Grice e Trabalza: grammatica razionale ed implicatura
conversazionale – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. CIRO T. STORIA DELLA GRAMMATICA ITALIANA, Hoepli, EDITORE-LIBRAIO DELLA REAL CASA,
IllM, MILANO. SEEf PF;
icrWICES Imwmkm Milano, Allegretti, Via Orti. A
CROCE PREFAZIONE. L'idea del saggio, affacciatamisi alla
mente or sono parecchi
anni nella conoscenza
che fa degli
studi grammaticali di SANCTIS
(si veda), si rafferma
in T, quando apparve l’estetica di Croce, che,
avvalorandomela, l’offre insieme un
criterio direttivo per metterla
in atto. E
ora puo ben
dichiarare che, se un vasto materiale, tenuto sin
qui in poco
o nessun conto
o male utilizzato
per la storia
della filosofia, ha potuto
acquistare un prezzo
e servire a
una costruzione, ciò
è stato principalmente in
virtù di quell'organico SISTEMA FILOSOFICO, della
cui verità e
fecondità esso vorrebbe
nella sua nuova
compagine essere a sua volta
un'altra conferma. Per tale
stretta dipendenza, oltre
che per omaggio
di riverente e affettuosa
gratitudine, il saggio di T. porta in
fronte il nome
illustre e caro
di CROCE (si veda). Il
principio idealistico, propugnato
con tanta lucidità
e originalità da CROCE (si veda) nell'EsTETiCA
e nella Logica,
ha già guadagnato in
Italia e fuori
moltissimi filosofi e
suscitato un salutare e
assai palese rinnovamento
negli studi filosofici,
così che le pagine
di T.hanno la fortuna
di trovare dinanzi
a sé un
terreno in gran
parte sgombro di
vecchi pregiudizi teorici
sull'arte, sulla letteratura e
sulla LINGUA ITALIANA; ma,
avutoriguardo al vario e
largo pubblico cui
si rivolgono, non
sognano neppure di
passare senza discussioni.
Qui l'estetica generale non
soltanto è applicata
in tutto il
suo rigore allo
studio dello svolgimento
della GRAMMATICA (strettamente, letteratura), all'interpretazione cioè
d'un movimento filosofico
che, alimentandosi e
insieme ponendosi al
servizio della creazione
artistica, si volge
con isforzi più
o meno consci
verso la vita
della scienza. Ma, per
mezzo appunto e
in aiuto di codesta
interpretazione, è portata
necessariamente a sperimentarsi e farsi
valere nella critica
di tanti concetti
e teoriche e
problemi particolari della LINGUA ITALIANA, stilistica
e storia, che i motivi
e le occasioni del
dissenso da parte
di chi non
l'abbia familiare, saranno
frequenti quanto inevitabili.
Ma il dissenso
è tutt'altro che
temibile : è
da sperare, invece,
che qualcuno ne
sia spinto a
rendersi ragione d'un principio
di cui ha
pur dovuto avvertire
la efficacia nella
dichiarazione e valutazione
di tanti fatti
e fenomeni. D'altra
parte, chi non
sente d'approvare le
idee che qui
si sostengono, non
potrà, suo auguro,
disconoscere l'utilità de' ragguagli
che il libro
porge su di
un complesso non
trascurabile di opere
e di questioni.
Circa il modo
poi ond'è stato
raccolto e ordinato
codesto vario materiale,
credo quasi superfluo
il far notare
che, senza contravvenire
ai canoni più
rispettati dell'indagine erudita,
esso ha dovuto
soggiacere soprattutto al
criterio della scelta
e della maggiore
o minore considerazione, che
logicamente s'im- pone a
chi fa storia
d' idee. Onde non
desterà maraviglia che
a volte ci
siamo indugiati di
più su documenti,
che ad altra
stregua non solo
sarebbero giudicati di
diversa importanza e
con diverso metodo,
ma che parrebbero
esser fuori della
cerchia stessa del
nostro tema. Mi
sia lecito, infine,
in questa pagina
dove un gentile
co- stume ha trovato
sempre un posto
anche agli affetti
che s'ac- compagnano per fortuna
alle nostre fatiche,
esprimere i miei
ringraziamenti migliori ai
carissimi amici il
conte ANSIDEI (si veda) e BRIGANTI (si veda), suo
coadiutore, della Comunale
di Perugia, all'ottimo cav.
Avetta e a
tutti i suoi
egregi ufficiali dell' Universitaria di
Padova, che facilitarono
con ogni maniera
di cortesia e
di dottrina le
modeste ma non
sempre agevoli ricerche,
a cui, in
queste due care
città più lungamente
che altrove, mi fu gradito
l'attendere, e al
signor L. Valcanover,
studente di lettere,
che volle con
ingegno e disinteresse
aiutarmi nella compilazione dell'indice e
dei sommari. Padova. Una STORIA DELLA GRAMMATICA ITALIANA è un
lavoro relativamente facile per
chi ha fede nella
grammatica. Si muove da
un tipo, che
si reputa RAZIONALE, di
grammatica scientifica, e si espone
la storia della
grammatica italiana commisurandola a
quel tipo, cioè:
i." rispetto ai
progressi fatti nell'escogitazioni
delle CATEGORIE SINTATTICHE grammaticali; 2."
rispetto all'esattezza con
cui, seguendo quelle
categorie, sono state
analizzate e comprese
le forme della LINGUA
ITALIANA. Ma la cosa
diventa assai più
difficile per chi
non ha più
quella fede semplicistica. E come
averla? Della dissoluzione della grammatica compiuta dallo spirito
moderno sono varie
e tutte evidenti
le manifestazioni. Se il
buon senso non
mancò mai di
ribellarsi contro ciò
che d'arbitrario è
nel concetto d'una
grammatica contenente i
precetti del ben
parlare e scrivere,
accettati a occhi chiusi
dalla servile pedanteria
letteraria o scolastica. Ricordisi l'esempio
tipico di tali
ribellioni, il motto
attribuito a Voltaire: tanto
peggio per la
grammatica. Oggi, mentre codesta
servilità è presso
che distrutta o
se ne sta nascosta
per paura del
ridicolo, quella ribellione
si può dire
vittoriosa. Si parli o
si scriva, quanti
si sentono più
stretti dalla camicia
di forza della
grammatica, ond'erano un
tempo torturati anche
i filosofi più seri?
Quel penoso e
un po’comico guardarsi
d’attorno per non
metter il piede
sui roveti e
nelle falle del
temuto codice, chi
lo sopporta più? La
filosofia moderna ha da
travagliarsi in ben
altri problemi che
non siano quelli
d'un impacciarne e infecondo
verbalismo. Dinanzi a tanto
turbinio di cose,
al complicarsi e
all'approfondirsi della vita,
al sorger perenne di
tanti interessi spirituali,
qual cervello può
continuare a baloccarsi con
le parole, le
frasi e i
costrutti di parata?
Nelle CONVERSAZIONI e ne’ritrovi,
come ne’giornali e
ne' libri, il temerario
che osi
rinnovare le vecchie
quisquilie che tanto
appassionavano i nostri nonni
e alimentavano la
chiacchiera delle nostre
accademie, s'accorge subito
di non aver
più ascoltatori o
d'averli mal disposti
a seguirlo: e
per qualche impenitente
che si pigli
la briga di
fargli eco, quanti
gli si stringono
ad- dosso per zittirlo
! La grammatica
ha perduto ogni
importanza negli animi
di tutti, anche
di coloro che
non fan professione
di filosofo. Anzi,
quegli stessi che
l'insegnano, non mancano
d'avvertire che non
con la grammatica
s'impara a scrivere,
ma col tener
vigile lo spirito
all'osservazione, alle impressioni
della vita, e
che lo studio
di essa non
va fatto sistematicamente, ma
praticamente sugli scrittori,
che soli possono
formare il gusto
e l'abito del
rettamente parlare. Sicché
nelle nostre scuole
la grammatica è
ridotta, anche se
se ne adottino
i testi, a
poche e saltuarie
osservazioni riguardanti per
lo più la
forma delle voci
o il reggimento
degli elementi della
proposizione o del
periodo, quando le
suggeriscano o le
ispirino gli esempi
degli autori che
si leggono o
gli spropositi onde
s'infiorano i componimenti,
esclusi perfino i
paradigmi de' nomi
e de' verbi
e le liste
delle eccezioni. Ma la critica
della grammatica ha
preso ai nostri
tempi forma scientifica,
innestata naturalmente nei
grandi sistemi della
filosofia dello spirito.
Tra questi è superfluo ch'io
ricordi quello che
per la sua
salda unità ha
avuto ed ha
così profonda effi-
cacia sullo svolgimento del
pensiero filosofico moderno
: intendo quello
di CROCE (si veda). Dalle
due attività teoretiche
dello spirito, l'intuitiva
e la logica,
non si producono
che immagini e
concetti, che arte
e scienza: fuori
di questi due,
non ci sono
altri prodotti teoretici
che possano costituire
per sé oggetto
di speculazione filosofica;
essi soli sono
la realità in
cui si possa
esprimere tutta l'attività
nostra conoscitiva. Se
dunque ci si
presentano altri fatti
apparentemente diversi con
la pretesa di
essere studiati scientificamente in
sede propria, noi
sappiamo cpial è
l'obbligo nostro: scoperto
il procedimento artificiale
per cui son
venuti ad assumere
aspetto di formazioni
indipendenti, spogliatili delle
esteriorità che danno
loro apparenza di
corpi, di organismi
capaci di vita
e di evoluzione
propria, ricondurli e
ridurli nella loro
essenza nuda all'una
o all'altra di
quelle Introduzione due
forme di attività.
La lingua è
tra questi il fatto che
ha suscitato le
maggiori e più
resistenti illusioni, perchè
con tutti gli
studi ai quali
si presta nel
terreno empirico, descrittivo,
storico, didattico, come suono,
voce, forma, costrutto,
ritmo, muta- mento, uso,
rappresentazione, essa, sciolta
e raccolta come
realtà in grammatiche
e vocabolari, ha
finito col crearsi
un proprio dominio,
farsene assoluta padrona,
e imporre autorità
e rispetto e
esigere un culto
speciale. Ma studiata
scientificamente, ossia come
realmente jA\>\>ax?..
e non come
la formiamo noi
astraen- doi7PdalToggetto reale
in cui è
incorporata, essa è
inseparabile daT discorso
vivo, dall'opera letteraria
in cui s'incarna,
ed è queTTopera
stessa, quel discorso
stesso. Onde non
vi ha luogo
ad uno studio
veramente scientifico ossia
organico e filosofico
della lingua fuori
dello studio della
letteratura e dell'arte.
Con- seguenza di ciò,
la filosofia della
lingua fa tutt'uno
con la fi-
losofia dell'arte, ossia con
l'estetica; la storia
della lingua fa
tutt'uno con la storia
della letteratura. La
lingua è sempre
individualizzata, ed è
quindi perpetua creazione,
irriducibile a leggi
fisse. Ciò posto,
la grammatica – strettamente,
letteratura -- che cos'è? Espediente
didattico, privo di valore scientifico,
perchè privo di
problema scientifico. E
una stona della
grammatica si scolora
agl’occhi dello studioso dello svolgimento
della scienza e
della letteratura , ed
appare più che
altro materia propria non
già della storia
della FILOSOFIA, ma della storia
dei costumi e
delle istituzioni, legata
piuttosto alla storia dell'insegnamento che
non a quella
della letteratura, la filosofia e della
scienza. E com'è
anti-scientifico il suo
fondamento, cosi arbitrarie sono le
sue CATEGORIE, variabili
da grammatico e
grammatico, e variate
infatti da Aristotile del LIZIO, che
ne ammetteva due
o tre, al
hSuommattei, che_ng_ammi.se dodici,
a noi moderni che
siamo tornati alle
nove tradizionali C)
: variabili ancora,
naturalmente, da lingua
a lingua, potendo
accadere che appaiano
in esse alcune
delle pretese parti
del discorso che
non appaiono (CROCE (si veda), Estetica,
Palermo; e in
La Critica -- (per
i rapporti tra
grammatica e logicai,
e p. 150
sgg., IV, 84
sgg. e V,
71 sgg. — Vossler, Positivismus
und Ideatisuius in der
Sprachivissetischaft, Heidelberg.
Anche prima di PRISCIANO
se ne
sono già elaborate
tredici o quattordici.
V. qui a
pagg. 57-8. Storia
della Grammatica in
altre. Chi direbbe
che qualche lingua
s'è scoperta mancante
del verbo, nientemeno
la categoria del
moto e dell'azione
e dell'esistenza, che tutti
i grammatici filosofici ritengono appunto
la parte principale
del discorso, la
colonna che sostiene
tutta la propo-
sizione? Le categorie grammaticali
sorsero dal bisogno
di com- prendere e
spiegare la relazione
intercedente tra gli
elementi del linguaggio
e gli elementi
del pensiero, il
rapporto tra i
segni e le
cose: sorsero insomma,
non si può
disconoscere, dal bisogno
di sciogliere un
problema scientifico che
la coscienza avvertiva
; ma, non
conquistato ancora il
problema della conoscenza nel suo
duplice aspetto di
intuizione e intelletto,
e ri- dotta l'attività dello
spirito alla sola
forma logica, era
naturale che i
prodotti di questa
attività apparissero d'una
sola natura, e
tanto gli estetici
quanto i logici
si cercassero di
spiegare col- l'unico
principio logico: e
ne derivò l'annullamento dell'e-
spressione: questa, che è il prodotto
dell'elaborazione fan- tastica, fu
sottoposta a un'elaborazione logica,
sicché, distrutta l'espressione
dividendola ne' suoi
pretesi elementi, su
ciascuno di questi
si foggiò una
categoria : si
ebbero così tante
astrazioni particolari, e a
ciascuna fu attribuita
una funzione espres-
siva : ricavati i
concetti di moto
o azione, di
ente o di
materia, se ne
fecero le categorie
di verbo e
di nome, e
si credette d'aver
trovata l'espressione del
moto e dell'ente,
cioè la formula
con cui esprimerli.
Ora l'errore scientifico
è appunto non
nel lecito trapasso
dall'estetico al logico,
ma in questo
ripassare dal logico all'estetico, nel
dare all'astrazione funzione
espressiva, nel ridurre
a norma, a
legge ciò che
era semplice conseguenza
d'un 'elaborazione
arbitraria sì, ma
consentita dalla pratica
esi- genza di raggruppare
sotto determinati concetti
determinate pa- role. Ma
una volta ottenuti
questi raggruppamenti, era
facile avvertirne l'utile
per il rispetto
didattico dell'apprendimenti» della
lingua, ossia de'
cosidetti mezzi d'espressione. E
le cate^ gorie
I induistiche si mantennero^
anrhp contro la
loro inconsi- stenza scientifica, a
soddisfare a _g^iella--pratica esigenza^niolti- plicate
e suddivise secondo
i vari punti
di vista didattici,
e è prevedibile
che almeno entro
certi limiti si
manterranno, s'in- tende_per
quel^mèdesimo scopo: e
si manterranno anche
le altre parti
della grammatica, fonologia,
sintassi, metrica, ecc.,
sorte analogamente, perchè
anch' esse potranno
aiutare l'apprendi- mento della
lingua, la raccolta
del materiale da
rielaborare nelle Introduzione nuove
espressioni. Assolutamente necessarie
il mantenerle, in
fondo, non sarebbe
\ perchè a
fornirci del materiale
linguistico, può bastare
ascoltare chi parla
e leggere chi
scrive, cioè a
dire, studiare il
discorso vivo, realmente
parlato, senza tagliuzzarlo
; ma, certo,
alcuni raggruppamenti, specie
delle forme flessive,
di famiglie di
vocaboli, di particelle
relative, nonché avvertimenti
sull'uso e i
nessi delle parti
del discorso, saranno
sempre utili rome
aiuti alla memoria,
e più, s'intende,
per le lingue
stra- niere che per
la materna. Lo
studio degli schemi
grammaticali in tutta
la loro esuberanza
e varietà è
dubbio che possa
riuscire al proposito
molto fecondo. I
limiti qui saranno
segnati dalla pratica
dell'insegnamento e dai
bisogni individuali degli
auto- didatti. Ma
nei libri dei
grammatici non v'è
solo questo contenuto
didattico, solo escogitazione
di espedienti, solo
metodo. Tenta- tivi, spesso
vani, di razionalizzare le
empiriche distinzioni; crubbi,
spesso generatori di
affermazioni e intuizioni
ragionevoli ; confessioni
spesso ingenue, e
pure importanti come
prove di stati
di coscienza che
avrebbero disposto alla
scienza, se la
tra- dizione non avesse
così fortemente prepotuto
; contradizioni che
sarebbero state preziose,
ove fossero state
in tempo avver-
tite ; ribellioni improvvise
e reazioni a
regole state general-
mente accettate, questi e
altrettanti documenti di
progresso non mancano
quasi mai anche
in grammatici inerti,
ripetitori di travamenti
altrui. Insomma, nei
libri de'_gxarnmatici appare
una linea di
progresso sui generis,
il jDrogTgssxi cibila, dissolu-
zione, il progresso della
morte. E sotto
questo riguardo ognun
vede quale e
quanta importanza acquisti
subito lo studio
di essi, e
come un tale
studio rientri nel
dominio diretto della
storia del pensiero
e dell'arte. Si
tratta di vedere
come dalla gram-
matica^ empirica si passi
alla grammatica filosofica
e da questa
aiTestetica. È il
medesimo interesse, la
medesima portata che
offre la storia
della poetica. Che
cos'è questa storia?
È la descrizione di quel
caratteristico processo per
cui la dottrina
uma- nistica
dell'imitazione, quale fu
plasmata dal Rinascimento
ita- liano sulla poetica
rediviva di Aristotile
cristallizzata in regole
dogmatiche, fu dal
neoclassicismo italiano, francese,
inglese, ri- guardata prima sotto
il rispetto dell'ingegno,
poi di ragione,
in" fine di
gusto, fino alla
conquista romantica del
principio cri- tico dell'immaginazione creativa,
ossia la storia
d'una codificazione poetica
completa e del
suo progressivo e
totale disfaci- mento (').
Poetica e grammatica,
disfacendosi dopo la
loro evo- luzione, mettono capo
egualmente, toccando a
lor volta e
cia- scuna ne' propri
limiti e gradi
l'attività critica concreta
e la letteratura
stessa, alla filosofia
dell'arte, all'estetica. Da
questo punto di
vista par che
concepisse SANCTIS (si veda) una STORIA
DELLA GRAMMATICA RAZIONALE, a giudicar
dai tentativi che
compì in proposito
ne' suoi anni
giovanili, in cui
s'era dato con
vero fervore agli
studi grammaticali, e
dal disegno d'
una gramma- tica filosofica intorno
a cui si
travagliò senza venirne
a capo per
la difficoltà che
ne presentava l'esecuzione
e la sua
stessa immatura preparazione
filosofica. Svolgendo, esercitando
e scaltrendo il
pronto e vivace
in- telletto, disposto da
natura a ripiegarsi
su stesso, nelle
varie correnti filosofiche
predominanti al suo
tempo, nelle larghe
e intense letture
di grammatici e
cinquecentisti, nella pratica
del- l'insegnamento e nella
scuola del Puoti
di cui era
insieme col- laboratore, non tardò
a ribellarsi alla
grammatica tradizionale e
ad accorgersi che
in questo campo
era tutto da
innovare. Con quello
della nuova grammatica
che veniva trattando,
con- cepì l'ardito disegno
di una storia
delle forme grammaticali '. rifacendosi
dall'antichità; ma per la sua
«scarsa grecità e l'i- gnoranza delle cose
orientali », dopo
vani tentativi appresso
a VICO (si veda) e
Schlegel, si ridusse
a tracciare una
storia dei gramma-
tici da lui letti,
criticando dapprima quelli
che tutto derivavano
dal latino, poi
gli studiosi della
lingua, copiosi di
regole e d'e-
sempi, poi i francesi,
la cui grammatica
ragionata non lo
sod- disfaceva che a
mezzo, perchè sentiva
che « quel
ragionare la grammatica
non era ancora
la scienza ».
Che egli intuisse
già che la
risoluzione del tormentoso
problema era nell'identifica- zione del
fatto linguistico coll'estetico, appare
chiaramente da questa
esplicita dichiarazione :
« Io sostenevo
che quella decom-
posizione di amo in
sono amante m'incadaveriva la
parola, Spingarn, La
critica letteraria nel
rinascimento, Bari. La giovinezza
di F. D.
S., frammento autobiografico, pubbl.
da P. Yn.i.AKi,
Napoli; Scritti inediti
o rari, pubbl.
cur. CROCE (si veda), Napoli; e,
sopratutto, gli scritti
messi in appendice
ai Nuovi saggi
critici, Napoli, col titolo “Frammenti di
Scuola.” Introduzione
sottraeva tutto quel
moto che le
veniva dalla volontà
in atto. I
giovani sentivano quei
giudizi acuti con
raccoglimento, e mi
credevano in tutta
buona fede quell'uno
che doveva oscurare
i francesi e
irradiare l'Italia di
una scienza nuova.
E in verità
in sostenevo che
la grammatica non
era solo un'arte,
ma ch'era principalmente una
scienza : era
e doveva essere.
Questa scienza della
grammatica, malgrado le
tante grammatiche ragionate
e filosofiche, era
per me ancora
di là da venire ».
Non par dubbio
che, se, negli
anni maturi, SANCTIS (si veda) avesse
ripreso quel suo
giovanile disegno di
storia della grammatica,
l' avrebbe condotto dal
punto di vista
della critica moderna
di cui ab-
biamo più sopra fatto
cenno, e donde
è condotto il
presente saggio. Dato
questo punto di
vista, sarebbe stato
certo desidera- bile fare,
anziché la storia
della grammatica italiana,
quella della grammatica
in genere —
appunto secondo il
primitivo disegno desanctisiano
— in Italia
e fuori ;
e in Italia
stessa, anziché li-
mitarsi alla grammatica della
lingua italiana, estendersi
anche alle costruzioni
di grammatiche delle
lingue classiche ;
e sarebbe stato
anche bene congiungerla
con lo studio
delle speculazioni sul
linguaggio, delle controversie
intorno alla lingua
ecc. Ma, senza
dire che ciò
abbiamo cercato di
fare in parte,
sempre quando il
legame tra le
dottrine grammaticali in
genere, quelle costruzioni
italiane e straniere
e quello studio
e le grammatiche
da noi esaminate
era strettissimo, essendo
questo imprescin- dibile obbligo nostro
di storici, a
quel fine il
materiale è vasto
e ingrato, sì
da averci costretti
per ora a
studiare il solo
svolgimento della grammatica italiana,
la quale peraltro,
non che riflettere
in sé quasi
con pienezza il
procedimento di quella
più ampia formazione,
ce ne illustra
la fase più
interessante per noi,
quella dello sfacimento,
quella cioè della
grammatica moderna volgare,
e di questa
l'aspetto ancor più
caratteristico, l'italiano. Poiché,
mentre la grammatica,
delle lingue classiche,
sebbene connessa anch'essa
a un sistema
di dottrine poetiche,
quello dell'antichità, e
sbocciata da discussioni
e per fini
d'ordine logico, conservò
pur sempre il
suo carattere di
espediente didat- tico e
ermeneutico per l'apprendimento della
lingua e per
la interpretazione degli
scrittori, per cui,
non era sorta,
ma erasi venuta
formando e l'avevano
infine sistemata gli
alessandrini non senza
ammirevoli tentativi di
spiegarne filosoficamente le
categorie , anche quando
pretese concorrere alla
formazione del perfetto
oratore, come fu
specialmente presso i
Romani ; la
gram- matica volgare, non
solo, perchè, nata
col canone dell'imitazione de'
classici e strettamente
congiunta con la
poetica della Rinascenza, che doveva
per suo fatale
svolgimento soggiacere a
quel progresso di
dissoluzione che abbiamo
accennato, ci permette
di seguire un
identico procedimento, tenendoci
sempre in terreno
scientifico per accompagnarci
fino alle porte
della scienza, ma,
essendosi sviluppata quasi
in compagnia e
nel seno stesso
delle letterature moderne
nel periodo del
loro maggiore fiorire,
reca in sé
più vivo e
immediato il senso
del linguaggio e
dell'arte e quindi
un più intimo
e energico sforzo
di conquistarne e ri- velarne il
segreto; e la
grammatica dell'italiano, cioè
della letteratura più
rigogliosa e più
ricca di forme,
tutto questo ci
offre meglio che
ciascun'altra delle lingue
moderne, perchè, a
tacer d'altro, non
solamente più varia
e complessa per
luoghi e tempi,
ma perchè, mentre
congiunta col suo
sistema, passò fuori
d'Italia a plasmare
il pensiero critico
delle altre nazioni,
di queste poi
e particolarmente della
Francia, seguì alcuni
grandi indirizzi, come quello di
Portoreale e del
razionalismo. Potrà osservarsi,
infine, che noi
abbiamo parlato sin
qui delia grammatica
normativa e non di quella
storica. Ma la
gram- matica storica non
entra nel nostro
tema, perchè essa,
seb- bene adoperi gli
arbitrari schematismi grammaticali,
ha un contenuto
conoscitivo, e la
storia di esso
rientra per tal
modo nella storia
dell'erudizione e delle
ricerche storiche. E
su- Parecchie delle definizioni
ragionate di Apollonio
furono riprese interamente
dalla grammatica generale
del e continuarono
a esser ammirate
anche più tardi
(Egger); ma una
grammatica filo- sofica nell'antichità non
fu neppur tentata. Pur
consentendo con quanto
dice BORGESE (si veda) nella sua
Storia della critica
romantica in Italia,
Napoli, del carattere
e degli spiriti
del neo-alessandrinismo umanistico,
è facile riconoscere
che la grammatica
moderna sorse e
si sviluppò in
condizioni più vantaggiose
per i risultati
scientifici che non
l'antica: questa si
svolge in tempi
di progrediente decadenza
di pensiero e
di coltura, quella
in tempo di
generale progresso. VOSSLER, Die
Sprache als Schdpfum:
nnd Entwickelunx , Heidelberg.
Introduzione perfluo, peraltro,
avvertire, anche qui,
che non abbiamo
tra- scurato di occuparcene
ogni volta che
l'erudizione filologica moveva
da uno sforzo,
dirò così, di
sciogliere il problema
grammaticale, e si connetteva
perciò intimamente con
la grammatica normativa:
anzi, qualche volta,
temiamo di esserci
inoltrati in questo
campo troppo più
in là che
il nostro tema
consentisse, come, p.
es., a proposito
del Castelvetro, la cui famosa
Giunta, di dominio
certamente della grammatica
storica, abbiamo esa-
minata con cura minuziosa.
Ma l'eccessivo, se
ci sarà, ci
verrà scusato; non
tanto pel fatto
che forse certe
parti dell'opera di grammatici, come
anche questa del
Castelvetro, a non
allontanarci dal nostro esempio,
non furono tenute
nel debito conto
neppur dagli storici,
quanto per la
considerazione che certi
nuclei d' erudizione
grammaticale-filologica,
escogitati pel co-
modo pratico, interessano anche
lo studioso della
storia del costume
e delle istituzioni
scolastiche, alla quale
abbiamo pur sempre
tenuto l'occhio e di cui
diamo qui non
poche linee. Sicché
giova sperare che i lettori
finiranno col trovare
nel presente libro più
di quanto il
titolo non prometta,
mentre, in fondo,
nulla si potrà
dire superfluamente accoltovi
che non ser-
visse ad illuminare l'oggetto
che ne è
l'argomento principale, e
l'istesso punto di
vista dal quale
l'abbiamo considerato. La concreta
e sistematica compilazione
delle regole della
grammatica italiana fu
insieme comune resultato
di due degli
effetti prodotti sulla
letteratura del Rinascimento
dal canone umanistico
dell' imitazione de'
classici, cioè, il
culto e lo
studio della forma
esteriore e lo
sviluppo della critica
applicata o pratica,
e conseguenza non
ultima della trionfante
difesa del volgare
di contro alle
lingue classiche, che
era a sua
volta presentimento dell'
importanza che nella
coscienza avrebbero assunto definitivamente e
vigorosamente la lingua
e la letteratura
nazionali : prodotto,
dunque, di due
diverse tendenze, di
due diversi indirizzi,
il classico e
il romantico. Né le
furono estranee talune
condizioni della vita
sociale, la diffusa
cultura, p. es.,
e, in particolare,
il sentimento della
bellezza e della
grazia, che esigeva
anco un'e- loquio ornato
e polito. Spinti
dal bisogno di
giustificare criticamente 1'
immensa letteratura fantastica
che il rifiorire
degli studi ritornava
alla luce e
all'ammirazione, gli umanisti,
superando le dottrine
poe- tiche del Medioevo che
suonavano sprezzo o
condanna della poesia,
e procedendo di
superamento in superamento,
passando cioè attraverso
le concezioni della
natura della poesia
in termini prima di
teologia (poeta-theologus), poi
di oratoria (poeta-
Storia della Grammatica
orator), poi di
rettorica e filologia
(poeta-rhetor e philologus),
finirono col restituire
la loro indipendenza
da ogni funzione
al- legorica ai prodotti
dell'immaginazione e col
rimettere la poesia
al posto che
le spettava nella
vita e nell'arte,
giungendo così insieme
a riconsacrare la
bellezza classica e
a proclamare come
base estetica della
nuova letteratura l' imitazione
dei classici :
quindi studio dell'artificio della
poesia classica, quindi
ricerca di principi
e regole pratiche
per la più
perfetta imitazione, e,
tra queste, anche
le grammaticali. D'altra parte,
il volgare (il
che vuol dire
la nostra glo-
riosa tradizione
trecentesca), non mai
del tutto negletto
pur nel periodo
più febbrile e
intemperante della indagine
erudita sull'antichità classica,
era venuto levando
audacemente il capo
sopra il sentimento
stesso del proprio
valore: già l'umanesimo
stesso non era
mica, che non
poteva essere, risorgimento,
rein- carnazione dello spirito
classico : tutta
la vita medioevale
non era stata
vissuta indarno e
non se ne
potevan con un
tratto di penna
cancellare non dico
le tracce, ma
gli effetti sullo
spirito!/ moderno: che
era anzi essa
se non romanesimo,
nella sua so-
stanza incorruttibile, più che
non fosse o
potesse essere il
soffio inane onde
si voleva ravvivare
un presunto cadavere
? E poiché
quella vita era
stata espressa in
opere volgari come
la Divina Commedia,
il Decameron, il
Canzoniere, e ora
ad altre correnti
spirituali, alla dottrina
e alla speculazione
si vedeva pure
che il volgare
era più che
bastevole, il difenderlo
doveva ben ap-
parire vittoria sicura, l'affermarne
la virtù un
dovere, e un
di- ritto l'estendere anche
ai suoi precedenti
monumenti letterari il
canone della imitazione:
i nostri massimi
fiorentini dovevan valere quanto
i classici di
Atene e di ROMA: quindi
studio e osservazione della loro
forma esteriore, applicazione
pratica delle loro
regole: quindi anche
grammatica volgare. Questo
processo, d'intuitiva evidenza
specie per chi
tenga presente la
storia della poetica
del Rinascimento, ci
spiegherà esattamente il
contenuto e le
fogge delle prime
grammatiche, i germi
in sé concepiti
del loro futuro
svolgimento, direi anche
la loro mossa
e il punto
di partenza nel
tempo e nello
spazio. i Vossler,
Poetische Theorien in
der italienischen FrUhrenais-
sance, Berlin) Spingarn. A
renderne più convincente
la dimostrazione, ci
soccorre, per buona
fortuna, un documento
molto interessante, che
rientra poi per
sé stesso e
proprio qui all'ingresso
del nostro cammino,
come oggetto diretto
della nostra storia
: quelle Regole
della volger lingua
fiorentina, che si
trovavano manoscritte già
nel 1495 nella
Libreria Medicea privata,
e di cui
pubblichiamo il testo
secondo una copia
ricavatane conservata nella Biblioteca
Vaticana (Cod. Vat.
Reg.). Codeste Regole,
come ben appare
non solo dal
titolo ma dal
proemio e da
tutta l'operetta, sono
fondate con piena
coscienza sull'uso vivo
fiorentino , mentre le
prime grammatiche italiane
che vi- dero la
luce (Fortunio, Bembo),
hanno il loro
fondamento nei trecentisti,
cioè negl'imitandi classici,
che per i
volgaristi del Cinquecento
erano quel che
per gli umanisti
Cicerone e Livio.
Basta questo fatto
a dimostrare che
le prime grammatiche
italiane hanno la
loro origine in
quel movimento umanistico
che consacrò il
principio dell' imitazione
dei classici e sono perciò
connesse con la
poetica del Rinascimento
; muovono cioè,
quel che più
importa osservare a noi, verso
il loro intento
precetti- stico da una
spinta dirò così
estetica o, in
qualche modo, d'ordine
scientifico ; mentre
la grammatica vaticana
è, non solo
espres- [MORANDI (si veda),
I primi vocabolari
e le prime
grammatiche della nostra
lingua, Nuova Antologia. Sensi, Un
libro che si
credeva perduto, ALBERTI (si
veda) grammatico, in // Fanf.
d. Dom. Al Cian,
che nel suo
bel libro su Bembo
{Un decennio della
vita di Bembo,
Torino), dubitando della
possibilità di ritrovar
il libretto catalogato
ne\V Inven- tario della Libreria
medicea, manifestava rincrescimento di
non poter sapere
che cosa fossero
quelle prime Regole
della lingua fiorentina ,
sfuggì forse la
segnalazione che della
copia vaticana di
esse aveva fatto Torri nell'edizione
delle Opere minori
d’ALIGHIERI (si veda) (Livorno, sbagliando, però,
come avverte il Mo- randi, a
cui non è
sfuggita, nell'aftèrmare «
che l'originale avesse
senza dubbio appartenuto
a Lorenzo de’MEDICI (si veda) Duca
d'Urbino, quando invece
« l'avvertenza del
copista, Sumptum ex Bibliotecha
L. medices Romae
anno humanatj Dej. Decembris ultima
exactum va.... riferita
a Lorenzo il
Magnifico, Leon X
aveva riscattato dai
frati di San
Marco in Firenze
e fatto portare
nel suo palazzo
in Roma la
biblioteca paterna (loc.
cit.t. Ne è
punto da dubitare
che questa copia
fatta in Roma e passata
« dall'abate Bourdelot
a sione d' un
bisogno pratico già
sentito in un
momento d'appa- rente decadenza del
volgare sotto l' irrompere
della cultura umanistica
e pel quale
si collega perciò
a quel particolare
mo- vimento in favore
del volgare che
culmina col Certame coronario,
ma specialmente dimostrazione
e applicazione, fatte
con fini polemici,
d'un altro principio
teorico di grande
importanza, primamente scaturito
dalle discussioni coeve
sui rapporti tra
il latino e
il volgare, a
cui ora accen-
neremo. Mentre, pertanto,
Xe^Jlegole di FORTUNIO (si veda) iniziano uno
svolgimento nuovo che doveva
durare per secoli,
per un rispetto,
ne concludono uno
vecchio, di cui
si potrebbero rintracciare
i lontani precedenti
nell' insegnamento de'
dettatori bolognesi e
nelle elevate cure
spese dall'ALIGHIERI (si veda)
a vantaggio del
volgar materno. Per
ciò che concerne
poi la mo-
tivazione critica, tra la
inedita grammatica vaticana
e le prime
nostre grammatiche edite,
per noi sarebbe
quasi una soluzione
di continuità, se
con quelle non
fosse congiunta da
una comune coscienza
dell' importanza della
lingua nazionale, che
è in loro
insita; e se
volessimo trovarle una
continuazione, meglio che
riallacciarla con la
grammatica dei toscani
(Giambullari), che non
fu eseguita secondo
i principi pur
additati dal Gelli,
dovremmo scendere addirittura alla
grammatica manzoniana del
Cristina di Svezia,
e quindi alla
Biblioteca vaticana, dove
si trova in
principio del Cod.
Reg., a ce.
1-16, non sia
una copia del-
l'originale mediceo che col
titolo di Regule
lingue fiorentine, o
di Regole della
lingua fiorentina, si
trova indicato in tre esemplari
del- l' Inventario di
essa Libreria, compilato,
e da PICCOLOMINI (si veda) dato in
luce (Arch. slor. Hai., Morandi. Il
cod. che consta
di una raccolta
di codicetti di-
versi, contiene, come è
noto, anche il
trattato d’ALIGHIERI, DE VVLGARI ELOVENTIA, che appartenne
a Bembo, e
col quale la
nostra grammatichetta ha
scambiato la guardia:
infatti la guardia
che pre- cede il
trattato dantesco reca
Della THOSCANA SENZA
AUTTORE, e davanti
alla grammatichetta vi
son due guardie,
una delle quali
reca sul recto
Dante della Volo.
Lino, e l'altra
sul verso Dantes
de Vulgari [diomate.
Cir . Il trattato
«De Vulgari Eloquentia
» cur. Pio
R.AJNA, Milano. È
curioso che la
grammatichetta sia venuta
a trovarsi congiunta
coli' insigne ope- retta di
Dante copiata pel
Bembo, che quella
grammatichetta non dovette
mai vedere e
ne dovette anzi
ignorar l'esistenza. Capìtolo
primo 15 moderno
uso vivo fiorentino.
La nostra tradizione
grammaticale benché resti
sempre vero quel
che fu osservato
dal Morandi :
aver i letterati
italiani in certi
intervalli sostenuta la
tesi del MANZONI (si veda), è
classica, vale a
dire fu dominata
soprattutto dal principio
del classicismo, che
doveva necessariamente disfarla.
E si potrebbe
aggiungere — se
fosse il caso
di discorrere di
ciò che non
avvenne — che
la grammatica normativa
avrebbe forse alla
pratica rtsi maggiori
servizi, se avesse
continuato nella forma
e cogl' intenti
della grammatica vaticana,
certo assai più
consoni e praticamente
utili a quell'
esigenza per la
quale è giustificabile, l'apprendimento della
lingua. Ben diversa
è la spinta
teorica della grammatichetta, che
le assegna, sia
rispetto ai suoi
precedenti letterari, sia
rispetto alle prossime
produzioni consimili del
Cinquecento, un posto
a sé, dandole
una singolare importanza,
assai maggiore di
quella che possono
avere le prime
grammatiche del classicismo,
che non nacquero
con un problema
proprio, ma furono
nutrite dello spirito
che alimentò tutta
la poetica. Sia
o no d’ALBERTI (si veda) Q),
nel qual caso
sarebbe da riportare
indubitatamente di là dal 1466,
l'anno approssima- tivo del
« De componendis
cifris » in
cui ALBERTI (si veda) vi
accenna come ad
opera compiuta, la
grammatichetta vaticana è
senza alcun dubbio
da riconnettere all'azione
che l'Alberti stesso
ed altri degni
di lui promossero,
nella prima metà
del Quattrocento, in
favore del volgare
: tanto essa
rispecchia il carattere
delle dispute linguistiche
che agitavano i
dotti di quell'età,
e tanto strettamente
è congiunta con
quella che ebbe
a campioni il
Biondo e il
Bruni. « Que'
che affermano —
questo è il
proemio della grammatichetta —
la lingua latina
non essere stata
comune a tutti
e' populi latini,
ma solo propria
di certi dotti
scolastici, come hoggi
la vediamo in
pochi ; credo
deporanno quello er-
rore, vedendo questo nostro
opuscholo, in quale
io racolsi l'uso
Il Sensi sostiene,
nel cit. art.,
che sia dell'Alberti,
per molte somiglianze
di pensiero e
di forma che
ha con passi
delle Operette morali
e perchè è
ben degna delle
alte vedute di
quella niente al-
tissima. Ma Morandi, che
attende a un
nuovo studio intorno
alle prime grammatiche
e ai primi
vocabolari, mi usa
la cortesia d'avver-
tirmi che l'Alberti è
da escludere, e
che è da
pensare ad altri,
accen- nandomi i nomi
del Pulci e,
nientemeno, di VINCI (si veda).] della lingua
nostra in brevissime
annotationi : qual
cosa simile fecero
gl'ingegni grandi e
studiosi presso a'
Greci prima, e
pò presso de
e' Latini :
et chiamorno queste
simili ammonitioni, apte a scrivere
e favellare senza
corruptela, suo nome
Gram- matica. Questa arte
quale ella sia
in la lingua
nostra, leggie- temi
e intenderetela ».
Fu precisamente il
Bruni quegli che
so- steneva essersi usate
in Roma due
lingue nettamente distinte,
l'ima delle scritture
e de' pochi
dotti, l'altra comune
a tutto il
volgo, il quale
non avrebbe inteso
un'orazione forense o una commedia
più che non
intenda la Messa,
e non sapeva
ammet- tere che le
femminette riuscissero a
esprimersi naturalmente in
una forma grammaticale
e sintattica di
difficilissimo acquisto pei
dotti di professione.
E non ad
altri che al
Bruni e a
suoi seguaci rispondeva
l'Alberti quando altrove
osservava: « E
di- cono non potere
credere, che in
que' tempi le
femmine sapes- sero quante
cose oggi sono
in quella lingua
latina a molto
e ben dottissimi
difficile e oscure.
E per questo
concludono la lingua
nella quale scrissero
i dotti essere
una quasi arte
ed in- venzione scolastica piuttosto
che intesa e
saputa da molti.
Ma questa era
precisamente l'opinione del
Biondo, a cui
si deve ap-
punto la scoperta e
l'affermazione d'un fatto
inchiudente quell'im- portante principio teorico
che abbiam detto
aver preseduto alla
compilazione della grammatichetta vaticana
: uno de'
non molti principi
teorici di grande
importanza critica per
la nostra storia,
che siano stati
asseriti in tutto
il nostro periodo
grammaticale avanti il
sorgere della critica
della vecchia grammatica
con lo BORDONI Scaligero e Sanzio e
Portoreale. BIONDO (si veda) ha
solo di recente
la meritata giustizia.
mentre a BRUNI (si veda) sono da
assai tempo tributati
i massimi onori
come a un
felice indicatore delle
origini del nostro
volgare. L'oggetto della
discussione avvenuta nelle
anticamere pontificie tra
i Segretari della
Curia, presenti Lusco,
Cencio Romano, Andrea
Fiocchi, Poggio Bracciolini,
Flavio Biondo e
Leonardo Bruni e
che fu poi
trattata per iscritto In
SENSI, Ioc. cit.
Cfr. anche Rossi,
// Quattrocento, Milano. Da
un infelice quanto
valoroso nostro corregkmario
troppo presto rapito
agli studi, MIGRIMI (si veda) di Perugia,
il quale ri-stampa nel
Propugnatore con da Biondo
nel De locutione
romana, da Bruni
noli' Epistole, dal Poggio
nelle Historiae convivales
disceptativae (III), dal
Filelfo (Ep.) e d’ALBERTI
(si veda) nel Proemio
al III libro
della Famiglia, era
stato il seguente,
così definito dal
Biondo stesso :
« materno ne
et passim apud
rudem una lucida
prefazioncella l'epistola del
Biondo al Bruni
De locutione romana,
sempre rimasta alla
sua edizione principe
quattrocentina. — Credo
dì poter indicare
come e per
qual via fosse
condotto il Biondo
a toccare il
problema della lingua
volgare e romana.
Al tempo di
Eugenio IV, Roma
era talmente rumata,
che « dieci
altri anni »,
dice il Biondo
in una lettera
al Pontefice restauratore,
premessa alla sua
Roma instaurata, «
che ne foste
stato absente (essendo
ella già e
per la sua
antichità, e per
le tante passate
affìitioni, mezza minata)
di certo, che
la ne sarebbe
del tutto ita
per terra ».
Come il Papa
intese a restaurare
con tanta liberalità
e larghezza la
città eterna, il
Biondo s'era dato
a « rinfrescar
ne le memorie
degli huomini la
notitia de li
antichi edificii; anzi
de le mine,
ch'ora si veggono
ne la città
di Roma già
capo e signora
del mondo »
; ma specialmente
l'aveva mosso l' ignorantia
ne' secoli a
dietro de le
buone lettere», tale
e tanta, che
quel poco che si sapeva
degli antichi edifici,
era tutto «
con false e
barbare voci sporcato
e guasto ».
E con quest'animo
s'era messo alla
nobile fatica: «
Porrò dunque mano
all'opera con speranza
che i pochi
abbiano a giudicare,
se la chiesa
ed il palazzo
di San Pietro,
e di San
Giovanni in Laterano
riconci, e per
lo più rinovati,
e se le
porte di bronzo
fatte a la
chiesa di San
Pietro, e le
riconcie mura di
Vaticano, e di
borgo, con le
strade de la
città rifatte, habbiano
ad esser più
stabili, et a
durare per più
tempo, per questa
via d'opera di
calcie, di pietre,
di bronzo, che
per la via de le
lettere della scrit-
tura: e medesimamente s'io
m'habbia possuto co
'1 rozzo stile
imitare e giugnere
niente a così
belli lavori con
tante dispese fatte.
Come degli edilìzi,
egli aveva dunque
dovuto osservare la
corruzione della lingua,
e attribuirne la
causa alle medesime
incursioni barbariche. Questa
fu la manchevolezza
della sua tesi
; ma, se nell'additar la
causa dello scadimento
il Biondo errava,
la materia di
cui parlava era
però quella che
veramente aveva soggiaciuto
all'evoluzione e s'era
tramu- tata nel nuovo
volgare. Mi son
giovato della versione
fatta da Lucio
Fanno delle due opere di
Biondo intorno a
Roma e all'Italia,
perchè essa, riprodotta
in più stampe
nel Cinquecento, ci
spiega come il
De locu- tione romana,
edito primamente in
fine alla Roma
instaurata, non vedesse
poi mai più
la luce, non
avendo seguito nella
versione l'opera maggiore.
Roma ristaurata, et
Italia illustrata di
Biondo da Forlì. Tradotte
in buona lingua
volgare per Lcoo
Fanno. In Venetia («i
Ed. Mehus. C.
Trabalza. 2 iS indoctamque
multitudinem aetate nostra
vulgato idiomate, an
gramaticae artis usu,
quod latinum appellamus,
instituto loquendi more
Romani orare fuerint
soli ». Il
Bruni, che concepiva
la « grammatica
» come nel
sec. XIII e
XIV, non credeva
possi- bile che il
popolo inflettesse nomi
e verbi, «
quasi che »,
dice il Mignini,
« la regolarità
non fosse stata
allora e poi
assoluta- mente ex casti:
» sosteneva perciò
esistere una differenza
sosta?i- ziale tra
il latino de'
dotti e il
popolare, come tra
due lingue diverse,
né più né
meno come tra
il latino e
il volgare del
se- colo XV. I
contemporanei magnificarono le
idee del Bruni,
quasi avesse dimostrato
l'origine del volgare:
ma Bruni, come
ha ben visto
il Mignini, fa
solo una questione
preliminare a questa,
e la conclusione
che ne scaturisce
logicamente è che
la lingua volgare
non deriva dal
latino volgare, essendo
state sempre im-
mobili e inalterate le
due lingue dei
latini, la letteraria
e la plebea
: « il
latino volgare pel
Bruni non era
il padre del
vol- gare italiano, ma
era questo stesso
sempre vivo e
verde e inal-
terato, senza che né
le mutazioni naturali
del linguaggio, né
quelle delle popolazioni
italiane avessero avuto
su esso, la
mi- nima influenza ».
Il Biondo invece
sosteneva che tra
le due lingue
non ci fu
differenza sostanziale : la differenza
era solo di
forma, prodotta dalla
educazione domestica, dalla
cura e dalla
rifles- sione degli scrittori
: e se
non la dedusse
dalle iscrizioni e solo dalle
testimonianze degli scrittori
latini, ebbe però
sempre di mira
la reale condizione
della lingua letteraria
e popolare sotto I ROMANI, e
non fece per
suo conto, come
parve allo Schu-
chardt, una questione
nominale. Ma quel
che per noi
vale assai di
più è che,
mentre sin allora
la grammatica era
stata con- cepita,-"come ancora
Bruni la concepiva,
« una serie
di regole stabilite
a priori e
per sempre »,
e quindi una
lingua del tutto
artificiale e immutabile,
il Biondo invece
avvertisse anche nella
lingua popolare romana
una sua propria
regolarità, distinta na-
turalmente da quella che
derivava dalla riflessione
e dall'arte congiunta
a quella che
veniva dalla natura.
Egli voleva che
ai suoi avversari
questa risposta soddisfacesse: «
nec naturae ac
bonae consuetudinis munere
regulas indoctam multitudinem
sci- visse, quibus
grammaticam orationem omni
ex partem congruam
i.m eret, ncque
etiam tam longe
a variationibtfs inclinationibusque et
reliqua grammaticae orationis
compositione illius latinitatem
abfuisse, quin litterata,
qualem mediocriter aetate
nostra docti Capitolo
primo ig habent
orario et videretur
et esset. E
una speciale regola-
rità venne a riconoscere
conseguentemente nella lingua
volgare de' suoi
tempi, ponendo così
il principio teorico
della possibilità d'una
grammatica del volgare,
in parole ben
chiare: «omnibus ubique
apud Italos corruptissima
etiam vulgaritate loquentibus
idiomatis natura ìnsitum
videmus, ut nemo
tam rusticus, nemo
tam rudis, tamque
ingenio hebes sit,
qui modo loqui
possit, quin aliqua
ex parte tempora
casus modosque et numero s
noverit dicendo variare,
prout narrandae rei
tempus ratioque videbuntur
postulare. Questa regolarità , osserva
benissimo Migninij «
insitam idiomatis natura
», fu il
primo Flavio Biondo,
che io sappia,
a notarla, e
dopo di lui
ripeterono l'os- servazione Francesco Filelfo
(Ep. ) edAlberti {Proemio
cit. 1. Si
faceva così un'ottima
correzione alle dottrine
grammaticali, e insieme
si moveva un
primo passo verso
gli studi grammaticali
su la lingua
volgare, impos- sibili a
farsi, finché questa
si credesse assolutamente
ex casti». Tante
vero che, fosse
l'Alberti o altri,
certo fu un
seguace del Biondo
quegli che mosse
il secondo e
ultimo passo e
com- pose la Grammatichetta vaticana,
fondandola sull' uso
vivo di Firenze.
Ed è questo
che distingue profondamente
il significa- tivo libretto
dalle prime grammatiche
del Fortunio e
del Bembo, cioè
il principio informatore
: quello scaturisce
dalla riconosciuta regolarità
insita nel volgare
presente, cioè da
un chiaro principio
che ammette la
possibilità della legiferazione
grammaticale ; queste,
sorte quando ormai
la causa del
volgare era stata
vinta per quella
via, cioè con
la forza che
esso stesso recava
in sé e che non
era se non
la vita nuova
della nazione, e
quando era stato
inalzato teoricamente al
medesimo grado di
nobiltà e di
perfezione del latino
e quindi la
possibilità di regolarlo
non si poteva
più affacciar come
discutibile (2), furon
create col prin-
P. 159, ed.
Mignini. Nel Discorso o
Dialogo, attribuito a MACHIAVELLO (si veda) MACHIAVELLI, dove
per la prima
volta avanti le
Regole del Fortunio,
e dopo, s'intende,
il movimento che
s'accentra nella Gram-
matichetta vaticana, si discorre
delle otto parti
del discorso nella
lingua fiorentina, non è traccia
alcuna di dubbio
che codesta lingua
non possa esser
trattata grammaticalmente come
la latina. Si
noti peraltro che
il Machiavelli in
tanto parla di
regolarità, in quanto
ha Storia della
Grammatica cipio dell'imitazione, senza alcuna
coscienza del problema
scien- tifico insito in
questo prodotto pseudoscientifico che
è appunto la
grammatica. Certo, senza
un grande amore
pel volgar nativo,
cioè senza aver
della nuova letteratura
un caldo sentimento
di grandezza, quel
riconoscimento del Biondo
non bastava a
crear la prima
grammatica, anche a
non considerar che,
se egli una
certa re- golarità tutta sua,
insita, naturale, gliela
riconosceva, non credo
la ritenesse tale
da esser presa
a modello :
il Biondo era
un classico da
quanto e più
ancora del Bruni
: bisognava veder
nel volgare qualità
ancor più nobili
e virtuose, e
di efficacia e
di bellezza, perchè
si potesse additarle,
quasi classificarle e
sche- matizzarle in una
rassegna da porre
di fronte alla
nobile grani- tica latina,
senza timore o
vergogna veruna. Sicché,
in sostanza, il
classicismo veniva anche
qui a far
valere i suoi
diritti, come vedremo
essere avvenuto in un problema
consimile già agitato
dalla mente suprema
dell'Alighieri ; ma
il compilatore non
po- teva esser che
un estimatore convinto
del nuovo volgare
e della nuova
letteratura. Comunque, con
la Grammatica vaticana
lo spregiato volgare
nella sua fase
presente veniva, quasi
di punto in
bianco, come l'antica
grammatica, inalzato all'onore
di lingua letteraria.
Gli giovò, s'intende,
anche l'esser fiorentino,
che non solo,
per quei certi
criteri formali che
i credenti nella
grammatica non pos-
sono non far valere,
era il più
polito e sonante
dialetto d'Italia, ma
aveva in suo
attivo tutta la
splendida tradizione letteraria
antecedente. E certo
quella pratica dimostrazione
della regola- rità del
volgare dovette valere
assai meglio e
più d'ogni e
qua- lunque ragionamento in
favore di esso,
e nel fiorentino
parlato veniva così
a essere specchiata
la grammatica della
lingua let- teraria.
Sul contenuto e
il metodo di
essa, anche perchè
qui è in-
tegralmente riferita, non occorre
dir troppe parole.
Basterà ri- in
mente un'unità linguistica
ben determinata, perchè,
p. es., alla
lingua della Corte
di Roma, «d'un
luogo dove si
parla di tanti
modi, di quante
nationi vi sono»,
pensa che non
«.se li pud
dare in modo
alcuno regola». Cito,
col Rajna {La
lingua cortigiana, in
Miscellanea linguistica in
onore d’ASCOLI (si veda), Torino),
dal cod. orig.
di Giuliano Ricci,
che è il
Pai. E. B.
15, io, ce.
136 ^."-137 r.°
t 'apitolo primo chiamar
l'attenzione sull'uso didattico
degli specchi (cfr.
Ordine delle lettere)
e dei paradigmi
(declinazioni e coniugazioni); sull'osservazione riguardante la
nomenclatura, in molta
parte iden- tica a
quella della grammatica
latina; sugli accenni
di grammatica storica (p.
es. la formazione
dei nomi dall'ablativo
la- tino); sugli esempi
che, come ha
già hen visto
il Morandi, sono
« concettosi e
arguti; su talune
forme idiomatiche registrate
come correnti (savamo,
savate = eravamo,
eravate) ; sui
vitij del favellar,
in cui si
cade introducendo forestierumi
o stor- piando l'uso,
e sulla dottrina
dell'idiotismo; sopra i
richiami ad altri
idiomi non italiani
; sopra il
metodo di trattar
non sepa- ratamente le
forme e l'uso
delle varie parti
del discorso. Con-
verrà anche notare poiché
siamo davanti alla
prima gram- matica —
che de' nomi
son fatte due
sole declinazioni :
mascu- lini la
cui « ultima
vocale si converte
in I »,
femminini, la cui
« ultima vocale
si converte in
E », eccettuandosi
mano che fa
mani, e i
femminini finienti al
singolare in E, che fanno
al plu- rale in
I ; e
che i verbi
son trattati più
per paradigmi che
per regole. Quel
che ci preme
anche porre in
rilievo, è l'intento
avuto di mira
dal nostro autore
nell'esecuzione, veramente felice
perchè rapida e
chiara, del suo
trattatello, e il
calore che vi
ha messo, tanto
da farsene un
merito patriottico, in
altri termini il
punto di vista
donde ha raccolto
le sue osservazioni.
Egli ha inteso
sbozzare la fisionomia
grammaticale della lingua
viva di Firenze,
perchè dal confronto
con quella delle
lingue classiche, ne
risultasse la bellezza
e la perfezion
dell' organismo :
non è tanto
intento precettivo quanto
praticamente dimostrativo. Egli
è tutt'altro che
spregiatore del latino,
di cui anzi
accoglie la nomenclatura,
gli schemi e
adopera forme e
nessi grafici ;
ma sente tutta
l'importanza e la
virtù dell'idioma materno,
che vorrebbe onorato
di pari culto
e maggiore. Sono
da ricordare a
questo proposito i
rimproveri che l'Alberti
dirigeva verso il
1443 agli umanisti
che amavan piuttosto
piacere ai pochi
che Cittadini miei, presovi,
se presso di
voj hano luogo
le mie fatighe,
riabbiate a t^rado
questo animo mio,
cupido di honorare
la patria nostra
(Chiusa).] giovare ai molti,
adoperando una lingua
convenzionale e non
la naturale intesa
da tutti (').
Questi rimproveri ci
richiamano facilmente alla
memoria quelli più
sonanti che l'autore
del Convito scagliava
contro gli scelleratissimi che
coltivavano lo volgare
altrui e lo
proprio di- spregiavano :
né questo è
ravvicinamento che fa
per suo ca-
priccio la memoria; perchè,
evidentemente, tra, non
dico il concetto
filosofico, ma l'interessamento pel
volgare dell'Alberti e
quello dell'Alighieri corre
un intimo nesso
(r), come la
grammatichetta è, per
un rispetto, ultimo
anello d'una lunga
catena che mette
capo al primo
affermarsi del nostro
volgare nella coscienza
critica dei suoi
primi studiosi :
siamo insomma su
quella linea della
tradizione letteraria nazionale
che congiunge appunto
i dettatori bolognesi
e a quanti
con Dante coltivarono
il volgare, ai
difensori delle Tre
Corone, ai propugnatori
del volgare nel
secolo XY, tra
i quali spetta
all'Alberti ii primo
posto. Occorre appena
avvertire che il
più benemerito di
tutti i rappresentanti di
codesta tradizione, non
solamente nella pra-
tica ma anche nella
teorica era stato
l'Alighieri. Fosse un
pen- siero maturo, o
un profondo presentimento, certo
è ardito e
degno della sua
mente altissima il
concetto onde il
volgare ve- niva glorificato come
sole nuovo il
quale sorgerebbe ove
tra- monterebbe l'usato. Se il segreto
intendimento di Dante
fosse quello di
far del volgare
una lingua letteraria
come il latino
per detronizzar questo,
è materia di ardua discussione
ancor oggi :
indubitabile però è,
quale dovesse esser
la natura e
la funzione del
volgare così esaltato,
che egli abbia
voluto renderlo | ' Si
ricordino anche le
fiere parole della
nota Protesta fattaci
conoscere dal Flamini
e ora integralmente
pubblicata dal Mancini,
Un nuovo documento
del Certame coronario
di Firenze del
/■/-//. in Arc/t.
si. il., S.
1 L'aveva forse
già avvertito chi
accozzò in un
medesimo vo- lume la
grammatichetta attribuita all'Alberti
e il trattatello
dantesco? 11 Wesselofscky
ha in brevi
ma limpide linee
indicato l'impor- tanza dell'
« avvenimento della
lingua italiana agli
onori della lette-
ratura », e la
parte che vi
ebbe l'Alighieri, dal
quale « propriamente
incomincia il rinascimento
letterario nel senso
nazionale, da lui
s'in- forma e da
lui, piuttosto che da tutt'altro
nome, noi vorremmo
inti- tolare quel periodo
che precedette al
rinascimento classico dei
Me- dici ». In
Dante e Firenze
di Zenatti, Firenze, pp.
iio-iii, ;/. Capitolo
primo per forza
di lavoro crìtico
e di educazione
artistica atto a
ogni più elevata
espressione d'arte e
di pensiero. A
codesta altissima meta,
conseguita — è
inutile l'osservarlo così
eccellentemente nel fatto
col poema divino
l né altrimenti
che nel fatto
era conseguibile, poiché
parlare è espri-
mere e esprimere è
parlar bene e
bellamente), tende il
ma- gnanimo sforzo del
De Vulgari Eloquentìa,
che è o
doveva essere \ix\
ars grammatica, rhetorica
e poetica insieme
sui generis. Che
(sia pur affermato
solo « riguardo
alla questione della
lingua italiana »)
«non vi si
tratti di lingua
italiana né punto
né poco »,
che « in
ciò che è
venuto fino a
noi, e in
ciò che ci
manca, tutto s'aggiri
intorno a canzoni,
ballate, sonetti, tragedia,
commedia, elegia, cose
da cantarsi ;
sempre poesia, niente
altro che poesia,
fu a torto
sostenuto dal Manzoni
(2), perchè bisogna
non aver occhi
per non vedere
che non vi
si parla e non vi
si doveva parlare
che di linguaggio
e di lingue
e specie di
lingue (le parole
« loqui »,
«locutio», «ydioma» vi
ricorrono da cima
in fondo) e
di lingua poetica
e di lingua
prosastica, e di
lingua letteraria e
di lingua parlata
(« inferiora vulgaria
illuminare curabimus, gradatim
descendentes ad illud,
quod unius so l ius
familie pro- pinili est»> >;
ma che l'intento
del trattato sia
precettistico non ne'
riguardi del solo
« dire in
rima », come
manchevolmente intesero e il Capponi
(') e il
Manzoni, che allegò
la testimo- nianza del
Boccaccio, ma ne'
riguardi di ogni
forma di dire
e di comporre,
nessuno può ragionevolmente negare.
Ciò si desume
non solamente dallo
stato d'animo dell'autore
che è, specie
se messo in
relazione con quello
che si rivela
nel i1 Rajna,
Il trattato «De
Vulgari Eloqueutia » , in Lee
tura Dantis, Firenze,
MCMVI, p. 211,
e recensione di
un libro del
Belardinelli {La questione
della lingua, ecc.),
in Bull. d.
Soc. dant. il.,
N. S., XIII,
2 p. 81
sgg. (giugno 1906);
Parodi, Bull. d.
Soc. dant.; Vossler,
Die góttliche Komòdie.
Entwickelungsgeschichte und Erklàrung.
I. Band, I,
Teil : religiose
und philosophische Entwicke-
lungsgeschichte, Heidelberg,
e Zingarelli, nella
recens. di questo
libro in La
Cultura2. (•' Lettera
ifitorno al libro
De Vulgari Eloquio
di Datile Ali-
ghieri, in A. Manzoni,
Poesie minori, lettere
inedite e sparse,
pensieri e sentenze,
con note di
Alfonso Bertoldi, Firenze,
1907, pp. 274
Ed. Rajna, cit.,
I, xix, 2.
Mi son valso
anche dell'ed. mi-
nore, Firenze, 1897. [n
Prose minori cit.,
pp. 274-5. 24
Storia della Grammatica
Convivio, di vivissima
simpatia pel volgare,
di trepido desiderio
che esso sia
la « luce
nuova » alle
genti, e dal
titolo che non
può essere che
« De vulgari
Eloqìicntia », ma da più
luoghi del trattato,
ove quell'intento è
esplicitamente asserito e
dichiarato, e particolarmente nel
primo paragrafo. L'Alighieri
è mosso a
scrivere dal vedere
« neminem de vulgaris
eloquentie doctrina quicquam....
tractasse », che
tale eloquenza è
a tutti necessaria,
osservandosi che perfino
le donne e
i fanciulli si
sforzano di conseguirla,
e si propone
« locutioni vulgarium
gentìum prodesse » , non
soltanto attingendo alla
fonte del proprio
ingegno, ma «
ac- cipiendo vel
compilando ab aliis
». Grammatici, retori,
trattatisti di poetica
è facile affermare
che sono stati
i suoi autori
: e quando
si vogliono cercar
termini di paragone
a misurare l'altezza
della trattazione, il
pensiero corre a
grammatiche, metriche {Donatus
proensalis, Las razos
de frodar), a summe (Les
leys d'amour, che
sono appunto una
grammatica, una rettorica
e una poetica)
e doctrive de
compondre dìctats, ad
Antonio da Tempo,
a Gi- dino,
insomma a precettistiche e
a precettisti :
anche per quel
libro III che
non scrisse, ma
che si può
matematicamente asse- rire sarebbe
stato dedicato alla
prosa ilhistre, il
pensiero corre alle
« trattazioni concernenti
la prosa latina
», che certo
non è « neppur concepibile
che da lui si
ricalcassero », come
benissimo giudica chi
tanto s'è reso
benemerito degli studi
sul trattato, ma
che non sono
se non trattazioni
di rettorica e di gramma-
tica. Trattar di lingua
era dunque inevitabile,
essendo quella la
matei-ia del discorso;
ma fine è
insegnarne non l'acquisto,
l'ap- prendimento, sì bene
un uso di
maggiore o minor
grado arti- stico secondo
le varie classi
di parlanti e
scriventi, ma artistico,
insomma un' espressione.
