amicizia è fra ἀγαθοί – ricorrente in Platone: per restare all’esempio più
noto, in Resp. I, 351a-e Socrate replica a Trasimaco che fra malvagi e ingiusti
non può esserci alcuna cooperazione né amicizia; era comunque un tema
essenziale per Socrate (cfr. Senofonte, Mem., 2.6 1-7). [14] Sull’ascendenza
omerica di questo topos tradizionale, e sulla sua importanza per Aristotele
(cfr. infra: Par. III), cfr. Adkins (1963). [15] La coscienza del male come
tale è sintomo del fatto che il male è relativo e non assoluto. [16] Qui nel
Liside si tratta di ἐπιθυμία (cfr. 217c). [17] Tralascio qui la questione della
possibile identificazione del Primo Amico col Bene: ciò che rileva, qui, è il
fatto che esso trascenda gli amici concreti, i quali sono tali solo «a parole»
e stanno al Primo amico – che è tale «in realtà» (τῷ ὄντι) – come i mezzi al
fine (cfr. Lys. 220b1-4). [18] Lys 222e1-7. [19] La letteratura sull’amicizia
in Aristotele è sterminata: in luogo di proporre una lunga lista di studi che
comunque sarebbe tutt’altro che esaustiva, nel seguito mi limiterò a citare
alcuni contributi che sono particolarmente pertinenti agli aspetti che
tratterò. Un commento sintetico e preciso a Et. Nic. VIII e IX è Pakaluk
(1998). [20] È il giudizio nettamente prevalente, anche se non unanime. [21]
Sul rapporto fra il Liside e le Etiche aristoteliche riguardo l’amicizia, buoni
spunti si trovano in Annas (1986). [22] Et. Eud. VII 1, 1234b18-1235a4; cfr. anche Et. Nic.
VIII 1. [23] Et. Eud.. [24] Trad. it. modificata. [25] Cfr. supra: nota 16.
[26] Et. Eud. VII 2, 1235b22-23. [27] C’è chi crede che
il piacere sia un bene, ma c’è anche chi crede che non lo sia eppure gli appare
– porto dalla φαντασία – come se lo fosse. Nell’acratico la forza della
φαντασία sopravanza, nelle scelte pratiche, quella della δόξα. [28] Il «bene
apparente» è qualcosa che appare come bene; ma può anche non esserlo: tuttavia,
anche il bene reale motiva il desiderio solo apparendo come bene. Dunque
«apparente» qui non va affatto interpretato come falsa apparenza. [29] Et. Eud.
VII 2, 1235b30-1236a1. [30] Il piacevole non è l’immediato, ma anche ciò che
non procura dispiacere futuro; Aristotele sa bene che molte cose dannose
possono procurare del piacere immediato. Ma chi non è acratico, conscio delle
conseguenze negative, accorderà il suo desiderio con la sua ragione, e la
motivazione data dall’ipotetico piacere immediato sarà soverchiata dalla
motivazione a evitare danni futuri. [31] Questo punto è più chiaro per come è
presentato in Et. Nic. VIII 2, 1155b23-27. [32] Nelle espressioni δι’ ἀρετὴν,
διὰ τὸ χρήσιμον, δι’ ἡδονήν, la preposizione significa a un tempo «in base a»,
«a causa di», «al fine di»: il rispettivo amabile è ciò che causa
quell’amicizia, ciò che ne costituisce il fondamento o ragion d’essere, ciò che
ne rappresenta il fine [su un’idea analoga, cfr. Nussbaum (1986a)]; nei termini
della nota teoria delle quattro cause (dei quattro sensi del διὰ τί, cfr. Phys.
II 3), potremmo plausibilmente intendere il tipo di amabile come causa
efficiente, formale e finale della rispettiva relazione amicale. [33] Cfr. Et.
Nic. VIII 2, 1155b26-31. Mentre la φίλησις è una passione o affezione (πάθος),
la φιλία è uno stato abituale (ἕξις, 1557b28-29). [34] Cfr. Et. Eud. VII 2,
1237b17-23; Et. Nic. VIII 4, 1156b30-33. [35] Vi è discussione sul fatto che
questa caratterizzazione definitoria offra condizioni sufficienti perché
qualcosa sia amicizia, oppure solo condizioni necessarie; propenderei per la
seconda opzione: per esempio, Aristotele ritiene che per diventare amici deve
passare del tempo, e molti scambiano il desiderio di essere amici con
l’amicizia stessa (Et. Eud. VII 2, 1237b12-22); ma se il desiderio è reciproco,
sussiste già benevolenza reciproca non celata, che non è ancora amicizia. [36]
Sul focal meaning cfr. Owen (1963), Ferejohn (1980). L’exemplum princeps è
quello della Metafisica: la sostanza è il focal meaning dell’essere, tutto ciò
che è o è sostanza o rimanda a una sostanza, al modo in cui tutto ciò che è
«sano» rimanda alla salute e tutto ciò che è «medico» alla medicina (cfr. Met.
IV 2, 1003a32-1003b11). [37] Cfr. Fortenbaugh (1975). Può esserlo in modo
mediato, come foriero di un altro utile, al modo in cui qualcosa è mezzo di un
altro mezzo, ma in ultima istanza l’utile è tale perché porta al bene e i mezzi
sono tali perché portano al fine. [39] Per esempio, in De An. III 7, 431a10-13
il piacere è definito come l’essere percettivamente attivi nei confronti del
bene in quanto bene; l’utilità è indefinibile se non come capacità di
avvicinarci a un qualche bene; l’utile sta al bene come il mezzo al fine, e non
vi è modo di definire cosa sia un mezzo, senza chiamare in causa la nozione di
fine. [40] Et. Eud. VII 2,
1236a25-26. [41] Et. Eud. VII 2, 1236b1-2; Et. Nic. VIII 4, 1156b7-8. [42] Cfr. Esiodo, Opera et dies,
342-360; 707-723. [43] Chiamare amicizia solo quella prima, equivarrebbe a
«violentare i fenomeni» (βιάζεσθαι τὰ φαινόμενα, Et. Eud. VII 2, 1236b 22).
[44] Et. Nic. VIII 4, 1156b7. [45] La prima amicizia, infatti è quella «secondo
virtù e a causa del piacere della virtù» (EE VII 1238a31-32). [46] Secondo
Aspasio (164.3-11), Owen (1960) e Dirlmeier (1967) vi sarebbe comunque focal
meaning e relazione πρὸς ἓν, ancorché non esplicitata. [47] Et. Nic. VIII 5,
1157a32. [48] Se poi l’individuo è acratico, potrebbe anche non credere che
qualcosa sia il suo bene, ma perseguirlo perché gli “appare” bene e frequentare
individui utili a qualcosa che egli cerca di procurarsi pur sapendo che non è
il suo bene: come uno che frequentasse un pusher in modo costante per
procurarsi della droga, sapendo di farsi del male ma perseverando nel suo
comportamento autodistruttivo (e nelle frequentazioni relative) per debolezza.
[49] Sulla rilevanza della distinzione fra «bene per qualcuno» e «bene
incondizionato» in rapporto alla teoria delle tre amicizie, insiste
doverosamente O’Connor (1990). [50] Et. Nic. [51] Così, nella Nicomachea (Et.
Nic. VIII 2, 1156a17), non nella Eudemia. [52] Cfr. supra: Par. II, 3. [53] EN
VIII 3, 1156 a 16-17. [54] EN VIII 3, 1156a18-19 [55] Cooper (1977) sostiene che
le amicizie accidentali siano tali perché dipendano da tratti accidentali del
carattere dell’amico amato; Payne (2000) replica che anche i tratti in virtù di
cui qualcuno risulta piacevole o utile possono essere altrettanto essenziali di
quelli che lo rendono virtuoso: gli amici perfetti sarebbero scelti «per sé
stessi» in quanto i loro caratteri virtuosi sono scelti come fine e non come
mezzo (per altro). Ma le letture sono forse componibili: l’esser utile o
piacevole, anche se sopravviene a tratti essenziali del carattere altrui,
restano esterni all’altro, in quanto relazionali in un senso diverso dalla
virtù; l’esser buono è sia essenziale e intrinseco all’amico, che scelto per sé
stesso e non per altro, e rende anche l’amico stesso, che ha quel carattere
virtuoso, scelto per sé stesso e non per altro. Cfr. supra: nota 31. [56] In
Et. Eud. VII 7, 1241a5-7 si afferma che «se uno vuole per un altro i beni
perché costui gli è utile, li vorrebbe allora non per quello ma per sé stesso;
mentre invece la benevolenza, proprio come l’amicizia, si ritiene che sia
rivolta non a quello che la prova, ma a colui per il quale la si prova.
Pertanto, è chiaro che la benevolenza è in relazione con l’amicizia etica». Qui
pare che solo l’amicizia etica (=virtuosa) implichi la benevolenza, che però è
un costituente della definizione generale di amicizia. Da passi di questo
tenore pare che le amicizie incomplete non siano amicizie in senso proprio,
visto che non soddisfano la definizione; Aristotele è oscillante, è innegabile
che vi sia una tensione irrisolta fra la sua vocazione inclusiva e lo sforzo di
enucleazione della “vera” amicizia come tipologia normante e assiologicamente
sovraordinata, che non è semplicemente una delle tre amicizie ma quella par
excellence, di cui le altre sono approssimazioni manchevoli. Si può accogliere
la lettura di Walker, per cui l’amicizia perfetta soddisfa criteri più severi,
le altre criteri più laschi. [57] Si pensi alla percezione per accidente (De
An. II 6, III 1): essa è comunque studiata come una modalità genuina di
percezione: le ragioni per cui essa è percezione per accidente non inficiano il
fatto di essere genuinamente un tipo di percezione. [58] I due amici perfetti,
in quanto buoni e virtuosi, realizzano l’eccellenza della natura umana, sono
esempi del bene incondizionato e del piacere incondizionato. [59] Et. Nic. VIII 3,
1156a31-1156b1. [60] Et. Eud. VII 2, 1238a11-30; Et. Nic. VIII 3, 1156b17-32. [61] Può succedere che l’altro
cambi, peggiori, o impazzisca, ma non accade per lo più. Cfr. Et. Nic. IX 3. [62] Et.
Nic. VIII 4, 1156b10. [63] Et. Eud. VII
2, 1236b31. [64] La sventura, poi, può rivelare che un’amicizia che pareva
perfetta era in realtà in vista dell’utile (Et. Eud. VII 2, 1238a19-21). [65] Lys.
211e-212a. [66] Et. Eud. VII 2, 1237b13-27. [67] Et. Nic. VIII 3, 1156a24-31.
[68] Et. Nic. VIII 7, 1158a21. [69] Et. Eud. VII 4; Et. Nic. VIII 8. [70] Et.
Eud. VII 9-11, Et. Nic. VIII 12-14. [71] Et. Eud. VII 12, 1244b4-5. [72] Cfr.
Pol. I 1, 1253a10-12; Et. Nic. IX 12, 1169b18-19. [73] Et. Eud. VII 12, 1245b15-16. [74] Et. Nic. 1245b18. [75] Et.
Eud. VII 12, 1245b18-19. [76] Si tratta di una complessità anche filologica,
dovuta a corruzioni del testo. Su ciò, cfr. Kosman (2004). [77] Delle tre anime
– nutritivo-riproduttiva, percettiva, razionale – la percettiva e la razionale
sono quelle che discriminano la realtà (cfr. De An. III 3, 427a17-23); la
percettiva, poi, è intimamente connessa col desiderio e, quindi, con l’azione
(cfr. De An. III 9-11). Vivere significa realizzare le proprie capacità
naturali e acquisite, il che per l’uomo implica anzitutto l’esercizio di
percezione e pensiero (ove entrambe vanno concepite come connesse all’azione,
in quanto coinvolgono anche desiderio e intelletto pratico). Su ciò, mi
permetto di rimandare a Zucca (2015), Capp. II e VI. [78] La felicità è «una
certa attività dell’anima secondo virtù completa» (Et. Nic. II 13, 1102a5-6). [79] Et. Eud.
VII 12, 1245a30; Et. Nic. IX 9, 1166 a 32, 1170 b 6. [80] Et. Eud. VII 12,
1245a35-7. [81] Trad. it. modificata. [82] In Et. Eud. VII 6 e in Et. Nic. si argomenta che i tipi di
relazione che si hanno con gli altri dipendono dal rapporto che si ha con sé
stessi: chi è buono e virtuoso sarà anche amico di sé stesso in modo armonico e
costante – sebbene si possa parlare di amicizia solo κατὰ ἀναλογίαν (1240a13),
nel caso dell’auto-rapporto – chi è malvagio sarà incostante e in conflitto con
sé stesso, e in senso analogico sarà nemico di sé stesso. Questa idea non
contraddice l’idea per cui la conoscenza di sé passa per la conoscenza
dell’altro (Et. Nic. IX 9), ma anzi la completa: il buono e virtuoso è felice
anzitutto in quanto ha un “sano” rapporto con sé, ma si conosce e realizza come
felice solo in quanto ha un rapporto di riconoscimento reciproco con amici che
hanno, a loro volta, un altrettanto “sano” rapporto con sé stessi. [83] L’idea
di un accesso introspettivo infallibile ed essenzialmente privato ai nostri
propri atti mentali, così tipicamente moderna, è affatto estranea ad
Aristotele. [84] Come è naturale porre l’enfasi sul valore speculativo
intrinseco della teoria, così è altrettanto opportuno ricordare che l’amicizia
perfetta aristotelica resta prerogativa di un sottoinsieme dei maschi adulti
liberi; tuttavia, questa tara storica affetta la teoria dell’amicizia, per così
dire, mediatamente: in quanto restringe a quel sottoinsieme la capacità di
realizzare l’eccellenza morale, precondizione della relazione d’amicizia
perfetta. [85] Non uso la locuzione «sapere chi sono», anacronisticamente, come
il coglimento di me stesso in quanto individualità irriducibile, magari
ineffabile e inaccessibile ad altri – non è certo questa sorta di soggettività
“novecentesca”, che secondo Aristotele giungerebbe alla coscienza di sé
nell’amicizia – bensì come il venire a conoscenza di che tipo di persona sono.
[86] Come bene intrinseco che trascende il livello del piacevole, è un amabile
oggetto di volontà piuttosto che di appetito (Et. Eud. VII 2, 1235b22-23), e la
volontà è desiderio razionale di beni scelti. [87] Un’analisi sistematica e
comparativa delle nozioni di amicizia e amore in Platone e Aristotele, è Price
(1989). Cfr. anche Kahn (1981). [88] Cfr. Phaedr. 265b-c. [89] La relazione
erotica amante/amato, peraltro, è anche meno significativa e più instabile di
altre relazioni fondate sul piacere – dunque, già di per sé instabili – in
quanto in questo caso il piacere «non deriva dalla stessa fonte» (l’uno gode
nell’esser corteggiato, l’altro nel contemplare l’altro, Et. Nic. VIII 5,
1157a2-10). [90] Lys. 222a3-7. Proverbi, impicatura proverbiale. A Errare
humanum est.jpg Ab amico reconciliato cave. Guardati da un amico
riconciliato.Absit reverentia vero. Bando ai pudori di fronte alla verità.
(Ovidio) Abusus non tollit usum. L'abuso non esclude l'uso.[2] Accidere ex una
scintilla incendia passim. A volte da una sola scintilla scoppia un incendio.Ad
impossibilia nemo tenetur. Nessuno è obbligato a fare l'impossibile.[4]
Adulator propriis commodis tantum suadet L'adulatore tiene di mira solo i suoi
interessi.[5] (Giulio Cesare) Amantis ius iurandum poenam non habet. Il
giuramento dell'innamorato non si può punire.[6] Amicus certus in re incerta
cernitur. Il vero amico si rivela nelle situazioni difficili.[7] (Quinto Ennio)
Amicus omnibus, amicus nemini. Amico di tutti, amico di nessuno.Amicus Plato,
sed magis amica veritas. Amo Platone, ma amo di più la verità.[9] (Aristotele)
Amor arma ministrat. L'amore procura le armi [agli amanti perché possano essere
grati alla persona amata].[10] (proverbio medievale) Amor caecus. L'amore è
cieco.[11] Amor gignit amorem.[10] Amore genera amore. Amor tussisque non
celatur. L'amore e la tosse non si possono nascondere.[12] Amoris vulnus sanat
idem qui facit. La ferita d'amore la risana chi la fa.[12] Anceps fortuna
belli. Le sorti della guerra sono incerte.[9] (Cicerone) Aquila non captat
muscas. L'aquila non prende mosche.[13] Athenas noctuas mittere.[14] Mandare
nottole ad Atene. Fare cosa inutile e superflua. Ars est celare artem.[15] La
perfezione dell'arte sta nel celarla. Audi, vide, tace, si vis vivere in
pace.Ascolta, guarda e taci, se vuoi vivere in pace. B Barba virile decus, et
sine barba pecus.[17] La barba è decoro dell'uomo e chi è senza barba è pecoro.
Bene qui latuit, bene vixit. Ben visse chi seppe vivere nell'oscurità.[18]
(Ovidio) Beati monoculi in terra caecorum. Beati i monòcoli nel paese dei
ciechi. Bis dat qui cito dat. Dà due volte chi dà presto.[19] Bis peccat qui
crimen negat.[20] È due volte colpevole chi nega la propria colpa. Bis pueris
senes. Il vecchio è due volte fanciullo. Bonis nocet qui malis parcet. Chi
risparmia i malvagi danneggia i buoni.[22] Bonum nomen, bonum omen.[23] Buon
nome, buon augurio. C Caecus non judicat de colore.[24] Il cieco non giudica i
colori. Non si può giudicare ciò che si sottrae alle nostre attitudini. Caesar
non supra grammaticos.[25] Cesare non (ha autorità) sopra i grammatici. Le
persone più altolocate non possono avere autorità se non su quelle cose di cui
s'intendono. Canis caninam non est.[26] Cane non mangia cane. Carpe diem. Cogli
il giorno. (Quinto Orazio Flacco) Caseus est sanus, quem dat avara manus. Fa
bene quel formaggio servito da una mano avara.[27] Causa patrocinio non bona
peior erit. La causa cattiva diventa peggiore col volerla difendere.[28]
(Ovidio) Causa perit iusta, si dextera non sit onusta.[29] La giusta causa
soccombe se la destra non è piena [di denaro]. Cave a signatis. Guàrdati dai
segnati.[28] Antico adagio in odio a coloro che sono affetti da qualche
imperfezione fisica: guerci, zoppi, ecc. Cave tibi ab acquis silentibus.
Guàrdati dalle acque chete.[28] Cavendo tutus.[30] Se sarai cauto, sarai
sicuro. Cogito ergo sum. Penso dunque sono. (Cartesio) Commendatoria verba non
obligant.[31] Le parole di raccomandazione non obbligano. Commune periculum
concordiam paret.[32] Il comune pericolo prepari la concordia. Consuetudo est
altera natura. L'abitudine è una seconda natura.[33] D De gustibus non est
disputandum. Sui gusti non si discute.[34] Difficilis in otio quies. È
difficile esser tranquilli nell'ozio. Dulce bellum inexpertis, expertus metuit.
La guerra è dolce per chi non ne ha esperienza, l'esperto la teme. (proverbio
medievale) Dum caput dolet, caetera membra languent. Quando duole il capo,
tutte le membra languono.[37] Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur. Mentre
a Roma si delibera, Sagunto è espugnata.[38] Dum vinum intrat exit
sapientia.[39] Mentre il vino entra, esce la sapienza. Duo cum faciunt idem,
non est idem.[35] Quando due fanno la stessa cosa, non è più la stessa cosa. E
Errare humanum est, perseverare autem diabolicum.[40] L'errare è cosa umana, il
perseverare nella colpa invece è diabolico. Error hesternus sit tibi doctor
hodiernus.[41] L'errore di ieri ti sia maestro oggi. Est in canitie ridicula
Venus. È ridicolo l'amore di un vecchio.[42] (Proverbio medievale) Est modus in
rebus, sunt certi denique fines | quos ultra citraque nequit consistere rectum.
C'è una giusta misura nelle cose, ci sono giusti confini | al di qua e al di là
dei quali non può sussistere la cosa giusta. (Quinto Orazio Flacco) Ex ungue
leonem.[43] Dall'unghia si conosce il leone. Da un atto compiuto si rivela la
forza dell'autore, morale o materiale. Excusatio non petita fit accusatio
manifesta (proverbio medievale)[44] Chi si scusa senza esserne richiesto
s'accusa. F Fabas indulcat fames.[45] La fame addolcisce le fave. Facile est
inventis addere.[46] È facile aggiungere a ciò che è stato inventato. Facile
perit amicitia coacta.[47] Facilmente muore un'amicizia forzata. Facit
experientia cautos.[48] L'esperienza rende cauti. Fac sapias et liber eris.[49]
Fa' di sapere e sarai libero. Felicium omnes sunt cognati. Tutti sono parenti
dei fortunati.[8] Fiat iustitia et pereat mundus. Sia fatta giustizia e perisca
pure il mondo. Frangitur ira gravis cum sit responsio suavis.[50] Una dolce
risposta infrange l'ira. Frustra sapiens qui sibi non sapet.[51] Inutilmente sa
chi non sa per sé. G Gutta cavat lapidem. La goccia scava la pietra. H Homo
longus raro sapiens; sed si sapiens, sapientissimus. Un uomo lungo (ossia alto)
di rado è sapiente; ma se è sapiente, è sapientissimo.[52] Homo sine pecunia,
imago mortis. L'uomo senza danaro è l'immagine della morte.[53] I Ianuensis
ergo mercator. Genovese quindi mercante.[54] Imperare sibi maximum imperium
est. Comandare a sé stessi è la forma più grande di comando. (Seneca, Lettere a
Lucilio, CXIII.30) In magno mari capiuntur flumine pisces.[55] Nei grandi fiumi
si pescano i grandi pesci. Nei grandi affari si fanno i grossi guadagni. In
medio stat virtus. La virtù sta nel mezzo. (Orazio) In vino veritas. Nel vino
c'è la verità. L M Magnum vectigal parsimonia.[56] La parsimonia è un gran
capitale. (Cicerone) Major e longiquo reverentia.[56] La riverenza è maggiore
da lontano. (Tacito) Mala gallina, malum ovum.[57] Gallina cattiva, uovo cattivo.
Mea mihi conscientia pluris est quam omnium sermo.[58] Per me val più la mia
coscienza che il discorso di tutti. (Cicerone) Medicus curat, natura sanat. Il
medico cura ma è la natura che guarisce.[59] Melius est abundare quam deficere.
Meglio abbondare che trovarsi in scarsezza.[60] Mors tua vita mea.[56] La tua
morte è la mia vita. Mortui non mordent. I morti non mordono[61] [truismo]
Mortuo leoni et lepores insultant. Anche le lepri insultano un leone morto.[62]
Multi multa, nemo omnia novit. Molti sanno molto, nessuno sa tutto.[63] N
Natura non facit saltus. La natura non procede per salti.[64] Naturalia non
sunt turpia.[65] Le cose naturali non sono turpi. Nemo non formosus filius
matri. Nessun figlio non è bello per sua madre.[66] Ne pulsato portam alterius,
nisi velis pulsetur et tua.[67] Non bussare alla porta altrui se non vuoi che
bussino alla tua. Nihil est in intellectu quod non fuerit in sensu. Nulla è
nell'intelligenza che prima non fosse nel senso[68] Non omne quod licet
honestum est.[69] Non tutto ciò che è lecito è onesto. Non omnibus dormio. Non
dormo per tutti.[70] Nomen omen Il nome è un presagio (v. anche nomina sunt
consequentia rerum e conveniunt rebus nomina saepe suis) (Plauto, Persa, 625)
Nomina sunt consequentia rerum. I nomi sono corrispondenti alle cose.
(Giustiniano, Institutiones, 2, 7, 3) O Omne animal post coitum triste. Tutti
gli animali sono mesti dopo il coito.[71] Omne ignotum pro terribili.[72] Tutto
ciò che è ignoto incute paura. Omnia munda mundis. Per chi è puro tutto è puro.
(Paolo di Tarso) Omnia vincit amor. L'amore vince ogni cosa. (Virgilio,
Bucoliche X, 69) Omnia fert aetas. Il tempo porta via tutte le cose. (Virgilio)
Omnis festinatio ex parte diaboli est.[73] Ogni fretta viene dal diavolo. P
Panem et circenses. Pane e giochi [per distrarre il popolo]. (Giovenale, X 81)
Patere quam ipse fecisti legem.[74] Subisci la legge che tu stesso hai fatta.
Pectus est enim quod disertos facit È infatti il cuore che rende eloquenti
(Quintiliano, 10,7,15) Pecunia non olet Il denaro non puzza (Vespasiano) Per
aspera ad astra. Alle stelle [si giunge] attraverso aspri sentieri.[75]
Periculum in mora. Vi è pericolo nel ritardo. (Tito Livio, Ab urbe condita;
XXXVIII, 25) Philosophum non facit barbam.[76] La barba non fa il filosofo.
Primum vivere deinde philosophari (Thomas Hobbes) Prima vivere, poi fare della
filosofia. Q Quando Sol est in Leone, bibe vinum cum pistone. Quando il sole è
in Leone [segno zodiacale], bevi il vino col pistone [a garganella].[77] Qui
aquam Nili bibit rursus bibet.[78] Chi beve l'acqua del Nilo la berrà di nuovo.
È destinato a ritornarvi. Qui asinum non potest, stratum caedit.[79] Chi non
può bastonare l'asino bastona la bardatura. Qui gladio ferit gladio perit. Chi
di spada ferisce di spada perisce.[80] Qui in pergula natus est, aedes non
somniatur. Chi è nato in una capanna, i palazzi non li vede neanche in sogno.
(Petronio, 74,14) Qui jacet in terra non habet unde cadat. Per chi giace in
terra non c'è pericolo di cadere.[81] [truismo] Qui medice vivit, misere vivit.
Chi vive sotto la guida del medico, vive miseramente.Qui scribit, bis
legit.[82] Quisque faber fortunae suae. Ognuno è artefice del proprio destino.
(Appio Claudio Cieco) Quod differtur non aufertur Ciò che si dilaziona non lo
si perde[83] Quod non potest diabolus mulier evincit. Ciò che non può il
diavolo, l'ottiene la donna.[84] (proverbio medievale) Quot homines tot
sententiae. Tanti uomini, altrettante opinioni.[85] Quot servi tot hostes.
Tanti servi, tanti nemici.[85] R Re opitulandum, non verbis.[86] L'aiuto va
dato con i fatti, non con le parole. Rem tene, verba sequentur Possiedi
l'argomento e le parole seguiranno. (Marco Porcio Catone) Res satis est nota,
plus foetent stercora mota.[87] È cosa nota: lo sterco più è stuzzicato e più puzza.
S Salus extra Ecclesiam non est[88] Al di fuori della Chiesa non v'è salvezza
(Tascio Cecilio Cipriano, Lettera, 73, 21) Sapiens nihil affirmat quod non
probet.[89] Il saggio nulla afferma che non possa provare. Satis quod
sufficit.[90] Ciò che è sufficiente al bisogno, basta. Semel abas, semper
abas.[91] Una volta abate, sempre abate. Proverbio medioevale, affermante che
chi ha vestito una volta l'abito sacerdotale non può spogliarsi più delle idee
e delle abitudini ecclesiastiche. Significa anche, per estensione, che si
conservano sempre le idee una volta acquistate. Semel in anno licet insanire.
Una volta all'anno è lecito fare follie. (Seneca) Senatores boni viri: senatus
autem mala bestia.[92] I senatori sono brava gente; ma il senato è una cattiva
bestia. Sero venientibus ossa.[93] Per chi viene troppo tardi restano le ossa.
Si vis pacem, para bellum. Se vuoi la pace prepara la guerra. (Vegezio) Sicut
mater, ita et filia eius. Quale la madre, tale anche la figlia.[94] Simia simia
est, etiamsi aurea gestet insignia.[95] La scimmia resta sempre scimmia, anche
se indossa ornamenti d'oro. Sol lucet omnibus.[96] Il sole splende per tutti.
Vi sono delle cose di cui tutti gli uomini possono godere. Sorex suo perit
indicio.[97] Il topo perisce per essersi rivelato da sé. Sublata causa,
tollitur effectum.[98] Soppressa la causa, scompare l'effetto. T Timeo Danaos
et dona ferentes. Io temo comunque i Greci, anche se recano doni. (Publio
Virgilio Marone) U Ubi maior, minor cessat. Dinanzi al più forte, il debole
scompare.[8] Ubi opes, ibi amici. Dove sono le ricchezze, lì sono anche gli
amici.[8] Ubi uber, ibi tuber.[99] Dove è la mammella, ivi è il tumore. Dove
c'è abbondanza, ivi si forma il marciume, la corruzione. V Verba movent,
exempla trahunt.[100] Le parole commuovono, ma gli esempi trascinano. Verba
volant, scripta manent.[101] Le parole volano, gli scritti restano.
Vigilantibus, non dormientibus, jura succurunt.[102] Le leggi forniscono aiuto
ai vigilanti, non ai dormienti. Vinum lac senum.[103] Il vino è il latte dei
vecchi. Vulgus vult decipi, ergo decipiatur. Il popolo (il mondo) vuole essere
ingannato, e allora sia ingannato.[104] Note
Citato in Mastellaro, p. 21.
Citato in Tosi 2017, n. 1408.
Citato in Tosi 2017, n. 1010.
Citato in 2005, p. 6. Citato in
Mastellaro, p. 11. Citato in Mastellaro,
p. 25. Citato in Mastellaro, p. 18. Citato in Mastellaro, p. 20. Citato e tradotto in 2005, p. 15. Citato in De Mauri, p. 27. Citato in Mastellaro, p. 24. Citato in Mastellaro, p. 23. Citato in Tosi 2017, n. 2265. Citato, con spiegazione, in Umberto Bosco,
Lessico universale italiano, vol. XV, Istituto della Enciclopedia italiana,
Roma, 1968, p. 59. Citato e tradotto in
2005, § 169. Citato e tradotto in 2005,
§ 188. Citato e tradotto in 2005, §
215. Citato con traduzione in 2005, p.
28. Citato in 1921, p. 43, § 161. Citato e tradotto in 2005, § 243. Citato e tradotto in Lo Forte, § 148. Citato con traduzione in 2005, p. 30. Citato e tradotto in 2005, § 256. Citato e tradotto in Lo Forte, § 154. Citato e tradotto in Lo Forte, § 155. Citato e tradotto in 2005, § 280. Citato in Andrea Perin e Francesca Tasso (a
cura di), Il sapore dell'arte, Skira, Milano, 2010, p. 41. Citato e tradotto in 2005, p. 37. Citato e tradotto in 2005, § 305. Citato e tradotto in 2005, § 312. Citato e tradotto in 2005, § 343. Citato e tradotto in 2005, § 344. Citato in Mastellaro, p. 9. Citato in 2005, p. 57. Citato in Arthur Schopenhauer, Aforismi sulla
saggezza nella vita, traduzione di Oscar Chilesotti, Dumolard, Milano,
1885. Citato in Marco Costa, Psicologia
militare, FrancoAngeli, Milano, 2006, p. 645. ISBN 88-464-7966-1 Citato in 1876, p. 66. Citato in 1921, p. 496. (ES) Citato in Jesús Cantera Ortiz de Urbina,
Refranero Latino, Ediciones Akal, Madrid, p. 68 § 773. ISBN 9788446012962 Citato e tradotto in 2005, § 645. Citato e tradotto in 2005, § 650. Citato in De Mauri, p. 29. Citato e tradotto in Lo Forte, § 366. Citato in Giuseppe Fumagalli, L'ape latina,
Milano, 1975, p. 82 Citato e tradotto in
2005, § 732. Citato e tradotto in 2005,
§ 739. Citato e tradotto in 2005, §
741. Citato e tradotto in 2005, § 744. Citato e tradotto in 2005, § 747. Citato e tradotto in 2005, § 829. Citato e tradotto in 2005, § 835. Citato in 2005, p. 108. Citato in 2005, p. 109, § 941. Citato in Filippo Ruschi, Questioni di
spazio: la terra, il mare, il diritto secondo Carl Schmitt, G. Giappichelli
Editore, Citato e tradotto in 2005, § 1072.
Citato in 2005, p. 152. Citato e
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traduzione in Jean Louis Burnouf, Metodo per studiare la lingua latina adottato
dall'Università di Francia, presso Ricordi e Jouhaud, Firenze 1850, p.
276. Citato in 2005, p. 158. Citato in 2005, p. 159. Citato in AA. VV., Dizionario delle sentenze
latine e greche, § 1509, Rizzoli, Milano, 2017.
Citato in 2005, p. 166. Citato in
2005, p. 168. Citato in 1921, p. 88, §
319. Citato e tradotto in Lo Forte, §
733. Citato in 2017, § 664. Citato in 1876, p. 58. Citato in 1921, p. 556. Citato e tradotto in Lo Forte, § 788. Citato in 1921, p. 536. Citato in Paul-Augustin-Olivier Mahon,
Medicina legale e Polizia medica, vol. 4, a cura di Giuseppe Chiappari,
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Olman, Zwei Mädchen suchen ihr Glück: Caleidoscopio berlinese, Edizioni
Mediterranee, Roma, 1966, p. 265. Citato
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2005, p. 248. (DE) Citato in Friedrich
Otto Bittrich, Ägypten und Libyen, Safari-Verlag, Berlino, 1953, p. 7. Citato e tradotto in 2005, § 2167. Dal Vangelo:... tutti quelli che mettono mano
alla spada periranno di spada (Mt 26:52).
Citato in 2005, p. 256. Citato in
2005, p. 258. Citato in Tosi 2017, n.
1174. Citato in De Mauri, p. 171. Citato in 2005, p. 266. Citato e tradotto in 2005, § 2342. Citato e tradotto in 2005, § 2363. Spesso la frase viene attribuita a Cipriano
in una forma diversa: Extra Ecclesiam nulla salus. Citato e tradotto in 2005, § 2415. Citato e tradotto in 2005, § 2421. Citato e tradotto in Lo Forte, § 1034. Citato e tradotto in 2005, § 2457. Citato e tradotto in 2005, § 2472. Citato in 1921, p. 138, § 465. Citato e tradotto in 2005, § 2528. Citato e tradotto in Lo Forte, § 1079. Citato e tradotto in 2005, § 2606. Citato e tradotto in Lo Forte, § 1097. Citato e tradotto in Lo Forte, § 1169. Citato e tradotto in Lo Forte, § 1203. Citato e tradotto in Lo Forte, § 1204. Citato e tradotto in Lo Forte, § 1216. Citato in Proverbi siciliani raccolti e
confrontati con quelli degli altri dialetti d'Italia da Giuseppe Pitrè, Luigi
Pedone Lauriel, Palermo, 1880, vol. IV, p. 140.
Traduzione in voce su Wikipedia. Bibliografia L. De Mauri, 5000 proverbi
e motti latini, seconda edizione, Hoepli, Milano, 2006. ISBN 978-88-203-0992-0
Giuseppe Fumagalli, Chi l'ha detto?, Hoepli, Milano, 1921. Giuseppe Fumagalli,
L'ape latina, Hoepli, Milano, 2005. ISBN 88-203-0033-8 Giacomo Lo Forte, Ad
hoc, Sandron, 1921. Paola Mastellaro, Il libro delle citazioni latine e greche,
Mondadori, Milano, 2012. ISBN 978-88-04-47133-2. Gustavo Benelli, Raccolta di
proverbi, massime morali, aneddoti, ed altro, Carnesecchi, Firenze, 1876. Renzo
Tosi, Dizionario delle sentenze latine e greche, Rizzoli, 2017. Voci correlate
Modi di dire latini Lingua latina Palindromi latini Categorie: Lingua
latinaProverbi per nazione. Proverbi Exquisite-kfind.png Per
approfondire, vedi: Proverbi toscani. A A brigante brigante e mezzo. 1 A buon
cavalier non manca lancia. 2 A buon cavallo non manca sella. 2 A buon cavallo
non occorre dir trotta. 3 A buon intenditor poche parole.[1 2 A caldo autunno
segue lungo inverno. 4 A cane scottato l'acqua fredda par calda. 5 A cane
vecchio non dargli cuccia. 2 A carnevale ogni scherzo vale, ma che sia uno
scherzo che sa di sale. 6 A caval che corre, non abbisognano speroni. 3 A caval
donato non si guarda in bocca.[2 2 A cavalier novizio, cavallo senza vizio. 3 A
cavallo d'altri non si dice zoppo. 3 A cavallo di fuoco, uomo di paglia, a uomo
di paglia, cavallo di fuoco. 3 A cavallo giovane, cavalier vecchio. 3 A caval
nuovo cavaliere vecchio. 2 A chi batte forte, si apron le porte. 7 A chi Dio
vuole aiutare, niente gli può nuocere. 4 A chi fortuna zufola, ha un bel
ballare. 4 A chi ha abbastanza, non manca nulla. 4 A chi mangia sempre polli
vien voglia di polenta. 8 A chi non piace il vino, il Signore faccia mancar
l'acqua. 8 A chi non può imparare l'abbicì, non si può dare in mano la Bibbia.
4 A chi non vuol credere, poco valgono mille testimoni. 8 A chi non vuol
credere sono inutili tutte le prove. 8 A chi non vuol far fatiche, il terreno
produce ortiche. 9 A chi prende moglie ci vogliono due cervelli. 4 A chi tanto
e a chi niente. 2 A chi troppo e a chi niente. 10 A chi ti dà il cappone, dagli
la coscia e l'alone. 8 A chi ti porge un dito non prendere la mano. 2 A chi
vuole fare del male non manca l'occasione. 4] A ciascun giorno basta la sua
pena.[3] 2] A ciascuno sta bene il proprio abito. 4] A donna di gran bellezza,
dalla poca larghezza. 4] A duro ceppo, dura accetta. 4] A goccia a goccia si
scava la pietra.[4] 11] A goccia a goccia s'incava la pietra. 2] A gran salita,
gran discesa. 4] A granello a granello si riempie lo staio e si fa il monte. 4]
A grassa cucina povertà vicina. 4] A lavar la testa all'asino si perde il ranno
e il sapone. 12] A lume spento è pari ogni bellezza. 4] A mali estremi estremi
rimedi. 1] A muro basso ognuno ci si appoggia. 1] A nemico che fugge ponti
d'oro. 1] A ogni uccello suo nido è bello. 1] A padre avaro figliuol prodigo.
13] A pancia piena si ragiona meglio. 8] A pagare e a morire c'è sempre tempo.
14] A paragone del molto che ignoriamo, è meno di niente quanto noi sappiamo.
4] A pazzo relatore, savio ascoltatore. 8] A pensar male, s'indovina sempre.
15] A pensar male ci s'indovina. 2] A pentola che bolle, gatta non s'accosta.
8] A rubar poco si va in galera, a rubar tanto si fa carriera. 1] A san Lorenzo
il dente la noce già sente. 2] A san Martino [11 novembre], apri la botte e
assaggia il vino. 8] A San Martino ogni mosto è vino. 16] A san Mattia la neve
va via. 4] A scherzar con la fiamma, ci si scotta. 17] A tal fortezza, tal
trincea. 4] A torto si lagna del mare chi due volte ci vuole tornare. 4] A
tutto c'è rimedio fuorché alla morte. 1] A usanza nuova non correre. 2]
Abbattuto l'albero scompare l'ombra. 8] Accasa il figlio quando vuoi, e la
figlia quando puoi. 18] Acquista buona fama e mettiti a dormire. 4] Ai bugiardi
e agli spacconi non è creduto. 8] Ai voli troppo alti e repentini sogliono i
precipizi esser vicini. 19] A voli troppo alti e repentini sogliono i precipizi
esser vicini. 2] Abate cupido, per un'offerta ne perde cento. 4] Abate rigoroso
rende i frati penitenti. 4] Abbi piuttosto il piccolo per amico, che il grande
per nemico. 8] Abiti stranieri, costumi stranieri; costumi stranieri, gente
straniera; la gente straniera sloggia gli antichi abitanti. 4] Abito troppo
portato e donna troppo vista vengono presto a noia. 4] Abbondanza genera
baldanza. 4] Accade in un'ora quel che non avviene in mill'anni. 2] Accade in
un'ora quel che non avviene in cent'anni. 2] Accendere una candela ai Santi e
una al diavolo. 4] Accendere una fiaccola per far lume al sole. 4] Acqua che
corre non porta veleno. 4] Acqua cheta rompe i ponti. 16] Acqua di san Lorenzo
[10 agosto] venuta per tempo; se alla Madonna viene va ancora bene; tardiva
sempre buona quando arriva. 2] Acqua e chiacchiere non fanno frittelle. 20]
Acqua lontana non spegne il fuoco. 21] Acqua passata, non macina più. 22] Ad
albero vecchio ed a muro cadente, non manca mai edera. 4] Ad ogni primavera
segue un autunno. 4] Ad ognuno la sua croce. 23] Ad ognuno pare bello il suo.
4] Ad un grasso mezzogiorno spesso tien dietro una cena magra. 4] Agosto ci
matura il grano e il mosto 16]. Agosto: moglie mia non ti conosco.[5][6] 1] Ai
macelli van più bovi che vitelli. 2] Ai pazzi ed ai fanciulli, non si deve prometter
nulla. 8] Ai pazzi si dà sempre ragione. 8] Aiutati che Dio t'aiuta. 24]
Aiutati che il ciel t'aiuta. 25] Aiutati che io ti aiuto. 16] Al baciarsi
presto tien dietro il coricarsi. 4] Al bisogno si conosce l'amico. 1] Al buio
la villana è bella quanto la dama. 2] Al buio, le donne sono tutte uguali. 8]
Al buio tutti i gatti sono bigi. 16] Al confessor, medico e avvocato, non
tenere il ver celato. 26] Al confessore, al medico e all'avvocato non si tiene
il ver celato. 2] Al contadin non far sapere quanto è buono il formaggio con le
pere. 1] Al cuore non si comanda. 1] Al cuor non si comanda. 27] Al cazzo non
si comanda. 2] Al culo non si comanda. 28] Al destino non si comanda. 2] Al
tempo non si comanda. 2] Al tempo e al culo non si comanda. 2] Al debole il
forte sovente fa torto. 8] Al fratello piace più veder la sorella ricca, che
farla tale. 8] Al levar le tende si conosce il guadagno. 4] Al gatto che lecca
lo spiedo non affidar arrosto. 8] Al genio non si danno le ali, ma le si
tagliano. 4] Al medico, al confessore e all'avvocato, bisogna dire ogni
peccato. 8] Al povero manca il pane, al ricco l'appetito. 8] Al primo colpo non
cade l'albero. 2] Al primo colpo non cade un albero. 2] Al suono si riconosce
la pignata. 29] Al villano, se gli porgi il dito, si prende la mano. 30] All'A
tien dietro il B nel nostro abbicì. 4] All'eco spetta l'ultima parola. 4]
All'orsa paion belli i suoi orsacchiotti. 8] All'uccello ingordo crepa il
gozzo. 2] All'ultimo si contano le pecore. 1] All'umiltà felicità, all'orgoglio
calamità. 8] Alla fame è presto ridotto chi s'imbarca senza biscotto. 4] Alla
fine anche le pernici allo spiedo vengono a noia. 8] Alla fine loda la vita e
alla sera loda il giorno.[7] 4] Alla fine loda la vita e alla sera il giorno.
2] Alla guerra si va pieno di denari e si torna pieni di vizi e di pidocchi. 4]
Alle barbe dei pazzi, il barbiere impara a radere. 8] Alle volte si crede di
trovare il sole d'agosto e si trova la luna di marzo. 8] Altri tempi, altri
costumi. 2] Alzati presto al mattino se vuoi gabbare il tuo vicino. 8]
Ambasciator non porta pena. 2] Amare e non essere amato è tempo perso. 4]
Ambasciatore che tarda notizia buona che porta. 2] Amicizia che cessa, non fu
mai vera. 4] Amico beneficato, nemico dichiarato. 4] Amico di buon tempo mutasi
col vento. 4] Amico di ventura, molto briga e poco dura. 31] Ammogliarsi è un
piacere che costa caro. 4] Amor che nasce di malattia, quando si guarisce passa
via. 8] Amor di nostra vita ultimo inganno.[8] 32] Amor, dispetto, rabbia e
gelosia, sul cuore della donna han signoria. 8] Amor nuovo va e viene, amor
vecchio si mantiene. 8] Amor regge il suo regno senza spada. 32] Amore con amor
si paga. 2] Amore di parentato, amore interessato. 4] Amore di villeggiatura
poco vale e poco dura. 2] Amore di fratello, amore di coltello. 8] Amore è il
vero prezzo con che si compra amore. 33] Amore non si compra né si vende. 33]
Amore onorato, né vergogna né peccato. 8] Amore scaccia amore. 4] Anche fra le
spine nascono le rose. 34] Anche i fanciulli diventano uomini. 4] Anche il più
verde diventa fieno. 4] Anche il sole ha le sue macchie. 4] Anche l'abate fu
prima frate. 4] Anche l'ambizione è una fame. 4] Anche la legna storta dà il
fuoco diritto. 4] Anche la regina Margherita mangia il pollo con le dita. 35] Anche
le bestie le ha fatte il Signore. 8] Anche le colombe hanno il fiele. 4] Anche
le pulci hanno la tosse. 2] Anche le uova della gallina nera sono bianche; ma
staremo a vedere se anche i suoi pulcini sono bianchi. 4] Anche un giogo dorato
pesa. 8] Andar presto a dormire e alzarsi presto chiude la porta a molte
malattie. 8] Andar bestia, e tornar bestia, dice il moro. 36] Anno nevoso anno
fruttuoso. 16] Anno nuovo vita nuova. 1] Approfitta degli errori degli altri,
piuttosto che censurarli. 4] Aprile dolce dormire.[9] 2] Aprile e maggio sono
la chiave di tutto l'anno. 4] Aprile ogni goccia un barile.[10] 2] Aprile
piovoso, maggio ventoso, anno fruttuoso. 4] Ara nel mare e nella rena semina,
chi crede alle parole della femmina. 8] Arcobaleno porta il sereno. 2] Aria
rossa o piscia o soffia. 2] Asino che ha fame mangia d'ogni strame. 2] Assai
bene balla a chi fortuna suona. 4] Assai digiuna chi mal mangia. 8] Assai
domanda chi ben serve e tace. 37] Assai domanda chi si lamenta. 8] Assalto
francese e ritirata spagnola. 2] Attacca l'asino dove vuole il padrone e, se si
rompe il collo, suo danno. 1] Avuta la grazia, gabbato lo santo. 8] B Bacco,
tabacco e Venere riducon l'uomo in cenere. 2] Ballaremo secondo che voi
suonerete. 4] Bandiera rotta onor di capitano. Bandiera vecchia onor di
capitano. 2] Basta un matto per casa. 8] Batti il ferro finché è caldo. Batti
il ferro quando è caldo. 1] Bei gatti e grossi letamai mostrano il buon
agricoltore. 38] Bella cosa presto è rapita. 4] Bella in vista, dentro è
trista. 4] Bella ostessa, conti traditori. 2] Bella ostessa, brutti conti. 39]
Bell'ostessa, conto caro. 40] Bella vigna poca uva. 2] Bellezza di corpo non è
eredità. 4] Bellezza e follia vanno spesso in compagnia. 41] Bello in fasce
brutto in piazza. 1] Ben sa la botte di qual vino è piena. 4] Ben si caccia il
diavolo, ma Satana ritorna. 4] Bene per male è carità, male per bene è
crudeltà. 8] Bene educato, non mentì mai. 4] Bene perduto è conosciuto. 4] Beni
di fortuna passano come la luna. 2] Bevi il vino e lascia andar l'acqua al
mulino. 8] Bisogna dire pane al pane e vino al vino. 2] Bisogna far buon viso a
cattivo gioco. 1] Bisogna fare di necessità virtù. 2] Bisogna fare il pane con
la farina che si ha. 4] Bisogna fare la festa quando cade, e prendere il tempo
come viene. 4] Bisogna fare la festa quando è il santo. 4] Bisogna mangiare per
vivere e non vivere per mangiare. 2] Bisogna prendere gli avvenimenti quando
Dio li manda. 4] Bocca che tace nessuno l'aiuta. 2] Bocca che tace mal si può
aiutare. 42] Bocca chiusa ed occhio aperto non fecero mai male a nessuno. 4]
Botte buona fa buon vino. 2] Brutta cosa è il povero superbo e il ricco avaro.
8] Brutta di viso ha sotto il paradiso. 2] Brutto in fasce bello in piazza. 1]
Buca il marmo fin d'acqua una goccia. 8] Bue sciolto lecca per tutto. 8] Bue
fiacco stampa più forte il piede in terra. 4] Bue vecchio, solco diritto. 4]
Buon fuoco e buon vino, scaldano il mio camino. 8] Buon sangue non mente. 2]
Buon tempo e mal tempo non dura tutto il tempo. 1] Buon vino e bravura, poco
dura. 8] Buon vino fa buon sangue. 1] 8] Buon vino, favola lunga. 8] Buona fama
presto è perduta. 4] Buona greppia, buona bestia. 8] Buona guardia giova a
molte cose. 4] Buona la forza, migliore l'ingegno. 4] Buone parole e pere marce
non rompono la testa a nessuno. 31] Burlando si dice il vero. 4] C Cader non
può, chi ha la virtù per guida. 4] Cambiano i suonatori ma la musica è sempre
quella. 1] Cambiare e migliorare sono due cose; molto si cambia nel mondo, ma
poco si migliora. 4] Campa cavallo che l'erba cresce. 2] Campa, cavallo mio,
che l'erba cresce. 1] Can che abbaia non morde. 1] Cane affamato non teme
bastone.[11] 2] Cane e gatta tre ne porta e tre ne allatta. 8] Cane non mangia
cane. 43] Cane ringhioso e non forzoso, guai alla sua pelle! 4] Capelli lunghi,
cervello corto. 4] Carta canta e villan dorme. 1] Casa fatta e vigna posta, non
si sa quello che costa. 44] Casa mia, casa mia, per piccina che tu sia, tu mi
sembri una badia. 45] Casa mia, casa mia, benché piccola tu sia, tu mi sembri
una badia. 2] Casa mia, casa mia, pur piccina che tu sia mi sembri una badia.
9] Castiga il buono e si emenderà; castiga il cattivo e peggiorerà. 4] Cattivo
cominciamento, fine peggiore. 8] Cavallo da vettura, poco costa e poco dura.
46] Cavallo vecchio, tardi muta ambiatura. 47] Cavolo riscaldato non fu mai
buono. 2] Cavolo riscaldato, frate sfratato e serva ritornata non furon mai
buoni. 2] Cento teste, cento cappelli. 48] Certe macchie ben si possono
grattare ma non togliere. 4] Cessato il guadagno, cessata l'amicizia. 49] Chi a
tutti facilmente crede, ingannato si vede. 4] Chi accarezza la mula rimedia
calci. 2] Chi accarezza la mula buscherà calci. 2] Chi accetta l'eredità
accetti anche i debiti. 4] Chi ad altri inganni tesse, poco bene per sé ordisce.
4] Chi alza il piede per ogni paglia, si può rompere facilmente una gamba. 8]
Chi ama me, ama il mio cane. 50] Chi ara terra bagnata, per tre anni l'ha
dissipata. 51] Chi asino nasce, asino muore. 4] Chi balla senza suono, come
asino si ritrova. 52] Chi ben coltiva il moro, coltiva nel suo campo un gran
tesoro. 47] Chi ben comincia è a metà dell'opera. 53] Chi ben comincia è alla
metà dell'opera. 2] Chi ben comincia è alla metà dell'opra. 1] Chi bene semina,
bene raccoglie. 4] Chi beve vin, campa cent'anni. 54] Chi beve birra campa
cent'anni.[12] 2] Chi biasima il suo prossimo che è morto, dica il vero, dica
il falso, ha sempre torto. 4] Chi caccia volentieri trova presto la lepre. 4]
Chi cade in povertà, perde ogni amico. 4] Chi cava e non mette, le possessioni
si disfanno. 55] Chi cavalca o trotta alla china, o non è sua la bestia, o non
la stima. 8] Chi cento ne fa una ne aspetta. 1] Chi cerca di sapere ciò che
bolle nella pentola d'altri, ha leccate le sue. 8] Chi cerca lealtà e fedeltà
nel mondo, non trova che ipocrisia. 4] Chi cerca, trova.[13] 2] Chi cerca trova
e chi domanda intende. 2] Chi coglie acerbo il senno, maturo ha sempre
d'ignoranza il frutto. 8] Chi comincia in alto, finisce in basso. 8] Chi compra
il superfluo, si prepara a vendere il necessario. 56] Chi compra sprezza e chi
ha comprato apprezza. 2] Chi conserva per l'indomani, conserva per il cane. 8]
Chi contro Dio getta la pietra, in capo gli torna. 8] Chi d'estate secca serpi,
nell'inverno mangia anguille. 4] Chi d'estate vuole stare al fresco, ci starà
anche d'inverno. 4] Chi da gallina nasce, convien che razzoli. 8] Chi da savio
operare vuole, pensi al fine. 4] Chi dà ghiande non può riavere confetti. 4]
Chi di gallina nasce convien che razzoli. 2] Chi dal lotto spera soccorso,
mette il pelo come un orso. 8] Chi dà per ricevere, non dà nulla. 8] Chi del
vino è amico, di se stesso è nemico. 8] Chi di spada ferisce di spada
perisce.[14] 1] Chi di speranza vive disperato muore. 1] Chi di una donna
brutta s'innamora, lieto con essa invecchia e l'ama ancora. 8] Chi di coltel
ferisce, di coltel perisce. 4] Chi di spirito e di talenti è pieno domina su
quelli che ne hanno meno. 4] Chi dice A arrivi fino alla Z. 4] Chi dice A deve
dire anche B. 4] Chi dice donna dice danno. 1] Chi dice donna dice guai, chi
dice uomo peggio che mai. 8] Chi dice male, l'indovina quasi sempre. 4] Chi
dice quel che vuole sente quel che non vorrebbe. 1] Chi disprezza compra. 1]
Chi disprezza vuol comprare e chi loda vuol lasciare. 2] Chi domanda ciò che
non dovrebbe, ode quel che non vorrebbe. 2] Chi domanda non erra. 2] Chi
domanda non fa errore. 57] Chi dopo la polenta beve acqua, alza la gamba e la
polenta scappa. 8] Chi dorme d'agosto dorme a suo costo. 2] Chi dorme non
piglia pesci.[15] 1] Chi è causa del suo mal pianga se stesso.[16] 1] Chi è
bugiardo è ladro. 4] Chi è destinato alla forca non annega. 58] Chi è generoso
con la bocca, è avaro col sacco. 4] Chi è in difetto è in sospetto. 1] Chi è
mandato dai farisei è ingannato dai farisei. 4] Chi è morso dalla serpe, teme
la lucertola. 8] Chi non è savio, paziente e forte si lamenti di sé, non della
sorte. 8] Chi è schiavo delle ambizioni ha mille padroni. 4] Chi è stato
trovato una volta in frode, si presume vi sia sempre. 4] Chi è svelto a
mangiare è svelto a lavorare. 1] Chi è tosato da un usuraio, non mette più
pelo. 8] Chi è uso all'impiccare, non teme la forca. 4] Chi fa da sé fa per
tre.[17] 1] Chi fa come il prete dice, va in Paradiso: ma chi fa come il prete
fa, a casa del diavolo se ne va.[18] Chi fa del bene agli ingrati, Dio lo
considera per male. 4] Chi fa il male odia la luce. 4] Chi fa l'altrui
mestiere, fa la zuppa nel paniere. 59] Chi fa la legge, deve conservarla. 4]
Chi fa una legge, deve anche preoccuparsi che sia eseguita. 4] Chi fa le fave
senza concime le raccoglie senza baccelli. 2] Chi fa falla e chi non fa
sfarfalla. 1] Chi fa un'ingiustizia, la dimentica; chi la riceve, se ne
ricorda. 4] Chi fosse indovino, sarebbe ricco. 4] Chi fugge il giudizio, si
condanna. 4] Chi fugge un matto, ha fatto buona giornata. 8] Chi getta un seme
lo deve coltivare, se vuol vederlo con il tempo germogliare. 60] Chi gioca al
lotto, è un gran merlotto. 8] Chi gioca al lotto, in rovina va di botto. 8] Chi
gioca al lotto, in rovina va di trotto. 8] Chi ha avuto ha avuto e chi ha dato
ha dato. 16]. Chi ha avuto il beneficio, se lo dimentica. 4] Chi ha da far con
un incostante, tien l'anguilla per la coda. 4] Chi ha denti non ha pane e chi
ha pane non ha denti. 1] Chi ha farina non ha la sacca. 1] Chi ha fatto ingiuria
ad altri, da altri convien che la sopporti. 4] Chi ha il capo di cera, non vada
al sole. 61] Chi ha imbarcato il diavolo, deve stare in sua compagnia. 4] Chi
ha ingegno, lo mostri. 62] Chi ha per letto la terra, deve coprirsi col cielo.
8] Chi ha polvere spara. 1] Chi ha portato la tonaca puzza sempre di frate. 2]
Chi ha prete, o parente in corte, fontana gli risorge. 63] Chi ha tempo, ha
vita. 64] Chi ha tempo non aspetti tempo. 1] Chi ha terra, ha guerra. 56] Chi
ha tutto il suo in un loco l'ha nel fuoco. 2] Chi ha un mestiere in mano,
dappertutto trova pane. 4] Chi il vasto mare intrepido ha solcato, talvolta in
piccol rio muore annegato. 65] Chi la dura la vince. 1] Chi la fa l'aspetti. 1]
Chi lascia la via vecchia per la nuova sa quel che lascia ma non sa quel che
trova. 1] Chi lascia la via vecchia per la nuova peggio si trova. 16] Chi
lavora con diligenza, prega due volte. 4] Chi lavora, Dio gli dona. 4] Chi mal
semina mal raccoglie. 1] Chi male una volta si marita, ne risente tutta la
vita. 4] Chi male vive, male muore. 2] Chi maltratta le bestie, non la fa mai
bene. 8] Chi mangia sempre pan bianco, spesso desidera il nero. 8] Chi mangia
sempre torta se ne sazia. 8] Chi mena per primo mena due volte.Chi molto parla,
spesso falla. Chi mordere non può non mostri i denti. 40] Chi muore giace e chi
vive si dà pace. 1] Chi nasce afflitto muore sconsolato. 1] Chi nasce è bello,
chi si sposa è buono e chi muore è santo. 1] Chi nasce matto non guarisce mai.
8] Chi nasce tondo non può morir quadrato. 57] Chi non ama le bestie, non ama i
cristiani. 8] Chi non apre la bocca, non le piove dentro. 4] Chi non beve in
compagnia o è un ladro o è una spia. 1] Chi non caccia non prende. 4] Chi non
comincia non finisce. 1] Chi non crede di esser matto, è matto davvero. 8] Chi
non crede in Dio, non crede nel diavolo. 67] Chi non dà a Cristo, dà al fisco.
8] Chi non è con me è contro di me. 2] Chi non è volpe, dal lupo si guardi,
perché ne sarà preda presto o tardi. 4] Chi non fu buon soldato, non sarà buon
capitano. 68] Chi non ha fede, non ne può dare. 8] Chi non ha il gatto mantiene
i topi e chi ce l'ha li mantiene tutti e due. 8] Chi non ha imparato a
ubbidire, non saprà mai comandare. 8] Chi non ha testa abbia gambe. 57] Chi non
lavora non mangia. 2] Chi non mangia ha già mangiato. 2] Chi non muore si
rivede. 2] Chi non naufragò in mare, può naufragare in porto. 8] Chi non può
bastonare il cavallo, bastona la sella. 4] Chi non risica, non rosica. 1] Chi
non sa adulare non sa regnare. 4] Chi non sa fare non sa comandare. 68] Chi non
sa leggere la sua scrittura è asino di natura. 69] Chi non sa niente non è
buono a niente. 4] Chi non sa tacere non sa parlare. 2] Chi non sa ubbidire,
non sa comandare. 68] Chi non segue il consiglio dei genitori, tardi se ne
pente. 4] Chi non semina non raccoglie. 2] Chi non si innamora da giovane, si
innamora da vecchio. 8] Chi non trovò ombra nell'estate, la troverà
nell'inverno. 4] Chi non vuol essere consigliato, non può essere aiutato. 4]
Chi parla due lingue è doppio uomo. 70] Chi pecca in segreto fa la penitenza
pubblica. 8] Chi pecora si fa, il lupo se la mangia. 1] Chi per grazia prega,
non ha mai bene. 4] Chi perde ha sempre torto. 1] Chi perdona senza
dimenticare, non perdona che metà. 4] Chi pesca con l'amo d'oro, qualcosa
piglia sempr e. 8] Chi piglia leone in assenza, teme la talpa in presenza.
8] Chi più ha più vuole. 1] Chi più ha più ne vorrebbe. 2] Chi più lavora, meno
mangia. 4] Chi più ne fa è fatto papa. 4] Chi più ne ha più ne metta. 2] Chi
più sa meno crede. 1] Chi più spende meno spende. 2] Chi poco sa presto parla.
2] Chi porta fiori, porta amore. 8] Chi predica al deserto, perde il sermone.
71] Chi prende l'anguilla per la coda, può dire di non tenere nulla. 4] Chi
prima arriva meglio alloggia. 2] Chi prima nasce prima pasce. 1] Chi prima non
pensa dopo sospira. 2] Chi rende male per bene, non vedrà mai partire da casa
sua la sciagura. 8] Chi ricorda un beneficio, lo rinfaccia. 4] Chi ride il
venerdì piange la domenica. 1] Chi rimane in umile stato, non ha da temer caduta.
8] Chi ringrazia non vuol obblighi. 8] Chi ringrazia per una spiga, riceve una
manna. 8] Chi Roma non vede, nulla crede. 8] Chi ruba poco, ruba assai. 72] Chi
rompe paga e i cocci sono suoi. 1] Chi ruba un regno è un ladro glorificato, e
chi un fazzoletto, un ladro castigato. 4] Chi ruba una volta è sempre ladro. 4]
Chi s'accapiglia si piglia.[19] Chi s'aiuta Iddio l'aiuta. 1] Chi sa fa e chi
non sa insegna. 1] Chi sa fare fa e chi non sa fare insegna.[20] Chi sa il
gioco non l'insegni. 1] Chi sa il trucco non l'insegni. 1] Chi sa senza Cristo
non sa nulla. 8] Chi scopre il segreto perde la fede. 1] Chi semina buon grano
avrà buon pane; chi semina lupino non avrà né pan né vino. 2] Chi semina con
l'acqua raccoglie col paniere. 2] Chi semina raccoglie. 2] Chi semina vento
raccoglie tempesta.[21][22] 1] Chi serba serba al gatto. 1] Chi si contenta
gode. 1] Chi si diletta di frodare gli altri, non si deve lamentare se gli
altri lo ingannano. 4] Chi si fa i fatti suoi campa cent'anni. 57] Chi si fa un
idolo del suo interesse, si fa un martire della sua integrità. 73] Chi si fida
nel lotto, non mangia di cotto. 8] Chi si fida di greco, non ha il cervel seco.
74] Chi si guarda dal calcio della mosca, gli tocca quello del cavallo. 4] Chi
si immagina di essere più di quello che è, si guardi nello specchio. 4] Chi si
loda si sbroda. 4] Chi si prende d'amore, si lascia di rabbia. 8] Chi si scusa
si accusa. 1] Chi si somiglia si piglia. 2] Chi si sposa in fretta, stenta
adagio. 75] Chi si umilia sarà esaltato, chi si esalta sarà umiliato. 8] Chi si
vanta da solo non vale un fagiolo. 2] Chi si vanta del delitto è due volte
delinquente. 4] Chi siede in basso, siede bene. 8] Chi sta tra due selle si
trova col culo in terra. 2] Chi tace acconsente. 1][23] Chi tace davanti alla
forza, perde il suo diritto. 4] Chi tanto e chi niente. 1] Chi troppo e chi
niente. 1] Chi tardi arriva male alloggia. 1] Chi ti dà un osso non ti vorrebbe
morto. 4] Chi ti vuol male, ti liscia il pelo. 8] Chi tiene il letame nel suo
letamaio, fa triste il suo pagliaio. 8] Chi tiene la scala non è meno reo del
ladro. 76] Chi troppo comincia, poco finisce. 77] Chi troppo vuole nulla
stringe.[24] 1] Chi trova un amico trova un tesoro. 1] Chi uccide i gatti fa
male i suoi fatti. 38] Chi va a caccia non deve lasciare a casa il fucile. 4]
Chi va a Roma perde la poltrona. 2] Chi va all'acqua d'agosto, non beve o non
vuol bere il mosto. 8] Chi va all'osto, perde il posto. 78] Chi va al mulino
s'infarina. 1] Chi va con lo zoppo, impara a zoppicare. 79] Chi va piano va
sano e va lontano. Chi va forte va alla morte.[25] 80] Chi ha più fretta, più
tardi finisce. 4] Chi fa in fretta fa due volte. 4] Chi pesca e ha fretta,
spesse volte prende dei granchi. 4] Chi va via perde il posto all'osteria. 81]
Chi vanta se stesso e abbassa gli altri, gli altri abbasseranno lui. 4] Chi
vende a credenza spaccia assai: perde gli amici e i quattrin non ha mai.[26] 2]
Chi dà a credito spaccia assai perde gli amici e danar non ha mai. 2] Chi va
alla festa e non è invitato, ben gli sta se ne è scacciato. 4] Chi vien di
raro, gli si fa festa. 8] Chi vince ha sempre ragione. 82] Chi vive in libertà
non tenti il fato. 4] Chi vive sei giorni nell'oasi, il settimo anela il
deserto. 8] Chi vivrà vedrà. 2] Chi vuol d'avena un granaio la semini di
febbraio. 2] Chi vuol dell'acqua chiara vada alla fonte. 4] Chi vuol udir
novelle, dal barbier si dicon belle. 8] Chi vuol esser libero, non metta il
collo sotto il giogo. 8] Chi vuol essere pagato, non dev'essere ringraziato. 8]
Chi vuol guarire deve soffrire. 4] Chi vuol impetrare, la vergogna ha da
levare. 83] Chi vuol lavoro degno assai ferro e poco legno. 2] Chi vuol pane,
meni letame. 84] Chi vuol presto impoverire, chieda prestito all'usuraio. 8]
Chi vuol provar le pene dell'inferno, la stia in Puglia e all'Aquila d'inverno.
8] Chi vuol saper cos'è l'inferno faccia il cuoco d'estate e il carrettiere
d'inverno. 8] Chi vuol un bel pagliaio lo pianti di febbraio. 8] Chi vuol
vedere Pisa vada a Genova. 85] Chi vuole arricchire in un anno, è impiccato in
sei mesi. 4] Chi vuole assai, non domandi poco. 86] Chi vuole essere amato,
divenga amabile. 9] Chi vuole essere sicuro della sua farina, deve portare egli
stesso il sacco al mulino. 4] Chi vuole i santi se li preghi. 1] Chi vuole la
figlia accarezzi la madre. 4] Chi vuole vada e chi non vuole mandi. 1] Chiara
notte di capodanno, dà slancio a un buon anno. 8] Chiodo scaccia chiodo. 2]
Chiodo schiaccia chiodo. 9] Chitarra e schioppo fanno andare la casa a galoppo.
8] Ci vuole altro che un'accozzaglia di gente per fare un esercito. 4] Ci vuole
ingegno per governare i pazzi. 4] Ciascuno è artefice della sua fortuna. 2][27]
Ciascuno è artefice della propria fortuna. 2] Ciascuno porta il suo ingegno al
mercato. 4] Cielo a pecorelle acqua a catinelle. 1] Ciò che è male per uno, è
bene per un altro. 4] Ciò che lo stolto fa in fine, il savio fa in principio.
87] Ciò che non si può cambiare bisogna saperlo sopportare. 4] Col fuoco non si
scherza. 1] Col latino, con un ronzino e con un fiorino si gira il mondo. 4] Col
nulla non si fa nulla. 1] Col pane tutti i guai sono dolci. 1] Col tempo e con
la paglia maturano le nespole.[28] 2] Col tempo e con la paglia maturano le
sorbe e la canaglia. 2] Colla sola lealtà, non si pagano i merletti della
cuffia. 4] Come farai, così avrai. 4] Come i piedi portano il corpo, così la
benevolenza porta l'anima. 4] Comincia, che Dio provvede al resto. 4] Compar di
Puglia, l'un tiene e l'altro spoglia. 8] Comun servizio ingratitudine rende. 8]
Con arte e con ingegno, si acquista mezzo regno; e con ingegno ed arte, si
acquista l'altra parte. 4] Con gli anni crescono gli affanni. 8] Con i matti
non ci son patti. 8] Con l'inchiostro, una mano può innalzare un furfante ed
abbassare un galantuomo. 8] Con la pazienza la foglia di gelso diventa seta.
88] Con la pietra si prova l'oro, con l'oro la donna e con la donna l'uomo. 8]
Con la più alta libertà, abita la più bassa servitù. 4] Con le buone maniere si
ottiene tutto. 89] Con un bicchier di vino si fa un amico. 8] Con un occhio si
frigge il pesce e con l'altro si guarda il gatto. 8] Conchiuder lega è facile,
difficile il mantenerla. 4] Confidenza toglie riverenza. 4] Conserva le monete
bianche per le giornate nere. 8] Contadini, scarpe grosse e cervelli fini. 1]
Contano più i fatti che le parole. 90] Contro due donne neanche il diavolo può
metterci il becco. 8] Contro due non la potrebbe Orlando. 91] Contro la forza
la ragion non vale. 1] Contro la nebbia forza no vale. 4] Coricarsi presto,
alzarsi presto, danno salute, ricchezza e sapienza. 8] Corpo satollo anima
consolata. 1] Corpo sazio non crede a digiuno. 1] Cortesia schietta, domanda
non aspetta. 92] Corre un pezzo la lepre, un pezzo il cane; così s'alternano le
vicende umane. 8] Cosa fatta capo ha.[29] 2] Cosa di rado veduta, più cara è
tenuta. 8] Cosa rara, cosa cara. 8] Cucina grassa, magra eredità. 4] Cuor
contento gran talento. 93] Cuor contento il ciel l'aiuta. 94] Cuor contento il
ciel lo guarda. 2] Cuor contento non sente stento. 2] D D'aprile ogni goccia
val mille lire. 2] D'aquila non nasce colomba. 4] Da colpa nasce colpa. 4] Da
cosa nasce cosa. 95] Da falsa lingua, cattiva arringa. 8] Da Lodi, tutti passan
volentieri. 8] Da un disordine nasce un ordine. 8] Dagli amici mi guardi Iddio
che dai nemici mi guardo io. 2] Dàgli, dàgli, le cipolle diventano agli. 96]
Riferito alle insidie che l'amore riserva alle virtù delle fanciulle. Dai
giudici siciliani, vacci coi polli nelle mani. 8] Dall'asino non cercar lana.
4] Dall'opera si conosce il maestro. 4] Dall'immagine si conosce il pittore. 4]
Dalla mano si riconosce l'artista. 4] Dal canto si conosce l'uccello. 4] Dal
passato è facile predire il futuro. 4] Dalla casa si conosce il padrone. 4]
Danaro e santità, metà della metà. 8] Denari e santità metà della metà. 97]
Date a Cesare quel che è di Cesare.[30] 2] Davanti al cameriere non vi è
Eccellenza. 4] Davanti l'abisso e dietro i denti di un lupo. 4] Debole catena
muover può gran peso. 8] Dei vizi è regina l'avarizia. 98] Del senno di poi son
piene le fosse. 1] Delle calende non me ne curo purché a san Paolo non faccia
scuro.[31] 2] Detto senza fatto, ad ognuno pare un misfatto. 4] Di buone
intenzioni è lastricato l'inferno. 99] Di chi è l'asino, lo pigli per la coda.
4] Di dolore non si muore, ma d'allegrezza sì. 8] Di maggio si dorme per assaggio.[32]
2] Di malerba non si fa buon fieno. 4] Di notte si ritirano i galantuomini ed
escono i birbanti. 8] Di quello che non ti interessa, non dire né bene né male.
4] Di tutte le arti maestro è l'amore. 8] Dice la serpe: non mi toccar che non
ti tocco. 8] Dicembre favaio. 16] Dicono che è mercante anche chi perde, ma
questo presto ridurrassi al verde. 100] Dieci ne pensa il topo e cento il
gatto. 101] Dietro il monte c'è la china. 2] Dietro il riso viene il pianto. 8]
Dimmi con chi vai, e ti dirò che fai. 73] Dimmi con chi vai, e ti dirò chi sei.
102] Dio aiuti il povero, perché il ricco può aiutar se stesso. 8] Dio dà la
piaga e dà anche la medicina. 4] Dio guarisce e il medico è ringraziato. 4] Dio
li fa e poi li accoppia. 1] Dio manda il freddo secondo i panni. 1] Dio mi
guardi da chi studia un libro solo. 4] Dio misura il vento all'agnello tosato.
4] Dio vede e provvede. 2] Disse la volpe ai figli: "Quando a tordi,
quando a grilli". 4] Dolore comunicato è subito scemato. 4] Domandando si
va a Roma. 2] Domandare è lecito, rispondere è cortesia. 2] Donna al volante,
pericolo costante. 103] Donna adorna, tardi esce e tardi torna. 8] Donna
baffuta sempre piaciuta. 2] Donna barbuta, sempre piaciuta. 103] Donna barbuta
coi sassi si saluta. 2] Donna bianca, poco gli manca. 8] Donna rossa coscia
grossa. 8] Donna che canti dolcemente in scena, pei giovani inesperti è una
sirena. 8] Donna che dona, di rado è buona. 8] Donna che piange, ovver che
dolce canti, son due diversi, ambo possenti incanti. 8] Donna che sa il latino
è rara cosa, ma guardati dal prenderla in isposa. 8] Donna e fuoco, toccali
poco. 8] Donne e motori gioie e dolori. 104] Donna e vino ubriaca il grande e
il piccolino. 8] Donna giovane e uomo anziano possono riempire la casa di
figli. 8] Donna io conosco, ch'è una santa a messa e che in casa è un'orribil
diavolessa. 8] Donna nana tutta tana. 2] Donna nobil per natura è un tesor
cheonna savia e bella è preziosa ancsempre dura. 8] Donna pelosa, donna
virtuosa. 2] Donna pregata nega, trascurata prega. 8] Donna prudente, gioia
eccellente. 8] Dhe in gonnella. 8] Donna si lagna, donna si duole, donna
s'ammala quando lo vuole. 8] Donne e sardine, son buone piccoline. 8] Donne,
danno, fanno gli uomini e li disfanno. 8] Dopo desinare non camminare; dopo cena,
con dolce lena. 4] Dopo e poi son parenti del mai. 2] Dopo il dolce vien
l'amaro. 8] Dopo il fatto il consiglio non vale. 4] Dopo il fatto viene troppo
tardi il pentimento. 4] Dopo il giorno vien la notte. 8] Dopo la grazia di Dio,
la miglior cosa è la libertà. 8] Dopo la tempesta, il sole. 8] Dopo le fosche
nuvole il sol splende più fulgido. 8] Dopo vendemmia, imbuto. 105] Non bisogna
lasciarsi sfuggire le occasioni favorevoli, chi ha tempo non aspetti tempo.
Dove c'è l'amore, la gamba trascina il piede. 8] Dove è castigo è disciplina,
dove è pace è gioia. 4] Dove entra la fortuna, esce l'umiltà. 8] Dove l'accidia
attecchisce ogni cosa deperisce. 4] Dove la fedeltà mette le radici, Dio fa
crescere un albero. 4] Dove non c'è amore, non c'è umanità. 8] Dove non c'è
fieno, i cavalli mangiano paglia. 8] Dove non c'è ordine, c'è disordine. 8]
Dove non si crede né all'inferno né al paradiso, il diavolo intasca tutte le
entrate. 8] Dove non vi è educazione, non vi è onore. 4] Dove non vi sono
capelli, male si pettina. 4] Dove può il vino non può il silenzio. 8] Dove
regna Bacco e Amore, Minerva non si lascia vedere. 4] Dove regna il vino, non
regna il silenzio. 8] Dove son carogne son corvi. 8] Dove sono i pulcini, ivi è
l'occhio della chioccia. 8] Dove vola il cuore, striscia la ragione. 8] Due
cani che un solo osso hanno, difficilmente in pace stanno. 4] Due noci in un
sacco e due donne in casa fanno un bel fracasso. 8] Due polente insieme non
furon mai viste. 8] Dura più un carro rotto che uno nuovo. 4] Duro con duro non
fa buon muro. 106] E È cattivo sparviero quel che non torna al richiamo. 8] È
difficile far diventare bianco un moro. 4] È difficile guardarsi dai ladri di
casa. 4] È difficile piegare un albero vecchio. 4] È difficile zoppicare bene
davanti allo sciancato. 8] È facile lamentarsi quando c'è chi ascolta. 8] È
impossibile come cavalcare un raggio di sole. 4] È impossibile volare senza
ali. 4] È inutile piangere sul latte versato. 98] [truismo] È l'acqua che fa
l'orto. 98] L'acqua fa l'orto. 98] È la donna che fa l'uomo. 57] È lieve
astuzia ingannar gelosia, che tutto crede quando è in frenesia. 4] È meglio
avere la cura di un sacco di pulci che una donna. 4] È meglio contentarsi che
lamentarsi. 8] È meglio correggere i propri difetti, che riprendere quelli
degli altri. 4] È meglio esser digiuno fuori, che satollo in prigione. 8] È
meglio essere testa d'anguilla che coda di storione. 8] È meglio essere uccel
di bosco, che uccel di gabbia. 8] È meglio essere umile a cavallo, che
orgoglioso a piedi. 8] È meglio gelare nella nuda cameretta della verità, che
crogiolarsi nella pelliccia della menzogna. 4] È meglio mangiarsi l'eredità,
che conservarla per il convento. 4] È meglio meritar la lode che ottenerla. 4]
È meglio sentir cantare l'usignolo, che rodere il topo. 8] È meglio testa di
lucertola che coda di drago. 8] È meglio un esercito di cervi sotto il comando
di un leone, che un esercito di leoni sotto il comando di un cervo. 4] È meglio
un leone che mille mosche. 8] È più facile biasimare, che migliorare. 4] È più
facile lagnarsi, che rimuovere gl'impedimenti. 8] È più facile prevenire una
malattia che guarirla. 8] È più facile trovar dolce l'assenzio, che in mezzo a
poche donne il silenzio. 8] È un bel predicare il digiuno a corpo pieno. 4] È
una bella risposta quella che si attaglia ad ogni domanda. 8] Ebrei e
rigattieri, spendono poco e gabbano volentieri. 4] Ecco il rimedio per
l'ipocondria: mangiare e bere in buona compagnia. 8] Errare è umano,
perseverare è diabolico. 107] Errare è umano, perseverare diabolico. 2]
Sbagliare è umano, perseverare è diabolico. 108] Errore non è inganno. 4]
Errore non paga debito. 4] Errore riconosciuto conduce alla verità. 4] Esser
dotto poco vale, quando gli altri non lo sanno. 8] Èssere più torbo che non è
l'acqua dei maccheroni. 8] F Fa quel che il prete dice, non quel che il prete
fa. 1] Fa quello che fanno gli altri, e nessuno si farà beffe di te. 4] Faccia
bella, anima bella. 4] Facile è criticare, difficile è l'arte.[33] 109] Fare
debiti non è vergogna, ma pagarli è questione d'onore. 4] Fare e disfare, è
tutto un lavorare. 110] Fare l'amore fa bene all'amore. 111] Fate del bene al
villano, dirà che gli fate del male. 8] Fatta la legge trovato l'inganno.[34]
1] Fatti asino e tutti ti metteranno la soma. 4] Fatti di miele e ti
mangieranno le mosche. 4] Fatti le ali e poi vola. 4] Febbraio, febbraietto
mese corto e maledetto.[35] 2] Felice non è, chi d'esserlo non sa. 64] Femmine
e galline, se giran troppo si perdono. 8] Ferita d'amore non uccide. 8] Finché
c'è vita c'è speranza. 1] Fino alla morte non si sa qual è la sorte. 8] Fidarsi
è bene, non fidarsi è meglio. 1] Fidati dell'arte, ma non dell'artigiano. 4]
Fino alla bara sempre s'impara. 112] Fortezza che parlamenta, è prossima ad
arrendersi. 4] Fortuna cieca, i suoi acceca. 4] Fortuna instupidisce colui
ch'ella favorisce. 4] Fortunato al gioco, sfortunato in amore. 4] Fra Modesto
non fu mai priore. 8] Fra sepolto tesoro e occulta scienza, non vi conosco
alcuna differenza. 8] Fra un usuraio e un assassino poco ci corre. 8] Frutto
precoce facilmente si guasta. Fuggire l'acqua sotto la grondaia. 4] Funghi e
poeti: per uno buono dieci cattivi. 8] G Gallina che non razzola ha già
razzolato. 113] Gallina vecchia fa buon brodo. 114] Gallo senza cresta è un
cappone, uomo senza barba è un minchione. Gatta inguantata non prese mai topo.
8] Gattini sventati, fanno gatti posati. 115] Gatto e donna in casa, cane e
uomo fuori. 38] Gatto rinchiuso diventa leone. 8] Gatto scottato dall'acqua
calda, ha paura della fredda. 4] Gelosia non mette ruga. Gioco di mano gioco di villano. 1] Gioia e
sciagura sempre non dura. 8] Giovani di buon cuore, indoli buone, crescono
cattivi per poca educazione. 4] Giugno la falce in pugno.[36] 2] Gli abiti e
gli uomini presto invecchiano. Gli abiti e i costumi sono mutabili. 4] Gli
abiti sono freddi, ma ricevono il calore da chi li porta. 4] Gli amori nuovi
fanno dimenticare i vecchi. 4] Gli eredi dell'avaro sono onnipotenti, perché
possono risuscitare i morti. 4] Gli eretici rubano la parola di Dio. 4] Gli
errori degli altri sono i nostri migliori maestri. 4] Gli errori non si
conoscono finché non siano commessi. 4] Gli errori si pagano. 8] Gli estremi si
toccano. 4] Gli idoli separano papa e imperatore. 4] Gli occhi s'hanno a
toccare con le gomita. 91] Gli stolti fanno le feste e gli accorti se le
godono. 116] Gli uccelli dalle stesse piume devono stare nello stesso nido. 8]
Gli uomini onesti non temono né la luce, né il buio. 8] Gobba a ponente luna
crescente, gobba a levante luna calante. 2] Gola degli adulatori, sepolcro
aperto. 117] Gotta inossota, mai fi sanata. 118] Gran giustizia, grande offesa.
4] Grande amore, gran dolore. 8] Greco in mare, Greco in tavola, Greco non aver
a far seco. 74] Gru e donne fan volentieri il nido in alto. 8] Guardalo,
figlia, guardalo tutto, l'uomo senza denari com'è brutto. 4] Guardare e non
toccare è una cosa da imparare. 2] Guardati da chi accende il fuoco e grida poi
contro le fiamme. 4] Guardati da cane rabbioso e da uomo sospettoso. 8]
Guardati da chi giura in coscienza. 8] Guardati da chi non ha cura della sua
reputazione. 8] Guardati da chi ride e guarda da un'altra parte. 8] Guardati da
tre cose: da cavallo focoso, da uomo infido e da donna svergognata. 8] Guardati
da tutte quelle cose che possono nuocere all'anima e al corpo. 8] Guardati dai
fanciulli che ascoltano: anche i piccoli vasi hanno orecchie. 8] Guardati dai
matti, dagli ubriachi, dagli ipocriti e dai minchioni. 8] Guardati dai tumulti,
e non sarai né testimonio né parte. 8] Guardati dal diffamare, perché le prove
sono difficili. 8] Guardati dal vecchio turco e dal giovane serbo. 119]
Guardati dall'ipocrisia, perché è una cattiva malattia. 8] Guardati dalla
primavera di gennaio. 8] Guardati in tua vita di non dare a niun smentita. 8]
Guerra, peste e carestia, vanno sempre in compagnia. 120] H Ha cento volte un
uomo flemma e giudizio, alla centuna corre al precipizio. 65] Ha bel mentir chi
vien da lontano. 76] Ha la giustizia in mano bilancia e spada, perché il giusto
s'innalza e l'empio cada. 4] Ha più il ricco in un angolo, che il povero in
tutta la casa. 8] Ha un buon sapore l'odore del guadagno. 4] Ha un coraggio da
leone, quello che non fa violenza ai deboli. 8] Ho veduto assai volte un piccol
male non rispettato, divenir mortale. 65] I I baci sono come le ciliegie: uno
tira l'altro. 2] I cani abbaiano come sono nutriti. 4] I capponi sono buoni in
tutte le stagioni. 8] I cattivi esempi si imitano facilmente, meno i buoni. 4]
I debiti sono gli eredi più prossimi. 4] I denari del lotto se ne van di galoppo.
8] I denari servono al povero di beneficio, ed all'avaro di gran supplizio. 4]
I desideri non riempiono il sacco. 4] I docili non hanno bisogno della verga.
8] I doni dei nemici sono pericolosi. 4] I fanciulli diventano uomini e le
ragazze spose. 4] I fanciulli e gli ubriachi cadono nelle mani di Dio. 4] I
figli dei gatti mangiano i topi. 8] I figli sono la ricchezza dei poveri. 18] I
figli sono pezzi di cuore. 2] I fiori tanto profumano per i poveri come per i
ricchi. 8] I frati non s'inchinano all'abate, ma al mazzo delle sue chiavi. 4]
I gamberi son buoni nei mesi della erre. 8] I gatti e i veri uomini cadono
sempre in piedi. 121] I genii si incontrano. 4] I genitori amano i figli, più
che i figli i genitori. 4] I genovesi risparmiano anche sui numeri: li usano
due volte.[37] 122] I giovani vogliono essere più accorti dei vecchi. 4] I
giuramenti degli innamorati sono come quelli dei marinai. 4] I granchi son
pieni quando la luna è tonda. 8] I guai della pentola li sa il mestolo che li
rimescola. 8] I ladri grandi fanno impiccare i piccoli. 4] I loquaci e i
vantatori son mal veduti da tutti. 8] I matti ed i fanciulli hanno un angelo
dalla loro. 8] I matti fanno le feste ed i savi le godono. 4] I medici vogliono
essere vecchi, i farmacisti ricchi ed i barbieri giovani. 4] "I miei
datteri sono più dolci", dice il vischio che cresce sulla palma. 8]
[wellerismo] I panni sporchi si lavano in casa. 123] I paperi vogliono portare
a bere le oche. 4] I parenti sono come le scarpe: più sono stretti, più fanno male.
2] I pazzi crescono senza innaffiarli. 8] I pazzi e i fanciulli possono dire
quello che vogliono. 8] I pazzi per lettera sono i maggiori pazzi. 124] I pazzi
si conoscono dai gesti. 8] I peccati di gioventù si piangono in vecchiaia. 8] I
poeti nascono, e gli oratori si formano. 8] I poveri cercano il mangiare per lo
stomaco; e i ricchi lo stomaco per mangiare. 8] I poveri hanno la salute e i
ricchi le medicine. 8] I pulci di vendemmia li tiene l'uomo e non le femmine.
125] I ricchi devono consolare i poveri. 8] I rimproveri del padre fanno più
che le legnate della madre. 8] I soldi non fanno la felicità. 2] I veri amici
sono come le mosche bianche. 4] Il bel tempo non viene mai a noia. 9] Il ben di
un anno se ne va in una bestemmia. 4] Il ben fare non è mai tardo. 4] Il
bisognino fa trottar la vecchia. 2] Il bue dice cornuto all'asino. 126] Il bue
mangia il fieno perché si ricorda che è stato erba. 2] Il buon ordine è figlio
del disordine. 8] Il buon nocchiero muta vela, ma non tramontana. 8] Il caffè
deve essere caldo come l'inferno, nero come il diavolo, puro come un angelo e
dolce come l'amore.[38] 127] Il caldo delle lenzuola non fa bollire la pentola.
128] Il cane che ho nutrito è quel che mi morde. 8] Il cane è il miglior amico
dell'uomo. 2] Il cane pauroso abbaia più forte. 4] Il cane rode l'osso perché
non può inghiottirlo. 4] Il coccodrillo mangia l'uomo e poi lo piange. 8] Il
colombo che rimane in colombaia è al sicuro dal falco. 8] Il colore più caro
agli ebrei è il giallo. 4] Il coraggio copre l'eroe meglio che lo scudo il
codardo. 8] Il corpo e l'anima ridono a chi si alza di buon mattino. 8] Il
corvo piange la pecora e poi la mangia. 117] Il cuor cattivo rende
ingratitudine per beneficio. 8] Il cuor magnanimo si piglia con poco amore, e
il cuore dello stolto con poca adulazione. 8] Il cuore ha le sue ragioni e non
intende ragione.[39] 129] Il dare è onore, il chiedere è dolore. 8] Il delitto
non si deve tollerare, ma anche meno si deve approvare. 4] Il denaro è il nervo
della guerra. 4] Il denaro può molto, ma l'amore può tutto. 4] Il diavolo ben
si lascia pigliare per la coda, ma non se la lascia strappare. 4] Il diavolo fa
le pentole ma non i coperchi. 1] Il diavolo non è così brutto come lo si
dipinge. 130] Il diavolo vuol farsi cappuccino. 2] Il diavolo vuol farsi santo.
2] Il domandare è senno, il rispondere è obbligo. 8] Il dono del cattivo è
simile al suo padrone. 56] Il dubbio è padre del sapere. 4] Il fare insegna a
fare. 4] Il fatto non si può disfare. 4] Il ferro di cavallo che risuona, ha
bisogno di un chiodo. 8] Il ferro è duro, ma il fuoco lo rende morbido. 4] Il
figlio al padre s'assomiglia, alla madre la figlia. 4] Il filo sottile
facilmente si strappa. 4] Il fuoco che non mi scalda, non voglio che mi scotti.
4] Il fuoco che non mi brucia, non lo spengo. 4] Il gatto ama i pesci, ma non
vuole bagnarsi le zampe. 131] Il gatto brontola sempre, anche quando gode. 8]
Il gatto che si è bruciato, ha paura anche dell'acqua fredda. 121] Il gatto è
una tigre domestica. 8] Il gatto lecca oggi, domani graffia. 132] Il gatto non
è gatto se non è ladro. 133] Il gatto non ti accarezza, si accarezza vicino a
te. 134] Il generoso non ha mai abbastanza denaro. 4] Il gentiluomo chiede solo
il miele, ma la gentildonna vuol anche la cera. 8] Il gioco è bello quando dura
poco. 2] Il gioco, il lotto, la donna e il fuoco non si contentan mai di poco.
8] Il giudizio è opera di Dio. 4] Il grano rado non fa vergogna all'aia. 135]
Il Greco dice la verità solo una volta all'anno. 4] Il lamentarsi non riempie camera
vuota. 8] Il lavorare senza pregare, è una botte senza vino, e oro senza
splendore. 4] Il lavoro nobilita l'uomo. 136] Il letto si chiama rosa, se non
si dorme si riposa. 137] Il lotto è la tassa degli imbecilli. 8] Il lotto è un
inganno continuo. 8] Il lupo non caca agnelli. 2] Il lupo perde il pelo ma non
il vizio.[40] 1] Il lupo quando acciuffa una pecora, ne guarda già un'altra. 4]
Il magnanimo è superiore all'ingiuria, all'ingiustizia, al dolore. 8] Il
magnanimo non ricorre all'astuzia. 8] Il male che non ha riparo è bene tenerlo
nascosto. 4] Il male peggiore dei mali è il timore. 8] Il male viene in grandi
quantità, e se ne va via a poco a poco. 4] Il matrimonio è la tomba dell'amore.
2] Il mattino ha l'oro in bocca. 138] Le ore del mattino hanno l'oro in bocca.
139] Il medico pietoso fa la piaga puzzolente. 140] Il medico pietoso fa la
piaga verminosa. 140] Il meglio è nemico del bene. 1] Il merlo ingrassa in
gabbia, il leone muore di rabbia. 8] Il miele non è fatto per gli asini. 4] Il
miglior tiro ai dadi è non giocarli. 4] Il molto ringraziare significa chieder
dell'altro. 8] Il mondo ricompensa come il caprone che dà cornate al suo
padrone. 8] Il mulino di Dio macina piano ma sottile. 141] Il nano è piccolo
anche se è sul campanile. 8] Il passato deve essere maestro dell'oggi. 4] Il
passato non deve prendere a prestito dall'oggi. 4] Il peggior passo è quello
dell'uscio. 2] Il pesce puzza dalla testa. 1] Il Piemonte è la sepoltura dei
francesi. 8] Il poeta ben trova le palme, ma non i datteri. 8] Il politico
bacia con la bocca, e tira calci con i piedi. 8] Il Portogallo[41] è piccolo,
ma è un pezzo di zucchero. 8] Il povero non può e il ricco non vuole. 8] Il
prete, dove mangia, vi canta. 142] Il prete vien cantando e va via zufolando.
143] Il prete vive ancor un anno dopo morte. 142] I suoi familiari continuano
ad incassar per un anno i suoi redditi.[42] Il primo amore non si arrugginisce.
8] Il primo amore non si scorda mai. 8] Il primo anno ci si abbraccia, il
secondo si fascia, il terzo anno si ha la malattia e la cattiva Pasqua. 4] Il
puledro non va all'ambio, se la cavalla trotta. 144] Il ramo assomiglia al
tronco. 4] Il ricco ha tanto bisogno del povero, quanto il povero del ricco. 8]
Il ricco vive, il povero vivacchia. 8] Il ringraziare non fa male alla bocca.
8] Il ringraziare non paga debito. 8] Il riso abbonda sulla bocca degli stolti.
2] Il riso abbonda sulla bocca degli sciocchi. 145] Il riso nasce nell'acqua ma
deve morire nel vino. 8] Il sapere è di tutti. 2] Il «se» e il «ma» sono due corbellerie
da Adamo in qua. 4] Il silenzio è d'oro e la parola d'argento. 1] Il sospirar
non vale. 8] Il superfluo del ricco è il necessario del povero. 8] Il tatto è
tattica. 8] Il tatto è tutto. 8] Il tempo è denaro. 146] Il tempo è un gran
medico. 147] Il tempo scopre tutto, perché è galantuomo. 147] Il tempo vola.
147] Il termine della notte è l'inizio del giorno. 8] Il timore fa trottare
anche lo zoppo. 8] Il troppo gestire è da pazzi. 8] Il troppo tirare, l'arco fa
spezzare. 4] Il turco ben può divenir un dotto, ma un uomo giammai. 119] Il
ventre non ha orecchie. 2] Il vero infermo è quello che non vuol esser guarito.
8] Il vino al sapore, il pane al colore. 8] Il vino è buono per chi lo sa bere.
8] Il vino è forte ma il sonno lo vince, ma più forte d'ogni cosa è la donna.
8] Il vino è il latte dei vecchi. 8] Il vino è mezzo vitto. 8] Il vino fa
ballare i vecchi. 8] Il vino la mattina è piombo, a mezzodì argento, la sera
oro. 8] Impara a vivere lo sciocco a sue spese, il savio a quelle altrui. 4] Impara
l'arte e mettila da parte. 1] In amore e in guerra niente regole. 8] In bocca
chiusa non entran mosche. 2] In Campania si inganna persino il diavolo. 8] In
casa del calzolaio non si hanno scarpe. 4] In cento libbre di legge, non v'è
un'oncia di amore. 148] In chiesa coi santi e in taverna coi ghiottoni. 1] In
compagnia prese moglie un frate. 1] In febbraio la beccaccia fa il nido. 8] In
Lazio si nasce coi sassi in mano. 8] In lunghi viaggi anche la paglia pesa. 8]
In paradiso non ci si va in carrozza. 141] In Sardegna non vi son serpenti, né
in Piemonte bestemmie. 8] In tanta incostanza e quantità delle cose umane,
nulla, se non quello che è passato, è sicuro. 4] In terra di ciechi, beato chi
ha un occhio. 36] In terra di ladri, la valigia dinanzi. 8] In vaso mal lavato,
il vino è tosto guastato. 8] Ingegno e capelli, crescono soltanto con gli anni.
4] Insieme non vanno la pudicizia e la beltà. 4] Inventare è poco, diffondere
l'invenzione è tutto. 4] L L'abbaiare dei cani non arriva in cielo. 4] L'abbondanza
non lascia dormire il ricco. 4] L'abete che fa ombra crede di fare frutti. 4]
L'abete cresce in altezza, ma la felce cresce in larghezza. 4] L'abito non fa
il monaco.[43] 2] L'abuso insegna il vero uso. 4] L'acqua cheta rovina i ponti.
2] L'acqua corre al mare. 149] L'acqua e il fuoco sono buoni servitori, ma
cattivi padroni. 4] L'acqua fa male e il vino fa cantare. 8] L'acqua fa marcire
i pali. 5] L'acqua fa venire i ranocchi in corpo. 150] L'acqua di maggio
inganna il villano: par che non piova e si bagna il gabbano[44]. 2] L'acqua non
è fatta per sposarsi. 9] L'allegria dei cattivi dura poco. 8] L'allegria è di
ogni male il rimedio universale. 4] L'allegria è il balsamo della vita. 8]
L'allegria fa campare, la passione fa crepare. 8] L'allegria piace anche a Dio.
8] L'allegria scaccia ogni male. 8] L'allodola vola in alto, ma fa il suo nido
in terra. 8] L'altezza è mezza bellezza.[45] 2] L'ambizione e la vendetta
muoiono sempre di fame. 4] L'ambizione è nemica della ragione. 4] L'amore di
carnevale muore in quaresima. 8] L'amore è cieco. 2] L'amore è cieco, ma vede
lontano. 8] L'amore fa passare il tempo e il tempo fa passare l'amore. 8]
L'amore non è bello se non è litigarello. 103] L'amore non si misura a metri.
8] L'amore passa dentro la cruna di un ago. 8] L'amore quanto più è bestia,
tanto più sublime. 32] L'amore scalda il cuore e l'ira fa il poeta. 8] L'amore
senza baci è pane senza sale. 8] L'animo fa il nobile e non il sangue. 8]
L'anno produce il raccolto, non il campo. 4] L'apparenza inganna. 1] L'appetito
non vuol salsa. 151] L'appetito vien mangiando. 1] L'arancia la mattina è oro,
il giorno argento, la sera è piombo. 2] Con riferimento a chi fa fatica a
digerire le arance. L'arcobaleno la mattina bagna il becco della gallina;
l'arcobaleno la sera buon tempo mena. 1] L'arte non ha maggior nemico
dell'ignorante. 4] L'asino e il mulattiere non hanno lo stesso pensiero. 4]
L'asino non conosce la coda, se non quando non l'ha più. 4] L'assai basta e il
troppo guasta. 1] L'avaro in punto di morte rimpiange i soldi spesi per la
bara. 8] L'avaro lascia eredi ridenti. 4] L'avaro non dorme. 4] L'avaro non
vive, vegeta. 4] L'avversità che fiacca i cuori deboli, ingagliardisce le anime
forti. 8] L'eccesso degli obblighi può fare perdere un amico. 4] L'eccesso
della gioia divien tristezza, e l'eccesso del vino ubriachezza. 8] L'eccezione
conferma la regola.[46] 1] L'eclissi di sole avviene di giorno e non di notte.
4] L'edera taciturna si arrampica in cima alla quercia. 4] L'elefante non cura
il morso delle pulci. 8] L'elemosina non fa impoverire. 4] L'eloquenza del
cattivo è falso acume. 8] L'Epifania tutte le feste porta via.[47] 1] L'erba
del vicino è sempre più verde.[48] 152] L'erba voglio non cresce nemmeno nel
giardino del re. 2] L'erba che non voglio, cresce nell'orto. 4] L'erba non
cresce sulla strada maestra. 4] L'eredità paterna ai paterni, la materna ai
materni. 4] L'errore che si confessa è mezzo rimediato. 4] L'errore è un
cocchiere che conduce sopra una falsa strada. 4] L'errore è umano, il perdono
divino. 153] L'esercizio è buon maestro. 4] L'esperienza nel mondo conduce alla
diffidenza, la diffidenza conduce al sospetto, il sospetto all'astuzia,
l'astuzia alla malvagità e la malvagità a tutto. L'esperienza senza il sapere è
meglio che il sapere senza sapienza. 70] L'estate ce la porta sant'Urbano e
l'autunno san Bartolomeo. 4] L'estate davanti e l'inverno dietro. 4] L'estate
di San Martino dura tre giorni e un pochinino.[49] 2] L'estate per chi lavora,
l'inverno per chi dorme. 4] L'estate è una schiava, l'inverno un padrone. 4]
L'estate per il povero è migliore dell'inverno. 4] L'eternità è una compera
lunga. 4] L'eternità non ha capelli grigi. 4] L'eterno parlatore né ode né
impara. 4] L'idolo si adora finché non è infranto. 4] L'ignorante ha le ali di
un'aquila e gli occhi di un gufo. 4] L'inchiostro è il mio campo, su cui posso
scrivere valorosamente; la penna, il mio aratro; le parole, la mia semente. 8]
L'inchiostro è nero, e tinge le dita e la reputazione. 8] L'inferno e i
tribunali son sempre aperti. 4] L'ingegno viene con gli anni, e se ne va con
gli anni. 4] L'ingratitudine converte in ghiaccio il caldo sangue. 8]
L'ingratitudine è la mano sinistra dell'egoismo. 8] L'ingratitudine è un'amara
radice da cui crescono amari frutti. 8] L'ingratitudine nuoce anche a chi non è
reo. 8] L'ingratitudine taglia i nervi al beneficio. 8] L'intelletto è nella
testa e non negli anni. 4] L'intelletto non viene mai prima degli anni. 4]
L'interesse acceca anche i galantuomini. 8] L'inverno al fuoco e l'estate all'ombra.
4] L'invidia è annessa alla felicità. 4] L'invidia è un gufo che non può
sopportare la luce della prosperità degli altri. 4] L'invidia è una bestia che
rode le proprie gambe, quando non ha altro da rodere. 4] L'invidia somiglia
alla gramigna, che mai non muore, e da per tutto alligna. 4] L'ipocrisia
intasca il denaro, e la verità va mendica. 4] L'ira senza forza, non vale una
scorza. 4] L'ira turba la mente e acceca la ragione. 4] L'Italia è il paese
dove corre latte e miele. 4] L'Italia è un paradiso abitato da demoni. 4]
L'Italia per nascervi, la Francia per viverci e la Spagna per morirvi. 4]
L'occasione fa l'uomo ladro. 1] L'occhio del padrone ingrassa il cavallo. 1]
L'oggi non deve calunniare il passato. 4] L'olivo benedetto vuol trovar pulito
e netto.L'ombra di un principe dev'essere la liberalità. 4] L'ordine caccia il
disordine. 8] L'ordine è pane, il disordine è fame. 8] L'orgoglio crede che il
suo uovo abbia due tuorli. 8] L'orgoglio è stoltezza, l'umiltà è saviezza. 8]
L'orgoglio fa colazione con l'abbondanza, pranza con la povertà e cena con la
vergogna. 154] L'orologio dell'amore ritarda sempre. 8] L'ospite è come il
pesce: dopo tre giorni puzza. 2] L'ospite e il pesce dopo tre dì rincresce. 1]
L'ozio è il padre di tutti i vizi. 1] L'ozio in gioventù non è la via della
virtù. 4] L'uguaglianza e misurar tutti con la stessa spanna, è la legge della
morte. 8] L'umiliarsi è da saggio, l'avvilirsi è da bestia. 8] L'umiliazione va
dietro al superbo. 8] L'umiltà è il miglior modo di evitare l'umiliazione. 8]
L'umiltà è la corona di tutte le virtù. 8] L'umiltà è la madre dell'onore. 8]
L'umiltà è una virtù che adorna tanto la vecchiaia, quanto la gioventù. 8]
L'umiltà ottiene spesso più dell'alterigia. 8] L'umiltà sta bene a tutti. 8]
L'umiltà sta bene con la castità. 8] L'unione fa la forza. 1] L'uomo avaro e
l'occhio sono insaziabili. 4] L'uomo deve tenere aperta la bocca a lungo prima
che c'entri un colombo arrostito. 4] L'uomo fu creato per lavorare, come
l'uccello per volare. 4] L'uomo ordisce e la fortuna tesse. 1] L'uomo politico
accende una candela a Dio e un'altra al diavolo. 8] L'uomo per la parola e il
bue per le corna. 1] L'uomo propone e Dio dispone. 1] L'uomo propone e la donna
dispone. 2] L'uomo si conosce al bicchiere. 4] L'uomo si giudica male
dall'aspetto. 4] L'usura arricchisce, ma non dura. 8] L'usura è il miglior
apostolo del diavolo. 8] L'usura è la figlia primogenita dell'avarizia. 8]
L'usura è un assassinio. 8] L'usura è vietata da Dio. 8] L'usura veglia quando
l'uomo dorme. 8] L'usuraio arricchisce col sudor dei poveri. 8] L'usuraio ha un
torchio a sangue. 8] L'usuraio ingrassa andando a spasso. 8] La bestemmia gira
gira torna addosso a chi la tira. 4] La buona cantina fa il buon vino. 8] La
buona mamma fa la buona figlia. 4] La buona sorte ogni vile cuore fa forte. 8]
La calma è la virtù dei forti. 2] La capacità si vede nelle difficoltà. 4] La
carestia è il pane dell'usuraio. 4] La carne migliore è quella intorno
all'osso. 4] La carne senz'osso non fa brodo. 4] La carrucola non frulla, se
non è unta. 4] La cattiva sorte porta spesso buona sorte. 8] La cicala prima
canta e poi muore. 8] La coda è la più lunga da scorticare. 1] La comodità fa
l'uomo cattivo. 8] La compassione è la figlia dell'amore. 4] La concordia rende
forti i deboli. 8] La contentezza viene dalle budella. 1] La corda troppo tesa
si spezza. 1] La cupidigia rompe il sacco. 4] La dieta ogni mal quieta. 155] La
difficoltà sta nell'iniziare. 4] La diffidenza aguzza gli occhi. La diffidenza
è la morte dell'amore. 4] La diffidenza porta più avanti della fiducia. 4] La
donna a 15 anni scherza, a 20 brilla, a 25 ama, a 30 brama, a 35 sente, a 40
vuole e a 50 paga. 8] La donna bisogna praticarla un giorno, un mese e
un'estate per sapere che odore sa. 8] La donna buona vale una corona. 8] La
donna deve avere tre m: matrona in strada, modesta in chiesa, massaia in casa.
8] La donna e l'orto vogliono un sol padrone. 8] La donna ha più capricci che
ricci. 8] La donna oziosa non può essere virtuosa. 8] La donna per piccola che
sia, vince il diavolo in furberia. 8] La donna più sciocca vale due uomini. 8]
La donna troppo in vista, è di facile conquista. 8] La fame caccia il lupo dal
bosco. 1] La fame caccia il lupo dalla tana. 4] La fame spinge il lupo nel
villaggio. 4] La fame condisce tutte le vivande. 4] La fame non vede la muffa
nel pane. 4] La fame è cattiva consigliera. 1] La fame, gran maestra, anche le
bestie addestra. 4] La fame muta le fave in mandorle. 4] La farina del diavolo
va tutta in crusca. 1] La fedeltà non è mai rimeritata abbastanza, e
l'infedeltà mai abbastanza. 4] La femmina è cosa mobile per natura. 4] La fine
della passione è il principio del pentimento. 129] La fortuna aiuta gli audaci.
2] La fortuna del savio ha per figliola la modestia. 8] La fortuna è cieca. 2]
La fortuna è cieca, ma la sfiga ci vede benissimo. 108] La fretta fa rompere la
pentola. 8] La fretta è una cattiva consigliera. 108] La furia non fu mai
buona. 4] La gallina del vicino sembra un fagiano. 152] La gatta frettolosa
fece i gattini ciechi. 1] La gatta grassa fa onore alla casa. 121] La gatta,
mette il piede davanti alla vacca. 156] La gatta non s'accosta alla pentola che
bolle. 38] La gatta vorrebbe mangiar pesci, ma non pescare. 157] La gelosia
della moglie è la via al suo divorzio. 4] La gelosia è il peggiore di tutti i
mali. 4] La gelosia è una passione che cerca avidamente quel che tormenta. 4]
La generosità è un muro che non si può alzare più alto di quello che arrivano i
materiali.La gente ricca alleva male i suoi cani, e la gente povera i suoi
figlioli. La gente savia non si cura di quel che non può avere. 87] La gioventù
fugge, e la bellezza sfiorisce. 4] La gioventù vuol fare il suo corso. 4] La
lealtà se ne è andata dal mondo e la dirittura si è messa a dormire. 4] La lega
fa forte i deboli. 4] La liberalità è un muro che non si deve rizzare più alto
di quello che comportino i materiali. 4] La liberalità non sta nel dare molto,
ma saggiamente. 4] La libertà del povero è di lasciarlo mendicare. 4] La
libertà è da Dio; le libertà, dal diavolo. 4] La libertà è più cara degli occhi
e della vita. 4] La libertà fila con le sue mani il filo della sua tenda. 4] La
lingua batte dove il dente duole. 1] La lingua non ha osso e sa rompere il
dosso. 4] La lingua spagnola è la più amabile; quando il diavolo tentò Eva, le
parlo in spagnolo. 8] La lode propria puzza, quella degli amici zoppica. 4] La
luna di gennaio è la luna del vino. 2] La luna è bugiarda: quando fa la C
diminuisce, e quando fa la D cresce 158] La luna non cura l'abbaiar dei cani.
2] La luna regge il lume ai ladri. 158] La luna, se non riscalda, illumina.
158] La Lombardia è il giardino del mondo. 8] La madre del peggio è sempre
incinta. 159] La madre degli imbecilli è sempre incinta. 160] La madre dei
fessi è sempre incinta. 160] La magnificenza spesso copre la povertà. 4] La
mala erba non muore mai. 1] La mala nuova la porta il vento. 1] La malerba
cresce presto. 2] La malinconia e le cure fanno invecchiare anzitempo. 4] La
mercanzia rara è meglio che buona. 8] La miglior difesa è l'attacco. 1] La
minestra lunga sa di fumo. 8] La modestia è il dattero che matura raramente
sull'albero della ricchezza. 8] La modestia è madre d'ogni creanza. 8] La
moglie è la chiave di casa. 8] La morte ci rende uguali nella sepoltura,
disuguali nell'eternità. 8] La necessità aguzza l'ingegno. 2] La necessità fa
più ladri che galantuomini. 8] La notte è fatta per gli allocchi. 8] La notte
porta consiglio. 1] La novella non è bella, se non c'è la giuntarella. 8] La
pancia del buongustaio è il cimitero dei cibi buoni. 8] La parola del ricco è
simile al sole, e quella del povero è simile al vapore. 8] La pazienza è la
virtù dei forti. 9] La pazienza è una buon'erba, ma non nasce in tutti gli
orti. 88] La pecora che se ne va sola, il lupo la mangia. 91] La peggio ruota è
quella che stride. 8] La peggior carne da conoscere è quella dell'uomo. 4] La
penitenza corre dietro al peccato. 8] La pentola vuota è quella che suona. 8]
La pianta si conosce dal frutto. 1] La pigrizia e l'impudicizia sono sorelle.
8] La pittura è una poesia tacita, e la poesia una pittura loquace. 8] La più
bell'ora per il mangiare è quella in cui si ha fame. 8] La polenta è utile per
quattro cose: serve da minestra, serve da pane, sazia e scalda le mani. 8] La
povertà è priva di molte cose, l'avarizia è priva di tutto. 56] La prima acqua
è quella che bagna. 1] La prima gallina che canta ha fatto l'uovo. 108] La
prima eredità al primo figlio, l'ultima eredità all'ultimo figlio. 4] La
provvidenza quel che toglie rende. 4] La pulce che esce di dietro l'orecchio
con il diavolo si consiglia. 8] La puttana e la lattuga una stagione dura. 8]
La rana è usa ai pantani, se non ci va oggi ci andrà domani. 8] La rana non
morde, perché non ha denti. 8] La rana, o salta o piscia, ma mai non sbrana. 8]
La razza comincia dalla bocca. 8] La roba dei pazzi è la prima ad andarsene. 8]
La ruota della fortuna gira. 4] La ruota della fortuna non è sempre una. 4] La
scorza fa bella la castagna. 4] La scimmia è sempre scimmia, anche vestita di
seta. 8] La semplicità senza accortezza è pura pazzia. 8] La sera leoni e la
mattina coglioni. 2] La sorte è come ognuno se la fa. 8] La speranza è cattivo
denaro. 161] La speranza è il pane dei poveri. 2] La speranza è il patrimonio
dei poveri. 2] La speranza è il sogno dell'uomo desto. 2] La speranza è
l'ultima a morire. 2] La speranza è la miglior consolazione nella miseria. 161]
La speranza è la miglior musica del dolore. 161] La speranza è la ricchezza dei
poveri. 2] La speranza è sempre verde. 2] La speranza è un balsamo per i cuor
piagati. 161] La speranza è un sogno nella veglia. 2] La speranza infonde
coraggio anche al codardo. 161] La speranza ingrandisce, l'esperienza
rimpicciolisce. 57] La superbia è figlia dell'ignoranza. 1] La superbia mostra
l'ignoranza. 162] La superbia va a cavallo e torna a piedi. 1] La terra è madre
di tutti gli uomini ed anche sepoltura. 8] La troppa umiltà vien dalla
superbia. 8] La vanagloria è un fiore che mai non porta frutta. 163] La vera
libertà è non servire al vizio. 4] La verità è nel vino. 8] La verità viene
sempre a galla. 2] La veste copre gran difetti. 55] La via dell'inferno è
lastricata di buone intenzioni. 1] La vipera morta non morde seno, ma pure fa
male coll'odor del veleno. 8] La virtù sta nel mezzo.[51] 164] La vita è breve
e l'arte è lunga.[52] 55] La vita è già mezzo trascorsa anziché si sappia che
cosa sia. 165] La volpe si conosce dalla coda. 4] Lamentarsi, supplicare e bere
acqua è lecito a tutti. 8] Latte e vino, tossico fino. 8] Lavora come se avessi
a campare ognora, adora come avessi a morire allora. 4] Lavoro non ingrassò mai
bue. 4] Le allegrezze non durano. 8] Le belle penne rendono bello l'uccello. 4]
Le bellezze durano fino alle porte, la bontà fino alla morte. 4] Le braccia e
le mani del povero appartengono al ricco. 8] Le bugie hanno le gambe corte. 1]
Le bugie sono lo scudo degli uomini dappoco. 4] Le chiacchiere non fanno
farina. 1] Le colombe che rimangono in colombaia, sono sicure dal nibbio. 8] Le
cose lunghe diventano serpi. 1] Le cose lunghe prendono vizio. 1] Le dita della
mano sono disuguali. 8] Le donne hanno lunghi i capelli e corti i cervelli. 4]
Le donne hanno quattro malattie all'anno, e tre mesi dura ogni malanno. 8] Le
bestie vanno trattate da bestie. 8] Le cattive nuove sono le prime ad arrivare.
8] Le cattive nuove volano. 1] Le chiavi ed i lucchetti non si fanno per le
dita fidate. 8] Le disgrazie non vengono mai sole. 1] Le disgrazie sono come le
ciliegie: una tira l'altra.[53] Le donne hanno lunghi i capelli e corti i
cervelli. 166] Le donne hanno sette anime... e mezza. 8] Le donne ne sanno una
più del diavolo. 2] Le donne piglian bene le pulci. 8] Le lacrime sono le armi
delle donne. 4] Le leghe e le corde fradice non durano a lungo. 4] Le malattie
ci dicono quel che siamo. 88] Le montagne stanno ferme, gli uomini
s'incontrano. 167] Le ore del mattino hanno l'oro in bocca. 1] Le parole sono
femmine e i fatti sono maschi. 1] Le piante che fruttano troppo presto, si
seccano. 8] Le querce non fanno limoni. 2] Le ragazze sono d'oro, le sposate
d'argento, le vedove di rame e le vecchie di latta. 8] Le rane han perso la
coda perché non seppero chiedere aiuto. 8] Le rose cascano, le spine restano.
168] Le teste di legno fan sempre del chiasso. 55] Le Trentine vengono giù
pollastre e se ne vanno sù galline. 8] Le vie della provvidenza sono infinite.
1] Le vie del Signore sono infinite. 1] Leggi, rileggi e pondera. 8] Lingua
cheta e fatti parlanti. 4] Lo sbadiglio non vuol mentire: o che ha sonno o che
vorrebbe dormire, o che ha qualche cosa che non può dire. 8] Lo scarafaggio
corre sempre allo sterco. 8] Lo scimunito parla col dito. 8] Lo scorpione dorme
sotto ogni lastra. 8] Lo smargiasso ciancia in guerra, il valente combatte
muto. 8] Loda il gran campo e il piccolo coltiva. 169] Loda il monte e tieniti
al piano. 2] Loda il pazzo e fallo saltare, se non è pazzo lo farai diventare.
8] Lontano dagli occhi, lontano dal cuore. 170] Lontan dagli occhi, lontan dal
cuore. 2] Luna di grappoli a gennaio luna di racimoli a febbraio.[54] 2] Lunga
lingua, corta mano. 8] Lungo come la quaresima.[55] 2] Luglio dal gran caldo,
bevi bene e batti saldo. 16] Lungo digiuno caccia la fame. 4] Lupo non mangia
lupo. 2] M Ma in premio d'amore amor si rende. 33] Maggio ortolano, molta
paglia e poco grano. 16] Maggiore il santo, maggiore la sua umiltà. 8] Mai gli
uomini sanno essere abbastanza riconoscenti verso gli inventori. 4] Mal comune
mezzo gaudio. 2] Mal può rendere ragion del proprio fatto chi lardo o pesce
lascia in guardia al gatto. 65] Mal si giudica il cavallo dalla sella. 3] Male
che si vuole non duole. 9] Male ignoto si teme doppiamente. 8] Male non fare,
paura non avere. 2] Male voluto non fu mai troppo. 57] Maledetto il ventre che
del pan che mangia non si ricorda niente. 8] Manca tanto la pazienza ai poveri,
quanto la compassione ai ricchi. 8] Mangiar molto e far buona digestione, è un
privilegio che han poche persone. 8] Mano dritta e bocca monda possono andare
per tutto il mondo. 4] Marinaio genovese, mercante fiorentino. 8] Martello
d'oro non rompe le porte del cielo. 47] Marzo è pazzo. 16] Marzo pazzerello
guarda il sole e prendi l'ombrello. 2] Marzo molle, gran per le zolle. 16]
Mazza e pane fanno i figli belli; pane senza mazza fa i figli pazzi. 171]
Medico vecchio e chirurgo giovane. 172] Medico vecchio e medicina nuova. 2]
Chirurgo giovane e medico anziano.[56] Mediocre bestiame ben pasciuto è di
maggior vantaggio che molto bestiame mal mantenuto. 173] Meglio andare a letto
senza cena, che alzarsi con debiti. 4] Meglio aperto rimprovero, che odio
segreto. 8] Meglio dietro agli uccelli, che dietro ai signori. 8] Meglio essere
ben educato, che nascere nobile. 4] Meglio essere invidiati che compatiti. 174]
Meglio fare la serva in casa propria, che la padrona in casa altrui. 4] Meglio
fave in libertà, che capponi in schiavitù. 8] Meglio fringuello in man che
tordo in frasca. 2] Meglio fringuello in tasca che tordo in frasca. 2] Meglio
il marito senz'amore, che con gelosia. 75] Meglio l'uovo oggi che la gallina
domani. 1] Meglio mangiar carote in pace che molte pietanze in disunione. 8]
Meglio mendicante che ignorante. 124] Meglio pane con amore, che gallina con
dolore. 4] Meglio poco che niente. 1] Meglio soli che male accompagnati. 1]
Meglio tardi che mai. 1] Meglio un asino vivo che un dottore morto. 1] Meglio
un fiorino guadagnato, che cento ereditati. 4] Meglio un magro accordo che una
grassa sentenza. 2] Meglio un morto in casa che un pisano all'uscio. 2] Meglio
una festa che cento festicciole. 1] Meglio una volta arrossire che mille
impallidire. 8] Meglio vivere ben che vivere a lungo. 64] Meno siamo meglio
stiamo. 57] Mente lieta, vita quieta e moderata dieta. 2] Merito non conosciuto
poco vale. 8] Milan può far, Milan può dir, ma non può far dell'acqua vin. 8]
Mille errori sono più facilmente pronunciati che una verità. 4] Moglie e buoi
dei paesi tuoi. 1] Donne e buoi dei paesi tuoi. 2] Mogli che non contraddicono
e galline che facciano le uova d'oro, sono uccelli rari. 8] Moglie maglio. 1]
Molte cose si giudicano impossibili a farsi prima che siano fatte. Molte mani
fanno l'opera leggera. Molte paglie unite possono legare un elefante. 8] Molte
volte la belleza più adorabile si unisce alla stupidaggine più insopportabile. Molte
volte si perde per negligenza quello che si è guadagnato con giustizia. 4]
Molti hanno buone carte in mano, ma non le sanno giocare. 4] Molti inventano
oro con la bocca ed hanno piombo alle mani e ai piedi. 4] Molti parlano
d'Orlando anche se non videro mai il suo brando. 8] Molti sfuggono alla pena,
ma non ai rimorsi della coscienza. 8] Molti si immaginano di avere il pulcino,
che non hanno ancora l'uovo. 4] Molti si lamentano del buon tempo. 8] Molti
sono i verseggiatori, pochi i poeti. 8] Molti squartano un gatto e giurano che
era un leone. 8] Molti voti fanno l'abate. 4] Molto denaro, molti amici. 4]
Molto fumo e poco arrosto. 1] Molto può nuocere una piccola negligenza. 8]
Morire di fame in una madia di pane. 4] Morta la serpe, spento il veleno. 8]
Morto un papa se ne fa un altro. 1] Mulo buon mulo, ma cattiva bestia. 8] Muore
il ricco, gli fanno il funerale; muore il povero, nessuno gli dice: vale. 8]
Muove la coda il cane non per te, ma per il pane. 4] N Natale con i tuoi,
Pasqua con chi vuoi. Né col capretto né con l'agnello, si adopera il coltello.
8] Né di venere, né di marte non si sposa né si parte, né si dà principio
all'arte. 2] Né donna né tela al lume di candela. 8] Ne uccide più la lingua
che la spada. 2] Ne uccide più la gola che la spada. 2] Necessità fa legge e
tribunale. 2] Negli ordini pari, i pareri sono dispari. 8] Nel bere e nel
camminare si conoscono le donne. 8] Nel bosco tagliato non ci stanno assassini.
8] Nel dubbio astieniti. 2] Nel monte di Brianza, senza vin non si danza. 8]
Nel paese degli zoppi, zoppicar non è vergogna. 8] Nel regno dei ciechi anche
un orbo è re. 175] Nel regno dei ciechi anche un guercio è re. 175] Nel regno
di Dio, poveri e ricchi sono uguali. 8] Nell'autunno non bisogna più sognare di
rose e tulipani. 4] Nell'estate si deve pensare all'inverno, e nella gioventù
alla vecchiaia. 4] Nell'eternità si arriva sempre in tempo. Nell'inverno il
pazzo sogna rose, e nell'estate il savio le raccoglie. 4] Nella botte piccola
c'è il buon vino. 8] Nella felicità ragione, nell'infelicità pazienza. 8] Nella
gotta, il medico non vede gotta. 176] Nelle sventure si conosce l'amico. 1]
Nessuna corona è più bella di quella dell'umiltà. 8] Nessuna fortezza è così
salda che non si lasci conquistare dall'oro. 4] Nessuna ingiustizia rimane
impunita. 4] Nessuna mela è così bella che non abbia qualche difetto. 4]
Nessuna nuova, buona nuova. Nessuno è profeta in patria. Nessuno può dare
quello che non ha. 4] Nessuno può difendersi dalla beffa. 4] Ne uccide più
Bacco che Marte. 4] Neve di Dicembre dura fin che dura la brina. 8] Niente è
più bello di una faccia allegra. 8] Niuna guardia è migliore di quella che una
donna fa a se stessa. 4] Non accettare i rimproveri o consigli da chi educare
non seppe i propri figli. Non aspettar che l'abete porti pomi. 4] Non basta
esser galantuomo, bisogna anche esser conosciuto per tale. 8] Non bisogna fare
il diavolo più nero di quello che è. 8] Non bisogna fasciarsi il capo prima di
romperselo. 8] Non bisogna mai usare due pesi e due misure. 8] Non bisogna
scuotere l'orzo dal sacco prima di avere il frumento. Non c'è alcuno così
povero che non possa aiutare, né alcuno così ricco che non abbia bisogno
d'aiuto. 8] Non c'è cosa più triste sulla terra dell'uomo ingrato.Non si muove
foglia che Dio non voglia. Non c'è affanno senza danno. 4] Non c'è Carnevale
senza luna di febbraio. Non c'è due senza tre. 1] Non c'è due senza tre e il
quarto vien da sé. 2] Non c'è cosa così cattiva che non sia buona a qualche
cosa. 4] Non c'è eretico che non abbia la sua credenza. 4] Non c'è fumo senza
arrosto. 1] Non c'è gallina né gallinaccia che di gennaio l'uova non faccia. 2]
Non c'è intoppo per avere, più che chiedere e temere. 178] Non c'è male senza
bene. 4] Non c'è miglior cieco di quello che non vuole vedere. 4] Non c'è pane
senza pena. 1] Non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire. 2] Non c'è regola
senza eccezioni. 1] Non c'è rosa senza spine.Non cade foglia che Dio non
voglia. 1] Non ci fu mai frettoloso che non fosse pazzo. 8] Non ci rimane
nessuna vigna da vendemmiare, e né meno nessuna donna da maritare. 179] Non
credere a donna, quand'anche sia morta. 4] Non destare il can che dorme. 1] Non
dire quattro se non l'hai nel sacco. 2] Non dire gatto se non ce l'hai nel
sacco. 180] Non è arte il giocare, ma lo smettere. 4] Non è bello ciò che è
bello, ma è bello ciò che piace. 181] Non è bene esser poeta nel villaggio. 8]
Non è bene riporre denaro in una cassa di cui non si ha la chiave. 4] Non è col
dire "miel, miel," che la dolcezza viene in bocca. 117] Non è
contento quel che si lamenta. 8] Non è in nessun luogo chi è in ogni luogo. 4]
Non è mai gran gagliardia, senza un ramo di pazzia. 8] Non è povero, se non chi
si crede tale. 8] Non è sempre savio chi non sa esser qualche volta pazzo. 8]
Non è sì tristo cane, che non meni la coda. 182] Non è tutto oro quel che
luccica. 183] Non è tutto oro quel che riluce. 183] Non esiste amore senza
gelosia. 8] Non fa la stessa viva sensazione il solletico a tutte le persone.
8] Non facendo niente, più pena si sente. 4] Non far mai bene, non avrai mai
male. 8] Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te.[58] 2]
Non fare il male ch'è peccato, non fare il bene ch'è sprecato. 1] Non fare il
passo più lungo della gamba. 2] Non gira il corvo che non sia vicina la
carogna. 8] Non lodare il bel giorno prima di sera. 4] Non mettere il carro
davanti ai buoi. 184] Non mettere il rasoio in mano a un pazzo. 8] Non mettere
un rasoio in mano a un pazzo. 185] Non mi morse mai scorpione, ch'io non mi
medicassi col suo olio. 8] Non nominar la corda in casa dell'impiccato. 1] Non
ogni abisso ha un parapetto. 4] Non ogni lettera va alla posta, non ogni
domanda vuole risposta. 8] Non pensa il cuore quel che dice la bocca. 4] Non
perde il cervello se non chi l'ha. 8] Non rimandare a domani quello che puoi
fare oggi. 1] Non sempre va d'accordo la campana dell'orologio con la
meridiana. 8] Non serve dire «Di tal acqua non berrò». 4] Non si campa d'aria.
4] Non si comincia bene se non dal cielo. 4] Non si dà fumo senza fuoco. 4] Non
si entra in Paradiso a dispetto dei Santi. 1] Non si fa niente per niente. 1]
Non si fan nozze coi fichi secchi. 186] Non si finisce mai di imparare. 4] Non
si insegna a nuotare ai pesci. 4] Non si legge mai libro senza imparare
qualcosa. 4] Non si possono cavar le castagne dal fuoco colla zampa del gatto.
187] Non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca. 1] Non si può bere e
fischiare. 77] Non si sa mai per chi si lavora. 4] Non si sta mai tanto bene
che non si possa star meglio, né tanto male che non si possa star meglio. 8]
Non sono cacciatori tutti quelli che portano il fucile. 4] Non sono uguali
tutti i giorni. 4] Non ti far povero a chi non ha da farti ricco. 8] Non ti
fidar d'un tratto, di grazia o di bontà. 8] Non ti vantar farfalla, tuo padre
era un bruco. 8] Non tutte le ciambelle riescono col buco. 1] Non tutte le
lacrime vengono dal cuor. 4] Non tutti i matti rompono i piatti. 8] Non tutti i
pazzi stanno al manicomio. 8] Non tutti possiamo abitare in piazza. 8] Non
tutti sono ammalati quelli che sono in letto. 8] Non tutti sono infelici come
credono. 8] Non tutti sono infermi quelli che gridano ahi! 8] Non tutti vedono
la serpe che sta nascosta sotto l'erba. 4] Non tutto il male vien per nuocere.
2] Non v'è mai tanta pace in convento, come quando i frati portano tonache
uguali. 8] Non vi è donna senza amore. 8] Non vi è inganno che non si vinca con
l'inganno. 4] Non vi è lino senza resca, né donna senza pecca. 4] Non vi è
nulla che ricercando non si possa penetrare. 4] Non vi è peggior burla che la
vera. 4] Non vi fu mai gatta che non corresse ai topi. 8] Non vendere la pelle
dell'orso prima di averlo ucciso. 1] Non vo' dormire né fare la guardia. 4]
Notte, amore e vino fanno spesso l'uomo meschino. 8] Novembre vinaio. 16] Nulla
è così buono che a lungo andare non venga a noia. 8] Nuovo padrone, nuova
legge. 58] Nutri il corvo e ti caverà gli occhi. 8] Nutri la serpe in seno, ti
renderà veleno. 8] O O taci, o di' cosa migliore del silenzio.[59] 8] Occhio
che piange cuore che duole. 2] Occhio che piange cuore che sente. 2] Occhio non
vede, cuore non duole. 2] Occhio per occhio, dente per dente.[60] 2] Olio di
lucerna ogni mal governa. 2] Oggi a me domani a te. 2] Oggi allegria, domani
malinconia. 8] Oggi creditore, domani debitore. 8] Oggi fresco e forte, domani
nella morte. 8] Oggi in figura, domani in sepoltura. 8] Oggi in pace, domani in
guerra. 8] Oggi mercante, domani mendicante. 8] Oggi pioggia e doman vento,
tutto cambia in un momento. 8] Ogni Abele ha il suo Caino. 4] Ogni animale per
non morir s'aiuta. 188] Ogni bel gioco dura poco. 1] Ogni bella scarpa diventa
ciabatta, ogni bella donna diventa nonna. 8] Ogni bene infine svanisce, ma la
fama non perisce. 4] Ogni cosa ch'è rara, suol essere più cara. 8] Ogni
disuguaglianza, l'amore uguaglia. 4] Ogni erba si conosce dal seme. 4] Ogni fatica
merita ricompensa. 4] Ogni gatta ha il suo febbraio. 8] Ogni giorno non è
festa. 4] Ogni giorno non si fanno nozze. 4] Ogni grillo si crede cavallo. 8]
Ogni lasciata è persa. 1] Ogni legno ha il suo tarlo. 1] Ogni lucciola non è un
fuoco. 8] Ogni lumaca vede le corna delle altre. 189] Ogni matto fa il suo
atto. 8] Ogni medaglia ha il suo rovescio. 1] Ogni pazzo vuol dar consiglio. 8]
Ogni pelo ha la sua ombra. 4] Ogni popolo ha il governo che si merita. 190]
Ogni promessa è debito. 1] Ogni rana si crede gran dama. 8] Ogni rana si crede
una Diana. 8] Ogni scimmia trova belli i suoi scimmiotti. 8] Ogni serpe ha il
suo veleno. 8] Ogni simile ama il suo simile. 1] Ogni uccello fa il suo verso.
8] Ogni uccello canta il suo verso. 191] Ognun patisce del suo mestiere. 192]
Ognuno trascura per sé i godimenti dell'arte sua, quasi venutigli a noia perché
ci ha guardato dentro: il cuoco non è mai ghiotto, il calzolaio va colle scarpe
rotte. Ognun per sé e Dio per tutti. 1] Ognun vede le proprie oche come cigni.
8] Ognuno all'arte sua e il lupo alle pecore. 2] Ognuno ama sentirsi lodare. 4]
Ognuno che ha un gran coltello, non è un boia. 4] Ognuno fa degli errori. 4]
Ognuno faccia il suo mestiere. 2] Ognuno ha i suoi gusti. Ognuno ha il suo
affanno. 8] Ognuno ha la sua croce. 1] Ognuno tira l'acqua al suo mulino. 2]
Orto, uomo morto. 169] Orzo e paglia fanno il caval da battaglia. 8] Ospite
raro ospite caro. 1] Ottobre mostaio. 16] P Paese che vai usanza che trovi. 1]
Paga il giusto per il peccatore. 1] Pancia affamata, vita disperata. 4] Pancia
piena non crede a digiuno. 1] Pancia vuota non sente ragioni. Parla all'amico come se ti avesse a diventar
nemico. 8] Pane finché dura, vino con misura. 194] Parenti, amici, pioggia,
dopo tre giorni vengono a noia. 8] Parenti serpenti. 1] Parenti serpenti,
cugini assassini, fratelli coltelli. 2] Parere e non essere è come filare e non
tessere. 2] Parlare francese come una vacca spagnola. 4] Passata la festa
gabbato lo santo. 1] Passato il fiume scordato il santo. 4] Patti chiari, amici
cari. 2] Patti chiari amicizia lunga. 2] Pazzi e buffoni hanno pari libertà. 8]
Pazzo è colui che bada ai fatti altrui. 8] Pazzo è quel prete che biasima le
sue reliquie. 195] Pazzo per natura, savio per scrittura. 8] Peccati vecchi,
penitenza nuova. 8] Peccato celato è mezzo perdonato.[61] 196] Peccato
confessato è mezzo perdonato. 8] Per amore anche una donna onesta, può perdere
la testa. 8] Per chi vuol esser libero, non c'è catena che tenga. 8] Per essere
amabili, bisogna amare. 9] Per fare l'elemosina non manca mai la borsa. 4] Per
il galantuomo non ci sono leggi. 8] Per il saggio le lacrime delle donne sono
come gocce salate. 4] Per imparare qualche cosa, non è mai troppo tardi. 4] Per
l'abbondanza del cuore la bocca parla. 4] Per l'oro, l'abate vende il convento.
4] Per la santa Candelora dell'inverno siamo fora, ma se piove o tira vento,
dell'inverno siamo dentro. 2] Per la santa Candelora se tempesta o se gragnola
dell'inverno siamo fora; ma se è sole o solicello siamo solo a mezzo inverno. 2]
Per natura tutti gli uomini sono simili; per l'educazione diventano interamente
diversi. 4] Per ogni civetta che si sente cantare sul tetto, non bisogna metter
lutto. 8] Per quanto alletti la bellezza di un fiore, nessuno lo coglie se ha
cattivo odore. 4] Per san Lorenzo la noce è fatta. 2] Per San Lorenzo la noce
si spacca nel mezzo. 197] Per san Lorenzo piove dal cielo carbone ardente. 2]
Per Santa Caterina [25 novembre], le bestie fuori dalla cascina. 198] Per
trovare ingiustizie non occorrono lanterne. 4] Per un chiodo si perde un ferro,
e per un ferro un cavallo. 8] Per un punto Martin perse la cappa.[63] 2] Per
una scopa formano un mercato tre donne e assordan tutto il vicinato. 8] Perde
le lacrime chi piange davanti al giudice. 4] Perdona a tutti, ma non a te. 199]
Perdonare è da uomini, scordare è da bestie. 199] Pesce che va all'amo, cerca
d'esser gramo. 8] Pianta a cui spesso si muta luogo, non prende vigore. 4]
Piccola fiamma non fa gran luce. 8] Piccola pietra rovesciar può il carro. 8]
Piccola scintilla può bruciar la villa. 8] Piccole ruote portano gran pesi. 8]
Piccolo ago scioglie stretto nodo. 8] Piglia il bene quando viene, ed il male
quando conviene. 8] Piove sempre sul bagnato. 2] Pisa, pesa per chi posa. 8]
Più alta la condizione, più si deve essere umili. 8] Più briccone, più
fortunato. 4] Più il fiume è profondo, più scorre il silenzio. 4] Più si
chiacchiera, meno si ama. 8] Piuttosto un asino che porti, che un cavallo che
butti in terra. 87] Poca brigata vita beata. 1] Poeta si nasce, oratori si
diventa. 200] Poeti e Santi campano tutti quanti. 201] Poeti, pittori e
pellegrini a fare e a dire sono indovini. 8] Polenta e latte bollito, in
quattro salti è digerito. 8] Portare frasconi a Vallombrosa. 4] Prendi la bruna
per amante e la bionda per moglie. 8] Preghiera di gatto e brontolio di pulce
non arrivano in cielo. 131] Preghiera umile entra in cielo. 8] Presto e bene,
raro avviene. 8] Prete spretato e cavolo riscaldato, non fu mai buono.[64]
Prevedere per provvedere e prevenire. 202] Prima della morte non chiamare
nessuno felice. 4] Prima di ammogliarsi bisogna fare il nido. 4] Prima di
andare alla pesca esamina ben bene la tua rete. 8] Prima di domandare, pensa
alla risposta. 203] Prima lusingare e poi graffiare, è arte dei gatti. 8] Prodigo
e bevitor di vino, non fa né forno né mulino. 8] Pugliesi, cento per forca e un
per paese. 8] Puoi ben drizzare il tenero virgulto, non l'albero già fatto
adulto. 4] Putto in vino e donna in latino non fecero mai buon fine. 4] Q Qual
proposta tal risposta. 1] Qualche intervallo il pazzo ha di saviezza, qualche
intervallo il savio ha di stoltezza. 8] Qualche volta anche Omero sonnecchia.
204] Quale uccello, tale il nido. 205] Quand'anche si trapiantassero in
paradiso, i cardi non porterebbero mai rose. 8] Quando arriva la gloria
svanisce la memoria. 2] Quando c'è l'esercito, si trova anche il generale. 4]
Quando c'è la salute c'è tutto. 57] Quando canta la rana, la pioggia non è
lontana. 8] Quando ci sono molti galli a cantare non si fa mai giorno. 16] Quando
è alta la passione, è bassa la ragione. 206] Quando è finito il raccolto dei
datteri, ciascuno trova da ridire alla palma. 8] Quando fischia l'orecchio
dritto, il cuore è afflitto; quando il manco, il cuore è franco. 8] Quando
gli eretici si accapigliano, la chiesa ha pace. 4] Quando il colombo ha il
gozzo pieno, le vecce gli sembrano amare. 8] Quando il culo è avvezzo al peto
non si può tenerlo cheto. 2] Quando il fanciullo è satollo anche il miele non
ha più gusto. 4] Quando il fanciullo ha sette anni, la ragione spunta in lui.
207] Quando il gatto lecca il pelo viene acqua giù dal cielo. 38] Quando il
gatto non c'è i topi ballano. 1] Quando il gatto non può arrivare al lardo dice
che è rancido. 8] Quando il gatto si lecca e si sfrega le orecchie con la
zampina, pioverà prima che sia mattina. 8] Quando il gozzo è pieno, le ciliegie
sono acerbe. 8] Quando il grano ricasca, il contadino si rizza. 57] Quando il
grano va a male, bisogna ringraziare Dio per la paglia. 8] Quando il lardo è
divorato, poco val cacciare il gatto. 8] Quando il mandorlo non frutta, la
semente ci va tutta. 8] Quando il padrone zoppica, il servo non va diritto. 8]
Quando il sole splende, non ti curar della luna. 8] Quando il tempo è chiaro in
autunno, vento nell'inverno. 4] Quando in autunno sono grassi i tassi e le
lepri, l'inverno è rigoroso. 4] Quando l'amore è a pezzi non c'è alcuna colla
che lo riappiccichi. 8] Quando l'angelo diventa diavolo, non c'è peggior
diavolo. 4] Quando l'avaro muore, il danaro respira. 4] Quando l'Italia suona
la chitarra, la Spagna le nacchere, la Francia il liuto, l'Irlanda l'arpa, la
Germania la tromba, l'Inghilterra il violino, l'Olanda il tamburo, nulla è
uguale ad esse. 8] Quando la barba fa bianchino, lascia la donna e tienti al
vino. 208] Quando la cicala canta in settembre, non comprare gran da vendere.
8] Quando la fame entra dalla porta, l'amore esce dalla finestra. 8] Quando la
grazia di Dio è nel cuore, gli occhi nuotano nell'allegria. 4] Quando la guerra
comincia s'apre l'inferno. 4] Quando la neve si scioglie si scopre la mondezza.
1] Quando la pera è matura casca da sé. 1] Quando la pera è matura bisogna che
caschi. 16] Quando la radice è tagliata, le foglie se ne vanno. 8] Quando la
ragione dorme, il cuore scappuccia. 8] Quando la luna è bianca il tempo è
bello; se è rossa, vuole dire vento; se pallida, pioggia. 4] Quando la rana
canta il tempo cambia. 8] Quando non dice niente, non è dal savio il pazzo
differente. 8] Quando non sai, frequenta in domandare. 209] Quando piove col
sole le vecchie fanno l'amore. 1] Quando piove col sole il diavolo fa l'amore.
1] Quando piove col sole le streghe fanno l'amore. 2] Quando piove col sole si
marita la volpe.[65] 2] Quando piove d'agosto, piove miele e mosto. 8] Quando
si è in ballo bisogna ballare. 1] Quando si è patito si è inclini a compatire.
4] Quando si mangia non si parla. 57] Quando sono fidanzate hanno sette mani e
una lingua, quando sono sposate hanno sette lingue e una mano. Quando un amico
chiede, non v'è domani. 210] Quando un povero dà al ricco, Dio ride in cielo.
8] Quando una cosa è accaduta, poco vale lamentarsi. 8] Quando viene la forza,
il diritto è morto. 4] Quanto più è alto il monte, tanto più profonda la valle.
4] Quanto più la rana si gonfia, più presto crepa. Quanto più se n'ha, tanto
più se ne vorrebbe. 4] Quattro lumi non s'accendono. 2] Quattro nuove
invenzioni vanta il mondo: scorticare senza coltello, arrostire senza fuoco,
lavare senza sapone, e invece degli occhiali vedere attraverso le dita. 4] Quel
ch'è innato per natura, si porta alla sepoltura. Quel ch'è raro, è stimato. 8]
Quel che con l'acqua mischia e guasta il vino, merita di bere il mare a capo
chino. 8] Quel che è disposto in cielo, conviene che sia. 4] Quel, che è fatto,
è fatto, e non si può fare, che fatto non sia. 211] Quel che è fatto è reso. 2]
Quel che non può l'ìngegno, può spesso la fortuna. Quel che non puoi pagare col
denaro, pagalo almeno col ringraziamento. 8] Quel che è gioco per il forte per
il debole è morte. 8] Quel che si dà al ricco, si ruba al povero. 8] Quel che
si fa a fin di bene, non dispiace mai a Dio. 4] Quel che si fa all'oscuro,
appare al sole. 4] Quel che supera il mio intelletto, lo lascio stare. 4]
Quella bellezza l'uomo saggio apprezza che dura sempre, fino alla vecchiaia. 4]
Quelli che hanno meno ingegno, ne hanno da vendere più degli altri. 4] Quello
che abbaia è il cane sdentato. 4] Quello che deve durare per l'eternità non si
deve scrivere con l'acqua. 4] Quello che è accaduto ieri, può accadere oggi. 4]
Quello che è passato, è scordato. 4] Quello che ha da essere, sarà. 4] Quello
che non avviene oggi, può avvenire domani. 4] Quello che non è stato può
essere. 4] Quello che non può l'intelletto, può spesso il caso. 4] Quello che
puoi fare oggi, non rimandarlo a domani. Quello che si dice all'eco nel bosco,
il bosco lo ripete. 4] Quello che si impara in gioventù, non si dimentica mai
più. 4] Quello che si usa non si scusa. 212] Quello è mio zio, che vuole il
bene mio. 4] Quello è un fanciullo accorto che conosce suo padre. 4] Questo devi
sapere che la gelosia di un Arabo è la stessa gelosia. 4] Quieta non muovere.
16] R Raglio d'asino non giunse mai al cielo. 2] Rana di palude sempre si
salva. 8] Rane, malsane. 8] Render nuovi benefici all'ingratitudine è la virtù
di Dio e dei veri uomini grandi. 8] Ricchezza mal disposta a povertà s'accosta.
8] Ricchezze nell'India, sapere in Europa, e pompa fra gli ottomani. 8] Ricchi
e poveri non portano che un lenzuolo all'altro mondo. 8] Ricco e grande fortuna
potrà farti, ma mai il comune senso potrà darti. 4] Ricorda che il nemico può
diventarti amico. 8] Ride ben chi ride ultimo. 2] Ride ben chi ride l'ultimo.
2] Roba calda il corpo non salda. 213] Roba d'altri, tutti scaltri. 4] Roma, a
chi nulla in cent'anni, a chi molto in tre dì. 8] Roma non fu fatta in un
giorno. 2] Roma santa, Aquila bella, Napoli galante. 214] Rosso di mattina,
pioggia vicina. 215] Rosso di sera bel tempo si spera; rosso di mattina acqua
vicina. 2] Rosso di sera, buon tempo si spera; rosso di mattina mal tempo si
avvicina. 1] Rosso e giallaccio pare bello ad ogni faccia, verde e turchino si
deve essere più che bellino. 216] Rovo, in buona terra covo. 169] S Salta chi
può. 1] San Benedetto[66] la rondine sotto il tetto. 2] San Lorenzo dalla gran
calura. 2] San Pietro abbracciato, Cristo negato. 4] San Silvestro [31
dicembre] l'oliva nel canestro. 2] Sangue giovane sempre spavaldo. 8] Sasso che
rotola non fa muschio. 47] Pietra che rotola non fa muschio. 2] Sbagliando
s'impara. 1] Scalda più l'amore che mille fuochi. 8] Scherza coi fanti e lascia
stare i Santi. 1] Scherzando intorno al lume che t'invita, farfalla perderai
l'ali e la vita. 65] Scherzo di mano, scherzo di villano. 1] Gioco di mano,
gioco di villano. 1] Schiena di mulo, corso di barca, buon per chi n'accatta.
8] Scusa non richiesta, accusa manifesta.[67] 217] Se ari male, peggio
mieterai. 47] Se fossero buoni i nipoti non si leverebbero dalla vigna. 218] Se
gioventù sapesse, se vecchiaia potesse. 167] Se i gatti sapessero volare, le
beccacce sarebbero rare. 131] Se il coltivatore non è più forte della su' terra
questa finisce per divorarlo. 47] Se il ladro lasciasse il suo rubare, non ci
sarebbero più forche. 4] Se il giovane sapesse di quanto ha bisogno la
vecchiaia, chiuderebbe spesso la borsa. 4] Se il padre di famiglia è miope, i
servi sono ciechi. 8] Se il piede destro è zoppo, Dio rafforza il sinistro. 8]
Se il poeta s'erige a oratore predicherà agli orecchi e non al cuore. 8] Se il
primo bottone hai fatto essere secondo, tutti sbagliati saranno da cima a fondo.
4] Se il re sputa sopra un abete si chiama subito abete reale. 4] Se il ricco
conoscesse la fame del povero, gli darebbe del suo pane. 8] Se il ringraziare
costasse denaro, molti se lo terrebbero in tasca. 8] Se il tuo gatto è ladro
non scacciarlo di casa. 8] Se il virtuoso è povero, il lodarlo non basta; il
dovere primo è d'aiutarlo. 8] Se la pazzia fosse dolore, in ogni casa si
sentirebbe stridere. 8] Se le lattughe lasci in guardia alle oche, al ritorno
ne troverai ben poche. 219] Se ne vanno gli amori e restano i dolori. 4] Se
nessuno sa quel che sai, a nulla serve il tuo sapere. 8] Se non è zuppa è pan
bagnato. 1] Se non hai mai rubato, la parola ladro non è per te un'ingiuria. 4]
Se occhio non mira, cuor non sospira. 8] Se ognun spazzasse da casa sua, tutta
la città sarebbe netta. 220] Se piovesse oro, la gente si stancherebbe a
raccoglierlo. 8] Se son rose fioriranno. 1] Se ti vuoi nutrire bene, fai
ballare i trentadue. 8] Se un fratello compie un omicidio, gli altri non sono
responsabili. 4] Se vuoi che t'ami, fa' che ti brami. 8] Se vuoi portare l'uomo
a incretinire, fallo ingelosire. 4] Segui il filo e troverai il gomitolo. 4]
Senza denari non canta un cieco. 1] Senza denari non si canta messa. 1] Senza
umiltà tutte le virtù sono vizi. 8] Sempre ti graffierà chi nacque gatto. 8]
Senza umanità non vi è né virtù, né vero coraggio, né gloria durevole. 8] Seren
d'inverno e nuvolo d'estate, non ti fidare. 4] Sette in un colpo! disse quel
sarto che aveva ammazzato sette mosche. 8] [wellerismo] Settembre, l'uva è
fatta e il fico pende. 16] Si bacia il fanciullo a causa della madre, e la
madre a causa del fanciullo. 4] Si deve alzare di buon'ora chi vuol contentare
i suoi vicini. 8] Si dice il peccato, ma non il peccatore. 2] Si mantiene un
esercito per mille giorni, e non se ne fa uso che per un momento. 4] Si parla
del diavolo e spuntano le corna. 130] Si può conoscere la tua opinione dal tuo
sbadigliare. 8] Si può vivere senza fratelli ma non senza amici.[68] Si stava
meglio quando si stava peggio.[69] 2] Sia l'astrologo che l'indovina ti portano
alla rovina. 4] Sicuro come il pane. 4] Sin che si vive, s'impara sempre. 4]
Sol gente di mal'affare, bestie e botte, van fuori di notte. Son padrone del
mondo oggi le donne e cedon toghe e spade a cuffie e gonne. 8] Sono meglio
cento beffe che un danno. 4] Sono sempre gli stracci che vanno all'aria. 1]
Sopra l'albero caduto ognuno corre a fare legna. 4] Sopra ogni vino, il greco è
divino. 8] Sotto la neve pane, sotto l'acqua fame. 1] Spesso a chiaro mattino,
v'è torbida sera. 222] Spesso chi commette un'ingiustizia, ne subisce una
peggiore. 4] Spesso vince più l'umiltà che il ferro. 8] Sposa bagnata sposa
fortunata. 223] Stretta la foglia, larga la via dite la vostra che ho detto la
mia. 2] Larga la foglia, stretta la via dite la vostra che ho detto la mia. 2]
Stringe più la camicia che la gonnella. 4] Studia non per sapere di più, ma per
sapere meglio degli altri. 224] Studio in gioventù, onore alla vecchiaia. 4]
Sulla pelle della serpe nessuno guarda alle macchie. 8] Superbia povera spiace
anche al diavolo; umiltà ricca piace anche a Dio. 8] T T'annoia il tuo vicino?
Prestagli uno zecchino. 4] Tagliare i capelli con la pentola. 225] Tagliarli
male. Tal lascia l'arrosto che poi brama il fumo. 4] Tale padre, tale figlio.[70]
2] Tanti galli a cantar non fa mai giorno. 1] Tanti idoli, tanti templi. Tanti
pochi fanno un assai. 226] Tanto fumo e poco arrosto. 2] Tanto l'amore quanto
il fuoco devono essere attizzati. 8] Tanto l'amore quanto la minestra di
fagioli vogliono uno sfogo. 8] Tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo
zampino. 1] Tempo chiaro e dolce a capodanno, assicura bel tempo tutto l'anno.
8] Tenga bene a mente un bugiardo quando mente. 4] Tentar non nuoce. 1] Terra
assai, terra poca. 169] Terra bianca, tosto stanca. 227] Terra coltivata
raccolta sperata. 2] Terra nera buon grano mena. 2] Testa di lucertola, collo
di gru, gambe di ragno, pancia di vacca, groppa di baldracca. 8] Testa di pazzo
non incanutisce mai. 8] Tinca di maggio e luccio di settembre. 8] Tinca in
camicia, luccio in pelliccia. 8] Tira più un pelo di fica che cento paia di
buoi. 2] Tira più un capello di donna che cento paia di buoi. 8] Tolta la
causa, cessato l'effetto. 8] Tondi l'agnello e lascia il porcello. 8] Torinesi
e Monferrini, pane, vino e tamburini. 8] Tra cani non si mordono. 1] Tra i due
litiganti il terzo gode. 1] Tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare. 1] Tra
l'incudine e il martello, mano non metta chi ha cervello. 4] Tra moglie e
marito non mettere il dito. 1] Tradimento piace assai, traditor non piace mai.
148] Trattar male il povero è il disonor del ricco. 8] Tre cose cacciano l'uomo
di casa: fumo, goccia e femmina arrabbiata. 4] Tre cose fanno l'uomo ammalato:
amore, vino e bagno. 8] Tre cose simili: prete, avvocato e morte. Il prete
toglie dal vivo e dal morto; l'avvocato vuol del diritto e del torto; e la
morte vuole il debole e il forte. 142] Tre cose sono rare: un buon melone, un
buon amico e una buona moglie. 8] Tre sono le meraviglie, Napoli, Roma e la
faccia tua. 228] Trenta monaci e un abate non farebbero bere un asino per
forza. 4] Triste e guai, chi crede troppo e chi non crede mai. 8] Triste quel
cane che si lascia prendere la coda in mano. 8] Triste quell'estate, che ha
saggina e rape. 8] Tromba di culo, sanità di corpo. 213] Troppa manna, nausea.
8] Troppa modestia è orgoglio mascherato. 8] Troppe soddisfazioni tolgono ogni
voglia. 8] Troppi cuochi guastano la cucina. 1] Troppo povero e troppo ricco fa
ugual disgrazia. 8] Tu scherzi col tuo gatto e l'accarezzi, ma so ben io qual
fine avran quei vezzi. 8] Turchi e Tartari, flagelli dei popoli. 229] Tutta la
strada non fallisce il saggio che, accortosi a metà, corregge il viaggio. 4]
Tutte le cose sono difficili prima di diventar facili. 70] Tutte le strade
portano a Roma. 1] Tutte le volpi si ritrovano in pellicceria. 2] Tutte le
volpi si rivedono in pellicceria. 2] Tutte le volte che si ride si toglie un
chiodo dalla cassa. 230] Tutti del pazzo tronco abbiamo un ramo. 8] Tutti i
fiumi vanno al mare. 1] Tutti i giorni sono buoni per andare a caccia. ma non
per prendere uccelli. 4] Tutti i guai son guai, ma il guaio senza pane è il più
grosso. 1] Tutti i gusti son gusti. 1] Tutti i mestieri danno il pane. 231]
Tutti i nodi vengono al pettine. 1] Tutti i peccati mortali sono femmine. 8]
Tutti i salmi finiscono in gloria. 1] Tutti siamo figli di Adamo ed Eva. 190]
Tutto ciò che dura a lungo annoia. 8] Tutto è bene quel che finisce bene.[71]
1] Tutto il cervello non è in una testa. 4] Tutto il mondo è paese. Tutto quello
che è bianco non è farina. 4] Tutto s'accomoda fuorché l'osso del collo. 31] U
Uccellin che mette coda vuol mangiare a tutte l'ore. 2] Uccello raro ha nido
raro. 8] Ucci ucci, sento odor di cristianucci. 2] Umiltà e cortesia adornano
più di una veste tessuta d'oro. 8] Un bel tacer non fu mai scritto.[73] 2]
Un'anima magnanima consulta le altre; un'anima volgare disprezza i consigli. 8]
Un'oncia di allegria vale più di una libbra di tristezza. 232] Un'ora di
contento sconta cent'anni di tormento. 233] Un abete non fa foresta. 4] Un
bell'abito è una lettera di raccomandazione. 4] Un buon abate loda sempre il
suo convento. 4] Un buon principio va sempre a buon fine. 4] Un cattivo libro
ha spesso un buon titolo, ed una fronte onesta, un cervello ribaldo. 4] Un cuor
magnanimo vuol sempre il bene, anche se il premio mai non ottiene. 8] Un
esercito senza generale è come un corpo senz'anima. 4] Un fido amico, e
ricchezze ben acquistate son due cose rare. 8] Un fratello aiuta l'altro. 4] Un
granello fa traboccare la bilancia. 4] Un granello di polvere fa scoppiare
tutta la bomba. 4] Un ladro non ruba sempre, ma bisogna guardarsi da lui. 4] Un
lume è più presto spento che acceso. 4] Un male tira l'altro. 4] Un padre campa
cento figli e cento figli non campano un padre. 2] Un pazzo ne fa cento. 8] Un
piccolo buco fa affondare un gran bastimento. Un povero virtuoso val più di un
ricco vizioso. 8] Una bella barba e un cuor valente adornano l'uomo. 4] Una
bella giornata non fa estate. 4] Una bella lacrima trova facilmente un
fazzoletto che la asciughi. 4] Una bugia ha bisogno di sette bugie. 4] Una
buona risata si trasforma tutta in buon sangue. 232] Una ciliegia tira l'altra.
2] Una cosa tira l'altra. 16] Una estate vale più di dieci inverni. 4] Una
parola tira l'altra. 2] Una e buona. 16] Una ma buona. 16] Una fa, due
stentano, ma a tre ci vuol la serva. 8] Una Fenice fra le donne è quella, che
altra donna confessa essere bella. 8] Una mano lava l'altra e tutte e due
lavano il viso. 1] Una mela al giorno leva il medico di torno. 2] Una ne paga
cento. 1] Una ne paga tutte. 1] Una rondine non fa primavera. 1] Un fiore non
fa giardino. 4] Un fiore non fa primavera. 4] Una volta corre il cane e una
volta la lepre. 1] Una volta per uno non fa male a nessuno. 1] Uno semina, l'altro
raccoglie. 72] Uno si fa la sorte da sé, l'altro la riceve bell'e fatta. 8]
Uomo a cavallo, sepoltura aperta. 2] Uomo avvisato mezzo salvato. 1] Uomo da
nessuno invidiato, è uomo non fortunato. 4] Uomo di vino, non vale un
quattrino. 8] Uomo morto non fa più guerra. 234] Uomo senza quattrini è un
morto che cammina. 2] Uomo solitario, o angelo o demone. 235] Uomo zelante,
uomo amante. 4] L'uomo misero è un morto che cammina. 2] Uovo di un'ora, pane
di un giorno, vino di un anno, donna di quindici e amici di trent'anni. 8] V
Va' in piazza vedi e odi, torna a casa bevi e godi. 236] Va più di un asino al
mercato. 4] Val più un piacere da farsi che cento di quelli fatti. 8] Val più
una messa in vita che cento in morte. 4] Vale più la pratica che la grammatica.
1] Vale più un fatto che cento parole. 237] Vale più un gusto che un casale. 1]
Vale più un testimone di vista che cento d'udito. 2] Vale più uno a fare. 16]
Vanga e zappa non vuol digiuno. 47] Vanga piatta poco attacca, vanga ritta
terra ricca, vanga sotto ricca il doppio. 2] Vecchi doni vogliono nuovi
ringraziamenti. 8] Vecchiaia d'aquila, giovinezza d'allodola. 4] Vedere e non
toccare è una cosa da crepare. 2] Vedere per credere. 238] Vento fresco mare
crespo. 239] Ventre pieno non crede a digiuno. 16] Ventre vuoto non sente
ragioni. 16] Vesti un legno, pare un regno. 41] Vi sono dei matti savi, e dei
savi matti. 8] Vicino alla chiesa lontano da Dio. 2] Vicino alla serpe c'è il
biacco. 8] Vigna nel sasso e orto in terren grasso. 240] Vincere un ambo al lotto
è un malefizio, che più accresce la speranza al vizio. 8] Vino amaro, tienilo
caro. 8] Vino battezzato non vale un fiato. 8] Vino battezzato, non va al
palato. 8] Vino dentro, senno fuori. 8] Vino di fiasco la sera buono e la
mattina guasto. 8] Vino e sdegno fan palese ogni disegno. 8] Vino non è buono
che non rallegra l'uomo. 8] Violenza non dura a lungo. 241] Vivi e lascia
vivere. 1] Vizio di natura fino alla fossa dura. 2] Vizio di natura, fino alla
morte dura. 242] Voglia di lavorar saltami addosso, lavora tu per me che io non
posso. 243] Voglio piuttosto un asino che mi porti, che un cavallo che mi getti
in terra. 4] Volpe che dorme, ebreo che giura, donna che piange, malizie
sopraffine colle frange. 4] Note Cfr. voce dedicata su Wikipedia.
Cfr. voce dedicata su Wikipedia. Cfr. Matteo, 6, 34. La locuzione
latina gutta cavat lapidem (letteralmente "la goccia perfora la
pietra") venne utilizzata da Tito Lucrezio Caro, Publio Ovidio Nasone e
Albio Tibullo. Cfr. voce dedicata su Wikipedia. Cfr. voce dedicata su
Wikipedia. Titolo di un'opera di Achille Campanile del 1930, passato a
proverbio e modo di dire comune. Cfr. Petrarca: «La vita el fin, e 'l dí
loda la sera». Cfr. Giacomo Leopardi: «Amore, | amor, di nostra vita
ultimo inganno, | t'abbandonava». Cfr. voce dedicata su Wikipedia.
Cfr. voce dedicata su Wikipedia. Cfr. Giovanni Verga, I Malavoglia.
Slogan pubblicitario degli anni Ottanta. Cfr. Gesù, Discorso della
Montagna: «Cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto; perché chiunque
chiede riceve, e chi cerca trova». Cfr. Gesù, Vangelo secondo Matteo:
«Rimetti la spada nel fodero, perché tutti quelli che mettono mano alla spada
periranno di spada». Cfr. voce dedicata su Wikipedia. Cfr. voce
dedicata su Wikipedia. Cfr. voce dedicata su Wikipedia. Citato in
Giovanni Battista Rossi, Conferenze popolari per gli uomini nel tempo degli
esercizi spirituali, Tappi, Torino, Citato nel film Riso amaro. Citato in
Dizionario Italiano Olivetti, dizionario-italiano.it. Cfr. voce dedicata
su Wikipedia. Cfr. Libro di Osea: «E poiché hanno seminato vento |
raccoglieranno tempesta». Cfr. attribuite a Papa Bonifacio VIII: «Qui
tacet, consentire videtur». Cfr. voce dedicata su Wikipedia. Cfr.
voce dedicata. Cfr. Cristoforo Poggiali, Proverbj, motti e sentenze ad
uso ed istruzione del popolo: Chi dà a credenza, molte merci spaccia; | Ma un
presto fallimento si procaccia». Cfr. Appio Claudio Cieco, Sententiae:
«Quisque faber fortunae suae.» Cfr. voce dedicata. La frase è
attribuita (MACHIAVELLO MACHIAVELLI (si veda0, Istorie fiorentine, II, 3;
Giovanni Villani, Nuova Cronica, VI, 38) a Mosca dei Lamberti che a Firenze,
convinse così gli Amidei a uccidere Buondelmonte de' Buondelmonti; dal delitto
nacquero le fazioni dei guelfi e dei ghibellini. Citato anche nella Divina
Commedia di Dante Alighieri (Inferno): Gridò: "Ricordera' ti anche del
Mosca, | che disse, lasso!, 'Capo ha cosa fatta', | che fu mal seme per la
gente tosca". È possibile che Mosca dei Lamberti adattò al momento un proverbio
già noto ai suoi tempi (Giuseppe Fumagalli, Chi l'ha detto?, Hoepli, 1921);
secondo l'Accademia della Crusca (Dizionario della lingua italiana)
corrisponderebbe al latino «Factum infectum fieri nequit». Cfr. Gesù,
Vangelo secondo Matteo: «Rendete dunque a Cesare quel che è di Cesare e a Dio
quel che è di Dio». Cfr. voce
dedicata. Cfr. voce dedicata. Cfr. Philippe Néricault Destouches,
Le Glorieux, atto II, scena V: «La critique est aisée, et l'art est
difficile.». Cfr. «Facta lex inventa fraus.» Cfr. voce
dedicata su Wikipedia. Cfr. voce dedicata su Wikipedia. Riferito
all'uso di numeri civici di colore nero per le abitazioni e rosso per gli
esercizi commerciali. Cfr. Michail Aleksandrovič Bakunin: «Il caffè, per
esser buono, deve essere nero come la notte, dolce come l'amore e caldo come
l'inferno». Cfr. Blaise Pascal: «Il cuore ha le sue ragioni che la
ragione non conosce». Cfr. voce dedicata su Wikipedia. Nei dialetti
siciliani e nel napoletano l'arancia viene chiamata portogallo. La
spiegazione è in Strafforello. Cfr. voce dedicata su
Wikipedia. Veste da lavoro usata, specialmente in Toscana, da contadini e
operai. Cfr. voce dedicata su Wikipedia. Cfr. voce dedicata su
Wikipedia. Cfr. voce dedicata su Wikipedia. Cfr. voce dedicata su
Wikipedia. Cfr. voce dedicata su Wikipedia. Cfr. voce
dedicata. Cfr. voce dedicata. Cfr. Ippocrate: «La vita è breve,
l'arte è lunga, l'occasione è fugace, l'esperienza è fallace, il giudizio è
difficile». Citato in Dizionario Italiano, dizionario-italiano.it.
Cfr. voce dedicata Cfr. voce dedicata. itato in Dizionario Italiano
Olivetti. Cfr. Gesù, Vangelo secondo Luca: «Nessun profeta è ben accetto
in patria». Cfr. Etica della reciprocità. Cfr. anche Salvator Rosa,
iscrizione riportato su un autoritratto: «Aut tace | aut loquere meliora |
silentio.». Questo detto, ripreso dal Libro dell'Esodo («occhio per
occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede, bruciatura per
bruciatura, ferita per ferita, livido per livido»), è chiamato Legge del taglione.
Il proverbio compare in una novella del Decameron di Giovanni Boccaccio (la
quarta della prima giornata). Cfr. Focus storia in tale giorno la Chiesa
cattolica celebra la presentazione al Tempio di Gesù (Luca), popolarmente
chiamata festa della Candelora, perché in questo giorno si benedicono le
candele, simbolo di Cristo. La festa è anche detta della Purificazione di
Maria, perché, secondo l'usanza ebraica, una donna era considerata impura del
sangue mestruale per un periodo di 40 giorni dopo il parto di un maschio e
doveva andare al Tempio per purificarsi: il 2 febbraio cade appunto 40 giorni
dopo il 25 dicembre. Cfr. voce dedicata su Wikipedia. Citato in
Vocabolario degli accademici della Crusca, Tipografia Galileiana di M. Cellini
e c., Firenze, Una leggenda simile esiste anche in Giappone: i demoni-volpe (le
kitsune) preferirebbero celebrare i loro matrimoni sotto la pioggia mentre
splende il sole; il regista Akira Kurosawa ne prese spunto per il primo
episodio (Raggi di sole nella pioggia) del film Sogni prima della riforma del
calendario liturgico Cfr. Proverbio latino medievale: Excusatio non petita,
accusatio manifesta. Citato in Macfarlane, Attribuita a Francesco
Domenico Guerrazzi. Cfr. Libro di Ezechiele: «Ecco, ogni esperto di proverbi
dovrà dire questo proverbio a tuo riguardo: Quale la madre, tale la
figlia». Titolo di una commedia di Shakespeare. Cfr. Petronio
Arbitro, Satyricon, Cfr. Badoer: «Un bel tacer | mai scritto fu». Fonti
Citato ne Il nuovo Zingarelli. Citato in Lapucci. Citato in Carlo
Volpini, proverbi sul cavallo, Cisalpino-Goliardica, Citato in Donato.
Citato in Max Pfister, Lessico etimologico italiano, Reichert, Citato in
Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Selene. Citato in Marino
Ferrini, I proverbi dei nonni, Il Leccio, Citato in Schwamenthal, Citato in
Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in
Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Vocabolario della lingua
italiana. Citato in Schwamenthal, Citato in Macfarlane, Citato in
Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, § 235. Citato in Schwamenthal, Citato
in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in
Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in
Schwamenthal, Citato in Castagna Citato in Schwamenthal, Citato in Vezio
Melegari, Manuale della barzelletta, Mondadori, Milano, Citato in Macfarlane,
p. 352. Citato in Francesco Protonotari, Nuova antologia di scienze,
lettere ed arti, volume settimo, Direzione della nuova antologia, Firenze,
Citato in Grisi, Citato in Daniela Schembri Volpe, 101 perché sulla storia di
Torino che non puoi non sapere, Newton Compton Editori, Citato in Pescetti,
Citato in Grisi, Citato in Paronuzzi, Citato in Schwamenthal, Citato in Giulio
Franceschi, Proverbi e modi proverbiali italiani, Hoepli, Citato in Macfarlane,
Citato in Grisi, Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in
Schwamenthal, Citato in Volpini, Citato in Francesco Picchianti, Proverbi
italiani, A. Salani, Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in
Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Castagna Citato in Grisi,
Citato in Schwamenthal, Citato in Augusto Arthaber, Dizionario comparato di
proverbi e modi proverbiali, Hoepli, Citato in Macfarlane, Citato in Temistocle
Franceschi, Atlante paremiologico italiano, Edizioni dell'Orso, Citato in
Macfarlane, Citato in Schwamenthal, § 1066. Citato in Grisi, Citato in
Macfarlane, Citato in Amadeus Voldben, Il giardino della saggezza, Amedeo
Rotondi, Citato in Niccolò Tommaseo e Bernardo Bellini, Dizionario della lingua
italiana, Unione Tipografico-Editrice Torinese, Citato in Macfarlane, Citato in
Grisi, Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Giuseppe
Fumagalli, Chi l'ha detto?, Hoepli, Citato in Grisi, Citato in Macfarlane. Citato
in Schwamenthal, Citato in Emanuel
Strauss, Concise Dictionary of European Proverbs, Routledge, Citato in
Macfarlane, Citato in Giuseppe Giusti, Dizionario dei proverbi italiani.
Citato in Macfarlane, p. 364. Citato in Macfarlane, Citato in Macfarlane,
Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato
in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in
Schwamenthal, Citato in Filippo Moisè, Storia della Toscana dalla fondazione di
Firenze fino ai nostri giorni, V. Batelli e compagni, Citato in Schwamenthal,
Citato in Macfarlane, Citato in Macfarlane, Citato in Schwamenthal, Citato in
Alfani, Citato in Macfarlane, Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, §
2034. Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Castagna
Citato in Schwamenthal, Citato in Paola Guazzotti e Maria Federica Oddera, Il
Grande dizionario dei proverbi italiani, Zanichelli, Citato in Schwamenthal, Citato
in Grisi, Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Valter
Boggione, Chi dice donna, POMBA, Citato in Schwamenthal. Citato in Salvatore
Battaglia, Grande Dizionario della Lingua Italiana, VII Grav - Ing, Unione
Tipografico-Editrice Torinese, Torino, Citato in Macfarlane, Citato in Grisi,
Citato in Donalda Feroldi, Elena Dal Pra, Dizionario analogico della lingua
italiana, Zanichelli, Bologna, Citato in Giuseppe Pittàno, Frase fatta capo ha.
Dizionario dei modi di dire, proverbi e locuzioni, Zanichelli,Citato in
Schwamenthal, Citato in Piero Angela, Ti amerò per sempre: La scienza
dell'amore, Mondadori, Milano, Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal,
Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Macfarlane, Citato in
Macfarlane, Citato in Florio, lettera G. Citato in Gutta cavat lapidem.
Indagini fraseologiche e paremiologiche, a cura di Elena Dal Maso, Carmen
Navarro, Universitas Studiorum, Mantova, Citato in Gustavo Strafforello, La
sapienza del mondo: ovvero, Dizionario universale dei proverbi, A.F. Negro,
Citato in Paronuzzi, Citato in Silvia Merialdo, Genova. Una guida, Odòs
Libreria Editrice, Udine, Citato in Castagna Citato in Macfarlane, Citato in
Castagna Citato in Schwamenthal, Citato in Anna Fata, Lo zen e l'arte di
cucinare, Edizioni Il Punto d'Incontro, Vicenza, Citato in Salvatore Battaglia,
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Tipografico-Editrice Torinese, Torino, Citato in Macfarlane, p. 389.
Citato in Dizionario di Italiano, corriere.it, diavolo. Citato in
Paronuzzi, Citato in Roberto Allegri, 1001 cose da sapere e da fare con il tuo
gatto, Newton Compton, Roma, Citato in Brigitte Bulard-Cordeau, Il piccolo
libro dei gatti, traduzione di Giovanni Zucca, Fabbri Editori, Milano, Citato
in Schwamenthal, Citato in Grisi, Citato in Schwamenthal, Citato in Castagna Citato
in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, § 4058. Citato in Schwamenthal, Citato
in Macfarlane, Citato in Strafforello, Citato in Grisi, Citato in Volpini,
Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Castagna Citato in
Macfarlane, Citato in Schwamenthal, Citato in Paola Guazzotti, Maria Federica
Oddera, Il grande dizionario dei proverbi italiani, in riga edizioni, Bologna,
Citato in Schwamenthal, Citato in Paolo De Nardis, L'invidia. Un rompicapo per
le scienze sociali, Meltemi Citato in Schwamenthal, Citato in Macfarlane,
Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato
in Grisi, p. 130. Citato in Luigi Pozzoli, Sul respiro di Dio. Commento
alle letture festive. Anno B, Paoline, Milano, Citato in Schwamenthal, Citato
in Grisi, Citato in Grisi, Citato in Macfarlane, Citato in Grisi, Citato in
Macfarlane, Citato in Schwamenthal, Citato in Ann H. Swenson, Proverbi e modi
proverbiali, Nerbini, Citato in Grisi, p. 109. Citato in Ugo
Rossi-Ferrini, Proverbi agricoli, I Fermenti, Citato in Grisi, Citato in
Schwamenthal, Citato in Castagna Citato in Carlo Giuseppe Sisti, Agricoltura
pratica della Lombardia, Milano, Citato in Schwamenthal, Citato in
Schwamenthal, Citato in Florio, lettera N. Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, § 3630. Citato
in Castagna Citato in Paronuzzi, Citato in Schwamenthal, Citato in Pescetti,
Anche in Arthur Schopenhauer, Aforismi sulla saggezza della vita, Parenesi e
massime. Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Grisi,
Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Grisi, Citato in
Schwamenthal, Citato in Macfarlane. Citato in Schwamenthal, Citato in
Alfani, Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in La scienza
pratica: dizionario di proverbi e sentenze che a utile sociale raccolse il
padre Lorenzo da Volturino, Quaracchi: Tipografia del Collegio di
S.Bonaventura, Firenze, Citato in Focus storia Citato in Schwamenthal, §
4306. Citato in Schwamenthal, Citato in Grisi, Citato in Schwamenthal,
Citato in Schwamenthal, Citato in Piero Angela, A cosa serve la politica?,
Mondadori, Milano, Citato in Schwamenthal, Citato in Macfarlane, Citato in
Schwamenthal, Citato in Macfarlane, Citato in Grisi, Citato in Schwamenthal, §
4698. Citato in Schwamenthal, Citato in Macfarlane, Citato in Pescetti,
Citato in Schwamenthal, Citato in Augusta Forconi, Le parole del corpo. Modi di
dire, frasi proverbiali, proverbi antichi e moderni del corpo umano, SugarCo,
Citato in Castagna Citato in Castagna Citato in Castagna Citato in
Schwamenthal, Citato in Castagna Citato in Grisi, Citato in Schwamenthal,
Citato in Schwamenthal, Citato in Grisi, Citato in Schwamenthal, Citato in
Grisi, Citato in Salvatore Battaglia, Grande Dizionario della Lingua Italiana,
Orad - Pere, Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino, Citato in
Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Castagna Citato in Gustavo
Strafforello, La sapienza del mondo, ovvero, Dizionario universale dei
proverbi, Negro, Citato in Schwamenthal, § 5620. Citato in Schwamenthal,
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popolare detti e massime per ogni occasione, Piemme, Citato in Gluski,
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Poslovitsy. A comparative book of English, French, German, Italian, Spanish and
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Alfani, Proverbi e modi proverbiali, Tipografia e Libreria Salesiana, Torino,
1882. Niccola Castagna, Proverbi italiani, Antonio Metitiero, Napoli, Castagna,
Proverbi italiani, pe' tipi del Commend. Gaetano Nobile, Napoli, Donato, Gianni
Palitta, Dizionario dei proverbi, L.I.BER. progetti editoriali, Genova, 1998.
John Florio, Giardino di ricreatione, appresso Thomaso Woodcock, Londra, Grisi,
Il grande libro dei proverbi, Piemme, Lapucci, Dizionario dei proverbi
italiani, Mondadori, Macfarlane, The Little Giant Encyclopedia of Proverbs,
Sterling, New York, Paronuzzi, José e Renzo Kollmann, Non dire gatto..., Àncora
Editrice, Milano, Pescetti, Proverbi italiani. Raccolti, e ridotti sotto a
certi capi, e luoghi comuni per ordine d'alfabeto, Compagnia degli Aspiranti,
Verona, Schwamenthal e Straniero, Dizionario dei proverbi italiani e
dialettali, Selene, Dizionario dei proverbi, Pan libri, Volpini, proverbi sul
cavallo, Ulrico Hoepli, Milano, Il nuovo Zingarelli, Zanichelli, Zingarelli,
Vocabolario della lingua italiana, Zanichelli Editore, Bologna, Strafforello,
La sapienza del mondo: ovvero, Dizionario universale dei proverbi di tutti i
popoli,, vol. III, Augusto Federico Negro, Torino, stampa Voci correlate Modi
di dire italiani Scioglilingua italiani Categoria: Proverbi dell'Italia. Nome compiuto: Massimo Baldini. Keywords:
linguaggio, Campanellese, lingua utopica, fantaparola – phanta-parabola, il
proverbio italiano, amici, implicatura proverbiale, proverbi romani, proverbi
italiani, lezioni di filosofia del linguaggio, con D. Antiseri, indice, grice –
filosofia analica, parte I: filosofia analitica Austin e Grice, parte II tipi
di linguaggio. baldini — implicatura
proverbiale — i amici — das mystisch — filosofia italiana della moda maschile
italiana — haircuts — journalese — journal of the Royal Association of
Philosophy — lingua utopica — Campanellese — Empedocle filosofo poeta —
Lucrezio filosofo poeta — Parmenide filosofo poeta — Eraclito l’oscuro —
vallisneri — fantaparola — gargarismo — trabocchetta — rumore — ingorgo —
aforismo — Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e
Baldini,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice
e Baldinotti: all’isola – la scuola di Palermo -- filosofia italiana – filosofia
siciliana -- Luigi Speranza (Palermo). Filosofo
siciliano. Filosofo italiano. Palermo, Sicilia. Grice: “I like Baldinotti;
Speranza thinks he is a Griceian, just to oppose to the Italian received view
that he is Lockeian! But I say, he is MORE than either! Baldinotti can quote
from Rousseau, and the French authors
that Locke never cared about! And most importantly, he can SIMPLIFY and need
not appeal to Anglo-Saxonisms as Locke does (what does it mean that a ‘word’
STANDS for ‘an idea’?” --.” Grice: “In fact, as Speranza showed at Oxford, one
can organize a tutorial on the philosophy of language (he won’t though – he
hardly organises!) just using
Balidonotti’s rough Latin of first chapter of ‘De vocibus’!” “All the material I rely on in my Oxford 1948
talk on ‘meaning’ for the Philosophical Society can be found there: ‘vox’
significat affectus animae artificialiter, lachrymal significat affectum animae
naturaliter --.” Grice:
“Unless she is a crocodile, as Speranza remarks!” Tutore di metafisica nel
ginnasio di Mantova, pavia, padova. Altre saggi: “De
recta humanae mentis institutione”; Historiae philosphica prima, et
expeditissima adumbratio, Operationum mentis analysis . De elementis humanarum
cognitionum -- de perceptione et ideas, earumque adnexis -- de idearum
affectionibus, et in primis de realitate, abstractione, universalitate earumdem
-- de simplicitate, compositione, relatione idearum -- de idearum clartitate,
et distinctione, veritate, et perfectione, DE VOCIBUS, DE SYNONIMIS, ET
INVERSIONIBUS, DE VARIETATE LINGUARUM, ET DE MUTUO VOCUM, ET IDEARUM IFLUXU, DE
USU, ET ABUSU VERBORUM, DE VERBORUM INTERPRETATIONE, DE MULTIPLICITI SCRIBENDI
RATIONE. De humana cognition. Humana cognitionis analysis, de PROPOSITIONIBUS
-- de gradibus humana cognitionis -- De cognitione probabili -- De
cognitionum realitate -- De extensione humanarum cognitionum -- De
impedimentis humanarum cognitionum -- de humanarum cognitionum instrumentis -- De
mentis magnitudine, et perspicacitate augenda -- De analysi, et
definitione -- de ratiocinio et demonstratione -- De nonnullis
argumentorum generibus -- De inductione et analogia -- De methodo
generatim -- De methodo analytica -- De methodo synthetica -- De
principiis -- De hypothesibus -- De ratione coniectandi probabilia
-- De fontibus humanarum cognitionum -- de conscientia -- de ratione
-- De concursu rationis, et revelationis -- De sensibus, deque
recto eorum usu -- De cognitionibus, et erroribus sensuum -- De
observatione, et experientia -- de auctoritate -- De testibus
oculatis, et auritis -- De traditione et monumentis -- De historia
-- De librorum authenticitate,sinceritate, suppositione, interpolatione,
corruptione, et de interpretationibus -- de arte hermeneutica -- “Tentamen”;
“De metaphysca generali liber unicum” De existente et possibili, et deiis, quae qua tenus tale
est, ad utrumque pertinent -- De identitate, similitudine, distinctione -- De
composito, simplici, uno -- De infinito. De spatio. De tempore. De causa. De
non nullis impropriis causarum generibus. De Kantii philosophandi ratione et
placitis, ut ad metaphysicam generalem referuntur. S. Gori Savellini,
Cesare B. in "Dizionario Biografico degli Italiani", Istituto
dell'Enciclpopedia Italiana, Roma. Troilo, Un maestro di Rosmini a Padova,
Cesare B. in: "Memorie e documenti per la storia della Padova",
Padova. Cesare B., Dizionario biografico degli italiani, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. DE
VOCIBUS. Voces nostrum studium,et operam expostulare,fuit iam suo loco
observatum.Quae cum sint idearum nostrarum signa, horum tradenda prima divisio
est', qua in naturalia, et artifi cialia distinguuntur. Signum naturale cum re
significata habet nexum ex eius natura derivatum; artificiale vero ex hominum
institutione, et arbitrio aliquam rem significat: lacrymae sunt doloris signum
naturale, voces signum idearum artificiale. Non erit porro alienum de
naturalibus signis advertere, homines non raro ad errorem trahi, dum ex
illisrem significatam inferunt: sunt enim haec signa, vel effectus, qui
caussas, vel caussae quae effectus indicant,ut in signis rerum futurarum. Iidem
autem effectus nunc ab una,nunc ab alia caussa oriun tur;neceadem caussa eosdem
semper effectusgignit; sed multa sunt, quae causarum actionem determinant,
suspendunt, et etiam omnino mutant. Non igitur necessario, et semper SIGNUM
NATURALE rem certam innuit; sed a multi spendet, quod eo una potius,quam alia
ostendatur. SIGNA AFFECTUUM ANIMI SUNT NATURALIA. Eos tamen non semper
denotant,et ille in perpetuo errore versaretur, qui de affectibus ex eorum
signis statueret. Sed ad voces revertamur, quarum origo, indoles, vis, in ideas
et mentis operationes, influxus, usus, abusus, interpretatio leviter
attingenda. Quin imo Reid Rech. sur. l'Entend. arbitratur, eas, quas dicimus
causas, esse tantum RERUM SIGNA.Videmus dumtaxat, quae dam hunc inter se nexum
habere, ut si unum praecedat, aliud illico subsequatur. Id tantum statuere
possumus; non vero in eo, quod prae cedit respectu illius, quod subsequitur,
causalitatem, ut aiunt, inesse, cum haec nullaratione ostendatur. Inter
eas quae non prorsus inutiliter attinguntur, commemorari possunt potissimum
nominum divisiones, ad quarum normam nomen in enunciatione, vel est subiectum
de quo aliquid effertur, vel est praedicatum quod effertur, vel est concretum,
remque significat cum sua forma, vel est ab. Voces INSTITUTIONIS esse signa
nempe ARTIFICIALIA, nec necessarium habere NEXUM CUM REBUS, ad evidentiam
probantmuti, et linguarum varietas. Nam si haberent, organo tantum vocis
impedito, sermonis nullus esset usus, et quae apud omnes eadem sunt, iis
demetiam nominibus appellarentum. Mira autem est non rerum, sed verborum diversitas; et
muti sunt ii, qui surditat elaborant. Nunc vero videamus, an facultates humanae
vocibus AD RES SIGNIFICANDAS INSTITUENDIS sint pares. An videlicet possint
homines linguam aliquam condere. Animi affectus, sensusque vividi doloris et
voluptatis naturalibus quibusdam signis coniunguntur, iisdemque manifestantur:
homines haec facile possunt artificialia reddere, sinempe observent affectus,
quos indicant, nec ea tantum edant impellente natura, sed consulto, ut quae
experiuntur, ceteris manifestent. Quae signa clamoribus non articulatis, habitu
vultus, et gestibus continentur, atque actionis, quam vocant, linguam
conficiunt. Usu autem constat facilem, expeditam
secretam idearum COMMUNICATIONEM hac lingua non obtineri, distantia, et
interposito corpore impediri. Sensim igitur ab ea recedere coguntur homines, ad
eamque feruntur, quae vocis distinctionibus pititur. Hanc ut instituant
clamores naturales in primis pro stractum solamque formam exprimit, vel est
categorematicum quod solum et per se aliquid notat, vel est syncatagorematicum
quod ab alio avulsum nihil certi repraesentat, vel categoricum quod rem
categoria comprehensam obiicit. Sed de his satis, sapiens est non qui multa, sed qui
utilia novit. Negat Lamy in Trat. de Ar. log.; et Rousseau disc. sur. l’ineg.
parmi les Hom. parum abesse censet, quin demonstratum sit, fieri numquam posse,
ut lingua ulla suam ab hominibus originem habeat. Ita etiam A. Encycl. A. lang. His e diametro se se
oppouunt Epicurei, quorum hac super re doctrinam LUCREZIO (si veda) de Nat.
rerum exposuit. Diodorus Siculus Bibl. quod nobis possibile, et hypotheticum
est, factum habet, omnesque linguas humanum fuisse inventum putat. Nuperrime in
Diss. de ling. orig. ab A. Berol. an. praemio donata Herder contendit linguas
in universum non divinae, sed humanae prorsus esse institutionis. De hac lingua
V. Condil. Gram. Sinensium lingua hanc videtur originem habuisse, ea constat ex
monosyllabis., quae pronunciationo variata otficiunt SIGNA, (V. Condil. --
trahunt, et simul iungunt, rerum etiam externarum sonos referunt, et imitantur,
unde voces oriuntur, quae elevatione et depressione multum distantes aliquo
modo gestuum et clamorum vim exprimunt. Atque ita verborum dstinctioni consultum, quantum patitur
vocis et auditus organum rude adhuc et inexercitatum. Subtilius, qui haec
disputant, quorum etiam aures delicatiores, similitudinem quamdam inveniunt
inter impressionem a rebus, et a verbis excitatam. Eamque prolatis ex. gr.
vocibus "crux", "mel", "vepres",
"furens", "turbidus", "languidus" distincte
sentiunt. Hinc multae voces. Multae etiam facultate, qua pollemus, per
metaphoras sive transferentiam omnia explicandi, et associandi insensibiles
ideas sensibilibus. Revera verba, quae res insensibiles referunt, metaphorica
sive transrelata omnino sunt. Perpetuo
autem usu nomina propria evasere, et vetustate multorum etymologia sensibilis
ita evanuit, ut res pror sus in sua SPIRITUALITATE relinquant. Quin immo eadem
verba solum confugiendo ad metaphoras sive transferentiam poterant fabricari.
Externa namque forma carent, etsono res insensibiles, unde earum no mina
desumantur. Ac certe per
imagines solum et similitudines id, quod experimur, aliis, qui illud ipsum non
experiuntur, possumus explicare. Traité des connois. hum.) Alii monosyllaba
Sinensium numerant. Freret sur la lang, des Chin., et signa inde componunt
54509. et 80000. Haec loquendi ratio supponit iudicium aurium subtilissimum.
SOAVE (si veda), Compendio di Lock. Ap. al c.I. Hoc facile sibi suadeat
quisquis rerum, quae sonorae sunt, nomina advertat ex gr. "ululare",
"hinnire", "sibilus", "tonitrus",
"stridor", "murmur". Observat Warburthon Ess. sus les
Hierogl. actionis lingua, inventis iam vocibus, homines usos fuisse, Orientales
praesertim, quorum alacritas, et imaginatio vehemens hunc exitum etiam
requirit. Atque exempla permulta ex historia tum sacra, tum profana hanc in rem
profert. Ut recte nomina rebus IMPOSITA sint, quamdam esse debere rerum, et
nominum convenientiam ex ipsa earumdem rerum natura ortam in Cratylo contendit
Plato. Sunt enim, ait ipse, nomina IMITAMENTUM, quemadmodum etiam pictura, et
qui rei speciem in litieras, ac syllabas referre nonnovit, is ineptus nominum
opifexest. Erecentioribus Ioannes Baptista Vico, principii d'una scienza ec.,
de similitudine verborum cum forma rerum multis disseruit. Horum nominum
exempla sint cogitatio, voluntas, desiderium, aliaque huiusmodi. V. Traité de
la Formation mechan. etc. Ch.XII. Quod vero homines, ut boc aliisque
modis ad sermonem formandum aptisutantur, fortius incitat, indigentia est,
maxima rerum omnium magistra. Sermonis etiam utilitas, atque necessitas vix
paucis inventis vocibus sub oculos posita. Hinc multi conatus, ut verborum
numerus augeatur, quos felices reddit cognitionum, et idearum COMMERCIUM
homines inter initum. Haec enim se mutuo fovent, et,ut verba commercium illud
amplificant, ita ex commercio novae vires additae, et nova suppeditata
istrumenta, quibus ars faciendorum et deligendorum verborum perficiatur. Nec
vero sunt verba hominum opus, in quo ipsi nihil aliud, quam arbitrium recte sequantur.
Est enim illa analogia im pressionis, et
soni imitatio, quam pulcherrime in fingendis vocibus sequimur. Est forma, et
affectio orgaai vo eis, a qua earumdem elementa, literae praesertim vocales
determinantnr. Sunt denique derivata, et voces artium, et technicae in hominum
libertate haud repositae, cum illae derivationis naturam imitentur. Hac vero
vim, et EFFECTUS RERUM SIGNIFICENT significent. Duo sunt, quae videntur iam
asserta impugnare. Primum scilicet sermonis institutionem requirere, ut de
significatu verborum conveniatur. Conveniri autem inter eos non posse, qui omni
sermone destituti sunt. Quasi vero nulla alia praeter voces ratio suppetat. Qua
explicetur quid ipsae SIGNIFICENT Percipi enim id. Modum transferendi verba
necessitas genuit inopia coactaet augustiis, post autem delectatio
iucunditasque celebravit. Cic. de Orat. III. 38. Notat et illuminat marime
orationem tamquem stellis qui. busdam verbum translatum Idem ib. 48. Huc
faciunt quae de linguarum analogia subtiliter disserunt Valcke naerius in
observatt. academicis, Lennep inpraelett. academicis et Scheidius in orat. de
linguarum analogia ex analogicis mentis actionibus probata. Sed est etiam unde
moveantur homines ad res alias per multas metaphorice appellandas, eas scilicet
quas primum obscure, et confuse percipiunt. Et enim has meditando earum quamdam
similitudinem cum aliis distincte perceptis intelligunt, quorum proinde nomina
ad illa transferunt. Atque in hoc mirifice dele ctantur luce, quae ex rebus claris, et
distinctis in alias obscuras, et confusas diffunditur. potest ex
circumstantiis, in quibus adhibentur, et ex gestibus, qui pronunciatis
nominibus res indicarent. In
eamdem etiam rem conferet illa imitatio, atque similitudo. Aliud vero erat
huiusmodi. Summis viris
difficultas maxima se semper obiecit in linguis ornandis, et perficiendis. Qui
ergo fieri potuit, ut homines plane rudes, atque ferini, communione scilicet
cum aliis non exculti ex integro sermonem con dant? Fieri istud quidem non posset, si de perfecto sermone
contenderetur, in quo non tantum apte expressa, quae ad necessitatem pertinent,
sed etiam, quae ad cultum vitae, et oblectationem. In quo multae orationis partes,
multae leges syntaxis, et inflexionum, multa denique, ut numerus, et varietas
obtineatur. Haec sermoni non absolute necessaria sunt, et vix nomina, utaiunt,
substantiva, et signum aliquod numquam variatum ad verbum auxiliare sum
exprimendum. Quae quidem hominis licet sylvestris facultates non superant.
Multa in qualibet lingua videntur esse synonima, voces scilicet, quae unam,
eamdemque ideam referunt. Dubitari
autem iure potest, an revera sint. Quin potius statuerem ea, quae di cuntur
synonima, eamdem ideam principalem reddere, accessoria vero differre plerumque.
Atque hoc modo inter
se differunt "amo", et "diligo"; "peto", et
"postulo", "timeo", et "vereor" Condill. Gram.
Traité de la form. mechan. du langage; Condillac Traité des connois. hum.; Grammaire,
Maupertuis Diss.sur les moyens etc. pour exprimer leurs idées; Sulzer de
l'influence recipr. de la raison, etc. extat in Ac. Ber. et Vol. IV. opusc.
Select. Mediol. Soave Comp. etc. Ap. al C.I. Receptum apud logicos novimus, ut
nomina tribuant in synonima, quae secundum unam eamdem que rationem de pluribus
usurpantur, et in homonyma quae rationem naturamque diversam in iis
SIGNIFICANT, de quibus adhibentur, Iam vero homonyma alia dicuntur casu et
citra rationem ac temere im. Synonima
stricto sensu accepta, quae nulla idea accessoria differrent, linguae vitium
indicarent. D'Alemb. Elem. de
Phil. XIII. Hac de re notandum est, vocibus duplicem illam ideam subesse.
Et, ut praeteream exempla, quis est, qui non noverit, vocabula quaeque loco, et
tempori, et generi s u scepto orationis non convenire? Quod profecto maxime oritur ex idea accessoria, quae
non solum verba eamdem principalem exprimentia distinguit, sed eorum etiam
opportunitatem deter minat. Quae ergo synonima habentur, ea profecto non iure; namque
discrepant accessoriis illis ideis, quae rerum diversos aspectus, gradus, et
relationes, et adiuncta exprimunt. Imperiti haec apprime synonima reputant,
quorum levia discrimina lin guarum cultores notant. In eo frequenter peccant ex
lexicis pene omnia, quae adolescentes, misere decipiunt. Duplex distinguitur ordo
verborum, et conformatio, naturalis, et artificialis; seu inversa. Porro quem
ordinem habent ideae, idem etiam verborum est: ordo autem idearum, fertur ad
modum, quo in mente sibi succedunt, vel ad earum dependentiam mutuam,ex qua
fit, utaliaealias regant, et explicent, aliae explicentur, atque regantur. Si primum, ordo, quo exprimuntur ideae, naturalis
erit, quando idem, ac ille, qui in earum successione servatur. Qui quidem in singulis diversus
est. Si secundum, ut ordo sit naturalis, quae alias regunt, vel ab aliis
explicantur praemittendae sunt. Quae reguntur, et alias explicant postponendae.
Secus erit artificialis, seu inversus. Sed unde oritur, quod ordo inversus
orationi vim addat,et siteius quasi lumen quoddam nosque voluptate perfundat?
Scilicet posita, et alia dicuntur ratione, quod rebus tribuantur aliqua inter
se similitudine cohaerentibus. Posteriora haec aptius vocantur analoga, sive
attributionis, quum uni quidem rei primario conveniunt, reliquis secun
dario,sive proportionis,quae pluribus rebus propter proportionem aliquam
accommodantur. Ex hoc fonte methaphorae pleraeque omnesdimanant.
Nonnullarum rerum, atque actionum voces quaedam ex ideis hisce accessoriis
inhonestae, et turpes evadunt; quae ideae si in aliis vocibus omittantur, vel
mutentur,nulla amplius est turpitudo. Unde fit, quod eae. dem res, etverecunde,
etobscoene dicifpossint,etquod ea,quae turpia re non sunt, nominibus, ac verbis
flagitiosa ducamus. vel re. D'Alembert loc. cit. Traité de la form. mech. du
lang. ch. IX n.161. quia eum, quem Rethores MODUM appellant, et numerum
parit; quia imaginationem exercet;quia ideas nimis disiunctas coniungit. Revera
voces ordine inverso positas ad se mutuo referi m u s, ut postulat idearum
ratio. Atque si in periodo multae sint ideae, quae a quadam principalipendeant,
et exiis aliquaehuic praeponantur, postponantur vero aliae, arctius omnes cum
ea coniunguntur. In quo nexu illud praesertim
admirabile,quod uno verbo ad integram sententiam animus revocetur. ET IDEARUM
INFLUXU. Varietatem linguarum,et nos ad confusionem Babylonicam referimus:
simul autem liceat statuere,ex diverso hominum ingenio, et indole,eorumque
externis circumstantiis oriri potuisse, et magna ex parte ortum esse,ut
singulae suum -co lorem habeant. Ac ex confusione illa vocum origines potius,
quam ipsaelinguae;quae perfici sensim debuerunt,etaugeri verborum copia, atque
syntaxi, et inflexionibus moderari. Non una autem in hoc fuit omnium gentium
ratio, quod multis causis tum physicis, cum moralibus tribuendum est. Atque
inter eas recenserem caeli temperiem, non eamdem ubique faciem naturae, rerum
aspectus multiplices, diversas opiniones sive ad civitatem sive ad religionem
pertinentes, regiminis formam, educationem, mores denique et studia. Revera
sermonis vis, copia,et harmonia, et inflexio nationum exprimit
characterem,ingenium,atque culturam;ac eadem linguarum, et gentium fuere semper
fata, et vicissitu dines. QUOD IN ROMANI IMPERII, ET LINGUAE LATINAE ORTU,
progressu, et occasu velut sub oculos positum est. Iunctam, cohaerentem, levem,
et aequabiliter fluentem orationem facit verborum collocatio. de Orat.
D'Alembert Eclair cis. Condill. Gram.; Art.d'Ecrire; Traité de la form. mechan.
etc. INSTITUTIONE DE VARIETATE LINGUARUM, ET DE MUTUO VOCUM. Sed ex
iisdem quoque caussis fit, ut nationes singulae suas habeant idearum
compositiones, et vocibus, quibus aliae carent, utantur. Inde in interpretando necessitas verborum circuitum
saepius adhibendi, cum non semper verbum e verbo exprimi possit. Indeadeo
difficile, libros ex una in aliam linguam convertere. Atque in hoc lice tomnis
cura, et studium ponatur, adeo singulis linguis suum quoddam inest ingenium, ut
nullae fere sint interpretationes, quae authographi vim, et elegantiam, et
nativum splendorem nequaquam desiderent. Quae quidem eo nos adducunt, ut intelligamus, quem dam
esse posse sermonem, edisci, et percipi omnino facilem. Quem si universalem
veluti linguam cunctae gentes amplecterentur, eo possent mutuum idearum, et
cognitionum commercium inire. Ac difficultas, qua ab hoc impediuntur, ex lin
guarum varietate, et multitudine orta, alia etiam ratione vinci posset,
characteristicam nempe aliquam linguam adhibendo, quae res ipsas, non rerum
voces exprimeret. De bac sermo erit inferius. Interim cum nullus ex hisce modis
adhuc suppetat. Nec ulla spes
sit, ut in unum, V. Clericum Art. Crit. Linguarum varietas non leve incommodum
affert societati, et progressui scientiarum. Nec enim consultum, ut facile
edisci possent, sed casu magna ex parte conditae, et procurata copia, et
ornatus. Sublatis declinationibus, coniugationibus, et generibus, si
substantiva unam immutabilem terminationem haberent, suam adiectiva, et verba
pariter, quae adverbiorum ope temporibus, et modis distinguerentur. Pullae
superessent regulae grammaticorum, et solius lexici auxilio linguam quam libet
perciperemus. Cumque insuper esset prima illa lingua absurda, et egestate,
atque uniformitatis squalore sordesceret. Maxime erit optandum, ut LATINI SERMONIS
USU conservetur. Locupletissimus namque est hic sermo, electissimis, et
praeclaris verbis abundat, communis hactenus fere fuit omnium eruditorum; qui
eo abiecto, si suam singuli linguam in scribendo usurparent, iam, vel aliena
omnia nescirent, vel in omnium gentium, quae doctrinae laude vel alium
conveniant omnes. Splendescunt, perdiscendis linguis curam,
et operam compellerentur insumere, quam ad rerum cognitionem adipiscendam con
tulissent. Quae hactenus de
vocibus dicta sunt, satis ostendunt, easabideis, et cogitandi modo non parum
pendere. Sed magnus etiam est verborum in ideas, et mentis operationes
influxus. Atque in psychologia, si fortasse ad
veritatem plane non sua detur, nullas fere absque verborum usu nos exequi
posse. Illud profecto demonstratur, eo foveri multum, et perfici. Quod probari
nunc potest exemplo mutorum. Earum etiam gentium, quibus signa numerica pro
maioribus quantitatibus deficiant, cetera sint nimis composita. Illi quidem multis omnino ideis
destituuntur, mentisque facultates obtusas habent, nec ad operandum faciles et
expeditas. Hae vero gentes in rebus ARITHMETICIS ne vix quidem progressæ sunt.
Tantum signa valent ad humanas cognitiones promovendas vel impediendas. Equidem arbitror, a veritate abesse longius, qui
crederet verba communicationi cum aliis tantum inservire. Ea menti sistunt
obiecta. Nimis composita
dividunt. Si magnifica sint et nobilia, res amplificant, et extollunt. Si
humilia, imminuunt, et deprimunt. Mosheim DISSERT. DE LINGUÆ LATINÆ CVLTVRA ET
NECESSITATE V. etiam quæ nuperrime Ferrius, et Tiraboschius, Gorius, et VANNETTI
(si veda) in eam habent Alamberti sententiam, Melang., statuentem bene LATINE
scribi non posse, et LATINITATE abiecta studium omne ad patriam linguam
transferentem. Refert Condaminius, quosdam Americæ populos, cum ocesnume rorum
supra ternarium non habeant, in hoc arithmeticam eorum consistere: certevix
paucis huiusmodi signis utuntur, iisque ad modum compositis, ex quofit, ut
maiores numeros mente haud comprehendant, et quem libet ultra vicesimu in indefinite
concipiant, atque capillorum numero comparent.V. De la Condamine Voy. Paw Rech.
sur les Americ. Cogitatio, ait ACCADEMIA in Theæteto, est sermo,quem mens apud
se volvit circa illa, quæ considerat. Cum enim cogitat, secum ipsa disserit adeo,
ut cogitatio sit sine strepitu vocis oratio, aut interior collocutio. Verba
sunt veluti signa algebrica idearum. Brevitati proinde consulunt, multarum
idearum comparationem faciliorem reddunt, mentenique sublevant in
consideratione multarum rerum, atque compositarum: quæ verborum utilitates
maxime elucentin modorum mixtorum ideis, quas in nullo exemplari iunctas
videmus, sed verbis exhibentur et comprehenduntur. Verba denique nexus inter
ideas augent, eas facilius, et promptius exsuscitant, distinguunt, quæ vix
confuse percipe rentur. Sic technicæ in arte pingendi voces omnia alicuius
tabulæ vitia, omnemque præstantiam indicant. Quæ eos prorsus fugerent, qui
illas voces nequaquam callerent. Quare scientiæ, omnesque artes multum debent
verborum inventoribus, ut Linnæo Botanica; et Ontologia, licet nomenclatione
tantum contineretur, non esset penitus contemnenda. De verborum usu, et abusu hæc
fere a Lokio, aliisque melioris notæ Logicis accepimus. In primis duplicem esse usum
verborum. Vel enim eo cogitationes nobiscum cooferimus, vel aliis exprimimus.
Illum jam attigimus capite superiore, in quo osten debam, maximas utilitates ex
hoc interno sermone profluere. Cum aliis autem utimur verbis,aut in vitæ
civilis consuetudine,vel in studio Scientiarum. Inquo præsertim distinctioni,
et perspicuitati. Ideæ in primis connexæ inter se sunt ex analogia rerum, et ex
circumstantiis, in quibus acquiruntur. Sed insuper verbis etiam unæ cum aliis
colligantur. Quot ideas unum verbum sæpius excitat? Atque ex verbis hæc alia
utilitas provenit, ut in ideiş revocandis, et disponendis ordini, quo a nobis
comparatæ fuere,non adstringamur, sed illum qui magis placeat, magisque
conveniat iisdem tribuimus. Bonnet Ess. Analyt. Sulzer. Micheælis de l'influ. des
opin. sur le lang. etc. Condil. Art. de
penser; STELLINI OSSERVAZIONE SULLE LINGUE; Soave Comp. di Locke Iap. al cap.
XI. Scilicet, si circa ideas maxime compositas, sertim versemus,
iisdem nomina, quibus appellantur, substituimus. Nimis enimesset operosum,
eetiam impossibile, omnes ideas simplices illas componentes mente revolvere. Quod etiam confusionem afferret,
et, ne idearum relationes viderentur, obstaret. Hæc habitualis, non actualis
distincta perceptio est idea coeca, et symbolica Leibnitii. circa notiones præ
1 litandum est, ne per se difficilia reddantur difficiliora. Et ne rerum
INVESTIGATIONES in æternas quæstiones de nomine abeant. Locutionis
perspicuitas, atque distinctio maxime optanda idearum claritatem, et
distinctionem desiderat: quomodo enim, quæ confuse percipimus, aliis distincte
explicarentur? ad eam confert brevitas, in qua tamen habendus modus;nam ut
nimia verborum copia res obruit, ita eorum egestas tenebras rebus offundit.
Denique cum iis, qui loquuntur confuse, vitanda fa miliaritas est,qua nihil
fortius ad idem vitium contrahendum. Ita autem verbis utamur, ut unicuique idea
determinata re spondeat;dequo,sinobiscum tantum colloquimur, nos ipsos debemus
interrogare; si vero cum aliis,et dubium sit, an verba ideas
claras,etdistinctas in aliorum mentem immittant, tunc ea dilucide explicanda
sunt. Id quidem de nominibus idea rum simplicium præstari potest (vix autem
erit necesse), si observanda proponantur obiecta,quæ significant,etmodus,et
circumstantiæ indicentur, in quibus eorum ideæ acquiruntur. Nomina vero
idearum, quæ sint compositæ, decla rantur earum obiectis exhibitis, et addita
ipsorum definitione; nec enim omnia attributa patent sensibus, et multa indolem
potentiæ habent. Quod si hæc obiecta non existant.Verborum universalium magnus
est usus, et maxima utilitas; innumera enim individua una tantum voce
comprehendi mus, quæ esset impossibile omnia suis nominibus distinguere. Esset
etiam inutile, quia necii, quibus cum loquimur, multoque minus illi, quibus
aliquid scriptum relinquimus, eadem indivi dua agnoscunt. ergo. Sed quæ
circa rectum verborum usum,et eorum inter pretationem, de qua inferius, præcipienda
sunt, separari vix possunt ab idearum doctrina iam tradita; utrisque enim idem
finis, avocationempe ab erroribus. Inter eætiam intimus nexus, quantus inter
voces, et ideas. Nunc lum, quæ propius ad verba pertinent, quæque eo loci
explicata non sunt. ne actum agam, so meratio idearum, quas simul reflexione,
aut pro arbitrio con iunximus. fiat enu Vocibus demum abutimur, si quæ incertam
significa tionem habent, non definiantur; si definitus sensus mPombaur. Si in
rebus scientiarum artes consectemur oratorias. Namque delectant, et movent,
mentemque avertunt a philosophico rerum examine,quas non accurate,sed ad
similitudinem exprimunt. In verborum sensu commutando peccarunt vehementer
scholastici. V. Gassendum in Exerc. Arist. Exerc. Hic cum Logicis fere omnibus
non præcipio, abstinendum esse a tropis atque figuris:rebus enim permultis
vocabula metaphorica necessario imposita sunt, aliis utiliter, cum ex iis
orationi splen dor accedere videatur. Condil. Art. d' écrire. Translationes
propter similitudinem transferunt animos,etre. Neque vero minor utilitas ex
verbis notionum;.harum nullum archetypum extra nos invenitur iunctas exhibens
ideas, ex quibus componuntur. Id vero præstant nomina, quæ illas comprehendunt.
Sunt denique voces, quas particulas appellant Grammatici; his utimur, ut ideas,
et periodi membra, et periodos ipsas interse coniungamus. Quisaneusus mirificus
est, et ex eo maxime vis tota orationis derivat. Rectus erit,si m u tuam
rerumdependentiam, et relationes diligenter consideremus. Hæcdeusu. Nunc
de abusu,quirestat,dicendumest. Iam vero abutimur verbis, si iis, nullam ideam,
aut obscuram associemus, adeo ut inania sint, et ambigua: in quo non rarum
estlabi;etmaxime verba notionum virtutis,honoris,et simi lium multo pluribus
sunt meri soni; obiectum namque non referunt, quod sensus moveat, nec illud
quod referunt in in fantia, percipimus. Hinc ea absque ulla significatione
usurpandi longam consuetudinem iam contraximus, a qua ut reMilanius, reflexione
vehementer nitendum est. Sed abusus verborum etiam ex ignorantia, et malitia. Scilicet, qui partium studio, vel anticipata opinione
moventur. Qui vulgo avent imponere. Qui difficultatum pondere hærent et idearum
defectu impediuntur. Tunc enim vero ii obscuritatem affectant, verbis inanibus
se se involvunt, nova etiam fundunt, atque sesquipedalia. Optimum ergo erit,
mentem parumper a verbis abstrabere, eamque in ideas intendere, ne verborum so
nitu hallucinemur. Ut verba recte interpretemur, advertendum in primis,
notiones eius, a quo adhibentur,'significare. Non igitur suppo natur, omnes
iisdem verbis adnectere easdem ideas, et ipsis rerum realitatem apprime
respondere. Quæ qui supponunt, de rebus perperam ex verbis iudicant, et ex
propriis aliorum ideas non bene copiiciunt. Hisce per summa capita indicatis,
advertam in primis, duplicem distingui sensum verborum, proprium scilicet,et
tran slatum;namque verba,aut illam rem exprimunt,cui primum fuere assignata.
Vel ex quadam similitudine cum re ipsis propria eadem verba ad aliam
significandam transferimus. Quod si fiat, sensum habent translatum, secus autem
proprium. Nisi quis sensum proprium alicuius vocabuli accurate perceperit,
numquam fieri poterit, ut translatum assequatur; hic siquidem ad illum
refertur. Rerum præterea conditionem inspiciet,ex qua oritur, ut quædam voces
potius, quam aliæ, ad res sensu translato exprimendas, electæ fuerint. Inde clarius is sensus patebit
ferunt, ac movent huc, et illuc, qui motus cogitationis celeriter agi tatus per
se ipse delectat. de Orat. Translatio est, cum verbum in quamdam rem
transfertur ex alia; quod propter similitudinem recte videturposse transferri.
Cic. ad Heren.; Alembert Eclaircis., sur les Elém. de phil. Quam vero quisque
vocibus notionem subiicit, arguere tuto possumus, si multa nobis nota sint,
eaque invicem conferamus; loquentis scilicet ingenium,et characterem; affectus,
oris habitum; linguæ, quautitur, vim, etindolem; rem,quam tractat;
circumstantias, in quibus versatur; opiniones, religionem, quam sequitur;demum
popularium eiusmores, ritus, consuetudines. Haac enim omnia efficiunt, ut licet
verba sint eadem, non tamen eumdem significatum, eamdemque vim habeant. Nunc
vero singula verborum genera persequar, deque Difficilius assequimur
sensum verborum, quæ notionibus respondent; siquidem præter caussas nominibus
rerum existentium communes, peculiares etiam concurrunt, ex quibus efficitur,
ut singuli fere has ideas diverso modo componant. Nec eadem semper significatio
est vocibus orationis par ticulas exprimentibus; loquentium igitur, vel scribentium
affe ctus, et præcipue contextus consulatur,cum ex iis sit dedu cenda. De
nominibus relativis, quid advertendum in præsen tiarum,ut recte explicentur?
Porro id muneris iam explevi dum agebam de eiusdem generis ideis. Quid de
nominibus uni versalibus,quod paritereoloci, traditum non sit? Illud
subiungam,voces particulares,aliquis,quidem etc. obscuras esse et indeterminatas,
nec denotare, quæ, et quanta subiecta sint; universales vero aliquando
particulariter esse sumendas, aliquando non omnia individua generum,sed
individuorum omnia siores esse, iisnonnulla admoneam,ad quæ semper in
eorum interpretatione spectemus. Qualitatum sensibilium nomina, colorum nempe,
saporum, aliarumque huiuscemodi, sensationum etiam doloris, et voluptatis, non
ita accipienda sunt, quasi explicent id, quod est in rebus extranos positis.
Nostras affectiones, sensationesque upice indicant, nec vero vim,et quantitatem
earumdem. Hanc experimur, non autem accurate possumus efferre. Fit autem sæ
pius,ut in singulis maior,vel minor multiplici gradu sit. Dubitari quidem
potest,quin ipsæ sensationes apud aliquos prorsus differant, licet omnes iisdem
verbis utantur. Omnes arborum folia viridia appellant; sed adhuc videndum,
utrum hæc vox eamdem omnibus ideam excitet. Quam dubitationem ingerit di versa
corporis temperies, et habitus, nec eadem omnino fabrica sensuum;unde certo
oritur,affectiones easdem aliquibus inten aliis languidiores. Nomina idearum
compositarum non idem apud omnes. Maxime si veteres cum recentioribus confe
rantur.Ne eas igitur ex nostris notionibus interpretemur, sed ex illis quæ
ampliores fortasse, vel angustiores. Nominibus substantiarum easdem qualitates
non omnes complectimur. Nulli essentiam primariam,a qua eæ nascuntur,et quam
nemo novit. genera significare. Quæ quidem ex circumstantiis, linguarum indole,
ingenio, loquendi consuetudine patent dilucide. His fere,quæ adhuc de vocibus
disserebam, continentur potiora,ex quibus Grammatica philosophica conficitur:
linguarum singulæ suam habent, eaque particularis Grammatica dicitur. Est vero
etiam Grammatica universalis,quæ principia constituit omnibus linguis communia.
Notandum superest,syntaxim totam legibus concordantiæ, et regiminis moderari.
Illæ principio identitatis, hæ principio diversitatis innituntur. Verborum
disputatio manca videretur, si de scribendi rationibus haudquaquam dissererem.
Non igitur una fuit hæc ratio apud omnes,nec omnibus temporibus;tamen in eo con
veniebant, quod signis non ore,sed manu expressis,quæ mente revolvimus,
manifestarent. Ac, quæ fuere adhibitæ, pictura, symbolis allegoricis, denique
signis arbitrariis continentur. Pictura, aut unam figuram, aut plures exhibet, signa
arbitraria, aut ideas,aut syllabas,aut litteras verborum significant. Scripturæ,
licet ab ea, qua nunc omnes fere gentes utuntur, longe dissimilis,specimen
aliquod hominibus innotuit per imagines, quæ sui res exhibent, et quas conamur
exprimere gestibus, et clamoribus, ut iis longinqua designemus. Ad has imagines
adumbrandas urgebat necessitas communicandi cum absentibus, et præsentibus
explicandi id, quod verbis efferri non poterat. Inde scripturæ origo potius,
quam ex cura committendi nostras cognitiones posteritati. Ac homines ex
rerumimaginibusidconsiliicepisse,ut illas ad suos cogitationes enuntiandas
delinearent, omnium pene De usu, abusu, interpretatione verborum videantur
Locke Ess, etc. Leibnitz Nouv. Ess, etc. Clericus art.crit., Du Marsais
princip. de gram. Condillac gram. D'Alembert Elem.de Phil. et Eclaircis. sur
les Elem. etc, Hinc sensim crescere CONVENTIONIS SIGNA, etomniatan. dem
huiusmodi evadere. Quae sola notiones reflexione perceptas possunt exprimere;quae ob multos
rerum aspectus sunt neces saria. Namque notiones illae nullam imaginem
praeseferunt, nec ulla imago diversas relationes comprehendit, sub quibus res,
ut lubet, consideramus. Signa autem, quae ex CONVENTIONES sunt, optime quidem ab eo constituta
fuissent, qui singula singulis ideis simplicibus destinasset, suaideis
universalibus, aliademum determinationibus individua constituentibus. Enim vero
simul iungendo, et apte componendo haec signa, res omnes possent distincte
explicari. Hoc scribendi modo philosophus tantum uti potest, nempe ille solus,
qui probe noverit, quaenam ideae simplices illas substantiarum, et notionum
componant. Quique etiam adeo individua observaverit, ut ea possit plane
describere. Illum Paw Recher. sur les Americ. Quemadmodum artis typographicae
occasio fuit ars caelatoria et sculptoria, ita occasio scripturae non inepte ex
pictura derivatur. Praesertim quum non aliter pictura sit obiectorum in oculos
incurrentium scriptura, quam scriptură sit obiectorum quae aures feriunt
pictura. Videsis Augustum Heumannum in conspectu reipublicae literariae Signa
huiusmodi spectant ad linguae universalis institutionem. Alia ratio, qua ad
eamdem possumus pervenire, indicata, vix est N. LXXII., LXXXII. V. Soave Comp.
di Locke, qui etiam celebriores scriptores recenset, a quibus ea institutio
suscepta fuit. Leibnitii historiam, et commend. characteristicae linguae
univers. Traité de la Form. etc. Mémoires de l'Acad.de Berl., ibi Thiebault
videtur succensere Michaelis, et non ita difficilem, nec vero inutilem, et
multo minus perniciosam, quemadmodum ille, censet linguae universalis
institutionem, quae primo illo modo conti. neretur. Sepositis iis,quae de
universali lingua instituenda excogitari subti. vetustarum nationum
monumenta, et gentium sylvestrium usus confirmant. Quae scribendi ratio
picturae affinis, cum auctis cogni tionibus, relationibus, et indigentiis ad
omnia exprimenda non non satis esset apta, paulatim a signis discessum est
rerum i m a ginem referentibus, et huius pars tantum depicta, et plures ideae
uno signo manifestatae. nenses adhibent; proindeque mirum non est, si tanti
apud illos sit literas scire. Quae difficultas effecit, ut nationes pene omnes
eum scribendi m o d u m probaverint, quo non obiecta, non ideas, sed sonos
verborum reddunt; ad quem duplici via perveniri posse declarabam liter possent,
splendideque proponi; multo fuerit satius consilio adquie scere Ludovici Vivis,
cuius haec sunt (De tradendis disciplinis lib.III. verba. Sacrarium est
eruditionis lingua,et sive quid recondendum est,sive promendum velut proma
quaedam conda.Et quando aerarium est eruditionis, ac instrumentum societatis
hominum,e re esset generis humani unam esse linguam, qua omnes nationes
communiter ute rentur: si perfici hoc non posset, saltem qua gentes ac nationes
plurimae, certe qua nos christiani initiati eisdem sacris, et ad commercia et
ad peritiam rerumpropagandam. Peccati enim poenaesttot esse linguas. Eam vero
ipsam linguam oporteret esse cum suavem, tum etiam doctam et facundam. Suavitas est in sono sivé simplicium verborum ac
separatorum, sive coniunctorum. Doctrina est in apta proprietate appellandarum
rerum. Facundia in verborum et formularum varietate ac copia. Quae omnia effi
cerent, ut libenter ea loquerentur homines,et aptissime possent explicare quae
sentirent, multumque per eam accresceret iudicii. Talis videtur mihi latina
lingua ex iis certe quas homines usurpant, quaeque nobis sunt cognitae. Quod
continuo diligenter, ostendit, eaque tradit quae merito cum disputatione
componantur ab Aloisio Lanzio libris inscriptionum et carminum praefixa. Sinensium alphabetum
Typographicum ex 50000. signis constat. V. Mémoir, concernant l'histoire etc.
des Chinois parles mission. tom.X1., Mopertuis ius auget ad 80000. Iaponenses,
licetomnino diversa linguautan tur, quae tamen Sinenses literis consignant,probe
intelligunt; adeo verum est haec signa non rerum voces, sed earum conceptus
delineare. V. Marpertuis loc. Iam. cit. Nome compiuto: Cesare
Baldinotti. Keywords: signum, genere, segno, genere, segno naturale, lacrima,
segno artificiale, ‘homo’, conventione, imposizione, idea, ideazionismo,
‘Locki’ – enciclopedismo, illuminismo, ‘discorso sulle lingue’, propositione,
articulazione, logica, grammatica, forma logica, modus significandi,
imitatmento, il Cratilo di Platone. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco
di H. P. Grice, “Grice e Baldinotti,” The Swimming-Pool Library, Villa
Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice
e Balduino: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del vestigio
dell’angelo al Campidoglio – la scuola
di Montesardo – filosofia pugliese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel
Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Montesardo). Filosofo
pugliese. Filosofo italiano. Montesardo, Alessano, Lecce, Puglia. Grice: “It is
amusing that when we were lecturing with Sir Peter at Oxford on ‘Categoriae’
and ‘De Interpretatione,’ Girolamo Balduino had done precisely that – AGES
before, in a beautiful beach town of Italy! ‘vir Montesardis,’ –“ Grice:
“Strawson and I, following an advice by Paulello, drew a lot from Balduino’s
commentary – especially of the Peri Hermeneias, the section on the ‘oratio,’
since we were looking for ordinary-language ways to render all the modal
distinctions (indicative, imperative, optative, interrogative, vocative, …)
that Balduino finds so easy to digest – but our Oxonian tutees didn’t!” -- Girolamo Balduino (Montesardo),
filosofo. Studiò all'Padova sotto
Marco Antonio Passeri (detto il Genua) e Sperone Speroni, formandosi
nell'eclettismo aristotelico proprio di quella scuola. Insegna sofistica in
quello Studio; passò poi all'Salerno e all'Napoli. Nella seconda metà del Cinquecento le sue
opere furono occasione di vivaci dibattiti. Alle sue dottrine si oppose, in
particolare, il filosofo padovano Jacopo Zabarella. Altre opere: “Perì
hermeneias”, “De interpretation, “Dell’interpretazione”; “Quaesita tum
naturalia, tum logicalia”. Studi
Giovanni Papuli, B.: ricerche sulla logica della Scuola di Padova nel
Rinascimento, Manduria, Lacaita, Papuli, B. e la logica scotistica, in Acta
Congressus Scotistici, Roma, Papuli, Da B. allo Zabarella e al giovane Galilei:
scienza e dimostrazioni, in « Bollettino di storia e filosofia », Raffaele
Colapietra, recensione di Ricerche sulla logica della scuola di Padova nel
Rinascimento, Emeroteca della Provincia di Brindisi. B.. “De signis”. It. segnare, notare, segnificare,
notificare. Primum oportet ponere quid sit nomen et quiddam in proæmio, ut
propositum suæ considerationis ante quid verbum cognovit et infra ab
orationibus rethoricis et poeticis, atque his quæ affectus explicant, illam se
legit. Item tes cum iste liber cum tota logicae undem modum cong ordine lint
considerandæ quo, ex processu resolvente com, siderandi participet, qui ut ante
monstrani est instrumen monstrat cum inquit primum bum etc. vers tum seu
organum notificandi. Quid inter hunc librum quid nomen quid alios differt?
Respondetur. Id interesse et, inter diversos primum, non intentione, cum libros
eandem rem eodem. Sed quod primo exequi instituimus dicit opor versa prædicata
propria, de illa cognoscantur. Q dis eaq. præs cipia quæ ut deus, et prima in
omni tempore, loco, et subiecto dicata ex fine libri facile inveniri possunt
demostrationis prin sunt nes mus, extremum nam ut posuis cellaria. Sed
suppositione in hoc libro et finis, rum conceptarum res et secundum quid. nam
tuimus dicata quinq vocem SIGNIficativam stag are, ut toto, necessario tra
verlrum etc. Hæc verbi, orationis, enunciationis nominis, nis quibus eædem
libro poeticorum est præceptionem tradere finiendo considerant alterum ut
aspernetur et um metrum formandum, bi etc. ponere ergo sumetur non tanquam res
dubia inquirendum sum, verum et constans ponendum primo mento magno exemplo
explicatur artificum idem ligna ut lignum, sit sed ut per seno post incos unus
artifex statua malter, referet tæ, cum suo proprio monius inquiens est, ad
metria positi oest. Ita que non nisi ut enunciativa. Sed de subiecto do post
secund infine. Regulem logicem ponuntur ut notæ orator et poeta enunciativa orationis codem modo ista
des:ante et SIGNIficativas intendit idenim definitionem nomini suer, sitione
SIGNIficantes tionis tantum urilitatem declarat apo demonstra, ad impossibile
primo prior de tione simplici et hæc porest. Sed demonstratio viriali cuius,
extranea autem quod licer hæc omnia demonstrationis Postremo scientiarum. ne
viam atrium et iuxtaponitur uerbo. Magentinus positionis modos modo
considerantes est interpretario posis ab instituto, nomen, aim. Ponere seu
constituere. Ammonius has tres particulas legit cum ergo sunt prædicata
propria, affirmationis et negatio mum ponendum constituat, alterum appetendum
explicaretur oportet definire et fugiat. Poeta ad cocinnum orator vero
adornatum. Id, quasi istorum quid nominis ad efficiendam. Huic quam retuli rei
confidera Averrois, definitio enim inquit Aristotele ingeo navem, alteradarcham
considerandi modo, assentit, Amonius definitiones positiones in arte dicuntur.
Metafisicae in hoc libro confiderari de oratione, in magno com cuiusratio est
primopoft. quam per voces clariores mo prior primo, syllogismus est positis et
concessis et concesso, pri oratio in quaquibusdam attingit. Magentinus syllogism ducente hac
tenus. Paul e re niam fiunt. Quos cis nunc. De utilitate dicimus ab anima, quæ
facile opus suum inquitex proposito patet: ad de et ex inscriptione cepit ergo
tertium modorum quos Ammonius attulit. Su subiceti interpretationem refertur. Quam mitur
enim gratia quæri retulimus nam enunciatio ad ins ponere, primo prosupposito
tendatur tet non simpliciter sic enunciatio in to, propositum quas per voces
clariores NOTIFICARE nostrum esse, de oratione enunciativa. Hic autem finis
haberino potest, nisi per hæc præ tertio ait igitur de partibus tractandum est,
quid nomen et quid verbum inquiens et Aristotele verba conne fit ita res
tractatæ alibi differunt. Requires et ens quia propositum Aristotele quam, necessario.
Quona igitur modo sei ungi simplicium essential cognoscenda differentia locus,
tamen hic nomen quid ferme omnis explicatur ex proprio fine quoniam et uerbum.
Juult ergo cum cæteris ista considerat utg syllogism parte sefficiantur logicus
bus ponere sumendum fore pro definire et definit, ut verum strationi
deseruiant, grammaticus vero voces tis compositas incongruum sermonem ex
elemen, ut congruum, siue oportet ponere, id est definire et falsum declarant.
Et novissime ut demons dissentio latina ac sensum accedens ab Aristotele
sidiceret. Sed ab his ad Aristotele verba græca et. nam committeretur nugatio
possunt? ideo dixit primum est erfide hoc infra fit proprius considerandi
oportet ponere id est definire, magis ut
iudico. Hæc ut bene Ammonius cognoscit. Ac.p fine propositis nullo modo tamen,
ut omnia moveri commune commodum est id muniter posito primo top. nono.Tertio
et concello quomodo sumitur procom de mente Ammonii attulimus gratia
explicentur omnibus Aristotele. Quarto pro ea fine ratiocina, pro proprium est.
Locis quos adverbio quod nibuscarentibus pro definitio positione fieri ex
Heracliti sententia via relinquenda non est docentes, fine via eius
contemplationem medio. Secundo poster incommens damus, tenebrisan; circumsusi
more feramur, est igitur enumerat: tray in incertum imperitorum via, illa quam
toti logicæ Aristotele to magno est. coniung nomine et verbo. Pris. primo post
secundo post. et ratiocinatione ex hypothesi. Secundo supra retulimus et hic
accepit sed quem modum Aristotele hic fert. Ex hisitaque patet. Arit,
resconsiderandas acceperit, verbum nullum proj ea considerantur. Quod si
orationem ante etiam posuit et tractavit, non nisi ut genus commune
enunciationis, ad verbum. OD rum ordinem pofuisse) tanquam subiecta et tertio
prædi num triplex potestelle consideratio: primo ut absolute Cara, quideorum,
scilicet ponere sive constituere. Sed SIGNIificant simplices CONCEPTUS. Ita in
prædicamentis cons citorcum primo post in parva commentatione: scieny
fiderantur. aliomodo secundum orationem, ut partes tiasitunius generis
fubieéti, quçcúq; exprimis componitur, sunt enunciationis: sica dhuc librum
spectabunt, propter et partes et PASSIONES horú sunt pse. igitur duo sunt per
reaenim inquit traduntur sub rationem nominis: uet er se predicata, substantia
sive essentia quæ per definitione, et biut SIGNIficant cum tempore aut sine
tempore, intulit accidens proprium, quod per demonlirarionem concluditur.
etiam. et traduntur alia huius modi, quæ ad dictionum secundo post. Inmagno
commento cur tantum pertinentrationem, ut enunciationem conftituunt sed quid
istorum proposuit? Ad hoc dicendum mihi uiden quam vistant iuiri ingenium et
iudicium semper cum sum tur: ex primo post res quarueif ecf timperfectum, et
quasi in mente, non habentuere definitiones. Secundo ponendum quod supra
documus, res logicas ut intrumen ta et organa artium et scientiarum, ad proprios fines et quod
satis probatum est supra cum a nobis Ammonius notitiam explicandam referri. His
datis patet ad petitios est reprehensus. Præter eaut diximus nome et verbum nem
responsio: namdum Aristotele quid prædi et orumponen simplicior asunt decem
vocum conceptibus. Amplius dumpropofuit, et propriosfinesquiipsorumpropriafer
rationoininis et ucrbi et fi ut materia adorationemenun rendicuntur accidentia,
anteposuille dicetur sic enim ora, ciatiuam pertineant: tamen corum rationes
sunt commu cionem definiens enunciatilia inquiet non omnis: sed in nes, non ad
orationem tantum contra et æ. ut prædicari de qua verum et falsum explicatur et
nomen quod vox fit si vocibus simplicibus prædicamentorum non possint, licet
SIGNIificatrix. Requirit secundo
Ammonius a quo Aquinas cum divo Thomas in ultimo suo dicto contra Ammonii opis
mas accepit. Side simplicium vocum essentia in prædica; nionem consentiam:
nomina et verba in hoc libro tracta mentistra et auit: cur hic iterum repetits
respondet Ammonius. ri,ut cum tempore aut sine tempore SIGNIficant, et non solu
unum quod supra tanquam falsum reiecimus. Nam et fi hæc SIGNIificare dicuntur,
sed et alia huius modi quæ perlig verum dicat. Ut robique easdem res subicto, rationetas nent ad
rationem dictionum. Licet ipse sub inferat, utes men differentes finiri: nihilo
minus differentia quamaddu nunciationem constituunt. Non solum affirmatigam
enun cit est falsa. Dum inquitin prædicamentis voces simplis ciationem, ut
Ammonius afferebat. Si autem ista verba, ces considerariut indicativæ sunt
rerum simplicium quæ Aquinas referret addi et tasuperius ut diceret qiftain hoc
quando cum temporis mensura SIGNIficant, verba: quando libro traduntur sub
ratione nominis et verbi et alia huius, sine tempore cum articulis explicant,
nomina sunt dicen modi, scilicet traduntur quem
ad rationem pertinent diction da. Quando pars affirmationis uel negationis, dictio: cum
num, tunc inter nomen, et verbum et dicionem distingue autem pars syllogismi,
terminus. Sed primum inas SIGNA y ret. Sed primum de mente sua verius credo.
nam alii ta differentia dubito: quarationeun quam fiet: ut substan teridemdi et
umforet contrasequodin, Ammonium die sia per le existens SIGNIficari possit cum
motu? maxime ximus. Postular Ammonius et AQUINO curaliisoras cum
prædicamentares sint completæina et tu. Nam quinto tionis partibus missis,
solum nominis et verbi considen metaph. septimom et septimo primo physic. ens
rationem præposuit? addituretiam. quia libro poetico, quod est, aut existere
dicitur, in decem primasres, seu voces partitur: quo ergo SIGNIficari possunt
cum tempore! nisi diceres ut sunt imperfe et cres, et in motu cum actione, et
passione et generatione lubstantiæ alteratione qualitatis augumento quantitates
et ex accidente mutatione eorum quem ut uo referuntur. Seundo nec dubium solve
revidetur quod dicit. Sed falsum etiam est in prædicamentis rum orationis
partes enumerans, inquit septem elle. Elementum, syllabam, coniunctionem,
nomen, uerbum, articulum, orationem. Ad hoc breviter respondent alig qui
Aristotele omifisse quediximus, tanquam inutilia et ad rectum poetarum metrum
spectancia hic solum mentioq nem fecisse nominis et verbi: pista sunt necessariæ
parstes enunciativæ orationis, inquo, Ammonio non aduery voces considerari, ut
ad simplicium rerum cognitionem dedu satur nec diuo AQUINAS et fi oratio
enunciativa quando que cunt. Sed
inftan taliqui. In prædicamentis, Aristotele fini ens in conftetexaliis, non
necessario, simpliciter, omnitempore, quit. Substatia dicitur. sed quam uanère
spondeantex Aril. Quinto meta et Alexandro Aphrodiseo exponente cognoscant,
secundum se inquit vero dicuntur quæcunq; predicamenti figuras SIGNIficant aut
secundum Boethium quæcunque figuras predicationis significant. Itaq. Per
Aphrodiseus quod a nomine, vel uerbo deducitur:lig verbum hoc dici et
significare res simplices, prædicamen ca ad metaph. Non logicum pertinent: sed ut
decemu ces, res mediis CONCEPTIBUS A POSITIONE SIGNIFICANT logie corum
considerationi convenient. Tertio dubito et tan cuti et legendum, et navigandum
alegere et navigare verbo originem ducunt. Similia dici possunt de explicatione
Alexandri. Quautitur Ammonius dum de verbo consin dcrans Aristotele inquit.
Verba autem secundum se dicta nomina sunt id est simplex habent SIGNIficatum
nominis eius simplicibus partibus simile, ex quibus constatoratio. Ita pro
Alexandro dicendum. Adverbia plurima ex parte quam vanam explicationem
existimo, dictionem, scilicet affirmationis partem vocari. Nam quid interest
dicere nomen et verbum vocem esse SIGNIFICATRICEM A PLACITO et afferere nomen
et verbum dictionem esse ihuius may de ducia vero nomine aut a parte orationis
simpliciquæ nifestum indicium ex Aristotele sumitur. Qui ipsam orationem
definiensait oratio est vox SIGNIficatrix, cuius ex partibus aliqua separata
SIGNIficat ut dictio, verum non ut affirmatio ergo idem est dictio, quod nomen.
Ut habet translatio Magentini. Et verbum. Ergo dictio, orationis communis pars
erit, non affirmatione stantum. Nisi per appropriationem dicat illud sed AQUINO
vidensuocesalo, gico consideratas non posse decem simplicissimas resnis fime
diis conceptibus explicare itaenim secundo intely uim habeat nominis. Et ita si quando goriatura verbo, nihil Alexandri et
Aristotele sententiæ officit. Sed cur particispium, quoquam se pissime in
demonstrativis scientiarum sermonibus utitur, tam hicquam poeticorum libro
relis quit? Ammonius dicit, quia ad nomen et verbum reduciy tur. Alii vero quod
idem sft dicunt quia pars comporis ta non simplex orationis dicitur. Quæ
responsio magis perspicua et evidens iudicio meo est. Nam primo pos ter,
secundo, præposuit dupliciter præ cognoscere oportere, leda sive secundæ
intentiones dicentur, nonu tres linere alia namgquia sunt prius opinari necesse
est alia vero quid lationibus denotant ad philosophiam naturalem spe et an est
quod dicitur intelligere oportet sed cum duas propos tes et metaph. A
literalseric, simplicium inquit diction ne rettrese numeravit et ad hoc
respondet Aver, optertia ma veneratione sanctitatis probarim: in hactamenre'
sponsione dissentio: cum decem voces non solum simplices conceptus sed res
mediis conceptibus explicent: loco et subiecto et non nisirespe et uhorum ut
pronomen loco proprii nominis. Adverbium tam hic, quam in libro poeticorum
relinquitur, uel quiaut Ammonius ait, modum dicit quo prædicatum incit
subiecto. aut ut sрее species composita est ex his dicas
etiam o duas præposuit neccessarias signum est q Aristotele dixit dupliciter
præcognoscere oportet et quia lunt, opinari necesse est et quid intelligere
oportet ad tertiam vero præcognitionem der scendens, fineullo necessitates
verbo additoait quædam autem ut rag nam compositaquæ esse et am tertiam naturam
non dicunt distinctama componentibus, explicatis necessariis partibus,
coniunctim ex his explicari intelliguntur verum quicquid sit de Arist. textu et
ratione quamdi xi: sufficiens ref ponfiofit: qhicde simplicibus partibus
Aristotele loquitur, quale non est participium. Coniunctionem omisit, nonquia
inutilis, quoniam. infra quod ipseconfirmat hic, et supra contra Boethii
opinionem adduxit Arist. dividet orationem enunciatiuam in unam simpliciter et
coniunctione unam: quæ necessario coniuctionem expostulat. Nec exomisit ut
Ammonius et Aquinas quia pars orationis non est sed pars conne et ensatque
coniungens. quoniam Aristotele coniunctionem poeticæ locutio nian numeravit,
tanquam orationis elementum. Item in cap.quarto Aver dicet, q syllogismus
conditionalis est unus per unam copulativam. Gifoloritur ergo dies est sicut
predicativus est unus per medium terminum sed hic medius terminus necessaria
est pars prædicatiui sive CATHEGORICI syllogismi. Ergoconiunétio
syllogismiexpofis tionefiuehypothetici.Hinc etiam contra eos fequetur
inutilemconiun et ionemnonesse: sed hypotethico fyllor gisino necessariam: ut
medium terminum prædicativo syllogismo. Alii sentiunt propterea coniunctionem
omiy filfe de enuntiatione una simpliciter demonstrationi servienti, non coniun
et ione una considerat sed hanc reo sponsionem suprareiecimus: ea rationeq hic
liber etiam ad librum priorum dirigitur, proximam syllogismo hypothetico
positionem seu præmis lamelargiens. Itemin hoc libro, capit.quarto, propofitam
enunciationem ab aliis oratoriisac poeticis seligens, in has duas partitur.
itidemq; definite oratione in libro poeticorum eam in hasdistribuit feudi uisit
species. Dicendum igitur nobis videtur, proptereahic relictam coniunctionem
esse, quia facilis, et Aristoteles sufficiens erat ea parva cognitioquam
tradidit in libro poeticorum. Aut secondo dicasquor demonstrativa scientia. Et
secundo poft. iuxta ordi niamhic propofitum est de vocibus necessario
SIGNIFICATRICI nemquem compositiuum aut componentem appellant, pri bus agere ad
interpretationem per voces clariores efficieendam: quem oém orationem efficient
nam hic libercom munia principia explicat. Dic secondo q in libro poeticorum
cap. septimo, coniunctio significationis est expers: qua de causa definitioni,
quæ perfecta oratio est, nond eses Post ea quid est negatio, o affirmatio et
enunciatio, u oratio, deinde quid sit negatio, a affirmatio, o enunciatio,
oratio. mo genus, quid syllogismus, inde speciem, demonstrationem collegit.
Premponens igitur hic ista duo tangfinem unum in tegrūperse ex genere et specie
constitutum, primo ait enunciationem, deinde oratione, non ita per se intenta:
nobis innato aminus communi ad communiora. Sed hæc responsio improbatur quia.
Si ordinen obis innato, seu aminus communi et im per se et oincipiendum est, cur
latus ordo ex accidente euenit, ut quando gab imperfer et o furnatinitium quia
in libro de anima secundo, textura Magentino cum universe res quas universalia
dicunt singulis præferantur, cur hic non primum de oratione et genere, deindede
enunciatione affirmatione et negatione ex orsus fit Aristoteles sed primum a
nomine et uerbo: nam auta nobilior iincho an dumerat, aut are magiscõi, ut
ordone ceffarius servaretur, non anobiliori, cum negationem affirmationi
prætulerit non acommuniori, quia oratio fuif setante ponenda. Responder ipse.
Solere quandoq; Arist. Hocfacere et are communiori quæ ad singulasres spes et
antincipere quomodo hic dicita nominee SIGNIficante substantiam sive eflentiam
et a verbo SIGNIficante actionem seu passionem, Aristoteles inchoare sed quare
istum secundum necessarium ordinem inter negationem et affirmationem,
enunciationem et orationem non seruauerit, ut Gbioccultumomi fit. Præter ca
enunciatio ut finishorum materialium principiorum prenstantior est, ergo
antepor nendafuisset. Amplius nomen et uerbum, non ideo communiora esse
dicimus, q subtantiam aut accidens SIGNISFICARE dicuntur, sed q voces
SIGNIficative apositionelunt, non substantiæ aut accidentis, ut naturæ
terminatæ, sed communiter omnium ratio ergo est sumpta a processu resolvente
finem in causas et principia prima intra rem itas quecum orationem non omnem,
sed inqua est verum et falsum, id est enunciativam, ut finems peculetur, et hæc
ex nomine et verbo, ut materiis, constituatur necessario ergo primum dehis
ponendum quidf snt: deinde complebit reliquas partes processus resolutiui sed
subiectum, ut totum potential primas species continens, cognosci non potest
finesuis speciebus, sicut totum constare non potnifiex suis constituentibus
principiis materialibus: ergo deinde de his quæ ad finem proprium diriguntur,
dicendum, quid oratio et enunciatio, ut completes finisele et us habeatur:
quiahec in affirmationem et negationem dividitur ut pris mophy intelligere et
scire, id est intelligere scientificum: quod Auer. Finem rerum naturalium
pofuit. Item genuscum principali sua specie unum finé constituit, acea uno
proce mio proponuntur et epilogo colliguntur: ut primoprio rumde syllogismo
tradaturus, resoluentem processum efficiens a principali fine inchoauit: de
demonftratione et Propositis communibus, ut materia, principiis, quæ per
se SIGNIficant ia omnem orationem conftituunt: nunc de coniumctis ex his
principiis et conftitutis proponit. pri mumq; ait Deinde, ut diximus ex
Ammonio, ordinem et urum proponit de rebus omnibus: deinde de elementis,
denotata principiorum constituen tiu madres constitutas. Et de omni anima prius
quam hac autilla animaratio pof t e a inquit quid ne a t i o affirmati o
et c Hic quæris igitur et causa ordinis a dnoscelatiesta notioribus nobis Diiii
gationem affirmationi prætulerit. Ammonius ait prius nomen perfectius posuit?
Item in situs, et ad nosre asenfuuisus incepit ut Auer. aitineodem libro. de
anima de intellectu prius quamdesecuny. dum locum motiva potentia. Similiter
secundum accidens est ut a comunioribus five minus comunibus pro Milanius. Nam
de generatione considerans de ea generatim sedin ruit: et fi per se non
SIGNIficat ut ait Aristotele licet SIGNIfica, demonftratio intenditur quam
syllogifmus. Et primophy. tionem non impediat perfead hunc librumnon per primo
finem proponens rerum naturalium primum, dixit. Et at, quietiam per se
SIGNIFICANTIA principia ut materias spe quoniam intelligere et scire contingit,
id est rationem ellen culari conftituit. Quarenon inutilis quidem
coniun&tioerit: tiam ac naturam ipsarum, inde scientiam per demonstras
sednec necessaria pars SIGNIficans, orationi per se, id est, tionem acquisitam
ratione et eflentia posita et explicata omni conveniens oratio autem divisa in
species duas, per definitionem, in fine explicando, nobilius explicavit, quas
monstravimus, conjunctionem a poetica, ut eius parti ac magis intentum. Sed ad
huc dubium remanet curnes utilem, mutuo accipit sed ad enunciationem relatam ut
primo priorum, prius TEX. BOEZIO. ordine ad nos relato, ab imperfecto ad
perfectum procedit et tum negatio enim diuisionem continet,
affirmatio autem in compositione consistit negationem igitur affirmationi
præposuit, et magis ad partes accedir, compositioautem ad totum. Sed ueniat
anti uiri fit dictum negation magis composita dicitur quam affirmatio, cum
additione negan cis particulæ, affirmatio efficiatur negatio. Ad rationem
orationem quatenus ex luis materialibus principiis cons harum alter utra
præferatur. Sed contra dicimus, pris mo hic liberad demonstrationem dirigitur,
ut ipse fal dem, fic nece ædem voces. Quarum autem hæ primum NOTAE sunt, eædem
omnibus PASSIONES ANIMAE sunt et quas rum hæ similitudines, res etiam eædem.
Sunt quidem ergo hæc in voce, earum in anima passios ad modum necliter et
omnibus cædem, fic nec eædem voces. sentiens cum Magentino reprehenditura
Sueffa. adiu mentum seu commodumin proæmio, nointractatupræ do secondo
phy.tertio.natura est principium motus et quietis, per se et non secundum
accidens ita que ex his positis sequitur negationem instrumentum explicans con
fitione formam eflentiam q; cognoscimus hoceft agen rium et dirigentium ad
ipsas. Oportet igiturante cogno! Scereea exquibus est definitio: propter eaq
ifta præcogni tetur, quææternorum est non autem ad eaquæ possunt ponitur. Diceret enim ille utilitatem
totius libri et subiecti esse et non esse. Amplius et fiinuno, quod de potens
anteponenda, non utilitatem cognitionis, perquampro tiaadactume ducitur, non
esse prius fit eo, quod est: pofitad eclarari, ac definiri possunt. meæ etiam
rationi nontamen simpliciter in omni natura: cumea, quem poten responderet. In
sequenti textu commodum quale fitex tia continentur, non nisiaba et tu, ac eo
quod uere eft in plicari: sed quam in ordinate ac fine arte id faciat, uides
actume dantur præterea cap.quarto enunciationem in rintalii, retamen idem cum
Ammonio sentit quiait Ari. has duas species diuidensinquit. Prima autem oratio
docere uelle nomen et verbum quorum finitiones promi enunciatiua est
affirmatio, deinde negatio ergo analoga, fit, voces SIGNIficativas esse, quod
ifferata vocibus nonli aut per rationem ad aliud nonç que diuisa participatur
ab SIGNIficantibus, ut scindapfus docetom quæ inprimis, ac utrii: fedde hoc fuo
loco dicemus. sicut Ammonius di proxime ab ipfis vocibus in dicentur. conceptus,
scilicet durum promittit: Mihi quod uerius probatur iftud est, primo: quorum
interuentures explicantur.quæ omnia, hic affirmationem et negationem numerariut
plures species enunciationis, id est oppositionem contradictoriam erficientes.
Quæ infine fectionis fecundæ, in hoc conssistit. ut aliquas edeiiciant,
deftruant, abiiciant, atque ne gent; in hoc autem efficiendo potissimam et
inprimis vim habet negatio. Quade causa ibi primum ab Arift .numeratur, ut
secondo de anima cum species subiecti fint plures, ex enumeratione ipsarum
precognoscitur esse, id verum in demostratione, iti demin definitionem ons quod
anteponendum est, prius quam tractatus cognitioaut definitiohabeatur. Secundo
sciendum primo topic. ofta Opposita
secundum contradictionem protenfa alterum oppositum explicare.Et primo post.
octauo. In antiqua commentatione, de omni eft quod non inquodam quidem fic, in
quodam autem non nec aliquando quisdem sic, aliquando quidem non. Jitidem et tex.
Quinto scire autem simpliciter opinamur: sed non sophistico monitionis: qua
simplici conceptu fine assertione seu compo iun et a et divisa, notio rem esse quam affirmationem nam
ta, ad eam habendam nos dirigunt at qzillamex præno attendere folemus
diligentius ad contraria, ut nobis ads uerlancia, quam eaquæ sunt nobisi nnata.
hæc autem affirmatio, illa negatio explicat per externa, explicantia ti
sefficiunt. Arif. igitur quoniam dixit oportet nos constituere, siue ponere
quid nomen, et uerbum etc et com muniter hæc erunt voces SIGNIificatiuæ
positione aliem fine quodam modo alterum sed cum iple species ex propriis very
explicatione, aliem cum vero. iccircoiftatria antemani principiis internis
definiuntur, I uxta ipsarum naturam, feftat: nesue definitiones fineratione et
fineea quam ipse proprietatem et ut ad commune genus proportionale tradidit
arte ponantur, at constituantur. In hoc textu eu analogum referuntur, finienda
sunt primo, modo hic in proæmio negatio præposita numeratur, ut instrumeng
voces esse SIGNIficatiuas: quod Ammonilis exponens cum tum est habens
ellenorius: secondo autem modo infra in Magentino ait quattuor ad ho cutilia
effe: rem, conceptum, tra et tatu et propria definition subsequitur itainfra
intely vocem, et literas. Amm. autemait Aril. inchoare, nona lectus quando
plineuero est et falso: circa composition rebus, quæ perse, nec simplices sunt
nec compofitr: id nem enim est falsum et uerum. Querunt novissime curuo enim
habent conceptus sed a vocibus, tr"fine quibus dis cem omiserit. Sed Aris
. infri ad hoc respondebit ut supra sciplina et præceptio fieri non potest
aitam; nullam facere etiam a nobis fatis est dictum. Propter ea ad alia
contendamus. Aristotele de literis mentionem g nullius ui funt ad proporto et fiuerafint,
dimin Pombaamen ponunturcum aliammay gis intentam differentiam SIGNIFICARE
SCILICET A POSITIONE, NON NATURA relinquat, quamtamen Alex. et Pfellius
prosequuntur et in expositione tex. Ammonius A uer. ato alii non omittunt unum
ergo et idem cum hissentiens, eorum veritatem confirmo. Cum nominis doctrina et
dissciplina ex ante posita fiue præexistenti fiat cognitione, ftretur et
testimonio Auer. confirmetur. primopost.ses cundo. et Arift. primo Metaph. et
apud Alex. pri motop. quarto oportetenimait Arift. ex quibus eft de finitiopræ
scire, fiue ante cognoscere et Alex. inquit definition per omnia nota et
precognita procedit et Averroes primo post. secundo. fic. etiam uerisimile eft
effe dispositionem specierum prænotionum conceptionis id est defiunumeorum quæ
diximus explicatur, nomen et verbum primo secundo. hec autem quandog
imperfctiora, TEX. BOETHIL. Suntergoea, quæ funt in voce earum, que sunt inanie
quandoy perfectiora, minus communia autcomiora. Ma ma, passionum not&,o
eaquæ scribuntur, corum, que gentinusaitq cum evidentia dixerit, abhistanquam
abdi tis et occultis abstinuit. Aquinas dicit gquia Aril. cępitapar sunt in
uoce. Et quem ad modum nec literæ omnibuse et s tibuse numerare: ideo nunc
procedit a partibus ad tol adducam dicitur. aliud effe dicere num note: O quæ
scribuntur eorum IN VOCE. Et queme procedere, quia magis sensate sunt de anima
instrumentum, seu Atat, esse magis minusu e compositam aliud finem habes
PASSIONES ANIME SUNT, o quarumbæ similitudines, res quoquecedem. re ut alterum
coniungicum altero, aut feiungi ab altero enunciet. secundum concedimus: sed
exillo affirmationis naturam magis compositam esse, sequi negamus sed
Magentinus dicit q enumeratis nominee et verbo et aliis eorum definitiones
tradendæ erant, quas ponere constistuerat. Sed hoc Aril. non facit: sed caput proponit quod nobis
ad iumento erit sed quod fit ad iumentum non exiplicat, nec increpandus ame
eritut Herminius idem negationis potius. Secundo respondet p in hisquę possunt
efle X non efle, prius eft non effe quod SIGNIficant negatio, quamefle, quod
explicat affirmatio sed ut species sunt æque genus diuidentes, sunt
fimulnatura, nihil grefert Quorum tamen hæc primum notæ funt, eædem omnibus i
ta con la contemplanda. Quod fi ita est. Cur ergo iftorum quat PASSIONES SEU
CONCEPTIONES esse omnibus easdem:id est tuor meminic? Et si infra longioribus,
nunc tamen quod ellea natura: Expolitores non explicant qua de causa, ad rem
pertinent dicamus et brcuiter: finem huius libri interpretationem esseut fupra
pofuimus hæc autem ut lov gicum instrumentum et organum cognoscendi, ad
explicationem rerum dirigitur, ac tanqua multimum et perfe netemere et fineulla
ratione iddrift pofuiffe dicamus. notandum, sexto topi. In explicandis partibus
defini tionis oppositorum, non tantum opus effe oppoftiscum negation præpofita,
sed etiam rebus huius modi, quiz intentum finem refertur interpretatio uero
rerum non busdefinitio feu definitionis pars tanquam habitui conue fit nisi per
voces clariores SIGNIficantes A POSITIONE, aut perl iteras cum voces defuerint
propter eanecresomi lit, sed tanquam fine multimum et in primis intentum por
fuit tertio enim mera meta nemo define consuls nit: nam per se habitus per
privations noscuntur: licet quodammodo id est ut commentator primo pofter, in
magna commentauone et primorheto. cap. quin toinepitomatibus logicalibus explicet
alicui generi ha minum privatio, atque oppositum cum negatione praeposita,
alterum manifestet. quam obrem topica loca constituunt. Qomnibus, aut pluribus
ita uidentur. Cum igitur supra explicasset, li voces SIGNA ESSE A POSITIONE, ex
appo fat: fed ftatuitatq; ponit: sed quomodo et per quæis finis eueniat
deliberat. nam primo ethico septimo, fifinem tanquam exemplar habuerimus, magis
intelligemus quæ nobis sunt bona et septim opoli. in principio: duo funt
inquibus omnis commendation bene agendiconsiy fito cum negatione præmissa, nunc
eadem explicat pary ftit. unum ut propositum ac finis recte agenda subjaceat:
alterum ut eas quæ in illum sinem ferant actiones inueniamus, resigitur hic non
relinquuntur sed tanquam fines explicanda ponuntur. Nec literæ fruftra ab
Arift. nume rantur cum vocum fungantur officio: hisq; principibus
explicatis,& quæ scribuntur aperiri intelligimus huius enim caula quæ sunt
in voce conscribimus, ut absentisbus uocibus, res concepta scertius, uberius et
firmius teneremus quæ enim uox, tot philosophorum, a nobis absentium,
sententias unquam aperuit ad quas eorum libri nostam facile deduxerunt, ut
possemus aliquando quid ticulamex opposite positiuo passiones enim et respros
prereaq eædem sunt omnibus, NATURA SUNT, NON EX ARBITRIO ET POSITIONE ex
opposito voces, ac scripiuræ quia non sunt eædem, A POSITIONE, NO NATURA
SIGNIFICANT. aHinc etiam differentia vocum A POSITIONE ET PASSIONUM sive
conceptionum et rerum colligitur et approbationem intelligat, ex græca
particular aperitur. quæ diciti quorum quidem. Quæ particula causam propofiti
explicat, non controversiam. Quioaduerba, Ammonius primum obseruat.q cumde
uocibus et literis diceret Arist. ait. quorum ex SIGNA sunt sed passions
similitudines re senserint eorum scripta fæpius repetentes a gnoscere: No rum
uocauit. Quia simulacra rerum naturas, quoadlicet igiturut Ammonius dico nihilo
pusesse scriptis. Sed dico, representant ut inpi et uristidetur inquibus
mutarefor magis fuisse conveniens Arift. nomen et verbum et c des mas
præsentatas non licet. litin Socrate pitto calvo, fi finire per uoces quæ in
disciplinis quasalio certo duce mo, oculis prominentibus SIGNA vero et NOTAE
totumha per discimusfacile primas tulerunt: quam perscripta: bent ab
impositione et cogitatione nostra, ut in militum quibus periti occulta
cognoscunt et percepta declarant, SIGNIS ET NOTIS diversis a; institutis
conspicitur. Sed cong Nunc ad litera mueniamus ea quæ in uoce sunt, cons
traquia secondo priorum. de enthimema te tractans. fi stunt, aut continentur,
sunt SIGNA se unorem ounebonor enim duo hæc significat earum passionum i.eorum
conceptuum: quos patitur, id est, ut formis perficitur phantasia, mens, seu
anima, ut Prelliusait et quem scribuntur SIGNA ac NOTAE funt eorum quæ in uoce
consistunt. Etquemadmo gnificans.quiaidemuerbum,lignum,¬auocatur. dum
necliteræomnibusexdem ficneceædem uoces.} Explicata prima definitionis
particula, núc ad secundam accedit q uoces A POSITIONE SIGNIFICANT. Id que
approbat Arifto. ratione fumpta ex opposite cum negation prol tensa. Quodquodam
modo notius, alterum palam facit. primo topico et auo, hinc facile confirmatut
experimen Arist. quod supra de negatione ante posita affirmationi docuimus
ratione sed oppositum ei quod est A POSITIONE elle, estelle A NATURA: quæ eadem
omnibus in est ex opsposito igitur ratio in hunc modum formetur ad conclusionem
ex similinotiori in litteris innuendam, id natura esse dicetur quod eftomnibus
idem; natura enim princiy pium est perse& deomni: quæ igitur non sunt
omnibus eadem, non natura sunt aut significant. A negatione proy Prætereasi hæc
differentia uera esset, acillam Aristot. ex his uerbis intenderet, his tantum
nominibus pofitis suffincienter explicasset, dum diceret. Propterea quod uoces
et literæ SIGNA ac NOTAE sunt, A POSITIONE SIGNIFICANT. PASSIONES vero et RES
quia SIMILITUDINES SUNT A NATURA. Ita in finiendo nomine et uerbo
sufficeretsiduntaxat dixisset, nomen et uerbum es tnota non igitur addendum
quog cesfint A POSITIONE SIGNIFICANTES et hic omittendum fuils set, quod voces
et literæ sunt notæ fue SIGNA non eadem, neidem calu, actemere refricaret. Mihi ita sentiendum videtur. Ovuboloy superior
“NOTAM” (NOTARE, NOTIFICARE), “SIGNUM” (SIGNARE, SIGNIFICARE), “VESTIGIUM”
dices re quæ ita dicuntur quia ut notiora exterius NOTIFICANT, ac ut VESTIGIA
pedum significant. Hoera autem, id est PASSIONES SIVE CONCEPTIONES non ita:
quanuis interius priæ definitionis ad negationem definiti henc propositio,
similitudines rerum vocentur: rem tamen et fiinterius, quia perspicua,
approbanda non est: sed lumiper senoi exterius non aperiunt propterea igitur
voces et literas fi, tam oportet, alibi quodam modo declarandam: Allumy SIGNA
ET NOTAS vocauit et PASSIONES
SIMILITUDINES quia ille prio, id eft minor propositio in textu ex oppofito
cumne exterius, hæc interius manifestant. Secundo ex dicti sfaz gatione
præposita notiori in literis et quemadmo! cile reprehenditur syllogismus quem
Suella formauitex dum neque literæ omnibus eædem: fic nec eædemuol litera dum
afferit Arifto. uelle probare voces et literas ces conclusio consequetur. Igitur nec voces A NATURA
SIGNIFICANT a quume uarient, A POSITIONE haberi, conceptiones ver et
SIGNIFICANT et non omnibuseç demerunt. Quorum aux res, cum non euarient, natura
esse. hocto tumuultelle tem.; Approbata minori propofitione ex simili notiori præceptum
et complexionem fiue conclufionem ad qua inliteris, in quibus idem prædicatum
inuenitur. nunc inferenda mait Aristotele in textu ratiocinari. Quæcung sunt
alia duo, conceptus scilicet, seu passions et resmanis aliorum SIGNA VEL NOTAE,
positione se habent. Uult deinde fe stata natura effe et ita ead emomnibus,
inquit ledpal, quom dassumptionem, id est minorem Arift.ponatibi funt Gones
animæ quarum hædi et æ uoces primum nuly quidem igitur quæ sunt in uoce et c.
id est sed nomina et lointeruentu, noræ sunt hæ animæ passiones sunt cæs uerba.
Et scripta sunt signa et notæ aliarum, voces, Ccili demomnibus et res quarumhæ
passiones sunt similitus c et conceptionum, et scripta vocum: sequitur
conclusiout dines, etiam eædem funt. Sed cuius gratia manifestat putatibi
qaemad modum nec literæe ædem ficnecuos Aristot. ipsum definiensait,
syllogismus est imperfectus: ex signis ubieodem uerbo ut itur ad ex plicandum
SIGNUM NATURALE E SIGNUM A POSITIONE uana iti demerit, assignata differentia
Magentini. non fita positione ceseæd emerunt ubi sic ingræco non haberi
affirmattur. Sed primær esponsionis partitio, feudiftinentio, quo quod
manifefte falsum eft Toosenim sic latine significat nam modo fit uera in primo
suo membro, supra longios et quem ad modum et ait et uim habere inferendi fæ
ribus disservimus cetera tamquam uera probanus. Seddu pe consueuisse. Sed
obiurgandus est Ammonius qui lis SIGNUM ET NOTAM ait approbationem, id est
probationem bitabis Vox SIGNIficatrix est per se genus nominis et uery bi:
igitur vox erit generis pars communis, per se unum constituens: duo igitur
consequuntur. primum naturale,unā per se constituerecum artificiali, et ens
reale cum enteratio, nis: secondo partem efle intotoniinuscommuni: signifi
care,scilicetapositione,effeinuoce,quæeftmagiscomo munis. Qui modus improprius
dicitur eius, quod est in esse.q nomina,& uerb auoces, et scripta a
positionef SIGNIificent: cum secondo priorum In Epiromatibus logica, libus, de
rhetorica persuasiua et syllogismo contradictoria SIGNA enthimematis et
demonstrationis et topica etiam, non a
positione significent. lignum ergo, et NOTA, commune est ad signum, quod EX
ARBITRIO ET inftituto signifiy alioelle.
quartophy.Adprimum&finihilhicneceffario cat,& signumnaturaconsistens.
Secundo propria eius ratiocinatio confutatur: non enim unus est syllogismus in
textu quen suo arbitratu diuisit, sedduo. Vnus quonos mina Aristot. Et verba
voces esse SIGNIFICATIVAS declarat: quod amedi&um est Paulo antedum primum
in textum hoc modo quæ sunt in voce sunt NOTAE ET SIGNA scilicet SIGNIFICANTIA
exterius earum quæ sunt in anima passionum minor siue assumptio, ut pofitio per
se nota, ap Aris. dubitarem res logicas ut habentes esse imperfectum et quasi
in cogitatione ut subiecto: in voce ut SIGNO,aliam naturam ullam sortitas non
esse, quam eamquam anima probationis non indigens ponetur. Cum nomen et uers ex
arbitrio finxit: ut ad aliud SIGNIficandum exterius refe bum definiet, sed
nomen et verbum sunt SIGNA seu voces: ratur. Ficut ea, quæ artificum
manuseffingunt præterna itaq; maior, ergo et c.propositio allumpta est, ut per
seno turæopis, lignum, scilicetæs, aurumue, nil reliquumha ta. SIGNUM est illa
græca particula quidem igitur quæ bent, nisi quod ars uera per sua inftrumenta
hoc uelillo uel executionis fit nota, uel fi neulla approbatione ex propositis
inferens, meam sententiam confirmabit id esse fine approbatione aliqua positum.
ut communiter affertum abomnibus: Secundus syllogismus eriti bi. Etquems
admodum et c ut secunda pars definitionis ponatur, SIGNIFICARE, SCILICET, A
POSITIONE. Quod tanquam per se notum, non
demonstrat, sed quia non omnino, cinealiy qua controversia est consessum
propter eaquodam modo ex opposito cum negatione præposita manifestat. Quod in scriptis est manifestius,
a positione sint; et eui dentius conttantius q; manifestent. Syllogismus igitur erit. quæ non omnibus eadem sunt
illa non a natura quæ in omnibus uno modo invenitur: per se idem in omnibus
similiter operans sed A POSITIONE sunt et SIGNIFICANT minor in textu. Et quem
ad modum nec literæ omnibus eædem, fic nec uoces eædem. Ita que maior
propositio syllogismi Suessenon est ad hanc inferendam conclufionem, quam
nostra secunda ratiocinatio intulit et quæa suessa ratiocinationis conclusion
et complexion dicitur, no bisminor secondi syllogismi cum eius approbatione ex
simili literarum uiderur nam fine ulla controuersia ut bene animaduertit
Ammonius scripturæ et literæa positione significant licet quodam modo
uertaturindus biuman nomina et uerba, nátura, ut Plato uideturassere re,
anaconfilio, ut Arift. sentit, significare dicantur. hinc. per se unum
constituit cum voce, naturali opera anima ut fequetur eum non aduerba Arift. ne
que sensum dicere. dum infecunda sua expofitione afferit, quam Alexandri et Afpafii
esse confirmat, hic Aristotele velle colligere similitudi singulare opus naturæ
est, fed ut indiuiduum ab arte for matum. Itaque nec primum sequetur, naturale
cum arti ficialiunum per se constituere: quianon ut naturale, sed nem inter
scripta et uoces. Sed q ex hoc predicato, significa ut arte effectum, formatum
cum sua causa formali perl e re ut non idem, idefta pofitione: quod norius et
firmiusin unum efficeredicitur: similiterres logicas et placitum scriptis
uidetur. Inferti demde uocibus significatiuis, tan uementis arbitrium in uoce
contineri affirmamus: non quam genere proximo nominis et uerbi et omnium alio
tamen ut opus naturæ eft, per se unum genus conftituit, rum. Quærit secundo Ammonius: cur
Arift. non dixer fed tantu muta positione, et confilio, et cogitatione fal cit.
uoces sunt SIGNA CONCEPTIONUM. Sed eaquæ sunt in et um eft, ut vox ad hoc uel
illud explicandum ponatur. Voce irespondet primum: cum triplex fit oratio,
concel et ex communi imponentium consiliore feratur. Sica pra, in uoce;
inscripto: de secunda hic loquitur fecuny mentis relatione, que in uoce ad
significandum relinquis do respondet, voces naturae dimus ficut uidere, audire:
aliud eft ergo uoces esse, ut opus naturæ, aliud nomis na et verba a positione
et nostra cogitatione, quæ uoce utuntur, nam quem ad modum ianua dicitur
lignum, et nummusæsue laurum ex arte, quæ imponit figuras et tur, uocem naturæ
opus, artis logicæ inftrumentum et opus artificiale per leunum et ad alterum
SIGNA ng dum relatum conftituitur. Ex his ad id quod secundo consequebatur
patet responsio non enim in conuerniens eft minus commune, quod formam et
a&umdig characteres: eodem modo et uoces dicuntur nomina, cit, contineriin
alio magis communi quod in potentia cum
a locutoria imagination fingunturac formantur, fie exiftens per ficiac formariabali
opossitminus commu; gna eorum,quæ inanimouoluntantur,& talem sunt
formamadeptæ:utex positionefignificent.signum est uoxmutorum articulata, quæ
quianon ex composito et institutione
aliorum eft, ideo nomen et uerbum non dicis ni.ut de intellectu et cogitativa
Auer opinatur de anima altrice, sentiente et rationali et ex Aristotele
confirmatur secundo de anima. Postremo
in uoce, perfe&io placiti, seuarbitrii, confilii, &pofitionis, effet
dicendum sed metaphyfico et naturali hæc quæftio difficilis relinquenda
ellerbonitatis, tamen gratia, quam breuissime poterore spondebo. Sed
animaduerten dum primo modo effigiantia progenuerit. Hoc,alterum comitatur,
easdem res logicas, uts ecundo intellecta, ad logicam non ut scientiam sed artem
spectare namearuni, mentis arbitrium, ut externa causa efficiens assignatur
aquo effig ciunturea, quæartiu et scientiarum explicationi conuer niunt et in
uocibus, acaliis notioribus regulis apponuntur primo post secondo poster tertio
ponens dum metaph. Non eodem modo, omnium unitatis per se causam requiri. Alia
nanque, quæ matelriæ conditionibu suacant, ut intelligentiæ fiue mentes, fta
timens et unum persesunt. Aliaquæ ex materiis constant, unum per se fiunt q
hocidem, quod ens potentia erat; idem fit et u:efficiente tantum educented
epotens tiaina et um artificialia per se unum conftituunt, secundo physica
secundode animao octauo, non cum subiecto ut naturæ indiuiduum est, sed ut arte
formatum, viue effigia tum est: artis, ac formæ artificialis esse recipiens.
causa enim propria cum sitars, et esse us artificiale quiderit. Ficut causa
propria indiuidui et esse et in naturalis est forma et substantia, effe tum
igitur subftantia erit, ita proportione et similitudine quadam, quæ de unitate
et definitioneres rum artificialium dicta sunt: fere eadem de rebus logicis, et
v ocesignificatrice a positione dicenda sunt non enim quod in uoce ex consilio
et mentis arbitrio pofitumest, quibus quibu suoxipsa, quali formatur et
denominatione exo trin. ecus SIGNIFICARE A POSITIONE dicitur, atque, ut aiunt,
per attributionem placiti, ut formæ specialis, uoci, ut cantibus omnibus, non
definite contractis ad nomen et verbum: nam uox significativa partem communits
imam generis nominis et uerbi et orationis conitituit non pros materiæ sive
generi magis communi ad sunt. Nec incon prie nomen et uerbum tantum.
Differentiam aut eniliter ueniens modus ellendi in alio eft, minus communisinma
rarum abelc mentis quam Ammonius accepita Dionysgis communi fiue formæ in
materia, ut Suetreuidetur, quo fio, lumasab Arist. in libro enim poeticorum
ait. Eles niam quarto physica Primus modus numerator partis in mentum uocem
effe indiuuduam: ergo proprie in uoce sed toto, secundus totiusin partibus
tertius specie ingenere, ad sensum patet literas partes eorum efle quæ
scribuntur. Quartus generis in specie, quintus speciei, leu formem inmai
Quæriturcur passiones uocauit et similitudines uelfimu feria et c. Nec ualetfua obiectio contra
Porphyrium: lacra. Ut Ammonius dicit. Sueffar espondet propter eafie sequeretur Arist. Intam
paucis verbis ambigue dicere. Militudines appellari, qarederiuaniur: passiones
uero, ut animum ipsum perficiunt:c onceptus, ut principilim et ratio
intelligendi. Sed contra, quiarecte Ammonius interpretatur, simulacra rerum dicuntur,
non quia causa, taarebus ut phantasmatibus siue sensu perceptis sed quoniam
rerum naturas, quo ad licet, representant ut in picturis demonstrate in quibus
mutare, ac transformare naturas representatas non licet. Præterea conceptus,
nifi constituantur nouarum rerum uocabula, rem iam concer ptam et cognitam
supponunt. Non igitur proprieprincis piumseuratio cognoscendi dicentur: nisi ut
species et phantasma, ut obiectum alumina intellectus agens, eft des puratum,
uta iunt, formatum et illustratum. Item non explicatquem animum passiones
perficiant. quianon mentem per se impatibile in, ut Auer. opinatur. Sed animam
seu mentem phantasticam, id eft existentem in phantasia ut oprimePsellius
explicauit attributiue enim mens quia dudicit eaque sunt in uoce. Sumitur ut
parsminus communis in toto, id est inmagis communi. cum vero sequitur, sunt
SIGNA earum passionum quæ sunt in anima nunc sumitur ut accidens et forma in
subiecto. Sed constraquia æque ipsum inconveniens hoc sequetur: cum placitum,
fiue consilium, uoci non hæreat denominatione interna, id est intrinsecus sed a
confilio imponentium attributum, ut SIGNOf Placitum ergo fiue arbitrium, pactio
et mentis cogitation eft in uoce ut SIGNO non cui extraanis mæ operationem
inhæreat: sed passiones animæ rationa
liconueniuntutactueamformantesacperficientesetiam dum dormimus. Item proprius
modus elrendi in alio maxime dicitur ultimus,utinlocoueluale aliitrans
lumptiue, id est per translationem, ut Arift et commentator afirmant. Tertio
queritur quod primo loco quæren dun fuerat an per uoce, ergo aliquid ex
propofitis inferat, an executionis fit nota AQUINAS ait ex præmissis
concludere, hoc modo quia Arift. dixit oportet ponere quid nomen et uerbum et c
Shemc sunt uoces SIGNISficatii caduca et infirmapatibilis et poftremo in homine
sola mortalis. Sed hic primum quærocur solum Arift. passion num et
similitudinum seu simulacrorum meminit: Respo deturcu principio intelletus fiue
mens phantastica rerum qualia dumbratas intelligentias et similitudines
recipit, his ut patiens i l lu f tratur u t patibilis intellectus. Hinc
requistur, eas similitudines, ut animam perficiunt phantasticam, passiones
vocari, perficientes, ac illustrantes eamnuilo contrario ante corrupro. Hemec
similitudines dicuntur ut o intendimus ex Ammonio jur rerum naturas quo ad
licet representant et conceptus, ut abintelle et tu patibili seu possibili
concipiuntur, autiam sunt conceptæ. Secundo ponendum intellectum patibilem,
idest possibilem ad passiones et similitudines cum eas primum concipit conferri,
ut poteftate eft omnia illa, tertio de anima quem ad modum TABVLA RASA in qua
nihil esta scriptum siue fir et um. Indeetiam sequitur tertio intellectum
semper esse uerum. tertio de anima id eft non errare. sed intelles Etu ssecundo
progressus ultra componit illas passiones, ut simplicial intelle et a: et hoc
quando ßuerequandog false compræhendit ut infra sectione quinta datur opisnio
falsa ac apositione, confilio, fiue arbitrio opinatur. Buntur sunt notæ eorum
quæ sunt in voce, non autemdi dequibus Alexander forteait dee isdem rebus fæpe
uæ: ergo oportet uocum SIGNIficationem exponere, seu rectius ponere. Contra
placet Sueffecum græcis omnibus notam elle executionis. Sed nec ipse
quicontradicit diffi cilere fellitur, non enimdiuus AQUINAS afirmat ergo aliquid
supra tra et tatum, seu, ut ipsia iunt,
colligere supra execustum, sed ex prædicatis ac præceptis inferre, infra confidei
randaspræ cognitiones ut nosetiam diximus et itaes xecutionis est nota propter
eanon uniuersatim eft uerrum quidem igitur notam efle executionis, quæexan te
positis no ntr a haturnam nomen definiens, nomen in quitquid emigitur eft uox
et c. definition autem nominis exante cognitis partibus sequitur similiter
secondo priorum deenthimemate tractans, declarator et posito quidfis
gnumdicatur, intulit Enthimema qudem igitur est syllorgismus imperfectus sed
alii arbitrantur, ornatus causa a græcis poni.fica NOSTRIS LATINIS quidem enim
adexory nandam orationem ponuntur: Mihi Arift. uerba et pro cellum
consideranci, quando que epilogi, quando q exer cutionis, siue ornatus ellenota
uidetur: quod facileex fuperiore et inferior scriptura, ne ambigua estimentur,
perspicuum fiet. Quærit Ammonius cur dixerit. quçscri nos diuersos sensus
habere in quo Magentinus fruftraconatur, Alexandrum arguere. itaphi sensusuarii
quos exueris simplicibus cognitis et eifdem, acanaturacon di non sunt literem
et elementa sed horum partes i secundo fiftentibus intellectus coniungit non
omnibus iidem Xerit .literæ et elementa sunt SIGNA eorum, quæ in uoce: duobus
modis respondet, primo hic Arif. de nomine et uerbo, acaliis propositis in
proæmio speculari, cuiusmo aitq si'uerbum Aris ad omnem dictionem extenditur
litteræ proprie sub his continentur quem scribuntur, elemens taueroquæ proprie
in prolatione consistunt, subhisquem in
oce. Sed Arift. generatim loquitur de vocibus SIGNIficatiuis ut pars
definitionis eft omnium, quæ in proæmio definire proposuit. Sed in libro
poeticorum elementum definitur, a uox fit indiuidua: non omnis, scilicet per se
significans sed ex qua intelligibilis vox fieri poteft.hic uero dixit eaquæ
sunt in uoce.i.arbitrium, confilium, an passiones simplices quas de ipsis
habemus, easdem res cognitio, intelligentia sunt SIGNA SIGNIFICANTIA et intelli
SIGNIFICARE dicantur: cum semper fint distinguen deutdie gentiam conceptuun
explicantia, non igitur hic eft fers uerfas res continentes Responde as
aliudeile dicere paso mo proprie de elementis ex literis, quæ eadem sun tre, li
fiones primas effe similitudines easdem, id eft a natura cetratione quam diximus
differant, ledde uocibus SIGNIFICANTES fignifi constantes, aliud passionesesse
naturales fimilitudines rem patibilem affirmamus primo de anima tery tio de
anima ratione phantasiæ fiue cogitatiue quæ funt,l icet a positione et
opinantium consili opendeant. His positis, patethorum duntaxat Arist.
meminiffe, quia hæc sola sint uere omnibus eadem, adquæ anima cons paratur ut
potestate recipiens quam obrem passiones Arift. appellauit alii autem
conceptus, aut non iidemdi cuntur, autadillas, quas diximus passiones et
similitudines, reducuntur hæc dehisha et enus quæ tunc docenda erunt cum de
anima dicemus. De æquiuocis ambigunt. id est natura consistentes habebunt:
quibus plura cognosscunt et representant, acreferunt licet voces quarum proprie
ambiguitas dicitur, non naturas inteædem feda positione SIGNIficent: æquoca
enim rem unam cominus nemnon habent: fed tantum uocem et hoc responsio, diz ui
AQUINAS dictis, eft fuita. Sed obiicies ut Suella contra Porphyrium ubi voces
funt eædema consilio, pofitæ, easdem primas conceptiones fine erroreaut falso
SIGNIficant; non ergo ambigue loqui contingeret, ne quedifting bis. ubinamin
Ari. patet, similitudines in primis esseres rum simulacra et naturalia
ficutresnatura eædem omnis bus sunt? Respondeasextertiode anima animam,
quodammodo efficiomnia,cum omnium formas,aut sensu, aut mentes uscipiat et quia
singulorum formæ per animam cognoscuntur, LAPIS autem NON EST IN ANIMA,sed
species et forma eius primum lapidem representans. Primum ergo similitudines et
species rem et DURAM LAPIDEM ESSE repre reautillic Arist.dicit. Ad phantasmata
intellectus confers tur, ut sensus ad SENSIBILIA a quibus natura mouemur: atque
impossibile dicitur, qui nuis istangamur. Itemne celle Arilair, intelligentem
phantasmara, id eft eorum SIMILITUDINES, specularit ex res autem o narura
constent, tanquam omnibus perspicuum omittatur. Amnionius di de anima ad
poftremo relatum dixit cæterum prodig tum de hiseflein libris de anima,
scilicet tertio de anir TEX. BOETHIT. De his uero dictum – LAPIS EST DURA – est
inijs, qui sunt de anima, alte rius enim est negocij. Eius demrei uel
diuerfarum nam analoga, ut primum offensioad arteriam, fideconsulto et
composito siat, illac concipiuntur, diuersa continent, ordine, comparatione qua
commeat spiritus uox eft: tussisuero, non eft ea uox: seu proportione adunum
collata. tamen eorum prime intelligentiæ fcuconceptiones eædem dicuntur, id eft
naturra non arbitrio uariæ ficut voces: qux comparatione, reu proportione dicta
A POSITIONE SIGNIFICANT simili ratione ambigua, id eft æquiuoca, primas
conceptiones easdem, nus, quicum SIGNIficatione aliquaemittitur. Sed postula
quamuis per eadem loca, machinamenta proueniat. quia, scilicet non ex proposito
accidit nam aitfi necogitatio ne aut consilio vox missa, non est vox nam “hocomnino”
in definitione uocis collocandum eft quoniamuox eft so in guere
differentes, qui satis ex notis locibus, atque errore, conceptionibus
conftituere poffent, quod fit ads sentant, nam intellectus omnium, de rebus
senfibilibus primum uenit, ex quibus VISA quædam et similitudines procreat ad
quasintelligens feconuertit et cum intelli uersariorum consilium,aut quid
ueline Dicas his disting dioneuti opus non effe, quibus ita hæc nomina sunt
perspicua et communia, ut quasidomi ab ipsorum positione nascantur. Sed his qui
quasi modo nascentes de notissimis rebus atque nominibus hæsitant, nihilq; ab
aliisexplicar tum nouerunt: qua de causa, diftinctio in bis nominibus fiet, quæ
habentur dubia: quorum res abditæ et arbitrium consilium plurimarum rerum et
conceptum non gie necesse est simul phantasma aliquod speculari. phang ialmata
enim, sicut sensibilia sunt: præterquam tertiode aninia sunt sine materia.
fecido natura constant similitudines: non ex arbitrio pendent: quia ad
similitudines comparatur patibilis intellectus, ut natura pure potentia aut
poteft ate recipiens tertio de anima in natura enim anime ef tunum natura
agens, alterum natura patiens ficut in omnia lia natura monstratur tertii.
Prætes perspicuuin dicitur. Ad textum nunc redeamus. Ex uerbis his collige quod
supra docuimus uenforqui dem igitur quandog ad exornandam orationem ab Ari.
poni, ut hic: nilenim ex supra cognitis infert, neque alia quid exequendum. seu
tractandum proponit. Queresab Arift.cur istorum naturam dillerere diligentius
et proprietates omittis? quibusg ab animantibus instrumentis uocalibus
proueniant: pulmone et aspera arteria, aquos ma at conceptus dicit mentis
primi, quid intererit quo minus fint phantasmata: Respordet an neque alii
phantasmata sunt, uerum non fine phantasmate tum in rum primo, uocis materia
aer præstatur. ab altero, voces graves et acutæ effigiemfumunt.& q
articulate dicantur a lingua, palato labiis, ac dentibus ut animæ rationalis
motioni deseruiunt curhçcitidema positionc, alteraa natura confiftant atque
fimilitudines rerum sint primum fimulacra, voces uero passionum ligna, ac notæ
dicans tur: Ad hæc omnia putoAristot. respondere propterea abeo essereliaa o
alterius est pertra &ationis, id eft ad alium pertinent modum considerandi
naturalem deani, ma: nam pertra et are quanam ratione istaabaninia, ac
instrumentis eius proueniant, an a voluntate pendeant, ut operationes, ad
animam, suum proprium principium res rum voces primo res generatim
SIGNIificare, sedl ogicos feruntur, de quibus ut supra diximus, secundo de
anima differit ubi vocem significativa mex imagination animæ uoluntaria, Conum
appellat: hinc ergo patet voce sesse SIGNIificatiuas sic enim ad interpretatio
rum primo conceptus quod ex definitione Platonis aquo Grammatici acceperunt
confirmant nomen nem dicuntur conferretex et apositione SIGNIifica re quia ab
imaginatione SIGNIficant et voluntate ut commentato at Arist. asserunt. Arist.
enimait oportet animatum esse ucrberans et cum imaginatione aliqua, id eit
voluntaria cuius rationem adducens, inquit sunt in aninia et quarum passionum
eq voces primum gnasunt etc sed contra quia eodemmodo nomen defini, tura
logico, poeta, atque grammatico id autem ut verum fit in definition nominis
declarabimus secundo fin nisharumuo cum eft idem ei ad quem oratio enunciatiua
refertur hicautem eft interpretation rerum conceptarum, quæ idem sunt quod
conceptus: SCOTUS vero quæstione secunda respondet conceptus SIGNIficarerem, ut
similitudo et speciesrei, non ut accidens animæ dicitur, Sed non quæritur hoc,
sed duntaxat, an voces principaliter, seu vox enim est quidam SONUS
SIGNIFICATIVUS NON NATURALITER ut
SIGNIficatiuus est sonus respirati acris sicut tussis sed ab alio libero
movente hunc aerem ad arteriam. Ing quit etiam Themistius acute hunc locum
perspiciens hus iusergoaeris quem spirando reddimus percussion et quibus
imaginationem passivi intellctus nomine appels landamcensuit tertio de anima
primo de anima ex quibus tam obscuris verbis non potest concludi aliud,
nifiquod poftremo deduximus non enim video quid suadi et a sequatur, fi primi
et aliia primis conceptibus non sunt phantasmata, non tamen sine phantasmate,
line quo nihil intelligit animam, nisi conceptus primo phantasmata representare
et necesario: ut intulimus. Mihi autem VISUM eft, sermonem Arift. adomnia supra
di et a potuisse referri, cuius uerifimile argumentum poteft esse. dixit dictum
eft, quidem ergo in his quæ de anima, id est libris duobus secondo et tertio:
ut retulimus; non tertio solum ut Ammonius opinatur. Et ut finem tandem
quærendi faciamus paucis ad hæcadditis, poftres moquæramus nomina fiue uoces an
primo SIGNIficent res, an conceptus? Quidam respondent, grammaticos finientes
quod substantiam vel qualitatem significet et hic Arift.quæ in voce, ligna sunt
earum passionum quæ de his quidem igitur dicemus in his que de anima alterius
enim estnegocij: et um hoc Arift. Dehis quidem dictum efti nhis, quæ
in primis res aut conceptiones significent. Propterea uerius ad rem et
senfum accedens, respondeo et nobiscum, sinominibus non concinnat suella, re
tamé idem affirmat cum Alexandro primum pono voce tanquam ultimo in?
Tentumfinem et principalius, mediatetamen, SIGNIficare RES et extremum, voces,
an res ipsas SIGNIficent in contrariam partem Arift. et Comment. et quæ
scribuntur SIGNA et no iæ sunt eorum quæ in voce et li uoces PRIMO SIGNIFICANT
CONCEPTUS, et conceptus primum res, scripturæ ergo primum uoces declarant sed
contrarium, leniuum teltimonio et experimento monfiratur. Quia scriptura homini
et cei terarum rerum dequibus philosophi differunt, utimur, rei cum ipsarum
explicandarum causa præterea epistola in uen fecundo autem minus principaliter,
sed IMMEDIATE CONCEPTUS quæ duo afferta exemplo a scie manifestant urnam ascia
ut instrumentum efficit immediatum sed principale seu princeps efficiens est
artificismanus quod declar ta affirmatur, ut certiores faciamus absentes, siqu
id esset rans primo de anima octauoThemist ait qprincipale ac ultimo intentum
cognosci et definiri, indiuiduum dicitur: fed alio intermedio cognito forma
uero uniuersalis fine alio medio: ut tamen ad indiuiduum cognoscendum refertur.
Hæc di et ahisrationibus approbantur. Id quod eos scire aut nostra autipsorum
interesset: igiturres poftremo, ut ultimü et finis, explicari intenduntur. Item
fi quæ scribuntur SIGNA sunt vocum, autearum quæ extraani mam, quod impossibile
eft, aut in anima: uoces autemin anima conceptus dicuntur, quos ad rerum
explicationem in primis uoces SIGNIficant, ad quod SIGNIficandum nouos
referriut sinem supraretulimus. Nunc ade aquæ adducerum nominum inventorim
posuit hic autem ad rem explicandam uoces consticuit id.n. de uerbo considerans
Aril. et manifestans uerbum SIGNIficare, approbat, quia consftituit intellectu.
sed VOX PROLATA hominis tunc conftituit, et quie cerefacit intellectum non cum
ad conceptum: sed ad naturam humanam deducit ergo voces et nomina tanguls timum
finem in primis intentum res explicabunt licetins ter mediis conceptibus
præterea primo elenchorum pris banturex Arift. respondebo. Non solum querendum
quid philosophus dicat. Sed quid convenient errationi et sententiæ suæ vere
opinetur audiendum. Hunc enim in modum. Aristoteles Intelligimus quæ
scribuntur, sunt notæ eorumquç in voce i. confilii et arbitrii in voce quæ
secondo intellectus et conceptus res explicantes dicuntur. Sici nterpreteris
quæ ex Arift. adducuntur que scribuntur sunt lignaeorü, quæ in voce i.explicant
cum voces defuerint ea, quem ex plicantur per voces, quarum uice fungitur
immediateer go uoces sed non tanquam ultimum et extremum, quod mo, uocum finem
declarans Arist. ait: quoniam res addil serendum afferre non poffumus, utimur
nominibus loco rerum ad explicationem ergo rerum, consideration uocum
referturnon conceptuum, ut fine mulcimum. Amplius. Idem opus exercetcumeo,
cuiusuicemgerit, utdeconsu metaph. Ratio illiusrei, cuius nomen est SIGNUM,
definition eft uox igitur rei per definitionem explicatæ, SIGNUM dicetur. Item
teftimonio fenfuum confirmatur:quorum clara& certaiudiciasunt, eorumquærationeetiamiudis
cantur.Ad quidenimtam diu expectamus, flagitamusuo le, rege et pro-consule,
siue proregein vollendiscontro uersiis perspicuum est. Scripta autem vocum
uicem exercent. Idem ergoextremum significatum habebunt. explicationem,
scilicet, conceptarum rerum. Amplius literarum inventor, ad rerum explicationem
direxit et Auer. Ait scri cum interpretationem: nisi ueri inuenié di gratia in
rebus, pturas SIGNIficare uerba, id est fine medio et SIGNIficata uer quas
cognoscere cireftatuimus I denim uolumus et borum cum forte uoces defuerint,
hæc dequestionibus ardemus defiderio tang extremum. Ad hæc.fi conceptus sunt
inftrumenta ipsa rumuocum ut ad rerum notitian mediis conceptibus ducant nó
igitur ultimum et extremum que verum adbucest. SIGNUM autem huius est, hır coce
e ruus enim aliquid SIGNIficat, sed non dumuerum aliquid, vel falsum, fi non
uelese, uel non esse addatur, uclfine pliciter, uel fecundum tempus. Est autem quem admodum in anima aliquando quidem o
falsum. Nomina quidem igitur ipsa Q verba consimi liafuntei intelligentiæque
est sine composition neo diuie suimus et rationibu sacsensibus, rationem
confirmatibus fone, ut “HOMO” uel “ALBUM”, quando non aliquid additur: nes
approbauimus. Pugnabis poftremo, fi uoces, mediis con queenim falsum,
nequeuerumadhuc est. SIGNUM autem ceptibus explicationem rerum efficiunt: cum
immediate bus ueritas et falfitas inuenitur, hæc autem conceptus sunt, non res
ipsę. respondeasuerum et falsum in conceptibus, ut in rerum similitudine
inueniri: quæadipfarumuerará rerum cognitionem refertur uerum in rebus est, ut
in causa. In poft prædicamentis cap.de priori et in fine huius primi libri itap
attributiue. i. per attributionem et collationem ad res, veritas in conceptibus
erit: uere autem, ut in causa, in rebus. Dices propter quod unum quod am tale
et illudma césrefertur, ueascia admanus artificum: quod suprapor SIGNIficatum
non ab organo sumi oportere: sed ultimo explicare conftituunt. nam quod uicem
alterius perficit, dum uerum aliquid uel falfum; si non uel esse uel non effe
fatis, ac principale SIGNIficatum vocum dicentur. Etfiobiicietati quidem
intellectus fincuero, uel falso, aliquando autem cuiiam quis Arift. textum,
quem retulimus voces PRIMUM SIGNIFICARE CONCEPTUS intelligas fine medio alio.
non tamen,ut necessees thorum alterum in effe, fic etiam in uoce. Circa
compositionem n. o divisionem, eft uerum,o falfum. No ultimum et extremum
SIGNIficatun. Nam uoces dicuntur SIGNIficare conceptus, ut rerii sunt
similitudines ut ab ipsis rebus conceptus uenisse ad intelletum dicamus, quas
novissime, ut finem et ultimum intermedias conceptibus per voces clariores
NOSCAMUS. Nec secundum eorum argumentum concludet. Voces ea in primis ut finem
SIGNIficare in quis mina igitur ipsa et verba consimilia sunt ei, qui fine
comegis. Si ergo voces mediis
conceptibus explicantres, igitur uoces magis et inprimis conceptus, q res ipsa
saperient. Dic Aristoteles locum ualere in causa principe. i. principali non
iuuante tanquam instrumento, quomodo conceptus a duo intellecus et cogitation
fine vero uel falso, aliquando autem cuiiam necesse est alterum horum ineses,
ic, etiam inuos ce. Circa compositionem enim et divisionem estuerum conceptus,
ut accidentia denotent, nunquam substantiam explicabunt. Paucis, ut supra,
respondeas, tocum propria addatur, uel simpliciter uel secundum tempus et
extremo fine intent. Quod quandoq substantia quando g accidens appellatur. Huic
veritati Alexander et Themistius ascribunt, etc. Ammonius non dissentit.
Secundo quæs ritur, an scripturæ siue quæ scribuntur, tanquam ultimum
Magentinus hunc in modum Aristotelis textum cum præce denticonne et tit.cum duo
sint investigata. Primiiquonam modo nominis et uerbi SIGNIfication intelligenda
ellerutrum TEX. BOEZIO (si veda) Est autem, quem ad modum in anima, aliquando
positione, divisione est, intellectui. Ut
“HOMO”, uel, “ALBUM”, quando non aliquid additur, neque enim falsum. Ne huius
est, quia “hircocervus” aliquid significat sed none E hæc duo
fineab Aristotele, posita, causam et finem curitapo ratiocinatur. Quem ad modum
in anima intelle usquando fuerit, non declarant:ut.l. quid nominis partium
definir tionis nominis et uerbiorationis, enunciatiuæ tang præs cognitions
ponag ntur. Alterum etiam secondo dicúrey fello. Non et enim video ubi
investigauerit Aristotele inquibus verum et falsum inveniretur. Quod nucquog
inueftigare constituat. Item pugnantiacum Ammon. dicit. aitenim in anima eft
quando querum aut falfum et ita probatio Ammonius per hæc utilitate in ad
institutæ commentatio, esset minorisibi. Circaca in positionem. n.intellectus
et di nis propositum tradi cum. C. verum et falsum sit in mentis uifione
meftuerum aut falfum conclufio ut claratuncre concepribus et uocibus ut
SIGNIficantibus et quodnumcdo linqueretur ergo itaerit in uoce sed uere arguit
ex hypo cet philosophus non in his simplicibus sed compofitisue theli, non
potential cathegorico syllogism nam cumpos rum et falsum spectari non nominibus
nisi ut peroratio fitionem quodammodo ignotam manifestet, non syllogir n e m
enunciatiuam a firmativam coniunctis, vel per negativam divisis, ita gnó in
quit hæc quæ diximus Aristotele docuif m o arguit. Ex quo aliud ignotum natura
concluditur, sed ex hypothesi, ut diximus et infradicemus. Prætere aut Commen
et Ammonius asserunt ibi circa compofitionem enim et diuisionem non minorem sed
approbationem unius partis antecedentis apponit. Aliquádo intellectus cumuero
et falso fit SIGNUM est particula enim quæcau sam propositi denotat, scilicet
quia verum et falsum sunt circa compositionem, id est affirmatione, quaaliquid
cum falsum in compositione et divisione sequuntur intentiones se: sed nunc
docere et in conceptibus et vocibus ut SIGNI? SIGNIficatiuis, falsum et uerum
spe et ari,dum coniunguntur aut diuiduntur non persesumptis. Addeex Amm.hæc Aris. Nunc docere ut alteram orationis
parte mante cognoscat. Dices pro Magentino illa quæ dixit, ab Amm.ferem aduer
bum superiori textu sumpfife cuminquit cumhæcitaq percaquæ nunc
dicunturtradentur. Iuocesesse SIGNIficati was rerum mediis conceptibus tum uel
maxime quibus in rebus quocunq fuerit modo ueritatem ac falfitatem scruz
tariconuenict C. inhoctex. Addés uero quem in textu supe intellectus. i. sunt
in anima, sexto metaph. Ergo eruntin riori confideret ait. de quibus in
præsentia nobis perpen uocibus seu uerbis significantibus ipsas conceptiones,
ut fioest. Utrumin rebus anmentis conceptibus, an uocibus, Comen. animaduertit.
Exhis declaratis etiam patet,q in aninquibufdam. harumduabus: anetiamin
omnibus. telle et usfitali quando finc uero aut falso, idq; tangexsuo fiin
uocibus qualibus his scilicet compofitis non nomine et uerbo et prædicamentis,
ita incompositis conceptibus qui causa funt locum, no per le in simplicibus nec
compo! Fitis rebus) Sed animaduerte quod dixerit nobis perpensio uisionez.i.
line uero aut falso hæc exemplo manifeftat subs inprçsentiaeft) quod tamen
inferius considerabit. neg dicitab Arifthæcquæ ipse perpendit, inveftigata
nec'ait Inveftigasse Aristan SIGNIficatio nominis et uerbis olī, pen
deatexuocetantum, an ex intelligentia uel rebus: sed quo cunq; fueritmodo,
inhisueritas et falfita seft, ute xplicátis bus instrumétis hac enim ratione
res ipfa sabiecit adquas famen ut extremum et finemultimum explicandas, uoces
ter et non admittunt: ergo nec dequominus: nistuery et conceptiones animæ
referuntur, q siquispiamhęcquæ bum effe affirmatum, aut non effe negatum
addatur. fim eft fine uero aut falso, quando cuihorum alteruminesse necesse
eft, ita et in uoce: hoc totum eft propofitio maior, affumptio et minori
bi.circa compofitionem enim et diui rionemestuerum et falsum et non circa
simplicia, ita ergo erit in voce. Sed contra: quiaminor hæc effe debuiflet: fed
alio componi SIGNIficatur, aut diuifioné, id est negationé, qua explicatur
prçdicatum a subie&to disiúgi. et uerum et opposite perspicuum utcorolarium
et consfequens posuitcū ait. nomina quidemigituripsa et uerba consimiliasuntei
intelligentię fiue intellectuiquiestfine compositione et di ftantię et
accidétis: “HOMINIS”. C. et “ALBI” . utexhisomniaalia prædicamenta
intelligatur. quando. n. his non aliquid ads ditur, fcilicet uerbum prædicatum
“ALBUM” cum “HOMINE” suz biecto coniungens, neque falfum ne que uerum adhuc
eft. Hoc denominehyrcoceruimanifeftat, nanquehuiusinor di compofita nomina
uidentur uerum aut falsum admity exvocetanti: m, aut sola intelligentin,
an ex resolumuos ex Anmonio dicimus non probarit, inutrunq zfitdi&tum.
Cesitemper animi sensus rerum elle interpretes. Secundo inquibusuerum et falum
inuenireiur quòdnunequoß idoftendendti Arist. proponit. fedutrunchiltorum
reiicio. non eniin fupra inuestigauit. Sed pofuit, ut persenorum, AQUINAS
dicitq postquam tradiditordinem SIGNIficationis uocum, hic agitde diuersa uocum
SIGNIficatione: quarum quædam uerum et falfum SIGNIficant: quædam non. Sedli
cetuerumdicatur, ut de Ammonioreiulinius: tamenfine nomina et uerba
SIGNIficatiua efle, cx hoc peaquæsuntin cuius gratia ista ponantur,fubricuit:
Licédumigiturcum uocefunt SIGNA ET NOTAE SIGNIFICANTES PASSIONES nullomes
diointerie et o, hisautem mediis, tanquam ultimui, res explicare. prçterea non
uideo ubi inuestigarit, an nominis et uerb SIGNIgnificatio intelligenda esset
ex uoce tantum, aut intelligentia tantum, aut ex re solum: fed hoc posuit sunt
uæ, quibus etiam differebantabaliis: nuncuelleconstitue quidem ergoquę funt in
uoce et c ut SIGNIficatio sumatur non ex uoce tantum, nonintelligentia, fed
arbitrio,cognitione, et CONSILIO et
imponentium consensu, quem in uoce re feuante cognoscere differétiam,
qua oratio differtano mine et uerbo: et quaoratio enunciatiuaaboraroriis
poeticis optantibus et c.separatur et quoniamquępones reoportet et
antecognoscere, ut per senota, non isialiquo facili instrument innuidebent
nullo modo demonstrari. Propterea ex fimili seu hypothefi, &cóceflo,
acpofitotery expaétione et confilio reliquerunt acuoci per attributio né dederunt
at nullamentio eftfaéta de rebus, anabeasu mendaeflet SIGNIicatio nominis et
uerbi quoniam maxiy m u m esset ignorationis, ac inscitiæ in Arift. argumentum,
firem tam perspicuam, nec dubiain pro occulta quæliffet tiam definitionis
partem et differentiam manifeftat.cũ inz quit. esid. ubi, ',proenim Magentinus
uertit. ut causam hic assignareuelit ut Ammonius et Aquinus dixerút, acdubia.
cuieniniuelrudi dubium uideretur, nomen et uerbum quod ut organum et instrumentum
SIGNIficant a rebus, inftrumenti SIGNIficatiu et organi cognoscendi alte rum,
SIGNIficationem habere, cum tantü SIGNIficentur, et nul lomodo SIGNIficent ine
SIGNIficare et explicare,utorgas num logicum uideantur? Item ea
SIGNIficatioerat nomio nis et uerbiponenda, quæ ut præcognitio partium
definitionisadea cognoscendadirigeret hæcautem eftuoxa de quo nunc differemus
aitergo de antecedente syllogismi exposito ficutuelquem admodu menim eft in
anima intellectus cogitatio, intelligentia vóruceenim ifta SIGNIficat.)
aliquando quidemsine uero uel fallo: aliquandouer rocui necesse esthorum
alteruminesse. Ex hoc posito et notiori antecedente infert quodammodo ignotumin
choantibus consequens ficetiam in uoce ut SIGNIS ET NOTIS CONCPTVVM erit,
aliquando sine uero uel fallo ut in nominibus et uerbis, aliquando
cuinecesseestiam horum alterumin effe: ut in oratione enunciatiua,
Suellaueroita pofitione SIGNIficans,non res tantum SIGNIficata: a uoce ergo et
intelligentia in voce relicta, Ctributa fiue attributa SIGNIficatio nominis et
uerbi pident, no ar ebus. Amplius: Suela nam licet fupra male textum Arist.
declararit Sucr sa, nun cueritatecoaaus idem dicit quodnosin explicans do
philofopho dicebamusp ofitisduabus partibus defini tioniscómunibusnomini et
uerbo et orationi enunciatis pliciter, efle, quamartemutexemplar,
adopuseffin latenus inc aliquiduocum: nec eorum quæ in voce, no ut
gendumexteriusafpicit, qopusexarte notioriinmates finis: cum conceptus prior
fit uoce et ueritate quem in uoce confiftit: non ut agens.quia res agens est, a
qua oratioues taut falsa vocatur sed non difficileest Amm. et Aquinas.
sententiam et opinionem, a Suessæ argumentis defendere. primum, absurdum
affirmat. Conceptus non tangformam SIGNIficant: qui in voce tang artificiali
materia relinquuntur: quo esseueriautfalliinuoce, cumnecaliquidfintvocum, nec
cumuiuocessuntnotæ: Exhisrespondemus: rationem eorum quæsuntin uoce:
Peroenimabeocumsupra dixe ritArift. Eaquæfuntinuoce etc.nonnifiarbitrium, et
placitum, cogitatiointelligitur: ut ipse metcum locum interpretans, opinatur:
ergo conceptus est aliquid existens in voce, non utopus naturaleest, sed
arte.i. uoluntate: confi et um.
Itemipfeconfiteturuocemsignificatiuam,communeges nusnominisuerbi& orationis
enunciatiuę uocari: nõuo lessuntsimilitudinesrerum.Seddicessecundomenunc cé,
utnaturaleopus. Ergouta cognitione, imaginatione pugnantiadicerecumhis,
quæanteacontraAnimo.Boe uoluntaria effi&taeft: ut signum fit ad aliud extraexplican
thium,& Scotum diximus: orationen dariinméte et no dum relatum: Et fecundo de
anima Averroes et Themist. tioremesseea, quæinuoceconfiftit. Diximusadhçcartis
fumentes ab Arift. asserunt: essentiam uocis interpretatis inuentoribu
sueliaminuentam docentibus, ineodem no efle percussionem aeris anhelati, ad
membrum quod cana tioremesse artem, acconceptionescūuero& falsoinani
dicitur, ab ex pulfione animæ imaginatiuæ uoluntariæ: et ma, quam exterius opus
effictum: ficinpropofito,excong infraqinessendo uocem necesse est ut percutiens
habeat ceptibus rationem coposuit, notioribusapositione signifi animam imaginatiuam,
tuoluntatem:effentiaergouol catis:quiquodammodonotiores:utindu&ionesensata
cispendet abipso conceptu et placito reliéto a positione patet infraenim
sectione quinta ex opposition maioriin in uoce, tangforma et uox uropus naturæ
interpretans mente, explicatitae! Tein uoce: Item placitum est causa, a placito
ab anima etiam, tangagente, depédet: nam secundo de anima.
percussiorespiratiaerisad uocala arteriam ab anima quæinhispartibus uox eft ut efficiente
causa hinc Cómen. Inprincipiocómentiait oportet igiturut percussioaerisanhelati
ab anima, queestisismé præcognitionem partistertię definitionisratiocinatur:no
brisadcannam, fitillud quodfacituoc a et inmediocom igitur demonftrationem
effect quæadnaturaliterignos menti primum enim mouens in uoce,estanima,imagina
tiua et concupiscibilis et ideouox eftsonusilliusprimi uolentis et mouentis.
Etq etiam dici pof sit quodammo dofinisuocum, perspicuum est ex his,quæ
fupradocuio mus: fine muocum effè eriam res conceptas: namorgal na ad eorum
opera, tang finem et ultima, diriguntur.pris mo topic..cumnonpropterse, sed propte
ralterum exo petantur:sed uoces SIGNA sunt ET NOTAE CONCEPTUUM adquos
explicandosreferimus: finesergo medii,licetnon ultimi tumdir igitur. Secundo
post.primo. necillam utperitus ad rem per se nota efficere potuit. ne ipse
suampręcogni tionum artem confirmaturus experiment contrarioinfir maret.
Itidemminime consecurionem ualere dicimus:ra tio ex caufis eft notioribus,
ergodemóftrationempropter quid aut simpliciter constituere affirmabitur quoniam
alte rum& pręcipuum demonftratiodi &arequirit.utadigno tum naturaliter
dirigatur, non ad pręcognitionem ponendam, utpersenotam:nam primopofte
veręetiàdefis uocabuntur: Exhisfacileeiusrationibus respondemus. nitiones,
quidtantum nominis non ueræ definition suim haberedicunturab Auer. Utpræcognitiones
sunt:ita et fi hæc præcognitio ex caufamonftretur, nonutdemonstras tiua, fed ut
ex fimili accepta, et uisa, et alibideclarata; pros ptereatopica potius,
quàmdemonftransuocanda:noto pica,o fitdubia, autfalfa, immouera, sed hic
accepta alig biuisa philosopho et hic posita, utc redita:dequo latius
ressecundum feeffe dicantur, nótamen apudeosquicon ceprus et res conceptas
ignorant: adquarumexplication nem, utultimum, referuntur. Ad tertiam de agente dico:
inquit exAmmonioait. Primo quiahæcconfi& anomina rem, agens remotum uocari:
aquo intellecus phantasticus falsum significare uidentur: ut. Aquinas ait.
Sedcótra.quia fimilitudiné abftrahit: sedanima, ut naturaagens,uocem ab
Aristotele dicitur sed non dum uerum aut falsum signifi interpretantem tang
operationem propria mefficit, &lo cant. Nifi effe aut non effe addatur:
ergoutrunque signis gico tradit: cuilogicusproprium considerandi modum
ficareuidentur. Item causa assignandafuiffet, curexem attribuens, utinftrumentum
significandi et explicandicon pliscöpositis (que uerum dignificare potius etiá
uidentur) Ad primam, utpatet, intelligentia, inuoceartecong fi et
tareli&ta,eft,utaliquiduocis.i.forma. Ad secundam Q non fitfinis, nonualet,
idpriuseft,ergonon finis:Deus enim eftpriormotu&creatura,quæad
Deicognitionem deducunt, ut signa et effe&ta ad suumfinem cognoscenda
directa: fimiliter dicatur de uocibus, et fi conceptus prio
riaexternareli&um: manifeftum eft argumentum qdixit Arist. bon uoces:
sedeaquæsuntinuoce, suntsignapass fionum et conceptuum,utnaturaliumsimulacrorum
et res rum fimilitudinum. i.cóceptusapositione,(utratio)signi exfimilinotiori,
et fuperiusab Arif. pofito, exlibrisdeani maprocessisle: ficutinanima
eftaliquandointelle us fineueroautfalso, aliquandocum horum altero: ita& in
uoce: et de uero et falso loquitur
utAlex. et Ammo.ac cæteriboni expositoresaffirmant)orationisenunciatiuæ, et
denominibusfignificantibusaplacito,nonutnaturas quamobremuoces significant
cúfiuntnotæ. Necproptes reao conceptusutcaufedicuntur.quosnomina et uoces tanquam SIGNA et effetusimitantur,
afferendúeftArif.des monftrantem rationem efficere: namhich ypotheticè ad Deoda
nieprimotopic. dicemus. Quæruntcur Arift.fis
&aprotulitexemplapotiusquàmuera.Sueflasumens ut pliciter, quod
præsentis efttemporis.aut secundum tome pus.i.præteritum& futurumut Com.
explicauit. De Am monii expositione dicemustunc,cumaddubiaresponden bimus.