Un intento siffatto,
che è quello
d'ogni arte poetica,
è anti- scientifico, perchè l'espressione
non s'insegna: ma
lo sforzo che
.si compie per
conseguirlo, può avere
una portata scientifica:
e grandissima l'ha
questo dell'Alighieri, per
la dottrina, l'acume,
e la partecipazione interiore,
che non era
se non una
forte coscienza estetica,
onde l'ha compiuto,
anche indipendentemente dalla
cul- tura della sua
età: sentire in
quel modo così
profondo, quale specialmente
ci è svelato
dal Convivio, il
volgar materne/ (vedasi
specialmente il paragrafo
dove si parla
del naturale amore
per la i'i
Rajna, Lect. (
"apitolo primo 25
nostra loquela !),
e sollevarlo nella
teoria, con uno
slancio d'entu- siasmo non
più avvertito tra
noi, alla medesima
altezza a cui
era stato o
sarebbe stato portato
nella pratica, e
segnare le linee
di svolgimento con
mano così ferma
e scultoria, questo
è vero progresso
scientifico di un
valore, starei per
dire, anche più
con- siderevole dell' altro
di cui va
egualmente superbo l'Alighieri,
d'averci data cioè una descrizione
storica dei volgari
romanzi, che pur
ferma la maraviglia
d'ogni grande filologo
moderno. Perchè, come
l'intendimento
precettistico, così, sebbene
sovra- namente mirabile per
l'uso che n'ha
fatto nel disegno
del suo ideale
artistico, antiscientifica appare
la concezione dantesca
del linguaggio, della
locutio : la quale
in sé stessa
non supera la
scienza dell'età sua,
che aveva il
suo fondamento nella
Bibbia e nella
lotta tra nominalisti
e realisti aveva
riprese le vecchie
discussioni dei sofisti,
se il linguaggio
fosse per natura
o per volontà.
Ma Dante supera
il suo tempo
nel conciliare in
un si- stema solo
la tradizione biblica
e le teorie
filosofiche, mettendo in
rilievo lo stato
originario del linguaggio,
e quello che si determinò
dopo la Torre
di Babele ;
innumerevoli lingue variabili
continua- mente da
una parte, e
1' artificiosa grammatica
dall' altra. Il
genere umano ebbe
bisogno « ad
comunicandum inter se
conceptiones suas »
di un «
rationale signum et
sensuale »: «
sen- suale... in quantum
sonus est :
rationale.... in quantum
aliquid significare videtur
ad placitum»(I, ili,
2), cioè secondo
la ra- gione dalla
quale l'uomo è
mosso (I, ili,
1). Di quel
signum il primo
uomo fu dotato
da Dio, e
fu quale era
richiesto dalla perfetta
natura umana, cioè
perfetto. In vero,
anche a non
pre- scindere da questo
che è poi
un atto di
fede, a stare
alle parole [1
Vossler, Die góttliche
Kòmodie cit., p.
243 sgg., illustra
in modo molto
evidente quanto acuto
questo disegno, seguendo
il pen- siero linguistico-filosofico di
Dante dal suo
primo sbocciare nella
Vita Nuova e
nel Convivio all'altezze
del De Vulg.
E/., donde tuttavia
non scopre il
mistero delle terzine
volgari della Commedia.
Le idee di
Dante circa la
voce e la
parola, come suono,
s'accor- dano più particolarmente coi
due grandi espositori
scolastici d'Aristotile, Alberto
Magno e S.
Tommaso. Cfr. X.
Busetto, Saggi di
varia psico- logia dantesca (estr.
dal Giorn. dant.,
XIII, IV), Prato-Toscana. Alberto
definisce la voce « percussiò
respirati aeris ad
arteriam vocativam ab
anima per immaginationem aliquam
eam for- mantem,
quae est in
partibus illis quae
ad respirationem congruunt
». Vossler, op.
e loc. cit.
26 Storia della
Grammatica che ALIGHIERI (si
veda) adopera e
al tono di
tutto il discorso,
parrebbe lam- peggiar qua
e là quasi
un vago concetto
della sintesi interna
di pensiero e
parola, come quando dice
« certam formam
locutionis a Deo
cum anima prima
concreatam fuisse; e
già quell'esaltare il
linguaggio come una
dote data all'uomo
perchè se ne
gloriasse « ipse
qui gratis dotaverat»,
eia facoltà divina
che è in
noi per cui
« actu nostrorum
affectuum letamur »
(I, v, 2),
ci suscita l'idea
d'un atto spirituale
meglio che naturale
e meccanico; anche
la prossimità, affermata
nel Convivio (I,
xn), tra la
lingua volgare, parlata
e la persona
che la parla,
ci spinge verso
quella intuizione; così
ancora, per addurre
altri indizi, se non argomenti,
quell'insistente relazione posta
tra la irriduci-
bilità del volgare a
regole fisse e
la mutabilità e
variabilità dello spirito
umano ; il
cenno della qualità
delle prime espressioni
che l'uomo avrebbe
preferito avanti il
peccato, la similitudine
posta in Convivio
tra il linguaggio
e la bella
donna, insomma l'enfasi
onde il Poeta
parla della parola
umana ; ma
nel fatto la
lingua è poi
sempre concepita come
segno, cioè un'esteriorità di
cui la mente
si giova per
manifestarsi : quella
certa forvia di
cui si è
accen- nato di sopra
è tale «
quantum ad rerum
vocabula, et quantum
ad vocabulorum constructionem, et
quantum ad constructionis prolationem
», ed è
la lingua che
parlarono Adamo ed
il genere umano
tutto prima della'
confusione delle lingue,
e che rimase
poi al popolo
ebreo, la lingua
che, dopo la
confusione, ripro- dussero appunto artificialmente gli
inventores grammaticae fa-
cultatis, vale a
dire la «
grammatica » (')
: una lingua
dunque grammaticale, stereotipata,
beli' e formata,
non producibile, ad
ogni espressione del
pensiero. Con questa
concezione della locutio
e la nozione
storica de' vari
ydiomata che tutti
ammiriamo e il
fine che s'
è dichiarato (lib.
1), Dante continua
a svolgere il
suo trattato, che
conduce fino al
principio del cap.
xiv del II
libro con la
dottrina del volgare
illustre applicata alla
poesia: nel terzo,
«in immediatis libris
», avrebbe detto
del medesimo volgare
applicato alla prosa,
come s'è visto
potersi con sicurezza
congetturare; nel [Vossler ha
già avvertito che
come poi questi
dotti ottenes- sero questa
grammatica, Dante non
dice ; e
che d'altra parte
gram- matica non fu
solo il latino,
per Dante, ma
anche qualche altra
lingua come il
greco. Op. cit. ,
p. 247. Capitolo
primo 27 quarto
^a un dantista
veramente egregio, lo
Zingarelli, nella re-
censione fatta nella Cultura
iXXVI, 11, 1
giugno 1907) dell'opera
cit. del Vossler,
Die góttliche Komòdie.
Il Vossler ha ripresa la
tesi che era
già in germe
nelle parole del
Rajna {Lect.. Il volgare dunque s’incammina
a insediarsi dove
sta IL LATINO, o
almeno accanto a
lui ; e
per insediarvisi non
solo, che sarebbe
poco, ma potervi
rimanere, gli occorreranno
in misura non
troppo scarsa le
doti di stabilità
e universalità che il latino
ed ogni «
grammatica » possiedono,
e che sono
inconciliabili, come s'è
visto, con una
parlata qualsiasi. Conseguibili
non sono per
Dante altro che
da una lingua
fabbricata, e uscita
dall'accordo di molte
genti diverse, quale
appunto egli crede
essere il latino.
E di certo,
mettendo da parte
la stabilità, che
verrà a resultare
di conseguenza, nulla
parrebbe poter rendere
più agevole il
consenso di una
moltitudine di eteroglossi
in una forma
sola di linguaggio,
che l'estrarre quella
forma da tutti,
in cambio di
prenderla da taluno
e volerla imporre
agli altri. Si
pensi ai moderni
tentativi di lingua
universale »), e che il
Parodi aveva accolta,
dichiarando esplicitamente che,
insomma, Dante intendeva
fondare una nuova
grammatica {Bull. d.
Soc. datit., XIII,
263). Lo Zingarelli
sostiene che questo
potè essere «
un presentimento pro-
fondo, ma non
un pensiero maturo,
non un proposito
recondito ». 2.°
a insegnar reg.
di lingua». Cfr.
Rajna.]dizione di critici
che ebbero del
nuovo idioma e
della nuova letteratura
una piena e
profonda coscienza, cioè
della tradizione nazionale
di contro alla
classica; ma anche
primo e non
meno elevato rappresentante dell'altra
che intese a
rinnovarsi nell'imi- tazione dei
classici: nella prima
veste si ricongiunge
all'autore della Grammatica
vaticana, ai toscani,
al Manzoni; nella
seconda al Bembo
e alla lunga
tratta de' suoi
seguaci classicisti: capo
e propulsore delle
due correnti in
cui si estrinsecò
lo spirito italiano
nella critica letteraria,
maggiore di tutti,
come accade d'essere
ai grandi, del
suo tempo, per
originalità e vastità
di siero e
mirabile accordo di
facoltà ('). Ma
con Dante il
germe della grammatica
italiana sbocciò e
avvizzì, appunto perchè
nessuno ebbe al
pari di lui
la coscienza della
nuova letteratura, e la comune
concezione della lingua
e della '
grammatica ' e
il germogliare dell'umanesimo sull'istesso
tronco spezzato della
nuova già altissima
letteratura assicura- rono ancora
per più d'un
secolo e mezzo
al latino il
predominio sul volgare
come lingua della
scienza e della
coltura. Perfino il
Petrarca e il
Boccaccio, che pur
tennero alla loro
arte vol- gare quanto
se non più
che alla latina
( " ),
rimasero tutti estra-
Dante alimenta la
contesa tra umanisti
e difensori del
volgare per quasi
un secolo; il
suo spirito aleggia
nei sostenitori del
volgare che promossero
il Certame e
nell'autore della Grammatichetta ; col
trattato De l
ulgari Eloquentia sono
connesse le prime
nostre contese ortografiche
e tutta, in
genere, la questione
della nostra lingua
ne' suoi momenti
più salienti dal
Cinquecento al Manzoni.
11 Bembo e
il Trissino, in
fondo, non eseguirono
ciascuno un piano
identico a quello
di Dante? La
dimostrazione data pel
Petrarca dal Cian
{Nugellae vulgares f questione
petrarchesca, in La
Favilla di Perugia,
giugno 1904, pp.
138-39), ciie cioè
il nostro maggior
lirico tenesse tutt'altro
che in conto
di Nu- gellae le
sue Rime, si può ripetere
(e me ne
avverte il Cian
stesso pel Boccaccio
con eguale certezza.
Che la IV
ecloga petrarchesca sia
« una disputa
intesa a dimostrare
la superiorità della
poesia italiana sulla
francese » esclude
E. Carrara |
Giorn. st. d.
leti, it., XXVIII,
123 sgg. I,
e conviene con
lui X. Busetto,
PETRARCA (si veda) satirico e polemista
in Padova in
onore di F. P., Estr.
Padova, 1906, p. 12, n.
2. Il Boccaccio
anche nell'esposizione in
volgare della Divina
Com- media, dove avrebbe
potuto esser tratto
facilmente a osservazioni
anche di forma
esteriore, non va
oltre la spie- azione
di singoli boli,
rimanendo sempre sotto
l'influenza delle sue
dottrine poetiche. Difende
calorosamente Dante dell'aver
poetato in volgare
piuttosto 32 Storia
della Grammatica nei
a un qualsiasi
movimento coscientemente teorico
in favor dell'idioma
nativo (*). Quel che
si fece in
questo per tutto
il terri- torio romanzo, fu
diretto a intenti
puramente pratici, di
gram- matica in servizio
della poetica o
degli stranieri, di
vera e pro-
pria metrica, di rettorica
in servizio della
epistolografìa, della notaria,
e di chi
doveva tenere parlamenti
e dicerie. Il
Donatz proensal, composto
da Ugo Faidit
prima del 1246
in Italia a
richiesta di Jacopo
da Morra e
Corraduccio da Sterleto
e tra- dotto anche
in latino per
maggior utilità degli
Italiani, è un
ricalco su\V Ars minor
di Donato. Senz'
accennar a teorie
lin- guistiche, né a
scopi speciali, comincia
subito a trattar
delle otto parti
del vulgar proensal
(nom, pronom, verbe,
adverbe, particip, conjunctios,
prepositios, interjecios), e
si chiude con
un rimario abbondantissimo {De
las Rimai). Qui
il vulgar proensal
è trattato come
una lingua letteraria,
come una gram-
matica per gl'Italiani, quale
doveva appunto apparir
loro la fio-
rente letteratura
provenzale: è insomma
il provenzale letterario,
anzi poetico, classificato
e chiuso negli
schemi della grammatica
latina per l'apprendimento degli
stranieri. Certo quel
poterlo cosi trattare
come la '
grammatica ' doveva
ben valere a
dimo- strare che dunque
anche gli altri
volgari, non esclusi
gli italiani, che
in latino, non
solo col criterio
della fama, ma
anche della bel-
lezza e virtuosità del
volgare (cfr. O.
Zenatti, Dante e
Fire?ize, cit., p.
176 sgg., in
n) : eppure
della regolarità del
volgare neppur un
cenno. Pe' più
il volgare era
una lingua dispregiata,
ed il Boccaccio
ricorda che appunto
quella era stata
la caligine sotto
cui era rimasta
nascosa la luce
del valore di
Dante {Dal Commento,
ed. O. Zen
itti, Roma, 1900,
p. 332). E
ragion vuol che
si dica che,
se il Boccaccio
aveva difeso, meglio
del Petrarca, la
poesia, perchè non
aveva fatta differenza
tra la latina
e la volgare,
pure negli ultimi
suoi anni, com-
mentando la Divina Commedia
(lezione terza) concedeva,
sia pure per
non inasprire gli
avversari, che se
l'Alighieri avesse poetato
in latino con
l'eleganza ond'aveva trattato
il volgar materno,
avrebbe senza dubbio
fatto opera «
più artificiosa e
sublime » ;
e con quest'opi-
nione veniva tra poco
a concordanza un
altro ammiratore del
Poeta, Coluccio Salutati
\Ep., ed. Movati,
IV, 491: la
lettera è del
27 mar/o 1401).
(') Sull'attività critica
che accompagnò il
sorgere della letteratura
nazionale è da
vedere La Critica
letteraria {dall'Antichità classica
al Cinquecento) di
O. Bacci, Milano
(in corso di
pubblicaz.), alla quale
rimando anche per
altre notizie di
circostanze e fatti
aventi qualche relazione
col nostro argomento.
Capitolo primo 33
potevan esser ugualmente
trattati, e non
avremmo così dovuto
aspettar il Biondo
perchè tosse intravvista
e riconosciuta una
certa regolarità nel
nostro idioma: pure
alla ipotesi d'una
gram- matica italiana non si venne.
Las razos de
frodar sono anch'esse
una grammatica, ma in servizio
delle forme poetiche,
e, appunto perchè
nate in suolo
provenzale, non eseguiscono
tutta intera la
trattazione grammaticale e
contengono dichiarazioni simili
a quelle dei
primi nostri grammatici
del 500 che,
avendo ancora in
mente il latino
e credendo molto
fosse il conoscerlo,
dicono non esser
necessario svolgere questa
o quella categoria
o esem- plificazione. E notevole
altresì che vi
si trovino considerazioni intorno
alla proprietà dei
vari volgari e
vi si vada
come in cerca
d'un volgare illustre:
«La parladura francesca
vai mais et
plus avinenz a
far romanz et
pasturellas ; ma
cella de Lemosin
vai mais per
far vers et
cansons et serventes
» ('). È
un orienta- mento, come
ben si vide,
simile a quello
del De Vulgari
Elo- quentia, e
appunto per questo
ci è davanti
l'abbozzo d'una gram-
matica provenzale, come materia
grammaticale abbiamo nel
trat- tato dantesco ; ma quale
differenza ! Quella
che nelle Razos
è un'osservazione fuggevole
e quasi inconscia
del pratico che
vuol giovare ai
rimatori, qui è
lo sforzo e
l'ardimento di chi
vuol creare un
nuovo linguaggio per
la vita e
per l'arte. Anche
le Regles de
trobar di Jaufré
de Foixà(2), che
sono un seguito
del- l'opera del Vidal,
furon compilate per
domanda di Giacomo
re di Sicilia
(tra il 1286 e il
99). Osservazioni di
metrica, parte forse
di opera più
vasta e perduta,
contiene la Doctrina
de com- pondrc
dìctats. E per
tacer d'altri rimaneggiamenti delle
Razos e di altre arti
metriche, grammatica, metrica
e rettorica sono
Las Leys d'Amors
o Flors del
gay saber che
Guillelm Molinier ebbe
l'incarico, qual segretario
o cancelliere, di
comporre in Tolosa
nel 1350 dalla
compagnia della Gaya
scie?isa (1324), perchè
fossero un codice
della buona poesia,
e dove il
provenzale era appunto
legiferato
grammaticalmente come una
lingua lette- (')
Raimon Vidal, Las
razos de trobar,
ed. E. Stengel,
Die beideìi àltesten
provenz. Gra/tim,, Marburgo
1878, p. 70.
Si confrontino a
questo proposito anche
Las leys d'amors,
II, 392. Anche
pel Do- natz,
questa edizione. )
Su J. de
Foixà cfr. P.
Meyer, Romania, 51;
X, 322.raria('). La
lingua GALLICA nella GALLIA non ha nulla
di simile, allora, e
le sue prime
vere grammatiche le
ebbe appunto molto
più tardi, nel
Cinquecento, alcuni anni
dopo di noi,
per effetto del
medesimo movimento critico
che determinò il
sorger delle nostre.
In terra italiana,
oltre il trattato
delle Rime volgari
di Antonio da
Tempo (1332), e
l'imitazione che un
contemporaneo de' nipoti
del giudice, Ghidino
di Sommacampagna, ne fa
in veronese di
corte, pure arti
metriche, e il
trattatela metrico di Barberino,
si ricorda un
trattateli simile che avrebbe
composto, ma che
in realtà non
compose. CAVALCANTI (si veda), secondo
la te- stimonianza di Villani
che l'avrebbe avuto
tra mano e
di Domenico Tullio
Fausto che 1'
avrebbe visto e
lo citava un
buon secolo dopo. Un
confronto tra Las
razos e il
Donatz istituì già
il D'Ovidio in
Giorn. st. d.
lett. il. Su gl’ammaestramenti grammaticali
pella LINGUA GALLICA nel
medioevo, cfr. Brunot,
Hist. d. la
langue gallique.
L'abitudine, a lungo
conservatasi in Inghilterra,
di usare la lingua gallica (Honi soit qui mal y pense –
“anglo-normanno” di H. P. Grice, originariamente ‘gris,’ grigio), fa
sorgere tutta una
serie di saggi,
che rimasero senza
paragone per molto
tempo sul continente d’Europa e costituiscono
la sola letteratura
grammaticale anteriore. Cfr. Delle
Rime Volgari, Trattato
di Antonio da
Tempo, giudice padovano ,
composto nel 1332,
dato in luce
integralmente ora la
prima volta per
cura di Giusto
Grion, Bologna, 1869. Introduzione p.
13: «In rhetoricis
delectatus studijs eandem
artem ad rhythmo-
rum vulgarium compositionem
eleganter traduxit ».
Villani, De Florentiae
famosis civiòus. 11
Fausto, Introduzione alla
Unti uà volgare
(in Gkio.n cit*.),
nel capitolo dell'ordinare
la Prosa: «Delle
parole bisillabe e
trisillabe sono alcune
aspirate come honore,
al- cune hanno geminate
le liquide, come
novella, fiamma, anno,
carro, lasso; consonante
dopo muta doppia,
fabbro; ovvero muta
in mezzo liquide,
sepolcro: e cotali
Dante chiamò nella
sua volgar Eloquenza,
e Guido Cavalcanti
nella seconda parte
della sua Grammatica,
irsute: « chi
facesse combinazione di
questa senza dubbie)
seria dura e
roggia orazione ».
Qui evidentemente la
parola grammatica è
usur- pata per significar
metrica: fatto comune
nell'erudizione, tanto che.
nel 1609, Francesco
Bacchi nel suo
elogio di Aldobrando
Cavalcanti {Elogia, Firenze,
1844, p. 18)
attribuisce a Guido
una vera e
propria grammatica :
« quod multa
Guido scripserit, non
desunt qui affir-
ment, ut de
eloquentia sui seculi,
de regulis linguae
etruscae, de natura
verborum, quibus fit
oratio numeris astrictior,
artifieijs orna- tior...
». Il trattato
del Da Tempo
tradusse nel suo
dialetto Barati-Ila, sedicenne, figlio
di Antonio Laureo.] Ma
NON GRAMMATICA, come
la chiama appunto
Fausto, come GRAMMATICA NON È la sua
Introduzione alla lingua
volgare, che è
invece metrica e RETORICA. Insomma,
quanto di grammaticale o SINTASSI – MORFO-SINTASSI (“rules
of formation” – “syntax” – H. P. Grice – SYSTEM G -- vi può
essere in tutte
queste somme romanze escluso
il Donatz —
è solo in
servizio della metrica
e della rettorica,
senza alcuna vera
funzione propriamente grammaticale,
e asso- lutamente indipendente dal
realmente parlato ;
mentre Dante ha
coscienza d'uno schietto
criterio della regolarità
grammati- cale, onde anche
sia disciplinabile sull'esempio
del latino il
vol- gare italiano, e
l'applica: nel che
egli differisce dal
Biondo in quanto
questi riconosceva nel
volgare una regolarità
di fatto, e
Dante gliela riconosceva
solo in germe:
restava di fargliela
acquistare. Così, e
questo è tempo
ornai di concludere,
prima dell'autore della
grammatichetta vaticana che
integrò i due
cri- teri e fece
il primo tentativo,
una vera e
propria grammatica dell'
italiano non fu
stesa. Lo studio
strettamente grammaticale era
fatto esclusivamente ne'
riguardi del latino
sull'Ars minor di
Donato: l'insegnamento ne'
riguardi del volgare,
quando l'arte de'
Dictamina fu fatta
passare dal latino
al volgare, rimase,
com'era stato pel
latino, di carattere
rettorico. Certo, in
quelle Sutnmè dictaminis,
in quelle Artes
dictandi, ?w/ariae, concìonandi ', non
mancano osservazioni che
potrebbero chiamarsi di
dominio puramente grammaticale.
Una parte di' viltà,
che in principio
della Summa di FABA (si veda) si raccomandano
d'evitare, riguarda Loreggia.
Nel proemio del
Da Tempo si
avvertiva che alla
versifica- zione giova la
conoscenza della grammatica
(s'intenda IL LATINO); si
notava che «
lingua tusca magis
apta est ad
literam sive literaturam
quam aliae linguae,
et ideo magis
est communis et
intelligibilis » ;
« Item ultimo
notandum est», si
avvertiva, « quod
quemadmodum in oratione
literali [il latino]
debet vitari barbarismus
et soloecis- mus,
ita in vulgari
rithimo ». Ma
si teneva ben
distinta la tratta-
zione grammaticale dalla metrica
: « Vocales
autem literae secundum
grammaticos sunt quinque,
scilicet a e
i o u, reliquae vero
sunt li- terae consonantes. Est
tamen alia etiam
differentia inter consonantes
literas: de quo
nihil ad praesens
disputare intendo, quia
satis per grammaticas
est ostensum ».
Invece il ragazzo
compendiatore si di-
stende sulle vocali, sulle
sillabe, sui dittonghi,
su\V elisione, il
tronca- mento e
altre figure :
il bisogno della
trattazione grammaticale si
era andato facendo
sempre più vivo!
Il compendio del Baratella
sta in- sieme con
l'ed. delle Rime
volgari del Da
Tempo, ed. Grion. Guidonis Fabe,
Summa dictaminis in II Propugnatore,
N. S., Voi.
Ili, pp. Mi,
1890, ed. Gaudenzi.
Storia della Grammatica
la collisio, il
frenum, lo hiatus,
il metacismus, il
laudacìsmus , ossia figure
grammaticali. Nella parte
seconda, non tutto
ciò che riguarda
la pronuntiaiio , è
garbo, ma correttezza. Il
dictamen è locutio
ne' due aspetti
di competens et
decora: « competens
dicitur quantum ad
congruitatem vel incongruitatem tam
bone sententie quam
recte gramatice ».
Il dictamen «
dicitur autem prò-
saycum a proson,
quod est longum,
quia ne legi
metrice vel rythmice
subiacens, congrue se
potest extendere ».
Al £ 78
circa dispositionem si
vuole che il
dictator « laboret
ut ordinetur sub
verborum serie competenti,
et postmodum ad
colores procedat rethoricos
». Poi vi
sono le osservazioni
de punctis et
virgulis et regulis
eoruni ; quelle della
constructio, in cui
duplex est ordo:
« Naturalis est
ille qui pertinet
ad espositionem, quando
nominativus cum determinatione sua
precedit, et verbum
sequitur cum sua,
ut " ego
amo te ,,.
Artificialis ordo est
illa compositio que
pertinet ad dictationem,
quando partes pulcrius
disponuntur ; qui
sic a Tullio
diffinitur : "
Compositio artificialis est
constructio dictaminis equabiliter
perpolita ,,». Al § 96
si parla de
regulis occurrentibus in
dictamine: nello zeugma
l'aggettivo concorda col
nome più prossimo:
es. Socrates et
Berta, est alba:
nella concepito, prevale
il maschio :
vir et mulier
sunt albi ;
il neutro prevale
sul maschile e
il femminile: mancipium
vir et mulier
sunt alba. Al
§ 98 si tratta dei
Verbi trasmissivi, al 99 de
ori- gine, possessione et
significai ione quofundam
ver borimi, al
102 de relativis
et antecedentìbus ; e quando anche
si è in
pieno campo rettorico
De ornatu orationis
et colorìbus retkorìcis, si
trova indirettamente tutta
la declinazione perchè,
parlando de insep-
tionc nominis per
omnrs casus tanto
al singolare ((pianto
al plurale, le
forme vengon tutte
fuori, e medesimamente
accade pei verbi
e le altre
parti del discorso
(gerundio, supino, participio,
pronome, proposizione, avverbi),
di cui si
passano in rassegna
gli usi che
se ne fanno
al principio e
alla fine del-
l'orazione. Sicché sotto
l'efficacia de' due
insegnamenti d'alta e
umile grammatica, dei
dettatori e dei
grammatici, doveva ve-
nirsi praticamente e indirettamente elaborando
anche la gram-
matica del volgare, la
quale poi appariva
direttamente quando appunto
il dictamen passava
dal latino al
volgare. Era un
mo- vimento, insomma,
fecondo in favore
del volgare quello
dei dettatori bolognesi,
e in genere
di quanti avevan
che fare con
le due lingue:
e da qualunque
aspetto le fossero
coltivate, a Capitolo
primo 37 qualsiasi
fine fosse rivolto
l'esercizio, la grammatica
del volgare spuntava
accanto a quella
del latino, ombra
di essa. Quel
diroz- zamento del
volgare fatto dai
maestri nelle scuole
e nei libri
a pratici fini
rettorici, nelle prime
come nelle ultime
scuole, non poteva
non far sorgere
ne' principianti, negli
studiosi, negli scrittori
come la coscienza
riflessa delle forme
grammaticali del volgare,
apprendendole loro senza
che se accorgessero,
senza somministrarne paradigmi,
definizioni,
classificazioni. Tra il
voi-" gare e
il latino e
il latino e
il volgare erano
continui e neces-
sari i confronti sia
nelle scuole letterarie
che in quelle
giuridiche. Tanto per
chi s'avviava per
i pubblici uffici,
che richiedevano faconda
e ornata parola,
e possesso dello
stile epistolare, quanto
per chi si
dedicava al notariato,
lo studio del
volgare sia pure
per la via
della grammatica latina
era una necessità.
Negli Sta- tuti che
la Società de'
Notaj di Bologna
promulgò nel 1246,
gli aspiranti al
diploma di notaro
dovevano dimostrare «
qualiter scirent scribere
et qualiter legere
scripturas quas fecerint
vulga- riter et
literaliter, et qualiter
latinare et dictare
» (l). E
a ciò non poteva bastare
uno studio stilistico,
ma occorreva anche
lo studio delle
forme e delle
relazioni sintattiche. A
un tale studio
dovevan esser invitati
o condotti anche
i discepoli di
quel Boncompagno da
Signa, che fu de' primi
a far sentir
l'influsso della Toscana
alla sua scolaresca
di Bologna, e,
meglio ancora, di
quel Faba, il
cui conato di
far trionfare il
volgare sul latino
non potè esser
solamente individuale. «
Il Faba, »
osserva il Monaci,
« viene a
prendere il primo
posto nella serie
di quei maestri
che, fa- cendo passare
dal latino al
volgare l'arte dei
Dictamina, con- tribuirono assai più
di quel che
non si creda
alla formazione del
nostro idioma letterario, e
perciò alla determinazione sia
pure orale delle
regole di esso.
Che l' insegnamento fosse
porto in volgare,
confermano anche i
testi grammaticali esplo-
rati dal Thurot, il
(piale osserva: «
On einsegnait. . . la
gram- [È superfluo ch'io
ricordi quanto e'
insegna su questi
argomenti Xovati, di
cui ora si
può vedere il saggio,
a Milano, su Le Origini.
— Intorno alle
Artcs dictandi discorre
anche G. Lisio,
L'arte del periodo
nelle opere volgari
d’Alighieri, Bologna. Su la Gemma
purpurea e altri
scritti volgari di FAVA
(si veda) o FABA (si veda), maestro
di grammatica in
Bologna, in Rend. Lincei.] maire aux
petits enfants sous
une forme tout élémentaire,
d'a- près le
Donatus minor, et
mème en languc
vulgaire ; car,
quoique je n'aie
rencontré que deux
manuscrits qui contiennent
des grani -
maires élémentaires rédigées
en francais, le
traduction de «
ca- sus » par
le substantif féminin
« case »
et de « modus »
par « meuf
» montre que
ces termes étaient
assez souvent employés
pour avoir été
accomodés au genie
de la langue
vulgaire » ('). Nel prepararsi
inoltre a pronunziare
in volgare le
dicerie pre- parate in
latino, nel leggere
nel testo volgare,
dato per disteso
o in compendio,
le formule epistolari
modellate in LATINO,
ognuno era naturalmente
tratto a osservare
le regole del
volgare. Me- desimente
gl'innumerevoli traduttori dal
latino e dal
francese, e anche
dal provenzale, come
avrebbero potuto condurre
l'opera loro, così
minuta e analitica,
senza notare le
differenze morfo- logiche e
sintattiche fra l'una
e l'altra lingua?
Codeste stesse volgarizzazioni, specie
di opera di
filosofia pratica e
di varia eru-
dizione storico-letteraria e retorica,
così diffuse e
popolari, ve- nivano indirettamente ma
non per questo
meno efficacemente a
propagare la conoscenza
e l'uso della
regolarità del nostro
vol- gare. Anzi
le riduzioni e
le traduzioni dei
testi di rettorica
(') Notices et
extraits de diverses
manuscrits latins, pour
servir à V histoire
des doctrines grammaticales
aie moyen àge,
in Noi. et
extr., ecc. dell'Istituto
imp. di Francia,
Paris, MDCCCLXV1I1, p.
120. Gli stessi
testi di grammatica
latina dapprima redatti,
com'era naturale, in
latino, e poi,
quando e dove
la conoscenza del
latini' si era venuta
facendo più scarsa,
corredati della versione
volgare al- meno nelle
parti più necessarie
tvocaboli, verbi, nomi,
avverbi, locu- zioni, esempi, temi),
finiron con l'esser
redatti unicamente in
volgare. Son note
le vicende di
quel fortunato trattatela»
di grammatica latina
che fu tramandato
di generazione in
generazione, di paese
in paese. per
lo spazio non
breve di circa
cinque secoli sotto
il nome di
Janna, e che
usurpò spesso il
nome al Donato
e gli disputò
la supremazia nelle
scuole. Copiata e
ricopiata fin dal
sec. XIII e
ristampata tal- volta anche
col titolo di
Donato al Senno,
adottata nel corso
prepa- ratorio di Guarino,
edita due volte
dal Mancinelli col
titolo di gram-
maticae aditus «
tanna », fu
ben per tempo
volgarizzata non soltanto da
un anonimo bergamasco,
ma dal Mancinelli
stesso dopo circa
due secoli, e
nuovamente in Milano
col titolo di
Donato al Senno
con il Calo
volgarizzalo; trad. in
greco da Planude,
servì ai Costantinopolitani per
impararvi IL LATINO, come
agli Umanisti del
sec. XV per
impararvi nella versione
ci i Planude il
greco. Cfr. Sabbadini,
qui appresso cit.
Capitolo primo {Fior
di rettorica, la
Retorica di Tullio,
ecc.), se non
contene- vano precetti di
grammatica volgare, miravano
però direttamente a
metter in grado
gl'indotti che ignoravano
il latino, di
parlare ornatamente nel
volgar materno. E
il compilatore del
Fior di Retorica
riduce in volgare
gli esempi latini.
Chi non vede
gli effetti di
simili libri e
ammaestramenti ? Ben
a ragione Giovanni
Villani, parlando nella
Cronica (Vili, io)
di Brunetto Latini,
lo chiama «
digrossatore de' fiorentini
in farli scorti
in bene par-
lare, ed in sapere
guidare e reggere
la repubblica secondo
la politica »;
e con non
minor verità la
critica moderna afferma
di lui che
« mostra un
certo presentimento degli
alti e utili
uiticj a' quali
eran chiamati i
nuovi volgari romanzi»!1):
lode che in
parte spetta anche
a Francesco di
Barberino. Per quanto
concerne il latino,
sorsero ben presto,
cioè sul cader
del du- gento,
vocabolari e grammatiche
latino-volgari (:l), che
rappre- (') D'Ancona
e Bacci, Manuale,
1, 89. Sull'insegnamento che
potè aver impartito
il Latini a
Firenze intorno all'Ars
dictandi, v. Fr.
Novati, Lect. cit.,
Le epistole. Nei Reggimenti
e costume delle
donne Onestate dice
a Elo- cjuenza:
E parlerai sol
nel volgar toscano
E porrai mescidare
Alcun volgar consonante
ad esso Di
que' paesi dov'hai
più usato Pigliando
i belli e
i non belli
lasciando. Cito, tanto
per far qualche
esempio, il Dizionarietto
latino- volgare contenuto nel
cod. B, 56,
n. 112 della
Comunale di Perugia;
il VOCABOLARIO LATINO-ITALIANO del sec.
XIV contenuto nel
cod. I (6)
72 della Riccardiana,
diviso per materia,
o meglio per
gruppi di parole
aventi un identico
significato, una specie
di vocabolario de'
sinonimi: di contro,
p. es., alla
colonna di sepultura,
tumulus, baralrum, se-
pulcrum, pilum, tumba,
monimentum , monumentimi, colossus,
cenotha- phius abbiamo
le corrispondenti voci
volgari la sepoltura,
el moni- mento;
la Graìnmatichetta latino-volgare contenuta
nel cod. 220
di quella di
Verona (cfr. Biadego,
Cai. descr. d.
mss. d. Bibl.
Coni, di V..
Ve- rona, 18921. Un
frammento di grammatica
latino-bergamasca ha illu-
strato negli Studi medievali il
Sabbadini, il quale
ci ricorda l'osservazione già
fatta dal Thurot,
che nelle gram-
matiche latine dei secoli
XIII e XIV
del Mezzogiorno d'Europa,
dove era più
scarsa la conoscenza
del latino, sono
interpretati in vol-
gare i thaemata che
servivano all'applicazione delle
regole. Una nuova
grammatica latino-italiana [veronese]
ex ha fatto
cono- 40 Storia
della Grammatica sentano,
in ogni modo,
l' ingresso del volgare
nelle scuole e
nei libri scolastici,
come strumento necessario
allo studio del
latino, e il
primo passo da
esso mosso nel
campo teorico sulla
via del- l'emancipazione da
questo, dove procedette
sì ostacolato ma
senza mai fermarsi.
Tuttavia, questo ed
altro di che
si potrebbe agevolmente
dire,' non spinse
alcuno a trattar
di proposito la
regolarità gram- maticale ne
nei libri né,
a quanto si
può sapere, nelle
scuole!1). Anzi quanto
si fece a
prò' del volgare,
agevolandone il naturai
uso orale e
scritto, può considerarsi
come un ostacolo
ad av- vertir la
necessità di quella
trattazione. Il concetto
teorico scere A.
De Stefani in
Revue des langues
romanes. È notevole,
secondo me, che
vi si espongano
significazioni e costru-
zioni irregolari e difficili.
Un glossario latino-bergamasco fu
pubb. da G.
Grion in II
Propugn., Ili, 90-8,
e da J.
Etienne Lorch ne'
suoi Altbergamkischc Sprachdenkmaler. Altri
testi grammaticali indica il
Rajna, Introd. cit.
(M Per la
spinosa questione, v.
Oddone Zenatti, Dante
e Fi- renze, pp.
79-81, in n..
e p. 462
sgg. La tesi
dello Zenatti è
che Dante a
Ravenna (1319-21) potè
aver insegnato nello
studio retorica volgare.
La Romagna annunziava
(III, 4 apr.
1906) che il
dottor Paolo Amaducci
ha posto fine
a un lavoro
in cui crede
di aver dimostrato
che Dante in
Ravenna tenne l'insegnamento della
ret- torica. Noi ammettiamo la
possibilità dell '
insegnamento dantesco di
retorica e anche
di grammatica volgare,
solo per ciò
che abbiamo detto
della nuova dottrina
dell'Alighieri circa la
grammatica, e del
carattere precettistico del
De Vulgari Eloquentia ;
che, comunque s'an-
dassero ormai modificando le
condizioni e le
esigenze degli studi,
un insegnamento di
lingua, grammatica, retorica
volgare con intenti
let- terari non era
possibile. Se Dante
lo impartì, fu
solo, come solo
fu a elevare
l'edificio del De
Vulgari Eloquentia in
quanto ha di
nuovo circa la
lingua e la
grammatica. Colgo qui
l'occasione per dichiarare
che dalla vasta
letteratura dell'
insegnamento pubblico dei
sec. XIII-XV nessuna
luce ho potuto
trarre pel mio
argomento, non riguardando
essa che fatti
del tutto esteriori.
Non giovò neppure
il fatto die
ormai nel corpo
stesso della grammatica
latina se ne
veniva introducendo tanta
parte di quella
volgare da quasi
bilanciarla, se si
eccettuino le definizioni.
Le nostre biblioteche
sono ricche non
solo di Prisciani,
di Servi e
di Donati, e
di grammatiche latine
di quattrocentisti noti e ignoti,
ma di com-
pi ndi e trattati
grammaticali latino-volgari veramente
preziosi anche per
la storia della
lingua, come, p.
es., quello contenuto
nel cod. 904
della Riccardiana, al n. 7
(in margine: «
Nicolaj Angeli Bucinensis
Epistolae quinque de
nonnullis Piscium, Avium,
Herbarum, Anima- Capitolo
primo 41 della
grammatica identifica la
grammatica col latino,
la lingua immutabile,
regolata: e checché
si pensasse dell' origine
e dello svolgimento
del volgare, questo
non appariva al
certo in quella
sua anche troppo
vistosa mobilità capace
d'esser regolato ; anzi
i prodigiosi monumenti
letterari che il
genio dei tre
coronati produsse, di
tanto superiori a
quelli pur così
ammirati del pe-
riodo immediatamente
precedente, distolsero vie
più dall' idea
che fosse necessario
osservar le regole
della grammatica d'una
lingua in cui,
senz'esse, Dante, Petrarca
e Boccaccio avevano
assegniti) sì alti
fastigi. Né alla
grammatica si fece
ricorso ne' momenti
in cui, cessando
il primato toscano,
riaffermandosi le let-
terature regionali, che innanzi
a quello avevano
quasi d'un tratto
ammutito, spezzatasi l'unità
linguistica nella stessa
Toscana, potè lium
Artificium vocabulis »,
ce. 78-87), che
raccoglie liste di
vocaboli assai importanti
(berlingozzi, insalata, erbastrella,
starna, fagiani, merla,
giandaia, ecc.). Il
riccard. 150 (L,
IV, 231, contenente
una traduzione latina
deW Iliade, a
ce. 25-54 ne'
Rudimenti grammaticali, ha
lun- ghissime liste di
avverbi, preposizioni e
verbi con tutte
le corrispon- denze italiane; gli
è simile il
I 3 della
Nazionale di Firenze;
altre liste di
verbi volgari contengono
gli Ashburnam 243
e 244 della
Mcdiceo-Laurenziana, il riccard.
3859, il misceli.
294 della Casanatense
frammento di 4
pagine) con le
corrispondenze roma nesche (vardare,
robare, cengere): notevole,
tra quanti ho
potuto consultare di
siffatto gene-re, il
riccard. 6j$ (N,
III, 26) contenente
(ce. 1-84) un
Tractatus grammaticalis ne'
cui margini, in
corrispondenza del paradigma la-
tino, è, segnata sempre
rosso per miglior
uso e servizio
mnemonico, la parte
morfologica e sintattica
del volgare, che,
presa a sé,
è ab- bondante quanto quasi
le Regole del
Fortunio. E gli
esempi vanno dalla
singola parola (el
poeta, la musa,
lo homo, la
donna, la fore-
stiera- a costrutti participiali
e gerundivi 'insegnando
ogni dì, intesi
bene principia, volendo
il discepolo imparare)
e periodici di
più ampia tessitura
(^avendoti io amato
et servito più
volte, tu dovevi
richor dar- tene). Questi testi
grammaticali, oltre che
al comodo comune,
ser- virono all'istituzione di
giovanetti appartenenti a
famiglie di qualche
importanza. Nell'ultima pagina
del Prisciano contenuto
nel cod. riccardiano, è
detto: « io
Lorenzo de girolamo
di Dome- nico di
tingho o venduto
q" Prisciano a
Alexandre de Romigi
degli Strozzi e
al prezzo de
lire nove et
per fide, ecc. Noto
qui, come per
incidente, che molto
sarebbe da raccogliere
di prezioso materiale
linguistico dialettale o
semiletterario anche nelle
grammatiche latine umanistiche,
essendo che i loro autori
(Guarino, Perotti, Scoppa,
ecc.) abbiano fatto
uso, per le
corrispondenze, del loro
dialetto o del
dialetto italianizzato. 42
Storia della Grammatica
parere che la
letteratura nazionale fosse
signoreggiata come da
uno spirito d'indisciplina: il che veniva
a ribadire il
concetto tradizionale della
grammatica. Il Gello
racconta che i
/iterati, che primi
« usavano a
l'orto de' Rucellai,
si maravigliarono di
alcuni literati poco
avanti la loro
età, che avevano
composto in versi
e in prosa
di questa lingua
senza alcuna osservazione
: parendo loro
impossibile che, avendo
pur veduti gli
scritti di que'
tre famosi, e'
non avessero aperti
gli occhi alle
loro osser- vazioni et
non si fossero
accorti in quanta
corruzione fusse in-
corsa la bellissima lingua
che parliamo ».
Neppur la Lettura
pubblica nello studio,
che pur non
poteva non dar
occasione ad avvertimenti
grammaticali, suggerì l'idea
della compilazione delle
regole prima del
Landino, che avvenne
per le ragioni
che già vedemmo
('). Che più?
Dalla morte, anzi
dagli ultimi anni
di Dante, che
dovette ascoltare i
rimpianti di Giovanni
del Virgilio del
non avere egli
scritto in latino
il poema, sin
oltre la Invettiva
di Cino Rinuccini,
cioè fino agli
ultimi echi del
giudizio del Niccoli,
che ebbe dopo
morte un difensore
nel Poggio, insomma
per lo spazio
d'oltre un secolo
la « qui-
stione » sulla
preferenza di Dante
pel volgare, che
è di quelle
che parrebbero fatte
apposta per fecondare
la critica sulla
na- tura e la
struttura delle lingue
e il modo
di studiarle, fu
a questo proposito
inutilmente agitata :
tanto le accuse
come le difese
non andarono oltre
i termini vaghi
e generali di
bruttezza e bellezza.
Di fronte agli
attacchi e ai
dispregi rivolti all'Ali-
ghieri per la forma
e la lingua
ond' aveva composta la
Com- media, non cessati
neppur dinanzi all'opera
mirabile compiuta, Guido
da Pisa, nel
commento latino della
Dichiarazione poetica dell'Inferno,
si scagliava contro
gì' ignoranti che,
perchè scritta in
volgare « fructum
qui latet in
ipsa, quaerere negligimi
et abhorrcnt ».
Corteccia è la
lingua anche pel
Boccaccio, che in
tre momenti per
lui solenni (Epistola
al Petrarca per
accompa- [È discretamente abbondante
anche la letteratura
dei commen- tatori quattrocenteschi di
Dante e del
Petrarca, ma ben
pochi elementi fornisce
al nostro tema
dal punto di
vista teorico. È
largamente trattata da
Oddone Zenatti nel
volume Dante e
Firenze, cit. , p.
176 sgg. I
brani che cito
in proposito son
tutti di qui,
e a questo
libro rimando per
molte altre notizie
che gettano luce
sul nostro tema.
Capi/o/o plinti) 43
gnar il testo
della Commedia, Trattatello
in laude di
Dante, Lettura in
Santo Stefano) difese
con tanto calore
il suo ammi-
rato Poeta di tutte
le accuse. E
quando l'intemperante e
intol- lerante Umanista
lanciò contro l'Alighieri
il titolo di
poeta da calzolai,
il Rinuccini rispondeva
osservando che « gli umani
fatti dipigne in
volgare più tosto
per far più
utile a suo'
citta- dini che non
farebbe in latino
», e affermando
che « il
volgar rimare è
molto più malagevole
e meritevole che
'1 versificare litterale
». Ser Domenico
di maestro Andrea
da Prato andava
più in là.
dicendo che «
esso volgare, nel
quale scrisse Dante,
è più autentico
e degno di
laude che il
latino e '1 greco che
essi anno ».
Dopo questo stadio
acuto della questione
i giudizi s'andaron
facendo più miti.
E quegli stessi
che vi avevan
par- tecipato da avversari
del Poeta, finirono
coll'ammirarlo: il Bruni,
p. es., che
aveva dichiarato, ne'
noti Dialogi ad
Petrum Hi- strum,
di pensarla come
il Niccoli, scrisse
contro questo 1 '
oratio in nebulonem
maledicum e nel
36 la Vita
di Dante e
del Petrarca. Il
Eilelfo non isdegnò
leggere tutte le
domeniche al popolo
la Commedia. S' intende,
anche ora detrattori
non mancavano, e
il Filelfo stesso
nel 1432 dovette
purgare il Poeta
degli spregi d' ignorantissimi emuli.
Ma ormai l' Umanesimo
trionfante poteva guardar
la passata letteratura
senz' inimicizia, avvicinarla,
ammetterla (') :-
il Certame coronario fu
pos- Il dissidio, s'intende,
era più apparente
che reale, era
più nella mente
de' dotti colpita
dalle esteriorità e
imbevuta di pregiudizi
che non nel
fatto: quel latino
e quel volgare
erano legittimi prodotti
dello spirito italiano
di questo periodo,
erano due modi
d'esprimersi che apparentemente designavano
una doppia serie
di spiriti diversa-
mente conformati; ma non
era né poteva
esser cosi. Era
un'età di transizione,
e come tale
presenta i suoi
contrasti, che sembrano
e sono più
stridenti quando il
nuovo irrompe con
la sfrenatezza e
l'intempe- ranza che gli è consueta.
Negli stessi singoli
individui si avvertono
apparenti discordanze: anche
nei tre maggiori
non mancano a
propo- sito di questa
stessa questione, del
riconoscimento cioè del
volgare : semhrano
contraddirsi, sembrano oscillare,
ma in realtà
essi son sempre
d'accordo e coerenti
con sé stessi
e con l'età.
Così avviene pel
Bruni e pel
Niccoli: il primo
muove dal latino
per andar verso
il volgare; il
secondo dagli entusiasmi
pel volgare che
gli fanno imparar
a me- moria giovinetto la
Divina Commedia, passa
agli oltraggi contro
il Poeta divino.
Poi tutta la
gloriosa schiera degli
Umanisti della se-
conda metà del sec.
XV accoglie in
sé latino e
volgare, e l'Alberti,
44 Storia della
Grammatica sibile appunto,
perchè le ire
erano sbollite, e
il volgare poteva
presumere di misurarsi
col latino. Fu
appunto, cred'io, per
questi raffronti istituiti
senza fiere opposizioni,
se non in
ami- chevole accordo delle
parti contendenti, che
le discussioni, che
dovettero derivarne, poterono
avviarsi a qualche
conclusione utile ;
ora era proprio
di lingua, che
si poteva parlare,
indipen- dentemente dalle persone
e dalle dottrine
poetiche. Il fatto
è che appunto
di questi tempi
ebbe luogo, comunque
originata, la già
accennata controversia del
Biondo e del
Bruni, donde abbiam
visto uscire il
concetto della regolarità
grammaticale del volgare,
concetto veramente rivoluzionario rispetto
a quello che
si aveva prima
della grammatica. E
con l'implicita affermazione
della possibilità della
grammatica del volgare,
sorgere la gram-
matica. Anzi ci fu
anche qualcosa di
più che quell'affermazione ;
il Landino, nell'
Orazione (') tenuta
incominciando a leggere
i so- netti del
Petrarca, accennava esplicitamente al
bisogno di sco-
prire e rissare le
regole grammaticali del
volgare, intorno ap-
punto agli anni in
cui una mano
stendeva la prima
grammatica della lineria
italiana. i! Poliziano,
Lorenzo, il Sannazaro
son glorie di
tutt'e due le
lette- rature. é Medesimamente, quando
si parla dello
scadimento della lingua
volgare, si adopera
un termine improprio,
per le ragioni
che non im-
porta ripetere. Per quel
che concerne poi
la copia della
produzione, basta, per
la poesia, vedere
il volume del
Flamini, La lirica
loscatia anteriore ai
tempi del magnifico ,
Pisa, e per
la prosa, quel
che ne discorre
il Baco, ora
nel libro Prosa
e Prosatori, Palermo,
1907, al qual
volume rimando per
le abbondanti notizie
bibliografiche con- cernenti i
rapporti tra il
latino e il
volgare nel Quattrocento. E
per l'interesse onde
fu proseguita la
tradizione nazionale, ba-
sterà pensare alla Lettura
di Dante, al
Circolo di Coluccio,
a quello del
Paradiso degli Alberti,
alle conversazioni del
Convento di S.
Spi- rito, alle improvvisazioni de'
canterini in S.
Martino, alle radunanze
di S. Maria
del Fiore, all'ufficio
dell'araldo della signoria,
all'opera letteraria de'
giudici e notai
della Cancelleria, al
circolo della bottega
di Calimala, a
quello della bottega
del Bisticci, all'Accademia
Senese, agli Orti,
e, in genere,
alle esercitazioni poetiche
mantenute tra le
fac- cende giornaliere della
vita, nelle cancellerie,
nelle case signorili,
nei ritrovi, ne'
fondachi. (') In
Corazzini, Miscellanea di
cose inedite o
rare, Firenze. LANDINO (si veda) èeletto
professore per la
poesia e l'oratoria
nel 145S. Capitolo
primo 45 Ma
il caso rimase
isolato (')) appunto
perchè ormai il
mo- vimento a favore
del volgare fu
così intensificato, che
non ci fu
il tempo perchè
la via segnata
dalla grammatichetta vaticana
potesse essere ila
altri battuta. Si
sa che dopo l'anno del
Certame, L’ITALIANO anda guadagnando
sempre maggiori sim-[Avemmo
tentativi parziali di
ortografia, e, anche
più partico- lari di
punteggiatura. Onesta precedenza
nella costituzione di
regole ortografiche e
di punteggiatura ebbe
due diverse cause,
oltre quella del
dissidio tra il
latino e il
volgare : le
esigenze create dall'inven-
zione dell'arte della stampa,
e il gusto
che il classicismo
veniva sempre più
raffinando e che
voleva dimostrare anche
nei minimi particolari
della scrittura. Per
tale rispetto il
costituirsi di questa
parte della grammatica
in norme speciali
era un avviamento
di progresso, perchè
moveva dal bisogno
sentito dall'artista di
conservare alla sua
parola tutta quella
vita o la
parte di quella
sua vita di
cui egli aveva
co- scienza. È, al
proposito, della massima
importanza il vedere
quello che recentemente
s'è scoperto praticasse
PETRARCA (si veda) in armonia
con una teoria
quasi certamente sua
nello stendere in
definitiva forma il
suo Canzoniere, egli
che. da quel
grande umanista che
era e artista
di squisitissimo sentimento,
il più squisito
che noi avemmo,
ben è in
grado d’avvertire le
più impercettibili sfumature
d'accento e di
suono ne' suoi
schietti e luminosi
fantasmi. Egli, oltre
il suspensivus (/),
la nostra virgola,
il colon (.),
il nostro punto,
l' interrogativus anche talora
in forza d'esclamativo
f. - ),
il nostro interrogativo, adopera
per speciali atteggiamenti
di pensiero DUE ALTRI SEGNI speciali:
un punto sottostante
a una virgola (.'),
simile nella forma
al nostro esclamativo, per la
clausola non chiusa
nell’INTENZIONE (vide Grice, “I KNOW vs. I know” -- dello
scrittore; e un
punto attraversato da
una virgola (/),
per esprimere un'idea
enfatica – cf. Grice on stress -- di
particolare interesse per
lui. Do un esempio
del primo segno. Da
be rami scendea dolce
ne la memoria.
Una pioggia di
fior sovral suo
grembo. Et ella
si sedea Humile
7 tanta gloria Couerta già
de lamoroso nembo.
Qual fior cadea
sul lembo. Qual
su le trecce
bionde Choro forbito et
perle Eran quel
dì a vederle.
Ed ecco un
esempio del secondo. Voi
cui fortuna a
posto in mano
il freno de le
belle contrade Di che
nulla pietà par
che vi siringa.
Codesti segni, che si trovano
adoperati anche nel
vat. hit., contenente
il Bucolicum cat'tnen
e nel vat.
lat., contenente il
De sui ipsius
et multorum ignorantia,
corrispondono perfettamente a
quelli di cui
si discorre in un’
“Ars punctandi,” attribuita a PETRARCA,
e che questi
avrebbe esposto in
una lettera a Salutati in
risposta a un
quesito di lui. L'edizione
è fatta
a Lipsia con
i tipi di
Arnaldo da Colonia,
e comprende tre
opuscoli riuniti certo
per uso scolastico:
Il Modus epistola/idi
di Saphonenn, l'Ars patie
e aiuti da
parte de' dotti,
e dalla Toscana
il moto si propaga
con molta rapidità
nelle altre regioni
d' Italia, specie
nel Veneto, dove scrissero o
insegnarono le Regole
della lingua volgare
Augurello e Gabriello, e
punctandi di Petrarca,
e il Dyalogus
de arte punctandi
di Giovanni de
lapide. Società filologica
romana, II Canzoniere
di Petrarca riprodotto
letteralmente dal Cod.
vat. lai., 3193
coti tre fotoincisioni, cur. Modigliani. In
Roma, presso la
Società. Ili, Prefazione,
pp. xxvm-xxx. Per
altro, devesi osservare
che questi trattatelli
di ars punctandi
messi in luce
sul finir del
Quattrocento, come altri
d'altro argomento affine,
quale il trattato
De aspiratione del
Pontano, erano dettati
non in servizio
del volgare, ma
specialmente in servizio
del latino. Il
volgare vi entrava
in ispecie per
le varietà che
veniva offrendo rispetto
al latino, e
le osservazioni erano
poi più 0
meno seguite dai
nostri primi grammatici
del volgare. P.
es., il Fortunio
ci dice: «
come che il
dottissimo Gioviano Pontano
nel suo Trattato
d'aspiratione dica, la
preposizione di questa
lettera g a'
vocali [come in
Giano, gioco, Giove]
nella volgar lingua
esser processo da
barbari: ma, la
Tosca pronunciatione seguendo,
a me par
che vi si
convenga » (p.
30 verso, ed.
cit. più avanti).
Se non si
ebbero nel sec.
XIV speciali trattati
ortografici, non mancò
peraltro chi nelle
trascrizioni seguisse un
sistema determinato di
pronunzia. Mi basti
citare 1' esempio
messo in luce
dal Rajna, Osservazioni
fonologiche a proposito
di un ms.
della Magliab. (Il
libro della storia
di Fioravanti, 1300-25)
in II Propugu.,
V. (') Dell'insegnamento di
Trifon Gabriele, autore
d'una Institu- tione
della grammatica volgare,
« uno de'
grammatici e critici
più ri- putati, e
chiamato il Socrate
di quella età
» (De Sanctis,
Storia, II, 153),
ci ha lasciato
notizia in uno
de' suoi Dialoghi
Speron Spe- roni, dove
introduce a parlare
de' propri studi
giovanili il Brocardo:
« Questo nostro
buon padre primieramente
mi fece noti
i vocaboli, poi
mi die regole
da conoscere le
declinazioni e coniugazioni
di nomi e
verbi toscani, finalmente
gli articoli, i
pronomi, i participii,
gli av- verbi e
le altre parti
dell'orazione distintamente mi dichiarò; tanto
clic accolte- in uno le
cose imparate, io
ne composi una
mia gram- matica, con
la quale scrivendo
io mi reggevo
». In De
Sanctis, loc. cit.
— Per ogni
notizia riguardante l'Augurello,
il Gabriello e
altri, rimando al
cit. libro del
Cian, Un decennio
ecc. Per l'Augu-
rello, in particolare, A.
Serena, Attorno a
G. A. Augurello,
Tre- viso, 1904 e
G. Pavanello, Un
maestro del quattrocento
(G. A. Au-
guralo), Venezia. 11 P.
non sa dirci
nulla se l'A.
scrisse la Grammatica
(p. 41); ma
afferma l'esistenza dell'insegnamento a
Padova (I476?-I4S5), a
Venezia (1484-1492), a
Treviso, e dà
altre indicazioni importanti
circa uomini e
cose di questo
periodo e di
quanti furono in
relazione col Bembo. Bembo
andava meditando quelle
che poi divennero
le sue ce-
lebri Prose, mettendo
insieme, fin dal
1500, a richiesta
d'una sua amica,
un libretto di
.Votazioni. La grammatica
ormai cadeva sotto
il dominio della
poetica del Rinascimento
e si sottoponeva
al principio dell'imitazione: la
qualità di Toscano
non era più
necessaria per occuparsi
au- torevolmente ed efficacemente
del volgare, che
veniva a esser
considerato come lingua
morta, e come
tale studiato e
regolato nella grammatica.
E senza negare
che pur in
Toscana le cure
spese intorno ad
esso né s'arrestavano
né s'affiochirono, che
anzi troveremo non
pochi tra i
Toscani escogitatori di
concetti e di
riforme veramente originali,
pure il movimento
si svolse segnatamente
fuor di Toscana,
almeno nei rapporti
della com- pilazione scritta delle
regole. Ci basti
il ricordare che
a confes- sione stessa
del Bembo, verso
il 15 12 erano
alquanti che scri-
vevano della lingua volgare.
Codesti dovevan esser
certamente fuori di
quel circolo cui
egli dirigeva il
manoscritto del primo
e secondo libro
delle sue Prose
e che era
composto di Trifon
Gabriele, suo principale
corrispondente, di Giovanni
Aurelio Au- gurello,
di Nicolò Tiepolo,
di Giovanni Francesco
Valerio, del Ramusio
e di Andrea
Navagero. Chi fossero
non è ben
chiaro, ma nella
mente del Bembo
dovevan esser con
ogni probabilità, oltre
il Calmeta (l),
che accusava di
plagio, il Fortunio,
il Li- burnio,
il Colocci ('").
Se tutti costoro
insegnassero o scrivessero,
come l'Augurello e
Trifone, « Regole
de la volgar
lingua », non
sappiamo ; come
non sappiamo se
e come si
concretassero le osservazioni
della lingua che,
secondo la testimonianza
del Trissino, sarebbero
andati facendo il
Dolfin, il Fracastoro,
Giulio (') Sul
Calmeta v. specialmente
Rajna, La Lingua
cortigiana cit. (-'i
Anche al Colocci
furono attribuite dall'Ubaldini
Regole della lingua,
che però dovrebbero
essere state confuse,
come ben suppone
il Cian, non
tanto col Vocabolario,
che effettivamente esiste
nei due codd.
vaticani 4817 e
4818, sì bene
« con le Annotazioni su
varii autori volgari
e latini o
con la Colleclio
vocum Petrarchae et
aliorum, die realmente
esistono ancora Oggidì
fra i codici
vaticani ». 0/>.
cit. p. 69.
Pel Colocci, Rajna,
recens. cit. del
libro del Belardinelli,
nella quale -ohm
anche messi a
profitto due altri
scritti riguardanti il
Colocci, l'uno del
Neri, Nota sulla
letteratura cortigiana del
Rinascimento, in Bull.
il. di Bordeaux,
e l'altro del
Debenedetti, Intorno ad
alcune postille di
A. C, in
Zeit. f. rom.
Philol., XXVIII 11904),
pp. 56-93. 4«S
Sforici della Grammatica
Camillo (l), e quel
Romolo Amaseo di cui,
mentre pronunziava una
gonfia orazione a
Bologna in difesa
del latino, ormai
de- tronizzato, si sa
che spiegava al
proprio figliuolo e
a un altro
scolaro le Regole
della volgar Ungila,
e l'altro gruppo
di let- terati di
cui ci tiene
parola il Dolce
nelle sue Osservazioni,
Bernardo Cappello, Domenico
Veniero, Bernardo Zane,
Giro- lamo Gradenigo, Federigo
Baroer, Giambattista Amalteo,
ecc., tutti veneti.
Ma se non
tutti saranno stati
intenti a scriver
e compilar grammatiche,
di cose grammaticali
certo s'occupa- vano e
molto s' intendevano, specie
coloro a' quali
il Bembo richiedeva
l'opera di correttori
e di consiglieri,
e, per tornare
in Toscana, i
frequentatori di quegli
Orti Oricellari (:!),
alle cui discussioni
presero parte, tra
gli altri, TRISSINO (si veda), che
vi espose le
sue dottrine ortografiche,
e il grande
Segretario fiorentino (')
che bollava d' 'inonestissimi i
seguaci del Trissino,
sostenendo che quella
tale lingua curiale
non esi- sterebbe se
non in quanto
il fiorentino de'
sommi trecentisti si
sarebbe imposto all'uso
letterario di tutta
Italia, arricchito nel
vocabolario, ma invariato
nella grammatica, e
che, primo (')
Per una Grammatica
del Camillo v.
più innanzi. 1 ) Cfr.
F. Zambaldi, Delle
teorie ortografiche in
Italia (estr. dagli
Atti del R.
Istituto veneto), Venezia,
1S92, p. 3.
Il Sensi (M.
Claudio Volo/nei e le controversie
sull'ortografia italiana cit.
più innanzi), non
è disposto a
cedere la priorità
e la maggior
im- portanza del movimento
grammaticale toscano di
contro a quello
delle altre regioni
d'Italia, e raccomanda
che questo punto
sia meglio rive-
duto. Egli anche a
parer mio ha
perfettamente ragione (pianilo
parla di un
interessamento dei Toscani
vivo, continuo e
intenso versoli loro
idioma, che manifestano
specie in radunanze
e ritrovi, nello
sforzo di parlarlo
e scriverlo meglio
che possono; ma
in fatto di
produzione di grammatiche,
fatto concreto e
accertabile e accertato
- quella va-
ticana è l'eccezione che
ha il valore
che abbiam visto
— il posto
d'onore spetta a
non toscani. Quella
stessa testimonianza del
Pazzi ( — quel
che noi ridiente
diciavamo, loro si
sono messi a
far sul serio
— indica la
coscienza che di
questo fatto avevano
i toscani; e
vedremo che fino
al Giambullari, la
Toscana non ebbe
un vero e
proprio grammatico del
volgare, e quando
i Toscani vi
posero mano tu
pro- prio anche per
un certo sentimento
di vergogna che
li punse nel
ve- dersi legiferare la
loro lingua dagli
altri. Su gli
Orti, Leader Scott,
The Orti Oricellari,
Firenze, 1893. Per
La data e
la composi -.ione del
«.Dialogo intorno alla
lingua » di
Niccolo Machiavelli, v. Rajna, in
Rend. d. Acc.
d. Lincei, S.
V., v. II,
(1S93), pp. 203-22.
Capitolo primo 49
fra tutti, intuì
il valore dell'elemento sintattico
nella lingua, come
fecero poi, tra
gli altri, il
Martelli e il
Gelli. Tutto questo
è detto per
dimostrare che, quando
il Fortunio nel 15
16 pubblicava le
sue Regole, la
necessità dello studio
gram- maticale del volgare
era largamente riconosciuta,
sia come ef-
fetto della sorta coscienza
dell'importanza della nuova
lettera- tura, sia in
tanto in quanto
a scrivere e
parlar bene nel
patrio idioma occorr,
in ordine al
canone dell' imitazione formulato
dal classicismo, osservare
la regolarità de'
nostri sommi. Quando Fortunio pubblica
le sue
Regole, due fatti
si maturavano, la
vittoria definitiva del
volgare sul LATINO
e il comporsi
della dottrina dell'imitazione in
una salda unità
di principi. Anzi esse
ne sono la
prima comune manifestazione. Primo e
principale effetto di
quella dottrina è lo studio
della forma esteriore
così nella letteratura
antica che nella
moderna, elevata ai medesimi
onori di quella
: della forma
nessun aspetto fu
trascurato, parendo essa
quasi tutto il
meglio del- [Regole grammaticali
della volgar lingua
di i/tesser FORTUNIO (si veda), reviste, et
con somma diligentia
corrette. Aldus. La prima
edizione ne è
fatta in Ancona
per Vercellese. In
poco più di
trentanni sono ristampate
diciotto volte. Un'altra
edizione da me
consultata è quella
di Vinegia, per Bindoni e Pasini
compagni. Una bibliografia
de’nostri antichi grammatici
si ha nella
Biblioteca dell'eloquenza
italiana di FONTANINI (si veda) annotata
dallo Zeno, Ve-
nezia. Di grammatici
si occupa di
proposito anche il
Tira- boschi, nella
sua Storia della
letteratura italiana, Roma,
17S5, t. VII.
p. Ili, 1500-1600,
pp. 363-401 :
£ 4. Grammatici
italiani in volgare
; 5. Contese
ortografiche, sul titolo
della lingua, ecc.;
6. GRAMMATICI FILOSOFICI TOSCANI. Notizie
a loro relative
si pos- sono raccogliere in
tutte le recenti
storie letterarie: cito
per tutte quella
scritta da una
Società di Professori
e edita per
cura del Yallardi,
ma ricordando in
particolare il cap.
ultimo della Storia
del Canello, Milano,
1S80. Ai meriti
di Francesco De
Sanctis anche verso
la storia 52
Storia della Grammatica
l'opera d'arte, ivi
scoprendosi tutto l'artifìcio
dello scrittore: quindi
sceltezza di lingua,
correzione, regolarità, eleganza,
ar- monia nel disegno
totale e in
ogiir-rniirimo particolare furono
le doti volute
alla perfezione d'un' opera:
si discusse dove
e come studiarle
: furono studiate,
poi legiferate, codificate
in al- trettanti particolari trattati:
grammatiche, vocabolari, disamine
linguistiche, metriche, rettoriche
: l'osservazione fu
tradotta in legge:
sorse così il
purismo classico: l'erudizione
cedette il passo
all'estetica. Di queste
particolari trattazioni, se
stiamo alle date
delle principali opere
critiche del sec.
XVI, sorse prima
la gramma- tica :
che le Prose
del BemboT dove,
oltre la grammatica,
son trat- tati l'effetto poetico
dei diversi suoni
e il valore
onomatopeico delle varie
vocali e consonanti,
sono del 25,
il De Arte
poetica del Vida,
dove si danno
le leggi di
armonia imitativa, è
del 27, la
Poetica del Trissino,
che discorre di
lingua e metrica
toscana, è del
29, del 35
è il primo
vero Vocabolario toscano,
al 39 risale
il tentativo del
Tolomei d' introdurre i
metri classici nella
poesia volgare ecc.
Se ciò non
dipese dal caso,
la ragione sarà
da ricercare nel
fatto che, come
la regolarità grammaticale
è la caratteristica che
prima colpisce l'occhio
del lettore e
dello stu- dioso ed
è, diremo, la
dote essenziale della
forma esteriore d'una
scrittura, così è
o sembra più facile e
nel tempo stesso
più utile e
necessario il codificarla.
La grammatica inoltre,
— e questa
della grammatica ho già accennato,
e tornerò a
discorrerne diretta- mente a
suo luogo. —
Notizie di grammatici
si hanno, naturalmente,
in tutti i
libri che trattano
la questione della
lingua: basterà ch'io
ricordi qui: Caix,
Die Streitfrage ilber
d. ital. Sprache,
neh' Italia dell' Hillebrand; F.
D'Ovidio, Le correzioni
ai Promessi Sposi
e la questione
della lingua; 3*
ed., Napoli, 1893;
V. Vivaldi, Le
controversie intorno alla
nostra lingua dal
1500 ai nostri
giorni; Catanzaro, 1894-8
(cfr. F. Foffano,
Giorn. si. d.
leti. il., XXIX,
154 sgg.), dove
si tien conto
de' grammatici con
molta diligenza; Leone
Luzzatto, Pro e
contro Firenze, 1893
(cfr. Sensi, Pass.
Bibl., I, 293);
ora, G. Belardinelli,
La questione delta
lingua. Un capitolo
di storia della
letteratura italiana. I.
Da Dante a
Girolamo Muzio. Con
una nuova fonte ,
Roma, 1904 (Cfr.
cit. receus. Rajna
1. Su I
primi grammatici della
lingua italiana fu
scritto, oltre che
dal Morandi già
cit., da G.
S. Ferrari, in
Rivista Europea), p.
1017 sgg. (')
Anche nel Canone
è la prima
scienza. Capitolo secondo
53 è ragione
forse di maggior
peso che non
la precedente, —
è in intima
connessione con ognuna
delle trattazioni che
possono esser condotte
anche separatamente ;
perchè è linguistica,
se indaga l'origine
e lo sviluppo
della lingua che
studia, è voca-
bolario in quanto registra,
nei paradigmi e
negli esempi, molte
serie di parole,
è storia dove
tratta d'etimologia, è
metrica, e, fino a un
certo segno anche
rettorica, specie dove
discorre del- l'uso e
della collocazione delle
parole e delle
figure grammati- cali. Lo
sguardo del grammatico,
insomma, può spingersi
in ogni aspetto
della forma, se
è largo e
profondo. L'opera del
nostro Fortunio, infatti,
di cui abbiamo
i primi due
libri sol- tanto, l'uno
« del dirittamente
parlare » (morfologici), l'altro
« del correttamente
scrivere» (ortografia), comprendeva,
secondo quan- t'egli
afferma nel proemio,
in altri tre
libri, la trattazione
« delli più
riposti vocaboli »
{etimologia? stilistica?), «
della costruttione varia
delli verbi »
(sintassi), e «
della volgare arte
metrica », svolgendo
così tutta o
quasi la materia
grammaticale, senza dire
che nel primo
e secondo libro
sono spesso discusse
delle que- stioncelle
di critica ermeneutica,
quasi saggio d'
un' ampia ap-
pendice, che pure aveva
tracciata nel suo
disegno. Ad ogni
modo, questo primo
tentativo d'abbracciar tutta
la forma della
nuova lingua che
si offriva ora
allo studio e
alla imitazione, rivela
il calore onde
la critica s'applicava
alla nuova letteratura.
Ma, in generale,
all'elaborazione della grammatica
volgare, com'era già
avvenuto per quella
vaticana, presedette il
modello della latina.
Dei grammatici latini
quelli che conservarono
fino al Rinascimento
la maggiore autorità,
furono Donato, «
ch'alia prima arte
volle per la
mano », e
Prisciano Cesariense, della
« turba grama
» dantesca :
Donato specialmente, ne\V
Ars minor, per
la prima istituzione
grammaticale, e Prisciano,
il più completo
fra tutti, per
lo studio più
elevato; ma il
Rinascimento sentì il
bisogno di adattarli
per i tironi
riducendoli e integrando
l'uno con l'altro.
Un primo tentativo
di riduzione aveva
eseguito per tempo
Zonino da Pistoia,
che sarebbe stato
il primo a
imporre il nome
di Reguìa~e~?i\\%. grammatica
latina ; ma
non ebbe molta
fortuna. Assai più
largamente adottati furono
invece Guarino e
Nicolò Perotti :
quest'ultimo godeva ancora
il vivo favore
dei discenti del
medio Cinquecento, come
vedremo sulla testimo-
nianza del Conte di
S. Martino, che
lo copiava letteralmente
nelle sue Osservazioni di
grammatica toscana (1555).
Do in 54
Storia delia Grammatica
nota ('), per
comodità dei lettori
e per evitarmi
continui raffronti e
ripetizioni, un'indicazione sommaria
delle due Arti
di Donato e
delle Instituzioni di
Prisciano, valendomi delle
loro stesse pa-
role : di Prisciano,
che non si
presta per la
sua abbondanza di
(') Ecco lo
schema della Donati
De partibus orationis
Ars minor (ed. Kiel, Lipsiae).
Partes orationis VIII – I nomen II pro-nomen III verbum
IV adverbium V participium VI coniunctio
VII praepositio VIII interiectio. Nomen
est (=df) pars orationis cum
casu corpus aut
rem proprie communiterve SIGNIFICANS (Grice ; ‘shaggy.’)
Nomini accidunt {sex):
qualitas (proprium – FIDO --, appellativum – shaggy) conparatio
(positivo, comparativo, supperlativo)
genus (maschile, femmenile,
commune, promiscuo) numerus
(singulare, duale – ‘ambedue’ --, plurale) figura
(simpice, conposta) casus VI.
Pro-nomen est (=df) pars orationis – Grice, “Someone, I, is hearing a
noise), quæ pro
nomine posita tantunden
paene SIGNIFICAT PERSONAMque –
Grice, “PERSONAL IDENTITTY: “Something is hearing a noise” -- interdum recipit.
Pronomini accidunt (sex):
qualitas, genus, numerus, figura.
Verbum est (=df) pars
orationis cum tempore
et persona sine
casu aut agere
aliquid aut pati
aut neutrum SIGNIFICANS.
Verbo accidunt (septemw
qualitas [in modis
: indicativo, imperativo,
ottativo, coniuctivo, infinitivo,
impersonale. In formis: perfecta,
meditativa, frequentativa, inchoativa. Coniugatio (PRIMA,
AM-o, -as, -bo, -bor ; SECONDA,
doceo ; TERZA,
lego); genus (attivo,
passivo, neutro, deponente,
com.ì; numerus f singolare, duale, plurale) figura
isimplice, composta) tempus
(praesens, praeterito; imperfetto,
perfetto, ppf. plusquamperfectum; futuro),
persona (prima – Grice, “I am
hearing a noise”, SECONDA, TERZA (“Someone is hearing a noise). Adverbium – e. g. ‘non,’ composto di ‘ne’ e ‘on’
– est (=df) pars orationis, quæ adiecta
verbo SIGNIFICATIONEM eius explanat
atque inplet. Adverbio
accidunt (tria): significano
(loci, temporis, numeri,
NEGANDI (‘non’), affirmandi, demostrandi,
optandi, hortandi, ordinis,
interrogandi ,
similitudinis, qualitalis, quantitatis,
dubitandi , personæ, vocandi,
respondendi , separandi, iurandi,
eligendi, congruendi, prohibendi,
eventus, comparandi), comparatiti
figura. Participium
est (=df.) pars orationis partem
capiens nominis, partem
verbi; nominis genera
et casus, verbi
tempora et SIGNIFICATIONES, utrius-
que numerimi et
figuram. Participio accidunt
[sex): genus casus
tempus SIGNIFICATIO numerus
figura. Coniunctio est (=df.) pars
oratiois adnectens ordinansque sententiam.
Coniuctioni accidunt
(irta): potestas (coppulativa – e --, disgiunctiva – o -- , expl. – ‘se’ --, caus.,
ration.) figura ordo
(praep., subs., coiti.). Prae-positio est (=df.) pars orationis quæ praeposita
aliis partibus orationis SIGNIFICATIONEM casum
aut conplet aut
mutat aut minuit. Praepositioni accidit
(unum): casus. Interiectio est
(=df.) pars orationis SIGNIFICANS MENTIS [ANIMAE] AFFECTUM VOCE INCONDITA. Interiectioni accidit
(unum): SIGNIFICATIO (la
intelligimus cum multis
aliis etiam comprehensivum, verbale,
principale, adverbiale. III.
'de comparativis et
sup. et eorum diversis extremitatis : ex
quibus positivis et
qua ratinili- formantur;
de diminutivis: quot
eorum species, ex
quibus declinationibus nominimi,
quomodo formantur'. [V.
' de denominativis
et verbalibus et
part. et adv.:
quot eorum species,
ex quibus primitivis,
quomodo nasenntur '. Y.
'de g-eneribus dinoscendis
per singulas terminationes ; de
nunieris; de figuris
et earum compage;
de casti'. Genera:
masculinum, femininum, commune
et neutrum vocis
magis qualitade quam
natura dinoscuntur, quae
sunt sibi contraria',
epicoena vel promiscua
. clnbia. Numerus
' dictionis forma,
quae discretionem quantitatis
facere potest. singularis
vel pluralis. '
Figura quoque dictionis
in quantitate comprehenditur : vel
eiiim simplex, vel
composita, vel decomposita'. '
Casus est declinatio
nominis vel aliarum
casualium dictionum quae
fit maxime in
fine'. VI. '
de nominativo casu
per singulas extremitates
omnium no- minnm,
tam in vocales
quam in consonantes
desinentium, per ordi-
nem; de genetivorum
tam ultimis quam
penultimis syllabis'. VII.
' de ceteris
obliquis casibus, tam
singularibus quam plura-
libus '. Vili.
' de verbo
et eius accidentibus
'. ' verbum
est pars orationis
cum temporibus et
modis, sine casu,
agendi vel patiendi
significativum '. accidunt octo
: significatio sive
genus, tempus, modus,
species, figura, coniugatio
et persona cum
numero,, quando afifectus
animi de- finiti '.
significatio: activus, passivus,
neutrum (absolutum i, deponens.
tempus: praesens, prateritum
et futurum: praeteritum
in tria, im-
peri"., perf. ,
plusquamp. ' modi
sunt diversae inclinationes
animi, varios eius
affectus de- monstrantes.
sunt autem quinque
: ind. sive
definitivus, imp., opt.,
subiun., infinitus '. ' ind.us,
quo indicamus vel
definimus, quid agitur
a nobis vel
ab aliis, qui
ideo primus ponitur,
quia perfectus est in omnibus
tam per- sonis
quam temporibus et
quia ex ipso
omnes modi accipiunt
regulam et derivativa
nomina sive verba
vel participia ex
hoc nascuntur, ...et
quia primo positio
verbi, quae videtur
ab ipsa natura
esse prolata, in
hoc est modo,
quemadmodum in nominibus
est casus nominativus,
et quia substantiam
sive essentiam rei
significat, quod in
aliis modis non
est . neque
enim qui imperat
neque qui optat
nequi qui dubitat
in subiunctivo substantiam
actus vel passionem
significat, sed tantum-
modo varias animi
voluntates de re
cavente substantia'. 6o
Storia della Grammatica
' Species sunt
verborum duae, primitiva
et derivativa, quae
inve- niuntur fere
in omnibus partibus
orationis '. diversae species:
inchoa- tiva (-sco),
meditativa (-urio), frequentativa, desiderativa,
et aliae a
nominibus (patrisso) et a verbis
(albico). Impersonalia '.
'Figura quoque accidit
verbo, quomodo nomini'.
' Coniugatio est
consequens verborum declinatio'.
' Sunt igitur
personae verborum tres
'. ' Nwmerus
accidit verbis uterque,
quomodo et omnibus
casualibus, singularis, pluralis
'. de regulis
generalibus omnium coniugationum
'. de praterito
perfecto '. de participio'. de
pronomine'. ' est
pars orationis, quae
prò nomine proprio
uniuscuiusque ac- cipitur
personasque finitas recipit
'. accidunt sex:
species, personae, genus,
numerus, figura, casus.
species: primitiva, derivativa,
persona prima et
secunda persona singula
habent pronomina, tertia
sex diversas voces.
demonstrativa (hic), relativa
(is), praesens iuxta
(iste), absens vel
longe posita (ille),
demonstrativa et relativa.
genus: m., f.,
n. figura: s.,
e. numerus: s.,
pi. casus: quemadmodum
nominibus. De praepositione. (Apolloni
' auctoritam in
omnibus sequendam putavi
'). ' p.
o. indecl., quae
prep. aliis part.
vel appositione vel
comp'. cognationes de
potestate: ' separatae
praepositiones vel acc.
vel abl. àdiunguntur
'. De adverbio
et interiectione. ' p. o.
ind., cuius significatio
verbis adicitur'. accidunt:
species, significatio. figura.
species: prim., der.
(conp., sup., dim.). significatio adverbiorum
diversas species liabet
(tempus, locum, dehortativa,
confirmativa '. figura:
simpl., conp., deconp.
[iurativa, dub., discretiva,
ord., intentiva, comp.
super, etc.]. Interiectionem Graeci
inter adv. ponunt,
quoniam haec quoque
ve] adiungitur verbis
vel verba ei
subaudiuntur, ut si
dicam ' papae,
quid video?', vel
per se 'papae',
etiamsi non addatur
'miror', habet in
se ipsius verbi
significationeni. quae res
maxime fecit, Ro-
manorum artium scriptores
separatim liane partem
ab adverbiis ac-
cipere, quia videtur
afFectum habere in
se verbi et
plenam modus animi
significationem, etiamsi non
addatur verbum, demonstrare.
in- teriectio tamen
non solum quem
dicunt Graeci oxerMao/uóv
significat, sed etiam
voces, quae cuiuscumque
passionis animi pulsa
per excla- mationem
intericiuntur. habent igitur
diversas significationem :
gaudii, doloris, timoris,
etc' ' optime
tamen de accentibus
earum docuit Do-
natus, quod non
sunt certi, quippe,
cura et abscondita
voce, id est
Capito/o secondo 6r
non piane expressa,
proferantur et prò
affectus commati qualitate,
confunduntur in eis
accentus \ De coniunctione. 'e.
est p. o.
ind., coniunctiva aliorum
]). o., quibus
consignìflcat, vini vel
ordinationem demonstrans :
vim, (piando simul
essi- res ali-
quas significat, ut
'et pius et
fortis fnit Aenaeas
' ; ordinem,
quando consequentiam
aliquarum demonstrat rerum,
ut ' si
ambulat, movetur*. accidunt:
figura et species,
quam alii poteitatem
nominant, quae est
in significatione coniunctionum, praeterea
ordo. figura: s.,
e. species: copulativa,
continuativa,
subcontinuativa, adiunctiva, cansalis,
efFectiva, approbativa, disiunctiva,
subdis., disertiva, abl.
praesump., advers., abneg.,
collect. vel rationalis,
dub., completiva. ordo:
praeponuntur. subponuntur. de
constructiono sive ordinatione
partium ora- tionis,
inter se '.
' Quoniam in
ante expositis libris
de partibus orationis
in ple- risque
A polloni] auctoritàtem
sumus secuti, aliorum
qtwque sive no-
strorum sive Graecorum
non intermittentes necessaria
et si quid
ipsi quoque novi
potuerimus addere, nunc
quoque eiusdem maxime
de ordinatione sive
constructione dictionum, quam
Graeci ovvra^iv vo-
cant, vestigia sequntes,
si quid etiam
ex aliis vel
ex nobis congruum
inveniantur, non recusemus
intercipere '. '
necessariam ad auctorum
expositionem '. '
est... oratio comprehensio
dictionum aptissime ordinatarum,
quomodo syllaba comprehensio
literarum aptissime coniunctarum,
et quomodo ex
syllabarum coniunctione dictio,
sic etiam ex
dictionum coniunctione perfecta
oratio constat'. Exempla
I: per abundantiam :
literae, ' relliquias
', syllabae, '
tutudi ', dictionis,
' me, me
adsum qui feci
' ; literae
' prorfest ',
syllabae, ' inafoperator
', dictionis, '
sic ore lo-
cuta est '
: per defectionem:
literae, ' audacter
', syllabae, '
commovit ', dictionis,
' urbs antiqua
fuit [quam], Tyrii
tenuere coloni '.
II. Quo- modo autem
literarum rationem vel
scripturae inspectione vel
aurium sensu diiudicamus,
sic etiam in
dictionum ordinatione disceptamus
rationem contextus, utrumque
recta sii an
non. nani si
incongrua sit, soloecismum
faciet, quasi elementis
orationis inconcinne coeuntibus,
quomodo inconcinnitas literarum
vel syllabarum vel
eis accidentium in
singulis dictionis facit
barbarismum. sicut igitur
recta ratio scripturae
docet literarum congruam
iuncturam, sic etiam
rectam orationis com-
positionem ratio ordinationis
ostendit ' :
(dementa, syllabae, dictiones,
orationes praeponuntur et
postponuntur, dividuntur et
coniunguntur, transmutantur, aliae
prò aliis accipiuntur). ' Solet
quaeri causa ordinis
elementorum, quare a
ante b et ce- tera;
sic etiam de
ordinatione casuum et
generum et temporum
et ipsarum partium
orationis solet quaeri.
restat igitur de
supra dictis tractare,
et primum de
ordinatione (~ collocatio)
partium, quamvis quidam
suae solacium imperitiae
quaerentes aiunt, non
oportere de huiuscemodi
rebus quaerere, suspicantes
fortuitas esse ordinationum
positiones. sed quantum
ad eorum opinionem,
evenit generaliter nihil
62 Storia della
Grammatica per ordinationum
accipi nec contra
ordinationem peccari, quod
exi- stimare penitus
stultum. si autem
in quibusdam concedunt
esse ordi- nationem, necesse est
etiam omnibus eam
concedere, sicut igitur
apta ordinatione perfecta
redditur oratio, sic
ordinatione apta traditati
sunt a doctissimis
artium scriptoribus partes
orationis, cum primo
loco nomen, secundo
verbum posuerunt, quippe
cum nulla oratio
sine iis completur,
quod licet ostendere
a constructione, quae
continet paene omnes
partes orationis. a
qua si tollas
nomen aut verbum,
imper- fecta rit
oratio; sin autem
cetera subtrahas omnia,
non necesse est
orationem deficere, ut
si dicas :
' idem homo
lapsus ben bodie
con- cidit', en
omnes insunt partes
orationes ausane comunctione,
quae si addatili-,
aliarti orationem exigit
'. ' Possumus
autem et amplioribus
rationibus de ordinatione
par- tium demonstrare;
sed quia non
de ea propo sitimi
nobis est, sumciat
hucusque dicere '.
Quaestio ' quare
interrogativa dictionum in
duas partes orationis
solas concesserunt, id
est in nomen
et in adverbium:
' an haec
etiam approbatio est,
principales duas esse
partes orationis nomen
et ver- bum, quae
quando in notitia
non sunt, habere
de se interrogationem frequenter
accipiendam? '. '
Ouoniam de bis,
quae loco articulorum
accipi possunt apud
Latinos in supra
dictis ostendimus et
de generaliter infinitis
vel relativis vel
interrogativis nominibus, quae
relationis causa stoici
inter articulos ponere
solebant, et de
adverbiis, quae vel
ex eis nascuntur
vel eorum diversas
sequuntur significationes, consequens
esse existimo, de
pronuininimi quoque constructione
disserere ' . Partes
orationis ad aptam
coniunctiones ferri debent.
' per figurarti,
quam Graeci à.kkoiòxt\xa
vocant, id est
variationem, et per
nQÓÀrjynv vel ovMeipiv,
id est praeceptionem
sive conceptionem, et
per geBypia, id est adiunctionem
et concidentiam, quam
ovvé/A- TtxcùOiv Graeci
vocant, vel procidentiam,
id est àvrwirwow,
et numeri diversi
et diversa genera
et diversi casus
et tempora et
personae non solum
transitive et per
reciprocationem. sed etiam
intransitive copu- lanti^, quae
diversis auctorum exemplis
tam nostrorum quam
Gra osservarle, a
insegnarle, a compilarle
erano ormai una
schiera, e il
fine — questo
conta ancor più
— era in
tutti unito: trovar
i principi onde
condur con profitto
lo studio e
la 1 Vó
stretto; per la
s dolce propose
il 0, per
il eh seguito
da i atono
il k, per il suono
gì la grafia
Ij, lasciando il
e e il g col
suono gutturale dinanzi
a tutte le
vocali, e il
eh e gh
pel palatale, e
il digramma se.
Sicché il suo
alfabeto, quale ci
è messo sott'occhio
nella Grammatichetta, presenta
33 rappresentazioni: a
b e d
e f g
eh e gh
k i 1
j m nopqr^stouz
v § x
y th ph
h : delle
quali fa 28 si- gnificative, cioè «
rappresentative degli elementi
della voce »,
cinque oziose (x,
y, ph, th,
h), benché h
non lo consideri
una lettera, ma
un accento- aspirato.
Le significative distingue
in VII vocali (aeeiocju) e 2i consonanti .
Con le vocali
forma 13 dipthomgi
(ai, au, ei,
eu, ei, ia,
ie, ie, io,
ico, iu, oi,
uo) e un
triphth«ngG> (iu 99
renze e a
Siena se ne
fosse parlato, non
mancali prove che lo attestino
(l). Lasciando dell'
atteggiamento preso contro
il Trissino e
quant' è di
personale nella polemica,
e la contestata
possibilità di conseguir
l' intento in materia
siffatta, gli oppositori
accetta- rono la distinzione
per Vu e
il v, quella
dell', per convenzione).
Comincia poi a
trattare del nome
— e non
va più innanzi
— perchè «
da lui rivegna
a noi, di
tutte le cose
conoscimento, forma et
so- stanza ». Secondo
il novero e
il grado, secondo
che significhi Corpo
o ver Cosa,
che sia d'altrui
qualità propria o
comune, otto ne
sono gli osservamenti
: Specie, Qualità,
Comparazione, Geno, Novero,
Forma, Grado, e
Terminazione » (?).
Date tutte (')
È la vera traduzione dell' alviariKÓv de'
Greci. Trattandosi della prima
grammatica dove si
affacci un intendimento classificatorio – o tassonomico,
i. e., non-esplicativo – adequazione descrittiva --, credo
meriti la spesa
il riferire le
definizioni di questi
accidenti grammaticali. Specie ee,
una natia disposizione,
di che che
sia voce; per
cui de '1
primo suo essere
discernimento riesca, o
soccedente dopo. Geno ee
egli, uno racconoscimento del-
l'un sesso all'altro,
dallo anziposto articolo,
naturalmente tratto, o dal- l'autorità de
gli scrittori, alle
genti rimase ».
« Novero e
egli, uno accrescimento
di quantità, da
uno a più
procedente ; per
terminazione distinto». «Forma
ee ella, uno
racconoscimento della parola
sempia- mente detta,
o congiunta e
apposta altrui. Grado fia
egli, un certo
movimento della variazione,
ne '1 Novero,
racconoscimento per anzi-
posto articolo sempiamente addetto,
o con preposizione
riposto ». (I
casi son detti
: Nominativo, Vocativo,
Genitivo, Acquisitivo, Causa-
Capitolo guaito le
relative definizioni, porge
i paradigmi delle
Terminazioni (Declinazioni), di
cui fa cinque
classi ( — a; — o; —
e; — i;
(Gerì, Portici, Napoli);
— cons. (David,
Babel)) e infine
un Notamente (Vocabolarietto) «
de Nomi di
che sia detto
nello costui ragionamento
». La medesima
applicazione del concetto
trissiniano del vol-
gare illustre al Canzoniere
fece un altro
curioso seguace del
Bembo, il Conte
di S. Martino
nelle sue Osservazioni
gramma- ticali e poetiche
della lingua italiana,
dove lo schematismo
gram- maticale acquista quanto
e più che
nella grammatica dell'Ateneo
un considerevole sviluppo.
Difendendosi dall' accusa
rivoltagli d'incapace, qual
nato sul confine,
a osservar le
regole del vol-
gare, egli fa intendere
che non occorre
esser Toscani per
com- prender il Petrarca,
il quale non
iscrisse nel puro
fiorentino, ma nel l'
italico, che rappresenterebbe per
noi quel che
per i Greci
la Kotvfj òià/.EKTos(l). Egualmente
dichiarava di attenersi
«ai modi facili
e intesi da
tutti, non tolti
di mezzo la
Toscana, e usando
/ anche vocaboli
latini » un
m. Nicolò Tani
dal Borgo a
S. Se- polcro che,
pur trattando della
« nostra lingua
Toscana », scri-
veva i suoi Avvertimenti
sopra le regole
Toscane con la
forma- zione de"1 verbi,
e variatione delle
voci ('), «
non pe' Toscani,
tivo, Terminativo). «Qualità
ee, un partimento
di nomi, de
gli uni agli
altri, altri fatto
commone o proprio,
a cose divertevoli
tratto ». «
Comparazione ee, un
accrescere o scemare
di qualificato accidente,
con anziponimento di
se: per le
Additioni fattone, significanti
dimi- nuzione, o accrescimento
di appellazione che
sia ». «
Terminazione, osservamento sezzaio,
una fine esser
diciamo, di che
che sia Appel-
lazione; variata per gradi,
et in uno
de vocali per
lo sempre finiente;
con barbari alquanti
in consonante formati
». I nomi
son divisi in
es- sistenti (sostantivi),
e adherenti (aggettivi).
La doppia uscita
è chia- mata geminamente (chiostro,
-a; calle, -a;
martire, -o). Delle
parti del discorso
fa nove classi:
Nome, Pronome, Articolo,
Dittione (verbo;, Partecipante , Additione
(avverbio), Preposizione, Congiuntione,
Inter- posizione: che corrispondono
press'a poco alle
nostre, tranne che
fa una classe
del participio e non dell' 'aggettivo, che
fonde col nome.
A questo raffronto
ebbero ricorso altri
propugnatori dell' ita-
liano comune, a cominciar
dal Calmeta, che
se ne sarebbe
servito per persuadere,
ma indarno, la
sua dottrina a
Trifone. Cfr. Ra.ina,
La lingua cortigiana
cit. (*) In
Venezia, per Giovita
Ripario, 1550. Sono
lodati da Anni-
bale Fedeli in una
sua lettera posta
dietro le Rime
di Gaspera To-
relli. E infatti per
l'uso a cui
la destinava l'autore,
sono esposti con
certa bravura didattica,
e ricchi principalmente di
paradigmi. S'in- Storia
della Grammatica ma
per quei fuori
d'Italia ». Un bel riscontro
alla precedente offre
questa dichiarazione che
il Citolini, autore
della Tipocosmìa, faceva
nella sua Lettera
in difesa della
lingua volgare (1540)
('): « io
voglio starmi nella
Toscana non come
in una prigione,
ma come in
una bella e
spaziosa piazza, dove
tutti i nobili
spiriti d'Italia si
riducono ». Né
mancarono de' seguaci
del Trissino più
trissiniani di lui
come Mario Arezzo
nelle sue Osservaniii
di la LINGUA SICILIANA O
e Gianfìloteo Achillini
nel Dia- logo delle
Annotazioni della volgar
lingua (i537)(3)- L'Arezzo,
partendo dal concetto
che l'antico siciliano
fu lingua più
pulita che non
sia il moderno
(e tale concetto
ap- poggia con l'autorità
di Dante), scrive
la grammatica_p_er icojr^ regger
questo e ridurlo
all'antico splendore, sicché
i siciliani possano
adoperarlo come lingua
propria letteraria. Non
è una grammatica
completa, perù che « io...
non altro fari
intendo, chi purgar
la nostra lingua
mutando alcuni palori
non ben usati
». Cita l' autorità
di poeti siciliani
viventi ; ammette
per necessità l'uso
di parole latine
e fiorentine per
ragioni di stile
italianizzate. E dà
una raccoltina di
sue Canzoni per
mostrare come sarebbe
da scrivere, ponendo
in margine il
commento (4). dugia
molto sui mutamenti
di vocali in
principio, nel mezzo
e nel fine
delle parole; dei
vocaboli composti; del
troncamento e dell'ac-
crescimento. E notevole l'osservazione riguardante
i participi sinco-
pati, che sono ancor
oggi una delle
caratteristiche del dialetto
della regione di
cui era l'autore:
ingombro, cerco, scuro,
inchino, desto, franco,
molesto, stanco, lasso,
ecc. da ingombrato,
cercato, scurato, inchinato,
ecc. Oggi vi
si sente, p.
es., 'nsénto per
insegnato. (') La
lettera è datata
da Roma, sotto
il 1 settembre
1540; e fu edita in
Venezia per Francesco
Marcolini da Forlì
ne gli anni
del Signore, MDXXX
nel mese di
Decembre. Vi si
dice che il
Citolini conversava con
m. Trifone; e
che la lettera
trovavasi manoscritta nelle
mani di Bernardo
Zane. Fu ripubblicata
in compagnia d'una
lettera del Ruscelli
al Muzio, in
Venezia al segno
del Pozzo, 1551.
I) Osservaniii; Di la lingua:
Siciliana, et, Canzoni,
j in lo,
pro- prio idioma, \
di Mario, di
Arezzo, | gititi/'
Homo, sa |
ragusano. Ad instantia
di Paulo Siminara
. M .
I) . XXXX
III . In
Missina per Petruccio
Spira, in lo
misi di gennaro
1543. (3) Annotationi
della volgar lingua
di Gio. Philotheo
Achil- lino, in
Bologna da Vincenzo
Bonardo da Parma
e Marcantonio da
Carpo da l'originale
de l'Autore l'anno
MDXXXVI a io
d'Aprile. (4) Eccone
un esempio: Vinci
disdegno d'ogni amor
la forza: Volsi
diri: chi cosa
Muta lo cori,
e trasforma la
vogla: nixuna pò
mutar Capitolo quarto
i i 3
L'Achillini loda ed
esalta Dante, Petrarca
e Boccaccio «
perchè lo meritano,
et quando gli
accade volentiera gVimita
»: gli piace
anche il fiorentino,
quando è pronunziato
bene, ma ritiene
più corretta, in
qualche parte, la
comune e bolognese
nostra : «
perchè derogar' alle
più belle parole
nostre non in-
tendo, non sol alle
nostre bolognesi, ma
di quale altra
si voglia patria,
che sono delle
thosche migliori, le
piglio, et le
thosche abbandono. Non
però di libertà
privando coloro, che
thoscana- mente vogliono
procedere ». E con pieno
sentimento della bontà
della parola viva,
argutamente soggiunge; «A
noi ìntraviene come
a coloro, ch'hanno
in casa bianco
et ben cotto
pane, e vanno
in prestanza dal
vicino a tuorne
de '1 negro,
et mal cotto
». E s' argomenta
rafforzare questo sentimento
estetico della lingua
con la ragione
storica. Così preferisce
Olempo ad Olimpo,
« perchè questi
due elementi I
et E hanno
sì grande insieme
l'amicitia, che quando
quella / dalla
Romana ovvero Latina
si parte per
farsi volgare, et
ella in molti
dittioni in E
si trasforma», come
in ancella da
anelila; più Olempo
gli fa comodo
perchè rima con
tempo! E preferisce
zeloso, che viene
da zelo, -as,
a geloso, perchè
noi bolognesi, toscanizzando
ge- loso, « si
fa come il
gentil che butta
via la gentil
moglie, e ne
piglia una bastardella
». Bologna docet
dal tempo di
Teodosio : dunque
« Bologna è
la madre, dunque
a Bologna la
lingua vol- gare nostra
il suo rifugio
sempre mai d'aver
deve, specialmente ne
'1 bene, et
che li figli
cordialmente ama »
('). L'Achillini è
E lo mio
cori mai forzao:
nen forza: lo
cori so, di
lo amor Ne
lo rimossi di
l'antica dogla: di la sua
donna, Anzi la
vidi vigurosa smorza
stanti la fidi
e Foco, chi
di disdegno si
ricogla, la constantia,
E la costantia:
chi di novo
sforza: la qual
costringi la Costringi
la radici a
nova soglia. radici
di l'arboro di
lo amori a
novi effetti. Cfr.
Pulejo Ettore, Sul
più antico abbozzo
di grammatica sici-
liana in Atti e
rend. dell' Accad. Dafnica
di Acireale, voi.
VI; e Sab-
badini, Studi medievali,
I, 2. 1
Con questi criteri
l'Achillini aveva composto
un suo poema
didascalico ad imitazione
de! Dittamondo, intitolato
il Fedele. Cfr.
L. Frati, in
Giorn. st. d.
leti, it., XI,
383 sgg. All'Achillini
dobbiamo quelle Collettame
grece, latine e
vulgari sulla morte
dell'ardente Serafino Aquilano
in un corpo
redutte, che il
D'Ancona ha illustrato
(Studi, Ancona, 1884)
e dove sono
rappresentate quasi tutte
le città della
pe- C. Trabalza.
s ii4 Storia
della Grammatica l'unico
che voglia parlar
la propria lingua,
lasciando piena li-
bertà agli altri, ai
Toscani, di parlar
la loro. Ed
era il più
logico. O meglio,
chi mostrò anche
più buon senso,
in tanto variar
d'opinioni, e meno
vaga coscienza di
quel che sia
il linguaggio, fu
il Valeriano (Giampietro
Yaleriano Bolzani), il
cui Dialogo fu
male che non
vedesse la luce
che quasi un
secolo dopo da
che era stato
disteso, sotto l'impressione
di dispute avvenute,
presente il Trissino
('). Lelio, uno
degli interlocutori, a'
quali nisola. Il
libro è del
1504, e non
possiam forse parlare
d'una dottrina del
volgare illustre dantesco
che gli serva
di fondamento ideale;
ma nel fatto
nulla vieta di
considerarlo un omaggio
a tutte le
parlate di Italia
che l'Achillini egualmente
rispettava. (') Dialogo
della volgar lingua
di Gio. Piero
Valeriano, Bel- lunese, non
prima uscito in
luce. In Venetia,
MDCXX, nella Stam-
peria di Gio. Battista
Ciotti. Fu ristampato
dal Ticozzi, Storia
dei lett. e
degli artisti del
Dipartim. della Piave,
Belluno, 1813, I, 182 sgg.
— La composizione
di questo Dialogo,
il secondo dopo
quello del Machiavelli,
in cui si
riflettono le discussioni
sulla lingua che
il Tris- sino avvivò
discorrendo del De
Vulgari Eloquentia, di cui possedeva
uno de' pochi
esemplari, si suol
riportare al 1516
(G. Percopo, Giorn.
st. d. lett.
il., XXVII I, 74-751
cioè a un
tempo di poco
lontano alla composizione
del dialogo machiavelliano (1514)
e alla breve
fer- mata (1513) fatta
dal Trissino in
Firenze e alla
probabile visita del-
l'anno successivo alle medesime
radunanze. È ben
noto che di-
scussioni simili a quelle
degli Orti e
nelle quali medesimamente, come
apprendiamo in ispecie
dal Cesano, il
trattato dantesco era
og- getto e materia,
avvennero in Roma, presente
anche qui il
Trissino, che «
risiedette colà dal
1514 al 1518,
e poi di
nuovo nel 1524,
e dal- l'autunno del
1525 a quello
del 1526 »
(Rajna, Introduz. eh.,
p. L'I. Ora,
il Dialogo del
Valeriano, che, come
ogni scritto consimile,
se non è
riproduzione dal vero,
è finzione che
nel vero deve
avere qualche radice,
a me sembra
che rispecchi assai
meglio le radunanze
romane del 24
che non le
fiorentine del 13
e 14. La
scena è collocata
in Roma e
ne sono interlocutori
Lelio, il Marostica,
e Angelo Colotio
(il Co- locci):
e il Colocci
vi riferisce agli
altri due il
dialogo avvenuto la
sera innanzi in
altra casa, dove
egli fu trattenuto,
in Roma stessa.
Può esser tutta
finzione questa e
il contenuto del
riferito Dialogo ap-
partenere alle discussioni fiorentine;
ma l'allegazione del
pensiero del Papa
e il richiamo
della tirannide che
il fiorentinismo aveva
impiantato alla capitale
e le macchiette
di quei canzonatori
fiorentini, sono indizi
a' quali mal
si sa dare
una realtà tutta
immaginaria. Quel che,
per altro, secondo
noi, basta a
dirimer la questione,
è la teoria
del To- lomei
intorno al volgare,
la quale corrispondeva
perfettamente a quanto
il Tolomei veniva
pensando e scrivendo
appunto in quel
bat- Capitolo quarto
1 1 5 il
Colocci riferisce il
Dialogo avvenuto tra
il Trissino, il To- lomeij
il Tibaldi e
il Poggi, dice:
«Io non sento
la più sciocca
cosa, che '1
parlar toscano da
uno, che non
sia Toscano; e
riesce ridicolo per
lo più, chi
vuol parlar la
lingua d'altri, perchè
non può star
tanto sull'aviso, che
a lungo andar
non iscappi nel
na- turale, poiché la
radice tien sempre
della sua natura
» (p. 15).
Il Marostica, un
altro interlocutore, si
duole in modo
veramente spiritoso di
non aver assistito
al dialogo: «
Dio, perchè non
mi smi io
trovato a questi
ragionamenti per poter
finalmente risol- vere, se
ho da parlar
con la mia
lingua, o con
quella d'altri, eh' è
una compassione il
fatto mio, ogni
volta, che ho
da scri- vere a
un amico, star
a freneticar, s' io
ho da usar
la mia lingua,
0 mandar per
un'altra al macello.
Messer Angelo, non
si può più
vivere, dapoichè son
usciti fuora certi
soventi, certi eglino,
certi uopi, certi
chenti, e simili
strani galavroni ;
non posso passeggiar
per Parione, che
vengano questi giovanotti
dottarelli, barbette recitanti,
e stanno ascoltando,
quel che ragioniamo
in- sieme, e ci
puntano negli accenti,
nelle parole, e
sulle figure del
dire, che non
sono Toscane senza
una compassion al
mondo, ridendosi di
noi, che se
ben ha verno
messo la barba
bianca tagliero 24,
e che non
so da quale
altra fonte, se
non dal ricordo
delle radunanze romane,
il Valeriano avrebbe
potuto attingere. E
anche la presenza
del Pazzi è
ben significativa. Cosicché
io inchino a
credere che questo
caratteristico scritterello sia
da riferire a
un tempo non
an- teriore al 1524.
L'oggetto della disputa
che vi è
riferito era stato:
« se questa
lingua Volgare era
nostra, o d'altri,
e se l'era
Toscana, e di
che paese, e se si
poteva scriver in
volgare altramente che
con forme Toscane.
Poi si trattò,
se per Lingua
Toscana, s'intendeva solo
la Fiorentina, e
sopra tutto qual
convenisse a un
galant'homo ». La
disputa, invece, quale
è rispecchiata nel
Dialogo del Machiavelli,
che da ogni
accento mostra esser
vero, è ben
diversa. E anche
le parole, che
si potrebbero allegare
per metter il
Dialogo del Valeriano
in re- lazione con
le discussioni degli
Orti : «
Misser Giangiorgio [disse],
che stava sopra
una fantasia di
certe lettere, che
mancavano nel nostro
alfabeto, poiché avendo
la pronuntia diversa,
si notavano con
la me- desima figura
», — vanno
assai meglio pel
24, l'anno appunto
in cui la
riforma trissiniana fu
resa pubblica. —
Noto con piacere
che anche il
Rajna nella già
cit. recens. (che
vedo ora nel
riveder le bozze)
del libro del
Belardinelli, su cui
parimenti getto lo
sguardo ora appunto
per la spinta
di quella recensione,
con quest'ultimo de'
miei argo- menti e
altre parole respinge
la data del
1516, propugnata nuova-
mente dal Belardinelli. n6
Storia delta Grammatica
negli studi, non
sapemo quello, che
mai non ci
sognassemo d'imparare. Non
dico già, che,
poiché havemo un
Principe To- scano, e
di tal dottrina,
virtù, e benignità
dotato, non debba
ogniuno accomodarse, ingegnarse,
arfaticarse con tutta
l'indu- stria, che può,
di fargli cosa
grata. Ma io
povero vecchiarello, come
posso hora imparar
di nuovo a
parlare, che, come
vedete, m'incominciano cascar
li denti? Certo,
che m'è venuta
qualche volta tentatione
di partirmi di
Roma per non
esser tenuto forse
per ribello, perchè
non parlo toscano,
e mi scappa
di quando in
quando mi, e
ti » (pp.
io-ii). E il
Colocci risponde con
al- trettanta arguzia, e
fors'anche verità storica
: « Messer
Antonio, la cosa
non passa in
questo modo. Il
Principe non ha
fantasia, ne pensier,
ne interesse alcuno
in questa materia
; è homo
uni- versale, dotto come
sapete, in lettere
greche, e latine,
et eser- citato in
tutte l'arti, che
appartengono a un
vero, e gran
si- gnore; e si
prende piacere d'ogni
esercitio d'ingegno, ma
particolarmente di queste
dispute, et osservationi
; perchè ha-
vendo la lingua
nativa, e libera,
se ride di
questi, che la
men- dicano, ma molto
più di quelli,
che la vogliono
restringere, e limitar
tutto il dì,
e farla star
a regola nelle
stinche, si che
non pensate che
questo si faccia
per adularli, che
tanto amerà egli
una cosa ben
detta nella Cappella
di Bergamo, quanto
un'altra detta sotto
la Cuppola di
Firenze. La quistion
è fra questi
begli ingegni e
scientiati de', nostri
tempi. E tale
qui- stione è
riassunta nel Dialogo
con molta esattezza,
s' intende riguardo
allo spirito :
le dottrine del
Tebaldo, che rappresente-
rebbe la corrente dialettale
non toscana; del
Pazzi, sostenitore del
fiorentino, del Tolomei,
propugnatore del Senese
o meglio del
Toscano in genere,
del Trissino, che
vagheggiava dantesca- mente l'uso
cortigiano, sono con
obiettività tale riferite,
da far apparir
appena che il
Valeriano stia più
dalla parte del
Tris- sino che non
de' Toscani. E
anche l'ultimo pensiero
messo in bocca
al Trissino a
conchiusione del dialogo
e come sintesi
dei principi da
seguire, è di
tal forma che
i Toscani stessi
avreb- bero potuto accettarlo.
Infatti, ciascuno, come
avrò più volte
osservato, aveva perfettamente
ragione dal suo
punto di vista,
e tutti, come
su per giù
convenivano, per quant'
era possibile, nella
pratica (ciò che
avviene poi in
ogni secolo, perchè
in ogni secolo
o periodo storico
gli spiriti sono
su per giù
tutti con- formati all'ìstesso modo),
così, tra tante
divergenze e contradizioni
anche con sé
stessi, finivano per
convenire nella teoria
d'una lingua letteraria
comune, che, fatta
ragione di partico-
lari predilezioni dialettali o
letterarie, era e
non poteva non
essere che il
fiorentino (piale la
letteratura nazionale l'aveva
adoperato. Il Machiavelli
stesso si trovava
più d'accordo con
Dante, di quel
che certo egli
e gli altri
non credessero. Era
proprio come diceva
il Colocci :
« La quistione
è fra questi
begli ingegni e
scientiati de' nostri
tempi ». L'importanza
derivava dal modo
e dalle ra-
gioni della disputa: e
anche per noi
quel che importa,
è che una
tale questione fosse
stata agitata, e
si tenesse così
vivo l' in- teresse per
il linguaggio. Ma i più
camminavano sulla via
nella quale s'era
messo il Bembo,
trattando nelle grammatiche
la regolarità trecen-
tesca, specialmente del Canzoniere,
e raccogliendola in
dizio- nari. Annotazioni
su vari autori
volgari e latini
e una Colleclio
vocum Petrarchae et
aliorum ('), intorno
a cui avrebbe
lavorato nel medesimo
tempo in cui
il Bembo stendeva
le Prose, ci
ha lasciato, come
vedemmo, Angelo Colocci
suo grande amico,
cui, pertanto, spetterebbe
il merito di
priorità nella compilazione
d'un vocabolario volgare
sul Liburnio {Le
tre Fontane, 1526),
sul Mi nerbi
che nel 35
diede una raccolta
di voci del
Decame- ron e ne
prometteva una del
Canzoniere, sul Luna
che nel 36
ne diede una
di cinquemila Vocabulì
Toschi... del Furioso,
Bo- caccio, Petrarcha
e Dante, sul
Di Falco, autore
d'un Rimario (1535),
dove rimanda al
« J Vocabolario
della Fingila Volgara
» di prossima
ma non mai
avvenuta pubblicazione (').
Osservazioni sopra il
Petrarca, « puro
lessico della lingua
», come lo
chiamano il Carducci
e il Ferrari,
« del resto
utilis- simo » C),
ma « qua
e là arricchito
di qualche breve
spiega- zione », come
aggiunge il Morandi('),
compilò Francesco Alunno,
che nel 50
ne diede fuori
una seconda edizione
meglio ordinata e
più compiuta, dopo
che aveva messo
in luce le
altre due vo-
luminose raccolte delle Ricchezze
della lingua volgare
sopra il Boccaccio e
della Fabbrica del
mondo, « che
con- 11) Sono
ancora tra i
codd. vaticani. Cfr.
Cian, p. 69.
Cfr. Morandi, loc.
cit. P. XXX
dell'ed. cit. (4)
Loc. cit. ii8
Storia della Grammatica
tiene le voci
di Dante, del
Petrarca e del
Boccaccio e di
altri, ed è
anche una specie
di enciclopedia. Di
grammaticale nelle opere
di questo «
eccellente anatomista delle
composizioni volgari »,
come egli stesso
modestamente si fa
chiamare in una
lettera che finge
direttagli dal Petrarca
medesimo, c'è poco
più che la
classificazione dei vocaboli
nelle varie categorie
delle parti del
discorso. Il di
più consiste in
qualche notazione etimologica
come in «
Donna, quasi domina
levata la /
et mutata la
M in N...
»; nell'unione degli
epiteti o agiettivi
ai loro sostantivi;
in regolette e
osservazioni riguardanti le
particelle ; e
nell'indi- cazione de' vari
modi in cui
i verbi «
si variano secondo
le va- riationi
de i suoi
tempi ; nelle
osservazioncelle
ortografiche che sono
in fine alla
raccolta ; non
entrando nel campo
strettamente grammaticale, non
dico alcuni cenni
biografici o storici,
ma « le
dichiarationi delle voci
», onde le
voci sono accompagnate.
Le Ricchezze furono
ristampate da Aldo
in Venezia, nel
1551 « con
le dichiarazioni, regole,
osservazioni, cadenze e
desinenze di tutte
le voci del
Boccaccio e del
Petrarca per ordine
d'alfabeto, e col
Decameron secondo l'originale
ecc. » I
>. La forma
tipica di questi
zibaldoni tra lessicali
e gramma- ticali e
spositivi quali eran
richiesti dai bisogni
di chi s'
intro- duce nello studio
e nel culto
del volgare con
la guida del
Bembo, ci è
data nella sua
opera intitolata Vocabolario,
Gram- matica et Orthographia
de la Lingua
volgare, con ispositioni
di MORANDI, loc. (?it.
(2) Il Lombardelli
giudica così l'Alunno:
« Fin'oggi, è
il più facile,
più comune, e
più utile scrittor
di questa schiera,
per quanto però
da una semplice
e debol Teorica
si penda alla
pratica, per ordi-
nario può far benefizio
ai Giovani e
a' principianti ;
a certe occasioni
levar fatica a'
bene introdotti; e
per dubbi che
nascono all'improv- viso intorno
all'uso delle voci
Toscane giovare ugualmente
a' nostri, forestieri,
deboli, gagliardi. Nelle
osservazioni sopra il
Petrarca esa- mina principalmente le
voci, e le
locuzioni poetiche; nelle
Ricchezze i parlari,
che alla prosa
convengono; nella Fabbrica
le voci e
le guise di
dire comuni, e
popolaresche, scelte però
da lui con
assai buon giudizio
da tre principali
scrittori Toscani e
talvolta dal Sannazaro,
dall'Ariosto e dal
Bembo. In certe
dichiarazioni se ben
per lo più
vi è gito
pesato, o sospeso,
non è la
più sicura cosa
del Mondo ».
/ fonti, pp.
55-6. Delle opere
lessicografiche dell'Alunno riconosceva
l'opportunità il Giraldi,
Scritti estetici, Milano,
1S64, I, 100.
Cfr. L. Arrigoni,
F. Alunno da
Ferrala, ecc., Firenze,
1885. Capitolo quarto
119 molti luoghi
di /laute, del
Petrarca et del
Boccaccio ('), dall' Ac-
carisio, che già
nel 38 aveva
mandato Cuori separatamente
una grammaticheita, (;)
certe « regolette
» latte leggendo
il Bembo e
grammatici, « spositioni
delle prose del
Bembo in brevità
re- dotte, et tale
che chiunque vorrà
imparare, piglierà speranza
in breve di
vedere il fine
». L'Accarisio ha
cura di tener
distinto il linguaggio
della prosa da
quello della poesia,
come aveva inteso
di fare il
Mi- nerbi col
vocabolario petrarchesco da
lui annunziato, e
come su per
giù intendevano ormai
far tutti più o meno
esplicitamente: Regole, osservanze,
e avvertimenti sopra
lo scrivere correttamente (')
Cento, 1543. Una
seconda edizione con
Privilegio di N.
S. et d'altri
Principi per anni
A" ne fu
fatta in Venetia
alla bottega d' Erasmo
di Vincenzo Valgrisio,
nel MDL. (")
La Grammatica volgare
di M. Alberto
de Gl'Acharisi da
Cento. In Venezia
per Giovan'Antonio de
Nicolini da Sabio.
Ad instantia di
M. Merchiore Sessa.
Ne l'anno del
Signore MDXXXVIII del
mese di febbraio.
Fu ristampata più
volte. Di questo
libriccino io ho
potuto vedere, per
cortesia del prof.
Teza, l'edizione del
43: La Grommati
ca volgare di
M. Al |
berto de gli
Acha | risi
da Cento. M.D.XLIII.
Dopo II fine:
stampata in Vinezia
per Francesco Bindoni
e Mapheo Pasini.
Del mese di
Maggio . MCXLIII .,
in 8° piccolissimo
di fogli 4.
È dedicata al
sig. Conte Giulio
Boiardo signore di
Scandiano. Alti lettori
l'A. dice di
non aver voluto
essere scrittore di
regole volgar, ma
che « per
imparar leggendo le
prose del Bembo
e altri auttori,
da i loro
scritti per mia
utilità questa brevissima
regoletta mi feci...
saranno spositioni delle
prose del Bembo
in brevità redotte
». Racco- manda di
studiar il Bembo,
il Boccaccio, Petrarca
e Dante: «
appren- dete la facilità
del dire, l'abondantia,
le belle sententie,
le clausole numerose,
et fuggite gli
antichi vocaboli, che
hoggi se eglino
vives- sero non userebbono,
per lo nuovo
uso mutatisi, et
scrivendo thosca- namente,
scrivete con tale
facilità, et vocaboli
sì, che da
chi gli scritti
vostri leggerà, siate
intesi, acciocché del
vitio deiraffettione non
siate ripresi ».
Poi scrive: «
Incominciamo le regoli
(sic) volgari dell' Acha-
risio », e
tratta degli Articoli,
del Nome, del
Pronome. È notevole
che nella trattazione
de' pronomi parli
della forma latina,
che declina in
tutti i casi,
sicché si ha
una doppia declinazione
italiano-latina di ipse,
ille = quegli
(per Egli non
trova la corrispondente latina),
iste, alius, idem,
nullus, quis. Poi
espone le quattro
regole o maniere
del verbo, e
toccato dei Gerundi
e Partecipi, tratta
Degl'avverbi locali, e qui ritorna
la corrispondente latina,
hic, huc, hinc,
ecc. « Molt'altre
ne lascio facili
d'apprendersi da sé
». Accenna, al
proposito di tornar
sopra all'argomento per
mostrar che sia da fuggire
ciò che non
è to- scano.
Storia della Grammatica
la li?igìia Toscana
, in- differente (l'aquila, il
passero), comune (portatore,
-trice). i') Definisce
l'accento «temperamento, et
armonia di ciascuna
sillaba, o lettera
significante», dividendolo in
grave,' acuto, misto
"•), converso (' ,
apostrofo). Capitolo quarto
127 espressivo. Il
che accade sempre
quando si perdono
i contatti con
la parola viva.
« Fra tutte
le parti, due
sono di maggior
pcrtettione, che l'altre.
Il nome, et
verbo, li quali
giunti insieme fanno
per sé stessi
concludere una perfetta
sententia come Ri-
naldo scrive. T. Dico per
tanto il nome
esser tra le
parti, diesi variali,
quello, per cui
l'essenza, et la
qualità di ciascuna
cosa corporale, o
non corporale che
sia particolarmente et
in univer- sale si
discerne: corporali son
quelle cose che
toccar si possono,
et vedere come
libro. Rinaldo. Homo.
Non corporali son
quelle, che con
l'intelletto solo si
comprendono, come studio.
Ingegno et valore
». Da questa
funzione logica attribuita
alle categorie grammaticali
e dalla conseguente
interpretazione di regolarità
data alle forme,
deriva l'accoglimento fatto
dal Corso ne'
suoi fondamenti alla
parte « della
concordia delle parti
principali insieme »
(sintassi di concordanza),
e delle figure ,
che sono de-
viazioni di pronunzia, di
forma, di costrutto,
di ortografia dalla
regolarità tipica. Per
la strada in
cui s'era messo
il Corso, ritroviamo
un altro poligrafo
assai più prolifico,
Lodovico Dolce, del
quale il Lomdardelli
disse che «
può dare una
facile introduzzione, e
commoda assai per li principianti
», e che
da sé si
rannoda al Fortunio
che « poteva
esser più copioso
nelle cose necessarie
», e al
Bembo, che «
volendo vestir questa
materia con i
ricchi panni della
eloquenza, ragionò solamente
a Dotti». Egli
si ri- volge, pertanto, ai
principianti, e tratterà
la grammatica vol-
gare, come «gli
antichi grammatici trattarono
della latina. Le
osservazioni constano di
quattro parti :
la I contiene
« le regole
della volgar gramatica
»; la II
l'ortografia, «nel modo
che c'è insegnata
dalla ragione, dimostrata
dall'uso, e conler-
mata dall'autorità»; la
III X ordine del
puntare e gli
accenti; la IV
poetica, metrica e
ritmica. « Della
concordanza delle parti
» discorre nella
I sezione, dove
non tralascia le
figure gramma- ticali :
di fonologia discorre
sotto l'ordine dell'accento.
« Di molta
importanza è anchora
l'ordine e la
testura delle parole;
(') « Dove,
quando fosse chi
della Volgar Grammatica
trattasse in quel
modo, che gli
antichi Grammatici trattarono
della Latina; senza
dubbio essi quel
medesimo profitto ne
trarrebbero, che ne
hanno tratto molti
appo i Latini,
senza niuna contezza
haver della Greca
». Pref. all'ottava
ediz. di Gabriel
Giolito de' Ferrari.] ma
questa è parte,
che appartiene al
Rhetore, e non
a scrittore di
Grammatica ». Si
propone anche il
Dolce il quesito
se « La
volgar lingua si
dee chiamare italiana
o thoscana »,
e lo risolve
nel senso voluto
dal Bembo, cui
prodiga grandi lodi
anche di scrittore
e poeta, ripetendo
per lui il
detto di Quintiliano:
« ille se
profe- risse sciat cui
Cicero valde placebit
»; crede perciò
che si debba
chiamare volgare e
thoscana, ma non
in modo che
i Toscani se
ne insuperbiscano !
La « facultà
di lettere »,
com'anche è chiamata
« l'arte di
parlare e scriver
bene », si
divide in lettera,
sillaba, parola, «
che da i
latini è chiamata
Dittione », e
parlamento , detto da'
mede- simi oratione. Ammette
(citando particolari trattatisti,
non escluso Pontano)
22 lettere: ab
e d e
f.g hi 1
m n o
p q rs
t v x
y z, di
cui 5 vocali
e 15 consonanti
(escludendone l'h e
il v semivocale),
così distribuite: 8
mutole, bcdgpqtz; 7 mez- zevocali,
f 1 m
n r s
x, di cui
4 liquide, 1
m n r.
Delle parti del
discorso due sono
principali, il nome
e il verbo,
le altre secondarie,
pronome, participio, avverbio,
preposizione, interie- zione, congiunzione. A
proposito del nome,
distinto in sostantivo
e aggettivo, che
a sua volta
si suddistingue in
generale e par-
ticolare, tocca il problema
dell'origine della favella
se per natura-
o per convenzione.
Discorre poi, pur
non avendone fatta
una categoria, «
de gli articoli,
e di quei
segni che a
i nomi invece
di casi si
danno » :
a di da
valgono per i
casi retto, strumentale
o effettivo o
operativo, e locale.
Molto assottigliata, rispetto
al Bembo, è
la trattazione de'
pronomi, distinti semplicemente
in principali (io)
e derivati (mio).
Al verbo, «parte
principale e più
nobile del parlamento
», indicante «
o operazione, o
cosa operata», attribuisce
cinque tempi: pres.,
impf., pass., pperf.,
avvenire; cinque modi,
dimostrativo, inip., desiderativo,
cong., in/.; tre
figure : semplice,
composta, ricomposta; due
numeri; tre pe?'sone
; due ma?iiere
(coniugazioni), secondo il
criterio della 3
ps. ind. pres.
Dà i paradigmi
dalle due maniere,
degli irre- golari (come
sono e vado),
degl' impersonali ;
tratta de' g erondi
e participi, e
degli anomali. Parla
degli avverbi secondo
le si- gnificazioni (tempo, qualità,
affermare, accrescere, paragonare,
luogo); delle preposizioni,
divise in separate
o aggiunte, e
delle loro combinazioni;
dell' intergettione , che
esprime vari senti-
menti, come mostra con
molti esempi di
versi; della congiun-
Capitolo quarto 129
tionc che «
va incatenando e
ordinando il parlamento
». Le figure
grammaticali sono villose
o bellezze: le
prime dipendono dal
cattivo suono (onde
si ha il
bischizzo, che qualche
volta ha grazia
come nel v.
« del fiorir
queste inanzi tempo
tempie »), dall'ai- -
giunqer paro/e di
soverchio, dal tacerle,
dall' invertirle, dal-
l' usarle iniproprianiente (ellissi,
pleonasmo, inversione ecc.);
le bellezze dall'uso
dell'ai, alla greca
(« h umida gli
occhi »), della
parte per il
tutto, della ripetizione , del
polisindeto ecc. Nella
trattazione dell'ortografia segue
un criterio opposto
a quello del
Trissino, che chiama
eretico, senza nominarlo,
ma limitandosi alle
cose più elementari
: « Basta
haver dimostro come
si debba fuggir
il porre insieme
alcune consonanti ;
come le lettere
si cangino l'ima
nell'altra; come si
ha ad usar 1'
h, come
a raddoppiar esse
consonanti sì ne'
nomi come ne'
verbi ». Nel
terzo libro segue
« la bellissima
inventione » del
Bembo. Tratta dell'
accento (da ad-ca?itus,
« concento »),
che è acido,
grave e rivolto
(apostrofo). Sulla scorta
delle dottrine degli
antichi (Donato, Sergio,
Fortunantiano, Diomede) sul
puntare, tratta della
distinzione, suddistinzione, mezzadistinzione , che
si hanno secondo
che il periodo
(« clausola »)
è terminato in
tutto, in metà,
o in parte.