Quæritprimú Suessa.qualisnam ratiocinatio Aris. fuerit(quéadmodum inanima
quandoq intelligétiafine ueroautfallo, quando quehorumalterumnecetle eft in
esse.respondet. Aquinas et Ammo. intex. præcedenti,nes liderat, accognoscit:
Respondendum ergoest uteftdig &um Arift. exhypothefileu positione,& ex
fimili notion riprocedere: quod quemadmodum particuladenotat. dum asimili: sed
a causaquamimitatureffectus, proceder re. nam Ammo. ait: circa enunciatiuam
orationem quæ quæsupraetiam Aril. poluit: namproptereauoxfignum
exillorumcomplexuefficitur, uerum et falsum spectari. ¬aexterius
explicansdicitur, qapositione et intellig ante voces quoq;
hæccircaconceptuscósiderari.utqui causæ
uocuinlunt,aquibusconceptusfimplicesfineueris tate, et compofiticum uero et falsodefignantur
et declas tantur: Responsionem improbat Suelta: quia conceptus non causaueriaut
falliinuocetang formasunt:cumnuls duftioncperspicuum eft ut
Amnioniusanimaduertit no tioremartem Seddices ratione inaliniilieffe& et
tamex ignotis concludes re, nanieaexquibushic ratiocinatur, extertiodeanima
infrasumuntur: hæcautemtanquam ardua,& inchos antibus
difficilia,utphilofophus,& relinquendasupra nosmonuit: Satis huicrationi
faciendum arbitror ex his, gentiaatqzarbitriopendet:ineo presertimartific
equivoces impofuit: uel ab impositis et Gibi notis nominibus, regulas logicæ
docet:in mente enim artificis& docétis ing E ii quærimus, ad
que causa hæc nondirigitur. Tertio dicit: ut
quçinintelle&usuntfolo.sednefcioquçueritasdicipót,
cuinihilextraresponderinre:cum infra& inpoftpredi camentisdicatur abeoq
resest, uelnoneftoratiodicitur uerauelf alla remota aūt causa et prima radice,
ceterade ftruinec effe eft. Item Aristotele de vocibus loquitur. Propterea mihi
hoc libet dicere. Hac de causa fiais exemplissuasen tentianicomproballe,o
fi&aamer a positione significant: et ideo magisobuia& perspicuaacconsuetafuntadexpli
candum: ut quod ámodonotiora, ut magisuulgata, exars omnemueritatem haberiin
compofitione& diuisione.ne excludatur ueritas apud Platonem in
intelligibilibus,& in telligentiisfiuemenubus,&
apudArift.desimpliciuming telligentia et abstractis: fedeam que in
pronunciatiuissubs est motibus, scilicet cum discursu: seu ratiocinatione: quæ
perenunciatiuam fitorationem.&inniotibuspronuna ciatiuis,non invoce solum
(intelligas) exiftentibus:fices nimtextui Arift.& eiusdillisaduersantiadiceret.sedetia
ne&diuifionefalsum et uerumremouerineceffeeft:pro ptereaergodixit,
(circacompositionem at causam noia ret: sed ad nomina in uoce descendens ait
non significare uerum, aut falsum: significare enim proprium eftnomi num,
quæinuocea compositione significanteconfiftunt. PetitAmmonius quomodo uerum
fit, circacomposicios innueretueritatem non in rebusreperiri:fedinhisetiam, nem
et divisionenelle uerum et falsum. Responder non nonutitur: ficut utiturhis,
quæ falsum significare maxime affirmantur. fecundam causam adducit: utinnueret,
non solum nomina simplicia ad ueritatem explicanda indiges reuerbo sed etiam
ipsa composite. Sed idem est dicendum de nominibus compositis ueris, nosautem
de fictis proprie non bitrio plurimorum: exhistamenfi&lisnominibus,
aliaue ca intelligendasunt. exempla autem innotescendi gratia inuenta,
exuulgatis& consuetistr ad endafunt et lificadi cantur: quibustaméuerum
facilius inueniamus, autinuen tum facilius doceamus: Petit Suella cur
Aristotele.dixerit conpositionem significare cum uero et falso, non autem
significare uerum aut falsum i respondet, hoc differreinter significare uerum
et significare cum uero:quias ignificare ueru potest uere in nomine simplici
inueniri:u.g.hoc nomen uerum aut fallum, simplex verum significat.i. se ipsum:
sed significare cum uero, eftfignificare cum uerbi complexu ut de uerbo
dicetur, significare cum tempore, notempus: ut dies et annus sedlicethęc
dubitatione relinquenda foret, cum id quærat, quodin
Arift.textunoneft:tamenneaus inmotibus pronunciatiuis, ideftquicaufafuntutper
enung ciatiuam orationem pronuncientur,ueritasergoquacon ditorum ingenia,
obuiriau&oritatem fallantur, ponere& cipitur,aut enunciatur aliquid
ineffc alicui,folum circa con pofitionem et diuifionemeft,utspeciesorationisenuncia
tiuæ.dixieam ueritatem circacompofitionem elle,quæ concipiturinmente,
uelexplicaturinuoce,& quaprædiy catuminesse subiectoaffirmatur:quoniam
primotopic.4, loca accidentis propriè dicuntur,quibus potentes fumus concludere
hæc alteriineile:& ideo locaeducentia uerum enunciative propofitionis
dicuntur loca accidentis et veritatis qua aliquid alicui in esse concipitur vel
explicatur:Sci scitatursecüdo Ammonius cur Aristotele dicens nomina igitur et
uerba consimiliaíunteiqui sine compositione et divisione est intelleclui
exempla protulittantum nommun, non uerborum dicens, ut “homo” vel “album”.
Respondet per hominem nomen: per “album” verbum fumpfiffe: non eata
meninquitratione, qua verbum proprie inferius definitur. Sed quia Aristotele
statuit, omnemvuocem quæt erminum prædicatum facit, verbum appellanda. Sed
responsio hęc improbandauidetur: primum q Arift.nondieetinfraprę
refellereconstitui: non. n. Aristotele dicit compositionem cum uero aut falso
significare: sed ait circa. n. compositionem et divisionem elle veritatem et
falsitatem. Item de “hircoscervi” nomine afferuit. “Chircocervus” aliquid
SIGNIficat, sed non dum uerum aut falsum de nominibu sergoopposiy dicatumu
erbum appellandum fore: quod fictiam dices tum dicit eiquod Suellafingebat:
nomina non significare ret, exemplum albiquod posueratantea, adexplicandum
uerum aut falsum, sed significare sine vero aut salso: Eiusery uere uerbum,
inutile videretur:Aliter igitur responden, gore sponfioin textu
Aristotele.infirmatur, cum denominibus dum. His exemplis dicta inchoantibus
comprobandaque compositis neget significare verum aut fallum: differentia etiam
abeo assignatauerbis Aristotele, adversatur Ampliu snec potuisset Aristotele
dicere, compositionem et diuisionem verum significare, na in compositio. i.affirmatio
et divisio.i.negay cumuerbonominibus:tamenutnotaprædicatumcuin
ciosumerenturinuoce quo infrade oratione enunciatiua dubieto connectens,
dubiumfaciunt, anuerum et failum dicetur. Litoratio significans verum vel
falsum, &inqua fignificent, signum est. Ammoniusetiam tanquam duy
eftuerum& falfumutinfigno externo significante:nam oratio in mente, non
significate positione, ut hic intelli, bium quærit de uerbis primæ et secundæ
personæ “ambulO”, “ambulaAS” et in quibus tertia persona et certas statuitur.
Git SIGNUM est opde nominibus fimplicibu s& compofitis, line uerbo, intulit
dicens nomina igitur ipsa auteur bacó similia sunt fine compositione et
divisione intellecus. lt homo et album hircocervus quæ et si aliquid simplex
significent, non dum tamen uerum aut falsum hæc autem nomini in voce sunt,
noninmente: quiafiutinmēte essent, ut ningit. quæ veritatis et falsitatis
videntur capacia. Licet nonperfe, fedcomplexuhorumuerborum cũcertispery
fonis.nonitadubium eft de nominibus, dequibusinse acceptishæstat nemo, an veritatem
significant aut falsitatem: Quærit nouissime Ammonius quid intellexerit
Aristotele. Per simpliciter, uel secundum tempus cum ait. (hircocery
considerentur, non dicerenturno significare uerum aut falsum et q effent
fimilia intellectui fine compositione& diy uifione: quia essent ipseintelle&us,seuintelligentiafineue
roautfallo: Dicendum igiturin questionem potiusuerten dumcur dixerit (circac
compositionem.et divisionem, ut inmentesunt, est verum et falsumj denominibus
autem in uoce corolarie inferens,ait:(fineuerbonondum uerum uusenim
aliquidsignificat:fednondum uerumaliquid autfalsum, finon,
ueleffeuelnonesseaddatur,uelfimpli citeruel secundum tempus. respondet sermonem
Arif. ad eadem referens verba, inquiens: nifi effe addatur fimplicis
ter,ideftnisi effe addaturindefinite et indeterminate significans: ut “Fuit
hircocervus” est, auterit. Non definiens, ac determinansan hodie, sero, anmane,
perendie etc. vel aut falsum significare. Ad quod respondendum, quod fecundum
tempus, ideftnifiaddatur cum aliqua determis propterea vox quando
eftfineuero&fallo, quandoque natione tempori addita præsenti, præterito,
uel futuro, cum his, quia circa compofitionem et divifionem intelle,
sciliceterat,eft,erit,herianno superiori, hodie uel cras, et us eftuerum et falfum:ex
quo intulit de nominibus in autsuccessiuotempore.quam tamenexplicationemaci
uoce, gfintfine uero, X fallo ex eadem causa, pfimiliasing intellectui fine
compofitione et divisione: circa quæuerum cipiens Magentinus uel in latinum
vertens non intellexit: cumpereffef smpliciter et omnino, in, finitoacdetermi
et falsum uersatur, ut caulam, quaposita, uerum aut falsum i ponitur. et hac
remota (ut in nominibus fineaddito uery natotemporeintelligat. Ad tempus uero
et in tempore infinito. tragelaphuserat, uel erit, hęc.n.infinitafunt: fed
bouidetur, quæ fimiliasunt intelligentięfinecompositio eft presentist emporis,
aitdefinitumelle:l iceteft, ut de Deo facilius conftitutam sententiam approbant
verba aute in ut dicetur quandam compositionem significant, quam licet ex se
non habeant, sed ex alio, ex compositis, scilicet dicitur infinitum
significet: Idem Deus, erat, et est, sed in aliis rebus, tempore non definite
uti murita. Hinc liquet, igitur erunt: quæ et fiacu et explicite verbii,
prædicatum et subiectum ut nomina non contineant, illata men eximigit, ergo et
hic per tempus dimpliciter, tempus præsens, 8C per secundum tempus præteritum
vel futurum: quæ pros ptereanuncupantur et lunt, quere tempus prælensciry
cunstant, iuxtas; ipsum ponuntur: propterea dixit, secun significat,
quemadmodum in oratione quaestequus ferus. Ofitis et precognitis partibus
definitionis nominis ac nunc ad definitione sponendas integras ac totas
accedit: sed Ammonius querit cur primo de nomine ade verbo definis dum tempus
quod non simpliciter et ina et ueft. Sed quod.tionem assignet? respondet, proptere a nomen
uerbo esse præteriit uel futurum est: solum præsens simpliciter et in actuest
utre et te. Aquinas exposuit. Nec Sueffe confutatio ualet et que liber
differentia temporis est tempus secundu quid: quoniam per aliquid ab aliis
differentiis differt: quod autemper partem est, fecundumquid, non
simplicitertas antepositum, qnomen substantiả.i. naturam et vim rerum
significat: verbum vero a&ionematqz affetionem, quænel Cellario naturam
acuimmouentem supponit. contraarguit Sueffa. substantia non nisi per accidentia
cognoscitur, prius ergo verbum definiendumq nomen: Ad instantiam, Am Icesse
dicetur: primo clenchorum. Sedĝfalla hæc fit monius facile diceret substantiam
cognoscifine describir improbatio patet, quiaens, cumin substantiamens
simplisciter diuidatur et accidens, inaĉtum simpliciter, et potens tiam
secundum quid, ne quaquam uere divideretur: quia per aliquid differ substantia
ab accidente et potentia ab aétu, &fi proprie differentiam non habeant.
Item ratiofal lit. lihęc species per aliquam differentiam acuprecipue differt,
rrgo per partem. Igitur secundum quid. accidenti aut posteriora accidentia vero
per substantias definiri, ut priores: fic Aristotele primo naturam quam motum
finiuit, aquamotus, ut perseprincipio, prouenit: et materiam primo phy..g
formam. phy. quæ a materia cuiu nitur& datellelustentatur, Aliteripse
respndet, proptere a nomen uerbo prætulisle, onotius est. Et iterbi feconuenire
Arist. affirmauit, sed enunciationitantu: erunt igitur enunciationes, cum enunciationis
proprium opusef signum. sed compositionem acueritatem comsignificat quan
fician. Suellanouariis Sorticularumdi et tis et improbatis sententiis, hocuisum
est: literas et nomina quo ad prima eorumimpo fitionem, non significare nidi in
complexum, nec cum uero et falso: sed quod quo ad nova impositio, nem,
significare possunt cum vero et falso: propter eaqapo in compositione explicare
fine additouer bonó possunt. Dis fitione sunt. Nung tamen erunt propositiones
aut enuncia cas Querbumetsi compositionem extremorum aétu non tiones: propter
eanóualereait, a, significat cum uero aut dicat, a et tionem tamen, et
affectionem significat, quæ causa fallo, ergo enunciation erit. Quoniáin quit
oportetinantes est, qpredicatum seu appositúsubie &ofiue suppositocon
cedenteaddere. significet ex prima impositione, nonau iungatur, uerbum ergo
lempereftunio comiungens apritu temex nova institutione. Sed contrahancadditam conditio dinesaltem cum in
propositione non est. Sedcunsecundum nem ex proprio arbitrio. Enuciatio prima
impositiones isse, acpurú accipitur: nomina uero sunt composita, seu quæ
significat propriecum vero et falso. Ego ubi est proprium apta sunt pera et tumuerbi
coniungi, proptere a nomina pen opus, necessario propriumerit instrumentum:
neq; enima denta verbo, quasi formauniéte et verbiianoíe quasimai nova aliqua
institutione propriú opus a proprio inftrosen teria, qunici habetp uerbum. Ut
materiaaŭt, tempore pre iungipoteft: proptereafi. a. b. c, etc. novis aut
antiquis concedit forma, et prius, ut facilius et ordinenecessitatisnos
Giliis&pofitioneimpositasunt, ad verum et falsum, seu ut menanteafiniendu.
Verbum vero, quniéda funt, prçsuppo ipfi volunt cum uero et falso
significandum. enunciationes nés, posterius ut ignotius et the posterius
explicandú: quas quando secundū se, acpurumdicetur. Ipsum.n.sic purumi
nullüueritatis et compositionis, aqua verum explicatur, est dam, nonperse, sed
quam sine compofitis nominibus non est intelligere. Gi ergo hac de causa nomem
præponit verbo, q notitia verbi in compositione verum explicantis, non pont, intelligi
sine nominibus compositis. Ita et nomina, uerum illud, quod Ammonius,
tempus simpliciter et omnino, ponentium CONSILIO coplcctuntur. Exemplo simili
Amm sus ideftindetinite et indeterminate significans, appellabat, Ma, gentinus
dicit esse tempus finitum et determinatum. Et parsticula, quam Ammo. adom né
temporis differentiam rer pra, cum dicimus "curro",
"curris", nin git, pluit, complexuhorūuer borum cúcertis
intelle&is personis, cú vero et fallof sgnificant. ferebar, Magentinus ad
solum præsens direxit. falsum igir. Nome compiuto : Girolamo
Balduino. Balduino. Keywords: il vestigio dell’angelo, Campidoglio Inv. # 334,
donazione di papa Gregorio, logicalia, interpretatio, interpretazione, logica,
signum, segno, nota, notare, notante, segnante, notificare, segnante, vestigio,
il segno del’angelo, campidoglio, san michele, vestigo, etym. dub. ves-stigium,
foot-print. – segno naturale – segno, genere e specie – genere: segno. Specie:
segno naturale, vestigio, marca, nota.. segno artifiziae, segnar per posizione,
arbitrio, a piacere, consilio. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H.
P.Grice, “Grice e Balduino,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza,
Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice
e Banfi: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale d’Eurialo
-- Niso; ovvero, la tradizione vichiana – la scuola di Vimercate – filosofia
lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P.
Grice (Vimercate). Filosofo lombardo. Filosofo italiano.
Vimercate, Monza, Lombardia. Grice: “What I like about Banfi is that he is more
‘important’ than it seems, at least to Italians! He has written bunches, but my
favourite are two: his ‘l’interpretazione’ (Banfi makes a distinction between
‘esegesi,’ ‘interpretazione’ and ‘TEORIA dell’interpretazione,’ in a slightly
non-Griceian use of ‘teoria’ – and his essays on ‘eros e prassi,’ for indeed
the second strand (eros e prassi) is the base for the former (interpretazione):
unless you CARE, why interpret – which is indeed, a performance?!” Senatore della repubblica italiana, II Gruppo
parlamentare Comunista Circoscrizione Lombardia Dati generali Partito politico Partito
Comunista Italiano Titolo di studio Laurea in Lettere Università Università
Humboldt di Berlino Professione Docente. teorico della filosofia, traduttore,
accademico e politico italiano. Sostenitore di un razionalismo aperto e anti-dogmatico
in grado di attraversare i vari settori dell'animo umano. A lui è
intitolato il liceo del suo comune natale, Vimercate. Nasce in un ambiente
familiare formatosi su principi liberali della borghesia colta lombarda, nella
quale da generazioni combaciano una positiva idea della religione e un
razionale illuminismo tecnico-scientifico. La ricca e vasta biblioteca in
possesso della famiglia diviene per B. grande stimolo di conoscenza nei suoi
studi, quando da Mantova, dove frequenta il Liceo Virgilio, ritorna a
Vimercate, dove assieme alla famiglia trascorre le vacanze estive. Frequenta
i corsi universitari alla facoltà di lettere della Regia Accademia
scientifico-letteraria di Milano e ottenne la laurea con lode, discutendo con
il relatore NOVATI (si veda) una monografia su Francesco da BARBERINO (si
veda). Insegna all'Istituto Cavalli-Conti di Milano e prosegue con grande
determinazione gli studi di filosofia (con ZUCCANTE (si veda) per la storia
della filosofia e MARTINETTI (si veda) per la teoretica). Prende una seconda
laurea in filosofia, discutendo con MARTINETTI (si veda) una tesi intitolata
"Saggi critici della filosofia della CONTINGENZA", contenente tre
monografie sul pensiero di Boutroux, Renouvier e Bergson. Con la borsa di
studio attribuita dall'Istituto Franchetti di Mantova ai laureati meritevoli, B.
decide d’andare in Germania e iscriversi, con il suo amico Cotti, alla facoltà
di filosofia della Wilhelms di Berlino, dove stringe amicizia con il socialista
Caffi. Ritorna in Italia e partecipa a vari concorsi, ottenendo una supplenza
di filosofia a Lanciano, e a Urbino. Assunge diversi incarichi in varie sedi
scolastiche. Durante la guerra, già riformato al servizio di leva, si
dedica con senso di servizio e scrupolosa diligenza all'insegnamento e, per la
penuria d’insegnanti richiamati al fronte, oltre alla sua cattedra è costretto
a ricoprire altri incarichi. Solo agl’inizi dell'ultimo anno venne aggregato
come soldato semplice all'ufficio annonario della prefettura di
Alessandria. Nei primi anni del dopoguerra B., pur non militando nel
movimento socialista, assume in modo molto deciso posizioni di sinistra e
partecipa, come iscritto alla camera del lavoro, all'organizzazione della
cultura popolare, diventando in poco tempo una delle personalità più in vista
del mondo culturale democratico alessandrino; venne nominato anche direttore
della biblioteca di Alessandria, da cui fu in seguito allontanato dal nascente
squadrismo fascista. E tra i firmatari del Manifesto degli intellettuali
antifascisti, redatto da Croce. Martinetti, che era stato collocato a riposo
d'autorità per aver rifiutato di giurare fedeltà al fascismo, lo propose come
suo successore per l'insegnamento della Storia della Filosofia all'Università
degli Studi di Milano, dove fu maestro di Rossanda. Diresse la rivista
Studi filosofici, pubblicata. Nel secondo dopoguerra, con le elezioni
politiche, è eletto per le liste del Partito comunista,nel Senato della
Repubblica. Il mandato fu confermato alle successive elezioni. B. può essere
considerato il maestro della corrente filosofica che in Italia si è denominata
Razionalismo critico e che ha avuto anche derivazioni significative nel campo
della pedagogia teoretica con il Problematicismo. In sostanza, usando il
concetto kantiano di ragione, Banfi la considera come la facoltà di un
discernimento critico, analitico, presupposto trascendentale che sistematizza
l'esperienza, i dati empirici, non pervenendo a dogmi o a sistemi di sapere
chiusi e assoluti. Il principio razionale permette di cogliere e comprendere la
realtà nelle sue complesse determinazioni: senza questo principio, che va
assunto appunto come trascendentale, la realtà sarebbe caotica e solo
contingente ed esperienziale oppure interpretata secondo la Metafisica o sistemi
di pensiero chiusi e non problematici come richiesto dalla scienza e in
generale dalla complessa dinamica del mondo umano e naturale. L'apertura della
ragione è talmente ampia che anche le filosofie assolutizzanti vengono poste
come possibilità di verità, seppur parziali ("È bene tener presente che il
pensiero non pensa mai il falso in modo assoluto"). La filosofia è lo
strumento indispensabile per l'analisi critica del reale, non deve tendere a un
sapere assoluto, ma porsi il tema privilegiato della coscienza, purché questa
coscienza sia "coscienza della relatività, della problematicità, della
viva dialettica del reale". Si sfugge al relativismo possibile seguendo le
orme di Socrate: l'eticità prevale quando, non potendo esistere se non come
tendenza verità assoluta, le verità relative sono assunte come problema, cioè
come ricerca interrogante e incessante fondante l'intero processo conoscitivo.
Le conclusioni sono, come nell'ambito scientifico (la scienza è lo strumento
pragmatico della ragione, la filosofia lo strumento teoretico) non false ma
possibili, non solo provvisorie, ma reali. Le categorie che B. propone per
sintetizzare la sua proposta filosofica, sono quelle di "sistematica"
del sapere, fondata su un significato antidogmatico della ragione, una
"sistematica" aperta per il rinnovamento critico di tutte le
strutture razionali e di un umanesimo nuovo, radicale, che ponga l'uomo al
centro dell'indagine razionale e nella sua realtà storico-effettuale, che forma
la sua coscienza concreta nel mondo reale: dunque critica alla metafisica ma
necessità della filosofia, il sapere costruttivo garanzia di libertà e
concretezza. Il confronto che B. predilige è con gli indirizzi filosofici della
prima metà del Novecento, in particolare la Fenomenologia, il neokantismo di
Marburgo, il neopositivismo, l'Esistenzialismo, ma negli ultimi anni orienta
sempre più il suo interesse al Marxismo, di cui condivide gli assunti
fondamentali leggendoli alla luce del suo razionalismo critico, come si evince
dalla raccolta postuma Saggi sul marxismo. Archivio Si segnalano tre fondi
archivistici del pensatore: "Fondo Antonio Banfi" presso la
Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia. L'archivio, insieme con la biblioteca
personale di Banfi, dopo la morte del pensatore venne donato alla provincia di
Reggio Emilia insieme con la costituzione del "Centro studi B.”. In
seguito, il Centro si trasformerà in "Istituto Banfi", con sede a
Reggio Emilia. Nel, l’archivio e la biblioteca personale del filosofo sono
stati depositati alla Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia, a seguito di un
accordo tra Soprintendenza Archivistica per l’Emilia-Romagna, Comune e
Provincia di Reggio Emilia. La biblioteca conserva anche l'archivio di Daria
Malaguzzi Valeri e l’archivio delle carte di Clelia Abate, segretaria del
Fronte della Cultura e allieva di B.. Archivio B., Biblioteca di Filosofia
dell'Università degli Studi di Milano. Il fondo archivistico contiene diverse
centinaia di documenti conservati da Daria, moglie del filosofo, e da lei usati
nella stesura del libro Umanità, pubblicato per le Edizioni Franco di Reggio
Emilia. I documenti del fondo coprono l'intero arco di vita di B. ma risultano
particolarmente ben rappresentati gli anni giovanili; da segnalare soprattutto
il ricco epistolario con la futura moglie, riferito e la corrispondenza con
Piero Martinetti, durante la sua docenza presso la Regia Accademia Filosofico
Letteraria di Milano e poi dal suo ritiro di Spineto. Archivio privato
familiare B. conservato presso l'Università degli studi dell'Insubria. Centro
Internazionale Insubrico Cattaneo e Preti, riunisce migliaia di lettere,
biglietti, cartoline postali, plichi e buste, conservati in 33 raccoglitori a
loro volta inseriti in 15 buste, per una consistenza di circa 1,5 mi. Gran
parte dell'archivio è costituito dal carteggio tra B. e Daria, sposatisi Il rapporto epistolare con la moglie,
infatti, non si limitò alla sfera affettiva e familiare, ma affronta spesso
tematiche filosofiche (ad esempio, la frequentazione di Simmel durante il
giovanile soggiorno a Berlino, o la ricezione dell'opera e la personale
conoscenza di E. Husserl) e di attualità, nella concretezza dei riferimenti a
eventi e circostanze del presente e ai rapporti sociali coltivati da Banfi come
pensatore, studioso, organizzatore culturale e uomo politico. Altre opere: “La
filosofia e la vita spirituale” – lo spirito, l’animo, vita, animo vitale –
(Milano, Isis); “Principi di una teoria della ragione” (Firenze, la Nuova
Italia); “Pestalozzi, Firenze, Vallecchi); “Vita di BONAITUI (si veda) Galilei”
(Lanciano, Carabba); “Sommario di storia della pedagogia” (Milano, Mondadori);
“I classici della pedagogia: Rousseau, Pestalozzi, Capponi, Gabelli, Gentile”
(Milano, Mondadori); “Studi filosofici: rivista trimestrale di filosofia
contemporanea” (Milano); “Saggio sul diritto e sullo Stato, Roma, Rivista
internazionale di filosofia del diritto); “Per un razionalismo critico, Como,
Marzorati); “Lezioni di estetica raccolte Maria Antonietta Fraschini e Ida
Vergani, Milano, Istit. Edit. Cisalpino); “Vita dell'arte, Milano, Minuziano);
“Galileo Galilei” (Milano, Ambrosiana); “L'uomo copernicano, Milano, A.
Mondadori); “La crisi dell'uso dogmatico della ragione, Milano, Bocca);:La
filosofia del settecento, Milano, La Goliardica); “La filosofia critica di
Kant” (Milano, La Goliardica); “La filosofia degli ultimi cinquant'anni,
Milano, La Goliardica); “La ricerca della realtà” (Firenze, Sansoni); “Saggi
sul marxismo, Roma, Editori Riuniti); “Filosofia dell'arte” (Roma, Riuniti). "Perciò appunto non ho dimenticato i
tuoi interessi e sarei lieto che fossi tu a succedermi, In questo senso ho
scritto, richiesto da Castiglioni stesso, che ora è preside, a Castiglioni. Ho
consigliato lui e con lui la facoltà ad accaparrarsi te per la Filosofia e B.
per la Storia della Filosofia"; Lettera, Martinetti a Baratono, in
Martinetti Lettere, Firenze,, Rossanda,
Rossana, La ragazza del secolo scorso, Torino, Einaudi, Vedi scheda del Senato
della RepubblicaI Legislatura. Vedi
scheda del Senato della RepubblicaII Legislatura. Cit. in "Il marxismo e la libertà di
pensiero", "Saggi sul marxismo", Riuniti. B., La mia prospettiva
filosofica, in La ricerca della realtà, Fondo Banfi Antonio, su SIUSA Sistema
Informativo Unificato per le Soprintendenze Archivistiche. Centro Internazionale
Insubrico Cattaneo e Preti per la filosofia, l'epistemologia, le scienze
cognitive e la scienza delle scienze tecniche, su dicom. uninsubria. Bertin, B.,
Padova, MILANI, Garin, Cronache di filosofia italiana, Bari, Laterza,Bertin,
L'idea di ragione e il pensiero etico-pedagogico di B., Roma, Armando, Papi, Il
pensiero di B., Parenti, Firenze; Papi, B., Dizionario Biografico degli
Italiani, Treccani. A. Erbetta,
L'umanesimo critico di B., Milano, Marzorati, B. tre generazioni dopo. Atti del
convegno della Fondazione Corrente, Milano, Il Saggiatore, Milano; Salemi, banfiana, Parma, Pratiche, Scaramuzza, B. La
ragione e l'estetico, Padova, Cleup; Eletti, Il problema della persona in B.,
La Nuova Italia, Firenze, Centenario della nascita di B., Reggio Emilia,
Istituto B.; Sichirollo, Attualità di B., Urbino, QuattroVenti, Luciani,
Incontro con B., Cosenza, Presenze Editrice, Neri, Crisi e costruzione della
storia. Sviluppi del pensiero di B., Napoli, Bibliopolis, Papi, Vita e
filosofia. La scuola di Milano: B., Cantoni, Paci, Preti, Milano, Guerrini; Valore,
Trascendentale e idea di ragione. Studi sulla fenomenologia banfiana, Firenze,
La Nuova Italia, Scaramuzza, Crisi come rinnovamento. Scritti sull'estetica
della scuola di Milano, Milano, Unicopli, Luciani, Polemiche della ragione.
Gramsci, Banfi, Della Volpe, Cosenza, Arti Grafiche Barbieri, 2002.
Giovambattista Trebisacce, B. e la pedagogia, Cosenza, Jonia editrice, Papi, B.
e la pedagogia, Cosenza, Jonia editrice, Chiodo G. Scaramuzza (a cura), Ad
Antonio Banfi cinquant'anni dopo, Milano, Unicopli, Vigorelli, La nostra
inquetudine. Martinetti, B., Rebora, Cantoni, Paci, De Martino, Rensi,
Untersteiner, Dal Pra, Segre, Capitini, Milano, B. Mondadori, Trebisacce, La
pedagogia tra razionalismo critico e marxismo, Roma, Anicia, Assael, Alle
origini della scuola di Milano. Martinetti, Barié, B., Milano, Guerrini,
Sacaramuzza, Estetica come filosofia della musica nella scuola di Milano,
Milano, CUEM, Miele, Antonio Banfi Enzo Paci. Crisi, eros, prassi, Milano,
Mimesis,. M. Gisondi, Una fede filosofica. Antonio Banfi negli anni della sua
formazione, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura,. A. Crisanti, Banfi a
Milano. L'università, l'editoria, il partito, Milano, Unicopli,. Corti Pozzi Anceschi Rossanda Bucalossi
Martinetti Scuola di Milano; B. Dizionario biografico degli italiani, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Antonio
Banfi, su siusa.archivi.beniculturali, Sistema Informativo Unificato per le
Soprintendenze Archivistiche. B., su BeWeb, Conferenza Episcopale
Italiana. Opere di B., su openMLOL,
Horizons Unlimited srl. Opere di B.; altra versione, su Senato della
Repubblica. La morte a Milano di B.
articolo del quotidiano La Stampa, Archivio storico. Massimo Ferrari, Piero
Martinetti e Antonio Banfi, in Il contributo italiano alla storia del Pensiero:
Filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana; Gisondi, La formazione
intellettuale e politica di B.. Tesi, discussa presso l’Università Federico II
di Napoli (a.a. /) "B. a Milano", sito della mostra allestita presso la Biblioteca di Filosofia
dell'Università degli Studi di Milano Filosofia Università Università Filosofi Storici della filosofia
italiani Traduttori italiani Vimercate Milano Accademici italiani Direttori di
periodici italiani Politici italiani Professori dell'Università degli Studi di
Milano Antifascisti italiani Senatori della I legislatura della Repubblica
Italiana Senatori della II legislatura della Repubblica ItalianaStudenti
dell'Università Humboldt di BerlinoTraduttori all'italianoTraduttori dal
franceseTraduttori dal greco all'italianoTraduttori dall'inglese all'italiano Traduttori
dal latino Traduttori dal tedesco all'italiano. Nome compiuto: Antonio Banfi. Banfi. Keywords. Eurialo e Niso; ovvero, la
tradizione vichiana; banfi — spirito vitale — storiografia filosofica —
istituto di storia della filosofia — ragione e conversazione — criticismo —
conversazione con hegel — personalismo — l’interpersonale — sovranità — lo
stato italiano — lo stoicismo romano — enea e marc’aurelio — acerrima indago —
diritto criminale — kantismo —Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H.
P. Grice, “Grice e Banfi,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria,
Italia.
Luigi Speranza -- Grice
e Baratono: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale stilistica
– la scuola di Firenze – filosofia fiorentina – filosofia toscana -- filosofia
italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Firenze). Filosofo
fiorentino. Filosofo toscano. Firenze, Toscana. Grice: “I like Baratono –
especially his ‘stilistica italiana’ – if I were to offer an English stylistics
I would not count as a philosopher – but that’s because ‘English’ is spoken by
more than Englishmen, while Italian ain’t!” Grice: “Baratono thinks he is a
sensist alla ‘Giovanni Locke,’ which he possibly is.” Grice: “In the typical
Italian way, instead of focusing on the classics – Roman philosophy – he read
sociology and psychology and came up, in a typically Italian way, with a
‘sintessi,’ ‘la psicologia del popolo’ alla Wundt.” Grice: “If Austin punned on
sense and sensibility – Baratono takes ‘sensibilia’ VERY sensibly – as the
basis for ‘aesthetics,’ seeing that ‘aesthetikos’ IS Ciceronian for
‘sensibile’.” – Grice: “Baratono is Griceian in his search for what he calls
the ‘elementary’ – he applies ‘elementary’ to ‘fatto psichico’: judicativo e
volitivo – both based on the ‘sensibile’ – or rather on probability and
desirability – credibility and desirability --. His use of ‘sense’ does not
quite fit the Oxonian ‘sense datum,’ since the will is involved in the
sensibile – or, in his wording, it is the anima (or psyche) that searches for
the corpus -- -- The compound is something like the hylemorphism – the form is
sensible – and the volitive (prattica) and judicative (teoretica) components of
the soul operate on this.” Fra i maggiori esponenti del socialismo. Vive
a Genova, dove compie i suoi studi. Si laurea in filosofia. Insegna a Genova,
Savona, Cagliari, Milano. B. si iscrive
al PSI subito dopo la fondazione e viene eletto consigliere comunale a Savona,
aderendo all'ala intransigente in forte polemica con i riformisti. Entra nella
Direzione nazionale del partito. Alcune battaglie politiche lo vedono emergere
come figura di primo piano del socialismo italiano, come quella che B. porta
avanti capeggiando la frazione comunista unitaria al Congresso di Livorno.
L'accettazione con riserva dei 21 punti dell'Internazionale comunista di Mosca
determina la clamorosa scissione e l'uscita dei comunisti dal Partito
Socialista. Presenta al congresso la mozione massimalista. Diviene deputato.
Confermato per la terza volta membro della Direzione socialista, mentre la
maggioranza massimalista si orienta per la scissione dei riformisti, al
Congresso di Roma sostiene fortemente l'unità, anche per il timore
dell'affermarsi delle forze fasciste. Dopo il Congresso di Roma, aderisce al
Partito Socialista Unitario e diviene un assiduo collaboratore di Critica
Sociale. Collabora al “Quarto Stato”. Con il consolidamento del regime
fascista, si dedica esclusivamente ai suoi studi filosofici. Torna all'attività politica all'indomani
della Liberazione, con collaborazioni sull'Avanti! riprendendo i suoi studi di
critica marxista. Perciò appunto non ho dimenticato i tuoi interessi e sarei
lieto che fossi tu a succedermi, In questo senso ho scritto, richiesto da
Castiglioni stesso, che ora è preside, a Castiglioni. Ho consigliato lui e con
lui la facoltà ad accaparrarsi te per la F.[ilosofia] e Banfi per la St.[oria]
d.[ella] F.[ilosofia]». Lettera, Martinetti a B., in Martinetti Lettere,
Firenze,, Mathieu, B., Dizionario
Biografico degli Italiani, Volume 5, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. B., in Dizionario biografico degli italiani,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
Opere di Adelchi Baratono, su Liber Liber. Opere di B., su open MLOL, Horizons Unlimited
srl. Opere di B., B. su storia.camera, Camera dei deputati. Filosofi italiani
Politici italiani Accademici italiani Professore Firenze Genova Politici del
Partito Socialista Italiano Deputati della legislatura del Regno
d'ItaliaStudenti dell'Università degli Studi di Genova Professori
dell'Università degli Studi di Genova Professori dell'Università degli Studi di
Cagliari Professori dell'Università degli Studi di Milano. Critica dei valori ed estetica metafisica. Psicologia
critica dei valori e metafisica estetica. Carissimo Groppali. Nella tua
pubblicazione dal titolo Psicologia sociale e psic. collettira, trovo
rammentato un mio articolo (comparso nel quarto fascicolo del l'Archivio di
Psic.coll.).con queste parole citato; non posso fare comequel buon figliuolo di
Renzo Tramaglino, che, a sentir dire che la sua Lucia era una bella baggiana,
per amor dell'epiteto lasciava passare il sostantivo. Lasciami invece un
po'brontolare contro la seconda parte del tuo giudizio. E, quantunque in fatto
di scoperte scientifiche nessuno si possa dire assolutamente il primo
scopritore, permettimi di dare al Sighele quelch' èdi Sighele, ea me
quelchesembramio. Per il nostro caso, la
scoperta piùimportante, acuisono giunti questi autori, è la semplice
constatazione del fatto, che gli atti estrin secanti la emozione d'un individuo
riproducono in altri individui ana loghe emozioni ed atti volontari. Ebbene:
prima e più completamente di quegli scienziati, Spencer e pervenuto alla
medesima legge con la sua teorica della simpatia; e per di più aveva spiegato
il fatto diquella suggestione con la ragione sociale, osservando che un atto
emotivo non puo suscitare nei pre senti un sentimento corrispondente se non vi
fosse stata l'esperienza propria o atavica che avesse associato quell'atto
all'emozione reale unitamente sofferta; trovandone perciò la genesi nella
convivenza sociale, per essere gl'individui associati sottoposti alle medesime
cause di piacere e dolore. Adunque io nel mio studio potevo passarmi di citare
altre teorie, oltre quella spenceriana, quando ridussi il fenomeno collettivo a
fenomeno simpatetico. E fin qui non ho fatto, nè ho detto di fare, nessuna
scoperta: ma soltanto ho applicato la legge spenceriana a un nuovo gruppo di
fatti, da Ini non considerati specialmente. Ripeto: io non ho sostenuto come
mia scoperta, ma ho soltanto accettato e meglio dimostrato, che il fatto
psichico del delirio collettivo ha per sostrato il giuoco delle emozioni e
rappresentazioni, cioè il fatto simpatetico. A questa domanda non puo
rispondere nè Sighele, che non è mai entrato nel campo della psicologia
generale, nè,c ome si sa, Spencer e gli associazionisti, che si contentavano di
descrivere il fatto, riducendolo a uno schema associativo,ciòche,come
spiegazione, ha ilvalore di una tautologia, senza svelarne il meccanismo, cioè
il rapporto fra gli elementi; né I materialisti, che ne davano una ipotetica
spiegazione anatomo-fisiologica, senza entrare nella pura psicologia.
Dall'altraparte, rispondere a quelle domande significa trovarele ragioni ultime
e più generali del fenomeno collettivo. Vale a dire, ridurlo completamente.
Questo ho tentato io di fare; di qui comincia il mio studio genuino. Me ne sono
vantato? ho soltanto asserito che tentavo di muovere un Sighele intui,
che i fatti caratteristici della emozione di una folla si possono ridurre a
qualcosa di più generale, ov'entri quella facoltà dell'imitazione, quella
suggestione, con le quali altri avevano spiegato il contagio morale; perciò
egli, se mal non ricordo, senza nulla aggiungere di proprio, si rifere alle
teorie di Bordère, Ebrard, Jolly,Tarde, Sergi, Espinas ecc. ecc. Ho dunque
accettata una legge, o, meglio, ladescrizione di un fatto generale, che si
potrebbe enunciare cosi. In due individui associate, A e B, la percezione
degl’atti corrispondenti alle emozioni di alcuno destando in altri la
rappresentazione di piaceri o dolori analoghi, suscita piaceri o dolori
analoghi e gliatti corrispondenti. In questo enunciato c'è qualcosa di mio. Ma
non mi curo di metterlo in luce. Piuttosto ti rivolgo la domanda: osservato il
fatto, Spencer ne trova la ragione sociologica. Ma vi è qualcuno che ne trova
la ragione *psicologica*? Come una rappresentazione emotiva può diventare
un'emozione attuale, condizione e stimolo di atti volontari? Passo nel
cammino della psicologia collettiva. Tu puoi scusarmene, perché conosci il
tripudio di chi lavora per la scienza, che oggi è ancor l'unica nostra
ricompensa. Adunque il rimanente studio, la risposta a quella domanda è mio.
Mio nelle premesse, che si riferiscono al saggio, “I fatti psichiri
elementary”, dove dimostro che la legge più generale della psiche è data dalla
serie dei fatti emotivo -conoscitivo -volitivo, quando si consideri questa come
l'espressione di un rapporto, per cui il primo termine rappresenta l'energia
determinante degli altri. Mio nell'applicazione al fenomeno collettivo, dove le
multiple rappresentazioni emotive devono agire sopra ognuno degli individui
come altrettante emozioni reali attenuate, ma accumulate sulla prima; onde
l'esaltazione propria della folla. Tutte queste tesi sono diverse da quelle
sostenute e dall'intellettualismo e dal volontarismo. Epilogando: Sighele
giunse a ridurre il fenomeno collettivo a un fatto generale enunciato come
legge; e Spencer da la spiegazione sociologica di questo fatto. Ma, perchè vi
fosse una spiegazione *psicologica*, bisogna aver trovato non solo
l'associazione, ma anche il rapporto tra gli elementi associati; il quale
rapporto di dipendenza, cioè di condizione e stimolo, dove, per ridurre
completamente quel fenomeno, coincidere col rapporto o legge più generale della
psiche. Questo ho cercato difare: e, poi che in modo particolare avevo
stabilita la serie dei fatti psichici veramente elementari e il loro rapporto,
cio è la legge psicologica generale, anche particolare, dove riuscire
l'inferenza al fenomeno collettivo. Non posso, egregio e carissimo amico,
riassumere in poche pagine quello che, a giudizio mio ed altrui è già troppo
strettamente riassunto ne'miei saggi. A te, che liconosci, e che possiedi un
forte ingegno intuitivo, basta questo richiamo; e spero che ti persuaderai, che
Sighele restaugualmente uno de'nostri migliori scienziati, anche senza regalare
a lui, che non ne ha bisegno, quelle due o tre pagine con le quali si termina
il mio saggio. Spero ancora più fervidamente, che tu non mi dia del noioso e
del l'immodesto per questa mia lettera, e che sempre mi creda il tuo. Adelchi.
Nacque a Firenze dove il padre, Alessandro, originario di Ivrea, si era
stabilito dopo il trasferimento della capitale del regno da Torino. La madre,
Ermelinda Rossi, era fiorentina. La famiglia si fissa definitivamente a Genova,
e compiuti gli studi classici, frequenta l'università, addottorandosi in
lettere e in filosofia. Suo principale maestro fu Asturaro, del cui indirizzo
sociologico B. risentì nei suoi primi lavori (Sociologia estetica, Civitanova
Marche; Sul problema religioso,in Riv. ital. di sociol.), così come,
successivamente, sube l'influsso di Morselli e delle sue lezioni di psichiatria.
I suoi interessi psicologici sono documentati in questo periodo da numerose
pubblicazioni (I fatti psichici elementari, Torino; Sulla classificazione dei
fatti psichici, Bologna; Energia e psiche, in Riv. di filos. e scienze affini).
Psicologia e sociologia venivano, poi, naturalmente a fondersi in una wundtiana
psicologia dei popoli (Sulla psicologia dei popoli, Genova), permeata di una
filosofia scientificamente concepita. Questo movimento culmina nei Fondamenti
di psicologia sperimentale (Torino), che risentono ancora dell'influsso
positivistico, nella ricerca di una filosofia scientifica, ma cominciano, al
tempo stesso, a rivelare la sua originalità filosofica. Contemporaneamente
coltivava il proprio gusto estetico frequentando i circoli letterari, le mostre
di pittura, i caffè degli artisti. Pubblica un volumetto di versi
(Sparvieri,Genova, con acqueforti di Edoardo De Albertis), che sarà seguito da
altre poesie (Lettera - Notturno - Congedo), articoli letterari e frammentarie
commedie, comparsi generalmente in Riviera ligure. Questo duplice
interesse, psicologico, ed estetico, accompagna il filosofo per tutta la vita,
ma non senza trasformarsi radicalmente, dall'originario positivismo, in una
personale forma di sensismo, dove tornavano a incontrarsi il significato
etimologico e il significato moderno della parola "estetica". L’anno
del congresso internazionale di filosofia di Bologna, a cui B. partecipa -
egli, che l'anno prima aveva celebrato I funerali del positivismo italiano (in
Lavoro nuovo), pubblica la Psicologia sintetica, in cui l'aspetto filosofico e
quello scientifico-sperimentale della ricerca erano nettamente divisi, e la
psicologia venne assegnata al secondo. Conseguita la libera docenza,
tenne corsi e conferenze all'università di Genova - oltre che all'università
popolare - prendendo a interessarsi del problema pedagogico, strettamente
congiunto con quello politico. Quattro Discorsi sull'educazione furono da lui
riuniti in un volumetto, e alcuni anni dopo uscì la sua opera fondamentale in
materia: Critica e pedagogia dei valori (Palermo). Dalla politica si er
sentito attratto. Le sue convinzioni etiche lo indussero a militare nelle file
del socialismo; tuttavia, anche nell'attività politica, egli conserva
quell'atteggiamento aristocratico e leggermente distaccato che lo
caratterizzava sul piano culturale, ciò che tolse mordente alla sua azione. Per
le elezioni amministrative, redasse in collaborazione con Gennari un ordine del
giorno, votato poi all'unanimità dal Consiglio nazionale del partito, dove si
dichiara che dei comuni ci si doveva impadronire per parálizzare tutti i poteri
e tutti i congegni dello Stato borghese, allo scopo di accelerare la
rivoluzione proletaria. Rispetto alla rivoluzione russa, si pronuncia contro
l'accettazione senza riserve delle ventuno condizioni poste da Mosca per
l'adesione alla Terza Internazionale, ma e messo in minoranza nella riunione
della direzione. Cerca inoltre di evitare ogni scissione a sinistra, anche a
costo dell'espulsione dei riformisti, che rappresentavano l'ala destra del
partito: questo suo punto di vista, sostenuto prima e durante il congresso di
Livorno, trova tuttavia la via sbarrata dal successo degl’unitari. Dalla sua
dirittura morale e portato all'intransigenza. Antimassone, respinge
l'anticlericalismo di maniera, auspicava la libertà dell'insegnamento. Turati
ha a definirlo "il filosofo della direzione del partito". Eletto
deputato nella legislatura, sedette al parlamento, ma l'avvento deli fascismo
lo costrinse ad abbandonare l'attività politica (nella quale rientrano anche
scritti come Le due facce del marxismo italiano, Milano e Fatica senza fatica,
Torino). Più fortunata divenne, a, questo punto, la carriera
universitaria. Titolare a Cagliari, si occupa, tra l'altro, di Problemi
universitari (Mediterranea) e vagheggia un progetto Per la riforma della
facoltà filos. (Atti della Società ital. per il progresso delle scienze), che
fu combattuto dal Gentile (Giorn. crit. d. filos. Ital.). Passa a Milano, sulla
cattedra di P. Martinetti (che si era ritirato per non prestare giuramento) e
torna all'amata Genova, stabilendosi sulla riviera di Sant'Ilario. Qui riceve
volentieri i suoi studenti e colti visitatori, attratti da una fama, che,
specialmente dopo la pubblicazione di Arte e poesia (Milano), si estese oltre
la cerchia dei filosofi di professione. Riprese l'attività politica negli
ultimi anni, soprattutto in forma di collaborazione a giornali e di
rielaborazione di vecchi scritti di critica marxista. L'ultimo articolo,
L'etica dell'economia marxista, uscì sull'Avanti! alla vigilia della morte. Al
suo nome è intitolato l'istituto universitario di magistero di Genova. La
sua prima formulazione pienamente matura della filosofia può essere considerata
il volume Il mondo sensibile, introduzione all'estetica (Messina), preparato da
alcuni degli scritti raccolti in Filosofia in margine (Roma); in esso si vuol
raggiungere la "prova esistenziale" della spiritualità del contenuto
sensibile. Contro l'impostazione gnoseologica che soggettivizza il mondo,
propugna un'impostazione estetica che vede nel mondo sensibile, preso per se
stesso, "la forma dell'esistenza". Tale dottrina fu chiamata
"occasionalismo sensista", in una comunicazione alla sezione
piemontese dell'Istituto di studi filosofici
(Per un occasionalismo sensista, in Concetto e programma della filosofia
d'oggi, Milano). La denominazione esprime l'intento di "riflettere sulla
pura forma invece di prenderla quale rappresentazione di altro (soggetto od
oggetto) posto come un contenuto irreducibile a quella forma. L'esperienza
estetica ci mostra che un'ide a pura esiste come forma pura,
sensibilmente, e che questa forma sensibile vale per sé, in un rapporto
formalmente sentito con certezza, che diciamo verità. Ciò costituisce un valore
sensibile direttamente, diverso sia dal valore del sensibile (che rappresenta
il valore specificamente teoretico) sia dal valore del sentimento (che
rappresenta il valore pratico). L'esserci sensibile interessa il pensatore o
l'uomo pratico solo come ostacolo da superare, ma riempe di meraviglia chi
guarda il mondo con gli occhi spalancati sol per la gioia di vedere, e così ne
può apprezzare la bellezza. Queste idee sono esposte in Arte e poesia,e messe
alla prova non solo a contatto con estetiche come quelle di Burke e di
Focillon, a cui iscrisse introduzioni (Milano), ma con la stessa opera poetica,
per es. di un Verlaine, di cui ripubblica in Italia una raccolta di Poesie,
conintroduzione (Milano). Arte e poesia si conclude con una "apologia
della forma", la quale sembra a torto imprigionare lo spirito e limitare
il valore solo perché, in realtà, lo determina e lo realizza. Rovesciando
l'istanza idealistica, secondo cui il valore sta in un'unità spirituale che si
riduce a un'esigenza puro-pratica, a una rappresentazione di ciò che non è,
dichiara che l'anima cerca il corpo, non viceversa, che lo spirito cerca la
forma, la filosofia la poesia. Sicché il valore non appare più la premessa
indimostrabile di ogni esistenza, ma il risultato intuitivo della stessa forma
sensibile. Bibl.: F. Della Corte, A. B., in Genova, Sul B.
Ipolitico: Meda. Il Partito Socialista Italiano dalla Prima alla Terza
Internazionale, Milano, I deputati al Parlamento per la legislatura, Milano, M.
Carrea, Per una filosofia del socialismo, in Osservatorio, Genova, Nenni,
Storia di quattro anni, Roma, Tasca, Nascita e avvento del fascismo, Firenze,
Turati-A. Kuliscioff, Carteggio. Dopoguerra e fascismo, a cura di A. Schiavi,
Torino, vedi Indice. Inoltre per alcuni scritti del B., in Critica Sociale,
vedi Critica Sociale, cur. Spinella, Caracciolo, Amaduzzi, Petronio, Milano,
Indici, cur. Lanza. Sul B. filosofo, oltre l'esposizione del proprio pensiero
fatta da lui stesso in Il mio paradosso, in Filosofi ital. contemporanei, Como,
Milano, cfr. U. Spirito, L'idealismo ital. e i suoi critici, Firenze, Volpe,
Crisi dell'estetica romantica, Messina, Sciacca, Il secolo XX, Milano, Faggin,
Il formalismo sensista di A. B.,in Riv. crit. di storia d. filos., Assunto, B. e l'estetica moderna, in L'Italia
che scrive, Bertin, L'estetica di B.,in Studi filosofici, Bontadini,
Dall'attualismo al problematicismo, Brescia, Talenti, A. B., Torino (con bibl.). Nome compiuto: Adelchi
Baratono. Baratono. Keywords: stilistica, breviario di stilistica italiana, fatto
psichico elementare, i fatti psichici eleentare, psicologia filosofica,
illuminismo, implicatura luminaria, implicatura escataologica, politica ed
etica, la filosofia al margine: gentile, croce, natura umana, esperienza, il
mondo sensibile, estetica, il bello, il sublime, criticismo, assiologia, hume a
Cremona e torino, spirito, animo, forma logica, l’eneide, riviera ligure,
“Rivera Ligure”. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice
e Baratono,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice
e Barba: la ragione conversazionale e l’impliatura conversazionale – la scuola
di Gallipoli – filosofia leccese – filosofia pugliese -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (Gallipoli). Filosofo
pugliese. Filosofo italiano. Gallipoli, Lecce, Puglia. Grice: “I like Barba,
but then I like Gallipoli – and he was born and died there, at Villa Barba. His
main interest was Roman philosophy, which he studied at Naples! – The Roman
occupation in Southern Italy brought ‘a breath of fresh air,’ as Barba has it,
to the old “Grecia Magna” tradition --.” Grice: “Barba is very clear: ‘Epigrafia
filosofica latina,’ o ‘epigrafia filosofica romana’ surely ain’t Grecian!” Conduce
gli studi a Gallipoli, per poi trasferirsi a Napoli presso il zio, Tommaso
Barba. Tommaso Barba e presidente della Gran Corte. Studia grammatica e materie
letterarie nella scuola di Puoti. Si laurea in Filosofia. Studiare nel R.
Collegio Cerusico e divenne professore di anatomia umana comparata. Insegna
scienze e lettere al ginnasio di Gallipoli e fu sovrintendente scolastico ed
Assessore delegato alla Pubblica Istruzione.
Fu arrestato ed esiliato a causa delle resistenze al governo. I membri
dell'Associazione Democratica posero una scritta: "Nato dal popolo, Per il
popolo si adoperò". A lui fu intitolato il Museo civico di Gallipoli. Note
AnxaEmanuele Barba, su anxa. 21 aprile
13 ottobre ). Scheda sul sito del
Museo B.. Filosofi. Nome compiuto: Emanuele Barba. Barba. Keywords. epigrafia
latina, iscrizione latina, iscrizione greco-romana, la iscrizione di Platone
sulla porta dell’academia, ageometretos medeis eisito, Delville pittore belga
(Libert), a Italia crea ‘L’ecole de Platon,’ per la Sorbonna. I vasi di Barba – gemelli, fratelli siamesi,
ecc. Monete romana, Gallipoli, colonia romana, ‘Proverbi e motti del popolo
gallipolino” – poesie di Barba sulla morte del re d’Italia, risorgimento – esilato,
carcere – la filosofia di Barba, barba filosofo. Refs.: Luigi Speranza, pel
Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Barba,” The Swimming-Pool Library,
Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice
e Barbaro: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del Daniele
– filosofia veneziana – scuola di
Venezia – filosofia veneta -- filosofia italiana -- Luigi Speranza (Venezia). Filosofo
veneziano. Filosofo veneto. Filosofo italiano. Venezia, Veneto. Grice: “This
can be confusing to Oxonians, althou we are familiar with the Hanover dynasty!
Daniele Barbaro, a faithful nephew, commented on his uncle’s, Ermolao
Barbaro’s, ‘translation’ of Aristotle’s rhetoric – I shouldn’t even be saying
this since it’s implicated in the title where Ermolao features as ‘interprete,’
and the ‘commentarium’ is due to Daniele.” Grice: “On top, Daniele wrote about
‘eloquenza,’ but his comments on his uncle’s vulgarization into latin of
Aristotle’s vulgar-greek (koine) rhetorica – is perhaps more Griceian – since
there is little conversational about Daniele Barbaro’s ‘eloquenza,’ while the
rhetoric (or ‘rettorica,’ as he prefers) is ALL about ‘dialettica’ and
dialogue!” -- Daniele Barbaro patriarca
della Chiesa cattolica Portret van Daniele Barbaro Rijksmuseum -A-4011.jpeg
Ritratto di Daniele Barbaro, opera di Veronese, presso il Rijksmuseum di
Amsterdam Template-Patriarch (Latin Rite) Interwoven with gold.svg Incarichi ricopertiPatriarca di Aquileia. Nato 8 a Venezia
Nominato patriarca da Giulio III Deceduto Venezia. Ritratto da Paolo Veronese
(Firenze, Palazzo Pitti) Villa Barbaro a
Maser Pratica della perspettiva, 1569 È noto
soprattutto come traduttore e commentatore del trattato De architectura di
Marco Vitruvio Pollione e per il trattato La pratica della perspettiva. Importanti furono i suoi studi sulla
prospettiva e sulle applicazioni della camera oscura, dove utilizzò un
diaframma per migliorare la resa dell'immagine. Uomo colto e di ampi interessi,
fu amico di PALLADIO, TASSO e BEMPO. Commissionò a Palladio Villa B. a Maser e
a Paolo Veronese numerose opere, tra cui due suoi ritratti. Daniele Matteo
Alvise B. e figlio di Francesco di Daniele Barbaro ed Elena Pisani, figlia del
banchiere Alvise Pisani e Cecilia Giustinian. Suo fratello minore fu
l'ambasciatore Marcantonio Barbaro. Barbaro studiò filosofia, matematica e
ottica a Padova. E ambasciatore della
Serenissima presso la corte di Edoardo VI a Londra, e come rappresentante di
Venezia al Concilio di Trento. Nipote
del patriarca di Aquileia Giovanni Grimani, fu suo coauditore nella sede
patriarcale di Aquileia. Venne promosso in concistoro a patriarca
"eletto" di Aquileia (coadiutore), con diritto di futura successione,
ma non assunse mai la guida del patriarcato perché morì prima dello zio.
All'epoca tale carica era quasi una questione di famiglia per i Barbaro,
infatti furono patriarchi di Aquileia ben 4 B.. Ermolao B. il Giovane,
patriarca di Aquileia, Daniele Barbaro, patriarca di Aquileia, Francesco
Barbaro, patriarca di Aquileia, Ermolao II Barbaro, patriarca di Aquileia. Fu
forse nominato cardinale in pectore da papa Pio IV nel concistoro. Solo i
Grimani, con cui erano imparentati, occuparono più volte il patriarcato (ben
sei). Partecipò a varie sedute del
Concilio di Trento fino alla sua chiusura. Atre opere: commentarii di
Aristotele Retorica del suo pro-zio Ermolao Barbaro il Giovane (Venezia);
Compendium scientiae naturalis di Ermolao B. il Giovane (Venezia); Commento
sull’archittetura d Vitruvio, pubblicato col titolo “Dieci libri
dell'architettura di M. Vitruvio” (Venezia). Di essa pubblica anche una
versione in latino intitolata M. Vitruvii de architectura, (Venezia). Le
illustrazioni sono realizzate da Palladio --; un trattato sulla geometria,
prospettiva e scienza della pittura, La pratica della perspettiva (Venezia); un
trattato sulla costruzione delle meridiani, “De Horologiis describendis
libellus” (Venice, Biblioteca Marciana, Cod. Lat.). Più tardi si scopre che il
testo del B. affronta la tecnica di strumenti come l'astrolabio, il planisfero,
il bacolo, il triquetrum, e olometro di Abel Foullon. Cronache, probabilmente
riprese da Giovanni Bembo nella Cronaca Bemba. Aurea in quinquaginta Davidicos
Psalmos doctorum graecorum catena interpretante Daniele Barbaro electo
patriarcha Aquileiensi, Venetiis, apud Georgium de Caballis. Note
La pratica della perspettiva, consultabile (testo italiano + tavole
originali) Giuseppe Trebbi, Barbaro
Daniele, in Nuovo Liruti: dizionario biografico dei friulani. 2: l'età veneta.
A-C, Forum editrice universitaria, Udine Eubel, Hierarchia Catholica Medii et
Recentoris Aevi, III39, che cita gli Acta camerarii e gli Acta vicecancellarii
8, f 7 Cellauro, B. and VITRUVIO: the
architectural theory of a Renaissance humanist and patron, Papers of the
British School at Rome, Paschini, B. letterato e prelato veneziano del
Cinquecento, Rivista di storia della chiesa in Italia, Władysław Tatarkiewicz,
History of Aesthetics, III: Modern
Aesthetics, edited by D. Petsch, translated from the Polish by Kisiel and
Besemeres, The Hague, Mouton, B.,
Pratica della perspettiva, In Venetia, appresso Camillo, et Rutilio
Borgominieri fratelli, al Segno di S. Giorgio, Devreesse, La chaine sur les
psaumes de B., Revue Biblique, Mercati,
Il Niceforo della Catena di B. e il suo commento del Salterio, in Biblica, Storia della fotografia Villa Barbaro.
Treccani Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Vacca, B.
in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Daniele Barbaro,
su Enciclopedia Britannica, Giuseppe Alberigo, Daniele Barbaro, in Dizionario
biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Opere di B., su openMLOL, Horizons Unlimited
srl. Opere di B.,. David M. Cheney, B. in Catholic Hierarchy. B., su museo galileoMuseo Galileo, Firenze.
Daniele B. su mathematica.sns Edizione Nazionale Mathematica Italiana, Pisa,
Centro di Ricerca Matematica Ennio De Giorgi Salvador Miranda, Barbaro, Daniele
Matteo Alvise, su fiu. eduThe Cardinals of the Holy Roman Church, Florida
International University. PredecessorePatriarca di Aquileia Successore
Patriarch Non Cardinal Pio M.svg Giovanni Grimani Aloisio Giustiniani Umanisti italiani Nati
Venezia Venezia Barbaro Patriarchi di Aquileia Ambasciatori italiani. DELLA
ELOQUENTIA, DIALOGO. INTERLOCVTORI:
L'ARTE, LA NATVRA, ET L'ANIMA. R. IO VORREI VOLENTIERI Natura, che noi
disputassimo insieme, se però l'ufficio del disputare alla tua conditione si
conuenisse. NATURA. Il disputare é cosa
da te, ò arte, figliuola mia. Ma se à me stesse l'ammaestrarti, di presente
direi, che tra il tuo intendimento, o il mio, alcuna differenza non fusse, da
che dentro ti venija se il contender meco. ARTE. Al almeno desidero tale
occasione. NATURA. Vano, o dannoso desiderio é il tuo, si perche io non
sono mai ociosa, come perche tu sempre dei non mes no abbracciare il bene che
cercare la verità delle cose. ARTE. Niena te più migioua che il bene ne che il
vero più mi diletta. NATURA. In questo almeno tu m’assomigli che ouunque sia,
ch'io mi ritrdovi, il vero sono, o il bene di ciascuna cosa. ARTE. si, ma tu alla cieca ne vai, e io di tanto amo
ogn'uno che con deliberato consiglio, o a nati veduto fine faccio, lo di far
bene. NATURA. Emmi pur manifesto che la tua grandezza è di nascondere te stessa
quantopuoi o di accoltarti à me. ARTE. Questo é, ma ciò a viene, perche tu
prima di me al mondo venisti, o gl’uomini a tuoi piaceri adulasti, innanzi
ch'io ci nascessi; o questa mia imitazione non ti accresce dignitade alcuna.
Percioche, nella formica vile animaluzzo e più degna, nell’uomo meno onorato,
ancor che questo quella imitando, l'estate per lo verno si proueda. La mia
industria, o natura, fa maggiore il tuo povero patrimonio. NATURA. Che
accrecimento farebbe ella, se io non ti lasciassi che accres cere? Tu pure, se
uuoi, ben sai, che ogni opera presuppone il soggetto, senza il quale nulla si
può fare. Que so da me, non da te procede. Oltra che appresso giusto giudice il
secondo. A secondo luogo, non che il primo, ti faria denegato. ARTE. Giusto à
tua scelta intendi colui, che te à me anteponga; ma nonſai che per la età molto
ti concedo. NATURA. E mi piace di ragionare an poco tea co sopra questa
materia, poi che tant'oltra proceduta ſei, che di te con buona equità midolga.
Dicoti adunque, che in ordine di onoranza ne prima ſei, né ſeconda. ARTE. Chi
adunque à noi soprasta? NATURA. Chi ne fece ambedue é il primo senza mezzo da lui
nace qui. Tu doppo me sei. NATURA. Adunque mentono coloro che affermano, te esser
madre universale, poi che tu stessa non nieghi eſſere d'altruifattura? NATURA
Ad un modo io sono madre, ad un'altro figlia. ARTE Adunque di te cosa picprestante
si truova? NATURA. Chi ne dubita? Ma io per essere a gli umani sentimenti
vicina, tutta fiata son preferita. ARTE. Hai tu conoscimento di fine alcuno?
NATURA. Certo no. Ma nel gouerno del tutto io son drizzata, e quasi addestrata
dal padre mio. ARTE. In che dunque é ripoſta questa tua gloria? NATURA. Tanto
potente, saggio, e buono é il mio fattore, che la sua gloria in me mirabilmente
soprabonda. ARTE. Sommi più volte marauigliata di coteſta tua occulta uirtù,
dalla quale tu ſei cosi gentilmente guidata jpelefiate mi è uenuto in animo di
cre dere che ella forſe habbia potere di trar mead imitarti diforza; ergo però
diſcorrendo,etpiù dentro penetrando, bo giudicato eſſere gran famiglianza tra
quelprincipio, che ti muoue, &me, ondeper la ſea creta uirtu,non tua,io mi
muouo ad operar come tu fai. Ma poi mi pare,che,ſe il diſcorrere l'ordinare,e
il ridurre àfine le coſeantiue dute, è ufficio mio,io ſia inanzi di teſtata nel
Cielo appreſſo il padre tuo, che egli habbia l'opera mia uſata in generarti ò
produrti NAT. In altra guiſa io faccio le coſe mie tule tue, di quella del
fattor noſtro, chenehafatte, et create.Però guardati dinon giudi care troppo
animoſamente le coſe, figurando le inuiſibili, et occulte per le uiſibilio
manifeſte. Ma perchecosi agramente mi condane ni? ſe in qualunque modo tu uuoi
per le coſe già dette chiamar mi, ò madre, è figlia, o ſorella, ó amica
ſeisforzatadi nominarmi? no mi tutti di congiuntione, amicitia, oſtrettezza.
Egli non ſi uuol có. si correre a furia. AR. Non ti adirare ó Natura, che io
non ho contra te mal uolere, né il finemio é ſtato cattiuo, anzi per lo tuo ef
faltamento ho uoluto raffrenare la mia credenza, che era di ſapere con qual calamita
io tirata fußi ad operare come tu fai,e mi uenu to ben fatto per lo
ragionamento, che éftato fra noi, perche hauen do noi do noi ritrouata
l'origine del noſtro naſcimento, ſiamoſicuré della no ftra nobiltà, come quella
checon la eternità ſipareggi,o dal primo fattore d'ogni coſa proceda. Ma ben mi
duole, et per queſto ti ho chiamata,cheà molte ſciagure ſia la grandezza mia
ſottopoſta.Et quanto maggiore è lo stato mio, tanto àpiù pericoli mi ueggio
eſſer ſoggetta. NAT. Quai ſciagure, oquai pericoliſono queſti? AR. Saper dei
Natura, madre mia, che in tutte le parti delmondo mi truouo hauer molti
miniſtri,de quali neſono alcuni,chemifanno una gran uergogna, a oltre à ciò
miſono di danno infinito, o per lor cagione io ne ſento male. Perche non
indrizzando me al debito fine, anzifieramente in abuſo ponendomi, come buona,
utile, oono reuole cheio ſono,rea,dannofa, et uituperabilemifanno. Ondegli
huomini per mezo mio ingannati da loro, certi de' loro danni, main certi di chi
la colpaſiſia, s'accendono d'ira contra dime, à guiſa di co loro,che le ſpade,o
non glihomicidi punir uoleſſero. NAT. Tu non ſei ſola nelmale di si
fattioltraggi, tutto'l dime ne uengono afe ſai. Percioche producendo io ogni
coſaà beneficio della vita di chi ci naſce, moltiſciagurati epieni dimal
talento, maleufando l'arti ficio loro,empiono iltutto diconfuſione, auelenando,
uccidendo,in, gannando, eoffendendoſenza riguardo alcuno; e chi ode o xede tali
ſceleraggini, maledice ogni mia fattura. AR. Duraper certo ėlaforte noſtra,però
che il uolgo cieco, &ignorante non ſa, chereo non è quello, che in bene
uſar ſipuote.Maper uer direzio poco mi marauiglio, ſe il ueleno auelena,ò il
ferro uccide, ma ben grandeam miratione miporge,quädo il cibo, di
cuiſiuiue,cosi ſpeſſo in cattiuo umore ſi conuerte, che alla morte conduce. Et
ciò dico à fine,chetu Sappia quantoiogiuſtamente mi dolga,che lapiù pretiofa
parte, che tupergratia del tuo fattoreall'huomo cõcedi conla quale egli poſ fan
debbia altrui eſſere d'infinito giouamento, cosi ad offeſa Sia, ex à danno
preparata, che niente più. NAT. Chié quelmaluagio Oingrato,che tal coſa ardiſca
di fare? AR. L'Anima, o la più diuina parte di lei. NAT. Perseguitiamola
dunque, o facciamo la citare dinanzi al tribunal diuino, Voglio, che ella dica
la cauſa ſua. AR. Ma prima uoglio,che infingendo noi con eſſo lei, tanto la
prendiamo che ella dica à noi ogni ſuaeſcufatione. NAT. Né la giuſtitia del
Giudice, né la uerità del fatto, nela tua dignità ricerca tale inganno,eſſendo
quello ſincerißimo,la coſa uerißima, otu quel la,che del medeſimo errorej, del
quale ſei per riprender lei, puoi eſ A 2 Ser accufatd. A R. Ben di..Ma io
altrimenti non ſonouſata difure. Ma eccoti queſta ingrata,che di molte parti,
et eccellenti doni da noi dotata d'alcuna gratia,che futta le habbiamo,non ſi
ricorda,contre mecon me fteſa,o contra te per li beni, che dato le hai, altiera
ſi lieua. Aſcoltiamola alquanto. ANIMA. Iddio vi ſalui ſorelle amantißime,
delle qualiund mi rende atta l'altra mi fa gagliarda als l'operare. AR. Et te
ancora ſecondo il tuo buon uolere, ma dins ne, che usi tu cercando? AN. Te
ſopra tutte le coſe. ARTE. In parte difficile ti ſei riuolta, perciò che
biſogna, che tu oſſeruicon di ligenzatutte le operationi, a modi di coteſta
noſtra commune amis ca. AN. Hoio ad impiegare tanta fatica, innanzich'io
t'imprens da? AR. Et poſponere a queſta ogni altra cura,ben che dolcißima cura
ti fia, per la ſperanza dello acquiſto, che ne farai. Ma che parte di me
conoſcer deſideri? AN. Indifferentemente,ſe poßibil fuſſe, tutte le uorrei,
tutte le abbraccerei tutte le poſſederei. Ma ora grado mifia tant'oltre
procedere, ch'ioſappia altrui paleſare i cons cetti miei. AR. Più chiaramente
midi quel che uuoi,perche in molte maniere giouar ti poſſo d'intorno à cosi
fatto dimoſtramento di penſieri. Vuoi tu ſapere conqual nodo di ragione ſi
ſtringa ung parola con l'altra quale ſia la concordanza de' numeridelle per
fone, ode' uocaboli delle coſe, et con quai regole dirittamente fifcri Me? AN.
Queſta parte io la preſuppongo. AR. Forſe tu uai cer cando d'intendere con
quale unione una coſa con l'altra conuengd, per poter'à tua uoglia diſcorrere, argomentare,
o foſtenere le cons teſe AN. Né ciò
intendo per ora, ma di più dilette uol parte ho curd. AR. Tu uuoi tutta fiata
porgere diletto col parlar ſoauiſ fimamente,à guiſa di delicata uiuanda
acconciandoi numeri, il ſuono, per l'armonia delle uoci eſprimenti coſe
piaceuoli, et grate à i fenfi umani? ARTE. 10 uorrei più adentro penetrare, né
tanto effer folles cita di piacere alle orecchie,quanto di giouare all'animo,
operò dimmiſe hai più parti, quaſi figliuole,cui ſi conuenga la cura del ras
gionare. AR. Honne, o hauer ne poſſo ancora molte altre, che nonſono in luce;
ma tra le altre una ue n'ba, che non è leggitima; un'altra la quale bēche
leggitima ſid, pure e di tāto riſpetto, che rare Holte ſilaſcia al mondo
compiutamente uedere. La prima in tanto da me é hauuta per buona, in quanto
ella inſegna di conoſcere gli ingan ni del parlare, e à fuggire i ciurmatori.
Laſeconda e da me coſto dita, &guardatamolto, percheio temo, che gli
huomini di malaf fare non la ſuijno. Et eſſendo ella di bellezza,o di forma
ſopra ogni altra eccellente gran pericolo miſoprafta Jlquale tolga lddio, ma
doue non paſſa la maluagità umana: doue non penetra l'audacia? ego di queſto,
poco fa, la Natura, a io ci doleuumo, et penſauamo,che tu fußi quella tu, che
d'ogni male Q uergogna noſtra fußi l'apporta trice. AN. Perunared eu perfida,
che ſi truoua, non crediate di gratia, che oggi di tutte ſieno tali,perche da
me ui prometto,che als tro che onore non hauerete, AR. Bene, o cosine cape
nell’anis mo. Che uuoi tu adunque da me ſapere?
AN. 10 cerco molto, Ò Arte, à modo mio di posſedere coteſta tua cosi
bella, o riguardata figliuola,à benefitio deipopoli, o delle genti, o à gloria
tua, di me,dicui altro cibo più ſoaue non truouo. AR. Prega tu prima la Natura,
che à te conceda corpo ben diſpoſto, oformato, aſpetto graue, o gentile, uoce
chiara, á eſpedita fianco,modo, o mouimen ti conformialla virtù, che
deſideri". Appreſſo poi à me prometterai congiuramento di non ufare già
mai la figliuola mia,uezzofa, inſos lente, « che tanto uagaſia delle bellezze
ſue, che per farſi uaghegs giare in ogni luogo, in ogni tempo, in ogni
propoſito ſenza riſpetto alcuno compariſca. Et con luſinghe eadulatione dal ben
fare le genti, o i popoli aſcoltanti rimuoua. AN. Se ottimo uolere, fe
oneſtédimanda ritruoua luogo appreſſo di te, o Natura, con ogni af fetto ti
priego, chetu mi dia quello chel'arte mi perſuade, che ti dis mandi, corpo
gratiofo,formato,odotato di quelle parti, che conue nientiſono alualore della
figliuola fua. Etſe bene in alcun tempo io non ti poteßi di tanto
donorimeritare,pure non ceſſerò di eſſertiſem pre obligatißima. NAT. Siati la
gratia, che dimandi, conceſſa. A N. Io tigiuro ó Arte,perquella diuinità, che
ſi truoua maggiore, di accoſtumare la tua figliuola à giouare ouà ben
far’altrui, né per modo alcuno permettere, che ella ſeguagli apperiti
diſordinati, ma circoſpetta ſempre, oſempre riguardeuole compariſca. AR. CO si
habbi la chiarezza del ſangue, la libertà, eccellenza della pas tria, ibeni da
gli huomini defiderati, come ciò facendo,alcolmo della gloria à pochi
conceſſa,peruenirai. NA. Felice patria,che di tale, e tant'huomoſaràfornita.
Maqual patria le dareſti tu, ó Ar te? ARTE A'mia uogliale darei quella,in cui
le leggi poteſſero piit, che gli huomini, doue la maggior parte alla commune
utilità s'ina drizzaſſe; antica,nobile,illuſtre,e di quelgouerno, nel quale il
bes ne di tutti glialtri gouerniſiconteneffe, qualeforſe non più che
unds'e s'è ritrouata,oſi ritruoua al
mondo, oforſe tu, o Natura,conſentia ſti di prepararle il più ſicuro et comodo
luogo, oil piie forte fito, cheueder ſi poſſa,nonmeno al mare che alla terra
uicino,cui di gra tiaſpeciale ancora il Cielo concede priuilegio di eſſer
nimica d'ogni tumulto, o ſeditione,parca,pia,oreligioſa, con inſtitutiottimi
temperata: NA. Troppo di cuore commendi, o lodi queſta tua Città, eforſe à ciò
fare queſto t’induce,che tu in eſſa puoi il tuo ud lore, o la tuaforza
chiaramente dimoſtrare. Ma tu, ó Anima, già ricca di tanti doni, chefatti
t'habbiamo, che dici? A N. Le gratie non ſonopari al uolere,io attendo quello,
che attender dei, &sò lo ſtudio,che tu ſei ſolita di porre nelle coſe
tue;mi& rendo certa, che tuſai ancora, che ritrouando io unatemperatißima
compleßione di corpo,à quella dò la umanaperfettione, o come quella temperanza
cade, cosiſopra di eſſa declina ilmio ualore. Làondeſono alcune co ſe,
allequali io non degno la uita concedere. Ad altre ueramente dos no la uita,ma
le operationi di quella cosi ſono occulte, che in forſe fi ftà di credere ſe in
eſſe la uita ſi truoui. Altre uita,ſenſo, omouis mento da me hanno comealcune
intelligēze, et amore, coſa nobile et ueramente diuina. NAT.
Queſtomipare,checosi ſia map ure als cuna fiata io ueggo, che le anime uan
ſeguitando le compleßioni de' corpi. Onde poiſono alcuni ſdegnoſi, alcuni
manſueti, altriuanno dietro alle apparenze, altrialle fauole più che alla
uerità fi danno, emolti in ogni pruoua, ſoda ex inquiſita ragione uan
ricercando. A N. Et queſto èquello da me tantodeſiderato dono, che e di ſapes
re in tal guiſaſpiegare i concetti miei,ch'io ſatisfaccia à tanta diuer. ſità
di nature, o d'ingegni. NAT. Quando tu ſarai giunta à quel paßo,chetu ſappia
per mezo dell'arte cosi ben gouernarti con ogni maniera di perſone,
dotte,roze,ciuili, barbare, umane, e inumane, allora potrai à tua uoglia
mitigar’anco gli adirati, fpingere i pigri, raffrenare i feroci, ingagliardire
i deboli; et di uno in altro cótrario à uiua forza ogni anima tramutare. ANIMA.
Coteſta é und magica eccellentiſsima. Ma tu Arte,cui è dato di ritrouare alcune
uie ragio neuoli di peruenire alla cognitione di coſe non conoſciute,
incomincia da quelle che facili, en eſpedite ad inuiarmi al deſiderato fine
riputes rai. Ar. Cosi uoglio, o à te farò capo, ó Natura, dinuouo addis
mandandoti,di che beni uuoi tu adornare queſta noſtra nouella ſpoſa? NAT. Hollo
già detto, a più aperto ti diſtinguo,dar le uoglio, ol tre al corpo ben formato
unauoce grata, chiara, eguale, che ogni ſuono ageuclmente ſi pieghi, e che ſe
ſteſſa inſino all'eſtremo ſoſtenti. AR. Et io le dimoſtreró parole atte ad
eſprimere leggia dramente ogni concetto,pure,ampie, illuftri, eleganti
ſeuere,giocona de, accoſtumate, ſemplici,uere, tarde, ueloci, ofinalmente tali,
che abbracceranno la uera idea di me in queſtoeſſercitio. Et di più io
l'inſegnerò di collocarle si fattamente inſieme, che diletteranno ſema pre, o
non falliranno già mai; or iu Anima farai ociofa? AN. Hauendo io per gratia di
te Natura le coſe conuenienti, oper tud corteſia ò Arte le parole conformi,
farò si, che niuno in mepotrà de fiderare ne penſamento neſtudio alcuno. NAT.
10 a' ſenſi tuoiſot toporrò tutte le coſe, dalle quaifacilmēte ti uerrà fatto
di prendere argomento di ragionare. Tu fin tanto non mancherai di diligenza.
AR. Paterno, oſaggio ricordo. Però che con la diligenza ogni giorno teſteſſa
auanzerai, ella ti farà poßibile ogni impoßibilità, ela la é la perfettione,
lalode di tutte le opere de mortalijà cui cons giunte ſono tutte queſte coſe,
cura, induftria, penſamento, fatica,eſſer citio, imitatione de migliori, «il
tempo padre d'ogni coſa. Credi adunque à me quelloche la lunga eſperienza mi
haidimoſtrato, cioé, che niente giouano imieiprecetti,niente le regole, niente
gli ammae ſtramenti,ſenza la diligenza,con la quale oltre alla inuentione,
all'ordine delle coſe,otterrai di accommodar la uoce alle parole, eſpri mendo
le umili con baſſo, o rimeſſo ſuono, le pure coniſchiettezza, le afpre con
durezza,abbaſſando, et inalzando queſto beato inſtrué mento à que' tuoni, che
ſaranno conuenienti. An. Coteſte fono leggi da eſſere oſſeruate allora che io
ſarò col corpo congiunta. Pers cheben ſai chenė lingua, nė uoce habbiamo, nė
però egliſi uuoldire cosi ad ogn'uno,in che maniera tra noi fauelliamo. NAT. 10
ſo be ne, chegli huomini andrannofauo leggiando di noi, come altre fiate hanno
detto chele cannucce parlarono, ilche é maggior miracolo, che ſe gli Indiani
uccelli eſprimono le uoci umane. A R. Se già col mio aiuto uolarono gli huomini,
molte coſe inſenſate hebbero mo uimento, che marauiglia potranno oggi
maiprendere del parlar nos ſtro? AN. Che debbo dir’io? partita ora dalluogo,oue
il parlaa re é uiſibile, l'intendimento ſenza fauella ſi ſcuopre, muoueſi ſenza
luogo,e s'impara ſenza discorso. AR. Coteſti miracoli, che tu ci narri,ſono
ſegno, che tu non habbia biſogno dell'opera noſtra. AN. Tu di vero, ſeio nella
mia primiera ſimplicità mi rimaneßi. Ma diſcendendo dalpuro o purgato eſſere, o
venendo quaſi ad un'aria infettata e corrotta,molto mi ſento dal mio primo
ſtato ria moſſa. NAT. Peggio ti auerrà meſcolandoti con la masſa matea riile
del corpo. A N. Ad ogni modo mi biſogna ſtar ſottopoſta. AR. Non uſciamo di
ſtrada,macome buoni mercatanti accontiamo inſieme. Haßi dunquefin'ora promeſſa
di uoce eſpedita, di copia di parole, di modo conueniente di accomodar la uoce
alle parole;oraci reſta di affettare le parole alle coſe. Cheditu Natura? NAT.
Die co, ch'egli è più che neceſſario queſto affettamento,ſenzail quale le
parole ſarebbon uane et ſenza frutto, però accreſcendo le doti, che io intendo
dare à coſtei, promettole di dimoſtrarle nelle coſe mie us na certa uerità,
alla quale accoſtandoſi, potrà ſeco tirare ogniforte di gente, o di tale
ueritàſenza dubbioti affermo eſſerne ogn'uno capace. A'R. Già tre corde di
queſto liuto ſono accordate, uoci, parole, a coſe. Reſta, che nelle coſeſi ueda
una certa conuenienza con eſſo teco,ò Anima, e con le parti tue; che ne riſulti
la perfetta e compiutafoauità della deſiderata armonia. Però aiutamia ritros
uare le tue più ſecrete parti, epiù occulte uirtù, acciò cheſi ſappia qual
parte di te, con quai coſe, « con che parole, et con che attione ſi debba
muovere. A n. Piacemi queſta diſpoſitione mirabilmene te ofappi,che
auenga;ch'io nonſia ſtata col corpo già mai, nientes dimeno come nouella ſpoſa
nella caſa del padre molte coſe hoſapute, che mi aueranno quando ciſarò legata.
A R. Ora incomincia à dir mene alcune. AN. Hogià inteſo,che quando io ſarò con
eſſo il cor po, molte mie forze emoltemie uirtù ſi ſcoprirāno,le qualiora non
ſi conoſcono. Et prima ne gli occhi io ſarò il uedere, nell'orecchie l’u dire,
nel palato il guſto, per ogni luogo oparti del corpo faró ſentimento, nel cuore
principio diuita,di ſenſo,etdi mouimento. Ben che ad altra intentione altri
riguardando,la origine di tai coſe ad al tre parti aſſegnerano. In un luogo
ſarò fantaſia,in altro memoriain altro ingegno,et per tutto ſarò anima.Et ſe il
corpo fuſſe di tal tem pra, chegli fuſſe diffoſto à riceuere ogni mis uirtù,
farei nelle orecs chie la uiſte, o ne gli occhi l'udito, quantunque per molti
accia denti, che uengono à i corpi, l'animepouerelle uſar non poſſano le
forzeloro, da che nacque l'opinione di coloro, che dicono "credos no che
noi moriamo inſieme col corpo.Ma io ti giuro per quell'onnis potente maeſtro,
che mi fece che noiſiamo immortali, oſe ora io fo noſenza il corpo,perche non
ſi dee credere che io reſtar poſlı dapoi, che'l corpoſarà disfatto? AR. Tutto
chemolte ragioni aſſai pro Babiliper l'und ei per l'altra parte mi
muouano,pureal modo,che io Sonoſolita di cercare la uerità delle coſe,io non
ſono puntoſicura del la voſtra immortalità, però rimettendomi à qualche maggior
ſapien za, che la mia non é, mi gioua di credere che noi uiuiate eternaměte. A
N. Più oltraiſe fenza il corpo conoſco,fo ueggio, econoſco di
conoſcere,miapropria operatione, che dirai tu poſcia dello eſſer mio? AR,
Ritorniamo al cominciato ragionamento. An. Ben ti dico ora delle forze mie,
perche io conoſco di dentro, e di fuori, dentro con la fantaſia, col diſcorſo,
o con l'intelletto, o ciò si dia mandavolontà, come quello del ſenſo appetito,
il quale hauirtù di porſiinanzialle coſe diletteuoli, o di fuggire le
diſpiaceuoli.La no lontà è Regind. AR. A'me pare, che tu mi hábbiposto inanzia
gli occhi la forma di una ben'ordinata Republica, nella quale ui ſia il
Principe, iCoſiglieri,i Guardiani, et gli Artefici. Mainfinitamentemi doglio
d'alcuni, che per molti ſecreti auenimenti, de' quali non fan renderealtramente
ragione, corrono à fabricar nomi, che nonſono, et con quegli impauriſcono le
genti,aguiſa delle nutrici,che ſpauenta, no ifanciulli con le fauole, quindi è
nato il nome della Fortuna,cui ca pital nimica io ſempreſonoſtata, nõ percheio
creda,che à quel nome alcuna coſariſponda, maperche mimoleſtalafalſa opinione
di colo ro, che non ſolamente uogliono, che ella ſia una coſa come le altre,
che ſono, ma le attribuiſcono la diuinità. NAT. 10fo bene, che la for tuna non
è fattura mia. ART. Né di me'ancora. An. Molto mea no dimeauezza à coſe stabili
e impermutabili. ART. Laſcida mola dunque andare, o ueggiamo ſe io ti bo
ben’inteſa, due ſono i conſiglieri,per quanto io comprendo,ragione,
&appetito, daiquali commoſſo e perſuaſo,s’induce à fare, eoperare il tutto,
perche ora nė difortuna,nédi uiolenza alcuna ragiono. A N. Senza dub bio, ſe
riguardi al nome, maſaper dei, che ſotto queſto nome di appea tito ſi
comprendono due conſiglieri,l'uno, nel quale è poſto l'iracons dia,che è come
difenſore dell'altro,nelquale è posta la cõcupiſcenza. AR. O diquantimali, e di
quante conteſe l'uno e l'altro de gli appetiti ſuoleſſer ſemenza. An. Queſto
non già auiene pur il dritto gouerno in tirannia non ſi tramuti. Diritto gouer
è quel lo,nel quale,chi deue ubidire, ubidiſce, ochi dee comandare, cos
manda". La ragione adunque di queſta piccola città preceder deue allo
appetito, e non permettere, che egli ad abandonate redini cors sendo, ſeco
dietro la tiri. AR. Moltomipidce quello che tu di,eso B per che 1 jo per
ricompenſa di tal piacere voglioti ſcopriremoltiſecreti, che io bo d'intorno
alle predette coſe.Ma dimmi tu prima queſta una parte, nella quale é riposta la
ragione,diche hai tu inteſo cheella eſſer deb bia adornata? NAT. Diſcienza o di
buona opinione ART, Vero é, per che la ſcienza é ilpiù bello adornamento, che s'habs
bia, al qualeſe s’auicina la buona opinione,ò che gentileabito é que ſto,diche
l'animaſiueſte apparando le ſcienze. Alora ella acquiſta laſua
perfettione,allora ella é pronta à conſeguire il deſiderato fine, et quaſi
ſeſopraſeinnalzando auanza ogni coſa mortale, o ſi cons giungecon la
diuinità.Ma come di coſa precioſa,orara, difficile,or non da noi ora
cercata,non ne ragioniamo, ma ritorniamo alla buong opinione, la quale si come
la ſcienza è una certa cognitione delle cofe occulte, nata da uere og manifeſte
cagioni, cosi eſſa opinione è una incerta notitia,nata da alcune dubbioſe
cagioni, alle quali l'anis ma con timore difallire, odi errare, s'inchina. Per
uoler'adunque ottenere l'intento fuo,é biſogno conoſcere il modo,col quale
dapia gliareſi hanno,o, comeſidice, farſi beneuoli i detti conſiglieri,ac cio
che acquiſtata lagratia loro, l'animaſi muoua àfareleuoglie di chi
parla.Muoueſiadunque la ragioneuol parte,che è nell'anima, că lepruoue, ocon le
ragioni; et tal mouimento s'addimanda inſegna re. Etperche la ragione è uno de'
conſiglieri, prudente,etſuegliato, perd nell'ufficio deŪ'inſegnare é di
mestiere diacuto epronto inten: dimento, mal'appetito in altro modoſimuoue.Il
primo, che è detto Concupiſcibile,richiede una certa piaceuolezzaet
cõciliatione. Pero ciòche cosi di dentro i petti umaniſono da quello tirati.
Ilſecondo gli fpigneàforza, operò cõ eſo egliſiuuole uſare uno impeto, a cui
più propriamente queſto nomedimouimento ſi conuiene, che à gli al tri; e
comedebito è lo inſegnare,cioè il dimoſtrare con ueriſimil pruoua le propoſte
coſe, cosi è onoreuole il conciliare, o neceſſario il muouere. Ma da ogni
afficio di queſti tre peruiene lapropria dileto tatione. An. Io ſo almeno,che
altro diletto non ho che lo apparda re. AR. Et tu prouerai appreſo quanto
piacere naſca negliapa petiti. An. 10 pure ſono auifata cheeſſendo in eßi
ripoſte le umaa ne affettioni, nonpuò eſſere che ſenza riſentimento di dolore
ſimuou wano. ARTE. In ogni affetto, et mouimento d'animo, dolore, o piso cere
ſono compagni.Oruedi quáto sfrenataſia l'iracondia, oquana to doloroſo ſia
l'adirato,et pure conoſcerai, che lo appetito,et la ime ginatione della
vendettaglie piùfoane che il mele. Ho duucrtito, che nc ELOQVENZA. ii negli
eſtremi dolori gl’uomini hauuto hanno piacere di dolerſi, ayo il non poter ciò
fare, èſtato loro di doppia doglia cagione, non cbe à loro elettion ehaueſſero
uoluto l'occaſione di dolerſi,ma poſti neldo lore; dolce coſa il poter'à lor
uoglia ramaricarſi hāno riputato. Dilet ta ueramente la SPERANZA, ma il
deſiderio la tormenta. Peßima coſa è la diſperatione tra tuttigli affetti
umani, maſola è ſicura contra la morte. Mauannetu diſcorrendo nelle altre
perturbationi,che trouca rai nella allegrezza ſteſſa un mancamento diſpiriti,
ounatenerez xa, che al pianto ti condurrà fpele fiate.Però io
tiſcuopriròintorno à tai coſe bellißimiſecreti. ANIMA. sidigratia; percioche
queſte mi paiono leuere, epotentifuni, con le quai ſi tirano l'altrui ate nos
ſtre uoglie. A R. 10 ho inſegnato a' mieifedeli,che non fieno fema pre
folleciti d'intorno ad unoaffetto, per fuggire la noia con la uda rietà
dellecoſe, imitando la Natura, la qualeama ſopra modo il udm riare,o il mutare
le coſe ſue. NAT. Vero è, perche chiaramente dei vedere la diuerſità delle
ſtagioniedei tempi, la grandezza co l'ornamento de i cieli, la moltitudine
delle coſe e delle apparenze, ch'io ſonouſata di dare alle coſe mie. AR.
O'quanto io leggo fo pra il tuo libro è Natura;ma non abandoniamo l'impreſa.
Deiaduna que fapereè Animà un'altro ſecreto, non meno delſopra detto bello,
degno da eſſere apprezzato. Jo ti dico che tu auuertiſca bene di nõ ſollecitare
con tutte le forze ad unoſteſſo tempo i detti conſiglieri, perche l'anima
trauiata in molti mouimenti, non attende comeſi dee ad un ſolo.L'eſperienza ti
moſtrerà, che ad un'bora né gliocchi, di belißime pitture,né l'orecchie di
ſoauißime confonanze potrai pies: namenteſatiarejma compartendole opere, meglio
aſſai per guſtare i diletti,e i piaceri delſenſo,uederai quanto può
queſtaſeparata pers ſuaſione. Inſegna adunque. Inſegnato che hauerai, muoui,
apporta le facelle, et eccita con gli ſtimolide gli affetti l'animo de
gliaſcoltanti. AN. O' Arte tu ſarai ſempre arte. A n. Et tu anima ſaraiſempre
anima. ANIMA. Eſſendo io anima, o da te ammueſtrata,diuentero Ar te, o tu
eſſendo in me Arte, Anima diventerai. A R. Nuouo miracolo, didue coſe farne
una; ma digratia non ci laſciamo ſuiare dalle occaſioni,che in uero alcuna
uolta épiùdifficile la ſcelta, che la inuentione. Ora foniamo a raccolta, o
quaſi ſotto uno ſtendardo ria duciamo le tue;uirtù, dalle quali fin’ora
habbiamo iregali aßiſtenti ragione, concupiſcenza,oira. Reſta, che andiamo alle
altre parti.; AN. Cosi faremo, o da eſſa memoria ſidarà principio. AR..O B
quanto tiſon tenuta in nomeſuo,che mi giouerebbe duuertiré un'afa fetto di
Natura, ſe altra fiata in quello abbattendomi, la memoris preſta nõ mi diceſse,
Eccoti,ò Arte,quello che ancora uedeſti. Che es ſperienza ſitruouain meſenza di
eſſa? chis'accorgerebbe, che in al. cuna di uoi, ó Anine, io miritrouaßi, ſe
non fuſe la memoria come guardiana, teſoriera ditutte le parti dello ingegno?
onde con ues rità ſidice, Che tanto fa l'huomo, quäto ſiricorda Naſce la
memoria dal bene ordinare, l'ordine dello intendere, odal penſamento, però
poſſo io con le imagini in alcuni luoghi riposte artificioſaméte indura rela
memoriadelle coſe. NAT. A lungo andare tu le ſeipiù toſto di danno, che di prò
alcuno, però non mipiace altro che uno eſſercitio, di eſſa memoria,cheſi fa
mandando motte coſe à mente. A R. Che fai tu di eſſercitio • Natura, l'ordine
della quale è ſempre conforme? il tuo fuoco ſempre tiraall'insù, la tua terra
per lo dritto all'ingiù di fcende, o cot ſuo giuſto peſo al centro rouinando à
modo alcuno non fi può uſare alla ſalita.volgeſiilcielo tutta fiata
raggirandoſi in ſe medeſimo, ogni tua legge e impermutabile, o tutto che i tuoi
mona ftri, le tue ſconciature alcuna volta ci diano da marauigliare, pus ge
ſono tue fatture,néſono alla tua generale intentione repugnanti, mal'Anime da
uno in altro cõtrario trapaſſando, buone di ree,et ree di buonediuengono. NAT.
Io conoſco il biſogno in quel modo che gli occhi comprendono la notte, che é
priuatione di luce, ma ben ti dico, chela memoria da me con molta cura é
guardata nella compoſiz tione dell'huomo. A R. Io l'ho auuertito nel tagliare
di eſſo, egomi fono marauigliata con quanta cura difeſo hai quella parte,nella
quale éla memoria collocata, hauendole dato nella parte di dietro della tes ſta
un'oſſo fermo, e rileuato,che da ogniſtraniera forza nella difens da. Tui in
temperata umidità e la impreſione, e in ſecco proportios nato la ritentione
delle coſe. Ma tu Arima,la cui nobiltà fi fa manife ſta per tante et tali
operationi, di ciò il tuo fattore ne ringratierai, regolando con la ragione i
tuoi appetiti, penſa,ordina, ocon lo eſa fercitio conſerua la memoria quanto
puoi,percheciò facendo,tale di senterai, quale deſideri, e conoſcendo te
ſteſſa, conoſcerai l'altre tue forelle, et come della più onorata di eſſe la
tua ragione ſopraſta alla loro, il tuo dritto deſiderio ſarà lor freno, onde
infinita riputatione acquiſterai,perche di leggieriſicrede à colui, in
chiſifida, et facilmen te ſi fida in chi ſi truoua autorità, w credito, il qual
naſce dalla inte grità,o bontà de' coſtumi, o queſto é,ch'io deſideroſa, fe
altra ſi truoua del bene,temo aſſai non abbattermiin perſone ma lungie. AN: In
che potranno ufare la loro malu agità, non eſſendo lor data ſede? ART. Come io
non ti niego,che il uiuer bene, es accoſtumatamente non ſia di gran giouamento
à farſi luogo nel coſpetto degli huomini, e acquiſtarlagratia de gli
aſcoltanti,cosi non ti conſento che l'has uergli dalla ſua,per uirtù, oforza di
parole non ſi poſſa fare. A N. Perche inſegni tu coteſti incanteſimi? A R. Il
mio ualore e tale, che io poſſi in parti contrarie e repugnanti, ſenza che io
deſidero ſcoprire in altruiſimili inganni, e però biſogna conoſcergli, cosila
uerità ſtadi ſopra, ola bugia cade'uinta in terra,cosiſiponfine alle conteſe,
cosi ſi terminano le liti, cosi ſi ammolliſce le durezze degli adirati,
s'attura le rabbie de’ ſeditioſi, ſi ſollieua l'autorità delle leggi caduta
contra il uolere di quegli, che ſtimando l'oro, l'argento, più cheil douere, et
à prezzoſeruendo, poſpongono la ſalute coma mune alla utilità priuata.o quanto
nei publici mali,e nei tempi pe ricoloſi compenſo pigliarſi ſuole dal parlare
digraue et onorato cit. tadino,le cui parole condite diſenno,ſeco hanno
l'alleggiamento d'o gnimalinconia,che gliafflige. An. E dunquegran difetto
d'huos mini da bene? AR. Senza dubbio, o ciò auiene perche la uia dis ritta è
una,male torteſono infinite, però di raro ſi vede tra mortali, chi per la ſola
camini. Ma tuſcordata ti ſei d’un'altrauirtù, la quale per mettere le coſe
dinanzi a gli occhi (il che éſommamente richies ſto)non ha pari.Di queſta
uirtù, perche ella ha grande amicitia co i ſenſi corporali,o é molto
confuſa,come quella, che é lo ſpecchio ges nerale di tuttii ſentimenti umani, o
perciò è detta imaginatione; di queſta uirtù dico, non hauendola tu ancora
eſſercitata, non ne haifin ora alcuna parola mosſa. Io odo dire che nella
imaginationeſirifere bano le imagini, e le apparenze da ſenſi riceuute,et
beneppeſſo in lei cosi ſtranamente tramutarſi che i ſogni non ſono cosi
turbati, et con fuſi, là onde molti ſono detti, o riputati fantaſtici, altri ſi
fanno Re O signori,o talmente par loro eſſere que'tali, che ſi credono di eſ
ſere,che riſo eg compaßione mouono a chigli vede. Alcuni uanno, come ſi dice,in
aria fábricando, et tanto ſi ſtanno nel lor penſiero fißi, che forſennati,e
pazzi da tutti creduti ſono. A R. Quanto piùe uanamente ſpender ſi ſuole tal
uirtù, tanto à maggior prò li deue ue farla,& adoperarla. Per queſta
l'huomo prima taleſi fa, qual uuole che altri ſieno. Perche egli prima dentro diſe
ſi propone la coſa, che egli cerca dare ad intendere altrui, con quel migliore
e più eccelslente modo cheſi può, auolendo egli metter’altri a pianto, non tera
rà mai gli occhi aſciutti. Simile forza nella pittura ſi dimoſtra, lo ar tefice
della quale, ogni forma, che egli cerca di far uederenelle ſue tele, primanella
imaginatione fermamente ſi dipinze, o quanto più belli,o gagliarda è la ſua
imaginatione, tantopiù illuſtre, o loda. ta e la ſua pittura. Molte forme,
oſembianze ſono de gli adirati,ma una più eſprimela forza dell'iracondia;
queſta una deue inanzi alle altre eſſer poſta nella fantaſia, o à quela il
pennello e la linguafi deue indrizzare; en cosi tutta fiata il più efficace
modo o di moues re, o di dilettare, ò d'inſegnare por ſi dee chiragiona, inanzi,accioche
egli ſi habbia l'aſcoltatore come deſidera.Et queſta è la utilità grans de di
coteſta tuapericoloſa potenza,pericoloſa dico, perchemolti no ſanno ufarla à
feruigidello intelletto, ocredono, che lo imaginarſi ſia intendere odiſcorrere.
Ma laſciamo queſto da parte;o racco: gliamo le tue uirtù. Che mi hai tu dato
fin'ora? An. Mente,uolons tà, appetito, memoria, imaginatione. A RT. Molto mi
piace.Nella mente, che uiporremo altro, ſenon buona opinione, con l'ufficio
dello inſegnare? Làonde la uolontà ſi muoua ad abbracciar le coſe. Et nel lo
appetito,che ui ſtarà ſenongli affetti, eccitaticol muouere, &col
dilettare, Là onde l'animo ſia uiolentato à bene eſſequire? Della me. moria non
dico altro, né della imaginatione, percheſono ambedue di ſopra aſſai bene ſtate
de noi diſtinte. Ora bella coſa udirai, oda non eſſer à dietro laſciata. A N.
Che mi dirai tu? ART. Dicoti,che doppo la eſpedita dimoſtratione di tutte le
tue parti, fa di meſtiere di ſapere in qual maniera elleſieno dipoſte à riceuere
la impreſione dei loro oggetti. Perche uana, ofriuolafatica quella ſarebbe, di
chi af fettaſſe in parte al pianto diſpoſta ſenza alcun mezo porre il piacere.
Credi tu che eguale prontezza hauerai allo imparare,et allo adirars ti?
Indrizza adunque i tuoi penſieri à gli ammaeſtramenti, che io ti uoglio dare,
oſaperai comedeueeſſer' apparecchiato l'animo dico. lui che ricerca la pruoua,
edi colui che è pronto all'affettione, imis tando i buoni medici, i quali prima
uannoinueſtigado quai partiſieno guaſte, o quaiſane,eappreſſo, le guaſte uanno
disponendo à rices uere i rimedij conuenienti; e prima leniſcono, e
ammolliſcono, poi apportano la medicina. L'anima adunque, nella quale la
ragione fi dee porre, acciò che dia luogo alle pruoue, et accettar poſſa la
buona opinione, e iſcacciare la contraria,deue eſſere ripoſata, e quieta,et non
in modo niuno affettionata, et trauagliata. Perche eſſendo il piancere,cheha
l'anima, quando impara, foauißima coſa, biſognofache ellaſia lontana da
ogniturbatione, operò molto male è conſigliato colui chenel conſigliar'altrui
uſa la forza, o la violenza degli aps petiti, °li affetti, laſciando il
ripoſo della verità daparte; qual contento può riportar colui, che partito dal
Senato dica, per qual ragione ho io aſſentito?perche ho io cosi deliberato?
Buona coſa è l'hauer’alla uerità conſentito,mamiglior'e, ciò hauerfatto ragion
neuolmente più toſto che à forza, perche in tal caſo non pure ſifabe ne,maſiſa
di far bene; di che non è coſa più diletteuole w gioconda. Habbiaſi dunque
l'animo ripoſato di colui cheattende la ragione; queſto ageuolmenteſi può fare,
ponendoſiprima di mezo trail si o il no,come chiſta in dubbio.Però che più
prontamëte ſi prende para tito,et ſi ammette il uero dubitando, che portando
ſeco alcuna opinio ne. Macome diſpoſto ſia lo appetitoalle coſeſueattendi,che
loſaprai con una bella diuiſione degli affetti. Perciò che in eſſo appetito
gliaf fetti ripoſti ſtanno,comet'ho detto. Ogni affetto e d'intorno al male, ò
d'intornoal bene, truouiſi pure lo affetto in qualunque parteſi uos glia. Ecco
nel tuo generoſo ſoldato,cui é conceſſo l'adirarſi, opren. der l’armi quando
biſogna dico dello appetito iraſcibile, D’INTORNO AL BENE VISTA LA SPERANZA, E
LA DISPERATIONE. LA SPERANZA È UNO ASPETTARE IL BENE; LA DISPERATIONE È UN
CADIMENTO DA QUELLO ASPETTARE. D'in = torno al maleuiſta l'ira, la
manſuetudine, il timore, ol'audacia. Ira é appetito diuendetta euidente per
riceuuto oltraggio Mania ſuetudine èraffrenamento dell'ira, oambedue queſti
affettiſono in torno almale,difficile,etpreſente.Il timore é un aſpettatione di
noia, ouero un ſoſpetto di eſſere diſonorato.Et queſta ſichiamauergogna. Il
primo,ouero é temperato,ouero eccede la miſura. Dal temperato neuieneil
conſiglio,dall'altro la inconſideratione,il tremore, et altri ſtrani
accidenti.Laconfidenza, «audacia, é contrario affetto. Et queſte perturbationi
tutte ſono d'intorno almale che dee uenire.Nel L'altro appetito, in cui è poſta
la concupiſcenza, d'intorno al bene ui ſta l’amore,il deſiderio, a
l'allegrezza. D'intorno al male l'odio, o l'abominatione, di cui ſegno infelice
e la triſtezza, dalla quale naſce l'inuidia, la emulatione, lo ſdegno, o la
compaßione,quando auiene che la triſtezza detta ſia de i maliouero de i beni
altrui. Ma nelle co fe proprie affligendoſi l'huomo tre alleggiamenti ritruoua.
Il primo ė ripoſto nel proprio ualore, perche niuno ſcelerato é compiutamente
aüegro.L'altro è meſſo nel conſiderare il dritto della ragione, werita 16 D ' Ε
ι ι Α fuerità delle coſe, da che naſce la ſofferenza figliuoladella fortezza.
L'ultimo é la conuerſatione di alcuno amico, perche ne gli amici e ripoſta la
ſoauità della uita. Ritornando adunque allo amore, ti dico, che Amore è uoglia
del bene altrui,eu ſe é mouimento d'animo a far bene, li dimanda gratis. Senon ſopporta
concorrenza, geloſia, lela ſopporta ad onefto fine, amicitia. L'inuidia non
uorrebbe, che altri haueſſe bene,ſe benuifuſſe il merito. Lo ſdegno non lo
uorreb be, non ui eſſendo il merito La emulatione il uorrebbe anche per ſe. La
compaßione ſi duole del male altrui, temendo il ſimilenon da uengu á lei. Etciò
ti puòbaſtare in quanto ad una brieue dichiaraz tiore di tutti gli umani
affetti. Ora econueniente, che tu ſappia in che modo à ciaſcuno d'eſſi tu ſia
diſpoſta, acciò che tu ſappia poi als truiſimigliantemente diſporre. Eſſendo
adunque l'appetito uarias mente affettionato, quandoſi ſdegna,quandoinuidia,
quando aborris ſcequando ama, quando teme, quandofpera, equando in altro mo. do
é trauagliato,acommoſſo, aſcolta un bellißimo ſecreto, ilquale non ſolamente à
diſporre gli animi à qualunque affetto è buono, ma in ogni operatione é
neceſſario, et benche oggi mai per uero ammies ſtramento della uita da ogn'uno
ſi dica, RIGVARDA AL F13NE, non é però d'ogn’uno l'applicare alle attioni o
opere de' mortali, cosi belle ſentenza. Laſcerò da canto le coſe, che non
ſpettano alla noſtra intentione,ſolo dirotti quanto io deſidero, che ſia negli
af fetti oſſeruato. Deiſapere che egli ſi truoua una maniera diparlare, la
quale in molte, manifeſte parole effrime la forzı, ey la natura delle coſe; e
quelle molte, omanifeſte parole altro non ſono, che le parti della coſa
eſpreſſa. Queſtamanieradi parlare é detta Diffie nitione. Ora dunque io ti
ammoniſco, che nel muouere gli effetti pri ma tu habbia à riguardare alla
diffinitione di ciaſcuno,come al deſide rato fine. Però cheſe la diffinitione
rinchiude in certi termini la nas turi della coſa propoſta, ſenza dubbio
querrà, che il conoſcitoredel la natura, o delle parti deltutto diffinito,
oeſpreſſo, indrizzerà tutte le forze dello ingegno ſuo, à ciò fare,et tale
aiuto preſterà abon dantißima copia di ragionare, o diſciogliere ogni
occorrente diffi cultà, e durezzé. Eccotiſe ſai, che l'ira é deſiderio di
uendetta per riceuuto oltraggio, o ſe mirerai in queſto fine, non anderai tu
dia ſcorrendo, in qual modo eſſer debbia diſpoſto all'ira colui, che tu uora
rai hauere ſcorucciato? o conchi, oper qualicagione, et quanti modiſieno di
oltraggiare altrui? Et ciòin ogni affetto facendo,non ti farai ſignore, et poſſeditore
dello animo di ciaſcheduno? Et rans to più dimoſtrerai con la uoce, et co i
mouimenti del corpo, te tale. effere, quale uorrai,che altri ſia, certamente
si. La diffinitione adun queé il ſegno,al quale ſi deue attentamente guardare.
Ora inbrieue ti dico dell'ira, che eſſendo ella uoglia di uendetta,è
neceſſario,che lo adirato ſi dolga, o dolendoſi appetiſca alcuna coſa, dalche
naſce,che repugnando altri à gli umani deſiderij, ouero à quelli alcuno impedi
mento ponendo, ouero in qualunquemodo ritardande le uoglie al trui, porga
cigione di adirarſi, cioé di deſiderare uendetta,ilperche nella ſtanchezza
nell'amore, nella pouertà, e ne i biſogni ſonodiſpoſti i petti umani agramente
al dolore cagionato dall'ira, epiù cheſono ideſiderijmaggiori, più
apparecchiati, oprontiſono all'ira, o al furore. Lo hauer male di chi s'attende
ilbene, lo eſſere in poco pre gio tenuto, ò diſubidito, o prezzato, o per
ingratitudine, ò per ingiuria ſenza prò dello ingiuriatore, ſono tutte
diſpoſitioni al predet to mouimento. Giouamolto, oin queſto, et in altri
affetti ſaper. la natura,ilpaeſe, la fortuna, ela conſuetudine di ciaſcheduno.
Se adunque ſi accende nell'ira in tal modo, chië diſonorato, o iſcordas
to,ſenza dubbio acqueterai colui cheſarà onorato, riuerito,ubidito, ammeſſo, et
riputato; ouero, chiſiſarà uendicato,a cuiſarà dimandato perdono con la
confeßione del fallo, incolpando la violenza, enon la uolontà. Deueſi dare
molto al tempo, oalla occaſionein ognicoſa, operò ne' conuiti, ne i diletti,
one igiuochigli umani appetitifoa no più alla manfuetudine inchinati
Dell'amorealtro non tidico, le non che eſſendo eſo soglia del bene altrui,
l'eſſere cagione, mezano, interceſſore, aiutore al bene altrui,diſpone
ageuolmente à tale affets to ciaſcuno. Et perche Amore appreſſo, é una
ſimiglianza, w unios ne di uolere, però coluiſarà più amato, ocon l'animo più
abbrace ciato, il quale dimoſtrerà d'eſſere d'un'animo, o d'una uoglia steſſa
con noi. Ilche nelle allegrezze, one i dolori ſi conoſce, o neį biſoa gni
ancora; non ſolo nelle perſone amate, ma ancora negli amici de gli amici. Allo
Amore riferiſco la Benuoglienza, e l'Amicitia, las quale, ben che affetto non
ſia, pure è nata da eſſo amore, che è uno de gli umani affetti. Qui non é luogo
di più diſtintamente ragionare dell'amicitia; de gli oggetti, delle parti, e
delſine ſuo. Perciò che altroue nei graui ragionamenti di filoſofia ciò ſi
conuiene. Baftiti d'hauere per ora la ſuperficie, el'apparenza. Ritorno adunque
e ti dico,che ipiaceuoli,coloro, cheſidimenticano dell'ingiurie i с faceti, imanſueti,
gli officiofi uerſo i lontani, atti ſono ad eſſer'amati. Peril cótrario ſapersi
chedire intorno all'odio,il quale è ira inſatia: bile, da uendetta, da tempo, daruina
alcuna non mitigato; occulto ine ſidiatore, ymortale, nato da in giurie o
ſoſpetti. Al quale diſpoſte ſono altre nature più, altre meno, o à
megliodiſporle,biſogna ams plificare le ingiurie, « iſospetti,acciò che
nonſoloſi brami una ſema plice uendetta, ma la diſtruttione della perſona
odista. Del timore, odella confidenza, che ne attendi più, ſe di queſta,
ed'ogni altra perturbatione ne i uolumi degliſcrittori, et nelle pratiche
umane'ne Jei per uedere aſſai? Timore e turbation d'animo, nata da ſoſpetto di
futura noia. Et però chi temeſa ó penſa dipotere ageuolmente eſſer’offeſo, eda
chiſpecialmente, ſopraſtando il tempo,es la occas: fione. Etchiciò non
ſoſpetta,non é al timore diſpoſto comeé chi ſem pre éſtato fortunato, chi
ſempre miſero, chi è copioſo d'amici, di ros 64,09di potere,chi é fuggitoſpeſo
dalle ſciag ure, ode pericoli,ego altriſimiglianti;o que'taliſono confidenti,
&audaci. Euui altra maniera di timore, non didanno,madi biaſimo; alla quale
diſpoſtiſos no i giouanetti,i riſpettoſi, oriuerenti, quelli cheuoglionoeſſer'
ha uutiper buoni da ' più uecchi, o da ſimili, opari. Et però aûa loro
preſenzaſonopronti ad arroſire. Non cosi ſono i vecchi,perche non credono,che
di loro altri ſoſpettino quelle coſe, che ſono ne' giouani, come
laſciuie,amori, euanità. Etperche il diſonore è coſa, cheuies n'altronde, però
gli ſpiritidalſangue à quellaparte, che più lo ricer inuiati ſono.Ladoueil uiſo
ſi tignediquel roſſore, cheſi vede. il contrario nei timidi, nel cuore dei
quali il ſangue ſi riſtringe, per ſoccorſo di quella parte, che teme la
offenſione. Nella uergogna ſi abbaſſano gli occhi, come che tolerar nonſi posſa
la preſenza dicos lui, che è giudice de i difetti umani. Queſto è ne' giouani
aſſai buon ſegno di gentil natura. Però che pare, cheuergognandoſi conoſcas no
idifetti, ey habbiano cura di quelli. Non uogliopire diſcorrer’ina torno
all'audacia, allo ſdegno, alla compaßione, alla emulatione, « al la inuidia.
Però che molto ne uedraiſcritto, eragionato da altri. Ben non ti poſſo tacere
del male acerbo, mortale, ch'io uoglio à quella fiera indomita, eabomineuole
dell'inuidia, che all'udir ſolo il nomeſuo, ſtranamentemi muouo. Lafigura,i
modi, ai coſtumi di eſſa ſono da gran poetadeſcritti. Di queſta mi dolgo, per
eſſer quels la, che più regnaneimiei seguaci. Là doue il fabro al fabro, il mes
dico al medico,l'uno artefice all'altro, inuidia portano ſempremai. M4 ca, Md
tacciamoora di queſto, e poicheragionatohabbiamo di te, delo le parti tue,
delle quali taci, che in eſſeſi ſtanno,e delle loro difpofia tioni,
addimandiamo la Natura quaicoſe a’quai parti di te conuena gono, acciò che
accordando la foauißima armonia della umana elo quenza con piacere, og
utiledegli aſcoltanti uditi ſiamo apieno por polo raccontare i miracoli della
Natura. ' AN. lo ueggio ben oggia mai' ' Arte, che tuſei quella chefai l'acume,
ò la ſottilezzadell’oca chio mortale nel ſecreto della diuinamentetrapaſſare.
AN. Anzi per te, ó Anima,coteſto mirabile ufficio s'acquiſta, la cui cognitione
tanto apporta di lume, e chiarezzaad ogniprofeßione, o scienza, che ucramenteſi
può dire chetuſia ilprincipio d'ogni conoſcimento Etperò chiunqueſtima; ola
uſanza di uno leggieri eſſercitio, o il ca fo tanto potere quanto tu, o
io.uagliamo, grandamente s'allontana dal uero. Tu t'abbatterai in un ſecolo
impazzito, d'huomini, i quali s'accoſteranno ad imitare più uno, che l'altro, olo
imitar loro non faràſenon manifeſto rubamento, ſciocchi,oferui imitatori, che
non Sapendo, perche altri s'habbiano acquiſtato il nome, tutta via in ciò
s'affaticano. Altri perche hanno unaſcelta di belle, &ornate pde role
uogliono ad uno ſteſſo tempo fcoprirle accomodando à quelle i concetti loro; ma
che poi ſono cosi rozi, a inetti, cheſenza ordine, Ofuor di tempo le
metteranno, e diranno, Io cosi dißi,perche cosi ha detto alcuno de' più
preſtanti. Queſtiſono gli incomodi delfecom lo. Nat. O`quanto m’increſce perciò
eſſere ſtimatapouera «biſo gnoſa, come che à me manchi alcunafiata,che donare,
o che nel cer care l'altrui teſoro l'huomo perda,ò non conoſca il ſuo. AR. Chi
ſempre ſegue, ſempre ſta di dietro, chi nonua dipari,nõ puòauan zare. Male
hauerebbonofatto i primi inuentori delle coſe, fehae veſſero aſpettato,chiloro
douea farla ſtrada. Et troppo pigro écoe lui, cheſi contenta del ritrouato.
Ionon porgo già mai la mano a chi laſcia, oabandona la naturale inclinatione,
come bene ho ueduto que' ali non conſeguire il deſiderato fine. NAT. Mi turbano
apa preſſo quelli, ò Arte, che tanto di me ſi fidano, che te laſciano à dies
tro". AR. Non ti dißi da principio, chenoi erauamo unite, e che ciò che
appare di uarietà, e diſomiglianza tra noi,e in un principio ricongiunto? Che
miditu? Chiunque opera alcuna coſa da me drizzato, uſa una regola commune, et uniuerſale,
che à molte, diuerſe nature feruendo,quelle uniſce, o lega in uno artifi cio
medeſimo, perche io ſono la conformità,o la ſimiglianza;altri acutifono, eſuegliati,
altriſeueri,& graui,altri piaceuoli, &eles ganti per natura. Vnaperò e
l'arte,una éla uia, che ciaſcuno al ſuo ſegno conduce. Quando adunque l'arte
precede, facile e lo imitare; lodeuole il rubare, et aperta la ſtrada
alſuperare altrui. Et in tal guiſa bene ſilpendeſenza lo auantarſi di eſſer
ricco, a fenza dar ſos: spittione di uergognoſo furto. Accompagnifi dunque
nelle ciuili con teſe il core, ola ſcrima,cioè la natura, el'arte, ogſi
uederanno poi que’miracoli, ch'io ſo fare. Ma laſciamo tai coſe, e incomincia o
Natura, o dimmi, in che modo le coſe tue fiſtanno, che di eſſe cosi dileggieri
gli huomini ſi uanno ingannando NAT. Sappi ò Arte, che ogn'uno che ci naſce,
ſeco porta dal naſcimento ſuo unacerta ins clinatione alla uerità, donde auiene,
che inſieme con glianni creſcens do ella in parteſuole il uero congetturare,
laqual congetturi opis nione più toſtocheſcienza uferai di chiamare. Laſcio la
uſanza mia imitatrice,chefino da primiannirecarſuole molte opinioni, che poi
dipenacon l'altra certezzaſileuano, parlerò di quella ſembianza più toſto, che
ſembiante di uero,cheé atta nata à muouere l'umane mentia far giudicio delle
coſe. Dico adunque, alcune coſeeſſer da ſe ſteſſe manifeſte, chiare, altre,
niente da ſe hanno di lume, edi fplendore,mailluminate da quelleche ſeco hanno
la luce, ſi fannoa? fenſi umanipaleſi; nel primo gradoé il Sole, o tutti que'
corpi, che ſon chiamati luminoſi. Nel ſecondo ſono i corpi coloriti, i quali
non hannoin ſe ſcintilla di chiarezza, ma d'altronde ſono illuminati. Il
fimigliante ſi ritruoua nello intelletto. Iljaale riceuendo alcune coſe
diſubito quelle apprende, og ritiene. Però che quelle ſeco hannoil lume loro,
ſe à me ſteſſe il fabricare de' nomi, io le chiamerei Noti tie, ouero
Intendimenti primi. Ma poi altre ſono, che non hannoda ſe lume, ó uiuezza
alcuna,&però di quelle ſifa giudicio con ſoſpetto di errare, fe da altro
luogo la loro intelligenza non uiene; quinci ė nata la opinione, la quale come
opinione, che ella é, né uera ſitruoua, ne falfa. Il difetto naſce daquelli
uirtù,chepoco dianzi diceſte.Pero che le coſe mie fono, come ſono,mariceuute
nell'anima, e da' ſenſi al la fantaſia per alcune debili ſembianze traportate,
ſtranamente meſcolate, fannodiuerſe opinioni. Ben’é uero, ch'io non faccio una
co ſa tanto diuerſa da un'altra, che l'huomo dueduto non poſſa alcuna
Somiglianza tra eſſe ritrouare. AR. Molto mi piace che l'animadi ciò nonſia
fatta capace, perche accadendoleſpeſo mutare le opinioni umine, e da uno in
altro contrario traportarle, molto deſtramente biſogna adoperarſi,et
diſimiglianza, in ſimiglianzaà poco a poco pas fando,perchelo errore in eſe
ſimiglianze ſinaſconde, tirar le menti, che no s'aueggono di una in altra
ſentenza. An. Et chi può queſto ageuolmente fare? AR. Chi con diligenza inueftiga
la natura dela le coſe ſottilmente, uedrà in che l'una con l'altra ſi conuenga,
ma non chiamiamo però la opinione incerta,cognitione à queſto ſenſo,checo lui,
che ha opinione ſappiaſempre quella eſſer’incerta, o dubbioſt conoſcenza, ma
bene che in ſe conſiderata, come opinione da chiuna que hauerà il uero
ſapere,ſarà riputataincerta. NAT. O quans to mi nuoce in questo caſo,la uſanza
inſieme con la età creſciuta, lds quale à guiſadimeſtesſa, ferma talmente le
coſe nelle menti umane, che bene ſpeſſo la bugia, più che la uerità in eſi
ritruoua luogo. Et peròcredono molte coſe che nonſono, ouerofe ſono, ad altro
modo di quello, che ſono, uengono giudicate. Etfe pure dirittamente appreſe
ſono, altre cagioni lor danno,che le uere, e quelle ch'io so eſſere in mediati
o continuate à gli effetti. Et queſto auiene quando la ragio ne inchina più al
ſenſo che all'intelletto, « più all'apparenza, che al l'eſſenza. AR. Tu hai più
dell'Arte,o Natura,che di te ſteſſa,cos si bene uai diſtinguendo i tuoi
ragionamenti. NAT. Non te ne ma rauigliare, ò Arte,perche io qual ſono,tale mi
dimoſtro, oſe di me medeſima parlo, cometu uedi io lo faccio in quel modo,
chetu altre uolté hai confeſſato, che io ragionereiſe io fußite. AR. Quello che
io dico, lo dico per amınaeſtramento di coſtei, laqualanche non ſi dee
marduegliare di queſta apparenza del uero. Perciò che è aſſai als l'huomo
ſaggio, che le buoneragioni gliſieno ſemprequelle ſtelle, da quelle ne prenda
la ſimiglianza del uero, che per lo più muoue le umane menti, oin eſſe
ageuolmente ſi pone, al che fare, opportuna, ocomoda coſa é ricordarſi, in che
maniera per lo pulſato l'huomo ſe ſteſſo habbia ingannato, o in qual modo
ancora, e per qual cagione altri ingannatiſi fieno da loro medeſimi, in uero te
ne riderui, uedens do alcuni che penſano, ogni coſa, che precede un'altra,
cffer di quella cigione, ò che lo eſſer fimile ſia il medeſimo. Ne per ciò
direi che l'os pinione fuſe ignoranza,comenon dico, eſſa eſſere ſcienza, perche
la ſcienza e stabilità,o fermata da uero, e infallibile argomento, en la
ignoranza non è di coſe uere. Onde naſce,chela opinione è un abi to mezano tra
il uero intendimento, o l'ignoranza, differente dal dia bitare in queſto che la
opinione piega più in una, che in un'altra par te, il dubitare tiene in egual
bilancia la mente tra l'affermare, o il negare, eye però biſogna riuocare in
dubbio le coſegià ammeſſe,e di mojtrare quäto pericolo ſia il giudicare. Da
queſtone naſcerà la que ſtione, e la dimanda, la quale diſponendo le menti alle
ragioni; quan to leuerà della prima opinione, tanto porrà di quella, che tu
uorrai, o à ciò fare uia non é appreſſo quella che ua per le ſimiglianze delle
coſe.Partipoco,ò Anima, cotesti uirtu? penſi tu,che ſia cosi facile il
perſuadere? ó credi tù chegià biſogni con dritto giudicio, o con ſal do
intendimento penetrare dalla ſuperficie alla profondità delle coſe? A N. Da che
occulta radice l'apparente bellezza dicoteſta tua figli uola,nel
cuiadornameiito la Natura ſola non baſta. NAT, Ora ogniſentimento mi ſi
ſcuopre, ó Anima, da costei, emanifeſta uedo eſſermifatta la cagione,per la
quale molti miei amiciſono diſonorati. ART. Quai ſono coteſti amicituoi? NAT.
Quei, che inueftis gando uanno iſecretimiei, le ripoſte cagioni delle coſe,i
movimenti, le alterationi, &i naſcimenti d'ogni coſa, o che non
ſicontentano di ſtare par pari de gli altri huomini,manobilitando la ſpecie
loro con le dottrine traſcendono i cieli. AR. Che ſtrano accidente può ueni re
à perſone cosi pregiate, come ſono iſeguaci tuoi, ogli amatori della Sapienza,i
quali comerettori delmondo, felicißimi,er beatißis mi eſſer deono riputati?
NAT. Queſti fedeli miei à punto ſonoquel li, che più de gli altri ſono
diſonorati. An. In che coſa? ART. Aſcolta digratia; mentre che gli ſtudioſidi
meſi ſtannoſoli, ein par te ripoſta comeſchiui dell'umano confortio,non é loda
• grido onora to, che con ammiratione delle gentinon gli eſſalti o inalzi
infino al cielo. Mapoi che compareno, et uěgono alla luce,ſono prima da ogn'u
no guardati, si per la eſpettatione già conceputa della virtù loro, si an cora
per la nouità dell'abito, o dell'aſpetto,et del portamento,ogn's no lor tiene
gli occhi addoſſo, a attentamente ſi dimoſtra di uolergli udire. Io non ti
potrei eſprimere con che grauità poi aprono la boca ca, e con che tardezza poimandano
fuori le parole, etquanta ſia la dimora de i loro ragionamenti, i quali poi che
da principio nonſono in teſi dalle genti,comecoſe lontane dalla umana
conuerſatione, non cosi toto uiene lor tolta la credenza, per che purſiattende
coſa miglios respire conforme alla opinionede’uolgari,iquali dalla prima eſpets
tatione inuiati danno i ſeſteßi la colpa del non capire la profondità de'
concetti loro. Mapoi che nel ſeguete ragionare s'accorgono pur in tutto di non
poter’alcuna coſa da que'beati ritrarre, et che ogn'os ra più le coſe
intricate, ar le parole aſcoſe ogni lume d'intelligenza Hanno lor togliendo,
quanto ſcherno, Dio buono, jego quanto riſo ſe ne fanno. AR. Jo grauemente
miſdegno, ó Natura, et mi dolgo di ſimili auenimenti, poi chegli infelici non
fanno drittamente ſtimar le coſe, benchefino al fondodi eſſe paſarſi
credono,maforſe è, cheſtan do eßiſemprein altro, quando poi allo in giù
riguardando ueggono l'altezza loro, a la profondità delle coſe terrene, uanno
uaccillando con gli occhi; ocomparando il cielo alla terra, ſtimano ld terra un
minimo punto, o una bella città un niente che nobiltà, che chiaa rezza diſangue
può eſſere appreſſo coloro, che ſeſteßicon la eterni tà miſurando, tutti da uno
ſteſſo principio uenuti affermano? Che rica chezzaſarà grande appreſocoloro,
che ſi ſtimano poſſeditori del cie. lo? qual prouiſione daſoſtentare i popoli
farà colui il quale quaſipa ſciuto del cibo de i Dei,altro non guſta, altronon
ſente,altronon din fia,cheſempre ſtare alla ſteſſa menſa? ne credono, che
altriſieno in bi sogno? Queſte coſe io direi in loro efcuſatione. Ma che
midiraitu di quelli che ſono ſtudioſi della vita ciuile, o che fanno le cagioni
de’mu. tamenti de i Regni, e delle Rep.le conditioni de principi, gli ufficij
di ciaſcuno,le uirti, gli abiti uirtuoſi? Non credi tu, che queſti ſie no più
auenturati de gli altri? NAT. Peggio, percioche il ſapere ciaſcuna delle dette
coſe,hauer le diffinitionid'ogni uirti, ocoa noſcere diſtintamente ogni buona
qualità,non é aſſai, ma egli biſogna uſar tanto teſoro al governoaltrui per
ſalute, ocomodo uniuerſaa le, e oltre all'uſo hauer parole al preſente maneggio
oalla ciuile uſanza accomodate. ART. Dondeprocede coteſta loro cosi ſot tile
ignoranza: forſe cosi eleggono penſando di eſſer' hauutiper dot tiæ
intelligenti parlando in cotalguiſa?Ma questa é una groſſezza infinita,perche
non é piacere, che s'agguagli à quelloche prende ľa ſcoltatore quando impara
&intende ciò che uien detto.Sai tu duns que la cagione di cosi fatto
errore? NAT. Forſe è,perche non ha uendo eſsi alcuna eſperienza della
conuerfatione cittadineſca, fanno quelguidicio dimolti cheſonoſoliti di far
d'alcuni pochi, loro come pagni,co i quali tutto’l giorno con uarie
diſputationi argomentando trapaſſano,ne mai ſono riſoluti. ART. Et io ancora
cosi credo, pe rò guardati ó Anima, di non entrare nel loro no conoſciuto
collegio, ò ſe pure ui uorrai entrare tanto iui dimora,quanto alcun giouamen to
ne puoi ritrarreper la ciuile amminiſtratione. Nel resto pronta, et ſuegliata
nel coſpetto degli huomininon meno alla ſcuola eall'acas demia,che alla
piazza,alla corte, o alſenato intentafarai, o uſans do.doistiche le gi,con
mozeme uoci raptorersi, percbe riund coſa é få mots, creudire
ripublicico:lizále uanie dig esioni, o le Haitat parole di moint, i quali
razlo" 2r.do le ébloro per la Città frendere unsguerra,realize, ne: i mezi
di efl: u21 riguardando, riaprindo le ſcuole de presa deguono, di 7: oro,
oargos:ht::opia ficcrente del mondo, o cercano chifu il primo ins kantore
deli'arxi chifrino in ROMA trionfale, cbisitrouo le naui, chui brizla i czasu,
et ilere ciance si fatte,cbenc irfegn2":0,ne dis last250,14.1widojiore
della prostione de' daruri, delle genti, o del *010, col quale s bubbis a
fartal guerra. Il percbelo. To poi auies fie, cbei nero perini,çia deguamente
di loro parlando, ſono con grue de 11ratione acoltati. NAT. Cotto e mio
dono,percbe ditus to potere affreuz! cusi mi truono,che wina forzaglimetto
irrar ci i tuoi ſegussi. AR. Et forſe corne sfrenati causlii, gli fai tel mezo
del coro pericolare; pero sili eccellente natura,che ta lorda, sorrei che mi
falje l'aiuto rio.percbe meglio, o çik ficuri aadribs 6290 per lefiziglianze
dre coſe. An. Bisogna dunque pik skatie rigliz- guardare, cbe al wero? A R.
Cosi biſcgna; o quedo porriaz slitacels il facesi, sı il donerci tu fare, o
ciaſcuno, che * pis airtai perjuadere, accio cbe fiso aſcoltato, o inteſo dude
geri, lezasli barefeito -Is bagis nga 14.0, får cbe in ejja las casicae spetto
dd zero. Queto per fo cjjere, cbei şià f- 931 babe bis 10 c50 surorit: b4xx.:
predoi popoli cbei nácti inges gs. An. Dizni gratis, çusio é cbegli buozi idaro
fede: cazzo, cbe apps uto, nos lo faze0 percbeloro piace il nero? Ar.. As.
Paepiuere già saco: 507 co:cf-:: ta? Forzz aidake,che il sero lis és glicucuitico?
Ax Pacte danese giàceil serezos bruszni P -T271? AR
Perikliois tragises filer cxz. AX. Aja -- 22:04 ks:0 600leri: del bero.
Às. SostraTrao Adira.secte lazaratsie sesi tid: acts indiscrezi !4.cezecklacteae
fepie regiaze, o lomatto; c (72.0: 1, o Resmitironine. cedriersdieedia 2.3
" To Rossir adizioro Boricitis 32 2 ciasto nigirisececeáciless Aires22:22:
carte.ro 2,cheſe la opinione con la ragione ſarà legata, per modo niuno potrà
fuggire,anzifuori dell’eſſerſuo leggiadramente uſcita nõ più opinio ne, maſcienza
ſi potrà nominare. A N. Dimmi, ſe'l uerifimile e tale ad ogn'unoegualmente. AR.
Nó. An. Che differenza ci fai tu? A R. Grande. Ben'è uero,che quando io dico
ueriſimile, io intendo ciò che pare alla più parte. Ma diſtinguendo dico, la
più parte però effere ode gli huomini ſenza dottrina,o degli huomini letterati.
Et altro ſarà il ueriſimile, che parerà à gli Idioti, altro à iperiti. AN.
Inſegnami à conoſcere queſto uerifimile. AR. Il ſegno della ſimia glianza
alcuna fiata ſi ritruoua in eſſaſuperficie delle coſe, cheſenza diſcorſo di
ragione ſono riceuute,o appreſe daiſenſi umani; da ciò naſce il veriſimile, che
pare egualmente a tutti, come auienedimolte miſture, che's'aſſomigliano à
l'oro, cheſe il giudicio filaſciaſſe al ſenſo ſolo,per oro da ogn’uno ſarebbono
hauute. Alcune uolte il detto fe gno emeſcolato con alcuna ragione,accompagnata
col ſenſo, oque sto é quello, che pare àmo!ti. Speſſo più di ragione, che di
ſenſo ſi mette, e ciò è quello,che pare à i piùſaggi; o quarto più dalſenſo
s'allontana,o s'accoſta la ragione all'intelletto, tanto de' più saggi, edi
pochi ſarà l'apparenza del uero. Ma laſciando coteſte più ina
terneſomiglianzedel uero, bauendo tu àfare. con la moltitudine, quelle attendi,che
a tutti,ò alla partemaggiore appariranno; &co: si ogniforza di proponimento
nelle altrui menti rompendo, farai la uoglia tud. AN. Queſto mipiace. Ma
uorrei, che tu m'inſegnaſi à congetturar quello chepuò eſſere. Dimmi, ſe n'hai
ammaeſtramen to alcuno. A R. Dimandane pur la Natura. AN. Non n'hai tu ancora
poter’alcuno? A r. sibene; ma la Natura operando, Sa meglio dime,quello che
èpoßibile. An. Dimmi tu dunqueò Naz tura,quai coſeeſſer poſſono? NAT. Tutte
quelle il principio delle quali ſi ritruoua. An. Adunque ui ſarà l'arte
deldire, poi che'l prin cipio di lei ſi truoua? ilquale nõ é altro, che
l'ojferuatione,che fu l'Ar te di te ó Nitura. Ar. Che uai tu mettendo in dubbio
quello che fie qui habbiamo fermato? ſegui. NAT. Se quello chepiù importa, ò
che piie uale, ò che ha più difficultà, fiuede, ſenza dubbio il meno
importante, il più debile, il più facile ejer potri. A n. Adunque ſe l'arte
puòridurre gli huomini rozialla uita ciuile, meglio potrà gli ammaeſtrati
inalzare algouerno della Città? ART4 pur uti argomentando. AN. Mercé tua, che
giàmiſei fatta familiare. A R. Queſto ſo io, che poſſeduta che io ſono dalle
anime, dimoſtro il. Α ualore, il piacere, o la facilità dell'operare. NAT. se
può eſſer la cagione, chivieta che lo effetto non posſa eſſere? et ſe queſtoé,
quel la di neceßità ſi haue. Quello che ſegue dimoſtra,che può eſſere quel lo
che antecede. In ſomma ogni coſa può offere, di cui naturale appeti toſi uegga,
o dalla poſibilità delle parti naſce quella del tutto. Dals l’uniuerſale il
particolare, o dal meno quello che più comprendeſi congettura. Vna metà, il
ſimile, il pare ricerca l'altra metà, l'altro Simile, o l'altro pare. Etſeſenza
arteſi puòfar’una coſa molto me glio ſi farà con artificio, ſe chi meno può
opra, chi più può non opes rera egli ancora? Chene attendi più,ſe queſto ti può
eſſere à baſtan za à farti aprire gli occhi è ritrouare il fonte della
eloquenza? AR. Et io già mitruouoſatisfatta in queſta parte,che alle coſe appar
tenenti all'intelletto ſi conuiene; però aquelle io uorrei,che paſſaßi,
lequaliſono da eſſere ne gli appetiti collocate.Et attendo,che tu quel le
brieuemente mi dimoſtri,etdiffiniſca, acciò che l'anima oggimaicõ. tenta
dellaſeconda promeſſa,alla terza,et ultima ſi riuolga. A N. Per qual cagione, ò
Arte, dimanditu le diffinitioni della Natura? ejendo ſuo carico il diffinire. A
R. Perche ora io non attendo le eſquiſite, Oregolate diffinitioni,maquelle che
dalla più parte delle gentiſono ammeſſe, delle quaiquaſiſenz'artificio ſe ne
può formare un numero infinito. An. Tu ſei molto circoſpetta. AR. Seguiò
Natura, féle coſe àgli umaniappetitidi lor natura piacere, o dispiacere posſo
no apportare,òpur l'Anima ne li fa tali. NAT. Senza dubbio non folo elaAnimaha
uirtidi apprendere, ofuggire le coſe, ma in effe ancora e nonſo cheda eſſer
fuggito,ouero abbracciato. Quädo adun que tra la coſa, o l'animaſi truouaalcuna
conformità, allora lo appe tito ſi muoue ad abbracciarla, o queſto mouimento,ſi
può dire, no minar defiderio,ilquale è appetito di coſa che nõ ſi poßiede,cõforme
però à quella uirtù ò parte dell'anima, che l'appetiſce; ma quando no ui é
queſta conformità,tra gli oggetti, o l'anima,ella gli aborre, o fugge, né
ſolamente oue o anima,oſentimento ſi truoua cotefti ab bracciamenti,e
fugheſiueggono,ma doue occultamente io ſonoſoli ta di operare, doue non éſenſo,
ociò faccio con un ſemplice inſtinto, ilquale al mio poteree tale, quale al tuo
é la conoſcenza. Coteſto in ſtinto ogni coſa conduce alla conſeruatione, o
albene; et dalmale et dalla morte il tutto ritragge quanto può. Maper dirti de
gli huo mini, ſappi, che eſſendo tra le coſe oppoſte, ole parti de gli animi lo
ro,conuenienza,quando auiene,che quelli ſíenopreſenti,oche laſcia no impreſſa
la loro qualità,in quellapartechegli appetiſie, allora ſi genera ildiletto, e
l'allegrezzanata dalla morte delprimo deſides rio, perche poſſedendo la coſa
deſiderata, il diſio è già conuertito in piacere. Ilqualpiacere altro non
é,cheadempimento di uoglie. Tu conoſcerai, cheil guſto tuo bauerà conformità
con le coſe dolci; da queſta nenafcerà l'appetito,auenendo poi,chele coſe dolci
uicine fica no à quella parte,doue il detto ſenſo dimora, eche in eſſa laſcino
la lor qualitàimpreſſa, che é la dolcezza, nonha dubbio,che quella par te
nonſia per bauer diletto, egiocondità. Il ſimigliante uedrai in ogni tua parte,
Et per lo contrario ſi ſente noia, e diſpiacereo nella priuatione delle coſe
deſiderate, o nell'hauere le difformi, oaborrite, ecome il principio di
ottenere il bene era il deſiderio dalla ſperanza accompagnato, cosi il principio
di hauere la noia, era la fuga dal timore commoffa. Etcome nella prima
impreſione la ſperanza in gio is fi conuertiua, cosi nella ſeconda la paura ſi
tramutaua in dolore. Eccoti adunque i quattro principali affetti diuoianime.
AN. Vor reiſaperè,o Natura, in cheſia poſta la conueneuolezza, che é trale
coſe, ole parti mie. NAT. Percheioſono tale in ciaſcuna coſa, quale io mi
truouo, però nelle coſe eſaéripoſta per me; maperche poi auenga,che io tale mi
truoui in ciaſcuna coſa,dimandane chi cos si ab eterno prouid. AR. Or l'anima
tipare troppo curioſa? ma dimmi quai coſe,à qual parte dell'anima ſono
conformi. NÁT. In fomma il uero é il bene, &per tal cagione, quello che è
uero,uien giu dicato bene. Ar. Che intendi tù bene? NAT. Ciò che daogn'u no,e
da ogni coſa uien deſiderato, &uoluto. A R. Qual bene Ć cercato
daữ’intelletto? NA T. Dimandane coſtei
AN. il ſapee re, la dritta opinione. NAT. Dalla uolontà? AR. Ogniabis to
di uirti. NAT. Da gli appetiti. AR. Ogniutilità e dilets to AR. Che naſcerà
poi, ò Natura, dal deſiderio ditai coſe? NAT. Lo sforzo, o lo ſtudio de'mortali
per conſeguirle. An. Buui alcuno inganno de gli appetiti intorno al bene, come
ui é l'ingan no dell'intelletto intorno al uero? NAT. Grandissimo. AN. Et come
ſe il bene e cosi conforme all'anima? NAT. Non hai tu udito poco di ſopra, come
l'anima era d'intorno al uero, opure anco il ue to le era molto conueneuole, et
proportionato? AN. Ben'inteſi, che la cognitione del uero era molto confuſa,
riſpetto alla fantaſia. ARTE Cosi é. Et di nuouo ti dico, afferino,che ogn'uno
confufae mente apprende un bene,nelquale par che l'animo s’acqueti, et quels lo
deſideri,mapoi da gli appetiti traportato (come prima era l'intele letto dalla
fantaſia ) e aquegli rivolto ſmarriſce la uera strada di quel bene, al quale
ciaſcuno digiugner contende, moſſo dalla interna forza della Natura. Et in
quella ſtrada,orapiù lentamente, ora più. velocemente camina, troppo è meno
amando, et deſiderando quello, che con miſura dourebbe amare,ò defiderare.
Indië nata la ingorda uoglia delle ricchezze, lo sfrenato appetito dei piaceri,
vtalbora la pigritia, om negligenza dell'ocio; &deſiderando altrilapropria
con ſeruatione, s'inganna, credendo,che il bene altrui,ſia la ruina ſua,oue ro
temendo di perder’i ſuoibeni, fauori,gratie,amiſtà,onori,o lodi, ſi muoue alla
ingiuria,alla inuidis,alla uendetta. Et di qui naſce quello di che tutto di ſi
contende fra' mortali, il giuſto, lo ingiufto, ildouere, l'equità, l'utile,
oaltre coſe, che ſono cagioni di liti, o di conteſe Per il diletto adunque, et per
il comodo, ciaſcuno ſi muoue à fare. Et benefarà quello, alquale ogni coſaſi
riferiſce, ouero ſiriferirebbe, per ragione, o per appetito, o per natura. Et ciò cheopera, difende,
conſerua,accreſce,accompagna, ſegue,ordina,et ſignifica il bene, bene ſi
chiama, operò la felicità, o tutte le parti ſueſarannobuone, a le uirtie ſopra
tutto ſono benidiſua natura degni,bencheàmoltinon ſono cosi apparenti. Ilpró,l’utile,
il piacere ebene, perche l'utile ė mezo di conſeguire il deſiderio, oil piacereè
moltoalla natura cona forme. ANIMA. Fermati un poco, et dimmi,come non eſſendo
beni cosi apparenti le uirtù de coſtumi,gli huominiſieno uenuti in cognis tione
di quelle: AR. Credi, ó Anima,che ogni maniera di bene, che appare à gli
huomini, éſimiglianza di quel bene, che non appare,e chi uuole drittamente giudicare
da coteſti apparenti beni, potrà ris trouare la uia di peruenire alla
cognitione di quegli, cheſono in ſebe ni, o che fanno la uera, es ſola
felicità,più deſiderata,che conoſciu taima non ſta bene ora difiloſofare
intorno a tal coſa. Baſtiti, ch'io ti ritruoui la uia, per la quale gli huomini
ſono andati a ritrovare i beni dell'animo, o le uirti interiori. Dicoti
adunque, che uedendo i mortali nel corpo umano molte buone conditioni, hanno
congetturas to, ancora nell'animo ritrouarſi alcune ottime qualità, à quelle
del cor po in qualche parte conuenienti. Dimandane la Natura, quali ſieno le
doti del corpo,che tu ſaprai da me poſcia quali ſienogli ornamenti tuoi. AN.
Dimmi ò Natura, fe egli ti piace, diche beni adorni tu i corpi umani? NAT.
Prima diſanità, o di forza, poi di bellezza, O d'integrità diſenſi. An. In
checonſiſte la ſanità? Nat. Nels la. la proportionata meſcolanza degliumori
principali, enell'uſo di ej 14,6 queſta proportionata meſcolanza, ueramente
ſipuò chiamare una egualità ragioneuole. ART. Credi tu, o Anima,di eſſer’al
corpo inferiore? AN. Non già. ART. Credi adunque, che in te eſſer deue una
certa egualità. Il cui ualore conſiſte nell'uſo. A N. Quale uuoi tu che ella
ſia? AR. Quella che Giustitia ſi chiamna,fers ma, o coſtante volontà di render
a ciaſcuno ilſuo. Ma che dici tu delle forze? NÅT. Dico, la
gagliardezzaeſſer’una uirtù del cor po,poſta nel potere à ſua uoglia
abbattere,atterrare,et uolgere ogni alieno impeto con leggiadria. AR. Bella,
aneceſſaris uirtù neli aa nimo. Perqueſto giudicarono ifaggi,eſſer la fortezza,
laquale reſis ſtendo à gli impetidella fortuna,ſola nė"ſuperbanel bene,ne
uile nelle auuerſità ſi dimoſtra, &fola guida nella militia della uita
mortale uin cendo, glorioſamente trionfa. NAT. Che dirai tu della bellezza del
corpo, laquale è una proportione di membra, o di parti tra ſe ſteſ fe, o col
tutto conuenienti dauiuacità di colori, et gentil gratia acs compagnata? AR.
Tumi dipingila temperanza dell'animo,laqua le in ſe ſteſſa raccolta,
ecompoſta,inuera, o proportionata miſura conſiſte, tanto può di dentro, che di
fuorinel corpo il ripoſato, o quieto penſiero uedi, dolce, ogratioſa maniera ſi
conoſce, et quafie una conſonanza di tutte le conſonanze. NAT. Che coſa
trouerai tu nell'anima,conformealla integrità dei ſenſi, come alla bontà della
uiſta, alla perfettione dell'udito, « al uigored'ogni ſentimento? ART. La
prudenza, la quale consiste in saldo, o sincero conoſcia mento delle attioni
umane: A N. Egli mi pare, che io ſia da Dio creata à fine, che le coſe mie
fieno ſcala all'altezza di quello. AR. Che penſitu altro, ò Natura? NAT. Nulla,
ſenon che conchiudo frame, che gli huominiſi ſieno aueduti delle uirtú
interiori per le qua lità eſteriori. AR. Senza dubbio, a molti anche ſi ſono
ingannas ti, oper una ſimiglianza, che hanno le uirtù con alcuni uitij, se lo
Cangiando il nome hanno detto chela tardezza ſia moderata pruten za,la
liberalità ſia la larghezzaſenzamiſura; e cosi all'incontro il prodigo ſia
liberale. Et non hanno conſiderato, eſſergran differenza tra il ſaper dare, er
il non ſaper conſeruare.Et queſto è quel ueriſimi le nei beni, che muoue ſpeſſo
lementi, ogli appetiti umani. Orain brieue l'ordine, l'ornamento, e la coſtanza
delle coſe handimoſtra to le uirtù, ou appreſſo la concordanza di tutte le
operationi, o la grandezza, che le ſopra feſteſſa inalzają si come in ogni
arte, com in ogni scienza biſogna hauer’alcuna coſa manifesta, e chiara, dalla
quale da prima ella naſca, o s'augumenti,cosinella felicità, bed ta uitaſi
richiede, euidente fondamento, preſo dui benimanifeſti à i ſen ſi
umani,dalquale s'argomenti il uero, ottimo fine, operò dalle predette coſe
ſiſtima, quella eſſer felicità, che con proſpero corſo tracorre,tutta
diſeſteſsa, tutta di ſua uoglia, tutta piena,tutta d'ogni parte abondeuole,
ocopioſa, eyd'intorno à tai coſe ricordati ſeme pre della diffinitione, da
unaparte conſiderando, che coſa é bene,di! l'altra diſtinguendo quello che é
del corpo, da quello, che é del’ani mo, e come ciaſcuno in molte parti ſi
diuide.perciò che cosi ne trar: rai quella abondanza di coſe che tuuorrai,doue
meritamente la pres detta parteſi può dar tutta alla inuentione, laquale e il
fondamento della noſtra fábrica. Partidoadunque tutto quello cheſotto il nome
di bene, ò uero, ò apparente ſi conciene, trouerai la felicità con tutte le ſue
parti,o trouerai, che'l fuggire dal maggior male,ſia bene, et l'acquiſto
delmaggior bene, « il contrario delmale; et queſto, pera che molti
s'affaticano, e che i nimici lodano alcuna fiata.Et che ſifa ſenza incomodo,
feſa, fatica, ò tempo, ſe é diſiderato; ofinalmente tutto è bene,uero,
apparente, v dubbio, quello che uiene deſiderato. AN. Che dirai tu del piacere?
AR. Grande ueramente è la fore za del piacere, et del dipiacere, percheſin da
fanciulli ſi uede, che il tuttoſi fa per tai contrarietà. Et s'io uoleßi
pienamente ragionarti, io non finirei cosi toſto, però di eſſo alcune brieui
ſentenze io ti pros pongo,dalle quaiſe ne ritrarrà quella ſimigliäza di uero, che
in tai be niſi può trarre. Dicotiadunque,che quelle coſe grate ſono, dipid=
cere,che ſono alla natura conformi,come hai diſopra ſentito; pero à ciaſcheduno
grato ſarà quello,à che eglidi natura ſua ſaràinchinas toje per la medeſima
ragione,foaue,et gioconda coſa é la conſuetudi ne, come quella chemolto alla
natura ſi confaccia. Perche quello, che speſſo,et per lo più ſifa, è molto
uicino a quello che ſempre ſi ſuolfa re. Caro e quello,che non ſi trde per
forza,perche la forza é contra natura, onde i trauagli,lecure, e ogni maniera
diſtudio, odi pens ſiero,che turbi la quiete dell'animo, perche é
uiolēto,arrecca moleſtia o diſpiacere. Seforſe la conſuetudine non
l'ammolliſce. Cosi per con trario il diletto, il giuoco, il ripoſo,la ſicurezza
ilſuono, et la rimeßio ne, come coſe di ogni neceßitá lotane. Néſolo col ſenſo
uicino ſiprende piacere delle coſepreſenti, ma con la memoria,con la
ſperanza,del lequali una riguarda le paſſate, l'altra le future. Lepaſſate
apportano nella ricordatione aſſai diletto,perche la imaginatione le fa quaſi
pres ſeriti, e ſe erano graui, o noioſe, con lieto, o piaceuol fine fatte ſos
no dolci, eſoauile coſe buoneche hanno à uenire nello ſferare con fortano,
comele preſenti nel goderle,ouero nel imaginarle, ilche ſuos le à gliamantiuenire,
iquali non hanno ripoſo ſenon quanto penſano alle coſe diſiderate. Lauittoria ė
foauißima coſa, ó lo auanzare il compagno, or però ogni maniera digiuoco ſuol
dilettare la caccia, l'uccelare, la peſcagione, et appreſſo l'onore,ogni
gratitudine, ogniri uerenza,inſin l'adulatione piace infinitamente. Lo imparare
ancora é coſa piaceuole, onde la imitatione delle coſe è giocondiſſima, tutto
che le coſe imitate non dilettino, perche nõ la coſa eſpreſſa,malo sfor zo, e
il contraſto dell'arte ſuol dilettare. Indi è nato, che la pittura, le statue,o
l'opre finte aggradano chi li mira. Ne più ti uoglio af faticare,o Anima,in
dimoſtrarti,quello cheda te, et in te prouerai ef ſendo con eſſo il corpo.o
quanto ti fia dipiacere il dominar’ultrui il comandare il ridurre à compimento
le coſe incominciate, il veder riu ſcire ogni tua deliberatione, e finalmente
tutto quello, che al bene t’indrizzerà,ò dal male ti ritrarrà. AN. Se queste
coſe ſono buo ne, come tu di, per qual cagione ſipuò errare nel deſiderarle, nel
cercarle? A R. Due mouimenti,ò Anima in te conoſcerai, l'uno de' quali da eſſa
Natura riceuerai, e l'altro riporterai teco. Nel primo niuno errore puoi
commettere,perche non è colpa tua, che alcuna co ſa ſi truoui,che ti diletti;
ma nelſecondo ageuolmente puoi cadere, eſſendo in tua mano il freno di non
conſentire cosi à pieno à quella prima voglia&, non riguardare alla
ragione, che con certo conſiglio al gouerno de'primi appetiti guidar tidee.
Maperche per lo primo, O naturalemouimento gli huominifanno il più delle loro
operatio ni però debbono eſſer ueriſimilmente guidati,o é creduto per lo più,
che ciaſcuno faccia con deliberatione quello cheegli fa, ſeguendo il primo
inſtinto; néſi conſidera che in teſi truoua uirtá libera, o po tente,dalla
quale ognilode, o ogni biaſimo procede. Etacciò che el la ſiapiù
drittamentegouernata, eccoti l'autorità delle ſacre leggi, nella quale è poſta
la ſalute, e la correttione d'ogniumano errore. Contra le quaichiunquepreſume
di opporſi, dal proprio conſiglio abandonato, è dato in preda alle ſue proprie
uoglie,e ſottoposto ale la pend, come quello cheiniquo, o ingiuſto ſia. Ora in
brieue ti dico, che eſſendo eſſe leggi nelle rep. àgli animi quaſi medicine
delle loro infirmità, o rimedijà i loro errori, biſogna ſapere ogni maniera di
gouerno, gouerno, in che eglipiù fermo
fia,da che uegna il cadimento di quels lo, et quanti ſienoi contrarij ſuoi,per
poteralla cõmune utilità con le Sante inſtitutioni liberamente prouedere. NAT.
Matu non dimo ſtri, ò Arte, che alcune leggi ſono eterne, er immutabili, non da
gli huomini ſecondo gli ſtati loro ordinate, ma dallo editto diuino, o da me
inuiolabili ſtatuite, communi,& uniuerſali à tutte le genti, lequai non più
allo Indiano,cheallo Ethiope,eguali, in ogniſecolo, in ogni luogo ſi Sogliono
ritrouare, non ne igrandiuolumiſpiunati da' morta li,manel libro della eternità
impreſſe,et ſigillate in ciaſcuno che ci na ſce. AR. Coteſte leggi,ó Natura,non
ſono ritrouamenti umani, né ſecondo le occaſioniformate, ma eterne, econtinuate
ad un modo in permutabile, del quale non tocca à me il ragionare, «pint é
quella ch'io non dico di eſſe, o forſe quella equità,dichefpeſoſi ragiona, al
tro nonė, che la leggeſcritta nel cuore d'ogn'uno per correttione di quella
cheè poſta per commune uolere di ciaſcun popolo. An. Dun que nelle umane
leggiſi truoua errore? AR. Nongià, ma ben può eſſereche ilfondatoredi eſſe al
tutto non proueda,et chenon conſide ri molte coſe, le quai per alcuno
accidente, come, che molti ne ſieno fanno uariare i giudicij, e in queſto caſo
la equità, et l'oneſtà può aſſai, operò molto prudente, oqueduto biſogna
cheſia, chiunque forma le fante leggi, « che il più che può tolga il potere à
gli huos mini di giudicare da ſe ſteßi. Però cheben ſai, quantopericoloſopra
ſtà nel giudicio, riſpetto allo amore, all'odio, e ognialtra perturbae tione
umana. Matempo è, cheſi dia fine à queſta parte, perche aſſai sé detto
d'intorno alle uirtù dell'anima,e d'intorno alle coſe appars tenenti ad eſſa,
si di quelle che allo intelletto, come di quelle, che ape partengono allo
appetito. In quanto che elle hanno ſimiglianza del uero, delbene, dj
appartengono alla inuentione. A N. Tutto che ó Arte, inanzi à gli occhimiſieno
le coſe, che tu m'hai dimoſtras te, hauendole tu ſopra la Natura delle coſe
ſtabilite,pur uorrei ſapes re alcunſecreto, come diſopra molti me n'hai
ſcoperti, quando tra noi ſi ragionaua delle parti mie. AR. Io non per
naſconderti alcu na coſa miſon taciuta, maperche eglimipare, cheda te ſteſſa
potrai ogni ripoſte bellezza conſiderare, uedere, che da que' beni che di ſopra
habbiamo diſtinti, naſcono treparti principali dello artificio no ſtro. Però
che ſe il bene é utile,nenaſce quella parte, che é posta nel conſigliare,
laquale ſi uſa neiſenati. Se'l fine è giuſto, quell'altrapare te, che delle
ingiurie ciuili,ò criminalitra i popoli fa mentione, felfie ne 1 1 ne é
honeſto, allora ampia, o magnifica materia ſipreſta di lodare nelle pompe, et
ne i trionfi le opere glorioſe, ma il ualore delgraue, o riputato
Cittadino,primanel ben fare,poi nel ben conſigliareſi di moſtra. AN. Diche coſa
più ſi conſiglia? AR. Di quello, che: più abbraccia l'utile uniuerſale. Etprima
d'intorno al corpo delle uettouaglie, odel uiuere per ſoſtenimento di ogn'uno,
odella difen fione per ſicurtà de i popoli, delle ricchezze perſoſtenere la
difes Ja. Dapoi delle ſacre leggi, e della religione per ottenere l'ultis mo, o
deſiderato fine. ANI. Che ſi ricerca nel conſigliare? ART. Prudenza,
beneuolenza, animo, ſecretezza, e celeris, tà nello eſſequire. A N. Gli
ineſperti adunque,imaligni, i timis di, i uani, i pigri huomini, non ſono atti
al conſigliare: ART. Non già. Necoloro, che non ſanno conſigliare ſe ſteßi. Ma
odi: alcuni ſecretidi queſta parte, forſe non uditi fin'ora. Vuoi tu ſapere un
modo mirabile di conoſcere glianimi de' mortali? AN. Queſto eil tutto. A R.
Sappi,checiò, che ſecreto nell’hkomo ſi truoua, forza cheſia in alcun
ſentimento di eſſo,ò di dentro, o difuori.Sentis, mento chiamo ora ogniparte di
te ó Anima. Et però uolendo tu ri trouar coteſto ſecreto, tenterai ogni
ſentimento, perche quando es toccherai quella parte,nella qualee ripoſto il
ſecreto di alcuno, o pia ceuole, ò noioſo,che egli fi fia,ſenza dubbio manderà
fuorialcuniſea gni,comemeſſaggieridelle uoglie ſue,ocon alcuneſimiglianze dimo
ſtrerà quello,che egli ſipenſa di haueredétro diſe naſcoſo; aguiſa di una corda
chealſegno tirata di un'altra; quandoritruoua la conſon: nanza, ſimuque, a
ſuona di pari armoniacon quella.Da queſta reues, latione dipende la uittoria,
eu l'onore di chi parla nel coſpetto degli huomini.Etqueſto è un ſecreto
ripoſto aſſai, wodegno di penſamento.. L'altro è, che a conoſcereil giuſto, e
lo ingiuſto,biſogna riguardas re al fire,alquale ciaſcuna coſa deueeſſer
meritamente riferita, pera, che quando ſia, che dal debito fine alcuna coſa ſi
rimuoua, allora ne ng ſce la ingiuria,la quale éuna eſpreſſa maniera di
ingiuſtitia. Aqueſta ingiuria altri ſono più diſpoſti a farla, che à
patirla,altri per lo cons, trario. Et questo biſogna conſiderare per potere in
quella parte uas lere, ii cuifinalgiudicio rizuarda il giuſto, o l'ingiuſto.
Altri ſes creti ui ſono, ma io mi riſeruo là doue della applicatione ragiones
remo, cioè quandoſi dirà il mododi porre le coſe nell'anima. Ma che marauiglia
è queſta? doue é gita l'Anima, ò Natura? Perche te ne ridi tu? come ſono
ingannata? come tolto mi viene il poter ſeguire E l'incominciato ragionamento?
NAT. Aſpetta ó Arte, non titurs bare, toſto merrà, con chi tu habbi à
ragionare. Ora uoglio che noi ci tramutiamo, o che cifacciamopalpabili, o viſibili.
AR. Che mutationi mi usi predicando? NAT. Taci, attendi. Eccomi qui di corpo,e
di formaumana. AR, Guardami ancora tu, ch'io ſo no trafigurata,à chimiſomigli
tu o Natura? NAT. Io non ſaprei à coſa alcuna ſimigliartijmubene io uedo, che
tu hai molto del graue nell'aſpetto, e nello andare, onel uestire,et à pena io
ardiſcofiſarti. gliocchi à doſſo. Et mi viene una certa tenerezza di lagrimare.
A R. Coteſto é ſegno,che tu mi ami et riueriſci;et tanto più ch'io ti ſcorgo un
certo roſſore nel uolto, e ti odo ſopirare. Ma che ti pare de gli occhi miei?
NAT. Tu haideldiuinoin eßi, come cheſieno di coloa re celeſte, o di luce
penetrante. A R. Et de capelli,chedi tu? delle ciglia? NAT. Quelli ſono neri, a
queſte rare, e di oneſta grandezza. ART. Saitu di cheſieno ſegni le predette
coſe? NAT. Non già,ma bene ſtimo, che tu t'habbifigurata in quel mo do
difuori,che tuſei di dentro, cioè piena d'intelletto, edi capacità ftudiofa
delbene,folerte,er ſuegliata comeſei. A R. Tudi il ues ro, e dipiù il naſo
aquilino, le orecchie egualiil collo brieue, il pete tolargo, le ſpalle große,
le braccia, le palme, ø i diti lunghi, tuttiſou no ſogni euidenti dello eſſer
mio. NAT. Ma tunonſei peròtroppo grande,bencheiltuo mouimento ſia tardo, elo
ſtarediritto, chedie moſtrino te manſueta, umana, a piaceuole. Ar. Se non fuſſe
il mio continuo penſamento, mi uedreſti ancora più allegra. Ma guarda
quantiſtrumentiadoperar mi conuiene perporre in opra quello che io nella mente
diſegno. NAT. 10 ſono dite più ſemplice, o piis ſchietta comeuedi. AR. Tu mifai
ridere con tante mammelle. NAT. A punto io fo ridere ogni coſa per tante mie
mammelle, pero che credi tu, chelefemine, noni maſchi habbiano tai parti? AR:
Perche le femine ſono quelle chepartoriſcono, però biſo gna, che come eſſe
danno la uita, cosi diano il notrimento,etperò han no le dette parti come
iſtrumenti della nodritione. NAT. Quans te adunque nedebbo hauer’io, eſſendo
madre dituttele coſe? AR. Tu hairagione,ma chi é quel giouane cosi bello, che
incontro ne uie ne? NAT. L'anima,che poco dianzi era ſola,ora è accompagnata
col corpo. AR. Chemiracoli fai tu ò Natura? NAT. Credi tu Arte ſapere ogni
coſa? AR. 10 fo bene quello, che credo, ſo che le genti non crederanno queſte
mutationi, che tu o io facciamo. NAT. Pochi ſono i ueri Sauij., però non diamo
orecchie al uolgo. Eccoti il deſiderato aſpetto, conſidera o miſura le parti
fue, che ria trouerai bella,o proportionata compoſitione. Ar. Che carne gen
tile, odelicata, non però troppo molle, guarda chedignità,che maa niera
chefronte allegra, « ſignorile,chipotrà dire che egli nonhab bia ad eſſere
pieno di coſtumi, o d'ingegno? NAT. Ben ſai,che io gli ho la promeſſa ſeruata
in tutto. ART. Rallegromi ueramen. te, o mi pare, che tu ſeimolto miglior
maeſtra di me, ma che nome gli daremo?.NAT. Quello che conuengaà chi lo fece.
ART. Io ne ho poco che fare. NAT. Anzi tugli hai dato, et darai il
miglior'eſſere;ben’è uero,ch'io ne ho la parte mia, o il mie fattore la ſua.
ART. Chiamiamolo dunque DINARDO. NAT. Perche? AR. Perche Dio, Natura, et Arte il
donarono. NAT. Tu mi allegri con tal fabrica di nomi. A R. In molte lingue io
ho queſto potere, il quale e poco da gli huomini conoſciuto. NAT. Mipiace, ma
perche non l'hai tu dacapo a piedi minutamente miſurato? AR. Micuſui lo
hauerglidimoſtrato, che la oratione eſſer dee.comeil corpo umano, o hauere
principio,mezo, et fine. Etche le partiſue deono corriſpondere à ſejteſe, al
tutto con dignità,e decoro? Et si comenel capo ſono tutti i ſentimenti del
corpo, cosi nel principio eller deono ripoſti i ſentimentidella oratione. A lui
pofciaſtarà di ore dinar la predetta materiafecondo il biſogno, facédolo
auuertito, che i teftimonij delle opere de’ mortaliſono le coſe che ſtanno
d'intorno à quelli. Et però mi gioua di nominarle circostanze, percioche fa
cendo,o operando l'huomo alcuna coſa, ha ſempre inanzi,ò apprefe ſo il tempo,il
luogo,le perſone, il modo, ilfine, le quaicoſe fanno fede ſe l'operaſua è
buona, orea. Da coteſta conſideratione, ſi ſtima chi ragiond, e con chi,ſe è la
occaſione di dire ſe in questo, o in quel luo, goſtarà bene di parlareſe ilfine
è buono,et altre coſe,alle opere ap pertenēti. Ma tu gratioſißimo Giouane, che
con tăto fauore delcielo ſeinato,ti ricorderai tu quelle coſe che dette
habbiamo fin'ora? Non titurbure,cheio ſono l'Arte, e queſta è la Natura,con la
quale tu, eſſendo Anima ragionaſti. Din. In che maniera ſono le coſe ſchiette,
oignude, oin che forma ſono le compoſte,che cosi uiſiete mutate, piacemi di
hauerui riconoſciute, o cosi uiaffermo di ricordarmi di quanto s'è detto. ART.
1o non mipoſſo ſatiare di guardarti. NAT. Che giouanezze ſono queſte? ART. Non
ti dolere, o Natura, che la bellezza delle opere tue ſia da me riguardata con E
2 marauiglia. NAT. Poi che io à tale fon uenuta, che pienas mente ho ſatisfatto
al deſiderio tuo, e chef Anima pronta s'è die moſtrata, comincia tu ancora ò
Arte ad inſegnarci ilmodo, col quale applichiamo le coſe all'Anima. Et perché
non più aſtratte ſiamo,ma compoſte,però voglio,che con le eſperienze degli
ingegni altrui, eo con glieſempi, cheſono oſtaggi della verità, e con l'uſo
quotidiano, tu ti rivolga à darci ad intendere la forza di L’ELOQUENZA UMANA.
ARTE. Cosi farò. Ma tu, ò Dinardo, presteraimi udienza, e non lasciare à dietro
cosa, ch'io ti dica. Marauiglioſa e ueramente la forza o la virti di LA FAVELLA
UMANA. Perciò che oltre alla intenzione dei concetti e delle voglie di voi
mortali, che per essa si suole con besneficio universale e evidente diletto
appalesare, non é in voi sentismento alcuno, l'appettito del quale non sia da
quella fieramente eccia tato, e commosso; a chi volesse di ciò prender debito
argomento ogn'ora, che venisse bene, riguardando à i modi, che si usano tra voi, ritroverebbe le cose à i sensi sottoposte
alcuna volta essere di minor virtù in muovere ciascuna il senso suo, che IL
PARLARE, quall’ora egli sia con bello, efficace, es maestrevole modo formato o
fabricato o appreso doppo alcuna più profonda considerazione, conoscerebbe essere
QUASI INFINITO IL VALORE DI ESSO PARLARE, come che solo allo intelletto dimostri
la sostanza, e la ragione delle cose, it che à niuno altro sentimento,
quantunque la Natura sempre a tutti liberalissima stata sia, né é, në fu, nef arà
concesso già mai. Quante cose del cielo, quante delle intelligenze, quante del
divino PER MEZZO DELLA LINGUA, senza l'aiuto degli’occh iò d'altro sentimento si
fanno? IL PARLARE è solo dimostrastore della sostanza, IL PARLARE E SOLO PER
UNIVERSALE MINISTRO DELL’ANIMA, IL PARLARE E SOLO STRUMENTO DELLA RAGIONE, ma
onde é, o Dinardo, che negli que ni menti, et ne gl’atti degl’uomini tanta
forza discens da NELLE PAROLE? DINARDO. Credo veramente, che essendoci dato da
essa Natura IL PARLARE, come tu dici, affine, che LE NOSTRE BISOGNE, I NOSTRI
PENSIERI ALTRUI MANIFESTIAMO, gran potere in quella FAVELLA debeba essere, la
quale da vero, et ſaldo intendimento, e da sforzes uole disiderio procedendo,
tale di fuori apparirà, quale di dentro nele l'animo dimorando ſtarasi. ARTE.
Ben di. Essendo adunque le parole come ostaggi delle voglie o de concetti, bisogna,
come tra’ signori aviene, dare gl’ostaggi alle persone convenienti, e però
prensdendo noi DINTORNO AL PARLARE quel miglior partito che si conviene, soglio
che picde inanzipie mettendo or gentilmente più oltre pafé fando ritroviamo le
maniere, e gl’ASPETTI DELL’ORATIONE, o confiaderiamo quale PARLAMENTO à qual cosa,
et à qual persona si conuenga. DINARDO. Di, ch'io t'ascolto. ARTE. Non è
dubbio, che riportando IL PARLARE per gl’orrecchi alle anime de gl’ascoltanti,
la forza dello intendere o del volere, bisogna in questo viaggio dar mouimento,
et modo ad eso PARLARE. Perciòche lo intendimento ó la voglia nell'anima si
riposano, o iui come nel suo caro nido dimorano, ne si potreba bono da quello
senza ragione, et artificio, di partire. Al che fare accoa ciamente uoglio in
prima che in ciaſcuna forma, o maniera di L’ORATIONE si truovi IL CONCETTO
DELLE COSE INTESE, ca DESIDERATE, il quale par orasia detto, e nominato
SENTENZA. Appresso uoglio, che ci sia lo artificio di levare LA SENTENZA dal luogo
suo e là doue farà biſoagno, leggiadramente portarla, perche SIMIGLIANDO LA
SENTENZA AL RISPOSO E ALL’ANIMA, diremo, che l'artificio sia la machina, il
modo conveniente di levare il peso della SENTENZA dalla MENTE umana. Ma perche
si vede che l'anima usa le forze sue, o adopra il corpo come strumento, però à
ciascuna forma di LA ORATIONE appresso l'artificio, Ry LA SENTENZA, le ſidarà
PAROLE, e voci, per mezzo delle quali puo l’anima delle sentenze la sua virtù,
le forze sue gentilmente ad opearare. Ma per che aspetto alcuno non si potrà
vedere, oueſieno le pare ti, la compositione di eſſe, IL COLORE, i contorni,
oifinimenti del tutta, desidero condonar alle parole i suoi COLORI, il sito, o
le parti qua si membra, o i suoi termini, accioche altri all’aspetto, o alla
forma conosca quali oſtaggi ſieno dati dall'anima DEI I SUOI RIPOSTI E SECRETI
INTENDIMENTI. Chiameremo dunque il colore LA FIGURA, la parte IL MEMBRO, il sito
LA COMPOSIZIONE, il finimento chiusa o TERMINE dell’orazione. Et perche van a
fatica sarebbe la nostra, le hauessimo solamente formato si bella creatura
affine che ella si stesse, ne punto si movesse, pero come vivo s'intende quel
corpo cui movimento e concesso, cosi daremo AL NOSTRO PARLARE il suo passo, o vero
il suo corso, il quale si farà col riposo di alcune parti e col movimento di
alcune altre, come farsi vede ne gl’animali, o perche con altro mouimento si
muove uno adirata, con altro un mansueto, o altro é il passo d'uomo grave e
atteme pato, altro d'un leggiero però nello spazio per lo quale ha da correre o
caminare LA ORATIONE voglio che si conosca ogni interna qualità delle cose per lo
movimento e per lo riposo di LE PARTI DEL SERMONE, e we per che di sopra
habbiamo dato à ciasscuna parte il nome che à formar UNA MANIERA DI PARLAMENTO si
richiede deremo ancora à questa ultima il nome suo si veramente che il riposo,
o il movimento delle parti sotto uno stesso vocabolo si rinchiuda, poi chiamato
sia o Numero, o numeroso componimento. DINARDO. Qual De dato puo cosi belle
figure a fare, adornare, come fai tu, o Arte. Raccolgo fin tanto quelloche io
ho da te sentito fin’ora, o dico che tu uuoi, che LA ORATIONE ha una qualità che
conuenne alla cosa, o alle persona soggetto, o questa istessa qualità, forma á
maa inierazò guisa dimandi. ARTE. Cosi e, DINARDO. Tuu uoi appresso che ciascuna
forma primieramente ha la sua SENTENZA che altro non è che il CONCETTO della
cosa, da poi l'artificio, che é il modo di les uarla dal luogo suo, ne questo
ti basta, a però uuoi ire grandamente si consideri con quai PAROLE si puo pixi
acconciamente RAGIONARE, a esprimere la OCCULTA virtù della SENTENZA, disponendo
le PAROLE e dando a la parola i suo COLORE, e finalmente rinchiudendola in
alcuni termini accio che sieno alla SENTENZA eguali, come l'anima à tutto il
corpo, o a ciascuna parte dare il suo numeroso o MISURATO movimento, che col
riposo, o con la velocità del tempo presente si misura. ARTE Cosi u'ho detto
DINARDO: Ogni cosa mi pare d'intendere ragionevolmente, solo che tu voglia
dichiararmi al quanto d'intorno a questo numeroso componimento, che “NUMERO”
hai nominato. Et io son dispoſta à farlo, sueramente, ch'io voglio prima
partitamente ragionare, ego distinguere la maniera, e la forme predetta, de cioche
tu sappia il numero di ciascuna determinazione. Dico adunque, la prissma guisa,
es la prima forma dover essere la LA CHIAREZZA, la quale sotto di se contiene
la PURITA, o l’ELEGANZA del DIRE, anzi più presto da questa maniera ne risulta la
cagione che nel primo luogo si riponga questa forma perche niuna cosa più si
ricerca ò si disidera [cf. H. P. GRICE, DESIDERATA --] dachi jagiond, che il lasciarsi
intendere, il che altramente non si può fare senzá LA PURITA DEL DIRE, la
mondezza, la quale oggi voglio, che ELEGANZA si chiami da noi. Ma perche spesso
aviene che sforzansdosi alcuni di esser inteſi, cadono in forma umile, ego dimessa
molto les cuando, otogliendo della dignità, della grandezza del PARLARE, però
appresso la predetta forma, si dirà della grandezza o GRAVITA DELLA ORATIONE,
quale da molte altre fori ne procede, che sono quesste, muestd, comprensione, asprezza; eemenza, splendore, viva
cie tà i boppo LA CHIAREZZA e la grandezza del DIRE a me pare che si convenne conoscer’un’altra
forma; ta quate tutto il corpo della orarzione con la convenienza delle parti,
ornamento, os gratia recando, bella, en misurata si mostra, v però mi giova di NOMINARLE
BELLEZZI, alla quale un'altra formaſi darà, volubile, presta, perche tèggia a
dramente si muova, leggiadramente dico a fine, che ne troppo sciolta, né troppo
legtta ſiueggia. Et ſe la chiara, a la grande, e la bella, o la veloce forma
sono tanto richieste, quanto previdá te stesso considerare che diremo noi di
quella, nella qual si dimostrano i modi, i costumi delle persone. Et di quell'altra,
che fa credere ogni cosa che si dice esser verissima? Certo non meno queste che
quelle esserticare deuriano, quando in queſte sta ripoſta ogni riputatione di
CHI PARLA; et ogni credenza delle cose, cosi voglio nominar quella forma la
quae le secondo le nature, e gl’abiti delle genti va ragionando sotto della
quale è la simplicità, la giocondità, o l'acutezza; e quell'altra ancora, che verità
si dimanda, sono forme, senza le quali morta e spenta sarebbe l’orazione. Ed in
questo numero sono chiuse le maniere, o le guise, delle quali alcune hanno la sua
sentenza, &i loro artificii, e l'altre parti distinte, es separate dall’altre;
alcune comunicando insieme, si confarànno, o nella sentenza, ò nello artificio,
ò nella parola, ò nella figura; o nel resto, cos me chiaramente uedrai. Queſte
uoglio, chetu da feſteſe, come ſemplici forme riguardi diſtinte l'una
dall'altra. Perciò che non quel lo che si truoua, ma quello che può essere, voglio
che tra te medesimo rivolgendo consideri, e ciascuna forma, come tale, ew tale
conoschi. DINARDO. Io t'intendo, Tu vuoi ch'io sappia considerare ogni guisa d’ORAZIONE
in se stessa, onde poi a scelta mia io possa questa con quella, e quella con
altra mescolando, di più semplici formarne una bella coinin posizione. ARTE. Che
credi tu, che vaglia poi cotesta MESCOLANZA che nella purità ritenga grandezza,
a peso, nella semplicità, forzkiego splendore, e ha nella grandezza del bello,
e dilettevole, ma che afþramente piacevole, e piacevolmente aspra si dimostri,
pungendo; gungendo, come si dice, ad un'horafteli e facendo che quello che è
nella sentenza ampio o ripieno sia nello artificio ampio ad leggidadro. E in
tal modo accompagnando la FIGURA d'una forma con la PAROLA d'un'altra, di più
contrario -- cosa alla natura medesima riputata impossibile -- farne una amore
uole fratellanza, onde poi questo generoso accozzamento di cose REPUGNANTI empia
ogn’uno di maraviglia. DINARDO: Non mi accender pir di grazia, di quello che io
sono, cominciami oggi mai à formare ciascheduna delle maniere, accionche io veda
il fine della desiderata catena dell'anima delle cose, e del PARLARE. DE Ï Ï A
parlare. ARTE Bendi. DEI DUNQUE sapere che come nell'anima, altra parte è
quella che apprende la ragione, alfra quella che é da gl’effetti commossi, come
dicemmo, o nella natura altre sono le cose allo IN-SEGNARE altre al muovere
appartenenti cosi alcune forme dell’orazione e le quali converranno alle cose
dell’intelletto, als cune alle cose della voglia, o dell’appetito o quando questo
non e né via, nė ragione alcuna e di
poter acconciamente INDURRE OPNIONE E AFFEZZIONE con la forza della favella.
Però auuertisci, che nel trattamento della forma da te stesso puo intendere
qual forma a qual cosa si confaccia. DINARDO. Ricorditi di farmi ogni cosa
chiara con gli essempi di CONVERSAZIONI DIADICHE e io mi obligo di interpretarli
secondo la PARTICOLARE occasione in qualunque libro di questi che tu vorrai. Ma
prima desidero saper alcuna cosa d'intorno al NUMERO o numeroso componimento, O
QUANTITA O FORZA. ARTE. Lasciati à me guidare che il tutto saperai secondo il
bisogno. Sappi adunque, o Dinardo, che qual’hora alcuno si rivolga à considerare
il modo, e la ragione del medicare, che ritrovando alcuna bella cosa nella
medicina, voglia giudiciosamente applicarla all’arte del dire, non è dubbio,
che egli non sia per vedere tra la medicina, o l'arte di che si ragiona, grandiſsima
simiglianza. Ecco la medicina cerca di indurre sanità, oue ella non ė, ò di conseruarla
doue ella si truoua. Il simile fa quest'arte, d'intorno alla buona opinione,
perche conogni studio s'affitica di metterla, ò di mantenerla oue sia bisogno.
La medicina conosce qual parte del corpo con qual rimedio esser debbia risanata,
o preservata, cosi queſt'arte opra con l'anima e con le parti sue con la forma del
parlare o conversare. La medicina quanto più può fugge la noia che puo alcuno
medicamento recar'atl'infermo, con mele ò con zucchero, ò con altra coperta
mitigando il pessimo sapore, ego l'odore delle medicine, ne da questa
gentilezza si parte la mia figliuola, cercandodi non offendere quel sentimento che
prende i suoi rimedij, il qual sentimento é negl’orrecchi riposto, per le quali
sotto la soauità del suono fa trapassar’inſino all'anima la opinione, quantun
que sia di cosa dalla natura aborrita. E finalmente la medicina nelle sue composizioni
alcune cose vi mette, non tanto gioue uoli alle parti offeſe, quanto preſte
apportatrici delle virtù dell'altre cose al luogo infermo, il che quamto ſi
conuenga all'artificio fa FAVELLA, non ti posso in poca hora dichiarare perche
troppo grande é la forza del suo numeroso componimento; il quale portando ſeco
agevolissimamente il valor della parola e della sentenza, pasa, e penetra per
ogni parte dell'anima, deerosa di questa soauità, e benche gl’orecchi del volgo
ne sentano assai, non è però da dimandare alcuno IDIOTA, onde ella proceda, ò
come si faccia, perche QESTO GIUDIZIO E PIU PROPRIO DELL’INTELLETTO CHE DEL
SENTIMENTO UMANO. Giudicando adunque, o considerando L’INTENDENTE UOMO quale sia
la cagione che la parola più ad un modo che ad un'altro disposta e diletta uolio
numerose, ritruova il tutto essere alla Natura, quanto al ſuo principio, conveniente,
ma quanto alla perfezione non cosi; però che io ne ho grandssima parte. E
perche tu sappia quello che la Natura, a quello che io ti possiamo prestare, dico
che la Natura ha posto alls cor nell’orecchie il suo piacere e diletto, vuole
che quelle affaticate si folleuino con la soauità, a dolcezza del dire; al che
fare niuna cosa è più potente nel vostro ragionare che il NUMERO o la fosnità
della parola. Il qual NUMERO bisogna che di sua voglia vegna nell’orazoone, si
perche FA ORAZIONE E NON MUSICA (come la poesia),si per fuggir la sospitione
dell’artificio, la quae le con luſinghe uole INGANNO pare che VOGLIA ABBAGLIAR
L’AMINO DELL’ASCOLANTE opera leua loro ogni PERSUASIONE o fede. Ma quando con
ine certo, o non conosciuto numero, dolce però, e soaue, si compone il parla-mento,
o si lega insieme il fascio della sentenza e dell’intendimento, senza dubbio il
tutto con credenza, o diletto si riceue. Fuggasi dunque il ucrſo, ogni regola
continouata del uerso; continouata dico, peroche lo stesso numero più volte
replicato facilmente si riconosce, o fa che gl’orecchi aspettanti l'ordinato,
consueto ritorno, più al suono che al sentimento si diano cosa assai chiara, o attesa
ne i versi, il NUMERO de’ quali usato, e conosciuto, più dall'arte che dalla natura
procedente. Ma perche senza legge di NUMERO alcuno, o sciolta del tutto non dee
restare l'orazione, che oscura, cu piaccuole ne rimarrebbe, però numerosa o
composta ella si disidera grandemente. Ora da che nasca, o per qual cagione diverſamente
offer convenga numerosa l'orazione quanto à me s'appartiene dirò brieuemente, dichiarando
prima, che cosa sia NVMERO, ò numeroso come ponimento. DINARDO. Questo ordine à
me sommamente diletta, però di cuore ti priego, che più distintamente che puoi,
me lo dimostri. ARTE. La necessità vuole che le parole sieno pari alla sentenza,
perche à questo fine si ragion e conversa, come si è detto, accioche quanto
habbiamo di dene troſi dimostri di fuori, doue mancando o accrescendo parole, o
il concetto interno non e espresso, come nella mente dimora, ò il parlar e
OCIOSO – Grice, otiose -- ò mancheuole. Ma perche la sentenza nell'anima è
finita O terminata, però debbon’esser finite, o terminate in QUANTITÀ le
parole, che la sentenza dimostrano. La qual QUANTITÀ insieme ragunata, GIRO O
CIRCUITO nomineremo il quale altro non e che pieno o perfetto abbracciamento
della sentenza. Questo abbracciamento di pari accompagnando la virtù di ef la sentenza,
può hauere una ò piu parti, o maggiori, o minori, secondo le parti della sentenza;
e ciascuna parte é composta di parole, o si chiama MEMBRO O NODO o si come ogni
parte del corpo ha il suo principio, il suo FINE, e il suo MEZZO, o il corpo medesimo
e terminato e finito cosi le parti dello abbracciamento, welfo abbracciamento e
finito o terminato. In tutto questo spazio adunque che è tra il principio, il
fine di ciascuna parte, e tra il cominciamento, es la chiusa, che s'è detto
chiamarsi gia ro, ė forza, che la lingua alcuna volta s'adagi, o si riposi secondo
il bisogno,o si muoua più ueloce, ò piu tarda secondo la QUALITÀ del concetto.
Et questo riposo, o questo movimento, misurato col tempo del proferire, para
torisce il numero, del qual ragioniamo vero figliuolo della composizione, o de
i termini del parlare, o molto piu nel fine, che nel cominciamento e più
apparente ne gl’estremi che nel mezzo. E perche di esso NUMERO gl’orecchi fanno
giudicio in quanto al sentimento del piacere o del dispiacere, per esser
naturale à ciaſcuno la dilettatione de sensi, o l'intelletto fos lo come ti dissi,
ne cerca la cagione però, hauendosi fin'ora in parte dimostrato quello che all'intelletto
s'appartiene, in parte dico, perciò che l'intelletto in questo caso molto all’orecchie
deferisce, o diverse maniere hanno diverso NUMERO. Però cominciando a trattare
delle forme del dire daremo a ciascheduno il suo numeroso componimento, o con essempi
DI CONVERSAZIONI DIADICHE ancora ritroueremo quello che con ragione e
dimostrato. DINARDO. Molto bene auif di farmi capace di questa magnifica o illusſtre
composizione; però segui che con maggior desiderio, che prima, fono
apparecchiato d’ascoltarti perche mi pare, che ora tu facci di me pruoua
marauigliosa. ARTE. La prima forma e nominata CHIAREZZA – la qual nasce da
purità, o da eleganza. Pero essendo ella quasi un tutto, acciò che meglio ſi
manifeſti, si dirà delle parti fue, et prima della mondezza o pilerità, poi della
scelta o eleganza. Deefl dunque dare alla purità del dire quella sentenza la
quale e di piana intelligenza e non ha bisogno di piu conſideratione, come per
lo pia sono, o esser deono le narrationi delle cose, come qui. DINARDO. Tancredi,
principe di Salerno, e signore assai umano, di benigno aspetto. ARTE Eccoti,
che ſenza alcuna fatica di discorſo ogni mediocre ingigno gegro può capire il sentimento
della sentenza già pronunciata, come ancora in questa sentenza. DINARDO. Io son
Manfredi, nipote di Costanza imperatrice. ARTE. Et molti essempi sono della
purità nelle novelle, la sentenza delle quali per la maggior parte è molto alla
uolgar’intelligenza fottopo sta, pur che partitamenteſa ciascheduna in ſe
conſiderata, percio che pua re non ſarebbono quando ad alcun fineſi riguardasse,
o uero altro attendessero per fornir il sentimento loro, come se in questa
guifa si dicesse. Essendo “Tancredi principe di Salerno signore assai umano”,
perche questa sentenza non e TERMINATA O FINITA dovendo attendere a quello, che
segue, o però più presto oscura e che monda enetta. Non aspetti adunque altro
intendimento chi vuolessr puro nella sentenza, la quale stando nell'anima, dee esser
con tal'artificio levata, che sola si tiri suo riga come di dentro dimostra il
concetto, cosi di fuori fa fatto palese, senza alcun accidente che quella
accompagni o consegua. E però da questa forma e bandita ogni circostanza di
tempo di luogo, di persona, o di modo, ò d'altro avenimento. Vedi questa parte
quanto é pura nella sentenza: DINARDO. La quale percioche egli, si come i
mercatanti fanno, anda molto in torno a poco con lei dimora, s'inamora d’un
uomo chiamato Roberto. ARTE. Non lascia esser pura cotesta sentenza quel
trammezamento che dice percioche egli, si come i mercatanti fanno, andaua molto
intorno, o questo adiviene, perche SOSPESO SI TIENE L’ANIMO DI CHI ODE. Fuggi
adunque ogni raccoglimento se vuoi essere nel tuo dir mondo, et neto; et narra
le cose partitamente come stanno, ma de i raccoglimenti quanti o quali sono,
dirà poi. Delle parole veramente con le quali si dee uestire la purità breve
ammaestramento si darà perche, tutte le parole, piane, facili, usitate, bricui,
O communi sono all'anima della purità molto proportionate, onde le trae
portate, le straniere, le lunghe, e quelle, che la lingua pena à proferire, o
l'intelletto a capire sono dalla purità lontane, però purissime sono queste.
DINARDO. Che à me pareva esser’in una bella, dilettevole selua, e in quella
andar cacciando e haver preso una cauriola, parcami, che ella e piu che la neue
bianca,or in brieue spazio diucnisse si mia domestica che punto da me non si
partiva, tuttavia a me pareva haverla si cara, cbe accio che da me non partisse,
le mi pareva nella gola haver messo un cola no d'oro e quella con una catena
d'oro tener con le mani. ARTE Non è poco haver giudicio di ritrovar le parole
ad ogni maniera conformii, ma molto più wi deue avvertir' nel disporle, o COLORIRLE,
onde ne nasce il desiderato aspetto. E però sappi che la figura della parola, alla
purità sottoposte, é il dritto, ecco. DINARDO. Nicolò Cornacchini e nostro
cittadino, o ricco huomo. ARTE. E quiancora DINARDO. A solo adunque vago,
piaceuole castello postto ne gl’estremi gioghi delle nostre Alpi sopra il Trivigiano
ecsi come ogn’uno dee sapere arnese della reina di Cipri. ARTE. Non cosi puro e
se dagli’obliqui casi ha cominciato, Dicendo, Di Asolo, vago e piaceuole castello
posseditrice e la Reina di Cipri. Ma puro e per la figura del dritto, avenne
che secondo quella parola puro non sia, doue si dice Arnese, voce straniera,
ancora nello aretificio non é puro per quello tramezamento che dice, si come
ogn’uno dee sapere, o per quelle circostanze del castello vago piaceuole pera
che RITARDA IL SENTIMENTO DLL’ASCOLTANT, ovi mette le circonstanze del luogo.
DINARDO. Dunque erra chi volendo esser puro usa una parole non pura, artificio,
o figura d'altra maniera della orazione? ÁRTE. Errerebbe se egli crede, otenta
d'essre in ogni parte puro, e netto, e non usa quello che si conviene ma non
erra volendo alla purità del dire porgere grandezza o dignità. Ma ancora voglio
che ogni maniera e in se stessa considerata e però la purità del dire ha le parti sue distinte, o separate dalle altre nė
solamente il dritto è figura di questa forma o manierq ma anche ogni altro COLORE
che e contrario alla comprensione. Ora trattiamo del sito, o della composizione
della sentenza, Dico nella purità, o mondezza del dire doversi mettere le
parole insieme con quel modo che piu vicino e al favellare, usita e cosenza
molta cura, caffettazione semplicemente quanto si può. E si cos me in ciascheduna
parola di queſta forma bisognaua levar ogni durezza, Cogni difficultà di
lettere, o di sillabe, accioche la voce di suono e quale, temperato, non
impedito usce fuori cosi nella composizione bisosgna guardare d’acconciare
talmente che pine tosto nate, che fabricate appariscano, come nell’esempio del sogno
si conosceud. Considera tu poi la forza e lo spirito di ciascuna lettera e di
ciascuna sillaba, come la natura in tutte ha posto la sua piaceuolezza,
durezza, e tifa rai questo giudice del suono delle parole, della loro disposizione,
ucdi che la “A” si forma nella più profonda parte del petto, o esce poi fuori
con alta voce, risonante, onde lo spirito di essa grande, o sonoro essente, odi
la seguente -- ch'é la consonsante “B/” La “B” é purasnella, despedita -- come
è aspra la sequente, che e la consonante “C” quando è fine della sillaba, ISA
C, órauca quando è posta inanzi la “A” à la “V” come per lo contrario e di
dolce, spesso, o pieno suono, precedendo alla “I”. Alla “E” come qui. Salabetto
mio dolce iomi ti raccomado o cosi come la mia persona è al piacer tuo, cosi é
ciò che ciė, o cio che per me si può fare al comando tuo. Considera poi da te stesso
il restante delle lettere, in che maniera essa natura di sua propria qualità ha
ciascuna dotata e vederai onde nde sce più questa che quella composizione. Le
parti e le membra, della purirità esser deono breui, et ciascuna dee terminar il
suo sentimento, non ritardando con lunghezza del giro, o di raccoglimenti la
intelligenza del popolo, come qui, D. Suol’essere a' naviganti caro qualhora da
oscuro o fortunevole nemboso spinti errano, o travagliano la lor via, col segno
della indiana pietra, ritrovare la trammontana in modo che qual ventosossi conoscendo,
non Ria lor tolto il potere, e vela, o governo, là doue essi di giugner
procacaciano, o almeno dove più la loro salvezza veggiono indirizzare. Bisogna
parimente in minore spazio raccogliere il sentimento di ciaccuna parte ouest vuole
esser puro, o fare in questo modo benche le parole sono a le quanto dure. DINARDO.
Chino di Tacco piglia l'abbate di Clugni a medicalo del male di stomaco, poi il
lascia l'abbate ritorna, in corte di Roma, o il ricomcilia con Bonifacio Papa, o
fallofriere dell'ospedale. ARTE. E nel uerso ancora esser dee la predetta norma
osseruata. DINARDO. Pace non trovo, e non ho da far guerra, e temo, espero, e
ardo, e for’un ghiaccio. Il che non quiene in questa altra parte. DINARDO. Voi,
ch'ascoltate in rime sparse il suono, perciò che IL SENSO E TROPPO RITARDATO o
con lunghssime parti rattenuto. Ha si dunque della purità quello che bisogna
d'intorno alla sentenza, all’artificio, alle parole, alla figura, alla composizione,
e alle parti di esa. Resta che si tratti del numero, e del finimento, cioè
della chiusa, o del termine della sentenza, o delle parti sue. Dico adunque che
nello andare, ego nello spazio di questa forma non si dee essere ne veloce ne
tardo ma temperato e ne i riposi, ne i movimenti, perche il numero nasce dalla
composizione, co dal fine, però sapendo quale esser dee la composizione delle
parole quale il fine tutto quello che sotto di queste parti contiene darà ad
intender quello che si è detto, perche quanto si ricerca alla composizione si é
dichiarito resta che si dica del finimento.ogni sentenza, ogni giro può finire,
ò in alcuna parola tronca, o in parola piena, sieno queste parole, ò di II, ò
di III, ò di piu silabe, o ancora di una. La parola piena, e compiuta ò e sdrucciolosa,
e volubile, o salda, o ferma, o perche
non solo Ridce considerar l'estrema parola di tutta la chiusa, ma anco la vicina,
o prossima, però partitamente si dice di ciascun finimento al luogo suo. Come adunque
voglia la purità terminare le chiuse sue, assai chiaro ofer dee. prciò cheassimigliandosi
elle al dire cotidiano, fuggirà il fine della parola tronca, come e quelle anda,
corfuftarà, o C. perche le medesime dee nella disposizione fuggire, come
ramarico, o render florido. Ed a contenterà di quel fine, che per lo più la natura
a volgari dimostra, ma io non voglio, che con tanta religione si finisca in
parole piene, et perfetete, fuggendo le tronche, o le fdrucciolose, che alcuna volta
non si metta sie ne altrimenti al suo parlare, perche quello che si dice, si
dice per la magegior parte dei finimenti, e delle chiuse della purità. Da
questi adunque o dalla disposizione risorge quella MISURA – moderato --, che
noi NUMERO addimandiamo. Essendo adunque la chiusa simile alla disposizione, la
disposizione non isforzevole, ma temperata e naturale, seguita che il numero
dell'uno, o, dell'altro figliuolo e, a quelle somigliante. Ben'è vero, che la forza
di ciascuna maniera e riposta piu tosto nelle altre parti che nel numero,
eccetto che nella bellezza, douc l'ornamento e il numero grandemente scerca, as
molto piùè ne i versi, nella poesia che altrove, o questo dico, acciò che fu
non metta piu studio dove non bsſogna riportandoti a gl’orecchi, il giudicio
delle quali da essa natura é ſommamente aiutato. Ecco adunque, è Dinardo, quanto
giova la mondezza, o purità del dire alla chiarezza. Ma perche questa semplice forma
non può da se sola si chiaramente parlare che non visi a qualche impedimento, però
bisogna ouunque le sia di aiuato mestieri, con l’eleganza aiutarla come con
maniera che più un modo che un'altr piu questo ordine che quello secondo il bisogno
adoprando elegge et fo uegna alla semplice purità del dire, il qual'aiuto è più
presto nell'artificio che nelle sentenze riposto. Però che ella si sforza far
ogni sentenza chiara e aperta, non che le pure già dichiarite di sopra.
Parliamo aduneque dell’eleganza,o prima dello artificio, colquale ella lcuar suole
ogni sentenza nella mente riposta. ARTE. L’eleganza e maniera che porta chiarezza
à tutte le maniere della orazione, o però non tanto alla purità, douc ella
manca soccorre, quanto à ciascaduna forma opra intelligenza, o facilità, da queſto
nasce, che l’eleganza dalla purità del dire in alcuna cosa é differente. Perciò
che la purità da se stessa è chiara, o aperta, ma l’eleganza nella grandezza, e
magnificenza del dire e come un sole che ogni oscurità che per quella potesse venire,
leua, o disgombra, o però in ogni sentenza ella può molto, si con l'artificio suo,
si con COLORE, le figure. L'artificio adunque di les vare ogni sentenza dall’intelletto,
acciò che ella sia intesa, cogni avvertimento innanzi fatto di quello che ft ha
da ragionare o conversare. DINARDO. Canto com’io vssi in libertade Mentre amor
nel mio albergo a sdegno s'ha poi seguirò si come à luim'in crebbe rroppo
altamente: ARTE. Il simigliante R fa nella prosa. DINARDO. Mi piace à condiscendere
a consigli d'uomini de' quai dicendo mi conuerrà far due cose molto a miei
costumi contrarie, l'una sia al qua to me comendare, et l'altra il biasimare
alquanto altrui, ma prioche dal ucro nė dall'una ne dall'altra non intendo
partirmi il pur farò. ARTE. Vedi quanto gentilmente | sbriga l’intelletto dello
ascoltare con tali avvertimenti. Appresso i quali assai bello artificio s'intende
quela to, che per chiarezza di alcune cose altre ne narra senza le quali non si
intende ageuolmente il restante. DINARDO. Ma per trattar del ben ch'io vi trovai,
dico de l'altre cose ch'io vi ho scorte. ARTE. Se il poeta qui non dove
dimostrare le pene de dannati e i tormenti di quegl che sono in disgrazia di
Dio, non haurebbe potuto dare ad intendere facilmente il bene che ne riusci poi
per hauer lo inferno cercato. Ecco qui dalla medesima necessità costretto
quest'altro descrive la pestifera mortalità pervenuta nella egregia città di
Firenze, avvertendo pri ma chi legge, in questo modo. DINARDO. Ma percioche
quale e la cagione, perche le cose che appresso Rileggeranno, avenisseno, non si
puo senza questa rammemorazione dimostrare quasi di necessità costretto a scriverla
mi conduco. ARTE. Ecco qui ancora un'altra bella preparazione di cose, fatta
per levare ogni impedimento, che puo offendere il rimanente. DINARDO. Ma io mi
ti voglio un poco scusare che di que' tempi, che tu te n'andasti alcune volte
ci volesti venire, e non potesti, alcune ci venisti, o non fosti cosi
lietamente veduto, come sole vi e oltre a questo di ciòche io al termine promesso,
non ti rendei gli tuoi danari, ARTE. In fine ogni precedente aviso, e ogni
ordine di cose, e secondo, che este son fatte, narrandole, ė artificio scelto, e
elegante, però tutte le proposizoni de' poeti sono elegantissime. DINARDO. Veramente
quant’io del regno santo me la mia mente potei far tesoro e ora materia del mio
canto, e canto di quel secondo regno que l'umano spirito si purga e di salir’al
ciel diventa degno. ARTE. I simigliante modo è osseruato ne i principij di ogni
nouella come da te stesso vedi. Suole ancora l’eleganza porre artificiosamente
le opposizioni con le risposte partitamente. DINARDO. Saranno per aventura
alcuni di voi che diranno ch'io habbia nello scriuere queste novelle troppo licenza
usata. ARTE. Eccola dimanda seguita la soluzione. DINARDO. La qual cosa io
niego, percioche ni una cosa e si disonesta che con oneste parole dicendola si
disdica ad alcuno. ARTE. E cosi di paripasso alle obiettioni risponde benche
altre fide te insieme posto habbia ogni accusa di se fatta, o poi s'habbia scusato,
ma quel modo non ha dello elegante, come il predetto pose prima le opposizioni
tutte insieme allora quando disse. DINARDO. Sono adunque, discrete donne, stati
alcuni, che queste novelle leggendo hanno detto che voi mi piacete troppo e che
onesta cosa non ė che io tanto diletto prenda di piacervi e di consolarvi. Et
alcuni han dete to peggio, di coinmendarvi, come io so. Altri più maturamente
mostrando di voler dire, hanno detto chenon stà bene l'andar'omai dietro queste
cose, cice à ragionare o conversare di donne,
o à compiacer loro. E molti molto te neri della mia fama mostrandosi dicono ch'io
farei più saviamente,à starmi con le muse in Parnaso che con queste ciance mescolarmi
tra voi. E son di quegli ancora che più dispettosamente che sauiamente
parlando, hanno detto, ch’io farei più discrettamente a pensare donde io puo haver
del pane che dietro a queste frasche andarmi pascendo di vento. Et certi altri,
in altra guisa essere state le cose da me raccontatevi, che come io le vi porgo
s'ingegnano in detrimento della mia fatica di dimostrare. ARTE. In queſto luogo
molte accuse contra dello autore si mettono. Prima che ad alcunaſi risponda, il
che non è cosi elegante, come il primo artificio, ben che in tanta confusione
egli studia di esser chiaro, cinteso, eso avisa qui sasse AVANTI L’ASCOLTANTE, come
fa doue dice, roppo al quanto dalle predette opposizioni, perche non di subito
risponde il che ancora é dall’eleganza lontano. DINARDO. Ma quanti ch'io vegna
à far la risposta ad alcuno mi piace in favore di me raccontare non una nouella
intera ma parte di una. ARTE E ne poeti ancora si osserva secondo che meglio
lor ben viene di fare cosi fatti partimenti. DINARDO. Tu argomenti, se'lbuon voler
dura, la violenza altrui, per qual cagione di meritar mi scema la misura. ARTE.
Questa é una proposta alla quale secondo l'arte della eleganza ſ doueá prinia
rispondere ma si è posta ancora la seconda, dove seguita. DINARDO. Ancor di
dubitar ti dà cagione Parer tornarsi l'anima àle stesse secondo la sententia di
PLATONE. ARTE. Ben che tu veda qui le proposte esser insieme collocate, non è
perrò senza eleganza quella parte, per quello che segue. DINARDO. Queste son le
question, che nel tuo velle Pontano egualemente, e però pria tratto quella che più
badi selle. ART. In questo luogo non tanto l’eleganza dimostra l’artificio suo
per lo avvertimento fatto di quello che si dee dire quanto per l’elezione di rispondere
prima ad una domanda che ad un'altra. Evvi ancora un'altro artificio della sceltezza,
il quale è quando si ripiglia quello che si è detto e si dimostra di che poi si
bada dire, come in questi luoghi segnati. DINARDO. Ma hauere in ſino à qui
detto della presente novella, voglio che mi basti,o à coloro rivolgermi, a quali
ho la nouella raccontata. Il qual luogo acciò che meglio quello che è detto, e quello
che segue, come stesse vi mostro. ARTE Asai si è detto fin qui, con che arte l’eleganza
leva dato per sostegno la grandezza o magnificenza del dire cosi nella
grandezza è pericolo di uscire in forma che non habbis ornamento, proporzione, o
però se le darà per misura, o bellezza sua una forma diligente, accurata, o ben
composta, la quale in termini conuvenienti richiudendo l'ampiezza della orazione,
o SANGUE o COLORE amabile en grazioso le
dona, onde il tutto misurato e temperato maravigliosamente si puo uedere.Questa
forma nė sentenza, ne artificio separato dal l'altre forme ritiene, ma ogni sua
forza nelle parole, nel sito di osse, ne i luo mi, o nelle altre parti e riposta.
Se però dare non le vogliamo quelle sentenze che acuti sono, o di sottile
intendimento. Le parole adunque di questa
forma sono le soaui, leggiadre, bricui, di facile intelligenza, ischiette, o
con gran circospezione traportate. Perciò che le traslazioni – o META-FORE --
in questa forma esser deono rarssime, o le figure di questa misurata. O ben
composta maniera e la repetizione. DINARDO. Per meſ ua nella città dolente, per
me vi ua ne l'eterno dolore, Per me si ua tra la perduta gente. ARTE. E molto bella eornata questa figura, os tanto
più ha di ornde mento, quanto quello che si replica, augumenta, o cresce. Come
qui. Amor, che à cor gentil ratto s'apprende, Preſe costui de la bella persona che
mifu tolta, e'l modo ancor m'offende. Amor che a nullo amato amar perdona, Mi preſe
del coſtui piacer si forte Che, come vedi ancor non m'abbandona. amor condusse
noi ad una morte. ARTE. Se alla REPETIZIONE aggiugnerai l’INTERROGAZIONE, senza
dubbio tu entrerai nella maniera forte ucemente. DINARDO. Qual'amore qual
ricchezza qual parentado baurebbe le lagrime, o i K sospiri pospiri di Tito con
tanta efficacia fatti à Gilppo nel cuor sentire che egli perciò la bella sposa,
gentil e amata da lui haue fatta divenir di Tito, se non costei? Quai mi nacce? ARTE. Tu da te stesso poi quanto ornata sa
ducemente questa parte considerando vedi tanto più se appreso le dette figure
ancora vi porrai la conversione della quale di sopra s'è detto. Nė ti maravigliarefe(
una me desima figura sia da altre figure ornata illustrata. Pero che la lingua
di questiornamenti é capacssima. Lascia che à fuo modo altri ragioni, tu ne ſarai
giudice, o la cosa istessa te lo dimostra. La conversione adunque è figura di
queſta idea, a R suol fare quando in quella stessa parola pii membri ſ lasciano
terminare. Bella è ancora la ritornata che si fa quando la parola che segue
comincia da quella in che la precedente finisce. DINARDO. Di me medesmo meco mi
vergogno. E qui, E consoauepasso a campi discesa, per l'ampia pianura super le
rua giadoſe erbe in fine à tanto che, etc. ARTE. O vero in questo modo.
Infiammò contra megli animi tutti, egli infiammati infiammar si AUGUSTO
OTTAVIANO, che lieti onor tornaro in tristi lutti. ARTE. Et ancora il Bifquizzo
come nell'uno poeta si dicra ch'io fui per ritornar più volte volto, Et
l'altro. Il fiorir queste innanzi tempo tempio. Da poi la predetta vi sono anco
altre ornatissime figure, come è il loro ascendimento alla tradottione o altre.
Lo ascendimento si fa quando le parti che seguono cominciano dalle parole medesime
nelle quali van terminando le parti precedenti, con questa conditione: che si
mutino le cadenze di esse parole. Nel dir l'andar, ne l'andar lui più lento. ARTE.
Overo in quest'altromodo. Lusca, io non posso credere che queste parole vengano
dalla mia donna, e perciò guarda quello che tu di. Et se pure da lei venissono,
non credo che con l'animo fermo dire le ti faccia. E se pure con l'animo le
dicesse, il mio Rignore mi fa più onorecheio non merito: ARTE. La traduzione e
ė figura che replicando la stessa parola, non foldemente DIMOSTRA L’INTENZIONE
DI CHI PARLA ma mirabil'ornamento accresce ove ellasſtruoud Laurd che’l verde
lauro e l'aureo crine. ARTE. Molto diligente as accurata figura e quella che si
fa quando due più parti fra se congiuntesi sogliono proferire E utile consiglio
potranno pigliare e conoscere quello che fa da fuggire o che sia similmente da seguitare.
ARTE. E qui, A cui grandi ey rade,o à
cui minute pelje. ARTE. Forza ė che onunque in una bella e adornata figura
s'abbatta un bel giudizio, egli conosca es senta dentro di se alcuna dolcezza;
com mese uno udirà in questo modo ragionare. Risposemi non huomo, huomo giàfui,
E li parentimiei furon Lombardi, Mantovani per patri ambe dui, Nacqui sub Iulio
ancor che fosse tardi, E vissi A ROMA sotto il buon AUGUSTO OTTAVIANO al tempo
de gli dei falſie bugiardi poeta fui e CANTAI DI QUEL GIUSTO FIGLIUOL D’ANCHISE
CHE VENNE DA TROIA poi che'l superbo Ilion e combusto. ARTE. Non sentirai tu
per questa disgiunzione, per la quale ogni parte sotto il suo verbo è rinchiusa,
una diligenza gentile del poeta: si come là, do we dice, Io son Beatrice, che
ti faccio andare, vegno dal loco, oue tornar disso, amor mi molle, che mi fa
parlare. E molto più se nella prosa detto ritrovasi a que' tempi che i nostri
maggiori haueano l'occhio al governo di questa REPUBBLICA, eta riconosciuta la virtù
de'buoni, davansi compensi dei danni ricevuti per la patria, chi robava il
publico, era castigato; fiori ua dia na giouentù dedita alla mercantia, oucro
alle lettere, lasciasasi il facer dos: tio, la militia da' nostri questa, per
che i cittadini non pigliaſſero l'arme contra se stossi, quello, accio che fussero
più finceri i parenti a far giudicio delle cose importanti. ARTE. Vedi, che
narrando partitamente, o senza congiugnimeneto alcuno, il parlareè spedito, la
figura ornata, o dilettevole sopramo do il suono di essa oratione. Al cui
ornamento il traportar delle parti di ossa giova mirabilmente, come quando si
dice, Al costei foco, alcolei grido. K 2 Giouin Giouinetto poss'io nel costui
regno. Et qui. Vſate le colei bellezze. In questo caso nonf dee di tanto levar
dall'ordine loro le parole, che la sentenza oscura deventi, come disse, che i
belli, onde mi struggo, occhi mico la, di che è qual piena quella canzone.
Verdi panni, sanguigni, oscuri, operſ. Bello al quanto è quel transportamento
che dice. Or non odio per lei, per me pieta de cerco che quel non vo, questo
non posso. Concedes però a’ poeti maggior licenza per rispetto della necessità
del verso nel quale ancora più ampio luogo fanno gl’ornamenti che nella prosa pure
non è che del bello non habbiano assai QUELLA FIGURA CHE PER LA NEGAZIONE
AFFERMA,come s'egli si dicesse, io nol niego cioè io il confesso. E quella, non
è alcuno,che nol creda, cioè ogn’uno il crede. Poi non taca que, cioè parlò, e
disse. Suole ancora chi scriue a maggior bellezza circoscrivendo le cose con
più parole quello che conuna può esprimere come qui, Era giàl'hora, che volge
il deſio, a’ naviganti, e intenerisce il core, Il di, che han detto à i dolci
amici,A Dio, ARTE. E cosi A chiama il sole Pianeta, che distingué l'hore, e
dicest. LA PRUDENZA DI MARIO, LA SAPIENZA DI CATONE, IN LUOGO DI DIRE MARIO
PRUDENTE O CATONE SAGGIO. E é appresso bella figura la innovazione i come qui,
Parte preſ in battaglia, e parte ucciſt. Et quia Taciti ſolie senza compagnia,
N'andavan l'un dinanzi e l'altro dopo. ARTE. Ecco come la bellezza ogni forma abbelifce,
ne per tanto avenga che ella molte figure, molti lumi dimostre di quelle solament
est contenuta, ma studiosa del diletto sforza di ragionare o conversare variamente.
Là onde per fuggir la fatietà con mirabile artificio è usata di variare l’orazione.
E questo suol fare primieramente doppo molte voci di piene sonore lettere
ponendo ne alcune di basse U rimesse. Da poi fuggendo la continuata giaciatura
de gl’accenti sopra una medesima sillaba, ora nelle ultime, ora in quet le che
uanno innanzi adesse gli sopramette, o di più in mezo delle lunghe le corte
parole fra mettendo grazia e adornamento le giunge. Bella cosa ė si come tra
cittadini vedere gli stranieri, cosi tra le nostre parole alcuna adirai che
alicna fa, o mescolare le isquisite con alcuna dette popolari, le BMOWE huone
con le usate, finalmente la elezione in questa parte può asai, la quale ritrovandosi
in saldo w ſottil giudicio, dimostra in un'essere tutto quello che col consiglio
di molti eletto a ricolto esser potrebbe però non degna le vili sſcaccia le brutte,
fugge l’aspre, abbraccia l’eleganti SCEGLIE LE SIGNIFICANTI o con copia maravigliosa
varia la disposizione, i të pi, il NUMERO e i finimenti; nė di pari lunghezza
formerà le parti del parlare, nė ripiglierà
una stessa figura, un tempo medesimo, un modo amile, una persona pari, ma quasi
un'adorno pratola orazione di molta varietà formando, diletto, o gioia, recherà
sempre mai. Leggi prima qui, come il Poeta i medesimi nomi non ridice in uno stesso
luogo. Io credo che ci credette, ch'io credessi, che tante voci usisse da quei
bronchi, da genti che per noi si nascondesse, però disse il maeſtro se tu
tronchi cualche frafchetta d'una deste piante, penster c'hai ffaran tutti
monchi. Allor porfi la mano un poco duante, E colfi un ramufcel da un gran
pruno, E'l tronco fuo gridò perche miſchiante. Da che fatto fupoi
diſanguebruno, Rincominciò à gridar, per che mi ſterpiš Non hai tu spirto di
pietade alcuno? Huomini fummo, oorfemfatti sterpi, ben doverebbe la tua man più
pia, seſtate fossim'anime di serpi? Comed'un sstizzo uerde, che arfo Ria,
Dal'un de lati che da l'altro geme, Bi cigola per vento che va via. Cosi di
quella scheggia usciua insteme, parole,e SANGUE, ond'io lasciai la cima cadere,
e dette come l'huom che teme. ARTE Tu puoi uedere in quanti modi il Poeta ha voluto
variar le parole con quanta felicità egli lo habbia ottenuto. Il che in molti
luoghi può in e lo vedere.si come là, dove parlando del lago gelato, lo chiama ora
ghiaccio, era vetro, ora gelozora grosso, o duro vello, ora ghiaccio, ora geld
ti guazzi, ora eterno uzzo,ora gelata, ora cristallo orafaſcia gelata, ora
fredda crostázora lagrime inuetriate, e simili altre parole usa variando il
poema. Il simigliante hanno fatto, fono perfare tutti gli scrittori di non D B
1 L me. Leggerai mirabili essempi della varietà in tanti principij di giornar
Odi novelle che sono in quell'autore, o leggerai anco l'ultima parte del secondo
libro di quest'altro che comincia. Che andiamo noi pure tutta via di molti
amanti et diletti ragionando e conversando. Ma ė tempo di ritornar’omai all’altre
parti della forma predetta, o peró d'intorno alle membra dei sapere che la
lunghezza di esse in questa forma è piu desiderata chela brevità o cortezza, non
però voglio che si lo stremo ti fermi, ma con più distese parti che nell’eleganza
vorrei che le sue sentenze li portassero che le parole di esse in tal guisa si
collocassero, e si terminasse queüa orazione che variate alſo pradetto modo il
fastidio o la satietà si fuggisse, o in grado ogni sprezzata cosa ci uenisse.
Il numero al uerso vicino in questa forma ci vuole, il qual numero prima e di
quella maniera che di sopra ti ho detto, cioè riposo o mouimento, ovvero tempo
di proferire, ò da poi di un'altra che ora io ti dimostrerò. Perciò che molto
bene all'orazione può dar forma numerosa e bella, la quale sia nata da ue na
certa necessità delle cose ben composte, o considerate, come il contraporre i
contrarij o le cose discordi l'una all'altra con misura corrisponedenti, ritrovare
i similiipari, o altre cose somiglianti à queste, delle quali partitamente e
con essempio ne dirò, Sono alcune membra o nodi della orazione, i quali hanno
le lor sentenze opposte ma con una corrispondenza tra loro mirabile temperate.
Il primo essempio e di quello che si chiama pare, il quale si fa quando le
parti che Äihanno à corrispondere sono quasi di pare numero di silabe o di
tempi quasi dico però che questa parità di sillabe, o di tempi con saldo
intendimento o giudizio deve essere stimata, e nõ del tutto pari.L'essempio di
que ſta forma e questo. Dou’ella disonestamente amica ti fu ch'ella onestamente
tua moglie divenga. ARTE Nel predetto essempio in due modi si vede esser fatta
numero, ſa la orazione prima per la parità delle sillabe la quale nelle parti si
vede poi per la contrarietà corrispondente perche “amica” o “moglie” sono
contrarij, onestamente o disonestamente sono contrarij, opposti, solo di pari
ud questo.Qui vi à niunoſi cerca inganno, a niunoſifa ingiuria. ARTE. I
contrarij adunque fanno la orazione osser numerosa, come ancora. Et di gran
lunga é da eleggerpiù tosto il poco osaporito, che il molato o insipido. ART.
tornare. 2 ! TAR. Ne i simili ancora cade il numeroso concento in modo che quando
in simil suono la chiusa finisce, ne rinsulta il numero. Quel rossore, che in
altri ha creduto gittare, sopra di se l'ha sentito ARTE. Spesso auiene che per
fuggire il sospetto di cotesto artificio, la simiglianza dei finimenti delle
parole in mezo delle parti si ponga, com me qui, Poi veggendo che questo suo consumamento,
più tosto che emendamento della cattività del marito potrebbe essere. Che più
dispettosamente che sauiamente parlando. Molti esempi ritrouerai da te stesso
di queste numerose maniere, nate dalla corrispondenza delle parti. Ora vorrei,
che bene aucrtssi di non replicare più volte cotesti adornamenti, di non
affettar tanto la consonana delle parti, CHE CADESI IN FASTIDIO OVVERO IN
SOSPETTO DELL’ASCOLANTE. E per questa reggerai medesimamente il verfo nel quale
caduto in più luoghi Ruede l'autore delle nouelle, il quale à me pare che di
ciò molto curato non habbia. Bene uero che con mirabile perfettione riempie le
parti e le membra della sua favella quando divide i nodi de’ suoi giri in III
parti, come qui Percioche niun'altro diletto, niun'altro diporto, niun'altra
consolatione lasciata ti ha la tua eſtrema fortuna. E qui, Et se qualunque di
quelle fuſſe in Salomone, ò in Aristotile, ò in Seneca,'haurebbe forzadi
guastar ogni lorſenno, ogni lor uirtů, ogni lor santità. Et qui. Ma quanto sensante,
quanto poderose, di quanto ben cagion le forze d'amore, etc.. Considera la
distintione de’ membri in quella novella, dove introduce to scolare, la vedova, perche
cosi richiedeua la dotta persona dello scolare. ARTE. E degno di consideratione
il numero delle sillabe che nelle parti, che hanno a rispondere l'una
all'altra, si mette. Perciò che quando una pare te di troppo l'altra avanzasse,
non ne seguiterebbe alcuna numerosa compo Rtione, però buone o numerose
appaiono esser queste. Accioche come per nobiltà d'animo dall'altre diuise siete,
cosi ancora per eccelentia di costumi spartite dall'altre vi dimostriate. ART.
Ma qui appare al quanto lunghetta la rispondenza, e la die fagguaglianza de membri.
Quanto più si parla de' fatti della fortuna tanto più à chi vuole le eue cose
ben riguardare, ne resta da poter dire, ARTE. Può esser ancora che non si gusti
il numero per la lunghezza delle sue parti, benche sieno quasi pari come qui,
Egli auiene spesso, che sicome la fortuna sotto vili art ialcuna volta grandi tsſori
di virtù nasconde, cosi ancora sotto turpissime forme d'huo. Ministruo wa
marauiglioſ ingegni dalla natura essere stati riposti. AR. S'io ti uolessi ogni
cosa mostrare d'intorno alla bellezza del dire, troppo ritarderei gli ſtudij
che hai afare, o pocoti laſcerei da eſercia tarti d'intorno all’eloquenza
umana. Però p trapassare alle altre forme, parlo della veloce e pronta maniera
dell’orazione; la forza della quale è nello artificio, più tosto, o nelle seguenti
parti che nelle sentenze riposta. L'artificio adunque della prestezza e a brievi
dimande brievemente rispondere. S'amor non èche è dunque quel ch'ioſento? Ma
s'egliè amor, per Dio che cosa è quale? Se buona, ond'ċ l'effetto aspro e
mortale? Se ria, ondési dolce ogni tormento? ART. Overo il fare molte dimande,
con forze di spirito obrer uits: Non era egli nobile giouane? Non era egli tra
gli altri ſuoi cittadini bello? Non era egli valoroso in quelle cose che d'
giouani s'appartengono? Non amato? Non bauuto caro? Non uolentieri veduto da
ogni huomo? AR. Le membra, quaſ parole eſſer deono bricui uolubili, oche pa ia
che in eſſe fa il monimento del parlar noſtro, OLTRE ALLA SIGNIFICAZIONE DELLE
PAROLE nelle quali ė ripoſta la forza dela espressione di ogni forma. Soli
bastano, accompagnati creſcono, und mille nefå, o delle mille in brieve tempo
mille ne naſcono, per ciaſcuna sono aspettate giocondissime, no aspettate venturose,
sono cari ageuoli, ma diſageuolivia più care inquanto le uittorie acquiſtate
con alcuna fatica fanno il trionfo maggiore, donare, rubbare, guadagnare,
guiderdonare, ragionare, ſoſpirare, lagrimare, rotte, reintegrate, prime
ſeconde, falje,o uere, lunghe bricui, tutte fono diletteuoli tutte ſono
gratiofe. AR. Vedi che mouimento apporti ſeco questo parlamento, il quale
quando l'huomo è riſcaldato s'aſcolta con marauiglia delle genti. Confia Ate
anco nella forza delle parole, o nelſuono, onella compoſitione come qui. E già
uenia sì per le torbid onde, Vn fracaſſo d'un ſuon pien difpauento, Per cui
tremauan' amendue le sponde, Non altramente fatti,che d'un uento: Impetuofo per
gli auuerſardori, Chefier la ſeluaſenza alcun rattento Gli ramiſchianta, abbatte,
e porta i fiori Dinanzi polucroſo ua superbo e fa fuggir lefiere e gli pastori.
ART. Tanto voglio che tu sappia della prsſtezza del dire. Perciò che date medesimo
puoi comprendere quanto ilconcorso delle cocali, ore forezza delle aillabe pa
lontana da questa forma, esfapere che ogni ina dugio di proferire, ogni
raccoglimento, ogni giro, impediſce il mouimento fuo. Resta adunque a dire
della forma accostumata, o delle fue parti, la. quale e, che ſi conuiene alle
cocoalle persone in tal modo che QUELLO CHE SI CHIAMA DECORO, molJa chiaramente
si ueda Et però la detta forma ſota to di ſe IV maniere principali si uede
contenere. La I ė la unilta u baſſezza. L'altra II é la piaceuolezza o il
diletto. La III e l'acutezza Uprontezza. Et l'ultima IV la moderatezza della
oration. Delle quai fore menecessariamente in questa forma si ragiona o
convresa, perche cosi porta la natua rade gli huomini,i quali sono ó vili, o
riputati, è piaceuoli, o moderati. La bajezze dangue e forma infima, e dimessa
del dire, alle roze, o idiote persone convenicnte, à femine, fanciulli non
diſdiceuole: da Comici, rie chieſta ouſata pia toſto che da Oratori, o
eloquenti buomini,o piu tom Ho nelle cause de priuati, che ne i communiconſigli
ricercata, quando uor rai attribuire il parlar a quella persona, cui non sidifdice
la baffizza. Cá dono in queſta simplicita di dire i pastori, a quelli che le
coſe boſcarecce Man deſcriuendo,o però le sentenze di queſta forma ſono piu
baſſe Qumi li, opiùfacili che quelle della purità oſcioltezza del dire. Là onde
ala cuni giuramenti ſciocchi à qneſtamaniera ſi confanno. O Calandrino mio
dolce, culor del corpo mio, quanto tempo t'ho defide Tatob’dauerti edi poterti
tenere a mio fenno.Tu m'hai con le piaccuoa lezza tuațratto il filo
delacamicia, tu m'hai aggrattigliato il cuore con la tua ribecca. Può egli
eſſer che io titenga? Leggeraila tutta, otutto che in questa formauiſa baſſezza,
non è però ela ſenza artificio, percioche per dimoſlrarla pulefe,fi fuole
alcuna fista minutamente ogni coſa deſcriuere,u ogni particolarità chia rire,
introdurre alcune ſcioccheriſpoſte, ò ſemplici contentioni di coſe, che non
rileuano con detti, le ſentenze de quali ſono grandi, ma le parole ſciocche, at
rozze. L Cominciò à dire ch'egli era gentilhuomo per procuratore, roy. Begli
bauea diſcudi più di milantanouefenza quellich'egli hauea àdarealtri che erano
anzi piùche meno e che egliſapeus tale coſe fare; ct dire che domine pure
unquanche. ART.. A tuo agio nie leggerai ilrestante,mauedi la contentione:
Guatatala un poco in cagneſco per amoreuolezza la riniorchiaua '; ege ella
cotale ſaluatichetta, facédo uiſtadi non auederſene andaua pure oltra in
contengo. Seguita che tutta ëbaſſa per li giuramenti, per le beffe, con per
alcuni rabbuffi, come qui. Vedi bestial buomo che ardiſce, là doue io Pid,
parlar prima di me, laſcia dir à me, Et alla reina riuolta diſſe, Madonna,
costui mi uuol far. conoſcer la moglie di Sicofanta, ne più ne meno come scio
con lei ufata nor, fußi, che mi uuol dar' à uedere chela notte prima che
Sicofanta giacque con lei meſſer Mazza entraffe in monte nero per forza,e con
ſpargie mento di fangue oio vi dicoche non é ucro,anzi u’entró pacificamente:
La deſcrittione del fante di fracipolld;& della fante,ėbaſſa,er propria di
queſta formaa alcuni lameti cô parole ufitate et popolari. Dime,oimė Giãnel mio
io fon morta,ecco ilmarito mio,chetri fto il faccia Dio,che ſi tornò, « non ſo
che queſto ſi uoglia dire. ART. Et alcuni prouerbiemodiſono dimeßi. Et cosi al
mododeluillan matto doppo il danno fece il patto, muoia. foldo, oniua amore, e
tutta la brigata. ARTE. Dalle fentenze di queſta forma ſipuò far congettura
quai parole, ochenumero, oquaichiuſe ad effali conuengonc, Però cheari
tificioſamente da ogni artificio lontana offer deue ogni ſua parte, et imie
tare la ſemplicità, ogroſſezza delle perſone. Io non uorrci queſtaforma in
unpocma grande, o genoroſo; o dubito che per questa ragione da ale cuni ripreſo
noſia uno de i piùcarifigliuoli ch'io habbia,ilqualefpeſo per dire
ognicoſaminutamente cade in parole baßißime,come quando dife. Vn’amme non faria
potuto dirſt, Quero. Etmentre che la giù con l'occhio cerco, o quello che ſegue
Trale gambe pendeuan le minuggia La corata parea, e il tristo ſacco. Et il
reſto. E non uidi già mai menare ſtregghia A ragazzo aſpettato daſignorfo, Et
la doue diſſe che Tencuan bor done alle ſue rime. Md ora al diletto paſſando,
dirò, che per diletto de gli aſcoltanti ale cuna uolta l'oratione ad una forma
s'inchina la quale tutta e riposta nellä, bautentione delpoeta,però gioconda
diletteuole maniera s'addimanda ĝrellache la ſemplice edimeſſa alquanto più
rileua ealla fauola, ó fala uoloſa narratione ſi uolge. Là onde leſentenze di
questa formafaranno contrarie alla forma della dignità del dire; &però
diletteuoli o gior conde ſono quelle, doue ragionano inſieme la Diſcordia, o
Gioue, o in quel dialogo d'Amore, oue R dimostra in che guiſa difcendeſſe fra
more tali Amore.Sonoanco grate,ga dolci quelle ſentenze chehanno quelle coſe
ntinutamente deſcritte, lequali per natura loro hanno onde piacere difense
timenti umani, es però la deſcrittione dell'amenißima valle delle Donne a molto
grata ad udire. Conſidererai di quanta dolcezzaſia ſtato amaeſtro Simone il
ragionaméto di Bruno, quando egli deſcriſſe la brigata, che giudi in corſo,og
de i loro follazzi, opiaceri,e delle altre coſe diletteuoli che egli uedeus in
udiua. Ma è bene che tu ſappia, come di quelle coſe, che a ſenſi ſono
ſottoposte, alcune fono oneste, alcune diſoneste. Le diſor Heiste ſe
paleſamentesi ſcuoprono co iloroproprij uocaboli, offender for gliono le caſte
orecchie;benche non offendano quelliche nė di dirle, ne di farle R logliono
tergognare,maſe con diſcretomodoleggiadramente cura prono la bruttezza loro,non
pure non perdono il diletto quando ſono inteſe, ma molto più di ſoauird ſeco
recano à gli aſcoltanti: Narra lo amore di due cognatiil poeta ALIGHIERI, o
uolendo il finedieſſo quantopiù poteua onestan mente ſcoprir diffe. Quel giorno
pia non ui legemmo auante, cioé attena demmo ad altro che à legger quello, che
fu cagione del nostro amore, o cosi quá lo l'altro poeta diſſe, Con lei fuß'io
da cheparte il ſole. E non ci Medeß'altri che le ſtelle.Ocosi in mille modi ó
per le coſe antecedenti, per quelle cheſeguono, eſſendo meno diſoneste,le
difoneſtißimèappalefar ft poſſono ne è pocalode dichi ſcriuezin tale occaſione
abbattědofi,ſenza offen fione anzi con diletto delle oneſte perſone deſcriuer
le coſe meno che oneſte. Intělaſi adunque la coſa, ofuggaſi la bruttezza delle
parole,o in queſto modo ſarà foaue, et diletteuole il parlar uoſtro. Alquale
gli amori, le bele lezze de i luoghi,igiardinizi prati,i fiori le fontane, la
prima uera, le pite ture, o altre coſe piaceuoli aggiungendoſi, ſenzadubbio ſi
dimoſtrerà la predetta forma,della quale anco di ſopras é detto aſſai, quando
del diletto, della gioia tiragionxi, che naturalinēte inuouc ogni coſa creata.
Et cosi ſecondo l'affettione di ciaſcuno ſi porge ſolazzo opiacere col
ragionare. L'artificio,et le parole della giocõdità tolteſono dalla
primaformadel dire chiamata purità, onettezza. Voglio bene in queſto paſſo,che
co più licen zoufigli aggiunti, ſegno e che i pocti loſtudio de' quali è
proprio il dilet? tare, allora più dilettano quando più belli; e acconiodatiaggiunti-
fono? wfati di porre ne' verſi loro, ecco Leggi. L et Giace nella fommità di
Partenio, non'umile monte della pastorale Arct. dia,un diletteuolepiano di
ampiezza non molto patioſo,peròche'l ſito del luogo nol conſente ma,di minuta,
o uerdisſima, crbetta si ripieno, cbe fe: le lafciue pecorelle congli auidi
morſi non uipa fceffero,ui ſi potrebbe dom gni tempo ritrouar merdura. ART.
Tutti i principii delle giornateſono à proua fatti per dileta tarc, eperò inshi
13 ziunti uiſono meſcolati come tu potrai uedere. Egli lliſuole anchora
interporre de i ucrſi per. dilettare, ma con destro modo, Perciò che non
mipareche bence ſtia, che la compoſitionc babbia del uer fo come qui. Cofi
detto, et riſposto,e contentato, doppo, un brieue.filentio di ciaſcuno. ART.
Ecco che nella proſa ui è il uerlo, ſenza quel propoſito che: io ti diceua, però,
biſogna rompere i ucrſi con alcuna parola,eccoti uer: foc, Postbaueafine alſuo
ragionamento, madicendo. Pofthauca fine Lau, retta.al ſuo.ragionamento non è
più verſo, benche queſto.autore altrowe: non foſſeſchifato dal uerfo, come
quando diſſe. Poſcia che molto commendata l'hebbe, Disleale, o spregiuro, e
traditore, Etpoi con un ſospir aſſai penſoſo, Luogo moltoſolingo, ofuor.
dimano.. Et questi uerſi quanto ſono migliori,tanto più ſono da.cſfer fuggiti
nel fic lo della oratione, fenon quando,o per eſſempio, o per autoritade, o per
di: letto ſono tolti da poeti. Ora delle figure di questa faperai, che alla
gioconda forma, oltra le fi gure che alla purità, Q umiltà. conuengono quelle
ancora non disd.cono, che alla bellezza ſi danno, o però le membra pari di
ſimili cadimenti le rime, i biſguizzi, itramutamenti; i circoli, le
uoci.ſimiglianti, il fingeri: de i nomi ſonofigure di questaforma. Leggi i
ſimili cadimenti. Tranquilla lite de'giudicanti ristora.le fettche
gucrreggianti, in quel le con le ſeuereleggi de gli huomini, la pisceuolezza
della natura,meſcoa. lando a queſti nel mezo de gli nocentisſimi
guerreggiantipure, ø inno.. centisfime paci recando. Nellefſempio letto ui
troucrai anco la bellezza di contrari, la parità de'membri, perche niente ci
uicta,che una ſtela figura da molti lumi ancora illuminata, fi poffa fare
illuſtre e luminoſa. Laura, che il ucrde lauro,c l'aurco crine.. Eſcherzo di
upci ſimiglianti. Il mormorar dett'onde, bisbiglio, ſpruzza..
reribombo,gracidare, fonoparolefinte,cha con diletto cfprimeno il fatto, ecco quando colui diffe,Filli, Filli,fonando
tutti i calami, parue ueram mente che i calami fuſſono tocchi col fiato di dettopaftore,
o quello ſem zafar motto alcuno. Rimafu quella di coſtui che diſſe. Tanto
d'intorno à quel più bello, quanto pià de Thumido fenting di quello, Et perpiù
adornamento et diletto, diſſe anco. L'acqua laquale alla ſua capacità
ſoprabondaua. Et comei falli meritano punitione, Cosi i beneficii meritano
guidero: done. Nella rima è pofta. la dolcezza de' Poeti di questa lingua,
dallaqual.rima chi ardiſſe ò tentaſje per alcun mododidipartirf, toſto ſi
pentirebbe. Le rime più vicine sono più dolci. Qucta licenza del rimare moderatamente
Bplglia de prosatori, purche di affettata dilettatione: disoneſto SEGNO non
porga. Voglio bene la compositione di questa forma, numerosa e più al verso vicina
che l'altre, ma il verso per ogni modo le tolgo. Guarda con che facilità si puo
coteſta prosa alla dolcezza del verso ridurre. Leg. Vna fede medeſimatraloro
per le menti una fermezza, uno amore in agni faſo, in: ogni tronco, in ogni rina,
uede L’AMANTE la faccia dolce delld. Fua belladonna, o ella quella del ſuo ſignore.
Ma ora non: voglio che tanto ti piaccia la forma predetta che TRALASCIANDO la
dignità, o grandezza del dire, procuri con ogni studio il diletto piacere cheda
quella sola procede, Perciò che io non uorrei che alcuna. parte del tuo
ragionamento ſenza piacer s’udisse, di che l'ascolta, il qual piacere nasce
ancora dalla idea dell'altre forme, o dalle orecchie allo animo, trapassando
ogni parte di esso sparge di diletto maraiglioso, perche movendo diletta, o
dilettando li movc, INSEGNANDO similmente si moue, o diletta in quanto che lo INSEGNARE
il moere, o il dilettare, sono operationi non distinte l'una dall'altra. Mi
laſciamo questa quistione ad altro, tempo, o ancora non stiamo troppo in questa
forma tutta di altra confladeratione, come quella cbe al Posta grandemente
conuenga, al quale pocta. i giuochi, po le cose ridicole ſi confanno, operò di.
cße ora non te ne dia 60, e tanto piu adietro di buon cuore ti lascerà questa
matcria, quanto di: ſacopioſamente da molti ne è stato scritto, et ragionato.
La rifponfione: ad ogni parte è anco figura di diletto. Leggi. La quale ciiba
fattinc i corpi delicate, o morbide, negl’animi timide o paurofe, ne le menti
benignc, o pietoſe, obacci dute le corporalifora ze leggieri, le uoci
piacsuoli, o i mouimenti dei membrifoaui.. Ms or a passiamo all'acutezza del dire,
forma inucro egregia e piùalto pensamento che altra meriteuple. Peroche ella
contiene le SENTENZA fic, del tuttocontrarioalla umiltà, baffezza dell’ORAZIONE,
ej in uero altro dicendo, altro intende. Percioche è dicoſeche hanno in
ſeforza,et uds Forela onde lo artificiaė proferire le alte o difficili
intentioni pianaměte, o con facilità, e le umili &abictte che paianoalte, o
degne: onde i primo modo é, quando fi piglia una parola IN ALTRA SIGNIFICAZIONE
CHE NELLA USATA CONSUETA MANIERA ne pcro e meno conuencuole et propriafe gli
wiguarda alla forza della voce, che la uſala, conſucta, come qui. Non creda
donna Berta oſer Martino Prueden un furar altro offerine. 9. Wedergli dentro al
conſiglio diuino. Che quel puo furger,oquel può cadere. C: il secondo modo e quello cheſi fa non mettendo
la parola, douee la berie Starebbe, ilche abufione s'addimanda; come ė à dire
allegrezza inſanabile, in luogo di dire allegrezza grandißima. Seguita il terzo
modo di porre. una þarola pia uolte'., ma che ſempre ſia ad un modo istefjo
pigliata, come dicendo, ſecglimuore, morirà tutto, perche uiuendo non uiue. Vſaſi
ancora biquestaforma un altro artificio aljai degno di conſideratione il quale
ft fa quando il parlare ſi fa pieno ditraslationi, o per la moltitudine di
quelle lifa ogn'horpiùmanifesto. Ee leggi fon, ma chiponmanoad eſſe Nullo,
percheil paſtor, che precede i Ruminar può,manon ha l'ugne. foffe, Perche la
gente che ſua guida uede Pur à quel bel ferir on fella é ghiotta Di quelfi
paſce, opiù oltre non chiede. ART. Et in queſto altro loco ancora Nel mezo del
camin di noſtra uita Mi ritrouai in unaſelua oſcura Che la diritta uia
craſinarita. ART. Acuti ſono ancora quei rimedij, che uanno quafi medicando le
dile rezte delle Tralationi con alcune altre piu chiare, ecco dire il fiato
della morte é duratralatione. Ma dire della morte, e ſpigne col ſuo fiato il
noe ſtro lume, e acutamente raddolcita la aſprezza fua. O qui.Con altezza di:
animo propoſe di calcar la miſeria della fori una.Voglio ancora,che acuto fa
ilporre inanzi yliocchi le coſe con bella colligatione di SIGNIFICANTI ßia me
parole, Vuoi tu ucdere la celerità del tempo. a Delaurco albergo con l'aurora
istanzi E to 1vs K $ siratto ufciua it ſol cinto di raggi, Che detto
baureſt',.Apur corcò dianzi. Jo uidi il ghiaccio, e li preſſo la rofa, Quaſi in
un tempo il granfreddo, e ilgran caldo. Che pure udendo par mirabil cofa Veggo
la fuga del miouiuerpresta. Anzi di tutti, et nel fuggir delſole, La ruina del
mondo manifesta Voi tu uedere dipinta la oſcurità. Buio d'inferno, o di notte
priuata D'ogni pianeta ſotto pouer ciclo Quant'eſſer puo di nuuol tenebrata:
ART. No ſolaměte leparolefanno l'effetto,ma te fllabe, et le lettere steffe
Vedi quáte fiate uie replicata la quinta lettera come lēte baſſa,co oſcura.
Sotto queſtaforma i beidetti ſi coprendono, et quei mottiurbani, che co dimeſe
parole dicono altißime coſe. Là onde alcune ſentēze, la ragione delle quali in
effe ſi conticnejacute ſono, o di ſuegliato ingegno ſegnimanifesti. come à
dire, le minacce fon arme del minacciato. sēdotu huomo penſa alle coſe humane o
offendo mortale nõ hauerl'odio immortale, o quello. Rade volte è ſenza effetto
quello che uuole ciaſcuna delle parti. Queſte ſono le parti principali
dellaforma ſublime; et acuta,nellealtre haida ſeguitare la purità o eleganza
del dire. Ma della Modestia, o Circonfpettione del parlare nel quale conſiſte
quanta gratia tuti puoi con gli aſcoltanti acqui Atare,dirò,pregandoti
caraméte,che tu uoglia questa ſopra tutte l'altre ele gere, abbracciare,et
fauorire in ogni tuo ragionamēto. Modesta è adunque quella forma del dire che
le proprie coſe abbaſſando innalza le altrui, o quaſi cede e toglierſi laſcia
del ſuo, il che opinione acquista di grābone tade appreſſo chi ode.Le ſentezedi
quellafono quelle che dimostrano l'ani mo di chi parla alieno dalle contētioni,
il deſiderio di fuggire, o terminar le coteſe, il diſpiacere d'accufar altrui,
il poter dimoſtrar maggior peccati dell'auuerfario, nõfarlo,et quello che ſi
fafarlo sforzatamēté, ė astretto dalla uerità,o p no laſciar opprimere
gl'innocēti,uerfo de'quali, chi dice, A deue dimostrare cõ queſta
formaofficiofo, et benigne,comefece coſtui. Leggi. Mi piace condiſcendere a'
conſigli de gli huomini, de quai die cendo mi conuerrà far due coſe molto a'
miei coſtumi contrarie;luna fia al quanto me commendare o l'altra il biaſmar
alquanto altrui,o auilire. ART. Molti huomini eccellenti nelle lodi, che date
hanno a i loro cittadini uſati ſono di dire, uoi faceſte, uoi uinceste, mánel
dimoſtrare alcana coſa meno che oneſta de' fatti loro,hanno detto per
modeftia.Noi perdesſimo, noi malefi portasſimo, noialquanto imprudentemente to
gließimo la guerra. A questeſentenzeſi aggiugne l'artificio, ilquale con Rate
nel dire di fero delle proprie coſe modeſtamente, con dubitatione
facendolegrditamente minori di quello cheſono; eſcuſando per lo contras rio gli
auuerfarii,oucro con ragione, conalquanto di timore accufando li, permettendoli
alcuna coſa a fuomodoin loro diffeſa pronuntiare,acció sonſi dia ſoſpetto al
giudice dioffer contentiofo, et amicodelle liti, in que ſto caſo voglio,che tu
uſ parole baſſe, et pure, oquelle che hanno manco forza nelle tue lodijonel
biaſimo de gli auuerfari, però quelle figure a questa formaſono
accomodate,nellequali con deliberato conſiglio alcuna coſaſ
pretermette,quiſando però l'aſcoltante di tale deliberationc. Inbrie ue ti
dico, cbe la DISSIMULAZIONE, che ironia s'addimanda, quenga, che ale cuna volta
morda cu pungasėperò artificio, o figura di queſta materia,nel laqual alcuni
Greci riuſcirono mirabilmente. Lacorrettione, oil giudi cio con timore
ſonocolori di questa idea. Come quando ſi dice, S'io nca sn'inganno, s’io non
erro, cosi mipare, o fimiglianti modi, i quali quanto più banno del leggiadro,
tanto più dilettano, o fanno l'effetto, che ſi ricer 14. La correttione e in
quel luogo. Si come prima cagione di queſto peccato, fe peccato é, perciò che
io t'accerto. ART. Et la disſimulatione iui. Godi Firenze, poi che ſei si
grande. ART. Belmodo e modešto é quando o il biaſimo, o la lote ſi fa dar da
una terza perſona, perche meno ha d'innidia il teſtimonio altrui, che'l noftro,
operò in queſto Poeta nel dire la origine fua, uedrai modestia ma rauiglioft,
Leggi ancora qui. Nobilisfime giouuni, à confolatione delle quai io mi ſono
meſſo à cosi lunga fatica io mi creda aiutandomi la diuina gratis ſi come io
auiſo, per gli uostri pictofi preghi non gia per i mei mcriti quello
compiutamente ha Herfornito, che io nel principio della preſente opera promiſi
di douer far. ART. Et il principio della quarta giornata i ripieno di queſti
modi. Ma tempo è di ucnire all'ultima forma di queſto ordine, ma prima in die
gnità o perfettione,comequella, ſenza la quale niuna delle altre può nel
l'animo entrare de gli aſcoltanti, dico della uerità, a laquale benche la moc
desta e dimeſſaforma piu che l'altre s'auicinano, niente di meno non è da di
Te,che ella debbia dall'altre offer abbandonata, imperoche non è opinione, òaffetto, che ſenza eſſa indurre ſi poſſa,
queſta fa credere che cofiſia, come Adice, questa moſtra l'animo di chiragions,
queſta èfrutto diquella uir ta che tùche noi chiamiamo imaginatione, cosi
potente nel porre le coſe dinanzid gli occhi,et cosi efficace ad ottenere ogni
nostra intenţione. Dimoftrafl adia que l'aniino di chi parla in questo modo, cioè
ſenza mezo alcuno rompendo in uno effetto, perche la natura in queſta guiſa ui
diſpone chequandoſiete iņuno affetto ſenza altra ragione in quello entrando le
dimoſtrate, cosi l'a ra, lo ſdegno, il diſo, il dolore,o ogniaccidente ſi fa
paleſe. In ſommaſe je fidate,o diffidate, c teneteſperanza d'alcuna coſa ſe
allegrezza uimuoue 'ò noia alcuna, ueracißimi pareranno gli affetti uoftri, ſe
da quello che defe derateſenza porui tempo di mezo cominciante. Leggi. Fiamma
del ciel si le tue trecce pioua Equi doue il Poeta dimanda aiuto Quando uidi
costui nel gran diferto. Miferere di me cridai à lui. A R. Come qui è uitiofo,
doue un nụncio corre al palazzo à dan nog ua alla Regina della preſa della
città, es ardere etſaccheggiare ogni coſa, o incomincia con lunga
narratione,dicendo, id ui dirò diffuſamente il tutto. Ma ritorniamo, hauendo il
Porta di mandato aiuto à VIRGILIO più bricue che può gli da notitia diſco
perche l'affetto lo pronaua à chiedergli pohc cagione egli ſi trouaſje in quel
luo. soſeluaggio,dice. Ma tu perche ritorni à tanta noia? Etfa maggiore il ſuo
affetto replia çando, perche non fali il dilettoſo monte. Là onde poiil Poeta
pien di mara uiglia di ueder VIRGILIO, non gli riſponde, ma dà loco allo
affetto,et dicca Leggi. orſe tu quel VIRGILIO, equella fonte, Che parge di
parlar si largo fiume, Ripoſi lui con uergognofa fronte, Et piu ritornando
all'effetto di primajo de gli altri poeti onor',e tume. AR. Vedi comele
Discordia con Giove adirata in tal modo comincia. Parti Giove,che io, la
qualeprodußi, et conſeruo il mondo,degna fia di doc uer’eßer biaſmata da
ciaſcaduno. AR. Serbati in questo caſo à dimostrare che inte più uaglia la
natur ra,che l'arte, o otterrai la credenza del uero che tu uuoi. Dire con
uolubi li parolc é ſegno di uerità, l'infigner d'hauerſi ſcordato, il
dimostrare die ſere dall'artificio lontario, o lo ejer dulla ucrità commoſſo, il
correggerſ daſeſteſſo, lo cſclamare in alcune parti quafi rapito dal uero, o
finalmene, te una diligente traſcuragine, et una traſcurata diligentia può
far’apparenza diuero. Ecco quanto bene appare,ola modeftia, ola verità ufar la
Discordia, doue dice, Etſel mio eſſere pien di miſeria mi ci rende in diſpetto
l'effer Dea (coa me tuſei ) onata al gentilißimo modo delfangue two pieghi il
tuo anis mo ad aſcoltarmi benignamente. oRati' stato ilmio minacciare più tos
fto fegno di diſperatione, che cagion d'odio è di ſdegno che tu mi debbi
portare. AR. Et poco dipoi. Io parlerò Gioueaffine di farti pietoſo alla mia
miſeria, non con animo d'effer lodatacome eloquente;muoue il dolor la mia
lingua, parte,et diſpone a fuo modo le mie parole, o quale id'l ſento nel core
tale,à te uegnia allos recchie, cheſenza offer altramente artificioſa, Oornata,
affai ti perſuaderà l'oration mia à dolerti di me,la qualedi tanto nonſon
conformeallo affan nocleoue quello continuamente m’afflige,queſta toſto fi
finirà, o ad ogni richiesta tua s'interromperà,però che qualunque uolta cofa
dirò, che mena zogna ti paia ſon contenta di dichiararla,accioche picciolo error
nel prin cipio nonſi faccia grande alla fine: AR. Vedi quanto efficaci ſtenote
eſclamationi. O‘Amor quanti, o quali ſono le tue forze: AR. Et là doue dice, o
felici anime,alle quali in unmedeſimo di auer re il feruente amore o la mortal
uita terminare,o piú felicife inſieme ad uno medeſimoluogo n'antaſte, o
felicissimi fe nell'altra uitaſi ama.com toi vi amate; come di qua faceste.
Questa eſclamationefa parere la cofa uera, ilfalimento bella, la ſentent za
degna,o grande,le parole aſpra, o acerba, oil numero fplendida,o generoſa.Al
predetto artificio s'aggiungono le parole conuenienti alle cos feale appre
nell'ira, le pure, o le fimplici nella comuniſeratione. Leggi. Ahi dolcißimo
albergo di tutti imiei piaceri, maledetta fia la crudeltà di colui checon gli
occhi della fronte or mi tifa uedcre. Affai m'ora con quelli dellu
mēteriguardarti à ciaſcun’hora.Tu hai il tuo corſo finito, et di tale,come la
fortuna tel concedette tiſe ſpacciato.Venuto ſe alla fine,alla quale ciaſcun
corre, lasciate hai le miſerie del mondo, o le fatiche. ARTE. Conſidera le
parti, le parole, o le figure di questa forma nella effempio ora letto, ote
ſimili uſorai nelle occaſioni che ti ucrranno, et uce derai uſcirne opora
maraniglioſa. Vodi che cömiferatione ſi truoua in que fe parole. Caro mio
signore, fe la tua anima oralcmiclagrimc uede, oniuno i conoſcimento ó sentimento
doppo la partita di quella rimane a corpi, rice. dei benignemoute l'ultimo dono
di colei, laquale tu uiuendo cotato amasti. Vedi ancora qui la ſomiglianza del
ucro grandemente adopraſi in rio fpondere alle coſe,che potriano eſſer
dimandate. Andreuccio,io ſuno molto certa, che tu ti marauigli, et delle
carezze, le qualiiori.fo.a delle mie lagrime;si come colui chenon miconoſci, o per
quentura mai ricordar nonm'udisti, matu udirai toſto coſa, la quale più tifarà
forſe marauigliare, si come è ch'io ſia tua ſorella. AR. Eccoti,che con una
coſa più incredibile fa parere il falſo eſer aero. Vſafi questo modo nel
raccontare,nello amplificar le lodi, ouero i uituperii delle genti,ouero in
narrare le coſe fuori dell'ordine naturali, e rare.Con una antiucduta escusatio
e,come qui, Carissime Donne à me ſipara dinanzi a doucrmifi far raccontare una
uerità, che ba troppopiù di quello che ella fu, dimenzogna ſembianza. ARTE. Vera
in ſoiamaè quella formadel dire, nella quale confiderata la natura delle coſe
la uarietà de gli affetri, la uſanza del uiucre, con prue denza, riguardo
dimostra le coſe fuggendo il coſpetto dello artificio, et però molto
leggiadramente fidce procedere nell'accurata, obella forme del dire nella quale
più vale il numero etl'artificio, che nell'altre.Sicno dun que gli ſpirtidi
questa forma partiper tutto il corpo, accompagnati dal sangue della bellezza, o
dal mouimento della celerità del dire, che facila mente si otterrà IL
DESIDERATO FINE. Ne gl'affetti grandi, bricui ficno le membra, uiusci le
parole, nel resto il giudizio di chi parla habbia luogo. Et qui Na il fine
delle formc o maniere del dire in quanto che di ciaſcuna partie samente si può
dire. Ma non sarà il fine di esse in quanto bisogna sapere il modo di usarle,
ed accomodarle NELLA IVILE ORAZIONE. Perciò che colui ne oratore, ne erudito
parcrebbe il quale come nouel cfſercitaßcle predette maniere da ſe steſſe
ignude, o inconipote, onde l'artefuafi manifestasse, oegli di abomincus de fatietà,
e fastidio ricmpicſſe l’orecchie o l’ANIMO dell’ascoltante, Bella cosa é adunque il meſcolare inſieme le
predette forme, o farne una ortima miſtura,dalla quale n'uſcirà l'ottima,o
uniuerſale idea della oratio nc; appreſſo la qualeſarà quellà, che mancherà al quanto
da quella ottima meſcolanza,cosi di grado in gradofcemundo il terzo,il quarto,
o l'ul timo luogo occuperà l'oratore. Della prima operfetta compofitione dela
leformeio non ti trouerei per ls uerità chi in questa lingua potefje, pere che
gli ſcrittori di efla hanno hauuta ALTRA INTENZIONE, che formarela città M
dincica dineſca minicra, ben che per quello ch'io ſtimo, non anderà molto, che
alcu noci naſcerà atto a questa grandezza,alla quale più tosto manca la fatie
ča,che il modo. Ora in quale forma debbia abondarc L’ELOQUENZA fa peraiz per
che la chiarezza, LA VERITA, quella che accostumata ſi chiama, fono le forme principali
di tutta la manicra ciuile. Dapoi appresso io amerei la celerità del dire con
quelle forme poi,che alla grandezzafi danno, tra le quali io eleggerei la
comprenſione. Le altre ueramente ſecondo il tempo; er la occafione reggendomi
abbraccerei con quella ſcelta, con quella di fcretione che uolentieri,ut non
isforzate păreſſero ucnire riel parlar mio Ben'è uero, che molte ſono le
intentioni de gli huomini, e quelle con dilia genza offer dcono confiderate.
Chi uuole de i ſecreti di natura parlare, bo delle cose morali dee abondare in
grandezza senza alcuno volubile movimeto. Chi veramente cerca narrare i fatti
de mortali, come si fa nella storia, elleggerà la schiettezza, o eleganza, nella
quale è riposto l'ordine delle co fe,cu dei tempi, a riguarderà primai
conſigli, ale deliberationi, poi le attioni, o i fatti, o finalmente gli
auenimentio fucceßi. Nei conſigli di moſtrerà quelloche deue cffer lodato,o
quello che merita biaſimo nelle at tioni,i fatti,ole parole, il modo, il fine.
Et ne ifucceßi dimostrerà ció the alla uirtù,o ciò che alla fortunafi deve
attribuire. Chi ne ifenati uud l'esprimere la forza dell’eloquenza, perche il
peſo delle cose sară poſto fore. pra lepalle di chiragiona, biſogna abondare in
grandezza,o dignità, di mostrar cura openſamento, il che non uale ne i
giudicij, ſe non ſono di coi. Le graui, aimportanti, perche in eſſe più
fimplicità, baſſezzaſi ricerca, eſſendo quegli per lo più di coſe edi buomini priuati.
Nel difendere, ale fai uale la forma accoſtumata, obalfa, ſe non quando
arditamente il fatto Rinega. Poco ancora ui ſi vedrà di uolubile, o presto
mouimento. Ma non. cosi nello accuſare,douc oajpro, uecmente,o uiuo cſer dee
l'accusatore. Chi lola. fi dee dare alla bellezza, o al diletto, o apprezzare
lo fplene dore fenza ucсmenza, o celerità. Et in brieuc, biſogna aprir gli
occhi; eje nello imitare i dotti,o eccclenti uomini si richiede conſiderare; di
che for ma eßt ſieno più abondanti,o di che meno; accioche ſapendoper qual caz
glorie eß istatilicno tali,ancora non ſia tolto il potere à gli studioſi di ace
coſtarſi loro, o aguagliarli,o le poßibilc é, che pureé paßibile al modo già
detto di ſuperargli. Et chi.pure non uoleſſe la fatica,poteße almeno giudicare
i loro fecreti. Molti, o minuti ſono i precetti d'intorno a questo
offercitio,maio non uoglio più affaticarmi, effendo quegli in molti,o gran di
uolumi ordinatamente riposti, oltra che il nostro dicorso à niuno può parere
terc imperfitto, quando egli voglia la nostra INTENZIONE riguardare, la quale è
stata di fare i fondamenti dell’ELOQUENZA, avvertire di quanta cognizione esser
debbia chi à quella si dona; sopra i quali fondamenti sono fordate l'articelle
de' maestri, o gl’esercitij de' giovanetti. Baſtiti, oDinardo, che tu sia
giunto là, doue di giugnere desideravi, o che tu habbi veduto un circolo della
tanto desiderata cognizione. Però che dalle parti dell'ANIMA incominciasti,o in
esse sei ritornato, havendo il corso tuo sopra di natura, ci sopra di me
fornito, come sopra due rote di quel carro, che per lo aperto cielo ti condurrà
vittorioso, o trionfante. Daniele Matteo Alvise Barbaro. Daniele Barbaro.
Keywords: archittetura, palladio, prospettiva, retorica, ordine cronologico:
Ermolao Barbaro il vecchio – Ermolao Barbaro il giovane – Daniele Barbaro –
Temisto, index nominorum, interpretazione e commentario di Barbaro sul
commentario di Tesmisto sull’analitica posteriora – manoscritto, Bologna.
Manoscritto delle ‘Adnotationes ad analyticos priores’ – commentario diretto su
Aristoele e no via Temisto – Villa Barbaro – lezione privati di Barbaro
sull’organon di Aristotele – analytica priora e analytica posteriora, non al
studio GENERALE, ma alla sua propria villa!. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo
di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Barbaro,” The Swimming-Pool Library, Villa
Speranza, Liguria.
Luigi
Speranza -- Grice e Barbaro:la ragione cnversazionale e l’implicatura
convresazionale del vecchio – scuola di Venezia – filosofia veneziana –
filosofia veneta -- filosofia italiana – filosofia veneziana – Luigi Speranza (Venezia). Filosofo veneziano. Filosofo
veneto. Filosofo italiano. Venezia, Veneto. Umanista --. Grice: “As much as
Speranza LOVES Daniele Barbaro, I prefer Ermolao Barbaro; after all, he was his
uncle – I mean, Ermolao was Daniele’s uncle – and therefore HE taught HIM; I
mean, Ermolao, as a good philosophical uncle, taught the ‘minor’ (literally,
since he was his junior) Barbaro.” "Some
like Barbaro, but Barbaro's MY man." Ermolao Barbaro
detto il Vecchio. Umanista e vescovo cattolico italiano. Sendo stato uomo
degnissimo, m'è paruto farne alcuna menzione nel numero di tanti singulari
uomini, acciocché la fama di sì degno uomo non perisca (Vespasiano da Bisticci,
Vite di uomini illustri del secolo XV). Ancora bambino comincia a studiare
lettere conVeronese, e il successo di quest'accoppiata allievo-maestro fu tale
che tradusse in latino le favole d’Esopo. Fece poi i suoi studi universitari a
Padova dove si laurea. Successivamente si trasfee a Roma dove entrò al servizio
della cancelleria papale. La sua carriera nella curia romana fu così fulminea
che Eugenio IV lo nomina protonotario apostolico e gli concesse la diocesi di
Treviso. Il rapporto con il pontefice, però, si interruppe bruscamente quando,
dopo che gli era stata promessa la nomina a vescovo di Bergamo, il papa assegna
il posto a Foscari. Lascia Roma e viaggiò per l'Italia ma, dopo una serie
di peregrinazioni, tornò a lavorare in curia. Si trasfere poi a Verona dove
Niccolò V lo designa vescovo e dove si sistemò in pianta stabile, tranne una
breve parentesi a Perugia come governatore. Messer Ermolao Barbaro, gentiluomo
viniziano, fu fatto vescovo di Verona da papa Eugenio, per le sue virtù. Ebbe
notizia di ragione canonica e civile, ed ebbe universale perizia di teologia, e
di questi istudi d'umanità; ed ebbe nello scrivere ottimo stile. Fu di
buonissimi costumi, e nel tempo di papa Eugenio si ritornò a Verona al suo vescovado,
e attese con ogni diligenza alla cura, e vi accrebbe assai e onorò e multiplicò
il culto divino. Era umanissimo con ognuno. Ridusse nel suo tempo il vescovado
in buonissimo ordine, così nello spirituale come nel temporale. Aveva in casa
sua alcuni dotti uomini, in modo che sempre vi si disputava o ragionava di
lettere; ed era la sua casa governata, come si richiede una casa d'uno degno
prelato. S'egli compose (che credo di sì) non ho notizia alcuna. Compose. Nulla
se ne ha alle stampe trattane qualche lettera, ma più opuscoli manoscritti se
ne hanno in alcune biblioteche, e fra essi la traduzione della Vita di S.
Anastasio scritta da Eusebio di Cesarea. Note
Vespasiano da Bisticci, Vite di uomini illustri del secolo XV, ed.
Barbera-Bianchi, Firenze. Tiraboschi, Storia della letteratura italiana, ed.
Firenze, Società storica lombarda, Archivio storico lombardo, ser.4:v.7,
L'Umanesimo umbro: Atti del Convegno di studi umbri. Gubbio, 2Perugia,
Vespasiano da Bisticci, Tiraboschi, cit. pag. 808 Opere (alcune moderne
edizioni italiane) Ermolao Barbaro il Vecchio. Orationes contra poetas.
Epistolae. Edizione critica a cura di Giorgio Ronconi.Firenze: Sansoni, Facolta
di Magistero dell'Universita di Padova Ermolao Barbaro il Vecchio. Aesopi
Fabulae. A cura di Cristina Cocco. Genova: D. AR.FI.CL.ET., Trad. italiana a
fronte Hermolao Barbaro seniore interprete. Aesopi fabulae. A cura di Cristina
Cocco, Firenze: Sismel-Edizioni del Galluzzo, Il ritorno dei classici
nell'umanesimo. Edizione nazionale delle traduzioni dei testi greci in eta
umanistica e rinascimentale. Tiraboschi, Storia della letteratura italiana, ed.
Firenze, Vespasiano da Bisticci, Vite di uomini illustri, ed. Barbera-Bianchi,
Firenze, 1859. Pio Paschini, Tre illustri prelati del Rinascimento: Ermolao
Barbaro, Adriano Castellesi, Giovanni Grimani, Roma, Facultas Theologica
Pontificii Athenaei Lateranensis, Emilio Bigi, Ermolao Barbaro, in Dizionario
biografico degli italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. URL
consultato il 6 luglio 2018. Voci correlate Ermolao Barbaro il Giovane
Collegamenti esterniDavid M. Cheney, Ermolao Barbaro il Vecchio, in Catholic
Hierarchy. Predecessore Vescovo di Treviso Successore Bishop CoA PioM.svg
Lodovico Barbo Marino ContariniPredecessoreVescovo di VeronaSuccessoreBishopCoA
PioM.svg Francesco CondulmerGiovanni Michiel · Biografie Portale Biografie
Cattolicesimo Portale Cattolicesimo Treviso Portale Treviso Venezia Portale
Venezia Categorie: Umanisti italianiVescovi cattolici italiani Nati a Venezia
Morti a Venezia BarbaroVescovi di TrevisoVescovi di VeronaTraduttori dal greco
al latino. Nome compiuto: Ermolao Barbaro, il vecchio. Keywords: eloquenza.
Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Barbaro,” The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice
e Barbaro: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazinale del
giovane – scuola di Venezia -- filosofia veneziana – filosofia veneta -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Venezia). Filosofo veneziano. Filosofo
veneto. Filosofo italiano. Venezia, Veneto. Grice; “Very good.”, ermolao – the
younger – il giovane, non il vecchio -- "Speranza
likes Ermolao Barbaro the Younger, but Ermolao Barbaro The Elder is MY
man." -- H.G. Ermolao Barbaro il Giovane. Avea profondamente
meditato sopra i doveri che impone il carattere di legato a chi lo sostiene e
sopra le avvertenze che devono servirgli di norma nella pratica degli affari,
ónde servir con vantaggio il proprio governo e riportare onore anche da quello
presso di cui risiede. Ei ne ha indicate le tracce in un pregevolissimo
opuscolo in cui la prudenza apparisce
compagna della onestà del candore, ed è venuto a delineare in certa guisa il
suo ritratto. Ma lo stesso suo merito fu a lui cagione di grave calamità.
Cardinale di Santa Romana Chiesa Hermolaus Barbarus Ritratto di Ermolao
Barbaro, opera di Theodor de Bry. Patriarca di Aquileia. Ordinato presbitero.
Nominato patriarca da papa Alessandro VI. Consacrato patriarca. Creato cardinal
da papa Innocenzo VIII. Ermolao Barbaro detto "Il giovane" -- è stato
un umanista, patriarca cattolico e diplomatico italiano, al servizio della
Repubblica di Venezia. Comincia l'educazione elementare con il padre
Zaccaria Barbaro, politico e diplomatico veneziano, poi in tenerissima età e
mandato a Verona dal pro-zio Ermolao Barbaro, vescovo della città e umanista di
fama, per studiare lettere latine con Bosso. Per perfezionarsi passa a Roma
dove ha come insegnanti prima Leto e poi Gaza. Un cursus studiorum concluso con
successo. E laureato poeta, a Verona, da Federico III. Segue a Napoli il padre,
titolare dell'ambasciata veneziana, e proprio nella città partenopea scrive la
sua prima opera ovvero il “De Caelibatu”.
Traduce tutto Temistio, pubblicato poi, in parafrasi. Tornato in Veneto
consegue a Padova il dottorato in arti e quello in diritto civile e canonico.
Subito dopo fu nominato titolare della cattedra di etica. Come professore
insegna soprattutto sulla Nicomachea di Aristotele, mettendo in guardia i suoi
studenti dalle traduzioni in latino di Aristotele e predicando il ritorno alla
traduzione diretta dal greco, proprio come face lui. Sono infatti di quegli
anni i commentari all'Etica e alla Politica e la traduzione della Retorica.
Abbandonato l'insegnamento accompagna
nuovamente il padre in missione diplomatica a Roma. E promosso senatore della
Repubblica di Venezia e ma stavolta in veste ufficiale, si reca a Milano con il
padre per una nuova ambasceria. Il primo incarico diplomatico arriva
quando, insieme a Trevisano, rappresenta a Bruges la Serenissima in occasione
dei festeggiamenti per l'incoronazione a ‘re dei romani’ di Massimiliano
d'Asburgo e nell'occasione fu investito cavaliere. Dopo un'esperienza come
savio di terraferma, e finalmente nominato ambasciatore residente a Milano dove
si accredita e rimane in carica. Venne creato cardinale in pectore d’Innocenzo
VIII nel concistoro, ma non venne mai pubblicato. L'ottima gestione della
legazione veneziana a Milano, in tempi davvero turbolenti come quelli della
reggenza di Ludovico il Moro, gli vale un anno dopo la nomina ad ambasciatore a
Roma alla corte d’Innocenzo VIII. Ed e qui che avvenne la catastrofe. Il
giorno dopo la morte del patriarca di Aquileia Marco Barbo, Ermolao erasi
recato all'udienza del papa, per fare istanza acciocché fosse differita la
nomina del patriarca successore, finché il senato non gli e ne avesse
presentato, secondo il consueto, la nomina. Ma il papa, senza punto badare a
cotesta istanza, nomina lui appunto in patriarca di Aquileja; aggiungendogli,
essere questa grazia una giusta ricompensa al suo sapere ed alla sua virtù. Il
Barbaro in sulle prime si rifiutò dall'accettare la dignità, che il pontefice
conferivagli; ma quando Innocenzo gli e lo comandò in virtù di santa
ubbidienza, si vide costretto a sottomettervisi ed obbedire. Allora il papa
sull'istante lo vestì del rocchetto, di cui, per darglielo, si spogliò uno dei
cardinali colà presenti; e poscia in pieno concistoro fu preconizzato patriarca
di questa Chiesa. La procedura era rigorosamente contraria alle leggi della
repubblica che vietavano ai propri ambasciatori, senza la previa autorizzazione
del senato, di ricevere incarichi o nomine dai principi presso i quali erano
accreditati. Allora, per giustificare la violazione procedurale, il Papa
scrisse una lettera al Doge chiedendogli di confermare la nomina, ma il
Consiglio dei Dieci, competente in materia, delibera comunque che Barbaro deve
rinunciare al patriarcato. Cosa che, dopo un po' di tira e molla, prontamente
fa. Scelse, per farla più solenne, la circostanza del giovedì santo alla
presenza del papa e di tutto il sacro collegio. Ma il papa non la volle
accettare. Né l'obbedienza sua agli ordini del senato basta per anco a
giustificarlo. Poco avveduto, non pensa di spedirne a Venezia la stessa sua
dimissione al senato, ad onta dell'opposizione del pontefice; mostrandosi dal
canto suo per tal guisa fedele ed obbediente alle leggi del suo governo. Più
avrebbe inoltre dovuto lasciar Roma e ritornare a Venezia. Ov'egli si fosse
regolato così, l'affare avrebbe cangiato di aspetto, e sarebbesi ridotta ad una
semplice controversia di giurisdizione tra la corte di Roma e la Repubblica di
Venezia. Ma essendo rimasto in quella capitale, ad onta della fatta rinunzia,
né avendone dato avviso al senato, egli fu riputato veramente colpevole in
faccia alla legge, e perciò costrinse il senato ad usare verso di lui ogni
misura di rigore. Come risultato di questo pasticcio fu bandito perennemente
dalla repubblica e interdetto da qualsiasi ufficio pubblico e privato. Quanto
al patriarcato di Aquileia, tecnicamente, ne rimase titolare ma il senato oltre
ad avergli impedito, con l'esilio, di recarvisi fisicamente, ne congelò le
rendite patriarcali e nomina Donato in suo vece, anche se la nomina non fu
ratificata dal papa. Ne deriva una situazione di stallo, durante la quale la
diocesi patriarcale fu amministrata da Valaresso (anche Valleresso), vescovo di
Capodistria, con il titolo di Governatore generale. B. rimase a Roma dove
decise di dedicarsi a tempo pieno ai suoi studi. Pparticolarmente importanti,
oltre alla composizione di Orationes et Carmina in latino e alla pubblicazione
delle “Castigationes Plinianae, disputazioni scientifiche sulle imprecisioni e
sulle invenzioni della Naturalis historia di PLINIO, sono l’epistolario filosofico che si scambiò
con Poliziano e Pico, che, insieme, costituirono un vero e proprio triumvirato,
a que' giorni potente e celebratissimo nelle scienze e nelle lettere. E
sventuratamente colto dalla pestilenza che serpeggia nell'agro romano. Giunta a
Firenze la nuova del suo pericolo trafisse altamente il cuore dei due suoi
celebri amici Poliziano e Pico. Si lagnavano essi che la sua perdita seco
involge il destino delle buone lettere, sembrando loro che in un sol uomo
pericolasse l'onere delle cose romane. Pico anzi volle tentar di soccorrerlo,
inviandogli col mezzo di suo corriere un antidoto ch'ei medesimo componeva e
che credeva atto a domare il morbo pestilenziale. Ma quando arriva a Roma
l'espresso, era di già passato tra gli estinti. Note De Legato, recuperato dal cardinal Quirini da
un codice della Vaticana e stampato per la prima volta nelle annotazioni alla
Deca II della sua Thiara et purpura veneta Corniani, Ugoni, Ticozzi, I secoli
della letteratura italiana dopo il suo risorgimento, Torino, Contemporaries of
Erasmus Figliuolo, Il Diplomatico E Il Trattatista: B. Ambasciatore Della
Serenissima, Napoli, Guida Editori, Bettinelli, Risorgimento d'Italia negli
studj, nelle arti, e ne' costumi dopo il mille, Bassano, Bettinelli, Poppi,
Ricerche sulla teologia e la scienza nella scuola padovana del Cinque e
Seicento, Rubbertino, Branca, La sapienza civile: Studi Sull'umanesimo a
Venezia, Firenze Albèri, Relazioni degli ambasciatori veneti al Senato,
Firenze, Cappelletti, Le chiese d'Italia della loro origine sino ai nostri
giorni, Venezia, Cappelletti, Bernardi, Ermolao Barbaro o la scienza del
pensiero dal secolo decimoquinto a noi, Venezia
I secoli della letteratura italiana, Bettinelli, Risorgimento d'Italia
negli studj, nelle arti, e ne' costumi dopo il mille, Bassano, Eugenio Albèri,
Relazioni degli ambasciatori veneti al Senato, Firenze Giuseppe Cappelletti, Le chiese d'Italia della
loro origine sino ai nostri giorni, Vol. VIII, Venezia Jacopo Bernardi, Ermolao Barbaro o la scienza
del pensiero dal secolo decimoquinto a noi, Venezia, Giovanni Battista
Corniani, Camillo Ugoni, Stefano Ticozzi, I secoli della letteratura italiana
dopo il suo risorgimento, Torino Vittore Branca, La sapienza civile: Studi
Sull'umanesimo a Venezia, Firenze, 1988 Bruno Figliuolo, Il Diplomatico E Il
Trattatista: Ermolao Barbaro Ambasciatore Della Serenissima, Napoli, Guida
Editori Antonino Poppi, Ricerche sulla teologia e la scienza nella scuola
padovana del Cinque e Seicento, Rubbertino Deutscher, Contemporaries of
Erasmus: A Biographical Register of the Renaissance and Reformation, University
of Toronto B., su Treccani – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana.Ermolao Barbaro il Giovane, in Enciclopedia Italiana, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana.Opere di B. il Giovane, su openMLOL, Horizons
Unlimited srl.Opere di Ermolao Barbaro il Giovane, su Open Library, Internet
Archive.David M. Cheney, Ermolao Barbaro il Giovane, in Catholic
Hierarchy.Salvador Miranda, BARBARO, iuniore, Ermolao, su fiu.edu – The
Cardinals of the Holy Roman Church, Florida International University. Ermolao
Barbaro, in Treccani – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. Emilio Bigi, B., in Dizionario biografico degli italiani, Roma,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana, PredecessorePatriarca di Aquileia Successore
Patriarch Non Cardinal Pio M.svg Marco Barbo Nicolò Donà Biografie Portale
Biografie: accedi alle voci di Wikipedia che trattano di biografie Categorie:
Umanisti italianiPatriarchi cattolici italiani Diplomatici italiani Nati a
Venezia Morti a RomaBarbaroAmbasciatori italianiPatriarchi di
AquileiaTraduttori dal greco al latino[altre] Nome compiuto: Ermolao Barbaro.
Keywords: il celibato, lettera a Pico, lettera a Poliziano, traduzione della
retorica, commentario all’etica nicomachea, comentario alla politica, retorica
ed eloquenza. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice
e Barbaro,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia,
Luigi Speranza -- Grice
e Barcellona: all’isola -- la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale dei soggeti e le norme – scuola di Catania -- filosofia
siciliana – filosofia italiana – Luigi Speranza (Catania). Filosofo
siciliano. Filosofo italiano. Catania, Sicilia. Grice: “Perhaps my favourite by
Barcellona is “I soggetti e le norme” – vide my conversational norms – and
‘soggeto’ of course relates to ‘intersoggetivita,’ a pet concept of Italian
phenomenology!” Grice: “Of course, for us British subjects (to the
Queen), the idea of ‘soggeti’ cannot quite make sense! But Barcellona’s point
is fascinating: the Romans did have the concept of a sub-iectum and an
ob-iectum: they like a symmetrical expression formation, too! Barcellona shows
that we have to speak of ‘soggetti’ to get intersoggetivita – and then the
norma – a very Roman concept, which as J. L. Austin said (following John
Austin), does not quite translate as ‘norm’ – “We don’t use ‘norm’ in ordinary
language.”” Barcellona shows that it is
‘I soggetti’ i. e. at least a dyad that makes ‘the noi trascendentale’ adding
up ‘l’io trascendentale’ with ‘il tu trascendentale’ and ‘l’altro
trascendentale’ that we get the norm. Barcellona got to the idea after seeing
the French film, ‘l’un et l’autre’!” -- Pietro
Barcellona, deputato della Repubblica Italiana LegislatureVIII Gruppo
parlamentarePCI Dati generali Partito politicoPartito Comunista Italiano Titolo
di studioLaurea in giurisprudenza ProfessioneDocente universitario Pietro
Barcellona (Catania ), filosofo. È stato
docente di diritto privato e di filosofia del diritto presso la facoltà di
giurisprudenza dell'Catania. È stato membro del Consiglio superiore della
magistratura. Si laurea in
Giurisprudenza nel 1959. Nel 1963 consegue la libera docenza in Diritto Civile
e insegna a Messina. Dal 1976 al 1979 è componente del Consiglio Superiore
della Magistratura. Ha diretto il Centro per la Riforma dello Stato, fondato
con Pietro Ingrao. Nel 1979 è stato
eletto deputato nelle file del Partito Comunista Italiano ed è stato membro
della commissione giustizia della Camera. A causa della sua formazione teorica
materialista, ha suscitato nel molto
scalpore la sua conversione raccontata nel libro Incontro con Gesù. Docente
emerito di filosofia del diritto all'Catania. Altre opere: “Diritto privato e
processo economico” (Jovene Editore); “L'uso alternativo del diritto, Laterza);
“Stato e giuristi tra crisi e riforma, De Donato, Bari); “Stato e mercato tra
monopolio e democrazia, De Donato); “La Repubblica in trasformazione. Problemi
istituzionali del caso italiano, De Donato); “Oltre lo Stato sociale: economia
e politica nella crisi dello Stato keynesiano, De Donato); “I soggetti e
l’intersoggetivo della norma” (Giuffrè); “L'individualismo proprietario,
Bollati Boringhieri); “L'egoismo maturo e la follia del capitale, Bollati
Boringhieri); “Il Capitale come puro spirito: un fantasma si aggira per il
mondo, Editori Riuniti); “Il ritorno del legame sociale, Bollati Boringhieri);
“Lo spazio della politica. Tecnica e democrazia, Editori Riuniti); “Dallo Stato
sociale allo Stato immaginario. Critica della ragione funzionalista (Bollati
Boringhieri); “Laicità. Una sfida per il terzo millennio, Argo); “Diritto privato
società moderna, Jovene); L'individuo sociale, Costa et Nolan); “Politica e
passioni. Proposte per un dibattito, Bollati Boringhieri); “Il declino dello
Stato. Riflessioni di fine secolo sulla crisi del progetto moderno, Ed. Dedalo);
“Quale politica per il Terzo millennio?, Ed. Dedalo); “L'individuo e la
comunità” (Edizioni Lavoro); “Le passioni negate. Globalismo e diritti umani,
Città Aperta); “Le istituzioni del diritto privato contemporaneo, Jovene); “Tensioni
metropolitane, Città Aperta); “I diritti umani tra politica, filosofia e
storia, A. Guida); “La strategia dell'anima, Città Aperta); “Diritto senza
società. Dal disincanto all'indifferenza, Ed. Dedalo); “Fine della storia e
mondo come sistema. Tesi sulla post-modernità, Ed. Dedalo, “Il suicidio
dell'Europa. Dalla coscienza infelice all'edonismo cognitivo, Ed. Dedalo); “Critica
della ragion laica, Città Aperta); “Diagnosi del presente, Bonanno); “La parola
perduta. Tra polis greca e cyberspazio, Ed. Dedalo); “L'epoca del postumano,
Città Aperta); “La lotta tra diritto e giustizia, Marietti); “Il furto dell'anima.
La narrazione post-umana, Ed. Dedalo); “L'ineludibile questione di Dio, Marietti);
“L'oracolo di Delfi e L'isola delle capre, Marietti, Elogio del discorso inutile. La parola
gratuita, Ed. Dedalo); “Viaggio nel Bel Paese. Tra nostalgia e speranza, Città
Aperta); “Incontro con Gesù, Marietti); “Declinazioni futuro/passato. Poesie,
Prova d'autore, Il sapere affettivo, Diabasis); “Il desiderio impossibile,
Prova d'autore”; “Passaggio d'epoca. L'Italia al tempo della crisi, Marietti); La
speranza contro la paura, Marietti); “L'occidente tra libertà e tecnica,
Saletta dell'Uva); “Parole potere, Castelvecchi,. Sottopelle. La storia, gli
affetti, Castelvecchi); La sfida della
modernità, La Scuola,.Barcellona e la pittura Una delle più grandi passioni di B.,
è stata senza ombra di dubbio la pittura. Comincia a dipingere all'età di 20
anni. Due sue opere si trovano in esposizione permanente presso il "Museo
dei Castelli Romani". Un suo quadro fa parte della collezione permanente
della Salerniana, Galleria Civica d'Arte Contemporanea "Giuseppe
Perricone". Vanta diverse personali:
1959"Mostra Città di Catania"; "Galleria Arte Club"
di Catania, con testi critici di Manlio Sgalambro e Salvo Di Stefano; "Galleria
Arte Club" di Catania. Espone un nucleo di ventiquattro opere sul tema
"La città della donna" con testo critico di Giuseppe Frazzetto;
2002"Tensioni metropolitane" presso "Fondazione Luigi Di
Sarro" di Roma; 2002"Galleria Quadrifoglio" di Siracusa;
"Fondazione Filiberto Menna" di Salerno; 2003"Mitologia del
quotidiano" presso "Galleria La Borgognona" di Roma, con testi
in catalogo di Simonetta Lux e Domenico Guzzi; "Contrasti" presso
"Galleria Tornabuoni" di Firenze, con testo in catalogo di Fabio Fornaciai
e dello stesso Barcellona; 2004"Museo dell'Infiorata" di Genzano;
"L'impossibile completezza" presso il "Museo Laboratorio di Arte
Contemporanea" di Roma, Patrizia Ferri e Mario de Candia; "Il
desiderio impossibile" presso "Le Ciminiere", Sala C2, di
Catania, con testo critico di Mario Grasso. Saggi sull'opera di B. Su B., ovvero, riverberi del meno, Atti del
Convegno di Studi su alcune opere di Pietro Barcellona, Mario Grasso. Prova
d'Autore,. 154-4 W. Magnoni, Persona e
società: linee di etica sociale a partire da alcune provocazioni di Norberto
Bobbio, Glossa Edizioni, Milano, M. De
CandiaFerri, B. raccontato dai suoi amici, Gangemi, Greco, Modernità, diritto e
legame sociale, in «Materiali per una storia della cultura giuridica», Pegorin,
Emergenza Antropologica. Pietro Barcellona e la lotta in difesa dell’umano
Riconoscimenti Il 29 marzo, il Comune di Misterbianco (CT) gli intitola una
piazza. Note Pietro Barcellona, su Camera VIII
legislatura, Parlamento italiano.
"Barcellona: Mi converto, dal Partito Comunista a Gesù. Ragusa
News. l'Unità, "Pietro Barcellona, Il Piacere di
Dipingere"//archiviostorico.unita/cgi-bin/ highlightPdf.cgi?t=ebook& file=/golpdf/uni__05.pdf/
11CUL31A.PDF&query= Andrea%20 carugati Corriere della Sera. Omaggio a
Pietro Barcellona pittore, giurista e filosofo.//archivio storico.corriere/ ebbraio/01/
Omaggio_B._ pittore_giurista .shtml
Inaugurata la piazza intitolata al prof. Pietro Barcellona |
Misterbianco. COM. Napolitano: B. fu un protagonista in Italia. Messaggio del
Colle ai funerali del giurista, ex parlamentare Pci e membro laico del
Csm[collegamento interrotto] articolo pubblicato da La Sicilia, 9 settembre,
sito lasicilia. Filosofi italiani del XX secolo Filosofi. Nome compiuto: Pietro
Barcellona. Keywords: i soggeti e le norme, filosofia siciliana, Barcellona,
comune di Messina. Conte di Barcellona, lo stato imaginario, i soggeti,
l’intersoggetivo della norma, communita intersoggetiva, discorso futilitario,
societas, communitas, socius, seguire, ‘follow’, Toennies, communitario, stato
keynesiano, stato imaginario, anima smartita, conflitto e cooperazione sociale,
anima smarrita, communitas, immunitas, sociale, societas, discorso inutile,
Grice, end of conversation, goal of conversation, deutero-esperanto, linguaggio
privato, i soggeti, l’intersoggetivo. --. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Barcellona”
– The Swimming-Pool Library. Barcellona.
Luigi Speranza -- Grice
e Barié: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale d’Enea – il
Vico di B. – il noi trascendentale -- scuola di Milano – filosofia milanese –
filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Milano). Filosofo
milanese. Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Milano, Lombardia. Grice: “”My
favourite of Barié’s is his parody of Apel: “il noi trascendentale”!” -- I like
Barié; he commited suicide, which is not that rare among philosophers – same
percentage than the general population – cf. Durkheim, “Le suicide: a
sociological enquiry,””. Grice: “Barié tried to play with the idea of the
transcendental, and he did – he applied it first to “I” (‘l’io
trascendentale’). When I wrote my thing on personal identity, I preferred the
pronoun ‘someone,’ to stand for ‘I’, ‘thou,’ and the allegedy THIRD ‘person,’
‘he.’ – Barié has also edited Vico’’scienza nuova,’ and provided a ‘compendium’
of the SYSTEMATIC kind, favoured by some, of the history of philosophy, with
sections on ‘roman’ philosophy (“l’epicureanismo romano,” “lo stoicism
romano,”) --.” Grice: “Perhaps the
closes Barié comes to me is in his ‘The
concept of the ‘transcendental,’ since I struggled with that in “Prejudices and
predilections,” where I feign to think that perhaps ‘transcendental’ is too
transcendental an expression and should be replaced by ‘metaphysical,’ but my
tutee, Sir Peter, being more of a Bariéian, disagreed wholeheartedly!” – Grice:
“I cherish Apel’s comment on Barié: “Surely, if we are going to have ‘l’io
trascendentale,’ we need at least ‘l’altro trascendentale,’ or as I prefer ‘il
tu trascendentale.’” Partendo da posizioni kantiane pervenne a una
posizione da lui stesso definita neotrascendentalismo, scuola di pensiero di
cui fu il fondatore. Si avviò agli studi di diritto che concluse solo a seguito
del primo conflitto mondiale, che lo vide impegnato inizialmente come ufficiale
di cavalleria e poi come aviatore. Ottenne la laurea in filosofia. Inizialmente attestato su posizioni kantiane
(La dottrina matematica di Kant nell'interpretazione dei matematici moderni, e
La posizione gnoseologica della matematica), nel corso del suo progredire
intellettuale Barié perviene a una posizione filosofica critica nei confronti
della dottrina kantiana. Di questo passaggio è emblematica l'opera Oltre la
Critica, che mette in luce le difficoltà della dottrina precedentemente
sostenuta. Il periodo metafisico Oltre
la critica segna il punto di svolta dell'attività filosofico-intellettuale di B.,
che comincia a sviluppare un interesse metafisico, forse dovuto all'influenza
di Martinetti, del quale era stato allievo. In questo senso il filosofo, nel
suo primo approccio alla metafisica, si pone su un binario che era già stato di
Spinoza, salvo poi rendersi conto del fatto che anche la posizione spinoziana è
in realtà insufficiente per tentare di risolvere il dilemma della relazione
essere-pensiero. Si ha quindi l'approdo di B. al pensiero leibniziano,
testimoniato di La spiritualità dell'essere e Leibniz. L'approdo al neotrascendentalismo e Il
Pensiero Libero docente, ottiene la cattedra universitaria, spostandosi di
conseguenza a Genova, Roma e infine Milano, nella cui università succede al suo
maestro Martinetti nella cattedra di filosofia teoretica. Consapevole del fatto
che, per quanto superata, la lezione antidogmatica di Kant non poteva essere
completamente ignorata, Barié inizia una profonda revisione del proprio sistema
teoretico che lo porta a diminuire drasticamente le sue pubblicazioni (di
questo periodo sono il Compendio sistematico di storia della filosofia, e
Descartes) e che culmina con la pubblicazione de L'io trascendentale. Fonda
l'istituto di filosofia dell'Milano con lo scopo di renderlo centro propulsivo
di una discussione filosofico-culturale con le realtà filosofiche del tempo che
si sarebbero confrontate con la nuova visione di B., adesso orientato verso una
concezione di filosofia come metafisica, ossia di metafisica quale causa della
realtà sensibile e del pensiero. Con lo stesso scopo nacque la rivista Il
Pensiero. Altre opere: “La posizione gnoseologica della matematica – e
dell’arimmetica in particolare” 7 + 5 = 12” (Torino, Bocca); “Oltre la critica
della ragione e del giudizio, il criticismo (Milano, Libreria editrice
lombarda); “Spirito e anima: La spiritualità dell'essere e Leibniz” (Padova, MILANI);
“Compendio sistematico di storia della filosofia con particolare attenzione
alla filosofia romana sino Cicerone” (Torino, Paravia); “L'io trascendentale
non-psicologico” (Milano-Messina, G. Principato); “Il concetto trascendentale”
“Il trascendentale” (Milano, Veronelli. Atti del Congresso Internazionale di
Filosofia, Napoli, riproduzione fotografica (da Opa lLibri antichi riproduzione fotografica. Assael, Giovanni
Emanuele Bariè, Milano, CUEM, Assael, "Il neotrascendentalismo di B.",
in Rivista di Storia della Filosofia; Assael, Alle origini della scuola di
Milano: Martinetti, B., Banfi, Guerini e associati, Milano, Milano Accademia
scientifico-letteraria di Milano Università degli Studi di Milano Scuola di
Milano. su Treccani Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. su
sapere, De Agostini.B., in Dizionario biografico degli italiani, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Opere B., su openMLOL, Horizons Unlimited srl. Filosofia Università Università. Nasce da
nobile famiglia lombarda. Iscrittosi a legge, interruppe gli studi per lo
scoppio della prima guerra mondiale, e combatté prima come ufficiale di
cavalleria, in seguito come aviatore. Ferito in combattimento aereo nel cielo
macedone, si guadagna una medaglia d'argento e una croce di guerra. Terminato
il conflitto e conclusi gli studi giuridici, intraprende a Milano quelli
filosofici, laureandosi, sotto la guida di Martinetti. Il magistero di
MARTINETTI dove ben presto orientarlo verso ricerche gnoseologiche ed
epistemologiche, condotte in stretto riferimento alle implicazioni speculative
del criticismo. Negl’atti del congresso di filosofia, tenutosi a Napoli, si
legge un suo saggio su La dottrina matematica di Kant nell'interpretazione dei
matematici moderni, ch'è già un documento interessante degli originari
orientainenti mentali di B. Segue un volume su La posizione gnoseologica della
matematica, Torino, che del rilevato interesse di B. per il problema della
validità conoscitiva del sapere scientifico da ulteriore e significativa
conferma. Né si tratta, invero, d’un interesse astrattamente teorico, alieno
dal gusto della verifica storica, ché, anzi, B. venne preparando alcune
ricerche di storia della filosofia, che, senza tradire la preminente vocazione
speculativa dell'autore, lo costrinsero a impegnative discussioni e analisi
testuali, capaci di allargare e meglio determinare l'orizzonte problematico
iniziale. Vide così la luce, nella Riv. di filosofia, il saggio Della
possibilità di un'interpretazione positiva del "Teeteto", che vuol
essere una ricognizione delle prospettive epistemologiche del platonismo. Apparve,
col titolo Oltre la Critica, Milano, uno dei volumi più elaborati e tormentati
del filosofo milanese, nel quale a un'esposizione intenzionalmente ortodossa
del criticismo gnoseologico fa seguito una minuta denunzia dei limiti e delle
insufficienze del criticismo. Certamente, dal punto di vista strettamente
storico, Oltre la Critica si presta a qualche obiezione metodologica per quella
sua caratteristica separazione delle parti espositive dalle sezioni valutative
e critiche, che ricorda stranamente le impostazioni e gli schemi della più
arcaica storiografia scolastica. E tuttavia, per l'evoluzione mentale di B., il
saggio segna una data decisiva, come documento di un interesse meta-fisico
ormai dominante rispetto alle originarie preoccupazioni gnoseologiche. Né, del
resto, può esser motivo di sorpresa questa emergenza della meta-fisica dalla
gnoseologia in uno scolaro di quel Martinetti che già aveva proposto una teoria
della conoscenza come introduzione critica e preparazione negativa all'opera
costruttiva e positiva della meta-fisica. E la convergenza con gli ideali di
MARTINETTI trova, nel saggio di B., ulteriore conferma in una ripresa di temi
panteistico-spinoziani, che già sono cari alla meditazione di Martinetti.
L'ipotiposi del tutto come "identità immutabile" non compromessa
dalle "mutazioni" delle "forme particolari",
l'identificazione di Dio con la "vita stessa in quanto espressione
unitaria di tutte le attività razionali", il riconoscimento dell'universale
coscienzialità del reale, l'interpretazione della libertà come processo di
comprensione razionale dell'essere, questi e altrettali sono i temi, la cui
puntualizzazione conclude questo primo tentativo di sistemazione teoretica di B..
Ma son temi crudamente indicativi di una retrocessione verso posizioni pre-critiche
piuttosto che di una vera assimilazione della problematica del criticismo. Lo
stesso B. dimostra assai presto di rendersene conto. Conseguita, colla
pubblicazione di Oltre la Critica, la libera docenza, B. prosegue con fervore
la sua ricerca meditativa, che prende corpo, oltre che in saggi di carattere
teoretico e storico, nell'ampio volume La spiritualità dell'essere e Leibniz, Padova.
In Leibniz B. intravvide ciò che non aveva potuto trovare nello spinozismo e
gli era tuttavia suggerito dalla sua provenienza critica di MARTINETTI: l'idea
della spiritualità come auto-coscienza pensante, che ora egli assume quale
strumento risolutivo del problema del rapporto tra essere e pensiero, divenuto
ormai la sua preoccupazione meta-fisica fondamentale. Ancora panteismo,
certamente: ma un panteismo più risolutamente immanentistico e venato di
idealismo (forse non è estranea a quest'ulteriore svolgimento del pensiero di
B. la pressione critico-speculativa dell'attualismo, di cui pure egli
decisamente respinge la specifica impostazione logico-dialettica.
Pervenuto alla cattedra universitaria -- che tenne dapprima a Genova, quindi
presso il magistero di Roma, infine a Mìlano, succedendovi a Martinetti -- B.
parve progressivamente accorgersi che la lezione del criticismo impone una
sostanziale revisione di quel certo dogmatismo meta-fisico che costituiva il
residuo non risolto della sua appassionata meditazione. Per molti anni le sue
pubblicazioni scarseggiarono - ricordiamo qui un Compendio sistematico di
storia della filosofia (Milano-Torino; Varese) e un volumetto su Descartes, Milano,
per la collana garzantiana "I Filosofi", oltre a qualche commento di
testi classici e a pochi saggi - finché, dopo la parentesi bellica -- durante
la quale B., benché parzialmente infermo, aveva invano richiesto dì militare
ancora in aviazione --, apparve L'io trascendentale, Milano-Messina, che,
insieme con altri saggi successivi e, soprattutto, col volume Il concetto
trascendentale, Milano, traccia le linee della posizione di B., da lui stesso
definita come "neo-trascendentalismo". Con apprezzabile onestà B.
riconosce, in questa fase di revisione critica della sua filosofia, le
insufficienze delle sue precedenti elaborazioni teoretiche, sforzandosi di
sanarle col far leva sull'Ich denke e sulla logica trascendentale kantìana, per
fondare un concetto dell'"io trascendentale" capace di garantire a un
tempo la deduzione dell'essere dal pensare, la giustificazione metafisica
dell'esperienza fenomenica e storica e l'affermazione anti-solipsistica della
molteplicità degli io. Si tratta di un tentativo assai serio di dar veste più
moderna alle istanze speculative fatte valere in precedenza; ma rimane il
dubbio che la criticissima filosofia contemporanea, pur così aperta alle più
diverse suggestioni e disposta alle più franche esperienze culturali, non sia
in grado di accogliere l'invito di B. a una re-interpretazione tanto "meta-fisica"
del trascendentalismo kantiano e post-kantiano. Lo stesso B., consapevole
della difficoltà, volle instaurare un colloquio critico-polemico colla
filosofia contemporanea, e soprattutto colle tendenze metodologiche,
scientistiche e fenomenìstiche in esso largamente presenti ed operanti. Fondato
presso l'università di Milano l'istituto di filosofia, egli ne fa il centro di
molteplici iniziative culturali e la sede d'incontri e discussioni con
fìlosofi, storici e scienziati della più varia provenienza, allargandone poi
l'attività con convegni annuali destinati a porre le più moderne istanze
critiche a confronto col programma neo-trascendentalistico di una difesa della
filosofia come meta-fisica. E sempre nel quadro di un tal programma B. inaugura
altresì la rivista Il Pensiero, cui volle accompagnare, con le medesime
intenzioni, una speciale "Biblìoteca filosofica" progettata in due
serie. E non meno indicativi del citato interesse polemico di B. sono i due
assai impegnati saggi di rivista, che chiusero, insieme coi Concetto
trascendentale, l'attività culturale del pensatore milanese: un saggio su Il
positivismo, in Giornale critico della filosofia ital., e i Prolegomeni ad ogni
fisica futura che vorrà presentarsi come filosofia, in Il Pensiero. La
morte, intervenuta tragicamente a Milano, troncava la fervida attività
speculativa e culturale di B. proprio nel momento in cuì forse essa stava per
produrre i suoi frutti migliori. Oltre le opere citate, si ricordano:
Libertà e causalità, in Rendiconti del R. Istituto lombardo di scienze e
lettere; Validità obiettiva del bello, in Riv. di filosofia; L'esigenza
unitaria da Talete a Platone, Milano (rist. in Acme); Soggettività ed
oggettività nella filosofia di Carabellese, in Rendic. del R. Ist. lombardo di
scienze e lettere; E. Kant, Critica della ragione pratica, trad., introd. e
note, Firenze; Il problema dell'oggettività, Logos; Leibniz, Discorso sulla
metafisica, introd., trad. e comm., Torino; Di alcune cause della
"metafisica religiosa" alessandrina, in Italia e Grecia, Firenze
(rist. in Acme); Vico, La Scienza Nuova,con introduzione e commento, Milano; Il
pensiero di Leibniz, nel volume Leibniz dell'Arch. di filosofia; Le moi
trascendental, in Les Etudes Philosophiques; Immanenza e storia, in Gentile, La
vita e il pensiero, Firenze, e in Giorn. critico d. filosofia ital.; Immanenza
del concetto trascendentale; La concezione víchiana della storia, in Humanitas;
Du "cogito" cartésien au moi trascendental, Revue philosophique; La
conceptualité de la science (Aspect particulier du problème de la science), in
Actes du Congrès International de Philosophie des Sciences, Paris; Risposta a
Padre Gemelli, rettore della Università Cattolica del Sacro Cuore in Milano
(con riferimento alla "Rivista di filosofia neoscolastica"), in Acme;
Giuseppe Antonio Borgese; La filosofia, oggi,in Atti del Congresso Nazionale di
Filosofia, Roma-Milano; La libertà, nel vol. Enquéte sur la liberté, a cura
dell'Unesco, Paris; Il neo-trascendentalismo, Il Pensiero. Bibl.: Sciacca, Il
secolo XX, Milano; 11, p. 782 (opere di B. e bibl. sullo stesso); Bontadini,
Dal Problematicismo alla metafisica, Milano; Pra, B.'in Acme; Lugarini, G.
E.B., in Giorn. critico d. filosofia ital.; J. ChaixRuy, B., in Les études
Philosophíques; Il Pensiero pubblica in memoria di B., scritti di V.
Fazio-Allmayer, Chabod, Cantarella, Antoni, Geymonat, nonché una nota
biobibliografica. \ i | LAI tag » x alla si e, °°° 4 e
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N° 512 EN- MODERNE Fu BOCCA LA POSIZIONE
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cent LA POSIZIONE GNOSEOLOGICA DELLA
MATEMATICA TORINO (2) ‘ FRATELLI BOCCA, EDITORI
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». ia É è Tipografia OLIvERO e C. Piasza Carlo Emanuele II -
Torino, 2. Printedin Italy. VAR N « Sans
les mathématiques, on ne penètre point au fond de la philosophie; sans la
philosophie, on ne penétre point au fond des mathématiques; sans
les deux on ne penètre au fond de rien ». LEIBNIZ. 600956
Preliminari metafisici. $ 1. L’astrazione. — La posizione che la
mate- matica è andata assumendo in quest’ultimo cin- quantennio è
degna del più attento esame per il filosofo. Forse non è questa l’ultima
ragione per la quale fra i matematici odierni non troviamo una
netta comprensione del come l’ idealismo — o almeno una corrente di esso
— può porsi il pro- blema della matematica (1). Hanno essi matema-
tici una specie di disposizione aprioristicamente contraria alla
filosofia che porta come a naturale conseguenza o a grossolani errori d’
interpreta- zione di non pochi pensieri fondamentali dei mae- stri
della filosofia moderna, oppure, e ciò è peggio, ad una specie di
affettazione di passare sotto si- lenzio o quasi le loro dottrine
sull'argomento, che non serve certo a favorire quell’intima ripresa
di rapporti cordiali che già esistevano fra la filosofia e le
scienze particolari in genere e la matematica in ispecie (2).
(4) Cfr. Appendice, p. 175. (2) Bene inteso s’intende qui la
filosofia non naturalistica perchè con questa il contatto non fu mai
perduto. In ogni modo filosofia naturalistica in senso stretto sarebbe
oggi un non senso. . si . n PI n» 0 è. hi . A Li
£ Ed " x ld » e e - 5 "o. . ® è . 352 n
8 °%" La'poùtzione gnoseologica della matematica Noi
non tratteremo qui di tali rapporti nè dal. punto di vista logico nè da
quello storico: il loro posto è altrove, in trattati introduttivi allo
studio della filosofia e sopra tutto della teoria della cono-
scenza; ma tali rapporti sarà bene che il lettore ricordi onde più
rapidamente e meglio entrare nel- l'essenza di quanto andremo
svolgendo. Principalmente dopo Kant (1) l’empirismo scien-
tifico non avrebbe più dovuto rimproverare alla metafisica di essere
un’arbitraria divagazione del nostro spirito, basandosi sul solito e
tanto abu- sato luogo comune di essere ciò connaturato con la
stessa sua intima ragione di essere in quanto la metafisica — lo dice la
parola stessa — non può avere nello studio diretto ed esclusivo del
mondo esterno la fonte di ogni sua conclusione. Kant ponendo da parte, o
per lo meno credendo di poter porre da parte tutte le precedenti
conce- zioni metafisiche (2) impostandone ad ovo il pro- blema,
dopo aver osservato come essa non sia progredita come le scienze
particolari ed aver po- lemizzato sul suo carattere scientifico o non —
in quanto il suo campo d’azione è oggi quello che era tremila anni
fa — viene ad esaminare se, (4) Mi si potrà obbiettare — e validamente
— che proprio in causa dell’idealismo postkantiano, il divario fra
filosofia e scienza ha il suo significato. Su questo siamo, in linea di
massima e con le debite precauzioni, d’accordo. Per «dopo Kant» non
in- tendo qui l’idealismo postkantiano, ma mi fermo alla filosofia
dello stesso Kant, non sospetto, voglio sperare, di non tenere nella
dovuta considerazione le scienze particolari. (2) Sensibilissima
invece rimase nello svolgimento del suo pensiero la metafisica
leibniziana nel campo teoretico e il mondo platonico nella trascendenza
morale sopra tutto nei riguardi dell’intelligenza divina,
Cap. I. - Preliminari metafisici 9 eventualmente, la ragione di
ciò debba cercarsi nella sua stessa natura di non avere una base
sperimentale, base incondizionatamente attribuita. allora
alle scienze per l’influenza — è noto — di Locke e di Hume. Ma è vero
questo? È vero che le scienze particolari hanno un'origine essenzial-
mente empirica? Vediamo un po’, sembra ci dica Kant, esaminiamo la
scienza tipica per eccellenza, quella che non può essere seriamente posta
in dubbio da alcuno, la matematica. È troppo noto l’ulteriore
svolgimento del pen- siero kantiano sull’argomento perchè la sua
espo- sizione si renda qui necessaria : rimandiamo alla « Critica »
e ai « Prolegomeni ». Possiamo però osservare che non è senza ragione che
Kant abbia proprio scelto la matematica come prima prova, diremo,
che non era il campo non sperimentale della metafisica che venisse ad
infirmarne il ca- rattere scientifico, perchè la stessa origine, lo
stesso substrato non sperimentale poteva trovarsi anche nelle scienze
considerate nella loro « pura » espressione. La matematica e per il suo
carattere rigidamente scientifico di cui sopra si è fatto cenno, e
per la sua stessa rappresentazione sim- ‘bolica — numero e figura —
meglio di ogni altra doveva presentarsi alla sua attenzione in
quanto non solo relativamente all’origine poteva in essa trovare un
carattere aprioristico, chè ciò è comune a tutte le scienze, ma altresì
nel suo ulteriore svolgimento. L’insufficienza della speculazione
me- tafisica attraverso.i secoli — alludo alla « meta- fisica
dogmatica » in senso kantiano — doveva quindi essere ricercata altrove, e
precisamente nel compito impossibile che la metafisica si era fino
a lui, Kant, proposto, cioè di pretendere di darci ®
10 La posizione gnoseologica della matematica la conoscenza
assoluta della realtà noumenica e non limitarsi soltanto alla realtà
fenomenica. Onde non mi si fraintenda, vediamo di chiarire
meglio il punto particolare del significato della matematica nella
dottrina gnoseologica di Kant. Sappiamo tutti che tanto la matematica
quanto la fisica non sono altro che due esempi portati da Kant con
lo Stesso intendimento, dimostrare cioè come qualunque processo
conoscitivo possa es- sere determinato soltanto in virtù di un
elemento « a priori » che è in noi, che preesiste al dato em-
pirico e che viene anche a travisare, per la sua azione puramente
formale, l’intima essenza di esso dato - (l’oggetto): conseguenza ultima
di tale tra- visamento, l’impossibilità di conoscere la cosa in sè.
Ciò vale, è vero, incondizionatamente tanto per la matematica pura quanto
per la fisica pura, ecc. Soltanto, mentre nel suo successivo
svolgimento la fisica, come scienza della natura, non può ba- sarsi
soltanto su forme intuitive « a priori », ma deve ricorrere anche a
concetti intellettivi «a priori», che determineranno la possibilità di
quell’ espe- rienza, dalla quale esclusivamente essa fisica dovrà
poi attingere le sue scoperte, la matematica invece . trae le sue
scoperte dall’intuizione e le sviluppa in base al processo logico della
deduzione. Solo in questo senso ho creduto di notare una diffe-
renza fra la matematica pura e la fisica pura in senso kantiano
(1). Lasciamo Kant e specifichiamo meglio i termini Questa è
anche la spiegazione che si può addurre per avere Kant portato l’argomentazione
dell’ «a priori » nella fisica pura: ciò malgrado non reputo del tutto
errate le critiche esposte a tale sua concezione (Cfr. questo volume, $
13, pag. 131 segg.). Cap. I. - Preliminari metafisici 11
nel loro preciso significato. Nell’allusione impli- citamente
fatta sopra al campo d’indagine essen- zialmente astratto della
metafisica, la parola astra- zione non figura nel suo preciso
significato: l’astra- zione non è un «a priori ». L’astrazione è
una rappresentazione simbolica di un concreto risultato ottenuto
per cui ad esso se ne sostituisce un altro di carattere più generale:
reciprocamente qualunque astrazione può avere infinite rappresentazioni
con- crete. Si vedrà meglio in seguito (1) il valore lo- gico o non
di tali generalizzazioni: c’importa ora di porre in luce come essa sia
universalmente ap- plicata nella più rigorosa delle scienze, la
mate- matica. La generalizzazione astratta non fu certo
adot- tata senza contestazioni: è degna di nota la defi- nizione
data dal Russel (2) della matematica, se- condo la quale essa sarebbe «la
scienza in cui non sappiamo mai di cosa parliamo, nè se quello che
diciamo è vero» (3). In tale paradosso vi è un (1) Cfr. questo
libro, Cap. II, $$ 6, 9. (2) Recent work on the
principles of mathematics (in The International Monthly, N.1, pag. 84,
1901). È
risaputo che il Russell si compiace del paradosso. Possiamo fra l’altro
ricor- -dare la sua definizione della negazione: «la negazione di
una proposizione P significa che P implica tutto ». (Cfr.
The Prin- ciples of mathematics, $ 9, Cambridge, University Press,
1903), paradosso acutamente spiegato dal Couturat (Principes.....):
« Cette definition paradoxale s’explique par le fait que le zero logique
implique tout et que nier une proposition c'est l’égaler à zero ».
(3)
Ampie considerazioni critiche riguardo a questa defini- zione del Russell
troverai in YOUNG, I concetti fondamentali dell'algebra e della
geometria, tr. it., Napoli, 1919, pag. 1, nota 3). In tali considerazioni
si dovrà però tener conto sol- tanto degli argomenti strettamente
matematici, non di quelli... 19 La posizione gnoseologica della
matematica substrato profondo di verità che non potrà sfug-
gire allo studioso sereno e spregiudicato. Che cosa rappresentano infatti
le astratte generalizzazioni dell’algebra? Qual’ è il loro preciso
significato ? Nessuno. Possiamo anzi osservare come tali astra-
zioni acquistano un’ importanza sempre maggiore quanto più le
sostituzioni astratte perdono un si- gnificato proprio : nell’algebra si
sostituisce la let- ‘ tera al numero per togliere appunto al calcolo
ogni caratteristica particolare : si sono scelte le lettere
dell’alfabeto perchè sembra esse rappresentino dei simboli comodi e,
diremo, inoffensivi (1). filosofici. Così pure nella stessa opera
a pag. 8 (nota 2). In tale nota anzi il commentatore suppone che da
qualche filosofo la definizione stessa ha potuto essere presa alla
lettera! Di ben diversa concretezza il commento del Couturat
(Principes...): « En effet, on ne sait pas de quoi l’on parle, puisque la
ma- tiere des implications est indéterminée; et l’on ne sait pas si
ce qu’on dit est vrai, puisque la vérité des propositions dépend de la
vérité des hypothèses, la quelle dépend à son tour du con- “ tenu qu’on
leur donne» (Revue de méthaphysique, 1904, pag. 21-22). (1) Una breve e succosa
corsa storico-critica sull’affacciarsi alla mente del matematico della
sostituzione algebrica troverai in P. BouTROUx, L’Idéal scientifique des
mathématiciens, pag. 84-92 (Paris, 1920). V. anche un articolo di E.
KARPINSKI, Origine et développement de l’algébre pubbl. in
Scientia, Bologna, 1919, 8). Il lettore che desiderasse approfondire
questo particolare argomento potrà consultare (cfr. nota di V. G.