Illustra così l'uso
del punto (.),
della coma (,),
del punto coma
(;), de' due
punti (:), dell 'interrogativo (?),
della parentesi o
traposizione (()). Raccomanda
infine lo studio
del Petrarca e
del Boccaccio, ma
non « lascino
da parte Dante.
Perciocché anchora che
egli non sia,
(come nel vero
non si può
negare) molte volte,
delle regole osservatore;
dal suo divino
Poema molte belle
forme di dire
si potranno apprendere
». Il libro
IV sulla Poetica,
che occupa quasi
un terzo del-
l'opera (pp. 87-115)0 si
fonda principalmente su
Antonio da Tempo
e sul Bembo.
L'opera del Dolce,
specie nella sua
prima edizione ("),
non (') Osservazioni
nella volgar lingua.
Di 31. Lodovico
Dolce divise m
quattro libri. Con
privilegio. In Vinegia
appresso Gabriel Giolito
de Ferrari e
fratelli, . M
. I). L
. (-160 picc,
pp. 115, numerate
ne' recti). (2)
La più completa
e corretta è
la seguente: I quattro
libri delle osservationi
di m. Lodovico
Dolce di nuovo
ristampate et con
somma diligenza corrette.
Con le postille
e due tavole:
una de' capitoli
e l'altra delle
voci, et come
si deono usare
nello scrivere. In
Vinegia presso Altobello
Salicato, MDLXXX (pp.
328). — Nuove
osservazioni C Trabalza.
q Storia de/la
Grammatica andò esente
né da critiche
né da beffe,
da parte soprattutto
del Ruscelli, col
quale ebbe una
fiera polemica, e
dal Muzio, ai
quali certo non
potevano mancar appigli:
essa è una
compila- zione abborracciata secondo
il costume del
Dolce, che vi
mise di suo ciò che
poteva metterci un
compilatore in questo
periodo, la parte
schematica e 1'
ordinamento, favorendo il
processo di cri-
stallizzazione delle
osservazioni condotte personalmente
dai primi grammatici
con discreto senso
della lingua sulle
opere degli scrittori.
Un piemontese, Matteo
« Conte di
S. Martino e
di Vische »,
riattaccandosi egualmente al
Fortunio, al Bembo,
da cui « forse più
di luce prende
», e al
Trissino, delle cui
dottrine abbiam visto
1' applicazione fatta
alla forma petrarchesca,
nelle sue Osservazioni
grammaticali e poetiche
della lingua ita/iana
(1), adottò interamente,
con piccolissime varianti,
lo schematismo dei
Rudimenta gramatices di
Niccolò Perotti (1473)
divulgatissimi(!)/ Basti recar
l'esempio della trattazione
del nome. Esso è diviso:
A secoyido la
sustanzia: I proprio;
II comune: 1.
-a) primitivo (es.
Giulio), b) primitivo-appellativo (terra),
2. a) derivativo
proprio (Giuliano); b)
derivativo-appellativo; 3. a)
corporale proprio (Pietro),
b) corporale appellativo
(huomo) ; 4.
incorpo- rale proprio e
appellativo; 5. univoco
proprio e appellativo;
6. equivoco proprio
o sinonimo appellativo
; B secondo
la qualità :
1. sustanziale a) proprio; b)
aggiuntivo (epiteto); 2. (il sostan-
ziale e l'aggiuntivo comprendono
poi) 17 classi
di appellativi: I.
intelligibile al detto
(3) (patre, tìglio);
2. id. (giorno,
notte) ('); della
lingua volgare scelte
da Lodovico Dolce
con gli artifici
usati dal T Ariosto nel
suo Poema. In
Venezia per li
Sessa (-8n). Si devono
al Dolce anche
Modi a/figurati^ e
voci scelti et
ele- ganti, Venezia, 1564.
(') In Roma
presso Valerio Dorico
e Luigi fratelli,
MDLV. Le osservazioni
poetiche (che l'autore
intitola // Poeta)
sono una poetica
che l'autore stesso
dichiara compilata sul
Filosofo e sui
nostri prin- cipali trattatisti, Dante,
Antonio da Tempo,
il Bembo e
il Trissino; ma
riguardano particolarmente l'elocuzione
e la metrica.
1 Nicolai Perotti,
ed. cit. (:t)
Quod est ad
aliquid dietimi? Quod
sine intellectu eius
ad quod dicitur
proferre non potest:
ut fiiius: pater.
(Perotti). (') Quasi
ad aliquid dictum
quod est? Quod quamvis
habeat contrarium et
quasi semper adherens
: tamen neq. ipso nomine
significat etiam illud:
nec secum interimit:
ut nox: dies.
(Perotti.). Capi/o/o quatto
3, gentilizio (greco);
4. patrio (torinese);
5. interrogativo (chi?);
6. infinito (quale);
7. relativo (larga
esemplificazione) ; 8.
col- lettivo (volgo); 9'.
distributivo o dividilo
(ciascuno); io. fac-
iisio (crich) ;
11. generale (animale);
12. speciale (elefante);
13. ordinale (primo);
14. numerale (ventuno);
15. assoluto (Dio); 16.
temporale (ora); 17.
locale (vicino); C
secondo la qua?itità,
dal derivativo uscendo
9 maniere: 1.
patronimico ; 2.
compara- tivo; 3. superlativo;
4. possessivo; 5.
diminutivo; 6. denomina-
tivo; 7. verbale; 8.
partecipiate; 9. adverbiale.
Abbiamo dunque una
cinquantina di classi
o categorie solo
del nome !
Il quale ha
cinque accidenti :
genere (m. e
f.), mimerò (s.
e p.), caso
(diritto e obliquo
in sei forme),
specie (primitiva o
derivata), figura (sempl.
o comp.) ;
sette regole (declinazioni) :
i.a sing. -a,
pi. -e, opp. sing.
-a, pi. -i
; i.a -e,
-i, opp. -o,
-i ; 3."
-o, -a opp.
-ora; 4." eterocliti;
5.11 -a o
-e, -i ; 6.a comuni;
7/1 di doppia
forma {lodo, loda).
Una vera ridda.
Di contro a
tale interesse per
lo schematismo, che
corri- spondeva, anzi derivava
dall'esaurimento
dell'attività osservatrice delle
forme realmente prodotte
dagli scrittori, dalla
infecondità stessa del
criterio d'osservazione assunto
fin da principio
e che aveva
dato quanto aveva
potuto dare e
da tutte le
circostanze alle quali
siamo venuti alludendo,
sorse il bisogno
non che di
ristampare le grammatiche
più o meno
originali che s'erano
desunte dalla diretta
osservazione delle opere
letterarie, non che
di ridurle a
metodo, di raccoglierle
come in un
corpo unico d'erudizione
grammaticale, dove le
une integrassero le
altre e sodisfacessero così
all'esigenze ancor vive e urgenti
dell'appren- dimento della lingua
e del complicato
maneggio di essa
richiesto dalle teoriche
poetiche e rettoriche.
Per tal modo
si ebbero ben
presto le Osservazioni
della lingua volgare
di diversi uomini
illustri, cioè del
Bembo, del Gabbriello,
del Fortunio, dell'
Acca- risio e
d'altri scrittori^) (che
si riducono tutti
al Corso), per
opera del Sansovino,
distinte in cinque
libri, quant' erano appunto
le grammatiche integralmente
ristampate, con brevi
relative notizie caratteristiche :
del Bembo (lib.
I), riprodotto specialmente
per la questione
dell'origine e del
nome della lingua,
vi è detto
che «imitò YOrator»;
del Fortunio (II),
che «imitò i
Grammatici (') In
Venezia per Francesco
Sansovino, MDLXII; più
volte ri- stampate.
132 Storia della
Grammatica antichi della
lingua latina »
: del Gabriello
(III), che ebbe
le regole da
suo zio Trifone
; del Corso
(IV), di cui è dato
il giudizio che
già conosciamo; dell' Accarisio (V),
che «ha tenuto
l'ordine de' latini
o per meglio
dir di Donato...
Ma io direi
che innanzi che
altri leggesse le
cose del Bembo,
o del Gabriele,
o del Corso,
si arrecasse innanzi
quelle dell' Accarisio, conciosia
che risolu- tamente abbozza nella
mente degl' imparanti
le regole pure
et semplici de'
nomi, de' verbi,
e de gli
altri membri di
questa lingua, li
quali appresso ria
poi agevol cosa
il capir ciò
che ne ragionali
gli altri scrittori.
Voglio anco che
lo studioso, habbia
innanzi /'osservatone del
Petrarca fatte dall'Alunno,
la Fabrica e le Ricchezze
pur del medesimo...
» Più tardi
un f. Giovanni
da S. Demetrio,
Aquilano, O.F.M., diede
un manuale di
Regole della lingua
toscana con brevità,
chiarezza, et ordi?ie
raccolte, e scielte
da quelle del
Bembo, del Corso,
del Fortunio, del
Ga- briele, del Dolce,
e dell' Accarisio
(son gli stessi
del Sansovino, aggiuntovi
il Dolce) che
trattano quelle parli
che ?iella seguente
faccia si notano:
Nome, Articolo, Pronome,
\erbd, Gerundio, Participio,
Verbo passivo, impersonale.
Avverbio, Preposizione, Interiezione , Congiunzione,
Lettere. Punti. Accenti,
Ortografia, forma di
comporre o vero
scrivere ('). Le
Prose del Bembo,
già ristampate con
indici e tavole,
furono ridotte a
metodo sotto il
nome di M.
A. Flaminio a
Napoli nel 1581.
Prima degli Av-
vertimenti del Salviati, appena
due o tre
grammatichette (") del- l'indirizzo che fin
qui abbiamo esaminato,
furon pubblicate :
(*) meritano appena
tra queste d'esser
particolarmente menzionate (')
Venezia, 1572. {-)
Il Minturno e
il Tiraboschi ricordano
un'Opera divina sulla
toscana favella di
Giambattista Bacchili i modenese
(Vivaldi, Le Con-
troversie), che io
non ho potuto
vedere. (iraniniatiche vere
e proprie non
si posson chiamare
né la Regola
della lingua losca
dell'ortografia volgare e
latina raccolta da
m. Girolamo Labella
dalli discorsi fatti
dal diligentissimo //uma-
nista Girolamo Gafaro nella
Accad. Cafarea. Novamente
mandata in luce.
In Venetia, Appresso
Fr. Rampazetto, 1570
(vi si danno
avver- timenti vari sull'art.,
sui nomi sost.
e agg., sui
pronomi, sulle coniu-
gazioni: poi alcune
regole ortografiche: 1.
santo da sanctus
; 2. dotto
da doctus, ecc.),
uè II Tesoro
della votgar lingua
di Reginaldo Acceto.
In Napoli per
Giuseppe Cacchi, 1572
(contiene appena XXIII
regole grammaticali delle
CLVIII che, secondo
lo Zeno, avrebbe
do- vuto contenere). Capitolo
quarto 133 le
Regole della Thoseana
lingua di m.
Yinckntio Menni Peru-
gino, con un Breve
modo di Comporre
varie sorti di
RimeQ), sunterello elementare
del terzo libro
delle Prose del
Bembo e poco
più'(e). Rimasero inediti
alcuni scritti grammaticali
di Al- berto Lollio(3) e
nuli' altn» che zibaldoni
latino-volgari sono al-
(') In Perugia
per Andrea Bresciano (di
pp. 40 un.
nel recto). Al
M. dobbiamo la
versione della Bucolica
(Perugia, Bianchini, 1544)
e dei primi
sei libri del-
l' Eneide (Perugia, Bresciano,
1567: il VI
era comparso nel
58). (2) 11
M. esalta su
tutti il Bembo
« di supreme
lodi dignissimo veramente....
Ma perciocché [le
regole in cui
egli ridusse la
lingua toscana] paiono
a molti ardue,
et difficili, mi
è caduto nell'animo
di riducere.... le
regole della Toscana
lingua in brevissimo
volume, con tale
facilità, che.... qual
si voglia persona
senza alcun principio
di latina grammatica
potrà facilmente apprendere
il modo del
parlare, et scrivere
Thoscanamente: Alla quale
opera ho voluto
aggiungere alcuni brevissimi
precetti circa il
modo del comporre
varie sorti di
rime, acciocché da
questa mia fatica
si possano cogliere
vari), et di-
versi frutti ». «
Senza l'aiuto [de'
Grammatici] non possiamo
venire ad apprendere
scienza alcuna ».
Del Bembo conserva
anche la dicitura
dei termini grammaticali,
e tutti i
criteri d'armonia, ma
meccanizzan- doli al punto
da specificare quali
sono le vocali
più buone e
quelle meno buone.
Un punto è
tolto dal Cesano
del Tolomei, quello
cioè in cui
si parla dell'eccezione di
alcune parolette terminanti
in conso- nante piuttosto che in vocale
{in, con, per,
ecc.). Come il
Petrarca è il
modello degli antichi,
co sì il Sannazzaro
e '1 Bembo
sono « viva-
cissimi lumi della moderna
poesia». Chiude ponendo
«per ordine di
Grammatica e d'Alfabeto
quelle voci che
sono del verso
et non della
prosa, et così
anchora quelle che
alla prosa et
non al verso
si concedono ».
(3) Cf. Filippo
Cavicchi, Scritti grammaticali
inediti di A.
Lollio in Rass.
bibl. d. lett.
it., IX (1901),
306-7. Sono in
due cedici della
Com. di Ferrara:
nel 319 (P. 2. 6)
a\ tav. di
alcune voci delle
Prose del Bembo
(dalla Historia vinitiana:
a doppia colonna,
vocaboli e frasi,
confrontata col latino,
osservazioni ortografiche e
sintattiche, di- chiarazioni storiche, quasi
un indice analitico);
b) brevi regolette
sopra la volgar
lingua (sono 79
senz'ordine, ma riferentesi
a tutte le
parti del discorso,
con esempi tratti
dall'uso vivo, e
riferimenti al latino,
le più di
morfologia, poche di
sintassi) ; e)
due lunghi spogli
di Dante e
Petrarca (questioncelle metriche);
d) Osservazioni di M. Giulio
Co- stantino sopra la
volgar lingua; nel
338 (P. 2.
6) a) Compendio
di alcune voci
proprie della lingua
toscana e provenzale
(ma delle voci
provenzali promesse non
ci dà nulla
affatto: il resto
è un vocabola-
rietto italiano-ferrarese ì ;
b) Proverbi e
motti. A stampa
abbiamo un'Orazione della
lingua toscana, Venezia,
1555, ripubblicata nel
63 e poi
in Prose fiorentme
del Dati. Il
L. è per
l'opinione del Tolomei,
che vuole doversi
chiamar toscana la
lingua. 134 Storia
della Grammatica cune
delle molte abborracciate
compilazioni di cui
riempì il mondo
letterario per più
d'un ventennio Orazio
Toscanella('), e elucubrazioni
superricialissime quelli, in
genere, epistolari del
Citolini, il noto
«miracolo di natura»,
cui già s'è
accennato. Le ristampe
come le raccolte
e le riduzioni
a metodo, che
tennero il campo
in vece di
più recenti grammatiche
dove quasi nullo
era il contenuto
e sviluppatissimo lo
schematismo, e che
anzi impedirono il
moltiplicarsi di siffatte
manipolazioni, se da
una parte attestano
d'una diminuzione di
fervore e d'in-
teresse nella ricerca diretta
o, per lo
meno, d'un' incapacità
ad allargare e
ad approfondire il
campo dell' osservazione,
sono indizio però,
dall'altra parte, d'un
certo bisogno di
mantenersi a contatto
almeno con la
voce e l'esempio
degli scrittori che
più erano stati
studiati, d'un interessamento confa
dire estetico, più
o meno fervente
e cosciente, verso
l'opera d'arte, piuttosto
che verso lo
schema per sé
stesso. Il cinquecento è
secolo di pas-
sione artistica, che la
critica formalistica non
riesce a smorzare,
e pur sotto
l'imperio sempre più
assoluto di essa
e tra lo
svol- gersi d' una letteratura
grammaticale-retorica
conserva sempre j
vivo il sentimento
della bellezza sia
pure esteriore :
passione I multiforme,
che intendeva sodisfarsi
pienamente nel possesso
cTP^ (') I
soli titoli delle
opere del T.
ci rivelano i
caratteri di certa
produzione scolastica del
tempo : Istituzioni
grammaticali volgari, et
latine a facilissima
intelligenza ridotte da
O. T. della
famiglia di mae-
stro Luca fiorentino: et
dichiarate per tutto
dove è stato
necessario, con piena
chiarezza dal medesimo,
fatica utilissima a
tutti quelli che
ad im- parare Greco,
Latino e volgare
si datino. Et
con una tavola
copiosis- sima. In Vinegia
Appresso Gabriele Giolito
de' Ferrari. Nella
chiusa, pp. 507-23,
è un trattatello
Dell'ortografia volgare e
punti, e in
fine dichiara che
stamperà a parte
la metrica, e
la gram- matica greca
che egli insegna
con la lingua
latina. Ma in
codeste Istituzioni, d' italiano
non e' è
che la traduzione
dei vocaboli e
frasi latine, e
la grammatica è
soprattutto in servizio
del latino. L'orto-
grafia è divisa in
a) parola; b)
punti; e) accenti.
« Delle congiugationi
dei verbi qui non scrivo;
perchè ne ho
scritto a pieno
nel volgareg- giare
le congiugationi dei
verbi latini ;
come si può
veder più su
al luoco loro
». — Concetti
e forme di
Cicerone, del Boccaccio,
del Bembo, Venezia
per Lodovico degli
Avanzi, MDLX —
Eleganze latine con
i suoi volgari.
Venezia per Giovanni
Bariletto, MDLXIX —
Dictiona- riolum latino
gallicuvi, Ciceroniana Epitheta,
Parisiis per Michaelem
Sonnium.] tutti gli clementi
formali della prosa
e del verso,
e della lingua
voleva saggiare tutte
le essenze. Un
libro che mirava
ad appagare codesta
passione, qualunque sia il suo
valore speciale come
esecuzione, e che
è sulla linea
di svolgimento che
abbiamo seguita sin
qui, sono i
Commen- tari della lingua
italiana^) d' un
fecondo quanto abborracciante poligrafo,
Girolamo Ruscelli, usciti
postumi per cura
del nipote nel
15H1, ma terminati
almeno un decennio
innanzi, e composti
tra il 55
e il 70,
nel periodo cioè
in cui si
conchiudeva l'atti- vità grammaticale esercitata
sull'opera dei primi
grammatici ori- ginali, quando già
erano usciti i
Tre discorsi a Dolce,
coi quali il
Ruscelli aveva preso
posto fra i
grammatici del suo
tempo. Questi Commentari
sono un grosso
zibaldone di 574
pagine in-8" : de' sette
libri onde si
compongono, solo il
secondo, che però
è il più
lungo (pp. 72-374),
tratta di vera
e propria gram-
matica: il primo discorre
dell'origine e dell'eccellenza della
fa- vella ; il
terzo è un'
« epitome »
del secondo, in
servizio de' meno
introdotti; il quinto
è un ricettario
«degli vitii da
fuggire», ma non
di quelli commessi
da' forestieri o
dagT Italiani delle
varie Provincie, sì
bene da' Toscani
o Toscanizzanti, e
ne parla sistema-
ticamente seguendo l'ordine delle
parti del Discorso
(Articolo ' parte
principale del Nome
', Nome, ecc.),
per ciascuna delle
quali fioccano i
vitii, libro ben
caratteristico del purismo
grammati- cale del Ruscelli
(?); gli altri
sono un miscuglio
di precetti di
ret- (') In Venezia per
Damian Zenari, MDCII.
Dei Commentarti della
lingua italiana del
sig. Girolamo Ruscelli
Viterbese, Libri VII.
In Venetia, appresso
Damian Zenaro, alla
Salamandra, MDCXXXI. —
Dobbiamo al Ruscelli
Tre discorsi al
Dolce : Atmotazioni
sopra il Decamerone,
Annotazioni al Furioso,
un Vocabolario: più
un Dialogo ove
si ragiona della
ortografia, cioè del
modo di regolatamente
scrivere, così nelle
parole come ne
gli accenti, et
ne' punti. Cavato
novamente dalle scritture
di m. Girolamo
Ruscelli. Et agiuntovi
la sottoscrittione, et
soprascrittione di componimenti
di lettere. In
Venetia, Appresso Pietro
de' Franceschi. (")
De' vitii son
fatte due categorie:
a) contro l'eufonia
(il spirito, il studio
non lo spirito,
lo studio ;
ma li scogli
non gli scogli)
; b) contro
la grammatica ('vitii
espressi'): l'osservo =
gli osservo, con
il = col,
con i =
coi, dalli =
da i, d' i
= de i,
per i =
per li, de
'1 = del,
el = il,
gli, o li
= a loro,
a lei, i
= li, o
gli (= a
lui), cotesto per
questo = que-
sto, le gente = le genti,
dua = due,
leggeno = leggono,
pariamo = par-
136 Storia della
Grammatica torica grammaticale
(«Dell'ornamento»):
specchio, per quanto
appannato, se non
riassunto, delle varie
indagini condotte sull'or-
ganismo della lingua dai
precedenti grammatici e
retori, le cui
opinioni vi sono
spesso richiamate, con le antiche
e nuove de-
finizioni di termini, con
la loro varia
nomenclatura; ricco di
confronti dell'italiano con
altre lingue, specie
la ebraica; dis-
corsivo, frondoso (l). Da
alcuni luoghi della
trattazione degli articoli
e de' verbi,
parrebbe che il
Ruscelli avesse dovuto
aver sott'occhio la
prima Giunta castel vetrina (1562),
ma del metodo
del grammatico modenese,
egli è la
negazione : la
sua è gram-
matica empirica ; il
suo principale maestro
e autore è
il Bembo. Fu
raccomandato dal Lombardelli
(') con qualche
riserva, e dal
Meduna, ma biasimato
da altri, e
specialmente da un intendente sicuro
di cose linguistiche,
il Borghesi. Ma
non è sull'ordina-
mento e la compagine
del libro né
sulle trasgressioni contro
la lingua, che
si ferma la
nostra attenzione, sì
bene sul principio
che serve di
fondamento alla grammatica,
logica e necessaria
con- chiusione dell'elaborazione a
cui avea dovuto
soggiacere: il prin-
cipio della perfetta regolarità,
dell' ordine più
assoluto della nostra
divina favella, col
quale è accolto
nel corpo della
gram- liamo {havemo,
senio si possono
adoperar con discrezione,
perchè li adoperano
anche i Trecentisti),
amono = amano,
andavo = andava,
andorno, andassimo, andaressimo,
andarci, venesti, contenirà,
odesti, habbi, facci,
ecc. (') Questa
trattazione rettorica incorporata
in un trattato
gram- maticale dimostra che
ormai la poetica
in quanto elocuzione
si era staccata
dalla rettorica e
che la prosa
richiedeva una trattazione
a parte. (')
« Il R.
altresì può giovare
et a' principianti,
ed a gli
introdotti, parlo, ne'
Commentari; perchè tratta
la nostra Gramatica
distesamente declinando, e
dando molti avvertimenti
comuni, e utili.
Ha ben certe
oppenioni, che se
non gli passano
agevolmente, e spende
anche molte parole
nel suo discorrere,
riavendo hauto per
natura dell'Asiatico. Ne'
discorsi al Dolce
ha ricercato di
belle sottigliezze, e
contengono un certo
gastigo di coloro,
che troppo ardita,
e baldanzosamente si
mettono a scrivere
in questa lingua.
Nell'Annotazioni al Furioso,
e sopr' al
Decamerone, e nel
detto Vocabolario, dichiara
e voci e
modi di dire,
ove un forestiero
può imparare assai.
Fu studioso di
più lin- gue, e
di questa particolarmente: onde
mi sovvien d'avvertire,
che egli corresse,
o illustrò molti
scrittori: per lo
che si potranno
quasi legger sicuramente,
quando nel principio
si troverà suo
proemio, giu- dizio,
censura, o elogio
». I fonti,
pp. 49-50. Capitolo
quarto 137 matìca
tutto ciò che
è regolato (l),
e ripudiato, cacciato
nel vocabolario, come
in luogo di
pena, tutto il
resto che non si presta
a misurazione, o
abbandonato a sé
stesso : lo spirito este-
tico animatore della favella
è così completamente
distrutto, e conservata
dell'espressione soltanto la
forma geometrica. La
ripugnanza all' irregolare
si esprime nel
Ruscelli in una
forma che ha
del comico, come
(piando se la
prende coi moltiplicatori delle
difficoltà « con
dir Muta in
questo, Togli in
quello, Ag- giungi in
quell'altro » (p.
220). Né codesto
principio è professato
così all'ingrosso: anzi
è dedotto a
fil di logica,
in un ragiona-
mento che vai la
pena di riassumere,
e porre qui
come pietra miliare
sul cammino della
nostra storia. —
Prima fu il
parlamento che le leggi sue.
L' uomo ebbe
da Dio il
dono di comprender
con l' intelletto e
esprimer con la
favella quanto si
contiene nella gran
macchina dell' universo
in forma perfettamente
ordinata, ripugnando la
mente nostra dal
disordine. Onde nell'osserva-
zione delle lingue, i
grammatici scartarono tutto
ciò che è
scor- rezione d'ignoranti, usando
dello stesso criterio
de' giudiziosi che
« nel fare
le regole delle
bellezze d'un corpo,
o d'un volto,
elessero o i
volti più belli,
e più conformi
con l'ordine», riu-
scendo a prevalere sull'uso
scorretto di chi
neh' usarla o nel
porla in regola
s'attenne al peggio.
La nostra grammatica
si stampò sulla
latina per la
dipendenza della nostra
lingua e anche
della greca, e
l'averla compilata primi
il Bembo e
altre persone rare,
fa che non
gioverebbe rinnovarla. «
Perciocché, s'ella fosse
lingua [l'italiana], che
hor nascesse, et
che noi fossimo
i primi che
la riducessimo in
osservatione, et in
regole, ci governe-
remmo con la ragione,
et con l'ordine
della Natura, come
fanno gli Ebrei,
et come nella
Greca era opinione
d'Aristotele, cioè che
le parti del
parlamento fossero solamente
tre... Et in
queste potean veramente
contentarsi di divider
la loro i
nostri Latini, et
ogn'altra natione. Nondimeno,
perchè, come cominciai
a dire, non
scriviamo hora regole
di lingua, che
hor nasca nella
sua grammatica, et
perchè ancora questa
nostra ha fondamento,
imi- Nel secondo
de' Tre discorsi
al Dolce (Venezia,
cioè nelle Osservazioni
di lingua volgare,
infierisce contro l'autore
delle Osservazioni anche
perchè oltre ai
discutibili errori di
gram- matica vi aveva
trovato scorrezioni di
questo genere: lotto
per lóto, ametto
per ammetto e
Ameto, bevvo per
bevo. 13S Storia
della Grammatica tatione,
ornamento, et forma
dalla Latina, per
questo parve a
i nostri di
volerle tenere congiunte,
et conformi tra
esse quanto più
sia possibile ne
i modi principali,
et nell'ordine universale
di tutto il
composto con le
sue parti »
(pp. 72-6). Insomma,
il Ruscelli in
omaggio alla venerabile
antichità, all' imperio
della tradizione, mantiene
la grammatica così
come lui T
ha trovata, ma
se la cosa
dipendesse da lui,
ne divorerebbe per
lo meno due
terzi: tanti ne
sono superflui, e
la ridurrebbe a
due o tre
categorie, sotto le
quali dovrebbe ubbidire
servil- mente l'umano pensiero,
inquadrandovisi nel più
perfetto ordine. Giustificare e
difendere, di fronte
e di contro
il latino, la
lingua volgare, studiare
i mezzi adatti
a condurla alla
perfezione, secondo la corrente
concezione del linguaggio,
era ornai intento
comune de' letterati
italiani : la
differenza sorgeva ne'
criteri da adottarsi
per conseguir codesto
intento, differenza che
corrispondeva alla varietà
della cultura, delle
disposizioni, e delle
condizioni etniche de'
letterati medesimi. La
dottrina bembesca raccoglieva
le maggiori adesioni,
anche presso i
Toscani, i quali,
però, come quelli
che sapevano di
non essere stati punto
estranei al movimento
in favor del
volgare (') e,
si badi, al
tentativo di una
legiferazione grammaticale di
esso — nel
fatto, codesto movimento
nel Quattrocento era
stato quasi esclusivamente toscano,
anzi fiorentino, né tra il
chiu- dersi dell' un secolo
e l'aprirsi dell'altro,
rispetto alla sorta
attività degli altri
Italiani, era punto
diminuito l'interesse de'
Toscani per la
loro lingua (?)
— non potevano
aver caro che
(') F. Sensi,
M. Claudio Tolomei
e le controversie
sull'ortografia italiana nel
sec. XVI, cit.
Nota da tener
presente anche per
altri luoghi di
questo capitolo. (2)
A non rammentar
molte prove, basti
la cit. lettera
di Ales- sandro de'
Pazzi a Francesco
Vettori, del 7
maggio 1524 e
il Dia- logo del
Machiavelli, donde appare
quanto vivo fosse
in Toscana e
in Firenze il
culto dell' idioma
natio e l' interesse
che si poneva
nello studiarlo anche
analiticamente. Tra i
criteri onde negli
Orti si 140
Storia della Grammatica
i non Toscani
si fosser mossi
e gareggiassero a
discorrer di lingua
toscana e a
dettarne le regole
: una tale
legiferazione non poteva
non risolversi in
una violenza contro
il loro senso
linguistico, tanto maggiore
quando a fondamento
di quelle regole
non era assunta
la toscanità trecentesca,
ma l' italiano parlato
presentemente nelle varie
corti d' Italia.
Sicché, tra le
cercava di determinare
le affinità e
le differenze tra
le varie lingue
e i vari
dialetti, si applicò
anche quello strettamente
grammaticale. Il Machiavelli,
appunto, ci dice:
«e dicono che
chi considera bene
le otto parti
dell'orazione, nelle quali
ogni parlar si
divide, troverà che
quella che si
chiama verbo, è
la catena, ed
il nervo della
lingua, ed ogni
volta che in
questa parte non
si varia [cioè
non c'è differenza
tra la lingua
e lingua], ancoraché
nelle altre si
variasse assai, con-
viene che le lingue
abbiano una comune
intelligenza, perchè quelli
nomi che ci
sono incogniti, ce
li fa intendere
il verbo, il
quale infra loro
è collocato, e
così per contrario
dove li verbi
sono differenti, an-
coraché vi fusse similitudine
ne' nomi, diventa
quella lingua diffe-
rente: e per
esemplo si può
dire la provincia
d'Italia, la quale
è in una
minima parte differente
nei verbi, ma
nei nomi differentissima, perchè
ciascuno Italiano dice
amare, stare e
leggere, ma ciascuno
di loro non
dice già deschetto,
tavola, e guastada.
Intra i pronomi
quelli che importano
più, sono variati,
siccome è mi,
in vece di
io, e ti,
per tu. Quello
che fa ancora
differenti le lingue,
ma non tanto
che elle non
s'intendano, sono la
pronunzia, e gli
accenti. Li Toscani
fer- mano tutte le
loro parole in
sulle vocali, ma li Lombardi,
e li Ro-
magnoli quasi tutte le
sospendono sulle consonanti,
come Patte, Pan
». Discorso cit.,
p. 518. —
Qui abbiamo un
germe, se non un cenno
schematico di grammatica
italiana, ed è
il primo, come
s'è già osser-
vato, nel Cinquecento avanti
delle Regole del
Fortunio. Il più
note- vole è, oltre
la verità estetica,
che con questo
e con altri
argomenti il .Machiavelli
dimostra acutamente l'origine
fiorentina della lingua
lette- raria d'Italia. «
Quella lingua si
chiama d'una patria,
la quale converte
i vocaboli ch'ella
ha accattati da
altri, nell'uso, ed
è sì potente
che i vocaboli
accattati non la
disordinano, ma ella
disordina loro, perchè
quello ch'ella reca
da altri lo
tira a se
in modo, che
par suo.... Ma
tinello che inganna
molti circa i
vocaboli comuni, è,
che tu [Dante],
e gli altri
che hanno scritto,
essendo stati celebrati,
e letti in
varj luoghi, molti
vocaboli nostri sono
stati imparati da
molti forestieri, ed
osservati da loro,
talché di propri
nostri son diventati
comuni ». Quanto
poi sia calzante
la dimostrazione che
Dante scrisse in
fioren- tino, è cosa
già ben assodata.
Non così esatta
è l' interpretazioni- del
trattato dantesco, ma
il dedottone ammaestramento, «gli
uomini che scrivono
in quella lingua,
come amorevoli di
essa, debbono far
quello ch'hai fatto
tu [Dante], ma non dir
quello ch'hai detto
tu», è tra
le cose più acute che
siano state osservate
in tanto e
tale dibattito. Capito/a
quint 14 [
voci ili protesta
impregnata talvolta di
sarcasmo, venner fuori
ben presto anche
inviti ad accingersi
alla compilazione della
grammatica. Il Norchiati
nel dedicare «
al suo molto
honorando messer Pierfrancesco
Giambullari » il
Trattato dei Dittonghi^,
constatando che rin
allora (1538) molti
non Toscani avevano
scritto ordini, regole
e modi d'imparar
la lingua, senza
voler giudicare, pur
ringraziandoli, se avessero
giovato o no,
ammo- niva che era
ormai tempo che
i Toscani si
ponessero a dettar
essi quelle regole:
ciò che egli
intanto faceva per
i dittonghi. E
nel trattatello notevole,
nell' esaltare sui Greci
e Latini i
suoni Toscani, assai
più abbondanti, perchè
« rendono gratia
et leggiadria inestimabile
all'orecchio », osserva
che « al
pronuntiar bene quadrisona
{tuoi) bissogna grandissima
pratica et attitudine
a far sonare
in essa gli
quattro suoni delle
sue quattro vocali,
senza lassarne adietrio
o gittarne via
alcuno : e
che tutti si
sen- tino chiari
speditamente in tal
pronuntia, come noi
in Firenze, e
gli altri Toscani
con grandissima facilità,
sonorità, et dolcezza
perfettamente pronuntiano »;
e avvertiva che
nell'elisione i fio-
rentini non gettai: via
nulla, pronunziando assa'
meglio 1' i
che non sappian
fare i non
Toscani. Il Lenzoni
nella sua Difesa
della lingua fiorentina
se la prendeva
più tardi (1557)
coi gram- matici non
Toscani che pretendevano
insegnar la grammatica,
e, con una
certa bravura schermistica,
postillava in margine
le sue osservazioni
con questi motti:
«questo va al
Ruscelli et all'Alunno,
et questo al
Bembo » (*).
Ma all'elaborazione della
grammatica volgare i
Toscani ave- vano contribuito —
anche a prescinder
dalla grammatichetta vaticana
— e contribuirono
più di quanto
essi stessi non
cre- dessero, e certo
con effetti assai
migliori per lo
sviluppo delle idee
sul linguaggio. (M
Trattato de Diphthongi
Toscani, di messer
Giovanni Nor- chiati canonico di S. Lorenzo.
In Vinezia per
Giovanni Antonio di
Nicolini da Sabio.
Ad instantia di
M. Manlio Sessa.
Nel anno MDXXXIX.
(2) Difesa della
lingua fiorentina, e
di Dante con
le regole di
far bella, e
numerosa la prosa.
In Firenze per
Lorenzo Torrentino, MDLVII
(Il frontispizio reca
MDLVI). Fu pubbl.
da Cosimo Bartoli,
e avrebbe dovuto
esser pubblicata dal
Giambullari, che preparò
per la stampa,
gli appunti lasciati
dal Lenzoni. La
p. Ili è
costituita tutta di
fram- menti. Dalla
pag. 76 incomincia
la mano del
Giambullari. 142 Storia
della Grammatica I
Toscani, che si
trovavano in possesso
della lingua adot-
tata dalla letteratura, non
sentirono mai il
bisogno d' appren- derla dai
libri, e nello
sforzo di perfezionarla, secondo
l'esempio dell'Alighieri, perchè
potesse competere con le lingue
classiche, non solo
non perdevano il
senso della parola
viva, ma eran
condotti a dar
assai minor importanza
al precetto grammaticale,
che seguiva non
produceva il fatto
linguistico : questo
afferma- rono il Tolomei,
il Gelli e
il Salviati medesimo.
Essi, vedremo, ammettevano
la possibilità e
l'opportunità della grammatica
sol quando si
fosse potuto giudicar
giunta alla sua
perfezione, la lingua,
e le attribuivano
ufficio di conservazione, più
che di re-
gola. Questa riconosciuta forza
intima del linguaggio,
la sua capacità
a svolgersi e
perfezionarsi sotto il
soffio delle idee
e della civiltà
progredienti è il
vanto della scuola
toscana, anche se
la grammatica che
ne usci, quella
del Giambullari, non
su- pera d'un grado
solo la contemporanea
letteratura grammaticale, e
tutto il movimento
toscano non potè
sottrarsi al dominio
dello spirito classico.
Alcune delle idee
espresse nel suo
Dialogo dal Machiavelli,
vero principe, per
l'altezza del suo
punto di vista,
di questa scuola,
valgono assai più
di parecchie grammatiche
di questo periodo
prese insieme :
come quella già
riferita sulla forza
che ha la
lingua particolare d'un
popolo intellettualmente forte,
di convertire in
proprio uso i
vocaboli accattati da
altri, non solo
senza rimanerne disordinata
ma in modo
da disordinar essa
loro, « perchè
quello ch'ella reca
da altri lo
tira a sé
in modo, che
par suo »:
concetto a cui
non mancherebbe nulla
per esser profondamente
estetico, se nella
mente del Segretario
fio- rentino il linguaggio
fosse stato tutt'uno
con l'espressione, perchè,
nel vero, il
realmente parlato non
è se non
il vecchio materiale
linguistico rielaborato nelle
nuove espressioni. Nello
studio grammaticale, storico
e poetico della
lingua che si
fece per oltre
un trentennio, dal
sorgere delle controversie
ortografiche
all'inaspriménto della battaglia
linguistica provocata dalla
famosa Canzone de'
Gigli d'oro, il
senese Claudio Tq-
lprnei, si può
dire che faccia
parte per sé
stesso in virtù
della sua maggior
cultura e penetrazione
filologica, onde anche'a
ra- gione è reputato
uno de' più
fecondi precursori della
gramma- tica storica. Non
digiuno di filosofia,
cultore appassionato delle
muse, oratore politico
di qualche nerbo,
epistolografo de' meno
sonnolenti, egli cercò
sempre di slanciarsi
a più alto
volo che Capitolo
quinto 143 le
penne del puro
grammatico non consentano,
benché la gram-
matica restasse pur sempre
la sua principale
occupazione, e alle
scoperte e innovazioni
ivi fatte, ortografiche,
metriche, fonolo- giche, sia
legata la sua
rinomanza. Stando alle
testimonianze che si
posson raccoglier dalle
sue lettere, il
suo animo fu
sempre diviso tra
le compiacenze che
pur gli procuravano
i resultati in
gran parte nuovi
delle sue ricerche
e il fastidio
che un tale
studio recava con
sé. In una
lettera « al
signor Alessan- dro V.
»(') dichiara d'aver
trovato « per
li campi della
gram- matica... più tosto
spine che fiori
», e chiama
la grammatica «
cosa fastidiosissima ».
Non che non
la ritenga una
scienza vera e
propria come le
altre; non che
giudichi inutile l'apprenderla
come corpo di
dottrina e come
mezzo indispensabile alla
piena intelligenza degli
scrittori ; ma
nega che possa
mai apprendersi indipendentemente dallo
studio degli autori,
e annette la
più grande importanza
a « la
destrezza del maestro,
il qual deve
con bei modi
infiammare il discepolo
a li studij,
sforzandosi di agevolarli,
e addolcirli queste
vie spinose de
la Grammatica, ac-
ciocché si possa senza
troppo offesa caminare
». Lo scritto
che ora tocca
più davvicino il
nostro tema, è
il Cesano pubblicato
nel 1555, ma
già divulgatissimo, e
meditato, se non
abbozzato,
contemporaneamente alla collaborazione al
Polito del Franci
e cominciato tra
il 29 e
il 32 (2).
Consta nella (')
Delle lettere di
m. Claudio Tolomet,
libri sette. In
Venetia, Appresso i
Guerra, MDXLVII. (-)
// Cesano, Dialogo
di m. Claudio
Tolomei, nel quale
da più dotti
Huotnini si disputa
del Nome, col
quale si dee
ragionevolmetite chia- mare la
volgar lingua. In
Vinegia Appresso Gabriel
Giolito De Ferrari,
et Fratelli, MDLV,
pp. 198-9. Sulla
composizione, la fortuna
e i mano-
scritti del Cesano, e
le sue relazioni
col trattato dantesco,
è da vedere
l'importante % 2,
Le allegazioni di
Claudio Tolomei della
più volte cit.
Introduz. del Rajna
alla 'sua ediz.
crit. del De
Vu/g. Eloq.. p.
LX sgg. Il
Dialogo ci riporta
a Roma e
agli anni 1524-5;
«il si- gnor mio
Illustrissimo » a
cui il Cesano
è diretto, sarebbe
il card. Ip-
polito de' Medici, patrono
del Tolomei, «
che apparisce propriamente
a' suoi servigi
da una lettera;
» è «
probabile che a
scrivere il Cesano
deva il Tolomei
essersi messo tra il 1529
e il 1532
» per effetto
del mancato Concilio
di cui s'è
parlato. Del Cesano,
a cono- scenza del
Rajna, sono «
quattro testi a
penna: uno è
a Firenze (Maglia-
bech., //, XI,
2), due si trovano a
Siena (Bibl. Com.,
G. IX, 59
e K, IX,
35) e il
quarto è a Roma, alla
Vittorio Emanuele (Fondo
S. Pantaleo, S6
[5.8] ». «
Il romano fu
nelle mani di
Celso Cittadini, il
quale, per 144
Storia della Grammatica
'-1 esposizione del
Cesano di due
parti oltre l'obbiettiva
esposizione delle teorie
del Bembo, del
Castiglione, del Trissino,
del Pazzi :
T una, generale,
riguarda il linguaggio
e il nome
da dare alla
lingua volgare, l'altra,
speciale, il confronto
tra le forme
del latino e
quelle del toscano,
propugnato dal Tolomei.
« Il parlare
», basterà metter
in rilievo alcuni
particolari pensieri per
riassumere la questione
speculativa, « a
gli huo- mini
è naturale, ma
i vocaboli, che
le cose ci
mostrano, sono non
dalla natura: ma
dall'arte, o dal
caso in sul fondamento della
natura formati, la
quale ci fece
tutti et disposti
al parlare, et
a sceglier la
lingua in queste
parole et in
quelle ». «
Né fu mai
l'oppinione di Nigidio
Figulo ricevuta per
vera, il quale
istimava che tutti
i vocaboli fossero
naturali, perchè quantunque
alcuni se ne
trovino, che par
sieno dalla natura,
et midolla della
cosa, che significano,
cavati fuori :
come strepito, crepito,
fischio, tuono, et
altri simili a
questi non però
il monte grande
de' vo- caboli si
governa da [questa
avvertenza ». E
come sorgono le
lingue particolari? «Il
parlar chiaro »,
cioè la facoltà
di espri- mer chiaramente i
propri pensieri, data
dalla natura all'
uomo (« non
alli angeli per
non esser loro
necessaria, non alle
bestie per non
esserne degne »),
riceve ne' suoi
effetti varie modifica-
zioni dalla « varietà
de i tempi,
et la differentia
de' luoghi, che
sono sempre di
diversi vocaboli et
di diverse lingue
produt- trici ». E
superfluo avvertire qui
l'eco delle antiche
dispute circa l'origine
del linguaggio: a
noi importa rilevare
l'importanza che ha
l'averle riprese, e
l'applicazione fattane. «
Non essendo altro
vero Idioma, che
un raccoglimento di più e
più vocaboli ordinato
a servire a
una diversità di più huomini
per potere isprimere
i secreti de
gli animi loro,
certo di coloro
sarà sempre, compiacere,
a quanto pare,
al desiderio di
Belisario Bulgarini, che
doveva esserne il
possessore, vi segnò
molte correzioni, tenendo
a riscontro la
stampa del Giolito,
e spesso vi
restituì le usanze
lingui- stiche dell'autore di
cui nessuno per
certo poteva avere
maggior pra- tica di
questo suo grande
depredatore ». La
fonte del Tolomei
par- rebbe risultare il
codice di Grenoble
del De l'ulg.
Eloq. « La
prero- gativa del Tolomei
si riduce secondo
ogni verosimiglianza ad
essere il primo
studioso a cui
apparisca noto il
codice del D.
V. E. che
per- verrà nelle mani
del Corbinelli »,
e forse l'avrà
visto a Padova
nel- l'estate o autunno
del 1532 nell'occasione di
una sua andata
in Austria. Capitolo
quinto 145 che
da teneri anni
con le madri
et co i
padri hanno imparato,
et poscia cresciuto
ad ogni movimento
del pensier loro,
con gli altri
di quella Città
parimente usato ».
Cosi è naturale
che il Tolomei
prenda posizione pel
se?iese, lasciando che
il Bembo adduca
le ragioni in
favor del nome
volgare, il Trissino
per Vitaliano, il
Castiglione per il
cortigiano, e Alessandro
de' Pazzi pel
fiorentino. Affermato il
carattere peculiare de'
vari Idiomi, esce
in un'osservazione acuta,
che, se meglio
meditata e fecon-
data, avrebbe gettato un
insolito sprazzo di
luce sulla natura
del linguaggio, là
dove afferma che
«il parlar prima
dee esser notissimo
a colui, che
lo parla, perchè
con lui è
più unito, che
con alcun altro
». Di qui
al riconoscere che
il linguaggio è
in- dividua creazione spirituale
il passo non
sarebbe stato davvero
lungo. Dalla questione
speculativa passando alla
storica, il Tolomei
si fa a
seguire le vicende
della nostra lingua,
derivandola dalla trasformazione del
latino (') operata,
come si credeva
general- (') Su
questo punto, che,
come sappiamo, non
è una scoperta
del Tolomei, mentre
è suo peculiar
vanto l'aver tracciate
alcune ben ferme
linee di grammatica
storica, debbo osservare
che mi sembra
caratteristico
l'atteggiamento onde il
Tolomei guarda il
pro- blema. Il filologo
moderno, descrivendo il
trasformarsi della parola
latina nelle varie
parole romanze, non
solo tratta il
suo tema, sereno,
senza predilezione per
il latino o
per i nuovi
volgari, ma vede
in quella trasformazione un
fatto che si
svolge naturalmente con le sue
leggi precise e
costanti, un divenire
continuatamente regolare, che,
quasi facendo scomparire
agli occhi di
lui l'esistenza di
due lingue distinte,
attira sopra di sé tutto
il suo interesse
e glielo esaurisce.
Invece, il Tolomei,
volendo dimostrare che
la lingua toscana
è pro- pria lingua,
indipendente dal latino,
bella per conto
proprio, e libera
da ogni debito
verso quello, ha sì coscienza
di quella trasformazione e,
se non nel
Cesano, ne' suoi
trattati inediti, ne
addita e ne
deter- mina le leggi,
ma guarda il
fatto non come
una necessità, in
cui il latino
almeno come materia
ha la sua
funzione, ma quasi come
un continuo sforzo
di riazione e
di ribellione compiuto
dal volgare per
differenziarsi dal latino,
staccarsene, anzi voltargli
bruscamente le spalle,
per ricomparirgli poi
dinanzi, sotto forme
nuove e in
abito di gala
per dirgli, tra
il gnive e
il canzonatorio, '
eccomi qua, ci
sono anch'io, e
posso anche misurarmi
teco'. Questa è
l'impressione che desta
la lettura del
Cesano ; onde
non è maraviglia
che chi potè
esser informato dei
discorsi del Tolomei
o direttamente o
indirettamente, fosse tratto
ad attribuirgli l'erronea
opinione che il
toscano non deri-
vasse dal latino: «
Non vi concedo
», si fa
dire al Tolomei
nel Dia- ti. Trabalza.
io 146 Storia
della Grammatica mente,
dalle incursioni barbariche
e dalla questione
storica è condotto
a comparare le
caratteristiche del toscano
con quelle I
del latino, concludendo
che, se bella
è la lingua
latina, nulla / deve invidiarle
la nostra che,
pur essendo stata
manomessa dai barbari,
si piegò mirabilmente
a esprimer con
arte efficace i|
nuovi pensamenti del
popolo e si
concretò e si
organò in opere
di letteratura immortali.
Ecco i risultati
di tale comparazione
dedotta per tutti
gli -4» ordini della
grammatica, e che
riesce, però, quasi
a un abbozzo
della grammatica stessa
del toscano :
1. I suoni
e gli '
elementi ' (lettere),
come fu dimostrato
dal Polito, non
son più nel
Toscano gli stessi
che eran nel
la- tino, perchè alcuni
di quelli si
perdettero ed altri
se ne pro-
dussero di nuovi. 2.
Nella testura degli
elementi il Toscano
fugge l'asprezza come
non fa il
Latino : a)
due mute diverse
che fanno aspra
testura il Toscano
non le tollera
; ò) né
ogni muta può
trovarsi innanzi alla
.S; e) lo
/ e lo
V liquido si
usa dopo ciascuna
consonante, « che
addolcisce con quel
distruggersi et liquefarsi
tutta la pa-
rola »: nel latino
questo avviene solo
in due casi. IL LATINO fugge generalmente
il RADOPPIAMENTO delle consonanti.
Nulla di
questo aggrada più al Toscano.
logo del Valeriano,
« messer Giangiorgio,
che LA LINGUA TOSCANA si' peggior
della cortigiana, o come voi
dite, della commune,
perchè si discosti
più della latina;
ne vi concedo,
che la toscana
venga dal la-
tino, perchè è lingua
propria e separata,
e indipendente, et
ha le sue
proprie inflessioni, e
forme, e figure,
et eleganze di
dire forse assai
più, che non
ha la latina.
Et come questa
vostra commune, Italica
dite esser derivata
dalla latina, così
la toscana moderna
potemo cre- der, che
venga dall'antica lingua
Etrusca, ecc. », p. 29.
Aggiungerò che il
tentativo di riformar
la nutrica italiana,
secondo quella clas-
sica, mosse nel Tolomei
dal medesimo principio
della virtuosità e
del- l'eccellenza del toscano
rispetto al latino.
Ora questo atteggiamento
in uno che
pur seppe stabilire
qualche principio irrefutabile
di gram- matica storica, da che era
determinato se non
dalla coscienza della
bellezza della nuova
lingua, cioè dall'attribuire alla
parola viva la
virtù artistica propria
dell'espressione? Ma qui
debbo avvertire che,
come vedremo parlando
del Cittadini, codesto
atteggiamento muta nelle
operette grammaticali inedite,
dove di proposito
s'indaga il modo
della derivazione dell'italiano. Capitolo
quinto 147 4.
Lo L in
mezzo delle mute
e delle vocali
cambiasi nel Toscano
in un /
liquido ('pieno, chiave,
fiato'): e i
vocaboli in cui
lo L si
trova (come in
' Plora, implora,
splende, plebe') • non furono
presi dal mezzo
delle piazze di Te
scana: ma posti
innanzi da gli
scrittori » :
il popolo avrebbe
detto ' piora,
im- plora, spiende, pieve',
come di quest'ultimo
ne habbiamo ma-
nifesto segno, che volgarmente
pieve si chiama
quella sorte di
Chiesa ordinata alla
Religione d'una Plebe
». 5. I
vocaboli latini finiscono
spesso in consonante,
o mute, o
liquide, o mezze
vocali: il Toscano
termina sempre in
vocale, tranne alcuni
pochi monosillabi ('
non, in, con,
per, il, ver
= verso, pur,
ancora che il
Boccaccio usi pure
'). Questi fenomeni
avvengono nelle ' pure dittioni
', ossia in
quelle di formazione
popolare. 6. I
vocaboli si partono
da la natura
o per prolunga-
mento o accrescimento e
per accorciamento (cfr.
il d eufonico
e epentetico; i
suffissi ' facissigliene
— gli si
ce ne fa ', nel
primo caso; nel
secondo, oltre la
sinalefe, comune ai
Latini, Greci e
Toscani, il troncamento
delle sillabe in
liquida / m
n r, spesso
anche quando la
liquida sia doppia
: ' augel,
han = augello,
hanno ') :
a) codesto troncamento
non può aver
sempre luogo in
causa dell'accento :
« nel Toscano
non si patisce
mai che per
qualunque o accrescimento, o
sminuimento della medesima
dit- tione l'accento
trapassi di una
sillaba in un'
altra » ;
b) non è
possibile il troncamento
nel fine de'
nomi femminili in
a, tanto nel
sing. che nel
plur. Gli altri
casi « rac-
cogliere con ogni cura
minutamente lascieremo a
coloro, che la
Toscana Grammatica ci vogliono interamente
insegnare. A noi
basta per hora
intender, come questa
usanza dello sminuir
così le parole
nel fine, è
bella et varia,
et de' Toscani
molto propria. Ma
passiamo più oltre
a ragionare di
quegli ornamenti, che
ve- stono la parola,
che sono tempo,
accento et fiato,
overo aspira- tone, et
veggiamo per Dio
se in questa
parte ha la
nostra lingua ricchezza
alcuna propria, che
a' Latini renderla
non bisogni ».
7. La quantità.
Noi non abbiam
più lunghe e
brevi, « benché
et forse non
senza ragione io non istimi,
che ancora nella
lingua nostra vi
sia la misura,
tempo lungo et
breve, lo quale
se conosciuto ben
fusse a musiche
regole temperato, vie
più dolce renderebbe
il parlare et il comporre
de' Toscani ».
148 Sforiti della
Grammatica Vedremo dell'esito
della folta caccagio?ie
alla quale annun-
ziava il Tolomei di
porsi per ritrovarli
e dell'uso che dei tro-
vamenti egli fece
nella sua nuova
poesia. 8. \J
accento. « Più
largo certo et
più spazioso è
'1 corso de
gli accenti Toscani,
che non è
quel de' Latini
», che non
s'estende più là
dell'antipenultima, mentre i
Toscani si sospen-
don « lontan
dalla line otto
sillabe, quattro per
conto della prima
parola, et tre
per conto delle
affisse »: es. ' favolanosice-
negliene '. E torna
a ribadir la
regola dell'immutabilità del-
l'accento, « ancora, che
vi si aggiunghino
quattro particole, ciò
che non avvien
del Latino, dove
l'enclitica que basta
a trasportar l'accento
di pattern all'ultima
sillaba: patremque. 9. L
' aspiratio?ie è
anche diversa, perchè
i Latini aspira-
vano il principio delle
sillabe, se pur
honor e hieri
e simili non
succedessin dal greco,
mentre i Toscani
non aspirano niuna
sil- laba « che
habbia in principio
la vocale, ma
quelle sole, che
incominciano da quattro
lettere, et l'altre
due giunte dal
Polito, secondo eh'
egli brevemente et
per verissime regole
ne parla, nelle
quali non si
trova simiglianza alcuna
con l' aspiratione latina
». io. I
dittonghi toscani o
non si spatriano
per la Toscana
quali erano i
cinque latini, o
molti più di
questi senza dubbio
alcuno. 1 1 . Gli
articoli. « Usangli
anchora i Toscani
(come i Greci)
et ne' maschi
et nelle femmine
et nel maggior
numero, et nel
minor differenti. Li
quali oltre, che
distinguono l'un sesso
dal- l'altro, et questo
numero da quello,
hanno forza di
terminare et far
più certa quella
cosa, alla quale
sono applicati. Et
evi differenza di
sentimento in quelle
parole, che hanno
l'articolo in quelle,
che non lo
hanno ». 12.
I casi. «
Variasi per cagione
de' casi molto
più ». 13.
La struttura (sintassi
de' casi). «
Et ordina senza
dubbio diverso in
tutto et differente
forma di struttura
». 14. La
tela et V orditura
delle nostre parole
(costruzione) son diversissime
nell'una e nell'altra
lingua, com'è dimostrato dalle traduzioni,
perchè chi voglia
far toscano Cicerone
o latino il
Boccaccio « col
medesimo filo e
corso di parole,
s' avvedrà chiaramente quanto
la prima fatica
sia sciocca, la
seconda fasti-' diosa
». E sintetizzando
le riassunte osservazioni, conclude:
« Che Capitolo
quinto 149 direni
dunque? non esser
questa propria lingua,
(piando et ne'
suoni «.Ielle voci
sue, et nella
struttura delle sue
lettere insieme, et
nel finimento delle
parole, et nel
modo dell'accrescere, o
sminuire quelle, ne'
gli accenti, et
ne' tempi, nell' aspirationi. Che
più? ne' dittonghi,
ne' gli articoli,
ne' casi, nelle
costrut- tioni, et
ordinatimi delle parole,
nelle figure del
dire, et final-
mente nella maggior parte
delle cose sia
dall'antica Romana cotanto
differente? Forse perchè
ella serba molti
Latini vocaboli, ma
epiesto che ci
noia, per Dio,
non ha ella
nel thesoro suo
cpiasi infiniti, ancora,
che non dirò
forma, propria pur
ritengono dal Latino?
Leggasi Dante, trascorrasi
il Boccaccio, odansi
gli huomini parlar
da' paesi nostri,
e vedrassi quanto
quella here- dità,
che gli fu
da' Latini lasciata,
ella fusse riccamente
vestita.... ben si può dire
quasi della vecchia
moneta esserne nella
Zecca stampata moneta
nuova ». E
all'obiezione dell'alfabeto risponde
che questo è
un meccanismo, un
espediente qualsiasi inventato
dall'arte, « dove
la lingua è
dono della natura
per aprire le
fantasie di ciascuno
a coloro, che
intorno gli sono
». Dall'aver descritti
i caratteri naturali
del Toscano, passa
a magnificarne l'eccellenza,
la bellezza, la
ricchezza, la dolcezza,
scagliandosi contro tutti
i pedanti che
s'astengono dallo scri-
vere perchè i loro
pensieri non nacquero
già nella mente
de' tre sommi
trecentisti da poterli
dipingere col loro
colore. « Che
ci bisognerebbe fare
se '1 Boccaccio
non havesse il
suo Deca- merone
scritto, o il
Petrarca i suoi
versi? tacer forse
per questo, o
punto non scrivere?
» Insomma la
nostra lingua non è tutta
ne' libri :
le sue ricchezze
ella « con la viva
voce le va
a parte a
parte discoprendo ».
La misura della
ricchezza è nell'avere
per ogni cosa
un distinto vocabolo.
Così è condotto
a far l'elogio
della nostra letteratura,
dove trova che
ciascuno scrittore «
nel grado suo,
et nello stil
suo arriva a
ogni maggior finezza
di pregiata eccellenza
». All'obiezione che la lingua
Toscana non obbedisce
a regole di
grammatica, il Tolomei
risponde che è
la Grammatica che
nasce dalla lingua
e non questa
da quella, e che se
non sono state
trovate le regole
ancora (il che
tutto non si
può dire, es-
sendoci stato già il
Fortunio e aspettandosi
le Prose del
Bembo), le si
troveranno, e saranno
complete quando «
altri tragedie, altri
Comedie, Satire altri,
et altri altissime
Poesie partoriranno: né
mancherà chi l'infiammato stile
dell' Oratione, il piano
et 150 Storia
della Grammatica l'aperto
della Historia, il
familiare della Epistola
faccia illustre, adornarsi
con questa lingua
quella parte di
Philosohia, che a'
costumi s'appartiene, quella
che al disputare,
et l'altra forse,
che alla natura,
et finalmente non
fia o arte
nobile, o bella
di- sciplina, che dipinta
con le parole
di Toscana non
si mostri agli
occhi de' riguardanti
vaghissima, et '1
potersi con quelle
hono- ratamente le
cose scrivere, facendo
segno non oscuro
i nostri antichi
scrittori, i quali
quello, che volsero
così facilmente con
la penna scolpirono,
che si conosce
esser più tosto
insino alla nostra
età mancata copia
di eccellenti scrittori,
che ella sia
già alli scrittori
mancata » (').
A questo accrescimento, a
questo perfezionamento del
vol- gare, il Tolomei
veniva pazientemente dissodando
il terreno della
fonetica, per ritrovar
i principi su
cui fondar la
nuova poesia onde
doveva aumentarsi la
patria letteratura, sì
che non avesse
nulla da invidiare
alla latina, pagando
così il suo
tributo a quel
classicismo, contro cui
intendeva innalzare l'edificio
delle nuove lettere.
Furono indagini laboriose,
e di cui
aveva piena coscienza.
E notevole ciò
che scrisse al
Benvoglienti circa ta-
luni belli ingegni co'
quali ebbe a
ragionare dell' inve?itione
della nuova poesia,
e che «
crederono, e dissero
che tutta quest'arte
si doveva risolvere
in queste poche
regolette, che voi
udirete. Tutte le sillabe, dove
è l'accento acuto
son longhe. Tutte
le sillabe, che
son dinanzi a
l'accento acuto son
brevi, se già
non v' è
l'addoppiamento. Tutte le
sillabe, che son
dopo l'accento acuto
son brevi, ancora
che vi sia
l'addoppiamento, e così
vo- levano, che tessonsi,
romperne, volgerlo havessero
la sillaba di
mezzo breve Io alhora
assomiglia' costoro a
medici, che da
sé stessi si
chiamavan Metodici, li
quali per lo
contrario Galeno soleva
chiamare àjiièvoòovs; perchè
con quattro, o
sei regolette volevano,
insegnar tutta la
medicina, omne laxum
astringendum, omne strictum
laxandum, omne cavum
implendum : e
in ciò non
considerava!! né età,
né veruna altra
cosa buona. Ma
veramente sì come
ne la medicina
fa mestiero riguardar
tutte queste cose
distintamente, così nella
nostra inventione bisogna
contemplar tutta la
lingua insieme, le
parti separatamente, e
veder molto (')
« Concluderemo più
presto esser mancati
alla lingua uomini,
che l'esercitino, che
la lingua as;ii
uomini e alla
materia. » Lorenzo
de' Medici, Commento
alle rime, in
Torraca, Manuale d.
I. i., I,
p. 417. Capitolo
quinto 151 bene
da qual fonte
nasce la Longhezza,
o la brevità
del tempo, e
come ciascuna parola
con l'altre e
con sé stessa
si misuri e
si contrapesi ;
e per qual
riferimento e jroog
to il longo
sia longo, e
'1 breve sia
breve, e come
in questa contemplazione si
pigli il mezzo
e l'estremo. Che
più? bisogna sottilmente
considerar, se tutte
le sillabe longhe,
sono egualmente longhe,
e le brevi,
brevi, e le
communi, communi parimenti:
il che è
principio e origine
di grande intendimento.
E oltre di ciò è
forza scoprir alcuni
segreti, li quali
insieme con l'altre
cose spero vederete
di- stintamente dichiarate ne
la nostra operetta
sopra di ciò
fatta » (').
L'operetta usci nel
1539 col titolo
Versi e Regole
de la nuova
poesia toscana^), contrassegnando, come
è stato ben
av- vertito, « un'epoca
nelle lettere del
secolo XVI »,
per il movi-
mento che presto se ne propagò
in tutta l'Europa
occidentale (). Scopo
dell'operetta era di
difendere l'uso de'
metri classici nella
lingua volgare, offrendone
le regole e
gli esempi, forniti
da un gruppo
di letterati riuniti
in un circolo,
Y Accademia della
nuova poesia, di cui il
Tolomei doveva esser
ritenuto fondatore e
espo- sitore
dell'innovazione. All' inventione
non dovè esser
estraneo quel medesimo
spirito aristocratico, che
palesemente affermarono in
Francia il Du
Bellav, l'autore della
Défence et illustration
de la langue
fra?icaise (1549), il
programma della nuova
scuola che si
chiamò la Pleiade,
e Jean de la Taille,
autore di La
manière de faire
de vers en
franfois, comme en
grcc et in
latin (edita, dopo
11 anni dalla
morte dell'autore, nel
1573) e che
ispirò Jean Antoine
de Bai'f a
istituire nel 1570
sull'esempio appunto de\Y
Accademia della nuova
poesia, un' Académie
de poesie et
de musique, accettando
le riforme fonetiche
propugnate da Ramus
nella sua Grammar.