Mitchell in appendice al libro cit. di Young, tr. it.): FazzarI,
Breve storia della matematica (Palermo, Sandron); GamBIOLI, Breve
sommario della storia delle matematiche (Bologna, Zanichelli); MILLER,
Historical Introduction to math. literature (New York, Macruillen) ;
Rouse Barr, Breve compendio di storia delle ma- tematiche (Bologna,
Zanichelli); Ip., Récréations mathématiques (Be partie), Paris, Hermann
et fils; Cantor, Vorlesungen ueber Geschichte der Mathematik (1894);
Fink, A Brief Hi- story of Mathematics (Chicago, 1903), dove figurano
cenni Cap. I. - Preliminari metafisici 13 D'altra
parte se nella generalizzazione sostitu- trice della lettera al numero,
noi possiamo spa- ziare in un campo ancora meno delimitato, ancora
più simbolico di quello numerico, ciò non ostante non possiamo concludere
che anche senza aver creduto di trovare — nell’algebra sopra tutto
— una spiegazione all’espressione paradossale del Russel, questa
avrebbe già trovato — indipenden- © temente dall’algebra — la sua ragione
di essere nella stessa impossibilità di dirci che cosa inten- diamo
in geometria per punto, per linea, ecc., e in aritmetica dell’elemento
primo di essa, del nu- mero. Sono difficoltà in ogni modo che
tutti sanno e che tutti ammettono, primi gli stessi matematici:
soltanto trattando delle definizioni date di questi primi elementi e
delle critiche opposte, vi sarebbe da riempire diversi volumi; il tutto,
bene inteso, senza nulla aggiungere al concetto della posizione
della matematica nella teoria della conoscenza. L’accenno invece alla
generalizzazione algebrica ci ha posto in luce come l’astrazione sia
elemento di capitale importanza per passare dallo studio dei dati a
quello dei concetti, considerando per concetto quell’elemento generico
cui siamo arrivati dopo numerose, successive esperienze. Il
concetto di una cosa noi lo possiamo avere attraverso una
rappresentazione nelle sue linee essenziali della generici. Per
maggiore ampiezza di particolari cfr. invece: Loria, Le Scienze esatte
nell’ Antica Grecia; Gow, History of Greek Mathematics (Cambridge, 1884);
G. H. F. NESs- SELMANN, Die Algebra der Griechen (Berlin, 1842); e
parti» colarissima l’opera di HeATH, Diophantos of Alexandrie (Cam-
bridge, 1885). 14 La posizione gnoseologica della matematica
cosa stessa più volte percepita. Non sarà cioè un’im- magine
specifica di quella tal cosa o della tal’altra, ma unicamente di quelle
qualità essenziali proprie degli oggetti di quella classe: noi avremo ad
es. il concetto di albero non già ricordandoci un albero singolo
effettivamente già percepito (1), ma sol- tanto un estratto delle qualità
fondamentali del- l'albero, una specie di risultato intermedio fra
tutte quelle diverse specie di alberi che ci sarà stato dato di vedere in
passato. Questo e null’altro il concetto propriamente detto.
Origine sperimentale ? Senza dubbio; ma un’ori- gine sperimentale che
significa pur sempre un’ela- borazione essenzialmente intellettiva del
dato. Per non uscire da quel campo sperimentale partico- larmente
caro alle scienze positive, possiamo pren- dere a nostra testimonianza la
scienza tipicamente empirica, la psicologia sperimentale. Essa ci
pre- munisce contro eventuali obbiezioni al riguardo in quanto i
risultati di essa ci permettono di poter . affermare che — tanto per
adoperare una espres- sione molto dotta in fisiologia, ma che non
dice gran che ad un idealista — la « sede » dell’ im- magine è
sicuramente nel cervello (2). Il concetto è il primo passo del
processo di astra- zione, passo comunissimo come ognun vede e
proprio della vita dell’uomo adulto in un’infinità di (1) Tale
rappresentazione specifica sarebbe propriamente la immagine. | Gli
studi recentissimi della neurofisiologia hanno atte- nuata, se non
eliminata, la tendenza a fissare una localizza- zione specifica ai centri
nervosi. Degna di nota in Italia la scuola del Patrizi. (Vedi ad es.
l’opera recentissimamente pubblicata di R. Brucia, La irrealtà dei centri
nervosi, Bologna, 1923, L. Cappelli ed.). Cap. I. -
Preliminari metafisici 15 manifestazioni dell’attività quotidiana.
Ma l’astra- zione non finisce qui: nella raffigurazione dianzi
accennata della matematica, noi abbiamo un’espres- sione ben più
complessa e profonda della nostra attività spirituale (1) che non nella
semplice rap- presentazione concettuale. Per meglio indicare questa
ultima fase di evoluzione del processo astrattivo, non ci bastano i
vocaboli fin qui ado- perati : se prima abbiamo potuto in modo un po’
grossolano è vero, ma sufficiente, cavarcela con l’espressione di «
rappresentazione generica » at- tribuita al concetto, non così potremmo
fare nel- l’astrazione algebrica. A vero dire — si è già os-
servato — saremmo già imbarazzati se dovessimo dire che cosa significa il
numero se non stando molto sulle generali e considerarlo come una
epres- sione simbolica indicante la quantità. Descartes stesso,
pertanto non sospetto di temporaggiamenti e di tentativi di accomodamento
per quanto ri- guarda la scienza (2), evita al possibile di adope-
rare la parola numero, sostituendovi bene spesso appunto la parola
quantità. Ma tale nostro imbarazzo diverrebbe addirittura
perplessità se dovessimo ad esempio giustificare di fronte a un uomo
ipotetico qualsiasi, atto a ricavare le proprie nozioni esclusivamente
dalla esperienza, il processo sostitutivo dell’ algebra. (1)
No® è e non potrebbe essere nostro compito approfon- dire qui. il
significato di questa attività spirituale, condizione sine qua non di
qualunque idealismo e "SORA MIAO imperitura di Kant l’aver posto in
luce. (2) Non si potrebbe estendere la stessa considerazione
alle conclusioni ultime della sua metafisica, ad es. nei riguardi
della dimostrazione dell’esistenza di Dio e, in generale, alla sua pre-
occupazione di non perdere il contatto con la religione ufficiale.
16 La posizione gnoseologica della matematica Essa ci si presenta
« come una tecnica avente per oggetto il calcolo e che si lusinga di
procurarci molteplici preziosi vantaggi » ci dice il Bou- troux
(1). Noi non neghiamo i vantaggi; anzi abbiamo accennato come siamo i
primi a ricono- scere l’importanza, la necessità anzi
dell’astrazione onde progredire nel campo scientifico ; non sol-
tanto, come la tendenza all’astrazione sia una na- turale disposizione
del nostro spirito: ad essa non potremmo in ogni caso sottrarci anche se
non ne riconoscessimo l’ utilità, o per lo meno non po- tremmo,
dopo un certo tempo, sottrarci almeno a quella forma naturale e quasi
istintiva di astra- zione che abbiamo chiamato concetto.
Alludendo a un individuo ipotetico atto a basare le proprie nozioni
esclusivamente sull’esperienza ho voluto cioè alludere al sistema in
molti casi dalla scienza adottato : usare la generalizzazione
astratta e nello stesso tempo pretendere di consi- derare come
divagazione cervellotica tutto quanto non ha esclusivamente
sull’esperienza la sua base fondamentale ed esclusiva. Questo individuo
ipo- tetico non comprenderebbe evidentemente nulla della frase del
Boutroux; più ancora non potrebbe considerare che arbitrio qualunque
generalizza- zione astratta (2). (1) Op. cit., pag.
82. (2) In senso inverso da un essere essenzialmente logico la
sostituzione stessa non può essere accettata da un punto di vista
dimostrativo. (Cfr. questo lavoro, Cap. II, $$ 6, 9). La legitti- mità
della sostituzione fu infatti ammessa con infinite precau- zioni dai
Greci. ! Cap. I. - Preliminari metafisici . 17 - $ 2.
La definizione e l’idea. L’astrazione è così posta in chiaro in modo che
non possano più sor- gere dubbi intorno alla sua interpretazione :
com- pito questo — il chiaramente intendersi sul signi- ficato
delle parole — non molto brillante, diremo, ma quanto mai utile onde
stabilire una netta comprensione fra chi legge e chi scrive. Nel
corso di questo studio ci sarà dato osservare come l’equi- voco 0,
comunque, la non precisa esposizione del significato di una parola usata
in preciso senso scientifico, possa portare a conseguenze
spiacevoli. Stabilito in tal modo il significato del processo
astratto, ci sarà facile accorgerci che esso non figura . soltanto
nell’algebra. Per non uscire dalle matema- tiche, visto che di esse
dobbiamo trattare, l’astra- zione è propria della geometria come dell’aritme-
tica (1). Anche in geometria noi parliamo infatti indifferentemente di
concetto di triangolo o d’altro senza aver piena conoscenza nemmeno dei
primi elementi costitutivi di esso — non si dimentichi il paradosso
di Russell—e prima di tutto del punto. Girate la questione in tutti
i sensi il punto è indefinibile, « n’est qu’ une sorte de fiction »
(2). (1) D'altronde le relazioni fra algebra e geometria
formano uno dei capitoli più interessanti degli studi matematici.
Descartes svolge principalmente la sua algebra in un libro avente
per titolo Geometria (Amsterdam, 1659, nell’edizione latina curata
da Erasmo Bartholin). Uno studio recente — d’altra parte
essenzialmente tecnico e particolare — è quello dei proff.
ENRIQUES-CHISINI, Teoria geo- metrica delle equazioni (Bologna, 1915).
Numerosi sono d’al- tronde i punti di vista nel considerare questa
particolare que- stione che Descartes vide sopra tutto nell’applicazione
dell’algebra alla geometria, (2) J. RicHarDp, Sur la philosophie
des mathématiques, pag. 54 (Paris, 1903). G. E. BARTÉ, La
posizione gnoseologica della matematica. 2. 18 La posizione
gnoseologica della matematica Tutti i geometri si sono sbizzarriti
a cercarne una definizione che non fosse già di per se stessa una
contraddizione in termini, dove l’ inconcepibilità di qualche cosa d’
inesteso e -la necessità logica d’ipostasizzare la cosa stessa come
inestesa, ren- dessero meno stridente il loro insanabile dissidio.
Tutti giuochi di parole; sfoggi eruditi di virtuo- sità dialettiche. Essi
non poterono ahimè, che ri- battere la strada di Euclide e per eliminare
il dissidio o per lo meno renderlo apparentemente meno aspro, stare
molto, troppo sulle generali. Il maestro greco ci aveva già definito il
punto come « ciò che non ha parti », ma la definizione è abile, non
esauriente (1). Oppure, seconda corrente, i geometri più
mode- stamente e più onestamente, hanno rinunciato al compito impossibile
e sono venuti nella determi- nazione che alcuni concetti che noi
indifferente- mente adoperiamo nella geometria sono simboli di
entità non esistenti. Siano questi il punto, la retta, il piano (Hilbert)
(2) o sia che questi si pos- sano ridurre al punto e alla «
sovrapposizione » (Padoa), a noi importa solo constatare come, non
soltanto in geometria, si sia sentita la necessità di ricorrere a un
processo astratto per meglio com- prendersi e per poter proseguire; ma si
è sentita la necessità d’ipostasizzare come esistenti — tanto . per
adoperare una parola positiva — delle entità | esclusivamente create dal
nostro pensiero. Ci affacciamo così alle soglie di un altro
pro- (1) Cfr. sull’argomento: G. VERONESE, Fondamenti di
geo- metria, I, 209-210 (Padova, 1891); VECCHIETTI, L’ Infinito,
pag. 28. (2) Grundlagen der Geometrie, 3* ed., Lipsia, 1909.
Cap. I. - Preliminari metafisici 19 blema; non più cioè
l’astrazione, espressione ul- tima di un processo intellettivo che parte
da un risultato positivo per arrivare ad una rappresen- tazione
concettuale, ma di qualche cosa che pree- siste ad ogni risultato
positivo. Ci basti per ora questa semplice osservazione : là
riprenderemo fra poco: ho voluto però fare subito l’osservazione
stessa perchè essa è di capitale importanza per tutto lo svolgimento di
questo studio. Ciò detto, continuiamo nella nostra
esposizione. Il Richard (1) si affretta a rassicurare in certo qual
modo tutti coloro (op. cit., pag. 54) che potessero obbiettare che se «
al posto di un corpo piccolis- simo noi mettiamo un punto, al posto di un
corpo sottile e lungo una linea, al posto di un corpo infinitamente
piatto una superficie » noi non avremmo più allora dei risulati «
conformi alla realtà sensibile », si affretta a rassicurarli, dice-
vamo, che tale divario può essere reso « straordi- nariamente debole ».
L'assicurazione non può pre- sentare per il filosofo il benchè minimo
interesse. Indebolito quanto si vuole il divario stesso resterà pur
sempre incolmabile e se l’ indebolimento del medesimo può rendere
soddisfatto il matematico o il fisico, presenterà sempre lo stesso
ostacolo per il filosofo. Non solo; ma per l’idealista la questione
sì presenta sotto un aspetto opposto a quello sotto il quale lo considera
il Richard : ben. (1) Da un punto di vista essenzialmente
matematico cfr. al riguardo: M. PAscH, Vorlesungen ueber neure
Geometrie (Leipzig, 1882), nonchè secondo lo stesso indirizzo: PEANO,
/ principii di geometria logicamente esposti (Torino, 1889). Indi-
pendentemente da tale indirizzo e limitatamente all’essenza della
definizione cfr. anche: GERGONNE, Essai sur la théorie des définitions
(in Annales des mathématiques, IX, pag. 1 segg.). 20 La posizione
gnoseologica della matematica eni lungi dal
rassicurare a favore di un risultato con- forme alla realtà sensibile,
sarà tale divario per il filosofo idealista una nuova conferma —
senza grande bisogno di essa d’altra parte — che la sen- sibilità
nostra solo in parte ci può sorreggere nel- l’affermazione prima e nel
successivo sviluppo di qualunque scienza. Importa molto
invece a noi il constatare che siamo così tenuti implicitamente ad
ammettere la necessità di entità non soltanto non sensibili, ma
altresì che prescindano da ogni sensibilità : ciò per lo meno nei
riguardi di quella scienza che stiamo studiando : la matematica. Di
queste ipo- stasizzazioni alcune sono — quelle citate — inde-
finite ed indefinibili : altre sono, in matematica, definite. Entra in
campo ciò che ci sembra tanto semplice e comune e che invece da millenni
agita e sconvolge il pensiero : la definizione. Abbiamo
veduto come l’algebra sia l’espressione tipica dell’astrazione; ma
l’algebra può agire con tanta sicurezza e tranquillità esclusivamente se
potrà appoggiarsi su regole e principii generali che alla loro volta
trovano la loro giustificazione nelle definizioni. Lo stesso concetto di
definizione contiene in se medesimo la conferma dell’impos-
sibilità di tutto definire: per due o tre entità al- meno si dovrà
ammettere, onde non compiere un giro vizioso di parole, l’impossibilità
di dirci che cosa sono. Abbiamo accennato quali possono es- sere
quegli elementi primi, che, per essere neces- — sarii in qualunque
definizione vengono forzata- mente a precedere anche le più semplici di
esse. . Sono idee che preesistono al fatto, come fu notato dagli
stessi matematici (Camescasse) (1) e sarebbe (1) Gfr. YOUNG, op.
cit., pag. 6 (nota). Cap. I. - Preliminari metafisici DI.
perciò del tutto assurdo cercare di ricavarle da un fatto. « Ce
qu’on ne peut définir, on le montre » ci dice il Richard, ma non sempre
naturalmente si può in tal modo semplicistico risolvere la que-
stione (1) ed anche ove lo potessimo, si ricadrebbe pur sempre in
quell’appello alla nostra conoscenza sensibile, che già. abbiamo veduto
essere insuffi- ciente a tutto rivelarci. Nello stesso tempo,
genericamente considerata — ossia indipendentemente dall’ipotesi del
mate- matico — la definizione non significa gran che per chi si
affacci ad una tale determinata scienza: essa può esprimere il vero
concetto di una scienza soltanto per l’intelligenza di chi tale scienza
co- nosca già. In altre parole la definizione è una pro- posizione
che avrebbe il suo posto più alla fine dello studio intrapreso che non al
principio. Questo per quanto riguarda il concelto appunto «
generico » di definizione; ma essa assume un aspetto tutto particolare
nella matematica. Qui si manifesta la mecessità che la definizione
preceda lo svolgimento: questo precedere non è cioè come nelle
altre discipline semplice effetto di un’abitu- dine metodologica di
esposizione, di una tradizione più o meno giusta: ma ciò diventa
indispensabile in quanto tutte le intuizioni e le deduzioni dei
matematici hanno ragione di essere solo se rico- nosciamo ed accettiamo
le definizioni preliminari. (1) Acute osservazioni — da un punto
di vista puramente matematico — sulla « definizione » troverai in
ENRIQUES, Pro- blemi della Scienza (critica della definizione), Bologna,
Zani- chelli, 1906. Cfr. pure un articolo di Gergonne pubblicato
negli Annales des mathématiques, IX, 1, avente per titolo: « Essai
sur la théorie des définitions ». ZI La posizione gnoseologica
della matematica Il passaggio dall’astrazione alla definizione
(in senso matematico) ha posto in luce un elemento non soltanto non
essenzialmente empirico — chè tali già più non sono, come si è veduto, il
concetto e l’astrazione algebrica, ecc. — cioè un’espressione che
risulta in certo qual modo da una fusione di esperienza e di sintesi
intellettiva; ma anche di elementi esclusivamente determinati dal
pensiero, indipendentemente da qualsiasi esperienza. Tali elementi
ci danno l’idea di « «& priori »: essi sono appunto, in matematica,
le definizioni, i postulati e gli assiomi (1). _ Ricapitolando
brevissimamente: l’esperienza sem- plice non ci dà che il dato (2);
una fusione sintetica di esperienza e di attività intellettiva ci dà l’astra-
zionee dalla sua forma primitiva e semplice del concetto fino alla sua
manifestazione più evoluta della rappresentazione algebrica. Ma perchè
tali processi siano logicamente possibili è necessario che noi
ammettiamo degli altri elementi che sono — tanto per intenderci — l'opposto
del dato : mentre questo è puramente empirico, questi nuovi ele-
menti sono puramente intellettivi : tali elementi chiameremo idee.
Da questa esposizione risulta che l’astrazione è (1)
Distingueremo in seguito gli assiomi dagli altri principii a priori,
mostrando come essi siano proprii di qualunque nostra attività
spirituale, mentre i postulati riguardano soltanto le ma- tematiche (cfr.
questo lavoro, cap. III, $ 12). (2) Onde non mi si fraintenda, non
credo dire con questo che possiamo ammettere qualche cosa — semplice
quanto si vuole — che non richieda per essere conosciuta la nostra
atti- vità intellettiva sintetizzatrice; ma, mentre il dato viene
ad essere conosciuto dalla nostra sensibilità, l’ elaborazione con-
cettuale di esso è diretto effetto della nostra intelligenza. Cap.
I. - Preliminari metafisici 23 un processo intermedio fra il dato
empirico e l’idea: questa, come elemento che preesiste a qualunque
esperienza sensibile, non potrà essere che elemento formale (1). In tale
mondo formale potremo riscon- trare due gradi : un primo grado, più
semplice in quanto più vicino allo stato attuale della nostra
coscienza, il quale, pure preesistendo ad ogni em- pirismo, tuttavia informa
tutta la nostra conoscenza sensibile, e sarà la forma intuizionistica «a
priori ».. Un secondo grado infine che ci sarà dato dal pen- siero
razionale puro: sarà questo il mondo essen- zialmente logico della
conoscenza assoluta, esclu- | sivamente inquadrato dalle categorie di
contrad- dizione e d’identità (2). L’attribuire un campo
puramente ideale a questo secondo, ultimo grado di attività formale del
pen- siero, non esclude naturalmente che esso secondo grado possa
essere vantaggiosamente adottato anche nel campo della conoscenza
sensibile. Non soltanto; ma tutte le proposizioni scientifiche aspirano
ad es- sere controllate da esso. Tale controllo formale chiameremo
il controllo logico (in senso rigoroso). Mentre la forma intuizionistica
riguarda tutte le nostre conoscenze, quella puramente logica non
(1) Non si dimentichi il $ 9 dei Prolegomeni di KANT, in risposta
alla specifica domanda formulata nel paragrafo prece- dente: « Ma come
può l'intuizione dell’oggetto antecedere l'oggetto? ». | (2)
Altre due categorie si potrebbero ammettere senza uscire dal complesso
logico di tali distinzioni e cioè l’incompatibilità e la causalità; ma si
può fare rientrare la prima nella cate- goria più generica della
contraddizione, e risolvendo il prin- cipio di causalità si arriva
all’identità, Lo svolgimento di tali categorie è compito esclusivo della
metafisica e non riguarda questo studio. Ci basti accennare che è quel
procedimento per il quale si arriva ‘all’identità fra causa ed
effetto. 24 La posizione gnoseologica della matematica
riguarda che una parte minima di esse, soltanto cioè quelle che
possiamo considerare come incon- dizionatamente vere, che prescindono
totalmente anche dalle forme intuizionistico-sensibili di tempo e
di spazio e saranno gli assiomi (non i postulati e non le definizioni)
(1) e le proposizioni diretta- mente derivati esclusivamente da tali
assiomi. $ 3. L’intuizione pura. — Non credo di aver dato
con questo il preciso significato d’ intuizione e d’idea. Mentre le sopra
esposte considerazioni intorno all’essenza del concetto e
dell’astrazione non offrono punti per i quali non possano essere da
tutti accettate, il significato adottato d'’ intui- zione «a priori » e
d’idea presenta senza dubbio ‘ il fianco a critiche e rimproveri.
In primo luogo non tutti accetteranno di buon grado la distinzione
implicita in conoscenza sen- sibile e conoscenza razionale. In secondo
luogo, anche accettando la distinzione stessa, è passibile di
discussione il significato delle parole. Alla prima eventuale obbiezione
non ho nulla da rispondere: tale distinzione gnoseologico-metafisica è
qui pre- supposta ‘ed ammessa come nota. Se essa dovesse qui
svolgersi cambierebbe totalmente il carattere del nostro studio che
avrebbe dovuto allora chia- marsi « introduzione all’idealismo » o in
altro modo similare e non avere lo scopo particolare dello studio
della posizione della matematica nella teoria della conoscenza. |
Alla seconda di tali eventuali obbiezioni rispondo con il
dichiarare che il significato delle parole in- tuizione a priori e idea è
qui soltanto « adottato » ; (1) V. nota 1 pag. 22,
Cap. I. - Preliminari metafisici 25 ha cioè una funzione
semplificativa che farà sì ° che ci si intenda più speditamente. Faccio
in ogni modo osservare che quell’ intuizione a priori, che, in
quanto essa pure formale, abbiamo posto nel mondo delle idee, non deve
confondersi con l’ in- tuizione in genere, di natura prevalentemente
ipo- tetica, la quale parte da un risultato positivo cercando di
stabilire fra questo una specie di cor-. relazione con altri risultati
che 1’ inspirazione può suggerire come eventualmente conseguibili,
par- tendo da quello. L’ intuizione sotto tale aspetto con-
siderata sarà da me tratlata nei paragrafi 6, 7 e 8 di questo saggio.
Neppure questa intuizione però — possiamo dirlo fin d’ora — è di natura
sensi- bile. Ma, mentre l’intuizione cui si è accennato è
essenzialmente ideale e perciò preesiste a qua- lunque dato positivo,
questo secondo aspetto del- l'intuizione ci ricorda piuttosto la
divinazione di una verità ignota suggeritaci da una verità nota. La
prima è l’intuizione ideale di Platone, l’a priori di Kant e così via. I
matematici non s’ impressionino. Anche nei pensatori loro cari tale forma
d'’ intui- zione figura : è quella di Descartes nella sua « V
meditazione » (1), come fra i moderni la troviamo affermata
esplicitamente e non, in Carlo Hermite.. La seconda specie
d’intuizione è ad es. quella di Newton. Si procede in essa in questo modo
: la conoscenza cui siamo arrivati mi pare mi au- torizzi a passare
a questo e a quest'altro; lo posso io fare? Proviamo. È il « Cimento »
del ’600, molto meno sperimentale di quello che molti pretendano: è
desso il procedimento intuizionistico del genio nelle scienze
positive. (1) Pag. 108 segg. dell’ed. Flammarion. 36
La posizione gnoseologica della matematica Per l’importanza che
l’ipotesi viene ad assu- mere in tale processo del pensiero,
chiameremo tale intuizione ipotetica. | Molti vorrebbero ammettere
un’altra specie d’ in- tuizione, la sensibile. Anzi, normalmente l’
intui- zione viene distinta in supersensibile e sensibile, senza
alcun’altra suddistinzione: per conto mio ritengo sia indispensabile
quella sopra esposta in ideale propriamente detta ed ipotetica. Non
vedo invece la necessità dell’intuizione sensibile che sarebbe per
noi una terza specie d’intuizione: il rispetto che porto ad alcuni degli
assertori della sua importanza (non fosse altro, per Kant!) non mi
permette di porla senz’altro in disparte: essa mi sembra però priva di un
significato suo proprio in quanto o potrà confondersi con la
percezione o non essere altro che un momento del processo
psicologico della riviviscenza di essa percezione sotto forma
rappresentativa e in tal caso non presenterà differenze sostanziali con
l’ immagine. Inoltre sotto questo secondo aspetto esaminata
l'intuizione sensibile oltre al non essere più in- tuizione, non sarà più
nemmeno sensibile, come già si è incidentalmente osservato (pag. 14).
In ogni modo avremo su ciò a ritornare fra poco sul significato
appunto di tali parole nel Mach. Certo l’ intuizione sensibile non
figura nelle scienze matematiche: la vera e propria specie dell’
intuizione della matematica è quella da noi chiamata ipotetica. Quella
più specificatamente « ideale » figura nella matematica come in
qual- siasi altra scienza: essa ne è il presupposto. Quella
ipotetica invece è necessaria non già per darci gli. elementi
fondamentali, originari del sapere, ma per poter proseguire. È in
matematica la condi- Cap. I. - Preliminari metafisici 27
zione sine qua non per passare da una verità nota ad una verità
non ancora nota. Anche in fisica, mi si obietterà, avviene lo stesso: noi
stessi abbiamo considerato in tal modo l’ intuizione ipo- tetica e
si è portato l’esempio di Newton. Perfet- tamente, ma, mentre in fisica
l’ intuizione ipotetica è divinazione di genio, in matematica è
normalità. Non voglio qui alludere ad alcuna graduatoria nei valori
delle singole scienze: in filosofia ad es. essa non ha che importanza
relativa: ha un compito ausiliario (1). Per meglio fissare le
idee, visto che siamo in matematica, permettiamoci anche noi il lusso
di una rappresentazione abbreviata dei risultati ot- tenuti:
I ideale A pile a qual- siasi dato sperimentale
[Platone, Cartesio a 5 supersensibile (2) priori kantiano,
ecc.]). Intuizione de ipotetica (correlazione fra verità
nota ed altra di- vinata come possibile). sensibile (?) (o
percezione o immagine). Così delineati, molto per sommi capi —
sono il primo a riconoscerlo — i punti essenziali della nostra
possibilità di conoscere, quale posto dob- biamo, nel problema
gnoseologico, fissare alla ma- tematica? È questo appunto lo scopo del
nostro studio. Uno storico avrebbe naturalmente in modo ben diverso
impostata la questione: anche senza attenersi ad un’ esposizione del
concetto della (1) Cfr. questo lavoro, cap. II, $$ 6, 8. (2)
Nel senso di non empirico: non per questo cioè deve significare pensiero
puro, ragione. 28 La posizione gnoseologica della matematica
matematica nelle diverse civiltà, avrebbe per lo meno posto in
luce le diverse interpretazioni che della matematica si sono avute e si
hanno dagli studiosi della materia (1). Sia essa matematica quasi
un metodo formale atto a plasmare le suc- cessive indagini della fisica e
in genere delle scienze positive (2); sia la matematica paragona-
bile, in omaggio all’estetismo greco (3), ad una (1) Interessanti
sotto questo secondo aspetto le osservazioni storico-critiche del
Boutroux (op. cit., pag. 247 segg.). (2)
Cfr. specificatamente Bovasse, De la Meéthode dans les Sciences, pag. 76
segg. (Paris,
1909). i (3) Il Boutroux (op. cit., pag. 45 segg.) nota differenze
essen- ziali fra la concezione estetica che della matematica si erano
fatta i Greci con la concezione estetica dell’indirizzo moderno.
Questa si riconnette alla soddisfazione tutta propria del « costruttore
» di nuove teorie o del carattere elegante di nuove dimo;trazioni :
« Voila, dit-on souvent, un « beau travail mathématique », in- diquant
par là qu’autant ou plus que la valeur intrinsèque des questions étudiées
on entend louer l’ingéniosité et la brillante victoire de l’Auteur ». Per
i Greci invece la bellezza è da ri- cercarsi nell’idea prima «et non dans
ce que l’homme ajoute aux idées», in altre parole le costruzioni delle
figure, le dimo- strazioni dei teoremi e così via. La
distinzione è profonda e sottile; ma di essa noi non pos- siamo tener
‘conto nella semplice allusione sopra fatta che ha precisamente lo scopo
di porre in luce che, qualunque pos- sano essere le particolari
interpretazioni della matematica, tutte queste interpretazioni hanno per
il filosofo un’importanza sol- tanto generica. Il lettore
potrà consultare: P. TANNERY, La géométrie grecque e l’articolo
pubblicato sulla Revue de méthaphysique et de morale (marzo 19413) dal
Rivaup; L. BrunscHVICG, Les étapes de la philosophie mathématique (Paris,
1912); G. MiLHaAUuD, Lecons sur les origines de la science grecque
(Paris, 1893); Ip., Les philosophes géométre de la Gréce (Paris, Alcan,
1900); Ip., Etudes sur la pensée scientifique chez les Grecs et chez
les modernes (Paris, Alcan, 1906); Ip., Nouvelles Etudes sur l’his-
toire de la pensée scientifique (Paris, Alcan, 1911), Cap. I. -
Preliminari metafisici 29 imperitura opera d’arte; sia infine essa
una scienza con un diretto scopo di ricerca come qualsiasi altra,
tutti questi ed altri punti di vista possono essere accettati dal
filosofo. | Indubbiamente in ciascuno di essi vi sono molti
lati pienamente accettabili; inoltre i punti di vista medesimi .per
quanto fra loro differenti non sol- tanto come punto di partenza, ma
anche come campo d’azione, non sono fra loro affatto incom-
patibili. Essi rappresentano indubbiamente un in- teresse maggiore per
uno storico delle matematiche o per un matematico che per un filosofo cui
in ultima analisi mediocremente importa sapere che nel secolo tale
si sia seguito prevalentemente questo o quell’indirizzo. Il filosofo
esplica nei riguardi delle scienze in sommo grado quell’atti- vità
sintetica che gli scienziati alla loro volta esplicano consciamente —
anche se non sempre vogliono riconoscerlo — nel loro campo partico-
lare, come il volgare inconsciamente nella sua attività quotidiana.
Sintesi in questo caso significa proprio fare un estratto di tutte queste
diverse interpretazioni — fra loro incompatibili, ripeto — e
svolgere tranquillamente la propria teoria : in questa il matematico
interessato potrà eventual- mente trovare questo o quel lato favorevole
o contrario alla sua interpretazione e, se lo crederà opportuno,
tenerne conto. Nello stesso modo il filosofo deve tenere conto dello
svolgimento del- l'indagine matematica presa nel suo complesso:
qualunque specializzazione in filosofia può essere dannosa. |
Ogni esame critico non può vertere che sugli elementi essenziali di
una disciplina. Già Descartes nel proporsi di combattere tutti i
pregiudizi che 30 La posizione gnoseologica della matematica
sono radicati in noi ed ostacolano il nostro pro- gresso nella
conoscenza, riteneva non doversi perciò ritenere necessario passare alla
disamina di ciascuno di tali pregiudizi od opinioni comuni,
operazione fra l’altro che sarebbe andata all’ infi- nito, « ma, poichè
la rovina delle fondamenta trascina necessariamente con sè tutto il resto
del- l’edificio, io prenderò innanzi tutto in esame quei |
principii sui quali poggiavano tutte le mie antiche opinioni » (1).
Da quanto si è detto fino ad ora si comprenderà facilmente che in
una teoria della conoscenza, com'è qui intesa, il punto essenziale è
quello di stabilire i rapporti fra le proposizioni matematiche — e
prevalentemente geometriche sulle quali pare maggiormente verta, oggi
sopra tutto, l’attenzione degli scienziati — e quelle verità assolute,
incon- dizionatamente vere, cui aspira non soltanto ogni forma
d’idealismo, ma senza confessarselo, forse senza saperlo, lo stesso buon
senso dell’uomo comune che inconsciamente chiede di essere si- curo
su quanto afferma o nega. $ 4. L’ipotesi nelle scienze. — Mentre
le scienze particolari rimproverano alla filosofia la sua ecces-
siva astrazione, noi possiamo quindi a buon di- ritto osservare come esse
stesse, anche le più positive, non possano fare a meno di ricorrere
all’astrazione medesima quando vogliano arrivare alla formulazione di
leggi aventi carattere rigida- mente scientifico. Lo stesso procedimento
cono- scitivo prevalentemente seguito dalle scienze posi- tive (1’
induttivo) porta alla considerazione generale (1) Meditations
méthaphysiques (1er), Cap. I. - Preliminari metafisici 31
di quel fenomeno particolare che lo studioso aveva dapprima
isolatamente esaminato. In queste parole è già implicito il
concetto di astrazione: per esso possiamo intendere qualunque
processo intellettivo per il quale il pensiero dopo aver osservato
sperimentalmente il verificarsi e il costante ripetersi dei momenti della
ininterrotta successione causale (momenti pertanto razional- mente
non distinguibili, ma ciò ora non importa) fissa tali sue osservazioni in
un principio o in una legge, che gli permetterà, eventualmente, di
passare per analogia all’ipostasizzazione di altra legge o principio, di
cui avrà invece a cercare la conferma sperimentale: questa sarà più
propria- mente l’ipotesi intuitiva o intuizione ipotetica, come si
è veduto. Di questa soltanto s’ intenderà parlare in questo studio,
quando non verrà espres- samente indicato trattarsi dell’altra specie d’
in- tuizione: l’ ideale. Tale processo ci permetterà di
lavorare sul dato senza avere il bisogno di ripetere ogni volta la
stessa indagine in quanto appunto potremo pre- scindere dall'esame dei
particolari di questo o quel fenomeno singolo: è quanto abbiamo
veduto più nettamente e più universalmente applicato nel calcolo
algebrico. L’algebra, sostituendo la lettera al numero, compie
precisamente il processo tipico dell’astrazione significando che le sue
ve- rità che abbiamo sperimentato sul numero tale o tal’altro
possono estendersi a tutti i numeri, a tutte le quantità. Ben
lungi quindi da semplice divagazione arbi- traria che ci allontana dalla
constatazione speri- mentale, possiamo considerare il processo
intel- lettivo come di estrema efficacia anche nella fisica,
38 La posizione gnoseologica della matematica non già soltanto
come semplice astrazione, per la quale prescindendo dalle qualità particolari
di un determinato fenomeno singolo, noi cerchiamo di elevarci alla
sua espressione. generica, perchè il suo valore come tale — esempio
l’algebra — può, dopo quanto si è detto considerarsi come fuori
discussione; ma anche di vero e proprio ispiratore e determinatore di
nuove scoperte, il che forma precisamente quel secondo carattere cui
abbiamo accennato e che abbiamo chiamato intuizione ipo- tetica.
Cercherò di spiegarmi più chiaramente (1): le scienze fisiche non possono
nell’enunciazione di qualsiasi loro principio fare a meno di
basarsi su verità matematiche come quelle che, rimanendo inalterati
i presupposti temporali e spaziali su cui poggiano, non possono
seriamente essere posti in dubbio da alcuno: è per tale sicurezza che
Kant ha creduto di poter arrivare a stabilire — contro Hume — il
valore universale e necessario delle (1) Interessanti, da un punto
di vista puramente positivo, le — dottrine sui rapporti fra matematica e
fisica in particolare e con le altre scienze in generale. Si potrà
consultare con pro- fitto: P. DuHEM, La théorie physique, son objet et sa
structure (Paris, Chevelier et Rivière, 1909); Bovasse, De la
méthode dans les sciences (Paris, Alcan, 1909) (già citato, pag.
28); ARRIGHI, La storia della matematica in relazione con lo svi-
luppo del pensiero (Torino, Paravia); G. MiLHaun, Etudes sur la pensée
scientifique ; A. PASTORE, Sopra la teoria della scienza. —
Logica, matematica e fisica (Torino, Bocca); E. PicarD, La science
moderne ; E. Boury, La vérité scientifique; A. Rev, La théorie de la
physique; R. BRunscHvicG, La relation entre le mathématique et le
physique (adresse lue au meeting des So- ciétés philosophiques
d’Angleterre et d’ Ecosse, Durham, le. 44 juillet 1923),
pubblicato poi in Revue de métaphysique, 1923, pag. 323 segg.; CAPELLI,
La matematica nella sintesi delle scienze (Discorso inaugurale tenuto
alla R. Università di Napoli, 1881). - Cap. I. - Preliminari
metafisici 33 verità matematiche. Quando le scienze fisiche
non possono appoggiare le loro affermazioni su verità matematiche,
noi possiamo a buon diritto consi- derarle come del tutto insufficienti
per la formu- lazione coerente della legge scientifica e attribuire
loro un valore semplicemente empirico. Hume ha già parlato troppo
chiaramente sul nessun valore logico di proposizioni basate
esclusivamente sul- l’esperienza per doverci tornare sopra: la
debo- lezza della sua dottrina dipende piuttosto dall’aver troppo
generalizzato tale affermazione, estenden- dola anche a quelle nozioni
che si basano su principii non ricavati dall'esperienza. « Davide
Hume — dice Kant (1) — riconobbe che, per avere il diritto-di andare al
di là dell’esperienza, biso- .gnava accordare a questi concetti (2)
un’origine a priori. Ma egli non potè spiegarsi in qual modo sia
possibile che l’ intelligenza concepisca come necessariamente collegati
nell’oggetto concetti che non lo sono affatto tra di essi nell’intelletto
e non gli venne fatto di pensare che forse l’intelletto era per
mezzo di questi stessi concetti l’artefice che gli fornì gli oggetti
medesimi ». Questo è precisamente il primo punto di vista che
abbiamo sopra considerato come evidente, cioè il controllo logico della
generalizzazione astratta. (1) Critica ragione pura (tr. fr.), $
14, pag. 134-135. (2) Ossia i «concetti puri dell’intelletto », che
noi abbiamo chiamato specificatamente idee. Non vi è incompatibilità in
ogni modo anche mantenendo il termine un concetto, che Kant d’altra
parte confonde spesso con quello d’idea;. si è infatti accennato che il
mondo delle idee informa nel suo primo grado — l’intuizionistico — tutta
la conoscenza sensibile, non fosse altro attraverso le più universali
manifestazioni di essa: il tempo e lo spazio. | ‘ G. E.
Barit, La posizione gnosealogica della matematica. 3. 34 La
posizione gnoseologica della matematica Ma possiamo andare oltre e
osservare come il processo inverso può in molti casi aver luogo, e
con pieno valore logico e non di semplice cono- scenza empirica, quando,
formulata astrattamente un’ ipotesi, noi, per vincere ogni dubbio
eventuale, ne cerchiamo sperimentalmente la conferma. Ove la
conferma sperimentale abbia luogo ecco l’idea originaria aver determinato
una nuova scoperta. È questo anzi il procedimento più normale del-
l'intuizione geniale; l’armonia perfetta del subbiet- tivo e
dell’obbiettivo che troppo unilateralmente lo Schelling aveva creduto di
trovare nell’ incon- dizionata prevalenza dell’elemento soggettivo
della serie ideale sull’ obbiettivismo della serie reale. È il
processo di Newton (1) nella scoperta delle leggi del movimento; di
Galileo nella legge della ca- duta dei gravi, anche se posteriore e più
com- plessa sia stata la determinazione dell’ « uniforme- mente
accelerato » della legge stessa; di Franklin nel divinare l’analogia di
natura della scintilla elettrica con il fulmine. Quando
Francesco Bacone cominciò a esprimere concettualmente l’esperienza non
più limitandola alla semplice osservazione del caso singolo per cui
ne venne a questa maggiore importanza nel campo del sapere, il
procedimento ipotetico fu a torto dagli immediati successori trascurato
come arbitrario nelle scienze particolari e ciò a scapito non lieve
di queste sopra tutto dal punto di vista della celerità dei risultati,
senza per questo nulla aggiungere alla loro sicurezza. Leibniz
osserva come le grandi menti penetranti di Descartes e di Spinoza
si fossero subito accorte della lentezza (1) Cfr. pag. 25.
Cap. I. - Preliminari metafisici 35 e degli inciampi che
tale metodo puramente spe- rimentale spinto alle sue ultime conseguenze
po- teva portare e come ciò Descartes e Spinoza avessero espresso
nettamente riguardo al fisico Boyle. Descartes in una delle sue lettere a
propo- sito del metodo di Francesco Bacone; lo Spinoza, che il
Leibniz bene inteso cita con le dovute ri- serve (1), in una lettera a
Oldenbourg, segretario della « Società Reale d’ Inghilterra ». In tale
lettera egli osserva appunto come il Boyle s’arresti più del
bisogno su numerose e belle esperienze senza indurne altra conclusione «
di quella ch’ egli avrebbe potuto prendere come principio, ossia
che tutto si fa meccanicamente nella natura, prin- cipio che la sola
ragione può darci come sicuro e non mai le esperienze, qualunque sia il
loro numero ». $ 5. L’ipotesi nella filosofia. — Certo, in
tali considerazioni sull’ importanza dell’ipotesi nella conoscenza,
la logica in senso stretto non ha nulla a che vedere. Tali ipotesi non
possono infatti farsi rientrare nè nel metodo deduttivo nè nel-
l’induttivo: se l’ipotesi in un certo senso, e nel campo fisico
specialmente, può trovarsi più vicina all’induzione che alla deduzione —
in quanto (1) È noto come lo Spinoza sia stato perseguitato e
respinto in vita e disprezzato per molti anni dopo la sua morte non
già soltanto dalla massa incolta e superstiziosa e dagli antichi
cor- religionari, ma anche da pensatori illuminati — basterebbe ri-
cordare la violenza di Malebranche contro «l’ateo ebreo » — non esclusi
coloro che non poco attinsero alla sua dottrina. Il Leibniz in tal punto
(Nouveaua Essais, IV, cap. XII) crede indubbiamente di compiere un atto
di franchezza coraggiosa, scrivendo: ‘a ...et Spinoza, que je ne fais
point de difficultés de citer quand il dit de bonnes choses... n.
36 La posizione gnoseologica della matematica rispecchia
normalmente un processo che va dal particolare al generale — non per questo
incor- reremo nell’errore di alcuni di non aver saputo
sufficientemente disgiungere la rigorosità logica dell’ induzione
dall’analogia intuizionale dell’ipo- tesi (1). Tale procedimento
analogico è, sotto un certo aspetto, ben superiore al rigido
ragiona- mento (2): esso è la diretta conseguenza di quel-
l'eccezionale « sviluppo delle associazioni per simi- | larità » che è
acutamente considerato dal James (3) come la caratteristica precipua del
genio. Anzi nel campo strettamente filosofico l’ ipotesi astratta
del punto di partenza è propria partico- larmente nei deduttivi per
eccellenza. La citazione di Descartes e Spinoza nelle considerazioni
ripor- tate del Leibniz, non fu qui fatta a caso: essi cercano
nella realtà la conferma della loro ipotesi. Il famoso dubbio cartesiano
non è che il punto di partenza di quello che si potrebbe chiamare
la seconda fase del suo pensiero (bene inteso non in senso cronologico);
la fase più propriamente. riflessa, non già della visione complessiva della
realtà, la quale deve necessariamente essergli ba- . lenata in precedenza
sotto forma appunto di sem- plice ipotesi, d’intuizione geniale. Ha tale
mia (1) Il lettore potrà consultare i due lavori del
WHEWELL: The Philosophy of scientific Ideas (London, 1840) e History
of scientific Ideas (London, 1858). Sono essi studi più di carat- ‘ tere
storico-scientifico che propriamente filosofico, malgrado l'inquadramento
sia generale e non riguardi particolarmente questa o quella scienza.
Filosoficamente il Whewell risente alquanto dell’influenza kantiana,
malgrado abbia troppo accen- tuato l’opposizione dell’idea al
fatto. (2) Cfr. specificatamente sull’argomento: R. BENZONI,
L’In- duzione, I, pag. 93 segg. (Genova, 1894). (3) W. James,
Psicologia (tr. it)., Cap. XI, XII. Cap. I. - Preliminari
metafisici 37 opinione valore maggiore di semplice
supposizione arbitraria? Certo nessuno, forse nemmeno chi crea, |
può seguire l’ evoluzione del proprio pensiero, evoluzione che sarebbe
della più grande utilità conoscere per la scienza e che non ci è che
molto raramente, e quasi mai con decisa sincerità, rive- lata dai
battitori di nuove strade; ma certo a tale convinzione si può (non dico
sî deve) arrivare nell’ambito della filosofia pura, ove si rifletta
che il fatto, come si è veduto, avrebbe riscontro in quelle scienze
che, per essere il loro campo d’azione più ristretto e per trattare una
materia molto più accessibile, in quanto può rigorosamente essere
controllata dall’esperienza, sono più organiche, più concretamente
delimitate e costituite che non la filosofia idealistica. Inoltre a tale
convinzione fui portato dalla constatazione che Descartes, senza
una precedente intuizione geniale del complesso, formulato il suo «
cogito ergo sum », non avrebbe potuto, in modo rigorosamente logico,
andare oltre. Al « cogito » cartesiano possiamo infatti dare, se
ben guardiamo, non più di tre interpretazioni: 1°) Cartesio arrestandosi
nel suo processo du- bitativo alla indubitabile certezza del
pensiero (non fosse altro per il suo stesso poter dubitare:
«...ideoque scis quia te dubitare scis ») ne de- duce la realtà
dell’essere: se io posso pensare, vuol dire che qualche cosa sono.
L’essere in questo primo senso verrebbe ad acquistare un valore em-
pirico: si potrebbe vedere nell’ergo sum la neces- saria conseguenza che,
poichè il pensiero è l’asso- luta certezza, questo ha la necessità di
manifestarsi nelle azioni di cui esso pensiero è la causa : questa
rivelazione concreta del pensiero io non la posso vedere immediatamente
se non nel mio io. Tutto 38 La posizione gnoseologica della
matematica il resto non potrà essere ricavato che dall’aver
posto il mio io, che come contrapposto, cioè quando mi sarò accorto che
il porre il mio io è afferma- zione vuota di senso se non contrappongo
all’ io un non io. Solo in tal modo l’io può essere de- terminato,
come solo ponendo ciò che non è uno io posso afferrare l’essenza
dell’unità. Constata- zione questa semplice a farsi e antica quanto
la filosofia: la troviamo in Platone ad es. quando nei suoi tardi
anni tentò di darci una soluzione logica e non soltanto teleologica del
dualismo netto e preciso cui l’aveva portato la dottrina delle
idee: il monismo raggiunto attraverso la funzione teleologica dell'idea
del Bene non poteva in' fondo risolvere soddisfacentemente la necessità
logica che la sua dialettica era venuta a porre (e cioè il rapporto
fra l’idea e il dato sensibile) ed ecco allora l’influenza pitagorica
affacciarsi nuovamente allo spirito platonico e manifestarsi attraverso
la famosa dottrina dei rapporti numerici (1). In ogni modo questo
non è, a mio modo di vedere, il significato del « cogito ergo sum ». Il «
sum » assumerebbe qui il valore di una constatazione empirica che
mal si potrebbe inquadrare nell’idea- lismo cartesiano. In fondo questo
pensiero che ha bisogno di una manifestazione empirica per
affermarsi ha un certo sapore naturalistico dal quale non va spoglio
l’indirizzo immanentistico dominante oggi nella filosofia in Italia, nè
l’allu- sione alla dialettica trascendentale di Platone, deve
attenuare il sapore naturalistico medesimo. (1) Senza avere nulla
a che vedere con quanto qui è esposto, è notevole sull’argomento lo
studio particolare del TRENDE- LENBURG, Platonis de ideis et numeris
doctrina (Lipsia, 1826). Cap. I. - Preliminari metafisici 39
2°) Un'altra interpretazione del « cogito » ci pone il problema
sotto un aspetto che nulla ha a che vedere con il precedente. In senso
netta- mente idealistico l’ergo perderebbe il suo signifi- cato di
deduzione logica per non significare altro che un’identificazione
intuitiva: il sum non è più la manifestazione concreta del pensaré, non
è qualche cosa di derivato dal pensare, ma è la Stessa cosa :
essere = essere cosciente. Quindi se io penso vuol dire che sono in
quanto coscienza (1), perciò l’affermazione della coscieriza come
prima verità sulla quale senza alcun dubbio oramai pos- siamo
basarci, sicurezza specifica questa che non incontriamo per la prima
volta in filosofia: è già ad es. in Agostino. Questo è, credo, il vero
signifi- cato della frase cartesiana. Ma questo «io sono » in
quanto essere cosciente, mantenuto in questi limiti, non mi porta avanti
di un passo nella conoscenza, perchè mi resta pur sempre il com-
pito di dover affrontare in qual modo può essere questa realtà sensibile
che mi circonda della quale la sicurezza espressa nell’ergo sum non dice
nulla. Mi si riaffaccia in tutta la sua intensità il pro- blema
della dialettica platonica, il rapporto fra l’idea e la manifestazione
sensibile, fra il pen- siero e l’essere empirico. Questo
secondo significato è anche quello più generalmente accettato. In tal
modo interpreta in fondo lo Spinoza in quegli studi giovanili sulla
filosofia di Descartes che poi completò (1663) con un'appendice
metafisica originale, nonchè lo stesso Kant nella « Critica » (2),
perchè, malgrado l’ îo (4) La res cogitans cartesiana. (2)
Tr. fr., ed. cit., pag. 345-346 (nota). 400 La posizione
gnoseologica della matematica di cui si tratta è pur sempre « una
rappresenta- zione puramente intellettiva » perchè se è vero che «
senza una rappresentazione empirica che fornisce al pensiero la materia,
l’atto « io penso » non avrebbe luogo » è anche vero che « l’ele-
mento empirico non è che la condizione dell’ap- plicazione o dell’uso
della facoltà intellettiva pura ». 3°) Vi può essere infine un
altro modo d'’ in- terpretazione che non è, a vero dire, che un
com- plemento del precedente, ma che va ben oltre esso nelle
conseguenze metafisiche e ben oltre le stesse intenzioni di Descartes. E
cioè la constatazione del « cogito » mi dà l'immediata certezza
dell’es- sere in quanto pensare ed essere sono identificabili, in
quanto cioè, come nel caso precedente, se penso vuol dire di per se
stesso che sono come coscienza; ma dalla constatazione del pensare questo
o quello come elementi di una molteplicità, arriva alla
formulazione della coscienza come espressione di un processo di
unificazione che è già accennato in ogni atto particolare del mio
pensare. Tutta la molteplicità disordinata la quale io penso trova
cioè la sua unificazione nell’atto del mio pensiero e la sua espressione
unitaria nella mia coscienza, che viene così a rappresentare un grado più
ele- vato nello stesso mio processo del pensare. La quale
coscienza — tanto per intenderci chia- miamola individuale — troverà poi
nella molte- plicità delle altre coscienze individuali la ragione
non tanto del suo essere quanto del suo rivelarsi: le quali coscienze
saranno esse pure naturalmente infinite sintesi d’infiniti processi di
unificazione simili al mio che troveranno la loro espressione
ultima nella totalità della Coscienza, nell’ Io asso- luto, in Dio.
Cap. I. - Preliminari metafisici 4 Inutile qui continuare
per questa strada che ci porterebbe troppo lontano dal seminato. Ho
già detto che se questo terzo indirizzo costruttivo si può ricavare
dalla constatazione cartesiana noi non lo troviamo nella sua filosofia:
l’ ho prospet- tato soltanto come possibilità creatrice basantesi
sul « cogito ergo sum » preso come punto di par- tenza. |
Quello che c’ importa di porre in luce è che in nessuna di queste
interpretazioni Descartes avrebbe potuto proseguire attenendosi ad uno
svolgimento puramente logico. I procedimenti della logica
come considereremo più ampiamente fra poco, sono rigorosamente due
soli, l’ induttivo e il deduttivo. Esaminate l’espres- sione cartesiana
in tutti i sensi senza dipartirvi rigidamente da tali metodi, e vedrete
che per ricavarne qualche cosa, per fondare quella mo- derna teoria
della conoscenza che comunemente si fa datare da Descartes, dovrete
presupporre un’ intuizione creatrice di cui il « cogito ergo sum »
non è già il punto di partenza, ma il punto d’ar- rivo, la naturale
conseguenza del suo pensiero, che, ritornando su se stesso, esamina il
cammino . percorso e lo fissa nel modo noto. È una specie di
processo similare, condizionato all’ individuo, a quello dell’Immaginazione
produttrice e della Riflessione nel pensiero di Fichte,
naturalmente fatte le debite proporzioni fra coscienza assoluta e
coscienza individuale e senza che vi sia incluso il subiettivismo
trascendentale del filosofo tedesco. D'altronde, che l’intuizione
possa avere la più grande importanza nella filosofia è cosa
notoria. Kant la definisce la « rappresentazione che può 49
La posizione gnoseologica della matematica essere data a ogni
pensiero » (1), e per quanto la filosofia non possa derivare dall’
intuizione i suoi concetti, certo può chiarirli a mezzo di essa
(2). Nel panlogismo spinozistico quanto siamo an- dati
constatando in Descartes, si vede forse in modo più deciso. Oltre al
valere per lo Spinoza le due considerazioni dianzi esposte per
Descartes, non può qui sfuggire come lo Spinoza dia alcune volte
l'impressione di compiere sforzi per imbri- gliare il proprio pensiero
nei limiti dell’osserva- zione di fenomeni anche fra i più semplici o
che per lo meno tali potrebbero sembrare a chiunque i fenomeni
stessi non debba forzatamente far rien- trare in un ordine
precedentemente fissato. ln altre parole si ha alcune volte l’impressione
che il pensiero di Spinoza si trovi dinnanzi a una constatazione
qualsiasi della realtà come di fronte ad un ostacolo non intravveduto
nella precedente intuizione ideale. Allora il filosofo
incatena il fatto stesso nella concezione prefissata; ma ciò
evidentemente non si verifica in modo naturale. Non è cioè il fatto
sensibile che viene conseguentemente dato come esempio confermativo a
quanto precede; ma si vuole a forza farlo rientrare nell’ordine
logico da cui si è partiti come da fondamento generale della
realtà, quasi scopo della .dottrina stessa fosse una tesi che si vuol
dimostrare e non una verità, qualsiasi verità essa sia, che si
vuole scoprire. (1) Critica (tr. fr., ed. cit.), pag.138
(analitica trascendentale). In modo meno chiaro, riguardo a questo punto
particolare, nella trattazione della prova ontologica dell’esistenza di
Dio e nel $ 49 dei « Prolegomeni ». l (2) Segnatamente nei
Prolegomeni, $ 7. Preliminari metafisici 43 Non so se rendo
l’idea; ma dell’eventuale poca chiarezza di queste mie parole mi si vorrà
tener venia, considerando che, per quanto il concetto in esse
insito sia in me limpido e preciso, è tut- tavia di ben difficile
formulazione, in quanto tale mia opinione non è già effetto della
ragione, ma è una specie di malessere, di impressione sola- mente «
sentita » nel preciso significato che lo Schopenhauer attribuisce a tale
parola, appunto contrapponendo il sapere, il sapere logico, al sen-
timento, come a qualcosa « di attualmente presente nella coscienza, ma
che non è un « concetto », non è una conoscenza astratta della ragione »
(1). Nello stesso significato, a maggior chiarezza esem-
plificativa tolgo l’allusione contenuta nello stesso paragrafo del libro
dello Schopenhauer: la parola « sentito » è qui adoperata nello stesso
modo in cui è adoperata dal Tennemann nella sua « Storia della
filosofia » quando ci dice che « si sentiva che i sofismi erano falsi, ma
non se ne poteva scoprire l’errore ». In ogni modo tale stato di
malessere del pensiero spinozistico possiamo ri- scontrare nei due indirizzi
estremi delle molteplici interpretazioni dei suoi commentatori, e nei
critici che ce lo hanno rappresentato come pretto natu- ralismo
(es. K. Fischer e più ancora il Whale, l'esponente tipico del realismo
scettico), oppure come quello del panlogismo idealistico più rigo-
roso, anzi come il vero fondatore del panlogismo prekantiano, che
possiamo differenziare da quello posteriore sia per il suo carattere
rigidamente geometrico che lo porterà ad un dualismo irridu-
(1) Il mondo come V. e R., I, $ 11 (tr. it. B. Varisco-N. Pa- langa),
Perugia, 1913. 44 Là posizione gnoseologica della matematica
cibile, sia per la naturale influenza che la Critica kantiana ha
avuto su tutto il pensiero filosofico seguente, precipuamente con l’aver
posto in luce che l’esperienza è possibile solo per l’attività sin-
tetica dell’intelligenza che il Martinetti (1) netta- mente e il Franchi
(2) pure, per quanto forse in modo meno esplicito, considerano come il
valore fondamentale della dottrina di Kant (3). Certo le
considerazioni che si possono fare in merito alle cause per cui derivano
al pensiero spinozistico così gravi difficoltà, vanno bene al di là
di questi semplici accenni, privi, l’abbiamo veduto, di qualunque esplicito
fondamento razio- nale. Il Martinetti vede perfettamente ciò e ne
attribuisce la causa in primo luogo « alla posi- zione assoluta
dell’estensione ed al conseguente parallelismo dei due attributi
e' dei rispettivi. modi » (4); in secondo luogo « al modo con cui
egli deriva, o almeno dovrebbe derivare logica- mente il mondo dal suo
principio ». Questi i due punti fondamentali su cui avrebbero dovuto
ver- tere le nostre considerazioni per fare una disamina razionale
della dottrina spinozistica; la spiega- zione teoretica cioè di quello che
io non ho ac- (1) Introduzione alla metafisica,I, pag. 240. Dice
testualmente l’A.: « In questa dimostrazione che le forme d’unità, per
mezzo di cui noi ordiniamo logicamente il contenuto sensibile, non
ci | pervengono dall’esterno, ma sono funzioni della coscienza,
sin- tesi operate dal pensiero per una specie di virtù propria, sta
il vero merito di Kant». (2) Teorica del Giudizio, I, pag.
155. (3) Interessante al riguardo l’ultima lettera, riportata
dal Paulsen nel suo studio su Kant, diretta dallo Schiller a
Gu- glielmo Humholdt (2 aprile 1805). In essa si dice fra l’
altro «...alla fine noi due siamo pur idealisti e ci vergogneremmo
se i posteri dicessero di noi che furono le cose a formar noi e non che fummo
noi a formare le cose». MARTINETTI, op. ctt., II, pag. 360 segg.
.Cap. I. - Preliminari metafisici 45 cennato che come
impressione, forse non del tutto soggettiva, ma in ogni modo spoglia pur
sempre di qualunque valore razionale. La limitatezza medesima delle
mie osservazioni, se presenta l’in- conveniente gravissimo di non essere
convincente in quanto non dimostrativa, presenta però il van-
taggio di poterne fare una questione più generale, in un certo senso
quasi psicologica, e osservare che quanto si è rimproverato allo Spinoza
sia in certo modo la conseguenza naturale dello stato di pensiero
di tutti quei filosofi, i quali, partiti da un presupposto determinato
della visione della realtà nel suo complesso, si trovano poi,
costretti come sono a dover esporre logicamente la loro geniale
visione del mondo, dinnanzi a piccoli inciampi particolari, che
minacciano di far cadere tutto l’edificio faticosamente costruito; di
tutti quei filosofi che, in poche parole, credono di poter dedurre
il mondo da un presupposto ipotetico. Nello Spinoza, e per questo mi sono
soffermato un po’ a lungo su di lui, ciò si vede più chiara- mente
che in qualsiasi altro filosofo di tale ten- denza, perchè egli si
attiene, più di qualsiasi altro filosofo di tale tendenza, rigorosamente
al suo principio (non importa qui il dualismo iniziale) ‘ e perchè
in lui possiamo trovare in modo emi- nente quel temperamento filosofico,
che si ha come disposizione innata allo stesso modo come si nasce
poeti. Quanto si è andato osservando si riscontra perciò più palesemente
in lui: è lui stesso il primo che avverte l’ostacolo; il suo pensiero ha
ripu- gnanza a far rientrare in un ambito voluto che non è il suo
il tal determinato fatto particolare. Per questo ho parlato di stato di
malessere (espres- sione non certo indicata ove le mie osservazioni
46 La posizione gnoseologica della matematica riguardassero
esclusivamente la sua dottrina) che qua e là si sente nella sua «Etica »
e che sotto tale forma si comunica allo studioso. Ma riguardo
a molti altri filosofi avremmo po- tuto fare le stesse considerazioni
inerenti agli in- convenienti che tale sistema di costruire la
realtà comporta. Fichte è costretto a ricorrere alla fede per
spiegarci in qualche modo il suo processo dall’ Io assoluto al non io.
Schelling nulla ci dice del mondo sensibile, malgrado la sua
filosofia della natura, se non rinunciando al suo idealismo, non
troppo bene sorretto sulle sue basi dalla teo- gonia trascendentale
originaria, e il suo pensiero oscilla continuamente fra Spirito e Natura,
ren- dendo impossibile al critico una schematizzazione della sua
dottrina. Hegel, il fortunato artefice mo- derno del panlogismo, manca al
suo compito fonda- mentale che è quello di darci una visione logica
della realtà, se non ricorrendo a passaggi dispotici. Nello Spinoza
inoltre — e ciò sia detto natural- mente anche per Descartes — vi è la
difficoltà di doversi attenere ad argomentazioni prettamente
geometriche. Ora, le scienze matematiche se sono indicate come il
naturale controllo delle scienze fisiche, non lo possono essere ‘di
quella disciplina che ha per iscopo di andare al di là di tutte le
scienze particolari, al di là di ogni esperienza e avente la sua funzione
particolare nella concate- nazione ed esclusione di concetti e non già
di semplici dati, cioè della metafisica, intesa come quella
conoscenza essenzialmente razionale cui non può fare a meno di tendere
ogni nostra aspi- razione gnoseologica. Se è vero che la
chiarezza dimostrativa è la prima preoccupazione che deve avere un
filosofo, ‘Cap. I. - Preliminari metafisici 47
° essa non è però sufficiente per giustificare una
concezione metafisica specialmente se la dimostra- zione medesima
significa sopra tutto analisi e analisi, si noti, che ha il suo campo
d’azione in proposizioni dedotte da altre proposizioni e così ‘
via, risalendo così gradatamente a principii in gran parte da niente
determinati se non dall’ in- dispensabilità..... di avere un principio
onde poter cominciare. Questi inconvenienti sono palesi sopra tutto
nei discepoli di Descartes: in essi certo ben più che nel maestro; ma
essi formano l’ inconve- niente di tutta la filosofia del secolo XVII:
esempio tipico la scuola di Porto Reale. Pascal, è vero, si
accorse nettamente di questa insufficienza del metodo dominante nel tempo
per arrivare con sicurezza a sapere; ma non volendo o non potendo,
dato il suo temperamento di mate- matico nato, attribuire specificatamente
l’ insuffi- cienza medesima al metodo matematico — in quanto
credeva di riconoscere in essa la massima poten- zialità gnoseologica
dell’uomo — ritenne di poter arrivare alla conclusione dell’
impossibilità del nostro conoscere inteso in senso razionale asso-
luto. Per non cadere nello scetticismo eccolo cer- care la via di
salvezza nel misticismo: ecco la fede compensare in lui quello che la
ragione non be teva dargli. Ma le cause dell’insufficienza
speculativa di questa scuola in particolare e del metodo mate-
matico in generale non hanno nulla di comune con un'insufficienza
generica della possibilità d’in- dagine del nostro pensiero.
Il concetto di ciò che esiste realmente in natura è continuamente
passibile di variazioni, mentre il concetto matematico è rigidissimo, non
può n nnnn_ 48 La posizione gnoseologica della
matematica ammettere la più piccola modificazione. Come si
vedrà meglio più innanzi la perennità dell’ar- monia delle sue
proposizioni dipende principal- mente dall’astrazione del suo campo d’
indagine, dall’esistenza dirò immaginaria delle sue costru- zioni,
che non si riscontrano già nella realtà e possono perciò resistere
indifferenti e immutabili a tutte le modificazioni che il pensiero nostro
va introducendo nelle « cose », aggiungendo conti- nuamente nuove
scoperte a quelle già ricche del passato: per es. il concetto di un
albero, di un animale, di un minerale diventerà sempre più
complesso man mano che la ricerca scientifica sarà venuta .modificando,
sempre più completan- dolo, il concetto medesimo. | Ciò non
può avvenire in alcun modo nella ma- tematica in cui il concetto di
ciascuno dei suoi elementi è già di per se stesso immutabile per
definizione, la quale unicamente nelle scienze ma- tematiche viene ad
essere posta in modo insinda- cabile. Qualunque possa essere il valore di
questo presupposto, su cui avremo a ritornare, esso sarà pur sempre
ugnale a se stesso, qualsivoglia perfe- zionamenti possano venire
introdotti col tempo e con successivi studi nelle scienze
matematiche medesime. Anche in Platone noi possiamo trovare
qualche traccia di questo metodo della « definizione ipote- tica
che aveva lo scopo di provare l’utilità e la precisione di un concetto
speculativo in base alla esattezza delle conclusioni che se ne
possono trarre » (1), ma ciò è in lui determinato non già da una
netta esigenza logica quanto dalla parti- sele (1) Cfr.
WinpeLBanD, Platone (tr. it.), pag. 77. Cap. I. - Preliminari
metafisici 49. colare necessità di uscire dai viluppi della
sua stessa dialettica. Vi si può notare inoltre una specie di
movimento di reazione contro gli Eleati, i quali, attenendosi allo stesso
criterio della posi- zione di due tesi contraddittorie, avevano
creduto di poter dimostrarne l’assurdità per le conclusioni |
opposte che ne sarebbero derivate. Ma l’intendimento che anima
anche qui la dia- lettica platonica è del tutto diverso da quello
della matematica: nettamente trascendente e assoluto in quella;
immanente e relativo in questa, per ammissione degli stessi
matematici. L’errore inevitabile di tutti questi pensatori —
e segnatamente dello Spinoza, che più rigorosa- mente di ogni altro volle
esporci una concezione: logico-matematica del mondo — consiste
precisa- mente nel supporre possibile di trattare alla stessa
stregua dei concetti della matematica, per defini- zione immutabili (1),
concetti forzatamente mutabili come sono quelli di tutte le altre scienze
in gene- rale e particolarmente della fisica e della psico- logia,
le due scienze particolari che ci danno i due punti di vista opposti su
cui possiamo costruire ogni sistema filosofico: quella fornendoci la base
del ‘ naturalismo (il non io), questa dell’ idealismo (l’ î0).
(1) Questa immutabilità della matematica si deve intendere qui non
già nel senso preciso che Kant credette ravvisare in essa, ossia per
l’innatezza dei suoi principii; ma in quanto lo svolgersi della nostra
matematica o di qualsiasi eventuale ma- tematica possibile futura, dovrà
pur sempre basarsi su presup- posti presi come ipotesi-postulati e perciò
non possibili di varia- zioni se non per volontà indipendente dal
controllo della esperienza. (Cfr. in ogni modo questo studio, Cap. III,
$$ 10, 14, 12). G. E. BARIÉ, La posizione gnoseologica della
matematica. 4. ‘ Digitized by Google IG
DRITTO ITER IRR CAPITOLO II. I rapporti fra la logica
e la matematica. (1) $ 6. Il procedimento logico nella matematica.
— La matematica è invece vegeta e rigogliosa in quanto essa ha ben più
modesta funzione. Già Kant, pure riconoscendo il carattere di
ve- rità universali e necessarie alle verità matematiche, . aveva
ripetutamente affermato che la matematica non può trascendere la
conoscenza della realtà sensibile: essa non ci può essere cioè di
nessuna utilità per la conoscenza della cosa in sè. Un più rigido
idealismo ispirantesi alla « Critica » non può modificare tale
insegnamento kantiano. Elimi- . nando il concetto realistico della cosa
in sè, esso ha mantennto inalterato il valore della matema- tica
come scienza intuitiva e perciò superiore alla esperienza, e perciò, come
si è osservato sopra, di potente indiscutibile appoggio per le
scienze (1) Cenni bibliografici: A. DE MoRGAN, Formal Logikor the
cal- culus of inference necessary and probable (1847); W.S.JEvons,
Pure logik... (1864); Ib., The Principles of science. A trea-
tise on logic and scientific method (1873); DuHAMEL, Des mé- thodes dans
les sciences de raisonnement (Il ed., 1875); WINTER, La méthode dans la
philosophie des mathématiques (Paris, Alcan). 52 La posizione
gnoseologica della matematica empiriche. Come si vede c’è già, in
questo sem- plice riconoscimento dell'importanza della mate- matica
come controllo delle scienze esperimentali, un implicito riconoscimento
di tali scienze espe- rimentali verso il concetto fondamentale dell’
idea- lismo che subordina la nozione proveniente dalla esperienza a
una di natura più elevata qualitati- vamente superiore, proveniente dall’
idea. Ma ciò non pertanto la matematica non può che parzial- mente
soddisfare il pensiero umano (Kant direbbe ‘ la Ragione), che tende alla
conoscenza dell’Asso- luto, oggetto propriamente del sapere logico,
che non può essere immedesimato con l’ intuizione ma- tematica.
Mentre dalla matematica discende una infinità di nozioni, dalla logica
considerata in senso stretto d’induzione e di deduzione, non di-
scende alcuna nozione. La logica non ha altra funzione che quella di potere
formale, di sistema- zione dell’attività della nostra intelligenza: il
ma- teriale da elaborarsi è già fornito totalmente ad essa quando
possiamo stabilire fra le diverse leggi o concetti un’analogia, o,
spronati dal dubbio, ri- cercare il perchè della contraddizione. Quale
nuova nozione possiamo noi ricavare dal sillogismo? Nessuna: eppure
il sillogismo è l’espressione ti- pica della deduzione. Nè
maggior fortuna avremmo ove esaminassimo una qualsiasi induzione. Sotto
tale punto di vista anzi (quello dell’acquisizione di nuove
cognizioni) la logica e la matematica, ben lungi dal rivelare fra
loro sintomatici punti di contatto, offrono una palese
incompatibilità. Ma, ove si sia tutti di accordo che il
procedi- mento rigorosamente logico nulla aggiunge alla nostra
conoscenza immediata, non avendo che una < Cap.
II. - Irapporti fra la logica e la matematica —53 funzione mediata
di controllo su di essa, vien fatto di domandarci dove le matematiche
attingano il ricco corredo di nozioni che esse ci danno. Nella
stessa impostazione del problema possiamo frat- tanto osservare come ne
discenda la naturale con- seguenza della non logicità del procedimento
ma- tematico. Tale illogicità, sia pure relativa, dovrebbe essere
ammessa, ove conseguenti si voglia essere, da tutti coloro — e molti
matematici sono fra di essi (1) — che sostengono nulla potersi
apprendere di nuovo nè dalla deduzione nè dalla induzione. Tuttavia
alla conclusione stessa difficilmente si rassegnano, non tanto perchè
essa non sia con- vincente in quanto è a tutti palese il valore di
questo ragionamento: « Le forme della logica sono due sole — deduzione e
induzione — queste forme però non ci danno alcuna nuova nozione
essendo la loro attività puramente formale; nello stesso tempo noi
sappiamo che la matematica ci apprende nuove nozioni, dunque la
matematica non può essere logica »; quanto perchè la conclusione
può ‘ spaventare anche le menti più abituate alla inda-
gine spregiudicata e rigorosamente obbiettiva. Ma i matematici non
hanno disarmato nel vo- lere avere in certo qual modo il monopolio
della logica: cacciati dalla porta essi vi sono rientrati dalla
finestra. Non potendo cioè ritonoscere nella matematica un procedimento
soltanto logico, pen- sarono non già di logicizzare la matematica,
ma di riformare la logica, mummificata secondo loro da secoli
intorno alle stesse leggi. Questo il nucleo del dissidio fra la logica
tradizionale aristotelico- (1) Basterebbe citare in fisica il Mach,
in matematica il Poincaré. 54 La posizione gnoseologica
della matematica scolastica e la logica matematica odierna o,
tanto per chiamarla con parola suggerita da uno dei suoi maggiori
esponenti — il Couturat —, logi- stica (1). (1) G. PEANO, I
principii di geometria logicamente esposti (Torino, 1889); In.,
Formulario matematico (1894-1906, 5 edi- zioni); Ip., Aritmetices
principia, novo methodo exposita (To- rino, 1889); G. VAILATI, Scritti,
pag. 229 segg., 659 segg., 689 segg.; M. PIERI, numerosi scritti
conservati negli Atti del- l'Accademia delle Scienze di Torino; C. BuraLi
FORTI, Logica matematica (Milano, Manuali Hoepli, I ed. 1894, II ed.
1919); In., Sulla teoria generale delle grandezze e dei numeri
(Atti della R. Acc. di Torino, vol. XXXIX, 1904); J. VENN, Symbolic
Logik (London, I ed. 1881, II ed. London, Macmillan, 1894) (con ampia
bibliografia e cenni, non geniali in verità, sui pre- cursori matematici
di Kant). Questi fra i numerosi rappresen- tanti della logistica in Italia.
Al Peano s’inchinano però osse- quienti come a maestro anche i logistici
degli altri paesi. I suoi studi di logica matematica (intesa come
riduzione della logica formale a un calcolo simbolico) hanno avuto
naturalmente dei precursori (lo stesso Leibniz si vuol fare rientrare fra
questi) degno di nota fra tutti; G. BooLE (The Mathematical
Analysis of Logic, Cambridge, 1847), nonchè G. P£ACcOCK, D. GREGORY
e A. pe Morgan, TH. SPENCER BAYNES, W. STANLEY JEvoNS. Per maggiori
informazioni su tali ed altri precursori il lettore può consultare : E.
SCHRODER, Der Operationskreis des Logikkalkulus (1877); In., Vorlesungen
tiber die Algebra der Logik (1895); L. LiARD, Les logiciens anglais
contemporains (Paris, 1878) ; Ip., Des definitions géometriques et des
définitions empiriques (Paris, Alcan). I logici matematici
sono però concordi nell'affermare che a Peano spetta il merito di averne
per primo tentato l’applica- zione della logica matematica (cfr. lo
studio del Peano: « Cal- colo geometrico secondo l’ Ausdehnungslehre di
Grassmann 1). I capi scuola della logistica contemporanea
all’estero sono: FREGE, Begriffsschrift. Eine der arithmetischen
nachgebil- dete Formelsprache des reinen Deukens (Halle, 1879); Ip.,
Grundlagen der Arithmetik, eine logisch-mathematische Unstersuchung iùber
den Begriff der Zahl (Breslau, 1884); Ip., Grundgesetze der Arithmetik
begriffsschriftlich abgeleitet Cap. II. - I rapporti fra la logica
e la matematica —55 Per conto mio, pure riconoscendo la
giustezza degli elogi che questo indirizzo ha saputo meri- tarsi
nel campo strettamente scientifico, credo esso non ne abbia alcuno in
filosofia. I pregi scienti- fici della logistica consistono sopra tutto —
e non è poco — nella estrema rapidità e concisione della sua
rappresentazione simbolica, non solo senza nulla perdere, ma anzi
guadagnando in rigore espositivo ed eliminando non pochi equivoci
della tradizione. Da un punto di vista gnoseologico la logistica è
però mancata al suo compito fondamen- tale, quello appunto di riformare
la logica: la lo- gistica non ne ha colpa, se non in quanto Si è
accinta a un compito impossibile: riformare cioè quelle leggi del
pensiero che sono in noi, consi- derandole invece come modi introdotti
artificiosa- mente da un criterio utilitario — convenzionali stico
per registrare, catalogare, ecc., le nostre co- noscenze.
Questo errore fondamentale del punto di partenza spiega e in certo
qual modo giustifica l’entusiasmo più sentimentale che razionale che i
logistici hanno per la loro teoria. Essi stessi sono i primi ad es-
sere meravigliati che proprio fino al secolo XIX si sia aspettato per
accorgersi che si era erronea- mente ragionato per millenni e millenni,
non già da Aristotele cioè, ma dal primo formarsi di una coscienza.
Non esiste una logica di Tizio e una lo- gica di Caio; esiste soltanto la
Logica. Tizio o Caio possono tutto al più aver dato alla Logica una
data particolare struttura a seconda che il (Iena, 1893); B.
Russe, The principles of mathematics (Cambridge, University Press, 1903);
L. COUTURAT, Les prin- cipes des mathématiques (Paris, 1905).
56 La posizione gnoseologica della matematica loro
temperamento, il loro tempo e il loro grado di coltura potevano
suggerire. La stessa grandio- sità della scoperta avrebbe dovuto rendere
parti- colarmente guardinghi e circospetti i logistici, e infatti
alcuni fra questi, più o meno esplicitamente, ammettono che più che di
scoperta si tratta di un ritorno a Leibniz negando nei suoi punti
essen- ziali la dottrina matematica di Kant (1). Nella concezione
leibniziana troviamo già, per quanto non categoricamente espresso, un
carattere con- venzionalistico nei principii matematici che è da
Kant totalmente escluso e dalla logistica incondi- zionatamente ammesso;
troviamo già la deduzione — fondamento essenziale del procedimento
mate- matico secondo la logistica — ma credo che lo stesso Leibniz
sarebbe stato molto perplesso se, . malgrado tutte le attuali
argomentazioni della lo- gistica, avesse potuto vedere nella
meravigliosa abilità costruttrice di questa la tomba dell’intui-
zione per quanto riguarda specificatamente il proce- dimento matematico e
la soppressione della logica «tradizionale » secondo i paradossi del
Russel. Questi — si è già notato (2) — si compiace in- dubbiamente
del paradosso e in esso vi è sempre la forte personalità scientifica del
matematico inglese; ma se ammettiamo la genialità del pa- radosso
buttato qua e là quasi a titolo di sfida, ci stanchiamo a lungo andare di
una esposi- zione scientifica che sia tutta quanta un para-
(1) Questo punto particolare fu da me svolto al V Congresso
Internazionale di Filosofia (Napoli, 5-9 maggio 1924) e per maggior
comodità del lettore riportato alla fine del presente volume
(Appendice). (2) Cfr. questo libro, cap. I, $ 1. Cap.
II. - Irapporti fra la logica e la matematica —57 dosso: ci
stanchiamo non già ci scandaliZziamo. Il pensiero moderno è troppo
allenato a tutte le possibili interpretazioni di un problema perchè
l’antica sofistica 0 comunque, un rinnovamento parziale o totale
dell’antica sofistica lo scuotano eccessivamente; ma appunto in causa di
quest’al- lenamento il pensiero moderno non tollera gli si
ammanniscano come novità genialmente parados- sali, atteggiamenti di
pensiero ormai decrepiti e « superati » — mi si passi la brutta parola —
da un pezzo. Queste mie ultime espressioni non ri- guardano affatto
la: logistica presa nel suo com- plesso, ma soltanto il Russel e il Russel
non in quanto matematico, non il Russel cioè dei « Prin- cipii »,
quanto il Russel del Congresso di Parigi del 1900 (1), il Russel di
alcuni articoli ecc. in. cui si compiace di affrontare il problema della
verità, il problema della ricerca filosofica nello stesso modo nel
quale i sofisti avevano saziato la società antica, con in meno forse
l’abilità dialettica e la esposizione brillante di quelli. Mi si
interpreti ad esempio una frase come questa: « Ciò che è vero, è
vero; ciò che è falso è falso, e non c’è altro da dire ». L’aforisma è
pieno di arcane profondità, indubbiamente, ma vien fatto allora di
doman- darsi se è proprio conveniente di spendere tempo e fatica
per afferrarne l’intima essenza quando potremmo giurare di essere già
sicuri «a priori » — proprio «a priori» — di aver già incontrato
molte, troppe volte questa stessa intima essenza. Tutto
questo però — lo ripeto — non riguarda (1) B. RusseL, L’Idée
d’ordre et la position absolue dans l'espace et dans le temps (Congrès
international de philosophie, Paris, 1900). 08 La posizione
gnoseologica della matematica n affatto la logistica
presa nel suo complesso. Se in questa la convinzione innovatrice ha
potuto por- tare alcuni suoi esponenti a conseguenze estreme non
per questo il relativismo proprio di ogni nostra conoscenza è prospettato
dai logistici come una vera e propria rivoluzione introdotta nel
campo del sapere. Non soltanto, ma nemmeno li- mitatamente alla
matematica lo stesso Russel e il Couturat, strenuo difensore e ampliatore
in Francia della sua dottrina, misconoscono quanto essi deb- bono a
Leibniz (1). In ogni modo nel campo stret- tamente matematico rivoluzione
c’è stata: il sim- bolismo rappresentativo e l’esclusione
dell’intui- zione. Non parlo del convenzionalismo dei principii .
fondamentali e in complesso del procedimento ipo- tetico deduttivo,
perchè in tal caso la questione sarebbe stata vecchia quanto il mondo
(2). Come si vede questa scuola fondata in Italia dal Peano
con i suoi principali collaboratori nel Pieri, Vailati, Burali-Forti,
Vacca, ecc., in Germania dal Frege, rappresentata in Inghilterra dal
Russel e in Francia dal Couturat, non è affatto, fondamen-
talmente, un’argomentazione a sfavore di quanto si è detto sin qui sul
procedimento matematico se non nei riguardi dell’intuizione. La
logistica in- (1) B. RusseL, La philosophie de Leibniz, Exposé
critique (tr. fr., Paris, 1903, sull’originale di Cambridge, 1900); L.
Cou- TURAT, La logique de Leibniz, d’aprés des documents inedite
(Paris, 1901); In., Opuscules et fragments inédits de Leibniz (Paris,
1903). |
| (2) Da un punto di vista filosofico interessante lo studio
pub- blicato sulla Revue de métaphysique, 1911, pag. 280, avente
appunto per titolo: L’importance philosophique de la logis- tique. Sotto
questo aspetto cfr. pure in Perla storia della logica di EnRIQUES il $ 29
(pag. 196 segg.). Cap. 1I. - I rapporti fra la logica e la
matematica 59 fatti esclude l’elemento sperimentale come
origine delle verità matematiche e l’induzione nel prose- guire.
L’origine dei principii fondamentali della ‘ matematica è — sècondo la
logistica, pura e sem- plice convenzione, ipotesi, non è un «a priori
» nel vero senso; ma qui non è da me ammesso (1) - l’a priori in
senso kantiano se non limitatamente ad alcuni principii fondamentali da
cercarsi pre- valentemente negli assiomi — non nei postulati —
secondo l’antico criterio euclideo. Bene inteso però nei riguardi della
logistica tale distinzione rispetto al carattere ipotetico o non della
loro origine, non ha alcun senso: unico criterio di scelta sarà per
essa non già l’antica e vieta evidenza — cui io credo si debba, malgrado
tutto, ancora rigidamente uniformarsi (2) — ma soltanto la maggiore
como- dità — e anche questo criterio non è, si potrebbe osservare,
nuovo di zecca — che le proposizioni generali medesime avranno rispetto
allo svolgi- mento, essenzialmente deduttivo, per collegare in un
tutto: organico ed omogeneo queste sparse ve- rità matematiche onde
dirigerle più conveniente- (1) Per non equivocare: se per «a
priori» s'intende qualche cosa che non ci è dato empiricamente, allora
tutte le proposi- zioni matematiche sono basate su di un «a priori». Ma
se per «a priori » s'intende qualche cosa che ci porta al
necessario ed all’universale, sia pure limitatamente alla realtà
fenomenica — e questo è il senso dell’« a priori» kantiano — allora
credo soltanto un piccolissimo numero di verità matematiche (pro-
priamente gli assiomi) possono essere considerate come deter- minate
esclusivamente « a priori ». Mi limito qui ad accennare questo criterio
differenziale tanto per immediatamente inten- derci sulle linee
essenziali dell'interpretazione della parola « a priori »: esso sarà in
seguito più ampiamente svolto. (2) Proprio nel suo senso comune di
inconcepibilità del contrario. 60 La posizione gnoscologica
della matematica mente e più rapidamente verso lo scopo che
ci preme di raggiungere. Trascurando i particolari di quello
che io credo si possa chiamare — limitatamente al problema
gnoseologico — l’illusione insita, volere o no, nella logistica per
quanto si riconnette alla riforma della logica, i quali particolari solo
indirettamente potrebbero rientrare in quanto andiamo svolgendo, è
bene fermiamo l’attenzione nostra sul problema .già accennato prima di
trattare della logistica, ossia quello intuitivo. Tale incompatibilità
non significa per altro illogicità assoluta — il che non sarebbe
d’altronde concepibile in nessuna espres- sione cosciente — ma soltanto
l’intervento di un altro elemento non prettamente logico e che con
tutta la buona volontà mal si potrebbe costringere nella deduzione, cioè,
l’intuizione. Questa esclusione della pura razionalità dalla
matematica non deve però portarci a stabilire in essa una fonte empirica
e un procedimento indut- tivo, di basarci cioè esclusivamente su
quell’espe- rienza che la logica pura non considera nella sua
diretta espressione, in quanto essa logica in- terviene soltanto quando
il pensiero è passato ad esaminare il substrato essenziale di quell’
indisso- lubile fusione di soggetto-oggetto che è già nella
percezione, substrato normalmente chiamato con- cetto (1). |
A tale convinzione — empirismo matematico — saremmo costretti di
addivenire soltanto se le fonti del sapere fossero due: il dato sensibile
e l’idea (2), e si dovesse per forza schierarci con l’una o con
(1) Cfr. però questo libro, cap. I, $ 1. (2) Cfr. questo libro
cap. I, $ 2. Cap. II. - I rapporti fra la logica e la matematica
€€—& l’altra; ma la questione non ha affatto tale
aspetto. dilemmatico. Il dilemma sarebbe già fondamental- mente
errato anche se soltanto all’esperienza o alla ragione si dovesse
ricorrere per sapere, in quanto si è accennato sopra come il divario fra
di esse non abbia ragione di essere dato che appunto in qua-
.lunque sensazione vi è già un elemento intellet- tivo (1); ma il dilemma
medesimo ci sembrerà mag- giormente insostenibile osservando che vi è
una terza fonte di conoscenza: l’intuizione. Di essa già
abbiamo trattato nella sua più alta espressione analogica nelle scienze
fisiche e abbiamo mostrato come, contrariamente a quanto la scienza
sembra credere, mentre è fonte apportatrice di ri- sultati che hanno
alcune volte del meraviglioso nelle discipline particolari e segnatamente
forse nell’astronomia, essa sia insufficiente in filosofia. Andremo
ora man mano svolgendo quanto sino ad ora è stato implicitamente ammesso,
ma non svolto : avere cioè il procedimento intuitivo la sua massima
espressione scientifica nella matematica. Senza dubbio il
naturalismo, in tutte le sue gra- dazioni, si guarda bene dall’ammettere
ciò dato che il problema dell’intuizione in se stesso considerato,
è alquanto difficile ad essere trattato con mezzi che pretendono di
essere essenzialmente positivi, di de- rivare qualunque attività
esclusivamente dall’espe- rienza. Così i fanatici detrattori dello « a _
priori » originario delle proposizioni matematiche, vogliono ad
ogni costo vedere in esse un elemento speri- (1) Qui basti tale
semplice accenno a questo problema che ‘ è il più importante della teoria
della conoscenza e la base ne- cessaria su cui deve appoggiarsi qualunque
idealismo gnoseo- logico. | 62 La posizione gnoseologica
della matematica mentale, attribuendo alla matematica un
procedi- mento induttivo. Lo Young (1) crede di fornirci un esempio
di procedimento induttivo nella matema- tica (2): «Sea ed sono due elementi
di una succes- sione discreta C e se a < 5 e s, il successivo
im- mediato di a, ss il successivo immediato di 8,, sg di se, ecc.,
l'elemento » apparterrà all’aggregato 81, Se, 83...». La dimostrazione si
fa per assurdo. Dov” è in tal caso il procedimento induttivo? Non
lo so: l’unica induzione è in questa frase dell’A.: « Il legame fra
questo teorema e il principio d’in- duzione matematica è evidente » (pag.
151). Non so bene se l’A. abbia voluto con questo sostenere che
nella matematica, se non prevalentemente, figura tuttavia anche il
procedimento induttivo. L’esempio citato è, come d’altronde quasi tutte
le questioni dall'A. trattate nei suoi « Concetti fondamentali
dell’algebra e della geometria », svolto molto bre- vemente e sopra tutto
isolatamente, per niente affatto collegato con quanto precede e con
quanto segue: sono note preziose se li consideriamo prese
separatamente ; non ci dicono gran che se cerchiamo di esaminarle nel
loro complesso come un tutto organico ed omogeneo. Perciò come dobbiamo
in- terpretare questo accenno dell’A. che ha per titolo « Induzione
matematica »? Basandoci appunto sul titolo sembrerebbe doversi ritenere
come un esem- | (4) È evidentissimo nell’esempio citato dallo
Young il rife- rimento al principio d’induzione completo, di cui
avremo quanto prima a trattare nella sua enunciazione generica. Il
traduttore italiano aggiunge all’esposizione dello Young cenni
bibliografici: degni di nota gli articoli ricordati del Vacca e del
Combeirac. (2) I concetti fondamentali dell’algebra e della
geometria (ed. cii., pag. 150-151). Cap. II. - I rapporti
fra la logica e la matematica 63 ——T rc pio, una
prova anzi portata a favore dell’ induzione applicata come metodo
nell’indagine matematica. Non avendo però nulla saputo trovare
d’indut- tivo con le mie sole forze nell’esempio citato, sono
ricorso al diligente studio del Benzoni (1) per ve- dere se in qualche
modo si poteva far rientrare tale esempio nel procedimento induttivo: i
miei tenta- tivi non sono stati coronati dal successo. E si che il
Benzoni esamina con scrupolo rigoroso l’ indu- zione sia dal punto di
vista storico sia da quello più rigidamente metodologico. In
ogni modo è certo che induzione non significa nel caso citato dallo Young
partire dal dato empi- rico per arrivare all’astrazione generica. Lo
Young, posto di fronte al problema del fondamento della geometria
euclidea ad esempio (op. cit., pag. 45), dichiara troppo esplicitamente
di schierarsi a fianco dei sostenitori di un’origine non sperimentale
di essa per dover insistere oltre sul caso citato. Il confronto che
egli fa, sulle traccie del Poincaré, fra le proposizioni della geometria
euclidea e quelle del sistema metrico decimale, ci autorizza da
solo a porre lo Young fra quei matematici che negando l’ a priori
in senso stretto, come Kant l’intende, ammettono però pur sempre un «a
priori », con- venzionale e arbitrario quanto si vuole, ma non mai
un’origine sperimentale che è il punto essen- ziale di abbattere per una
teoria idealistica della conoscenza. $ 7. Il procedimento
sperimentale nella mate- matica. — La tesi dell’intuizionismo come
base sine qua non per andare avanti in matematica ha (1) R.
BenzonI, L’induzione (Genova, 1894). 64 La posizione gnoseologica
della matematica i suoi esponenti tanto in filosofia quanto fra
gli stessi matematici, pensatori gli uni e gli altri non sospetti
certo di attribuire alla matematica valore inferiore a quello che
effettivamente le spetta. Il Martinetti tratta in diversi punti della sua
opera fon- damentale (1) questo problema e in tutti questi punti
mostra la sua precisa convinzione della non asso- luta logicità del
procedimento matematico e sopra tutto l’ impossibilità di considerarlo
come indullivo. A pag. 426 ci dice: « Le forme possibili dello
spazio sono infinite; quindi infinite le geometrie possibili in
astratto », mentre noi, anche immaginando qual- siasi modificazione della
nostra intuizione temporale o spaziale, non potremmo concepire alcuna
modi- ficazione nel processo logico. E più specialmente ancora per
quanto ha attinenza col problema par- ticolare che stiamo trattando,
nella medesima opera (pag. 429) leggiamo: « E per la stessa ragione (2)
riuscirebbe ugualmente impossibile ogni tentativo di applicazione dei
procedimenti logici alla mate- matica; questa, per quanto sia anch’essa,
come scienza (3), rivestita di forme logiche e fissata in concetti
e giudizi, si forma in virtù di una logica tutta sua propria senza di
cui, anche con l’aiuto di tutti i principii logici, non sarebbe possibile
fare (1) Introduzione alla metafisica (Torino, 1904).
(2) In quanto appunto « altro è l’evidenza logica, altro l’evi-
denza matematica », S. p. (3) A commento di tale inciso cfr. nello
stesso libro la cri- tica all’empirismo : inoltre (pag. 225) il passaggio
dall’empi- rismo al criticismo kantiano (idea di sostanza in Locke e
Kant). Senza discutere ora sul principio dell’ « a priori » puoi
vedere come tutta l’estetica trascendentale di Kant e più ancora la
sua « Introduzione » alla Critica (particolarmente polemizzando con
Hume), mirino in fondo a questo, che figura incidentalmente in tale
espressione: ‘come scienza 1. Cap. II. - I rapporti fra la logica
e la matematica 65 un passo oltre al primo assioma » (1). Giudizio
che ci ricorda nella sua essenza quello di Kant nella « Critica »
(estetica trascendentale): « Prendete, ad esempio, queste proposizioni:
due linee rette non possono circoscrivere uno spazio, nè per conse-
guenza formare una figura e tentate di derivarla dal concetto della linea
retta e da quello del nu- mero due. Prendete ancora, se voi volete,
questa. altra proposizione per la quale con tre rette si può formare
una figura e cercate di ricavarla sempli- cemente da questi concetti.
Tutti i vostri sforzi saranno vani, e voi vi vedrete costretti di
ricorrere all’intuizione, come d’altronde fa sempre la geo- metria
». . Categorico è pure lo Schopenhauer nella sua conclusione
al riguardo : « Dopo tutte queste consi- derazioni, nessuno, spero, vorrà
mettere in dubbio che l’evidenza della matematica — divenuta mo-
dello e simbolo di ogni evidenza — derivi per sua essenza non già dalle
dimostrazioni, ma dall’intui- zione immediata. L’intuizione qui, come
dapper- tutto, è il principio supremo e la fonte di ogni verità; ma
quella che è a base della matematica ha un grande privilegio su di ogui
altra e in par- ticolare sull’intuizione empirica..... » (2).
Nè sarà superfluo riferire in merito l’opinione di un illustre
matematico, il Poincaré, per il quale la (1) Cfr. KanT,
Prolegomeni (tr. it.), $ 2, pag. 33: «Il con- cetto della « linea più
breve » è qualche cosa di nuovo che si aggiunge e non potrebbe per
nessuna scomposizione venir de- rivato dal concetto di retta ». Nonchéè
nella Critica (metodo- logia trascendentale). Cfr. inoltre LANGE, Hist.
du Mat. (tr. fr.), II, pag. 15 segg. (2) SCHOPENHAUER, Il
mondo come V. e R. (tr. it. Varisco- Palanga), I, pag. 114.
G. E. BARIÉ, La posizione moseologica della matematica. 5. 66. La
posizione gnoseologica della matematica ° geometria
euclidea è la nostra geometria « solo perchè secondo essa appunto si sono
costituite la nostra intuizione spaziale e la nostra esperienza »;
e la conclusione cui lo stesso Poincaré arriva trat- tando
particolarmente della credenza di un’origine sperimentale della
geometria: « Non si esperimenta su linee rette o su circonferenze ideali
» (1). Il Poincaré, è vero, sembra che qua e là ammetta anche
l’induzione nel procedimento matematico, ma ciò dipende appunto in
quanto, essendo un ma- tematico, considera la logica semplicemente
come analisi (2) circoscrivendola in fondo al classico sil- logismo
aristotelico, più ancora all’applicazione degli scolastici; ma quanto ciò
sia incompleto è superfluo far rilevare in filosofia, in cui la
sintesi è ritenuta rigorosamente logica quanto l’analisi. Perciò il
Poincaré, dovendo le creazioni di tutti i matematici uniformarsi a un
procedimento analogo, e ritenendo per altro conveniente di distinguerli
in « logici » ed « intuitivi.» (non già per la materia che trattano
che è naturalmente la stessa, ma per il loro temperamento personale), nè
l’analisi pura e semplice potendo portare a nuove scoperte, trovò
opportuna la denominazione d’induttivo al proce- dimento seguito da
questa classe particolare di mate- matici da lui chiamati logici. Tale
pretesa induzione però che per i suoi caratteri specifici non
potrebbe (4) H. Poincaré, La Science et l’Hypothése, pag. 64.
Altri punti numerosi in tutte le opere del Poincaré si potranno
tro- vare in appoggio a tali argomentazioni. Vedi ad es. in La
valeur de la Science, pag. 16 (il temperamento logico di Euclide malgrado
la sua vasta costruzione sia dovuta all’intui- zione) e pag. 17
«l’intuition ne peut nous donner la rigueur, ni méme la certitude »...,
ecc. (2) Vedi segnatamente in La valeur de la Science, pag.
29. Cap. II. - 1 rapporti fra la logica e la matematica 67
essere considerata tale da un logico rigoroso, egli stesso trovò
necessario di precisare meglio aggiun- gendovi la specificazione di «
matematica » (1). Questo riconoscimento non è, bene inteso,
am- messo da lui, ma credo non si possa dubitare di queste mie
considerazioni innanzi tutto perquanto si è sopra detto della voluta
identità — in matematica — dell’analisi con la logica, mentre invece
quella è soltanto un aspetto di questa (2); in secondo luogo. per
le conclusioni definitive cui il Poincaré arriva, come possiamo
facilmente constatare esaminando la sua dottrina nel complesso senza
troppo a lungo soffermarci sui particolari, che, presi alla
lettera, possono molto spesso dar luogo ad errate interpre- tazioni
semplicistiche. | Certo se con lo Stuart Mill noi ci limitiamo
a considerare gli assiomi come generalizzazioni del- l’esperienza
(3), l’induzione sarebbe il cardine su (1) Ecco il principio
fondamentale da cui dovrebbe emergere l’induzione matematica: « Si un
théorème est vrai du nombre 1 et si l’on démontre qu’ il est vrai de n
4-1, pourvu qu’il le soit de x, il sera vrai de tous les nombres entiers
». ( Valeur de la Science, pag. 21). Ora, questo «jugement
synthétique a priori, c'est le fondement de l’induction mathématique
ri- goureuse », ma la parola « induzione » non deve essere qui
presa alla lettera, e prova ne sia che alla pagina seguente (pag. 22)
il Poincaré ci dice che tale « axiome » è determinato da quella in-
tuizione suprasensibile che il Poincaré chiama «du nombre pur» .
(2) A tale punto crede il Poincaré di poter ammettere la sola
analisi come metodo logico che il processo sintetico insito in qua-
lunque nostra percezione, processo svolto naturalmente, quasi
inavvertitamente dal nostro pensiero, e che è la conquista più significativa
dell’idealismo moderno l’aver posto in luce, è da lui considerato quasi
come una prerogativa della matematica, precisamente esaminata sotto il
suo aspetto intuitivo e non già sotto quello logico. (3) J.
Stuart MILL, A System of Logic..., V, VI. 68 La posizione
gnoseologica della matematica cui dovrebbero svolgersi le
costruzioni matema- tiche; ma ove dovessimo ciò accettare alla
lettera si verrebbe quasi ad annullare il valore della « Cri- tica
» kantiana nei riguardi appunto dell’esperienza. Nessuno nega, e Kant
meno che mai, l’importanza dell’ esperienza per conoscere, ma se
dobbiamo accettare le verità fondamentali (assiomatiche) come
generalizzazioni dell’esperienza, non lo possiamo fare se non accettando
un’esperienza quale Kant. ce l’offre, ossia un’esperienza che non
significa già il complesso di constatazioni empiriche — chè allora
non si avrebbero giudizi di esperienza ma soltanto giudizi « percettivi »
(1) — ricavate esclusivamente dal mondo esterno; ma un’esperienza che
significa la possibilità delle constatazioni empiriche mede- sime
soltanto perchè il nostro pensiero ne stabilisce il collegamento nella «
coscienza generica » (2) a mezzo dei concetti intellettivi puri «a priori
». Questo è il significato essenziale della tratta- zione della
fisica pura nella dottrina gnoseolo- gica di Kant. ° Così
stando le cose — e non vi è possibilità di una diversa interpretazione —
il punto di partenza non è più il dato empirico o il complesso di
dati empirici che trovano la loro espressione unificatrice nel
concetto, il che potrebbe significare induzione, ma il procedimento
inverso: e cioè la stessa espe- rienza che viene ad essere resa possibile
soltanto per questa attività che va — mi si passi l’espres- sione —
dal mondo interno al mondo esterno e che in tal modo lo rende possibile,
informandolo: «l’in- (41) Cfr. particolarmente i $$ 18, 20 dei
Prolegomeni, e in generale tutta la trattazione della fisica pura.
(2) ùberhaupt. Cap. II. - I rapporti fra la logica e la matematica
69 telletto non attinge le sue leggi (a priori) dalla na-
tura, anzi piuttosto le impone ad essa » (1). L’empirismo dello
Stuart Mill al riguardo non significa che un passo indietro, non significa
che puro e semplice ritorno a Hume, e questo non è d’altronde il
solo punto nel quale lo Stuart Mill rivela la sua imperfetta comprensione
di Kant. Ora, se un procedimento logico vogliamo riscon-
trare nel tanto abusato punto di partenza — l’espe- rienza — dobbiamo
ammettere che l’esperienza stessa, per essere considerata fonte di
conoscenza, non è già più qualche cosa di semplice in se stessa; ma
è già il frutto, è già il derivato di un prece- dente processo puramente
intellettivo che solo lo determina. Perciò quando diciamo che anche
una forte corrente idealistica ammette che ogni cono- scenza ha a
che fare con l’esperienza, non dobbiamo dimenticare come alla formazione
di questa espe- rienza si sia arrivati. Questo, bene inteso,
non è il significato corrente della parola esperienza, ma possiamo noi
forse dare alla parola medesima un significato diverso da quello
sopra esposto quando oggi, dopo Kant, par- liamo di essa esperienza in
sede scientifica come fonte conoscenza? Nè dobbiamo qui lasciarci
even- tualmente fuorviare dal famoso « principio d’indu- zione
completa » per arrivare appunto a vedere un procedimento induttivo o,
comunque, il riconosci- mento di un procedimento induttivo nella
matema- tica. Il principio d’induzione completa è esso pure basato
come ogni altro su di un procedimento intuizionistico-deduttivo. Scoperto
nel secolo XVI da un matematico italiano — Francesco Maurolico
(1) Prolegomeni, $ 38. 70 La posizione gnoseologica della
matematica — esso afferma che se una proprietà è vera di un
numero intero qualunque, è pure vera anche del numero che segue, ossia,
più generalmente, la pro- prietà medesima è vera per tutti i numeri
maggiori (interi) quando si è constatato che essa vale per un
numero intero dato. Il Poincaré l’anuncia molto chiaramente e brevemente
così: « Se una proprietà è vera del numero 1, e se si constata ch’essa
è vera per n + 1, purchè essa lo sia di x, essa sarà vera per tutti
i numeri interi » (1). Non vi è alcun bisogno di un particolare
appro- fondimento del principio d’induzione completa per
comprendere che soltanto un equivoco terminolo- gico potrebbe riconoscere
in esso una base indut- tiva. Ciò non pertanto si è proprio voluto vedere
in esso un procedimento induttivo in senso stretto, mentre, nota
giustamente il Brunschwicg, « è un principio di deduzione progressiva, la
cui applica- zione è sicura « a priori » del successo, poichè i
numeri sono i prodotti di questa deduzione pro- gressiva » (2).
Pure attenendoci al concetto più generale del procedimento
induttivo dove si vede nel principio d’induzione completa un passaggio
dal particolare al generale, bisognerebbe considerare come parti-
colare il numero dato e come generale il numero n + 1, ma nonè forse già
quello una generalizza- zione astratta? Non sono già forse 1, 2,3...
sim- boli concettuali nello stesso modo come n +1? Forse soltanto
perchè questo può, in aritmetica, significare maggiore indeterminatezza —
e anche (4) Cfr. ad es, la Revue de métaphysique (1905, pag.
818), e in La Valeur de la Science, pag. 21. (2) Les étapes de la
phil. math., Il ed., pag. 483. Cap. II. - I rapporti fra la logica
e la matematica 71 questo è molto discutibile — possiamo quello
con- siderare come dato più intuitivamente, più natu- ralmente di
questo? Il numero 1 è una generaliz- zazione sintetica nello stesso modo
che un numero qualsiasi indicante milioni di milioni: mettiamo n
per significare più rapidamente e più comodamente questo numero e poichè
neppure esso n può costi- tuire un limite, estendiamo il nostro
ragionamento anche ad n +1 e così di seguito, ricominciando in tal
modo una nuova serie in nulla differente dalla precedente.
Considerazioni, come si vede, che anche il solo buon senso può suggerire,
ma che alcune volte si rendono necessarie onde non si possa
costruire sull’ equivoco. In tal caso l’equivoco è terminologico e perciò
più facile forse ad essere eliminato: bisognerebbe però cominciare con
il bandire la infelice espressione di « principio d’in- duzione
completa » (1). In ogni modo per quanto riguarda il Poincaré,
non credo possa ritenersi che il principio medesimo sia da lui
considerato come una vera induzione. Esso può nella sua dottrina esser
ridotto con la massima facilità all’ intuizione e precisamente a
quell’intuizione che noi abbiamo chiamata nel I capitolo « ideale » e che
il Poincaré, contrappo- nendola all’ intuizione sensibile, chiama «
intuition du nombre pur ». Il principio d’ induzione completa .
considerato dal Poincaré in « La Valeur de la Science» come « il
fondamento dell’induzione mate- matica rigorosa » (pag. 21), viene ad
essere consi- (1) Cenni bibliografici : F. ENRIQUES, De la méthode
dans les sciences (Paris, Alcan); WHEWELL, History of îinductive sciences
(London, 1837); P. BoutRoUXx, Les principes de l’analyse ma- thématique,
Exposé historique et critique (Paris, Hermann). 72 La posizione
gnoseologica della matematica derato dal Poincaré subito dopo
(pag. 22) come sorretto appunto sull’ intuizione del numero puro:
dove la necessità dell’ induzione? Come principio fondamentale « a priori
» assiomatico non ha alcun bisogno — direi quasi non ha alcuna
possibilità — di essere appoggiato nè alla deduzione, nè all’indu-
zione: nella sua applicazione è essenzialmente de- duttivo, com’ è
deduttivo qualsiasi teorema che si ricava da un assioma o da un
postulato. Meno esplicito è il Mach. Veramente non mi pare
che questo punto sia stato da lui particolarmente. trattato. Egli accenna
però qua e là implicitamente alle deduzioni della matematica, ma una sua
espo- sizione di carattere chiaro ed organico del proce- dimènto di
questa scienza, non la conosco. Possiamo dire anche che la sua, opinione
in merito pre- senta non poche oscillazioni perchè, mentre egli è
il primo a riconoscere e a ripetutamente insistere che spesso le
scienze attingono molto da un fondamento aprioristico, in ultima analisi
mi pare si possa affermare ch’ egli considera anche tali astrazioni
originarie di natura empirica, in quanto, se non altro, poggiantesi sopra
fatti precedenti di espe- rienza sia individuale, sia collettiva. Per
quanto riguarda l’argomento che stiamo trattando, è par-
ticolarmente interessante il’ capitolo dedicato alla psicologia della
deduzione e dell’induzione nel suo libro « La conoscenza e l’errore »
(1). In esso, pure sostenendo con la sua abituale lucidità di
esposi- zione che tanto la deduzione quanto l’induzione nulla
possono aggiungere alla nostra conoscenza, figura un’espressione che,
presa nel suo preciso (4) MacH, Erkenntnis und Irrtum (Skizzen zur
Psychologie der Forschung), Leipzig, tr. fr., Paris, 1919.
Cap. II. - I rapporti fra la logica e la matematica —‘73
significato, ci autorizza quasi a supporre che il Mach ritenga le
verità matematiche basate in ultima ana- lisi sull’esperienza.
Vediamo di chiarire con criterii nostri tale punto controverso,
ricordando che esso ci è dato dall’opinione espressa dal Mach
essere la base fondamentale di ogni verità ricavata dal
concetto di triangolo « il fatto sperimentale che la somma
degli angoli di tutti i triangoli piani che noi possiamo misurare,
non differisce da due retti ». Prendiamo l’esempio seguente che è
il più sem- plice che la geometria piana può fornirci per
a” mettere in chiaro l’opinione dell’A. Supponiamo di
avere un triangolo a dc. Se prolun- ghiamo il lato ac
fino a un punto qualunque f, noi ot- e de e; teniamo un
angolo esterno b c f, che sappiamo essere uguale alla
somma degli angoli interni non adia- centi, ossia avremo: ZN
Z4N /N bcf= abc + dbac Da cui possiamo altresì ricavare che, ove
nell’ipo- tesi si fosse ammesso trattarsi di un triangolo
isoscele si avrebbe: bef= 20; bef=2d e così via, e ciò
appunto abbiamo potuto stabilire | perchè sappiamo che la somma degli
angoli del triangolo a de è uguale all’angolo piatto a c f, ecc. Ma
non possiamo assolutamente riconoscere che questa verità geometrica non
sia a sua volta basata, come ogni altra, sull’ intuizione originaria di
alcuni principii fondamentali « a priori »: nel caso parti- colare
sulla stessa definizione di triangolo. 74 La posizione
gnoseologica della matematica Ma ciò dipende forse da una certa
imprecisione dei vocaboli. Egli definisce l’ intuizione « tutto il
sistema di sensazioni coordinate nello spazio e nel tempo che ci offre il
senso della vista a mezzo del quale noi riconosciamo d’un colpo d’occhio
la distribuzione dei corpi e dei loro movimenti reci- proci » (1).
E, ciò che trovo incomprensibile, ag- giunge che «il vocabolo porta
nettamente la sua impronta originaria ». Il criterio etimologico
del Mach al riguardo è quanto mai discutibile perchè questa sua
affermazione non ha ragione di essere se non considerando che in tedesco
la parola Anschauung significa propriamente intuizione (2), mail
vocabolo ha la radice in comune con Anschauen (riguardare, rimirare) e
così via. In ogni modo la questione etimologica non ci interessa:
occupiamoci piuttosto della definizione riportata e non delle
considerazioni che seguono. Tale definizione mi sembra del tutto inadatta
a dirci che cosa sia l’in- tuizione, ed è una definizione che caso mai
uno psicologo ad es. avrebbe potuto dare della perce- zione, che
pertanto, rigorosamente parlando, nulla ha a che vedere con l’intuizione
che è procedimento astratto.di pensiero, formandosi prima della
visione dell’oggetto e non già della conoscenza sensibile
dell’oggetto medesimo. Che poi tanto la percezione | quanto l’intuizione
si debbano basare sull’associa- zione delle immagini, ciò non equivale
certo a sta- bilirne l’identità. Se consultiamo la psicologia mi
pare che il suo responso non possa dar luogo ad (4) MACH, op. cit.
(tr. fr.), pag. 159-160. (2) L’intuizione p. d. come è stata qui
intesa si renderebbe forse meglio in tedesco con Einfall nel suo senso
particolare di idea improvvisa, di sprazzo geniale. Cap. Il.
- Irapporti fra la logica e la matematica —75 equivoci. Il
Peillaube (1), in cui trovai la più com- pleta esposizione della
formazione psichica della percezione, definisce questa come « un
complesso di stati psicologici, di sensazioni, d'immagini, di
ricordi, di giudizii e di ragionamenti a proposito di una impressione
attuale » mentre il concetto di intuizione comporta il principio di un
avvenimento futuro e che perciò non può essere basato princi-
palmente sulla vista come il Mach sembra credere. Il Vaissière, pure
trovando esatta la sopra esposta definizione del Peillaube la giudica
però un po’ imprecisa in quanto forse non sufficientemente
determinata e la vorrebbe completata nel modo seguente di cui non
possiamo non riconoscere la assoluta chiarezza: « La percezione è una
fusione della sensazione eccitatrice con le immagini asso- ciate »
o più specificatamente « una fusione di oggetti rappresentati dalla
sensazione con gli oggetti rappresentati dalle immagini associate »
(2). In ogni modo tale imprecisione di linguaggio nel Mach
risulta evidenteanche daaltri punti(pagg. 194, 206-209, 197, 308 dell’op.
cit.). Nè di tale fatto dob- biamo meravigliarci oltremodo, dato che
possiamo osservare di passaggio come non soltanto nel co- mune
linguaggio, nè in quello di studiosi non spe- cializzati in psicologia
troviamo equivoci termino- logici, ma anche negli stessi psicologhi.
L’insuffi- . cienza del linguaggio è infatti considerata dal James
come la prima fonte di errori nella psicologia, sia per la frequente
mancanza di termini in quanto « è assai difficile localizzare
l’attenzione su di una cosa senza nome » (3), sia, alcune volte, per
l’uso (1) PEILLAUBE, Les images. (2)
VaissiéRE, Psychologie expérimentale, pax. 145-146. (3) James, Compendio
di Psicologia (tr. it.), pag. 80. 76 La posizione
gnoseologica della matematica errato dei vocabili esistenti che si
estende anche a concetti fondamentali della psicologia, fra cui fra
la stessa sensazione e la percezione, pertanto netta- mente separate,
sopra tutto in una vita primitiva e nell’infanzia. E in modo più
categorico e sopra- tutto più generale in quanto esteso
all’espressione tutta del pensiero e non alla sola psicologia, si
esprime il Condillac per il quale tutta l’indagine del pensiero è in
fondo — opinione che certo non possiamo condividere spinta a tale estremo
limite — la conseguenza o no di « une langue bien faite »: nello
stesso modo il Leibniz vede nell’analisi pre- cisa intorno al significato
delle parole il fattore più importante per la comprensione dei
procedimenti intellettivi (1). Ciò osservato possiamo benissimo
spiegarci come il Mach, fisico, abbia insistito tanto sulla parte
sensibile di quel processo che egli chiama intuizione, tanto da darci una
definizione che nel complesso, ma sempre con le dovute riserve di
cui sopra, è molto più vicina alla formazione della per- cezione,
non esclusa quella particolare importanza del senso della vista
considerato come superiore a quella d’ogni altro e non esclusi i
movimenti dei corpi, che ci darebbero quel sesto senso (movi-
mento) normalmente ammesso dalla moderna fisio- (4) Da un po’ di
tempo a questa parte si nota una prege- vole tendenza ad attribuire alle
parole l’importanza loro dovuta per meglio comprendersi. Interessante al
riguardo la comuni- cazione del CouTUuRAT (D’une application de la
logique au pro- blèeme de la langue internationale) al III Congresso
inter. di filosofia (Heidelberg, 1908). Cfr. pure la
prolusione al corso libero di storia della mec- canica all’Università di
Torino (1898) del VAILATI avente per titolo Alcune osservazioni sulle
questioni di parole nella storia della scienza e della cultura (Torino,
Bocca, 1899). Anche in Scritti, pag. 203-228. Cap. II. - I
rapporti fra la logica e la matematica 77 logia. Altri punti di
tale definizione del Mach si po- trebbero qui porre in discussione e
primo fra tutti la disinvoltura con cui egli — anche attribuendo la
sua definizione alla percezione e non all’intui- zione — sorvola sul «
colpo d’occhio », per cui diverse sensazioni ci appaiono in una sintesi
come una sola cosa. Ora, se nell’adulto civilizzato pos- siamo
considerare ciò come un fenomeno normale creato dall’abitudine, si può
tuttavia con facilità. mettere in luce che tale sintesi non è nel bambino
e non è nel primitivo (1). L'uno e l’altro prima di arrivare alla
percezione di un oggetto come noi l'abbiamo qui inteso, passano
attraverso ai diversi stadi in cui si manifestano dapprima
separatamente tutte le diverse sensazioni la cui sintesi formerà
poi la percezione di quell’oggetto ; processo questo che ha fatto molto
riflettere sulla forma ragionativa (sillogistica) della percezione,
filosofi come lo Scho- penhauer e il Wundt. (4) Non mi
sembra inutile far qui osservare come, essendosi molto abusato riguardo
alle analogie psichiche fra il bambino e l’uomo selvaggio, l’allusione
medesima sia qui da me fatta unicamente limitantesi a questo caso
particolare — il che non vuole però dire, per contro, che questo sia
l’unico punto di contatto fra le due coscienze. Così, p. es., non si può
sostenere nel caso dell’uomo primitivo quanto ci dice giustamente il
Janet (Eat mental des hystériques, pag. 70 segg.), che il difetto
di intelligenza nel bambino dipende prevalentemente nell’assenza di
ricordi, d'immagini, di tendenze preorganizzate, ecc. Tali mancanze non
sono evidentemente nel selvaggio adulto: esse possono essere supposte in
lui solo in modo parzialissimo e unicamente per quanto può avere
attinenza con il problema ereditario; soltanto cioè in quanto i suoi
progenitori gli avranno lasciato poca attitudine a ricordare e a compiere
quel processo rapidissimo di associazioni per cui l'adulto civilizzato
riconosce immediatamente un oggetto come noto, sia come simile, sia
come identico a quello già percepito o immaginato in passato, 78
La posizione gnoseologica della matematica Tutto ciò a
esplicazione della poca chiarezza del- l'atteggiamento del Mach di fronte
al carattere intuitivo dei principi matematici e al loro dubbio
valore logico. E su questo punto dobbiamo ancora insistere essendo per
noi fondamentale, dato che ci siamo proposti di dimostrare come le
stesse scienze si servano molto spesso di una base essen- zialmente
astratta, com'è l’ipotesi, per poter prose- guire, mentre tanto
volentieri l’astrazione esse rimproverano ai « castelli in aria della
metafisica ».. Possiamo pertanto notare come nel fisico Mach,
mutato il senso della parola «intuizione » in quello più positivo di «
percezione », troviamo ciò non pertanto l’ intuizione confusa alcune
volte con « l'immaginazione » (pag. 199, op. cît.) che a sua volta
non è bene distinta, nel libro medesimo (1) dalla « allucinazione »; ma,
senza divagare in con- statazioni non indispensabili sull’ imprecisione
dei vocaboli adoperati, c’ interessa però mettere in luce qui come
quell’intuizione che particolarmente ci importa di conoscere in quanto è
stata da noi con- siderata come la base fondamentale di qualunque
procedimento matematico, sia dal Mach ammessa sotto la denominazione
suggestiva di « esperimento mentale » (2). Ora,
scientificamente parlando, noi non possiamo considerare l’immaginazione
come un’associazione di elementi « che non si sono mai riscontrati
negli. avvenimenti della nostra esistenza ». Il processo
immaginario è del tutto differente: è cioè un feno- meno che pure non
accordandosi con una sensa- zione attuale, è tuttavia il ricordo di una
sensazione (1) Cfr. ad es., la definizione a pag. 163 dell’op.
cit. (2) MACH, op. cit., pag. 209. Cap. II. - I rapporti fra
la logica e la matematica 79 passata: in altre parole l’immagine è
nella serie debole quello che è la percezione nella serie forte.
Così stando le cose è evidente come l’immagine, ben lungi dal poter
essere considerata come il pro- dotto arbitrario — sia pure geniale, qui
non im- . porta — della nostra fantasia, si verifica sempre.
nell’uomo in istato normale. L’anormalità è il con- trario; quando cioè
noi non possiamo per « dimnesia O per amnesia rappresentarci attualmente
quanto altra volta percepimmo » (1). Si comprende -benissimo
come tutto quanto an- diamo osservando non abbia per nulla affatto
carat- tere accademico, ma abbia il preciso senso di mostrare,
incidentalmente, come il non esatto signi- ficato di una parola, possa
far travisare tutto il pensiero di uno scrittore e far restare perplesso
e dubbioso il lettore attento; ma sopra tutto di mo- strare come il
Mach possa affermare che ogni nostra conoscenza derivi dall’intuizione
nelle sue forme d’ intuizione sensibile e d’intuizione astratta,
pur restando fedele al suo concetto dell’origine sensi- bile di
ogni nostra conoscenza. Tale equivoca fu- sione di concetti è
rappresentata dal suo esperi- mento mentale. Questo non si distingue, per
quanto egli ne parli ampiamente a parte (Cap. XI), fonda-
mentalmente dall’immaginazione, sempre stando naturalmente al suo
concetto d’immaginazione. È (1) La dimnesia si riscontra quando
congenitalmente o acci- dentalmente i ricordi non possono essere fissati;
l’ammnesia si riscontra quando il ricordo è stato sì registrato e
fissato, ma sì perde in seguito a traumatismo o emozione violenta o
dete- rioramento progressivo del cervello come ad es. nella
paralisi generale. Il caso anormale opposto ai precedenti ci è dato
dal- l’ipermnesia in cui dei vaghi ricordi riprendono la più grande
intensità. (Per tutto ciò cfr. VAIssiERE, Ps. Ex.). 80 La
posizione gnoscologica della matematica questo ‘esperimento
mentale che noi saremmo pro- clivi a chiamare intuizione. Semplice
questione di nomi? Niente affatto; pure essendo convinti in ogni
modo che anche una semplice questione di nomi possa in alcuni casi
portarci molto lontani nelle nostre conoscenze, dobbiamo qui osservare
come il fatto sia più complesso. | Dipende cioè dallo stabilire
come, anche per il Mach, la matematica abbia un’ origine intuitiva,
non già nel suo senso di parola intuizione, ma precisa- mente nel
vero senso di essa, ossia in quel conca- tenamento di fatti o cose note,
che percepiamo attualmente, o di cui ci rappresentiamo le imma-
gini da cui si possa passare ad intravedere mental- mente un nuovo fatto
o cosa, o serie di fatti o di cose: procedimento puramente intellettivo
questo, e perciò proprio soltanto di uno sviluppo avanzato del
pensiero, di cui invano si cercherebbe un’ori- gine empirica, dato che si
comprende benissimo come il fatto o la cosa non sia che un punto di
partenza apparente. Il punto di partenza reale non ci è dato
effettivamente che da quell’ improvvisa idea per cui ci vien fatto di
pensare che la « cosa » o il « fatto » noto può mettersi in correlazione
con altra verità che non conosciamo ancora, nè che possiamo
affermare basandoci esclusivamente su questo sprazzo di luce interiore,
ma che ci propo- niamo di dimostrare logicamente o, almeno, pro-
vare sperimentalmente. Questa è l’ intuizione e ad essa si avvicina
molto l'esperimento mentale del Mach anche se la pa- rola «
esperimento » può trarci a conclusioni errate sulla sua origine.
Da tale esperimento mentale fa il Mach derivare le proposizioni
matematiche. Nello svolgimento che Cap. II. - I rapporti fra la
logica e la matematica 81 di esso ci dà l’A. resta però sempre
connesso un certo carattere sperimentale sia per mantenersi fe-
dele alla denominazione stessa di tale processo del pensiero, sia per la
trattazione di esso, sia per lo appellarsi ad Eulero quasi a conferma
della sua esposizione. Tale mio concetto d’intuizione
differisce anche da quello del Poincaré (1) il quale non distingue
bene l’intuizione dalla rappresentazione. Quella differisce da questa in
quanto il suo processo non si limita ad essere immaginativo. L’equivoco
del Poincaré dipende qui dal non avere egli veduto che, mentre la
rappresentazione si limita soltanto a riprodurre mentalmente una figura
che noi non abbiamo fissata sensibilmente (di solito in modo
grafico) l'intuizione va bene al di là di ciò: essa ci mostra altresì che
quella figura deve essere così e non altrimenti. | Così, se noi
abbiamo una retta AB e su di essa un punto C qualunque e poi fissiamo un
altro punto qualunque su AC, sappiamo che il punto A ;C
B medesimo sarà pure su 45. L'associazione delle immagini
può dispensarci dal dover fissare grafi- camente la retta A4B ecc., ma
null’altro. Soltanto l’intuizione può farci comprendere che il
nuovo punto fissato in AC deve per forza essere pure su AB. Sono
certo due processi immediatamente sus- seguenti, ma che è bene tuttavia
tenere distinti in quanto appunto l’intuizione non è contemporanea,
ma susseguente alla rappresentazione mentale. (1) La Valeur de la
Science, pag. 21. G. E. BARIÉ, La posizione gnoseologica della
matematica. €. 82 La posizione gnoseologica della matematica
In altre parole questa specie d’intuizione del Poincaré è ciò che
Kant chiama molto opportu- namente «costruzione di concetto », che non
si- gnifica soltanto rappresentazione grafica, ma anche
rappresentazione « a mezzo della semplice imma- ginazione nell’
intuizione pura (1) ». È desso il solo campo d’azione nel quale possa
esplicarsi l’ atti- vità del matematico. $ 8. Il
procedimento intuizionistico della mate- matica. — Ma nemmeno limitato al
signîficato esposto nel paragrafo precedente, possiamo accet- tare
il « fatto di esperienza » del Mach nella ma- tematica: nè con questo
crediamo di togliere, ma bensì di aggiungere qualche cosa al valore dì
essa rispetto alla sua posizione nella teoria della cono- scenza.
La matematica è precisamente quella di- sciplina — la logica non essendo
che semplice "controllo formale del sapere e, inoltre, di un
sa- pere, come vedremo, qualitativamente superiore — che abbia
rigoroso carattere scientifico senza avere bisogno alcuno
dell’esperienza. Come si è veduto il nostro concetto
d’intuizione non è in deciso contrasto con il fattore sensibile che
è sempre implicito in qualunque fatto o cosa: . non si tratta qui cioè
dell’intuizione puramente intellettiva di Descartes (2), la quale, se si
può ammettere benissimo anche senza accettare incon- dizionatamente
la sua dottrina delle idee innate, non ha tuttavia nulla a che vedere con
l’ipotesi, (4) Per maggiori ragguagli su questo punto particolare
vedi questo libro, Cap. III, $ 10, pag. 101 segg. (2) Cfr.
questo libro, Cap. I, $ 3. Essa è quell’intuizione da noi chiamata, tanto
per intenderci, ideale. Cap. II. - I rapporti fra la logica e la
matematica 83 in quanto preesiste a qualunque possibilità di
for- mularne. Ciò non pertanto il lato sensibile che è in ogni
fatto o in ogni cosa — non fosse altro l’azione formale sensibile del
tempo nel « fatto » e dello spazio nella «cosa» — non si verifica
più nel processo intuitivo propriamente detto, ma questo è un
processo d’inspirazione astratta e semplificato al possibile. Certo anche
l’ intuizione ipotetica si appoggia, come qualsiasi altra funzione
psichica, su di uno svolgimento che si opera in noi attraverso il tempo,
ma. tale svolgimento non è già determinato dal contatto con il mondo
esterno, ma si opera in noi, nella nostra stessa coscienza alla cui
sempre più complessa, sempre superiore formazione, l’ influenza esterna
non fornisce che le cause apparenti, che fattori incidentali del
suo svolgimento. | Nè se nella formazione originaria delle
cause determinanti il processo psichico dell’ intuizione non
vedessimo alcun lato sensibile, noi saremmo coerenti nell’affermare che
essa può avere efficacia soltanto nei riguardi di una conoscenza non
asso-. luta, qualitativamente inferiore a quella cui pos- siamo
arrivare prescindendo da ogni lato sensibile, come abbiamo
incidentalmente notato e come mo- streremo più esaurientemente fra poco:
noi po- tremmo allora sostenere l'identità del procedi- mento
intuitivo con quello puramente razionale, cosa che ci guardiamo bene dall’affermare.
Ora, se-noi adottiamo la tripartizione accettata dal Leibniz, per
la quale ogni nostra conoscenza ha un’origine intuitiva o dimostrativa o,
con le de- bite precauzioni, sensibile (1), noi non possiamo
(4) Cfr. LeignIz, Nouveau Essais, IV, 3. 84 La posizione
gnoseologica della matematica fare a meno di porre le verità
matematiche nel primo ordine per quanto riguarda i principii fon-
damentali, in un ordine intermedio fra il primo e il secondo per quanto
riguarda le verità derivate (teoremi, corollari, scoli); non mai nel
terzo (il sensibile), se intendiamo per esso la constatazione
empirica. Tale carattere intuitivo delle verità matematiche
vide perfettamente Kant dicendoci che « la mate- matica pura è adunque
possibile solo in quanto essa non si riferisce che agli oggetti dei
sensi, alla cui intuizione empirica sta a fondamento una intuizione
pura «a priori » (1) la quale non è altro che la pura forma della
sensibilità, che preesiste all'apparizione degli oggetti; ed anzi è
quella che sola nel fatto la rende possibile ». È maggior forza
acquisterà la conclusione di Kant sull’ argomento ricordando che i suoi
principii «a priori » poggiano su altrettante intuizioni. In
tale brano di Kant è evidente l’esclusione del procedimento logico come
di quello sperimen- tale. Effettivamente se l’intuizione ci è molto
co- moda in qualunque teoria della conoscenza, non può dare
un’esauriente risposta ai nostri dubbi, che soltanto dalla logica possono
essere appagati. Una conoscenza intuitiva può avere valore soltanto
quando siamo posti di fronte a un caso singolo; ma da questo non possiamo
mai risalire alla ge- neralizzazione cui si può arrivare soltanto
facendo appello alla ragione e non semplicemente all’in- telletto
(2). Lo Schopenhauer anzi, ben lungi dal (1) Tempo e spazio.
(2) Ragione e intelletto sono qui usati nello stesso signilicato dello
Schopenhauer (op. cit., ed, cit.), I, 12. Cap. II. - I rapporti
fra la logica e la matematica —85 considerare l’ intuizione una
forma attinente ‘alla logica, la oppone a questa da un punto di
vista gnoseologico (1), pure riconoscendo il grande valore
dell’intuizione come il mezzo più rapido (2), se non più certo, per
conoscere, e, in estetica, come l’unico mezzo che possa essere di
fondamento alla creazione dell’opera d’arte. Nè diversamente in
fondo conclude il Croce, malgrado il suo poco ri- spetto per lo
Schopenhauer, quando fissa le nostre possibilità di conoscere in
intuitive e logiche, quasi contrapponendo le une alle altre;
contrap- posizione che possiamo già trovare nella stessa « Critica
della Ragion Pura », in cui, distinguendo fra intuizione e concetto, Kant
ci dice che « per la prima un oggetto ci è dato, per il secondo esso
è pensato nel suo rapporto con questa rappresen- tazione ».
Che poi su pochi principii presi come punto di partenza si possano
costruire un’ infinità di altre verità dimostrabili — e che la matematica
indub- biamente dimostra — e che poi tutte queste verità prese nel
loro complesso, ossia tanto quelle aventi carattere assiomatico — es. il
tutto è maggiore di una sua parte — che quelle aventi carattere di-
mostrativo (teoremi), che tali verità, dicevamo, possano molto spesso —
non sempre in ogni modo — avere riscontro anche nell’ esperienza,
allora entriamo in tutt’alro ordine d’idee e sul quale (1)
SCHOPENHAUER, op. cit., $ cit.. (2) La « rapidità » è considerata
pure dai matematici come uno dei vantaggi essenziali della
generalizzazione algebrica. (Cfr. Bourroux, L'’Idéal scientifique des
mathématiciens, pag. 82). La «sicurezza » del Boutroux, valida per un
matema- tico, deve naturalmente ritenersi condizionata in filosofia
per quanto si va appunto trattando. ® 86 La
posisione gnoseologica della matematica siamo tutti d’accordo. Si
verifica cioè nel proce- dimento delle matematiche una specie
d’inversione a quanto di solito si riscontra nella fisica. Questa
parte, normalmente (1), dal lato empirico e perchè le sue leggi possano
avere valore rigorosamente scientifico è necessario che passino sotto il
con- trollo dell’astrazione logico-matematica: la mate- matica
invece, partendo da principii puramente astratti, « a priori » (2), può
trovare la sua con- ferma nell’esperienza. Da quanto detto
possiamo rimarcare la posizione privilegiata che ha la matematica
rispetto a qua- lunque altra attività del pensiero. Essa ha il van-
taggio sulla logica — presa nel suo preciso signi- ficato di: pura azione
formale del sapere concet- tuale—di poter fornire nozioni al nostro
patrimonio | conoscitivo e di poter ricevere dalla rappresenta-
zione sensibile (3) dei suoi concetti una maggiore evidenza e una più
generale accessibilità. Essa ha il vantaggio sulle scienze fisiche che le
sue verità presentano quel valore universale e necessario che
queste non possono dare alle proprie se non fa- cendo appello a entità
astratte che trascendono il loro campo d’azione, e che esse adottano non
solo senza conoscerle, ma pretendendo di negarle (ba- (1)
L’ipotesi come intuizione geniale come noi l’abbiamo considerata, non è
il procedimento normale delle scienze fisiche. (Cfr. più esplicitamente
questo lavoro, pag. 76-79). (2) Avremo più tardi a trattare
dell’inaccettabilità (fisica) dei principii sintetici « a priori » di
Kant della fisica pura. (3) Cioè la rappresentazione grafica delle
figure geometriche. La necessità di tale genere di rappresentazione verrà
più avanti spiegata. Per ora basti osservare che la consideriamo
nello stesso modo come è in Kant (Critica, tr, fr., ed. cit., pag.
214, metodologia trascendentale). Cap. LI. - Irapporti fra
la logica e la matematica —87 sterebbe per tutte l’attività stessa
del nostro pen- siero) (1). Essa presenta infine il vantaggio su
entrambe — il sapere logico e le scienze fisiche — di svolgere il suo
campo d’indagine in un mondo che non può soffrire, per definizione,
va- riazioni di sorta. | Non crediamo di dover trattare qui
la natura e sopratutto il valore di tali presupposti della ma-
tematica che svolgeremo nella seconda parte: ne è conveniente di trattare
-le particolari questioni che riguardano l’essenza delle definizioni
matema- tiche. Su di essa i pareri e le distinzioni e suddi-
stinzioni sono molteplici già dai primi albori della scienza stessa —
forse già lo stesso Talete di Mileto ebbe a trattarne — ininterrottamente
fino ai giorni nostri, con la distinzione in definizioni «reali » e
« nominali » di Aristotele, attraverso i critici e commentatori medievali
e ai grandi filo- sofi matemateci come Hobbes e Leibniz fino alla
scienza metageometrica dei giorni nostri (2). (1) La fisiologia in
stretto senso si limita a ritenere il pen- siero un movimento del
cervello senza considerare che quando anche potessimo precisare — ciò che
non è — i singoli movi- menti del cervello (che d’altronde non sappiamo
nemmeno se sia la sede della sensazione) ci resterebbe pur sempre di
spie- gare che cosa sia il pensiero a meno di sostenere l’assurdo
dell’identità pensiero-movimento. I fisici più avveduti non in- corrono
più però in simili incongruenze. Cfr. anche MacH, Analisi delle
sensazioni, e AVENARIUS, Idea degli uomini sul mondo, di cui il Mach
riporta (pag. 33-34, op. cit., nota) testual- mente: «Il cervello non
è... alcuna sede... Il pensiero non è ‘un inquilino e un padrone,
ecc...., e nemmeno una funzione fisiologica ». (2)
Informazioni riguardo all’essenza della definizione potrai trovare,
corredate da spunti critici, in F. ENRIQUES, Per la storia della logica,
Cap. II, nonchè dello stesso A. la Critica della definizione in Problemi
della Scienza. Per maggiori r 88 La posizione
gnoseologica della matematica Ma fin d’ora possiamo osservare come
la carat- teristica dell’ immutabilità della matematica è inti-
mamente connessa con la sua prerogativa della definizione.
Dice la geometria: dalla definizione posta di cerchio, sappiamo che
per esso dobbiamo inten- dere quella qualsiasi delimitazione spaziale
che presenta la prerogativa di avere tutti i suoi punti ugualmente
distanti da un punto interno detto « centro ». Noi abbiamo già l’idea di
« punto » — e questa è un’altra definizione e, sotto un certo punto
di vista, contradittoria (1), per quanto ri- .guarda l’ estensione
inestesa di esso su cui il matematico invano si affanna. — Da questa
tale determinata figura che siamo d’accordo di chiamare cerchio,
noi possiamo andare oltre stabilendo queste e quest’altre verità, di cui
le prime discendono direttamente dalla stessa definizione di cerchio,
altre verità da queste prime e così via (2). E tutto ciò, diciamo
noi, è — almeno nelle verità derivate — rigorosamente dimostrato e
perciò i giudizi matematici presentano quel carattere di
universalità e necessità che hanno i giudizi logici e che non hanno, nè
mai potranno avere, quelli delle . altre scienze per la continua
variabilità del mondo schiarimenti cfr. anche: Prano in Mathesis
(giugno 1910) ed anche su questo il libro classico del BrunscHvICG, Les
étapes de la philosophie mathématique, (Paris, 1912), Ch. IV.
(1) È precisamente contraddittoria sotto ogni punto di vista la si
voglia considerare che non sia quello idealistico dell’azione
sintetizzatrice del nostro pensiero. (2) Non dimentichiamo l’altra
(cfr. questo lavoro, pag. 11) celebre definizione di B. Russel della
matematica: «la classe «di tutte le proposizioni della forma: P implica Q
(P, 0)». (The Principles of Mathematics). Cap. II. -
Irapporti.fra la logica e la matematica 89 empirico su cui devono
basarsi; e tutto ciò aumenta direttamente la nostra conoscenza e perciò
essa matematica presenta quel carattere che hanno le scienze e che
non ha la logica. Ma questa mera- vigliosa fusione di risultati dipende
pur sempre dalla sua particolare posizione di poter svolgere la sua
attività in un mondo in gran parte ipote- tico, in gran parte da' essa
stessa creato e non su entità astratte o su fenomeni già dati alla
nostra osservazione, e. precisamente: lo studio riflesso sulla
nostra stessa attività del pensiero, funzione della logica, o sui fattori
forniti alla nostra sen- sibilità, com’è nelle scienze empiriche. Se noi
non accettiamo il punto di partenza, cade tutta la grandiosa
conquista matematica da Euclide ai giorni nostri (1). Il
privilegio della posizione della malemalica rispetto alle esigenze della
nostra intelligenza è quindi del tutto apparente. Ciò che forma la
sua grande forza rispetto a un sapere relativo, segna pure la sua definitiva
condanna rispetto al sapere assoluto, che esige sì l’immutabilità formale
della logica e l'universalità e la necessità del giudizio, ma che
pretende di trovare immutabilità di pro- cedimento e universalità e
necessità di conoscenza direttamente dalla realtà com’essa veramente è,
e non come noi vogliamo che sia. Ciò non pertanto la
matematica ha indubbia- mente una speciale importanza in ogni teoria
della conoscenza. Pure riservandoci di determinare più (1)
La questione fondamentale al riguardo sta appunto nel vedere se noi
possiamo fare a meno di accettare tali punti di partenza; questione che
svolgeremo trattando del punto di vista della moderna metageometria e dei
PEREp sintetici «a priori » di Kant. 90 La posizione
gnoseologica della matematica nettamente nella terza parte di
questo studio la sua particolare funzione rispetto al problema co-
noscitivo noi possiamo osservare fin d’ora che la sua immutabilità
concettuale e la necessità e uni- versalità dei suoi giudizi non è
determinata esclu- sivamente, e forse nemmeno prevalentemente,
dalla parziale convenzionalità che noi abbiamo creduto di trovare
nelle sue definizioni. Tali prerogative sono proprie, rigorosamente
parlando, soltanto della logica (1), ma esse si possono a buon
diritto estendere alla matematica, anche perchè questa è la scienza
più vicina alla logica, sia pér somi- glianza (2) di procedimento, sia
per essere, come questa, per nulla affatto influenzata da
circostanze ambientali. Ove si volesse riassumere le considerazioni
fatte a proposito dei rapporti fra logica e matematica
rispetto alla conoscenza, potremo così concludere: I) la
matematica, come le altre scienze aumenta il nostro patrimonio
conoscitivo: la logica, no; II) la matematica presenta i caratteri
dell’im- mutabilità del procedimento logico e dell’ univer- salità
e necessità delle conoscenze passate sotto il controllo formale della
logica: le altre scienze, no; III) il valore della matematica è in
parte relativo perchè fondato su presupposti (definizioni, assiomi
e postulati) che la logica non può sempre incondizionatamente
accettare. Un quarto carettere di tali relazioni logico-ma-
tematiche rispetto alla conoscenza è quello del (1) Non già
del sapere logico, razionale, ma della logic? for- male p. d.
(contraddizione ed identità), cfr. questo libro, $ 2, pag. 23 (nota
22). (2) Semplice somiglianza, come si è veduto. Cap.
II. - I rapporti fra la logica e la matematica 91 vertere le proposizioni
matematiche unicamente sulla nostra conoscenza sensibile, ma tale osser-
vazione non possiamo qui porre come conclusiva data la necessità di
esaminare prima, il presup- posto essenziale alle scienze matematiche,
vogliamo dire la forma della conoscenza sensibile, ossia il tempo
(aritmetica) e lo spazio (geometria). Per quanto riguarda il
procedimento cui si attengono le diverse scienze — e segnatamente
la matematica — rispetto sempre naturalmente alla sola conoscenza
sensibile e la loro attinenza con la funzione specifica della logica in
questo campo, esso potrebbe essere schematicamente rappresen- tato
nel modo seguente: principii « a priori » :
definizioni, assiomi matematica (procede nor- x? ’ malmente dall’
intui- postulati). zione) dimostrazione logica (teoremi)
altre scienze (procedono normalmente dall’espe- rienza : in alcuni
casi dalla intuizione geniale sempre però comprovata da una
susseguente esperienza) | in cui, per spiegarmi meglio onde
non si frain- tenda, si deve leggere: la logica influenzare tutto
il nostro procedimento conoscitivo sia specificata- mente nella
matematica (sopra tutto nelle verità derivate per dimostrazione) sia in
tutte le altre indagini della nostra intelligenza, ove le indagini
stesse pretendano di essere «scienze» nel preciso significato della
parola, di rispondere cioè esau- rientemente ai nostri dubbi sul valore
delle loro affermazioni e negazioni. 92 La posizione
gnoseologica della matematica $ 9. II procedimento ipotetico della
matematica. — Da quanto precede possiamo così dedurre che quello
che. il Leibniz sostiene a proposito della necessità dei postulati e
della natura di questi, pure essendo, a nostro modo di vedere,
profon- damente vero, non può che parzialmente soddisfare il nostro
bisogno di conoscere. Certo il Leibniz non considera i principii
matematici come arbi- trarii nè per quanto riguarda le definizioni, nè
per quanto riguarda i postulati. È anzi appunto il Leibniz stesso
che ha posto in luce come, ove la geometria ci desse la definizione di
figure impos- sibili (1), questa sarebbe incompatibile con il tutto
geometrico e prima o poi ne risulterebbe l’assur- dità; quindi non si può
ammettere l’arbitrio nella definizione. . Così è appunto il
Leibniz che si preoccupa di. replicare ripetutamente a Locke che gli
assiomi matematici non sono affatto dei principii imma- ginarii,
delle « supposizioni arbitrarie di cui si sia misconosciuta la verità »
(2). Ma non possiamo però dimenticare che è lo stesso Leibniz
che sostiene nelle « Primae Veri- tates » (3) che, le prime verità
appunto, sono sol- tanto quelle « quae idem se ipso enuntiant aut
oppositum de ipso opposito negant. Ut A est A, (1) L’EnRIQUES (op.
cît., II, pag. 90) riporta al riguardo l'esempio del decaedro regolare,
esempio d'altronde addotto dallo stesso Leibniz. Ragionando attorno a
tale figura impos- - sibile si riuscirebbe certo «a mettere in evidenza
le contrad- dizioni che il suo concetto implicitamente racchiude ».
(2) LeiBNIZ, Nouveaua Essais, IV, pag. 12.
(3) Cfr. L. COUTURAT, Opnactlca et Fragments inédits de Leibniz,
(1903), pag. 518. Cap. II.- I rapporti fra la logica e la
matematica —93 vel A non est non A (1). Si verum est A esse
B, falsum est 4 non esse B vel A esse non B»: nè possiamo
dimenticare che egli vedesse la necessità di tali assiomi (2) non già
nell’ indimostrabilità ed evidenza di essi come verità insindacabili,
bensì nella loro utilità onde poter proseguire, in un senso cioè
che — sotto questo aspetto particolare — possiamo riconnettere con il
criterio di pratica utilità e non altro che l’Hobbes riconosceva ai
principii fondamentali della matematica. Dal punto di vista
dell’insoddisfazione della nostra esigenza conoscitiva le considerazioni
introdotte dal Leibniz sull’utilità di tale procedimento assiomatico,
mi ricordano in certo qual modo come il Mach si sbriga nei suoi «
Preliminari antimetafisici » della essenza dell’ io (3) che egli
considera come pura e semplice eonvenzione utile a più facilmente
inten- dersi e a tirare innanzi, riconoscendo tutto al più una
maggiore fusione nel gruppo di elementi che costituiscono l’îo in
confronto « con altri gruppi dello stesso genere ». L’analogia consiste
natu- ralmente — è ovvio — nel solo punto di vista, dato che il
Mach non si limita soltanto a procla- mare il valore di un’ipotesi, anche
se puramente convenzionale, sotto il solo suo aspetto utilitario,
il che potrebbe rivelarci, caso mai, l’estrema con- seguenza di volersi a
ogni costo mantenere fedele alla sua dottrina dell’economia del pensiero;
ma incorre nel gravissimo errore di considerare come (1)
Cfr. Kant, Prolegomeni (tr. it.), $ 2, db): «Il principio fondamentale
dei giudizi analitici è il principio di contraddi- zione » (ogni corpo è
esteso = nessun corpo è inesteso). (2) LeiBnIz, Nouv. Ess., IV, 7, 12.
(3) Maca, Analisi delle sensazioni (tr. it.), cap. I. 94 La
posizione gnoseologica della matematica supposizione ciò che
possiamo ritenere per la nostra più assoluta certezza: l’ io, soltanto
perchè essa non può essere determinata da ricerche semplice- mente
positive. Ma l’inconveniente razionale dell’ ammissione
utilitaria del presupposto del punto di partenza onde potere più
speditamente, e, sia pure, più efficacemente proseguire, è simile in
entrambi i casi: ne differisce soltanto d’intensità. Senza
dubbio tale concezione del Mach avrebbe spaventato il Leibniz, paziente
indagatore e ardito metafisico, e gli avrebbe dato a riflettere come
lo esempio illustre della matematica, potesse esten- dersi con
troppa tranquillità persino alla base es- senziale di qualunque nostra
possibilità di cono- scere. Ma dalle sue considerazioni del libro
IV dei « Nouveaux Essais» a favore del mondo ipo- tetico della
matematica — sia nel capitolo 7° de- dicato alle « massime ed assiomi »,
sia nel capi- tolo 12° riguardante «i mezzi per aumentare la nostra
conoscenza » — sorge naturale l’osserva- zione che tutte le sue
argomentazioni hanno valore soltanto di giustificazione esplicativa
provvisoria: e conferma ne sia la sua diligenza a mostrare come sia
opera lodevole il tentare di ridurre a un minimo indispensabile tali
principii fondamentali «a priori » della matematica, e a ricordarci
come già dai tempi antichissimi molto si sia tentato in questo
campo. Anche se la critica moderna non può accettare che già con Talete
di Mileto, il primo dei matematici greci, colui che predisse
l’eclisse solare del 28 maggio 585, si sia tentato dimostrare
proposizioni poi supposte da Euclide come evidenti, come Liebniz sembra
credere sulla testimonianza Cap. II. - I rapporti fra la logica e
la matematica —95 di Proclo (1), è certo però che fra gli stessi
con- temporanei di Euclide, figurano già questi tenta- tivi
continuati poi con intensità sempre maggiore dagli immediati successori
(Apollonio) (2) ininter- rottamente sino a noi. Le argomentazioni
del Leibniz mirano cioè soltanto a convincerci che tale mondo
ipotetico della matematica (ipotetico non significa arbitrario) (3) è
stato della più grande utilità non soltanto limitatamente all’aritmetica
e alla geometria, ma anche a tutte quelle altre scienze, che più o
meno direttamente su di esse si appoggiano, in quanto che se Euclide non
si fosse basato su alcune di queste verità intuitive prese come
postulati, se Archimede non ne avesse introdotte altre e così via, noi
non avremmo an- cora ai giorni nostri una geometria, non avremmo
quel meraviglioso edificio che partendo da pochi principii arriva « alla
scoperta e alla dimostrazione di verità che sembravano dapprima al di
sopra della capacità umana ». (1) Commentarii in primum
Euclidis elementorum libri (Leipzig, Teubner, 1873). | (2)
Cfr. il cap. 7° del libro IV dei Nouveaux Essais, nonchè, per quanto
riguarda Apollonio, il libro citato del CouTuRAT, Op. et Frag. in. de
Leibniz, pag. 181-182: « Euclide avoit raison, mais Apollone en avoit
encore davantage n. Così pure nella « Demonstratio axiomatum Euclidis »,
pag. 539 dell’opera medesima. (3) Anche i matematici dei
giorni nostri insistono su tale distinzione, non esclusa la corrente
decisamente convenziona- lista del Poincaré e seguaci. Cfr.
ad es. RougIER, La philo- sophie géométrique de Henri Poincaré, pag. 129:
« Cette con- vention (il V postulato di Euclide) bien que facultative,
n’est toutefois pas arbitraire ». Nello stesso senso insiste
ripetuta- mente il Brunschwicg (« Les Etapes de la philosophie
mathé- matique » ) in quanto « libero non significa arbitrario» (pag.
541) e così un’infinità d’altri. 96 La posizione
gnoseologica della matematica Tutto ciò è, almeno a mio modo di vedere,
per- fettamente esatto, ma noi da tali argomentazioni usciamo solo
in parte soddisfatti. Io non guardo se sia stato più utile che gli
antichi sapienti in- vece di fermarsi alla possibilità o non della
dimo- strazione di un principio preso come postulato, abbiano
proseguito con sicurezza e tranquillità : dell’ utilità del procedimento
medesimo io non mi curo. Ma mi curo però di osservare come i miei
dubbi sul valore delle proposizioni originarie siano rimasti intatti
malgrado lo sviluppo grandioso che da tutti è riconosciuto alla
matematica, e che malgrado gli allettamenti di un tale metodo di
sapere, la ragione resterà disperatamente fedele al suo dubbio metafisico
su cui non potrà sorvolare nemmeno provvisoriamente, supponendolo
risolto onde poter arrivare a un tutto splendidamente or- ganico ed
omogeneo che impressiona, ma non soddisfa. Lo stesso famoso dubbio
cartesiano non avrebbe avuto alcuna ragione di essere, se De-
scartes, malgrado il suo geniale tentativo geome- metrico, fosse stato
veramente un matematico e non un metafisico. | È perciò
legittima la questione che il nostro pensiero non può fare a meno di
rivolgersi: posso io sicuramente credere in verità che abbiano tale
origine? Certo, si potrebbe rispondere, e per due ragioni: innanzi tutto
perchè è necessario che qua- lunque indagine abbia un punto di partenza
su cui basarsi onde non perdersi in cervellotiche e incon- cludenti
divagazioni all’infinito ; inoltre perchè tali principii fondamentali
sono in noi, in certo qual modo innati, e alla loro evidenza non
possiamo sottrarci. | La prima di queste ragioni non può
essere in Ù Cap. II. - I rapporti fra la logica e la
matematica —97. linea di massima seriamente contestata da
alcuno: sono troppo note le elucubrazioni tanto ingegnose e sottili
quanto vuote e inconsistenti della ricerca di una causa prima in cui si
sono sbizzarriti logici e metafisici medievali, perchè non si debba
rite- nere necessario il partire da principii nettamente posti e .su
di essì costruire. Veniamo così ad affacciarci naturalmente
alla seconda eventuale risposta al problema postoci inerente alla
scelta dei principii fondamentali me- desimi e al loro numero. La scelta
dovrà essere determinata esclusivamente dall’inconcepibilità del
contrario, basandoci ancora proprio sul vieto. cri- terio dell’evidenza
ormai quasi universalmente ripudiato dai matematici. Conseguentemente il
nu-. mero di essi dovrà essere ridotto al minimo, per la
semplicissima ragione che ben poche sono le verità il cui contrario è per
noi impensabile. D'altra parte, indipendentemente però dal criterio dell’
evi- denza, la necessità di ridurre a un minimo indi- spensabile i
principii presi come presupposti è ammessa dagli stessi matematici.
Il problema inerente al criterio che deve presie- dere alla
formazione dei principii medesimi sarà il tema delle considerazioni che
passiamo a svolgere. In primo luogo, a maggiore esplicazione di quanto
si è già sino ad ora superficialmente trattato, nel limitare il valore
dei giudizi matematici — qua- lunque sia per essere il grado di
perfezionamento che essa potrà eventualmente raggiungere in avve-.
nire — al solo campo della conoscenza sensibile, ossia soltanto relativamente
ad una realtà quanti- tativamente inferiore a quella essenzialmente
con- cettuale del pensiero puro. G. E. BARIÉ, La posizione
gnoseologica della matematica. 7. 98 La posizione gnosseologica
della matematica In secondo luogo — e questa sarà la
funzione specifica delle considerazioni medesime — a met- tere in
luce se, anche limitatamante a tale campo conoscitivo, i giudizi
matematici abbiano quel va- lore universale e necessario che Kant
attribuisce loro, e in quali rapporti tale valore sia con la
metageometria contemporanea. SEGR RI 0 III ELIO Il valore
del giudizio matematico. $ 10. Il valore universale e necessario
del giu- dizio matematico. — Ma un’obbiezione al concetto di un
mondo ipotetico della matematica, che Leibniz implicitamente e parzialmente
riconosce ammetten- done l’utilità, la necessità anzi onde poter
prose- guire, la troviamo nella concezione kantiana dei principii
sintetici a priori, principii sintetici di cui abbiamo riconosciuta
l’estrema importanza, e su cui ci siamo basati, per dimostrare l’origine
non essenzialmente empirica di ogni nostra conoscenza, in quanto i
principii stessi sono già in noi prece- denti qualsiasi sensazione, non
soltanto, ma in certo qual modo influendo sulle sensazioni mede-
sime. Abbiamo anzi osservato come questo sia, dal punto di vista
idealistico della. teoria della cono- scenza, l’argomentazione su cui si
deve basarsi per combattere l’empirismo in tutte le sue forme e per
non cadere nello scetticismo, cui dovrebbe logica- mente giungere
qualunque pensiero che si basi essenzialmente sul dato empirico per
arrivare alla legge scientifica. L’obbiezione particolare che nel
caso nostro (della matematica-logica) si potrebbe dedurre dalia constatazione
generale dell’esistenza di tali principii sintetici a priori nella
matematica, 100 La posizione gnoseologica della matematica
sarebbe questa: quelle definizioni e quegli assiomi su cui il
matematico costruisce man mano i proprii teoremi non sono già in noi in
virtù di un presup- posto particolare a detta scienza, ma sono vere
e proprie verità che esisterebbero indipendentemente dall’esistenza
della matematica. Cioè se Euclide non fosse mai esistito ciò non pertanto
non sarebbe mutata la definizione del triangolo, ciò non per- tanto
non perderebbe di valore l’assioma, ad es., che aggiungendo uguali
quantità a quantità uguali se ne otterranno di nuovo quantità uguali, e
così via. Possiamo senz’altro osservare che anche ove ciò sia o non
incondizionatamente vero, nulla verrebbe a risentirne l’affermazione
fatta che la matematica parte da intuizioni e procede per un metodo
di analogia, di sostituzione che molto spesso non ha il carattere
logico, e che appunto perchè tale non può rispondere alle esigenze del
nostro pensiero, tendente alla conoscenza assoluta. Per ciò
potremmo pur sempre considerare la visione matematica, come una
visione indubbiamente sintetica e concettuale — per quanto concettuale in
modo relativo in quanto ha pur sempre bisogno di una rappresen-
tazione sensibile determinata — che offre al filosofo la possibilità di
mostrare come seguendo un pro- cedimento rigorosamente esatto e non
empirico nelle sue linee essenziali, si possa arrivare a mera-
vigliosi risultati; ma risultati che non possono in alcun modo
trascendere la nostra sensibilità. La matematica in questo modo
considerata può ricordarci, contrariamente a ogni scienza (altra
ra- gione per cui essa deve essere separatamente trat- tata), la
visione estetica dell’opera d’arte (1), ma (1) Cfr. Cap. 1, 83,
pag. 28-29. Li e * coco > è [i < dé è
Cap. III. - Il valore del giudizio maiematico 101 ciò non pertanto
essa, per la sua necessità di lavo- rare, non già sul concetto puro, ma
su di una rap- presentazione gradatamente sempre più complessa di
esso (in geometria dal punto al solido), come l’arte per la preponderanza
del lato sensibile, rap- presenta pur sempre un mondo che da un
punto di vista logico non può rispondere alle esigenze del
metafisico. Pure accettando i principii della ma- tematica come
incondizionatamente veri in quanto insiti nel nostro pensiero stesso, il
suo modo sarebbe pur sempre, anche ritenendo con il Fouillée che
«le verità metafisiche avendo la loro espressione, per quanto incompleta,
nei fatti attualmente cono- sciuti dall’esperienza, questa espressione
può essere studiata e interpretata per mezzo di un metodo, che,
come abbiamo veduto, non è senza qualche analogia con quello del calcolo
infinitesimale » (1), sarebbe pur sempre, dicevamo, un mondo non
essen- zialmente concettuale in quanto agisce su di una determinata
figura specifica, come'si vede molto chiaramente nella geometria. Questa
non costruisce ‘già sul concetto di triangolo genericamente preso,
ma sul tale determinato triangolo, particolarità questa che porta
all’esigenza della rappresentazione grafica della figura che si deve
esaminare. Tale necessità di rappresentazione grafica, deve
qui intendersi nello stesso modo nel quale la in- tende Kant nella «
Critica » (2). Se diamo ad un filosofo il concetto di triangolo e gli
diciamo di (1) A. FOUILLÉE, L’avenir de la méth. fondée sur l’ex.
(1889), pag. 295. (2) Critica (ed. cit.), vol. II, pag. 214
(Metodologia trascenden- tale). Metti in relazione tale brano con quello
citato nel pre- sente lavoro a pag. 82. 102 La posizione
gnoseologica della matematica trovare secondo la sua maniera (1)
il rapporto della somma dei suoi angoli con l’angolo retto, egli
non verrà mai a capo di nulla. Potrà esaminare finchè vuole il
concetto di retta, il concetto di angolo, il concetto del numero tre, «
non troverà mai altre proprietà che non siano contenute in questi
con- cetti ». Ma, provate un po’ a sottoporre a un mate- matico
tale problema, e vedrete quanto differente sarà il suo modo di trattarlo.
« Innanzi tutto egli comincerà col costruire un triangolo. Poi,
sapendo che la somma degli angoli di un triangolo è uguale a due
angoli retti, prolungherà un lato del suo triangolo, ecc. », nel modo
noto. Ora, noi sappiamo, pure dalla « Critica » (2), che cosa intenda
Kant per costruzione di una figura geometrica, significa cioè:
«rappresentare l’oggetto corrispondente a mezzo dell’immaginazione nell’
intuizione pura o anche in modo conforme a questa, sulla carta,
nel- l’ intuizione empirica », bene inteso in entrambi i casi in
modo del tutto indipendente da qualunque criterio sperimentale. Oggi
infatti non si può più ritenere seriamente che si possa supporre che
sono le figure che danno la prova nella geometria il cui errore
Leibniz si preoccupavadi mettere in chiaro (3). Soltanto per un
processo non sempre lecito di sostituzione analogica (4) noi possiamo dal
caso (1) Ossia secondo la maniera rigorosamente razionale.
(2) Ed. cit., vol. II, pag. 212. (3) Nouveaux Essais, v. alla
fine del Cap. I. (4) Tale processo di sostituzione non figura, è
vero, a rigor di termini nel calcolo infinitesimale, ma questo esula già
in certo qual modo dal rigoroso calcolo aritmetico che non può
essere considerato nella sua purezza che nel numero intero: e ciò sia
detto a meno di considerare lo stesso calcolo infini- tesimale quasi core
aritmetizzato riducendo l’ Infinito a un si- stema finito di
disuguaglianza dei numeri interi. Cap. II1. - Il valore del giudizio
matematico —103 singolo del triangolo che si sta esaminando,
risa- lire all’enunciazione generica da cui siamo partiti ed
estenderlo a tutte quelle figure che rispondono ai requisiti della
definizione di triangolo. Ciò è nella geometria in modo forse più palese,
ma ciò figura anche nell’aritmetica, nell’operazione più semplice
di essa: nell’addizione. Sostenendo che: dLQZ=4Z4 î
noi, prescindendo dalle considerazioni kantiane che ci dimostrano che
questo concetto di 4 non ci è dato effettivamente che basandoci su di un
giudizio sintetico « a priori », che nel caso che stiamo esa-
minando — processo sostitutivo nella matematica — non ci interessa, noi
possiamo arrivare alla somma soltanto dimostrando in antecedenza
che: 1+1=2; 2+1=3; 3+1=4 in cui c'è d'altronde il processo
sostitutivo. Ma appunto basandoci su tale esempio possiamo
subito osservare che la dimostrazione riportata, da un punto di vista
logico, è da considerarsi come dubbia: è infatti più un chiarimento, una
« verifi- cation », come nota acutamente il Poincaré in un caso
simile per quanto dettato da altri motivi. Ove poi noi volessimo
generalizzare, compito di ogni ricerca che voglia avere carattere
scientifico e com- pito precipuo della matematica, sostituendo i
nu- meri con lettere, noi dovremmo per arrivare alla dimostrazione
— o meglio verifica — che: xtn=y aver trovato prima, sempre,
il valore di: xt+tn_-1) ciò che in pratica non si
verifica, i 104 La posizione gnoseologica della
matematica Basta ricordare il teorema sui numeri primi del-
l’ illustre Fermat, quello stesso Fermat che Pascal considerava come il
più gran geometra di Europa. Egli si era proposto di cercare una formula
che «non contenendo che dei numeri primi, desse di- rettamente un
numero primo maggiore di qualunque numero assegnabile » (1). Il Fermat
credette di poter stabilire che tale numero primo poteva essere
dato dal 2 elevato a potenza (che doveva essa pure essere una
potenza del 2) più l’unità: e infatti Eulero mostrò che ciò cessa di aver
luogo per la 32* po- tenza del 2 (4.294.967.297), numero
praticamente più che sufficiente, ma che logicamente non può
affatto autorizzare la sostituzione letterale che do- vrebbe non
conoscere limiti: nello stesso modo si osserva in Leibniz (2) la
più che sufficienza pratica di fermarsi al nonilione come limite dell’
infinito numerico. Il Fermat fu inoltre il primo ad ammet- tere che
la sua non era una « dimostrazione » (3). . Così ad es. ove si sia
mostrato che: 5H+7=12 7+5=12 | (b+7)=(7+5) in
matematica veniamo senz’ altro alla conclu- sione che
2+y=y+x agendo puramente per sostituzione. Questa ha in-
dubbiamente incalcolabile efficacia scientifica, nè (1) P. S.
LAPLACE, Essai philosophique sur les probalités, II, pag. 86 segg.
(Paris, 1921). (2) Nouv. Essais, II, 16, pag. 113 (Flammarion
ed.). (3) Anche degli studi del Fermat fu fatta un’edizione
com- pleta: Oeuvres de Fermat, Tannery-Henry ed. Cap. III. -
Il valore del giudizio matematico 105 da un punto di vista logico
può essere considerata come puro e semplice arbitrio, ma certo non
pos- siamo vedere in essa quello scrupolo che una mente prettamente
logica potrebbe pretendere. Del tutto arbitrario il procedimento
sostitutivo non è, in quanto negli esempii citati vi è indubbiamente
del- l’analisi nel verificare perchè 2 + 2 —4, e della sintesi (v.
Kant) nel numero 4 da noi introdotto ; ma certo il lato logico di tale
procedimento è in- dizio di una logica tutta particolare della matema-
tica e che non potrebbe in alcun modo estendersi al campo dell’ indagine
puramente concettuale della metafisica. o $ 11. II valore
convenzionale e relativo del giudizio matematico (1). — Ma ciò non basta
per rispondere esaurientemente alla obbiezione che, basandoci sui
principii sintetici « a priori » della matematica, secondo Kant, si
potrebbe rivolgerci, in quanto che tale mondo della matematica,
anche se non atto a soddisfare la nostra tendenza all’as- soluto
metafisico — e in ciò, come si vede, non ci si allontanerebbe affatto da
Kant, in quanto anche (1) Cenni bibliografici: RusseLL, Essai sur
les fondements de la géométrie (tr. fr., Paris, Gauthier-Villars, 1901);
CHasLESs, Apergu historique sur l’origine et le développement des
mé- thodes en géométrie (Bruxelles, 1837); BELTRAMI, Saggio di
interpretazione della geometria non euclidea (1865); BaRr- BARIN, La
géomeétrie non euclidienne (Paris, Gauthier-Villars); D. M. Y. SOMMERVILLE,
The Elements of now-euclidean geo- metrie (London, Bellaud Sons).
Dello stesso A. di somma utilità è la: Bibliography of
non- euclidean geometrie, including the theorie of parallels, the
foundations of geometry and space of n dimensions (London, Harrison and
Sons); Mac-LEoD, Introduction à la géométrie non euclidienne (Paris,
Hermann, 1922). 106 La posizione gnoseologica della
matematica per lui le verità matematiche hanno valore
soltanto per la realtà sensibile e non per la vera realtà, per la
cosa in sè — sarebbe pur sempre un mondo non ipotetico come viceversa
abbiamo più sopra soste- nuto. Vediamo un po’ da vicino la questione
che è di tale importanza da meritare il più attento esame. I
giudizii sintetici « a priori » di Kant sarebbero rimasti, nel campo
della matematica, incondizio- natamente dominatori, se non fossero sorti
nel seno ‘stesso della matematica, obbiezioni sulla loro vali- dità
universale e necessaria. Possiamo dire subito come l’importanza di questo
recentissimo indirizzo matematico — la metageometria — sia stato
esa- gerato non tanto dalla ricerca spassionatamente scientifica
dei suoi principali esponenti, quanto dal carattere polemico di alcuni
studii che senz'altro credettero di poter ravvisare in essa la tomba
della dottrina kantiana dell’apriorità. Ciò è errato, e su ciò
abbiamo troppo a lungo insistito per tornarci sopra: l’origine delle
verità matematiche non può essere che aprioristica, nè la metageometria
pre- tende di sostenere il contrario. Nè tutto in essa è nuovo di
zecca. È riconosciuto che lo stesso Kant già avesse preveduto (1) la
possibilità di future infinite geometrie ammissibili in astratto;
forse nello stesso Aristotele (2) si riscontrano allusioni che ci
potrebbero far credere all’esistenza di pen- satori che fin d’allora
mettessero in dubbio il'va- lore complessivo dei principii scientifici e
logici, senza esclusione nemmeno di quelli matematici. (1)
Cfr. al riguardo il Commento ai Prolegomeni del Marti- netti, pag. 240,
riferendosi ai Gedanken von der wahren Scatzung der lebendigen Kréafte,
scritto da Kant a 22 anni. (2) Cfr. F. ENRIQUES, Il concetto della
logica dimostrativa secondo Aristotele, in Riv. di Filosofia, gennaio
1918. Cap. III. - Il valore del giudizio matematico 107
Malgrado queste numerose e antichissime traccie, la metageometria
soltanto ai giorni nostri è venuta assumendo la sua piena espressione
critica (1). E ciò non tanto per il naturale progresso proprio di
ogni scienza e quindi anche della matematica, ma per una particolare
evoluzione del nostro pensiero a tendere sempre più verso la logica più
rigorosa. C° è nella nostra volontà conoscitiva di questi ultimi
tempi una sempre più intensa esigenza che la porta ad uno scrupolo sempre
maggiore nel controllare qualsiasi nozione prima di essere ammessa :
verità che gli antichi accettavano senz’altro, sembrano oggi da
esaminarsi con riserbo. L’intuizione va cioè man mano diminuendo
d’importanza, non tanto nell’ acquisizione di nuove nozioni, quanto
nell’accettazione incondizionata di esse. Non so se lo sviluppo
della logica considerata come scienza a sè stante, sia più manifesto
dello sviluppo di altre discipline, ma credo si possa con sicurezza
affermare che anche se le inutili sotti- gliezze dei teorici della
logica, non hanno raggiunto un particolare miglioramento d’espressione,
questo può senza dubbio verificarsi nella sempre più ri- guardosa
prudenza che lo studioso è andato acqui- stando e che lo fa rimanere dubbioso
prima di poter dichiarare: sì questo è vero. Sotto questo
punto di vista sembra che il pen- siero moderno si differenzi dall’antico
in quanto alla affermazione di « evidenza » di questo, risponde
(1) V. le opere fondamentali dei suoi fondatori: B. RIEMANN,
OQuvres mathématiques (Paris, 1898), tr. fr. de L. Laugel; LOBATCHEFSKI,
Pangéomeétrie ou théorie générale des paralléles suivie des opinions de
D’Alembert sur le méme sujet et d’une discussion sur la ligne droite
entre Fourier et Monge (tr. fr., Paris, Gauthier-Villars).
108 La posizione gnoseologica della matematica con maggior calma:
adagio, prima ragioniamo, vediamo se tutte le strade sono state tentate e
se nulla possiamo aggiungere a quelle già battute; cerchiamo di
vedere, se non altro; se non possiamo ammettere in alcun caso l’ipotesi
contraria. In questa posizione rispettiva dei due pensieri il
moderno ha naturalmente una grande prevalenza, non soltanto iniziale,
sull’altro. Ciò per due ragioni: in primo luogo in quanto anche se
l’ipotesi contraria non può essere sostenibile, non per questo
possiamo contare: con sicurezza su quella primiera, tranne nel caso
che l’ipotesi in questione sia veramente dilemmatica, il che non sempre
è: l’ idealismo tra- scendentale ci offre in filosofia un esempio
chiaris- simo di tale supposizione dilemmatica. Segnata- mente
Fichte e Schelling credettero di poter vedere soltanto una via alla
soluzione della cosa in sè: far derivare il mondo esterno dal soggetto;
ciò che li portò molto, troppo lontani nelle conseguenze. In
secondo luogo, in quanto il pensiero moderno può basarsi su
quell’esperienza millenaria che ha potuto sempre maggiormente porre in
luce che altre verità intuitive ritenute per secoli evidenti e
indi- mostrabili, sono state col tempo dimostrate o, peggio, sono
col tempo cadute. Su tali più solide basi la metageometria è
venuta a formare, oggi, una nuova scienza, che, in quanto « scienza
», possiamo ancora considerare agli inizii e in cui figurano perciò gravi
lacune che non sa- ranno facili a colmare; ma essa ha pur sempre
portato notevole contributo alla questione. della apriorità del principio
e del valore del giudizio matematico fornendo a questa nuovi elementi
e fissandone i limiti. La metageometria si limita soltanto a
sostenere Cap. 1II. - Il valore del giudizio matematico 109
il carattere puramente convenzionale del. mondo geometrico
euclideo: la geometria euclidea è stata da noi «scelta» unicamente perchè
essa è per noi la più vantaggiosa, ed anche — la metageometria lo
riconosce — la più vicina alla nostra naturale intuizione spaziale. Il
Poincaré sostiene nettamente che la geometria euclidea è e sarà sempre «
la plus commode », intendendo appunto con tale espres- sione di
stabilire che essa è la più vicina alla nostra diretta sensibilità
spaziale. Essa infatti è la più semplice non già soltanto in seguito alla
nostra abitudine « ou de je ne sais quelle intuition directe de
l’espace euclidien », ma anche in se stessa con- siderata, nello stesso
modo e per le stesse ragioni per le quali un polinomio di 1° grado è più
sem- plice di un polinomio di 2° grado, e così via. Inoltre,
continua il Poincaré, la geometria euclidea « si ac- corda assai bene con
le proprietà dei solidi natu- rali » di cui ci serviamo Der fare i nostri
strumenti di misura (1). La metageometria si ciarda bene,
così stando le cose, dall’affermare che per questo i giudizii mate-
. matici verrebbero ad avere un’origine sperimentale, empirica. La indipendenza
della matematica dalla esperienza viene anzi ripetutamente
affermata, esplicitamente o non, da tutti i migliori rappre-
sentanti di tale indirizzo geometrico-critico; ma . anche ove
l’affermazione categorica mancasse, essa sarebbe pur sempre la
conseguenza indispensabile della tesi metageometrica del non poter essere
con- siderato. lo spazio come fattore sperimentale, come vedremo
trattando della terza dimensione. (1) H. PoIiNcaRÉ, La Science et
l’ Hypothese. La metageometria segna così un nuovo elemento a favore
della dottrina idealistica: più specificata- mente, per quanto riguarda
il punto fondamentale che interessa all’idealismo in questo
argomento, il punto in cui Kant si solleva decisamente sul-
l’empirismo di Hume, possiamo dire che essa segna una specie di prova, di
controllo a favore di Kant precisamente contro Hume. Si sa come Kant
rim- proveri a Hume di aver attribuito al giudizio mate- matico un
carattere esclusivamente analitico; ma ciò — più che da un’errata
interpretazione di Kant al riguardo — dipende dall’aver Kant voluto
attri- buire a Hume la propria terminologia. Hume pone infatti la
matematica nella conoscenza dimostrativa (copia d’impressioni), in quella
conoscenza cioè che è basata nella filosofia dell’empirico scozzese
sul principio di « somiglianza e contrasto ». Questo ci dà, sempre
secondo Hume, una certa sicurezza conoscitiva, ma questa sicurezza è
quanto mai mo- desta: si limita in fondo a dirci che noi possiamo
venire a sapere se una cosa è uguale o differente da un’ altra. Ma tale
principio di somiglianza e contrasto è in fondo il vecchio principio di
con- traddizione: ora, il principio di contraddizione è da Kant
posto a base dei giudizii analitici: esso figura, è vero, anche nei
giudizii sintetici; ma allora non è più solo; vi si trova con il
principio di causa, ecc. Escluso il principio di causa da Hume, o
meglio ridotto esso ad una pura e semplice suc- cessione temporale, ne
viene che la conoscenza dimostrativa, e quindi la matematica che è
posta in essa, poggia soltanto sul principio di somiglianza e
contrasto. Quindi secondo la terminologia kan- tiana i giudizii di essa
non potevano essere che Cap. III. - Il valore del giudizio
matematico 111 analitici nella dottrina di Hume (1). Questi in
ogni modo, indipendentemente dal carattere sintetico o analitico
delle proporzioni matematiche, venne im- plicitamente a porre
sull’esperienza, il fondamento delle proporzioni medesime; concezione che
pos- siamo d’altra parte trovare in diversi altri pensa- tori, come
ad es. in Wolff e discepoli. Soltanto, viene molto naturale
osservare a questo proposito come, riconoscendo l’apriorità dei
prin- cipii della matematica, ma attribuendo a tale aprio- rità
valore puramente e semplicemente convenzio- nale, si viene ad ammettere
il punto di partenza della dottrina kantiana, ma a negarne le
conse- guenze, a negare cioè che i principii stessi abbiano valore
universale e necessario. In altre parole la natura delle scienze matematiche
viene ad essere notevolmente modificata non già nella natura non
sperimentale dei suoi punti di partenza, ma nelle ‘ conclusioni.
Intendiamoci bene: Kant non si è mai stancato di ripetere, nè
diversamente poteva essere dato il suo realismo gnoseologico, che le verità
matema- tiche non potevano riguardare che la realtà sen- sibile.
Ove a Kant si fosse obbiettato che con (1) Non sono quindi in
tutto del parere di Martinetti che trova in Kant un’errata
interpretazione di Hume al riguardo (cfr. il suo Commento ai Prolegomeni,
pag. 215). Non è che Kant attribuisca a Hume di avere scritto in qualche
parte che il metodo matematico consiste «in un’analisi pura e
semplice di concetti», ma soltanto per l’identificazione del
principio humiano della «somiglianza e contrasto » con il principio
di contraddizione, e per aver posto esclusivamente questo stesso
principio (escludendone la causalità) a base di quella conoscenza
dimostrativa della quale fa parte, nella dottrina di Hume, la matematica,
la quale veniva così di conseguenza ad esser, in linguaggio kantiano,
analitica. 112 La posizione gnoseologica della matematica
modificazioni adatte del mondo ambiente — in quelle diverse
ipotesi che si potrebbero prospet- tare in merito e che sono,
indubbiamente molto numerose — il soggetto conoscente sarebbe addi-
venuto ad un'intuizione spaziale in cui la geo- metria euclidea non
sarebbe forse stata concepita neppure come ipotesi possibile in astratto,
Kant avrebbe con tutta tranquillità potuto rispondere ch’egli si
interessava soltanto di questo nostro mondo e che sarebbe opera da
sognatore l’aspi- rare alla realtà assoluta; ma, egli avrebbe ag-
giunto, dato questo nostro mondo, i giudizii ma- tematici sono
insindacabili ed hanno valore universale e necessario : anche se in
avvenire noi potremo arrivare a immaginare non una, ma mille
geometrie diverse dalla euclidea, questa sol- tanto potrà rispondere alle
nostre esigenze col "darci nozioni tali da permettere la necessità
e l’universalità dei nostri giudizii, perchè soltanto l’ euclidea
può essere la nostra geometria per l'identità della sua con la nostra
naturale intui- zione dello spazio (1). | L’idealismo più
rigoroso posto di fronte a tale questione, non modificherebbe gran che la
risposta di Kant. Per conto mio, ove ritenessi di potere accettare
incondizionatamente i principii sintetici «a priori » della matematica e
quindi la necessità e universalità dei suoi giudizii, credo si
potrebbe osservare che, senza dubbio per ragioni differenti. da
quelle realistiche cui tiene fermo Kant, si do- vrebbe arrivare alla
stessa conclusione che il (1) Svolgeremo tale argomento
particolare più innanzi trat- tando della III dimensione dello spazio.
(Capitolo IV di questo libro). Y Cap. III.
-"Il valore del giudizio matematico 113 valore del giudizio
matematico (come abbiamo già accennato nel cap. II) non può andare al
di là della realtà sensibile, in quanto basato su quelle che sono
appunto le forme indispensabili della conoscenza sensibile — tempo e
spazio — ma che soltanto limitatamente ad essa hanno ra- gione di
essere. Evidentemente qualunque verità assoluta o che tende all’assoluto
non può che prescindere da tutto quanto può avere attinenza col
senso e quindi essere del tutto indipendente dal tempo e dallo spazio,
risultato che può essere conseguito soltanto basandosi: sulla pura
forma della razionalità: la logica. Perciò ove potessi
ammettere incondizionata- mente la validità dei giudizii sintetici «a
priori », verrei alla conclusione che la matematica corri- sponde
in certo qual modo nella conoscenza sen- sibile a quello che è la logica
nella conoscenza razionale: il tempo e lo spazio, che sono partico-
larmente proprii della aritmetica e della geometria, hanno nella conoscenza
sensibile la stessa funzione che hanno nella conoscenza razionale la
contrad- dizione e l’ identità (1), che sono particolarmente
proprie della logica. La relazione non deve naturalmente esser
presa alla lettera in quanto da quello che precede ab- biamo veduto
(2) che la logica influenza ogni disciplina e segnatamente la matematica,
e che questa ci dà nuove nozioni, cosa che la logica non può mai
fare; ma la relazione stessa può a grandi linee essere posta come sopra
in modo (1) Cfr. Cap. I alla fine del 8 2, pag. 23. (2) Cap.
II, pag. 91. G. E. BARIÉ, La posizione gnoseologica della
matematica. 8. 114 La posizione gnoseologica della
matematica quasi proporzionale, e cioè: la matematica sta |
alla conoscenza sensibile come la logica sta alla conoscenza
razionale. $ 12. Concezione intermedia del valore del
giudizio matematico. — Tutto ciò però accettando incondizionatamente i
principii sintetici «a priori» della matematica come fossero parte
essenziale, insita nel nostro intelletto; come essi fossero tutti e
del tutto estranei a qualunque supposizione provvisoria. Ora,
a tale proposito mi sembra che la via mediana possa considerarsi quella
più rispondente alla verità. Escludendo, come abbiamo
accennato e come svolgeremo meglio nel cap. IV, quello che molti
vorrebbero (Helmholtz), e cioè che la metageo- metria abbia senz’altro
annullato il valore della dottrina kantiana sull’ argomento, non ci
pare possa senz'altro concludersi che la dottrina kan- tiana esca
intatta dall’arduo cimento, per lo meno per quanto riguarda i
particolari. In ogni modo, indipendentemente dalla metageometria e
senza per nulla diminuire l’ importanza dei principii matematici,
noi abbiamo già veduto come Leibniz considerasse implicitamente ipotetica
la posizione di detti principii: come anzi plaudesse a tale me-
todo come all’unico che partendo da poche pre- messe, non certo in
contraddizione con la nostra ragione anche se non del tutto innate in
essa, sia arrivato a quelle mirabili ed efficacissime costru- zioni
che tutti sanno: qualunque possa essere la nostra opinione sulla
matematica dal punto di vista gnoseologico, noi la consideriamo
sempre — per dirla col Paulsen, che così interpreta il Cap.
III. - Il valore del giudizio matematico 116 pensiero kantiano — «
la più sicura e meno oscil- lante delle scienze » (1). La
metageometria ha portato cioè per il filosofo una rivoluzione molto meno
profonda di quello che possa sembrare a prima vista. Ora è precisa-
mente da un punto di vista essenzialmente filo- sofico che mi pare si
potrebbe arrivare a conclu- dere che se è vera l’apriorità del principio
e l’ intuizionismo del procedimento matematico, è soltanto
parzialmente vero che i suoi assiomi siano già in noi quasi quali
principii innati. È cioè necessario distinguere in tali assiomi:
alcuni sono effettivamente insindacabili, generali e di essi noi
non possiamo nemmeno concepire il con- trario, ed essi sarebbero sempre,
indipendentemente dall’ambiente e dalle circostanze. Su tali
principii, evidentemente non proprii soltanto dell’apriorità
inatematica, questa scienza ha avuto pur sempre il merito — e Kant di
porlo in rilievo — di ap- poggiarsi in modo più rigoroso che qualunque
altra. Per questa ragione la matematica non può essere posta in dubbio da
alcuno e per tale ra- gione mi è sembrato. possibile considerarla
come la più alta espressione della conoscenza sensibile. Ma è
bene specificare che cosa s’ intenda per evidenza. Per evidente mi sembra
non si debba poter intendere altro che una proposizione il cui
contrario è inconcepibile, non già nel senso che il Richard (2) vuole
attribuire al significato di (1) F. PauLSEN, Kant (tr. it.), pag.
131. (2) Op. cit., pag. 91-92. Lo stesso inconveniente trovasi
in CoururaT, Les principes des mathématiques (in Revue de Math.,
1904, pag. 24). Anche
per il Couturat la parola «a evi- dente » ha un campo d'azione puramente
soggettivo e psicolo- 116 La posizione gnoseologica della
matematica tale parola in Descartes, in quanto per evidente
non mi sembra affatto possa intendersi mai qualche cosa di subbiettivo e
che si possa comunque inter- pretare che Descartes in tal modo l’intenda:
un tale non può convincermi che per lui è eviden- tissimo che A + B
sia minore di A. Vi è quindi un’ evidenza perfettamente obbiettiva anche
nei principii fondamentali. È cioè per tutti noi incon- cepibile
che A + B sia minore di 4; ma anche qui dobbiamo andare guardinghi. Non
dobbiamo cioè non distinguere, come ci fa osservare il Masci (1),
l’inconcepibilità con « altri stadi men- tali che potrebbero confondersi
con essa, cioè con l’incredibilità e con l’impossibilità di rap- |
presentarsi una qualche cosa ». L’inconcepibile è — mi si passi la parola
— più che l’incredi- bile che è soltanto « ciò che è contrario
all’espe- rienza e alle sue leggi ». Così per ripetere l’esempio
del Masci, noi non potremmo oggi credere « che un. proiettile dall’
Inghilterra vada a cadere in Giappone » ma la cosa non è affatto
inconcepibile. Aggiungerò per conto mio che da un punto di vista
gnoseologico l’inconcepibilità è assoluta, mentre l’incredibilità è
relativa. gico e perciò estraneo alla logica. Questa è nel
Couturat una semplice allusione buttata là senza importanza, quasi come ve-
rità ormai fuori discussione ; essa eserciterà invece un’influenza non
trascurabile sul successivo svolgersi dei suoi Principes in quanto
l’evidenza del principio «a priori» — evidenza consi- derata
obbiettivamente — non potrà essergli certo di ostacolo nel venire a
considerare, più o meno esplicitamente, come con- venzionali quei
principii fondamentali della matematica, posti come indimostrabili, e dai
quali dovranno dedursi le altre verità di tale scienza. (4)
F. Masci, Pensiero e Conoscenza, pag. 83 (Torino, 1922). Cap. III.
- Il valore del giudizio matematico 117 Meno interessante è per il
nostro particolare punto di vista la distinzione fra inconcepibilità
e impossibilità di rappresentare per la quale riman- diamo il
lettore all’opera citata (pag. 33). Chiarito così il significato
della parola inconce- pibilità ci sarà facile comprendere come
l’evidenza in genere può essere effetto di una dimostrazione e sarà
allora la rigorosa deduzione da una verità nota di una nuova verità: di
tale evidenza non è questione trattando dei principii fondamentali
« a priori »; oppure potrà essere un’evidenza im- plicita in una
proposizione nel suo stesso enun- ciarsi ed allora dovrà avere la stessa
obbiettività e la stessa universalità di qualunque proposi- zione
dimostrata. Sono questi gli assiomi propria- mente detti. Ma
vi sono però altri principii posti come indi- mostrabili dalla
matematica, che non sono insiti di per se stessi nel nostro intelletto,
che non sono incondizionatamente veri, ma che la mate- matica ha
soltanto ipostasizzato per potere effica- cemente proseguire. (Questi
principii sono stati dalla matematica stessa soltanto
provvisoriamente posti come indimostrabili, e prova ne sia che in
tutti i tempi si possono riscontrare nobili fatiche di matematici —
sforzi coronati di frequente da felice risultato — tendenti a dimostrare
precedenti proposizioni assunte come evidenti. Lo stesso po-
stulato famoso di Euclide: « per un punto sì può far passare una parallela
a una retta data e una soltanto », è stato oggetto di queste indagini,
e malgrado l’ insuccesso di questi tentativi, in questo caso
particolare, è pur sempre degno di nota come il bisogno del nostro
pensiero di una sempre mag- giore sicurezza conoscitiva si sia spinto
fino al 118 La posizione gnoseologica della matematica
presupposto tipico della massima parte delle pro- posizioni della
nostra geometria. È nota la pole- mica intorno a questo postulato (il
quinto) (1) di Euclide. (4) Figura in alcune opere come l’XI
assioma. Come tale è considerato ad es. dal Masci, Pensiero e Conoscenza
(Torino, 1922) a pag. 184. È però ora ritenuto ‘dalla totalità dei
matematici come il V postulato. La precisa formulazione di questo
postulato non è quella sopra enunciata, ma bensì quella scritta alla fine
di questa nota. L’identificazione del V postu- lato come fu enunciato da
Euclide con quello sopra citato (detto propriamente postulato « delle
parallele ») risulta evidente met- tendo in relazione il V postulato
propriamente detto, con la definizione di rette parallele (33 degli
Elementi). Interessante è ciò che dice lo
ZEUTHEN: Histoire des Mathé- matiques dans l’antiquité et le moyen age
(tr. fr., Paris, 1902), pag. 98: «Les constructions qui doivent servir à
com- poser toutes les autres, d’aprés ces postulats (quelli di
Euclide) sont celles qui on exécute pratiquement avec la règle et
le compas, mais on se tromperait cependant si l’on voulait envi-
sager les postulats à cet unique point de vue: entre autres faits, les
deux derniers postulats ne seraient point alors à leur vraie place, et
c’est la raison méme, qui, de très bonne heure déjà, fit commettre à des
èditeurs la faute qui consiste d ranger ces postulats parmi les arxiomes
1. Per
meglio intenderci su questo punto e su altri che even- tualmente
potessero in seguito presentarsi al nostro esame, ri- cordo qui gli
assiomi e i postulati di Euclide (I libro) secondo la classica edizione
curata da Heiberg: Euclidis opera omnia, (J. L. Heiberg, Leipzig,
1883-1905). Assiomi: I. Le grandezze uguali ad una stessa
grandezza sono uguali fra loro; II. Se a grandezze uguali si
aggiungono grandezze uguali, si hanno risultati uguali; III. Se da
grandezze uguali si sottraggono grandezze uguali si hanno risultati
uguali; IV. Il tutto è maggiore di una sua parte; V. Le grandezze
che coincidono sono uguali. Postulati: I. Fra due punti si
può sempre tirare una retta; II. Un segmento di retta si può prolungare
all'infinito tanto dall’una quanto dall’altra parte; III. Si può sempre
descrivere una circonferenza che passi per un punto dato e avente
per Cap. III. - Il valore del giudizio matematico 119
È desso la colonna della geometria euclidea (per lo meno dopo il 29°
teorema), ma ne è anche il suo tallone d’Achille. Proclo ci riferisce
degli sforzi fatti dagli antichi per la dimostrazione di esso: egli
medesimo ce ne dà un saggio perso- nale giudicato d’altronde dai competenti
come molto modesto. Lo stesso dicasi degli Arabi. Indi-
pendentemente da ogni altra considerazione, è certo quanto mai
significativo il fatto che mai come intorno al postulato delle parallele
si siano sbizzarriti i più significativi ingegni matematici di
tutti i tempi e che soltanto ai giorni nostri può considerarsi chiusa la
polemica intorno alla sua dimostrabilità per le recenti affermazioni
della metageometria e per gl’infruttuosi tentativi di dimostrazioni
del Gauss (1811) (1) influenzati alla loro volta dalle diligenti indagini
che quasi un secolo prima erano state portate a rinnovato lustro —
furono in ogni tempo fatti tentativi al riguardo — nelle fatiche di
Legendre, di Wallis e di Sac- cheri (2). centro un punto
dato; IV. Tutti gli angoli retti sono uguali fra loro; V. Se una linea
retta, che ne taglia altre due, forma dallo stesso lato degli angoli
interni la cui somma sia minore di due retti, le due ultime linee citate
si taglieranno sui loro prolungamenti dalla parte nella quale la somma
degli angoli è inferiore a due retti. (1)
G. B. HaLsTED, Gauss and the non euclidean geometry (in Science,
1900). (2) La bibliografia sul V postulato basterebbe da
sola a riem- pire un volume: accenno soltanto a qualcuna nel caso il
lettore voglia approfondire questo argomento particolare : I.H.
LAMBERT, Theorie der Parallellinien (in Magaz. f. d. reine u.
angew.. Math.), Leipzig, 1786; ENGEL UND STAECKEL, Theorie der Pa-
rallellinien von Euclid his auf Gauss; D. HILBERT, Grund- lagen der
Geometrie (III ed., Leipzig, 1909); LORIA, Il pas- 120 La
posizione gnoseologioa della matematica Per quanto riguarda
specificatamente quest’ul- timo, l’importanza della sua opera di studioso
in merito al postulato delle parallele non potrebbe essere esagerata.
In tali tentativi di dimostrazione Young, Vailati, Segre, Enriques vedono
nettamente i segni precursori della metageometria moderna. Lo Young
non pecca al riguardo di una soverchia precisione cronologica, in quanto
l’avere lo scritto più importante del Saccheri veduto la luce il
1733 (l’anno stesso della morte del ‘suo A.) non può evidentemente
significare che il gesuita italiano ebbe a svolgere la sua attività di
studioso intorno al 1733: a meno che proprio soltanto gli ultimi
mesi di sua vita il nostro matematico si sia messo a lavorare; ma di tale
particolare non parla, ch’ io sappia, alcuna cronaca del tempo, nè alcuno
studio di poi. Fatto sta ed è che un’altra operetta del Sac- cheri
fu pubblicata a Torino nel 1697 con il titolo di « Logica demonstrativa »
(1). Più importante ad ogni modo per noi e, credo, per tutti,
è il suo « Euclides ab omni naevo vin- dicatus » (2). In questo libro il
tentativo di dimo- sato e il presente delle principali teorie
geometriche ; R. Bo- NOLA, La geometria non euclidea, Esposizione
storico-critica del suo sviluppo (Bologna, 1906); RicHaRD, Sur la
philosophie des mathématiques (Chap. III);
L. Roucier, La philosophie géom. de H. Poincaré (Chap. II, II); ZEUTHEN, Hist.
d. mante: matiques (tr. fr.), pag. 110-114. (1) Una copia di
tale edizione esiste tuttora — ci rende noto I’ Enriques — nella
Biblioteca Vittorio Emanuele in Roma. No- tizie particolari su la Zogica
demonstrativa potrai trovare in un articolo del Vailati (in Rivista di
filosofia, 1903, n. 4), ri- stampata in Scritti, pag. 477 segg.
(2) Tradotto in italiano dal Boccardini con il titolo di: Euclide
emendato (Milano, Hoepli, 1904). Il titolo preciso e completo dell’opera
originaria è : Euclides ab omni naevo vindicatus: Cap. III. - Il
valore del giudizio matematico 191 strazione del V postulato è,
per la prima volta, fatto con quel procedimento — d’altra parte già
adottato dallo stesso Saccheri nella sua « Logica» — della reductio ad
absurdum. Ricordiamo tutti in che cosa consista: porre in luce che il
non ammettere la proposizione che si deve dimostrare vera, ci
porterebbe ad una contraddizione con una proposizione precedentemente
riconosciuta vera. È un procedimento come si vede che si riconnette
con il principio di contraddizione e perciò incon- dizionatamente
accettato dai matematici di tutti i tempi (una traccia di esso troviamo
già in Eu- ‘ clide, IX, 12) e perciò molto spesso adottato dai
filosofi — Socrate ne usava volentieri — ma che, malgrado tutti i suoi
pregi indiscutibili e la sua azione sicura nel mettere l’ipotetico
avversario con le spalle al muro, lascia nel logico che lo adopera
un senso di relativa soddisfazione. Pro- cedimento ricco di risultati
d'altronde : attenendosi ad esso il Lobatchefski arrivò alle sue meravi-
gliose costruzioni di geometria non euclidea (1). È d’altronde
risaputo che sempre si sentì il bisogno di marcare la differenza fra
assiomi e po- stulati: Euclide stesso con il darcene due elenchi
nettamente distinti e separati. Le differenze di tale distinzione
dipendono soltanto dalla diversità ‘ del punto di vista sotto il quale i
principii mede- simi vengono considerati. sive conatus
geomeiricus quo stabiliantur prima ipsa uni- versae geometriae principia
(Milano, 1733). (1) N. S. LOBATCHEFSKI,
Pangéomeétrie ou Théorie générale des paralleéles, suivie des opinions de
D° Alembert sur le méme sujet et d’une discussion sur la ligne droite
entre Fourier et Monge (Paris, Gauthier-Villars). Cfr. pure F. EngEL, U.
I. Lo- bachefsky: Zwei geometriche Abhandlungen (Leipzig, 1898).
129 La posizione gnoseologica della matematica Fra tali
caratteri differenziali il più semplice e il più convincente per noi, per
quanto non bene accetto in generale ai matematici in causa della
sua non precisa determinazione tecnica, è quello dell’evidenza, maggiore
negli assiomi che nei po- stulati. Si è già accennato come invece
l’evidenza può essere un criterio di per se stesso sufficien-
temente rigoroso. Sotto tale aspetto troviamo già in Proclo una
distinzione fra gli assiomi e i po- stulati; ma su di essa nori possiamo
basarci perchè altre distinzioni seguono nello stesso storico ma-
tematico per la classificazione dei principii fonda- mentali in assiomi e
postulati. Chi voglia su questo punto maggiori schiarimenti può
consultare l’espo- sizione del Vailati al III Congresso
internazionale di matematica (Heidelberg, 1904) (1). Io mi
fermo al criterio di maggiore o minore evidenza perchè esso mi sembra il
più rispondente al nostro punto di vista. Considerando l’evidenza
secondo fu sopra esposto, non possono nascere equivoci intorno alla sua
interpretazione: l’incon- cepibilità del contrario e il carattere
assoluto di essa è proprio degli assiomi; l’incredibilità del
contrario e il carattere relativo di essa è proprio dei postulati.
(1) Oppure in Scritti, pag. 547-552 (CXXII. — Intorno al
significato della differenza fra gli assiomi e î postulati nella
geometria greca). Cfr. inoltre: ZEUTHEN, Historie des mathe- matiques
(tr. fr., pag. 92-114); ENRIQUES, Per la storia della logica(pag.19-30);
Loria, Le scienze esatte nell'antica Grecia (Milano, Hoepli); Guida allo
studio d. storia d. mat. (Milano,
1916); CANTON, Geschichte der mathematik, I (Leipzig, 1880); Simon,
Geschichte der mathem. im altertum (Berlin, 1909) ; MILHAUD, Les
philosophes géométres de la Greéce (Paris, 1900); HouEeLr, Essai critique
sur les principes fondamentaux de la géometrie (Paris, I ed.,
1867). Cap. III. - Il valore del giudizio matematico
193 Appunto il carattere relativo e condizionato di questi
ultimi può permetterci dei dubbii sulla loro apriorità (in senso
kantiano) e spiega quella con- venzionalità parziale che noi troveremo in
essi e in certo qual modo potrà giustificare quella con- venzionalità
totale che non pochi matematici mo- . derni — e non certo fra i meno
illustri — crede- ranno di potere incondizionatamente affermare nei
principii fondamentali della matematica. Come si vede la mia tesi
di una parziale con- . venzionalità di alcuni principii fondamentali
è quanto mai limitata. Essa differisce profondamente da quella di
Locke, al quale a ragione il Leibniz rimprovera di supporre che gli
assiomi stessi siano stati ammessi così, quasi senz’alcun
fondamento, quasi «gratuitamente ». Certo anche quei principii che
abbiamo considerato come effettivamente in- nati, non si sono presentati
al nostro spirito originariamente nella loro precisa formulazione
scientifica; ma ciò non toglie nulla alla loro chia- rezza: è anzi
sommamente lodevole che alla pre- cisa espressione loro si sia
addivenuti. Soltanto, l’obbiezione di Filalete a Teofilo (« Non è
forse dannoso autorizzare supposizioni sotto il pretesto di
assiomi? ») (1) mantiene, malgrado la risposta di Teofilo, la sua ragione
di essere. Una parte di tali principii conserva la sua ipostasizzazione
con- venzionale, la quale non puf, essere giustificata, come fa in
fondo Leibniz*- «non ricorrendo al suo carattere utilitario prov $° * ;g:
nè i matema- tici moderni si comportano ‘15° ssrmente. Per
precisare meglio in b®‘& quanto sopra: fanno parte della prima
categéria di tali proposi- (1) LeIBNIZ, Nouv. Ess., IV, cap.
12. 124 È. La posizione gnoseologica della matematica
zioni (cioè principii spogli di qualunque carattere ipotetico) verità
come queste: A= A ra a <A e così via.
Verità che, come si vede, sono tali da ricordarci la frase di Platone nel
Teeteto: « nem- meno in sogno hai osato sussurrare a te stesso che
il dispari è pari », e quanto Pascal ebbe a dirci consigliandoci « di non
accingerci nemmeno a tentare di dimostrare alcuna cosa che sia tal-
mente evidente per. se stessa che nulla vi sia di più chiaro per poterla
dimostrare e provare ». Fanno parte della seconda categoria (in cui
è insito cioè un carattere ipotetico) alcuni di quei principii che
sono proprii particolarmente della geometria, come ad esempio:
« Per due punti dello spazio può sempre pas- sare una retta data e
una soltanto »; « La retta è il più breve spazio fra 2 punti »
; principio questo ad es. che pare già lo stesso Archimede non
considerasse altro che un’assun- zione, un’ammissione (\apBavépeva)
(1). Kant stesso si accorse che una differenza fonda- mentale
esisteva fra le due categorie di giudizii da noi citati. Soltanto,
preoccupato di vedere ogni (4) Archimedis opera smnia cum
commentariis Eutocii. Ed. Heiberg, 19410, Lipsia. (Cfr. in ENRIQUES, Per
la storia della logica, pag. 25, 26). L’egizione
inglese sul testo di Heiberg fu curata da T. L. HEAT, Th thirteen books
of Euclid's Elements, translated from the text of Heiberg with
Introduction and Commentary (3 vols., Cambridge, 1908). Vedi pure a cura
dello stesso Heat: The Works of Archimedis (Cambridge, 1897). Cap.
III. - Il valore del giudizio matematico 195 differenza
fondamentale dei giudizii in genere nel loro carattere sintetico o
analitico, venne senz'altro a fissare la differente natura fra le due
categorie di giudizii da noi accennati, all’essere quelli della .
prima categoria (4= A ecc.) « analitici », venendo così ad escludere
precisamente quei principii che pur non essendo proprii soltanto della
matematica, ad essi portano indubbiamente grande vantaggio per
quanto ha attinenza alla incondizionata obbiet- tività dei suoi assiomi.
Giudizii simili a quelli da noi posti nella prima categoria
apparterrebbero infatti, secondo Kant, a quel « piccolo numero di
giudizii supposti dai geometri » che sono contra- riamente ai noti
esempii da lui precedentemente esaminati, « realmente analitici ed hanno
la loro base sul principio di contraddizione » (1). $ 13.
L’essere e il dover essere della mate- matica. — Non è qui il caso di
discutere l’oppor- tunità o meno del criterio generale cui Kant si
è attenuto nella divisione dei giudizii in sintetici ed analitici.
Innanzi tutto le nostre considerazioni in merito non potrebbero che molto
indirettamente aver relazione con quanto andiamo trattando: in
secondo luogo confesso di non essere mai riuscito (1) Kr. r. Ver.
(tr. fr.), Introduzione. Cfr. pure Prolego- meni (tr. it.), $ 2, nonchè i
$$ 36-37 della Logik (Jasche ed.). Senza alcun riferimento al significato
delle parole analitico e sintetico nella dottrina kantiana, ma
interessanti nei riguardi del carattere analitico o sintetico del
giudizio matematico sono _ 4 due studii seguenti: GERGONNE, De l’analyse
et’ de la syn- thèse dans les sciences mathématiques in Annales des
mathé- matiques, VII, pag. 345 segg.; P. BouTRoux, En quel sens la
recerche scientifique est-elle une analyse ? negli Atti del Con- gresso
di Filosofia di Bologna nel 1911, nonchè cenni nel fa- moso libro dello
ZEUTHEN, Hist. des math. (tr. fr.), pag. 93. 126 La posizione
gnoseologica della matematica a comprendere l’ importanza delle
polemiche sol- levate al riguardo, dato che, in ultima analisi,
qualunque giudizio presuppone pur sempre una sintesi. | Possiamo
tuttavia con il Franchi osservare come il primo di questi giudizii che
abbiamo creduto di far rientrare in una prima categoria (A = 4),
che Kant pretende di poter ritenere senz'altro come analitico, non
lo sia affatto, ma sia invece puro e semplice giudizio d’identità. « Or
come mai c'entra qui l’analisi? » — si domanda il Franchi (1) — il
quale poco appresso conclude: « Quel prin- cipio è adunque un giudizio
identico e non ana- litico. Nè piglia valore comparativo dalla
nozione di eguaglianza che v’è inclusa, poichè quell’eguale
significa propriamente identico; l’identità assoluta come relazione
proveniente dalla sola replica di uno stesso concetto, non ha a che fare
con la: relazione che costituisce un giudizio comparativo e che
consiste nel paragonare il grado di conve- nienza di una proprietà
medesima a più subietti, o di più’ proprietà a un medesimo subietto ».
Nè in modo molto diverso potremmo ragionare per quanto riguarda il
secondo principio esem- plificativo di questa stessa categoria di
giudizii 7 < A, oppure per prendere proprio quello scelto
da Kant: (4'+ B)> A (2). Qui la comparazione (1) A.
FRANCHI, La teorica del giudizio, v. I, lettera VII, pag. 41 segg.
(1870). ° (2) In questo caso l’obbiezione del Couturat, essere tale
prin- cipio vero soltanto nei riguardi dei numeri finiti, ma
errato, come ebbe a dimostrare il Whithehead, per i numeri
cardinali infiniti non ha alcuna ragione di essere, trattandosi qui di
un Cap. III. - Il valore del giudizio matematico 127
indubbiamente esiste, ma non potremmo conclu- dere però se il giudizio,
anche scrupolosamente attenendoci al criterio kantiano, sia più
analitico che sintetico o viceversa. E basti questa
osservazione incidentale sul ca- rattere analitico o non di un tale
determinato giu- dizio. A noi importa però mettere in particolare
rilievo come la prima categoria di tali giudizii, che — abbiamo
considerati come effettivamente innati e in- condizionatamente evidenti,
non siano però proprii esclusivamente della geometria, ma bensì di
ogni nostra attività intellettiva. Essi possono tutto al più, aggiungiamo
noi, avere una più rigorosa espressione e una più vasta applicazione
nella ma- tematica che in qualsiasi altra scienza particolare, in
quanto appunto essa deve considerarsi come la scienza omogeneamente
costituita ed organica che abbia la sua sfera d’azione in un campo non
em- pirico, e perciò, come si è veduto, più vicina alla logica. A
tale conclusione ha potuto logicamente arrivare soltanto l’idealismo, ma
ciò è stato, im- plicitamente od esplicitamente, riconosciuto anche
principio generale, non già applicato specificatamente alla ma-
tematica. Come d’altronde fa anche Kant, che in fondo avrebbe
potuto cavarsela con onore anche senza la benevolenza del Cou- turat (in
Revue de métaphysique, 1904: La philosophie des mathématiques de Kant,
pag. 346), secondo il quale: « on ne peut reprocher à Kant d’avoir ignoré
ces vérités, si élémen- taires -qu’elles soient aujourd’hui ». Infatti nessun
significato ‘ può avere la constatazione del Whithehead e l’osservazione
del Couturat se non condizionatamente al ristretto campo, dirò,
tecnico della matematica. Il numero cardinale infinito non può essere in
alcun modo afferrabile non soltanto dalla sensibilità umana, ma nemmeno
dal pensiero puro: esso non è che una artificiosa creazione non
altrimenti identificabile che per neces- sità di calcolo esclusivamente
matematico, 188 La posizione gnoseologica della matematica
dal pensiero positivico. Il Comte in fondo deve ciò ammettere
implicitamente, per essere coerente con la sua convinzione essere la
matematica « la scienza più antica e più perfetta » (1). Anzi il
suo entusiasmo per la matematica è andato tanto oltre che, per
mantenersi, almeno apparentemente, fe- dele al suo principio
positivistico e non intaccare la validità delle proposizioni matematiche,
ha tro- vato opportuno introdurre in tale disciplina una divisione
in matematica « concreta » (avente carat- tere sperimentale, fisico) e
matematica « astratta » (di natura essenzialmente logica). Quanto si è
detto fino ad ora ci dispensa dal mostrare come tale di- stinzione
sia del tutto personale e arbitraria e quanto tutte e due le
affermazioni, anche prese a sè stanti, siano secondo noi fondamentalmente
er- rate, in quanto appunto si è sostenuto non essere mai la
matematica nè direttamente sperimentale, nè puramente logica.
. Ho creduto opportuno di riportare tali osserva- zioni del Comte
in quanto esse mostrano pur sempre come in qualunque indirizzo del
pensiero filosofico si sia veduta la necessità di considerare la
mate- matica pura come la scienza più vicina alla lo- gica.
Naturalmente questa affermazione deve es- sere presa con quella prudenza
cui ci dà diritto di aspirare quanto siamo andati svolgendo nel
cap. II sul carattere prevalentemente intuitivo del procedimento matematico
; ma l’affermazione stessa ci allontana alquanto da Kant dato che non
pos- siamo accettare la distinzione ch’egli viene impli- citamente
ad ammettere intorno al valore di questi giudizii che egli chiama «
analitici » per quello che (1) Philosophie positive, 1, cap.
III. Cap. III. - Il valore del giudizio matematico 129
riguarda la matematica. Kant cioè dicendoci che queste verità (A =
A4ecc.) non servono « come proposizioni identiche che alla concatenazione
del metodo e non rivestono la funzione di veri prin- cipii » (1)
viene a introdurre una specie di distin- zione fra quel che possono
essere i principii « a priori » della matematica e quelli della logica,
di- stinzione che soltanto rispetto alla concezione idea- | listica
di una realtà superiore possiamo accettare, ma ciò non è nella
distinzione kantiana. Inoltre la distinzione medesima, dato il fondamento
sin- .tetico « a priori » di ogni scienza, verrebbe ad allontanare
da una base logica ogni scienza; mentre i principii fondamentali di
qualunque attività del pensiero non possono effettivamente essere
vagliati, se non basandosi esclusivamente su quel criterio logico
che è comune a tutte le scienze. Che poi la categoria di giudizii
che stiamo esa- ‘minando e che abbiamo affermato essere la sola
effettivamente assiomatica, in quanto la sola na- turalmente ed
incondizionatamente evidente, non sia propria soltanto della geometria,
come invece l’altro principio citato per cui per un punto non può
passare che una sola parallela a una retta data, questo non significa
affatto che quei principii assiomatici. non possono essere considerati
come principii « a priori » non soltanto anche, ma pre-
valentemente della geometria per la posizione par- ticolare di questa e
dell’aritmetica di fronte al sapere (2). Se i principii medesimi sono poi
appli- cabili anche alle altre scienze, ciò dipende dal fatto molto
naturale che principii effettivamente innati (1) Critica, ed.
cit., pag. 48. (2) V. cap. I. G. E. BARIÉ, La posizione
gnoseologica della matematica. 9. 130 La posizione gnoseologica
della matematica non possono essere esclusivamente proprii di
questa o quella disciplina particolare, ma esse li possono tutto al
più considerare e su di essi appoggiarsi a seconda del proprio punto di
vista. Mi sembra in ogni modo fuori di discussione che i principii
medesimi trovino il loro naturale svolgimento proprio in quella scienza
geometrica dalla quale Kant vorrebbe bandirli. Questa
tendenza a voler troppo specificare, esem- plificando dei principii
generalissimi come quelli « a priori » — tendenza pertanto in contrasto
con il significato più profondo della teoria dell’ « a priori » —
ha potuto dar luogo facilmente ad er- rate interpretazioni.
Povero Kant! Il suo « metodo analitico » con tanta fiducia adottato
nei « Prolegomeni » in con- trasto con quello « sintetico » che si era
rivelato troppo oscuro per la comprensione della « Critica » nei suoi
primi interpreti, non è stato così ricco di risultati presso la gran
parte dei lettori, come Kant sì riprometteva. Ci dice Kant,
ricordiamo- celo, che poichè il metodo applicato nella « Cri- tica
» aveva potuto dar luogo ad equivoci inter- pretativi nel senso che
sbalzava di colpo il lettore nel mondo dell’ indeterminatezza metafisica,
egli intende svolgere nella chiarificazione riassuntiva nella sua
opera fondamentale — e cioè nei « Pro- legomeni » — il metodo inverso,
ossia di portare gradatamente il lettore al problema della
metafisica affrontando prima quello delle scienze particolari, le
quali, in quanto più organiche, già costituite, già scientificamente
ammesse e riconosciute, po- tevano facilitare il compito, se non
dell’autore, almeno del lettore. Fra tutte le scienze la mate-
matica e la fisica erano le più rispondenti allo Cap. III. - Il
valore del giudizio matematico 131 scopo, la prima per la sua
evidenza, la seconda per la facilità del controllo sperimentale:
nul- l’altro. | Vana speranza ! Si è tanto bene compresa
questa intenzione che si è voluto fare della I e II parte del
problema trascendentale, un trattato di filosofia delle scienze. Si è
arrivati a vedere in quella che è un’indagine puramente gnoseologica per
arrivare alla metafisica in senso stretto — procedimento pertanto
indispensabile — una ricerca particolare chiusa nell’orizzonte limitato
della matematica e della fisica. E naturalmente e matematici e
fisici non si sono lì dentro riconosciuti! Se Kant avesse
presentato in un ipotetico congresso filosofico dei suoi tempi,
un’eventuale « comunicazione » sugli argomenti trattati nelle prime due
parti dei « Pro- legomeni », essa sarebbe stata rubricata da questi
eccellenti interpreti nella « sezione » di filosofia delle scienze, non
già della teoria della cono- scenza ! | Tanto per darne un
esempio ricordiamo che nella dottrina dei concetti intellettivi la
categoria della sostanza trova la sua espressione nel prin- cipio
fisiologico della «permanenza della sostanza». Ciò ha potuto dar luogo ad
osservazioni come ‘questa: che il principio medesimo, ben lungi di
essere « a priori » è stato trovato da Lavoisier a mezzo di successive
esperienze. Ma questo, ben lungi dall’essere in contrasto con la teoria
kan- tiana dell’intelletto, ne è la conferma! Lavoisier ha trovato
l’applicabilità del principio nell’espe- rienza, ma l’essenza del
concetto sostanza era già, era «a priori », era nell’intelletto. Chissà
che ciò ‘ non sarebbe stato osservato se Kant non l’avesse fatto
figurare, a maggior comprensione e volga- 132 La posizione
gnoseologica della matematica rizzazione dell’analitica
trascendentale della « Gri- tica », nel problema della faca pura nei «
Pro- legomeni »?. E non si disse forse, e si scrive, che
l’esempio — certo non bene scelto — di « alcuni corpi sono pesanti
» come proposizione sintetica era da Kant stato fondato perchè egli,
ammettendo, appunto in quanto giudizio sintetico, che il predicato «
pe- sante » non era già implicito nel soggetto corpo — intendeva
alludere all’aria nulla sapenda della scoperta di Torricelli ?.....
Ciò non pertanto è doveroso riconoscere che gli esempii non sono
nella dottrina kantiana sempre opportuni. La stessa proposizione testè
ricordata ne è la conferma. Nello stesso modo l’esempio citato nel
$ 12 dei « Prolegomeni » a conferma che l’ intuizione spaziale è «a
priori », esempio che ricorda la proposizione della geometria eu-
clidea per la quale non si possono tagliare nello stesso punto ad angolo
retto che tre sole rette e che è su tale verità, fondata appunto sull’
intui- zione pura «a priori», che possiamo basarci per affermare
che lo spazio perfetto non ha nè più nè meno di tre dimensioni, avrebbe
potuto essere so- stituito più direttamente e con maggiore
efficacia dal postulato delle parallele. Così pure nel $ 38° degli
stessi « Prolegomeni » in quell’esempio delle «due linee che taglino se
stesse e ad un tempo il cir- .colo in qualunque modo vengano tirate, si
divi- dono sempre secondo una regola tale che il rettan- golo
avente per lati i due segmenti è uguale (1) al rettangolo avente per lati
i segmenti dell’altro », Kant va a perdersi in argomentazioni che
vengono (1) Kant dice «uguale »; avrebbe dovuto dire « equivalente
». | è Cap. ITI. - Il valore del giudizio matematico
133 a complicare un teorema pertanto molto semplice di
geometria e che non sono necessarie per rispon- dere al problema che
fondamentalmente c’interessa per sapere cioè se la « legge » — come la
chiama Kant — dell’uguaglianza del raggio è nel circolo come figura
a sè, indipendentemente dal pensiero, oppure è il nostro intelletto che
la impone ad esso. E così altre osservazioni del genere si
potrebbero fare. Sono queste indubbiamente meticolosità che
non nuocciono alla genialità del sistema, ma che ci pre- sentano l’
inconveniente del particolarismo e of- frono il fianco a facili critiche.
Non nuocciono alla genialità del complesso perchè non sono certo
degli esempii non bene scelti, che possono intac- ‘care il compito essenziale
della trattazione del- l’analitica trascendentale nella « Critica » e
della fisica pura nei « Prolegomeni » consistente nel porre in luce
la funzione del concetto intellettivo puro « a priori » nella formazione
dell’esperienza, come ho già dovuto altrove accennare.. Per
questo possiamo notare che nessun fisico riconoscerebbe della fisica
nella materia trattata da Kant sotto questo nome: è dessa
metafisica vera e propria, uno svolgimento perfettamente
conseguente con la trattazione della matematica pura (estetica
trascendentale); ma meglio com- prenderemmo il complesso svolgersi di
tutta la teoria chiamando la prima (matematica pura) co- noscenza
intuîtiva, e la seconda (fisica pura) co- noscenza intellettiva. E con
ciò d’altra parte si entrerebbe nel significato profondo del
pensiero kantiano se lo svolgimento di quello ch’egli chiama il
problema propriamente metafisico si denominasse conoscenza razionale,
adottando la distinzione fra A 134 La posizione gnoseologica
della mateniatica intelletto e ragione come Rant l’intende ossia
l’in- telletto come attività informatrice della natura e quindi
l’elemento che solo può rendere possibile la conoscenza della natura —
l’esperienza —; la ragione come attività puramente ideale (nel suo
preciso significato) che nulla può obbiettivamente darci in quanto
pretende di fare a meno dell’espe- rienza, ripudiando così quell’elemento
sensibile al quale malgrado ogni nostro sforzo noi non pos-
‘siamo fare a meno di ricorrere quando vogliamo in certo qual modo
rappresentare l’elemento che è mèta della nostra indagine
conoscitiva. Il carattere metafisico della fisica pura come
Kant l’intende è d’altronde ammesso anche dal più rigoroso idealismo
trascendentale odierno di- rettamente influenzato dal criticismo
kantiano. Così il Martinetti nel suo « Commento » ai « Pro-
legomeni » (pag. 215) scrive: «i giudizii della fisica pura ($ 15) sono
giudizii metafisici », nonchè (pa- gina 219 ibid.): « la fisica pura
sarebbe quindi la metafisica immanente della natura esteriore, che
noi possiamo conoscere « a priori » in quanto pro- cedono dalle forme
pure dell’intelletto ». Ho accennato anche ai principii della
fisica pura secondo Kant perchè essi, più di tutti gli altri, ci
possono mostrare come una dottrina profondissima e sistematicamente
svolta come quella dell’ « a priori » possa portare a interpretazioni
errate vo- lendo in essa distinguere un « a priori » matematico da
un «a priori » fisico e così via ; ed è naturale che sia così:
l’apriorità è insita nella stessa natura del nostro processo conoscitivo,
del nostro pensiero medesimo ; la suddivisione del sapere in tante
branche particolari non è effetto invece che di una specializzazione
recentissima dovuta a una A. Cap. III. - Il valore
del giudizio matematico 135 maggiore comodità di orizzontarsi nel
sempre più vasto campo del sapere. In questo senso pos- siamo
considerare che la dottrina dell’apriorità non può venire posta in dubbiò
dalle precedenti e dalle susseguenti nostre considerazioni e tanto
meno della metageometria ; resta intatto il gran merito di Kant di averci
dimostrato che qualunque conoscenza, per essere universale e necessaria,
ha bisogno di un’azione immediata innata del nostro | pensiero ; ma
il merito stesso, non in senso asso- luto, ma certo in-senso relativo
(nel caso nostro, della matematica, non ha potuto uscire intatto in
causa dell’esclusione o quasi dal campo geo- metrico proprio di quei
giudizii che alla geometria dànno più valido appoggio per la sua
obbiettività. Concludendo, da quanto precede verrei ad affer-
mare questo : se i principii « a priori » della ma- tematica fossero
esclusivamente della prima ca- tegoria (a=a, 7 <a,
ecc.), si potrebbe senz'altro accettare la dottrina di Kant
anche nelle sue estreme conseguenze: basandosi invece la matematica su
altri principii particolari tutti suoi proprii, e, ciò che più conta,
principii passibili di discussione per ammissione degli stessi
matematici, mi sembra si possa concludere che la matematica tende a
diventare quale Kant la con- cepisce, ma che tale essa non sia ancora
attual- mente. Cerchiamo di precisare meglio in che cosa
con- sista questo tendere della matematica a dare ai suoi giudizii
valore universale e necessario e a di- venire, secondo il nostro modo di
vedere, la più ‘ alta espressione della conoscenza sensibile ; al
di- 136 La posizione gnoseologica della matematica
venire cioè il numero l’elemento meglio adatto nel conoscere il mondo
della nostra sensibilità. Siamo ben lontani evidentemente
dall’assolutismo di alcuni fisici moderni che si riconnettono agli
antichi pitagorici; ma se tale assolutismo non può in alcun modo essere
accettato in filosofia, è però spiegabile in un fisico. Emilio Borel non
si perita di dichiarare che « spiegare il mondo non può significare
altro per lo scienziato che dare del mondo una descrizione numericamente
esatta ». Ma egli stesso sente il bisogno d’immediatamente
Soggiungere che per soddisfare i più esigenti sa- rebbe necessario che «
tale descrizione numerica abbracciasse così il futuro come il passato »
(1), vana aspirazione sempre, ma tanto più irraggiun- gibile
basandoci essenzialmente sul metodo mate- matico. Quand’anche la
metereologia potesse per un qualsiasi giorno avvenire predirci
esattamente la pressione, la temperatura, ecc., il nostro pen-
siero si domanderebbe pur sempre come siamo giunti a questo: il nostro
pensiero dubiterebbe pur sempre che nel magnifico risultato
ottenuto non sia da escludersi, sia pure forse in minima parte,
l’effetto favorevole del caso, e quando anche il risultato favorevole si
ottenesse non una, ma mille volte, entrambe le obbiezioni
resterebbero nella loro intensità dubitativa. $ 14. La
funzione del postulato e il dover essere della matematica. — La
concezione di un divenire della matematica, più specificatamente di
«un tendere di essa a diventare la più alta espres- (1) Cfr. E.
BoreL, L’espace et le temps, pag. 209 segg. (Paris, 1922).
Cap. ILI. - Il valore del giudizio matematico 137 sione della
realtà sensibile, non ci sembrerà affatto arbitraria se noi cì
rappresentiamo tale scienza come intenta a una sempre maggiore
purificazione di se stessa. E anche tale rappresentazione non ha
nulla di arbitrario, in quanto, oltre all’essere questa la naturale
tendenza di ogni sapere che aspiri ad essere rigorosamente scientifico,
la possiamo nella matematica precipuamente riscontrare nell’ammis-
sione degli stessi matematici della necessità di ridurre a un minimo
indispensabile i postulati fon- damentali : bisogno quindi non soltanto
intuito, ma messo in pratica (1), sia col far derivare al- cuni
giudizii matematici, precedentemente giudicati assiomatici, da altri
postulati a mezzo di un pro- cesso deduttivo-sostitutivo, come si è
veduto nelle prime pagine di questo capitolo; sia col ridurre i
postulati a teoremi, risolvendoli poi col processo dimostrativo. Ove
a questa tendenza i matematici si fossero strettamente attenuti, si
avrebbe oggi una scienza indubbiamente meno sviluppata di quella che
ef- fettivamente si abbia ; ma di questo tendere della matematica a
piegarsi in certo qual modo su se stessa, lo possiamo oggi osservare
nettamente nel- l’opera dei più notevoli filosofi della matematica.
Secondo essi mèta del matamatico oggi non deve essere l’ampliamento,
dirò, di essa, non la «sco- perta » di nuove proposizioni, ma un sobrio
pe- riodo di riflessione è per essa più profittevole che
quell’incessante avanzare che soltanto apparente- mente può significare
progresso. Se ben guardiamo, (1) Degna di nota la
constatazione storica de Boutroux : « Le nombre des postulats
indémontrables a été de plus en plus restreint ». (L’Idéal sc. math.,
pag. 251). 138 La posizione gnoscologica della matematica
le stesse creazioni della metageometria rappresen- tano più una
fase di riflessione che di creazione. È quanto avviene anche in
discipline che nulla hanno a che vedere con la matematica : non ve-
diamo forse in economia politica una forte ed ag- guerrita corrente di
sociologi arrestarsi perplessa dinnanzi alla corsa dell'umanità verso una
sempre maggiore ricchezza e verso una sempre più sensi- bile
miseria? La miseria è diminuita sia.pure; ma è diminuita soltanto se
manteniamo inalterate le esigenze dell’uomo : e perchè proprio ‘dai
pro- gressisti più convinti non si dovrebbe riconoscere come del
tutto naturale e giusto anche il progresso nelle esigenze umane? Se noi
facciamo progredire di pari passo queste esigenze con l’aumento
glo- bale della ricchezza del mondo, ecco che ci spie- gheremo
senza troppa fatica come, malgrado tutti gl’infiniti miglioramenti
economici di cui si com- piace con se stessa la civiltà contemporanea,
la massa è infinitamente più malcontenta oggi che non un secolo,
molti secoli fa: ecco così sorgere quello che si potrebbe chiamare la
fase critica, di riflessione del problema economico, non più
dell'aumento della ricchezza, ma di quello ben più complesso e più umano
di un’equa distribuzione di essa. Ecco prorompere il problema teoretico
me- desimo nell’azione pratica che può naturalmente degenerare in
manifestazioni brute e violente. Per questo credo si possano notare dei
segni — precursori se volete, ma pur sempre non dubbii — di un
periodo di raccoglimento nell’attività intel- lettiva dell’uomo: è una
specie di sosta nella quale sembra ci domandiamo: « ma è proprio questo
folle avanzare senza mèta, questo ‘‘ progresso ’’ cieco, ciò che
forma la rivelazione più alta della mia Cap. III. - Il valore del
giudizio matematico 139 umanità ? ». O non sarebbe piuttosto
doveroso o, se la parola vi spaventa o la trovate di sapore ar-
caico, più utile, che insieme ci si metta a rimirare il cammino percorso
e che serenamente esaminiamo se tutto in tale cammino significa
effettivamente progresso; se tutte le tappe che abbiamo percorso
furono effettivamente fatte nella stessa direzione, per la stessa via, o
non ci siamo piuttosto smarriti in sentieri trasversali dai quali sarà
saggio ritor- nare sulla strada maestra per poi riprendere di nuovo
il cammino fatti più avveduti dalla dolorosa esperienza provata, più
severi di fronte agli allet- tamenti di un correre verso grandiose conquiste
che più si approfondiscono e più ci rivelano la loro natura illusoria e,
soggiungerebbe uno scettico, derisoria ed ironica ? Senza
dubbio il procedere della matematica verso orizzonti sempre più vasti è
riguardoso e prudente, e prova ne sia che quasi sempre i nuovi
postulati introdotti vengono poi in processo di tempo più o meno
lungo, riscontrati esatti; ma questo non basta per determinarci a credere
che la formulazione dei nuovi postulati, che le necessità sempre
maggiori vanno creando, come quelli antichi presi come punti di
partenza agli albori di tale scienza, siano del tutto simili con i nostri
principii innati. Il controllo ulteriore dell’esattezza dei
postulati medesimi prova come la convenzionalità del mondo
geometrico sia indubbiamente molto limitata e non certo da potersi
estendere agli estremi limiti cui hanno creduto di poter arrivare alcuni
entusiasti della nuova metageometria, identificando appunto la
convenzionalità del mondo euclideo con quella . totale del sistema
metrico decimale. Ma non per questo dobbiamo esagerare l’efficacia del
controllo 140 La posizione gnoseologica della matematica
medesimo : non v’è affatto il bisogno di ammet- tere un’origine
insita nel nostro stesso intelletto perchè dei principii possano essere
considerati per lo meno parzialmente ipotetici, anche se in seguito
vengono riscontrati esatti. È infatti del tutto natu- rale che intelletti
superiori dediti esclusivamente agli studii matematici, con essi quasi
immedesimati (mi si passi l’espressione), abbiano quasi sempre, o
anche sempre, veduto giusto. Ciò, lo abbiamo veduto, può
riscontrarsi anche nelle scienze empiriche ed abbiamo accennato a
scoperte di Galileo e di Newton, le quali hanno la loro lontana origine
in ipotesi, poi controllate valide dal metodo sperimentale.
Ma in ogni modo non è già un errore il supporre, più ancora, il
ritenere indimostrabile una proposi- zione, che poi si riesce a
dimostrare, e, si noti, a dimostrare alcune volte con un carattere pure
in- dubbiamente più rigorosamente scientifico di quello che
effettivamente questa scienza non abbia. Cioè il tendere della matematica
a divenire la vera espres- sione apodittica della nostra conoscenza
sensibile se è rivelato da quanto sopra, è però ostacolato dal miraggio
di estendere sempre maggiormente i suoi confini; di affrontare sempre
nuovi problemi per risolvere i quali necessita molto spesso
l’iposta- sizzazione di una nuova definizione o di un nuovo
postulato che spesso presuppone una definizione. Ciò non può verificarsi
che a detrimento, per lo meno parziale, della necessità e univesalità
dei suoi giudizii; le quali prerogative non possono ammettersi che
condizionatamente all’accettazione dei postulati che vengono man mano
introdotti. Questi possono alla lor volta essere concepiti -be-
Cap. III. - Il valore del giudizio matematico 141 nissimo —
faccio mia l’immagine del Fouillée (1) — come anelli provvisoriamente
posti come indimo- strabili onde il tutto matematico non perda
quella continuità e quell’organicità su cui si basa. E ciò
avviene, alcune volte, con gli stessi mezzi d’indagine con i quali prima
si era dichiarato il contrario. In questo caso la questione non esce dal
campo puramente tecnico del matematico. Se è vero che questi non deve
nemmeno curarsi di sapere se i suoi postulati rispondano più o meno a
delle reali verità, più ancora se per lui la questione è vuota di
senso — lo si sostiene, ma non ne vedo il perchè — compito del matematico
è però di far sì che le ipotesi da lui supposte come punti di.
partenza, debbano necessariamente portare alle deduzioni ch’egli si è
proposto di trarne. Inoltre, nella formulazione delle ipotesi medesime,
egli dovrà non aver nè mancato nè ecceduto: nel corso delle
deduzioni se egli ha formulato un numero insufficiente d’ipotesi, egli
avrà agio di accorger- sene ed eventualmente di rimediare; ma se il
nu- ‘mero d’ ipotesi da lui ammesse è superiore a quello che era
necessario per dimostrare ciò che voleva, egli correrà il pericolo, nota
lo Zeuthen, di « ve- dersi provare da altri che alcune delle sue
ipotesi erano contraddittorie, o potevano derivare le une dalle
altre » (2). Il che significa che anche restringendo al mas-
simo il compito del matematico — nel senso che egli ha il diritto di
prescindere da ogni preoccu- pazione di natura filosofica — egli non può
man- FOVUILLÉEE, L’evenir de la méthaphysique fondée sur
l’expérience. (2) ZEUTHEN, op. cit., tr. fr., pag. 95. 149
La posizione gnoseologica della matematica care però di attenersi
al conflitto sopra detto, cioè far sì che le ipotesi adottate non possano
nel corso delle successive dimostrazioni risultare contraddit-
torie — ciò che è evidente per tutti — ma altresì che esse ipotesi non
possano risultare in alcun modo deducibili da altre proposizioni
note. Ma vi è di più: perchè questo incessante tentativo di
dimostrazione si verifica, se il nostro intelletto ci ha subito fatto
balenare la verità medesima come di una tale evidenza per cui l’
intelletto stesso non doveva non solo riuscire, na nemmeno fentare
di completare ciò che esso stesso trovava quasi parte di se
medesimo ? Tali verità innate dovrebbero imporsi con una tale
violenza al nostro spirito che nessuno pense- rebbe di ricercarne la
spiegazione in modo più concreto e positivo, precisamente come a
nessuno è mai venuto seriamente in mente di dimostrare che a = a, o
altri giudizii di simil natura di per se stessi effettivamente evidenti
(1). Eppure la geometria è piena di tali indagini che .si
possano a buon diritto chiamare vittorie su se stessa. | |
Inoltre, non vi sembra più conseguente che, ove i postulati fossero
in noi verità effettivamente in- nate, non si sentirebbe il bisogno di
aumentarle in omaggio al sempre più vasto campo d’azione della
matematica ? Tale bisogno non potrebbe veri- ficarsi. Ma, mi potreste
rispondere, ciò si verifica in quanto i principii medesimi non si
presentano naturalmente nello stesso numero e con la stessa
intensità al pensiero umano in tutte le gradazioni (1) Si
potrebbero qui ricordare di nuovo le frasi, citate al $ 7, di Platone e
di Pascal. Cap. III. - Il valore" del giudizio matematico
143 del suo sviluppo: i principii innati del primitivo
possono essere ridotti a ben pochi; numerosi in- ‘vece sono quelli
dell’uomo civilizzato odierno. Ciò dipende da cause molteplici nella
ricerca delle quali nemmeno il più rigido idealismo trascen-
dentale può prescindere dalle considerazioni fisio- logiche inerenti al
più complesso sviluppo dei nostri organi mentali ; dell’ereditarietà
concepita come esperienza multimillenaria del nostro intel- letto,
e così via. | Tutte cause-effetti, come si vede,
perfettamente plausibili; ma tuttavia alquanto vaghe a un at- tento
esame, alquanto insufficienti quando ci si trova di fronte al caso
particolare. Leibniz (1), ad esempio, ci dice come l’assioma per il quale
di due linee curve che abbiano entrambe la loro con- cavità dalla
stessa parte è maggiore quella che è al di fuori dell’altra, sia stato
ammesso (unita- mente d’altronde a diversi altri) per la prima
volta da Archimede. Ora possiamo noi credere che effet- tivamente
la pura e semplice evoluzione del pen- siero in sè stante, cioè
indipendentemente da ogni particolare necessità matematica, sia stata
tanto sensibile da Euclide ad Archimede da poter da sè sola
giustificare l’ introduzione della nuova verità fondamentale ?
Non acquisterebbe ben maggior valore la nostra spiegazione se invece
sostenessimo che è stato il particolare sviluppo della geometria in tale
periodo di tempo a fare intuire ad Archimede che, ammet- tendo la
proposizione medesima come verità fon- damentale, egli avrebbe in certo
qual modo potuto dedurre numerose altre proposizioni perfettamente
(1) Nouv. Ess., IV, cap. 7. 144 La posizione gnoseologica
della matematica consone con il principio di contraddizione,
perfet- tamente apodittiche condizionatamente a quel po- stulato,
del quale altri eventualmente avrebbero potuto in seguito stabilire la
certezza ? Per conto mio non vi può essere dubbio nella
scelta delle due interpretazioni: la seconda mi pare s’imponga con decisa
chiarezza alla nostra ragione. E ciò affermando sono ben lungi dal negare
il valore apodittico delle verità risultanti, dato che la mi- nima
convenzionalità che nelle verità stesse credo si debba ammettere
ripensando in alcuni casi alla loro lontana origine, possiamo sperare che
in pro- cesso di tempo possa venire eliminata per quanto abbiamo
sopra esposto riguardo all’ incessante sforzo della matematica per
ridurre a un minimo indispensabile i suoi postulati. È già gran
risul- tato scientifico il poter contare con sicurezza as- soluta
su proposizioni che richiedono, per essere universalmente vere, la sola
condizione di accet- tare: come universalmente vero un determinato
principio, che, si noti, già di per se stesso non è affatto fantastico e
arbitrario, ma principio tanto accettabile dal nostro intelletto da poter
essere preso come base dell’ulteriore costruzione (1). (1)
Da un punto di vista puramente tecnico, e perciò senza diretta relazione
con quanto esposto in quest’ultimo paragrafo, ma importante per ben
comprendere le fondamenta della ma- tematica, si potranno consultare le
opere seguenti: SAUTREAUX, Essai sur les axiomes mathématiques (Grenoble,
Gratier et Rey); DE ContensOoN, Les fondements mathématiques
(Paris, Gauthier-Villars); MAROGER, Lecons critiques et historiques
sur le fondement des mathématiques (Paris, 1908); C. ELLIOTT,
Models to illustratethefoundations of mathematics (Edimburg, 1914);
DELEGUE, Essai sur les principes des sciences mathé- matiques. SUE
DO IO I O DI SO IL DÀ La questione precedente svolta specificatamente
nei riguardi della geometria (1). $ 15. La II dimensione
dello spazio. — La moderna metageometria però, forse troppo imbal-
danzita dal successo — conseguenza naturale della sua stessa giovinezza —
va ben oltre i limiti critici in cui noi ci siamo mantenuti nel precedente
capi- tolo. Essa non si perita d’indagare anche nei più reconditi
presupposti dei fondamenti euclidei, con il negare che la stessa
intuizione dello spazio sia in noi naturalmente identica a quella della
geo- metria euclidea: tale identità è la base sine qua non dell’innata
evidenza dei principii della geo- metria medesima. Pure riconoscendo
l’estrema im- . portanza di questa ultima questione, faccio subito
osservare che ove tale identità, contrariamente a quanto si ritiene oggi
dalla metageometria e da non pochi psicologi, venisse in ultima analisi
con l'essere dimostrata, le obbiezioni sopra esposte (1)
Cenni bibliografici: DEL RE, Sulla struttura geometrica dello spazio
(Napoli, 1911); P. STAECKEL, Geometrische Unter- suchungen (Teubner,
1913); BoREL, Geometrie (Paris, Colin). G. E. BARIÉ, La posizione
gnoseologica della matematica. 10. 146 La posizione gnoseologica
della matematica. tendenti a mostrare un procedimento ipotetico
— sia pure limitatamente quanto si vuole — della matematica e il
suo divenire, resterebbero immu- tate. Abbiamo sostenuto che il valore
universale e necessario del giudizio matematico è il suo dover
essere e non già il suo essere, senza nemmeno alludere alla necessità di
una differenza qualsiasi fra il nostro spazio e quello della
geometria euclidea. Così posti i termini del problema
aggiungo una.” seconda osservazione, intimamente connessa con la
precedente, e cioè che non pretendo affatto ri- solvere in questo
capitolo il complesso problema dello spazio in se stesso considerato,
dato che il problema stesso non è, a mio modo di vedere,
indispensabile, come si è osservato, per arrivare alle conclusioni cui
siamo arrivati; ma l’impor- tanza di tale questione è estrema piuttosto
per quei filosofi che incondizionatamente ammettono i principii
kantiani anche nelle loro conseguenze ultime e particolari. Kant stesso
per sostenere il suo punto di vista, ammette tale identità d’intui-
zione spaziale. Per quanto non ce ne dia mai una esplicita dimostrazione,
o per lo meno passi a svolgere con ampiezza tale sua convinzione, vi
è però un punto nei « Prolegomeni » che non per- mette si possano
avere al riguardo dubbii di sorta. Alludo alla osservazione III, nella quale,
dopo aver constatato ancora una volta che lo spazio non è nelle
cose, ma è un’ intuizione «a priori » che ci permette di stabilire
un rapporto fra noi e il mondo esterno, intuizione senza la quale noi non
po- tremmo arrivare alla conoscenza sensibile, Kant osserva che non
per questo si deve ritenersi auto- rizzati a ritenere che lo spazio
medesimo sia Cap. IV. - La questione precedente ecc. 147
qualche cosa d’immaginario, dal soggetto arbi- trariamente
creato. Se così fosse «lo spazio del geometra verrebbe ad
essere considerato come una semplice inven- zione senza validità
obbiettiva ». Ma in che modo sì potrebbe poi spiegare la strana
combinazione che le cose vengono poi a «concordare con l’im- magine
che noi ce ne* facciamo in antecedenza da noi? ». | Che tale
d’altra parte sia la sicurezza su cui Kant si basa è anche l’opinione dei
più notevoli interpreti del suo pensiero. Il Martinetti ne) suo
«Commento ai Prolegomeni » (pag. 224-225), alla domanda postasi del come
può essere il valore universale e necessario delle proposizioni
geome- triche, così interpreta : « Ciò avviene -— risponde Kant —
in quanto lo spazio del matematico e lo spazio nel quale si trovano i
corpi sono, in fondo, una cosa sola: lo spazio reale non è un
misterioso recipiente a cui lo spirito sia estraneo, ma è una
costruzione formale dello spirito conoscente in ge- nere e le leggi che
il matematico trova, quando considera questa funzione dello spirito,
astrazion fatta dal contenuto che in detta costruzione for- male
viene ordinato, valgono necessariamente delle cose corporee, perchè
queste sono appunto il risul- tato della costruzione stessa ». |
Anche qui, come già nel brano riportato da Kant, dobbiamo
distinguere : quello che partico- larmente importa all’argomento che
stiamo trat- tando è dato dal primo periodo da cui risulta che lo
spazio nostro intuitivo e quello del geometra euclideo sono in fondo una
cosa sola. Su questa necessità avrà d’altronde il Martinetti a ritornare
per conto suo, nello stesso « Commento », quando, 148 La posizione
gnoseologica della matematica combattendo le conseguenze estreme
(la totale con- venzionalità del mondo matematico) cui sono ar-
rivati gli esponenti della metageometria (es. Poin- caré, Rougier, ecc.)
e alcuni fisici che andarono oltre basandosi su di essa (es. Helmholtz)
si schie- rerà risolutamente all’estremo opposto (la nessuna .
convenzionalità del mondo matematico) accettando senza restrizioni la
dottrina kantiana dell’apoditti- cità dei giudizii matematici,
completandola di quelle. considerazioni che le scoperte della
metageometria hanno ora reso possibile (1). Il Martinetti cioè,
sostenendo la completa indifferenza della dottrina kantiana di fronte
alle indagini della metageo- metria, si appoggerà prevalentemente al
concetto che qualunque siano per essere le geometrie pos- sibili,
tuttavia « uno spazio a tre dimensioni di- verso dal nostro, o uno spazio
a più di tre dimen- sioni, non possono venir costruiti che in astratto
o simbolicamente rappresentati per mezzo di ele- menti tolti al nostro
spazio » (2). Il Paulsen (3) pure interpreta che Kant faccia
risiedere la validità obbiettiva dei giudizii mate- “matici, anche in
quanto « lo spazio in cui la geo- metria (4) opera la sua costruzione ‘a
priori ’’, cioè lo spazio della nostra rappresentazione è pre-
cisamente lo stesso spazio in cui sono i corpi ». La relativa
chiarezza dell’espressione dipende qui, come si vedrà meglio naturalmente
sull’ori- ginale, dal non trattare l’A. la questione dal punto ‘ di
vista problematico della metageometria, ma il significato è lo
stesso. (1) Op. cit., pag. 239-242. (2) Nel Commento
cit., pag. 240. (3) F. PAULSEN, Kant (tr. it.), pag. 130. (4)
Bene inteso geometria euclidea. Cap. IV. - La questione precedente
ecc. 149 $ 16. L’intuizione spaziale ‘ a priori ”’ e lo
spazio euclideo. — È d’altra parte indubitale che Kant così pensasse :
soltanto a titolo di definitiva conferma ho in proposito citato il
Martinetti e il Paulsen. È qui facilissimo cadere in errore.
Per questo nello svolgimento ulteriore del problema inerente all’
intuizione spaziale non mi preoccuperò che di render ben chiaro il mio
pensiero, incorrendo eventualmente anche in prolissità apparenti e
ripetizioni. Possiamo frattanto osservare subito come la dot-
trina kantiana dello spazio da un punto di vista generalissimo (1) è in
fondo ammessa anche da coloro che negano l’innatezza e l’invariabilità
del- l'intuizione spaziale medesima. Ma il problema non ha nemmeno
ragione di sussistere nei riguardi di Kant, come fa ad esempio lo
Stefanescu in un libro (2) pertanto sotto molti aspetti notevole.
Dice lo Stefanescu : « L’idea di spazio quale noi ce la rappresentiamo
abitualmente oggi e quale la concepisce Kant è un tutto omogeneo,
infinito, continuo, che non ha il suo centro in nessuna parte, dove
si possono costruire a volontà figure , simili ecc. » (3). E fin qui
possiamo anche essere d’accordo: ciò è indubbiamente molto vago e
in- determinato, ma risponde a verità. . Ma non ci
comprendiamo più quando lo Stefa- | nescu soggiunge: « È una forma “a
priori ’’, in- variabile, sempre identica a se medesima? No,
(1) Come qualche cosa d’inafferrabile e d’infinito che tutto .
informa. (2) M. StEFANESCU, Le dualisme logique (Paris,
Alcan). (3) Op. cit., pag. 132. 150 La posizione
gnoseologica della matematica perchè noi sappiamo storicamente
ch’essa si è modificata e che essa è ancora possibile di varia-
zioni; a fianco di una geometria euclidea, noi abbiamo delle geometrie
non euclidee» e così via di seguito. Prima di tutto noi non possiamo
affatto affermare storicamente che la nostra intuizione spaziale si
sia modificata nel corso del tempo. In secondo luogo non significa
proprio nulla l’esempio addotto dell’esistenza di geometrie non euctidee
: questo non viene affatto di per sè solo, ad intac- care
l’invariabilità della nostra umana intuizione dello spazio. Già Kant
aveva preveduto ed am- messo (1). La questione è ben diversa.
Le geometrie non euclidee già esistenti si appoggiano sopra un’in-
. tuizione spaziale che certamente non è la nostra fisiologica, ma
creazione ipotetica che significa sol- tanto questo: se noi modificassimo
l’ intuizione spaziale che è a fondamento della geometria eu-
clidea ben diverse verrebbero ad essere le « verità » ottenute. Questa
nuova intuizione dello spazio non è perciò l’effetto di un processo
modificatore storico- . fisiologico, come lo Stefanescu sembra credere, ma
soltanto di una convenzione ipotetica che verrebbe in certo modo a
coartare la nostra sensibilità. Ed ecco affacciarsi qui il punto
fondamentale della questione: siamo noi sicuri di quest’ iden- tità
fra la nostra naturale umana intuizione dello spazio e quello della
geometria euclidea che ab- biamo mostrato nel paragrafo seguente essere
il . fondamento indispensabile per accettare senza ri- . serve il
valore apodittico del giudizio geometrico come Kant vuole ?
(1) Cfr. questo libro, Cap. III, $ 11, pag. 106, Cap. IV. - La
questione precedente ecc. 151 L’errore della metageometria al
riguardo, anche degli esponenti più riservati di essa, è stato
quello di affermare senz’ altro la totale convenzionalità della
geometria euclidea in quanto altre geometrie hanno potuto costruirsi con
conclusioni rigorosa- mente esatte e diverse da quelle della
geometria euclidea. Errore, in quanto a tale affermazione si
sarebbe potuto arrivare soltanto nel caso che le geometrie diverse dalla
geometria euclidea si fon- dassero sopra un’intuizione dello spazio pure
a tre dimensioni: ciò che, sino ad ora, non è stato possibile. Gli
studi del Lobatchefski e del Riemann riguardano un mondo diverso da
quello della nostra sensibilità e pure inchinandoci ossequienti alle
loro ipotesi geniali, non possiamo certo basarci su di esse per intaccare
nè l’universalità e necessità dei giudizii nè l’apriorità dei principii
matematici, apriorità che d’altronde essi non pongono meno- mamente
in dubbio, almeno considerando l’aprio-. rità soltanto come non
empiricità e non come in- natezza. La questione della terza
dimensione nella nostra intuizione spaziale si presenta al nostro esame
sotto un aspetto psicologico e sotto un aspetto rigida- mente
geometrico. Sotto il primo aspetto la que- stione non fornisce veramente
all’attenzione dello studioso elementi tali che ci possano portare a
con- cludere logicamente in un modo o nell’altro: sotto l’aspetto
geometrico, senza potere affermare essere la questione medesima molto
innanzi, possiamo indubbiamente trovare in esso più solidi punti di
appoggio. | È evidente che soltanto dalla fusione degli
sforzi concordi di matematici e di psicologi si potrebbe su tal
punto arrivare ad una chiarificazione. Ma 152 La posizione
gnoseologica della matematica ciò si presenta sempre più difficile
con la sempre maggiore specializzazione delle singole scienze, la
quale, se si è resa necessaria per efficacemente pro- seguire nel campo
del conoscere, ha anche portato disgraziatamente — perchè non confessarlo?
—- ad una specie di diffidenza fra i cultori di questa o quella
disciplina. Da un punto di vista molto generale, qualche cosa
indubbiamente si è fatto nella seconda metà del secolo scorso; ma si mirò
allora piuttosto a. indagini atte a trovare un metodo, superiore ad
ogni sospetto per la sua obbiettività assoluta, onde poter controllare i
fenomeni psichici, tanto da poter arrivare alla formulazione di leggi
psichiche con metodo matematico (1). Ma questo movimento,
oltre all’ essersi mante- nuto troppo sulle generali, come si è
osservato, per poter avere efficacia diretta sul particolare ar-
gomento della terza dimensione che stiamo trat- tando, presenta anche
l’inconveniente comune a tutti gli indirizzi filosofici del genere:
l’assogget- tare cioè ogni ricerca, anche di carattere metafi-
sico, a un criterio puramente matematico. Ciò porta alla necessità prima
di postulare su ipotesi e alla conseguenza inevitabile di dover poi
forzatamente far rientrare il tutto quasi in un piano prestabilito.
Quello che abbiamo già accennato nei riguardi di Cartesio e di
Spinoza (2) si presenta qui in tutta la sua chiarezza, con l’aggravante
della mancanza della grandiosità unitaria della visione sintetica
(1) Cfr. ad esempio: G. Tu. FEcHNER, Revision der Haupt- punkte der
Psychophysik (Leipzig, 1882); H. MiNnSsrERBERG, Ueber Aufgabe und
Methoden der Psychologie (Leipzig, 1891). (2) Cap. 1, 85.
Cap. IV. - La questione precedente ecc. 153 dell’universo
preso nel suo complesso, e con la pretesa di adottare, quasi caso per
caso, l’applica- zione del metodo matematico a ricerche sperimen-
talmente impostate, come si tende a fare nella moderna psicologia.
Specificatasi come scienza par- ticolare, allontanatasi perciò dalla
filosofia, della quale non era stata fino allora che un capitolo,
non poteva trovare appoggio che in un criterio positivo di ricerca e
diventare sopra tutto speri- mentale. ——. Non quindi una
collaborazione simile a quella verificatasi fra psicologia e matematica è
da auspi- carsi per poter approfondire il problema della terza
dimensione, perchè essa, più che fusione di sforzi significava
incondizionata accettazione di metodo ; ma nella collaborazione reciproca
dei risultati ot- tenuti, i quali frutti soltanto dal filosofo
potranno essere portati alla loro espressione ultima. Ciò non
essendosi ancora verificato, la questione che ci preoccupa non può
sfuggire del tutto, mal- grado la buona volontà, ad una certa
indetermi- natezza. Cerchiamo perciò di precisare con la
maggiore chiarezza possibile il problema: è la nostra intui- zione
dello spazio identica a quella della geometria euclidea? Sarà in primo
luogo necessario stabilire se è in noi la terza dimensione effettivamente
in- nata, a priori. Facciamo subito notare come la stessa
Landa zione del problema non intacca nemmeno lontana- mente la
nostra concezione idealistica della mate- matica: e che anche qui, nel
caso particolare della terza dimensione, come dianzi, nel problema
del- l’ intuizione spaziale più genericamente esaminato, qualunque
possa essere la soluzione di esso pro- 154 La posizione
gnoscologica della matematica blema, anche se affermativa, non
nuocerebbe alla tesi che siamo venuti svolgendo in merito al ca-
rattere parzialmente ipotetico della geometria : ove la soluzione stessa
ci portasse poi a una risposta negativa, la incondizionata sicurezza del
giudizio matematico non potrebbe in alcun modo sussistere. È
evidente che non si possono ammettere come del tutto innati nell’ uomo
principii che presuppon- gono un’intuizione spaziale differente da
quella insita nell'uomo medesimo. Noi sappiamo, ad es., che il
postulato di Euclide ha valore soltanto per uno spazio a tre dimensioni:
se il nostro spazio non fosse a tre dimensioni, cadrebbe
senz'altro, non già l’apriorità originaria del postulato me-
desimo, ma certamente il suo valore universale e necessario, dato che la
sua obbiettività non sarebbe se non accettando come punto di partenza
insin- dacabile un’ ipotesi, che sapremmo già non rispon- dere a
verità, in quanto basata su di uno spazio a tre dimensioni, che non
sarebbe già il nostro spazio naturale, ma uno spazio che noi
avremmo in certo qual modo preso a prestito. La questione è,
come sì vede, di tale natura da avere il suo logico svolgimento in
trattati parti- colari di psicologia o di matematica, a seconda del
punto di vista sotto cui essa verrebbe svolta; ma essa è di tale importanza
per determinare l’esatta posizione della geometria nella teoria della
cono- scenza, che qualche delucidazione è qui necessaria. Necessità
tanto per i filosofi, onde essi non si chiu- dano in una rigidezza non
sempre giustificata din- nanzi alle indagini della scienza moderna e sopra
tutto alle indagini svolte in questo campo partico- lare; quanto, e più
sensibilmente ancora, per i ma- tematici e i fisici del nuovo indirizzo
metageometrico, i quali, male interpretando la dottrina di Kant,
credettero di ravvisare nella sola possibilità di concepire una geometria
diversa da quella eu- clidea, il tallone d’ Achille della dottrina
medesima, meritandosi così il biasimo di quei filosofi che ve- dono
nelle loro argomentazioni e ricerche una specie di circolo vizioso in
quanto queste « presuppongono già tutte quella costituzione particolare
del mondo- dell’esperienza che se ne vorrebbe derivare» (1).
Così non possiamo passare sotto silenzio che un matematico come il
Poincaré venga proprio a con- cludere che la nostra intuizione dello
spazio dif- ferisce da quella di Euclide, che presuppone una
omogeneità ed un’isotropia che non possiamo in alcun modo — reputa almeno
il Poincaré — ri- scontrare naturalmente nella nostra (2). Tale
con- statazione esce forse dal campo puramente matema- tico per
coinvolgere, come si vede, una questione psicologica; ma i due aspetti
del problema sono fra loro talmente connessi, che mal si potrebbe
trattarli in modo del tutto indipendente l’ uno dal- l’altro. È
doveroso inoltre riconoscere che tutti questi (1) V. il Commento
di Martinetti ai Prolegomeni, pag. 241. (2)
Analogamente L. RouciER, La Philosophie géométrique . de Henri Poincaré,
pag. 100. Il
Rougier aggiunge a favore della relatività dello spazio (oltre
all’omogeneità e all’isotropia) altre due prerogative, e cioè: il non
comportare lo spazio al- ‘ cuna grandezza assoluta e l’essere a amorfo-1.
Come si vede però questi ultimi due non sono caratteri differenziali o
per lo meno ammessi come differenziali fra il nostro spazio e
quello della geometria euclidea, ma sono unicamente in appoggio
alla relatività generica di ogni intuizione spaziale, concetto che
la filosofia ha già fatto suo da un pezzo. La teoria del Poincaré
su tale problema più generale troverai in: La relativité de
l’espace (L’Année psychologique, XMI, 1907, 1, 17). 156 La
posizione gnoseologica della matematica matematici — e ciò sia
detto a loro onorè — nelle loro ansiose ricerche, spingono queste al di
là della stretta cerchia tecnica in cui potrebbero contenerle e che
le complesse e molto spesso vacillanti dot- trine della fisiologia non li
spaventano. In tal modo accade ad es. di esprimersi al Poincaré (1),
dopo avere affrontato l’aspetto fisiologico del problema: «Se così
fosse, se una sensazione muscolare non potesse nascere se non
accompagnata da questo sen- timento geometrico della direzione, lo spazio
geome- trico sarebbe allora veramente una forma imposta alla nostra
sensibilità », parole che ci ricordano quelle del James: « Il senso
muscolare non ha un ufficio notevole nella generazione delle nostre
sen- sazioni di forma, direzione », ecc. (2). Così non
possiamo passare sotto silenzio che uno psicologico come lo stesso James,
pure concludendo per conto suo che la terza dimensione « forma un
elemento originario di tutte le nostre sensazioni spaziali » (3),
riconosca tuttavia notevolissimo va- lore alla posizione opposta assunta
dalla maggior parte degli psicologi e che sia costretto a ricono-
scere egli stesso che indubbiamente il concetto della terza dimensione
non può essere senz’altro accet- tato come quello delle altre due
dimensioni (4). Nè sì deve dimenticare come ben prima di
tutto ciò, il Berkeley considerasse la distanza come data
(1) V. La science et l’hypothese, pag. 73 segg. (2) .W. James,
Psicologia (tr. it.), pag. 355. (3) Op. cit., pag. 357.
(4) Il Vaissiàre, senza trattare particolarmente la questione, ha
un'eccellente espressione per indicare l’insufficienza della vista per
determinare, anche soltanto fisiologicamente, la distanza: « Nous nous
servons de nos. lignes visuelles comme l’aveugle se serve de son baton ».
V. Psychologie Expérimentale, pag. 78. I Cap. IV. -
La questione precedente ecc. > 157 in noi puramente in modo
tattile, distinguendola così dalle altre sensazioni spaziali, proprie
invece sopra tutto dell’organo visivo. Le prove fatte sui
ciechi nati, di cui ci parla la psicologia sperimentale, possono
indubbiamente far pensare, far dubitare che nel loro complesso le
fi- gure geometriche non possono essere concepite — malgrado la
pretesa evidenza innata della defini- © zione — da un cieco nato.
L’esempio che il James riferisce, a proposito di tutt'altro argomento,
del- l’esperienza del dottor Franz è quanto mai signi- ficativo per
il problema che stiamo esaminando: un giovane, cui il dottor Franz diede
la vista to- gliendogli la cataratta, posto dinnanzi a delle fi- .
gure geometriche, ebbe a dichiarare «che queste | non sarebbero state
affatto capaci di dargli l’ idea di un quadrato o di un circolo se egli
non avesse percepita, sulla punta delle dita, la sensazione di ciò
che ora vedeva come se toccasse realmente gli oggetti » (1).
Riconosco perfettamente che tali allusioni e tali esempi hanno in
fondo un valore puramente rela- tivo, in quanto altri esempi si
potrebbero portare contro questi ed esempi forse di non minore va-
lore. Così degno di nota, come argomentazione con- traria all'esperienza
del dottor Franz, è indubbia- mente il caso di quel matematico Saunderson
che riuscì a costruire, ci dice il Mach, un sistema geo- metrico
intelligibile anche per chi vede, pure es- sendo nato e rimasto cieco. E
su questo come su altri esempii si potrebbero svolgere
considerazioni che potrebbero eventualmente portarci a conclu-
(1) JAMES, op. cit., pag. 309. Il James lo riporta trattando dell’
immaginazione. | 158 La posizione gnoseologica della
matematica sioni opposte a quelle cui sembrerebbe doversi
necessariamente arrivare basandoci soltanto sulle prime da noi dianzi
esposte (1). $ 17. La teoria del Poincaré sulla III dimen-
sione. Ben diverso risultato possiamo invece conseguire esaminando la
questione della terza di- mensione nel pensiero dei matematici;
innanzi tutto, per la più precisa impostazione del pro- blema; in
secondo luogo perchè il problema me- desimo è da loro direttamente
trattato e non sol- tanto incidentalmente com'è nei libri di
psicologia e di fisiologia. Le osservazioni dei pensatori ma-
tematici al riguardo hanno indubbiamente valore notevole per il rigore
del procedimento. Decisive sarebbero, ove dovessimo accettarle senza
obbie- zioni, le differenze che il Poincaré — per non pren- dere
che l’esponente più insigne di tale corrente (1) Il caso del cieco
nato Saunderson dà al Mach l’occasione di uscire in notevoli
considerazioni inerenti al senso della vista nella nostra intuizione
spaziale, ma esse soltanto molto indi- rettamente potrebbero riguardare
il problema particolare che c’ interessa, e precisamente soltanto nei
limiti dello spazio fisio- logico, che potrebbe avere attinenza con
quanto sopra soltanto per mostrare se la terza dimensione debba in noi
ritenersi alla stessa stregua delle altre, oppure se essa sia stata
acquisita in seguito o comunque circoscritta soltanto ad alcuni organi
di senso. Può in ogni modo interessare quanto la fisica, in senso
rigoroso, pensi. sull’argomento. Il Mach ne tratta, per quanto io sappia,
segnatamente in: La connaissance et l'erreur (cap. XXII,
Le temps et l’espace en physique), Analisi delle sensazioni (cap. VI, Sensazioni spaziali
nella vista; nonchè nei cap. IV, VII, X dello stesso libro), e inoltre in
uno studio particolare: Sull’effetto fisiologico degli stimoli di luce
distri- buiti nello spazio. Si troverà in tali svolgimenti anche una
scelta bibliografia, per quanto limitata ai soli autori che il Mach
combatte o sui quali si appoggia. . - La questione precedente ecc.
- — ha creduto di poter affermare fra la nostra
na- turale intuizione spaziale e quella che serve di pre- supposto
necessario alla geometria euclidea: e ciò non tanto riguardo alle
particolarità dell’ omoge- neità e dell’isotropia che sono in questa e
non sarebbero in quella, dato che esse mi sembrano di ben difficile
determinazione, quanto nell’affer- mazione che il Poincaré non esita a
fare riguardo alla pura e semplice convenzionalità, comodità — per
usare la sua precisa parola — delle tre di- mensioni del nostro stesso
spazio naturale. Noi abbiamo già con sufficiente ampiezza mo-
strato come Kant e i filosofi che direttamente a Kant si riconnettono
sull’argomento, ritengono essi medesimi indispensabile che, per il valore
incon- dizionato della loro dottrina, la nostra intuizione dello
spazio sia, appunto, a tre dimensioni: donde il valore grandissimo di
tale teoria del Poincaré. Ma riesce egli nel suo scopo? Non mi
pare. Da un punto di vista filosofico (idealistico) le sue
acutissime considerazioni sullo spazio non presen- tano il minimo
interesse specifico; non presentano cioè che quell’interesse generico che
qualunque dottrina scientifica offre allo studioso; ma da tale
dottrina esce illesa la teoria kantiana della natura aprioristica della
nostra intuizione spaziale e del numero delle sue dimensioni.
Precisiamo meglio. La dottrina del Poincaré sullo spazio è una
nuova conferma — ove ce ne fosse stato bisogno — della sua mente
straordi- nariamente aperta ad afferrare l’intima essenza delle
cose e non già soltanto la loro veste appa- rente; dote questa — è
dolorosa ma necessaria constatazione — che non è molto frequente
negli scienziati, nemmeno fra i più insigni di essi: ma 160
La posizione gnoseologica della matematica essa dottrina ci rivela
altresì una mediocrissima conoscenza del pensiero di Kant.
Vediamo di esporre tale dottrina almeno nelle sue linee essenziali
e sotto il suo aspetto partico- lare, veramente originale questo, del
come sia sorta nella geometria euclidea la concezione di uno:
spazio a tre dimensioni. Ponendosi nettamente il problema: che cosa
in- tendiamo noi dire parlando di dimensioni dello spazio (1), il
Poincaré vede la necessità di arrivare prima che al concetto di
dimensione al concetto di divisione di un « continuo ». Che cosa si debba
intendere per « continuo » fisico l'A. ha già mo- strato in « La Science
et l’Hypotèse » e mostra nuovamente in «La Valeur de la Science »:
pos- siamo avere l’idea di un continuo fisico tutte le volte che
noi siamo capaci di distinguere due im- pressioni l’una dall’altra, senza
che queste pos- sano alla loro volta essere distinte da una terza
intermedia. Gli esempii sono numerosissimi in ogni nostra sensazione, ma
per non uscire dal campo prescelto e per adottare l’esempio dell’A.,
pos- siamo pensare a due oggetti leggerissimi A, C, di cui il peso
di A = 10 grammi, il peso di C = 12 grammi. Una mano un po’ esercitata
può distin- guere che A è più leggiero di C; ma se noi pren- diamo
un altro oggetto B che pesì 11 grammi, ecco che quella stessa mano non
distinguerà B nè da A nè da C. Da cui si verrebbe a ricavare:
A=B, B=C, A<C (1) Cfr. anche l’articolo del PoINcARÉ:
L’espace et ses trois dimensions (Revue de méthaphysique et de morale,
1903, pag. 281-301, 407-429). Cap. IV. - La questione
precedente ecc. 161. conclusione di cui è evidente l’assurdo. Nè
miglior risultato noi avremmo se invece di fidarci della mano
esercitata, adoperassimo la più perfezionata delle bilance. Si verrebbe
pur sempre a conclu- dere in una contraddizione anche se i termini
di essa sarebbero infinitamente più vicini che non 4 con B e B con
C nell’esempio citato. Tale contraddizione è stata tolta con
l’introdu- zione del continuo matematico, ed appunto per intendere
questo ci siamo rifatti al continuo fisico : « C'est l’esprit seul » dice
giustamente il Poincaré, che può risolvere la contraddizione medesima
(1). Ma che cosa ha a che vedere con tutto ciò il numero
delle dimensioni dello spazio? Innanzi tutto « che cosa vogliamo dire
quando diciamo che un continuo matematico o un continuo fisico ha
due o tre dimensioni ? » (2). Continuando nel- l'esempio citato e
introdotta una distinzione non soltanto fra (A e C, ma anche fra Ae Be
fra B e C contrariamente a quanto ha potuto rivelarci la sola.
esperienza bruta, si potrà sempre consi- | derare una serie di elementi
E; Fs...... . En, i quali siano fra A e Be tali che ciascuno di essi
non sia distinguibile da quello immediatamente prece- dente o
susseguente, così : A=H,, E, = Ea. seseo En = B . da
cui risulta che l’assurdità della serie precedente non è stata in fondo
che differita. Per venirne alla soluzione siamo perciò costretti a
introdurre un nuovo elemento, puramente astratto questo e che il
Poincaré chiama «la notion de coupure ». Tale
(1) La Valeur de la Science, pag. 70. (2) Op. cit., pag. 70.
G.
E. BARIÉ, La posizione gnoseologica della matematica. 11. 162 La
posisione gnoseologica della matematica nozione, lo dice il suo
stesso nome, ci permetterà di supporre che questa ininterrotta serie
d’iden- tità parziali non sia: ciò ci permetterà di pren- dere in
esame qualcuno degli elementi di C, cosa che non avremmo potuto fare
continuando a ve- dere in C un continuo ininterrotto. Tali elementi
che prendiamo ad esaminare potranno essere o tutti distinguibili gli uni
dagli altri, o formare essi stessi uno o diversi continui. Tali
elementi così arbitrariamente considerati sono appunto le «
Coupures » del Poincaré: esaminiamo allora di nuovo con tale criterio
arbitrariamente ottenuto il continuo C. La differente situazione creata
ci permetterà di distinguere due nuovi casi, i quali passiamo ad
esaminare, osservando però che gli elementi della serie E introdotti nel
continuo €, continuano come prima a rispondere ai due requi- siti
di appartenere tutti a C e che ciascuno di essi non è distinguibile da
quello immediatamente sus- seguente o precedente. I due nuovi
casi sotto i quali le « coupures » possono presentarcisi sono questi: 1°
che esse siano tutte distinguibili da tutti gli elementi della
serie Z; 2° che una di esse non sia distinguibile da uno degli elementi
E. Nel primo caso C re- sterà sempre un continuo ininterrotto ; nel
secondo C sarà diviso. Siamo venuti così a introdurre una
nuova no- zione : quella di divisione. Essa, come già la « cou-
pure », ci porterà ad esaminare due altri casì: 1° di considerare per
divisione di un continuo delle « coupures » date da elementi tutti fra
loro differenti e allora il continuo sarà a una.dimen- sione ; 2°
di considerare per divisione di un con- tinuo che le « coupures » debbano
alla loro volta Cap. IV. - La questione precedente ecc. 1630
formare esse stesse uno o più continui, e allora il continuo base
sarà a più dimensioni. E ancora, ultima distinzione, se adottiamo
que- st’ultima ipotesi (« coupures » di un continuo che formano
altri continui) e i continui che ne risul- tano sono tutti a una
dimensione, il continuo € sarà allora a due dimensioni, se invece i
continui che ne risultano sono a due dimensioni, il con- tinuo C
sarà a tre dimensioni (1). Come si vede tutta la teoria del
Poincaré per ar- rivare al concetto di dimensione, è una
successione di definizioni. È quindi necessario che, perchè esse
siano accettate per lo svolgimento della sua tesi, corrispondano al
procedimento per il quale nella geometria euclidea si è venuto
introducendo il concetto dello spazio a tre dimensioni. Ed effetti-
vamente la concezione è la stessa : le « coupures » in questo caso
introdotte per la divisione dello spazio sono la superficie, la linea e
il punto (2). Posta così la nozione di spazio, il Poincaré
passa ad esaminare il caso specifico della terza dimen- sione in
genere, non vedendo perchè mai si do- vrebbe attribuire valore diverso da
quello di sem- plice convenzione utilitaria alla intuizione
spaziale a tre dimensioni. Noi verremmo così a seguire l’A. in
considerazioni e' constatazioni molto dotte, di . natura queste
prevalentemente fisiologica, dalle quali si dovrebbe dedurre che, se il
processo della (1) Ho cercato di esporre tale teoria del Poincaré
il più bre- vemente e chiaramente che mi è stato possibile
corredando incidentalmente la stessa (esposta in La Valeur de la
Science, cap. III) con altri pensieri e concetti dallo stesso A. svolti
in altre sue opere e segnatamente in Sc. Hyp. e in Science et
Méthode. (2) Cfr. Porncaré, La Valeur de la Science, pag. 74
segg. ‘164 La posizione gnoseologica della matematica
sensazione non si verificasse in noi nel modo noto, ecc. noi non avremmo
già uno spazio a tre dimensioni, ma di un altro numero di
dimensioni, numero variabile a seconda delle diverse ipotesi.
$ 18. Critica della teoria precedente. — Tutte queste
considerazioni del Poincaré sia per quello che riguarda la teoria della
nozione di spazio, la quale abbiamo ritenuto opportuno di esporre
in quanto essa presenta indubbiamente dei lati pro- fondamente
originali; sia per quello che riguarda le deduzioni che egli crede di
poterne trarre, per le quali rimandiamo alle sue opere ritenendole
note nelle loro linee essenziali, cadono di fronte a una sola
obbiezione (1) di una semplicità estrema, questa : tali argomentazioni
avrebbero valore de- cisivo anche rispetto alla dottrina kantiana
ed anche all’ idealismo gnoseologico — sotto questo aspetto
convergenti — se l’una e l’altro non aves- sero già detto ciò; non
avessero già dimostrato cioè che lo spazio è per essi la pura forma
della sensibilità; non riguardare cioè esso in alcun modo la verità
assoluta. Il venire a dirci, come fa il Bolis che ove in noi
non si verificasse una certa sensazione di (1) L’obbiezione
medesima ha naturalmente valore anche per la teoria del matematico
francese riguardo alla nozione del tempo, che qui non abbiamo considerato
per maggiore brevità e semplicità: la concezione idealistica del valore
del giudizio matematico non ha nulla a soffrire di ciò; il tutto
potrebbe facilmente essere esteso anche riguardo all’ intuizione
tempo- rale, che non-presenta, da un punto di vista gnoseologico,
al- cuna differenza essenziale con quella spaziale. In Sc. Hyp. il
Poincaré conclude esplicitamente a un errore di Kant: meno
esplicitamente, ma tuttavia in modo non dubbio. V. La Valeur de la
Science, II. 4 Cap. IV. - La questione precedente
eco. 165 convergenza in due sensazioni visive, che dovreb-
bero in certo qual modo mantenersi separate e che tali specie di
sensazioni di convergenza — l’espres- sione è fisiologicamente alquanto
discutibile, ma ciò non conta per quanto andiamo osservando — sia a
sua volta sempre accompagnata — l’espe- rienza almeno ce lo conferma — da
una stessa sen- sazione di accomodamento, noi avremmo una intui-
zione dello spazio non più a tre, ma a quattro di- mensioni (1), non
intacca affatto Kant e quello che una corrente idealistica derivata dal
criticismo kantiano hanno già posto chiaramente in luce da un pezzo
: essere cioè l’intuizione dello spazio uni- camente inerente alla realtà
come è in natura (sen- sibile) e non come dovrebbe essere
(razionale). Certo un « dover essere » c’è già nella conoscenza
sensibile, più ancora in qualunque percezione, e c’è già proprio per la
funzione del tempo e dello spazio. Ma tale funzione ben lungi dal poterci
dare il dover essere che appaghi la nostra ragione, si limita a far
sentire al nostro pensiero il bisogno appunto di una più profonda sintesi
verso una più definitiva realtà come Hegel ci ha mostrato.
Contrariamente quindi a quanto il Poincaré stesso e molti suoi
seguaci — come ad es. Luigi Rougier (2) — e non pochi fisiologi illustri
che si | sono occupati direttamente della questione — come ad es.
l’Helmholtz (3) —, la teoria del matematico (1) Cfr. La Valeur de
la Science, pag. 90 segg. (2) L. Roucier, La
Philosophie géométrique de H. Poin- caré, Paris, 1920. V. pure ad opera di
diversi matematici di questa scuola (V. Volterra, I. Hadamard, P.
Langevin, P. Bou- troux), il notevole volume: Henri Poincaré, LOCUUrE
scienti- fique, l’oeuvre philosophique. HeLMHOLTZ, Wissenschaftliche
ina II, 166 La posizione gnoseologica della matematica
francese segna al riguardo la prova che la scienza dà di una
precedente speculazione filosofica, com'è d’altra parte logico che sia.
Ma ciò non può au- torizzare alcuno a concludere che « tutto ciò
che noi possiamo dire è che l’esperienza ci ha ap- preso che è
comodo attribuire allo spazio tre di- mensioni ». La
conclusione va bene al di là dei risultati ottenuti : basandoci
rigorosamente su di essi noi possiamo, oggi, soltanto concludere che l’
intui- zione dello spazio a tre dimensioni è l’unica pos- sibile
per l’uomo nel mondo nel quale esso vive. Per questo e nel primo capitolo
e nel secondo non mi sono mai stancato di ripetere a sazietà che
l’aritmetica e la geometria dovendo basarsi esclu- sivamente sulle forme
proprie della conoscenza sensibile (tempo e spazio), non possono e non
po- tranno mai assurgere alla ricerca della verità as- soluta,
concezione questa che la metageometria contemporanea ha creduto essa di
scoprire, mentre invece era già una constatazione da lungo tempo —
da Kant — acquisita incrollabilmente. La reale importanza che la
metageometria pre- senta per il filosofo, non già in quanto essa
abbia originato il problema, ma certo in quanto ai ten- tativi di
soluzione di questo ha portato notevole contributo, è unicamente questo :
hanno le verità matematiche, condizionatamente alla conoscenza
sensibile, valore universale e necessario? Tale problema si è appunto
trattato specificatamente nel terzo capitolo: per la soluzione di esso
ho creduto di poter prospettare la tesi di un tendere, di un
divenire della matematica ad essere tale espressione — che è precisamente
il suo « dover essere » — ma che, contrariamente a Kant, penso
Cap. IV. - La questione precedente ecc. 167 che la
matematica non ha ancora raggiunto e mai potrà raggiungere se non
ritornando in certo qual modo sul cammino percorso, compiendo
quell’opera di riflessione sull’ampia messe di risultati raccolti,
senza preoccuparsi di estendere ancor più il pro- prio campo conoscitivo,
il che non potrebbe fare se non introducendo ognor più nuovi postulati.
In poche parole : limitando o per lo meno non esten- dendo il
proprio dominio e preoccuparsi piuttosto di rafforzarlo, come in parte
essa sta già facendo riguardo al calcolo infinitesimale. $
19. La possibilità di più geometrie basantesi su di una stessa intuizione
spaziale. — Perciò, anche se dovessimo rispondere affermativamente
alla domanda postaci inerente all’essere o non la nostra intuizione « a
priori » dello spazio a tre dimensioni, non per questo si dovrebbe
dedurre essere la geometria euclidea la sola possibile (come vuole
Kant), la sola incondizionatamente vera o, se si vuole, più vera di altre
eventuali geometrie future esse pure basate su di uno spazio a tre
dimensioni. (1) È quindi in linea di massima accettabilissima (da
un punto di vista puramente gnoseologico,. bene inteso) quella
teoria fisiologica del De Cyon, che vi siano cioè organismi il cui spazio
sia a due od anche ad una dimensione. Ciò indi- pendentemente dalla
giustezza dell’affermazione categorica del De Cyon che il numero delle
dimensioni dello spazio corri- sponde esattamente al numero dei canali
semicircolari dell’orga- nismo; affermazione che il Poincaré si preoccupa
di combat- tere appoggiandosi alla teoria Mach-Delage. Ma questi
ultimi sono particolari che in nessun modo possono interessare la
questione dal punto .di vista gnoseologico: è importantissimo invece per
noi porre in luce come il numero delle dimensioni dell’intuizione
spaziale — dipenda esso numero da questo o da quello — è problema
fisiologico. Modificate l’organismo e potrà essere modificata anche
l’intuizione spaziale, quindi relatività in ogni nozione che con lo
spazio ha a che fare. 168 La posizione gnoseologica della
matematica Formuliamo nettamente il nuovo problema : si
possono teoricamente ammettere due geometrie, entrambe a tre dimensioni e
che pertanto differi- scono fra loro? Credo di sì. Le geometrie del
— Riemann e del Lobatchefski poggiano l’una e l’altra su di un’intuizione
spaziale a due dimen- sioni e pertanto differiscono così sensibilmente
fra foro che alcune proposizioni della geometria del Riemann
arrivano a conclusioni diverse da quelle del Lobachefski: nella geometria
del primo ad es. la somma degli angoli di un triangolo è maggiore
di due angoli retti; nella geometria del secondo tale somma è
invece minore di due angoli retti. Lo stesso dicasi anche per le verità
assiomatiche : valga per tutte il postulato d’Euclide, posto dalla
geometria del Riemann in modo tanto diverso da quello della geometria del
Lobatchefski. Pertanto, senza andare troppo lontano in con-
siderazioni puramente matematiche, noi possiamo a buon diritto affermare
che non vediamo per quali ragioni noi non potremmo arrivare, in un
avvenire più o meno prossimo, a concepire una geometria diversa dalla
euclidea e tuttavia basata su di un presupposto spaziale a tre
dimensioni. Che cosa questo ci porterebbe a concludere ? Ci
porterebbe a concludere dell’esistenza in con- flitto di due diverse
geometrie che si baserebbero entrambe su di uno spazio a tre dimensioni,
dello stesso numero di dimensioni cioè su cui la nostra naturale
intuizione spaziale è pure basata; ossia che quella ragione fondamentale
che si era rico- nosciuta necessaria e non sufficiente per poter
so- stenere incondizionata mente la dottrina matematica di Kant, in
quanto essa sostiene che l’unica geo- metria possibile è per noi quella
di Euclide — e Cap. IV. - La questione precedente ecc. 169
cioè l’identità del nostro spazio con quello euclideo — non ha più
la stessa importanza perchè l’iden- tità medesima verrebbe eventualmente
a sussistere con un terzo fattore, e — perchè no? — magari ‘con
infiniti altri fattori, dato che non è nemmeno da escludersi che non una,
ma infinite geometrie non euclidee si possano inventare su di una
in- tuizione spaziale a tre dimensioni. Tutti elementi questi
che ci porterebbero natu- ralmente ad affermazioni ben diverse, per
risol- vere le quali, in omaggio al principio di contrad- dizione,
saremmo costretti ad ammettere una differenza essenziale nei punti di
partenza, dato che soltanto nelle differenze insite in essi noi po-
tremmo trovare la spiegazione della diversità delle conseguenze
dedottene. In tal caso quale di queste geometrie corrispon-
derebbe a quella che secondo Kant sarebbe in certo qual modo innata in
noi? Perchè mai proprio quella euclidea ? Confesso per conto mio di
non vederne le ragioni. | Non ne vedo le ragioni appunto
perchè i prin- cipii fondamentali sui quali la nostra geometria si
basa non sono tutti spogli di ogni carattere ipotetico. Quest'ultima
considerazione viene a chia- rire, credo ormai senza possibilità di
equivoco, la grande importanza da me attribuita in tutto lo
svolgimento di questo saggio, e segnatamente al cap. III, di una
distinzione fra l’essere e il dover essere della matematica. Questo dover
essere sol- tanto può rappresentare la verità universale e neces-
saria del giudizio matematico — sia pure sempre condizionatamente alla
conoscenza sensibile non fosse altro per la necessità della matematica
di agire nel tempo e nello spazio — che Kant crede in- 170
La posizione gnoseologica della matematica vece si debba
senz'altro ravvisare in esso. Questo valore universale e necessario non
si deve invece vedere nel giudizio matematico se non quando ogni
parvenza d’ipotesi sarà totalmente bandita dai suoi principii
fondamentali; quando cioè ba- sandoci sulla terminologia qui adottata,
tutte le proposizioni matematiche non saranno costituite che da
assiomi o verità FIGOFOSARIONTO dedotte da - tali assiomi.
Ma, poichè siamo obbligati a riconoscere un va- lore
convenzionalmente ipotetico — e ciò contra- riamente a Kant e
conformemente ai matematici. puri — nei postulati, quale ragione
sufficiente pos- siamo noi avere per negare la possibilità di altre
ipotesi che ci possano portare a conclusioni dif- ferenti, e ciò senza
che le ipotesi medesime — chè allora il fatto già si è verificato nelle
geo- metrie del Lobatchefski e del Riemann — abbiano bisogno di
appoggiarsi su di un’intuizione spa- ziale non a tre dimensioni ?
$ 20. Conclusione. — La trattazione del lato pu- ramente tecnico,
matematico della questione, non deve peraltro portarci troppo lontani dal
nostro punto di vista, che crediamo di poter ora con maggiore
autorità di prima riassumere nel modo . seguente : a) Le
proposizioni matematiche, comunque si possano considerare, non hanno
importanza che per la conoscenza sensibile, ossia per una
conoscenza che è qualitativamente inferiore a quella cui mira la
nostra ragione. b) Le proposizioni matematiche sono basate su
principii «a priori », e procedono prevalente- mente per
intuizione. Cap. IV. - La questione precedente ecc. | 171
c) Le proposizioni matematiche tendono ad avere per bd) e
condizionatamente per a) valore universale e necessario. Malgrado tale
valore esse non abbiano ancora raggiunto, esse si possono pur
sempre considerare come la più alta e sicura espressione della nostra
conoscenza sensibile. d) La metageometria, ben lungi dal poter
es- sere considerata come un ostacolo per l’idealismo gnoseologico,
è una nuova conferma (d’altra parte non necessaria) del procedimento
astratto della scienza tipica. per eccellenza. Inalterata resterà
la posizione della metageometria al riguardo, qua- lunque potranno
essere per l’avvenire le scoperte della metageometria medesima.
Qualunque infatti possa essere il valore delle nostre
considerazioni che ci hanno portati a queste conclusioni; più ancora,
qualunque possano . es- sere i risultati che l’avvenire può riserbare
alle più coraggiose indagini, l’interpretazione idealistica della
matematica non può essere scossa. Restano come verità
definitivamente acquisite al pensiero idealistico la necessità della
fonte aprio- ristica di ogni cognizione che intenda veramente |
esser tale e non subire a volta a volta le mutevoli influenze della fonte
empirica. Resta la necessità, maggiormente posta in luce oggi dalla
metageo- metria — che tutto sommato ha portato più ele- menti a
favore che contro la dottrina dell’apriorità kantiana — che il tempo e lo
spazio essendo forme conoscitive puramente condizionate alla nostra
sen- sibilità, tutte le scienze particolari, che necessaria- mente
su di esse debbono basarsi — le matematiche non escluse —, non possono
darci altre verità se non quelle aventi valore relativamente a noi
in quel momento ed in quel luogo. Non mi si fraintenda: in
quest’ultima espres- sione non deve per nulla affatto figurare
alcuna traccia dell’antico soggettivismo kantiano, dallo idealismo
moderno definitivamente sepolto. Il re- lativismo della nostra conoscenza
scientifica con- dizionata a quel momento e a quel luogo, è tale
unicamente rispetto al sapere logico, al pensiero puro: per il soggetto
conoscente è, nelle sue par- ticolari condizioni, l’unica verità.
possibile, verità per lui sommamente obbiettiva; ma nello stesso
modo come noi accettiamo per assoluta verità quanto noi sentiamo nel
sogno, nell’illusione e nell’allucinazione: la differenza consiste
soltanto nella possibilità o non del controllo sperimentale.
Da queste conclusioni delle quali soltanto c) può essere passibile
di discussione, possiamo dedurre che la nostra indagine conoscitiva non
può limi- tarsi alle scienze, nemmeno alla più pura fra esse, ma
sia necessario andare oltre queste nel tendere verso una verità
incondizionatamente vera, verso quella verità qualitativamente superiore
che Kant, indipendentemente dalla matematica, ci nega nel campo
gnoseologico e ci dà nel campo morale. A Kant resta senza dubbio il
merito massimo di aver rivolto la nostra attenzione sulla
formazione e l’incalcolabile portata dell’attività sintetica della
nostra intelligenza in ogni più semplice processo conoscitivo, e di aver
additato quasi imperiosa- mente la via da seguire al susseguente
idealismo; ma questo, insofferente dei limiti misteriosi ed
opprimenti della cosa in sè, guida la ricerta del pensiero, sempre più
sicuro di se stesso, sempre più audace, verso la più lontana méèta della
cono- scenza razionale. É una Comunicazione che tenni al V
Congresso Inter- nazionale di Filosofia (Napoli). Credo oppor- tuno
pubblicarla in fine al mio studio, perchè essa potrà forse essere di
ausilio nei riguardi dell’interpretazione dei nume- rosi passi in cui accenno
alla concezione della matematica nella filosofia di Kant. se
Le note dell’ Appendice figurano anche nella Comunicazione: sono
state però qui completate con riferimenti a questo volume.. ì
Digitized by Google La dottrina matematica di Kant
nell' interpretazione dei matematici moderni. Introduzione. — La
discussione inerente alla conce- zione della matematica quale si può
ricavare segnata- mente dalla « Critica » e dai « Prolegomeni » ha
avuto in questi ultimi tempi una recrudescenza particolare: ciò, è
doverosa constatazione più per merito dei mate- matici che per merito dei
filosofi. Due sono gli aspetti fondamentali che è andata
assu- mendo la polemica stessa: il primo, di data più antica,
discende direttamente da Gauss e ha incontrato sempre più fortuna con la
sicurezza dell’indimostrabilità del V postulato, la quale portata già a
rigorosa concretezza nel ’”735 da Gerolamo Saccheri, passa con il
Lobatchefski da pura e semplice constatazione negativa ad organica
costruzione positiva. Questa corrente, sempre più per- fezionatasi sotto
l’aspetto critico attraverso Riemann, Beltrami, Bonola, Poincaré e i suoi
numerosi e valo- rosi seguaci, è venuta oggi a costituire, più che un
in- dirizzo particolare, una nuova scienza: la metageometria.
Un secondo aspetto — recentissimo — è rappresentato dalla riforma
della logica matematica iniziatasi in Italia con il Peano (« Formulario
matematico »), completata in Inghilterra dal Russel («The
Principlesofmathematics»), seguita entusiasticamente in Francia dal
Couturat (« Les principes des mathématiques »), ha trovato al suo
nascere non pochi oppositori fra gli stessi matematici. Per mag-
giore comodità e chiarezza chiamerò questo secondo 176 La
posizione gnoseologica della matematica ’ indirizzo con la parola
di logistica che il Couturat con- siglia e alla quale contemporaneamente
a lui erano addi- venuti Itelson e Lalande, indizio che depone
indubbia- mente a favore della bontà del vocabolo prescelto, come
il Couturat stesso ebbe a constatare al Congresso di Ginevra
(1904). Questi sono i due aspetti fondamentali che ha assunto la
polemica contro la concezione matematica nella dot- trina kantiana. Vi
sono però matematici — e sono la maggior parte — che senza rientrare
direttamente nè nell’una nè nell’altra corrente — in quanto non
hanno assunto nei riguardi della metageometria una posizione
decisa, e mostrano una certa diffidenza per la logistica — si trovano in
ogni modo d’accordo nella critica dei principii kantiani,
condizionatamente almeno alla loro disciplina. Per meglio intendersi
posso specificare che uno di questi matematici è lo Young. Nella
traduzione italiana della sua opera «I concetti fondamentali del-
l’algebra e della geometria », per quanto essa sia ricca di osservazioni
acute e miniera inesauribile di dati bi- bliografici, a pag. 61-63 si
allude alla dottrina matema- tica kantiana in modo che non si può fare
diversamente di chiamare ..... ameno. Nè fra gli Italiani è da
dimen- ticarsi lo stesso Vailati, studioso pertanto di non dubbia dottrina,
che non soltanto — sempre nei riguardi di Kant — peccò
nell’interpretazione, ma anche nella forma in quanto uscì pure in
espressioni non corrette a riguardo del maestro e dei neo kantiani, ai
quali poi — non so proprio con quale fondamento — attribuisce di essere
i dominatori nella filosofia ufficiale dei varii paesi, plau- dendo
perciò al Couturat che contro tale indirizzo seppe assumere, almeno in
Francia, posizione di attacco (1). (1) Scritti, pag. 709, 727,
ecc. Appendice 177 Malgrado il Vailati le «oche del
Campidoglio kantiano » . non accennano a diminuire sopratutto nei
riguardi della sua allusione all’articolo del Couturat su « La
Philo- sophie des mathématiques de Kant» pubblicata sulla « Reyue
de Métaphysique » nel 1904 a commemorazione del centenario della morte
del filosofo tedesco. Un esame un po’ più particolareggiato, breve
quanto si vuole, è qui necessario. Metageometria. — Per
quanto ha attinenza alla me- tageometria la polemica si appunta
fondamentalmente sull’intuizione dello spazio, e, dovendo, per esigenza
di tempo, restringere al massimo questi appunti, si può precisare
meglio limitando la questione medesima alle tre dimensioni dello spazio,
che effettivamente Kant pone come insindacabili, quasi non vi fosse già
ai suoi tempi la questione ad esse dimensioni inerente. Un | punto
ci rivela esplicitamente il pensiero di Kant al riguardo: lo troviamo nei
« Prolegomeni » ($ 12); in quel paragrafo cioè che nelle intenzioni di
Kant avrebbe do- vuto avere ben più modesta funzione che non quella
che venne ad assumere in seguito con le decisive affer- mazioni della
metageometria e col nuovo carattere as- sunto dalla questione delle
dimensioni dello spazic. Il $ 12 non era altro infatti, nel conseguente
sviluppo della dottrina kantiana, che l’enunciazione di esempi a
con- ferma della parte teorica esposta nei paragrafi prece- denti,
del carattere « a priori » dell’intuizione dello spazio, nello stesso modo
come il $ 13 non ci darà altro che esempi a conferma della funzione
puramente for- male dello spazio medesimo. Tale $ 12 può
invece essere oggi considerato nei ri- guardi della metageometria come il
più controverso: dice Kant « che lo spazio perfetto (quello che non è più
sol- tanto il limite di un altro spazio) abbia tre dimensioni e che
lo spazio in genere non possa averne di più si fonda sulla proposizione
che in un dato punto possono tagliarsi ad angolo retto tre sole rette ».
In altre pa- G. E. BaRIÉ, La posizione gnoseologica della
matematica. 12. 178 La posizione gnoseologica della
matematica role: lo spazio nostro ha tre dimensioni e tale
consta- tazione noi la possiamo fare soltanto basandoci su di un
principio «a priori ». L'affermazione è esplicita e non può dar
luogo a du- plice interpretazione : è questo uno dei punti in cui
Kant rivela più palesemente la sua imperfetta conoscenza delle
matematiche, imperfetta conoscenza che si è d’altra parte a più riprese
esagerata, e che in modo molto più significativo possiamo riscontrare in
altri filosofi che si “sono interessati di matematica senza che pertanto
siano incorsi nelle ire dei tecnici. Certo però non è passibile di
giustificazione che Kant così poco sapesse di Lambert di non essersi ricordato
di lui quando scriveva, con assoluta tranquillità, le poche righe sopra
riportate. Soltanto, se il punto di partenza delle obiezioni
dei matematici è giusto, sono errate le conseguenze ultime. Kant si
limita a dirci che lo spazio nei suoi rapporti con la nostra sensibilità
ha tre dimensioni, il che non vuol dire che non si possano
artificiosamente costruire tanti spazi a tante dimensioni quante si
vogliono. La metageometria non ha perciò portato alcun colpo mor-
tale alla dottrina kantiana dello spazio, non già soltanto nei riguardi
della sua apriorità considerata in senso ge- nerico, ma nemmeno nel punto
particolare del numero delle dimensioni di esso spazio. Un colpo grave
sarebbe stato invece se si fosse dimostrato che è falso che l’in-
tuizione spaziale propria di qualunque processo cono- scitivo umano non è
a tre dimensioni, o, se possibile, pur essendo a tre dimensioni, queste
non sono quelle della geometria euclidea. La questione si
presenta sotto due aspetti : 1° psico-fisiologico; 20
geometrico. Soltanto nell’intima collaborazione di essi credo
la questione stessa possa avviarsi ad una soluzione: fino ad ora
tale collaborazione non solo non si è ottenuta, ma psicologi e matematici
non si sono ben compresi reciprocamente. Troppo indeterminati i primi
(Berkeley, Appendice 179 James, Mach); più
determinati ma troppo categorici ed esclusivisti i secondi. Uno sforzo
notevole al riguardo lo troviamo nel Poincaré (1), sforzo che avrebbe
avuto più ricchi risultati se il Poincaré stesso non fosse stato
influenzato egli pure dalla convinzione dell’assoluta con- venzionalità
dell’intuizione spaziale nella geometria euclidea. Così la
dotta esposizione del Poincaré non dice nulla di nuovo al filosofo, non
significa nulla, in questo caso, alla critica della dottrina di Kant
sulle tre dimensioni della nostra intuizione spaziale, appunto perchè
Kanto non si stanca mai di ripetere che le sue forme intuizio-
nistiche della conoscenza riguardano soltanto il mondo fenomenico non
quello delle cosè in sè. La questione resta pertanto immutata,
resta in tutta la sua intensità dubitativa: è l’ intuizione spaziale
della sensibilità umana a tre dimensioni? Ciò ammesso, è dessa
identica a quella della geometria euclidea? Que- | stioni che la
metageometria non ha sotto il primo aspetto nemmeno affrontato, mentre
sotto il secondo si è limi- tata ad accennare vagamente ad alcune
prerogative (omogeneità, ecc.) che figurano nello spazio geometrico
e che non figurano in quello — mi si passi la parola — reale.
(1) La Valeur de la Science, Cap. III, IV, nonchè in
Revue de Méth., 1903, pag. 281-301 e pag. 407-429. (2) Cfr. ad esempio la
critica alla teoria del De Cyon secondo il quale ciascun organismo
avrebbe l’intuizione dello spazio a tante dimensioni quanti sono i canali
semi-circolari. In essa si palesa — non espressamente ma non per questo
meno chiara- mente — la tendenza del Poincaré a considerare tale tesi
come essenzialmente paradossale. Anche se la teoria del De Cyon è
troppo categorica, nessun filosofo avrebbe a meravigliarsi che, in senso
più generico, l’intuizione spaziale variasse nel numero delle sue
dimensioni a seconda delle diverse strutture orga- niche. Ove ciò si
potesse dimostrare, porterebbe senza dubbio un colpo rude alla dottrina
dall’incondizionato convenzionalismo, mentre lascerebbe immutato il
valore dell’ « a priori » kantiano. Cfr. questo volume, Cap. IV, $ 19,
pag. 167 (nota). 180 La posizione gnoseologica della matematica
Indubbiamente la metageometria è destinata a dire l’ultima parola
al riguardo: per questo essa costituisce a mio modo di vedere un
indirizzo di' capitale impor- tanza per il filosofo; anche in tal campo
può manife- starsi l’azione unificatrice della filosofia nei
riguardi delle scienze particolari; sarà compito precipuo del filo-
sofo stabilire quella sintesi fra le argomentazioni della psicologia e
quella della geometria, che sola potrà av- viarci sulla strada della
soluzione del problema, fino ad ora esaminato soltanto sotto il punto di
vista partico- lare di questa o di quella scienza. Nei
riguardi di Kantessa rifletterebbe specificatamente, come si è accennato,
il significato del suo «a priori ». Fondamento dei principii della
geometria verrebbe ad essere in ogni modo non già l’ esperienza — e
quindi l’empirismo non avrebbe nulla a guadagnarci — ma un «a
priori » convenzionale ben diverso da quello kantiano che sarebbe il solo
« a priori » possibile per la nostra sensibilità e non soltanto il più
comodo: l’innatezza cioè contrapposta alla convenzionalità.
Logistica. — Un più vasto campo d’azione contro la dottrina matematica
kantiana ci è offerto dalla logistica: mentre in fondo la metageometria,
anche intesa come da alcuni si vuole, non porterebbe che a scalzare
l’aprio- rità della nostra intuizione spaziale, la logistica mira
anche a intaccare il punto essenziale del procedimento della conoscenza
matematica: l'intuizione. Gli assertori della logistica sostengono
infatti che ‘ nella matematica figurano soltanto l’ipotesi e il
proce- dimento logico facendo loro l’espressione del più strenuo
collaboratore del Peano, il Pieri, che la matematica pura è un «sistema
ipotetico deduttivo ». Crede di poter con sicurezza affermare la
logistica che per poter am- mettere un procedimento puramente logico
nella mate- matica è necessario non tanto riformare questa quanto
riformare la logica tradizionale, che siamo abituati a considerare come
qualche cosa di necessariamente statico, immutabile nelle sue verità, mentre è
invece essa pure passibile di modificazioni e di perfezionamenti,
come qualunque altra attività del pensiero. Pare impos- sibile, nota il
Couturat, e con lui altri matematici di opposto indirizzo nei riguardi
dell’intuizione (es, P. Bou- troux), si sia aspettato fino al secolo XIX
ad accorgersi della insufficienza logica dei principii logici
universal- mente ammessi. Ciò constatato la logistica ci fornisce
una serie di principii fondamentali da sostituire a quelli della logica
formale, i quali ultimi si accentrano intorno al principio di
contraddizione, d’identità e del terzo escluso. Questi
principii fondamentali della tradizione logica hanno indubbiamente —
ammette la logistica — dei pregi e ciò spiega, se non giustifica, come essi
abbiano po- tuto essere per tanto tempo incondizionati dominatori;
inoltre essi rappresentano al più alto grado il vantaggio di essere poco
numerosi e di offrire l’illusione di poter essere alla loro volta
ridotti, tanto che da alcuni si obbligò il solo principio di
contraddizione a portare tutto il peso della logica formale.
Soltanto, per la logistica i principii stessì presentano
l'inconveniente fondamentale di non essere... principii. Lo stesso gran
principio di contraddizione — notano il Russell e il Couturat —
presuppone la definizione della negazione. In questo senso si è resa
necessaria la ri- forma della logica nel secolo XIX e infine
l’afferma- zione della sua espressione più completa nella
logistica. Andrei troppo lontano dal limitatissimo scopo
prefis- somi esponendo qui i principii della logica-matematica in
tal modo intesa, sufficienti di per se stessi a darci tutto l’edificio
matematico, senza ricorrere a nessun altro elemento che non sia quello
della deduzione delle verità particolari da queste verità generali, e,
partico- larmente per quanto c’interessa, senza ricorrere all’in-
tuizione. Senza dubbio è vero quanto i matematici rimprove-
rano alla logica di essersi arenata per secoli in quisquilie, distinzioni e
suddistinzioni nell’ interpretazione di Aristotele, vedendo soltanto nel
procedimento logico da lui adottato la forma di ogni sapere che
aspirasse effettivamente ad essere scienza in senso rigoroso e non
soltanto conoscenza relativa e provvisoria. Mantenuta in questi limiti
l'osservazione è perfettamente giusta, ma in questi limiti essa è
accettata da qualunque uomo di buon senso. Coloro che trovano
perfettamente natu- rale l'eventuale meraviglia di quelli che sono
portati a constatare che soltanto nel secolo XIX ci si sia accorti
che qualche cosa si poteva riformare nella logica ari-
stotelico-scolastica, rivelano con questo implicitamente di credere che
proprio fino al declinare del 1800 tale logica aristotelico-scolastica
sia rimasta sola e incon- trastala padrona. Ma questo non è,
e non è precisamente per merito di quell’indagine filosofica che si
cercherebbe di paragonare in certo qual modo a dell’acqua stagnante: non
è per merito particolare di quel Kant (« Proleg. », $ 39) contro il
quale principalmente sono rivolte le critiche della logistica. Reputo
quindi del tutto arbitrario l’attribuire quasi esclusivamente — e secondo
non pochi, esclusi- vamente — ai matematici l’onore di aver battuto
una nuova strada nel procedimento logico — chè qui le strade non
possono essere che due, le vecchie due — ma certo si può riconoscere
avere essi aggiunto qualche cosa a complemento di tali due antiche
strade, l’analitica e la sintetica. Soltanto, queste nuove, recenti modificazioni
— e ciò sia detto non soltanto dell’indirizzo logistico, ma di tutta la
matematica — non sono così determi- . nanti nei rapporti fra la logica e
la matematica come normalmente si crede dai matematici o per lo meno dai
matematici logici, intendendo alludere con tale espres- sione a quella
scuola che pretende escludere l’intuizione dal procedimento conoscitivo
della matematica. Il pre- tendere di rivoluzionare la logica equivale al
preten- dere di cambiare il nostro pensiero che si è creato la
logica: esso può andare assumendo nuovi e più complessi atteggiamenti che
richiedono un perfezionamento dei suoi elementi formali, ma questi non
possono essere sostituiti da altri, i quali, perchè si verifichi vera
rivo- luzione, non potranno che essere incompatibili con i
primi. Per questo credo non si debba fare altro quando si
parla di riforma della logica — in qualunque caso — che tenere presente
che la riforma stessa non può signi- ficare se non perfezionamento del
metodo sintetico o di quello analitico o di entrambi; ma non mai
intendere esclusione di uno di tali metodi o aggiunta ad essi di un
qualsiasi altro elemento. Se si accettano questi punti fondamentali
credo che malgrado la logistica si debba ammettere oggi come ieri
l'intuizione come base essenziale del procedimento ma- tematico. Ho
voluto specificare « malgrado la logistica » perchè è soltanto questa
corrente che tende ad abbat- tere completamente senza alcuna speranza di
appello la dottrina matematica di Kant: l’intuizione è infatti an-
cora oggi ammessa come condizione indispensabile per poter proseguire
tanto in aritmetica quanto — e più sensibilmente, direi — in geometria,
da matematici non certo sospetti di superficialità o di « divagazioni
meta- fisiche » a detrimento — la metafisica ha spalle robuste e
può sopportare tutte le accuse — del rigoroso proce- dimento proprio
delle scienze esatte: basterebbe al ri- guardo citare il Poincaré e
Pietro Boutroux. Specifichiamo bene questo punto: possiamo notare
che tutti i matematici hanno qualche cosa da rimproverare a Kant.
Innanzi tutto egli ha avuto l’ardire di parlare, e ripetutamente, della
matematica senza essere un ma- tematico, e questo non è facilmente
perdonato dai tec-. nici. In secondo luogo Kant non dimostra sempre
di avere una conoscenza profonda della materia che tratta: quali
possano essere i suoi meriti, è tuttavia necessario ammettere questo. Era
forse troppo filosofo per poter essere anche qualche cosa d’altro! Egli
non ha, è vero, lasciatoin matematica alcuna traccia; nonè un
Descartes o un Leibniz, ma anche le sue pretese sono al riguardo
quanto mai modeste. Egli si limita in fondo a dirci che: a) i principii
fondamentali della matematica sono « a priori »; b) i giudizi
matematici sono sintetici; c) la matematica procede per intuizione.
È bene inoltre ricordare che tali modeste pretese non sono da Kant
prospettate volendo trattare specificata- mente del problema della
matematica, ma soltanto indi- rettamente viene a parlare di essa come
avrebbe potuto fare con qualunque altra scienza particolare: certo,
essa ha una superiorità sulle altre discipline in quanto si
presenta sotto un aspetto rigorosamente organico e le sue proposizioni
significano verità e serietà che non pos- sono essere poste in dubbio da
alcuno contrariamente di quello che si può constatare
nell’indeterminatissima metafisica. Essa non rappresenta cioè nella
teoria kan- tiana del giudizio sintetico « a priori » che un
esempio — il più efficace se si vuole — ma pur sempre semplice
esempio, come un altro ci vien dato dal problema ine- rente alla fisica
pura. Ora, mentre i matematici in generale, pure non accet-
tando integralmente questi tre punti essenziali della dottrina matematica
kantiana, tuttavia non li respin- gono in blocco, possiamo invece notare
che questo si verifica nei riguardi della logistica. L’azione
più fortemente demolitrice di questa rispetto a Kant verte sul terzo
punto fondamentale della dot- trina matematica di questi, voglio dire sul
procedimento intuizionistico. Per questo fu da me trattato per
primo e per questo possiamo qui concludere che malgrado le
argomentazioni portate dalla logistica medesima, l’in- tuizione nel
processo matematico si mantiene in tutta la sua importanza proprio per
quelle stesse ragioni ac- campate da Kant. Il vecchio esempio della «
Critica » per il quale se un filosofo si mette ad esaminare il con-
cetto di triangolo, pure avendo lo stesso filosofo già chiaramente
fissato il concetto di punto, di linea, di Appendice 185
spazio, ecc., non potrà mai venire a capo di nulla ba- sandosi su
tali concetti e da essi argomentando esclu- sivamente per via rigidamente
logica (analisi e sintesi), | rimane in tutta la sua efficacia: « egli
potrà riflettere fin che vuole su questo concetto (del triangolo) non
ne tirerà fuori niente di nuovo ». Di conseguenza rimane pure
in tutta la sua efficacia detto esempio esteso al differente contegno che
di fronte al concetto di triangolo assumerà il geometra: questi
comincerà innanzi tutto a « costruire » un triangolo, e questo sarà il
primo punto differenziale (le matematiche agiscono sempre su «
costruzioni di concetti » e non su concetti). « Proleg. », $ 20. Inoltre,
sapendo che due angoli retti presi insieme equivalgono... ecc.,
prolungherà « un lato del suo trian- golo, ottenendo così due angoli
contigui che sono uguali a due angoli retti » e così di seguito. Egli
arriverà così alla conclusione per una serie di ragionamenti, ma «
sempre sorretto dalla intuizione ». Soltanto per questa differenza
di procedimento, pura- mente logico nel primo caso,
logico-intuizionistico nel secondo, si potrà arrivare a determinare che
la somma degli angoli di un triangolo è uguale a due angoli retti.
Io domando questo soltanto: è vero che si può notare quesia
differenza di procedimento ? Ciò ammesso, è vero che nel procedimento del
geometra figura un elemento in più che in quello del filosofo ? Ciò
ammesso, che cosa è questo elemento in più ? Non è forse desso
l’intuizione, o se non volete chiamarlo intuizione, chiamatelo pure
come volete purchè non si voglia far rientrare questo elemento in più,
ossia questa nuova attività del pen- siero che si aggiunge all’altra
puramente logica del filo- sofo e che per questo suo aggiungersi la
deforma nella sua purezza, purchè non si voglia far rientrare anche
questo nuovo elemento — dicevo — nel campo della lo- gica in senso
stretto. È soltanto in virtù di questo in più deformatore che la scienza
può proseguire; la logica perfeziona una scienza, ma non vi aggiunge
nulla di nuovo; la sua azione si limita ad essere puramente for-
male, esempio tipico il sillogismo. Lo stesso -possiamo osservare nei
riguardi del carat- tere sintetico del giudizio matematico, con la
constata- zione però che le critiche alla dottrina di Kant hanno
qui un’estensione maggiore in quanto sono condivise da non pochi
matematici che pure ammettono l’ intui- zione. Innanzi tutto, adottando
la terminologia kantiana possiamo osservare nei riguardi della logistica
che poichè il giudizio matematico è basato su altri principii e non
soltanto su quello di contraddizione, perciò stesso il giudizio
matematico non può essere che sintetico. È vero, la terminologia di Kant
è in merito alquanto in- felice; ma ciò avrebbe importanza se egli avesse
voluto darci un dizionario filosofico o porre comunque le basi di
quel linguaggio internazionale psichico-logico da adottarsi
universalmente in tutte le relazioni fra gli uomini e segnatamente negli
scambi di vedute fra gli studiosi dei diversi paesi per meglio
comprendersi, 0, per lo meno, per non fraintendersi; ma questo non
può avere invece che ben relativa importanza nell’opera kantiana in
quanto egli si limita onestamente a dirci: per giudizio analitico intendo
questo, e per giudizio sin- tetico quest’altro (1). In ogni modo la non
felice scelta della terminologia kantiana — e non soltanto in
questo caso — è stata già rilevata da tempo e da molti filosofi:
(1) Sono quindi perfettamente del parere del Couturat (La
philosophie des Math. de K. in Revue de Méth., 1904, pag. 347), che « la
distinction des jugements analytiques et synthétiques était
singuliérement vague et flottante dans l’esprit méme de son auteur », ma
credo pure che questo non ha importanza per togliere valore
all’affermazione che i giudizi matematici sono sintetici, ma tutto al più
che gli esempii da Kant portati come analitici sono essi pure sintetici:
Es. (a-+-b) > a. (Cfr. questo volume, Cap. III, $ 13). tanto per
citarne uno da Ausonio Franchi in « La teo- rica del giudizio ». Come è
stato pure notato d’altronde, in tesi ancor più generale, che ogni
giudizio non può in fondo essere altro che sintetico (Martinetti). E anche
questo fu rilevato da filosofi nel senso più rigido della parola senza
che si fosse sentito il bisogno di ricorrere ai lumi delle scienze
particolari. Ma, indipendentemente da ogni considerazione sul
si- gnificato di « analitico » e di « sintetico » possiamo anche
qui osservare che rimane come nel caso precedente che il famoso esempio
kantiano esprime benissimo la sin- tesi insita nel giudizio matematico.
Se noi abbiamo 7-+-5 non possiamo che per un’operazione sintetizzatrice
del | nostro pensiero determinare il numero 12. La ragione del carattere
sintetico del 12 in questo caso non dob- biamo ricercarla con
argomentazioni rigorosamente scientifiche, ma unicamente pensando che un
individuo immaginario qualsiasi che nulla sa di aritmetica, che non
è nemmeno del nostro mondo, ove si trovi di fronte a due categorie di
oggetti (7 della prima e 5 della se- conda) non gli viene fatto certo di
pensare a un numero solo che unisca i singoli componenti delle due
categorie: nello stesso modo se noi parliamo a un altro individuo
della stessa specie degli elementi che compongono un oggetto qualsiasi,
ad es., una sedia, esso potrà sommare gambe, sedile e spalliera fin che
vuole, non gli riuscirà mai di ricavarne la sedia se non ricorrendo a
qualche cosa che non fa parte degli elementi medesimi e che ne
costituisce precisamente la loro sintesi. Considerazioni generali.
— Aspetto più generico viene ad assumere il problema dell’« a priori ».
Nei tre punti da me posti come base essenziale della dottrina
matematica di Kant si nota cioè, nell’ordine, una sempre maggiore
estensione della critica: pochi matematici (la logistica) non ammettono
l’intuizione per poter prose- guire nella matematica; molti non ammettono
il carat- tere esclusivamente sintetico dei suoi giudizii; tutti
non ammettono l’« a priori » dei suoi principii come Kant
l’intende, ossia un « a priori » che significa in altre pa- rale
innatezza e inconcepibilità del contrario (bene in- teso sempre
ricordando che l’inconcepibilità stessa non è considerata da Kant che
condizionatamente alla nostra sensibilità). Si è già accennato a questo
«a priori » nei riguardi della terza dimensione dello spazio
alludendo alla polemica intorno al V postulato di Euclide e alla
scienza metageometrica derivatane. Qui non posso fare altro che
completare le conside- razioni medesime estendendole a tutto il complesso
del- l’«a priori » matematico e non già limitandolo soltanto alla
terza dimensione dello spazio. Non credo cioò si possa qui dare, con
tutta la buona volontà possibile, incondizionatamente ragione a Kant. Se
al nostro pen- siero ripugna di ammettere che i principii
fondamentali della matematica (definizioni, assiomi e postulati)
non ‘ siano altro che frutto di puri e semplici artifici conven-
zionali intervenuti quasi per tacito accordo fra i mate- matici — cosa
che, di qualunque abilità dialettica ed erudizione sì possa fare sfoggio,
non potrebbe portare che alla negazione della matematica stessa, che
non verrebbe ad essere altro che un’ immensa illusione — ciò non pertanto
non si può ammettere che tutti questi principii fondamentali siano in noi
talmente radicati da poter essere considerati evidentissimi anche per chi
non è addentro nelle cose di tale scienza. In altre parole mentre
se noi diciamo che A è uguale ad 4 stabiliamo un principio che non può
assolutamente non essere con- siderato evidente da tutti, non credo si
debba ammet- tere senz'altro come verità di cui debba considerarsi
inconcepibile il contrario, viceversa proposizioni come quella che una retta
può prolungarsi all’infinito (come sostiene Kant, « Proleg. », $ 12,
alludendo evidentemente, sia pure in modo incompleto, al II postulato di
Euclide), 2700, e RISE E Appendice 189
nè il postulato delle parallele, nè, tanto per brevemente intenderci, i
postulati propriamente detti, intendendo con ciò distinguerli, come
d’altronde aveva intuito Eu- clide, dagli assiomi. L’« a
priori » kantiano difetta di un tale criterio dif- ferenziale e la
ragione di tale mancanza credo proprio debba ricercarsi
nell’insufficienza della sua coltura tec- nica dirò, della matematica.