La concezione aristocratica
che della poesia
si sarebbe fatta
il Tolomei non
sfuggì agli stessi
cin- quecentisti : così
il Ruscelli raccontava
che « la
facilità di far
versi volgari.... comune
ad artegiani, femminelle,
et perfino a fan- ciulli di
X o XII
anni fu prima
et perfetta cagione
di muovere (*)
Pp. 250-60. Tentativi
d'introdurre i metri
classici nella poesia
volgare e relativi
saggi risalgono, è
noto, in Italia
al Quattrocento. Carducci,
La poesia barbara
nei secoli XV
e XVI, Bologna,
1881. (2) Nel
voi. carducciano ora
citato. E cfr.
G. Mignini, Saggio
di gramm. st.
it.: i versi
italiani in metrica
latina, Perugia, 1886.
(3) Spingarn, op.
cit., p. 219.
(4) Spingarn, op.
cit., p. 221.
152 Storia della
Grammatica il Tolomei,
et tutta quella
bellissima schiera a
ritrovare una sorte
di versi nella
lingua nostra, per li quali
si conoscessero i
dotti da gli
indotti, che per
far versi il
Molino, il Veniero,
il Contile, il
Varchi, il Costanzo,
il Rota, il
Tansillo, il To-
lomei, il Caro, il
Cinthio et ogn'altro
dotto, et giudicioso
scrit- tore, non venissero
a farsi fratelli,
et d'una schiera,
o scuola stessa
con Baldassare Olimpo
e mille altri
tali » (').
Con la De f enee
del Du Bellay
il Cesano ha
non pochi punti
di simiglianza, non
solo quanto alla
condotta e tessitura
gene- rale, ma anche
ai vari elementi
classici e romantici
che vi sono
egualmente contemperati, come
dove, rispetto alla
lingua, di contro
alla necessità che l'
idioma volgare s'elevi
alla perfezione de'
classici, si afferma
l' indipendenza dagli scrittori,
decidendosi in quella
contro les tradictions
des règles, in
questo contro l'av-
versione dei timidi a
parlare e a
scrivere per non
essere altret- tanti Boccacci e
Danti. Più notevole
è la corrispondenza nella
motivazione di queste
decisioni : il
non esserci regole
che si possano
accettare, non essendosi
raggiunto ancora quel
grado di perfezione
che sarebbe desiderabile.
Quanto al problema
ca- pitale le due
opere mostrano un'altra
corrispondenza: nella prima
parte esso consiste
in questa tesi,
che niente vieta
alla lingua volgare
di conseguir la
sua perfezione ;
nella seconda, riguardante
i mezzi, la
corrispondenza non è
altrettanto piena :
pure se nella
determinazione di essi
il Du Bellay
non vede altra
via che l' imitazione
del greco e
latino, in molte
premesse e in
certi altri resultati
l'accordo è abbastanza
notevole. Entrambi sostengono
che la diversità
delle lingue ne'
vari paesi si
deve ascrivere al
capriccio degli uomini
(il Tolomei aggiunge
anche quello del
caso e le
modificazioni d
ell'ambiente), e che
perciò il perfezionarla
è dovere di
quei che la
parlano, e a
nessuno è lecito
esimersi dall' obbligo di
concorrere al perfezionamento del-
l'idioma nativo: che
non basta attenersi
agli antichi autori
na- zionali, perchè altrimenti
non ci sarebbe
progresso. Qui il Du Bellay
consiglia di studiare
i greci, i
latini e gl'italiani,
aste- nendosi dal comporre
rondò, ballate, strambotti
e épiceries, che
corrompono il gusto,
e di adoperare
le migliori forme
poetiche, epigrammi, elegie,
odi, ecloghe, sonetti;
il Tolomei non
insiste (1j Tre
discorsi cit. , p.
78. Capitolo quinto
153 troppo su
queir imitazione, ma,
oltreché pel verso,
p. es., pro-
pugna la quantità degli
antichi, fa derivar
la perfezione della
lingua dal trattar
tragedie, commedie, satire,
orazioni, istorie, epistole
ecc., che vuol
dire le forme
più elevate delle
letterature classiche. La
lingua, la poesia,
la letteratura, la filosofia, dei moderni
de- vono venire, insomma,
per vivere e
prosperare, a patti
con quelle degli
antichi, nonostante l'affermata
totale indipendenza della
struttura del toscano
dal latino. Altri
resultati delle ricerche
del Tolomei venivano
comuni- cati occasionalmente agli
amici nelle lettere,
spesso, com'era l'usanza,
scritte con lo
scopo della pubblicazione, e
che furono (')
Questo ravvicinamento —
occorrerebbe dirlo? —
non importa che
la Défence derivi
dal Cesano; ma,
poiché lo Spingarn
ha addi- tato come
probabile fonte della
Défence il De
Vulvari Eloquentia e
il Yossler ha
sollevato de' dubbi
su tale derivazione,
e il Farinelli
li ha confermati
di sue ricerche,
senza che però
lo Spingarn abbia
ri- nunziato alla sua
tesi, che anzi
ha ribadito col
dire che «
l'affinità è tale
che merita ulteriori
studi e più
particolari » (op.
cit.. p. 177),
il nostro ravvicinamento potrebbe
gettar un po'
di luce sulla
questione, e servire
a dimostrar che
il problema del
volgare, quale era
stato impostato dall'Alighieri, veniva
ora ripreso, con
e senza l'aiuto
dell'ope- retta dantesca, alle
medesime basi da
più parti, per
le condizioni in
cui di contro
alle lingue classiche
permaneva ancora il
volgare. Quel pro-
blema è in fondo
una gagliarda espressione
della coscienza della
nuova letteratura e
da Dante al Salviati,
per tutto cioè
il periodo in
cui si maturò
la dottrina poetica
del Rinascimento, tutti
i maggiori letterati
vi si travagliarono
intorno. In ogni
modo, che al
Cesano dia molta
materia il trattato
dantesco è fuor
d'ogni dubbio: anzi,
si può affermare
che, seguendo le
varie esposizioni che
ciascun interlocutore (Bembo,
Casti- glione, Trissino, De'
Pazzi) fa della
propria dottrina appoggiandola
con passi del
trattato che sembrano
confermarla, siamo per un buon
pezzo in compagnia
dell'Alighieri; e con
esso ci ritroviamo
ancora coll'ultimo interlocutore, il
Cesano, il quale,
fatto il dilemma
che il trattato
(come aveva sostenuto
il Martelli non
è di Dante,
o, se è
di Dante, non
prova nulla contro
i Toscani per
la promiscuità dei
termini da lui
adoperati a designar
il toscano, penetra
nella sostanza della
distinzione circa il
latino e il
volgare e nel significato stesso
dell'operetta, nel modo,
se- condo noi, più
acuto: « quand'ella
[la lingua] è
chiamata Volgare, è
all' hora da
coloro, che così
la chiamano considerata,
come distinta dalla
latina, la quale
in questi tempi
non era più
nelle bocche del
Volgo, né naturalmente
da ciascuno si
parlava, ma per
arte e studio
solo s'acquistava. Parmi
finalmente che il
Tolomei avesse veduto
anche il Discorso
del Machiavelli, specie
per la parlata
che mette in
bocca al De'
Pazzi e, in
genere, per l'opposizione
a Dante. 154
Storia della Grammatica
pubblicate infatti in
un grosso volume
nel 1547. Sono
tra esse assai
notevoli, oltre le
citate al Firenzuola
e ad Alessandro
V. per quanto
concerne il Congresso
bolognese e l' insegnamento della
grammatica, quella al
Caro, dove «
avvertisce alcune cose
sopra l'ortografìa grammatica
Toscana, come dir
s'egli è meglio
dir celarò nel
frutto [futuro] che
celerò, et altri
simili », una
al Citolini, dove
dichiara « che
cosa sia H
in Toscano, e
dove si proferisca
con aspiratione, e
quale uso sia
d'essa », e
quella al Benvoglienti,
dove « ragiona
di una disputa
fatta sopra l'in-
ventione nuova del
verso Hesametro in
Toscana » ('). Tolomei morì
nell’anno stesso in
cui il Giolito
gli pubblica il
Cesano, che forse
sarebbe rimasto inedito,
quan- tunque il Giolito
dicesse d'averlo pubblicato
per sottrarlo a
una cattiva stampa,
come inedite rimasero
le molte operette
gram- maticali del filologo
senese. Perdute del
tutto gli andarono,
vivo ancor il
Tolomei, un'opera de V
eccellenza de la
lingua Toscana (svolgimento,
forse, d' idee già
sostenute nel Cesano)
ed altre scritture,
durante « quello
scellerato sacco di
Roma, il quale
oltre agli altri
gravi danni che mi fece,
non si vergognò
por la brutta
mano ne le
scritture, e dispergermi
questa insieme con
alcune altre mie
povere, e misere
fatiche ». Frequenti
sono i cenni
e i richiami
nelle sue lettere
ad altre scritture.
Nella lettera al
Caro (1542 o
1543) in cui
rispondeva circa l'uso
di celarò per
celerò e simili
e di alcune
forme ortografiche, diceva
che l'avrebbe giustificato
a suo tempo,
quando avesse condotto a
compimento altri suoi
lavori : «
onde mi sarà
forza finir prima
e poi stampar
que' libri, ch'io
ho incominciato de'
principi '/, e de
gli altri delle
nature, e que'
terzi delle forme
della lingua Toscana,
oltre a certi
piccoli volumi di
grammatica, che io
ho scritti sopra
questa nostra lingua
». Dell'anno della
pubblica- zione delle due
Orazioni è un'altra
sua lettera al
Citabili da Parma,
nella quale gli
annunziava di acconciarsi
« per iscriver
una operetta de
le quattro lingue
di Toscana »,
da mandare a
M. Annibal Caro,
« la quale
aprirà una grandissima
finistra per illuminar
il corpo de
la nostra lingua,
e crediate per
certo che senza
questo lume ci
si cammina al
buio ». (')
Notevole è anche
sotto il rispetto
grammaticale l'altra al
Caro sopra l'abuso
del dire altrui
Sua Signoria, Sua
Eccellenza, intorno a cui molto
allora si disputò.
È riprodotta nella bella raccolta
del Faxfam. Lettere
precettive di eccellenti
scritturi, Firenze. 1S55.
Capitolo quinto 155
Le operette grammaticali
che ci restano
del Tolomei e
for- mano il noto
cod. H. VII,
15 della Comunale
di Siena, vertono
tutte su questioni
di fonetica, anche
quando riguardino la
mor- fologia e la
metrica : \.
Il primo libro
della Grammatica To-
scana (lettere dell'alfabeto e
loro classificazione); 2.
Tratta/o delle forme
(passaggi de' suoni
latini negl'italiani — la teoria
de' suoni in
relazione con le
loro rappresentazioni grafiche);
3. La rima
che cosa sia
e quante lettere
bisogna rimare ;
4. Delle rime
proprie e delle
improprie ; 5. De lo
e chiaro e
fosco ; 6.
De l'o chiaro
e fosco (che
sono i due
trattati che andarono
a costi- tuire il
cap. VI delle
Origini del Cittadini);
7. Stili'* sordo
e sonoro; 8.
Stillo z sordo
e sonoro. Su
di esse, che
certo rappre- sentano il
maggior titolo di
lode pel Tolomei
e gli assegnano
un posto eminente
nella storia della
filologia romanza, crediamo
opportuno discorrere quando
incontreremo il Cittadini
col quale vedono
in qualche modo
la luce, entrando
direttamente nel cir-
colo delle idee. Intanto
osserviamo che fu
male che questi
trat- tatelli, che
avrebbero potuto fecondare
un più intenso
e meto- dico studio
storico della lingua,
non vedessero la
luce ; ma
una discreta parte
si deve credere
che ignota del
tutto non rimanesse
al mondo letterario,
date le relazioni
del Tolomei e
il costume letterario
dell'età. In ogni
modo l'opera del
Tolomei, conside- rata nel
suo complesso, avanza
in valore la
comune produzione grammaticale
del tempo, per le idee
critiche generali sul
lin- guaggio e gì'
idiomi in particolare
e le conoscenze
positive circa l'evoluzione
del Toscano. Se
non così notevoli,
certo importanti, non
pel fatto della
grammatica concreta che ne derivò,
ma sì per
i canoni lingui-
stici ripresi in discussione
e le vedute
per cui die
luogo circa la
possibilità della grammatica,
furono i resultati
a cui menò
l'iniziativa presa dall' 'Accademia fiorentina
l'anno stesso in
cui si rinnovellava
(1547) sul tronco
non vecchio ma
infrenato degli Umidi,
allegroni ben degni
di godere il
frizzo del Lasca,
che dai solenni
uomini della riformazione
generale fu con
l'espul- sione punito de'
suoi ribelli sdegni
contro la pedanteria
stravin- cente sulla giovialità.
Giambattista Gelli e
Pierfrancesco Giambullari furono
de' quattro che
l'Accademia elesse all'ordinamento grammaticale
della lingua, divenuta
l'oggetto della sua
attività dalla com-
piuta riforma. E l'uno
e l'altro si
diedero infatti a
osservare e Storia
della Grammatica a
comporre le leggi
della lingua fiorentina.
Ma il Gelli,
dopo un anno
di studio amoroso,
rinunziò all'impresa, che
gli parve fortemente
difficile, anzi «
quasi impossibile »
ad essere attuata.
Egli, se non
fu un filosofo,
esercitò però il
pensiero sui pro-
blemi morali meglio di
molti suoi contemporanei
(') : da
questi suoi amori
con la filosofia
dovette esser tratto
naturalmente a considerare
il difficile problema
d'una grammatica toscana,
e, con acume
degno del suo
fine intelletto, lo
risolse negativamente; in ciò è
sopratutto il suo
merito, anzi per
questo merita una
nota particolare in
una storia come
questa, anche se
a codesta soluzione
non giunse con
ragioni critiche sempre
e in tutto
fon- date e dedotte
da un criterio
scientifico. Egli ne
fece l'esposizione (a
richiesta del Giambullari
stesso, che nella
prima tornata del
155 1 era stato
rieletto « nel
numero di quegli
uomini, che debbono
riordinare et ridurre
a regola la
nostra lingua fiorentina
», e dell'esposizione si
valse come di
acconcia prefazione alla
sua grammatica già da tre
anni com- posta e
in quello stesso
della rielezione pubblicata)
in un Ra-
gionamento, che egli finge
avvenuto o che
avvenne il giorno
stesso di quella
tornata e poi
distese per iscritto
il XVIII feb-
brajo, infra M.
Cosimo Bartoli et
Giovati Batista Gelli
(sé stesso) sopra
le diffìcultà del
mettere in Regole,
la nostra lingua
(2). « Le
ragioni », comincia
col confessare il
nostro critico, «
et le diffìcultà
che non solo
mi hanno fatto
levar via l'animo
da questa impresa;
ma ancora giudicarla
quasi impossibile, sono
et molte, et
molto potenti :
et quanto più
vi pensava intorno,
più mi se
ne offerivano sempre
alla mente, dell'altre
nuove. Così — mentre
che io stava
lontano al mettere
in atto questa
formazione delle Regole
; me le
imaginava piccola cosa.
Ma (') «Egli
apprende ed applica
tenacemente ; sì
che un' idea
sola, il contrasto
fra so/so e
ragione, regge tutta
l'opera sua, nei
dialoghi morali e
ne' commenti, anch'essi
morali, a Dante
e al Petrarca;
ma non è
ingegno che avanzi,
nemmeno d'un punto,
che sulle cognizioni
apprese operi attivo
per arricchirle, per
trasformarle in sé,
per acuirle a
nuovi concetti ».
F. Ne., recens.
delle pubblicazioni gelliane
del- l'Ugolini e del Fresco
in Giorn. st.
d. lett. il.,
XXXIII, 434 sgg.
(-) P. F.
Giambullari, Della lingua
che si parla
e scrive in
Fi- renze, e un
Dialogo di Giambattista
Gelli, Sopra la
difficoltà del- l'ordinare detta lingua,
In Firenze, per
Lorenzo Torrentino.] quando poi
tentammo porla ad
effetto, quanto più
la considerai, tanto
più mi parve
difficile ». L' impresa
anzi sarebbe «
al tutto impossibile
per la diversità
di nomi et
delle pronunzie che
si trovano per
le città di
Toscana : ciascuna
delle quali pregiando
più le sue
cose, che quelle
d'altri, stimerebbe et
terrebbe errore quello
che in Firenze
sarebbe regola »
: che è
già un bel
prin- cipio positivo contro
la possibilità d'una
grammatica che voglia
abbracciare un nucleo
di linguaggio più
ampio di quel
che sia il
proprio d'una sola
città, e dal
quale non era
difficile dedur l'altro
che, un fiorentino
non essendo l'altro,
la grammatica d'uno
non può esser
la grammatica dell'altro.
« Ma per
meglio esplicarvi ancora
questo capo, mi
bisogna cominciarmi da
un altro principio.
Ditemi chi fa
l'ima l'altra, o
le regole le
lingue, o le
lingue le regole?
E chi non
sa che le
lingue fanno le
re- gole, essendo quelle
innanzi che queste
: et non
essendo fondate queste
in altro uè
avendo altra pruova
chi le confermi,
se non la
autorità di esse
lingue? Et da
questo essendo egli
com'egli è vero,
nasce che e'
non si può
far regola alcuna
che sia vera-
mente regola : non
solo alla lingua
Toscana ; ma
anche alla Fio-
rentina ». Solo delle
lingue invariabili come
quella sacra della
Bibbia, « certamente
cosa fuori di
Natura; et che
non può at-
tribuirsi se non a
Dio », si
posson far regole
: e «
è pur cosa
certa » che
anche « si
posson agevolmente metter
in regola le
variabili morte, come
sarebbe la lingua
latina : ma
de le vive
che e' non
sia solamente difficile
il farvi regola
alcuna perfetta e
vera ; ma
che e' sia
quasi al tutto
impossibile ». Perchè
le lingue vive
progrediscono fino a
un massimo di
perfezione e poi,
dopo una certa
stasi, come avviene
del sasso che
lanciato a una
certa altezza, per
calare, deve pur
fermarsi un istante,
decadono ; ma,
non potendosi conoscere
questa loro stasi
di per- fezione, perchè, la
civiltà continuamente avanzando,
non e' è
grado di perfezione
che non possa
esser superato da
un grado più
eccellente, viene a
mancare la fonte
più pura donde
si ca- vino regole
perfette ed intere.
Dice molto meglio
di noi il
Gelli> « Non si
potendo sapere nelle
lingue vive, quando
sia questo loro
stato et questo
colmo della loro
perfezione : Egli
non si può
ancora conseguentemente farne
regole perfette ed
intere. Perchè sebbene
e' si può
sapere mediante gli
scrittori di quelle
quando meglio che
mai, elle si
sierto favellate per
il passato :
Nessuno è però
che si possa
promettere per il
futuro, 158 Storia
della Grammatica che
insino a che
elle non mancano,
elle non si
possino favellar meglio;
Et così che
e' non possino
surgere ancora alcuni
scrit- tori, ch e le
iscrivino molto meglio
». Qui appaiono
evidenti tutti i
concetti erronei che
servono di base
al ragionamento del
Gelli : quello
della lingua considerata
come organismo staccato
dal pensiero, quello
della sua evoluzione
coi relativi gradi
di ascensione, perfezione,
decadenza, quello della
lingua perfetta o
modello e l'altro,
che ne conseguita, della
facoltà acquisibile di
parlar con piena
correttezza mediante regole
perfette ed intere
cavate da una
lingua nel colmo
della sua perfezione.
Qui l'atto- del
linguaggio come cosa
viva non è
più libera creazione
spi- rituale, e la
grammatica viene argomentata
possibile : conclu-
sione assolutamente
contraria alla tesi
annunziata : la
gramma- tica è ineseguibile
ignorandosi il grado
di perfezione della
lin- gua e mancando
altre condizioni, come
una ricca letteratura;
ma, eliminati questi
ostacoli, è possibile.
L'altra difficoltà è
la seguente. Quel
che fu concesso
ai Grammatici latini
«non si può
fare nella lingua
Fiorentina, et molto
meno nella Toscana,
che et vivono
ancora, et non
hanno scrittori da
fondarvi lo intento
suo, non si
sapendo, se elle
sono ancor pervenute
a '1 colmo
dello Arco. Et
se questo non
si può fare
per via de
gli scritti ;
chi vieta che
e' non si
faccia almanco per
via dello uso?
Et di quale
uso? Oh questa
è l'altra diffi-
coltà, et non punto
minore della precedente.
Et perchè? »
In sostanza, perchè
i Romani, padroni
del mondo, potevano
im- porre la loro
lingua, e noi
Fiorentini che si
vale? « Noi
non ci abbiamo
Imperio alcuno così
grande, che e'
muova (come i
Ro- mani) le città
sottoposteli, a cercare
spontaneamente di favel-
lare et onorare quella
lingua, che favelli
che le comanda
». — « Nientedimanco e'
si vede pur
manifestamente ne' tempi
nostri che molte
persone di qualche
spirito, così fuor
d'Italia come in
Italia, s' ingegnano con
molto studio, di
apprendere, et di
fa- vellare questa nostra
lingua, non per
altro che per
amore ». A
questo punto il
Gelli tira il
ragionamento a sostenere
garbatamente il primato
di Firenze, nella
lingua, non che
sul- 1' Italia,
sulla Toscana stessa,
e a dar
ragione del decadimento
di esso dai
tempi del Triumvirato
e del suo
risorgimento pre- sente avvenuto per
effetto della rinascenza,
dell'amore e del
culto, cioè, degli
studi classici, latini
e greci. «
Et da che
vi pensate che
nasca questo? Se
non da l'essere
oggi in Firenze
Capitolo quinto 1 59
così gran numero
di Persone che
hanno bonissima cognizione)
della lingua Latina
et Greca: Le
quali essendo state
necessitate nello impararle,
a vedere i
veri Poeti hanno
assai chiaramente conosciuto,
che cosa sia
Poesia; et quanto
sia verbigrazia contro
i precetti dell'Arte,
il ridurre, tutta
la vita di
un huomo, o
pur le azzioni
di XXV o
XXX anni, in
due, o tre
ore di tempo
che si consuma
nel recitare ».
— « Oltre
a questo, avendo
ap- preso per via di Regole,
quelle due lingue,
conoscendo quante e
quali sieno le
parti del Parlare,
et in che
modo elle debbino
accompagnarsi j cominciano a
favellare tanto rettamente,
et con tanta
leggiadria, che io
mi persuado gagliardamente la
nostra lingua esser
molto vicina a
quel sommo grado
della perfe- zione, oltre
il quale non si può
salire ». I
nostri tre massimi
scrittori stessi, aggiunge
il Gelli, furono
i primi in
questi Paesi ad
aver notizia e
a diffondere la
conoscenza del latino
e del greco,
essi stessi cominciando
« a parlare
rettamente et ordina-
tamente, migliorando et inalzando
tanto il nostro
Idioma da quello
che egli era —
Ma che e'
non furon già
poi seguiti né
imitati nello allevarla,
secondo i modi
posti da loro
», come ora
s'è tornato a
fare in gloria
della lingua. Inoltre
concorrono a ciò
altre cause: l'imitazione
di coloro che
non voglion esser
da meno e
nel parlare e
« sì co
'1 tradurre, arrecandoci
le scienze et
l'arti che elli
imparano nelle altre
lingue»; l'uso più esteso
della lingua materna
fatto da parte
« dei principi
e gli uomini
grandi et qualificati,
a scrivere in
questa lingua, le
importan- tissime cose de'
Governi degli Stati,
i maneggi delle
Guerre, e gli
altri negotij gravi
delle faccende che da non
molto indietro si
scrivevano tutti in
lingua latina. Perchè
non vi date
a inten- dere che
una lingua diventi
mai ricca et
bella, per i
ragiona- menti de' Plebei,
et delle Donnicciuole,
che favellali' sempre
(rispetto a lo
avere concetti vilissimi)
di cose basse:
che e' sono
solamente gli huomini
grandi e virtuosi,
quelli che inalzano,
et tanno grandi
le lingue. Imperoche
avendo sempre concetti
no- bili et alti,
et trattando et
maneggiando cose di
gran momento, et
ragionando benespesso et
discorrendo sopra quelle
in prò et
in contro, persuadendo
o dissuadendo, accusando
o lodando :
Et tal volta
ancora ammonendo et
insegnando; fanno le
lingue loro, copiose,
onorate, ricche, et
leggiadre ». Conseguentemente il
Gelli conclude che
la lingua fiorentina
non essendo però
« ancor pervenuta
a lo stato
suo, non se ne i6o
Storia della Grammatica
possa far regola,
che in tempo
non molto lungo,
non abbia a
scoprirsi defettuosa; et
non più tale,
quale oggi forse
ci appa- rirebbe ».
Ma si fa
opportunamente obiettare dal
suo interlocutore :
« Orsù, ponghiamo
per le tante
cose allegate da te, che
alla Accademia non
si convenga il
fare queste Regole
: vuoi tu
però affermare al
tutto, che una
Persona privata et
particulare ; la-
sciando favellare ad arbitrio
loro qualunque Città
et luogo della
Toscana, senza difettargli,
o riputargli da
meno per questo:
Non possa almanco
da i tre
primi nostri scrittori
et da l'uso
di Firenze, formare
le Regole, che
a' tempi d'oggi,
insegnino fa- vellare rettamente a
Fiorentini stessi, et
a chi pur
volesse imi- targli ?»
E gli risponde
: « Oh
questo Nò, messer
Cosimo, perchè io
mi credo pure,
che un' solo,
in suo nome
proprio, et non
di Accademia, con
tutte quelle avvertenzie
che voi avete
dette, sicuramente le
possa fare ».
Fattosi poi domandare
« et con
qual'ordine? e in che maniera?
» quelle regole
si potrebber formare,
risponde distinguendo nella
lingua « due
parti princi- pali, la
materia ciò è
et la forma
: la materia
sono le parole
de le quali
ella è fatta:
et la forma
è quel modo
et quell'ordine, col
quale son' contestate
et tessute insieme
l'una parola con
l'altra, che si
chiama ordinariamente la
costruzzione ». Quanto
alla materia, trova
facile ordinarla in
un Vocabolario, ricordando
a questo punto
il lavoro poi
perduto del Norchiati,
e permet- tendoci cosi
da questa citazione
di argomentare che
il Gel li
avrebbe voluto un
Vocabolario metodico. Quanto
alla forma, dopo
aver accennato alla
maggior dolcezza del
periodo e delle
clausole della favella
fiorentina, osserva che
i grammatici ante-
riori troppo s' indugiarono e si distesero
« nelle declinazioni
so- lamente », passandosi
della costruzione senza
parlarne se non
pochissimo : come
cosa troppo difficile
; et ad
essi forse (appunto
perchè forestieri!) mal
riuscibile. Là onde
circa al formar
queste regole, non
mi affaticherei molto
nella prima parte
: Ma dichia-
rate le parti della
Orazione, et dimostrate
le declinabili et
le indeclinabili, et
gli esempli de'
verbi massimamente con
quella diversità che è tra
l'uso moderno, et
quello che è
dicono de' nostri
antichi, me n'andrei
tutto alla costruzione.
Nella quale, consistendovi
(come ho detto)
tutta la importanzia
eli questa lingua,
vorrei io certamente
usare una diligentia
più la che
estrema: Togliendo da'
tre sopra detti,
tutto quel che
fusse ben Capitolo
quinto 161 detto.
Il che al
giudizio mio solamente
sarebbe quello, che
l'uso di oggi
si ha mantenuto
: Essendo l'orecchio
nostro inclinato naturalmente
a lasciar sempre
le cose aspre,
dure, et difficili
; et seguitare
le dolci e
le facili ».
Ho riportato questo
brano anche perchè
mi risparmia un
più lungo discorso
sulla grammatica del
Giambullari, in quanto
che il Gelli
si fa dire
dal Bartoli :
« Questo è
appunto l'ordine stesso,
et il modo
che il nostro
Giambullari, tenne in
quelle sue Regole,
che egli già
son tre anni,
donò allo illustrissimo
signor Don Francesco
de' Medici primogenito
di S. Eccellenza
». E il
Gelli lo conferma
aggiungendo d'averle viste,
poiché il Giam-
bullari gliele aveva conferite
molte volte «
et massimamente l'anno
passato, quando eravamo
in questo maneggio
», e pa-
rergli « che egli
avesse trovato la
vera via, et
con una dili-
genzia maravigliosa, fatto
ciò che fusse
possibile farsi in
questa materia ».
E chiesta la
ragione per cui « ormai
non le comunica
con la stampa
a tutte le
Genti che le
desiderano », il
Bartoli gli annunzia
d'aver finalmente a
ciò indotto il
Giambullari : «
et così fra
non molti giorni,
comincerò a farle
stampare, che di
tanto son convenuto
co '1 Torrentino
». Nell'eseguire
però il programma
tracciatogli dal Gelli,
il Giambullari, secondo
quanto anche afferma
il Lombardelli, sulla
fede del Giambullari
stesso proemiante all'operetta,
« tenne per
quanto gli fu
lecito, la maniera
del vostro Linacro
in quella eccellente
opera de struchira
latini sermonis, e
seguitò anco la
strada comune de'
Gramatici latini, e
forse di Costantino
La- scari greco;
onde può ammaestrare
i principianti, e
giovare agl'introdotti ;
e io per
me gli ho
grande obbligo ; come anco
voi dite di
avergliene, persuaso a
pigliarlo in pratico
da quelle lodi,
che io già
gli diedi nel
Proemio della Pronunzia
Toscana »('). Degli
otto libri onde
il trattato si
compone, due son
dedi- cati alla morfologia,
e non senza
rincrescimento dell'autore, che
ne avrebbe voluto
far un solo
(p. io), e gli altri
sei alla sin-
tassi. Definite le lettere,
le sillabe, le
parole, l'orazione (diceria,
parlare, la nostra
' proposizione ' )
che divide in
perfetta o im-
perfetta (' elittica '),
e classificate le
parti di essa
(nome, pro- nome, articolo, verbo,
avverbio, participio, preposizione,
infra- messo =
interiezione, legatura =
congiunzione), passa a
trattare i '
| I /otiti
cit., p. 49.
C. Trabalza. i62
Storia della Grammatica
delle cinque declinabili
nel primo libro,
e delle quattro
indecli- nabili nel secondo, dando
di tutto poco
più che gli
schemi. Così nella
trattazione del nome,
son quasi del
tutto abolite le
decli- nazioni ; del
pronome ha tagliato
via tutta l'esemplificazione che
trovammo nel Fortunio
e nel Bembo;
dell'articolo fa una
sola classe ;
del verbo conserva
solo la distinzione
di transitivo e
in- transitivo, distinguendo invece
tra i modi
l'esortativo, il desi-
derativo, il potenziale; ammette
una quinta coniugazione
dei verbi che partecipano
della terza e
della quarta, come
porre ; del
participio tratta anche
il passivo futuro
{reverendo). Più ra-
pida e schematica è
la trattazione del
secondo libro. Distingue
le preposizioni in
a) segni di
casi (de, di,
a, da) e
b) preposi- zioni vere
e schiette: più
parla delle affisse;
enumera le varie
'specie' e 'sottospecie'
di avverbi, dell' inframesso (es.
d'in- framessi '
timidi ' :
sta sta, zi,
babà, appartenenti al linguaggio degli
uomini bassi, non
degli scrittori) ;
chiude con alcune
poche specie di
legature. E viene
a trattare della
' costruzione '.
L'esposizione è no-
tevole, perchè ci richiama
una recente distinzione
della sintassi in
regularis e figurata
nelle relative forme
di ellissi, pleonasmo ,
inversione o per imitazione . Infatti
Giambullari ammette della
costruzione 'due spezie'
principalmente: l'ima delle
quali non manca
e non soprabbonda
di cosa alcuna,
né ha in sé stessa
trasmutamento, od alterazione,
come p. es.,
la bellezza diletta
l'occhio: Et l'altra
per l'opposito, manca
[ellissi], e soprabbonda
[pieo?iasmo] di qualche
cosa, o riceve
alcun mutamento [inver-
sione^, come p. es.
« La vita
il fine, e
'1 dì loda
la sera ».
Chiama la prima
' costruzzione intera
' [' syntaxis
regularis '], la
seconda ' figurata
' [' fgurata
']. Quanto al
giudizio dell'una e
dell'altra, il Giambullari
approva e raccomanda
ai giovinetti la
prima, e giustifica
l'altra sull'esempio de'
grandissimi nostri scrittori,
che non debbono
però essere imitati
dai giovinetti. La
costruzione intera è
trattata in tre
libri, abbracciando nel
III la sintassi
del nome, dell'articolo, del
pronome, nel IV
quella del verbo,
nel V quella
delle parti indeclinabili
: hi fgu-
rata comprende gli ultimi
tre, di cui
il VI è tutto dedicato
allo scambio (enallage,
antimeria) (1), il
VII alle figure
di parola, (']
L'ordine con cui
tratta dello scambio,
è questo: comincia
da] nome, e
parla di tutti
gli scambi del
nome (una spezie
per un'altra, Capitolo
quinto 163 l'YIII
alle figure di
sentenza: oggetti questi
del rettorico, ma
di competenza anche
del grammatico, perchè
anche il gramma-
tico spiega gli scrittori
(' enarratio poetarum
'). Delle figure
ne sono inventariate
coi loro rispettivi
nomi greci, latini
e italiani, coniati
bizzarramente dal Giambullari, circa
dugento! (') Così,
teoricamente, neppur con
questo valoroso gruppo
di Toscani, che
avevano invocato per
sé il diritto
di legiferare in
punto grammatica, nessun
punto di vista
nuovo veniva conqui-
stato con cui meglio
scrutar la natura
del linguaggio: pratica-
mente, la grammatica normativa,
diremo così, ufficiale
era elabo- rata sul
vecchio stampo, ridotta
nella parte morfologica,
accre- sciuta in quella
sintattica, gonfiata a
dismisura in quella
retorica delle figure
(quella che fu
appunto compilata dal
Giambullari, non esiterei
a chiamar un
regresso rispetto all'abbozzo
gram- maticale che troviamo
nel Cesano del
Tolomei, appunto perchè
qui si notavano
le caratteristiche del
toscano vivo senz'
inten- dimento precettistico) :
teoria e pratica,
prese a trattare
con certo spirito
nuovo, quasi di
ribellione, e non
nascosto inten- dimento di
progresso, rimanevano sostanzialmente sotto
il do- minio del
classicismo e delle
regole. Pure, guadagni
se n'eb- bero e
non scarsi. Il
maggiore e più
positivo fu l' indagine
storica condotta con
così bei resultati
dal Tolomei :
i suoi accertamenti
vanno soggetti a
correzioni non poche
né lievi, ma
contengono un elemento
conoscitivo irrefutabile per
la filo- logia moderna, né del tutto
disutile per la
stessa ricerca spe-
culativa: quei fatti
linguistici (come li
chiamano) da lui
de- ovvero il
proprio per lo
appellativo, p. es.
Imagine per Imaginazione:
Petrarca, ' Et
sì diviso |
da la imagine
vera ' |
; lo appellativo
per il parti/ivo
; il proprio
per il possessivo,
ecc.), e del
nome scambiato per
un'altra parte del
discorso (il nome
per il participio,
per la preposi-
zione, ecc.); poi dello
scambio del pronome,
e così di
seguito, di quello
di tutte le
altre parti del
discorso: litania interminabile
di classifica- zioni, definizioni, esempi.
(') Come al
Gelli un Trattatello
dell'origine di Firenze,
così al Giambullari
dobbiamo un Ragionamento,
intitolato il Getto,
della prima ed
antica origine della
Toscana e particolarmente della lingua fiorentina ,
dove, com'è risaputo,
il famoso storico
tanto spropositò nella
spiega- zione di quest'ultimo
problema. Per entrambi
i libretti, cfr.
M. Barbi, //
trattatello sull'origine di
Firenze di G.
G. Gelli, Firenze,
1894. Sul Giambullari,
cfr. C. Valacca,
La vita e
le opere di
P. F. G.,
Bitonto, 1898. 164
Storia della Grammatica
scritti non sono
il linguaggio reale,
ma non sono
neppure semplici e
astratte categorie : e certo
valgono assai più
del pre- cetto, delle
regole come aiuti
a penetrare la
natura dell'atto che
li crea. Nell'ordine
delle idee, germi
di progresso contengono
quella calda difesa
del volgare, e
particolarmente di quello
par- lato in Toscana
di contro al
latino e all'italiano
del Trissino, astrazione
d'un'astrazione, che il
Tolomei fece con
tanto acume; la
poca simpatia di
lui per la
grammatica come disciplina
pre- cettiva, in cambio
della quale era
consigliata più francamente
la lettura degli
scrittori ; quel
travagliarsi del Gelli
intorno alla difficoltà
e all' impossibilità
del mettere in
regola la lingua
viva che è
in continuo moto,
anche se il
fondamento della dimostra-
zione è erroneo ;
quel riconoscer necessaria
una maggior tratta-
zione della sintassi, un'altra
categoria di più,
che permette di
veder meglio per
entro lo spirito
della lingua ;
il riconoscere che
la lingua s'accresce
e si perfeziona
non tanto per
la virtù del
precetto quanto pel
predominio del popolo
che la impone,
per l'aumento della
cultura, il dibattito
delle idee, il
coltivar nuovi generi
letterari ; e
quant'altro s' è
messo particolarmente in
rilievo: lievito, di
poca forza espansiva,
se vuoisi, ma
lie- vito, senza cui
la scienza non
si sviluppa. CAPITOLO
VI La revisione
della grammatica e
il consolidarsi del
purismo. Svolgimento della
grammatica storico- metodica.
(A. Caro -
L. Castelvetro -
B. Varchi -
G. Muzio). Il
naturale determinarsi e
permutarsi del principio
direttivo della critica
letteraria del Cinquecento
nelle sue forme
di imi- tazione, teoria, legge,
fu rapido quanto
intenso era il
movimento che il
ricomparire delle opere
classiche e segnatamente
della Poetica aristotelica
aveva avvivato. Col
codificarsi delle regole,
lo spirito critico
divenne, come doveva
accadere, sempre più
restrittivo e sottile,
e, nelle applicazioni,
pervicace e litigioso:
nacquero così, com'è
noto, numerose dispute
letterarie e pole-
miche personali che, peraltro,
giovarono assai allo
sviluppo della ritica
medesima: né la
grammatica, meno d'altre
discipline, potè rimanerne
immune. Già prima
che il Sansovino
nella sua raccolta
dei principali grammatici
della prima metà
del secolo, aveva
il Varchi ristam-
pate, nel 1549, le
Prose del Bembo:
ora, se tali
ristampe erano, come
abbiamo mostrato, una
conseguenza dei metodi
on- d'era stata
elaborata la grammatica
del volgare, questa,
in quella forma
tanto poco sistematica
e tanto, incompleta e
così poco im-
perativa, non corrispondeva più al nuovo
spirito critico, al
nuovo orientamento :
quindi doveva necessariamente soggiacere
a un lavoro
di revisione e
di correzione. E
l'uomo proprio ad
hoc fu Ludovico
Castelvetro, che impersona
e incarna, meglio
d'ogni i66 Storia
della Grammatica altro
di quei gagliardi
letterati, lo spirito
e la cultura
della sua età.
E dalla ristampa
del Varchi mosse
appunto a rivedere
tutta l'opera bembesca
tanto favorevolmente accolta
(1). Ne venne
fuori un «
volume molto grande
», in cui,
a detta del
Castel vetro iuniore,
« erano minutissimamente [trattate?]
tutte le parti
della grammatica della
lingua volgare, nella
guisa che fa
Prisciano quelle della
latina » (').
Di codesto volume,
a cui l'autore
dovè atten- dere parecchi
anni, e che
«si perde a
Lione di Francia,
quando dell'anno 1567
si ruppe la
guerra la seconda
volta tra il
Re ed i
suoi sudditi per
conto della Religione
», una parte,
la Guaita fatta
al ragionamento degli
articoli et de'
verbi, era già
venuta fuori anonima,
ma con l'indubbio
segno della paternità,
pei tipi del
Gadaldini di Modena
nel 1563 (3)
: altre, non
sappiamo se rifatte
o superstiti alla
perdita, riguardanti il
secondo e il
terzo libro delle
Prose, furono pubblicate
postume a Basilea
nel 1572. Sembra
che l' incentivo alla
edizione della prima
Ghinta sia stata
la polemica col
Caro, che non
aveva ancor permesso
al Castel- vetro
di mostrare tutta
la sua valentia
di linguista e
di gram- matico. Comunque, è
certo che il
contenuto di questa
lunga polemica dal
primo Parere (1553)
del Castelvetro sulla
Canzone de' Gigli
d'oro del Caro
sino all'ultima sua
fase esclusa (Erco-
lano del Varchi,
composto verso il
1560 ma pubblicato
solo nel 70,
e Correzione del
Castelvetro), è, sotto
il rispetto pu-
ramente filologico e grammaticale,
molto scarso. Poiché
la con- troversia —
tranne, s'intende, nella
parte diremo personale,
che è senza
dubbio divertente e
anche, pel costume,
interessante — s'aggirò
tutta e sempre,
nelle varie scritture
dell'un partito e
dell'altro, sul potersi
o no usare
questa o quella
parola nel ri-
spetto della loro legittimità
e del loro
significato {falli di pa- role e
falli di sentimento
sono le due
categorie della Ragione^*)
del Castelvetro); e,
per quanto l'uno
e l'altro polemista
abbian (') Nel
1536 aveva recato
« in ordine
d'abicì li vocaboli
latini di Valerio
con la spositione
volgare», fiducioso che
tale fatica sarebbe
stata «a ognuno
utile». Castelvetro jun.,
Biogr. di L.
C. {Race. Ca-
logerà, XLVIII, p.
430), in Bertoni,
op. qui appresso
cit., p. 8S.
C) In G.
Cavazzuti, Lodovico Castelvetro ,
Modena, 1903, p.
122. (:i) Giunta
fatta al Ragiona
\ mento degli
articoli et \
de verbi di
Messer \ Pietro
Bembo. | KEKPIKA.
| In fine:
In Modona, Per
gli Hcredi di
Cornelio Gadaldino. MDLXIII.
(') Parma, 1573.
Capitolo sesto 167
cercato di deviare
dalla question principale
nello svolgersi del
dibattito, pure il
carattere di essa
riman sempre quello
che be- nissimo è
espresso nelle tanto
discusse parole del
Castelvetro : il
Petrarca [codeste voci
adoperate dal Caro]
non le isserebbe.
La polemica verte
essenzialmente sur una
questione di elocu-
zione poetica : argomenti
e sofismi son
sempre cavati dai
comuni criteri estrinseci
e arbitrari della
forma: tra l'aspra
selva delle osservazioni
del Castelvetro e
i fiorami umoristici
e eleganti del
Caro e compagni
di difesa, potete
sempre scovare il
serpentello della rettorica
corrente, il criterio
delle voci belle
e delle voci
brutte. Valga quest'esempio
: « Inviolata.
Se questa voce
non vi piace,
vi puzzano le
viole, e le
rose. Non potendo
essere, ne la
più soave, né
la più moscata
di questa. Se
'1 Petrarca non
l'annasò; forse quando
le capitò alle mani,
era infreddato. Ma
il Boc- caccio, che
non aveva si
delicato bocchino, né
sì schifo naso,
come voi ;
la volle pure
in certe sue
insalitine (sic) :
e la fiutò
volentieri. Leggete ne
l'Ameto. E però
con solecitudine i
fuochi nostri, che
di qui porterai,
fa che Inviolati
servi. Et appresso.
Acciocché quelle di
costumi, e d'arte,
Inviolata serbandomi ornassero
la mia bellezza
» ('). La
Ghmta castelvetrina, invece,
ha ben altra
importanza, ed è
veramente a dolere
che le sue
compagne relative alle
altre parti del
discorso siano andate
perdute, perchè avremmo
avuto un ammirevole
esempio di grammatica
metodica e storica
: essa in
ogni modo è,
anche così, un
documento de' più
significativi! perchè, per
la prima volta,
viene svolto di
proposito nella gram-
matica normativa l'elemento propriamente
storico e introdotto
il vero metodo.
Questo avea già
ben visto un
giudice di gram-
matiche assai autorevole, come
quegli che le
leggeva e le
sapeva leggere da
un punto di
vista elevato, Francesco
De Sanctis. Il
quale, dopo aver
osservato che la
grammatica italiana «
dapprima non fu
se non una
raccolta di regole
ed osservazioni sulla
nostra lingua succedentisi
a caso »,
mette bene in
rilievo i pregi
delle opere grammaticali
di grammatici superiori
come il Bembo,
il Ca- stelvetro e
il Salviati per
quanto concerne la
parte storica, la
di- ligenza del raccogliere,
la conoscenza delle
proprietà de' voca-
boli, ecc., e segnala
particolarmente il Castelvetro
e il Salviati
('i Apologia, Parma,
MDLVIII, pp. 52-^
i68 Storia della
Grammatica come perfezionatori della
grammatica storica e
avviatori di quella
metodica ('). E
su questa Guaita
fermeremo in particolare
la nostra at-
tenzione, benché a chi
voglia portar un
giudizio complessivo sull'attività
filologica del Castelvetro,
quale « ricostruttore
e in- terprete di
testi, indagatore dell'origine
e della natura
dei lin- guaggi, esploratore di
etimi ignoti »
("), convenga tener
presenti, oltre la
Poetica, tutte le
altre opere di
lui(3). Il Castelvetro,
nella grammatica come
nella poetica e
nel resto, manifesta
assai chiaramente il
carattere del suo
ingegno. L'avevano ben
capito gli stessi
suoi contemporanei, tra
i quali mi
basti citare il
Lombardelli : «
Il Castelvetro, con
le sotti- gliezze di
sua dottrina, fa
star sospesi molto
dallo scriver to-
scano, tanto in teorica
quanto in pratica,
e di vero
può molto aiutare
i fortemente introdotti,
sì per gli
avvertimenti partico- lari, sì
per la finezza
del giudizio, che
altri vien acquistando
in legger le
costui scritture, fondate
nelle scienze, e
nelle lingue più
famose » (4).
«Lambiccato e falso
nelle sue sottigliezze»
lo disse già
il De Sanctis
(5). Recentemente, per
un fortunato in-
contro della storia letteraria
e della filosofia,
il Castelvetro ha
avuto il suo
degno biografo e
i suoi degni
critici, sicché ora
la sua figura
sorge intera e
vera : le
analisi del Vivaldi
(") e del
Capasso ( )
da un lato,
la biografia critica
del Cavazzuti da
un altro e
per un terzo
i cenni del
Croce e dello
Spingarn e [Sulla
notevole pagina dei
Nuovi Saggi Critici
(Napoli, 1872, PP-
377-8), riportata opportunamente dal
Fusco nella sua
Poetica del Castelvetro
(Napoli, 1974, pp.
1S-9) si deve
peraltro osservare che
il Bembo trattò
la parte storica
della lingua non
nel senso del
Castelvetro: il Bembo
ci mette sott' occhio
V uso storico della
nostra lingua; il
Castelvetro ci dà
la storia, dirò,
interna, delle forme,
quali si svolsero
dal latino, subordinandone però
l'indagine al precetto
gram- maticale che veniva
così incorporato a
un elemento conoscitivo.
('-) Fusco, op.
cit., p. iS.
(:!) Un notevole
posto tra queste
occupa la Spositionc
a XIX canti
dell Inferno (Modena,
1886). (4) I
fonti, p. 51.
11 La giovinezza
cit., p. 317.
(n) Una polemica
e le controversie
intorno alla nostra
lingua, Napoli. Note critiche
su la Polemica
tra il Caro
e il Castelvetro,
Na- poli, 1S97.
Capitolo sesto 169
la monografia del
Fusco hanno ormai
messo in piena
luce così la
vita come l'attività
individuale e il
pensiero vario di
lui. « Acato
l'uomo e sottili
le cose da
lui scritte »,
torna a ripeter
l'ultimo suo critico,
il Fusco, «
sia che si
affatichi a dare
un certo che
d'armonico al sistema
e a farne
vedere le parti
legate L'ima all'altra
dal vincolo di
causalità; sia che
per distinguersi proponga
dimostrazioni originali di
tesi in sé
sgangherate e in-
terpetrazioni bizzarre di
problemi insoluti e
insolubili ; sia
fi- nalmente che, conscio
de' vuoti, cui
non gli riesce
di colmare, si
sforzi di dissimularli
e di coprirli
con foglie più
trasparenti che pietose dommatico come
un pontefice, dottorale,
fiero, soprattutto insopportabilmente lungo
e secco, innegabilmente «
lambiccato e falso
nelle sue sottigliezze
»; [sempre] lui,
lo scolastico colla
somma di difetti
propria degli scolastici,
pe' quali la
presunzione di essere
a priori in
possesso della verità
è ostacolo a
trovarla, arzigogolanti in
un mondo, che
è quello delle
nuvole, aventi a
supremo fine la
forma, non la
sostanza del discorso
; di tutto
sprezzanti che non
si adagi nel
rigido schema di
un sillogismo :
lui, il critico
ottuso, più che
mai ot- tuso alle
pure e immediate
impressioni dell'arte; lui,
"un cu- rioso miscuglio di
dotto acume (')
e di vuota
sofisticheria che on-
deggiava tra un pedantesco
timore e un
linguaggio scorretto, artificiale
e provincialesco, come
nello stile riusciva
insieme arido e
prolisso ,, »
("). Specialmente in
fatto di poetica,
« dalla prima
al- l'ultima pagina rivela
costante l'oscillazione del
pensiero, la per-
plessità psicologica,
l'incertezza tra il
sì e il
no. » Il
risultato... « ein
bedenklicher Rùckfall in
die Unklarheit der
ersten theore- tischen
Versuche», come si
esprime il Klein
(3). Ed era
inevitabile quando il
metodo della ricerca
e dell'esame, comunque
allar- gato, restava invariato
nella sostanza: al
fatto particolare e
mu- tabile dato il
valore di legge
universale e meccanica
: il capriccio
dell'artista di ieri
assegnato come norma
all'artista di oggi
: l'empirismo sostituito
alla scienza; l'arte
messa alla dipendenza
immediata del lavoro
scientifico e della
storicità; la poesia,
che si appartiene
tutta alla fantasia,
edificata e giudicata
con criteri (')
Son parole del
D'Ovidio, Le correz.
cit., 1895, p.
114. (") Op.
cit., pp. 257-8.
) Der Chor
in den wichtig sten Tragòdien
der franzòsischen Renaissance,
Erlangen und Leipzig,
1897, p. 13.
170 Storia della
Grammatica logici o
pratici, morali o
intellettuali : l'estetica
fondata sempre o
quasi sempre su
motivi extra od
anti-estetici ». Sicché
il vo- lerlo «
mettere in linea,
caratterizzarlo, ridurlo sotto
uno degli indirizzi
che dominarono nella
coltura italiana del
secolo XVI è
impossibile o difficile
e non senza
pericolo di confusione
; tutti i
venti lo fecero
piegare un po',
nessuno lo vinse».
Non classi- cista, non
romantico, non aristotelico,
pure lascia tracce
non lievi e
di classicismo e
di romanticismo, «
figura multiforme, a
diverse facce, changeante,
che sta sola
a sé e
per sé in
tutto il suo
secolo : novatore
e continuatore di
pregiudizi ; progressista
ne' gesti e
retrogrado nel fatto...
ebbe acuto ingegno,
indipen- denza di giudizio,
superiorità di critico
: nondimeno sopravvive
pedante tra pedanti
: primus inter
aequales » (').
Filosofo del linguaggio,
dunque, il Castelvetro
non poteva essere
né fu :
anzi, quant'egli scrisse
intorno al lato
teorico della forma
poetica e intorno
al lato pratico
{precettistica), non lo
pone certo al
di sopra d'altri
grammatici che, come
vedemmo, ebbero più
d'una felice intuizione
circa la natura
dell'espressione. N'ebbe anch'egli,
a dir vero,
come quando scrisse
queste che sono
ve- ramente come il
Fusco le ha
chiamate auree parole:
« Con lo
splendore della favella
non si deve
oscurare la luce
della sen- tentia...;
perchè deve essere
stimato vitio che
la favella sia
in guisa vaga
che altri riguardi
più in ammirar
lei che in
conside- rare il sentimento,
essendosi trovata la
favella per lo
sentimento e non
lo sentimento per
la favella »
("). Ma i
precetti della vecchia
rettorica, teoria dell'ornato
e teoria del
conveniente, l'arbitraria distinzione
di prosa e
versi, ecc. ecc.,
son tutti dal
Castelvetro mantenuti, anzi
moltiplicati. Dove, invece,
il Castelvetro, per
comune consenso, eccelle,
è nella filologia
(erudizione linguistica spicciola,
grammatica storica) e
nella grammatica normativa;
e se è
impresa tutt'altro che
facile il tirare
la somma di
tanti suoi accettabili
o no accer-
tamenti e dati positivi
in fatto di
lingua, fonologia, etimologia,
morfologia, ortografia, lessico,
sintassi, versificazione, tuttavia
dalla limacciosa e
dilagante corrente di
tanta sua dottrina
quasi tutta d' intonazione vivacemente,
ostinatamente,
sofisticamente polemica, balzano
fuori in tutta
la loro chiarezza
la giusta tesi
(') Fusco.] dell'origine del
volgare e il
diritto metodo della
dimostrazione e della
relativa indagine delle
forme. Egli, infatti,
non si limita
ad affermare che
il volgare italiano
(e, è lecito
ammettere, anche il
provenzale e gli
altri idiomi romanzi)
('), derivò dal
latino e dal
latino parlato, che
non era quello
che i dotti
scrivevano o gli
oratori adoperavano ne'
pubblici discorsi (2),
ma osserva che
la di- versità del
nostro idioma volgare
da quel volgare
latino è nella
declinazione,
principalmente, non nel
lessico, ossia nella
varia- zione che le
voci hanno subito
e non in
una diversità di
etimi : e,
prescindendo per ora
dalle leggi fonetiche
da lui poste,
« in- gegnosissimo » si
mostra nello spiegare
le circostanze, le
cause esterne delle
trasformazioni del volgare
(:ì) : e
la nostra ammi-
razione certo aumenterebbe se di molta
parte de' suoi
studi sul- l'antico italiano non
dovessimo lamentare la
perdita. Non è
cosa, peraltro, da
maravigliar troppo chi
ripensi quanto propizi
vol- gessero ormai i
tempi per gli
studi romanzi, di
cui bene può
il Castelvetro, nei
rispetti della grammatica
italiana ('), consi-
derarsi uno de' principali
campioni anche a
fianco del Barbieri
e del Corbinelli,
per citar solo i maggiori,
i quali, per
l'uso sapiente fatto
del criterio comparativo,
godono, l'uno nell'ordine
storico letterario, l'altro
nell'ordine linguistico, un
vero pri- mato ( "). Meno
coerente e avveduto
fu forse nella
famosa que- ('
Cavazzuti, op. cit.,
pp. 1S3-4. (-)
Delle prove dell'
esistenza del latino
volgare il Castelvetro
non fu ricercatore
compiuto, poiché non
ebbe l'occhio specialmente,
come doveva, al
materiale epigrafico, ma
quelle che indicò
in voca- boli e
modi di dire
popolari della letteratura
scritta e massimamente
nelle commedie, colpiscono
nel segno. (:;)
V. Cavazzuti, op.
cit., pp. 126-7.
(4) Il Castelvetro
non ignorò altri
idiomi neolatini, ma in essi
non acquistò una
speciale competenza: quanto
al provenzale, p.
es., sono state
ridotte a cinque
o sei note
linguistiche quella che
dal Ca- nello
era stata chiamata
straordinaria erudizione ; in questo
campo valse assai
più, non dico
il Barbieri, che
a dir del
nipote Ludovico avrebbe
insegnato il provenzale
al Castelvetro e
se lo sarebbe
asso- ciato nel trasportar
in volgare le
vite de' migliori
trovatori (Cavaz- zuti, op.
cit., p. 180),
ma il Bembo
stesso. Cfr. V. Crescini,
Di J. Corbinelli,
in Riv. crii.
d. leti, il.,
II, col. 189
(cit. dal Bertoni
nell'op. qui appresso
cit., p. 48).
— Per la storia degli
studi romanzi in
Italia nel sec.
XVI, v. V.
Crescini, J. Corbinelli
in Per gli
studi romanzi —
Saggi ed appunti,
Padova, 1S92, e
G. Bertoni, G.
M. Barbieri e
gli sludi romanzi
nel sec. XVI,
Modena, 1905. 172
Storia della Grammatica
stione della lingua
italiana; ma ciò
dipese dall'essere in
so- stanza, ossia nella
veduta e nella
direttiva principale d'accordo
col Bembo, col
Caro e anche
col Varchi, e
dall'aver voluto, troppo
indulgendo al suo
bollente genio, combatterli
ad ogni costo
e ad oltranza,
per abbattere il
loro edificio e
costruirne un altro
con diverso materiale
e diverso metodo
ma d'eguale architettura
e decorazione. Il
D'Ovidio dice: «
La sua polemica
col Caro rientra
solo di sbieco
nella questione generale
della lingua... Se si prescinde
dal modo come
il Castelvetro scriveva
e criticava le
scritture altrui, se
si riguarda alla
sua astratta teoria
quale si disviluppa
dalle infinite perplessità
delle sue Giunte
alle Prose del
Bembo, si può
dire che col
Caro egli s'accordasse
interamente, proclamando che
si debba scrivere
nella lingua del
proprio secolo e
che sia impossibile
gareggiar nella lingua
del Trecento coi
trecentisti, e che i fiorentini
si trovino per lo scri-
vere in condizioni migliori
di tutti gli
altri (Giunta XIII)
» (1). Il
Castelvetro non era
ingegno da star
saldo in un
principio e concentrarvisi tutto
intorno. A note
di fonetica lo
conduceva da una
parte la sua
pas- sione per l'etimologia,
dall'altra il proposito
di combattere il
Bembo nelle questioni
specialmente morfologiche :
codeste note, per
altro, sono sparse
un po' dappertutto
« Era miracoloso
», scrive il
Castelvetro iuniore, «
nel dedurre l'etimologia
dalla lingua Ebraica,
Greca e Latina
per servirsene nella
lingua vol- gare... Scelse tutte
le parole oscure
e non intese
dagli altri, che
sono nelle Novelle
antiche... e l' interpretò
tutte coll'etimo- logie
tirate dal Greco
o dall'Ebreo, e
le mise in
un volume sotto
ordine dell'alfabeto, il
qual libro s'è
perduto con altre
scritture in Lione
» (2). Conviene
pertanto spigolare le
sue note etimologiche.
Il Cavazzuti ha
segnalato, illustrando il
metodo che il
Castelvetro seguiva nel
cavarle, alcune etimologie
di lui, quella
di mai, di
punto, di cavelle
o cove/le, dell'articolo
il, di arancia,
di bozze, di
niente, e altre
; ma più
che queste e
le moltissime altre
che con speciale
predilezione si soffermava
a tirare, è
da ammirare nel
Castelvetro, a giudizio
del Vivaldi, l'aver
ammessa la possibilità
della scienza, quando
altri, come il
Varchi, contro cui
validamente la sostenne,
la negava. Un
esem- (') Le
correz., p. 148
sgg. V. anche
Cavazzuti, pp. 127-130.
('•) In Cavazzuti,
op. cit., p.
135. Capitolo sesto
173 pio caratteristico dell'acume
che il Castelvetro
adoperò nel ter-
reno della fonetica, è
la spiegazione ch'egli
dette del futuro
ita- liano, dove potè
dimostrare la sua
dottrina in tatto
di conso- nantismo. «
V non vuole
», egli dice,
« innanzi a
sé C, G,
P; 15. D,
H; LI, M,
Nn, Rn, Ou, T, Tt,
Ct, Nt, V;
quindi av- viene che
accostandosi le predette
lettere a V
consonante, essa si
tramuta in S,
e quelle sono
costrette a tramutarsi
in quelle consonanti,
o a prendere
di quelle, che
possono comportare la
compagnia della S,
o a dileguarsi
; sì come
B è costretto
a tra- mutarsi in
simile caso in
P {scripsi), o
in S (iussi);
D in S
(cessi), H in
C (traxi) ;
M in S
{pressi) ; Mn
in Mp (tempsi)
; V in
C (yixi), ecc.
» ('). Su
queste basi egli
osservava : «
è da sapere
che la lingua
nostra non ha
voce semplice futura,
se non tre
sole in un verbo disusato,
o non usato
mai... ma le
ha com- poste del
presente del verbo
avere, e dello
infinito del verbo,
il cui futuro
si richiede ;
dicendosi dire ho
nella guisa che
si dice appresso
i Greci Àsyrive^to
("), e appresso
i Latini dicere
habeo, significandosi il
futuro Aé^oj, dicam
»,(3) spiegazione integrata
da un luogo
della Correzione (III),
dove riferisce un
colloquio avuto su
tale argomento col
Varchi: « ....
mi domandò come
del verbo Amo
la voce del
tempo imperfetto Avi
ab avi veniva
in vulgare. Et
io gli dissi
che mutata B in V,
et gittato M
finale riusciva Amava.
Perchè, adunque, soggiunse
egli, se B
si muta in V in
Amava, non si
può ancora in
B in Amabo
ve- gnente in vulgare
mutare in R
con trasportamento dell'accento,
et dirsi Amerò?
Non si può,
gli risposi io,
perciò che B
si può mutare,
e si muta
in V, conciosia
cosa che V,
B, P, F sieno lettere
pazienti et cambievoli
l'una nell'altra, della
schiera delle quali
non è R,
senza che non
si potrebbe mostrare
quando an- chora
concedessi questo, come
di Legam et
d'Audiam si potesse
dire leggerò et
udirò » (4).
De' mutamenti fonetici
vide la causa
in quei principi
fisiologici che tentano
di resistere ancora
alla critica negativa
di essi Q
: «Non ha
dubbio», scriveva, «che
(') In Cavazzuti,
op. cit., p.
134. (-) Corr.
/.éyeiv è/o secondo
l'Errata Corride del
Castelv. stesso non
vista dal Cavazzuti.
V. più innanzi.
Giunta LXVIII, in
Cavazzuti, op. cit.,
p. 134. (*;
In Cavazzuti, op.
cit., p. 118.
(6) Croce, La
Critica, I, 134
sgg. 174 Storia
delia Grammatica la
diversità dell'aere generi
diversità di lingue
»; poiché «
ope- rerà che si
proffereranno le parole
più o meno
addentro nella gola
; e appresso
che alcune consonanti
si distingueranno o
più o meno
l'ima dall'altra; e
per avventura ancora
alcune vocali; e
si darà il
fine alle parole
o più o
meno perfetto »
(*). Questo egli
scriveva molti anni
prima, dunque, che
del massimo fonologo
del Cinquecento, Giorgio
Bartoli, fosse apparso
quel mirabile trattato
che il Teza
illustrò da par
suo con tanto
compiacimento. E, valga
o non valga
una tale dottrina,
non si può
lesinare l'am- mirazione che
il Castelvetro certo
si merita, anche
non dimen- ticando i
progressi del Tolomei
su questa parte
della gramma- tica storica. Vero
corpo di scienza
grammaticale, storica e
precettiva e metodica
insieme è la
prima Gninta pubblicata,
come si disse,
nel 1563. Consta
di due parti
: ia, [15]
corpi [de' quali
la mag- gior parte
suddivisi in paragrafi]
delle cose contenute
nella Giunta di
ciascuna particella degli
articoli (pp. 2-16);
2a, [70] corpi
[suddivisi parimenti in
paragrafi] delle cose
contenute nella Giunta
di ciascuna particella
de' verbi (pp.
17-90) ; in
tutto dunque 85
giunte, in 77 (ia parte) -h
273 (2U parte)
= 350 pa-
ragrafi, ossia osservazioni (selva
selvaggia ed aspra
e forte!); che
son poi altrettante
contraddizioni a quelle
del Bembo. Nella
prima parte, Degli
Articoli, non parla
soltanto di questi,
come parrebbe, ma
trova modo di
toccare anche delle
parti declinabili del
discorso (nomi, [sostantivi
e adiettivi], vi-
cenomi) ; trattazione metodica
perchè condotta quasi
sempre sul filo
conduttore della storia.
Dove il Bembo
aveva chiamato gli
articoli parte de'
nomi, egli, fondandosi
sull'origine dell'articolo dal
pronome latino, ne
rivendica V indipendenza.
Dove il Bembo
aveva ammesso i
vi- cecasi non sapendoli
distinguere dai veri
proponimenti, egli par
escludere l'esistenza de'
vicecasi, sostenendo che
la decimazione volgare
ha due soli
casi (il diretto
e l'oggetto), e
riconoscere solo l'esistenza
de' proponimenti co'
quali si formano
tante com- binazioni (complementi) quanti
essi sono. Tratta
ampiamente della declinazione
e dell'uso degli
articoli : il,
lo, 1", la, i,
gli, le, che
deriva non solo
da ille, ma da hoc,
citando per i
pi. da hi
e o sing.
(1 In CAVAZZUTI.] da hoc
le vecchie stampe
e l' iscrizione a
un quadro esistente
in una sala
del palazzo Fulvio
Rangone di Modena
in cui era
dipinta l'historia della
Teseide del Boccaccio:
O re Theseo,
A o re
Theseo = il
re Teseo, al
re Teseo, della
cui forma afferma
esser riscontri nella
lingua Francesca più
antica e del
regno di Napoli
(o re =
il re). Qui
comincia a delinearsi
il metodo del
Castelvetro, che se
non coincide con
quello della filologia
moderna (è facile
ve- derne le differenze),
lo precorre però
almeno per l'uso
del criterio storico
genetico e comparativo
insieme, e in
ogni modo non
è il puro
empirico degli altri
grammatici. Invece di
seguire passo passo
il Castelvetro nella
sua con- futazione del
Bembo e di
istituire un confronto
perpetuo, ab- biamo creduto
meglio di ricavarne
una specie di
trattatello gram- maticale, onde insieme
con la materia
da lui esposta
ne appaia anche
il metodo della
trattazione, pienamente sistematica
pur tra tanto
apparente intrigo. Dell'articolo. \
1. \J articolo
è . " voce
separata e non
parte di nome
,, perchè a)
ha origine dal
vicenome ille e ne conserva
la forza, tanto
che può esser
sostituito da quello,
e i) è
declinabile. \ 2.
Di da de,
al da ad,
da da de
non sono vicecasi
neppur essi, ma
proponimenti, come tutte
le altre propositioni
e sono d'altronde
altrettanti " supplimenti
de segni di
casi " ,
essendo che la
nostra lingua ha
due soli veri
casi, l'operante e
l'operato, ne' sostantivi
come in molti
vicenomi, e gli
altri casi essendo
tanti quante sono
le com- binazioni del
sostantivo o del
vicenome con i
proponimenti. I 3.
Gli articoli vulgari
si originano dai
vicenomi latini e
si ado- perano nel
modo seguente :
1. a) o
da lioc(l). Es.
O re Theseo
neh' " historia
della The- seida
del Boccaccio dipinta
non molto tempo
dopo la morte
di lui in
una sala del
conte Fulvio Rangone
in Modena ,,)
— Il re
Theseo. — O
re (nel regno
di Napoli e
nell'ant. frane.) =
Il re b)
i, pi. m.,
dal pi. di
hoc, cioè hi
'). S\ota. —
Il co in
compagnia, puro o
mutato, non è
più articolo, perchè
non si declina
(cotale, questo, quello),
eccetto in uguanno
da (') Così,
analogamente, qui da
hicqui, qua da
hacqua (per hoco
orig. da hocquo,
cfr. hoco +
ilio — quello).
('-) Non è
biasimevole chi li
deriva dai greci
o e 01!
176 Storia detta
Grammatica hoco-anno , dove
rimane in forza
d'articolo, perchè uguanno
« è voce
fermata in su
un senso e
in su un
numero, né di
nuovo può rice-
vere altro articolo, anchora
che io l'habbia
per voce averbiale
di tempo ».
2. a) il
sing. m. dinanzi
a cons. nel
i° e 4"
caso, da ilio,
per essersi dovuto
« restringere sotto
l'accento del nome
come bel gio-
vane, quel giovane da
bello e quello
giovane». b) lo
sing. m., dinanzi
a vocale, o
s impura, o,
nei casi né
primo né quarto,
a semplice cons.,
come non si
può troncare bello
e quello davanti
a Intorno e
scelerato. Nota. —
Lo si usò
(cfr. Petrarca (')
e Boccaccio) in. tutte
e due i
casi, e come
rimase nelle combinazioni
con mi ti
si ci vi,
onde melo, telo,
ecc., dove potè troncarsi
dinanzi a cons.,
così rimase e
si potè troncare
in tutte le
proposizioni articolate: del
(= delo), al (=
alo), dal, col,
ecc., voci che
non si devono
spiegare con di
-f il, ecc.,
perchè da di + il
verrebbe dil e
non del. Quindi
è errato scrivere
de 'l, co
'l, da 'l cielo, ecc.
e) A. i
da hi, pi.
m. dinanzi a
cons., non comportandosi
il con- trario per
l'iati) (l'it. non
ha voci comincianti
da ia, ie,
ii, io, hi; quindi non
è lecito i
amori, i heretici,
i italiani, i
homicioli, i humi-
dori; né i stormenti, perchè
potrebbe confondersi con
istormetiti). B. li
da i/li, pi.
m., dinanzi a
voc, a s
impura, a semplice
cons. di nomi
non usati al
primo e quarto
caso. C. li
diventa gli dinanzi
a vocale per
la forza di
questa (cfr. vaglio,
voglio); ma dovrebbe
restar //davanti a
s impura; li
stormenti, e non
gli stormenti. Li,
come lo conservato
in del, ecc.
da delo, ecc.,
conservasi nel pi.
de' casi secondo,
terzo, sesto: quindi
deli, ali, dati,
ecc., riduci- bili a
de, a, da,
come quali si
riduce a qua,
e elli a
e, e tolti
a to, poiché
non iscrivesi de' ,
a' , da' per
dei, ai, dai
da de i,
a i. da
i, es- sendo questa
derivazione errata. 3.
a) la da
illa, sing. femm.
; b) le,
pi. di la;
e) sta da
ista in stamane,
stamattina , stasera, stanotte ,
benché siano avverbi.
2 4. L'elisione
della vocale finale
dell'articolo è regolata
da questa legge":
« che la
lingua nostra non
comporta ordine di
vocali per ac-
cidente se non le
può comportare per
natura », Spesso
si elide, invece
che la finale
voc. dell'art., la
iniziale del nome
quando comincia per
in o im
disaccentata: es. lo
'nventore, la 'mperfettione. ('i
Monsignor lo, Messer
lo son comuni;
analogamente: tutto il
mondo, ambe le
mani ecc. Nel
Petr. quattro nomi
hanno lo: qua/,
cuor, mio, bel,
per conservar l'uso
antico. Il Boccaccio
n'ù pieno. I
lei ha sempre
//, nel Petrarca.
Capi fola sesto
177 | 5.
Lo e //
o ;7/ si
conservano con /éT
dinanzi a consonante
nei casi secondo,
terzo e sesto
analogamente a lo
delle preposizioni del,
al e da/,
ecc. Es. per
lo petto, per li fianchi.
\ 6. Per
quanto s'è detto,
non si deve
raddoppiar 17 in
de/o, alo, da/o,
ne lo, ecc.
(benché anche l'autore
segua l'uso invalso
di raddop- piarlo: mirabile e
raro esempio d'ossequio
in un tal
contradittore) ; ma
sì in collo
perchè viene da
con e lo.
\ 7. Il
d di ad
volgare è eufonico
e non d'origine
latina, come od,
sedi ned, c/ied.
A/lui, asse, dal/ui,
dassc sono errori,
ma non son
tali accendere, apportare
e simili. Il
ri da re,
in composizione. 2 8. Sottrazione
di di a
Colui, Colei, Coloro,
Costui, Costei, Co-
storo; di a, a
Lui e Lei
(da il li
/mie, illae ei);
di di e
a a Loro,
Altrui, Lui; di
con, di, a,
in, per, da
a Che; di
di a nome
dipendente da Casa,
a Dio dipendente
da Mercè; di
di e dell'ara,
a Giudicio dipen-
dente da Die e
a nomi dipendenti
da Metà, e
a nomi delle
famiglie dipendenti da
nomi propri maschili,
e a Quattro
Tempora dipendente da
Digiuna: di per
a Mercè, a
Gratia, a Bontà;
di per a
Tempo; di a
a Malgrado. \
9. Nei complementi
di specificazione l'uso
dell'articolo (prep. articolata)
è determinato dal
significato o forza
che l'art., analogamente
al vicenome quello,
ha di preterito
(reiteramento), futuro (premostra-
mento), presente (additamento), dal
suo scopo di
particolareggiare o universalizzare il
significato del nome,
e dal significato
particolare o universale
del nome disarticolato. Ci
sono poi dei
nomi (Capo, Testa,
Collo, Tavola in
compagnia d' In
z: Su ;
Piede, Dorso, Gola
in com- pagnia d'
In = Intorno)
che rifiutano l'art.
; altri (Città,
Casa, Piazza, Palazzo,
Chiesa in compagnia
d' A, d'
In, di Di,
di Da; Mano
in compagnia di
Con, e Cintula
in compagnia di
Da, e Lato
in compa- gnia di
A e di
Da, e Bocca
in compagnia d'
In e d' A) e
gli agget- tivi Mio,
Tuo, Nostro, e
Vostro antiposti a
nomi, possono lasciare
l'articolo. \ io.
a) I nomi
propri femminili comportano
l'art, det. ;
de' ma- X
schili solo quelli in
cui operi una
notabile qualità (antonomasia), o
che siano preceduti
da un aggettivo
e in cui
l'agg. funga da
sostan- tivo il
cattivello d'Andriuccio). Quando
l'aggiunto si pospone,
l'art. segue il
nome sia maschile
che femminile. b)
I nomi femminili
di continente, d'isole
maggiori (eccetto Li-
ft~^ pari, Cresi,
Ischia, Maiorica, Minorica
e simili), stati
e regioni, se-
guono la regola de'
nomi propri di
persona, cioè possono
ricevere l'articolo. I
maschili non seguono
la regola de'
nomi propri maschili
; ma anch'essi
possono ricevere l'articolo.
I nomi di
città e castelli
ri- fiutano l'articolo (eccetto
gli edificati dopo
la perdita del
latino: Il Cairo,
La Mirandola, ecc.i;
de' fium i, possono
riceverlo e rifiutare;
de' fonti, i
più lo rifiutano.
Preceduti da un
aggiunto, tutti lo ricevono. C.
Trabalza. 12 178
Sforici delia Grammatica
e) Fratelmo, Patremo,
Matrema, Mogliema, Figliuolto,
Signorto, Moglieta, fiammata,
Signorso ; d)
Dio ; e)
gli honorativi (Papa,
Sere, ecc.) ;
f) i pronomi
personali o no
e il relativo
rifiutano l'articolo ; g) i
nomi antonomastici e
i congiunti con
tutti e numeri
se- guenti, e i
vocativi possono ricevere
l'articolo. Ma «Vaghe
le monta- nine e
pastorelle » è
dell'uso della favella
vile, non della
nobile. Del verbo.
\ 1. Le
quattro coniugazioni si
determinano solo dall'infinito
(-are, -ère, -ere,
-ire), essendo in
volgare la 2a
ps. ind. uguale
in tutt' e
quattro. \ 2.
La primiera voce
(cioè, meglio, la
ia ps. pres.
ind. att.) ne'
verbi volgari varia.
Agli esempi del
Bembo: Seggo Seggio
Siedo, Leggo Leggio
Veggo Veggio Veo
Vedo, Deggio Debbo,
Vegno Vengo, Tegno
Tengo Seguo Sego,
Creo Crio Credo,
Voglio Vo, sono
da aggiungere: Muoro
Muoio, Paro Paio,
Salgo Saio, Doglio
Dolgo. Toglio Tolgo
Sono Son So,
Ho Habbo Haggio,
So Saccio, Fo
Faccio, Deo (Deggio
Debbo), Supplico Supplico,
Rimagno Rimango, Coglio
Colgo, Chiedo Chieggio,
Vado Vo, Scioglio
Sciolgo, Scieglio Scielgo,
Fiedo Feggio Beo
Bibo, Descrivo Describo,
Appruovo Approbo, Ripiovo
Repluo Priego Preco,
Miro Mirro, Replico
Replico, Foe Fo,
Soe Sono, Do
Doe, Vo Voe
(Vado), Haio (Ho),
Deio (Debbo), Creio
(Credo), Cado Caggio,
Sospiro Sospir, Uccido
Occido Ancido, Ubedisco
Obedisco, Allevio Alleggio,
Cambio Caggio, Manduco
Mangio Manuco, Giudico
Giuggio, Vendico Veggio,
Simiglio Semblo Sembro.
Annumero An- novero, Ricupero Ricovero,
Valico Varco, Sepero
Scevro, Delibero Delivro,
Dimentico Dismento, ecc.
Ragioni fonetiche: a)
D, B davanti
a voc. i
(da e) seguita
da voc. = g geminato:
Deggio (Debeo), Haggio
Habeo), Seggio (Sedeo).
Veggio (Video;, e,
per analogia, Creggio
(come da Credeo),
Feggio (come da
Fedeo), Caggio (come
da Cadeo), [Tu]
Regge (Dante) da
Redeo. — Il
gg e ce
si dileguarono nell'ant.
ital. agevolmente. b) P davanti
a voc. i
seguita da voc.
= Ch :
Schiantare (da Piantare),
Schiazzare (da Piazza),
Saccio per Sac-
chio (da Sapio),
cfr. prov. Sapche
(*). e) L,
N \- i
-j-'voc. vogliono g
avanti, o anche
L, N -j-
e -f- voc:
(') Nap. Chiagnere
— Piangere. Consiglio, Bologna,
Sanguigno, Oglio. Quindi
Saglio, Vegno, Tegno,
Rimagno e, per
analogia, Voglio (quasi
da Voleo) come
Doglio (da Doleo).
Il g e
1 si possono
posporre: Doglio, Dolgo.
d) R prec.
da A o
O e seguita
da I o
E prec. da
voc, « si
dilegua via»: Frimaio,
Cuoio, Aia (Primarius,
Corium, Area). Quindi
Muoio, Paio. e)
L tra vocali
= i :
ìtaXóg gaio, pitllus
buio. Quindi Voio
(da volo) lomb.,
Yoo \'o. f)
L'è paragogico di
doe, foc, ecc.,
tue, sue, ecc.,
coste, ecc., die,
ecc., è avvenuto
« per cagione
di più soave
e riposata preferenza
». g) I
di Seggio è
naturale. In Debbo,
Habbo ecc. è
caduta. Di queste
voci alcune sono
poetiche altre prosaiche.
\ 3. La
ia ppl. ind.
pres. att. si
è formata dal
pres. del cong.
confuso col pres.
ind. in due
modi: a) dalla
ia pi. della
2a e 4"
va- leamus, sentiamus
= sentiam, valeam)
; b) dalla i" ppl.
della 1* (ame-
mus), amemo e,
per analogia, valemo,
leggemo, sentemo. Mai
leg- gerlo deriverebbe da
legimus! E lo
conferma anche il
senio da shnus.
\ 4. La
2H ps. ind. pres. è
presa dalla 2a
ps. sogg. o
dall'ind., con- fusamente. Non mai
si origina dalla
1" ps. ind.
pres. La voce
volgare si origina
sempre dalla latina
! ('). Un
argomento fortissimo della
de- rivazione dal sogg.
sono : giacci,
dagli, pai, vinchi,
proferiscili, sagli. \
5. La 3a
ps. pres. ind.
si passiona per
tre vie o
per mutamento, o
per levamento o
per aggiugnimento. Esempi
e ragioni fonetiche.
\ 6. La
2a ppl. deriva
dalla 2a ppl.
latina. Nella 3a
coniug. av- viene egualmente per
analogia. Leggete quasi
da Legetis. Neil'
uso antico anche
sull'esempio della quarta:
leggile, vedile. (')
1. Il Bembo
aveva detto che
Vi di tieni
da tengo, di
siedi da seggo,
Vii di duoli
da doglio, di
vuoti da voglio,
di suoli da
soglio, di puoi
da posso, è
vocale di compenso
per la caduta
del g e del ss.
Il C. dimostra
che quelle vocali
sono effetto d' uno scempiamento,
tant'è vero che
scompaiono fuori d'
accento, e che
il g è
naturale nella ia
ps., e sarebbe
fuor di luogo
nella 2*. Quanto
a. posso rimanda alla
trattazione di sono.
2. I verbi
che nella 2"
ps. perdono la
cons. o le
cons. della ia
appartengono alla 2* e 3"
coniug:. e quattro
sole sono in
effetto le cons.
che si perdono
(C e G,
V e P,
D e T,
L). Verbi in
-io di tutte
e quattro le
coniug. che nella
2a ps. perdono
o non perdono
una vo- cale o
una cons. nella
2a ps. 3.
Altre particolarità fonetiche
sulla ia e
2a ps., specie
sulla fo- gliazione di
L e R,
sulla geminazione di
GG, di RR
in Trarre, ecc.
sull'elisione di R in Paro
e Muoro. 4.
Del G e
dell' N naturali
si ragiona nella
Giunta XV. — Il G
fognato nei gerondi.
180 Storia della
Grammatica \ 7.
La 3a ppl.
dalla corrisp. latina,
esemplandosi la 3*
coniug. sulla 2*.
Eccezioni, dipendenti dai
mutamenti fonetici. Particolarità
di altri verbi.
\ 8. Il
pendente (= imperfetto).
Il V della
i" e 2*
ppl., poiché è
in sillaba accentata,
non può dileguarsi.
Nella 3« sin^.
e pi. e nella 2a
sing. il V
non si elide
quando lascerebbe due
vocali eguali: dunque
non amaa, amaano,
e [tu] udii
(per udivi), come
vedea, vedeano, dovei.
Riguardo alla forma
della 3a ppl.
haviéno, moviéno, serviéno,
con- teniéno, si
osservi che la
ia e 3"
ps. pres. ind.
della 2" e
3a coniug. in
provenzale e italiano
si modellarono sulla
4" che aveva
audibant e an-
diebant onde udivano,
udiano e udieno,
quindi havia, solia,
credia, potia, vincia,
vinia. Analogamente la ia e
2a ppl. della
2a, 3" e
4" co- niugaz.
si modellarono sulla
1"; quindi credavamo,
credavate. \ 9.
Del preterito. —
La ia ps.
ha sei regole
; la ia
ppl. due. in
cong. 2a e
3B ^^^^^___^ 4'1
/' ps. :
-ai (o -iaij -ei (iei)
-etti, -si, e lat. (')
-i, son tutte
dalle corrisp. latine.
I finienti in -si e
i ritenenti il
fine latino non
mutano l'accento della
sillaba radicale, come
tutti gli altri
finienti ne' modi
predetti. I mutamenti
di -avi lat.
in ai vulg.,
di -idi, in
-etti e, per
ana- logia, anche in
quelli non provenienti
da -idi, sono
facili a spiegarsi.
Così il -si'.
Di questo son
due classi, secondo
che conservano l'istesso
numero di consonanti
che nel presente,
o ne hanno
di meno o
di più. I
verbi col finimento
latino sono io
della 2", 11
della 3", 1
della 4a: malagevolmente possono
cadere sotto la
regola d'un fini-.
Nella 4a più
forme: audivi, udij
(udì), e udìo.
Verbi in -are
e in -ire
(colorai, colorii) ecc.,
cioè della ia
e 4", della
2" e 4"
(offersi e offerii).
j" ps. i°
conili"-, -ó, -io.
Ant. dial. siciliano:
Passao, Mostrao, Cangiao,
ecc. 2a e
3° coniug. -é,
o -ié (-éo),
se la ia
è -ei o
-iéi; -ette, -se,
da -etti, -si.
4a coniug. -i
(-io), -ie. 3"
Ppl- -ero, -ono;
-éttero, -éttono; -àrono
o -iàrono, -aro e
-iàro quando la
3" sg. è
-ó, -io; -érono,
-iérono, -èro, -iéro,
se -é, -ié;
-irono, -irò, se
-ì. L'o finale
è troncabile. Questa
3a ppl. deriva
dalla corrisp. latina.
In poesia si
sincopa: levórno, usato
anche in Lomb.
Finalmente c'è la
terminazione -enno, eno,
inno, -onno. Faro
e Foro. /"ppl-
1° e 4a
coniug. da -àvitnus,
-ivimus, àvmus, ivnuis,
-animo, immo e
per analogia -emrao
nella 2* e
3", come se
si dicesse vale-
vimus, legevimus. l)
finimento lutino, per
ora. Capitolo sesto
181 Medesimamente si
formò la jK
ppl. e sitig.,
osservandosi: i" l'accento
si trasporta sulla
se- guente sillaba: da
vàhti, valeste, da
legi, leggeste (fummo
come da fùvimus
e non fuimus,
gimmo da ivimus)
; 2° che
si dice udiste
e sonaste, benché
la i" è
odo, suono. \
io. Pariefici preteriti.
-ato, -ito, -uto,
-so dalle corrisp.
latine. In quei
in -ato si
ha il raccoglimento, che
del resto già
era avvenuto nei
latini Saucius, Lassus,
Lacerus, Potus per
Sauciatus ecc. In
quei in -ito
(4" coniug. sulla
quale si modella
anche Resistito benché
sia della 3'),
ant. -uto n'è
rimasto venuto) per
l'analogia che alcuni
verbi della 4"
avevano con quelli
della 2" e
3" (cfr. uscì
e uscetti, udì
e udetti, feri
e fer- retti, venni
e vennetti). Quando
nel part. -ito,
e' è r,
avviene la sincope:
morto, proferto, ecc.;
ma non ferto,
perto, smarto e sim. ;
ratto da rapito,
sepolto. — Nella
2a e 3"
coniug. -uto e
iuto a) to
puro 6) to
con cons. o
impuro; -so puro
e -so impuro.
a) -to puro
(dalla forma di
/oattiis, tribntus, cautus
e sim. e
sui preteriti in
-èi o -ici
e -ètti e
-ietti della 2"
e 3a coniug.,
e su quelli
che hanno il
finimento latino. Irregolarità
e doppioni (pentuto
e pen- tito, perduto
e perso, conceputo
e concetto ecc.).
b) -io impuro,
1" e 3"
coniug. pret. in
-si prec. da
cons. che si conserva
se è L,
N, R, e
si muta in
T se è
S. Tuttavia -si
prec. da R
o R dà
-so, conservandosi R
e S. Es.
volsi volto (assolto
e as- soluto), (ma
salito, caluto, valuto)
; giunsi giunto
(ma stretto da
strinsi) ; sparsi
sparto (in verso
sparso ; porretto
per porto nel
volga- rizzator di
Guido Giudici) ('),
strussi, strutto (fisso
per fitto). -so
puro, scesi, sceso
(impeso e impenduto;
accenso e acceso,
offenso e offéso,
nascosto e nascoso).
Ma risposto, chiesto,
posto e messo
(poet. miso). -so
impuro, pret. -si
con r o
s; tersi, terso
(presso e premuto)
scossi, scosso (visso
e vivuto) ;
scisso da scindo,
ma scosceso da
s-con- scindo. Ma
arroto (da arroguto)
e non arroso,
pret. arrosi. —
Poet. priso preso
e altri partefici
che sono latinismi
veri anche in
prosa: di- gesto,
deposito, inquisito, ecc.
1 11. Critica
della trattaz. de'
partefici del Bembo.
Si può osser-
vare : la vocalizzazione del
v cons. di
ivi in docni,
explicui, sapui ecc.
non potendosi dire
dóc(i)vi, explìc(i)vi, sàp(i(vi;
la sibilizzazione del
v cons. in
duri, finxi, repsi,
non potendosi dire
dic(i)vi, fìng(i)vi, rè-
(') Morto sarà
da morsi (morii)
come dicesi in
Lombardia (la Lombardia
ha nel Castelvetro
il senso generico
che aveva antica-
mente) e quindi profferta
e simili non
saranno da escludere
dalla schiera de"
participi in -ito?
i82 Storia della
Grammatica pCi)vi. Sicché
il x non
sarebbe da cs
ma da cv,
gv, pv. Medesima-
mente il V «
non può avere
stato » dopo
B, D, H,
LL, M, MN, RN, QV,
T, TT, CT,
NT, V (cons.).
Indi il V di ivi,
« volendo conservar
natura di consonante»,
si tramuta in
s, obbligando le
precedenti cons. a
dileguarsi o a
assimilarsi. Onde B
= P o B =
S ecc. con
tutta la lunga
e facile tramutazione.
Insomma il si
de' pret. latini
non è mai
originario. £ 12.
Tempi composti. A)
Significato: i. «
Havere congiunto col
partefice passato affigge
termine certo all'attione
perfetta, il qual
termine si ferma
nel tempo del
verbo Havere ».
2. Passato presente
(ho amato )
: «affigge il
termine del fatto
al principio del
presente ». 3.
Passato imperfetto (haveva
amato): «congiunge il
fine del fatto
col principio dell'imperfetto». 4.
Passato passato (hebbi
amato) : «
congiunge il fine
del fatto col
principio del fatto
». 5. Passato
futuro (havrò amato):
«congiunge l'estremità del-
l'anione perfetta col principio
del futuro ».
B) Consecutio temporum.
C) Concordanza del
participio de' tempi
composti col sog-
getto o coll'oggetto, secondo
il valore del
termine dell'azione (l).
§ 13. Il
futuro. 1. «
La lingua nostra
non ha voce
semplice futura se
non tre sole
in un verbo
disusato, o non
usato mai, e
sono queste :
Fia, Fie, o
Fia, Fieno o
Fiano b Fiero;
ma le ha
composte del verbo
Havere, e dell'infinito
del verbo il
cui futuro si
richiede, dicendosi Dire
ho nella guisa
che si dice
appresso i greci
Xèysiv ryo>, e
appresso i latini
Dicere habeo significandosi il
futuro M§6ì Dicam
». I verbi
della itt coniug.
si modellano su
quella della 2*;
quindi amerò e
non amaro (ma
cfr. sen. amaro,
sarò per serò,
Possanza da Possendo,
Sanza da Absentiaì.
Avendo avere nella
r' ps. ho,
haggio, habbo, avremo:
Amerò, Risapraggio, Torrabbo.
Analogamente, Amerai, Amerà,
Ameremo, Amerete, Ameranno.
2. Consonantismo. a)
dileguo della cons.
verb. e della
voc. anzi terminante.
Es. farò, per
faceró. /') dileguo
della vocale: andrò
per anderó ;
e) dileguo della
vocale e mutamento
della cons. :
merrò per menrò
per menerò. (')
« Madonna Iancofiore
havendo alcuna cosa
sentito de fatti
suoi gli posa
gli occhi addosso
». Qui alcuna
cosa « fa
dell'averbio ». Capito/o
sesto 1S3 Eccezioni
e casi speciali.
\ 14. Del
comandativo. a) «Possiamo
comandare non pure
cose presenti, ma
future anchora, et
non solamente con
le seconde voci,
ma con le
terze. Il comandativo
ha una sola
voce propria, la
2a sing. della
i" coniti gaz.
Troncamenti della vocale
e della sillaba
tinaie. L' inf.
pel coni. nelle
frasi neg. secondo
i greci e
gli ebrei: «
salvo se non
vogliamo dire, che
v'habbi difetto di
dei. Non dire
in quel modo,
Non dèi dire
in quel modo.
Il che a
me pare assai
verisimile». \ 15.
Dello infinito. 1
Nervazione. « Habbiamo
mostrato infin a
qui le voci
de' verbi vulgari
nascere dalle latine,
dalle future dello
'ndicativo infuori, sì
come anchora nascono
queste dello 'nfinito.
Perchè non è
da dire, che
esse o reggano,
o formino le
altre voci trattene
le voci del
fu- turo dello 'ndicativo,
e quelle del
potentiale, come si
vedrà, o sieno
rette, o formate
da alcune delle
altre ». 1.
Uso dell'infinito. —
«Sono quattro casi
molto tra se
differenti, ne quali
lo 'rifinito richiede
il primo caso
della persona, o
della cosa che
fa ». i°
quando si pone
in luo«o di
Gerondio, il che
si fa: a)
con le particelle
Per, In, Con,
A, Senza e
simili: « In
farnegli io una
»; b) o
con 1' art.
masch. sing. : « Il
volere io le
mie poche forze
sottoporre a gravissimi
pesi, m'é di
questa infermità stata
ca- gione ». 20
con Chi, Cui,
Quale, Che, Dove,
Come, per ellissi
del verbo: «
Qui è questa
cena e non
saria chi mangiarla
» ecc. 3°
quando ha forza
di comandativo, forse
per ellissi del
verbo: « non
far tu ».
4° nelle frasi
consecutive: « queste
cose son da farle gli
sche- rani ». 2.
Uso dell'ausiliare coi
partefici Potuto e
Voluto, e coi
verbi stanti cioè
intransitivi : «
verbi che finiscono
in sé 1'
attione ». 3.
Infinito futuro. — Non ha
voce propria, ma
un'espressione fraseologica. \
16. Dei Modi.
La teoria generale
del modo (')
si può restringere
nel seguente prospetto
: Su essa
torna il Castelvetro
nella Spositione della
Poetica ari- stotelica. V.
qui p. 260
sgg. 184 Storia
della Grammatica o
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a e -O
e r re re
-E 2 2
"re re] È dunque
una concezione del
modo un po'
diversa dalla comune,
derivando
dall'interpretazione
diversa del sentimento
che racchiude. |
17. Formazione del
comunemente detto Soggiuntivo',
amerei 0 ameria,
e amassi :
amerei da amare
4- liei =
hebbi ameresti »
» + hesti
= havesti amerebbe
» » +
hebbe ameremmo » » +
hemmo = riavemmo
amereste » » +
heste = riaveste
, , ero i
hebbe amerebb » » +
, , ,
ono I hebbono
parrave da pàr(eire
+ have (lomb.)
=3 hebbe ameria ia
ps. da amare
+ ibam ameria 3*
ps. » » -f- ibat
(ameriamo 1" ppl.
» » +
ibamus ameriano 3'
ppl. » » +
ibant opp. amerieno
(per analogia con
udieno). satisfarà (Dante)
per satisfarla (eug.
(') e prov.)
Così Fora, Forano,
= foria, fonano
da fore -f-
ibat. Per e
da a in
amerà, cfr. formaz.
futuro (ma sarei
e non serei).
amassi da ama(vi)ssem.
Nella 3 ps.
perciò anche amassi
come in Dante
e Petr. amàssimo
da ama(vi)ssimus amaste
da amàs(sijte da
amà(vi)ssetis amassero e
amassimo quasi da
amavisserunt per analogia
della 3 ppl.
pret. perf. ind.,
invece di amassino
(come in alcuni
poeti o amasseno
(come nel Petr.)
da amai vi)ssent.
La 2a e
3R coniug. in
queste voci si
modellarono per analogia
sulla ia e
43, leggessi e
valessi come da
legé(vi)ssem e valé(vi)ssem
ecc. 2 18.
Significato di amerei
e ameria, e
amassi. Amerei (quasi
Habbi ad amare;
gr. potenziale con
àv, lat. Amareni)
«significa deliberatione, o
ubligatione, o potentia
cominciata già nel
passato, et riguardante
all'adempimento futuro». «Ameria
ha questa medesima
forza. Perciocché deliberatione, o
movimento a far
significa, et poi
che niuno comunemente
si muove a far, se
non è ubligato,
significa anchora per
questa cagione ubli-
gatione, et oltre a
ciò potentia essendo
anchora il preterito
imperfetto appresso i
greci potentiale». (')
« Secondo' l'uso di
que d'ogobbio dove
abitò | Dante]
alcun tempo •
'. iS6 Storia
della Grammatica Amassi
(benché derivi da
Amavissem) « significa
tempo presente o
futuro a noi,
che parliamo, ma
passato havendo riguardo
all'esse- cutione della
deliberatione, o dell'ubligatione, o
della potentia, che
va avanti ».
Alcune particolarità di
forma e di
significato. \ 19.
Formazione del presente
del soggiuntivo. Le
voci di questo
tempo derivano dalle
corrispondenti latine, tranne
la ia e
2a ppl. della
1" e 3a
coniug. che si
modellarono sulla 2R
e 4", amiamo
e amiate, leggiamo
e leggiate quasi
da ameamus o
amiamus, ameatis o
amiatis, legearnus o
legiamus, legiatis o
legiatis, e non
amemo e anche,
leggamo e leggate
come sarebbe naturale.
Spiegazione delle terminaz.
in -e, -i,
-a nella 3*
p. sing. :
vegga, vegghi, vegghe
e veggi, vegge.
\ 20. Gerondio.
— a) Formazione,
b) Uso. «
I Gerondi vulgari
seguitano i vestigi
de latini, conservando
la consonante, o
le consonanti loro
verbali, che prese
la prima volta
non si lasciano
per modi, persone,
tempi, et numeri
del suo verbo...
et si contentano
d'essere simplici, ma
ne verbi che
non continuano la
consonante, o le
consonanti prese la
prima volta per
tutti i modi,
persone, et numeri:
si truovano essere
i Gerondi doppi,
cioè o con
la consonante o
con le consonanti
sue naturali, o
con le prese
di nuovo, o
con alcuna delle
prese». Il gerondio
dei verbi intrans,
riceve indifferentemente il
primo e il
sesto caso (cfr.
l'uso del come
da quomodo e
da cum, del
verb. essere, e
del grido affettuoso
o schiamazzo, il
nostro vocativo o
escla- mativo) ; quello
di trans, solo
il primo. Osservaz.
sui pronomi rela-
tivi e dimostrativi, e su luì
e lei. \
21. Il passivo.
Il si rende
passive la 3"
ps. e pi.
e l'inf. (benché
questo sia fatto
passivo dal veggo,
da resto, da
sono con le
particelle r7 da
di da per
per licenza e
quasi per errore,
essendo « propri
e re- golati [passivi] que
del partefice preterito
col verbo sono).
Il si ha
significato riflessivo (Narcisso
amasi o s'ama,
cioè ama sé
stesso), o reiterativo
ossia intensivo (Eco
s'ama o amasi
Narcisso). Nelle orìgini
del volgare, quando
il soggetto in
questo secondo caso
era sottinteso per
essere un nome
indeterminato (nel qual
caso dicevasi anche
huomo cfr. il fr. on
e i nostri
scrittori antichi), si
perde la nozione
del quarto caso
e questo sembrò
primo. In s'ama
la dorma, non
si vide più
il soggetto alcuno
o uom, e
la donna sembrò
soggetto, e il
s'ama verbo passivo.
Così il si
acquistò la virtù
di far passivi
i verbi. §
22. Verbi anomali.
(Accenniamo, per brevità,
solo alla tratta-
zione del verbo sostantivo,
la quale è
fondata su questo
principio, «che le
voci procedano da
sei verbi: esso,
ero, o, fuo,
fio e sto,
cinque dei quali
non usitati sono,
ma alcune intere,
alcune diminuite, alcune
dimuite insieme e
accresciute, alcune diminuite
insieme e tra-
mutate, e alcune
dileguate »). Capitolo
sesto 187 \
23. Participio futuro
attivo e passivo.
Mancano al volgare,
benché abbi. insi futuro,
venturo e reverendo,
e, in Dante,
fatturo, passino, e,
in Bocc, redituro,
venerando, ammirando. Questa
sorta di participi
futuri passivi hanno
perduta la loro
forza di tempi
futuri. Ma la
lingua volgare usa
alcune formazioni analoghe
per i sost.
femminili sul part.
fut. att. :
scrittura, natura, creatura,
lettura, ventura, tagliatura,
copritura, sull'esempio del
latino (cfr. natura
da nascitura). Ma
non i maschili:
habituro è formato
su tugurio. Cfr.
il lomb. alturio,
aiutorio, aiuto. Sul
part. fut. pass.
: facenda, merenda,
vivanda, randa (da
haereo) cfr. arente
opp. a rente
a rente. \
24. Participio pres.
att. e passato
passivo (preterito). I
partefici vulgari che
derivano dai corrispondenti latini
significano attione o
passione, ma non
mai tempo, tranne
i preteriti in
tre casi: i° col verbo
havere; 20 col
verbo essere; 3"
usati assolutamente. Dai
partefici presenti si
formano i sost.
in -anza e
-enza. Dai partefici
preteriti si formano
i sost. in
-ione, -aggio, e
gli aggiunti in
-ivo, -iva. -ore,
-trice. Concordanza del
participio e uso
del gerondio. Giunti
al termine del
nostro rapido riassunto,
possiamo molto facilmente
stabilire i meriti
del Castelvetro verso
la gram- matica.
Confrontando il trattato
castelvetrino con le
analoghe parti delle
recenti grammatiche storico-comparative dell'italiano, in
quanto concerne le
conclusioni della storia
delle forme, ci
accor- giamo subito che
una non iscarsa
parte di esse
ebbe la sua
prima sistematica elaborazione
dal Castelvetro: osservinsi,
par- ticolarmente, la derivazione
dell'articolo, le desinenze
delle per- sone verbali,
la derivazione de'
tempi, e specialmente
del futuro e del condizionale,
e molti mutamenti
fonetici specie consonan-
tici." Fuori del campo
strettamente fonetico e
morfologico, sono poi
da segnalare specialmente,
come altra proprietà
esclusiva del Castelvetro,
il tentativo d' interpretazione psicologica
de' modi, la
spiegazione del significato
del futuro e
della doppia forma
del condizionale (amerei,
ameria), e la
determinazione del significato
de' tempi composti
dell' indicativo. Senza
dire delle etimologie
e dei ravvicinamenti nuovi
se non sempre
esatti dis- seminati per
entro la Giunta;
ne della trattazione
incidentale delle altre
parti del discorso
(vicenomi, sostantivi, aggiunti,
verbi, segnacasi, congiungimenti, schiamazzi).
Ma tutti questi
accertamenti, come si
vogliono .chiamare, positivi,
veri in gran
parte, non sono
propriamente quel che
iS8 Storia della
Grammatica costituisce il
principal merito del
Castelvetro ; questo
è soprat- tutto, in
linea generale: i"
sulla conoscenza quasi
completa del materiale
linguistico di studio,
che si può
dire che non
c'è forma, non
dico d'articolo, ma
verbale dell'antico e
del moderno ita-
liano (senza distinzione di
dialetti toscani, meridionali
e lom- bardi) che
il Castelvetro non
conosca, o mostri
di conoscere, come
si può vedere
da un confronto
con le forme
studiate nella Grammatica
del Meyer Li'ibke
; 2° il
metodo dell'indagine, arieg-
giarne nella sua naturale
e parziale imperfezione,
quello che in-
forma la moderna filologia
: è poco
dire che il
Castelvetro muove -
sempre dalla parola
latina e che
si serve della
comparazione (estesa al
greco e all'ebreo,
oltre che al
provenz. e al
francese): egli ha
anche altre virtù,
come quella essenziale
di porre la
fo- netica a base
d'ogni sua ulteriore
ricerca; 30 il
metodo della trat-
tazione: abbiam visto che,
a proposito de'
verbi, p. es.,
eglb— muove dallo
stabilire le coniugazioni,
poi, tempo per
tempo, stu- dia le
desinenze delle persone,
e la formazione
de' tempi e
de' modi, con l'
illustrazione degli esempi
ricca e varia.
In linea par-
ticolare : i° l'importanza
data 2W accento
: 2" la
funzione della legge
de\Y analogia. Qui
anzi, più che
in qualunque altra
parte, per noi
è il merito
principalissimo del Castelvetro.
L'importanza dell'accento non
era stata ignota
neppure al Fortunio,
come vedemmo: di
fonetica ammirammo la
competenza nel Tolomei
; ma l'analogia,
prima del Castelvetro,
era un fatto
pressoché ignoto ai
nostri grammatici: e
anche sorprende di
meraviglia il modo,
se non sempre
sicuro e preciso,
sempre però acutissimo,
che il Castelvetro
usò nell' applicarla nella
spiegazione delle forme.
Col Castelvetro fa
un passo notevole
non solo la
gram- matica storica, ma
la metodica e
la precettistica :
egli nelle parti
che elaborò e con tutte
le sue manchevolezze
è il grammatico
più completo, per
larghezza d'indagine e
pel metodo, non
solo di tvitto
il Cinquecento, ma
di tutto il
periodo anteriore alla
mo- derna filologia. Il
che vuol anche-
dire che non
solo le sue
ri- cerche non furono
proseguite e fecondate
sistematicamente, ma che,
salvo forse pel
Salviati e pel
Buommattei, che pure
si deve confessare
che non seppero
in tutto profittarne,
avemmo cer- tamente un
regresso: un regresso
rispetto s'intende a (pul ehe,
nel terreno puramente
empirico, si suol
chiamare progresso. Nella
polemica originata dalla
Canzone de' Gigli
d'oro e chiusasi
con la pubblicazione postuma
della Correzione del
Ca- Capito/o sesto
1S9 stelvetro all' F.r colano del
Varchi, l'esaminata Giunta
castelve- t rina
alle Pi ose
del Bembo è,
piti che una
parentesi o una
di- gressione, un assalto
di fianco da
schermidore destro e
corag- gioso: codesto scritto
pare ed è,
di fatto, rivolto
ad abbattere l'edifìcio
grammaticale tanto ammirato
del Bembo, ma
il fine dell'affrettata e
parziale pubblicazione, non
v'ha dubbio, fu
quello, come ha
bene intuito il
Cavazzuti, di mostrare
al Caro e
compagni la soda
e straordinaria dottrina
filologica dell'au- tore. Abbiam
visto se un tal fine
fu conseguito e
con (pianto buon
aumento della scienza
grammaticale. Dobbiamo ora
vedere se Y Er
co latto
(') del Varchi,
nato ed elaborato
nel modo che
si sa, portò
a codesta scienza
un ugual contributo.
benedetto Varchi fu tutt'altro che
un meschino e puro grammatico:
è nota la
risposta data al
Celimi che l'avea
pre- gato della revision
della Vita, piacergli
più « il
simplice di- scorso» di
quell'opera, in quello
stile, che «
essendo rilimato e
ritocco da altrui
». Ed è la l'ita
il capolavoro più
sgrammati- cato che abbia
la nostra letteratura,
e forse non
la nostra sol-
tanto. In una di
quelle lettere dirette
allo Strozzi, che,
come benissimo ha
dettoli Manacorda, «
racchiudono come un
piccolo trattato di
propedeutica allo studio
delle umane lettere
» ('), «
quanto a' conienti»,
lo confortava, «
non solamente a
non leggergli, ma
a non gli
havere pure in
vicinanza, non che
in casa, salvo
Donato sopra Terentio
et Virg. et
Servio sopra Vir.
et simili ;
dico si- mili, ciò
è che non
siano moderni d'
hoggi, perchè Asconio
sopra Cicerone è
divino, et volessi
Dio si trovassi
tutto, e '1 Vittorino sopra
la Rettorica di
Cic. non solo
si può, ma
si clebbe leggere:
io intendo i
commenti: il Beroaldo,
il Pio, Ascensio
et tutti gli
altri simili veneni
et pesti, et
se peggio è
che peste et
veneno, che sono
da sbandire non
meno che i
gramatici » (').
(') L' Ercolano dialogo
di M. Benedetto
Varchi nel quale
si ra- giona delle
lingue ed in
particolare della Toscana
e della Fiorentina.
Culla Correzione ad
esso fatta da
///esser Lodovico Castelvetro
; e colla
Varchino di ///esser
Girolamo Muzio. Impressione
accuratissima come si può vedere
nella seguente Prefazione.
In Padova, C10I3CCXLIY,
Appresso Giuseppe Cornino.
Benedetto Varchi, l'uomo,
il poeta, il
critico, Pisa, 1903,
(Estr. dagli Annali
della R. Scuola
Normale di Pisa,
v. XVII, p.
391. (*) Carte
Strozz. CXXXVI, e.
95, in Manacorda. Varchi fu
tra i più
enciclopedici de' letterati
del Rina- scimento. «
Critico », ripeterò
col Manacorda, «
poeta, storico, filosofo,
in quasi tutti
i rami dello
scibile umano diede
prove della mirabile
sua operosità »(').
Si procurò una
discreta cono- scenza delle
lingue antiche e
moderne ; ebbe
cultura giuridica e
artistica ; ma,
come la sua
cultura, se pur
svariata, non fu
profonda, così la
sua erudizione fu
pedantesca, grave, spesso
non ben digesta.
Forse il meglio
che produsse fu
nella critica letteraria
e nella poetica
: dalla monografia
dello Spingarn s'ar-
gomenta che non fu
solo un divulgatore
della Poetica aristote-
lica, ma fissò dei
canoni nuovi ed
ebbe qualche veduta
moder- nista non in
tutto trascurabile: ma
resta sempre vera
l'afferma- zione del Manacorda
che « la
critica letteraria del
Varchi portò in
sé il gran
difetto d'essere applicazione
rigida sempre e in-
flessibile di principi, che
avrebbero dovuto intendersi
con molta larghezza D'altra parte
non la palesa
matura la tendenza
a voler costringere
entro limiti troppo
precisi le manifestazioni letterarie
anche più complesse,
a considerare l'opera
d'arte sem- plicemente qual'è, non
quale s'è formata
» ("). L'opera
più importante del
Varchi, una delle
più importanti fra
le migliori trattazioni
cinquecentesche sulla lingua,
sia o no,
come s'afferma dal
D'Ovidio e si
nega dal Manacorda,
un capolavoro, è V
Ercolano. Esso, nella
sua parte essenziale,
è veramente, come
il Ma- nacorda l'ha
definito, una «trattazione
compiuta » (s)
de' tre punti
del problema a
cui principalmente si
riducono tutte le
questioni per tanto
tempo dibattute: l'origine,
la struttura e
l'apprendimento e l'uso
della nostra lingua,
con l'immancabile preambolo
metafisico circa l' origine
della favella e
la classifi- cazione dei
linguaggi. A non
ripeter cose per
noi non più
nuove, ci basti
qui ricordare che
il Varchi fu
un sostenitore della
fio- rentinità (che esaltò
anche sul greco
e il latino)
sia nel rispetto
storico che pratico,
d'una fiorentinità scelta
ma rinfrescata via
via nell'uso de'
meglio parlanti e
del popolo {letterati, idioti,
(') Op. cit. ,
p. 23 (Da
vedere per la
storia degli studi
romanzi : De
Benedetti, B. V.
Provenzalista, Torino, 1902,
(Estr. dagli Atti
d. Acc. delle
scienze di Torino;
ma v. tutto
il riassunto del
Dialogo. iqi non idioti)^
e la propugnò
specialmente contro il
Trissino, gio- vandosi
indubbiamente del Dialogo
cK-1 Machiavelli, che
però non cita,
come e pel
preambolo e per
la rassegna de'
quattor- dici volgari italiani
ebbe ricorso al
trattato dantesco. Di
esso a noi
interessa la parte
strettamente grammaticale, la
quale, anche col
complementi! di altre
scritture linguistiche del
Varchi, come le
due Lezioni di
lingua, il Discorso
sopra le lingue,
la Lettera a*,
la Lezione sul
verbo farneticare (a
tacer della Grammatica
provenzale, versione del
Donato provenzale^, e
il frammento del
Trattatello ms. delle
lettere e dell'
alfabeto to- scano (*),
non è davvero
un gran che:
anzi, non solo
a confronto della
Giunta castelvetrina, ma di altre
grammatiche anteriori, non
rappresenta alcun progresso,
se non in
quanto, allargando la
trattazione linguistica e
sollevando l'importanza del
problema, riscalda e
tiene vivo il
dibattito e prepara
il trionfo del
fioren- tinismo : che,
del resto, non
solo il suo
naturale carattere em-
pirico, è, dirò troppo
empirico, ma non
contiene alcun elemento
storico. Che ci
sembra strana cosa
assai. Forse la
sua tendenza più
filosofica che filologica,
il suo guardar
l'arte e il
linguaggio più attraverso
i canoni aristotelici
e rettorie! che
non nella loro
vita reale, lo
distolse dal ricercare nella
parola le leggi
della sua formazione
storica : il
certo è che,
come nella parte
generale della grammatica
non disse nulla
di nuovo ne
di originale, così
nelle parti speciali,
a prescindere da
un certo contributo
che reca all'arricchimento del
Vocabolario, col registrare
parole e locu-
zioni raccolte dalla viva
parlata, non fu
più che un
osservatore comune. « La grammatica
è, pel Varchi,
una ' facilità
' o ' disci- plina '
come la Rettorica,
la Loica, la
Storia e la
Poetica, che fa
parte della filosofia
' razionale '.
Solo per traslato
potrà dirsi '
scienza ' od
' arte '
, ma in
realtà non è
l'una cosa né
l'al- tra, perchè l'arti
e le scienze
fan parte della
filosofia ' reale
' e la
superano quindi in
nobiltà. Dovendosi di
ogni disciplina ricercar
sempre il subbietto
ed il fine,
si dirà, che
subbietto della "grammatica è
il favellare; fine:
'l'insegnare favellare rettamente'.
Più propriamente tuttavia
l- su subbietto
la ' dit-
tione ' ,
cioè le lettere,
le sillabe e
le parti del
discorso. Nelle ('i
Biadexe, in Studi
d. FU. rovi..
Ili (1SS5), p'p.
400-1. Manacorda, op.
cit., pp. 138-9.
192 Storia della
Grammatica prime dovranno
considerarsi il numero,
il nome, l'ordine
e la figura
(la rappresentazione grafica)
: nelle seconde
il numero, l'accento,
lo spirito e
il tempo. Le
parti del discorso
poi sono VIII. Quattro
sono DECLINABILI: Nome,
Pronome, Verbo e
Participio. Quattro sono IN-DECLINABILI: Preposizione,
Avverbio, Interiezione e
Congiunzione. Ciascuna delle
declinabili presenta naturalmente
vari accidenti, come sarebbero:
genere, numero, caso,
persona, e cosi via
discorrendo. Manacorda, che ha
riassunto la parte
generale della trattazione grammaticale sparsa
nell' Ercolano e altrove,
dopo aver ricordato
la definizione e
le classificazioni della
grammatica e la
funzione attribuitagli da
Varchi, gli ha
fatto merito d'aver
riconosciuto, meglio che
non fa Bembo,
il valore speciale di
ciascuna delle parti
declinabili. Ma tra Bembo
e Varchi corre
quasi un quarantennio
di produzione grammaticale, nel quale
c'è stato chi tratta delle
parti del discorso
con maggior compiutezza
di Varchi. Anche
nell'escogitazione dell’alfabeto rimasta
ms. non sappiamo
vedere nulla di
notevole, tranne appunto
la riconosciuta importanza della
rappresentazione grafica delle
parole, che non è
ormai più un
merito particolare. Nei
punti spe- cialissimi poi, come
sarebbero quelli indicati
dal Manacorda, e
cioè gli articoli,
gli affìssi, i
gradi degli aggettivi,
il valore dell' 'etimologia, troviamo
ragioni più di
sorpresa che d'ammira-
zione. Mentre il Castelvetro
faceva le scoperte
che abbiamo do-
vuto veramente ammirare, il
Varchi non sa
osservar altro che
« la lingua
Volgare ha gli
articoli, i quali
non ha la
Latina, ma sibbene
la Grecia, i
quali articoli sono
di grandissima im-
portanza, e apparare non
si possono, se
non nelle citile,
o da coloro
clie nelle zane,
cioè nelle cune,
apparati gli hanno,
perchè in molte
cose sono diversi
dagli articoli Greci
così prepositivi, come
suppositivi; e in
alcuni luoghi, senzachè
ragione nessuna assegnare
se ne possa,
se non l'uso
del parlare, non
solo si pos-
i1) Op., II,
796 e passim
e Lett. a
* in .Manacorda, op.
cìt., pp. 138-9.
Ecco l'alfabeto
proposto dal Varchi:
« a b
e (ten.) eli
fasp.i d e
(chiuso) è (aperto)
f g (tenue
?) gh (aspirato)
g (molle) i
(voc.) e (consonante,
o ver liquida),
! m u
(> 1 chiuso,
lungo) o (aperto,
tonda) p qu
r s (dura)
s (molle) /
u (voc.) V
(consonante) v (liquida)
z (zeta dolce)
Z (aspero)». .Manacorda,
p, cit., p.
140. Capitolo sesto
193 sono, ma
si debbono porre....
» ('). E
quando ha osservato
che del e
al non sono
articoli, ma segni
de' casi, fa
esclamare: « Questa
vostra lingua ha
più regole, più
segreti e più
ripo- stigli, che io
non avrei mai
pensato! » (').
Nulla sa della
legge dell'accento né
dell'analogia. «Ognuno pronunzia
nel numero del
meno: io odo,
tu odi, e
in quello del
più, noi udimo,
ovvero udiamo, voi
udite; ma ognuno
non sa (nep-
pure il Castelvetro?) perchè
Vo si muti
in u; similmente,
cia- scuno pronunzia nel
singulare : io
esco, tu esci,
e nel plurale,
noi uscimo, ovvero
lisciamo, voi uscite,
ma non ciascuno
sa la cagione
perchè ciò si
faccia, e perchè
nella terza non
si dice :
udono, ma odono,
e non uscono,
ma escono. Buona,
quando è positivo,
si scrive per
u liquida innanzi
Vo; ma quando
è su- perlativo, non si
può, e non
si deve profferire,
né scrivere buo-
nissimo, come fanno molti
forestieri, ma bisogna
per forza scri-
vere, e pronunziare bollissimo
senza la u
liquida » (:t).
Per di- mostrare la
« ricchezza di
lingua meravigliosa »
(') fa un
in- terminabile trattato degli
affissi, intorno ai
quali già tanto
a lungo vedemmo
indugiarsi il Bembo,
ma non riuscendo
ad altro che
a fare infinite
combinazioni di forme
e radici verbali
con particelle pronominali
da servire per
ottimo esercizio di
scioglilingua. In luogo
del vocalismo e
del consonantismo, trat-
tava così, sull'esempio del
Bembo, del Dolce
e d'altri, le
qua- lità fonetiche delle
parole e delle
sillabe : «
tutte le lingue
sono composte d'orazioni,
e l'orazioni di
parole, e le
parole di sil-
labe, e le sillabe
di lettere, e
ciascuna lettera ha
un suo pro-
prio, e particolare suono
diverso da quello
di ciascuna altra,
i quali suoni
sono ora dolci,
ora aspri, ora
duri, ora snelli,
e spe- diti, ora
impediti, e tardi,
e ora d'altre
qualità quando più,
e quando meno
; e il
medesimo, anzi più,
si dee intendere
delle sillabe, che di cotali
lettere si compongono,
essendone alcune di
puro suono, alcune
di più puro,
e alcune di
purissimo, e molto
più delle parole,
che di sì
fatte sillabe si
generano, e vie
più poi dell'orazioni, le
quali dalle sopradette
parole si produ-
cono ; onde quella
lingua sarà più
dolce la quale
avrà più dolci
Vi IJ Er colano, ed. cit., p.
2S0. (2) Op.
cit., p. 282.
r) Op. cit.,
pp. 290-1. (')
Op. cit., p.
324. 194 Storia
della Grammatica parole,
e più soavi
orazioni ; dunque
la dolcezza delle
lingue nella dolcezza
consiste delle orazioni
» ('). E
seguita così a
par- lare delle tre
dimensioni delle sillabe
: lunghezza, altezza
o pro- fondità, e
larghezza. Di questo
spirito rettorico è
tutto pervaso V
Ercolano, il quale
deve la sua
celebrità, non solo
alla storia della
contro- versia in cui
venne a trovarsi
episodio importantissimo, non
solo a certe
sue qualità formali
di stile e di classica
struttura e larghezza
di variata esposizione,
non solo a
qualche indubbiamente ammirevole
intuizione, ma soprattutto
a una felice
contempe- ranza di tante
argomentazioni altrui a
prò della tesi
che doveva poi
esser ripresa e
fatta trionfare, in
quel che era
possibile, dal Manzoni
e al lucido
e elegante riassunto
delle teoriche dell'
e- locuzione quali
erano state lungo
il secolo eloborate.
Nessun ■ valore
scientifico nella trattazione
concreta di tutte
le questioni linguistiche
connesse a codeste
tesi ; ma
per la scienza
non è del
tutto trascurabile il
(significato e la
tendenza della difesa
che il Varchi
fece del volgare
e della sua
letteratura, che era
un'altra più profonda
affermazione d'una coscienza
critica dell'importanza e
dell'indipendenza artistica di
esso dalle antiche
letterature, e spianava
la via, come
s'è detto, al
trionfo che specialmente
per opera del
Salviati avrebbe avuto
il fiorentino sul
chiudersi del secolo
nell'ultima elaborazione della
grammatica. Le vicende
dell' Ercolano non
sono certo ingloriose
: ebbe ristampe
(2) e commenti
e postille (:t),
ma le scritture
più celebri che ad esso
si congiungono direttamente
sono la Difesa
di Dante del
Mazzoni, la Correzione
del Castel vetro
e la Var-
china del Muzio.
Ma grammaticalmente, com'è
naturale, poco o
nulla c'è da
raccogliere sia nelle
postille, sia nelle
opposizioni, data la
scar- sezza con cui
è trattato di
grammatica propriamente detta
(') neh' Ercolano stesso.
C) Op. cit.,
p, 375. (2)
La tartiniana del
Bottari, 1730, la
cominiana del Seghezzi,
1744, la milanese
del Mauri, 1834,
la fiorentina del
Dal Rio, 1S46,
quella che fa
parte delle Opere
del Varchi, tra
l'altre. (:!) Bottari,
Seghezzi, Mauri, Dal
Rio, Alfieri, Tassoni,
Volpi. (') «Mi
meraviglio non poco
di lui »,
dice il Castelvetro
(Cor)e:., p. 561,
che avvilendo tanto
la materia della
mia disputa, nobiliti
tanto quella del
presente suo Dialogo
delle Lingue, dove
non si parla,
co- Capitolo sesto
195 La parte
più notevole che
e' interessa della
Correzione, fatta astrazione,
s'intende, da questioncelle
minute di lingui-
stica, è quella che
concerne Y etimologia. E
facile immaginare quel
che poteva osservare
l'autore della Giìinta
al filologo n>iatica
cese (e tedesca)
raffrontate alla nostra
: comparazione non
ispre- gevole e
di cui piacemi
dar qui un
esempio. Nello spagnolo:
i. talvolta /
non si pronunzia;
2. //si pron.
come il gì
del nostro egli;
3. nn si
pron. come il
nostro gn ; 4.
lo j si usa pel
nostro ii e
si pronun. come
il g del
nostro seggio; 5.
x si pron.
come se del
nostro sciocco, ecc.
Nel fraticese :
1. ai ora
si pron. a
: lignaige pr.
lìnnage, ora £.•
satisfaire, pr. satisfere.
2. ajy si
pron. £: z^raj/,
wumenlo sopra alcuni
versi della Cometa
del /J/7 dove
anco si dimostra
la nobiltà e
Capitolo settimo 217
Il Sai viari
occupa un posto
notevole anche nella
storia della poetica
: ma il
vero suo regno
fu la grammatica,
dove potè meglio
sfoggiare tutta la
sua vasta e
minuta erudizione linguistica.
L'impulso all'opera principale
e maggiore in
tale campo di
studi gli venne
dalla correzione del
Decameron (1582) che
gli fu com-
messa dal Granduca Francesco
di Toscana, per
compiacere a Sisto
V, entrambi mal
contenti che i
Deputati alla correzione
del 73 non
avessero castrato a
bastanza e a
dovere il grande
novelliere fiorentino. Il
Decameron fu da
quanto il Canzoniere
e ancor più
nella seconda metà
la bibbia grammaticale
del Cin- quecento, poiché offriva
il miglior modello
di prosa numerosa
se- condo le teorie
rettoriche che si
venivano svolgendo :
e le ristampe
più o meno
corrette e le
correzioni che se
ne fecero per
ridurlo a edificante
universal lettura, dimostrano
quanto viva fosse
la fede nella
forma esteriore di
quel libro veramente
per il rispetto
del- l'arte maraviglioso, e
qual fosse il
credo grammaticale di
quel- l'età, come anzi
fossero andati in
generale sempre più
restrin- gendosi i criteri
linguistici e grammaticali
del secolo a
mano a mano
che quella forma
accresceva intorno a
sé l'ammirazione, nonostante
il progredir della
grammatica storica e
l'allargarsi del giudizio
critico e certe
parziali intuizioni della
vera natura del
linguaggio. Il meglio
che e ristampe
e correzioni produssero
nel campo linguistico-grammaticale furono,
oltre varie osservazioni
del Borghesi e
del Castel vetro,
giustamente aspri censori
delle storpiature del
Ruscelli, da un
lato le Annotazioni
dei Deputati alle
correzioni del 73,
dall'altro gli Avvertimenti
del Salviati. la
vera pronuncia della
lingua italiana, Venezia,
1579; Alberto Bissa,
Gemine della lingua
volgare et latina
(« dotte locutioni
e modi elo-
quenti di parlare usati
da più illustri
» : la
parte latina è
indipendente dall' it.
(Milano, Pacifico Pontio,
MDLXXV) ; Institutiones
linguae ita- lìcae
cum interpretatione gallica
in gratiam exterorum,
opera et sedu-
litati Lentuli Scipionis
neapolitani, Antonii Francisci
M addii f. Pa-
tavini editio postrema, Patavii,
1641 (La lettera
del Maddi è
dell' 11 genn. 15891.
Il Fontanini ricorda
due opere perdute
di natura etimo-
logica, l'una di Niccolò
Eritreo, Lo Stoico,
Dialogo delle origini
della nostra lingua
volgare, l'altra, Seminarla
linguae vertiaculae di
quel Celio Calcagnimi
che, contrariamente a
quanto sosteneva li
Salviati circa l'eccellenza
del volgare, «
in un lavoro
indirizzato al Giraldi
Cintio.... manifesta, fra
l'altro la speranza
che la lingua
italiana e tutte
le opere in
essa scritte vengano
dimenticate dal mondo».
(Spingarx, op. cit. ,
p. 158). 21S
Storia della Grammatica
Di quelle già
il Lombardelli ne'
suoi Foriti ebbe
ad osservare che
« arrecano in
mezo avvertimenti diversi
intorno alle voci
et alle forme
del dire, che
possono in gran
maniera giovare a
chi vuol da
vero, e solennemente
studiare in questa
favella : perchè
son guidati con
fondamenti saldi, con
ragioni isquisite, e
con esempi notevoli
». Le Annotazioni
furono nella massima
parte opera di
quel Vincenzio Borghini
che è stato
ben a ragione
chiamato il principe
de' critici (critici
nel senso di
editori di testi)
e eruditi del
Cinquecento ('), e
interessano così direttamente
il lin- guista come
il filologo, contenendo
osservazioni di lingua
e di grammatica
storica e pratica
illustrate dalla comparazione
di esempi perspicui
quasi sempre criticamente
vagliati. Vincenzo Borghini
fin dal 1569
aveva avuto in
animo di scrivere
un trattato sulla
lingua, che né
la Difesa del
Lenzoni né la
Grammatica del Giambullari
erano tali da
sodisfar i To-
scani e ridurre al
silenzio gli avversari
: anche dopo
la Giunta castelvetrina
aveva scritto al
Varchi non aver
nessuno sino al-
lora aperta la natura
della lingua italiana.
« Quando arò
par- lato dell'origine, sito,
edificazione, territorio, et
altre particola- rità di
Firenze, e risposto
alle opposizioni e
contradizioni che ci
son del Mei
e d'altri e
che ci potessero
per avventura essere,
et a questo
proposito tocco tutto
che bisogna, della
cittadinanza romana, delle
colonie, delle legioni,
delle divisioni de'
terreni e molte
altre cose, venire
a parlare di
questa lingua, ove
ho questi capi : onde
ella è nata
e cresciuta, che
ella è nostra
propria, perchè è
sì bella, e
della sua qualità,
ultimamente il modo
di conservarla e
liberarla dalle forestiere
che la imbrattano
e gua- stano »
(''). Sicché, quando
nel 1571 il
Granduca ordinò una
compilazione delle regole
della lingua fiorentina
da leggersi in
tutte le scuole,
il Borghini fece
plauso con gioia
al magnifico decreto
e scrisse a
B. Baldini (28
die. 1571), suggerendo
con- [Per la stima
in che è tenuto già
da' suoi contemporanei
BORGHINI (si veda), si ricorda
qui le
parole che, quanto
all'edizione del Decameron,
scrisse Corbinelli in
una delle sue
lettere già ricordate
al Pinelli. Quel che
non ha fatto
a sufficienza Don
Yinc." Borghini non
credo il possa
fare [non che
il Salviati] altri»,
in Ckkscim. Quitti. X,
86, Naz. Firenze,
cit. in Barbi,
Degli studi di
V. Borghini, sopra
la storia e
la lingua di
Firenze [Il Pr optigli. ,
N. S., II,
p. II, pp.