Ciò non ne infirma cioè la dottrina considerata nel suo complesso: si può
rimpro- verare a lui l’esclusione dei principii fondamentali « a
priori » della matematica, ad es. che il tutto è maggiore © della sua
parte, che è proprio il IV assioma di Euclide; ma anche questo è un
particolare. Kant vide erronea- mente in tale giudizio un carattere
puramente anali- tico e gli sembrò che ciò potesse infirmare la sua
teoria del giudizio sintetico della matematica, mentre nel giu-
dizio stesso possiamo sì ammettere una comparazione, ma non saprei
proprio come vederci un’analisi, mentre non sarebbe affatto difficile
stabilirne il carattere sin- tetico proprio con le stesse argomentazioni
dell'esempio del 7+5=12. Più ancora, Kant si preoccupò forse troppo
d’indicare come principii «a priori » della ma- tematica, principii
particolari ad essa esclusivamente suoi proprii, ciò che lo portò a
rifuggire da quei prin- cipii generalissimi che invece proprio soltanto
essi sono «a priori » in quanto nozioni comuni a tutti gli uomini e
dei quali effettivamente non possiamo concepire il contrario.
Ma, ripeto, questi sono particolari tecnici che non in- taccano il
gran valore del complesso della dottrina del- l’« a priori » mirante a
dirci che anche in quelle scienze particolari che noi siamo abituati a
considerare come le più sicure, figura un elemento che è insito nella
nostra stessa coscienza, e che anzi è soltanto in virtù di questo
elemento che noi possiamo conoscere, che noi possiamo raggiungere quel
sapere, non destinato a mutare ad ogni soffiar di vento, come sarebbe
invece se soltanto dal mondo esterno noi dovessimo ricavare le nostre
nozioni. 190. La posizione gnoseologica della matematica
° n'a Mi sono forse dilungato un po’ troppo, e non
voglio abusare oltre della pazienza cortese del Congresso. Una sola
osservazione per quanto riguarda i rapporti fra Kant e i matematici
considerati nel loro complesso senza alcuna distinzione di scuola o
d’altro. Nello studio delle matematiche che ho ripreso da qualche anno,
perchè ne ho veduta l’indispensabilità per il filosofo, ho trovato
un punto sul quale tutti i matematici si trovano d’ac- cordo: è nel
parlare con eccessiva disinvoltura di Kant. Scusatemi l’espressione, ma
non ho saputo trovarne altra più corretta; forse, la profonda venerazione
per il grande maestro mi ha presa la mano; ma confesso che alcune
volte non ho potuto fare a meno di restare stupefatto di fronte a
giudizii affrettati che non fanno: altro, molto spesso, che porre
nettamente in luce che esistono divarii molto più sensibili fra questo e
quel matematico, che fra i matematici e Kant. Il Poincaré è più
vicino a Kant che al Vailati: il Boutroux è più vi- cino a Kant che al
Couturat e al Russel. Sembrerà questo eccessivo semplicismo, ma appunto
per consoli- dare alquanto la mia coltura tecnica della matematica
— troppo recente per poter essere molto robusta — mi limito a chiudere
con una domanda: perchè questa gara fra i più belli ingegni matematici di
tutti i paesi da Gauss ai giorni nostri, ad assumere posizione
d’attacco contro la filosofia kantiana, proprio contro quella filo-
sofia cioè che ha portato a un così alto grado di nobiltà la vostra
disciplina ? Torino - Fratelli BOCCA, Editori - Torino ALPINOLO
NATUCCI IL CONCETTO DI NUMERO E LE SUE ESTENSIONI Studî
storico-critici intorno ai fondamenti dell’ Aritmetica generale con oltre
700 indicazioni bibliografiche. SOMMARIO DELL’INDICE: I.
Introduzione Storica.Teorie Sintetiche. — Teorie Analitiche. Teorie Logico-Formali. — YV. Critica e
Meto- dologia. — Nota bibliografica. Legato elegantemente in tela
con fregi . SCRITTI MATEMATICI offerti ad ENRICO D’OVIDIO in
occasione del suo LXXV genetliaco dai Professori: Almansi - Bernardi - Bottasso - Castellano -
Castelnuovo - Fano - Fubini - Gerbaldi - Giambelli - Jadanza - Laura -
Levi - L. Lombardi - Loria : Peano - Pensa. - Sanna - C. Segre - F.
Severi - A. Terracini - E. G. Togliatti. icati per cura di Francesco
Gerbaldi e Gino Loria. PASTORE SOPRA LA TEORIA DELLA SCIENZA
(Logica - Matematica - Fisica). LOGICA FORMALE dedotta dalla
considerazione di modelli meccanici. Un volume in-12° con 17 figure e 9
tavole SILLOGISMO E PROPORZIONE
Contributo alla Teoria ed alla Storia della logica pura. TUNZELMANN
LA TEORIA ELETTRICA ED IL PROBLEMA DELL’ UNIVERSO Un volume
con illustrazioni .puis HO a) Torino. Nome compiuto: Giovanni Emanuele
Barié. Keywords: Enea, lo stoicism romano, Enea, eroe romano, eroe stoico,
Catone, il noi trascendentale, vico, storia vichiana, arimmetica. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Barié” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice
e Baricelli: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – scuola
di San Marco dei Cavoti – filosofia campanese -- filosofia italiana – Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (San Marco dei Cavoti).
Filosofo italiano. Filosofo campanese. Filosofo italiano. San Marco dei Cavoti,
Benevento, Campania. Grice: “Italian philosophers can be eccentric;
Baricelli started commenting Plato but his masterpiece is a philosophical tract
on sweat, as experienced by the athletes Plato was familiar with!” Filosofo, medico, e chimico,
di fama italiana ed europea, Giulio Cesare B. è da molti, pure erroneamente,
ritenuto originario di Benevento o di San Marco Argentano in Calabria. Erudito e studioso di poliedriche attitudini
e capacità, studia medicina. S’interessa di filosofia tanto che è autore di
commenti alle opere dell’ACCADEMIA. Publica De hydronosa natura sive de sudore
umani corporis, sulla natura e la terapia della sudorazione umana, e scrive
l’Hortulus genialis, edito a Colonia e Ginevra, ove raccolse antidoti e sudi
sulle intossicazioni. Da alle stampe il Thesaurus secretorum, in cui sono
elencate le cure ed i rimedi per svariate malattie e problematiche quotidiane.
Pubblica un trattato sull'uso del siero del latte e del burro come medicamento,
intitolato De lactis, seri, butyri facultatibus et usu. Gl’è conferita la
cittadinanza beneventana. Cultore di studi umanistici B. scrive anche alcuni
epigrammi latini. Muore in Benevento. A San Marco dei Cavoti, gli venneno
intitolati un circolo ricreativo, la scuola, ed la strada ove si trova
l'abitazione in cui vive, già denominata Via Pastocchia, che ospita anche un
monumento in suo onore, opera di Calandro A proposito dell'intitolazione della
scuola, su espressa richiesta dell'allora commissario prefettizio Jelardi,
l'insigne storico Zazo propone la seguente epigrafe che ne riassume le doti i
meriti: A B. CHE DEL RINASCIMENTO HA LO
SPRITO INFORMATORE E LA VASTA ATTIVITÀ PROFUSE NELLE SPECULAZIONI FILOSOFICHE
IL COMUNE DI SAN MARCO DEI CAVOTI A RICORDO ED INCITAMENTO PER LE GENERAZIONI
CHE IN QUESTA SCUOLA SI EDUCANO NEL FERVORE E NELLA FEDE DEI NUOVI GRANDI,
AUSPICATI DESTINI DELLA PATRIA. Zazo, Dizionario bio-bibliografico del Sannio,
Napoli, Fuschetto, B., Jelardi, Dizionario biografico dei Sammarchesi,
Benevento. nis Hortuli Genialise RERVM MEMORABILIVM,
QVÆ IN HORTVLO Geniali continentur elenchus. A Beſton accenfus, perpetuòarder.
A cos. poribus effe &tus procreari. Admirandumauxiliuin advefica calculum,
qwo abſque inciſione diffoluitur de expurgator Alapides renum vefica frangendos
mirabile remedium Ammantium lac ab alimentis recipere qualita tem. Agricola
nonſemel tempeftates e Serenitates pre dicunt. Abſyntbiumroborat ventry
Abfynthij Romani mira Abſalonformararus. Acorescapitis bufonefanartit Achatis
lapidismirabilis Acetum ad i &tus venenosov Acetiſcyllitici miraoperato
Adam eratſapiennriſsimus Aegyptiſ in annimenfura Aegyptiorum opinio de
elementis. Isbe Aepyptij in morborum -Chrafacileadiguem recara Aemorrhagia (electumprefidiuna
Aegypti hierogliphicis vacabant Aegyptiorumarcana ait quartanam Aegyptijregesopera
magnifica do admiranda an. Liquitus conftruxiffe.zi. Aegye MONACENSIS. REGLA
BIBLIOTHECA Tunt. Aegyptiorum in condiendis corporibus obferuatio. Levis
ſalubritatem ad vite produktionem maxå moperè videmusconducere Aegyptiorum
Auditim ir lapidis á vefsica extra Sione Aegyptij quomodoignea prefidia
component Aerisnatura quomodo nofcatur Afflictionem tribuere intellettum.
Agricolafilicibus in horreis cur vtantur Agricola cwufdam interitus. Alexandri
mors.quo veneno fuexit caufata Alexandri ſudoredolens. Alexandri
uder.fanguineus. Alexandri magnanimitas in ftudiofos Amazones mammas dextras
ſecabant. Amoris originis controuerfia Amantes surfacile irafcantur Ambarum vi
ebrietatemfaciat Animalia quadam Arni tempora pradicero. An transformatio
realis detur. An animal in igne viuere poſsie Anni computum diuerfimode fa
&tum Animalia ex putri materia non ſemper extitiffe. Anicularum quarundam
facinona. Antimony in vitrum redu et io. Anuli Bubali ad gramphum vtiles Anularis
digitus cordi amicus Antora napello inimiciſsima Anginaprafocatina vt
compefcatur Animalia a vteerikus Dis dicata, Anguil Anguillarum cum Aquilone
affe &tus Animantiumcobur à cominé oritur. Anni climacterici quales.
Annibalisſtratagema in boftes. Anniprefagia à quercus galiis: Ancitodorum
aliquor obferuationes A priteftium virtus mirabilis Apri ægrotantes hederam
quarunt. Api efum infauftum veteribus Apri dentes adanginan dompleuritidem
vtiles Apes imminente pluuia adalucaria redeunt Apiumri usherbafcelerata; Apum
mirabilisſagacitasdan officium Aqua mirabilis ad viſusdefectum Aquilinumlapidem
partum accelerare, 126 Aquafrigidaqualiter apparetur. Arcades qualiter annum
computabant Archelai Regis in populos immanitasi go Arboris
ficusmirabilisnatura: Arietislingualantium ostendit. Araneorum reła in medicina
vfurpata Arbores quandoquein lapides mutate Artemiſia quando in radicibus
carbonem producati Articulares dolores quomodo curentur. Archelaus
Rexaſtronomie ignarus Ariſtotelis opinio demularum ortu. Ariftotelis rerum
indagator, Ariſtolochia piſces ftupidosfacit. Archelaus turrim incombuſtibilem
fecit: Aſphaltirisla 'usmirabilis natura, Apronomia medicis neceſaria Ararum
vomitu humores expurgat. Aparagor um 2u corporis nitorem producit. Afphespropè
halico ibum fiupidi Aſparagi vi mirabiliter erefcant Ap.dum natura qualis.
Athenien esfacerdotes cicutam comedebant Atrila canis instarlatrabat Athenienfium
ura erga fiicos Aues vfu Taxi nigra fiunt. Auri vfus in medicina Aufonij locus
de mecha uxore Afilici odor vermesgignis Bafilijanhabitat pelicudinibm Aphrice
Ibid. Bafilifcum haudàgallo excludi. Bardana mira vis in affe& u uteri.
Bituminis vis in hiſterica paſs. Braſsica, dorura fimul fatahereunt. Bruta
aliquot lafciuiffe in fominas, Bryonia mira virtus in affe&tu-matricis.
Braſsica fuccus contra ibrietatem. Britânnurum præfidium in furiofos.
Bubuloftercore colicam,anari. Bufonis lapis cóntra vinena. Bufonis.mira
propriet as in Aſcite. Arnes dura utfiant teneriores. Canes.obmutefcunt vmbra
Hyena. Capramaximè epilepſia tentatur, Capillorum defluussm laudano curare Cani
Canicula exortum à veteribus previſum, Carnes cocta,quomodo crude videantur Canes
fabrorum exiguos habent lienes Cancri vini quomodo co &tifimulentur Capre in
luftinis montibuseuomunt Capilli noftri plantis affimilantur Caftratilienem,
dan vitella ouorum deglutire ne. queunt. Cauſtica remedia,qualia adftrumas Caryophillgte
vis adcorporismacular Caftorei teftespropèrenes adeffe Caminus quo fumum non
emittet, Calphurnius beftia uxores dormientes necabat.Catelli membrorum dolores
confopiunt, Cacodamonem mali nnncijpraſagiumattuliffe Calendula folis
amica. Capiuacceiopinio de
menftruofanguine Cantharidum mira vis nocendi Carthaginienfium prefidium ad
deftillationes in. fantium. Cati.cerebrum hominesdementat.
Cornilacrymaſworesſuſcitat, Corui renouantnr eſos ferpenris Cervi carnes ad
vita produftionen Cepamab Hyppocrate deteftari Ceruorum vita longiſsima Cerius
Alatus Francorum inſignie Cerninum penem.conceptum facere. Ceraforum aqua
epilecticis vtiliſsima Chamedrij mira vis ad lienofos Chalcanti vfus
quidoperetur Chymici forebantapud veteres: Cibm Chuslapidus quomodo apparetur.
Cicutam uterinum furorem domare Cicuta virginum mammas detumat Cynorrhodi radix
ad hydrophobiam Cyminum hominibupallorem inducere. Cyprinorum vfuspodlagricis
infeftus Cyprini officulü caluarisad spilefiä mirabile Clarorum virorumexitus.
Lorui morientiúm fæditatem fentiunt Colicu dolor quomodofanetur Collegium veterum pro tuendaſanitate Cotoneorumfeminaadcombufta
Confedtio fenibuspraftantiſſima Corpusutglabrum reddipofit Corpora venenatá
vtnofcantur. Coralline vis adlumbricos Corniplanta hydrophobiam ſuſcitat
Consensus de disensus animantium Corneliu Celji valetudinis precepta.
Creationis mundi opiniones. 10 Croci metallorum.compofitio.: Crinesmulierum qua via denfiores fiant Cupreff
folia Strumas auferre. Cur fit vtquis clauos vomere videatur. Cucumeres oleum
abborrent. Cur quiti impronisè moriantur. D. Ature flores Defunium capillorum
ab hydrargiro, Demoris afturia apud indos. IS Democrittfedulitas in olei
caritare. Demofthenes quomodocuraffet lingue impedimen Denti Dentium dolores
bufonis tibia janari: Dentium ftupor
àportulacaremouetur Dentium dolores paſtinaca marina radio conquieſterr Defipientia
mulieribus familiaris, Digiti annularis ſympathia. E. EBura quoartificiocolorentur.
Ebriy variafufcipiunt deliria Echini ſagacitas in ventorum mutationibus Elephantte
in fæminam mirusamor Empiricorumremedi4periculofa Epistola quomodo in ouo
celetur Equam grauidam marem admittere. Equagrauida fomas occiditur,abortit Equorum teftes ad
ſecundas depellendas praftan. tiſsimi. Equusphaleris accinctus acrior. fot. Asies
rugata quomodo emendentur. Faciem hominis diuerfimode alterari Familia in Creta
mire faſcinatrices Faces ardentes ex Betula corticibus Fætor extin &ta
lucerna grauidisperniciofu Febricitantium fitis qualiter compefcatur Febrem à
quodum pifceillico exitari. Fæmina aliquot inrares mutate,, Fæmina pruritu
corripiuntur in pudendis in prima menftriornm eruptione. -Fæcula Brionie in
affecte vteri Feniculorum femina aliquando exitialia Filij Filij â parentibus
figna recipiunt. Ficorum efumfudoremparerefætidum Filices ab agris qualiter exterminentur.
Flores in Aegypto fine odore. Flamma quomodo in aqua excitetur. Fluuij aliquot
mirabilis natura. Fructum vinearum, iumentorumg interitus pre ſagium Ferarum
natura in hominibus mirum in modum deft. 8a Fons mirabilis apud Garamantes.
Frigida post pharmacü exhihita, felici fucceffu Fraxinum ferpentibus inimicum:
Furiofi in pleniluno,magis infaniunt. Futi vulnera quomodo curentur. Fungi ubi
in lapides mutentur. fumus hydrargiri
quid efficiat Galenu,Medicorum princeps Aline appenfo milui capite furisunt.
Galega, defcordij vis contra peftem. Gallinarum.stercus adfungorum viru. Gallinarum adeps quomodo diu ſeruetw Gallina
quomodofæcunda fiant. Gentium.don populorum ingenia. Germanorum mos circa
coitum. Gigantes quando in orbe fuerint, Gymnofophifta apud Indos mirabiles.
Grauidationis muliersus affertio.Grauida mulieres marein admittunt. Grauida
conceptü quomodo valeant occisltare. Grauidaaliquando fætupariuntfine vnguibus.
Gra Greuide mulieres curpallida. Greci
de Iudeorum monumentis nihiladduxe H.
Auftulus aqua matutinus falubris. Heclaignis aqua nutritur Hemicrania Gagate
fubmouetur. Homicrania à carduo
benedi&to fanythr. Herfetes ceroro
tabacci coufanari. Hellebori nigti ele&tio in Anticris. Hederam cumvino
habere diſcordiam Hemorrboidailisherbe mira virtus, Hellebori nigriextra et nm. Hybernie miraaerisſalubritas, Hidropsà viridi
lacerto confanata Hydrophobosè poto catuli congulo aquam illico ap petere.
Hippocratis opinio de balbisdefe&tiua, Hydrargiri minera quomodo
reperiatur. Hyppiatriquo studioftellas albas in equorum fu cis confingant
Hydrophobia rara dicuffion Hydrargiri
mira natura..Hydrargirum remedium eft advermes. Hydrargirum utilead celidolorem
Hydrargirumremedium in pofte. Hydrargirum defluuium capillorum facere. Hominis vite longitudinis
breuitatis figna, Homo repertus mira vaftitatis. Hominumcur aliquotfubtilioris,
vel graffiorisin. genijfiant. Homines
Principis vitam imitantur. Horai. Homines inuenti miragracilitatis. Hominis compofitionismirabilia Hominesquomodo
fiant abfemy. Hominum corpora olim vafta
Ibis in degyptofolum moratur, Ignispraſidra admorbos fele &ta. Infantes à quibusnutricibm ladandi. Infantis
inumbilicum animaduerfio. Indi ante Hiſpanorum tranfitum variolas baud paffi
funt. 88 Infania ex folano fyluatico quomodo
emondetur Indus quidam longiffime vite. Infantes eiulareautoladein mammillu,
Infantium ruptura ut curentur. Infantes
vipreferuentur ab epilepfie. Infantes ànutricibus mores recipere Infantis umbilicum conceptum facere. Inser Lupum eAgnum diſcordia. Inter brafficam,
de vitesfympathis. Iumenta clitellaria fibilo, cantu á laboribus fubleuari Aminas
aris& vitrileo extrahi Lapidis ignem redensis compofitio. Lapathiam camas
duras,teneruofacit, Lacerta apudIndosmira magnitudinis, Lu,fanguisaliquandopluers
viſs. Lepusannis decemviueredicitur. Letargicos à Satureia vigiles fieri.
Leonardi vatri de partu opinio. Leones
Leones aftatttertianam patiuntur.
Leporumnonomnes hermaphrodui, Leo timet Gallung. ISO Linteaapud Indos
igne depurari, Littera aurei coloris quomodofiant: Lignum èviſco Latum
diſcutita Lienem adcorporis turpitudinem valere Lolium praun inducit ſyptomata. Lolij nocumenta Aceto fanari. Ibid. Lups
afpe&tu homines obmuteſcunt. Irupi pauci reperiuntur,ones autem multa Zapi
quomodo ouibus nacere nequeant., Lumaca lapispartum accelerat Ludi in
conuinijsfeftiuiquales, Lupi,canes, doFeles ut curentur, Lupi in fenio ſerpentesin renibus generant. Luna confinusad inferiora, mirabilis. Lue gallica canis infeftus
Lumbricosquandoquegenerari virulentos MAmirimum
vitulum àfulmine non ladi, izg Aris yubri admiranda: Maleficas artesir
Septentr. exerceri Mascitius, quàm
fæmina animatur, Maritimarumtempestatumprafagia Maculanigre in morbisquid
portendant. Mădragoravitibus infundit vim ſoporiferam: Mares in mammillisſapè
Lachabent.. Marina pallinace radiusad dentiumdelores yti lis. Mommarum sum
vtero ſympathis Medicinepraktamsia quanta fit.. Menftrualisfanguinis immanita,
Medea an fuerit venefica. Memoriaquo
prafidio augeatur. Mercury pojisura in hominūnatiuitatibus, quan tum valeat.
Mergorum i anferum proprietas contraHydropho biam.. Mellis vfu vita
vtiliffimus. Medicina multa abanimalibus capta. Meſpulilignum ab ab ortu
preferuat. Menftrua plerifqs fæminis in fenio. Mirabiles in
hominibusproprietates dari. Mithridates inculpatè venena bibebat. Mithridatis
antidotum ad venena. Mirafontis inEpgroproprietas, Mille pedum preparatio
adcalculos. Mille folium aduulnera
conſolidanda. Morborum prauorum natura, Morus planta prudentiffima.
Morfusquidam à cane rabido latrauit.
Mors inArthritide quandofuccedat.
Mures futurorum praſcj. Muftela cur rutam comedat. Multa prafidia ab
animalibus homines accepije.Mulierum capilli quomodo in vermes mutentur.zo
Monftruofa Dæmonis apparitio. Mulieres pregnantes vt nofcantur. Muftella fanguisadepilepfiam.
Mundi creatio.ornatus. Mullus sterilisatem producit. Mulierum pinguedoſuamis.
Mutin Mulieresrarò inebriantur.
Mulorumgenuspropagare nequit. Mulieresin. Ponto animalibus.nocentes. N: Natura
presidentia in brutis.. Natsuitates.hominum quando ob'eruende Natura
arcanaprovira producenda. Neronis crudelitas quoque pads a nutrice wiginem
fumpfit. Nero Tapfiam magnificauit. Nereides, Sirene lepe vifa fust: Nili
proprietu admiranda Niues rubentes in Armenie. Nodi in vmbilico infantis quid
sotentas Nuxairiftica quomodofiat vigore for O Learum fterilitatis preſagium:
olei, vini,fegetumquefterilitatis prefagium. olei balneumproconkulfis laudatum.
aleun amigdalarum dulcinm advariolarum veftigia probibendu. olea Minerka a
yeteribu dicata: slei cinemani
raracampofis. elina olinarum oleum
adunguium pannas. tur. Par Oleum latris colicum affe& um domato Oleum lixiuio miftum albeſcit. Opthalmia
aliquando.folo afpe et u communicar @ris
ulceraquomodofanemtur: Oryalus viſu auriginoſos.sanat.. Orestis cadauer odto
cubitorum. fa de corde Cersui.corina uznena.. Oxes capite
mouentpluuialmininente. Quesalba ubi nigrefiant. P Arimdi difficultasquandoqueà curto umbi lco
prouenit. Paracelfafalſa opinio dehomunculipartu.Panaritiumqualiter illico
fanetur. Parthi, Scytheque quo venenofagittas linjrent.Pestilentitemporeinter
precipua præfidia.neris Aifcatio fummum
iudicatur. Papauer agreſte contra pleuritidem, Papauer ſolisfpheraminfequitur,
Perfa.aliis coquinas replebant: Pediculicorpora morientium relinquunt Beftem ex
occulta antipashia oriti. Penna Ibidis ſerpentes-terret, Perniones:quomodo fanentur: Phalangii'ueneni
opera. Phrensuci cur fortiſsimifint, Phrenetidem exnigro-corallio quiefcere
Bhreneticialiquando mirabilia loqui. Pharmacum dare, quando periculofum. Philomenaà vipera deuoratut. Pifa Piſces marinifalubres, japidi, Pifiesfrixi
quomodo in venenum tranfeunt. Pici mirandulani ingenium; Picem cum oleo habere colligantiam Pici
opinio de fcientiarum varietate Portulæca foment contra lumbricosa
Plurimamèterra furfum rapi iterumque deorfumi cumpluuiis precipitarz. Polypodijmira viscontra cancrosa Porri
caputquomodo augeri pofsit: Potentia imaginatiua in conceptu mirabilis. Planta
fimileseffe&tu fimiles, vinute... Pluvia imminentisprofagia. Plumburglans
in coli dolorepraffans. Prognoftica tempestatis pluusoſa. Prafodiam mirabile ad
calculos Preſedia admiranda inangina. Pfli, do Marfi ferpentibus amici.
Pulchritudo, deformitas afpeétuo quid portono. dat. Pulchritudo corporis quo
termino confitna. $. Euella à teneris veneno odusara. Pulſus deficientes
anfemper mali, Queen Vanium profit neris puritasin peffe. Wartanarii improuifo rimore fananiky. Mr. Qua
via volucrumpennacolorentur. Quartana quomododebellerur.
Quibuscorpusflorsfcit,his lien decrefcit. Quo artificio es aduratur. QuorumdamiAnimalium vitalongitado Quorumdam
animalium naturl. Quorumdam homină virtutes, et ornamenta. quo artificio mares ab. uxoribus. [tyfcipere
vales Quo Artificio duriſsimafaxa frangerevaleamus. Quomodo in
urdieriſomasexcitari valeamus. mks. R Aneterreftris oleum aditrumas !
Rexbarbarumcidoniatum gravidisfummum medicamentum. Rerum Sympathiam in aliquot brutis Admirabi.
lem effe;. Rută inter alexiteria medicaméta cõnumerari, Rores marini virtus
miranda, Ruta mira. vis contra venenum. S jabbarici junijmiraproprietas,
Sanguis menftruus quandoque ex oculis velgingi uis excluditur, Salis prunelle
virtus,de compofitio. Sartyriam carnofum venerems excitat,flaccidum vero
extinguat. Sanguis menstrualisexucis, ſcarabais venenū. Sanguis caninus
hydrophobis vtilis. Saliua bominisfcorpionesnecat. Scarabei miraproprietas.
Scarabai cornuti vis in febre ciendo. Sciffure laborum.usmanuum remed. Scythe
quomodo diuabfque cibo vivant: Berpentesquibus fufficibusarceantur.
Sene&tutisincommodah Sepermusinter mafculos meră retinet virtutã. Serpeniums
ona, velgenitura in pornfumptaSerpenting gignunt. Singulis quopatto cohibeatar,
Socij Diomedis in volucres conneri. Solis confuxm ad inferiora maximus. Solatri
potencia contra parafitos.
fomniorsuspreſagia à Deoconcedi. Sodami -Gomorrbi fruétus vari. Solis
defe et us quomodo comprehendatur. Spurij robuftiores legitimis fuus Spe&
acula veterum vbi celebratamagis. Spuweis epilepticis non femper filo
Spatiuwvil e fecundum Acryptias. Stygis Arcadiemortifera natura. Sirumarum
mirum remediusa. Strumaper vrisano quandoquepurgalai Sterilituin bomine
ytdiriwratur SAMIremedium temporepeffu. Succinum parium mulieris accelerare,
Syrupus fpinæ infeftorie ad temelusume. SS SwimeisterSidera calidißima. T.
sbacci vw apud Iudos. Talpeoleum ad Aruma. Taurifanguis inter VEREBANwerari.
Taurilapillu veſice contracalcules. Taum Philoſopbw famen cabiberet. Ferro
lenonia contra ventna. Tbagfia mira vis in facillasi. SO Thappa Thapſia
veſsicas, do ademata excitat. Torpedinismira vis in capitis dolores.
Trauli,cobalbi,do femilingues unde finns. Tuberum efufrequenti hominescadunt.
Aleriane vis contra epilepfiam, V Variola,morbilli affe&tmnoni, Verruce quomodo extirpentur. Verbena vis in
capitis doloresi Verbena virtus contra frumas Vermium in corporibus hominum
varia figura 18 periuntur Vermes rubei in cerebro adnati. Verbafci florss Sole aecedente decidunt,
Veterum fepulchra mitèconftrudia Veterum ruditasdo, in foribendovarietas. Vena
ſarustella ſpleneticis auxiliatrix Veterum in nuptiisconfuetudo. Veteres
equoram lacrymas admirabantur. Venenumà diſsimili extinguigecontra Vermes in
cordis.capſula exorti Ventorum mutationes ab Echmo previderi. Vifusacies,in
quibus fueritadmiranda. Víres collapſa odoribus reſarciri poffunt. Vitrioli,
com fulphurisoleumad vermes. Vipera catellosfuosparit,utnutrit Vipera inter
ſerpentes fola parit animal vinã.ibe Viperamorſus Hellebori nigri radicibus
fanan. Vinum pro Afthmate ſele&tum Vito longena quomodo apparemme zur. Vina
Vina alba quomodo rubra fant, Virginitatismulierum figna. Vitrum quo modo
diuidarur. Vinum
venenatumquibus profuerit. Vinum à veteribus feminis interdi et um. Vifcum
quercinum epilepticis falutare Vitri puluerem calculus comminuere.Vimivſus
elephanticis falutaris.Vlcera formicantia quomodo breui fanentur. Vricornu proprietas, bet cognitio. Volatilium, piſciumque
fecunditatispreſagia. Vrtica folia ſalutem, vel mortem informi in lotio
prefagiunf. De Medicine praftantia. Edicina decçio demiſla eft: ita
Mercurius Trifmegiftus apud Aegyptios ſapientiſsi. profectoad fluxilis natura
goltre remedium Deus altiſsimus ho minibus conceſſit; vt fanitatem conſer.
uare, &perditam recuperare commodè valeamus. lofa autemà vitæ conftituto
termino, et à morte nequaquam viuen. sia omninoliberare; ſedcorpora à cor
suptione, et feftinadiſſolutione præfer uarepotius iudicatur. Amazonescur
mammasdextras refecauerint. Mazones illæ, tantum à ſcriptori bus celebratæ,propterea
fibi má. mas dextras refecari curabant, vt magis A armis gerendis aptæ fierent;
vel potius Demannum, et brachiorum impedire tur motus. Mihi zutem Galeni opinio
7. Aphor. 43.ex fententia Hippoc. admo dum placet; qui has mulieres id feciffe
aferuit, vt manus dextra robuftior cua detet.Hocautem à ratione alienum mi.
nimèeft, quippe nutrimentum,quod in mammam dextram à natura diſtribui
debebat,totum in manum, et brachium immittebatur. Strab. Olearum fterilitatis
prefagium. Ergiliarum occultatio, et emerso Sucularum tempeftuofi fideris, fi
pluuiofam tempeftatémouerit, et vitis, &olei germinationé fuffocabit.Ex hac
cauſa Democritus olei præuifa caricate, magna vilitate oliuas in toto co tractu
coemit, mirantibus, quipaupertatem, do et rinam, et quietem homini oble et a.
mento cffeſciebant: at vt apparuit cau. fa, et ingens dinitiarum acceffio,reftituis
mercedem, contentusleita probaffe, 0. pes fibi in promptu eflc cum vellet. Ex
Fran, luncino in Sphæra. Do&oris Medici, et Philofophi, Hortulus Genialis.
DeMedicinepraffantia. Edicina decçio demifla eft: ita Mercurius Triſmegiſtus
apud Aegyptios ſapientiſsi musfcriptum reliquit. Hát profecto ad fluxilis
natura noltre remèdium Deus altiſsimus ho minibus conceffit; vt fanitatem
confere uare, et perditam recuperare commodè valeamus. lofa autem à vitæ
conftituto termino, et à morte nequaquam viuen. sia omnino liberare; fed
corpora à cor ruptionc, &feftina diſſolutionepræfer uarepotius iudicatur.
Amazones cur mammasdextras refecauerint. AMiszonesilla, tantum àfcriptori.. mas
dextras reſccaricurabant,vt magis armis gerendis aptæ fierent; vel potius De
manuum, et brachiorum impedire tur motus.Mihi autem Galeni opinio 7. Aphor.
43.exfententia Hippoc. admo. dum placet; qui has mulieres id feciffe aferuit,
vt manus dextra robuftior cua deret.Hocautem à ratione alienum mi. nimé eft, quippe
nutrimentum, quod in mammam dextram à natura diſtribui debebat,totum in manum,
et brachium immittebatur. Strab. lib.11. Olearum fterilitatis præfagius.
Ergiliarum occultatio, et emerGo Sucularum tempeftuofi fideris, fi pluuiofam
tempeſtatemouerit, et vitis, et olei germinationé fuffocabit. Ex bas cauſa
Democritusolei præuifa caritate, magna vilitate oliuas in toto co tracta
coemit, mirantibus, quipaupertatem, do et rinam, et quietem homini oble et a
mento effe ſciebant: at vt apparuit cau. $ a, et ingens dinitiarum acceffio, reftituit
mercedem, contentusleita probaffe, o pes Sbi in promptu effe cumi vellet. Ex
Frap, lundino in Sphæra. V O aqua Nili,
Nilifluminisproprietas uædam aquæ reperiuntur, quæ fæ. cunditatem proprietate
quadam inducere celebrantur: ita eſt quæ ſua vi nitroſa, vt voluit Seneca 3.
Natur. quæſt. natura. fæpè vteros per petua fterilitate occluſos aperuit, et conceptumfecit:
Vnde mulieres in AE gypto,vtfcripfit Ariſtot.quinos, et qua ternos frequenrer
fætus edunt; ratio non alteri tribuitur, quàm Nili aquæ, quæ illis in potu
familiariſlima eſt. De Mundicreatione. N qua Anni parte Müdus à Deo crea
tusfuiflet,diſcordes interſe ſcriptores funt, vt Hebræi, Iſmaelitæ, Chaldæi,
Arabes,Aegyptij,Græci, et Latini.Mula ti enim in Aeftate, nonnulli in vere,alij
verò in Autumno conditum fuifle con tendunt. Moyles fuiſſe in Autumno affe.
rere videtur, cum in Geneli dicat, Ger minet terra berbam virentem,
&facientem emen, Glignum pomifera faciens fru &tung iuxtágenusfuum.Ex
Aegyptijs nonnulli A eſtate creatum afferunt. Inter Latinos Cardinalis
Aliacenfis vere nouo condi tum voluit.Inſuper variant,quia Plane tas aliquot
afferunt in mundi principio fuiſſe creatos in fuis domibus: Solem ſci licet in
Leone, Lunam in Cancro, Martē in Scorpione, Saturnum in Capricorno, Venerem in
Libra,Mercurium in Virgi ne, Iouem in Sagittario. Alij, Planetas volunt, in
fuis altitudinibus, præter Mercuriú, omnes fuiffe collocatos. Que autem opinio
fit verior, D.Thomas 4 fons dif. 2. artic. 8. videnduseft. Murium fagacias.
Vres ex ônibus animalbusquo dám do cognofcuntur. Cum enim domus aliqua
conſenuit, &ruinam aliquam iamcom minatur, primi ſentiunt; et reli et is
fuis cauernis, priſtiniſque fiabitationibus, domum relinquunt, properè
fugientes, aliudque domiciliú quærunt. Aelianus de var, hift.lib.z.& Leuisius Lempius do
fest. nat. Pluuja Mamodofuturorum præcij effe Pluuioſa tempeftatis Prognoſtics.
' Ergiliarum occafus matutinus, lo nubile Coelo accidat, hyené plu. uiofam
denunciat,fi fermo Cælo,alpe ram.Sic Veneris,aut Martis per Pleiades tranfitus
aliquot dicbus pluuioſam ciet tempeftarem.Saturnus inſuper cum cor pore, aut
radijs ad a &turum accedit, i dem minatur.Ex Plinio,óobferuat.Stadi.
Agricola non femel tempeftates, et f renitates predicant. Vltos profe et o
cognoui pafto res, plerofquc agricolas, quiin prædicédislerenitatibus, et tépeftatib.
magnæ mihi erant admirationi, quare tanquamcnriofus fciſcitabar, qua via,
&ordinc hęcſcirent?ratus forfan fimpli ces, &idiotas non poflc tanta
certitudi. ne futura prænoſcerc;nifi vel Dei mu. nere, vel Demonisa et uid
fieret. Exre latu diuerfas ftellarum conftellationes abijs experientia cognitas,
no et u, ani. maduerti:quarüobferuatione vera pre M dicunt. Experti enim ſupt
Pleiades in Autumno, quæ in principio no&is ori. untur cum Marte, velVenere
mouere tempeftatem. Aréturum non fine gran dine emergere. Hadorum ortum et oc.
cafum tempeftatem pluvioſam in regio. nibus noftris prænunciare; et alia, quæ
in promptu tales habent, licet alijs no minibus hæc fidera nominent. Quare
mirum non eft, priores ftellarum per fcrutatores circa carum prædi& iones
multa nobis reliquiffe,cum id ſapientia, et obferuatione perfecerint, quod iam
idiotæ fine magiftro facere valent. Valeriana miraviscótra epilephan. leriana
ſylueftris, quęlpontènal. citur,præter innumeras, quæ ab au et oribus ei
tribuuntur virtutes, hancia diù, in multis, atque in fe ipfo Fabius Columna in
bifter, plant. expertam ape suit,vt ſemel,velbis radicis puluerisco chlearij
dimidium cumvino,aqualadte, aut alio quouis decétifucco et proggro
sicómcditate, et ætate fumptü,epilep Valeri Ga correptos liberet. Extirpatur
ante quam caulem edat, et puerisexhibetur, et preſertim infantibus, qui morbo
hoc facilè laborant. Retulit auctor ſe multis puerulis lac propinafle; multiſ“;
amicis donodediffe: qui deinde diuino prius numine glorificato,
puluerehuiusplan tæ illis reftitutá fanitatem affirmarunt. Transformationes
hominumin beſtia as noneffe reales. Vædá monſtruoſæ hominü tranſ formationes in
beſtias à multis au Storibus fcribuntur; et inter alias, de il la Maga famosissima
Circe, quæ ſocios Vlysis in deftiasfertur mutaffe: de Ar codibus, qui forte ducti
tranſnatabant quoddam ftagnum atq; ibi conuerteba tur in Lupos: de Diomedis
ſocijs, qui in voluitres conuerſi ſunt, plurima'addu cunt. Hoc non fabuloſo mendacio,fed hiftorica affirmatione
multi confirmat, vt in fpec. natut. Gib. Vincentius Beluacenſis retulit.
Aflerunt enim (vt ajtSolinus )velmagiciscantibus, vel her barum veneficio in
feras corpora tranſ formari. Dicunt in experimento Neuros populos Aeftatis
tempore in lupos mu tari, deinde fpatio, quod his attributun eft exacto,
inpriſtinam faciem reuerti, Anautem huiuſmodi trasformatiorea. lis ſit vel
illufivè facta à Demone, D.Au guft.lib. 18. de ciuit. Dei ita nodum enu.
cleauit: Quod transformationes homi numinbruta animalia,quæ dicuntur ar te
Dæmonum faétę,non fuerint fecun dum veritatem; fed folum fecundum apparentiam.
Quippe opus hoc tantum Deieft; vt in Concil, lacro A Acyrano fancitum eft. Demonis
aftutia apud Indos. Erba, quam Tabacchum appella mus, apud Occidentales Iodos
in magno cratpretio.Cum eniminter hos dere graui agebatur, ad Sacerdotemil.
lico accedebat,quitotuoegotiúexpone bát. Sacerdos auté corá illis fronde, vel furculum
Tabacchiſumebat, qua carbo. nibus inic et ta, fumum peros, et nares ex.
cipiebat, et inftar mortuiin terrá cade bat. Paulo poſt conſumptis fumivirto
bus in cerebro, reſponsa, ſed ambigua, prout Dæmones perilluſiones, et fimu
Jachra fuggefferant, populo dabat;qua tanquam religioſa, et veriſsima cunati
recipiebant. Ita profi eto hominum ini. micus Gentiles decipere confueuerat.
Monardes de rebus Indicis. Quid Picusdefcientiarum varietate fentiret. CH *Vm
quodam die Ioannes Picus Mi Urandula de fcientiarum varierate diſſereret,in
Hebrçorú, inquii, Philofo phia, omnia funtveluti quodam numi ne facra, et in
maieftate veritatisabdita Ceu prodigia quædam, et arcana myfte sia. In Græcorum
veròdifciplinis, in genium, acumen, et omnigena eruditio apparet, vt nulla
vnquam gens fuerit, quæ dicendi copia, et ingenij elegancia cam illis
poffitconferri.InRomanaved sò Academia, ca ferè omnia, quæad ci. witaté, et vitæ
morespertinent, &graui. *, et copiosè funt explicata,ac magni fica ficè
diđa. Sic ve grauitas maximè Roo manis, et imperijmaieftas, Grçcisinge nium,
&acumen; Hebræis do et rina fe. cretior, et quaſi diuinitasaſiribi poſsit,
Crinitus da honeft. diſcipl. lib.g. Subditos, Principis vitam vtpluri.
mumimitari Rincipis vitam fubditi maximopere imitantur. Hinc fa et um eft,vt ex
Philofophica vita Marci Imperatoris, magnum virorum doctorum prouentu ærasilla
tulerit. Solent enim plerumque homines vitam Principis æmulari iux. ta illud
Platonis à Tullio in epift.ad Lé tulum reperitü: Quales fum in Republica
Principes, sales folers effe cines.Quapropter ex bonitate Principis Marci,
plurimila philoſophari finxerunr,vt abeo ditarë. tur. Ex Herodiano, et Xiphilino.
Rutam allium ferpentibuset werfari. Vtä odor,allija; ferpentibus max ex
teftimonio Ariſtotelis 9.de.biſtor. animal.c. 6. habemus muſtelam, cum
dimicatura eft cum ſerpentibus, rutam comedere. Hac etiam ratione ducti Perfæ(auctore
Simone Sethi ) coquinas allijs replebāt, vt ipfasà ferpentiú contagio
tuerentur. Animaliaoriri, et viuere poſſe in ig ne compertum eft. Agna
admiratione dignum eſt illud, quod ab Ariſt. s.de hiftor. animal adducitur;
animalia ſcilicet oriri, et viuere in igne,cum elementum hoc omnia comburat: et
nullatenus pu treſcat. In Cypro, inquit, infulaærarijs fornacibusvbi, Calcites
lapis ingeftus compluribus diebus crematur,beſtiola in medio igne naſcuntur
pennatæ,paulo mufcisgrandibus maiores, quæ per igne Saliant, et ambulent.
Equidem fià tanto viro hocnon aperiretur; vix credere homincs auderent, cum
totum rationi aduerſetur; fed hæc, et alia maiora à po fentiſlimanatura fieri
poſſunt, 10 Lacus Lachs Affhaltitis mirabilis natura. Yommemoratione dignum
puto Alphaltitis lacus naturam expo nere.Salfus ille quidem,ac ſterilis eft,fed
tanta leuitate, vt etiam, quæ grauiſſima ſunt,in eum iacta fluitent:nec
quiſquam demergi in profundum ne de induſtria quidemfacilè poſſit.Denique
Veſpaſia mus, qui eius viſendica uſa illucaccelle sat, iuſfit quoſdam natandi
infcios, vin &is poſt terga manibus, in altum deijci, et euenit omnibus, vt
tanquam vi fpiri. tus farſum repulfi, deluper Auitarent. Joſepbas lib. 5.de
bello Iudaicri.9. Piſces marinos falubriores, et fapidi. ores efe fluminum
piſcibus. lices, tum pidiores, tum falubriores ſunt ijs, qui in fuminibus,
ftagnis, lacubus, auc riuulis viuunt.Salfedo enim duriorem facit carnem, et fubtilioris
fubftantiæ. Contra in piſcibus, qui ſunt in fiumini
bus, &perinde eorú caro excrementitia eſt muccoſa, et infuauis. Vndeapud
Co. lumellam extat lepidum didū. Philip pus cum ad Numidam hofpitem deue
niſlet, et fibi è vicino fluminelupi for moſum appofitúdeguftaffet,ex puiſſet
guc dixit: Peream ni piſcem putauerim ! vſque adco à Tyberino,velmarino dif.
ferre putauit, vt illum piſcis nomine in. dignum iudicauerit. Mulieris cinni
fogant ſerpentes, da in vermesmutantMr. ulierum capilli, quibustantopere
gaudent, et pro quorum ſtructu ra in exornandis multum conſumunt te. poris,cremáei,
ferpentes abigere vifi sūt: fin autem in aquam inijciantur, in ver mes non diù
retenti commutantur. Plurimos homines aqui per tenebras, de per lucem vidiffe.
Erum natura opulentiſsima admi ſus aciem,oculoſgue ſplendentes pręſti tit; vt
multi felium more noctu vagari liberè potuerint. Legitur de Alexandro per tenebras
æquè,ac per lucem vidiſſe; viſum adco acerrimum habuit Galenus, quod in lomnis,
patefactis repentè pal pebris, magnamante oculos lucer via debat, vtiplede ſe
fidem facit Hip port. Go Platon, plac.6.4. At mirabilior erat TiberijCeſaris
proprietas; qui in tenebris exactè videbat;de qua re adeo admiratur
Tranquillus, vt id pro mira culo ſcribat. Cibus fapidiſsimus quomodo apparetur.
Viſapidissimum cibum habere de liderat, Gallinaceos pullos, qui la &te et panis
micis laginati lipt, in menſa procuret, ij profe &to præſtantiſsimum
ſaporem exhibent, mireque cum palate ineunt gratiam. Andereriam carycis nu
tritus, tum ad medicinam, tum ad gula faporem eſt optimus, et piçlertim iccur.
Vnde non mirum L in Inſula Hiſpa niola apud Indos, porci harundinibus zacchari
faginatitantæ, ſapiditatis, et bonitatis ſint, vt febricitantibus etiam
exhibeantur, Gigan eft muccofa, et infuauis.Vndeapud Co. lumellam extat lepidum
di& ú. Philip puis cum ad Numidam hofpitem deuc niſlet, et fibi è vicino
flumine lupi for mo ſum appofitú deguftafſet,exfpuillet guc dixit: Peream ni
piſcem putauerim ! vſque,adco à Tyberino,velmarino dif. ferre putauit, vt illum
piſcis nomine in. dignum iudicauerit. Mulieris cinni fogant ferpentes, do in
vermes mutantur. ulierum capilli,quibustantopere gaudent, et pro quorum ſtructu
rain exornandis multum confumunt té poris,cremári,ſerpentesabigere vifi sūt:
fin autem in aquaminijciantur, in ver. mes non diù retenti commutantur.
Plurimos homines aqui per tenebras, acper lucem vidiffe. REErum natura
opulentilsima admi randam fæpiſsimè hominibus vi. ſus aciem,oculoſque
ſplendentes pręſti tit; vt multi felium more noctu vagari liberè potuerint.
Legitur de Alexandro per tenebras æquè, ac per lucem vidiſſe; viſum adco
acerrimum habuit Galenus, quod in fomnis, patefactis repentè pal pebris,
magnamante oculos lucern vi. debat, vtipfe de ſe fidem facit lib. 7.Hip porr.
Platon. plac.6. 4. At mirabilior erat Tiberij Ceſaris proprietas; qui in
tenebris exactè videbat; dequa re adeo admiratur Tranquillus, void pro mira
culo fcribat. Cibusſapidiſsimus quomodo apparetur. QlideraGallinaceos,
pullos,quila &e et panismicis laginatiſipt, in menſa procuret, ij profe
&to præſtantiſsimum ſaporem exhibent, mireque cum palato ineunt gratiam.
Anderetiam carycis nu tritus, tum ad medicinam, tumad gulæ faporem eſt optimus,
et pięlertim iecur. Vnde non mirum G in Inſula Hiſpa niola apud Indos, porci
harundinibus zacchari faginatitantæ, ſapiditatis, et bonitatis ſint, vt
febricitantibus etiam exhibeantur, Gigantes in orbequando fuerint? G. Igantum
foboles paulo ante Dilu (uium apparuit, patet hoc in Geneſi c.6.quando ingreſſi
ſunt blijDei ad fili as hominum: poſt autem Diluuium aliqui fueruntgigantes,
qui tamen non multo tempore durauerunt. Bonitas e nim naturæ (vt inquit
Abulenfis c. 3: Deuteronomij) in cibis, et afpectu cæli ad terran habitatam
remen humanum in tanta virtute continebat, vt tanti robo ris, et ftaturæ
homines ætas illa produ. ceret; Poftea paulatim deficiente natu, ra,tanquam ad
fenium múdus ifte decli. nauit, et humana corpora cum viribus minorata funt.
Adfacies mulierü rugatas ſelectum præfidium. (N gratiam rugatarum mulierum, et quæ
maculas in viſu fortitæ fuerint, quo ſenium, turpitudinemque faciei abfcondere
valcant, optimum adduca mus præſidium. Alumen tritum, et cum recentis oui
albumine agitatum,ſi dein de ferbuerit in olla,& { patula ligno coti nuo
mouebitur,in vnguenti ſpiſfitudi nem tranſit. Hoc f biduo, vel triduo facies
mane et vefperi collinitur, non modò emaculari et erugari, verum ſum mepulchram
&gratam eam reddi ani maduertent. Maxima eft folis excellentia, do in hec
inferiorainfluxus. Am maximè Homerus Solis natura, et excellentiam admirabatur,
vt illú Deorú patré,hominūá; vocauerit. Ipfe enimomniú aftrorú Rex eft, et tempora
cuncta moderatur: annos,menfes, et di os diſtinguit, et efficit; nos fua luce
læti ficamur, et eiuscalore ſanamur. Ipfe vi. rentes herbas, et terræ nafcentia germi.
narefacit, et flores redolere. Ipſefruges, producit, fructusmaturat, aerem puri
ficat, lucem affert, tenebraſque repellit, elementa tranſmutat,animalia gignit,
gemmaſque pretiofas cum admirandis viribus ex terræ viſceribus mira virtute
spitøre facit, Hominųm ipſe, cum ho mine Gigantes in orbequandofuerint? Glucos
Igantum foboles paulo ante Dilu (uium apparuit, patet hoc in Genefi c.6.quando
ingreſſi funt alij Deiad fili as hominum: poſt autem Diluvium aliqui
fueruntgigantes, qui tamen non multo tempore durauerunt. Bonitas e nim naturæ (vt
inquit Abulenfis 6. 3. Deuteronomy )in cibis, et aſpectu cæliad terran
habitatam femen humanum in tanta virtute continebat, vt tanti robo ris, et ftaturæ
homines ætas illa produ ceret; Poftea paulatim deficiente natu, ra,tanquam ad
fenium müdus iſte decli. nauit, et humana corpora cum viribus minorata ſunt.
Adfacies mulierürugat asſeleétum præfidium. Ngratiam rugatarum mulierum, et quæ
maculas in viſu fortitæ fuerint, quo ſenium, turpitudinemque faciei abſcondere
valcant, optimum adduca mus præſidium. Alumen tritum, et cum recentis oui
albumine agitatum, fi dein de ferbuerit in olla, et ſpacula ligno coti nuo
mouebitur,in vnguenti fpiffitudi nem tranfit. Hoc ſi biduo, vel triduo facies
mane et vefperi collinitur, non modò emaculæri et erugari, verum ſum mepulchram
&gratam eam reddi ani. maduertent. Maxima eft folis excellentia, din hec
inferior ainfluxus TO Am maximè Homerus Solis natura, et excellentiam
admirabatur, vtillu Deorú patré, hominúý; vocauerit. Ipſe enim omniú aftrorú
Rex eft, et tempora cunctamoderatur: annos,menſes, et di es diftinguit, et efficit;
nos fua luce læti. ficamur, et eius calore ſanamur. Ipfe vi. rentes herbas, et terræ
nafcentia germi. nare facit, et flores redolere. Ipſe fruges producit, fructus
maturat, aerem puri ficat, lucem affert, tenebraſque repellit, elementa
tranſmutat,animalia gignit, gemmaſque pretiofas cum admirandis viribus ex terræ
vifceribus mira virtute qpicere facit, Hominum ipſe, çum ho minegenerat,&
tandem quicquid in ter ra oritur, et occidit, corrumpitur &ge neratur, in
eius poteftate eft:fic ait Ari ſtot.z.degener.d corrupt. quod propter acceſsú,
&receffum Solis in circulo ob liquo,fiuntgenerationes, &corruptio pes.
Hæc, et alia tali lideri Creator om. pium largituseft. Falfißimum eft
Salamandramin igne viuere pole. B Ariftotelc, et Aeliano,Salaman dram non modò
in igne viuere, verum etiam illum extinguere proditú eſt. His ſuffragatur
Plinius lib.io.c. 67. qui tantum alleruit Salamandræ rigore elle,vt igné
glaciei ad inſtar extinguat, Hi autem famigeratiſſimi viri dormi. tare videntur,
cum omnia et comburi, et conſumi ab igne poſle iudicentur, Falſum ergo axioma
eſt;breuique fpatio animalillud, antequã comburatur, licet rigidiffimú foret,
in igne viuere verifia mile eft.Totú hocexperientia innotuit. Narrat enim
Matthiolusin Dia foridisin agro Tridentino,Veris,& Au. Tumpi tempore,maximam
Salamandra rum copiam reperiri, fe autem,vtexpe rimentum caperet eius, quodde
Sala mandra vulgo fertur, plurimas in igne conieciſſe, fed eas prorſus
exarſifle,bre uique penitus eſſeconſumptas. Sabbaticifluuj admirada proprietas.
I Nter Arcas, et Raphandas ciuitates (teſtimonio Iofephi.7.de bel. Iudaico )
regni Agrippę, Sabbaticus fluuius repe ritur, ita à leptimo die, quem ludzire
ligiosè colunt, appellatus. Hic copiofus fluit, nec meatu ſegniseſt,
mirabilemg; naturam obtinuit, liquidem interpofitis lex diebusà fonte luo
deficit,audumq; et ficcum alueum relinquit. Quod auté mirabilius eft, nulla
mutatione facta ſeptimo die fimilis exoritur, talemque continuo ordinem
obferuare pro certo ab omnibus cognitum eft. Quam fitexitiofumpro lattandisine
Fantibus vitioſas eligerenutrices. Vtrices pro lactádis puerulis ma lis moribus
imbutas, vitiofas, in. B eptas, crudeles vel ſuperbas reijciendas exiſtimo:
mites autem, benè moratas, fine vitio, et prudentes cligendas. Pueri enim ex
ijs educati ob acceptum nutri mentum à parentum natura recedunt, et 1 ad
nutricisvitia, vel prudentiam aliquá inclinationem habent. Indelegitur Ne Pi
ronem crudeliffimum à fuis progenito ribus longè degeneraffe(quamuis pravá
inclinationem vincerepotuiſſer) ijenim benigniffimi fuerant: ipſe autem à crue
delillima nutrice lactatus, et connutri tus, propriam matrem interfecit.
Menſtrualisfanguinis mulierum immanitas. Aximum contagium in mulieris i ei F
credidit.Refert enim nouellas vites eius pernecari contactu,rutam, et hederam
illico mori, apesta et is aluearijs fugere, lina nigrefcere, aciem in cultris
tonſor rum hebetari, æs graue virus et ærugi nem contrahere: equas, li lint
grauidæ, ta &tas abortire,multaque alia pernicio famala ex illius contactw
fieri tradidit. Sed longe à veritate diftar hic auctor: cuiuslibet
enimmulierisfanguinēmen i ftruum virulentum effe falfamum eſt, quippe in ſana
muliere, non differt et Yanguis à fanguine vitiumque illius in i quantitate
tantum perliftit,vtbenè Ca piuacceusin fua Praxi recenſuit, fecus eft in
morboſa muliere, ex menftruali enim iſtius fanguine nõmodopericula, quæà Plinio
adducuntur, eueniunt, ve - rum etiam alia. Equidem canes epoto · menſtruo in
rabiem vertuntur. Homi nes in he et icā, et phthiſim, fià veneficis, eis in
potu tribuitur, deueniunt: Oleze contacte ſterili fcunt. Alia ctiam ex il lius virulentia contingunt, quæ
reticere melius eſt. Frigidumpotumpoſt pharmacum af fumptum magnæ vtilitatis
afue tis fuiſſe. Egrotabat oliin in Sicilia Prorex Ioannes à Vega: ſumptoque
Phar maco ſegniter purgationem habebat. Medicusfamiliaris, vtaluum irritaret,
juris pulli ſine ſale pararú cyathum co B 2 A ram Principe habebat; illumque
nau. ſeantem, et tale brodium abhor. rentem, vtebiberet exorabat. Super ueniens
autem Philippus Ingraſsia, iua ris vice, libram aquæ frigidæ cum vn cia
zuccarimediocris albedinis propi. mauit. Erat enim ille frigidæ potioni af
fuetus,atqueiecore percalidus. At frigi. da cpota, deſtructa eft confeſtim
naufea fedatilque nonnullis in ore ventriculi morſibus, talem è veftigio
purgationé feliciter perfecit, vt gratias referre In graffiæ pro tali frigidæ
potione,cupiens, argenteum illud vas,in quo repofita fri gida fuerat, pretij
aureorum nummo. rum quinquaginta, gratiſsimo animo donauerit. Ingraff.
de.frig.por.poft medic. Verrucas cuiufdam animalculi liquo reperfanari. Eferam
quod mihi in Apuliæ quo dam loco, circa verrucas fucceflit. Expetebat à me quidá nobilis,
qui ma. nusà verrucis nimis deturbatas habebat aliquod pro illis abigendis
præſidium. Ego coram nonnullis multa,quæ aliàs RII veriſſimaefle comprobaueram,illicon
it'o fulebam.Inter hosrufticusquidam ino to pináter,fe ele &tiffimum habere
remedia pro ijs penitus dirimendis non rogatus I. faſſus eſt. Sciſcitor quale fit, animalcu Di lum eſſe dixit: ad
experimentum veni Before mus, ægro confentiente. Ruſticus ani. i malculum
inuenit. Hoc'in floribns 1. Eringij, et Cichorez æftiuo tempore uk moratur,eft
coloris calaſsini, cum ma of culis rubeis, et quodammodo aſsimila tur
proportionecorporiscantharidiyli y cet paruulum ſit. Acceperat aliquot 12 i-
fticus, et ſingula in ſingulis verrucis digitis exprexit: exibat liquor quidam,
o manus intumuit, et doluit,fed cum mo. derantia: intra tres dies detumuit, et fana
facta eſt, nec verrucę ampliusviſę ſunt. Tauriſanguinem inter lethalia vene na
connumerari. Nter atrociſsima, et fuffocantia ve nena Tauriſanguinem recenter
epo tum connumeramus; congelatur enim 2. in ventriculo, reſpirationemqueimpe s
diens, hominem fuffocat. Themiſtocles B 3 Athe Inesta Athenienfis tanti veneni
tentauit expen rimentum. Hic enim ciuium inuidia à Patria relegatus,ad
Artaxerxem confu git, à quo diues factus eſt.Dum autem in patriam ingratiam
Artaxerxis pugnare cogeretur,in Dianæ téplo,hauſto Tauri fanguine, vitam cum
morte commuta uit.Ex Plutarcbe. Quo artificio duriſsim afaxafrangen re
valeamus. Aris ſaxa non alia re frangendag quam larido accenfo retulit Ola
us.Hoc equidem rationi conſentaneum efle ducimus, cum pinguehumidum,fax lique
commiftum illud fit, ob id enim flamma potens et acris eſt diùque ma net.
Annibal verò dum Alpium rupes, ingreſſurus Italiam, comminuereopta ret, faxa
potentiſsimo igne concalefacta; acerrimo aceto humectabat;: ita enim ea
molliebãtur,& in fruſta cædebátur, fra ctioniq; facilior erat locus.ex Tiro
Liuip. De lapidis Asbeſti mirabilivirtutes LAsbeſtos lapis,qué Arabia, et Arcadia
producit, fi verus et probus fuerit, femel accenſus perpetuam flammam retinere
videtur.ExhocGentilestemplorú cane delabra conficere folebant, clarè ani
maduertentes fortiſsimam flammam et i * inextinguibilem elucere, quęnecabima
bribus,nec tempeſtatibus extingueba tur. D. Auguſtinus lib.21.deCiuit.Deiz.
Athenis Veneris Phanum fuiſſe referty in quo de di&to lapide lucernæ
conſtru Etæfuerant,quæ aliqua intemperie ex tingui minimè poterant. Aegypti
Reges opera magnifica, &admirane da Antiquitus conftruxiſle. Pera ab
Aegypti Regibus conſtria et a omni admiratione digna ſem per exiſtimaui. Hi porrò Labyrinthoi rum,Pyramidümqueprimifuerunt
au et tores, et Mauſolea fepulchra, et Obe. Hifcos erexerunt, Ferunt admiffo
faci: nore, Pheronem Regem è veftigio vi-, Cum amififfe,decennioquecæcum
-fúiſle. Vndecimo autem anno ab vrbe Buci, accepto Oraculo, quod viſum reci
peret, fi oculos mulieris, quæ tantum B 4 lui ſui viri amplexibus contenta
fuiſſet, cum terorumque virorum expers, lotio ab luiſet. Hic ante omnia vxoris
lotiura tentauit, cum autem nihil cerneret in. finitarum mulierum vrinam
experiri voluit; viſuque recuperato, præter eam (vxorem enim eandem duxit
)cuius lo tio vilum accepit, omnes concremauit. 'Abea autem calamitate
liberatus, cup alia in alijs templis donaria pofuit, om nia egregia ad memorię
diuturnitatem, tum maximè memorabilia, ac fpe &tacu lo dignain templo Solis
gemina faxa, quosobelos vocant à figuraverucēzenam cubitorum longitudinis,octonum
lati tudinis. Pelõdor. Virg.ex Herod. lib.z. Cacodamonem malinuncijpræfagium
aliquando attuliffe. Arcus Brutus cumexercitu ex A Gia nocte media et profunda
dum fplendidum erat lumen, et filentium vndique caftra tenebat, multa fecum
memoria recolebat. Cum autem ad fe venire aliquem præſentiret, intentus
MarcusBrutus cumexercituex A intentus ad
introitum afpiciens,horren dam, et monſtruolam corporis feri et terribilis ſibi
aſliſtere imaginem reſpex it.Quis (inquit)interrogans erutus,ho minum, aut
Deorum es,quid tibi vis? quidad nos veniſti?Murmurans ille,tu. us Ô Brute(dixit)malus
genius ſum, in Philippis me videbis. Tum brufus nihil perterritus, Videbo,
reſpondit,cogita. bundusqueaccubuit. Verum Caſsiana cognita clade deinde,
cogitationeſque fuas videns, et fpes fallaces ſublapſas re tro referrifin
Philippis fibiipfi mortem coniciuit.Ex Plutarcbo. olei, vini,ſegetumgſterilitatis
prafagia. Irij vefpertinus occaſus, fi biduoana teuertat, vel fequatur
Plenilunium, fegeti rubiginem,&foreftentibus vre. dinem pronunciat.
Procionis occafus veſpertinus,fi interlunio eueniat, flores ti yiti, et oleu
germinanti iniuriam ex vredine adfert.Aquilæ verfpertinus ex. ortus, et Arduri
occalus, in Pleniluniú B S incidit, et olei& vivi ſterilitatem, vtros
quetum florente denunciat Ex Iunitino - deris falubritatem advitæproduction
anem maximopere videmuscon: ducere.. N Hybernia quaſdam Infulas, ir quia bus
homines longiſsimæ vitæ funt, re periri compertum eſt,tanta eft enim ibi: aeris
ſalubritas,vtvita humanalongiſsi me producatur, Cum autem ad maxia. mam
ſenectutem homines deueniunt, deficiente pauliſper humido radicali, caloris
naturalis opera, quia anima pro-. pter complexionis bonitatem recedere: nequit,
in corpore magni ſuſcitantur dolores: Idcirco illius regionis homie nes poft
diuturnos labores, vitam aber forrétes, longèà propria regione fede portari
procurant; præſertimque ad lo. cum minus falubrem, vbifaciliter mon n'antur.
Abulenfis in Genef.c.2.6. Anania: in Vnis.Fabrica. Linica.magna proprietatisapud!
indos fiering 1 Maximi valoris lintea ex Asbeſti. no lino,& Amiancho lapide
con texere Indiani fo !ent. Hæc in ignem; proie et a flammam quidem concipiunt,
detrimentumautem nullum recipiunto Cum autem vſu commaculata Indi hæc lintea
depurare coguntur, (ſpreto more noſtro )non aqua,non cinere, vel ſmege mate
vtuntur; fed in ignem proijciunt:: certiſsimoexperimento perdocti ab eo non
cóluni modò; ſed potius-exempta. fplendeſcere,nihilqueillis deperire. Ta.. le
Carolum V..Imperatorem nonnulli habuiffe ferunt. Mizaldus. Hominibus àgraui
valetudine opa preffis varias hominum figuras appa: rnilleſepißime, expertum
oft. Ignum ſpeculatione illud fempers primuntur valetudine ex affe &to
cere. bro, an actu Demonis figare diuerſçapa pareant? Quippèno ſemel audiui,
non. mullos. Dæmanes,alios verò
fæminas. B 6 vidiſſe, vt inter cæteros Alexander ab Alexandro de ſe teſtatur.
Cum (inquit) Romæ ægravaletudine oppreffus eſſem iaceremque in lectulo,fpeciem
mulieris eleganti formamibiplanè vigilanti ap paruiſſe confiteor, quam cum
infpicerem diù cogitabundus,&tacitus fui, repu tans nunquid ego falfà
imagine captus, aliter,atque res eſſetafpicerem,cumque meos ſenſus. vigere, et figuram
illam pufquam à me dilabi viderem, quæ nam illa effet interrogaui, quæ tum
fubridens et ea quæ acceperat verba reſpondens, quaſi me planè derideret, cum
diù me fuiſſet intuita diſceſlit. Quomodo
au hæcfiani in lib. 1. de pita hominis difa fusè enucleamus. Hydropes lethales
multoties ab occul. tis,abditiſq præfidiisdifparuiſſe. Vltiequidem morbinon à
me dicorum remedijs, fed à caufis abditis curati funt.Refert Schenkius l.be
3.obferuat. Medicinal, Chriſtophorum quendamin deſperata hyeme, ab hs drope
lethali hac via fanatum fuifle. Illi dormienti in Sole aprico lacertus viri.
dis occurrit in laxatumque eius finum irrepfit, et toto cotempore, quo dormi.
it,per tumentem,nudatumqueventrem oberrauit. Poft horam expergefa et us
lacertum in ſinu ſubfultare animaduer tit, quem veluci homini amicum et in
noxium dimilit. Huic ab eo tempore hydropicus tumoromnis,citra alia re media
intra paucosdies ſubſedit, et diſ paruit. Quicafus mirabilis eft: et non
minori admiratione dignus, Bufonis fylueftris, quam fit proprietas. Hoc e nim
animal fi per ventrem fcinditur, et fuper renes hidropici ligatur, aquofita tem
per vias vrina, quæ in Aſcitelupet abundat,mirabiliter educit.Hoc VVie rus
expertuseft,Napaulli ſecreto rema dio hydropicorum aquas Colubri a quatici
lapide ventriapplicato ſenfim abfumunt. Infuper
vituli marini pelle aquam corpori fuffulam Hermolaus Barbarustolli prodidit.
Cæca igitur,& abdita via multos hoc morbo ſanari comperimus. B7
Mediana II Medeamà veneficiorum calumnia
a Diogene fuilevindicatam., moriæ ſcriptoresmandarunt,Meo. deam illam
concelebratam magicis arti bus, maximam dediffe operam, ijſque latiſsime fúille
inſtructam.Hic.n.apud Srobæum dicebat,Medeam fapientem, non veneficam fuifle,
que acceptis mole libus, et effæminatishominum corpo, ribus confirmabat ipfa
gymnaſijs,acex ercitationibus, et robulta vigentiaque reddebat.Hinc, vt
veriſimile eft,faina emanauit, quod illa coquendo carnes hominibus ivuentutem
reftitueret, Si. enim ad ea, quæ de ipfa dicuntur, quod nocturnis horis coram
Luna proftrata maleficia fuo nudato corpore pararet, refpicimus, vt patet per
Seneca in Tras gæd.7.Quod vero alia attinet de quie bus ipſam accuſent, neſcio
quomodo. ab infamia eam liberare valeamus. ImPlenilunio vtplurimum furioſos:
vehementius infanire Luna dum Soli opponitur, vehementius furiofos infanire
obſerua-: mus: tunc enim ex. fuperabundantium humortin copia-cerebrum ad
cranium vique intumeſcit,eofque ad furiam du.. cit.Hac (vt reor) caufa, furioſos
Britan. ni luna quarta decimaverberibus affli., gunt, conſiderantes ſailicet
ſanguinem, et fpiritum tunc temporis efferuefcere.. Verbera.autem non fine
ratione ad talie um ſalutem conferre videntur; vt enim larga proſperitas ad
inſaniam homines, ducere potenseft:ſic dolor, et calamitas, prudentiam inducere
conſueuit: quod, fapientiæPrinceps perbellè fignificauit: dum dixit, affli
&tionem tribuere intele lectum.Bodinus in tbeat.net, Annicomputumdimē ſuramàquin
bufdamnationibus ru diordine fuiffeconstructiuni Noi.certus modusapud felos Ar
gyptiosfemper fuit, eorum enim Sacerdotes ab Abrahamoedocti,& verá
anni-menſura, et Solis curſumcogno., frese fcere valuerunt. Apud alias nationes
di ípari numero, parique errore annus no tatus eft:fiquidem Arcades trium men.
fium annum faciebát. Lauinij tredecim. Acananes fex.Gręci reliqui .diebus.
Romulus annum decem menſibus, qui 304.dicbus conficiebatur ordinauit.Hic å
Martio incipiebat,eo quod Marti fuo genitori credito, menſem hunc dicaue rat.Numa
poft Romulum quinquagin. ta dies computo huic addidit, annum. que conſtituit
354.diebus. At. C.Cæſar Aegyptios imitatus, ad curſum Solis, quidiebus et quadrante
conſtituie tur,annum dirigereftuduit. Céſorinus, et Suetonius. Solatri maioris,
e Serpent arie mio norispotentiacontraparafitos mirabilis eft. Irabilis
profecto Solatri maio. ris, fiue herbæ Bella donna radicis potentia eft: fi
enim contrita, et exiccata vnius ſcrupuli pondere per horas ſex vino
infunditur,illudque facacolatura uno homini potui datur,vt illecibum guftare
nequeat,efficiet. Hoc paraſitis idoneum eft remedium,hi'enim aperto
ore,tanquãomnia deuoraturi,in menſa cófident;fed hac via pænas luent, quip pè
alios vidcbunt comedentes, ipſi ta men inſtar Tantaliin menſa fameſcent. Vnde
apud conuiuas ridiculi, et confuſi apparebunt.Sanantur hiconfeftim ace to
bibito.Idem facit radix Aron, fiuc -minoris Serpentariæ in acetarijs recens
contrita;qui enim guſtauerit, apparebit Suffocari cibumque relinquet. Sanatur
hie allio comefto. Ventorum ortum,occafumque terre Arem Echinuinmira fagacitatehomi
nibuspraſagire. Erreftris Echini, quiautumnalitě. pore in vineis, dumoſilque
fpinis verfari præcipuè conſueuit, in ortu oc cafuque ventorum præfagiendo mira
l'eft fagacitas.Horum porrò latibula du obusconftru &ta foraminibus, quorum
alterum Boream, alterum verò Auftrú reſpiciat,conſtructa reperiuntur. Pre fentientes
autem Boream Auſtrum,ali umve ventum fufHaturum, longè abe orum ortu, vnum vel
alterum cauernæ meatum obturant; ventorum enim cog nitio-ijs innata eft, vtab
ipſisſe tueri va Jeant.Hoc ordine Venatores Echinorú Jatibula, eorumque
fagacitatem cond derantes, nulla ſtellarum obferuatione habita, fed folum ex
cauernarum mea. tibus clauſis,velapertisVentorú indagia nem cófequentur. Ex
Plutarcho in Dialog. Animi pudorem, timoremque hu. manorumcorporum diuerfimoda
faciem alterare. agna inter animi pudorem, et ti morem cum vtrumque fit triſti.
riæ foboles, videturdiſparitas:quippe in pudorehomines facie rubefcunt,timen
tes verò pallefcunt. Natura(vt inquit Macrobius 7. Saturn. ), cum quid ei oc
currit honeſto pudore dignum, imum petendo penetrat ſanguinem,quo conto moto
diffuſoque cutis tingitur,rubora; saluitur, Thelelius auté (vt ex Taſſone
citatur M citatur) faciem in
pudore,voluit affe &iū recipere, et proinde erubeſcere. Hocà ratione
alienum haud eft, fiquidem vo lunt Philoſophi naturam pudoretacta, fanguinem,inftar
velamenti ante fe ten dere.Experientia infuperhoc docet, e rubeſcentes enim
manum fibi ante faci. em frequenter opponunt. At timentes palleſcunt,quia
natura cũ quid extrinſe. teoccurrens metuit, in profundum de. mergitur: ita
&noscum timemus,late bras quærimus, et loca occulta, Natura itaque
defcendens,vt lateat,fanguinem fecum trahit, quo demerſo dilutior cuti. humor
remanet,pallorqueſuccedit. Animaliaex putrigenita materit inmundi primordio
minimè fuiffe. Væ ex putri materia generantur, ſex animalium genera communi ter
exiſtunt. Quædam enim, vt bibio nes, quæ ſunt minutifsima animalia,ex vini
exhalationibus fiunt,vt papiliones ex aqua.Quædã ex humorú corruptio pibus
proueniunt: vt vermes in fter core,velciſternis. Quædam ex cadaue ribus, vt
apes ex iumentis:crabrones,fi ue muſcægrandes,quæ volando ſonant. Scarabæi liue
mufcæ virides ex equis, vel canibus mortuis: fcorpius de caucti mortui
carnibus:ſerpens de medulla ſpi næ humanæ. Quædam ex lignorum pu tredine, vt
teredines, qui lunt vermek intra ligna, quando non abſcinduntur tempore debito,
exorti. Quædam ex fructuum corruptione, vt girguliones ex fabis. Quædam ex
herbarum corrup tela, vttinex.Hçc autem in mundiprin cipio immediatè à Deo
creata fuiſſe, nulla ratio confiteri cogit,cum ipſa na turaliter ex corruptione
procedant;poſt autem mundi exordium huiuſmodi ex corruptelis generationes
eueniſſe verili mile eft;Deus tamen feminarias cauſas horum materijs indidit,
fine quibusori. ri non potuiſſent.Abulenfis in Genefi 6.2. Defygis Arcadia
mortifera natura, Alexandrimorte. Circa
Gerialis. ferunt, ille, CircaNonacrinin Arcadia,fons quidá teperitur è
petraexoriés, quęStyx ab in colis appellatur, tantæ mortiferæ natu rę, vt ſumma
celeritate corrúpat corpo ra. Equidemprotinus hauſta (Seneca teſtimonio 3
quaft.natur.)induratur,in Itarque gypſi ſub humore conftringitur, et ligat
viſcera.Quia autem, nec odore, nec fapore notabilis eft,fæpè fallit, nec ea
epota,amplius remedio locus eft.Fe runt nonære,non ferro, non teſta aquí
huiuſmodi continere,necaliter quam in equi vngula ferri poſſe. Huius vemeni
potu,magnumAlexandrum in Babylo. nia fuiſſeextin et um multi ſcriptoresre
medico,ob aquę feritatem in media po tione repentè veluti telo confixusinge
muit; elatuſque (vt ait Iuſtinus) è conui yio ſemianimis, tanto dolore
cruciatus eft,vt ferrum in remedia poſceret, et è tałtu hominum velut vulnere
indole. fceret. Achores tineafque capitis,ex bufonis oleofeliciter fanari. Dum
46 prope Luceriam Apuliæ ſemel me dicinam faceren, ibi quendam achori
bus,tineiſque per multos annos turpi. ter affe et um,cui varia fuerant
applicata temedia,omnia tamen inutiliter, prop termorbi reſiſtentiam repperi.
Tande noſtro conſilio hicele &tè ex pharmaco purgatus, folum linimento ex
oleo in quo ad exactam co &tionem Bufo fue Rana terreſtris ebullierat,
optime cura tus eft, quippe fimplici hoc remedio per paucosdies in capitevtens,
fanus, et capillatus fa et us eſt; durante autem lini mento
piliersortui,vulſellis à chirurgo extirpabantur. De Cerui lachryma, eiuſque in
ciendo fudore potentia. Antæ creditur elle efficaciæ Cerui lachryma in
Tudoreciendo, vt' li grana quinque vel ſex potui dětur, totü corpus fere folui
iudicemus.De hac lo quens.Abinzoar lib. I.tra &. 13.6.6. le tria grana Azir
filio Regij magiſtri equitum in lacte, vel aqua cucurbitæ, vel.roſatæ
exhibuiſle:retulit,illumque à virulento ictero liberaffe.Hæcautem in Ceruis
ante ceptelmum annum (teſti monio Scaligeri)nulla eft,temporis au tem proceſſu
generatur, et in iuglandis molemaccreſcit.Dicitur magnam habe read venenum
efficaciam, vt in Afia fe Hiciſsimo fucceflu fæpè experiuntur. Vires infirmorum
collapſas, odoribus refarciripoffe. Nfirmorum deperditas vires non potionibus
modò, verum atqueodo, ribus reftaurari pofſe obſesuatum eft. Aiunt enim
Democritú in dies aliquot, amicorumgratia pomi odore vitam fic bi prorogalle.
Hinc multi panem cali dum vino odorifero immerfum nari busadmouentægrorum, quem
a tem. poribus, et coſtis cataplafmatis more imponimus,vtique vires egrigie
reſti tuimus. ConciliatorApponenſis mori. búdá vitá, ex croco, et caſtoreo
cótuſis, vinoq; cómiſtis producere fecófueuifle tefta. teftatur,ſenibuſque eam compofitioné exhibuiſſe,
nullatenus olfa et u magis quam potu profuiſſe. Ferreriuslib.2.Me thod. De olei Balnei mirifica in
morbis præftantia. O Lei Balneum, vt Herodotus anti quiſsimusmedicus prodidit,
quià diuturnis affliguntur febribus, à laſsitu dine, vel neruoſarum partium
dolori bus oppreſsis, conuulfis, et vrinæ, fup preſsis laudatiſsimum, ac
ſalutare efic remedium experimur. Vidit huius pre ſidij experientiam Heurnius
in quoda extenuato, ac ferè exhauſto, dumeflet Patauij:illum enim validiſsima
occupa uerat conuulfio, at tepidi olei pleno vafe immerſus,ac fotus fanuseuafit.In
lib.no ftro de Hydron.nat. Adam et fuos contemporaneos, perfc.
etiſsimamrerumnaturalium ha buiffe cognitionem. Nter aliasrationes, quas
Abulenſis in Genef.in c.f.de longiſsima vitæ pri. morum parentum,quiannum ferè
mila Jeſimum ateingebant,retulit,hácaddux it;quod'Adam'rerum naturalium perfe
Etamà Deo cognitionem habuit.Intele lexit enimfru et uum, herbarum, lapidú,
lignorum, animalium, mineraliumque virtutes, et do&rinam, quibus vita hv
mana diutius conſeruari poterat; quæ omnia contemporaneos,(vt ipfi etiam vitam
producerent longiſsimèJedocuit. Hæc autem cognitio, et ex diluuio, et gérium diuifione
perdita eft. Reperiun turtamenin præfentiarum multa mira bilia,naturęque
ſecretiſsima apud ſapi entes, à temporuminiuria foslitan vin dicata; quæ
aliquando hominesvidentes aut audientes, tanquam lupernaturalia opera
admirantur Rutaminter alexiteria medicamenta connumerari: Nteralexipharmaca
præſidia, Rutam minimęconditionis haud efſc perhia bent,fiquidem ieiuno
ftomacho come fta multos à veneņiviçulentia liberaſſe C. degi legitur. Dehac Athenæus in 3.Deipn.la. quens,
Archelaum Ponti Regem fuos populos veneno interimete confue uifie fcribit,
illos autem à quibufdam edo &tos, ob id antequam è domibus ea grederentur, quotidieRutam
cdere fo litos à Tyrannicrudelitate.le.defendiffe. Solaſuſpenſione,
capitiscruciatus verbenam mitigare. Trabilis eft Verbenæ proprietas M.in dolore
capitis mitigando; 'fi quidem à Petro Foreſto traditur hoc folo præſidio
quendam fuifle perſana tum.Ille netlis remedijs, quamuis opti mis curari
potuerat,non venæ ſectione, non ſcrupis digerentibus, neque steco &tis
pilulis, cucurbitulis, nec alijs topic cis auxilijs. Cum autem nulla iuuarent
semedia,ad collum Verbenaviridisafe penſa eſt, et fanus fa et us
eft,lib.9.ebſer.3. Detkapſie virtute in fugillatis faci nandis, Neronisquecalle.
ditate. Nero Imperator in ſui Imperij ex 36 ordio Thapfiam, eiuſque excellé to
tiam magnificauit; Ille quidem dumno. et u incederet incognitus, et in multos
impetus faceret,nå ſemel facies fugitla Do ta,cutifq;livida,piftula; ab illis
fuerat. L. Confeftim hic,ex Thapfia,thure, et cem ra commiſta,linimento
ljuentem vifum collinibat,quopræſidio antelucem à fe da
ſugillationeliberabatur; dum autem die in populiconſpectu, faciem fanam
oftenderet,facinoris ſui famam, et igno. miniam occultabat. Ex Durante in Her.
25 g. barie. I je obſtétricibus animaduerfio. præcidendo diligentia adhibenda
eft;quippefi ni mium curtè vmbilicus religatur,ætatis progreſſu pariédi
conatumreftringere, imminenti vitę periculo,poteſt. Ex M46 mbia Cornace. De
arboris ficusmirabili natura. I coctu faciles habere deſideramus, in arbore
ficus eas ſuſpendemus, ita votum noftrum procul dubio aſſeque mur: credo
forſitan ob acutum, et incil: uú odorem, quem arbor Ipirat id cauſa
ri;velforſitan occulta cæcaque proprie tate.At quod mirabiliusin huius arbo.
ris natura eft, Taurum indomitum, fe rumque in eodem alligatum manfuef cere
tradunt. Neſcio autem annaturali via
propter-odorem,an aliqua antipa thia, quæ inter talia exiftat hoc eueniat.
Audiui tamenà multis vtrumqueexpe rientia fuille confirmatum. Quomodoà vitriolo
arislaminas.ex. trahere valeamus. Lui momenti illa cognitio, quomodo à
vitrioloæris lamellę extrahantur,ape riam modum, qua facilitate id affequi
valeamus.Bulliatur Romanumvitrio. lum in olla cú aquafontis: in eaque cha lybis
lamina per horæ quaternionem demergatur: extrahito demum chaly bem, ipſumenim
lamellis æris inftar suginis colligatum habebis, quęculcro radende fút, vt
alias chalybem immera. gere pofsisznouaſquelamellas extrahe.. re. fiquidem
tamdiù corradi poterunt, quouſq; Vätrioli portio in aqua fuerit. Arrigat aures
ingeniofus; quia ex hoc: minimo principio multa, precipuèinre: medica, yrilia
aſſequetur. oléum vitrioli,&fulphuris rostris: lumbricos plurimumvalere.
NITlfi magnis experimentis præſtana tiſsimum remedium ad puerors i
lumbricoscomprobalſem,haud audia. rem hic inter arcana ſele &tà fóre
repezia nendum confiteri: quippe tanta eft eiuss virtus,& potentia, vt
mortuos ferè pur erosè vermibus ad vitam trahat. Hic: induſtria paratur,In libris
ſingulis aque fontis oleifulphuris, vel vitrioli chimi.. cè extractorum,
aliquotguttulaadden dæ funt,ita vt aqua acidula frat, quæ pu eris,natuque
maioribus danda eft diù noctuque ad placitum,.e et enim præſtaa tiſsimæ
virtutis 0 T! 10 Da De Caraba mirabili virtute invuula cafum,Amygdalaruamque tu.
mores ArtinusRulandusvirin chimicis M celeberrimus in Amygdalarum inflāmatiene,
et tumore, vuulæquecaſu ex humoribus à capite fluentibus exci tatis ſola Carabâ
mirabiliaparauit-Prie mo fuffimétum cófuebat,hoc modo ex. ceptü.Accipiebat
Carabæ albiff. drach. 7.qua redacta in puluerem craſsiorem, et carbonibus
impofita,fumus per infa dibulum,ore excipiebatur ab ægro mar. ne,meridie, et veſperi,
multa vtilitate, Accipiebatetiam fermenti veteris vnc.. et quam moreemplaftri
linteolo indu cebat, afperfoque Carabæ albæ pul uere vertici imponebat per diem,per
noctem vero fequétem recens applica bat. Quibus paucis remedijs, &ex fola:
quaſi Carabayquam plurimos à fauci um tumoribus, vuulæque cafu,Amyg dalarumque
inflámationibus oppreſlos perſanauit. Ex eiusCurationibus. Spina HorTvivs
GENIALIS Spine infeftoriæ Baccas" ad. Tenaf mumexfalfapituita
expertiſsimum verumque ad illum exiftere remedium. St mihi remedium pro
Tenafmodo quadam fortafle mille kominum, qui endemiali fere morbo hic ſugebant
per fanafle quam citiſsime. Syrupum ex Baccis fpinæ ceruinæ, fiue infectorice:
Aromatario parariiufferam. Hæinfine: O et obris, cum bene maturuerint, collie
guntur, exprefloque fucco cum melle vel Zuccaro ad formamfyrupi ducitur:
additurque in fine maſticis, velzinzibes sis, anih, vel cinamomiad drach.j.vet?
in maiori dofi, fi libuerit.Datur hic fy rup.ab vnce vſque ad duas cumpauco
vino dilutus,abitemijs datur cum aqua cinamomi:epoto, cibatur eger,parceta men,
et ieiuno ftomacho, præcipiturque ne dormiat.Equidem vna die fanaturę ger,
foluitur enim aluus,abfque mole tia, et excretis féroſis.viſcidilg; humorib.
Tolo hoc preſidio integrè liberatur C Ariet mo Arietis linguam futurum in ouibus
milanitium, commonftrare.. M Irantur multi Virgilium in 3.. nere, vt linguam
paftores conſpicere debeant, deſinant autem admirari, cau ſam enim adducimus ex
Plinio, quipro pterea Arietum ora introſpici à pafto ribus voluit, quia cuius
coloris ijlin guam habuerint, tále in fætibus gene randis forelanitium. Audiui
à multis, hocyeriſsimum reperiri. Ouis enim e. tam cum vterum gerit, fi linguam
habueritnigram nigrum pariet agnum, fi albam album, et fic de aliis coloribus.
Ridiculüm eft quod fertur; Bafilifcum àGalliouoexclwdi.. On modo à plebeiis
verum atq;: à nonnullis ftudiofis, Bafilifcum: abouo galli veteris connaſci
perhibe tur. Fingunthi ex aliquorum fcriptorú teſtimonio, quos eriam ego
perlegia: Gallo decrepito, quiſeptimum, aut no.. olm, vel ad fummum decimum
quar.. Na tum annum agat, ex putrefacto ſemine, aut humorum illuuie altiuo
tempore, ouum conflári, ex quo ab eodemfoto (vt à Gallinis alia fouentur oua )
Bafi... liſcusoriatur.Sed hoc animal nemo vio dit,habitat enim (auctóre Plinio
) in Aphricæ folitudinibus: proinde hæc creo dere difficile eſt. Inſuper ſi
hanc fpecie em mafculinam poſſe fætare conceſſum. eflet, contingeret etiam
inalijs, quod minimèobſeruamus. Mihi aliquotoua: in experimentum à mulierculis
allata fünt, dicentibusGallum peperiſſe: erát oblonga,& in caudam ſerpentis
quibuſ dá nodulis terminabátur:at hæc à Gallie nisex plurium ouorum minutorů
col ligatura (cu kuperfætatione,non autem a Gallis fieri dixi. Homines ex
impromiſo Lupi afpects: veluti mutosdo; attonitos fieri. Vlgatiſsimum illud
eft, hominesex improuiſo Lupi aſpectuadeo mutos et attonitos fieri,vt nec fari,
nec vociferari valeant. A Lupiquadá prietate id fieri aſlerunt, contenderse tes
Lupum,fiprior obuium quempiam conſpexeritillico vocem adimere, can demque illum
luere pænarn,ſiab homis ne prius videatur. Ad hænugæ ſuot.Si quidem ex
terribilişimprouiloqueLu.. pi aſpe &tu,homines terreri, timoteque
concutiqveriſimile eft: ex timore autem: valido mébra frigefieri ex raptu ad in
teriora fpirituum,inde corporis, et ar.. tuum fieri impedimentu, vociſque pri
uationem mirum non eft.Alijalia fin gunt, mihi autem hęc omnia ad folum timorem,tanquamad
caufam proporti Onatam reducere viſum eſt.. Multa facinoraàMagisanicalis
perpetrari pole. Etulit Leonardus Vairus lib.1.de: Faſcino multas hac noftra
tempe fate exiſtere aniculas, quarum impurie tate, nonpaucos effaſcinari pueros
illofa quenonmodoin grauiſsimum incidere diſcrimen,verum etiam acerbam fæpiſe
fimè ſubire mortem. Pecudes inſuper: partuqalacte priuari,equospacreſcene R
Falcin Cquote et emorislegetes abſque fructu colligi, arbores arefcere;ac
denique omnia per ſum ire quandoque videri, AFucovulnera illata,Muſcis contri
tisbreuifpatio perſanari.. " Vm quadam die apud amicos alie, quot
cómorarer,& læti in měla de more varia confabularemur; ecce vous ex ijs in
ſuperiori labro à Fuco animali vulneratur,quo morſu ſtatim intumuit vulnus,cum
maximo patientis dolore, Amici in riſum ſoli, patientismedelam
minimeprocurabant.Ego quidem alias morfus hos curafle recordabar; quare
confeftim, vt nonnullas muſcas feruus meus caperet, iulli, quas contritas, dum
fupermorfū impofuiſset,breuidolorie datuseſt;.tumorq, cúmaximapatientis
lætitia;aliorúg, admiratione detumuit, Quafacilitate vlcera formicantia dan
cacoëthica fanarivaleant. Vidam amicus meus, cumir Hya pochondrijs,vicera
formicátia,pra maque, quæ à nonnullis vermes dicun Q tur,paffus eſſet, ſauitatcm,poftmultat do et ifsimis
medicis tētạta remedia, ac. quirere non potuit:ylcera enim licet fac pari
viderentur;renouationem tamen continuo recipiebanta,Vltimò poftan.. nos,&
menfes in empiricum chirurgum incidit:quipaucorum dierum ſpatioita hominem
perſänauit. Abluebat primo vlcera albo vino,tum ex - patellis -mari-. nis
puluerem, fiue cinerem Ex Corici bus (exemptis interioribus) couſperge-.
bat,vltimoherba marina vlcera coope riebat; faſciaque premebat, femel in die
hoc vſus remedio vigintidierum fpatio, ægerconualuit. Procurauit arcanum a..
micus, et mihi fideliter communicauit, Fallſsimumeft, quod fertur Viperă o
coitu mafculumoccidere, ipfamque asfuis.catultsinpartunecarie LAG Grauiſsimis
au et oribusaffirma, mine) maſculi caput'abſcindere (ille.n.. infæminæ os caput
inferit ) et fic củoca. sidere, ſed poenam täti facti illam luere. ſiquia fiquidem
Viperinicaruliconcepti, gra-. Jiores facti vifceramatris cofrodunt,e am que
occidunt. Sic voluit Plinius lib. 10.&Nicander in Thoriacis, quare Vipe.
ram aiunt diciab co, quod vi pereat,aut vipariat.vtrumque autem falfifsimum
effe, et experientia, et grauiſsimorum e. tiam ſcriptorum auctoritate cognitum
eſt.Apollonius apud Philoftratum Vi... peram aliquando viſam fuiffe catulos
ſuos; quos peperiſſet lambere, et expolire aſſeruit. Bodinus in nat.theatr. in
Gallia,ad Clapum Pictauorú flumen, vbi Viperæfrequentiores ſunt, vtriuſq. fexus
viperas lagenis vitreis inclufas fu iffe reculit; illafque peperife, et conce
piſle vtroq; parente fuperſtite, Matthi olurs ex. Obferuatione FerdinandiIm
perati Neapol.Pharmacopolæ Viperam parere catulos ſuos, et non occidiafts-,
ruit;catuloſque-non viſcera matris,led membranas quibns incladuntur diſrúa
pere. Quarerectiusſentimus,fi Vipera non à vi
parere,vel perire dicimus,fed quafit quaſ Viuiparam, quod non oua, vtcæ.. teri
ſerpentes, ſed viuum animal pariat. Iraulos, balbos, et femilingues fieri ob
nimiam cerebri bumiditatem, VA communiseft fententia ab expe
rientiaalienumreperitur. Rauli, et Balbi non ob cerebri hus midam intemperiem
fiunt, vt ferè omnes autumant; inueniuntur enim hi' modo calidi,modo
frigidi,modo humi di,vel ficci, vt et reliqui, qui nec Traus li,nec Balbi
funt;imò et hi modo (putis " abundant; modo ijs carent:quare non ob
bumiditatem nimiam cerebri buiure modi Traulos-& Balbos fieri, fed obt
varietatem mearuum, in intrimentis; pertinentibusad locutionem exiftenti um,
docuit experientia.Porrò Trauli, qui literam R.exprimere nequcunt, in media
palatiregione, vbi quartum eſt osfuperiorismaxilta, duo inueniuntur foramina,
quæ nullo modo adeo aperta et obuia sút, vt ijs, qui optime loquútur, Balbis
veròiuxta dentes maioraobſer. samus foramina,per quæ ſtillans pitui
ta,linguamque irrigans in parte illa an. teriori,bleſam locutionem facit;; vnde
bleſi, et ſemilingues fiunt: quod fi hæc non eflent haud balbutarent, licet à
ca pite copiofa defcéderet pituita, vtmul tis contingit, quiex hac tamné balbi
non fiunt.Quare fententiaHippocratis 2.A phor.32.malè verificatur, cum afferit,
balbos ob frigidam, humidamque ca pitis intemperiem fluxu tentari: Auxio. enim
talis et Balbis, et non Balbis fuc cedit: concurrit tamen hæc fluxio, vt caufa
remota, qua aliquando cum pro zima,dicitur affe &tum facere poffe, fi.
iunctatuerit:: fola autem facere nequit. vemale Hippocrates,& alijopinati
ſunt ExSanctorio Sander.de pit.en.lib.3. Morbosperniciofos; velmortem, veb
affectus longitudineminducere. Jana ciuitate, et in circum vicinis propè
Neapolim perniciofifsimi orto funtmorbi,vbiſectis aliquibus corpo, tibus, eorum
Ventriculus bilis copiaz, vitellinæ plenus inuentuseft, eiuſque: tunicæ, et inteſtina
eodem colore per tincta viſa ſunt. Meatusqui ad fellis; chiftim protendit, ab
humoribuscraf fis, viſcoſis, et tenacibus obftru et us ea. rat. Fellis veſica
diſſecta, bilis flaua haud inuenta eſt; fed eius vice atra, et inſtar atramenti
nigerrima.Hepar quo ad externam partem album erat, in in terna autem nigrum,
&atrum, veluti carbo accenſus, et extindus. Langueno tes,in febrium initio,vomitu,
&nauſea, moleftabantur. Eorum lotia craſla icte. rica, et fubrubra ſemper
erant. Omnes. ferè erant icterici, et longo tempore,ſi: qui
euadebant,indigebant, vt fanitatem acquirerent, Ex -Io. Bapt:Cauallario deMore
bo Nolano, ſeu demorbo epidemiali Lupicur paucireperiantur, ouess autem multa
Tidetur quafi abftrufum illud quxar, aucs autem multæ?'profecto in partu plures
lupaedit catulos,quamouis,quæ vnicum, vt plurimum parit; Inſuper o. ues, et agni
in hominú alimoniam con tinuo occiduntur; luporum autem caro eſui apta non
probatur; nihilominus Q. ues-agni, et arietes ſemper in maioriny mero
reperiuntur, quă lupi.Huius cau fa, prima eft Dei bonitas, qui tam imma ne
animal in eius ſpecie excrefcere non permittit, in facra enim Gen. c. 7.Noe, vt
ex omnibus animantibusnūdis fepa, tena, et feptenamaſculum, et foeminam in
arcam tolleret monituseft:ex immu dis vero duo, et duomaſculum, et foe minam.
Secunda cauſa luporum eft faga citas, et in propriam ſpeciemimmanitas. Hi enim;cum
rationesviuedi deficiunt, ob cibi inopiam in multo numero con ueniunt:atque in
circulo vnus poft aliú currit;vt apud vulgum á villicisparatur ludus,diciturque
Řotalupo;primusau tem,qui viribus deſtirutus, currere ne. quit &in terram
cadit,fit aliorum cibus, renouaturque ludus ad omnium faturi taté.Hæceſt poitísimaratio
huius ſpeci Vhelin ei decremen i, alius enim comedit alii um. Ex Aeliano vt
reor, Antimonij in vitrum reductio, eiuſ quevires in medicina. 7ltri ſtibium,quod
in longis, et dif ficilibus morbis propinatur, in e. pilepfia fcilicet,melarcholia,podagra,
elephanticis, reſolutione, in febribus quotidianis,tertianis, et quartanis,peſti
fentia correptis, venenatis, hydropicis, tæphaleis, ictericis, et fimilibus;
robu ſtis tamen corporibus, ita præparatur. Stibiū, quod ex auri fodinis
colligitur, in puluerem tenuiflimum contunditur, teriturq; et fupra ignem in fi
&tilio, rude ferrea,aut cochleari continuo agitando vritur, vſquedum omnis
humor, ac fu mus euaneſcat, quod in ſex,aut octo ho rarum fpatio
expeditur:deinde calx có teritur, carilloque impoſita,in fornacē inter
candentes carbones collocatur, et igne luculentiſsimo vrgetur,dū liqueſ. cat
picisiftar, poftea ſuper marnorfun ditur,atq; fic ex Stibij vncirs duodecim,
vitri ipfius hyacinthi modo pellucidi, wacja M vncias quinque coliges.
Andernacus Co ment-z.Dialog.7.de nou. vet.med. Solo Metronchita auxilio
mulieres offepragnantes (omiſsis ceterisindio cys)experimur. Vlta apud
fcriptores, quibusin primis menfibus mulieré præge nantem comprehendere
valeamus, inu. dicia reperiuntur.Dienntmulti,lorij tab. fpe &tione grauidas
nofci;fillud album, clarumque fuerit,in eoque atomi afcen dentes, et defcendentesapparuerint.
Alt ex ſuppreſsis menſibus,deie &to appeti. tu,vomitu, et nauſea ante
prandiumid conſequuntur.Nonnulliex la et te in.ma millis,ex arterijs gulæ fi
plus iuſto pul fant,ex lentiginibus,fi in mulieris facie oriútur,ex tumefa et is
mámillis, et a ful co earú capitú colore pregnátes venatur. Cæteri tú ex his,
tú ex pódese circa pe dé,ex: vmbilici egreſſu, ſiin dies fit ma ior, ex tumefa
&tis venis, quæ vidétur in nariú angulis iuxta lachrimalia. Obfte
trices.digitisexperiútur an vteriorificiáfue-fat claufum, vel apertum, ex
claufo te nim grauidationem patefaciunt. Non défunt alij, qui Hippocratis
Aphorifs mis confiſi hydromel, et fuffumigia e x periuntur,epoto enim
hydromelle poſt cenam, fi tormina fequentur arguunt prægnantem eſſe mulierem.-Siilia
fuf fumigio acuta per pudenda vfa fuerit, fiadnaresodores non perueniunt ', in
dicant vtero eſſe gerentem.Hæc autem figna, quia pathognomica non funt ve lúti
futilia reijcimus,& tanquam abſurdaad meros Empiricos committimus. Nonenim
ex lótij afpe et u vere mulie rem efle prægnantem diuinare poſlumus,nam meatus
vrinarius cum vtero: nihilcommunehabet, lotijque claritasy; albedo,&
bulloſa granula in eo,poflunt morbosetiam ſignificare, vtin cachochimo corpore
ſæpius obſeruamus; hoc itaque indicium prægnantium verum non eſt:Nonexmenſibus
ſuppreſsis,nó ex vomita, &nauſea, ſiue appetitus de iectione hoc
conſequimur: quia affc et i oneshęc ex multiscaufis, in m ulieribus, quæ pregnantes
non funt, affe &tiones e uenirepoffunt. Non ex lacte in mam millis; quia
id etiá virgines habere pof Lunt,vt voluit Hippocr. Inſuper inult mulieresin
primis menfibuslacinon ha bent: lacergo non eſt grauidationis ved irum indicium
Pulſatio arteriarum gule, ſolito crebrior conceptum peculiariter haud
arguit,quia ex retentismenfibus, {plenis et ventris tumore et ex pituita in -pe
&tore colle &ta etiam fieri poteft.Len tigenes non in folo
conceptuapparent,:: quippeſignumihoc, neque omnibus,nes queſemper competit, et in
nonprægnā. tibusetiamifta fiunt.Mammillæ tumes fa &tæ,earumque capitum
fuſcus color, communiafignafunt &retentis menfi bus,&
prægnantibus.Pondus circa pe et en,non in grauidismodò fed, in rete tis
menfibus, in mola, et veficæ calculo obſeruatur, Ymbilici egreffusex mul 6 tis
caufis præter naturam fieripoteſt,nó ergo peculiare grauidarú indicium eft,
Yenæ tumefadęin nariú angulis iuxta lachrimalia, non in grauidis.modo ap 7 parent,
fed in quolibet abdomin's et fplenis tumore, et in occlulis menfi bus.
Obſtetrices anatomiæ ignaræ de queunt intimum Vteri orificium tange
sc,licetmanibuscontractent,illud enim valdeà labijs matricis diftás eft,ipfe au
té externá Vteri tantummodo orifici um tractare poffunt, quod femper, et grauidis,
et non grauidis apertum ma net, experimentum Hippocratisde hy dromelle, et acuto
luftumigio non æter næveritatis eft, vtGalenus et Auicenna comprobarunt. His
itaque indicijs vere conceptum explorari non pofle expla natumeft.cognoſcimus
tamen ſigno e uidenti et infallibili indicio prægnan tes mulieresin
primismenfibusMitren chitæ fue Specilli, quo liquores in Vte rum
inijciuntur,auxilio.hoc apud vete. resin magno vſu erat. Profecto;li illius in
foramen Vteriexternum apicemin. mittimus, quod fumma cum dexterita te finiftræ
manusdigito indice inuenie. mus non enim quilibet inexpertus in yenirefciet,
eft ſiquidem externum V. çeri foramé in vuluæ apice particula obe longa, et duriuſcula,
quæ exigui penis puerorum exprimit imaginem)ſi ex pice ſpecilli liquor aliquis
fuauiſsimus ficut efle vini tenuiſsimi pauxillumine forte exiſtente coneep'u
fequatur:abt ortus) exprimitur, breui tractu votum I affequemur, Sienim
obturatum eſt in timum vteri foramen, quod fit concep tu pera et o liquor
Vterum non ingredi gur,& mulier faftidij njhil perfentiet. Sin autem ex
intromiſlo liquore velli, cationem paruam pertulerit mulier: quod facile fiet
ex maximo ſenſu parti um vteri,vưiquegrauida non erit; et V teri intimum
foramenapertum reperiea tür, vt experientia liquoris oftendet. Sand.Sanctor.lib.1.de
vitand error. Periculofum eft pifces frixesin humido locarefor matos fomedere;
Nter magna venena piſciú frixorú, quireſeruantur inhumido, vel qui Aeterint
cooperti calido vaſculo, eſus eft;bi enim in lethiferú cómutantur ver nenú,
&fymptomata pernicioforú fun gorum corporibus inferút, quæ quan doq; non
ftatim,ſed poft diem, vel bi duum eueniunt: oportet igitur frixos pifces in
loco aperto,vtfrigeant, demita tere, fi venenimalitiam cupimus euita re.Ex
ArnoldoVittan.lib.de venenis, 10. Lałtis balneum procorporis decoratie
onemultum præftare. Pud veteres lactis Balneum max A idve vu, illiusfiquidem
lotione,corpora, et candore, et venuſta te vigebant. Hinc memoriæ proditum eſt
Poppeiam Neronis vxorem quin gentas ſecum aſellas ducere conſueuifle, quarü
lacte,vt candefieret, totü corpus balneabatur. Mercurialis de Decoratione.
Germantantiquitùs corporis firmi tadinimaximèvacabant. M Agna profe &to
faude Germano rum conſuetudo, digna iudicatur in corporum hominum vigore confir
mando:ijenim legem habuerunt,neant te ætatis vigelimum annum, quiſpianti
Venereis amplexibus commiſceretur, recte exiftimantes corporum viresà nim mis
tempeſtivo coitu eneruari.Cefar 6. de belloGalico. Fæminas vtero gerentes,
libenter: marem admittere:bruta autem grauida nequaquam. ! Olie Vam
diſsideatmulier à brutis gra uidationis tempore, bene nouit A rift.7.de biſt.
animal. cap. 4. Hæc enim ſigrauida clt, marem admittit,brutoru vero omniumſola
equa coitum patitur à conceptų, reliqua autemminime. Ma nifeftifsimum eſthoc in
ſpeciehumana mulierem grauidam coitum pati, et ap petere. Cicutam, vterinum
furoremex ": tinguere. Icet cicuta inter frigida connume. retur venena,
præcipuè quæ in quis, &lacubus inuenitur,furoris tamen vterini, fiue
Satyriaſis remedium it. Hic affectus Veneris eſt immoderatus appetitus, cum
vteriardore, et delirio, Narrat Diuus Baſilius quaſdam vidifle fæminas, quæ
Cicutæ potione rabioſas capiditates extinxerunt.Hoc legiturs. Liebe Homil.fup.Hexaemeron,cuiusverbanotr
nulli intelligunt de ciborum appetitu, ego tamen potiusadfurorem vterinum,
&ad renereos incentiuosappetitus de ducerem, cuius auxilio compefcuntur:
quippe Athenienſes facerdotes cicutæ vfu,libidinisincendia extinguere con
ſueuiſſeproditum eſt. Variolas
&morbillosmorbos effe no yos, et hereditaria, &paterna prom prietate
vagari. Agna eft difcordia inter feripto, origine. Aflerunt multi, hos fub nomi
neexanthematum, veteres intellexiſſe, cauſaſque illorum reliquias efle excre
mentifanguinis menftrui, quo nutriun fur fætusin vtero, et naturam, fiue calo.
remnaturalem, ita exprimunt materiá, et efficientem. Alij minimeà veteribus
fuille cognitos volunt, digladiantur que:num vitio.coli,vel ab internis cor.
poris principijs apparuerint: quippe Arabes, quorú tempore cæpiffe hic mor
buscreditur, eos peftem efle, fierique in pefte, et à corrupto cælo contendunt.
de Equidem ante Arabum tempora nul lus-reperitur au et or, à quo morbos hos LT
aut generatos, aut clare explicatos ha beamus.Proptereamulti latini, &non
nulli inter ipſos Arabes, propter labem menſtrualem, lactis corruptionem, vi
&tus rationem, et alias cauſas fieri fcrip ferunt.In tanta rerú
difficultate, et ob > fcuritate.Hieronymus Mercurialis vir
d octiſsimus, hosefle morbos hæridita o rios,ortúqueà cæli vitio
temporeſcrip e torum Arabum, et proinde à veteribus haud fuifle cognitos
enucleauit. Adhu ius viri opinionem libenter deuenie, quippęſi à menftruivitio,
homines in ficerentur, quia hocab Euæ peccato à mundiorigine fempiternum fuit,debu
iffent homines hac menftruorum labe conta&i ſemper Variolas, et Morbillos
pari,tamcn vec inprimaætate, nec poſt Noe,nec ante ſcriptores Arabes quem piam
hos habuiſle, apertè legitur. Aperiunt iſtorú fundamentum efleiro walidú bruta
fanguinea,hæc enim (teſti monio Arift.6.de hiſtor.animal. 18. ) mé ſtruas
purgationes habent, et inter cæte. ra Equus,Canis, et Alinus,tamen hæc à
Variolis, et Morbillis non tentantur. At quodhuius reimagis negotium conua
lidat,eft,Indosante Hifpanorútranſitú nequaquã Variolas paſſos, dirco non à
reliquiis nutrimentià menſtruo fangui ne,velab iſtius excremento ortú ducunt
Morbilli; quia ſià tali fuifsét variolarú, morbillorúq; origines,vtiq;ij hos
mor bos experti fuiſſent. Legitur apud Ra mufiúIndiæ incolas,vitioCęliplurimos
Variolis fuiffe extinctos, eoq;tempore, quo noftriáb illis gallicam luem accepe
runt, cordemmet viciſsim à noftris Va riolas, et Morbillos recepiſſe.Suntergo
hi morbi noui à Cælo productiprimò, cuius vitio adco homines fædati funt, vtin
pofterosper hæreditatem maliſée minarias cauſas tranſmittant, proinde morbi
hæreditarij dici merentur, quia paterna proprietate vagantur. Ex Mer. caridi. A1
th Dearaneorum telis,earumque ufuo inmedicina. Iro artificio Araneus telas ordi
M tur, quibusmufcaspro vi&u ta. piat, hasad Tertianę febris circuitusde
pellendos,multi præftantes, et celébres tempeftatis noſtremedici,non fine feli
ci fucceflu in vfum præſtitere:fiquidem exiis, et populeo vnguento pilulas pam
rant,corporiſque locis, horisaliquot an, - te acceſsionem,in quibus
arteriariume uidens deprehenditur pulfátio, colligātas &relinquunt; indė
votum conſequun. tur. Ioannes Moibanus. - Natur& cautela inmenftrualimulier
rum fanguine purgandomaxi-, ma eft, MalenAgna eſt, in depurandis femina rum
corporibus à menſtruali luc, naturæ fagacitas; quippe fi oculos habuerit
meatus, quibus lingulis men fibus illam deponere conſueuerit,nouas adi illius
expulfionem vias molitur. Proptera.multæ, ex oculis cruentas, laie.
chrymas,aliæ ex narium venis farguinis profluuium emisêre,nonnullæ ſputa ru
bentia pafſæ ſuntin menftruorum cefla tione.Ipfein quadam ancilla noſtra, cui
menſtrua occlufa erant, ex gingiuisſan guinem profundere obferuati.Atquod
magnam infert admirationem, multæ per minimum manusdigitum,& per an nularem
fingulis menfibusfanguinis fu. fionem habuerunt,vt in religiofa qua dama
foeminanon menſtruante ter in fin niſtra manu Ludouicus Mercatus fami. geratus
medicus obferuauit. Inter rutam do braſsicam nullam imao effe antipathiam.
Xſèriptoribus in re ruſtica malti, fi. fecus rutam feratur, braſsicam illico
arefcere tradunt. Aliam von adducant cauſam, et rationem, quam antipathiam, et diſparitatem
quandam inter talium naturam.F utile autem eſt hotum argua. mentum, nulla enim
inter rutam, et braſsicam.contrarietas eft, quia tamen alte. Elec NO altera prope alteram areſcit, id in cauſam
eſle poteft,quiavtraque calida, et ficca - eft, inde facile euenire poteft, vt
ob humiditátis inopiam altera, vel amba i ariditate perdantur. Pediculos
morientium corpora miris Jagacitate relinquere. on leue à Medicis præfagium à
pediculis in grauibus hominum valetudinibusſumitur. Hi profe &to in
moritüris; quandờadeo intenfà eft huis morum corruptela, ve calor innaus re
foluatur, vel putreſcat, circaventricule regionem, vel fub-mento, vbi maior eft
" ealiditas congregantur,parteſque extrbó mas, tanquam calore proprio
orbatasderelinquunt. Quodcalorem proprium penitus exſolui cognouerint, ab
infirmi corpore mira celeritate longius abeſle: confpiciuntur. Lemnius. De Achatis
lapidismirabili. natura A Chates lapis, qui ex India fertur, tum coloribus
diuerſis, tum ve D4 piss TA m nis
variari confpicitur, ex quorum in.. terſectione diuerlæ imagines multoties,
fabricamtur.Quod autem mirabilius eft, nuncferarum genera, flores, aut nemo
ra,nuncvolucres, autRegum naturales, hic lapis portendir effigies: quippe fer
tur in Achate Pyrrhi Regis, et capuri, et feptem arbores in quadam planitie ap
parentes extitiſſe, Ex Camillo Leonardo de. lapidib. Ferarum natura in
hominibus mie rum in modum deteftanda.. On eſt à ratione alienum, quod de
Attila circumfertur, quod Canis more latraſſet: quippe Ioannes; Langius clari
nominis medicus ab equi-. tibusComitis Palatini feaudiuifle retu lit, quod in
Auftria homine, qui latra. tu,ac curlus pernicitatecumcanibus co tenderet, et cũillisin
ſyluis illæfus ve naretur,vidiffent. Hæcauténaturaabfq; dubio deteſtanda eft,
quippe tales. im manes ſunt, et in hominum occiſiones procliues, vtAttila
crudeliſsimus fuit, NRege in es Ees et in viuentium cædes pronus, à quo tot
Vrbes, et populi vaſtati ſunt.. Non modòinfæminaslaſcinire homi: nesverum,
etiam brutacernuntur. Omines laſciuire in fæminas, nec nouum, nec inauditum eft
cum anebo fub humana fpecie contineantur. Quod autem bruta in eafdem
laſciuiant, mirabile eft,Plutarchus in Dialog. Ele phantem in Alexandria
fæminam qua- - dam,quæ coronas ſutiles componebat, fuiffeque Ariſtophano Grammatico
rio ualem, adamaſſe retulit: A micę,per pla team tranſiens Elephas,&poma,
et frum et us donabat, multiſque indicijs, et a morem, et ad fervitutem
promptitudi nem declarabat,læpeque à latereafside bat, et laſciuè mammarum loca
tange bat,Serpens etiam quidam (teſtimonio eiuſdem ) puellam ardentiſsimè adama
uit,no et u ad illam accedebat, placide. - que amplectebatur, &à latere
dormie bat, luce autem aduentante nulla illata kelione diſcedebat.Parentes,ne à
ſerpé tele. t n itas te læderetur, aliò puellam afportarunt: Ille autem ad
amicam vltimo peruenit, quá nonmorefolito'amplexa,ſed qui dam amantium ira in
illam irruit, ma nuſquepuellæ nodis vinciens,caudæ exe tremitate amicæ tibias
verberebat, profecto præreritę fügæ,atqueablentiæ: iniuriam vlcifci videbatur:
Quomodofamine vterogerentes: conceptumvaleantoccultare. Aximam Sabini cuiuſdam
Roe mani vxoris in occultando conceptu referam ſagacitatem, quo præfi dioaliæ
confimiliter,fi optabuntfæmiö. næ à conceptionis.indicijs faciliter oe
cultabuntur.Illa quidé dû aliæ mulieres; fecum lauabantur ventris tumorem ce..
Jare cupiens, vnguento, quo ruffas, et aureascomas.reddebat,ab vtero corpus
vniuerſumlinire folebat. Illius erat vis pinguitudinem, ſiue carnis inffationem,
aut laxitatem efficere, propterea com. Go: lange in corporis particulis
vtebatur, Hlud tumeftumrepletumque redde MA bat, ventriſque tumorem '
occultabat. Parabatur(vt' puto )'vnguentum ex res bus rubificairtibus,&
puftulas inducend tibus,calcefcilicet,auripigmento, tiap s. fia, et lulphure,
hæc enim alijs rebus co --- mifta veteres ad capillorum cultum cad 1 piebát,ſin
a.in aliqua corporisparticula applicantur ex magna caloris vijaut hu mores ex
alto ad fummum:trahuntur; aut ipfis fuſis.gignuntur:flatus cutis, et extima
corporisſuperficies attollitur, et in maiorem molem ducitur.Ex Plutarc... inlib
- epwTikā. Fructuum, vinearum,iumentorumga interitus praſagium. Agnun à mori
germinatione ca Lpiturpræſagium, mörus enim. ideo à Theophraſto prudentiſsima
vocatur, quia omnium nouiſsima gera minat, et pruinis non tangitur: Idcirco
fructus, et Vineæ à mori germia minationeà pruinis liberi fünt. Ea tam
menquando à pruina lædi contingit(fia: D G quidemosi M Ty et fiquidem læſam in
Aegypto, vt in pſala mo77 legimusMoyfis, tempore prodia tur fuiſſe
)Colimaximamarguitintema periem,& proinde fructuum, vinearum. que interitum
declarat.Atmaius ab vl. mo &perſicopræfagium capimus, quip pèvlmi, et perfici,
folia, præter tempus decidentia,peftem inomniiumentorű,. &pecuino genere
præfagiűt. Ex Cardano., Fætoremextinéta, lucerna vteroge Trentibus,infeftumeffe,&
ini. micuin... Dor extinctæ
lucernægrauis,adeo tur, vt in abortum faciliter conducat. Id: alleruit
Ariſtot.8.de hiſt. animal.c.24. vbi non modo mulierés grauidas,,verú.
didit.Profecto malus odor fi odor. fi prægnana. tjú corpora ingreditur, quia
fætus im becilliseft, et à quolibet alteråtur,facili negotio inficitur, eius
caro tenerrima, et ſpiritus inde abortusſequitur.. At no Kemelextinctalucernæ
fætor perniciē. quoque Ila He 4 i quoquc hominibus attulit, vt carbones in
cameris teſtudinatis facere accenficó. fueuerunt. Duos monachos retulit Pe.
trus Foreftus in obferunt. medicin..cum nodu cellam ceruiliariamintrașent, vt
fæcem cbullientem exportarent,(fortè candela extincta )cum exitum non inue
nirent,ſuffocatosfuiffe,ac mancmortu. os effe inuentos. Infania,& furori
àfolanofluatico contrattis vinum potentiſsimnmfora gulare eſe prafidium. Olamur.
fyluaticum, quodà multis Belladonna dicitur,tantæ eft immani tatis,vtinlaniam,
&furorem hominibus eiusacinos.comedentibusinducat, AC cidit cuidam (referente.
Hieron. Trago dib.i.hiftor. ftirp.) quiin fylua plantam vi. derat talis calus:
hicmultos decerpfit acinos, et deuorauit: altera verò die in tantam inſaniam,&
furorem deuenit, vt plerique illum à Dæmone obſeſlú cre derent.Intellecto
tamenmorbo, vinum fortiſsimumà. Trago illi propinatum Spelaria D? esto) eft, quo facto conſopitus,paulòpoft con
ualuit, et abfquelslione vixit, Lolium tritico", alýſque cerealibus:
commiftum varia hominibusfymptom mata attulille. Anis,in quo- lolium fuerit,
ſtuporem quendam,ac veluti temulentiam efi tantibusparit cum fòmno inexpugna.
bili.Id Gatenus afferuit lib.1.de Aliment: facult.Etenim (inquit )cum anni
confti tutio praua afiquando fuiffet, lolium tritico affatim ispaſci contigit,
quo haud feparato, quod paucus effet tritici prouentus ftatim quidem multis
caput dolere cæpit ineunte æſtate in cutemula torum,qui comederant vlcera; et alia
fymptomatafunt fubfequuta, quæ fuc corum.prauitatem indicabant, Lolijta.
mennocumento acetum efle præſenta Deum remedium iudicatur. Quare tum Htritico,tum
abalijs feminibus cerealio busdiligenterloliumfeparandum eſt. Scorpio
Scorpioidem herbam Scorpionum: iltus feliciter fanara. Irabilis eft herbæ
Scorpioidis in: M Scorpiones potentia,illi quidem huius tactu,exocculta
diſcordia exani. mantur, &intermoriuntur, tantam in ter eosanthiphatiam
natura indidit.As' quodmirabilius eſt exanimati Scorpi. ones,fi Hellebori albi
radice tanguntur; ad vitamreuocantur. Propterea.Scorpi oides,Scorpionum ictibus
impoſita fe liciter et citilsimè illorum virus mor, - tificat,viculque perſanat
ex, cuius prz. tentancain illos virtute à Scorpione now. men fumpfit, et Scorpioidesdi&ta
eft. Mirabilesin biomiwibus proprietatesquase
doger adfuiffe. Dmiranda profe &to in homini bus quandoque vifa funt. Regem
Pyrrhum aiuntpollicemindextro pede natura habuifle, cuius, taču lies nelis
medebatur: bunc cremari eum religae A réliquo corpore haud potuifle perhibet..
De Samplone legitur infacrisLitteris, quod in capillitio mirabilem contineret
virtutem, qua aduerfis quibuslibet re fiftere audebat. Veſpaſianūtactu.&
fali ua, et fine his quandoquenon paucis af feátibusmedicatumeffe tradunt.Ego
e. quidem idiotam cognoui hominē, qui Ipuitione ſola in osinfirmi ranulas per
fanabat, &licet primoafpe et u a&u De Monisid perfeciffe dubitauerim,
quieui tamen,cum fimpliciter curamagere illú: cognouerim. Dolorem colicum
Bubulo ftercore per Sanari. Agnam Bubulo ſtercori" dolorem colicum fanandi
indidit efficaciamquippè apud fcriptores legi, et à fide dignis audiuiffe viris
afferit Geſnerus, illius potu complures ruſti.. cos fuiſſe liberatos,qui enim
ftercus ari dú in iuſculo bibit, ftatim fanatur. Hinc apud multos mosortus eft,vt
nonnulli nonmodo ipſum excremét aridum,ve rum. 1 E1 uum recens, et expreflum iufculis ebi bant, et melius
habeant. Ego quidéru fticis tantummodo remedium præbe rem, nobilibus vero, ne
nausean indu cerem,non auderem,cum nobiliora pro ijs habeamus præfidia,
ſufficerent tali.. bus ex eodem ftercore cataplafmata, vt enim reor,ex
proprietate tale auxilium colico dolore vexatis,ſubire confueuit.
Epilepſiamfrumafqueverbena ako xilio evaneſcere. Aturalis Magiæ
profeſſoresverbes: nam (Sole Arietemi ) colle et am graniſque pæoniæ fociatam,
contritam, et ex vino albo hauftam per colato, epilepticosinftar miraculi fana.
re prodidere.Hoc exHermetetraditur. Nop.minoreft ejuſdem radicis efficacia,
quippe collo eius appenfa, qui ſtrumas, patitur,mirū,ac infperatum adfert pra
fidiumReferunt Aſtrologi hanc Vene ri effe dicatú, ffrumaſque delere,quod
Veneri ancilletur, quæ collo præeft, propter Taurum eius domicilium.. Ex.
Durante inHerb. N1111 i Arbores quandoque in lapides commutantur: N Danico mari,
iuxta Lubecenfem vrbem Alberti Magni'ætate, arboris ramus inkientus eft cum
Nido, et pullis, qui cum in lapidem omnes, cum arboré et nido eflent conuerfi,purpureum
ta = men,(vtipfe retulit Jadhuc colorem fa um retinebant. Georgius Agricola eti
am memoriæ tradidit,in Elpogano tra étu, iuxta oppidum à Falconibus cog
nominatum, Abietes integras cum cor tice in lapides verſås elle,atque, quod
maius eft, in rimisetiam porphyritidem Japidem continuifle, quod maximè foc
Tertiſsimæ naturæ operibus tribuen dum eſt. Bardanamaiorcum mulieris piero
magnam baber ſympathiami quæ MPerfomatia diciturinmulieris yra rum, magnaque
eft cum illo eius fym. pathia, quippe illius foliun lämmo ca. pite geftatum
matricem furſum tollit, fub planta pedis deorſum. Propterea huiufmodipræfidium
aduerſus matri cis ſuffocationes,præcipitationes, ac tiſo locationes
præſtantiſsimum à multis iudicatur. Ex Mizaldo, Quomodo literas axrei
colorispinger. valeanks. VI T literas aurei coloris habere pole fimus,auri
ſolia quot libuerit, eli gemus quibns mellis tres vel quatuor guttas
miſcebimus, hæc infimul conte renda funt. ad vnguenti fpiſsitudinem, in
ofleoque vaſculo conferuanda, Cum autem ad ſcribendum.huiuſmodi mir ftura vti
volumus,aquæ gemmaræ ali quid addendum eſt; vt operi liquorap tior exiftat:ita
profe et ò litteras habebi. musincomparabiles. Ex Alex. Pedemono Lano.
Qyomodoveftigia; et défórmitates vario lis,&morbillis bomines poſsint.
euitari. Ne 92 E morbillos. in facie,
corporeque hominum remaneant, expertifsimum apud me, quod in publicam
vtilitatem placuit aperire,eftpreſidium,quo vten tes pueri puella
quedeformidate, quæ ab ijs relinquitur, carebunt. Cum va riolæ,
fiuemorbillimartruerint, et in medio oculi quafi albicantes enricu erint, quod
eft fignum bonæ matura tionis,omni die bis oleo amygdalarum dulcium recers.
expreffo plura leuiter oblinire oportet, donecexſiccentur, ita profe et ò, vt
fæpius experiri libuit, ve Itigia non remanebunt; et quod melius eft,oleum
hoc'excoriatas variolasmira. bilíter ad fanitatem perducit. Quantum in
hominibus: vfus vene norum valeat. Ithridates fæpè veneno epoto, adeo venenorum
tis auxilijs corpus diſpoſuit,vtcitra of fenfam venena ebiberet. Cum autem à
Pompeio profiigatus eſſet,atque in ex trema:I trema fortunæ miſeria conſtitutus,
è vi e taillæſus diſcedere feſtinabat, quaprop ter venenum hauſit, et pluſquam
fatis eſſet,nectamen emori potuit,cum con tinuus venenorum vſus in hominum
naturam pertranſeat.Ex Plinio. Inhominibus vermes figura maximè differunt. V 23
5 admodum funt differentes, quippe in quodam Antoniano CanonicoMon tanus
obſeruauit.Hiccolico dolore tor quebatur, cuius moleftia Hierameram
deuorauit,vermemque deiecit.Erat ille viridis, figura lacerti, ſed craſsior,
hirfu. tusq;, et pedibus quatuor innexus.Breui tempore à fera propulſa,
canonicus obia ic:contra illa in vitrea phiala aql a plena, per menſes aliquot
viua ſuperſtitit. Ex codemMontano lib.. Calculusrenum,
veficæque in homi mibus, quopacto confumi valeat. Lapil t Apillus, qui in Tauri veſica,men {e Maio
reperitur, magnam habet in conſumendo calculo efficacia. Hic fi vino imponitur,
mutato paululum ſa pore, colorem croceum contrahit. De hocvino quotidierecens
effufo, donec lapis vino impofitusomnino conſum peus lit, à calculo infirmos
bibere opor. tet. Hac enim ratione, nó modo calculú comminui, verum etiam
conſumi mul. tos experientia edocuit. Ex Quercetane. Filiosà parentibusfignum
aliquod recipere, vulgatifsimumet. " Ilii omnes patrium aliquid, aut aui
tum ad vnguema retinere folent,ver Tucam ſcilicet, vel cicatricem, vel effi
giem,velmores, autmanuum lineas.In domo noftra omnes à parentibus verru cam in
brachio habuimus, et Marcellus filius meus ex me confimiliter. Proue niunt hæc
à feminum miſcela, ſpiritu umquevtriuſq; parentis ſeminaliú,auo rumq;
effuſione. Proptera etiá ſuccedit, File (fire fi feminain filiorum generatione
benc mifcentur,atque in minimas partesiun guntur) vt fætus robuſti euadant. Hac
enim rationefpurij robuftiores exiſtunt quoniam ob amoris vehementiam, ve
triuſque ſemina multum, beneque.co. ráiſcentur:Ex Cardano de subtit. go D:
Marerubrùm in plantisproducendis terre vigorem obtinuiffe videtur, to Adel D
mare rubrum afbos nulla in terra prouenit,præter fpinam, quç dipras vocatur.
hęc autem propter fer uores, &aquę penuriam rara etiam eſt, quippe non nifi
quarto, quintoue anno pluit, et tuncquidem impetuoſe, breai quam te?mpore. At-
in mariexeunt plantz, cat quelaurum et oleam appellant.Läu rus arię fimilis in
toto eft, olea folio ta tum fru et um oleę proximuin his noftris oliuis parit,
et lachrymam -emittit,ex qua medici, Irftendo fanguini medica Hentủ compopunt:
Cú auteaquỵ plures inceflerit,fúgi iuxta mare quodãin loco crum HM erumpunt,qui
Sole tacti, in lapidem co mutantur. Ex Tbeophr.in 4. de hift.plan. Incapillorum
defluuio ex Hydrargynı lac epotum peculiare iudicatur auxilium.. rifabris
capillorum defluuium in ducere conſueuit, aliaque ſymptomata; quæ tales in
mortis pericula conducunt. Pro huius immanitate, vtiin potu capri no lacte,
illudque cum pane commede re,fingulare et expertum eft remedium; quippe ſedata
illius vi,atque potentia,à veneni morte liberanturægri, et piliite rum
nafcuntur. Ex Foreſto in
obſeruat.med. Inter Lupum, Agnum maximam effe antipathiam. Tantralis
difcordia,vt ipfisemor., tuis in eorum chordis id etiä eluceſcat. Si enim ex
Lupi, Agnique inteſtinis, chordæ conficiuntur, in inftrumentis muſicis
applicatas minime concentum vocefque lonoras reddere,fed continuo tadas Bo ta
&tas dillonare obſeruatum eft:at quod mirabilius eſt, agninas chordas à
Lupi funiculis corrodi, et confumi, fi fimul n repofitæ fuerint,comprobatum
eſt. I demde Aquilæ, &anſerum plumis fer tur, Aquilæ enim pluma naturali
antia pathia anſerinas poſitæ interplamas, vt docuit experientia eas conlumunt
et corrodunt, Quadam pro Epilepſia admiranda reperiun. RiaabHoratio Augenio ioluiscá. (ult.pro epilepfia
curanda magne efficacię proponuntur remedia. Primo lococarbo eftille odoratus,
qui fub Ar timiſiç radicibusęſtiuo folftitio colligi tur, quiper
dies40.infirmis,aliquocon ucnienti liquore exhibendus eft mane ieiuno
ſtomacho.confircor ego cuidam, epileptico huiuſmodi remedium ada
modumprofuiſſeSecundo loco,Mufte lę fanguis adducitur, hic pręſtantiſsi. mus
proepilepfia ſananda cenſetur,au. joris experimento, vidit enim fanatum E
epilep probauit, fanari confueuit. Colligitur epilepticum fupra 25.annum,ſolo
huius fanguinis vfu potati ſcilicet ftatim at queè venis exiſtadvoc.ij. cum
vnaacer. ti:Vltimo loco tefticuli Apri,aut faltem Verris fiueSuis
domeſtici-Venere vtéris; &tefticuliGalliexiccati in furno mira biles
cenfentur;hi in puluerem tenuiſsi. mèredađi, cum zuccaro mifcentur, et decem
continuis diebus epilepticis ad drach.tres,cum aqualettonicæfelici cũ
fuccefsu.exhibent. Flatuofam inmembrisconuulfionem lignoce peſcoperfanari,
Onoulſio illa, quęà flatu in mufcus lis, et membrisoritur cum dolore, Chanc
noftrirampham,ſiue gramphum.yo cát)nodis ligneis à viſco, quod in quer.
cubus'adnafcitur, vt experientia com С. viſcuin aftiuo tempore,Sole in Lepois
fickere commorante,tunc enim perfectia onis complementumadeptum eft, Dc. bent
nodi ligneiillius, loco patienti fu perponi, vtitarimfiatus: diffugiat,pio gui
ficco, renuiq; prædirum eftlignum, * aut occulta ratione, vtvoluirCardanus
Confiteor,multis taleprælidium ad pre feruationem meconfuluiſie,votumque $
fuiſſe aſſequutosſola iſtius ligni tuſpen y fone. Annult ex bubalorum cornibus
| huiufmodi etiam dolores prohibere multa experientia, ex eodem Cardano i
obferuati ſunt. Quomodo nonnullorum animalium vent num corpora vostra
ingrediatur. Pedido Halangium cum aliquem momor. dit, quamuisparuum fit
animal,ex. - iftimare tamen debemus, venenum ex ipſius ore, primo quidem in
ſuperfici em,deinde vero in totum corpus defer ri, Præterea marina turturis,
ficuti, et terreni Scorpionis aculeus, quamuis ir extremam illam acutiſsimamque
par temfiniatur, vbi nullum foramen eft, per quod venenum deijci pofsit,neceffe
en eft vt excogitemus ſúbftantiá quianda ineſſe illi,aut fpirituale,autAgidam,qnz
E vt mole minima, ita facultate eft quam maxima.Siquidécú nuper fuiſſet quida
ict Scorpione, videormihi eſle(inquit) percuſſus grandine:eratque omninofri
gidus,frigidoq;fudore perfufus.Quip pe vbi exicta parte,pertotam iplamce
leriter diſtributa fuerit venenivis,con tingiteam, endemrurſus.contactu,in
fingulas ſubiectarumei partium recipi: mox ex illis inalias continuas, done: in
aliquam peruenerit principe:quo tem forémortis periculum inftar. Ad hanc remin
primis conferunt vincula parti bus fupernis inie et a, abſciſsioque pare tium
venenatarum. Noui equidem ru fticum,quiepoto è viperis medicamen to, reſciſlo
priusdigito euafit, ficut, et alium quendamqui ſola ſectione circa medicamen
eſt liberatus. Hac Galat. 3.
deloc. aff. Mirabile ad Strumas gurturis, ramicem, Adem44 Yemedium. Dmirandum
remedium ad ſtru. A mas. Cupreſsi foljaneque teneri. ora,neque duriora in
puluerem com di minties, tortiuo vino confperges, atque ita volutabis, dum in
fæcis corpus coe TH ant, inde fruma, velramex indecitur, pe tertio primum die
foluitur medicamen tum, contractum locum inuenies, quidie o gitis-exprimidebec
rurfus ad tres dies idem pharmacum applicabis,eodemque modofolues, &exprimes;
feptimodie, vel ad fummum pono, ſtrumæ velut miraculo abolebuntur. Valet etiam
ada ramicégutturis, parotidas,omnemdur se ritiem, et ædemata. Hie
tollerininhere fit.Chirurg.6... Peftilenti
tempore in:er pracipua-prafidia: aeris re&tificatio fummum iudicatur.
Mnilaudedignus, omniq; decore admirandus Hippocratesiudican dus eft,qui peſtem
illam ex AEthiopia ad Græciam venientem, non aliorepu lit auxilio, quá aeris
purificatione.Præ cepit enim,vt per totam ciuitatem ignes accenderétur; qui non
è fimplici folum materia,fed etiã beneolenti conftarent. Qua propter, et coronas
odoriferas, florefquearomata,vnguenta pinguiſsi magrati odoris, et alia
iucundosodores fpirantia, ciues igniſpargebant, quo paa Eto aer purusfa et useft,&
ijà peſte tuti fuerunt. Ea fuit magni Hippocratis dia ligentia. Ex Galeno.
Portaldara fenuinis contra lumbricas: magna estefficacia. Nlumbricis necandis
nonmodòPon tulacz aqua ftillatitia aptiſsima iudi.. catur,verum etiam illius
femen.Narrat enin: Arnaldus Villanoua, quendam puerum, dum effet in mortis
periculo Conſtitutuspropter lumbricorum mula titudinem drach.jem. feminis
Portula cæ cum lacte fumpfiffe,atque lumbricas multos
emiſiſke,fuiffequeliberatum. Quorundam animalium vita terminus con. ftitutus,quis fit.
epusannis decem viuere fertur, et Catus totidem. Capra o et o. Afinus
triginta.Quisdecem: fed vir gregisfæpè quindecim. Canis quatuordecim, et quandoque
vigintiTaurus. quindecim. Bos,quia caftratus,viginţi. Sus, et Pauo viginti
quinque.Equus-vigioti,&non punquam triginta, inuenti funt, quiad
quinquageſimum peruenerint.Colum biodo, vti etiam Turtures. Perdix vi. ginti quinque, vt &Palumbus, qui non
nunquam ad quadrageſimumperuenit. Ex Alberto Låddoloresarticulares electuariano
mirabile. Periam electuarium illud mirabia le, quo ego in doloribusiun
&tura rum, et in arthritide cum felici fucceffua nor femel vfus fum. Huius
auctor Pem trus Bayrus eft,licetipfe Galenicompofitionem efle dicat in -lib.18:
fuæ Praski. Confiteor fubito ſoluere finemoleſtia, ignitum caloré extinguere,
et membra patientis adeo contemperare, vtmultas viderim, endédie, qua pharmacum
acce. perant, à ſella ad locú propriúſine alte rius auxilio languētes redire.
Capiútur Hermos Qua propter, et coronas odoriferas į floreſquearomata, vnguenta
pinguiſsi magrati odoris, et alia iucundosodores fpirantia, ciues igni
ſpargebant,quo paa cro aer purus fa et useft, &ijà peftetuti fuerunt. Ea
fuit magni Hippocratis dia ligentia. Ex Galeno.. Portulara feminis contra
lumbricos. magna est efficacia. Nlumbricis necandis nonmoddPon tulacæ aqua
ftillatitia aptiſsima iudim. catur,verum etiam illius femen. Narrat enin: Arnaldus Villanoua,
quendam puerum, dum eſſet in mortis periculo! Conſtitutuspropter lumbricorum
mula titudinem drach.jem. feminis Portula cæ cum lacte ſumpfiffe,atque
lumbricas multos emifiſke,fuifíeque liberatum. * Quorundam animalium vita
terminus.com ftitutus,quis fit. epusannis decem viuere fertur, et Catus totidem.
Capraodo. Alinus triginta.Quisdecem: fed virgregis læpè. quin io rabia quindecim.
Canis quatuordecim, et quandoqueviginti.Taurus quindecim. Bos,quia
caſtratus,viginti. Sus, et Pauo viginti quinque.Equus-viginti, et non punquam
triginta, inuentiſuật, qui ad quinquagefimum peruenerint.Colum biodo, veietiam
Turtures, Perdix vi. ginti quinque, vt &Palumbus, qui nons nunquam ad
quadrageſimum peruenit. Ex Alberto Laddolores articulares electisarianos
mirabile. le,quo ego in doloribus iun et tura rum, et in arthritide cum felici
fucceffu non femel vfus fum. Huius auctor Pew trus Bayrus eft, licetipſe
Galenicompo fitionem efle dicat in lib.18. fuæ Brasti. Confiteor ſubito ſoluere
ſinemoleſtia, ignitum caloré extinguere, et membra patientis adeo
contemperare,vtmultos viderim, eadédie, quapharmacum acce perant, àſella ad
locú propriú fine alte rius auxilio languētes redire. Capiútur Hermodactylorum
alborum à cordis fuperiorimundatorum, et Diagridii an..
drach.ij.cofti,cymini,zinziberis,cario phyllorum an.dracij.trita, et cribellata
conficianturcum fyrupo fa et o exmelle, et vinoalbo inuicem coctis,donec ſyru.
pi bene codi formam recipiant. Dofis eſtà drach. ij.ad drac. iiij.fecundum in
firmi tolerantiam. Auctorconfitetur ter ab huiuſmodi doloribus fuiffe correp
tum,& femperinaurora huiusele et uarij (quod Diacoftum vocat )vnc.ſem,
acces piſſe, et in vna die conualuiffe. Ego dia-. gridium in
minoridofi,exhibuifemper et beneſucceſsit. Periculofumeft Bafilicum continues
adorari. Vantį ſit periculi, herbæ Baſilica frequens odoratus plenus,ex Hol
Jerij exacta obferuationeperfpicitur. Quidam enim Italus ex continuo eius
odoratuin vehementes, &longos inci-. dit dolores capitis ex Scorpionein
cere bro epato,cuius caufa morsconfequuta eft ck Ratio apud aliquot huius
euentus,ea potiſsima eft, quod Bafilici folia ſub te. ftafi et ili putrefaéta
in Scorpiones mu tentur, ex quo arguunt, frequentem o. doratum animalcula
quædam Scorpio onuminftàr, in cerebro geocrare. Vte cumque tamen fit, Bafilici
odoratus ad Syncopim, et animi hominum deliquia, mirumin modum prodelle
compertum cfts Piſcem Torpedinem, dolores capitis àcaufa calida feliciter
fanare. Nter fele et a, et quae dolores capitis à caula calida auferunt remedia,Tor.
pedo piſcis eft. Aitenim Celfus, quem ſequutus eft Seribonius Largus, huius
Puciscapiti affricatu,adeo tales dolores remoueri vtin pofteru redire nequeant.
Cauſa torpedinis qualitas eft,ipfa enim viua in mari, et procul, et à longin $
quo velfi haftá; virgaveattingatur,tor porem piſcatoris mébrisinduceredici.
tur, vt Plinius lib.23.prodidit. Idcirco etMatthiolus dixit) mirum non eft huiuſmodi
affe& us, quodam ftupore: feliciter ſola confricatione fanare. Queex occulta natura proprietate fiunt, mirabilia
videri. Aturæ arcana femper hominibus, admirationem præſticere:ratio eſt,, quia
caufas ignoramusproprias, et pro.. pterea in ſpeculandis his ce pitamus,
necaliud nobisreftat, quam føla admi. ratio. Quis enim non admiratur, cur:
Hyænæ vmbræ conta et u, canesobmya. teſcant?Cur Eryngium ore Capræſum. ptum
totum gregem fiftat? CurGallina, appenfo miluicapite nunquam quiefcea. re
valeant? Curappenſo allij flueſtris capite in ouis collo, quz in grege omnes
antecedat, Lupi ouibus nocere neque.. ant? Profe &to hæc mirabilia funt, et in refum
fympathias, et antipathias, et na-. turæ arcana reducuntur. Nonnulla
animaliareiuuenefcere: proditur. Agnum natura quibuſdam anie. inalibus pro
fene&tute euitandai, COA conceſsit releuamer, Ceruus enim elu, ſerpentum
renouari dicitur, quippès dum fentit fene&tute fe grauari, ſpiritu, per
nares è cauernis ſerpentes extrahit, fuperataque veneni pernicie,illorum:
pabuloreparatur.Colubri quoque alijq; ferpentes quoniamper hybernas latebras.
vifum obſcurari ſentiunt, primo vere, maratro, feu feniculo feſe affricát,illud,
que comedunt, ita vifum recuperant, &, exacuunt, et vetuſta tunica
depoſitag pelleque priori reiuuenelcere dicuntur.. Qgorandam animalium carnes ad vitæ lorem. gitudinem
palere. Longifsima vita aliquorum ami.. malium vel eorum proprietate, multi
fapientés vitæ longitudinem in hominibusinuenire conati funt,volunt enim
carnium efu longæ vitæ animali um,vită poffe produci, re& ecenſulen. tes
ſolidá nutrimentă,multú,diùq nutri R, et à morbis defendere. Hac ratione
Ceruicarnesprecipuè iuuenisadlógitu L6 dinem vitæ valere autumant, Reculit
Plinius quafdam nouifle principes fæ minas,omnibus diebus Cerui carnes de
paſtas, et longo ævo febribus, caruiffe.. Dioſcorides lib.z.longam ſençđuter
cos agere dixit, qui Viperę carnibus, veſcuntur.Propterea Pliniuslib.13»An
tonium Muſam Cæſaris Augufti medi cum dicebat, Viperas in cibis ijs dediffen
qui ab vlceribus incurabilibus affligea bantur,ratus hoc auxilium, vitam illis,
producere,atque omnesſanafle.Exlib.3; Conuiuij noftilitterarij. Abfürdan,
ridiculain effe Paracelli opic. nionem,de homunculi inpbialia vitrea g !..
meratione, de partu. NPara Onmodo ridicula,ledinfanda eft: Paracelfi, damnatæ
memoriæ opi-. niode homymauliconceptione, et partu.. Scripſitenimex
feminehumano in ama pulla vitrea. conie et o:;: et aliquandiù: fub cquino,
fuma, Itabulato, homun-. Cului culum gencrari. Vt autem hanc hypo..
thefimfaliam ille impiusdoceret, exo uo fumpfit conie &turam,quod cum op
ſeruaret in loco calido concludipofle, et ex eo tandem pulliim excludi,
perſuaſit hoc idem in humano ſemine in vitreo vaſculo reclufo poffe contingere.
Sed vana, et fabulofa ſunt eius figmenta, fi-. quidem ex putrefa& o femine,
in an. pulla fub fimo recondita talis homun.. culi partus fieri nequit, qualis
enim eft cauſa,çaliseffe et us conſequitur,proinde ex putrefacto nihil,piſi
corruptum ori.. tur. Infuper in fetusconceptu,vt ex fa. ais:diuiniverbidecretis
capitur,ſemen virumque viri: &mulieris concurrere opuseft, præterhęę conceptio
haud ori turniſi. fuerit vterus benetemperatus, tanquam hortulus à Deo
deftinatus ad hanc prolem, cui fanguis maternns fi mulaffluar: quippè
fi.materni- fanguinis deficeretappulfus,necfemenaugeri,nec ali planıę inftar,
necpartes conformari pollenr,, vt omnium philofophorum E. 7 conſenlus eft. Ad
hæc inter fætum, et vtero gerentem fympathia quædami requiritur, vr calorem, et
nutrimená. tum à matre recipiat, et à fætu viuena te inatsis calor augeatur: et
abia' ad cona coctionem, et produ &tionem feliciter fuccedant. Quæ omnia
fallain effe Pas tacelfi coniecturam atgtrunt: ille enim non perfpexit in
ouofemen, exquo puls dus fit, fimulcum alimento vernaculo conferri, et in teſta
per fe porracea tans quam invteroquidemconcludi; ex qua pullus ali, et refpirare
pofsit Semen vero humanum caloris, et fpiritus Cu iuſdam viuifici particeps,
&conforss quorum vi, et beneficio fir generatio, antequam in vitream
ampullam per funderetur, eodem temporis veſtigio exhalaret, et conceptio
euanefceret: Hue aceedit, quod deeſt fanguis, quo femen nutritur, et augetur.
Adde quod per ampullam vitream, fub fimo recon ditam tetas fpirare nequiret
confuta.. maergofunt Paracelfiftarum fomnia,& fabula fabulofa eorum
magiftri conie et ura; et vana de homunculi partu affertio. Ex. Georgio Bertino
Campano. In Armenia nines rúbentes fieri. Iues omnes(fublata philofophand tium
ratione)albæ funt, et ita ius d cat fenſus, vtnon immcrito Plinius lib. 17.
capite z: niuem vocaverit cæle ftiumaquarum ſpumam. Nihilominus Euftachius
Homeri interpres, in Ara menia niues rubentes confpici retulit. Harumcolorçm
multi fapientes rummi Aantes, non natura niues rubentes fieri, fed
accidentaliter illic voluere. Illa enim loca minio luxuriant, cuius colo re ex
halātiones, è quibus in Armenia ninesgenerantur, pallutæ, rubedincm.
acquirunti. Pro quartana febrejſalitaremedia. A Rnaldus Villanoua pra fecreto
ha. buit in febrequarrapaexhibere taxi barbaſsi radicem ex vino per dúashoras.
mote acceſsioné, et Dominus osdecorde: Ceruiad drach. Itidemex vino alterator
di& amocretico, ſaluta, chamedrio, chamæpithio, &myrrha ex fucco
abfynthit ad ſcrup.ij.caftorei eriam, et bituminis anſcrup. ij. ex vino:
Alij,vt quartanam excutiant, infirmis dum in acceſsione affliguntur, timorem ex
improuifo incu tiunt. Proptera Titus Liuius fcripfit, Quin et umFabiuin Maximum
in con fictu febre quartana fuille liberatum... Terra Lemonia contra venena
miram: babet efficaciam. Nterpræſtantiſsima auxilia contra venena,terra
Lemniaconnumeratur, quæ ad Cantharides,& adLeporem ma rinú adeò pręſtat, vt
quadam proprie. tate, deuorata, omnevenenum per vomitum expellat, quemadmodum
mul tis experimentis hæc omnia didicifle. Galenusconfitetur, Lumacalapidem,partümulierum
facilitati. Icitur Lumaca, lapidem nobiliſsi.. me virtutis in capitcretinere,
qué fi trio I tritum ftranguriofis liquore aliquo conuenienti dederis, vrinam
foluere, i breuiterq; fanare comprobatum eft. AL mirabilem baberingrauidamulierecó.
Senfum:quippe appenfam fi ſecum por tauerit,in abortum minimè incidet, fin
autem tempore partus tritam,cum vino capiet,multa facilitate pariet: fiquidem
lapides himeatusmuèaperiunt, è qui-. bus fætui facilior datur tranfitus. Ex:
Ifidoro.. Kamum fympathian in aliquet bruto mirabilem. elle Izaldus lib. 1.
arcan: &Podinus: lib.3,theat.nat.obſeruatű,exper tumque audiuiſſe
aiunt,Vaccam,Quem Equam, Afellam, Canem Suem, Felem; fimiliaq, foeminei generis
animalia do meſtica, et manfueta, dum vtero gerunt, autinterire, autabortum
parere, fi mas ex quo conceperunt,ma&tetur autocci.. datur,tam valida
eft,ac vehemens-illo rum inter fe fympathia. Hoc autem an verum fit,confiteor,
menondum fuiffe expertum.. oletno Oleam -arborem puritatis virginitate of
amantifsimam. Liva fimanuvirginea plantatur, et educatur,,vberiores fructus
præbe redicitur:, vſque adeo puritatis eſtamā tiſsima, et labis nefcia. Hacde
cauſa, ve Teor,abantiquis ſapientibus olea, Mi neruæ dicata, et confecrata
füit. Audiui equidem àmultis, alearum à laſciuis mulieribus non femel fuifle
collectas fructus,calq; fequenti amo parum fru et ificaſſe,ExCarolo
Stephanointideraruftia Aftronomiam Medicis effe neceffariam. PRudens Phyſicus
Aftronomiam in telligere debet, aliter perfe& usMe dicus effe nequit.Cum
autem ægros -Cųe rare intendet, Lunam afpicereoporte bit, fi enim plena
cſt,crefcitfanguis, et humiditas in homine, et beftiis, et me dulla in plantis,
ita voluit Hippocr.inl. dediſciplina Mahemas: qui apud Galore peritur.Cum ergo
quis in morbum in ciderit,fi Luna è combuſtione exit,tunc iei creſcit
infirmitas vfque ad oppofitio bis gradum, quo tempore per a &to cceli
themateaſpicienda Luna eſt,an cum alia quo planetarum ſocietur fortunato, vel
et infortunato;numin malovelbonofue. titalpe et u; et an dominúdomus mortis.
afpexerit; ita enim de morte, et vita; de morbi longitudine, et breuitate
infire morum accuratiusconie &turarepoterit.. Ex Hippers. 10ak. Ganjucto.
Saturni,Martiſque coniun tionem inTauro, Bobuspeftilentiam pradicere futuram.
A. Strologorum ex multaobſeruan tia decretum eft, cum Saturnus. Hupiter,&
Mars, vel iftorum duo fimul iun &ti fuerint ſub humano figno, cona.
currenti ad eam ftellarum fixarun vea Denoforum animalium afpe et u,morbos
peftilentes hominibus effc futuros. Ex diuerſitate autem Zodiaci brutis quan
doque contagium appariturum, faluis hominibus. Vnde notat Auguftinus Sueſſanus
in comment.Apotelaſmatum Pro. Lomai,non multis ante annis,obferualle, cum
SaturniMartiſque coniun et io in Tauro horrendiſsima frigora'excitallet, magnam
Bobus calamitatem eueniffe. Ques autem licet imbecilliores, füper tites tamen
fuiffe. In Boues tamen pe ffis illa defçuit propter cceleſte fignum, ad quod
terreftris Bos refertur. Quæfi fuiffet in Ariete, forfitam in Oues graf fata
effet. Anno 1479. in figno humano Martis, et Saturni fuit coniunctio (tefti
monio Ficini ) et peftis crudeliſsima ho mines inuafit,,vt& prius anno1408.
et omnium peſsimaanno 1345. ex trium Planetarium infimul conjun et ione. suffiiu
bituminismulieres ab byfterice '. 3 Vltis experimentis comproba audio,, lieres
ab vtero ſuffocatas lubitòad ſanie. tatem reuocari, et quod mirabiliuseft,
Hyſterică extemplobituméacceſsionen corrigere, fiue crudum, fiue vſtum mu.
licrum naribus admoueatur. Propterea mulieres,quętali pafsioni obnoxięfunt lans
paſsione liberari. CA lana exceptum, fiue goſsipiocolloap penſum,Medicorum
conflio (Mizaldo · auctore ) in romullis locis habent, vt e, crebo olfactu
paroxyſmum arceant. Cantharides quandoque ſolo olfa et u fangui. nens,
veltactuècorpore euacuajſe. Antharidumvis, et venenú in fane guine purgando per
vrinam, apud paucos incognita eft, quippe in potui ex ceptas non modò veſicam
exulcerare, verumatque fuffocationes, et horrenda ſymtomatainducerecomprobatum
eft. Imò tantæ feritatis funt, vt quandoqué et tactu,vel olfactu hec
efficiant,vt cui damchirurgo Mediolani ſucceſsit, qui bis fanguinisprofluuio
correptus fuit per vrinam,folum portando cauterium ex cantharidibus in Byrfa.
Ex Micbarle Rafraljo. Podeortum fit adagium, Naniga Anticres. } MXneotericisMedicis,nigrum
Vlta obſertatione &à prioribus, et neotericis, helleborum ad infanos, et mente
captos peculiare auxilium eſſe, probatum eſt. Huiuspotio licet periculoſa fit,
cú cau telatamen fumpta, mirabiliter ijs pro deffevidetur. Hellebori virtutem
De. moſthenes innuere volebat, dum acti. onem mouens Aeſchini, vt ſeſe pur.
garet helleboro dicebat.Hoc in Anti. cyris duabus ele&tiſsimum, et magniva.
loris naſcitur, quo nauigare oportere a dagium, quiab intania Canari cupit vt
Strabo lib.9.Geograph,loquitur. Hinc Stephanus deHelleboro loquens addit,
Anticorenſem quempiã fuiſſe, quiHer çulem dato Helleboro infania libera uerit,
Grauidas simio fale prentes, parerifetus fine vnguibus. Noneftàratione aliepum,
quodab Ariſtot.dicitur 7 de biftor.animal.c.4 mulieresgrauidas, fi nimio ſale
in cibis vſæ fuerint,fætusparere finc vnguibus vngues enim,vt dixit Hipporc.in lib.de
care FOS. 1 Carnibusex glutinoſa, et viſcida materia geperátør, hincaecedente Galitorum
v. Tu,materia illa viſcida adeo attenuatur, &adimitur, vtfacilè illorum
ortusde. ficiat.Comprobatur hocetiam in ladá, tibus, quibusex aſsiduo, et nimio
ſali torum vſu,lacomne, paulatim deficere conſueuit. Oui badiin
conuiuijsiucundi, feftiuiquelas beantur. N conuiuijs profecto,vt hilariter'iu:
Du { 11 X G 3 epulétur,tron femel ludi aliquotper io cum apparantur qui omnes
in iftanti um riſus, &cathihnos mutantur. Inter multoshi erunt Feftiui:Si
lintea;& map pæ calchanti puluere confricantur, qui foti fe deterſerint ea
parte nigrifient;li ceti lintea prius candidiſsima apparue. sint.Si cultri
fuccocolocynthidis, vela fòe ta et ifuerit,amara oíaex ijs incita le tiétur:ex
afla fætida autem cuncta fæti da audientur:Si fuperpaſtillos nuper e fixos
inſtrumétorü chordas minutim in difasproieceris inftar vermium à calore V
contracte apparebunt, naufeamque rei inſcijs mouebunt. quibus vinum potui
dabitur,cui caftancarum cruftæſubtili ter tritæ fuerint inie et xà ventris
«crepi tibusſollicitabuntur. De amorisorigine aliquet controuerfia.
OlentesPhyfici amoris originem, velpotius furoris amatorijreperi te indaginem,ex
correſpondenti homi num complexione, leu verius ex con formi ipfius fanguinis
qualitate,nempe calida proficiſcivolunt, hancenim como plexionem valde amorem
gignere af firmarunt, Aſtrologi inter eos amorem exiſtere aiunt, qui in codem
aftrorum gradu conſiſtunt,vel qui in aliqua con Itellatione ex æquo
participant, et con formes ſunt,tunc enim fe redamare có. fingunt. Alij
Philoſophi amorem naſci afferuerút, quoties noftra luminainde.
fideratumobic&um conijcimus,voluat cnim quoſdam fpiritus ex ſubtiliſsimo,
puriſsimoque fanguine cordis noftri in rem concupitam exhalare, acque ocyſsi *
IN me ad mè ad oculos noſtros recurrere, ibique a in vapores'& 'humores
refolui,quifen. fim ad correlapſi, diffuſiq;per corpus, in oculis, rei dilectæ
quandam idem, inſtar fimulachri, et imaginis,non aliter, quam in fpeculo macula
permanet ve nenofi oculi, vel menſtruatæ,auriginoſi, aut fimili aliquo morbo
infecti, impri munt.Hacde caufa miſerum amafium, hiſce nouisille &tum
fpiritibus,qui natu ralem fuam fedem repetunt, et ad cor permeant, perditam
libertatem fuam dolere, lamentarique cogi affirma. Nonnulli autem naturalis
fcientiæ ad. 'modum ftudiofi,cum multa de amoris fcaturigine eſſent
imaginati;nec veram tam furiofi morbi originem inuenif. fent: in
hæcproruperunt:Amorem effe neſcio quid,natum neſcio vnde, qui vee wit neſcio
quomodo, &accendit nefcio quo pa&to,certam aliquam rem, &per ſonam.
Hominem apud Indos longiſsimam pitam babuiſſe. F Apud Lufitanicæhiſtoricæ
fecènti ores ſcriptores(interquos eft Fer din. Caſtanneda:)fidei probatiſsimę,
longa narratione, et certa, cuidam nobia li,apud Indosannorū, quibus vixit tre.
to centorum, et quadraginta fpatio,iuuenis tæ florem ter exaruiffe, et ter
refloruiffe: inuenimus:atque ex cuiuſdam Epifcopi relatu
nouiterpercurrimus.(Hocprofe to mirabile eft, et paucifsimis à Deo conceſſum.
At non minori admiratione illud dignum eft,quod à Langio de Or benouoproditur,inſulam
quádam fu. ifle repertam, Bonicam nomine,in qua fontis reperiatur ſcaturigo
cuius aqua vino preciofior fenium epota in iuuen tutem cómPomba. Ex lib.
1.debominis vita, vbi de Priorifla anu facta, et reiuueneſs eente fcribitur.
Hydrargyriminer aquomodo inueniatur. Ńter metallica ônia,hydrargyro ex
cellétius vix inueniri aliud cryditur, cum ad infinita tale accómodetur.Soler
tiinduftria opus eſt, vt vbi eius mineræ fit ſcaturigo coniectores deprehendant;
propterea menſbus Aprilis, et Maiiſub aurora, ſereno autem cælo afcendétes,
vapores in montibus fpe et ant; ſi enim inftar nebulæ fuerint, non altius feat
tollentis,fed humillimæ, ac quaſi terrae ad hærentis, argenti viuiibi ſedem
eſſe allequuntur. Ex Cardanode Subtil. Aqua mirabilis pro viſus obfuritate.
Periam aquam, quam ſcribuntre ſtituiſſe viſum cęco nouem anno. rum.R.ſucci
apij,feniculi, verbenæ,cha medryos, pimpinellæ, Garyophilatæ,
Caluię,chelidonię,rutę,centinodię,mor { usgallinæ,garyophyllorum, farinæ vo.
latilisan.vnc.j. piperis craſsiuſculètrití, nucis muſchatę,ligni aloes an.drach.
iij. Omnia imergătur in vrina pueri, et lex: ta partevini maluatici.
Bulliátbreuite pore, tú exprime,& percola.Repone va le vitreo benè
obturato.Hora sóni fingu. las guttas ſingulis oculis inftilla. Holler. Roris
marinipraftantiſstma'virtutes, Lanta illa, quam Romani, et Itali Roſmarinum
dicunt, inter plantas: nobiliſsima eft, magiſque quam ex F 2 iſtimetur
excellens, quamuis mulcitu. dine, et frequétia vilefcat.Eftenim fem per
virens,nulli nocens, et multis infir mitatibus inimica maximè comitiali morbo,
quiferè dæmoniacuseſt. Radix eius cum melle purgatvlcera, tormini. bus medetur,
et medendis ferpentum i et ibus cum vino bibitur.Prodeſt etiam contra morbum
Regium in vino cum pipere. Et tanto contra maiora mala præualet, quanto maiori
gaudet tutela, et fauore cæleſti, à quo omnis virtus confouetur.
Naturefagacitas in difficillimis morbus fac mandis magna ift. Agna eft naturæ
fagacitas in ali quot morbis ſanandis,qui medi. corum auxilijs perdifficilc
eft,vt ad fa nitatem perducantur. Ketulit Alexan. der Veronenſis lib.2.
Anatem.c.9.tr ulie rem Venetam,acum crinalem, qua cirri capillorum intorquentur,
quatuor die gitorum longitudine ore detinuiſle, dú obdormiſceret, fomnoque
ſopitam de M glutif Etv ghuiuifle: decimo autem menſe, quod m mirabile eſt, per
vrinam eminxiffe.Lan. Er gius etiá in alia iuuencula,quæ aciculam deuorauerat,
id etiam eueniffe fcribit, e Naturæigitur induſtria maxima eſt. * Lapidis
compofitio ignē fricationereddernisi. Ricatione cuiuſdam lapidis facilli
meignem excutere poterimus. Hæc eius eft compoſitio. Capimus ſkyracis, calamitæ,
ſulphuris, calcis viue, picise an.drach. iij. Camphorædrach.j,Alpalit. dre iij
critahæc pobanturinvalesce Teoroptimèconcoctecca Hapidécouertátur.Hic panno
fricatusu ceditur,fputo veròemoritur.ExRole! Naturam beftis,ad corporis t
ütelammulta remedia indicaffe. PlurimaşürNaturæ beneficiaquebê ftiis fuiffe
conceffa legimus.Hæcpro fectoruminans Plutarchus, præadmi. rationeinextaſin
raptus,Maturan mulo.. to plura in pecudes, quam in hominem contuliffe dixit.
Quippefibeſtijs Fors bus accidit.Naturamoxantidotum in F dicauit. Hinc Palumbes,
monedula, merulę,perdices, Lauri folijs deguftatis humores fuperfluos
expurgant. Lupi, Canes,Feles ſięgrotant,vel li excreme torum colluuie ftomachum,
vel viſcera oppleta fentiunt, gramina comedunt ra, re perfufa,herbam frumenti,
&rapiſtru decerpunt:quibus ſtomachum, aluumg; exonerant.Columbæ,turtures,pullique
gallinacei in morbis heliofelinum degu far. Teſtudincs morſus ſibi in flictos
ci cuta perfạnant.Cerui volnerati dictami paſtufagittas, excutiunt.Ivuiteladůmu
res venatur, ruta ſe munire confueuit,. vc validiuseosoppugnet. Vrlimandra-. *
goram quærunt in mala valetudine. A. priauté egrotanteshedera ſe colligunt.,
Ceteraverò animalia pro virę tutela di uerfa alia retinent auxilia.Ex
Arifter.pl njo,Nipho,&aliis. Lapidem Aetitem mulierum partus. accelerare.
Maison Agnam intulitnatura Aetitilapi. diin partu prægnantium accele rando
efficaciam: quippefiearum coxis argento cóuolutus partu inſtante fuerit
ligatus, miram ytero generabit láxitam tem,ex qua prægnantesfacilius parient.
Ab Aquilis pręlidium hoc'captum reorg illa enim dum arctiores ſe ſentiunt et oua
cum difficultate pariunt, Ae titem quærunt, ex quo laxiori matricis orificio
facto,leniusoua excernūt.Hinc Aeritis S-apis, Aquilinus di et us eft, quiaz
Aquilă hos in nidum portant,ibiq;verii reperiuntur. Intellexi ex feminis, pria
marias aliquot hos lapides in vſu,& pre cio habere,beneratas
partuslaboresfu Bleuare. Hellebori nigriradićem, Viperemorfus in bon Aysſanare.
(N magna æſtimatione apud multosis Helleborinigri radix habetur, ipſa enim
inter carnem, et pellem iumentià Vipera demorfiinſerta proculdubio faa -
mat.Confiteor profe &to fubulcum qué dam porcorú numerüigne perfico, fiue
cryſipelate peftilenti pollutum (hunc morbum vulgares, eo quod porcorum caput
in excreſcentiamagná deuenit,apo pellap (męobſeruante adfanitatéducti funt..
pellant Capoatto.) fola huius radice om.. nes incolumes feruaffe.In porcorum
au. ribus cultello circulum ad viuum fane guinem formabat,deindecentro,ex ſtye.
lo ferro perforato,radicisfruſtulum éfo. fingebat, ad paftumý;porcosmittebat,
ita equidemſolo học auxilio, omnes Hippiatros in equorum faciepitorum euul,
maculas albasfacere. N hominum canitie frequentescapil. larum euulfiones, vt
nonnulliin viu habent,vituperantur, eo quod illorum cuulſa niaior
generaturcmitics:Hippia atri enim cum maculas albas in equo-... tum facie
fingere intendunt, frequeno tiſsime pilosextirpant, qua continuata
euulſione,pilos excreſcere albos exper tum eft. Queapud Veteresmagis
erantcelebrata: pectaculam Nterorbis terręcelebrata {pe& aculag, Mauſolæum,
hoceft: 9.Maufoli ſepul chrum ES Noun
ehrum;Coloſſus folis apudRhodiosios uisOlympici fimulachturm,quodPhidias
-fecitex ebore:MuriBabylonis,quos ex. citauit Regina Semiramis; Pyramides in
Aegypto; Obeliſcus in via nobiliſsima Babylone à Regina ſupradicta erectus,
Rodigingso Marinum Vitulum à Cåeli fulmine non mo leftari. O pauci ſunt
ſcriptores,quiMaria num Vitulum, (multa obferuatiu. one peracta) à fulmine
incolumem effe perhibent.Propterea Seuerum Imperaitorem Lecticam fuam
Vitulimarinico riocontégi voluiſſe legimus,hoc enim animal ex marinis, à Cæli
fulminemio nimè percuti audiuerat. Inde fa &tum elte vt veteres,
pauidi,pefulmine ferirena tur, tabernacula ex iftiuspellibus con-.. tecta
retinerent,ita profecto àCæli fula. mine præſeruari poflcputabant. ExPline.
Captaminter bruta maxima Epilepsia tentari: Ippocratesin lib. de facro -morbou:
H Fs (si liber ille genuinus eius est) vt ab ' Èpilepſia homines præferuari
valeant monet, neque in caprina pelle decum. bendum effe,neq; eandemgeſtare
opor tere,beneratus tale animal; maximè ab Epilepſia tentari. Hocetiam
Plutarchus rerum naturalium perfcrutator indefef ſusaſleruit:propterea
veteresSacerdotes ab eius carne,ve morbida,abftinuiffe fe runtur, neguitantibus
aut tangențibus. modo, aliquid eiusmorbi induceretur.. Dinum in Asthmatisçura
ſele &tiſsimim.". V TInum pro fanando Aſthmate ab, mo, quo pater eius
cum fælici ſemper: fucceflu vſus eſt,adducitur. Habet yie. ni dulcis, quaie
potiſsimùm Verpacia eft,non craſsi,ſedtepuis,mellicraticoctii an, lib.decem:puluer.
Foliorum Tabe. bacciexicc.in vmbra vnc.j radicum polypodii quercini
recentis,acminutiſ.. fimeconcili ync.iij.radicum hellenij re..
motomcditullio,& inciſarum unc. iij..:? macerentur horis 48.poftea
verocolentur per manicam Hippocratis vocatam, conſeruetur vinum inloco frigido.
Dá - tur vnc. vj.
pro vice; ſingulis diebus,; horis ante prandium quinque. Homines a phrenttide
correptos sania fortiores fierii On pauci admirantur, cur homi.
nesphreneticiflicet in ſanitate debiles fuerint prius ) ipfis fanis fortiores:
euadant?Equidem à morbi naturato- · tum procedere verendum non eft: cum autem
in phrenitide magis, ob exficcationem lædantur nerui fenſitui, quam motiui,
nulli dubium eft, tales quo ad motum ipſis ſanis fortiores, et debilio. res,
quo ad virtutem fenfitiuam fieri;: ratio omnium eft,quia operationes,ner uorum
fenfitiuorum humiditate magis perficiuntur: fecusmotiui. Huicadiun gitur, quod
phrenetici (mente læſa ). doloremnon fentiunt,idcirco fortiores.com Ek Arculano.
Tuberum efufrequenti, bomines in epile Pliam incidere. 2 M2Aximopere (ve valuit
Simeon Zethus) ſuberum continuattis v fus vituperatur: adeo enim hornines
crebro eorú eſu afticiuntur, vtepilepti ci;vel apoplectici fiant. Apud veteres
autem in pretio habebantur,illifq; cum Colo quandam affinitatem,nec niſi to.
nante loue nafai, credidit antiquitas.. Vnde Iuuenalis: Facient optat atonitrus
CHAS - Offri de corde Cerui à morfibus venenofas; hos minespreferu476. Irabilis
eſt profecto oſsiculorum, proprietas, quæ in Ceruorum; corde
reperiuntur;geſtata enim ad præ feruandiim à beftiarum venenofarum morſibus, et
i et ibusmaximeproſunt. In officinis tanquam præſtantiſsimum an.. ridotum
contra venenum, et febres pe tulentes,hxc eſſa conſeruatur, &cum
feelicifucceffu mediciindiesad hæc valere experiuntur:: multi tamen pre.
ofic.cordis ceruipi, os.bubulum tradunt in magnam languentium perniciem, et ped.com
M propi eterمه 27 that medicorum afamiam.Ex Alexan.fro Be Pedido.
Hemicranian lapide Gegatisſummoueri. MW Vleo experimento Democritus:
Hemicranian, lapidis Gagatis ſo'a ad collum appenfione tolli com.. probauis
fcribit enim huiufmodi lapi. dem geftatum ſeinperniagis ponderare, quam
antequam appendatur: quafi in eo quædam attrahendi in fe fe humo. rem,à quo
dolor in parte cranij fufcitam. tar proprietasreperiatur.Mercurialis.
Epilepritof non perpetuoconcidere nee quefpumam facere. Vicomitiali morbo
laborátnánili in magoa ventrico !orum cerebriz cralo s humoribus obftru et ione
conci dere, et fpumam ferre confueuerunt: ſe cus vero in alijs cauſis, vtin
quadapu.. ella Aretina Beniuenius obferuauit. In cidit illa in Epilepfiam,
tamen neque concidebat,pequeexorefpumam emito. tebat. Sedſtanscaput hinc indecücere
wice uice, ac fi quid infpicere vellet
mous bat; nihil interim loquens, nihil fenti ens.Cum auté ad fe reuerteretur,
inter rogata quid egiflet, penitus ignorabat. Cauſam Beniuenius exiſtimauit,
quod non caderet quod contra et io, et tenfio ad cerebrum non ferretur,cumfolus
va por ſurſum aſcenderet: ex quonullor gore cerebrum ipfum intentum, abot
dinatis motibus-reliqua membra pre feruare potuit. Vermes rubros in hominum
cerebro, in qua dam epidemia natos effe. y Beneuenti,cum multi ignoto morbo
decederent è vita, medici tandem, hoc morbo quedam mortuum incidere voluerunt,
et in huius cerebro vermem cubeum breuem inuenerunt, quem cum
mulrismedicamentis vermesoccidendi vim habétibus interficere nequiuiſſent,
fruſta raphani inciſa in vino-maluatico vltimo decoxerunt,quo vermis occilus
eft,atque hoc eodem remedio deinde - mili morbo, quali epidemico affe et i
omness. Omnes curabantur. Foreftusex lib.Corne tỷ Roterodam. Capillorum
defluuium ex Laudano curari. TOn femel morboacuto egrotantia bus (-ſiad
fanitatem reducuntur è capite capillos decidere expertumelt. His facilliinè
fuccurritur huiufmodilia nimento, quo 'capillorum defluuium non folum amouetur
verú etiam amiſsi irerum renouantur. Laudanum cum vi. ño, et oleo rofato ad
decentem vnguen ti fpiſsitudinem coquitur, quo caput v niuerfum linitur;
breuique capillatum redditur, Ex Bayro.. An empiricis tradararemedia,mortem !
non paucis:attulije.. ftrum baudelt, remedia, quæ ab Kempricis adhibentur,
morté aliquádo hominibus attulife, ij a. nulla ra. tione, nullaq;
methodofuffulti, fed fola experiméti indagine,nec caufasmorbo Tum verè
cognoſcere,nec ordine auxilia applicare poſiúnt.Proptereamilesquida
inmorboinueteratoluinepotis,quicapi. Member Aximopere (ve valuit Simeon
MZethus) ſuberum.continuattis V.. fus vituperatur: adeo enim, hornines crebro
eorú cſuafticiuntur,vtepilepti ci;vel apoplectici fiatt. Apud veteres autem in
pretio habebantur, illiſq; cum Colo quandam affinicatem, necniſi toe. nante
loue nafai, credidit antiquitas.. Vinde Iuuenalis: Facient opfataronitrua,
Cen45 -offi de corde Ceuiàmorfibus venenofisshos minespreferuatge -Irabilis eſt
protecto oſsiculorum, proprietas, quæin Ceruorum corde reperiuntur;geſtata
enimadpræ • Tóruandum à beſtiárum venenofarum I morſibus, et i&
ibusmaximeproſunt.In officinis tanquam præſtantiſsimum an-. ridotum contra
venenum, et febres pe.. bilentes, hæcoſſa conſeruatur, et cum. foelici
fucceffumcdiciindiesad hæc va lere experiuntur:: (multi tamen pro. ofic.cordis
ceruidi, osbubulumtradunt in magnam languentium perniciem, et M pedice medicorum
afamiam.Ex Alz xan.fro Bem nedido. Hemicranian
laide Gagatia ummoueri. Viro experimento Democritus Hemicraniam, lapidisGagatis
fola ad collum appenfione tolli com.. probauis fcribit enim huiufmodi lapi. dem
geſtatum ſempernagisponderare, quam antequam appendatur: quafi in eo quædam
attrahendi in fe fe humo rem,à quodolor in parte cranij ſuſcita.. tar
proprietasreperiatur.Mercurialis. -Epileptites nonperpetuo concidere nee que
fpumam facere, Vicomitiali morbo laborát nánili in magoa ventricolorum cerebria
crais humoribus obftruatione eonci dere, et fpumam ferre confueuerunt: ſe cus
vero in alijs caufis, vt in quadá pu ella Aretina Beniuenius obferuauit. In
cidit illa in Epilepfiam, tamen neque concidebat,pequeexore fpumam emit tebat.
Sed ftans caput hinc inde cucere vice, ac fi quid inſpicere vellet mout
bat;nihil interim loquens, nihil fenti ens.Cum auté ad fe reuerteretur,inter
rogata quid egiflet, penitus ignorabat. Caufam Beniucnius exiſtimauit, quod non
caderet quod contra et io, et tenfio ad cerebrum non ferretur, cum folusva por
ſurſum aſcenderet: ex quo nullori gorecerebrum ipfum intentum, ab of dinatis
motibussreliqua membra præ feruare potuit, Vermes rubros in hominum cerebro, in
quae dam epidemia natos effe., Beneuenti, cum multi ignoto morbo; decederent è
vita, medici tandem, hoc morbo quedam mortuum incidere voluerunt, et in huius
cerebro vermem rubeum breuem inuenerunt, quem cum multismedicamentis
vermesoccidendi vim habétibus interficere nequiuiſſent, fruſta raphani inciſa
in vino maluatico vltimo decoxerunt, quo vermis occiſus eft,atque hoc eodem
remedio deinde se smili.morbo, quali epidemico affe et ij, omnes Nous ) omnes
curabantur. Foreftusex lib.Corne-, i Roterodam. Capillorum defluuium ex Laudano
curari. "Onfemel morboacuto egrotantia bus (-ſiad fanitatem reducuntur ) è
capite capillos decidere expertumelt. His facillimèfuccurritur huiufmodilia
nimento, quo capillorum defluuium non ſolum amouetur verű etiam amiſsi irerum
renouantur. Laudanum cum vi. ño, et oleo rofato ad decentem vnguen ti
fpiſsitudinem coquitur, quo caput y niuerfum linitur, breuique capillatum
redditur, Ex Bayro.. An empiricis tradararemedia,mortem ! non paucis:attulife:
ftrum baudelt, remedia, quæ ab tempricis adhibentur, mortéali quádo
hominibusattulife,ijn. nulla ra. tione, nullaq; methodo fuffulti, fed fola
experiméti-indagine,neccaulas morbo. Tum verè cognoſcere,nec ordine auxilia applicarepoflunt.Propterea
miles quidā. igjorbo inueteratoluinepotis,quicapi N + 136 tis achoribus erat
fædatus, finecautio. os,more empiricorum,nec ætate obfer uata, vnguentum ex
arſenico, ſulphure viridiæris, femine ſinapis confe&tum capiti appofuit;ita
enim ex quodam lio bro remedium collegerat, et mane ſee quenti puer ille, qui
erat duodecim an norum, in lecto mortuus inuentus eſt. Hi profe& o fru et us
empiricorum ſunt. ExValefio.. Triplici auxilio homines longauam vitam Af
quirerepofle. Ifi hominum frequens luxus exo NA vita
songior,ſaniorquevideretur,hi ay tem in luxum,epulas, et otia effuli, vix
trigefimum exceduntannum, abſque. fene et utis aliquo veftigio,vita enim los.
gæua,non luxu,& profufione nimia, fed triplici tantum remediocomparatur;fie
quidem pareitas cibi, et potus, bonus cibus,& moderatum exercitiummorta -
lium vitam, ex Philoſophorum decre to,producere valebunt.Bartholom.Males **
Dino Gagorio. Nmin Quo paéto fingultum
cohibere valeamus. Onleui angaſtia angultum ho• mines cruciare quandoque vide
mus adeò quod multiin longiſsimā via. giliam huiuſmodi affe et u ducti funt,
Multi funt, quieximprouifo timorem ſingultientibus incuitientes,votum alle
quumtur: alij verò auricularidigito ito bentintus aures diu confricari;Lyfimam
chus tamen apud Platonem, fternuta. mento afperfione aquæ frigidæ, et re
{pirationis coñibitionefingultum cxčke ti propalauit. Quopado plebrios, tincios
en admiration nem -dustus. Plebeiprofe &to qui populi parsfino plicior
eft,ex leuifsima occaſione fa. cilè in admirationé ducuntur. Si optas autem vt
adftantes credantvel magico Çarmine, vel quodammiraculo te open. rari, manècum
Verbaſcum flores aperit æſtiuo tempore, iispræſentibus leniter moueto plantam:
flores enim paulatim decidunt, et exiccatur, cum magno ile. lorum ftupore,
fiquidem illius plantæ hæceſt proprietas, vt (Sole accedente ) flores decidant.
Quod fi magis irridere velis inutiliter aliquid murmurabis, vt admiratio excrefcat,
vltimòtandemor mpia in rifum finiantur. Ex Porta. Memoriam è thure epoto maximè
Augeri. Maximo hominibusadiumento eſt firma memoria, triftitiæ verò, et Jabori,
imbecillitas, iis præſertim, qui bonarum litterarum ftudio incúberec ptant. Ita
autem cófirmatur.Thus albife Gmuin in pollinem attritum,& cú vino, li
hyemsfuerit,velaqua deco et ionis paſ fularü, fięſtas;epotum,inLunęaugmen. to,oriente
Sole, necnonmeridie, et oC- t caſu, mirum in modum memoriam aya gere fertur. Ex
Rafi. Quo pačtofamis importunitascohibeatur: Vis Taurum Philoſophum, eiufq;
mendo famisimpetu? profe& o dumfa. maemaximèmoleſtabatur, eius importurnitatem,
compreſsis hypochondriis et ventris ſtri et ione compefcebat. Apud. Aulum
Gellium. Mulierem grauidationis tempore pallefcere., debilioremque effe.
TOnlinerationemulieres, quoté pore vterum gerunt, virore pallia dæ fiunt, purus
enim illarú fanguiscono tinuò ex corpore deftillat, et in vterum à natura
demittitur, vtfætú tú nutriat; tú eius procuret augmentü.Cum autem ipfis
paucior in corpore-refideat fanguis neceſſe eſt fieri pallidas, atq; alienos ci
Bos appetere.In ſuper exco,quia fanguis folitusipfis minuitur,debiliores fieri
ne celle eſt. ExHippocr. lib. 1. de morb.mulier.. Myrifticam nucem à vira
geftat am, vigo rofiorem fieri. MIrabilis eft nucismyriſtice, quava cant
muſcatam, cum homine fym pathia: ſi enim à viro.geftatur, nomodò vigore
proprium cóferuare, verù etiam turgere,magifq;fucculentam, et ſpecio ſam
ficrialkunāt, pręfertim fiiuuenilis adultæque ætatis homines circumferát Ex
Liuinio Lem. Hepaticos, Gtienoſos decodochamading fanari. INter præſtantiſsima
remedia, quæ I hepaticis, et lienofis adhibentur pri mum Chaniædrium locum
retinet: fie nim ex aceto deco et a,per pluresdies ex.
hibetur,hepaticos,atquelienoſos pro. culdubio fanat: multisequidem experi
mentis comprobatum eft tale decoctí viſceraab infar &tu liberare:propterea
ini febribus chronicis, eo quod obitruction tres mire abigat, fdelici fùcceffo
à multis: pro fingulari ſecreto audio vſurpari. Pulfus
deficientes,&intermittentes in ix. uenibus mortem prædicere, O Vanti
timoris in languentibus,pul sus deficientes, vermiculantes, et formicantes
exiſtant,apud Medicos notiſsimum eſt: ij enim ex proſtrata natura exorti,exitiú
efle in foribus aftédūt. In. termittentes autem duorúpulfuum ſpa tie tio,non
modò in omnibus fufpe et i ha bentur, verum etiam omnibus maxime iuuenibus
exitiofifunt; diſséticGalenus, qui in pueris, &fenibus non ita fore ti
mendos afleruit.Huius rei habuitexse. rimentum Proſper Alpinus in Iacobo
Antonio Cortulo octuagenario,pleuri. tiro, et febreardente vexato, cui pulfus
fuerunt cùm intermittentcs, tum defi cientes; tamen ille citò conualuit.lib.s.
de med. method. Mitbridatis Regis, ad venena maximum Antidotum. D Euico
Mithridato Rege maximo, in eiusArcanis Pompeius inuenifle in peculiari
commentario ipfius manu exarato compofitionem antidoti dici Inr.Cóftabat ex
duabus nucibus ficcis ite ficis totidem, et ruræ folijs viginti fimul tritis,
addito falisgrano.Si aliquis hoc iciunus allumeret, rullum ei venenum nociturum
illa die affirmabat, Ex Plinio. ONO Slidera Quo artificio offa, velebora
colorari valeant. I offa,vel ebora coloratahabere de lideramus,ca in primis
oportet abim munditiis purgare; deinde in aluminis aquadecoquere,tum demumin
vrină, vel calcis aquam in qua diffolutum fit verzioum, rubrica, aut cæruleus
color, fiue alius quem volumus immittere, et vna iterum coquere.Cum autem
perfri gerata in eodem etiam liquore fuerint, extrahenda ſunt; et pulchra, et bellè
tin eta habebimus. Alexius Pedemont. BRICA Bryonieradicio è vinoalbo decoctum,
hyfte. ricam paſsiorem reprimere. Ryonia in fedandamulierum hyſte rica
paſsione,egregiam habere vir tutem multis experimentis dicitur.Ex multis
obſeruationibus in quadam mu liere, quæ quotidie ferè per multos an nos
hocaffectu laborauerat, à Matthio lo experta eft. Hæccum ſemelper heb. domadam,
cius confilio, ſub fccti ingressum, vinum album, in quo ip fius radicis vncia
efferbuerat, hauſſet ex illa paſsione optimè conualuit. Ne tamen amplius in
fuffocationes deueni ret vteri,perannum integrum hoc me dicamento vía eſt, nec
morbus iterum recidiuauit. Quo fuffitu Serpentes venenati à domibus, velpradiis
arceantur. Vlta equidem reperiuntur, quo rum ſuffitus adco o diolus eſt, vtà
loco, vbi is. fiat,penitus arçeantur. Scribit Florentinus in Geo pon. Venenatam
feram numquam accef luram, vbi adepsceruinus, aut radix Centaurij maioris,
autLapisGagates aurDictamus creticus,aut Aquilæ, vel Milui fimus cú ftyrace
miftus fuffatur. Ex Gal. autem habemus in lib.de med. fac. parab.ad
Solonem.Pyretrum, ful phur,cornu ceruinum, pinguedinem,& pulmonem Afini
accenfum,ac fuffitum, cuncta animalia venenoſa efficaciter fu - gare compertum
elle. Herpetes exedentesTabucoicereto felicitors Sanuri. Terorymus Aquapenders
inl.:.de Tumoy prenat.6.20.5xedcotes her petes teſtatur curaſſe quoad totum cor
pus, ex ſero Caprino expurgatione con fecta,fæpèautem cum fa !fæ parille de co
et ione:partes affectas aquis therma lbus D.Petri lauabat,vltimoiis, felici cum
fucceſfu ſequens admouitCeratú. R.Succi Tabacci, ſeu herbæ Reginæ vnc. iij.Ceræ
citrinæ nouiſsime.vnc. ij.Refie næpinivnc.j. Rofinz Tyerebintinæ
vnc.j.Oleimyrtini quantum fuffic. pro formando Ceroto. Vina alba, qua induſtrie
inrubramu tentur. A Lba vina abſque vllo detrimento in rubra(auctore Mizaldo )
tatim Conuertuntur,lipuluerem mellisad du rilsimă conliltentiam deco&i, et ficcati
in vinum albuin proiecerimus, et tran Suaſandomiſcuerimus,Idautem minori faſtidio
efficier lapathorum radix, fi re cens, vel ficca in vinum mittitur. Flores in
Aegyptoprope Nilum inode tar os exiftere. O Dorin ficco fundatur, eidemq; in
nititur;hinceuenit(auctore Theop. 6.de cauf.plantar.) vt fru et us agreſtesvro
- banis ſui generis odoratiores,eo quod - ficciores exiſtant
vrbanis,habeátur.Heç quoq; caufa eft,quod in Aegypto mini mèodorati flores
naſcantur;vt n. Plini - us prodidit, Aegypti aer à Aumine Nile tum nebulofus,
tum roſciduseſt: cuius cauſa odor in foribusadimitur. Abfynthium ventriculum
roborare ſo lum adftri& ione. Vantam Abſynthium in roboran do ventriculo
vim retineat,in mul. tis locis à Galeno exprimitur:bancau tem virtutem non ab
amaritudinem fed propter adftri et tionem abfynthio inefle verfimilc eſt. Conſtat
hoc totum ab eius fucci natura, qui corroborandi facultate deſtituitur, ex eo,
quod ter rez partes, in quibus adſtringendi vis poſita eſt, ab ipſo feparantur.
Succus itaque folum amarulentiamhabet, quz tantum abeft, vt ventriculum
roboret, fed vt potius illum infeſter. Ex epote Chalcantho, albos pilos è capi
te decidere. Icet Chalcanthi, fiuc vitrioli vſus, e reſumpti, apudGalenum
ſuſpeatus habeatur: à multis tamen audio maximè commendari. Inter graues
fcriptores, Rbaſes eft,qui 29. Continentis, 6.24. ſe habuifle amicum quendam
ſcribit; qui potata vitrioli drachma, propènoctem pilos omnes, quos in capite
habebatal bos, abiecit.Res profe &to mira eft, pbrenitidem ex nigro Coralio
felicitar Sanari. Oralium nigrum, quod Antipallas, fiue Antipatkes
dicitur,inPhrenitide morbo corrigendo, et fanando perquá Airam habere
facultatem exiſtimatur. Hoc nigerrimi.coloris eft, et ob varie. tatem in magno
precio tenetur, et cótra huiuſ HORTvĆvs G et NI ALIS. 14h ** Merete huiuſmodi
affectum tanquam præftan tiſsimům remedium vſurpatur. Ex Ense lio de Gemmis lib.
3: Lethargicosà Satureia capiti admota excitari. Vltis experimentis obſeruatum
reperio,Satureiam cumfloribus vino incoctam, et calentem occipitiad. #motam,
Lethargicosdifficili ac pertina E ci sono oppreſlos, ac veluti raptos exci
tare, et reuocare.Vt autem curæ folici $, or fit exitushuius decoctiguttæ
aliquot fe infirmiauribus inftillandæ funt. Hana diſchius. I peftilentias
quasdam occulta anispat hia ho minum corpora depafcere. M Vlta reperiuntur,quæ
occulta qua dam antipathia, cun &tis hominis bus aduerfantur. Huiuſmodi
fuit aura illa peſtilens, quæ ex arcula aurea in quá miles forte quidam
inciderát (referente Iulio Capitolino ) in Babylonia orta eft, Ex hac nata
fertur peſtilentia, quæ in - de Parthos orbemý; compleuit. Huic haud abfimilis,
vel prauior vtique fuit G peſtisilla, quæ anno 1348.ab oriente in cipiens (teſte
Guidone Cauliacenſi ) vniucrlum fere orbem peruagata eſt, tảntaq; lauitie
peragrabat, vt vix quar ta hominum pars ſuperſtes euaferit. Bra M. Infantes
eiulare quoties lar, nutricum mammas papillas pangit. Slidua experientia
comperimus f A mammasnutricum, et papillas lancinat, et pungit,quippead
infanculos tunc nu trices redire videntur ftatim; cum pa pillarum mordicationem,
ſiue vellica. tionem ſentiunt. Duplici autem id fieri caufa credendum eft; vel
quia quo tem porecoctionem infantulus perfecit, eo dem momento nutricis vbera
complen. tur, vel quia tutela Angeli Cuftodisin fantis nutricem ad officium,
leuiſsima vellicatione follicitat.Hoc verius vide. tur eo,quod modo citiusmodo
tardin fanteseiulant: et vtriuſq; ſtatus non lem per idem eft. Ex Bodino
lib.3.Theanatu. Sales Han 7 Salis Prunella virtus, &compofitio. al prunella,ob
fingularem vim do lores mitigandià quauiscaufacalida &inflammatione
excitatos, quam reti-, net, a nodynum minerale à chymicis apo pellatur. Eius
compoſitio talis eſt:Para tur ex,nitro optimo; quod in cruſibulo. funditur,
paulatim ſuperinijciendo flom res ſulphuris,quieiuspingaedinem tole Junt,
idqueadeo pellucidum, purum que reddunt; vt fi luper lapidemmar moreum
effundas; omninò clarum, et dlaphanuin appareat vitri inſtar: quod? đšinde Sal
ſjuelapis prunelle.dicitur,Sa lutare eit remediú ad ardentiſsimills febrem
Hungaris familiaré extinguento - dam, et edomandam:cuius ferocia tana' ta eſt,
vt ægrotantium linguas prorſus nigras, et prunis ardentibusfimiles ef ficiat.
Cum autem tanti ſymptomatislę. vitia extinguatarhuius vlu,leniatur, et opprimatur:
Sal prunellæ apellatus eft. Eft præterea idem remedium magnum diureticum,&
diaphoreticum. Querceta mus in Pharmacopes. 63 Hy ilico appetere. 1 adduxeram:
qui Leonem, Gallum ve.. Hydrophobos è poto Catuli coagulo aquami Iris
laudibusCatuli coagulum in Aetio, ex tollitur: Illud enim fi femel tantum ex
aceto Hydrophobici guftauerint;ſta rim eos,aquæ pofus cupiditatem capere: ob id
medicamentum hoc præftantiſsi muth iudicamus, in huiuſmodi enim afa fe et u,
nulla falus ſalubrior iudicatur, quam aquæ potus: quo deficiente,mors in
foribus ſemper eſte Cur Leo Gallum timeat abfolutaz " izquifitio.
CVVmquodam die Cercelliani gra tia apud Carolum Cifellum luriſ conſult.
clariſsimum, meique amiciſsi. mum effem, forteinter nosde Gallina tura orta
fuir diſputatio; illa preſertim, cur Leo illum timeret? Pro dubii folu. tione
Ficinú inlib. z. de vit a celit. compar: reri ſcripfit, eo quod in ordine
Phoebeo, Gallus eſt Leone ſuperior. Hoc etiá ex Proclo confirmare volui, qui, Apollinca
Dæmonem;qui alias fub Leonis figura apparuerat, ftatim obiecoGallo diſpa ruiffe
prodidit. Ifle-autem quia bonarú Jiteraum citra legalem fcientiam admo
dumftudiofus et contraria rationeLeo i. nis timorem euenire contendebat. Ada
ducebat Leonardum Vairum in lib. 1. de Fafcino, quiex Gallorum oculis ſemina i
quædam, ac fpiritus exire profitetur gr I quibus Leonib'dolor,acmeror incredia
bilis inčuciatur, inde veluti effafciñatas ritere.Ego quidem licera Lucretio
hac etiam opinionem fuftentari viditlemi tamen poft,pleraque vltro, cirroque
inter nios de re hac ventilata;confeſſus füi apud me neutram opinionem vide ti
validam. Vbienim naturales rationes præualēt,nec ad Aftrologicas,nec adoc
cultascófugiendium eft.Leonesquoniá bile faya, et copiacaloris abundant,faci le
fit,vt ex fonoraGalli voce comoucka tur:ita profecto Canesex leui etiam al 2,
G4 terius 30 II terius latratu faciunt. Infuperrubicun da Galli criſta,flammæinftar
rutilantis, primo afpectu,colorisratione,bilem in Leonibus celeri motu excitat,
vt panni rubri armenta quædam fugare, et mo uerefolent,inde fit, vt quodammodo
Leones &afpe&tum, et Gallivocem ti meant. Haud tamen credendum eft in
iis (ledato primo impetu ) perpetuotimo. rem ex hac beftiola durare, et induci
poffe. Corues, morientium feditatem ſentire, ob id fuperte&um infirmorum
crocitare. Orui, quia hominibus meliorem habent odoratum, vt voluitÀrift,
corporis morituri fætidum odorem de longe fentiunt: fecus eft in hominibus,
licet prope maneant. Propterea ſuper te et um infirmiCorui volitant, &cro.
citant, quando eius corruptio, &fædi tas magna eft, vt ea paſcantur:
huiufmo dienim animalium genusrerum foeti darummaximeauidum eſt; quibus pa
fcitur: Charlie [ citur: idcirco in bellis, &in peftilenti tempore, cum
corpora mortuorum vel hominum velarimaliū humi ia&a funt;
Coruorucopiaprcualet.Homines vulga tes, et quiparú prudétes funt;dů Coruos
crocitantes fuper te &tum infirmiaſpici unt, illum moridebere afferunt:hoc
au. tem falfum eft: ii enim tantum fæditaté inſequuntur. Sæpè tamen Déus permit
tit Dæmonesin Coruorum, et aliorum animalium forma ſuper domos: vel in
domibusmorientiúapparere, quando be ftialiter vixerút. Et Bernardino de Buftis.
Quo artificio es aduratur, ut cinnaba. ricolorem acquiraté Iæsvífum colore
cinnabari, et ad ru bedinem verlum habere volueris, o quemadmodum vult
Diofcorides; AC i cipe æristaminascuttricoftę profundas: non ſint autemęris
alias fufi, quia in hoc ſemper ſtannum commiſtum eſt, Has e ſuper ignitos
carbones apta, cum autem i illæ rubeſcere incipient,ſulphurispul.. uerem
tenuiſsimum leniter deſuper có iicito, Sleepin ijáto', videbisenim (cellante
fulphuris Máma) Pris (quamu'as euidenter extra hi,& euelli.Tumodol.perfe et
e nó pol. Te cuelli cognoueris, addito ſulphur. remtoties, quouſque lamulæ
eradicari videantur:caue tamen nevrantur, et ad nigredinem vergant. Extinéta
tandem Sulphuris flamma, et refrigeratis lami. nis;æris rubei ſquamulas habebis
magni valoris,quasloco Hydrargyri præcipi-. tati in medicamentis recipies alias
aut tem huius vires apudGalen. et Dioſco videto. Theodorus Ga4,
quedinfelicitertex Arist,', deHydrophobia conuerterit, à crimine abfoluitur.
Heodorus Gaza vir do et iffimus, dumArift.tex.8.de hiftor,animal.c. 22
traduceret,omnia animantia voluit à Cane rabidodemorfa, ip - rabiem ági,. ac
mori, excepto homine. Hoc autem qqantum ſit falfum,quotidianademon Strát
obferuantia. Homines n. demor fi; in rabiem aguntur, et pereunt; niſi Tectè
curentur, vtcuidam (pauci sunt menses) hic iuueni accidit, quià Canc rabido in
manu demorfus, nullo adhibi, to to medico, fed folum circulatoribus com fiſus,
in 40.die in furorem deuenit; quo temporelicetme parentes vocaffent,fas s
&o tamen preſagio,quodbreuimorere I retur, tanquam deploratū reliqui. Hęc
igiturTheodoritradu et io pleroſq; in vi rioslabyrinthos deduxit:multin.,tum i
vtGazá defenderent,tum iavtArifto telem ab erroris ſuſpicione vindicarent,
textum ita acceperunt animantia omnia à cane rabido correpta interire, hominē 3
verò folum abſque periculo non ferua. rizita expoſuitIulius Pollux. Alii verès
inter quos eft Leonicenus, textum malè fuifle conuerfum, veleſle depra suatum
contendunt, et fic loco a pocos i legendum mpirs afferunt, quafi ho
mocorreptus, &in rabiem, et mortem deueniret, fed non ita citiùs, vt
ceteris animalibuscontingit.Hic fenfus quoad - negotij veritaté ver
eſt,quiahômo pro i pter oprimú téperamétum, tardius, qua: cætera violatur:tamen
Ariſtotelisinten. 2 tio neutiquam eſt ipfe enim ex profeſſo hominem à rabie, et
morte ſeruari fcri pſit,cuius textů Gaza fideliter traduxit, neque deprauatum,
neque commutan dum exiſtimo, quia mens Philoſophi peruerteretur. Vtauté
Ariftopinjoom nibus innoceľçat; hydrophobiamin ho minemorbum elle nouum,
illiuſq;tem peftateincognitum proponimus,ex quo iure expofuit animantia omnia
é: Canis rabie emori, homine excepto,quia hæc lues in homine nondú innotuerat.
Con-. firmat opinionem noftram Plutarchus 8. Sympoſiacorum, in probl.9. dum
exfen tentia AthenodoriMedici ſcripfit, hy drophobiam eſſe morbum nouum, atq;
apparuiſſe tempore Aſclepiadis, qui Sub Pompeio Romæ claruit. Confir mant etiam
hoc Scriptores ante Aſcle piadem, quideHydrophobia mentio. nem aliquam haud
faciunt:e od lima. nifeſtum fuiffet, non video cur lub fie lentio tantum morbum
occultaſſent, E go quidem Hydrophobiam antiquitus haud extitiſſe,perſuaderemihi
nonpof fum:innotuiſſe autem veriſimile eft, nó ob aliud, niſi quia morbushic
non ſtaa tim à vulnereaperitur: Siquidem multi in 40.die rabiunt, aliqui poft
fextum, autoctauum menfem,vel etiam poſtane num, vt fcribit Gal. Auicenna
adnota - uitpoftfeptimum; Albertus poft duo decim.Propterea
antiquitus,&precipue Ariſtotelis tempeftate,huius morbi cau fa
nóaduertebatur à Medicis innoteſce bat quidem aquę timor taméàcanisvul nere et tabiem,
et illa praua ſymptoma ta oriri imaginabantur: idcirco Ariſto teles etiam,
interillos, hominem com morſum à canerabido,necrabidum fi eri,nec emori
ſcripfit. Alai radicem pro expurg andis vomitu te nacibushumoribus à
ventriculo,effico cißimum eleremedium. Vanta Git Affari radicis non modo in
ciendo yon: itu,verum etiam in expurgandis àventriculo. et ab eius par tibus,
humoribus craſsis et tenacibus ef ficacia,fapientum aliquot edocuit obler:
uatio: fiquidem multinon folum in vis tiis ventriculi, ſed etiam in quartanafea
bre, aliisque longis affectibushac eua cuationefeliciſsimo cũfucceflu va funt..
Præparatur è fcrup.ij.aut Drach.j.radio cis Affari, quæ in hydromelite, aut
para fularum decocto fit diſſoluta, cuitan - tillum cinamomi, &firupi
violar. ade iicitur. Ex Fernelio. In conftruendis ſepulebris veteresfuiffeadu!
modum diligentes... Xáca Veteres in conftruendis fer Epulchris, webantur
diligentia:id circo admiratione maxima dignum eft illud, quodà Ludouico
Vluenarratur memoria patrum fuorum fepulhrim fuifleerutum, in quo ardens
lucerna inuenta eft.Hæcibidem (vt infcriptio ata * teftabatur Jante
Ann.M.D.condita'erat, - et poſita: manibusautēcontreccata, ex templo in
puluerécóuerſa eſt.Ex Langit. Ganicula exortum à veteribus maxime fuiße
obferuatum. Canis cAničulæ exortus antiquitus à prifcis ex eius colore, deami
ſtatu côtecturam capiebant. Illan, fiobfcurior, et veluti: caliginofa
oriebatur, graui, et peftilenté foreannu;ficlara et pellucida ſalubre ac
proſperu predicebant.Heraclides Põticubi. Aegyptiorum de'quatuor elementis
opinio. Vatuor elementa feceruntAegy, et fæmiam conftituunt. Aerem marem
iudicant,quà ventus eft, feminā, quà ne bulofus, &iners. A quam
virilevocant mare,mulieréómnem aliam.Ignévocát maſculum;qya arder fáma; et fæminami
quà luct;& innoxius eft tactu. Terram fortioré marem vocent;faxiscautibusq;
fæminçnomen aſsignant, tractabili ad culturam. L: Senecakb.z.Natur. Quaft.
Pbreneticos aliquandomirabilia loqui. Mirabile eft, quod aliquádoin Phre«
neticisobfcruamus,isturum enim, aliquot(benè inflammato cerebro )}in
guaLatinaloqui vel carmina cóponere cum prius fuerint eorum igna viſ funt, fed
quod mirabilius eſt, Nicolaus Flo rentinus refert, fe fratrem phrenericum
habuiffe, qui futura pradixit, quæ euer nerunt, ita vt eius prædictiones magna
ex parte poftea veræ inuentæ fuerint:de quibus tamen fanusexiftens,nullam ha:
bebat cognitionem. Infantium rupturn; qua via Sanare: valeamus. Vltis
obferuationibus, nullum remedium; Salubrius infantium rnpturis inueniri
expertum eſt, quam extritis cochleis, thure, &oui albumine emplaftrum
confectum. Hoc enim fi pare in affi &tæ
apponitur,& infantes eo temporinlecto detinétur miram in fa nando' affectu
retinet efficaciam. Ex Matthiolo. Digitum anularem, maximam cum cords retinere
ſympathiam. Valem anularis digituscum corde habeat confenfum, in animi defe et ibus,
et in fyncope experimur. Qui e. nim à talibus paſsionibus vexantur,vel. licato
articulo anularis digiti,feu medi. ci, vel attritu auri ad eundem cum croci
momento eriguntur. Per hunc prefecto vis quædamrefocillatrix ad cor perue nit,ex
qua ab animidefe et u collapſi vi gorantur, et in priftinam valetudinem
redeunt. Ex Lennio. Carnes code quomodo cruda vje deantur. N lautis
conuitiis,nevoraces gulofi que carnes coctas comedant, ticarti ficium
parabimus.Excipitur:leporis,aut agni ſanguis, quem congelatum, et fico. catum
in puluerem comminuemus,hic: fi fuper carnes coetas fpargitur ftatim foluitur,
illæq; colorem proprium mu tantes ſanguinofæ videbuntur, venau feabundus,
reijcias. In comeffationi.. bus contra paraſitoshoc eſt ele &tumra medium.
Ex Vuerckero... Adoris plcera, labiorumque fciffuras exper HomasThomaiusin Idea
fuivirida rij, Nicolaum Zannonem Chirur. gum guim Rauennæ retulit, mirabili
fucceffu: et artificio,oris, gingiuarum linguæ,&: palari, nulla alia re,
quam radicis penta phyon, fiue quinque foliorum decocto vlcera fanare,atque
labiorum fciffuras linimento,ex oleoamygdalarum dulci-, um, cera, &maſtice,
quam breuiſsimè adianitatem perducere. Exapri tefticulis,fterilitatem in bomi
nibus remoueri. MA Agnaeft vxoratis inquietudo, et Gerileſque exiſtere:
propterea.vt à xan to infortunio liberentur, prolemq; ha beant,peraliquot dies
ieiuno ſtamacho vir, et vxor cum iure galli veteristeſti culorumapri,que
verrisin vmbra exico catorum puluerem capiant:ita profectò. breui tempore
optatumadipiſcentur, vt in multisfterilibus ex quacunq; cau « fa non ſemel
expertum eft.Ex Democrito. Bufonistibiisdentium doloreseuanefcere.'. Nter
maximos cruciatus à quibus; dolores perniciofiſsimiexiſtimătur,ad? cò quod
multi et in animideliquia,& in manias deuenerint, multi etiam in vitę
deſperationem.Huius doloris remedio. um in odioſo et abominabili animali natura
repoſuit. Aperiam hoc arcanum maximum. Tibiæ Bufonis, fiue' ranz terreſtris à
carnibus mundatæ, fi fuper dentes condolences fricabuntur,imme diatè dolorem
remonent; adeoque cru ciatus ceffabit, vt quafi in dentium ſum perficie dolor
collocatusvideatur. Ex. perire modo, et fruere tanti arcani theo fauro. Ex
Florauanté. Cepam ab Hippocratemaximèdeteftario ' £pam Hippocrates afpeétu
inagis, quam efú coinmendauit, viſu bonā, elu malam elle dicens. Idcirco
lucubram tionibus, et litterarum ftuţiis addi& is fùmmècauenda eft: oculos
enim vitiati &viſum obtenebrat,bilemque exacuit.. Villicis, et folloribus,
qui literis non ind. cumbunt huius eſús maximè collauda tur: eius enim calore
vires ad opera exercitanda magnopere excitantur.Ex Plinio.. C Anima 164 B1: 1 c:
L L /, Animalibus naturam non modo terra, perum etiam fi um pra termino
conftituiffe. Agna fuit
conftituendis terrarum terminis, et fitu quibufdam animalibus: ne simul vbique
viuentia, et hominibus et fibi ipfis perpetuo effent nocumento. Pro pterea
animalium pleraque in diuersű à proprio addu &ta fitum vtplurimum ægrotant,
et moriuntur. Hinccolligi musin Meda, Sylva Italia, non
niſiin: parte repeririglires. In OlympoMaceo doniæ monte Lupi minimè habitant,
nec in Creta Infüla. In Africa nec Vrfig. nec Apri, nec Cerui, necCapreæ viden
tur: In Illyria, Thracia, et Epiro Afini paruigenerantur: In Scythica terraa..
tem, &Celtica neclunti Alini, nec vio. uunt Leones in Europa, Pantheræ in
Aſia, Ibisin Aegypto lolum commora tur. In Creta: nec Vulpes, nec Vrfifunt,
necaliud animal maleficum pręter Pha langium. In Ebulo Cuniculi non funt,
catent in Hiſpania, et Balearibus, In Seripho inſula Ranæ ſuntmutæ,illæ au tem
fialiò transferuntur, vocales fiunt. In Italia mures aranei venenati ſunt hos
tamé regio vltcrior Apenninohaud generat. Ceruiin Hellesponto ad alie nos fines
non commeant. In Ithaca illati lepores no viuunt. Sunt et alia animalia quæ in
determinatis locis, &non vbiqi viuunt, et generantur. Apjefum in menfis
apud Veteres infauftum extitiffe. X veteribus maiores nullum A pij genus in
cibis admittere folebant defun &torum enim epulis feralibus ab ipſis erat
dicatum, vtex Chryfippo Pli nius retulit. Multiautem non folum ex hoc, quia
ſepulchra coronabantur,Api umà veteribus fuiſle damnatum à men ſis, fed etiam
quia eius eſu viſus dimis nuitur, et Epilepſia generatur autumát: vnde à
Mcdicis nutrices moneri conſue lo, (frequenti enim huius vſu, lactum
decrementum, tum malam recipit qua titatem ECO 9. i > Samen litatem )vt ab
Apio abſtineant,ne lacté tes in morbum comitialem proni fiant. Dicunt in eorum
caulibus nonnulli cru diti ſcriptores vermiculos naſci, eoſque fterilefcere,
qui comederint in vtroque fexu: Satyri teſticulum carnofiorem Veneris in.
cendia excitæreflaccidum vero extinguere. Atyrium; quod Canis teſticulos vo
cant,magnæ apud fapientes eſt conſi derationis:in hoc enim,tum Venerem
excitandi,tum reprimendi à natura vi. detur eſſe remedium collocatum. Quip pè
maior planta bubulus, quiplenior, et mollior eft,ex ſuperflua &ventola eius
humiditate, in potu aſſumptus Veneris incendia excitate cóſueuit: minor verò,
qui flaccidior, et aridior eft illa reprime re,Veneremque extinguerevidetur. Ob
id(vt aiunt) in Theſſalia mulieres molle teſticulum in la &te caprino ad
ſtimulan. doscoitus,& bibere,& hominibus inpo tu;præparare ſolent.Quod
autem in Sa tyrio mirabilius eft,aiunt, alterú alterius in poo Sier o in potu ſumptų potentiam et efficaciam
refoluerezlı vterque teſticulusvpà exhi betur. Sterilitatem hominibus,à fterilibus
animali " bespoffe prouenire. I verum eſt, quod ab Athenæo pro
dicur,Malluin ter in vita parere,relis quoque tempore fterilem efle, quod in
eius vtero naſcantur vermiculi, à quibus femendeuoratur non abfque rationeex
iftius naturahomines pofle fterileſcere. Terpſicles apud eundem dicebat.Mul lus
enim fi viuusin vino fuerit fuffoca. arus,atque id vir biberitçrei venerea -o
peram darenon poffe creditur, quod ex 3 Plinio etiam confirmatur, qui veneris
incendia extinguere fcripſit. Cynorhodiradicem ad Hydropbobiam pluri mum
valere. Dmorſum canis rabidi vnicum " A Pemedii,quodá oraculoroperti
proponit Pliniuslib.8.cap.41. Hæc radix Hlueftris roſæ eft, quæ Cynorhoda apl
pellatur.NarratB.Fulgofius de quadam s fæmina quæ per ſomniú admonita eft, vt
12 Hvide vtradicem Cynorhodi filio à cane ra. bido demorſo, et aquas iam
metuenti præberet, quæ ftatim ex Hifpania affer ri curauit radice qua
Hydrophobicus ce, lerrimè fanitati fuit reftitutus. Ex Gem. m4Cofmacrit. lib.1.
ap 6. Hominis vitam quibusfignis long am,velbres nem metiamur. Ominis vita pomo
perfimilis effe videtur; quod aut maturum,deci. dit Spóte,aut ante iniuria
tempeſtatum, ventorumue impetu deijcitur. Vitae breuis figna colligimus,
raros dentes, prelongos digitos,ac plumbeum habere colorem. Contra longæ,
incuruos hu meros, nares amplas, et tria ſigna primis contraria, multos
ſcilicet dentes, breues digitos, craſfosque atque clarum reti. nere colorein
Forcius. Extra£tum Hellebori nigri ad morbos inue ter atosmagnaeffe praftantia.
N thrities atqueaffectibus inueteratis, iiſque potiſsimum, qui ex atro, et meo
lancho T! ta ļ lancholico humore excitantur, extra Ecü migriHellebori,remedium
praſtancil efimum femper clle inueni.Capianturnie gr Hellebori radices à
fordibus purga tæ, et in pila terantur groſſo modo: in fundantur vino
albo,& in vafe terreo e bulliantur quousquc radices benè emol liantur, quo
facto prælo exprimantur,& iterum in vaſe terreo leniter ebulliat (deic et is
tamen radicibs) quod fucrit expreſsum. Acquiret
fuccus (piſsitudi nem inftar picis, quicum modico cinna. somo,& pulucre
aniſorum miſcendus eft. Dofis in grandioribuseft fcrup.ſem. in minoribusà
granis quatuor vſque ad ſex. Datur cum zuccaro in forma pilalar. Confiteor in
obſtructionibus, in c pilepticis, retentione menftruorum ex cralforum humorum
infarctu, et in alijs inueteratis affectibus, mirabiles huius remedij fucceflus
vid.Conficitur eti, am extra et um fine expreſsionc, et cffi. - Cacifsimum cſt.
AdLejenem induratum ejufqueobfrationen efficacifsimaprafidia TE 3 Inte Nter ea
remedia, quelienem, &fple. neticos ab obſtru &tionibus liberare reperta
sút,mihi femper ex voto fuccef GtAbſinthijRomanideco &tum,ieiuno ftomacho
epocú,quod à Cornelio Cel fo fummècoromendatur:Vt autem eura felicior ſuccedat
poft cibum,aqua Fabri ferrarij; in qua pluries ignitum ferrum extindum fit,
Lienoſis præbenda eft. Experientia id totum manifeftauit, ani Talia enim apud
huiulmodi fabrose nutrita, ob eiuspotum, exiguos habere lienes obferuatur.
Beniuenius, ciuem Florentinum per feptennium ſplenis fcirro malè affe et um
curaffe gloriatur, atque ſolo eſucapparorum, et aqua per lanalle.Debenttamé hæc
remedia mul to tempore vfurpari,vtfcopú attingat. Hominem quendam fuiffe
repertum, mira vaftitatis,&ingluuiei. NdixeratMaximilianusCæſar Ann, MDX
I.apud Auguſtú comitia: quã. do illi vir quidam, prodigiofæ vaftita tis, et craſsitudinis
oblatus eft;at in illo incredibilis, et inſatiabilis erat ingluuies itavt
integrű virtulü crudun,vel ouem UN It incođá vna vice deuoraret, nec taméfa.
mem expleta diceret. Ferunt(vt Surius) hominēBorealibus regionibus ortú fuiſ fe,
vbiob locorú frigora folent homines elleedaciores.Hoc taménon folú in Scp
tentrionalibus partibus,verú etiam alibi bi repertú cft:Voraces n.fupramodú
fuifle referunt Aeliano auctore lib.3.de var. hift.) Pityreú Phrygem, Cambeten
Ly dium,Charidamcleonymu,Pifandrum, Charippum,Mithridatem, Ponticum.Et e
Anaxilas comicus dicit, Cefiam quendā infinitæ voracitatis extitifle. Antidot
erum aliquet contra penenum ab ſeruationes. Rcareca Viperamorfus, per impofi
tioné tormentille à campo penſili colle etę,illico liberatus eſt,Altercum ingen
ti dolore, et ardore premeretur fuper | dextra spatula, et ita angeretur, vt
vix ſe s pedibuscontinere, oculis videre, et lo. qui poſſet, veritus neà
fcorpione eller comorſus,oleum bibit,multú vomuit,& à dolore leuatus eft,
et quod mirabilius, Ha in ſpatula nihil
erat ſigni,vbi prius fue rat dolor.Quidametiamà fimili dolore, et tremore
correptus ex aflumpto Bolo armeno cum aceto ſubito cuafit.Puellus etiam
putredinem timens, et vermes al fumpfit Scordeum, &liber fa et us eft. Ex
Franci.Thomaſio depeste. Quoartificio Cancri pixiextemplo sodi vi deantur. Inum
ſublimatum, fiue aqua vita magnam habet efficaciam ia rubi ficandis cancris
viuis: propterea fi vis homines in admirationem dicere,accipe viuos Cancros
atque in vino fubliaato fubmergas, ita enim confeftim ruber cent,acli perco
&ti eflent cantaeft illius aquæ caliditas, et energia,vt inſtar ignis
exardeſcat: admiratio tamen indenaſci cur, quod rubefa et i,& viui ab aqua
e. cmpti ambulent. Quorradoflamme excit etw inagha. I calcem non extin et am
accipias,Sul et lalnitrum in partes æquales, ac bene omnia fimul ailccas,
puluis perabitur, qui forqui in aqua proiectus inflammabitur, ac ducem reddet:
quod parui mométi haud Berit,prçcipuè ſinodu luce indigebis.Po e terit id fieri
in valčulo aqua pleno, vt™ quidá amicusmeus dū no et u in itinere
lefſerexpertus eft,qui totum mihi fideliter comunicauit. 9 vbivigent morbi, ibi
maximè remedia oriri. M.Agna eft Naturę prouidentia ia ado iuuandis
hominibus,quippè obſeros suatú eft,vbi aliquimorbi copiosè vaga. ctur, ibi
remedia accomodataad illlorum exterminiūnaſci voluiffe.Hincinaphri bea, quę
ferpentú eft feracißima,aromata? tanquã eorű veneno antidota,oriuntura In Argo
Scorpiones plurimi videntur; propterea ibi Locuſta adverſus Scorpio.
nesinſurgensnafcitur: ApudIndos Os cidentales Gallica lucs viget,ibi lignum
SanaaGuaiacum di& á exoritur, et il. lincad nosdefertur.Catharides veneno
ierodunt:ex illis remediú caput, alias et e pedes earum exiftere
obferuamus.Quia Stellionibus mordentur, iiſdem in potu Ghana fumptis,fanantur
Crocodili adeps, fi in ipfius vicera inftillatur,ſuo veneno me deri videtur.
Scorpiones,Draco mari. nus, et Paſtinaca contriti, et eorum pla gis
impofiti,procul dubio fanánt. Na. pellusmortiferum venenum eft, vbita men
nafcitur,ibi Antorareperitur.cuius radices cốntra Napelliperniciem,fingu Jare
ſuntpræfidium. Animantium lac ab alimentis recipere gut litatem. Lacomnein
animantium corporibus alimeati recipere qualitatem adeo verum et vt
demonftratione nonegeat: liquidem nutrices ex prauo in vidure giminenon ſemel
infecifle infantesvifa funt,hac etiá caufa lacin ijs modò.craf fum,modò
liquidum,aut ferofum cer nitur,eo quod cibusaut craffus, aut in eiſsius
fuerit,modò infantium cóftrin git aluum,modò ſoluit,quod vel con ſtringentia
vel foluentia nutrices come derint,Hocin pecoribus etiam manife ftum eft:in
locis enim vbi hæc fcamoniú Helleborum,aut mercurialem comedit, vtiq; lacomne
ventré,& ftomachūſub vertit: quemadmodú Dioſcorides in Iul ftinis moribus
contingere prodidit: vbi ficapre albúveratrū pro pabulo habue i fint, primo
foliorúpaftueunmere, et ea rá lacnauſea n epotứcreare atq; ftoma
chúvomitionibus offendere ait: Cum a.. adftringétibus pabulis,robore,lentiſcogs
frondibus oleagincis, et terebintho pe cus hocveſcitur, lac ſtomacho accómoe
datiſsimügenerare veriſimile eft. Ex pulcbritudine, da deformitate aſpoetuse'
mures viuentibus coniectusari. MAgmá nobis afpe&tus pulchritudo
veldeformitasnon folurn in homin I nib,fed etiã animalibus,& plátis
preſtaci cóiectură,qua benignos vel prauosmon res et naturas veoarifolemus;
intuitu nó pulchri corporiszfpeciofiq; afpe &tusmité naturam, benignofq;moresin
homine illo perfiſtere conieéturamus: contrain I deformicorpore,turpiafpe et u
timemus. enim neſcio quid calliditatis, et malitie i In animalibus laudamus
catellos, canes Venaticos, et ſagaces, venamur in eis benignam naturam, et mites
mores: (6.. tra in Maloſsis,inLupis,Pantheris, et fi milibus, timemus
crudelitatem, maliti am, et voracitatem. In plantisex pul chritudine venamur
falutares naturas, ex deformitate autem noxias, Rola,Li lium, et Iris nobis
præftát argumentum, quamplurimis pollere virtutibus: con tra Cicutam, Aconitum,
Napellum.ex deformitate enim plantarumhuiuſmo di,mortem nobis poſſeinducere
arbitra arur. Ex Poria in pbyſiognom. 1: partibus Septemrionalibu sdeficitate
tes exaceri. Laus Magnus de gentibus Septena. rrionalibus loquens: Sunt (inquit
) Biariniidololatrę, et hamaxobii,Scytha. rum more,atquein falcinandis homini..
bus inftru et iſsimi; quippè oculorum, aut verborum, aut alicuius alterius rei
maleficio, homines fæpe ad extremam maciem deducút et tabefcêdo perdunt.. In
hamorrhagia fele&tißimum praſidium. Nfluxu fanguinis narium copioſople..
5i9; et in animi deliquia, et fyncopim deur.. perati intercant. A periam quod
mihi deueniunt, multoties etiam tanti peri cali bicmorbus eft,vtægrià ſalute
deb u,fem * per adhibere profuit.Burſa paftoris co I trita, ficum ouialbugine,
et aceto,com i mifta fuerit, et frontiapplicatur, confe * ftim fanguis
conftringitur;ve mihinon £ femel in infirmorumcuracontigit. Vi in
febricitantibus fitis, lingua ardor compefcatur. Nfebricitantiú querimonijs ex
ſiti, et linguæ ardoribus, Criſtalli vfus inter præcipua iudicatur remedium. It
lad enim fi diù in aqua frigida agitatur, &ore deindedetinetur, fitim et calore
corrigit, atque linguam humectat: ma ioris tamen virtutis eft lapis albus, qui
in lysacis capite reperitur. hic porrò ſub lingua agitatus non modo fitim ca
loremquerefrenat; verum etiam faliva in ore excitat: vnde febricitátibus,&
ma kimè, fiticuloſis prælentaneum iudicae tur effe præadium. Ex Lemnio. Skolen
Al ignis prefidia fuiſsimè in morbis CW AX: dis Aegypties TerueTATE. Var
Aegyptij admodum proclives in languentium cura,adignea prælia dia
eligeada,propterea vftione vtuntur afthmatelaborantibus,in ſtomacho frie
gido,humidoque ab humorumque dea Auxu, &facibus repleto,Hepar,& Lic nem
obduratum, &refrigeratum,multa cum vtilitate inucunt; Hydropicos ſub
vmbilico, &fub hypochondrio finiftro linea petia ignita adurunt. In
doloribus dorfi,lumborum,colli, et orenium arti culorum,in ſpina dorli,lumbis,collo,
et alijs partibusdolore cruciatis,hocpræſi-. dium frequentant, In tumoribus à
crue. dis, pituitofisquc humoribus generatis ad ignem confugiunt, tanquam
auxiliú quod citò multosmorbos curet, inopia queproprium efle autumant. Ex Alpines de Medic. Aeg opri..
Centium, et populorum ingenia bifuris, prouerbäs: excogitari.. Vlius Scaligeri
vir acutiſsimi inge nij,Gentium,& populorum naturas tum ex hiſtorijs, tum
ex prouerbijs, at que ex ore vulgi ita excepir. Alanoruto luxus:Africanorum
perfidia: Europeorü acritas.Mótani afperi. Campeſtres mol
liores,deſides.Maritimi prædones, mi ftis tamen moribus: eadem ratione In
fulani quoqueſunt.Indimobiles, inge nioſ, magiæ ſtudioſi,numcro fidenteso
Affyrij,Syri ſuperſtitioſi. Perſæ, Medi Baštriani,Pyrrhi,Scythæ,Sibi,Phryges,
Cares,Cappadoces,Armeni,Pamphilij, mercenarij, atquealijsbellicoſi, Aegyp tiz
ignaui,molles, ſtolidi, pauidi. Afria cres infidi,inquieti.Aethiopesanimofi,
pertinaces, vitæ mortifque iuxta con temptores. Thraces,Myfi,Arabes,Mo.
ſchouitæ, Pæones, Hungari,prædones. Illyrij, Liburni,Dalmatrz, iactabundi,
Germani fortes, limplices, animarum prodigi, veri amici, verique hoſtes,Sue.
tij.Noruegij.Grunlandi, Gorri, beluæ, Scoti non ininus. Angliperfidi, inflati,
feri,contemptorës,ftolidi,amentes, in ertes, in hoſpitales,immanes. Itali con
Atatores irrifores,fa &tioſi, alieni fibiip kis bellicofi,coacti,ferui vine
(cruiant, E H Dci 318 ! CEL: 1: 1: Dei contéptores. Galli ad rem attenti,
mobiles,leues,humapi,hoſpitales,'pro-. digi,lauri,bellicoli,hoftium contempto
ges,atque idcirco ſui negligentes, impa rati, audaces, cedentes labori,
equites, omnium longè optimi.Hifpanis vi& us, afper domi,alienis menfis
largi, alacres, bibaces,loquacesyia et abjadi lor 3.Poc-, tices. SCMabaum,Solis
Lunaque coniunčtionen piuentibus oftendere. Irabile eft, quod à natura Scara-.
bæus animal notifsimúedidicit, omnibus enim Solis, L'unaque coitum apertè
demonftrat.Hicex bibulo fter core pilulam ab ortu, ad occaſum totá. döverlans,
in orbis imaginem effingit, quam xxviii.diebus peracta humiicro beobruit ibique
candiu abfcondit, dum ZodiacuniLunaambiens fiat interme.. itiis,&
fileat:tum foueamaperit, et fide-. THM coniunctionem denuncians,nouam pralem
cdit: hæc enim eft iftius beſtio la necalia nafcendi origo Ex Mizeldo.i. exo # Bobilin 2x Quorundam aimalistu natur &..
Oseft conftans, afinus piger,equus: libidineincenditur, petitąue impe.. tnosè
femellam;lupusmiteſcerenequit; Vulpes inſidiola, aſtuta callida: Ceruus
timidus;Formicalaborioſa:Apis parca: Canis gratioſus, ad amicitiam propēlus,
Leoſolitarius,expers focietatis,nunqua pabulum externum admittens, tanta vocis
magnitudine, aut fonitu, vt ſolo Tugitu celerrimaanimantia profternat; Visſa
pigerrima,ſolitaria,corporegraui, compacto, indiftin et o: Panthera vehea
menis,& ad impetus faciendospropenfa, pernixoyedi& a quaſitota
fera.Anguis fæniculi paſtu oculorum lippitudinem carat: Formica temporishyberni
pabu lum æfiate condit:Item - fides in canibus, in elephante manſuetudo,ftudium
ore of natus in Pauone, çura vocis amanæ ſuam, uiſque in Lufcinia.Forciuss.
Cervorum vitam,eße lengisimam. Piabat Magnus Alexander poſteria -jari, Ceruorum
vitæ loogicudinem oftenders,propterea multoscapi iuſsit, quibus aureos torques
in collo in neđi voluit: in ijs temporis curri culum erat expreffum,
&Alexandri deo creturn; illorum aliquot poft centum annosab Alexádri morte
capti fuerunt, qui adhuc ætatis ſenium minimè pręfe ferebant.Ex Plinio.
Mafculinum fuum citius in ptero, gianfo mining animeri.. X omnium ferè
Scriptorum opi nionemaremfætum citiùs in vtero, quam fæminam animari capitur,
aiunt enim marem io dextra parte matricis ex feminecalidiori concipifæminam:
verò ex ſemine frigido, ſiue minus calido in finiftra partematricis,
quæcomparatiuè ad alteram frigida eft.Hincmasdie40. foemina verò 80.vel90..vt
plurimuma nimaridicitur:quod frigidum tardum fit,&pigrum in ſua operatione:
calidum. autem velox: idcircò virtutem forma tricem invno femine velocius, et citius
mébra organizare, et formare, quam in alio obferuamus. Ex DominicoTbolofano
fuper Leuit.cap. 1 o. Pici PictMirandulaniingenium, quam maximè collaudatum. A,&,
+ PiciMirandulani,& ingenium, et et multiplicem do et rinam collaudabant,
et miro ordine extollebant:Quando(in quit Picus) ron eft,vthac in re mihi,aut
meo ingenio velitisbiandiri: quin refpi.. cite potius afsiduis vigilijs, atq;
lucu brationibus,quàm noftro ingenio plau 9 dendum: et fimul aſpicite fupelle
et ilem noftram,atque librorum thefauros:oité I debat porro Picus bibliothecam
egre. gio ornatuconſtructam,atque omnigem nis libris ex varia eruditione
refertam. Ex Crimite InHydrargyro onnis metallica Supernatare. Akreexcepto.
Ercij,vel fi mauis, Argenti viui; proprietas mirabilis cit, quòd, omnia
mineralia ferè,vtplumbum, fer Tum, æs, et alia ponderotiſsima(excepto. auro )in
eo fuperpatent: aurum ditem, * fundum petir, et eius recipit, cola rem,
quiignis tantùm opeabfumitut et in fumú mali odoris refoluitur. Hu. jus nidor,
et virulentia nauſeam, nocu mentumque adftantibus inducit: inde membra ſtuporem
recipiunt, et nerui relaxantur; vt fæpifsimèip inauratorio bus obferuatur. Ex
Lem. oleicinnamomai rara o pretiofa como pofitio,plerisque incognita.
Icinnamomiolcum ad diuerfas infira: mitates parare optabimus caperec portet,
cinnamomicontriti lib.j.quam adinftar liquid: pultis cum oleo amyg-: dalarum
dulcium commiſcere ftude bimus, tum demum duodecim dierum ſpatio in loco tepido
clauſo vaſculo fituabimus, poftmodum ex torculari totam id exprimatur fortiter:
hac ett nim methodo oleum, odoris,.coloris, et faporiscinnamomihabebimusad vo
tum. Hocadvires reparandas, et Vio letudinem conferuandam rarum eft ro medium,
prodeft parturientibus, et in ftomacho debilitatotam interius,quàna exterius
vfurpatur; ngritudines frigi 18g A E das arcet, et in partibus corporis ro u
borandis eft tantæ efficaciæ, vt vix ale v toruin conſimile inueniatur remedium..
e Marimum Herinaechin tempeftates:mariti w pracognofcere. Dmiranda profecto:
eft' Marini Herinacei proprietas: hic paruus pifciculus eſt, nullatenus
tranquillita tis tempore naturali propenſione futu ram præcognoſcit tempeftatem.
Ea im. minente ita fe præparat: faburram fa cit, lapidem ore percipiens, ne
maris flu et us,vndaqueimpetuofæ facile eum diocodimouere, atque huc illuc in
pellere valeant. Nautæ id afpicientes: fucuram tempeftatem à piſciculo hoce. do
et ti percipiunt, ob id anchoras et fue. des, et fe ipfos parant, tempeſtatibus
maris reſiſtere poſsint.Ex D.Ambrofia, Miracuimdam fontis in Epiro Proprietasi
A naturz proprietas illius fontis, qui in Epiro (vbi Dodonæi louis tema. plum
olim inftru &tú erat, quacaufa hic faces facer di &tus eft ) inuenitur.
Ille fri. gidus eft, et immerſas faces, ſicut cx teri extinguitcum: autemfine
igne pro culadmouentur,mirabiliter accedit, A bulenfis fuperGeref.cap. 13. de
hoc menti onem facit, afferitque huiuſmodi pro prietatis cognitionem Adam, et conté
poraneis fuiffe apertam, diluviogue et gentiumdifperfione effle perditam.vide
Pomponium Melam. mHecla ignem emiffum,ficcis.extingui, to que verò nutriri.
Dmirationem, &fidem omnem ſuperaret, ignem ab aqua nutriri, et non
extinguiintelligere,nifiGeorgi us Agricola,vif noftræ tempeftatis me moria
dignus,oculatus adfuiffet in He cla.Narrat hic in Inſula Irlandia mon tem
nomine Heclam exiftere,, ex quo ignis emittitur,vt hodie in Vulcanopro. pe
Siciliam,Sicaniam dicam, et Puteo lis in loco vocato le Fumarole, obſer uamus.
Ille autem à cæteris diſsimilis ficcis extinguitur, aqua verò alitur. Ex
lib:noftro de Hydrom:Naty. Hominum aliquot fubtilioris, plerofque au tem
groſsioris ingenij adeffe. Ropterea Aftrologi, et præcipuè Al. bumas,hominum
aliquos fubtilioris i ingenij,aliquosverò groſsioris inueniri volunt: quia in
eorum natiuitate Mer. curius, vel bonam,vel malam habet pòa' fituram.In quorú
enim natiuitate Mer. curius in domo,velexaltatione Solis fue sit, ij ſunt
ingenio prædici; fi verò fuerit + in domo Lunæ, nafcuntur groſsioresor
Ptolemæus, Bropoſ. 70. in quorum ortu | Luna reſpicit Mercuriú, fapientes fieri
voluit;contra autem amentes:quiaLuna virtutes naturales infundit,Mercurius verò
rationales:vnde eum virtutes naa turales,quibus corpusguberdatur, rati onem
reſpiciunt, ille nafcitur sapiens; cùm autem non refpiciunt, amens. Hac etiam de cauſa efficitur
mentis hebes, et obliuiofus, qui in natiuitate Mercurium babuerit retrogradum:
fi enim dire &tus fuerit,ingenijceleris fiet. HancAſtrolo. gi ducunt
rationem, quòd ftellæ nóim. peditæ,luas faciant naturales operatio nes;
oppoſitum autem,fiimpediuntur. Hisdecaufis frequenter Aſtrologosve sa
pronoſticare de moribus hominiume" accidit; non quòd ita neceſſariò eue.
niant, fi homo per voluntatem, ratico pis legem magis, quam ſenſusſequi vo
luerit:fed quia pronuseſt ad ſequendum appetitum fenfitiuum, in quo Aſtra
influunt. Raxael. Matr. in Addit. Bartol.. Bibyl. Galenum omniumporiamcorporis,
folum perfe& ifsimè inter veteres, morbos Caraffe. Ratapud
Aegyptiosinuiolabile de cretum, vt fingulis morbis, finguli adhiberentur
medici. Hinc illorum 0. cularii, auricularij, et alterius,morbo rum
nomenclaturæ aliquot vocabantur: arbitrabantur enim fieri non pofle, vt v nus
omnium curarum difciplinam re&tè teneret; quamuis in vnadoctus habere tur,
vt BaptiftaFulgofuslib. 2. adnota uit. Galenus tamen illic temporis inter
veteres, naturæ miraculum, omnium corporis humani partium, tanquamfa. E pientiſsimus,morbusperfe& ifsimè fo lus curare
nouit. In lib.de Pet. Art.Med.c.2. Grecos feriptores de Iudeorum monumenti
rutibi pertractafle Riſteas, cuiushodielibellus extat de Translatione In
terpretum,refert; Ptolomeum Philadel phum, fecundum Aegypti Regem poft
Alexandrum, quæluille ex Demetrio Phalereo, quem ille inſtruendæ biblio thecæ
præfecerat, curGræci ſcriptores,.nullá dehiftoriis, &monumétis ludæo
rummentionem feciſſent reſpondiffe autem Demetrium, tentafle quidem id facere
Theopompu,& Theode&tem,no biles in primis fcriptores, et quedá ex lu..
dæorum monumentis ioleruiſle fcriptis fuis: fed mox taméluifſe temeritatis pe
nas:illum enim amentia: hunc cæcitate diuinituspercuflum; ſed poftea mali fui
caufam agnofccntes, et ex animo dolen tes, placato Deo,ſanitari elle
reſtitutos. Eufebius lib.8 De Prapar. Euang. A Cane qido demo- fum, inftarCanis
la traffe proditumeft. Ex corrupta imaginatiua non femel à cane rapido commorh
latrare vifi funt:cognouit enim NicolausFlorenti nus quendam, quià cane rapido
morſus, curationem vulneris minimè quæfiuit; exercuit hic per dies 35.negotia
ſua abſ. que læſjone, maneautéfequentis diei è lecto ſurgens retrò vxorem ſuam
inftar canis ſtetic, cæpico;pofteam latrare: dú autemab illa
reprehenderetur,lubridés ſurrexit, idque pluries eadé die reperi uit. Serò
corrupta ex eius ratio, et die 40.mortuusà morſu illato repertus eft. In
Arthritidey Chiragra, quando mors fuccedas. Arò mortem in Athritide, et Chi R
corporis ignobilibus humor refideat; hinc (nouo haud fuperueniente morbo) tales
àmortis periculo, vexatidoloribus vindicantur. Has tamen mori com pertum eft,
quando circa finiftrum pectoris finum, cui cordis turbinatus mucro ſubeſt
humorum colluuies den cumbat,atque Gniſtræ manus digitus an Bulan Di mularis nodum acquirat, ac valde intu i
meſcat.ex Lemnis. Lienen ad -corporis tarpitudimem maximè Talere,
Vantacoloristurpitudine,qui ab in dicuntur,exiſtant, in dies obſervamus, non
modò in illius obftru &tionibus, verùm atqueScirrhis, alijſque tumori -
ribus. Hioc iure dicebat Galenus z.de Natur. Facult. Quibus corpus florefcit,
his lienem decreſcere,ac vice verla,qui bus lien creſcic, illis corpus
tabeſcere, et o vitiofis repleri humoribus. Caufa om nium eft, quòd lien ab
infar &tu fa et us imbecillis,nequit(fa &ta humorum ſeparatione in
Hepate) melancholicum fuc cumad ſe attrahere: hinc demiflus ille cum fanguine
corporisatro colore ani. bitum maculat. Iumenta clitellaria in itinare fibilo,
da Cana In à laboribus fubleuni. Vlicęconcencusſongriſ numeri maximè homines
delectant, ob id multi et cymbala, et alia muſica inftrumenta frequentant, vt
animus à mæftitiis fubleuetur. Hac coniectura obferuatum eft:iumenta
clitellaria in la boribus, et itinere, cantu, et libilo al leuari:propterea
mulones, vt muli, ce seraqueiumenta dicellaria,& tarcinam, et alia onera
minus laboriosè fentiant, tincionabulorum torques in illorú col. lisfufpendunt,
quorum fonitu, huiuſ modi valdedele &tari cognouerunt, et perinde refici,
et à laſsitudinc fubleyari. Ex Vairo kb.z.da Fafcine, Mafalas nigras in acutis
morbis apparentes, exitium prefagics. Neer ligna, mortem languentiuni, quæ
præſagiunt in febris acutis, illud maxime obſeruatu iudicaui dignū, quod à
Sauonarola multa experientia com probatum eft. Sienim infacie, ſeu genis
ægrerum,maculæ nigræ obortæ contpi cientur,prcculdubio languentis exitium
minantur,quippè venenofæ, et peftiferę materiæ in corpore predominiú redun dere
arguunt, ex quo mors ſubſequitur. Has cum obſeruaſiet Sauonarola, ex tali ľ
prognognoſtico,magnumhonorem fua ifle confequutum refert. Acetum adictus
venenofos epotumplurimum valere. X Cornelij Celli obferuatione ace tum pertum
eſt:quippecùm puer quidam ab j. afpide ictus eſſet, et partim ob ipſum
vulaus,partim ob immodicos æftus, fiti premeretur,cum in locis ficcis aliumhu
morem nó reperiret,acetum, quod fortè ſecum habebat, ebibit, et liberatus eſt:
coniecturandum eft acetum, quamuis refrigerandi vim habeat, habere etiam
difsipandi,quo fit, vt terra reſperſa co spumet. Propterea eadem vi veriſimia
le eft, fpifleſcentem quoq; intus humo. rem hominis, ab eo diſcuti, et fic dari
fanitatem, lib.s.de ictu afpidis. A quodam piſtisgenere febrem illico ex
citari. N Arota flumine Inſulæ Zeilã quod. dam piſais genus reperiri referunt,
quod manuapprehéfum febrem accen, 1 dat.Equidem piſcesillic neutiquam el
culenti ſunt, liceat flumen fitpiſcofiſsi mum, qui tamen piſcem febrium appel
fatum retigerit,confeftini à febre corri pitur;ſed quod mirabilius eſt, demiſſo
piſce, ftatim liberauit.Cardanus, et 566 lig.in Exercit. Fæminas in maresfuiße
commutatas fabulo fum non est. Pudmultosauctores ex pluribus obferuationibus
notatum reperio, foeminas in mares quandoque commu taras fuifle:referam folum,
quod tempo reFerdinandi I.RegisNeapolisfueceſsit. Erat Salerni quidarn
Ludouicus Guara rea, à quo quinque filiæ fufceptæ funt, quarum natu maioribus
duabus, alteri Francifcæ, et alteri Carolæ erat nomen. Hæ ambæ cùm perueniffent
addecimu quintum annum,in mares mutatę funt: ijs enim genitalia membrainſtar
marių eruperunt,mutatoquehabitu pro mari bushabiciſunt: Franciſcus,
&Carolus nuncupati.Ex Fulgoro. Sene et utis incommodatam corporis quàm
Animai NKINGT ANTUT: Quanta fint in fenibus, et corporis, et animi incommoda,
non modò à Scriptoribus, verùm arquecontinua,ob feruatione experimar,vt iure
afferere libeat,hanc hominis poftremam ætatis $ partem miferrimam iudicari.
Mortales enim cùm ad fene &tutem perueniunt * cor eorum affcum eſt,caput
tremulú, (piritus languidus, anhelitus færidus, frons caperata, corpus recuruum,
nares mucores deftillant, vifus debilitatur, i capilli decidunt,
dentesputreſcunt. In fuper ſenes ſunt iracundi, inexorabiles, moroſi,nimis
creduli, rarò obliuiſcun. tur iniuriarum,laudantveteres, prælen tia
damnant,triſtes ſunt, languidi, iniu cundi, et alperi:ſuntauari,ſuſpiciofi, o.
neroli,difficiles.Exquibus fene &tutem fentina, et cloacam efleomnium ford
ú, et immunditiarum ætatis noftræ confia tendum eft.Ex Lauren. Cupero. + Magnum
Alexandrum, corporis ſudorem ha buiffe redoleni em. Rat Magnus Alexander tam re
et a humorúarmo I 2 nia, et temperamento conftitutus, vee iusanhelitus odorem
balſamiexpiraret; imò fudor, quem è corpore emittebat, tanta ſuauitate, et fragrantia
redolebat, vt quoties eiuspori recluderentur, gra tiſsimis odoribus perfufus
crederetur. Quod autem mirabile, et difficile credi tu eft,cadauer eius tam
fuauiterſpira bat, vt aromaticis ſpeciebus repletum efle iudicauerint.. Ex Quinto Curtio,& lib.
noftro de Hydron.Natur. Diuerfe quorundam hominum virtutes, ornamentA. P tibus,tumanimi magnificentia col. laudantur,omnes
in paucis earum per. fe &tionem, confirmant. Porrò Ablalo nisformam, et pulchritudinem
extol lunt:robur, &fortitudinem Sampfonis: fapientiam Salomonis: agilitatem,
et celeritaté Afaelis:diuitias, et opes Creo G: liberalitatem Alexandri:vigorem,
et dexteritatem Hectoris: eloquentiam Homeri: fortuuam Augufti: Iuftitiam
Traiani: zelum Ciceronis. Veteran Baderoase no canna, et in papyro penna
fcribebate Veterim ruditas, &infcribendo vari Arbara equidem,& mifera
erat ve teruminfcribendo ruditas:ij enim primò in cinere, deindein corticibus,
et folijsarborum,pofterin lapidibus,mox in lauri folijs, exinde in laminis plum
beis,conſequenter in pergameno, et tan dem in papyro fcribere politiſant.Erat
præterea illis in modo fcribendi, ins Itrumentorum diuerfitas: in petrisenim:.
ftylo ferreo, in folijs penicillo, in cinere digito,incorticibus cultro in
pergame. Eorum etiam atramentum varium erat, primum fuit liquor pifcis illius,
quem nos ſepiam appellamus;deinde mororú fuccus;ad hæcex fuligine caminorum;
mox eft fynopica rubrica,aut minio; vl. timò tandem ex galla,gummi,, et vitrio
o lo fieri cófueuit. Bx Strabonede situOrbis. $ InAngira prauosatiuspilulami
rabiles Periamnunc pilulas meas maxi mæ efficacia, quibus in angina 3 prafo А pręfocatiua
à cratsis frigidiſý; humori bus exorta, ſéper cu felicifucceeflu vfus
fum.Interalias obſeruationes, in quibus tale medicamétum libuit experiri, luc
cefsit calus in R. Petro de Stephano Archipresbytero Cercelli, qui ferè fufa
focatuserat, quare vocatus anno 16156 vt eius ſaluti confulerem; cognito mora
bo, quòd ex craſla et viſcida à capite de ftillatione fieret, pilulas meas in
aurora exhibui,non fine loſephi de Simoncin medicinaDo&oris, mei collegæ
admis. ratione, qui rennebat quodammodo. medicamentum. Eratpilularum come
pofitio ex trochis, alandahal, et Aloes an.Scrup.Sem.j.Diagrid.Scrup.Sem.cú
ſyrup.de líquiritia conficitur maſſa. Ex hac plurimępilulæ,vtfacilius æger de
glutiret, confe&tæ fupe:Hisdeglutitis, iuriscicerum fubitò cya mbum propine.
re foleo,quemadmodum in hoc feci, qui fine moleſtia euacuauit, et breui
delituit dolor et gulętumor,benè reſpirauit,be nècomedit, et vna die fanus
factus eft, cummaxima multorum admiration et lgtigia. His pilulis vfus
eftGalenus ad linguam tumefactam, vi lib. 14. Method s med. ſcriptum reliquit:
Capitis noftri capillos, plant arumnatura mo ximè aRimilari. M
Agnácapitisnoftris capillicumplá tis retinent fimilitudine: quemaddum n.plantę
nónullæ humoris defe& u. inarefcétes contabeſcút,aliç verò alienis naturæ
ipfarum humoribus occurſantes: o pereunt; fic &capitis noftricapillisaccia:
-1 dit:vel n.ex humiditatisdefe et u,quanu. triútur; vel ex eiuſdé prauitate
corrum- 3 puntut, et decidunt.inc defluuiú et alir eapillorūdefe& us in
cap'oriútur.Ex Gal. Qya dia volucrum pennits varite coloribus tirgere valeamus:
I volucrú pennas variisco !oribus tin--, gere 1 ter abluereoportet; mox in aqua
alumi.. nis
decoquere,atq; du calent,in aquá cro co colorarā, ſi flauas eas cupimus, conii.
* ciemus:lina.cæruleas, in fuccú, aut vinü acinorú ſambuci vel ebuli.In diluto
fio. ris æris virides fiunt: codémodo colore minij,atraméti, alteriusue
coloristin &tas habebimus. Agric Poftulanie,à meluannesBerardinus Agricolas,
Filicibus pro frumentoconfervant do in borreis pri. Oftulauit Mazzocca à
Vitulano,magna expe cationis adoleſcens, ob flagrantem in ſtudia amorem, cuius
familjaritas apud me gratiſsima eft:CurAgricolę pto fru mento conſeruando,
filicibus pro ftra gulis in horreis vtantur; Equidem hu ius ingenium, et animi
indolem fepè de miratus fum: proptera in recurioſiſsima complacere
volui.Vtuntur Agricolæ fie 1 cibus in horreis, vt cerealia à corrupte la
præferuent: quippè filix à proprietate generationi obeft, hinc agrifilice pleni
reputantur fteriles. Hinc filix epota ne cat vermes, &ex aluo deiicit: in
grauie dis necar fætum, mulieresque reddit ſteriles: quapropter multa ratione
agria cula (1.cet tanti arcaniline ignari) filio cibus pro frumentorum
ſtragulis vtun ter: quia illorum corruptioni maxime refiftuor. Terrestres
Lumbrices digitorum panaricium: fanats. Panae sol PAnaricium in latere vnguium accidit,
&interapoftemata numeratur,quod tantum inducitdoloris, vt patiens, ne. que
diu, nequenoctu dormire valeat. Prohuiuscuratione, et dolorislenitione
multimultafcribunt: egoprofe et dcer. tiſsimo experiméto multoties compro baui,
lumbricos terreſtres viuos ſuper pánaricium alligatos,præfertim in prin. cipio,mirabilitet
apoftemacompefcere, et fanare, vt vix diei fpatium affe &tus pertranſeat. €
Galega, atqueScordimir am,contra lüemo peffifentemefe efficaciam. M Trabile
obſeruamus Galege, et Scordii efle virtutem cótra febres malignas, et peſtilentes;
fi quis enim Galegęfoliainacetariis, autcarniú iure femetindiefumplerit,afebre
hactutus, et incolumis præferuabitur. Idem (Gam leni teſtimonio ) Scordium
efficere pro batum eft:fiquidem ex.veterum quorú, dammonumentis aduerfus
putredinem Scordium fingulare effe. remedium tra đitur, vt j.de Antid.capaz.
legimus:nam Is cum nteremptorumcadauerain pręliog multosdies infepulta
máſillent; quęcund que ſuper ſcordium.fortè fortuna cocia derant, multò minùs
aliis computrue. runt; ea præfertim particula,qua(cerdi um attigerant:ob
quáremomnibus per ſuaſum eft,tam reptilium venenisquàm noxiis medicamétis quæ
corpusputred ſcere faciunt, fcordum aduerfari. Anni bal. Camil En. Nodos. in
infantis ombilico filiorumrume-, rum haud oftendere. Pleriqueexnodis inkantis
primènato bliorum numerum ex eadem matre: naſciturumcognoſcere profirenturthoc
autem caretratione; fæpèenim fit, vt illa moriarur, aut cafta viuat:vel
plutesge neret filios, et pariat, quàm nodorum numerus exiſtat;fiue plures
viros habeat: è quibuscum alio plures, cum alio paung ciores filios fuſcipiat.
Proptereà certio. kiratione afferendum,in nodorum vm bilici primi infantis
coniectura, exiſtin, mosfæcundosvteros plerumque plures ! nodosininfátis
parerevmbilicofteriles; miebe autem paucos, eofque non ad vnguem diſtincos, vt
frequens obſtetricum obą feruatio demonftrat, et vt euentui hæc talia,
vtplurimum concordare.viden i tur. Ex Carda. 8.de Oryalum quem ſolo afpeétu
auriginoſosbom. mines ſanare. Irabile eſt, quod de Oryalo aue ecircumfertur.
Hæc potrò talem dicitur fuiſle naturam ſortita, vt icteria cum affectum, à quo
homines plerum que moleſtantur, ad ſe valeat ſolo oculorum afpectu attrahere;
proinde vocao tur I &teribus,fiue Galgulus à multis, ab ' Ariſt. autéin
biftor.animal.Goryon. Sed 1 quod mirabilius eft, auriginofus homo ab alite
viſus fanatur,ales verò moritur. Homines, quandoque ſolo intuitu Ophtbaho miam
contrahere. Vita obieruatione animaduerti Ophthalmiam fiue lippitudinis morbũ
quádoq; contagiosú elle, et folo perinde afpe et uab hominibuscontrahi:: oculi
enim tunc adeò perniciofam vim. $ retineat, xt in alios propriumaffectum, 6
ciacus ejaculari valeant. Pulchra
ratione hoc Vairuslib.j.de Fafci, quomodofieri por fit, differuit:Siquidem
animus malèaffe et us fuum quoque corpusmalè habet; ob id fianimusaliquomcrore,
aut vi. tio afficitur,colores.corporisetiam im mutar:ſi enimab inuidiacentatur,
pallo re, &croceoscolore corpus. inficit. Inde fitetiam, winuidia
tabefcentes,ftocle. Jos.inaliquem. liuentes.defigunt, animi fimul venenum
vibrent, et quafivirule.. tis iaculis confodiant.Proptereamirumi non-ef,
hominesaliquando ſolo.aſpe et uindippitudinemincideres,vt Hieron nymus,
Thomafiusmedicusinſignis, (dú ipfe Neapoli ftudijs.vacarem ) defeipfo. teftatus
eft. Adlapidessenum,din neficefrangendos mine rabile remedium.. Vidam -medicus
ecuditus, ad lapin desfrangendostanquam admiran dium.parauit cibum,cuiusefficaciam
a. dedimirabilem eſle cognouit,včad.lapi.. desexpellendos non folumà
renibus,& retisa;ſed etiamab anulo comedentis, efficacius remedium haud
confedus fu. erit.Paraturex hepate, pulmone, reni. bus,tefticulis cum priapo
hirci, quæ cú et croco, cinnamomo, et mellemifcentur, ac ijs hirci inteſtina
implentur.Doſis fint duæ, aut tres.buccella Res porrò mon ftruofa,faveraeft.Ex.Micbaele
Pafebl. lib. 1.Metbed.Meck. Veterum medicornmpro conferuanda Sanin tate
collegium lans Rifx potentiſsimus Afiæ, et Syrie, quialter Alexanderdi &tus
fum, it (vt ex Ariftiin libisecret.fiuede Regin. Principa.habetur)medicos
præftantiores exregionibus Indiæ, GregiæMediæ,, ac aliarum mundi parcium
congregauit, quibus impofuit,vttalem inuenirent medicinam, qua fi homo vteretur,
nec. medicis,nec adia: mediciņa indigeret, pollicitufque fuitRex dirüsimus maxi
mumpræmiumefle daturum.Illi autem pro maturèconfülendo e rrium dierum fpatio
postulato collegiú iniuére. Mox ad Regem cùmomnes cffent requiſiti Sanages
Grocus Medicinæ peritiſsimus, qui pręter ceterosdo et trina et fciētiarua
tilabat omniú conſenſu Regiindicauit, quòd fumere quoủibet manè aquábisplez
noore,efficiat,vt homo fanusperfiftat, &alia haud indigeatmedicina.blocpro
feccò à rationealienu non eft:vtenim in Arabum, Græcorumque antiquifsimis
voluminibus inuenitur,aqua ponderofitatis ratione ad ftomachi fundum ten
dit,auget calorem, et citiùs comprimit, et digerit cibos, digeftionig; maximè
au: xiliarur,ceteriſk; mébris corporispluri múconducit. Fabrorú exemploid torú
inquiritur, quiin accenſoscarbones mo dicum aquæ conijciunt,vt ignis
vi'maioriaccendatur.Idcirco binos aquæclear ræ hauftus manè potare, menfe Iunio
præſertim, propter choleram reprimen dam, multum confert ad fanitatem cone
feruandam. EfBurtbolam. Moles in lib. de; ſanit.tuer.. Alexandrum Magnum
fudorem fanguineum in pugna habuiſſe. * Vdare fanguinem puruminteradri Skadar
randa, quæ rard luccedunt,puimera. SUT 1
tur:vbenim in aliquot fudorex láguinis i iclore cruentus corpore malè affecto,:
vifuseft; et is nequaquam fineadmiratie one, et iftuporezita di illeexputo
danguis: nexortusfuerit,atquein corpore fano; ) vtique maiorem præſtat-negotijcaufam
inueftigandi cupiditatem; vt futiſsimè nobisinlib.de Hydraniofazatura.olimedia
to pertraétatuet Referam nunc quod, Magno: Alexandro euenit; dum eſſet in
extremevitae pcriculo conftitutus.Is cũ, in pugna quadamedererum fumma cum
Indis.decertaters lub @ diarioque milisere deitituereto Milqucadedcholera: luccés,
[useftzvékotocorpore purú languinédes fudauerit; Barbariſgulecotus igneis
filáns misardere vifus fit.Hocautemtantum ijs terroris-ingcfsit, vt fe
Alexandra.com mittere coactant, Lüpathium rantie darworetaſtas,tenetrier mas,
efung aprusreddere. Rat apud veteres Lapathiorum vfus, pecu liare,eft,vt
carnes; &vedulia cú hiselixata vel link dugaa yesulta, et coriacea,terit
titatem, et mollitiemacquirant.Propte. rea,quòdcibos concoctu faciles przſta,
bant,& aluumemolliebant à vecerum à mélis raròhujuſmodi abfuifle legimus.
Catoncorum feminum:muccaginem combusa fionibus maximèopitulai Nter
præftantifsimaauxilia, quæ có buftionibus: adhibentur', feminun cotoneorum
muccagipesretinent prin cipatum. Referam:Petri Foreſti in pro prio filio
experimentum, Ille matri obo. fequioſus,,cümtefta carbone ignito re
pletamkappostaret,cecidit et igneoculos. combuftitit: Putem cum temen cotone.
orum in quâ raſaceam coniecifset,atq; muccagineoculosiçpiusabluiffet;mira
culi-infarpuer-comualuitabfq; combus ftionis veſtigio. Hoc etiãauxilio in f. milibus cafibus feliciſsimè
ſemper vsű fuiffe,idemconfirmat, In lib.6. Obf. Medo Aegyptiospermotas
figuras,fenfus,or. rummemoriameffingereconfueuiffe. A Egyptiorum fcientia,quia
inter cæterasprecellerorerat apud ve teres, (illa enim ab Abrahan originem habuit)
dcirco,& rudimento, &Hiero glyphicis ferè occulra indicabatur. Si à qui
illorum primi per figuras animaliú (CornelijTaciti teftimonio)léfusmétis
elfingebant, et antiquifsimamonumera humanæ memoriælaxis impreſla cer. auntur,
et literarum inuentores perhi. bentur. Hinc in quibufdam Obeliſcis: - látcerę
reperiuntur,quæRegum illorum diuitias, acpotentiamdeclarant. Per a - pis enim
fpeciemmella conficientis Re. gem oftendebant. Siquem memorem s fignificare
volebant; leporem aut vul. pemauritis auribus, quod fummieſlent auditus,& inlignismemoriæ,effingebát:
fi veròmalum crocodilum:fi velocem, vel rem citò factam,accipitrem; quonis hæc
aliarum fermè auium fit velociſsie ma. Si inuidum, anguillam, quòd cum piſcibus
fit intociabilis.Si iuſtum,oculü: Gliberalem, dextram manum, digitis
paſsis:fiauarunn,ijfdem compreſsis.Per inſtrumenta quædam, et membra humana
pleraque fcribe Jant. De bis vide Pie arium, Diodorum, Srabonem. lum ritatem, &mollitiem acquirant.Propte. rea,
quddcibos concoctu faciles præſta, bant,& aluumemolliebant à veterum à
mėlis raròhujuſmodi abfuifle legimus. Cotoncorsimfeminum -muccaginemcombuso
fionibus maximè opitulari. Nter præftantiſsimaauxilia, quæ có. buftionibus
adhibentur',, feminum, cotoneorum muccagines retinent prin cipatum.Referam:PetriForeſti
in pro prio filio experimentum. Illematri obo... fequiofus,cum teſtá carbone
ignito re pletamkappúrtaret cecidit& igncoculos, combuft Pitemaeumtemen
cotone. orum iniquárafáceam conieciſset,atq; muccagineocalosiçpiusabluiffet;mira.
culiinffarpuce -Conualuitabſq; combus ftionis veftigio. Hoc etiãauxilio in fi
milibus cafibus feliciſsimè femper vsű fuiffe, idem confirmat, In lib.6.obf.
Medo Aegyptiospermotasid pguras, fenfus, re rum memoriam effingere confueuiffe.
Aegyptiorum fcientia,quia inter teres, (illa enim ab Abraham originem habuit)
dcirco,& rudimenen,& Hiero glyphicis ferè occulta indicabatur. Si qui
illorum primi per figuras animaliú 5 (CornelijTaciti teftimonio )jēlusmétis -
elfingebant, et antiquifsimamonuméta humanæ memoriæfaxis impreſia cer. auntur,
et literarum inuentoresperhi. bentur. Hinc in quibufdam Obeliſcis
látceręreperiuntur,quæ Regum illorum diuitias, ac potentiam declarant. Per a
pis enim fpeciem mella conficientis Re. gem oftendebant. Si quem memorem
ſignificare volebant; leporem aut vul pem auritisauribus, quod fummieſſent
auditus, et inlignis memoriæ,effingebát: fi veròmalum crocodilum: lì velocem,
vel rem citò factam,accipitrem;quonis bec aliarum fermè auium fit velociſsi
ma.Si inuidum, anguillam,quòd cum piſcibus fitinfociabilis.Si iuftum, oculu: G
liberalem, dextram manum, digitis paſsis:fi auaruin ijfdem compreſsis. Per
inſtrumenta quædam, et membra hu. mana pleraque fcribe vant. De bis vide Pie. crium,Diadorum,cSrabonem.
Quamethodo peftilenti tempore àluenos tueri yalcancus. Retiofa,acbreuis
theriaca reperitur, qua homines ab aere peſtilenti, ad jun et o vitę
regimine,præferuari poſsúr: Sumuntur caricæ,nuces iuglandæ, folia rutæ,
&iuni peri baccæ pondereæquali, confundanturfimul, atq cum aceto ro faceo,
vel communi diffoluantur; mox per pannum colentur, fuauiterg; expri
mantur;ſuccus verò, qui percolabit,fero uetur: vnúenim iftius cochleare, mane
ieiuno ftomacho ſumptum,non finit illa die hominemà peſtilentia corripi. Ex
Alpbane de Pefter Olivarum oleum unguium pun &tura mira biliter fanare. IN
fedando dolore vnguium expun, Aurisacu,vel ferro,atq; iisperſanan dis,nullam
remedium oleo oliuarum fa lubrius inuenitur; confiteor multa oba
feruatione,multisa; experimentis id toa tum comprobaffe. Honefta mulier; ac
vnicè dilecta, Laura de Otaro, mea vxor cariſsima, no femel, dum varia-ad femi liæornamentum,acu
contexerer, in vn guibus digitorum pun&a eft; limplicita menoleo oliuarumio
puncturiscollini to;&dolor confeftim euanuit, et falus introducta eſt.Ego
profe et ò ſemel pun. aus ferri cufpide ſubter pollicisvngue com ſanguinis
effufione, fubitò ad lini mentum ex oliuarum oleo, antequam aquamtetigiſſem,deueni;quo
adhibita dolor delituit,atque vulnus vnà breui ter, et conſolidationé, et fanitatéhabuito
Admirandüauxiliü ad vefica calculã,quoabt que inciſione diffoluitur,&
expurgtur. Nter admiranda auxilia, quæ ad cal INTE culoſos adhibentur,
connumerandum iudico remedium, à do &tiſsimo Hora tio A ugenio experimento
confirmatú in epiftolis addu& um,quo abfque inci fione in vefica multorum
Japides com minuit,& expurgauit.Réferam qua via id, innotuita Aegrotabat
calculo veſicæ cuiuſdam Typographi filius Romæ poft varia aſſumpta remedia,cùm
nulla lub fequutá noſlet ytilitatem,fecaricupidus; de pretio cû Nurfino
artificecóuenerate propterea Sacerdotem iufsit accerf ri, vt ſumptis Ecclefiæ
facramentis, fex le &tione moreretur, animæ fuiffet confultum.Religiofus ex
focietate Iefu, audita confeſsione, proponit illi phare macum,de quo in leipfo,
et in alijs peri culum fecerat: expeririæger voluit, et magna aſsiſtentium
admiratione fana s:Pharmacum ita erat concinnatum. Puluerris Millepedum
præparar,drach, i.ad fummum Scrup.iiij.aquæ vitæ vnc. Sem.iuris cicerum
rub.vnc. ix.velx.ca piatæger calidum,horis quinque ante prandium. Efectus
medicamenti talis fuit. Horarin duarum fpatio totum corpus incalefcebat,
anguſtiabatur z grotus fitiebat, ac ferè loco ſtare non poterat,aliquandocirca
pubem dolores vrgebant.Vrina hora quinta cceperunt cralsiores:feddi,fed non
multæ.Secunda die à pharmaco contingebant eadem, fedvrinæcopioſiores, et craſsiores.Ter
tia labulumapparuit multum. Septima tandem adeò plena fabulo vifæ funt, ve
rectequis diceret,easnihil efte quamfabulum aqua diflolutum: omnia in me liorem
ftatum redigebantur, ita vt, qui proximèincididebebat, liber abomni malo nona
fuerit die. Miliepedum ad calculosRenum VP fuca preparatio. PRæparantur
Millepedes ad Renum Velicæque calculos talimodo r.Az fellorumquam volueris
quantitatem, vinoquealbogeneroſo abluito diligen ter, mox in ollam copiicito
nouam, vi tro obductam, lutoque aliquopiam ile lam incruſtato, demú in furno
exiccen tur,ita vt poſsit in tenuem puluerem rc. digi; tumverò affunde vini
ciufdem gee neroli quantum poterunt imbibere, et rurfus exiccato, ac tertiò
imbibito et exiccato vt ſupra,quartò veròpuluerem irrorato aqua fragarum
deſtillationis &olei exCalchanto Scrup.j. permifce to inuicem, et exiccato
rurſus: vbi verò fic fuerit exiccatum in tenuiſsimumque puluerem redactum,feruetur
in vale vi. treo,aureo,yelargento. Es codem. Frequentem ficoram efum fudorem
parere abominabilem. Licetficorumvfus multa hominibus commoda părturiat; ran et
ij citifsi mè nutriunt, et impinguant corpora, aluum emolliunt, et per vrinas,
et per ambitum corporis non pauca excernunt excrementa: tamen eorum continuus,
et frequens vfus fudorem generat abomi. nabilem, et corporis fæditatem; indici
um huius rei eft, quòd illorum eſu pe diculorum copia innaſcitur. Hinc apud
Rhodiginum lib.6.Antiquar. teet. Anchie molum, et Moſchuni Sophiſtas,legitur
tota vita fuiſſe hydropotas,acficis modò folitos veſci, et tamen robuſtos
extitiflc, ſed adeò fætentes,vt propter abomina bilem fudorem certatim in
balneis aba. liis excluderentur. Mulieres eximiam, &fuauemrerinete
pinguedinem. Orpora mulierum fuauiori, et ma: ori fulciuntur pinguedine, quàm
hominium ipſa,quæ profe& ò ob ſiccitaa tis, dominium,minùshumidi, et oleofia
C ttatis retinere videntur. Propterea apud Plutarchú 3.Sympol -4.habemus, vbi
mul sta cadauera promifcuè erất cóburenda, veterú tempeftate, temper decévirorú
vnú mulier brcímiſceri ſolitú: qualiil lud vnú tantú ſuppeditaret pīguedin is,
vt cętera faciliùs cócremari valuiſsent, Aſtu demonum, mirabiles in hominum.cor
poribus effectus procreari.: ribus Dæmonis aftu cffectus con ců, ſpiciuntur, vt
quando quis euomat am icus, clauos, pilos,oflamagna: vel quòd plumæ in lecto
fint ingeniofifsimè con ferta:multæ enim de iis obferuationes apud Hieronymum
Mengum in Malleo Maleficar. Paul:Grillandum, et Delrium reperiuntur. Quomodo
autem hæc fieri pofsint, talis eft ratio: aut enim ifta funt Diaboli
illufiones,ita quòd ea videátur, quz vera non funt, fiue per a&iua natu
ralia hoc efficiétia, ſiueper acrifiam,fiue per aeriscondenfationem;aut funt
vera; quippe Diabolusinuifibiliter huiuſmodi in hominis ftomacho intulit, et exinde
viſbi. Emin viſibiliter educit,licet ram
magna vide antur; nam &ea diuidere, et integrare poteft faltem
apparenter,eò quòd loca ſiter huiuſmodi corpora, et partes eorú, ad nutum
moueantur, et ad inuicem con glutinéter,Deo non impediente. Summa Sylueftrina
de Malefic. Carduum Benedi& um ab Hemicrania homi. nes preferuare. X India
Carduum Benedi& um pri mùmomniumad Imperatorem Fri dericum honoris gratia
fuiſle miſſum multi hiſtorici autumant, quod miris laudibus, ob peculiares eius
virtutes, planta hæccelebrabatur,&obidà mula tis Carduus Sanctus dicitur.
Hæcenim venena lupcrai, &confert cùm vlceri bus, tùm vulneribus, eft
præfentaneum remediumad peftem, necat vermes, et vtero prcdeft, et in cibo, et potu
viit pata, ab immenfoillo præferuat capitis dolore, quemHemicraniam vocant. Ex
Trago. Infantes preferuari Apoplexia.Epilepfia fumpto prime fyropo de
Cichor.cum Rhabar. vei Corallio, aut ſucco Rute. tibus morbus epilepticus,apud
au * Etores noftros paſsim legitur, ob id af. feetus hic vocanturà nonnullis
iLorbus * puerilis, liue mater puerorum: Vtau iem cùm ab Epileplia, cùm
apoplexia ghi præferuari valeant, multa obſerua tioneexpertum eft,iis,antequam
lacgu ftent, in primo ortu prebendo fyropum in cichorea cum Rhabarbaro drach.
ii.ab $ hacluepræſeruari,vt Nicolaus Florer - tinus fatetur. Arnaldus Villanoua
Co mit rallium laudat:nam fi diligenter triti të y Scrup.Sem, infans hauſerit
cum lacte, antequam aliquid guſtat, nunquam in Epilepſiam incurrere obſeruauit.
Ego quidem Marcello,Hieronymo, &Mare i co Antonio filiolis meis ſuccũ ruiæ
cum modico auro ad ſcrup. ii. cuilibet dedi, antcquam lac guſtarent,
&gratia Deiab Epileplia immunes exiſtunt.Helionora, K. quæ nunc ablactatur,
feremortua nata eft fumptoque et ieiunato paruo cochle airo ſyropi de Cihor.
cum Rhabar.re uixit, epilepfiam nunquam adhuc palla eft. Menſtrualem mulieris
fanguinema Tontta # nimaliaefe venenum. Nter naturæ arcana reponendum eſſe
iudicaui,quodàMetrodoro Sceptio traditur demulierismenftrualifangui ne.Mulieres
fiquidem fimenſtruationis ſpatio nudatæ ſegetes ambiunt, erucas,
vermiculos,fcarabços,ac alia noxia ani malcula decidere faciunt. Tale enim à
natura ijs virus inuentum eft.Non folú autem huiuſmodi animalculis menftru alis
mulierum fanguis nocere creditur, verùm atque grandioribus; quippè cao pes, ex
Plinij teftimonio menftruofan guine guſtato, in rabiemutari vifi funt, quorú
morſus inter difficillimos mora ſus fanatu reputatur. At de re hac fupe
riùsaliàs tractauimus. Thapfiam veficas,do ademata corporifuper poftam
excitare. Magna profectò eft Thapſiæ effi cacia in veficis, et ædematibus ge
nerandis,idcirco à nonnullis in peftife Eris febribus vbi veficantia neceffaria
súc cum felici ſucceſſu vſurpari audio.Cùm autem corporis locum aliquem inflare
quis deſiderat, veloſtentationis, vel cu o riofitatis gracia, ponatur Thapfia
in low i co conftituta:ibi enim breui veſicas, et ædemata excitabit; vt tandem
citra læ fionem id ſuccedat et breui etiam fol jů uantur, cheriacam linire, vel
curninum, i aut acerü fuperponere oportet. Ex Car dano lib.8.devaret. |
Antivfum inmedicinapro conferuanda va letudine mirabilem obtinera proprie
Mlimbi Irabilis efficaciæ aurum in medi Lcina eſt:quippe innumeras illud pro
corporis tuenda fanitate retinet vir.? tutes.Eiusvſusin vino maximèexcellit
capiunturpropterea aurilamellæ, quæ ignitętoties in vino extinguútur,donec
ferueat iſtud,mox colatur, et vſuiſerua tur. Vigum bocpotatum ventriculo imbecillo
fuccurrit, concoctionem ad iuuat,foedum colorem emédat, et prin. cipalia membra
coroborat, et rcſarcia. Proinde obferuatum reperio,cor ab illo roborari prauos
humores calore fuo abi fumi,vitales ſpiritusclarificari, hepatia que plurimum
prodeffe fua virtute ile lius vſum. Multi certiſsimo experimen, to huiufmodi
vinum vitam prolongare cognouerunt,fpiritufque fynceros face re,atque
virestotius corporis renouare Nonnulli leproſis multum conducere Scribunt,ve ex
Mizaldo, et Zacharia à Puteo capitur. Quercetanus Auri falia in aliqua betonicæ,autabfinthij
confer lacommiſta, ac deglutita ſua fpecifica facultate vétriculú corroborare
fcripfit, Aliquot animalia ex nature eorumfimili tudine à veteribusfais Dầsfuiffe
dicat. veterum infania in rum falſa religione: quippe,& i nimalibus cultum
reddidiffe,infinitis ae lijs federibus, et naturalibusrebuscircú. fórtur. Inter
alia, quædago apud eos PO animalia erant, quæ ex naturæ illorum proprietate, et
fimilitudine, vtreor, ali quibus Dijs reperiuntur fuisſe dicata. Hinc Canis
Diana { ace: eft, Aquila lo 1 ui, Tigris Baccho,Pawo luponi,LeoCy
beli,EquusNeptuno,Cygnus Apollini, Anguis Aeſculapio, CoruusPhoebo A finus
Libero,GallusMarti,Colúba Vara neri,No& ua Mineruæ, Lupus Marti, Anſer
Iunoni,Soli Phenix.Ex Fonio. Veri V nicornu proprietas, eiusque cognisio, Erum
Vnicornu, quod in febribus peftiferis propinatur languentibus veilitate
maxima,in fyncopemaximo. Pere prodeffe videtur.Illud auté non ex eo
cognofcitur, quòd bullas excitet, vt plerique hominum ignari perſuaſi ſunt:
hocenim quodlibet cornu etiam facit: fed alia, diuerfaque methodo. Hoc eſt
præcipuum experimentum. Si ſcobem eius củ arſenicogallina,turturi,aut co
lumbædeuorandum dabimus, fi fuper Itesmanſerit, vel vnicornuftatim poft
arſenicum fumptum datum fuerit)verí K 3 et legitimum Vnicornu pronuntiabi mus.
Alii in aurificis fornacem demit. tunt, fiodorem cornu à ſe emittet,ve rumefle
prędicapt.Nonnulli experime toʻreferunt, quòd in vftionepon omni no
comburaturſed, augeatur potius minimeque in vſtione fætorem cornu *habeat, tt
in cornu ceruinioexperirilor elet. Ex Føreſto. Oxo artificio mulierum cinni
crocei euadant. CApillorum cullui mulieresmaximè vacát, illud autem
iisoprabilìus eft, vt Aauitiem acquirant. Referam mo dum, quo votum aflequi
poſsint. Su mito Rhabarbarifabæ magnitudinem, fæniGræci, croci fylueftris,
liquiri tiæ tabacci, corticum aranciorum quan.. titatem adtui libitum, paleæ
triticæ ft. militer, his quernum cinerem addito,, et incoquito, vt
tribusdigitisdefcen dat aqua, inde lauentur capilli: tanta enim fauitie“
redundabunt, vt illos aurcos eſledicas.,. Ex Porta in Phitogn. tipios A4
itib...Adexcitandum in fenibus nauralem caló lorem, eorum; vires deperdit
assenquandika confectio præftantiſsima. "Heſauris profecta comparanda eſt,
Marſilio Fici 4. no, in lib.z.devita producenda, Medicina Magorum appellatur,
quippe ſpiritus, naturalem, vitalem, et animalem fouet, confirmat,&
Toborat; et proptereaſenie bus præſtantiſsima eſt. Conſtat hæcex thurisvnc.ij.
myrrhæ vnc,j. auri in fo lia ducti drach. fem. contundere fimul į tria oportet,
atque aureo quodam mero confundere, et in pilulas ducere. Sumi kä tur
huius-mifturæ portiuncula inaurora ieiuno ſtomacho; in æftarecum aqua: roſacea;
in hyeme verò cum exiguo Quomodo febris in aliquo confeftim induci palent.. VI
febrem in aliquo velad oftentatio.. nem, vel ad remedium, curioſi tatemque
inducereoptabimus,(fiquidem in conuulfionibus, parakyſi, aliisque frigidis affe
et ibus,non parumaliquádo K4 febrew meri potu. 14 Sheh febrem excitare profuit, ) Scarabe cor buti in
oleo decoquantur, illogue arte ria brachialis iniungatur: tanta enim eſt corum
potentia, vt confeftim febris, et accenſiones corporis criantur. Ex Car Nuno.
Amultis animalibus anni tempora precognoſci. Tdcntur profe et ò plerac;
animalia anni temporaprecognoſcere:fiqui dem ex corum inſtinctu, illa homines
commentiuntur. Grues enim autumni
tempore ad loca calida peruolant, hye mis frigora fugientes. Hirundines ver
nali tempeftate ad regiones noftras re meant. Ficedulæ, coturnices. aliaque multa volucria, in anni
temporibus,pa bula commutare,aliaque loca adire con ſpiciuntur. Hæc autem non
Ver, Autu mnum,vel Hyemem dire et è præſentiút, quemadmodum nonnulli falsò ſibi
per fuafi funt; fed verius ex facta alteratio neà calido, vel frigido in eorum
corpo ribus,fiue occulta qualitate,has viciſsi sudines facere cognouerunt. Am ago
Amantis ex leuiſsima quidemoccafione sie furcenfere folent.: Viperditè amant,leui
alioqui mo mento iraici videntur: ratiohuius rei eft, quiainiurias, licet leues,
graues iudicant. Grauefiquidem exiftimatur, vtilleiniuriam in te committat, cui
ma ximeplacere ftudeas. Cæterùm quem admodum fubitò dolet», qui contra fui
habitus propenfionem facere quippiam conátur; ita &amantem facere conſpi
cimas;moxtamen rixarum,& odisper nätde, rurfusque fupplex iugumſubacta
ceruice repofcit.Ex Leona dojachine, IN Plenilunio, Nouilunio Pharmaci ex
bibitionem àMedicis maximè deteftai. Vlra rationc à Medicis in. Pleni junio, et
Nouilunio Pharmacam ehitatur: fiquidem Luna,cùm interme Hriseftzomhiijo caret
lumine,atqueſub radijs lotaribus ia &ta, et proinde ſolica caret
humiditate, quo fit vt corpora ne ftra magis licca maneant, et virtusteten trix
robuftior exiſtat. Idcirco fin No puilunio ipharmacum ægris exhibetur;a K 5 abfquedubio
humores noxiosagitabit, atqueob retentricis facultatis inobedie. entiam parum
euacuabit.InPlenitapig ob Lunç porentiam corpora noftu yali de
calefcunt,humoresque augetur,Hing In pleniluniis no &tesicalidioreselle ex
perimur,cuius caufa, cailorem à centro ad circumferentiam attrahi, verilmile:
eſt's quas propter fihumores, corporis: noftriad ambitum tendunt, procul dus
bio pharmacum improbatur:illudenim à circumferencia ad centrum trahitmg. tumque
natureperuertit, quo facilefut cedit;vt virtus kadetur,&humorumsys
tiacuatio,velmale,veldeprauana.coring gat: Ex loann,de Pitch
19continuatamaſculorum generatione Jep, LR timanm mirabilembakere virtutem.:
TIG apud multos fcriptores repe rifles, feptimun mafculum com tinuatæ
generationis mirabilem habere virtutem interhæc noftra embammata minimehoc
adieciſlem. Volunt enim quando aliquis ſeptem filios maſculos Continuatim et inter
eos fæminam nul, Quod autem in
Hydrargiro mirabile pullam ſuſcipiat, ſeptimum mirabilem virtutem et ftrumas,
et alios plerofque effe et us retinere ſanandi, An autem ve rum fit, ncſcio,cupio
tamen à fapienti bus experiri. Forum Hydrargiri, fuperpofito yclamine, 1: in
molem Mercuriimatari, Yrifices dum valamineralla inau. rare cupiunt, Hydrargiro
pro bo peremoliendo vtuntur; illud autem in igneimpofitumin fætores grauem, et fætidas
exhalationesreſoluitur,pernici--- ofas quidem, niſi abijscautè'euitantur. iudicatur,
eft iftud, ſiſuper illius fumá linteolum extendimus, in quo colligi. poſsit,
vtique in argentum viuum fu moſitas illa icerum conuertitur, et Hya, drargiram
renouatur. Experimur hoc. etiam in carbonum fumofitatibus in traffas fuligines
reuertuntur, licet die uerfimodè ab Hydrargiro,Ex Lemnie. Eæculas Bryonia viera
mundificando mirane babere pirtutem. 5 K Singularis profe et ò fæcularum Bryo.
niæ,tum pro matrice muodificanda, tum ad hiſtoricas ipſius paſsionesſanan das
eſt efficacia:quippe ex multis expe. rimentis comprobatum eft,in huiuſmo di
affiEtibus curadis inter remedia,prin cipatum habere. Referam ipfarum con
ſtructionem, Exprimatur pręło ex Bry onix conciſis radicibus, et contufis fuca
cus.crit primò turbulétus,idcirco in va ſe aliquo afferuādus eft, vefæcalisma.
teria ſubſideat: detineatur in locofrigi doper paucosdies; in hoc enim fpatio
finclinato vaſculo,viturbulenta aguia) Separetur, et proijciatur) fæces albiſsi
mas inſtar amyli in fundo inueniemus quas iterum in pluribusvafculis vitreis,
aut terreis diuiſasin vmbra vt, exiccen tur feruabimus;ita protectòintra paucas
horaşexiccabitur, et formáanjyli acqui rarexpreſlum, quã Bryonize foculá no
minamus.Hac fingipoſſunt pilulex.aut xij. granorum pondere, et cú palico ca
ſtorci, et alfęferidę ſummü; ac precipuú. aratur remediú cótra affcctusnarratos.
Fæculæ huiufmodi etiamfi diffoluütur, inaqua florum faþarú pro fuco ad orna tum
mulierum,paneaſque defendas ef ficacifsimæ funt.Ex Quercerano, Miſaldo,
&Zubariaà Puted. Millefolium ad conſolidande vulnera misam babere
potentiam. Lurimis experimentis comprobatú audioMillefólij virtutem ad vulne
rum coitionem, indielğue nouis obſer: uationibus confirmari.Referam folum quod
ab Hellerioin Chirurg.adnotatur. Cuidam deciſus naſus erat,qua osin car
tilaginem definit: Ruſticus propenden tem partem alteridigitis coniunxit,her
bam tuſam,& èvino nigro tritam,quod Millefolium appellant,impegit, rudius
omnia colligauit, vede celerrimè reſti. tit fanguis profuens, et vulnus pulchra
e cicatrice brcui coijt. Chymicam aztem, reterum tem; eftate floruiſe. Pud
Veteres i maximo prctio ars p !eriſq;illiusftudio vacabátur:inginte s A K7 enim
diuitiarum copias illa methodo homines componebant,quibus ditiores facti cum
Regibus bellum adibant.Pro. pterca DiocletianumCæſarem legitur poftquam
Achillem Aegyptiorum Du cem o et omenſcsin Alexandria obſeſsú: profligaflet,
omneschymicæ artis libros, diligenti ſtudio conquiſitos, deflagral. fe:
pereparatis opibus, Romanisfacilè. repugnarent. Ex Suidt, oOrolio. Quoartificio
corpus glabrum reddi: poßit L Itet varüs modis corpus depilatum; &glabrum
reddipoſsit,nulla tamen via præftantior eft,Varronis teftimo nio, quàm loca
lauare aqua; vbi Bufo nes decocti fint,donecad tertiam redcat: - quippè- fi
tali decocto corpus Jauetur, proculdubio glabrum,&fine pilis had bebitur..
Natiuitatis hominum tempora à multis: obferuari On leuis profectò eſt.multorem:
ſcriptorum obſeruatio in homia. EN lp mum natiuitatis tempore: à multis enim occafiopibus
temperamenta corú. variant, &plerique àrnaturæ terminis,
roaximédiftrahantur. Porròquiinipfor terremotus i momento nafcuntur femper
patent in tonitru ſemper lan guidifumo qardenet Cometa coex ar... dendi
complexjoneargentesfuntainter's Lühiikempordebiles cuadunt, vel fals, temi
Ariſtotelis teftimonio ) melan-; eholici, et atrabile laborantes. Hydárrgýrum
non effe vendnum in paura: fumptums quam itme', fed adver: mes nes andas
exiftere remedium ydrargyrum, vel fimauisargenti vionm, quodà multis venenum
exiftimatur, feliciſsimo fucceflu contra vermes exbibeturjzáptægue certitudi-.
nis illud in Hiſpania reputatur, vtmu lienes, tenellis pueris, quila ĉçis
vomi.. ty laborant, ad quantitatern granorum
trium in propria fubftantia propinare audgár:bacn, via morbuscellare videtur:
frequen A Hedmare frequentatisexperimentis. Ego quidem viduam mulierem curani,
quæ nouem dierum fpatio vomitibus continuis ex vermibuslaborauerat, et ferè
triduono comederatznec cibum retinere valuerat. Haiccùm fcrup.ij. bydrargyri
mortifica tii, cum tantillo adoniipropinaffem abfque vlla moleſtia peraluum
centum, et pluresemifitvermes, &eademdie lis berata eft, et folita exercuit
domi, et foris negotia,magna profe et ò parentum ſemper eventu, domique
continuò a quamhabeo, in quaHydrargyrum, in. furum retineo, illaa que puerulis
pro vermibus libentiſsimèconcedo, nec ad hucquempiam ex illo noxiam recepifle
expertus ſum. Vfuseft hoc remedioad vermesmecandos,MatthiolusHoratius,
Augenius, et plerique alii celebres viri, qui omnes huiusauxilii maximè extol.
lunt beneficium. Datur pueris in lub: ftantia Scrup. ji grandioribus Scrup.ij.
vel drach.j. Corrigitur illud, et nrore ficatur in mortario vitreo cum zuccaro
rubeo: ibi enim tam diù conteritur, vt in partes inuiſibiles diffoluatur; ne au
tem in priſtinam formam iterum redeat, * olei amigdal,dulc.gurtulas binas adde
re oportet, et cum zuccaro rof. violato, vel cidoniato ieiuno ftomacho languen
mtibus propinatur.Sciant igitur curioſiin hac dofi nullum præbere periculum,in
# maiori tamen non dedi,neque concede tem:licet apud Aufonium Epigram.10. o
legatur hydrargyrum contra medicinas venenofas valere. * Datura flores, com ſemper,
hominem in ri(was; concitane. M ! Tra eſt Daturæ potentia in faſcinan.. dis, vt
ita dicam, hominum men tibus, adeò quòd, qui illiusflores, vel Temen ſumpſerit,
à riſu, cachinnisque non defiftat,donec més alienata ex plan tæ viribus in
priſtinem redeat tempera mentum, Apud Indos à furibus Datura vfurpatur;fores
enim, vel femen in ci bos eorum, quosdepredari volunt, exhi. bent, et in mentis
alienationé, et in riſum 2. conci. MA it
concitant: ita profecto furádi parantin duftriam.Durat illorum riſus, et mentis
error, viginti quatuor horarumtermipc.. Ex Gozdab Horto. Lupesſenio confectos
in renibus venenoſosgeo net areſerpentes. Agnum profectò in præſentiarü arcanum
aperio, multis hucuſ. que incognitum de luporum natura. Il lud eft,cur à Lupis
animalia commorfa modòfanentur, modòautemmoriantur.. Anquòdluporum aliqui
venenoſi, ali qui verò ſine veneno exiftant?Equidem CarolusStephanus lib7 Jus
Agricult.cap.i. ſe obſerualle fatetur, ib Luporum fenum renibus,primò ferpentes
vno pede.Jona giores, et breuiores, qui temporisſpa tio venenauſsimi
effecti,Lupum enecás. Hac via facilius nobis tribuiturconie &tura deLuporum
morfibus.Si enimle piiuuenes fuerint, animahaa, momor derint, ex benigniori
eorum natura, mortem baud inferunt,vtmultoties ob feruamus, niſifortè.vulnera
in principi buscorporis fuerint locis, vel tá grádia, vimori neceflc fit.Sin
auté ſenio fuerint confe et i,proculdubio leuiſsimo morſu animalianecabút, propter
peculiare ve nenum inLupo delitefcens,quod víu ve nit,vtpieraq; præmorla
animalium, vel moriantur, velmembrum morſum pu treſcat, vtfaltem difficillimè
curetur. Ex. Gaſp Benkino. Qualiartificio ab vxoribus homines mafcu losfilios
fufcipere pale ant. Vita à Scriptoribus ad marium M reperimus:hæcautem præcipua,
et ve riora effe exiftimaui.Primovthomo ex exceatur,folidiorig;vtatur cibo,atq;
ra rius cócubat: ita n. et calidius et fpiflius fe. méeuadit,fita; prolificum,
et aptiſsimum ad marium conceptum. Secundo mater, et incongreffu fuper
latusdextrum recubat et à coitu confeftim fuper illud conqui elcat: Siquidem
Hippocratesmaſculosin dextris,fæminas verò in finiſtris genera-. ri ſcripſit.In
dextris enim ab Hepate fo. uetur ſemen,quod eſt calidum: in ſini. ftris autem à
liene frigido quoquo pa.; do refrigeratur, et ad fæminarunt 3
conceptum'præparatur.Tertiò ſpiranti tibus Aquilonibus concubant, Auſtris vero
defiftát:Aquilo enim admares fuf. cipiendos accommodatiſsimum eft,Au fter verò
ad fæmellas. Capimus huius rei ab ouibus experimentum, quæ fiflá. te Aquilone
concipiunt, marem ferunt; Auſtro autem foeminam. Multi, inter quos Cardanus
eft,ad marium concep tum Mercurialis maſculæ elum extol lunt,hæc duos quafi
coleos pro feminie bus habet, et ab vtroq; coniuge depaſta, marem inducere
occulte vi exiftimatur. Magnumele in hac inferiora Lune con fluxum. Trabilis
profectò eft Lunæ vis in hæc inferiora: ipfa enim noctes illuminat, et fuper
humida poteſtatem haber,marisfluxus, et refluxus per quae draturasfuas
intētiùs, et remifliùs facit; quippèdum oritur,maria intumeſcunt, et in
æftuariafluunt, quoufque ad circu. lum meridianum illa perueniat; cùm autem ad
occafum inclinat, Oceanus ab æftuarijsrefluit ingurgites; quando ſub M Orizonte,
percurrit,mare ad confueca æftuaria conuertitur, quoad nocte me dia meridiei
circulum Luna atringat; poſtremdcùm ad Orienté tendit,Ocea Rusquoque ad folitos
alueos regurgitat. Ipſa in Agricultura rebus dicitur do, mina;propterea antiqui
gentiles, qui in terræcultura proficere optabant, Lund libamina ſpecialiter
obtuliſſe dicuntur; y ocabatur Diana, ſiue Latonia virgo, aut Plutonia coniux
velProſerpin. Leonardi asri deOdtimeftri pariu ſenten tiamdebilem effe.
Peculatur Vairus in lib. 2.de Faſcino, Cur partus odimeſtris vitalis mini mè
lit,innuit hic, vir alioquin doctus, talem partum non viuere, ob femen im
perfectum:quia non datur ſemen (vtar guit )quod ad illud tempus fætu procre.
are valeat: ſicutin genere triticiquod dam eft,quod tribus menſibusgignitur;
quoddam verò, quod nouem menſibus: fed debile eft huius fundamentum, quá do in
Hifpania, et Aegypto o et imeltres partusões vitales efle perhibcãt:Potior ergo
concluſionis ratio requiritur,quam nos alibi tábgemus. somniarumprofagizà Deo
diuinare, aliqus bus bominibus concedi. On
omnibusfomniorum diuina N doconcellavidetur,fed quibusà Deo ex ſpeciali gratia
permittitur. Qui anim fomnia proprio ingenio diuirare intendunt (dempta
fomniorum intere pretatione, quæ et caulis naturalibus in naſcitur, quorum
præfagium ad media cos pertinet) aut cæcutiunt, et delirant; aut dæmonum
fallacijs inuoluuntur. Iofeph apud Pharaonem, et Daniela pud Regem Chaldæorum (vt
infacris habemus) quia diuina afflati erant ſapi entia, fomnia
diuinabant.Propterea mi niftris fuis Pharaonem audita fui fom.
nijinterpretatione,dixifle legitur: Num inueirepoterimustalem virum, quifpiriru
Deiplenusfit? et Rex Babylonis ad Da. nielem:Audiui de te,queviäm fpiritum De
orum habeas, ce ſcientia,inselligentiaq, as Sapientia amplioresinuentafunsin
tq.ExTa úello. Inter Polypodium, et Cancrosmagxam in. eſſe antipathiam. Axima
videtur inter polybodie M, i quòd fi polypodiumſuper cancirú abie ceris viuum,
breuiſpatio tum pedum cortices,cum vngues ille eijcier:tanca eft i iſtius
plantæ in illum particularis viru 3 lentia,& efficacia.Ex Mashioto, Ć
Dengan Ibidis, ferpentesattonitos reddere. Irabilis eſt ibidis pennarumvis M
contra ſerpentes, quippe fi illius penna ad illorum quempiam inijcitur,
Confeſtim in veſtigiogreffus hæret: ad mirabiliustamé eft, quòd ſerpens quer
pis frondibuscontacta moriatur, quare circulatores aftantibus mirabilia fæpè
protrahere à racione inconucniens elle a non debet:multa enim iis funt, quæ ad
i mirandaiudicantur:quemadmodum eft Viperam viſo Fago perterri:experimé. "
to enim probatum eſt, illiusramo ante hocanimal iniecto, veluti attonitú fie
si, nec ampliusmoueri Hoc etiá cuenic Gha. ti ſi barundine feuilsime percutitur:
fin verò iterum eadem vipera incutitur confirmari videtur, et fugam repentè
adire. Mulieres rard inebriari, acbrd autem ſenes, Ontrariam naturam ſenile
corpus, Contd et muliebre fortita funt:ob id mulie. res rarò ab ebrietate
corripi afpicimus, crebò tamen'ſencs. Mulier quidem hu mida eft, vtà cutis
cenitate,& fplendo re.comperimus, fenex contra ſiccus, cucis
afperitas&ſqualor confirmat. M11, lier ex aſsiduis purgationibus fuperfluú
exonerat; ſenex autem ex corporis duri. tie,luperfluanonexcernit.Mulieriscor.
pus, quia variis purgationibus crat de putatum, pluribus foraminibus fuit có
fertum; non ſic ſenis corpus,propterea naturales meatus à corporis ſiccitate,
et duricie potiùs obſerantur. Hæc funt în caula, vt ebrii fenes facilè fiant,
muº lieres verò perquàm rard. Nam fià mu. liere largè vinumfuerit hauſtum,
illud magnam mulieris humiditatem incidens,vtiq;vimluam perdit; dilutiulý; fit,
et cerebriſedem non petit: nam per. varia foramina mulieris illius vapor re
Currit, et celeriter eius fortitudo euanel cit.In ſenibus vinum contrarietatem
no recipit: quia corpusillorum ficcum eſt; ob id vinum firmiter adhæret,
cerebría que petit, quia in durioribus membris; et aridis(vt ita dică )
exhalatio nulla fit: hincab ebrietate facilècapiücur. Ex MA crobio 7.Saturn.
Qua induſtria in vrgenti fomno, quis vac leat excitari. Agnus Alexander,vt
ingerendo imperio, occupatior eſſet,magnú contra ſomnum excogitauit remedium,
quoſi quis vtetur,facilèin ſomni graui tate excitari valebit. Ille Vas æneu pro
pè lectum conſtituebat, et pilamæneam fiue argenteam manu compreſſam ha
bebat,brachiumque ſuper vas illud ap tè componebat,vt pila in ſomno elapſa in
æneum procideret, et à fonitu excita retur, et furgeret.Mira equidé fuit hu. ias
ingenij dexteritas, licet hæc Alexandri dormitatio potius quàm fomnus dici
poſsit.Ex Ammiano Marcellino. Quibusfignü corpora venenata cognoſci yaleant. L
Icet venenorum genera multa fint, ex quo difficile fit omnia figna repe
rire,quibus cognofci valeant,afferam ta men qua mcthodo corpora, quæ venenü
fumpferint,intelligere poſsimus. Porrò magna fit in corpore commotio, dum quis
venenum hauferit;præcipuè fiillud calidæ fuerit naturę:doloribus enim va lidis,atqueacutis
in ſtomacho, et inte kinis torbonibus languens cruciabitur, præcordiorum
fentiet anguſtiam, fati gabitur vomitu,& fuxu ventris, ſudor fuſcirabitur
in fronte cum vultu frigi do: colorægri erit pallidus, pulſus de bilis,
inzqualis, et inordinatus,fynco pi, &animi deliquiis affligetur. Hæchi
omania, vel in maiori parte fuccedunt, o porter celerrimèinggris.vomitum pro
uocare, vt aflumptum vencnum eiicia ur. Ex pal.Vilan. Luem Gallicam non modò
homines,fed canes etiam inuidere. Tanta eft morbi Gallici quandoque immanitas,
vt non modò ex vno lan guente,vel reſpiratione,tactu, autcom merci oplures
homines ea lue polluan tur; verùm atque canes, ſi vicera, vel vnguenta infirini
lingere potuerint.Ex I perientia hoc edocuit; viſus eft enim et quidam canis
Gallica lue captus, quihe I riſui emplaſtra linxerat. Ex obformatore if Iulii
Scaligeri. 6. Poet. Quotermi nocorporis hominispulchritudo conftitui debeat.
Arii equidem funt Scriptores in conſtituendo termino longitudi nis, et latitudiniscorporis
pulchri:ihter quos, ſententia loannis Goropii, in fua Gigantomachia, magis
acceptanda vide tur à fapientibus:colligit exHomeride Creto longitudinem
hominis pulchri de bere eſſe quatuor cubitorum, latitudi nem verò vnius cubiti.
Cymrinum bominibus palliditatem corporis inducere. More Multa profectd ſunt,
quæ vultus colorem hominum deflorare ob ſeruantur: fiquidem panis hordeacęi v
fus facit homines pallidos.Ex Ariftot. A quælutulentæ potus, vſus ſalitorum, et
immoderata Venus valde colorem de. turbant: inter ea tamen, quæ ex proprie.
tate decolerare putantur, Cyminivſus, &olfactus eſt. Duo enim de hoc exem
pla habentur apud Plin.lib.20.C.24.V. num fe &tatorum Portij latronis, qui,
ve illius imitarenturpallorem,cymino fre quenter vtebátur:alterum eſt Iulij
Vine dicis,qui, vt Neronen falleret,palloré Sibicymino conciliabat. Ex
Mercurialide Decorat. Regem Archelaum maximè Aſtronomie fi iffe imperitum. T
minibusneceffariaiudicatur,vt malè ciuitates, refpublicas;hominumo; cætus fine
illorumobſeruatione ij con leruare valeant.Vtique horum ope té pora,annos,
menſes, et horas metimur, &ſine his in, varia labyrintha inuolui mus mur.Hoc
apertè ille imperitus Aſtrono miæ Rex Archelaus oftendit,qui (vt vi ri ſummæ
fidei fcriptú reliquerunt) ob Solis Eclipfim,cuius caulam ignorabat, *
tantotimore correptus eft,vt regiam is clauferit,filium totonderit, iudicia è
fo ro fuftulerit, et iuriſdi& ionem penitts en intermiſerit: vltimum enim
orbis diem. eſſe arbitrabatur.Ex Magino. Mira grecilitatis quofdam bomines
fuilfe repertos. X Aeliano,& Athençoquofdam ho mines extremæ gracilitatis
fuiſſe * colligimus:legitur enim quendá Arche ftratum vatem fuiſſe, qui captus
ab ho ftibus tantæ gracilitatis repertus eſt, vt cùmlanci apponeretur, pondus
vnius obolihabuiſſet,quod incredibile,& ferè ridiculum exiftimatur.Philetas
Couse. tiaminuentuseft, quem ex gracilitate E vſque adeò inualidum fuiffe
fcribunt, vt ne à vento deijceretur, pondera ferrea pedibus, et foleis geftare
coge { retur, Anguit. Emine Anguillas cumAquilone mirambabere fyme putbiam.
Trabilis profe et ò conſenſus eſt, quem Anguillæ cum Aquiloni.. bus habent:
ipfis enim ſpirantibus fex. dies fine cibo, et aqua has viuere fertur; cum
Auftrisautem diſſentiunt, quippe his flátibus diu ſine cibo, et aqua illæ vi..
uere non poflunt. Ex Bodino in Theat. Aſparagorum vſum corporis facere pitorem.
Nter ea,quæ nitorem; &pulchritudia nem tur, Aſparagorum vfusconnumeratur,
cuius efficacia à multis in corpore colo.. rando ferè mirabilis iudicatur.
Aſpara.. gi fætentem reddunt arinam, et perilla pratos corporis
expurganthumores:eb: id mirum non eft,fi,ijs euacuatis,corpus reliquum non modò
odoratum redda tur, ſed etiam nitidum, et coloratum: quippeex humorum prauorum
conge. rie, et palliditas, et defloreſcentia nobis jonaſcitur, quibus
ceflantibus, ceſat de. formitas, et colornitidus exoritur. Ex Auicenna. Picem
cum oleo; maximam babere colli gantiam. E X congeneri ferènatura Picem, Rea
ſinam, et hujuſmodi, magnam cum oleo affinitatem retinereobferuamus:fi manus
enim pice, vel refina fædantur vtique eas oleum extergit,idque ob col":
Tigantiam oritur. Oleum furfur tollit, furfur aqua eluit; aquam demumlintco:
ficcamus.Ex Cardino Mularumgenuse propriapecieminime propag ari: MVlasequidem,&
monftraconfimis lia,nec parere,nechium genus prou pagare obferuamus:id fieri
aiuntmulti;. ab improportionato generandi tempe ramento: veriùs tamen cum
Bodino in Theau.Natur: hot contingere exiftimo, une fpecierú fit infinitas:
natura enim in finitatem abhorret. Ariſtoteles in Syria fupra Phænicesmulas
parere ſcriplīt; et Theophraſtus in Cappadocia illas genus 3, propagare
voluit:tamen hoc veriſimile haud eſt. Propterea magis credendum reor, in illis
locis Aſinarum quoddams: genus oriri mulabus conſimile, potiùs, quàm mulas,
quarum partus à noftris. prodigiofus, et funeftus effe dicitur, vt Iulius
Obſeq.inlib de prodig: adnotauit. Leones, Sole in Leone'peragrante,a'febribus,
moleftari: Irabileeſt, quod in Leonumfpecie contingit,dum Sol Leonis cælefte
fignum ingreditur:ijenim à febre tertia.. na in toto fyderis fpatio
excruciantur:a deà quòd fateri oportet, talium genus cum hoc fydere antipathiam
habere et tertianam recipere'; proinde Leoninaà multis hæcfeprisapperiatur,bene
iudi. cantibus, Leonemeſſe peculiarem. Leo. nes hoc temporetertio quoque die
paſo cuntur,neciemel etiam accidit, vt bidu um,veltriduum inediam ſufferāt,
Ster custunc ficciſsimum, et vrinam fatente excernunt,vt Ariſtotelesadnotatum
re liquit.Aiuntmulti, hocà natura forſitan eſſe factum,vt ferociſsimæ beſtiæ
quo quo pacto cohiberetur impetus, et à fre quentiori rapina coerceretur. Quo
artificio in fenibus barbas, albofque cam pillosdenigrare pale amus. Eferam
notabilem miſturam qua, ' R Jeant.Sumito lixiuij communis quantú volueris,
decoque in eo faluiæ, et lauri folia cum corticibusiuglandium viri. dium; mox
laua, aut ablue madefa &ta fpongia:ita enimnigredinem compara bis, quæ diu
durabit, &lætaberis effectu. Ex Porta: Mergum,& Anferem aquaticum in
Hydrsa phobiam plurimum valere Ntercuncta animalia adnotauit Arie ftoteles
Anſerem aquaticum folùm non rabire, ob id à multis huius efum in Hydrophobia
maximè celebrarur: mirifico autem experimento contra ram. bidi canis morlus
valere dicitur Mergus qui in aquis et maridegit, quippe ab Ace. tio,eius eſu
Hydrophobosillicoaquam efflagitare narratur. Lacertasmira magnitudinisapud
Indos iz... Meniria NInfula Sancti Thomę, quçdam La IN Ls certæ ſpécies miræ
reperitur magnitu dinis,quæ admodum illius gentibus fa miliaris, eft.In Ioſula
etiam Capraria,, quæ vna èFortunatis eft, ingentis ma gnitudinis hæc animalia
cerpūrur;habis tatores autépro ijs interficiendis, bom. bardis,fiue
ſolopetis,alijfque bellicis in. ftrumentis vtuntur. Ex Amate Luſsin Dia. ofcer.
In educandis iuuenibus, miran fulle aibe: niexfium induftriam. Moser Oserat
Athenientum in iuvenum educatione, vtij cothurnicibus, fio uc qualeis, aut
gallis pugnantibus ftudi. an impendcrent:Solent enim hiermo. di
volucres,vfquead extremam virium defeâionem certare. Qulo exemplo ad
ſubeundapericula; et vulnera contem merida, ifamınabant iuuencs increpan tès au:bus
minus ingenioſos effe homi. nes, non debere.Exsotino apud Lucianum Serpentum
eumapudl kudosfrequentari.. NCuba Inſula penes Indos,ferpentes loua totius
corporis ipecie, ac forma prediti inueniuntur,quippe ſelquipedis IM I plerumque
longitudine exiftunt,& ex terra, et aqua viuunt:Quod autem apud illas
rationes mirabilius videtur inlay tioribusmenfis, horum animalium e fum,tanquam
ibum ſapidiſsimum free quentari.Fx Petro Bembo. Quomifico,Po ticaput; inmiram
intumeſcentiam redderevaleamus. NterAgriculturæ arcana, non infimi momenti
methodus eſt, quaporri cam put in tumorem magnum reddere poro Gimus.Aperiam
abftrufum artificium:Si enim porri caput,arundine, vel ligneo ſtylo
pupugeris,atq; raporum,vel cucu- merum fomen vti foramine occultaueris
proculdubio propria capeo in tan tamtumorem deuenire, vtid prodigio- fum
iudicetur, Ex Mizaldo. Iwer Fraxinum, &Serpentes miram adeffe Antipathiami
Raxini fuccus ad ferpentum morfuss mirabili fuccelu à medicis vſurpa nec fine
ratione: hanc enim plans tam Serpentes, ex occulta antipathia ji miro odio
infequuntur: fiquidem illius L6 yobras OX tur, vmbras tùm matutinas,tùm
veſpertinas euitant,& lógiusaufugiunt. Retulit Pli nius lib. 16.cap. 13.ex
fraxino experi. mentum quòd figyrum frondibus fra xini,& igne apparatur, in
cuius medio ſerpens lit proiectus,procul dubio ferá in ignempotius, quàm in
fraxinu aufu gere:tantusefthorum diffenfus, &co. culta ſerpentum
inimicitia., Virginitatem in mulieribus, qua viaexperizi: paleamus. L Apathiū
maius in aperienda mulica rum virginitate aftantibus magnam retinet efficaciam:
ſi enim ex huius folijs faraturfuffumigium,fiue hęc fuper ig. nitos carbones
inijciuntur,vteffument, vbi mulierum fit corona, cum odor ad pudenda mulieris
perueniet, illius bon. nitatem,vel malitiam oftendet: quippe fi viro copulata
fuerit,abfque dubio v rinabit, fim verò fuerit virgo,vrina po tiùs
conftringitur, quam emictatur.Ide etiam faccre autumant,lignum Agallo chum,
fiue Xiloaloem, vel femen portu-, acæ fi fuper carbonesiniecta,adeò effument,
vt ad pudenda mulieris odor va leat penetrare: mouetur enim in deflo ratis
vrina quantò citiùs, fecùs verò in virginibus.Ex.Perta. Quomodo ex duabus aquis
claris, lac effings re illud valeamus.quod Virginale Pocatur. Ac illud,quodà
pleriſque ob colo Cris ſimilitudinem,liue ex nouo ori gine, Virginale
appellatur, ex duabus, aquis artificiosè corifedis exoritur ad multa equidem
corporis mala yti. Lifsimum.. Eius modus talis eft. Su mito lithargyrij in
puluerem redacti Vnc.ija acetialbivnc.si.commiſta infi-, mul per filtram lineum
deſtillato, et a quam clară habebis.Vtautem alteram componas, fumito Salis
gemmæ Vnc.), Aquæ cómunis, fiuepluuialis claræ Vnc. Mimiketo fimul, et fic
bimas habebisa quas magni valoris. Cùm verò vel ad oftentationem, vel
curioſitaré fiue ne. celsitatem lac Virginale conficere opta bis,aquas vtrafque
coniungesfimul mil cendogita profectò confeftim laquor la L7 Ereus M deus ſuſcitabitur, qui Virgineusvoca.
tur.Verrucæ in manibus fi hoc lacte per dies aliquot beneconfricantur, euanef
cunt. Impetigines,omneſq; faciei macu. læ,rubores, et ex foleardores, hoclini.
mento facillimè curantur. Caftrates lienem,velonorum vitellós durios? res
deglutire non poffe. Irabilc elt i: lud,quod in caftratis, circa cibum
obferuatur: hi enim nec lienem,nec duriores ouorum vitels losdeglutirepoffunt,
vt frequentiſsima apud multosinoleuirexperientia.Retulit Bodinus in
ſuoTbea.tales priùs fame fe necari pati, quàin lienem vorare por fe.Huius
reialia non creditur effe ratio, quã xſophagiiſtorú ex nimia adipecoão |
guftatio, et cóftri& io; cũ auté lienis fub-. Itātia spõgiofa &flatuoſa
fit,atq; in mã. ducationemagis infletur;facile fit, vtiji i ex ælophagi
anguftia talem cibum deo to glutire nequeant. Eadem ratio eftino uerum
vitellisdurioribus', qui ex ſuba Itantia glutinoſa,per anguftum non facie la
tranſeunt. Spatium humanæ vita, centum annorum fom cundum degyptios
compenſariin. teruallo. in. * " Vriofa magis, quàm veritari confo näns
mihi videtur Aegyptiorum aliquotopinio,dehominum vitęmenfu, ra:quippe illorú
multi, qui medcata cadauera feruart conſueuerant, ex quada conic et ura à
cordis humani ponderede fumpta in eam deuenerefententiam, ho. minisviram centum
annorum fpatio de Gniri.Sumebant experimentum in cora poribus, quæ fine
labemoriebantur; ho rumenim anniculi duarum drachmarú. pondtrisgcorretinere
videbantur, bini quatuor;& fic in iingulis annis, quo in anno quinquagelimo
bomines centum. drachmiscor in pondere retinere affiras mabant:à quinquagefimo
binas: dracha mas fingulisannis decreſcere, atque à cordis pondere detrahi,
minuijè dicea. bant, &fic in anno centefimo ad primum, fui ponderis:
fecundum iftorum conie... awan,corredibat.Ex Teicntio / arrone. Claro Pblibotomiam ex vena ſaluatella,
pleneticis: plurimumprodeffe. "VrabatGalenus ſpleneticum qué dam;&
cumdiù (vtipfe narrat)de illius cura eſſet ſollicitus,atque diligen. ter
remedia quæreret quadam nođeſó niauit,fe in infirmo de vena faluatella, quæ eft
interminimú,& annularem ma nus digitos ſäguinétrahere; quod fecit, et fanatus
illeeſt. Hoc diuinæ bonitati tribuendúexiſtimo, quæ multoties, ho mines per
bonosfpiritus dirigit, vt ca perficiant, quæ in corpornm valetudine
concernuntur.Ex Bartbol.Sibylla. Gymnoſophiftas apud indosmire,viſus, &in
genij dexteritatis inueniri. MIIrabile profectò illud eft; quod de
-Gymnoſophiſtis quibusdam apud Indos narratur. Hienim ab exortu, vf quead Solis
occaſū; oculis contentiscan. didiſsimi fyderis orbē intuentur,inglo bo igneo
rimantes fecreta quædam,a renilgue feruentibus perpetem diem al ternis
pedibusinfiftunt.Ex Solino. Quibus auxilysforumarum materia,per pri nis
paleasensachari. Bseruatum eft huiufmodi præfi O sibus euaneſcere.Adhibentur
primò in firmis aliquot clyfteria, ex fucco bryo niæ, et mercurialis,oleo, et fale
concin nata, quibus patiens tum gelu, tum ma. terias.viſcidas copiosè purgari
videbi. tur:mox cum oleo amygdalaru dulciū, vel mali aurantij coleis, manè
dilucu.. lo, cantharidum præparatarum grana quinque,velſex iuxta corporis
naturama. capiet.Cantharides autem per horas 24.. in aceto
infundantur,deindeexiccentur, &in puluerem reddantur.Hic enim ea.
rumpræparationis modus eſt. Huiul modiauxilijsftrumarummaterias, vri pas
euacuari compertum eft., Obferua uit hocDo et orPhyficusJoannes Domi. nicus
Donnus,cuitis familiaritas,animi queindoleseſt mihiſemper gratiſsima, mihique
tale remedium communicauit; robuſtis tamen corporibus folú adhibe ducéleo: ex
illius enim experiméto do lors BARCE- 1 II! lores ad inftar parturientis circa
pe &tine tale præſidium commouereaudiui. Alijs etiam modis, et auxilijs
(trupęcurătur, quippe fioleo,in quo rana terreſtris,tal pa vellacerto, (vulgò
dicitur racano )fi ue lacerta magna vocata ebullierit, diú ftrumæ,purgato
corpore, liniantur,abf que dubioexiccátur, et euaneſcunt.Het animalia viua
prius in oleo fuffocantur, cùm ad carnium ab oſsibus ſeparationé ebulliunt, et oleum
mirabile ad ftrumas componitur. Nonpulliad earum extir. pationem caufticis
vtunturmedicamen tis, quorú potentia caro aperitur, et ftru
mæetiacuantur.Componuntur hęc talia ex arſenici fublimati drach.j. lithargyrij
aur. et aluminis roccean.drach.ij.fabari vftulatur:numero quinq; hæc in pulue.
rem reda et a cum frumenti farina,aceto que acerrimo mifcentur, et fit malfa, è
qua orbiculi, vel plancentulæ formantur et exiccantur in Sole, vel furno,admoué
tur fuper ſtrumas, &fpatio horarum24. opus perficiunt, Alexandri Magni
magnanimitas in pofteros: ftudiofas. MVlta ratione Alexander Macedo
Magnusdi& us eft',cùm eius excel lentia non modò in litteris apparuerit..