5-71), di cui
mi giovo per
questi cenni intorno
al Bor- ghini.
Capitolo sei ti
ìlio 219 sigli:
si deputassero alla
bisogna tre o
quattro intendenti con
facoltà ili aggregarsi
de' giovani. Nel
1574, come l'ordine
gran- ducale non aveva
avuto effetto, tornava
al proposito di far della
lingua un trattato
a sé. La
conoscenza dei precedenti
gramma- tici (dei quali
taceva molto stima
del Bembo, corifeo,
che giu- dicava però
scarsetto ; il
Giambuilari non gli
pareva molto ga-
gliardo né sicuro ;
migliore il Varchi,
ma non finito
; il Torni-
tane bisognoso d'essere burattato
; il Castelvetro
non meno sot-
tile che sofistico nelle
sue prose contro
il Caro e
il Bembo (')
: « Dubio
non è che
la sua dottrina
non è generalmente
sana. Io dico
in conto di
lingua, ma dall'altra
parte e' non
manca di let-
teratura ; ha visto
assai e non
è privo d'acume,
e può essere
sprone a far
considerar molte cose
»; il Ruscelli,
vano, pochis- simo intendente di
lingue; nomina il
Fenucci, il Dolce,
l'Aca- risio, il
Fortunio, il Corso,
il Gabriele, il
Muzio, il Trissino),
la conoscenza, dico,
di tutti i
precedenti grammatici e
gli studi larghi
fatti in specie
per la rassettatura
del Decamerone e
del Novellino su
tutti gli scrittori
grandi e piccoli
del Trecento, lo
designavano veramente pari
all'impresa ideata con
tanta am- piezza. Ma
il trattato non
fu compiuto ('')•
Ne restano alcuni
appunti su argomenti
ne' quali era
riuscito a esser
sicuro: es- sere e
qualità della lingua
fiorentina ; natura
sua, delle sue
parti e proprietà
e aiuti e
mancamenti (la lingua
varia in una
mede- sima provincia e
città; l'italiana derivò
dalla latina con
le fa- velle degl'invasori); il
nome (non ha
casi, ma due
generi; ha gli
articoli); il verbo
(non ha passivo),
ecc. Il Borghini,
essendo sotto la
vecchia concezione della
natura del linguaggio,
che è 1
In una leti, al Varchi
del 9 maggio
1563, l'anno della
pub- blicazione della Giunta
castelvetrina, fin Salvini,
Fasti Cons., cit.
dal Fontanini, I,
18-9), lo spronava
a tirar avanti
il suo Dialogo,
lodando il Bembo
e biasimando il
Castelvetro, annunziando ebe
l'Accademia Veneziana non
sarebbe rimasta muta.
(') Lasciò in
vece un volume
di Lettere filologiche
e un altro
di Discorsi. In
Fiorenza presso i
Giunti 1584-85, tomi
II, oltre, s'
in- tende quanto è suo delle
Annotazioni e discorsi
sopra alcuni luoghi
del Decamerone di
m. Giovanni Boccacci,
fatti dai molto
magnifici si- gnori Deputati di
loro Altezza Serenissima
sopra la correzione
di esso B.
stampata l'anno 1573-
In Fiorenza nella
stamperia de' Giunti
1574. — Noto
qui, come testimonianza
del conto che
s'è fatto modernamente
dal Borghini, che
dal suo nome
fu intitolata una
rivista filologica, //
Borghini, non inutilmente
vissuta. Storia della
Grammatica « mutarsi,
crescere, abbellirsi e
peggiorare ancora, perdere
e pigliare voci
di nuovo e
simili altri accidenti
», ritiene il
Tre- cento il secolo
d'oro della lingua
: « Io
ho veduto (scriveva
nella lettera del 71 circa
la compilazione delle
regole) libri scritti
fino all’anno della gran mortalità, e
scritti pur da
persone idiote e
semplici, e non
vi si trova
un error di
lingua. Havvene alcuno
intorno all'ortografia, della
quale i nostri
antichi non seppero
né curarono troppo.
Similmente ne ho veduti,
e si veggono
re- golatissimamente osservate le
coniugazioni, i numeri,
i modi, i
tempi, e tutto quello,
ove oggi si
pecca assai bruttamente. E
si conosce, che la natura
stessa o l'uso
comune, che sia
me' dire, era
in quella età
regola vera e
sicura. Si comincia
a trovare qualche
errore, ma non
tanti e un pezzo quanti
oggi. Dal MCCCL
al MD ella
dette un gran
tracollo, e di
questo tempo in
qua è venuta
di mano in
mano talmente peggiorando,
che quasi si
può dir guasta
in alcune sue
parti, che quel
tutto buono e
come naturale corpo
del vero e
puro toscano si
è per sempre
mantenuto. Oltre a
questa classificazione de'
pregi della lingua
per cinquantenni, il
Bor- ghini ne
faceva un'altra per
gradi: prosastica e
poetica; nobile, media,
plebea ecc. Così
anche la lingua,
come la poesia,
era ri- gorosamente chiusa nel
codice delle regole
più assolute e
ri- strette: a tale
che la grammatica
diremo degl'Italiani, che
aveva preso a
fondamento l'uso letterario
non pur del
Trecento ma del
Cinquecento, quando si
trovava — e vi si
trovava spesso —
in discordia con
l'uso fiorentino, qual
era consacrato nel
Decame- ron, veniva senz'
altro combattuta e
ripudiata. Cosi avemmo
una singolare reazione
contro la grammatica
da parte di
quegli stessi che
vi dovevan necessariamente credere.
A questo menava
la correzione del
testo del Deca?neron,
ch*e col criterio
dell'uso comune s'era
venuto guastando dall'edi-
zione ventisettina per tutto
un cinquantennio e
che ciascuno aveva
tirato a documentar
quelle regole che
meglio gli piaceva
di porre. I
Toscani, e specialmente
i Fiorentini, non
potevano lasciar correre
tanto strazio, e
benché anch'essi fossero
credenti nella grammatica,
tra la grammatica
e il Decameron,
stavano per questo,
naturalmente, e non
si stancarono mai
di ripetere (')
In Barbi, op.
e loc. cit.
Capitolo settimo che
« le regole
furori sempre cavate
dall'uso naturale, e non l'uso
da quelle »
(l). Gli Annotatori
all'edizione del 73
si gio- varon
perfino de' «
notai di que'
tempi, la grammatica
[inten- dasi il latino]
de' quali era
poco meno che
un semplice cor-
rente volgare che finisse
in us et
in as »
(:). Così parallela
a quella del
purismo grammaticale, vediamo
svolgersi in To-
scana e particolarmente in
Firenze una tradizione
che potremmo chiamare
del purismo antigrammaticale, o
che intanto accet-
tava la grammatica in
quanto essa rispecchiava
fedelmente l'uso popolare
trecentesco, che era
quello seguito dal
Boccaccio e dagli
altri trecentisti e
risonava ancora, salvo
qualche mo- dificazione di pronunzia,
sulle bocche de'
Fiorentini. Tutto era
ridotto all'uso, «
appo il quale
è tutta la
balia, anzi, che
direni meglio, il
quale è la
balia, la ragione
e la regola
del par- lare »
(:!). A proposito
d'un esempio di
quei molti '
AvavóXofìa o ' Avavranóbara ond'è
pieno il Decameron,
gli Annotatori escono
in questa osservazione
: « Quegli
che volsono fuggire
questo o figurato
o vizioso parlare
che e' sia,
e che pur
hanno fitto nel-
l'animo quello ' Ego
amo Deum ' delle prime
regole, mutarono Il
quale in Del
quale, e cosi
appianarono questo scoglio
» (4). Queste
sono dichiarazioni gravi
contro la grammatica
('), e ('-3)
Annotazioni e Discorsi
sopra alcuni luoghi
del Decameroti di
M. Giovanni Boccacci,
fatti da' Deputati
alla correzione del
medesimo. Quarta edizione
diligentemente corretta, con
aggiunte di Vincenzo
Borghini, e con
postille del medesimo,
e di A.
M. Salvini, riscon-
trate sugli Autografi ed
emendate da gravi
errori. Firenze, Felice
Le Monnier, 1857,
pp. 44-45. —
È anche notevole
quel che dicono
dell'analogia: «è una
cotal regola che
va dietro al
simile, e suol
esser il riparo
di chi è straniero in
una lingua, o
sa poco della
propria natura ».
(4) Op. cit. ,
p. 70. In
questo stesso luogo
si conclude così
: «Noi in
questi luoghi tutti
abbiamo fedelmente mantenuta
la lezione dei
migliori libri, amando
in questo più
la verità, che
o la facilità
di quel parlar
così piano, o
la stitichezza di
certe regole, che
più ser- vono, chi
ben le guarda,
a lingua composta
e artificiata, che
a natu- rale e
propria». Altrove la
lingua è assomigliata
a un mare
p. 91). Oltre
le già addotte,
eccone un'altra :
« E generalmente
nelle voci del
tempo, et in
quelle del luogo,
non è molto
scrupolosa, né tanto
fastidiosa la lingua
nostra, quanto per
avventura alcuni troppo
sottili si credono,
che lutto il
di cercarlo di
legarla, e (direni
cosi) impastoiarla stranamente
», pp. 87-8.
— Del resto
si può dir
che queste tanto
ammirate e ammirevoli
Annotazioni siano una
protesta conti- Storia
della Grammatica devono
essere ricordate per
non mettere tutti
in un fascio
i puristi del
Cinquecento. S' intende, anche
codesti franchi as-
sertori dell'uso, erano sotto
l'imperio delle regole:
seguire il Boccaccio
perchè era stato
il Boccaccio, era
una regola anche
più grave de\Y Ego
amo Deiun ;
ma il Boccaccio
era più vicino
ad essi, che
certi regolatissimi prosatori
del Cinquecento, e
sta- vano col Boccaccio.
Non solo, ma
essi riuscivano all'annulla-
mento della grammatica anche
per un'altra strada.
Per loro ogni
forma adoperata dal
Boccaccio diventava legge
: ora a
far d'ogni più
piccolo fatto linguistico
una regola, la
grammatica veniva ad
annullar se stessa
in questa sterminata
selva di regole
e il buon
senso era vendicato.
E tra le
Annotazioni del Bor-
ghini, gli Avvertimenti
del Salviati e
le osservazioni del
Bor- ghesi, il volgar
fiorentino veniva a
esser codificato e
preparato così per
il travasamento nel
Vocabolario della Crusca.
Gli Avvertimenti nel
Salviati erano stati
concepiti in tre
parti, ma videro
la luce solo
il i" e
2" volume (1).
nuata contro la
grammatica, tendendo esse a giustificare
l'uso del Boccaccio,
sia stato o
no ratificato dalle
grammatiche cinquecentesche. E
si noti che
la giustificazione non è fatta
sempre con la
ragion del- l'uso, ma
spesso s'appoggia a
considerazioni anco artistiche.
Citerò un esempio
per tutti. In
Landolfo Luffolo è
detto: «Venutagli alle
mani una tavola
ad essa si
appiccò, se forse
Iddio, indugiando egli
lo affogare, gli
mandasse qualche aiuto».
Alcuni interpreti avevan
in- terpolato sperando avanti
a se forse
Iddio. Orbene, gli
Annotatori, re- stituendo, sulle testimonianze
d'altre simili costruzioni,
il testo antico,
osservano : «
Queste locuzioni così
un pochetto rotte
(che in somma
son proprie di
questa lingua) danno
talvolta più grazia,
e mostrano più
forza, e fanno
il parlar più
vivo, come poi
avviene; dove questa
costruzione non così
piana e facile,
ma alquanto alterata
{alterata però quanto
e a que'
che vorrebbero le
locuzioni sempre a
un modo, e
quelle senza industria
o cura nessuna),
scuopre più l'affanno
e periglio del
misero Landolfo, e
par quasi (per
dir così) che
fortuneggi anch'ella »,
pp. 88-9. Non
è critica neppur
questa, ma per
lo meno vi
si avverte lo
sforzo di penetrar
la visione dell'artista
senza la mediazione
della grammatica. 1
Degli avvertimenti della
lingua sopra ' l
Decamerone. «Volume Primo
del cavalier Lionardo
Salviati Diviso in
tre libri: il
I in tutto
dependente dall'ultima correzione
di quell'Opera : il II
dì qui- stioni,
e di storie,
che pertengono a'
fondamenti della favella:
il III diffusamente
di tutta l'Ortografia.
— Ne' quali
si discorre partitamente
dell'opera, e del
pregio di forse
cento Prosatori del
miglior tempo, che
non sono in
istampa, de' cui
esempli, quasi infiniti,
è pieno il
Capitolo settimo 223
La correzione fu
fatta nel 1582
e fu edita
non senza notizie
grammaticali: gli Avvertimenti
sono il necessario
svolgimento di esse.
Noi ci restringeremo
qui a toccar
delle questioni generali
che più e'
interessano e a
esporre il metodo
grammaticale del nostro
e a dar
conto dello sviluppo
del corpo della
grammatica precettiva, sebbene
il Salviati tratti
solo delle regole
a cui porge
occasione il Decameron,
lasciando da parte
quanto si riferisce
alla critica del
testo e all'ermeneutica boccaccesca.
Vedemmo come il
Gelli rinunziasse a
dettar le regole
del volgare e
ne dimostrasse l'impossibilità. Pare
non sia stato
solo a sostener
questa ragionevole tesi,
perchè il Salviati
al principio del
secondo libro del
primo volume s'indugia
a confutar gli
ar- gomenti di alcuni
che « tolgono
alle lingue vive
il ristringnerle, con
ammaestramenti raccolti in
iscrittura, sotto alcuna
ferma re- gola »
(p. 70). Gli
argomenti addotti da
quei tali, erano:
1. « vi-
vendo la voce del
maestro, ciò si
è il popolo,
che la favella,
quella fatica è
soverchia»; 2. la
cosa esser vana,
perchè il popolo,
non tollerando che
gli sia tocca
la sua giurisdizione, se-
guita a parlare a
modo suo ;
3. quand'anche si
potesse det- targli legge,
l'effetto non potrebbe
esser che dannoso.
Noi non ci
fermeremo neppure a
-notare quanto sien
giudiziosi siffatti ar-
gomenti, per quanto non
si vedano fondati
in una tesi
filosofica; e indicheremo
il pensiero del
Salviati, il quale
non può non
ri- conoscere che quelle
sian belle ragioni
e che hanno
forse dell'ef- ficacia ;
ma tuttavia, guardandole
con alcune distinzioni,
crede di potere
e dover giustificar
la grammatica così
: si tratta
non di formare,
ma di raccoglier
le regole per
conservar i guadagni
fatti, in modo
che, deteriorandosi la
favella, tutto non
sia an- dato perduto.
« Né si
lega per tutto
ciò, come essi
dicono, le mani
al volgo, o
se gli mette
quasi la museruola;
ma tuttavia lasciandolo
nella sua libertà,
si pone in
sicuro il guadagno,
che s'è fatto
fino allora, sì
che il tempo
avvenire noi possa
più portar via,
e del futuro
se gli lascia
quasi libero il
traffico nelle mani
» (p. 71).
Né la fatica
è vana, perchè
il popolo non
si può aver
volume. Oltr'a ciò
si risponde a
certi mordaci scrittori,
e alcuni so-
fistichi Autori si ribattono,
e si ragiona
dello stile, che
s'usa da' più
lodati». In Venezia.
MDLXXXIIII. Presso Domenico,
et Gio. Battista
Guerra, fratelli -
S" gr. pp.
[32]-335- 224 Storia
della Grammatica sempre
appresso, né, se
ciò fosse possibile,
parla tutto a
un modo. Onde
conviene prender dal
popolo il materiale
e vagliarlo al
vaglio degli scrittori,
tra i quali,
naturalmente, il Salviati
dà la preminenza
ai Trecentisti e
al Boccaccio del
Decameron in par-
ticolare. Risorge il vecchio
concetto bembesco e
con esso tutta
la critica ammirativa
delle qualità eccellenti
del volgar fiorentino
degli scrittori dell'aureo
secolo, l'efficacia, la
brevità, la chiarezza,
la bellezza, la
vaghezza, la dolcezza,
la purità e
la semplice leg-
giadria. Ma è facile
notare come l'uso
vivo venga solennemente
affermato, e come
sia largo il
criterio fondamentale della
gram- matica. L'esempio e
l'autorità degli scrittori
« sono appunto
quelle cose, che
le regole della
lingua si chiamano
comunemente »(p. 71).
Del favellare sia
arbitro il popolo,
dello scrivere l'uso
approvato dal consenso
de' buoni :
sicché nel formar
le regole venga
primo il Boccaccio,
poi i contemporanei
di lui, indi
il popolo, il
cui presente favellar
è meno nobile
di quello del
Boccacio (p. 77).
Nel fondo, però,
pur con tutte
queste larghezze, il
Salviati riesce un
un gran purista.
Disapprova il parlar
degli scapigliati che
non adoravano il
« bembesco »
e il «
boccaccevole » stile;
cita come un
barbarismo X applauso universale
da loro usato.
Si scaglia contro
il gergo cancelleresco
cortigiano, segretariesco, contro
V autore della Giunta
che « scrive
al buio »
volendo imitare il
Boccaccio; contro il
latino, i latinizzanti
e le scuole
di latino che
contri- buirono a corrompere
il volgare. Esalta
invece le benemerenze
del Poliziano e
più di Bembo.
Toglie parzialmente agli
scrittori del buon
secolo il vanto
delle cose pertinenti
a gramaiica, e
glielo dà in
purità di vocaboli,
modi del dire,
breve, vaga e
semplice legatura (p.
99). Propugna la
pubblicazione d'un Vocabolario
della Toscana linguai^.
129). Indi sbozza
una storia critica
degli scrit- tori del
buon secolo. Conclude
col dire che
la gram- matica resterà fissa
sugli scrittori del
300, e che
il vocabolario potrà
continuamente migliorare, distinguendo
tra prosa e
poesia per quanto
riguarda l'ortografia, i
solecismi ecc., al
qual punto rimanda
alla sua Poetica
(p. 144)0. in
ultimo accenna alla
prova [Questa discussione del
Salviati fece fortuna,
perchè, staccata dagli
Avvertimenti, fu riprodotta
a parte in
una miscellanea di
Re- gole, di cui
avremo occasione di
parlare, in Firenze,
1715, col titolo:
Se le lingue
sien da restringer
sotto Regole e
spezialmente il volgar
nostro. Da chi
si debbano raccor
le Regole, e
prender le parole
nelle Lingue che
si favellano, con
un Sunto d'alcuni
avvertimenti dilla Lingua,
sotto il nome,
s'intende, del Salviati.
Capitolo settimo 225
proposta dal Varchi
di paragonar il
fiorentino con gli
altri dia- letti d'Italia, riportando
in fin del
volume varie versioni
italiane della novella
boccaccesca del re
di Cipro. Il
III libro (pp.
155-335) svolge la
parte dell 'ortografia.
Dichiara che rispetterà
la nomenclatura grammaticale
ormai in uso
(quindi pronome, non
vicenome, participio non
partefice, congiunzione non
giuntura, esclamazione non
schiamazzio, che fa
ridere), e la
comune esposizione, «
forma », cioè
distribuzione e condotta,
«già ricevuta dall'uso
delle scuole», benché
in tutto non
perfetta, sacrificando il
suo particolar modo
di vedere all'uti-
lità comune che dalle
novità sarebbe stata
frustata. Sicché questi
Avvertimenti del Salviati,
sotto questo rispetto,
ci rappresentano il
consentimento ufficiale scolastico
intorno al corpo
e allo schema
della grammatica ; anzi essi
si possono considerare
la prima vera
grammatica scolastica dell'Italia,
quale la didattica
secolare se l'era
venuta formando. Consideriamo
dunque brevemente il
contenuto speciale che
il Salviati, desumendolo
dallo studio del
Decameron, ha di
suo versato in
quello schema. Le
Lettere sono nella
vista (segni) della
scrittura 21: a
b e defghil.
mn'opqrstuxz, ma nella
voce (suoni) 32.
Delle lettere h
è mezza lettera,
il q è
inutile, il k
è fuor d'uso
perchè non dolce.
Confuta la riforma
trissiniana. Vocali Q)
in scrittura son
5 : a,
e, i, o,
u in fonetica
8: a, è,
é, i sottile,
i grasso, ó,
ò, u. Diltongi,
49, quanti sono
gli accoppiamenti (
distesi Es. làude
delle vocali e
sono . \
raccolti » guato.
Trittongi e quattrittongi
che si possono
raccogliere in una
sillaba sola :
lacciuoi. (') Ricorda
(p. 171) le
divisioni di Platone,
nel Cratilo (vocali,
mezze vocali, e
mutole), ripetute da
Aristotile nella Poetica.
Nel 20 della
Storia degli animali
Aristotile accennò anche
alla formazione delle
vocali dalla voce
e dal gorgozzule,
delle consonanti dalla
lingua e dai
labbri. Su questa
base fondarono retori
e grammatici latini
e greci la
loro fonetica. Platone
disse le vocali
« la catena,
e '1 legame
senza '1 quale
l'altre lettere esprimer
non si potrebbero»
fpp. 171-2;. V.
qui la nota
1, p. 263.
C. Trabalza. 15
226 Storia della
Grammatica Le consonanti
in vista son
16 , semivocali,
che partono ^dall'ugola
« madre delta
nella zw^, almen
25 (sauere, sapere),
tra la /
e la n
(calonica, canonica), tra
la / e la r
(albori, arbori), tra
la / e
la d (olore,
odore), tra la
/ e \\g
(li, gli articoli,
quelli, quegli, cavalli,
cavagli, salì, saglì,
dolgo, doglio), tra
la n e
il g (piangere,
piagnere), tra la
r e il
d (die- rono,
diedono), tra la
s e la
z aspra (solfo,
zolfo), tra la
^ e il
e (Sicilia, Cicilia),
tra la ^
e la f
(sino, fino), tra la .?
e il /
(na- scoso, nascosto), tra
chi e sii
(schiena, stiena), tra
la. s e
z aspre e
sottili di altri
popoli (pesso, pezzo;
strossare per istrozzare;
Orazio per Orazio),
tra la z
sottile o aspra
e il e
ora scempio ora
doppio (beneficio, benefizio),
tra la z
rozza e il
d (fronzuto, fronduto),
tra la z
e il g
(ammonigione, ammonizione), tra il b
e il g
(abbia, aggia), tra
il b e
il p (brivilegi,
privilegi), tra eh e ce
(Antioco, Antioccio), tra il e
e il g
(Caio, Gaio), tra
il de il
g (vedendo, veggendo),
tra il d e il
/ (cadmio, catuno).
Passa poi alle
jnllabe. Qui fa
una distinzione curiosa
: dice che
quel che significa
sillaba è stato
determinato dai filosofi,
e che a
dividerle insegnano i pedagoghi (p.
302), non più
; ma sa-
rebbe stato importante che ci avesse
accennato qualcosa di
par- ticolare intorno alla
definizione data dai
filosofi. Chiude il
trattato parlando del
modo di scrivere
molte pa- role, della
copula, degli accenti,
delle maiuscole , e
de' segni di
punteggiatura.
Assennatissime le osservazioni
sulla punteggia- tura. Ricorda
le moderne dottrine
circa la storia
della punteg- giatura, inclinando a
credere, sulla testimonianza
di Aristotile, che
gli antichi punteggiassero con
minuzia. Si dichiara
soddi- sfatto de' punti
usati al suo
tempo ('), ma
riconosce che questa
(') . :
; , ?
f ) cioè
punto fermo, mezo
punto, punto coma,
coma, interrogativo, parentasi.
Del fermo, per
altro, fa, secondo
la necessità della
posa (pausa), quattro
specie : fermo,
trafermo, fermissimo, tra-
fermissitno . Capitolo settimo
229 materia è
meno che altra
atta a esser
legiferata, e convien
la- sci.ire alla
pratica degli scrittori
la più ampia
libertà, acciocché siano
ben rese e
la tela (costruzione)
e la sentenzia
(significato) del discorso.
Rispetto, non dico
alla fonetica del
Castelvetro, ma anche
alle spiegazioni d'altri
grammatici che s'occuparono
di questa parte,
non escluso il
Fortunio stesso, il
primo di quelli
editi, questo trattato
del Salviati è
certamente un regresso,
per quanto qualche
osservazione supponga una
teoria meno empirica
: se non
che, e la
giustificazione della grammatica
fatta dal Salviati
e la relati-
vità assegnata alle regole
di esse da
una parte, e
la legiferazione così
minuta dell'ortografia intesa
nel senso più
largo fondata su
dati storici positivi,
sui caratteri del
volgare cinquecentesco usato
dal popolo, non
escluso quello della
dolcezza e musicalità
dell'i- dioma fiorentino, dall'altra,
assegnano agli Avvertimenti
del fa- moso accademico un
discreto valore scientifico
nel primo rispetto,
e, nel secondo,
un notevole posto
nella storia di
quei prodotti che
indirettamente concorsero alla
dissoluzione del loro
stesso con- tenuto :
nella somma di
questa duplice qualità,
dunque, il pregio
di documento principalissimo per
la nostra narrazione.
Dell'importanza data dal
Salviati alla grammatica
abbiamo già fatto
cenno. Quanto alle
osservazioni donde son ricche le
particelle della sua
trattazione, in questo
senso noi affermiamo
che sono notevoli,
che, legiferando un'infinità
di esigenze formali
dell'idioma nostro, sviluppando
quasi all'infinito il
corpo della grammatica
e nel- l'istesso
tempo assottigliandolo fino a ridurlo
un'ombra di sé
stesso, col fare
d'ogni minimo caso
una legge, riducono
ai minimi termini
il rigore, la
rigidità, l'inflessibilità della
legge grammati- cale, preparandone il totale annullamento.
Ho detto esigenze
for- mali, ma non
sono solamente tali.
Quelli che sono
stati chiamati i
criteri formalistici dei
letterati del Cinquecento
dal Bembo, ap-
punto, al Salviati, di
fatto erano criteri
estetici sostanziali. Gli
abiti mentali di
quella generazione di
scrittori e di
critici, il loro
ideale di bellezza,
il loro modo
d'esprimere e riflettere
nel verso e
nel discorso sciolto
il proprio contenuto,
questo stesso contenuto,
conducevano tanto chi
esercitava l'arte quanto
chi esercitava la
critica a quella
concezione della forma
che a noi
può sembrare pretta
esteriorità vuota di
contenuto, ma che
per loro era
la sostanza stessa
del loro pensiero.
Il formalismo dunque
legife- 230 Storia
della Grammatica rancio
sé stesso, sodisfaceva
a un bisogno,
esprimeva in regole
la scarsa e
superficiale vita interiore,
che era vita
formale essa stessa,
riuscendo così a
una critica indirettamente negativa
della grammatica, dove
a noi parrebbe
di dover vedere
un rafforzamento di
fede grammaticale. In
altre parole, a
me par di
poter mettere sulla
stessa linea progressiva
il Salviati e i migliori
recenti costruttori di
categorie grammaticali e
rettoriche a base
di psicologia, con
questo pro- fondo divario
ridondante a tutto
onore degli ultimi,
che questi han
coscienza di quel
che fanno, cioè
di fare una
critica della grammatica,
e il Salviati
no. Il Salviati
legifera gli atteggia-
menti della lingua, gli
affetti, quasi direi,
delle parole e
degli elementi di
essa (tant'è vero
che parla dell'a?nisià
delle lettere) rispondenti
alle tendenze del
pensiero; quelli descrivono
le forme in
che si concretano
i movimenti dello
spirito : in
fondo menano dritti
sì gli uni
che gli altri
all'affermazione della formula
tal contenuto tal
forma, che non
dà più luogo
a grammatica, a
legge veruna regolatrice
della favella (l).
Nel secondo volume
degli Avvertimenti ("),
dedicato a Fran-
cesco Panicarola « architetto
dell'arte del ben
parlare », «
tromba del nostro
secolo », tratta,
ne' primi due
libri, del nome,
deWac- compagnanome, dell'
articolo e del
vicecaso; ma quello
che fu il
desiderio de' contemporanei
e, particolarmente, del
Lombardelli, che cioè
venissero «trattati con la medesima
felicità l'altre parti»,
rimase inappagato, nonostante
che l'impulso a
pubblicar questo secondo
volume venisse al
Salviati — e
lo dichiara nella
dedica- toria con viva
compiacenza — dal
giudizio favorevole dato
sul (') Per
questo problema fondamentale
della critica della
gram- matica, si ricordi
in particolare la
polemica Vossler-Croce, originata
dal saggio di
Vossler sulla Vita
del Cellini, e
precisamente: Atti d.
Acc. Pont., XXIX,
3 die. 1899,
Literaturblatt f. gertn.
u. rovi. Pini.,
1900, 1; Flegrea,
1 apr. 1900;
Zeitschr. f. rom.
Pliil., XXVII, 352-
364; La Critica,
II, 252-S. Della
polemica fa la
storia lo stesso
Vossler, nel suo
recente libro, Posilivistmis
inni Ldealismus, già
citato, riu- scendo ad
un pieno accordo
con la dottrina
sostenuta dal Croce.
Cfr. anche M.
Rossi, Contro la
stilistica, Firenze, 1906.
(") Del secondo
volume degli Avvertimenti
della Lingua sopra
il Decamerone. «
Libri due del
Cavalier Lionardo Salviati.
Il Primo del
Nome, e d'una
Parte, che l'accompagna.
Il Secondo dell'Articolo, e
del Vicecaso». In
Firenze, nella Stamperia
de' Giunti.] primo da
tre « valent'huomini di
sottilissimo intendimento»: il
utilissimo Cavalier Batista
Guarirli, delizie delle
belle lettere de'
nostri tempi», il
Patrizio, «le cui
scritture e spezialmente
quest'ultime della Poetica,
hanno fatto stupire
il mondo», e
quel Mazzoni, «
huomo, se mai
ne fu alcuno,
in supremo grado
scienziato, cittadino in
tutti i linguaggi,
maestro perfettissimo in
tutte le l'acuità:
che tanto sa,
di quanto si
rammemoria; di tanto
si rammemoria, (pianto
egli ha letto:
cotanto ha letto,
(pianto oggi si
truova scritto, al
quale sia sempre,
per lo nostro
maggior poeta, obbligata
la patria mia».
Nella trattazione di
queste parti del
discorso ritornano, per
altro, le infinite
e complicate classificazioni e
distinzioni che ren-
dono la morfologia fastidiosa
e difficile e
di scarsa efficacia
al- l'apprendimento della grammatica.
Il nome è
diviso secondo la
sentenza e secondo
la voce :
sotto questo rispetto,
è semplice o
composto, primitivo o
derivato; sotto l'altro
sostantivo o adiettivo:
il sostantivo è
proprio o appellativo
e questo collettivo
o no; V
adiettivo è perfetto
e ha 3
gradi {posi- tivo, comparativo , superlativo)
o imperfetto, e
si divide in
3 gruppi: appartengono
al primo il
relativo, il rassomigliativo , il
renditivo, V interrogativo, il
dubitativo, il relativo
indefinito; al secondo il
partitivo, Y universale , il
partictdare, il distributivo , il
numerale o denominativo;
al terzo il
possessivo, il materiale,
il locale (patria,
nazione, distanza). Ha
tre accidenti: il
genere (maschile, femmi-
nile, neutrale, comune, dubbio,
indifferente), il mimerò
(singolare, plurale o
maggiore ; non
duale altrimenti ci
dovrebb'esser il triale,
il quattrale, il
cinqualé), il caso
(uno pel singolare,
uno pel plurale).
Si declina in
quattro modi :
a) maschili sing.
-a, pi. -i;
b) femminili, -a,
-e; e) comuni,
-e, -i; d)
comuni, -o, -i. L
' accompagnaìiome sarebbe l'articolo
indeterminativo uno, una.
Quasi un cento
pagine (68-154) son
dedicate, al solito,
al- X articolo, il
cavai di battaglia
di tutti i
maggiori grammatici del
Cinquecento. Il Salviati
ne ragiona in
due pagine con
gran solennità la
definizione ; polemizza
contro chi non
lo vorrebbe in
italiano, non essendoci
nel latino che
è lingua più
nobile : ne
spiega la forza,
V ufficio, V opera, che è di
« determinare la
cosa precisa- mente....e
di tutta insieme
abbracciarla». E qui
spiega un'in- finità di
sottili distinzioni, indulgendo
a quel fine
senso estetico 232
Storia della Grammatica
formale di cui
ho parlato più
sopra. Ripiglia la
questione del mortaio
della pietra, affermando
che nessuno, insomma,
fin qui ebbe
confutato in ptibblico
il Bembo. Neppure
il Castelvetro? Eppure
spesso il Salviati
si ferma a
discuter col critico
mode- nese, del quale
non ha certo
la sottile e
abbondante dottrina filologica
né il metodo.
L'opera del Salviati
suscitò un vero
entusiasmo al suo
tempo, e il
Lombardelli, che fu
quasi sempre il
fedele interprete del-
l'opinione comune, cosi ne
discorse ne' suoi
Fonti: «Il Salviati
ha ritrovati i
principi, le parti
e gli ornamenti
di questa lingua;
et ha scoperto
i modi, e
le strade vere
di conoscerla, d'affinarla
e di tenerla
in riputazione. Nel
I volume scioglie
molti bellis- simi dubbi;
fa la censura
degli scrittori antichi,
e tratta nobil-
mente i fondamenti più
generali della lingua.
Ne' due primi
libri del II
volume tratta del
Nome, Accompagnanome , Articolo
e Vi- cecaso, con
tal copia, e
spirito, e vivacità,
e chiarezza; che
ne fa desiderar
di veder trattate
con la medesima
felicità l'altre parti.
Queste e l'altre
scritture sue, dove
si tratta di
teorica, pos- sono arrecar
giovamento aiuto e
forza tanto maggiormente,
quanto più fiero
sarà l'intendimento di
chi si metterà
a studiarla, ed
a trarne frutto.
Non tacerò che,
a chi legge,
oltre a quel
che im- para capo
per capo e
parte per parte,
se gli affina
a maraviglia il
giudizio di maniera
che può aspirare
alla perfezion dell'intender
gli Autori, del
parlar bene, e
dello scriver con
lode » (p.
55). Quest'affinamento di
giudizio veniva certamente
prodotto in altrui
dal Salviati appunto
con quel suo
discuter parte per
parte , capo per
capo, gli esempi
addotti in gran
copia, secondo il
suo fine sentimento
formale. Di modo
che, sia per
questo sia per
esser fondata la
sua trattazione sopra
la critica e
l'esegesi del testo
decameronico, cioè sopra
una base concreta,
sia ancora per la infinita
serie di regole,
il Salviati più
che una grammatica
nel senso pedantesco
e scolastico della
parola, in questi
suoi Avver- timenti ci
ha porto un
esempio notevole della
larghezza con cui
dovrebbe esser condotto
l'insegnamento grammaticale, mentre,
dall'altro canto, ha
sviluppato il corpo
della grammatica in
siffatto modo, che
il progresso del
disfacimento ne veniva
certamente accelerato (').
(') Il Salviati,
a cui dobbiamo
anche oltre un
giudizio alcune aii7iotazioni
tra linguistiche (.•
grammaticali sul Pastor fido
del Marini, Capitolo
settimo 233 Ma
l'ammirazione non fu
senza contrasti. Accennerò
alla polemica che,
un anno dopo
la pubblicazione del
secondo volume, s'accese
tra il Papazzoni
e il Beni.
Il primo nella
sua Ampliazione della
lingua volgare («
fon- data parte in
ragion chiarissima, e
parte in autorità
d'autori principali >>)
('), rimproverò al
Salviati il modo
onde aveva le-
giferato intorno alla grammatica
e la corruzione
fatta del testo
boccaccesco. Gli rispose
nell'anno medesimo il
Pescetti, uno dei
più litigiosi grammatici
che abbia avuto
l'Italia. Era di
Marradi dalla diocesi
di Faenza passata
alla signoria de'
Fio- rentini : un
toscano un po'
bastardo, dunque. Insegnò
gramma- tica a Verona,
dove, un anno
dopo della polemica
col Papazzoni, s'attaccò
con Giandomenico Candido
per la Difesa
della Zeta, intorno
a cui aveva
pubblicato un'operetta il
Lombardelli, e la
contesa si fece
così accanita, che
dovette mettersi in
mezzo Valerio Palermo
dirigendo una lettera
latina ad ambedue
(2). Il Papazzoni
replicò ancora con
una Apologia in
difesa dell' Am- pliazione contro r
opposizione del signor
O. P. (3).
Ma ormai divampava
la tremenda contesa
tassesca, a cui
prese parte quasi
tutta l'Italia e
le piccole gare
grammaticali e ortografiche
perdettero il loro
interesse. Sicché, rimase
senz'eco anche il
dialogo di Pierantonio
Corsuto, // Capece
ovvero le Riprensioni,
diretto contro gli
Avvertimenti del Salviati.
Non solo, ma
anche la produzione
grammaticale ora diminuì,
intese alla compilazione
non solo di
quello dell'Accademia, ma
d'un suo proprio
Vocabolario, che però
non vide mai
la luce. In
una di quelle
annotazioni, egli stesso
dice: «Tutto che'
io m' assicuri
d'af- fermarlo assolutamente senza
vedere la bozza
del mio imbastito
Voca- bolario, il quale
ora non ho
appreso, crederei all'improvviso che
di fora per
fosse o per
fossi, non vi
abbia esempio sicuro....»
Prose inedite del
Cav. Leonardo Salviati
raccolte da Luigi
Manzoni, Bo- logna, 1873,
pp. 99-100. Sembra
ormai fuor di
dubbio che del
Salviati sia il
Discorso nel quale
si /nostra l'in/perfezione della
Commedia, diffuso ms. piu
tardi pubblicato. Cfr. Flamini,
Avviamento allo studio
della D. C,
Livorno, 1906, p.
106. (') In
Venezia per Paolo
Meietti, 1587, 8°.
(2) Epistola lalerii
Palermi ad Orlandum
Pescettium, et Io.
Do- minicum Candiduiu
de uso litterae
Z disceptantes, In
Verona, presso Girolamo
Discepolo, nel 1588,
40. In Padova,
per Paolo Meietti,
1587, 8°. 234
Storia della Grammatica
tanto che avremo
quasi da arrivare
al Buommatteri per
ritovare un corpo
di regole da
gareggiare con gli
Avvertimenti e le
altre fondamentali opere
grammaticali del Cinquecento.
Il s££q1ol_sì chiudeva
con la ristampa
delle Osservazioni del
Dolce (1597), e
l'altro si apriva
con la compilazione
del Vocabolario della
Crusca. Più gravi,
per la competenza
e l'autorità di
chi li moveva,
e un più
vivo clamore avrebbero
suscitato, se espressi
in pub- blico, gli
appunti che contro
gli Avvertimenti rivolse
il Corbi- nelli
nelle molte lettere
dirette al suo
amico Pinelli, tra
le quali ha
così proficuamente spigolato
il Crescini (').
Il Corbinelli, che
aveva avuto il
Salviati « quasi
scolaro a Firenze,
havendo il medesimo
homore da giovinetti
», non con-
fidava troppo nella valentia
linguistica del Salviati,
che giudica uomo
di «non grandi
spiriti, ma diligenti,
giuditio mediocre »,
« sofisticuzzo nelle
sue cose »,
e torna a
qualificare, dopo lettine
gli Avvertimenti, «
vago di non
lasciar nulla indetto
», incline a
« spezzare il
cervello in minutar
mille e... nerie
» ('), princi-
palmente per « una
sostanziale differenza circa
i criteri e
al me- todo, coi
quali condurre lo
studio della nostra
lingua » (8).
Il Salviati, come
pareva anche al
Corbinelli, tirava di
lungo e non
vedeva più oltre
che la lingua
sua; il Corbinelli,
conscio della «
sororità o fratellanza
delle due lingue
cioè franzese et
ita- liana », convinto
« che dalle
lingue barbare [francese,
proven- zale] noi haviam
ritenuto una infinità
di cose :
et che bisogna
saperle per volere
fare il grammatico
: non dico
per scrivere »,
procedeva nell' indagine
linguistica col metodo comparativo, non
per proporre niente
da imitare e
odiando le regole
(%): l'uno era
un empirico precettista,
l'altro uno storico
comparatore. Che il
Corbinelli, anche non
spiegando esattamente, come
gli accadde spesso,
le forme linguistiche
nella loro formazione
storica, po- tesse aver
buon giuoco sul
Salviati per ciò
che riguarda questo
(') Per gli
studi romanzi cit.,
p. 194 sgg.
(-) In Crescini,
op. cit., p.
194, 195, 204,
206. Col Salviati
il Corbinelli appaiò
il Muzio, di
cui così scrisse:
«Io lo trovo
quasi quanto il
Salviati et sì
bene egli è
ignorante nella maggior
parte delle cose,
ancor si ha
egli osservate molte,
se non altamente,
curiosamente, et bene
mi piace, che
e' dice volentier
male. V'ho trovato
il mio po-
vero Corbaccio ».
Iòid., p. 208.
(3) Crescini, op.
cit., p. 194,
(') In Crescini,
op. cit., p.
205, 194, 1S9,
209, 20S. Capi/o/o
settimo 235 aspetto
del problema della
lingua, è più
che naturale (')
; mala presunzione
che il Salviati,
perchè non intendente
del francese e
del provenzale, dovesse
essere impari al suo compito
che era di
grammatico normativo e
non di storico,
è illegittimo, poiché
i due punti
di vista sono
protondamente diversi: con
l'uno si descrive
la lingua quale
fu prodotta e
fissata nella scrittura,
con l'altro si
compie uno sforzo,
per quanto disperato,
di appren- derne il
valore espressivo: con
l'uno si lavora
in un piano,
con l'altro in
un altro, pur non
disconoscendosi che la
grammatica normativa, in
quanto espediente didattico,
sarà tanto più
effi- cace quanto più
fedelmente elaborerà le sue regole
sui risulta- menti
dell' indagine storica.
Il Corbinelli odia
le regole, perchè
il suo è
un interesse storico,
e « come
egli trova i
libri scritti variare,
così stima queste
cose indifferenti, et
se in parlando
suol dire et
udire ' andavo
' , '
facevo ' ,
' stavo '
, tanto scriverà
così, se la
penna harà fatto
un v òvofiàrcìv)
» ; questioni
agitate confusamente e
«che (') Alcune
linee di questo
brevissimo riassunto della
storia della grammatica
presso i Greci
toljjo dalla Histoirc
de la Littérature
grecque par Alfred
et Maurice Croiset,
Paris, 1S95. —
Per maggiori e
più sistematiche informazioni,
oltre l' Egger che
citiamo più innanzi,
H. Steinthal, Geschichte
der Sprachwissenschaft bei
den Griechen uud
Romeni mit besonderer
Riieksicht auf die
Logik,'- Berlino, 1890-1.
Y. l'interpretazione del
Benfev, accettata dal
Bonghi, nel- V Appendici'
seconda al Cratilo
in Dialoghi di
Plafone tradotti da
Rug- gero Bonghi, voi.
V, Roma, 1S85,
pp. 404-10. Capitolo
ottavo 243 hanno
il loro monumento
nell'oscuro Cratilo platonico,
che sembra ondeggiare
tra soluzioni diverse
» ('). Poco
o nulla progredì
la teoria grammaticale
coi teorici della
grande eloquenza attica
e gli storiografi
che s'informarono ai
loro principi e
imitarono i grandi
oratori, sebbene un
d'essi, Eforo, scrivesse
anche un trat-
tato sullo stile (jtsqì
Àé^eoc;), come nessun
impulso era venuto
alla grammatica dai
primi retori siciliani.
Ln_ Aristotile la teoria
gram- maticale si congiunge
ancor più direttamente
e intimamente con
la logica che
non con la
retlorica e la
poetica, dove ne'
rispettivi capitoli sull'elocuzione, pur
si parla di
parti del discorso.
Nella Rettorica (1.
IID, affermato che
il principio della
buona locuzione è la correttezza,
si spiegano i vari modi
di conseguirla, che
sono: 1. collocar
bene le congiunzioni;
2. usare i
nomi propri e
non circoscritti; 3.
non usare i
dubbi; 4. dare
a ciascuno il
suo ge- nere, maschile, femminile
e neutro; 5.
dare il numero
suo, sin- golare, duale, plurale.
Nella Poetica, tutto
un capitolo (il
XX), che sembra
a ragione interpolato
(2), è dedicato
alle parti del-
l'orazione, che sarebbero: lettera
o elemeyito, sillaba,
congiun- zione, nome,
verbo, [articolo], caso,
orazione. Ma le
vere categorie grammaticali
che Aristotile realmente
e in modo
chiaro elaborò, sono
il no7ne e
il verbo, i
due termini della
proposizione enun- ciativa,
di cui tratta
nei pochi capitoletti
jtvoì 'Eoneveiag (De
in- (') Croce,
Estetica cit. , p.
176. •) Tale
lo giudica l'ultimo
editore della Poetica
aristotelica, che espunge
anche, come interpolazione nel
brano interpolato, la
categoria dell'articolo (òodQOv).
V. The Poetics
of Aristotle edited
with criticai notes
and a translation
by S. H.
Butcher, London, 1902,
pp. 70-76. Osservo
che l' interpolazione del
paragrafo era stata
già avvertita dal
Barthélemy Saint-Hilaire, ma
con una considerazione che
non ci sembra
del tutto opportuna.
Il gran divulgatore
d'Aristotile osserva infatti
« que toutes
ces théories [quelle
sull'elocuzione], d'ailleurs très
contestables, quand elles
ne sont pas
tout à fait
erronées, sont très-déplacées dans
un ouvrage tei
que celui-ci. Cesi
de la gram-
maire ; ce n'est
plus de la
poétique. Je n'
hésite pas à
déclarer qu 'elles ne
peuvent ètre d'Aristote,
et je me
fonde surtout pour
les repou- sesser
sur V Herménéia, qui
prouve une connaissance de
ces matières, si
ce n'est plus
étendue, du moins
beaucoup plus exacte.
Les cha- pitres
qui vont suivre
[XX sgg.] sont
donc une interpolation
». Poé- tique d'Aristote trad.
en fr. et accomp.
de notes perpètuelles par]. Bar- thélemv
Saint-Hilaire, Paris, 185S,
p. 104. De',
meriti del nostro
Castelvetro sotto il
rispetto della critica
del testo, s'è
già accennato e
torneremo qui a
darne altre prove.
244 Storia della
Grammatica terpretatione , o
Della proposizione , secondo
è stato tradotto
il vocabolo). Uno
svolgimento ancor più
considerevole che in
Ari- stotile ebbe la
grammatica dalla dialettica
degli stoici, pe'
quali la logica
era la scienza
preliminare delle condizioni
della cono- scenza o
del metodo, e
che si servirono
del linguaggio per
deter- minare le leggi
che segue la
ragione : essi
conobbero cinque parti
del discorso, nome,
pronome, verbo, avverbio,
congiunzione. Fondata la
Biblioteca d'Alessandria, con
tante opere da
curare e studiare,
segnatamente i poemi
omerici, l'elaborazione della
grammatica ebbe la
spinta verso il
suo completo assetto
con le dispute
suW analogia e V
anomalia. Aristofane di
Bisanzio volle vedere
in tutti i
fatti linguistici una
razionale regolarità, e si diede
a svolgere la
declinazione greca per
darne la prova
con- vincente, seguito da
Aristarco che ne
divenne un caldo
sostenitore: Crate di
Mallo, uno stoico
condotto dalla sua
stessa filosofia agli
studi grammaticali seguendo
Crisippo, sostenne invece
la teoria dell'irregolarità grammaticale.
La conclusione della
disputa fu come
sappiamo, l'accettazione del
principio della recta
coìisìictu- dine, cioè
della « contradizione
organizzata » (').
Chi sistemò tutta
la scienza grammaticale
dell'antichità fu Dionigi
Trace, la cui
Tèyyr) yQajufiaxatr} tenne
il campo per
oltre due secoli
fino ad Apol-
lonio Discolo, compendiata, commentata,
amplificata. Per dare
un esempio dello
spirito ancor tutto
greco sottile e
classificatorio di Dionigi,
è stato già
osservato che egli
coniuga anche le
forme verbali logicamente
corrette, benché non
usate. I Romani,
di questo periodo,
copiarono i Greci:
Varrone è sotto
l'influenza della disputa
tra analogisti e
anomalisti, nella quale
non riesce a
veder chiaro. La
sofistica ebbe ancora
un'ultima e non
meno forte efficacia
sulla grammatica, con
Apollonio, il quale
si sforza di
darle un carattere
scientifico, rapportando ogni
singolo fatto lin-
guistico a una legge
logica. Egli sostiene
il principio che
ogni parte del
discorso procede da
un'idea che gli
è propria :
'Ekclotov òè ui'Tox'
è§ ìòiag èvvoiag
àvàyeuai, e vi
fonda su tutta
una nuova sintassi
di reggimento, che,
accettata poi dai
grammatici romani, segnatamente
da Prisciano, ritornò
quasi integra dopo
la de- formazione che n'ebbe
fatto il Medioevo,
al Rinascimento, e
in molti particolari
accolta dai Portorealisti
e dai gramma-
tici logici dell'Enciclopedia, rimane
ancora, con le
debite mo- (')
Croce, Estetica cit. ,
p. 498. Capitolo
ottavo 245 dificazioni
che il tempo
apporta, in tutta
la grammatica mo-
derna ('). Ma, com'è
stato ben osservato,
Apollonio, non fon-
dando la sintassi sullo
studio della proposizione,
ma sulle sin-
gole categorie grammaticali, non
ha costruito una
grammatica filosofica. Dopo
di lui (sec.
II) fino appunto
a Prisciano (sec.
VI) la grammatica
ebbe dai trattatisti
romani vari rimaneggiamenti, ma
nella sostanza non fu modificata
('")• Con Donato
(sec. IV), il
più metodico, e
Prisciano, il più
infuso di spirito
"filosofico, servì al
Medioevo e risorse
tal quale nel
Rinascimento, che, come
abbiamo già visto
sull'esempio del Perotti,
congiunse Donato e
Prisciano, perduta però
ogni coscienza dell'origine
della funzione delle
categorie. Codesta perdita
era già avvenuta
nel Medioevo, Apollonio ha
avuto un diligente
e acuto illustratore
in un grecista
di gran valore,
l'Egger, il quale
per altro lo
critica dal punto
di vista della
grammatica generale quale
era stata sistemata
in Francia. V. Apollonius
Dy scole. Essai sur
l'histoire des thèories
grammaticales dans l'antiquitè
par E. Egger,
Paris. À part des
erreurs de détail
qui seront relevées
dans les cha-
pitres suivants, sa
classification des parties
du discours est,
en ge- neral, fort
louable, parce qu'elle
ne méconnait ni
l'unite essentielle de
la proposition, ni
la variété très-réelle
des mots qui
concourent à former
une phrase. Réduire
à trois les
parties du discours
sous prétextes que
la proposition n'a
que trois termes
élémentaires, c'est taire
abus de logique;
comme se serait,
en quelque sort,
faire abus de
grammaire que d'admettre
douze ou quinze
partie du discours
en donnant ces
nom aux espèces
secondaires au lieu
de le réserver
pour les véritables
genres. L'observation des
mots et l'analyse
des idées, la
grammaire positive et
la logique sont
deux sciences distinctes,
dont l'alliance produit
ce qu' on
appelle la philosophie
des langues». Pp-
73'4- L'Egger è
un credente nella
grammatica e anche
nella lo- gica formalistica: come
non si abusi
né della grammatica
né della lo-
gica a riconoscere otto
o nove parti
del discorso, invece
di tre o
di quindici, è
un segreto che
sanno solo l'Egger
e i suoi
compagni di fede:
che cosa sia
poi la filosofia
del linguaggio fondata
sull'alleanza della grammatica
e della logica,
ci è ben
noto. (2) Un
particolare contributo all'elaborazione della
grammatica antica avrebbero
recato i grammatici
romani specie per
ciò che con-
cerne la sintassi dei
casi, secondo il
Sabbadini, Elementi nazionali
nella teoria grammaticale
dei Roma?ii, in
Studi di filologia
classica, XIV, 1906.
pp. 1 13-125, dove,
anche si nega,
contro il Golling
[Ri- storisene Grammatik der
latemischen Sprache, III,
1-87) che la
riforma della grammatica
scolastica latina risalga
a Guarino, per
la storia delle
cui Regole il
Sabbadini stesso rimanda
al suo libro
La scuola e
gli studi di
Guarino Guarirti veronese,
Catania, 1886. 246
Storia della Grammatica
in cui logica
e grammatica si
disciolgono dai comuni
vincoli onde fin
dalla nascita s'erano
mantenute legate nei
grammatici razio- nali come
Apollonio, per sottomettersi
entrambe a un
processo di decomposizione e
di degenerazione :
la grammatica, prima
delle scienze del
nuovo canone, e,
rimasta, ne' secoli
di maggiori tenebre,
quasi l'unica a
esser coltivata, diviene
un campo di
esercitazioni pedantesche e
di polemiche interminabili
su argo- menti oziosissimi (se
tutti i verbi,
p. es., abbiano
il frequenta- tivo; se
ergo abbia il
vocativo ecc.) (')
; la logica,
analogamente, che pur
con Aristotile s'era
sollevata alla scoperta
di principi di
vero carattere scientifico,
ha nella scolastica
la sua massima
espansione formale, perdendo
tutta la vitalità
che aveva avuto
da Aristotile, il
quale peraltro rimase
al giudizio dei
critici del Rinascimento
il responsabile dello
strazio che s'era
poi fatto di
lui. Contro la
doppia degenerazione della
grammatica e della
lo- gica sorsero ben
presto le proteste.
Già sulla fine
del Trecento il
Rinuccini aveva lamentato
che i grammatici
passassero tutto il
loro tempo in
fantasticherie, «lasciando il
più utile della
gramma- tica; lunga da
se la fanno
lunghissima, ma la
significazione, la distinzione,
la temologia de'
vocaboli, la concordanza
delle parti dell'orazione, l'ortografia,
il pulito e
proprio parlare litterale
niente istudiano di
sapere » (2).
Di quelle terribili
dispute è do-
cumento notissimo il Bellum
grammaticale , così fortunato,
di Andrea Guarna
salernitano, dove quei
due potentissimi re
che sono il
nome e il
verbo inter se
contendtint de principalitate ora- tionis (:ì).
Le riforme, già in qualche
modo invocate dai
corifei [Testimonianze varie
e numerose delle
lotte tra le
scuole gram- maticali del
medioevo si possono
raccogliere nella monografia
di Paolo D'Ancona,
Le rappresentazioni allegoriche
delle arti liberali
nel m.-e. e
nel rinasc., in
L' Arte. In Wesselofskv,
// Paradiso degli
Alberti. Ritrovi e
ragio- namenti del 1.389.
Romanzo di Giov.
da Prato, Bologna,
1867, voli. 4:
I, P- 45-
(Vi Parisiis, Ex
officina Roberti Stephani,
M . D
. XXX .
VI (ma la
prima ed. è Parmae, per
Fr. Ugolettum et
Octavianum Salàdum): a.
e. 3, «
Griimaticale bellum nominis
et verbi regi!,
de principalitate orationis
inter se contendentium, R.
D. Andrea Saler-
nitano patritio Cremonensi authore».
La sentenza della
lite fu che:
« in conficienda
solenni oratione uterque
Grammaticae rex cimi
suis sequacibus conveniat,
Verbum scilicet et
Nomen, Participium, Ad-
verbium, Prepositio, Interiectio, et
Coniunctio. In quotidiana
vero et Capitolo
ottavo 247 dell'
Umanesimo e particolarmente dal
Petrarca, che si
scagliò contro gli
scolastici « insanum
et clamorosum vulgus
», degeneri d'Aristotile,
« schiccheratori di
frascherie », guastatori
dell'inse- gnamento
elementare (l), furono
richieste con insistenza
nei primi anni
del Cinquecento :
esse miravano al
contenuto, al metodo
e alla lingua
dell'insegnamento scolastico della
logica (~). Il
Vives, nel II
libro intitolato Grammatica
della sua opera
De causis cor-
ruptarum artìum sosteneva
che la lingua
dovesse esser presa
dal- l'uso vivo (3).
Il Ramus lamentava
che Varrone, Prisciano,
Dio- mede, Festo non
si leggessero più,
e di sé
raccontava: « Gram-
maticam puer miseris
adhuc temporibus et
dialecticam fere eodem
modo doctus sum,
disputando de praeceptis
et altercando». La
grammatica poi voleva
che fosse insegnata
sugli scrittori: «
nec familiari oratione,
soli Nomen et
Verbum, onus sustinebunt,
arces- sentes in
patrocinium suum quos
ex suis volent».
e. 35. Qui
s'è inteso fare
all'ingrosso una distinzione
di poesìa e
prosa, di arte
e pensiero, di
fantasia e d'
intelletto, insomma della
funzione estetica e
della funzione logica,
su questo fondamento
vacillante, sebbene fosse
appunto qui da
fondare la distinzione,
che il parlare
artistico, poetico, sia
il solenne , il
fuori dell'ordinario, e il prosastico,
non artistico, pu-
ramente logico, il quotidiano
e familiare. —
Altre minori sentenze
nel Bellitm riguardano
i rapporti tra il relativo
e l'antecedente, tra
l'ag- gettivo e il
sostantivo, tra il
reggente e il
termine retto, il
determi- nante e il
determinato, la orazione
perfetta e la
non perfetta, la
no- vità, il barbarismo,
ecc. : materia,
come ognun vede,
quasi tutta lo-
gica, che ci spiega,
confermando la nostra
tesi, la fortuna
del libretto; ristampato
spesso (p. es.,
Cremona, 1695), fu
anche tradotto in
versi {Race, d'opusc.,
t. II, 1779,
p. 84 sgg.),
e in sestine
anacreontiche da Angelo
Maria Ricci, Firenze,
1841. (') In
N. Busetto, Fr.
P. satirico e
polemista, cit., pp.
8-9. (2J Cfr.
D.r Giuseppe Caldi,
La critica nel
sec. XVI contro
la logica aristotelica
e l' insegnamento scolastico,
Udine, 18 96: le
citazioni seguenti del
Vives, del Ramus
e del Nizoli
son prese da
questa espo- sizione riassuntiva. (3)
Il Vives fu
un gran propugnatore
del metodo pratico
nel- l'apprendimento delle lingue
(cfr. De studii
puerilis ratione, Oxoniae,
1523), e lo
applicò in un'opera
[Flores italici ac
latini idiomatis :
ho l'edizione di
Venezia), che ristampata
con la traduzione
nel 1779 (del
Carlini, in Venezia,
col titolo Colloquj
latini e volgari),
è racco- mandata in
nuova veste anche
oggi, se non
erriamo, dal Turri.
E una conversazione
perpetua tra maestro
e discepolo su
cose e fatti
della vita ordinaria
llevata della mattina,
il primo saluto,
l'accom- pagnamento a scuola,
quei che vanno
a scuola, la. lezione,
il ritorno a
casa e i
giuochi de' fanciulli,
la refezione scolastica,
ecc.). 248 Storia
della Grammatica grammaticam
puerum solis grammaticae
praeceptis futur.um pu-
tamus ; sed
exemplis poétarum, oratorum
omnium denique ho-
minum pure et
latine loquentium eognoscendis
imitandis». Anche il
Nizoli raccomandava lo
studio della grammatica
e della ret-
torica senza cui
omnis doctrina est
indocta et omnis
eruditio ine- rudita, e
confrontandole con la
dialettica e la
metafisica diceva: «
grammaticae et rhetoricae
praeceptiones ac traditiones
sunt multo veriores
dialecticis et metaphysicis,
et omnino ad
veritatem investigandam, recteque
philosophandum longe utilior
magisque necessaria est
grammaticae et rhetoricae
cognitio quam dialecticae
et metaphysicae ».
L'anno (1536) in
cui « il
Ramus otteneva il
grado di professore
nell'Università di Parigi,
sostenendo vitto- riosamente la
tesi che le
dottrine di Aristotile,
nessuna eccet- tuata, erano
false, » e in
cui in Italia
si pubblicava la
Poetica nel testo
greco dal Trincaveli,
nella versione latina
del Pazzi, «
può essere riguardato,
» ha ben
osservato lo Spingarn,
« come il
principio della supremazia
di Aristotele in
letteratura e del
declinare della sua
autorità dittatoria in
filosofia » (').
Con la Poetica
aristotelica, come poco
appresso con la
sua Retorica, ri-
sorgeva appunto la critica
delle categorie grammaticali,
che ave- vano nell'una
e nell'altro la
loro descrizione :
nei medesimi anni
si ripubblicava il
De iyiterpretatione ("),
già diffuso con
lunghis- simi commenti per
le stampe sul
finire del Quattrocento,
e con esso
medesimamente era ripresentata
alla disputa la
teoria della proposizione.
Nelle versioni ed
esposizioni di queste
opere ari- stoteliche viene, come
dicevano, esaurito quell'interesse per
la grammatica generale
che abbiam visto
mancare alle grammatiche
empiriche: e i
medesimi problemi, benché
sotto altra forma,
ci ritroviamo dinanzi
con lo Scaligero
(1540) e il
Sanzio (fine sec.
XVI) critici della
grammatica tradizionale latina,
e rappre- sentanti d'un
aristotelismo ammordernato. La
differenza tra le
opere critiche anteriori
o estranee alla
diffusione dei testi
aristotelici e delle
loro versioni e
quelle posteriori, e
che ne subirono
gli effetti, è
sensibilissima. Ba- (')
Op. cit. , p.
132. (1 Magentini
in Aristotelis librum
de interpretatione explanatio
Joanne Baptista Rasarlo
interprete, Venetiis apud
Hieronymum Scotum. Aristotelis jtsqì
'JEQfirjveias, hoc est,
de interpretatione liber,
a magno Angustino
Nipho Philosoplw Suessano
interpreta tus et expositus,
Venetiis, apud Octavianum
Scotum D. Amadei.] sterà addurre
qualche esempio. Un
testo di rettorica
che veniva ristampato
intorno agli anni
in cui si
ripubblicavano i testi
della poetica d'Aristotile,
è la Retorica
di Ser Rrtinetto
Latini in volgar
fiorentino ('). Orbene,
la trattazione gramma-
ticale di codest' opera è
ridotta a semplici
accenni. Nel «
Libro primo della
inventione over trovamento
di M. T.
C. tradotto e
comentato in volgare
fiorentino per Ser
Brunetto Latini Citta-
dino di Firenze »
è detto :
« Dittare è
uno diritto et
ornato trat- tamento di
ciascuna cosa convenevolmente a
quella cosa aconcia.
Questa è la
diffinitione del dettare,
e perciò convien
intendere ciascuna parola
d'essa diffinitione. Onde
nota che dice
diritto trattamento, -perciò
che le parole
che si mettono
in una lettera
dettate debbono essere
messe a diritto
sì che s'accordi
il nome col
verbo, e '1
mascolino col feminino,
e '1 plurale, e
'1 singo- lare, e
la prima persona,
et la seconda,
et la terza,
et l'altre cose
che s'insegnano in
grammatica, delle quali
lo sponitore dirà
un poco in
quella parte del
libro, che sia
più auenante, et
questo diritto trattamento
si richiede in
tutte le parti
di retorica di-
cendo, et dictando »
(z). E al
luogo indicato l'esposizione
va ve- ramente poco
più in là
di queste semplici
linee della sintassi
di concordanza: tutto,
come si vede,
si riduce all' affermazione del
principio della rettitudine:
è il principio
grammaticale puro e
semplice della antica
rettorica di CICERONE (si veda) quale conserva
il medioevo, senza
che tra esso
e IL FONDAMENTO RAZIONALE (“logico”)
DEL DISCORSO – Grice – è avvertito
alcun altro nesso
e sia affatto
accennato il problema
delle CATEGORIE grammaticali
e sintattiche e MORFO-SINTATTICHE.