Ille quidem, vt Ariftoteles de animali bus hiftoriasfcriberet,multa
liberalitate in pofterum vtilitatem, octingenti auri talenta, cum tribus
hominum millibus dedit, vt fyluas,aularia, et viuaria, omnis. generis
diſquirerét, et opusab ipio per.. ficeretur.Illi autem per Europain,Afriw. -
Cam, et Afiam peragrantes,multa anima: tium gencra ad Ariſtotelem attulerunt,
quarum difle et ionibus, de vniuerfa fen? rè horum natura accuratiſsimè
Philofon phus fcribere potuit.Ex loanne Bodeno. I WA Mulieres quafdam in
oculis, equi effigiem, pel: geminaspupilas babere compertum eft. NO On rarò
quædam mulicres magæ reperiuntur, quæ vt plurimum a-. niculæ funt, hominibus,
animalibusý; vilu,nocentės. Solent hæ in fingulia, acut oculis, velgeminam
habere pupillam, (vt HieronymusMengus de Arte Exe orciſt. adnotauit ) vel equi
effigiem, quemadmodùm nonnullas Pontumin colentes habuiſſe legitur. Referuntex
iftarum oculis quofdam emittiradios, qui non ſecus iacula et ſagitrę pro homi
num cordibus faſcinandis exiftunt, ità profe et ò totü pernicioſa quadam qua
litate corpus inficiūt,breuique velnullo temporis conſumpto interuallo,homie
nes,bruta,ſegetes,arbores polluunt, et ad interitum tæpè deducunt. sanguinem
caninum HydrophobosCupareba PotumAutumant Galenus N Serapio,& pleriq;fapiêtes,fangui
nis canini potu, canisrabidimorſum ca. rari teftantur: quæautem fit ratio,apud
hos non legitur. Referam tamen, quæ àMarſilio Ficino in lib. z. de Vit.produc.
adducitur. Ego opinor (inquit) ſali ziam canis rabidi venenoſam, impreſ fam
hominis pedilæſo,per venas paula tim ad corafcendere more veneni, nifi quid in
tereadiſtrahat.Si igitur interim canis alterius fanguinem ille biberit,fan guis
illecrudus ad multashoras natat in ftomacho, eum denique velutperegrie - num
deie et uro per alium. Interea cani. pus languis ifte,faliuam caniná fuperio ra
membra prenſantem, priufquam ad præcordia veniat, deriuat ad ftomachű: ná
&in canino ſanguine virtus eft ad faa liuamcanis attrahendam, et in
ſaliuavia ciſsim viftus ad fimilem fanguinem proſequendum. Venenum igitur à cor
defemotum, fanguiniqueimbibitum, in aluo natanti, vnà cum ſanguine per
inferiora deducitur, hominemque ita relinquit incolumen. Corallinam, ad
puerorum vermes necandos maximè laudari. COMOrallinæ, quam plerique muſcum
marinum appellant, in puerorum ť vermibusnccandis,miraeft virtus, et cf.
ficacia.Hanccirculatores in plateis vene dere folent,talegue remedium ad lum
bricorum internecionem, fummis lau. dibus extollunt. Profectò à veritate in hoc
negotio haud abſuot:hoc enim cão teris medicamentis, in rehacaccommo
datis,excellétius eft:experimento fiqui. dem comprobatum eft non modòlum.
bricos interficeretale præfidium; verùm atque eadem die, cùin aſtantium admi
ratione, oxpellere, vtiure dixit Mat thiolus, quòd quandoque viſus fit puer,
quiex aſſumpra huiuspulueris drachma, a centum vermes excreuerit. Qua induſtria,
labioram,meruum, capia tamgmamilarum citifsimèfifuras fanate vale anus. Periam
ele &tiſsimum præfidium, A tumque mamillarum fiffuris feliciſsimo fucceflu
fere millies vfus fum. Sumiro lithargyrii argent, myrrhæ, zinziberis an,vncj.redigantur
omnia in puluerem fubtilif. et ex cera recenti, melle,& oleo oliuarum ad
fuffic. fiat vnguentú. Vfus talis eft: primò liniantur fifluræ ex hu mana
ſaliua, mox defuper in tela exten fum applicetur vnguentum,ita cquidem paucis
diebus fanantur, Rhabarbarum cidoniatan, y terogerensabs que periculoalue
exonerare. IN graudis mulier bus, cùm grandi inorbo affliguntur, magna cautela
ſo lent medici medicamenta cuacuantiae ligere: vel enimhaud porrigunt,ne con
Ceptum diſperdant, et matrem occidant; velmitiſsima, et benigniſsima excogi
tant, et propinant. Multi Rhabarbarum ob eius caliditatem, et amarulentiă recu
fát: ſed perperá quidé, quádo illud cido nio Correptú, inter ele& ifsima
&benig piſsima connumerari debeat, Rcferam i qua induftria à Ludouico
Mercato,viro celeberrimo,prçparetur.Sumanturcoto nea, ab interraneis repurgata,
tes diuifa, (ſed fuperftite pellicula, quæ valde eft odorata) in aquadonec
tabuc rint ebulliant: mox per linteum colata, et exprefla, optimolaccaro
coquantur, et dumid fit,adiicies ad lib.j. huius con diturz,vnc.j.Rhabarbari.
Doſis cuius fit vnc.j.vel Aliud cidoniatum compo nitur, quod eftgratius, et abfq;
moleftia efficacius euacuat. Diuidatur cidopium &fub God &in par 1 (264
et fublatis feminibuscủfolliculis, parti um ciuitates puluere optimi Rhabar,
negligenter triti,ac Drach.j.velj.- aut ij.imp cátur, vel, ſi affectus
poftulaueri agarici tantundem, vel foliorum ſene; mox vniantur cidonij partes,
papyro que inuoluantur, et ligata in clibano,vel furnello coquantur ad perfe
&tam co et i onem;poftremò abie &tis medicamentis internis, pulpa
manducetur. Hoc pro fe et ò medicinæ genus fecurè cuacuat, et viſcera omnia
corroborat. Animantium robur animi, à femine inge terari. Vanta fit feminis
efficacia, in aoda. cia hominibus comparanda, nullo aliomedio ſecuriùs
cognoſcitur, quàm caſtratorum natură compéfare.Hipro fextò ſtatim atque
teftibus priuantur, animi robur amittunt, atque máſueſcár: fiquidem et à
fpirituumcopia, et calore potiſsimùm naſcitur audacia, quæ in teſtium natura
valde { pongiola ge. merantur, et ab ijs in corpus deferuntur.Ob id Galenus,in
lib.1.de femine,le méSolicóparauit, quod ſuo fulgoreorbe illuſtrat;iuxta cuius
fulgorcs ſemē,& ipi rituú,& caloris potentia, ferè corpusil luſtrare
admonemur.Hinc Aegyptijſa pientiſsimi,cum Regem fractum, hebe temq;
repreſentare volebant,meritò Ti. phonem caſtratum pictabant benè ani
maduertentes,nil poſle verius hominem infirmum oftendere,quàin hominem fie nc
ſemine. Aegyptiorum aliquot ad Quartanam febrens ſecreta experimenta. х bris
quartanas Aegyptis familiaria ſunt, hoc pro ſele &tiſsimo remedio ha
bent,ægrotisdeco &tum ex menta para. tum ad femilibram,calidum cum (polio
ſerpentis puluerizatibinisdrachmisan te accefsionem per horam propinare.A, lij
cum decocto affati temporeacceſsio nisvomitum procurant cum felici fuo.
ceffu.Sunt et nonnulli,quiante acceſsio nem pilularum drachmam exhibent. M He
exagarici,gentianę,caftorei,mytrhe, rutæ an, drach.ij.piperis longi,calamia
romatici,crocian. fcrup.iv.theriacæ an tiquæ drach. iij.conftant, et cum ſyrupo
de granat. dulcib.conficiuntur. Aliis ve ſitatiùs eft,exhibere drach.
agarici,cum myrrhæ ſcrupulo, diſſoluram in pulegi deco et o, Ex Alpino de
Medic. Aegyp. Auesbacciarum taxi eſu nigro colore fieri. Axus inter plontas
virulentiam ha bere maximam videtur: quienim fub iftius vmbra dormire audebit,
in grauem affe et ionem incidet. In baccis autem venenum potiſsimum viget.nam à
viris comeftæ,ventris profluuia, atque funefta pericula mouent: boues illarum
vfu moriútur, quemadmodum &peco ra,ffortè has comederint, Aues verò iftarum
eſu minimè moriuntur, penna rum autem color in nigrediné mutatus, Chelidonium
Lapidem MIT APN epilepfiam baberepirtutcm. VIItrus Chelidonii lapidis à
pleriſque maximè extollitur: prelentaneum enim Epilepticis réputatur remedium,
adeò quòd non pauci iſtius vſu à tanta morbi forociate liberati funt. Feruntin.
Autumni principio,Luna creſcente, hũc lapidem à ventre hirundinis extrahi, et contricum
aliquo liquore epilepticis in potum propinari:quippe facultatem re tinere
dicitur, tenacem, et vifcidum hu morem, qui caufa caducimorbi eſt exica candi.
Multi,chelidonium non folùm elu, fed etiam ſola ſuſpenſione, Epilep ticos à
proprietate ſanare contendunt, Ex Lomnio. Miram interafpides, et halic acabum
inejſe Antipathiam. Irabilem natura inter alpides, et halicacabum, quemaiorem
veſi cariam inuenit diſlenſum, et antipathi am:ijenim, fi iuxtà huiuſmodi
plantæ radices quoquo pacto corpora admoue rint,tanta ſtupiditate, et fomnolétia
cor Tipiontur, vt amplius nequeant excitari. Ariftotelem rerumcaufis maximum
noſcena dis adhibuiffe ftudium M M 2 Erat Aristoteles adeò cauſarum re, Erum
cognitionis ftudiofus,vedie cilè quiefceret, nifiad quæfitum exas ctum
ſcrutinium deueniret: ob id cumà. graui valetudineopprimeretur,atq; me dicus
citra morbicausa,pleraq; vetaret, fertur(teſtimonio Polybij ) sc.medico
dixiſſe:Nemecures,vt bubulcú, et for forem; fed prius caufas ediſſere, et ita
pre ceptistuis facilè memorigeratum habe bis.Cum autem in Chalcide exularet;ati
que Euripi, qui inter Aulidem Bcotia portum,& Eubeam infulam ſuntaugu iti
freti,feptiesinterdiu noctuq;alternis fluctibus ſtato tempore refluerent, ille
maris recurſus excogitans,atque caulam reddere non valens, tanto mærore affe et
us eft,vtmorti occumberet. Ex Iufting Martyr. Infates a nutricib mores,&
téperiē recipere, nfantes profe et ò à nutričibus non foi lùm circa temperiem,
fed etiam mo res multum recipere videntur.Ob id fat pienterà veteribus,Romulum
à lupafu. idela &tatum, proditum eſt, velhocfinx I erring erint, vel vera
narrauerint; fuit enimRo mulus ferinis moribus, callidus, fortif limus, et incommodipatientifsimus.At
præter hunc,multosà feris enutriros, et educatos legimus; num autem hoc ijs, ex
animi feritate fuerit tributum peſcio. Scribitur Cyrum à cane fuiſſe nutritum,
TelephumHerculis,filiumà cerua,Pelia Neptuni filium abequa, Alexandrum Priamià
vulpe,A egiſthum à capra,quo rum inores,apudScriptoresnoti ſunt,vt
apertènofcamus, quid nutrices infanti bus afferant.Equidem quià capra lactá
tur,ftulti fiunt, et fälaces;& ita hircuselt;. quare ex hac conie et ura
tales euadere in.. fantes, quales fuerint& nutrices com perimus;fed mores
virtute animi mode fari poffunt. Qdo artificio vitrum diuidere valeamus. Icet
vitrú folum ab adamante, cùm plicabile haud fit, diuidiinueniatur, tamen alia
induſtria etiam compertú eft illud poſle diuidi,vt Cardanusrecenſuit Hic eft
modus: Filum fulphure, et oleo irabue, L M3 370 imbue,locum circunda,accende,
repete, donec locus optimècalefcat;mox confe ftim alio filo, aqua frigida
madefa&to circundato, et vitro in eo loco fractum, &diuiſum habebis.Ego
quidéalio artie ficio, et fecuriori vitrum, diuido,caſug; hoc mihi notuit.
Habebat quadam die cyathum vitri vino ſublimato,fiue aqua vitæfemiplenum, ad
curiofitatem non nullorum amicorum,a quamin flammá, accenfa candela,reddidi, vt
vinum fub. limatum accendi folet, confuiripta all tem flamma, cyathusin medio
diuifus eſt,atque co potiſsimùm loco, quema qua fupernatans attingebat.Ita ex
curio. loexperimento, vitruin diuidere apud alios amicosnon lemel valuir
Gallinaceum ftercusà fungorum virulentia bomines tueri. ' Vngorummalitia,ex
multorum ex.. perimento, pleroſquevita priuauit quia autem homines ab illorum
elu ob luxus abſtinere nequeunt,referam quid àGaleno,tanquam arcanum,pro
iſtorú. Fe virulentia extirpanda,leu ſuperanda ada notetur.Erat in Myſia
medicus quiho mines penè ſuffocatos ab elu fungorum ad vitam ducebat, remedioa;
tanquam arcano quodam vtebatur: huncprecibus exorauit, vt tantum auxilium
aperireta Stercus gallinaceum ille adduxit, quo contrito ad- læuorem vtebatur,
et cum: oxycrato,autoxymelite propinabat in firmis, qui celeriter
omnesadiutiſunt. Hoc vſus fuitmox in quibuſdam Vr- r banis Galenus, et verum
inuenit: nain: qui præfocabantur, paulò poftvome bant pituitofum humoré omninò
cral hiſsimum, et exindeplanè liberati funt. Infuper Myſius ille vtebatur
huiuſmodi præſidio in diutinoColi dolorecú oxyo melite,propinato vino, velaqua,
cum felicifsimo fucceffu lob id Galenus ex Bolilongo dolore fpafmo correptos,ta
li remedio quoſdam perſanauit: nam et hoc colicum doloremaufert, qui caufa
ſpaſmi eſt.Ex Gal.16.simplic.cap.io. Varia deliramenta di vini
potentißimipotua.r exoriri. M 41 Multa Vlta equidem deliria in ijs,quia vino
potentiſsimo inebriantur, fecundùm humorum in corpore prædo-. minium ſuſcitari
ſolent:quippe iltorum nonnulliin riſum maximum mouentur, aliqui plorant,pleriq;
vociferantur, alij. profund ſsimo lomno quiefcunt.Refert Alphinus,in lib.de
medic, degypt. muliere quandam à vini potu largiori ebriam, primònimis euafifle
hilarem,atq; in ho.. mines la ciuiffe, quoscomplectebatur, et ofculis tenebat;moxèrifu, et cantu,
ad ram, et furias deueniffe ex quibus fami.. liares eam pertimentes,
præcauebant;de. inumin mæftitiam,vtdefun &tos lamě. tabili voce
deploraret;poftremò à fom. no oppreflam,omnem ebrietatem digef fiffe.Caufa
omnium eft, quia vinum pri mòcalefacit,fecundò adurit,tertiò refri gerat; ſi
potésfuerit, et immodeſte poti. Ego profe et ò quendam cognoui, qui a pud
Marchionem primum Sancti Marci dominum meum erat in culina,vt lances vaſaque
culinaria in dies-collueret; vo cabant Iulium Colauentre. Hic epoto vino grandi,
quodBeneuento pro domi 13 ni menſa forebatur in tam immanemde uenit ebrietaté,
vt Dæmoniacus appare ret,os,manufq; extorquebat,in fe ipfum fæuicbat, ia
&tabatq; membra, et infinita agebat deliramenta. Aulæ Sacerdos fa cris
libris accingebatur ad exorcizandú hominem: quando vocatus, ebrium illi effe
faffus fum,meoqueiuſſu ferula,mo Te puerorum, circa nates,flagelliſá; con
tačius, breui ebrietatem dereliquit. Syrium inter fydera.calidißime exiſtere
matuth., Riente Syrio tantum aëris concipi.. præ ardore langueſcant;canes in
rabiem trahuntur;furiunt viperx, et ferpétes; ftuant mariajaer occultam nocendi
qua. fitatem recipit;ſemina, ia era ſub tali ſy dere,minimènafcuntur: talis
profectò eft Syrij natura. Exlib.2.de Hydr.natur. Viterum in nuptis mulieribus
varios fuiffe mores, o confuetudines.. 3 MS Non
N.DE dumprima On vna equidem apud Veteresin. nuptis fæminis erat
confuetudo: quippe conſueuerát homines in finuPer. fico, littoreg;Orientali,
Virgines nobi. les nubiles haud deflorare, nifi brachijs, margaritarıım ļineis
ornatæ incederent:: ab id illæ in magņo.erantprecio.Deſije. a nuncmosille, et margaritæ
vilius illice. muntur.E « Garzi4 ab Horto. Catullus, in nuptijs Pelei, Tetbidw,
aliam natat con ſuetudinem, Virgo nupta, noctecun marito erat concubituva, ita
tra et abatur:ante coitum eiuscollinen.. fura filo circumdato meníurabatur,mae
nèhocrepetebant, quòd fi latius, quam vt filo comprehenderent, collum inueni
ebant, defloratam ça nocte cenfebant:ſin: Vitò dibilomaius,integram, aut antea.
fuille deuịrginatam habebant. Aļijalias. habuere confuetudines. Pupauetagrefte
mirabiliter Pleuriticum mere bum fanare, Efeet Galenuspapaueradolores miti gare,
atq; interanodyna reponiina multis locis referat;tamen agrelte,pleu, ritidem,in
lib deremed paras.facil.confel, - fus eſt perſanare. Aperiam quodà mo nacho
empirico mirabili fucceflu in hoc morbo fa et um vidi.Hic folia et ſemina
agreſtis papaueris,in vmbra exiccata,ſe cum continuo deferebat:cum autê quis
laterali morbo infeftabatur, eius confr lio ſanguinem à brachio ſecundum ca 1
nones extrahi curabat,mox deco&ú fo liorum in brodio pulli collatum, cum
drach.j.velj- iplius papaueris ſeminis capillamentorum, quæ poft colaturam
addebãtur,capiebat tepidè, et ieiunio * ſtomacho. In loco doloris hæc Epithe.
cata adhibebantur.Parabantur ex pul yere roris marini, et ſalis,farina, et aqua"
tres placentulæ,quæ ſuper calido latere in firmam ſubſtantiam ducebantur: hiss
locus,epithematis inſtar,fouebatur, et breui tim dolor euanefcebat, tum etiá:
apoftema rupebatur, et infirmus ad fa. lutem magna admiratione priftinam rew.
dibát, Corni plantam, Singuinarie,vel SörbiHydrom phobiam curatam fufcitare.
1.1 ter 276 Je Nterrerum admiranda, connumera tur aliquot plantarum energia,
quæ ſopitam, atque curatam in hominibus Hydrophobiam ſuſcitare, et renouare
couſueuere. Pluries etenim obferuatum reperio à Canerabidocommorfos, fi plă tam
corni, yel fanguinariæ tetigerintan. te annum exa et um, velfub forbo dor
mierint, ineuitabiliter in rabiem incide. Tę. Salius in lib.de affe&. part,
virus hoc potius à toto ſubſtantia, quàmàtempe ramenti ratione ſufçitari
prodidit; nec enim à taląu, necab vmbra intemperi es introducipoteſt.
Itaquemirabileelt, ab iis lopitam rabiem renouari, quod. fieri non poſſet,
niſicum rabidalue, ha plantæ aliquam haberent antipathiamy cuius alia potior
haud adduci poterit ratio, quam tetigimus, quod huiufmodi a proprietate
hocperficiant. Qua induſtria penenum illumptum deſcen.. diffe ad gibbum Hepatis
pèlinteftina. rognoſcere valeamus... iquopropinato,nullamajor me dicis, difficultas
exoritur, quam veneni refidentiam reperire, vtritè ca adhibe antur pręfidia,
quæ talia oppugnare re perta ſunt. Si enim venenum fuerit in ſtomacho,vomitum
proderit excitare; fecus autem,li tranſiuerit hepatis regio nes,Hiceft modus.
Ponaturoui vitellus cumalbugine, cum infirmi lotioin ma tula;fiinfra
paucashorasnigrefcit, et fee tet, venenum adiecoris gibbú peruenit; Tip verò
rugetur,çitrinefcat, et non fæte at, inteſtina haudtranfiuit. Hinc indica tionem corradimus, veneno ad inteſtina
Traiecto,non conferre vomitum prouo care, ExBAYTO. Plantas peduconfimiles;congeneres
retine YENİKHI€s. MVltis experimentiscomprobatum Teperio,plátas,fruticelý;
ligna, quę quadã aſpectus ſimilitudine cóueniunt, congeneres retinere vires.Sic
multi mea dicorum peritiſsimi locolingniGuaiaci, Buxo vtuntur;loco falſę
parillæ,ſmilace it aſpera, loco ſaſſafras, žylucftrifoeniculo; pro polypodio,
filicecligunt; protipfa M 7 na nyhor
leum pro myrto,liguitrů; pro ea buio,fambucum;pro china radicem no ftræ
arundinis;pro Rhabarbaro, hippo lapathú.Hçcn.facie corporeg; aſsimilá.
túr,proindecöſimiles vires habere exia ftimatur. Exlib.noftro de Hydran. Natur. Inter Arundinem. Fräcem,may
nam inefſe extipathiam. Aturali quodam odio inter ſe Fi lix, &Afando
diſsidere videntur: moritur enim filix, quæ ab arundinem: plantis circundatur;
et arundo quæ à fio licum virgultis: quo dudi experimen to agricolæ, arundinis
folia in colendis agris, vomeribus alligant, perſuaſi ab iſtorūdiſſenlu,
ſilices ab agris extrudere, &,vt audio votum in dies conſequütur. Apri
dentem ad Cynanchen, Pleuritiden mirabiliter valere. Agna eft efficacia dentis
Apriin NA ! uis eius oleo linino excipitur, ac locus affe &tus tangatur cum
pennę' extremitaa: tę,cx Arnaldo, et Auicenna habetur,bảo morbum præfeptiſsimè
curari.In curan da pleuritidenon minor eft virtus eius. propterea folent
practicantes admiſcere tum fyrupis,tum electuarijs huiufinodi dentis puluerem,benèpoſcentes
ab oc ! culta,&aperta proprietate talem pulue rem prodeſſe: quippè
extenuādi, et exic, candi vim habet. De hocdente mirum. feribitur;occiſo enim
Apro recentar,ip fius détes adeo feruere referüt, yt capil losadmotos
nonnunquam comburant. Id accidit., quia Apricalór magous eſt; dumý; occiditur,
ira et exercitatione fer uefcit; proinde dentespropter denſam ſubſtantiam,
magnamrecipiunrcalidita tem,cuius indicium ipmaeſt. Aparagos ju arundineros
fatosmirabiliter ex. crefcere. FAximuseft inter arundines, et af par gos
naturalis cófenſus;idcir... Iragos, et pulchriores, et core pore?s atq;
ſapidiores habere op tabit,ue, arundinetis leminare procu rabitquippe ex
naturali ſympathia mi rum in modum excreſcere, et germinare, animaduertet. Meani co qui MVltis profe& ò notiſsima eft, an Viero
gerentes eſu cotoneorum induftrios; acuri ingenij parere filios.. Mirab Trabile
eft illud, quodà multis de cotoncorum proprietate affirmari audio: ſi
enim.grauidæ mulieres,quàm læpius cotones-comedere folitæ fuerint, filios et induſtrios,
et maximaingenij pårere dicuntur:fiquidem cotoneis mia ram hanc facultatem
ineffe credunt. A. liud autem mirum in ijsreperiri apud Mizaldum legi,grauidas
mulieres háud parere, velfalte difficulter fætum ede re,ſi in cubiculo,
quotempore partus fuerint,cotosca feruauerint: credo ex eorum
conftringentiodore, velocculta. rationeid euenire. Heder am cum vinomiram
habere diſcordiam. tipathia, quæ inter hederam, et vinuinànatura infita eft; fi
enim ex hc deræ trunco cratera componitur, in qua vinum dilutumfuerit impofitum,pro
cul dubio vinum confeftim effluesfun detur aqua verò intus retinebitur,adeò vini
impatiens hedera exiſtimatur.Hoc ducti experimento nonnulli in vinise mendis
hederæ poculis vtuntur: ita e quidem num purum, vel dilutum vi num
exiftat;examinani, et cognoſcunt, Volatilium piſciumg;fecunditatis,Ginteria.
Tuprafagia. Oletin quibuſdam annis animanti bus quædam peculiaris peſtis graſſa
ri;hinc fit,ve (liannus valde pluuioſus extiterit(auium, volatilium, bombycú
ſericeorum,araneorum,erucarum,inte.. ritum videamus;piſcium verò ftirpiúq;:
fertilitatem, et valetudinem.Annus ay. tem ficcusvolatilibus (apibus excepris)
falutaris iudicatur;piſcibus verò perni... ciofius:ficut enim in angulto aere,
obim. pediram reſpirationein,fuffocamur, vi. uereque nequimus;ita piſces in
anguſtis aquis concluſi diu vicam agere mini mè poſſunt. Gallinarum adipem(accharo
obuolutam,vor modò a corruptela preferuari;verùm atque oleum redderepretiofis
fimun. Mira Mina Ira equidem eft facchari virtus, in conferuandis àcorruptela
adi pibus. Cum quadam hyemePrudenria filiamea gallinarum adipes collegiſſeter
acfaccharo albo benè conuolutasin va ſculorepofuiflet,æftate ſubſequenti, il
lud oleo femiplenum reperit, adeòpel lucido, vtcumad medeferret excellen tius
haud inueniri poffe iudicaui. Hoc licet illa pro exornandis capillisvtere tur,
tamen pro mitigandis corporis do loribus,pro carnis (cabritie tollenda, ae
liifque infirmitatibus vtiliſsimum effe į cenfeo:Quod autem mirabiliusiudicaui:
adipes illas:poft multos annos conſerua.. tas, eodem colore,atqueodore, quo re-:
centesin vafculo fuerunt claufæ anim aducrti. A quodam Chirurgo amicoet ia
nintellexi, humanam adipem faccha. ro conuolutam;per longifsima tempo ra à
carie, et rancido præferuari: quodiſi. ita eſt, credo in omnibusanimantiumde.
dipibus id euenire.Qrare Magpatú cor pora condienda melius faccharo imple. ta,
quàm aromatibus pofle conſeruari crederem;eò magis, quia hoc præſidio, corpora
in propriocolore, vi deadipe dixi perfifterent. Cucameres naturali odżo
oleumabborreres - aquam verò appetere. INteſtina iudicatur diſcordia, quæ in,
ter cucumeres, et oleum ineft: nam, et ijaquam,appetere.à lege naturæ viden.
tur.Proinde virentes, atque è propriis. plancis pendentes, vafcula ff aqua
plena ſübterhabuerint,adeò longius extrahús, tur, vtaquam inſequiex certitudine
ex. iſtimentur; fin autem oleum fub his fue. rit eie et tum procul dubio in
feipfos, ve Juti vncus, retrahuntur;fiquidem ij olei impatientes ex naturali
antipathia co gnofcuntur.ExMatthiolo, Mandragoram pitibusapplántatam,vim il tis
infundere ſoporiferam. T Antam habét Mandragora inducena, di ſoporem efficaciam,
vteius pom vel comeſta, vel odorata,quandoque ca taphoram exuſçirent. Illud
autem mi rabilc eft, vitibus Mandragoram com plantatam, propriam iis naturam
infun-. dere, adeò quòd vinum ex huiuſmodi: confectum ſophrem bibentibusinduce
reconſueuerit, vt Rhodiginus adnota-, uit. De Mandragora Iulius Frontinus
hiſtoriam feripſit Strathagemwoz.Arn balà Carthaginenfibus cõrra Afrosmit. ſus
fuerat, qui cùn ſciret gentem illam vini auidam eſſe,in quibuldam vini do liis,
quæ in caſtris habebat, Mandragore copiam coniecit,indeleui comiſſo bello, ex
induſtria celsit, fugamque ſimulauit. Barbari,occupatis caltris,auidèmedica.
tum merũ cùmhaufiffent, in captapho ram lapſi ſunt, et ab Annibale trucidatia:
Quando, Aegypti mortuorum corpora come dire foleant: E condiendis mortuorum
corporibus, Aegyptiorum ex monumena tis multa, tum ab Hérodoto, tum à Cæ. Jio
Rhodigino exempla afferuntur. Ae gyptii enimmortuoscondiunt, atq; do mi
feruant: Ageſilai cadauer cera condi. tum fuit, yt et Perfæ facere folent; Alex
andri corpus melle colitum eſt. Apud Iudæos exmyrrha, et aloe cadauera con
diebantar,vé apud Ioanné Euangeliſtam cap. Iceportabile equindependenciaenels
C. 19. legimus: quippeNicodemus myr rhæ, et alocs ad libras fermè centum mi.
furam fecit pro corpore Ieſu Saluatoris noftri condiendo. Magorum eratmos, non
humare fuorum corpora, nifià fer - ris ante laniata forent: Affyriorum Re gure
fepulchra in paludibus condita fu ile tradunt. Mellis vſum, vita hominibus
inducere diuturnitatem. Nenarrabili equidem potentia mel, corruptione cuſtodire
valeret, à natura productúeft:propterea Plinius l.20.maximè huius virtutem ad
miratur, ClaudioqueCæſari Hippocen taurum, exAegyptoin melleallatum, vt citra
cariem eſlet, commendauit: nam et hoc corpora computraſcere non ſinit; fiquidem
multi fenium longum mulſi tantum intinctu tolerauêre.Celebre eft mellis
exemplum in Pollione, qui cen tefimum annů excefsit: hicenim ab Au. gufto
interrogatus, qua ratione, &ani mi, et corporis vigorem, maximè cuſto
difíet,hocreſpódiſſe fertur:Melle intus, foris oleo. Proditur etiam Corficæ in
fulæ populos, ex aſsiduo mellis vfu, vi. tæ acquirere diuturnitatem, cuius rei
li cet Diodorus non comprobet exemplu eò quòd mel Corficú peſsimum cente at,
tamen non per hoc vſum mellis ad vi tæ produ et ionem improbauit. Gulinas
ouaparere quolibet anni temporefi femina urtica, velcanabisin cibis habuerint.
Scripſit Ariftoteles6.de Hiftor.animal. cap. 1, Gallinas toto anno oua parere,
exceptis duobus menlibus brumalibus. Hoctamen tempore, quo à fætura deti ftunt,
ferninis vrtica, et canabis auxilio faciliter gallinæ fæcundantur:fienim in
cibis iſtorum ſemina Ticca comederit, procul dubio tota hyemis tempeſtate, non
modò calidis temporibus oua pari ent. Hæc profectò earum corpora cale. faciunt,
et ad fæcunditatem diſponunt. Curyepbylatam infantium maculas è corpo Olent
tenella infantium corpora, dű vtero exiftunt materno, maculis 0 pore extricare.
Solenereexiftuntmaterno, quibusdam, næuis, lituris, veruciſque, quæ à matris
imaginatione fiunt, com maculari: hæcporrò quali ſigilla impri muntur,
&difficulter poft ortum elui poſluņi. Pro iis delendis principatum
habetCaryophyllata, cuius vis,& po tétia in huiuſmodi maculis extricandis,
mirabilis iudicatur.Sumitur enim plan ta hæc cum ſuis radicibus in fine menfis
Maij, quo tempore virtus vigorofror eſt atque à terreitate emundata, in alem
bicco deftillatur, mox ex aqua ſtil lata infantium lituræ maculæque Tæpius
lauantur, abſque dubio, eua. Deſcunt. Vrrica folia in lotio infirmi cuftodita,
vitam, vel interitumpreſagire. Ira equidem, ex abdito naturæ eſcrutinio, in
vica,morteq; infirmi praſagienda, vrticæ virtus,&potentia eft. Si enim
recensplanta extirpatur, ac -24.horarum ſpatio ia ægri lotio aderua tur,
vtiquefiviridis colore permanebit ex multorum experimentis,falutem, et vitam
infirmiſignificare dicitur:fin auté haud A cantu haud viridis
cuſtoditur,colorema; mura bit,mortem, velgrauepericulum deno tare, Ex Caftore
Durante. Philomelam axem miro conſenſu à viperade. pafci. Vis Philomela cx
cantu dulciſsi mo omnibus cognita eft; incogni tus autemeiusconfenſus eſt, quoà
Vipe rà depaſci permittit:dum enim ſub ar bore,in quacantans auis fuerit,
viperam viderit paulatim ex illa defcendit,&ad viperam accedit, vt illi
fiteſca. Ex Thoma Tomai. Caftorem fià canibus inuaditur, minimè te fticulos
fibi amputare. Linius,Solinus, et grauiſsimorú Scri ptorum multi,caftorem fibi
teſticu. los amputare referunt, quoties venato tes ipfum canibus aggrediuntur
quafi confcius exiſtat,quod(ijs reciſis ) à mof tis periculo ſit ereptus;
fiquidem vena tores hæc infequuntur animalia, vt ex his accipiant,quodad
medicinam vſur patur.' Rci autem veritate hi om. nes grauiter errant; quippe
caftor, Ppioru testiculi iuxta ſpinam inclufi funt, vt multis ex anatome
obferuatum. eſtiſte rum error ex velicis quibuſdam ortus eft, quæ in vtroque,
maſculo et fæmina, loco teſticulorum pendent, flauo plenæ liquore ad medicinam
vſurpatæ. Has vocant caſtereum aromatarii, teſticuii autem minimè lunt. Quo
atsficio miliciæ Duces, vt hoftes offen danti gnemmiſsilem perniciofum -con
ponere valeant. APeriam potentiſsimiigpis miſsilis, fiue artificiari
compoſitionem,cuius potentia tanta eft, vt eiusminimaItilla non modò hominem
viuum, verùmat que ferrum comburere valeat. Sumun turſandaracæ factitiæ lib.
1o. ſulphuris viui lib.4.oleiè rafa, fiue ex adipealbur ni ftillari lib. 2.
ſalinitrifib.j. thuris lib.j.camphoræ vnc.6.vini ſublimati, fi ue aquævitæ
optiinę vnc.14.Omniahọc lento igne bene mifceátur; deinde fupa obuoluta, atque
accenſa in ollis, in ho ſtes inijciuntur. Ignishic, infernalis di citur,tum ex
eo,quòd mirabilia agat; tū N atque ex Paracelfi impij ceſtimonio, qui retulit
fc à quodam Dæmone fuille hunc ignem edocum. Demoſthmen lingua duritiem,
quibuſdama Lapillis confregiffe. DEmetrius Phalereusalloquutus.com, quomodo
fibi curaſſet linguæ impedi menta ſciſcitatus eft.Habebat enim ille linguam
duram, et ſcabram, &proinde adoratoriam exercitationem impoten. tiſsimam ).
Sanatam refpondit atque la. xatam fuiffe linguam raſpondit ex non nullis
lapillisoreretentis, quibus loqui conabatur.Cuius Demofthenis præfidi í um
difficilem habentibus loquutionem faluberrimum iudico, vtexpeditius fer mo
citari valeat.Ex Plutarcho. Vinum quoddam àferpentibus venenatum, pleroſque
àdifficillimis morbisconfanaffe. Trabilise{t hiltoria,quęáProlpe Milocro Alpino,lib.4.de
Medic.Method. de vino à ſerpentibus venenato affertur In cella vinaria quidem
ciuis Ferrariz inter alia,vinidolium habebat, quod (i ne operculo diù apertum
extiterat: - et proinde compluresſerpentes,quos vul gus angues, et anzasappellant,ingreſsi
in vinum ſuffocati, et putrefa& i fuerát. Multiægroti ex febribuschronicis;
atq; difficillimis vexati morbis ignari,quod ſerpétes in eomortuielent, vinum à
ci ue emebant illud, quod guſtui gratum iudicabant, et breui fanati ſunt. Alij
ab huius viniſama ſuaui, cum paucos dies bibillent,itidem lanati funt, et poft
hos alijitidem eodem modo fere innumeri. Quare vinidominus tantæ vini faculta
tis admiratusvinum e dolio torum edu xit, et ferpétes complures ſemi putridos
inuenit,qui ré manifeſtá planè fecerunt. Veteres equorum lacrymas inter auguria
recepiſſe. Agnifaciebant veteres equorum Llachrymas, atq; ex ijs auguriun
vaniſsimumrecipiebant.Propterea ante Cæfaris mortem ad Rubiconemcqui dedicati
ab eo flebant,idquemagno au gurio excerptum eſt. Illorum autem N 2 inanitas,ſiue
ruditas vt ita loquar, mani feftiffima nobiseft:fiquidétépeftate no ftra fæpius
equos collachrymātes afpici mus, necperinde ex ijs alicui ſiniſtri quid
accidereobſeruamus. Vt ipſe non Semelexpertusfum, æftate potiſsimum equos
lachrymari conſpexi, idcirco vel illorum naturá efle,velmorbú iudicaui.
Crocimerallorum compofitio. Fferam Quercetani, Croci metal. Jorumcompoſitionem,
qui potens medicamentum tam vomitiuum, quàm purgatiuum fimul eſt, variisque
affecti bus accommodatum. Præparatur cum zquis partibus MagnefiæSaturninæ, et Nitri
inuicem mixtis, et inflammatis in quodã crucibulo vt vtar artis vocabulis, et remanebit
quædam materia calcina ta in colore Hepatis, quz puluerizata, rubicunda apparet
inſtarcroci Martis, quæque dulcoranda eft: Doris -grana x. vel xij.cum vino,aut
ațio liquore. Hominis compoſitionis mirabilia. Ntet mirabilia, quæin hominis
com I pofitionecontingunt,illud quidem mirum eft,quòd tali corporis fit colla
tusproportione,vt partes omnes pera. que toti cópofito correſpondeat. Licet
auto in eius ftatuia nec certa nec deter, minatareperiatur mēſura;ex hominibo
enim aliquibreues,aliquilongi ſunt;la pienus nihilominus perfectioré homi. nis
ſtaturam è ſex pedibus cóftareiudi cauerunt, vel quod ſaltem feptem non
trárcédar.Interproportiones voluit Vi truuius cubitum quartam partem totius
corporis exiftere; eandemſ;penſurat. eſſed capitis vertice, ad pectorisinitisko
Manus longitudo à cõiun &tione ad mee dijdigiti extremū corporisdecimapars:
eft.Facies à capillorum radicibus ad ex® tremum barbę,eade eſt menſura.Maior
pollicis coiú et io,oris eftaltitudo.Tota manustotius faciei menfura eft, Maior
iudicisconiun &tio, frontiset altitudo, cilijs fcilicet ad capillorum
radices; cæ teræ autem iftius coniun et iones, nafi longitudinem
oftendunt:Hominisproe funditas, ſi ſub brachiis, pe& ore, et hu
merismeluratur,ftaturæ illiusmedietas: 3 reperi inanitas,ſiue ruditas vt ita
loquar,mani. feftiffimanobiseft:fiquide tépeftate no ftrafæpius equos
collachrymātes afpici mus, necperindeex ijsalicui finiftri quidaccidere
obſeruamus. Vt ipfe non femelexpertus fum, æftatepotiſsimum equos lachrymari
conſpexi, idcirco vel illorum natura efle, velmorbú iudicaui. Crocimet
allorumscompofitio. Fferam Quercetani, Crocí metal. A medicamentum tam
vomitiuum,quàm -purgatiuum fimul eſt, variisque affecti busaccommodatum.
Præparatur cuin zquis partibus Magneſiæ Saturninz, et Nitri inuicem mixtis, et inflammatis
in quodá crucibulo vt vtar artis vocabulis, et remanebit quædam materia calcina
ta in colore Hepatis,quz puluerizata, rubicundaapparetinftar croci Martis,
quæque dulcoranda eſt: Dofis -grana x.. vel xij.cum vino,aut alio liquore.
Hominis compofitionis mirabilia. I' poſitione contingunt, illud quidem mirum mirtim
eft,quod tali corporis fit colla tus proportione,vt partes omnes pera quetoti
copofito correfpondeat. Licet autē in eius ſtatura nec certa,nec deter, minata
reperiatur mēſura;ex hominibe enim aliquibreues,aliquilongi ſunt; la pienas
nihilominus perfectiorë homi nisſtaturam è ſex pedibus cóftareiudi cauerunt,
vel quod faltem feptem non trárcédat.Inter proportiones voluitVi truuius
cubitum quartam partem totius corporis exiftere;eandemg;menfurami eſea
capitisvertice, ad gedorisinitiúko Manuslongitudo à cõiun et ionead mes
dijdigiti extrema corporis decimapars: eft.Facies à capillorum radicibus ad ex
tremum Barbę,eadé eſt menſura.Maior polliciscóiú et io,oris eftaltitudo.Tota
manustotius facieimenfura eft, Maior Indicisconiun et io,frontisettaltitudo,a
cilijs fcilicet ad capillorum radices; cæ teræ autem iftius coniunctiones, naf
longitudinem oftendunt:Hominisprop funditas, fifub brachiis,pe et ore, et hu
merisméluratur, ftaturæ illiusmedietas. 3 rreperitur. Cæteræ partes cum
aliistra. bentrationem,vtſuperius tetigimus. Apedumnaturam mirabilem effe. IN
Neer terreftria animalia,Aſpidum ne, tura mirabilis iudicatur. Ex his enim mas
et fæmina infimul vitam agunt, ta. tula; amoris affectus inter ambdsinge ritur,
vtfi cafu illorum alter occiditur viuens occiforem infequi, quouſque fo
dj,necem vlciſcatur,hauddeſinat.Quod autem mirabilius eft,ex Plinij, et Ifidori
Teſtimonio, occulta proprietate occiío on noicit,(talem ifs natura indidit )
igi quemIrruit, licet in quantovis hominu agmine reperiatur. Præceptum ergoo.
mnibus eflc velim,vtocciſo iſtorum ani malium quopiã,celeri fugaiter occiſor
arripiat,ne à compare animali veneno fiſsimoinfeftetur, Leporesomneshaudeffe
bermaphroditos,con traVeterum opinionem. Mneslepores vtriufq; lcxusexiſte re
voluerunt Veteres, quod et M. Varro ctiam tradidit. Error tamen eſt, vt
diuturna docuit experientia, quama feulos fculos à fæminis lexu eſſe diſcreros
cognitum cft. Porrò tantorum inſcitia, abhoc, vt reor,ortaeft, quia in leporum
genere lępius, quàm in aliis animantibus hermaphroditos reperimus: inde Hebrei
naturæ arcana intimiùsſubodors tes, leporéfæminino vocabulo léper ex planarunt,
ARNEBETH, eò quòd in iis foemineusſexuspræualet magis.Rej ve ritate noomncs
hermaphroditiſunt,vt ex peritiſsimis venatoribus audiui; exic et ione multorum
cognoui,ficut.com iam Bodinus edoctus fuit,vtivrhluth confitetur. Equidem
Hermaphrodig plurimi funt,fedfæcunditatem fervita. rumminimè recinéignecmares
vnquam vtero gerunt, necminus fuperfætant. Mirabilen eße Imaginationis po
tentiam n vtero gerentibus imaginationis po tentia apertè cognoſcitur.Si enim
illæ inter virorum amplexus, et fuauia,ali quid intensè cogitauerint, facilè in
in.. fántium corporisexternis partibus imax ginata imprimunt. Hinc variæ rerum
formar Ire N forme,næui,lituræ, verrucæ,
et alia figa na in infantibus impreſſa conlpicimus, Lingmultæ ex leporum obeutu
fætuse-, dunt ſciſſolabello,aliæ fimis naribus,ore diftorto, vultumonftruofo,labris
turpè prominentibus,corporedifformi,ocu-, liſq; horrendis infantes genérant:
quia conceptus, vel grauidationis tempore, turpia,monſtruoſa,& horribilia
fixa co gitatione excogitarunt-Fæminisidcirce, præſertim nuptis, pulchras imagines
da mihaberecófulerem,atq;à turpibus av effe,ne pręuia imaginatione fætus mó.
Atruoſos, turpefá; concipiant. Veteres, Climaftericos annos admodum ti muiffe.
1 A mationis apud Aſtronomos exi ſtunt &re vera videtur in quolibet anni
feptenario quædam hominis mutation deò quod, ficuti in morbis dies criticos
timemus,ita in vita hominum annosClin mactericos,qui à multis ſcalares dicun
tui, quòd gradatim eueniant.Sunthi an ni, .Inte hos annos 49.63. magis
periculosos credunt; quiaconſtant è feptenario, duplici, &nouenario
complicato,obfero uatumq; àgrauibus auctoribusreperio, maiorem hominum partem
io anno 63. Mori contingere.Idcirco hos veteres ada modumpertinebant,&, vt
capiturin Gellio lib. Auguftus itaſcripfit ad Ça ium nepotem:Spero te lætum,
&bene uolum celebraffe, quartum et fexagefi mumannum natalem meum:nam,vt vi
des,Elimactericum communem fenio rum omnium, tertium et 'fexageſimum annum
euafimus. Dehis tractatum edi dit Iofephus de Roſsi à Sulmona vtilem
&jucundum. fMundiprimordiisinter homines, es ferpema tes
antiparhiaminfurrexiffe. IRRreconciliabile odium eft, quod inter homines,&
ferpérescadit,adeò, quòd expauefcit homo fi ferpentem inuenit, antvidet;magis
autem fæmina: fiquidé obſeruatum audio gravidam mulierem (vifo ferpéte )præ
timore abortire.Hu. ius difcordia illa ratio potiſsima eft quodàmundiprimordijs
ínterkanc, et QUnca Semuan -illum Gt ſtatuta inimicitia, et irreparaa bile
odium, quo altera-, alteram fpecia em inſequatur. Carolum V I. Francorum Regem,
Ceruum 4 latumpro infigniprimò habuiße. Iluanettum Rex Carolus venandi cauſa fe
contulerat, canum latratibus excitatusin fugam Ceruus, æneam tore. quem
collogerere viſuseſt, quem vena bulis,aut ferro appeti Rex prohibens,in calles,
et retia compellit.Erarin torque latinis litteris infcriptum:HocmeCçſar
donauit. Exeotempore Caroluserua alatum pro inſigni habuit; &alii,regibus
inſignijs (quęlilijsaurcis tribus conftát) circa latera, Ceruos duos apponere
con fueuerunt. Gaguilis in vita Carol. V I. HANC. Reg. Insaanimantia confenfum,
&difcas diane ineffe. Vllidubium inter animantia fym pathiam, et antipathiam
efle inter trpiantes ſubditur: fiquidem muſtelam miro eiulatu in bufonis os
deuorandam inueherelegimus; et bufonern in ferpen Npathi Lisa I tis,botræ
vocati, os ingredi.Inſuperci cutam, fturno eſle cibum; homini vero venenum in
dies obſeruamus: atqueveo Fatrum cotumices nutrire, hominem autem lædere non
eft ambiguum. Senaterem quendam, exconiuge liberos ſur dos,
&mutosfufcepiffe omnes. nature. omnesex, &mutos ſuſcipi,itaequidem à
Fernelio obferuatum eft in quodā Senatore.Cre didit Ambianus huius reiobfcuram,
et cæcam eſſe rationem, mihi autem altera fubeft, quæa Phyficis minimè differt:
fi quidem auditio grauis, atque ſurditas quæ à natalibus viſa fit à conformatio
nis vitio exoriens, hæreditarios mor bosgenerare creditur, et perinde libe ros,
exhuiuſmodivitioſis,ſurdos, &muin tos excitari:fæpè autem non in filiis,ſed
! in nepotibus hæclues oriri videtur. Apud Garamantes. mirabilem fonterros
obferuari, Dmiranda profe& ò, eft fontis il.com ARJiusproprietas, quiin
oppido Der 1 bris apud Garamantes reperitur. Hices nim die friget, no&c
verò æftuat; adeò quòd memoratu incredibile videtur, quomodoin tambreui
temporis fpatio tantam natura ſui faciat varietatem. Equidem, quinoéte fontem
afpicit, ibi flammasignefqueæternos exiſtere cres dit:quiautem die hyemales
ſpectat: fca. tebras, vtique fontem perpetuò rigere exiſtimat. Propterea Debris
apud mudi nationes inclyta eſt: eius enim aqua qualitatem excæleſti
vertigine,mutare confpiciuntur.Ex Solino. Quo artificio Caminus per ſuperiorem
"api cem ſolum fumum emittere valeat. N Caminorum fru et ura,.non modi aim
tufferimus laboris, ne ignis fi molimtesin nos ipfos erumpant: fiqu. dem in
ventorum mutationc facile fit, vt fumi quandoque potius defcendant;
quàmadapicem aſcendant: ventorum enimvisillos deprimit, deſcenderequc
percaminum cogit. Egotale ad fumi ferlum impulfionem excogitaui artif. simm.Struktur
Caminus, cuiusfuperius fafti. zor faftigiu rotundú fit,ibique foramen la
pidibus fi &tilibus conſtructum fit: mox ahenum inſtar tympani ex-ære, in
cuius latere feneſtella extracta ſit, fuper lapi des affigito: ftylifớ
ferreisfubcingito; ita tamen,ve intus vagari, mouerique commodèpoſsitapta demum
fuper fer reos ftylos, et lebeten?' ex ære infuper vexillum,quod feneftellam
fubiec dia recto habeat,taliq;induſtria,vtin quo libet vexilli motu, moueatur,
et calda riumin gyrum,ita profe et ò è feneſtella, ventis
oppofita,fumuserumpet, et non deſcendet.Pleriq;, vt fpero, huit noftro fcruinio,ineliorem
addent Atructuram. meamque opinionem noníſpernent. Adconftruendum celerrime
Horologium muncrabile in paritte. Ncoritruendis, pingendiſque ſolari, bus
Horvlogiis, non modo lintā me ridianam,opuseft imienire, vthorarum tempus
fidele reperiamus, rerum atque Ortum, et Occalum, Borcam, &All ftrum cum
Aquinoctia, et Solftitia: in is.n. Solarismotusquarnaxime variat. N 7 Ego quidem,
vt labores fugiamus, tale excogitaui artificium.Globum planum. extabula lignea
formato in cuius medio ftylus ferreus ſitus fit;diuidito mox glo. bum lineis,ex
centro ad extremum du cendo illius in 24,portiones, demumin globiapice horas
ſignato, &vltimo in patiete contra Solis radios affigito. Vt auté ex
Solaribus vmbris diei, horas ve nari poſsis,Horologium portatile afpici.
conglobumý; ad horam illam accommo. dato:ita profectò,abfq;alio auxilio, ce
ferrimèHorologiumvmbratile in pari cre habebis.In Aequinoctijs, et Solftitijs 1
eodem portatilis Horologijauxilio,fa. cillimè ad horarum æqualitatem globů
reducere poterimus. Infancium pir uitam, è capitefluerem, quo artificio
Chartaginenſes fiftere procurandTing, Xinfantium pituita, in capiteredú.
dante,plerique fuecedunt morbi in. ter alios, morbus comitialis exoritur, qui à
multis puerilis vocatur, quòd ijs,ve plurinum,eueniat.. Vt autem infantes ab huiuſmodi
pręſèruarent Pæni, illorú vedas capitis lana ſuecida inurere,pitu. itainý;
fuentem hoc præfidio compefa cere conſueuerunt. Athiopes infantes te ditos,ab
ipſo quoq; natali die,in fronte adurút,ita profe et ò tumcapitis, tumo culorü
humorfiftitur. Apud Inſubress. ex teſtimonio Mercurialis, et pleroſque
populos,veícribit Scipio Mercurius,l ditos infantes fetonein collo muniunt,
quod falutáre experti funt aduerſus mor. bos,qui à capite Huunt, Inmise rasis
pluuie,quapotiora ixdiceniny præfagia. pluuiam imminentem,tum ex Gallo rum
cantu intempeſtiuo,tum ex fre quenti cornicis crocitarione multi præ
dicunt.Hisautem addendum puto muf cas(ca imminente)pulice's, pleraqzani malcula
à furore vexari, intentula;mer il dere:hæc enini à vaporum inaerem ctc. rationc
à radijs falar bus perturbantur. Infuper (pluuia imminente )odoris fra. grátia
in floribus sétitur;apes ad alueária - sedcut;bufones, vermeſi;èterraakédut
Brina vifa eft per dies præcedentes; catti manibus caput, quafi linientes,
compri munt; ouescapitacommotient:afini hu miles habent aures; ftercora fumát,
ma legue olent.Horum omniumratio, va poresàSole exhumidisfublatifunt:pro. inde
animalia,cerebra humida habentia, nonnulla magis extorquentur. Vinum à
Verrribus fuiffe mulieribus inter di& um. Agna fuitVeterum à vinivfuab.
Itinentia:illudautem adeò muli. eribus erat interdi et um,vtcapitale iudi. cium
inirct,quæ vinum biberet. Porrò inoleuit confuetudo,vtcognati, et affi. mes,
mulieres ofcularentur, ore explo rantes, an ex vinum bibiffent. Idem ve
fusMafsilienfibus, Mileliis, pluribus; Græcorum, &Barbarorum gentibusin,.
valuit, apud quos muliereshydropota, et viri erant abftemiz: Intermemoran da
illor um temporum,EgnatiusMetel fus, vxorem, quod vinum biberet,fufte necafe
dicitur. Quo artifii io è plumbo Antimonii flores ex Habere paleamase Ape nij,
fiue Stibinon femel extrahere Periam artem,qua flores Antimo à plumbo valui,
quo præſidioin multis corporis affe et ionibus feliciſsimo euétu voor.Capito
Plumbicampanam, è qua aromatarij rofarum aquam ftillatitiam extrahunt; hæc
habet æris fundum: tu verò txargilla eligito,quodacerrimoa etto fupra
medietatem implendum con fuilo,eaq; induſtria,qua rofæ ftillantur, in aceti
deftillatione carbonibus bene ignitisagendum cít:caue tamen, ne totus fillet
acetum, ne aqua extracta vftioné fentiat.Hæcaqua auri colore eft, fapore xerò
facchari, et mellis; mirabilis tamen tum in potu, tum extrinfecè vfurpata, ob
ftib j flores ex plumbo extre et os. vomitu, et aluo purgat, ob id frigidis
affectionibus,obſtructionibusý; vtiliſ. fima': In vlceribus putridis, fætidis
acoribus, ſcabie, herpere exedente, et aliis huiuſmodi,maximi eſt valoris.Doe
ſis in potu ſît vnc.ij. Deforisad placitū. Clarorum virorum exitum aliquot inte
felicem fuiffe Aniene fluuio Aeneas poft tot vi. et orias, torque clara
facinora periiffe dicitur: nec diſsimilisRomulo, Cæfari, Alexandro, Annibali, Scipioni,
Iugur thæ,Mithridati, atque alijs innumeris mors ſucceſsit:per quàm n. pauci
viriex iis, qui clari,atque illuſtres tum virturi bus, tum fortuna habiti funt,
quos non infælix exitus,tanq: á pro exemolo,fós offentäuérit porterial text
caligero. Defipientiam, mulierum natuefamiliarem indicati. MVlieres vtero
gerèntes,fiàphrenia tide capiuntur,Galeni teftimonio, rarò confanefcere legimus,
vt fcribit tamen Cælius Aur.femper minus graui ter,minuſquc periculosè, quam
viri,mu lieres ægrotant.Hoc autem, vt Merci. sialis opinatur,ab alia ratione
continge re non poteft, quam ab ipfarum natura, cuius familiarius eft
defipere,quam viri. Mirabile Annibalis, contra Romanos nauala fratagemia.
Nfolita,& mirabilis Annibalis milita Eisafutia contra Romanos iudicarur: hic
enim bello naturali cum iis dimica. curus, cum impares vires habere anim
aduerteret,rale ſtratagema inuenit. Ser pentibus, quorumvenenumconfeftim
enecat,pleraſq;ollas impleuit,opertasq; repente in hoftes iaculatus cít, quorum
ictibus plurimi cecidere.Hifceftratage matibus vir hic tanquam alter ſerperis,
multoties hoftium manus effugere con fucuit.Ex Gdenoin lib.de tbet.Akrijon
Ambarum cum vino alicui exbibitum, cena feftiminducere ebrietaisn. Mbarum, quod
à vulgo Ambrageye ſea vocatur,fomiſsisatiopam falfos opinionib et bituminofis
fontibus,qui in maris profunditate exiftunt, oritur, Hocautem primòliquidum eft,cùm
ve rò aquarum impetu ſurfum rapitur, ex aerisfrigiditatecondenſatur, et Amban
rum fir:Siquidem in maris concauo, ple raq; mollia,teneraque obfèruantur, et interalia
Coralliú, quod ex aqua exea ptum, citiſsimè lapideſeit. In Ambaro illud
mirabileiudicatur, quod ab alique antequam vinum hauriat,odoratum, ina sttar
ebrii eladat: cum vinoa, propina tū,confeſtim notabiléinducere ebrieta tem
multis experimentis eft comproba. tum. Ex Simeone Sethi Greco auctore. oleam
Lathyris Tympaniam, Colicas, affectiones mirabiliter ſanare. Irabile quidem,quod
è Cataputię -ſeminibus extrahitur, oleum eft, quippein expellendismorbis,qui à
filao tu luccile;frigidis oriuntur, principem habet locum.Contundantur huius
ſemi na, atq; in aquatam diùebulliant,vt ex cocta videantur;mox oleum in aqua
fu pernatans cochleari colligendúeft. Mos eft apudIndos tale oleum cómodius per
decoctionem, quàm expreſsionem cola ligere. Vfurpaturhoc feliciſsimo fuccef.
fuin Tympania,colicis, iliaciſq;dolori. bus,ftomachiaffe et ione,aurium furdita
te,atq, in iis morbis,qui à ſuccis frigidis, fatua;fiunt. Huius gutta aliquo
lique re in potu ſumpta aquam citrinam euan euat,in articulorumq; doloribus
pitui tam, humoreſque frigidos. Extrinfecè vfurpatur in omni Hydropis ſpecie:
vbi tamen flatuofitas viget, maximam in expellenda proprietatem habere vi
detur. Ex Don Garzia ab Horto. Verenum à
diſsimili extingui; à fimili vero angeri. Hocpropriumelle veneni,àfapien
Lrioribus proditur, à diſsimili ex. tingui, et a ſimili augeri, et robuſtius fi
erizea propter non femel à perfidisho minibus exhibita venena nullius valo
risfuifleobſeruatum eft,cùmeadiſsimi libusfuerint fociata. Aconitú, et Napel
lus miram retinent vim necandi, com pefcitur accamen corum potentia à ve neno
diſsimili, ex quorum diſsimilitu dine,vtriuſq;vis hebetatur.Mira eftAu. fonii
hiſtoria de vxore mæcha, quzma rito venenum propinauerat, vt a. illud robuftius
effet, Hydrargyrum miſcuit ex quo toxici virtusdempta eft, et vir immunis
euafit. Hoc epigrammate ille monftrat; Texica Zelotypadedit vxor mecha marito,
Necfatis ad mortem, credidit effe datum: Miſcuit HA Mifcuit agente lethaliapandera viui,
Cogeret vt celerem visgemindanecem. Digid at ber fiquis faciunt difiseta
venenü; Ansideram fumet,quiſociala bibet. Ergo inter fefe dum noxia pocula
cortant, Cele lethalisnoxafalurifora Protinus,Go Vacuos duipetiêre receffiua,
Lubrica deie& is,quaria nota cibis. Quanpia cura Deumprodeft crudelier
vxor, Elçüm fata voluns,bina venena juuans. Cornelij Celfy de valetudine
fanorum bomsi num conferuandatutißima præcepta. Nter grauiſsimosmedicos,&
fcripto res,nemo eft,qui in conſeruáda fano rum hominú fanitate oculatior
exiſtat. Afferă ciusverba ', ytfaluberrima iſtius præcepta rectius
intelligantur.Sanus ho mo,qui, &bene valet, et ſuæ (pontis eft, nullis
obligare fe legibusdebet, ac neq; medico,ncq; dcalipta egere.Húcoportet varium
habere vitæ genus, modo ruri eſſe,modòin vrbe,fæpiuſý; in agro: na uigare,
venari, quiefcere interdum: fed frequentius fe exercere.Siquidé ignauia corpus
hebetat labor firmat; illa matură lepc ſenectute, hic longăadoleſcentiá reddir.
Prodefteciâincerdúbalnco interdú,aquis frigidisyti;modòvngi,modòipsú negli
gere:nullú cibigenus fugere,quopopu. lus-vtatur:interdú in cóuiuio eſie, inter.
dum ab eo ſe retrahere:modò plus iufto, modò no ampliusaffumere:bis die poti us
quàm femel cibú capere, et fèper quá plurimum,dummodo hunc concoquat. Secl vt
huiusgenerisexercitationes cibi queneceſſarij ſunt;ficathletici, ſuperua. cui.
Nam, et intermiſſus propter ciui. les aliquas neceſsitates ordo exercitati.
onis,corpusaffligit, et ea corpora, quæ more eorum repleta funt,celerrimè, et fenelcunt,
et ægrotant. Hæc firmis ſer: uapda fune,cauendumquene inſecunda valecudine,
aduerfæ præſidia cenſum mantur.Ex lib.i. Socrati à familiariDeironcde Plasonis
indole Somnium fuiffe immiſſum. Solene quandoq;malifpiritus homi nibus fomnia
ingerere futurarum re rú, vel Dei permiflione, vel vt nos ipfos dedecipiant.
Hinc Socratem legimus, vidiffe per ſomnium,oloris pullum ſibi in gremio
plumefcere, qui continuò exorcispennis et expanfisalis, in altum aduolans, fua
tiſsimos cantus edebat. Poftridie Pla tone adducto, hic eft (inquit ) Cygnus,
quem ego præterita nocte cam fuauiter canentem fomno videram. Hocfomnium, ve
fcribit Henricus de Aſsia, à fpirira fa. I miliari, ſub forma Cygni, quem Athe
nienſesVeneri dicarunt, fuit immiſsum Socrati, vt Platonem in diſciplinam re
ceperit ', à quo, quum ipſe uilil ſcrie ptum reliquerit, dulciſsimi ipfius et Caluberrimai
fermones proderentur, Magia ſeu inc antatianis ris. Onmeras eſſe præftigias,
quæ magica? arte efficiuntur; multis exemplis notum eft, fed vno in primis,
quod deſcribere vifum eft. Rufticus quidam magnis doloribus ventriculi vexaba
tur:: quos etfi variis, medicameutis depellere cogar zur illi tamen non 1 ceffarunt,
fed potius in dies recrudeſcere vifi funt. Quare agricola doloruin impati ens,
cultello ſibi guttur abfcidit. Dum au tem tertio die mortuus ad fepulchrum ef
ferretur, à duobus chirurgisin magna ho. minum frequentia, illius ventriculus
iraci. fus eſt. In ee (res mira, et prodigiofa ) lignum teres, et oblongum,quatuor
excha. lybe cultri, partim acuti, partim ferræ in. ftar dentari, ac duo
ferramenta aſpera re. perta fuerunt:quorum fingulaſpithamęlos gitudinem
excedebant. Aderat, &capillo. rum inuolucrum globi inftar. Credibileen
fanè, hęcin ventriculi cauitate congeſta fu iffe, non alia arte, quàm Dæmonis
aftu,& dolo. Quo artificio epiftolam, in ouo celatam alicui afcribere
valeamus Nter ſcripturarum furtiuarum arcana non infinum locum tenere exiftimo,
in ouo epiftolam celare, atq; amico ſcribere, Videbis enim oui putamen illæſum,
mun. dung; illo tamen exempto, difruptos; cha paeteres apparebunt. Aperiam
ſecretum. S? Atramento, ex gallis, alumine &aceto con. fecto, in ouicortice
literas ſignabis, votum pffequeris. Has oportet in Sole calente ex ccare, mox
ouum in muria concoquere ita enim à cortice characteres euaneſcune, et ad
interna gradiuntur:ſiquidem putami. ne exempto, notæ oui durato albumine in
ueniuntur Ex.Carolo Stephano. In aquafrigida captanda maximum veterum
fuiffeftudium. Aximam antiqui curam adhibebát, vt aquam frigidam pro ætatis in.
cendio temperando conferuarent: quareex niuibus eam parabant, vt
Athenæusretulit. Dequa re perbellè loquebacur Seneca, et panas montium in
voluptates transferunt, Alexandrini aquam Soletepentem, in fene ftris ad
ventorum incurfus exponebant, vt poctu frigeſceret;manè autem inte Solis or
ruin hani ponebant, folijſque lactucæ, ac que pampinis iniectis frigidam
tuebantur. HocGalen.parrat.6. Epidemior. Plasarchu: 6.Sympus cotibus et filicibus
aquæ inietti hoc fieri fcripfit. Neronis autem in re har ftudium nobiliſsimum
fuiffe proditur: ise genim, vtninis voluptate, ablque njuisia iniuria fruererur,
feruentem aquam vitro immifiam in niues refrige jarimandabat:Ex Heur nie. Ecua Fæminas
in prima menftruorum eruptione in Venerem maximè incitari. e Erunpune,fceminis
bera exurgunt:Pana guis ille,inftar occifi animalis videtur, atq; in maiori
copia erumpit, cùm vbera ad du os digitos prominent, que tempore puella rum
vocem in grauiorem mutari confpici. mus, Illud autem maximè adnotandum eft, in
prima menſtruorum eruptione puellas in pudendis,valida tentigine, prurituque
core ripi,ex quo ad Venerem incitantur: quare per tempus illud cautè cuſtodiri
exiſtimo. Ex Arift.7.de
Hift.anim. Qua induſtria Aegypti lapides à vefica,abfiga incifione extrahant.
Irabile quidem eſt Aegyptiorum ftudium in extrahendo lapide à ve fica abſque
inciſione, quando noftrates me dici, lapidarij ſine illa facerenequeant, idque
cum magno languentium vicę periculo. Hiligneam
cannulam accipiunt, octo di. gitorum longitudine, et digiti pollicis latia
tudine in opere abfoluendo. Hanc colisca nali admouent, fortiterque
infufflant;neau. tem flatus ad interioraperueniat, extre. mū pudendimánu altera
perftringunt, fo. samen deinde cannulæ claudunt, vt virga 0 % cabang M N
eagalisiotumeſcat, latiorq; fiar. Quo facto miniſter digitoin ano pofito,
lapidem pau Jatim ad canalem virgæ, atq; in eius vasex tremun deducit. Quivbipræputio lapidem
appropinquare ſentit,cannulam à virgæ ca nali fortiter, impetug; amouet, et lapis
ex. trahitur. Ex Alpino. Mult a praſidia ab animalibus, bomines accepiffe. On
pauca equidem præſidia funt, quæ ad hominum tutelam ab animalibus accepta ſunt.
Chelidoniæenim virtutein ad oculorum morbos ab Hirundine accepi. mus, quæ hanc
conquirit herbam,vt furorú filiorum oculos, vel vitiatos, vel.cæcos cu rer,
Fæoiculi virtutem ad eandep tutelam ab'anguibus didicimus, Ab Ibide, quæ in
ftar Ciconię auis eft, clyftris vſum habui mus: nam et illa roftre marinamaquam
al lumere folet, illoſ; pro clyfteri vtitur, vt ventrem nimis onuftum exonerare
valeat. Inſuper marinus equus, Hyppopot mus di etus, venarum fectionein nos
docuit: illef. quidem mala oppreffus -valetudine, ad re center fuccifas
arundines graditur, acutio. riſ;cuſpidefanguinem è cryrjuin venis adi mit. Quod
autem in hocmirabile eft, vela guinem cohibeat, in fimo, vel cono volutatur, et
ica vitam tuetur, et fanguinem fim ftit. Ex Plinio, alis. Equorum teft:cilos ad ſecundas
depellendas miram babere pirt utern. Ingularis profecto Equi teſticulorum ad
nulierum fecundasdepellendas eft pro prietas, adeò, quod teftatur Genſerus in e
pift. Rufticum quendam, quinquaginta in puerperis feliciter hoc vſum fuiſſe
reme dio. Vfus eit et Horatius Augerius in plu. ribus mirabili euentu:
præſtantiſsimuin id circo à grauibus auctoribus indicatur re ne diun),nam, et pluribusiam
deploratis pro fuit.Capiunturteſticuli equ: caftrati,& tria ftillatim
conciſi in forno exiccantur, quorü puluis quantum capitur tribusdigitis è jure
bibendas datur in neceſsitate; idé; fi opus eit, bis, auc ter reperitur.
Humanam faliuam Scorpiones interimere. Ominum faliua Scorpionibus infe
ttiſsimum venenum eít, adeò quòd ca tacti confeftim intereanc. Porrò ijs,
ſaliua fora ſubſtancia aduerfaelt, ve Galenus lib.io fimp, medic. experimento
confeffus eft; ist. nim à fola faliua morientem vidit Scorpio. nem, id;
celeriter patientem à faliua elue riencium, aut fit jentium; tard autem ab 3 illis,qui
cibo, potuque fuerant impleti,ina. liis autem proportione, Apium
riſus,bominesridendo interfi. cere. Scelerata eft herba quæ Apiamrifusdicia
cur, quod ridendo homines interficiar: fi quis enim gnftauerit ieiunus vtique
ridendo exanimabitur, vt Apuleiusteftatus eft: Ex hacillud adagium ortum habuit:Sardonius
siſus; nam et Sardonia eriam vocatur.Porrò on ex rifu, qui hác guftauerint,
moriuntur fed potius,vt placet Saluſtio neruos labio rum, et orismuſculosillius,
qui eam come dit, contrahere facit,adeò, vtridendo mori videatur. Qua induſtria
Partbi, Scytheque Sagittarum aciem venenajunt: AR'thorum, Scytarumque toxicum,
quo fagicrarum acies inungi folebant, humano fanguine, et viperinaſanie confta
bat, tantæquc feritatis erat hoc venenum, ve leui tactu animal interimerer,
Equidem Scythæ viperas recenter enixas venantur, eaſque diesal.quoccontabelcere
finunt, do necip fapien putre.cane, mox com visus hominis fanguine in ollam
effuſo, eam ex quifite coopertam; fimoque obrutam com putrefcere finunt, cuius
demum.1. ick or fan. PAT fanguini ſupernatans, fiue ferum cuni vipe rarum
faniecommixtum lethale Scytharum toxicum eft. Ex Arift. Plinio, et Langio.
Succinumpterogerentibus exbibitum, mire partum accelerare. Mvicis experimentis
comprobariaudio ſuccinum parturientibus drach. ſemis pondere ex vipo albo potui
dátum, mirè par tuin accelerare. Hoc eriam facit eius oleum, fi gutta tantum ex
aqua verbenæ parturienti propinatur.Quidātamen medicusHetrufcus (Fallopii
teftimonio )exhibebatfcrup.i.bora• cis in decoctomatricariæ, velfabinæ diffolu
tæ difficulter parientib.mirag; faciebat: bre ui enim temporis fpatio
feetus,vel viuus,vel mortuns egrediebatur. Habebat ille medi euis pro arcano præftantiſsimum hoc
auxili um tamen neſcio quomodo postea fuerit de fetum. Ex Andernaco Serpentum
oua genituramí per imprudētiam in petu haufta,ſerpentesin corpe ribus
procreare: Dmiranda fuccedunt quandoq; fym dem imprudenter cum ea femina, vel
ova ſerpentú hauriuntur, è quibus moxſerpentes generantur. Genſerus in lib 2.
hift animal cap, de Ranis Rubetis, bufones in ventriculis in reftinifq; hominum
haufta eorum genitura, fieri, &nutriri probauit. Iacobus Manlius, in
lib.experim.in cuiuſdam equitis, exhau * Ita cuiufdam lacunæ aqua, vbi
erantſemina Serpentum, in ventriculo plures angues fu. iflegenicos prodidit:
quibus per internalla extractis, medicorum auxiliis, fanus factus eft. Leuinus Lemnius Vermiculos cauda
tos, atg; infolita forma beſtiolas vomitu ciectas nouit. In nonnullis lacertas
à phar. maco fuifle eductas obferuatum eft, vt Gé. maCoſmocrit vidit. Quare
maxima in a quæ potu hominibus opus eſt animaduerfi. one huiufinodi exhanftis,
pernicies corpo. Tis conſequatur. In deſperato coli dolore Hydrargyruin, v4.
glandem plumbeamexbibitam, multos confanaffe. Irabile videtur, Hydrargyrum,quod
à mulis venenum reputatur, in der. peraro coli'dolore exhibitum, plurimun
prodell:. Equidem Marianus Sanctus, ex multorum confilio, qui ab hoc lethali
mor bo fanati fint, fuadet, fi obstructio perfeue rauerit, et fæces per os
extrudantur, hau fire cum aqua fola argenti viui libras tres, Probat hic
exratione vinetuin feu duplicatű inteltinum Hydrargyri pondere explicari, fæces
detrudi,vermelý; fi ibi fuerint interi. mi, &ægrum liberari. Haud ab hoc difsi mili auxilio quidam nobilis, poft
alia ten tata ad morbi huiuſinodi acerbita tem ma. chinamenta, liberatus eft.
Hic hauftis olei amygdalarum dulcium fine igne extraćti vnc. iij.cum vino albo,
&aqua parietariæ mixcis, mox deuorata glande pluoibea ar gento viuo illita,
planè à colico cruciatit euafit, illamque exano abſquelaborerede didjt. Ex
Pareo lib. 16. Infæniculorumfeminibus, vim quando que exitialem deliteſcere.
Grauibus ſcriptoribus comprobatur, ſerpentes fæniculorum elu, &fene ctam
exuere,&oculorum aciem rnonare. Hinc iis affricantur oculi anguium, vt vo.
tum affequantur, Ex attritu foeniculorum feminibus, praya quædam imprimitur qua
litas, è qua venenati producuntur vermi. culi,quorum eſu multi in peſsima
deuene. runt ſymptomata, &ab alexiteriis rarò ad iusj funt, tanta huius
veneni potentia eft. Quare foeniculorum ymbelli,antequam co. medantur,
aperiantur, et diligenter concu, tjantur, vtå vermibus emundentur. Præ, OS Habis
A A ſtabit al quantifper in frigida macerare. Ex Balthajaro Pifanello, Noua
admirandag; prafidia, ad Ang i nam, gutturules apoflemata. Fferanı fingularia
auxilia, è quibus ex grauiſsimis fcriptoribus, ad anginam et gutturis
apoſtemata mirabilia contigiffe proditur.Lignum hederæ ad gutturis apoſte. mata
à proprietate valere fcribit Ioannes Marquardus: quippe obſeruatum eft, come
dentem excochlearihederæ ligneo, fiue bi. bencem in aliquo ipfius vafe ligneo,
num quam, vel raro in gutturis, vel vuulæ apo. temaińcurrere, Rubeta cocta,
&pro em plaftroSynachicis impoſita,cófefim liberat. Vermes.quandog, in
cordis capſula pro creari, è quibus mors ſubitanea pleriſqueexoritur. Abulofum
haud eft, vermes in cordege: nerari. Hoc enim Melues docet, Holle rius, Marth.
Cornax, Alexius Pedemonta. nus, et alij loan, Hebenftrit, in lib. de Pette,
Principem quendam ex morbi fæuitia peri iffe narrar, cuius cadauere diffecto,
vermis albus præacito roſtello, eoq; corneo præ. ditus, cordi adhęreſcere
deprehenfus eft. Exmedicis, ſucco alii feram hanc, tanquain ex indubitato
remedio, interimi probatü eft. Petrus Sphererius (vt ScheukinsBarratti lem fiorentinum morte fubitanea correpti, atq;
diſſecatum obferuauit, in cuius cordis caplula vermis viuus repertus fuit.
Aiunt multi certiſsimo experimenco-ficco allii,ra phani, et nafturtii hos
vermes pecari, qui, ex teſtimonio Pedemontani, in corde deli teſcentes, ſyncopim,
Epilepfian, et mortem inferre folent. Mares pleroſque in mamillis, mulierum
instar, lac producere. Icet marium mamillæ fpiffa carne in fuiffe productum
obferuatum eft. Nouit hoc Arift. vtlib. 1. dehiſt. animal. docuit. Veſali us
non femel id confpexiffe in . Anat. commemorat, et Hieronymus Eugubius in
libell, de lacte: fic et Cardanus,lib. 1. de Sub til. qui ianuæ vidit Antonium
Denzium, è cuius mamillis lactis tantum profluebat, vt infantem fernè lactàre
potuiffet. At hifto ria, quæ affertur ab Alex. Benedicto mira. bilis eft:
aitenim, Syrum quendam,mortua coniuge, è qua infans ſupererar, ybera filio
admouiffe, ècuius ſuctu tanta lactiscopia i pupillam manauit, vt exinde loco
matris nn trire valuerit. Ego quidem in duobus filiis meis, in primis diebus à
partu obferuaui, ab obftetrice.mamillas cofrectatas, lacimpulſo (magno multorum
ftupore) emififfe: idậ; in aliis etiam infantibus contpexi, Lumbricosquandoque
tantaprocreari pi Tulentia, vt interior a corporis perfurare valeant. Nfanda equidé fymptomata à
vermibus aliquando proueniunt: refert enim Om bibonus, lib. 4. de morb. infant.
Lumbricos ex vmbilico cuiuſdam erupiffe. Tralliani teſtimonio habemus, hæc
animalia ob ali menti inopiam inteftina laceraffe, fuiffe ob ſeruatum. Id etiam
ab Aegineta confirma tur: jofuper Hollerius confpexit, vermes per inguina, et vmbilicum
prorupifle. Ma. gna igitur cura opus eſt in horum
redua dantia, ne interioracorporis valeant lace fare, A Infamis vmbilicam, et Ceruinumpenem
mirabiliter conceptumfacere. Lexander Benedictus, 1.30. de curand.
morbis,vmbilicü infantis, qui fponte caditquoquo, modo in ciboſumprú, fiigno
rauerit mulier,adconceptum facere, pro. didit;illumg; in brachialibus à muliere
ge ftacuin conceptum inhibere eredir. Cerui. aum inſuper penena aridum, et in
fari. namredactum, oboli pondere, à coitu forminis datum; procul dubio ad
concipien. dum prodeffe experimento probat, Baueri. us tamen conf: 50.vterum
ceruinum fingu lari dote ad conceptum valere prædicat, Vlmi vſum, recentem
Elephantiafim curare fuiffe obferuatum. Inquam certum remedium, Vimi vfus in
curanda recenti Elephantiaſi à laco. bo Douinero, lib.Tic.7. prædicatur. Vidit enim adoleſcentem tali
affetu laboranté, et decoctionis Vimi vſu (factis faciendis ) conualuiffe. Ea
equidem pro omni potu vte barur in quolibet paſtu, cum pauco vino al. bo,
&cantiſudores mouebantur graueolen tes, vt vix illos cuftodes ferre
poffent. Ita viſcera purgabantur, &magaa yrinæ copia excernebatur, quibus
excretionibus fanus factus eft. Cyprinorum efum podagricis elle infeflum.
Vamuis inter piſces, Cyprinusnobi. lifsimus exiftimetur, cum optimum præbeat
nutrimentum, exquiſitiſsimigsexi Atat faporis; tamen podagricis infeftuin ef.
fe obferuatum eft. Nouit enim podagroſum Iulius Alexandrinus (vt retulit lib.
.. de salubr. ) cui Cyprinorum efu pinguium, parata érat femper podagra, ve in
manu illi th effet, eo pacto accerfere, cùm vellet. G Puluere pellis leporine,
perniones à Sep tentrionalibusfanari. Laus, lib. 2. Rerum Septentrionalium,,
tilsimè perniones experiri fcripfit, qui mor bus, non aliis ab iis fanatur
remediis, quàm puluere pellis leporinæ. Plinius verò Rapú domeſticum feruen's
calcaneis impofitúla. nareretulit. Ego ex Carolo Séephano, inlib. de Ragraria,
in quodam expertus ſum reme dium, et bene fucceflit. Accipit ille, ficos
crematos, è quorum puluere, et cera yngné tum parat;hoc pernionibus impofitum
bre uiliberat patientes. Hydrargyrum loco amuletigeftatum à pefte faſcinog
corpora defendere. Arfilius Ficinus, et P. Droerus, in lib. M, fienim auellana
perforatur, &extracto in. teriori nucleocum acicula, argento viuote pletur,
et collo fuspenditur; mirum in mo dum à peſte corpora tuta reddit: ira profe
etò à peftifera lue fæniente fe defenderuut multi. Hoc eriam præfidio mulieres
lactan. tes, à faſcivatricibus, ne lac fic ademptum, quo infantes alendi funt,
præferuari poffe, i Thomas Iordanus, in libe dePefte, prodidit. - Q " ppe
multis experimentis obferuatum re, tulit (hoc fecum geſtao - ullas prorſus
laga. ruin, lamiarú aut ftriguin infidias lacrátibus nocere. CNICO Meſpili
lignum,collo appenfum grauidas ab abo orth preferuare. Wm quadam æſtate apud D.
Ioannem Nicolaumn Cucillum Brancacium, mei amantifsimun, ytpuerum curarem
interef ſem, fortè inter me, et Doininam D. Man. já Cotoneam e Toleris, eius
vxorē, de abor tus præſeruatione, tunc vtero gerentem, có: uentum est. Retulit
domina hæc Meſpili li gnum collo appenfum mirè ab abortu gra
uidasdefendere;idq; millies à fuis maiori bus foiffe expertum. Confiteor in
plerifq;, tale lignum fuifle à me expertum, atq;certú, et rarum remedium ſemper
inueniffe fe: fi quidein multæ aborrientes, et dolore, et fã. guinis fluxu (appeofo
ligno reſtrictæ ſunt, &ab abortuſeruatæ, adeò quòdined parti cularem
virtutem abortú prohibendiinefile seor, Qua induftriabomines abſtemios reddere
valeamus. Vleis experimentis comprobatum re perio Anguillas, vel Mullos in vino
M fuffo peri sfuffocatos vini faftidium inducere: et enim ex eo bibant homines,
procul dubio abfte mii fiunt. Infuper
philoſtratus in vita Apol loni, ona noćtuæ elxaca, et infantibus pro cibo
allata, hydropotos in tota vita illos reddere ſcripſit. Mizaldus, Ragam viridem,
ex iis, quæ in fontibus ſaliunt, viuam in vi. no fuffocatam, idem efficere, fi
tale vinum potetur, prodidit. Rotundam Ariſtolochiam mirè piſces ftu pidos
reddere. Ira eſt Ariſtolochiæ virtis in piſces: ipfa enim illos odore ad fe al
licit,moxftupidos reddit. Proprerea fi eius radicem contritam, calciq;
commiſtam, fiue eius decoctionem cum calce pacato flumine aut maris littore
piſcatores confpergent, piſces agminatim confluere videbunt. Ili autem puluere
deguftata, veluti examina ti ſupernatantes capientur. Puellam veneno ab
infantia nutritam, Alexandro ab Indorum Rege fuiße miffam. Ndorum Rex Alexandri
fortunæ inuidés, vt illum interimeret, miræ pulchritudi nis mifit puellam,
ratus forfitan Alexandru confeftim cum ea concubiturum. Illa au tem Nappelli
veneno ferè à cunabulis erat educata, propterea more Serpentum ſcin tillances
habebat oculos. Hos Ariftotelesar piciens, caue tibi ab hac (dixit ) 6 Alexan
der; nam virus peftilentiſsimum alit, vode tibi exitium paratur. Poft paucos
dies pleri q; proci huius commercio venenari periere ex quo Ariſtotelis
praſagium mirabile fuit iudicatum. Ex Averroe. Quale fitigneum prafidium,
quodin morbis ab Aegyptis, et * Arab.bus vfurpatur. N lib. deMedicina
Aegyptiorum prodi. dit Alpinus, quo pacto illiin morbis cor. pora adurant.
Accipiunteniin lineam peti. am cubiti longitudine, latitudine verò tri um
digitorum, quam ad formam pyramydis aptant goſsipioque implent; ipfius latior
pars, parti adurendæ applicatur, alterumg; capuc accendunt, comburió; cam dia
per miteant, ye faſciculus crematur. Continuò ramen dum cutis vritur, ferro
circumcirca accingunt carné,ne caloris incendio aliqua oriatur inflammatio.Hocinfuperinuolucro
parando obſeruant, vein medio meatus ex iftar fafciculi: ita enim euentatio fue
refa piratio aliqua paratur, In vftione autem per aćta offium medulla in
carneaduſta, quoad eſchara cadat yantur.Hic vrendi modusAe. gyptiis &,
Arabibus familiaris eft. Olim in Creta familiasquaſdam mirè faſes:
natricesadfuiffe A quoſdam, tum fæminas in hiſce parti bus animalibus,
pueriſque laudando faſci num attuliffe: adeo quodij;fiad ouile, por cileque
quodpiam adiuiffent,confeftim in teritum pleriſque produxiffe: Quare mirum haud
eft, quod legitur in Creta quaſdam fa. milias adfuiffe, quæ laudando faſcinum
is. ferebant. His profectonatura quædam ferè venenofa efficitur, et ex oculis
inde fpiritus efflant venenatos,quibusanimalia,pueri, et grandiores faſcino
maculantur. Laudando autem venenum promptiusoperatur: fiqui dem laus propria,
gaudium affert, quo cordis fpirituumque dilaratio oritur, et veneno. a ditus
præparatur.Ex Fracaſtorio - de fymp. sta Antypat.rer. Cyprint verticis
oſsiculum mirabiliter Epilep. ticisfubuenire. N Cyprini caluarix vertice
quoddam re peritur ofsiculum triangulare lapidisin ftar, quod in curanda
Epilepſia; principeng loců obtinereaiunt. Táta enim efficacia epi lepticicis
fubuenit, vt morbusis numquam reuertatur,Hoc, vbifuturæ in vertice calua six
Cyprinicômitrútur intus fubfiftit,prop I cerea terea ſi illa capello
penetratur, ſtacim fora profilit,Andernacushoc ofsiculum nummi Germanici
cruciferi appellati,magnitudine exiſtere prodidit,atque ſalutare eſſe Epilep
fiæ remedium, Calphurnius Bestia Romanus qua pia vxores dormientes interemerit.
Nonnulliex veteribus in venenisnofçé et dili gentiam inter alia Aconitum
venenorus omnium elle ocyfsimam comprobarlot: fi quidem tactis huiufinoti
veneno genitali bus lexus faninini animaliuin, eodem die mortem inferre viſiun
eft.Hacvia Calphur nius beitia, veditaretur forſiçan, vxores dor mientes
interemit, de quo à M.Cæcilio ac cufatus eft.Hincilla -atiox peroratio eius in
digito mertuas. Confimili induftria Ladica laus Neapolis Rex, cum cuiuſdam
medici Prochytami filiam adamaret, cum eaque concumberet, Florentinorum
confilio ex cinctus eſt, AcetoStitillitieo Bythagoram vitam longiſsi
meproduxiße. Afecit:feripfit enim eius viulongāhonia nes vitá conſequi, et vfquead
eius extremum: finem permanere integrè, et dextra valetu dine.lole cu
quinquagefimum ageret awaum hoc remedio
vfus eft &eius vfu ad centefi. muum, et decimum ſeptimum productus et
integer et nulla vnquam aduerfa valetudine tentatus: cuius optimam facultatem
admira. tus, confanguineis co umuuicauit, vt illings vfum haberent. Oleiom
lixiuio mixtum in lattis fpeciem tran fire. ' rmè experimen: o oleum lixiuio
mixtú, fi diuag retur,in lactis ſpeciem tranfire, comprobatum eſt: eft enim
lixiuium tenue, atque calidum,oleum autem cum aêreum fit à lixiuio attenuatur,
et proinde aerem con cipit,ex qua albedoiunaſcitur. In aquis etis am, quæ diu
agitantur,lactis ſpecies quædam exoritur ex confimili induſtria. huius indi. In
cium ſpuma eft, quæ cun fic tenuis, aérem concipit, et dealbatur, Ex Cardano.
Quainduftria Scythe abſque cibo, potu per plures diesexiftant. Miraett herba
Scythicæ operatio, qua scythæ per plures diesfiue cibo, po - tuque viliere
dicuntur. Hanc ij circa Boeri. am inueniuntcreſcentem, et ad famem ficou timque
tolerandam vtuntur: fi quidem guftu dulcis, vt liquiritia eft, et in ore
detenta fa mis, fitifq; fenfum habetar, Idem apud cales C: Hippice præſtat, eò
quòd hæc planta equis confimilem generet effectum. Aiuntmulci, Scythas his
herbis duodesos eriam dies, fac mem, &ſicim non ſentire.Ex Martbiolo. Catellos calorem natiuum augere, membros rumque
dolores conſopire. PRo excitando nativo calore, membro. rumque cruciatibus
demulcendis, Carelo li præſtantiſsimi(Galeni teſtimonio,7. Me thod
med.)exiſtimantur:illorun autem hu. ius naturæ haud omnes habentur, fed ijpræ
cipuè,quibus pilus concolor eft. Propterea in Chiragra, podagra, et in omni
Arthri. tis fpecie cruciatus, quamlibet efferatos, parti affectæ adhibitos s
præſtantiſsime confopire àmalcis comprobatuni repe ris. plurima è terra
furſumtapi, iterumque deorfum cum pluuis pracips tari, Aximam
yellera,rang,vermiculi,lapil li,ligna,vabijgeneris frumentacealac, fanguis, et id
genus alia terræ permixta, quæ cum pluuijs quandoque præcipitari afpici. mus,,
nobis præftant admiracionem, adeo quod à cafu infolito plerique perterriti,
Cæli mipas metuunt; Celiat aixen admira. tio,fi eorúcauſas penfitamus:hæc enim
pri mo mò ventorum effluuijs, ventorumque inipe tu terræ permixta furfum
feruntur,mox cum pluuijs iterum deſcendunt. Propterea nec ſemper mirum,autinſolens
à ſapientibusiu dicatur: CorneliusGemma, inCoſmitriticaca 6.hæc caufas
legitimas à coeleftibus Syzygi. is habere prodidit: fed tamen eo vſque pro
gredi ſoiere,cum fpecie fua, tum magnitu dine,vt etiam in portentis principem
inue niant locum, Cum Pſylis, &Marfis, Serpentes haudbabere inimicitiam. M
Irabile eft, Serpentes, quià mundi pri uerfam,inimicitiainque iniuere,cum -
Pſyl lis, et Marfis nec odium nec difconuenienti am retinere, Neceſſe ctenim
elt, ve ijs aliqua miftio non omnino contraria oriatur,auto dor, autaliud, è
quo fpecies minus ingraca videatur; ita profecto inter homines ipſos. criam
contingit: quandoque enim fine cauſa nonnullos odimus,alios amamus,prout re
sum.fpecies ad animam noſtram perue. niunte, quibus conuenientiam, et diſconnenientiain
capta mus. Ex Fracastor rian - ) Oling Olim vasta, ego robuſtafuifle
bominuincor pora. Vamuis Plinius,cæteriq;ſcriptores, ho ninum corpora, robur,
vitam ſemper imminui conquerantur; tamen olim Gigan ces extitiffe, &vaſta
hominum fuillecorpo. ra negandum non eft.D.Auguftinus lib.15.de
Ciuit.Dei.dentem gigantis in quodam flu mine inuentum fuiffe
prodidit,quiminutim diuiſus,centum ex noftris dentes ſuperabas. De Pailante
ſcribitur admirandum.Hic Ae neam contra Turnum Regem Rutilorum adiuuit,
mortuustandem, et fepultus, vbi nunc Roma eft, (reference Solino)Anno O.
atingefimo poft Chriftum Dominum dam quiædam ædificia Romefierentcafu in ſepul
chro quo arte mirabili cum lucerna ardenti códitus erat, inuétus eft, et integer
erectus altitudinem nuricapite excellebat.Quid de Aiace, et quid de Turno; et de
ingenti,faxo, quodvterque in hoftem conjecir, referatur nouúhaud eſt.Quid
tandem de Oreſte, filio Agamemnonis,cuiuscadauer oéto cub tirá longitudinem
excedebat, atque de alijs in numerisdicatur,apud fcriptores reperitur. Idcirco
præter ftirpem giganteam,quæ poft diluuiumimminuca eft, alia corpora vastitatem
et robur maximum retinuiffe conce. dendum eft; in præfentiarum verò homi. num
corpora huiuſmodi comparata, tam pufilla funt, vt præ illis inania effe videan
tur. Ex Helinando Chronographo. Equum Phaleris accin&tum pulcbris, acri
oremfieri., chris ornantur phaleris, tum acriores, tum pulchriores iudicentur.
Eſt de his cla. rum exemplum de Bucephalo Alexandri, qui phaleris accioétus
Regijs neminem præter Alexandrum (teftimonio Aeliani) ad fe aſcendere
paciebatur, et quoderat 18 illo mirabilius, veaſcenſus facilior effet,
demittebatur cum dominus equitare vole bat.Phaleris autem remotis,quilibet
medi. aftinus aſcendere, &tractare poterat. Ego quidem domimulam habeo,cuius
tanta eft ſagacitas,vt fi feruus meus ephipium parat, habenafque illa humilis,demiffa,
et quafi gaudens perfiſtic,viAernatur, hilariſque in. cedit, et acrior: fin
autem clitellas, calcitro fa, indomita, feraque confeftim fit, necta lem
ſarcinam, niſi vinctis pedibus ferre ſu Atinet, adeò quòd feruus ab opere
defiftere cogitur. Exitiofißimum effe homini,ſub Lunaradijs ſomnum facere.
Vnæproprium eft,in hæc inferiora hu miditatem immittere: quare exitioſum
elt,lub eius radijs diu dormire; quippè dor mientes obleruatum eft ægrè
excitari, atque proximos infanis fieri, Lunæ vires in lignis, quæ ad ædificia
colliguntur,potiſsimum ex perimur:conciſa enim Luna creſcente, funt ferè
emollira per humoris conceptionem, idcirco tanquam inepta à fabricis reijciun
rur. Agricola 'experimento cognouerunt, fruméta de agris in Lunæ diminutione
colo lecta diutius ficca permanere. Hæc à veterie bus Lucina vocabatur, et à
parturientibus inuocabatur: Lunæ enim diftendere rimas corporis,meatibuſgue
viam dare munus eft: propterea, tale ſydus partui ſalutare, illum.
queaccelerare putabant. Archelaum,Mithridatispræfe&tum, ligneam turrim
incombuſtibilem confeiffe. Dmiranduin profectò iudicatum eft
AArchelai,Mithridatispræfe&ti,cótra Syllam commentum:hic enim turrim ligue.
ain iocombuſtibilem condidit,quam fruftra ille incendere conabatur. Erat
currista. bulata alumine collinita, in ijs autem cruſta durior erat obducta, et
alumen, plumbique albi albicineres
pigmentis copioſè commifti: quia induſtria ab igne feruata ſunt. Confio mili
artificio,Ceſar ex larigna materia cir. ca Padum,Caftellum etiarn conftruxit,
Ex Lemnio. Viſcum quercinum fola fufpenfioneEpilepti. cis fubuenire. X
grauibusfcriptoribusmultiorbicua losè viſco querciofola ſuſpenſione vulgari
filo transfixos idem præftare in 2 molienda,& præcauendaepilepfia tradunt,
quod peonię maſculæ radix,aut ſmaragdus è collopendens efficere creditur,
Reculit Iacchinus in Epilepticerum curatione, fe mel ea ratione,qua ligno
guaiaco vtimur, Viſcum quercinum per dies 40. propinafre, et profuiffe quidem,
non tamen Worbum abituliffe,nequelicuilleiterum id temedij iofaciliori morbo
experiri. Isterbraſsicam o vites maxisnum ineſe dif fenfum. Focabilis equidem
difcordia inter braſsicam, et vites reperitur, propte reade Reruftica fapientes
fcriptores, VICCE à braſsica offendi, deterioreſque et fucco, &odore, fi
ſecusplancatur, fieri prodidere. Experimento hoc comperitur:nam gerinen
ijspropius cu accellerit, auerſü ab inimico Notabilis compulſum odore
retrograditur. Infuper G inollam, vbi braſsica elixatur, vini vel mi nimum
conijcitur, quippe nec braſsica cona coqui vnquam poterit, et quod mirabilius
eft, colorem proprium amitter. Hacmotira tione ſapiéres,ebriis braſsicæ ſucçú
propinát, quo ebrietas ſubitò foluitur. Conuiuates pa riter, ne à vini copia
potenciaģ; offendantur (Germanorum inftar ) braſsicam crudam primò comedere
debent: ita enim viruna ad satietatem, abfq; ebrietaris periculo haua rire
valebunt. Cati nigerrimiefum cerebrum, homines dementare, Ericulofum est, versicoloris,
et maximè nigerrimicati cerebrum alicui efirm prz bere: ad iufaniam enim
homines ducit, et quod peius, cerebri meatus obftruit, ſpiri. Etuſý; impedit
animales, Inter fcriptores Per trusApoinenfis, huius efuadeò io ſanirehow'
mines dixit,vt præftigiis quafiobnoxii videa antur. Ponzertus pariter cati
pilos venenoſos eſſe prodidit, citly; anhelitumfebrem heoti cam induccre.
Exbetulacorticibus, ardentesfaces comparari Etulæ cortices non modò ignem
confe. tim recipiunt, verùm atque flammam pariung Mha pariunt ardentem; quo fit, vepleriq;
faces, pro noctis obſcuritate fuganda, ex iis com. ponaot, bene rati lucidiorem
has flammam, quãpini fædam parere: ex liquore autem picis inſtar, qui dum
vtuntur deftillat, oriri hociu dicatur, cuius natura cùm facile accendatur,
mirum haud eft: talem effectum producere. Hæmorrhoidalemn berbam contactu Hamer
rboides fünare. Ira eft Hæmorrhoidalis vis, et poté. tia in perfanandis
Hæmorrhoides: fi enimhuius radicibus, Hæmorrhoidales do lentes tanguntur, atq;
illæ per diem circa fe. mur ferantur, et mox in camino fumanti (afpendantur,
procul dubio effectusfanatur: fiquidé Hæmorrhoides que atq; radices ex iccărur,
fiaccelcıyor: qua caufa herba ab effe ctu nomen deduxir, nec immeritò: namin
iftarum infiammatione, &doloribus, fi hu us radices contufæ applicantur,
confeftim, et dolor, et inflammatio mulcentur. Ex Ex Tante. Marine Paltinuca
radium,identium do loresmitigare. entium dolores multis experimentis ex Marinæ
pattinacæ radio mitigari vifi func; huius eniin radio, qui in piſcis cauda cpa,
situr, dentes tanguntur, et gingina ſcari. ! x herbis non paucæ Ecale ſcar
ficantur, quo præſidio quan cítiſsime dolor euanefcit. Prodidit Dioſcorides,
lib. 2,64p. 9. radiuin hunc dentes frangere, et e urcare.quomodo autem hoc
perficiat docu it Plinius lib. 3. cap 4. Conteritur enim is, et cum Helleboro
albo miſcetur, quorin miſtura fi dentes illiti fuerint, fine vexatio ne
extrahuntur, Plerasg, berbas, Solisexortum, et occafuma ostendere, Solis ortum,
et OC cafum noffe videntur tantaq;huius lyde. ris ſectandi,talibus auiditas
nafcitur, vt Gr. miter inter kas, et folem magnam in ſe lym pathiam credamus.
Profe&to fos calendula in Solis ortu aperitur, &in occafii clauditur;
ex quo villicorum horologium à nuleis di citur. Sequuntur Solis fphæram non
modo papauer, et illudtithymalli genus, quod vo. cant helioſcopon; ſed etiam
malua, lupini et cichorea; intenſius autem Lotus herba re ctatur, &exortum
quotidianum, &occafum noſcit. Hæc (Theophrafti teitimonio ) cau lem,
&florem veſpere mergit, et circa me. diam noctem tota in lacum irruit, et
adeo occulcatur, vt nec manu admiffa quis valeat inuenire, verciturmox
panlatimg; erigitur, etin Solis exortu extra aquas confirrgit; for P 3 reing Temą; aperit, et patefacit, caliterá; etiam
num confulit, vc alièab aqua abeffe videa quarum Sodo Qualssin Sodomi, et
Gomorriveſtigiso riantur fru et us. LtiſsimiDei decreto quinq; vrbes 211a
ciquicus incentæ ſunt wuum, et Gomorrhum præftantifsimæ fiudj erbantur.Harum in
fauillis quædam noſcú. tur veſtigia; Giquidem cæleftis ignis reliquiæ adhuc
perfiftunt. Quod autem illic admira bile perfpicitur.viridancia fpectantur
poma, formaci vuarum racemi, nec quis elt, qui e dendi haud cupiditatem habeat:
illa. autem manibus capta faciſcunt, et in cinerem refol. uuntur,
fumuggsexcitant, quafiadhucarde ant. Ex Egeſippalib. 4. Magnam inter vterun,
ammasinef Seſympathiam. On exiguus inter mulierum vterum, et mammas contéplatur
confenfus: quip pe alterum alterius pathema oftendere on laruamus, A venis
inter has partes coniunctis maximè ratio ošteditoriri ſympathiá:ex iis e nim
materias ab vtrifq; contentis transferring etexonerari experimur.In menftruorum
re dundantia Cucurbitula fub mammisappofita, fluxum cohiberi ab Hippocrate
docemur, Lactis copia in puerperis dum
magna grauit q; fuerit, die feptimo puerperii octauo, 10 nog; in vterum à
naturaefunditur. Suppreisi menfes in
virginibus, et viduis caftis, non femel io mammasrefiliunt, et la et tis copiam
fuſcitant. In mulierum pubertate accedente menftruo
vtramq; parteni creſcere vidernus. Quo artificio Solis defectumfirmiter com
prehendere paleamus. Aria induſtria pleriq; conantur folis defectam
deprehendere;hocautem có pertum eft, artificio illius defectionem fir miter
apprehendi, Pelues hora inſtanti capi. antur, quæ non aqua, fed aut oleo, aút
pice implendæ ſunt; ratio enim fuadet, humorem pinguem non facile curbari, atq;
imagines perinde, quas recipit conſernare. Equidem in magines in liquido et
immoto tantum appa rereconfueuerunt, propterea in olen, et pi. ce, commodius, et
firmius, quomodo Luna Solilc opponat, et illum abſcondat accipere poterimus. Ex
Seneca in Natur. Quaft. Virginummammillarum tumorem acis cuta impediria Ac
inter alias, cicuta pollet efficacia, vt contufa cum vmbeila, atq; virginü B H mammillis
impofita, tumorem, et excref centiam valeat prohibere; fortaffe nutrimé cum
impedit, quo minus augeantur, vt in pu crorun tefticulis fuccedit, fi hæc
adhibetur: ijenim reatibus alimenti obtufis facilè ex iccantur. Aperiani in hoc
loco quod à Bon doletio nultis experimentis comprobatum Teperio de piſce
Squarina: hicenim mulie. rum mammis fuperpofitus, illas adeò con. ftringit, ve
virginum mammillæ appareant; credunt multi in genitalibus eundem fimili ter
effectum producere. Quercusgallis, anniprafagia comparari. Napoleon Onmodò à
Plinio, verùm atq; à plea riſq; rei rufticæ ſcriptoribus obſerua tum fuiffe
comperio, à gallis quercus maio sibus præfagium aliud anni, quodapud vece res
in magno fuiſſe pretio,etopinione legi. tur. Aperiuntur gallæ, quando integræ
funt, ibig; muſca, aranea, aut vermiculus repe. ritur: fiquidem planta hæc in
gallis huiuſmo di aninialium gignere confueuit. Si mufca volar, angi
fertilitatem et bellum futurum præſagiunt; ſin vermiculus repit, annonæ
carentiam arguunt; fi autem aranea profiliet fummam caritatem, et peftilentes
affectus prædicunt. His ego adderem, præfagia hu. iufmodi, fi Deo placuerit,
confimiles ſecta. tur elientus. Vitri puluerem, calculos comminuere. ron folum
Galenus, fed Anicenna, et mouendos vitri puluerem excollunt quomo do autem hæc
fieret, plurimum infudiui; tandem quæ ab Abecizoare componitur,mihi ex voto
ſucceſsit, et vitrum adurere didici. Capitur vieri albi, et perſpicui fruftulum,
quod terebinthina coll nire oporter totum, nyox tandiù in prunis detinere,
veexcandel. cat; hoc demum in aqua exſtinguicur, ſepti. eſg; iteratur, primò
tamen linitur, fecundò cxcoquitur, vltimò extinguitur; quo peracto, vitrum
conteritur, et in puluerem lubciliſsi mum mutacur. Propinamus languentibus au
rei pondus vel drach.j. cum vino albo, et ef ficaciter calculos comminui
experimur. Quo artificio aëris naturimexplorare valeamus. Eris qualitatem, et
naturam cum ex plorare libuerit, fpongia bene ficca, atq; munda ſèreno cælo per
noctem fub diuo exponenda eft; illa eniin fiſicca mane fuerit, ficcu's P5 АБЫ liceus et aër erit; fi humecta,nimbolus; fi
anoll cervda,humidus,acroridus Inſuper ft recente pané eadem induftria
expofueris, di corrupto,ficuin contrahere videbitur;à fic co, fiec ficcus;ab
Humido aucem, à ftacu pro prionon mutabitur.Siaër fuerit peftilens,
carnesexpofitæ corrumpuntur,atque colo rem mutant;fic eciam et adipes.Siaércraf
fus erit,patebit in marmore, et filicibus, qnę in cali natura admodum madere
folent; cós tra verò in aere'tenui, liges humidus eſſet, hę enim in tali con
ica humeſcunt. Ex CATO dano. Quali fratagemate homines, mortui Š videantur.
Vltis experimétis confirmatum repe rio fublimatum, ffue aqua vitæ cum fale
miſce tur, ac in patina (ſublata qualibet alia lua ce ) accenditur in cabiculo,
nocturno tem pore, vbi homines reperiantur; fiquidem ipfi immobiles fuerint,
fpeciem mortuorús repræſentabunt. Pleriq; vt Aethiopes fin gant, lucernam
accendunt oleo plenam, cum quo ſepia atramentum fit dilucum, fi we calchantuni,
aut ærugo, nec fine ratio ne:oftédit enim,lux eorû colores, quæ in iis sát
quæaccédācur: oportet tamen iu cubi culorcliquas luces adimere, Nerein VA No
Nereidesfaciehumana dy venufta, prezi que fuifferepertas Ereides, quas vulgus
Birenas appela lat, plurimæ in locis maritimisinué tę funt;quodauté
cátusdulcedine nauigātes hein foporem perliciant, et capiant,nos. in lib. 1. de
Hominis vita, abundedifferui mus, vbi de Tritonibus, Nereidibus, ho. minibuſqs
in maridegēribas, quos marinos vocant tractatur; Poetarumq; fabulæ eno. dantur,
Vidithas Theodorus Gaza et Gee orgius Trapezont ius, homines nagnæ e ruditionis:
Gaza in Pelepomeno exorta maris tempeftate, Nereidem proiectain in lidcore
reperije viuentem, et fpirantem, ynleu hrniano, facie decora, corpore fqua mis
hirto ad pubem vſq, cætera autem ia locuftæcaudam definebant: ad hanc viſen dam
magnus fuit concurſus, illa tamen e vac maefta, crebrog, ſuſpirio fatigata et
frequentia hominum circumdata gemitus dedit et lacrymas emiſit,quibusmacus mi.
fericordia,ad mare deduxit, vbimagno im petu fluctus fecauit, et ex oculis
omnium cuanuit. Quid Trapezontius, pleriqs. alii viderint, in loco cita. to
narrauimus De Apunx natura, earumque mirabiliſa gacitate. Tu quidem anceps fui
in fcrutanda A pummellificatione,foetu, et cera:nam et apud auctores magna
reperitur controuer. fia, num illæ ge nerent, et aliundeprolem habeant.Poft
auem exactum fcrutinium cu iufdam amici va lido experimento Ariftoter lis
opinionem veram eflecomprobaui;fiqui dem Apese floribus fauos conftruunt, exar
borum lacryma ceram fingunt, et mella ex aëris'rore captant.Hæ primum fauos
confi. ciunt,mox fotin collocant, ore calidum ſpirantes,vt vitain
recipiat.Mellificanræfta. te, et autūno cibi caufa;mel autem autinale cleatius
eft.Foetus in vere ferotino debilis fit: nã et naiori ex parte emoritur. Multi
aiunt oliuas, et examinum copiam cógenerem ha. bere nataram: nam fi altera
augetur, alcera abundans fit: fi vna deficit,altera deprimitur ratio eft:nam
mella ficcitates augent;lobo. lem verò imbres; quofit, vt ſimuloliuæ, et sopia
examinam fit. Vinorum aliquot existere genera natura mirabilis. R aliquot
vinorum genera mirabilis naturæ quod? co A quod vua et guftu, et fenfuà cæteris
minime diſcrepanr, nec vinum á ymis; tamen quod Heracliam Arcadiæ fit, viros
reddicinfancs epotum, et mulieres fteriles: et apudcabyni. am Achaiæ abortum
facic: et in Thiffo vi num quoddam lomaum producit; quoddam verò, vigiliam Ex
Tbeophraſto lib.9. Plant. Quoartificio ignem manibus abſque læfione tractare
valeamus. Pud plerofque fcriptores inueni, ig nem fine læſione poffe tractari,
fi tri. tomaluauiſco cum ouorum albumine, ma.. nus liniuntur,ac defuper alumen
inducitur.. Hoc autem experimentuin à Magno Alber to captum eſt, apud quem
aliud legitur hu. ius negotijartificium:fi enim Ichthyocolle, et aluminis
æquales partes capiuntur, et ad inuicem commiſcentur, fiacetum his ſuper
funditur; quicquidtali miſcellanea illitum in ignem proijcitur, vtique non
comburie tür. Menftrua in ſenio ferèquibufdam fæminés 46 cidere. Vàm fallax fit
tum Ariſtotelis, tum ali orum iudicium,quodin mulieribuscir ca quadragefimum
annum,fiue quinquagefi mum menftrua deficiant, quotidiana demone strat experiencia.
Mulierem hic cognoui, Qyour P7 Victoriam nomine, eamque honeftam et bene
morigeratamshuic in anno 45.méftrua ceffarunt, et faufta valetudine vixit,cum
au tem fexagefimum ferè annum attingeret, ce teilli menfes rubei,bonique
coloris redie. De vberague, quæ priusflaccida erant,more: virginum turgidula
facta ſunt lactifque tan ta copia impleta,vt impulſu ferretur: quarez, vt
puerulú filiæ fuæ lactaret àmeadmonita eft. Alteram cognoui, quæ vfque ad annum
65.femper menftrua paffa, et hodie viuit, et menftrua fingulis menfibus fuentia
habet Hæcautem raròcontingunt.. Bufonislapidem contra venena mirabileinha bere
virtutem. Pleriſque lcriptoribus excollitur lapiss ille terreſtrisinuenitur:
ſiquidem contra venena folo contactu valere expertü eft; propterea inflationes
abeftijs venenatis illatas diſcute re, venenúq; elicere aiut.Scribit Lemnius,
tu mores, et dolores ex forieibus,araneis, vel pis,fcarabeis,gliribus,
aliifuevenenofis 2. nimalibus caufatos fclo lapidis blaul do attritu.euanef
cere Aquarum Fluuios natur& mirabilis repe $ rire. N multis locis aquarum
exortas, mira cfficaciæ inuenirilegimus Scribit Arift. in terra Aſsirithidæ
aquas naſci, quas cum oues biberint,moxgs inierint, nigros agnos generare. In
Arandria dnos ineffe fluuios ad.. notauit, quorum alter candorem, alter nio
gritiem facit pecoribas:at Scamander am gis, quem Homerus Xanthuniappellauit,
fia uas reddere oues creditur. Mirabilers in concepta imaginationis effe per
rentiam Maginationis potentiam tam miram effe Phyfici confitentur ve viſa per
cóceptum in partu fæpiſsimè eluceſcant. Referam hi ftoriain admirandam ex
Ludouico Vives 12; de Ciuit.Dei de huius negotio conſcriptam In Brabantia Buſco
ducis quædam vrbs eft, in qua more eiufdem Prouinciæ quodam die rempli vrbis
feſtum celebratur, quo tempore varii ludi apparantur.Sunt aliquot, qui ſtato
die diuorum perſonas induunt:nönulli vera Dæmonů.Ex his vnus cū viſa puella
exarfif. fet, et demúfaltado ſe ſe recepiſſet, et apreprā Vt er at perfonatus
vxore fua in le &tum con. ieciſiet,ſe exeaDanonem gignere velle di.. cells D cens, concubuit, et concepit inulier: clim
autem in partuinfantem peperiffet,'s fimul ac primum editus eft, Calcitare
cæpit forma, quali Dæ nones pinguntur. Dentium.stupores à portulaca confeftim
amoueri: Entium ftupores,qui ab acidis.edulijs Connarci confueuere,ex aqua aut
luc co, vel frondibus portulacæ commanfis, quam citifsimèdiffoluuntur.Ipfe cum
qua-. damæftate cùm fiti maxima, tùm dentium: ftupore affligeretur,cömanfis
ipfius frondi bus, &à fit, &à ftupore fubito liberatussú, Ab amico
quodam audiui parculacæ fuccúi collinitum,abfque dubio verrucas exter
minare,mihiautem experiundi locus haudi adhuc datus eft. Ex Aphrodiſeo,
Ceraferum aquam ftillatitiam in Epilepfia ! fummumeſſeremedium. Ninitis
experimentis Ceraſorum aquam 10 laccurrendis Epilepticis conprebari reperio
propierea à loanneAgricola in lib.. Herbar.maximèetiam extollitur. Qua pro vita
producenda inter arcana natu 12 connumerentur. APudreru naturalium (crucatores
acer rimos inueni, idque in arcanis conſer wari Hellebori nigri fólia Saccharo
cómilta degluci deglutientem ad iuglandis magnitudinenia in offenſam
valetudinem, ad ſenectutem vſ. que conſeruari.InfuperSilicem ignitum lin.
teiſque parum madidis inuolutum,& pedi. bus applicitum,pernicioſos
valetudinis vaki pores extrahere. Quoartificio in mulieribuscrinesdenfiores,
copiofiores comparare paluamus. Nter ſelectiſsima prælidia, quæ ad capil lorum
copiam generaodam ineffe cre duntur, Maluæ radix connumerari poteft:: fi enim
caput mulierum livinio lauatur in quo elixa fit maluæ radix, et deinde fucco
maluæ crines, inungantur, profecto ya bercim prouenient, et cicila fimé. Giulio
Cesare Baricelli (n. San Marco dei Cavoti) è un filosofo. De hydronosa
natura sive de sudore umani corporis Hortulus genialis Thesaurus secretorum De
lactis, seri, butyri facultatibus et usu implicatura sudorosa de hydronosa
natura de medicinae praestantiae amazones cur mammas dextras resecaverint olearum sterilitatis praesagium nili flumines proprietas de mundi creatione murium sagacitas pluviosa
tempestatis prognostica agricolas non semper tempestates et serenitates
praedictunt valeriana miravis contra epilepsiam
transformationes hominum in bestias non esse reales daemonis astutia apud indos quid picus de scientiarum varietatis
sentiret subditos principis vitam ut
plurium imitari rutam et allium
serpentibus adversari animalis oriri et
vivere posse in igne compertum est lacus
asphaltritis mirabilis naturae pisces
marinos salubriores et rapidiores fulminibis esse mulieris hominos cibus
gigantes in orbem mulieres excellentia
falsissimum est salamandran in igne vivere posse sabbatici
lactandis infantibus menstrualis pharmacum
animal tauri faxa
aegypti reges sterilitatis
praesagia aeris salubritatem lintea
hominibus hydropes plenilunio
nationibus romulus serpentaria
echinum animi pudorem animalia
alexandri morti sanari cervi sudori
vires balnei adam
rutam verbenam anima
aeris sulphuris caraba baccas
linguam galli homines
magis fuco cacoethica
vipera traulos morbos lupi vitrum
pregnantes periculo pro corporis corporum hominum utero paterna araneus
telas menstruali rutam
corpora achatis hominibus
hominem utero
praesagium utero tritico scorpionum hominibus
bubulo epilepsiam arbores
lapides bardana literas
homines hominibus hominibus
filios parentibus signum mare
rebrum hydrargyri lupum
epilepsia flatu corpora
pestilenti efficacia animalium
seminis basilicum torpedinem animalia
armenia febre lumaca amantissimam
astronomiam martisque passione
cantharides adagium parere fetus
iucundi de amoris origine
aqua virtutes sagacitas
lapidis naturam partus
amorfus equorum spectacula
marinum vitulum epilepsia vinum
homines homines cervi
gagatis epilepticos hominum laudano
mortem pacto a viro
hepaticos mortem mithridatis
ossa bryonia herpetes
vina alba flores absynthium
chalcantho coralio lethargicos
infantes prunellae catuli
gallum corios artificio
theodorus radicem
dilligentes canicula quatuor elementis phreneticos
digitum carnes vicera testiculis
dentium hippocrate
animalibus apii satyrii testiculum hominibus
radicem hominis extractum praesidia
hominem antidotorum cancri
quomodo morbi animantium
pulchritudine septentrionalibum hemorraghia lingua ardor aegyptios gentium solis
animalium cervorum masculinum fetum mirandulani
hydrargyro incognita tempestates
epiro hecla hominum
galenum graecos cane
athritide lionem iumenta
acutis acetum piscis
foeminas corporis alexandrum
hominum ruditas
angina capillos volucrum
agricolas galege infantis
oryalum homines lapides
collegium alexandrum laparhiorum
feminum aegyptios methodo olivarum admirandu
millepedum frequentem
mulieres daemonum carduum
infantes menstrualem corpori
medicina animalia unicornu
mulierum naturalem febris
precognosci medicis masculorum
hydrargiri bryonia consolidanda
chymicam corpus hominum
venenum semen lupos homines
luna leonardi hominibus polypidium ibidis
mulieres industria corpora
gallicam hominis hominibus
regem homines aquilone
usum usum oleo genus
leones artificio mergum lacertas
educandis artificio serpentes
virginitatem virginale vitellos
humana vita vena materia
alexandri mulieres hydrophobos
puerorum labiorum utero
semine aegyptorum taxi
epilepsiam aspides infantes
vitrum homines vini
syrium nuptis agreste
hydrophobiam hepatis viventes
arundinem cynanchem parere filios
vino praesagia gallinarum
aquam mandragoram
corpora vita hominibus semina
infantium vitam philomelam
castorem duces lingua
vinum equorum croci
hominis aspidum hermaphroditos imaginationis potentian climactericos
inter homines carolum animantia
liberos garamantes caminus
horologium infantium praesagia
vinum virorum familiarem romanos
ambarum tympaniam venenum toxica socrati
magia epistolam aqua frigida
menstruorum lapides homines
testiculos humanam salivam homines ridendo parthi partum accelerare serpentum hydrargyrum vim anginam
vermes mamillis lumbricos infantis
elephantiasim cyprinorum leporine
hydrargyrum gravidas homines abstemios — aristolochiam alexandro morbis creta
cyprini calphurnius bestia
romanus aceto oleum scythae catellos
plurima martis robusta hominum corpora equum
homini lunae mithridiatu viscum
vites betulae haemorrhoidalem dentium dolores sodomi uterum
solis virginum praesagia
vitri aeris homines
facie humana apum natura vinorum ignem menstrua virtutem aquarum in
conceptu imaginationis esse potentiam dentium stupores epilepsia pro vita
producenda mulieribus Giulio Cesare Baricelli. Keywords: sweat, il sudore
umano, sudore e la regola, stirgilo, amore, Socrate, Aristotele, controversia
sull’origine del sentiment dell’amore, Socrate, l’idea di causa in Aristotele. Refs.:
Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Baricelli,” The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza – Grice
e Baroncelli: l’implicatura conversazionale della compassione – filosofia
ligure – filosofia italica – scuola di Savona -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Savona).
Filosofo ligure. Filosofo italiano. Savona, Liguria. Grice:
“I like Baroncelli – he can be hyperbolic – “Mi manda Platone,” surely he only
requested! My favourite is his ‘compassione,’ which is ‘calco’ of ‘sumpatheia’
and therefore at the core of my balance between conversational egoism and
conversational altruism.” Flavio Baroncelli (Savona) filosofo Nato e cresciuto a Savona, si laurea in
filosofia all'Genova con relatore Romeo Crippa, di cui diventa assistente. Insegna Storia dell'età dell'Illuminismo
all'Trieste. E di nuovo a Genova, dove
tiene la cattedra di Storia della filosofia moderna. Viventa ordinario all'Università della
Calabria. L'anno successivo ritorna a Genova dove prende la cattedra di
Filosofia morale. Un grave incidente motociclistico durante una vacanza in
Turchia lo allontana per qualche periodo dall'insegnamento e dalla ricerca,
attività che riprende all'inizio degli anni novanta come visiting scholar
all'Madison, nel Wisconsin. Nel
frattempo collabora con molti quotidiani e periodici, come La Voce di Indro
Montanelli, Village, Il diario della settimana, il Secolo XIX. Tornato a Genova, diviene molto amico del
filosofo Franco Manti, segretario generale dell’Istituto Italiano di Bioetica.
Riprende la vita accademica per allontanarsene a causa della malattia. Il pensiero di B. ripropose un'etica
planetaria alla luce del mondo globalizzato, invitando a riconsiderare i valori
e le identità storiche dei gruppi umani occidentali riorientandoli a favore di
un sistema di valori e di identità individuali e culturali di tipo mobile e
pluralistico. Ha qualificato le varie culture come sistemi aperti in grado
comunicare e di essere traslati o esportati ovunque nel mondo, nella
convinzione che gli esseri umani appartengano tutti alla stessa specie e siano
tutti abitanti dello stesso pianeta.
Pensiero e la ricerca Profondamente influenzato da Hume e dallo
scetticismo inglese, si è occupato in prevalenza di temi etico-politici come il
razzismo, la tolleranza, il liberalismo e il politically correct. Altre saggi: “Un inquietante filosofo
perbene: saggio su Davide Home” (La Nuova Italia, Firenze); “Sulla povertà,
idee leggi e progetti nell'Europa moderna, Herodote, Genova-Ivrea); “Il
razzismo è una gaffe” “Eccessi e virtù del "politically correct",
Donzelli, Roma); “Viaggio al termine degli Stati Uniti Perché gli americani
votano Bush e se ne vantano” Donzelli, Roma); “Mi manda Platone, Il Nuovo
Melangolo, Genova Saggi "Giustizialismo" in Ragion Pratica, "Post-fazione"
a Lysander Spooner, No treason, "Etica e razionalità. Un finto
divorzio?" in Materiali per una storia della cultura giuridica, Il
riconoscimento e i suoi sofismi" in Quaderni di Bioetica, "Come scrivere sulla tolleranza" in
Materiali per una storia della cultura giuridica. Note Franco Manti per la fondazione Pubblicità
progresso, Manti, Diversity, Otherness and the Politics of Recognition, in
Nordicum-Mediterraneum, 14, n. 2,
Akureyri,, Ospitato su archive.is. Citazione: To B., a friend I met only too
late, / whose lively intellect, critical sense, friendliness / and clever irony
I just had time to appreciate. Info dalla pagina del
Dottorato in filosofia dell'Genova. Registrazione audio[collegamento
interrotto] dell'intervento a una trasmissione di Radio 3 dall'archivio RAI
Trascrizione di un dibattito con gli studenti sulla tolleranza dal Enciclopedia
Multimediale delle Scienze Filosofiche di Rai Educational Necrologi Bertone,
Vittorio Coletti, Salvatore Veca e Pietro Cheli. Altri dello scrittore Morchio
e dell'amico Miggino. Sezione speciale della rivista Nordicum-Mediterraneum
dedicata a B.. Pagina di Wordpress B. con alcuni testi inediti. Nome compiuto: Flavio
Baroncelli. Keywords: compassione, filosofia ligure, Home, etica, ragione,
giustizia. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e
Baroncelli,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice
e Barone: l’impliacatura conversazionale del linguaggio – scuola di Torino –
filosofia torinese – filosofia piemontese -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Torino).
Filosofo torinese. Filosofo piemontese. Filosofo
italiano. Torino, Piemonte. Grice: “I like Barone, but I’m not sure he likes
me! You see, in Italy, there’s ‘scienze filosofiche,’ and ‘scienza’ was indeed
a way to describe philosophy! But at Oxford, you have to take the great go!
Lit. Hum., and I doubt Barone did! – ginnasio e liceo, as the Italians have it!
Therefore, his views on ‘filosofia e linguaggio,’ never mind his rather
pretentiously titled ‘logica formale,’ ‘logica trascendentale,’ ‘algebra dela logica,’
etc. have little to do with, well, Italian!” Laureato in Filosofia a
Torino nel 1946 come allievo di Guzzo e Abbagnano, visse a Viareggio. Professore
di Filosofia teoretica all'Pisa, dove fu preside della facoltà di Lettere e
filosofia, fu poi docente di Filosofia della scienza nonché direttore
dell'Istituto di Filosofia nella stessa università. Insegnò anche Filosofia
morale alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Si dedicò soprattutto a studi di
storia e filosofia della scienza, pubblicando numerosi libri. Curò l'edizione
italiana delle opere di Niccolò Copernico. Socio nazionale dell'Accademia delle
scienze di Torino, della Società Nazionale di Scienze, Lettere e Arti in
Napoli, e dell'Accademia Nazionale dei Lincei, a Milano fu presidente del
Centro del C.N.R. di studi del pensiero filosofico del Cinquecento e del
Seicento in relazione ai problemi della scienza. Pensiero Particolarmente interessato alla
filosofia di Nicolai Hartmann, B. ne trasse spunto per un confronto tra la
dottrina realistica e quella neoidealista. La sua riflessione filosofica si
sarebbe poi focalizzata sui problemi epistemologici e della filosofia della
scienza. Come pubblicista affrontò temi
etico-politici sul rapporto tra individuo e società dal punto di vista della
ideologia liberale e liberista. Il tema
principale delle opere di Barone riguarda la filosofia della scienza e la
storia della scienza e della tecnica. Si deve a lui la prima pubblicazione in
Italia di una monografia sulla filosofia neopositivistica. Il suo pensiero si contraddistingue per lo
stretto rapporto tra epistemologia e storiografia della scienza, settore,
questo, in cui Barone ha preso in particolare considerazione il tema della
nascita dell'astronomia moderna, da Niccolò Copernico a Keplero e Galilei. Intorno agli anni sessanta, inoltre, Barone
si è dedicato con particolare attenzione agli sviluppi culturali, epistemologici
e filosofici della nascente informatica.
Altre saggi: “L'ontologia di Nicolai Hartmann” (Edizioni di Filosofia,
Torino); “Rudolf Carnap, Edizioni di Filosofia, Torino); “Wittgenstein inedito,
Edizioni di Filosofia, Torino); “Il neopositivismo logico, Edizioni di
Filosofia, Torino); “Assiologia e ontologia: etica ed estetica nel pensiero di
N. Hartmann, Torino); “Leibniz e la logica formale, Edizioni di Filosofia,
Torino); “Nicolai Hartmann nella filosofia del Novecento, Edizioni di
Filosofia, Torino); “Logica formale e logica trascendentale, I, Da Leibniz a Kant, Edizioni di Filosofia,
Torino); L'algebra della logica, Edizioni di Filosofia, Torino) Metafisica
della mente e analisi del pensiero, Edizioni di Filosofia, Torino) 1748:
viaggio di Hume a Torino, Edizioni di Filosofia, Torino); “Mondo e linguaggi” (Edizioni
di Filosofia, Torino); “Determinismo e indeterminismo nella metodologia
scientifica” (Edizioni di Filosofia, Torino); “Concetti e teorie nella scienza
empirica, Edizioni di Filosofia, Torino); “Nicola Copernico, Opere (F. Barone),
POMBA, Torino); “Immagini filosofiche della scienza, Laterza, Roma-Bari); “Pensieri
contro, Società Editrice Napoletana, Napoli); Teoria ed osservazione nella
metodologia scientifica, Guida, Napoli); Verso un nuovo rapporto tra scienza e
filosofia, Centro Pannunzio, Torino); La fondazione dell'ontologia di Nicolai
Hartmann (F. Barone), Fabbri, Milano); Leibniz, Scritti di logica (F. Barone),
Zanichelli, Bologna). Note Francesco
Barone, Neopositivismo, in Enciclopedia del Novecento, Roma, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana Treccani, Barone, Francesco, in TreccaniEnciclopedie
on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
Sito ufficiale, su francescobarone.
Francesco Barone, su TreccaniEnciclopedie on line, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. B., in
Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Francesco Barone, su BeWeb, Conferenza
Episcopale Italiana. Opere B., su
openMLOL, Horizons Unlimited srl. Opere di Francesco Barone,. David Hume, il filosofo della non certezza di
B., La Stampa, Addio a B. il filosofo che diffidava dei paradisi in terra di
Dario Antiseri, Corriere della Sera, Archivio storico. Nome compiuto: Francesco
Barone. Keywords: linguaggio, assiologia, la semantica di Leibniz, la sintassi
di Leibniz, logica matematica, logica formale, logica trascendentale, logica
aritmetica, Hume a Torino, simbolo, logica simbolica, Leibnitii opera
philosophica, assiologia ed ontologia, mondo e linguaggio. Refs.: Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Barone,” The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice
e Barone: all’isola -- l’implicatura convrsazionale della dialettica fiorentina
– scuola d’Alcamo – filosofia siciliana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Alcamo). Filosofo
siciliano. Filosofo italiano. Alcamo, Trapani, Sicilia. Grice: “I like Barone;
at last a priest that takes Italian humanism SERIOUSLY!” -- Dopo avere finito gli studi teologici nel
Seminario Vescovile di Mazara del Vallo, fu ordinato sacerdote Frequenta, quindi, la Pontificia Università
Gregoriana di Roma dove conseguì la laurea in Filosofia trattando la tesi dal
titolo: L'Umanesimo filosofico di Giovanni Pico della Mirandola. Ebbe subito la nomina di Canonico della
Collegiata di Alcamo, poi quella di Vicario foraneo e Visitatore dei Monasteri;
fu nominato anche Canonico Onorario
della cattedrale di Trapani. Nel mese di
novembre 1956 fu pure nominato Cameriere Segreto Soprannumerario di Sua
Santità; fu quindi professore di lettere e filosofia del Seminario di Mazara
del Vallo e, per 16 anni, delegato Vescovile alla dirigenza dell'Istituto
Magistrale legalmente riconosciuto "Maria Santissima Immacolata" di
Alcamo. Per diversi anni, è stato anche
Rettore della Chiesa della Sacra Famiglia e della Badia Nuova; inoltre è stato
membro del Consiglio Presbiteriale diocesano e docente di Filosofia presso il
Seminario Vescovile di Trapani. Altre opere: “Il Santuario; Alcamo); “La Nuova
parrocchia di S.Oliva; ed. Bagolino, Alcamo); “Giovanni Pico della Mirandola profilo
biografico del celebre umanista; ed.Gastaldi, Milano-Roma); “L'Umanesimo
Filosofico di Giovanni Pico della Mirandola Studio del Pensiero Pichiano;
ed.Gastaldi, Milano-Roma); “Quattro saggi; ed. Accademia degli Studi
"Ciullo", Alcamo); “Donna IdealeIdeale di donna; ed. Accademia degli
Studi "Ciullo", Alcamo); “Didactica Magna di Comenius (traduzione
italiana); ed. Principato, Milano); “Scuola Libera, ed. Bagolino, Alcamo); “Il
Vero Maestro -Lineamenti di educazione; ed. Bagolino, Alcamo); “Verità e Vita;
ed. Cartografica, Alcamo, De hominis dignitate, di Giovanni Pico della
Mirandola, Firenze); “La Congregazione di Gesù Maria e Giuseppe nella chiesa
della Sacra Famiglia di Alcamo, Accademia di studi Cielo d'Alcamo); “La più
bella preghiera, Alcamo); “Antologia pichiana: letture filosofico-pedagogiche;
ed. Virgilio, Milano); “La docta pietas, di Sebastiano Bagolino erudito
alcamese; tip. Bosco, Alcamo); “Maria fonte di Misericordia e Madre dei
Miracoli Patrona di Alcamo; tip. Sarograf, Alcamo); “Dialogo con gli invisibili;
tip. Bosco, Alcamo). Note
trapaninostra,// trapaninostra /libri/ salvatoremugno Poesia_narrativa_saggistica
/Poesia_narrativa_e_saggistica_ in_provincia_di_Trapani_02.pdf Tommaso Papa, Memorie storiche del clero di
Alcamo, Alcamo, Accademia di studi Cielo d'Alcamo, Papa, Memorie storiche del
clero di Alcamo, Alcamo, Accademia di studi Cielo d'Alcamo, trapaninostra,//trapaninostra/
libri/s alvatoremugno/ Poesia narrativa_saggistica/ Poesia_ narrativa_ e_saggistica
_in_ provincia_di_Trapani_ Vincenzo Regina Tommaso Papa Identities -Biografie Biografie Cattolicesimo Cattolicesimo Letteratura
Letteratura Categorie: Presbiteri italiani Insegnanti italiani Filosofi
italiani Professore Alcamod Alcamo. Giuseppe Barone. Keywords: dialettica
fiorentino, pico, umanesimo toscano, pico, pichiano, pichismo, uomo, degno, la
degnita dell’uomo. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice
e Barone,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice
e Barsio: implicatura conversazionale dialettica – scuola di Mantova –
filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Mantova). Filosofo
lombardo. Filosofo italiano. Mantova, Lombardia. Grice: “I like Barsio – he
reminds me of G. Baker – there he is, Baker, succeeding me – and an American! –
as tutorial fellow in philosophy at St. John’s, and dedicating his life to
Witters – So when reminiscing, in my “Predilections and prejudices” about them
years, I said, “God forbid that you dedicate your life to the oeuvre of a minor
philosopher like Witters – it’s good to introject into a philosopher’s shoes as
you attain to grasp the longitudinal unity of philosophy, but look for a
non-minor pair of shoes!” – “Barsio is a radically minor philosopher – in that,
he never had to grade – I always hated grading and seldom did it! – since he
lived under the Gonzagas at Mantova – and he just phiosophised to the sake of
the pleasure he derived from it! My favourite is his elegy to his enemy,
Pomponazzi – but his satirical curriculum vitae is fantastical, but possibly
true!” -- Noto anche come Vincenzo Mantovano, frequentò le corti del marchese
Federico II Gonzaga e di sua moglie Isabella d'Este, alla quale pare avesse
dedicato il poemetto Silvia e la corte del marchese di Castel Goffredo Aloisio
Gonzaga, al quale dedicò il poema latino Alba. Studia filosofia a Bologna.
Altre opere: “Silvia, poemetto in tre libri, Pamphilus; Alba, dedicato al
marchese Gonzaga, signore di Castel Goffredo; Labyrintus, dedicato a Federico
II Gonzaga. Ireneo Affò, Vita di Luigi Gonzaga detto Rodomonte, Parma., su
books.google. Gaetano Melzi, Dizionario di opere anonime e pseudonime di
scrittori italiani, Milano, Coniglio, I Gonzaga, Varese, B. in Dizionario
biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. ICCU. B. su edit16 .iccu. Marsio. Vincenzo
Barsio. Barsio. Keywords. dialettica. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di
Gioco di H. P. Grice, “Grice e Barsio,” The Swimming-Pool Library, Villa
Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice
e Bartoli (Roma). Filosofo italiano. B. è ricercatore
confermato in Filosofia del diritto e professore aggregato di Teoria
dell’interpretazione presso la facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli
Studi di Roma Nome compiuto: Gianpaolo Bartoli.
Luigi Speranza -- Grice
e Barzaghi: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della scuola
di anagogia – scuola di Monza – filosofia lombarda -- filosofia italiana –
Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Monza). Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Monza,
Lombardia. Grice: “Barzaghi is a genius; the Italians hate him! In his “Compendio di storia
della filosofia,” there’s no mention of Cicero!” – Grice: “Barzaghi is the
Italian Copleston – what is it with religious minds – cf. Kenny – that have
this inclination towards the longitudinal unity of philosophy?!” – Grice:
“Barzaghi just ignores the most prosperous period in Roman philosophy; not so
much Romolo, but whatever happened in Rome after that infamous ‘embassy’ of
Carneade, an Academian, Critolao, a peripatetic, and Diogoene di Celesia, a
stoic!” -- Direttore della Scuola di
anagogia, fondata dal cardinale Giacomo Biffi. Discepolo di Bontadini e frate domenicano, è stato
l'interlocutore privilegiato di Emanuele Severino sulla questione di Dio e del
cristianesimo. Nella sua opera Oltre Dio, B. si interroga dapprima
sull’essenza del cristianesimo per giungere ad affermare la necessità, per il
credente, di assumere alcune fondamentali posizioni filosofiche riguardo la
vera comprensione della realtà: «Se il Cristianesimo è essenzialmente la partecipazione
della vita di Dio, cioè della vita eterna, per comprenderlo occorrerà porsi dal
punto di vista di Dio, cioè dell’eterno. Secondo B., l’Essere assoluto «non può
essere inteso come qualcosa accanto ad altre cose, e conseguentemente diviene
il punto di vista rigoroso per l’ispezione del tutto. In questo senso, la
filosofia di Emanuele Severino, che si presenta come alternativa al teismo,
offre in realtà per B. il fianco a un nuovo percorso argomentativo in favore
dell’esistenza di Dio (un Dio però non inteso come oggetto: da qui il titolo
dell’opera, che evoca esplicitamente un’espressione di Dionigi): se ogni cosa è
eterna, e tale dunque è anche il suo apparire, esso deve continuare ad
apparire, eternamente, anche quando “non appare”. «Dunqueafferma il filosofo –,
se tale apparire non permane nell’orizzonte dell’apparire che è la mia coscienza,
perché consta l’apparire-scomparire dell’ente, deve comunque continuare ad
apparire in modo determinatissimo, dunque alla sola scienza di Dio cui
eternamente appaiono gli eterni. Non ammettere questa scienza di Dio, cioè Dio,
significa ammettere che l’apparire, che è pur un non-niente, sia un niente nel
momento in cui non appare più determinatamente, individualmente. Questa
scienzachiamata nel linguaggio tomista scientia Dei visionis«ha la fisionomia
dell’apparire infinito di cui parla Severino nei suoi scritti. Nel pensiero
barzaghiano, il punto di vista sub specie aeternitatis (dal punto di vista
dell’eternità) diventa la condizione imprescindibile di tutta la riflessione
teologica e filosofica. In teologia, solo questa prospettiva riesce a rendere
metafisicamente plausibile l’affermazione rivelata dell’«Agnello immolato nella
stessa fondazione del cosmo» di cui parla il libro dell’Apocalisse, così da
poter parlare di una «inseità redentiva dell’atto creatore». Nella riflessione
filosofica, poi, la prospettiva sub specie aeternitatis consente di avere uno
sguardo «dialetticamente onninclusivo», per cui ogni ente rispecchia in sé
l’eternità del tutto e di ogni altro ente secondo la nozione di exemplar.
Ne Il fondamento teoretico della sintesi tomista, Barzaghi propone appunto
l’idea di exemplar come cardine speculativo, approfondendo e oltrepassando la
proposta di S. M. Ramírez, neotomista spagnolo di individuare nella “dottrina
dell’ordine” la struttura più sintetica di tutto il pensiero d’Aquino.
L’exemplar rappresenta «il minimo di complessità per muoversi nel massimo della
complessità. Ma per compiere questa operazione di analisi, occorre esprimersi
attraverso l’analogia, «riflesso logico gnoseologico dell’ordine ontologico e mezzo
inventivo ed espressivo del conoscere, che acquisisce conseguentemente una
notevole importanza nel pensiero di Barzaghi. Nell’esemplare (exemplar) si
trova il centro della spiegazione causale, dal momento che in esso si presenta
in modo simultaneo tutto l’ordine che lega le cause aristoteliche: il fine,
l’agente che intende il fine, la forma implicata, e la materia che la deve
accogliere. E l’esemplare trascende la mera dimensione funzionalistica: in
quanto contiene tutto (compreso l’esemplante nel suo riferirsi all’esemplato),
è una totalità, e possiede quindi caratteristiche di liberalità e assolutezza:
è «sottratto alla dipendenza e al dominio. In una frase, che sintetizza bene il
punto di vista anagogico della filosofia e della teologia di B.: «Dio,
conoscendo se stesso, conosce tutte le possibili realizzazioni similitudinarie
della propria essenza, cioè tutte le essenze create e creabili» (p.
96). Seguendo infine l’esempio specifico di Bontadini, suo maestro, egli
fa risiedere nell’atto creatore intemporale la consistenza della totalità delle
cose, cioè delle creature, giacché queste sono «nulla come aggiunta a Dio» (p.
98). Secondo tale prospettica dell’exemplar, si può così realizzare, senza
aporie dogmatiche, la visione del Deus omnia in omnibus (Dio tutto in tutto).
Il dibattito con Severino Il primo dibattito fra Giuseppe Barzaghi ed Emanuele
Severino avvenne nel 1995 nella forma di disputa tra le posizioni della
teologia cattolica tomista e quelle della filosofia severiniana. Il dibattito
trovò, al di là delle aspettative degli organizzatori, alcuni punti di
possibile convergenza, che portarono il filosofo-teologo alla pubblicazione di
Soliloqui sul divino, in cui l’autore cerca per la prima volta di rileggere le
intuizioni di Severino in un modo che egli definirà più tardi voler essere
quello con cui Aquino, filosofo e teologo cristiano, leggeva e faceva tesoro
dell’insegnamento filosofico di Aristotele, filosofo pagano. Ciò rese il
rapporto fra i due pensatori un dialogo di reciproca conoscenza e stima.
Severino dedica a B. un articolo sul Corriere della sera, in cui indicava il
sacerdote monzese come il fautore del più interessante tentativo di riportare
la sua filosofia al contesto cristiano da cui si era volontariamente staccato.
In tale articolo, il filosofo ateo definiva “aperto” il dilemma sulla
possibilità o meno per il cristianesimo di porsi come casa abitabile per l’uomo
contemporaneo, a patto però di diradare, sull’esempio di Barzaghi, la nebbia
che circonda il discorso religioso attraverso una ripulitura dei concetti a
partire dal punto di vista dell’eterno. Seguirono poi altri dibattiti pubblici,
come quello a Milano e quello a Bologna. Altre opere: “Metafisica della
cultura” (Bologna, ESD); “L’essere, la ragione, la persuasione, Bologna, ESD);
“Diario di metafisica. Concetti e digressioni sul senso dell’essere, Bologna,
ESD); “Soliloqui sul divino. Meditazioni sul segreto cristiano, Bologna, ESD);
“Philosophia. Il piacere di pensare, Padova, Il Poligrafo); “Oltre Dio, ovvero
omnia in omnibus. Pensieri su Dio, il divino, la Deità, Bologna, Barghigiani);
“Maestro Eckart, Cinisello Balsamo, Ed. San Paolo); “Anagogia. Il Cristianesimo
sub specie aeternitatis, Modena, ETC); “Lo sguardo di Dio. Saggi di teologia
anagogica, Siena, Cantagalli); “Compendio di storia della filosofia, Bologna,
ESD); “Compendio di filosofia sistematica, Bologna, ESD); “La Fuga. Esercizi di
filosofia, Bologna, ESD); “L’originario. La culla del mondo, Bologna, ESD); “Il
fondamento teoretico della sintesi tomista. L’Exemplar, Bologna, ESD); “La
maestria contagiosa. Il segreto di Tommaso d’Aquino, Bologna, ESD); “Il
Riflesso, Bologna, ESD); “Lezioni di dialettica, Bologna, ESD); “Il bene comune
secondo S.Tommaso d’Aquino, in “Communio” L’alterità tra mondo e Dio: la verità
dell’essere e il divenire, in “Divus Thomas”, Ambientazione teologica del concetto
di “gioia”,in I. Valent, Cura e la salvezza. Saggi dedicati a Emanuele
Severino, Bergamo, Moretti et Vitali); “I fondamenti metafisici della mistica,
in M. Vannini, Mistica d’oriente e occidente oggi, Milano, Paoline, La potenza obbedienziale dell’intelletto
agente come chiave di volta del rapporto fede-ragione, in “Angelicum”, Articolazione
teoretica della teologia trinitaria in chiave tomistica, in A. Petterlini, G.
Brianese, G. Goggi, Le parole dell’Essere. Milano, Bruno Mondadori, Desiderio e
abbandono. Eckhart e Aquino: le due facce di un'unica metafisica, in C. Ciancio,
Metafisica del desiderio, Milano, Vita e Pensiero); Anagogia epistemica, in R.
Serpa, Antropologia, metafisica, teologia. Studi in onore di Battista Mondin,
filosofo, teologo, ciclista, Bologna, ESD); L’unum argumentum di Anselmo
d’Aosta e il fulcro anagogico della metafisica. Essere logici nel Logos, in T.
Rossi, Figurae fidei. Strategie di ricerca nel Medioevo, Studi, Roma, Angelicum
University Press, Anagogia: voce in “Enciclopedia Filosofica”, Milano, Ed.
Bompiani, L’epistemologia teologica di Tommaso d’Aquino. Analisi e
approfondimento, in G. Grandi L. Grion, Rivelazione e conoscenza, Soveria Mannelli,
Rubbettino,L’intero antropologico. Con Gentile oltre Gentile verso una
rifondazione metafisica dell’antropologia tomista. Ovvero le virtualità
tomistiche del discorso filosofico sull’autocoscienza e la corporeità umana, in
“Divus Thomas”. Il luogo poetico e contemplativo del sapere
filosofico-teologico. L’anima del giudizio scientifico, in “Divus Thomas” Mistica
cristiana come estetica assoluta, in
Mistica forum, Bologna, Lombar Key, Fenomenologia, metafisica e anagogia,
in “Divus Thomas”, Il bisbiglio del “Logos” e il suo riflesso nella ragione, in
“Divus Thomas”, Il destino sempiterno dell’Occaso. L’inseità mistica della
ragione, in A. Olmi, L’eredità dell’occidente. Cristianesimo, Europa, nuovi mondi,
Firenze, Nerbini, La commozione come filosofia del valore. Saper nuotare negli
affetti. L’ambiente invisibile della vita cristiana: il Fondamento, in V. Lagioia,
Storie di invisibili, marginali ed esclusi, Bononia University Press, Bologna, Abitare
teologicamente la natura. Lo sguardo metaforico di Aquino. Teoresi e struttura.
Riflessioni e approfondimenti sulla rigorizzazione bontadiniana, in “Divus
Thomas” Creazione dal nulla o relazione fondativa, in S. Pinna D.
Riserbato Fenomeno et Fondamento.
Ricerca dell’Assoluto. Studi in onore di Antonio Margaritti, Città del Vaticano,
Ed. vaticana, Anagogia e teoria del fondamento, in “Divus Thomas” Metafora. La
trasparenza nella trasposizione, in M. RaveriL. V. Tarca, “I linguaggi
dell’Assoluto, Milano, Mimesis,, L’eternità dell’essente in teologia, in G.
GoggiI. TestoniAll’alba dell’eternità”. I primi 60 anni de ‘La Struttura
Originaria’, Padova, Padova University Press, Dibattito con E. Severino, in
“Divus Thomas”. Il quadro anagogico e i segreti della musica di Bach. La
Ciaccona e il Contrappunto XIV de L’Arte della Fuga, in “Divus Thomas”. Postorino,
La scienza di Dio. Il tomismo anagogico di G.i... Data l'importanza dell'anagogia nel pensiero
di Barzaghi, gli è stata commissionata la stesura dell'omonima voce
sull'Enciclopedia filosofica (Bompiani), nonché, sul versante teologico, la
voce «mistica anagogica» sul Nuovo dizionario di mistica dell’Editrice vaticana. RaiCultura: Dio e il concetto filosofico di
eternità del Tutto Dialogo tra Severino
e B. Severino, Nascere. E altri problemi della coscienza religiosa, Articolo
pubblicato sul Corriere della Sera, Dionigi, I nomi divini (testo critico di M.
Moranicommento di G. Barzaghi), Bologna, ESD,, II, 3. All'alba dell'eternità. I primi 60 anni de
'La struttura originaria' (UniPa)
Apocalisse Cfr. B., Lo sguardo di Dio. Nuovi saggi di teologia
anagogica, Bologna, ESD, Santiago María Ramírez op, De ordine placita quaedam
thomistica, Salamanca, San Esteban, Barzaghi, Lo sguardo di Dio. Saggi di
teologia anagogica, Siena, Cantagalli,
UniPdL’eternità dell’essente
RaiScuola: Giuseppe Barzaghi. Dio e il concetto filosofico… Si veda ad esempio: E. SeverinoG. Barzaghi,
L’alterità tra mondo e Dio: la verità dell’essere e il divenire, in: “Divus
Thomas” Severino, Nascere. E altri problemi della coscienza religiosa Dialogo Severino-Barzaghi a Milano Giornata di studio dello Studio filosofico
domenicano di Bologna RaiCultura.
Giuseppe Barzaghi, Dio e il concetto filosofico di eternità del Tutto su
raicultura. Interviste ai filosofi: Giuseppe Barzaghi su you tube.com. Nome
compiuto: Giuseppe Barzaghi. Keywords: scuola di anagogia, ana-gogia, il quadro
anagogico, anagogia, greco ‘anagogia’. Implicatura storica, la porta di velia,
girgentu, l’implicatura di milesso, il segno di boezio, filosofia italiana.
Scuola di anagogia, Bologna, fidanza, Aquino, filosofia romana, carneade, l’ambassiata
greca a Roma, filosofia, la scuola di Crotone, l’impicatura di Gorgia di
Leonzio. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e
Barzaghi,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Itlia.
Luigi Speranza -- Grice
e Barzellotti: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – scuola di
Firenze – filosofia fiorentina – filosofia toscana -- filosofia italiana –
Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Firenze). Filosofo
fiorentino. Filosofo toscano. Filosofo italiano. Firenze, Toscana. Grice: “The
good thing about Barzellotti’s treatment of Cicerone’s dialettica is that he
pours in all his expterise on two fields: Italian mentality, Roman mentality –
so he can understand, in a way an Englishman cannot, the way Cicerone dealt
with the ‘dialectic,’ Athenian dialectic, if you wish, and turned it into a
‘Roman’ dialectic --. He of course never considers English interpreters, only
German! And refutes them!” -- “You’ve got to love Barzellotti – he is critical
of the idea of ‘Italian philosophy,’ but not of what he calls ‘The Oxcford
school of philosophy,’ – Philosophy has no country-tag; she belongs to
humanity; a DOCTRINE, or a school, may have a ‘national’ identification – And
part of the problem with Italian philosophy is that there was Italian
philosophy before there was Italy!” Grice: “My favourite is his tract on
Cicero, who he sees as an Italian!” -- Senatore del Regno d'Italia. Allievo di ROVERE (si
veda) e di CONTI (si veda), entrambi filosofi spiritualisti, si professa poi
seguace del criticismo. Si interessa soprattutto alla storia della filosofia latina
con particolare riguardo ai problemi di psicologia artistica e religiosa. Ha la
cattedra di filosofia morale a Pavia e Napoli. Divenne professore di storia
della filosofia latina a Roma. È ammesso ai Lincei. Nominato senatore del Regno
d'Italia. È iniziato in massoneria nella loggia Concordia di Firenze,
appartenente al Grande Oriente d'Italia.
Altre saggi: “La morale nella filosofia positive” (Firenze: M. Cellini);
“La rivoluzione italiana” (Firenze: Successori Le Monnier); “La nuova scuola
del Kant e la filosofia scientifica” (Roma: Tip. Barbera); “David Lazzaretti di
Arcidosso (detto il santo), Bologna: Zanichelli); “Monte Amiata e il suo profeta, Milano:
Fratelli Treves); “ “Santi, solitari, filosofi: saggi psicologici” (Bologna:
Nicola Zanichelli); “Studi e ritratti, Bologna: Zanichelli); “Taine, Roma:
Loescher); “L'opera storica della filosofia, Palermo: R. Sandron). Note Vittorio Gnocchini, L'Italia dei Liberi
Muratori, Erasmo ed., Roma, Cappelletti, Giacomo Barzellotti, in Dizionario
biografico degli italiani, 7, Roma,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Barzellotti, in Enciclopedia Italiana,
Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Treccani Enciclopedie on line,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana.B. su siusa.archivi.beniculturali, Sistema
Informativo Unificato per le Soprintendenze Archivistiche. B. su accademicidellacrusca.org,
Accademia della Crusca. Opere di Giacomo
Barzellotti, su open MLOL, Horizons Unlimited srl. Opere di B., B., su Senatori
d'Italia, Senato della Repubblica. Filosofia
Filosofo Filosofi italiani Professore Firenze Piancastagnaio Accademici dei
Lincei. Se questa ricostruzione,
che vengo tentando, del movimento filosofico in Italia, rigidamente obbedisce
alle leggi di una storia della filosofia, alcuni filosofi, che rientrano nel
nostro quadro, ne andano certamente esclusi. Lo notammo a proposito di ROVERE
(si veda); e torna opportuno dichiararlo per B.. La prima legge della storia
della filosofia è, che il suo oggetto è costituito dal pensiero filosofico,
ossia dalla metafisica, o concezione della realtà, che voglia dirsi. E però non
potranno far parte di essa gli spiriti che a questa concezione non abbiano
comunque lavorato,o che non ne abbiano sentito il bisogno o che non ne abbiano
avuto le forze. Il Mamiani non ne ebbe le forze, benchè vivamente desiderasse
di pervenire a una filosofia, e ben presto creasse a se medesimo l'illusione di
esservi pervenuto. B. pare invece che non abbia sentito il biso gno; e, ingegno
letterario anche lui, abbia cercato nell'attività este tica piuttosto che nella
speculativa il vanto di scrittore: più accorto in ciò e sia detto a sua lode
del Mamiani, che per voler essere quel che non era, non fu nè anche quel che
fino a un certo segno,avrebbe potuto essere. B., invece, è stato uno degli
scrittori italiani più noti e più letti dell'ultimo trentennio del secolo: il
suo nome può dirsi a buon dritto che sia divenuto popolare: il solo forse tra
quelli di scrittori di cose filosofiche. Chi non ha letto i due volumi di saggi
pubblicati dallo Zanichelli: Santi, solitari e filosofi e Studi e Santi,
sol.efil., saggi psicologici, Bologna, Zanichelli, 2.a ediz., ritratti? A
questa popolarità egliappuntoaspirava,consciodelle attitudini del suo ingegno;
e ha messo da parte i problemi, a cui non era nato. Li ha messi da parte
come fanno tutti quelli che limettonodaparte,--negandone il valore. Ma nell'averlimessi intanto
da parte per suo conto è il suo merito e il segreto della sua fortuna
letteraria. Rileggiamo una confessione, che è nella prefazione ai Santi,
solitari efilosofi: « Più d'una volta al sentirmi chiedere quasi come tessera
d'ingresso ai posti distinti dell'insegnamento o al favore di certi
cenacoli letterari o filosofici una di quelle professioni di fede assoluta nei
dommi di qualche sistema,ho pensato involontariamente a quelle domande che le
signore fanno spesso nei giuochi di sala o nei loro albums profumati, mettendo
vi in mano illapis per la risposta:-- Guardi, mi faccia ilpiacere di dirmi o di
scrivermi qui, subito,che cos'è l'amore,e poi che cosa ella pensa dello
Shakespeare epoianche,secrede, del Goethe;ma chelarispostasia breve, la
prego,non più che dieci righe, perchè, quaggiù, vede,ha da seri vere anche
la mia nipotina ». Vale a dire: B. ha bensì aspirato ai posti
distinti dell'insegnamento filosofico. C'era avviato,era quella la sua car
riera:e l'ha percorsa ormai tutta con onore, fino alla cattedra di storia della
filosofia nell'università di Roma; ma egli non ha potuto mai persuadersi
che per occuparsi di filosofia bisognasse aver fede assoluta in un sistema:che
per mangiar frutta,direbbe Hegel, bi sogna contentarsi di mangiare
ciliege,pere,uva ecc.Non che pro prio abbia ricusato la filosofia, in generale.
La sua filosofia l'ha avutaanche lui; ma «diametralmente opposta»
aquelladichigli venne sempre chiedendo a quale sistema egliaderisse; opposta
«appunto in questo: che il suo resultato più sicuro, e ormai consentito da
quanti oggi vivono la vita intellettuale dei nostri tempi, si è la
dimostrazione critica dell'impossibilità di chiuder la mente umana inunaforma
sistematica d'interpretazione dell'universo da potersi dire definitiva per la
scienza». Un'opposizione,come puòvedere chiunque abbia studiato con mente
filosofica la storia della filosofia, affatto illusoria:fondata sopra quella
confusione dell'universale e del particolare (per rispetto al concetto della
filosofia) messa in canzonatura da Hegel nel luogo citato dell'Enciclopedia. In
realtà, nessuna forma sistematica ha voluto mai essere definitiva; ma s'è
St. e ritr. sforzata di organizzarsi a sistema, per essere qualche cosa di
filoso fico, per vivere nel pensiero, che non può esser pensiero senz'esser
uno. E lo stesso B. nota una volta che perfino il Kant,il grande avversario dei
sistemi,costrui anche lui la sua Critica in forma complicata ma strettamente
organata di sistema. E che questo orrore dei sistemi significhi, per B., non
negazione critica della metafisica (com'egli, si vedrà,avrebbe voluto
significasse), ma, a dirittura, liquidazione,anzi evaporazione della filosofia,
negata nella sua universalità perchè negata in tutte le sue forme particolari; loattesta,
non foss'altro, ladichiarazioneseguente: che il valore intimo di cotesta sua
superstite filosofia « sta tutto nel penetrar ch'essa fa oggi del suo spirito
critico i metodi e la parte più alta delle scienze naturali e matematiche non
meno che delle morali».Sit diva, dum nonsitviva .L'ideale delfilosofo, Helm
holtz (tante volte citato da B.): un fisico. Voltando, quindi, in effetti
le spalle alla filosofia, B. sente bene di non dover riuscire ostico ai nemici
della filosofia, ossia agl'ignoranti di filosofia. Le sue idee intorno a questo
punto della secolarizzazione delle menti, riescono molto interessanti e
istruttive, perchè aiutano a intendere tutta la psicologia del filosofo. Tra
noi in Italia, oggi, lo so da lunga esperienza, solo a far balenare un momento
sul frontespizio d'un libro la testa di filosofia c'è da vedersi impietrar
davanti dallo spavento o dalla noia quante facce di lettori s'eran chinate a
guardarlo. Di chi la colpa? Della filosofia o dei lettori? B. ha una gran
voglia di gettarla tutta addosso alla prima. Ma poichè una certa filosofia deve
credere di coltivarla anche lui, una filosofia invisibile perchè cela tasi
nelle scienze speciali o nell'arte, un pochino di colpa l'ha pur da dare ai
lettori, lamentando quell'abito come lo chiamo d'antipatia o di pigrizia
mentale? – che nella scienza e nell'arte ci fa rifuggire dalle forme più
alte e più complicate del pensiero, che ci sanno di aspro o di esotico. Ma,
s'intende, il maggior torto è della filosofia: È l'effetto del discredito
meritatissimo, in cui la filosofia cadde tra noi parlando per tanto tempo il
gergo barbaro del pensare e dello scri vere di troppi ormai che ne hanno fatto
una casistica da medio evo in ritardo,e che,o predicassero dal pulpito delle
nostre scuole ortodosse,o negassero Dio e l'anima mettendo in cattivo italiano
i loro imparaticci francesi, inglesi o tedeschi, hanno nella filosofia impedito
tra noi quasi sino ad oggi quella definitiva secolarizzazione delle menti che
per tutto fuori di qui segna da un pezzo l'avvenimento della cultura moderna.
In Italia,
un lettore che abbia familiare l'abito di mente inseparabile dalla cultura e
dalla scienza contemporanea, è raro che,aprendo per distra zione o in mancanza
d'ogni altra lettura,un libro di filosofia,non lo faccia con quello stesso viso
con cui un giornalista della capitale si la scia,in viaggio,dare le ultime
notizie di una crisi ministeriale da un suo corrispondente di Cuneo o di
Brindisi.E avrà anche torto;ma che dire,quando il fatto stesso del mancare tra
noi un pubblico di lettori per la filosofia mostra chiaro che in Italia la
filosofia non sa,meno rare eccezioni,farsi leggere,cioè non sa pensare e
scrivere,non voglio dire coipiùepeipiù,ma almeno coipiùcolti,con coloro che
pensano;il che poi significa ch'essa non vive ancora tra noi la vita della
mente contemporanea? La filosofia, per vivere la vita di questa mente
contemporanea, deve abbandonare il suo barbaro gergo. Si potrebbe pensare
dataluno che l'unico movimento di qualche vigore che si sia avuto in Italia
negli ultimi tempi,è quello hegeliano di Napoli. Ma quello, secondo il
Barzellotti, riuscìpiùascuoter elementi,chea fecon darle di germi durevoli,a
cagione appunto della sacra tenebra delle formule, nella quale i più di
quegli scrittori s'avvolgevano, del gergo tra barbaro e bizantino che facevano
parlare al loro pensiero oracoleggiante. Ma, che cosa è questo gergo e
quest'oracoleggiare se non la forma specifica della
filosofia,inaccessibile,naturalmente, non solo ai più, ma anche ai più culti,
quando la loro cultura non abbracci anche la filosofia; e la filosofia non
liquida o vaporante nella sua astratta universalità, ma solidae concreta nellasuccessione
progressiva delle sue forme storiche, fino a quella, alla quale una determinata
ricostruzione della storia mette capo? E la secolariz zazione dello spirito, e
il farsi leggere della filosofia che altro p o s sono significare se non distruggere
quella differenza specifica che costituisce il valore del grado spirituale
proprio della filosofia? Intendiamoci: non già che il filosofo debba scriver
male. B. dice della Vita del VICO (si veda) che ha dal lato letterario
il difetto di tutti i libri del granfilosofo: è male scritta. E non è vero,com'è vero invece che è mal composta, oscura,involuta. Oscuro e
involuto rimase appunto gran parte del pensiero di VICO; e quindi l'oscurità e
l'involuzione della forma. Ma VICO (si veda) scrive benissimo, esprimendo con
efficacia potente d'immagini i Vedi lo scritto Il pessimismo filosofico
in Germania e ilproblema m o. rale dei nostri tempi, nella N. Antologia Dal
rinascimento al risorgimento, Palermo, Sandron. suoi concetti;
ma,s'intende,quando avevadei concetti: laddoveè certo, come lo stesso B. dice,
che a lui mancò « la co scienza chiara, luminosa del proprio pensiero, che è la
parte prima ed essenziale dello scrittore. In altri termini, egli non pervenne
al possesso completode'suoi concetti,parecchideiquali,enon i secondarii,
rimasero in uno sfondo di penombra in quella gran mente che così largo
giro ne volle stringere nella sua speculazione, sbozzata con persistente
lavorìo intorno a una materia non veramente omogenea, tradistoriaedifilosofia. Vico
scrive male dove e in quanto pensa male; e questo è VICO che non conta
nella storia. Ma VICO (si veda) che conta, il filosofo vero e proprio è
uno scrittore sommo.E non potrebbe essere altrimenti,perchè l'arteelafilosofia
non sono due muse sorelle,ma l'unico Apollo,lo spirito, che non sale alla
filosofia se non attraverso l'arte, e non supera mai se stesso, come avvertì
per primo Aristotile, se non conservando se stesso, crescendo sempre sopra
disè.– Chiscrivemale, perciò,appunto perchè scrive male non è filosofo. Ma
lo scriver bene del filosofo non è lo scriver bene del poeta;altrimenti
verrebbe meno la differenza, tra l'uno e l'altro, che nessuno vuol negare. E
comeil poeta scrive sempre bene se vien poetando, così il filosofo scrive bene
anche lui se, anzi che pensare a scriver bene, pensa piuttosto e riesce a
filosofare, anche a costo di finire per ravvolgersi in un gergo. Non c'è pure
il gergo della poesia? O non era poeta chi diede l'espressione classica della
impopolarità essenziale delle forme alte dello spirito nell'odi profanum
vulgus? Per B., invece,il filosofo può farsi leggere,se si contenta di
metter da parte la filosofia. Nella menzionata confessione, premessa ai Santi,
solitari e filosofi, lo dice chiaro: « lo vorrei, senz'aver l'aria di
presumer troppo,poter dire press'a poco quello che un amico mio diceva ai
lettori d'un giornale,annunziandovi la prima edizione del Lazzaretti:
perdonate a questo libro quel po' di filosofia che l'Autore ci ha voluto,a ogni
costo,mettere (giacchè patisce, poveretto!,diqueste malinconie); perdonateglielaingrazia
di quel tanto dipiùedimeglioche illibro visaprà farpensare oviracconteràovi descriverà
come opera d'arte».Vedremo fra pocoinche consiste quel po' di
filosofiadacuiil B. non s'èvoluto mai distaccare;ma non bisogna dimenticare,che
quel che di più e di meglio egli ha inteso di mettere ne'proprii
scritti Santi. Perchè dunque parliamo qui del Barzellotti, e in questa
parte dedicata ai platonici Ecco: queste note, senza voler essere
propriamente una storia,mirano piuttosto a rivedere criticamente i
giudizii correnti intorno agli ultimi scrittori italiani di filosofia. Ora
B., per giudizio comune, avrebbe partecipato al movimento dei nostri
studii filosofici, e avrebbe agito nella cultura nazionale appunto come
filosofo. Domandate ai suoi molti lettori se egli sia uno scrittore di
filosofia o un prosatore, un artista; novantanove su cento vi
risponderanno che è sì un artista,ma un artista-filosofo, o meglio un
filosofo-artista; uno dei pochi, o il solo dei nostri filosofi, che abbia
saputo liberare la scienza della forma pedantesca della scuola e del
barbarico gergo abituale, per esporla in saggi eleganti, ossia in maniera
accessibile a tutte le persone colte e di gusto. Ripeterebbero, insomma, quel
che B.i stesso ha sempre pensato e detto di sé. Perchè, bisogna pur dirlo,
niente riesce più a render perplessi e a sviare igiudizii,di questa
specie di sofisticazioni della scienza,operate dai secolarizzatori o
popolarizzatori della medesima. Il po ' di filosofia viene apprezzato non
in ragione del suo valore,che può esser nullo,ma in ragione dell'arte, in
cui si diceepuò parere che si siamesso; l'operad'arte,egual mente, non è
giudicata con tutta la severità che si userebbe verso le opere di arte
pura, che non avessero quella difficoltà di una materia ribelle
all'elaborazione artistica; e i critici letterarii, inetti a giudicare
quel po'di filosofia, indulgono a quell'arte gravida o sazia di sapere. Perchè,
s e h o detto che B. è u n artista più che un filosofo,non credo poi (se
mi è lecito proprio questa volta una digressione letteraria che possa dirsi un
artista finito, e che il suo capolavoro (Lazzaretti) siaun capolavororiuscito.
È ilmeglio riu scito di questi suoi tentativi artistici, pel senso vivo del
paesaggio e dell'anima popolare di quell'angolo della Toscana, in cui il Barè
al di qua della filosofia: è qualche cosa che può far pensare,una riflessione
morale e psicologica;è soprattutto opera d'arte. Dello scritto su Lazzaretti,
che può forse considerarsi come il capolavoro di B., il quale i nesso si propos
e ben sì di fare uno studio di psicologia religiosa,lo stesso autore dice che «
vorrebbe essere,se pure non pretende troppo, un'opera d'arte,ma senzadar nel
romanzo ».Vedi in questo fasc. l’art. Di Croce, B. e vissuto fanciullo, e
tornato spesso a rinnovare le sensa zioni dei primi annim. Ma anche lì
quel po'di filosofia come stuona in quell'ambiente pastoralee nell'ingenua
psicologiadel misticismo lazzarettiano! E come appiccicato è lo studio
sull'origineelosvol gimento e i caratteri di quel moto religioso sulla cornice
dell'im mediata azione, in cui l'autore l'ha voluto inquadrare, per aver agioa
descrivere meglio iluoghi,che furono scena dei fatti del Lazzaretti,e individuare
itipi de'suoi seguaci! L'azione, troppo povera,è una gita di caccia,a cui
l'autore per altro non partecipa, restando sempre in disparte ad almanaccare
sull'anima del barocciaio di Arcidosso.Dopo la caccia c'è una
colazione,sull'erba;e alacolazione questa volta pare pigli parte anche B.. Ma quale
parte? Egli titrova nel cerchiounuomo del paese, Filippo, il,bigonciaio, un
discepolo del Lazzaretti; e subito ne profitta, dicen dogli che avrebbe avuto
caro di sapere « molti particolari intorno a David e alla vita che i suoi
seguaci avevano fatto con lui in quelluogo »,lisulla torre di Monte Labbro Il lettore,nemico
della filosofia, a cui B. s'indirizza, s'aspetterebbe la conversa zione
dell'autore con Filippo,il quale dovrebbe farci entrare a poco a poco con i
suoi ricordi in tutto quel mondo morale che l'autore civuolrappresentare. Difficile
impresa, certo;ma soloachi, come B., non avesse davvero il suo Filippo
rivelatore vivo e parlante nella fantasia; sibbene gli scritti del
Lazzaretti,gli appunti delle relazioni fornitegli da amici del luogo,le
deposizioni dei lazza r ettisti, e poi i volumi del Renan, e l e opere
dell’Hartmann e qualche fascicolo del Nineteenth Century sul tavolino. B., che
pure ha scritto un bel saggio sulla sincerità nell'arte,in quel
punto della sua opera non si ricorda di quelle sue giustissime idee: e
dopo aver detto come inducesse Filippo a parlare,continua: « Mi rispose con un
leggero atto della testa che acconsentiva,e ci mettemmo tutti amangiare ».Ma
alla conversazione non ci fa assistere.«E ora mi pare da vero tempo che anche i
lettori conoscano per:filo e per segno i fatti cui ho accennato tante volte, e
li conoscano, quello che più importa,in ordine alle loro cause e alle
condizioni sociali e morali de'luoghi, o, come oggisidice, dell'ambiente
nelquale ebbero origine ».E segue infatti il corpo,per dir così,dello studio
sul Lazzaretti: centoquaranta pagine, in cui Filippo e la colazione
sondimenticati.Poi l'autoreripiglia: Questecosemi andavano per la mente cinque
anni dopo la morte di David mentre co'miei Santi, amici stavo nel
piazzale davanti all'eremo di Monte Labbro. Passato quel silenzio profondo
dei primi bocconi. »;– e torna a saltar su finalmente Filippo,che però il B.
non ci fa mai udire.Sicchè nel l'immaginazione dell'artista durante quella
colazione,oltre che per tutte le considerazioni seguenti sul carattere della
fede di Filippo, ci sarebbe stato il tempo per andar pensando a tutte quelle
140 pagine diroba! L'elemento descrittivo e drammatico resta affatto estraneo e
sovrapposto allo studio storico-psicologico. E questa so vrapposizione,questa
mancanza di fusione,che accuserebbe per sè, quando non vi fossero le
dichiarazioni esplicite dello scrittore, le sue preoccupazioni artistiche,
mentre egli realmente non si mette mai inunasituazione sinceramente artistica, sono
il maggiordifetto che io vedo in questi suoi tentativi d'arte.- E un altro mi
sia lecito anche notarne,che è in fondo una conseguenza del primo,e mi fa
tornare al mio soggetto speciale: la lungaggine, la prolissità dello
scrittore:difetto da lui stesso additato come uno degli effetti più gravi della
rettorica, della vuotaggine di gran parte della lette ratura italiana. « Solo
chi ha poco o nulla da dire dice sempre di più di quello che dovrebbe dire » Appunto,la
esiguità del con tenuto spirituale di B. gli ha fatto scrivere molte e molte
pagine a cui s'attagliano parecchie delle osservazioni da lui fatte intorno a
cotesto difetto della letteratura italiana, dominata dallo ideale
umanistico.Non c'è scritto di lui in cui sia detto breve e chiaro quello che
l'autore s'è proposto di dire;e spesso si stenta ad afferrare il suo concetto,
tra le molte parole non abbastanza precise e determinate,in cui egli si sforza
d'esprimerlo,cioè di concretarlo,quasi per una serie di approssimazioni al
pensiero, che non si riesce afermare inuna formavivente. Tipica, per questo
riguardo,mi sembra la prolusione letta a Napoli:La morale come scienza e come
fatto e il suo progresso nella storia. E valga per esempio questo squarcio,che
ne tolgo a caso: Perchè è bene che io lo dica fin da ora,o signori,anche a
titolo di quella schietta professione di fede scientifica che mi pare
d'esser tenuto a farvi qui. Il modo in cui io concepisco la legge intima
dell'organismo e della vita delle scienze morali o,meglio,delle scienze che io
chiamo più propriamente umane,e quindi dell'etica,che se ne può dire quasi il
centro, non è quello stesso che pare presupposto da quanti oggi
ponendo, Dal rinascimento al risorgimento, Rivista ital. di filos. del
FERRI, con ragione, l'esperienza a fondamento di tutto il sapere umano,non di
stinguono con qual divario profondo il processo di costruzione ideale del
pensiero scientifico sui dati sperimentali si faccia nelle dottrine naturali e
in quelle morali e storiche. Là l'ufficio, l'opera della scienza sta nel ritrarre,
nel rilevare a uno a uno, sino a i piùintimi, i tratti della fisonomia
eternamente immota e impassibile della natura, che anche nel l'inesausta
ricchezza delle sue produzioni, ripete eternamente se stessa; stanel far
penetrare,se posso dir cosi,la parola,più e più criticamente riveduta delle
teorie e delle ipotesi,quasi scandaglio che tenti un fondo impossibile però a
toccare mai tutto,sempre più verso l'ultima espres sione approssimativa di un
vero che, inesauribile in sé,sappiamo però essere e durare ab eterno eguale a
sè stesso. Ed ecco perchè, una volta messe queste scienze sulla via maestra del
metodo sperimentale, e fu, o «signori, merito imperituro della filosofia,
latradizione del l'acquisto lento, faticoso, ma sicuro del vero,vi si stabili
con una fermezza che non ha pur troppo riscontro alcuno nella storia delle
scienze del l'uomo e della società. In questa l'opera ideale
costruttiva,la funzione che vi ha il pensiero scientifico di assimilare a sè il
vero dei fatti sperimentati e osservati e di trarlo quasi in sostanza sua, è,
mi pare, tutt'altro. È un farsi, uno svol gersi della vita e dell'organismo
riflesso della scienza insieme con quello spontaneo del vero umano e sociale
che si spiega,che fluisce inesauribilmente ricco, fecondo e vario ne'secoli. E
l'occhio delle scienze morali, intento a scrutarne le leggi, è simile a
quello di un osservatore che da punti di prospettiva via via sempre nuovi
studiasse, camminando, le forme,le proporzioni e la direzione di un'immensa
folla di oggetti che gli simostrano dinanzi. Sbaglierò; ma a me pare che,
tolti i fronzoli e i particolari inutili, il pensiero adombrato in tutta questa
pagina sarebbe stato espresso forse più chiaramente, se si fosse detto press'a
poco così: le scienze morali si fondano, al pari delle scienze naturali,sul
l'esperienza;ma siccome la natura è sempre quella, el'uomohauna storia, le
verità scoperte dalle scienze naturali hanno una stabilità e fermezza
incompatibile con quelle via via determinate dalle scienze morali, alle quali
spetta di seguire il processo storico del loro oggetto. Egli è che a B.,
mente coltissima, è mancata proprio quella qualità ch'egli è andato sempre
cercando:l'intimità,il con tatto dell'anima con le cose. Quindi l'artifizio e
lo stento,la forma levigata, elegante,ma alquanto vuota e sonora. Le sue
professioni difedefilosofica,percuilodovremmo aggregareaineo kantiani, sono
semplici adesioni formali, spesso ripetute con la premura di chi tiene ad
apparire spirito moderno, del proprio tempo (come Nella N.
Antologia, Fil. Sc. Ital. egli ha detto di sè
tante volte); ma non corrispondono a una par tecipazione effettiva della sua
mente ai problemi critici e morali, ridestati dal ritorno a Kant. Lo
scritto,che secondo lo stesso B., dovrebbe essere più significativo per questa
sua adesione al criticismo (La nuova scuola del Kant e la filosofia scientifica
contemporanea in Germania ); e al quale egli infatti s'è riferito ogni volta
che ha voluto documentare l'affermazione sul suo in dirizzo di pensiero,è
un'esposizione informativa,condotta innanzi senza un indizio di vero consenso,
che le considerazioni dei neo kantiani trovassero nell'anima dell'autore. E
quando verso la con chiusione questi dice che « la natura relativa d'ogni
nostra cogni zione sensata è inconciliabile colla pretesa che ha il dommatismo
di determinare positivamente l'essere delle cose in se stesse, di poter
penetrare sino alle sostanze e alle forze ch'egli suppone al di là de'fenomeni
» non puoi dire sicuramente se questo sia il pensiero di chi scrive,o il
pensiero di quegli scrittori di cui que sticihaparlato. Meno che meno potresti
cogliere ilpensierodel Barzellotti nel suo precedente scritto La critica della
conoscenza e la metafisica dopo Kant, lavoro prevalentemente storico, per cui
l'autore si attiene più alle storie del Fischer e dello Zeller, che alle
fonti originali. In una storia dell'idealismo postkantiano,di cui questo
scritto voleva essere un saggio (ma si arrestò allo Schelling), un neokantiano
vero non può non far apparire i suoi criterii filosofici;
e non c'è sforzo d'oggettività storica che possa fargli dire che
l'interpetrazione realistica (a cui tenne sempre più fermamente lo stesso Kant)
della critica risponde alla lettera del kantismo,e l'interpetrazione
idealistica del Maimon,del Beck,del Fichte, ri sponde piuttosto allo spirito.
Un neokantiano non avrebbe scritto che il concetto realistico del noumeno (come
qualche cosa che è in sè,indipendentemente dalle forme del conoscere,ed opera
sui sensi)è in Kant un residuo del dommatismo antico che la Critica non era mai
riuscita a spogliarsi interamente, e che stuonava coi risultati negativi e
idealistici della dottrina della conoscenza;e che era una contradizione: un
pensiero non pienamente consentaneo a se stesso in ogni sua parte. Al
Barzellotti il partito di superare idealisticamentela Critica, come fece Fichte,
dopo l'Enesidemo, pare ogni giorno più, non che consigliato, imposto
inesorabilmente dalla necessità logica che trascinava le dottrine del Kant
alle loro ultime conseguenze». Ma tutto questo è detto,anziripetuto, non
con l'accento energico di una convinzione maturata per proprio conto; sibbene
con quella stessa indifferenza che è propria di chi osserva da spettatore
assolutamente disinteressato. Che cosa pre cisamente debba pensarsi di quel
benedetto noumeno,che è lo spettro pauroso dell'idealismo moderno,non sembra
che sia affare che tocchi l'animo di B.: il quale potrà dirsi a sua voglia
neokantiano; ma nonfarà mai ilneo-kantiano,perchè non sen tirà mai veramente il
problema filosofico. E non ha fatto quindi nè anche il platonico, benchè
all'indi rizzo dei platoneggianti italiani egli si accostasse ne'suoi scritti
gio vanili,il principale dei quali è la tesi Delle dottrine filosofiche nei
libri di CICERONE, in cui si vede ancora lo scolaro di CONTI edi T. Mamiani
ROVERE. Egli doveva pensare anche a sè quando,discor rendo della Filosofia
delle scuole italiane,— della quale fu sempre uno dei compilatori
ordinarii,e se ne poteva dire la sentinella avan zata verso le letterature
filosofiche straniere,di cui scriveva una cronaca;– disse: «I collaboratori di
quella Rivistahannopienali bertà di pensiero e di discussione; anzi varii tra
di essi professano dottrine molte diverse da quelle del Mamiani; ma si
raccolgono intorno a lui come al rappresentante più autorevole di quel
moto speculativo,che aiutò il nostro risorgimento e ci riscosse da una inerzia
intellettuale di più che due secoli. Anche al B., insomma,piaceva di essere un
filosofo delle scuole italiane,insieme col Mamianielasuaonrevolgente. Anche
aluipareva,p.e.,che il«merito innegabile della scuola hegeliana (di Napoli) apparirebbe
maggiore allo storico imparziale, se essa avesse tenuto più conto delle
disposizioni naturali e tradizionali dello spirito italiano ». Egli dunque si
mise nella schiera del Mamiani; e io non potevo staccarnelo, non avendo
potuto trovare ne'suoi scritti la dottrina filosofica sua, che ne lo
separasse. Vedi specialmente le proteste nella pref, ai Santi,p.xxm n. La
filosofia in Italia, nella N. Antologia. Nella Rivista difilos,scientifica. Cosi
nel libro sul Taine qui appresso cit., dirà sempre: « La dot trina idealistica
chefa del mondo sensibile esterno un mero ordine di fenomeni e di segni datici
dalle sensazioni, debba dirsi, per ora almeno, l'ultima parola della scienza,
venuta a confermare la parte indubbiamente vera delle teorie del Berkeley e del
Kant.Vedi poi l'articolo su L'idealismo di Schopenh. e la sua dottrina della
percezione, nella Fil. delle sc.ital.; la cui conclusione favorevole ai
filosofi che « tempo e spazio accolgono in se elementi, a u n tempo, ideali ed
empirici, subbiettivi e obiettiv i, hanno il loro essere e la loro legge
così nel pensiero come nelle cose,così in noicome fuori di noi – non
vedocomepossaacc larsiconl'idealismo berkeleiano! Masipuòpar lare di
contraddizione? Credaro nel Grundriss di UEBERWEG-HEINZE. Cfr. La morale
come scienza e come fatto, Riv. ital. di filos., e la pref. ai Santi,p.xxi
n. Nella prolusione con cui iniziò a Pavia il suo insegnamento ufficiale
universitario, Le condizioni presenti
della filosofia e il problema della morale, puoi ravvisare tutto lo scrittore.
Ivi più schietta la professione di fede neo-critica: l'idealismo da Fichte a
Hegel accusato non solo di aver voluto costruire luni verso da un sol punto,
con un solo principio assoluto,ma di avere altresì dimenticato « quello che le
aveva lasciato detto il maestro, che cioè,se i fatti senza le idee sono
ciechi,queste alla lor volta, non cimentate coll'esperienza, riescon vuote e
ingannevoli » (tra vestimento del genuino pensiero kantiano e disconoscimento
del genuino pensiero hegeliano); la riflessione filosofica definita per
artifizio; approvato- comegià nella Morale della filosofia positiva l'indirizzo
psicologico-sperimentale dato dagl'inglesi alla filosofia dello spirito; fatto
buon viso alla loro teoria della re latività del conoscere (dove l'autore vede
un kantismo ricondotto addietro fino a Berkeley; dato corpo in certo modo
a quella specie di eccletismo, che gli è stato talvolta attribuito, e a
cui egli stesso in alcuni scrittisi può dire che abbia accennato parlando
di una mediazione tra il criticismo e l'evoluzionismo; rifatta un'altra volta
la storia del ritorno a Kant, nonchè della scuola spe rimentale inglese,per
conchiudere che oggi il filosofo « non prova più in sè quello che pure
era,ed è tuttora,così proprio de'meta fisici, il sentimento superbo di un
preteso primato sui cultori dell altre scienze, la vana persuasione di
potersi segregare da loro nella solitudine di un infecondo sapere assoluto,
superiore alle indagini pazienti de fatti e all'esperienza, e ambizioso di
tutto darle, senza nulla riceverne ». Qui si abbandona,come ognun vede,
esplicitamente l'eterno proposito della filosofia. Niente di superiore ai fatti
e all'esperienza. Il filosofo non deve aspirare se non,come tutti gli altri
scienziati,a fornire col proprio lavoro alcuni pochi tra gl'infiniti dati, tra
le infinite verità d'esperienza e di ragionamento a c cessibili alla mente
umana nel suo sublime tentativo d'interpretare l ' unità delle cose e
delle loro leggi. Nien t'altro che dati ! Non certo un'assoluta disperazione del
vero, ma una fede assai condizionata nel valore di quelle forme del vero che la
mente umana accoglie in sè successivamente »; un « abito di mente critica
inquisitiva per eccellenza, che non riposa mai o quasi mai in
una conchiusione, che rifà di continuo i proprii convincimenti ».
Abito di mente, insomma,da spettatore,non da artefice della verità.
E chi lo afferma si vede bene che,accortosi della vanità di
questo affaticarsi perenne nel tentativo sublime,quanto a sè,intende
mettersi da un canto,e stare a vedere.Qui, nella ricerca della verità, non
c'è l'anima di B.. Di questa ricerca egli non vede se non una vita
vana,dicui nessuno spirito può vivere.Onde vidirà: l'uomo è nato non tanto a
pensare quanto ad operare.E per operare ci vogliono quei saldi
convincimenti,che la scienza non può dare. Perciò è che la filosofia non può
prendere il luogo delle credenze religiose. B. non dice propriamente perchè, e
gira attorno a questo problema,che è dei più delicati circa il valore della
filosofia. Ma fa alcune osservazioni,che ritraggono lo spirito dello
scrittore. Non tutti possono vivere su principii, che siano il risultato del
ragionamento; infiniti sempre attingeranno la norma delle azioni « dal
cuore,dall'immaginativa, dalla fede, dalla per suasione affettuosa immediata, da
un che in somma non ragionato, m a sentito e intuito ». Contro chi cred e,
come Renan, che possa la scienza un giorno trasformare e governare tutta
la vita,bisogna notare che « delle due forme di conoscenza ond'è capace la
nostra mente, la concreta e diretta,o vuoi intuitiva, ha sull'astratta e sulla
riflessa infiniti vantaggi nella pratica della vita. Se non che,tale appunto
quale è, ottimo istrumento e guida all'azione, la conoscenza intuitiva ha in sè
questo di più specialmente proprio e suo e d'opposto all'indole del sapere
scientifico; appunto perchè concreta, particolare e attinta dalla viva
esperienza e quasi dal contatto delle cose e degli uomini, essa è tutta
individuale, e per ciò incomunicabile:più che vera e propria cognizione,
potrebbe dirsi un certo tatto finissimo. La scienza stessa., in ciò ch'essa ha
in sè di più intimo e d'organico, presa come un tutto che si muove e vive d'una
vita inseparabile da quella d'ogni mente che l'ha in sè e l'ha fatta sua
propria, riesce non meno individuale e incomunicabile di quello che sia
l'intuito, l'arte, l'esperienza immediata,la convinzione istintiva. Quindi
l'inefficacia della scienza; quindi il segreto della forza delle religioni,che
s'impossessano di tutto l'uomo. Perchè la religione abbia quest'afflato, che
manca alla scienza, B. non dice.E la verità dell'osservazione consiste,a
parer mio,nell'esperienza personale dell'autore, di cui essa deve ritenersi un
indizio. È la scienza sua,da cui egli si sente ingombra la mente,non
riformata l'anima,che non può cacciar di nido la religione. Se la metafisica,
l'alta veduta speculativa investe tutto l'uomo nei grandi pensatori, egli è che
il pensatore in fondo è un artista.Onde ilBarzellotti plau dirà al pensiero del
Taine (in Idéal dans l'art): « che tra i diversi modi,in cui l'uomo coglie la
verità delle cose,il più potente e il più vero è l'Arte. Essa infatti
penetra,per dir così,giù sino al cuore del grande organismo della natura,e non
si limita a darcene,come falascienza, soloi l profilo esterno,leleggigenerali
quantitative,ma ce n'esprime l'intimo senso,ce ne fa sentire nel loro lavorìo
se greto le forze vitali, le potenze originarie e germinali » E al Taine
tributa la gran lode di aver avuto « anima e mente da ca pire come la scienza,che
ci dà solo gli elementi generali e comuni dei fatti e delle cose,non riesca
nello studio dello spirito umano a rendercene tutto il vero, se non è
compenetrata con l'Arte, che intuisce il particolare, l'individuale, ciò che
sfugge all'analisi e al l'astrazione. E l'autore continua: « Qui sta con buona
pace della pedanteria togata di tanti che oggi si chiamano dotti–
la superiorità dell'Arte,se siagrande e vera, sulla scienza pura,
quanto al comprendere l a vita, il carattere e i sentimenti umani. Si può
esser certi infatti che nessuno specialista, nessuno scienziato nello stretto
senso della parola,arriverà mai a scuotere una di quelle grandi verità della
coscienza e dell'ordine morale, che finora sono state trovate tutte dai
fondatori di religioni, dai metafisici sommi – artisti del
pensieroessipure— daipoeti,dagliscrittori,da co loro che il volgo degl'indotti
e dei dotti chiama uomini non p o sitivi Taine, Roma, Loescher E così ci
accostiamo al po'di filosofia di B.: a quel po'almeno, che è la nota metafisica
vera e sincera, che risuona nel l'anima sua. E questa nota suona spesso
negli scritti di B., benchè non sia che una nota. La religione,dice in uno
scritto su L'idea religiosa negli uomini di stato del risorgimento, è qualcosa
di analogo all'artee d'irriducibile,per una legge del nostro spirito,ad altre
forme della sua vita interiore »: « la cer tezza delle verità religiose venirci
dal sentimento e dall'intuito, e appartenere a un ordine affatto diverso da
quello della certezza che cipossonodare le dimostrazioni della ragione. E nello
studio La giovinezza e la prima educazione di A. Schopenhauer e di Leopardi: «
L'uomo, egli (lo Sch.) soleva dire con parole che esprimono forse l'aspetto più
nuovo e più vero della sua filo sofia, ha le sue radici nel cuore, non nella
testa » Quindi quel sentimento,che in uno scritto,anche precedente,sullo stesso
Schopenhauer, è detto « ormai cessato da un pezzo in Germania; ma dura
tuttavia, e cresce nei lettori colti d'ogni paese.: quello del bisogno che
tutti abbiamo,ma che in specie gli studiosi hanno di stringersi in più intima
armonia colla natura e colla realtà. Questo estetismo o misticismo estetizzante
venne al B. dai ro mantici tedeschi,dallo Schopenhauer,oggetto di suoi studi
insistenti? Certo non ha che vedere col suo preteso criticismo, che è uno
scetticismo ingenuo, appena larvato. Ma visi riconnette nel sensoche,
dimostrandoci il temperamento spirituale dell'uomo, ci fa inten dere la sua
naturale avversione alla vera e propria filosofia.Questo estetismo a me pare
appunto la tendenza naturale del suo spirito; e non prende infatti la forma
dimostrativa e sistematica,che in altri scrittori si atteggia almeno a una
critica gnoseologica del natura lismo, dal Barzellotti non mai fatta; ma resta
sempre una ten denza, che determina l'indirizzo degli studii di B., quando egli
trova la sua strada.Più che un concetto pensato e ragionato dalla sua mente,è
un carattere reale della sua mentalità:per cui egli si può dire che abbia
trovato la sua strada quando ha comin ciatoa scrivere I suo studiieritrattiesaggi
psicologici, intorno a scrittori,indirizzi di cultura,epoche o popoli:dove non
ha certo teorizzato sulla tendenza, che ho detto, ma ha obbedito ad essa,
cercando il concreto, l'individuum ineffabile, con l'intuizione del Dal
rinasc. al risorg. Santi. - l'artista,
vedendo, come egli disse, « nello studio dell'uomo oltrechè un'arte d'intuito e di divinazione felice,la lenta
opera d'una scienza che ormai ha saputo prendere la sua via in disparte dai
sistemi »: rimettendo,insomma,in armonia sè con se stesso, riducendo tutta la filosofia
all'arte, cui natura più lo traeva. Se nonsivogliadire arte,dicasi storia; ma
illavoro mentale di B. non mira al di là della rappresentazione individuale del
concreto.E questa è la sua filosofia; la quale ha inteso a unireilpiùpossibile
egli dice l'arte alla scienza » e provarsi a ritrovare sui modelli
vivi, che danno la storia, le biografie intime e l'osservazione delle cose
sociali,quanti più poteva dei tratti veri,parlanti di quell'anima umana, che la
scienza delle scuole e delle accademie ci ha per troppo tempo fatta conoscere
solo in copie vaghe,generiche,lavorate di fantasia e di maniera. Da Agostino al
Lazzaretti, dalla psicologia delle tentazioni a quella del pessimismo
filosofico, dal Taine al Nietzsche, dallo spi rito paganeggiante del
rinascimento alla tempra morale della deca denza, alla religiosità dei nostri
uomini del risorgimento, al river bero della nostra anima nazionale nella
letteratura, B. dall'8o in circa ad oggi si può dire che abbia raccolto tutte
le forze della sua mente intorno a particolari problemi storici di psicologia,
cercando così attraverso i procedimenti intuitivi dell'arte quella ve rità alla
cui visione non s'era potuto elevare col metodo razionale del pensiero
speculativo:spargendo, in verità,gran copia di osser vazioni fini ed acute
principalmente sulla storia dellaforma mentis, com'egli ama dire, del popolo
italiano. Se incotestaarte, peraltro, egli sia riuscito di solito a
toccare il segno,non è il luogo questo di ricercare: se dovessi esprimere il
mio giudizio, direi che per sif fatte indagini di storia psicologica a B.
manca,per otte nere la rappresentazione piena e viva dell'anima umana,ciò che
forma davvero lo storico e l'artista: lo sguardo diretto all'intimo della
individualità; la quale non si potrà mai ricostruire,se non s'affisa prima di
tutto il centro vitale del suo organismo; laddove B. gira troppo con
considerazioni e divagazioni generali intorno ai personaggi e agli stati morali
presi a studiare. E gli manca altresì, per lo più, quella piena e diretta
conoscenza dei particolari, in mezzo ai quali soltanto è dato d'imbattersi
negl'individui vivi, in quelle anime vere, che il Barzellotti è andato
cercando. Santi. Di questa sua veduta estetizzante dello spirito umano
bisogna ricordarsi per intendere nel loro genuino significato i motivi della
comunicazione fatta dal B. intorno al metodo storico nella trattazione della
storia della filosofia al congresso romano di scienze storiche: contro la quale
insorse il vecchio Lasson in nome della universalità della ragione e della
scienza. Pel B. la filosofia dev'essere rappresentata dallo storico come la
filo sofia di una nazione o di un'altra, quale in una certa epoca essa si
costituisce in stretta attinenza con tutte le condizioni della cultura
circostante, e sulla base degli abiti e delle forme di mente individuali del
filosofoo prevalenti nel tempo dilui. E certo una storia per ogni parte
compiuta della filosofia non può non tener conto ditutta cotesta condizionalità
dei sistemi filosofici; ma ad un patto: che si rammenti non essere la
condizionalità, nè qui nè altrove, la realtà condizionata;e quando tutta la
cultura contemporanea che agi sullo spirito di Kant sia nota,e tutta spiegata
la psicologia per sonale di questo pensatore e del suo secolo,restare tuttavia
da in tendere tutta la sua filosofia, in quel che ha di veramente filosofico,
ossia di valore universale ed eterno. Qui la verità affermata dal Lasson,edal B.
disconosciuta, per quel suo occhio, fatto per vedere il particolare,cieco
all'universale. E poichè l'universale è l'intimità vera delle menti
speculative,anche qui ei conferma ilsuo difetto di attitudine vera a penetrare
nell'intimo degli spiriti. Egli vede i pensatori, e non vede il pensiero; e
però non vede n è anche veramente i pensatori. Ne son prova isuoi
molteplici saggi sullo Schopenhauer e sul Kant. Ma B. è stato forse
letto invano per la cultura intellettuale e morale italiana? Io non credo. Non
è stato un filosofo, e neanche un artista riuscito. Ma è pure stato un nobile
scrittore, che ha agitato molte menti e molti cuori intorno a questioni morali
e religiose troppo trascuratetra noi; è stato un lucido specchio di molta parte
della cultura filosofica straniera contemporanea; ed è stato un forbito
scrittore, imitabile esempio ai pedanteschi filosofanti italiani degli ultimi
tempi. Di alcuni criteri direttivi dell'odierno concetto della storia, che
restano tuttora da applicare pienamente e rigorosamente alla storia della
filosofia, massime di quel periodo che va dal Rinascimento a Kant, negl’Atti
del Congr. intern. disc. stor. (Roma). Fra i più malagevoli ufficj
della critica istorica è per certo il determinare come e quanto contribuisca
l'ingegno di ciascun popolo alla sua grandezza intellettuale e civile, di
quanto egli sia debitore alle tradizioni dei suoi maggiori, o alla civiltà
delle nazioni contemporanee; questione ardua, e più che alla storia
appartenente alla filosofia, perchè risguarda una legge intima ed arcana della
natura, onde nell'armonia delle facoltà umane s'avvicenda l'operare e il patire,
il conservare e il produrre, la reverenza alle tradizioni e la libertà
dell'ingegno inventivo. Alla difficoltà d’un tale esame, la quale cresce a
misura che ci avanziamo verso i tempi più antichi,in cui fanno difetto i
documenti e le notizie necessarie ad illustrarne la storia, sono dovuti i
giudizj severi di molti critici in torno alle lettere e alla filosofia de’ romani
-- giudizj che introdotti da un pezzo nelle scuole, e avvalorati dal quasi
comune consentimento, negano del tutto o quasi del tutto indole nuova ed
originale alle manifestazioni dell'INGEGNO LATINO. Gl’argomenti che si allegano
per sostenere tali sentenze io mi dispenserò dal recarli, e perchè assai noti
nella storia delle lettere e della filosofia, e perchè tutti [Questa ultima
affermazione tanto più è conforme alla storia, in quanto, sebbene la maggior
parte dei critici odierni ricusi da un pezzo nome autorità di filosofo al
senatore romano, è per altro consentito da tutti che i suoi scritti filosofici
si conservarono chiari per benefica efficacia lungo tutta la decadenza delle
lettere e delle scienze latine, e per avere mantenuto e trasmesso nei principii
dell'Era cristiana, e giù pel Medio Evo le dottrine della filosofia greca alle
scuole de'Padri e de'Dottori] concordi nel sostenere che ai Romani, poco atti
sin da principio per naturale tempra d'ingegno, e di stolti per lunga età dalle
intestine discordie, dalla brama del dominare e dall'esercizio delle armi, e
finalmente abbagliati dallo splendore della civiltà greca, manca una libera
disposizione a ritrarre e a creare il vero ed il bello negl’esercizj della
scienza e dell'arte. Degerando, Brucker, Tennemann, Ritter, Kuehner ed altri. Ai
quali argomenti quando per sè non rispondesse abbastanza la ragione istorica, la
quale vieta potersi sempre dedurre da ciò, che un popolo fa in certe condizioni
di tempi e di civiltà, quello che in altre condizioni avrebbe potuto e saputo
fare. Se non mostrasse il contrario la scuola dei giureconsulti, che dalla
coscienza del genere umano e dalle forme logiche greche compose con tradizione
costante quella scienza del gius costitutrice delle nazioni europee, se l’ “Eneide”
emula all'Iliade, LUCREZIO maggiore d'Esiodo, la Commedia di Plauto, le storie
di Livio, di Sallustio, di Tacito, la satira togata di Giovenale e di Persio,
l'elegie di Catullo non indicassero assai che il genio latino, libero nella
imitazione, sa aggiungere all'ideale del vero e del bello un che d'universale e
di solenne, un certo senso pratico e positivo, e un'intima rivelazione degl’umani
affetti, ignota fin allora ai gentili e resa più perfetta dal cristianesimo, io
mi restringerei alle sole opere filosofiche di CICERONE (si veda), che sono,
parmi, una fra le prove maggiori del come la scienza dei nostri padri, modestamente
operosa, recasse la sua parte alla civiltà universale. e all'età
del Rinnovamento. Ritter, Hist. de la Phil. ancienne, Paris, Ladrange. Kuehner,
CICERONE, In phil. E jusq. Partes merita. Hamburgi. La storia della filosofia
ci mostra di fatto che CICERONE fu a’ padri latini molto in pregio, e
segnatamente a Lattanzio che lo chiama eccellente, e lo cita nel de Opificio
hominis, e nelle Institutiones divinæ più volte; poi a Agostino che ri conosce
dall' “Ortensio” la preparazione al cristianesimo, e in più luoghi della Città
di Dio,e altrove lo cita o ne tira le dottrine; altresì a san Girolamo che
tanto l'amò da riferire in una sua epistola il sì famoso castigo avu tone
divinamente, poichè, meglio di cristiano, meritava chiamarsi “ciceroniano.” Fra
iDottori più principali è noto come BOEZIO togliesse da CICERONE il pensiero sulle
consolazioni perenni della filosofia, e apparisce lo studio che di questo egli
fa sì da'pensieri e sì dallo stile; come AQUINO ne arrechi l'autorità in più
luoghi della sua Somma, come ALIGHIERI lo meditasse. Più tardi Erasmo esalta
CICERONE con lodi famose. Dopo, l’autore della “Scienza nuova” attinge in parte
dal libro “De Legibus” la filosofia d’un gius ideale eterno celebrato nella
città dell'universo col disegno della provvidenza. Ad una fama sì lunga e sì
costante, e che per certo dove avere una causa non soltanto, come si afferma
generalmente, in quella forma popolare e spontanea, onde le dottrine del
filosofo latino si porge all'educazione morale e civile, ma nell'intrinseco
loro valore speculativo, non disconosciuto nè anche oggi da uomini egregj
(Forsyth, Life of CICERONE, London), contrastano singolarmente i giudizj di
alcuni critici. La opinion e espressa da tali giudizj, a volerla riassumere in
breve, è la seguente. CICERONE, ingegno universale, acutissimo e disposto ai
combattimenti dell'eloquenza, più che alle severe indagini speculative, pensa e
compì negli anni del suo ritiro dalla pubblica vita un compendio
largo, chiaro, eloquente della filosofia in servigio dei suoi connazionali
di giuni sino a quel tempo di tali studj, o costretti ad attingerli da fonti esoteriche.
Da questa pretesa insufficienza dell'ingegno speculativo di Tullio, dal fine
pratico e letterario ch'e'sipropose, e dal difetto di studj preparatorj la
Critica deduce la natura delle sue dottrine; le quali, benchè guidate sempre da
criterio sano, e da una retta applicazione del senso comune, non vanno troppo
addentro nei fondamenti della scienza, affermano per lo più senza esame maturo,
nè costituiscono, come le dottrine dei migliori filosofi, un largo e ben
architettato disegno di scienza. Brucker, Hist. Crit. Phil., Tennemann, G. Bernhardy,
Grundriss der Römischen Litteratur. Braunsweig.
Facendoci a cercare l'origine di tali giudizj abbastanza severi, parmi se ne
potrebbe addurre innanzi tutto una causa assai remota, ma in parte relativa al modo
ben differente, con cui gl’antichi e i moderni giudicano il valore di certi
uomini e di certi principj. Tale è la ri forma cominciata in Italia col BRUNO
col Cartesio in Francia, e in Inghilterra con Bacone, che spezzando ogni
autorità del passato, e quanto sino allora un'eccessiva venerazione avea recato
a fastidio, proclamò l'assoluta libertà della riflessione filosofica,
l'assoluta novità dei sistemi. Come s'intendessero quella libertà, e quella
novità; e quali resultati ne seguitassero alle lettere, alle scienze, alle
arti, al vivere privato e civile, come se ne avvantaggiasse o ne patisse la morale
e la religione, la scuola, la famiglia e lo stato romano, non è qui luogo a
mostrarlo, e le son cose oggimai troppo note. Nè io voglio negare i benefizj
innegabili della riforma,e soprattutto di quella introdotta nelle scienze
sperimentali da GALILEI e Bacone; chè, se la riflessione libera ed esercitata
desunse mirabili frutti di dottrina da ogni campo dell'umano sapere, e se ne
avvantaggiò la scienza dell'uomo, ne crebbero l'erudizione, la filosofia, le
discipline morali e civili; perfeziona i suoi metodi la medicina, si levò
gigante la chimica, la geologia sfogliando il libro della natura vilesse le
età del mondo. Se tanti incrementi ne provennero alle industrie e alle
manifatture, onde il viaggiatore trascorre paesi e province con velocità più
che umana, e in mend’un baleno il salutori congiunge gl’amici, benchè separati
dalla immensità del l'oceano, di tutto ciò alla riforma della filosofia è
debitrice l'Europa. Ma le è pur debitrice di quella inquieta brama del sapere
speculativo, onde si successero sistemi a sistemi del tutto nuovi sui più
impenetrabili misteri della conoscenza umana, e quel nuovo si cerca da molti
nell'inusitato e nello strano più che nel vero; così co minciata in Italia la
licenza della riflessione esaminatrice sui fondamenti della filosofia, ecco il
panteismo superbo di BRUNO e CAMPANELLA. Poi, scontenti del panteismo, ci
diedero dottrine dualistiche il Malebranche e il Guelinx, l'idealismo e il
sensismo ci vennero dal Berckeley e dal Locke, lo scetticismo dal Bayle e dall’
Hume; più tardi le sconfinate immaginazioni degl’alemanni,e un ridurre Dio e
l'universo all'uomo, dall'uomo al pensiero, dal pensiero all'idea, dall'idea
novamente alla materia, ed ultima conseguenza di tutto uno scetticismo più
sconsolato, un correre con tinuo a una felicità e a una beatitudine ignota
senza raggiungerla mai;ecco i resultati dell'aver voluto tutto inno vare! Posta
in tal guisa la filosofia su questo cammino delle restaurazioni assolute, e
detto una volta che la scienza dee rifar la natura (non,come è chiaro,dovere
anzila scienza presuppor la natura tal quale essa è, con tutti i suoi dati, con
tutte le sue relazioni, dover verificarla, non annientarla), l'indirizzo
introdotto nell'esercizio del pensiero filosofico da quella folla di sistemi
eccessiva mente inquisitivi, doveva esser tale,che quando poi, soffermata un
istante la foga delle invenzioni, il pensiero istesso si sarebbe rivolto sopra
i suoi passi, e ne sarebbe nata compiuta e perfetta la storia della filosofia,
quella storia ritenesse come presupposto del suo metodo, che unico,o quasi
unico criterio per giudicare della eccellenza di un filosofo e della sua
filosofia, fosse l'assoluta indipendenza del pensiero esaminatore dallo stato
della naturale certezza, fosse in una parola la compiuta novità del sistema. A
questo criterio, desunto dallo scetticismo e padre di parziali opinioni, furono
conformati più o meno quei metodi falsi e incompiuti che si seguirono da oltre
mezzo secolo in qua nello scrivere storie della filosofia, onde ne derivò in
Francia e nella Germania una folla di libri, come ad esempio la storia
comparata dei sistemi di Degerando,e la storia di Tennemann, dove si giudi cano
le varie filosofie alla stregua del problema sull'origine dell'umane
conoscenze, e dall'avvicinarsi che esse faccian più o meno alle dottrine del
criticismo di Kant; e un tal criterio ci spiega come più tardi negli storici
più temperati e meno imparziali, segnatamente alemanni, e nei filosofi delle
altre nazioni, immuni dal criticismo, continuasse ereditato dalla riforma
questo soverchio studio dei sistemi inventati, esclusivi, che ricusano dalla
natura qualunque presupposto sull'efficacia delle potenze conosci tive, e se ne
avvalorasse l'opinione levata a cielo ne’diarj e ne’libri di filosofia, sulla
così detta individualità d'ogni sistema,e incomunicabilità delle dottrine
speculative. Considerate le quali cose,non dovrebbe far maraviglia se quel
tempo che corse tra lo scorcio del secolo decimosesto e i principj del
decimosettimo,quando Italia e Francia, stanche dell'autorità abusata dagli
scolastici, volevano innovare tutta quanta la scienza (e fu allora appunto,come
nota Brucker, che si tentarono i primi lavori speciali sulle dottrine dei romani
e di CICERONE),se quel tempo, dico, non era troppo opportuno a giudicare
imparzialmente una filosofia studiosa delle più antiche e venerate tradizioni. E
nel vero anche più tardi in tutto il secolo XVII, se n'eccettui coloro che rifiutarono
i dubbj del Cartesio, ma tennero il suo metodo d'esaminare la coscienza, quali
Bossuet, Fénelon e i più segnalati di Porto Reale, agli altri che s'appresero
ai dubbj, e venner giù giù negando i pregj dell'antichità, nemici d'ogni
tradizione, non poteva andare a genio davvero quella riflessione modesta e
tranquillamente efficace che il grande oratore avea recato sulle verità eterne
della coscienza, desumendone le armonie universali delle dottrine temperate dal
senno e dalla moderazione latina. (Vedi l'opinione che ebbero di Tullio POMPONACCIO
POMPONAZZI e CAMPANELLA, citati dal Brucker. Ma d'altra parte, se per ispiegare
questa opinione si nistra invalsa in Europa contro la letteratura e la
filosofia d'un popolo, che fu per eccellenza il popolo delle tradizioni, giova
riportarci alle sorgenti diquella critica, ec cessivamente nemica al passato,
questi giudizj poco reve renti che oggi si ripetono dai più, apparvero solo
nella storia della filosofia nata ne'principj del secolo passato in Germania ed
in Francia.Tra I francesi, per tacere dei più antichi, Degerando vi spende un
capitolo nella sua Storia comparata dei Sistemi, dove enumerati prima gli
ostacoli che impedirono ai Romani un proprio esercizio dell'indagine
speculativa,nota opportunamente non essere stata abbastanza osservata dał
comune degli storici la grande efficacia che ebbe l'ingegno latino sulla filosofia
trapiantata, ond'essa assunse colore ed indole più positiva, e dalle soverchie
astrazioni si ricondusse al reale. Passa poi ad esaminare gli scritti di
Cicerone nel quale rinviene le note distintive d'ogni altro filosofo ro
mano,cioè una scienza desunta dalle greche tradizioni e composta con metodo
ecclettico dalle scuole differenti, una scienza accessibile ad ogni
intelligenza educata, e confa cente a spirar vita nell'eloquenza, ne'costumi,
nell'arte politica; scienza supremamente pratica e applicabile agli individui e
agli stati. Histoire comparée
des systèmes de philosophie considérés relativement aux principes des
connaissances humaines, par Degerando. Giudizj
assai meno temperati comparvero in Alemagna, dove fiorendo mirabilmente le
discipline filosofiche e istoriche, e pubblicandosi tuttodì lavori speciali che
illustrano con somma accuratezza ogni parte delle lettere antiche, prevalse
però più che altrove la severità della Critica, che negava ogni nota originale
alle lettere e alle scienze C Tra i critici alemanni va
innanzi agli altri in ordine di tempo e di autorità Giacomo Brucker vero
fondatore della storia della filosofia. Ma considerando però il capitolo dove
egli parla della filosofia de'romani e di CICERONE, ti accorgi tosto che
quell'uomo dottissimo moveva egli pure dal presupposto non esservi stata in
Roma che una semplice continuazione delle scuole greche; e secondo le varie
specie di queste scuole divide lo storico il suo trattato intorno alle dottrine
romane annoverando CICERONE tra iseguaci della Nuova Accademia; quantunque
confessi poco appresso ch'ei non seguì alcuna forma particolare di setta, ma
inclina a quel Sincretismo istituitoda Antioco. Veramente Brucker nel proporsi
il quesito,perchè mai i romani e CICERONE non crearono una filosofia propria, non
ne accusa, come oggi Forsyth, la infelice disposizione dell'ingegno latino -- the
unmetaphysical character of the Roman intellect. Life of Cicero. Ma quanto ai
Romani in generale ei ne trova la causa nelle occupazioni della vita civile, e
nella setta Accademica, che criticando e sindacando tutti isistemi, svogliava
gl'intelletti da nuove speculazioni; e quanto a CICERONE, nella natura del suo
ingegno, più immaginoso assai che penetrativo, ond'egli (dice lo storico)
prefere il probabile all'esame profondo del certo, e delle dottrine rappresenta
nelle sue opere la parte viva e oratoria più che il severo ordine dei giudicj e
delle deduzioni,e la generale armonia del sistema. Brucker, Hist. Crit. Phil. Al
giudizio dato da Brucker si avvicina in gran parte quello di Tennemann,e nelle
loro opinioni v'ha molto di vero e di certo, oltre la solita accuratezza nella
esposi 8 latine, appoggiandosi ben di frequente a così deboli prove da
far credere quasi che la movesse un'infelice gelosia di nazione. Ora da qualche
anno in Inghilterra e nella stessa Germania si torna con più studio al passato,
e molte parzialità si correggono; ed io sono certo che ri composta in pace
l'Europa, ilprimo debito di giustizia alle memorie latine lo pagheranno gli
scrittori di quelle grandi e generose nazioni. zione dei fatti;ma per quanta
possa essere la reverenza dovuta ai due storici insigni della filosofia, come
non accorgersi che il loro esame,informato da un criterio an ticipato e
parziale, riesce insufficiente a cogliere il vero significato d'una dottrina,
come quella di CICERONE, la cui nota essenziale consiste nel rifiuto d'ogni
opinione di setta, e in un principio universale, che supera ogni si stema? Ma
se tanto può dirsi a buon dritto del Brucker e del Tennemann, merita più
speciale considerazione l'esame assai temperato,e per certo ingegnoso,che fece
degli scritti filosofici di Tullio, Ritter nella sua storia della Filosofia
antica. Le indagini dotte e meditate di Ritter movendo dai tempi antistorici
della Filosofia,e procedendo lungo i tempi della civiltà indiana, ionica e
delle colonie italo greche fino all'origine delle scuole socratiche, da queste
al loro declinare e disperdersi in una confusione di sistemi sparpagliati e
sofistici, giungono a quello ch'ei chiama terzo periodo dell'antica filosofia,
all'età che intercede tra ilcadere delle repubbliche greche sotto la romana, la
rovina di quest'ultima, e il sorgere del Cristianesimo. Due cause potenti egli
allega del nuovo indirizzo preso in quella età dalla filosofia greco-romana,e
le ritrova nella storia delle due nazioni, che allora si ricambiavano una
vicendevole efficacia nelle lettere, e nelle scienze, e nel vivere privato e
civile. Nei Greci, perchè la costoro scienza impoverita oramai dall'uso
eccessivo della facoltà creatrice nei tempi anteriori, dallo scadimento della
li bertà e dei costumi, e costretta, per accomodarsi all'in gegno e
all'educazione dei nuovi dominatori,a vestire le forme ed il metodo d'una
disciplina scolastica, non d e sunse più le sue dottrine immediatamente dalla riflessione,
ma ritornò agli antichi sistemi,li paragonò,li esaminò, li accordò, desumendo
da essi stessi e incompiutamente, non dalla natura intima del pensiero, il
principio del l'esame e dell'accordo. Nei Romani, perchè essi non of frirono ai
Greci alcuna guarentigia di riforme scientifiche, ma vissuti sino a quel
tempo in mezzo ai tumulti della vita civile,e fra lo strepito delle armi,tranne
una certa tendenza, che li moveva agli ordinamenti giuridici, nè la natura, nè
la educazione loro si porgeva punto alle indagini della scienza. Quindi
(osserva il dotto alemanno) era ben naturale che, date quelle condizioni
morali,civili e scientifiche, dall'accoppiamento dell'ingegno greco e latino
derivasse un Ecclettismo erudito; derivò infatti; e di questa filosofia,
l'indole della quale è sostituire la li bertà della scelta alla libertà
dell'ingegno inventivo, accomodarsi alla natura degli scrittori,abbandonato
l'or dinamento scienziale non fidarsi all'esame, e se occorre, attenersi
principalmente all'autorità del consentimento comune,eitrovò la più importante
manifestazione,oltrechè nel pendio generale dei tempi,nella vita,nell'animo e
nelle opere di Cicerone. Ei ne considerò con raro accor gimento la vita,e
vedendo come la parte ch'ei tiene nella storia della Filosofia, è perfettamente
d'accordo con quella che occupò nella storia civile dei tempi; come furono le
medesime qualità e gli stessi difetti che, se lo levarono alto nella vita
pubblica e nella filosofia, non gli consen tirono per altro di giungere al
sommo e nell'una e nel l'altra, ricercò queste qualità e questi difetti
nell'indole di lui, e non gli parve rinvenirvi accoppiata alla vivezza
dell'ingegno oratorio, al sentimento squisito del diritto, all'amore per gli
altri,e particolarmente pe'suoi,all'ope rosità indefessa,a una rara previdenza
dell'avvenire,quella sicurtà in sè stesso e quella fermezza di volere che costi
tuisce il grande scrittore e l'uomo di stato. Condotto, egli dice, dall'efficacia
di condizioni esteriori a filosofare, come nella sua gioventù, mentre applicava
la filosofia all'esercizio dell'eloquenza,egli avea frequentato le prin cipali
scuole di Grecia, così nel suo ritiro dalla pubblica vita non seguì una
dottrina particolare, ma trascelse il meglio di tutte; la quale incertezza di
studj, che non a p profondivano la scienza, ma la assaggiavano appena, ri
sentiva della incertezza della sua condizione politica, perchè ei scrisse le
sue opere principali durante gli scon volgimenti del primo triumvirato,la
dittatura di Cesare e il consolato di Antonio,tempi calamitosi per la libertà,
nei quali escluso da ogni ingerimento civile, e fuggendo il cospetto degli
scellerati, andava consolando la sua soli tudine colle meditazioni della
scienza. Era quindi ben naturale che il grande oratore, vissuto da lunghi anni
in tanto splendore delle pubbliche faccende, non si ripo sasse volentieri negli
ozj solitarj delle sue ville; la d e bolezza innata dell'animo suo, come gli
avea impedito di rimaner fermo al governo delle cose civili, di valersi della
sua autorità per contrastare ai principj della ti rannide cesarea, ora
gl'impediva di darsi a tutt'uomo agli studj della filosofia; ed ei ne scriveva
ad Attico, e all'amico dipingeva con vivi colori questo penoso on deggiar ch'
ei faceva tra l'amore onde era tratto agli studj, e il desiderio di prender
parte ai pubblici affari, tra la sfiducia sua nelle consolazioni della
scienza,e una sublime speranza che lo levava al disopra delle umane cose. Da
queste intime qualità dell'indole di CICERONE deduce l'istorico Alemanno la
natura della sua filosofia, ch'è,secondo lui,un moderato
scetticismo,espressione fe dele di animo titubante; scetticismo moderato,perchè
seb bene talvolta, oppresso dal peso delle sventure proprie e della patria, ei
mostri dubitare del vero eterno e della virtù, nondimeno conserva sempre
intemerata la nobiltà della vita, e il desiderio di una morte gloriosa; ma
tuttavia scetticismo, perchè riconoscendo la natura assoluta del vero, ammette
solo come verosimili le dottrine che ne d e rivano, e dubitando interroga tutte
le scuole, prende ad esame tutte le opinioni greche,e accordandole insieme più
con intendimento politico, che con vero criterio di scienza, ne vuole
arricchire il patrimonio della romana letteratura. Sennonchè tra le varie
dottrine in cui si di videvano le scuole greche, una ve n'era che s'accordava
mirabilmente agli intendimenti, e all'ecclettismo scettico abbracciato da
Cicerone; e questa era la dottrina della Nuova Accademia.Se Tullio infatti
poneva ilfondamento della filosofia in un dubbio moderato sui principj
delle umane conoscenze, la Nuova Accademia, guidata allora da Filone, che
gli era stato maestro nella sua giovi nezza, riconosceva come legittimo questo
dubbio, e lo temperava con la verosimiglianza; se l'oratore romano voleva che
le dottrine della filosofia conferissero ad a d destrare il pensiero e la
parola negli esercizj della elo quenza, nessuna scuola si porgeva meglio a
questa di sciplina della scuola dei Nuovi Accademici, che oltre all'essere
stata sempre frequentata da uomini eloquentis simi, si riduceva in sostanza a
un metodo disputativo; infine se egli raccoglieva le principali dottrine della
filo sofia greca,per comporne una scienza accomodata all'in gegno
eall'educazionefilosoficadeisuoilettori,laNuova Accademia,che disputava contro
tutti e di tutto, che la sciava al filosofo la maggiore libertà dei proprj
giudizj, gli si porgeva opportuna a disegnare in brevi tratti ai Romani lo
stato della filosofia passata e contempo ranea, ad innamorarne i lettori, senza
perderli in vane e astruse dottrine, o incatenarli a un sistema. CICERONE (si
veda) dunque (secondo l'opinione del Ritter) come ecclet tico dubitante,come
oratore e come espositore della filo sofia greca ai Romani, abbracciò le
dottrine della Nuova Accademia; e va notato particolarmente, sì perchè questa è
l'opinione più universalmente accettata intorno alla vita filosofica di Tullio,
e alla parte che tengono le sue dottrine nella storia della filosofia, e perchè
il comune degli storici ricollega quasi sostanzialmente a quel si stema le sue
opinioni sulle parti principali in cui si divide la scienza. Così opina anche
il Ritter, e prendendo ad esame le opere tulliane, secondo la tripartizione
plato nica della filosofia più comune agli antichi (egli avverte però che,stante
l'incertezza dello scrittore e delle dottrine e la loro qualità, tutta pratica
e positiva, la distinzione delle tre parti non è abbastanza spiccata), rinviene
in tutte più o meno chiaro,più o meno deciso il dubbio della Nuova Accademia.
V'ha dubbio deciso nella parte fisica, perchè ivi abbondavano più che altrove
le dispute e le contradizioni dei filosofanti; dispute sulla natura
delle cose, dispute sull'esistenza e sulla natura di Dio e sua
provvidenza, sulla natura dell'anima e sua immortalità; e di tutti questi veri
Cicerone o dubita compiutamente,o ammette solo una leggera verosimiglianza.
V'ha dubbio anche maggiore nella parte logica, anzi è questa la più povera e la
meno determinata di tutte le sue dottrine,e perchè ei la collegava meno d'ogni altra
agl' interessi pratici della vita,e perchè il sensismo degli Stoici e degli
Epicurei, che aveva a combattere, non potea tener fronte agli argomenti della
Nuova Accademia; finalmente v'ha dubbio manifesto anche nella morale, perchè
s'ei con traddice ricisamente alla ignobiltà delle dottrine epi curee, la
controversia tra gli Stoici e i Peripatetici lo lascia indeciso da un lato tra
un'idea trascendente della virtù, a cui lo muove la grandezza dell'animo
romano, dall'altro la fragilità di natura; incertezza che pure lo segue nella
politica, e nelle attinenze della politica colla morale. Talchè Ritter movendo
dal presupposto che la filosofia di Tullio non fosse che eloquente
dell'indole particolare dello scrittore e dei tempi, negò ogni certezza e ogni
legame di scienza in ciascunasuaparte;ogniconcatenamentologicaledelle tre parti
tra loro (perchè quella logica e quella fisica non sono per lui che
un'appendice della morale, considerata da Tullio com'arte pratica della vita);
negò ogni unità di disegno scientifico, perchè mancava allo scrittore l'unità
del principio fondamentale, posto dalla riflessione, e a cui rispondesse
l'universale armonia del sistema.Onde a rias sumere in breve ciò che
rappresentino alla mente del l'istorico tedesco le dottrine tulliane,direi
ch'e'le con siderava qualcosa più e qualcosa meno d'un ecclettismo; ma una
scelta a cui manca e libertà di riflessione e criterio di scienza. (Hist. de la
Phil. anc.) una manifestazione [Se noi ci siamo alquanto trattenuti
nell'esporre le opinioni di Degerando, Brucker e Ritter, è stato segnatamente
per due ragioni; la prima perchè poteva recare non piccola luce intorno ad una
questione che abbiam preso ad esaminare,e su cui sono infinite le
dispute dei critici e de'filosofi, il giudizio degli storici migliori che vanti
la nostra scienza; e in secondo luogo affinchè i pochi cenni, che ne abbiamo
dato,muovano gli studiosi a ricercare con maggior diligenza le variazioni e
iprogressi, che ha fatti sino a noi la critica sulle dottrine filosofiche di
Cicerone. Questa critica non pare immeritevole di qualche considerazione,
perchè rappresenta quasi in sè stessa quel moto graduale dell'esame, e quel
lento chiarirsi de' principj supremi, che governano i fatti, o n d e si
generava in Europa la storia della filosofia. I primi tra questi storici,come
Stanley e De Burigny, che nuovi del cammino, e spaventati dalla grandezza
dell'impresa, fecero lavori imperfetti e meglio tentativi di storie, che storie
vere, o tacquero affatto, o poco parlarono di Cicerone che nella modestia delle
proprie opinioni (magnus opinator) non aveva dato un sistema. Negli storici se
guenti, che abbiamo citato, e segnatamente nel Brucker quella critica comincia
a chiarirsi;vi si medita con più ampio concetto la parte che ebbero i Romani
nell'adu nare le greche dottrine, nel farle proprie, e trasmetterle a
noi;Cicerone v'è considerato,non già come un filoso fastro qualelochiamò
ilPomponaccio,ma comeunvasto e ben disciplinato intelletto,che,scorrendo
ilcampo della filosofia greca, ne chiamava a rassegna ad uno ad uno i sistemi.
E contuttociò quella critica era ancora ben lon tana da un esame profondo e
spassionato delle dottrine tulliane; dovevansi emendare molte inesattezze, tor via
molte preoccupazioni (qual era,per esempio,quella che faceva di Cicerone un
perfetto seguace della Nuova Accademia, e un ecclettico dubitante), e, quel che
soprattutto importava,trattandosi di M. Tullio,che tanto ritrasse da Socrate e
nel metodo e ne'principj,conveniva cercare per entro alle sue dottrine
l'immagine della vita e del carat tere dello scrittore. Tale intendimento
apparisce in alcune memorie del sig.Gautier de Sibertche hanno per
titolo,Examen de la philosophie de Cicéron, lette all'Accademia
francese delle Iscrizioni e Belle Lettere, nella seconda metà del secolo
scorso; dove si esamina accuratamente la parte oggettiva delle dottrine
tulliane, si dimostra il vincolo di sistema che le congiunge, e si difende
dalle accuse di scetticismo la fama del grande Oratore. Lavoro merite vole di
molta considerazione per sanità e profondità di giudizj, se a questa non
nocesse talvolta l'aver guardato più alla materia delle dottrine che alla loro
forma scien tifica, e considerato Cicerone come filosofo compiuto e dommatico
in ogni parte,anzichè avvolto di continuo nelle dispute degli opposti
sistemi.(Mémoir. de l'Acad. des Inscript. et Bell. Lett.) A questi difetti
sembra (come vedemmo) riparare in gran parte l'esame del Ritter, che sebbene
ritenga molto delle sue opinioni private e di quelle della filosofia che lungo
tempo ha dominato in Germania, nondimeno rias sume in breve quanto di meno
inverosimile può dirsi sul preteso ecclettismo ciceroniano. E dirò anche di
più, che l'esame del Ritter, fondato com'è in una conoscenza profonda delle
opere di Cicerone, contiene innegabili verità, qual è quella,per es.,che nello
svolgimento delle dottrine del grande Oratore esercitasse una singolare
efficacia i suoi tempi, la sua nazione, la sua indole propria; che speciale
qualità di questa indole fosse sovente un ondeggiare fra la fiducia e la
dispera zione del vero e del bene eterno,e che a queste dubbiezze contrastasse
efficacemente il senno pratico della natura romana. Ma d'altra parte noi siamo
ben lungi dal credere che il dotto Tedesco,e quanti innanzi e dopo ne tennero
le opinioni, abbiano considerato nel suo vero aspetto l'indole delle dottrine
tulliane; chè, se non può negarsi da un lato esservi in esse un che di necessariamente
re lativo alle condizioni dei tempi e alla natura dello scrit tore, e quindi
mutabile, non necessario e contraddicente alla natura assoluta e apodittica
della scienza,non è men vero dall'altro ch'ei pur rinvenne nell'intimo delle
dot trine contemporanee, e nello studio profondo dei veri eterni specchiati in
sè stesso e negli altriuomini,un criterio certo, universale, infallibile da
costituirvi la scienza. V’ha dunque nella filosofia di Cicerone questo che di
oggettivo e di soggettivo, di relativo e di assoluto, di mutabile e di necessario;
m a l'una e l'altra qualità si ricollegano insieme per nodi di universale
armonia; armonia di relazioni tra l'uomo di un tempo e l'uomo di tutti i
tempi,tra il romano e l'abitatore di tutta la terra, tra Cicerone oratore e
politico e Cicerone filosofo; armonia esterna e oggettiva a cui risponde
quell'altra interiore, attestataci dalla coscienza, tra il pensiero e
l'affetto, tra la volontà e la ragione,tra l'intelletto e le verità immortali.
E certo a queste considerazioni, disco nosciute dal Ritter e dagli altri
critici Alemanni, badò Kuehner,autore sin qui del più compiuto esame delle
dottrine di Cicerone ch'io mi conosca,edito in Amburgo quando rispondendo al
quesito pro posto da uomini dottissimi; se Cicerone meritasse o no il nome e
l'autorità di filosofo,pensava che algrande Ora tore s'appartiene giustamente
quel titolo per l'ampiezza dell'ingegno,la vasta cognizione delle dottrine
contem poranee, l'uso ch'egli ne fece volgendole in latino a cul tura e
ammaestramento dei suoi concittadini, e infine per la facoltà unica in lui,
ond'egli seppe abbracciare tanta mole di scienza, fissare l'indagine della
riflessione sulle verità principali, e comparando tra loro le varie dottrine,
ricomporle coll'efficacia del proprio giudizio in unità di sistema.(M.T. Cic.in
phil.ejusq:partes merita, Auc.R. Kuehner.Hambur. Pars altera.Cap.VI; Utrum
Cic.philosophus judicandus sit,nec ne,anquiritur) E questi pajono anche a m e i
meriti veri e innegabili del senatore romano; e nondimeno ogni qual volta io
rileggo quelle sue opere, nelle quali spira tanta univer salità di pensieri e
d'affetti, universalità veramente latina, incui ilvero è sìprofondamente
immedesimato col buono, e tutta s'accoglie la sapienza delle scuole socratiche,
mi pare che la critica delle sue dottrine possa ricevere a n cora notevoli
perfezionamenti, sempre che col chiarirsi Posto ciò, non sarà difficile,
parmi, determinare con sufficiente chiarezza in quali confini si contenesse
l'effi cacia che l'ingegno di Cicerone ebbe nella riforma della filosofia
quand'essa fu trasferita di Grecia in Roma, e in quali vicendevoli attinenze
stiano tra loro quanto di già meditato e discusso gli venne dalle scuole
d'oltremare, e quanto vi seppe recare egli stesso rivolgendo il pensiero sui
fondamenti della scienza, questione che (conforme a quanto è detto più sopra)
noi ci siam proposti di chia rire nel presente discorso, fermandoci a tre punti
segna tamente:cioè,qual era la condizione della filosofia greco romana ai tempi
di Cicerone, e con qual metodo egli esaminasse e combattesse le dottrine delle
principali scuole tentando di conciliarle; finalmente qual filosofia derivasse
dalla deliberata opposizione e dal metodo compositivo del l'Oratore
latino. successivo di quella legge,che regola la filosofia nel tempo, se
ne va perfezionando la storia. Ora quella legge può solo spiegare, a mio
avviso,l'ufficio della filosofia de’Giureconsulti e di Cicerone, e dall'ufficio
desumerne la na tura e i principj. Può spiegarne l'ufficio, già manifesto e
considerato da molti rispetto alla Giurisprudenza e agli ordini militari e
politici, alla Religione e all'Architettura, che è di comprendere in sè il
buono degli altri popoli, tentando ridurlo a nuovi ordinamenti di scienza; può
spiegarne la natura, che è appunto quella comprensione universale, tanto
diversa dall'ecclettismo, che procede per accozzamento disordinato dei
sistemi,anzichè ricomporre le intime relazioni delle verità naturali sul
disegno della coscienza; finalmentepuòspiegarneil principio,cheèl'esa me
dell'uomo interiore, contrapposto sull'esempiodi Socrate al dubbio, o all'esame
arbitrario e imperfetto dei sistemi contemporanei; tre punti importantissimi, a
mio parere, e che, ben meditati, danno luogo a chiarire i principali problemi
esaminati sin qui dalla critica sulle dottrinedel sommo Oratore. Gli storici
più reputati della filosofia si accordano tutti in mostrarci un manifesto
scadimento delle dottrine greche,il quale apparve dopo il fiorire dell'antica
Acca demia e del Peripato, e crebbe fino ai tempi di Tullio,
accompagnandosi,come suole avvenire il più delle volte, colle vicende degli
ordini privati e politici. I quali sin dalla prima metà del secolo V avanti
l'èra volgare venuti a mirabile altezza d'incivilimento, e generatori in pochi
anni di tanti miracoli di virtù e di dottrina, quanti presso altre nazioni può
appena rammentarne la storia di molti secoli,mancata la virtù che liaveva
nutriti,prima ancora d'invecchiare, si corruppero e precipitarono, rappresen
tando in sè stessi un'immagine stupenda, abbenchè fug gitiva, della vita
dell'uomo. E invero la gioventù della Grecia fu tutta in quei memorabili anni
ne'quali i suoi figli per ben due volte ricacciarono in Asia gl'invasori
Persiani, in quei combattimenti ne'quali la sua m a rina doventò signora del
Mediterraneo, ne crebbero i suoi commerci e le sue industrie, ne trassero
argomento a sublimi ispirazioni i poeti e gli artisti; così da quel primo
incitamento si propagò in tutte le repubbliche greche,e segnatamente in Atene,
un moto fecondo d'opere, d'istituti,di dottrine,d'eleganti costumi,che nutriva
in sè nella crescente corruzione del Gentilesimo germi di
rinnovamento,fecondati più tardi dalla riforma di Socrate e dalla filosofia di
Platone, nelle dottrine de'quali tu vedi scolpita quella vita operosa del
pensiero e de'co stumi popolareschi, quel conversare continuo, quelle di spute
in piazza e per via, quella reverenza delle tradizioni sacre,quel sentimento
profondo del divino e dell'immor tale che accompagnava la giovinezza del popolo
greco. Ma passata appena una generazione dal fondatore del l'antica Accademia,
le conseguenze della malaugurata guerra del Peloponneso si facevano sentire, l'abuso
scon II. umana sigliato delle libertà cittadine recava frutti di
servitù, e la Macedonia invadeva. Chè se quella può dirsi con qual che ragione
l'età virile del popolo greco, nella quale raf forzatosi di potenti ordini
militari e principeschi sotto il regno di Filippo, portò guerra con Alessandro
nel cuore dell'Asia,vendicandoiTrecento delleTermopili,èquesta una virilità che
giàdeclina a vecchiezza;e n'è indiziola filosofia d'Aristotele,superiore a
Platone nel severo or dinamento scienziale, e nell'indirizzo fecondo dato alla
riflessione sul reale e alle scienze d’esperimento,ma su perato da lui nella
sublimità della dialettica, nella vi vezza delle tradizioni sacre, e nella
idealità del sistema. M a ormai la discesa dei tempi non si poteva più tratte
nere; e la Grecia passata dal dominio degli Spartani a quello de Macedoni, dai
Macedoni, morto Alessandro e diviso il regno nei successori, sotto un tritume
di piccole tirannidi, non ebbe nè anche, come più tardi avrebbe avuto
l'Italia,un legame di alleanza poli. tica fra i suoi stati tanto da conservare
un'effigie qua lunque d'unità nazionale,e mancò,come l'Italia,di quella
efficacia di salde istituzioni che una monarchia prudente suole introdurre nei
popoli guasti da libertà licenziosa. Non è quindi a maravigliare se quella
stessa Atene, che avea veduto un Pericle non attentarsi a spogliare delle
apparenze civili l'autorità quasi regia consentitagli dai cittadini, pativa più
tardi la signoria d’un Demetrio di Falera,e quel popolo istesso,che avea punito
di morte Socrate accusato d'irreligione, salutava col nome d’iddio un Demetrio
Poliorcete, e lui pro fanatore d'ogni cosa e divina accoglieva nei sacri
penetrali del Partenone. Sono questi i segni più indubitati della vecchiaia
d'un popolo, e quel lento e continuo scadere dell'ingegno e della vita del
popolo, oltrechè negli ordini politici, appariva in ogni altra parte della sua
civiltà. Scadevano sempre più gli ordini materiali, perchè a quel primo moto di
commercj e d’in dustrie,nutrito dalle libere istituzioni,era succeduto quel
solito languore, quel ristagno d'operosità, che è conse guenza
necessaria (e noi lo sappiamo) delle arti dei go verni assoluti;e la signoria
de'mari, ristretta per l'in nanzi agli stati del continente e dell'Arcipelago
greco,si allargava ora ai Fenicj, agli Asiatici, agl’Italioti.Si cor rompevano
i costumi, e la corruzione tanto più rapida procedeva, quanto più nel crescente
oscurarsi delle anti che tradizioni si sentivano funesti gli effetti delle cre
denze gentili; e quella vita di raffinata eleganza non più temperata dal moto e
dalla severità dell'educazione re pubblicana, si affogava ne'diletti del senso;
e al senso, non più al pensiero, servivano le arti del bello divenute
adulazione di tiranni e di meretrici; infine di tutto ciò come causa ed effetto
risentivasi la filosofia, di rado a v versando, più spesso secondando il pendio
della corrut tela universale. E noi, lasciato da parte lo scetticismo, che fece
un breve e inopportuno tentativo in Pirrone,di remo più specialmente dei
principali sistemi fioriti in questa età, e che spiegarono maggiore e più
diretta effi cacia sulla filosofia latina. Onde mossero dunque questi sistemi?
Ritenendo essi qual più qual meno, sebbene con notevoli alterazioni, il metodo
e il fondamento delle dottrine socratiche, co minciarono da un ritorno ai
sistemi che avean posto fine all'età antecedente della filosofia italogreca,
ritorno evi dentissimo negli Stoici, e che ci spiega com’essi, mentre
derivarono da Socrate la loro morale,e ne ritennero in parte il dualismo,
retrocedettero in fisica al panteismo degl'Ionj, e come contrastando alle
lusinghe dei tempi coll'idea sublime del bene, li secondarono poi brutta mente
desumendo la causa e la ragione suprema dalla materia e dal senso. E anche
questa volta la confusione del panteismo nacque da un modo fantastico e altutto
ar bitrario di conciliare ciò che si presenta alla ragione ed al senso,la
immobilità dell'essenza e la mobilità del fenomeno, il mutabile e l'immutabile,
l'ente e il non -ente, il necessario e il contingente, il relativo e l'assoluto;
e più, da un pervertimento del concetto di causa prima.Per pensare, 0, meglio,immaginare
quella conciliazione, bisognava porre un unico principio, in cui
esistessero ab eterno identifi cati in stato di quiete una potenza ed un atto
indeter minati ambedue, e che si determinassero poi al momento in cui
l'universo dall'indeterminatezza primordiale dovea passare alla forma e agli
atti successivi.Gli Stoici y'an darono alterando il concetto di causa prima.
Causa, essi dissero, è ciò per cui una cosa s'effettua; ora niente pro duce un
effetto, che non sia corpo; dunque l'essenza uni versale di tutte le cose è un
che di corporeo; e quindi essi partivano dal punto direttamente opposto a
quello dacuierano mossi Platone e Aristotele; chè, sel’Ateniese e lo Stagirita
concepivano la materia come negazione di essere (to un ow), e il primo
segnatamente poneva l' es senza assoluta nell'incorporeo e
nell'intelligibile,gli Stoici invece concepirono la materia corporea come il
primo principio e l'intima realtà delle cose tutte. Ma che cosa era questa
materia? Questa materia primitiva ch'è in Platone e in Aristotele, e che più
tardi troviamo negli Scolastici, senza qualità e senza forma, sostanza oscura,
infinitamente passiva e suscettibile di forme, infinitamente divisibile,è una
finzione immaginativa, è una vTÓGeols (nel doppio significato antico e moderno)
collocata a capo delle cose tutte per ispiegarne in un modo qualunque la possi
bilità,ed eludere l'antico assioma ex nihilo nihil;ma non avvertivano que'
pensatori che, se v'è un caso in cui l'as sioma abbia un vero valore, è appunto
questo,poichè la materia pura potenza è un che vuoto,nudo ed inefficace, è il
nulla vestito dalla fantasia delle qualità del reale. Cercata la causa nel seno
medesimo dell'effetto, anzi iden tificata coll'effetto, il germe del panteismo
doveva svol gersi necessariamente,e sisvolse.Come?Si tornò al di namismo di una
parte degli Ionj, e poichè fondamento del dinamismo è l'ammettere che il moto
fenomenale delle cose si faccia per isvolgimenti di forze intrinseche ad esse,
si concepì nella essenza intima dell'universo,che a somiglianza d'Eraclito
dicevasi dagli Stoici essere il fuoco artificioso, rūp témuczor,un'energia
primitiva,un che infinitamente attivo,cagione unica di tutti i fenomeni delle
cose,e della loro forma determinata,perchè traendo ad atto le forze intime
della materia, ne va foggiando questo univers0 sensibile,(τον θεόν σπερματικός
λόγον όντα ToŬ zoopov. Diog.L.,VII,136,e Cic., De N. D. La falsa induzione che
per vizio d'antromorfismo finge le potenze e gli atti universali della natura
ad esempio delle facoltà umane,non si arresta qui, ma informa da cima a fondo
la fisica degli Stoici. Essi considerando che in noi principio primo di moto e
d'at tività è l'anima, chiamavano anima quella virtù infor matrice delle cose
tutte, e l'universo rassomigliavano a u n grand e animale; perchè, diceno
(usando un argomento di panteismo rigoroso adoperato più tardi da CAMPANELLA),
se le parti del mondo sono animate,sarà animato anche il tutto, e se le varie
parti del corpo sono mosse dall’anima, e l'anima è governata dalla ragione,
anche i moti del mondo proverranno dall'anima universale, il cui princi pato
risiede nella ragione. Quest'atto, anima e ragione dell'universo per gli Stoici
era Dio; e quindi si capisce com'essi trasportando sempre nel divino le facoltà
del l'umano, concepissero Dio da un lato come principio prov vidente e
ordinatore, e dall'altro come energia primitiva, come causa e unità di tutti
imoti fenomenali,e perchè,m e n tre lo simboleggiavano sotto la cieca e
inevitabile neces sità del destino (dep.zpuéva), che contenendo la materia
l'agitava di causa in causa con movimento perpetuo, attribuissero a questo
spirito divino abitatore della materia la divinazione delle cose future.(CICERONE.,De
N. D.,De Divin., De Fato,pass.) Concependo in tal modo la materia come
contenuta e vivificata intimamente dall'unità della forza divina (unità che per
il principio della filosofia s o cratica distinguevano in forze secondarie ed
opposte),non è maraviglia che gli Stoici, tornando anche in questa parte agli
Ionj,attribuissero qualità divine alle grandi potenze della natura, come agli
astri,agli elementi,ai vizj, alle virtù,e segnatamente all'anima umana,e ne
deri vasse la loro interpretazione fisica delle mitologie. Quindi dai principj della
loro scienza naturale uscivano la logica e la psicologia.Che cosa è
l'anima?Essa per gli Stoici,come tuttele altre cose,come Dio
stesso,ècorporea;ma come forza primitiva e principio di moto partecipante
all'atti vità universale, intimamente è divina; e la sua unione col corpo la
immaginavano come una compenetrazione, sì per il loro principio della
compenetrazione delle so stanze, e sì per la somiglianza, che l'anima dell'uomo
ritiene coll'anima universale compenetrante e vivificante l'universo delle
cose;e come quest'anima universale, seb bene distinta in altre forze seconde,è
in sè stessa prin cipio unico de'moti e de'fenomeni delle cose, così in noi
tutti i fatti dell'anima riducevano all'unità del principio dominatore
(nepovezov) che è fonte e causa motrice delle facoltà seconde. E qui è notevole
assai,che mentre l'in dirizzo dato all'osservazione dell'uomo interiore dalla
riforma di Socrate salvava gran parte della psicologia stoica dalle conseguenze
materialistiche del principio che la informava, quella loro inclinazione a
studiare i soli fenomeni della materia ricomparve nella dialet tica, e ne
proveniva il sensismo. Movevano anche que sta volta da un cattivo concetto di
potenza e di causa. E valga il vero. A quel modo stesso che in fisica aveano
pensato la prima potenza e la comune possibi lità delle cose come un che vuoto
e privo naturalmente d'entità e d'efficacia, così immaginarono nell'anima la
possibilità del conoscimento come una potenza nuda, inefficace e priva di
contenuto, simile, dicevano, ad una pergamena senza caratteri (ώσπερ χαρτίoν
άνεργον εις c.Troypapiv ), dove, svegliatosi l'atto dell'anima (come l'atto
primitivo di Giove nella materia) all'occasione delle sensazioni, imprime le
rappresentanze o le pav Tuoive delle cose. Che cosa poi fossero queste fantasie
è facile a immaginarlo, e ce lo dice anche il nome. Nel quale comprendevano gli
Stoici la totalità dei fatti interiori presenti alla coscienza ed originati
tutti dai sensi, nè potevano dare al conoscimento altra qualità in fuori dalla
sensibile, e perchè l'anima umana,come parte delDio animantelecose
tutte,ritiene ilsuo modo di conoscere,che conforme alla sua natură è un
cono scere sensitivo, e perchè essa stessa l'anima è corpo, e perchè, l'essenza
universale di tutte le cose essendo cor porea, non si può dar conoscenza se non
di corpo. Or che ne veniva da ciò? Ne veniva che ammettendo essi da un lato
ogni conoscenza derivare dai sensi, dall'altro non potendo negare la natura
dell'intelligibile necessaria, assoluta e profondamente opposta alla natura del
sensibile, ponevano le idee come una trasformazione della sensa zione operata
dall'anima, precedendo in tal modo i sen sisti francesi. M a, di grazia, sì gli
uni che gli altri sfug givanoforseallanecessitàdellacontradizione? Ne rimaneva
una intrinseca al loro sistema e maggiore di tutte,quella cioè di negare
all'anima un primo principio, una capa cità naturale al conoscere e immaginare
ch'essa poi ve nutale la materia di fuori, doventi all'improvviso o p e rante e
di operazioni tutte sue proprie. M a in tal modo il sensista tira più là la
questione, e non la risolve; per chè,quando eisarà pervenuto a un dato termine
dellasua dimostrazione, io gli mostrerò com'ei si trovi in opposi zione diretta
ai principj su cui l'ha fondata. Dice:Nego nell'anima qualunque notizia
primitiva e fontale delle idee;e aggiunge:ecco però come nell'anima stessa si
generano quelle idee.L'oggetto esterno fa impressione sui sensi; i sensi per
mezzo dei nervi comunicano le i m pressioni al cervello,e l'uomo acquista
l'idea dell'obbietto sentito. Ma è qui appunto dov’io prego il sensista a
darrestarsi. Poichè, manifestatasi in noi la notizia, che al certo provenne
dall'occasione de'sensi, se la mente si volge a considerarla nella sua
natura,vi riconosce bensì da un lato un referimento esterno all'obbietto onde
spe rimentammo l'efficacia causale,ma d'altro lato vi scuo pre anche una più
intima e segreta relazione cogli atti dello spirito, e coi sommi principj del
vero, obbietto i m mediato della potenza conoscitiva.Tale contradizione che
deriva dal confondere insieme la natura del sentimento e delle cose e la natura
ideale, non potranno mai fug gire i sensisti, se pure essi non vorranno
ammettere la conseguenza più legittima del loro sistema,vo'dire il m a
terialismo; al qual proposito bene osserva Leibniz nei Nuovi Saggi, che coloro
i quali s'immaginano l'anima informa di una tavoletta,o di un pezzo di cera,in
cui nulla sia scritto prima della sensazione, trasferiscono in lei le
condizioni passive e inefficaci della materia. Se consideriamo adunque
attentamente il sistema de gli Stoici,esso ci si presenterà da un lato come un
pan teismo, dall'altro come un dualismo. È un panteismo se guardiamo a ciò che,
secondo Ritter, ne formava il domma fondamentale, all'unità primigenia e finale
delle cose tutte e al concatenamento o consenso delle parti della natura
informata dall'anima universale e divina, ond'era costituita per gli Stoici la
legge del Fato; ma è invece un dualismo,se vi meditiamo la opposizione tra Dio
anima del mondo e il corpo del mondo, tra la materia e la forma, il passivo e
l'attivo, il più e men perfetto nelle esistenze, l'unità assoluta di Dio e la
diversità delle cose,diversità che pur dee terminare una volta rientrando nella
indifferenza primitiva di Dio. La quale opposizione, che ha reso non ben
definito il giudizio di parecchi istorici sulla qualità di questo sistema, io
credo derivasse non tanto da quella medesima incertezza tra la confusione
dell'età orientale ed italo-greca e il nuovo bisogno delle distinzioni
dialettiche, che è pur manifesta nelle dottrine di Platone e d'Aristotile, quanto
dall'avere gli Stoici, più assai de'loro predecessori,esagerata l'in duzione
che dalla notizia dell'uomo litrasportava a quella dell'universo e del divino.
E fu qui dove peggiorarono assai dai sistemi anteriori. Peggiorarono in fisica,
perchè seb bene Platone nel Timeo dimostrasse che l'universo tutto quanto era
animato,e Aristotile, adombrando per via con
trariaildivenirehegeliano,trasformasselamateriaintutte lecose, ambedue
silevaronpiùalto, eoltrequell'universo animato e al di là di quella
materia,l'uno contemplò l'Ar tefice divino, da cui s'irraggiava nelle cose e
nelle anime la luce degli esemplari eterni, e l'altro intravide il fine supremo
desiderato dalla universale natura; peggiora E d ecco circa in quei
medesimi anni, nei quali fioriva Zenone Cizico,e spiegava le sue dottrine
infette di panteismo e di dualismo, apparire la negazione particolare dei
sensisti e degli idealisti con Epicuro e con Arcesilao. E quanto al primo, chi
ben consideri la sua filosofia, vi troverà un nuovo e sempre crescente
pervertimento delle dottrine o anteriori o contemporanee; chè se già era
cattivo indi zio in Zenone e in Crisippo l'imitazione degli Ionj e d'Eraclito,
fu pessimo in Epicuro il ritorno ai sofisti della stessa età italo-greca, e
segnatamente a Democrito. Notammo anche come nonostante la rigidità e l'altezza
della morale stoica,vi si scorgeva chiaro un esame s e m pre più imperfetto e
parziale dellaumana coscienza;ora questo è anche più manifesto negli Epicurei,
i quali non si contentarono come gli Stoici, lasciate da un lato le naturali
tendenze,di porre la virtù e la beatitudine in un sublime disprezzo dei beni
della vita;m a scesero più basso restringendo l'una e l'altra al godimento dei
piaceri del corpo; e riducendo i piaceri dell'animo alla speranza e al ricordo
dei piaceri del senso.Nel che essi secondavano bruttamente l'abbandono sensuale
dei tempi; nè già mi reca maraviglia,in quella età in cui,rotto il freno ad ogni
licenza, si maturava negli ozj voluttuosi la servitù della rono in
logica,stante che se Platone,giunto alla nozione suprema dell'essere,se ne
faceva scala per salire agli universali divini, e Aristotile distinguendo dal
senso l'in telletto, poneva in quest'ultimo l'apprensione dell'uni versale, gli
Stoici non ammettevano che il senso, e dal senso desumevano la necessità della
scienza; peggiora rono finalmente in morale all'osservazione compiuta e
perfetta delle tendenze naturali, qual era nell'Accademia e nel Peripato,
sostituendo un esame sempre più povero e sminuzzato della coscienza morale,onde
il concetto del bene diventò più che umano, e quell'idea solitaria e i m
passibile della virtù parve quasi uno scherno in mezzo alle infinite sventure
deitempi.(CICERONE, De Fin.,IV,V. Ritter,XI,L. 1,2,3,4.) Grecia, quando la
Nuova Commedia svelavaagliocchi delle moltitudini affollate le più seducenti
sembianze del vizio,e ne'ginnasj d’Atene convenivano le meretrici a disputare
co'filosofi,immaginarmi Epicuro che siede dettando nei suoi giardini in mezzo
alle gioje del convito i precetti della morale.Eppure più secoli dopo in una
etànon meno ar rendevole al senso di quella d'Epicuro,e che precedè di poco
quel tuono di uno dei più grandi rivolgimenti eu ropei, v'ebbe chi nelle scuole
de'filosofi difese Epicuro mostrando velato nei suoi precetti morali sotto
l'appa rente arrendersi al senso un rigore più che da stoico; ma quel rigore,
nota bene CICERONE (De Fin.), era un finto stoicismo e una maschera da
saggio,che mal si addiceva sul volto del filosofo gozzovigliante,era una sod
disfazione ch'e’dava,malgradosuo,all'autoritàdelsenso morale e della pubblica
opinione. E poi,se quel sistema mancava d'ogni fondamento scientifico,come
poteva cer care nella necessità dei principj ilpernio della morale?E che tutto
per Epicuro fosse relativo,contingente,fuggitivo, nulla universale,necessario e
assoluto, lo mostra il con cetto ch'e’s'era fatto del giusto,stabilito da lui
come una norma destinata a tutelare la vita del saggio,e che quindi mutava
sostanzialmente a seconda degli interessi civili.Posto così a capo dei precetti
morali il puro sen timento animale,non poteva non derivarne una logica (o,come
Epicuro la chiamava,una Canonica) che peggiorasse il sensismo del Portico e non
movesse un passo oltre la sensazione. Infatti, mentre gli Stoici andavano
almeno fino all'idea che proveniva dalla percezione, e passavano dal soggetto
all'oggetto per l'attinenza di causalità (Vedi CICERONE nel secondo degli
Accademici), Epicuro,lasciata da parte l'idea,riconosceva il criterio del vero
nella sola realtà della sensazione, e negando che dal senziente si desse certo
passaggio all'entità del sentito, lastricava la via all'idealismo degli
accademici e alle dottrine scet tiche d'Enesidemo e di Sesto Empirico. Infine;
negata ogni interiore attività dello spirito, riconosciuta nella sola
opposizione dei resultati sensibili la verità e la falsità della
sensazione,ristretti i fondamenti delle inda gini scientifiche alla pretta
significazione delle parole, a m o 'dei Nominalisti; ecco in due parole la
logica dell’Orto (CICERONE., De Nat. Deor.) Nè a diverso cammino si volgeva la
fisica fondata da Epicuro sull'atomismo meccanico di Democrito. Ora,se ben con
sideriamo, questa dottrina naturale del filosofo di Samo paragonata al
dinamismo stoico è un nuovo perverti mento della ragione scientifica,e più che
con la filosofia del senso si accorda con quella della materia. E di fatto,
laddove gli Stoici che avean molto de'materialisti, pur trascendevano il
fenomeno sensibile,e vi rinvenivano l'intima energia, l'intimo atto che dava
vita e movimento alle cose, gli Epicurei lasciando da un lato la potenza
nascosta, se ne stavano contenti agli effetti, cioè alle trasformazioni
esteriori delle molecole materiali. Quindi la dottrina d'Epicuro intorno agli
atomi, mentre,come nota il Ritter, ha l'apparenza d'essere la confutazione
della sua logica materiale fondando tutta la scienza del mondo su quelle nature
elementari, non accessibili al conoscimento, n'è invece (dico io) la riprova
maggio re, perchè io non veggo in quelli atomi se non un abbaglio di fantasia
che pretende spiegare in modo ar cano i fenomeni più ovvj dell'aggregazione e
della dis gregazione molecolare.(De Fin.,L.I.)Che manchi,come io diceva più
sopra,nelle dottrine del filosofo di Samo qualunque criterio di scienza, si
vede quindi da ciò che in quelle intimamente repugna fra i principj e le con
seguenze. Egli non ammetteva nell'ordine dell' essere niente che non cadesse
sotto l'apprendimento dei sensi; ma poseaprincipiodi tutte lecoseilvuotoimmensoegli
atomi nè sensibili in modo alcuno nè intelligibili. (De Fin..) Credè
immaginando la spontanea diversione degli atomi dalla perpendicolare, sottrarsi
alla inesora bile legge del Fato; m a s'imbattè in un'altra potenza non meno
cieca e inconcepibile, nella potenza del caso. (De N. D.,L. I;De Fato, C. X.)
Finalmente un ultimo indizio di quanto poco conto ei facesse dei veri immor
tali presenti alla coscienza dell'uomo, è che voleva spe gnere per mezzo delle
sue indagini fisiche quel concetto arcano dell'infinito per cui la nostra mente
dalle cause seconde si leva fino alla Causa prima, quell'intimo senso di
stupore e d'ammirazione che destano in noi,le tempeste, ifulmini,le meteore, icieli
sereni,lenottistellate,le so litudini de'mari, voce della natura a cui risponde
dal profondo dell'anima un'altra voce che ci parla di Dio. (LUCREZIO, De
rer.nat., Ritter, Vedianche gli op. di Plutarco tradotti dall'Adriani: Che non
si può vivere lietamente secondo la dottrina di Epicuro;2. Della superstizione.).
Contemporaneo d'Epicuro, e un poco posteriore a Zenone,poneva Arcesilao i
fondamenti dell'idealismo ac cademico. L'incertezza delle notizie intorno alla
sua vita e ai suoi scritti ha dato occasione a purgarlo dall'accusa di filosofo
dubitante,dicendosi ch'e'non negava ilpositivo delle dottrinesocratiche, ma
soloopponevailsuodubbio temperato al dommatismo stoico di Crisippo (Vedi
Gautier de Sibert, Mem. de l'Ac. des Inscrip. et Bell. Lett.,ed Agostino nel
libro Contra Academicos), ci rappresenta questa dottrina come un domma
filosofale, svelato prima nell'insegnamento del l'antica Accademia, e ristretto
poi nel mistero all'appa rire del sensismo stoico, e adombrante l'intimo
significato della filosofia di Platone: due essere i mondi, uno intel ligibile,
l'altro sensibile; quello vero, verosimile questo, perchè fatto a somiglianza
degli archetipi eterni; del primo per via delle idee generarsi nel saggio la
scienza, del secondo una semplice opinione di verosimiglianza. Ma quando io
penso che il vescovo d'Ippona dettava quel libro poco innanzi la sua
conversione, scampato appena dal dubbio della nuova Accademia, e che per
guarire lo scetticismo inveterato del tempo cercava le più riposte armonie
della sapienza antica colle dottrine cristiane, attingendo principalmente a
fonti neoplatoniche; quando ritraggo dalla testimonianza concorde dei più
deglistorici che Arcesilao andò più là di Socrate, dicendo non potersi nè anche
sapere di saper niente, che aprì scuola d'insegnamento pro e contro ogni
opinione, negando in tal modo il vero assoluto e ammettendo soltanto quello
relativo ai principj d'ogni sistema; e che finalmente quel suo idealismo operò
direttamente sul dubbio univer sale degli Empirici; allora son tratto ad
attribuire a un pervertimento delle dottrine Socratiche, e alla efficacia
de’tempi quello che Agostino riferiva al semplice accor gimento d'Arcesilao (CICERONE.,De
Oratore). Socrate opponendo all'orgoglio del sofista la modesta affermazione
del saggio,negava potersi trarre da una cavillosa dialettica l'onnipotenza
della ragione, e dalle dottrine meccaniche degli lonj il conoscimento intimo
delle cose.Platone tenne fermo quel dubbio, temperandolo col conosci te stesso,
e sceso a considerare i più riposti veri dell'umana coscienza, vi riconobbe il
combattimento della ragione coll'appetito, dell'intelletto colla carne, quel
non so che d'immortale e di terreno ch'è in noi, e che lampeggia nelle serene
aspi razioni del vero,del bello e del buono,e s'abbuja nelle tempeste
de’sensi;quindi trasportando quell'intimo co noscimento all'esteriore forma
delle cose,e al giudizio della loro perfezione, ne derivò la dottrina dell'ente
e del non ente, della üln e del cos. E qui (si noti) consisteva essenzialmente
il positivo e il negativo delle dottrine platoniche. Poneva egli, è vero, da un
lato il concetto della scienza nel salire dai particolari agli universali,da
ciò che muta a ciò che non muta, dalla sensazione al l'idea che rappresenta
l'essenza, e il fondamento della sua dialettica stabiliva nel cogliere fra i
molteplici ele menti de'fatti particolari il concetto supremo che tutti li
contiene.Ma d'altra parte mosso dall'idea trascendente della scienza,e dalle
tradizioni delle dottrine panteistiche orientali ed eleatiche, onde germinava
il dualismo, egli faceva del particolare, del mutabile, del sensibile un che
intimamente oscuro,e non soggetto al conoscimento, perchè partecipante della
materia che è l'opposto dell'ente,e alle Matematicheealla Fisica indagatrice de'fattinegònome
di scienza. Si dirà forse ch'e'rimediava a questa dualità riconoscendo
necessaria attinenza tra gliArchetipi divini e le cose, e nella mente
dell'Artefice eterno che le informava della perfezione di quelli, e nella mente
dell'uomo per via della reminiscenza, onde per lui si dava reale pas saggio
dalla opinione al sapere; m a la illazione del dubbio, che scendeva dalle
premesse del suo sistema,non si arrestava, perchè, se a Dio è coeterna la
materia,e l'una è negazione dell'altro, chi mi assicura che fra termini sì
disparati possa darsi attinenza di conoscimento?nè,derivato da Dio
l'intelletto, basta la sola ipotesi ch'egli fingeva della preesistenza degli
animi nostri in una vita anterio re,e un debole legame di verosimiglianza tra
iparadigmi e le cose,'per verificare la certezza di quelle notizie che
civengonodaicontingenti.E perfermo,indebolitacosìdal principio della filosofia
platonica la relazione tra il cono scente e ilconosciuto,non v'era che un passo
a negare o l'uno o l'altro di questi due termini; e il termine intelli gibile
negarono gli Stoici, alle cui innovazioni aveva aperto la via il semi-panteismo
materiale del Peripato, e quella negazione sensistica esagerarono gli Epicurei
col restrin gersi nello studio della materia; restava a trarre l'altra
conseguenza del sistema platonico negando il sensibile, e ciò fece Arcesilao
colla sua dottrina ideale-scettica, scetticismo però non al tutto compiuto,
perchè non n e gava l'entità del vero nelle cose, m a poneva soltanto in dubbio
la loro corrispondenza reale coll'apprensione del l'intelletto. È dunque vero
in parte quel che affermava Agostino che la dottrina della nuova Accademia (o
media che voglia chiamarsi) ebbe la sua ragione d'origine nel fondo del sistema
di Platone,e la sua ragione di svolgi mento nel sensismo contemporaneo di
Crisippo, m a è anche vera l'osservazione del Ritter che quel metodo di dubbio
fu corruzione del metodo socratico, e resultò dall'idea della scienza qual era
nell'antica Accademia,idea troppo trascendente la certezza naturale,e che
togliendo l'atti nenza tra il soggetto e l'oggetto imprigionava il pensiero
nella coscienza solitaria, e al dualismo innestava la Critica della
conoscenza.(Ritter) La quale non ancora matura e compiuta in Arcesilao si
svolse nei successori, perchè,laddove il filosofo Pitano sostenendo la sua tesi
contro i sensisti moveva special mente dalla fallacia de'sensi e dall'oscurità
della materia; Carneade,che gli successe,introdusse in quella tesi maggior
rigore scientifico,quando esaminò ex professo l'entità della relazione inclusa
nel conoscimento, e distinguendo nella percezione sensitiva o rappresentazione
due lati,uno ri feribile all'oggetto, l'altro al soggetto,mostrò XIX secoli
prima del Kant non darsi vera certezza del sapere, per chè il conoscente trae
in propria forma la materia del conosciuto. V'ha egli dunque un nuovo
peggioramento in Carneade? Sì; perchè e'negò fede espressamente alla validità
della ragione, dicendo non potersi dare un crite rio certo pel ritrovamento del
vero, e dovere contentarsi il sapiente della semplice verosimiglianza; onde per
lui l'idealismo accademico si accostò sempre più alla nega zione universale,
che compiendo le dottrine anteriori di Pirrone, ricomparve più tardi;e n'è
prova evidente il pas saggio ch'e'fece dal dubbio sui fatti esteriori al dubbio
sull'entità oggettiva delle idee universali che si specchiano nella coscienza,
manifestato da lui ambasciatore per gli Ateniesi in Roma nel discorso sulla
giustizia,dove to gliendo nota d'universalità e d'assolutezza al concetto del
bene, abbatteva i fondamenti dellamorale (CICERONE, De Rep. Ritter). E il discorso
di Carneade udivano assollatii Romani, nella cui patria splendeva quella gran
scuola paesana dei Giureconsulti dove l'idea della personalità umana,e la n o
zione del dovere e del diritto si desumevano da principj d'immortale necessità,
e dove la natura della legge dovea definirsi più tardi congenita alla natura di
Dio.(V. Cantù, St. Un.Brucker, Degerando, Ritter, Kuehner.Cic.,Tusc.IV, 1,2,3.)
È noto infatti come VICO nel suo l De antiquissima Italorum sapientia indagando
nella storia de’fatti umani iprincipj universali che reggono il sapere,
trovasse vestigj di antichissime e profonde speculazioni ne'linguaggi primitivj
d’Italia; il che,se non prova che presso quei popoli, come ad esem pio i
latini (intesi per lungo tempo e unicamente ai ne gozj civili),fiorisse un vero
e proprio esercizio d'indagini scienziali, mostra però che v'era nel loro
ingegno un'in tima disposizione a filosofare. E questa disposizione d o veva
attuarsi quando ilpensiero latino libero dalle stret tezze presenti, e
sollevato a un ideale più ampio,dal sen timento di nazione si sarebbe volto a
considerare l'umana natura specchiata in sè stesso, e nell'universalità della
storia. Queste erano le preparazioni e le cause del fatto; l'occasione esterna
venne dalla celebre ambasceria di Cri tolao, Carneade e Diogene babilonese. (A.
di R. 585. V. gli autori soprac.) Volgeva intanto a metà ilsecondo se colo
innanzi l'Era volgare,e Roma,vinto Antioco in Asia, distrutta Cartagine,e sottomessa
definitivamente la Grecia colle guerre Macedoniche, e colla memoranda presa di
Corinto,riceveva dai vinti la tradizione delle arti e delle discipline civili
per parteciparle novamente e sott'altra forma all'Europa ed al mondo. Ma quelle
arti e quelle discipline che giungevano d'oltremare non più informate dalla
libera spontaneità dell'ingegno dei padri, educato alla scuola del sentimento
civile e del magistero divino, ma guaste dal dubbio della nuova Accademia,e
infette da signorie corruttrici e da profonda sensualità di costu mi,trovarono
nei Romani dismesso l'abito della severità antica, e omai volgente a rovina
quella repubblica inde bolita dalle mollezze d'Affrica e d’Oriente. Sallustio,
Catil.,C.X.c.f.XI.XIV. Non èquindiamaravigliarechenon ostante i tentativi di
molti ingegni valorosi, dall'unione di due civiltà semispente non nascesse un
grande rinno vamento; chè ogni rinnovamento è possibile quando nelle rovine dei
popoli s'accoglie una favilla immortale di vita, e un impulso efficace li
risospinge ai principj; non possibile allora,in quelli anni ultimi dell'Era
pagana, in cui, ecclissato ogni lume d'antiche tradizioni, spenta la famiglia e
ridotto in pochi lo stato, Europa, Affrica ed Asia precipitavano nella
barbarie. Nè c'inganni quel moto apparentemente efficace di letteratura e di
scienza ma era 3 nifestatosi nelle città greche, e nelle
corti di Pergamo e deiTolomei.Tranne inRoma, dove fino allamorte d'Au gusto
durarono potente incitamento alla libertà degl'in gegni le sembianze,e la
memoria degli ordini repubblicani, nel resto d'Europa nell’Asia e nell'Affrica
le lettere e le scienze doventarono trastullo di principi e di cortigiane, o
sollievo di popoli in gioconda schiavitù sonnecchianti, o (come apparisce da
Filone Ebreo, dalla Kabbala,da Apol lonio Tianeo,Moderato, Nicomaco, Plutarco, Apuleio
ed altri) doventarono contemplazione solitaria di pochi stu diosi, onde alla
spontaneità dell'arte che crea sottentrò l'erudizione ragunatrice dei
commentatori e degli illustra tori, e il panteismo greco -asiatico da cui poi
derivarono gli Alessandrini; e un vero e fecondo avanzamento ebbero soltanto le
scienze matematiche e d'esperienza sostenute dai principi e dalle città
mercantili e dalla agiatezza dei tempi.Ma d'altra parte (ed è un esempio che
s’è rin novato più volte) indietreggiavano ogni giorno più le di scipline
speculative;nè solo (come vedemmo)quanto alla materia,ma altresì quanto alla
forma scientifica dei si stemi;perchè, se è legge connaturata all'umano
intelletto che in quella dirittura necessaria di relazioni, che passa tra il
soggetto esaminato e la riflessione esaminatrice, consista intimamente il
metodo d'una scienza,una volta guasta o distrutta la notizia dei veri
principali, se ne scom piglia l'indirizzo della riflessione, non si ravvisa più
chiara l'integrità della coscienza su cui cade l'esame,e n'è dis fatta la
scienza. Richiamando ora in breve le cose discorse, che mai ci mostra la storia
della filosofia da Socrate a Cicerone? N o n altro che un continuo scadere
della riflessione scientifica da sistemi più ideali e che al sentimento del
divino e del l'immortale accoppiavano il rispetto delle più antiche e v e
nerate tradizioni, ad altri infetti di materialità e dispregia tori d'ogni
magistero divino ed umano;quindi da dottrine che offrono più ampio disegno di
riflessione,e più perfetto ordinamento scienziale,si sdrucciola ad altre che
alla c o m prensione totale della coscienza e delle sue relazioni
fanno seguire un esame monco, spicciolato, minuzioso,eaimetodi positivi e
dogmatici (benchè misti di legittimo esame) im e todi semplicemente negativi e
gl'inquisitivi. Questo è il pen dío naturale del pensiero filosofico in
quell'età,che dalle altezze del disputare platonico ci conduce nelle ruvide a n
gustie di alcuni trattati aristotelici,dagli archetipi eterni, all'anima
informatrice della materia corporea, poi al Dio animante di Zenone e agli aridi
sillogismi di Crisippo per terminare nel materialismo d'Epicuro, e nella
negazione della nuova Accademia; che infine dalla interpretazione sublime della
Mitologia,qual era in Platone, ci guida all'in terpretazione fisica e storica
degli Stoici e d'Evemero. Ma la nuova Accademia di contro alle dottrine
d'Epicuro,se non forse quanto alla materia, era un nuovo peggiora mento quanto
alla forma scientifica, perchè Epicuro rico nosceva almeno molti veri, e
offriva un disegno di pro prie dottrine sulle principali teoriche della scienza;
gli Accademici negavano soltanto, e, tranne poche e sparpagliate affermazioni i
n fisica e d i n moral e, restringevano il soggetto della filosofia al problema
del conoscimento; ora da questo idealismo che solo ammetteva pochi veri par
ticolari, e scioglieva ogni attinenza del conoscimento coi proprj obbietti, non
v'era che un passo alla negazione scientifica d'ogni verità della scienza, e da
questa al d u b bio popolare e grossolano e ai sistemi empirici e positivi che
non sono più scienza. E anche allora fu detto o sot tinteso da uomini
dottissimi che unico criterio del vero era il mancare d'ogni criterio,che la
scienza era ilm e todo,e che unica e naturale forma del pensiero filosofico era
la storia;e da questi abbagli di critica stemperata che sirinnovano anche
oggiinFrancia,inAlemagna einItalia, nacque l'ecclettismo erudito degli Stoici e
de'Peripatetici, e le dottrine empiriche d'Enesidemo e di Sesto,come oggi dagli
eccessi della critica Kanziana pullularono gli Empirici Alemanni, l'Ecclettismo
del Cousin e la Filosofia P o sitiva di Augusto Comte.In quelle condizioni
della filosofia era,com'oggi,indispensabileunariforma,elariforma,come moto
contrario alle cagioni del male, dovea consistere segnatamente nel tornare
ai princip j della coscienza n a turale, abbracciando la universalità dei
suoi veri, e affer mando interoeindivisibileciòchelesetteaffermavano spar
pagliato e diviso.Fu questa l'opera immortale di Cicerone, e a tentarla egli
ebbe occasione e conforto dalle qualità dell'ingegno latino, mosso da antiche
tradizioni e da indole propria allacomprensione delle attinenze scienti fiche,
dallo stato politico e civile di Roma, e dal contrasto ai dubbj che laceravano
la scienza. Di fatto, se era pos sibile una riforma in tanto scadimento di
civiltà e di dot trine, più che altrove ella dovea tentarsi in Italia ed in
Roma, dove le sacre tradizioni primitive s'erano conser vate più schiette per
opera degli affetti di famiglia e d e gli ordinamenti civili; durava ancora
potente l'efficacia della civiltà etrusca ed italica, ed ora dilatato il
dominio romano all'Europa, all’Affrica e a gran parte dell'Asia, vi
correvano,come a centro comune delle genti conosciute, la scienza, la
letteratura, le arti, le industrie, compagne della grandezza, e vi
s'accoglieva, quasi a compire la maestà della gran repubblica dominatrice, lacoscienza
del ge nere umano.Quindi in Roma era più che altrove potente ilsentimento
dell'universale, condizione necessariaal na scere della Filosofia. D'altra
parte,se volgiamo gli occhi alla Grecia,ci si presenta un turbinìo d'opinioni e
di sette a cui non tien dietro la storia; la filosofia era lacerata in sistemi
che ponevano la scienza nel paralogisma, e sempre più tralignanti dagli
istitutori scendevano il pen dío della negazione universale; gli Epicurei e i
Cirenaici, facili secondatori della corruttela dei tempi, ogni giorno più
sprofondavano nell'ateismo e nel senso;i Platonici e iPeripatetici,come
Cratippo, Stasea, AndronicodiRodi, Alessandro Afrodiseo si diedero
all'erudizione, e poichè non sapevano creare nulla di nuovo,rimestarono con cri
tica infeconda le dottrine anteriori; lo stoicismo con P a nezio e con
Possidonio, allontanatosi dall'aridità delle dottrine di Zenone, favorì
l'eloquenza trattando la filoso fia in modo più popolare,e ravvicinandosi alle
altre scuole socratiche; ravvicinamento anche più manifesto in Filone e in
Antioco,contemporanei ambedue e maestri di Cice rone, l'ultimo dei quali segnatamente
intese a conciliare il Portico colla nuova Accademia,e riconobbe la validità
del conoscimento. Infine secondavano da un lato quell'in dirizzo le dottrine
romane qual più qual meno imitatrici delle greche, e perciò prive di u n metodo
proprio e di proprie speculazioni; mentre dall'altro lato (sebbene al quanto
più tardi) si apparecchiava nelle dottrine de'N e o platonici e Neopitagorici
greci un congiungimento tra la sapienza orientale e le scuole socratiche.
Sembrerà forse a qualche lettore che dettando questi cenni sui principali
sistemi antecedenti a M. Tullio, ci siamo allontanati di troppo dai confini di
una semplice introduzione; m a il rimanente di questo discorso farà m a nifesto
che a ben chiarire la natura del filosofo nostro,i suoi intendimenti, le fonti delle
sue opere e il concettoche egli ebbe di riformare e riordinare la scienza, era
neces sario distendersi alquanto intorno alle scuole precedenti e contemporanee
e all'efficacia loro sulle parti della filo sofia. Per fermo allorchè l'oratore
latino, fuggendo nella solitudine di Tuscolo e di Cuma il cospetto degli scelle
rati,poneva mano all'Ortensio, appariva,come ben nota Ritter, una
straordinariapo vertà di speculazioni scientifiche in tutta Europa; poche e
sparpagliate verità rimanevano intatte nei fondamenti del sapere; l'umana
coscienza illuminata una volta dai principj morali, allora in quella rovina
d'ogni umano prin cipio taceva, e al mancare della materia desunta dalla
considerazione dell'animo umano,la forma scienziale, seb bene apparentemente
raffinata, impoveriva ogni giorno. Impoveriva di fatti la logica, venuto meno
colle dottrine di Zenone il vero concetto del principio e dell'atto del
conoscimento, e ridotta da Arcesilao e da Carneade a cogliere solo, sfuggendo
gli universali, le contradizioni particolari dei varj sistemi;il semipanteismo
stoico e dei Platonici posteriori, confondendo sempre più l'ente col non-ente,
il finito coll'infinito, il relativo coll'assoluto, uccideva la fisica e
s'attraversava al buon uso dei m e 37 todi sperimentali; la
morale per ultimo risentiva d'ogni setta,massime della epicurea, le cui ultime
dottrine ve nute in luce nel secolo scorso dai papirj Ercolanesi colle opere di
Filodemo Gadarense, contemporaneo e famigliare di CICERONE, testimoniarono
anche una volta la vacuità e i vaneggiamenti di una scienza decrepita.(Vedi
Hercu lanensium Voluminum quue supersunt. Nap.) Pertanto in quelle condizioni
di civiltà e di dottrine due sole vie rimanevano aperte all'indirizzo del
pensiero speculativo; o un ecclettismo erudito, o un ritorno all'uni versalità
e all'unità della scienza coll'indagine dell'uomo interiore,del senso comune,e
delletradizioniscientifiche e religiose; impresa che, sebbene difficilissima e
degna di sublimi intelletti, non poteva esser sorgente a specula zioni copiose,
mirando più che altro a sceverare il certo dall'incerto, il teorematico dal
problematico, il necessario dal mutabile, il consentito dal disputato. La qual
cosa, mentre è una conferma dei meriti di Cicerone come filo sofo,e della modesta
grandezza della sua dottrina, ci spiega il divario notevole che lo distingue
dai filosofi contem poranei, e la brevità delle speculazioni latine; e di
fatti, se è vero che la storia della filosofia ci offre a quegli anni in Roma
un ecclettismo erudito, testimo nianza imperfetta dell'universale disposizione
degl' inge gni a ritornare sul passato, e a ricostituire la scienza
sull'armonia delle attinenze universali, è anche vero che Cicerone, solo tra i
suoi contemporanei, tentò ridurre l'ec clettismo romano a vera e propria forma
di scienza, imi tatore e seguace di quella scuola dei Giureconsulti, che
desumendo dalle consuetudini e dal gius naturale la santità delle leggi, aveva
aperta la via ad un ritorno della rifles sione filosofica sulla coscienza
morale. Quella sentenza del Segretario fiorentino, che af ferma,doversi
ogni umana istituzione ritirare verso i principj, fa manifesta a chi consideri
il cammino del pensiero e delle opere umane nelle età della storia,una legge di
scadimento e di progresso, di barbarie e di ci viltà, di rovine e di
restaurazioni, che si verificò in ogni tempo, così negli ordini civili,come in
quelli della filo sofia. La ragione di questo fatto m i sembra chiara e nel
l'un caso e nell'altro;è chiara negli ordini civili, iquali, se hanno per
principio e per fine l'adempimento delle necessità umane e la conservazione del
viver sociale,una volta allontanati da quello riescono a contraddire la loro
natura; è chiarissima poi nella scienza, e massime nella filosofia, che
costituita nel proprio essere di scienza pri ma da un ripiegarsi della
riflessione sul pensiero come pensiero,e sulle verità
universali,ricereimmediatamente dalla natura ilproprio soggetto, ipostulatiedilmetodo.
La filosofia dunque,come scienza sovrana che ha imme diatamente innanzi a sè la
ragion di sè stessa, è ripen samento del pensiero naturale e delle sue
leggi,è,in una parola, ripensamento della natura; la qual cosa concessa, sembra
doversi dedurre ch'ella abbia altresì nella natura la possibilità di un
indefinito svolgimento, e la possibilità delle proprie riforme, se pure non
vuol pensarsi che l'ef fetto sia inadeguato alla causa, e la vita dell'animale
e della pianta alla virtù generativa del proprio germe.A chi affermando
diversamente volesse mostrarmi, o che il pensiero non vale a trar fuori dalle
prime notizie, con progresso indefinito di dimostrazione,la scienza, o che la
riflessione del filosofo può introdurvi alcunchè non sup posto antecedentemente
dalla natura, io addurrei per ragione la coscienza, spettacolo sublime dei
fatti interni e dei più ardui problemi sulle verità principali, evidente e
misterioso ad un tempo,dove si acchiude come in ger me la possibilità del
sapere che si svolge ne'secoli, ad durrei per ragione la storia,che ci mostra
d'età in età i più grandi intelletti muovere alla ricerca del vero ignoto
dall'affermazione compiuta della coscienza, deftinirne le più alte questioni
concordemente alle tradizioni più a n tiche, e alla parola del genere umano e
di Dio, e fra i delirj e i vaneggiamenti delle sette conservare e tra mandarsi
l'un l'altro la Filosofia perenne. La testimonianza più lampeggiante di questa
verità ne’secoli pagani sono per certo le due riformedi Socrate e di CICERONE
(si veda); entrambi trovarono la filosofia perduta in dubbiezze infinite;
entrambi la rilevarono con uno sforzo supremo tornandola alla coscienza;
l'Ateniese divino in gegno, e iniziatore fecondo di un moto speculativo che non
è ancora cessato; più modesto intelletto ilRomano, ma non meno benemerito della
buona filosofia,per avere tentato, solo, in un popolo nuovo fino allora a ogni
eser cizio di speculazione e nell'universale scadimento della civiltà e della
scienza, ciò che il Maestro avea potuto compireincondizionimeno
avversedelsapereedeipub blici costumi. Per convincerci di ciò,basta paragonare
la Grecia dei tempi di Socrate con Roma dei tempi di CICERONE. E nel vero quel
principio di corruzione e di sfi nimento che il paganesimo già da lungo tempo
recava in sè stesso, s'era mostrato segnatamente in Grecia sin dal
D'altra parte i tempi in cui Cicerone, nato in ARPINO di famiglia provinciale il
terzo giorno di gennajo -- coss. C. Atilio Serrano, e Q. Servilio Cepione),
venne a Roma per apprendervi l'esercizio dell'eloquenza, che gli e via alle
cause del foro e al pubblico arringo, sono tempi di più profondi rivolgimenti
civili, conseguenza delle due grandi questioni che da lunghi anni empivano la
storia romana, la prevalenza degl’OTTIMATI sopra la plebe, la prevalenza di
Roma sopra il resto di Italia e del mondo. Cantù, St. Univ. Già sin da quando
tonò la prima volta nel foro la potente parola de’ Gracchi, un moto profondo in
favore delle franchigie popolari e dei diritti di cittadinanza romana s'e venne
propagando in Roma e nel rimanente d'Italia, e quel moto crebbe cogli anni, e
coll'ampliarsi della potenza repubblicana, e ruppe finalmente nelle dissensioni
civili di Mario e di Silla, e nella guerra sociale. Cominciarono allora
que'tempi pieni di sedizioni, di esilj e di sangue, ne'quali la libertà,
mantenutasi per tanti anni incorrotta, fu solo istrumento dell'ambizione di
pochi, e la gloria militare, guarentigia d'indipendenza, venne adoperata a
sovvertire le leggi; non più libera nel fôro la parola degli oratori,non più
inviolata la persona e le sostanze d'un cittadino romano, dispersa la pubblica
ricchezza, venduti a chi più li pagava i consolati e le
amministra l'entrare della guerra del Peloponneso; poichè pessimo segno del
decadimento di un popolo è sempre il succedere delle interne gare alle lotte
d'independenza; ma il vivo agitarsi della gente greca, calda ancora di gioventù
vi gorosa,ne'commerci,nelle riforme civili,ne'viaggi,nel l'agricoltura, nelle
arti, manteneva allora negli ordini materiali e politici qualche seme di bene,e
negli ordini in tellettuali volgeva le menti allo studio amoroso del vero
l'efficacia della filosofia italica, che avea recato dal l'Oriente gran parte
delle tradizioni primitive, la fantasia greca, intesa a rendere l'animo interno
nelle manifesta zioni dell'arte plastica, e infine una gagliarda educazione del
pensiero nella dialettica de sofisti. zioni delle province,
interrotti i giudizj, annullati i d e creti del senato e del popolo; così
passarono i settanta anni precedenti al regno d'Augusto, finchè l'abuso della
libertà messe capo ad un governo assoluto.Causa di tanta rovina fu per fermo la
crescente corruzione d'ogni principio morale, chè una libertà partorita dal
sangue di tanti uo mini grandi, e da secoli di virtù, non si perde senza
crollare i fondamenti dell'edifizio civile; e qual fosse a quel tempo la
pubblica moralità in Roma,ce lo dice Sal lustio complice e accusatore dei
delitti narrati. Sall., Catil. Quellacorruzione,profondanegli ordini civili,
non appariva minore negli ordini dell'intel ligenza; innanzi tutto perchè, il
progresso intellettivo di un popolo non andando mai scompagnato dal suo pro
gresso morale,e la scienza essendo un che vivo, affet tuoso, e supremamente
civile, l'armonia del sapere col l'armonia della vita è legge innegabile nella
storia delle nazioni; e secondariamente perchè la scienza era stata sino a quel
tempo più spesso istrumento di dominio in mano degl’OTTIMATI che manifestazione
della coscienza e dell'indole latina. Scendono da questi fatti due
considerazioni impor tanti sul nostro filosofo. Prima che, mentre (come nota
più d'uno storico) la letteratura e la filosofia fu colti vata in Roma dai
principali uomini di stato come arte di governo, Cicerone mostrò co’suoi
scritti ch'e'fece della scienza e della cultura, non già un istrumento per domi
narela repubblica e salire agli onori, ma,uomo dipace qual era,e conservatore
degli ordini civili che avean for mata la gloria degli avi, studiò la scienza
del vero l'arte del bello per contrapporla alla corruttela de tempi, e
all'oscurarsi d'ogni principio morale. La seconda con siderazione è che Tullio
s'oppose segnatamente, e con maggior vigore che a qualunque altra,alla dottrina
degli Epicurei.Ora,se consideriamo che l'epicurea era quella fra le scuole
contemporanee che avea posto più profonde radici in Roma,e che mentre ciò era
al certo l'effetto della civile corruzione, ne doventava poi alla sua volta. M
a qui c'imbattiamo subito in una questione importante. Cicerone e egli soltanto
condotto a filosofare da cause straordinarie ed esteriori? quando si pose a
scrivere aveva egli profondamente meditato sui più ardui problemi della vita e
dell'animo umano? possedeva quell'ampiezza e universalità di studj speculativi
necessaria per indirizzarlo nella via della scienza? Parecchi critici tra i
quali Ritter, Degerando, e Bernhardy lo hanno negato, e affermarono non potersi
chiamare “filosofo” vero esso che studia la filosofia come semplice istrumento
dell'arte di persuadere. Sembra altresì che una simile domanda gli e stata
fatta da taluni fra i contemporanei, quandoudiamo lui stesso, il testimone più
autorevole nella storia della sua vita, re plicare espressamente dicendo: io nè
cominciai tutto a un tratto a filosofare, nè da’primi anni della mia vita
consumai in questo studio mediocre opera e cura,e allora, quando meno parera,
io era maggiormente intento a filosofare -- De Nat. Deor. -- parole che
potrebbero forse sembrare dettate da soverchio amore di sè stesso, se i primiindizj
che ci rimangono de'suoi studj, e le opere antecedenti alle filosofiche non
mostrassero assai che il suo ingegno sivolse'sui principj, sui metodi e sui più
ardui problemi della scienza prima. Della qual cosa uno fra gl'indizj più certi
si è l'ain piezza e la comprensione ch'e'diede a'primi suoi studj, indizio
notevole per chi ricordi il disprezzo che i più fra i romani contemporanei
affettavano verso la filosofia relativistica di Carneade. Ma in Cicerone apparisce
un sentimento vivo, e quasi direi religioso, dell'unità della scienza; poeta
elegante e vigoroso, poi traduttore di cose filosofiche, udiva i più eccellenti
m a e stri d'ogni filosofia, studia con Q. Mucio Scevola il giure, coi più
autoreroli cittadini la scienza delle cose una causa, vedreino essere
immenso il beneficio che il grande uomo recò alla sua patria, più ancora che
come riformatore filosofo, come riformatore civile. civili, la
declamazione con Esopo e con Roscio, ed ebbe a maestri di rettorica Molone
Rodio, e Demetrio di Siria. Cic. Bruto, Forsyth, The life of CICERONE, London. Nutrito
l'ingegno con tanta larghezza di cognizioni, appena si fece avanti nel foro,si
accorse,com'egli stesso ci dice (Brut. 93,e pro Archia, V I), ch e a costituire
il perfetto oratore non e su f ficientela destrezzaelacopiadella parola, ma
bisognava che la materia scientifica desse pienezza e fondamento alla forma
dell'arte; quindi ei considerò sin d'allora la filosofiainunmodo involuto e comprensivo
come una scienza che abbracciava le regole della vita,dell'arte oratoria,del
diritto, d'ogni disciplina umana e divina, philosophiam matrem omnium
benefactorum benequedictorum (Brut.93); omnis rerum optimarum cognitio,atque in
iis exercitatio philosophia nominatur (De Orat.); concetto univer sale, che
apparisce in uno fra i primi suoi- scritti, nel de Inventione, dove parla delle
virtù secondo le dottrine platoniche, e introduce l'eloquenza fondatrice delle
città e del consorzio civile. Un tal concetto che certo doveva poi chiarirsi
cogli anni, e uscirne un disegno più specifi cato di dottrine morali e
speculative, mostra che il suo amore per la filosofia si accrebbe col suo
progresso nel l'eloquenza, talchè in lui (come osserva Ritter) l'oratore
preparò lo scrittore in filosofia, ed anzi leggendo attentamente il De oratore,
il Brutus e l'Orator vi senti spirare da cima a fondo un alito di speculazione
di scienza.Il dialogo De oratore è finto a imitazione del Fedro, e la tesi
sostenuta dei disputanti appartiene intimamente alla filosofia, poichè trattasi
ivi di sta bilire se l'eloquenza sia una dottrina universale od un'arte, s'
ella debba restringersi al puro esercizio del la parola, o allargarsi alla
scienza delle cose divine ed umane. E qui v'è contrapposto deliberatamente
nelle stesse persone dei disputanti il concetto più ampio e più universale,e
per conseguenza più filosofico,che CICERONE (si veda) avea del sapere, al
concetto parziale e negativo de'suoi contemporanei; Crasso infatti, che
rappresenta l'opinione dell'Autore, movendo dal principio che una sola è
la sintesi delle materie scientifiche,e che su tutte può e deve cadere
l'esercizio dell'eloquenza,reputa ne cessario al perfetto oratore quasi tutto
lo scibile umano, e conferma questa sentenza coll'autorità degli antichi presso
i quali l'arte del pensare e del dire erano state sino ai tempi di Socrate
indivisibilmente congiunte. Lo stesso argomento è trattato nell'altra opera
Orator, dov'egli cercò pure l'ideale dell'oratore perfetto assumendo a
principio le idee archetipe di Platone; talchè l'armonia della scienza colla
vita, dell'una e dell'altra colla letteratura e coll'arte,l'accordo della
materia scien tifica colla forma oratoria, e della ragione col gusto,
costituisce nei libri rettorici di Cicerone una vera e pro pria unità di
concetto. Considerando questo principio universale,a cui il filo sofo latino
rannodava le discipline letterarie,e l'alto sen timento ch'egli ebbe dell'arte,
io sempre meglio mi per suado che la vita d'oratore e di politico fu per lui un
apparecchio necessario agli scritti speculativi. Più tardi, allorchèla libertà venne
in mano degli scellerati, e il gran cittadino si astenne volontariamente
dall'esercizio della pubblica vita,tornò agli studj non mai interrotti dalla
giovanezza, cercandovi la pace che gli negava l'animo addolorato per le
sventure civili,una nuova occasione ad esercitarvi l'eloquenza muta nel senato
e nel fôro, un mezzo per confortare a virtù le fiacche generazioni, e
arricchire la letteratura della sua patria di questa nuova gloria, sino a quel
tempo non partecipata coi Greci (Tusc., De divin., De off., Ad fam.). Chi
considerasse partitamente un solo di questi fini, senza comprenderli tutti
nell'unità della mente e dell'animo dello scrittore, mostrerebbe di non averlo
compreso; a lui l'inclinazione oratoria e l'amor nazionale porgevano il
pensiero di un nuovo accordo della scienza coll'arte nelle opere di filo sofia,
onde si aprisse questo nuovo campo intentato agli ingegni latini; i mali e le
necessità del suo tempo gli consigliavano le dottrine morali e civili come
riforma dei costumi corrotti, e dall'intendimento letterario,nazionale e morale
insieme congiunti e contemperati uscì per l'ef ficacia dell'ingegno,degli studj
anteriori, e della riflessione psicologica, la riforma speculativa. La quale
armonia di cause determinanti e di fini fra l'animo dello scrittore ed i tempi,
è notevole in Cicerone; perchè vi si fonda quella unione socratica tra il vero
ed il buono, onde la filosofia di lui, come quella d'ogni socratico, tanto più
è affermativa e solenne,quanto più gli argomenti metafisici hanno attinenza
colle ragioni morali, nè ciò per quello che oggi si chiama senso pratico, e che
si crede diviso dalla ragione speculativa, m a perchè appunto la ragione prima
del conoscimento si riconosce identica colla legge dell'operare. Se tali erano
i fini, con cui si accinse a filosofare, tra l'indole positiva e morale delle
sue dottrine, e il loro cri terio speculativo non v'ha per fermo alcuna
contradizione, chè anzi quella contradizione apparente,che Ritter e Bernhardy
han creduto di rinvenirvi, si dilegua tosto quando raccogliamo dalla piena
lettura delle opere filo sofiche un'idea complessiva del concetto della
filosofia, e seguendo le varie definizioni ch'egli ne diede,perveniamo fino al
punto in cui concepisce chiaro l'ordine scienziale. Il primo e più
notevole concetto ch'egli ebbe della filosofia, considerata come vera dottrina,
si è di una scienza moderatrice delle azioni e istitutrice della vita: vitæ
philosophia dux, virtutis indagatrix, expultrixque vitiorum; animi medicina
philosophia; a questo propo sito il conosci te stesso di Socrate ei lo prendeva
in un senso puramente morale, senso che apparisce più volte nella Repubblica,e
nelle Leggi, e nelle Tusculane, dove si agitano questioni relative alla vita e
ai costumi,e per quanto abbiamo da chiari indizj appariva pure nell’Orten
sio,opera perduta,dov'ei tesseva l'elogio della filosofia rac comandandola allo
studio dei concittadini come dottrina su premamente morale e civile. (V.Hort., fram.,e
specialmente il fram. 21, L. I. ed. di Lipsia) Ora siffatto concetto
involgeva di necessità un criterio scientifico; innanzi tutto perchè chi medita
l'ordinarsi d'una dottrina scienziale, qualunque ella sia,ad un eser cizio
d'operazioni, si suppone averne penetrato l'intima essenza in cui quel
principio regolatore risiede; e poi perchè il vero relative alla vita,sebbene
manifestoin noi pel sentimento morale, s'attiene alle parti più vive e più
affettuose dell'essere umano,ond’è mossa la rifles sione a ripensare da sè
stessa e con proprj principj l'ordine speculativo delle conoscenze. Pervenuto a
tal punto il filosofo, non ha da fare che un passo per racco gliersi nella
coscienza morale, e quindi trar fuori con metodo ascensivo e discensivo
d'induzione e di deduzione tutto quanto il disegno dell'edifizio scientifico;
la qual cosa apparisce a chi prenda ad esaminare in Cicerone l'ordinamento
logico degli scritti morali. Dove si scorge com'egli procedendo di passo in
passo nell'induzione, dall'idea morale di legge e di diritto, che lampeggiava
nella coscienza d'ogni cit tadino di Roma,si levò a concepire un ordinamento di
relazioni e di gradi dagli esseri inferiori a'supremi; re lazioni che
intercedevano tra Dio e l'uomo per l'eccel lenza della ragione, tra uomo ed
uomo per somiglianza di natura intellettuale e socievole; e quindi usciva una
specie d'equazione ideale tra Dio e le creature, tra gli enti ragionevoli, e i
non dotati di ragione, per la reci procanza dei doveri e dei dritti;e vi
s'acchiudevano in germe Teologia naturale, e Antropologia, Cosmologia e
Filosofia del buono. Questo largo disegno di veri morali fu il principio da cui
Tullio moveva nella via della scienza, e lo mostrano i libri politici e civili
antecedenti in ordine di tempo alle altre opere speculative. 3. Ora
soffermiamoci un poco.Mostrato così per suc cinto quale idea egli avesse della
Scienza prima e dei suoi principj, domandiamo che cosa debba pensarsi sul
dubbio accademico quasi universalmente a lui attribuito. La questione su tal
soggetto,disputata a lungo dai critici e storici della Filosofia,
durante il secolo scorso,mentre gl'ingegni si dividevano incerti tra l'amore
dell'antico e la curiosità del nuovo,e l'Enciclopedia affermava dogma ticamente
le sue negazioni, mosse ne'più de'casi dal pre supposto che Cicerone,come
seguace della Nuova Acca demia, ponesse il dubbio universale a fondamento di scienza.
Così opinò Bayle,e,sebbene alquanto meno risoluti,lo affermarono Brucker, Degerando
e Bernhardy. Per combattere una siffatta obbiezione non rimanevano alla critica
che due sole vie; o negare di pianta lo scettici smo della Seconda Accademia, o
rifacendosi da un nuovo e più accurato esame delle dottrine di Tullio, cercare
quale e quanta efficacia vi esercitasse quel dubbio, o come metodo
semplicemente,o come principio fondamen tale ed interno. La prima di queste vie
fu seguita dal sig.Gautier de Sibert in una memoria scritta da lui sui Nuovi
Accademici,la seconda da Raffaele Kuehner.Ma il critico francese,sebbene
dottissimo,quando volle mostrare che la Nuova Accademia non negava la
possibilità della scienza, contraddisse alla storia, nè rispose al quesito del
come conciliare la certezza dei libri morali di Tullio col dubbio quasi
assoluto d'Arcesilao e di Carneade. L’alemanno mostra invece con maggior verità
come il filo sofo nostro, seguace della Nuova Accademia quanto al metodo
inquisitivo dei veri particolari,ne temperasse per altro il dubbio
ravvicinandolo alle fonti socratiche. Ma ilKuehner,cheraccolseconstudioletestimonianze
fatte da Tullio ne'più de'proemj sulla bontà e la modera zione del suo
metodo,non ha considerato abbastanza nei libri morali come a quel precetto
apparentemente negativo dinon cercare che il probabile,edirattenerel'assenso,con
trapponga sempre, ad esempiodiSocrate,l'altrosuprema mente affermativo del
conosci te stesso.Nè il tornare che egli fa tante volte a raccomandare ilfamoso
placito del savio ateniese, si prenda come artifizio rettorico,o come vano e
miserabile ossequio alle tradizioni. L'esame più diligente e spregiudicato
delle sue opere (io lo affermo sin d'ora) mostra che il dubbio universale e
sistematico, il dubbio di Carneade,del Cartesio e del Kant,non antecedeva
nella mente dell'oratore-filosofo allo stato di scienza. Egli,prima
d'esserefilosofo,come uomo,come romanogiàsisentiva e si riconosceva nel vero;e
quel vero,a cui l'animo spon taneamente piegava sin da'primi anni per
inconsapevole virtù di natura,l'intelletto glielo mostrava più tardi adu nato,
e come raccolto nell'evidenza interiore; evidenza non solitaria, non priva
d'oggettività,non fenomeno puro, quasi paesaggi riflessi sulla tela da magico
apparecchio dilenti,ma uno spettacolo interno,a cuirispondevano. tre grandi
attinenze dell'uomo con sè stesso,coll'universo e con Dio; un'armonia d'enti
che la scienza dovea tras formare in armonia di principj. “Nam quum animus
cognitis perceptisque virtutibus, a corporis obsequio indulgentiaque
discesserit, volupta sed Delphico deo tribueretur. Nam
quiseipsenorit,primum. A questo proposito ci giova riferire le sue parole tolte
da un luogo eloquente del dialogo delle Leggi, dove egli stesso in propria
persona descrive il concetto ed il metodo della scienza prima. Ita fit (così il
testo latino, che io trascrivo per maggiore esattezza secondo l'ediz. di Lipsia
riveduta da Klotz) ut mater omnium bonarum rerum sit sapientia, a cujus amore
Græco verbo “philosophia” nomen invenit, qua nihil a dîs immortalibus uberius,
nihil florentius, nihil præstabilius hominum vitæ datum est. Hæc enim una nos
quum ceteras res omnes tum quod est difficil limum docuitutnosmet
ipsosnosceremus:cujuspræcepti tanta vis et tanta sententia est,ut ea non homini
cuipiam, aliquid se habere sentiet divinum ingeniumque in se suum sicut
simulacrum aliquod dedicatum putabit, tantoque munere deorum semper dignum
aliquid et faciet et sentiet, et,quum se ipse perspexerit totumque
temptârit,intelliget quem ad modum a natura subornatus in vitam venerit
quantaque instrumenta habeat ad obtinendam adipiscen damque sapientiam, quoniam
principiorerumomnium quasi adumbratas intelligentias animo ac mente conceperit,
quibus illustratis sapientia duce bonum virum et ob eam ipsam causam cernat se
beatum fore temque sicut labem aliquam dedecoris oppresserit, omnem que mortis
dolorisque timorem effugerit, societatemque caritatis coierit cum suis,
omnesque natura coniunctos suos duxerit, cultumque deorum et puram religionem
su sceperit, et exacuerit illam,ut oculorum,sic ingenii aciem ad bona eligenda
et reiicienda contraria, quæ virtus ex providendo est appellata prudentia, quid
eo dici aut cogitari poterit beatius?Idemque quum cælum,terras,maria rerumque
omnium naturam perspexerit eaque unde ge nerata,quo recurrant,quando,quo modo
obitura,quid in his mortale et caducum,quid divinum æternumque sit viderit,
ipsumque ea moderantem et regentem paene prehenderit seseque non unius
circumdatum mænibus loci, sed civem totius mundi quasi unius urbis agnoverit, in
hac ille magnificentia rerum atque in hoc conspectu et cogni tionenaturæ, diimmortales,
quam seipsenoscet!quod Apollo præcepit Pythius, quam contemnet, quam despi
ciet, quam pro nihilo putabit ea,quæ vulgo ducuntur amplissima! » Atque hæc
omnia quasi sæpimento aliquo vallabit disserendi ratione, veri et falsi
iudicandi scientia et arte quadam intelligendi quid quamque rem sequatur et
quid sit cuique contrarium. Quumque se ad civilem societatem natum senserit,
non solum illa subtili disputatione sibi utendum putabit, sed etiam fusa latius
perpetua oratione, qua regat populos, qua stabiliat leges, qua castiget i m
probos, qua tueatur bonos, qua laudet claros viros, qua præcepta salutis et
laudis apte ad persuadendum edat suis civibus,qua hortari ad decus,revocare a
flagitio, con solari possit adflictos factaque et consulta fortium et sa
pientium cum improborum ignominia sempiternis monu mentis prodere. Quae cum tot res tantæque sint,
quæ inesse in homine perspiciantur ab iis, qui se ipsi velint nosse, earum
parens est educatrixque sapientia. De
Leg. Qui s'espone a dettatura del nostro filosofo il suo metodo
dell'osservazione interiore induttivo e deduttivo, quale uscì dalle dottrine di
Socrate e di Platone, e si continuò, accolto dal Cristianesimo, lungo le
scuole m i gliori dell'universale Filosofia. Vi si distinguono tre cose: lo ciò
che antecede; 2o ciò che accompagna; 3o ciò che sussegue alla scienza. Lo stato
che antecede la scienza non è il dubbio, m a un riconoscimento pratico e
speculativo dell'ordine universale.L'uomo ha innanzi tutto un sentimento ar
cano della sua somiglianza con l'Essere infinitamente perfetto; e quel
sentimento della dignità umana, e quel l'aspirazione all'immutabile e
all'assoluto in cui vero e buono sono congiunti, e la ragione procede da uno
stesso fonte identica colla legge morale, risveglia in lui l'evidenza intima de
principj speculativi, ond’e’si leva alla cognizione di sè stesso e di Dio,
capisce pei mezzi l'eccellenza del fine a cui nacque, e costituendo in ar monia
pensiero e volere,premette la riforma morale di sè stesso alla riforma
speculativa.Due condizioni del sog. getto rendono possibile in lui la contempla
zione dell'og getto che è scienza:prima la retta disposizione dell'animo
purificato spiritualmente dalla morale, l'istinto sociale educato dalla vita
civile, l'istinto religioso santificato e nutrito dal culto; in secondo luogo
rende possibile la scienza la capacità delle potenze conoscitive, che non sa
rebbero potenze ordinate alla notizia del vero,se un che di determinato e d'efficace,
se una verità prima non le costituisse tali nell'essere loro;ma è prima
necessaria la retta disposizione dell'animo,perchè ilpensiero avvalorato
dalcuore (animo acmente) ravvisi nell'intellezione prima (adumbrata
intelligentia), un po'confusa e indeterminata, le notizie riflesse. Ciò posto,
si procede allo stato di scienza,e il filo sofo movendo dall'esperienza
interiore, col soccorso della Dialettica dottrina delle conseguenze e
conciliatrice dei contrarj, levasi alle ragioni supreme dell'essere, del co
noscere e del fare,si forma i concetti d'origine e di fine, di contingente e di
necessario, di temporaneo e di eterno, che gli sono via a discendere di nuovo
alla notizia di sè stesso e del mondo, notizia comprensiva ed universale che lo
palesa inferiore soltanto a Dio, eguale ai suoi simili, e cittadino
dell'universo. 3. Dall'ordine universale della Scienza prima discen dono due
dottrine applicate, e strette in vincoli di co munanza fra di loro: la
eloquenza civile e l'arte dello stato. Tali erano per CICERONE i fondamenti, ed
il metodo della scienza. Ora ecco, secondo che riassume un istorico recente
della Filosofia, quali erano isuoi criterj: « Nella coscienza di noi stessi
Cicerone, come Socrate,più di So crate forse perchè romano,sentiva
l'universalità del vero, distinta dalle opinioni particolari,e l'amore che
tende al vero, e l'essere nostro sociale e religioso, relazioni uni versali
anch'esse; e però egli inculcava sempre di fermar l'occhio in ciò ch'è proprio
dell'uomo,ossia nella retta ragione (De off); e contro gli Epicurei fa valere
gli affetti più generosi dell'animo (ivi, e negli Acc.e ne'Tuscul.e
quasipertutto);echiama insoste gno il senso comune e le tradizioni umane e
divine. Così ne' libri Tuscolani adopera l'autorità del senso comune a
dimostrare l'esistenza di Dio e l'immortalità dell'anima umana,e dice ne' Paradossi
contro gli Stoici: « Noi più adoperiamo quella filosofia che partorisce copia
di dire, e dove si dicono cose non molto discordi dal pen sardellagente.» (Proem.)
E nelleseguentiparolede' Tu scolani si vede com’ei raccogliesse,di mezzo alle
opinioni varie,le tradizioni universali de'filosofi e le divine;« Inol
tre,d'ottime autorità intorno a tal sentenza (cioè l'im mortalità dell'anima)
possiamo far uso; il che in tutte le questioni e dee e suole valere moltissimo
(in omnibus, caussis et debet et solet valere plurimum ); e prima, di tutta
l'antichità (omni antiquitate); la quale quanto più era presso all'origine
divina (ab ortu et divina progenie ) tanto più forse discerneva la verità.» (Tusc.,I,12).E
tra'filosofi, ch'egli cita,preferisce appunto Ferecide,come antico,antiquus
sane;e indine conferma l'autorità con quella di Pitagora e de'Pitagorici;il
nome de quali, egli dice, ebbe per tanti secoli tanta virtù che niun
altro paresse dotto. E dice più oltre che, secondo Pla tone,la
filosofia fu un dono,ma quanto a sè,una inven zione degli dèi: « Philosophia
vero omnium mater artium, quid est aliud,nisi, ut Plato ait,donum, ut ego,
inventio deorum? » Nel che s'accenna il principio divino della Sapienza e della
tradizione.(Conti, St. della Filo sofia) Se per ciò che risguarda i principj e
i fondamenti della filosofia egli mosse direttamente da Socrate affer mando la
chiarezza naturale del soggetto scientifico,e l'efficacia della conoscenza,
quanto poi al metodo più propriamente detto, indagatore dei veri particolari,
fu se guace, o come ci dice egli stesso,restauratore della Nuova Accademia
(deserte discipline et iam pridem relicte ), restaurazione che, a mio parere,
può e debbe chiamarsi una vera riforma; perchè l'idealismo d'Arcesilao e di
Carneade tralignava nel dubbio, e, piuttosto che all'An tica Accademia, si
ricongiunse agli scettici dell'età italo greca e a Pirrone; m a Tullio
attingendo alle fonti socra tiche si riscontrò nelle tradizioni genuine della
sua scuola. Questo fatto s'è rinnovato in Italia nel secolo XVII, quando
Galilei tornando al vero metodo aristote lico dell'induzione, restaurava la
filosofia naturale; più peripatetico in ciò, come egli stesso scriveva al
Liceti,di tutti i peripatetici de'tempi suoi. Riassumendo il tutto in
poche parole, Cicerone attri buiva alla filosofia universalità di fini, di
principj e di metodo, e tutto ciò comprendeva,come Socrate,nel senso
generalissimo della voce sapienza, talchè dopo averla descritta ne'libri
oratorj come un semplice esercizio di raziocinio, e in alcune opere morali come
una dottrina puramente pratica e positiva,ne'Tuscolani e nel secondo libro
degli Officj la chiamò con significato più largo: scienza delle cose divine ed
umane e delle loro cagioni. Suolsi affermare comunemente dai critici e dai
filosofi che CICERONE (si veda) diè prova di scarso ingegno speculativo non
componendo le sparse verità in un sistema ordinato. La quale accusa vuol bene
determinarsi; perchè,se con essa si nega che Cicerone aggiungesse
copiose speculazioni alla materia delle dottrine contemporanee, e che
componesse le verità antecedentemente trattate dalle scuole socrati che in un
compiuto e perfetto sistema, ha ragione la critica, m a la critica ha torto,se
vuol negare che a Cicerone mancasse qualunque disegno di scienza, o un proprio
cri terio per l'ordinamento formale delle dottrine. L'affermar ciò, rispetto a
Cicerone, importerebbe nel vero affermarlo pure di Socrate,e d'ogni altro
riformatore; chè il sistema della filosofia di Tullio (se così vuolsi
chiamarlo), come quello di Socrate, non è ordinato secondo un disegno po sitivo
corrispondente all'ordine del soggetto ripensato dalla coscienza, ma si svolge
nella stessa opposizione alle sette, e in quella opposizione egli scuopre il
concetto della scienza,e il metodo,e i criterj che gli son guida,indizio
manifesto che,mentre da un lato egli demoliva le dot trine sofistiche dei
contemporanei, edificava dall'altro sui fondamenti incrollabili della coscienza
umana. Ora si avverta come il considerare in tal modo questa temperata
efficacia della speculazione di Tullio, che ri pensa e rifà le dottrine degli
altri con un proprio criterio positivo di paragone e di scelta,in contrapposto
alla pas sività negativa dell'eclettico erudito che ricopia quelle dottrine e
le raguna nella memoria, anzichè comporle nella riflessione; è metodo forse non
seguito fin qui dai prin cipali critici di Cicerone,e tale che potrebbe
condurre a meglio comprenderlo e giudicarlo col chiarire molte que stioni, tra
le quali non ultima quella sull'uso ch'egli fece dell'autorità quanto ai fonti
delle sue dottrine,trattata a lungo in Germania, e sì bene dal Kuehner nel
capitolo quinto, parte seconda della Dissertazione citata. E tale è il metodo
che noi abbiam preso a seguire, ond'escono alcune conseguenze e regole pel
nostro esame. In primo luogo, poichè solo per nostro avviso, il contrapporre
Tullio a'suoi contemporanei può dimostrare quanta altezza d'ingegno e potenza
d'analisi gli abbisognasse per isceverare dalla confusione de'sistemi le verità
principali, chiarirle e ordinarle in forma di scienza, terremo
l'uso d'esporre ogni volta le principali opposizioni de' sistemi, e poi
qual giudizio ne recasse il filosofo latino. In secondo luogo avremo questo a
principio di critica, notato da altri, che, poichè le opere di Cicerone sono
per la m a s sima parte dispute scritte, e, come tali, ritraggono nei varj
personaggj il conflitto delle opinioni, e le nature differenti
degl'interlocutori, convien distinguere con ogni diligenza quando egli
riferisce la propria, e quando l'opi nione degli altri, quando egli stesso
prende parte al dia logo, o si tien fuori, quando tratta ex professo una m a
teria,oquandosoltantol'accenna (V.Degerando, Brucker, Kuehner, Middleton.)
Finalmente si consideri bene che l'ordine di questo ragionamento mostrerà come
una pro gressiva verificazione dei principj supremi nella mente di Tullio, a
misura ch'egli passa dalla filosofia fisica alla logica, e poi alla morale; ed
è perciò che qualche argo mento interrotto in una parte delle dottrine, verrà
ab bandonato e poi ripreso in un'altra, quand'egli,conside randolo sotto un
aspetto diverso, sempre più lo verifica, e sempre più lo chiarisce. Le fonti da
cui trarre le dottrine di Cicerone, sono principalmente i suoi libri di
filosofia, che ci pervennero la maggior parte, se n'eccettui le traduzioni
Oeconomica Xenophontis,Protagoras ex Platone, Timæus de Universo (trad., come
app. dal proem., dopo gl’Accademici; i libri vriginali, Hortensius de
philosophia,Consolatio de luctu minuendo (scritta poco prima dei Tuscolani), De
Gloria, Commentarius de virtutibus,Cato,sivelausM. Catonis, Deiure civili in
urtem redigendo; de'più fra'quali rimangono frammenti. Gli altri, non interi
tutti, e che in ordine di tempo si distribuiscono cosi: De republica, De
legibus(composti dopo il De republica), Paradoxa,Academicorum (ne fece due
edizioni dette Acad. priorum in 2 libri, e posteriorum,in 4 libri;della prima
c'è rimasto il secondo libro, della seconda il primo; anno 709), De finibus
bonorum et malorum; Tusculanarum disputationum (compiti avanti la morte di
Cesare), De natura Deorum, De Divinatione, De fato, De officiis, Cato major de
senectute, Lelius de amicitia (scritto dopo il Catone maggiore av.gliOfficj); furono
variamente distinti dai critici secondo la loro materia e la forma. Ritter li
distinse in riposti ed in popolari, clistinzione che più esattamente potrebbe
ridursi all'altra de'dialoghi speculativi, come i libri Accademici, de'Fini,
delle Leggi,della Natura degli Dei;dagli scritti che hanno È noto quanto siasi
discusso tra i critici sulle dale dei libri di Cicerone.Cilusa principale del
dissenso è il non trovarsi d'accordo quauto al determinare l'anno della nascita
dell'Autore. Forsyth lo dice nato il 3 di gennaio, ma aggiunge in nota a p. 2,
che, secondo il calendario Giuliano, egli sarebbe nato l'ottobre. In questo
anno pongono la sua nascita Middleton, Kuehner ed altri autori meno
recenti;onde seguita che,mentre, a cagione ll'esempio,essi fanno il De
consolatione,l'Orlensio,gli Accademici, il De finibus e le Tuscolane, e le opere
De Natura deorum, De Divinatione, De Fato, De Offi riis, Cato Vajor e Lælius;
il Forsyth e l'edizione di Lipsia (riveduta dal Clolz so quelle dell'Orelli e
dell'Ernesti), riferiscono i primi cinque trattati. Noi stiam o col critico di
Lipsia, e col Forsyth,perchè mollo recenti,e temperati assai nei giudizj.Del
resto di parecchie opere si conosce la data.Intorno a quella del De Republica e
De Legibus rimane qualche incertezza. Il dott.P. Richarz. in una dissert., De
politicorum Ciceronis librorum tempore natali (Wirceb.), stabilisce avervi
speso Cicerone oltre a dieci anni, Questa ed altre molte dis sertazioni di
critici tedeschi e francesi, citate da noi,ricevemmo dalla cor. tesia
dell'illustre Vannucci, a cui rendiamo pubblica testimonianza di
gratitudine. un fine pratico,ad esempio gli Officj, dell'Amicizia, i Para
dossi, le Tusculane e qualche altro. Noi abbiam seguito l'altra distinzione più
principale, ammessa da tutti icri tici, e che fino a un certo punto concilia
l'ordine logico o sistematico o tematico dei libri coll'ordine di tempo, tra le opere
fisiche – filosofia naturalis -- De natura Deorum, De divinatione, De fato, e
il Somnium Scipionis parte della Rep.), le logiche -- Academicorum, Topica, De
inventione, etc. --, le morali – De finibus,Tusculanarum, Paradoxa, De legibus,
De officiis, De republica, De senectute, De amicitia). Avvertendo che la
distinzione non siprenda troppo assoluta, ma che si guardi alla qualità che
prevale. Fonti secondarj, ma dausarsiconmolto riserbo, sono,secondo nota
opportunamente Middleton nella vita di Cicerone,le Orazioni e l’Epistolario; e
noi vi aggiungiamo le opere rettoriche, segnatamente il De Oratore e l'Orator.
La distinzione accennata delle opere fisiche,logiche e morali risponde al
concetto della scienza, e al metodo della antica Accademia seguito da Tullio
nell'ordina mento generale delle dottrine, e ne partisce la filosofia nelle tre
grandi teoriche dell'essere, del conoscere e del l'operare. Premessi questi
principj generali, si passi ora al l'esame più specificato delle dottrine. Il
prendere ad esame con quella larghezza e diligenza,che è necessaria alla critica
istorica, le varie parti delle dottrine tulliane, è cosa invero che ricerca un
abito non ordinario di osservazione, e un sentimento vivo delle attinenze
scientifiche; perchè, sebbene, come fu notato nel capitolo antecedente, non si
trovi nell'Arpinate un pieno disegno di filosofia ordinata a sistema, basta leg
gere alcuno dei suoi libri speculativi per accorgersi tosto ch'ei ritraeva da
Socrate,non soltanto ilmetodo esterno del disputare e la sobrietà dell'esame, m
a altresì quella riflessione larga e compiuta, onde l'Ateniese coglieva
nel l'universo delle idee la unità della scienza. E di fatto socratici veri
sono, come ben nota Ritter,tutti coloro che videro chiaramente la necessità di
collegare la scienza de'fatti interni con quella dell'universo, l'osservazione
morale coll'esperienza e la fisica colla psicologia. Nes suno dunque fu più
vero e perfetto socratico del nostro Autore. Anch'egli si accorse, come già il
suo Maestro, che se un sentimento naturale, abbenchè indeterminato,
dell'attinenza tra il pensiero nostro e gli oggetti, mosse la riflessione
ne'primi passi della scienza a riconoscersi per illusione identica col mondo
esteriore,illusione da cui poi i Pittagorici, gli Eleati e gli Ionj traevano il
pantei smo,e uscì la dialettica de'sofisti, un secondo passo a ristorare la
scienza caduta nella materia e nelle astra zioni eccessive, doveva essere
l'affermazione dell'uomo interiore, e di quella sintesi intellettiva e morale,
sola realtà oggettiva, in cui mirando il pensiero potesse rav visaresèstesso in
attinenza colle cose con Dio.Suquesti fondamenti Socrate restaurava la vera
dottrina dell'es sere,dottrina che tratta di Dio,dell'universo e dell'uomo,
considerati nella loro esistenza, natura e relazioni su preme, e abbraccia in
sè le scienze fisiche e matemati che, la teologia naturale, la psicologia e la
cosmologia. Tutto ciò veniva compreso dagli antichi sotto il nome universale di
Fisica (usato in più luoghi da Cicerone ), e la Fisica includevano nella
Filosofia, perchè questa trat tando degli enti nel loro ordine universale contemplato
interiormente dalla coscienza,porge alle dottrine d'osser vazione esteriore il
soggetto e i principj. Or qui bisogna avvertire che questa unione intima delle
parti scienziali, sentita vivamente dalle scuole antiche italiane, e confer
mata da Socrate (il quale, nemico della fisica sofistica degli Ionj,favorì
invece coll'osservazione interiore la fisica buona), dava occasione, come
sempre, ad un bene e ad un male; il bene era l'altezza della riflessione
scientifica, che comprendendo nell'unità de'principj l'intelligibile e il
sovrintelligibile, la natura e il divino, scorgeva sempre più addentro i
legami che stringono la teologia naturale, la psicologia e la cosmologia; il
male era che le scienze sperimentali così intimamente collegate alla filosofia
spe culativa,mentre se ne avvantaggiavano da un lato rispetto all'universalità,
traendo dall'accordo colle altre parti del l'umano sapere occasione a più vera
e perfetta compren sione della propria materia, dall'altra ne scapitavano
quanto ai metodi, allorchè all'osservazione esteriore o induttiva, che sola ci
può condurre alla notizia dei corpi, si volle sostituire la deduzione, che da
pochi generalissimi, posati a priori, scendeva di salto, come nota Bacone, al
particolarede'fatti. Due fontiperennid'errorenellescienze sperimentali furono
pertanto il panteismo e il dualismo; ilprimo,perchè,data l'unità di sostanza,ne
consegue la medesimezza dell'ordine ideale col reale,onde deduce il filosofo
darsi vero passaggio dalle idee alle cose,senza necessità di sensata esperienza;
il secondo, perchè, fatta coeterna a Dio la materia,ne viene alterato il
concetto di finitudine, e il mondo si pensa non più finito e tem poraneo, ma
infinito ed eterno, e animata la materia e incorruttibiliicieli;pertalmodo
panteismo edualismo ci diedero la fisica fabbricata a priori, quale fu nelle
scuole dell'India,nelle Pittagoriche, nelle Eleatiche, in Platone, negli Stoici
e nei Peripatetici del medio -evo. Le quali considerazioni son
necessarie,parmi,a chiunque voglia esaminare la metafisica di Cicerone, e
chiarire come mai,mentre la fisica superioreeledottrinesuDio, sull'uomo e
sull'universo sono fondate da lui sopra prin cipj sì alti, vi prendono
pochissima parte e indiretta le indagini sperimentali. Ai tempi dell'Arpinate
in cui, venuta all'ultima corruzione la Gentilità, si rinnovarono
esiesageraronotutti gli errori delle età anteriori, quello strano accozzo delle
scienze fisiche colle metafisiche era venuto al suo colmo, e potente occasione
di scetticismo era il contrasto delle opinioni. Ora v è un luogo sulla fine
degli Accademici primi,dove Tullio descrivendo in persona propria la di scordia
delle sette contemporanee nelle tre parti della scienza,e volendo
mostrare come quella discordia giusti ficasseildubbio dellaNuova
Accademia,sitrattienepiùspe cialmente sulle dottrine de'Fisici (Acad.) Da quel
luogo apparisce che il panteismo e il dualismo italico spingendo all'eccesso
l'induzione astrattiva, per stabilire l'identità della sostanza prima, avean
con cepito a priori un'essenza nascosta e universale delle cose distinta dalle
loro qualità manifeste pel senso,e che si convertiva in tutti gli elementi; m a
sulla natura di quest' intima essenza si disputava segnatamente tra le scuole
pittagorica, eleatica ed ionica. D'altra parte sor geva questione tra le
differenti scuole socratiche sull'or dine e sui destini dell'universo;gli
Stoici ammettendo una continua successione di mondi, affermavano temporaneo il
presente ordine delle cose; Aristotele lo diceva eterno; i primi trasportando
l'immagine dell'uomo nel principio supremo, concepivano Dio provvidente nei
particolari e negli universali; m a Stratone da Lampsaco e Democrito gli
rifiutavano ogni ingerimento nelle cose del mondo, inentre
Aristotile,accordandogli la provvidenza dei generi e delle specie, gli negava
quella dei particolari. Tal m e todo di ragionare a priori sull'essenza delle
cose,occulta intimamente all'umano intelletto,non piaceva a Tullio,
ond'e'consigliavaun più modesto sapere; mostravacome la notizia, che noi acquistiamo
de'corpi, movendo dagl’effetti, non comprende l'intima essenza e l'efficacia
delle cause, e se all'occhio stesso dell'anatomico, che pur p e metra ne'corpi,
non si manifesta l'attività che li avviva, molto meno ella si manifesterà al
Fisico, che non può tagliare e dividere la natura delle cose per indagare i
fondamenti su cui posa laterra. Procedendo di questo passo l'Autore faceva
vedere negli Accademici, nei Tusculani e nel libro della Natura degli Dei,come
i dubbj opposti alle eccessive affermazioni de'Fisici intorno alla essenza
delle cose si trasportavano dalla Nuova Accade mia sull'esistenza,natura e
destini dell'anima,sull'esi stenza e natura di Dio e sue relazioni
coll'universo, e sulle altre principali verità della scienza. Nei luoghi citatiadunque
e in qualche altro ancora,in cui l'oratore latino dipinge il dissidio delle
scuole sulle verità naturali, non può negarsi ch'egli si faccia seguace della
Nuova Accademia; e non pertanto s'ingannerebbe col Ritter chi, attingendo di
preferenza a quei libri che han fine principalmente metodico, e dove le
dottrine della Fisica superiore si toccano per incidente, ne inferisse il
dubbio universale di Cicerone sui fondamenti di tutta la scienza. Nella fisica
ciceroniana si vuol distinguere infatti le verità problematiche dalle
teorematiche; le prime ri feribili all'intima essenza e natura de'corpi, alle
leggi de’loro moti,alla costituzione fisica dell'universo;l'altre risguardanti
l'esistenza e natura di Dio, dell'uomo e del mondo, considerati nell'ordine loro
e relazioni supreme. Quanto ai problemi naturali,egli non impugnava la pro
babilità che la scienza pervenisse a risolverli, e, come primo presupposto
somministrato dalla filosofia alle dot trinesperimentali,ammetteva
lapercezionede'corpi;ma di contro all'orgoglioso dommatismo degli Stoici, degli
Ionj e degli Eleati gli pareva assai più degna del saggio la modesta
verosimiglianza della Nuova Accademia,e fu per certo impresa vantaggiosa alla
Fisica, in una età come quella quando gli errori del panteismo,e il difetto dei
metodi e degli istrumenti toglievano fede alle verità di sensata esperienza,
professare una modesta ignoranza del vero per arrestare in tal guisa i rapidi
progressi dello scetticismo universale. E lo scetticismo, diceva Cicerone, si
sarebbe aperta la via quando que'filosofi dommatici non avessero considerato,
come sentenziando con assoluta certezza di cose occulte e dubbiose, si
toglievano poi l'autorità d'affermarne altre d'evidenza maggiore; os servazione
importante e che mostra come anche rispetto alla scienza sperimentale Tullio
non professasse un dub bio assoluto, m a riconoscesse un ordinamento di gradi
dal verosimile al certo. Acad .prior.e De repub. M a la prova maggiore si è
che, mentre le intermi nabili e vane questioni ond'era ingombra la fisica, lo
la sciavano sconfortato e dubbioso,un desiderio nutrito dall'ingegno potente e
dall'animo roma no,loinvogliava delle indagini naturali,di quelle indagini onde
ci leviamo sopra noi stessi, e dispregiando la picco lezza delle umane cose, proviamo
un vivo sentimento del divino e dell'immortale. « Nè anche io penso, così
scrive CICERONE (si veda), che sidebbano tor via tali questioni dei fisici;
poichè viè un certo naturale alimento degli animi nel considerare e
contemplare la natura;ce ne sentiamo inal zati,e fatti più grandi, e nel
pensiero delle cose supe riori e celesti dispregiamo queste nostre del mondo
come leggiere e di nessuna importanza; anche l'indagine stessa di cose
grandissime e occultissime diletta oltremodo; se poi c'imbattiamo in qualcosa
che sembri verosimile,l'ani mo nostro è compreso da quel piacere che
supremamente è degno dell'uomo.» (Acad.prior., De fin.5). Innamo rato quindi
della fisica, come fonte di più alte specula zioni, egli rigettava le fantasie
grossolane di Democrito e d'Epicuro . De fin. Loda Zenone perchè imitatore
dell'antica accademia diligente indagatrice della natura (De fin.); e i quesiti
del l a fisica che lo mossero a tradurre il Timeo di Platone, gli avevan det
tato qualche anno avanti le pagine più eloquenti del trattato sulla Repubblica;
il ragionamento di Filo e lo stupendo sogno di Scipione. De rep., De fin., Tuscul.
Due conseguenze,per quanto ci sembra,discendono dal contesto generale dei passi
sopraccitati, e da una lettura complessiva dei libri fisici di Cicerone: 1o che
il filosofo latino, a misura che dalla ricerca delle cose sensibili, e
dell'essenza loro occulta all'intelletto dell'uomo,argo mento de problemi, si
levava col discorso induttivo ai teoremi della scienza, scopriva illuminate da
una luce interiore le verità più alte, sebbene in mezzo alle tene bre del gentilesimononardisse
determinarle; 2ache,ofosse la dottrina stoica a cui pendeva,o l'indole viva e
meri dionale del suo ingegno, nella natura egli sentiva e rico nosceva il
divino; e tale attinenza sentimentale e logica della sua mente tra ilfinito e
l'infinito,tra il contingente e l'assoluto, tra il temporaneo e
l'eterno gli era scala a pensare la relazione ontologica;e questa poi per abito
alsemipanteismo-dualistico di Platone e degli Stoici lo conduceva probabilmente
a immaginarsi l'intelletto umano emanato da Dio,e Dio e le creature supreme
disgiunte dall'universo de'corpi. In questo metodo che sale per gradi di
verosimiglianza dalla natura al divino, metodo improntato sulle meditazioni
socratiche,sta l'essenza della fisica di Cicerone,e n’escono chiarite e per
ordine le sue dottrine sull'esistenza e natura di Dio, dell'universo e
dell'uomo, sulla provvidenza e sulla libertà dell'arbitrio. 2. La dottrina
sull'esistenza e natura di Dio tiene il primo luogo nella fisica di Cicerone.La
causa di questo primato apparisce evidente innanzi tutto per la sovranità
incontestata dell'idea di Dio nella scienza. Dio, oggetto necessario e reale
assoluto ed eterno che si manifesta come prima causa al di fuori di sè stesso
nell'universo degli enti, e li governa volgendoli ad un fine immortale, che ne
è prima legge, in quanto si rivela all'intelletto dell'uomo nel mondo
degl'intelligibili,come ragione prima,signoreggia per fermo tutto l'ordine
scienziale; e infatti,sebbene l'inda gine della coscienza interiore sia
principio e fondamento al sapere nell'ordine della riflessione, è pur certo che
i veri, i quali si dicono da’filosofi più noti rispetto a sè stessi, e son
centro d'infinite relazioni, come quello di Dio,partecipano all'uomo
quell'ampia veduta ideale,che sola lo conduce alle armonie della scienza. Nè il
primato del concetto di Dio si menoma punto se la mente sale da ciò che muta a
ciò che non muta,e dalla natura al di vino, una volta ch'ella v’ascende guidata
da un concetto necessario d'attinenza causale, attinenza di termini cor
relativi, l'uno dei quali è Dio stesso presente con arcana e invisibile
efficacia nel soggetto pensante. Anche senza l'unità assolutadeipanteisti,lafilosofiasicompone
dunque in forma di scienza,e la psicologia e la cosmologia si congiungono
insieme nel massimo problema della teologia naturale.La qual cosa è assai
provata dal metodo di Socrate, che movendo dalla coscienza produsse in
Platone una compiuta armonia di sistema, e aiuto il filosofo latino,
venuto in tempi di povere e scucite speculazioni, a ser bare un vincolo di dottrine
nei suoi libri di fisica, che scritti in ordine successivo di materie e di
tempo,debbono quindi esser presi ad esame da noi come un solo trattato.
Premesse queste cose, viene spontanea la domanda: quale fosse il pensiero dell'oratore
latino intorno a Dio.Se dopo una attenta lettura dei passi delle sue opere,
dove tal pensiero s'accenna,e un diligente ragguaglio di questi passi tra
loro,ci facciamo tal quesito, verrà spontanea pure larispostach'egli dell'esistenzadiDio,diquelladell'anima
e sua immortalità, della provvidenza e del libero arbitrio non dubitava,e
soltanto accoglieva una più o meno decisa incertezza quanto al determinarne la
natura; e il suo criterio in sì ardua questione della filosofia era un vivo
intuito e un sentimento più vivo dell'eccellenza e della armonia delle cose
palesata internamente dalla coscienza morale, esternamente dai principj supremi
di universale consenso. (Kuehner. Scholten, Dissertatio philosophico-critica de philosophiæ
ciceronianæ loco qui est de Divina Natura. Amstelaed. In questo criterioioravvisoil riformatore
e il filosofo vero; il riformatore, perchè m o veva da ciò che v’ha di più vivo
e di più efficace nel l'uomo, dall'autorità delle tendenze morali, il filosofo,
perchè non se ne stava già al testimonio privato e indi viduale,ma con
deliberata indagine scientificacercavale note del vero nella ragionevole natura
dell'uomo, e nel suo carattere d’universalità. Tale osservazione è degna d'es
sere avvertita sin d'ora,perchè parecchi istorici della filo sofia,tra iquali
anche Ritter,considerando ilmodo ora dubitativo, oradommaticoconcui Cicerone si
esprimeinsif fatta dottrina, ilsuo riserbo nell'accettare le opinioni degli
altri, nell'esaminarle, nel ventilarle, han voluto dedurre che egli in questa
parte,filosofo di non troppo sottili spe culazioni, più che a una severa
riflessione, se ne stasse al sentimento individuale destituito da criterj
scientifici. (Ritter, Hist., Brucker, Degerando.) Ma questi storici non
hanno considerato a quali tempi si abbattè Cicerone; tempi di sfrenate
passioni, di orribili scelleratezze, di guerre sterminatrici, ne'quali ogni fon
damento dell'edifizio civile crollava, e la scienza,abban donato il sublime
ministero di propagatrice del vero, si prostituiva alguadagno. Allora la voce del
senso comune e degli affetti naturali, alterata dalla Gentilità, non so nava
nelle plebi,quale una volta,testimone dei veriuni versali e delle tradizioni
primitive; la voce del popolo non era più quella di Dio. Allora la tradizione
scientifica, che ravviata da Socrate s'era andata continuando, benchè con
notevoli alterazioni,lungo le scuole socrati che, pervertita dagli ultimi
sofisti avea perduto ogni sen timento del vero;talchèalfilosofo,chenon avesse
voluto o bestemmiar colle plebi o delirar coi sapienti, non ri maneva che
cercare iprincipj della scienza nella propria natura non corrotta e
nell'antichità veneranda. Ecco il fondamento che cercò Cicerone alle principali
dottrine della teologia,ed ecco icriterj che lo guidarono in mezzo ai
ravvolgimenti delle scuole sofistiche. Qui per altro è necessario notare
che,quando diciamo che in tempi di sì corrotta filosofia Cicerone ebbe e
metodo, e indagini pro prie,e guide non fallaci del vero,noi non lo rappresen
tiamo immune del tutto dalla funesta efficacia delle dot trinecontemporanee, nèintendiamo
ch'e'fossesì fortunato da ravvisare scevre d'errore nel santuario della
coscienza le verità principali.- Ebbe egli compiuta e perfetta n o tizia della
natura di Dio e delle sue perfezioni? conobbe senza mischianza d’errori i d o m
m i della spiritualità e i m mortalità dell'anima umana?ravvisò semplici e
schiette, senza infezione di panteismo e di dualismo,le attinenze dell'Ente
supremo coll'intelletto dell'uomo e col mondo? - I o so che tali quesiti furono
proposti più volte dagli storici della filosofia, e poichè parve che Tullio non
sempre rispondesse chiaro e deciso all'esame dei postulanti, gli fu negato nome
e autorità di filosofo, e valore d'in gegno speculativo. (Brucker lo difese
dall'ateismo; redi Bayle, Diz. Art. Spinoza). E veramente la
conclusione Il metodo ch'e'si propose apparisce manifesto dai tre libri D
e natura Deorum; e tal metodo discende dal fine di tutto iltrattato. Or qual
eraquelfine? Chiamare scenderebbe di necessità dai principj, quando si potesse
provare che la riflessione scientifica s'è trovata in ogni tempo nel medesimo
stato di certezza di contro al sapere naturale e al soggetto della scienza,o
che lo spirito umano nonsegueun cammino di progressivo svolgimento nella età
dellastoria; e sela criticamoderna immune da preoccupa zioni, adoperasse sempre
una stessa severità imparziale nell'esame d'ogni filosofo. Ma la cosa procede
ben altri menti; perchè da un lato il razionalismo alemanno coi suoi seguaci
d'ogni paese, che ammette ogni perfeziona mento scientifico come un prodotto
spontaneo e succes sivo della ragione nel tempo,non potrebbe,senza rischio di
contraddire ai principj del proprio sistema, negare che la forma logicale e il
fondamento delle dottrine dei filo sofi antichi sia rispetto a quel de'moderni
notevolmente imperfetto; d'altra parte il filosofo del Cristianesimo, che
afferma oscurate e corrotte prima della venuta di Cristo le tradizioni e le
verità primitive, e restituite dalla parola rivelatrice del Verbo quelle
tradizioni e quelle verità all'intelletto dell'uomo redento, non può non
ravvisare nelle dottrine cristiane un perfezionamento notevole delle dottrine
gentili; infine, ed è conseguenza del già detto, nessuno rimprovera ai filosofi
Indiani, Italo-Greci, a So crate, a Platone, ad Aristotele l'ignoranza,
l'errore e le manifeste dubbiezze intorno a parti sostanzialissime della
scienza. Le quali cose premesse, è inutile,parmi, far conside rare al lettore
di Cicerone ch' e' non vi troverà deter minato senza ondeggiamenti d'idee e
d'espressioni il con cetto di Dio; anzi dirò di più che tal concetto in
parecchi luoghi delle sue opere (come nel De natura Deorum ) apparisce più
assai negativo che positivo. Resta ora che cerchiamo in breve per quale
indagine lenta e progressiva giungesse il filosofo nostro a una verificazione
sempre m a g giore di quel concetto divino. ad esame le principali
opinioni de'filosofi intorno a Dio, discuterle,confutarle, e mostrare come le
loro controversie sovra una parte sì nobile della scienza siano ben sovente
occasione e pericolo di scetticismo. Con questo intendimento venuto egli ad
esporre l'occasione del dialogo, racconta come essendo stato invi tato nel
tempo delle Ferie latine in casa dell'accademico C. Aurelio Cotta pontefice e
suo familiare e trovatolo insieme con C. Vellejo, che allora avevavoced'esserein
Roma ilprimotragliEpi curei,e Q. Lucilio Balbo, stoico da paragonarsi ai più
prestanti fra iGreci, cominciarono questi a disputare, lui presente, della
natura degli Dei, spartendo tutta la m a teria in tre punti principali; vale a
dire: se vi fossero Dei,quale fosse la natura loro,e quale intervento aves sero
nelle cose del mondo e degliuomini. La qual spar tizione è conservata in
appresso sì nell'esposizione delle dottrine di Vellejo e di Balbo, come nelle
risposte di Cotta, che replicando ogni volta a ciascuno di loro, li confuta
entrambi. Il dialogo sulla natura degli Dei,che è dei più im portanti fra i
libri speculativi del nostro autore, si riduce in sostanza a una esposizione
viva ed eloquentissima delle incompiutezze dei sistemi sofistici,
contraddicenti alla c o scienza e al suo naturale riconoscimento, e si vede
quivi come gli errori più perniciosi sul concetto di causalità prima che è
fonte a noi del concetto di Dio,accumulati da secoli, corrompevano allora le
speculazioni gentili. Il panteista, immedesimando Dio colle creature,
pervertiva l'idea della sua natura infinita e assoluta, introducendo nell'ente
senza difetti il maggior de'difetti,la negazione dell'infinito e dell'assoluto;
il dualista che svolge l'unità primordiale del panteismo, segregando il
Creatore dalle cose create e indiando la natura, si perdeva nella contra
dizione immortale di due infiniti coeterni, onde moltiplicando il divino,
l'annienta; il materialista e l'idealista l’un o affogato nel senso, l'altro
confinato nella fredda solitu dine dell'idea, o si vedevano dileguare il concetto
di Dio tra i fenomeni della materia, o lo perdevano di vista nelle
indefinite astrazioni; m a l'uno e l'altro riuscivano a n e garlo,perchè sempre
si nega per necessità di sofisma l'evi denza non affermata per difetto di
logica. Ora egli è a p punto questa legge inesorabile dell'errore che Cicerone
volle rappresentare mettendo alle prese l'Epicureo con lo stoico, e
sottoponendoli entrambi al sindacato della Nuova Accademia. E invero
quell'ardita e sconsigliata filosofia d'Epicuro che riesce sì lusinghiera
vestita dello splendore di Lucrezio, si mostra in tutta la sua nudità nel
discorso di Vellejo. Po neva egli come certo che gli Dei sono,perchè la natura
avea impressa negli animi di tutti la loro anticipata notizia (apódnbev),e ne
accennava vagamente l'essere e la figura, facendoli eterni e perfettissimi e
conformati a si militudine umana,ma non da materia corporea e sensi bile,bensì
da un fortuito accozzo d'immagini simili rin novantisi all'infinito (imaginibus
similitudine et transi tione perceptis); gli Dei così costituiti dipingeva
beati, e non curanti nè di sè stessi, nè delle cose pertinenti agli umani. Ora
è chiaro che le conseguenze d'una siffatta dottrina eran ridurre la natura di
Dio ad un puro con cetto della mente,ad un'immagine d'inerzia non conci liabile
coll'ordine e col moto d'ogni cosa creata. Ma a più alto concetto di Dio si
levava lo stoico Lucilio. Gli Stoici che,come vedemmo nella prima parte, ammettevano
contenuta nell'indeterminatezza primordiale della materia passiva, oscura, divisibile,
capace all'infinito di forme un'intima energia che traendola all'atto ne
costituiva la vita dell'universo, concepivano Dio in questa vita,e m o vevano
per affermarlo esistente dall'universale consenso, dai prodigj,dall'armonia
delle cose,e dalla eccellenza dello spirito umano. Sostenuta da questi
argomenti la prova fisica della provvidenza di Dio che va dal C. XXXIII al
LXVII del libro secondo, è uno dei più mirabili tratti dell'eloquenza romana.
Giunti a questo punto,se esaminiamo la polemica della Nuova Accademia contro le
dottrine d'Epicuro e di Crisippo, ci si presenta la questione, a lungo agitata
nelle scuole, qual sia in questo libro il vero pensiero di Tullio su Dio,e se
il dubbio accademico si manifesti in lui sotto la per sona di Aurelio Cotta. I
critici più antichi lo affermarono risolutamente, alcuni più recenti come
Scholten, Kuehner e Ritter, con qualche riserbo. Ma sì gli uni che gli altri si
avvicinarono al vero senza comprenderlo a pieno; perchè essi ponevansi ad
esaminare quel libro preoccupati dal concetto che Cicerone conforme a ciò che
dice in varj de'suoi proemj,e nel proemio del De natura Deorum, partecipassequividel
tutto il dubbio fon damentale e sistematico, il dubbio di Carneade sulle verità
principali; laddove bisognava invece considerare come il quesito proposto
risguardasse intimamente il complesso delle dottrine, nè quindi potesse essere
risolto badando a qualche frase staccata, m a solo serbando nell'esame la
rigorosa armonia delle parti col tutto. Alla qual cosa, se non m'inganno, noi
ci aprimmo la strada sin da prin cipio,quando distinguemmo nell'oratore latino
due parti, e quasi due forme dell'indagine scienziale; per l'una, che chiamerei
intrinseca e dommatica, egli si ravvicinava ai principj socratici, e ammetteva
i fondamenti del vero nei fatti della coscienza; per l'altra estrinseca e
negativa, che eraildubbio della Nuova Accademia, moderatamente partecipato da
lui, egli confutava i sistemi contemporanei con dedurre da più negazioni
particolari una compiuta affermazione del vero. Assumendo egli in tal guisa le
dot trine d'Arcesilao, più come istrumento metodico e inqui sitivo,che come
sostanza delleproprie opinioni,ed anzi, quel che è maggiormente notevole,
rifiutando il dubbio fondamentale sulla validità della scienza,stabilito da A r
cesilao e da Carneade, doveva avvenire (siconsideri bene) che il fondamento
delle teoriche tulliane contraddi più volte a quella sua apparenza di
dubbio,talchè vi fos sero in lui quasi due persone distinte, l'una delle quali
negava,l'altra implicitamente edecisamente affermava. Ora si avverta un poco
come questa contradizione, non però sostanziale,apparisca, più che
altrove,evidente nel l'opera che noi esaminiamo; e come,introducendosi ivi da
un lato Cicerone che assiste al dialogo senza prendervi parte, e dall'altro
Cotta che vi sostiene la parte di con futatorecol metodo della NuovaAccademia, è
dato occa sione alla critica di verificare con bastante certezza le sue
opinioni, raffrontando insieme la persona del ponte fice con quella dello
scrittore. A persuadersi di ciò ba sterebbe considerare qualmente, se Cicerone
intendeva celarsi sotto la persona di Cotta,era inutile allora che introducesse
sè stesso;ma egli si dipinse là in mezzo a que'disputanti, chiuso in un
silenzio veramente sublime, per rappresentare in sè l'immagine viva del
sapiente, che, sebbene certo per natura di veri infiniti, tuttavia procede
cauto e riguardoso all'acquisto della certezza scienziale. Noi affermiamo sin
d'ora che Cicerone possedeva da n a tura la certezza del teorema che prendeva a
chiarire, perchè egli stesso,alludendo a ciò nel proemio dove dis corre in
persona propria, ci dice che le discordie dei dotti intorno a materie
importanti sono occasione potente di scetticismo anche a coloro che han fiducia
in qualche cosa di certo; e perchè i due primi capitoli del libro primo sono un
testimonio irrepugnabile del come il filosofo latino ponesse l'esistenza di Dio
e la sua prov videnza sui fondamenti della certezza morale. Il dubbio di CICERONE
(si veda) nel libro De natura Deorum era dunque semplicemente verificativo
delle ra gioni già possedute, e avea per fine sostituire alla cer tezza
naturale la certezza scientifica. M a d'altra parte chi guardi le dottrine
della Nuova Accademia, quali ci sono rappresentate nella persona di Cotta,che
le conduce alle ultime conseguenze,siaccorge tosto che la loro indole negativa
non era già apparente e metodica, m a procedeva dall'intima essenza dell'idea
lismo d'Arcesilao, il quale dubitando d'una reale corri spondenza tra l'essere
delle cose e le potenze conosci tive, dovea dubitare pur anco della certezza
naturale e del senso comune, testimone per lui d'un'ingannatrice evidenza.
Questa è la ragione per cui Cotta nelle sue ri sposte moveva dal negare agli
Epicurei ed agli Stoici la nozione preconcetta di Dio, attestata dal senso co
mune. Ora siavvertacome la Nuova Accademia non affermando un proprio e fermo
fondamento di vero negli umani giudizj, e solo una tal quale verosimiglianza
eguale per tutti, mancava di prin cipj certi e positivi da costituirvi la
scienza,e conseguen temente anche di un criterio sicuro a cui ragguagliare la
critica de'sistemi contrarj. Questi sistemi, conforme alle opinioni della Nuova
Accademia, non erano quindi alcun chè di vero o di falso secondochè si
avvicinavano o si dilungavano dai principj irrepugnabili della scienza; con
tenevano tutti, sebbene in gradi differenti, la verosimi glianza concessa
all'umano intelletto, e solo quando il legame logico, che intercede di
necessità tra le conse guenze e i principj, non era strettamente serbato,
allora soltanto si dava in essi l'errore. Un tal criterio, sostan zialmente
negativo e relativo,abbisognava (si dirà) diun criterio positivo e assoluto
desunto dall'evidenza de'prin cipj supremi, su cui posa incardinata la
necessità logica d'ogni sistema;ma laNuova Accademia non vibadava, e
ragguagliando ciascuna filosofia colle premesse del pro prio sistema, tentava
coglierla in evidente contradizione. (Nelle opere di Cicerone passim.) Un
si manifesto contrasto tra il dubbio verificativo e scientifico del nostro
Autore, e il dubbio scettico della Nuova Accademia apparisce in ogni passo
de'suoi libri, in cui egli introduce la persona di qualche Accademico che
confuta gli opposti sistemi; apparisce poi più evi dente che mai nella
conclusione del De Natura Deorum, dove Tullio, uditi i filosofi disputanti,
termina dicendo: la disputazione di Cotta (Accademico) sembrò a Vellejo
(Epicureo)più vera;a me l'altra diBalbo (Stoico)più verisimile; il che è quanto
dire che la Nuova Accademia dubitando di Dio si avvicinava agli Epicurei,
mentr'egli, certo di questo vero,si allontanava dagli uni e dagli altri
accettando in parte le dottrine del Portico.E che dim e gli opoteva eglifareinmezzoalturbiníode’sistemi?Estinte
quasi del tutto le sacre tradizioni, il consentimento p o polare offuscato dai
vizj, da un lato, imbestiati nella materia negavano gli Epicurei la
spiritualità del concetto di Dio, e la sua provvidenza, dall'altro negavano gli
Accademici la efficacia del senso comune nell'affermare Dio,e sottili
argomentatori lo contrapponevano al male; ai primi Tullio opponeva nel proemio
citato la dignità dell'umana mente, il bisogno innegabile della religione
consentito da tutti;ai secondi,l'efficacia del testimonio universale,gli
affetti dell'animo,isupremi principj della ragione e la libertà del volere (Tusc.,
d e Nat. Deor., De Leg., passim);del resto egli pendeva verso gli Stoici,e
perchè consentivano il consentito da lui, e perchè lo in namorava quel loro
sublime concetto della umana eccel lenza e dell'armonia delle cose.Come poi
egli movesse dalla coscienza morale, osservata al lume d'un criterio
scientifico, sarà dimostrato in altra parte di questo dis corso col libro delle
Leggi, dove l'efficacia esercitata nell'animo nostro dall'idea d'una suprema
sanzione gli faceva porre a proemio di tutte le istituzioni civili Dio
provvidente,e allegarne per prova la natura dell'uomo, solo fra gli animali, in
cui sia innata la notizia di Dio, e alberghi un animo immortale originato dal
cielo. De Leg. Premesse queste considerazioni, se ne possono dedurre tre cose. Il
vero intendimento di Cicerone nello scrivere il De Natura Deorum fu,esporre e
confutare i principali sistemi contemporanei, e a tal fine egli assunse come
istrumento metodico e inquisitivo il dubbio della Nuova Accademia,senza
accettarne lo scet ticismo. Cicerone non rappresentò sè stesso nella per sona
di Cotta, m a soltanto la forma estrinseca del m e todo proprio; Il filosofo
latino volle significare nelle parole del proemio, e della conclusione,e nel
silenzio ser bato in tutto il dialogo ch'egli aveva di Dio un alto concetto,
che quel concetto nella sua mente era certo di certezza naturale, m a che in
mezzo alle tenebre del Ge n tilesimo e alla discordia dei dotti,non ardiva
determinarlo in ogni sua parte, e sostituirvi una assoluta cer tezza di
scienza. Ora si domanda, perchè non riuscisse a Cicerone definire a sè stesso
questo concetto. Dimostra l'Ontologia come l'intelletto dell'uomo investigando
le proprietà metafisiche dell'ente in ordine ai concetti universali, distingue
l'essenza dall'essere di una cosa;quella come idea generale rappresentante una
possibilità di cose indefinita, questo un che d'attuale, di esistente e di
determinato in sè stesso. Ora si badi che ciascuna cosa esistente, sebbene
offerta all'intendimento dell'uomo dall'intelligibilità universale della sua essenza,
in quanto è esistente,vale a dire in quanto è un atto reale dell'essere, cade
per via de'sensi sotto l'apprensione delle potenze conoscitive,e come tale è
appresa particolare e finita; dall'apprensione poi di molti finiti nella serie
degli atti intellettuali la mente dell'uomo,soccorsa dalla riflessione, le va
si al concepimento delle cose infinite. Ma il concetto dell'infinito, che è
cima della piramide ideale,può es sere inteso in diversi significati; l'un
significato che ci offre l'entità assoluta, necessaria e in ogni sua parte
perfetta; l'altro che ci rappresenta una semplice entità indetermi nata,e un
mero portato dell'astrazione mentale.Però sebbene un intervallo notevole
disgiunga nell'intelletto del filo sofoe dell'uomo volgareitre concetti del finito,
dell'infinito e del non definito, merita di essere considerata quella ragione
qualunque di rapporto e di similitudine per cui essi possono scambiarsi
talvolta. La riflessione naturale aiutata dal lume della scienza e dalla
pienezza delle tra dizioni divine, avea concepito ab antico, indi al termine
dell'Era pagana ravvisò con evidenza maggiore nelle dot trine cristiane l'idea
dell'infinito assoluto, dell'ente per essenza correlativa necessariamente
all'idea del finito, vide in quest'ultimo, naturalmente determinato e imper
fetto,come non darsi possibilità d'attoinfinito,così nean che necessità
d'eterna esistenza,onde dedusse ilfinito procedere per atto creativo
dall'infinito, il temporaneo dall'eterno,il contingente dal necessario.Tale è
la teorica cristiana della creazione, fondata sopra una serie logica di
concetti, la cui necessità è confermata a noi tutti fino dai primi anni in una
voce interiore che ci parlò sublimi cose di Dio, in un continuo desiderio,che
ci travaglia inconsapevoli per tutta la vita in cerca d'una perfezione
immortale. Nel procedere che fa la mente a questo apice dei concetti v’ha per
altro un pericolo d'arrestarsi per via;chè sebbene ilsentimento e l'intuito
dell'infinito non possa verificarsi nell'uomo senza una segreta unione del
l'intelletto con Dio (qualunque poi sia questa unione,e in qualunque modo
s'effettui), e sebbene per l'attinenza di creazione l'atto infinito ed eternale
del Creatore costi tuisca nelle cose finite alcunchè di somigliante a sè
stesso, cioè un'indefinita potenzialità d'atti,di forme, di m o menti,è però
assurdo scambiare quell'attinenza coll'iden tità, e quella potenzialità
indefinita coll'infinito che la pone.Tale assurdo è l'origine del concetto
d'indefinito applicato alla causa creatrice.Fingasi ch'io pensi iltempo, lo
spazio, o l'indefinita potenza del mio pensiero; allora (e può facilmente
avvenire ciò che tutti provammo alla vista di pianure interminate e di mari, o
in un facile abbandono della mente a sè stessa), se in quell'arcana presenza di
Dio la fantasia prende il di sopra sulla r a gione, io mi rappresento
quell'ordine d'atti, di durate, di coesistenze come infinitamente continuato,
continuato per una perpetua remozione di limiti che, a dir così,sono e non sono
ad un tempo; e quell'abbaglio di fantasia si muta in un concetto reale,ed io
penso l'infinito,l'eterno, l'immenso di Dio sotto l'immagine d'indefinito.Così
nacque ilpanteismo in Asia,in Italia ed in Grecia;e così pen sano l'assoluto i
panteisti Alemanni, e l'Hegel segnata mente. Veduta la differenza d'origine dei
tre concetti di finito, d'infinito e d'indefinito,si domanda ora quanto
all'essere loro quale d'essi sia negativo. Per fermo l'infinito,se ne togli il
materiale significato della parola, evidentemente nel suo concetto non ha nulla
di negativo, desso che non ha limiti ond'è costituita negli enti la negazione
dell'es sere; non limiti di contingenza,perchè necessario, non limiti di
tempo, perchè eterno, non limiti di modi e di mutazioni,perchè assoluta
sostanza;anzi èinfinitamente positivo come causa infinita, e perchè dotato
d'efficienza assoluta pone dal nulla l'effetto, e perchè ne rappresenta in sè
in modo sopraeminente e immensurabile le perfezioni finite.Il finito poi da un
lato è negativo nella sua essenza ideale, come rappresentante all'intelletto un
che fornito di limiti, dall'altro lato è positivo nel suo essere come atto
sussistente e determinato; l'indefinito che è propria mente l ' i po y dei
greci, è negativo nell'essenza e nel l'essere; nell'essenza c o m e astratta potenzialità
del finito, nell'essere come un qualcosa che perennemente diviene, e non è mai;
e dico che è negativo in ogni sua parte, per che se il positivo del finito
consiste nell'essere determinato come atto individuo e concreto, l'indefinito
che nega quella indeterminatezza, si riduce ad una pretta astrazione mentale e
per ultimaconseguenzarisolvesiinnulla.A chipoisi maravigliasse che ilconcetto
d'indefinito, cima delle astra zioni, si fosse pôrto per tanto tempo e a tante
nobili menti in luogo del concetto più naturale assai d'infinito a spiegare la
divina entità, io addurrei per ragione lo strano giuoco della fantasia che
nelle nature vivamente passionate si mesce alle operazioni delle potenze cono
scitive, addurrei l'oscurarsi delle sacre tradizioni onde avviene che
nell'animo abbandonato a sè stesso la divina luce dell'intelletto soggiaccia
agli adombramenti del senso, e infine, ultima conseguenza di ciò,la superbia
dell'uomo che Dio e l'universo volle rassomigliati a sè stesso. Io parlo cose
ben chiare a chi abbia sufficiente notizia della Storia della Filosofia, quando
dico che la Paganità tutta avanti l'Era volgare,e nell'Era volgare tutti i
filosofi più o meno infetti di paganesimo ignorarono ilvero con cetto
dell'infinito applicabile alla natura di Dio;dico il vero concetto,e non
escludo che anche tra'pagani alcuni, e segnatamente Platone,vi si accostassero
in parte; tale è l'evidenza suprema di quella idea all'umano intelletto, e tale
il sentimento non repugnabile che la creatura rav vicina al Creatore. Ma
tornando alnostro filosofo,egli,come tuttipiùo meno gli antichi, come tutti i
pagani, rimase molto al di qua dal concetto genuino e legittimo dell'infinito.
C o n tuttociò,sebbene nel De Natura Deorum rappresenti del concetto di Dio la
parte più negativa, tra perchè quivi egli procedeva per metodo d'eliminazione
confutando i sofisti, e perchè mostrò avvicinarsi all'idea indefinita che ne
avevan gli Stoici,è noto alla Storia della Filosofia che nelle sue dottrine
s'incontra sovente l'altro concetto più positivo degli attributi dell'anima
considerati come corre lativi, o analogici agli attributi di Dio. Questa
teorica, accennata in fine del De Natura Deorum, ritorna negli ultimi capitoli
della Repubblica,e nel primo libro dei Tusculani. Argomento di quei capitoli
della Repubblica è il sogno di Scipione Affricano imitato dalla Repubblica di
Platone, ed è necessario fermarvisi un poco, perchè, sebbene ivi si tratti
dell'immortalità come premio delle virtù domestiche e civili, e perciò la
materia contenga un intendimento morale, l'essenza di quelle dottrine si ri
connette intimamente alla fisica.La ragione poi è chiaris sima. Nel fondo di
tutti isistemi gentili, per quanto con nessi consottilissime prove, eanimatidaun
intimo principio diidealità, si annidava pur sempre una ragione dimateria
lismo, procedente dall'idea indefinita ch'essi qual più qual meno s'eran
formati dell'infinito,e che originandosi da un ristagno dell'immaginativa nei
fenomeni della m a teria e del senso,ivi la riconduceva pur sempre giù dalle
altezze più metafisiche della scienza. I Gentili, e segna tamente gl'Ionj,
considerando in tal guisa l'operare delle cause naturali,per quindi dedurne la
prima causa del l'universo,tra i fenomeni esterni posero particolare atten
zione al moto, e perchè al moto si riducono sostanzial mente tutte le
trasformazioni della natura, e perchè al moto s'attribuisce in generale la
causa de'fecondamenti terrestri; il moto poi richiede un'intima forza motrice
delle sostanze, altrimenti non si spiegherebbe come, data l'inerzia della
materia,dall'una sostanza e'si comunichi all'altra;ecco perchè negli antichi
panteisti e semipanteisti, e nei loro imitatori moderni primeggia il concetto
di forza (Büchner, Forza e Materia ); applicate poi questo concetto delle forze
particolari all'universalità delle cose, e immaginate un'unica sostanza a cui
segua necessaria mente un'unica forza, e avrete il panteismo dinamico di
Capila, degl'Ionj, del Timeo e degli Stoici.Questo sistema dinamico ritiene nel
suo fondo l'impronta del pensiero che lo concepisce. Di fatto, poichè in esso
la riflessione procede astraendo per ragionamento induttivo lungo una serie di
cause modali dalla più manifesta e determinata ad una occulta e generalissima
cui sidà ilnome di causa prima, e tra le cause modali,fornite di più intima e m
a nifesta efficacia, l’anima,che ha coscienza viva del proprio essere,è tratta
a concepire sè stessa per prima, ne viene che l'ultima causa si pensi ad
immagine dell'anima come un alcunché diuno,origine difattimolteplici,presente
col l'unica attività a ogni parte della materia informata,fonte di vita, di
movimento,di senso. Stabilita questa dottrina panteistica, apparisce chiaro
quali conseguenze ne prover ranno alla dottrina dell'anima. Il filosofo gentile
che dal concetto dell'anima è tratto a pensare la causa prima dell'universo, e
la natura di Dio che lo informa, discen dendo novamente da Dio e dall'universo
in sè stesso, immaginerà l'anima d'origine e d'attributi divini (h u m a nus
animus decerptus ex mente divina. Tusc.), ne spie gherà l'intima efficacia e il
modo d'operare delle sue facoltà a somiglianza della natura divina, e
finalmente confondendo l'eternità, attributo dell'ente infinito, col
l'immortalità che appartiene agli spiriti finiti, farà eterna e immortale
l'anima,dicendo con Platone che essa è una causa,origine di moto ad
altre,senzaorigine essa stessa e perciò senza fine. De Rep., e Tusc. Questa è
la sostanza del sistema panteistico (o semi panteistico) esposto dal filosofo
nostro negli ultimi capi della Repubblica. Ivi descrivendosi in modo stupendo
la costituzione dell'universo, si rappresenta la terra circon data dalle nove
orbite dei pianeti animati da divine menti, dei quali l'ultimo che
contiene tutti gli altri,è sommo e principe Iddio. D a questi fuochi sempiterni
disceso l'animo dell' Da queste considerazioni apparisce quanto sia intima
mente collegata alla teologia naturale la psicologia del filosofo latino.Se noi
volessimo recare per esteso la ra gione più generale di questo legame, e
spiegare coi filo sofi recenti quel modo d'induzione correlativa, onde la mente
negando al finito le sue limitazioni, si leva a cono scere l'infinito di
Dio,trascenderemmo di troppo itermini della presente questione. Invero la
notizia che all'uomo è concessa dell'assoluto divino,procedendo per analogie e
rap presentanze il cui contenuto ci è pôrto da elementi speri mentali, dee
riuscire di necessità inadeguata all'oggetto; uomo, è il divino esso pure
che governa e muove il corpo come il divino principe, l'universo;sempiterno,immortale,
rinchiuso nel corpo come in un carcere,e desideroso della sua dimora
celeste,dove restituito dopo la morte in premio delle virtù cittadine godrà
eternamente la compagnia degli spiriti immortali.In questo luogo son chiare le
remi niscenze di Platone e degli Stoici; ma degli Stoici v'è poco; laonde io
non vi riconosco col Ritter un prevalere del concetto stoico di materialità sul
concetto della spiritualità divina (Hist. de la phil. anc.); perchè, sebbene CICERONE
(si veda) volendo abbellire della fantasia le sue dottrine fisiche ai lettori
romani,riproducesse ivi la parte più immaginosa e più sensibile del sistema pla
tonico del Timeo,è noto come quelle immagini nascon dono nell’Ateniese una
idealità di concetti sublimi,e più m'è argomento che Cicerone in questo luogo
si scostò dagli Stoici, il vedere com’ei faccia immortale non sol tanto l'anima
universale, m a anche le anime particolari, mentre per confessione del dotto
Alemanno, « era con forme alle dottrine degli Stoici il ricusare all'anima indi
viduale, come parte dell'anima universale, l'immortalità insensoproprio.» (Ritter,
Physique des Stoïciens. Vedi però nelle Confessioni del Mamiani, Ontologia,
acutamente accennata l'opinione contraria.) inadeguata, io dico, perchè
l'animo che giunge al concetto di Dio trascendendo infinitamente sè stesso,non
può far sì che nelle conseguenze di quella induzione non soprabbondi tuttavia
il sensibile e il contingente che si conteneva nelle premesse; e perchè in
quella via che dalla natura ci mena al divino,noi siamo ancora molto di qua dal
ter mine che dovremmo varcare,sebbene pur di qua piova su noi la luce
incommutabile dell'infinito riflessa dal l'universo a quel modo istesso che il
sole, non ancora spuntato sull'orizzonte, si rifrange scintillando nel mare. È
questa la vera causa per cui Cicerone, comecchè s'avanzasse d'assai soccorso
dall'indole sublime,e l'universalità dell'ingegno latino, non giunse però (e lo
vedemmo) al concetto ben determinato dell'infinito; ma è vero altresì che uno
fra gli studj più belli della Storia della Filosofia si è il cercare nei suoi
libri popolari e speculativi come il concetto di Dio,correlativo a quello del
l'anima, si va grado a grado perfezionando nelle opere fisiche, finchè perviene
alla sua pienezza nelle dottrine morali. Un primo passo di questa ardita
speculazione noi lo vedemmo nel De Natura Deorum,libro essenzialmente istorico
e disputativo, in cui Cicerone, avvolto nella di scordia delle sètte,e inteso a
paragonarle tra loro e a combatterle con ogni argomento,non sa affermar che ben
poco, e si restringe all'esame delle altrui opinioni; tien dietro a questo
nell'ordine de'suoi pensieri il Sogno di Scipione, dove il concetto di Dio si
determina meglio, e apparisce anche più chiara la tendenza alle dottrine
platoniche; m a quelle dottrine sono trattate ampiamente nel primo libro delle
Tusculane,testimonio del suo metodo che de sume i principj dell'osservazione
intima della coscienza, e si sforza, trascendendo il creato, di profondarsi nel
l'essenza di Dio. In quei capitoli si tratta dell'immorta lità, secondo il
metodo della Nuova Accademia;cioè vuol provarsi (giusta l'intendimento metodico
del libro) come ammessa o non ammessa la indistruttibilità dell'anima
umana,segua in ogni modo che la morte non è da te mersi; l'immortalità poi si
dimostra movendo dalla tra dal dizione degli antichi, tradizione efficace
quod propius aberant ab ortu et divina progenie, dal consenso univer sale che è
legge di natura, manifesto nelle consuetudini, nelle leggi, nelle cerimonie,
negl'istituti, e dal senti mento naturale, onde alberga nelle menti degli
uomini, e segnatamente dei grandi,il desiderio della gloria che Cicerone chiama
con bella immagine un augurio de'se coli futuri. Sostenuto da tali prove la cui
efficacia de riva dal fondo del pensiero platonico, egli per ispiegare la
condizione dell'anima dopo la morte, ricorreva a de terminarne la natura, e
contro gli Stoici che le aveano concesso un'immortalità temporanea, affermava
con ra gione essere più difficile assai pensare l'anima rac chiusa nel corpo,
che immaginarla libera da ogni m a teria, e tornata ad abitare nel cielo
ond'ella è discesa. In queste parole si accenna la spiritualità che prevale tra
gli attributi dell'anima; sennonchè il nostro filosofo,che avea penetrato il vero
senso scientifico della parola, dicendo: ciò che è spiri tuale, sebbene non
percepibile al senso, andar soggetto per altro all'apprensione del
conoscimento, venuto poi a determinarlo, rimase un po'titubante; onde,sebbenetra
cinque elementi, che secondo Aristotele costituivano la sostanza terrestre,
scegliesse il quinto non nominato, più che non inteso a costituirne l'essenza,
e rifiutasse le gros solane fantasie d’Aristoxeno, di Democrito e d'Epicuro,
quando se la immaginò separata dal corpo, necompose una dottrina non al tutto
spirituale. Concedansi queste incertezze, da cui non anda assoluto neanche
Platone, al bujo sempre crescente delle speculazioni gentili.Ma da modesti
principj si leva il filosofo latino alla sublimità della scienza. Egli è tanto
inclinato con Platone ad affermare l'anima come una natura perfetta e immune da
ogni contagio colla materia, che la vuol rinchiusa nel corpo come in un
carcere; colle dottrine della filosofia moderna ne inferisce la semplicità dal
sentimento unico ch'ella ha del molte plice;riproduce,come nella Repubblica, il
noto argomento platonico tolto dall'eternità de'principj motori, e chiama
plebei quei filosofi (gli Epicurei)che non ne consentivano l'efficacia; espone
anche l'altro che all'anima attribuisce l'immortalità per l'intuizione degli
eterni esemplari. Che dunque inferiva da queste prove? Egli stante la
incertezza de'filosofi contemporanei, non si perdeva a determinare in che
proprio consistesse l'essenza dell'anima, o dove la sua sede nel corpo; atte
nendosi al concetto di causa,rivendicava al ragionamento induttivo sui fatti
interiori la sua validità di contro al l'induzione delle scienze sperimentali;
e si volgeva agli empirici materialisti,maravigliandosi come negassero poter
concepire l'essenza dell'anima separata dal
corpo,essiche pur tanto poco conoscevano dell'initimo operare della
materia; argomento valevole anch'oggi a smascherare i pretesi nemici della
Metafisica,se la reverenza alla ne cessità logica de principj fosse mantenuta
nel fatto, come è predicata a parole,da quanti amano chiamarsi seguaci delle
discipline speculativ e. (Tusc., Cf. Cato M., de Am. Meditando i capitoli della
Repubblica e delle Tuscu lane, alcuni del Catone Maggiore e del Lelio, e
qualche squarcio delle Orazioni (Miloniana), si vede in tutta la psicologia del
nostro filosofo, anzi in ogni parte della sua fisica questo ritorno costante
dell'induzione correlativa;nè sfugga all'osservazione del critico una nota
importante di questa dottrina, e cioè che, sebbene parrebbe a primo aspetto
avere Cicerone desunto la cer tezza scientifica della esistenza e delle
perfezioni di Dio dalla contemplazione dell'universo e dell'animo umano,
apparisce invece in più luoghi che un sentimento vivo del l'eccellenza di
Dio,nutrito dall'indole religiosa, e dalle tradizioni latine, dà lume e
certezza al concetto positivo dell'anima. E invero, se egli mostra talvolta di
dubitare della semplicità e immortalità dell'anima u m a n a, dell'esi stenza
di Dio e delle sue perfezioni infinite non dubita mai.«L'origine dell'anima
umana,egli diceva nel De consolatione, non può in alcun modo trovarsi su
questa terra. Non v'ha in essa niente di misto, nè di concreto o di
terrestre; niente d'aria, d'acqua o di fuoco. I m perocchè tali sostanze non
sono suscettibili di m e m o ria, d'intelligenza o di pensiero, nulla hanno in
loro che ritener possa il passato, prevedere il futuro, c o m prendere il
presente; le quali facoltà sono unicamente divine, e non possono in guisa
alcuna essere venute nel l'uomo,se non discendon da Dio. La natura dell'anima è
perciò d'una specie singolarissima, e da queste comuni e cognite nature distinta;
talchè, qualunque esso sia, ciò che in noi sente e gusta,vive e si muove,deve
essere per necessità celeste e divino, e però eterno. Infatti Dio stesso,che
èinteso da noi,non può intendersi in altro modo che come una mente liberissima
e pura,sgombra da ogni concrezione mortale, che vede e move ogni cosa, e sè
stessa con sempiterno moto; di questa sorta e di questa stessa natura è l'anima
umana.» Con queste parole conchiude Cicerone nel primo dei Tu sculani la
dimostrazione dell'anima e di Dio, dimostra zione mirabile per lucentezza
speculativa, e per schietta e dignitosa eleganza; qui lo vedi abbandonato al
nobile istinto del genio, e a un'immortale devozione pel bello, levarsi nel
mondo degli universali, nella dimora degli spiriti eterni, e indovinare quasi
sui vestigj di Platone i fondamenti ove posa la teologia del teismo; salvochè,
se il lettore tien dietro al procedere delle prove, e al le game segreto che le
connette,s'accorge tosto come per l'abito d'indurre dalle cause modali manchi
alla sua d e finizione di Dio la vera trascendenza logica del concetto, sebbene
(come vedremo) ve lo ravvicinasse d'assai nel primo delle Leggi la viva
coscienza dell'ingegno latino. La maggior parte di coloro che ci hanno
preceduto nella critica di Cicerone, hanno esaminato diligentemente l'indole
delle prove a cui s'appoggiava la dottrina del l'immortalità, e alcuni andarono
tant'oltre, nonostante le sue continue e ripetute affermazioni,che da certe epi
stole consolatorie agli amici (la sedicesima e l'ultima del libro V,e la
ventunesima del libro VI, ad Diversos)de Principio etherio
flammatus Iuppiter igni Vertitur et totum collustrat lumine mundum, Menteque
divina cælum terrasque petissit: Quæ penitus sensus hominum vitasque retentat,
Ætheris æterni sæpta atque inclusa cavernis. » (De suo Consul. De Divin. dussero
ch'egli ne dubitava; m a a queste accuse rispose vittoriosamente Gautier de
Sibert nell'Accademia di Francia,e Kuehner piùtardilo confermava.Delresto per
ciò che risguarda gli attributi divini, e se Cicerone ammettesse uno o più
dèi,e se quest'unico Dio facesse veramente eterno,onnipotente,necessario, immutabile,e
qual fosse conforme alla sua dottrina la condizione degli animi separati dal
corpo, questione trattata da parecchi critici, io son d'avviso che tutto ciò
non possa stabilirsi con assoluta certezza, varie opere del nostro filosofo es
essendo andate perdute, nè trattando egli espressamente tali materie nelle
altre che ci sono rimaste.E nondimeno per chi mediti senza preoccupazione i
suoi libri v'è tanto ancora quanto basti a mostrare,come in mezzo a una re
pubblica corrottissima e ad uomini scelleratissimi l'ora tore latino cercasse
nel concetto genuino di Dio e del l'immortalità un degno conforto alle sventure
civili, e un magnanimo entusiasmo alla sua parola propugna trice ultima delle
libere istituzioni; egli che in uno dei suoi poemi,composto nel bel mezzo della
vita politica, avea definito Dio con quella immagine sublime di vera poesia:
Oratornandoalla dottrinateologica, questosegregare la mente dell'uomo da ogni
natura corporea,e sublimarla a una parentela soprannaturale con Dio, il che è
già accennato nel sogno di Scipione,dove nel senso platonico la natura
materiale del corpo è opposta a quella del l'anima, e la vita nostra è chiamata
una morte ci dà oc casione a stabilire un punto importante della fisica di M.
Tullio, cioè il suo dualismo, o semipanteismo. Di tal dualismo mi pare
sipossano arrecare due cause;l'una comune alla legge con cui si svolgono isistemifilosoficinella
storia,l'altra ristretta particolarmente all'ingegno di Cice rone.Quanto alla
prima causa,se ricordiamo ilgià detto in torno al modo con cui l'uomo partendo
da sè stesso conce pisce nell'indefinito del suo pensiero l'indefinito di Dio,e
l'anima lungo la serie delle cause modali da sè,prima causa più manifesta e più
vicina a sè stessa,immagina la divina causalità, intenderemo come fra le
contradizioni del panteismo quella che subito si porgeva più chiara alla
riflessione esaminatrice,fosse la medesimezza dell'anima e di Dio infi
niticollamateriafinita,passibile,imperfettaedalrifiutodi questa contradizione
uscisse il dualismo di Dio e della m a teria,dell'anima e del
corpo,dell'intelletto e del senso.Tal dualismo desunto da Platone, benchè in
fondo contradit torio esso pure,indica un vivo sentimento dell'eccellenza di
Dio e dell'essere umano, e mi piace riconoscerlo come proprio degli uomini
sommi; laonde è ben naturale vi dovesse aderire Cicerone, non tanto perchè
innamorato degli esempj delle scuole socratiche la cui efficacia infor mava
vivamente le dottrine romane, quanto perchè poco amante della incertezza delle
scienze sperimentali, e testi mone egli a sè stesso dell'altezza dell'umano
ingegno,la cui onnipotenza tante volte gli apparve ne'combattimenti immortali
della tribuna. (Vedi più luoghi negli Ufficj e segnat. L. III, c. XLIV, ed
opere pass.) E poi se quel dualismo soddisfaceva da un lato le aspirazioni dei
più grandi intelletti, e metteva la notizia diDio al sicuro da ogni condizione
del finito, d'altro lato il concetto astratto che dava di quello la scuola
socratica faceva nascere il dubbio sul come spiegarne le relazioni, pur
necessarie, coll'universo dei corpi. Tal dubbio implicava il solito quesito sul
come conciliare l'ente col non -ente, il finito coll'infinito, il relativo
coll'assoluto, la perenne mutabi lità de'moti fenomenali colla quiete
immutabile dell'es senza prima, quesito continuamente proposto dalla G e n
tilità,nè mai risoluto,perchè mancava a sciogliereilnodo il vero concetto
d'attinenza creatrice.(Vedi Platone, Sofi sta.) Quindi la mente desaggj
ondeggiava di continuo da un termine all'altro di quella contradizione
immortale. Enrico Ritter, più volte citato, esaminando il sentire del filosofo
latino intorno a siffatto quesito, e rappresentando con vivi colori
quell'opposizione ch'ei pose tra la natura e il divino, non ne conobbe forse la
causa più vera; la quale gli sarebbe apparsa evidente se in luogo di vol gersi
soltanto all'indole dello scrittore, l'avesse cercata in questa contradizione
che affaticava da più secoli la filosofia pagana. Ma il Ritter s'appose anche
in parte, poichè quel vivo intuito delle perfezioni divine ed umane, e della
differenza tra la materia e lo spirito che prima avea salvato Cicerone dalla
dottrina d’un'unica sostanza, ora lo teneva sospeso nelle contradizioni del
dualismo, massima delle quali era il contrasto tra la libertà divina ed umana e
le leggi fatali della natura che spegneva ogni fede nella provvidenza, nel
libero arbitrio e nella religione degli avi. Come il nostro filosofo mantenendo
il dualismo inten desse di conciliare l'efficacia della prima cagione nelle
cagioni seconde col moto necessario dell'universo, come spiegasse quell'atto
misterioso di causalità con cui l'in finito si congiunge al finito, e lo
comprende e lo sostiene senza identificarsi con esso, e, mentre faceva con
Platone emanato da Dio l'intelletto,rivendicasse all'altra parte del
l'uomo,identica colla natura sensibile,l'autonomia de'pro prj atti,e
l'imputazione morale,è quesito di non poca dif ficoltà, sì perchè la sua
dottrina fisica del dualismo non è abbastanza accertata,e perchè d'altra parte
ne’libri che esaminiamo al presente, ma più ne'morali, s'incontrano
affermazioni decise e ben ragionate sulla provvidenza di Dio e la libertà
dell'essere umano. (De Leg., Fin., Tusc., N. D., Catil., pro Marcello, ad Att.,
ad Div. Certo s'egli non fosse nato nell'ultima età dell'era pagana, e avesse
accolta quella teorica della creazione ex nihilo, chiamata giustamente da
Terenzio Mamiani una delle maggiori conquiste ottenute dalla speculativa dei
nuovi tempi sulle età trapassate, (Conf.) ha tratto dalla notizia di Dio
creatore un concetto chiaro delle sue re lazioni col mondo, e i due ordini
naturale e soprannatu rale gli sarebbero apparsi intrecciati fra loro per quel
legame di causa che congiunge la teologia colla scienza del mondo.Ma Cicerone, come
tutti igentili,rifiutavala dottrina della creazione, sebbene proposta alla
mente dei filosofi e delle plebi forse dalla memoria d'antiche tradi zioni, il
che mostra un frammento del libro terzo De Natura Deorum, conservatocidaLattanzionellibro
secon do,c.8 delle Istituzioni divine. Esclusa la teorica del congiungimento
tra l'infinito eilfinito perattinenzacrea tiva,non rimanevano,come vedemmo, che
due sole vie;o l'unità consustanziale di Dio e dell'universo,o l'assoluta
separazione di questo da quello, del molteplice dall’uno, dell'assoluto dal
relativo. Ma la dottrina de'panteisti menata alle sue ultime conseguenze,oltre
all'incorrere in quella lunga serie di paradossi e di antinomie che in parte
accennammo, e la cui dimostrazione ha esercitato per tanto tempo l'ingegno
de'filosofi d'ogni parte d'Eu ropa, repugnava secondo Cicerone all'indole
pratica e positiva del politico e del cittadino; laonde egli la c o m battè
acutamente colle armi della Nuova Accademia nel quesito proposto dagli Stoici
sulla divinazione o previ sione del futuro. Secondo questa dottrina che usciva
dalle premesse della fisica di Zenone,l'uomo poteva prevedere ilfuturo
daisegnidellecoseanimateodinanimate,essen dochè l'universo fosse collegato ab
eterno da un ordine necessario di cause efficienti;ordine necessario nell'uomo,
che era una particella o determinazione dell'anima uni versale;necessario nella
natura,dove ogni fatto è gover nato da leggi, e racchiude in sè la ragione
de'fatti con secutivi; necessario in Dio stesso che, immutabile per sè, si
trasforma ne'fenomeni della natura come in uno svol gimento fatale della
propria esistenza. Questa dottrina che si finge esposta dal fratello di CICERONE
(si veda) nel primo De divinatione,è poi confutata dal l'autore nel libro
secondo; e quel dialogo è di somma importanza nella storia delle credenze umane,perchè
trattando la gran questione del soprannaturale agitata ai tempi di
Tullio,riproduce nel calore della controversia quello stato penoso degli
animi,sospesi nell'incertezza dei più nobili veri, e in un'età in cui la rovina
del politeismo già preparava il rinnovamento cristiano. La conciliazione tra
l'ordine necessario del mondo e l'autonomia dell'essere umano è accennata
nell'operetta de Fato.Questo libro,o meglio questoframmento,dove si espone un
dialogo avuto dall'Autore presso Pozzuoli con Aulo Irzio, console, scritto, insieme coi due libri della
Divinazione,a supple mento dell'altra opera de Natura Deorum per sostenere la
libertà dell'arbitrio contro il concatenamento fatale delle cause, e temperare
le ultime illazioni de'panteisti e de'dualisti contemporanei. Il metodo
dell'osservazione, applicato nei soli termini della natura sensibile, menava al
lora (come oggi) alcunifilosofisperimentali ad accettarela dottrina del Fato
(detto dagli Stoici eiuzpuévn),inteso come un ordine e una serie di forze,manifestanti
la natura di cause, e che s'intrecciano fra loro d'effetto in effetto per leggi
costanti d'antecedenza e di conseguenza.Ora è chiaro che da questa dottrina
condotta alle ultime conseguenze,
uscivaalteratol'ordineuniversale,eilconcettodinecessità che lo sovraneggia. Era
alterato dal panteismo,dove ve rificandosi l'identità de'due ordini
soprannaturale e natu rale,ogni atto fisico ed umano si riduceva a un deter
minarsi necessario della causa divina; era alterato dal dualismo che opponendo
Dio allanatura,e immaginando quest'ultima come sospinta da un ordine fatale di
cause intrinseche ad essa,non poteva spiegare in eterno come in quest'ordine
naturale si dessero fatti liberamente o p e rati. Ma Cicerone si schermiva da
questi errori ricor rendo alla osservazione interna, e al concetto di causa.
Che cos'è la libera volontà? salità poi non dee intendersi costituita
dalla pura e semplice successione de'fatti,ma dallasuccessione lorounita
coll'efficienza degli uni sugli altri.Or dunque (riprendeva ilfilosoforomano
controCrisippo),argomentano benegli Una libera causa; lacail Stoici
dicendo che nell'ordine prestabilito della natura tutto si opera per cause
antecedenti ed esterne, m a non hanno ragione se vogliono turbata questa legge
della n a tura dall'operare dell'arbitrio; « poichè quando diciamo di volere o
non volere qualche cosa senza una causa, fac ciamo uso non buono di una
consuetudine del linguaggio comune, intendendo dire, senza causa esterna ed
antece dente, ma non senza una causa qualunque;di fattiil moto volontario degli
animi ha tale natura che è in nostropotereeciubbidisce,non peròsenzacausa;chè
la causa di tutto ciò è la sua stessa natura. Non ci è permesso riferire qual
fosse in ogni parte la dottrina diTuiliosullalibertàdelvolere,perchè il libro De
Fato racchiude importanti lacune; m a apparisce però da più luoghi ch'egli la
fondava sulla certezza dell'imputabilità degli atti umani,e per tal via si
apriva il passaggio dalle opere fisiche alle morali,nel modo che appositamente
e con ordine verrà dimostrato nel capitolo quarto. Concludendo, alle dottrine
sin qui esaminate si re stringe le serie delle opere fisiche di Cicerone. Nelle
quali vuolsi considerare com'egli avviluppato in una moltitu dine di sistemi
contradittorj e negativi,e costretto ad esercitare l'esame della riflessione
sopra una materia scientifica ingombra nelle parti più sostanziali dalle te
nebre del sofisma, distinse le verità disputabili dai teoremi della
scienza,sceverò con critica coscienziosa ilbuono ed il certo delle filosofie
contemporanee ponendo l'una a ri scontro dell'altra, e temperandole ne'loro
eccessi. Per tal modo le principali verità mantenendosi intatte, soc correvano
il pensiero a ricostituire l'Ontologia nei prin cipj della scienza cristiana; e
questo è davvero un m e rito insigne e innegabile della fisica ciceroniana,
come altri notati da noi sono la sua temperanza verso le affer mazioni
eccessive degli sperimentali, il concetto di Dio, ravvicinato alla dottrina di
Socrate,e sciolto,per quanto erapossibileallora, dallecondizionielimitazionidell'uomo,
la natura spirituale dell'anima,la sua libertà dimostrate in tempi di
abbattimento morale e di costumi nefandi. Su questi principj fondava
l'oratore latino la sua fede religio sa;chè se (come nota bene Vannucci) «
nella Divinazione ed altrove, allontanandosi dalle forme timide della Nuova
Accademia con argomentazione più forte che in ogni altro scritto combattè da
arditissimo novatore le credenze usate già come istrumenti oratorj e politici,e
mostrò il vano e il ridicolo dell'arte divinatoria, e dei prodigj, e delle
imposture sacerdotali; » Senatore e console di Roma, egli voleva una fede
ritemprata alle sorgenti incorruttibili della morale, e che diventasse vero
fondamento alla rico stituzione civile della sua patria. 1. Se la scienza, come
affermammo più volte, è un portato delle naturali notizie; se, ritenendo essa
nel suo svolgimento la natura del principio che la informava, la unità dell'oggetto
scientifico, riconosciuta dalla riflessione, si fonda in un primitivo ordine di
veri presenti tutti al l'armonia della coscienza,che costituisce il soggetto
scien tifico; nessuno può dubitare che i principj della teorica del conoscere,
o della Logica non si colleghino intima mente con quelli della teorica dell'essere,
coi principi dell'Ontologia. Il fondamento di questo legame che, a n teriore al
fatto della scienza, si riproduce tal quale nella scienza stessa, ha la sua
ragione nell'idea della persona lità umana, da cui, come da unico fonte,
rampolla la triplice attività dell'esistere,del conoscere,dell'operare; l'ha
nella stessa natura del vero che unico in sè, se lo esamini sotto duplice
aspetto, è prima essere nelle cose, e poi si fa vero contemplato
nell'intelletto. La medesi mezza delle due parti suddette della filosofia
apparisce per modo indiretto nella continua attinenza che strin fra loro le
questioni più importanti della logica e del l'ontologia dai più remoti principj
della nostra scienza fino ai tempi a noi più vicini. È un fatto omai noto nella
storia della filosofia come il quesito fondamentale della logica, qual sia
la relazione che corre tra l'ideale e il reale, quale la corrispondenza tra le
leggi del pensiero e quelle della natura, e se dandosi passaggio dall'intelli
gente all'inteso,se ne costituisca la possibilità della scienza, quesito
contenuto ab antico nella materia delle specula zioni pagane, ricevesse la sua
vera espressione scientifica dalle dottrine critiche della Riforma. È altresì
noto ai di nostri come dalla posizione deliberata di tal quesito si diramarono
due scuole; il Criticismo francese e alemanno, e il Criticismo cristiano, che
cominciato dai Dottori e dalla buona Scolastica ne'tempi di mezzo,segue a
fiorire segna tamente in Italia ai dì nostri. Ambedue queste scuole, di verse
sostanzialmente nei principj ontologici del sistema, dissentono pure nella
logica. La prima desumendo le sue dottrine dal panteismo e dualismo antico,
resuscitato più tardi da un ritorno della civiltà cristiana ai dommi del Gentilesimo,disconobbe
l'attinenza manifestatrice che per legge di natura intercede tra il pensiero e
le cose, tra il soggetto e l'oggetto, e quell'attinenza ode naturò in identità
colle dottrine d'un'unica sostanza, o riduce a separazione ammettendo col
Cartesio un'intima differenza tra le qua litàdell'esteso elequalità del pensiero,
d'onde il sistema delle cause occasionali del Malebranche, quello dell'armonia
prestabilita del Leibnitz e lo scetticismo di Bayle e Kant. La seconda scuola
movendo dal principio che la libertà del pensiero scientifico soggiace per
legge di natura alla condizione di non potere alterare l'ordine necessario
degli enti fra loro, trovava con sublime e trascendente concetto il legame
dell'idealità col reale e nell'intima essenza dell'atto creativo di Dio, che
pose primitivamente una coordinazione d'atti fra l'essere delle cose e
gl'intelletti creati; e in Dio stesso nella cui n a tura infinita e impartibile
s'immedesima l'idealità colla realtà, la realtà dell'essenza coll'eterne idee rappresen
tative e causative degli enti creati. Or che si deduce da ciò? Che se il principio
del Criticismo, ond'è ridotto a problema il teorema della conoscenza, ha un
intimo riscontro nei fondamenti della dottrina dell'essere, ei si. Ma qui cade
per altro una considerazione importante. Il panteismo e ildualismo,sebbene
alterassero dai fonda menti la dottrina della conoscenza o distruggendo la re
lazione ond' è manifestativo il pensiero, o affermando un'incomunicabilità
primordiale tra ilsenso e la materia, principio di corruzione e d'ignoranza, e
lo spirito eterno emanato da Dio, non negavano per anco esplicitamente nè l'un
termine nè l'altro dell'attinenza conoscitiva;e quando in un sistema, sia pur
guasta e corrotta,sia pure implicitamente negata,siconserva nell'intimo
significato delle dottrine la piena comprensione del soggetto su cui cadelascienza,
qualunquedisputaintornoaiprincipalipro blemi si offre sempre con probabilità di
scioglimento alla riflessione esaminatrice. Quella probabilità cessa quando
sensismo, materialismo e idealismo, negando due parti sostanziali del soggetto,
l'intelletto e l'idea manifestante, causa e mezzo del conoscimento, e la cosa
manifestata, termine della cognizione, si chiudono la via ad affermare intera
la notizia dell'essere umano, denaturano il legame che intercede tra l'ideale e
il reale, e rendono impossibile la psicologia, ingannatrice la logica. Un
breveaccenno di questa legge necessaria che si riscontra nella storia delle
controversie filosofiche, l'abbiamo già fatto nella prima parte toccando dei
sistemi principali che apparvero dal primo scadere della scuola socratica fino
ai tempi dell'Arpinate; allora fu osservato da noi come a n dasse di pari passo
coll'oscurarsi sempre maggiore dei veri principali e delle antichissime
tradizioni l'impoverire della forma logicale dei sistemi,e come l'ultimo grado
di questo scadimento fosse segnato dal sistema d'Epicuro, e dalle dottrine
logiche della Nuova Accademia. Ora poi stemi che alterarono questa
dottrina sono contemporanei ai primordj della filosofia, antichissimo deve
essere il fon damento del Criticismo; e ne sono testimonj le più strane
teoriche sul modo del conoscimento procedenti dalla fisica de'sistemid'India,
d'Italia,diGrecia,come,ad esempio, gli atomi di Capila, gl'idoletti di Democrito,leimmagini
fluenti d'Epicuro e di Lucrezio. ci sia permesso venire su questo
proposito a maggior particolari, perchè, giunti a questa parte delle opere di
Tullio dove conviene esaminare la controversia tra gli Stoici e l’Accademia
sulle dottrine del conosci mento,rappresentatada luineilibri Accademici, importa
massimamente il notare perchè e come ai tempi del filo sofo latino,o poco
avanti,ilproblema fondamentale della logica si fosseristretto alla percezione
sensitiva; e come dal punto diverso e dai confini onde le due parti dispu tanti
consideravano il quesito intorno al conoscere, di penda il valore delle prove
allegate, e il principio su premo che governa la controversia. 2. Venendo
dunque al proposito, il sistema d'Epicuro e le dottrine dell’Accademia, non che
lo scetti cismo e l'empirismo finale ci palesano quasi una spos satezza del
pensiero greco, che non val più ad abbracciare la totalità del soggetto
scientifico con quell'ampiezza di principj e di leggi con cui Platone e
Aristotele l'avevano abbracciata;ma un peggioramentoimportantenellaforma
scienziale già si notava nel sistema degli Stoici. Consi derate un poco la
sostanza di quelle dottrine,e vi troverete due principj che danno a tutto il
sistema due qualità e due aspettiben differenti.Il cardine del sistema di Ze
none è infatti l'unità primordiale e finale delle cose tutte, la unità della
sostanza prima indistinta e indeterminata, che poi si determina e si partisce
per l'efficacia del prin cipio attivo e divino svolgendo da un unico germe la
dualitàde'principj.La sostanza prima, distinta allora in un'anima e in un corpo
universali, causa delle anime e dei corpi particolari, costituisce l'essere del
mondo che rappresenta la vita di Dio; quella vita diffusa in tutte le cose
animate ed inanimate le fa partecipare per un in timo principio di
compenetrazione alla natura e all'effi cacia di Dio,e l'anima umana,ch'è più
vicina a quella sorgente universale, ne ritrae maggiormente, informando e
compenetrando il corpo, a somiglianza dell'anima uni versale, e come quella
riducendo a un solo principio m o tore le facoltà seconde; talchè per gli
Stoici dall'unità dell'essenza prima esce identificato l'intelligibile col
reale, il pensiero cogl’oggetti, l'intendimento col senso. Considerato
inquestegeneralità il sistema di Zenoneabbraccia tutto intero il complesso dei
veri palesati dalla coscienza, alterandone la natura col Panteismo.Ma se vieni
ad esa minarlo più particolarmente, allora i molti principj con tenuti nel seno
fecondo della materia prima,e in lei de terminati più tardi, il divino e materia,
anima e corpo,intelletto e senso, pensiero ed oggetti,scompajono tutti,e
siriducono ad un solo; alla natura informe e indeterminata della materia.
Allora ti apparirà vizio capitale di quel sistema la riflessione esaminatrice che,
sebbene apparentemente voglia svincolarsi dal senso e dalla materia, concependo
a m o 'degli Ionj dinamici nel seno dei fenomeni naturali un'intima energia
infinitamente diversa dalla materia, e cagione di que'moti,non sa dominare la
fantasia, e ab bandonata al pendío voluttuoso dei tempi,trasporta in quella
forza primitiva e in Dio stesso, che la pone in atto, le qualità corporee. Così
la dottrina degli Stoici sin dalle sue radici s'infettava di materialismo. Ora
è tale il ri scontro dei veri principali nella legge necessaria del co
noscimento, che, oscurato il concetto di Dio e delle cose, se ne oscura alla
mente dell'uomo la nozione di sè stesso Non è dunque a maravigliare se per gli
Stoici al mate rialismo in fisica tenesse dietro il sensismo in psicologia;
quindi, già lo accennammo, alterato il vero concettodi potenza
conoscitiva,scambiarono inostril'occasionedel l'atto apprensivo, che ci viene
dai sensi,colla causa intima di quello,veramente causatrice, che è l'attività
dello spi rito;quindi,non bene distinto l'operare dei sensi e del
l'immaginativa dall'operare dell' intelletto, diedero al complesso dei fantasmi
le qualità del pensiero. In questo esame parziale e negativo delle facoltà del
soggetto, quale ci offre la psicologia degli Stoici, si nascondeva per fermo
una potente causa di scetticismo;chè movendo dal lato indiretto da cui la Stoa
considerava il fatto dell'umano conoscimento, e negli angusti confini in cui
restringeva la coscienza delle interne operazioni dell'animo,era
facile a sottili ragionatori trovare appiglio per dubitare di qual
che cosa o di tutto.Vi si prestava la natura dell'idea, che avendo il proprio
essere in un'attinenza manifestatrice, se la consideri identica ai fatti
animali, ti doventa un mistero; vi si prestava la natura del senso,
inesplicabile, oscuro e sostanzialmente erroneo, se non lo risguardi illu
minato dalla luce dell'intelletto; vi si prestava infine la fantasia perenne
creatrice del falso, facile a denaturare coi più vivi colori del senso gli
ultimi resultati della p o tenza astrattiva. Così dal sofisma degli Stoici (e
sofisma vuol dire sempre difetto) germinava quello dell’Accademia. Chè, se fu
cattivo abito della riflessione esa minatrice nelle dottrine di Zenone il fare
ombra dei fe nomeni materiali allo splendore delle idee,e ridurre quasi ciò che
v'ha di più vivo nell'umana personalità allo sviluppo meccanico delle funzioni
apprensive,fu pessimo nella Accademia,non già l'opporre ilvero all’er rore,il
compiuto all'imperfetto esame della coscienza,lo che essa non fece; m a
profondarsi nelle sole astrazioni, m a restringersi nel pensiero vuoto, fenomenale,
apparente, o al più negl'inganni d'un fallace conoscimento. Quindi a una
negazione di negazione si riduceva ai tempi di Tullio, o poco innanzi, la
polemica tra gli Stoici e la Accademia.Ed ecco (ciò che cieravamo proposti a
mostrare) perchè dopo i notevoli perfezionamenti che la dialettica avea
ricevuto dalle scuole italica ed eleatica, da Platone e dall'Organo
aristotelico, la teorica sulle fonti del cono scimento, complessiva di tanti
veri, s'era allora ristretta alla disputa sulla percezione sensitiva. 94
Tal disputa, dipinta con tanta verità di colori da Tullio nei due libri degli
Accademici Primi, e massime nel se condo (chè il breve frammento rimastoci del
primo degli Accademici Posteriori, dedicato a Varrone, si riduce ad una
semplice esposizione istorica delle principali scuole socratiche), rappresenta
in fondo la lotta di tutti i tempi tra il dommatismo inconseguente e lo
scetticismo presun tuoso. Quel venire ai cozzi di opinioni eccessivamente af
fermative con altre assolutamente inquisitive era, come dei nostri,
un portato naturale dei tempi di Tullio,tempi di contradizioni profonde, nei
quali, come oggi, da una parte tutto si disfaceva con rabbia sterminatrice,
dall'altra con puntigliosa rigidità si sosteneva qualunque lato anche debole e
imperfetto del vero,imperfettamente considerato. La superbia e ildisprezzo
erano le armi con cui si scon travano i combattenti, e l'una e l'altro stavano
bene a quelliuomini,eloquenti,come noi,nell'esaltareiprincipj, e non logici
quanto conveniva nel dedurre da quelli le gittime conseguenze; altrettanto
facili ai propositi gene rosi,quanto
difficilinell'eseguirli;filosofidaaccademia,e da piazza; politici predicanti la
severità antica nelle m o l lezze moderne; uomini a cui mancava la lena di
levarsi sulle ali del pensiero alle universali armonie della scienza nel
vero,nel bello e nel buono,capaci soltanto d'impri gionarsi nelle angustie
d'una dialettica ingannatrice o p ponendo sofisma a sofisma,contradizione a
contradizione. Quindi massimo argomento in questo, come in simili casi, del
difetto delle due parti che disputavano, era che, se tu esamini l'una e l'altra
con animo non preoccupato, e poi non imiti Cousin, che dall'accozzo fortuito
degli errori volle ricomporre il corpo formoso della filosofia, quasi statua da
brani dispersi sopra antiche ruine, m a cerchi di compirle ambedue colla
pienezza dei veri atte stati dalla coscienza naturale, soltanto allora elle
t'appa riranno perfette, e risoluta la tesi, ti vedrai brillare al pensiero la
luce d'un irrepugnabile convincimento. La disputa è finta da Cicerone come
avvenuta presso Baule in una villa d'Ortensio, presenti lo stesso Ortensio,
Catulo e Lucullo. Gl'interlocutori principali sono Lucullo e CICERONE (si veda).
Lucullo sostiene le parti d'Antioco, del Portico, contro Filone,
dell’Accademia. Tullio quelle di Filone contro Antioco. Or qual era il
principio da cui moveva, e quali i punti più segnalati in cui si spartiva il
ragiona mento? Qui occorre ridurci a memoria un'importante osser vazione del
Ritter. Il quale nella sua Storia della filosofia antica, tenendo dietro
all'indirizzo che la dottrina sulle fonti del conoscimento avea preso da
Aristotele in poi, quando nota la differenza segnalata che correva tra gli
Stoici e il filosofo di Stagira, mentre questi moveva sì dalla sensazione, ma
senza negare il resultamento del l'attività intellettuale dell'anima, laddove
gli Stoici, più vicini in ciò agli Epicurei,cercarono di ravvicinare di più in
più il pensiero razionale alla sensazione concependolo solo come una sua
conseguenza e trasformazione, aggiunge inoltre che nell'evitare le grandi
difficoltà, le quali si opponevano alla dimostrazione di quel loro sensismo, si
rias sume intera la dottrina degli Stoici intorno al criterio del vero. Ritter.
L'osservazione di Ritter è giusta. Di fatti per quella solita opposizione che
trovi in ogni filosofo di setta tra le tendenze vive dell'animo e l'indirizzo
artefatto della riflessione, si vedevano negli Stoici due disposizioni opposte
che imprimevano qualità contradittorie al loro sistema; da un lato il pendio
del l'età e il decadimento della forma e della materia scienti fica li
inchinava al sensismo e alla meditazione incompiuta del soggetto su cui cade la
scienza; dall'altro la tradi zione socratica e la voce non muta del senso
comune li chiamava ad abbracciare il complesso dei veri di natura, le facoltà
dell'animo e i termini loro, e a rendere possibilmente perfetta la forma
scienziale; antitesi d'opposte tendenze che pur si specchia in quell'ondeggiare
continuo del loro sistema tra il panteismo ionio e il dualismo so cratico. Ora
che ne veniva da ciò? Dal lato imperfetto da cui gli Stoici consideravano l'umana
coscienza quanto alla dottrina del conoscimento, resultava ch'essi sbaglia vano
il concetto di potenza,di causa,di relazione, fondamenti primi di tal
dottrina;quindi la loro logica si re stringeva alla dimostrazione del
conoscimento acquistato per via de'sensi,di cui ponevano l'essenza nella
rappresenta.zione vera o comprensiva (parrugia 2270)atlyn), ch'è un patire
dell'anima,a cui risponde da un lato l'operare del l'oggetto sentito,
dall'altro l'operare dell'anima stessa che conseguentemente alla sensazione
ricevuta assente,giudica e ragiona.Ma qui, giova il ripeterlo, stave la fallacia
dell'argomento; gliStoicimovevano dalnulla,edaquelnullaface vano uscire la
pienezza del soggetto e dei principj costituenti la scienza.E veramente io non
negherò mai alla buona filosofia che ilfatto della percezione sensibile,intesa
come attinenza reale tra il sentito e il senziente, mi riporti al l'esistenza
di due termini de'quali l'uno è causa esterna e occasionale della sensazione,
l' altro è causa intima e veramente efficace; non negherò mai che l'illazione
di causalità mi mova ad affermare la reale natura dell'ente che opera sugli
organi de'sensi,e che il concetto di po tenza m'induca a concepire nelle
facoltà conoscitive un qualcosa che le costituisca operanti,un che di positivo
e d'efficace che risponde alla passività negativa del sentimento; m a io nego
agli Stoici quel loro metodo di facili illazioni, onde identificata la potenza
intellettiva col senso volevano dedurre in virtù di universali prin cipj da una
condizione passiva delle facoltà del sog getto l'efficacia dell'intendimento, e
dalla sensazione mutabile e fenomenale l'incommutabile necessità della
scienza.Ma il fato della logica non's'arrestava; e gli Stoici ristretti in tal
modo nelle angustie dei fenomeni sensibili, tanto più quanto levavano lo
sguardo alla cima del sa pere,rammentando le tradizioni del Sofo ateniese, vede
vano l'importanza di ribattere le prove degli avversarj che paragonavano la mutabilità
e l'incertezza de'fatti animali colla natura assoluta del vero contenuta negli
universali concetti,onde germoglia e si sviluppa la scienza. Quindi proveniva
il bisogno vivamente sentito da loro di movere da un fatto e da principj
indubitabili ed evidenti -- Acad. Quindi la necessità di mostrare,primo, come
si possa distinguere la rappresentazione falsa dalla vera; secondo, come
movendo dal reale della rappresenta zione apparisca che la mente stessa che è
fonte dei sensi, e che essa medesima è senso,abbia una naturale energia per cui
tende a ciò che la move al di fuori; mens ipsa que sensuum fons est,atque etiam
ipsa sensus est,naturalem vim habeat quam intendita deaquibus movetur. Da
questo concetto,fondamentale nella logica degli Stoici, [La prima parte
cadeva sulla domanda: se la perce zione sensibile avesse impressi in sè certi
segni della v e rità dell'oggetto rappresentato; il che negava la Nuova
Accademia,affermando che in una percezione,fosse pur vera, non era alcuna certa
nota per distinguerla da una falsa; dubitavano dunque che per mezzo dei sensi
l'entità della cosa sentita passasse tal quale ella era nell'appren sione del
soggetto conoscitore. Posta in tal modo la questione, è chiaro che poichè il
mezzo di passaggio del vero conosciuto dalla cosa, occasione del sentimento, alle
potenze conoscitive, è il senso ed isuoi organi, conveniva innanzi tutto,a
provare la realtà della cognizione, argomentarla dalla veracità naturale dei
sensi.Dai quali movendo Lucullo ne afferma chiaro e indubitato il
giudizio,nulla valendo, ei dice,gli artificiosi argomenti degli avversarj
intorno alle false apparenze delle percezioni; poichè:,dato che i sensi siano
sani,col buono uso ch'io ne faccio posso ret tificarne i giudizj,posso
coll'esercizio e coll'arte aumentarne mirabilmente la forza, il senso è dimostratovero
ne'suoi giudizj dal successivo lavorìo della mente sulla materia da esso
somministrata formandosene i concetti delle qualità e delle specie che son via
ai principj più universali, ai quali naturalmente l'intelletto dà fede, e tolti
i quali ogni arte,ogni scienza,ogni regola della vita cadrebbe. Tutta la
teorica si regge manifestamente sul principio di causa e di relazione. Se io,
diceva Antioco, ho sperimentato in me l'effetto della percezione sensibile,
questa mi riporta ad una causa per via d'una necessaria attinenza. Ma Filone
invece (e in ciò è imitato dagli scet tici odierni) ammettendo la possibilità
del fenomeno come di un che vuoto,di una mera apparenza senza alcun con tenuto,
poneva come probabile che la sensazione non ci scoprisse l'entità di veruna
cosa. M a, riprendeva A n tioco, primieramente oltre i naturali giudizi e i
giudizj scientifici, che nascono e si fanno manifesti in noi per l'occasione
de'sensi, dal germe del conoscimento spunta 98 il ragionamento d’Antioco
si dirama in due capi: della percezione e dell'assenso. Il ragionamento di
Lucullo, compreso dal quinto al ventesimo cap.del secondo
librodegliAccademici,edove l'umano intelletto fa prova di quella forza
irresistibile che in mezzo alle contradizioni del sofisma pur lo sospinge ai
principj universali del vero, è uno dei più mirabili tratti della filosofia e
della eloquenza latina, e chi n'ha seguito con gioja confidente il cammino, se
poi si volge ad aspettare la risposta di Cicerone, gli par di vederlo quale si
dipinge con vivezza egli stesso « non minus c o m motum quam solebat in caussis
majoribus. » Egli per aprirsi la via a dimostrare la sua tesi, non move da una
professione di scetticismo assoluto, m a bensì da una cri tica temperata; e si
fonda in special modo sull'argomento con cui Arcesilao avea combattuto Zenone,
cioè sull'in discernibilità delle percezioni vere dalle false,onde avve niva
che al sapiente non rimanesse alcun assenso deciso, m a una semplice opinione
di verosimiglianza. Comunque sia, s'è domandato da molti. Cicerone non sostiene
egli in questo libro le parti dello scetticismo accademico contro le dottrine
stoiche della percezione? non si professa più volte ne'proemj delle sue opere
seguace della riforma il fiore dell'appetito istintivo, il quale se voi mi
negate avere persuoproprio enaturaltermineilvero,inquanto è conosciuto
appetibile, io sono condotto ad affermare nell'uomo l'assurdo di più facoltà
naturali che natural mente s'ingannano. Poi il falso non può mai essere ter
mine dell'apprensione intellettuale, perchè ilconoscimento coglie di sua natura
l'essere delle cose, ma il falso è appunto,rispetto al conoscimento, lanegazione
dell'essere; dunque il falsonon può mai cadere sotto ilconoscimento.
Finalmente, se nulla è vero, sarà almen vero questo che nulla è vero, perchè
una scienza,una dottrina qualunque, per essere costituita nella sua natura,
ch'è ordine di veri conosciuti,ha bisogno,come di un metodo e di un fine a cui
vada e a cui giunga,così di un principio da cui mova indubitabile e certo. Lo
stesso ordine di concetti desunto dal principio di potenza e di relazione regge
a un di presso la teorica dell'assenso (Guyaute 985e»). introdotta
da Arcesilao? non scrisse egli i due libri,che voi esaminate, per mostrare ai
Romani l'ottimo metodo del filosofare sull'esempio della Nuova Accademia? non
han ripetuto e non ripetono ancora a una voce quasi tutti gli storici della
filosofia che Tullio, seguace nella sua gio ventù dell'Antica Accademia,
s'accostò già maturo alla Nuova, a cui lo traeva il suo istinto oratorio, lo
scetti cismo de'tempi, l'animo incerto in tanta folla didottrine
contradittorie, e la forma ecclettica di filosofia ch'e'si era proposta? Dunque
Cicerone nelle tre parti della scienza,emassime inlogica, seguitò il dubbio dell’Accademia.(Brucker,
Degerando, Bernhardy, Ritter).Tal conclusione,di cui demmo qualche accenno nel
cap.I di questa parte,sebbene apparentemente provata da parecchj testi divisi
del filosofo nostro, da varie sue esplicite affer mazioni,e segnatamente da
tutto il tenore di questi due libri, dove e'prende con lungo ragionamento in
persona di Filone a confutare la certezza delle notizie che ci ven gon dai
sensi,e dove in ultimo contrappone ex professo la sua dottrina del dubbio
sistematico e della probabilità alle contradizioni in cui si lacerava la logica
contempo ranea, tal conclusione, dico, non regge avanti al tutto delle dottrine
esaminate spassionatamente, e avanti a quella norma di critica, che ponemmo sin
da principio,di badar bene alle opinioni che Tullio combatte,e ai metodi che
rappresenta in sè stesso senza per altro interamente accettarli. Le
affermazioni eccessive della critica odierna, bene merita per tanti rispetti
della civiltà e della scienza,hanno la loro sorgente esse pure nel falso
principio del Criti cismo speculativo, che togliendo il pensiero scientifico
fuori delle sue naturali armonie con sè stesso, colle cose, col Creatore e col
genere umano, non riconosce più nello scienziato e nel filosofo l'uomo,e fa
della più socievole fra le dottrine un gergo incomprensibile e
solitario.Bisogna invece nell'esame dei sistemi non uscir mai dalla n a tura di
que'tempi, di quegli uomini, di quelle passioni, di que'pregiudizj, di quelle
consuetudini; bisogna immaginarsi i filosofi quali furono in realtà, disputanti
e pensanti, uomini di tribuna e di tavolino, soggetti essi, come noi, alle
contradizioni frequenti di qualche dottrina anche erronea concessa nel calore
della disputa alle prove degli avversarj, colla interna coscienza, testimonio
irrepugnabile al vero. Tale è più volte ilcaso di Cicerone, e tal metodo noi
tenemmo nella parte fisica delle sue dot trine, e terremo nella logica e nella
morale. Il Ritter scrittore accuratissimo nella critica'de'filo sofi,e alemanno
davvero nella coscienziosa ricerca dei passi e dei documenti, talvolta, ci
duole a confessarlo, compo nendo con disegno ingegnoso brani staccati di varie
opere, ne fa resultare in conferma delle proprie opinioni un si gnificato che
forse non germoglia dalla totalità del sistema. Così nell'esame della
dialettica di CICERONE (si veda), sebbene non n e ghi che il filosofo latino si
leva al concetto dei principj e delle idee universali, cardine
dell'intelligenza, pure af ferma che in logica ei riferì una singolare
importanza al sentimento, pigliando questa parola nel significato in cui
laintendono iRazionalisti,come di un che sostanzialmente opposto alla scienza,
e soggetto alla cieca fatalità de gl’istinti. Hist. Ma inprimo luogo, oltrechè
Cicerone (e lo vedremo meglio in morale) non fece mai del sentimento un
qualcosa di opposto alla scienza, e anzi lo allegò sempre in un significato
essenzialmente scientifico, quale una necessaria attinenza del l'affetto
spirituale col vero -- De Fin. -- è poi esattaabbastanza l'asserzione di Ritter,
checioèiprincipj fondamentali della sua filosofia naturale lo conducessero alle
dottrine logiche per via della sensibilità? Sefosselecito affermare risoluto
contro l'autorità dello storico insigne, direi invece che due cause, intrinseca
l'una,l'altra estrin seca alle dottrine di Tullio,lo guidarono in logica a con
clusioni direttamente opposte, e lo ravvicinarono (pro gressorarointanta corruzionedi
tempi) aidommi sublimi dell'Antica Accademia. In tal questione egli si trovò in
mezzo al proprio semipanteismo e dualismo e alle dottrine materiali e
sensistiche di Zenone. Non è egli vero che il dualismo semipanteistico da
un lato rifuggendo alle con tradizioni del panteismo che più repugnano
agl'ingegni sovrani, e gratificando dall' altro agli affetti spirituali,
segregò la materia da Dio, lo spirito dal senso,e pose la ragione del conoscere
nella medesimezza fondamentale dell'intelletto divino e degl'intelletti
secondarj? Ora tal sistema, partecipato da quasi tutte le scuole socratiche e
da Tullio,rompeva l'attinenza tra il pensiero e I pensati, tra l'ideale e il
reale, e restringeva l'intendimento alla semplice e inefficace visione degli
universali. Se così è, pare che il filosofo latino dovesse essere ben lungi dal
porre nei resultati delle potenze sensitive la certezza del conoscimento;e lo
prova la sua fisica dove sull'esem pio di Platone si rigettano i metodi delle
scienze speri mentali come incapaci di somministrare una sicura notizia
de'corpi, e l'indagine naturale si ammette solo come via di levarsi in virtù di
principj superiori ai veri della scienza soprannaturale; lo prova la sua
psicologia che tante volte contrappone il fenomenale della materia e del corpo
al l'essenza dello spirito, che afferma il commercio dell'anima col corpo
risiedere in una semplice comunicazione di moto, isensiesseresoloun
emissariodell'anima,un'intelligenza ammezzata, e la personalità umana un
gastigo. (Tuscul., De Leg., De Rep.nel sogno di Scipione). L'altra causa
estrinseca che allontanò Cicerone dalla fede che altri poneva nel conoscimento
prodotto dai sensi, è l'opposizione ch'ei dovette fare al dommatismo degli
Stoici, nella quale opposizione si vede che, mentre da un lato egli temperava
colla moderazione dell'ingegno latino il dubbio eccessivo a cui l'avrebbero
forse condotto le dottrine della Nuova Accademia, dall'altro sapeva con raro
acume di logica smascherare e combattere le intime contradizioni degli
avversarj. Qual era la fonte di tutte queste contradizioni? Noi già la
conosciamo;era l'eterna differenza che corre tra il sentimento mutabile e
fenome nale e l'incommutabile necessità della scienza. Questa necessità
sembrerebbe a primo aspetto bastantemente di mostrata nel sistema degli Stoici
dal porre ch'essi face vano il conoscimento scientifico nel possesso delle
idee pure, e nel rappresentarcelo quasi l'ultimo grado di ferma convinzione,a
cui lo spirito umano perviene col passare pei gradi intermedj della ouzoté0:015
– “adsentio” -- e della 2.zténnyes – “comprehension” --, movendo come da suo
principio dalla suurusis, o rappresentazione sensibile – il “visum”. (Ritter; Cic.,Acad.).
Ma, seconsideriamo meglio,gli Stoici con quella loro immagine della mano stesa
e del pugno chiuso ed aperto determinavano in qualche modo l'idea di una
differenza tra il sentimento e ilsapere,ma non uscivano dai fenomeni
animali,non sapevano accen nare quella nuova parte essenziale intrinseca al
soggetto, che congiunta colla oggettività della percezione costituisce il
conoscimento; laonde la Nuova Accademia avrebbe po tutodirloro:è vero che
ilsaperedifferiscedalsenso,che il possesso sicuro delle rappresentazioni
resulta dalla c o n trazione e dall'energia dello spirito(TÓvos);ma sepervoi
l'intelletto non è che il travestimento del senso,mostra teci orsù come la
potenza derivi dall'impotenza, l'asso luto dal relativo, il necessario dal
contingente. Ora la Nuova Accademia senza levarsi a questi principj universali
ch'essa non ammetteva,ma, giusta il suo costume, no. tando piuttosto quelle
contradizioni che sidesumevano dal sistema stoico paragonato a sè stesso, pure
implicitamente li confessava. Fallita infatti agli Stoici la definizione del
concetto della scienza dato per via dell'attività spontanea dell'anima,non
rimaneva loro altro scampo che ridurre la ragione del conoscimento alla
indubitabilità della p e r cezione vera.Ma come mai dimostrare tale indubitabilità?
Questo mutamento notevole che doveva introdursi nel l'indirizzo della questione
sul problema della conoscenza per la legge a cui è soggetta necessariamente la
vita d'ogni sistema,è attestato dalla storia; perchè, come os serva il Ritter,
i primi Stoici dimostravano la necessità del sapere per quella forza interna
dell'animo che si mani festa nell'atto d'apprendere la sensazione,e pel bisogno
d'ammettere qual termine della facoltà intellettiva e appetitiva il vero ed il
bene; laddove gli Stoici susseguenti, al numero de'quali appartiene
Crisippo, vedendo che ciò contraddiceva ai principj del sensismo,trassero alle
ultime illazioni il sistema ponendo il criterio del conoscere nella
rappresentazione vera che si manifesta da sè stessa come prodotta da un
obbietto reale analogamente alla sua natura. Nonpertanto una grave difficoltà
rimaneva sempre a risolvere anche dopo la modificazione introdotta da Crisippo.
Chè se il vizio fondamentale di tutta la loro dot trina stava nel disconoscere
quell'intreccio d'attinenze interne ed esterne ond'è manifestativo
ilpensiero;iprimi Stoici guardarono troppo al lato interno e soggettivo di
quelle attinenze, mentre Crisippo, eccedendo per l'altra parte, si fermò
unicamente all'esterno; e quindi rima neva sempre intatto il quesito, se la
rappresentazione percetta offrisse piena e indubitata qual era la realità
dell'obbietto rappresentato. E invero si ponga mente. Fingasi che un oggetto
qualunque a cui noi riferiamo date proprietà di freddo, di caldo, di liscio, di
ruvido, d'ottuso, di tagliente etc., faccia impressione sui miei organi s e n
sorj,e che l'impressione, trasmessa per la treccia de'nervi al centro del
senso, sia occasione a farmi concepire l'idea d'entità; se io esamino allora lo
stato interno della mia coscienza, il fatto del conoscimento, unico in sè, mi
si paleserà resultante da una mirabile armonia di fatti se condi, successivi
bensì nell'esame della riflessione, con temporanei tutti nell'atto delle
potenze spirituali. Ciascuno di questi fatti sarà l'operare d'una special
facoltà, e cia scuna di quelle operazioni avrà il proprio termine; io poi che
mi faccio ad esaminare quel nodo d'attinenze tra il soggetto e gli oggetti,
vedo che la qualità dell'atto conoscitivo resulta bensì dalla qualità di
ciascuno di quelli atti secondi, ma la sua certezza proviene da una legge di
natura che li costituisce contemporanei e correlativi. Fa'che io tolga via col
pensiero o l'uno o l'altro di quegli atti e i termini loro, quella stupenda
armonia di natura mi si spezza davanti agli occhi, e io cado di n e cessità
nello scetticismo; tolgo via l'impressione sensibile [Il sistema
cristiano, che movendo dalla formula di creazione riproduce in uno stupendo
ordinamento di veri palesati dall'intimo della coscienza l'universale armonia
del creato, può soltanto offrire un'adeguata risposta ai quesiti dello
scetticismo sulla questione del conoscimento; perchè solo in quel sistema le
attinenze dell'umano pensiero con sè e cogli obbietti sono rigorosamente
serbate, nè può lo scettico separando o negando creare vane apparenze quasi
dell'intelletto segregato in sè stesso,o della fantasia o del senso producenti
fenomeni vani non retti ficati poi dal paragone dei giudizj mentali. L'ingegno
di Agostino che meglio d'ogni altro comprese in sè stesso le armonie del
Cristianesimo e della scienza de'Padri, dava un esempio del confutare
cristianamente gli scettici nell'opera Contra Academicos, dove chiaro apparisce
lo studio profondo degli scritti di Cicerone, e come quei e il termine
materiale? e la conoscenza mi si presenta come un fenomeno soggettivo;non vedo
più l'azione dello spirito e il termine ideale in cui cade? e il conoscimento
doventa un qualche cosa d'estraneo a me stesso, un in ganno misterioso del
senso e della materia.Quest'ultimo segnatamente fu il vizio fondamentale della
dottrina degli Stoici nuovi, e in ciò, nota bene Cicerone, essi furono assai
meno conseguenti degli Epicurei. Costoro movendo dal principio, che data
unapercezione fallace mancava ogni criterio per verificare la certezza delle
umane notizie, ponevano quel criterio nella realtà stessa del fenomeno
sensibile, più conseguenti, dico, degli Stoici, i quali non ammettendo come
veretutte le percezioni, ma solo quelle che presentavano in sè l'evidenza della
cosa percetta, nè riconoscendo d'altronde, come sensisti,la natura pro pria
dell'intelletto a cui solo spetta il giudizio sui resultamenti del senso, si
chiudevano la via per discernere la conoscenza vera dagl'inganni
dell'immaginazione; e quindi a buon dritto la Nuova Accademia allegava contro
gli Stoici i soliti argomenti della fallacia del senso degl'inganni dei
ragionamenti sofistici. Acad. -- germi immortali di vero che il filosofo romano
seppe raccorre con rara indagine scientifica nel suo tentativo di conciliare le
scuole greche,producessero una vitaope rosa di scienza fecondati dal calore di
una dottrina rin novatrice. Nel libro Contra Academicos Agostino serba a un di
presso lo stesso ordine della disputa seguito da Lucullo e da Cicerone, move
dagli stessi principj, ribatte le medesime contradizioni;ma un non so che di
insolito, d'efficace, d'affettuoso che annunzia una civiltà e una religione
nuova tu lo senti là dentro,e non tanto nello stile che, non paragonabile mai
all'eleganza tulliana, ritrae pur qualche volta la vivezza e il brio del
parlare improvviso, quanto nell'energia insolita dell'argomentare che sfuggendo
iparticolari, dove facilmente sipuò intro durre il sofisma, si rifugia
nell'evidenza de'principj s u premi. Ma ilmodo d'argomentare usato da
Sant'Agostino non calzava agli Stoici; chè essi non ammettendo un'in tima e
reale attività dello spirito distinta dal senso e capace di rettificarne
gl'inganni, non potevano rinvenire nell'essere stesso della percezione segni
indubitati ch'ella fosse verace; e il loro concettualismo non li lasciava af
fermare contro il dubbio aceennato dalla Accademia sulla validità del pensiero.
Gli storici della filosofia ci han serbato in fatti memoria di una strana
dottrina degli Stoici procedente del resto dall'intimo del loro sistema e da
quella tendenza dualistica che vi si mesco lava ai principj del panteismo.Qual
era questa dottrina? Gli Stoici ponendo in fisica per un lato la realtà delle
cose nella sostanza corporea, nè per l'altro costretti dalla logica riuscendo a
negare del tutto l'essere delle idee universali, distinsero queste dal reale
corporeo,e ne fecero alcunchè di non reale, ma capace d'essere concepito
dall'intelletto ed espresso in proposizioni (Asztóv). Distingueno quindi due
specie di vero; il sensibile contenuto nelle percezioni de'corpi, e il
pensabile ristretto alle in tellezioni della mente,questo procedente da quello
e a quello correlativo; volevano con tale dottrina porre su stabili fondamenti
la necessità de'principj in cui cade la scienza, nè gli acuti pensatori
s'avvidero che, se l'idea può rappresentarmi il reale, ciò accade appunto in
con seguenza ch'ella stessa è reale, non s'avvidero che n e gando qualunque
conformità tra il concetto universale e l'essenza del concepito, si cade nel
concettualismo rinno vato poi da Abelardo nei tempi di mezzo.La Accademia
recava alle ultime loro illazioni questi falsi prin cipj della scuola stoica;
dal principio del sensismo traeva occasione a dubitare della veracità della
percezione sen sitiva; moveva dalle conclusioni del concettualismo per negare
la realtà del pensiero imprigionato in sè stesso, e diceva (argomento assai
notevole infatti) la dialettica non potere giudicare delle leggi della
geometria,perchè aliene dal proprio ordine di veri,non giudicare delle pro
prie, perchè non può il pensiero rivolgersi sopra sè stesso per giudicarsi.
L'argomento è di recentissima data,come ognun vede,e lo ripetono anch'oggi
iseguaci del Comte, I Positivisti francesi. E recenti pure sono le conseguenze
che ne deduceva la Nuova Accademia; poichè racchiuso una volta il pensiero in
sè stesso, e negata la sua atti nenza colle cose reali,manca ogni criterio a
risolvere il problema dei giudizj contradittorj,nè v’ha che un passo a dedurne
che dunque la contradizione è una legge ne cessaria dell'intelletto. Questa
ultima conclusione, che accenna per altro un notevole perfezionamento della
rifles sione nelle teoriche del criticismo, è dovuta al filosofo di
Conisberga,m a già è racchiusa implicitamente nei sofismi disgiuntivi della
Nuova Accademia. Ac. Costituita dunque in questi termini, la controversia sulle
fonti del conoscimento conduceva la Nuova Acca demia a uno scetticismo
assoluto,e noi già ne vedemmo non dubbj segni in Carneade; m a era qui appunto
dove Cicerone si arrestava temperando col suo vivo sentimento dei veri naturali
e colla moderazione latina gli eccessi del metodo da lui fino allora seguito.
Quindi usciva la sua teorica sulla verosimiglianza delle percezioni sensibili
che riporterò così riassunta dal Ritter. « Les Stoïciens,en admettant la possibilité de saisir
quelque chose avec tant de précision qu'il ne puisse y avoir
erreur,n'accordaient ce savoir qu'au sage. Ils ne faisaient donc en cela que de
refuser cette espèce de savoir aux hommes ordinaires, car eux-mêmes ne
pouvaient dire quel est l'homme qui est ou qui a été sage; ils regardaient, au
contraire, tout le monde comme insensé, et refusaient en conséquence le savoir
véritable à tout le monde. Cicéron n'aspire pas à un pareil degré de savoir;
mais il veut que le non -sage aussi sache quelque chose,c'est-à-dire, qu'il ait
une per suasion de la vérité des phénomènes sensibles,sans cepen dant pouvoir y
croir avec une parfaite certitude.Son opinion est, qu'il y a des impressions
sensibles auxquelles nous pouvons nous fier, parce qu'elles ébranlent fortement
notre sens ou notre esprit;mais sans pouvoir cependant les adop ter comme
parfaitement vraies.Telle est sa théorie de la vraisemblance. Il ne veut pas
faire disparaître la différence entre le vrai et le faux; nous avons raison de
tenir quelque chose pour vrai et de rejeter autre chose come faux; mais nous
n'avons aucun signe certain de la vérité et de la fausseté.Il croit pouvoir
prévenir l'objection,qu'il y a ce pendant ceci de certain,qu'il n'y a rien de
certain en te nant aussi pour vraisemblable seulement qu'il n'y a rien de
certain. C'est ainsi qu'il se purge du reproche que la théorie qui donne tout
pour incertain est impossible dans la vie pratique, car cette vie se conforme à
la vraisem blance, et la plus part des arts qui s'y rapportent avouent même
qu'ils ont plutôt pour but la conjecture que la science. Il ne voit d'autre
différence entre son opinion et celle des dogmatiques, si ce n'est que ceux-ci
ne dou tent pas de tout ce qu'ils soutiennent;mais qu'il est vrai qu'il considère
au contraire beaucoup des choses comme vraisemblables, qu'il peut suivre, sans
pouvoir cependant les affirmer avec una parfaite certitude. On voit bien que
cette théorie de la vraisemblance s'éloigne un peu de la doctrine de la
nouvelle académie, du moins telle que Carnéade l'avait exposée; car elle
n'aspire pas à un art de tout rendre également vraisemblable et
invraisemblable, mais elle tient quelque chose pour vraisemblable, autre
chose pour invraisemblable. Cicéron remarque même qu'en ce point il s'écartait
de ses maîtres, particulière ment pour ce qui est des préceptes de la morale. Il
avoue à la vérité qu'il n'est pas assez hardi pour réfuter le doute de nouveaux
académiciens,par rapport à la morale, mais il désire les atténuer. » (Stor..) 4. Il fondamento della teoria tulliana sulla
verosi miglianza è dunque nella questione del criterio del vero; e qui,
segnatamente nel giudizio sulle percezioni sensibili, apparisce il moderato
scetticismo dell'oratore latino;m o derato, dico, e parmi sia chiaro dopo le
cose predette che egli avvolto, come Socrate, in mezzo ai combattimenti del
dommatismo e dello scetticismo eccessivo, serbò una norma scientifica
nell'affermare e nel dubitare, temperò gli Stoici non accordando una fede
illimitata al solo te stimonio de'sensi; temperò gli Accademici sostituendo al
loro dubbio,uguale per qualunque opinione,una graduata verosimiglianza ne’ casi
particolari, combattè gli uni e gli altri rigettando il dubbio assoluto sui
principj fondamen taliesulleveritàteorematiche.(Vediiproemj particol. De Off, De
Div.,De Nat.Deor., Acad. La sua psicologia in quelle parti che si collega alla
logica, sebbene qua e là infetta del dualismo socratico, fa fede com'egli
emendasse il vizio della scienza contemporanea opponendo all' i m perfetta
riflessione de'sofisti un esame comprensivo del umano soggetto. Con metodo
induttivo egli moveva dalla coscienza, ed ivi,riconosciuti inaturali concetti
dell'oltre naturale e dell'intelligibile, s'innalzava con essi alla c o
gnizione dell'animo -- Tuscul. Nell'animo distingueva la ragione dal senso;la
ragione,sovrana delle facoltà umane,ha un immortale e quasi divino istintodel
vero,legame primigenio tra il Creatore e icreati;isensi, satelliti e nuncj
dell'anima,le danno di molte cose certa notizia confusa e ammezzata, cheèun
qualche fondamento alla scienza, e la scienza ne sorge per la libera efficacia
dell'animo, che comprendendo in sè il particolare e ilm u tabile dei
sentimenti, si leva alle idee e alle nozioni uni versali; quindi i sensi ben guidati
da natura,nè torti da mala educazione, hanno una naturale rettitudine al vero,
nell'animo dove cade il libero giudizio della riflessione, ivi soltanto può
introdursi l'errore. De Leg., Tusc., Ac. Così col metodo induttivo di Platone
egli sale fino ai principj più universali, d'onde col deduttivo d'Aristotele
ridiscende ai particolari; e ne son prova i libri rettorici. Tra i quali merita
speciale considerazione la Topica, o logica inventrice, intitolata a Trebazio
giovane giurecon sulto e discepolo dell'autore,e dove ogni precetto è ac
compagnato da esempj di giurisprudenza. In questo libro che ha per soggetto
tutte quelle distinzioni e scomposizioni dialettiche che si ricercano per
l'invenzione degli argo menti, e si operano sui concetti che ne sono signifi
cativi, CICERONE (si veda) divide la logica in inventiva e giudica trice, la
prima delle quali parti porge gli argomenti per disputare,la seconda li
dispone,li analizza e lim a neggia per persuadere.La logica
Ciceroniana,osservata altresì ne'dialoghi,ed esposta nel De Inventione, e nel
De 'Oratore, è in fondo la istessa logica d'Aristotele quale più tardisimo dificòne
gli StoicienellaNuova Ac cademia, e l'accettarono in gran parte i giureconsulti
romani e gli oratori; la qual cosa, perciò che risguarda i Topici, si disputava
lungamente, non sono molti anni, in alcune università tedesche, come apparisce
da un'ac curata dissertazione,De fontibus Topicorum Ciceronis,di Giovanni
Giuseppe Klein. (Bonnae) Ivi l'autore prendendo ad esame la questione proposta
dai critici a n teriori,se e quanto e con qual metodo Cicerone seguisse in
questo libro la Topica d'Aristotele che ci pervenne, ovvero se attingesse ad
un'altra di presente perduta, come qualche critico mostrò sospettare; conclude
dopo un dili gente ragguaglio dei due scrittori,che le opere loro quanto
aiprincipj,e in molte partisecondarie,differiscono note volmente; che Cicerone
nella sua Topica non si propose (il che apparirebbe a prima giunta dal proemio)
di fare un semplice compendio dei libri Aristotelici;ma resulta da tutto
il contesto avere l'oratore latino attinto la m a teria del libro dai Rettorici
dello Stagirita e da alcuni precetti degli Stoici e della media Accademia,e poi
averla composta col proprio giudizio in una forma di vera e par ticolare
disciplina. Sui Topici di Cicerone scrisse con fine più filosofico un ampio e
bel commento Severino Boezio,in cui la storia della filosofia ravvisa il primo
passaggio tra le dottrine dei Padri e quelle de'Dottori,tra l'ultimo spirare
della civiltà latina sotto le conquiste de barbari e ilprimo rinnovarsi delle
lettere e delle scienze nella nostra Italia.Or quel c o m mento, che all'indole
del trattato, già di per sè stesso analitico, accoppia il rigore della
dialettica della Scuola, e congiunge i nomi di Aristotele, di Tullio, di
Trebazio Testa e di Severino Boezio, mi rappresenta al pensiero l'armonia delle
scienze giuridiche colla filosofia, dell'ana lisi colla sintesi,della
dialettica colla storia, della pratica colla speculazione, dell'amore operoso e
civile colla sa pienza cristiana. 1. Entrando ora a parlare dei libri morali,
apparte nenti alla teorica sulle azioni, l'ordine della materia sembra
invitarci, come facemmo nei capitoli precedenti, a dire qualche cosa in
generale del disegno scientifico che li collega, e delle attinenze loro più
immediate e più rigorose colle altre parti della filosofia di Cicerone. In vero
la scienza morale nata sui rudimenti del senso co mune,quale Socrate la menava
a conversare famigliar niente fra gli uomini,e più tardi venne accolta e
trasmessa sino a noi dalle scuole migliori, si può assomigliarla ad uno
stupendo poema, se guardiamo la sublimità de'suoi veri,illegame che unisce i
principj alle conseguenze,e l'armonia delle speculazioni colla parte più
affettuosa dell'uomo e colla vita civile. Il principio n'è dato dalla
IV. natura, presupposto indispensabile della scienza; chè la riflessione
posta una volta su quel cammino ov'essa pro cedendo incontra e ravvisa ad una
ad una leveritàpiù prin cipali della Filosofia, move dai primordj della vita
vege tativa e animale, manifestati nella puerizia dai sentimenti indefiniti e
dagli istinti,passa su su agli inizj della vita razionale, allorchè quei
sentimenti illuminati dallo splen dore della conoscenza si palesano come
tendenze amorose al vero, al bello ed al bene; in quei termini riconosce la
ragione di fine,ed il fine,considerato come qualcosa onde nasce armonia nelle
operazioni d'un ente,guida la rifles sione al concetto di legge, d'un archetipo
assoluto ed eterno che per mezzo dell'intelletto indirizza il volere a
un'immortale destinazione. Principj naturali, bene, fine, legge; ecco i
concetti che, intrecciati mirabilmente fra loro nell'armonia della coscienza,
costituiscono l'ordito dell'Etica, allaquale, considerata per questo rispetto come
scienza direttrice della più nobile parte dell'umana n a tura, fan capo le
altre scienze costitutrici della filosofia. La Fisica, come la intendeno gl’antichi,
la quale meditando il principio primo dell'essere nell'universo e nel l'uomo,ne
ravvisa facile il fine che nell'universo è un termine oltrenaturale di naturali
armonie, desiderato dagli enti tutti, e nell'uomo è un'idea di perfezione
immortale, appresa confusamente, nè mai raggiunta nell'ordine delle creature.
La Logica, perchè trattando dell'ente sotto la ragione di vero,ne scorge
facileilpassaggio alla ragione di bene pel concetto d'amabilità, testimonj i
sentimenti più schietti della natura che antecedono ilvero e ne ger minano come
tendenze ed affetti. Vi conduce la Scienza dei doveri e dei diritti;chè dovere
e diritto sono concetti eminentemente morali in quanto da un lato discendono
dall'idea della legge,le cui divine esigenze s'impongono alla coscienza degli
enti creati,capaci di cognizione,pur ri spettando quelli enti nell'ordine della
loro natura; dal l'altro lato vengono su dall'idea dell'uomo,ente dotato
d'intelletto e d'amore,che riconosce in sè e nel suo libero arbitrio la
sanzione di quella legge,la quale osservando si sente capace d’immortali
destini. Così l'ontologia, la logica, la scienza delle obbligazioni e il gius
di natura si appuntano, come in unico centro, nella morale, da cui pur si
dirama il gius civile, la politica, la legislazione, la storia e ogni altra
scienza meditatrice dell'uomo. Il Cristianesimo, dottrina e religione
moralmente inci vilitrice, che nata in tempi di costumi nefandi operò un
mirabile rivolgimento nella vita dell'uomo, ponendo a capo dei suoi precetti
l'amore santificato da tanto sangue di martiri, e ad esempio dei nuovi costumi,
l'immagine più che umana del figlio di Maria,il cristianesimo solo poteva dare
un perfezionamento vero alle teoriche della morale. E quel perfezionamento lo
diede allorchè dichia rando senz'ombra di dubbio l'infinita natura di Dio,la
finita natura dell'uomo, si valse dell'idea intermedia di creazione per
assorgere al concetto più puro delle loro attinenze, potè meglio chiarire
l'idea di fine, di bene e di legge,ricostituire l'ordine dei fini nella natura
in telligibile e sovrintelligibile, vedere l'uomo e l'universo ordinati a un
disegno della provvidenza;e quindi,posto a capo di tutta la Filosofia il
concetto di Dio, se ne sparse nuova luce sulle dottrine del soprannaturale e
del naturale, sulla psicologia e la logica, sulla teorica dei doveri e dei diritti;
le scienze politiche e civili e la storia ne apparvero nobilitate. Il che è
tanto vero, che quel tendere continuo dalle miserie di nostra natura all'i m
mortale, all'assoluto, all'eterno,può solo spiegarci le sca turigini arcane
onde move un'aura d'ineffabile bellezza, chela scienza cristiana respira,sono
ormai più che quat tordici secoli, dai dialoghi di sant'Agostino, e dalle let
tere di san Girolamo in poi,sino alla Divina Commedia, alla Somma
dell'Aquinate,e alle sublimi fantasie di Serbatti. Considerate le quali cose,
se alcuno mi domandasse onde accadde che la Paganità, in tanto e continuo sca
dere di costumi e di scienza, riconobbe più volte, senza pur cadere in errori
sostanzialissimi,le principali verità della morale,di che abbiamo esempj
segnalati nelle Indie, in Magna Grecia e soprattutto nelle scuole
socratiche e in Cicerone nostro, addurrei per risposta la vivezza delle umane
tendenze e l'efficacia de'sentimenti,che ger minando da naturaciportano
inconsapevolialvero ignoto, l'istinto della socievolezza e l'amore per gli enti
della medesima specie, che essendo un vivo bisogno dell'uomo, gli mantiene
fresca nell'animo la voce degli affetti do mestici e civili, e infine la
notevole differenza che corre fra l'apprensione astratta del vero e il
sentimento che n'hai nella vita, onde spesso il filosofo discorda dal l'uomo, e
il popolano e la povera vecchierella fanno a m mutolire coll'evidenza della
rozza parola il superbo sa piente.In Grecia,e segnatamente inAtene,dove nacque
Socrate, e dove si conservava nell'amore del bello e nei gentili attici costumi
un germe di rinnovamento, rimase aperta la via a tornare sulle antiche
tradizioni, attestate dalla coscienza e dal linguaggio, e a derivarne, come
scintilla da selce,i principj della morale che fanno sì bella parte delle
scuole socratiche. M a quei principj (già lo sappiamo) erano forse più facili a
ravvisarsi l’età sus seguenteallasocratica,inRoma;e perchèinRoma s'era
insanguinata e commista la civiltà dei popoli italici, in cui si manifestò ab antico
una notevole inclinazione alla scienza avvivata dal sentimento e da fini di
pratica a p plicazione,eperchè in Roma erafioritaefiorivalascuola dei
Giureconsulti, il cui pernio era l'idea morale della legge e del dritto,e
infine perchè, se una riforma era da farsi in tanta corruzione di civiltà e di
costumi,in tanto scadimento delle relazioni domestiche e civili, e nella
notevole prevalenza che da circa due secoli avean preso le dottrine epicuree,
certo quella riforma dovea comin ciare dai principj della morale.L'Etica
ciceroniana, che è uno dei più nobili tentativi fatti dall'umano ingegno per
opporsi, senz'altro ajuto che l'evidenza del vero de sunta dalla natura viva,
alla rovina d'un'intera nazione, era dunque preceduta da un grande
preparamento; chè giammai si compie un gran fatto senza che nei tempi e nella
società,da cui nasce,se ne acchiudano i germi. E i germi della
riforma morale iniziata da Tullio furono, oltre le condizioni civili e
politiche di tutta l'Italia e di Roma, i Giureconsulti e le sètte, alle quali
s'oppose il riforma tore; le splendide tradizioni delle scuole socratiche, e
segnatamente idommi platonici,aristotelici e stoici;ivi egli mirando componeva
il disegno scientifico della sua morale;-m a quel nobile magistero l'avrebbe
ajutato ad accozzare brani di verità,non a comporre una vera dot trina, a
ragunare nella memoria, non ad unire nella ri flessione esaminatrice, s'e'non
avesse avuto l'occhio in un principio più alto, superiore ad ogni opinione e ad
ogni setta, nell'esemplare della natura considerata nel suo popolo, in Italia,
in Grecia, in Europa, nelle genti tutte conosciute, e più viva in sè stesso,
cittadino gene roso,scrittore sommo,oratore che tante volte dall'alto della
tribuna avea signoreggiato gli umani affetti colla parola onnipotente. Questa
meditazione profonda dell'uomo interiore, il cui fine era dedurre le ragioni
del giusto dalle attinenze dell'anima e dell'universo con Dio,valse a Cicerone
le accuse di quell'acuto intelletto che fu Michele Montai gne. Ma Montaigne,
osserva opportunamente un altro scrittore francese, cercava forse troppo
sovente materia al sorriso nell'invilire l'uomo e nel rassegnarlo tra i bruti; Cicerone
lo stimava creato a qualcosa di più alto e di più solenne (ad majora et
magnificentiora quædam ), e riconosceva da Dio la nobiltà dell'umana natura,e
l'ef ficacia della ragione e del libero arbitrio, per costituire la morale e
con essa la vita civile su fondamenti non peri turi. Premesse queste
considerazioni, l'Etica di Tullio, in cui Francesco Forti osservava
rappresentarsi la maturità della ragion naturale presso gli antichi, si
distingua i n nanzi tutto in due parti determinate intimamente dal l'indirizzo
del suo pensiero speculativo nell'esame dei veri morali, estrinsecamente dalla
forma filosofica de'trat tati. Una parte è teoretica e principalmente
speculativa; e in essa Cicerone esaminò la ragione delle tendenze n a
turali nell'umano soggetto per ispiegare il problema sulla natura dei
beni, e si levò coll'induzione da questo esame ai concetti universali di legge,
di dovere, di diritto (De finibus, De legibus); l'altra parte, in cui prevale
un fine pratico o di applicazione, movendo essa pure dai principj fondamentali,
innanzi chiariti, scende a determi narli nella vita dell'uomo individuo e
sociale e nelle dot trine sulle forme di governo (Tusculanarum, Paradoxa, De
officiis,De republica,De amicitia eDe senectute).Se poi si considera bene,nella
prima parte di tal distinzione, avvertita pure dal Kuehner, è compresa
manifestamente un'indagine soggettiva e oggettiva; soggettiva e ogget tiva ad
un tempo,perchè nel problema, posto da Tullio intorno alla natura dei beni, la
riflessione scientifica si volge da un lato sulle tendenze e sugli affetti
spirituali, mentre dall'altro vi riconosce un riferimento necessario a qualcosa
d'assoluto, d'immutabile,d'infinito, di essen zialmente oggettivo,
all'esemplare di legge, da cui si ge nera in noi l'obbligazione morale; e
quindi è che la teorica de'Fini si distingue nel filosofo nostro da quella del
Dovere,e sorge fra l'una e l'altra, come centro unitivo delle armonie morali,
la teorica della legge. Ponendo mano impertanto all'esame della parte
speculativa,cominceremo dalla dottrina dei Fini, trattata ex professo, e con
intendimento al tutto scientifico, nel libro D e finibus, a cui fanno corredo
con secondaria i m portanza, e con oggetto non immediatamente speculativo, le
Questioni Tusculane, e l'operetta dei Paradossi.Thorbecke in una sua dotta
dissertazione universitaria sul principio della Filosofia e degli Officj
desunto dalle opere di Cicerone, osserva che il quesito dei Fini,o del sommo
bene,occupa un luogo principalis simo nella sua morale. Il critico tedesco
allega a questo proposito l'autorità stessa del nostro oratore, che più volte
nelle sue opere, e segnatamente nel primo libro degli Officj,riferisce
ilfondamento delle dottrine morali alla disputa sul fine dei beni,e nel De
finibus nota oppor tunamente contro gli Stoici non potersi separare,
come [Due metodi si presentavano alla riflessione esamina trice per
risolvere il problema sulla natura dei beni. L'uno,che èmetodo comprensivo
edessenzialmente scien tifico, necessario in qualunque parte della filosofia,e
so prattutto indispensabile in questa, stava nel riprodurre esattamente
coll'ordine del pensiero speculativo l'ordine del soggetto, nell'abbracciare
quella stupenda armonia di tendenze e di fini, che ci manifesta l'uomo
interiore senza nulla tralasciare,nullanegare,nullaesaminare im perfettamente.
L'altro metodo invece, che s'informava dalle qualità negative e parziali del
sofisma, consisteva nel dimezzare colla scienza ciò che la natura avea unito,
nel considerare l'essere umano soltanto in certe sue dis posizioni e facoltà,
tralasciando le altre, nell'offrire come opera compiuta del vero e di Dio un
informe viluppo di contradizioni e d'errori. Questa seconda fu la via torta e
fallace seguita dalle sette grecoromane; quello il m e todo di Socrate e della
coscienza tracciato da Tullio, come n'è testimone l'intero trattato de'Fini. La
quale avvertenza occorre fare fin d'ora;perchè parecchj storici della Filosofia
trovarono anche in questa parte della m o [ termini identici d'una stessa
relazione morale, il principio dell'operare e il fine dei beni. Tale suprema
importanza scientifica del trattato dei Fini si desume ancora dal con siderare
che la materia di quel problema si estende per un larghissimo campo di
relazioni intercedenti fra la psicologia e le dottrine morali.Invero il
filosofo,che pone mano a risolverlo,bisogna che mova dai rudimenti di natura,
comprenda con diligente esame tutto l'essere umano,e rifacendosi dalle prime
tendenze,dove appena appena si manifesta l'affetto, e da quelle che palesano
nel sentimento, nell'associazione dei fantasmi e nella m e moria lo svolgimento
della vita animale, e il germe del raziocinio, si apra la strada ad esaminare
tutto l'uomo nella conoscenza che più tardi acquista dell'essere pro prio,dei
proprj doveri,delle prime notiziescientifiche,e a considerarlo come parte della
famiglia, come individuo e come membro della civil società. rale di
Cicerone un appicco alle accuse;dissero non avere egli compreso il vero aspetto
scientifico della questione dei Fini, e poichè, sprovveduto di un saldo criterio
di scienza, tentava comporre le più disparate dottrine, quali erano quelle
degli Stoici e degli Accademici e Peripatetici antichi, la tentata
conciliazione provare anche una volta la povertà del suo ingegno speculativo. Ritter,
Brucker. A una simile accusa, benchè apparentemente sostenuta da validi argomenti,
rispondemmo altravolta,eciparve che la prova più solenne e palpabile contro le
afferma zioni dei critici avversi forse il prendere in mano le opere del
filosofo latino, svolgerle con diligenza, ed esponendo que'suoi dialoghi pieni
di tanta vita d'eloquenza e di speculazione, rappresentarlo,se fosse
possibile,alla fan tasia dei lettori quale io me lo immagino là nelle cam pagne
di Tuscolo e di Cuma seduto all'ombra della quer cia di Mario, e inteso a
conciliare le negazioni de'sofisti nell'affermazione compiuta dell'umana
coscienza. Il dialogo de'Fini è diviso in tre giornate,e ciascuna comprende una
disputa,nella quale Tullio assume sem pre la parte di giudice e di confutatore,
argomentando in favore d'Epicuro, degli Stoici e dell’Antica Accademia il
consolare L. M. Torquato, M. Catone e L. Pupio Pisone. Il dialogo è introdotto
ora nella villa di Cicerone in quel di Cuma, ora nella biblioteca di Lucullo presso
Tuscolo, e in fine all'ombra silenziosa deplatani nell'Accademia d'Atene. Per
cominciare dalla disputa contro Epicuro,occorre qui rammentarci come nella
prima parte di questa tesi esami nando le principali scuole che fiorivano in
Grecia avanti i tempi di Cicerone, e tra queste la scuola epicurea, vi trovammo
un nuovo e sempre crescente pervertimento delle dottrine anteriori o
contemporanee,e come tal per vertimento consistesse,a nostro avviso, in un
esame sem pre più povero e parziale del soggetto su cui cade la scienza,
manifestato, segnatamente in fisica, col fermare l'osservazione al nudo
meccanismo degli atomi,in logica con ridurre ogni facoltà dello spirito al
senso, e nella morale restringendo la virtù e la beatitudine ai piaceri del
corpo e i piaceri dell'animo alla speranza o al ricordo dei piaceri del
senso.Una siffatta dottrina,che spegnendo ogni più nobile tendenza dell'uomo,
riduceva il sapiente alla condizione del bruto, subito la riconosci come il por
tato d'un ingegno profondamente sofistico, solo il sofisma togliendo all'uomo
l'intuito vivo delle armonie di natura; chè, posto a capo dell'Etica il puro
sentimento animale, se ne oscura la notizia dell'uomo, ente capace non solo
disentimento, ma d'intellettoed'amore,noncapiscipiù la possibilità del dovere
che dee cercarsi per sè,non già per diletto,e s'offende la dignità dell'umana
natura e delle virtù ponendo fra esse la voluttà come una meretrice in
un'assemblea di matrone. De fin., De off. Tali sono gli argomenti, tolti
altresì dalle in time contradizioni di quel sistema, che Cicerone vibra di
rimando contro Epicuro colle armi d'una concitata elo quenza,e davvero la sua
risposta a Torquato è un con tinuo contrapporre a un cattivo e sofistico esame
del l'umana natura, un esame più alto e più vero delle sue leggi, de'suoi
destini, del suo aspirare all'immutabile e all'assoluto;chèilnobile animo
dell'accusatorediVerre, e del persecutore di Catilina e d'Antonio poneva da
parte ogni dubbio combattendo nelle dottrine epicuree una tra le cause maggiori
dell'affrettata rovina di Roma. M a v'è un luogo,noterole su tutti gli altri, in
cui l'Ora tore latino, volendo mostrare come l'affetto abbia efficacia viva e
spontanea per ricondurci nel vero,rappresenta quella contradizione tra il
pensiero e l'operare, tra le dottrine e la vita,non rara neppure ai dì nostri
in uomini spon taneamente inclinati al bene per virtù di natura, e che han
guasta la mente da malvage filosofie. In quel luogo egli si volge a Torquato, e
invoca la sua coscienza di cittadino, il suo desiderio di gloria, le tradizioni
de'suoi avi famosi e il suo magnanimo affetto alla patria in te stimonio delle
dottrine da lui professate; e gli chiede p e r chè mai non oserebbe sostenerle
nei comizj, alla presenza del popolo, o in pieno senato. Crede egli con intimo
coif vincimento unico fine della vita ilpiacere? E allora perchè mai v'è
tanta contradizione tra quello che fa e dice come cittadino e quello che
sostiene come filosofo? Teme egli forse l'odio del popolo? Ma badi, risponde CICERONE
(si veda), che in questo caso l'errore dell'intelletto non venga raddiriz zato
dal cuore; badi che il sentimento universale, onde ogni popolo della terra si
leva come un sol uomo a con dannare Epicuro,non sia iltestimonio interiore e
inappel labile della natura, repugnante alla teorica del piacere! Questo
intimo disaccordo tra la ragione ed il cuore, tra le dottrine della scienza e
la vita civile, rappresen tato in Torquato, oltre al mostrarci un alto
principio della filosofia di Socrate e di Tullio, che vuole il cono scimento
del vero costituito da un'interiore armonia del l'affetto coll'evidenza, serve
poi in questo caso a ritrarre mirabilmente i tempi dello scrittore, e a
partecipare al dialogolavitaeilmovimento deldramma.I tempi di Cicerone in molte
parti somigliavano ai nostri. Dismessa a poco a poco nelle mollezze la severità
del costume, s'era affievolito negli animi umani, per l'abito fatto a dottrine
sensuali, quel profondo discernimento del retto che non patteggia mai colla
coscienza,e sdegna chiamare con altri nomi da quello che sono il bene ed il
male. Quindi, come sempre avviene, l'errore nelle opinioni d o
ventavapoicausanon lievedidecadimento neicostumipri vati e civili,e non
pertanto alla corruzione profonda degli intelletti e delle volontà contrastava
potentemente nei più, e in special modo nel volgo,l'efficacia ingenita dell'af
fetto del bene. Ora questo che ad altri poteva sembrare niente più che un
argomento di fatto della differenza tra le opinioni volgari e le dottrine dei
filosofi, avea per Cicerone il valore di una prova scientifica, come testimo
nianza resa dalla natura ai supremi principj morali, e questa testimonianza ei
la vedeva,da un lato nell'efficacia degli affetti osservati in ogni individuo,
e dall'altro nel riscontrarsi la veracità di questi affetti coi pronunciati
solenni e infallibili del senso comune. Sennonchè, mentre nel secondo libro
de'Fini era i m presa di non grande difficoltà pel filosofo latino il con
futare Epicuro la cui dottrina mancava d'ogni severo prin cipio di
scienza, la sua parte di giudice e di contradittore doventa non lieve quando
nel terzo e nel quarto libro egli prende ad esame la morale del Portico difesa
dall'autorità e dalle parole di Catone Uticense.E invero,qualunquevolta a
mostrare la solidità e l'ampiezza dei principj etici e speculativi su cui
Zenone fondava la teorica de costumi, non bastasse il suo esame diligente
dell'animo umano e degli affetti spirituali osservati in ogni età della vita,
varrebbe soltanto ilrichiamare ch'ei faceva la morale, nelle sue parti più
generali, ai sommi principj della scienza della natura. Il filosofo di Cittio
avea fondato la sua dottrina sul riconoscimento pratico e speculativo del
l'ordine naturale, espresso in quella sentenza:vivi confor me alla natura.
Πρώτος ο Ζήνων... τέλος είπε το ομολογ ouuevos rõ qurat Eno, così Diogene
Laerzio; e in quella sentenza, chi ben la consideri, si riconosce l'efficacia
del l'insegnamento socratico, continuato in Zenone, onde a v veniva, e lo
notammo più addietro, che, mentre la sua logica e la fisica erano infette da un
esame parziale e meschinamente sofistico dell'universo e dell'uomo, la m o rale
offriva un assai più largo disegno di veri speculativi. Il principio
fondamentale dell'Etica degli Stoici era fuor d'ogni dubbio il concetto puro e
assoluto del bene in attinenza cogli affetti spirituali;tuttavia se fu merito
insi gne di quella dottrina che essi pervenissero a tale concetto dopo un largo
esame psicologico delle umane tendenze,il vizio era che partiti dalla
comprensione totale dell'essere nostro e giunti all'idea di virtù,
restringevano ogni cosa a quest'ultima,non abbracciando più tutto l'uomo nello
spirito e nel senso, nell'intelletto e nel cuore, in sè stesso e nelle
condizioni esteriori. Le cose, diceva Zenone, si conoscono dall'uomo o per
esperienza,o per giudizio di causa,o per analogia, o per raciocinio
comparativo, e in quest'ultimo cade la notizia del bene, alla quale l'animo
ascende universaleggiando da quelle cose che sono secondo natura. Laonde dal
concetto del bene come d'un che ideale, assoluto e simile soltanto a
sè stesso, venne poi il concetto della virtù, al quale il filosofo del
Portico saliva per la nozione intermedia d'onesto. Che cos'era l'onesto?
L'onesto per gli Stoici altro non era che la convenienza dell'atto umano colla
natura, riconosciuta dalla ragione; e quindi essi dicevano, avvolgendosi in un
paralogisma, che poichè quel riconoscimento pratico e razionale avveniva nella
pienezza delle facoltà intellet tuali dopo l'infanzia, che è quella età in cui
le prime cose conformi a natura (prima nature) (tá apota xato qusiv) si
appetiscono inconsapevolmente,da queste prime inclina zioni della natura move il
principio dell'operare, ma non però quelle cose,che n'erano il termine, si
annoveravano tra i beni. Questo principio era vero in parte, ma nel
l'esagerarlo sta il vizio fondamentale della morale del Portico; l'esagerazione
poi consisteva in considerare l'atto m o rale come avente a fine sè stesso,
niente altro che sè stesso, nell'astrarre da ogni condizione esterna della vita
privata o civile, e da quell'armonia che intercede tra la ragione e gli
affetti, onde il libero volere o è condotto o conduce; nel porre in petto al
sapiente quella virtù fredda, impassibile, solitaria, divisa dell'universo e da
Dio, come immobile quercia radicata nei macigni delle Alpi. Se poi si considera
più addentro nelle ragioni isto riche del sistema, il concetto eccessivo della
virtù ci palesa un vivo contrasto della morale stoica coi tempi. Qual fosse il
secolo di Zenone facemmo vedere più in nanzi. Ora se immaginiamo in quel secolo
un uomo di gagliardo volere e di generosi propositi, che ponga mano alla
filosofia coll’intendimento di fortificare il co stume,e di avviarlo ad un fine
più alto,subito si capi sce come a quell'uomo, profondamente ristucco dalla
ignavia dei tempi, la vita del saggio dovesse sembrare una lotta continua della
ragione innamorata del bene cogli affetti interiori, col rigoglio dei sensi,
colle ree c o stumanze civili, e l'onesto una perfezione quasi supe riore
all'umana, e conseguibile solo da pochi sapienti. (De finibus, tutto il libro
terzo; Kuehner e Thorbecke passim.) Esponendo e confutando i
principj più generali della morale stoica,abbiamo esposto in gran parte intorno
a questa materia le opinioni del filosofo nostro. Solo ci ri mane da cercare in
qual modo egli svolgesse le proprie dottrine morali in contrapposto alle
dottrine del Portico, e come l'erroneo concetto del bene supremo da lui
combattuto nel quarto libro, movesse la sua riflessione a pensare un più vero e
men difettivo scioglimento del gran problema morale.Non v'ha forse
luogonelleopere da noi esaminate,in cui questa facoltà potente dell'inge gno
speculativo di Cicerone si faccia meglio manifesta, e con essa il suo metodo
delle attinenze che concilia gli opposti sistemi nell'unità non divisibile
dell'uomo. I principj su cui è fondata la confutazione, movendo dalle idee più
comuni e più popolari intorno alla poca conve nienza delle dottrine del Portico
colle necessità e cogli usi della vita civile, procedono poco appresso a
cercare le cause più remote del paralo gisma nei fondamenti del sistema avversario.I
giudizi del filosofo latino, informati da un metodo rigoroso d'esame, cadono
sempre sul concatenamento scientifico delle dot trine, e sulla loro armonia
coll'indole del soggetto; nè sembreranno,iocredo,eccessivamente severi,come
parvero a Kuehner, qualorasipensiche Cicerone, traisistemi maggiormente seguiti
a'suoi tempi, preferiva ad ogni altro lo stoico, e che inoltre la storia
moderna della filosofia riassumendo l'esame di lui sulle dottrine m o rali del
Portico, solennemente lo confermava. In prova di ciò Enrico Ritter, più volte
citato, considerando l'idea che del saggio s'erano formati gli Stoici, e su cui
fondano la morale, vi scopre il principio d'ogni lor paradosso, e di parecchie
false opinioni sulla vita dell'uomo; poichè, se da un lato, egli nota,si
nascondeva in quella idea un alto intendimento civile, ne veniva poi
necessariamente alterato il concetto della vita e dei doveri affermandosi quivi
l'apatia del saggio, ovvero (come suona in greco quella parola) il suo
affrancamento assoluto da ogni pas sione e da ogni causa esterna che turbasse
la tranquillità del suo spirito. Ritter, Morale des Stoïciens, Questa era un'ambiziosa
ostentazione del sommo bene, così la chiama il nostro Oratore,ostentazione
degna d'una filosofia da ottimati che faceva privilegio della s a pienza, e
l'appartava lungi dalla modesta sublimità del senso comune. Laonde gli Stoici
(prosegue Tullio), per non essere da quanto il volgo, mutavano i principj della
natura,dicevano che l'uomo è anima e corpo,che visono nel corpo alcune cose
desiderate da noi come beni; m a poi,avendo fatto nell'uomo eccellente l'animo
sopra ogni altra sua facoltà, designarono per modo la natura del bene sommo
come se l'anima non sovrastasse soltanto,ma fosse unica parte della umana
persona. E qui è notevole davvero come ricercando il nostro filosofo le cause
ultime dell'errore nel principio stoico del bene supremo,si va gradatamente
avvicinando al con cetto positivo e scientifico della morale.Io dico che dalla
confutazione degli Stoici esce un concetto positivo e scien tifico della
morale, perchè quivi egli non segue le forme irresolute della Nuova Accademia,
nè desume gli argo menti più validi dalle contradizioni relative e parziali del
sistemaavverso,ma procede piùinnanzi, indagasottilmente l'intervallo che separa
il conoscimento diretto dal cono scimento riflesso, e pone la vera indole della
scienza nel suo differire dalla natura,a quel modo che il compiuto differisce
dall'incompiuto, l'attuale dal virtuale e il per fezionamento dal perfettibile.
La scienza, dice Cicerone, move dai principjdi natura, e come tale ha nella
stessa natura la possibilità d'ogni suo sviluppo ulteriore; la scienza non crea
l'uomo,ma ne è un perfezionamento, non genera le notizie dirette,m a le
chiarisce,le distingue, le corregge,le riduce a principj; non disegna ella
stessa l'immagine dell'umana virtù, nè dispone l'uomo a desi derarla, m a trae
in atto quelle essenziali e ingenite dis posizioni; talchè l'opera sua è un
continuo avvicinarsi al concetto del bene,seguendo un archetipo eterno di
perfezione, e somiglia all'opera dello scultore che riceve da altri già
disegnata e delineata la statua per ridurla poi a compimento colla virtù
del proprio scalpello. « Ut Phidias potest a primo instituere signum idque
perficere, potest ab alio inchoatum accipere et absolvere,huic similis est
sapientia: non enim ipsa genuit hominem,sed accepit a natura inchoatum. Hanc
ergo intuens debet institutum illud quasi signum absolvere.Qualem igitur natura
homi nem inchoavit? et quod est munus,quod opus sapientiæ? quid est quod ab ea
absolvi et perfici debeat? Si nihil in quo perficiendum est præter motum
ingenii quemdam, id est,rationem,necesse est huic ultimum esse ex virtute agere:
rationis enim perfectio est virtus: si nihil nisi corpus, summa erunt illa,
valetudo, vacuitas doloris, pulcritudo,cætera.Nunc de hominis summo bono quæ
ritur. Quid ergo dubitamus in tota ejus natura quærere quid sit effectum? Quum
enim constet inter omnes,omne officium munusque sapientiæ in hominis cultu esse
occu patum, alii ne me existimes contra Stoicos solum di cere, eas sententias
adferunt, ut summum bonum in eo genere ponant, quod sitextra nostram
potestatem,tam quam de inanimo aliquo loquantur, alii contra, quasi corpus
nullum sit hominis, ita præter animum nihil cu rant, quum præsertim ipse quoque
animus non inane nescio quid sit -- neque enim id possum intelligere --, sed in
quodam genere corporis, ut ne is quidem virtute una contentus sit,sed appetat
vacuitatem doloris.Quam ob rem utrique idem faciunt, ut si lævam partem negli
gerent, dexteram tuerentur, aut ipsius animi, ut fecit Herillus, cognitionem
amplexarentur, actionem relinque rent. Eorum enim omnium, multa
prætermittentium, dum eligant aliquid,quod sequantur,quasi curta sententia. Atveroillaperfectaatqueplena
eorum,quiquum de hominis summo bono quærerent,nullam in eo neque animi neque
corporis partem vacuam tutela reliquerunt.» Questa bella dimostrazione,
che Kuehner annovera tra le dottrine interamente proprie di Tullio, e che
trascorre con tanta signoria di sè stessa dalle nature inferiori alle
superiori, ponendo la legge che governa il sapere a riscontro colla legge
dell'universo, mostra quanto alto fosse pel filosofo romano il concetto della
Scienza Prima,ed è uno splendido testi monio della sua potenza speculativa e
dell'universalità dell'ingegno latino. Concepiva il Romano lascienzacome un
ripensamento della natura, e la natura, considerata nell'ordine che la informa,
era per lui un'arcana ar monia d'attinenze; talchè la scienza ei la immaginava
come un ripensamento delle naturali relazioni, che in tercedono tra i varj
gradi della vita nell'universo, tra le varie parti della natura fisica,
intellettiva e morale nell'uomo, e poi tra la natura e la speculazione, e tra
la speculazione e la vita civile. Filosofo vero è per lui chi ripete
veracemente, tal quale gliela diè la coscienza, quell'armonia di
natura;filosofo falso o sofista chi con fondendo o separando riesce a negarla.
Quindi era sofista l'epicureo, che meditando l'uomo solo nella parte più bassa
di sua natura, e chiudendo gli occhj davanti alla luce non estinguibile
dell'intelletto, poneva nel piacere il supremo dei beni; era sofista Erillo che
disconoscendo la libera attività del volere, confinava la virtù nell'in
tuizione inefficace e disamorata del vero scientifico; ma non errava meno lo
stoico, che pervenuto al concetto di virtù movendo dalle naturali tendenze, a
un tratto le abbandona per rifugiarsi in un ideale di sapienza che alla natura
dell'uomo contraddiceva. Cf. De legibus. Considerata sotto questo
rispetto,l'idea altamente c o m prensiva,che Tullio s'era formata della scienza
morale, lo ravvicinava ai principj delle scuole socratiche.La ra gione parmi
assai chiara; poichè,posto una volta,com'è di fatto, la scienza non essere
altro che un fedele ripen samento dell'umano soggetto, e dall'ordine dei
principj intrinseci ad esso venire l'ordine esterno costitutivo del metodo
dilei; ammesso inoltre infilosofiailrinnovamento essenziale d'ogni riforma
essere,come nelle istituzioni ci vili, un ritorno verso i naturali principj
dell'animo; da ciò consegue che la misura per determinare la bontà del metodo
d'una scuola, e il suo avanzare o allontanarsi dall'istituto riformatore,sarà ilparagone
tra la pienezza della forma scienziale e l'integrità della materia esaminata;
talchè, dato un degeneramento delle scuole successive dal principale
istitutore, chi prendesse a confutarle richia mandole ad un esame più pieno
dell'umana coscienza, s'incontrerebbe per via diretta negl'intendimenti del ri
formatore. Tale è il caso da noi esaminato rispetto al filosofo latino. Il
principio della morale delle scuole so cratiche è il conosci te stesso. Ora è
noto quale fosse la pienezza e la comprensione del significato, che il filosofo
ateniese dava a quel precetto in ogni parte della filosofia, e come il
sentimento della perfezione ideale, connaturato all'ingegno greco, e reso più
vivo dalle armonie pitta goriche, traesse lui, uomo di smisurato intelletto, a
im maginare la virtù costituita da un armonico concorso delle facoltà umane fra
loro e coi termini esterni, e a conce pire il cittadino nell'ideale dell'uomo
perfetto. Tale indirizzo dell'ingegno greco nei principj costi tutivi della
morale seguitarono Platone e Aristotele; ma l'uno, giovane della fantasia e
dell'affetto,e nato in una civiltà, giovane ancora, e che serbava nell'evento
delle istituzioni civili tutte le speranze d'un avvenire glorioso, sebbene
affermasse l'effettuamento del bene assoluto non potersi dare q u a g g i ù,
perchè il bene assoluto è l'ente i n finito, in sè e per sè sussistente,e
partecipato solo im perfettamente dalle cose finite, pure faceva consistere la
virtù in un continuo avvicinarsi dell'uomo a quell'esem plare immortale di
perfezione, e riconosceva nei beni ter reni un'effigie lontana e appena
un'analogia della beatitudine eterna (Quo i w s i s Sew. De rep. e Thea et. ).
Aristotele, ingegno più virile e più temperato e ritraente dai tempi, in cui, perduto
il fatto delle libere istituzioni, se ne ve niva creando con affetto maggiore
la scienza, se rinvenne il perfetto della vita nell'intuizione del vero specula
tivo, si volgeva di preferenza alla pratica, e faceva del pensiero un semplice
avviamento all'azione, della politica la parte principalissima della sua
morale. Il concetto del bene, rimasto assai indeterminato nelle
dottrine del figlio di Sofronisco, si bipartisce dunque nel l'Accademia e
nel Peripato; Platone lo congiungeva alla psicologia e alla dialettica;
Aristotele lo ravvicinava alla politica; con che, si avverta bene, noi vogliamo
solo far notare certa speciale prevalenza nella forma scientifica delle due
scuole, non già determinare una essenziale diver sità nei fondamenti della morale.
Chè la pienezza dell'osser vazione interiore, tanto raccomandata da Socrate,
durava lungo tempo ancora nei successori d'Aristotele e di Pla tone, e fu tra
le cause principali ond'essi, concordi con Zenone nel sostanziale del sistema,
ne combatterono il metodo e il concetto del bene supremo come un trali gnamento
dalle dottrine dei loro istitutori. Da queste considerazioni s'inferisce più
cose.Primie ramente si comprende come il pensiero dell'oratore latino sulla
teorica del bene morale, considerato sotto il rispetto o semplicemente
speculativo, sia universale, comprensivo e di un importante valore scientifico,
sia un testimonio di più del suo risalire mediante un principio più alto e più
generale,non certamente partecipato dalle scuole negative e sofistiche, ai veri supremicostituenti la scienza. Da que
ste considerazioni esce anche nuova luce sull’intendimento a cui mira il libro
De finibus. Quest'opera è di una singolare importanza per la storia della
scienza morale, e, a considerarla bene, si vede che Tullio a fin di mostrare e
chiarire la perfetta dottrina sulla natura del bene su premo, si valse del
metodo più famigliare a Socrate e a Platone, metodo che potrebbe dirsi ab
absurdis, assai usato nelle dimostrazioni dei problemi di Geometria; pose cioè
più concetti particolari e negativi del bene perfetto, e su via di
contradizione in contradizione si levò elimi nando, e integrando insieme, al
concetto più universale e più comprensivo. Per talmodo egli,imitando il Socrate
del Convito, del Fedro e della Repubblica,addestrava il giovane ingegno latino
a scoprire nel particolare e nel mutabile delle opinioni l'idea universale che
signoreggia la scienza. Conforme a tal metodo, se egli nel primo e nel secondo
libro confutava Epicuro mostrando quant fosse difettivo il suo
principio che ponera il bene ed il fine nel puro sentimento animale,e se nel
terzo e nel quarto esponendo e correggendo le dottrine del Portico richiamava i
filosofi a meditarne la parte imperfetta, cioè il prevalere soverchio del
principio spirituale e sog. gettivo nel concetto del bene;nel quinto libro
intro dusse a coronamento della morale ilsistema dell'Accademia e del Peripato.
Questo libro è una sintesi di tutta quanta la scienza; vi si studia l'uomo dai
primi rudimenti della vita vegetativa e animale su su fino agli albori della vita
intellettiva e morale; vi si mostra come l'istinto primitivo della
conservazione esca in sentimento, il sentimento germini in affetto,e
quell'affetto,incerto e inconsaputo da prima, a poco a poco coll'apprensione
più viva di noi stessi e della differenza che ci distingue dagli
altrianimali,simuta inconoscimento; vis'insegna come debba la filosofia tener
conto nelle sue meditazioni di questa piega üei sentimenti animali e
spirituali, perchè le sono scala all'evidenza del vero che più tardi la ri
flessione esaminatrice coglie nei penetrali della coscienza. Invero quando io
leggo il trattato dei Fini non mi posso capacitare come vi siano stati alcuni
critici che han vo luto scoprire nel quinto e nel quarto libro, e nella con
ciliazione ivi proposta tra gli Stoici e l'Antica Accademia, non altro che un
misero tentativo dell'eclettismo latino; poichè (giova ripeterlo)mentre
investigava ilfine scientifi camente,Cicerone conciliava le scuole,ma
integrando col metodo dell'osservazione interiore; procedeva sì ravvici
nandoisistemide'filosofi,ma ilprincipiodellaloroarmo nia desumeva
dall'esemplare della natura, ch'è sistema immortale di Dio. Vedi riassunto e
citato diligentemente ilDe finibus nella dissertazione già allegata di Thorbecke,
e in quella di Kuehner, Vedi pure per ciò che risguarda ilconcetto di tutto il
trattato l'importante dissertazione di Hinkel: De variis formis doctrine
moralis Peripatetico rum usque ad Ciceronem, earumque cum cæterarum scho larum
placitis comparatione. Marburgi Cattorum). Il concetto scientifico della
morale di Cicerone, quale noi l'abbiamo meditato sin qui,comprendendo nella sua
pienezza tutti i principj costitutivi di quella dottrina, e unificando in un
termine superiore, che era l'integrità del soggetto umano, le contradizioni
parziali delle scuole, dà luogo a risolvere una delle più importanti questioni
mosse dagli storici sulla morale dell'oratore latino. I m perocchè ci spiega in
qual modo, concorde coll'antica Accademia e col Peripato nei principj supremi e
nel l'idea del bene e della virtù, quanto poi alle parti a c cessorie,che
avevan per fine determinare il contegno del saggio rispetto a sè stesso,e nelle
relazioni civili,egli se condasse talvolta gli Stoici la cui severità,
civilmente con siderata,glipareva un argine saldocontrolastraboccata corruttela
dei tempi. Procedendo con tal criterio, i libri attinenti a questa parte
soggettiva della morale appajono informati da un solo ed unico disegno di
scienza,e ven gono distribuiti per classi in ordine al metodo e agli in
tendimenti. Infatti dall'opera dei Fini, la quale tiene la parte suprema
dell'Etica, ch'io chiamai soggettiva, e discorre del bene e della vita con fine
immediatamente scientifico, scendono conforme a questo principio le Questioni
Tusculane, e il libro dei Paradossi. Manifestano un fine positivo o
d'applicazione e un esercizio di metodo le dispute Tusculane,dove in mezzo ai
precetti stoici,esposti nella maggior parte dell'opera, traluce l'intendimento
di offrire, in tanta corruttela delle pubbliche istituzioni e dei costumi
romani,un alto esemplare del saggio,capace di volgere le menti a studj più
generosi; e divisa la filosofia in più questioni (loca),si prende in ciascuna a
ribattere le istanze proposte col metodo della Nuova Accademia. Poi un semplice
esercizio di metodo forense rivelano i Paradossi, nei quali Tullio poco dopo la
morte di Catone Uticense prese a lodare secondo i principj stoici le virtù
dell'amico, e mostrò agli studiosi dell'eloquenza come qualunque soggetto di
filosofia, il più remoto dalle opi nioni volgari,si porgesse ad un utile
esperimento dell'in gegno oratorio. « Ego vero (così egli dice nel
Proemio) illa ipsa quæ vix in gymnasiis et in otio Stoici probant, ludens
conieci in communes locos.» 3. Insino a questo punto, esponendo fedelmente l'in
dirizzo delle indagini speculative di Cicerone nella con troversia intorno al
bene supremo,noi paragonammo volta per volta le sue opinioni coi principali sistemi
contemporanei. Da quindi innanzi procederemo con metodo di verso e più spedito,
giunti a parlare di quella parte della sua filosofia, dove egli si avvenne a
minori opposizioni,e dove la sua riflessione era soccorsa più largamente dalle
idee nazionali e dai principj del Diritto romano. mente la parte
soggettiva della morale,che,come vedem il fine dell'operare affetti e nel più
intimo della coscienza mo sinqui,indaga umani, e col riscontro di Tullio non
lieve di veri incer avvalorata indubitabili tezza alla riflessione più che
altrove cadendo l'indagine affettuosa dell'essere mai dalla scienza, potea far
velo al giudizio; separabile o perchè la discordia senza metodo più ragione i
problemi e le controversie. Ma con si governa sicuro, e con più evidenti da
sottili argomenti, offriva ai tempi esaminatrice. Forse perchè in quella
oggettiva della nella quale egli,esaminate tendenze,el'istinto filosofale sulla
umano,ilfomite delle sette vi avea moltiplicati principj morale di Cicerone la
parte, ossia quella parte le naturali felicità, e ciò che per rispetto del
della l'adempimento bene e alla suprema universale della legge e del dovere. E
proprio feconda speculazione va dal soggetto all'oggetto dall'esame e
conoscitive eterni, tanto più, come chi senta del fine, si leva al concetto
idealità anche in, che quanto più il nostro questo è im fatto notevole,trascende
minuto delle potenze affettive alla contemplazione per la via della scienza
degli intelligibili animoso procede della valle a una alleggerirsi vista
interminata il respiro uscendo dal basso teorica della della filosofia di
pianure e di mari. La e del dovere è dunque il fondamento legge civile di M.
Tullio; e certo a questa chiarezza dei sommi parte più delle passioni,non E
vera degli,perquanto nella piega a noi costituisce tempi di pensiero il
sensibile,e passa principj morali da cui ella è desunta,e dove il pensiero
del filosofo latino si ferma per rinvenire le armonie più remote della scienza
morale colle dottrine dello stato e della vita politica, conviene attribuire
quella pienezza di speculazioni largamente intrecciate all'esame del mondo e
dell'animo umano,onde il libro delle Leggi riassumendo le teoriche civili,si
rannoda da un lato col dialogo dei Fini e coll’Etica soggettiva,e dall'altro
cogli Officj e col libro della Repubblica. Talchè, a voler direpienamente il
pen siero del filosofo romano, tutta la scienza morale sì del l'individuo come
dell'umana famiglia, e la filosofia civile nelle sue più remote congiunzioni
colle altre dottrine, muovono, come due maestose riviere di fiumi perenni, da
quel fonte immutabile, che è il concetto della eterna legge. Le dottrine della
filosofia civile di Cicerone furono da molti anni soggetto di lunghe e
diligenti ricerche in Germania, in Inghilterra ed in Francia, tanto che su
questa più che sopra qualunque altra parte delle sue opere forniscono le
biblioteche copiosa materia di lavori storici, critici e dottrinali agli studj
dei commentatori e dei filosofi.La quale abbondanza di ricerche sulle dottrine
posi tivedelfilosofolatinoprovennealcerto,cosìdaunatalquale novità e armonia di
disegno scientifico che egli dava ai suoi studj sulla filosofia civile,
applicandovi l'esempio di Roma e i larghi principj della Giurisprudenza e del d
i ritto latino;come da quell'opinione invalsa universalmente tra i dotti
ch'egli avesse un ingegno più fecondo nel l'applicare che nel trovare, più
acconcio ad esporre i pre cetti della scienza che a fondarne i principj per via
di rigorose indagini speculative. Ma niente è più contrario a questa opinione
quanto un severo esame del libro De legibus. Meditando con attenzione questo
dialogo,uno dei più eloquenti che mai uscissero dalla fantasia largamente
inventiva del nostro filosofo, ti accorgi tosto essersi in gannati a partito
coloro i quali sull'autorità di alcune poche parole di lui nel cap. VI: «
quoniam in populari ratione omnis nostra versatur oratio,populariter
interduin loqui necesse erit », vollero indurre doversi annoverare questo
trattato fra i libri mancanti di vera speculazione scientifica, e volti ad un
fine semplicemente pratico popolare.Ora per risolvere una siffatta questione,
non certo di poca importanza nella critica della morale di Cicerone, e
risguardante quei principj che ne collegano le varie parti in u n disegno
ordinato di scienza, io distinguo nel libro De legibus due rispetti parimente
importanti in cui può essere considerato:un rispetto istorico, o giu ridico, e
un rispetto semplicemente speculativo. E a par lare innanzi tutto del primo,
non debbo lasciare indietro come dal 490, età della prima guerra cartaginese,
al 628, anno della distruzione di Numanzia, mentre gran parte all'oriente e
all'occidente d'Europa, e l'Africa stessa venivano in potere dei Romani, la
repubblica (come dice il Forti) rapidamente si corrompesse.S'indeboliva a poco
a poco l'ordine delle famiglie, si mutava la moderazione in crudeltà e
capriccio, l'ossequio e l'ubbidienza in vile condiscendenza ai vizj con animo
rivolto a sciogliersi dai legami della famiglia, perdera forza la religione del
giu ramento; nel VI secolo frequenti i privilegj, caduta in discredito
l'autorità sacerdotale, frequenti le prorogazioni degl'imperj; indi a grado a
grado cessava Roma dal l'avere una costituzione fissa e un prudente consiglio
che la dirigesse, e s'avviava all'anarchia popolare. Di queste condizioni
civili,che rendevano sempre più facile il vivere sciolto da ogni legge morale,
dovea risentirsi la disci plina del dritto. La quale nata da una viva
disposizione dell'ingegno latino a ricercare la suprema legge del vero nella
moralità delle azioni, e guidata dalla sublime idea del giure che G. B. Vico
riconobbe nel linguaggio dei primitivi italiani, si perfezionava tra il sesto
secolo e il settimo a causa del bisogno vivamente sentito di ridurre le
consuetudini a leggi scritte, per l'uso delle lettere greche, per lo studio
dell'antichità necessario alla notizia delle leggi,e per l'efficacia della morale
stoica.Va frat tanto la sparsa materia del diritto romano non si ordi nava in
forma di scienza; non già che molte massime generali delle XII tavole e
dei pretori non fossero d e sunte dall'intimo della filosofia, e che
l'applicazione e lo svolgimento delle dottrine non desse impulso efficace al
l'ingegno speculativo de'Giureconsulti.Vi s'opponeva un difetto,antico nella
costituzione romana,percuicadendo in dissuetudine le leggi, spesso occorreva di
rinnovarle, l'autorità troppo larga dei legislatori, onde, al dire di Cicerone,
si studiavano piuttosto gli editti del Pretore e le opere dei Giureconsulti,
che il testo delle XII tavole, e poi il moltiplicare delle massime e delle
questioni per cui avveniva che la scienza, anzichè ordinarsi a sistema con universalità
di disegno, si veniva soltanto applicando gradatamente ai bisogni civili. M a
verso la metà del settimo secolo,quello stesso in cui Cicerone scriveva la
Topica,eaRoma epertuttoildominiodella repubblica s'era da un pezzo largamente
propagato lo studio della filosofia e delle lettere greche,l'ingegno romano già
esperto nell'esercizio della logica, e maturo all'abito della rifles sione
interiore, cominciò a dare forma più rigorosa di scienza alle discipline del
giure. Uno di coloro che più vi si volse, e che, per testimonianza di CICERONE
(si veda), vi recò un vero abito del raziocinio nutrito da studj profondi di
filosofia, fu il giureconsulto Servio Sulpicio,di cui si parla con molte lodi
nel libro De claris oratoribus ; e dopo lui il nostro filosofo, al quale chi
legga il libro delle Leggi non può negare il merito insigne di avere meditato
una riforma del giure, desumendone l'origine,come dice egli stesso, dall'intimo
della filosofia, e tentato un codice del diritto pubblico per sopperire al
bisogno,allora viva mente sentito,di ridurre a principj universali e a dise gno
ordinato le sparse discipline del Diritto romano. (Libro I, e sey.) Ma questo
stesso proporsi una riforma del giure e meditarne l'ordinamento scienziale, chi
non vede ch'era già nella mente del nostro filosofo un naturale appa recchio
all'indagine speculativa dei principj morali? L'oratore latino a cercare che
cosa è legge, mosse,come i giureconsulti odierni, dalla considerazione di due
rispetti nei quali la legge può meditarsi, cioè in quanto ella
esiste nel fatto come regola coattiva delle azioni, ovvero in quanto ha una
ragione d'esistere,o vogliam dire una origine razionale (Forti). Ei risguardò
di preferenza il secondo rispetto, e cercando nella sua definizione l'ottimo
ideale, « si rifece da un gius naturale anteriore alle leggi, variabili secondo
il volere dei legislatori,norma razionale al paragone della quale si potesse
distinguere la legge buona dalla cattiva, che in sostanza è una violazione del
giusto sostenuta dalle forze della società. Questo termine di confronto delle
leggi civili lo ravvisava nella legge di natura,ossia nella somma ragione
dell'economia che gli dèi, signori dell'universo, avean posta nel governo delle
coseumane.Da questo fonte derivava la giustizia assoluta ed eterna, che
definisce il bene ed il male indipendente mente dagli stabilimenti sociali e
dalle opinioni degli uomini. Idea di assoluta giustizia,che,come Cicerone
avverte egregiamente, non può star separata dalla credenza reli giosa in un
supremo legislatore cui sia a cuore il bene e l'avanzamento dell'umanità. I
comandi e le proibizioni di questa legge suprema sono noti agli uomini, secondo
Cicerone, per natural lume di ragione, solchè essi vogliano esaminare se stessi
e consultare la coscienza. Laonde è da considerare sapientissimo il detto
dell'antico savio, che pone a fondamento di sapienza il conoscer sè stesso.
Conoscendo sè stesso, l'uomo vede di essere naturalmente socievole, e va
persuaso che la società è uno stato neces sario al genere umano.Vede eziandio
che gli uomini tutti fanno una sola famiglia, che ha un padre e regolatore
comune,che tutti ama ugualmente e gliobbliga a vicen devoli uffizj. » Francesco
Forti, nome caro alle lettere e alla giurisprudenza toscana,così riassumeva nel
I libro delle sue Istituzioni civili le dottrine del dialogo sulle Leggi; ed io
lo citai augurando che per suo esempio il trattato insigne del filosofo latino
porgesse materia di larghe e fruttifere meditazioni agli studiosi del Diritto.
Tra le cause adunque che dettarono a Cicerone il dialogo delle Leggi, sono in
primo luogo da annoverarsi l'incertezza del vero senso del giure per la
moltiplicità delle massime,deglieditti, delle leggi, degl'interpretanti, onde
spesso si perdeva il significato filosofico e morale nella aridità delle
formule, ed era opera di scienza vera e fruttuosa il ricondurvi le umane menti;poi
una ragione politica che voleva richiamate ai principj morali le libere
istituzioni;ed infine un contrasto alle scuole greche, e specialmente alla
Nuova Accademia,la cui dottrina po teva riuscir fatale all'Etica e alla
Giurisprudenza, fon data com'era,non già sull'osservazione interiore o sopra un
vero criterio scientifico, m a sui deboli artifizj della dialettica e del
sofisma. Ora si consideri bene come ilnotare diligentemente questo con trasto
del filosofo latino colle scuole negative degli asso luti principj morali,ci
mena a poco a poco a scoprire la parte altamente speculativa delle sue indagini
intorno alle leggi,la quale dobbiam confessare avere sin qui assai poco
considerata i critici e i commentatori. Eppure ogni età della storia (e lo
notammo più innanzi) ci porge ampie e innegabili testimonianze di questo
tornare della riflessione all'esame della legge morale e della genesi dei sommi
principj che ne derivano, e si manifestano all'intelletto fecondi
d'innumerevoli attinenze con qua lunque parte dello scibile umano,ogni volta
che le dot trine dei sofisti pullulate dalla profonda corruzione civile e
dall'intepidire del senso morale, ponevano il bene ed il giusto
nell'attraimento degli istinti animali, e nel l'esca dell'interesse. In quei
tempi di grandi sventure private e pubbliche, massima delle quali è per certo
il dilungarsi degli ordini civili dalla notizia dei sommi prin cipj, gl'intelletti
più alti,nutriti nella meditazione e negli studj dell'antichità, mossero la
riforma morale da quella relazione chiarissima e primitiva che intercede tra
l'in telletto e l'assoluto, e si manifesta nell'energia dell'im perativo
morale.Questo intendimento di opporsi allo scet ticismo coll'esame della
realità oggettiva del supremo concetto di legge,è manifesto nelle teoriche del
Vico,è m a nifestissimo in quelle degli Scozzesi, e dettò le pagine
più eloquenti di quel famoso libro che s'intitola dalla Ragione
pratica,sebbene l'affermare,come essofa,chelamia ra gione è un che
d'imperativo, che la mia volontà vi si sente soggetta, e che quindi m'accorgo
che quell'impero è universale e viene da Dio legislatore,creatore e prov
vidente, sia pronunciato assolutamente contrario al si stema della scuola
critica e alle dottrine del filosofo di Conisberga. M a poichè in questo luogo
facemmo espressa menzione del libro della Ragione pratica,vogliamo invitare
inostri lettori a seguirci in un paragone per certo singolare e inaspettato
delle dottrine di due differentissimi ingegni. Il filosofo di Conisberga,
abbeverato alle dottrine del Cartesio, e seguace, benchè inconsapevole, dello
scetticismo di Hume, Kant i primi baleni di quella filosofia, onde più tardi
sfolgorava la rivoluzione fran cese, ammise a fondamento del suo sistema
l'assoluta impossibilità di trapassare dal soggetto all'oggetto, rap
presentando il pensiero racchiuso in sè stesso e pensante le cose con proprie
forme o categorie. La qual dottrina, oltre al contraddire, come fa, alla natura
del pensiero e all'evidenza immediata della percezione,e porre il filo sofo
nell'assoluta impossibilità di edificare la scienza nel tempo stesso ch'egli
sipropone ilproblema,se lascienza è possibile, distrugge ogni certezza morale,
e vieta alla mente di aggiungere mai colla riflessione scientifica l'ori gine
vera della legislazione assoluta. Per Kant (osserva giustamente Mamiani)
l'anima è onninamente legisla trice di sè medesima e crea l'assoluto
dovere,crea,dico, non meno di un assoluto; e quella forza invincibile di
approvare o di biasimare è pur fattura dell'anima, onde ella identicamente e
simultaneamente è comando e obbe dienza, è autorità ed obbligazione, è diritto
e dovere, è attiva e passiva, è finita e infinita (perchè ogni assoluto vero è
infinito), e rimordesi talvolta amarissimamente delle azioni contrarie
all'imperativo di cui ella stessa è autrice spontanea. Cotal dovere e cotale
legislazione assoluta che emerge tutta ed unicamente dall'umano subbietto, appare
nel Kant (se è lecito dirlo)più contradit toria assai che negli Stoici antichi
e nei moderni panteisti germanici.Imperocchè appo entrambe le scuole la volontà
e libertà umana si sustanzia in ultimo con la divina e assoluta. Quindi nelle
loro dottrine morali ricomparisce la contradizione perpetua d'identificare
azione e passione, finito e infinito e così proseguì;ma non vi si dee ravvi
sare cotesta forma particolare di ripugnanza tanto più deplorevole quanto la
scienza morale à un carattere sacro e interessa il genere umano e la vita
civile più che altra disciplina quale che sia. » Confessioni. Tale è pertanto
la differenza notevole che corre tra le contradizioni morali del Kant e quelle
del nostro filo sofo. Già vedemmo parlando delle dottrine sulla natura come da
parecchj luoghi dei suoi trattati apparisca assai chiaro ch'egli, seguace del
semipanteismo platonico e stoico,faceva consustanziali l'intelletto umano
eildivino; la qual dottrina applicata nel dialogo delle Leggi avrebbe dovuto
condurlo per legittima illazione a identificare la natura infinita del precetto
morale colla ragione finita dell'uomo.Ora una volta ammessa questa
dottrina,come mai poteva dedurne il filosofo l'azione trascendente e as soluta
dell'imperativo morale sull'anima nostra? Come concluderne che la ragione
perfetta, in quanto risplende dell'assoluto concetto del bene, s'impone alla
mente e prende natura di legge? E d'altra parte è chiaro a chi sia
mediocremente versato nella storia della nostra scienza che l'oratore roman o,
il quale rifiuta nel libro De finibus la parte soggettiva della morale del
Portico,come il su perbo concetto del perfezionamento umano,l'indifferenza ai
beni esteriori e l'eguaglianza delle imputazioni, qui nel dialogo delle Leggi
ne accettò pienamente la parte oggettiva, vo'dire l'idea della legge eterna e i
concetti dell'obbligazione e della città universale. Tale repu gnanza del semipanteismo
platonico e stoico accoltoda Cicerone coll’autonomia dell'umano arbitrio, e
coll'effi] [Veramente non è ben chiaro se Cicerone si facesse mai tal
domanda; ma, a dirla breve e come io la penso, il sentimento più naturale e
spontaneo ch'io ritrassi dalla prima lettera del libro De legibus, fu una ferma
opinione che il filosofo latino movendo dalla indagine sul concetto di
legge,soccorso dalle tradizioni del diritto romano, d o vesse riuscire a
rappresentarsi quell'azione trascendente della legge morale sull'animo nostro
siccome derivata dall'intima natura di un assoluto,distinto dalla ragione
dell'uomo e a lei superiore. Argomento valevole assai per confermarmi in tale
giudizio,è l'altezza a cui poggia l'indagine speculativa di Tullio,che
allontanatosi dal l'esame particolare e sottile delle scuole antecedenti e contemporanee,
e dalla parte soggettiva della stessa d o t trina stoica,riordinava la scienza
tutta al lume dei sommi principj, più tardi usciti a fondamento della sapienza
cristiana.cacia trascendente di quella virtù onde si genera in noi
l'obbligazione morale, involge un importante quesito di storia della filosofia.
Nel quale si domanda, se il filosofo latino propose giammai nettamente innanzi
all'esame della sua riflessione questa controversia da cui dipende il principio
costitutivo dell'obbligazione e del bene m o rale; e se chiese a sè stesso come
potessero mai conci liarsi l'identità di natura tra l'intelletto divino e
l'intel letto dell'uomo con quel sentimento di soggezione assoluta che in noi
s'accompagna all'impero della legge morale. Un'altra prova di non lieve
importanza è altresì la dif ferenza notevole che corre tra i libri fisici e
morali del filosofo nostro.In quelli egli dubita il più delle volte,e,meno che
nei principj fondamentali,segue irresoluto leforme della Nuova
Accademia;neilibrimorali partuttoun altr'uomo, e le sue conclusioni rivelano
sempre una maravigliosa armonia del sentimento colla riflessione speculativa. A
l tresì non v'è dubbio alcuno che i concetti correlativi di Dio e dell'anima
umana e del libero arbitrio,assai inde terminati nel De natura deorum,nelle
Tuscolane, nel Sogno di Scipione e negli Accademici primi,qui nel
libro delle Leggi profilano più nettamente le loro fattezze,e ne discende
ordinata e architettata nelle sue verità uni versali tutta quanta la scienza.Il
concetto del divino sopra ogni altro giunge in questo libro ad un'altezza scono
sciuta alla maggior parte dei filosofi antichi.Egli è rap presentato al lume
delle tradizioni romane come inente eterna ed eccelsa che tuttoprovvede,che a
tutto impera,e veste idue caratteri dell'arbitrio e dellam o ralità, che, al
dir del Gioberti, ne costituiscono le origi nalifattezze. L'indagine tulliana della
leggesuprema pa lesa poi,per mio avviso,un vigore non ordinario d'ingegno
speculativo.Posta a capo di tutto ilragionamento lano zione di legge universale
come un riscontro delle leggi particolari e una misura intelligibile a cui
ricorrendo si potesse apprezzare l'essenza delle cose giuste od ingiuste, tal
nozione presentava in sè due rispetti intimi ambedue
eambeduenecessarj.Lapoteviconsiderarecome idealità suprema,come
infinitagiustiziaonde ilgiusto sipartecipa, benchè imperfettamente, alle cose
finite, e come primo assoluto ed universale, che volgendo le menti alla comune
dispensazione del bene porgesse quasi l'unità morale del l'umana famiglia.
Considerata nel primo rispetto, la n o zione di legge si offriva alla mente del
filosofo latino come idealità suprema e assoluta,e come un intelligibile primo
che rappresentando ilperfetto nell'ordine della ra gione le si imponeva come
regola dell'operare.Egli dunque concepiva quella nozione come un vivo riverbero
dell'as soluto, e poichè l'assoluto è divino, e la sua idea si palesa
partecipata come luce dall'alto nella perfetta ragione dell'uomo, unico di
tutti gli animali che abbia innata nell'animo la notizia di Dio, quell'idea gli
parve una partecipazione segreta ed arcana dell'assoluto nell'umano intelletto.
Udiamo le sue parole: « Est quidem vera lex recta ratio,naturæ
congruens,diffusa in omnes,constans, sempiterna, quæ vocet ad officium jubendo,
vetando a fraude deterreat, quæ tamen neque probos frustra jubet aut vetat nec
improbos jubendo aut vetando movet.Huic legi nec abrogari fas est neque
derogare ex hac aliquid una licet neque tota abrogari
potest,nec vero aut per senatum aut per populum solvihaclegepossumus,neque
estquæ rendus explanator aut interpres ejus alius,nec erit alia lex Romæ, alia
Athenis, alia nunc, alia posthac, sed et omnes gentes et omni tempore una lex
et sempiterna et immutabilis continebit unusque erit communis quasi magisteret imperator
omnium deus:illelegishujusinventor, disceptator, lator, cui qui non parebit,
ipse se fugiet ac naturam hominis aspernatus hoc ipso luet maximas p æ
nas,etiam si cætera supplicia, quæ putantur, effugerit. De Repub. -- riportato da
Lattanzio Instit.div. – Stupenda definizione èquestadel principio regolatore
degli atti umani,e tale da mostrare una volta per sempre che qualcosa più di
una semplice continuazione delle scuole greche s'acchiudeva nei prin cipj
dell'Etica romana. Vi s'acchiudeva la speranza e la promessa immortale del
Cristianesimo! Considerato al lume di questi principj, il dialogo delle Leggi
ci si offre come una sintesi vasta di tutta la scienza. Una volta posto con
tanta chiarezza ilconcetto di legge nella cima dell'umana ragione,e l'umana
ragione stretta da un legame arcano d'attinenza coll'assoluto, se ne chiariva
alla mente del nostro filosofo la nozione di Dio e quella dell'uomo e
dell'universo, e il fondamento primo dei doveri civili. La causa di tutto ciò
era per fermo nel l'intima natura del metodo di lui, il quale movendo dalla
coscienza morale e dal vivo sentimento dell'obbligazione, coglieva nel suo
stesso principio la più ampia e la più feconda di tutte le armonie scientifiche;
siccome quella in cui soggetto e oggetto si trovano unificati in un ter mine
superiore e trascendente,onde poi si diparte,come da unico centro, l'ordine
universale delle idee e quello dei fatti.La qual cosa non accade per certo
nella ragione informatrice del sistema di Kant, e degli altri critici e
razionalisti moderni. In tali sistemi il pensiero (per valerci delle loro
stesse parole) non esce mai da se stesso,non coglie la realità viva e concreta
che è pre sente all'intuito, nè anche, dico, in questa parte della filosofia
de'costumi, dove la mente afferma ogni volta per ingenita necessità di natura
l'indipendenza del pre cetto morale assoluto dall'atto informatore del nostro
spirito. Non ha dunque la filosofia soggettiva un punto stabile e fermo in cui
getti le prime fondamenta dell’edi fiziomorale,eillegameintimodeipensierichene
con nette le parti, non avendo corrispondenza nella realità obbiettiva dei
sommi principj,dee riuscire per necessità fenomenico, relativo e contingente.
Eppure, come ben nota il Gioberti,vano è il voler riformare la dottrina del
Buono senza risalire ai principj, che è quanto dire, senza considerarla come
una scienza seconda,fondata sui canoni della scienza prima. (Del Buono) Questa
nobile impresa, degna di un condiscepolo dei Giureconsulti romani, fu tentata
dall'Autore del dialogo delle Leggi. L'esame della sua dottrina,solo che
illettore se lo riduca per poco al pensiero, ci ha mostrato assai largamente
che il metodo Socratico dell'osservazione in teriore lo condusse nei libri
fisici e logici ad accettare il conoscimento come un dato legittimo della
scienza,e nella disputa contro gli Stoici intorno al fine quel metodo istesso
lo avvertiva doversi trovare la ragione constitutrice del bene per rispetto
all'uomo nell'indagine piena dell'umano soggetto. Da questa cognizione
dell'animo si levava il Romano per l'evidenza dei comandi morali alla notizia
più perfetta di Dio,e lo concepiva come mente e ragione infinita in cui posa
l'idea della legge eterna, di questa legge obbiettiva,immutabile,
necessaria,anteriore a tutte le leggi civili, più antica d'ogni città e d'ogni
gente, e coevaa quel Dio che governa laterraedilcielo.Da Dio è disceso l'uomo;
egli uscito nel mondo ultimo degli ani mali, allorchè la natura fu disposta ad
accoglierlo,benchè mortale nelle altre parti dell'esser suo,nell'animo è ge
nerato da Dio.Egli solo quindi tra tutti gli animali ha notizia del Creatore,
solo è capace di virtù, e può valersi in suo servigio dei frutti della terra, e
inventò per a m maestramento della natura innumerevoli arti che imitate poi
dalla ragione gli procacciarono le cose necessarie alla vita. L'uomo
dunque è primitivamente simile a Dio; similitudine che può vedersi dal fine a
che la natura stessa lo destinava, e dai mezzi che gli diede a conseguire quel
fine; conciossiachè prima ordinò la intera costituzione del mondo in suo
beneficio, e all'uomo stesso diede conosci mento veloce, e del conoscimento
ministri e satelliti i sensi,e gl'impresse nell'intelletto certe oscure nozioni
di cose innumerevoli che furono in qualche modo fonda mento alla scienza: Diede
anche all'uomo forma dimembra acconce a significarne la natura
intellettuale;poichè,mentre gli altri animali fece inchini alla terra per l'uso
del pasto, il solo uomo rivolse al cielo quasi alla contemplazione del l'antica
sua patria, e ne atteggiò il volto per modo che vi si leggesse profondamente
scolpita l'effigie dell'animo. Sarebbe lungo il seguire M. Tullio in
questa larga deduzione dei veri morali e psicologici ch'egli trasse dal
concetto di legge. Basti per noi l'osservare che son belle e vere dottrine, più
tardi ripetute dai Padri e dai Dottori e dalle recenti scuole
italiane,l'autorità assoluta dell'im perativo morale,la sua attinenza con Dio
provvidente, l'idea dell'imputazione e dell'atto umano, e finalmente quella
grande città in cui l'ordine mondano e sopram mondano si congiungono insieme
nella universale comu nione degli spiriti eterni. (De leg.) Esaminata la legge
nel suo primo rispetto,vale a dire in quanto essa è
obbiettiva,necessaria,immutabile, eterna, il filosofo latino passa a
considerarla come un principio universale, che si dispiega al di fuori di sè
stesso in un ordine di relazioni,ed è norma comune dell'operare agli umani
intelletti. E qui egli veniva cercando la comunità del concetto di legge nella
somiglianza di natura intel lettuale, onde avviene che a significare tutta
quanta la umana specie vale una sola definizione,e principio del consorzio
civile è la comune e vicendevole partecipazione del giure. « Non est enim (egli
diceva) singulare nec solivagum genus humanum.» Quindi esce altresì nel primo
della Repubblica la bella definizione della città, fonda mento alle sue
dottrine politiche: « est igitur respublica] [Il cardine della morale di
Cicerone posa dunque manifestamente in questa dottrina della legge, il cui
merito insigne si è di avere volto le sparse discipline del diritto romano
contemporaneo ad un ordinamento più razionale, e fondata la metafisica e la
filosofia civile sopra principj assoluti di scienza. Questo intendimento del
nostro ora tore è tanto più manifesto, in quanto che egli,dopo spie gata per
ordine la dottrina della legge suprema, assume nel primo libro la questione più
tardi agitata nel De finibus, e contro le dottrine di coloro che il buono misu
ravano dall'utile, si distende a provare la virtù sola d e siderabile per sè
stessa, e l'efficacia del buono venire dalla natura anzichè dalle mutabili
opinioni. La qual cosa, mentre è una prova di più per mostrare come
l’oratore-filosofo dai punti capitalis simi della morale, scendesse con unità
di concetto alle più remote applicazioni, prende in fallo quei critici che
supposero di fresco avere CICERONE (si veda) abbandonato improv visamente la
dottrina dell'Antica Accademia sulla legge naturale per accettare il metodo
peripatetico nel suo più recente trattato dei Beni. Ma innanzi tutto noi
domandiamo a quei critici come mai,se Tullio si ribellò più tardi alla ragione
informatrice delle dottrine platoniche, qui nel libro delle Leggi espone con
fronte sicura la stessa teorica trattata nei Fini? In secondo luogo, fra le due
opere v'è certo diversità nella ragione del metodo esterno (procedendosi
deduttivamente nel libro delle Leggi, e induttivamente nel libro dei Fini), ma
la diversità non involge alcuna contradizione; poichè nel trattato dei Beni,
quando esaminava quella controversia da parte dell'umano res populi;
populus autem non omnis hominum quoquo modo congregatus, sed cætus multitudinis
juris consensu et utilitatis communione sociatus,» dove egli af ferma ilnesso
primitivo tra il diritto naturale e ildiritto delle genti, e contro Platone che
attribuiva l'origine del consorzio umano alla debolezza
degl'individui,riconosce invece quell'origine nella comunità di una legge
assoluta e soprammondana. cætus 1 soggetto, affermò nella vita presente non
pervenire l'uomo al compiuto adempimento del fine se non svolgendo e
perfezionando ogni parte integrale di sua natura,laddove qui nelle Leggi salito
ad un concetto più universale, m e ditò oggettivamente l'idea del buono e
dell'obbligazione, riconoscendovi un'assoluta efficacia indipendente dall'atto
dello spirito umano.Così da questi due larghissimi aspetti in cui può essere
meditata la materia della scienza m o rale, e dove all'intelletto del filosofo
appajono congiunti l'assoluto e il relativo, il contingente e il necessario,
l'anima e Dio,deriva secondo la mente di Cicerone, il vero e più ampio concetto
della dottrina sul buono. La diligente esposizione impresa da noi degli scritti
del filosofo latino ci ha condotti,come avranno osservato i lettori, a
trattenerci alquanto intorno alla parte specu lativa delle sue dottrine morali,
e segnatamente intorno ai due trattati De finibus e De legibus. La qual cosa
abbiamo fatta coll'intendimento di porre innanzi agli occhi degli studiosi i
principj fondamentali e il disegno scien tifico dell'Etica latina,esposta da
Cicerone,sembrandoci che questo esame fosse stato assai leggermente condotto
sin qui dai critici precedenti, i quali o tenerano Cicerone in luogo di un
eclettico e di un moralista positivo e spe rimentale, o non facendo professione
di filosofi, conside ravano nei suoi trattati meglio la parte istorica e lette
raria che l'intimo nesso e il metodo speculativo delle dottrine.Eppure convien
confessarlo) questa critica preoc cupata e parziale è sommamente contraria alla
giusta estimazione dei libri speculativi di Tullio.Per essa avviene che i
principj e la unità delle sue dottrine morali ci ri mane ignota per sempre; ci
sfuggono le più alte indu zioni che il grande oratore e i Giureconsulti
adoperarono intorno ai pronunciati del senso comune,e riesce un fatto senza
ragione alcuna quell'ampia utilità applicativa del l'Etica romana,da tutti
riconosciuta,se il filosofo morale non ne rintraccia i principj nelle
speculazioni più remote intorno al vero ed al buono. Premesse queste
osservazioni, veniamo ora alla parte positiva dell’Etica tulliana,
nella quale ci terremo più brevi secondo è richiesto dalla natura
principalmente fi losofica di questo scritto. L'indagine che si contiene nel
primo libro delle Leggi, porge naturalmente il passaggio dai supremi principj
speculativi alle dottrine pratiche della morale, pel con cetto d'obbligazione e
di vicendevole comunanza del giure, onde il libero arbitrio sperimentando in sè
l'efficacia trascendente del precetto morale, e riconoscendovi un impero
incondizionato che si dilata nell'universalità del l'umana famiglia, si sente
stretto all'osservanza degli officj religiosi, individuali e civili. Officio
dunque (così lo domandavano le scuole socratiche) è illibero conformarsi della
virtù all'impero della legge morale. E importa assai determinare il significato
scientifico della parola, perchè si capisca come la teorica dell'officio che ha
tanta parte nel sistema del Portico,mentre discende immediatamente da quella
del dovere (considerato nella sua genesi razio nale),ha poi certi suoi
peculiari rapporti che la connet tono colla parte più positiva della scienza
morale. Due specie d'officio distinguevano gli Stoici.L'officio retto o
perfetto (29Tóptospa, zadrzov téheLov) che cade uni camente nel saggio,o in
colui che abbia ottenuto l'ultimo grado del perfezionamento morale;e l'officio
comune,o medio (2997zov uésov),che era un ordinario conformarsi della virtù
agli obblighi della vita privata e civile,o,come direbbesi oggi popolarmente,un
fare da persona dab bene. Ora insorse controversia tra i critici, se Cicerone
nel suo trattato, da tanti anni notissimo nelle scuole, de finisse
scientificamente l'officio. Il Manuzio e il Facciolati difesero Cicerone; il
Lilie con altri più antichi, citati dal Kuehner, giudicò veramente omessa
quella definizione; mentre il Binkes,il Kuehner e il Grysar avvisavano avere
Cicerone definito soltanto l'officio medio, di cui prese a trattare
espressamente nel suo libro,in quelle parole del capitoloIII,1.I:«medium
officiumidesse,quodcur factum sit ratio probabilis reddi possit. » (Vedi Lilie,
Comment.de Stoic. doctrin. mor.ad Cic. libr.De off.,1, Kuehner. Fran. Binkes, Responsio
ad quæst. juridicam etc., Franeq., Prolegomena ad Cic .libr. De Off. scripsit, Grysar,
Köln). Questa opinione dei commentatori tedeschi tanto più è conforme alla
natura del libro D e officiis e al metodo espositivo che quivi si propose
l'autore, in quanto che egli stesso ci dice nel capitolo III: due questioni
potersi fare intorno all'officio; l'una che si riferisce al fine dei
beni,l'altra che cade nei precetti ai quali in ogni parte si può conformare
l'uso della vita; parole meritevoli di speciale considerazione, conciossiachè
mentre spiegano quell'intimo nesso scientifico che annoda le dottrine p o
sitive colla teorica del bene morale, stabiliscono poi il vero oggetto del
presente trattato,il quale non è altro, come giustamente osserva un critico
moderno, che la determinazione dei nostri doveri particolari. Coloro d u n que
che dal libro degli Officj prendevano argomento a ravvisare nel filosofo latino
un mediocre valore scientifico, perchè egli trattando dell'officio non si
solleva ai supremi principj della morale, non osservarono quale attinenza corra
tra i libri speculativi e pratici della sua morale, onde egli investigato prima
che cosa è il bene nell'umano soggetto (De finibus), si leva alla nozione
oggettiva di legge (De legibus), e scende per ultimo alle applicazioni più
remote dell'Etica nella vita privata e civile. (De of ficiis, De republica, De
amicitia, De senectute.) Migliore giudizio invece recarono quei critici, segna
tamente francesi, i quali considerando di preferenza questo speciale rispetto
tutto positivo e civile, in cui possono meditarsi gli Officj, quindi desumevano
i pregj e i difetti del libro. Infatti il trattato degli Officj non è un'opera
semplicemente speculativa,o un'opera di psicologia. Ivi si richiamano, è
vero,le altre parti delle dottrine m o rali, vi si accenna la distinzione
stoica tra l'officio per fetto e l'officio comune,e il pensiero dello scrittore
si leva talvolta a indagare la qualità morale degli atti nel l'intima natura
dell'uomo,ma l'intendimento primo a La gentilezza degli Attici
educata nell'ordine m a t e riale della civiltà da fina eleganza di costumi, e
dallo spettacolo d'una natura ridente, li traeva ad una viva e, quasi
direi,religiosa ammirazione del bello,onde il pen siero dalla convenienza e
armonia delle parti reali che genera il perfetto nei corpi,passava
all'invisibile bellezza degli animi. Ma in Rom a dove ogni istituzione fu vôlta
sin da principio a rafforzare i legami che vincolavano il cittadino allo stato,
e il rispetto delle relazioni civili superava a gran pezza gl'interessi
domestici e il culto delle arti, regnava dominatrice siffatta la pubblica opi
nione che in lei risedeva il solo e inappellabile arbitrio di giudicare le
azioni. E per fermo i Greci considerando nella virtù la corrispondenza ideale
che corre tra l'ar monia interiore dell'animo nostro e le forme più elette
della natura sensibile,la nominarono bellezza, pei Romani la virtù sono quasi
convenienza delle azioni colle leggi sociali. Laonde Cicerone che qui negli
Officj la conside 148 cui mira quel libro, è un intendimento civile, e
Tullio che lo compose dopo la morte di Cesare, quando to nava per l'ultima
volta nel fôro in difesa delle libere istituzioni, volle lasciare a suo figlio
in luogo di testa mento il codice più compiuto della morale politica. A questo
proposito nel libro degli Officj merita spe ciale considerazione una dottrina
che pel modo in cui fu trattata da Tullio palesa un rispetto istorico,e un'atti
nenza immediata colle istituzioni e coi costumi di Roma. Tale è la dottrina del
decoro (Tpétrov), esposta nel capitolo XXVII del libro primo. Cicerone,osserva
acutamente il Ritter, traduceva nei Paradossi la sentenza degli Stoici:
crcpovovaysoró 2.016; il solo buono è bello, collepa role: quod honestum sit,id
solum bonum esse;onorabile è solamente ciò che è buono. Ora questo diverso
concetto che i Greci e i Latini s'erano fatto della virtù, e che più volte
ritorna nel De officiis, come in quel libro in cui Cicerone conformò forse
maggiormente le sue dottrine morali al pensare e al sentire romano, si spiega
assai facilmente ricorrendo alla Storia. rava in un rispetto quasi
esclusivamente civile, l'accom pagnava al decoro, o vogliam dire a quella luce
esterna di onoratezza, onde la stessa virtù si porgeva all'ammi razione della
pubblica coscienza. Considerato per questo rispetto, il libro D e officiis,
mentre si attiene alle altre opere speculative, presenta nelle sue parti più
sostanziale un vero ordinamento di scienza. Il filosofo latino segue
liberamente Panezio, e perchè autore di un ottimo libro intorno agli Officj,
adesso perduto, e perchè assai temperato nelle dottrine dello stoicismo,come
portava l'età.Da Panezio,eforseda Pos sidonio, continuatore di lui, trasse in
gran parte le dot trine intorno all'onesto ed all'utile, che offrono soggetto
ai due primi libri, e v’aggiunse del proprio la materia del terzo, ovvero il
combattimento dell’utile coll'onesto, omessa dallo scrittore greco. La parte
più bella e più filosofica di tutto il trat tato, e dove splende più pura la
nobiltà dell'animo di Cicerone, è quella dov'egli toccando le relazioni della
politica colla morale, biasima altamente quei fatti, nei quali l'interesse
dell'utile pubblico avanzò le norme della giustizia e della onestà, e propone
al figlio i più sui blimi esempj dell'antica virtù ne'quali l'animo ritem
prando possa uscire incontaminato dalle scelleratezze dei tempi. E i tempi
dovevano esser tristi davvero, se con sideriamo parecchj esempjd'ingiustizia
contemporanea che Tullio ricorda al suo Marco, e ch'egli sebbene commessi da
uomini potentissimi nella repubblica e amici suoi, ge nerosamente condanna.Nè
dee far maraviglia che fosse cosìa chi consideri come il disgiungersi della morale
dalla scienza di stato è uno dei maggiori indizj della corru zione civile, e
che tutto allora in R o m a precipitava a ro vina, religione, costumi, esercito,
cittadinanza, popolo, senato, magistrati, privati; e in quel rovescio d'ogni
cosa e divina poneva i fondamenti sanguinosi la ti rannide degli imperatori.
Nel terzo libro, discorse le attinenze della politica colla morale, passa il
filosofo latino alle attinenze della umana morale colle altre
scienze sociali, la Giurisprudenza e l'Economia. In queste pagine di Tullio, a
sempre più smentire l'opinione di quelli che non trovano nei giure consulti
romani le tracce d'una profonda speculazione,si vede chiaramente come la
giurisprudenza latina, benchè costituisse da sè stessa un vero e proprio corpo
di scienza con norme immutabili e fisse, con ordine scienziale di dottrine,
desumeva da'principj della filosofia i suoi fon damenti; il che mostra CICERONE
(si veda) citando parecchie que stioni esaminate dagli antichi giureconsulti, e
definite con formule certe che più tardi assunsero la forza di legge. La qual
cosa apparisce vie più manifesta quando ne' seguenti capitoli Tullio, dopo
definite alcune questioni di morale, appellandosene al testimonio della
coscienza e della retta ragione,quasi a riprova di quei principj ne cerca il
riscontro nella più antica e venerata delle legislazioni romane, nella legge
delle XII Tavole. Questo ricorrere ai più vetusti testimonj, oltrechè era
proprio al metodo di Cicerone, che cercava nell'antichità più presso
all'origine divina,le verità naturali più schiet te,e le prime tradizioni,ha
qui un'importanza d'oppor tunità, perchè egli di fronte alla corruzione della
morale civile voleva additare lo scadimento della repubblica. Lo che è chiaro
in tutto il libro; chiarissimo poi dove avendo citato gli esempj di Fabbrizio e
di Cammillo e dell'antico senato romano,soggiunge l'infamia di L. Silla che
coll'autorità del senato raggravava i dazj antichi so pra alcuni popoli che se
n'erano sciolti pagando, nè restituiva il danaro; e prorompe con mobile sdegno:
p i r a tarum enim melior fides quam senatus! Il De officiis accolto nelle
scuole d'Europa sino dal primo risorgimento delle lettere antiche, e stampato
per la prima volta a Magonza, levò di sè tanta fama da affaticare per ogni
tempo l'acume degli eru diti e dei commentatori. Un esame critico di questo
trattato, che Paolo Janet chiama « il più belmonumento filosofico della
letteratura latina, » fu recentemente pro posto dall'Accademia delle scienze
morali e politiche di Francia,e ne usciva nel 1865 il libro del signor
Arthur Desjardins col titolo: Les devoirs, essai sur la morale de Cicéron. In
quest'opera ricca d'ingegno, di filosofia e di larga dottrina in ogni parte
della giuris prudenza e delle lettere antiche,l'autore con utile esem pio, che
vorremmo rinnovato in Italia, prende a esami nare largamente il libro De
officiis, ne mostra le varie attinenze coi principj supremi della morale
tulliana, e lo confronta coi migliori filosofi antichi, e coi giurecon sulti
moderni. È un lavoro di critica larga e profonda, in cui la gravità del
soggetto è abbellita dallo stile ele gantemente sereno. E accresce lode al
critico francese la schietta imparzialità dei giudizj, onde egli intento solo a
conoscere la verità, difese da ingiuste accuse la fama del grande oratore, ne
osservò opportunamente le omissioni o la brevità soverchia per quel che
risguarda i doveri verso il divino, la famiglia e noi stessi, e rappresentò il
De officiis come un codice compiuto di Etica civile, in cui si ragiona dei
doveri del cittadino verso lo Stato,e il concetto della umana famiglia e della
carità universale perviene a tale altezza da annunciarci vicino il grande
rinnovamento dell'evangelo. Dai principj della filosofia civile e dai
precetti par ticolari intorno ai costumi si varca alla teorica dello Stato.
Questa fu esposta da Cicerone nel De republica, giudicato universalmente dai
critici come una delle opere le più ori ginali del nostro autore.Gran parte ne
andò sventu ratamente perduta,ma le reliquie del primo e del se condo libro
fanno assai splendida testimonianza che l'ora tore latino vi avea diffuse
largamente le memorie della antichità greca, le grazie severe dell'eloquenza,eigrandi
insegnamenti della vita politica. Quando prese a trattare dello Stato,egli avea
innanzi a sè due scuole egualmente illustri, egualmente seguite dagli
scrittori: la scuola di Platone e la scuola d'Aristotele. Ma ei dovette certo
considerare che l'ingegno dell’Ateniese, poderoso d'invenzione e di veduta
speculativa, non intese forse nei termini del vero le attinenze della filosofia
colla politica. Il merito insigne di aver sostituito alle dottrine
ideali l'autorità degli esempj, è pur quello della Repubblica di Cicerone. In
quest'opera, spartita in sei libri, e condotta con larga unità di disegno, il grande
oratore imitò Platone nella forma letteraria e nel tono dello stile, del resto
si attenne al metodo aristotelico; e volendo fare opera non solo utile alle lettere,
ma vantaggiosaallapatriae alle più lontane generazioni, incarnò i suoi precetti
nel grande esempio di Roma. L a dottrina sui reggimenti civili si r i duce alla
disputa delle tre forme monarchica, aristocra tica e popolare, alle quali egli
preferiva la mista, invo cando le ragioni d'Aristotele e di Polibio e tutta
quanta la storia di Roma. Da queste
premesse esce a compimento delle dot trine morali la disputa sull'immortalità. E
qui Cicerone lasciando al tutto le orme dei Greci, seguì l'indole pro pria e
della sua nazione, e fece di quel problema una vera e compiuta dottrina. Forse
l'incertezza in cui aveano la sciata la controversia sui destini dell'anima i
panteisti [La quale, mentre ha bisogno per disegnare e applicare le
civili istituzioni di ricorrere talvolta ai principj uni versali della
natura,non può trascurare per altro nel l'ordine dei fatti le imperfezioni
dell'essere umano, e quella lunga serie d'esperienze infelici per cui soltanto
nella storia dei popoli si perviene ad applicare le istitu zioni alle necessità
dei tempi. A questo metodo, chiamato da'Cesare Balbo un metodo razionale, si
opponeva l'altro sperimentale d'Aristotele. Il filosofo di Stagira, disposto
per natura d'ingegno a un accordo più perfetto della spe culazione col senno
civile,e cresciuto alla scuola di Fi lippo e d'Alessandro, intravide con occhio
più fermo le armonie delle dottrine scientifiche coll'esperienza, applicó alla
scienza dello Stato quell'analisi sicura e paziente che negli ordini del
pensiero e della natura lo avea condotto a creare la logica e la fisica;
raccolse da ogni parte gli esempj dei governi migliori, li ordinò, li paragon
), li ridusse a principi, e ne trasse la sua Politica fonda mento della scienza
civile. Ma a tali prove di ragione e
difatto altreseneag giungevano per lui desunte dall'affetto individuale e
civile. L'indole del suo ingegno, inclinato a quanto v'ha di più grande e di
più sublime nelle opere della natura e di Dio, gli svegliava nell'animo un vivo
desiderio dei sommi estinti, e massimamente di quelli la cui vita consacrata
alla patria nelle scienze,nelle lettere, nelle arti, nei pubblici negozj, li
raccomanda alla riconoscenza di Roma. Gran parte,e la più bella forse della sua
vita,s'era pas sata nella società di quei grandi; chè molti n'avea co nosciuti
da giovinetto, e seguiti nello studio delle leggi e nella pratica del fôro; di
molti avea udito favellare al padre e agli zii paterni, m a di tutti gli
restava impressa nell'anima una memoria viva e costante, siccome di per sone domestiche
e care.La vita lungamente agitata nei pubblici affari in tempi di grandi
rivolgimenti, non gli tolse quest'abito di ritornare sul passato, e perchè vi
pendeva l'animo naturalmente mite, e disposto a racco gliersi in sè stesso, e
perchè la sua parte di conservatore lo menava in politica a desiderare il
ritorno della virtù e degli antichi costumi. Più tardi le sventure della patria
lo strinsero a ritirarsi dalla vita pubblica, e allora la fantasia nutrita
negli studj speculativi gli consolava spesso colle grandi memorie i dolori
civili e le meditazioni della scienza. E quindi si spiega perchè quelle
meditazioni,in cambio di riuscire una fredda copia delle opere greche, gli si
convertivano spesso in dialoghi vivi e passionati, e l'abito di conversare coi
s o m m i estinti gliene porgesse gli interlocutori, e si spiega altresì come
la dottrina del l'immortalità occupi tanta parte nel Sogno
dell’Affricano e dualisti italici e greci, contribuì non poco a svogliarlo
d'immaginarie astrazioni, e volgerlo a una via più sicura. Fatto è che nelle
Tusculane,ma più nel De republica e negli opuscoli popolari della Vecchiezza e
dell'Amicizia, egli chiese di preferenza le prove dell'immortalità alla
coscienza morale, alle antiche tradizioni, ai riti delle tombe, al desiderio,
connaturato nell'uomo, del divino e dell'assoluto.] e nel Catone Maggiore,
dov'egli imitando il Socrate di Platone, paragonava sè stesso ai sommi che
l'avean preceduto, e si consolava di speranze immortali. Un'altra
occasione, opportuna a indirizzare le medita zioni del nostro filosofo sulla
controversia dell'immorta lità, e a dettargli intorno al soggetto affettuosi e
mesti pensieri, fu per certo la morte della sua Tullia, avvenuta il mese di
Febbraio dell'anno 709. Nelle solitudini della sua villa presso Astura, là dove
avea in animo d'inal zare un tempio alla figlia perduta, egli scrisse un
libretto che poco appresso indirizzò ad Attico, e che intitolava Consolazione.
Su questo libro,adesso perduto,gli eruditi studiarono a lungo,e dai pochi frammenti
che Cicerone stesso ci conservava,e da quel che ne dissero parecchj scrit tori
antichi,in special modo Lattanzio nelle Istituzioni di vine,tentarono
restituire per sommi capi il disegno gene rale e lo spartimento delle materie.
Schneider ne ragionava in un saggio dove suppose Cicerone avere trattato a
lungo dell'immortalità degli spiriti nell'opera della Consolazione, come
apparisce in gran parte dal primo libro delle Tuscolane. La quale supposizione,
che riteniamo a buon dritto per certa,ci fa grandemente deplorare la perdita di
questo monumento della letteratura latina,una forse delle opere più originali
di Cicerone,e da mostrare come il desiderio della figlia perduta gli volgesse a
più gravi e più solenni ispirazioni l'ingegno naturalmente fecondo. Può
sembrare opportuno ai lettori (se pure ne avemmo in questo esame della
filosofia di M. Tullio) che noi dopo aver discorso delle scuole precedenti o
contem poranee all'oratore latino,del suo metodo e concetto della scienza e
finalmente dei libri fisici, logici e morali, con sideriamo adesso sotto un
rispetto più universale il valore speculativoel'indoledellesue dottrine.La qual
cosa,ol tre all'essere richiesta dalle leggi severe delle discipline
scientifiche, in cui l'uso della sintesi non deve mai scom pagnarsi da quello
dell'analisi,si porge opportuna a con futare l'accusa, che da alcuno potrebbe
esserci mossa,di attribuire al più grande degli oratori latini una potenza
d'ingegno speculativo che mai per avventura non ebbe. La critica intorno alle
opere dottrinali di Cicerone, ne gletta dagli eruditi e dagli storici più
antichi, e infor mata a una severità eccessiva da quelli del secolo scorso e
del presente, è tempo ormai che ritorni a più maturo
esameeapiùimparzialigiudizj. Ma ciòammesso,non resta men fermo quell'altro
supremo pronunziato che Tacito invocava eloquentemente in un'età scellerata
come norma dell'ottima condotta civile, e che comanda allo spirito umano
di seguire una via lontana del pari dalla venerazione cieca, e dal disprezzo
non ragionevole del l'autorità. A questa via ci siamo attenuti nell'esame delle
opere di Cicerone. E non pertanto al critico che prende in mano quei suoi
scritti così varj, così fecondi, dove si mesce tanta parte della vita e delle
memorie latine, soprag giungono di tratto in tratto infinite difficoltà; non
ultima per certo quella, avvertita altra volta da noi, di accom pagnarlo
nell'indagine di tanti sistemi discordi, di racco glierne le sparse dottrine,e
quindi ricomporle nell'armonia dei principj e delle conseguenze. La
imparzialità delle opinioni, e il largo apprezzamento di quel tanto di vero e
di buono, che si trova sempre in ogni sistema, mentre costituisce un pregio
capitale della filosofia di Cicerone, fa sì che ella non si porga sempre
favorevolmente al giudizio della critica odierna,la quale troppo più spesso
vien cercando nelle materie speculative lo stupore delle invenzioni, anzichè la
legittima novità dell'esame e delle attinenze scientifiche. Ma per contrario
nulla v'è d'in ventato, nulla di strano nella filosofia di Marco Tullio. Ella è
la filosofia del senso comune e delle grandi tra dizioni, la quale, per
definirla con uno dei nostri filosofi, « non presume in alcuna cosa di saperne
più là della stessa natura:ma di questa,invece, si dichiara attenta disce pola,
e ne accetta i pronunziati siccome oracoli;.... filosofia tanto riguardosa e
modesta, quanto serena e sicura nei suoi giudicj,e della quale fu detto averla
Socrate pri mamente levata dal cielo,e condotta a conversare famigliarmente in
mezzo agli uomini.” (Mamiani). Tale è l'indole vera della filosofia di Marco
Tullio; e contuttociò crediamo avere abbastanza mostrato in que sto nostro
lavoro, come alla semplicità de'principj e dei metodi si congiunga,segnatamente
nella parte morale,il procedimento rigoroso e l'unità di scienza. Coloro
poi che misurano il valore degli ingegni spe culativi dall'ardimento delle
innovazioni, e giudicano Marco Tullio una povera mente perchè dice
egli stesso di professare dottrine non arroganti, e non molto disco ste dalle
opinioni popolari, non hanno considerato a b bastanza in quanti modi si possa
esercitare la spontaneità del pensiero nelle materie scientifiche. V'hanno
infatti di quelle filosofie che esaminando e sindacando combattono gli errori
de'tempi loro;ve ne hanno altre che esponendo un nuovo ordine di pensieri,
ricostituiscono sopra diversi fondamenti l'edifizio scientifico;e nell'un caso
e nell'al tro l'intelletto del filosofo è attivo nelle materie esami nate od
esposte, e in quella efficacia speculativa v'ha pure sempre del nuovo. La
critica e l'esposizione delle dottrine speculative, sebbene quanto alla forma
estrin seca de pensieri sia opera d'arte, quanto alla materia è un esercizio
rigoroso di ragionamento e di filosofia; im perocchè al critico, se non vuol
fermarsi nella superficie, m a penetrare nel fondo e nell'anima delle
cose,convenga rifare,a dir così,il concetto dell'autore e trasformarsi in lui
stesso,convenga svelare illegame intimo che annoda le idee principali,
concepirne una moltitudine di acces sorie, da cui soltanto rampollano quelle,
vedere i trapassi e le attinenze più remote tra concetto e concetto,e scom
posta la totalità del sistema, ricomporla poi novamente colla viva efficacia
del suo pensiero. Apparisce da queste considerazioni che la novità e il valore
speculativo delle dottrine di Tullio si potrebbe soltanto dedurre dalla critica
assennata, e spesso profonda, ch'e'fece delle dottrine a n tecedenti e
contemporanee, raccogliendo con rara lar ghezza di principj e d'esame quanto di
meglio gli por gevano le scuole greche, per suggellarlo dell'impronta latina,e
svogliare iconnazionali della imitazionede'fo restieri. Questa parte espositiva
e confutativa delle greche dottrine, che tanto prevale nei libri tulliani, noi
la m o strammo contrapponendo ai pensieri proprj del sommo oratore l'analisi
de'sistemi da lui combattuti ed esposti; e tanto più perchè sappiamo essersi
affermato piùvolte da critici insigni che mancò a Cicerone una notizia pro
fonda della filosofia greca, mentre è cosa omai notissima Cicerone adunque
può innanzi tutto considerarsi come un istorico insigne della filosofia, degno
d'essere raggua gliato con Aristotele e con Platone per l'ampio studio delle
dottrine antecedenti e contemporanee. Chè se dai critici più recenti è tenuto a
ragione come fonte non principale di storia, perchè spesso allega testi divisi,
e perchè l'indole della sua riflessione scientifica lo menava non di rado,come
Platone,a suggellare del proprio pen siero le dottrine d'altri sistemi, ogni
età debbe essergli riconoscente d'aver campato tanta e sì nobile parte delle
greche meditazioni dalla ingiuria de'tempi e dalla barbarie degli uomini. Ma
d'altro canto, dopo una lettura ben considerata degli scritti tulliani, può
egli negarsi che vi si rinvenga una parte dommatica, e un esercizio suo proprio
della riflessione speculativa? A una simile domanda ci sembra avere
bastantemente soddisfatto nella parte antecedente di questo discorso
coll'esporre ilmetodo di Cicerone nelle principali teoriche della scienza; e
qui facemmo manife sto come un tal metodo di fina osservazione consistesse per
lui nel ridurre ai semplici elementi delle verità prin cipali i sistemi, e,
sceverati gli errori, comporre un'altra volta quelle verità nell'ordine del
sapere. Difficile i m presa,che in tempi funesti alla scienza ricercava un in
gegno universale, e un potente esercizio della riflessione. La quale,adoperata
da Tullio al lume dell'evidenza in teriore, lo condusse a salvare dal naufragio
dello scetti cismo le più nobili parti delle dottrine speculative.In Fisica
mantenne la distinzione, quantunque non piena, tra il finito e l'infinito, il
contingente e il necessario, la natura e il divino, l'esistenza del divino,
dell'universo e dell'uomo, la natura delle cose corporee inferiori alle
spirituali e all'eterne, l'ordine universale, la eccellenza della] filosofia [nelle
storie che la critica degli antichi scrittori, segnatamente per opera degli
Alessandrini, fioriva ai tempi di lui, eruditissimo nella lingua de' Greci, da
cui tradusse più libri di letteratura e di scienza, e che indirizzava i suoi
scritti ai più culti ingegni di Roma.] ragione, il libero arbitrio e
l'immortalità. In Logica tenne salda la capacità del conoscimento a cogliere il
vero, il concetto di potenza, i sommi principj della ragione, la evidenza
interiore, la distinzione tra senso e intelletto e il metodo inventivo delle
conoscenze. Nella Morale al lume dei sentimenti interiori e del senso comune
ricom pose il sistema perfetto di quellascienza,e
salendocon metodo induttivo dalle tendenze e dai fini della natura all'oggetto
universale di legge e di dovere, ne seppe d e durre tutto l'ordine dei veri
relativi alla famiglia, all'in dividuo e allo stato.Veramente se ad un
uomo,apparso in quella età quando tutta la scienza,divenuta un pro blema, si
lacerava fra i delirj di una moltitudine di so fisti, nasca il pensiero di
ricomporla a sistema, e riassu mendo l'impresa di Socrate,raccolga le verità
principali in una sintesi vasta; e se vissuto in mezzo ai pregiudizj di un
patriziato superbo, e in tempi d'ateismo e di co stumi nefandi, egli invochi a
soccorso della riflessione speculativa l'esame delle antiche tradizioni e delle
verità fontali, contenute nella coscienza del genere umano e nei più nobili affetti,
a quest'uomo, parmi, non si possa negare il nome di FILOSOFO GRANDE. – Grice:
To hold those who are great and dead as if they were great and living. --L'indagine
dei dommi primitivi e dei sentimenti nella natura e nel linguaggio dei popoli vuole
–voleva -- in CICERONE (si veda) un ingegno forte e addestrato a meditare, e un
uso continuo dell'osservazione interiore. Del che sono splendido testimonio l’orazioni,
l’epistole, il primo libro delle Tusculane, il secondo e il quinto dei Fini e
il proemio delle Leggi; che esposti senza preoccupazione rettificherebbero
d'assai il giudizio sul valore speculativo dei suoi saggi, e mostrerebbero
com'egli esa minasse con vero criterio di scienza l'umana natura nelle varie
età, nelle diseguaglianze de'sessi, degl'ingegni e de gli ordini civili, e sino
dall'alto della tribuna, o seduto agli spettacoli del circo cogliesse le verità
eterne della coscienza nelle manifestazioni spontanee del sentimento popolare.
Parecchj critici di CICERONE (si veda), e segnatamente quelli che gli negano
ogni facoltà d'ingegno speculativo, non hanno inoltre considerato qual uso ei
facesse della tradizione scientifica,e come, movendo dalla coscienza, contrappo
nesse all'esame imperfetto e negativo de sistemi un esame comprensivo di tutto
il sapere. Dissi più volte ch'egli moveva dalla coscienza; e questo fatto
dell'osservazione interiore, manifestissimo nelnostro filosofo,ogni volta che
egli prende a trattare importanti materie morali, non può mai andare disgiunto
nell'esame compiuto dei suoi scritti dallo studio ch'e'fece de'sistemi
antecedenti e contem poranei, perchè ci porge la più intima ragione del suo
metodo esterno, chiamato da molti impropriamente un eclettismo;e ci spiega come
nella viva armonia dell'animo umano egli cercasse quell'unità informatrice
delle sue dottrine,che il metodo sincretico d'Antioco e d'altri eru diti
avrebbe indarno aspettato dall'accozzamento inge gnoso di cento scuole. Certo
Cicerone non ebbe quella potenza inventrice d'ingegno speculativo, e quella
rara felicità degli ardimenti metafisici, che hanno Socrate, Platone, Aristotele
tra gli antichi,e tra imoderni Cartesio, Kant e VICO (vedasi). Il suo ingegno
non altrettanto acuto, rapido e penetrativo, quanto uni versale,comprensivo e
solenne,più che in escogitare nuove dottrine, e in architettare sistemi
mirabili per ipotesi a u daci e tirati a filo rigoroso di logica, piacevasi nel
sot toporre ad esame le antiche dottrine,sceverarne gli errori, ribatterne le
istanze,scoprire nuove armonie della ra gionescientificacolsensocomune, e
iltuttopoi ricom porre in un vasto disegno di scienza concorde colle arti, coi
costumi e colla vita civile. Nel che mirabilmente lo secondavano itempi. Allora,come
era avvenuto nel secolo di Socrate,e come per molte parti accade ora nel
nostro, si manifestava nella condizione delle discipline morali un'imperiosa
necessità di riforma. L'eccesso delle specu lazioni avea spossati gl'ingegni, e
la scienza e l'arte tor navano al vero della natura,unica fonte delle opere
grandi. Era dunque suprema necessità deporre la vana superbia delle innovazioni
assolute, farsi discepoli della natura, tornare agli adagj della sapienza
popolare, e chiedere alla tradizione de savj, non già il supremo
criterio del vero,m a il sindacato delle opinioni attinto nella coscienza più
eletta del genere umano. Tale è la parte modesta, e a un tempo solenne, che CICERONE
(si veda) appresenta nella storia della filosofia. Se ne'suoi scritti prevale
il criterio della tradizione scien tifica, perchè poco o nulla rimaneva da
aggiungere alle speculazioni dei filosofi greci; e se, parlando ai concitta
dini innamorati della letteratura e delle dottrine stra niere, si mostra
studioso al sommo dell'altrui autorità, confessa però nel 1° degli Offici,
ch'e'non seguiva gli a n tichi come interprete, m a per proprio arbitrio e con
li bero esame attingeva ai loro fonti. È scritto nel primo dei Fini che egli
sosteneva quelle dottrine soltanto che erano approvate da lui,e vi aggiungeva
un ordine pro prio di scrivere. Come poi quest'ordine di scrivere (si
gnificante non altro che un ordine di pensieri) si esten desse per lui al
collegamento necessario di tutta la scienza, te lo dice in quelle parole dei Tuscolani
(II, 1): « Difficile est in philosophia pauca esse einota,cui non sint aut
pleraque aut omnia.» Noi dunque invitiamo gli studiosi delle lettere e
della filosofia antica a prendere in più seria considerazione quella sentenza,
divenuta pur troppo comune, che fa del filosofo latino non più che un seguace
d'Antioco, e un modesto raccoglitore delle dottrine greche. Di quanto in
tervallo egli si lasciasse discosti i migliori filosofi greci contemporanei può
apparire assai manifesto a chi ricordi quanto è detto nella prima parte di
questo discorso. Fra i latini poi non sapremmo chi contrapporgli,se non forse
il dottissimo VARRONE (si vefda) suo familiare, rammen tato nel primo degli
Accademici,e della cui filosofia per altro o poco o nulla sappiamo. Veramente,
ammesso che l'oratore romano fosse un eclettico, nella schietta e ger mana
significazionedellaparola,eglinon solo(siconsideri bene ) avrebbe dovuto
accettare le principali dottrine della scienza tal quali gliele porgeva la
Grecia, senza nulla mutare o innovare,ma l'autorità della tradizione scien
11 tifica sarebbe stata per lui unico e assoluto criterio per
venire dall'opinione al sapere.Ma per contrario, esami nando nella loro
pienezza le dottrine di Tullio, si vede ch'egli, anzichè inchinarsi a servile
imitazione, intese l'uso dell'autorità come un legittimo ossequio della ra
gione al vero riconosciuto per altrui testimonianza, e propose a sè stesso il
gran problema (chiarito poi dai moderni) del passaggio dalla certezza naturale
o volgare alla certezza scientifica. Pensatore e scrittore di cose fi losofiche
in una età in cui la scienza si divideva tra un dommatismo eccessivo e uno
scetticismo quasi assoluto, stimò che avrebbe ben meritato dell'umana ragione e
della patria,seguendo una filosofia modesta in mezzo agli estremi del tutto
credere e del tutto negare; e scelse a suo metodo la verosimiglianza della
Nuova Accademia senza parteciparne lo scetticismo. Condotto da questo metodo in
mezzo alla confusione dei sistemi e alle rovine dell'edifizio scientifico, ne
sottopose ad esame le princi pali dottrine, e nelle parti incerte e dubbiose
ammise più gradi di verosimiglianza; le verità d'evidenza interiore affermò
risoluto. Nella fisica sperimentale non ebbe che verosimiglianze; in teologia
naturale, in cosmologia,in psicologia ed in logica ondeggiò tra il verosimile e
il certo; nella morale soggettiva e oggettiva, nelle teoriche del Diritto e
dello stato romano si volse alla luce innegabile della coscienza e affermò con
certezza assoluta. Talchè in cia scuna parte delle sue dottrine, e nella
successione delle tre parti fra loro si nota quest'ordine di gradi che vanno
dal verosimile al certo. Tale procedimento, che si attiene all'intimo del suo
pensiero speculativo,l'osservi anche talvolta nella forma estrinseca e
nell'ordine logi cale delle dottrine.Imperciocchè,mentre isuoi scrittisono per
la maggior parte inquisitivi e disputativi,e la disputa ferve specialmente
nelle teoriche dell'essere e del cono scere e nei principj della teorica
dell'operare, quanto più procediamo nell'esame di questa, e dai giudizj dei
sistemi particolari e dalle pure opinioni ci leviamo al concetto del divino,
che pose nell'umana ragione,a testimonianza di
sè stesso,laleggemorale,lacontroversia gradopergrado diminuisce,e questa
parte,cominciata col De finibus,dia logo contenzioso, segue col De legibus e
col De officiis, opere espositive, terminando colle dottrine della Repub blica,
e co'dialoghi popolari dell'Amicizia e della vecchiezza. Esaminando nella
successione dei libri fisici, dialettici e morali questo procedimento del
pensiero di Tullio, le sue dottrine ci rappresentano quasi un tentativo di
ricom porre la filosofia nell'ordine perfetto delle conoscenze. Fu provato
assai largamente nel Capitolo primo della seconda parte, e in più luoghi delle
dottrine morali, come il nostro filosofo concepisse chiara la relazione che
inter cede tra la pienezza del soggetto scientifico, su cui si volge il
pensiero, e la unità oggettiva de'principj che danno legamento e connessione
rigorosa alla scienzaprima. Certo,checchè ne dicano il Brucker e il Bernhardy
(il secondo de'quali afferma che gli ultimi fondamenti del sapere rimasero
dubbiosi per Cicerone),apparisce evidente dai libri morali che il nostro
oratore seguendo la ragione informatrice del sistema platonico e dell'Etica di
Zenone, intese la sovranità dell'idea del Buono nell'ordine delle cognizioni, e
cercò in quel principio la più vasta di tutte le sintesi, che gli porgesse
unificata e spiegata nelle più remote sue applicazioni tutta la scienza. La
qual cosa crediamo avere posta sufficientemente in chiaro, esami nando il
dialogo delle Leggi. Ma il por mente a questa unità informatrice delle
dottrine tulliane, ci spiana la via per vedere come il suo metodo conciliativo
delle scuole particolari si risolvesse inun criterio intrinseco di ragione. Quistail
divario essenziale tra la filosofia di Cicerone e la filosofia degli eclettici.
L'eclettico infatti raccogliendo le sue dottrine da sistemi contradittorj e
infetti sostanzialmente d'errore, come non può sperare di levarsi mai colla
riflessione a principj assoluti di scienza, così è costretto a scambiare la
vera filosofia,che è semplice ed una,con un viluppo di multiformi dottrine
senz'armonia e senz'accordo. La verità,cheèingenita,assoluta,immortale,nonpuò
uscire in eterno dall'accozzo fortuito del falso; e la scelta a b bandonata a
sè stessa e senza un criterio intrinseco ed uno, mancherà sempre di principj
saldi, universali, apodittici. La qual cosa non conobbe abbastanza quella scuola
fran cese,fiorita nella prima metà di questo secolo, e a cui giu stamente si
attribuisce la lode di avere spento il sensismo, e restaurati gli studj
istorici della filosofia nella nostra Europa, quando sentenziava che i sistemi
più avversi si compiono tra loro, e che lo spirito umano procede d'er rore in
errore per cammino non interrotto alle armonie della Scienza prima. Ma Cicerone
intese ben altrimenti il principio costi tutivo delle sue dottrine. Per lui la
tradizione scientifica trovava un riscontro nell'esame immediato dei fatti in
terni, e quindi egli desunse il criterio con cui variamente conciliava i
sistemi. Ora a questo criterio che è la parte propria ed originale di sua
dottrina, e che rappresenta un vero esercizio dell'indagine filosofale nel sindacato
delle scuole particolari,fa d'uopo aver l'occhio per ve dere come e quanto egli
attingesse ai fonti delle opere greche. Sennonchè in tal questione, come
osserva Kuehner, che ne disputava a lungo, e con rara diligenza, si affacciano
naturalmente non lievi difficoltà. In primo luogo, perchè M. Tullio, fornito di
varia e multiforme erudizione, volse in proprio uso tutte le migliori dottrine
dell'antichità italica e greca; secondariamente, perchè parlando di un dato
soggetto, non se ne stava contento all'autorità di un solo autore, m a
interrogava la m a g gior parte di quelli che ne avevano trattato, moltissimi
tra’ quali andarono per noi sventuratamente perduti; e infine perchè il nostro
filosofo o tace non di rado, o accenna di passaggio i fonti a cui attinse, o
soltanto rammenta gli autori quando gli accade di confutarli. Passando poi a
determinare il metodo con cui Cicerone attinse ai greci filosofi, osserva
giustamente il critico te desco che questo metodo si esercitava in tre maniere.
Traduceva egli dal greco, trasportando liberamente in latino, tanto (come
egli stesso ci avverte nell'operetta “De optimo genere oratorum”) da serbare il
colorito e la forza nativa del testo. Nelle altre opere filosofiche segui
principalmente un solo autore, adoperandovi sopra con libera efficacia di
riflessione ilsuo giudizio,e componendo le materie con proprio ordine di
pensieri;ricorse ad altri scrittori ove quello che seguiva fosse riuscito
mancante, e v'aggiunse del proprio.Era altresì suo costume inter rogare varj libri
che avean preso a trattare un m e d e simo soggetto, e ove fosse stato
possibile il conciliarli, trar fuori dalle loro dottrine un tutto perfettamente
connesso ed armonizzato. Quindi,prosegue Kuehner,è necessario al critico di CICERONE
(si veda) avvertire con diligenza gli scrittori da lui citati e accennati,
raffrontare spesso i suoi libri coi grandi monumenti dell'antica filosofia, che
ci pervennero intatti, osservare quello ch'egli trasse dai suoi maestri,e non
piccola luce daranno le congetture assennate e prudenti. Esposte queste
norme più generali di critica, noi non seguiremo più oltre l'erudito tedesco
nell'indagine minuta intorno alle fonti delle dottrine tulliane. Tale indagine
infatti, oltrechè si allontanerebbe di troppo dal l'indole speculativa e dai
confini di questo scritto,e riu scirebbe inutile al tutto per noi che non
neghiamo avere il filosofo latino attinto le sue dottrine migliori dall'an
tichità greca, è piena altresì d'incertezza e di congetture là dove i fonti
originali andarono perduti, e dove riesce difficile lo sceverare quanto
appartiene all'ingegno del nostro filosofo, e quanto debba invece attribuirsi
all'au torità stessa dei Greci. Del resto, concludendo coll'au tore della
dissertazione, M. Tullio ne'libri fisici, e in special modo nella disputa
sull'immortalità,seguì princi palmente Platone; nei libri logici e nella
questione sul criterio della verosimiglianza e sulla percezione sensitiva,
attinse dal Portico e dalla Nuova Accademia; nei libri morali poi, discepolo
degli Stoici e dell'Antica Accade mia e del Peripato per ciò che risguarda le
dottrine speculative del bene e della legge, nelle materie politi che e
civili seguì a preferenza Aristotele,Teofrasto e Polibio. L a qual cosa per
altro vuole essere intesa discre tamente; poichè, a considerare bene il metodo
con cui egli compose i varj sistemi, si vede che, sebbene in più luoghi attinse
separatamente dagli Stoici e da Platone,tut tavia la natura dell'ingegno latino
lo menava a tempe rare l'austerità degli Stoici colle massime dell'Ateniese; il
che fece in più luoghi, e segnatamente nel secondo libro della Natura degli
Dei, e nel primo della Divina zione. Come poi usando le opere dei greci
scrittori, è attingendo ai loro fonti la materia di sue dottrine, ei
conservasse non pertanto la libertà dell'ingegno, con queste parole lo attesta
Kuehner. Negari quidem non potest Ciceronem disputationes suas philosophicas e
Graecorum fontibus hausisse; sed græca non interpretis modo ad verbum in
linguam latinam convertit,sed suum ipse iis adjunxit judicium, suum scribendi
ordinem,viam rationemque atque orationis lumen.Reputemus nobiscum, quantum
ingenii judiciique dexteritatis Cicero probaverit in hauriendis sapientiæ
præceptis e græcorum philosophorum monumentis. Nam ex omnibus omnium æta tum
græcorum philosophorum disciplinis, ex hac ingenti materiæ quasi silva,ea
delibavit,quæ ad fingendos mores sapientiæ præceptis,et ad omnem vitam
conformandam vim omnino habebant saluberrimam.” Cicerone dunque, a riassumere
il tutto in poche parole, non fu nè Stoico, nè Accademico, nè Peripatetico, ma
fu vero Socratico con libertà di riflessione e di esame. Come Socrate, egli non
compose un sistema per fetto di cognizioni, m a tentò una riforma; non pervenne
agli estremi resultamenti delle indagini iniziate da lui, ma ne accennò la via
più sicura; non chiuse tutta la scienza nell'ambito angusto d'un'ipotesi,
d'un'inven zione o d'un fatto; m a assorgendo colla mente alla più feconda
delle armonie scientifiche, che è la ragione m o rale, vedeva in un'occhiata
spiegarsi da quella sintesi l'ordinamento necessario della scienza prima. Per
certo l'ingegno onnipotente dell’Ateniese, la cui efficacia dura da
ventiquattro secoli nell'indirizzo delle dottrine specu lative, è unico
esempio, e non mai superabile, nella storia della filosofia. Ma consideri un
poco il lettore, come al filosofo romano, ingegno senza dubbio men vasto e meno
inventivo, mentre si attraversavano per via le stesse dif ficoltà, e forse
maggiori,non arrisero altrettanto propizie, quanto al greco, le condizioni dei
tempi e dei pubblici costumi. Tullio non s'abbattè,come Socrate, ad un po
polo,qual era quello d'Atene, poderoso della fantasia, supremamente inclinato
da natura agli studj speculativi, e innamorato d’un amore infinito del bello e
del perfetto. La gente romana, sebbene felicemente disposta a sentire ciò che è
certo e applicabile fra i resultamenti dell'umano ingegno, sebbene disciplinata
nelle deduzioni morali dal magistero dei Giureconsulti, ritenne per se coli
quei costumi severi e quell'abito politico e militare, non facilmente
conciliabile colla vita meditativa della scienza e dell'arte. Più tardi
allorchè l'impero esteso a due terzi del mondo, e il vivere agiato, e la
necessità di allontanare il pensiero dallo spettacolo della tirannia nascente,
volgeva i migliori tra i Romani agli studj della filosofia, maestra ai
vincitori d'ogni arte e di ogni disciplina civile, li trasse a sè, sviando la
sponta neità degl'ingegni col facile diletto dell'imitazione. Chè, se ciò non
può dirsi assolutamente delle lettere e delle scienze latine da chi consideri
quel tanto d'originale che pur v'è nelle imitazioni di Lucrezio, di Catullo e
di Virgilio, e che sappiamo esservistato nei libridiVarrone,ora perduti,non
resta men vero che tanta era la servitùdel pensiero ai tempi di Tullio da
costringerlo a scusarsi pubblicamente per avere usata la propria lingua nelle
materie speculative. Opera altamente civile, altamente romana fu adun que
quella che imprese il nostro filosofo, procacciando di volgere il linguaggio
latino alla significazione dei veri scientifici. Nel che, tanto più egli si
mostrò gran maestro, quanto minori e maggiormente imperfetti erano gli esempi
di coloro che l'avean preceduto. Amafinio e Rabirio epicurei, rammentati da lui
nel libro terzo delle Tuscolane e ch'egli dice non averlettoneppure,scris sero
primi di cose filosofiche in modo informe ed incolto. Più tardi Tito LUCREZIO
Caro esponeva splendidamente nelpoema De rerum natura la filosofia d'Epicuro; ma
tutti questi scrittori, dei quali il secondo non era uscito dalle pastoje della
poesia didascalica, non aveano potuto al certo esercitare un'alta efficacia sul
linguaggio filo sofico di Roma,ristretti com'erano nelle cerchia d'un sistema
povero e meschinamente sofistico.Noi dunque con corriamo ben volentieri nella
sentenza del Ritter, assicu rando che soltanto ai tempi di Cicerone la filosofia
volse in proprio uso l'idioma latino; la qual cosa,per quanto è lecito pensarne
ai moderni, può unicamente affermarsi dei libri di lui dove la lingua
filosofica è già formata, e dove la parola si porge per modo mirabile ad ogni m
o venza e inflessione del pensiero. L'impresa che Cicerone tentava, era dunque
novissima, e l'istrumento ch'egli ha fra mano, il meno acconcio a compirla.
Perchè non si trattava già d'esporre le dottrine d'un solo filosofo, come avean
fatto Amafinio, Rabirio e Lucrezio,ma con veniva volgersi a tutte le scuole, e
addestrare il linguaggio latino nell'intero ámbito della scienza.Talvolta, è
vero, gli mancò la parola più appropriata al concetto, e ristretto entro i
termini d'una lingua non disciplinata ancora nelle indagini troppo sottili,
procedè incerto sulla significazione di qualche frase scientifica appresa dai
Greci; m a nella maggior parte dei suoi scritti egli ebbe in grado supremo la
facoltà di lumeggiare e colorire l'idea, e di far sì che il pensiero
rispondesse nella p a rola, come figura bella in limpido specchio. Sentenziando
ch'è vana impresa e da fanciulli voler dire con favella ornata le cose sottili,
plane autem it perspicue posse, docti et intelligentis viri -- De fin. -- seguì
uno stile che fosse egualmente lontano dalla forma splendida degli oratori, e
dalla aridità faticosa di parec chj contemporanei. Quinci egli trasse quel
genere d'ora zione che negli Officj chiamò æquabile et temperatum. L'ingegno
universale e comprensivo di CICERONE (si veda) apparisce in ogni parte delle
sue dottrine. Venuto in Roma, dove fanno capo le faccende d'Italia e del mondo,
tollerante per natura delle altrui opinioni, e disposto a tolleranza maggiore
dallo studio. Intorno allo stile filosofico di CICERONE (si veda) scrive con
molta dottrina FERRUCCI (si veda), in un suo discorso “De singolari meriti di CICERONE
(si veda) nella lingua ed eloquenza latina, edito in Pisa coi tipi del
Nistri. La severità della meditazione filosofica è in lui sempre solenne,
ma variamente temperata dall'indole del soggetto. E sobrio l'uso delle metafore.
Il periodo procede ora maestoso, ora interrotto, ora veloce, ora lento, a
sconda della materia, e talvolta, come negli Accademici, imita il linguaggio
familiare, talaltra, come nelle Tuscolane, sembra avvicinarsi piuttosto alla
forma oratoria. Chi poi considerasse a parte a parte la varietà degli stili
nelle opere differenti, osserverebbe potersi queste distin guere in più classi,
modernamente in più manière, corrispondenti ai varj tempi in cui l'autore le
scrive. Il “De republica” e il “De legibus”, appartenenti al primo tempo, in
cui egli era ancora indefessamente occupato nei negozj pubblici e del foro,
hanno più del carattere oratorio. “Gli Accademici”, il “De finibus”, il “De
natura deorum”, scritti poco prima la morte di Cesare, palesano uno studio
deliberato, continuo della severa forma speculativa; laddove nel “De officiis”,
nel “Cato Major” e nel “De amicitial” t’av vedi come l'abito della meditazione
e la lettura degli ottimi esemplari o avessero condotto al miglior temperamento
dello stile didattico colla forma oratoria. Imitatore delle melodie d'Iocrate,
e innamorato dello splendore di Platone, ch'egli chiama il divino dei filosofi,
lo segue non soltanto nella forma estrinseca de' suoi trattati, e nel metodo
del dialogizzare, ma improntò sul Fedro, sulla Repubblica, sul Fedone, sulle
Leggi i tratti più belli delle opere sue, rimasti fino a noi come uno dei
monumenti più solenni delle lettere antiche imparziale che fa delle dottrine
contemporanee, con trasse per tempo quell'abito universale d'osservazione, e
quel sentimento delle armonie scientifiche, così vivo in ogni tempo nelle menti
romane, in lui straordinario. Cresciuto intempi funesti alla libertà, e
testimone di quanti esilj e di quanto sangue contaminasse l'Italia la rabbia
scellerata di Mario e di Silla, egli in mezzo allo strepito delle armi e
all'imperversare delle civili discordie applica dì e notte con ardore
inestimabile ad ogni generazione di studj. Più tardi per restaurare la salute,
inde bolita dalla pratica del fôro, si reca in Grecia, dove udì le scuole
migliori, peragra tutta l'Asia, si trattenne a Rodi, e torna in patria
ammaestrato da una larga notizia d’uomini e di cose,e dalla famigliarità coi più
pre stanti oratori. La sua eloquenza, nutrita negli spazj dell'Accademia, ebbe
ampiezza misurata e solenne, tanto diversa dalla nervosa concisione di
Demostene, e quale s'addiceva alla pienezza e solennità de'suoi pensieri. Nella
ragione intima dell'arte sua cirimane occulta, qualora si consideri nel “De
oratore”, nel “Bruto” e nell'”Orator” il significato vastissimo ch'egli
riferisce alla parola elo quenza. Quindi il largo concetto dell'unità del
sapere, espresso in varj luoghi del “De oratore”, e meglio in quella sentenza:
« omnem doctrinam ingenuarum et humana rum artium uno quodam societatis vinculo
contineri,» ci fa manifesto com'egli intendeva l'officio dello scrittore,e come
nella sua vita di cittadino, d'oratore e di filosofo si mostrasse uno degli
uomini più universali che mai siano apparsi nel mondo. Come uomo di stato, egli
vagheggiò la carità universale del genere umano, e ne scrisse mirabili parole
negli “Offici” e nelle “Leggi.” Patrocinando la causa di una donna Aretina,
giustifica le pretensioni delle città italiane alla cittadinanza romana. Nel
suo consolato sven tando la congiura di Catilina, salvava da pericolo certo e
imminente la libertà di Roma,e tentava comporre l'or dine senatorio e
l’equestre in un saldo partito contro il prevalere della fazione plebea.Come
avvocato e come oratore politico (così scrive di lui Vannucci),«creò un
nuovo genere d'eloquenza composto di tutto ciò che v'era di più bello a Roma. Per
giungere a questo con l'amore e con l'entusiasmo,che è padre di tutte le
egregie cose, coltivò gli studj trascurati da altri, e con siderando che il
poeta e l'oratore dal lato degli orna menti hanno, com'egli scrisse, molte cose
comuni, con esercizj poetici ingentili e perfezionò lo stile latino. Ricerca i
modelli più famosi dell'eloquenza romana, svolge i Greci, ne traduce per suo
uso le orazioni più belle.Sti mava che per esser grande oratore si vuol sapere
ogni cosa,e avere tutte le dottrine come compagne e ministre. Quindi afforzò la
sua ragione colle dottrine dei grandi filosofi, si arricchì della scienza del
diritto, non lasciò niuno studio da banda; e così apparecchiato rappresentò nel
fôro la grandezza romana ingentilita dall'arte greca, e apparve come splendido
esempio dell'oratore perfetto, di cui mandò a noi il ritratto ne'suoi scritti
didattici, Studi storici e morali sulla filosofia latina, Firenze, Monnier. Non
è dunque maraviglia se, dis posto per abito di mente e per disciplina a sentire
l’uni versalità in ogni cosa, espose più tardi ne'suoi scritti speculativi
ilmeglio delle scuole greche, e tornando ai fondamenti e ai principj di tutto
il sapere, vi cercò quel legame unitivo che desse vita e armonia alle sparse
membra della tradizione scientifica. Se in lui dopo l'oratoreeilpoliticoconsideratel'uomo,
dovrete riconoscere negli scritti speculativi profondamente scolpite le tracce
del sentimento e dell'animo suo. In essi,quanto alla manifestazione degli
affetti, ritrovi quella sua schiettezza d'indole generosa, quegli amori potenti
di gloria, di famiglia e di patria, quell'abbandono di t e nerezza,ond'era caro
finchè visse ad ogni anima gen tile, e l'incertezza dei propositi, che talvolta
lo rese in feriore all'impeto degli avvenimenti, e un desiderio di lodi un po'
troppo sincero lo sentì qua e là nell'irreso lutezza delle espressioni e nello
stile maestoso non senza, pompa. L'esempio di Roma antica ch'egli seguì e
studio con amore,quale un perfetto monumento di sapienza civile,non gli
tolse però di vederne e di biasimarne i difetti, come l'eccessivo potere del
popolo che spesso trascorreva in licenza, l'abuso dell'autorità ne'patrizj, le
guerre volte a istrumento di grandezza privata,la prolungazione degli imperj,
idisordini quotidiani nel fôro, e quelle leggi agrarie e sui contratti, la cui
promulgazione sciogliendo i diritti di proprietà e l'osservanza della fede, era
un vero attentato alle basi della società civile. Dalla critica meno benigna si
allegano alcuni passi dei suoi scritti politici in cui parve dimenticare i
principj della giustizia e della moralità lodando il tirannicidio, tentando
giustificare col titolo della civiltà il primato oppressivo dei Romani sulle
altre nazioni, ammettendo come teorica di condotta civile il cangiar partito a
seconda delle circostanze.Nè io lo difendo da queste accuse;ma rammento solo
per debito imparziale d'istoria, che le stesse ragioni recate da lui a' suoi
tempi per giustificare le conquiste romane, sono state addotte in pieno secolo
XIX da una delle nazioni più civili del mondo per iscusare non meno odiose
conquiste; e che,se la storia non giustificò Tullio nel diritto, l'ha in parte
giustificato nel fatto, mostrando di quanto lume di civiltà la moderna Europa
sia debitrice alle conquiste romane. I giudizj intorno alla sua condotta morale
e politica, già di troppo benigni nelle opere del Middleton, e del
Niebuhr,troppo severi in quelle di Melmoth, Drumann e Mommsen, furono non ha
guari saviamente temperati in un bel saggio di Forsyth, venuto alla luce in Londra, e di cui abbiam veduta
quest'anno una nuova edizione. Tullio, così osserva sapientemente il biografo
inglese, fu qualche volta debole, timido, irreso luto,m a a tali difetti
rispose in altre condizioni di tempi con una nobile condotta civile. Ei si
diportò da uomo e da cittadino nella congiura di Catilina, e nel finale c o m
battimento contro il triunviro Antonio. Chè se non sem pre fu pari agli
avvenimenti che lo incalzavano, se non sostenne coraggiosamente l'esilio, e
restituito in patria, ondeggiò a lungo tra la parte di Cesare e quella
di Pompeo, bisogna considerare quanto difficili tempi fossero quelli a
chi, come lui, non avea mai patteggiato colla coscienza, e riconosceva nella
religione del giuramento, e nella santità dei costumi civili il principio
tutelare delle libere istituzioni. Questo alto sentimento del buono,po
tentissimo nel nostro oratore, è la ragione che diede sublimità vera alle sue
dottrine morali; e ci spiega come nei libri degli Officj, della Repubblica e
delle Leggi egli desunse i principj fondamentali della filosofia civile dal
concetto più puro dell'onesto e della legge; e vissuto in tempi nefandi intese
a conciliare l'interesse dell'utile pubblico colla giustizia assoluta,
nell'idea della famiglia, nell'idea dello stato, nel possesso, nella
legislazione e nei diritti di guerra e di pace. Tale pure è l'opinione esposta
dal signor Gaston Boissier ne'suoi dotti articoli sulla politica di Cicerone,
stampati nella Rivista de'due mondi. Corre adesso in Europa un tempo assai
propizio alla critica degli scrittori latini.Invero gli studj che accompa
gnarono fra noi ilprimo risorgimento delle lettere anti che, mossi da curiosità
e da desiderio di un passato a cui la notte tempestosa dei tempi di mezzo
sembrava aver cresciuto splendore, non mantennero sempre una giusta eguaglianza
fra il libero esame e l'ossequio dovuto alle tradizioni. Ma tal difetto venne
largamente emendato in età più vicina, allorchè da molti si esaminò solo per
negare,e le passioni politiche e religiose fecero impaccio più volte alla
schietta manifestazione del vero. Oggi la quiete dei tempi,e questo nuovo
ricomporsi d'Europa a monarchie nazionali,avvicinando i popoli tra loro e ren
dendo sempre più facile il sindacato delle opinioni, per suade le menti a
giudizj più severi e imparziali. Ne mancano esempj di queste nuove condizioni
della critica odierna, segnatamente per ciò che risguarda gli studj del
l'antichità latina; non ignorano infatti i nostri lettori che, mentre in
Germania Bernhardy e Mommsen giudicarono con molta severità CICERONE (si veda),
in Francia e in Inghilterra hanno parlato con bella temperanza delle sue
dottrine morali e della sua vita politica Desjardins e Forsyth. Fra noi, gli
studj istorici della filosofia o non furono sin qui troppo favorevolmente
accolti, o rimasero oscuri nella solitudine dei gabinetti, mentre le lettere
esercitano un ufficio civile, e all'unità e all'indipendenza dava opera
l'intera nazione. È tempo oggimai che torniamo a così nobili studj; e la
critica istorica e filosofica fa prova di richiamare nella memoria riconoscente
degl’italiani la storia di quel popolo da cui venne Desjardins e Forsyth.
Fra noi gli studj istorici della filosofia o non furono sin qui troppo
favorevolmente accolti, o rimasero oscuri nella solitudine dei gabinetti,
mentre le lettere esercitavano un ufficio civile, e all'unità e
all'indipendenza da opera l'intera nazione. È tempo oggimai che torniamo a così
nobili studj; e la critica istorica e filosofica fa prova di richiamare nella
memoria riconoscente degli Italiani la storia di quel popolo da cui venne la
prima luce delle nostre istituzioni. Allora soltanto le dottrine di CICERONE
(si veda) sono meglio studiate e apprezzate, e la natura comprensiva
dell'ingegno romano, di cui egli è esempio solenne, ci appare come una sintesi
vasta e feconda in cui s'accoglie la coscienza dei popoli antichi. Nome
compiuto: Giacomo
Barzellotti. Keywords. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P.
Grice, “Grice e Barzellotti,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza,
Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice e Basilide: il portico a Roma:
il tutore del principe – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo
italiano. Member of the Porch. A teacher of Antonino. Basilide. Refs.: Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Gricde, “Grice e Basilide,” The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice e Basilio: il circolo di
Giuliano -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo
italiano. B. studies philosophy alongside the future emperor Giuliano. Basilio.
Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Basilio,”
The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice e Basso: gl’ortelani -- Roma
– filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano.
According to Seneca, a follower of the philosophy of The Garden, who bore
witness to his school’s teachings in the way he copes with prolonged ill
health. Nome
compiuto: Lucio Aufidio Basso. Basso. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di
Gioco di H. P. Grice,“Grice e Basso,” The Swimming-Pool Library, Villa
Speranza, Liguria.
Luigi Speranza -- Grice e Basso: il portico a Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Abstract. Grice:
“I often wonder if my Play-Group at Oxford compares with other sects, say, the
Portico at Rome, etc. I do not think so. He main reason against any such
comparison is that our play-group was an intra-institutional sect – indeed, as
I like to say, one of at least THREE which were engaged in the analysis of
ordinary language: there was, besides us, the group led by senior Ryle, and
there were the Wittgensteinians. At Rome, there was no university then, and so,
if you follow Cicero, and claim that Basso was a member of the Portico, you are
speaking either metaphorically, or urbanely!” Filosofo italiano. A member
of the Porch. Nome compiuto: Tito Avianio Basso Polieno. Basso. Refs.: Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Basso,” The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice e Batace – Roma – filosofia
italiana – Luigi Speranza (Nizza). Filosofo italiano. A pupil of
Carneade. Batace. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice,
“Grice e Batace,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Battaglia: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale dei valori italiani – scuola di Reggio Calabria – filosofia
calabrese. filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P.
Grice, The Swimming-Pool Library (Palmi). Filosofo
calabrese. Filosofo italiano. Palmi, Reggio Calabria, Calabria. Grice: “You
gotta like Battaglia; he plays with the Italian language in ways I cannot play
in the English language; e. g. consider his philosophising ‘between being and
value,’ ‘tra l’essere e il valore.’ Surely the thing is the copula: A is B, A
is worth B.’ -- “A e B,” “A vale.” “A
vale B.” – “We cannot say that a dollar is worth a dollar --. Stricctly, we
CAN, it’s true – but the implicaturum is ‘I’m an idiot or a philosopher.”
Grice: “And I can say, “Socrate e,’ i. e. Socrates is. And ‘Socrates vale,’
i.e. Socrates has value.’” Grice: “When
I did my linguistic botanising on ‘value,’ I followed Austin’s misadvice: never
contrast with Anglo-Saxon, but actually ‘worth’ in Anglo-Saxon WAS a verb, and
cognate with Battaglia, ‘valere.’!” In seguito al terremoto di Messina lasciò
la Calabria, trasferendosi con tutta la famiglia a Roma, dove intraprese il suo
percorso di studi. Si laurea con una
tesi su Marsilio da Padova. Ottenuta la libera docenza di filosofia e un
contratto d'insegnamento dall'ateneo capitolino, si trasferì a Siena, dove vinse
la cattedra nella medesima disciplina.
Si sposta da Siena a Bologna, dove già teneva delle lezioni. Nell'ateneo
bolognese insegna, contemporaneamente, filosofia morale e filosofia del diritto
nella Facoltà di Filosofia, di cui e preside. Rettore dell'ateneo di Bologna.
Il Comune di Bologna gli ha dedicato una strada, e Bologna intitola a suo nome
la Biblioteca del ‘Dipartimento’ di filosofia. È stato autore di numerosi saggi
in diverse branche del diritto e della filosofia e, in loro connessione, sulla
storia del pensiero, sia antico che modern. Tale interesse declina anche in
chiave pedagogica, a testimonianza dell'intensa attenzione rivolta alla storia
quale concreta fonte dell'organizzazione sociale umana e del complesso e
diffidente approdo allo spiritualismo.
Con i sostenitori attualisti dell'autonomia della categoria filosofica
della politica, pensa che occorresse lasciare alla storia tout court quanto non
fosse pensiero sistematico, preservando così la storia delle dottrine da ogni
contaminazione con le dialettica sociale e istituzionale". Altre opere:“Cuoco e la formazione dello
spirito nazionale in Italia” (Bemporad, Firenze); “Marsilio da Padova e la filosofia
politica del Medioevo” (Felice Le Monnier, Firenze); “La crisi del diritto
naturale: saggio su alcune tendenze contemporanee della filosofia del diritto”
(La Nuova Italia, Firenze); “Diritto e filosofia della pratica: saggio su
alcuni problemi dell'idealismo contemporaneo” (La Nuova Italia, Firenze); “Thomasio
filosofo e giurista” (Circolo giuridico di Siena);“Scritti di teoria dello
stato” (Giuffré, Milano); “Orientamenti metodologici nella storia delle
dottrine politiche” (Tip. Nuova, Siena); “Problemi metodologici nella storia
delle dottrine politiche ed economiche” (Foro Italiano, Roma); “Corso di filosofia
del diritto” (Soc. editrice "Foro italiano", Roma); “Il domma della
personalità giuridica dello Stato” (Zanichelli, Bologna); “Impero Chiesa e
stati particolari nel pensiero di Alighieri” (Zanichelli, Bologna); “Libertà ed
uguaglianza nelle dichiarazioni francesi dei diritti: testi, lavori preparatorii,
progetti parlamentari” (Zanichelli, Bologna); “Il valore nella storia” (Upeb,
Bologna); “Il problema morale nell'esistenzialismo” (Zuffi, Bologna); “Saggi
sull'Utopia di Tommaso Moro” (Zuffi, Bologna); “Cenni storici intorno al
concetto di lavoro” (Zuffi, Bologna); “Filosofia del lavoro” (Zuffi, Bologna);
“Lineamenti di storia delle dottrine politiche” (Giuffré, Milano); “Morale e
storia nella prospettiva spiritualistica” (Zuffi, Bologna); “Nuovi scritti di
teoria dello stato” (Giuffré, Milano); “I valori fra la metafisica e la storia”
(Zanichelli, Bologna); “Linee sommarie di dottrina morale” (Patron, Bologna); “I
valori della pratica e l'esperienza storica” (Patron, Bologna); “Il valore
estetico” (Morcelliana, Brescia); “Cinque saggi intorno alla sociologia” (ISturzo,
Roma); “ Parva Desanctisiana” (Patron, Bologna); “Economia, diritto, morale” (Coop.
libraria universitaria editoriale bolognese, Bologna); “Croce e i fratelli
Mario e Luigi Sturzo” (Longo, Ravenna); “Rosmini tra l'essere e i valori,
Guida, Napoli); “Mondo storico ed escatologia” (Clueb, Bologna); “Le carte dei
diritti: dalla Magna Charta alla carta del lavoro” (Sansoni, Firenze); “Le
carte dei diritti: dalla Magna Charta alla Carta di San Francisco” (Sansoni,
Firenze); “Meis, I problemi dello stato moderno” (Zanichelli, Bologna);
“Sanctis, Lettere a Villari” (Einaudi, Torino); “Lettere di Meis a Spaventa”
(Azzoguidi, Bologna); “Il pensiero pedagogico del Rinascimento” (Sansoni,
Firenze); “Locke, Antologia degli scritti politici” (Il Mulino, Bologna). Il
pensiero di Felice Battaglia, Atti del Seminario promosso dal Dipartimento di
Filosofia di Bologna, Matteucci e Pasquinelli, Bologna, CLUEB, A cent'anni
dalla nascita, Bologna, Baiesi, Dal
filosofo all'uomo, Atti del convegno di studi su B. (Palmi), Chiofalo, Palmi,
Arti Grafiche, Ferrari, La filosofia italiana, in «Storia della
Filosofia», (La filosofia
contemporanea. Seconda metà del Novecento), t. I, M. Paganini, Vallardi, Milano,
Marchello, B., Edizioni di Filosofia, Torino, Matteucci, Felice Battaglia,
filosofo della pratica, in Atti della Accademia delle Scienze dell'Istituto di
Bologna, Classe di Scienze Morali, Rendiconti, (ora rifuso in Id., Filosofi
politici contemporanei, Il Mulino, Bologna, Polato, B., Dizionario Biografico
degli Italiani, Volume 34, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Scerbo, B.:
la centralità del valore giuridico, Edizioni scientifiche italiane, Napoli, Anzalone,
Lo abstracto y lo concreto en la Teoría del Derecho de B. B. y el dilema entre
Croce y Gentile, Atelier, Barcelona, A.
Anzalone, B.. Per una teoria giuridica tra idealismo crociano e gentiliano,
Euno edizioni, Leonforte. Anzalone, Las
aparentes contradicciones de la filosofía jurídica y política de B., in «Studi
in onore di Sinagra», Miscellanea,
Aracne, Roma,, A. Anzalone, El Estado,
sus fines y su relación con el derecho. La perspectiva de B., in “Lex Social
(Revista jurídica de los Derechos Sociales)”, Anzalone, La integración europea
como modelo para Latinoamérica según Felice Battaglia, in «Temas de Filosofía
Jurídica y Política», SFD, Córdoba, Cotroneo, B. e la "filosofia dei
valori", in Benedetto Croce e altri ancora, Soveria Mannelli, Rubbettino,
Onorificenze Dottore honoris causanastrino per uniforme ordinariaDottore
honoris causa — Universidade de São Paulo. Ufficiale dell'Ordine
di Leopoldo IInastrino per uniforme ordinariaUfficiale dell'Ordine di Leopoldo
II Cavaliere dell'Ordine di San Gregorio Magno (classe civile) nastrino per
uniforme ordinariaCavaliere dell'Ordine di San Gregorio Magno (classe civile)
Grande Ufficiale Ordine al Merito della Repubblica Italiaanastrino per uniforme
ordinaria Grande Ufficiale Ordine al Merito della Repubblica Italiana —
Cavaliere di gran croce dell'Ordine al merito della Repubblica italiananastrino
per uniforme ordinariaCavaliere di gran croce dell'Ordine al merito della
Repubblica italiana. Vittor Ivo Comparato, Vent'anni di storia del pensiero
politico in Italia, Il pensiero politico, Università degli Studi di Bologna.
Annuario degli Anni Accademici Bologna,
Tipografia Compositori, Dettaglio decorato, Presidenza della Repubblica. Sito
web del Quirinale: dettaglio decorato. Dizionario biografico degli italiani,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. ULTURA MODERNA - Quaderni di Storia, Filosofia e Politica cur.
B. L'opera di Cuoco e la formazione dello spirito nazionale in Italia R.
BEMPORAD et FIGLIO - Editori - FIRENZE Rappresentanti per il Piemonte: S.
LATTES et C. Torino. R. BEMPORAD et Firenze, Stab. Pisa et Lampronti. La
tradizione italica. Il Settecento e la sua importanza. L’Italia ritrova sè
stessa nella sua storia. Il processo unitario. L'erudizione: Muratori. La
filosofia: Vico. Antitesi al cartesianismo. Esperienza filologica. Italianismo
di Vico. De antiquissima italorum sapientia. Vico impersona la nuova tradizione.
A lui si ricollega Cuoco. La fortuna di
Vico nell'alta Italia e le origini del nuovo pensiero. Cuoco e i suoi studiosi.
La rivoluzione napoletana. La cultura rivoluzionaria e prerivoluzionaria.
Razionalismo, astrattismo. La classe colta di Napoli. Riformismo governativo.
Rottura tra stato e borghesia. Carattere passivo della rivoluzione. Le origini
sacre della nuova Italia. Gli storici della letteratura e della vita del popolo
italiano, che vogliano trattare del risorgimento nostro con piena e sicura
conoscenza di cause e di effetti, devono necessariamente rifarsi a secoli
passati. Sono le scaturigini di quel vasto e nobile movimento, denso più di
idee che di fatti, poi che i pochi e modesti avveni menti ricevono luce ed
acquistano nobiltà solo nel riflesso delle idee, di quel vasto e nobile
movimento che conduce all'unificazione e all'indipendenza italiana. Mirabile la
continuità della vita di questo popolo antico d'Italia. I secoli, che ad una
critica occhialuta sembrano i più torbidi, si presentano, poi, a chi sa
investigarli con amore e con coscienza, gravi di preparazione, ponderosi
d'esperienza. È tutta una vita che si prepara, si svolge, sente il bisogno di
concretizzarsi, finchè scoppierà in foga d'eroismo e di volontà. È una
preparazione lenta diuturna faticosa, la quale fa emergere figure grandi di FILOSOFI
e di poeti, di giuristi e di uomini di governo o di chiesa. La critica ha il
dovere di rivendicare questi secoli e di valutarli al paragone di concetti
superiori di filosofia. È ridicolo condannare alcune età nel corso d'un popolo,
alcuni secoli in blocco per altri secoli, chiamare questa età di decadenza,
quella età di fioritura. I periodi storici, le ere, i secoli sono quello che
sono con le loro istituzioni, col loro pensiero, con la loro arte, con i loro
uomini, soprattutto coi loro uomini. È ridicolo condannare il passato come si
usava sino a venti anni fa, critico spietato, Minosse che giudica e manda senza
appello, il nostro maggiore poeta, CARDUCCI (si veda). La storia ha invece
diritto alla nostra ammirazione come i secoli, in cui i destini della patria si
sono venuti maturando, attraverso un rinnovato fervore di pensiero, di critica,
di storiografia, preludio modesto mafaticoso di opere civili, attraverso un
rifoggiarsi, insomma, della coscienza nazionale, che da universalmente umana
tende a divenire più veramente, se pure più ristrettivamente, italica. È forse,
se l'affermazione non trovasse nella sua rigidità una smentita nell'oceanica
figura di VICO (si veda), un chiudersi in noi stessi, un rinnegare gli ideali
cosmopolitici, per ritrovare il particolare più veramente nostro, l'essenza
della stirpe. La storia è l'esperienza dello spirito, che gradualmente viene
formandosi. Il popolo della penisola s'astrae, si ritira, si allontana dalle
grandi competizioni politiche e culturali europee. Il centro del mondo si è
spostato. Non più solo Roma, ma Bologna, Milano, Parigi, Vienna. Mentre le
altre genti si gettano tumultuose nel fervore della conquista, nella lotta per
il predominio, e noi siamo le vittime, la nostra razza si chiude nel guscio
della propria coscienza, nel culto della propria essenza. Perchè? Per essere
più italiani, per essere noi stessi, per riacquistare a noi tutto noi stessi,
per sapere il nostro passato, per foggiare nello spirito l'avvenire. Così
quell'Italia, che ai miopi occhialuti corifei dello storicismo positivo sembra
assente, per riacquistare vita nuova proprio con la critica razionalista pre-rivoluzionaria,
e poi con gl’immortali princípi, è invece viva e desta, sempre, in ogni tempo,
per ritrovarsi, essa stessa, di fronte all'irrompere delle giovani schiere
galliche con un patrimonio nobilissimo di schietta FILOSOFIA ITALA, di sapienza
civile antica, di esperienza politica. Il filosofo deve valutare tutto. La
storia della cultura, ben altra cosa, notiamo, dalla storia dell'arte,
particolaristica, d'un subiettivismo che rinnega ogni sviluppo che non sia
nello spirito individuale e creatore, ha una sua mirabile continuità, una sua
ininterrotta evoluzione. L'oggi sorge dal passato, nel passato si prepara il
pre sente, il presente è la fucina in cui si foggia il futuro. La storia deve
valutare tutto e trovare i nessi ideali tra gli avvenimenti, se vuol essere
storia, cioè studio critico e superiore delle idee, che muovono gli uomini gli
uo mini sono sopra tutto idee, spirito —, e non cronaca astratta di ciò che gli
uomini fanno e potevano anche non fare. Lo storico deve dunque, se vuol
rinvenire l'origine vera del nostro Risorgimento, salire assai più indietro che
di solito non si faccia ed osservare più le idee che i fatti, poi che i fatti a
volte sono puri e semplici fenomeni senza conseguenze, che si spengono come
stelle cadenti nel cielo dopo un breve ciclo, mentre le idee vivono, germinano
nell'oscurità, generano altre idee, seguendo la trama fatale del corso delle
stirpi. Le idee rivelano quel mondo dello spirito, ove si foggiano gli eventi,
rivelano il segreto della génesi de' popoli, il loro assurgere all'im 8 pero,
le cause della grandezza politica. Dietro il fatto sto rico c'è l'idea, la cui
vita, vita storica cioè dinamica, lo studioso deve analizzare nella sua
complessa formazione e non rinnegare per i preconcetti del proprio cervello. La
rinascita dell'elemento italiano, particolaristico e nazionalista, è un fatto
estrinsecamente assai prossimo a noi, intimamente preparato da lunga
meditazione, da lunga speculazione, da lunghe ricerche. Una storia vera della
cultura, specie della cultura politica, non può non ricollegarsi, anzi, per ri
trovarvi le origini vere dell'Italia di oggi. Dove si foggia questa nuova
coscienza, questa nuova italianità? Nell'angolo della penisola, che per il
momento, guardando in modo sommario la distesa temporale della storia, è il più
li bero dall'influsso culturale straniero. Non Venezia, non Milano, non Torino,
non Firenze.... Napoli. Venezia è decaduta non già, come la retorica vuole, per
la corruzione d'una nobiltà festaiola e carnevalesca, ma per un fatto storico
ed economico incontrovertibile, perchè la vita commerciale d'Europa ha
disertato le antiche vie dell’oriente, per spaziare negli oceani, ove le navi
venete non possono andare, troppo lontane dall'infelice scalo della città di
San Marco (1 ). Torino è più francese che italiana, più sabauda che nazionale.
Firenze è il centro d’uno Stato troppo piccolo, per imporre un'idea politica
alle città vicine, ed è estenuata per il rigoglio anteriore. Milano sola può
essere il centro delle nuove fortune nostre, e vedremo poi come essa col di
sastro della Partenopea riprenda tutto il tesoro ideale del popolo italiano per
rendersene degna depositaria. Ma Milano oggi è troppo aperta all'influenza
straniera, risente troppo gli effetti d'una vita non propriamente italiana, è
troppo cosmopolita, troppo mondana. Bisogna che il rinnovamento si inizi
altrove. Milano poi com pirà l'unità spirituale dell'italianismo, sui primi
anni Rosi, L'Italia Odierna, Torino,
dell'Ottocento, fondendo i due elementi propri della no stra natura: il
suo positivismo, più o meno razionalistico secondo i tempi, con
l'idealismo.concretamente storico e critico del mezzogiorno, per foggiare quel
carattere mentale del rinato popolo italiano, che rifugge così dalla metafisica
nubilosa di certe filosofie straniere come dal materialismo volgare, ritrovando
la sua sana vita in tima nel ponderato storicismo d'una filosofia dello
spirito. Napoli, posta dalla natura nel più incantevole luogo della penisola,
arrisa dal cielo e dal mare, beatificata dal sole, Napoli mite e pensierosa
impersona la nuova vita nazionale; essa, chiusa nella sua remotezza dalle
grandi vie commerciali dell'alta Italia tra Francia ed Austria, sola può
custodire il patrimonio culturale della nazione. L'Italia era senza dubbio
indietro di fronte alle grandi speculazioni, di fronte alla grande cultura
straniera. Car tesio, Grozio, Spinoza, Locke, Hobbes erano nomi re centi per la
gloria della filosofia delle altre stirpi, nomi grandi illustri, pietre miliari
nello sviluppo del pensiero moderno. Che avevano gli italiani da contrapporre?
Nulla, fuor che la loro povertà nuda ed altera. Lo spirito ita liano era chiuso
in sè stesso, ho detto, quasi disdegnoso della merce straniera, che gli si
voleva donare. E pure questa cultura, questa filosofia straniera pas sava da
noi ed acquistava diritto alla cittadinanza, spe cie a Torino e a Milano, in
quelle città più aperte ai nuovi rapporti civili. Il cartesianismo ovunque si
imponeva e con esso il classicismo francese lineare geometrico arido. L'Italia
però non filosofava. Il Muratori nella sua solitu dine di Modena cercava,
ricercava, spogliava, compilava con foga di ricostruttore, traeva dagli archivi
polverosi i resti della storia nostra, e il lavoro di paleografia e di
trascrizione diveniva poi lavoro di sceveramento, d’ana lisi, di critica. Il
nuovo italianismo rinasce con un rin novato fervore di studi storici. « Il
serio movimento scientifico » scrive Sanctis « usciva di là dove si era
arrestato, dal seno stesso dell'erudizione. Lo studio del passato era come una
ginnastica intellet tuale, dove lo spirito ripigliava le sue forze. Alle
raccolte 10 successero le illustrazioni. E vi si sviluppò uno spirito d'in
vestigazione, di osservazione, di comparazione, dal quale usciva naturalmente
il dubbio e la discussione. Lo spi rito nuovo inseguiva gli eruditi tra quegli
antichi monu menti. Già non erano più semplici eruditi: erano critici » A
Modena, intanto, studiava il Tiraboschi, a Roma il Crescimbeni, a Napoli il
Gravina; altrove Fabretti, Bianchini, Maffei e con essi una vera pleiade di
dotti « segnano già questo periodo, dove la scienza è ancora erudizione e nella
eru dizione si sviluppa la critica ». A Napoli e poi in un remoto paese del
Cilento si for mava intanto il Vico. E a VICO bisogna rial lacciare tutto il
complesso movimento filosofico politico meridionale, tutta la fortuna
dell'italianismo, di cui lo scrittore del quale imprendiamo lo studio, Vincenzo
Cuoco, è il rappresentante maggiore. La filosofia del Vico nasce da una parte
in antitesi al cartesianismo aritme tico e razionalista, dall'altra sopra una
perfetta consape volezza, sopra un vero fondamento di ricerca storica, nell’un
caso e nell'altro come reazione al pensiero stra niero e ritorno alle fonti
nostrane. Solo l'antitesi al cartesianismo, cioè alla filosofia im perante,
avrebbe potuto portare Vico ad affermare l'im possibilità d'una scienza della
natura, e in questa scienza era la gran cieca fede del razionalismo, e la
sicurezza d'una scienza perfetta nel mondo umano, morale e sto rico. La
conversione del vero col fatto (verum ipsum factum), impossibile nel mondo
naturale agli uomini, di vien possibile nel mondo morale. Per conoscere una
cosa occorre farla, o rifare il processo creativo: ciò è impossi bile
nell'ordine naturale a tutti, fuor che a Dio, divien possibile nell'ordine
umano, spirituale e storico, fatto dall'uomo, nel quale l'uomo opera come Iddio.
Le scienze morali, la politica, la poesia perdono il mero carattere di
probabilità e brillano di pura luce nello spi SANCTIS, Storia della letteratura
italiana, Milano, Treves ed.] rito. È un nuovo principio gnoseologico, il vero
è riposto nel fatto: a questo principio si rifà tutto il nuovo sistema storico.
Ma domandiamoci: questo nuovo principio, che è il nucleo d'ogni futura
filosofia dello spirito, quest ' in versione, che è la nuova gnoseologia, era
possibile come semplice reazione ad un cartesianismo, che a Vico era pervenuto,
sia pure, come scrive il De Sanctis, in una forma antipatica e menomatrice dei
suoi studi, ma certo non in maniera del tutto opprimente e scettica? Io credo
di no o almeno credo che la rivoluzione non sa rebbe stata possibile senza
considerare un nuovo ele mento, le pure ricerche storiche, che portarono in
fine il Vico a conclusioni inattese. Vico, scritto il De ratione studiorum, il
De antiquis sima italorum sapientia, s ' ingolfò negli studi eruditi di storia
antica, di diritto romano, negli studi di diritto naturale, di pura
linguistica, di filologia. Dice bene quindi Croce che, se pure il grande
napoletano non fu condotto alla filosofia, al nuovo orientamento della sua
gnoseologia, in virtù di un processo puramente filolo gico, certo lo stimolo e
la materia gli furono offerti da gli studi sopra detti, « attraverso i quali
egli ebbe a fare un'esperienza solenne; e cioè che quella materia di studio
Ecco quel che scrive SANCTIS, Storia, La materia della sua cultura è sempre
quella: dritto ro mano, storia romana, antichità. La sua fisica è pitagorica,
la sua metafisica è platonica, conciliata con la sua fede. Base della sua
filosofia è l'Ente, l’Uno, Dio. Tutto viene da Dio, tutto torna a Dio, l'unum
simplicissimum di Ficino. L'uomo e la natura sono le sue ombre, i suoi
fenomeni, ecc. ecc.... ». Dentro a questa coltura e contro a queste credenze
venne ad urtare Cartesio. La coltura non ha valore: del passato bisogna far
tavola. Datemi materia e moto, ed io farò il mondo. Il vero te lo dà la scienza
ed il senso. Cosa dive niva l'erudizione di Vico, la fisica di Vico, la
metafisica di Vico? cosa divenivano le idee divine di Platone? e il simplicis
simum di Ficino cosa diveniva? e il dritto romano, la storia, la tradizione, la
filologia, la poesia, la rettorica non era più buona a nulla? Nella violenta
contraddizione Vico sviluppo le sue forze, ecc. ». 12 non poteva essere e non
era elaborata dal suo pensiero senza l'aiuto di certi princípi necessarî, che
gli si ripre sentavano in ogni parte della storia da lui presa a medi tare. Un
tempo gli era sembrato che le scienze morali, ragguagliate al metodo
matematico, occupassero, quanto a sicurezza, l'infimo posto. Ora, nella
quotidiana fami liarità con quelle scienze, gli veniva apparendo il con trario:
niente di più sicuro del fondamento delle scienze morali. Verum ipsum factum: «
ove avvenga che chi fa le cose, esso stesso le narri, ivi non può essere più
certa l'istoria » Il nuovo pensiero italiano s'afferma schiettamente storicista:
il carattere della tradizione se guente serba questo carattere: Cuoco, il
discepolo di Vico in un'età caratterizzata da una profonda negazione della
storia, riaffermando l'italianismo, riafferma la storia, Tutta la filosofia
dell'autore della Scienza nova nasce da questa scoperta, e questa scoperta
nasce da un'affan nosa ricerca storica. La resistenza a Cartesio, a Malebran
che, al razionalismo francese sarebbe rimasta resistenza, cioè in parte
incomprensione, se il Vico non avesse potuto superare Cartesio stesso in una
nuova visione della realtà. Solo la gran vita della storia, l'eterno farsi de'
po poli, gli imperi che sorgono si mutano si sviluppano muoiono, solo l'analisi
delle istituzioni politiche, del di ritto, delle religioni, delle lingue, delle
arti ne' loro par ticolari potevano dargli la superba certezza:... il pen siero
si fa, il pensiero è in quanto diviene, in quanto ha una sua propria dinamica.
Il vero è in quanto noi lo facciamo, in quanto lo rifacciamo pensandolo. Le
scienze morali s'aprono a nuova vita. Solo in esse v'è perfetta scienza, vera
conoscenza. « Il pensiero è moto che va da un termine all'altro, è idea che si
fa, si realizza come (1 ) B. CROCE, La filosofia di Vico, Bari, Laterza, Vico,
La scienza nuova giusta l'edizione, a cura di Nicolini, Bari, Laterza GENTILE,
Dal Genovesi al Galluppi, Napoli, Edizione della Critica] natura, e ritorna
idea, si ripensa, si riconosce nel fatto. Perciò verum et factum, vero e fatto,
sono convertibili; nel fatto vive il vero; il fatto è pensiero, è scienza; la
storia è una scienza, e, come ci è una logica per il moto delle idee, ci è
anche una logica per il moto dei fatti, una storia ideale eterna, sulla quale
corrono le storie di tutte le nazioni. Ora ritorniamo al nostro argomento. Non
interessava me tanto ridire quel che sul Vico fino ad oggi si è detto e che
coglie assai bene la génesi e il valore della spe culazione del grande
napoletano, se non per dimostrare come la nuova filosofia d'Italia, il nuovo
italianismo nasca da una vera e propria esperienza critica ed erudita. Il Vico
stesso nel De antiquissima italorum sapientia es lignuae latinae originibus
eruenda aveva compiuto uno sforzo mirabile di ricerca etimologica, che lo aveva
por tato ad affermazioni di grande audacia e nobiltà, se pure non accettabili,
quale l'esistenza di una setta filosofica italica preromana, l'esistenza
d’un'antica filosofia etrusca, generatrice d’un linguaggio filosofico, che poi
trascorse in altre lingue nostre, quali il latino, in cui si trovano singolari
tracce altrimenti inspiegabili, filosofia autoctona nostrana, antichissima, di
cui Pitagora stesso sarebbe un fievole epigono. Nella sua seconda gnoseologia
il Vico rinnegherà il principio informatore dell'opera: il linguag gio cessa
d'essere in rapporto alla logica, trova la sua spiegazione « nei principi della
poesia, cessa d'avere la sua origine nella volontà per acquistare maggiore
sponta neità e naturalezza, Ma intanto resta acquisito lo sforzo vichiano della
conquista d'un vero italianismo pre latino e preellenico, sforzo in parte
rinnegato dallo stesso autore, che trova al suo pensiero nuove vie, ma sforzo
non perciò meno degno, dal punto di vista culturale nazionalista. È una
riconquista dell'italianità nella tra [SANCTIS, Storia; CROCE, La filosofia di
Vico; SPAVENTA, Prolusione e introduzione alle lezioni di filosofia, Napoli,
Vitale] dizione, nella storia. La storia è fatta dall' uomo: la storia d'Italia
dagli italiani: trovare lo sviluppo della storia italiana significa trovare lo
sviluppo di quella volontà, di quello spirito, di quelle idee, che formano il
popolo nostro. Dai « rottami dell'antichità » nasce la storia italiana. Nel
Nord della penisola la cultura era razionaliştica e cosmopolita. I dotti
parlavano francese, non potevano sottrarsi all'influsso di Cartesio o di Locke.
A Napoli invece la cultura è storica e filosofica e particolaristica mente
italiana, sebbene pur comprensiva ed universale. Vico si sottrae al pensiero
europeo, ritorna a Pita [Intendere il Vico e staccarlo in un certo senso dallo
sfondo comune delsuo secolo è necessario per colui, che voglia studiare la
storia, in cui senza dubbio sono le origini della nuova Italia e del nuovo
pensiero. Ciò non ha saputo fare, per esempio, Gabriele Maugain, autore di un
dotto Étude sur l'évolution intel. lectuelle de l'Italie environ (Paris,
Hachette), in cui ritorna ed insiste l'antica tesi (carducciana tra l'altro )
d'una decadenza e di una stasi dello spirito nazionale durante un periodo più o
meno lungo. Ma, se non accettiamo questa visione parziale del fenomeno, come
poi spiegarci tutta la fio ritura del secolo XIX? Dobbiamo crederla davvero,
mancando una tradizione italica, una fioritura estrinseca, mero riflesso della
cultura rivoluzionaria francese prima e romantico -germa nica poi? O invece il
periodo anzi detto è periodo di prepara zione metodica, e in esso sono i germi
della nuova Italia? Questo viene al pensiero di chi legge il libro accennato,
in conclusione assai dotto ed interessante. Questo venne al pen siero di
Giovanni Gentile, che nella Critica recensì l'opera del Maugain (recensione
riveduta e ristampata in Studi vichiani, Messina, Principato), e che, pur
riconoscendo che nel complesso, se si eccettui la figura titanica del Vico,
questa storia è una storia di cui non abbiamo molto a com piacerci, nota come
il Maugain la renda più malinconica di quanto non sia. A prescindere dal fatto
che proprio nell'età di cui si tratta fiorisce Vico, e Vico per noi è il genio
dell'Italia nuova, la tradizione insomma a cui il succes sivo italianismo si
ricollega, occorre pensare che dalla morte rinascerà la vita, e si preparerà
l'Italia che accoglierà la Rivoluzione, e si scuoterà tutta, e ri prenderà la
sua via in tutte le manifestazioni della vita spiri tuale, e si aprirà un varco
nella politica de grandi Stati, e ri. sorgerà come nazione ». Ora ciò sfugge
all'autore del libro. 15] gora, a Platone, ai filosofi cristiani da un lato,
dall'altro, come vedemmo, procede da sè, per una via del tutto nuova. La
Scienza nova è, come scolpì Sanctis, « la Divina Commedia della scienza, la
vasta sintesi, che riassume il passato e apre l'avvenire, tutta ancora in
gombra di vecchi frantumi, dominati da uno spirito nuovo. Essa non è intesa per
il momento, non importa ! Lo stesso Vico non si rende conto dei formidabili svi
luppi che si trarranno dai suoi studi. Ma il seme, get tato in glebe feconde,
germoglierà. Il pensiero meridio L'Italia rinasce e si rinnova, dal cosmopolitismo
antinazio nalistico nel culto d'un universale umano l'Italia diviene na
zionalistica nel culto d'un tradizionalismo più nostro, pur non dimenticando
d'esaurire il mondo morale nella filosofia del Vico, proprio nel periodo che al
Maugain sembra morte e stasi. Ben nota il Gentile a proposito (Studi vichiani ).
Non bisogna dimenticare che quella stessa che diciamo morte, è una morte
relativa; ed è anch'essa vita, perchè condizione e momento di quella che dicesi
vita: e senza intendere l'una, non è possibile giungere all' intendimento
dell'altra. Tutto sta a non cercare la vita nella morte: e non volere una cosa
nell'altra. Lastasi del periodo studiato dal Maugain non è il progresso della
creazione, ma è pure progresso, se è la pre parazione del progresso ulteriore.
Noi infatti non potremmo intendere l'Italia nuova, nutrita dalla cultura
europea compene trata con la tradizione nostra, quale la troviamo p. e. nella
poe sia del Foscolo e nell'Italia tutta del tramonto e degli albori del
seguente, [ quale la troviamo, mi permetta l ' illustre Maestro la chiosa, nel
nostro CUOCO (si veda)] se la innestassimo immediatamente all'Italia tutta
italiana, crea trice in filosofia come in arte, maestra ancora all'Europa tutta,
e vivente di una vita spirituale sua, del 500 e del primo 600. L'Italia è
l'Italia che accoglie il riflusso della cultura europea, su cui ha esercitato
ella prima l'azione sto rica rinnovatrice: e in questo lavoro di
riassorbimento, che dev'essere ed è anche reazione (esempio solenne Vico), è la
vita sua nuova rispetto al passato. Il senso di questa vita nuova, se non
m'inganno, non c'è nel libro del Maugain.... ». Precisamente così: può darsi
che chi rilegga i fogli dei vari Giornali de' letterati vi ritrovi morte, ma
chi trascorra le su date carte del Muratori e le induzioni geniali del Vico non
può che rinvenirvi la vita, e le origini grandi della nuova patria, la fonte
onde trassero la linfa vitale Cuoco e Foscolo. SANCTIS, Storia] nale si
ricollega tutto al Vico e col Vico medita i nuovi concetti e i nuovi concreti
problemi della storia e della vita; col Vico si presenta, dopo la caduta d'una
repub blica, ad incontrare il pensiero settentrionale per ani marlo, per
storicizzarlo nella realtà dello spirito, donde nascerà la nuova cultura
veramente nazionale, e non più lombarda toscana napoletana. Così solo si
possono spiegare molti atteggiamenti della cultura di Monti e di Cesarotti, di
Manzoni e di Foscolo. La tradizione vichiana è in fine la tradizione del più
puro italianismo. Da Napoli passerà a Milano, intanto notiamo come a Napoli
stessa, nel suo centro ideale, là dove il genio di Giambattista s'era formato
nell'umiltà borghese della vita d'ogni giorno, fra amarezze familiari, fra
disavventure accademiche, fra l'incomprensione di quella che la retorica chiama
alta cultura e poi non è che la più presuntuosa saccenteria, come a Napoli
stessa questa tradizione non fu sempre dominante, nè sempre uguale, battuta in
breccia dal francesismo, prima carte siano, poi illuminista, volterriano, ecc.
Comprensione vera e propria, infine, il Vico non ebbe neppure in vita (1 ):
immaginiamo, dunque, se dopo la morte del grande au tore della Scienza nova la
patria potesse intendere affatto l'oceanico spirito del suo figliolo. «
Certamente a Napoli, nel secolo decimottavo, ci fu in molti una confusa
coscienza della grandezza dell'opera vichiana; ma in che propriamente questa
grandezza con sistesse non si poteva determinare, perchè facevano an cora
difetto l'esperienza e la preparazione adeguate. Lo stesso discepolo ideale del
Vico, colui che a, detta di Vincenzo Cuoco, solo può condurci al maestro, solo
può servirci di guida per raggiungere i suoi voli, non fu immune da
contaminazioni estrinseche: il vichismo in Mario Pagano è mescolato al nuovo
sensismo francese (3 ). CROCE, La filosofia di Vico; Cfr. VINCENZO Cuoco,
Saggio storico sulla rivoluzione napoletana, Bari, Laterza Nella carriera
sublime della 37 potè volgersi alla compilazione d'una legge - base per la
repubblica, e architetto un progetto. Il lavoro porta nell'edizione che ho
sott'occhio il seguente titolo: Pro getto di costituzione della repubblica
napoletana per Pagano, Logoteta e Cestari, ed è diviso in un Rapporto del
Comitato di Legislazione al Governo provvisorio, opera del Pagano, chè lo stile
e tutto lo appalesa, e in una Dichiarazione dei diritti e doveri dell'uomo, del
cittadino, del popolo e de' suoi rap presentanti, a stendere la quale fu certo
maxima pars il celebre autore dei Saggi politici. Per mezzo di Vincenzo Russo
il Pagano dovette farne pervenire una copia al Cuoco. Questi rispose coi
Frammenti (2 ). di uno scrittore. Potremmo a questo punto intraprendere una
confutazione delle operazioni del Tria, ma non lo facciamo, per chè la
confutazione scaturisce da tutto il nostro lavoro, e perchè già fatta da N.
RUGGIERI, e da M. ROMANO, op. 51 e sgg., i quali non hanno nulla tralasciato
per lu meggiare storicamente la complessa figura del molisano. Noi per conto
nostro abbiamo insistito su questo punto per mettere in guardia il lettore su
certi atteggiamenti del Cuoco, che, certo in antitesi con l'atteggiamento del
tempo suo, occorre valutare da un punto di vista molto elevato, quasi
metastorico, come quello che spesso trascende l'èra sua per incontrare nel
passato e nell'avvenire la più vera essenza del popolo nostro. (1) Seguo per la
Costituzione del Pagano l'edizione nap. del Rapporto al cittadino Carnot sulla
catastrofe napoletana del 1799 per LOMONACO, con @enni sulla vita del l'autore,
note e aggiunte di AYALA ed infine il Pro getto di costituzione della
repubblica napoletana per PAGANO,
LOGOTETA E CESTARI, con note di LANZELLOTTI, Napoli, Lombardi; I Frammenti si
credono quasi certamente anteriori al Saggio, scritti quindi proprio durante la
rivoluzione, a meno che non si riesca a provare, il che non mi sembra facile,
che siano stati scritti col Saggio o del tutto dopo. Del resto ideal mente
vanno innanzi. RUGGIERI, li crede an ch'egli, scritti durante il tempo della
Partenopea: a pag. 132 della sua monografia conferma il suo giudizio
cronologico, e in nota dà notizie sulla bibliografia del Progetto del Pagano,
inedito fino al giorno, in cui CUOCO (si veda) stampa il Saggio con l'ap.
pendice dei Frammenti, pubblicato la prima volta a Napoli da Lancellotti,
seguito da 30 note, 10 sue, 20 38 La critica al progetto ci mostra intero
l'animo di Vin cenzo Cuoco e la sua lucida netta precisa opposizione agli
immortali ed astratti princípi. Ma prima due parole su Russo. Potrebbe sembrare
un puro caso che le lettere siano a lui indirizzate. Si dirà: una grande ami
cizia univa il Russo al Cuoco, amicizia d'antica data, in trinsichezza fraterna;
si dirà: il Russo ha fatto pervenire all'amico studioso il Progetto di
costituzione, ond' egli ne prenda visione per le sue ricerche, quindi è
naturale che a lui sia diretta la critica ideale della legge. Sì, tutto ciò va
bene, ma non bisogna dimenticare che proprio Vin cenzio Russo è il
rappresentante tipico dell'astratto rivo luzionarismo, di cui il nostro fa la
requisitoria, proprio il Russo il corifeo dell'estremismo che il Cuoco detesta (1
), proprio il Russo, il socialista che crede furto la proprietà che l'amico
invece pone base della nuova società e del nuovo ordinamento civile, come
diremo. Teniamo pre sente ciò e le lettere assumeranno un duplice valore, di
critica scientifica e giuridica, d'opposizione ad un si stema politico
culturale. Sono, ripeto, l'una contro l'altra due filosofie, due sistemi, il
sistema rivoluzionario, esu berante e fiducioso nel momentaneo trionfo
dell'idea, il sistema liberale moderato, più realistico, che solo nel tempo
lentamente spera di vedere sanzionata dalla storia la sua forza. Chi era Russo?.
Basta leggere i suoi Pen del Cuoco, ripubblicato con le sedicenti note del
Lancellotti nella cit. edizione napoletana, ROMANO] crede i Frammenti anteriori
al Saggio. Lo stesso il CROCE, La rivoluzione napoletana, CROCE, La rivoluzione
napoletana, p. 108 e sgg., scrive a proposito del Russo e del suo estremismo: «
Certo, anche gli amici che gli volevano bene e l'avevano in grande stima per la
sincerità e nobiltà dei suoi convincimenti, come il suo compagno della prima
giovinezza Vincenzo Cuoco, non potevano appro vare la via senza uscita per la
quale egli si era messo ». Su Russo vedi CROCE, La rivoluzione napoletana, pp.
85-112; nonchè G. DE RUGGIERO, Il pensiero politico meri dionale, Laterza ed.,
Bari, che ci offre una buona analisi del pensiero del 39 sieri politici, sui
quali lo stesso Cuoco esprime nel Saggio un giudizio un po' incolore, sebbene
ne tra peli una critica, per intendere il suo astrattismo. Rileg giamo, a
proposito, le parole di Benedetto Croce. Il suo sistema si fondava « sull'idea
di una repubblica popo lare, in cui ciascuno possederebbe un pezzo di terra da
coltivare direttamente e da trarne i mezzi di sussistenza. Non testamenti e non
atti tra vivi, e neanche succes E sioni legittime; alla morte del possessore la
quota di lui sarebbe tornata alla repubblica per una nuova di stribuzione. Gli
uffici esercitati dagli stessi cittadini agricoltori, epperò senza stipendio,
altro che i mezzi di sussistenza a coloro cui fosse tolto il tempo di lavorare
personalmente la terra; al qual uopo si sarebbero fatti leggieri prelevamenti
sulle quote dei coltivatori. L'in dustria, domestica e ridotta al puro
necessario; e il com mercio ridotto, del pari, a permuta di cose necessarie.
Nessun lusso di nessuna sorta; l'istruzione si sarebbe ristretta principalmente
alla morale repubblicana e ai princípi dell'agricoltura. Nessuna religione,
tranne forse « un tal quale vincolo di fratellanza nel centro di una idea
sublimamente tenebrosa »; e quindi, non classe sa cerdotale. Non grandi città:
una serie di piccoli villaggi costituirebbero le nazioni. E, tra le nazioni,
non più guerre, tranne quelle per liberare le nazioni oppresse o per respingere
tentativi di oppressione. Le nazioni, in unione tra loro, avrebbero poi
formato, come termine ultimo, la « Società universale. Era nel Russo, come in
molti rivoluzionari, special l'insigne martire, specie nelle sue derivazioni
dal Leib nitz e dal Rousseau. Un sunto delle dottrine del Russo ci of frono
FIORINI e LEMMI. Il periodo napoleonico, Milano, Vallardi, Il giudizio (Saggio)
è il seguente. La sua opera de Pensieri politici è una delle più forti che si
possano leggere. Egli ne preparava una seconda edizione, e l'avrebbe resa anche
migliore, rendendola più moderata ». In quel miglio ramento nella moderazione
sta tutto CUOCO (si veda)! CROCE, La rivoluzione napoletana mente meridionali, un
misto curiosissimo di anticlerica lismo e di romanità, di filosofia ellenica e
di razionalismo moderno, di evangelicità e di naturalismo, che univa insieme
Leibniz e Mably, Condorcet e Bruno, Campa nella e Tacito, Platone e Saint-
Just, un misto di fierezza spartana e di retorica petroliera, di rigidità
catoniana e di montatura civica. Ma se guardiamo il Russo e la sua opera, non
vi troveremo certo il gonfio anticlé ricalismo e le diatribe di Francesco
Lomonaco, che potè col suo scilinguagnolo incantare il giovinetto Manzoni, ma
non potè incantare la posterità; troveremo, invece, contrasti, contraddizioni,
astrattismi, ma in fondo un sistema, una volontà, un regime di vita e una
aspira zione, sia pure non realizzata, al concreto. Nella prefazione ai suoi
Pensieri politici scrive: « Io non ho volta la mente nè alle antiche
repubbliche nè alle moderne, non alle nuove nè alle vetuste legislazioni: ho
consul tato nelle cose stesse la verità ». Quindi un desiderio di analizzare
l'uomo ne'suoi bisogni specifici, e sovra di essi fondare la sua repubblica,
mentre i bisogni stessi individualmente indeterminabili, concetti economici in
sommo grado subiettivi, gli sfuggono. In fondo anche il Russo è un astratto e
non si distingue dai repubblicani, se non per ingegno, non certo per diversità
di metodo e di pratica politica. Basta rileggere i Pensieri e lo studio del
Croce per convincersi che i suoi concetti, democra tizzazione sistematica,
educazione repubblicana e sta tale, fraternità tra i popoli, sono quelli della
generalità, La prima edizione dei Pensieri politici è di quando il Russo, esule
da Napoli, trovavasi a Roma, e fu stampata per sottoscrizione:Pensieri politici
di Russo, napolitano, Roma, presso il cittadino Poggioli, anno I della ri
stabilita repubblica Romana. L'opera fu ristampata in Milano (Milano, Tip.
Milanese in Strada nuova); e poi ancora a Napoli (ed. a cura del D'Ayala ) (ed.
a cura di Peluso con pref. di Marinis). Vedi a proposito B. CROCE, La
rivoluzione napoletana, CROCE, La rivoluzione napoletana, civile. Aggiungiamo a
ciò quella sua ritrosia, quella specie di natural pigrizia, di cui abbiamo
detto, e comprende remo un altro elemento della solitudine di Vincenzo della
sua critica. Ma la causa principale del suo atteg giamento negativo è sopra
tutto, innanzi tutto spirituale culturale. Che cosa è la rivoluzione per lui,
nutrito di studi con creti d'economia e di storia? La documentazione della
risposta sta in tutto il Saggio storico, ma io credo che egli, sin dagli inizi
del movimento sovversivo, dovesse pensarla come si espresse in seguito,
altrimenti non si spiega in qual maniera egli abbia potuto in piena repub blica
scrivere i suoi Frammenti di lettere dirette a Vincenzio Russo, in risposta al
Progetto di costituzione di Mario Pa gano. Nella dedicatoria del suo Saggio,
nella Lettera del l'autore a N.Q. scrive: « Come va il mondo ! Il re di Na poli
dichiara la guerra ai francesi ed è vinto; i francesi conquistano il di lui
regno e poi l'abbandonano; il re ritorna e dichiara delitto capitale l'aver
amata la patria mentre non apparteneva più a lui. Tutto ciò è avvenuto senza
che io vi avessi avuto la minima parte, senza che neanche lo avessi potuto
prevedere: ma tutto ciò ha fatto sì che io sia stato esiliato, che sia venuto
in Milano, dove, per certo, seguendo il corso ordinario della mia vita, non era
destinato a venire, e che quivi, per non aver altro che fare, sia diventato
autore. Tutto è concatenato nel mondo, diceva Panglos: possa tutto esserlo per
lo meglio! Egli dichiara che nella rivoluzione tutto si i è svolto senza che
egli vi abbia avuto nessuna parte, senza che egli vi sia intervenuto.
L'affermazione è vera solo in quanto si sappia intenderla. Il Cuoco ha preso
parte agli avvenimenti politici del tempo, egli primo lo sa, e i nuovi studi lo
confermano, anche quando per prudenza tace con il fine di non compromettere
persone, che non vuol compromettere. Nel capo I del suo Saggio, esplicando la
natura del suo lavoro, studio di idee e non di fatti, con cui quasi intende
prevenire il giudizio della Cuoco, Saggio storico] posterità sugli avvenimenti,
di cui è stato spettatore e di cui imprende la narrazione, s'esprime
diversamente. Dichiaro che non sono addetto » scrive « ad alcun par tito, a
meno che la ragione e l'umanità non ne ab biano uno. Narro le vicende della mia
patria; racconto avvenimenti che io stesso ho veduto e de quali sono stato io
stesso un giorno non ultima parte; scrivo pei miei con cittadini, che non
debbo, che non posso, che non voglio ingannare. Dunque di fatto l'autore stesso
accetta la partecipa zione. Che vuol dire? Cuoco sin dall'inizio della rivo
luzione ha la coscienza della passività di questa, in quanto è opera d'una
classe colta, che ha suoi bisogni speciali, più intellettuali che materiali, e
non opera del popolo, il vero agente delle grandi rivoluzioni; ha la coscienza
della fatalità del movimento repubblicano, in quanto non spontaneo, scaturito
invece da contraccolpi internazionali, che nessuno può evitare e dirigere; ma
nello stesso tempo egli non può sottrarsi al terribile vortice che lo attrae,
perchè la sua educazione e in parte la sua cultura sono quelle della classe
dirigente, perchè conosce la nobiltà dei propositi di questa, perchè sa, e
questo sovra ogni altra cosa è decisivo, l'ignominia che da dieci anni in qua
ha guidato i Borboni e i loro fa voriti, incapacità, cupidigia, sfrenatezza. La
rivoluzione per Vincenzo è davvero un fatale vortice. La parola « vortice » per
caratterizzare la rivoluzione ricorre spesso ne'suoi scritti. Egli non ne
condivide le idee, ne critica la genesi, ne prevede la triste fine, ciò non per
tanto non può sottrarsene perchè i suoi bisogni, la sua classe, la sua
posizione sociale infallibilmente lo traggono ad una par tecipazione, che noi
possiamo, come la rivoluzione stessa, chiamare passiva Nè basta ! Egli vede che
la rivo luzione di Napoli è più francese che italiana; che gli uomini, che sono
alla testa della cosa pubblica, sono più CUOCO (si veda), Saggio storico, Oltre
i brani citati cfr. Saggio storico, illuministi che non i pensatori francesi,
che s ' astrag gono dalla realtà e costruiscono sull'acqua, alla ricerca d'un
bene che dovrebbe provenire dalla pura ragione, senza nessi con i bisogni
concreti delle masse, senza legami con l'immanente vita pubblica, che vuole
essere soddisfatta con provvedimenti specifici e non con le pa role. Questo il
Cuoco nota, e doveva aver già notato da un pezzo: fin dai primi processi il
giovine Vincenzo ha dovuto notare l'astrattismo repubblicano, con sacrato del
resto dal sangue de' martiri, e meditarlo aspramente, molto aspramente, se poi
darà nel Saggio giudizi rudi contro i fanciulli e gli studenti infrancio sati. Queste poche osservazioni bastano a spiegarci
il contegno di Vincenzo Cuoco nei grandi eventi, contegno di critica, dunque,
dovuto ad un diverso tem peramento culturale, ad una vera antitesi o incompati
bilità d'educazione e di metodo tra il nostro e i suoi compatrioti, non già,
come qualche storico vuole (2), ad un vero e proprio antifrancesismo,
antifrancesismo, che, se potè essere difesa de costumi e del pensiero italiano
contro la moda straniera, non fu mai astio contro la nobile nazione gallica,
nella quale anzi l'autore degli articoli del Giornale italiano, di cui
parleremo a lungo, ebbe grande fiducia per l'avvenire d'Italia. Questo può
spiegarci la natura dei Frammenti di lettere a Vincenzio Russo, che ci appaiono
non l'appendice, come giusta mente nota il Romano, ma i precedenti solidi e
sobri del Saggio storico. Rosi; CROCE, La rivo luzione napoletana, ove troverai
abbondanti notizie sui primi movimenti sovvertitori a Napoli, sui primi
processi, sulla morte eroica di De Deo, Vitaliani e Galiani. HAZARD. Prima di
andare innanzi bisogna pur dire poche parole intorno ad una questione
cuochiana. Si tratta d'un argomento già dibattuto e risolto, ma su cui mette
conto indugiarsi, poi che la figura del nostro dal contrasto s'avvantaggia e
non è menomata. U. Tria in una sua nota, Vincenzo Cuoco a propo sito di due sue
lettere inedite, pubblicata in Rassegna critica della 36 Dopo che il Governo
provvisorio di Napoli fu diviso in due commissioni, la legislativa e
l'esecutiva, la prima letteratura italiana, getta gravi ac cuse sulla figura
morale del molisano. Le lettere, sulle quali il Tria basa la sua requisitoria
contro il nostro autore, sono state alui date dal signor L.A.Trotta di Toro (Molise).
« In tutte e due le lettere », scrive il Tria « il Cuoco di scorre liberamente
con il fratello (Michele Antonio] di sè stesso, dei suoi interessi, dei
progetti, delle speranze sue. Evidente mente egli non si angustiava del suo
avvenire, non perchè le difficoltà incontrate aMilano fossero moltissime, ma,
anelando egli a raggiungere una condizione migliore e più comoda degli indugi
si infastidiva, e per sè stesso e per il vantaggio dei suoi, che sempre aveva
nel cuore. Nè gli studi sulla storia degli an tichi italiani, che proprio in
quegli anni andava facendo, nè le vicende non liete della patria sua oppressa,
nè il rumore degli inauditi successi di Napoleone lo distoglievano dal suo
particu lare, siccome avrebbe detto molto esattamente il Guicciardini ! », Cosi
il Tria: e tutto ciò, perchè il povero Cuoco, pur tra le angu stie economiche
dell'esilio, rivolge il pensiero ai suoi cari ! Ma fin qui poco male, se il
Tria, basandosi su alcune frasi dello scri vente, non avesse voluto gravar la
mano anche sull'uomo poli tico. Vediamo prima di tutto le frasi incriminate. In
quel tempo il governo borbonico era disposto a concedere a CUOCO (si veda) il
perdono, ma egli lo rifiutò. « A che ritor nerei io in patria scrive l'esule al
fratello. —- Se io fussi reo, accetterei un perdono: ma un uomo che non ha
avuto la viltà di far un delitto, un uomo che ha potuto esser condannato solo
perchè si trovò strascinato in un vortice che egli odiava, ma a cui era im
possibile resistere; un uomo in cui l' amor della patria, della pace, della
virtù non sono parole, un tale uomo non deve cer tamente esser contento di un
perdono che gli lascia sempre l'apparenza di reo ». Alte sublimi parole, che
non possiamo non raffrontare con quelle non meno alte e sublimi, con cui l'Ali
ghieri rispondeva all'amico fiorentino, che gli annunciava l'umi liante grazia
del sospirato ritorno in patria. Ebbene in esse il Tria vede un indice di
disdegno verso la rivoluzione, dal Cuoco designata col nome di vortice. « Le
parole sue» commenta, « hanno un certo sapore di pentimento e di ritrattazione,
che non gli fanno onore: ora egli sconfessa gli atti e gli scatti del cittadino
Cuoco, che pure, durante la Repubblica, s'era reso benemerito della patria; si
dice un fuorviato, dimentica i compagni di lotta, di patimenti, li rinnega »,
Abbiamo citato abbondevolmente dal Tria, tanto più per di mostrare come ci si
discosti dal vero, quando, sedotti dalle ap parenze ci si abbandona ad esse,
senza penetrare nello spirito 45 senso che le costituzioni siano una formazione
assoluta mente irriflessa e popolaresca, che il giurista osserva senza
intervenire, passivo, ma nel senso che non possano prescindere, sia pure quando
sono opera di studio perso nale e di ricerca dotta, dalla concreta realtà della
nazione. La faccenda si chiarifica. La Volkseele dello Schelling, la coscienza
giuridica popolare del Savigny diventano, sono in Cuoco, più concreto e
positivo, i bisogni del po polo, bisogni economici e materiali, religiosi e
morali, qualcosa di più tangibile. « I nostri filosofi, » scrive « sono spesso
illusi dall'idea di nu ottimo, che è il peggior nemico del bene. Se si volesse
seguire i loro consigli, il mondo, per far sempre meglio, finirebbe col non far
nulla. L'ottimo non è fatto per l'uomo. Costoro,
ai quali accenna il critico, sono i rivoluzionari astratti, che credono ad un
universale, che non è, e vanno tanto alto da perdere ogni contatto col mondo.
Una costituzione non può scaturire dal cervello di un uomo, come Pallade dal
cervello di Giove, armata e folgorante; deve sorgere dopo mature riflessioni,
sulla natura della nazione deve avere una base. « Questa base deve poggiare sul
carattere della nazione, deve precedere la costituzione; e mentre con questa si
determina il modo in cui una nazione debba esercitare la sua sovra nità, vi
debbono esser molte cose più sacre della costi tuzione istessa, che il sovrano,
qualunque sia, non deve poter alterare. Nessuno può « törre al popolo tutti i
suoi costumi, tutte le sue opinioni, tutti gli usi suoi, che io chiamerei base
di una costituzione. CUOCO (si veda), se osserviamo bene la questione,
distingue due momenti: una elaborazione incosciente del popolo che crea
istituti giuridici, per consuetudine, desumendoli dalla sua stessa essenza; una
elaborazione cosciente e riflessa, che sistematizza e regola ciò che nel popolo
era mera pratica senza norma. Questi due momenti si compene Framm. trano e sono
indispensabili. La consuetudine, senza la legge, può divenire anarchia, dominio
della volontà parti colare. La legge, che astragga dalla volontà dei singoli, è
mera parola, generalità senza significato. Siamo lon tani dallo storicismo
tedesco dell'Hugo e del Savigny. La base, alla quale accenniamo, è d'una grande
com plessità. Il costituzionalista, in particolare il legislatore, deve avere
riguardo non solo ai costumi, agli usi, alla religione, ai bisogni economici,
ma anche ai pregiudizi, ai difetti, ai mali del popolo. La vita non è ottima,
nè buona: è male e dolore. Gli uomini sono buoni e cattivi, generosi ed
egoisti, eroi e birbanti. Il più grave pericolo è che il legislatore, più
filosofo che uomo politico, alla ricerca dell'eterno dimentichi il transeunte,
alla ricerca dell'ottimo dimentichi il buono, creda non esservi il male. Le
costituzioni debbono parlare alla fantasia e ai sensi dei popoli, avere una
certa solennità, quasi un ele mento sacro, perchè « dopo le sue opinioni ed i
suoi costumi, il popolo nulla ha di più caro che le apparenze della regolarità
e dell'ordine. È un consiglio di este riorità. Poco importa ! Le plebi amano
l'esteriorità. « Quelle leggi sono più rispettate dal popolo, che con mag giori
solennità esterne colpiscono i sensi. Dunque, ammesso che un legislatore possa
dare una costituzione, interpretando più che sia possibile le esi genze di una
nazione, come potrà e dovrà egli compor tarsi?.Un popolo ha dei costumi. « Non
vi è nazione quanto si voglia corrotta e misera, la quale non abbia de costumi,
che convien conservare; non vi è governo quanto si voglia dispotico, il quale
non abbia molte parti convenienti ad un governo libero. Ogni popolo che oggi è
schiavo fu libero una volta.... Quanto più pesante sarà la schiavitù di un
popolo, tanto più questi avanzi degli altri tempi gli saran cari; perchè non
mai tanto, quanto tra le avversità, ci son care le memorie dei tempi felici.
Quanto più il governo che voi distruggete è stato Framm. Ibarbaro, tanto più
numerosi avanzi voi rinvenite di an tichi costumi; perchè il governo, urtando
troppo violen temente contro il popolo, l'ha quasi costretto a trince rarsi tra
le sue antiche istituzioni, nè ha rinvenuto nei nuovi avvenimenti ragione di
seguirli e di abbandonare ed obbliare gli antichi. Nello sviluppo storico nulla
si perde completamente: l'evoluzione vitale degli uomini e delle istituzioni
loro è trasformazione e non distruzione, onde sotto la scorza della modernità
si possono ritrovare i nuclei ancor verdi dell'antico. La tradizione non è un
culto senza dèi, pro prio de' letterati e de ’ filosofi, è la vita della
nazione, è quel che di più sacro essa ha, poi che rappresenta la sua
continuità. Ciò non deve dimenticare il legislatore, come colui che è più
vicino al palpito dei popoli, dovendo re golare le manifestazioni più svariate
della loro attività privata e pubblica. « Questi avanzi di costumi e governo di
altri tempi, che in ogni nazione s ' incontrano, sono preziosi per un legislatore
saggio, e debbono formar la base dei suoi ordini nuovi. Il popolo conserva
sempre molto rispetto per tutto ciò che gli viene dai suoi mag giori; rispetto
che produce talora qualche male, e spesso grandissimi beni. Ma coloro, che
vorrebbero distruggerlo, non si avvedono che distruggerebbero in tal modo ogni
fondamento di giustizia ed ogni principio d'ordine so ciale? Noi non possiamo
più far parlare gli dèi come i legislatori antichi facevano: facciamo almeno
parlare gli eroi, che agli occhi dei popoli son sempre i loro antichi. Un
popolo, il quale cangiasse la sua costituzione per solo amor di novità, non
potrebbe far altro di meglio, che darsi una costituzione all'anno. Ma, per
buona sorte, un tal popolo non esiste che nella fantasia di qualche filosofo. Un
legislatore quindi può realmente fare del bene alla nazione, ma deve seguire la
natura, cioè la na zione stessa nel suo spirito, e trarre da essa il sistema
costituzionale, non il sistema costituzionale da princípi Framm. che non sono
nella natura, ma nella testa dei filosofi. « Tutto è perduto quando un
legislatore misura la infi nita estensione della natura colle piccole
dimensioni della sua testa, e che, non conoscendo se non le sue idee, gira per
la terra come un empirico col suo segreto, col quale pretende medicar tutt'i
mali. CUOCO (si veda) ci si presenta come un tradizionalista e un moderato. Non
bisogna distruggere per distruggere, perchè si può perdere il buono per un
problematicissimo ottimo; non bisogna atterrare, perchè non sempre si può ricostruire;
non bisogna aprire un novus ordo, perchè i novi ordines dei filosofi sono in
cielo e non in terra. Bi sogna costruire su quel che già è, edificare sulle
fonda menta della storia, che non soffre soluzioni di continuità, riformare e
non distruggere. « Io non credo la costitu zione consistere in una
dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino. Essa è qualcosa di più
profondo: è il popolo, il quale da sè stesso trae le norme regolatrici della
sua esistenza, della sua attività, della felicità. « E chi non sa i suoi
diritti? Ma gran parte degli uomini li cede per timore; grandissima li vende
per interesse: la costituzione è il modo di far sì che l'uomo sia sempre in uno
stato da non esser nè indotto a venderli, nè costretto a cederli, nè spinto ad
abusarne. Ciò è possibile solo in quanto la costituzione assicuri un medio
benessere, attinga quella umana felicità, alla quale abbiamo ac cennato. Le
rivoluzioni nascono da un malessere economico generalizzato. Le costituzioni
post-rivoluzionarie debbono ristabilire l'equilibrio, il benessere, l'armonia,
la vita pa cifica ed operosa. Per fare ciò bisogna intendere le esi genze e i
bisogni della nazione, i suoi costumi, il suo carattere. Ecco perchè Cuoco ci
dice che, se egli fosse invitato a dar leggi ad un popolo, vorrebbe prima stu
diarlo e conoscerlo; ecco perchè Cuoco ci dice che egli Framm. forse più
accentuati da una dinamica naturale d'ora tore, da un estremismo fervente, che
voleva, credo, far dimenticare in una vita intemeratamente vissuta un istante
di antica debolezza (1). Queste esagerazioni non sono proprie del tempera mento
meridionale, ed in genere italiano. Ma, come bene osserva il Romano, calcando
un giudizio di Zito, mentre all'inizio del movimento, i nostri alle teorie
nuove davano di proprio la misura e la calma, in seguito invece l'intrepidezza
deduttiva propria del tempera mento francese, non trovò più freni neppur da
noi, e sovente le dottrine non furono sottoposte a tentativi di analisi e di
giudizio. Ed è proprio così ! Anche Pagano, mente geniale e solida, è travolto
dalla corrente e segue l'andazzo. Il suo vichismo non è coerente a sè stesso, e
risente gli influssi esterni, e, se pure gli studi suoi non sono pura
speculazione metafisica, « giovevole se mai nella scuola e presso che inutile,
se non pure dan nosa, nell'attrito reale del governo di uno Stato, è certo però
che il grande autore del Processo criminale si mostrò insufficiente all'ardua
opera della ricostru zione. Dare la costituzione ad un popolo è l'opera più
grande che un uomo possa a sè stesso assegnare, opera da far tremare le vene e
i polsi non solo ai legislatori di oggi, ma a menti divine, come quelle di
Platone e di Aristo tele. La costituzione non può essere una sovrastruttura,
che i dirigenti impongano ad un popolo, perchè le costi tuzioni non si dànno ab
externo, ma si formano nelle coscienze prima che sulla carta, e, se pure si
impongono, non si reggono sulle armi e sui fucili. Il popolo è una realtà
concreta viva palpitante, ne' suoi molteplici bi sogni, ne ' suoi desiderî, ne'
suoi costumi, ne' suoi pre CROCE, La rivoluzione napoletana, Zito, Vita cd
opere di Pagano, Potenza, Garramone, ROMANO. Il giudizio sull'opera di Pagano è
eccessivo e non può essere senz'altro condiviso da noi. 42 giudizi. Egli non
sopporterà mai una legge, che non intende la sua intima vita e il suo
benessere, che tra scenda la sua natura. « Le costituzioni sono simili alle
vesti: è necessario che ogni individuo, che ogni età di ciascun individuo abbia
la sua propria, la quale, se tu vorrai dare ad altri, starà male. Non vi è
veste, per quanto sia mancante di proporzioni nelle sue parti, la quale non
possa trovare un uomo difforme cui sieda bene; ma, se vuoi fare una sola veste
per tutti gli uomini, ancorchè essa sia misurata sulla statua modellaria di
Poli clete, troverai sempre che il maggior numero è più alto, più basso, più
secco, più grasso, e non potrà far uso della tua veste. Non esiste un ottimo
costituzionale, esi ste un buono relativo alla vita delle singole genti. « Le
costituzioni si debbono fare per gli uomini quali sono e quali eternamente
saranno, pieni di vizi, pieni di er rori; imperocchè tanto è credibile che essi
voglian de porre que' loro costumi, che io reputo una seconda natura, per
seguire le nostre istituzioni, che io credo arbitrarie e variabili, quanto
sarebbe ragionevole un calzolaio che pretendesse accorciare il piede di colui
cui avesse fatta corta una scarpa. I due raffronti con la veste e la scarpa,
tratti dal mondo fisico, sono d'una evidenza mirabile. Il legislatore deve
intendere il popolo, e costruire sulla base dei bisogni del popolo. Il popolo
non parla. Ma per lui parla tutto, costumi, usanze, religione, pregiudizi,
vizi. Le costituzioni non si fanno nei gabinetti e negli studî, nelle scuole e
nelle accademie, nascono da sè, sotto l'impulso di concrete esigenze dell'anima
collettiva, o più vichianamente della collettività, e il legislatore non può
essere che un interprete di essa collettività, della (1 ) Seguo il già citato
testo di NICOLINI, edito dal Laterza di Bari, che come tutte le altre ed.
cuochiane, porta i Fram menti di lettere a Russo in appendice al Saggio. Per le
ci tazioni basterà quindi la sigla Framm. seguita dal numero d’ordine I o II
ecc., e dalla pagina dell'edizione barese, Framm. sono sua coscienza, non già il saggio che dal
suo cielo di sa pienza impone norme e nomi. L'obietto delle costituzioni sono
gli uomini, e gli uomini sono pieni di vizi, pieni di errori. Ora, chi si
propone di legiferare deve prendere gli uomini, come sono, e non andare alla
ricerca di un ottimo, che in na tura non è, contentarsi di rendere felici gli
uomini, e ren dere felici gli uomini si può solo, soddisfacendo alla loro
natura, che è un misto di buono e di cattivo, d'eticità e di pregiudizi, di
religione e di ferocia. Siamo, come ognun vede, penetrati nel pieno della
critica cuochiana, ma la mia mente, riflettendo su queste acutissime
osservazioni, non può non instaurare un pa ragone tra il relativismo giuridico
del nostro e lo stori cismo germanico di Hugo e Savigny. È curioso ! Negli
stessi anni, nell' infierire della rivoluzione francese, o quando ancor fresche
ne le conseguenze, con basi, cultura diametralmente diverse, con intendimenti
presso che uguali, scrivono in Italia il Cuoco, in Inghilterra il Burke, le di
cui Riflessioni sulla rivoluzione francese sono publicati, in Germania l'Hugo
che nello stesso anno formula in un suo libro quei princípi, che poi il
Savigny, nella polemica col Thibaut, svilupperà nell'operetta: Della vocazione
del nostro tempo per la legislazione e la giurisprudenza. Ma tra il Savigny e
l'illuminismo rivoluzionario c'è uno sviluppo continuo di pensiero germanico,
tra il Cuoco e la rivoluzione non c'è transizione, poi che egli scrive i
Frammenti nella rivoluzione stessa, quando già i san fedisti di Ruffo sono alle
porte della città. Notiamo però come un certo parallelo c'è: il nostro si
ricollega al Vico, tradizione perenne d'italianità; il Savigny parla di una
coscienza giuridica popolare, che non può non tro vare la sua origine nella
filosofia idealista tedesca, Schel ling e Hegel, ai quali il grande giurista si
ricollegano. Guardiamo brevemente la questione. Col Cuoco siamo da un punto di
vista filosofico giuridico più innanzi, ma il parallelismo non manca. Che cosa
è il diritto per il Sa vigny che combatte l'unificazione legislativa e la
codificazione proposta dal Thibaut? Non certo un quid astratto, vivo nel solo
pensiero del legislatore. Il diritto ha úna vita sua propria nella vita d'ogni
giorno, che non è che consuetudine irriflessa e pratica comune. Ricor diamo lo
Schelling: il principio dello spirito collettivo, principio animatore in
perpetuo divenire, si sviluppa dalla sua filosofia, dall'evoluzione stessa
della natura nell'infinita sua produttività, concepita non più come mero
oggetto, ma come soggetto, nucleo di sviluppo di tutto il pensiero germanico,
che dal dualismo di Kant risolve il problema, attraverso Schelling, in Hegel,
ul tima conseguenza della posizione kantiana. Il concetto evolutivo della
natura trascorre nel diritto. Il diritto è la manifestazione d'una coscienza
giuridica che è nel popolo, il quale popolo ha una sua anima (la Volkseele
dello Schelling ), che determina la morale, l'arte, il lin guaggio, e così pure
il diritto e la costituzione politica. Quel che nello Schelling è generalmente
accennato all'ori gine della costituzione e degli ordini civili, nel Savigny è
applicato ad una questione concreta: se convenga im mobilizzare il diritto,
elaborazione istintiva e irriflessa, viva nella consuetudine, in un sistema di
codici. Donde una illazione: la costituzione, legge fondamentale, non può che
essere la risultante d’un'elaborazione incosciente del popolo, che il
legislatore può cogliere ed inquadrare per princípi, ma non ex novo, così come
il grammatico studia la lingua già formata e non crea la lingua. CUOCO (si
veda) più concretamente non arriva alle
conclusioni un po' anarchiche del Savigny, il quale in reazione ad una
filosofia che pretendeva di sistematizzare e creare tutto a fil di logica, si
appalesa ostile ad ogni costituzione scritta, come ad ogni codificazione; il
Cuoco ammette in vece che un legislatore possa compilare un progetto di
costituzione. Ma come? Il legislatore deve interpretare i bisogni del popolo,
alla felicità del quale vuol provve dere. Il principio base è uno. « Le
costituzioni durevoli sono quelle che il popolo si forma da sè. Ciò non nel
Framm. civile. Aggiungiamo a ciò quella sua ritrosia, quella specie di natural
pigrizia, di cui abbiamo detto, e comprende remo un altro elemento della
solitudine di Vincenzo e della sua critica. Ma la causà principale del suo
atteg giamento negativo è sopra tutto, innanzi tutto spirituale culturale. Che
cosa è la rivoluzione per lui, nutrito di studi con creti d'economia e di
storia? La documentazione della risposta sta in tutto il Saggio storico, ma io
credo che egli, sin dagli inizi del movimento sovversivo, dovesse pensarla come
si espresse in seguito, altrimenti non si spiega in qual maniera egli abbia
potuto in piena repub blica scrivere i suoi Frammenti di lettere dirette a
Vincenzio Russo, in risposta al Progetto di costituzione di Mario Pa gano.
Nella dedicatoria del suo Saggio, nella Lettera del l'autore a N.Q. scrive: «
Come va il mondo ! Il re di Na poli dichiara la guerra ai francesi ed è vinto;
i francesi conquistano il di lui regno e poi l'abbandonano; il re ritorna e
dichiara delitto capitale l’aver amata la patria mentre non apparteneva più a
lui. Tutto ciò è avvenuto senza che io vi avessi avuto la minima parte, senza
che neanche lo avessi potuto prevedere: ma tutto ciò ha fatto sì che io sia
stato esiliato, che sia venuto in Milano, dove, per certo, seguendo il corso
ordinario della mia vita, non era destinato a venire, e che quivi, per non aver
altro che fare, sia diventato autore. Tutto è concatenato nel mondo, diceva
Panglos: possa tutto esserlo per lo meglio! Egli dichiara che nella rivoluzione
tutto si è svolto senza che egli vi abbia avuto nessuna parte, senza che egli
vi sia intervenuto. L'affermazione è vera solo in quanto si sappia intenderla.
Il Cuoco ha preso parte agli avvenimenti politici del tempo, egli primo lo sa,
e i nuovi studi lo confermano, anche quando per prudenza tace con il fine di
non compromettere persone, che non vuol compromettere. Nel capo I del suo
Saggio, esplicando la natura del suo lavoro, studio di idee e non di fatti, con
cui quasi intende prevenire il giudizio della. Cuoco, Saggio storico] posterità
sugli avvenimenti, di cui è stato spettatore e di cui imprende la narrazione,
s'esprime diversamente. « Dichiaro che non sono addetto » scrive « ad alcun par
tito, a meno che la ragione e l'umanità non ne ab biano uno. Narro le vicende
della mia patria; racconto avvenimenti che io stesso ho veduto e de'quali sono
stato io stesso un giorno non ultima parte; scrivo pei miei con cittadini, che
non debbo, che non posso, che non voglio ingannare. Dunque di fatto l'autore
stesso accetta la partecipa zione. Che vuol dire? Cuoco sin dall'inizio della
rivo luzione ha la coscienza della passività di questa, in quanto è opera d'una
classe colta, che ha suoi bisogni speciali, più intellettuali che materiali, e
non opera del popolo, il vero agente delle grandi rivoluzioni; ha la coscienza
della fatalità del movimento repubblicano, in quanto non spontaneo, scaturito
invece da contraccolpi internazionali, che nessuno può evitare e dirigere; ma
nello stesso tempo egli non può sottrarsi al terribile vortice che lo attrae,
perchè la sua educazione e in parte la sua cultura sono quelle della classe
dirigente, perchè conosce la nobiltà dei propositi di questa, perchè sa, e
questo sovra ogni altra cosa è decisivo, l'ignominia che da dieci anni in qua
ha guidato i Borboni e i loro fa voriti, incapacità, cupidigia, sfrenatezza. La
rivoluzione per Vincenzo è davvero un fatale vortice. La parola « vortice » per
caratterizzare la rivoluzione ricorre spesso ne' suoi scritti. Egli non ne
condivide le idee, ne critica la genesi, ne prevede la triste fine, ciò non per
tanto non può sottrarsene perchè i suoi bisogni, la sua classe, la sua
posizione sociale infallibilmente lo traggono ad una par tecipazione, che noi
possiamo, come la rivoluzione stessa, chiamare passiva Nè basta ! Egli vede che
la rivo luzione di Napoli è più francese che italiana; che gli uomini, che sono
alla testa della cosa pubblica, sono più Cuoco, Saggio storico, Oltre i brani
citati cfr. Saggio storico] illuministi che non i pensatori francesi, che s ’
astrag gono dalla realtà e costruiscono sull’acqua, alla ricerca d'un bene che
dovrebbe provenire dalla pura ragione, senza nessi con i bisogni concreti delle
masse, senza legami con l'immanente vita pubblica, che vuole essere soddisfatta
con provvedimenti specifici e non con le pa role. Questo il Cuoco nota, e
doveva aver già notato da un pezzo: fin dai primi processi del '94 il giovine
Vin cenzo ha dovuto notare l'astrattismo repubblicano, con sacrato del resto
dal sangue de' martiri, e meditarlo aspramente, molto aspramente, se poi darà
nel Saggio giudizi rudi contro i fanciulli e gli studenti infrancio sati (1 ).
Queste poche osservazioni bastano a spiegarci il contegno di Vincenzo Cuoco nei
grandi eventi del 1799, contegno di critica, dunque, dovuto ad un diverso tem
peramento culturale, ad una vera antitesi o incompati bilità d'educazione e di
metodo tra il nostro e i suoi compatrioti, non già, come qualche storico vuole (2),
ad un vero e proprio antifrancesismo, antifrancesismo, che, se potè essere
difesa de costumi e del pensiero italiano contro la moda straniera, non fu mai
astio contro la nobile nazione gallica, nella quale anzi l'autore degli
articoli del Giornale italiano, di cui parleremo a lungo, ebbe grande fiducia
per l'avvenire d'Italia. Questo può spiegarci la natura dei Frammenti di
lettere a Vincenzio Russo, che ci appaiono non l'appendice, come giusta mente
nota il Romano, ma i precedenti solidi e sobri del Saggio storico. Rosi, CROCE,
La rivo luzione napoletana, ove troverai abbondanti notizie sui primi movimenti
sovvertitori a Napoli, sui primi processi, sulla morte eroica di De Deo,
Vitaliani e Galiani. HAZARD, op. cit., 219 e sgg. (3) Prima di andare innanzi
bisogna pur dire poche parole intorno ad una questione cuochiana. Si tratta
d'un argomento già dibattuto e risolto, ma su cui mette conto indugiarsi, poi
che la figura del nostro dal contrasto s’avvantaggia e non è menomata. U. Tria
in una sua nota, Vincenzo Cuoco a propo sito di due sue lettere inedite,
pubblicata in Rassegna critica della [Dopo che il Governo provvisorio di Napoli
fu diviso in due commissioni, la legislativa e l'esecutiva, la prima
letteratura italiana] getta gravi ac cuse sulla figura morale del molisano. Le
lettere, sulle quali il Tria basala sua requisitoria contro il nostro autore,
sono state alui date dal signor Trotta di Toro (Molise). « In tutte e due le
lettere », scrive il Tria « il Cuoco di scorre liberamente con il fratello
[Michele Antonio] di sè stesso, dei suoi interessi, dei progetti, delle
speranze sue. Evidente mente egli non si angustiava del suo avvenire, non
perchè le difficoltà incontrate aMilano fossero moltissime, ma, anelando egli a
raggiungere una condizione migliore e più comoda degli indugi si infastidiva,e
per sè stesso e per il vantaggio dei suoi, che sempre aveva nel cuore. Nè gli
studi sulla storia degli an tichi italiani, che proprio in quegli anni andava
facendo, nè le vicende non liete della patria sua oppressa, nè il rumore degli
inauditi successi di Napoleone lo distoglievano dal suo particu, lare, siccome
avrebbe detto molto esattamente il Guicciardini ! ». Cosi il Tria: e tutto ciò,
perchè il povero Cuoco, pur tra le angu stie economiche dell'esilio, rivolge il
pensiero ai suoi cari ! Ma fin qui poco male, se il Tria, basandosi su alcune
frasi dello scri. vente, non avesse voluto gravar la mano anche sull’uomo poli
tico. Vediamo prima di tutto le frasi incriminate. In quel tempo, siamo tra il
1871 e il 1802, il governo borbonico era disposto a concedere al Cuoco il
perdono, ma egli lo rifiutò. « A che ritor nerei io in patria — scrive l’esule
al fratello. - Se io fussi reo, accetterei un perdono: ma un uomo che non ha
avuto la viltà di far un delitto, un uomo che ha potuto esser condannato solo
perchè si trovò strascinato in un vortice che egli odiava, ma a cui era im
possibile resistere; un uomo in cui l ' amor della patria, della pace, della
virtù non sono parole, un tale uomo non deve cer tamente esser contento di un
perdono che gli lascia sempre l'apparenza di reo ». Alte sublimi parole, che
non possiamo non raffrontare con quelle non meno alte e sublimi, con cui l'Ali
ghieri rispondeva all'amico fiorentino, che gli annunciava l'umi liante grazia
del sospirato ritorno in patria. Ebbene in esse il Tria vede un indice di
disdegno verso la rivoluzione, dal Cuoco designata col nome di vortice. « Le
parole sue» commenta, « hanno un certo sapore di pentimento e di ritrattazione,
che non gli fanno onore: ora egli sconfessa gli atti e gli scatti del cittadino
Cuoco, che pure, durante la Repubblica, s'era reso benemerito della patria; si
dice un fuorviato, dimentica i compagni di lotta, di patimenti, li rinnega ».
Abbiamo citato abbondevolmente dal Tria, tanto più per di mostrare come ci si
discosti dal vero, quando, sedotti dalle ap parenze ci si abbandona ad esse,
senza penetrare nello spirito 37 potè volgersi alla compilazione d’una legge-
base per la repubblica, e architetto un progetto. Il lavoro porta nell'edizione
che ho sott'occhio il seguente titolo: Pro getto di costituzione della
repubblica napoletana del 1799 per Mario Pagano, Giuseppe Logoteta e Giuseppe
Cestari (1 ), ed è diviso in un Rapporto del Comitato di Legislazione al
Governo provvisorio, opera del Pagano, chè lo stile e tutto lo appalesa, e in
una Dichiarazione dei diritti e doveri dell'uomo, del cittadino, del popolo e
de' suoi rap presentanti, a stendere la quale fu certo maxima pars il celebre
autore dei Saggi politici. Per mezzo di Vincenzo Russo il Pagano dovette farne
pervenire una copia al Cuoco. Questi rispose coi Frammenti (2 ). di uno
scrittore. Potremmo a questo punto intraprendere una confutazione delle
operazioni del Tria, ma non lo facciamo, per chè la confutazione scaturisce da
tutto il nostro lavoro,e perchè già fatta da N. RUGGIERI, op. cit., p. 34 e sgg.
e da ROMANO, op. cit., p. 51 e sgg., i quali non hanno nulla tralasciato per lu
meggiare storicamente la complessa figura del molisano. Noi perconto nostro
abbiamo insistito su questo punto per mettere in guardia il lettore su certi
atteggiamenti del Cuoco, che, certo in antitesi con l'atteggiamento del tempo
suo, occorre valutare da un punto di vista molto elevato, quasi metastorico,
come quello che spesso trascende l'èra sua per incontrare nel passato e
nell'avvenire la più vera essenza del popolo nostro. (1 ) Seguo per la
Costituzione del Pagano l'edizione nap. del 1861, Rapporto al cittadino Carnot
sulla catastrofe napoletana del 1799 per FRANCESCO LOMONACO, con cenni sulla
vita del l'autore, note e aggiunte di MARIANO D'AYALA ed infine il Pro getto di
costituzione della repubblica napoletana del 1799 per PAGANO, LOGOTETA e
CESTARI, con note di LANZELLOTTI, Napoli, Tip. di M. Lombardi. (2 ) I Frammenti
si credono quasi certamente anteriori al Saggio, scritti quindi proprio durante
la rivoluzione, a meno che non si riesca a provare, il che non mi sembra facile,
che siano stati scritti col Saggio o del tutto dopo. Del resto ideal mente
vanno innanzi. N. RUGGIERI, op. cit., p. 17, li crede an ch'egli, scritti
durante il tempo della Partenopea: a pag. 132 della sua monografia conferma il
suo giudizio cronologico, in nota dà notizie sulla bibliografia del Progetto
del Pagano, inedito fino al giorno, in cui il Cuoco stampa il Saggio con l'ap.
pendice dei Frammenti, pubblicato la prima volta a Napoli nel 1820 da Angelo
Lancellotti, seguito da 30 note, 10 sue, 20 38 La critica al progetto ci mostra
intero l'animo di Vin cenzo Cuoco e la sua lucida netta precisa opposizione
agli immortali ed astratti princípi. Ma prima due parole su Vincenzio Russo.
Potrebbe sembrare un puro caso che le lettere siano a lui indirizzate. Si dirà:
una grande ami cizia univa il Russo al Cuoco, amicizia d'antica data, in
trinsichezza fraterna; si dirà: il Russo ha fatto pervenire all'amico studioso
il Progetto di costituzione, ond' egli ne prenda visione per le sue ricerche,
quindi è naturale che a lui sia diretta la critica ideale della legge. Sì,
tutto ciò va bene, ma non bisogna dimenticare che proprio Vin cenzio Russo è il
rappresentante tipico dell'astratto rivo luzionarismo, di cui il nostro fa la
requisitoria, proprio il Russo il corifeo dell'estremismo che il Cuoco detesta (1
), proprio il Russo, il socialista che crede furto la proprietà che l'amico
invece pone base della nuova società e del nuovo ordinamento civile, come
diremo. Teniamo pre sente ciò e le lettere assumeranno un duplice valore, di
critica scientifica e giuridica, d'opposizione ad un si stema politico
culturale. Sono, ripeto, l'una contro l'altra due filosofie, due sistemi, il
sistema rivoluzionario, esu berante e fiducioso nel momentaneo trionfo
dell'idea, il sistema liberale moderato, più realistico, che solo nel tempo
lentamente spera di vedere sanzionata dalla storia la sua forza. Chi era
Vincenzio Russo? (2 ). Basta leggere i suoi Pen del Cuoco, ripubblicato conle
sedicenti note del Lancellotti nella cit. edizione napoletana del '61. Il
ROMANO, op. cit., p. 22 e p. 62 e sgg. crede i Frammenti anteriori al Saggio.
Lo stesso il CROCE, La rivoluzione napoletana, p. 108. (1 ) B. CROCE, La
rivoluzione napoletana, p. 108 e sgg., scrive a proposito del Russo e del suo
estremismo: « Certo, anche gli amici che gli volevano bene e l'avevano in
grande stima per la sincerità e nobiltà dei suoi convincimenti, come il suo
compagno della prima giovinezza Vincenzo Cuoco non potevano appro. vare la via
senza uscita per la quale egli si era messo ». (2 ) Su V. Russo vedi B. CROCE,
La rivoluzione napoletana, pp. 85-112; nonchè G. DE RUGGIERO, Il pensiero
politico meri dionale nei secoli XVIII e XIX, Laterza ed., Bari, 1922, p. 120 e
sgg., che ci offre una buona analisi del pensiero del, 39 sieri politici, sui
quali lo stesso Cuoco esprime nel Saggio un giudizio (1 ) un po ' incolore,
sebbene ne tra peli una critica, per intendere il suo astrattismo. Rileg giamo,
a proposito, le parole di Benedetto Croce. Il suo sistema si fondava «
sull'idea di una repubblica popo lare, in cui ciascuno possederebbe un pezzo di
terra da coltivare direttamente e da trarne i mezzi di sussistenza. Non
testamenti e non atti tra vivi, e neanche succes sioni legittime; alla morte
del possessore la quota di lui sarebbe tornata alla repubblica per una nuova di
stribuzione. Gli uffici esercitati dagli stessi cittadini agricoltori, epperò
senza stipendio, altro che i mezzi di sussistenza a coloro cui fosse tolto il
tempo di lavorare personalmente la terra; al qual uopo si sarebbero fatti
leggieri prelevamenti sulle quote dei coltivatori. L'in dustria, domestica e
ridotta al puro necessario; e il com mercio ridotto, del pari, a permuta di
cose necessarie. Nessun lusso di nessuna sorta; l'istruzione si sarebbe
ristretta principalmente alla morale repubblicana e ai princípi
dell'agricoltura. Nessuna religione, tranne forse « un tal quale vincolo di
fratellanza nel centro di una idea sublimamente tenebrosa »; e quindi, non
classe sa cerdotale. Non grandi città: una serie di piccoli villaggi
costituirebbero le nazioni. E, tra le nazioni, non più guerre, tranne quelle
per liberare le nazioni oppresse o per respingere tentativi di oppressione. Le
nazioni, in unione tra loro, avrebbero poi formato, come termine ultimo, la «
Società universale » (2 ). Era nel Russo, come in molti rivoluzionari, special
l ' insigne martire del '99, specie nelle sue derivazioni dal Leib nitz e dal
Rousseau. Un sunto delle dottrine del Russo ci of. frono V. FIORINI e F. LEMMI.
Il periodo napoleonico dal 1799 al 1815, Milano, Vallardi, s. d., p. 167 e sgg.
(1 ) Il giudizio (Saggio, L, p. 209) è il seguente: « La sua opera de Pensieri
politici è una delle più forti che si possano leggere. Egli ne preparava una
seconda edizione, e t'avrebbe resa anchemigliore, rendendola più moderata ». In
quel miglio ramento nella moderazione sta tutto Cuoco ! (2) B. CROCE, La
rivoluzione napoletana, p. 90 e sgg. 40 mente meridionali, un misto
curiosissimo di anticlerica lismo e di romanità, di filosofia ellenica e di
razionalismo moderno, di evangelicità e di naturalismo, che univa insieme
Leibniz e Mably, Condorcet e Bruno, Campa nella e Tacito, Platone e Saint-
Just, un misto di fierezza spartana e di retorica petroliera, di rigidità
catoniana e di montatura civica. Ma se guardiamo il Russo e la sua opera (1 ),
non vi troveremo certo il gonfio anticle ricalismo e le diatribe di Francesco
Lomonaco, che potè col suo scilinguagnolo incantare il giovinetto Manzoni, ma
non potè incantare la posterità; troveremo, invece, contrasti, contraddizioni,
astrattismi, ma in fondo un sistema, una volontà, un regime di vita e una
aspira zione, sia pure non realizzata, al concreto (2 ). Nella pre fazione ai
suoi Pensieri politici scrive: « Io non ho volta la mente nè alle antiche
repubbliche nè alle moderne, non alle nuove nè alle vetuste legislazioni: ho
consul tato nelle cose stesse la verità ». Quindi un desiderio di analizzare
l'uomo ne'suoi bisogni specifici, e sovra essi fondare la sua repubblica,
mentre i bisogni stessi individualmente indeterminabili, concetti economici in
sommo grado subiettivi, gli sfuggono. In fondo anche il Russo è un astratto e
non si distingue dai repubblicani, se non per ingegno, non certo per diversità
di metodo e di pratica politica. Basta rileggere i Pensieri e lo studio del
Croce per convincersi che i suoi concetti, democra tizzazione sistematica,
educazione repubblicana e sta tale, fraternità tra i popoli, sono quelli della
generalità, (1) La prima edizione dei Pensieri politici è dell'anno 1798,
allorquando il Russo, esule da Napoli, trovavasi a Roma, e fu stampata per
sottoscrizione:Pensieri politici diVINCENZIO Russo, napolitano, Roma, presso il
cittadino V. Poggioli, anno I della ri stabilita repubblica Romana. L'opera fu
ristampata in Milano tra il 1800 e il 1801 (Milano, anno IX, Tip. Milanese in
Strada nuova, n. 561); e poi ancora a Napoli nel 1861 (ed. a cura del D’Ayala)
e nel 1894 (ed. a cura di B. Peluso con pref. di E. De Marinis ). Vedi a
proposito B. CROCE, La rivoluzione napole tana, CROCE, La rivoluzione
napoletana, p. 92 e sg. 41 forse più accentuati da una dinamica naturale d'ora
tore, da un estremismo fervente, che voleva, credo, far dimenticare in una vita
intemeratamente vissuta un istante di antica debolezza (1 ). Queste
esagerazioni non sono proprie del tempera mento meridionale, ed in genere
italiano. Ma, come bene osserva il Romano, calcando un giudizio di G. Zito (2),
« mentre all'inizio del movimento, i nostri alle teorie nuove davano di proprio
la misura e la calma, in seguito invece l ' intrepidezza deduttiva propria del
tempera mento francese, non trovò più freni neppur da noi, e sovente le
dottrine non furono sottoposte a tentativi di analisi e di giudizio » (3). Ed è
proprio così ! Anche Mario Pagano, mente geniale e solida, è travolto dalla
corrente e segue l'andazzo. Il suo vichismo non è coerente a sè stesso, e
risente gli influssi esterni, e, se pure gli studi suoi non sono pura
speculazione metafisica, « giovevole se mai nella scuola e presso che inutile,
se non pure dan nosa, nell'attrito reale del governo di uno Stato » (1 ), è
certo però che il grande autore del Processo criminale si mostrò insufficiente
all'ardua opera della ricostru zione. Dare la costituzione ad un popolo è
l'opera più grande che un uomo possa a sè stesso assegnare, opera da far
tremare le vene e i polsi non solo ai legislatori di oggi, ma a menti divine,
come quelle di Platone e di Aristo tele. La costituzione non può essere una
sovrastruttura, che i dirigenti impongano ad un popolo, perchè le costi tuzioni
non si dànno ab externo, ma si formano nelle coscienze prima che sulla carta,
e, se pure si impongono, non si reggono sulle armi e sui fucili. Il popolo è
una realtà concreta viva palpitante, ne' suoi molteplici bi sogni, ne' suoi
desiderî, ne' suoi costumi, ne' suoi pre (1 ) B. CROCE, La rivoluzione
napoletana, p. 87. (2 ) G. ZITO, Vita ed opere di Mario Pagano, Potenza, Tip.
Garramone, 1901, passim. (3 ) M. ROMANO, op. cit., p. 61. (4) ROMANO, op. cit.,
p. 63. Il giudizio sull'opera del Pa gano è eccessivo e non può essere
senz'altro condiviso da noi. 42 e giudizi. Egli non sopporterà mai una legge,
che non intende la sua intima vita e il suo benessere, che tra scenda la sua
natura. « Le costituzioni sono simili alle vesti: è necessario che ogni
individuo, che ogni età di ciascun individuo abbia la sua propria, la quale, se
tu vorrai dare ad altri, starà male. Non vi è veste, per quanto sia mancante di
proporzioni nelle sue parti, la quale non possa trovare un uomo difforme cui
sieda bene; ma, se vuoi fare una sola veste per tutti gli uomini, ancorchè essa
sia misurata sulla statua modellaria di Poli clete, troverai sempre che il
maggior numero è più alto, più basso, più secco, più grasso, e non potrà far
uso della tua veste » (1 ). Non esiste un ottimo costituzionale, esi ste un
buono relativo alla vita delle singole genti. « Le costituzioni si debbono fare
per gli uomini quali sono quali eternamente saranno, pieni di vizi, pieni di er
rori; imperocchè tanto è credibile che essi voglian de porre que' loro costumi,
che io reputo una seconda natura, per seguire le nostre istituzioni, che io
credo arbitrarie e variabili, quanto sarebbe ragionevole un calzolaio che
pretendesse accorciare il piede di colui cui avésse fatta corta una scarpa » (2
). I due raffronti con la veste e la scarpa, tratti dal mondo fisico, sono
d'una evidenza mirabile. Il legislatore deve intendere il popolo, e costruire
sulla base dei bisogni del popolo. Il popolo non parla. Ma per lui parla tutto,
costumi, usanze, religione, pregiudizi, vizi. Le costituzioni non si fanno nei
gabinetti e negli studî, nelle scuole e nelle accademie, nascono da sè, sotto l
' impulso di concrete esigenze dell'anima collettiva, o più vichianamente della
collettività, e il legislatore non può essere che un interprete di essa
collettività, della (1 ) Seguo il già citato testo del NICOLINI, edito dal
Laterza di Bari,che come tutte le altre ed. cuochiane, porta i Fram menti di
lettere a V. Russo in appendice al Saggio. Per le ci tazioni basterà quindi la
sigla Framm. seguita dal numero d'or dine I o II ecc., e dalla pagina
dell'edizione barese. Framm. I, p. 218. (2 ) Framm. I, p. 219, 43 1 sono sua
coscienza, non già il saggio che dal suo cielo di sa pienza impone norme e
nomi. L'obietto delle costituzioni sono gli uomini, e gli uomini sono pieni di
vizi, pieni di errori. Ora, chi si propone di legiferare deve prendere gli
uomini, come sono, e non andare alla ricerca di un ottimo, che in na tura non
è, contentarsi di rendere felici gli uomini, e ren dere felici gli uomini si
può solo, soddisfacendo alla loro natura, che è un misto di buono e di cattivo,
d'eticità e di pregiudizi, di religione e di ferocia. Siamo, come ognun vede,
penetrati nel pieno della critica cuochiana, ma la mia mente, riflettendo su
queste acutissime osservazioni, non può non instaurare un pa ragone tra il
relativismo giuridico del nostro e lo stori cismo germanico di Gustavo Hugo e
di Federico Carlo Savigny. È curioso ! Negli stessi anni, nell' infierire della
rivoluzione francese, o quando ancor fresche ne le conseguenze, con basi,
cultura diametralmente diverse, con intendimenti presso che uguali, scrivono in
Italia il Cuoco, in Inghilterrà il Burke, le di cui Riflessioni sulla
rivoluzione francese sono del 1790, in Germania l'Hugo che nello stesso anno
1790 formula in un suo libro quei prin cípi, che poi il Savigny, nel 1814,
nella polemica col Thibaut, svilupperà nell'operetta: Della vocazione del
nostro tempo per la legislazione e la giurisprudenza. Ma tra il Savigny e
l'illuminismo rivoluzionario c'è uno sviluppo continuo di pensiero germanico,
tra il Cuoco e la rivoluzione non c'è transizione, poi che egli scrive i
Frammenti nella rivoluzione stessa, quando già i san fedisti di Ruffo sono alle
porte della città. Notiamo però come un certo parallelo c'è: il nostro si
ricollega al Vico, tradizione perenne d'italianità; il Savigny parla di una
coscienza giuridica popolare, che non può non tro vare la sua origine nella
filosofia idealista tedesca, Schel ling e Hegel, ai quali il grande giurista si
ricollegano. Guardiamo brevemente la questione. Col Cuoco siamo da un punto di
vista filosofico giuridico più innanzi, ma il parallelismo non manca. Che cosa
è il diritto per il Sa vigny che combatte l'unificazione legislativa e la codi
44 ficazione proposta dal Thibaut? Non certo un quid astratto, vivo nel solo
pensiero del legislatore. Il diritto ha una vita sua propria nella vita d'ogni
giorno, che non è che consuetudine irriflessa e pratica comune. Ricor diamo lo
Schelling: il principio dello spirito collettivo, principio animatore in
perpetuo divenire, si sviluppa dalla sua filosofia, dall'evoluzione stessa
della natura nell'infinita sua produttività, concepita non più come mero
oggetto, ma come soggetto, nucleo di sviluppo di tutto il pensiero germanico,
che dal dualismo di Kant risolve il problema, attraverso Schelling, in Hegel,
ul tima conseguenza della posizione kantiana. Il concetto evolutivo della
natura trascorre nel diritto. Il diritto è la manifestazione d'una coscienza
giuridica che è nel popolo, il quale popolo ha una sua anima (la Volkseele
dello Schelling), che determina la morale, l'arte, il lin guaggio, e così pure
il diritto e la costituzione politica. Quel che nello Schelling è generalmente
accennato all’ori gine della costituzione e degli ordini civili, nel Savigny è
applicato ad una questione concreta: se convenga im mobilizzare il diritto,
elaborazione istintiva e irriflessa, viva nella consuetudine, in un sistema di
codici. Donde una illazione: la costituzione, legge fondamentale, non può che
essere la risultante d’un'elaborazione incosciente del popolo, che il
legislatore può cogliere ed inquadrare per princípi, ma non ex novo, così come
il grammatico studia la lingua già formata e non crea la lingua. Il Cuoco più
concretamente non arriva alle conclusioni un po' anarchiche del Savigny, il
quale in reazione ad una filosofia che pretendeva di sistematizzare e creare
tutto a fil di logica, si appalesa ostile ad ogni costituzione scritta, come ad
ogni codificazione; il Cuoco ammette in vece che un legislatore possa compilare
un progetto di costituzione. Ma come? Il legislatore deve interpretare i
bisogni del popolo, alla felicità del quale vuol provve dere. Il principio base
è uno. « Le costituzioni durevoli sono quelle che il popolo si forma da sé » (1
). Ciò non nel (1 ) Framm. I, p. 218. 45 senso che le costituzioni siano una
formazione assoluta mente irriflessa e popolaresca, che il giurista osserva
senza intervenire, passivo, ma nel senso che non possano prescindere, sia pure
quando sono opera di studio perso nale e di ricerca dotta, dalla concreta
realtà della nazione. La faccenda si chiarifica. La Volkseele dello Schelling,
la coscienza giuridica popolare del Savigny diventano, sono nel Cuoco, più
concreto e positivo, i bisogni del po polo, bisogni economici e materiali,
religiosi e morali, qualcosa di più tangibile. « I nostri filosofi, » scrive «
sono spesso illusi dall'idea di nu ottimo, che è il peggior nemico del bene. Se
si volesse seguire i loro consigli, il mondo, per far sempre meglio, finirebbe
col non far nulla ». « L'ottimo non è fatto per l'uomo.... » (1 ). Costoro, ai
quali accenna il critico, sono i rivoluzionari astratti, che credono ad un
universale, che non è, e vanno tanto alto da perdere ogni contatto col mondo.
Una costituzione non può scaturire dal cervello di un uomo, come Pallade dal
cervello di Giove, armata e folgorante; deve sorgere dopo mature riflessioni,
sulla natura della nazione deve avere una base. « Questa base deve poggiare sul
carattere della nazione, deve precedere la costituzione; e mentre con questa si
determina il modo in cui una nazione debba esercitare la sua sovra nità, vi
debbono esser molte cose più sacre della costi tuzione istessa, che il sovrano,
qualunque sia, non deve poter alterare » (2 ). Nessuno può « tôrre al popolo
tutti i suoi costumi, tutte le sue opinioni, tutti gli usi suoi, che io
chiamerei base di una costituzione » (3 ). Il Cuoco, se osserviamo bene la
questione, distingue due momenti: una elaborazione incosciente del popolo che
crea istituti giuridici, per consuetudine, desumendoli dalla sua stessa essenza;
una elaborazione cosciente e riflessa, che sistematizza e regola ciò che nel
popolo era mera pratica senza norma. Questi due momenti si compene (1 ) Framm.
I, p. 219. (2 ) Framm. III, p. 245. (3 ) Framm. III, p. 245. 46 trano e sono
indispensabili. La consuetudine, senza la legge, può divenire anarchia, dominio
della volontà parti colare. La legge, che astragga dalla volontà dei singoli, è
mera parola, generalità senza significato. Siamo lon tani dallo storicismo
tedesco dell'Hugo e del Savigny. La base, alla quale accenniamo, è d'una grande
com plessità. Il costituzionalista, in particolare il legislatore, deve avere
riguardo' non solo ai costumi, agli usi, alla religione, ai bisogni economici,
ma anche ai pregiudizi, ai difetti, ai mali del popolo. La vita non è ottima,
nè buona: è male e dolore. Gli uomini sono buoni e cattivi, generosi ed
egoisti, eroi e birbanti. Il più grave pericolo è che il legislatore, più
filosofo che uomo politico, alla ricerca dell'eterno dimentichi il transeunte,
alla ricerca dell'ottimo dimentichi il buono, creda non esservi il male. Le
costituzioni debbono parlare alla fantasia e ai sensi dei popoli, avere una
certa solennità, quasi un ele mento sacro, perchè « dopo le sue opinioni ed i
suoi costumi, il popolo nulla ha di più caro che le apparenze della regolarità
e dell'ordine » (1 ). È un consiglio di este riorità. Poco importa ! Le plebi
amano l'esteriorità. « Quelle leggi sono più rispettate dal popolo, che con mag
giori solennità esterne colpiscono i sensi » (2). Dunque, ammesso che un
legislatore possa dare una costituzione, interpretando più che sia possibile le
esi genze di una nazione, come potrà e dovrà egli compor tarsi? Un popolo ha
dei costumi. « Non vi è nazione quanto si voglia corrotta e misera, la quale
non abbia de' costumi, che convien conservare; non vi è governo quanto si
voglia dispotico, il quale non abbia molte parti convenienti ad un governo
libero. Ogni popolo che oggi è schiavo fu libero una volta... Quanto più
pesante sarà la schiavitù di un popolo, tanto più questi avanzi degli altri
tempi gli saran cari; perchè non mai tanto, quanto tra le avversità, ci son
care le memorie dei tempi felici. Quanto più il governo che voi distruggete è
stato (1 ) Framm. III, p. 246. (2) Framm. III, p. 246. 47 barbaro, tanto più
numerosi avanzi voi rinvenite di an tichi costumi; perchè il governo, urtando
troppo violen temente contro il popolo, l'ha quasi costretto a trince rarsi tra
le sue antiche istituzioni, nè ha rinvenuto nei nuovi avvenimenti ragione di
seguirli e di abbandonare ed obbliare gli antichi (1 ). Nello sviluppo storico
nulla si perde completamente: l'evoluzione vitale degli uomini e delle
istituzioni loro è trasformazione e non distruzione, onde sotto la scorza della
modernità si possono ritrovare i nuclei ancor verdi dell'antico. La tradizione
non è un culto senza dèi, pro prio de letterati e de ' filosofi, è la vita
della nazione, è quel che di più sacro essa ha, poi che rappresenta la sua
continuità. Ciò non deve dimenticare il legislatore, come colui che è più
vicino al palpito dei popoli, dovendo re golare le manifestazioni più svariate
della loro attività privata e pubblica. « Questi avanzi di costumi e governo di
altri tempi, che in ogni nazione s ' incontrano, sono preziosi per un
legislatore saggio, e debbono formar la base dei suoi ordini nuovi. Il popolo
conserva sempre molto rispetto per tutto ciò che gli viene dai suoi mag giori;
rispetto che produce talora qualche male, e spesso grandissimi beni. Ma coloro,
che vorrebbero distruggerlo, non si avvedono che distruggerebbero in tal modo
ogni fondamento di giustizia ed ogni principio d'ordine so ciale? Noi non
possiamo più far parlare gli dèi come i legislatori antichi facevano: facciamo
almeno parlare gli eroi, che agli occhi dei popoli son sempre i loro antichi.
Un popolo, il quale cangiasse la sua costituzione per solo amor di novità, non
potrebbe far altro di meglio, che darsi una costituzione all'anno. Ma, per
buona sorte, un tal popolo non esiste che nella fantasia di qualche filo sofo »
(2 ). Un legislatore quindi può realmente fare del bene alla nazione, ma deve
seguire la natura, cioè la na zione stessa nel suo spirito, e trarre da essa il
sistema costituzionale, non il sistema costituzionale da princípi (1 ) Framm. I,
p. 220 e sg. Framm. I, p. 221. 48 che non sono nella natura, ma nella testa dei
filosofi. « Tutto è perduto quando un legislatore misura la infi nita
estensione della natura colle piccole dimensioni della sua testa, e che, non
conoscendo se non le sue idee, gira per la terra come un empirico col suo
segreto, col quale pretende medicar tutt'i mali (1 ). Vincenzo Cuoco ci si
presenta come un tradizionalista e un moderato. Non bisogna distruggere per
distruggere, perchè si può perdere il buono per un problematicissimo ottimo;
non bisogna atterrare, perchè non sempre si può ricostruire; non bisogna aprire
un novus ordo, perchè i novi ordines dei filosofi sono in cielo e non in terra.
Bi sogna costruire su quel che già è, edificare sulle fonda menta della storia,
che non soffre soluzioni di continuità, riformare e non distruggere. « Io non
credo la costitu zione consistere in una dichiarazione dei diritti dell'uomo e
del cittadino » (2 ). Essa è qualcosa di più profondo: è il popolo, il quale da
sè stesso trae le norme regolatrici della sua esistenza, della sua attività,
della felicità. « E chi non sa i suoi diritti? Ma gran parte degli uomini li
cede per timore; grandissima li vende per interesse: la costituzione è il modo
di far sì che l'uomo sia sempre in uno stato da non esser nè indotto a venderli,
nè costretto a cederli, nè spinto ad abusarne » (3 ). Ciò è possibile solo in
quanto la costituzione assicuri un medio benessere, attinga quella umana
felicità, alla quale abbiamo ac cennato. Le rivoluzioni nascono da un malessere
economico generalizzato. Le costituzioni post - rivoluzionarie debbono
ristabilire l'equilibrio, il benessere, l'armonia, la vita pa cifica ed operosa.
Per fare ciò bisogna intendere le esi genze e i bisogni della nazione, i suoi
costumi, il suo carattere. Ecco perchè Cuoco ci dice che, se egli fosse
invitato a dar leggi ad un popolo, vorrebbe prima stu diarlo e conoscerlo; ecco
perchè Cuoco ci dice che egli (1 ) Framm. I, p. 221. Framm. II, p. 233. (3 ) Framm. II, p. 233. 49
vuol ritornare all'antico, e all'antico ricollegare il pre sente, perchè il
popolo ama le antiche istituzioni, che in passato gli han pure dato felicità;
ecco perchè il Cuoco vuol riformare solo ove è male ed ove le istituzioni
antiche non rispondono più ai nuovi bisogni, ed è tra dizionalista all'eccesso,
laddove la mania novatrice cerca distruggere istituti e norme consacrate da
secoli. Questi i convincimenti del critico. Ma che cosa in vece era avvenuto a
Napoli, qual'era, com'era la costi tuzione che Mario Pagano aveva elaborato?
Ogni po polo ha una individualità ineffabile. Il popolo napole tano, quindi, ha
pur esso una sua natura specifica, che risulta da un complesso di cose.
Parliamo perciò, dice il Cuoco all'amico Russo, « della costituzione da darsi
agli oziosi lazzaroni di Napoli, ai feroci calabresi, ai leggieri leccesi, ai
spurei sanniti ed a tale altra simile genìa, che forma nove milioni novecento
novantanove mila nove cento novantanove decimilionesimi di quella razza umana
che tu vuoi tra poco rigenerare » (1 ). Cioè discendiamo ai fatti, al concreto,
vediamo se il progetto costituzionale del Pagano risponde alla natura delle
cose. Il Cuoco ri sponde risolutamente: « Per questa razza di uomini par mi che
il progetto donatoci da Pagano non sia il migliore. Esso è migliore al certo
delle costituzioni ligure, romana, cisalpina; ma al pari di queste è troppo
francese e troppo poco napolitano. L'edificio di Pagano è costrutto colle
materie che la costituzione francese gli dava: l'architetto è grande, ma la
materia del suo edifizio non è che creta » (2 ). Il Pagano, nonostante il suo
vichismo, è caduto nell'er rore tipico di tutti i rivoluzionari alla francese,
ha cre duto in un ottimo che non è; ha creduto negli immortali princípi che le
masse non intendono, poi che gli uomini sentono solo i bisogni e non i princípi
che parlano al l'intelletto di pochi; ha fatto quella, che il critico mo lisano
chiama una costituzione da tavolino; « e quindi ne è avvenuto, che siesi
perduta la vera cognizione delle (1 ) Framm. I, (2) Framm.] cose e della loro
importanza » E nel dispiacere del fallimento, che al nostro appare evidente,
c'è una punta d'ironia, che al lettore è facile avvertire pur nell'amiche
volezza dell'espressione: « Oh ! perdona. Non mi ricor dava » dice il Cuoco al
Russo « di scrivere a colui, che, sull'orme della buona memoria di Condorcet,
crede possi bile in un essere finito, quale è l'uomo, una perfettibilità
infinita. Scusa un ignorante avvilito tra gli antichi errori: travaglia a
renderci angioli, ed allora fonderemo la re pubblica di Saint- Just. Per ora
contentiamoci di darcene una provvisoria, la quale ci possa rendere meno
infelici per tre o quattro altri secoli, quanti almeno, a creder mio, dovranno
ancora scorrere prima di giugnere all'esecu zione del tuo disegno » (2 ). Anche
l'amico fedele Vincenzo Russo, come il grande maestro Pagano, è un illuso, un
astratto ! Ma osserviamo bene. Quest'astrattismo, che il Cuoco rimprovera al
suo Pagano, non è solo del Pagano, è di tutto un sistema, che il nostro
vivamente deplora. Primi i francesi, coloro per cui la rivoluzione nacque
spontanea esplosione di lungamente compressi bisogni, per cui il moto
repubblicano fu attivo e non passivo com'è a Na poli, caddero negli stessi errori.
« I francesi aveano fondata la loro costituzione sopra princípi troppo astrusi,
dai quali il popolo non può discendere alle cose sensibili se non per mezzo di
un sillogismo; e quando siamo a sillogismo, allora non vi è più uniformità di
opinioni e non si potrà sperare regolarità di operazioni » (3 ). Di ciò il
molisano dà un esempio concreto. In Francia si volle stabilire come norma
costituzionale il diritto all'insur rezione. Ma senza quelle circostanze, che
l'accompagna vano e la dirigevano in qualche paese dell'antichità, ove simile
norma era stata applicata, essa non poteva pro durre che sedizioni e
turbolenze, seguite da una reazione violenta del governo attaccato, in barba ad
ogni princi F (1 ) Framm. III, p. 241. Framm. I, p. 220. (3 ) Framm. III, p.
247. 51 pio legale. « Per buona sorte della Francia » commenta iro nico il
nostro « questa massima fu guillottinata con Robe spierre » (1 ). Vedete, dice,
« la costituzione romana era sensibile, viva, parlante. Un romano si avvedeva
di ogni infrazione dei suoi diritti, come un inglese si avvede delle infrazioni
della Gran carta. In vece di questa, immagina per poco che gli inglesi avessero
avuto la Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino: essi allora non
avreb bero avuto la bussola che loro ha servito di guida in tutte le loro
rivoluzioni. I romani eccedettero nella smania di voler particolarizzar tutto,
per cui negli ultimi tempi formarono dei loro diritti un peso di molti cameli.
Ma, mentre conosciamo i loro errori, evitiamo, anche gli ec cessi contrari, e
teniamoci quanto meno possiamo lon tani dai sensi. Se la molteplicità dei
dettagli forma un bosco troppo folto nel quale si smarrisce il sentiero, i
princípi troppo sublimi e troppo universali rassomigliano le cime altissime,
dei monti, donde più non si riconoscono gli oggetti sottoposti » (2 ). Questi
sono gli errori dei francesi. L'esasperazione dei princípi dovea portare
necessariamente agli errori fatali. Questa è l'idea che il Cuoco ha della
costituzione francese del 1795. Una « costituzione è buona per tutti gli uo
mini? Ebbene: ciò vuol dire che non è buona per nes suno.... » (3 ). Il Pagano,
ritorniamo a lui, s'è ingolfato negli stessi errori. Seguiamo il nostro autore
nel suo excursus e nella sua critica minuta del progetto; ma per intendere come
egli colpisca nel segno, e come i Frammenti siano una meditazione veramente
profonda, una critica sincera e non sistematica, rileggiamo le prime righe del
Rapporto al governo provvisorio, che precede la Dichiarazione dei diritti e dei
doveri dell'uomo, e che è certo opera di Mario Pagano. « Una costituzione, che
assicuri la pubblica libertà, e (1 ) Framm. III, p. 247. (2) Framm. III, (3)
Framm. I, p. 219. p. 247. 52 che slanciando lo sguardo nella incertezza de '
secoli av venire, guardi a soffocare i germi della corruzione e del dispotismo,
è l'opera la più difficile, a cui possa aspirare l’arditezza dell'umano
ingegno. I filosofi dell'antichità, che tanto elevarono l'umana ragione, ne
presentarono i principii soltanto, e le antiche repubbliche le più celebri e
sagge ne supplirono in più cose la mancanza con la · purità de' costumi, e
colla energia dell'anime, che ispirò loro una sublime educazione. Gran passi
avea già dati l'America in questa, diremo, nuova scienza, formando le costituzioni
de' suoi liberi Stati. Novellamente la Fran cia, che ha contestato
straordinario amore di libertà con prodigi di valore, ha data fuori altresì una
delle migliori costituzioni che siansi prodotte finora ». Fin dalle prime
battute si sente l'uomo geniale, ma insieme lo scolastico, che ha bisogno di
rifarsi ai prece denti generici (1 ). Il Comitato di legislazione « ha....
adottata la costitu zione della madre repubblica francese. Egli è ben giusto,
che da quella mano istessa, da cui ha ricevuto la libertà, ricevesse eziandio
la legge, custode e conservatrice di quella. Ma riflettendo che la diversità
del carattere mo rale, le politiche circostanze, e ben anche la fisica situa
zione delle nazioni richiedono necessariamente de' cam giamenti nelle
costituzioni, propone alcune modificazioni, che ha fatte in quella della repubblica
madre, e vi rende conto altresì delle ragioni che a ciò l'hanno determinato ».
La derivazione è confessata, e con essa l'astrattismo. Senonchè il Pagano
afferma una esigenza, che in lui na poletano e vichiano, deve essere sincera,
ma che resta poi in pratica insoddisfatta: tenere conto dei bisogni pe (1 ) L.
PALMA, I tentativi di nuove costituzioni in Italia dal 1796 al 1815, in Nuova
Antologia, a. XXVI, v. XXXVI, 16 no vembre, 1-6 dicembre 1891, p. 441. Il Palma
ci offre una buona analisi della costituzione di M. Pagano in rapporto alle
altre costituzioni francesi ed italiane del tempo, nonchè un'acuta critica di
essa, critica che fondamentalmente coincide con quella cuochiana. Sulla
costituzione del Pagano vedi pure V. FIORINI e F. LEMMI, op. cit., Milano,
Vallardi, s. d., p. 170 e sgg. 53 ) ) culiari della nazione alla quale si
provvede; e nel resto dell'opera legislativa si rivela per quello che è, cioè
un mero teorico. Vediamo. « La più egregia cosa che ritrovasi nelle moderne co
stituzioni, è la dichiarazione de' dritti dell'uomo. L'uguaglianza non è un
diritto, ma la base di tutti i diritti, che da essa scaturiscono. «
L'uguaglianza è un rapporto, e i dritti sono facoltà. Sono le facoltà di
oprare, che la legge di natura, cioè l ' invariabile ragione e cono scenza de '
naturali rapporti, ovvero la positiva legge sociale, accorda a ciascuno ».
Sembra di leggere un trat tato di filosofia giuridica e non un rapporto di un
comi tato legislativo, che presenta un progetto di legge. « Da tal rapporto
d'uguaglianza di natura, che avvi tra gli uomini, deriva l'esistenza, e
l'uguaglianza de' dritti: es sendo gli uomini simili, e però uguali tra loro,
hanno le medesime facoltà fisiche e morali: e l'uno ha tanta ragione di valersi
delle sue naturali forze, quanto l'altro suo simile. Donde segue, che le
naturali facoltà indefi nite per natura, debbano essere prefinite per ragione,
dovendosi ciascuno di quelle valere per modo, che gli altri possano benanche
adoprar le loro. E da ciò segue eziandio, che i dritti sono uguali; poichè
negli esseri uguali, uguali debbono essere le facoltà di oprare. Ecco adunque
come dalla somiglianza ed eguaglianza della na tura scaturiscano i dritti tutti
dell'uomo, e l'uguaglianza di tai dritti ». Io qui non istò a riferire come
Mario Pagano « dall'unico e fondamentale dritto della propria conservazione »
derivi « la libertà, la facoltà di opinare, di servirsi delle sue forze
fisiche, di estrinsecare i suoi pensieri, la resistenza all'oppressione »,
modificazioni tutte del primitivo innato diritto, che l'uomo ha di na tura, il
conservarsi. Tutto il sistema si sviluppa con una logica impeccabile filosofica
e giuridica, e noi non sap piamo che ammirare la grandezza di uno spirito
geniale e deplorare la sua morte immatura e tragica. Le defini zioni paganiane
sono stupende di sintesi. Ecco la li bertà ! « La libertà è la facoltà
dell'uomo di valersi di tutte le sue forze morali e fisiche come gli piace,
colla !! 54 sola limitazione di non impedire agli altri di far lo stesso ».
Tutto s ' impernia su un principio - postulato e scaturisce di lì. Dal primo
fonte di tutto il diritto deriva la pro prietà, poi che « la proprietà reale è
una emanazione e continuazione della personale ». Gli stessi diritti ci dànno i
doveri; i diritti e i doveri dei cittadini, i diritti e i doveri dei magistrati
e dei pubblici funzionari, e così di seguito. Nè mancano sani princípi
costituzionali, che occorre an che oggi meditare. V'è un vigile e vichiano
senso della dinamicità delle costituzioni, che, sebbene carte sacre di un
popolo, non per questo sono inviolabili, cioè non mo dificabili, poi che la
vita stessa e le rinnovate esigenze delle nazioni dànno origini a riforme
naturali nel loro stesso seno. « La società vien formata dalla unione delle
volontà degli uomini, che voglion vivere insieme per la vicende vole garanzia
de proprii dritti. L'unione delle forze fa la pubblica autorità, e l'unione de'
consigli forma la pubblica ragione, la quale, avvalorata dalla pubblica
autorità, diviene legge. Quindi l ' imprescrittibile dritto del popolo di mutar
l'antica costituzione, e stabilirne una nuova, più conforme agli attuali suoi
interessi, ma demo cratica sempre; quindi il dritto di ogni cittadino di es
sere garantito dalla pubblica forza, e il dovere di con tribuire alla difesa
della Patria; quindi finalmente i dritti e i doveri de'pubblici funzionarii,
che per delega zione esercitano i poteri del popolo sovrano, e per do vere sono
vittime consacrate al pubblico bene ». E dire che ancor oggi questo principio
della vita giu ridica, che è dinamicità come ogni altra manifestazione dello
spirito, non è inteso, e la riforma dello Statuto ita liano è temuta come un
terribile evento sovvertitore, mentre le leggi fondamentali sono una vuota
forma senza contenuto materiale, vuota forma premuta da esigenze nuove, e,
purtroppo, dal più sfacciato illegalismo dei partiti ! Ma, se dal Rapporto
passiamo al Progetto costituzio nale, quanto astrattismo ! Quanta artificiosità
ne' sin goli istituti, in quell'eforato, che ricorda Sparta, ma che 55 non è
che il direttorio o potere esecutivo francese; in quella distinzione tra
assemblee primarie ed assemblee elettorali espresse dal seno delle prime; in
quell'istituto censorio, che arieggia la censura di Roma, ma che in uno Stato
moderno e vasto è inconcepibile e vano ! Se guardate il Progetto di
costituzione nel suo complesso la critica del giovane Cuoco vi appare
pienamente giusti ficata e altamente vera. Essa non si limita ad appunti
d'ordine pratico, ma risale pure ai princípi, e traccia, direi, l'abbozzo d'una
nuova scienza costituzionale, che nel nome di Vico e di Machiavelli da un lato,
di Monte squieu dall'altro, vuol essere positiva senza cadere nel l'empirismo.
La sovranità del popolo si manifesta in due maniere: la legislazione e
l'elezione. Negli Stati antichi, nelle città primitive, a base democratica, il
popolo stesso era legi slatore: negli Stati moderni, che trascendono la greca
Tól.is, la romana urbs, numerosi di popolazione, vasti di territorio, il popolo
sovrano può legiferare solo per mezzo della rappresentanza. La costituzione del
Pagano adotta il sistema rappresentativo, ma lo travisa, per mezzo di
un'assurda divisione delle assemblee popolari in primarie, alle quali spetta il
compito di eleggere un certo numero di cittadini, ai quali è deferito il
compito supe riore della scelta del deputato, e in elettive, alle quali è
assegnata la vera sovranità, la nomina del rappre sentante in seno al
Consiglio. Così il prescelto è allonta nato, divenuto rappresentante della
nazione napolitana e non del dipartimento che lo nomina, dal popolo, di cui
dovrebbe sentire i bisogni e rendersene esponente. Il Pagano, in sostanza, non
accetta l'elezione con man dato. Il Cuoco vuole invece che il deputato riceva
dalle popolazioni memoriali veri e propri, utili avvertimenti, e che, durante
l'esercizio della sua carica, viva a contatto con le sue masse elettorali, e
non si perda ne' meandri d'una politica, che, per volere essere nazionale e
generale, finisce per essere astratta e generica. Tutte le deficienze del
sistema parlamentaristico, specie nelle degenerazioni de' nostri paesi, saltano
al pensiero, nelle lungimiranti 56 notazioni del nostro autore. E dire che non
era necessario che guardarsi attorno per rinvenire il sistema più adatto ai
fini, che la Commissione legislativa o il Pagano per lei si proponeva ! « La
nazione napolitana offre un me todo più semplice. Essa ha i suoi comizi, e son
quei par lamenti che hanno tutte le nostre popolazioni; avanzi di antica
sovranità, che la nostra nazione ha sempre difesi contro le usurpazioni dei
baroni e del fisco. È per me un diletto (e qui il Cuoco pensatore diviene un
pochino lirico ) ritrovarmi in taluni di questi parlamenti, e ve dervi un
popolo intero riunito discutervi i suoi interessi, difendervi i suoi diritti,
sceglier le persone cui debba affi dar le sue cose: così i pacifici abitanti
delle montagne dell'Elvezia esercitano la loro sovranità; così il più grande,
il popolo romano, sceglieva i suoi consoli e deci deva della sorte
dell'universo » (1 ). Il sistema nostro na zionale è il più spontaneo, il più
naturale, consacrato dalle glorie dei nostri comuni, enti che hanno avuto un
giorno in una storia grande indipendenza e forza, ed hanno subìto un'evoluzione
millenaria. La costituzione francese del 1795 ha distrutto tutto ciò. « I
municipi non sono eletti dal popolo, e rendono conto delle loro operazioni al
governo, cioè a colui che più facilmente può e che spesso vuole esser ingannato
» (2 ). Ma il Cuoco si spiega tutto. La storia insegna molte cose. L'ac
centramento in Francia è naturale: questa nazione non ha avuto mai
l'esperimento dei comuni, una vera e propria municipalità, poi che questo paese
ha trovato l'unità assai presto. In Italia la faccenda è assai diversa. In
Italia il comune è stato un istituto spontaneo, espres sione della rinascente
romanità contro il feudalismo fer rato, istituto che non è morto mai, e s'è
sviluppato, perpetuato, anche allorquando da ente sovrano è dive nuto ente
subordinato entro gruppi politici più vasti, come il principato o signoria e lo
stato monarchico. Il Cuoco non dice tutto ciò, ma si intravede chiaramente (1 )
Framm. II, p. 223. (2 ) Framm. II, p. 224. 57 che questo è il suo pensiero. «
Io perdono » scrive « ai fran cesi il loro sistema di municipalità: essi non ne
aveano giammai avuto, nè ne conoscevano altro migliore: forse non era nè sicuro
nè lodevole passar di un salto e senza veruna preparazione al sistema nostro.
Ma quella stessa natura, che non soffre salti, non permette neanche che si
retroceda; e, quando i nostri legislatori voglion dare a noi lo stesso sistema
della Francia, non credi tu che la nostra nazione abbia diritto a dolersi di
un'istituzione che la priva dei più antichi e più interessanti suoi di ritti !
» (1 ). Il sistema costituzionale, dunque, che ha alla sua base il comune, è il
più naturale per noi, poi che l’ente comu nale è l'espressione prima di quei
bisogni complessi che abbiamo detto essere la base imprescindibile di ordini
durevoli. In poche parole, ecco tracciate le funzioni del comune, funzioni
varie e molteplici, dirette ad assicu rare la più immediata soddisfazione de'
bisogni elemen tari primordiali di una gente ! « Ciascuna popolazione dunque,
convocata in parlamento (questo nome mi piace più di quello di assemblea: esso
è antico, è nazionale, è nobile; il popolo l'intende e l'usa: quante ragioni
per conservarlo !), eleggerà i suoi municipi. Essi avranno il potere esecutivo
delle popolazioni, saranno i principali agenti del governo, e dovranno render
conto della loro condotta al governo ed alla popolazione. La loro carica durerà
un anno. Tu vedi bene che fino a questo punto altro non farei che rinnovare al
popolo le antiche sue leggi » (2 ). Tutto trova la sua consacrazione nella
storia italiana. Affermare il comune è il primo passo. Ad esso occorre
attribuire tanto potere da assicurargli la possibi lità di vivere e di
prosperare, vale a dire occorre dargli una vera e propria autonomia amministrativa.
« La mia prima legge costituzionale sarebbe, che qualunque popo lazione della
repubblica riunita in solenne parlamento possa prendere sui suoi bisogni
particolari quelle determi (1 ) Framm. II, p. 224. (2 ) Framm. II, p. 225. 58
nazioni che crederà le migliori; e le sue determinazioni avran vigore di legge
nel suo territorio, purché non siano contrarie alle leggi generali ed agl '
interessi delle altre popolazioni » (1 ). La legge è la volontà generale. Ogni
individuo ha d'al tra parte una volontà particolare, che costituisce la sua
legge e la sua libertà. Il sorgere dello Stato afferma la legge generale, ma il
suo ingrandirsi moltiplica le vo lontà particolari, onde sempre cresce e
s'acuisce un fa tale dissidio tra le due volontà, la generale e la partico
lare, tra lo Stato e l'individuo, tra l'autorità e la libertà, tra la sovranità
e l'autonomia, dissidio che in certe cir costanze anomali può portare al
disfacimento dello Stato, tendendo l'uomo per natura ad affermare la sua indi
pendenza, lo Stato la sua universalità autarchica. La legge, quindi, nella sua
stessa génesi è destinata a cozzare contro l'individualismo umano, onde quanto
più generalizza e si astrae tanto più divien tirannica. C'è il pericolo insomma
che si venga a creare una discrepanza tra volontà pubblica e volontà privata.
Il rimedio è solo nel decentramento. « Quanto più dunque le nazioni s '
ingrandiscono, quanto più si coltivano, tanto più gli oggetti della volontà ge
nerale debbono esser ristretti, e più estesi quelli della volontà individuale.
Ma, affinchè tante volontà partico lari non diventino del tutto singolari, e lo
Stato non cada per questa via nella dissoluzione, facciamo che gli og getti siano
presi in considerazione da coloro cui maggior mente e più da vicino interessano.
Vi è maggior diffe renza tra una terra ed un'altra che tra un uomo ed un altro
uomo nella stessa terra. Se la base della libertà è che ad ogni uomo non sia
permesso di far ciò che nuoce ad un altro, perchè mai ciò non deve esser
permesso ad una popolazione? Perchè mai, se una popolazione abbia bisogno di un
ponte, di una strada, di un medico, e se tutto ciò richiegga una nuova
contribuzione da' suoi (1 ) Framm. II, p. 227. 59 cittadini, ci sarà bisogno
che ricorra all'assemblea legi 4 slativa, come prima ricorrer dovea alla Camera?
Come si può sperare che quelle popolazioni, le quali erano im pazienti del
giogo camerale, soffrano oggi il giogo di altri, i quali sotto nuovi nomi
riuniscono l'antica ignoranza de' luoghi e delle cose, l'antica oscitanza?... »
(1 ). È as sicurata così la forza dello Stato e la libertà dell'indi viduo.
L'individuo si sente più libero, se per lui opera il comune, la sua espressione
diretta, poi che il comune è a lui più vicino, è la immediata manifestazione
della sua sovranità di cittadino. Si dirà al Cuoco: ma anche la legge, la
volontà generale è tale in quanto è la risultante d'una convergenza di consensi
e di volontà particolari; che anche lo Stato opera sul fondamento del diritto,
e in questo senso è Stato di diritto, e nella forma del di ritto, in quanto
ogni suo atto è manifestazione giuridica, cioè libero volere della collettività;
ma tutto ciò non esclude e menoma la grande verità affermata dal mo lisano. La
volontà generale che s ' esprime nello Stato è lontana dai sensi del cittadino,
in quanto la sua realtà concreta è una formazione etica di volontà mediata,
ond' essa è lontana dalla possibilità d'esaurire tutta la complessa natura
della nazione; mentre la volontà che si estrinseca negli atti del comune, alla
quale il Cuoco vuol dare carattere di legge, surge spontanea dalle più intime
fibre dell'anima popolare, realizza bisogni vera mente profondi, parla infine
ai sensi e alla fantasia, di quegli elementi de' popoli, che vichianamente
possiamo considerare eterni fanciulli ed eterni primitivi. I risultati pratici
di questo sistema sono incalcolabili. « Quante buone opere pubbliche noi
avremmo, se più li bero si fosse lasciato l'esercizio delle loro volontà alle
popolazioni » (2 ). Vi sono paesi per i quali, esemplifica l'autore, un porto,
una rada è indispensabile, e che, in pochi anni, sotto la pressione di esigenze
inderogabili, avendo sufficienti libertà, lo costruirebbero: ebbene, que Framm. II, p. 229. Framm. II, p. 230. 60 ste stesse popolazioni
oggi, posto un freno all'iniziativa individuale, attendono dal governo quel che
non viene. Si potrebbe obiettare: ma queste affermazioni sono le affermazioni
d'un federalista ! No.... Il Cuoco stesso ha prevenuto la domanda, ed ha
distinto tra autonomia e separazione, tra Stato su base decentrata e Stato fede
rativo. L'autonomia non rinnega l'unità, anzi la conso lida, mentre la
federazione per popoli schiettamente par ticolaristi e campanilisti, com'è
l'italiano, è un primo passo verso la disgregazione. Tra il sistema
accentratore alla francese, in cui gli organi periferici ricevono tutto dalla
capitale, e il sistema federativo di Stati alla sviz zera, ove ogni gruppo gode
di leggi sue proprie, ha un parlamento suo proprio, c'è lo Stato unitario su
largo decentramento amministrativo, e a quest'ultimo sistema il nostro molisano
si volge. « So gl’inconvenienti che seco porta la federazione; ma, siccome
dall'altra parte essa ci dà infiniti vantaggi, così amerei trovar il modo di
evitar quelli senza perdere questi. Vorrei conservare al più che fosse
possibile l'attività individuale. Allora la repub blica sarà, quale esser deve,
lo sviluppo di tutta l'attività nazionale verso il massimo bene della nazione,
il quale altro non è che la somma dei beni dei privati. L'atti vità nazionale
si sviluppa sopra tutt'i punti della terra. Se tu restringi tutto al governo,
farai sì che un occhio solo, un sol braccio, da un sol punto debba fare ciò,
che vedrebbero e farebbero mille occhi e mille braccia in mille punti diversi.
Quest'occhio unico non vedrà bene, lento sarà il suo braccio; dovrà fidarsi di
altri occhi e di altre braccia, che spesso non sapranno, che spesso non
vorranno nè vedere nè agire: tutto sarà malversazione nel governo, tutto sarà
languore nella nazione. Il go verno deve tutto vedere, tutto dirigere » (1 ).
Nel sistema cuochiano l'attività privata è garantita. Il necessario conflitto
tra la volontà generale e la volontà particolare si risolve con lo stabilimento
d’una naturale delimita (1 ) Framm. II, p. 230 e sg. 61 zione di competenza.
L'individuo e gli enti a lui più vicini agiscono in pieną indipendenza: allo
Stato resta la funzione, che a lui è più propria ed è manifestazione vera della
sua sovranità, la guida e il controllo supremo. Vincenzo Cuoco, come ognun
vede, nelle sue ricerche di natura costituzionale è fisso ad una realtà storica
che non può fallire, e cerca di stabilire un edifizio incrollabile. La natura
opera in questo mondo umano e crea diversità, onde tutto ci si appalesa nella
sua ineffabile particola rità, nel mondo fisico e nel mondo morale. I governi
operano su questo mondo degli uomini, e la loro volontà è sempre generale. Le
norme giuridiche attraverso cui s'esprime questa volontà dello Stato sono
quindi fatal mente generali, hanno origine da un processo d'astrazione,
riferendosi non al singolo, ma ai singoli in quanto formano una classe, una
media, un tipo. Ai subietti per natura diversi di bisogni, di aspirazioni, di
carattere sovrasta una norma unica uguale indistinta, e però entro certi limiti
tirannica. È fatale, non può essere diversamente. Ciò non toglie che questo
hiatus, che può divenire con trasto, tra la libertà dei singoli e l'autarchia
sovrana dello Stato, cioè tra la volontà particolare e l'autorità suprema,
debba, ed è doveroso, colmarsi. Ecco: lo Stato impone dei tributi, esprime la
sua volontà in forma giu ridica, che non può non essere quindi generale; ma in
tanto i prodotti di una nazione, dai quali debbono i tributi raccogliersi, sono
diversi: una popolazione ha solo derrate, un'altra manifatture, una terza
produce olio e deve realizzare la sua ricchezza in novembre, un'altra è dedita
alla pastorizia e la ha realizzata in luglio, laddove un industriale ogni
giorno produce, e così via.... « Ben duro esattore sarebbe colui che obbligasse
tutti a pa gar nello stesso tempo, e nello stesso modo; e questa sua durezza
che altro sarebbe se non ingiustizia? Al l'incontro tu non potresti giammai
immaginare una legge, la quale abbia tante eccezioni, tante modificazioni,
quanti sono gli abitatori della tua repubblica: non ti resta a far altro se non
che imporre la somma dei tributi e farne la ripartizione sopra ciascuna
popolazione, la 62 sciando in loro balìa la scelta del modo di soddisfarla;
così la volontà generale della nazione determinerà l'im posizione, la
particolare determinerà il modo: questa non potrebbe far bene il primo, quella
non potrebbe far bene il secondo » (1 ). Tutto ciò è la necessaria conseguenza
di un sistema mentale potentemente fuso e senza una con traddizione. È naturale
che l'astrattismo alla francese si faccia sostenitore d’una unitarietà
soffocatrice del par ticolare umano, poi che vede i princípi, che sono schema
tici ed astratti, e non le cose, che rinserrano in loro l'ineffabilità
dell'opera della natura, la quale non crea una foglia simile ad un'altra foglia.
È naturale all'in contro che lo storicismo vichiano di Vincenzo Cuoco vo glia
discendere alla realtà, e nella realtà dedurre e sag giare i princípi, così
come l'oro si saggia dall'orefice esperto sulla pietra, e su questa realtà
edificare il sistema. Per finire questo argomento, sul quale mi sono assai
diffuso, perchè lo ritengo interessante, noto che il Cuoco va ancora più in là,
concedendo una certa autonomia ai cantoni, un quid come i nostri circondari, ai
dipar timenti o provincie. « La costituzione francese confonde municipalità con
cantone: cosicchè ogni cantone potrà avere più popolazioni, ma non avrà mai più
di una mu nicipalità. Io distinguo due parlamenti: uno municipale per ogni
popolazione di un cantone; l'altro cantonale per tutte le diverse popolazioni
che compongono un can tone medesimo » (2 ). Ma anzichè fermarci e analizzare la
critica che il nostro fa alla divisione cantonale, qual'è p. 231. p. 236. (1 )
Framm. II, (2 ) Framm. II, La Costituzione del Pagano organizzava il territorio
in di. ciassette dipartimenti, che sono enumerati al tit. I, art. 3 del
Progetto. L'articolo 5 al quale si riferisce il Cuoco dice: « Ciascun
dipartimento è diviso in cantoni, e ciascun cantone in comuni: i limiti de'cantoni
possono ancora esser rettificati o cambiati dal Corpo legislativo, ma in guisa
che la distanza di ogni co mune dal capoluogo del cantone non sia più di sei
miglia ». Il titolo VII, art. 173, dice: « In ogni dipartimento vi ha una
amministrazione centrale, e in ogni cantone almeno un'am ministrazione
municipale ». 63 in Francia, vediamo com'egli crede debba essere orga nizzata
l'amministrazione. « Sei tu ormai » scrive al Russo « persuaso della
ragionevolezza dell'articolo, che io vorrei fondamentale nella costituzione
nostra? Tu mi conce derai anche questo secondo: se due o tre popolazioni
diverse avranno interessi comuni, potranno provvedervi allo stesso modo; ed,
ogni qual volta le loro risoluzioni saranno uniformi, avranno forza di legge
obbligatoria per tutte le popolazioni interessate » (1 ). Ecco quindi una
comunità d'interesși, che genera co munità d'opera. Sono i bisogni che muovono
gli uomini, la loro attività legislativa, la loro vita pubblica. Occorre salire
dal basso in alto, cioè dal senso all ' intelletto, dal cittadino al governo, e
non viceversa. Adopero una simi litudine, che al Cuoco certo piacerebbe.
L'individuo è il senso, il governo l'intelletto dell'organismo sociale.
L'intelletto che agisce senza l' esperimento del senso è l'astrazione.
Lasciamo, dunque, all'intelletto la direzione, ma lasciamo al senso la
avvertenza dei bisogni, che solo l'esperienza immediata può dare. Una
delimitazione di competenze è la salute dello Stato. La visione netta e precisa
del problema costituzionale, che ebbe Vincenzo Cuoco e che trascende ogni
limite di tempo, poi che certe questioni anche oggi hanno il loro peso, ci si
appalesa nella posizione che assegna al can tone. Vi sono bisogni, che pur non
essendo generali, non sono più particolari, ma riflettono esigenze comuni a due
o tre comuni: occorre che i comuni che formano il can tone li risolvano insieme.
« Imperocchè, avendo ogni po polazione alcuni interessi particolari ad alcuni
altri co muni, è giusto che talvolta prenda delle risoluzioni comuni e tal
altra delle particolari » (2 ). Tuttavia il Cuoco non mi sembra che voglia
attribuire al diparti mento quella larga autonomia che assegna al comune.
Perchè? L’autore dei Frammenti non lo dice, ma chi ha penetrato il suo pensiero
intende facilmente. Il comune (1 ) Framm. II, p. 235. (2 ) Framm. II, p. 236.
64 è una formazione naturale, consacrata dal tempo, ri spondente a bisogni
concreti vigili e immediatamente primi della società. Il dipartimento è una
figura ammini strativa, che può avere importanza entro i limiti d'una
competenza ben precisa. Se al dipartimento si dà una forza che di natura non
ha, si crea un piccolo Stato nello Stato, si perde la sua qualità di nesso
d'unione tra il comune e il potere centrale (1 ). Come ognun vede si agitano
qui questioni ancor oggi vive nella coscienza politica della nazione nostra,
que stioni, che, dopo un sessantennio di convivenza unitaria, non hanno ancora
avuto una loro pratica risoluzione e un impostamento concreto. È tipico ed
interessante notare come tutti i progetti di riforma costituzionale ed
amministrativa siano partiti dall'Italia meridionale, la quale è forse la più
danneggiata dal rigido sistema cen tralizzatore, che noi attraverso il Piemonte
abbiamo ereditato dalla Francia. Nel '60, occupando Garibaldi la Sicilia,
alcuni patrioti, Crispi, Mordini, agitarono il pro blema, fra l'incomprensione
delle masse e peggio del governo, che li tacciarono di separatismo (2 ). Il
Cavour stesso, mente lucida e serena, non intese il problema, e non condivideva
i vari progetti di governi regionali, che si presentavano da altri a lui vicini;
ed era natura lissimo: egli conosceva più l'Inghilterra e la Francia che non
l'Italia meridionale e centrale. Ma la natura si vendica degli uomini, e le
crisi politiche hanno origine dalla questione sovra detta. Vincenzo Cuoco l'ha
intuito (1) Questa è la ragione per cui l'autore (Framm. II, p. 236) scrive: «
Ma le unionicantonali non debbono occuparsi di altro che delle elezioni che la
legge loro commette: inutile, inco modo, pericoloso sarebbe incaricarle di
oggetti che richiedes sero una riunione troppo frequente. I cantoni, seguendo
questi principi, potrebbero essere un poco più grandi di quelli di Francia ». (2
) M. Rosi, L'Italia Odierna, v. I, t. II, p. 988 e sgg.; M. Rosi, Il
risorgimento italiano e l'azione di un patriotta co spiratore e soldato, Roma-
Torino, Casa ed. nazionale, 1906, p. 228 e sgg. 65 troppo bene, per non
comprenderne il valore. Ma, pur troppo, tra l'Italia settentrionale e l'Italia
meridio nale c'è ancora un hiatus troppo vasto, perchè le stesse idee possano
germinare nel cervello positivo de gli uomini del nord e nel cervello
storicista degli uo mini del mezzogiorno. Notiamo: l'esperienza politica delle
due parti d'Italia è troppo diversa, perchè la com prensione sia facile. Il
comune nell'Italia settentrionale fu piuttosto sinonimo di particolarismo e di
fazione, mentre nell'Italia meridionale seppe chiudersi in limiti più naturali
d'amministrazione. E ciò era necessario per un'altra considerazione. Laddove
nell'Italia alta si eb bero infiniti domíni, monarchie e repubbliche, varie suc
cessive preponderanze straniere, l'Italia centrale e meri dionale, superato il
dominio bizantino e il longobardico, che non s'estese del resto oltre Benevento
che per un tempo brevissimo — s'assettò sotto i papi e sotto i Nor manni, e chi
ricevette il dominio in eredità lo ricevette nella sua complessità, senza
infrangerlo. Quindi, mentre nell'Italia del sud non si teme l'autonomia, perchè
questa non può infrangere vincoli millenarî, nel nord si teme l'autonomia,
perchè si teme la sua degenerazione, il fe deralismo, e con il federalismo, quella
che si vuol chia mare la questione meridionale, che ai miopi della poli tica
appare questione separatista, mentre è puramente amministrativa. Errore, che
non esito a chiamare defi cienza d'educazione politica e di comprensione
storica ! L'Italia ha raggiunto l'unità non per un caso furtuito, per l'opera
di tre o quattro genî più o meno ispirati, ma per un processo graduale
spontaneo secolare di compene trazione di pensiero e di interessi. La storia
segue una trama eterna, e questa trama non s'infrange. Scombusso latela,
violatela, provatevi a romperla, essa si rifà con i tro di voi, e si
ricostituisce. L'Italia è fatta e non può disfarsi, poi che la sua unità è
opera delle cose e non dei singoli individui. Nel suo seno vi sono i vincoli
d'una unità ancor maggiore e non i germi della dissoluzione. E, se pure vi sono
germi dissolvitori, saranno altri, ma non il comunalismo, nome, che se vuol
significare fazione e campanile, è superato da un pezzo. Crisi vi furono, vi
sono e vi saranno, ma furono sono e saranno crisi ammi nistrative politiche
economiche, ma non mai nazionali. La storia, e non il genio di alcuni ispirati,
ha fatto l'Ita lia, la storia la guida nel suo travaglio e la guida sicura,
anche fra le crisi, di cui ho detto la natura, senza il bi sogno di uomini,
fatali patres patriae, che ogni cinque minuti si arrogano il diritto di
rafforzarla, d’epurarla, e, modestamente, di salvarla ! La critica, come ognun
vede, alla costituzione del Pa. gano è addirittura radicale: troppo francese e
troppo poco napoletana; per essere ottima men che buona, mediocre; come quella
francese del '95 per sancire gli immortali princípi non discende alla vita
positiva. I particolari dimostrano a sufficienza l'astrattismo della
concezione. Il paese elegge 170 rappresentanti, i quali il Pagano di vide in
due gruppi: 50 membri formano il Senato, 120 il Consiglio. Il Senato più
austero e savio approva o re spinge ciò che il Consiglio ha proposto. Il
critico però sempre fisso ad una realtà che non sfugge, l'elemento economico
nella vita dei popoli, si domanda: a qual divisione d'interessi corrisponda
questa divisione di Ca mere: « In Inghilterra ha una ragione, perchè gli uo
mini non sono eguali; ha una ragione anche in Ame rica, poichè, sebbene gli
americani avessero dichiarati tutti gli uomini eguali per diritto, pure – ed in
ciò han pensato come gli antichi (1 ) non si sono lasciati illudere dalle loro
dichiarazioni, ed han. veduto che ri mane tra gli uomini una perpetua
disuguaglianza di fatto, la quale, se non deve influir nell'esecuzione della
legge, influisce però irreparabilmente nella formazione della medesima. Gli
americani han ricercata nelle ric chezze quella differenza che gl'inglesi
ricercan nel grado. (1 ) E noi possiamoaggiungere come.... Cuoco stesso. Il
Cuoco non è davvero per il suffragio universale, nè per una limita. zione
plutocratica, come gli americani, o per una limitazione di classe come gli
inglesi, ma per una limitazione di educa. zione politica, e lo proveremo
appresso. 67 La costituzione francese ha adottato inutilmente lo stabilimento
americano. In sostanza, non essendovi nes suna diversità di bisogni tra le due
Camere, che rappre sentano la stessa borghesia che le esprime, essendo uguale
nell'una e nell'altra la possibilità della corruzione, la distinzione non ha
una ragione pratica. È un altro esempio della concretezza del pensiero politico
del no stro scrittore. La nazione napoletana, mentre per il potere legisla tivo,
offre, come abbiam detto una sua tradizione pae sana, alla quale il giurista
può rifarsi, non offre pari menti una forma indigena di potere esecutivo potere
è pure il più indocile e il più difficile ad organiz zare. Difficoltà questa
più grave oggi, in cui le costitu zioni si creano a tavolino nel pieno oblìo
degli uomini. « Forse non siamo stati mai tanto lontani dalla vera scienza
della legislazione quanto lo siamo adesso, che crediamo di averne conosciuti i
princípi più sublimi » (2 ). Non esiste una costituzione giusta, una
costituzione ottima, esistono costituzioni che più o meno rispondono ai bisogni
di un popolo. Un popolo rozzo avrà una costi tuzione rudimentale, la quale gli
sarà più utile della costituzione del Pagano. Un popolo culto avrà una costi
tuzione sublime, e sol questa potrà essergli utile. Perchè parlare quindi in
via assoluta? È questo un vero e pro prio bisogno di ciò che tocca i sensi, il
trionfo dello sto ricismo. La costituzione è di per sè una mera forma, che è
vuota, se tu non le dài un contenuto di sensibilità umana, un contenuto
essenzialmente storico, cioè dina mico. Portate il diritto a contatto con la
vita, e la vita vi darà la direttiva, il metodo, i princípi (3 ). Voi andate (1
) Framm. II, p. 237. (2 ) Framm. III, p. 241. (3) Nel Platone in Italia (a cura
di F. Nicolini, Laterza, ed., 1916, v. I, p. 45) il Cuoco scrive: «.... In
Taranto si disputa tutt' i giorni sulla miglior forma di governo; e taluno
difende gli ordini popolari, altri si lagna che quelli, che si hanno, non sieno
abbastanza oligarchici.... Tornate ai vostri affari -- ho detto io a molti di
questi tali; 68 ricercando una norma, che delimiti il potere esecutivo dal
potere legislativo, che ponga un freno all'arbitrio e tenga il governo entro la
legge: è come cercare l'astratto ! Sono elementi questi di una costituzione che
solo una pratica civile può darvi. Stabilite un principio desumen dolo dalla
costituzione inglese, non è detto che possiate farlo valere da noi.
L'Inghilterra ha fissato per prima questa divisione dei poteri, ed è stata in
ciò scrupolosa; così la Francia, la Svizzera. « Ma questa divisione di forze
dipende dalle circostanze politiche di una nazione; e bene spesso lo stato
delle cose ed il corso degli avveni menti vincono la prudenza dell'uomo:
cosicchè, volendo troppo dividere la forza armata, si corre rischio d’in
debolirla soverchio, e sacrificare così alla libertà della co stituzione
l'indipendenza della nazione » (1 ). È facile ve dere ciò in concreto. Ogni
nazione ha bisogno della forza per la sua difesa, e questo bisogno è vario,
secondo molte circostanze etnologiche, storiche, geografiche, ecc. In
Inghilterra, per esempio, la Carta costituzionale è animata da un sentimento
d’estrema diffidenza verso l'elemento militare, nel timore che questo si faccia
stru mento del governo per opprimere le libertà, onde il so vrano stesso non
può disporre della forza armata, ed è necessario un atto parlamentare ogni anno
per mante nere un esercito. Questi princípi hanno origine nelle lotte tra
monarchia e popolo, e trovarono la loro risolu zione pratica nella
Dichiarazione dei diritti (anno 1689 ), nel definitivo abbattimento degli
Stuart e nell'ascesa al fate in modo di star meglio nelle vostre famiglie, e
starete anche meglio nelle città. Se voi vi volete occupar sempre degli affari
pubblici, senza curar i vostri interessi privati, rassomi. glierete quei
viaggiatori, i quali, per la curiosità di osservar gli edifizi pubblici nella
città in cui arrivano, trascurano di tro varsi un albergo, e poi si dolgono che
in quella città si alberga male. Se volete esser cittadini felici, diventate
prima uomini virtuosi. « I vostri maggiori eran liberi perchè forti e virtuosi.
» (1 ) Framm. III, p. 243. 69 trono degli Orange. Ma il problema così com'è
stato risoluto in Inghilterra, non può essere risoluto altrove: il bisogno che
Albione ha d'un esercito è minimo, poi che la natura stessa, il mare difende le
sue coste dalle aggressioni straniere. Il potere esecutivo può perciò benissimo
essere menomato nelle sue manifestazioni mi litaresche, mentre non potrebbe
essere menomato, senza che la nazione venga indebolita, qualora dovesse ab
bandonare la sua autorità sull'armata, sulla flotta, unico e grande presidio
dell'isola. È possibile tutto ciò in Francia? Evidentemente no. A Napoli?
Neppure. Da noi diminuire il potere esecutivo, togliendogli l'alta di rezione
dell'esercito, significherebbe porre il paese in braccio allo straniero.
D'altra parte quello stesso po tere esecutivo, che non ha energia sufficiente
per difen dere le frontiere, ne avrà sempre tanta da opprimere un collegio
elettorale, per fargli subire la sua volontà estrinseca. Gli antichi, nota il
Cuoco, « invece d'indebolire i po teri,... li rendevano più energici, e così,
essendo tutti egualmente energici, venivano a bilanciarsi a vicenda » (1 ).
Oggi i legislatori invece mirano più alle apparenze, per seguono una
delimitazione di forze e di competenze, che non ha ragione di essere, ed
ignorano il vero equilibrio delle cose. La ripartizione delle forze consiste in
un'ar monia di opinioni, è la risultante d’un lungo processo storico di
educazione politica. « I costumi de' maggiori, il. rispetto per la religione, i
pregiudizi istessi dei popoli servon talora a frenare i capricci dei più
terribili despoti, anche quando al potere esecutivo sia riunito il legisla tivo....
» (2 ). È la natura che mette un limite all'arbi trio nella stessa educazione,
nello stesso senso civile del popolo. Una nazione ha, in sostanza, il regime
che si merita. A volte gli stessi tiranni sono fatali. Quando per soverchio
amore di ordine, di regolarità una repub blica, poniamo, vuol togliere alle
popolazioni usi, co (1 ) Framm. III, p. 244. (2 ) Framm. III, p. 244. 70 stumi,
religione, per uniformarle ad una prassi desunta da princípi, il déspota può
darsi che sia accolto come un liberatore. Il concretismo storico del Cuoco qui
raggiunge le sue vette più alte. L'autore stesso dei Frammenti, dopo pochi
anni, dovette a lungo meditare su queste stesse analisi, veggendo come i fatti
avessero confermato le sue induzioni con l'avvento di Napoleone al duplice
trono di Francia e d'Italia, tra il plauso delle popola zioni stanche di
regolarismo repubblicano. « È pericoloso estendere soverchio l'impero delle
stesse leggi, perchè allora esse rimangono senza difesa. Le leggi da per loro
stesse son mute: la difesa la dovrebbe fare il popolo; ma il popolo non intende
le leggi, e solo di fende le sue opinioni ed i costumi suoi. Questo è il peri
colo che io temo, quando veggo costituzioni troppo filo sofiche, e perciò senza
base, perchè troppo lontane dai sensi e dai costumi del popolo » (1 ). Il
popolo ha sue esigenze d'ordine e di regolarità, in dipendentemente dall'ordine
e dalla regolarità che gli si vuole imporre estrinsecamente, e da queste
esigenze na scono spontanei contrappesi costituzionali, limiti al l'esercizio
de' poteri. Vuoi che egli resti attaccato alla legge, e se ne faccia quasi il
tutore? Devi sfruttare la sua natura, pure i pregiudizi. Vuole solennità? Dà
alle leggi solennità quasi jeratica. La costituzione gli sem brerà cosa sacra,
la rispetterà e la farà rispettare. L'uomo, però, è sopra tutto interessi,
plasmato com'è da bisogni materiali. Su una base economica e materiale riposa
in parte la sua natura. Dividete i poteri esterior mente, non avrete fatto
nulla: il più forte invaderà il campo del più debole, ne nasceranno crisi,
conflitti, pre dominii. Per frenare la forza non vi può essere che un solo
mezzo: dividere gli interessi. Da una disarmonia d'interessi nasce l'armonia
degli ordini civili, poi che ciascuno difenderà il proprio interesse e sarà
impedito a (1 ) Framm. III, p. 246. 71 sua volta di violare l'interesse altrui.
« Fate che il potere di uno non si possa estendere senza offendere il potere di
un altro; non fate che tutt'i poteri si ottenghino e si conservino nello stesso
modo; talune magistrature perpe tue, talune elezioni a sorte, talune promozioni
fatte dalla legge, cosicchè un uomo, che siasi ben condotto in una carica, sia
sicuro di ottenerne una migliore senza aver bisogno del favor di nessuno; tutte
queste varietà, lungi dal distruggere la libertà, ne sono anzi il più fermo so
stegno, perchè così tutti i possidenti, e coloro che sperano, temono un
rovescio di costituzione, che sarebbe contrario ai loro interessi » (1 ).
Questa la vera sapienza costitu zionale: il resto è pregiudizio ed empirismo.
Si è pensato a diminuire la forza del governo, aumentando il numero delle
persone a cui è affidato. Il numero impedisce, sì, l'usurpazione, ma porta seco
la debolezza. I romani avevano il Senato, ma operavano per mezzo de' due
consoli, o meglio per mezzo del dittatore. « L'unità im pedisce la debolezza,
che porta seco la dissoluzione e la morte politica della nazione ».
Quest'affermazione unitaria del Cuoco avrà, come dimostremo, grande im portanza
per la successiva evoluzione del suo pensiero, e sarà la base della
legittimazione politica dell'impero napoleonico. Un altro punto
interessantissimo è questo. Le costitu zioni sono istituti sociali, umani, e
però vivi di vita pro pria. Il giudizio sul loro valore è lento, graduale, si
può avere solo dopo lungo tempo, sulla base degli effetti pro dotti e non in
base a princípi di ragione. Occorre cono scere i popoli, e vedere se esse
costituzioni rispondono alla loro vita, alla loro natura: solo il tempo può
darci un giudizio definitivo. Quindi nessuno può dirci se la monar chia o la
repubblica sia buona o cattiva. « Un re eredita rio», dice Mably, parlando
della costituzione della Svezia, « quando non ad altro, serve a togliere agli
altri l'ambizione (1 ) Framm. III, p. 247. (2) Framm. III, p. 249. 72 di
esserlo; ed io credo la monarchia temperata meno di quel che si pensa nemica
degli ordini liberi » (1 ). In piena rivoluzione il Cuoco afferma che non è
detto che la repub blica estremista e radicale sia la panacea di tutti i mali,
e che vi possano essere sistemi più rispondenti alla realtà nazionale, che
garantiscono meglio l'unità del reggimento politico e la libertà stessa, senza
cadere nella debolezza, che di solito interviene allorquando il potere supremo
per essere nelle mani d'un direttorio di più persone nelle mani di nessuno. Già
spuntano nell'autore dei Frammenti idee, che germineranno e che renderanno
sempre più coerenti i suoi princípi, espressioni profonde di convincimenti
sinceri e di meditazioni severe, non opportunismi servili, come ha voluto
dimostrare qual che critico che del pensiero del grande molisano ha ca pito ben
poco. Il popolo è quello che è, con le sue virtù e con i suoi vizi. Il
legislatore non deve che osservare, e dar leggi conformi alle condizioni reali
dei subietti, sfruttando vizi e virtù, tutto disimpegnando, tutto cercando d'ar
monizzare positivamente. Nel Progetto del Pagano c'è un primo istituto, la
censura, che rivive ed arieggia la censura latina; c' è un secondo ufficio,
l'eforato, che ri corda un nome spartano anche nella sostanza, avendo il fine
di tenere i poteri pubblici nel proprio cerchio, non partecipando ad alcuno di
essi. Il Cuoco loda quest'ultima magistratura, ma non nasconde la grave verità:
non vi può essere forza estrinseca, fuor dalle cose stesse, che mantenga
l'equilibrio ! In quanto alla censura siamo sem pre allo stesso punto: molta
nobiltà di sentimenti, poca concretezza. Come provare che un cittadino viva ari
stocraticamente, agisca con alterigia, « sia prodigo, avaro, intemperante,
imprudente...? ». Se la nazione è corrotta, se gli strati sociali sono corrosi,
la censura non potrà fare nulla di nulla. « Libertà ! virtù ! ecco quale deve
esser la meta di ogni legislatore; ecco ciò che forma tutta (1 ) Framm. III, p.
250. 73 la felicità dei popoli. Ma, come per giugnere alla libertà, così la
natura ha segnata, per giugnere alla virtù, una via inalterabile: quella che
noi vogliam seguire non è la via della natura » (1 ). La virtù, anch'essa, non
è un assoluto, quindi non esiste un termine a cui ricondurre le norme della
vita. Lo stesso entusiasmo per la virtù può produrre in un paese disgregamenti,
e per essere troppo spartani o romani si può cessare d'essere napoletani o
milanesi. La notazione è sottile e vera, in un tempo in cui ogni buon
repubblicano era un Bruto, uno Scevola o che so io in quarantottesimo, pronto a
recitare la sua parte tragica d'eroe e di tirannicida. « La virtù è una di
quelle idee, » scrive il Cuoco, « non mai ben definite, che si presentano al
nostro intelletto sotto vari aspetti; è un nome capace di infiniti significati.
Vi è la virtù dell'uomo, quella delle nazioni, quella del cittadino: si può
considerar la virtù per i suoi princípi, si può considerare per i suoi effetti
» (2 ). Può darsi che esi sta un'assoluta virtù, ma questo concetto non può che
riflettere la filosofia morale. Il legislatore deve mirare a ben altro fine che
ad una virtù superumana sublime, deve mirare a stabilizzare un costume « che
non renda infelice il cittadino », deve cioè trovare quell'armonica
delimitazione tra libertà e libertà, tra volontà partico lare e volontà
particolare, che sola può rendere pacifica l'umana convivenza. « Il fine della
virtù è la felicità, e la felicità è la soddi sfazione dei bisogni, ossia
l'equilibrio tra i desideri e le forze » (3 ). Il nostro autore è un politico.
A lui non in teressa l'universale etico, che riconosce e legittima nella sua
sfera ideale ed eterna; a lui interessa la morale po sitiva, che altro non è
che la conformità del costume del (1 ) Framm. VI, p. 261. La critica cuochiana
coincide affatto con quella che un valente costituzionalista moderno ha fatto
dei due istituti del Pagano, l'eforato e la censura: vedi L. PALMA, op. cit., p.
442 e sgg. (2 ) Framm. VI, p. 261. (3 ) Framm. VI, p. 262. 74 singolo cittadino
col costume della nazione (1 ). Il diritto ci appare, quindi, come un minimo
etico, che assicura una certa non esagerata regolarità ed uniformità di vivere
civile. D'altra parte il Cuoco riconosce che, se il diritto deve limitarsi ad
osservare dati di fatto e a porre norme alla convivenza, stabilendo una pura e
semplice hominis (1) Il concetto che una costituzione politica può assicurare
la felicità umana solo in quanto ha un fondamento sulla virtù politica; e,
questa alla sua volta rafferma, appare assai fre quente nel Platone in Italia.
Arehita (v: I, p. 87) dice: « Ciò, che veramente è necessario in una città; è
che ciascuno stia al suo luogo, cioè che sappia lavorare e che ami l'ordine. Ad
ottener l'uno e l'altro, sono necessari egualmente la scienza e la
subordinazione... -- Non perdete la stima del popolo, diceva Pittagora, se
volete istruirlo. Il popolo non ode coloro che disprezza. Di rado egli può
conoscer le dottrine, ma giudica se. verissimamente i maestri, e li giudica da
quelle cose che sem. brano spesso frivole, ma che son quelle sole che il popolo
vede. Che vale il dire che il popolo è ingiusto? Quando si · tratta d'istruirlo,
tutt' i diritti sono suoi: tutt' i doveri son nostri, e nostre tutte le
colpe.... Tutte quelle dottrine destinate a pro durre riforme popolari hanno
bisogno di collegi, d'iniziazione, di segreto. Tutt' i popoli hanno avuto di
simili collegi. Sono i primi passi che ogni popolo fa verso migliori ordini
civili. I vo. stri misteri di Eleusi e quelli di Samotracia hanno la stessa
origine: ma nè sul principio sonosi occupati de' nostri oggetti, perchè nati in
età più barbara; nè oggi possono esser più utili, perchè resi troppo comuni.
Come pretendete che gl'iniziati emen dino il costume di Atene, se voi ateniesi
siete tutti iniziati?... ). « Non son questi, o Archita ), disse allora
Platone, « i soli mali che jo temo per tali collegi. Essi talora possono
separarsi dal resto degli uomini, e perdersi o dietro astruse inutili
contemplazioni, o dietro l'ozio e gli agi che il rispetto del popolo loro dona.
Questo male io temo ogni volta che si separano le instituzioni morali dalle
civili. Del resto la morale di Pittagora è nell'in trinseca natura dell'uomo.
Essa rinascerà, non ne dubito, sotto altri nomi ed in altre terre. Rinascerà,
quando la corruzione dei costumi e degli ordini civili e la miseria generale
avrà ridotti gli animi all'estremo de' mali. L'estrema corruzione nei costumi
de' popoli produrrà l ' estrema austerità ne' precetti de' pochi saggi che
allora vi saranno; l'estremo de' mali produrrà l'estre. mo del coraggio, della
temperanza, della virtù, e risorgeranno sotto altri nomi la sapienza ed i
collegi di Pittagora. Possan non separarsi mai dalle leggi e dalla società !
Possano non riunirsi mai con - vincoli troppo tenaci !... ». 75 ad hominem
proportio, la politica deve andare più in là, assicurare una felicità presente,
dalla quale sola può scaturire la virtù, ed inoltre aiutare lo sviluppo della
felicità, creare la felicità futura e di conseguenza la virtù futura. La sferà
del politico, pur non attingendo il sü blime vertice dell'indagine etica che
non può vigere che nel mondo teoretico, la sfera del politico, sfera del tutto
pratica, anzi economica, trascende, com'ognun vede, la pura determinazione
giuridica: La vita umana è una ë complessa nello stesso tempo, perchè uno e
complesso è lo spirito: La felicità politica, e quindi la virtù pub blica, ci
appaiono come una formazione vastissima, ri: sultando da elementi molteplici,
d'indole spirituale, reli giosa, materiale. Un elemento però è sovra gli altri
im portante, l'economico, pur che lo si sappia intendere in sepso lato. « Il
fine della virtù è la felicità » (1 ). Per un politico l'affermazione non suona
male, specie dopo the egli stesso ha ammesso la possibilità d'un'altra ricerca
superiore, i cui termini sono di natura teoretica, che po trà influire sulla
ricerca positiva, essendovi innegabili vincoli di reciprocanza, ma che non si
connatura con questå. « La felicità è la soddisfazione dei bisogni ossia
l'equilibrio tra i desideri e le forze ». Sottentra l'elemento economico. « Ma,
siccome queste due quantità sono sem pre variabili, così si può andare alla
felicità, cioè si può ottener l'equilibrio oscemando i desideri o accrescendo
le forze » (2 ). Il selvaggio cura poco il suo simile: la sua economia è, entro
certi limiti, economia individuale iso lata, L'uomo civile non può prescindere
dal resto del mondo: la sua economia è solo per astrazione individuale,
concretamente è economia collettiva sociale. I bisogni di quest'uomo sono
bisogni dinamici e progressivi. Il con cetto della società ha implicito il
concetto della progres sività, poi che è impossibile pensare una società umana
statica, senza condannarla ad una prossima morte. I bi sogni umani sono in
continuo sviluppo: il lusso, quel che (1 ) Framm. VI, p. 262. (2 ) Framm. VI,
p. 262, 76 chiamiamo lusso, è la manifestazione di bisogni nuovi, null’affatto
superflui, poi che sono la cagione d'ogni umano progresso. Sorgono nuovi
bisogni, ma con essi nasce spesso un disquilibrio, l'infelicità, poi che non
sempre le forze bastano a produrre i beni necessari per soddisfare i nuovi
bisogni. Che vale predicare gli antichi precetti di moderatezza, fulminare le
nuove esigenze so ciali, la ricchezza? La storia corre incessantemente il suo
corso ideale. Nuove età: nuovi bisogni: disquilibrio di forze produttive: poi,
di nuovo, equilibrio per una reintegrata armonia tra forze economiche e
bisogni: infine ancora un secondo disquilibrio per esigenze sottentrate
nell'ambiente, e così in eterno. La dinamica economica è un avvicendarsi
continuo d'equilibri successivi, d'equi libri turbati che si compongono in un
nuovo punto. L'intuizione cuochiana è lucida ed anticipa di molto alcune vedute
economiche moderne. Il fine della politica è assicurare quest'equilibrio tra
forze e bisogni, tra forze e desideri, come dice il Cuoco. « Se tu ci
insegnerai», scrive « la maniera di soddisfare i nostri bisogni, se farai
crescer le nostre forze, c' ispirerai l'amore del lavoro, schiuderai i tesori
che un suolo fertile chiude nel suo seno, ci esenterai dai vettigali che oggi
paghiamo per le inutili bagattelle dello straniero, ci renderai grandi e
felici: e, senza esser nè spartani nè romani, potremo pure esser virtuosi al
pari di loro, perchè al pari di loro avremo le forze eguali ai desidèri nostri
» (1 ). Le ricerche del Cuoco sono le ricerche dell'uomo politico. Il molisano
è troppo superiore per credere che la sua analisi esaurisca ogni altro problema:
egli stesso dice al Russo: « Ti dirò un'altra volta le mie idee sullo studio
della morale, sulle cagioni per le quali è stato tanto trascurato presso di
noi, sulle cagioni delle contraddizioni che ancora vi sono tra precetti e
precetti, tra i libri e gli uomini; e forse allora converrai meco che di questa
scienza, che tanto interessa l'umanità, non ancora si conoscono quei prin (1 )
Framm. VI, p. 262 77 cípi che potrebbero renderla utile e vera » (1 ). A me
sembra di vedere una netta distinzione tra filosofia e politica, tra etica e
pedagogia generale: quel che in una sfera ha un suo profondo valore è
insufficiente nell'altra. « L'amor del lavoro mi pare che debba essere l'unico
fondamento di quella virtù, che sola può avere il secol nostro. La cura del
governo deve esser quella di distrug gere le professioni che nulla producono, e
quelle ancora le quali consumano più di ciò che producono;,e ne verrà à capo,
se stabilirà tale ordine, che per mezzo di esse non si possa mai sperare tanto
di ricchezza quanto colle arti utili se ne ottiene » (2). Il governo deve dare
un vero e proprio impulso alla produzione: le forze giovani anzi che dirigersi
agli impieghi pubblici debbono svilup parsi altrove, alle industrie, ai
commerci, e sovra tutto alla campagna. « Il lavoro ci darà le arti che ci
mancano, ci renderà indipendenti da quelle nazioni dalle quali oggi dipendiamo;
e così, accrescendo l'uso delle cose nostre, ne accrescerà anche la stima, e
colla stima delle cose nostre si risveglierà l'amor della nostra patria » (3 ).
È una vera pedagogia politica in cui i princípi vivono al contatto con la
realtà, in un sano relativismo, che, non scendendo alla bassezza
dell’empirismo, respinge da se ogni astruseria. Oggi specialmente, in cui la
filosofia po litica è di moda e si riconduce pure la pratica più volgare agli eterni
princípi; questo nobile realismo ideale, sia permessa la parola, dovrebbe
insegnarci più d'una cosa. La rivoluzione pretende di rinnegare la storia, s'af
ferma come antistorica; ma di fronte ad essa, per un processo, che non è solo
di reazione, ma di sviluppo - da Vico a Cuoco è lo stesso genio italico lo
storicismo rinasce, critica della stessa rivoluzione e entro certi limiti sua
rivalutazione. Il Cuoco non rinnega la rivoluzione, anzi mostra di conoscerne i
benefíci, che poi enumererà con lucida visione nel Saggio e soprattutto ne'
suoi articoli (1 ) Framm. VI, p. 261. (2 ) Framm. VI, p. 263. (3 ) Framm. VI,
p. 263. 78 milanesi. Ma l'astrattismo in materia legislativa è dele terio, ed
occorre superarlo, riconducendo il diritto alla vita. Sentimento profondo, che
il nostro non tradirà mai, e sarà sempre alla cima del suo pensiero nel lungo
corso, che noi ci sforzeremo di seguire. La critica del progetto di Pagano ci
appare, quindi, come la manifesta zione d'un sistema, che nel molisano è
organico ed in tero, non l'opposizione piccina d'un antirepubblicano. Nè
Vincenzo Cuoco si smentì mai. Le notazioni che egli volge alla costituzione
partenopea, rivolgerà più tardi nel Saggio alla costituzione francese, che a
lui sembra troppo poco adeguata ai bisogni del popolo. « Chi para gona la
Dichiarazione de ' diritti dell ' uomo fatta in America a quella fatta in
Francia, troverà che la prima parla ai sensi, la seconda vuol parlare alla
ragione: la francese è la formula algebraica dell'americana » (1 ). Ma quanto
queste idee fossero in lui radicate e profonde, possiamo ancora meglio
dimostrare. Nel Giornale italiano, ricevuto l'annunzio che la patria di Alcinoo
e di Ulisse ha riacqui stato l'indipendenza, costituendo la così detta Repub
blica settinsulare, scrive alcune sue opinioni che è op portuno rivedere. « È
difficilissimo giudicar di una costi tuzione. La migliore non è sempre quella
che per astratti argomenti si dimostra ottima, ma bensì quella che è più
uniforme al costume de' popoli: a quel costume che esi ste sempre prima della
costituzione; e, se è simile, la rende vicina e durevole; se diverso, la
indebolisce e la distrugge.... ». Qual'è dunque il principio che solo può
sanzionare la bontà d'una costituzione? Noi lo sappiamo: il tempo, il quale ci
confermerà se essa risponde a bisogni concreti; la storia, la quale ci dirà se
essa si riconnette allo sviluppo della nazione, sviluppo o corso, al quale
occorre necessariamente rifarsi, come ad incrollabile base, poi che il processo
della vita non soffre soluzioni di con (1 ) V. Cuoco, Saggio storico, VII, p.
39. 79 tinuità. « La storia de' tempi passati », ci ammonisce il Cuoco, è la
norma di quelli che ancora debbono ve nire » (1 ). (1 ) L'articolo è intitolato
La costituzione della repubblica set tinsulare; Giornale italiano, 1804, 15
febbraio, n. 20, pp. 78-79. Nelle pagine seguenti del mio lavoro avrò frequente
bisogno di rifarmi al Giorn. ital., in cui c'è il meglio dell'ingegno po litico
del Cuoco, e citerò largamente disul testo. Siccome, peraltro, molti dei più
significativi articoli del foglio milanese sono stati ristampati in appendice
alle opere critiche del Ro MANO e del Cogo, se è del caso, darò tra parentesi,
dopo le indicazioni dirette del Giorn. ital., le indicazioni delle ristampe.
Altri cinque articoli cuochiani sono stati ripubblicati da G. Gen tile insieme
col Rapporto al re Murat e Progetto di decreto per l'ordinamento della Pubbl.
Istruzione nel Regno di Napoli col titolo di Scritti pedagogici inediti o rari
(Roma-Milano, Albrighi e Se gati ed., 1909). Allorquando poi il mio lavoro era
già compiuto sono usciti alla luce due altri volumi contenenti quanto di V.
Cuoco rimaneva disperso: Scritti vari a cura di N. CORTESE E di F. NICOLINI,
Bari, Laterza ed., 1924. Forse sarebbe stata op portuna una ristampa di tutti
gli scritti del Giorn. ital., ma gli egregi editori non hanno creduto di farla,
limitandosi a ripro durre per intero ben ventisette articoli, e sono i
maggiori, e a dare, a mo' di appendice, un catalogo ragionato degli altri ri.
masti fuori. S'intende che io ho rivisto le mie citazioni sull'edi. zione
laterziana, che, dal punto di vista della correttezza, offre i maggiori
affidamenti. Il « Saggio storico sulla
rivoluzione napoletana ». Il Saggio storico mostra in atto il sistema negativo
ab bozzato nei Frammenti. – Lo storico e l'artista. – La. Rivoluzione francese
è attiva, quella napoletana pas siva. L'astrattismo. - La corte e il governo. –
I re pubblicani e il popolo. - L'arte del Saggio. I Frammenti di lettere
dirette a Vincenzio Russo ideal mente vanno innanzi al Saggio storico sulla
rivoluzione napoletana, sebbene tipograficamente in tutte le edizioni cuochiane
seguano, quasi a mo' d'appendice, questo. Essi sono una vera e propria formulazione
di princípi filosofici giuridici economici, che Vincenzo Cuoco desume da un'esperienza
storica e politica insieme, antica e mo derna nello stesso tempo. Larghi sono i
raffronti tra le costituzioni classiche e le odierne, tra costituzione odierna
e costituzione odierna, e la critica si svolge tra compara zioni ed appunti
acutissimi. È l'opera di una eccellente testa politica, che ha legittime
pretese di teorizzatore e di sistematico. V'è un ordine logico ferreo, una
disciplina storica, una consequenzialità impressionante. Avremmo desiderato che
questo sistema in abbozzo il Cuoco stesso avesse sviluppato, ma noi posteri,
ammirando la sua eletta figura, non possiamo domandargli più di quanto ci ha
dato, se non nel dolore di vedere quanta parte del suo genio sia andata
dispersa nell'esilio, nella po vertà e infine nelle malattie. È il libro d’un
pensatore 81 che ad una astratta ideologia oppone il suo paesano realismo
storico. Vincenzo Cuoco assiste allo svolgersi degli avvenimenti, giudice
imparziale, ma non per que sto inattivo e mutolo, e vede la storia rinnegare i
suoi ideali, l'errore trionfare e fatalmente sommergere l'edi fizio
repubblicano. La vita segue una via che è fatale che segua. L'errore trae
l'errore, l'estremismo l'estremi smo. L'astruseria rivoluzionaria forza le cose,
e la storia sembra calpestare lo storicismo, i princípi, che la specu lazione
ha desunto e desume dall'osservazione del suo eterno corso. La storia sembra
seguire uno spiegamento, che non è quello che il passato legittima. Vedremo,
invece, come, superato il vortice, sia la storia stessa che illumina le verità
cuochiane: sarà il periodo del Giornale italiano, il periodo napoleonico
dell'impero. « L'uomo è di tale natura, che tutte le sue idee si cangiano,
tutt'i suoi affetti, giunti all'estremo, s'indeboliscono e si estin guono: a
forza di voler troppo esser libero, l'uomo si stanca dello stesso sentimento di
libertà. Nec totam liber tatem, nec totam servitutem pati possumus, disse
Tacito del popolo romano: a me pare, che si possa dire di tutti i popoli della
terra. Or che altro aveva fatto Robespierre spingendo all'estremo il senso
della libertà, se non che accelerarne il cambiamento? » (1 ). « Questo è il
corso ordinario di tutte le rivoluzioni. Per lungo tempo il po polo si agita
senza saper ove fermarsi: corre sempre agli estremi e non sa che la felicità è
nel mezzo » (2 ). Tale è la vita: dalla sua stessa negazione scaturisce
un'afferma zione. La rivoluzione rinnega la storia, e la storia prende la sua
rivincita sulla rivoluzione. La rivoluzione afferma il diritto alla sommossa:
Robespierre, figlio della rivolu zione, lo nega ghigliottinando; il popolo
stanco lo afferma sul capo di Robespierre. La cos za storica stess sem bra
distrutta da tutta una tragica serie di fatti, ispi rati alla più astrusa
ideologia: la realtà annichilisce i repubblicani e li conduce alla perdizione;
l'equilibrio si (1 ) V. Cuoco, Saggio storico, XVIII, p.- 99. (2 ) V. Cuoco,
Saggio storico] ristabilisce, si riconferma ciò ch'era stato negato. Onde ben
scrive, a mio avviso, il De Ruggiero, affermando che l'esperienza
rivoluzionaria dà un nuovo significato alla negazione, in quanto questa è la
crisi feconda di un rin novamento della vita storica. La crisi, in sostanza,
non può non apparire che come una critica degli avveni menti passati e delle
istituzioni da essi nate, che non giudica arbitrariamente, sovrapponendo una
verità a priori, ma svolge dagli errori stessi un latente spirito di verità.
Questa, infine, la ragione dell'ottimismo rela tivo del Cuoco. L'esperienza
politica del Machiavelli do veva necessariamente finire, data la sua natura, le
sue premesse, i suoi fini, nel pessimismo o nell'amarezza. L'esperienza del
nostro, certo più tragica, più dolorosa, più densa di dolore, che non quella
del segretario fioren tino, sfocia, ed è naturale, in un equilibrio, che è
quanto dire in un bene relativo, in Napoleone. Tra l'astrattismo e Napoleone
c'è la rivoluzione, la prassi sanguinosa, il rinnegamento del passato, la
critica assoluta delle isti tuzioni millenarie, l'apriorismo giuridico, la
democratiz zazione, universale, l'esaltazione dei princípi. La storia procede
con continuità mirabile, ma nella sua stessa continuità c'è un processo di tesi
antitesi ed un supera mento implicito, c'è infine la vera dinamica dello spi
rito, dell'idea, che muove gli uomini e le nazioni. La rivoluzione e Bonaparte
sono due aspetti della stessa realtà: « il passato, negato violentemente, si
riaffaccia alla vita nell'atto stesso della negazione » (2 ). La critica
dell’astrattismo razionalistico, che ne' Frammenti abbia mo osservato e colta
nella teoria, nel Saggio è mostrata e, direi, vista in atto, nello stesso
spiegarsi della storia. È la storia stessa, che, nell'indicare la fatalità del
pro cesso storico determinato dai princípi e dalla prassi re pubblicana,
giudica d’un metodo e d’una mentalità. La storia sembra dire: queste norme
hanno portato a tale orribile scioglimento, giudica tu, lettore, della loro
bontà ! (1
) G. DE RUGGIERO, op. cit., p. 167. (2 ) G. DE RUGGIERO, op. cit., p. 168. 83 In ciò è riposto quel carattere
di sana sapienza, quel l'obiettività del Saggio, per cui Luigi Settembrini ben
potea paragonarlo ad una tragedia greca (1). Ed il raf fronto non è davvero
stiracchiato. La Provvidenza vi chiana vi tiene il posto dell'antico Fato
nell'urto degli eventi, e gli uomini stessi, che hanno determinato la !
catastrofe con i loro errori, con le loro incongruenze, sog giacciono ad un
destino, che sembra irrevocabile. Sono essi, gli uomini, che determinano lo
scioglimento, o sono poveri burattini nelle mani d'un ignoto motore? Ma la
storia è reciprocanza e v'è perfetta conversione tra causa ed effetto: gli
uomini, che fanno la storia, soggiacciono ad essa. Il Cuoco parla spesso di un
vortice (2 ), in cui egli stesso fu tratto, e da cui potè districarsi a mala
pena, dopo aver perduto i beni e la patria, vortice che egli non ammirava, se
pure non odiava, come vuole il Tria, ma che distrusse sul palco ferale tante
nobili esistenze, parla insomma di un vortice, che non è altro che la
rivoluzione. Che cosa è mai? È superiore alla volontà degli uomini?: No, esso è
fatto dagli uomini nel loro delirio, nel loro ! errore, e gli uomini possono averne
sicura conoscenza, poi che essi ne sono i fattori, ma averne conoscenza, si
gnifica in un certo senso superamento e distacco da esso. Nei Frammenti era la
teoria, la metodologia. Il Saggio storico è la vita in atto, la tragedia greca
in isviluppo, le passioni colte nel loro urto. Questa è la ragione per cui esso
è un'opera d'arte, una grande opera d'arte. Lo spi rito dello scrittore rifà il
processo della storia, segue il corso delle idee, e lo fa con tale intensa
visione da ri crearcelo in un miracolo di luci, di chiaroscuri, di sfu I
mature. V'è l'anima insomma, laddove prima era il pensiero; la fantasia,
laddove prima era l'intelletto, la fantasia che s'esprime per immagini e tutto
risolve nella immagine. L'opera d'arte è attinta in un processo d'obiet (1 ) L.
SETTEMBRINI, Lezioni di letteratura italiana, Napoli, Morano ed., 1882, v. III,
p. 282. (2 ) V. Cuoco," Saggio storico, Lettera dell'autore a N. Q., p.
11: I, p. 16; VIII, p. 47; XV, p. 84, 84 tivazione, che non esito a dire
perfetto, onde non v'è affatto, o assai raramente, quel contrasto ibrido tra
l'ar tista che intuisce e lo storico che analizza quale può rin venirsi in
molte opere di simile genere, poi che tutto è compenetrato e fuso, attraverso
una lunga maturazione, che dovette certo essere prima consapevolezza di pen
siero, meditazione di cause e di effetti, e poi immedia tezza nervosa e rapida
d'espressione (1 ). Invano tu cercherai nel Saggio un elemento estrinseco all'artista
e allo storico. Lo storico si fonde con l'artista, ma lo stesso storico è
perfetto. L'uomo pratico non con turba l'artista, che supera nella visione
l'enunciato fine utilitario della sua narrazione; il partigiano non con turba
lo storico. Leggete invece il Rapporto al cittadino Carnot del vesuviano Francesco
Lomonaco. Quante escla mazioni, quanti interrogativi, quante tirate oratorie,
quanti pistolotti repubblicani, quanto anticlericalume, quanta montatura ! V? è
l'uomo delle nobili passioni, ma v'è pure l'uomo pratico, che per raggiungere
un suo fine, non esita di caricar di tinte fosche la storia, non esita un
momento per indossare la toga dell'avvocato. Infatti chi può negare la presenza
d'una passionalità che di strugge la storia, d'una coscienza turbata ed oscura,
che è la negazione d'ogni vera espressione artistica? (2 ). Nel Cuoco nulla di
tutto ciò. (1 ) La questione della cronologia del Saggio a me sembra oramai
risoluta. Fausto Nicolini, in una sua nota all’ed. barese del Saggio, p. 357 e
sgg., la riassume e ne trae le migliori conseguenze. Perciò non ho che da
rinviare il lettore a quanto il Nicolini ha egregiamente scritto. Del Saggio
poi possediamo numerose edizioni, di cui alcune buone, molte mediocri scorrette
ristampe, nonchè traduzioni straniere: vedi N. RUGGIERI, op. cit., p. 173; e la
nota del Nicolini all’ed. laterziana. (2 ) Ogni possibile raffronto tra il
Cuoco e il Lomonaco è assolutamente impari. Già lo osservò il Gentile ne' suoi
Studi vichiani, p. 361, nota, là dove critica un giudizio di G. Na. tali, che
nella sua monografia La vita e il pensiero di Francesco Lomonaco, Napoli,
Sangiovanni, non esita a chiamare il suo scrittore predecessore in molte idee
di Vincenzo. Scrive il Gen tile: « Tra le superficialità del Lomonaco e le
vedute profonde 85 Chi si accinge a studiare il pensiero cuochiano, i mo menti
ideali dello spirito del grande molisano, non può non rifarsi ad un
avvenimento, che per lui, come per noi, è la fonte, donde scaturirono tutti i
successivi avveni menti, la rivoluzione francese, di cui la rivoluzione parte
nopea non è che un tardo episodio. Il Cuoco, che studia più le idee che i
fatti, le idee che sono degli uomini, le idee che muovono gli uomini, lega la
storia napoletana alla francese, e di questa ci dà un quadro ricco e vasto. «
Le grandi rivoluzioni politiche occupano nella storia dell'uomo: quel luogo
istesso che tengono i fenomeni straordinari nella storia della natura » (1 ).
Le rivolu zioni-sono come le malattie nel corpo umano, i periodi sismici nel
mondo geologico. Le generazioni si succedono incolori uguali, finchè « un
avvenimento straordinario sembra dar loro una nuova vita ». Le rivoluzioni sono
un'misto di bene e di male, gravi di effetti buoni o cat tivi, come le crisi di
crescenza nel corpo d’un fanciullo. « In mezzo a quel disordine generale, che
sembra voler distruggere una nazione, si scoprono il suo carattere, i suoi
costumi e le leggi di quell'ordine, del quale prima si vedevano solamente gli
effetti » (2 ). Le rivoluzioni sono esperienze politiche, dalle quali non si
può prescindere, perchè sono nell'ordine stesso della natura. Esse rinnegano a
parole il passato, di fatto poi lo riconfermano, e nella negazione della storia
il filosofo ritrova lo sviluppo fatale della storia. Guardiamo la rivoluzione
di Francia, a la più gran rivoluzione dicui ci parli la storia » (3 ). Essa
scoppia improvvisamente, rinnegatrice di tutto un passato: una analisi
immediata ci dirà che lo stesso passato l'ha pre parata, e allo stesso passato
essa si ricongiunge, onde è stato possibile a molti il prevederla. Gli uomini
sono cie del Cuoco c'è tale abisso, che non è lecito raccostare i due nomi, se
non per illustrare l'ambiente in cui si muoveva lo spi rito del Cuoco, o per far
meglio vedere la sua superiorità ». (1 ) V. Cuoco, Saggio storico, I. p. 15. (2
) V. Cuoco, Saggio storico, I, p. 15. (3 ) V. Cuoco, Saggio storico, II, p. 17,
86 chi, ma la storia, fatta dagli uomini, non è cieca, ed ha una sua logica,
nella cui grandezza noi siamo come dispersi. Gli uomini sono ciechi e sono
inclini a scambiare il processo della loro mente con il processo della storia,
e, peggio, a credere i suoi sviluppi mero sviluppo d'un pen siero loro
individuale. Il filosofismo francese ha preceduto la rivoluzione: ciò non
significa che esso abbia generato la rivoluzione. La storia non s'esaurisce
nella filosofia, come non s'esaurisce nell'economia: la storia è d'una
complessità mirabile. « I francesi illusero loro stessi sulla natura della loro
rivoluzione, e credettero effetto della filosofia quello che era effetto delle
circostanze politiche nelle quali trovavasi la loro nazione » (1 ). Ma la
filosofia non compie simili miracoli, non sovverte un mondo, tutt'al più aiuta
gli uomini ad insistere ne' loro errori di metodo. Così accadde in Francia. Il
Cuoco con ciò non nega l'alta importanza umana della filosofia, vuol
semplicemente delimitare la sfera di ogni attività e ad ognuna assegnare il
posto che le com pete; anzi egli stesso ritiene che in ogni operazione umana
debba richiedersi la forza e l'idea, e nelle rivoluzioni, come è necessario il
popolo, sono necessari i filosofi, i conduttori, « i quali presentino al popolo
quelle idee, che egli talora travede quasi per istinto, che molte volte segue
con entusiasmo, ma che di rado sa da sè stesso formarsi » (2 ). Il compito dei
filosofi è chiarificato: essi debbono trarre i princípi della storia e della
politica, non dal loro cervello ed assumerli come postulati inderoga bili, ma
dalla vita del popolo, dalla natura eterna del l'uomo, che non è solo
intelletto, ma vichiamente anche senso e fantasia. Credere un avvenimento
gigantesco, come la rivoluzione francese, frutto soltanto del pensiero
filosofico è uno sminuirlo in una visione ristretta e par ticolaristica. La
vita non è solo attività teoretica, è me diatamente anche attività pratica,
politica ed economica. Pur tenendo di vista il sorgere e l'imporsi delle idee, (1
) V. Cuoco, Saggio storico, VII, p. 37. (2 ) V. Cuoco, Saggio storico, XV, p.
82. 87 occorre investigare i bisogni e lo stato dei popoli per ve dere quanto
essi siano stati i propulsori d’un moto, che è determinato, ma non cieco, anche
nelle sue più crudeli manifestazioni. La rivoluzione francese non si può in
tendere, se non s'intende tutta la storia che la precede. La Francia
monarchica, la gloriosa potente monarchia accentratrice era un paese di abusi:
« la rivoluzione non aspettava che una causa occasionale per iscoppiare » (1).
Il Cuoco analizza tutto ciò, e l'analisi breve serrata ner vosa, che egli fa,
è, senza dubbio la cosa migliore, che si possa scrivere sul turbolento periodo:
gli stessi storici francesi non ebbero mai nessuna di quelle lucide intui zioni
che fanno grande il molisano. « Tra tanti » si doman da « che hanno scritta la
storia della rivoluzione francese, è credibile che niuno ci abbia esposte le
cagioni di tale avvenimento, ricercandole, non già ne'fatti degli uomini, i
quali possono.modificare solo le apparenze, ma nel corso eterno delle cose
istesse, in quel corso che solo ne determina la natura? » (2 ). Nessuno,
rispondiamo, perchè è fatale negli uomini vedere solo alcuni individui di genio
e trascurare le masse e le cose; credere un moto preparato dai secoli un
fenomeno sporadico senza stretti legami con l'antico; una rivoluzione, opera
d'un intero popolo, com presso a lungo dall'ineguaglianza, la manifestazione di
pochi genî o d'un partito. Il Cuoco, ho detto, ci dà una disamina dei
precedenti della grande rivoluzione, che sfida i tempi nella sua tacitiana
concisione. Val la pena di riferirla: non si può estrarre il succo da ciò, che
di per sè è tanto concentrato, che togliere una parola val quanto distruggere
una meditazione. « La leggenda delle mosse popolari, degli eccidi, delle ruine,
delle varie opinioni, de' vari partiti, forma la storia di tutte le
rivoluzioni, e non già di quella di Fran cia, perchè nulla ci dice di quello
per cui la rivoluzione di Francia differisce da tutte le altre. Nessuno ci ha
de scritto, una monarchia assoluta, creata da Richelieu e (1 ) V. Cuoco, Saggio
storico, VII, p. 37. (2 ) V. Cuoco, Saggio storico, VII, p. 38, 88 riforzata da
Luigi XIV in un momento; una monarchia surta, al pari di tutte le altre
d'Europa, dall'anarchia feudale, senza però averla distrutta, talchè, mentre
tutti gli altri sovrani si erano elevati proteggendo i popoli contro i baroni,
quello di Francia avea nel tempo stesso nemici ed i feudatari, ivi più potenti
che altrove, ed il popolo ancora oppresso; le tante diverse costituzioni che
ogni provincia avea; la guerra sorda ma continua tra i diversi ceti del regno;
una nobiltà singolare, la quale, senza esser meno oppressiva di quella delle
altre nazioni, era più numerosa, ed a cui apparteneva chiunque vo leva, talchè
ogni uomo, appena che fosse ricco, diven tava nobile, ed il popolo perdea così
financo la ricchezza; un clero, che si credeva essere indipendente dal papa e
che non credeva dipendere dal re, onde era in continua lotta e col re e col
papa; i gradi militari di privativa de' nobili; i civili venali ed ereditari,
in modo che al l'uomo non nobile e non ricco nulla rimaneva a sperare; le
dispute che tutti questi contrasti facevano nascere; la smania di scrivere, che
indi nasceva e che era divenuta in Francia un mezzo di sussistenza per coloro i
quali non ne avevano altro, e che erano moltissimi; la discus sione delle
opinioni a cui le dispute davan luogo ed il pericolo che dalle stesse opinioni
nasceva, perchè su di esse eran fondati gl'interessi reali de' ceti; quindi la
massima persecuzione e la massima intolleranza per parte del clero e della
corte, nell'atto che si predicava la mas sima tolleranza dai filosofi; quindi
la massima contrad dizione tra il governo e le leggi, tra le leggi e le idee,
tra le idee e li costumi, tra una parte della nazione ed un'altra;
contraddizione che dovea produrre l'urto vicen devole di tutte le parti, uno
stato di violenza nella na zione intera, ed in seguito o il languore della
distruzione o lo scoppio d'una rivoluzione. Questa sarebbe stata la storia
degna di Polibio » (1 ). La Francia ha mille cause per muoversi. La rivoluzione
(1 ) V. Cuoco, Saggio storico, VII, p. 38. 89 s'esprime dal seno d'un popolo in
travaglio secolare, sca turisce da desideri compressi, da bisogni materiali, da
un malessere durevole. Che ci hanno a che fare i filosofi? I filosofi servono,
se mai, a conturbare quel che è chiaro, a far credere opera loro quel che è già
nella storia, a far scambiare come esigenza intellettuale quel che è esigenza
economica nel suo più vasto significato. Enormi sono gli abusi, terribili i
contrasti; più astratti, quasi per necessità, i princípi riformistici, come
quelli che voglion compren dere un numero più grande di fatti umani. Ecco
l'errore ! I francesi deducono i loro princípi dalla metafisica, e cadono
nell'errore « di confonder le proprie idee colle leggi della natura » (1). È
una ' falsa visione del reale questa in cui possono cadere tutti gli uomini che
seguono idee soverchiamente astratte. Commentando le incon gruenze dei
repubblicani della Partenopea il Cuoco escla ma: « Io credeva di far delle
riflessioni sulla rivoluzione di Napoli, e scriveva intanto la storia della
rivoluzione di tutt ' i popoli della terra, especialmente della rivolu zione
francese. Le false idee che i nostri aveano conce pite di questa non han poco
contribuito ai nostri mali » (2 ). Siamo sempre ad un punto: gli uomini credono
troppo ne' loro princípi e non s'accorgono che i principi sono spesso
astrazioni, credono in essi e ' non osservano che intanto la storia si muove
oltre i princípi. La rivolu zione è opéra dei filosofi? Altro che filosofi ! «
Il grande, il solo agente delle rivoluzioni e delle controrivoluzioni >>
è il popolo (3 ). Guardate questo popolo: si muove mai esso dietro i filosofemi?
No. « Il popolo non intenderà, non seguirà mai' i filosofi » (). Perché? La
ragione è una sola, vichiana. Il popolo è senso e fantasia: i filosofi in
telletto. Date al popolo princípi: non li intenderà. Com primete il popolo,
esacerbatelo: il suo senso s'esaspererà, la sua fantasia s'accenderà violenta,
vremo una crisi vasta ' e potente, la rivoluzione. (1 ) V. Cuoco, Saggio
storico, VII, p. 39. (2 ) V. Cuoco, Saggio storico, XVIII, p. 96. (3) V. Cuoco,
Saggio storico, Prefazione alla sec. ed., p. 5, (4) V. Cuoco, Saggio storico,
VI, p. 30, 90 La rivoluzione nasce da bisogni positivi, cioè dal senso e dalla
fantasia popolaresca. Ciò non toglie che il suo pervertirsi, il suo incrudelire
provenga invece dalla falsa filosofia. L'origine è naturale, lo sviluppo
abnorme: lo spunto è popolare ed economico, le conseguenze degene razioni di
princípi, intellettualistiche. Sono le astruserie dell'ultima ora che portano
seco loro gli inconvenienti propri delle grandi rivoluzioni, i capricci de'
potenti, le fazioni, le turbolenze, il sangue. « Chi guarda il corso della
rivoluzione francese ne sarà convinto » (1 ). I saggi sono inutili a produrre
una rivoluzione (2 ), ma i pseudo saggi possono condurre un moto già evoluto
sur una falsa via. Ecco perchè la rivoluzione francese ha un vizio d'origine,
che dovrà riuscire fatale alle rivoluzioni, che qua e là scoppiarono, riflessi
incolori e pur gravi della grande rivoluzione: essa parla troppo alla ragione,
poco al senso e alla fantasia, e i popoli, si sa, sono tutto senso, tutta
fantasia. Quanto più i pensatori navigano in sfere superne, tanto meno i popoli
li intendono, anzi, a volte, sono i popoli che accendono le controrivoluzioni,
se i princípi di ragione urtano le avite tradizioni, i sacri costumi, i
millenari bisogni. La critica è profonda, e, come ognuno intende, coin volge
tutta la rivoluzione francese, ma è una critica, che nel Saggio storico appare
per incidenza, e che tocca allo studioso di rilevare. La storia è tutta una
catena, in cui un avvenimento non si può astrarre dagli altri. La vita delle
nazioni oggi è così complessa, che, trattando della stessa Napoli e della sua
politica, non si può prescindere dalla politica generale dell'Inghilterra,
della Francia, della Spagna. Nel passato una rivoluzione potea apparire un
evento isolato, poteva chiudersi quasi in una barriera sanitaria; oggi, in
tempi nuovi, deve fatalmente trovare addentellati un po' ovunque. La
rivoluzione francese suscita un incendio repubblicano in Italia, a Milano, a
Roma, a Napoli. Ma in questa stessa considerazione (1 ) V. Cuoco, Saggio
storico, VII, p. 40. (2 ) V. Cuoco, Saggio storico, Prefazione alla sec. ed.,
p. 6, 91 sta il primo e capitale appunto alla rivoluzione parte nopea, di cui
il Cuoco esclusivamente si occupa. Lo storico critica lo svolgimento della
grande rivoluzione francese, ma non nega l'origine pienamente legittima di
essa, la riconosce nata da un secolare stato anomalo di cose, per cui il
popolo, attivo e industrioso, ma ciò non pertanto trascurato ed isolato
politicamente, reagisce e d'un balzo acquista di diritto ciò che di fatto aveva
già acquistato. Nulla di tutto ciò a Napoli. Quivi la rivolu zione è un mero
riflesso di quella gallica, è nella sua na scita e nel suo affermarsi passiva.
L'aggettivo passivo ha fatto epoca, e val quanto dire impopolare. Le idee
passano di paese in paese, perchè trovano ovunque in gegni culti atti a
riceverle e a meditarle; i bisogni sono invece ovunque diversi, da nazione a
nazione, da po polo a popolo, anzi da regione a regione, da provincia a
provincia. Quel che a Parigi è spiegabile, a Napoli ' non lo è: quel che a
Napoli è naturale, in Calabria cessa di esserlo, diviene artefatto. Mentre
tutto il pensiero europeo, dalla Germania all'Italia, dall'Inghilterra alla
Russia, dalla Spagna alla Svizzera, è infranciosato, ra zionalista,
illuminista, i bisogni dei popoli sono sostan zialmente e profondamente diversi
in ogni angolo del vecchio continente europeo. Come poter condurre realtà di
lor natura ineffabili e particolari ad. aderire a prin cipi uniformi, se non
sforzando lo stesso ordine delle cose? Così.a Napoli. Invece di fare una
rivoluzione na poletana, si fece una rivoluzione francese in piccolo. « Le idee
della rivoluzione di Napoli » scrive il Cuoco « avrebbero potuto esser
popolari, ove si avesse voluto trarle dal fondo istesso della nazione. Tratte
da una co stituzione straniera, erano lontanissime dalla nostra; fondate sopra
massime troppo astratte, erano lontanis sime da’sensi, e, quel ch'è più, si
aggiungevano ad esse, come leggi, tutti gli usi, tutt'i capricci e talora
tutt'i difetti di un altro popolo, lontanissimi dai nostri difetti, da' nostri
capricci, dagli usi nostri » (1 ). La rivoluzione (1 ) V. Cuoco, Saggio storico,
XV, p. 83, 92 francese, in sostanza, e qui è il nucleo di tutte le consi
derazioni successive, è attiva, cioè risultante di molte plici elementi
economici e politici; la rivoluzione napo letana passiva, cioè frutto di
opinioni labili. Ma guardate gli uomini ! I monarchi europei credono la
rivoluzione francese questione d'opinioni e la perseguitano, mentre, se era in
realtà questione d'opinione, sarebbe caduta di per sè stessa; il re di Napoli
crede cosa grave e profonda, invece, ciò che nel suo nascimento era ' un ' po '
moda e opinione, la tormenta ed incrudelisce, finendo per creare col suo
contegno un generico malcontento. Lo stesso atteggiamento politico estremo in
due circostanze diverse finisce per produrre i più gravi effetti. Le
conseguenze di non mirare entro la natura delle cose ! È un astratti smo, che
Vincenzo Cuoco non vede solo nella rivoluzione, ma ne' governi, nei patrioti e
nei codini, nella filosofia e nella scienza militare. La reazione, al primo
manifestarsi della rivoluzione francese, è tutta ispirata a questa visuale
errata. Le potenze europee si coalizzano contro la Francia: effetto: la
Francia, di fronte al pericolo straniero, è un sol uomo, si arma, si oppone,
vince. « Una guerra esterna, mossa con.... ingiustizia ed imprudenza, assodò
una rivoluzione, che, senza di essa, sarebbe degenerata in guerra civile » (1 ).
È l'astrattismo, il solito astrattismo del tempo, che crede forzare l'ordine
delle cose. La Francia deve ras sodare la sua insurrezione; ha contro di sè
tutta l'Europa: la guerra le diviene indispensabile per vivere. È l'oppo
sizione stessa che costringe il paese alla lotta. Quindi si sviluppa un sistema
di democratizzazione universale, di cui i politici interessati si servono, a
cui i filosofi applau dono in buona fede; « sistema che alla forza delle armi
riunisce quella dell' opinione, che suol produrre, e ta lora ha prodotti,
quegl'imperi che tanto somigliano ad una monarchia universale » (2 ). (1 ) V.
Cuoco, Saggio storico, II, p. 18. (2 ) V. Cuoco, Saggio storico, II, p. 20. 93
A Napoli lo stesso errore dei governanti è aggravato da circostanze peculiari.
Il principio della rivoluzione francese trova una nazione florida ed esuberante
di pen siero e di studi economici, giuridici, filosofici, un paese che trae
dalla Francia molte cose, ma tutte le concre tizza in una tradizione paesana,
che si ricollega al Vico. La rivoluzione, se pure in questo ambiente è
possibile una rivoluzione, è affare d'opinione. Ma a Napoli mancano i
repubblicani. Pochi giovinetti, presa la testa - dalle novità straniere, si
proclamano sovversivi, vestono alla francese, parlano francese, seguono insomma
la moda. Convien disprezzarli. No, il governo muta rotta, incru delisce. È
proprio quella politica, che più conveniva evi tare, volendo rimanere saldi
nella grave crisi, che agi tava tutto il mondo civile (1 ). « I nostri affetti,
preso che abbiano un corso, più non si arrestano. L'odio segue il disprezzo, e
dietro l'odio vengono il sospetto ed il timore » (2 ). Gli uomini s'oppongono
violentemente, gli a ffetti s ' inacerbano: laddove con un metodo diverso la
situazione potea dominarsi, è lo scompiglio. « I mali d'opinione si guariscono
col disprezzo e coll'obblio: il popolo non intenderà, non seguirà mai i
filosofi » (3 ). A Napoli il popolo non partecipa a nessun movimento: la
rivoluzione, quindi, è lecito presumere, non c'è, non ci 16 li la ti (1 ) È lo
stesso concetto che V. Cuoco esprime nel Platone in Italia, v. I, p. 43: « Nel
portico di Falanto si ragunan tutti i giorni, molti, la cura principale de
quali è di ragionar della guerra e della pace di tutti popoli della terra...
Forse un giorno taluno imporrà fine al loro cicaleccio. Archita non lo cura, ad
onta che il più delle volte si parli di lui, e non sempre con giustizia. E qual
giustizia sperare da coloro che siedono tutt' i giorni in un portico per
ragionar di regni? 0. presto o tardi si credono di esser re. Ma Archita, a
taluno che gli ha con sigliato di vietar taliadunanze, ha risposto: —Tu vuoi
dunque che il popolo creda alle parole di costoro? Nessun uomo mostra la sua
stoltezza, nè il popolo se ne accorge mai al primo mo mento. Se vuoi smascherar
lo stolto, lascia che parli lungamente. Gli chiudi tu la bocca al primo istante?
Corri il rischio di farlo riputar savio (2) V. Cuoco, Saggio storico, VI, p.
29. (3) V. Cuoco, Saggio storico, VI, p. 30. 94 sarà. Ma, ecco, la polizia
perseguita quei giovinetti, che hanno per moda il fare le corse a cavallo per
Chiaia e Bagnuoli, imitando gli antichi greci, che leggono ne' pe riodici le
cose della rivoluzione francese e ne parlano ai loro barbieri e alle
innamorate, ecco, le opinioni diven tano sentimenti, il sentimento genera
l'entusiasmo, l'en tusiasmo si comunica: « vi inimicate chi soffre la perse
cuzione, vi inimicate chi la teme, vi inimicate anche l'uomo indifferente che
la condanna; e finalmente l'opi nione perseguitata diventa generale e trionfa »
(1 ). Una politica sbagliata insomma ingenera errori nuovi. Si perde il senso
della moderazione e si cade nell'estre mismo. Si vuol sangue, si condanna (2 ).
Pochi a Napoli intendono la rivoluzione francese, pochissimi l'approvano,
nessuno la desidera: eppure si crea un ambiente insurre zionale, laddove non
era. « Il mezzo per opporsi al con tagio delle idee lo dirò io? non è che un
solo: lasciarle conoscere e discutere quanto più sia possibile. La di scussione
farà nascere le idee contrarie » (3 ). Il governo di Napoli invece è pavido, e
il timore rende deboli e inetti, ci offre sprovvisti all'assalto inimico. «
Vince una rivoluzione colui che meno la teme » (+ ). Questa incomprensione
della realtà sociale, che il Cuoco trova nella prassi politica preventiva della
corte di Na poli, deriva dallo stesso astrattismo che domina i go verni europei
coalizzati, è lo stesso astrattismo che guida i giacobini di Francia e i
patrioti di Napoli. Non per nulla tutti gli attori del fòsco dramma, gli uni e
gli altri hanno bevuto alle acque della filosofia illuminista, che per la
ragione rinnega il senso, e ripone tutta la sua fiducia nell'umano intelletto e
nella sua ideologia. Eccone le conseguenze. Vedremo in seguito il comportamento
dei (1 ) V. Cuoco, Saggio storico, VI, p. 30. (2 ) Il tratto saliente di questa
pre -reazione è la condanna a morte di tre giovani, De Deo, Vitaliani e Galvani:
la morte del De Deo fu sublime. Vedi quel che ne scrive B. CROCE, La
rivoluzione napoletana, p. 204 e sgg: (3 ) V. Cuoco, Saggio storico, VII, p.
41. (4 ) V. Cuoco, Saggio storico, VII, p. 42. 95 repubblicani, ora dobbiamo
osservare più particolar mente la politica governativa e la sua insufficienza.
La rivoluzione a Napoli, abbiamo detto, nasce come opinione, quindi passiva; la
corte finisce per renderla necessaria, sforzando il cammino storico della
nazione, suscitando vasti malcontenti in tutte le classi del po polo, ne'
signori e nella borghesia, perseguitando dotti filosofi ed economisti, un
giorno già vanto e decoro della corte stessa, nel popolo, intaccando gravemente
i suoi interessi. Vediamo quest'ultimo punto, il quale ci mo strerà pure
l'importanza che Vincenzo Cuoco dà all'ele mento economico nella storia e nella
politica. La storia per lui non è pura idea, come per gl’intellettualisti, che
finiscono per negarla, nè pura economia, come per i ma terialisti storici: la
storia è più complessa assai. « La storia si può suddividere in tante parti
quanti sono gli aspetti sotto de' quali gli avvenimenti umani si vo gliono
considerare » (1 ). Ogni scienza particolare ha una sua storia, ma quel che noi
consideriamo come la storia per eccellenza non s'esaurisce in alcuna ricerca
partico lare. Lo spirito è complesso pur nella sua unità, così com plessa è la
vita dei popoli, che è attività pratica e teore tica, prassi ed economia,
intelletto e fantasia. Onde lo storico deve tener conto di tutto, e di tutto
deve rendersi conto. Ma non anticipiamo ! Il Cuoco dà molta importanza
all'elemento economico, ma non esaurisce in esso il pro cesso storico, lo
sviluppo d'una nazione. Qual è la posi zione geografica, e di riflesso
economica, del regno di Napoli? Ove portano questo Stato i bisogni generali?
Qual'è quindi la direttiva più naturale della sua politica? Quando Napoleone
discende in Italia, la penisola è divisa in piccoli Stati, i quali uniti
avrebbero potuto opporre resistenza, disuniti era fatale che cadessero. Que sta
contingenza mostra quanto lo stato politico degli italiani sia infelice, senza
amor di patria e senza virtù militare. Di fronte al genio d’un gran capitano
tutte (1 ) V. Cuoco, Scritti vari, v. II, p. 31. 96 le barriere caddero come
scenari vecchi: gli austriaci furono messi in fuga, Venezia disparve colla sua
imbe cille oligarchia, la distruzione del governo teocratico del Pontefice non
costò che il volerla. Napoli sola per un complesso di cose poteva resistere. A
Napoli c'era un governo monarchico forte, che garantiva una maggiore
compattezza, una certa disciplina, un esercito, un po polo che bene o male
seguiva il suo sovrano, c'era un popolo, e dietro di esso una classe colta che
voleva stu diare e vivere. Tutto rendeva possibile l'esistenza felice della
monarchia, pur nel vortice che dilagava in Eu ropa. Non fu così: la politica
borbonica da qualche anno seguiva, e ora sotto la pressione napoleonica con
tinuò a seguire, l'andazzo antifrancese de' governi coa lizzati, ed urto in una
condizione di cose secolare e pro fondamente sentita dalle popolazioni
meridionali. Il regno di Napoli era per sua natura una potenza me diterranea.
Tutti i suoi interessi lo portavano ad una politica mediterranea, ad una
politica, vale a dire, il cui centro di sviluppo fosse il bacino del
Mediterraneo, ad un commercio con l ' Oriente, con Tunisi, con la Francia, con
la Spagna. Queste le esigenze del paese: la volontà della regina dominatrice
co' suoi favoriti della corte e del governo dispose diversamente. Lo Stato
diventò ligio all'Austria, potenza lontana, dalla quale il paese nulla aveva da
sperare e tutto da perdere, che finì anzi per coinvolgerlo in continue guerre.
Le cause di questo errore si riconducono ad uno di quei concetti, che nel Cuoco
sono alla base di tutto il suo pensiero: il disdegno di tutto ciò che è
straniero. L'ita lianismo del Cuoco, che si vuol porre di solito come mero
antifrancesismo, è, entro certi limiti, un po' xenofobismo. Egli vuol inoculare
agli italiani un sicuro orgoglio nazio nale, un vero bisogno d'essere
esclusivamente italiani. La rivoluzione napoletana, come in genere tutte le
rivoluzioni italiane del tempo, sono la negazione dell'italianismo, negazione,
che, notiamo, è cominciata da lungo tempo e si perpetua tra gli errori de'
governi e dei repubblicani. È un indirizzo mentale, che il Cuoco combatte
ovunque 97 lo trova. Egli non è antirivoluzionario, perchè critica i patrioti:
egli non è antiborbonico, sol perchè critica il go verno. La sua critica ha
origini più grandi: bisogna riguar darla quale espressione d'una mentalità
politico- giuridica più italiana, più grande che non tutti i sistemi che la ri
voluzione ha maturati, d'una mentalità politica, che si rivolge combattiva
ovunque vede la sua negazione. L'azione rivoluzionaria è una prassi
d'astrattismo fran cese: è naturale che Vincenzo Cuoco non ne condivida le
direttive.. La politica di Maria Carolina di Napoli e del suo favorito Acton è
poco napoletana, molto austriaca: è naturale che Cuoco alla luce delle sue idee
ne riveli le incongruenze e le manchevolezze. La pietra di paragone: l'Italia,
Napoli, il popolo e i suoi bisogni. Tutte le poli tiche, che astraggono da
questo elemento insuperabile, sono rovinose. Maria Carolina, salendo al trono
meridionale, dovea dimenticare di essere una tedesca, pensare di divenire
napoletana, se voleva divenire davvero regina di Napoli e cessare di essere una
principessa germanica. Volle in vece essere novatrice, cioè sforzare la
tradizione, gli usi, i costumi del nuovo ambiente, sviluppando una frivola
smania per ogni cosa estera, sia materiale, sia intellet tuale. Dalla moda per
il vestire si passò a quella per il costume e per i modi, si parlò francese od
inglese, e si ritenne poco obbrobrioso non sapere l'italiano; l'imita zione del
vestimento e delle lingue portò di conseguenza l'imitazione delle opinioni. «
La mania » ammonisce il « per le nazioni estere prima avvilisce, indi ammi
serisce, finalmente ruina una nazione, spegnendo in lei ogni amore per le cose
sue » (1 ). La stessa ineguaglianza in tutti i rami dell'ammi nistrazione.
Ovunque si navigava nell'astrazione. Chi potrebbe mai pensare la felicità e la
potenza, a cui un governo savio ed attivo, cioè nazionale, avrebbe potuto
portare il paese, sviluppando l'energia pubblica, ed esen Cuoco (1 ) V. Cuoco,
Saggio storico, V, p. 29. 7 -- tando il paese perciò dalla dipendenza
manifatturiera estera, proteggendo le arti, sviluppando il commercio ! Invece
no: non v'è provvedimento borbonico che non si possa rimproverare. « L'epoca in
cui giunse Acton era l'epoca degli utili progetti: qual progettista egli si
spac ciò e qual progettista fu accolto; ma i suoi progetti, ineseguibili o non
eseguiti o eseguiti male, divennero cagioni di nuove ruine, perchè cagioni di
nuove inutili spese » (1 ). Il Cuoco non fa distinzioni: il male è nella ra
dice, nella mentalità del tempo. Si spera in un ottimo assoluto, che è il
peggior nemico del bene, e si finisce per far male: si è miracolisti e si
riduce a terra ogni utile antica istituzione. Gli ordini antichi bene o male
assicuravano la vita civile: perchè distruggerli ab imo, anzi che rif marli?
Chi era Acton, chi era questo favorito, che voleva ! « Acton non conosceva nè
la nazione nè le cose. Voleva la marina, ed intanto non avevamo porti, senza
de' quali non vi è marina: non seppe nemmeno riattare quei di Baia e di
Brindisi, che la natura istessa avea formati, che un tempo erano stati celebri
e che poteano divenirlo di nuovo con piccolissima spesa, se, invece di seguire
il piano delle creature di Acton, si fosse seguito il piano dei romani, che era
quello della natura » (2 ). Un esempio della vacuità del favorito di Maria
Carolina. Napoli, dato che è un paese mediterraneo, aveva bisogni marinari. I
bar bareschi erano i suoi nemici diretti, i nemici dei suoi commerci, che con
le loro scorrerie finivano per rovinare. Occorreva proteggere le navi
mercantili, occorreva una flotta di piccole navi veloci e leggiere da opporre
alle navi da corsa. Acton volle provvedervi. Manco a farlo appo sta, la flotta
che fece costrurre, era composta di legni pesanti, da combattimento e non da
guerriglia. Io non posso indugiarmi su questo argomento, poi che il mio assunto
non è quello di dare la contenenza del (1 ) V. Cuoco, Saggio storico, VIII, p.
45. (2) V. Cuoco, Saggio storico, VIII, p. 46. 99 Saggio storico, ma di
tracciare un profilo ideale del pen siero di Vincenzo Cuoco nelle sue svariate
manifesta zioni, seguendo fin dove è possibile la cronologia delle opere del
molisano, tradendola ove essa complica lo sviluppo sistematico dello spirito.
Non mi indugierò quindi ad enumerare gli errori, l'atteggiamento del go verno
verso Napoleone, l'aggressione durante la sua as senza, la marcia di Mack, capo
dell'esercito borbonico, su Roma. Mack.... Se volete un ultimo esempio di
astrattismo, basta pensare al generale austriaco, al quale il governo di
Napoli'affidò le sue fortune. Cuoco non è un uomo di guerra, ma ha il buon
senso di cogliere il punto debole di duci della natura di Mack, inclini a
scambiare le loro idee con l'universo. La scienza militare è una scienza
positiva, scienza d'osservazioni particolari, che ripugnano, alle
schematizzazioni. Mack invece era la dottrina in per sona, ma faceva i piani a
tavolino, risalendo col pen siero ai princípi della sua scienza, senza
collaudarli con la realtà, che gli si parava dinanzi. « Vuoi conoscere » do
manda il Cuoco « a segni infallibili uno di questi capitani? Soffre pochissimo
la contradizione ed i consigli altrui: il criterio della verità è per lui, non
già la concordanza tra le sue idee e le cose, ma bensì tra le sue idee mede
sime. Prima dell'azione sono audacissimi, timidissimi dopo l'azione:
audacissimi, perchè non pensano che le cose pos san esser diverse dalle idee
loro; timidissimi, perchè, non avendo prevista questa diversità, non vi si
trovan pre parati. Affettano ne' loro discorsi estrema esattezza; ma questa è
inesattissima, perchè trascurano tutte le diffe renze che esistono nella natura
» (1 ). Simili uomini, come Acton e Mack, sono deleterii in ogni tempo, furono
rui nosi ai Borboni, in contingenze delicatissime. Date queste premesse, la
sconfitta, la fuga del re, l'in ganno della partenza, l'ingresso de' francesi
nella capi tale, il governo repubblicano, la proclamazione della Par (1 ) V.
Cuoco, Saggio storico, XII, p. 72. 100 tenopea ci appaiono necessari sviluppi
di tutti gli elementi, che abbiamo precedentemente analizzato. Ma la storia del
Cuoco procede con la stessa spietata critica, per cui l ' in dagine penetra
acuta negli avvenimenti e nelle determi nazioni umane, come il bisturì nel
corpo d'un paziente, e ne rivela i mali, ne appalesa gli errori. Ancora le
stesse deficienze, ancora la stessa visuale falsa. Repubblica e popolo sono due
cose distinte. Vediamo i due gruppi. Chi sono i repubblicani di Napoli? Sono
repubblicani tutti coloro che hanno beni e costume. L'aristocrazia, la borghesia,
la classe accademica, gli studenti, il clero an che alto, l'ufficialità dànno
il contingente maggiore dei patrioti: filosofi, finanzieri, giureconsulti,
vescovi, teologi, giornalisti, poeti. Nel moto del '99 non è davvero il pen
siero che manca. Ma basta l'idea a muovere i popoli, a sovvertire un ordine
secolare, a riformare ab imo gli istituti d'una nazione? Tra le file dei
repubblicani c'è, abbiam detto, quanto di meglio ha prodotto il mezzo giorno
d'Italia in tutti i rami dello scibile umano, ma non si può negare, che anche a
Napoli si sia prodotto quel fenomeno tipico di tutti i sovvertimenti,
l'arrivismo, la speculazione. Molti hanno la repubblica sulle labbra, pochi nel
cuore; molti l'esaltano, pochi la raffermano. Alcuni hanno voluto accusare il
Cuoco di parzialità, anzi di malvolere verso le nobili figure de ' martiri del
'99 (1). Ma il Cuoco è storico e non travisa ! Che meraviglia che accanto a
Pagano ci sia il faccendiere, accanto a Russo li procacciante, accanto a
Conforti il paglietta in cerca di clienti, accanto a Grimaldi il soldato che
vuol far car riera ! È la storia d'ogni giorno, più o meno triste, ma sempre
uguale. Il Cuoco del resto sa sollevare la testa e notare le grandi figure ed
eternarle. Questi repubblicani il molisano distingue in due gruppi: coloro che
vogliono più un cangiamento che un buon cangiamento, per pescare nel torbido,
coloro che in buona (1 ) Cfr. U. TRIA, op. cit., p. 158 e sgg. in Rassegna
critica della letteratura italiana, vol. VI, (1901); L. CONFORTI, op. cit., p.
21 e sgg. 101 fede vogliono imitare tutto dalla Francia; i furbi, in somma, e i
fantastici (1 ). Ma la virtù a Napoli è grande. Mentre in tutte le altre
rivoluzioni è l'elemento cattivo, che fa sorgere principi pessimi, qui vi sono
i princípi non buoni, che fanno cadere uomini buoni ed eletti. La memoria dello
storico s'in china dinanzi ai martiri del '99. I patrioti sono uomini colti,
superiori, il fior fiore della nazione: forse questa stessa loro origine è la
causa prima che li allontana, sele zionandoli, dalle masse, e quindi dalla
realtà d'ogni sana politica. Gli uomini sono buoni; i princípi che essi pro
fessano, gli ordini cattivi. La loro virtù è una virtù stoica, il loro spirito
romano, la loro morale superiore, troppo superiore a quella comune delle plebi:
quest ' è stata una delle cagioni della ruina (2 ). Uomini i patrioti
insufficienti tutti, nel giudizio sereno dello storico, a creare e a diri gere
uno Stato, grandi solo nella morte: la loro fine con sacra alla posterità la
loro sublime grandezza. Il Cuoco è davvero nella sua analisi uno scettico, e sa
esaltare l’eroi smo, come abbattere la falsa politica. Lo stesso uomo, che
enumera errori errori errori, è poi colui che con pa role degne di Tacito,
esaltatore delle ultime aristocra tiche virtù, descrive la difesa strenua degli
ultimi nuclei rivoluzionari dinanzi all'irrompere delle torme sanfedi ste, la
distruzione del forte di Vigliena, oppure la ca duta di Altamura. L'assedio di
Altamura, per esempio, è scolpito con una concisione ed una rapidità mirabili:
l'eroica disperata lotta rivive paurosa nella nostra fantasia. Il salto del
forte di Vigliena, la battaglia navale di Procida delle flot tiglie barcarecce
di Caracciolo contro le munite navi di Nelson mostrano un Cuoco, non solo
freddo analista, cri tico spietato d'errati metodi legislativi e costituzionali,
ma un Cuoco, direi, lirico e commosso, preso dal fascino delle figure eroiche,
che la storia suscita fra errori e de lusioni, onde ei può nel crollo della
sua, dico sua, repub (1 ) V. Cuoco, Saggio storico, XV, p. 84, nota. (2) V.
Cuoco, Saggio storico, XXXVI, p. 157. 102 blica esclamare esaltato: « Si sono
tanto ammirati i tre cento delle Termopili, perchè seppero morire; i nostri
fecero anche dippiù: seppero capitolare coll'inimico e salvarsi; seppero almeno
una volta far riconoscere la repubblica napoletana » (1 ). Ma lo spirito
politico di Vincenzo Cuoco non può non far risalire alla sventatezza,
all'impreparazione dei pa trioti la causa dello sfacelo; non può, esaltando
virtù e meriti, dimenticare l'insufficienza e la vacuità del me todo
legislativo, che doveva dar le norme direttive al nuovo ordine. Si è detto (2 )
che la storia del Cuoco non è scritta con un fine ben netto. No, il fine c'è:
la condanna spietata d'una mitologia costituzionale e filosofica, af finchè
l'Italia ritorni alla sua tradizione e non ricada sugli antichi errori. I saggi
sono inutili a produrre le ri voluzioni; i filosofi navigheranno sempre in
beate astra zioni, ma invano credono di poter muovere con i loro pensamenti i
popoli, poi che questi non si muovono che sotto l'urgenza di concreti bisogni.
A Napoli, come al trove, c'era un popolo: bisognava tenerne conto, inter
pretarne i desideri. I patrioti non ne fecero caso. Tutta la rovina della
repubblica s'impernia su questa incompren sione sociale. Il popolo, sappiamo, è
il grande, il solo agente delle rivoluzioni e delle controrivoluzioni (3 ).
Credere un moto rivoluzionario determinato dalla filosofia è una semplice
illusione, che solo i francesi potevano concepire. La rivo luzione deve parlare
ai sensi e alla fantasia, non solo all'intelletto, cioè alle plebi, e non solo
ai pensatori. A Napoli c'era un popolo, che in qualche modo aveva di che
lagnarsi della più recente opera de' Borboni: biso gnava farlo agire,
soddisfare i suoi desideri, cointeressarlo alla nuova ricostruzione, legarlo
allo Stato: allora solo, (1 ) V. Cuoco, Saggio storico, XLVIII, p. 188. (2 ) U.
TRIA, op. cit., p. 196, in Rassegna critica della lette ratura italiana, v. VI,
(1901 ). (3 ) V. Cuoco, Saggio storico, Prefazione, p. 5. 103 fatto ciò, la
repubblica poteva dirsi basata su un piedi stallo incrollabile. In una
rivoluzione è necessario il numero e l'idea. Le idee repubblicane si sarebbero
potute rendere popolari, ove si avesse voluto trarle dal fondo istesso della
nazione. Quando la rivoluzione scoppia, il popolo ondeggia tra le due fazioni,
i patrioti che vede padroni della capitale, il re che vede fuggire
ignominiosamente. È il momento ! Il popolo dubita della saggezza del sovrano,
della sua magnanimità, lo coglie in peccato di vigliaccheria, dubita, e chi
dubita condanna a metà. Si può rendere il popolo partecipe all'azione, invece
si fa di tutto per allontanarlo. « La nostra rivoluzione » scrive Cuoco «
essendo una rivo luzione passiva, l'unico mezzo di condurla a buon fine era
quello di guadagnare l'opinione del popolo » (1 ). Ma repubblicani e popolo
sembrano nonchè due classi, due popoli diversi per idee costumi lingua. I primi
sono fran cesizzanti; il secondo per natura tradizionalista, attac cato alle
sue istituzioni, ai suoi principi, alla sua reli gione, ai suoi pregiudizi. Tra
gli uni e gli altri c ' è un divario di due secoli di cultura e di storia. I
dirigenti invece prescindono da ogni elemento nativo, quell'ele mento che si
deve coltivare, essendo tutto nel popolo. Co loro, che sono ancora napoletani,
nota con amarezza lo storico, e che compongono il maggior numero, sono in
colti. Ritorniamo al solito concetto: la moda straniera è la causa di tutta la
rovina (2 ). « Le disgrazie de' popoli sono spesso le più evidenti
dimostrazioni delle più utili verità. Non si può mai gio vare alla patria se
non si ama, e non si può mai amare la patria se non si stima la nazione. Non
può mai esser libero quel popolo in cui la parte, che per la superiorità della
sua ragione è destinata dalla natura a governarlo, sia coll’autorità sia cogli
esempi, ha venduta la sua opi (1 ) V. Cuoco, Saggio storico, XVI, p. 90. (2) Il
giudizio cuochiano coincide col giudizio degli storici più recenti: vedi V.
FIORINI e F. LEMMI, op. cit., p. 104. 104 nione ad una nazione straniera: tutta
la nazione ha per duto allora la metà della sua indipendenza » (1 ). Mancava
alla rivoluzione l'orgoglio nazionale, che solo può salvare i popoli nelle loro
crisi. Si voleva imitare la Francia e si dimenticava Napoli, si obliava che la
gente meridionale avea una sua specifica natura diversa dalla natura delle
genti galliche. In Italia c'era un comunali smo, che in Francia non era mai
stato; a Napoli c'erano cento volghi diversi l'uno dall'altro, in Francia un
popolo compatto ed omogeneo. I repubblicani dovevano tener conto di ciò, e
trovare un interesse comune, che riunisse dirigenti e diretti, governanti e
governati. « Quando la nazione si fosse una volta riunita, invano tutte le
potenze della terra si sarebbero collegate contro di noi » (2 ). Il popolo non
è mai né borbonico nè sovversivo, nè nero nè rosso: « i popoli si riducono »
osserva con acutezza il nostro autore « a seguir quelli che loro offrono
maggiori beni sul momento » (3 ). Il popolo di Napoli così avrebbe seguito i
rivoluzionari, se questi gli avessero dato spe ranze di miglioramenti, avessero
intesi i suoi desideri, avessero rispettato gli istituti a cui era legato,
avessero riverito la religione dei suoi avi. « Che cosa è mai una rivoluzione
in un popolo? Tu vedrai mille teste, delle quali ciascuna ha pensieri,
interessi, disegni diversi dalle altre. Se a costoro si nta un capo che li
voglia riu nire, la riunione non seguirà giammai. Ma, se avviene che tutti
abbiano un interesse comune, allora seguirà la ri voluzione ed andrà avanti
solo per quell'oggetto che è comune a tutti » (1 ). Ma per fare ciò bisogna
andare cauti: non bisogna di struggere. Bene o male gli istituti esistenti
assicurano la convivenza, occorre riformarli, migliorarli, non ab batterli al
suolo: « il voler tutto riformare è lo stesso che voler tutto distruggere » (5
). (1 ) V. Cuoco, Saggio storico, XVI, p. 91. (2 ) U. Cuoco, Saggio storico,
XVI, p. 92. (3 ) V. Cuoco, Saggio storico, VII, p. 42. (4 ) V. Cuoco, Saggio
storico, XVII, p. 94. (5 ) Framm., p. 219. 105 Il popolo di Napoli, nota il
Cuoco, ha una sua religione. Osserviamo la natura di questa religione, e
vedremo che essa non ripugna ai principi della democrazia. « La reli gione
cristiana ridotta a poco a poco alla semplicità del Vangelo; riformate nel
clero le soverchie ricchezze di po chi e la quasi indecente miseria di molti;
diminuito il numero dei vescovati e dei benefici oziosi; tolte quelle cause che
oggi separan troppo gli ecclesiastici dal go verno e li rendono quasi indipendenti,
sempre indifferenti e spesso anche nemici, ecc. ecc.: è la religione che meglio
d'ogni altra si adatta ad una forma di governo moderato e liberale » (1 ). In
ciò il cristianesimo è assai diverso dal paganesimo, che, basandosi su un'idea
di forza, non può produrre che schiavi indocili e padroni tirannici. La no stra
religione si appoggia su princípi di libertà, su prin cípi di fratellanza, su
princípi di giustizia, e sembra quindi la più adatta per legare il popolo allo
Stato. La reli gione, nota il Cuoco ripetendo un pensiero del Conforti (2 ), è
un elemento insopprimibile nella vita dello spirito umano, dal quale quindi non
si può prescindere. « Non è ancora dimostrato che un popolo possa rimaner senza
religione: se voi non gliela date, se ne formerà una da sè stesso. Ma, quando
voi gliela date, allora formate una religione analoga al governo, ed ambedue
concorreranno al bene della nazione: se il popolo se la forma da sè, allora la
religione sarà indifferente al governo e talora nemica » (3 ). Questi i
concetti di Vincenzo Cuoco (4 ). Lo Stato deve avere una sua religione, ed
imporla: Stato e Chiesa nazionale debbono concorrere al benessere gene rale.
Princípi che meritano un superiore approfondi (1 ) V. Cuoco, Saggio storico,
XXV, p. 129 e sg. (2 ) Sulla posizione religiosa del Conforti in confronto al
Cuoco vedi B. LABANCA, Giambattista Vico e i suoi critici cat tolici, Napoli,
Pierro ed., 1898, p. 414 e sgg. (3) V. Cuoco, Saggio storico, XXV, p. 130. (4)
V. FIORINI e F. LEMMI, op. cit., p. 137. I due insigni storici concordano
pienamente col Cuoco nel ritenere che gli errori dei repubblicani in fatto di
religione hanno non poco influito ad allontanare il popolo dalla rivoluzione.
106 mento, che noi faremo in seguito: resta acquisito in tanto l'alto e moderno
ideale, che il molisano aveva della religione (1 ). La rivoluzione napoletana
fu la negazione di questi princípi. Sorse democratica, s'affermò anticlericale
e vi lipese l'alto valore etico della dottrina cristiana e catto lica, per
sostituirla con una generica morale laica. Si ab bandonò all'incomprensione dei
subalterni un problema grave, anzi gravissimo, come il problema religioso. « Il
po polo si stancò tra le tante opinioni contrarie degli agenti del governo, e
provò tanto maggiore odio contro i repub blicani, quanto che vedeva le
loro'operazioni essere effetti della sola loro volontà individuale. Il governo
in sostanza era agnostico, non conduceva ex professo una politica antireligiosa
ed anticlericale, ma lasciava fare, e gli emissari in provincia si sfogavano
contro i beni ec clesiastici o peggio contro il culto professato. Il popolo,
colpito in uno dei suoi più profondi affetti, s'affermò san fedista contro lo
Stato. È questo un episodio, ma certo il più saliente, dell'incomprensione tra
quelli, che Cuoco, nonchè due classi, due popoli volle chiamare, i repubbli
canti dirigenti e le popolazioni subordinate. Alla religione alcuni volevano
opporre una generica morale civile e laica. Si negava il cattolicesimo, si
affer mava di contro la libertà. Ma che cosa è la libertà, se non un mero
astratto? Chi chiedeva la libertà? Non certo quelle popolazioni rurali, che il
governo così bel lamente fraintendeva, « La libertà delle opinioni, l'abo
lizione de ' culti, l'esenzione dai pregiudizi, era chiesta (1 ) Nel Platone in
Italia (v. I, p. 84) ritornano spesso con: cetti consimili, indice della
mirabile armonia dell'ingegno di V. Cuoco: « Nelle città colte le leggi civili
debbono esser tutte diverse dai precetti di religione e di costumi: chiare,
precise, inesorabili. Ma sapete voi perchè? Perchè, quando si deb bono
riformare, il che avviene spessissimo, il popolo tien altri precetti da seguire.
Se il popolo allora si trovasse senza co stumi e senza religione, si
distruggerebbe per anarchia, prima di darvi il tempo necessario a riordinare le
leggi », (2) V. Cuoco, Saggio storico, XXV, p. 131. -107 da pochissimi, perchè
a pochissimi interessava » (1 ). L'er rore, ripeto, è nelle basamenta, in un
oblìo completo del popolo, nell'astrarsi ne'sublimi princípi per dimenticare la
vita e le sue molteplici manifestazioni. Eppure, ep pure, nota con rimpianto il
Cuoco, si poteva riuscire, si potevano sfruttare le forze ignote, ma
inesauribili del po polo, e creare così una insuperabile barriera al legittimi
smo borbonico. « Il popolo è un fanciullo » (2 ): se ne intendi la complessa
psicologia, lo porterai dove vuoi: basta che tu intuisca la sua natura. « Il
popolo è ordina riamente più saggio e più giusto di quello che si crede » (3 ).
Il talento del legislatore consiste nel sapere sfruttare que sto innato senso
di saggezza e di giustizia nelle più adatte contingenze, così da « menare il
popolo in modo che fac cia da sè quello che vorresti far tu » (4). Ovunque c'è
un male da riparare, un abuso da riformare, presentandosi come salvatore il
riformatore, che non distrugge per me todo, ma procede per osservazione
diretta, troverà sem pre il popolo che saprà seguirlo e rincorarlo. Il Cuoco
osserva acutamente che a volte il malcontento nasceva dal volersi fare talune
operazioni senz'appa renza, senza quelle solennità tipiche, che la plebe ama,
perchè sono nella tradizione. Si trattava di forma e non di sostanza. Ebbene, i
repubblicani preferivano urtare contro questi apparati, anzi che secondarli,
perdere l'ar rosto per non volere il fumo. La filosofia politica di Vincenzo
Cuoco a proposito della rivoluzione si concreta in una sola constatazione. «
Ecco tutto il segreto delle rivoluzioni: conoscere ciò che tutto il popolo
vuole, e farlo; egli allora vi seguirà: distinguere ciò che vuole il popolo da
ciò che vorreste voi, ed arre starvi tosto che il popolo più non vuole; egli
allora vi abbandonerebbe » (5 ). Una prassi rivoluzionaria, che si (1 ) V.
Cuoco, Saggio storico, XIX, p. 104. (2) V. Cuoco, Saggio storico, XIX, p. 106. (3
) V. Cuoco, Saggio storico, XIX, p. 108. (4) V. Cuoco, Saggio storico, XIX, p.
107. (5) V. Cuoco, Saggio storico, XVII, p. 95. 108 allontani da questo
elementare principio produce effetti incalcolabilmente gravi e perniciosi. « La
manìa di voler tutto riformare porta seco la controrivoluzione » (1 ). Le
rivoluzioni nascono dai bisogni, ma dietro i bisogni sono gli uomini, e gli
uomini sono idee, idee vive palpitanti, non astratte e categoriche, sono senso,
sono fantasia, sono religione, sono molte cose in uno. Ogni nazione ha un
patrimonio di idee, il risultato d'una esperienza secolare, d'una vita non
interrotta mai: essa è attaccata a questi princípi, vivi nella sua coscienza,
presenti alla sua atti vità. La rivoluzione scompiglia questo stato mentale, ma
è un errore credere che si possa distruggere tutto, far sottentrare alle idee
antiche idee del tutto nuove, ai princípi antichi princípi opposti. La
rivoluzione può so pire molte cose, ma esse, idee e princípi, si rifanno sulla
rivoluzione; come la pressione s'indebolisce, affiorano novellamente ne
contrasti. Il popolo è scosso, tentato ne' suoi convincimenti: se voi
esagerate, ritorna sui suoi passi. Anche nelle idee v'è uno spiegamento, una
natu rale continuità: non rompete il processo: è da savi: « il popolo passa per
gradi dalle antiche idee alle nuove, e sempre le nuove sono appoggiate alle
antiche » (2 ). Ogni nazione ha un suo spirito, una sua mente, dice Cuoco.
Questo spirito soggiace ad un processo, non al trimenti che lo spirito
individuale. L'estremismo poli tico, in qualsiasi suo aspetto, di destra o
sanfedista o legittimista, di sinistra o repubblicano o giacobino, riceve la
sua condanna nelle osservazioni del molisano. Le idee nel loro spiegamento non
possono essere sforzate, perchè, come ho detto, trovano nello stesso momento
della loro negazione un' implicita affermazione. L'estremismo, in sostanza, è
un vero e proprio sforzo estrinseco, che si esercita sullo spirito e sul popolo.
Le idee giunte allo estremo, debbono retrocedere. Si riforma più di quel che è
nelle esigenze de' popoli; il popolo crede le riforme su perflue, cerca di
sottrarvisici; bisogna che il governo, se (1 ) V. Cuoco, Saggio storico, XVII,
p. 96. (2 ) V. Cuoco, Saggio storico, XVII, p. 97. 109 vuol mantenere il suo
punto di vista, le faccia osservare con la forza: ecco come un malinteso
riformismo legi slativo conduce all'estremismo, al terrore statale, alla fine
della repubblica a Napoli, a Robespierre in Francia. « L'uomo è di tale natura,
che tutte le sue idee si can giano, tutt' i suoi affetti, giunti all'estremo,
s'indeboli scono e si estinguono: a forza di voler troppo esser libero, l'uomo
si stanca dello stesso sentimento di libertà » (1 ). I popoli hanno un corso
naturale tra l'estrema servitù e la licenza, estrema libertà, corso eterno che
tutte le genti percorrono ! I princípi non debbono correre innanzi alla storia,
sforzandola a seguirli, poi che essa si vendica de ' princípi ed afferma la sua
autonomia. La vendetta è nel sangue, nella reazione legittimista a Napoli, nella
ghigliottina che abbatte Robespierre a Parigi. Da un estremo si ricorre
all'altro, e così via, finchè non si ritrova l'equilibrio: il liberalismo
moderato. Il Cuoco è l'esponente più vivido del liberalismo italiano. La sua
figura si illu mina alla luce di questa idea liberale, grande sopra tutte le
idee, la quale ha saputo dare agli italiani l'Italia. Da tutto il Saggio
storico l'insopprimibilità del liberalismo, non come teoria, ma come prassi
costituzionale e politica, appare evidente. Non mi accusi il lettore di
sforzare la fisionomia intellettuale del Cuoco, no, poichè io mi rife risco a
ciò che leggo, e mi faccio cauto interprete di ciò che trovo, e documento. «
Questo è il corso ordinario di tutte le rivoluzioni. Per lungo tempo il popolo
si agita senza saper ove fermarsi: corre sempre agli estremi e non sa che la
felicità è nel mezzo » (2 ). Del resto queste opi nioni, che ora vediamo in
atto nella storia, che il”Cuoco fa degli avvenimenti napoletani, di cui fu
attore, spetta tore e giudice, rivedremo sotto un nuovo aspetto, allor quando
egli stesso ci dirà come e sino a quanto la storia, che si sviluppò dopo il
crollo della Partenopea, abbia dato a lui ragione, vale a dire allor quando
considere remo Cuoco di fronte alla figura di Napoleone, Cuoco di (1 ) V.
Cuoco, Saggio storico, XVIII, p. 99. (2 ) V. Cuoco, Saggio storico, XVIII, p.
102. 110 1 2.02 fronte al problema teorico e pratico, filosofico e costitu
zionale dello Stato, Cuoco di fronte all'ideale dell'unità della patria.
Notiamo: quest'atteggiamento di modera tismo cuochiano non è estrinseco, non è
solo il principio base della critica rivoluzionaria, è anche l'elemento
unificatore di tutta la filosofia politica del molisano, l'ele mento che le dà
coerenza, e che egli trova impersonato in Napoleone, il restauratore
dell'ordine, il corifeo delle idee medie. L'estremismo è esaltazione di
princípi: allo Stato si sostituisce la setta: all'ordine costituzionale
l'associa zione fuori e a volte contro lo Stato: al diritto codificato le norme
del partito. Moderatismo significa: libertà nella legge, i partiti nello Stato
e non fuori dallo Stato, diret tiva unitaria della vita civile, garanzia nel
diritto. Come il Cuoco vedrà incarnata e realizzata questa sua conce zione, è
cosa da studiarsi in seguito (1 ). La rivoluzione del '99, che per il Cuoco è
veramente l'esperienza del sistema abbozzato ne' Frammenti, nella stessa
degenerazione de' princípi, riconferma il nostro nelle sue aspirazioni. Egli,
che dalla storia trae ogni in segnamento – la storia è la fonte d'ogni
pedagogia poli litica scrive: « La storia di una rivoluzione non è tanto storià
dei fatti quanto delle idee » (2 ). Conoscere il corso delle idee nella storia
significa impadronirsi d'una tale sapienza, che ci permette di evitare ogni
errore poli tico. Gli errori di Napoli? Denudiamo la realtà dai fron zoli della
retorica, dice Cuoco, esponiamoli nella loro cru dezza, perchè gli uomini,
gl'italiani si ravvedano. A Napoli abbiamo avuto perfino un esperimento di
terrorismo. È mirabile la definizione psicologica del feno meno. « Il
terrorismo è il sistema di quegli uomini che vogliono dispensarsi dall'esser
diligenti e severi; che, non sapendo prevenire i delitti, amano punirli; che,
non sa pendo render gli uomini migliori, si tolgono l'imbarazzo (1 ) Questa
fondamentale coerenza del pensiero di V. Cuoco è stata più che a sufficienza
dimostrata da M. ROMANO, op. cit., p. 90 e sgg. (2 ) V. Cuoco, Saggio storico,
XXXVIII, p. 169. 111 che dànno i cattivi, distruggendo indistintamente cat tivi
e buoni. Il terrorismo lusinga l'orgoglio, perchè è più vicino all'impero;
lusinga la pigrizia naturale degli uomini, perchè è molto facile » (1 ). Il
Cuoco non lo dice, ma lo pensa: i governi deboli sono i più inclini all'abuso
costituzionale, al terrorismo di Stato. Tutte le considerazioni, che lo storico
trae dai fatti, convergono verso uno scioglimento, che ci appare fatal mente
consequenziario. L'estremismo terroristico, l'ultima ratio de' governi prossimi
a cadere, si mostrò più d'ogni altro sistema inutile. Il tribunale
rivoluzionario, che si macchid del sangue dei Baccher (2 ), non salvò la repub
blica pericolante. Stringiamo le fila della trama, che siamo venuti dise
gnando, portiamoci col pensiero di nuovo alla critica del l'opera governativa,
alla génesi della repubblica, all'azione legislativa e costituzionale dei
rivoluzionari, all'estremi smo di molti patrioti, e ci apparirà vero quanto il
nostro autore scrive sull'ineluttabilità dello scioglimento. La sto ria del
Cuoco corre, si può dire precipita, ad un fine. Non c'è avvenimento, pagina che
non ci ammonisca: ecco un male, ecco un malinteso ! Perciò quando noi ci avvici
niamo agli ultimi ruinosi eventi, non possiamo che dire: era fatale !, sia pure
con rimpianto, con dolore. Ho detto in principio che nel Saggio storico si nota
una mirabile obiettività, quell'obiettività del creatore, che sola può dare il
capolavoro; ho detto che la personalità dello scrittore non s'intrude mai
praticamente nello svi luppo narrativo e nel progresso degli avvenimenti: la
storia si svolge da sè, corre sul suo binario logico, senza estrinseci sforzi.
Ciò non toglie che il Cuoco a volte rompa con sublime sapienza l'esposizione
per ammonire, per parlare ai suoi posteri, per consigliare: è lo storico che è
consapevole della sua missione, dell'altezza del suo inse gnamento. Questa
pedagogia non è, però, fuori dall'arte, (1 ) V. Cuoco, Saggio storico, XXXVIII,
p. 160. (2 ) B. CROCE, La rivoluzione napoletana, p. 115 e sgg. 112 personalità
pratica esterna all'arte, ma si risolve, attra verso una viva commozione dello
spirito, in una forma fantasiosa, in una espressione immaginifica, insomma,
nell'arte stessa. « La sua personalità » scrive assai bene Guido De Ruggiero (1
) « non s'intrude arbitrariamente nel corso degli avvenimenti; essa non è che
raramente la sua empirica e circoscritta soggettività, è più spesso invece la
drammatica personificazione del giudizio storico, è quella soggettività
superiore dove l'oggettività degli av venimenti e la soggettività dello storico
sono fusi in un sol getto ». È insomma il processo creativo della vera storia,
che conduce alla vera arte, risolvendo l'empirica personalità, in quell'alta
subiettività, che forma l'essenza della storia e dell'arte. La forma
precettistica qui non è un elemento estrinseco alla storia, è la gran voce
della storia. La critica spietata degli avvenimenti politici lo porta ad
accalorarsi per la sua stessa valutazione filoso fica, lo porta a
constatazioni, ad esclamazioni, in cui tu senti a volte un rimpianto, perchè
uomini di ingegno s'ingolfano in lotte, che il nostro stima senza uscita, a
volte una gioia profonda, in cui tu senti il pensatore che discopre un
principio sano di vita. Così, dopo una disa mina minuta di idee e di fatti, il
Cuoco può ésclamare, e nell'esclamazione io sento un dolore profondo romper la
glacialità dell'analista: « Tutti i fatti ci conducono sem pre all'idea, la
quale dir si può fondamentale di questo Saggio: cioè che la prima norma fu
sbagliata, ed i mi gliori architetti non potevano innalzar edificio che fosse
durevole » (2 ). Le premesse dello scioglimento sono d'ordine spirituale, sono
metodologiche, politiche. I susseguenti errori, mili tari, giuridici,
religiosi, le disfatte, le congiure realiste appaiono inevitabili. Le truppe
repubblicane agiscono in territori infidi, fra popolazioni ostili; i capi sono
ine sperti, troppo giovani; i francesi portano aiuti sempre più (1 ) G. DE
RUGGIERO, op. cit., p. 189. (2 ) V. Cuoco, Saggio storico, XXXIX, p. 163. 113
scarsi; al contrario i borbonici sono ben diretti, ben vet tovagliati, sempre
più numerosi; le plebi sempre più fa vorevoli ad essi: sono particolari, ma che
non possono distogliere il pensiero dal principio sopra espresso, sola ed unica
causa della sciagura. Il disastro appare la logica cruda conseguenza di
premesse false. Tutto il Saggio ci porta in un mondo di rivoluzione, ove la
critica è cruda e precisa, ma ove la simpatia umana non manca. Vincenzo Cuoco
possiamo credere che rappresenti nel pensiero italiano quella medesima
posizione ideale che Edmund Burke rappresenta in quello inglese. Un raf fronto
minuto, particolareggiato tra i due scrittori non è stato fatto. Esso
riuscirebbe assai interessante, e po trebbe dimostrare come in ogni lato della
vecchia Eu ropa l'opposizione alla rivoluzione si faccia in nome d'un ritorno
alla tradizione nazionale. Il liberale moderato Cuoco è il rappresentante
tipico dell'italianismo risor gente: il Burke whig, cioè in sostanza liberale,
non crede ancora esaurita la missione delle antiche classi storiche, almeno
nella vecchia Inghilterra. È facile vedere alcuni punti di contatto tra i due
scrittori d'opposizione. Fre quentemente il Cuoco deplora l'esagerazione dei
princípi di libertà e d'eguaglianza. Gli uomini, se, di diritto, dinanzi alla
legge, sono uguali, serbano una originaria disugua glianza nel fatto: vi sono i
buoni e i cattivi, gli operosi e i parassiti, i borghesi industriosi e i
lazzaroni oziosi, gli aristocratici colti e gli aristocratici gaudenti: il
governo dello Stato deve essere riserbato ai migliori, cioè ai bor ghesi, e lo
vedremo documentato in seguito, poi che questi soli sono maturi. « Quando le
pretensioni di eguaglianza si spingono oltre il confine del diritto, la causa
della libertà diventa la causa degli scellerati. La legge, diceva Cicerone, non
distingue più i patrizi dai plebei: perchè dunque vi sono ancora dissensioni
tra i plebei ed i pa trizi? Perchè vi sono ancora e vi saranno sempre, i pochi
e i moiti: pochi ricchi e molti.poveri, pochi indu striosi e moltissimi
scioperati, pochissimi savi e moltissimi stolti » (.1 ). Se diamo una scorsa ai
Discorsi parlamentari o alle Riflessioni sulla rivoluzione francese del Burke
scaturi scono osservazioni assai consimili, nel senso, che pur am mettendo
liberalmente una rotazione di classi, il politico inglese crede ad un ordine
sociale, in cui l'aristocrazia d'Inghilterra ha ancora una sua propria missione.
Certo vi sono differenze tra i due scrittori, ma le analogie sono sempre
interessanti. S'intende, l'aristocrazia politica del Burke, il lievito, possiam
dire, della grande vita costituzio nale d'Inghilterra è qualche cosa di diverso
dalla nobiltà italiana, con la quale parola il molisano indica « un ceto che
più non deve esistere, ma che ha esistito finora » (2 ). Ma le nazioni hanno
svolgimenti diversi e bisogni spesso opposti: quel, che nell’un paese si chiama
con lo stesso nome che nell'altro, a volte è una cosa sostanzialmente diversa,
secondo varî elementi. Ma non posso lasciare questo argomento senza notare come
lo stesso Burke nelle sue Riflessioni sulla rivoluzione francese si rifaccia ad
una valutazione, nella sua natura, simile a quella del Cuoco. Il liberale Burke
nella rivoluzione d'Oltre manica vede la negazione del suo moderatismo, una ri
voluzione, che prescinde dalle realtà peculiari d’un po polo, quale l'inglese,
la cui vita è un esempio dimirabile continuità politica, una rivoluzione che
pretende di struggere il passato, anche laddove il passato è il presup posto
d’un non disprezzabile presente; uno Stato, che rigetta alcune classi per
altre, invece di sintetizzarle in una volontà superiore ed unica; uno Stato,
che rigetta elementi sociali di primissimo ordine, senza pensare che si possano
utilizzare per la vita civile, perché hanno ancora energia e sopra tutto hanno
quell'esperienza pub blica, che ad altri manca. All'inglese, per cui la vita
civile dei popoli è un prodotto graduale d'una evoluzione storica
incancellabile, per cui la costituzione de' padri è una conquista continua,
nell'aderenza più completa coi (1 ) V. Cuoco, Saggio storico, XVIII, p. 100. (2
) V. Cuoco, Saggio storico, XX, p. 109. 115 n mille bisogni d'un popolo
secolare, la nuova pretesa di derivare un ordinamento democratico, valido per
tutte le genti del globo, desumendolo dalla pura ragione, appare veramente
ridicola. Mi sembra che il parallelo tra il Cuoco e il Burke non potrebbe
essere più calzante, sia pure tra numerose differenze. Il Burke è un oratore,
un parlamen tare, pratico e sensibile politico, che non risale mai a con
siderazioni superiori, pur quando la sua critica potrebbe coinvolgere non solo
la mentalità rivoluzionaria francese, ma una mentalità, che è di tutti i tempi
e di tutti i paesi. Il Cuoco invece, testa politica ma di volo più robusto, dai
particolari ascende ai princípi, dai fatti ritorna alle idee, che hanno un
corso eterno ed uno sviluppo continuo, per foggiare un suo sistema, che, collaudato
da una espe- ' rienza moderna ed antica, ha in sè qualcosa di ferreo. Sì, il
Cuoco si può raffrontare al Burke, ma il Saggio storico 1 « è un'opera capitale
di pensiero storico, la quale, come osserva B. Croce (1 ), tiene in certo modo
in Italia, e forse con maggiore altezza filosofica le celebri Riflessioni sulla
rivoluzione francese », non fosse altro per la vastità del campo
d'osservazione, per il senso vigile, che vi do mina, della storia, come eterno
farsi, come eterno divenire dello spirito umano. Della maggiore levatura del
moli sano sull'inglese noi abbiamo una prova sicura e positiva
nell'atteggiamento definito di fronte alla rivoluzione: il Burke da una critica
superiore passa presto all'op posizione sistematica, vedendo pura ribellione,
mero ri voluzionarismo, semplice neomania, anche ove vè sano liberalismo,
desiderio d'un nuovo pacifico equilibrio, rifor mismo contenuto entro limiti di
saggezza, sicchè i benefici effetti del movimento gli sfuggono: il Cuoco,
invece, rico nosce le origini delle rivoluzioni come legittime, e le spiega
completamente; nega, sì, l'applicazione universale dei princípi da essa
desunti, ma, nello stesso tempo, sa va lutare l'importanza della nuova
situazione creatasi, dalla (1) B. CROCE, Storia della storiografia italiana nel
secolo XIX, Bari, Laterza ed., 1921, v. I, p. 9 e sgg. 1 116 quale nessun
paese, nè l'Italia, nè l'Inghilterra, può prescindere (1 ). Siamo giunti alla
fine del nostro discorso sul Saggio storico. Come quest'opera sia nata, dal
punto di vista materiale, ove sia stata scritta, come sia stata concretata, a
noi importa assai poco. L'esame che ne abbiamo fatto non può non essere
sommario, incuneato com'è in un più vasto problema: il pensiero politico di
Vincenzo Cuoco, che non si esaurisce, come comunemente si crede, nel Saggio, ma
trova il suo naturale sviluppo e comple mento negli articoli del Giornale
italiano, che il molisano venne scrivendo negli anni 1804-1806, dopo il grande
successo che ebbe il Saggio nell'ambiente milanese (2 ). Il Saggio storico, per
chi ricerchi la sua genesi spirituale, si svolge spontaneamente dai Frammenti
di lettere a V. Russo, de cui principi è la riprova vissuta, l'espe rienza. Se
la rivoluzione di Napoli ha avuto una utilità, è questa: il foggiarsi d'una
coscienza italiana, che all'estre mismo e all'astrattismo oppone una veduta
moderna e positiva della vita pubblica. Nel Saggio, abbiamo detto, dette (1 )
Conobbe il Cuoco quando scrisse il Saggio storico sulla ri voluzione napoletana
le Reflections on the French Revolution di Edmund Burke? Con ogni probabilità,
sì. Le sopra Reflections furono pubblicate per la prima volta neil' ottobre del
1790, vale a dire dieci e più anni prima dell'opera del no stro. Nel Saggio
stesso vi è una nota in cui il nome del Burke spicca evidente e col nome un suo
giudizio (II, p. 18 ). Il Cuoco conosce assai bene i princípi costituzionali
inglesi e ne fa sfoggio nelle sue opere. Il popolo inglese lo interessa assai,
e le scritture d'autori inglesi ha spesso fra le mani e le recensisce nel
Giornale italiano (cfr. 1804, n. 17, 8 febbraio, p. 68; -1804, n. 28, 5 marzo,
pp. 111-12; 1804, n. 54, 5 maggio, pp. 215-216; 1804, n. 58, 12 maggio, p. 228;
ecc. ). Che l'opera del Burke, V. Cuoco conoscesse assai profondamente, lo
dimostra una re censione (cfr. Giorn. ital., 22 settembre 1804, n. 114, p. 446),
ove egli discorre abbondantemente e fa un largo elogio di una traduzione
italiana d'una opera estetica del celebre autore in glese, Essay on the Sublime
and Beautiful, Tutto ciò mostra una conoscenza delle cose d'oltre Manica assai
profonda, prima e dopo la pubblicazione del Saggio. (2 ) N. RUGGIERI, op. cit.,
p. 34: G. Cogo, op. cit., p. 10. 117 non è tutto il Cuoco, non è tutto il suo
pensiero politico, ma è certo quanto di meglio abbia prodotto il suo genio, dal
punto -di vista artistico. Il Gentile, giudice di alto valore, crede il
Rapporto al re Murat per l'ordinamento della pubblica istruzione, di cui avremo
a parlare in seguito, quando tratteremo d'altri atteggiamenti spirituali del
Cuoco, crede dunque il Rapporto, insieme con il Saggio storico, « ciò che di
più notevole produsse il pensiero napoletano in quegli anni agitati tra il '99
e il '20 » (1 ). Ma ciò riguarda più il valore politico dell'opera, di cui
diciamo, piuttosto che il valore artistico. Dal punto di vista puramente
storico, dal 1801 in poi gli scrittori hanno cercato in varî modi di far luce
sugli avvenimenti napoletani, ma le conclu sioni, alle quali si è pervenuto,
sono sostanzialmente quelle del nostro autore (2 ). Sembra impossibile che un
individuo, che, come il Cuoco, scrive pochi mesi dopo la sciagura, di cui è
stato egli non piccola parte, possa superare i fatti stessi e la sua per sonale
passionalità, in una lucida espressione artistica, che di converso è anche una
mirabile storia umana. Lo storico si leva sugli avvenimenti, e il suo sguardo
pene tra a fondo nello spirito degli uomini e nel corso delle cose, allargando
la sua visuale dai fenomeni particolari ai princípi che sono eterni, dal
problema peculiarmente napoletano a questioni che sono europee, a considera
zioni più largamente umane. L'artista poi trova l'espressione più adeguata e
palpi-. tante in una forma, che non si sa se più ammirare per la sua immediata
precisione o per la sua sinteticità taci (1 ) G. GENTILE, Studi vichiani, p.
279. (2 ) Un'offensiva anticuochiana tenta L. CONFORTI, op. cit., P: 21 e sgg.,
ma da un punto di vista assolutamente errato é falso. Dopo quanto abbiamo
scritto per il Tria una confuta zione delle affermazioni del Conforti ci appare
inutile, anche perchè non potremmo che ripetere ciò che già fu detto dal
RUGGIERI, op. cit., p. 104 e sgg., e dal ROMANO, op. cit., p. 99. 118 tiana, a
scatti, nervosa, e pur viva e palpitante (1 ). In un mondo di riflessi e di
chiaroscuri, di luci e di ombre, le figure dei tragici eroi del '99 appariscono
scolpite per l'eternità, appaiono martellate nel marmo da una mano
michelangiolesca. Io non conosco pagina di storico mo derno, che mi animi la trista
figura del Vanni, bieco stru (1 ) Anche qui non mancarono i critici. Il
GIORDANI, per esempio, in un abbozzo di opera, che aveva intenzione di scri
vere col titolo di Studi degli Italiani nel secolo XVIII, discor. rendo di
quelli che « sono venuti in tanta stoltizia che hanno fermato non esservi arte
alcuna di scrivere », osserva che in vece: « l'esperienza e la ragione e
l'autorità de' primicomprova che vi è: ed è fra tutte difficilissima: e ben lo
notò Cicerone che pur futra’ principali. Ma dovette credersi più savio ed
esperto di Cicerone quel Vincenzo Cuoco che scrisse non darsi arte di scrivere,
e quello che in poche parole affermò, ben con troppe carte, quanto a sè,
confermò ». (Scritti editi e postumi, pubblicati da A. Gusalli, Milano, Borroni
e Scotti, 1856, v. I, p. 187 e sgg). Giudizio addirittura stroncatorio ! Del
resto l'ar tifizioso Giordani per la sua cultura accademica, per la sua
mentalità scolastica era il meno adatto ad intendere la spon taneità geniale
dello scultore del Saggio. Ben altro giudizio di quello del Giordani dovea dare
di V. Cuoco il Manzoni, per esempio ! Forse per reazione al Giordani il
SETTEMBRINI (op. cit., v. III, p. 280) nella sua felice esaltazione del Saggio,
come opera di pensiero, in cui il Cuoco, pur narrando i fatti da pa triota, «
li considera da filosofo, e la sua filosofia non è tutta francese, ma è anche
senno italiano, è la sapienza storica di Giambattista Vico e di Mario Pagano »,
venendo quindi a dire della lingua della grande opera, « nella quale si sente
il mesco lamento di due popoli », il francese e l'italiano, prorompe: « Che
importa a me di lingua non pura e di francesismi, se io non me ne accorgo
perchè le cose che dice mi occupano tutta l'anima, e in quella lingua torbida
io vedo e sento tutto quel torbido rimescolamento diuomini e di cose? È la
lingua stessa del Filangieri, del Beccaria, del Verri, con qualche cosa di più
che viene da un profondo sentimento di dolore. Dopo il 1815 i grammatici s'
intabaccarono con la Polizia e con l' Indice, e dissero che gli scrittori del
tempo della Rivoluzione furono scorretti di lingua, anzi barbari, anzi senza
italianità, e da non leggersi, e da dimenticarsi: e così Vincenzo Cuoco fra gli
altri fu proscritto da tutte le potestà. Noi dobbiamo conoscere quest'uomo che
fu il solo scrittore di pregio che i napoletani ebbero durante la rivoluzione,
il solo che in sè stesso raccoglie il senno e la fortuna di un regno ». 119
mento borbonico di reazione, con tratti così rudi ed espres sivi, come quelli
dello scrittore civitese. « Lo sguardo di Vanni era sempre riconcentrato in sè
stesso; il colore del volto pallido- cinereo, come suole essere il colore degli
uomini atroci; il suo passo irregolare e quasi a salti, il passo insomma della
tigre: tutte le sue azioni tendevano a sbalordire ed atterrire gli altri; tutt'
i suoi affetti at terrivano e sbalordivano lui stesso. Non ha potuto abitar più
di un anno in una stessa casa, ed in ogni casa abitava al modo che narrasi de '
signorotti di Fera e di Agrigento. Ecco l'uomo che dovea salvare il Regno ! » (1
). V’è in questa prosa lucida e insieme aderente alla realtà dello spirito,
tutta l'eloquenza di Livio, tutta la concentrata possanza di Tacito, v'è la
acutezza di Ma chiavelli, l'oscura densità di Vico. Una parola scolpisce un
individuo, una immagine ci rende un uomo. « Schipani rassomiglia Cleone di
Atene e Santerre di Parigi. Ripieno del più caldo zelo per la rivoluzione,
attissimo a far sulle scene il protagonista d'una tragedia di Bruto, fu eletto
comandante di una spedizione desti nata passar nelle Calabrie, cioè nella due
provincie le più difficili a ridursi ed a governarsi, per l'asprezza dei siti e
per il carattere degli abitanti. Non avea seco che ottocento uomini, ma essi
erano tutti valorosi e di poco inferiori di numero alla forza nemica » (2 ).
Ecco come un raffronto, anzi due raffronti ci dànno il tipo dell'eroe gia
cobino, pieno di pseudo-romanità teatrale, e perciò lon tano dal secolo, in cui
vive ed opera. Dovrei continuare.... Caracciolo e la battaglia navale di
Procida, la difesa del forte di Vigliena sono nella narrazione del Cuoco poche
righe, ma s'imprimono indelebilmente nella memoria di chi legge e suscitano una
larga fantasia. Le pagine che lo scrittore dedica alla reazione sanfe dista e
alla caduta della repubblica fanno fremere. Chi non ricorda il combattimento
intorno ad Altamura? (1 ) V. Cuoco, Saggio storico, VI, p. 35. (2) V. Cuoco,
Saggio storico, XXXIII, p. 150, 120 « Il disegno di Ruffo era di penetrar nella
Puglia. Al tamura formava un ostacolo a questo disegno. Ruffo l'assedia;
Altamura si difende. Per ritrovare esempi di difesa più ostinata, bisogna
ricorrere ai tempi della storia antica. Ma Altamura non avea munizioni bastanti
a di fendersi; impiegarono i suoi abitanti i ferri delle loro case, le pietre,
finanche la moneta convertirono in uso di mi traglia; ma finalmente dovettero
cedere. Ruffo prese Altamura di assalto, giacchè gli abitanti ricusarono sem
pre di capitolare; e, dove prima nelle altre sue vittorie avea usato apparente
moderazione, in Altamura, sicuro già da tutte le parti, stanco di guadagnar gli
animi che potea ormai vincere, volle dare un esempio di terrore. Il sacco di
Altamura era stato promesso ai suoi soldati: la città fu abbandonata al loro
furore; non fu perdonato nè al sesso nè all'età. Accresceva il furore dei
soldati la nobile ostinazione degli abitanti, i quali, in faccia ad un nemico
vincitore, col coltello alla gola, gridavano tutta via: Viva la repubblica !
Altamura non fu che un mucchio di ceneri e di cadaveri intrisi di sangue » (1 ).
Ma ove il Cuoco raggiunge le vette dell'eloquenza, e la sua espressione è
cristallina, d'una cristallinità meravi gliosa, è nelle pagine da lui dedicate
alla ricordanza dei grandi caduti, ai mani grandi di Cirillo, di Grimaldi, di
Caracciolo, di; Carafa, di Conforti, della Fonseca. Alle volte è un episodio
che lo scrittore riferisce, un aneddoto, una parola pronunziata: basta, una
figura s'illumina. Io non so, ma, forse, non c'è biografia dell'autore dei
Saggi politici che valga le poche righe, che Vincenzo, discepolo riverente,
dedica al maestro immortale. « Pa gano Francesco Mario. Il suo nome vale un
elogio. Il suo Processo criminale è tradotto in tutte le lingue, ed è ancora
uno delli migliori libri che si abbia su tale oggetto. Nella carriera sublime
della storia eterna del genere umano voi non rinvenite che l'orme di Pagano, (1
) V. Cuoco, Saggio storico, XLV, p. 183. 121 che vi possano servir di guida per
raggiugnere i voli di Vico » (1 ). V'è una grandezza degna di Machiavelli.
Insomma il Saggio storico non è solo un monumento di sapienza politica e di
grande istoria, ma è ancora un capolavoro d'arte, forse la più grande opera di
prosa italiana, che dal Machiavelli al Manzoni si sia scritta. I protagonisti
del dramma, e il poeta li coglie in atto, in tutta la loro spiritualità,
illuminati da una luce di pen siero, possono sembrare ad alcuno marionette
agitate da un triste fato. Non è così ! Gli uomini determinano gli eventi, sono
gli operatori della vita civile, dell'orribile rivoluzione; sono essi stessi,
poi, che cadono sotto il peso dei loro errori. La loro autonomia così è salva.
La storia del Cuoco è storia di idee, da cui uomini potrebbero ban dirsi ed
essere sostituiti con lettere dell'alfabeto, X, Y, 2.... Sì, è vero, poichè
l'autore mira alle cose, agli interessi, ai bisogni; ma non dimentichiamo che i
bisogni, gli inte ressi, le cose, sono in quanto vi sono gli uomini: il Cuoco
politico, che scaccia la personalità dalla storia, è vinto dal Cuoco artista,
che a tratti nervosi ed icastici scolpisce una figura, anima una creatura
umana. Lo storico ab- · braccia un vasto quadro, e ricerca il corso eterno di
quelle idee, sulle quali corrono gli eventi delle nazioni, e per lui gli uomini
sono elementi particolari e transeunti, meteore, che oggi sono e domani non saranno:
l'artista, integrando lo storico, anima gli uomini, e di essi e del loro
spirito vede piena la vita, di cui essi stessi sono i fattori. Tra storico ed
artista, insomma, c'è una supe riore armonia. « Il realismo della
rappresentazione, la nettezza del [ contorno » scrive Giovanni Gentile « il
rilievo delle figure, la luce di tutto il quadro » fanno del Saggio « una delle
maggiori opere storiche di tutte le letterature. Gli uo mini ci vivono ntro con
la vita individuale della loro psicologia, intuita in atto, e con la vita
storica, e più vera, degli interessi che rappresentarono, delle idee onde (1 )
V. Cuoco, Saggio storico, L, p. 208. 122 furon investiti, della logica che li governd.
Pochi i nomi, e le figure appena abbozzate a tratti rapidi, scultorii, quasi
danteschi: l'interesse dello scrittore è per l'in sieme, per le cose, come ei
diceva, e per le idee, da cui gl'individui son dominati, e che giovano più all'
istru zione di chi legge. Pure, dove sorgono quelle mozze figure, è tanto il
sentimento che lo scrittore vi spira dentro, e così fosca la luce in cui le
avvolge, che l'opera politica, più che storica, s'anima del patos d'una
tragedia » (1 ). Questo giudizio riecheggia con maggior precisione il giu
dizio, che sul capolavoro cuochiano ebbe ad esprimere Luigi Settembrini (2 ).
Il De Sanctis conobbe il Cuoco; se pur non integralmente, conobbe certo il
Saggio storico e il Platone in Italia, ma in lui non vide il maggior pro satore
dell'èra napoleonica; non vide che un mero disce polo di Giambattista Vico. Del
resto ai critici come ai poeti non possiam chiedere più di quel che ci hanno
dato, quando quel che ci hanno dato, ed è il caso di Francesco De Sanctis, è
perfetto. (1 ) G. GENTILE, Studi vichiani, p. 351 e sg. (2 ) Luigi SETTEMBRINI.
Napoleone e la sua politica generale. L'antifrancesismo di Cuoco: reazione
italiana. - Il prin cipio monarchico s'incarna in Napoleone. - I benefici della
rivoluzione. - La borghesia. - La proprietà base del nuovo ordine civile. -
Quarto stato: proletariato. - Milizia. - Liberismo e protezionismo economico. –
Lo Stato napoleonico. - L'unità d'Italia in rapporto alla politica generale
europea. - Anglofobia di Cuoco. Stato e religione. - Giurisdizionalismo. Una
illazione, forse fuori di posto, che si suole trarre dall'atteggiamento di
Vincenzo Cuoco di fronte alla rivo luzione di Francia e al giacobinismo
napoletano, è quella di un vero e proprio suo antifrancesismo. Paul Hazard nel
suo bel libro La révolution française et les lettres ita liennes, parlando del
molisano, al quale egli dedica un buon capitolo, che io credo una delle cose
migliori che sul nostro sia stata scritta, ponendo in rilievo la sua op
posizione all'astrattismo giacobino, accenna non solo ad una reazione culturale
dell'italianismo, e fin qui tutto è legittimo, ma crede di poter rinvenire una
vera e pro pria opposizione di natura politica (1 ). È un punto non solo
storicamente importante, ma anche degno di di (1 ) P: HAZARD, op. 218 e sg. 124
scussione per intendere un nostro giudizio sul Cuoco, che abbiamo detto essere
assai coerente nel suo sviluppo spirituale, affermazione e giudizio, che ora —
è venuto il tempo dobbiamo dimostrare, per respingere, di ri flesso, la taccia,
che all'autore del Saggio è gettata di opportunismo e di particolarismo. Solo
risolvendo questo problema, potremo intendere la situazione del Cuoco a Napoli,
la sua visione generale della politica repubblicana e poi di quella
napoleonica, la sua concezione dello Stato, la sua risoluzione d'un antico
problema, i rapporti tra Stato e Chiesa, tutte questioni che formano la materia
del presente capitolo. La critica, che il Cuoco fa della rivoluzione francese -
astrattismo, esaltazione di princípi, democratizzazione universale – non è solo
critica metodologica e filosofica, ma anche critica politica. Che cosa egli
vede nei francesi? Nei francesi vede un popolo, il quale tende a sostituire il
proprio spirito, la propria natura, la propria tradizione allo spirito, alla
natura, alla tradizione nostra. L'opera cuochiana, vista nel suo complesso, è
dunque una reazione al francesismo dilagante in nome della cultura e delle
glorie italiane, in nome della nostra storia: ben ha fatto l' Hazard, allorchè,
sia pure con qualche esagerazione propria della dimostrazione assunta, ha
impersonata que sta cultura, questa gloria, questa storia proprio in Vin cenzo
Cuoco. Tutto l'atteggiamento mentale di Vincenzo è diffidenza contro i francesi
e contro coloro che credettero di po tere imporre senza difficoltà gl'
immortali princípi con le baionette. Il Saggio storico, che il critico francese
de finisce l'esame di coscienza del popolo italiano, è infine la denunzia
documentata di un sistema che non va; è la critica senza tregua di un ibridismo
politico che la realtà smentisce. La documentazione non potrebbe es sere più
sicura e più ricca. E il modo questo di porta la libertà, l'uguaglianza, la
fraternità? di farsi amare dalle popolazioni illuse? Il popolo italiano, sembra
dire il Cuoco, che aspetta l'indipendenza, e fors'anche l'unità, dall'opera
altrui, s'adagia in una troppo beata attesa di 125 ciò che non sarà mai. La
libertà, l'unificazione, l'indi pendenza occorre sapersele conquistare
attraverso un'o pera lunga indefessa grave. Bisogna rendersi degni di miglior
fortuna, e però bisogna rendersi prima spiritual mente migliori: divenire prima
cittadini in ispirito della gran patria Italia per poi esserlo di fatto.
Attendere la libertà come un dono dagli altri? Ohimè ! La libertà, prima di
essere libertà civile, è libertà di pensiero, auto nomia di cultura. Possiamo
mai essere liberi noi, che prima di essere italiani, vogliamo essere francesi,
noi che nelle cose più banali e più grandi, nella foggia del vestire e
nell'ordinamento costituzionale, ci allontaniamo sempre più dalla nostra natura
per acquistarne un'altra estrin seca? Le nazioni hanno un corso che è unitario
e lineare, perchè determinato da un primitivo impulso, che costi tuisce il
fondo materiale e morale della loro vita. « Una nazione che si sviluppa da sè
acquista una civiltà eguale in tutte le sue parti, e la coltura diventa un bene
generale della nazione » (1 ). Ecco quindi come l'elemento cultu rale si lega
intimamente alle fortune politiche di un paese. Una nazione, che imita un'altra,
perde ogni com pattezza, ogni omogeneità, ogni ideale coerenza, e non può che
restare inferiore al modello, che ha dinanzi, senza considerare che la perdita
dell'unità spirituale porta seco fatalmente la perdita dell'unità politica, se
questa già c'è, ' o ritarda la sua formazione, se questa manca. « Non può mai
esser libero » ammonisce il Cuoco « quel popolo in cui la parte che per la
superiorità della sua ra gione è destinata dalla natura a governarlo, sia
coll’auto rità sia cogli esempi, ha venduta la sua opinione ad una nazione
straniera: tutta la nazione ha perduta allora la metà della sua indipendenza » (2
). A ciò bisogna aggiungere considerazioni d'altra natura. Il Cuoco nel suo
stesso fondo culturale è antirepubblicano, antirepubblicano per princípi, che
trascendono la sua stessa esperienza politica, la sua prassi civile. Ci obiet (1
) V. Cuoco, Saggio storico, XVI, p. 90, nota. (2 ) V. Cuoco, Saggio storico,
XVI, p. 91. 126 teranno: ma la sua partecipazione al moto del '99, par
tecipazione (1 ) che oggi al lume della critica storica appare più importante
che per l'innanzi non fosse sem brato, come si spiega? È dovere del buon
cittadino ser vire la patria, qualunque sia la forma di governo, qua lunque sia
il suo reggimento politico. Senza dimenticare che tra i Borbonici malversatori
e le nobili figure re pubblicane di Cirillo, di Pagano e di Ciaia Cuoco sapeva
fare le opportune distinzioni. Io credo che l'opposizione antirepubblicana e
antigia cobina del Cuoco derivi da veri e propri princípi filoso fici, oltre
che da pura ostilità pratica, che potrebbe anche essere un fenomeno transeunte.
Nei Frammenti di lettere, cioè nel pieno della rivoluzione scriveva che « un re
ere ditario..., quando non ad altro, serve a togliere agli altri l'ambizione di
esserlo »; e che egli credea « la monarchia temperata meno di quel che si pensa
nemica degli ordini liberi » (2 ). A me pare che il Cuoco inclini ad una forma
di monarchia costituzionale vera e propria. La vita dei popoli corre uno
sviluppo prestabilito. Dall'assoluta ti rannia all'assoluta libertà è un passo,
da un eccesso al l'altro eccesso: il punto d'equilibrio, che salva l'unità e la
coerenza interiore delle stirpi, è la monarchia costitu zionale. La libertà è
un astratto. Bisogna che il popolo se ne renda degno, ed abbia nello stesso
tempo un inte resse nella libertà, in quanto questa effettivamente mi gliori la
convivenza civile. Bisogna in sostanza che il popolo sia maturo per le
conquiste rivoluzionarie, e com prenda: se non è così, gli stessi più alti
benefíci si con vertono in pericoli. È matura, si domanda il Cuoco, l'Eu ropa
per l'assoluta libertà, per la repubblica? È matura Napoli per accogliere
ordini rivoluzionari? La risposta (1 ) Alludo alla preparazione del moto
insurrezionale in Avi. gliano, all'opera repubblicana che il nostro preparò in
Basili cata. Questa attività cuochiana era rimasta nell'ombra fino a ieri:
il primo che l'ha studiata e documentata è stato M. Ro MANO, op. cit., p. 19 e
sgg. (2 ) Framm. III, p. 250. 127 non lascia dubbio. I popoli hanno ancora
bisogno d'una guida, hanno bisogno d'una forza, che li tenga costretti nei
limiti d'una volontà generale, pur contemperando questa con una maggior
autonomia delle volontà parti colari o individuali. Questi sono gli ordini
costituzionali. Gli ordini giacobini sono costituzionali a parole, in realtà
sono anarchici, libertari. La saggezza dei popoli è ancora da ritrovarsi: i
popoli sono ancora più fantasia e mito, senso e leggenda anzi che pensiero ed
intelletto: i gover nanti mostrano di non avere intesa questa complessa e
primordiale natura loro. I popoli hanno bisogno d'un in telletto, che li guidi
ed eserciti ciò che essi, tutto senso e poesia nel significato vichiano, non
possono esercitare, la volontà dell'intelletto. « Un sovrano saggio sul trono »
scrive il molisano, « è meno raro d'un popolo saggio ne' comizi » (1). Notiamo
che il Cuoco scriveva queste righe, quando l'astro di Napoleone non brillava
ancora di pura luce, di tutta la luce grande che doveva poi spiegare, quando
egli scrivendo non poteva menomamente pen sare che dalle repubbliche di Francia
e d'Italia doveva svolgersi il consolato, l'impero. Il Cuoco ci appare dunque
coerente. I suoi sentimenti, ripetiamo una sua frase ti pica, sono eterni. In
Napoleone egli vedrà realizzato po sitivamente tutto il suo grande ideale.
Nessuno potrà accusarlo di particolarismo, d'amore per il suo parti culare. Ora
nella repubblica francese Vincenzo Cuoco vede pre cisamente la negazione di
tutto il suo sistema politico, l'astrattismo formulante vuoti schemi per
chiudervi l ' ineffabilità delle determinazioni naturali; la democra (1) Framm.
III, p. 242. Quanto quei sentimenti siano ra dicati nel Cuoco puoi vedere
leggendo i suoi articoli su pro blemi politici: in particolare cfr. Giorn.
ital., 1804, 30 maggio, 2 giugno; n. 65, 66; p. 260, p. 264; 1805, 2, 7, 17
gennaio; n. 1, 3, 7; pp. 3-4, pp. 11-12, pp. 26-28. Nel Platone in Italia, v. I,
p. 142 e sgg., riconferma il suo pensiero, « riafferma », come scrive il
ROMANO, op. cit., p. 85, « la sua fiducia in ungoverno misto, temperato, tra la
monarchia, l'aristocrazia e la democrazia ». 128 zia universale, che cerca di
sovrapporsi a popoli, diversi di coltura e di interessi, per costringerli ad
accettare un governo monotono uguale; la volontà generale, che cozza con le
volontà singole; un pazzo alternarsi d'anar chismo e di tirannia. Che cosa è
mai questa benedetta libertà, che i francesi portano? È la più sfacciata
tirannia. Essere libero signi fica adattarsi al metodo, all'andazzo giacobino;
se no, guai a chi si oppone: le baionette strappano il consenso liberamente
mancato. La libertà imposta non è più li bertà, cioè libero volere, libera
determinazione. La libertà data dalle repubbliche, nota Vincenzo, è sempre più dura
che non la libertà data dai re. Sembra un paradosso, ma è così. Le repubbliche
sono infatuate dai loro prin cípi, e credono che tutti siano desiderosi di
comparteci parne, e quando li vedono ripudiati, li impongono, poi che non vedono
bene e felicità fuori di essi. L'antifrancesismo, dunque, di Vincenzo Cuoco
real mente ha radici profonde in questioni di metodo e di po litica. Il Cuoco
non è un repubblicano. Egli vagheggia forme costituzionali, che sintetizzino
l'indirizzo potente mente unitario dello Stato con le volontà autonome delle
popolazioni. Queste considerazioni di natura generale possono spie garci vari
punti della biografia di Cuoco, che altrimenti sarebbero destinati a rimanere
senza delucidazioni; pos sono darci la ragione della scarsa sua partecipazione
alla rivoluzione partenopea, la ragione forse della sua sal vezza dopo la
prigionia borbonica, la ragione del suo iso lamento a Milano prima che un nuovo
ordine un po' più schiettamente italiano e meno repubblicano non venga a
costituirsi; questioni, assai gravi, come ognun vede, ma che acquistano maggior
luce, se le si riconducono ai princípi, che sopra abbiamo accennato. Il
pensatore, che, criticando il progetto di costituzione del Pagano, scriveva a
Vincenzio Russo amaramente ed ironicamente nello stesso tempo: « Oh ! perdona.
Non mi ricordavo di scrivere a colui, che, sull'orme della buona memoria di
Condorcet, crede possibile in un es 129 sere finito una perfettibilità infinita
»; il pensatore, che così ironicamente pungeva l'amico, è lo stesso uomo, che
oggi a Milano esule ricorda a un suo intimo il suo co stante odio contro i
Galli (1 ). « Non ti pare che io era profeta » scrive « quando in faccia a
Scipione Lamarra (generale e carceriere dei repubblicani del 1799 ) mi dissi
cisalpino? E profeta anche più grande, quando diceva tanto male dei francesi?
Eccomi dunque cisalpino, per chè in Milano, ed odiator de'Galli, quale lo era
nel '93, nel '94, nel '95, nel '96, nel '97, nel '98 e finalmente in Capua nel
'99. I miei sentimenti sono eterni. » Il Cuoco ci appare come il più genuino
rappresentante di un pensiero politico in tutte le sue manifestazioni in an
titesi col pensiero e con la prassi politica francese. Il suo spirito storico e
pratico lo rimena al Vico, l'investi gatore profondo delle leggi, che governano
il corso delle nazioni, al Machiavelli, che dai fatti trae le norme della vita
pubblica, al Montesquieu, il più acuto studioso della natura delle leggi e
della loro conformazione ai bisogni fisici e spirituali de' popoli. Nel Saggio,
ricordiamo, dopo avere analizzato quanto la rivoluzione era lontana dalla vita
italiana e napoletana, quanto i bisogni nostri eran, diversi da quelli
francesi, quanto i nuovi princípi erano astrusi, scrive delle righe assai
importanti per una com prensione del suo pensiero. « La scuola delle scienze mo
rali e politiche italiane seguiva altri princípi. Chiunque avea ripiena la sua
mente delle idee di Macchiavelli, di Gravina, di Vico, non poteva nè prestar
fede alle pro messe nè applaudire alle operazioni de ' rivoluzionari di |
Francia, tostochè abbandonarono le idee della monar chia costituzionale » (2 ).
Ecco, l'opposizione politica di viene una vera e propria reazione culturale in
nome del l'italianismo. Non mi sembra più il caso ora di dubitare circa la po (1
) La lettera che segue, pubblicata per primo da M. Ro MANO, op. cit., p. 269,
in parte fu poi ripubblicata da G. GEN TILE, Studi vichiani, p. 350. (2 ). V.
Cuoco, Saggio storico] sizione del Cuoco di fronte alla rivoluzione. Il Cuoco
non è repubblicano, è monarchico costituzionale. Il Cuoco è antifrancese perchè
è troppo profondamente italiano. La posizione non potrebbe essere più chiara.
Questa rinnovata posizione di critica non conduce però Vincenzo ad un
isolamento politico totale. Egli s'oppone ad uno stato di cose profondamente
radicato nella vita contemporanea, ma crede suo dovere agire, operare in un
mondo di illusi e di dormienti, mostrare agli italiani quanto essi siano in
errore, ripudiando la loro essenza per una natura estrinseca. Come nel '99
egli, vagheggia tore d'una repubblica costituzionale indipendente, da fondarsi
subito dopo la partenza dei Borboni, prima del l'ingresso dei francesi, d'una
repubblica nazionale, non soggetta ad alcun influsso estraneo, che sapesse
intendere la natura del popolo, e su questo solo trovasse la base d'ogni suo
operare, rendendolo partecipe ed interessato, non seppe, non potè abbandonare i
suoi generosi compa gni per problemi e dissensi di carattere teorico, e si
senti travolto in quel vortice che pur non amava; così oggi, a Milano,
ricostituitasi bene o male una parvenza di libertà italica, egli è al suo posto
di combattimento, assertore infaticabile delle più pure idealità nazionali. La
vita ha una sua particolare dialettica. Questo spie gamento non è lineare
uguale, ma inframmezzato da cu riosi contrasti: una affermazione è implicita
nell'atto stesso della negazione. La rivoluzione francese, che nega la storia,
è nella storia, e afferma la storia. Tutto il movi mento post -rivoluzionario,
in antitesi alla rivoluzione, nasce da uno stesso getto, con la rivoluzione.
L'illumini smo afferma l'assoluto della ragione e da questa desume formule e
princípi ad informarne la vita. Il nuovo pen siero trova il fondamento di tutto
nello spirito, che è in sè e fuori di se, istoria e natura, sviluppo continuo,
pro duttività infinita, principio attivo. Il Fichte in Germania in parte è
ancora nella rivoluzione; lo Schelling e l'Hegel, e con essi tutto il movimento
storicista nella politica e nel diritto, sono già fuori dalla rivoluzione. La
filosofia della rivoluzione non aveva prodotto un vero sistema costitu 131
zionale, aveva ondeggiato tra troppo opposti princípi, per finire ad uno Stato,
il cui contenuto etico era e non era. La nuova filosofia riconsacra nella
natura lo spirito, e lo spirito sublima nello Stato, sua perfetta creazione. La
fatale necessaria evoluzione dello spirito porta allo Stato, e in esso celebra,
diciamo pur così, tutto sè stesso. Chi dice Stato dice realtà ed ideale,
autorità e libertà, forza e consenso. È la reazione dello Schelling e
dell’Hegel alla rivoluzione. È la stessa reazione, ma anticipata, di altri
filosofi della restaurazione. In Italia questa reazione, che però è una
rivalutazione dello Stato monarchico nel suo contenuto etico, è fatta da
Vincenzo Cuoco. Col Cuoco, giornalista nella repubblica cisalpina e poi nel
regno italico, la rivoluzione muore, depone il berretto frigio, lascia il posto
allo Stato, come manifestazione ultima d'un processo etico, in cui la libertà è
nel con senso, l'unitarietà nella forza. Pochi hanno notato l'importanza del
molisano, come rivendicatore del principio monarchico. Si è detto che egli è il
primo, che si faccia araldo del problema unitario in quanto problema spirituale
e pedagogico; ma si è dimenticato che nel suo pensiero il fine della rinascita
morale è una unità, che non può ottenersi che nella mo narchia. Affermazione
questa, notiamo, che non implica alcun assoluto politico, ma che è la
risultante di mere contingenze storiche, di una vera impreparazione popo lare a
più ampie libertà, da studiarsi, dunque, nell'am biente, in cui e per cui il
Cuoco l'esprime. Il processo pedagogico, che deve condurre all'unità, è un
processo nulla affatto rivoluzionario, anzi evolutivo. Mentre in Germania
questa rivalutazione è posteriore: alla rivoluzione, mentre in Germania il
Fichte, il futuro autore dei Discorsi alla nazione tedesca, scrive il suo Con
tributo alla rettificazione dei giudizi del pubblico sulla ri voluzione
francese, che non può non essere, nel grave incendio sovvertitore, una
partecipazione a quei princípi che agiscono in tutto il movimento, ed insieme
una loro legittimazione; in Italia lo spirito nazionale nasce nella stessa
rivoluzione, come reazione d'una sostanza speci 132 ficamente italiana ad una
forma vuota ed estrinseca che le si vuol sovrimporre. Napoleone per Cuoco è la
creatura di genio, che impersona in sè tutto il nuovo ordine di cose, che sorge
dalla rivoluzione e alla rivoluzione s'op pone, ordine di cose che il pensatore
ha previsto sin dai primi bagliori dell ' incendio giacobino. Le prime pagine
del Saggio storico, la Lettera dell'autore all'amico N. 0., la Prefazione alla
seconda edizione sono la conferma di tutto ciò, che siamo venuti faticosamente
esplicando fin qui. In questi scritti la figura del gran capitano è esal tata:
ma, se leggiamo profondo, più che l'uomo fatale sono esaltati il nuovo ordine
di cose e i nuovi princípi ci vili, che affiorano nella politica generale di
Francia. Il Cuoco, dopo alcuni anni dalla rivoluzione di Napoli, di cui era
stato spettatore, si rivolge indietro, rivede con la fantasia accesa tutti gli
avvenimenti, che nel breve corso d’un anno, il 1799, la storia ha suscitato
nella sua patria: il regno del Borboni ruinato mentre minaccia la conquista
d'Italia, un monarca debole abbandonare i suoi Stati, la libertà sorgere e
stabilirsi quando meno la si attende, i fati combattere la buona causa, e poi
gli er rori e il crollo; rivede tutto con la fantasia e, facendo ciò prova il
piacere di chi, essendo stato giudice impar ziale, ha profetato un avvenire,
nascente sulle contrad dizioni del presente. L'uomo dei Frammenti è infine il
profeta di Napoleone. « Desidero » scrive Vincenzo nella Prefazione alla
seconda edizione del Saggio storico « che chiunque legge questo libro paragoni
gli avvenimenti dei quali nel medesimo si parla a quelli che sono succeduti
alla sua pubblicazione. Troverà che spesso il giudizio da me pronunziato sopra
quelli è stata una predizione di questi, e che l'esperienza posteriore ha
confermate le antecedenti mie osservazioni » (1 ). La storia ha uno'svi luppo
che non falla: lo storico, il quale intende le idee che sono eterne, e non gli
uomini che brillano un istante, può a ragione divenir profeta. V'è nelle righe
sopra citate (1 ) V. Cuoco, Saggio storico, Prefazione, p. 8. 133 la
soddisfazione dell'uomo, che vede la conferma d'una realtà, che non gli sfugge.
« Io ho il vanto » aggiunge « di aver desiderate non poche di quelle grandi
cose che egli [Napoleone] posteriormente ha fatte; ed, in tempi nei quali tutt'
i princípi erano esagerati, ho il vanto di aver raccomandata, per quanto era in
me, quella moderazione che è compagna inseparabile della sapienza e della giu
stizia, e che si può dire la massima direttrice di tutte le operazioni che ha
fatte l'uomo grandissimo. Egli ha verificato l'adagio greco per cui si dice che
gl ' iddii han data una forza infinita alle mezze proporzionali, cioè alle idee
di moderazione, di ordine, di giustizia. Le stesse lettere, che io avea scritto
al mio amico Russo sul pro-. getto di costituzione composto dall'illustre e
sventurato Pagano, sebbene oggi superflue, pure le ho conservate e come
monumento di storia e come una dimostrazione che tutti quelli ordini che allora
credevansi costituzionali non eran che anarchici » (1 ). V'è qui tutta la
spiegazione della nuova situazione, che s'è imposta e di cui il Cuoco si sente
partecipe. La rivoluzione era un vortice, che se egli non odiava, certo non
amava, al quale s ' era abban donato un po' passivamente, più per criticare che
per esaltare, più per negare che per affermare: libertà, fra ternità, vane
parole; virtù e gloria: parole astratte, lon tane dall'intendimento del popolo.
Il regno d'Italia, l'impero di Francia, ora, sono invece realtà concrete, ove
la prassi politica è ispirata al concreto, al benes sere delle genti, è
ispirata ad un principio monarchico unitario, che trova una precisa e sicura
delimitazione tra volontà generale e volontà particolari, tra governo ed
individuo, in una nuova visione costituzionale, per cui lo Stato è concepito
come sublimazione dello spi rito, come forza e consenso, e quindi come autorità
e libertà. Il Cuoco dinanzi a Napoleone si trova nell'atteg giamento di chi
osserva una realtà, a lungo deside rata, finalmente concretata nella politica
generale euro (1 ) V. Cuoco, Saggio storico, Prefazione, p. 9. 134 pea, e non
nell'atteggiamento dell'adulatore che leva lodi per averne compensi. Si è
voluto dipingere il nostro come un volgare, se pur d'ingegno, procacciante, ma
coloro, che hanno sostenuto questa tesi non hanno esaminato certo per intero
gli scritti del molisano, o hanno perduto per il particolare quell'esatta e
continua visione d'in sieme, che ci spiega solo la natura d'una mentalità poli
tica. Il Cuoco è l'uomo dai sentimenti eterni, l'eterno an tigiacobino, e in
Bonaparte vede l'uomo geniale, sintesi delle nuove idee, che si sono venute
formando, di libe ralismo, di moderazione, d'equilibrio. Come sorgono quegli
uomini, che per il volgo sono usurpatori, che per lo storico non sono che
l'espressione d'una fatalità storica, determinata da bisogni insiti nelle
nature umane? « La mania di voler tutto riformare porta seco la
controrivoluzione: il popolo allora non si rivolta contro la legge, perchè non
attacca la volontà generale, ma la volontà individuale. Sapete allora perchè si
segue un usurpatore? Perchè rallenta il vigore delle leggi; perchè non si
occupa che di pochi oggetti, che li sottopone alla volontà sua, la quale prende
il luogo ed il nome di volontà generale, e lascia tutti gli altri alla volontà
in dividuale del popolo. Idque apud imperitos humanitas vocabitur, cum pars
servitutis esset. Strano carattere di tutti i popoli della terra ! Il desiderio
di dar loro sover chia libertà, risveglia in essi l'amore della libertà contro
gli stessi loro liberatori » (1). L'usurpatore ha una ragione di essere nella
stessa esagerazione della rivoluzione, rallenta il vigore delle leggi antiche,
lascia pochi oggetti a sè, il resto alla volontà singola. Mentre le repubbliche
nel l'esaltazione dei princípi cadono dalla tirannia all'anar chia,
dall'eccesso d’una volontà generale, che vuol sof focare ogni autonomia o
volontà subiettiva, all'eccesso di volontà individuali che non s'accordano in
una vo lontà generale, e viceversa, il monarca trova più facil mente
l'equilibrio, che nelle ere primitive è nella forza, (1 ) V. Cuoco, Saggio
storico, XVII, p. 96. 135 nelle ere evolute nel consenso. Il giacobinismo, esaltando
sè stesso, parimenti ha sviluppato una nuova opinione pubblica. Napoleone è il
rappresentante di questa nuova opinione pubblica. Non è detto che il potere,
che si viene accentrando in un singolo, quando si sia trovata la delimitazione
sovraccennata tra individualità e legge, sia per sè stesso cattivo: quand'esso,
anzi, è saldo sicuro, può anche essere umano e temperato. È carattere pro prio
dei principi deboli essere sospettosi e feroci, mentre i sovrani, potenti su
basi di consenso e di forza, non possono che essere equanimi, larghi, liberali.
Tutta la logica storica cuochiana porta alla monarchia: la monarchia, date le
condizioni dei tempi e degli uomini, è la migliore forma di governo. Napoleone,
ho detto, sorge dalla rivoluzione, e ad essa si oppone. Il Cuoco stesso ha la
lucida intuizione che al sistema giacobino si è sostituito un sistema nuovo su
nuove basi. Ciò non pertanto egli, ingegno superiore sto rico, portato a
valutare le conseguenze ultime della ri voluzione, di fronte al nuovo reggimento
instaurato, sa trovare i benefíci che da questa sono scaturiti insoppri
mibilmente per l'uman genere. L'articolo Varietà (1 ) che il molisano pubblicò
nel suo Giornale italiano, i primi giorni del 1805, è un vero e proprio esame
di coscienza, dinanzi alla nuova situazione politica, che trova le sue origini,
pur negandole, nella rivoluzione. Col nuovo anno che si apre Vincenzo Cuoco
s'arresta e guarda indietro: molti mali da un lato, molti beni dall'altro:
nonostante i grandi errori, le grandi deficienze, si può notare un progressivo
cammino sulla via della saggezza. « Gran parte dell'Europa fa grandi progressi
verso un ordine migliore. « In Francia nell'anno scorso le opinioni sono
diventate più concordi, gli ordini più regolari. Le idee di rivolu- · (1 )
Giorn. ital., 1805, 2, 7, 17 gennaio; n. 1, 3, 7; pp. 3-4, pp. 11-12, pp. 27-28:
Varietà (ristampato in Scritti vari, v. I, pp. 134-144 col titolo La
rivoluzione francese e l'Europa). 136 zione, divenute una volta estreme, han
fatto avverare il detto di Mirabeau che l ' esaltazione de' princípi altro non
è che la distruzione de' princípi. Ma, incominciando tali idee a retrocedere
dal 1795, non potevano arrestarsi se non giunte ad una forma di ordine
regolare. Imper ciocchè ciascun costume richiede una forma di governo, e
ciascun governo ha in sé talune parti essenziali, senza le quali, invece di
costituzioni, si hanno que' mostri po litici, i quali soglion aver la vita di
un almanacco. Possono sembrar sublimi agli occhi de’ mezzo- sapienti, ma sem
brerebbero comici agli occhi de' sapienti veri, se l'espe rimento de medesimi
non costasse tanto all'umanità. Ri conosciuta una volta necessaria la
concentrazione del potere, è indispensabile renderlo ereditario; altrimenti
sarebbe lo stesso che aprir la via a perpetue guerre ci vili. Esempio ne sia la
Polonia. Nè vale il dare al primo magistrato il diritto di nominar il suo
successore, poichè l'esempio di Roma antica e della Russia ben dimostrano che
questo ordine di successione non basta a render lo Stato sicuro dai tristi
effetti dell'ambizione de' privati. Reso una volta il potere ereditario, è
necessario rivestirlo di tutte le apparenze esteriori della dignità, perchè
queste accrescon la forza della opinione, e la forza delle opinioni serve a
risparmiar quella delle armi, della quale non si può mai far abuso senza
pericolo. Un governo, il quale non ha per sè la forza dell'opinione, si chiami
pure con quel nome che si voglia, sarà sempre un governo militare, il pessimo
di tutti. Un governo, il quale, avendo già tutto il potere, procura di
fortificarsi coll'opinione, se questa opinione non è di sua natura teocratica,
tende a cangiarsi da governo militare in governo civile. « Tale è l'ordine
delle cose, immutabile, eterno. L'ar restarsi dopo una rivoluzione in mezzo a
questa progres sione è lo stesso che dar fine ad una rivoluzione per in
cominciarne un'altra ». Come ognun vede, il pensiero di Vincenzo Cuoco, nella
sua limpidezza, non lascia dubbio alcuno. Il nuovo or dine costituito, cioè
Napoleone, ha la sua origine nella rivoluzione, ma la sua ragion d'essere nella
negazione 137 della rivoluzione, la sua base concreta ne' bisogni dei popoli di
trovare il loro punto d'equilibrio tra gli estre mismi di destra e di sinistra
in quel consenso, che nel mondo moderno solo può fortificare i governi. In Napo
leone il Cuoco vede il restauratore dell'ordine civile, ma non vuol vedere,
nello stesso tempo, il militare, il con quistatore. Il governo militare, che si
erige sulle baio nette, gli ripugna: non per nulla egli ha parteggiato nel '99
per la repubblica, ha salutato con letizia la partenza dei borbonici dalla sua
Napoli. Il governo, che tiene in pugno la cosa pubblica e la direzione dello
Stato, deve avere seco la forza del consenso, e da questa derivare la forza
delle armi. Altrimenti si cade in quel governo mi litare, che, come dice il
nostro autore, è il peggiore dei governi, come quello, che, essendo odiato,
sovrapponen dosi alle volontà dei cittadini, rinnega le esigenze, i bi sogni,
gli interessi delle popolazioni. Lo Stato del Cuoco non è nè lo Stato paterno,
di polizia del Wolff, nè lo Stato rivoluzionario, che pone un limite
insuperabile alla sua autorità in una visione anarchica dei diritti subiettivi.
Nello Stato del Cuoco confluiscono vari e complessi ele menti, dal Rousseau al
Vico, dal Montesquieu ad Aristo tele. Se vogliamo caratterizzarlo, diremo che è
Stato di diritto, che importa e riposa su un contratto sociale, non storico ma
immanente alla vita stessa dello Stato, sin tesi di attività e di diritti
singolari, Stato infine che non pud agire che sub specie juris, nella forma del
diritto, in quanto il diritto stesso, nella sua natura generale, è alla fine
riaffermazione e consacrazione delle libere vo lontà particolari, che lo
costituiscono. Il molisano è ugual mente lontano dalle esagerazioni
rivoluzionarie, che egli stesso definì anarchiche e non costituzionali, come
dalle affermazioni di coloro, che in Napoleone avrebbero vo luto il signore dei
gratia, superiore ad ogni volontà na zionale. Egli, ingegno storico, sente che
tra Napoleone e il regime assoluto c'è una rivoluzione, e la rivoluzione non si
può nè politicamente ne teoreticamente superare a ritroso, onde s'arresta nel
giusto mezzo, e ci dà un con cetto dello Stato, che si ricollega sotto alcuni
aspetti al 138 Rousseau e al Vico, che ha, pure, qualche rassomiglianza con la
teorica kantiana, sebbene il nostro del Kant cono scesse assai poco, e più per
seconda mano che per let tura diretta (1 ). Il Cuoco afferma in sostanza la
monar chia liberale moderata, che assomma in sè l'autorità e la forza con il
consenso e l'autonomia (2). Le opinioni degli uomini, aggiunge continuando il
Cuoco, sono discordi: è fatale che siano discordi, poi che v'è stato di mezzo
una rivoluzione, e gli uni parteggiano ancora per essa, gli altri ancora la
maledicono. Perchè l'equilibrio si ristabilisca, è necessario che sorga un or
dine nuovo tra le varie opinioni, diverso dall'ordine an tico distrutto,
diverso dal nuovo che si desiderava. Sono concetti di moderazione, che appaiono
anche nel Platone. Michele Romano ha fatto un'analisi minuta di questo ro manzo
sotto l'aspetto politico, e noi, che seguiamo un'al tra strada, vi rinveniamo
facilmente la conferma delle nostre affermazioni, ed una prova diretta della
coerenza cuochiana. « Viene anche per le nazioni il tempo ineluttabile dei mali;
il tempo in cui tutta la forza è nelle mani di coloro che non hanno virtù, e
qualche virtù rimane solo a co loro che non hanno forza; onde avviene che tra
le scel lerate pretese de' primi, tra le inutili tenacità de'secondi, tra quei
che tutto voglion distruggere e quei che tutto voglion conservare, sorge una
lotta asprissima, funesta, in cui i primi a cadere son sempre coloro i quali
osan parlar le parole di moderazione che dopo venti anni di strage e di orrore
diventa l'inutile pentimento di molti e l'unico desiderio di tutti ». La
moderazione, commenta però il Romano, non è virtù negativa in politica, perchè «
noi cresciamo andando avanti; ci conserviamo rima nendoci al nostro posto; ma
non possiamo riformarci tornando indietro, perchè indietro non si ritorna mai »
(3 ). Ai partigiani dell'ordine antico si può rispondere che (1 ) G. GENTILE,
Dal Genovesi al Galluppi, p. 377. (2 ) M. ROMANO, op. cit., p. 81 e sgg. (3) M.
ROMANO, op. cit., p. 84. 139 non è stato Bonaparte a distruggerlo: sono stati
essi stessi con la loro viltà, con la loro caparbietà. « Ai parteggiani della
libertà si può rispondere che la Rivoluzione non è stata interamente inutile.
Si è ot tenuta una forma di governo costituzionale, e, quando anche si volesse
credere che questa non sia ancora per fetta, si è sempre ottenuto molto
avendone una. Le ot time costituzioni sono figlie del tempo e non di sistemi.
Quali sono le parti loro più belle? le più rispettate. E quali le più
rispettate? le più antiche. Quindi due ve rità: 1° Per ottenere una buona
costituzione, è necessario aver, quasi direi, un antico addentellato al quale
attac carla. 2 ° Per giudicare di una costituzione è necessario il tempo,
perchè le nuove, non potendo ancora goder il rispetto del popolo, ancorchè sien
ottime, si credon cat tive. Col tempo, i vari corpi, che formano il governo, di
ventano più rispettati dal popolo, e perciò più potenti anche in faccia al
governo; e la libertà pubblica diventa maggiore. Intanto è sempre un gran bene
per una nazione che il suo capo s'intitoli tale per le costituzioni della Re
pubblica; che si parli di libertà civile, di libertà di per sone, di libertà di
stampa; che vi sien delle magistrature incaricate di vegliare alla loro
custodia; che vi siano delle assemblee nelle quali si riuniscano i migliori di
cia scun dipartimento e di ciascun cantone per proporre ciò che credon più
utile allo Stato. Tutte queste istitu zioni han prodotti finora molti beni e ne
produrranno ancora. In ogni caso, la religione è stata per sempre riu nita allo
Stato col vincolo della tolleranza; la feudalità è stata abolita per sempre, e,
quando anche risorgesse un patriziato, potrebbe esser quello de'greci e de '
romani, eccitator di grandi azioni e non già oppressore de'grandi ingegni; è
stata aperta libera e larga la via della gloria ad ogni specie di merito; non
vi saranno più le dispute e le persecuzioni de'gesuiti e de'giansenisti; non vi
sarà più la funesta distruzione de'tre stati, de' quali uno era con dannato a
pagare e soffrir tutto e a non aver mai nulla; le imposizioni saranno ripartite
egualmente fra tutti; le proprietà saranno tutte della stessa natura, e le
persone 140 della stessa classe. Questi vantaggi si sono ottenuti, nè si
perderanno più, e questi vantaggi non sono mica pic cioli ». Tutta la filosofia
cuochiana è rinserrata qui. È natu rale che, quando un ordine nuovo di cose si
afferma dopo turbamenti generali, questo si presenti come una pana cea di tutti
i mali, e temperi l'antico con il nuovo in una fiducia mirabile di sè stesso:
spazza via l'antico, e in tanto crea una nuova aristocrazia, se non di sangue,
d'armi; distrugge la teocrazia, e intanto vuol l'accordo con la religione;
sgomina l'anarchia, e dà una nuova costituzione, che, sia pur limitatamente, ha
la sua impor tanza; si basa sull’autorità, ma non prescinde dal con senso. Il
nuovo reggimento è in fine un reggimento eclet tico, ma è quel che ci vuole
dopo una rivoluzione, è quel che ci vuole in un'epoca, che ha bisogno di freno
per non dilagare nella licenza, di libertà per non rammaricarsi del passato
soppresso. Lo spirito del bonapartismo è in questo eclettismo moderato, che è
classico e moderno nello stesso tempo in arte, che è illuminista nello stesso
tempo che afferma la tradizione in filosofia, che è autoritario e non disprezza
il costituzionalismo in politica. Ma a noi poco importa la prassi politica del
primo console e del l'imperatore, a noi interessa il pensiero di Vincenzo Cuoco
in quanto sistematizza tutto un insieme di idee, proprie dell'èra sua, sia
sotto un aspetto critico, sia sotto un aspetto di simpatizzante affermazione.
Il senso squisitamente politico del Cuoco ci si appalesa sotto un altro punto
di vista. Il Saggio storico, abbiamo osservato, mostrava la rivoluzione in
atto, e di essa era la critica spietata e fiera. Ma la rivoluzione ha prodotto,
ha spiegato tutti i suoi effetti, ha sommerso un mondo, ne ha instaurato uno
novello. La realtà storica è quello che è, s ' impone senza rimedio. È
possibile rinnegare i benefici evidenti della rivoluzione? Il Cuoco risponde di
no. La rivoluzione ha prodotto benefíci senza pari in Italia e in Francia, e in
certi limiti anche altrove, ha ab battuto la feudalità, ha riattivata la vita
de' popoli in un ritmo più robusto. Il Cuoco ancor oggi crede che la 141
rivoluzione si sarebbe potuto evitare, con una savia mo derazione sia de'
governi sia de' popoli, ma la storia è stata quel che è stata, e non si ritorna
indietro per le recriminazioni. Oggi è inutile ogni constatazione artifi cioso,
occorre pensare a trarre i maggior frutti possibili dalla concreta realtà. « Le
crisi sono nate dall'ostinazione per cui i governi non hanno voluto mai
soddisfare [ i reclami dei popoli]. Con una savia moderazione, invece di
rivoluzioni distrut tive, si sarebbero ottenute utili riforme ». Il ritornare
oggi con ostinazione agli antichi princípi sarebbe lo stesso che preparare
nuovi torbidi rivoluzionari. Sono ' con cetti questi assai radicati nel Cuoco:
ritornano frequente mente ne' suoi articoli nelle forme più varie. Altrove
scrive: « Cangiamo di nuovo lo stato delle idee, facciamo prevalere l'opinione
di qualunque partito; e vedremo tutta l'Europa turbarsi di nuovo. E, sia
qualunque l'opi nione che noi vorremo far prevalere, l'effetto sarà sem pre lo
stesso » (1 ). La storia non si supera a ritroso. Ri tornando allo scritto, di
cui noi segnamo il filo ideale, vi troviamo una sicura legittimazione delle
nuove forze (1) Giorn. ital., 1804; 11, 23, 30 luglio, 1, 11 agosto; n. 87, 88,
91, 92, 96; pp. 350-351, pp. 356, pp. 367-68, pp. 371-372, pp. 393-394:
Politica (ristampato in Scritti vari, v. I, pp. 28-43 sotto il titolo Il
sistema politico europeo al principio dell'Otto cento ). Riporto in nota uno
squarcio dell'articolo, in seguito al brano citato. « Facciam ritornare in
campo i princípi che han dominato dal 1793 fino al 1798. Che avremo?
Nell'interno, incertezza nel potere, che lo rende più impotente nel bene, più
sospettoso e più crudele nel male; divisione tra i vari rami del potere
medesimo, onde l'anarchia e la guerra civile; l ' in certezza dei principi,
onde ne diventa l'uso difficile ai buoni e facile l'abuso agli intriganti ed ai
prepotenti. Nell'esterno, da una parte l'ambizione, che prende le apparenze di
democratiz zazione universale e diventa tanto più terribile quanto che alla
forza delle armi riunisce quella delle opinioni; dall'altra, il timore e
sospetto; dall'una e dall'altra, minacce, tradimenti, inganni di popoli e di
re, guerre interminabili e feroci ». Il quadro è fosco: è impossibile ritornare
ai princípi puri della rivoluzione, come è impossibile una restaurazione del
regime prerivoluzionario: il separamento è inderogabile. 142 ((umane espresse
dal capovolgimento rivoluzionario della borghesia. È una osservazione costante,
che da tre secoli in qua (anzi si potrebbe dire dall'epoca delle crociate ),
tutti gli Stati dell'Europa sono cresciuti di forza per l'accresci mento del
numero, dell'industria, dell'attività di quella parte della popolazione che
chiamavasi in Francia, e si potrebbe chiamar presso ogni nazione, terzo stato.
Quelli tra' popoli dell'Europa furono i primi a risorgere dalla barbarie,
dall'ignoranza, dalla debolezza, che primi sol levarono questo terzo stato.
Tali furono l'Italia, l ' In ghilterra, la Spagna. Quei popoli ne' loro
progressi s’ar restarono, che, per la forma del loro governo, tennero questo terzo
stato più oppresso: l'oligarchica Venezia, la Polonia. Quei popoli soffrirono
rivoluzioni e sedizioni asprissime, ne' quali il terzo stato non fu distrutto
ne ottenne giustizia.... E non vi è termine di mezzo. Lo stato di oppressione è
uno stato di guerra. Uno de' due: o convien che la classe predominante
distrugga la ser viente, o convien che divida con lei tutti i vantaggi della
vita civile. Nel primo caso, eviterà le sedizioni in terne, perchè agli
estremamente miseri che soffrono pa zientemente, la miseria toglie loro, come
diceva Omero, la metà dell'anima; ma, invece delle sedizioni interne, avrà
debolezza esterna grandissima, e sarà lo Stato esposto al furore del primo che
vorrà occuparlo. Tale è stata la sorte della Polonia; e perchè non direm noi
che è stata la sorte di tutti gli Stati ove ancora è feudalità? Nel secondo
caso, non solamente si accrescerà la forza esterna, ma si renderà più durevole
la tranquillità in terna, perchè la parte più numerosa del popolo non avrà
alcun motivo di doglianza;, ed, essendo la nazione piena d'amor di patria e di
orgoglio nazionale, mancheranno anche quei fomenti di sedizioni, i quali
vengono dalla stolta ammirazione degli stranieri ». Il terzo stato, la
borghesia, è il lievito del nuovo ordine, è la parte più sana della nazione,
che rivendicati i suoi diritti, è quella che, ugualmente lontana dalla potenza
corruttrice e dall' indigenza mortificante, realizza nella 143 modernità quella
classe dei migliori, che Aristotele ha indicata come la più adatta a reggere la
cosa pubblica. E precisamente nel senso aristotelico il molisano intende la
borghesia, non dunque come una casta chiusa e dit tatoria, ma come una classe,
in cui liberamente conflui scono le forze vitali del popolo tutto, una classe
insomma aperta a tutti coloro, che per virtù d'ingegno e di atti vità s'elevino
dall'indigenza. « Le idee, i costumi, gli ordini pubblici di tutta l'Eu ropa »
scrive il nostro in un altro suo articolo (1 ) che adduco a conferma di quanto
vengo dicendo « tendono al ristabilimento di una nobiltà più antica, meno di
struttiva e più illustre: a quella nobiltà della quale si gloriavano i Fabi,
gli Scipioni, i Camilli, de ' nomie degli esempi de'quali noi italiani dovremmo
esser più superbi che di quelli degli Agilulfi e de ' Gundebaldi. La proprietà
diventerà la base di tutte le costituzioni: quella proprietà che sola può tener
uno Stato lontano dalla letargica in dolenza dell'oligarchia e delle funeste
commozioni del l'oclocrazia, perchè nè lo priva dell'opera di molti, i quali
possono colla loro industria acquistare un podere, ma non potrebbero mai
disfare l'ordine de’ secoli passati e darsi un antenato che non hanno; nè,
dall'altra parte, affida la cosa pubblica alla fede, sempre dubbia, di co loro
i quali non hanno verun interesse a sostenerla. Non altra base che la proprietà
avea la costituzione di Roma, e noi abbiamo anche ciò che non poteano avere i
ro mani, cioè riputiamo proprietà anche l'industria ed il sapere. È la natura
delle cose che ha comandata questa differenza: i romani non aveano altra
industria che l'agricoltura e per molti secoli non conobbero studi più gravi di
quelli necessari a vincere i loro vicini. T (1 ) Giorn. ital., 1804, 14, 16,
18, 30 gennaio, 8 febbraio; n. 6, 7, 8, 13, 17; pp. 22-23, p. 27, pp. 30-31, p.
51-52, pp. 66-67: Osservazioni sullo stato politico dell'Europa (ristampato in
Scritti vari, v. I, pp. 13-28 sotto il titolo Il sistema politico europeo al
principio dell'Ottocento in uno con l'altro articolo cuochiano da noi già
accennato, Politica. 144 « Io non nego che le varie circostanze, nelle quali
potrà trovarsi una nazione, possan render necessarie molte modificazioni; ma la
massima fondamentale rimane sem pre la stessa. Il migliore de' governi, diceva
Aristotele, è quello in cui governano i migliori; e, siccome essi non si
potrebbero mai ricercare ad uno ad uno, così il migliore dei governi è quello
in cui preponderano tutte quelle classi, nelle quali per l'ordinario si
ritrovano gli uomini migliori ». L'aristocrazia nuova, di cui l'autore nostro
discute a lungo, è, come ognuno bene intende, la borghesia. Questa classe, che
è la più numerosa, in quanto classe aperta a tutti, in quanto esprime la forza
di coloro, che si sono potuti sollevare dalle masse, dal proletariato, dal
l'artigianato, per darsi all'industria ed agli studi, ha di nanzi a sè un vasto
cammino da compiere, è destinata, ove non lo sia già, ad essere la classe
dirigente. Ritornando allo scritto sulla rivoluzione francese e i suoi effetti,
dal quale abbiamo preso le mosse, vi ri troveremo sempre le stesse idee. « Il
gran generale osserva il Cuoco « il profondo ministro sono uomini rari. Chi s '
impone la legge di ricercarli tra dieci, li troverà più difficilmente di colui
il quale li ricerca tra mille, tra tutto il popolo.... »). Ma non bisogna
abusare; la rivoluzione francese aprì la via alla canaglia. Ritorna il Cuoco
antigiacobino, l'odia tore de ' princípi esaltati, della democratizzazione uni
versale. « Si obliò la profonda osservazione di Aristotele, il quale avea detto
che l ' ottimo de ' governi era quello in cui predominavan gli ottimi, ma che
questi ottimi non si dovean nè si potevan ricercare individualmente, bensì
doveansi ricercare per classe; che vi era in ogni Stato una classe di ottimi, e
che questa era composta di co loro i quali non fossero nè corrotti per
eccessiva ric chezza né avviliti per soverchia povertà. Quindi la pro prietà,
nella nuova forma di governo, è divenuta con ragione base delle costituzioni.
Alla proprietà è ben af fidata la custodia delle leggi: i proprietari, dice lo
stesso 145 Aristotele, sono i più atti a tal fine; e come no, se le leggi son
tutte fatte per difendere i proprietari? Ove però non si tratta di custodire ma
di agire, ove non basta la volontà, ma vi bisogna la mente, è necessario
sostituire alla semplice proprietà l’educazione; che val quanto dire mettere il
merito personale nella stessa linea della pro prietà. Quella parte di popolo,
dice lo stesso Aristotele, la quale non ha nè proprietà né educazione; sarà su
bordinata se sarà contenta: è un gravissimo errore darle tutto e non darle
nulla ». A me sembra che il problema politico non potrebbe essere impostato dal
Cuoco in migliore maniera possibile. Che cosa sono le costituzioni, gli
istituti, gli ordinamenti, così come li studia la storia del diritto e il
diritto stesso, se non vuoti astratti? Quel che a noi importa non è la forma in
sè, che ci appare morta senza un contenuto umano, ma il contenuto stesso. Le
costituzioni in realtà sono, e con esse tutta la struttura giuridica d’un
popolo, in quanto in esso popolo c'è una classe dominante, ri stretta o vasta
importa poco, certo qualitativamente mi-. gliore, che le determina, e non per
via di pura ragione, ma d'analisi concreta sulla realtà viva e pulsante delle
masse, una classe dirigente, che si fa interprete sicura della società che
l'esprime. La storia del diritto, io credo, anzi che studiare morte
sovrastrutture, dovrebbe stu diare come classi dirigenti, per natura condizioni
coltura [ estensione diverse secondo le varie epoche, possano de terminare
tutto un complesso sistema giuridico e costi tuzionale. In tal caso la storia
del diritto, studio di strutture vuote di realtà concrete, si risolverebbe
nella politica, studio d’un vero contenuto umano, pulsante d'attualità. Ma
questo è un problema teoretico, che nel caso nostro importa relativamente, e la
di cui formulazio ne, a me sembra, sorge spontanea dal pensiero cuochiano. Come
ognun vede, la vita moderna nella sua vasta for mazione non poteva essere
tratteggiata in maniera più vivace, più rispondente al vero, a ciò che poi sarà
la realtà dello Stato moderno, di quanto è nell'analisi del grande molisano. Una
classe di migliori, che per la sua stessa composi zione e formazione è atta a
modificarsi e ad evolversi con la storia, tiene il reggimento dello Stato. Lo
Stato libe rale non è, come lo Stato assoluto e patrimoniale, sta tico, anzi è
il più atto ad ulteriori sviluppi. La base imprescindibile di esso è la
proprietà. La proprietà è la sua difesa, il suo presidio naturale. Chi ha una
sua pro prietà, mobile ed immobile, industriale o fondiaria, in tellettuale o
commerciale, tende per natura a conservarla e a migliorarla. Fate sì che uno
Stato si appoggi alla classe dei proprietari, questo Stato è al sicuro da ogni
attacco contro la sua compagine, poi che troverà sempre la sua difesa in
coloro, che, difendendo lo Stato, difendono i loro beni, i propri interessi.
Ove lo Stato transige sul l'inviolabilità della proprietà, tradendo le sue basi
e le sue origini, viene a mancare la classe de ' possidenti alla tutela della
cosa pubblica, e, se non interviene una pronta reazione a ristabilire
l'equilibrio, è il crollo, lo sfacelo. Abbiamo così uno Stato liberale, che,
pur tendendo alla sua conservazione in ogni manifestazione giuridica, si
afferma come dinamico e progressista, trovando però nella sua stessa
composizione un limite ad un progresso, che potrebbe divenire, se spinto troppo
oltre, anarchico e rivoluzionario. Questo concetto dello Stato borghese, che
solo nella proprietà può trovare una base salda, perchè non data
dall'estrinseca volontà legislativa, ma dagli umani in teressi per natura
conservativi, questo concetto politico della vita moderna non è nuovo, nè
sporadico in Vin cenzo Cuoco. Ne’ Frammenti è l'esempio di questa gran coerenza
del molisano, il di cui sistema politico non ha mai un'origine estranea alla
realtà umana, anzi tutto è organato ed ispirato a princípi superiori di logica
ed insieme ad una sicura visione storica. Dopo aver soste nuto che la
costituzione non può crearsi a tavolino, pre scindendo dalla vita, dopo aver
affermato che le costitu zioni debbono essere vive sensibili parlanti, e noi
abbiamo a lungo detto di ciò, il Cuoco viene ad analizzare il proble ma: come
si possa organizzare una divisione de' poteri. 147 « Dopo che avrete » scrive «
divisi i poteri, assodata la base della costituzione e fortificata la legge col
l'opinione e colle solennità esterne, per frenare la forza vi resta ancora a
dividere gli interessi. Fate che il po tere di uno non si possa estendere senza
offendere il potere di un altro; non fate che tutti poteri si otten ghino e si
conservino nello stesso modo; talune magi strature perpetue, talune elezioni a
sorte, talune pro mozioni fatte dalla legge, cosicchè un uomo, che siasi ben
condotto in una carica, sia sicuro di ottenerne una migliore senza aver bisogno
del favor di nessuno; tutte queste varietà, lungi dal distruggere la libertà,
ne sono anzi il più fermo sostegno, perchè così tutti i possidenti, e co loro
che sperano, temono un rovescio di costituzione, che sarebbe contrario ai loro
interessi. Per questa ragione negli ultimi anni della repubblica romana il
senato ed i pa trizi furono sempre per la costituzione » (1 ). Se voi vi addentrate
nel pensiero dello scrittore, ve drete però che egli, pur disposto a dare alla
proprietà la massima importanza tanto da fondare su di essa il sistema politico
moderno, non giunge mai a darle una origine metafisica, e quindi a concepirla
come un quid di eterno e di immutabile. Ed è naturale: l'origine della
proprietà non è in princípi generali filosofici, ma in quel che nell ' uomo è
senso, cioè bisogni mutevoli e transe unti. La stessa natura dell'uomo, che
vichianamente dà origine alle costituzioni, dà origine alla proprietà, base
degli odierni ordini civili. La natura, a cui accenno, non è la natura
intellettuale, ma quella natura primordiale e plebea, tutta senso e fantasia,
bisogni ed esteriorità. Quindi teoricamente non è impossibile un sistema costi
tuzionale, che prescinda dalla proprietà: resta a vedere come questo sistema
risolva il problema economico e pratico della vita, che sempre bisogna aver di
mira: lo che, evidentemente, non è facile ! Il titolo della pro prietà !? È un
po' arduo trovarlo nella metafisica.... (1 ) Framm. III., p. 247, 148 « Voler
ricercare un titolo di proprietà nella natura è lo stesso che voler distruggere
la proprietà: la natura non riconosce altro che il possesso, il quale non
diventa pro prietà se non per consenso degli uomini. Questo consenso è sempre
il risultato delle circostanze e dei bisogni nei quali il popolo si trova.
Tutto ciò che la salute pubblica impe riosamente non richiede, non può senza
tirannia esser sottomesso a riforma, perchè gli uomini, dopo i loro bi sogni,
nulla hanno e nulla debbono aver di più sacro che i costumi dei loro maggiori »
(1 ). È chiaro ! La pro prietà ha un'origine schiettamente economica, e questa
origine posa su un consenso generale, ma storico, cioè null’affatto immutabile
ed eterno. Una giustificazione dell'istituto secondo i principi del diritto di
natura ap pare a Cuoco poco soddisfacente. Solo i bisogni e gli interessi lo
consacrano e lo legittimano: la ragione e la volontà giuridica spiegano, ma non
esauriscono il pro blema (2 ) Dato il concetto che Vincenzo Cuoco ha della
borghesia, che per lui non è una classe chiusa, capitalistica, oppres siva nel
monopolio della vita pubblica, è naturale che egli non parli mai o assai di
rado del cosiddetto proleta riato o quarto stato, il quale per altro non ha, ne
' tempi di cui ci occupiamo, una sua fisionomia sociale ed eco nomica. Se il
Cuoco vede un quarto stato, lo vede, se mai, (1 ) V. Cuoco, Saggio storico,
XXV, p. 123 e sg. (2 ) In tutta questa esaltazione della proprietà C., mi
sembra, reagisce in parte alla rivoluzione, che nelle sue esagerazioni ha
cercato di scrollarla. Lo stesso Russo, l'amico del nostro, non è tenero per i
proprietari, e basa il suo sistema su un ele mento comunistico. Io non faccio
che rimandare il lettore, che si interessa del problema, allo studio su V.
Russo del CROCE (La rivoluzione napoletana, p. 90 e sgg. ). Lo stesso Edmund
Burke in Inghilterra reagà agli attacchidialcuni giacobini con tro la
proprietà, e ne affermò il gran compito sociale: è questo uno de tratti comuni
tra l’A. delle Reflections on the French Revolution e l'A. del Saggio storico sulla
rivoluzione di Napoli. Il problema, di cui sopra ci siamo occupati, fu studiato
da M. ROMANO, op. cit., p. 152, il quale peraltro non si diffuse molto. 149
nell'artigianato, il quale è il germe di ciò che noi chia miamo proletariato,
ma da questo differisce sotto molte plici aspetti. L'artigiano è libero
lavoratore, il prole tario è il salariato della grande industria. La grande
industria è il prodotto di condizioni, che in Italia, al tempo in cui il nostro
medita, non si sono ancora svolte nella loro interezza. Le questioni attinenti
al quarto stato sfuggono perciò al Cuoco, ma non in tal misura che egli non vi
accenni brevemente in qualche articolo del Gior nale italiano (1 ). Sarebbe pur
questo un tema interes santissimo; senonchè, diffondendoci, noi usciremmo dal
nostro assunto: tracciare una linea generale e sommaria del pensiero politico
di Vincenzo Cuoco. Se con il pensiero noi andiamo agli scrittori politici, che
il secolo XIX offre al nostro studio, invano trove remo un quadro così vivo
della società post -rivoluzio naria, ed un intuito così immediato dei problemi,
che ne agitano la compagine. Basterà che noi riferiamo ciò che il molisano dice
intorno ai benefici effetti della rivo luzione, e che sono i capisaldi di tutta
la vita successiva, per intendere quanto lungimirante fosse il suo senso po
litico e quanto fine la sua visione economica. Un effetto importante del
sovvertimento è un progres sivo migliorarsi della morale pubblica. Quanto
grande posto il Cuoco faccia alla morale e alla religione nella vita civile de
' popoli è un problema, sul quale dovremo indugiarci dopo. Una seconda
conseguenza è « la perfezione della mi lizia, poichè essa non è perfetta se non
dove il nome di soldato si alterna con quello di cittadino; e questo non può
avvenire se non dove non siano nè esenzioni nè pri vilegi ». Tutto il pensiero
della rivoluzione si rivela nella sua intima radice antimilitarista. Perchè? Lo
Stato as (1) Giorn. ital., 1804, 6 febbraio, n. 16, p. 64, Economia po litica:
a proposito di una cassa filantropica a beneficio degli artigiani; Giorn.
ital., 1804, 7 maggio, n. 55, pp. 210-220: Pub blica beneficenza, a proposito
della mendicità e dei problemi connessi. 150 solutista era da esso considerato
come estrinseco alla volontà dei subietti singoli, come tirannico e nemico:
l'esercito nelle sue mani una forza passiva ed antide mocratica. Lo Stato
repubblicano, il vero Stato rivo luzionario, alla sua volta, riposa invece su
un consenso così largo, da ammettere, ed è un estremo, il diritto alla
sommossa, e il consenso così concepito non ha biso gno della forza a suo
sussidio (1 ). Il Cuoco naturalmente non può condividere questi princípi. Il
suo Stato è stato di diritto, ma per natura tende alla conservazione, e re
spinge ogni attacco alla sua compagine anche violente mente. Il contratto
sociale, che è alla base della sua co stituzione, non è un contratto storico,
ma è immanente alla struttura dello Stato, cioè bisogna riguardarlo come una
esigenza ideale ed un presupposto della vita civile stessa. Il Cuoco deriva il
principio dal Rousseau, ma lo anima alla luce di superiori meditazioni
vichiane. Lo Stato sintetizza le volontà individuali o le libertà indi viduali (libero
volere è libertà ), ma, appunto perchè in ogni momento della sua esistenza è
tale, si afferma come autoritario, contro chi rompe o cerca di rompere
l'armonia delle volontà concomitanti al fine sovrano. Il contratto sociale
eterno, che è alla base della vita stessa, in quanto è convergenza di volontà e
di diritti particolari, dà allo Stato il diritto generico della difesa e della
conservazione. In ciò la filosofia giuridica del Cuoco si differenzia dalla
filosofia della rivoluzione e, pur mantenendo alcuni punti di contatto con
quella del Rousseau, si avvicina alla filo sofia di alcuni pensatori germanici.
Nell'uomo si realiz zano due qualità di sovrano e di suddito, in quanto lo
Stato è sintesi di volontà singole e insieme volontà ge nerale, che non ammette
peraltro sottrazioni, anzi ri chiede la più assoluta sottomissione. In ogni
atto giuri (1 ) Notiamo che persino la costituzione inglese ha tolto al re e al
potere esecutivo ogni possibilità di disporre della forza armata. Il principio
è stato superato durante la guerra, date le condizioni eccezionali, ma resta
sempre base degli ordini ci vili dell'isola. 151 dico dello Stato è implicita
la volontà generale, la quale volontà generale non permette che alcuno possa
evitare la sua autorità. Ecco il principio della forza, che integra il consenso;
ecco lo stato di diritto, che nelle sue mani festazioni sovrane diviene
militare. Gli stessi cittadini, che sono sudditi di una volontà generale e
sovrani, poi chè sono gli elementi costitutivi di essa, sono anche soldati,
cioè forza diretta a tutelare il rispetto alla legge, la cui genesi, ripeto, è
nel popolo, pur trovando la sua manifestazione più piena e sintetica nel
monarca, sim bolo della continuità nella vita giuridica e storica della
nazione. Mentre tutta la filosofia della rivoluzione inglese, la filosofia
dell'illuminismo e del giacobinismo sono anti militaristiche - e le
costituzioni, da esse scaturite, sot traggono al potere esecutivo ogni forza
armata —; il pensiero politico del Cuoco, più addentro nelle concrete esigenze
della vita, è in senso altamente nobile milita ristico. La milizia, sotto i
Romani dovere e diritto, anzi più diritto che dovere, del cittadino, diviene
nel mondo feudale mestiere e prestazione con alla base un ob bligo
contrattuale, ritorna nel mondo moderno diritto del cittadino, che dà allo
Stato la forza morale del con senso, e la forza materiale delle armi, senza le
quali il consenso è mera parola e lo Stato s'espone indifeso agli attacchi di
pochi faziosi. Di ciò noi troviamo la con ferma in tutti gli scritti cuochiani,
dal Saggio storico al Platone in Italia. Dice assai bene il Romano: « L'anti
militarismo, così notevole nella letteratura meditativa del secolo XVIII,
permane nel Cuoco solo in quanto si ri ferisce alla bruta forza messa a
sostegno della tirannide. Con questa sarà militare il governo ma non il popolo;
e d'altra parte un popolo senza virtù militari passerà per vicende politiche
più frequenti e più crudeli » (1 ). Con un governo costituzionale, lo Stato
sarà forte, ma il po polo, essendo esso stesso che dà l'elemento materiale per (1
) M. ROMANO, op. cit., p. 88. 152 l'esercizio della sovranità, avrà tanto
coraggio da non sopportare alcuna inconsigliata modificazione dei suoi di ritti.
Quest'alto sentimento dell'importanza civile della milizia meglio vedremo, allorquando
il Cuoco, apostolo dell'unità italiana e della resurrezione morale del popolo
nostro, rincorerà i suoi concittadini a ritornare agli an tichi sani esercizi
bellici. E passiamo ad altro. « Il terzo vantaggio » continua il nostro autore
« e mas simo, sarà quello di abolire l'antico pregiudizio che con dannava
all'ignominia l'utile industria, e specialmente l'agricoltura. Divenuta una
volta la proprietà la massima tra le distinzioni civili, questo farà sì che il
primo sen timento sociale sarà il desiderio di accrescerla, e quindi
un'attività maggiore nell'industria. Un mezzo secolo fa, l'abate Coyer destò
gran rumore in Europa pel suo opu scolo Sulla nobiltà commerciante. Egli però
non faceva che predicar l'imitazione dell'Inghilterra, ma non tentò mai
d'esaminar la cagione per la quale in Inghilterra era comune ciò che si
reputava paradosso in Francia. L'industria inglese era figlia delle rivoluzioni
che quella nazione avea sofferte più frequenti e più feroci delle altre. È
un'osservazione costante che, quando le rivoluzioni finiscono in bene,
l'agricoltura fa nuovi e rapidissimi progressi. Questo fenomeno, osservato
negli altri secoli, si è ripetuto anche nel nostro entro la Francia. L'in
dustria, e specialmente agricola, fa grandi progressi, ed i progressi
dell'industria non possono esser mai divisi da quelli della pubblica morale.
Esser buon cittadino non è altro che esser cittadino utile, e cittadino utile,
diceva Catone, vuol dire buon agricoltore >> Il nuovo Stato, appunto
perchè Stato di consenso, lascia la massima libertà individuale; afferma la
volontà generale in tutto ciò che pertiene all'esercizio della so vranità, ma
lascia intatta la volontà particolare in ogni sua estrinsecazione, ove essa, s
' intende, si muova in una sfera determinata. Ogni attività, che non coinvolga
l'essenza sovrana dello Stato, è lasciata alla volontà dei singoli subietti: il
commercio, l'industria, la navi gazione, l'agricoltura, l'istruzione, con
riserve debite, 153 sono lasciate alla libera autonomia dei cittadini. Appa
riscono qui i princípi del liberismo economico, che ap pare già ne' primordi
dell'economia politica, nei Fisio crati, nella scuola liberale inglese e
francese, e giù di là ne' nostri maggiori scrittori, per essere l'anima d'ogni
ulteriore sviluppo della scienza. Secondo me, entro certi limiti, non si può
dubitare di un liberismo vero e pro prio nel Cuoco. Lo Stato assoluto, basato
sul principio patrimoniale regio, non potea di fatto non essere Stato
monopolistico, come quello che mirava ad un utile particolare e non collettivo,
di classe e non generale. L'equilibrio econo mico è la risultante di libere
forze individuali, è ciò che nasce dall'esplicazione di queste attività. Ciò
che è, è quanto di meglio si possa concepire. Questi princípi liberali, che noi
troviamo sviluppati in Adamo Smith, in Ricardo, in Giovan Battista Say, ecc.
non sono in antitesi notiamo ai principi della filosofia cuochiana, per meata
di vichismo. Le nazioni, dice il Cuoco col Vico, le società umane, i popoli
sono governati da leggi naturali eterne, che hanno un proprio sviluppo, un
proprio spie gamento, dietro un impulso originario ab antiquo. Gli uomini non
possono mutare queste leggi, perchè ciò che è dato dalla natura stessa meglio
soddisfa le esigenze umane, quindi rappresenta ciò che, date le condizioni
sociali e civili, di migliore si possa imaginare. È l'ordine delle cose che
determina l'ordine costituzionale, e non la nuda filosofia: è l'ordine delle
cose che determina l'or dine economico, e non l'astratta economia. Di ciò ab
biamo una prova diretta nel Cuoco. Esiste, secondo il nostro, una vera scienza
economica, ma, appunto perchè questa scienza ha una base non dommatica ed
apriori stica, ma di fatto e storica, i princípi che la governano sono pochi,
di loro natura « tanto semplici e pochi» che « scompagnati dall'esperienza »
divengono « incerti e fa cili ad esser corrotti » (1 ). I princípi
dell'economia sono (1 ) V. Cuoco, Scritti vari, v. II, p. 89. 154 pochi, perché
sono i princípi stessi della natura. La na tura determina l'ordine e lo
sviluppo delle cose umane, in tutte le loro conseguenze. Lasciamo operare la
natura, e questa condurrà a sviluppi, che sono quanto di meglio si possa
immaginare ed operare per predeterminazione umana, ammesso cioè che gli uomini,
lasciato da parte ogni intendimento utilitario individuale, mirino apriori
sticamente ad un fine utilitario generale. La disarmonia di contrastanti
interessi porta all'armonia dell'utilità col lettiva, ad un utile generale, lo
stesso che si avrebbe, qua lora gli uomini abbandonassero, ed è mera
astrazione, l'egoismo economico nativo, che li porta alla ricerca della
soddisfazione maggiore de' propri bisogni anche a sca pito altrui. Lo Stato
cuochiano quindi è Stato liberista: il prin cipio però notiamo è tutt'altro che
chiaro, e lo stesso no stro autore lo intorbida e spesso lo rinnega. Il
legislatore interviene a limitare l'attività economica individuale, solo in
quanto quell'attività lasciata a sè stessa, in de terminate circostanze sociali
anomali, possa risolversi in un danno collettivo, o in quanto quest'attività
indivi duale, nel rimuovere gli ostacoli che le si oppongano, agisca fuori dal
lecito giuridico. Il Cuoco è troppo for temente concreto per potere formulare
princípi astratti e crederli validi per un'universalità di fatti. I princípi
economici, ha detto sono pochi, perchè poche sono le leggi eterne della natura;
i casi concreti invece sono molti moltissimi: quindi il principio economico
trova nella realtà mille limitazioni, e solo un'analisi caso per caso può ri
solvere un problema positivo che ci si presenti. Liberismo o protezionismo?
Questione fino ad un certo punto astratta. La vita nelle sue manifestazioni
reali può ren dere necessario il protezionismo, e lo può presentare, vi sono
pur de' casi, come un male minore di quello, che si avrebbe lasciando sfogare
le libere forze economiche. « Niente si cura produrre chi non è sicuro di
vendere. Or, perchè gli abitanti di uno Stato possan vendere molto e con
vantaggio, è necessaria una certa potenza politica nello Stato. È necessaria,
perchè possa ottenere dalle altre nazioni que patti equi, i quali non si otten
gono se non quando taluno creda che noi possiamo ot tenerli anche contro sua
voglia. I popoli, dice Melun, e noi diremo i governi, non si regalano nulla. Se
non siete forte, sarete sopraffatto. Non solamente non otter rete condizioni
giuste, ma sarete costretto a soffrirne delle ingiustissime. Come mai il Cuoco,
di cui abbiamo veduto il pensiero nella sua sostanza liberista, sembra tradire
così i suoi princípi? In realtà, la concretezza del suo pensiero non può
permettergli apriorismi nè costituzionali, nè econo miei, ond’ei bene intende
quanto necessario sia il prote zionismo in certe contingenze politiche. Non
dimenti chiamo, poi, che non si può parlare di liberismo asso luto in un'età,
in cui ferve continua la lotta tra la Francia e le coalizioni europee, fra la
Francia e l'Inghilterra do minatrice de’mari, in un'età in cui ogni mezzo
politico diviene spietato per vincere economicamente, e le armi del contrasto
non sono più la libera concorrenza tra im prese nel campo internazionale, ma il
sequestro marit timo, il boicottaggio, il blocco. La realtà dell'èra napo
leonica, tragica nel conflitto tra il genio e le forze avverse, impone all'
impero il protezionismo. Il Cuoco lo crede ne cessario per evitare danni
maggiori, senza però condurre questa tattica positiva a princípi generali e
valevoli in eterno. Ma dove il pensiero cuochiano attinge una verità eco nomica
di prim'ordine è in un principio, al quale il no stro accenna ne' Frammenti di
lettere a Vincenzio Russo, (1 ) Giorn. ital., a. 1806; 5, 6, 7, 8 gennaio; n. 5,
6, 7, 8; pp. 19-20, pp. 23-24, pp. 27-28, pp. 31-32; Politica: (ristampato in
M. ROMANO, op. cit., in Appendice; ed ora negli Scritti vari, v. I, pp. 201-213
col titolo La politica inglese e l'Italia ). (2 ) Mi sembra che anche il
ROMANO, op. cit., p. 155, creda così. Dopo aver riportato in nota il brano da
me sovra ci. tato aggiunge: « Anche qui è palese che il protezionismo del Cuoco
non moveva da teoriche astratte, sibbene dall'esame delle condizioni storiche
del suo tempo. E che avesse ragione allora.... non è chi non veda », 156
principio, al quale egli stesso non dà alcuna elaborazione, ma in cui è il
germe di dottrine, che nella stessa nostra Italia hanno avuto così bello
sviluppo. « Una nazione si dirà virtuosa, quando il suo costume sia tale che
non renda infelice il cittadino; e se tutte le nazioni potessero essere sagge a
segno che, invece di farsi la guerra e di distruggersi a vicenda, si aiutassero,
si giovassero, questa sarebbe la virtù del genere umano. Il fine della virtù è
la felicità, e la felicità è la soddisfazione dei bisogni, ossia l'equilibrio
tra i desidèri e le forze. Ma, siccome queste due quantità sono sempre
variabili, così si può andare alla felicità, cioè si può ottener l'equilibrio o
scemando i desideri o accrescendo le forze. Un uomo, il quale abbia ciò che
desidera, non sarà mai ingiusto; perchè naturale e quasichè fisico è in noi
quel senti mento di pietà, che ci fa risentire i mali altrui al pari dei
nostri, e questo solo sentimento basta a frenare la nostra ingiustizia, sempre
che la crediamo inutile. L'uomo selvaggio non cura il suo simile, perchè non
gli serve: egli solo basta a soddisfare i suoi bisogni, che son pochi. Debbono
crescere i suoi bisogni, perchè si avvegga che un altro uomo gli possa esser
utile, ed allora diventa umano. Per un momento nel corso politico delle nazioni
le forze dell'uomo saranno superiori ai bisogni suoi; allora que st'uomo sarà
anche generoso. Ma questo periodo non dura che poco: i bisogni tornan di nuovo
a superar forze; l'uomo crede un altro uomo non solo utile, ma anche necessario:
ed allora non si contenta più di averlo per amico, ma vuole averlo anche per
schiavo » (1 ). Per il Cuoco la felicità è ciò che con linguaggio più pro prio
possiamo dire soddisfazione de' bisogni, possibilità di sfruttare le qualità
fisico - chimiche de ' beni, dati de terminati bisogni individuali. L'uomo è
felice, cioè sod disfa interamente i suoi bisogni, realizza uno stato di ap (1
) Framm. VI, p. 262. Errerebbe colui che nel brano citato volesse vedere un
abbozzo di morale utilitaria: il problema mo rale ben altrimenti è impostato da
V. Cuoco. 157 pagamento, trova un punto d'equilibrio, quando non v'è contrasto
tra desideri e forze. La visione però è moderna in ciò che segue. I bisogni,
aggiunge lo scrittore, non sono da comprimersi, tut t'altro, anzi è d'uopo
dargli il modo d’esplicarsi. « Invano tu colla tua eloquenza fulminerai il
nostro lusso, i no stri capricci, l'amor che abbiamo per le ricchezze: noi ti
ammireremo, e ti lasceremo solo ». L'economia privata e pubblica dà l'esempio
continuo di nuovi bisogni che sorgono, che non trovano soddisfazione che
parzialmente, e poi per le mutate condizioni delle produzioni vengono
soddisfatti sempre meglio. Il progresso civile è una ca tena ininterrotta di
bisogni nuovi e di soddisfazioni ade guate che si sviluppano. Che vale gridare
catoniana mente contro le troppo molteplici esigenze della vita moderna? Quel
che è non si discute. Passarvi sopra sa rebbe un condannarsi ad una eterna
infelicità. L'equi librio tra i desideri e le forze non può mantenersi che per
breve tempo, perchè tosto che si realizza, intervengono nuovi bisogni
impreveduti per romperlo. Nella realtà, anzi, è impossibile concepire un vero e
proprio equili brio: quel che più ci dà l'idea di questo mondo eco nomico è una
serie di equilibri tra desidèri nuovi e forze preesistenti, tra bisogni nuovi,
che dan luogo a nuove domande di beni atti a soddisfarli e lo stato della produ
zione, che s'adatta all'oscillazioni delle domande. Qual'è il comportamento
naturale dello Stato in tali contin genze? « La cura del governo deve esser
quella di distrug gere le professioni che nulla producono, e quelle ancora le
quali consumano più di ciò che producono; e verrà a capo, se stabilirà tale
ordine, che per mezzo di esse non si possa mai sperare tanto di ricchezza
quanto colle arti utili se ne ottiene ». Il Cuoco continua in una esaltazione
del lavoro agricolo ed industriale, e in una deplorazione degli impieghi, che
chiama pericolosi per chè fomentano le ambizioni. Con ciò noi usciamo dalla
pura indagine economica. L'autore lascia intravedere la possibilità d'un
intervento statale in un campo che noi ne 158 vorremmo libero. Ma nel molisano,
purtroppo, i concetti economici non sono chiari: il Cuoco indulge troppo spesso
a forme d'economia statale, che portano ad un interven tismo e ad un
protezionismo fuor di luogo, che, se sono a volte spiegabili come espressioni
di circostanze ano male, non hanno mai ragioni scientifiche tali da imporli per
una pratica economica generale. Bisogna pur riconoscere che elementi estrinseci
interven gono a turbare la mera analisi economica, onde il Cuoco so stiene
forme d'economia statale e d'intervento per altre ragioni, nobili e
spiegabilissime. Dopo gli studi del RUGGIERI (op. cit., p. 39) e del Cogo sopra
tutto (op. 13-23, pp. 59-66) non v'è alcun dubbio che l'opera statistica
Operazioni sul di partimento dell'Agogna anzichè al cittadino Lizzoli Luigi
come appare estrinsecamente dal frontespizio dell'opera (Dalla tip. Nobile e
Tosi, 8. d. ), debba attribuirsi al Cuoco, che la scrisse per incarico
dell'amico tutta di suo pugno, sia pure consigliato dal Lizzoli. Orbene in
detta opera (cap. XII, Istruzione pubblica, p. 107) il Cuoco tratta
dell'importanza delle scuole di disegno e de' vantaggi che da questa specie d'educazione
si ritraggono. « Saremo sempre » scrive poi « i servi degli esteri fin che
crede remo che essi sieno i nostri maestri: chi ha perduto la stima di sè
stesso, ha già perduto tre quarti della sua indipendenza. Or questa stima di
noi stessi non si perde tanto ammirando i genî che ha prodotto, e le grandi
azioni che ha fatte una na zione estera, quanto ammirando di soverchio alcune
cose che sono per loro natura indifferenti, e che forse anche sarebbero
migliori tra noi, se come nostre non fossero disprezzate. Pochi sono sempre
presso qualunque nazione coloro che intendono e pregiano le prime, e questi
pochi per lo più hanno uno sviluppo tale di ragione che impedisce l'abuso
dell'ammirazione. Ma mol. tissimi sono quelli che ammirano le chincaglierie, i
ventagli, le fibbie, i mobili, le stoffe, e che aspettano da Lione, o da Londra
il figurino della moda. Tra cento uomini convien trovare cin. quanta donne, e
quarantotto altri esseri inferiori alle donne, i quali ragionano così: in
Inghilterra le fibbie, i mobili, le scarpe sono migliori delle nostre: dunque
gl' Inglesi sono migliori di noi. Allora tutto è perduto. Le nazioni estere
attaccano sempre la parte più numerosa e più debole di un'altra nazione, e l'at
taccano per le vie del comodo e del bello; e quindiè che un go verno savio deve
procurar sempre di dare alla nazione propria gran facilità di mezzi, onde poter
vincere in questa concorrenza, e questa cura deve formar la parte principale
della pubblica istru zione ». 159 Abbiamo studiato come il Cuoco concepisca lo
Stato, Stato di diritto basato sul consenso e realizzante la sua sovranità
nella maggior pienezza, Stato militare e forte; abbiamo anche studiato come
questo suo Stato sia in fine lo Stato che egli vede sorgere per opera di
Bonaparte. Il Cuoco a me appare come il teorizzatore di quel tipo di Stato, che
alla storia è passato col nome di napoleonico. Abbiamo già dato in parte la
giustificazione di ciò che i legittimisti ben poteano chiamare usurpazione, ma
che per il nostro è lo sviluppo logico delle cose, è la fine di tutto un
processo storico: occorre però ritornare sul l'argomento per una più vasta
documentazione. La storia non s'interrompe. Il primo console diviene presto
imperatore di Francia e poi re d'Italia (1 ). Tutto il movimento spirituale che
porta dalla repubblica ita liana al regno italico, trova la sua spiegazione
negli scritti cuochiani. Sul Giornale italiano il molisano manda fuori le sue
Considerazioni sopra il senato - consulto (2 ), scritto denso di pensiero
politico, ove la monarchia napoleonica trova un'adeguata giustificazione nella
natura stessa delle cose, nel corso della storia, che tra due estremismi, la
tirannia e l'anarchia, trova il suo equilibrio nella costi tuzionalità. I
contemporanei non possono intendere Napoleone: la sua figura complessa sfugge
ad essi, perchè la conside rano isolatamente, avulsa dal moto storico, in cui
opera e dal quale è determinata, moto storico, che solo la po sterità potrà
intendere. Avevamo una repubblica. Come va che dal direttorio, dal consolato
decennale, dal conso lato a vita, dalla presidenza si passa all'impero e al
regno? « Noi diciamo, pieni di stupore: – Come mai ha potuto avvenir questo? —
E coloro che ci han preceduto, molto tempo prima che avvenisse, lo avean
predetto (1 ) M. Rosi, op. cit., p. 230 e sgg. (2 ) Giorn. ital., 1804, 30
maggio, 2 giugno; n. 65, 66; pp. 260, 264: Considerazioni sovra il senato -
consulto (ristampato dal Ro MANO, op. cit., in Appendice; ed ora in Scritti
vari, v. I, pp. 103-108, col titolo Napoleone imperatore). 160 inevitabile ».
L'impero è sorto, perchè tutte le idee por tavano all'impero. L'analisi di
tutti i precedenti storici, senza i quali ogni evento ci appare estrinseco, è
fatta dal nostro con una lucidità mirabile. La rivoluzione francese, prima di
scatenarsi sulle piazze e sui patiboli col terrore, aveva tentato un
esperimento costituzionale. Una monarchia moderata sarebbe stata quanto di
meglio potea avere in quel momento la Francia. « La rivoluzione scoppiò, perchè
era inevitabile. Tutte le idee degli uomini non ebbero allora altro scopo che
quello di formare una monarchia costituzionale; ma si errò nel circoscrivere il
limite del potere esecutivo, e se ne creò uno troppo debole e troppo poco
rispettato ». Si inde bolì costituzionalmente il potere centrale, togliendo
così ogni difesa agli stessi ordini civili, aprendo la via alla licenza
trionfante. Gli errori in questo campo furono in numerevoli. Il potere
legislativo esercitò un predominio eccessivo, inframettenze internazionali, in
campi che pra ticamente, se pur non logicamente, spettano all'autorità
amministrativa. La forza ' armata fu divisa, parte al re, parte al popolo: la
monarchia fu esautorata, ma il paese resto senza presidio alcuno. Il potere
esecutivo perse ogni autorità sul legislativo, e si giunse all'assurdo di
togliergli parte sia diretta sia indiretta, sia d'iniziativa sia di veto, nella
decretazione e nella sanzione delle leggi. Si separò ancora interamente il
potere esecutivo dal giu diziario, e al re fu vietato l'ultimo residuo
d'autorità: il diritto di grazia e d'amnistia, che pur tanto serve a sanare
situazioni in via strettamente giudiziaria irre solubili. « Che ne avvenne? La
monarchia costituzionale, simile ad un colosso di arena, si sgretolò e cadde ».
S'immaginò poi la costituzione del 1793. Un altro ec cesso. Per non cedere la
Francia il potere esecutivo ad un organo specifico, esso fu assunto dalla
stessa conven zione nazionale. « L'epoca, in cui noi ebbimo distrutto ogni
potere esecutivo, si può chiamar l'epoca in cui al governo si sostituì la
guillottina ». « Eravamo giunti all'estremo. Era necessità retroce dere. Si
comprese l’errore della riunione de' poteri e, 161 colla costituzione del 1795,
furon di nuovo separati. Si comprese che la forza fisica di uno Stato dovea
esser una sola, e che questa dovea dipendere dal governo. Le at tribuzioni
della guardia nazionale furono limitate; il co mando della forza armata, il
pieno comando, fu dato al Direttorio, a cui furon dati attributi più ampi che
al re ». Come ognun vede il processo della storia è sempre lo stesso: un
estremo porta all'altro estremo, ma nel l'urto e nell'antitesi si sviluppa
spontaneo un supera mento, che rappresenta il nuovo e logico equilibrio. La
costituzione del '95 avea molti difetti che dovevano in breve distruggerla: la
lentezza e la mancanza del se greto in azioni, che esigono rapidità ed unità di
comando; l'incertezza del sistema nel troppo rapido cambiamento del Direttorio;
l'ambizione de' membri che componevano il Direttorio stesso. Gli effetti del
sistema: vittorie inu tili, vertiginose disfatte, discredito all'interno e
all'estero. La storia continua il suo processo, alla ricerca d'un punto
d'equilibrio stabile. La costituzione del 18 bru male fu un rimedio solo in
parte. Comincia l'ascesa di Napoleone, ascesa che ora ci appare naturale,
inquadrata come è nella continuità d'un processo che si svolge con una particolare
logica. Invece che a cinque membri, il potere esecutivo fu affidato ad uno
solo, togliendo ogni lentezza alla vita statale; il potere fu prolungato per
dieci anni, evitando la troppo frequente rotazione di governi; s'evitò ogni
ingerenza legislativa nella sfera na turale d'azione del potere amministrativo
restituito così alla sua sovranità. Una volta preso questo cammino, le idee
andarono fino alla fine: per rendere l'ambizione privata meno nociva, si ebbe
il consolato a vita e si diede al console il diritto di nominare il successore.
L'ascesa di Napoleone appare così pienamente spiegata nella storia. V'è
perfetta reciprocanza: gli uomini deter minano la storia ed operano per la
storia; sono liberi perchè sono i fattori della storia, sono schiavi perchè
soggiacciono alla loro opera. « Ciò che è avvenuto posteriormente non è che il
com pimento di tali istituzioni. L'eredità rende il potere più 11 - F.
BATTAGLIA, 162 sicuro, ed in conseguenza ne rende l'esercizio più dolce; la
responsabilità de' ministri corregge ogni abuso che dal l'eredità potrebbe
avvenire. Coll'eredità e colla responsa bilità si riuniscono due cose che
paiono di loro natura inconciliabili: la libertà e l'impero ». Quand' io ho
analizzata la critica rivoluzionaria nel pensiero cuochiano, ho avvertito come
da questa critica nasca tutto un sistema politico, di cui la storia è la con
sacrazione e la legittimazione. Eccoci giunti al punto, in cui ciò che il Cuoco
ha preveduto trova la sua realtà e la sua riprova materiale. La storia ha un
processo dialet tico eterno, le cui grandi linee approssimativamente si possono
cogliere, pur quando l' ineffabilità de' partico lari ci sfugge. Il Cuoco ha
osservato le idee, che sono eterne e non fallano; ha trascurato gli uomini, che
brillano un istante ed ingannano, se li si astrae dal corso ideale delle cose:
le sue deduzioni fondate sulla natura umana non sono fallite, ed hanno avuto la
più piena sicura conferma. Com'ognun vede, siamo giunti a Napoleone attraverso
uno spiegarsi logico delle cose. Bonaparte è la risultante di tutta una
convergenza d'elementi, che allo storico e al politico acuto non isfuggono, e
de ' quali noi abbiamo descritto la natura. Bonaparte è il creatore di quel
tipo di Stato, che, pur lasciando il più vasto campo alle atti vità
individuali, esercita unitariamente il suo compito sovrano, e, pur riposando
consensualmente su un con tratto sociale, in ogni istante vero nella convergenza
delle volontà subiettive, sa trovare la sua difesa in una forza attiva che non
falla. Un'esperienza rovinosa di frammen tarismo e di debolezza porta
all'impero (1 ). Si è avuta troppo lunga pratica d'anarchismo costituzionale,
d'insuf ficienza esecutiva, perchè si possa continuare sulla stessa strada. I
popoli non possono prosperare, quando gli or dini civili non rispondono alla
vita stessa. La vita è vo lontà unitaria; lo Stato è sovranità, cioè
estrinsecazione di quella volontà suprema, che è alla base d'ogni atti (1 ) V.
FIORINI (F. LEMMI, op. cit., p. 619. 163 vità umana coordinata in società. Ogni
menomazione del principio porta all'anarchia. Le costituzioni debbono ri
spondere a quelle esigenze eterne ed immutabili, senza le quali gli organismi
sociali deperiscono e muoiono. Curioso e tipico è osservare come ugualmente
nella storia il Cuoco trovi la legittimazione di altre figure in signi di
capitani e di uomini eletti, il duca Valentino, Cromwell. Mi si permetta la
parentesi, anche perchè si tratta di considerazioni che illuminano direttamente
il nostro argomento. In uno scritto (1 ) il molisano immagina che un suo amico
possegga un manoscritto antico, descrivente un viaggio per l'Italia nel secolo
di Leone X, secolo aureo e grande nella sua pura italianità: dall'opera egli
desume un collo quio tra l'anonimo autore e il Machiavelli. Non istard qui a
riferire il dialogo, che si svolge animato e profondo di politica, tra i due,
nel quale Vincenzo tenta una giusti ficazione di quell'atteggiamento del grande
fiorentino, che i secoli hanno battezzato con l'epiteto di machiavel lismo.
L'Anonimo' nota al Machiavelli che il mondo lo accusa d'avere insegnato massime
di tirannia ai Medici e di avere presi per suoi modelli uomini scellerati, Ca
struccio e il Valentino. Alla prima obiezione il Machia velli risponde che egli
tanto poco è stato fautore dei signori della sua città, che questi al contrario
lo han per seguitato come troppo caldo fautore della libertà della patria; alla
seconda obiezione oppone un ragionamento assai acuto, sul quale merita
fermarvisici un po '. « Ascolta. Per Castruccio ti dirò che, scrivendo la sua
Vita, non ebbi altro pensiero che quello di ridestar gli animi degl'italiani,
inviliti tra l’ozio e la cura de' cani, della caccia, delle donne e dei
buffoni, all'amor delle cose militari, mostrando loro coll' esempio di un uomo
illu stre che per questa sola via si può ascendere alla gloria e all'impero....
». (1 ) Giorn. ital., 1804, 21, 23, 25 gennaio; n. 9, 10, 11; pp. 35-36, pp.
39-40, pp. 43-44: Varietà (ristampato in Scritti vari, v. I, pp. 42-52 sotto il
titolo Due frammenti d'una storia della poli tica italiana ). 164 « Ma pel duca
Valentino?... » « Perchè quelli che egli oppresse e distrusse eran più
scellerati di lui.... Tra tanti scellerati io preferiva quello che almeno
dirigeva le sue scelleraggini ad un fine più nobile e tendeva a riunir
l'Italia, che gli altri, con iscel leraggini più vili, dividevano e desolavano.
L'Italia non avea altro più da sperare: niuna virtù ne' popoli, niun ordine di
milizia. Quei tanti tirannotti, che la laceravano, si facevan ogni giorno la
guerra; ma questa guerra non decideva mai nulla. Nel massimo de' mali, era un
sol lievo diminuirne il numero. Valentino sarebbe rimasto solo. Più grande,
sarebbe stato più umano ed avrebbe accomodati i suoi pensieri all'ampiezza del
nuovo impero. Senza rivali, sarebbe stato anche senza sospetti e senza
crudeltà. L'Italia avrebbe cominciato a goder la pace, e dopo due età avrebbe
incominciato ad avere anche la virtù.... ». Il pensiero del Cuoco è chiaro. La
giustificazione del Duca è nei suoi stessi fini. Il secolo di Leone voleva
questi mezzi, e da essi non si poteva prescindere: un uomo, che aveva per
iscopo di realizzare la sua personalità, non po teva non agire in quella
maniera. Oggi la storia è cam biata. Napoleone non è il Valentino; Napoleone è
un ambizioso, il nostro autore non lo disconosce, ma un ambizioso, che unisce
la gloria alla virtù. Coloro che lo han preceduto sono inetti metafisici,
incapaci di portare la nazione ad un fine grande. Qual è la ragione etica e
storica, che possa impedire al genio di farsi strada e di trovare nella sua
stessa personalità la sanzione del l'impero? Nessuna. Tutte le cose invece
additano Na. poleone come il restauratore degli ordini civili sconvolti, come
colui, che può dare allo Stato un potente indirizzo unitario È curioso ed
interessante come l'anglofobo Cuoco spieghi e legittimi Cromwell. In un
articolo del Giorn. ital., 1804, 5 marzo, n. 28, pp. 111-12: Considerazioni sul
libro in. glese « Uccidere non è assassinare » e sul diritto delle genti (ri
stampato in Scritti vari, v. I, pp. 81-85 col titolo L'assassinio politico e le
violazioni del diritto delle genti) scrive, a proposito 165 Napoleone ha
inoltre un titolo maggiore al trono, un titolo più nobile, il quale sta
maggiormente al cuore di Cuoco: egli ha dato all'Italia quell'unità, e in parte
quel l'indipendenza, che è stata il sogno di tanti pensatori e di tanti martiri
della Partenopea. Vedremo, in seguito, quando verremo a parlare della pedagogia
e dell'ita lianismo del nostro, come il problema unitario italiano sia anzi
tutto un problema spirituale, cioè educativo, e poi un problema politico.
Limitiamoci ora a vedere la cosa piuttosto dal di fuori, per poi penetrarla
meglio nel suo intimo. Bene o male s'è costituito nell'Italia settentrionale
uno Stato unitario. Quel che al Cuoco interessa è che, nella nostra patria, si
cominci a vivere italianamente, a pen sare nazionalisticamente. Altri dirà: il
nuovo organismo è accodato al carro di Napoleone ! Che importa ciò, se
quest'uomo grande ha di mira il bene comune dell'Italia, sua patria d'origine,
e della Francia, sua patria di ele zione. Il nuovo regno non ha con l'Impero'
se non quel vincolo di solidarietà reciproca, che lega il benefi cato al
benefattore: Napoleone è il pegno tra i due po poli, comune sovrano di due
nazioni sorelle. Come mai il Cuoco così irrimediabilmente antifrancese ora è
così strettamente francofilo, incline ad intendere i benefici dell'alleanza e
dell'amicizia franco- italiana, fino a ringraziare Iddio, che ha voluto porre
Italia e Francia sotto il comune scettro d’un uomo solo? La risposta è
implicita in tutto il pensiero politico del no stró scrittore. di un'operetta
del colonnello SEXBY, Killing is no murder e dell'attentato contro Napoleone
del febbraio 1804 queste con siderazioni sulla posizione storica del lord
protettore Cromwell: Dopo le crudeli stolidezze degli evangelici, de'puritani,
de' livellisti e di tutto quell'infinito numero di sette religiose e politiche,
che si agitavano allora in Inghilterra come igra nelli di sabbia quando spira
il vento di mezzogiorno ne' deserti dell'Arabia,... era inevitabile che
sorgesse finalmente un uomo atto a ricomporre in un qualche modo le cose. Ciò
che è ine. vitabile è sempre il minor male », 166 La Francia, che il Cuoco non
ama, è la Francia repub blicana, sinonimo d'astrattismo e di debolezza, che am
mannisce ai popoli parole vacue di libertà di fratellanza d'uguaglianza, e
intanto depreda musei archivi bibliote che, saccheggia case private, taglieggia
le stesse città che dice d'aver liberato. La Francia rivoluzionaria, che egli
descrive con così foschi colori, non può dare a noi l'indi pendenza e l'unità.
La Francia, che invece esalta, è la Francia che ha superato la rivoluzione, ha
ricostituito gli ordini pubblici sconvolti, ha trovato in Bonaparte, la sintesi
superba della sua rinascita. L’unità che il molisano osserva realizzata nel
nuovo Stato è, però, un'unità più politica che spirituale, più estrinseca che
intima. Bisogna dunque operare ancora per rendere le fondamenta del nuovo regno
salde ed eterne, bisogna formare quel che manca: la coscienza dell'italianità,
la volontà unitaria, un nazionalismo. A ciò mirano gli sforzi del Cuoco,
pedagogo dell'Italia, « il pedagogista del primo risveglio della coscienza
nazio nale » (1 ). Abbiamo il Regno italico libero indipendente, punto di
partenza per estendere a tutta la penisola i benefici d’un nuovo ordinamento. È
il gran sogno di Vincenzo Cuoco, che s'esalta, egli, temperamento posi tivo,
ovunque veda un barlume d'unità italiana, lo stesso sogno che lo farà fervido
murattista ne' suoi ultimi anni, sembrandogli d'intravvedere in Gioacchino il
desìo am bizioso d’un più vasto dominio. Certo l'autore del Saggio storico
avrebbe voluto che il nuovo organismo nazionale sorgesse più naturalmente, per
virtù d'italiani, per il formarsi e il maturarsi d'uno spirito civile nostrano,
per un processo politico naturale, senza quell'intervento napoleonico, che pur
serba sempre il suo peccato d'origine: la sua esteriorità. Ma, tutto è fatale
necessario nella storia. « Quella ragione, per la quale gl'italiani, reggendosi
a repubblica, non potrebbero for mar mai uno Stato potente, quella ragione
istessa fa sì (1 ) G. GENTILE, Studi vichiani, p. 335. 167 che uno Stato
potente, tra le tante divisioni di luoghi e di animi, non possa sorgere in
Italia se non per mezzo dell’unione; e questa unione, non essendo più figlia
della virtù e degli ordini antichi, non può ottenersi se non per la forza. E
come mai non sarà straniera la forza, quando ogni forza patria è già da tanto
tempo distrutta? . La repubblica non fa per noi, come non fa per i francesi:
essa è disgregazione e ruina, mentre occorre unitarietà e forza per superare i
mali e i dottrinarismi del secolo. La Francia repubblicana, dannosa a sè
stessa, non potea essere benefica per poi: i suoi rapporti con l'Italia eran
rapporti di sudditanza e non di parità. « I legami che ci uniscono alla Francia
» scrive il Cuoco, « sono legami di necessità e di vantaggio vicendevoli. Era
naturale che la Francia vincitrice volesse usare della sua vittoria; ma, finchè
la Francia ebbe apparenza di governo repubblicano, la sorte d'Italia non fu per
certo molto felice, perchè pessima è sempre la condizione de' paesi conquistati
o dominati dalle repubbliche. Par che la somma delle libertà tutta si concentri
entro le mura, e fuori non rimane che l'oppressione. Forse è inevitabile
nell'ordine della natura che l'estremo de 'mali non si possa evitare senza
rinunciare a quell'estremo de' beni, a quell'ottimo che si chiama con ragione
il peggior ne mico del bene, e mettersi in quella mediocrità che forma la base
de governi temperati. La Francia, quando ella stessa non avea governo,
prometteva agli altri popoli un governo simile al suo: con promesse, per tutt'
i popoli, fallaci, perchè non poteano eseguirsi; per l'Italia, an corchè
potessero eseguirsi, dannose. Imperciocchè, am messo per vero che i costumi
degli europei viventi fos sero capaci di pure forme repubblicane, rimane però
sempre problematico se con forme puramente repubbli cane l’Italia, il di cui
male più grave stava nella divi (1 ) Giorn. ital., 1805, 1, 3, 6 aprile; n. 39,
40, 41; p. 158 pp. 161-162, pp. 165-166: Sul regno d'Italia (ripubblicato in,
parte da G. Cogo, op. 134-136; ed ora in Scritti vari, V. I, pp. 149-158). 168
sione, avrebbe potuto mai riunirsi; e se, non riunendosi, poteva acquistar
forza e vera indipendenza; e se, senza indipendenza e senza forza, preda del
primo che volesse invaderla, avrebbe mai potuto perfezionar gli ordini suoi? ».
Ritorniamo alla critica rivoluzionaria di cui abbiamo parlato. Il popolo
italiano, pur diviso e suddiviso, ha una sua fisionomia speciale, bisogni
propri, antichi ordini na zionali, che non possono mutarsi ed adattarsi ai
sistemi nuovi d'oltralpe. Napoleone agisce diversamente: crea in Italia un
Regno nuovo e lo pone direttamente sotto il suo scettro, ma nello stesso tempo
gli dà, almeno in parte, una certa autonomia governativa, che intenda i bisogni
e gli interessi locali, gli dà un esercito proprio, che sol levi lo spirito popolare
depresso e lo riabiliti dopo un fiacco passato; gli dà istituzioni, leggi
proprie. V'è una politica imperiale, politica estera, amministrazione ge
nerale, la stessa in Italia e in Francia, dipendente dalla volontà del monarca.
V'è poi una politica locale, diretta alla soddisfazione di esigenze specifiche,
che varia da luogo a luogo, lasciata alla volontà delle popolazioni, che
intanto s’abituano alle gestioni pubbliche, alle fun zioni civili, dalle quali
sino ad oggi erano state tenute lontane. « Il cangiamento di governo che è
avvenuto in Francia, per quanto sia stato necessario ai francesi, si può dire
però che sia stato egualmente utile agl'italiani. Di tutti i legami che univan
questa a quella non rimane che l'al leanza; alleanza, che, se alla Francia è
utile, all'Italia è indispensabile. Il Regno dell'Italia è divenuto proprietà
dello stesso sovrano, e questo sovrano è il più grande uomo del secolo: egli
saprà, egli potrà e, ciò che più im porta, egli vorrà farlo prosperare. Questo
uomo avea già due titoli i più giusti alla sovranità: quello di creatore e di
restauratore dello Stato. Le circostanze politiche del l'Europa gliene dànno un
terzo, più giusto di tutti: la necessità di difendere ancora per altro tempo lo
Stato che egli ha creato, la necessità che ancora ha questa nazione dei
benefíci suoi », 169 H In Italia non si è formato ancora uno spirito pubblico
nazionale, una comunione d'idealità, un italianismo in somma. L'unità, che
Napoleone ha dato a noi, è un'unità che non può trovare altra ragione che nel
suo genio. L'in dipendenza per volontà intrinseca del popolo è un as surdo: in
Italia non c'è ancora un popolo consapevole della sua natura e della sua forza.
L'unica possibile ri soluzione del problema italiano è quella che la storia ha
sancito. Il fatto nuovo avrà per effetto di mostrare agli italiani, come la
convivenza comune ed unitaria sia possibile, anzi vantaggiosa; come essi uniti
siano più forti che non separati; come essi abbiano da sperar tutto da un
avvenire libero, e tutto da perdere ricadendo negli antichi errori. I germi di
quest'esperienza non andranno perduti, morto Napoleone, poi che la storia non
ritorna sui suoi passi, e procede infallibilmente. Qui il Cuoco è davvero il
profeta dell'avvenire. Siamo in un campo puramente politico. Ho detto che ci
riserviamo di studiare in seguito la maniera con la quale il Cuoco crede
possibile una unità italiana più in tima, di natura spirituale, attraverso
un'alta pedagogia, che cementi per l'eternità, ciò che il genio d’un uomo ha
potuto realizzare in maniera affatto pratica, e, nella sua stessa génesi,
estrinseca. Prima però di venire a questo problema, che formerà un capitolo del
presente lavoro, bisogna gettare uno sguardo rapido sulla politica gene rale
europea, in cui il nostro scrittore ebbe intuizioni ge niali e alcune poche
insufficienze tipiche. Per chi ritorna col pensiero alla tormentata storia del
secolo XIX, l'unità d'Italia appare come una necessaria conseguenza di forze
politiche in pieno sviluppo, come l'inderogabile fine d'un non mai interrotto
processo. La questione italiana, considerata da un punto di vista po litico,
appare, senza dubbio, come una grande questione europea. L'Italia è il centro
del Mediterraneo, il centro pulsante della vita civile di tante stirpi, il
transito tra l'Oriente mistico e voluttuoso e l'Occidente pratico e po sitivo;
il paese destinato a moderare, se libero ed uno, tutte le competizioni di
predominio commerciale, ad ali 170 mentarle, se disgiunto e schiavo, in quanto
nessuna grande potenza permetterà mai ad un'altra un dominio incontrastato
sulla penisola, che domina tutti gli sbocchi marinari e commerciali europei.
L'unità italiana è il fulcro del problema dell'equilibrio europeo. Le guerre
cesseranno, in gran parte, quando le nazioni si convince ranno di questa grande
verità: l'unità d'Italia è la condi zione indispensabile d'un assetto europeo
duraturo. È il concetto centrale del Saggio, il concetto animatore della
politica cuochiana. Vincenzo Cuoco si è tuffato nel vor tice che non amava, la
rivoluzione, solo perchè aveva una lontana vaga speranza d'indipendenza e di
unità italiana. « La rivoluzione di Napoli, rimpiange l’esule della Ci salpina,
potea solo assicurar l ' indipendenza d'Italia, e l'indipendenza d'Italia potea
solo assicurar la Francia. L'equilibrio tanto vantato di Europa non può esser
af fidato se non all'indipendenza italiana; a quell'indipen denza, che tutte le
potenze, quando seguissero più il loro vero interesse che il loro capriccio,
dovrebbero tutte procurare. Chiunque sa riflettere converrà meco che, nella
gran lotta politica che oggi agita l'Europa, quello dei due partiti rimarrà
vincitore che più sinceramente favo rirà l'indipendenza italiana » (1 ). La
visuale politica di Vincenzo è senza dubbio vasta e profonda. La lotta tra le
grandi nazioni s'impernia sul Mediterraneo: la questione unitaria cessa di
essere, come per molti patrioti del tempo, strettamente nazionale, e s'inquadra
in problemi più complessi, europei. Gli uomini politici del Risorgimento,
purtroppo, non intesero questa grande verità, e la storia, si può dire, operò
per virtù naturale delle cose, fra l'incomprensione anche di menti riccamente
dotate. Per lo stesso Cavour la lotta è una questione continentale di
importanza limitata. Solo un po'tardi, ma a tempo, lo statista piemontese,
nell'im presa garibaldina del '60, s'accorge dall'atteggiamento in (1 ) V.
Cuoco, Saggio storico, XLIII, p. 178. 171 glese quanto importante sia il
problema meridionale nel gioco delle forze mediterranee. Tutta la maggiore o
minore bontà della politica delle varie nazioni europee, vien giudicata dal
Cuoco alla stre gua di questo fine superiore, secondochè abbiano esse più o
meno favorito l'equilibrio internazionale nell'unità d'Italia. Abbiamo uno
scritto cuochiano, già innanzi ci tato, assai interessante per la comprensione
integrale del suo italianissimo pensiero politico, scritto del quale io darò un
largo riassunto, poi che mi sembra che non sia stato considerato dagli studiosi
a sufficenza (1 ). L'arti colo, Osservazioni dello stato politico dell'Europa,
è una sintesi mirabile delle intime ragioni della storia europea negli ultimi
secoli, delle lotte per il predominio, dell'as setto italiano. Lo studio è
determinato dalla lotta, che si riacutizza, tra l'Inghilterra e Napoleone, ma
il Cuoco supera le contingenze politiche e risale a notazioni di ca rattere
assai ampio. Nella vita moderna due sono le pietre miliari dello sviluppo
storico, il trattato di Westfalia e il trattato di Amiens, i quali segnano come
due epoche ben distinte della vita europea, dopo Carlo V. « Quello che si
chiama in Europa tempo di pace non è che il tempo della minor guerra possibile.
L'equilibrio politico dell'Europa è la causa principale di tutte le guerre e di
tutte le paci: gli uomini e le nazioni travagliano con una mano a distrug gerlo
e coll' altra a ristabilirlo. Vi sono sempre due na zioni preponderanti, le
quali, a calcolo sicuro, si fanno. la guerra un giorno sì ed un altro no; e la
guerra dura finchè ad una non riesca di acquistar sull'altra una su periorità
tale che sensibilmente faccia preponderare uno dei bacini della bilancia e
faccia nascere il bisogno di un equilibrio novello. » Le potenze, che fino a
Westfalia detennero il dominio in Europa, furono la Francia e la Spagna. Alla
pace di (1 ) Giorn. ital., Osservazioni sullo stato politico dell'Europa (vedi
in precedenza, p. 143 ). 172 Westfalia si scoprì la ragione della debolezza
spagnuola, a Nimega questa si riconfermò: l'Inghilterra surse a prendere il
posto della Spagna nella rivalità con la Francia. Queste le linee sommarie
della storia. Vediamo, e qui sta il punto che a noi interessa, quale sia la
posizione della Spagna nella vita continentale e quale l'intima ra gione della
sua fiacchezza. La Spagna e la Francia erano due nazioni di forze quasi uguali,
l'una più grande, l'altra meglio preparata: la Spagna poteva ' trionfare, ma
non riuscì. Perché ! La Spagna diventò potente, perché la fortuna delle
successioni riunì sotto uno stesso scettro metà dell'Europa, perchè Colombo le
donò l'America, perchè potè guadagnare in un primo tempo gli animi degli
italiani divisi, discordi, e contro altri irritati. Ma, una volta acquistato un
dominio enorme, attese più ad estenderlo ancora, anzi che a rinforzarlo, ad
arricchirsi materialmente anzi che moralmente: l'espulsione degli ebrei, le
persecuzioni religiose, le dispute teologiche, i governatori rapaci furono le
piaghe della sua compagine. La mancata risoluzione del problema italiano, e qui
vo glio insistere, fu secondo il Cuoco la causa prima della mancata
affermazione della Spagna. « Se la Spagna, potendo riunir l'Italia o formarvi
un grande Stato, l'avesse fatto, avrebbe, ottenuto un eterno poten tissimo
alleato. Ma il fato avea riserbato ad altri tempi l'uomo grande cui era
commesso questo disegno. La volle ritenere distruggendola. Montesquieu dice che
la ritenne arricchendola: da troppo impure fonti avea bevuto Mon tesquieu la
storia nostra ! Dopo averli impoveriti e spo polati, questi paesi divennero per
la Spagna cagioni di spese e non di forza. Difatti la Francia attaccò sempre la
Spagna, non già nel centro della monarchia, ma nella Borgogna, nelle Fiandre,
nell'Italia, nelle provincie lon tane, le quali non si potevan difendere per
loro stesse, ed i successori de' bravi Gonsalvi, De’ Leva e D'Avalos si
perdettero inutilmente sulla Mosa e sul Po. La Spagna s ' indebolì per
conservar ciò che conservar non poteva ». L'errore politico, causa della rapida
decadenza spa 173 gnuola, è il non aver voluto costituire uno Stato d'Italia, libero
ma alleato, onde colpire la Francia avversaria da ogni lato; l'errore politico
della Spagna sta dunque nell’aver trattato l'Italia alla stregua delle colonie
ame ricane, anzi peggio, perchè in Italia la dominatrice di silluse un popolo
grande colto e capace, mentre fuori sfruttò solo genti barbare o semibarbare, tribù
selvagge. La politica francese nella lotta per il predominio, secondo il Cuoco,
fu l'opposto di quella spagnuola. La Francia divenne potente, mostrando di
proteggere gli italiani, proteggendo veramente l'Olanda, aiutando i principi
dell'Impero: così detta le condizioni a Munster; sostiene il Portogallo, si
allea con l'Inghilterra: indebo lisce in Europa e nelle colonie, la rivale. I
francesi sono forti, desiderosi di dominio, ma non si lasciano accecare dalle
ambizioni. Luigi XIV, il superbissimo monarca, non giunge mai ad aspirare al
dominio del mondo; ed è dif ficile trovare nelle storie un principe più di lui
moderato nelle vittorie. « La Francia ebbe per sistema quasi eterno di susci
tare sempre un'altra potenza contro la sua rivale. Ho detto che fece risorgere
il Portogallo e l'Olanda; fece uso anche del gran Gustavo, e chiamò le forze
svedesi sulle sponde del Reno. Dopo le vittorie di Eugenio e la pace di
Utrecht, la monarchia austriaca di Germania era divenuta infinitamente più
potente di prima. La Svezia non bastava più a contenerla. La Prussia, con
popolazione più numerosa, con sito più opportuno, era più atta al bisogno; e la
Francia fece sorger la Prussia. «Tale è stata la condotta colla quale la
Francia è giunta a tanta grandezza. È la condotta della saviezza, della
giustizia e della generosità ». Cuoco non accenna qui all'Italia. La Francia
ovunque suscita Stati liberi contro le sue rivali, la Spagna e l'Au stria, ma
non crea un Regno d'Italia: ecco la causa del suo non completo trionfo. «
Vediamo che han fatto gl'inglesi ». Battuta la Spagna, la cui insufficienza si
fa palese a Westfalia e poi a Nimega, l'Inghilterra prende il posto della
Spagna. L'Inghilterra 174 è il fomite per tanti anni sino ad oggi, pensa il
Cuoco, di tutte le guerre in Europa: per la sua stessa natura non può
mantenersi forte che con la guerra. « Il vero baluardo dell'Inghilterra è
l'immensa quantità de'capitali che ha accumulati: con questi conserva la sua
superiorità ma rittima, perchè con questi mantiene quelle flotte che gli altri
non possono costruire. Ma, siccome questi capi tali li può accumular qualunque
altra nazione, tostochè abbia industria, commercio e pace; così gl'inglesi deb
bono sostenere la loro superiorità con una continua guerra ». Dalle guerre di
successione ad oggi, alle guerre contro Napoleone è la stessa ragione che muove
gli iso lani a battersi. Ma questo metodo è assurdo e pazzesco: « l'Inghilterra
tende più rapidamente della Spagna alla sua dissoluzione ». Il Cuoco, senza
dubbio, s'inganna, ma s'inganna su dei particolari. La visione d'insieme a me
sembra luminosa, se pure in tutti i suoi punti non accet tabile. Gl'inglesi
prolungano le guerre, oltre il necessario, avidi desiderano troppo. Nella
guerra di successione di Spagna perdettero per un orgoglio male inteso ciò che
Luigi XIV voleva cedere prima delle vittorie del Villars. In essi nullà della
magnanimità de' romani. Essi sono forviati dalla saviezza dalla lusinga di più
felici successi. Alla guerra sono spinti dalla loro natura marinara stessa,
nella guerra permangono per migliorare il loro stato. Così ieri, così oggi:
così nelle guerre dinastiche di suc cessione, così nelle guerre nazionali di
oggi. E dire che l'Inghilterra con questa sua iniqua poli tica estera va
perdendo i frutti d ' un'antica continua savia politica interna di tolleranza e
di libertà ! Coloro, che ne' secoli favoriscono quella che il Cuoco chiama «
naturale irresistibile inclinazione a migliorare politica mente » lo stato de'
popoli, « o presto o tardi vincono gli uomini ed i tempi ». « L'Inghilterra è
giunta ad un grado di prosperità immenso; fin dall'epoca di Luigi IX, l'in
terna sua amministrazione era superiore a quella degli altri popoli: ce lo
attesta un uomo, che io chiamo al tempo istesso il Villani ed il Macchiavelli
della Francia, il signor di Joinville. Perchè? Perchè l'Inghilterra fu la prima
175 à riconoscere la proprietà e la libertà civile. Perchè i papi furono fino
al secolo XI gli arbitri di tutta l'Europa? Per chè, in tanta barbarie e
ferocia, erano i soli che predi cavano la pace; perchè abolirono la schiavitù;
perchè, dice Leibnizio, erano i più savi e i più giusti uomini dei loro tempi,
e senza i papi l'Europa sarebbe caduta in mali peggiori. Dopo il XII secolo
cangiarono massime, e la loropotenza incominciò a diminuire. Perchè la Fran cia
e la Svezia vinsero nella guerra dei trent'anni? Perchè sostennero il partito
della tolleranza, dell'umanità, delle idee liberali de'popoli tutti.
Nell'ordine eterno delle cose, la legge è sancita anche per i potenti; anche i
popoli hanno la loro morale: chi la trascura, chi la calpesta, o presto o tardi
ruina. I francesi promettevano agl'italiani grandi ed utili cangiamenti; non
quelli che la stoltezza de’tempi fa ceva millantare in un'epoca che si chiamava
di riforma ed era di distruzione,ma quelli che ogni uomo savio sperava da quel
disordine dover sorgere un giorno. Imperocchè gli utili cangiamenti- sogliono
incominciare per lo più da vivissime commozioni; ed errano egualmente coloro
che, amando troppo queste, voglion perpetuarle, e coloro che, temendole
soverchio, disperano di un fine migliore. Il destino dell'Italia era quello
che, dopo tre secoli di languore e d'inerzia, dovesse finalmente risorgere a
nuova vita. Inglesi, qual male vi avean fatto i discendenti di Galileo, di
Raffaello, di Virgilio, di Cicerone? Ed il vo stro Wickam ha ricoperte le loro
terre di tanti orrori ! Ed invece di concorrere al loro risorgimento, non avete
neanche voluto riconoscere la repubblica italiana ! » (1). Il Cuoco s'esprime
chiaramente. La sua anglofobia non ha origine, come sembrerebbe a prima vista,
in un en tusiasmo cieco per la politica di Napoleone contro l'acer rima isola
ribelle, ma si giustifica alla luce di supreme esigenze pratiche. La pietra di
paragone in tutta questa (1 ). A. BUTTI, L'anglofobia nella letteratura della
cisalpina e del regno italico, in Archivio storico lombardo, a. XXXVI, p. 434 e
sgg. 176 analisi critica è la necessità dell'unità d'Italia, che tutti
intendono come fatale, ma che non tutti amano. Alcuno potrebbe dire che questa
visione pecca di so verchia parzialità bonapartistica, perchè il nostro scrit
tore non rivolge alcun incitamento, alcun rimprovero all'imperatore, per
spronarlo a condurre a buon fine l'opera intrapresa, di cui il regno d'Italia
non è che un buon cominciamento, che attende ulteriori sviluppi. Non è così.
Vincenzo stesso intende quanto poco ab biano fatto i francesi, e la sua parola
non è servile. « Se io dovessi parlare al governo francese » scrive nel Saggio
« per l'Italia, gli direi liberamente che o convien liberarla tutta ò non
toccarla. Formandone un solo go verno, la Francia acquisterebbe una
potentissima alleata; democratizzandone una sola parte, siccome questa pic cola
parte nè potrebbe sperar pace dalle altre potenze nè potrebbe difendersi da sè
sola, così o dovrebbe pe rire abbandonata dalla Francia o dovrebbe costare alla
Francia una continua inutile guerra.... L'Italia è più utile alla Francia amica
che serva, e quindi è meglio renderla libera che provincia » (1 ). Nella
Lettera a N.Q., dinanzi al Saggio storico leggiamo gravi parole. « Se io
potessi parlare a colui a cui (il ] nuovo ordine si deve, gli direi che
l'obblìo ed il disprezzo appunto [delle idee di moderazione] fece sì che la
nuova sorte, che la sua mano e la sua mente avean data all'Italia, quasi dive
nisse per costei, nella di lui lontananza, sorte di desola zione, di ruina e di
morte, se egli stesso non ritornava a salvarla. Un uomo gli direi, che ha
liberata due volte l'Italia, che ha fatto conoscere all'Egitto il nome francese
e che, ritornando, quasi sulle ale de’vènti, simile alla folgore, ha dissipati,
dispersi, atterrati coloro che eransi uniti a perdere quello Stato che egli
avea creato ed illustrato colle sue vittorie, molto ha fatto per la sua gloria;
ma molto altro ancora può e deve fare (1 ) V. Cuoco, Saggio storico, XLIII, p.
178, nota. Cfr. an che tutto ciò che il Cuoco scrive a Napoleone nella Lettera
del. l'autore all'amico N. Q. che va dinanzi al Saggio storico,' a mo' di
prefazione, di cui solo poche righe ho riferito nel testo 177 per il bene
dell'umanità. Dopo aver infrante le catene all' Italia, ti rimane ancora a
renderle la libertà cara e sicura, onde nè per negligenza perda nè per forza le
sia rapito il tuo dono ». Queste righe il Cuoco scrive in piena Cisalpina, non
molti anni prima dell'articolo del quale ci siamo occupati. Queste righe furono
stampate, pub blicate, lette. La voce di Ugo Foscolo nella famosa de dicatoria
a Bonaparte liberatore non è più liberale della voce del Cuoco, anzi, direi,
che quest'ultimo nel suo genio politico metta il dito sulle piaghe, ond'è
afflitta l'Italia, con energia ed acume maggiore che non faccia il poeta de
Sepolcri. E dire che v'è sempre colui che vede l'adulazione, laddove questa non
c'è, e c'è solo un alto elogio per un uomo grande, il più puro interessamento
per le sorti della patria nostra ! Se ora ci accingiamo a dare un giudizio
sintetico sulla visione politica che il Cuoco ebbe dell'Europa e dell'Italia,
possiamo dire con sicurezza che la storia ha dato in gran parte ragione al
grande molisano, in minima parte gli ha dato torto. La questione italiana, a
chi la studia oggi, mentre l'unità non solo politica, ma eziandio, come il
Cuoco l'ha desiderata, spirituale, è un fatto compiuto, appare sopra tutto una
questione di politica generale europea e me diterranea e non limitatamente
nazionale. Gli uomini del Risorgimento, attori coscienti e incoscienti della
sto ria, mossi da idee e da forze, di cui essi erano gli espo nenti e non i
creatori, videro poco: noi storici e critici possiamo affermare certi fatti con
maggiore sicurezza, e figurarci l' unità nazionale come un fenomeno prepa rato
da secoli nella coscienza del popolo, legato da se coli intimamente ad una
realtà spirituale e ad una storia, che si celebrava con mirabile continuità
ovunque. La rivoluzione francese desta dall'imo dello spirito italiano, sia
pure come reazione allo stesso giacobinismo, un mo vimento di rivalutazione
civile, di cui il nostro è il mag giore rappresentante, ma non crea menomamente
un fe nomeno, le di cui origini sono assai più remote. Invero il Risorgimento
s’è manifestato come un movimento altamente spirituale da un lato, come un
problema d'equilibrio europeo dall'altro. Mazzini e Gioberti sono stati il
lievito della rinascita, ma essi non s'intendono se non si comprende il
pensiero del loro precursore Cuoco. L'equilibrio politico è stato la causa
prima, per cui il terzo Napoleone discese nel '59 in Italia contro l'Austria;
l'equilibrio mediterraneo è stato la causa, per cui l'Inghilterra permise
l'opera di Garibaldi nel '60, opera che l'imperatore de francesi prima osteggiò,
e poi, inconscio e gabbato dal Nigra e dal Cavour, finì per per mettere. Il
Cuoco intravide il problema, e, se errò ne' partico lari, nessuno può
condannarlo. L'Inghilterra per il molisano è la nemica naturale del l'unità
italiana. È ciò vero? La storia ha dimostrato di no. La stessa politica, che
egli attribuisce alla Francia di liberare i popoli per farne alleati ed opporli
ai suoi rivali, è stata la politica dell'Inghilterra, quando nel '60, di fronte
al Piemonte vincitore della guerra contro l'Austria, preferì un Regno d'Italia,
signore del mezzo giorno della penisola, grande e forte, ad un Regno di
Sardegna, grande sì da dominare tutto il settentrione, ma non tale da sottrarsi
al vassallaggio della Francia. L'Inghilterra dopo il '59, durante l'impresa
garibaldina, favorì l'Italia per le stesse considerazioni, di cui abbiamo
parlato: suscitiamo un forte organismo statale contro la Francia, aiutiamolo ad
esimersi dal legame con Napo leone III, esso ci sarà riconoscente, e non ci
nuocerà La storia procede così: uno Stato crea un altro Stato, questo dapprima
debole è legato all'astro del suo geni tore, poi s ' ingrandisce aiutato sia
dalla sorte e dalla sua intima virtù, sia da altri che abbia interesse a svilup
parlo, poi, un bel giorno, divenuto potente, saluta i suoi padroni, inizia il
suo corso fatale, la sua naturale evolu zione. Egoismo, mancanza di
riconoscenza, diranno i mo ralisti, che nella vita vogliono attuate le idee del
loro cervello ! È della storia, rispondiamo. L'.Italia sorge na zione dal
conflitto austro - inglese, trova ausilio nella Francia, nell' Inghilterra in
seguito contro la sua stessa 179 antica protettrice, oggi è autonoma e forte:
sarebbe ri dicolo che oggi seguisse la politica de' suoi vecchi mag giori
amici, essa che ha in sè forze latenti è, in isviluppo, più esuberanti e vitali
che non l'Inghilterra e la Fran cia. La storia consacra interessi, bisogni,
volontà e non precetti) filosofici aprioristici.... Che il Cuoco nella storia
vegga uno spiegamento di bi sogni naturali ed omogenei, ci si appalesa
facilmente, se riguardiamo la condanna, che egli fa di organismi storicamente
gloriosi, un giorno potenti, oggi deboli, fiacchi, superati. La caduta
dell'antica repubblica di San Marco nel Saggio storico è espressa nella sua
gelida obiettività, un sospiro, senza un rimpianto. L'Italia di fronte a
Bonaparte, che nel 1796 discende per la pri mavolta da noi, si trova « divisa
in tanti piccoli Stati », che", uniti potrebbero però opporre qualche
resistenza. Il papa propone un'alleanza difensiva. I Savii di Ve nezia
rispondono che da secoli nel loro paese non si parla di alleanze, che è inutile
quindi far proposte. Venezia con ciò sottoscrive la sua condanna di morte. «
Per qual forza » si domanda il Cuoco « di destino avrebbe potuto sussistere un
governo, il quale da due secoli avea distrutta ogni virtù ed ogni valor
militare, che avea ristretto tutto lo Stato nella sola capitale, e poscia avea
concentrata la capitale in poche famiglie, le quali, sentendosi deboli a tanto
impero, non altra massima aveano che la gelosia, non altra sicurezza che la
debolezza de ' sudditi e, più che ogni nemico esterno, temer doveano la virtù dei
propri sudditi? ». « Non so che avverrà » conclude « del l'Italia; ma il
compimento della profezia del segretario fiorentino, la distruzione di quella
vecchia imbecille oli garchia veneta, sarà sempre per l'Italia un gran bene »
(1 ). Quanto diverso il politico Vincenzo Cuoco, che nella sua fredda
obiettività interpreta la storia presente, dal poeta Jacopo Ortis, che getta
uno sguardo sulle età di gloria che furono, piene di luce e di epopea, e sulle
ruine della senza (1 ) V. Cuoco, Saggio storico, III, p. 22. 180 patria, non
trova di meglio, disperato dell'avvenire, che darsi la morte ! Sotto i colpi di
Napoleone un altro antichissimo Stato cede: il potere temporale de' papi. Il
trattato di Tolen tino ha una importanza senza pari per la storia. Mentre ne'
tempi trascorsi, i papi vinti, sgominati, afflitti si rifiu tarono sempre di
porre a base delle trattative la benchè minima particella del territorio della
Chiesa, a Tolentino per la prima volta per la storia si fa uno strappo, si
passa sopra ai diritti inalienabili e imprescrittibili della Sede Romana.
L'organismo antico invero è tarlato: un pro cesso storico di disgregazione
s'inizia, di cui il Cuoco non può vedere le conseguenze, ma che noi oggi
possiamo ben studiare. « La distruzione di un vecchio governo teocra tico » non
costa a Bonaparte « che il volerla » (1). La politica di Napoleone dal '97 in
poi ne' riguardi della Chiesa, il modo con cui egli impianta il nuovo ed
antichissimo problema delle relazioni, merita un acuto studio, che non possiamo
fare. Limitiamoci a vedere come Vincenzo apprezzi e giustifichi la visuale
ecclesiastica dell'imperatore. Non dimentichiamo che il Cuoco è nato in quel
Regno di Napoli, che nello stesso secolo XVIII ebbe a sostenere fiere lotte
contro la Curia, in cui il giu risdizionalismo ebbe una vera e propria teorica
non solo in iscrittori insigni come Giannone, D’Andrea, Capasso, Aulisio,
Conforti, ma anche in ecclesiastici eletti come il famoso arcivescovo
Capeceletrato (2): l'atteg. giamento cuochiano solo tenendo presente tutti
questi precedenti può apparirci chiaro. Prima però di venire a discutere questo
aspetto del pensiero del nostro, dobbiamo intendere quale posto egli assegni
alla religione nella vita dello spirito e nella vita dello Stato. Lo Stato deve
avere una base spirituale, la quale non può essere data che dall'istruzione
umana da un lato, dalla religione dall'altro. Lo Stato per il Cuoco è stato (1
) V. Cuoco, Saggio storico, GENTILE, Studi vichiani, p. 391. 181 etico, sintesi
di volontà libere, e come tale non ha alcun limite alle sue funzioni, se non
nelle volontà particolari stesse che determinano la volontà generale; esso non
può essere agnostico, in quanto l'attività religiosa è uno degli elementi che
costituiscono la sua stessa natura, che stanno alla base della sua vita. La
funzione educativa è di tale importanza che lo Stato del Cuoco, concepito come
so stanza etica, non può disinteressarsene. La religione, anche se lo Stato non
volesse occuparsene per principio, rientrerebbe nel quadro civile e pubblico,
cioè sottoposto alla sovranità, nel fatto stesso che essa non può nè vuole
prescindere d'operare nel campo educativo. Anche lo Stato agnostico di fatto
deve riconoscere la religione, quando insieme con essa opera nel terreno vivo
della pe dagogia, nella sfera perciò delle coscienze singole. Che cosa è per il
Cuoco la religione? In una sua nota scritta su un foglietto, lasciato inedito e
pubblicato per la prima volta da G. Cogo nel suo tante volte da me ci tato volume,
egli si pone il formidabile quesito, se sia possibile una delimitazione tra la
morale e la religione (1 ). Vediamo. « In questi ultimi tempi » egli scrive «
si è domandato se si dovesse o no separare la religione dalla morale, e si è
risposto da tutti che si dovea; si è domandato se si po tesse, e mille han
risposto che si poteva; si è tentato di separarla, e quasi nessuno vi è
riuscito. Io non credo che abbiano sciolto il problema coloro i quali hanno
tratti i princípi della nostra morale e de' doveri nostri da una profonda
analisi del cuore umano, o dall'ordine generale dell'universo, o dalla dignità
dell'uomo; sublimi idee, ma inutili pe'l popolo il quale intende queste cose
meno del l'esistenza di una divinità !... Persuadiamoci: per esser ateo ci
vuole uno sforzo, e tutto nella natura ci parla di Dio. Coloro che,
restringendo l'idea della divinità a quella che noi abbiamo, invece di dire:
questo popolo ha un'idea della divinità diversa della nostra, o per imbe (1 )
G. Cogo, op. cit., p. 80. Vedi anche V. FIORINI e F. LEMMI, op. cit., p. 653.
182 cillità o per malizia han voluto dire che non aveva ve runa idea della
divinità, han pronunziato l'assurdo di credere che una nazione selvaggia
potesse avere più forza d ' intelligenza della nazione culta; perchè di fatti
che altra è presso tutt' i popoli la prima idea della di vinità se non quella
di una forza di cui non possiamo nè evitare ne comprendere gli effetti? » In
sostanza il Cuoco non condanna coloro che credono la religione sopprimibile, o
almeno la credono distin guibile dalla morale, ma si limita positivamente ad
una affermazione: il popolo ha una religione, di essa non può fare a meno. Ben
nota Giovanni Gentile (1 ) come il Cuoco, ingegno eminentemente politico,
capace di ele varsi sicuro alle vette più eccelse della filosofia, ami,'una
volta attinto il sommo, ridiscendere al concreto della storia, lasciando a
mezzo ogni pensiero speculativo. Ogni problema, sia pure di natura teoretico,
al molisano si presenta nelle sue relazioni con la vita d'ogni giorno, con la
vita pratica dell'individuo e dello Stato. Noi nel caso nostro andavamo alla
ricerca d'un presupposto di natura ideologica, e ci imbattiamo in un problema
co stituzionale; ci attendevamo una dimostrazione di prin cípi, e il Cuoco ci
dà senz'altro il principio, come mero dato di fatto. « L'idea di una divinità
si può chiamare una proprietà intrinseca dello spirito umano. Se la verità di
cui noi siam capaci è la coerenza di una nostra idea con tutte le altre, l'idea
di una divinità sarà eternamente vera, e coloro che vogliono distruggerla non
possono opporle che parole le quali s'intendono meno ». La religione ci appare
come un quid d'insopprimibile, di non superabile, in quanto è un elemento
eterno della stessa nostra natura umana. « La prima idea che gli uomini hanno
avuto della di vinità è stata quella della forza; la seconda quella della
giustizia, la terza quella della bontà. Ecco il corso natu 11 ) G. GENTILE,
Studi vichiani, p. 376. 183 rale delle idee degli uomini. Se noi non daremo
loro una divinità, essi se ne formeranno mille, le quali spesso non
comanderanno quello che il bene dell'umanità esige, per chè l'idea di un nume è
potente sullo spirito umano ed è capace di far obliare i doveri dell'umanità
per quelli della religione ». Ritorniamo ad un concetto assai caro al Cuoco, di
cui il Saggio ci offre la conferma. « Non è ancora dimostrato che un popolo
possa rimaner senza religione: se voi non gliela date, se ne formerà una da sè
stesso » (1 ). E perchè un popolo non può restar senza religione? Perchè la re
ligione è la morale fantastica del popolo, e il popolo ha bisogno di qualche
cosa che lo guidi e lo governi. Io credo che sia questo il pensiero del Cuoco.
L'uomo colto può superare la religione nella filosofia, il semiconcetto nel
concetto, trovando la norma della sua condotta nell'as soluto etico (2 ); il
popolo, invece, ha ancora bisogno d'una morale d'autorità, e quindi
parzialmente estrin seca, le cui basi non possono non essere religiose. Nelle
origini la religione è tutto: diritto, cosmologia, morale: nella religione
tutte le forme della vita trovano un prin cipio autoritario e un fondamento. La
distinzione fra l'una attività e l'altra è assai tarda. Il popolo però oggi ci
offre l'immagine, almeno in parte, dell'umanità primi tiva. La religione per
lui è tutto, perchè, essendo, come dice il Cuoco, forza giustizia bontà, è la
base insopprimi bile, nel suo pensiero, d'ogni educazione, d'ogni morale,
d'ogni diritto umano. Togliete questa base, egli non vi ubbidirà, perchè non
trova più alcuna cosa che legittimi l'ubbidienza all'autorità. Il legislatore
deve porsi da un punto di vista pratico, (1 ) V. Cuoco, Saggio storico, XXV, p.
130. Vedi a propo sito B. LABANCA, op. cit., p. 411. (2 ) Questo superamento,
come vedremo in seguito, è più formale che sostanziale. Il Cuoco non crede
possibile una mo rale fuor dalla religione. L'uomo colto concettualizza ciò che
pel volgo è senso e fantasia, ma dinanzi al mistero si arresta pur esso. La
filosofia sistematizza quel che nel popolo è senza ordine, ma non rinnega la
religione, 184 e rendersi interprete della natura dei subietti, che vuol
disciplinare: se egli vuol regolare tutta l'educazione, in staurare una morale
uniforme e sicura, dare un diritto ri spondente a bisogni concreti, egli non
può prescindere da quest'elemento dello spirito, la religione; anzi su questo
elemento- base, nativo ed originario nella natura umana, edificherà il suo
edificio civile. Ecco come un problema di natura filosofica si è con vertito in
un problema politico, anzi nel problema poli tico per eccellenza, come quello
che involge tutta la vita giuridica della nazione. Da quanto abbiamo detto
derivano due corollari im portanti. Lo Stato, che combatte la religione entro
le sue stesse terre, quando la religione è la religione di tutti, è uno Stato
che ha sbagliato grossolanamente tattica: egli concepisce la religione come
mero fenomeno tran seunte, come pregiudizio, ignora che essa è nello spirito
dell'uomo un momento insopprimibile. Lo Stato agno stico, lo Stato neutrale in
materia di fede, è ugualmente uno Stato senza base, come quello al quale il
problema fondamentale d'ogni vita civile viene a sfuggire, cioè il compito
educativo, pedagogico. Lo Stato non può dar mai al popolo un'educazione
interamente laica. Il popolo è quello che è. La religione è radice di ogni suo
convinci mento, opera della natura e non de' preti. L'educazione popolare non
può essere che educazione, non dico reli giosa, ma su base religiosa. Date al
popolo i concetti di libertà, virtù, bontà, egli non vi comprende, perchè egli,
eterno barbaro, eterno fanciullo, non intende il linguag gio della ragione.
Date al popolo miti, leggende, precetti in forma sensibile semifantastica, egli
non solo vi intende, ma vi segue, perchè egli ha potente la facoltà fantastica
dello spirito, e tutto intuisce prima di pensare, e tutto vede e crede prima di
rendersi conto di ciò che vede e crede. Un'educazione popolare non può non
informarsi a questi principi. Chi ne prescinde, e va predicando l'istruzione
areligiosa e civile, naviga nell'astrazione. Ma del problema scolastico, come
problema pedagogico e statale dovremo occuparei in seguito; qui notiamo la 185
prassi politica dello Stato di fronte ad una realtà eterna, la religione. Lo
Stato, se vuole avere un fondamento incrollabile nel popolo, deve parlare al
popolo, e, se al popolo vuol parlare, deve parlargli nelle forme a lui
familiari, cioè il linguaggio fantastico della favola, il linguaggio semi
concettuale della religione, in quanto solo questo intende e non altro. Lo
Stato deve in sostanza utilizzare ai suoi fini la religione, come ogni altra
realtà umana. Nulla di odioso. Lo Stato fa il suo proprio bene, che collima con
gli interessi della popolazione che si vede meglio com presa, con le
aspirazioni universali della religione. Co loro, che credono di potere far la
guerra alla religione, ed incitano lo Stato ad una lotta impari, poi che esso
non può contare che su pochi, mentre la religione ha dietro di sè masse
compatte di credenti, non sono che de' vol gari astrattisti. Qui noi possiamo
ben vedere quanto il Cuoco si stacchi dal pensiero tipico della rivoluzione e
segua una strada tutta sua. Il giacobinismo è anticlericale; il Cuoco non è nè
clericale nè anticlericale, guarda la vita nel suo con creto, e si accorge che
lo spirito umano ha esigenze re ligiose. Il Lomonaco urla, s'inquieta, scara
venta invettive contro la Sede Romana, contro i leviti, contro i falsi sa
cerdoti; il Cuoco analizza, studia, infine edifica: due tem peramenti, due
mentalità diverse, due metodi antitetici: l'uno caduco, l'altro eterno. La
nota, sulla quale io vengo facendo le mie conside razioni e che a me appare
d’una importanza grande, con tinua ancora: « Io dirò a questo proposito un mio
pensiero. Coloro i quali per far la guerra ai preti han voluto segregarli dalla
società non hanno inteso il modo di combatterli. Era im possibile che in questa
guerra non vincesse quella causa che piaceva ai (sic ) Dei. Se fosse dipeso da
me, mi sarei con dotto diversamente: avrei riunito la religione allo Stato » (1
). (1 ) Seguono importanti considerazioni che io non posso ri portare: cfr.
Cogo, op. cit., p. 80 e sg. 186 mo La politica che il Cuoco consiglia è
confessionista. Que sto significa edificare su fondamenta incrollabili,
edificare sulla stessa natura degli uomini. Nel Platone in Italia, Archita
esprime concetti assai simili e stabilisce che il diritto, pur mantenendosi ben
distinto dalla religione, di questa si serva per raggiungere i suoi fini (1 ).
Il Cuoco non investiga in fine l'essenza vera della reli gione, anzi, come può
notare chi legga il bellissimo scritto di Giovanni Gentile sul nostro, egli in
ogni suo tenta tivo filosofico s'arresta timoroso dinanzi alla formida bile
incognita della divinità, e china il capo riverente. V’è in Cuoco un nucleo di
trascendenza, che nella nuova teologia vichiana è del tutto superata (2 ). « Il
savió» scrive nel Platone « si ritira in sè stesso, riconosce che la nostra
mente è una particella della divinità, che noi non riamo. Vede in questa
massima il fondamento della mo rale umana, e tenta di stabilirla e diffonderla,
non con misteri ristretti agli abitanti d'una sola città....; non con istorie,
che ciascuno può credere e non credere; ma con ragioni tratte dall'intrinseca
natura delle menti di tutti gli uomini, e dalle quali nessun uomo possa opporre
altro che l'ostinazione. Ecco il primo dovere del savio. Il se condo è quello
di compatire il volgo, che cerca ad ogni momento delle cose sensibili, ed i
filosofi, che, per stabi lir la virtù, si adattano talora al desiderio del
volgo » (3 ). Siamo sempre ad un punto. Una base religiosa della mo rale non
può mettersi in dubbio. Mentre l'uomo colto, pur arrestandosi dinanzi al
mistero della trascendenza, ha nella ragione, se non una impossibile
spiegazione, una maggior coscienza della rivelazione; il volgo ha bisogno di
vedere e di sentire anche le cose più immateriali nel travaglio inesauribile
della fantasia. Solo la religione può rendere vicina agli uomini la sublime
norma della morale: la religione, fondamento della morale, essa stessa pensa a
renderla viva nella coscienza. (1 ) V. Cuoco, Platone, v. I, p. 84 e sg. G. GENTILE, Studi vichiani, p. 385. (3 ) V.
Cuoco, Platone, v. I, p. 133. 187 Non posso negare che in tutto ciò vi sia una
vera e propria incertezza. La verità è che il Cuoco non è filosofo, e de'
grandi problemi filosofici non può darci un'esplica zione adeguata. La
questione per lui è tutta politica e pratica, e, se s'ingolfa in discussioni
teoretiche, lo fa per ridiscendere più agguerrito sul terreno pratico. Alcuno
potrebbe obiettare che da questa contamina zione di morale civile e di
religione, di politica e di reli gione, vengano a scapitarne sia lo Stato sia
la religione, in quanto lo Stato penetra, si dice, in una sfera non sua, la
religione viene ad essere subordinata ad un fine mon dano. Non è così, ripeto.
Il Cuoco stesso ci avverte che v'è netta delimitazione di fini, tra Stato e
religione, in quanto il primo persegue un fine politico e gli trova la base sua
naturale nello spirito e nella natura umana, mentre la seconda dal fine poli
tico si astrae o dovrebbe astrarsi limitandosi ad un'opera meramente interiore.
Sul terreno politico non v'è possibilità di conflitti, ammesso che la religione
si volga all'eterno ed obblii il mondano. Sul terreno spirituale v'è identità
d'oggetto, il miglioramento interiore del po polo, cooperazione e non antitesi.
In ogni caso v'è vi cendevole vantaggio: lo Stato deve favorire, pur essendo
tollerante, la religione, perchè persegua i suoi fini super terreni; la
religione deve aiutare lo Stato, perchè questo possa in terra fruire
materialmente d'ogni miglioramento morale degli uomini: l'uomo veramente in
ispirito reli gioso non può non essere un buon padre di famiglia, un buon
cittadino. Da quanto abbiam detto è evidente come il Cuoco non cada affatto
nell'errore di molti, proclamando uno Stato, per il quale non v'è che una sola
religione, ed è intolle rante verso le altre. Lo Stato del Cuoco persegue
un fine politico ed utilizza ogni forza fisica e morale che trova, utilizza
quindi anche, col vincolo d’un vantaggio reci proco, le forze smisurate della
religione dominante la cattolica nel caso nostro e a questa dà benefici, come
li darebbe ad un qualunque altro ente pubblico che per segua un fine collettivo
e civile, senza che ciò significhi > 188 intolleranza verso gli altri culti,
che possono pur essi fruire di benefíci, ove il loro fine collimi col fine
statale. Lo Stato agisce nel suo interesse pratico, ond'è chiaro quanto sia
necessario un controllo continuo da parte sua sulle istituzioni ecclesiastiche,
controllo che non può essere altrimenti ispirato che a superiori esigenze di di
fesa pubblica e di polizia. (1 ) Sino ad ora abbiamo parlato della religione
come fa coltà dello spirito, come insopprimibile realtà umana, e il caso di
conflitti tra Stato e religione non poteva a noi presentarsi se non come un
caso abnorme. Ma il problema politico particolare e il caso d'un conflitto
nella sfera pratica può presentarsi, quando noi non consideriamo la religione,
ma la Chiesa, l'istituto universale, che può porsi e si pone di fronte allo
Stato con uguali caratteri d'eticità e di assolutezza, e con pretese che a
volta usur pano le facoltà proprie dello Stato nel campo giurisdi zionale. Date
le premesse che abbiamo poste, il Cuoco non può negare il giurisdizionalismo
dello Stato e la subordina zione entro i suoi confini d'ogni istituzione
ecclesiastica alla legge. L'educazione religiosa non sfugge al controllo dello
Stato: l'attività ecclesiastica culturale non può sot trarsi alla norma comune.
Il Cuoco differisce solo dai giurisdizionalisti antichi, in quanto ha un senso
vigilissimo dell'importanza della religione, « un'intuizione sicura dello
spirito nella sua vita politica » (2 ). Con questa sua concezione dello Stato
come sostanzia lità etica, è naturale che il nostro non solo « della reli gione
come della filosofia, in quanto servono anch'esse come elementi riformatori
della coscienza civile » faccia « uno strumento del fine politico », ma non
possa ne (1 ) Dopo quanto abbiam detto, ci appare affatto falsa l'af fermazione
di B. LABANCA, op. cit., p. 409, che il Cuoco non abbia mai approfondita la
questione religiosa. (2 ) G. GENTILE, Studi vichiani, p. 416. 189 ammettere che
la Chiesa di Roma, istituto fuori dello Stato, possa entrare a competere con lo
Stato in que stioni che involgono la sua sovranità. Libertà di culto e
d'istruzione, ma controllo dello Stato, subordinazione allo Stato ! Lo Stato agisce
nella forma del diritto, e il diritto pone un obbligo ed una tutela: la
religione ha, di conseguenza, l'obbligo di agire ne' limiti delle norme
giuridiche, e la libertà di operare come crede in essi, li bertà che si traduce
in una tutela civile contro i violatori di essà. Ognuno sa come t si siano
svolte le relazioni tra lo Stato e la Chiesa sotto Napoleone, sa come Pio VII
si mo strasse conciliante col déspota di Francia, come si giun gesse al
Concordato tra Francia e Santa Sede (1801 ), come il papa presenziasse
all'incoronazione di Parigi, come presto la politica giurisdizionalista
degenerasse in tirannia, per finire attraverso varie occupazioni (Ancona, 1805;
Civitavecchia, 1807; tutte le Marche, 1808), con l'arresto brutale del
Pontefice in Roma (1809), con la di chiarazione della fine del potere temporale
(maggio 1809). Noi non abbiamo documenti tali dá permetterci di seguire il
Cuoco nel suo pensiero dinanzi a tali e sì gravi eventi: dovendo stare allo
spirito dell'opera sua fin qui studiata, potremmo, credo, con quasi certezza
dire, che egli non partecipasse alle violenze ultime di Napoleone contro Pio
VII. Tuttavia per intendere come il Cuoco ponesse il pro blema de' rapporti tra
Stato e Chiesa, possiamo esami nare un suo articolo, Considerazioni sul
concordato del febbraio del 1804 (1 ). La pace religiosa è uno degli elementi
indispensabili della vita civile. Una nazione, che serri in sè discordie
chiesastiche si trova in condizioni peggiori d’una nazione, che alimenti in sè
le fazioni, poichè, mentre queste sono (1 ) Giorn. ital., 1804, 1, 4, 6
febbraio; n. 14, 15, 16; p. 56, pp. 59-60, pp. 62-63: Considerazioni sul
Concordato (ristampato in Scritti vari, v. I, pp. 62-70 col titolo Stato e
Chiesa ). 190 alimentate da meri bisogni materiali, le prime traggono origine
da esigenze spirituali, ben più profonde e durevoli. I turbamenti di molti
Stati derivano appunto dal credere che fenomeni di natura religiosa si possano
vincere con i metodi comuni, con i quali si distruggono le sedizioni. La
Francia in principio ha seguito queste massime, e ne ha fatto una tristissima
esperienza: la religione stessa è decaduta, ha perduto buona parte dell’utilità
sua; lo Stato ha subìto più d'una menomazione nella sua auto rità. «....
Chiunque ha un cuore deve applaudire (siamo, quando il Cuoco scrive, nel 1804,
e il conflitto tra Napo leone e Pio non s’è ancora delineato ) all'umanità
colla quale un governo savio ed un pontefice degno per le sue virtù del posto
eminente che occupa, ponendo fine ai dubbi, ai timori, alle querele, ne hanno
data quella pace che è preferibile a mille trionfi. La prudenza ha trovata la
via nelle angustie tortuose che vi erano tra il sacerdozio e l'impero ». Fin
qui, come ognun vede, ci troviamo di fronte a frasi d’occasione, a concetti ben
noti del Cuoco, altre volte espressi e ribaditi nello stesso Saggio storico.
Gli Stati sono tanto più forti, quanto più gli elementi della vita materiale e
spirituale convergono ad un fine unico. Lo Stato, ove diritto e religione non
cozzano in sieme, ma da punti opposti realizzano una stessa verità, è lo Stato
più forte che si possa immaginare. Guardiamo la storia: le nazioni floride sono
quelle, ove l’armonia tra diritto e religione, autorità e libertà, s'è meglio
pre sentata. Nel 1804, commentando la storia che Melchiorre Delfico avea
scritto della repubblica di San Marino, dopo aver ricordato che negli Stati non
è tanto l'ampiezza del territorio, il numero degli uomini, la forza degli
eserciti, che conta, quanto la virtù de ' cittadini e la giustizia degli
ordini, scrive riferendosi al fatto che il fondatore del pic colo Stato fu un
religioso: « Sulla porta della maggior chiesa leggesi questa iscrizione: Divo.
Marino. Patrono. Et. Libertatis. Auctore. Iscrizione che rammenta il de creto
col quale gli Ateniesi dichiararono Giove arconte perpetuo della loro
repubblica; iscrizione forse unica tra popoli moderni, i quali per lo più hanno
la religione di 191 visa dallo Stato, e degna che si mediti dai ministri del
l'una e dell'altro » (1 ). Il sogno del Cuoco mi sembra molto simile al sogno
di Dante e di Marsilio da Padova: una Chiesa, ricondotta alla natìa purezza,
riaffermante novellamente col divino Maestro che il suo regno non è di questa
terra: impero e papato, Napoleone e Pio, con diversi mezzi, con scopi diversi,
l'uno terreno, l'altro celeste, operano concordi in terra per assicurare il
benessere dei popoli. Il Con cordato, al quale specificamente si riferisce il
Cuoco, è il documento del nuovo patto. Breve patto invero ! Ma il Cuoco nel
1804 è fiducioso di un avvenire religioso di pace, che non sarà, crede
sinceramente che le antiche lotte giurisdizionali siano definitivamente della
storia e non più della vita: l'analisi, perciò, che vien facendo, è meramente
storica, è uno sguardo su un passato, che, pia illusione, non ritornerà più !
Nei primi secoli, riassumo il pensiero del nostro, si disputò pochissimo di
giurisdizione. Il divin Maestro aveva detto che il suo regno non è di questa
terra, onde non si potette confondere ciò ch'era di Dio con quel che spettava a
Cesare. Le dispute furono sul dogma. Costan tino mirò solo a mantenere l'ordine
nelle dispute, ma i suoi successori Ariani, Nestoriani, Eutichiani si mischia
rono ad esse, e l'impero ne fu turbato: lo stesso Giusti niano cadde
nell'errore. In Italia solo Teodorico mo strò bene ciò che un principe savio
deve alla religione. Egli la rispettò e la fece rispettare. Rigido conservatore
dell'autorità regia, fu giusto giudice nella controversia tra il pontefice
Simmaco e il suo competitore Lorenzo. « Teodorico volea esser il sovrano
egualmente e de’laici e de ' preti ». Ma anche i suoi successori non ebbero la
di lui virtù. Surse così in Europa un nuovo ordine di cose. « Delle vicende
della giurisdizione ecclesiastica nell’Oc cidente hanno scritto moltissimi, tra
i quali un gran nu mero forse non è stato esente da ogni spirito di partito. (1
) Giorn. ital., 1804 25 giugno, n. 76, p. 308: Memorie stori che della
repubblica di San Marino, ecc. 192 ) ). Noi crediamo che l'indicar le ragioni,
per le quali si con fusero i limiti delle due giurisdizioni, sia il più giusto
elogio che far si possa e del nostro governo e della Santa Sede (! ), che con
tanta prudenza li hanno ristabiliti. Tutto ciò
scrive San Bernardo ad Eugenio papa, suo discepolo — tutto ciò che tu
hai ricevuto non da Cri sto, ma da Costantino, io ti consiglio a ritenerlo a
seconda de ' tempi, ma non mai a pretenderlo come un diritto Il consiglio, che
il molisano ripete al Pontefice, è un consiglio altamente politico. Il Cuoco
dice: io riconosco che, in determinate contingenze storiche, il papa, posto tra
barbari armati, crudeli, pronti alla violenza, abbia dovuto far ricorso alle
armi per difendersi, abbia quindi desiderato il potere temporale; oggi le
condizioni sono mutate, l'autorità regia non vuol menomare il prestigio della
Chiesa, anzi vuole accrescerlo, difenderlo, arric nirlo; a che dunque serve il
potere temporale? Il po tere temporale ci appare come il resto inutile d'età
sor passate, poi che, la base del rispetto e dell'autorità non è più nella
forza e nelle armi, ma nella giustizia e nella virtù. Il patrimonio di San
Pietro è intangibile ! Ma perchè? Serve alla difesa della Chiesa.... Serviva:
ora non più ! Le parole che il Cuoco ripete sono le parole della sa viezza, le
parole che la storia, che non torna indietro, consacra nella realtà della vita.
L'abdicazione ai diritti antichi significa potenziazione della Chiesa nelle
coscienze degli uomini, ritorno alla purezza antica degli Apostoli. La Chiesa
Romana ha in sostanza un duplice elemento: un elemento dommatico, che nessuno
pensa a menomare, specie l'autorità pubblica, che non intende penetrare in una
sfera che non è sua; un elemento politico, determi nato dai tempi, soggetto a
flussi e a riflussi, ma sul quale il conflitto con il potere civile è stato e
può essere sempre facile. Il punto di minore resistenza è il dominio temporale,
che oggi è una vera barriera per una (1 ) Si riferisce sempre al Concordato.
193 comprensione tra Stato e Chiesa, e che occorre superare, perchè i rapporti
divengano da buoni ottimi. La Chiesa abdichi ad ogni temporalità, lo Stato
riconoscerà tutta la grandezza della religione, la potenzierà praticamente, le
darà tutti i mezzi per attuare in terra il compito antico. Certo le ragioni del
dominio temporale sono profonde, ma sono tutte storiche, cioè superate; mentre
le ragioni della grandezza spirituale della religione sono eterne, cioè
presenti alla nostra coscienza umana insopprimibil i mente. Che le condizioni,
che han reso il dominio temporale necessario per la religione e il suo bene,
siano sorpassate, il Cuoco lo dimostra con una acutissima analisi, sulla quale
merita fermarsi. I barbari, discesi dalle provincie nordiche dell'impero
romano, permisero, essi meno civili, ai vinti culti e ricchi di sapienza, di
vivere secondo le loro leggi, le loro usanze, i loro istituti. Nacque così,
crede il molisano, quella specie di giurisdizione personale ignota agli
antichi, donde poi scaturì la distinzione de' fori. « A poco a poco le menti
degli uomini si avvezzarono a concepire due legislatori diversi ed uno Stato
entro un altro Stato ». I vescovi professarono la giurisprudenza romana e
l'adattarono ai nuovi bisogni, divennero feudatari, divennero ministri,
cancellieri dei grandi sovrani. L'elemento romano trovò in essi un baluardo
contro la sopraffazione. La Chiesa insomma fu nell'alto Medio Evo davvero un
faro di luce nelle tenebre. Essa predicava l'umanità e la libertà, essa sola
potè dichiarare la schiavitù contraria alla religione. Tutti questi elementi
contribuirono a darle una forza grandissima, che si tradusse presto in un
dominio terreno. È naturale quindi che un mutamento profondo negli ordini
sociali porti seco un mutamento negli ordini ec clesiastici. La storia ha uno
sviluppo che non permette a lungo superfetazioni antisociali. « Noi scorriamo
rapi damente » scrive il nostro autore « sopra un soggetto che è di sua natura
vastissimo. Ci basta avere indicate le cagioni principali. Conosciute queste, è
facile conoscere che, a misura che gli uomini s'incivilivano e gli ordini pubblici
ritornavano verso la loro perfezione, dovea ces sare tutto ciò che la sola
infelicità de' tempi avea consi gliato, introdotto, tollerato; e dovean
segnarsi di nuovo quei confini entro de' quali la sovranità temporale fosse più
energica e meglio ordinata, e l'autorità religiosa più augusta e più sicura.
Così dal caos emerse l'ordine, e fu a ciascuna cosa assegnato il suo luogo ».
Questo or dine il Cuoco vede avverato in un giurisdizionalismo con fessionista,
che tende a volte ad un vero e proprio con fessionalismo all’austriaca. Gli
elementi di questo sistema non possono essere esposti brevemente, onde occorre
pas sarvi su, Vincenzo Cuoco, se noi guardiamo ora dall'alto le cose, e
cerchiamo di raccogliere le fila di ciò che siam venuti dicendo, ci si appalesa
come un fermo sostenitore dei diritti dello Stato, concepito come sostanza
etica, sostenitore che non ammette alcuna menomazione di quei caratteri
salienti che abbiamo veduto. Egli si pre senta come un vero e proprio
giurisdizionista, rappre sentante di quel giurisdizionalismo, che lo storico co
nosce nelle forme del leopoldinismo, del giuseppinismo e sopra tutto del
tanuccismo. Che il Cuoco sia giurisdizio nalista nel senso sovraccennato, molti
elementi lo testifi cano. Egli è giurisdizionalista, ma nello stesso tempo il
suo Stato è confessionista, sebbene tollerante: anzi il nostro lo consiglia ad
essere più confessionista che può, perchè gli interessi dell'autorità civile e
dell'autorità ec clesiastica collimano perfettamente. Lo Stato del Cuoco trova
una Chiesa dominante e le dà di fatto privilegi, benefíci, considera i suoi
sacerdoti come pubblici fun zionari, investiti di vere e proprie funzioni
pubbliche, esercitanti un compito che il potere supremo non solo riconosce ma
subordina al suo controllo: la stessa educa zione religiosa è vigilata dagli
organi centrali. « Il che» come ben nota Giovanni Gentile « non viene, in
conchiu sione, a soggiogare quello che non è soggiogabile, lo spi rito
religioso e scientifico, alle forme giuridiche istitu zionali dello Stato; ma
soltanto a risolvere nella vita concreta dello Stato l'elemento sociale e
pratico di co teste forme superiori dello spirito, le quali, se sono ideal 195
mente sopramondane, storicamente rientrano anch'esse nella sfera dei rapporti
sociali, materia del diritto » (1 ). Questo giurisdizionalismo confessionista
del XVIII se colo, anteriore alla rivoluzione francese, aveva nei prin cipi e
negli statisti un fondamento di vere e proprie credenze e convinzioni
religiose, che portavano, come os serva lo Scaduto (2 ), all'affermazione d'una
supremazia nel campo morale della Chiesa sullo Stato. Il giurisdizio nalismo
napoleonico ha invece cause più politiche che re ligiose, s ' ispira più
all'analisi delle condizioni storiche contemporanee che ad altro. Il Cuoco
segue quest'ultimo indirizzo, temperandolo col tanuccismo, vale a dire, ri
conoscendo l'altezza etica della Chiesa. Nulla ci induce a credere che egli
fosse specificamente cattolico prati cante, ma da un'analisi minuta de' suoi
scritti, da un manoscritto inedito sull' Ideologia, di cui ci dà' notizia il
Gentile, dal Platone in Italia, noi possiamo ritenerlo uno spirito
profondamente religioso. La sua filosofia serba anzi resti di trascendenza, e
la sua teologia, se è lecito così esprimersi, ritorna ad una posizione che il
Vico, suo maestro ideale, avea già superata (3). Egli differisce dagli
scrittori politici del tempo suo, scettici e agnostici, per i quali il
confessionismo ha basi puramente effimere, dif ferisce dunque per il fatto che
nella religione vede un elemento insopprimibile della vita dello spirito. Da
noi la religione dominante è la cattolica: non vi è legge che da essa e dalla
sua morale possa prescindere. Il suo in gegno, la sua sicura intuizione delle
varie attività dello spirito, lo porta ad un riconoscimento che non è solo do
veroso in linea di principî, ma è savio in linea politica per lo Stato che
voglia realmente attuare la sua missione, e sulla natura umana costruire il suo
edificio istituzio nale. « Il primo dovere di chi ama la patria è quello di (1
) G. GENTILE, Studi vichiani, p. 416. (2) F. SCADUTO, Diritto ecclesiastico
vigente, 1923, Cortona, v. I, p. 19 sg. (3) G. GENTILE; Studi vichiani, p. 385.
Una parte dell’Ideo logia è stata ripubblicata in Scritti vari, v. I, pp.
297-302. 196 rispettare la religione de' padri suoi; il primo dovere di chi ama
la religione è quello di rispettare il governo della patria, senza di cui non
vi sarebbe alcuna religione ». Qui mi sembra che veramente il Cuoco si
distacchi dal l’età che fu sua, e all'astrattismo filosoficizzante e scet tico
sostituisca la realtà insopprimibile dello spirito, che è anche religiosità,
ed, essendo religiosità, non può essere che tolleranza. CAPITOLO V. Nazionalità
e italianismo nel « Giornale italiano ». Le origini della nuova Italia. Il
concetto di naziona nalità presso Cesare Paribelli e Francesco Lomonaco. Presso
Vincenzo Cuoco. - Sua visione spiritualistica del problema unitario e
nazionale. - Mezzi per formare una nuova coscienza nazionale. Abbiamo nella
prima parte di questo studio a lungo parlato del pensiero costituzionale di
Vincenzo Cuoco, quale egli di fronte all'astrattismo rivoluzionario dei
giacobini franco- italiani sistematicamente espresse ne'suoi Frammenti di
lettere dirette a Vincenzio Russo, e quale poi mostrò in atto negato in quel
Saggio storico, che resta ancora il più mirabile documento dei terribili giorni
che passarono alla storia col nome di Rivoluzione napoletana e con la gloria
d'eroismi non emulabili. Nel nostro lavoro abbiamo studiato il concetto che il
molisano si è fatto dello Stato e dei suoi attributi, la visione della vita giu
ridica e politica, e, infine, il modo ond'egli fissa il mille nario problema
dei rapporti tra l'autorità civile e l'auto rità ecclesiastica. In tutta questa
nostra analisi abbiamo visto come unitario sia il pensiero del nostro autore,
che abbiamo definito il più vivo esponente dell'italianismo di fronte ad ogni
forma, ad ogni espressione di vita, che non sia consona al nostro spirito, alle
nostre esigenze, ai nostri bisogni, alla nostra tradizione. 198 L'italianismo
del Cuoco ci si appalesa in tutta l'opera sua multiforme e molteplice, e noi
non avremmo bisogno di insistervi più, se in esso non vi fosse un elemento
nuovo che lo differenzia dall'italianismo di tutti i con temporanei e degli
immediati ' posteri: il modo in cui egli concepisce la nazione e lo spirito nazionale.
È que sto il punto sul quale verterà la nuova indagine. Giustamente Benedetto
Croce, nella prefazione a La ri voluzione napoletana del 1799, dice che chi
cerca « le ori gini sacre della nuova Italia » deve di necessità rifarsi ai
fatti della Partenopea (1 ). Il tragico fato della repubblica disperde per la
penisola centinaia di patrioti, gente, che, per quanto dottrinaria, astratta,
più francese di costumi e di pensiero che italiana, ciò non pertanto ha una
fede rigida e calorosa nei destini immancabili della patria. È il polline vivo,
che trasportato dalla tempesta fecon derà in altri liti, e poi s'esprimerà in
nuovi fiori e in nuovi frutti. Sarebbe facile fare dei nomi e degli scritti, ma
uscirei dal mio compito e mancherei con ciò dal mio pro posto: ricorderò solo
due scritti molto importanti per due ragioni, in primo luogo perchè in essi
l'indagine storica può rinvenire le prime idee sull'indipendenza e sull'unità
della nazione italiana; in secondo luogo perchè dal con fronto, che di essi si
farà con le pagine cuochiane, sca turirà la diversa posizione spirituale, che
il Cuoco rap presenta. Cesare Paribelli, ex ufficiale di Ferdinando IV, dal
1793 al 1799 rimasto quasi sempre in prigione per ragioni politiche, poi membro
del Governo Provvisorio a Napoli, il 18 giugno 1799, essendo incaricato d’una
missione a Parigi, proprio mentre le sorti repubblicane volgevano al peggio (il
17 giugno Ruffo accorda la resa alla città di Napoli e la Partenopea è finita )
scrive un Indirizzo dei Patriotti Italiani ai Direttori e Legislatori Francesi,
in cui, dopo avere espresso numerose lagnanze contro gli stra nieri nemici ed
amici, dopo avere descritto la misera CROCE, La rivoluzione napoletana, p. XII.
199 condizione dell'Italia tutta, dopo avere enumerati i voti delle varie
regioni conclude con profetiche parole. « Legi slatori e Direttori, invoca,
osate alfine di soddisfare il voto universale dell'Italia, e di proclamare la
sua indi pendenza e la sua riunione, il di cui centro esiste già nella santa
energia dei figli del Vesuvio, nello spirito repubblicano dei montagnari
Liguri, nello sdegno invano ritenuto dei figli dell'infelice Vinegia, e nella
disperazione di tutti i rifugiati Piemontesi, Romani e Toscani, cui non resta
più ormai verun'altra alternativa, che o di cercare per via d'una morte
volontaria un asilo nella tomba, o di crearsi di bel nuovo, per mezzo d'una
volontà ferma e determinata, il felice avvenire, che era stato promesso alla
loro Patria. Legislatori e Direttori del popolo fran cese, parlate, e la
Repubblica Italica esisterà. Un'assem blea Nazionale e un Governo provvisorio,
riunito in Fi renze nel centro dell'Italia, saranno invito a tutti gli abitanti
di queste belle contrade; un'armata ausiliaria sarà formata, lo stendardo
Italico sventolerà nell'aria ac canto al vessillo tricolorato, e gl ' intrighi
stranieri sa ranno sventati ancor questa volta; e il secolo decimonono vedrà
folgorare questi due astri vittoriosi e protettori, che annunzieranno
all'Austria e al gabinetto Brittanico la vicina distruzione, o ai discendenti
dei germani e agli abitanti delle tre isole, ormai troppo serve, la prossima
loro libertà (1 ). Il documento è importantissimo, e la sua importanza appare
ancor maggiore, se si pensa che è esso stato ver gato, quando le sorti non solo
di Napoli e d'Italia, ma anche di Francia, volgevano al male, e molti pavidi
disperavano. Lo stesso pensiero, un po ' più tardi, esprime Francesco Lomonaco
in uno scritto, enfatico e gonfio di forma, ma caldo e commosso d'amor patrio:
il Rapporto fatto al cit tadino Carnot, fiera requisitoria contro le malefatte
degli (1 ) B. CROCE, La rivoluzione napoletana, p. 335; M. Rosi, op. cit., v. I,
p. 215 e sgg.; V. FIORINI e F. LEMMI, op. cit., p. 151 e200 stessi francesi in
Italia, malefatte, che non ebbero altro effetto che quello di allontanare
sempre più le simpatie del popolo dalla causa rivoluzionaria. Anche il
vesuviano Lo monaco sente che in Italia si sta formando una volontà che non era
per l ' innanzi, ma invano si sforza di spie garsela filosoficamente, troppo
imbevuto com'è di rigi dismo giacobino. Egli enumera i diritti, quelli che egli
almeno dice diritti del popolo italiano, all'unità e all'in dipendenza, quegli
elementi che l'indagine sistematica del secolo XIX poi preciserà come i
presupposti del con cetto di nazionalità. L'Italia, non divisa da grossi fiumi
nè da grandi mon tagne, separata dalle Alpi e dal triplice mare dagli altri
popoli, forma una indissolubile unità geografica: è questo il primo elemento
della nazionalità. Gli abitanti che l'a bitano hanno la stessa tinta di
passioni e di carattere, godono d'un eguale germe di sviluppo morale e di
fisica energia, hanno gli stessi interessi, la stessa lingua, la stessa
religione: tutto li addimostra per membri della stessa famiglia: sono questi
nuovi e complessi elementi della nazionalità, elementi etnici, linguistici e
religiosi, che si pongono accanto al primo elemento geografico. Aggiungete a
ciò una ininterrotta tradizione storica, per cui uno è il processo evolutivo
della stirpe, uno il fasto e la sventura, come uno l'avvenire, ed avrete
l'ultimo elemento, che informa di sè un popolo e cementa quel che possiamo dire
d'una nazione (1 ). Gli italiani hanno perciò un diritto naturale, ab aeterno
acquisito, all'unità e all ' indipendenza. La Francia, dice in sostanza lo
stesso scrittore, può e deve riconoscerlo positivamente. Solo così l'Italia,
dopo tanti secoli potrà vedere sanate le sue molte e sanguinose piaghe, che la
tormentarono e la tormentano. « Qual riparo » scrive il Lomonaco « a tanti mali?
Qual rimedio a piaghe sì profonde? Come imprimere alle de F. LOMONACO, Rapporto al cittadino Carnot,
ecc., in se guito al Saggio storico di V. Cuoco, Laterza ed., Bari, 1913, p.
323. 201 presse ed avvilite fisonomie italiane il suggello dell'an tica
grandezza e maestà? Uno dei principali mezzi, se condo me, è l'unione. Perchè
termini il monopolio in glese, e i vili isolani cessino di arricchirsi su le
rovine del continente; perchè si oppongano argini all'ambizione del l'Austria,
la Francia abbia una fedele alleata, la condotta della Prussia sia meno
equivoca, il gran colosso dell’im pero russo stia immobile ne ' ghiacci del
nord, la Spagna divenga stabile amica della gran repubblica; perchè, in una
parola, vi sia in Europa bilancia politica e si disec chi la sorgente delle
guerre, è d'uopo che l'Italia sia fusa in un solo governo, facendo un fascio di
forze. Rea lizzandosi quest'idea, gl'italiani, avendo nazione, acqui steranno
spirito di nazionalità; avendo governo, diver ranno politici e guerrieri;
avendo patria, godranno della libertà e di tutti beni che ne derivano; ecc. » (1
). La ragione prima dell'unità italiana così è un fattore esterno, quello di un
presunto equilibrio europeo, quello d'una nuova armonia tra i popoli, tra le
genti del nostro belligero vecchio continente. Questi gli antecedenti dell'idea
unitaria, queste le sante origini di quel concetto di nazionalità (2 ), che
troverà poi in Giuseppe Mazzini il suo apostolo. Il Cuoco, che a Na poli visse
ed operò, che con tutti i patrioti di Napoli a lungo ebbe rapporti, non può non
agitare gli stessi senti menti. Ma questi da lui come vengono trasformati, in
lui quanta nuova luce acquistano ! Esule dalle sventure della Partenopea,
visitato Marsi glia, Chambery, Parigi, dopo Marengo, nel dicembre 1800 il Cuoco
è a Milano, ove presto pubblica il Saggio e i Fram menti (3 ). Io non mi
indugierò neppur brevemente sul l'attività del molisano nella Repubblica
cisalpina (poi italica ) e nel Regno italico, attività vasta e complessa
di F. LOMONACO, op. cit., p. 327. (2 )
Chi vuole avere notizie più ampie veda La rivoluzione napoletana del CROCE, ove
vi è un largo studio sull'argomento, pp. 329-342. (3) N. RUGGIERI, op. cit., p.
3 ]. 202 studioso, di cui sono documento le Osservazioni sul Dipar timento
dell'Agogna, che vanno sotto il nome di L. Lizzoli, sebbene siano, come è stato
indiscutibilmente dimo strato (1), del nostro scrittore, e i frammenti su la
Sta tistica della Repubblica italiana, opera scientifica di vasto respiro (2 ),
che dimostrano quanto alto fosse il bisogno del nostro autore d'esaurire ogni
forma di realtà umana, poichè solo sovra una conoscenza adeguata di essa si può
fondare un coerente edificio politico e legislativo. Sono punti questi oramai
acquisiti alla storia e su essi non mi soffermo. Vengo piuttosto ad un altro
punto, la fonda zione del Giornale italiano, che tanta larga parte ha nella
formazione della nostra coscienza nazionale, che primo agita, nel fulgore della
gloria napoleonica, il problema unitario. In quel periodo tumultuoso, che
comprende i primi decenni del secolo XIX, Milano è il centro culturale più
cospicuo d'Italia. Napoli, dopo le aspre lotte giurisdi zionali con la Chiesa,
dopo il fiorire della sua Università, dopo la gran luce diffusa da Filangieri,
Galiani, Pagano, Cirillo, caduta la breve repubblica del 1799, colla restau
razione del Ruffo, aveva visto disperso tutto quel te soro di sapienza che
cinquant'anni di attività scientifica aveano accumulato. Torino era un centro
troppo ristretto, ancor provinciale e particolaristico, sebbene già comin
ciasse a dar segno di nuova e più ampia vita, ma non poteva offrire
assolutamente nulla, dato che con le vit torie del Bonaparte aveva perduto
l'antica libertà. Di Venezia, di Firenze, di Roma inutile parlare. Milano
dunque ne ' primi anni del nuovo secolo è il centro più attivamente colto
d'Italia. Grandi in essa sono le memorie del popolo, grande la tradizione
recente. « Ivi si era formata prima la scuola del giansenismo, e poi la scuola
de' diritti dell'uomo »; ivi « la 6 Società patriot tica ”, divenuta poi
Società popolare, aveva lavorato alla diffusione delle idee nuove ». Come
rileva Francesco (1 ) N. RUGGIERI, op. cit., p. 40; G. Cogo, op. cit., pp.
13-23, (2 ) G, Cogo, op. cit., p. 24 e sgg. 203 De Sanctis (1 ) ivi s'era
espresso, contemporaneamente forse ai primi tentativi giurisdizionalisti del
Tanucci, un moto, diretto principalmente contro la curia romana, per sonificata
nei gesuiti, e contro l'aristocrazia, che pur non avendo portato ad immediati
mutamenti politici, annun ciò importanti riforme civili per il miglioramento
del l'uomo, che già erano concrete conquiste civili, allor quando il turbine
rivoluzionario si scatenò, distruggendo tutto, l'antico e il nuovo, il cattivo
e il buono, ciò che doveva crollare e ciò che era degno di restare. A Milano
aveva scritto il Beccaria, instaurando nel campo penale nuove dottrine, che,
reagendo a tutto il sistema degenere del medievale processo inquisitorio,
preludono ad un mi rabile fiorire delle dottrine criminalistiche; il Verri
aveva disputato di economia, di finanza, di sociologia; il Caffè aveva agitato
nelle menti più illuminate i nuovi pro blemi filosofici e scientifici, le nuove
posizioni artistiche, che appassionavano non solo l'Italia, ma la Francia e
l'Europa tutta. Questa la tradizione, che ne' primi anni del nuovo se colo
Milano rinnova in una vita sempre più grande e degna. Le varie rivoluzioni vi
hanno fatto affluire esuli non solo da Napoli, ma da ogni parte d'Italia, poeti
e filosofi, soldati e commercianti, giureconsulti ed econo misti (2 ). È il
periodo grande della vita milanese; il pe riodo in cui, per dare tre illustri
nomi, appena da poco spento il Parini, cantano Monti Foscolo Manzoni. Nulla da
meravigliare se in questo ambiente d’intellettualità si agitano quelle
questioni, che poi lo stesso secolo XIX vedrà realizzate e risolte, concreterà
insomma nell’azione politica. L'animo ardente di Vincenzo Cuoco in questa
società così vivace ed attiva trova tutta lo stimolo per destarsi da quella sua
natural pigrizia, che lo stesso Manzoni in (1) F. DE SANCTIS, Saggi critici,
Milano, Treves ed., 1918, v. III, p. 2. (2 ) R. SORIGA, L'emigrazione
meridionale a Milano nel primo quinquennio del secolo XIX, in Bollettino della
Società pavese di storia patria, a. XVIII (1918 ), pp. 102-117, pp. 119-121,
204 lui notava, e della sua nuova attività, oltre gli scritti statistici su
citati, sono testimonianza gli articoli sul Gior nale italiano, che egli
pubblica il 2 gennaio 1804 e di rige continuamente fino all'agosto del 1806,
fino cioè al suo ritorno in patria, avvalendosi della cooperazione di due
valentuomini, Bartolomeo Benincasa e Giovanni d'Aniello (1 ). Seguendo il
nostro metodo di non occuparci di pro blemi biografici, noti a sufficienza,
sorvoliamo sulla fon dazione del foglio milanese (2 ), e vediamo piuttosto che
cosa esso rappresenti nella storia dell'idea nazionale, quale sia il suo
rapporto con i precedenti ideologici del nazionalismo, che abbiamo visto in
Paribelli e Lomonaco. Che cosa è innanzi tutto la nazione per Vincenzo Cuoco? È
qualcosa di già acquisito, di rigidamente fatto, di sta tico, o invece qualcosa
da acquisirsi, da farsi, di dina mico, qualcosa insomma che diviene in un
processo inin terrotto? Esiste realmente e storicamente una naziona lità
italiana, che è formata con questi e con quegli altri elementi, che sono questi
e quelli, e nulla più? E quali sono questi elementi? Abbiamo noi perciò un
diritto na turale ad essere nazione, diritto che gli stranieri non pos sono
contestare, donde scaturisce un correlativo supe riore dovere a permettere la
nostra unità nella forma d'uno Stato indipendente e sovrano? Sono questi al
trettanti problemi, ai quali dovremo singolarmente ri spondere. Se noi
ritorniamo col pensiero agli scritti del Paribelli e del Lomonaco, noi vediamo
in essi uno sforzo a definire concretamente gli elementi costitutivi di questo
concetto di nazionalità, che poi alla resa dei conti finisce per man care e per
sfumare, proprio nel momento, in cui pure essi credono d'averlo conquistato e
fissato. Nè è a dire che (1 ) V. FIORINI e F. LEMMI, op. cit., p. 655. (2 )
Cfr. A. BUTTI, La fondazione del Giornale italiano » e i suoi primi redattori,
Milano, Cogliati ed., 1905 (estr. dall’Ar chivio stor. lomb., a. XXXII, fasc.
VII); vedi pure N. RUGGIERI, op. cit., p. 43 e sgg.; nonchè G. Cogo, op. cit.,
pp. 30-34. 205 l'insufficienza sia dovuta all'insufficienza della loro cul tura.
Uomini di ben maggiore preparazione si sono sfor zati d'esaurire criticamente
il contenuto della naziona lità e non ci sono riusciti. Ogni elemento, tra
quelli da noi presi in esame, si rivela attivo nella formazione della
nazionalità, ma poi non può essere a rigore accolto come necessario essenziale
costi tutivo. Ancora: vi sono elementi, che a volta sono, a volta non sono;
altri che operano storicamente con una certa intensità, ed altri con una
intensità maggiore o minore. Il Lomonaco accenna ad elementi geografici,
etnici, lin guistici ed eziandio religiosi, quali antecedenti del nostro
concetto, del concetto che noi tutti abbiamo di nazione, per cui gli italiani
sono fatti per essere membri d'una sola famiglia. Tutti questi egli afferma
come la base concreta, sovra la quale s'aderge il superiore diritto a che
l'Italia sia un solo Stato. Data questa concezione naturalistica, la
conseguenza che ne scaturisce è una sola: il popolo italiano ha una superiore
ragione a divenire indipendente, a trovare la sua forma giuridica in un
reggimento uni tario; gli stranieri non debbono che riconoscere positiva mente
quel che Dio o la natura, o altri che dir si voglia, segnarono sulle coste
delle montagne e nel corso de'fiumi, separando la patria nostra dalle altre
patrie, facendo si che essa, geograficamente delimitata dalle Alpi e dal mare,
sia abitata da una sola gente, parlante un solo idioma, avente una sola
religione, una sola storia, una sola mis sione, una sola somma d'interessi.
Ecco perchè il Paribelli e il Lomonaco si rivolgono ai francesi. Essi sono i
più forti, essi possono perciò estrin secamente donare all'Italia quell'unità
statale, a cui senza dubbio ha diritto, perchè la nazionalità è una realtà non
da farsi, ma già fatta e perciò statica. Quel che ancora non è fatto ma da
farsi è lo Stato uno ed indipendente, considerato come esterno alla nazione,
quasi come una sua sovrastruttura, che può essere e può non essere, ma che, sia
o non sia, lascia inalterata la nazionalità. Può esservi la nazione e non
esservi lo Stato, e viceversa. Lo Stato sarà il riconoscimento susseguente ed
esteriore d'una 206 realtà già concretizzata, e quindi definitiva, che è la na
zione con quegli elementi che sappiamo. Contro questa concezione s’oppone il
Cuoco Nessuno de gli elementi positivi della nazionalità può dirsi essenziale
al concetto di nazionalità. Prendiamoli uno ad uno, ed ognuno di essi ci
apparirà fallace e transeunte. Costruire sovr’essi val quanto costruire sovra
la sabbia. Che è la terra se non una mera quiddità naturale, che in sè e per sè
non ha che una importanza relativa, tant'è vero che gli ebrei sono nazione pur
fuori dal territorio nativo, e lo sono dopo quasi due millenni da che si sono
dispersi per il mondo? Che è la religione, se noi la concepiamo come religione
comune di tutti, con quei determinati solenni riti e con quella certa gerarchia
ecclesiastica, se non un astratto? Ma d'altra parte ognuno di questi ele menti,
ed altri che abbiamo sorvolato, acquistano mag giore consistenza, se noi li
guardiamo non già nella loro estrinsecità e nella loro astrattezza, ma se li
consideriamo nella loro significazione spirituale, vale a dire in quanto noi li
compenetriamo di noi, de ' nostri affetti, de' nostri sentimenti. Non è più
allora la terra fisica geografica, « bagnata » come dice il Lomonaco « dal
Mediterraneo, dal l ' Jonio, dall'Adriatico, e separata dagli altri popoli da
una catena di monti inaccessibili », ma bensì quella terra che ci vide nascere
e vide nascere i nostri avi, ove i nostri avi sono sepolti, saranno sepolti i
nostri padri, saremo sepolti noi pure, quella terra ove noi lavoriamo ed amia
mo, ove lavorarono le generazioni che furono e compi rono grandi cose, quelle
grandi cose, di cui si vede ancor oggi la testimonianza nelle grandi
costruzioni, nelle opere plastiche, ne ' carmi, nelle.storie, che ci commovono
e ci fanno fremere d'orgoglio. Non è più allora la religione cattolica romana
con i suoi dommi scritti e rivelati, fissati perennemente ne' sacri libri,
bensì quella religione che vive ne ' nostri cuori, e ci anima nelle opere
degne, ci rimprovera nelle indegne, ci consola nelle disgrazie, che brilla come
speranza di luce futura, che noi sentiamoogni momento, sempre nuova e presente,
sempre viva e rin novantesi. 207 La nazione insomma è in noi, è quella maggior
consape volezza che noi abbiamo di noi, onde ci sentiamo fratelli di tanti
altri individui, che perciò poniamo non come estranei a noi, ma simili
ne’sentimenti e negli affetti, for manti una superiore unità spirituale. Non è
perciò nè il territorio, nè la lingua, nè la razza, nè l'interesse che de
termina la nazionalità, il suo essere e il suo contenuto, ma siamo noi stessi,
che con la nostra spiritualità affermiamo i vari elementi di volta in volta
come costituenti la nazio nalità, e li plasmiamo in una suprema volontà, che è
co scienza ed energia. La nazionalità così non è fuori di noi, ma in noi; non è
materia o natura, ma spirito; non è contenuto, ma forma del più vario contenuto.
Le conseguenze di questa posizione sono incalcolabili. La nazionalità non è,
diviene; non è qualche cosa di preesistente alla nostra determinata energia
spirituale, ma coeva con essa, perchè da questa posta e generata in ogni suo
momento. Tale più alta visuale del problema il Cuoco esprime in quel Disegno di
un giornale italiano, che egli presentò nel 1809 al vice- presidente della
Repubblica italiana Fran cesco Melzi d'Eril (1 ). La nazione, egli dice, non è
formata; si tratta anzi di formarla. « Fra noi non si tratta di conservar lo
spirito pubblico, ma di crearlo. Conviene avezzar le menti degli italiani a
pensar nobilmente, condurle, quasi senza che se ne avvedano, alle idee che la
loro nuova sorte richiede, e far divenire cittadini di uno Stato coloro i quali
sono nati abitanti di una provincia o di paesi anche più umili di una provincia
» (2 ). Da ciò è facile vedere come la con cezione naturalistica sia superata:
la nazione non esiste (1 ) Il documento tratto dall'Archivio di Stato di Milano
è stato pubblicato dal prof. ATTILIO Butti in appendice alla sua op. cit.,
nonchè ristampato da G. GENTILE: VINCENZO Cuoco, Scritti pedagogici inediti e
rari, Roma-Milano, Albrighi e Se gati ed., 1909, p. 3 e sgg.; e poi da N.
CORTESE e F. NICOLINI: VINCENZO Cuoco, Scritti vari, Bari, Laterza ed., 1924,
v. I., pp. 3-12. (2 ) V. Cuoco, Scritti vari, v. I, p. 4. 208 in natura, come
mera entità di fatto, ma nello spirito, come superiore unità ideale.
Quest'unità dello spirito, che poi è energia plasmatrice e volontà
realizzatrice, come abbiamo detto, consiste di due parti principali: « la prima
è la stima di noi stessi e delle cose nostre; la seconda è l'accordo de'
giudizi di tutti su quegli oggetti che possono essere utili o dannosi » (1 ).
Io direi: è in primo luogo autocoscienza, consapevolezza di noi e delle nostre
pos sibilità; in secondo luogo quell'atto, per cui il nostro io particolare,
coincidendo con tutti gli altri particolari in una sola volontà, s'afferma come
universale. La nazione così null'altro è che volontà di nazione, e, siccome con
cretamente la volontà è in noi uomini, la nazione è in noi, quella nazione che
noi amiamo, sospiriamo, che noi idoleggiamo ne' nostri pensamenti, che vediamo
cantata ne' grandi poeti, che desideriamo grande e possente nel futuro come lo
fu nel lontano passato, che infine noi vo gliamo ed affermiamo in ogni nostro
pensiero ed atto, onde ogni nostra opera o scritto reca l ' impronta d'un
superiore carattere, che è il carattere di nostra gente. La stessa così detta
tradizione nazionale non è, non ha alcun valore, se non nel presente, se non in
quanto la poniamo come presente, e perciò solo operativa di grandi cose,
incitamento a maggiori grandezze. Se noi l'assu miamo come passato, essa
null'altro è che retorica, sban dieramento inutile di grandi fatti, su cui
tutti possono meritamente ridere. « Un giornalista di Londra o di Pa rigi può
mille volte al giorno ripetere ai suoi compatrioti: Noi siamo grandi. Egli sarà
sempre creduto. Un giornalista italiano, se pronunzierà questa stessa propo
sizione, desterà il riso; ed una proposizione di cui si è riso una volta, dice
Shaftesbury, non può produrre mai più verun buon effetto » (2 ). Anche la
tradizione, come tutti gli elementi della nazionalità non deve essere fuori
degli uomini, ma veracemente parlare agli uomini. La sto ria resta mera
erudizione passiva inerte, se la riguardiamo (1 ) V. Cuoco, Scritti vari, v. I,
p. 3. (2 ) V. Cuoco, Scritti vari, v. I, p. 4. 209 come un frigido insieme di
fatti; ma se questi fatti par lano ad uomini, e ad essi dànno maggior
consapevolezza di loro stessi, ond'essi acquistano maggiore energia e vo lontà
di dominio, allora la storia diventa davvero maestra de' popoli. Così la
tradizione ben'intesa diviene autoco scienza, stima di noi stessi. « Alla stima
di loro stessi » scrive il Cuoco « e delle pro prie cose debbono le grandi
nazioni e quella energia, per cui han fatto le grandi operazioni; e quella
pazienza, per cui han sopportati grandi mali e sacrifizi gravissimi; e quell'
affezione al proprio governo, che si raffredda ed estingue dall'idea che esso
non operi bene o che un altro operi meglio; e finalmente quella costanza ne'
pensieri, ne' disegni e nelle operazioni, la quale, fondata sul rispetto che
abbiamo per i nostri maggiori, può sola farci ottenere i grandissimi effetti.
Quando si analizzano le nazioni, si trova che i beni ed i mali, la verità e gli
errori sono misti egualmente da per tutto, e che la differenza tra l'una e
l'altra non dipende da altro che dalla loro diversa ma niera di pensare e di
sentire » (1 ). Posto ciò, allorquando la nazione non si è ancora con cretata
nella forma di uno Stato, non può esservi un di ritto, una pretesa a Stato
unitario, che noi possiamo esi gere dagli stranieri, aventi verso di noi un
corrispondente dovere al riconoscimento. Lo Stato è sì riconoscimento di
nazionalità, ma non riconoscimento estrinseco di altri, ma bensì intima
affermazione della nazionalità in ogni suo momento. Dire volontà di nazione e
dire volontà di Stato nazionale è la stessa cosa: affermare la nazione val
quanto affermare lo Stato nazionale. E siccome la nazione non è, ma diviene; lo
Stato non è, ma diviene. In un senso altamente ideale esso è anche quando
giuridicamente non è riconosciuto dagli altri Stati, in quanto è in noi che lo
poniamo ed operiamo per realizzarlo, e lo realizziamo continuamente in ogni
nostro atto. Come si tratta di fare lo spirito pubblico, la coscienza
nazionale, si tratta di Cuoco, Scritti vari, v. I, p. 3. 14 fare lo Stato, e lo si fa, facendo lo spirito
pubblico e la coscienza nazionale. Circa la seconda parte della nazionalità,
dello spirito pubblico, il Cuoco dice, c'è poco da aggiungere: è il pro blema
dell'accordo di più uomini nelle idee utili (1 ), onde la loro volontà si può
considerare come una sola volontà. Basta presentare queste idee utili,
presentarle caldamente sinceramente, presentarle spesso, perchè tutti siano
d'ac cordo. « È necessario che tutti gli uomini convengano in tre cose: in
rispettar i governi, in rispettar la religione ed in praticar la morale; e se
tra queste cose si potesse stabilire una progressione, io non avrei veruna
difficoltà di dire che la corruzione della morale porta seco il di sprezzo
prima della religione e poscia del governo. È na tura dell'uomo trascurar prima
i doveri, indi conculcar le leggi che sanciscono i doveri, e finalmente
disprezzar coloro dai quali ci vengono le leggi » (2 ). Dato che lo Stato
moderno null'altro è che nazione, coincidendo la volontà di Stato con la
volontà di nazione, e posto che questa non è fuor di noi, ne viene che la
volontà statale non è estrinseca al soggetto, ma a lui intima e connaturale:
anzi la volontà di Stato coincide con la nostra in quanto que sta si pone come
universale, una ed armonica con tutte le altre. Il rispetto al governo non deve
essere una coa zione, ma un'accettazione libera, poichè nell'atto go vernativo
vediamo l'espressione di posizioni da noi con divise, anzi da noi volute. Il
rispetto quindi allo Stato è in quanto nello Stato vediamo la sublimazione di
quanto di meglio è in noi, e, siccome lo Stato del Cuoco è stato etico, e, in
termini giuridici, professionista, ne scaturiscono come conseguenze
inderogabili: il bisogno che i soggetti rispettino la loro religione che è
anche religione di Stato, pratichino la loro morale che è anche morale di
Stato. Vincenzo Cuoco, in quella parvenza di Stato unitario che è la Repubblica
italica, poi Regno italico, si pone (1 ) V. Cuoco, Scritti vari, v. I, p. 3. (2
) V. Cuoco, Scritti vari, v. I, p. 8. 211 dinanzi una sublime missione, un
compito titanico: for mare la coscienza di quel che sarà o diverrà la nazione
italiana. Il problema che abbiamo esaminato nei napo letani del '99 è
invertito. La rivoluzione imponeva una unitarietà estrinseca, mirava a formare
un sentimento vuoto ed astratto di pseudo - solidarietà umana; il Cuoco invece
s'affisa nell'interiore degli uomini, opera sui loro spiriti, ne ridesta quella
coscienza che il nuovo secolo XIX dirà nazionalità, e che infine null'altro è
che un atto d'energia volitiva, che plasma e fonde in sè ogni parti colare
contenuto. V'è il popolo, quel popolo che i giacobini idolatravano e levavano
alle stelle, ma a questo popolo la patria non è da darsi bell’e fatta, compiuta
e grande, attraverso l'opera di pochi disinteressati idealisti, o italiani o
stra nieri; no, questo popolo deve agire, vivere pur esso, sen tire i grandi
problemi del tempo, acquistarne la cono scenza, prepararsi liberamente
l'avvenire. Il Cuoco pone il popolo come elemento indispensabile della vita
civile, come il grande operatore della storia in tutti i suoi sviluppi. La
rivoluzione sublima in teoria il popolo, ma di fatto ne ha poco rispetto;
poichè crede po terlo dominare dal di fuori, e fargli subire i nuovi sistemi
politici, come già subiva i vecchi, vuote sovrastrutture, in cui può vibrare
ogni mutevole realtà. La rivoluzione infine è ne' giacobini, che sono i pochi,
non nel popolo, che è la molteplicità. Il Cuoco crede ciò un grande errore, ed
è questa la grande sua trovata, ond’egli meritamente s’as side tra i grandi del
nostro paese. Se vogliamo creare quella realtà spirituale che è la nazione, non
possiamo prescindere dal popolo, dal popolo che abbiamo visto nel Saggio essere
il solo autore delle rivoluzioni e delle con trorivoluzioni. Il principio della
storia è in lui, e in lui sono tutte le più remote scaturigini della vita.
Parlare al popolo, dunque, e ridestarlo, inserirlo nel pulsare della cosa
pubblica, fargli acquistare dignità e sensibilità, e allora esso non odierà le
istituzioni o non sarà ad esse indifferente, in quanto queste vede fuor di sè
stesso, ma le amerà come sue, espressione della sua più alta eticità, 212 e con
le istituzioni amerà la morale e la religione, che con le prime vedrà
intimamente legate. Oggi, dice il molisano, esiste bene o male una Repub blica
o un Regno italico; il popolo però ancora ne è fuori: bisogna unire i due
termini, perchè solo così il primo sarà veramente un ente vitale, il secondo
un'unità cosciente e non una molteplicità naturale e perciò bruta. Se domani,
il Cuoco non lo dice ma noi lo intendiamo, vicende storiche nuove
distruggeranno la mal connessa unità napoleonica, e nuovi stranieri invaderanno
il bel suolo d'Italia, se in questo domani il popolo sarà ancor sopito o morto
alla vita pubblica, ohimè, non vi sarà speranza più di unità e di indipendenza;
ma, se per av ventura questo popolo noi lo avremo educato, istruito, reso
elementó vero dell'attività sociale, oh, allora non vi sarà bisogno di
lunghissime lotte perchè la volontà co mune di nazione, la volontà di Stato
libero si concreti, s'imponga in giuridiche affermazioni dinanzi agli stra
nieri, che le subiranno e le riconosceranno ! Così il problema politico in
Vincenzo Cuoco diventa sopra tutto problema pedagogico, anzi il problema peda
gogico per eccellenza, come quello che è destinato a creare un popolo, una
nazione, uno Stato (1 ). Ben nota Guido De Ruggiero che, laddove il carattere
spirituale dei moti, che dalla rivoluzione si espressero, sfuggiva ai
rivoluzionari, anche ai più eletti, il Cuoco intende la nuova esigenza e vuol
essere educatore: nella sua grandezza come peda gogista intendiamo la sua
grandezza come storico e po litico (2 ). Certo gli ostacoli a questa missione,
a questo fine sono grandissimi, ma non per ciò il molisano si sbigottisce:
quanto maggiori sono gli ostacoli tanto più bello sarà il premio nell'avvenire.
Oggi in Italia non v'è nazione, non v'è senso unitario; siamo poveri, pochi,
disgregati, senza un esercito vero e P.
ROMANO, Per una nuova coscienza pedagogica, G. B. Pa ravia, s. d. (1924 ),
Torino, p. 106. (2 ) G. DE RUGGIERO, op. cit., p. 175. 213 proprio; non
importa, tutto si farà, ammonisce Cuoco, ed esce in una profetica dichiarazione
di fede, che, ancor oggi, commove e rende superbi nello stesso tempo. « Ogni
Stato » scrive « ha un periodo da correre. Tutte le nazioni piccole son
destinate ad ingrandirsi o a perire. Quelle non periscono, le quali dispongon
per tempo le loro menti all'ampiezza de’destini futuri; onde, quando il corso
de gli avvenimenti loro presenti le occasioni opportune, esse, per mancanza di
preparazione, non si ritrovano impo tenti » (1 ). L'unità d'Italia prima sia
nello spirito, poi certamente sarà nella vita giuridica: ma noi non possiamo
presu merla in questa se non ci sforziamo di concretarla in quello. Dalla frase
che io ho richiamato appare chiaro quanto caldo sia in Cuoco il pensiero
unitario: non basta quella parvenza d'autonomia che la Francia ci dà e Na
poleone mantiene, occorre di più, occorre che ciò che è Italia a Milano sia
Italia a Scilla, e viceversa, occorre la vera unità, cioè lo Stato nazionale.
Questo non è un di ritto del passato inestinto e inestinguibile, sacra eredità
di generazioni trascorse, ma unità da formare ex novo attraverso un'opera
diuturna e disinteressata, in cui tutto ciò che è diritto e storia antica deve
rifondersi e rifog giarsi nel presente, diritto e storia nuova, perchè nuova
volontà e nuova consapevolezza. La storia in un certo senso è peso bruto, se
non si vince come passato; è atti vità propulsatrice, se noi la riviviamo e ne
ritragghiamo incitamento. Perciò tutto il Giornale italiano è pieno di storia,
di memorie antiche, di riesumazioni dotte, d'in formazioni nazionalistiche: ma
tutto ciò non è materiale d'archivio, da biblioteca, bensì esempio da
prospettarsi ad animi italiani, ond'essi vibrino di un legittimo orgoglio, che
non è comodo adagiarsi in una indiscussa superiorità o antico primato italico,
ma incitamento a nuove opere. Ecco ciò che si propone all'incirca il Giornale
italiano: un'alta opera di pedagogia pubblica. (1 ) Cuoco, Scritti vari, v. I,
p. 7. 214 Questo giornale, divenuto rarissimo, per lungo tempo è stato
dimenticato dagli studiosi, ma oggi ad esso si è ritornati, e in esso si sono
rinvenute le vere ideali origini, di questa nostra Italia, di cui il
Risorgimento è stato la cosciente affermazione, non l'estrinseco dono di questo
o di quello, sia esso il terzo Napoleone o il Gabinetto britannico. La
direzione cuochiana al Giornale italiano durò tre anni: sono tre anni d'un
apostolato fervido sincero ele vatissimo, senza mai un minuto di riposo. Nessun
pro blema, giuridico o politico, etnografico o storico, econo mico od agricolo,
militare o industriale, sfugge alla mente di Vincenzo, e tutto egli rivolge ad
un ben noto fine, poichè, com'egli stesso osserva, « per formar la mente de’
lettori, è necessario che l'opera istessa, abbia una mente, cioè un fine unico,
e parti tutte corrispondenti al fine » (1 ). L'importanza di questo foglio non
isfuggì ai più acuti studiosi delCuoco. Già il Romano lo proclamò « un nobi
lissimo apostolato di italianità », e, come il Cogo ri leva, questa
affermazione il sopra detto critico convalida con prove sicure, sebbene sarebbe
stato forse opportuno che egli vi avesse fermato un po' di più la sua atten
zione (3 ). Parimenti sul Giornale italiano ha scritt oltre il Cogo, Paul
Hazard, il quale nel suo obiettivo e felice intuito ha ben visto quanto Cuoco
si differenzia dai gia cobini francesi e quanto rigidamente affermi la sua na
zione (). Ma, nonostante il loro acume, il Romano, il Cogo, l'Hazard, non
poterono avere quella sensazione sicura della grandiosa importanza di quel
giornale, che solo noi oggi possiamo apprezzare dopo che ulteriori studi hanno
messo in luce come quegli scritti della gazzetta milanese, spesso non firmati,
o sottoscritti con la sem plice sigla C., fossero letti da un giovanetto
idealista ap (1 ) V. Cuoco, Scritti vari, v. I, p. 3. (2 ) M. ROMANO, op. cit.,
p. 136. (3 ) G. Cogo, op. cit., p. 32. (4 ) P. HAZARD, op. cit., p. 231 e sgg.
215 pena uscito dall'università, che li postillava e li trascri veva, da
Giuseppe Mazzini: piccola favilla atta a destar gran fuoco. Per raggiungere i
suoi alti fini tre sono i mezzi che il Giornale italiano si propone, e che
esplicitamente di chiara: in primo luogo, « presentare al pubblico quanto più
spesso si possa le memorie degli altri tempi: non, come talora si è fatto,
sfigurate e dirette a turbar gli ordini che si avevano, ma quali realmente
sono, e per confermar colla stima di noi stessi gli ordini che abbiamo »; in se
condo luogo, « incominciare a misurarci, almen col pen siero, colle altre
nazioni »; poi, « ragionar frequentemente sulle operazioni nostre », onde
acquistare coscienza delle nostre possibilità, delle nostre virtù e dei nostri
vizi (1 ). Tutti questi tre mezzi miravano ad un fine unico, far comprendere
agli italiani che « chi oggi non è grande » e « quasi diffida di poterlo
divenire », lo sarà, come « lo è stato una volta. Cuoco, recensendo uno scritto
del Monti, di quel Monti, che egli pur non troppo ammira come personalità
morale (3), scritto col quale il poeta cesareo esalta l'Eroe, che' la
gratitudine nazionale in voca « nel tempo stesso suo conquistatore, suo
liberatore, suo Re », non loda l’autore per il suo lodare l'Eroe, « soggetto
tanto comune qual è sempre », ma bensì per la novità che ha saputo trovare e
per « l'interesse che ha saputo destare rammentando le antiche glorie italiane,
e le sciagure e l'avvilimento, che alla gloria succedettero, ridestando le
ombre de' tempi antichi, e dopo di esse l'ombra di Dante, di quel poeta del
quale nessuna nazione p. 5. (1 ) V. Cuoco, Scritti vari, v. I, p. 5 e sgg. (2 )
V. Cuoco, Scritti vari, v. I, Vedi N.
RUGGIERI, op. cit., p. 163; nonchè A. LEVATI, Saggio sulla storia della
letteratura italiana nei primi venti cinque anni del sec. XIX, Milano, Stella
ed., 1831, p. 131 e sgg., e G. MAFFEI, Storia della letteratura italiana, 3a
ediz. corretta da P. THOUAR, Firenze, 1853, v. II, p. 259, n. 3, ai quali il
Ruggieri stesso rimanda. 216 può vantarne un altro più pieno di civile sapienza.
« Non altri » commenta « vi era di più opportuno di Dante all'occasione solenne
che Monti celebrava; di Dante il quale forse il primo incominciò a illuminar le
opre infi nite degli antichi italiani per ammaestramento de' mo derni; di Dante
il più zelante dell'antica gloria degli italiani; il più severo censore della
corruzione nella quale ai suoi tempi l'Italia era caduta; di Dante che tutti i
suoi studi e tutte le sue cure dirigeva al solo fine del risorgimento
dell'Italia; e con quali arti vi tendeva ! Col predicare tra gli abitanti delle
varie parti nelle quali era allora divisa l'Italia l’unione, e negli ordini
pubblici la concentrazione del potere moderata dalle leggi ». L'alta coscienza
del Cuoco vede in Dante il simbolo d'ogni attività della stirpe, e per il
divino poeta ha un vero culto, come lo hanno e l'avranno tutti i grandi fattori
della nostra storia e della nostra civiltà, da Manzoni a Carducci, da Mazzini a
Gioberti (2 ). E la sua volontà d'esaltare tutto ciò che è italiano, e in
Italia ha avuto origine e nascimento, si compenetra con un felice intuito
storico, per cui il fenomeno politico (1 ) Giorn. ital., 1805, 27 maggio, n.
63, p. 274: Visione del professore V. Monti. Per altri accenni del Cuoco
sull’Alighieri vedi Scritti vari, v. I, p. 235, 257; v. II, p. 267. (2 ) L'alto
concetto che V. Cuoco avea della grandezza di Dante si addimostrò chiaramente
in una circostanza spiace vole, in una di quelle tante polemiche, con cui gli
stranieri cercano di menomare quel che è nostro e di impicciolirlo. Avendo un
giornalista dei Débats scritto che una vita di Dante poteva ritenersi a priori
una lettura sonnifera, e che la Divina Commedia era l'opera di un piccolo
politico, di un poeta bar: baro, del quale solo pochi frammenti potevano dirsi
buoni, il molisano rimbecca: « Sia permesso all'autore dell'articolo di
ignorare la storia, e non saper quanto Dante fosse politica mente grande. La
gloria del sublime poeta ha offuscata quella del profondo politico, ed il
maggior numero degli uomini ram menta l'autor della Divina Commedia e quasi
oblìa l'autor della Monarchia, libro che, ad onta delle spinosità scolastiche
onde è ricoperto, racchiude pensieri profondi, e, ciò che più importa, non è
molto lontano dai nostri attuali bisogni ». Vedi Giorn. Ital., 1804, 25
gennaio, n. 11, p. 45. 217 e culturale è mirabilmente rappresentato. Esalta il
se colo XVI, « il secolo in cui rinacquero tutte le arti e tutte le scienze, e
tutte rinacquero in Italia, e dall'Italia si diffusero per tutto il resto ancor
barbaro dell'Europa; si scopersero due nuovi mondi, e tanti mali e tanti beni
si aggiunsero all'antico; sursero nuove sette religiose, ed il fermento che
esse produssero fecondò li primi semi di quella libertà di pensare che dovea
col tempo produrre e la sana filosofia e l'imsensato pirronismo »; ma subito si
entusiasma, e, quasi a suggellare tanta gloria, esclama: « e tutti questi
avvenimenti o nacquero o agitaronsi o compironsi in Italia o per l'Italia o per
l'opera degli italiani...! » (1 ). Il secolo XVI è il secolo di Leonardo, di
Raffaello, di Michelangiolo, di Cellini, di Palestrina, di Ariosto, di Tasso,
di Machiavelli. Il Cuoco è un ammiratore del se gretario fiorentino. E chi mai,
se si eccettui Francesco De Sanctis, intese così profondamente l'autore del
Prin cipe e delle Deche? Anzi astraendo e generalizzando un parallelo tra il
Cuoco e il Machiavelli si può fare, ed è stato fatto (2). « Più di uno » nota
Giuseppe Ottone « ha paragonato [ Il Cuoco) al Machiavelli, perchè al pari di
lui trovò i princípi e le formule di un rinnovamento della coscienza nazionale:
e come il Machiavelli segna il punto nel quale i fervori umanistici si
incarnano nella realtà della vita politica, e, svestito il paludamento
retorico, si rivelano nelle linee semplici e precise di un nuovo ideale, così
il Cuoco, dopo un secolo di vaneggiamenti filosofici e col concorso di una dura
esperienza, per la quale si fondono come cera le antiche illusioni, ci rivela
rinnovata e con sapevole di sè la coscienza italiana » (3 ). (1 ) Giorn. ital.,
1804, 21, 23, 25 gennaio; n. 9, 10, 11; pp. 35-36, pp. 39-40, pp. 43-44:
Varietà: (vedi in precedenza, p. 163 ). (2) G. OTTONE, Vincenzo Coco è il
risveglio della coscienza nazionale, Vigevano, Unione tipografica vigevanese,
1903, Ap pendice B. LABANCA, op. cit., p. 407 e sgg. (3) G. OTTONE, op. cit.,
p. 4. 218 « Le ragioni che possono suggerire il pensiero di una certa affinità
tra i due scrittori sono parecchie: 1° la tradizione, superficiale e scolastica
più che al tro, della trasmissione dell'ideale unitario; 2º una certa affinità
nelle circostanze che hanno sug gerito all'uno e all'altro scrittore di
attendere alle fatiche dello scrivere; 30 il comune intento di ricamare sul
tessuto della storia il disegno della loro personale esperienza e delle loro
convinzioni; 40 le frequenti citazioni che il Cuoco appunto fa di detti e
sentenze del Machiavelli; 50 la comune ammirazione per Roma repubbli cana » (1
). Ma non è questo che a noi interessa vedere, poi che i paralleli hanno sempre
un valore approssimativo, dato che prescindono dalle mutevoli condizioni dei
tempi, che di volta in volta sono e non si riproducono più, onde il
Rinascimento, fenomeno sopra tutto culturale e in su bordinata politico, non si
può mai raffrontare col Risor gimento, fenomeno soprattutto politico sebbene
anche culturale. Quel che a noi invece interessa, ripeto, è la nuova luce che
il Cuoco riverbera sul segretario di Fi renze, onde per vie diverse da quelle
che tiene Ugo Fo scolo, tende a scagionarlo dai « giudizi ingiusti che il
maggior numero degli uomini dà sugli scritti suoi ». A ciò immagina che un suo
amico conservi il mano scritto d'uno de' suoi antenati, che visse nel secolo di
Leone X ed ebbe rapporti con i grandi uomini del tempo: in questo manoscritto
l'avo descrive una sua conversa zione col Machiavelli sovra un tema politico.
La discolpa del grande fiorentino non potrebbe essere più completa e sicura. «
Il maggior numero (degli uomini), dice il Machiavelli, è ingiusto, perchè pieno
di passioni e servo de' partiti. Io (1 ) G. OTTONE, op. cit., p. 51.
Giustamente nota l’A. che l'ideale unitario nel Machiavelli è scolastico,
laddove nel Cuoco è più profondo ed intimo. 219 ho voluto scrivere senza
passione veruna; non ho seguito nessun partito, e li ho offesi tutti. Ho
scritto per gli uomini ragionevoli, e questo è stato il mio torto: gli uomini
ragionevoli son pochi ». Il Cuoco perciò intende studiare e giudicare il Machia
velli realisticamente, da un punto di vista storico, pre scindendo da ogni
giudizio a priori (1 ). Ha il Machiavelli insegnato massime di tirannia ai Me
dici, ha preso per modelli uomini scelleratissimi quali Ca struccio e il duca
Valentino? Nulla di tutto ciò. Egli ha visto i costumi e gli ordini dei suoi
tempi, e li ha descritti. Ha detto ai principi: che fate? voi non sapete essere
nè buoni nè cattivi, voi finirete con l'essere nulla e vi per derete; voi non
avete religione e virtù, necessarie allo Stato, e finirete per distruggerle
negli altri. Ha detto: siate giusti, e, se pure qualche volta vorrete
permettervi di derogare dalle leggi della giustizia, sia questo a voi soli
permesso, non agli altri, non a tutti. Ecco un Machia velli più umano dell'uomo
foscoliano: che temprando lo scettro a' regnatori gli allòr ne sfronda, ed alle
genti svela di che lagrime grondi e di che sangue. (1 ) Che questa sia proprio
la posizione, sulla quale il Cuoco crede di poter pervenire ad una esatta
comprensione di Ma chiavelli politico, lo dimostra assai bene un passo di un
altro suo articolo: Giorn. ital., 1806, 5, 6, 7, 8 gennaio, n. 5, 6, 7, 8; p.
19, pp. 23-24, pp. 27-28, pp. 31-32: Politica (ristampato in Scritti vari, v.
I, pp. 201-213 col titolo La politica inglese e l’Italia ). « Quelli li quali
leggono » scrive il Cuoco « le opere di Macchiavelli colla stessa attenzione
colla quale leggono un romanzo, e quegli altri i quali lo giudicano senza
averlo letto (com'è accaduto al padre Possevino ed a tutta la scuola ge suitica
) credono che Macchiavelli abbia date lezioni di tiran nide o abbia voluto
rappresentar quella stessa parte che rap presentò Samuele al popolo ebreo. Io
son persuaso che Mac. chiavelli non volle fare nè l'una nè l'altra cosa, ma
vide i costumi e gli ordini de' suoi tempi, e ne giudicò con una mente la quale
era superiore ai tempi suoi, e che in conseguenza doveva esser per necessità
ammirata o biasimata, e sempre senza ragione, perchè non era mai ben compresa ».
220 Ma perchè invece di parlare ai sovrani non ha parlato ai popoli? Ha tentato
di parlare anche ai popoli, ma si è avveduto che avrebbe parlato, dati i tempi,
invano. I principi si muovono per il loro potere, i popoli per la loro virtù.
Sperimentati i popoli tra i quali viveva, non ha potuto dir loro: fate uso
della vostra virtù; essi non l'avevano. Invece si è rivolto ai principi ed ha
detto: fate uso del vostro potere; e questo precetto prima o dopo avrebbe
dovuto produrre gli stessi effetti del primo, « perchè è tanta l'efficacia
della virtù che, anche simulata, vale a ricomporre gli animi e gli ordini delle
nazioni ». Ma perchè ha scelto come suo esempio il duca Valentino? Perchè
quelli che il duca oppresse e distrusse erano più scellerati di lui, e fra
tanti scellerati ha preferito quello « che almeno dirigeva le sue scelleraggini
ad un fine più nobile e tendeva a riunir l'Italia, che gli altri, con iscel
leraggini più vili, dividevano e desolavano ». Da queste notazioni scaturisce
ben netto il giudizio che il Cuoco fa del Machiavelli, giudizio ben diverso da
quello che ne davano tutti gli storici e ne dà lo stesso Foscolo, che si
arresta sbigottito di fronte alla crudezza e alla rigidità delle massime
politiche dell'autore del Principe. Ma il molisano troppo vigile senso storico
e troppo realismo ha in sé per arrestarsi, ed il suo giudizio infine coincide
con quello di Francesco De Sanctis (1). Conobbe questi proprio lo scritto
cuochiano? Io ne du bito assai; ma certo è che i due critici si incontrano,
spinti forse ad un punto comune da un solo ideale, da studi similari sovra la
grande opera vichiana, da un eguale temperamento meridionale, più nobilmente
concreto nel suo idealismo critico che non astratto in un nebuloso atomistico
positivismo. (1 ) « C'è un piccolo libro del Machiavelli, tradotto in tutte le
lingue, il Principe, che ha gittato nell'ombra le altre sue opere. L’autore è
stato giudicato da questo libro, e questo libro è stato giudicato non nel suo
valore logico e scientifico, ma nel suo va. lore morale. E hanno trovato che
questo libro èun codice della tirannia, fondato sulla turpe massima che il fine
giustifica i mezzi e il successo loda l'opera. E hanno chiamato machia. 221 Il
Cuoco risulta da questo nostro esame un esaltatore caldo delle glorie italiche,
ma la sua esaltazione non è un'esaltazione cieca fanatica, bensì cosciente
illuminata da fine senso storico, per cui ogni uomo, poeta o statista, ogni
fenomeno politico, glorioso od infausto, deve inse rirsi nel suo tempo, ove
trova le sue radici, cioè la sua determinazione genetica. Dante è Dante nel suo
tempo; Machiavelli è Machiavelli nel suo. Quel che per essi potea avere una
ragione, per noi può anche non averla. In ogni caso noi non dobbiamo essere
dinanzi a loro passivi, ma assorbirli, farli nostri, sentirli, fare la loro
esperienza no stra, affinchè la loro vita spirituale non resti campata in cielo
ma si saldi con la nostra, e si continui e si perpetui. Quest'alta dignità
umana di Vincenzo lo differenza ben nettamente dagli stessi suoi cooperatori.
Ben rivela a questo proposito l ' Hazard che, per esempio, il Benin casa
esercita nel giornale una propaganda continua d'ita vellismo questa dottrina.
Molte difese sonosi fatte di questo libro, ingegnosissime, attribuendosi
all'autore questa o quella intenzione più o meno lodevole. Così n'è uscita una
discussione limitata e un Machiavelli rimpiccinito ». (F. DE SANCTIS, Storia, v.
II, p. 50). « Machiavelli bisogna giudicarlo da un alto punto di vista. Ciò a
cui mira è la serietà intellettuale, cioè la precisione dello scopo, e la virtù
di andarvi diritto senza guardare a destra e a manca e lasciarsi indugiare o
traviare da riguardi accessorii o estranei. La chiarezza dell'intelletto, non
intorbidato da elementi so prannaturali o fantastici o sentimentali, è il suo
ideale. E il suo Eroe è il domatore dell'uomo e della natura, colui che com
prende e regola le forze naturali e umane, e le fa suoi istru menti. Lo scopo
può essere lodevole o biasimevole; e se è degno di biasimo, è lui il primo ad
alzare la voce e protestare in nome del genere umano.... Ma, posto lo scopo, la
sua am mirazione è senza misura per colui che ha voluto e saputo con seguirlo.
La responsabilità morale è nello scopo, non è nei mezzi. Quanto ai mezzi, la
responsabilità è nel non sapere o nel non volere, nell'ignoranza o nella
fiacchezza. Ammette il terribile; non ammette l'odioso e lo spregevole.
L'odioso è il male fatto per libidine o per passione e per fanatismo, senza
scopo. Lo spregevole è la debolezza della tempra, che non ti fa andare là dove
l'intelletto ti dice che pur bisogna andare ». (F. DE SANCTIS, Storia, v. II,
p. 69 ). 222 lianità esaltata, che finisce per divenire noiosa nella sua
metodicità, che fa pensare al partito preso. Si tratta di geografia: sono gli
italiani che hanno scoperto India ed America (1804, n. 6 ); si tratta del
sistema di Gall: esso è stato preceduto da trovate di italiani (1804, n. 140);
si tratta d'arte tipografica: il primato italico con i vari Bo doni è
indiscusso (1805, n. 55): e così in materia di belle arti, di poesia, di teatro
(1 ). Il Cuoco ha un altro metodo, spesso esagera sull'infe riorità dei suoi
connazionali di fronte agli stranieri, ma esagera non per altro che per
provocare una specie d'emu lazione, una specie di slancio a cose più alte. Nè è
a dire però che la lode manchi al Cuoco, no, anzi gli abbonda, e si rivolge non
solo ai grandi antichi, ma anche ai contemporanei più eletti o a coloro che da
poco sono mancati ai vivi. E in quest'elogio quasi sempre co glie nel segno, e
le sue osservazioni sono quanto di più giusto si possa concepire. Esprime un
giudizio su Verri, ed il giudizio gli sgorga caldo, come un'apoteosi. « Egli fu
» scrive « sublime filosofo, profondo letterato; il primo storico della sua
patria, la quale avanti di lui non aveva avuto che cronichisti privi per lo più
di filosofia, di cri tica, di gusto; magistrato zelante, attivissimo, autore o
almeno parte principale di tutte le utili riforme che can giarono quasi
interamente la vita politica della Lom bardia austriaca ». E il Verri richiama
alla mente un altro grande, che in una disciplina delicatissima, come quella
dei delitti e delle pene, segna l'inizio d'una nuova èra. « A Verri deve
l'Europa Beccaria. Egli fu quasi l'oste trico di un genio grandissimo che
taceva compresso dal l'indolenza a cui era portato per fisica costituzione »
(2). Spesso sono nomi, grandi ma non abbastanza noti, quelli ai quali si riferisce,
e allora il Cuoco si accalora e la parola diviene incitatrice ed eloquente,
sebben dolorosa (1 ) P. HAZARD, op. cit., p. 235. (2) Giorn: ital., 1804, 4
luglio, n. 80, p. 323-324, Scrittori clas sici italiani di economia politica. 1
223 nello stesso tempo per la incomprensione degli italiani. Parlando
d’economia trova modo di ricordare un pio niere di questa scienza e di
richiamarvi l'attenzione na zionale, Giammaria Ortez. « Chi era questo
Giammaria Ortez? Ecco una domanda che tutti gl'italiani fanno, e che intanto
farebbe torto a tutti gl'italiani se un uo mo di tanto merito quanto Ortez, non
avesse voluto egli stesso rimanersene ignoto, non sapremmo dir se per mo destia
o per orgoglio; modestia sempre lodevole, orgoglio spesso nobile in un secolo
corrotto, ma tanto l'una quanto l'altro eccedenti quei limiti tra quali si
contiene la virtù » (1 ). In questa difesa del nome italico il molisano muove
contro tutti gli stranieri che a lui ingiustamente s’oppon gono e divengono
dispregiatori delle glorie nostre. Recen sendo infatti nel giornale un opuscolo
di Vincenzo Monti, Del cavallo alato d'Arsinoe, nel quale il poeta si scaglia
contro Salvatore De Coureil, che con gallica fatuità aveva osato menomare
glorie purissime d'Italia, il Cuoco lo loda assai di ciò. « Noi non entriamo in
questa disputa.... Ma il sig. De Coureil chiama Parini cattivo poeta; Alfieri,
se non mediocre, almeno non degno di tante lodi quante gliene dànno gli
italiani sol perchè non hanno altri tra gici; ecc. ecc.... Haec non sana esse,
non sanus juvet Ore stes. Giorn. ital., 1804, 24 novembre, n. 141, p. 573:
Economisti italiani. (2) Giorn. ital., 1804, 24 novembre, n. 141, p. 574: Il
cavallo alato di drsinoe di V. MONTI. Nè la tutela vigile che il Cuoco fa del
buon nome italico s’ar resta qui: allorquando « un Lalande dice con pueril
sangue freddo, che l'Italia non ha oggi un solo (un solo? ) uomo di merito»;
allorquando il tragico -comico, drammatico -sentimen tale e memorioso Kotzebue
tratta tutti gl'italiani da ignoranti, da incolti e quasi da canaglia » (Giorn.
ital., 1805, 18 agosto, Sup plemento al n. 98, pp. 577-8, Necrologia ), egli è
là, e s'appa lesa bellicoso difensore d'italianità. Recensisce un opuscolo di
Luigi Bossi, in cui questi vendica « l'onore italico trattato con poca civiltà
dal sig. Akerblad », egli pur sempre ha dinanzi a sè un alto fine civile: la
difesa delle nostre intangibili glorie 224 Da questa rapida scorsa attraverso
il Giornale italiano appare chiara la posizione di Vincenzo. « Noi italiani ab
biamo un maggior numero di uomini grandi che non le altre nazioni », ma noi non
li conosciamo neppure per la nostra apatia: « longa urgentur nocte, carent quia
vate sacro » (1 ). La pianta uomo da noi cresce florida, ma gli ' italiani non
la coltivano; e, se vicendevolmente non si ignorano, gli italiani si
disconoscono. « Dotati gl' italiani dalla natura di grandissimo ed acutissimo
ingegno, non mancano di cognizioni ed osservazioni, e nell'angolo più incolto
si ritrova talora un uomo il quale vale per dieci accademici. Che pro? Le sue
osservazioni, le cognizioni sue vivono una brevissima vita, ristretta tra i
confini di una picciola terra e muoiono con lui. Gli italiani sono grandi, ma
l'Italia rimane picciola » (2 ). E così gli stra nieri si avvantaggiano su noi:
scoperte che furon fatte da italiani, poi vengon ripresentate come novità
francesi o inglesi, e magari da noi ammirate, da noi che forse le avevamo
vilipese e trascurate. E nel rilevare ciò Cuoco non esita a discendere a
problemi pratici, per dimostrare, per esempio, come un ramo d'industria, la
pastorizia « tanto utile » e largamente sfruttata all'estero, sia stata
esercitata tecnicamente per la prima volta da un italiano, il Dandolo, il quale
poi l'ha diffusa con grande dottrina e ripetuta esperienza (3 ); come, ancora,
certe pratiche agricole generalizzate in Inghilterra o altrove, siano po
steriori d’un buon secolo a ricognizioni nostre, del tutto (Giorn. ital., 1805,
22 luglio, n. 87, p. 470: A proposito della « Lettre » di L. Bossi allo
SCHLEGEL ). Sovra Lalande, Kotzebue e Akerblad vedi G. Cogo, op. cit., p.
89-90, ove di essi si parla esaurientemente, dando biblio grafia e notizie.
Giorn. ital., 1804, 28 marzo, n. 38, p. 152: Scrittori italiani di economia
politica. (2 ) Giorn. ital., 1804, 19 novembre, n. 139, p. 566: Biblioteca di
campagna, ecc. (3) Giorn. ital., 1805, 25 febbraio, n. 24, p. 96: Del governo
delle pecore spagnole e italiane, ecc., saggio di VINCENZO Dan. DOLO: sovra il
Dandolo vedi G. Cogo, op. cit., p. 88. 225 nostre secondo il giudizio degli
stessi stranieri (1 ); come, infine, addirittura pretese scoperte fisiche
intorno a cui inglesi e galli si disputano il primato siano scoperte, ri
trovati di un filosofo il cui nome va per la maggiore, nientemeno di
Giambattista Vico (2 ). Tutte queste osservazioni rispondono ai mezzi, con cui
il Cuoco si propone di raggiungere il suo fine: la formazione della coscienza
nazionale e dello spirito pubblico. Bisogna cominciare a misurarci con gli
stranieri, ond'essi così ci p. 87. (1 ) Giorn. ital., 1805, 31 ottobre, 2, 4
novembre; n. 148, 150, 152; p. 874, pp. 882, p. 889-90: Giudizio sopra tre
istituzioni agrarie. A proposito di questo articolo vedi G. Cogo, op. cit., (2
) « Abbiamo parlato della scoperta fatta da un inglese della virtù che hauna
sfera magnetica nuotante nel mercurio di rivolgersi intorno al proprio asse, e
d'indicare così la la titudine e la longitudine. Ora i francesi disputano agli
in glesi l'onor della scoperta, e pretendono che questo fenomeno trovasi
descritto nelle Efemeridi geografiche di Busch, 1803. È pur graziosa cosa veder
altri popoli disputarsi la gloria di ciò che è italiano. Nella Vita che Vico ha
scritto di sè stesso (e la scriveva circa il 1730, quasi un secolo prima di
Busch e del l'inglese ), quest'uomo parla di una nuova teoria che egli avea
imaginata per ispiegar il fenomeno della calamita, e da questa sua nuovateoria
trae la conseguenza che la calamita non solo si dirige al polo, ma anche al
zenit, onde vien poi la rotazione intorno al proprio asse, l' imitazione,
diciam così, del giro della terra, ecc. Ķico conchiude dicendo che questa nuova
proprietà si sarebbe osservata tosto che si fossero fatte dell'esperienze, in
modo che la calamita avesse potuto svilupparla. Non parliamo della ragione che
mosse Vico a far questa congettura: essa era figlia di una ipotesi forse falsa.
E qual altra ragione può aver altro fondamento che un'ipotesi, o qual altra
ipotesi può dirsi vera? Del resto Vico proponeva un'esperienza: dovea farsi e
non si fece. Ma già da due secoli l'Italia non mancava di sommi ngegni, perchè
questi li producono il suolo ed il cielo: però l'italiani più non navigavano,
più non commerciavano; i overni non si curavano di nulla ed i privati curavan
solo lo studio delle leggi o della medicina, dal quale speravan ric chezza,
quello della teologia, che li promoveva ad un canoni cato, e qualche sonetto,
unico mezzo che un uomo d'ingegno avea per vedersi aprire la casa d'un
grande... ». (Giorn. it., 1804, 6 'ottobre, n. 120, p. 489, Senza titolo: vedi
V. Cuoco, Scritti vari, v. I, p. 244. 15 appariranno sempre meno grandi di
quello che presu mono di essere, e noi appariremo sempre più grandi di quel che
noi stessi non crediamo. Se essi poi di fatto « sono oggi più grandi di noi »;
« non importa: appariranno sem pre tanto meno grandi quanto più ci saranno
vicini, e perderanno quella riverenza che suole aversi per le cose lontane » (1
). Ma in quest'esaltazione dell'italianità l'autore del Sag gio storico non è
cieco, anzi, laddove vede una deficienza, la rileva, la rileva, direi, con
crudeltà e freddo sguardo d'anatomista. Gli italiani, per esempio, hanno
rinvenuto quella filosofia delle lingue che è una scienza tutta nostra, ma i
piccoli nipoti, i discendenti di quel Vico, che in essa tant’orma stampò, non
che curarla, l'hanno abbando nata: gli italiani hanno creato i più splendidi
melo drammi e libretti, che si conoscano, orbene, oggi essi stessi non sono
capaci di darci nulla più di buono, e la deca denza del libretto porta seco la
decadenza della musica (3 ): gli italiani un dì maestri nella difficile arte
della sacra eloquenza, oggi sono inferiori agli stranieri che da noi hanno
appreso (4 ). Questa posizione critica, che tanto distingue l'italiani smo del
Cuoco da quello del Benincasa o del Lomonaco, si rivela anche nel terzo mezzo
dal molisano adottato per creare un sentimento unitario: il ragionar di
frequente delle cose nostre. « Delle cose nostre o non ne abbiamo parlato, o ne
abbiam parlato con insensato disprezzo e con più insensata lode; cose le quali,
sebbene opposte, pure per la natura dello spirito umano, che oscilla sempre tra
gli estremi, non sono inconciliabili tra loro ». Delle cose nostre occorre
invece ragionare obiettivamente, senza (1 ) V. Cuoco, Scritti vari, v. I, p. 5.
(2 ) Giorn. ital., 1804, 25 febbraio, n. 24: Sullo studio delle lingue (ristampato
in Scritti vari, v. I, p. 78 e sgg., col titolo G. B. Vico e lo studio delle
lingue come documenti storici). (3 ) Giorn. ital., 1804, 8 ottobre, n. 121, p.
493: Spettacoli. (4 ) Giorn. ital., 1804, 25 aprile, n. 50, p. 200: Varietà (ristam
pato in Scritti pedagogici, pp. 16-22; ed ora in Scritti vari, v. I, pp. 89-92,
col titolo di Eloquenza ecclesiastica ). accenderci troppo, con scienza e
ragione, e allora saremo davvero illuminati, e allora troveremo « mille volte
motivi di renderci migliori e non mai di crederci pessimi » (1 ). A questi
princípi superiori il nostro uniforma l'analisi, che, di volta in volta, fa dei
più importanti fenomeni del tempo. Recensendo, per esempio, un libro dell'avv.
An tonio Corbetta sulla malavita, (2 ) ritiene che tra le altre cause, che
questa alimentano, la più importante și debba ritrovare nell'educazione
insufficiente. « Noi non abbiamo costume ». « Noi non abbiamo educazione fisica
». « Noi non abbiamo educazione dello spirito. I figli del popolo non imparan
da fanciulli nulla di ciò che.... dovrebbero sapere quando sono adulti». Ecco
come Cuoco getta rapi damente la luce sul fenomeno, e dal fenomeno risale alle
cause, anzi alla causa per eccellenza, più remota, ma più vera. Provvedimenti
di sicurezza? Ma questi sono insuf ficienti per eliminare il male, una volta
note le cause de terminanti. Se volete estirpare la delinquenza, consiglia
Vincenzo, i mezzi non sono la reazione e il carcere, ma le istituzioni sociali
con una intensa opera di pedagogia preventiva. Che abbiamo fatto, si domanda,
in questo campo? Nulla. Ecco come un problema giuridico diviene un problema di
natura superiore, pedagogico, anzi filosofico: l'educa zione del popolo, di cui
il Cuoco è il più strenuo soste nitore, e che egli pone sovra basi nuove e
geniali. Ma questo problema, che poi è il fulcro del pensiero del mo lisano, il
problema insomma per eccellenza, noi esamine remo più a lungo, quando verremo a
parlare del Rap porto e Progetto di decreto per l'ordinamento della pubblica
istruzione nel regno di Napoli. (1 ) V. Cuoco, Scritti vari, v. I, p. 6. (2)
Giorn. it., 1804, 20 agosto, n. 100, p. 410: Osservazioni di un ex giudice, ecc. L'opera filosofica di Cuoco nella Repubblica
e nel Regno italico non si esaurisce nei molte plici articoli del “Giornale
italiano”. La filosofia italica di Cuoco si continua nel “Platone in Italia”,
nuova ed alta testimonianza di quello spirito che vediamo in opera
ininterrottamente dai frammenti agli scritti del foglio milanese. Questo
sentimento nazionalistico, che ha il suo centro sol nello spirito e non fuori
di esso, è la gran trovata, il punto fermo del molisano, e compenetra il suo Platone.
Quello stesso uomo, nota giustamente Hazard, che scrive che “ama di morir per
la sua patria,” con la sua Napoli, “poichè essa più non esiste”, mentre Cuoco vive ancora, ed aggiungeva che ad
essa ha consacrati tutti i suoi pensieri. Ora consapevole sempre di più di
quanto nel saggio storico ha pur detto, cioè che l'amore di patria nasce dalla
pubblica educazione. Ora scrive un saggio il cui solo fine è sempre lo stesso:
creare lo spirito nazionale, e crearlo, presentando quanto più spesso si possa
le memorie dei tempi gloriosi. Che questo e lo scopo del suo “Platone in Italia”
nessun dubbio. E Cuoco stesso che ce lo dice. Il Platone dice Cuoco, in una
lettera al vicerè Eugenio è “diretto a formar la morale pubblica degl'italiani,
ed ispirar loro quello spirito d’unione, quell’amor di patria, quell’amor della
milizia che finora non hanno avuto.” Il “Platone in Italia” di Cuoco perciò è
un romanzo a tesi, o, se volete, un romanzo didattico, se con ciò noi vogliamo
riferirci al suo fine, lasciando impregiudicata assolutamente l'ulteriore
valutazione filosofica. E chi lo legge con cura non può non accorgersi di
questo scopo, estrinseco sì all'arte, ma non allo scrittore, di questo scopo
che Cuoco persegue, e per il quale solo sembra vivere. La trama del “Platone in
Italia” in sè è tenuissima, tanto tenue che Cuoco quasi non se ne accorge, onde
appena l'abbozza per tosto sorvolarla. Un greco, Cleobolo, fa un viaggio
culturale nella Magna Grecia con il suo tutore, Platone. Platone e il suo
scolaro visitano le più importanti città d'Italia: Crotone, Taranto, Metaponto,
Eraclea, Turio, Sibari, Locri, Reggio, ecc., e conosce direttamente o
indirettamente i più fieri popoli della pe [ROBERTI, Lettere inedite di G.
Botta, U. Foscolo e V. Cuoco, in Giornale storico della letteratura italiana. La
lettera del Cuoco è ora ri prodotta in Scritti vari. Cuoco, Saggio storico. BUTTI,
Una lettera di V. Cuoco al Vicerè Eugenio nella miscellanea Da Dante al
Leopardi, per Nozze Scherillo -Negri, Milano, Hoepli. La lettera è ora ripro.
dotta in Scritti vari] pennisola, i sanniti e i romani, ammira le opere d'arte,
disputa di filosofia, si innamora di Mnesilla. Cleobolo stringe con Mnesilla un
bel nodo d'amore. La trama è questa. Ma vien meno dinanzi all'urgere d'un
contenuto didascalico svariatissimo, che la spezza, la frantuma, e in fine ce
la fa dimenticare. Nè il “Platone in Italia” è sotto questo riguardo un romanzo
originale. Anzi ha i suoi bravi antecedenti, tra cui sopra tutti importante
quel “Voyage du jeune Anacharsis en Grèce,” che ha una grande diffusione in
Francia e fuori, che ovunque ebbe ammira tori ed imitatori. Ma nella maggior
parte de' casi, come nota il Sanctis, il viaggio di Platone e Cleobolo è “un
semplice mezzo, con un altro scopo ed un altro contenuto,” che non sia quello
vero e proprio di descrivere paesaggi e monumenti. Lo scopo non è più il
viaggio. Lo scopo e l'espressione di certe idee e sentimenti, fatta più
agevole, con questo mezzo. I secoli XVIII e XIX amarono il romanzo viaggio,
come del resto anche il romanzo-epistolario, perchè col suo meccanismo si piega
ad ogni finalità. Il “Platone in Italia” di Cuoco anzi è nello stesso tempo
viaggio ed epistolario, è un insieme di lettere spedite visitando l'una dopo
l'altra le varie città d' Italia. Il viaggio, come forma letteraria, può
servire a qua lunque scopo ed avere qualunque contenuto. E cera, che può
ricevere ogni specie d'impressione; marmo, che può configurarsi secondo il
capriccio dello scultore. È difficile trovare una forma più libera, più
pieghevole al vostro volere. Passate da una città in un'altra: nessun limite
trovate al vostro pensiero. Potete incontrarvi con gli uomini che vi piace;
immaginare ogni specie d'accidenti; saltare dalla natura ai costumi, da'
costumi al l'anima; visitare, qua e colà, come vi torna meglio; rin chiudervi,
tutto solo, nella vostra stanza, e fantasticare, filosofare, poetare, mescere,
a vostro grado, sogni, ghiri bizzi e ragionamenti, dialoghi e soliloqui,
visioni e rac conti. Se voi vi proponete uno scopo particolare, questo v '
impone il tal contenuto, il tale ordine, la tal proporzione: insomma v’impone
un limite, che non procede dal mezzo liberissimo di cui vi valete, ma dal fine
che avete in mente. Ma se voi leggete l'opera del Barthélemy e la raffron tate
con l'opera cuochiana, una differenza vi balzerà su bito agl’occhi, nell'alto
fine che il nostro scrittore s'è proposto e che nel francese, naturalmente,
manca del tutto. È il fine, quello che interessa il Cuoco, e che da lungo tempo
egli persegue ne' più vari modi. Il Giornale italiano, a questo proposito, ci
mostra come l'idea d'un viaggio educativo nei vari reami della storia si sia al
molisano altre volte presentata. Tra tante opere che ci si dànno ogni giorno,
buone, mediocri, cattive quella descrivente un viaggio, per esempio, nel secolo
di Leone X, non sa rebbe certamente la meno utile per la nostra istruzione e
per la nostra gloria ». Così scrive, e di questo viaggio ideale, di cui
immagina che un suo amico conservi l'an tico manoscritto d'un suo maggiore, dà
un saggio in quel colloquio col Machiavelli che abbiamo a più riprese ve duto (2
). Il fine dunque è quello che occupa l'animo del nostro, e questo domina
tutto, soffoca, purtroppo, ogni intendimento che pedagogico non sia [Il
romanziere cerca di scusare questa deficienza di trama, che si risolve in una
deficienza fantastica e quindi in una deficienza artistica, e nella prefazione
scrive che la sua storia e rinvenuta in un antico manoscritto, autentico,
perchè ritrovato da suo nonno proprio fra le fondamenta d'una sua casa,
ergentesi sovra quel suolo ove un dì superba e Eraclea, manoscritto che è
lacerato in varî punti e perciò lacunoso, onde varje situazioni, prima
accennate, non sono poi svolte e tanto meno condotte a fine: ma questa è una
scusa che non scusa nulla, poichè tutti sanno che il manoscritto non è se non
nell'immaginazione del Cuoco, nè più nè meno come l'anonimo ma [DÉ SANCTIS,
Saggi critici, v. III, pag. 290 e seg. (2 ) Giorn. ital.: Varietà (vedi p. 163
del nostro lavoro ). (3) L. SETTEMBRINI] -noscritto dei Promessi Sposi è
nell'immaginazione di Don Alessandro. Perciò l'esiguità della trama si deve
unicamente al sopravvento di fini estrinseci all'arte, pedagogici e didascalici.
E gli stessi personaggi, che la piccola trama lega, sono e non sono. Noi li
vediamo e non li vediamo. Soprattutto, noi non li vediamo mai in azione, in
atto, con i loro caratteri e con le loro passioni. A rigore possiamo dire che
non sono protagonisti di nessun dramma, poichè ci – Platone e il suo scolaro
italiano -- appaiono, se mai, nella stessa funzione del prologo in certi
antichi componimenti teatrali, che si limita ad annunciare ciò che fu o sarà e
fa alcune sue considerazioni. Essi hanno perciò un nome, come ne potrebbero
avere un altro. Non sono essi quelli che contano, conta quel che dicono, o che
per essi dice Cuoco. Da questa condizion di cose, è evidente, scaturisce un
dissidio insanabile tra quello che è arte, e che perciò non ha nè può avere un
fine estrinseco a sè stessa, e lo scopo stesso dichiarato dall'autore: il
rammentare agl’italiani che essi furono una volta virtuosi, potenti, felici, he
furono un giorno gl'inventori di quasi tutte le cognizioni che adornano lo
spirito umano. Come il Vico nel “De antiquissima italorum sapiential” si pone
dinanzi il fine di dimostrare qual filosofia si debba trarre dalle origini
della lingua latina, quella filosofia che in antico dovè certo essere
professata dai sapienti italiani. Così il Cuoco si propone di dimostrare che,
nel pas sato più remoto, tra i popoli, che abitarono la nostra penisola, ve ne
furono di civilissimi, popoli, la cui civiltà fu persino anteriore alla civiltà
ellenica, che dalla prima riceve luce, e non viceversa. E come chi voglia
intendere il ”De antiquissima” non deve tenere nessun conto del suo titolo e
del proemio, e di tutte le vane investigazioni che qua e là, vi ricorrono dei
riposti con cetti, che, secondo Vico supporrebbero talune voci latine, per
considerare unicamente in sè stessa questa dottrina che Cuoco pretende
rimettere in luce dal più vetusto tesoro della mente e dell’anima italica, e
che non è altro che una dottrina modernissima, quale puo essere costruita da
esso Vico. Così chi voglia comprendere il vero spirito del “Platone in Italia”
di Cuoco deve prescindere dall'esil nucleo romantico, come dalla faticosa
ricostruzione archeologica, e considerarlo nella sua attualità. Esso non
esprime i pensieri nè di Archita nè di Cleobolo, ma i pensieri del Cuoco,
scrittore del Regno italico, meditante sulle proprie personali esperienze, e
non sulle esperienze di venticinque secoli avanti. All'anno di grazia vanno,
per esempio, riferite tutte le abbondanti considerazioni sulle leggi, sulla
religione, sulle istituzioni, sulle rivoluzioni, Ma l'opera di Vico è un'opera
dottrinale, filosofica, per cui lo sforzo di superamento temporale è facile. L’opera
del Cuoco è un romanzo che vuol pure essere consi derato dal punto di vista
dell'arte. Da ciò un insormontabile dualismo, onde noi veniamo risospinti
dall'Italia del VI secolo di Roma all'Italia del secolo XIX di Cristo, da
Platone a Vico, da Archita a Napoleone, dai filoneisti di Taranto ai giacobini
di Francia, da Alcistenide e Nicorio a Monti. E in questo urto di due visioni
opposte e con trastanti l'arte fugge via, e noi non sappiamo ove finisca la
finzione e cominci la realtà. La funzione è troppo evidente, perchè noi
possiamo ingannarci. V'è troppa erudizione, troppi richiami di testi classici,
e non solo greci, ma anche latini, medievali, moderni, perchè la fantasia possa
godere d’una pura contemplazione. E chi è quella Mnesilla, che disputa così
bene d'arte e di musica, se non un'estetica moderna, che conosce Vico? E chi è
quel Cleobolo, che cita opinioni del Filangieri e del Pagano, e parafrasa
persino versi del Petrarca? [GENTILE, Studi vichiani, p. 95. (2 ) L.
SETTEMBRINI, In una lettera che Cleobolo scrive all'amata è detto. Così,
passando di pensiero in pensiero e dimonte in monte, spesso sopraggiunge la
sera; e, mentre par che tutta la natura dorma, solo il mio cuore veglia,
innalzandosi col pensiero fino a quegli astri eternamente lucenti che [ E chi è
quel Platone, che non ignora i princípi della nazionalità e con Archita disputa
di filosofia moderna! La contaminazione è troppo evidente, e la filosofia
pitagorica e platonica si mesce in uno strano viluppo con quella vichiana. Da
ciò, notiamo, scaturisce non solo, come abbiam detto una deficienza grande
nell'opera d'arte, ma anche nell'importanza filosofica del Platone in Italia. È
questo un'opera d'arte? Un lavoro filosofico? Uno scritto politico? Nulla di
tutto ciò, e pure tutto ciò misto in una unità singolare. Non scritto storico,
perchè, a parte il valore molto discutibile del suo metodo, che egli si propone
di ragionare e giustificare più tardi, con una di quelle dilazioni, che svelano
appunto l'incertezza del pensiero e l'oscurità da vincere, Cuoco è troppo
preoccupato da fini estrinseci alla storia, artistici ed educativi] non
filosofia, perchè Cuoco non segue un indirizzo unico, ma si trova costretto dal
l'imbastitura della narrazione a mescere quel che è patrimonio dell'antichità
con quella vigile coscienza tutta moderna e vichiana della spiritualità del
reale. Non opera d'arte per ragioni sovradette, poichè Cuoco non riesce mai a
trovare in sè quell'assoluta pacatezza della fantasia, che sola può generare
creature vive. L'arte «non c'è principalmente nota » il Gentile « perchè Cuoco
non si dimentica abbastanza in questa visione confortante, che a un tratto gli
sorge nell'animo, di un'Italia grande per virtù private e pubbliche, perchè
retta da una saggia filosofia. E corre a ogni po' col pensiero all'Italia per
cui scrive, all'Italia presente, piccola, inferma, senza spirito pubblico,
senza amor di grandezza, senza orgoglio di nazione, senza forze vive: e
ondeggia tra la statua brillano sul mio capo; e, dopoaverli riguardati ad uno
ad uno, il mio occhio si ferma in quella fascia immensa, la quale pare che
tutto circondi l'universo. Di là si dice che le nostre anime sien discese, ed
ivi ritorneranno e rimarranno unite per sempre! [G. GENTILE, Studi vichiani, p.
375. 235 che avrebbe da animare, e sè stesso che egli quasi non crede da tanto;
e gli trema la mano ». Non c'è l'opera d'arte, ma il lavoro non è cosa del
tutto morta e caduca. Ci sono parti molto belle, in cui realmente l'animo si
placa in una commossa visione d'amore, o in un paesaggio italico, ricco di
tinte forti calde sfumanti; poi c'è una sempre vigile volontà, tesa in un fine,
che, se è estrinseco all'arte, non è mai fuori dall'autore, ma pur sempre in
lui, e l'accende di sano amore di patria e d'alto nazionalismo. C'è in somma
una matura attività dello spirito, che, sia che [Per dare un esempio dell'arte
del “Platone in Italia” di Cuoco, trascrivo un brano, che già al RUGGIERI apparve
degno d'attenzione: è una lettera di Cleobolo. Ieri sera sedevamo in quel
poggio il quale tu sai che domina il mare e Taranto. È il sito più delizioso
della villa ch'ella tiene nell'Aulone. E noi non sedevamo propriamente sulla
sommità, ma in mezzo della falda, come in una valletta, la quale, ren dendo più
ristretto l'orizzonte, par che renda più ristretti e più forti i sensi del
cuore. Il sole tramontava; spirava dal l'occidente il fresco venticello della
sera, che scendeva a noi turbinosetto per l'opposta falda del colle. Eravamo
soli, io ed ella, e nessuno di noi due parlava, assorti ambedue in quella
languida estasi che ispira il soave profumo de' fiori di primavera, forse più
grave la sera che la mattina ne' luoghi frequenti di alberi. Di tempo in tempo
io rivolgevo i miei occhi a lei, ma un istante dipoi li abbassava; ella li
abbassava come per non incontrarsi coi miei, ma un istante dipoi li rial zava,
quasi dolendole di non averli incontrati.... Vedi quel l'arboscello di cotogno?
— mi disse (e di fatti ve ne era uno a dieci passi da me) — vedi come il vento,
che si rompe in faccia agli annosi ulivi ed ai duri peri, pare che sfoghi tutta
la sua prepotenza contro quel debole ed elegante arboscello? Quanta verità è in
quei versi di Ibico: Il mio cuore è simile al cotogno fiorito, che il vento
della primavera afferra per la chioma e ne con torce tutti i teneri rami!... Tu
non hai detti tutti i versi di Ibico; no escləmai io tu non li hai detti tutti....
Esso è stato nudrito colla fresca onda del ruscello che gli scorre vicino; ma
nel mio cuore un vento secco, simile al soffio del vento di Tra cia, divora....
Io voleva continuare; ma ella mi guardò e le vossi.... Qual potere era mai in
quel guardo, in quell'atto?... Io non lo so; so che tacqui, mi levai e ritornai
in casa, se guendola sempre un passo indietro, senza poter mai più alzar gli
occhi dal suolo.”] eccesso e analizzi le antiche istituzioni del Sannio; sia
che valuti i germi della futura grandezza di Roma, sia che da questi discenda
ai fatti moderni, e indirettamente dica della rivoluzione francese e de'
popoli, che tra un l'altro amano posarsi nelle opinioni medie o magari tro vare
la pace in un Napoleone, tiranno restauratore del l'ordine, rivela pur sempre
un uomo d'alta coscienza, con sapevole di sè e del suo posto nel suo popolo.
Noi dimentichiamo l'artista mal riuscito, il metafisico contaminato, lo storico
poco sicuro, ma ammiriamo il pedagogo, che dai dati concreti della storia umana
trae un non perituro insegnamento. Cuoco parla non a sè stesso, poi che non si
pone dal rigido punto di vista subiettivo proprio dell'arti sta, ma a noi, a
noi italiani; e per noi vibra, per noi di sputa, per noi parla. Platone non
parla al suo discepolo Cleobolo. Archita non parla ai suoi tarantini. Ponzio
non parla ai suoi sanniti. Ma tutti e tre, attraverso il Cuoco, si rivolgono a
noi, e il loro insegnamento mira a formare una più sicura anima italica. Certo
questa posizione è un po' monotona, e riporta l'autore ad insistere su punti
già precedentemente esposti nel Saggio, nei Frammenti, nel Giornale italiano,
ma, se guardiamo l'arduità dello scopo, la difficoltà d'attingerlo, le
ripetizioni non appariranno mai soverchie. Da noi non si tratta, dice il Cuoco,
di conservare lo spirito pubblico, ma di crearlo, e la creazione è opera lunga,
spesso do lorosa. La tesi principale del ”Platone in Italia”, che del resto non
è una novità cuochiana, ma una trovata del Vico, è che nella nostra penisola vi
sia stata una civiltà, come ho detto, anteriore alla greca, quella etrusca, che
per il mondo ha diffuso luce di sapere filosofico e splendore d'arte, della
quale civiltà quella ellenica e pitagorea è un posteriore riverbero.
L'opinione, sia essa tramontata, come pretendono alcuni, per cui le origini
greche del pitagorismo sono indubbie, sia essa vera, come sostengono altri, per
cui l'autonomia della civiltà etrusca e delle susseguenti civiltà italiche è
parimenti comprovata, è profondamente radicata nel Cuoco, la di cui serietà
scientifica non può essere posta in dubbio. Il Cuoco è fortemente compenetrato
di essa, e, laddove crede di vederla comprovata dai fatti, l'animo suo trema
d'intima com mozione e di passionata esaltazione. Al tempo del viaggio di
Platone, la Magna Grecia è in decadenza. Molte città, che già furono grandi,
vennero nelle civili dissensioni rase al suolo. Altre, che un dì dominarono
molte terre, sono ridotte a piccoli borghi. Stirpi, che hanno un passato
glorioso, fiere delle loro milizie e dei loro trionfi, ora languono nell'ozio e
nella effemina tezza. Ma, ovunque, a chi mira intimamente le cose s'appalesano
i segni dell'antica grandezza e dell'antica forza, diffusi ne' monumenti
architettonici, vivi negli ordini civili, parlanti nelle costruzioni
filosofiche del pensiero e dell'arte. “Io credo, dunque,” dice Ponzio a
Cleobolo, “ciò che dicono i nostri sapienti, i quali dan per certo che ne'
tempi antichissimi l'Italia tutta fioriva per leggi, per agricoltura, per armi
e per commercio. Quando questo sia stato, io non saprei dirtelo. Troverai però
facilmente altri che te lo saprà dire meglio di me. Questo solamente posso
dirti io: che allora tutti gl'italiani formavano un popolo solo, ed il loro
imperio chiamavasi etrusco. Mentre la Grecia è ancor giovane, l'Italia è assai
antica e sul suo vecchio suolo già due epoche s'avvicendano: l'una è scomparsa,
l'altra è in isviluppo, e solo esteriormente potrà dirsi ellenica, nelle
innegabili im migrazioni dei greci. Nel suo spirito è italica, erede della prim.
Pitagora, che la impersona, null'altro è che un mito, ma un mito italico, una
sintesi concettosa della sapienza, ma una sintesi tutta italica. Come nella
natura vi sono terribili sconvolgimenti fisici, per cui la faccia della terra è
alterata, i monti si fendono ed aprono larghe valli, in cui scorrono nuovi
fiumi che prima non erano, mentre i vecchi veggono alterato il loro corso, così
nella storia antiche catastrofi hanno distrutto una fiorttura senza pari e
modificato organismi civili possenti. Sappi dunque, dice Cleobolo a Platone,
riferendo un colloquio che egli ha avuto con un sacerdote di Pesto, che un
tempo tutta l'Italia è stata abitata da un popolo solo, che chiamavasi etrusco.
Grandi e per terra e per mare eran le di lui forze; e, de' due mari che, a modo
d'isola, cingon l'Italia, uno chiamossi, dal nome co mune del popolo, Etrusco;
l'altro, dal nome di una di lui colonia, Adriatico. Antichissima è l'origine di
questi etruschi.. Le memorie della sua gloria si confondono con quella de'
vostri iddii e de ' vostri eroi. Ma chi potrebbe dirti tutto ciò che gli
etrusci opra rono nell’età de' vostri eroi e de' vostri iddii? Oscurità e
favole coprono le memorie di que' tempi. Posso dirti però che gl’etrusci
estendevano il loro commercio fino all'Asia. Gl’etruschi signoreggiavano tutte
le isole che sono nel Mediterraneo, ed anche quelle che sono vicinissime alla
Grecia. Dall'ampiezza dell'impero giudica dell'antichità. Quest'impero però era
troppo grande e poco omogeneo, più federazione di città che stato unitario,
onde esso avea in sè stesso il germe della dissoluzione. Non mai si era pensato
a render forte il vincolo che ne univa le varie parti. Ciascun popolo ha
ritenuto il proprio nome: era il nome della regione che abitava, era quello
della città principale. Che importa saper qual mai fosse? Non era il nome “etrusco”.
Ciascun popolo ha governo, leggi e magistrati diversi. Non vi e nè consiglio,
nè magistrato comune se non per far la guerra. Da ciò trassero origine grandi
mali che distrussero ogni organizzazione: La corruzione de' costumi produce la
corruzione delle arti, le quali sono de' costumi ed istrumenti ed effetti, e
poi generò la corruzione della religione, la quale, corrotta, accelera la morte
delle città. Perciò l'Etruria, o Italia, si sfasciò per legge naturale di cose.
Così cade, o Cleobolo, commenta il pellegrino Platone, qualunque altro impero
ove non è unità. Così cade la Grecia,, se non cessa la disunione tra le varie
città che la compongono, tra gl’uomini che abitano ciascuna città.
Imperciocchè, ovunque è sapienza, ivi si tende al l'unità. All'unità si tende
ovunque è virtù, il fine della quale è di render i cittadini concordi e simili.
Nè possono. esserlo se non son buoni. La vita istessa di tutti gl’esseri non è
se non lo sforzo degl’elementi, che li compongono, verso l'unità. Ovunque non
vi è unità, ivi non è più nè sapienza, nè virtù, nè vita, e si corre a gran
giornate alla morte. Ma la morte non è mai interamente morte, bensì tra
sformazione, cioè riduzione in nuove forme di vita, forme nuove, che della
prima vita mantengono alcuni elementi originari ed altri novelli acquistano.
Così l'Italia, divenuta deserto nella ruina, tosto si ripopola di genti, di
città, si organizza, si riabbellisce, e si ri presenta composta all'ammirazione
universa. Ma la civiltà italica, che possiamo dire pitagorea, nella sua essenza
è pur essa autoctona, se pure apparentemente ellenistica. Quando le colonie si
sono stabilite in Italia, le stirpi indigene dalle montagne eran discese al
piano, e due civiltà s'erano espresse. Noi disputiamo, osserva un italico a
Cleobolo, per sapere se i ellenici abbian popolata l'Italia o gl'italiani
abbian popolata la Grecia. Ed intanto è l'una e l'altra regione sono state
forse popolate da un popolo – l’ario --, il padre comune degl’elleni e
degl'italiani. Comune è perciò l'origine dei due popoli, ma, stanziatisi in
diverse sedi, gl’italiani hanno avuta una fioritura più precoce che non gl’ellenici,
che pure ai tempi di cui trattiamo, sembrano i più civili, i maestri degl’italiani
in ogni campo dell'umana attività. L'antico primato italico però ancor si
conserva, trasformato sì, ma sempre attivo, e si manifesta. Su questo primato
italico il Cuoco insiste, insiste, insiste calorosamente. E la sua tesi
nucleare. La pittura e in Italia già vecchia ed evoluta, allorquando Panco,
fratello di Fidia, «ipinse ne' portici di Atene la battaglia di Maratona, riempiendo
di stupore i suoi concittadini per la rassomiglianza che seppe mettere nelle
immagini dei duci greci e dei capitani nemici [Furono gl'italiani che primi danno
opera alle matematiche, e ne fecero un istrumento principale della loro
filosofia. Prima che Teodoro reca agl’elleni la scienza degli italiani, in
Grecia, le idee geometriche sono puerili, frivole, con traddittorie. Invece, gl'italiani,
potenti per un istrumento di filosofia tanto efficace, fanno delle scoperte
ammirabili in tutte quelle parti delle nostre cognizioni che versano sulla
quantità: nella geometria, nella astronomia, nella meccanica, nella musica; ed
hanno spinte al punto più sublime e più lontano dai sensi tutte quelle altre
che versan sulla qualità. La stessa arte della guerra e delle milizie in Italia
si perde nella remotezza de' secoli, onde ancora ai tempi di Platone gl’italici
mantengono indiscussa la loro superiorità. La guerra presso gl’elleni ancora è
duello, scienza rudimentale. Presso gl’italiani l’arte della guerra è savio
urto di masse e organica distribuzione di manipoli. La stessa legge, che regola
la convivenza nella penisola, e originaria e nazionale, frutto di una intima
esperienza sociale, e perciò nel loro complesso immuni da contaminazioni
eterogenee. Le romane XII tavole quindi non sono mai derivate, come alcune
storie vogliono, da Atene, poiché Atene nulla poteva dare a un popolo, come il
romano, discendente da popoli dell’ateniese più antichi. Vedete dunque, dice
Cleobolo ad alcuni legati di Roma, che una parte delle vostre leggi è più
antica della città vostra. Un'altra è sicuramente più antica di quei dieci che
voi dite aver imitate le leggi d’Atene. Voi mi avete recitate le leggi de’
dieci e quelle dei re, le quali dite esser state raccolte da Sesto Papirio
sotto il regno del buon Servio Tullio. Alcune, che voi recitate tra quelle, le
ripetete anche tra queste. Tali sono tutte quelle che regolano gl’auspici, l’assemblee
del popolo, il diritto di giudicar della vita di un cittadino, e che so io!
Queste dunque già esistevano in Roma; ed e superfluo correr tanti stadi e
valicare un mare tempestosissimo per prenderle da un popolo che non le ha. Tre
quarti dunque del vostro diritto non ha potuto esser imitato da noi. Vi rimane
una quarta parte, ed è quella appunto nella quale può aver luogo l’imitazione,
perchè può stare, senza sconcio alcuno, ed in un modo ed in un altro. Tali sono
le leggi sulla patria potestà, sulle nozze, sulle eredità, sulle tutele. Ma
queste cose sono dalle vostre leggi ordinate in un modo tanto diverso dal
nostro, che, se mai è vero che i vostri maggiori abbiano inviati de' legati in
Atene, è forza dire che ve li abbian spediti per imparare, non ciò che
volevano, ma ciò che non volevano fare. Passando nel campo delle arti belle,
tra gl’elleni la poesia drammatica è meno antica che tra gl'italiani. Ben poche
olimpiadi, dice un comico italiano, Alesside, a Platone e Cleobolo, contate
dalla morte di Tespi e di Frinico, padri della vostra tragedia. Quando il
siciliano Epicarmo si ha già meritato quel titolo di principe della commedia,
che, più di un secolo dopo, gli ha dato il principe de’ vostri filosofi,
Magnete d'Icaria appena balbutiva tra voi un dialogo goffo e villano, che tutta
ancor oliva la rusticità del villaggio ove era nato. Quando la commedia tra voi
nasceva, tra noi era già adulta. I poemi omerici stessi nel loro nucleo
fondamentale sono stati elaborati in Italia, poichè di favole omeriche gl’italiani
ne hanno più degl’elleni, e quelle elleniche cominciano ove le italiche
finiscono. In tutto ciò noi non possiamo non notare il partito preso, la
volontà di dimostrare ad ogni costo quel che il Cuoco a priori afferma,
l'originario primato italico. Ma lo scopo nobilissimo, che ha dinanzi, vale a
fare perdonarelo varie inesattezze. Nel tempo in cui Platone e Cleobolo
iniziano il loro viaggio per l'Italia, la Magna Grecia è in dissoluzione. I vari
popoli hanno fra loro relazioni saltuarie ed estrinseche. Non si sentono
fratelli animati da un'unica missione. Guerre, dissensioni, lotte sono
frequenti, donde scaturisce una condizione di perpetua incertezza. Vedi, da una
parte, l'Italia simile a vasto edificio rovinato dal tempo, dalla forza delle
acque, dall'impeto del terremoto. Là un immenso pilastro ancora torreggia
intero, qua un portico si conserva ancora per metà. In tutto il rimanente
dell'area, mucchi di calcinacci, di colonne, di pietre, avanzi preziosi,
antichi, ma che oggi non sono altro che rovine. Ben si conosce che tali
materiali han formato un tempo un nobile edificio, e che lo potrebbero formare
un'altra volta. Ma l'antico non è più, ed il nuovo dev'essere ancora. È l'unità
che si è infranta, per cui alla primigenia unitaria forza statale è sottentrata
la debolezza della molteplicità, mal celata dall' invadente forza belligera di
alcune stirpi, come i sanniti, o dal fasto di altre, come i tarentini. Ma
questa molteplicità tende quasi per fatale legge di natura all'unità, e
dall'indistinto pullulare delle genti dove pur sorgere chi di esse fa una sola
gente, un nome unico: ‘Italia.’ Pure, se tu osservi attentamente e con costanza,
ti avvedrai che le pietre, le quali formano quei mucchi di rovine, cangiano
ogni giorno di sito; non le ritrovi oggi ove le avevi lasciate ieri. E mi par
di riconoscere un certo quasi fermento intestino e la mano d'un architetto
ignoto che lavora ad innalzare un edificio no vello. È la gran fede del Cuoco. Da questa unità o da
questa frammentarietà dipende l'avvenire della penisola. Tutta l'Italia, dice
Cleobolo, riunisce tanta varietà di siti e di cielo e di caratteri, e nel tempo
istesso sono questi caratteri tanto marcati e forti, che per essi mi par che
non siavi via di mezzo. Da ranno gl'italiani nella storia, come han dato
finora, gl’esempi di tutti gl’estremi, di vizi e di virtù, di forza e di
debolezza. Se saranno divisi, si faranno la guerra fino alla distruzione. Tu
conti più città distrutte in Italia in pochi anni, che in Grecia in molti
secoli. Se saranno uniti, daranno leggi all'universo. Cuoco però ha fede che
questo suo ideale non resterà mero ideale. Questo ideale si concreta in una
entità statale, in un impero, che all'itala gente dalle molte vite darà
organizzazione e potenza. Cuoco dice che questo ideale non è nuovo, ma quasi
conformandosi ad un antico vero, il dominio etrusco, è risorto e di continuo
risorge nelle più elette menti. Lo stesso Pitagora concepì l'ardito disegno di
ristabilir la pace e la virtù, senzadi cui la pace non può durare. Pitagora volea
far dell'Italia una sola città; onde l’energia di ciascun cittadino ha un campo
più vasto per esercitarsi, senza essere costretta a cozzare continuamente con
coloro, che la vicinanza, la lingua, il costume facean nascer suoi fratelli e
la divisione degl’ordini politici ne costringeva ad odiar come nemici. E l'energia
di tutti non logorata da domestiche gare, potesse più vigorosamente difender la
patria comune dalle offese de’ barbari. Egli dava il nome di barbari a tutti
coloro che s’intromettono armati in un paese che non è loro patria, e chiama
poi barbari e pazzi quegl’altri, i quali, parlando una stessa lingua, non sanno
vivere in pace tra loro ed invocano nelle loro contese l'aiuto degli stranieri.
Egli sole dire agl'italiani quello stesso che Socrate ripete agl’elleni. Tra
voi non vi può nè vi deve essere guerra: ciò, che voi chiamate guerra, è
sedizione, di cui, se amassivo veracemente la patria, dovreste arrossire. Sia
stato Pitagora un essere umano di fatto vissuto, sia egli invece un'idea, un
mito elaborato dalla fantasia delle stirpi indigene, nel quale esse han fatto
confluire i risultati ultimi di tutte le loro secolari esperienze, ciò dimostra
l'antica radice, le remote propaggini nella co scienza collettiva del problema
unitario. Ma come attingere l'unità? Ritorniamo a posizioni che noi già
sappiamo. Il problema è un problema etico e pedagogico insieme. A questa meta
non si può pervenire senza virtù e senza ottimi ordini civili. Onde non vi sia
chi voglia e chi possa comprar la patria, chi voglia e chi possa venderla. Ma
l'ambizione di ciascuno, vedendosi tutte chiuse le vie della viltà e del vizio,
sia quasi co stretta a prender quella della virtù. È necessario istruir il
popolo. Un popolo ignorante è simile all'atabulo, che diserta le campagne:
spirando con minor forza il vento delle montagne lucane, porta sulle ali i
vapori che le rinfrescano e le fecondano. È necessario istruir coloro che
devono reggerlo. Un popolo con centomila piedi ha sempre bisogno di una mente
per camminare, e, con centomila braccia, non ha una mente per agire. Ma
quest'educazione pubblica, che occorre diffondere, non deve essere per sua
natura uniforme, uguale per tutti, bensì multiforme, varia, secondante le
infinite varietà che la natura umana ci offre: deve essere educazione vera,
cioè deve parlare agl’spiriti, e perciò deve essere in essi, e non fuori di
essi. Diversa perciò l'educazione della classe dirigente da quella delle classi
povere, diversa però non nell'intima qualità. L'una e l'altra si volgono alla
stessa natura umana e alle stesse potenze dello spirito. Un popolo, dicono
alcuni, il quale conoscesse le vere cagioni delle cose, sarebbe il più saggio
ed il più virtuoso de'popoli. Non è invero così. Riunite i saggi di tutta la
terra, e formatene tante famiglie. Riunite queste famiglie, e formatene una
città: qual città potrà dirsi eguale a questa! Nessuna, risponde il Cuoco o
Archita per lui. Essa non meriterebbe neanche il nome di città, perchè le
mancherebbe quello che solo cangia un'unione di uo mini in unione di cittadini.
La vicendevole dipendenza tra di loro per tutto ciò che rende agiata e sicura
la vita e la perfetta indipendenza dagli stranieri. È necessario perciò ai fini
dello stato che gl'indotti coesistano accanto ai dotti, come i poveri accanto
ai ricchi, perché si realizzi quell’armonica convergenza di forze distinte che
è la vita. Ciò, che veramente è neces sario in una città, è che ciascuno stia
al suo luogo, cioè che sappia lavorare e che ami l'ordine. Ad ottener l'uno e
l'altro, sono necessarie egualmente la scienza e la subordinazione. Diversa
sarà l'educazione dei poveri da quella dei dirigenti. Ma una educazione per i
primi deve pur esservi. E per istruirli bisogna avere la loro stima. Non
perdete la stima del popolo, se volete istruirlo. Il popolo non ode coloro che
disprezza. Di rado egli può conoscer le dottrine, ma giudica severissimamente i
maestri, e li giudica da quelle cose che sembrano spesso frivole, ma che son
quelle sole che il popolo vede. Che vale il dire che il popolo è ingiusto?
Quando si tratta d'istruirlo, tutt'i diritti sono suoi. Tutt’i doveri son
nostri, e nostre tutte le colpe. Al popolo occorre insegnare tutto ciò che è
necessario per agire, tutto ciò che può rendergli o più facile o più utile il
lavoro, più costante e più dolce la virtù. Al savio, invece, è necessaria la
conoscenza delle cagioni vere, perchè sol col mezzo della medesima può render
più chiara, più ampia e più sicura la conoscenza delle stesse cose. Al volgo
conoscer le vere cagioni è inutile, perchè non potrebbe farne quell'uso che ne
fanno i savi. È necessario però che ne conosca una, in cui la sua mente si
acqueti. E questa necessità è tanto imperiosa, che, se voi non gli direte una
cagione, se la farneticherà egli stesso. Errano perciò i filosofi che credono
opportuno divulgare la filosofia è mettere il popolo a contatto con i sublimi
princípi della vita. Del resto ben diversa è la natura del dotto filosofo e del
popolano. Laddove il savio è ragione, il popolano è tutto senso e fantasia. Il
popolo è un eterno fanciullo che ha sempre più cuore che mente, più sensi che
ragione. E quindi ad esso bisogna parlare con quello stesso linguaggio che
s'usa con il fanciullo, dan dogli in un certo qual modo cose e massime già
fatte. Bisogna parlare al popolo dei suoi cari interessi, e parlarne con il
linguaggio che a lui più si conviene, con parabole e proverbi. Se è vero che gl’esempi
muovon più dei precetti, le parabole, le quali non sono altro che esempi,
debbon muovere più degli argomenti. I proverbi, che a noi possono sembrare
inintelligibili, perchè ignoriamo i veri costumi dei popoli per i quali furono
immaginati, sono nella rude concettosità adattissimi per lo scopo prefissoci.
La stessa virtù non la si può inculcare al popolo se non con mezzi diversi di
quelli che ci si offrono nella filosofia. La virtù è saviezza: la saviezza ha
bisogno di ragione, e la ragione ha bisogno di tempo. I pregiudizi, gl’errori,
i vizi che nella fantasia de' popoli vanno e vengono come le onde del nostro
Jonio, riempi rebbero sempre di nuova arena quel bacino, che tu vuoi scavare a
poco a poco per formarne un porto. È necessità piantare con mano potente una
diga, che freni la violenza delle onde sempre mobili. Prima di avvezzare il
popolo a ragionare, convien comandargli di credere. E, per convincerlo che il
vero sia quello che tu gli dici, convien per suadergli, prima, che non possa
essere vero quello che tu non dici. Non cerchiamo l'uomo che abbia detto più
verità, ma quello che ha persuase verità più utili. E, se talora la necessità
ha mossi i grandi uomini ad illudere il popolo, cerchiamo solo se l'hanno
utilmente illuso. Sono queste conclusioni che già sono implicite nel saggio
storico, ma riescono sempre interessanti, sia per il loro intrinseco valore,
sia per la forma con la quale l'autore ce le prospetta. Questa educazione che
mira a far sentire l'interesse comune alla virtù, e quindi a radicarla in
eterno, deve precedere la stessa attività legislativa, se non si vuole che essa
cada nel vuoto. Quando tu avrai incise le leggi della tua città sulle tavole di
bronzo, nulla potrai dir di aver fatto, se non avrai anche scolpita la virtù
ne' cuori de' suoi cittadini. La legge e la costume sono i principali oggetti
di tutta la scienza politica. La prima risponde all'ordine eterno che è nelle
cose, sempre perciò buono e vero; i se condi invece presentano estreme varietà,
e, nella maggior parte dei casi, ci si presentano anzi che come correttivo
delle prime, come deviazione da esse; onde coloro, che traggono da una corrotta
natura de' popoli le norme obiettive del vivere, invece di evitare il male,
spesso lo sancisce, e la sua opera pedagogica manca. La legge è sempre una,
perchè la natura dell'intelligenza è immutabile. Mutabile è la natura della
materia, di cui gli uomini sono in gran parte composti; e quindi è che il
costume inclina sempre ad allontanarsi dalla legge. È necessità, dunque,
conoscere del pari la natura sempre mobile di questo fango di cui siamo
formati, onde sapere per quali cagioni i nostri costumi si allontanano dalle
leggi, per quali modi, per quali arti possano riavvicinarsi alle medesime; il
che forma l'oggetto di tutta la scienza dell’educazione. Nn di quella
educazione che le balie soglion dare ai nostri fanciulli, ma di quell'altra che
Licurgo e Minosse seppero dare una volta agli spartani ed ai cretesi. La
ignoranza di una di queste due scienze ha moltiplicati sulla terra i funesti
esempi di quei legisla tori, i quali, volendo tentare riforme di popoli, hanno
o cagionata o accellerata la loro ruina. Imperciocchè, pieni la mente delle
sole idee intellettuali delle leggi ed ignoranti de' costumi de ' popoli, li
hanno spinti ad una meta a cui non potevan pervenire, perdendo in tal modo il
buono che poteano ottenere, per avere un ottimo che era follia sperare; o,
conoscendo solo i costumi ed igno rando il vero bene ed il vero male, hanno
sancito i me desimi, ed han fatto come quel nocchiero, il quale, non conoscendo
il porto in cui dovea entrare, e servendo ai venti ed all'onde, ha rotto
miseramente il suo legno tra gli scogli. La legge però resterà sempre un astratto, se
gl’uomini non ne intenderanno la sua necessarietà e, quel che più conta, la sua
utilità. È d'uopo a ciò che essa sia accom pagnata non solo da pene, onde possa
con efficacia di storre gli animi dai vizî, ma eziandio da premi, onde possa
allettare alla virtù. Occorre parlare agli uomini un lin guaggio utilitario ed
edonistico, se si vuole essere seguiti da essi. E questa scienza, che si occupa
dei premî e delle pene, è difficilissima, perchè inutili sono senza premî e
pene le leggi, e arduo è calcolare l'adeguato rapporto so pra tutto delle pene
con i costumi dei popoli. Il crimi nalista perciò deve studiare non tanto i
rapporti giuri dici, di per sé astratti, ma i soggetti di essi rapporti, entità
concrete e viventi, e rispetto a questi porsi piut tosto in veste d’educatore,
anzi che di carceriere, e peg gio di boia. « La scienza delle pene e de' premî
» dice il Cuoco con perfetta sicurezza « appartiene alla pubblica educazione. La
legge, date alla città, hanno necessità di uomini atti ad eseguirle, che
veglino alla loro esecuzione. Le leggi, ho detto, sono nell'ordine eterno delle
cose, onde la filosofia a lungo le ha ritenute provenienti dalla divi nità.
Perciò il primo dovere degli esecutori è di comandare ne' limiti di esse, sovra
la loro base, poichè solo così si adempie l'universa volontà di Dio, o meglio,
s'attua l'ar monia immanente nelle cose. « Ora, ordinate le leggi di una città,
per qual modo ritroveremo noi gli uomini degni di eseguirle? Questa èla parte
più difficile della scienza della legislazione: perchè, da una parte, le buone
leggi senza il buon governo sono inutili; e, dall'altra, sulla natura del
migliore de’governi gli uomini son più discordi che su quella delle buone leggi.
Anche questo secondo problema è di natura spirituale e pedagogica: la
preparazione della classe dirigente, la sua natura, ecc. non possono non
rientrare in quella scienza, di cui abbiamo visto i caratteri e le forme. In
quanto al problema subordinato se sia da accogliere il governo di un solo, di
pochi, o di molti; il governo ereditario o l'elettivo; e tra quest'ultimo
quello regolato dalla nascita, dagli averi, dalla sorte, questo è un pro blema
essenzialmente relativo e che del resto abbiamo già storicamente esaminato in
altra parte di questo la voro. La risoluzione è offerta dal Cuoco in poche
parole che giova riportare. « Noi diremo il miglior de' governi esser quello
che non è affidato ad uno solo, perchè un solo può aver delle debolezze; non a
tutti, perchè tra tutti il maggior numero è di stolti; ma a pochi, perchè pochi
sempre sono gli ottimi. E questi pochi avranno obbligo di render ragione delle
opere loro, onde la spe ranza dell'impunità non li spinga o ad obbliare per
negligenza le leggi o a conculcarle per ambizione; e perciò divideremo il
pubblico potere in modo che le diverse parti del medesimo si temperino e
bilancino a vicenda, e, dando a ciascuna classe di cittadini quella parte a cui
pare per natura più atta, riuniremo i beni del governo di uno solo, di pochi e
di tutti. Ma piuttosto altre considerazioni occorre fare, che ci riportano ad
un punto troppo caro al Cuoco perchè noi possiamo dimenticarcelo: le
considerazioni intorno alla religione. Abbiamo già visto i rapporti tra
autorità reli giosa ed autorità statale, il posto che la religione deve
occupare nello Stato, e lo abbiamo visto da un punto essenzialmente storico,
cioè in rapporto ai tempi del mo lisano: ora dobbiamo esaminare lo stesso
problema da un diverso punto, osservando quale posto può occupare la religione
nella formazione spirituale dei popoli. La religione è un fatto spirituale dal
quale non si può prescindere. « Quindi è che erran egualmente e coloro i quali
credon poter tutto ottenere colle sole leggi civili, e coloro che credono poter
colla religione e coi costumi supplire alle medesime. Questi renderanno le vite
dei cittadini e le loro sostanze dubbie, incerte; quelli rende ranno vacillante
lo stato dell'intera città. È necessità che vi sieno egualmente costumi,
religione e leggi: uno che manchi, la città, o presto o tardi, ruina. Il
bisogno della religione per il Cuoco non si basa tanto su ragioni ideali quanto
su ragioni pratiche. Lo Stato, che assorbe in sè la religione, s'eleva agli
occhi de'singoli e acquista maggiore rispetto. Nè è a dire che esso con ciò
menomi la religione, in quanto vita dello spirito, poi che esso assorbe quel
che può assorbire, infine il lato estrinseco e mondano della religione,
lasciando intatto il dommatico. I paesi, in cui i patrizi conservano
autorità, sono quelli in cui essi esercitano il sacerdozio, e in questi paesi
la religione può moltissimo sui costumi. « E forse queste due cose [ religione
e costumi, Stato e Chiesa) sono naturalmente inseparabili tra loro; perchè nè
mai religione emen derà utilmente i costumi se non sarà dipendente dal go verno;
nè mai religione, che non emendi i costumi e non ispiri l'amor della patria,
potrà esser utile allo Stato » (1 ). Ora concepite in questa maniera le due
classi dei ricchi e dei poveri, dei savi e degli stolti, il Cuoco riguarda la
vita pubblica come una loro armonizzazione continua, in una evoluzione
ininterrotta. Ricco non vuol dire a priori savio, ma è certo che il ricco,
coeteris paribus, può pro curarsi un'educazione superiore, che il povero non
può procacciarsi che in casi eccezionali, onde quasi sempre, nella sua
indigenza, resterà ignorante e spesso stolto. L'opposizione tra savi e stolti
si può in linea generalis sima presentare come opposizione tra patrizi e
plebei, op posizione delucidata anche dal fatto che i patrizi, cioè coloro che
nelle epoche primitive s'affermano negli Stati e perpetuano la loro posizione
dirigente per eredità di sangue e di censo, sono, per lunga consuetudine e
pratica pubblica, i più atti al reggimento civile, mentre i plebei, gente nova,
spesso portata su da súbiti guadagni, sono di solito inesperti e fiacchi,
perchè ignari del nuovo go verno della cosa statale. Il segreto della varia
vita delle città è nella saggia ar monia di queste due forze, l'esperienza
matura dei patres e la giovinezza audace delle classi nuove. Quelle nelle quali
i primi furono troppo fieri difensori dei loro diritti lan guirono: i patres
non vollero essere giusti, preferirono es sere i più forti, onde fu mestieri
che divenissero tirannici ed oppressori: conservarono i loro privilegi, ma il
prezzo di questi privilegi fu la debolezza dello Stato, che al primo urto
divenne preda dell' inimico. Quelle altre, in cui la plebe per atto
rivoluzionario acquisì d'un tratto i suoi diritti, ebbero sempre costituzioni
ispirate più dalla vendetta che dalla sapienza, e poterono durare, per lo più,
breve tempo, per turbolenze e dissensioni interne. Ben diversa è la vita degli
Stati, ove si giunge ad una reciproca graduale integrazione de' due opposti in
una vitale sintesi. È nell'ordine eterno delle cose che « le idee non possano
mai retrocedere », ed hanno vita felice soltanto « quelle città nelle quali e
la plebe ed i grandi vengono tra loro ad eque transazioni. Ma pur tuttavia il
Cuoco. concepisce la lotta di classe non solo come un utile spediente, purché
mantenuta ne' limiti della legge per giungere ad un buono e durevole reggimento
politico, ma come necessità di vita: e qui è un punto fermo della sua dottrina
politica, che nel suo saggio storico non appare, e che nel ‘romanzo’, “Platone in
Italia,” si rivela nella sua luminosa chiarezza. Or vedi tu questa lotta eterna
tra gli ottimati e la plebe, tra i ricchi ed i poveri? In essa sta la vita non
solo di Roma, di Atene, di Sparta, ma di tutte le città. Ove essa non è, ivi
non è vita: ivi un giogo di ferro impo sto al cittadino ha estinte tutte le
passioni dell'uomo e, con esse, il germe di tutte le virtù, lo stimolo a tutte
le più grandi imprese. Al cospetto del gran re, nessun uomo emula più l'altro:
e che invidierebbe, se son tutti nulla? Quanto dura la vera vita di una città?
Tanto quanto dura la disputa. Tutti popoli hanno un periodo di vita certo e
quasi diresti fatale, il quale incomincia dall'estrema barbarie, cioè
dall'estrema ignoranza ed op pressione, e finisce nell'estrema licenza di
ordini, di co stumi, di idee. Nella prima età i padri han tutto, sanno tutto,
fanno tutto, posseggon tutto. Se le cose si rima nessero sempre così, la città
sarebbe sempre barbara, cioè sempre fanciulla. È necessario che si ceda alla
plebe, poco a poco, ed in modo che non se le dia ne meno nè più di quello che
le bisogna: l'uno e l'altro ec cesso porta seco o pericolosa sedizione o
languore più funesto della sedizione istessa. È necessario che il popolo
prosperi sempre e che abbia sempre nuovi bisogni, per chè questo è il segno più
certo della sua prosperità. Guai a quella città in cui il popolo non ha nulla !
Ma due volte ma guai a quell'altra, in cui, non avendo nulla, nulla chiede ! È
segno che la miseria gli abbia tolto non solo, come dice Omero, la metà
dell'anima, ma anche l'ultimo spirito di vita che ci rimane nelle afflizioni, e
che consiste nel la gnarsi. È necessario però che il popolo e pretenda con
modestia, e riceva con gratitudine, e non cessi mai di sperare » (1 ). Da
queste considerazioni il molisano trae una impor tante conclusione. Se la vita
è molteplicità, ma molte plicità non inorganizzata, bensì tendente ad unità, la
molteplicità è pur necessaria per attingere quella diffe renziazione di
funzioni, il cui convergere forma la felicità dello Stato. La vita di questo
perciò è varietà, e non può essere diversamente: l'uguaglianza assoluta è un'u
topia, anzi un'utopia dannosa. « Vi saranno sempre pa trizi e plebei, perchè vi
saranno sempre i pochi ed i molti; pochi ricchi e molti poveri; pochi
industriosi e molti scioperati; pochissimi savi e moltissimi stolti. I
partigiani de' primi si diran sempre patrizi, quelli de'se condi sempre plebei.
Allorquando la plebe avrà tutto il potere pubblico, e i patrizi nulla più
avranno a cedere, allora, « dopo aver eguagliati a poco a poco gli ordini, si
vorranno eguagliare anche gli uomini; dopo aver eguagliati i diritti, si vorrà
l'eguaglianza anco dei beni: e sorgeranno da ciò dispute eterne e pericolose.
Eterne, perchè la ragione delle dispute sussisterà sempre: vi saranno sempre
poveri, vi saranno sempre uomini da poco, i quali pretenderanno e crede ranno
di meritar molto. Pericolose, perchè tali dispute moveranno sempre la parte più
numerosa del popolo: i poveri, gli scioperati, i viziosi, tutti coloro i quali,
nulla avendo che perdere, non ricusan qualunque modo si of fra a guadagnare....
Le assemblee diventeranno più tu multuose, le decisioni meno prudenti. I
cittadini dalle sedizioni civili passeranno alla guerra. Fra tanti partiti
nascerà la necessità che ciascuno abbia un capo; tra tanti capi uno rimarrà
vincitore di tutti. Ed avrà fine così la lite e la vita della città. Da ciò
scaturisce un'altra conclusione, che è una ri prova di precedenti nostre
osservazioni circa la politica cuochiana: i più adatti al pubblico reggimento
non sono nè i ricchi, pochi e tirannici, nè i poveri, molti e ti rannici in
senso inverso dei ricchi, ma bensì quel ceto medio, che con forme diverse e
diversi aspetti, secondo i vari tempi e la mutevole realtà storica, è nello
stato. I migliori ordini pubblici sono inutili se non vengono affidati ai
migliori cittadini. Quelli sono, in parole ed in fatti, ottimi tra gli ordini,
i quali fan sì che la somma delle cose sia sempre in mano degli uomini ottimi.
Ma dove sono gli uomini ottimi? Essi non son mai per l'ordinario nè tra i
massimi, corrotti sempre dalle ric chezze, nè tra i minimi di una città,
avviliti sempre dalla miseria. Ecco qui ritornare il concetto da noi già
esaminato di un governo temperato, equilibrio di forze opposte, e perciò
armonia e giustizia, la quale giustizia null'altro è se non obiettiva elisione
d'ogni antagonismo e d'ogni dissension. Ove avvien che siavi un ordine scelto,
ma nel tempo istesso la facoltà a tutti d'entrarvi, tostochè per le loro azioni
ne sien divenuti degni, ivi tu eviti gli scogli del l'oligarchia e della
democrazia. Il popolo non permetterà che i grandi, per gelosia di ordine,
trascurino il merito; i grandi non soffriranno che altri si elevi per via di
viltà e di corruzione: per opra de’secondi eviterai quella dissi pazione che
ne' tempi di pace dissolve le città popolari; per opra de' primi eviterai
quella viltà per cui le città oligarchiche temono i pericoli, e quel livore col
quale si oppongono ad ogni pensiero nobile ed ardito, e che vien dal timore dei
grandi di dover ricorrere al merito di un uomo il quale non appartenga al loro
numero. Queste città così temperate sono quelle che fanno più grandi cose delle
altre, perchè non vi manca mai nè chi le pro ponga nè chi le esegua. Soltanto
attraverso questa coscienza politica dei diri genti, attraverso
quest'educazione dei poveri, attraverso questa organizzazione di classi, sarà
possibile realizzare quell’unione che è nel pensiero del Cuoco: fare delle
varie stirpi italiche un popolo unico. Come nelle singole città è possibile un
contemperamento di interessi e di volontà singole, così nella più vasta Italia
è possibile un armo nizzamento di stirpi, di genti, d' ideali diversi. Ma,
mentre nelle città il processo d’unità procede dal l'interno all'esterno,
poichè una tirannia imposta estrin secamente è sempre nociva e deleteria;
nell'Italia il processo unitario può essere affrettato dalla conquista e poi
cementato dall'opera pubblica e pedagogica, dalla religione unica e dalla legge
unica. Il primo effetto della filosofia, dice il Cuoco, è quello di avvezzar
gli uomini a considerar la conquista non come un mezzo di distrug gersi, ma di
difendersi. E e, aggiungiamo noi, si di fende spesso più validamente colui,
che, essendo forte impone la sua ragion civile, la sua legge agli altri, e non
si assopisce in una pace senza parentesi d'attività belli gera, assopimento che
può diventare anche sonno e poi ancora morte. La conquista perciò non deve
rimanere mera conquista, cioè estrinseca forza, ma deve conver tirsi in
attività pubblica, imporsi alle volontà, plasmarle di sè, unificarle nel nome
d'un superiore verbo, il diritto. Questa, ammonisce il Cuoco, è la missione
d’un popolo tra i tanti popoli della penisola, che Platone e Cleobolo nel loro
viaggio incontrano, missione divina, missione il cui spiegamento d'altra parte
è nell'attualità della storia. Certo Platone e Cleobolo, nel frammentarismo
italico del V secolo, non avrebbero mai potuto dire quel che Vincenzo pone in
bocca loro; ma le loro osservazioni, per quanto il nostro spirito critico le
riferisca all'autore del romanzo, non possono non commoverci, e la commozione è
in noi com'è nel molisano. In una prima età, scrive Platone all'amico Archita,
le città vivono pacificamente, e perciò s ' ignorano; ma in un secondo tempo si
conoscono, e quindi si fanno guerra, o con le armi o con le sottigliezze del
commercio; ma questa conoscenza e questa guerra non sono mai distruzione, ma
reciproca integrazione: « da questa vicendevole guerra, sia d'armi, sia
d'industria, io veggo un'irresistibile ten denza di tutte le nazioni a riunirsi;
e, siccome ciascuna di esse ama aver le altre piuttosto serve che amiche...,
così veggo che, ad impedire la servitù del genere umano ed a conservar più
lungamente la pace sulla terra, il miglior consiglio è sempre quello di
accrescer coll' unione di molte città il numero de' cittadini, prima e
principal parte di quella forza, contro la quale la virtù può bene insegnare a
morire, ma la sola cieca e non calcolabile fortuna può dar talora la vittoria ».
« Non pare a te » continua il filosofo antico caldo ne' suoi accenti e
attraverso lui il magnanimo Cuoco « che la natura, colle diramazioni de' monti
e de' fiumi, col circolo de' mari, colla varietà delle produzioni del suolo e
della temperatura de'cieli, da cui dipende la diversità de' nostri bisogni e
de' costumi nostri, e colla varia mo dificazione degli accenti di quel
linguaggio primitivo ed unico che gli uomini hanno appreso dalla veemenza de
gli affetti interni e dall'imitazione de’vari suoni esterni; non ti pare,
amico, ch'essa abbia in tal modo detto agli abitanti di ciascuna regione: — Voi
siete tutti fratelli: voi dovete formare una nazione sola? Da ciò scaturisce la necessità della conquista
come mezzo per affrettare dall'esterno un processo naturale: chi si assume
questa missione, diviene arbitro e stru mento della Provvidenza, Provvidenza
che per il Cuoco, come del resto per Giambattista Vico, è nell'immanenza della
storia, piuttosto che nella celeste trascendenza del divino posto fuori di noi:
questo l'intimo concetto, se pur qualche volta tradito dall'esteriorità delle
parole e dei simboli, nonchè da una certa oscillanza di pensiero. In Italia,
intuisce Platone, un solo popolo sarà di ciò capace, il romano, che sovra la
fiera rudezza dei san niti, sovra la imbecillità effeminata dei greci del mez
zodì, sovra la volubilità dei galli del Nord imporrà la sua legge, il suo
diritto, strumento d’universale civiltà, e che, in un lontano avvenire, venuto
a contatto con i cartaginesi e poi con i greci, non solo li debellerà come
entità politiche, ma solo s'assiderà dominatore del Me diterraneo e del mondo. Rimarrà
un solo popolo dominatore di tutta la terra, innanzi al di cui cospetto tutto
il genere umano tacerà; ed i superbi vincitori, pieni di vizi e di orgoglio,
rivolge ranno nelle proprie viscere il pugnale ancor fumante del sangue del
genere umano; e quando tutte le idee liberali degli uomini saranno schiacciate
ed estinte sotto l'im menso potere che è necessario a dominar l'universo, e le
virtù di tutte le nazioni prive di vicendevole emula zione rimarranno
arrugginite, ed i vizi di un sol popolo e talora di un sol uomo saran divenuti,
per la comune schiavitù, vizi comuni, sarà consumata allora la vendetta degli
dèi, i quali si servono delle grandi crisi della natura per distruggere, e
dell'ignoranza istessa degli uomini per emendare la loro indocile razza. Grande
sogno questo, in cui vibra tutto l'animo nostro in uno con quello del Cuoco, ma
che noi critici non dob biamo lasciare nel passato inerte e perciò morto, come
quello che non ritornerà più, ma trasportare nel presente del Cuoco, cioè nel
presente del 1806, che noi vediamo e pensiamo tale, quando in un' Italia scissa
e menomata da straniere superfetazioni, sia pur benigne come quelle
napoleoniche, l'unità era davvero un sogno; nel nostro presente, nella nostra
vita, che non è stasi, ma divenire, e perciò slancio, espansione, conquista
prima di noi stessi, della nostra maggiore unità, e poi del vario mondo dei
commerci e delle genti, che noi non vogliamo lasciare fuori di noi, inerte
grandezza da contemplare taciti am miranti, ma rendere nostre, per la nostra
civiltà, che è civiltà latina. Considerato da questo punto di vista altamente
poli tico, prescindendo da ogni considerazione artistica o filo sofica, il
Platone in Italia riacquista una grandissima importanza, « riacquista » come
ben dice il Gentile « tutto il suo valore, ed è la più grande battaglia,
combattuta dal Cuoco, per il suo ideale della formazione dello spirito pubblico
italiano. È l'animato ricordo d'un tempo che fu e d'una grandezza, che sta a
noi rinnovel lare, in cui tutta l'Italia si pose maestra di civiltà tra i
popoli, che da essa appresero le cose belle della vita, la poesia, il teatro,
la musica, la scultura, la pittura, che da essa intesero i primi precetti del
vivere e le norme de ' savi reggimenti; in cui l'Italia ebbe un'egemonia indi
scussa, che nella storia non si ripresenterà più se non forse nel Rinascimento:
ma, oltre che ricordo, è nello stesso tempo vivo presente, perchè molte
considerazioni che si fanno riferendosi all'Impero etrusco, alla Magna Grecia,
a Roma calzano nella loro semplicità, s'adattano alla nostra travagliata vita
moderna: ciò fa del Platone un libro, la cui importanza trascende la sua
deficienza artistica, il suo ibridismo filosofico. Perciò un solo raffronto
legittimo, quello tra il Platone e un altro grande libro, il Primato morale e
civile degli italiani, come quelli il cui obietto è uno solo, e la materia
alfine è pur essa comune: un'alta nazionale pedagogia politica. Questo
parallelismo fu prima accennato dal Gentile (2 ), ma poi sbozzato da un
francese, acuto studioso del Cuoco, al quale nel nostro studio abbiamo
frequentemente cennato, Paul Hazard (3 ). ac (1 ) G. GENTILE, Studi vichiani,
p. 386, (2 ) G. GENTILE, Studi vichiani P. HAZARD, op. cit., p. 246. Anche P.
ROMANO, op. cit., p. 5 raffronta il Cuoco e il Gioberti e dice che il “Platone
in Italia” è la preparazione del Primato morale e civile degli Italiani. Il
principio genetico dei due libri è lo stesso: una na zione non può esplicare le
forze vere, che sono in essa in potenza, nè può di esse usare, se non ha la
coscienza d'avere queste forze, o almeno la coscienza di poterle sviluppare, e
quindi dispiegare nella storia: perciò bi sogna nutrire un orgoglio nazionale,
che, basato sulla concreta realtà, è legittimo, non arbitrario. Ma, d'altra
parte, laddove il Primato giobertiano, pur riannodan dosi, attraverso le glorie
romane, alle remote genti italo pelasgiche, trova il suo asse, il suo fulcro
nel Papato, espressione di purità religiosa e d'originaria sapienza, e si
rinnoverà, se il presente sarà a sufficienza legato al passato, cioè alla
tradizione medievale- cattolica; il Cuoco, pur mantenendo ferma la remotissima
storia italo -pela sgica ed estrusca e poi ancora romana, pur riconoscendo
l'alta missione civilizzatrice della Chiesa nel Medio Evo, questo primato vuol
rinnovellare solo nel gioco delle li bere forze, espresse da quella tragica
crisi che è la rivo luzione francese ed italiana, nel loro sviluppo, e nello
spiegamento della loro maggior coscienza; nello Stato laico, insomma, che
afferrni sì la religione, come luce alla plebi, ma affermi pure una sua intima
naturale ra gione, che con la religione non ha nulla a che fare. E in
quest'accettamento delle nuove forze popolaresche, alle quali bisogna parlare,
perchè la volontà di nazione sia realmente nazione, e la volontà di Stato
realmente Stato, Vincenzo Cuoco si lega ad un altro grande, Mazzini, tanto
diverso da Gioberti, ma pur con questi entusiasta caldo nella visione del
futuro popolo dell'Italia re denta. CAPITOLO VII. L'educazione nazionale nel
pensiero cuochiano. Il popolo e la scuola. - I tre caratteri di una educazione
nazionale: universalità, pubblicità, uniformità. - Tre gradi in una completa
educazione: scuola elementare, media, universitaria. - Morale e religione nella
scuola. - Educazione filosofica. Quanto sopra abbiamo detto segna ben precisa
la po sizione di Vincenzo Cuoco come politico e pedagogo nel Regno italico. Il
Platone e gli scritti del Giornale italiano sono i do cumenti luminosi del
periodo milanese della vita del l'autore, e basterebbero a dargli una gloria
non dubbia nelle lettere del nostro paese, confortata anche da una amicizia
intellettuale, che egli godette con uomini come il Monti e il Manzon. Con il
1806, ritornati i francesi oramai a Napoli, Vin cenzo pur esso riede in patria,
preceduto da una vasta notorietà e annunciato da missive ufficiali del governo
di Milano per quello meridionale. È l'ultimo tratto della nobile vita del
molisano, che, attraverso una fiera ma LABANCA, op. cit., p. 409; N. RUGGIERI,
op. cit., p. 48; B. CROCE, La rivoluzione napoletana, p. 172; G. GEN TILE, op.
cit., p. 389. 261 lattia di nervi e di mente, si concluderà il 13 dicembre 1823
con la morte, tratto di vita, che è pur ricco di atti vità pubblica, per cui il
nostro attinge cariche supreme (1 ), nonchè di un'opera dottrinale e pratica
nello stesso tempo (2 ), il Rapporto e il Progetto di decreto per l'ordi
namento della pubblica istruzione nel Regno di Napoli, che di per sé sola
basterebbe ad assicurargli un posto eminente tra i pedagogisti dell'epoca,
Rapporto, che, seb bene tragga « occasione da un incarico speciale.... agli
inizi del regno murattiano » non è « il prodotto dell’oc casione, poichè come
vedremo, risponde nelle linee prin cipali, a idee profondamente maturate dal
Cuoco in tutta (1 ) G. GENTILE, op. cit., p. 390. (2 ) Oltre il Rapporto il
Cuoco lavorò in vari campi dello sci bile, e della sua attività sono documento
varie pagine raccolte nel secondo volume degli Scritti vari. Del Rapporto e del
Pro getto di decreto esistono numerose edizioni: una prima, senza data e senza
frontespizio, fatta a spese del governo prima del 10 ottobre 1809 per tenere il
luogo del manoscritto nelle distri buzioni che del Rapporto e del Progetto si
fece al re, ai mini stri e ad altre autorità, e quindi non pubblica; una
seconda, che dovea essere il primo volume delle Opere di V. Cuoco, raccolta
iniziata nel 1848 a speso di Luisa de Conciliis, nipote del gran molisano, e
naturalmente non venuta mai a compi mento, edizione che porta il titolo:
Progetto di decreto per l'or dinamento della pubblica istruzione seguito da un
Rapporto ra gionato per V. Cuoco (Napoli, Migliaccio, 1848); una terza infine,
che uscì alla luce nel primo tomo della Collezione delle leggi, de' decreti e
di altri atti riguardanti la Pubblica Istruzione promulgati nel già Reame di
Napoli dall'anno 1806 in poi (Na poli, Fibreno, 1861). Sovra queste edizioni,
tutte e tre scor rette, il Gentile trasse la sua edizione critica del Rapporto
e del Progetto, corredata di documenti e note bio -bibliografiche illustrate,
che inserì negli Scritti pedagogici inediti o rari (pa gine 49-276 ). I criteri
critici di collazione delle tre suddette edizioni, seguìti dal Gentile, non
furono dismessi da N. Cortese e da F. Nicolini, che dovettero far posto sia al
Rapporto che al Progetto negli Scritti vari (v. II, pp. 3-161 ), correggendo ta
lune sviste e supplendo in talune omissioni il loro illustre pre decessore.
Nonostante che gli Scritti vari abbiano visto la luce, allorquando questo
lavoro era già compiuto, le citazioni sono state su di essi rivedute
definitivamente anche per la parte pedagogica. 262 ī la sua carriera di
scrittore e di uomo politico, in rela zione con le questioni fondamentali del
tempo suo. Evitando di entrare nell'analisi dei fatti, che al Rap porto
precedettero e che perciò lo determinarono, perchè oramai sufficienza noti,
vengo a studiare le idee che in esso si agitano ed i loro addentellati con
tutto il pen siero cuochiano. L'istruzione è la chiave di volta d'ogni sistema
po litico. E, come ogni sistema politico mira al benessere sociale, in quanto
questo è realizzato eticamente dallo Stato, così chi questo benessere vuol
attuato, deve ope rare col mezzo dell'istruzione e della scuola. Il Cuoco vuol
rendere grande uno indipendente il popolo italiano, dan dogli veramente il modo
di formarsi una coscienza na zionale. Ma praticamente come? Con la scuola. « La
sola istruzione, risponde, può far diventare volontà ciò che è dovere. La sola
istruzione può renderci l'antica gran dezza e l'antica gloria » (2 ). Il
termine di riferimento di questa istruzione è pur sempre il popolo, nel di cui
spi rito dovranno essere alimentate le più nobili idealità pub bliche e civili,
alimentate da un lato dall'opera giorna listica, dall'altro dalla scuola. Per
comprendere questo punto occorre riferirsi, aver presenti le condizioni del
popolo e della scuola ne' primi decenni del secolo XIX. Di chi era la scuola?
Non certo del popolo, il quale, assente in tutte le manifestazioni della vita,
era assente anche nella scuola. Di chi dunque? Di pochi fortunati, dotati dalla
sorte dei mezzi necessari, onde formarsi quel che si suol dire una cultura: i
nobili, i possidenti delle campagne, i borghesi e i commercianti nelle grandi
città. La rivoluzione ha il grande merito di avere richiamato l'attenzione dei
governanti sulle masse popolaresche, ha il merito di aver compreso che solo
queste sono il nucleo dello Stato, e che cointeressarle alla cosa pubblica equi
vale eternare lo Stato stesso. Ma la rivoluzione non po (1 ) G. GENTILE, op. cit.,
p. 336 e sg. (2 ) V. Cuoco, Scritti vari, v. II, p. 3. 263 teva dare nel campo
educativo, e in generale formativo, buoni risultati, dato il suo astrattismo e
la sua filosofia, troppo razionalista, lontana com'era dai bisogni e dagli
interessi delle classi basse. Il Cuoco di contro accetta il postulato
rivoluzionario, per cui dal popolo non si pre scinde, ma lo rinnova col suo
concreto senso storico della realtà: bisogna, dice, non elevare il popolo alle
nostre supreme idee di libertà, di virtù, di moralità, che, in quanto assolute,
esso non comprenderà, ma noi discen dere a lui, entrare nel suo spirito, nel
suo sistema men tale, e, attraverso un progresso graduale e lento, mostrar gli
l'utilità, oltre che la necessità ideale, della libertà, della virtù, della
moralità. Questo compito, essenzial mente pratico, si può assolvere con la
scuola, che prende l'uomo fanciullo, e lo conduce all'adolescenza, e magari
alla gioventù, maturandone i sentimenti con un processo intimo ed interiore,
non mai estrinseco e forzato. Sol tanto così il popolo entrerà nello Stato,
rafforzandolo e potenziandolo. Sentite come ragiona il Cuoco. « Le rivoluzioni
» scrive « sogliono svelare il gran segreto della forza di quel po polo, che
ne' tempi di tranquillità suol esser la parte pas siva di uno Stato. La
rivoluzione francese lo ha messo in istato di produrre grandi beni e grandi
mali: la sua condizione è cangiata in gran parte degli Stati dell'Eu ropa.
Chiamarlo a parte della difesa dello Stato e delle leggi senza istruirlo è lo
stesso che renderlo pericoloso, facendogli fare ciò che non sa fare. Volerlo
ritenere inu tile, qual era prima, è lo stesso che voler condannare lo Stato a
perpetua debolezza esterna, a frequente disordine interno. Debolezza, perchè è
sempre debole quello Stato che non è difeso da’ cittadini, e non sono cittadini
co loro che occupano col loro corpo sette palmi di terra in una città, ma bensì
coloro che contano tra i loro doveri l'amarla ed il difenderla. Disordine,
perchè le leggi e le istituzioni politiche non hanno la loro garanzia se non
nella volontà del maggior numero, e, se questo maggior numero non è istruito, o
non ha volontà o spesso ne ha una contraria alla legge.... Tutto in Europa
mostra la 264 necessità di dare al popolo, e specialmente alla classe degli
artefici e degli agricoltori, una nuova educazione ed ispirargli l'amor della
patria, delle armi, della gloria nazionale » (1 ). Indietro non si torna !
Avranno i conser vatori tutte le loro buone ragioni per fossilizzarsi in forme
statali superate, ma essi non potranno mai negare al popolo, quello che a lui
si deve: l'educazione, A coloro che obiettano che il popolo è un ammasso
inemendabile di vizi e di passioni è facile rispondere. « E pure tra questo
popolo noi viviamo; questo popolo forma la parte più grande della nostra patria,
da cui di pende, vogliamo o non vogliamo, la nostra sussistenza e la difesa
nostra; e noi abbiam core di dormir tran quilli, affidando la nostra
sussistenza e la difesa nostra a colui che noi stessi reputiamo pieno di ogni
vizio ed incapace d'ogni virtù? ». A coloro poi che dicono il popolo essere
senza mente, o che ripetono il vecchio sofi sma aristotelico, esservi uomini
nati a servire ed altri nati a governare, è pur facile controribattere. «
Ebbene questo popolo nato a servire, questo popolo che non ha mente, è quello
che tante volte vi fa tremare con quei delitti, ai quali lo spingono quella
miseria, quell’ozio, quella roz zezza in cui, per mancanza di educazione, voi
lo lasciate. Se la religione non avesse presa un poco di cura della educazione
sua, qual sarebbe mai questo popolo? ». Oggi non si può tornare indietro: il
bisogno dell'edu cazione è immanente, sentito da tutti, sovrani e sudditi,
governanti e governati. « Non mai il bisogno dell'educa zione è stato maggiore.
Tutti gli usi antichi, che tenevan luogo di precetti, vacillano: gli uomini,
dopo i troppo vio lenti cangiamenti di ordini e d'idee, soglion cadere nel
l'anarchia de'costumi, che è peggiore di quella delle leggi. Non mai vi è stato
bisogno maggiore di educare quella (1 ) Giorn. ital., 1804; n. 61, 62, 75; 21,
23 maggio, 23 giugno; pp. 243-44, pp. 247-48, pp. 303-304: Educazione popolare
(ri stampato in Scritti pedagogici, p. 23 e sgg.; ed ora in Scritti vari v. II,
pp. 93-102 ). 265 parte della nazione che chiamasi popolo e diffonder l'istru
zione ne' villaggi e nelle campagne ». Per queste sue considerazioni il Cuoco
si ricollega al grande pedagogista prerivoluzionario, a Jean- Jacques Rousseau,
il solo forse che primo sentì le vive pulsanti forze del popolo nuovo ed il
bisogno di provvedere alla di lui istruzione, riferendosi alla sua natura e
all'evolu zione delle sue facoltà (1 ). A chi noi daremo mai questo alto
compito di creare degli uomini consapevoli del loro posto nella società ! La
risposta del Cuoco non è dubbia. Dato il carattere etico -giuridico che egli
attribuisce allo Stato, è ovvio che l'educazione debba essere impartita, o
almeno control lata, dallo Stato. L'educazione mira a formare buoni cit tadini:
è naturale dunque che lo Stato » volontà collet tiva, somma di volontà
individuali, da essa non possa prescindere. « Posto questo bisogno nello Stato
» osserva giustamente il Gentile « di consolidare sempre più le pro (1) Del
resto il concetto di natura e quello d'educazione e di Stato nel Rousseau hanno
un significato ben più profondo di quanto generalmente non si creda. Vedi a
questo proposito il libro di G. DEL VECCHIO, Su la teoria del contratto
sociale, Bologna, Zanichelli, p. 32. « È.... massima (del Rous seau ) che nella
realtà si distingua ciò che è fattizio, ossia sopravvenuto per arbitrio ed arte
dell'uomo, da ciò che è na turale, ossia fondato nell'essenza medesima della
cosa. Questo ha valore di norma rispetto a quello. La natura è dunque per
Rousseau il principio del dover essere, più ancora che quello dell'essere. Essa
esprime la realtà in un senso filoso fico e non già fisico; rappresenta la sua
ragione e non la sua contingenza ». Ma questa concezione della natura, propria
del Rousseau, nel Cuoco viene integrata e corretta, come nota il GENTILE (Studi
vichiani, p. 419), con la concezione storica dello spirito. « Ed è in verità
non una contaminazione delle due filo sofie, ma la schietta pedagogia del Vico,
che aveva più salda mente fondata (benchè con fortuna storica senza paragone
minore) che non il Rousseau, il motivo di vero del suo natu ralismo:
l'autonomia dello spirito ». A due distinte fonti oc corre ricondurre la
pedagogia cuochiana, al Rousseau che gli dà vivo il senso dell'essenza prima
d'ogni realtà, al Vico che gli dà la consapevole riduzione della stessa realtà
allo spirito nella sua dialetticità. 266 prie basi nella coscienza nazionale, è
evidente che l'istru zione, come pensavano i pedagogisti della Rivoluzione
francese, e come prima aveva insegnato il Montesquieu per lo Stato democratico,
è funzione di Stato. Poichè lo Stato si regge sulla coscienza nazionale, e
questa si forma con l'istruzione pubblica, rinunziare a questa è per lo Stato
un assurdo: sarebbe come rinunziare a sè stesso. Il compito educativo certo non
si esaurisce nella scuola, ma questa trascende: l'ecclesiastico, il filosofo,
il legi slatore tutti e tre mirano allo spirito e al suo sviluppo, ma la loro
opera è di necessità insufficiente, se non è in tegrata dall'attività generale
e pubblica dello Stato. Scuole di morale, laiche od ecclesiastiche, possono pur
vivere, occorre però che lo Stato le controlli, e le adatti sempre meglio allo
scopo, alla finalità che esso si pro pone, e le riconduca a questo, ove se ne
allontanino. Sarà perfetta quella città, quello Stato, in cui il sa cerdote, il
filosofo e il legislatore si saranno messi di ac cordo, e concorreranno
ugualmente all'educazione del popolo. Stabilito il punto primo che l'educazione
deve essere dello Stato, ancorchè sia educazione religiosa, fissiamo i suoi
caratteri: essa deve essere in primo luogo univer sale, poi pubblica, infine
uniforme. L'educazione deve essere universale. Il Cuoco concepi sce la vita da
un punto di vista spiritualistico. Vita non è vegetazione o deambulazione, è
coscienza della propria posizione nel mondo, perciò è innanzi tutto attività
dello (1 ) G. GENTILE, Studi vichiani, p. 408. Noto a questo propo sito come
soltanto tenendo presente il concetto di Stato qual'è nel Rousseau, il Cuoco
poteva giungere a concepire uno Stato educatore. « Quando il Rousseau parla (Vedi
DEL VECCHIO) della « nature du corps politique », non intende con ciò di
riferirsi alla guisa onde lo Stato si presenta nei fatti; ma alla ragione
dell'essere suo ingenerale, all'esigenza suprema, cui esso ha da
corrispondere.... La libertà e l'uguaglianza, fon date nell'essenza stessa
dell'uomo, debbono aver nello Stato la loro assoluta sanzione ». E la libertà e
l'uguaglianza bisogna intendere in un senso spirituale e non empirico, intimo e
non estrinseco. 267 spirito. Lo spirito è qualcosa di inscindibilmente uni
tario, onde l'educazione dev'essere inscindibilmente uni taria. Tutto, scienze
ed arti, scienze fisico - naturali e scienze morali, debbono convergere ad un
sol centro, lo spirito. I secoli barbari potranno dire « non esservi alcun
rapporto tra le scienze e le arti » (1 ); i secoli di pro gresso, in quanto più
hanno consapevolezza della realtà mirano ad unire le disiecta membra di quel
che in astratto sarà questa o quella scienza a noi precostituita, ma che in
concreto non è che una elaborazione dello spirito, una nostra formazione, e
nello spirito attinge l'uni versale. Perciò, dice il Cuoco, « noi adopriamo la
parola istruzione nel suo più ampio significato; ed in ciò, oltre d'imitare
tutta l'Europa colta, abbiam la gloria di se guire gli esempi domestici. I
nostri pittagorici, forse i più savi istruttori di tutta l'antichità, niuna
parte della vita umana escludevano dalla pubblica istruzione. L'educazione, in
secondo luogo, deve essere pubblica. L'Italia è sempre stata una terra
feracissima di ingegni, ricca di uomini grandi, ma costoro, maturatisi in am
bienti apatici e morti alla cultura, hanno molto contri buito alla propria
gloria, poco alla gloria dello Stato e al benessere della collettività. Poichè
« la nazione non era istruita, essi fecero molto per la gloria loro, nulla o
poco per l'utilità della patria; tra essi ed il popolo non eravi nè lingua
intelligibile, nè mezzo alcuno di comunica zione » (3 ). Occorre quindi che lo
Stato dia un'istruzione ai suoi cittadini, onde le loro forze non vadano
disperse, ma convergano sempre più e meglio ad un fine unico,. il progresso
civile. Ma il fatto che l'istruzione sia pubblica e statale si gnifica dunque
la morte delle scuole private, specie in un paese come l'Italia ed in
particolare Napoli, ove la scuola privata ha una storia nobilissima? No certo:
le scuole private sussistano pure gestite da chiunque, ma (1 ) V. Cuoco,
Scritti vari, v. II, p. 4. (2 ) Cuoco, Scritti vari, v. II, p. (3) V. Cuoco,
Scritti vari, v. II, p. 4. 5. 268 lo Stato ha l'alto controllo a che i maestri
siano degni e moralmente e culturalmente, a che la materia d'in segnamento sia
comune a quella delle scuole pubbliche, a che non si propaghino per mezzo loro
dottrine con trarie all'ordine pubblico e alla moralità media della società. Il
fatto però che l'ente pubblico, cioè lo Stato, dia una educazione ai suoi
cittadini non significa che tutti i cit tadini debbano divenire altrettanti
dotti. Lo Stato non pud perseguire questo fine. Ricordiamo quel che il Cuoco
dice nel Platone in Italia, laddove osserva che una città di soli savi non
meriterebbe nemmeno il nome di città, perchè le mancherebbe ciò che solo
tramuta una congre gazione d’uomini, in città, in Stato: « la vicendevole di
pendenza tra di loro per tutto ciò che rende agiata e sicura la vita e la
perfetta indipendenza dagli stra nieri » (1 ). Accanto al savio è necessaria la
coesistenza della massa dei non savi, e in questa è poi necessaria una
ulteriore differenziazione di funzioni, per cui l'agricoltore non sia
calzolaio, il muratore non sia mugnaio. Coloro che si propongono un assoluto
illimitato eleva mento intellettuale del popolo cadono nell'errore, poichè
vogliono l'impossibile e il dannoso: l'impossibile, « per chè non si può
giungere alla perfezione nelle scienze se non per la stessa via, per la quale
vi si perviene in tutte le arti, cioè dividendo gli oggetti del lavoro ed occu
pandosi di un solo; il che da un popolo intero non si può fare, poichè, per
sapere, dovrebbe egli rinunciare ai mezzi di vivere »: il pernicioso, « perchè
rimanendosi il popolo a mezza strada, avremmo una nazione di mezzo sapienti; ed
un mezzo sapiente, diceva il Chesterfield, è unpazzo intero » (2 ). Da ciò
consegue che l'istruzione, sebbene pubblica, non può essere uguale per tutti, e
come nel paese vi deb bono essere i ricchi e i poveri, i conservatorie i
filoneisti, Cuoco, Platone, v. I, p. 86. (2 ) V. Cuoco, Scritti vari, v. II, p.
5. 269 così vi debbono essere i dotti e gli indotti, i più colti e i meno
colti. Vi sarà perciò una istruzione per pochi, che diremo sublime o alta, una
per molti, che diremo media o secondaria, una per tutti, che diremo elementare
o pri maria. La prima è destinata al progresso delle scienze, la seconda ha per
iscopo di diffondere i trovati dell'alta cultura nella vita commerciale
industriale agricola a con tatto con il popolo, la terza di dare allo Stato
fedeli sud diti, virtuosi e morali cittadini. Questa tripartizione della scuola
rivela il gran senso pratico del nostro autore, a cui della vasta gamma della
vita umana nulla sfugge e si perde. Ma la discriminazione non si ferma qui.
Occorre che l'istruzione, che lo Stato impartisce alle donne, sia diversa da
quella, che impar tisce agli uomini, e che per le donne stesse sianvi pure le
tre forme o gradi di scuola sovra dette. L'istruzione alle donne? È questo un
tema caro al Cuoco. Le donne, scrive nel Platone, hanno il grandioso compito di
allevare figli per lo Stato, e di allevarli non nel senso comune, cioè di
nutrirli, ma di istillare in essi i primi sensi della vita sociale, i primi
germi, che poi nell'interiorità dello spirito si svilupperanno. Esse, che hanno
un così alto compito, conviene che abbiano una adeguata preparazione. Infatti,
scrive il Cuoco, « non può dare al figlio l'educazione di un cittadino colei
che ha la condizione e la mente di una serva » (1. ). Perciò lo Stato si deve
preoccupare dell'educazione femminile, e provvedervi in modo da non turbare
l'ordine della natura e la sua essenza: educare le donne da donne, ed educarle
secondo la diversa posizione sociale che nel mondo esse avranno: e « quando le
donne saranno educate, sarà com piuta per metà l'educazione degli uomini » (2 ).
Una questione subordinata è quella della gratuitità del l'istruzione. Deve
essere questa gratuita per tutti? No. L'istruzione inferiore o primaria,
appunto perchè ha i (1 ) V. Cuoco, Platone, v. I, p. 25. (2 ) V. Cuoco, Scritti
vari, v. II, p. 21. 270 caratteri della più vasta generalità, è offerta dallo
Stato a tutti senza retribuzione alcuna, ma l'istruzione media e superiore,
siccome risponde ad utilità non solo sociale, ma altresì particolare, deve
essere pagata da chi ne usu fruisce, salvo sempre a fare condizioni di favore a
chi, essendo sfornito di beni di fortuna, s'addimostri degno per altezza
d'ingegno di essere mantenuto agli studi dallo Stato, che un giorno o l'altro
con le opere sue glo rificherà. Infine, in terzo luogo, l'istruzione deve
essere uni forme. Dopo quanto abbiamo detto l'uniformità dell'istru zione
appare chiara: in ogni suo grado, inferiore medio e superiore, in ogni suo
aspetto, maschile e femminile, l'istruzione deve essere uniforme, svolta con
gli stessi programmi, con gli stessi metodi, con gli stessi libri. Il Cuoco non
si nasconde i gravi difetti insiti nell'abuso d'un simile sistema: le scienze
possono anche arrestarsi, poichè la discussione e il contrasto sono il vero e
più efficace stimolo al progresso: si può generalizzare un abito di servilità
verso il passato, che è quanto di più nocivo per la vita, che si sviluppa in un
irrefrenabile superamento dell'antico nel nuovo. Perciò questa uniformità non
si può intenderla in un senso assoluto, ma bensì relativo. Ognuno che insegna
deve insegnare, previa autorizzazione dello Stato, ed in segnare sulla base di
un programma -metodo anteceden temente presentato alle superiori autorità
pubbliche. I corsi impartiti da privati non avranno effetto accade mico, se non
in seguito ad un esame dinanzi ai docenti di Stato. Lo Stato inoltre esamina e
giudica i libri di testo che andranno per le mani dei giovani. Certo questo
sistema potrebbe portare con sè il più grave degli inconvenienti, lo
staticizzarsi dell'insegnamento, il chiudersi in for mule, in programmi, in
metodi, cioè in quanto di più astratto si possa immaginare. Per eliminare tutto
ciò il Cuoco propone una direzione o ministero di tecnici, che aperto a tutti
gl'influssi scientifici europei, nell'opera sua di controllo riconosca meriti e
punisca abusi, ed 271 in ogni caso abbia di mira il progresso e lo sviluppo del
l'attività spirituale (1). Posti questi princípi fondamentali, Vincenzo Cuoco
abbozza un suo vero e proprio progetto di riforma sco lastica,
particolareggiato e minuto, monumento insigne di sapienza pedagogica, in cui
davvero noi sentiamo vi vere quella che è la scuola moderna. Noi non possiamo
seguirlo fino alle ultime delucidazioni, ma ci proponiamo di astrarre
dall'opera quei princípi generali, che più hanno relazione con l'assunto
politico. Caratterizzando la scuola primaria il nostro scrittore dice che
questa, oltre a dare le prime nozioni della lettura e della scrittura, mira a
formare una morale, volendo significare che mira a formare una moralità media
so ciale. È un punto importante. La morale è necessaria per gli aggregati
umani, ed è necessaria in sè e nella sua uniformità. Possiamo anzi osservare
che essa è un bi sogno dello spirito che la elabora e la pone. Questo pro cesso
di formazione è un processo spontaneo. Lo Stato non può ignorarlo. O esso
interviene e lo promuove, al lorquando prende i fanciulli nelle prime scuole e
li porta giovinetti fino alle superiori, plasmando e riplasmando le loro
coscienze, o esso inattivo assisterà a degli svi luppi spirituali, dai quali
può anche ricevere danno. « È necessario che ai popoli si dia (una morale ]:
altri. menti se la formeranno da loro » (2 ). Questo compito, il dare al popolo
una morale, è af fidato alla scuola primaria, allorquando l'uomo è tenero ed
atto a ricevere le più svariate nozioni e a compene trarle di tutto il proprio
afflato spirituale. Se questa mo rale « la riserbate all'età adulta, quando già
l'uomo ha sentito ed ha agito, voi gliela darete tardi; egli si tro verà di
aversene già formata un'altra: siete sicuro che non sia diversa dalla vostra, e
che, essendo diversa, vi riesca di distruggerla? » (3). (1 ) V. Cuoco, Scritti
vari, v. II, p. 14. Cuoco, Scritti vari, v. II, p. 16. Cuoco, Scritti vari, v.
II, p. 16. 272 La prima morale, quella dell'infanzia, è la più pro fonda. Il
fanciullo la riceverà, quando il suo animo è ancora puro, in sublime stato
d'innocenza, scevro di passioni conturbatrici, e non la dimenticherà mai più,
poichè essa gli è divenuta abitudinaria, vale a dire con naturale al proprio
esssere. E, se tutti i fanciulli saranno stati educati dallo Stato allo stesso
modo, l'opinione dei singoli sarà coincidente con l'opinione universale. Qui si
rivela un grande senso pratico. Non basta im porre la legge ai singoli, occorre
sentirne la necessarietà od anche, ov'è possibile, l'utilità, perchè essa non
resti un astratto, ma vibri davvero nella coscienza collettiva: e questo è il
compito della morale. Lo Stato perciò di Cuoco non si preoccupa dell'istru
zione letteraria soltanto, ma anche, e sopra tutto, del l'istruzione morale e
politica. Dell'istruzione religiosa non si preoccupa « perchè appartiene ai di
lei ministri » (1 ). Ma quest'affermazione non bisogna assumerla in senso
rigido. Dato il sistema politico del Cuoco, per cui lo Stato è stato
professionista e giurisdizionalista, è ovvio che lo Stato non può
disinteressarsi di quell'educazione reli giosa, che, ancorchè si ponga fuori
dalle mura delle aule scolastiche, mira agli spiriti, cioè agli uomini, che
sono poi cittadini. La religione è un mirabile strumento d'educazione, an
corchè non sia l'educazione stessa. Come può lo Stato ri manere indifferente
dinanzi ad essa? « È necessario che la legge le dia la norma, perchè spetta
alla legge, alla sola legge, il determinare qual debba essere la virtù del
cittadino. È necessario che la filosofia le indichi i mezzi, perchè la
filosofia è quella cui spetta conoscere il cuore e la mente umana e le vie per
insinuarvi la virtù e la saviezza » (2 ). Ma d'altra parte la stessa educazione
di Stato deve (1 ) V. Cuoco, Scritti vari, v. II, p. 12. (2 ) Giorn. ital.,
1804, n. 61, 62, 75; 21, 29. maggio, 23 giugno; pp. 243-44, pp. 247-48, pp.
303-4: Educazione popolare (vedi p. 264 del presente lavoro ). 273 avere
carattere religioso. Il Cuoco ha detto che la reli gione non s'insegnerà nelle
scuole: va bene: ma l'in segnamento, ' specie il primario, non sarà efficace se
non sarà circonfuso di quello spirito religioso, che parla alle anime semplici.
Il dotto trova nell'assoluto etico il soddisfacimento delle sue esigenze di
libertà; l ' indotto, il fanciullo hanno bisogno di quella morale rivelata ed
oggettiva che è la religione. In un articolo del Giornale italiano il Cuoco,
par lando di una scuola normale danese, atta a creare ottimi maestri, scrive
che « il popolo deve esser istruito, ma non deve esser dotto: ad ottener
ambedue questi fini, non vi è altro mezzo più efficace che dargli de' maestri
egual mente lontani dall'ignoranza e dalla pedanteria; met terli in tutt'i
punti dello Stato, onde sieno.in contatto col popolo, nè il popolo abbia
bisogno di cercarli; rive stirli di un carattere che pel popolo è il più sacro,
cioè del carattere religioso » (1 ). Quindi anche l'istruzione ele mentare,
ancorchè laica e gestita e controllata dallo Stato, non può prescindere da quel
carattere, che diremo in senso assai largo religioso, come quello che meglio
risponde all'indole e alla natura del popolo, che è tutto senso e fantasia e
poco ragione. Sovra questa base religiosa si potrà fondare una mo rale civica,
poichè chi è buon credente in massima sarà buon cittadino, e sulla morale poi
si assicurerà il rispetto alle leggi e allo Stato. Ma la base di tutto è la
religione. E, siccome la pubblica autorità « si occupa dapertutto a fare sì che
vi sieno istituzioni uniformi di quelle idee che più importa che sieno comuni e
concordi, così dia una norma anche per le istruzioni che fanno i ministri
dell'altare; le quali, se non sono concordi colle altre, sa ranno inutili; se
sono discordi, diventeranno nocive ». Da tutto ciò una illazione. « Riuniamo (esse
non si avreb bero dovuto separar giammai) le istruzioni della casa, (1 ) Giorn.
ital., 1804, 29 ottobre, n. 130, p. 528-29: Utilità pubblica. 18 - F. BATTAGLIA.
274 del fòro, del tempio; tolgansi una volta quelle diversità di princípi, per
cui ciò che la legge economica di una famiglia richiede è condannato dalla
legge politica di tutta la città, e ciò che la patria impone è indifferente per
la religione; facciam sì che costumi, leggi, religione non abbiano che un sol
fine, che è quello di render i cit tadini più virtuosi e la patria più felice »
(1 ). È la naturale logica conseguenza di quella visuale che il Cuoco ha dei
rapporti tra Stato e Chiesa e del posto che egli attribuisce alla religione
nella vita dello spirito, so luzione tirannica, se si vuole, ma altamente
liberale, se si pensa alla natura dello Stato cuochiano, Stato etico, attuante
una sua libera finalità superiore ad ogni parti colare transeunte ed assommante
in sè tutte le varie ma nifestazioni della vita. Lo Stato del Cuoco ha molti
punti di contatto con lo Stato del Fichte e dell' Hegel. « E ogni - volta »
nota giustamente il Gentile « che si sente forte mente la sostanzialità etica,
il valore ideale e morale dello Stato (il che avviene quando piuttosto si
guarda all'idea di esso o a uno Stato futuro, che non quando si abbia
sott'occhio un determinato governo, il quale di tanto è imperfetto a
rappresentare realmente lo Stato, di quanto è inferiore alle idealità che nello
Stato pure si agitano, senza raggiungere la forma giuridica ), così della
religione come della filosofia, in quanto servono anch'esse come elementi
riformatori della coscienza civile, si fa necessariamente uno strumento del
fine politico » (2 ). Laddove l'educazione primaria deve mirare alla fan tasia
e al senso, e perciò deve essere essenzialmente re ligiosa, l'educazione
superiore deve essere filosofica, cioè mirare allo spirito nelle sue più
elevate manifestazioni razionali. Le qualità proprie d'ogni vera educazione, in
quanto spirito, l'unitarietà sopra tutte, si rivelano ora. « L'educazione ben
diretta non ha tanto in mira d’in segnare una o due idee positive di più o di
meno, quanto (1 ) Giorn. ital., 1804, 25 aprile, n. 50, p. 200: Varietà (vedi
p. 226 del presente nostro lavoro ). GENTILE, Studi vichiani, p. 416. 275
d'ispirare l'amore di una scienza e dare alla mente una attitudine maggiore a
comprenderla. Quasi diremmo che non si tratta di formar un libro, ma un uomo:
giacchè ad un libro rassomiglia un uomo meramente passivo, il quale tante idee
tiene quante se gliene son date; mentre al contrario il carattere della mente è
quella di esser at tiva, creatrice, capace di formare le sue idee, ordinarle,
saperle insomma dominare in tutti i modi e signoreg giare » (1 ). Il concetto
realistico della vecchia pedagogia è superato. Il maestro, infine, è tale in
quanto è nello spirito del discente, in cui si compie quel processo, per cui la
nozione divien vita, cioè atteggiamento spirituale e s’armonizza in un vasto
tutto, la personalità. La scuola non è accademia, ma intima affermazione di
coscienze formatesi gradualmente in un logico libero sviluppo. Tutto il vecchio
macchinario formalistico deve essere bandito: il giovane deve essere posto a tu
per tu con i grandi scrittori, poeti storici filosofi, senza il tramite di quei
cimiteri di formule che sono le grammatiche, senza il tramite di quelle carceri
di idee, che sono le retoriche e le poetiche: il giovane deve mirare al
contenuto ideale delle cose, formarsi quel che si può dire estrinsecamente un
metodo acquisitivo, ma che in sostanza null'altro è che una forma dello spirito
inscindibile dal suo conte nuto. Questo stesso carattere unitario deve offrire
l'istru zione superiore. Una differenziazione di facoltà o scuole speciali e di
cattedre s ' impone per i fini professionali che si perseguono, ma «
l'istruzione vera è quella che tutte le parti dello scibile ci presenta ben
ordinate, tutte ce le addita e ci mette nello stato di poter da noi stessi
trattenerci intorno a quella che più ci piace » (2 ). Messo dinanzi ai mezzi
con cui si può progredire nello spirito, il giovane deve scegliere,
perfezionarsi nel sapere, af fermarsi nella gara della vita. Cuoco, Scritti
vari, v. II, p. 25. (2) Cuoco, Scritti vari, v. II, p. 53. 276 Se ora
l'istruzione media ed universitaria, come ho detto deve avere carattere
filosofico, ne deriva una pro fonda trasformazione di tutto ciò che era per l'
innanzi. Un esempio solo basterà per mostrarci le infinite conse guenze di
questa nuova posizione. L'eloquenza per gli antichi null'altro era che uno
strumento per il ben scri vere, e questo bene scrivere tutto si imperniava
sovra il gioco delle grammatiche, delle retoriche, delle poe tiche. Ora,
osserva il Cuoco, la filosofia s'è impadronita delle materie dell'eloquenza. Nè
è a dire questa una usur pazione, ma una legittima rivendica di ciò che la
filosofia già possedeva in antico, cioè con i Platoni e gli Aristo teli. La
forza del dire, la perspicuità dello stile non di pendono da cause estranee a
noi, come le norme più o meno buone apprese sui " libri scolastici, ma
dalla ric chezza della nostra vita interiore, « dalla forza e dal nu mero delle
idee presentate al nostro spirito » (1 ). Perciò quello che nella riforma del
Cuoco serba il vecchio nome di eloquenza, diviene una vera filosofia del bello
o este tica, che dir si voglia, come quella che direttamente mira allo spirito
e alle sue manifestazioni fantastiche, cioè artistiche. Ne il Cuoco si arresta
qui, ma seguendo la sua idea che la vera grammatica non possa essere se non
nella vita del periodo, in quanto questo scaturisce dalla mente originario e
fresco, vagheggia una grammatica universale e filosofica, che insegni il
meccanismo di tutte le lingue sulla base della comune uniforme mente umana (2 ).
La stessa filologia, come la stessa erudizione e lo stesso studio dei monumenti
antichi, sia grafici che tecnici, « ha le sue idee astratte, ha la sua parte
filosofica; perchè ha (1 ) V. Cuoco, Scritti vari, v p. Qui più che mai si
palesa quel concetto della natura, per cui nelle cose occorre distinguere quel
che è fattizio accessorio da ciò che è essenziale ed originario, che il Cuoco
attinge come abbiamo veduto dal Rousseau ed integra con una sicura intui. zione
dello spirito in ogni suo aspetto o attività di vita, che de riva certamente
dal Vico. 277 le sue regole universali applicabili ai fatti di tutte le na
zioni. » (1 ). Bisogna uscire dallo studio del fatto in sè e per sè, sia esso
un documento grafico o un rudere ar chitettonico, risalire allo spirito,
all'idea che ha mosso un popolo o un individuo a crearlo. E come nello spi rito
umano c'è un'essenzialità comune, dalle conclusioni particolari ad un popolo
occorre risalire a conclusioni più vaste, a generalizzazioni più audaci,
investenti il nu cleo della universalità, seguendo questi stessi princípi, che
il Vico ha divinato nella sua Scienza nova. Giambattista Vico, analizzando la
filologia dei greci e dei romani, ha così fissato le norme per ogni filologia,
ha stabilito leggi sicure, addimostrando non le leggi che governano il
linguaggio dei singoli, ma bensì quelle che governano il linguaggio delle
nazioni. E così si dica, per i miti, per le norme giuridiche, per i riti. « In
tal modo la scienza dell'erudizione diventa veramente filosofica; e ciò, che
sappiamo de ' greci e de ' romani, diventa utile ad intendere ciò che della
filologia delle altre nazioni o ignoriamo o conosciamo imperfettissimamente »
(2 ). (1 ) V. Cuoco, Scritti vari, Cuoco, Scritti vari, v. II, p. 62.
Conclusione. Ed ora che abbiamo analizzato la personalità di Vin cenzo Cuoco in
tutte le sue manifestazioni politiche e pedagogiche, ci sia lecito concludere,
pur sapendo quanta parte del pensiero del molisano sia rimasta fuor dalle linee
tracciate. Qual'è la posizione del nostro scrittore nella storia culturale
d'Italia? Posto a cavaliere tra il secolo XVIII e il XIX è il più importante
rappresentante di quel che un critico francese, Paul Hazard, ha detto
l'italiani smo, e che, se nel secolo XVIII s'impersona nel pen siero
storicista, e perciò antirazionalista, di Giambattista Vico, reagente contro
l'astrattismo razionalistico di Car tesio, nonchè contro il materialismo di
altri minori, in nome di supreme esigenze dello spirito; nel secolo XIX si impersona
nel Cuoco, che animato dall'alta tradizione nazionale muove contro ogni forma
di vita, che italiana non sia, e quindi non connaturale a noi, e perciò non
veramente storica ma rigidamente morta, astratta, vuota d'ogni vibrante
contenuto umano. È un'ideale continuità quella che lega il Vico al Cuoco, è la
gloria perenne del pensiero italico rinascente, quando le straniere
infiltrazioni sempre più sembrano soffocarlo. Il Vico rappresenta un profondo
rinnovamento nella filosofia, e perciò in tutte le attività umane, che dal me
todo filosofico non possono prescindere: la politica, la storia, la
giurisprudenza, l'economia. Asserendo lo spi 279 rito fonte prima d'ogni realtà
morale, asserisce la vera libertà, libertà che nè il Medio Evo nè il
Rinascimento, moventisi ancora nell'antico dualismo dell'essere e del divenire,
potevano assolutamente concepire. Egli è il primo, che sente il dinamismo dello
spirito e pone le grandi proposizioni della filosofia moderna: il mondo del
l'arte sensuoso e fantastico, il mondo della storia delle nazioni concretato
nelle istituzioni e nelle leggi, il mondo della religione e della moralità
s'originano da noi, in noi trovano la loro fonte prima perenne inesauribile,
nella continua attività dello spirito. E, se teniamo fermo questo punto, tutto
ci si discopre trasformato, e quel che prima era estrinseco, incasellato, morto
diviene intimo, libero, vivo. Ma questa posizione implica un nuovo e diverso
processo: la realtà spirituale non si conosce, se non affi sandosi nelle più
varie manifestazioni delle sue concretiz zazioni, vale a dire discendendo al
vero storico, per poi risalire di nuovo allo spirito prima e remota scaturigine:
l'unità dello spirito non si comprende se non attraverso la molteplicità, e
viceversa la molteplicità non si com prenderebbe se non per il tramite
dell'unità. Chiamiamo filosofia la scienza dell'idea eterna ed im mutabile, di
ciò che non è transeunte e contingente; chiamiamo filologia la scienza dei
fatti umani, assom mante in sè ogni mutevole prodotto storico: occorre con
ciliare l'una con l'altra, la filologia con la filosofia. È il grande assunto
del Vico: porre questo nesso correlativo: non v'è filosofia senza filologia, nè
filologia senza filosofia. La mente umana è l'origine dell’una e dell'altra,
produce l'idea, il vero filosofico, come genera il fatto umano, il vero storico.
Da ciò scaturisce che la sua realtà è questo mondo degli uomini, in cui siamo
nati ed in cui ci muo viamo, in cui dobbiamo foggiare la nostra individualità
ed agire per noi e per gli altri, per il nostro particolare e per lo Stato, in
cui vive il nostro miglior noi. E questo il Vico esprime nella notissima
icasastica frase: « questo mondo civile certamente è stato fatto dagli uomini,
onde se ne possono, perchè se ne debbono, ritruovare i prin cípi, dentro le
modificazioni della nostra medesima mente 280 umana. Questo il nucleo profondo
della filosofia del Vico, che Cuoco acquisisce e fa sangue del suo sangue,
movendo da esso a rinnovare la struttura della politica e della pedagogia
tradizionale: Il Cuoco in senso rigido non è filosofo vero, come colui nel quale
rimangono vecchi e irresoluti reliquati intellet tualistici nonchè
contraddizioni insanabili, per cui in qualche punto è ancor più indietro del
suo istesso maestro; ma il suo grande merito è l'aver posto in termini poli
tici quel che in Vico era filosofia, e l'aver visto quale inesauribilità di
situazioni poteva germinare dalla vec chia esperienza vichiana. In un mondo
vuoto e falso quale quello della rivolu zione italo - francese, egli,
riinnestandosi al Vico, dà alla nazione quel senso storico che le mancava, e le
ridona * quella comprensione sicura della realtà, quella fiducia, che solo può
scaturire da una ferma credenza in noi, nelle nostre possibilità, nel nostro
avvenire. Nella rivoluzione napoletana si è detto con felice frase sono i germi
dell'unità d'Italia, e, notiamo, non solo dal punto di vista estrinseco, ma dal
punto di vista anche intellettuale. Con il cadere della Partenopea, diecine e
diecine di esuli si diffondono per il Nord d'Italia, ed ivi portano il loro
sapere, la loro cultura filosofica più o meno permeata di vichismo, il loro
diritto, la loro economia: da ciò nasce una più intima comunione di spiriti,
una più attiva fratellanza di idee tra italiani ed italiani. E chi resta
insensibile a questo gran movimento cultu rale, in cui sono non pochi e piccoli
germi di quel che sarà il Romanticismo? Nessuno, direi: non v'è alta co scienza
che per effetto di questa propaganda non vi chianeggi. È un po' la moda, ma una
moda benefica, che porta ad una migliore intesa tra uomini di diverse regioni
d'Italia, che erano per secoli rimaste quasi estranee tra loro. Più gli studi
si approfondiscono e più questo fenomeno (1 ) G. Vico, Scienza nova, v. I, p.
172. 281 appar vero, ' e, notiamo, anteriore in un certo senso al l'opera
stessa di Vincenzo Cuoco. È di ieri, recentissimo, uno scritto di Luigi Rava,
che ci informa di una rivista, fiorita a Venezia verso il 1796, tre anni prima
dunque dell'esilio del nostro molisano, il Mercurio d'Italia, in cui Ugo
Foscolo giovinetto fa le sue prime armi e pubblica i suoi precoci scritti, La
Croce, l'Ode a Dante, La morte di *** ed altri componimenti di minore
importanza (1 ). Ebbene in un articolo anonimo sovra l'Abbozzo di un quadro del
progresso dello spirito umano del Condorcet v'è un raffronto tra le dottrine del
francese e quelle di Giambattista Vico. È proprio ca suale questa coincidenza?
E il Foscolo giovinetto, che del Vico poi certo si nutrì come dimostrano molte
idee dei Sepolcri e degli scritti critici, rimase insensibile al richiamo di
questo grande filosofo italiano, « così poco conosciuto fuori della sua Napoli
»? (2 ). Ma i veri apo (1) Luigi RAVA, Le prime armi del Foscolo giornalista:
il Mercurio d'Italia, in Rivista d'Italia.
Un certo quale influsso vichiano forse inconscio si può rinvenire in
Carlo Gozzi e nella posizione assunta con le sue ce lebri Fiabe contro il
Chiari e il Goldoni, in cui certo egli rappre senta una tradizione veramente
italica, se pure esausta dal tempo, contro una riforma che a lui pareva una
volgarità, troppo permeata di verismo com'era. Lastessa ricerca del fan tastico
per il popolo in una società razionalista, superba della infinita sicurezza
dell' intelletto, è una posizione vichiana. « Il contenuto » scrive il DE
SANCTIS, (Storia, II, p. 305 e sg. ) se è il mondo poetico com'è concepito dal
popolo, avido del meraviglioso e del misterioso, impressionabile, facile al
riso e al pianto. La sua base è il soprannaturale nelle sue forme: miracolo,
stregoneria, magia. Questo mondo dell'immagina zione, tanto più vivo quanto
meno l' intelletto è sviluppato, è la base naturale della poesia popolana sotto
le più diverse forme: conti, novelle, romanzi, storie, commedie, farse. La
vecchia letteratura se n'era impadronita, ma per demolirlo, per gettarvi entro
il sorriso incredulo della colta borghesia. Rifare questo mondo nella sua
ingenuità, drammatizzare la fiaba o la fola, cercare ivi il sangue giovane e
nuovo della com media a soggetto: questo osò Gozzi in presenza d'una società
scettica e nel secolo de’lumi, nel secolo degli spiriti forti e 282 stoli del
vichismo sono nell'Italia settentrionale gli esuli napoletani del '99, come
osserva B. Croce (1 ), sono Vin cenzo Cuoco, Francesco Lomonaco, Francesco
Salfi, il Massa, il De Angelis ed innumerevoli altri minori ma pur degni. Per
la loro opera si può dire che non vi sia grande scrittore che non vichianeggi.
L'influsso che il Cuoco od altri esercitò sul Foscolo, è indiscutibile. A noi
non risulta alcun documento com provante possibili e diretti rapporti Cuoco -
Foscolo, ma è certo che, se il molisano ebbe relazioni, anche super ficiali,
con amici del poeta dei Sepolcri, questi non potè ignorare l'autore del Saggio
storico (2 ). Ma sia o non sia stato il Cuoco od altri (3 ) a far conoscere il
Vico al Foscolo, de’belli spiriti. E riuscì ad interessarvi il pubblico, perchè
quel mondo ha un valore assoluto e risponde a certe corde che, ma neggiate da
abile mano d'artista, suonano sempre nell'animo: ciascuno ha entro di sè più o
meno del fanciullo e del popolo ». Del resto l'ultimo editore di C. Gozzi,
Domenico Bulferetti, (Le memorie inutili, Torino, 1923, vol. due) non ha potuto
ne gare che lo spirito dell'autore delle Fiabe assuma atteggia menti non certo
consoni al tempo suo e alla veneta società, come tutte le società del tempo
illuminata, ma riecheggi un po' il nuovo storicismo meridionale, pur senza
essere riuscito a provare una diretta influenza di quest'ultimo sugli studi del
suo autore. CROCE, La filosofia di G. Vico, p. 289; B. CROCE, Storia della
storiografia, v. I, p. 12. ROBERTI, Giornale storico della letteratura
italiana. Il Roberti raccoglie nell'arti colo alcune lettere che C. Botta, U.
Foscolo, V. Cuoco inviarono al suo bisavolo paterno, Giovanni Giulio Robert (poi
italianiz zato in Roberti). Le lettere di Foscolo sono delle mere com
mendatizie di due esuli meridionali, uno certo Piscopo, l'altro un anonimo, che
il Roberti crede, senza peraltro dimostrarlo, che sia il Lomonaco. Da ciò si
deduce sicuramente che Ugo ebbe rapporti con meridionali e con amici diretti
del Cuoco. Vedi a proposito G. PECCHIO, Vita di U. Foscolo, Città di Castello,
Lapi, ed., 1915, p. 170, p. 210 e passim. HAZARD, op.
cit., p. 241 osserva: « Son influence se répandra même dans la littérature
pure, où en trouvera des traces chez Monti et chez Foscolo. Toux ceux
lacomprennent les articles que Cuoco consacre à son maître (Vico] ». Ora F. NICOLINI nella Nota agli
Scritti vari di V. Cuoco, v. II,p. 397, dice che gli 283 gli scritti del poeta
stanno lì a testimoniare come pro fondamente nutriti essi siano di pensiero
vichiano: così il processo dell'incivilimento descritto nel carme, per cui
furono nozze e tribunali ed are, che diero alle umane belve essere pietose di
sè stesse e d'altrui, è derivato di-. rettamente dalla Scienza nova, ove è
meditato il pas saggio dall'età degli dei alle grandi società eroiche (1 ); e
così pure il costume che tolse i miserandi cadaverici avanzi alle fiere e li
provvide di sepoltura (2 ). Parimenti articoli del Giornale italiano furono
letti attentamente, « molto letti » oltre che da V. Monti e A. Manzoni anche da
U. Fo scolo, e allo scopo di provare ciò rimanda ad una recensione, in cui il
molisano parla del libro Della Tumulazione di A. DELLA PORTA, Como, Ostinelli,
in cui « è, come si vede, il medesimo fondo di idee vichiane, a cui.... s’
ispirò il Foscolo nei Sepolcri. CROCE, La filosofia di G. B. Vico. Confronta i
su citati brani foscoliani con i seguenti di Vico: à Osserviamo tutte le
nazioni così barbare come umane, quantunque, per immensi spazi di luoghi e
tempi tra loro lon tane, divisamente fondate, custodire questi tre umani
costumi: che tutte hanno qualche religione, tutte contraggono matri moni
solenni, tutte seppelliscono i loro morti; nè tra nazioni, quantunque selvagge
e crude, si celebrano azioni umane con più ricercate cerimonie e più consagrate
solennità che reli gioni, matrimoni e seppolture. Chè per la Degnità, che «
idee uniformi, nate tra popoli sconosciuti tra loro, debbon avere un principio
comune di vero, dee essere stato dettato a tutte, che da queste tre cose
incominciò appo tutte l'umanità, e perciò si debbano santissimamente custodire
da tutte, perchè 1 mondo non s'infierisca e si rinselvi di nuovo » (Scienza
nova,). « Finalmente, quanto gran principio dell'umanità sieno le seppolture,
s'immagini uno stato ferino nel quale restino insep polti i cadaveri umani
sopra la terra ad esser esca de corvi e cani; chè certamente con questo
bestiale costume dee andar di concerto quello d'esser incolti i campi nonchè
disabitate le città, e che gli uomini a guisa di porci anderebbono a mangiar le
ghiande, colte dentro il marciume de’ loro morti congionti. Onde agran ragione
le seppolture con quella espressione su blime Foedera Generis Humani ci furono
diffinite e, con minor grandezza, Humanitatis Commercia ci furono descritte da
Ta cito ». (Scienza nova, I, p. 177 ). Notiamo che nel primo brano citato il
rinselvarsi sta per 284 lo stato ferino dei figli della terra, duellanti a
predarsi, primi avi dell'uomo, quei cannibali che s ' imbandiscono convito
delle carni umane, così vivi nel mondo rifinito de Le Grazie, non si intendono,
se non riferendoci ad un sistema filosofico che è certo quello del Vico (1 ),
si stema che siffattamente compenetra l'opera del poeta, che questa trascende e
si riflette in tutti gli scritti pro sastici, sia pure storici e critici (2 ).
Onde tutta la sua cri tica trova il nucleo originale nei nuovi portati
dell'este significare il ritorno allo stato selvaggio primitivo, onde la parola
selva significherebbe lo stato stesso, e che precisamente in questo senso il
primo e il secondo termine sono stati as sunti da Ugo Foscolo nella celebre
Orazione inaugurale: « le umane belve ancor vagabonde per la grande selva della
terra » (Opere, Monnier); nonchè ripetuti da un gio vane, pur esso destinato a
divenire un grande scrittore, da CARDUCCI: « fuggendo per la gran selva de la
terra il nato de la donna ululò già co' leoni a la preda cruenta: indi con
vitto ferin la vita propagando, incerti videsi intorno i figli: e lui cedente
de la materia a le vicende eterne l ' immane salma, per lo gran deserto
dilaceraro i lupi ». (Rime, San Miniato, Tipografia Ristori, 1857, p. 84). (1)
La vita preistorica è con viva arte descritta dallo stesso Vico nelle prime
pagine dell'opera sua, laddove accenna alle prime trasmigrazioni marittime: «....
gli antenati di coloro che furono poi gli autori delle trasmigrazioni medesime:
furono dapprima uomini empi, che non conoscevano niuna divinità; nefari, chè,
per non esser tra loro distinti i paren tadi co' matrimoni, giacevano sovente i
figliuoli con le madri, i padri con le figliuole; e, finalmente, perchè, come
fiere be stie, non intendevano società, in mezzo ad essa infame comu nion delle
cose, tutti soli e, quindi, deboli e, finalmente, miseri ed infelici, perchè
bisognosi di tutti i beni che fan d'uopo per conservare con sicurezza la vita.
Essi, con la fuga de propri mali, sperimentati nelle risse, ch'essa ferina comunità
produ ceva, per loro scampo e salvezza, ricorsero ecc. » (Scienza nova). (2 )
Il vichismo del Foscolo è stato rilevato da N. TOMMASEO, Storia civile nella
letteraria, Torino, ma certo non com preso, troppo imbevuto, com'era il
critico, di passioni oscura trici d'un equanime giudizio e di false idee
d’un'arte pedago gica: il brano, al quale intendiamo riferirci, è stato
raccolto nell'antologia del TOMMASEO, Scritti di critica e di estetica scelti
da A. ALBERTAZZI, Napoli, Ricciardi ed., s. d., p. 192 e sgg. 285 tica
vichiana, che prima scuote le vecchie scolasticherie, a base di retoriche e di
poetiche per penetrare nello spi rito vivo e fantastico dell'opera d'arte. Ma
l'influsso più importante e diretto Cuoco lo eser cita direttamente sul Monti
col quale ebbe rapporti epi stola, nonchè disappunti letterari, dovuti al
fiero" giudizio che l'autore del Saggio faceva circa il carattere del
poeta cesareo assai volubile in politica; e sul Man zoni di cui fu davvero
intimo (3 ). Le lezioni universi tarie, dal primo tenute a Pavia, specie la
prolusione Della necessità dell'eloquenza, il Discorso sulla storia longobarda
del secondo (5 ), sono la prova sicura della dif fusione delle dottrine del
Vico. Vedi a proposito come Foscolo intende l'eloquenza e confrontala con il
modo come l'intende il Cuoco: G. PECCHIO, op. cit., p. 210, nota; B. ZUMBINI,
Studi di letteratura ita liana, Firenze, Le Monnier ed, p. 267; G. A. BORGESE,
Storia della critica romantica in Italia, Milano, Treves ed., p. 248 e sgg.,
sopra tutto p. 266: « non è una scoperta, dice quest'ultimo, quella dello
Zumbini che anche le lezioni di eloquenza siano tutte nutrite di concetti
vichiani; anzi fa rebbe una scoperta chi indicasse uno scritto capitale del Fo
scolo, nel quale la filosofia della Scienza nova non abbia bene o male la sua
parte ». G. Cogo, op. cit., p. 181;
RUGGIERI; HAZARD, op. cit., p. 241; vedi anche V. Cuoco, Scritti vari v. II,
pp. 318, 367, passim. (3) N. RUGGIERI, op. cit., p. 48, il quale in nota
richiama G. CAPITELLI, Patria ed arte, Lanciano, Carabba ed., 1887, p. 182 e
sg.; vedi V. Cuoco, Scritti vari, v. I, p. 285; MONTI, Prose e poesie, Firenze,
Le Monnier, MANZONI, Prose minori con note di A. BERTOLDI, Firenze, Sansoni ed.,
s. d., p. 22 e sgg. Allorquando questo lavoro era già ultimato usciva per le
stampe l'opuscolo di G. GENTILE, Vincenzo Cuoco; commemorazione tenuta a Campo
basso nel primo centenario della sua morte, Roma, C. De Al berti ed., *1924.
L'influsso vichiano, per il tramite del Cuoco, nota il prof. Gentile, si rivela
« non solo per l'alto concetto in cui dimostra di tenere il grande filosofo
napoletano, ma anche e principalmente per la forma definitiva della sua mente,
per alcuno dei caratteri più significativi della sua individualità di 286 n Nè
questa si arresta qui, ma plasma disè tutta la nuova critica d'arte, e in parte
la nuova storiografia, rifonden dosi con dottrine di diversa origine e di
diversi paesi, specie con i canoni romantici di Germania: a chi legge gli
scritti del Berchet, del Torti, del Di Breme, non sarà difficile rinvenirvi
idee e proposizioni vichiane. Così, gradualmente per opera del Cuoco e di pochi
altri napoletani, il pensiero nazionale si vien formando attra verso un apporto
di storicismo e d’idealismo meridio pensatore e scrittore, quale è
rappresentata sopra tutto ne romanzo. Poichè anche Manzoni pensatore e
scrittore è un realista che non conosce tipi astratti, ma vede sempre gli uo
mini e li rappresenta come sono in fatto storicamente; non repubblica di
Platone e neppur feccia di Romolo; ideale col suo limite, come diceva De
Sanctis: tutto determinato, vero e certo: e così in questa determinatezza e
limitazione e storia, tutto segnato dal dito di Dio, tutto,come aveva insegnato
Vico, governato da una Provvidenza che non precede per mi racoli, ma opera
naturalmente attraverso gli stessi effetti delle cose e le azioni degli uomini.
Vedi BORGESE, op. cit., p. 105: « il Berchet s'era nutrito degli scrittori più
audaci d'oltremonte: la Staël, il Bouterweck, gli Schlegel erangli familiari;
conobbe non leggermente la let teratura inglese e la tedesca; dei nostri venerò
sopra tutti il Vico e il Beccaria. Vari fili della vita intellettuale d'Italia,
annodandosi, davano origine alla nuova critica e alla nuova letteratura;....
nel secolo decimottavo la filosofia aveva silen ziosamente ed oscuramente
rinnovato gli spiriti e s' era con pertinace lentezza accostata alla
letteratura, col Vico, non compreso, col Cesarotti non comune ragionatore, col
Beccaria autore di un trattato dello stile: e, se forza di filosofare non ebbe
il Berchet, questi filosofi studiò e ammirò non debol mente ». BORGESE: Torti
fu uomo di non co mune coltura e d'ingegno e, cosa a quei tempi molto rara,
conobbe il Vico e si richiamò alle leggi da luisegnate, senza divenire per
questo critico grande ». (3 ) L'ampia influenza del Vico si stende su tutta
l'opera di Ludovico Di Breme e su quella di tutti i redattori del Concilia
tore, ed è stata ben messa in luce dall'ultimo editore dell'abate piemontese C.
CALCATERRA (L. d. B., Polemiche, Torino, Unione tip. - editrice torinese, s. d.
], che dell'idealismo dei primi romantici, della loro reazione ai vecchi
sistemi filosofici, dei loro studi, fa un'ampia disamina. 287 nale al
positivismo e al razionalismo settentrionale. È certo un processo lento e
faticoso, ma nondimeno si curo, le di cui conseguenze ultime occorre osservare
non soltanto nel campo critico e storiografico, ma anche, e sopra tutto, nel
campo politico. « Eppure si come giusta mente nota Giovanni Gentile « nonostante
la propaganda del Cuoco,... quantunque i germi da lui seminati sian caduti in
intelligenze delle maggiori del secolo, si può affermare che la voce del Cuoco
come banditrice della verità vichiana non trovi nessuna eco in tutto il resto
del secolo. Altri scrittori, segnatamente il Gioberti, hanno lavorato ad
educare le menti italiane al realismo poli tico; altri filosofi, segnatamente
lo Spaventa, hanno la vorato a sviscerare il nucleo centrale della filosofia vi
chiana; ma fino ai nostri giorni nessuno ha visto in questa filosofia così
nettamente e fermamente come Vincenzo Cuoco il nuovo metodo, veramente
rivoluzionario, " del pensare storico e politico e un potente
irresistibile argo mento per un programma politico nazionale. Egli, per questo
rispetto, rimane sulla soglia del secolo XIX, maestro unico solitario: un
veggente » (1 ). Con ciò vo gliamo semplicemente dire che se le dottrine
vichiane nel campo estetico, attraverso la propaganda del Cuoco, dànno subiti e
luminosi effetti, nel campo politico, que sti effetti sono più lenti e tardi,
quasi misconosciuti al lorquando si manifestano: Vincenzo Cuoco è un maestro
senza discepoli, o meglio, con un solo discepolo, e per avventura grandissimo,
Giuseppe Mazzini. Quel che nel Cuoco abbiamo detto realismo politico,
derivazione stretta di tutto l'insegnamento della Scienza nova, non è destinato
a perire, ma, rinnovandosi, tra sformandosi porta alle più grandi conquiste del
secolo: « primo, a riconoscere e a mettere in rilievo l'individua lità
insopprimibile di tutte le formazioni storiche; se condo, a negare che un
popolo, come un individuo, possa nulla ricevere di fuori, e che possa
progredire ed elevarsi senza uno sforzo proprio fondato sulla stima di sè e
sulla GENTILE, V. Cuoco: commemorazione, p. 13 e sg. 288 fiducia delle proprie
forze. Questi due postulati gran diosi e veri, posti dal Cuoco nella coscienza
degli Italiani, non si distaccheranno più da essa, e formeranno il nucleo di
tutta l'educazione nazionale e di tutta la pratica po litica, che si sintetizza
nell'opera di Mazzini. Ora i nuovi studi di F. L. Mannucci circa la prima fase
del pensiero mazziniano hanno messo bene in luce come il genovese non solo si
sia nutrito del Vico per il tra mite del Michelet (3 ), ma in suoi privati
zibaldoni abbia recensito e fatto estratti de ' numerosi e vivi articoli, che
G. GENTILE, V. Cuoco: commemorazione, p. 14. (2 ) L'influenza del Vico su
Mazzini è stata ben posta in luce prima che dal Mannucci dal BORGESE, op. cit.,
p. 291 e sgg. « Egli era, come il Foscolo, lontano dal finalismo dommatico che
impediva in ogni modoal Tommasèo di trarre vita e nutri mento dalle dottrine
del Vico. Epperò egli era in condizioni più felici di quei due che l'avevano
preceduto nell’a i mirazione pel Vico, e se ne disse discepolo con convinzione
non minore, ed anzi ne persuase lo studioproprio per il rinnovamento della
storia letteraria. « Il vuoto esistente nella filosofia », egli la mentava, «
deve naturalmente ripetersi nella critica letteraria, che è la filosofia della
letteratura »; e la filosofia ch'egli desi derava era proprio la Scienza nova.
« Il vincolo », disse altrove, paragonando le antiche congerie erudite che
usurpavano il nome di storie letterarie con quelle che venivano in onore per
effetto del rinnovamento romantico, « il vincolo che annoda in un popolo le
istituzioni, le lettere e i progressi della civiltà, indovinato un secolo
innanzi dal nostro Vico, fu posto in chiaro, sottomesso ad analisi e diede
cominciamento ad una sola scuola, il cui scopo santissimo or s'irride da chi
non sa, o non cura comprenderlo ». E si compiaceva che ora molti libri e molti
studiosi traessero il Vico da quell'obblìo a cui per cento anni lo avevano
condannato le baieerudite e l'inerzia degli animi. MANNUCCI, Giuseppe Mazzini e
la prima fase del suo pensiero letterario: l'aurora d'un genio, Casa ed.
Risorgimento, Roma, ecc. Il Mannucci ci rende edotti che uno dei cinque mss. da
lui stu diati, di cui due sono aPortomaurizio in casa dei sigg. Cremona eredi
Ferrari, tre nel Museo del Risorgimento a Genova, con tiene una recensione dei
Principes de la philosophie de l'histoire traduits de la Scienza Nuova de Fico
et precédés d'un discours sur le système et la vie de l'auteur, par J.
MICHELET, professeur, ecc., Paris, Renouard, 1827. Vedi a proposito di questa versione
fran cese, CROCE. La filosofia di Vico. Cuoco anda pubblicando sul Giornale
italiano, firman doli con la semplice sigla C. E in questi zibaldoni il lettore
commosso può rinvenirvi annotate le Osserva zioni sullo stato politico
dell'Europa, le Considerazioni sul Concordato, in cui Vincenzo getta uno
sguardo rapido non solo sul passato e sul presente d'Italia, ma anche nel più
lontano avvenire, risolvendo, da una parte, sovra basi giurisdizionali il
millenario problema dei rapporti tra Stato e Chiesa, dall'altra la questione
dell'equilibrio europeo. È interessante notare, pure, come il Mazzini, po
stillando il famoso scritto cuochiano sul Machiavelli, da noi a più riprese
richiamato, laddove il molisano loda con il segretario di Firenze il duca
Valentino, perchè tra tanti scellerati principotti avrebbe potuto rimanere
solo, nota: oltre a questo aggiungerei che un tiranno si spegne più facilmente
di cento ». Esuberanze giova nili che il Cuoco avrebbe rimproverato e che lo
stesso Maz zini maturo avrebbe certo rinnegato ! Sicuramente.... Ma io amo
pensare il giovane Giuseppe, appena uscito dal l'università, chino sulle pagine
del Cuoco, e, meditabondo, ripensare con lui le sorti della patria e la sua
redenzione morale non attraverso giuridici compromessi o speranze d'equilibrii
europei, ma attraverso un'azione che è pen siero, perchè guidata dal pensiero,
attraverso un pen siero che è azione, perchè mirante agli uomini e alle loro
coscienze. Il grande merito del Mazzini è precisamente l'avere accettato le
ultime conclusioni politiche cuochiane ed averle con un apostolato senza pari concretate
nella vita. Il popolo, il popolo, che il Cuoco vede nell'avvenire nucleo
vibrante della patria, diviene il fondamento della repubblica del Mazzini, e in
suo nome e per lui l'Italia Il fatto che gli articoli non siano firmati che con
una si gla, il fatto che negli zibaldoni il Mazzini non citi espressamente il
Cuoco fa pensare al Mannucci che il grande agitatore non abbia mai pensato che
gli articoli da lui letti nel Giornale italiano fossero proprio di Cuoco: così
pure GENTILE, V. C.: commemorazione. In quanto poi al Saggio storico il prof.
Gentile sostiene nella stessa pagina che il genovese non solo lo conobbe ma lo
menzionò. B., 290 diviene dopo tante lotte una e indipendente, diviene nazione
e Stato. Il Cuoco intuisce che il problema unitario è un problema di coscienze,
Mazzini lo conferma, e nel binomio Pensiero e azione redime l' Italia. Questa
vasta trama d'influssi, che la dottrina cuo chiana, in tutti i suoi attributi,
sopra tutto nelle inter ferenze politiche, ha esercitato nel pensiero italiano,
specie settentrionale, meriterebbe uno studio a parte, ma a me basta averne
tracciato le somme linee, il filo conduttore, perchè risulti ai lettori uno
essere il processo che porta all'unificazione d'Italia nel nome di una tra
dizione secolare, che dal Vico va al Mazzini e che un'unità così raggiunta,
vale a dire attraverso una compenetra zione graduale e lenta di spiriti e
d'idee, per quanto ancor recente, è troppo salda, perchè alcuno possa te mere
di vederla infranta nell'urto fragoroso d'interessi antagonistici
internazionali o classisti, perchè altri si ar roghi il non ammissibile diritto
di salvarla e di rappre sentarla. 4 Nota bibliografica. Ho seguito i testi più
sicuri dal punto di vista tipografico, cioè: Cuoco, Saggio storico sulla
rivoluzione napoletana del 1799 a cura di Fausto Nicolini, Bari, Laterza ed.,
1913, che ho raffrontato con l'edizione milanese del Sonzogno, e con quella
fiorentina del Barbèra; VINCENZO Cuoco, Platone in Italia a cura di F.
Nicolini, Bari, Laterza; VINCENZO Cuoco, Scritti pedagogici inediti o rari
raccolti e pubblicati da Giovanni Gentile, Roma-Milano, Albrighi e Se ganti ed.
Gli articoli del Giornale italiano ho veduto sul testo originario, ma spesso mi
sono servito delle ristampe in appendice alle opere critiche del Romano e del
Cogo. Allorquando il mio lavoro era già compiuto sono usciti i due volumi di
scritti cuochiani, che integrano nella raccolta degli Scrittori d'Italia
laterziana il Saggio e il Platone: Cuoco, Scritti vari a cura di Cortese e
Nicolini, Bari, Laterza. Con questa stampa quanto di meglio è stato scritto dal
grande molisano è oramai stato dato al pubblico, e ben poco resta da fare nel
campo dell'ine dito. Non tutti gli articoli del Giornale italiano invero hanno
tro vato l'attesa ripubblicazione, ma, sebbene alcuni scritti di una certa
importanza siano stati posti fuori, quei ventisette che il Cortese e il
Nicolini hanno scelto, uniti al catalogo ragionato dei 292 rimanenti, bastano a
dare un'idea più che sufficiente al let tore dell'attività pubblicistica del
nostro autore. Va data lode ai due insigni editori Cortese e Nicolini per non
avere lasciato da parte gli articoli; che il Cuoco ha pubblicato nel Corriere
di Napoli e nel Monitore delle due Sicilie, i quali, sebbene assai meno
interessanti di quelli del Giornale italiano, pure possono essere utili, e per
avere di essi pure offerto un catalogo ragio nato. S’ intende che ho riveduto
il testo di tutti gli scritti minori di Vincenzo Cuoco sovra la nuova edizione
laterziana, che offre i migliori affidamenti di serietà e di rigore, sopra
tutto per la ortografia, che, specie nei fogli originari del Giornale italiano,
è la più volubile e ineguale. ALBINO, Biografie e ritratti degli uomini
illustri della pro vincia di Molise, Campobasso; F. BALSANO, Vincenzo Cuoco e
gli studi della gioventù italiana in Rivista Bolognese; BATTAGLIA, Critica
rivoluzionaria e tradizione nel pensiero di Cuoco in Studi politici; BUTTI, La
fondazione del « Giornale italiano » e i suoi primi redattori, Milano, Cogliati
ed. (estr. dall' Arch. stor. lomb.), alla quale operetta si riferisce la
recensione di OTTONE in Riv, stor. it.; A. BUTTI, Una lettera di V. Cuoco al
vicerè Eugenio, nella miscellanea Dai tempi antichi ai tempi moderni (per nozze
Scherillo- Negri), Milano, Hoepli; A. BUTTI, L'Anglofobia nella letteratura
della cisalpina e del regno italico, in Archivio storico lombardo, a. XXXVI, p.
434 e sgg.; C. CANTONI, Giambattista Vico, studi storici e comparativi, Torino,
Civelli; N. CAPRARA, Cuoco, Isernia; L'indicazione dell'opuscolo non è esatta,
poichè la sola copia che ho potuto vedere manca del frontespizio: del resto si
tratta di uno scritto di mero interesse bio-bibliografico. 9 G. Cogo, Vincenzo Cuoco, note e documenti,
Napoli, Jovene ed., (cfr. le recensioni
di G. GENTILE in Archivio stor. Nap., poi ristampata in ap pendice agli Studi
vichiani, Messina, Principato; di G. GALLAVRESI in Il Risorgimento italiano; e
ancora di GALLAVRESI in Arch. stor. lomb., CONFORTI, Napoli, critica e
documenti inediti, Napoli, De Falco, (una confutazione di molte affermazioni
ingiuste dell'autore è in RUGGIERI, Cuoco, Rocca San Casciano, Cappelli, nonchè
in M. ROMANO, Ricerche su V. Cuoco, Isernia); B. CROCE, La filosofia di
Giambattista Vico, Bari, Laterza ed., 1911, passim; CROCE, La rivoluzione
napoletana, Bari, Laterza; CROCE, Storia della storiografia italiana, Bari,
Laterza; R. DE RENZIS, Il risveglio degli studi intorno a V. Cuoco in Italia
moderna, 1905; G. DE RUGGIERO, Il pensiero politico meridionale nei secoli
XVIII e XIX, Bari, Laterza; SANCTIS, Storia della letteratura italiana, Milano,
Treves (accenni ); F. DE SANCTIS, Saggi critici, Milano, Treves; A. FRANCHETTI,
Storia d'Italia, Milano, s. d., Vallardi; GENTILE, Studi vichiani, Messina,
Principato ed., 1915 (in cui è ristampato lo studio Un discepolo di Vico:
Vincenzo Cuoco pedagogista, già pubblicato in Riv. pedagogica); G. GENTILE, Dal
Genovesi al Galluppi, Napoli, edizione della Critica, GERINI, Gli scrittori
pedagogici italiani del secolo XIX, G. B. Paravia ed., 1910, Torino,; F. GUEX,
Storia dell' istruzione e della educazione, trad. o note con app. su Il
pensiero pedagogico italiano nel suo sviluppo storico di G. VIDARI, G. B.
Paravia ed., s. d., Torino; e HAZARD, La révolution française et les lettres
italiennes, Paris, Hachette ed., 1911, p. 218 e egg.; B. LABANCA, Giambattista
Vico e i suoi critici cattolici, Napoli, Pierro ed., LEVATI, Saggio sulla
storia della letteratura italiana nei primi venticinque anni del secolo XIX,
Milano, Stella ed., 1831, p. 228; G. MAFFEI, Storia della letteratura italiana,
riveduta da P. Thouar, Firenze, Le Monnier; F. L. MANNUCCI, Giuseppe Mazzini e
la prima fase del suo pensiero letterario; l'aurora di un genio, Casa ed.
Risorgimento, Roma, (cfr. recensione di G. GENTILE in Critica, MARCHESI, Studi
e ricerche intorno ai romanzieri e ro manzi del ' 700, Bergamo; A. MARTINAZZOLI
E CREDARO, Dizionario illustrato di peda gogia, F. Vallardi ed., Milano);
MASTROIANNI, Ricerche storiche pubblicate per delibera zione del R. Istituto d'
incoraggiamento di Napoli, Napoli, Pierro ed.,.; P. MONROE ed E. CODIGNOLA,
Breve corso di storia dell'edu cazione, trad. di S. CARAMELLA, Vallecchi ed.,
8. d., Firenze, NATÁLI, Nel primo centenario della morte di V. Cuoco in Rivista
d'Italia, G. NATALI, L'idea del primato italiano prima di V. Gio berti, Roma,
1917 (estr. dalla Nuova Antologia ); G. NATALI, La letteratura italiana nel
periodo napoleonico, 1916 (estr, dalla Rivista d'Italia ); G. NATALI, La vita e
il pensiero di F. Lomonaco, Napoli, San giovanni ed., 1912 (estr. dagli Atti
della R. Accademia di sc. mor. di Napoli: cfr. GENTILE, Studi vichiani, p. 361
); L. PALMA, I tentativi di nuove costituzioni in Italia dal 1796 al 1815 in
Nuova Antologia, L'articolo Cuoco è fifmato A. Martin azzoli. 295 1 OTTONE, V.
Cuoco e il risveglio della coscienza nazionale, Vigevano, Unione tip.
vigevanese, 1903 (cfr. le recensioni di A. LEONE, in Riv. stor. ital.; di A.
Butti, in Giorn. stor. d. lett. it.; di S. Rocco, in Rass. crit. d. létt. it.;
e infine di G. G[ ENTILE) in Arch. st. per le prov. nap.); OTTONE, La tesi
vichiana di un antico primato italiano nel « Platone » di Cuoco: contributo
alla storia del risveglio nazionale nel periodo napoleonico, Fossano, Rossetti,
1905, (cfr. recensioni di A. Butti, in Giorn. st. d. lett. it.; di S. Rocco, in
Rass. crit. d. lett. it.); G. OTTONE, Mario Pagano e la tradizione vichiana del
secolo scorso, Milano, Trevisini; PEPE, Necrologia: Cuoco, in Antologia (riprodotta
dinanzi a varie edizioni del Saggio storico del Pomba di Torino ); I. RINIERI,
Della rovina d'una monarchia; relazioni storiche tra Pio VI e la Corte di
Napoli, Torino; ROBERTI, Lettere inedite di C. Botta, U. Foscolo e V. Cuoco in
Giorn. st. d. lett. it.; M. ROMANO, Ricerche su V. Cuoco, politico,
storiografo, ro manziere, giornalista, Isernia, Colitti, 1904 (cfr. recensioni
di S. Rocco, in Rass. crit. d. lett. it.; di A. BUTTI, in Giorn. st. d. lett.
it.; infine di G. GENTILE, in Critica, III (1905), p. 39 e sgg., ristampata in
Scritti vichiani); M. ROMANO, Una pagina inedita di V. Cuoco su G. B. Vico,
nella miscellanea: Scritti di storia, di filosofia e d'arte (nozze FEDELE- DE
FABRITIIS ), Napoli, Ricciardi.; P. ROMANO, Per una nuova coscienza pedagogica,
G. B. Pa ravia ed., s. d., Torino, pp. 102-124; N. RUGGIERI, Vincenzo Cuoco:
studio storico critico con una appendice di documenti inediti, Rocca S.
Casciano, L. Cappelli (cfr. recensioni di B. CROCE, nella Critica; di G.
R[OBERTI), in Giornale st. d. lett. it.; di F. TORRACA, in Rass. bibl. d. lett.
it.; di S. Rocco, in Rass. crit. d. lett. it., a..; di C. R [INAUDO), in Riv.
stor. it.); L. SETTEMBRINI, Lezioni di letteratura italiana, Napoli, Mo rano;
R. SÓRIGA, L'emigrazione meridionale a Milano nel primo quinquennio del secolo
XIX, in Bollettino della società pavese di storia patria; TRIA, Vincenzo Cuoco
a proposito di due sue lettere ine dite in Rass. crit. d. lett. it. (cfr.
RUGGIERI, ; ROMANO; A. Zazo, Le riforme scolastiche di Gioacchino Murat, Roma,
Albrighi e Segati ed., 1924, (estratto dalla Rivista pedagogica, a. XVII ). «
Nel 1905, scrive iGENTILE (Studi vichiani), l'Accade. mia delle scienze morali
e politiche di Napoli bandì un concorso sul pensiero politico di V. Cuoco, da
studiarsi anche nei mss. acquistati dalla Nazionale di Napoli. Fu presentata
una sola memoria, ancora inedita, di M. ROMANO, Di V. Cuoco consi derato come
scrittore politico e dei mss. recentemente acquistati dalla Nazionale di Napoli
(sulla quale vedi PERSICO, Rel. sul concorso per il premio sul tema « Di
Vincenzo Cuoco, ecc. » nei Rend. dell'Acc. ecc., tornata del 22 dic. 1906 ».
Circa questi mss. vedi Suppl. alla Riv. di bibl. ed arch., nonchè RUGGIERI, op.
cit., p. 63; Cogo, op. cit., p. 45, n. 13, il quale ultimo di essi mss.
abbondante mente si serve, documentando le sue acute asserzioni, e infine CROCE
nella Critica. Del Cuoco si sono occupati varî autori in storie generali
politiche e letterarie, di cui citerò soltanto alcuni più noti: V. FIORINI e F.
LEMMI, Periodo napoleonico, in Storia politica scritta da una Società di
professori, Milano, Vallardi, s. d. passim; LEMMI, Le origini del Risorgimento
italiano, Milano, Hoepli; Rosi, L'Italia odierna, Unione tip.- editr. torinese,
v. I, p. 206, p. 238, passim; G. MAZZONI, L'Ottocento, Milano, Vallardi, in
Storia letteraria scritta da unasocietà di professori; V. Rossi, Storia della
letteratura italia na, Milano, Vallardi; A. D' ANCONA e 0. BACCI, Manuale della
letteratura italiana, Firenze, Barbèra; F. TORRACA, Manuale della letteratura
italiana, settima ed., Firenze, Sansoni. Il primo centenario della morte di V.
Cuoco è stato degna mente ricordato agli italiani, oltre che dalla
pubblicazione dei due volumi di Scritti vari per cura di N. Cortese e di F.
Nico lini, dalla commemorazione di Campobasso tenuta da G. GEN TILE (Vincenzo
Cuoco, Roma, Alberti). Preannunziando o annunziando la ricorrenza scrissero del
grande molisano S. ARCOLESE, Cuoco, in Il popolo molisano; G. COLESANTI, Un
realista; Vincenzo Cuoco, in Il mondo; F. BARIOLA, Vincenzo Cuoco, in Gazzetta
delle Puglie; F. Mo MIGLIANO, Commemorazione di Cuoco, in Conscientia. Ottima
sotto ogni rapporto è la prolusione al Corso di Filosofia Giuridica tenuta
nella R. Università di Firenze da G. DE MONTEMAYOR: La buona politica: dal Vico
al Cuoco al Risorgimento Italiano (Roma, Soc. Anonima Poligrafica). Altra
raccolta di scritti per uso scolastico. V. CUOCO - Educazione e politica (Bemporad ) fu composta, pre ceduta da una larga
introduzione, da G. MARCHI. V'è una duplice inesattezza: ad BUTTI sono riferiti
gli scritti, Un articolo dimenticato di V. Cuoco sugli scrittori politici
italiani, in La Critica, e Una pagina inedita su Vico in miscellanea Per nozze
Fedele- Fabritiis, p. 181, la riesumazione dei quali spetta, del primo a B.
CROCE, del secondo a M. ROMANO.
L'articolo del Colesanti era presentato su Il mondo come facente parte
di un numero unico cuochiano da pubblicarsi in Campobasso, che non ho potuto
avere nè vedere. La tradizione italica Frammenti di lettere a V. Russo » e la
critica rivoluzionaria. Il « Saggio Storico sulla rivoluzione di Napoli »
Napoleone e la sua politica generale. Nazionalità e italianismo nel « Giornale
italiano » Il « Platone in Italia » e la tesi di un antico primato italico. L'educazione
nazionale nel pensiero cuochiano Conclusione Nota bibliografica. Nome compiuto:
Felice
Battaglia. Keywords: valori italiani, essere italiano, valori italiani, “spirito nazionale in Italia” -- ius, giure. –
spirito nazionale, spirito italico, spirito italiano, spirito nazionale in
Italia, Vicco, Cuoco, roma antica, Etruria, ‘la tradizione italica’, il
‘Platone’ di Cuoco, ‘Cuoco non e un vero filosofo’, Gentile, Schelling,
volksseele volksgeist, anima di una nazione, anima universale, animus di una
nazione. Refs.: Luigi Speranza, pel
Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Battaglia,” The Swimming-Pool Library,
Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi
Speranza -- Grice e Battista: all’isola -- la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale della la percezione – scuola di Nicosia – filosofia siciliana
-- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Nicosia).
Filosofo siciliano. Filosofo italiano. Nicosia, Etna, Sicilia. Grice: Very
good. – Giovanni Battista – he assumed the name “BONOMO” Gabriele Bonomo Frate Gabriele Bonomo o Bonhomo – Appartenente
all'Ordine dei Minimi. Scrive un saggio sulla “trigonometria”. e inventò un orologio automatico. Entra come frate nell'Ordine dei Minimi con
il nome di Gabriello e fu assegnato al convento di Santa Oliva di Palermo. Pietro Riccardi, Bibliotheca mathematica
italiana; Editore Soliani, Antonio Muccioli, Le strade di Palermo, Editore
Newton et Compton, Dizionario biografico degl’italiani, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana.
Biografie: di biografie Categorie: Teologi
italianiMatematici italiani del XVIII secoloFilosofi italiani Professore Nicosia
(Italia) Palermo Minimi. Nome compiuto: Batista. Giovanni Batista. Giovanni
Battista. Battista. Keywords: percezione, trigonometria, orologio automatico,
la filosofia della trigonometria, Comte, la trigonometria nella matematica
italiana, Venezia, la filosofia illustrata, la teoria causale della percezione.
Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Battista,” The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice
e Bausola: la ragione conversazionale e l’implicatura
convrsazionale della solidarietà – scuola d’Ovada – filosofia piemontese -- filosofia
italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Ovada). Filosofo
piemontese. Filosofo italiano. Ovada, Alessandria, Piemonte. Grice: “I would
call Basuola a Griceian – he speaks of the ‘reasons for solidarity,’ which is
exactly the point I want to make, alla Kant, in ‘Aspects of reason,’ as people
kept asking me for the rationale – i. e., literally, the rational basis – for
conversational cooperation – People agree that conversation is rational; but my
stronger thesis is that it’s cooperation which is rational. That is Bausola’s
point.” “Basuola has also explored the topics of ‘inter-personal relation’ from
a philosophical rather than sociological perspective – and therefore into the
compromise between self-love and other-love, or freedom and responsibility --.
A genius! That he also admires my latitudinal and longitudinal unity of
philosophy (‘storiografia filosofica,’ as the Italians call it) is a plus, or
bonus!” – Figlio di Filippo, scultore cieco di guerra ed Eugenia Bertero. Conseguita una
formazione cattolica attraverso le scuole primarie delle Madri Pie, fondate da
Paolo Gerolamo Franzoni, e dei Padri Scolopi, gli studi liceali lo vedono a
Novi Ligure al Classico Statale "Doria" dove «la materia che
veramente fu per lui una rivelazione è la filosofia». Sceglie così la facoltà all'Università
Cattolica a Milano, dopo un incontro con Padre Agostino Gemelli e Monsignor
Francesco Olgiati, vincendo anche il concorso per un posto gratuito nel
Collegio Augustinianum. Fra i suoi docenti emergono due figure che per lui sono
«maestri di vita e di pensiero», esponenti di spicco del movimento neotomista:
Gustavo Bontadini e Sofia Vanni Rovighi. Diventa così libero docente di
filosofia morale. Vincendo la cattedra di storia della filosofia viene chiamato
alla Cattolica, è ordinario di filosofia morale passando poi, ad ordinario di
filosofia teoretica. È preside della facoltà di lettere e filosofia. Chiamato a
far parte del Pontificio Consiglio della Cultura istituito da Giovanni Paolo II.
Dell’Università Cattolica del Sacro Cuore ne diventa il Rettore. È stato anche direttore della Rivista di
filosofia neo-scolastica, ininterrottamente, della rivista Vita e Pensiero e
condirettore della Rivista Internazionale dei diritti dell'uomo. Inoltre ha
diretto la sezione di filosofia moderna della collana dei Classici della
Filosofia dell'Einaudi Rusconi. Ha fatto parte del Direttivo del Centro di
metafisica istituito dalla Cattolica, e per esso ha co-diretto la collana di
pubblicazioni Metafisica e storia della metafisica. Tra gli altri incarichi e funzioni è
stato: Socio dell'Accademia Nazionale
dei Lincei nella categoria scienze filosofiche; Membro dell'Istituto LombardoAccademia
di Scienze e lettere; Membro del direttivo della Società Filosofica Italiana;
Vice Presidente del Comitato Scientifico e Organizzatore delle Settimane
Sociali dei Cattolici Italiani; Consulente della Sacra Congregazione per
l'Educazione Cattolica; Presidente di una delle Commissioni del Convegno
ecclesiale Evangelizzazione e promozione umana a Roma; Moderatore di uno dei
cinque ambiti del Convegno ecclesiale Riconciliazione cristiana e comunità
degli uomini a Loreto; Uditore al Sinodo straordinario dei Vescovi indetto dal
Papa per l’anniversario del Concilio Vaticano II; Studi Sul piano teorico, le
direttive di indagine di Bausola sono soprattutto quella etica (fondazione
della morale), quella antropologica (il problema della libertà; il tema della
cultura e della cultura cristiana in particolare), e quelle della metafisica e
della gnoseologia. I suoi interessi principali di studioso sono rivolti, sul
piano storico all'idealismo e al neo-idealismo, esperto a livello
internazionale di Schelling e di Pascal i suoi studi sono rivolti anche a
Brentano, John Dewey e al pragmatismo, alla tematica esistenzialista.
Caratteristico delle opere di B. là dove si tratti dello studio di filosofi del
passato, o del nostro tempoè il legame tra ricostruzione storica e ripensamento
critico, secondo criteri teoretici: un orientamento volto, attraverso il
dialogo con alcune delle più importanti prospettive della filosofia moderna e
contemporanea, ad un ripensamento della concezione classica del sapere. La sua
attività pubblicistica si è svolta sul terreno filosofico, politico-culturale,
etico-religioso, e si è realizzata su giornali e su riviste di cultura. Altre opere: “Saggi sulla filosofia di
Schelling” (Milano, Vita e Pensiero); “L'Etica di Dewey, Milano, Vita e
Pensiero); “Filosofia e storia nel pensiero crociano, Milano, Vita e Pensiero);
“Metafisica e rivelazione nella filosofia positiva di Schelling, Milano, Vita e
Pensiero); “Etica e politica nel pensiero di Croce, Milano, Vita e Pensiero);
“Il pensiero di Schelling); “Conoscenza e moralità in Franz Brentano, Milano,
Vita e Pensiero); “Indagini di storia della filosofia. Da Leibniz a Moore,
Milano, Vita e Pensiero); “Lo svolgimento del pensiero di Schelling. Ricerche,
Milano, Vita e Pensiero); “Il problema del valore nella filosofia analitica,
Milano, Scuole Grafiche Opera Don Calabria); “Il problema della libertà. Introduzione
a Sartre, Milano); “Filosofia della rivelazione. Federico Guglielmo Giuseppe
Schelling” (Bologna, Zanichelli); “Introduzione a Pascal, Bari, Laterza); “Friedrich
W. J. Schelling, Firenze, La Nuova Italia); “Filosofia Morale. Lineamenti,
Milano, Vita e Pensiero); “Natura e progetto dell'uomo: riflessioni sul
dibattito contemporaneo, Milano, Vita e Pensiero); “Libertà e relazioni
interpersonali: introduzione alla lettura di L'essere e il nulla, Milano, Vita
e Pensiero); “Pensieri, opuscoli, lettere di Blaise Pascal, con Remo Tapella,
Milano, Rusconi); “Libertà e responsabilità, Milano, Vita e Pensiero “La
libertà” (Brescia, La Scuola); “Le ragioni della libertà, le ragioni della
solidarietà” (Milano, Vita e Pensiero); “Fra etica e politica, Milano, Vita e
Pensiero. Onorificenze Medaglia d'oro ai benemeriti della scuola della cultura
e dell'artenastrino per uniforme ordinariaMedaglia d'oro ai benemeriti della
scuola della cultura e dell'arte — Roma, Commendatore dell'Ordine al merito
della Repubblica italiananastrino per uniforme ordinaria Commendatore
dell'Ordine al merito della Repubblica italiana —Cavaliere di gran croce
dell'Ordine al merito della Repubblica italiananastrino per uniforme ordinariaCavaliere
di gran croce dell'Ordine al merito della Repubblica italiana — Roma; Cavaliere
di Gran Croce dell'Ordine di San Gregorio Magno nastrino per uniforme ordinariaCavaliere
di Gran Croce dell'Ordine di San Gregorio Magno. Grillo, B. nei ricordi della
sorella, ne Atti del convegno "Studi di Storia Ovadese",
pubblicazione dedicata alla memoria di Adriano Bausola, Accademia Urbense di
Ovada, Avvenire, su swif . Quirinale: dettaglio decorato. Quirinale: dettaglio decorato. Sito web del Quirinale: dettaglio decorato.
Costa, Un Ovadese nel mondo della cultura italiana: Adriano Bausola, filosofo,
in URBS Silva et flumen, Alessandro Laguzzi; Edilio Riccardini, Atti del
Convegno Studi di Storia Ovadese, Ovada, Accademia Urbense, Costa, Un Ovadese
nel mondo della cultura italiana: Adriano Bausola, filosofo, URBS silva et
flumen, trimestrale di storia locale dell'Accademia Urbense di Ovada, Anno su
archiviostorico.net. Flavio Rolla, B., filosofo. Ricordo dell'illustre ovadese,
URBS silva et flumen, trimestrale di storia locale dell'Accademia Urbense di
Ovada, su accademiaurbense. Dal sito filosofico.net: B. Fusaro, su filosofico. net.
blog philosophica. Wordpress Cortesi Predecessore Magnifico Rettore dell'Università
Cattolica del Sacro Cuore Successore Stemma UCSC.png Lazzati Zaninelli Filosofia
Università Università Filosofo
Accademici italiani Professore Ovada RomaBenemeriti della scuola, della cultura
e dell'arteCavalieri di gran croce OMRI Commendatori OMRI Studenti
dell'Università Cattolica del Sacro Cuore Rettori dell'Università Cattolica del
Sacro CuoreProfessori dell'Università Cattolica del Sacro Cuore. Nome compiuto:
Adriano Bausola. Keywords: solidarietà, storia in Croce – “The problem with
Bausola is that he is a Roman!” – Grice. Croce, fascismo, totalitarismo,
utilitarismo, egoita, noi-ita, Marx, conflitto, cooperazione, soderale, anche
solidaria, Butler, egoism, altruismo, self-love, other-love, self-love,
benevolence, ichheit, wirkheit, weness, we-ness, io-ita, ioita – Archivio di
Filosofia – noi-eta, noi-ita. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H.
P. Grice, “Grice e Bausola,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza,
Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice
e Bazzanella: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del
luogo dell’altro – scuola di Trieste – filosofia friulana -- filosofia italiana
– Luigi Speranza, per il Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool
Library (Trieste). Filosofo triestino. Filosofo
friulano. Filosofo italiano. Trieste, Friuli-Venezia Giulia. Grice: “I like Bazzanella; he
has a totally different background from mine, but we can communicate – I have
focused on conversational communication; he specializes in televisional
communication; he has used Heidegger’s concept of contamination to elucidate
that of structure .” Grice: “My favourite of his tracts must be one on ethics
and topology, broadly understood, which is all that my theory of conversational
helpfulness is about – Bazzanella entitles his essay, ‘il lugo dell’altro,’
playing with the strictness of his topological approach as applied to the ethos
that results when ‘ego’ meets and communes with ‘alter.’” Partecipa
a tre edizioni della Biennale di Venezia e a una edizione della Biennale di
Architettura. Di formazione fenomenologica e tutee di Rovatti, inizia la sua
attività filosofica a con un saggio su Jankélévitch, per poi approfondire il
pensiero di Heidegger, Husserl, nonché di autori francesi del secondo
dopoguerra quali Derrida, Foucault, Lacan, Merleau-Ponty, Deleuze e Guattari. Delinea
una echologia. Ipotizzando che l'ontologia non e che una finzione o un
dispositivo di tipo immunologico, storicizzabile e tipico della società
occidentale. Successivamente elabora l’echologia inserendola nel contesto più ampio
del senso -- applicandola al consumo. Espone a Udine "Size". Il suo sviluppo della performance introduce
nella gestualità del corpo le nuove tecnologie multimediali sulla scia delle
installazioni di Tony Oursler. Alla
Biennale di Venezia progetta un'installazione multimediale (Blue Zone)
che inaugura una serie di opere ispirate alla "morte dell'arte". In
una mostra surreale, quasi post-human, le opere degli artisti sono ricoperte da
un velo, mentre in una serie di monitor sparsi negli spazi espositivi vengono
riprodotti i volti degli artisti che cercano di descrivere a parole le loro
opere invisibili. Alla Biennale di Venezia del, invece, propone
un'installazione (Overplay), inserita nel contesto di un palazzo veneziano, in
cui 16 iPad riproducono in maniera casuale e differenziata delle domande
generate da un software. Si tratta di un'evoluzione del progetto "Tautologia"
nel quale invece il programma riproduce in rete una serie infinita di pensieri
filosofici. Dal pensiero debole al pensiero orizzontale. Bazzanella
declina la debolezza nel senso di un passaggio dalla profondità della
metafisica a un'idea del superficiale di cui vede alcune tracce presenti in
Husserl, Merleau-Ponty e Heidegger. In questo passaggio il relativismo non
viene più interpretato come una manifestazione del nichilismo, bensì come il
tentativo di articolare una filosofia di una “relazionie orizzontale” che tende
a scardinare l'impianto della logica aristotelica. L'echologia è un
termine che Bazzanella desume da Deleuze a proposito di Tarde. Nella genesi
delle Categorie di Aristotele ci siano stati movimenti contrapposti, in cui
soltanto in una seconda istanza sarebbe prevalsa un'impostazione
"usiologica", “ouisologia” -- cioè basata sulla centralità della
"sostanza" (ousia, stantia, essential, izzing, x izzes y. Questo passaggio è decisivo poiché segna il
definitivo abbandono delle suggestioni della filosofia presocratica (Velia,
Parmenide, Zenone, Crotone, Empedocle da Girgentu) ponendo le basi di quello
che sarebbe stato l'impianto della filosofia occidentale. La lateralizzazione,
dunque, della categoria di “échein” (hazzing – habitus) nel suo duplice
significato di "avere" (Grice: x hazzes y”) e di "essere in
relazione" ha comportato il privilegio dell'"essere" e di
un'ontologia che impone un principio ed una gerarchia verticale, colla,
suddivisione tra la "cosa" ed il "oggetto" (Grice’s
‘obble’). x Fid y. La relazione diadica
x/y e una “echo-logia, e non una “onto-logia”. L’echologia e decostruttiva.
L’echo-logia evidenzia come ogni costruzione di senso, prima che “onto-logica”
od ‘ontica’ e fondata sull’ente e
articolata sulla relazione o, come li definisce Bazzanella,
sull’”essema”. In “Echologia,” attraverso una rilettura del concetto di “aletheia”
(disvegliamento), sviluppa una teoria del senso secondo la quale il senso non
può sussistere senza un rapporto essenziale con il “non” senso. Ciò significa
che le classiche legge di Parmenide dell’identità, la legge della non-contraddizione,
e la legge del terzo escluso sono costruite sopra una superficie illogica. La
legge logica e una forma di copertura (vegliamento) dell'”àlogon”
(‘irrationale’). Bazzanella sostiene inoltre che la legge logica (a izz a,
non-a non izz a, a o non-a), dipende mimeticamente o iconicamente da una
relazione essematica esprimibile come una pre-posizioni che istanzia una
relazioni senza referenza a le due relati. La preposizione "in" (‘jack IN the
box). La preposizione "con" (p et q, p con q). La preposizione
"di” (il perro di Strawsn). La preposizione “ri-" (Grice ri-torna).
Si tratta di una filosofia al limite della pensabilità. Invita a non concepire la
cosa o l’oggetto. Invita a concepire la *re-lazione* (re-ferenza) -- che
vengono ad esempio esperite dal neonate. l'"in" esprime l'in-essere
del feto nel grembo materno – Jack in the box, il feto nel grembo. Il
"con" esprime l'essere-con la propria madre e il suo seno (“Achille e
Teti”, “Romolo con la lupa”, La madre di Ascanio. La madre di Enea. La madre di
Romolo (Rea Silva). Il padre di Romolo: Marte. Il "di-" echeggia nel “dià”
del “dia-framma” rappresentato dal liquido amniotico rispetto al mondo esterno.
Il dia-framma della dia-logo. El dia-lettico. Il "ri-" allude alla
ri-petizione e al carattere originariamente ossessivo del bambino che cerca
sicurezza ri-petendo sempre i medesimo gesto (pianto, sorriso) e i medesimi suono (‘ma-ma’
‘da-da’). L'impostazione relazionistica che è partita da una fenomenologia
dell'orizzonte per articolarsi attraverso un'echologia e una teoria del senso, trova
il suo significato nel "paradigma immunitario. Lo desume da Foucault e,
soprattutto, da Gehlen, Sloterdijk ed Esposito. Se l'Ego si trova ggettato"
nell'Altro sin dalla nascita, cioè in una relazione che viola la legge della
logica e, soprattutto, che non consentono un ancoraggio rassicurante alla cosa ed
all’ oggetto, deve proteggersi e difendersi. Questo processo avviene però in
analogia con il sistema immunitario del corpo. Cioè l'Altro, il non-Ego, il
non-senso (o anche il "reale" come lo definisce traendo spunto dalla
definizione di Lacan) non può essere addomesticato che attraverso l'Altro. Il
senso ha una funzione difensiva e immunizzante e si basa su una
"mimesi" del reale mediata dall’essema. Il senso "imita" iconicamente
così il non-senso, ne è una sorta di estrusione. Questo paradosso implica anche
una riconsiderazione del soggetto e della relazioni di soggeti
(l’inter-soggetivo), soprattutto alla luce del suo dispiegamento a partire dal
cogito cartesiano. Il soggetto non coincide con un'identità, un "io"
pre-costituito. L’”io” rappresenta una funzione immunologica in cui l'individuo
assoggetta una cosa o un’altra persona, delegando le medesime ad affrontare il
reale al proprio posto. Il soggetto è un a-soggetto nel doppio senso di
non-essere-soggetto e di as-soggettare (ab-sub-jectum, ad-sub-jectum). La
communita inter-soggetiva rappresenta il paradigma di un processo di normo-tipizzazione
in cui una relazione essematica il puro cum senza relati, in questo caso si
trasforma in una difesa immunologica nei confronti del "fuori". Riprende
il dispositivo come orizzonte di potere intersoggetivo che funge da barriera o
filtro nei confronti del reale, nonché da sistema di controllo endo-geno e
normalizzante. La normotipia da' senso a una relazione nella misura in cui
riesce a bilanciare più o meno efficacemente il senso e il non-senso. Il
rischio di un sistema di senso, infatti, è paradossalmente quello di un eccesso
di senso. Ciò implica infatti una psico-tizzazione della comunità intersoggetiva,
e, quindi, una sorta di non-senso di ritorno. Gli esempi sono ormai
classici: il marxismo declina nel leninismo e degenera nello stalinismo. Il fascismo dai un
presupposto socialista diviene un
totalitarismo spietato e annientante. Si tratta di un *eccesso* di senso, di un
surplus immunitario che, se inizialmente intendeva distanziare e filtrare il
reale, comporta alfine una sorta di "divenire-reale" del senso
stesso, un'insensatezza reattiva e reazionaria. È in tale prospettiva che il
modello di senso tardocapitalistico sembra svolgere una funzione
autoimmunitaria. Il soggeto non ha a che fare soltanto con un processo di
stretta pertinenza economica, ma con un orizzonte di senso condiviso che permea
ogni aspetto dell'esistenza itersoggetiva. Società dello spettacolo e società
dei consume momenti in cui in particolare si esplica il capitalism non
sarebbero che una forme dialettica di reazione all'eccesso di senso del
totalitarismio. Si tratta di un bilanciamento tra un'evasione nell'immaginario
e un ri-torno al reale che si manifesterebbe nel momento stesso del consume. Note A. Fabris, La noia, il nulla, in «aut
aut», La Nuova Italia, Firenze, Bonami, La
dittatura dello spettatore, Catalogo generale dell’Esposizione d'Arte. La
Biennale di Venezia, Marsilio, Venezia, Storr (a c. di), Pensa con i sensi,
senti con la mente, Catalogo generale della 52. Esposizione Internazionale
d'Arte. La biennale di Venezia, Marsilio, Venezia, Birnbaum, Fare Mondi,
Catalogo generale della 53. Esposizione Internazionale d'Arte. La Biennale di
Venezia, Marsilio, Venezia, Foucault, Sicurezza, territorio, popolazione. Corso
al Collège de France, Feltrinelli, Milano, Esposito, Immunitas. Protezione e
negazione della vita, Einaudi, Torino, Esposito, Communitas. Origine e destino
della comunità, Einaudi, Torino, Tempo e linguaggio. Studio su Vladimir
Jankélévitch, Franco Angeli, Milano, Orizzonte. Passività e soggetto in Husserl
e Merleau-Ponty, Guerini e associati, Milano, Contaminazione. L'idea di
struttura in Heidegger, Angeli, Milano, Spazio e potere. Heidegger, Foucault,
la televisione, Mimesis, Milano, Il luogo dell'Altro. Etica e topologia in
Lacan, Angeli, Milano, Idee per un'echologia fenomenologica, Franco Angeli,
Milano, Echologia. Introduzione a una fenomenologia della proprietà e a una
critica del pensiero ontologico, Asterios Editore, Trieste, Fede, echologia,
sapere, Asterios Editore, Trieste, La Fabbrica, Trieste, FrancoPuzzoEditore, Trattato di echologia, Mimesis, Milano, La
fabbrica, FPE Editore, Trieste, Il ritornello. La questione del senso in
Deleuze-Guattari, Mimesis, (Milano). Il tardocapitalismo. Decorsi e patologie
di una rivoluzione permanente, Asterios Editore, Trieste, Etica del
tardocapitalismo, Mimesis, Milano, Logica e tempo, Abiblio, Trieste, Autoscrittura,
Asterios Editore, Trieste, Religio I. Senso e fede nel tardocapitalismo,
Mimesis, Milano Religio II. La religione
del soggetto, Mimesis, Milano. Indignatevi, Asterios Editore Trieste. Oltre la
decrescita. Il Tapis Roulant e la società dei consumi, Asterios Editore,
Trieste. Lacan. Immaginario, simbolico e reale in tre lezioni, Asterios,
Trieste. Filosofie della paura. Verso la condizione post-postmoderna, Asterios
Editore, Trieste. La filosofia e il suo consumo. Nuovo realismo e postmoderno,
Asterios Editore, Trieste. Religio III. Logica e follia, Mimesis, Milano. Eros
e Thanatos. Senso, corpo e morte nel XX Seminario di Lacan, Asterios Editore,
Trieste,. Come. Linee guida per una immuno-fenomenologia, Asterios Editore,
Trieste,. Il numero e il fenomeno, Asterios Editore, Trieste. Il tragico e il
comico nell'epoca del grillismo e del trumpismo, Asterios Editore, Trieste.
Simbolo e violenza, Asterios Editore, Trieste. Del fallimento. Simbolo e
violenza II, Asterios Editore. Filosofi italiani Filosofi. Nome compiuto: Emiliano
Bazzanella. Keywords: il lugo dell’altro – etica e topologia, L’echologia di
Grice (dal greco ‘echein,’ avere, hazzing), essema, essematica, inessema,
coessema, diaessema, riessema, aritmetica. Esposito, communita, immunita. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di
H. P. Grice, “Grice e Bazzanella,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza,
Liguria, Italia.


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