Medesimamente nelle divisioni della Poetica
di TRISSINO (si veda) apparse
in luce nel
1529 (:ì), dove
si seguono ALIGHIERI (si veda) e
Antonio da Tempo
(Aristotile, qui semplicemente
nominato per la
definizione della poesia, è
invece il maestro
seguito nella quinta
e sesta divisione,
edite nel 63),
la trattazione grammaticale
non [Stampata in Roma
In Campo di
Fiore per M.
Valerio Dorico, et
Luigi fratelli Bresciani. Il
testo è corredato
di un'esposizione marginale. K. In Vicenza
per Tolomeo Janiculo.
Nel MDXIX, Di
Aprde. La quinta e
la sesta divisione
della poetica di Trissino.
In Venetia, appresso
Andrea Arrivabene. «...e
non mi par-
tirò dalle regole, e
dai precetti de gl’antichi, e
spetialmenK' di Aristotele nel LIZIO, il quale
scrive di tal
arte divinamente.] si distende
molto di più
che nel De
vidgari eloqueyilia, mentre
è assai più
sviluppata quella della
scelta delle parole.
Illustrata la elezione, che fa
ALIGHIERI (si veda) de le
parole, che si
denno usare ne
le canzoni: la
quale ne in
tutto loda ne
in tutto vitupera
», espone «
la particolare elezione
» che egli
ha escogitato, le
varie « forme
del dire »
(chiarezza, grandezza, bellezza,
velocità, co- stume, verità, artificio),
che si debbono
adoperare, e «
le pas- sioni de
le parole »,
che è materiale
.grammaticale, e che
non son altro
che le quattro
tradizionali figure grammaticali
: « So-
prabondantia, mancamento, mutazione
e trasposizione »
(Div. I). A
proposito « de
le rime »
(Div. II), tratta
a) de le
lettere ; b)
de le sillabe
; e) de
li accenti (*).
Nella terza divisione
(« De l'accordar
de le desinenzie
») e nella
quarta (Del Sonetto,
delle Ballate, delle
Canzoni, de' Mandriali,
de' Sirventesi), nulla
vi ha, naturalmente,
di grammaticale. Viceversa
nella quinta e
sesta, « le
quali trattano della
inventiva della Poesia,
e della sua
imi- tatione, e
dei modi, coi
quali si fa
la detta poesia,
cioè della Tragedia,
dello Heroico, della
Comedia, della Ecloga,
delle Canzoni e
Sonetti, e d'altre
cose simili »,
ritorna, certo per
effetto del maggiore
svolgimento che la
teoria dell'elocuzione aveva
ormai avuto, a
parlare « più
ampiamente » de
« le con-
versioni, e le figure
del parlare, di
quello che nella
Tragedia havemo fatto,
la qual cosa
apporterà molta utilità,
et ornamento a
tutti i poemi,
che havemo detto,
e che dicemo
». Così tratta
delle « conversioni
[tropi] delle parole
» (onomatopeia, epiteto,
catacresi, metafora, metalepsi,
sinecdoche, metonimia, antino-
masia, antifrasi, ecfrasi),
e delle «
conversioni della construttione» (figure:
pleonasmo, perifrasi, iperbato,
parembola, pallilogia, epanafora,
epanodo, homoteleuto, pariso,
paronomasia, elipsi, asindeto,
asintacto, che si ha scambiando
il genere de'
nomi, il numero
(Enalage), spetie e
casi, congiunzioni, preposizioni,
adverbi, lasciando preposizioni
ecc., benché «
queste cose si
po- (') «
Io sono stato
un poco diffuso
in questi toni,
perciò, che sì
come i Latini,
et i Greci
governavano i loro
poemi per i
tempi, noi, come
vederemo, li governiamo
per li toni;
benché, chiunque vorrà
considerare la lunghezza,
e brevità di
alcune sillabe, così
gravi, come acute,
trarrà molta utilità
di tal cosa,
e darà molto
ornamento a li
suoi poemi». Qui
è come un
germe della dottrina
del Tolomei su
la nuova poesia,
quale espose dieci
anni dopo.] trebberò anchora
riferire all’elipsi, facendo
apostrophe ecc., prosopopeia,
diatyposis, ironia (e
sarcasmo), allegoria, iperbole). Così nella
Dichiaratione, onde SEGNI (si
veda) accompagna la
sua versione ITALIANA
della Rettorica e
della Poetica d'Aristotile,
già si avvertono
tracce d' un
maggior interesse per le categorie
grammaticali e sintattiche e MORFO-SINTATTICHE. Qui
cade in acconcio
un'osservazione. Il Barthélemy
Saint- li ilaire,
per impugnare l'autenticità
di quella parte
della poetica aristotelica,
dove si tratta
della locuzione, ha
detto, come s'
è visto, che ce n'est
plus de la
poetique, c’est de
la grammaìre. Ma tale
considerazione muove dal
pressupposto che l'espressione
linguistica è di esclusiva
pertinenza della logica,
mentre, se la
grammatica non è
ne la logica
né l'estetica, in
quanto materiale espressivo, è
di pertinenza d'entrambe.
Questo spiega come
(sia o non
sia, così come
e' è pervenuto,
d’Aristotile, il brano
che si giudica
interpolato) il filosofo,
che fa un’osservazione capitale
circa l'esistenza di
altre proposizioni, oltre l’emendative esprimenti
il vero e il falso
(logico), che non
dicono né il
vero né il
falso (logico), come
l'espressioni delle aspirazioni
e dei desideri
(£##»)) e che
son perciò di
pertinenza non già
dell'esposizione logica, ma della
poetica e della
rettorica (:i), spiega, dicevo, come
il filosofo tanto
nella poetica e
nella rettorica qifanto
nella logica è tratto
a occuparsi in
quelle d’analisi grammaticale-rettorica, in
questa di analisi
logico-grammaticale, nelle proporzioni
e differenze volute
da quelle discipline – o rami
della filosofia -- particolari. Infatti
nella poetica, la disciplina
o rama della filosofia dell'arte pura,
sono formate con
maggior compiutezza le
parti di tutta
la locuzione non
senza accennare alla bontà
della locutione (barbarismo – solecismo, malaprop – A nice
derangement of epitaphs --, METAFORA –you
are the cream in my coffee -- ,
nome ornato, nome
proprio – Fido -- ,
allungamento, concisione e
cambiamento del nome). Nella rettorica,
la disciplina o rama della
filosofia della parola
ornata in servizio
della mozione degl’affetti
-- prottesi di H. P. Grice -- e
della persuasione, s' illustra con egual
compiutezza la dottrina
dell'oratione (pendente Rettorica, et
Poetica d'Aristotile, Trad.
di Greco in
Lingua Vulgare Fiorentina
da SEGNI (si veda), Gentil'
Incorno, et Accademico Fiorentino. In
Firenze, appresso Lorenzo
Torrentino, Impressor' Ducale. Croce, Logica
e grammatica. Croce, Estetica.] distesa (Caro
(')), distorta =
ripiegata (Caro)) nel
periodo; nel jteqì
'EQ/Lirjveias, teoria della
proposizione emendativa, l'espres-
sione più semplice dell'attività
logica, si tratta
del nome e
del verbo in
quanto nel giudizio
rappresentano lLuno il
sostantivo, il soggetto,
l'altro il predicato.
ypf- L'autorità d'Aristotile
ha perpetuato tali
dottrine e tale
si- stematica, che l'era classica
dell'aristotelismo
letterario, e anche
dopo, NON SOLO IN ITALIA, ma
fuori, attrassero invincibilmente l'attenzione
e lo studio
dei dotti. Ripresa
la disputa medioevale intorno
alla classificazione delle rami o discipline della filosofia imperniata sul raggruppamento aristotelico,
s'indagarono con sottigliezza pedantesca i rapporti
delle varie rami o discipline della filosofia e particolarmente della grammatica razionale o filosofica, della
rettorica, della poetica,
della isterica e della
logica, congiunte, come
già la seconda,
la terza e
l'ultima sono state
da Aristotile, nell'unica
categoria di filosofia pratica. E
anche in questo
si può constatare
il progresso del
logicismo aristotelico, fin
tanto che i
termini di gusto
e di fantasia
non sorgono a
detronizzare quello di
ragione. Lìl iste-
rica, iniziata dagl’umanisti (Pontano,
Actius dialogus e
Valla, Dialedicae disputationes
contra Aristote lieo
s), ha nella
classificazione di Varchi il suo
riconoscimento ufficiale, quando
già flveva avuto
dal Robertello, De historica
facilitate, un ampio
trattato, e, per
effètto dell'importanza assunta
dalla storiografia umanistica
e di quella
che vienne assumendo
con gl’eminenti storici
nostri, feconda in
questo secolo una
letteratura ricchisima. Pure alcuni
dei medesimi trattatisti
la mettono come
in una posizione
d'inferiorità rispetto alle
altre rami o discipline della
filosofia, quasi una
loro schiava: «
l'historico, » dice Speroni, «
bene accor- derà, se
in descrivendo le
cose sue ricorrerà
alla Gramatica, et
alla Retorica, et
tali' hora anche
alla Poesia, a
lor precetti artificiosi di tutto
core obbligandosi; «la
Poesia esser arte [Rettorica d'Aristotile
fatta in lingua
Toscana dal Conmi.
Annibal Caro, in
Venezia. Essendo il parlare
composto di nomi,
et di verbi,
et essendo i
nomi di tante
sorti, di quante
nella Poetica s'è
dimostrato: Intra tutte
le dette sorti,
dico, ecc.». Rhet.y
III, nella cit.
versione di Segni. Vedine
i titoli in
Bernheim, La storiografia
e la filosofia
della storia, trad.
Barbati, Palermo, App. Bibliografica.
Dell' Historia, Dialoghi II
in Dialoghi.] più nobile
dell'Historia, pruova Aristotile,
perchè eli' è dell'Universale, e la
Historia è del
particolare. Insomma: la
Grammatica – o letteratura --, insegna
parlar drittamente, la
Historia parla, la
Poesia imita, la
Rhettorica prova persuadendo
nelle città, la
Dialettica prova sillogizzando
la opinione . Ma ZABARELLA
(si veda), interlocutore, con Antoniano
e Manuzio, nel
Dialogo di Speroni), che
è uno degl’ultimi rappresentanti dell'insegnamento aristotelico,
nella sua ampissima
opera sulla natura
della logica, va
ancora più in
là, e, mentre
fa della rettorica
e della poetica
due parti sì
bene distinte della
logica, nega quest'onore,
non che alla
grammatica, alla isterica,
che bistratta spietatamente. Ars tamen
historica non modo
ab Aristotele, sed
a nemine hactenus
-- ma questo non
era affatto vero -- scripta comperitur.
nec fortasse digna
est, in qua
scribenda tempus conteratur
: ea namque
in simplici, ac
nuda rerum gestarum
narratone consistit. At
Historia nil huiusmodi
tractat. sed est
nuda gestorum narratio,
quae omni artificio
caret, praeterquam fortasse
elocutionis, quod quidem,
et alia eiusmodi
quisque sanae mentis
extranea, et accidentaria
ipsi historiae esse
iudicaret; quicquid enim
artificij in historia
notari potest, illud
omne vel a
Grammatica, vel a
Rhetorica, vel ab
aliqua arte desumptum
est .... Grammatica
enim non est
logica, Historica ars
non datur. ZABARELLA (si veda), Opera Logica,
Coloniae, Sumpti- bus
Lazari Zetzneri, CI3I3CII
(ma la prima
ed. del De
natura Logicae è anteriore.
In che
senso ammetta lo
Zabarella che la
poesia sia una
forma di FILOSOFIA,
fu già spiegato
dallo Spingarn. Quanto
alla relazione della
rettorica con la
logica, basti qui
osservare che ZABARELLA si
fonda sull'autorità di
Aristotile, il quale
(Rhet.) dice che oratoriam artem
in argumentationibus consistere,
quas etiam ipsius
orationis corpus asserit,
e riprende i
retori de’suoi tempi,
che, lasciando la
parte argomentativa, insegnano solo l’elocutio, estranea
alla natura di
quest'arte. Compito del retore
è movere gl’affetti
-- la prottesi di Grice, influencing and being influenced -- per mezzo
degli argomenti. Elocutio autem
est saltem accidentaria,
et secundaria respicitur. Patet igitur
non esse necessariam,
neque perpetuala inter
has duas artes
differentiam illam quae
per manum clausam
et apertam significatur. L'immagine della
mano chiusa e
aperta per dinotare
la dialettica e
la rettorica è
già definitivamente consacrata nell' Origini d'Isidoro. In
queste trattazioni vienne
naturalmente a esser
elaborato il concetto
della grammatica e
delle sue categorie,
e, più particolarmente ne’luoghi in
cui veniva esposta
la teoria dell'elocuzione specifica per
ciascuna di quelle
scienze o arti
o facoltà, come
variamente è apprezzata.
Si determinarono così
quattro diverse nature
di periodo. Lo storico,
il retorico, il
poetico o ritmico,
il logico, e
la grammatica è
riservata a insegnarne
la dirittura formale.
Questi nostri dotti
si trovarono così
per le mani
il vero problema
delle manifestazioni di
tutte le attività
nostre conoscitive, MA IL FILO D’ARIANNA,
CHE È LA NATURA DEL LINGUAGGIO, NON È RITROVATO, E SI PERDE NEL LABIRINTO. Il
periodo retorico e
poetico, che la scienza
moderna, identifica, è la forma
espressiva della verità,
intuita, il logico
del concetto, l'istorico
della realtà. Il
filosofo, dirò con
parole eioquentissime, che
guarda il cielo
e non riconosce
la terra sulla
quale pone i
piedi, è un'astrazione o una
deficienza: il concreto,
il perfetto è
l'uomo che immagina, pensa e
riconosce l'immaginato: l'uomo,
che vive la
realtà nell'intuizione artistica,
la pensa nel
concetto filosofico, la
rivive nella riflessa
intuizione storica, nella
quale si acqueta
compiutamente, perchè il
circolo del pensiero
è chiuso »
(2). Delle categorie
grammaticali e sintattiche
elaborate fuori delle
grammatiche propriamente dette
e' informano largamente,
e su esse
pertanto fermeremo la
nostra attenzione, due
opere ben caratteristiche e.
importanti, la Retorica
deb Cavalcanti O
e la Poetica_de\
Castelvetro. Quella, anche per
quanto riguarda [Si ricordino
a questo proposito
e per maggiormente
convincersi che non era
possibile un'indifferenza teorica
per uniforma che
in pratica, cioè
nella coscienza dei
produttori di letteratura,
aveva un così
grande valore, le
acute osservazioni di SANCTIS (si veda) sopra il periodo
e l’ottava, le
due forme analitiche
e descrittive del
Boccaccio, divenute la
base della nuova
letteratura (Storia) e
sulla parodia che
della loro degenerazione
ne fa col
suo LATINO MACCHERONICO Folengo. Croce, Lineamenti
di una logica. La
storia come il
resultato dell'arte e
della filosofia. La retorica
di Cavalcanti. In
Vinegia, appresso Gabriel Giolito
de' Ferrari. Poetica d' Aristotele
vulgarizzata, et sposta
per Castelvetro. Riveduta, et
ammendata secondo l' originale,
et la mente
dell'autore. Stampata in
Basilea ad istanza
di Sedabonis.] la Logica,
di cui olire
un largo, minuto,
chiaro riassunto. Naturalmente,
la prima
ci mette sott'occhio
le CATEGORIE SINTATTICHE E MORFO-SINTATTICHE, la
seconda le grammaticali. Della
Rettorica di Cavalcanti ci
riguardano più direttamente il libro
terzo, della dialettica,
e il quinto,
dell'elocuzione. Le vie
del persuadere —
riassumeremo quanto più
brevemente è possibile —
sono tre. Provare con
argomenti, muovere
l'auditore -- o IL RECETTORE, dato che l’emissore
puo ussare gesti – GRICE -- con
passioni -- la prottetica di
Grice: influencing and being influeced -- ;
procacciarsi fede, e
favore da lui
con quella maniera
di parlare, la
quale ho nominata
costume. Di qui
è manifesto, che
questa facultà, è
quasi un rampollo
della dialettica, et
di quella facultà,
la quale Aristotile
chiama civile. Le
persuasioni sono artificiose
e SENZA ARTIFICIO – Grice, “Those
spots mean measles – Grice’s FROWN. L’artificiose si dividono
in argomenti, affetti,
costumi. Per trattar
di esse convien
considerare quattro cose:
la forma, la
materia, i luoghi,
il modo di
sciorre gli argomenti. In
ultimo le sentenze.
Argomento è ragione
con la quale
si prova una
cosa dubbia; argomentazione è
espressione dell'argomento, et
essa forma che
gli si dà. Conclusione è
quello che con
argomento viene provato
e manifestato. Ora, perciò
che la retorica, quanto
agl’argomenti, dipende dalla dialettica
et gli istrumenti,
con i quali
ella argomenta, et che come
suoi propri le
sono stati assegnati,
rispondono a gli instrumenti
della Dialettica, et
da quegli derivano :
e' pare, che
non si possa
dichiarare bene la
forma de gli
argomenti retorici, se
quella dalla quale
questa ha origine,
prima non si
dichiara. Questa inclusione
dei principi logici
nella rettorica è
giustificata da Cavalcanti con
la considerazione che
Aristotile ne tratta separatamente, perchè
i suoi libri
della Logica sono
ben noti, mentre
non ha ancora,ch'io
sappia,la nostra lingua
parte alcuna della
Logica, o Dialettica,
che dire vogliamo.
Le maniere dell'argomentazione sono
due: il sillogismo e
1' induttione, donde
discendono l’entimema -- ragionamento
implicito di Grice -- e l’esempio, che,
secondo Aristotile, sono
propri della rettorica.
Il sillogismo categorico
o assoluto si
fa di proposizioni
assolute. La proposizione
assoluta è un
parlare il quale
afferma o nega
qualche cosa [Non
è perfettamente esatto.
Per lo meno s’ha
già la
Loica di MASSA (si veda). In Venezia
per Bindoni.] dì qualche
altra, afferma quando
a una cosa
ne dà un'altra,
come questa. “La virtù
è laudabile.” Nega, quando
toglie, come questa. “Lw
ricchezze NON sono
il sommo bene.” – Grice, “Negation and priation,” “Lectures
on negation.” Quindi le proposizioni
rispetto alla qualità
si dividono in affermative
e negative. Per quantità in iiniversali,
particolari, determinate, ed indeterminate. Si
hanno così queste
varie CATEGORIE – kantiane --. Universali
affermative e negative; particolari
affermative e negative;
indeterminate; determinate
affermative e negative.
La proposizione si
compone di soggetto
e di predicato (‘shggy’). Es., “L'uomo
è animale.” Llhuomo è
il soggetto, del
quale si dice, e
si manifesta l'essere animale. Il
predicato è “animale,” o shaggy, che si
attribuisce all'uomo, et si manifesta
di lui. Il
soggetto e il
predicato sono i due
termini –iniziale e finale -- della
proposizione. Le altre
particelle congiuntive NON
sono termini. I
termini sono semplici
o composti. Semplici
come uomo, arte,
edifica, discorre, e
in somma nomi
e verbi. Composto è un
parlare imperfetto fatto
di più termini
semplici, come questo: “l’arte della
guerra”. Nella proposizione
si possono trovare termini semplici
e composti, un
semplice e un
composto, ambidue semplici,
ambidue composti. Es. “l'arte
della guerra” -- soggetto,
composto di termini
semplici – “... porta ai soldati
molti pericoli -- che è
l'altro parlare simile,
PREDICATO. Il sillogismo
è una specie
di parlare, nel
quale essendo poste
alcune cose ne
seguita per virtù
di quelle, una
diversa da quelle;
le quali sono,
o universalmente, o
per lo più.
Vi concorrono TRE termini – Grice: Barbara -- , due proposizioni,
una conclusione. I
termini sono maggiore – SOGGETO – iniziale -- ,
minore (estremità) – PREDICATO, finale
-- , mezano (termine
comune) : perchè
essendo il sillogismo
un certo discorso,
nel quale noi INTENDIAMO
[Grice: intending is essential! -- ] di
fare conclusione, e
in quella unire
l'una estremità con
l'altra, non si può far
questo, se noi
non usassimo un
mezzo, che con
l'una, et con
l'altra estremità ha
qualche convenienza. La
figura del sillogismo
varia secondo la
disposizione del medio.
Essa è una
ordinata disposizione dei
termini: e ciascuna delle
figure contiene più
modi: e modo
pare, che altro
non sia che
una certa ordinatione
delle proposizioni: e
circa la quantità, come universali
e particolari; e circa
la qualità, come
affermativa, et negativa. Le
figure sono tre:
della prima, distinta in
quattro modi, le
conditioni sono due: l'ima
che la maggiore
proposizione sia universale:
l'altra, che la
minore sia affermativa -- Barbara; della
seconda, in quattro
modi, che la maggiore
sia universale, et
che la minore
sia dissimile da
quella; della terza, in
sci modi, che la minore
sia affermativa, e la conclusione
particolare. I LATINI, come CICERONE
(si veda), vuoleno estenderle a
cinque, aggiungendo le
prove. Ma queste fan
parte delle proposizioni,
o sono nuovi
argomenti. L'entimema è sillogismo
imperfetto, composto di
verisimile, E DI SEGNI –
semiotica di Eco. Aristotile vuole
che esso è il
sillogismo rettorico. Vi
manca una proposta che
è concepita mentalmente.
Vi è poi, SECONDO
I LATINI, il sillogismo
hipotetico o SUPPOSITIVO o CONDITIONALE – da: con-dire – ‘se
p, q” -- dove il legame
delle assolute si fa
col se e
simili (o), onde
le proposizioni risultano
condizionali o disgiunte,
e anche copulate
o copulative. La condizionale
dividesi in precedente
e consegìiente. Analogamente
si ha l’entimema
condizionale. Nell’induttione le
universali si conchiudono per mezzo
delle particolari. Ma
Aristotile le nega
schietta natura rettorica.
L'induttione rettorica per
Aristotile è Y
esempio , un modo
cioè di procedere
dal particolare al
particolare, che si può
moltiplicare e variare
per affermativa, et
negativa assoluta, et
condizionale. Superflue, rettoricamente, sono
le altre forme
del dilemma ('complexio'
, sillogismo condizionale, congiunto o
disgiunto), dell' enumeratio (entimema
assoluto) e della subiectio
(altra forma di
enumeratio), submissio, oppositio,
violaiio, collectio. Alcuni
ammettono, infine, il
sorite, che è
una massa di sillogismi, e
può esser anche
condizionale. Sì come
la forma, che
io ho dichiarata,
è la naturale,
e (per dir
così) pura forma
degl’argomenti; così e'
si può alterarla,
et variarla senza
mutare la sostanza,
et la virtù
di quella. Nel vero
la eloquenza molto
meno ammette (ed
ecco che la
natura fantastica dell'espressione non
logica richiede i
suoi diritti!) quella
superstiziosa osservatione, e
schifa volentieri ogni
fanciullesca, minuta, et bassa
cosa; abborrisce tutto
quello, che porta
seco odore di
scuola, et di MAESTRO
(Grice sotto Strawson), né può
patire d'essere a così
strette leggi sottoposta.
Sì come adunque
è necessario dichiarare la
naturale, et pura
forma de gli
argomenti. Così fa di
mestieri la tramutata
et alterata dimostrare.
E qui Cavalcanti
si fa ad
esporre tutta la
varietà degl’esempi, spesso
valendosi, come anche
pel resto, degli
schemi periodici del Decameron.
Infine tratta della
materia (il probabile,
il verisimile, I SEGNI – la semiotica d’Eco), dei
luoghi e del
modo di scìorre
gl’argomenti e delle
sentenze. Basta, pel
nostro argomento, riassumere
la dottrina de'
luoghi. Pongo i
luoghi in tre
gradi. Il primo
contiene quegli, che
sono nella sostaìiza
della cosa: cioè
la diffinitionc. la descrittione
–cf. Grice, ‘the,’ definite descriptor -- ,
1' interpretatione del nome. Nel secondo
pongo quelli che
seguitano et accompagnano
la sostanza, et
sono d' intorno alla
cosa; i quali,
senza fare distintione
di gradi tra
loro, dico essere
questi. Genere, spelte,
differenza, et proprio,
tutto, parte, numero
di spetie, et
di parti, overo
divisione, forma, fine,
causa efficiente, materia,
effetto, uso, generatione,
corruilioìie . adherenti, luogo,
tempo, modo, congiogati.
Nel terzo grado
sono i luoghi
presi di fuore,
et disgiunti dalla
cosa, sì che
sono mas- simamente estrinsechi :
e questi sono
il simile, la
proportione , il dissimile,
i pari, il
più et il
meno, i contrari,
i privativi, i
rispettivi, i contraditlo?i, i
ripugnanti, l'autorità, la
transun- tione ».
Quanto all' elocuzione ,
Cavalcanti dichiara di
presupporre e di
non voler replicare
le cose che
« nella Grammatica
di questa lingua
lussino dichiarate, o si dovessino
ancora (non era
dunque molto sodisfatto
delle grammatiche già
compilate) più esquisita-
mente dichiarare circa la
nettezza, et l'altre
conditioni del re-
golato parlare ». Ma
già questa presupposizione dimostra,
dato il fondamento
di tutto il
sistema, l' inscindibilità anche
di retto- rica
e grammatica. Muove
perciò dalle parole
sole, che divide
in proprie e
improprie e, seguendo
i grammatici, in
animate e inanimate
; tratta della
composizione delle parole,
che, special- mente rispetto al
suono sono alte,
basse, dolci, aspre,
pigre cor- renti ;
« ma io
non intendo far
qui una fastidiosa
e quasi fan-
ciullesca (per dir così)
disamina di lettere,
sillabe, parole »
(era stata già
fatta e minuziosa
da Bembo, da Tomitano,
da Lenzoni e da
altri). Si trattiene
perciò di più
su quel che
nella con- tinuazione del parlare
si richiede, circa
1" l'ordine e
la com- missura
delle parole l'una
coll'altra; 2" i
membri, i concisi,
i periodi. Due
sono i criteri
principali: 1" le
parole di maggior
forza e significazione devono
'esser collocate prima,
e le altre
dopo ; 2"
è necessario che
qualcosa divida e
posi il nostro
par- lare. Quel che
in poetica è
il verso, nella prosa è
il membro, «
un parlare, il
quale finisce, o
tutto un concetto
separato da per
sé, o tutta
una parte d'un
intero concetto ».
Quando è breve,
il membro si
chiama inciso o
conciso: es., conosci
te stesso; questa
fu la rovina
d'Italia. Tanto i
membri che gl'incisi
sono legati o
disgiunti. « 11
periodo », quale
è definito da
Aristotile, « è
un parlare che
ha principio, et
fine per se
stesso, et gran-
dezza da poterlo agevolmente
tutto insieme comprendere»:
esso Capìtolo ottavo
259 é «
una composizione di
membri, et di
concisi bene acconci
a far compito
e perfetto tutto
il concetto, che
ella contiene, come
dice Falereo ».
Qui, fatte altre
distinzioni del periodo,
si affaccia a Cavalcanti
un altro grave
problema, che egli
ri- solve in modo
in vero acuto
e, date le
premesse della dottrina
generale, conseguente: v
òè negi Tfp>
Aètjiv ». Altro
è invece il
quesito da risolvere,
ed è precisamente
questo : «
se le voci
del verbo chiamato
comandativo da grammatici
pos- sano ricevere il
significato del pregare,
si come si
sa, che rice-
vono quello del comandare
» (l). E
il Castelvetro lo
risolve af- fermativamente, anzi affermando
che « quanto
al significato tra
le voci del
verbo del modo
chiamato da grammatici
comanda- tivo, e tra
le voci del
verbo chiamato desiderativo
» non vi
è dif- ferenza alcuna. E
qui richiamandosi a
quanto ha già
detto nella sua
giunta « al
trattato de' verbi
di messer Pietro
Bembo », si
fa a spiegare
come la «
sospensione della certezza
dell'atto, 0 della
privatione », quindi
il modo del
desiderio e della
preghiera (desiderativo, ottativo),
si ottiene in due maniere,
o manife- stando i
due sentimenti (del
desiderio e della
cosa desiderata) o
uno manifestandolo e
l'altro no: Ami
io o Priego
dio, acciocché io
AMI, valgono la
medesima cosa. Protagora,
invece di vedervi
una sospensione, vedeva
nelYàeiòe una disposisione,
mentre vi si
può vedere e l'una e
l'altra, il che
è affar di
grammatica. E confuta
un altro difensore
di Omero, Eusthathio,
che intende Y
àride come incitamento,
perchè si comanda
al minore, si
con- forta, o s' incita
l'uguale, et si
priega il maggiore
», e nel
co- mandativo non si
ha determinazione di
certezza, ma pure
lo loda perchè
mostra, meglio d'Aristotile,
d' intendere e
riconoscere il vigore del
comandativo. La questione
della funzione espressiva
de’modi de’verbi è
risorta anch'essa di
recente con rinnovate
teorie grammaticali. Ma la
definizione di essi
s'è dimostra inseguibile, perchè
se può esser
vero che, p.
es., il CONGIUNTIVO – cf. Grice, INDICATIVE
conditionals -- esprima il pensato,
non è vero
l' inverso, che cioè [Crediamo superfluo
rilevare qui l'acutezza
onde Castelvetro pone
il problema, meglio
che non abbian
saputo i moderni
editori d'Aristotile, non escluso
Barthélemy Saint-Hilaire. La questione
sollevata da Protagora,
per quanto sottile,
è di grammatica,
e il Castelvetro l'ha risoluta
colla grammatica e
certo non meno
acutamente di quanto
avrebbe saputo fare
un qualsiasi moderno
credente nella grammatica.
Sicché, per un
certo rispetto, si
potrebbe dir di
lui, quel che
è stato detto
di filologi moderni,
che ha ridotto
la grammatica da
muro di bronzo
a un sottilissimo
velo, in cui.
basti soffiar dentro
per distruggerlo, senza
più adoperare il
piccone: merito non
piccolo, certamente.] il pensato
si esprima sempre
col congiuntivo. Ed
è il problema di
tutta la grammatica:
dall'estetico al logico
è lecito il
passaggio, ma non
è lecito ripassare
dal logico all'estetico,
e dare una
funzione espressiva alla
categoria ottenuta con
una elaborazione logica dell'estetico
e relativo annullamento
dell'espressione. Neil'
iniziare l'esposizione delle
parti della favella
poste da Aristotile
(elemento, sillaba, legame,,
nome, verbo, articolo,
caso, diffinitione), Castelvetro
fa una prudente
dichiarazione preliminare, che
cioè le cose di
che si ragiona nella
poetica possono anchora essere
communi alla prosa,
ciò è alla
ritorica, o anchora
ad altra arte,
et ad altri,
che a poeti,
come alla grammatica,
et a coloro
che imparano a
leggere: e su
questa distinzione torna
più spesso ad
insistere, mentre altra
volta non tralascia
d'avvertire che queste differenze
(delle vocali e
delle consonanti) da
quella della lunghezza,
e della brevità
in fuori pertengono
alla compositione (prosa),
et non a
l'arte versificatola; e
che versificatola e
poetica non sono
arti disgiungibili, il
che menerebbe ad
ammettere, ciò che
per lui non
è, potersi un
poema comporre in
prosa. Castelvetro sente
vagamente il carattere
intuitivo della parola,
ma la concezione
fornialistica gl’impedisce di
penetrarlo e assumerne
coscienza. Onde anche
le infinite e
minute distinzioni. Quelle
parti della favella
egli classifica come SIGNIFICATIVE,
non significative – “pirot” --, divisibili
e indivisibili,
ricostituendole poi in
tre gruppi: significative
e divisibili (diffinitione, verbo,
nome, caso); non-significative e
divisibili (articolo – “the” –
cf. “THE THE” Grice, ‘formal device’ --,
legame, sillaba); non-significative e
indi- visibili (elementi). Divisi
gl’elementi (lettere) in vocali
e consonanti, classifica
le une: per
quantità di tempo;
per diversità di
snono : di
spirilo; di acce?ito
; di preferenza
; di nome
(osservando che questa
consideratione tocca ne
alla verificatola, ne
alla compositione, ma
alla grammatica, et
a colui che
insegna a leggere);
e le altre:
1" per siniplicità,
et compositione; per
cominciare, et finire
la sillaba; CROCE (si veda), Siile, ritmo
e rima, in
La Critica. La definizione,
che, correggendo quella
d'Aristotile (« OTOi%£tov
/iri' inni' tp
jteqì èQfir}veiag {Part.).
Su questo punto
essenziale s’osserva,
seguendo CROCE (si veda), che
Aristotile ha intuita la natura
fantastica delle proposizioni
non-logiche, ma che
non riusce a
separare la funzione
linguistica dell’espressioni dalla
funzione logica, il che lo conduce
a gettare le
fondamenta dell'estetica
come è
intesa modernamente. Né
purtroppo Castelvetro riesce
a vedere nel
grave problema più
chiaramente d’Aristotile. Ma
è suo merito
l'averne vista tutta
l'importanza e l'averlo
riagitato. Da questo
punto fino alla
fine della sposizione
della terza parte
della Poetica (Particelle)
la trattazione esce dal
campo strettamente grammaticale
per entrare nel
dominio particolare della
teoria dell’ornato, che
non c'inte- ressa che
indirettamente e per
particolari punti di
vista (p. es.
pel barbarismo e l’aggiunto). Onde ci
fermiamo nella persuasione
d'avere sufficientemente dimostrato,
esponendo, in ispecie,
le teorie di Cavalcanti
e di Castelvetro,
che il problema
delle categorie grammaticali
e sintattiche è sebben fuori
della grammatica propriamente detta, ampiamente
e intimamente, per
quanto i tempi
lo concedevano, trattato:
sicché tutti gli
schemi grammaticali si
può dire che
sieno stati illustrati
nelle loro origini
e nelle loro
funzioni, e non
solo gli schemi,
sì grammaticali che
logici, ma tutte
l’altre classi di
accidenti grammaticali: il caso,
la persona, il numero,
il genere, il
modo, il tempo,
ecc. Il punto
di vista generale
rimane, s' intende, l'aristotelico, cioè
il logico. Ma anche
in questo, non
che nel fatto
stesso d'aver ripreso
il problema fondamentale
della grammatica, è un
progresso. SI PREPARA LA VIA ALL’ELABORAZIONE DELLA GRAMMATICA RAZIONALE
O FILOSOFICA alla Groce. E al medesimo
fine e coi
medesimi mezzi forniti
d’Aristotile, riuscivano i critici
della grammatica LATINA,
BORDONI (si veda) Scaligero
e SANZIO (si veda). La
divampante polemica tassesca,
attirando sopra di
sé o le
attività critiche o
l'attenzione curiosa della
mag- gior parte de'
letterati d'Italia, non è l'ultima
cagione per cui,
smorzandosi le minori
polemiche intorno agl’avvertimenti di Salviati
e alle questioni
linguistico-grammaticali, gli eruditi
e i grammatici sono come
distratti dall'opera di
legiferazione del volgare,
o meglio dalla
continuazione d'un lavorio
ormai secolare a cui
per forza d' inerzia
e per quel
consenso che sempre
viene accordato alla
tradizione forse avrebbero,
in mancanza d'altro,
potuto attendere. Cade
qui in acconcio
un' osserva- zione già
stata fatta da
altri a proposito
della smoderata let-
teratura dantesca
contemporanea (3). Vi
è in ogni
periodo sto- rico una
folla di spiriti
inerti e oziosi,
benché nelle loro
ilia- ca Una sommaria
esposizione degli studi
e delle compilazioni
di lingua, di
grammatiche e di
vocabolari nel Seicento,
come comple- mento del
suo contributo alla
storia della critica,
' La critica
lette- raria nel sec.
XVI ', diede
in Ricerche letterarie,
Livorno, 1897, pp.
2S8-312, F. Foffano,
che, col Vivaldi,
fu dei pochissimi
a rivol- gere l'attenzione su
questi prodotti letterari.
1 Su questa
e le altre,
U. Cosmo, Le
polemiche tassesche, la
Crusca e Dante
sullo scorcio del
cinque e il
principio del seicento,
in Giorn. st.
d. leti, il.,
XLII, 112 sgg.
(:,j Croce, //
monoteismo dantesco, in
La Critica, I,
231-2. 268 Storia
della Grammatica nifestazioni
esteriori sembrino molto
attivi, che ha
bisogno di gettarsi
sopra l'argomento di
moda e sfogare
in esso un'
inu- tile avidità di
sapere: dantisti oggi,
manzoniani ieri, puristi
ier l'altro, arcadi
in tempi meno
recenti, lettori accademici,
legislatori del bello,
grammatici in più
lontane età. Tra
il cader del
Cinquecento e gli
albori del Seicento,
oltre la tassesca
e quella non
mai interrotta della
lingua, più altre
questioni tene- vano agitata
la repubblica letteraria,
che ben rispondevano
allo spirito che
si rinnovava, a
quel bollor di
vita, che potè
sem- brare e fu
in gran parte
bizzarra, stranamente gonfia
ed enfa- tica, ma
che pur era
vita : questioni
che, come le
altre due spe-
cificatamente accennate, si riducevano
e rientravano in
fondo tutte in
quella generalissima della
poetica, ormai cresciuta
ed organizzata in
corpo sistematicamente completo
e sviluppatis- simo
di dottrina, che
dall'Italia trasmigrava per
tutta 1' Europa
colta. Eravamo allora
in quel più
acuto studio della
poetica in cui
la teoria, uscita
ben determinata dall'
imitazione, nel di-
ventar legge , cioè nel
giungere alla sua
codificazione com- pleta per
esser subito poi, con
lo scoppiar del
razionalismo e le
formule dell' ingegno
e del gusto,
completamente disfatta, doveva
essere applicata alle
opere d' immaginazione o
già passate o
che ora venivano
spuntando: l' Orlando Furioso,
la Gerusalemme Liberata,
Y Orbecche, il
Pastor fido, oltre
che la Divina
Com- media sempre immanente
nell'ammirazione e nel
cuore degl'Ita- liani, benché
cedesse ora il
campo al Tasso;
e ben si
com- prende come i
dibattiti teorici, intrecciandosi naturalmente
alle polemiche personali
— la serie
dalla caro-castelvetrina già
da noi discussa
alle più recenti
sarebbe lunghissima —
e attirando su
di sé gli
spiriti accaldati, quasi
non altro da
fare lascias- sero ai
letterati in questo
campo di critica,
cioè nell'unico campo
della critica allora
aperto, che la
parte d'attori o
di spettatori appassionati
nel gran torneo
schermistico. La grammatica,
che dalla poetica
era ritenuta quasi
vile strumento meccanico,
cioè dunque facoltà
considerata assai inferiore,
perdeva necessaria- mente ogni
attrattiva. Senza dire
che un altro
sfogatoio erane le
lezioni onde risuonarono
tutte le Accademie
d'Italia, e specialmente
ora quelle di
Firenze e di
Padova; e che uno sfogatoio
anche maggiore sarebbe
stato tra poco la
prima edizione del
Vocabolario dell'Accademia della
CRUSCA, su cui
si dovevano versare
in tutti i
secoli posteriori tanti
fiumi d' inchiostro. Capitolo
nono 269 Ma
all' infuori di queste
circostanze clic- a
taluno potrebbero sembrar
troppo esteriori ed
estranee al movimento
grammati- cale, due altre
intimamente con esso
connesse lo attenuarono
in questo periodo:
1" l'ordinamento scolastico;
2" l'essersi detto
quanto s'era potuto
dire in fatto
di grammatica; cioè
da una parte
l' essersi con le ricerche e
sistemazioni del Salviati
con- chiuso il vero
periodo produttivo delle
osservazioni delle re-
dole, dall'altro il non
schiudersi ancora le
scuole all'accogli- mento, non
già del volgare,
ma del suo
codice grammaticale. In
sostanza quella che
fu detta, ma,
come altrove accen-
nammo, in fondo non
fu, la reazione
del volgare contro
il pre- dominio tirannico del
latino, si era
affermata inalberando con
la ferma mano
del Bembo il
vessillo dell'uso trecentesco
special- mente petrarchesco per
la poesia, decameronico
per la prosa,
e sotto quel
vessillo e con
quel duce aveva
lottato ostinatamente e
finendo col trionfare,
per tutto il
Cinquecento : antibembeschi
più o meno
valorosi, più o
meno coerenti, non
eran mancati; ma,
di contro ai
comuni avversari, cioè
i pedanti del
latinismo, gli umanisti
bastardi e in
ritardo, la lotta
era stata più
o meno concorde,
e l'aveva animata
un medesimo spirito
di modernità e d'
italianità, e, felice
espediente o necessità
storica che fosse,
il segreto della
vittoria era stato
appunto quell'essersi eletto
a rocca di
difesa un sicuro
punto strategico, il
Trecento, donde si
poteva fronteggiare l'esercito
del classicismo antico
senza perder dietro
sé le schiere
dei novissimi soldati
dell'arte moderna. In
altre parole, la
causa del volgare
si sarebbe vinta
con una conces-
sione, cioè non legiferando
solo sull'uso vivo,
ma ponendo a
base della nuova
grammatica quanto della
lingua ormai vincente
po- teva parere ed era già
consacrato da un
periodo non breve
di due secoli.
Comunque, con quell'orientamento o
in quell'atteggia- mento s'era
combattuto e vinto
: di maniera
che, da quella
bib- bia, in cui
era stata la
fede, del Decameron
e con quei
fonda- mentali principi ond'
era stata interpretata,
del Bembo, s' era
finito di cavare,
con gli Avvertimenti
del Salviati, tutto
il nuovo credo
grammaticale, con cui si doveva
e parlare e
scrivere rao- dtrnamente
e italianamente, e,
quali e quanti
si fossero i
seguaci di codesta
dottrina, quali e
quante fossero state
le opposizioni, le
restrizioni e le
riserve, il certo
si è che ormai tutto
si poteva •
«msiderar come già
detto, dimostrato, codificato,
e nulla rimaner
di nuovo da
poter dire e
fare in quel
campo: come succede quando una
legge è sanzionata,
ormai si trattava
di solo appli-
carla: in questo si
poteva desiderare come
un regolamento, cioè
uno strumento facile,
che servisse di
guida e di
lume nell'ap- plicazione; e
vedremo infatti tra
poco il Lombardelli,
il quasi credutosi
incaricato di compilar
codesto regolamento, «
deside- rare una grammatica
intera, piena, risoluta
e facile, la
quale appena si
potrebbe cavare da
tutt'i detti Autori
» ; ma
di una nuova
produzione o investigazione grammaticale
non si sentì,
e non si
poteva nel fatto
sentire, il bisogno,
tanto più che,
come ora diremo,
nei quadri dell'
insegnamento scolastico la
gramma- tica del volgare
non era ancora
stata ricevuta come
disciplina autonoma e
necessaria. Anche qui,
per riflesso della
più vasta guerra
combattuta nel campo
della cultura in
difesa del volgare,
anzi per un
con- seguente movimento strategico
(si pensi che
nella scuola, di
na- tura sua conservatrice, le
novità si fanno
strada quando non
sono più tali),
s'era lottato e,
se non vinto,
non anco per
certo perduto, non
dico imponendo, ma
accettando un patto
concilia- tivo : l' insegnamento grammaticale
doveva esser impartito
an- cora con e
per la grammatica
latina e per
l'uso del latino,
ma per mezzo,
e non sicuramente
in opposizione violenta
del volgare: così
si sarebbe poi
finito col conciliare
in un medesimo
inse- gnamento l'una e
l'altra lingua, pur
sempre tuttavia, s'intende,
con lo schematismo
grammaticale latino, sino
a tanto che
anche l' italiano non
avesse avuto con
la sua grammatica
il suo inse-
gnamento ufficiale autonomo, che
invero per la
generalità ac- cadde assai
tardi. Del resto,
senza richiamarci alla
più antica tradizione
dell' insegnamento rettorico
de' dettatori bolognesi
e di Dante
stesso, che potè
esser maestro, se
non di grammatica,
di rettorica volgare
ne' suoi cadenti
anni ravennati, né
alla meno antica
de' lettori quattrocentisti dello
Studio fiorentino disputanti
anche di grammatica
volgare intorno all'arte
delle tre Corone,
basti il ricordare
qui un fatto
già accennato da
noi come prova
d'un'altra dimostrazione, che
cioè fin dal
1529, vale a
dire nel primo
vero affermarsi della
grammatica del volgare,
e un anno
o due prima
di quell' imbelle
e non estremo
attacco del convegno
bolognese in contradittorio preparato
e fallito anche
perchè non preso
sul serio a'
danni dell'italiano, un
anonimo grammatico la-
tinista, che, se è
vera la congettura
dello Zeno, del
vetusto Donato portavaanche
il nome, dato
che fosse quel
Bernardino Donato, Capitolo
nono 271 veronese,
che s'era distinto
nella pubblicazione di
altrettanti lavori latini
e greci col
medesimo tipografo, non
s'era peritato di
stam- pare una Gramatica
latina in volgare
('), invocando, si
badi bene a
questa assai eloquente
circostanza, invocando, dico,
perdono, se non
ivi gli era
riuscito di servare
tutte le regole
e osserva- zioni della
lingua volgare :
« Avete già
veduta rettorica in
vol- gare, aritmetica, geometria,
astrologia, medicina, filosofia,
teo- logia, ed altre
innumerabili scienze: avete
veduta eziandio gra-
matica della lingua volgare:
non vi rincresca
vedere ancora questa
della Ungila latina,
non forse men
necessaria di quel-
l'altra. E se per
avventura, troverete non
aver lui [l'Autore]
servate tutte le
regole ed osservazioni
della lingua volgare
; per- donategli, perciocché non
la volgare gramatica,
ma la latina
vuol insegnarvi hi
parlar volgare »
C). Opera nuova
questa non era,
come l'anonimo autore
non senza pur
legittima compia- cenza, asseverava: poiché
di grammatiche latine-volgari in
vol- gare, come anche
latine-francesi in francese,
argomentammo esser- sene divulgate necessariamente, sebben
poche, nientedimeno fin
dal sec. XIII
: nel sec.
XV, nel pieno
rigoglio dell'umanesimo, co-
deste grammatiche
latino-volgari, salvo rarissime
eccezioni, s'era tornati
a dettare naturalmente
in latino : il che
spiega il vanto
dell'anonimo cinquecentista: ma
sì era nuovo
lo spirito e
l'at- teggiamento con cui
la pubblicava, e che era
quello di chi
pur aveva e
non poco da
concedere così presto
al volgare che
veniva imponendosi perfino
nei penetrali più
intimi del latino,
cioè nella sua
grammatica, come più
volte vedemmo. Per
entro il più
maturo Cinquecento numerose
prove si potrebbero
racco- gliere di altrettali,
ora più ora
meno ampie, concessioni
e nei dibattiti
e nei trattati
e nelle scuole,
che per amore
di brevità e
perchè le istituzioni
scolastiche non sono
per l'appunto l'og-
getto diretto della nostra
ricerca, noi tralasceremo
: ma non
senza averne addotte
alcune poche di
età diverse quasi
a stabi- lire le
pietre miliari d'una
lunga via che
doveva condurre alla
logica risoluzione d'un
così complesso problema.
Ne ho data
una di poco
posteriore al primo
quarto del secolo.
Verso la VI
qui a p.
104, n. 2.
(') La grammatica
della lingua romana
in volgare, assai
più nota e divulgata, di
Francesco Priscianese.] metà e
poco prima d'essa,
nel 1547, Giovanni
Fabrini da Fi-
ghine (') così
annotava un luogo
del Sacro regno,
da lui di
la- tino tradotto in
volgare, del Patrizio
: « Discostandomi
un poco dall'opinione
del mio Patritio,
dico che non
manco ne la
vol- gare si debbe
affaticare », perchè
« tutti che
s' hanno a
dare a le
scienze, debbono imparare
prima bene la
grammatica volgare, cioè
della lingua loro
» (:), osservazione
parsa fortissima al
Ge- rini, memore
del luogo del
Varchi, in cui è affermato
l'assoluto divieto, a cui non
si mancava senza
esser puniti, di
servirsi del volgare
nelle scuole, e
del De liberis
recte instituendis del
Sa- doleto, dove
non si fa
alcun cenno della
lingua italiana (s).
Se non che
questo silenzio e
quello stesso divieto
che cos'altro di-
mostrano se non la
forza irresistibile del
volgare? Nel terzo
quarto di secolo,
e precisamente nel 1567, una
prova più forte
ce la fornisce
quell'arguto libretto, degno
d'esser raccomandato ancor
oggi a maestri
di latino e
di italiano, che
va sotto il
nome di Aonio
Paleario, uno degl'
interlocutori del Dialogo,
anzi l'interlocutore, che,
biasimando le false
esercitazioni de' grammatici,
addita sull'autorità di
Cicerone, i sani
precetti, dal titolo
// graviatico ovvero
delle false esercitazioni
nelle scuole (').
L'operetta è diretta
agi' insegnanti di
latino e a
condannare il metodo
di chiosare il
latino col latino
già lamentato da
Cice- rone, e col
quale « in
luogo delle buone,
e proprie parole,
che aveva usate
il buon Poeta,
dichiarando così, [il
grammatico] poneva le
non proprie, e
non idonee »
(p. 37); così,
cioè sosti- I
' De la
Teorica della lingua
« dove s'insegna
con regole generali
et infallibili a
tramutar tutte le
lingue ne la
lingua latina ».
In Ve- netia,
appresso G. B.
Marchio Sessa et
fratelli, MDLXVI (nell'ult.
pag. : Appresso
D. Nicolini). Nella
deci, a Cosimo
de' Medici accenna
a una. pratica
della lingua da
lui fatta, «che
è un volume
grandis- simo». Il canone
del Fabrini si
riassume in queste
sue parole della
medesima dedica: «Non
trovo né trovai
mai, né il
più fedele, né il più
dotto, né il
più pratico consigliere
che la sperienza
». La Teorica
è una bella
sintassi de' casi
con altre regole
concernenti i gerundi,
(piai è stata
poi esposta recentemente
ne' volumetti tipo
Gandino. (') In
Venezia, appresso Domenico
e Giov. Battista
Guerra, fra- telli, MDLXIX; ma
la prima edizione
è del 47.
(J) Gerini, op.
cit., p. 119,
226. — Codesto
libro fu (rad.
da 1. Montanari
con annotaz., Ili
ed., Parma, Fiaccadori,
1S47. (4) Venezia:
ma io ho
l'edizione perugina del
Costantini, MDCCXVII. Capitolo
nono 273 tuendo
ad Arma virumqiu
amo ' Ego
Virgilius canto bella
et Aeneam illuni
hominem fortissimum ',
come farebbe chi,
volendo chiosar la
sentenza onde s'apre
il Decameron, '
Umana cosa è
aver compassione agli
afflitti ', dicesse 'è,
existe, appare :
cosa, una faccenda,
una impresa, una
bisogna, umana di
uomo, o mortale,
o di mortale,
aver compassione, aver
misericordia '. E
qual metodo suggerisce
il Paleario? La
parafrasi in volgare,
la versione e
la retroversione, cioè
il metodo comparativo
che importa lo
strumento e l'uso
della grammatica e
della lingua volgare.
Né, si badi,
perdendo di vista
gl'interessi del volgare,
anzi intima- mente collegandoli con
quelli del latino,
in modo che
gli uni non
si favoriscano senza
insieme favorir gli
altri. « Voi
dite », si
fa dire Aonio
dal suo interlocutore, «
che il modo
che te- gniamo,
nel leggere e nel dichiarare
le lezioni latine,
farà, che non
mai i fanciulli
impareranno la lingua
latina: e l'epistole,
che noi diamo
volgari, acciocché le
facciano latine, faranno,
che non mai
sapranno scrivere non
solamente un'Epistola latina,
ma non pure
una leggiadra lettera
volgare » (p.
16), per poi così ammaestrarlo
: « dichiarate
le lezioni latine
con la lingua
vol- gare, e così
esercitate i fanciulli
che repetano volgarmente,
e non corromperete
la lingua latina,
ma in un
medesimo tempo insegnerete
loro la copia,
e la proprietà
di due lingue,
di ma- niera, che
in breve potranno
verissimamente scrivere coll'una,
e coll'altra, ed
avendo imparato da
voi, potranno- i
giovanetti esercitarsi in
tradurre l'epistole di
Marco Tullio, ed
essendo loro mostro
dal Maestro le
maniere, ed i
modi di dire
diversi, scriveranno da
loro stessi lettere,
ed orazioni latine,
e toscane leggiadrissimamente »
(p. 52). E
contro l'uso, prevalente
an- c'oggi nelle
nostre scuole, delle
traduzioni dal volgare
in latino, così
esplicitamente ammonisce, dandone
lumi anche per
l'arte dello scrivere
in italiano: «
l'idioma della lingua
latina è molto
diverso dal nostro
volgare, ne è
maggior sciocchezza al
mondo, che voler
esser volgar latino,
o latino volgare.
Da questi errori
sono nati gli
stili falsi Toscani
del Polifilo, e gli stili
falsi latini, o
moderni, di che
è impestato il
mondo: a volere
scrivere dunque leggiadramente nell'una,
e nell'altra lingua,
bisogna avere tuttavia
l'occhio, e la
mente a questa
diversità, ed oltre
alle parole di
tali lingue, i
modi, le maniere,
i tratti, le
grazie, gli ornamenti,
li quali si
mostrano sparsi negli
scritti degli buoni
Autori, non altrimenti,
che nelle più
serene notti le
stelle, C. Trabalza.
18 274 Storia
della Grammatica nel
Cielo » (pp.
53-54). E, additati
i cattivi effetti
che nascono e
permangono per tutta
la vita da
codeste false esercitazioni, acutamente
osserva : «
e quello, che
è cosa maravigliosa,
se al- cuni si
voltano, e si
danno alla miglior
letteratura, avviene, perchè
sono di eccellentissimo ingegno,
il quale essendo
avvezzo in tutte
le azioni sue
a seguire la
ragione, come verissima
guida, veduto, e
conosciuto il vero,
si, muove con
grande im- peto, e
spezza, rompe e
fracassa ogni velo,
ogni falsa opinione,
che teneva occupato
e prigione l'animo.
Laonde camminando col
lume della ragione
per nuova via,
fanno cose miracolose
» (p. 57).
E senza tuttavia
abolire addirittura l' insegnamento della
grammatica che riduce
a' suoi veri
termini (') e
contro cui ar-
riva a formulare questo
rivoluzionario principio, "
non fidarsi mai
di regole di
grammatico alcuno, manifestamente di-
mostra che, se un
esercizio giova, questo
è di leggere
gli scrit- tori e
in essi studiare
le regole. Osservato
che giovinetti rie-
scono a scrivere
boccaccescamente e alcuna
donna a scrivere
pe- trarchescamente,
domanda: « Chi
insegnò a quella
Donna? alcun maestro
di grammatica le
dette il Tema?...
Chi adunque le
in- segnò, altro che
la diligenza nel
leggere, ed osservare
le parole, conoscere
i concetti, dilettarsi
dell'armonia, de' numeri,
ch'em- piono le orecchie,
accendono l'animo all'
imitare?» (p. 61).
Non è peraltro
per illustrare il
buon metodo consigliato
da lui che
noi ci siamo
qm indugiati intorno
alle vedute del
Paleario, ma spe-
cialmente per dimostrare coni'
egli, discorrendo di
precettistica grammaticale latina,
ha continuamente il
pensiero al volgare,
senza il (piale,
non era ormai
più possibile 1' insegnamento clas-
sico e al quale,
ben s'argomenta, miravano
le scuole stesse
come a disciplina
in cui non
era più lecito
ormai non erudire
i fan- ciulli (').
Nell'ultimo quarto del
secolo, nel 1588,
un altro pe-
dagogista tutt'altro che moderno,
Bartolomeo Meduna di
Motta (') «
L'ufizio del gramatico,
come poco dianzi
elicevamo, è inse-
gnare con la lingua
che ha propria,
e che è
comune a lui,
ed agli scolari;
conoscere le parti
dell'orazione, e variare,
o declinare, come
voi dite, le
parti declinabili, e
congiungere attamente le
parole in- sieme sempre
avendo l'esempio avanti
cieli ì buoni Autori,
etc. » (pp.
64-6;. ('-') Abbiam
visto il Lapini
scriver in latino
la grammatica del
fiorentino. Ricordisi anche
la Contesa di
cui si fece
cenno a p.
214. Capitolo nono
275 di Livenza
nel Friuli, in
una sua opera
in tre libri
intitolata Lo scolare
nel quale si
forma a pieno
un perfetto scolare
(l), di- scorrendo della Grammatica,
che chiama, secondo
l'antichis- simo canone, madre
di tutte le
altre discipline, e
che, secondo lui,
impone leggi all'
ortografìa, alla prosodia,
all' etimo logia, alla
sintassi, alle figure,
ai tropi, alle
sentenze, all' 'analogia, raccomanda
egualmente lo studio
teorico e l'esercizio
pratico, il primo
sui testi antichi
e moderni quali
il Valla e
il Perotto, ma
aggiungendo che non
si sarà grammatico
senza aver impa- rato a
memoria tutto Donato
con le regole
di Guerino, per
la- sciar da un
lato i Cantatici
e i Mancinelli •
una vera indige-
stione, insomma, di grammatica
latina d'ogni età
e d'ogni fatta.
Eppure non dimentica
la lingua volgare
né di raccomandar
in proposito le
Prose del Bembo,
le Osservanze del
Dolce, le An-
notazioni del Ruscelli, sparse,
e la Grammatica
del Castelve- tro C),
cioè tutti i
veri grammatici stati
in voga nel
Cinquecento fino all'anno
in cui egli
scriveva e venivano
in luce gli
Avver- timenti del Salviati,
che evidentemente ancora
egli non cono-
sceva. Anche l'Antoniano, che
il Castelvetro (')
chiamò «mira- coloso mostro
di natura »,
ne' tre libri dell' Educazione cristiana
de* figli '('), dove
consiglia di liberar
i fanciulli dalle
molestie della grammatica,
di cui non
intendono i termini,
facendogliela ap- prendere indirettamente sugli
autori, non riprende
qualche studio della
lingua volgare e
a tal uopo
consiglia le versioni.
Finalmente, per arrivare
al tempo in
cui ci troviamo
con la nostra
narrazione, due altri
notevoli esempi dovrei
addurre, quello del
Possevino, autore di
un De cultura
inge?iiorum(') e l'altro
del perugino Cri-
spolti, autore di
un Idea dello
scolaro che versa
negli studi (fi),
en- trambi scriventi nel
1604, per confermare
come la tradizione
che (') Venetia,
Fachinetti, -S
' ,yr. Cfr.
Gekinm. op. cit.,
II, 405. Correzione
all' Er colano cit.,
p. 54. In
Verona, per Bustina
delle Donne, 15S4.
— Il Castelvetro
lo dice scolaro
di L. G.
Giraldi ; il
Varchi, nell'Ere ola
no (ed. cit.,
p. 423 e
l'annotatore delle Opere
di Sp. Spero?ii
(tomo II, p.
2ir) lo dicono
scolaro del Caro,
ma il Castelvetro
( Correa., in
Ercol. cit., p.
32 lo nega.
— Cfr. Gkrini,
op. cit., II,
461-2. {'■) Venetia,
Ciotti, 1604. Cfr.
G. B. Gerini,
Ant. Possevino scrit-
tore educativo, in L'oss.
scolastico, XXXIII. Perugia,
1604. 276 Storia
della Grammatica si
ricollega a quell'anonimo
del 1529, fosse
andata ormai mettendo
sempre più salde
radici. Tuttavia —
e concluderò così
questa lunga parentesi
— l' insegnamento della
grammatica volgare non
era peranco ufficialmente
riconosciuto ('), né
aveva perciò programmi
e testi suoi,
se anche indirettamente venissero
ad essere svolti
gli uni e
consigliati gli altri
: e al
consiglio basta- vano i
grammatici cinquecentisti or
or nominati, aggiuntovi
naturalmente il Salviati.
Queste le varie
cause onde secondo
noi in questo
periodo, che dal
Salviati (1587) va
al Buommattei (1623)
e al Cinonio
(1643) editi —
che il primo
di questi due
cominciò ad atten-
dere all'opera sua non
leggera né facile
fin dal 1612,
— la rigo-
gliosa fioritura grammaticale cinquecentesca s'arrestò
; ma senza,
naturalmente, avvizzire ne
intristire del tutto.
Non foss' altro, se
anche non furono
propriamente gramma- tici nel
senso ristrettissimo e
compiuto della parola,
avemmo due diversamente
benemeriti e orientati
cultori delle discipline
grammaticali, entrambi senesi,
come senesi furono
in questo mo-
mento ben altri partecipi
del movimento linguistico,
quasi l'ac- campamento di
Firenze si fosse
attendato a Siena,
che di valore
per tutto il
Cinquecento aveva mostrato
notevoli esempi, basti
ricordare il massimo
del Tolomei: Orazio
Lombardelli, cioè, e
Celso Cittadini :
l'uno, precettista pur
esso d'una parte
della grammatica, 1'
ortografia, la pronunzia
e la punteggiatura, che,
riassumendo e vagliando
i meriti di
precedenti grammatici e
vagheggiando un nuovo
tipo di grammatica
più nei rispetti
del- l'assetto esteriore che
del contenuto legislativo,
additò, come conscio
de' bisogni d'
un' educazione intellettuale
più vasta e
moderna per gli
effetti della produzione
letteraria, se non un piano
di riforma degli
studi, certo un
sistema più organico
e complesso dove
fossero mostrati nella
loro rispettiva funzione
i fonti dell'arte,
gli strumenti, i
metodi, i fini;
l'altro, filologo per
proprio o per
altrui merito, che,
plagiario o no, dimostrò
d'in- tendere il valore
delle indagini dei
Tolomei, dei Castelvetri,
dei Bartoli, divulgando
i principi e
gli elementi di
quella gramma- (,'j
Una Cattedra di
lingua toscana tu
istituita, come s'è
visto, dal Granduca:
a Siena ne
fu primo lettore
il Borghesi nel
1589. Col de-
creto del 1571 ricordato
dal Borghini il
Granduca ordinò che
fossero compilate regole
della lingua fiorentina
da leggersi in
tutte le scuole.
Capitolo nono 277
tìca storica, che,
già rosi ben
promettente nel suo
giovanil ri- goglio e
assurta già .1
fastigi veramente impensati,
senza per altro
che quei cultori
si stringessero scientemente
come pochi ma
saldi anelli di
una catena in
una comune tradizione,
doveva poi, a
maggiore danno, almeno
per tutto il
Seicento, quasi mi-
seramente perire o giacere
dispetta e scura,
di contro alle
in gran parte
inutili, infeconde e
noiose logomachie intorno
al vo- cabolario della Crusca.
Il Lombardelli, anch'esso
già da altri
lodato (') di
non aver mai
disgiunto nella sua
precettistica e nel
suo insegnamento gli
studi del volgare
da quelli del
latino, non fu
davvero poco fe-
race nella sua vita
che non dovette
esser lunga :
poiché delle sue
opere, elencate tutte
da lui stesso
ne' suoi Aforismi
scola- stici^, le grammaticali
o che con
la grammatica hanno
una certa relazione
se non altro
per il metodo,
a prescindere dalla
parte anche da lui
presa
alla polemica tassesca,
sono nientemeno che
dodici (8) . le
più d' indole strettamente
ortografica o or-
toepiche, altre quasi lessicali,
e quasi tre
pedagogiche o didat-
tiche: di tutte la
più notevole è
naturalmente quella dei
Fonti Toscani. Della
principale di quelle
ortografiche, V Arte del
puntar- gli scritti edita
nel 15S5, ma
di cui aveva
già dato un
saggio molto bene
accolto fin dal
66, sarebbe detto
tutto quando, ri-
(') Gerini, op.
cit., Ili, 63
sgg. (2) In
Siena presso Salvatore
Marchetti, 1603 (sono
887, distri- buiti in
68 distinzioni). \z
L'elenco è ripetuto
in Gerini, op.
cit., Ili, 63
sgg. — Quelle
che più direttamente
c'interessano sono: I.
Dei punti e
degli accenti, clic
ai nostri tempi
sono in uso
tanto appresso i
Latini quanto appresso
i Volgari. In
Firenze, per li
Giunti, 1566. II.
L'arte del puntar
gli scritti, formata
ed illustrata , Siena,
presso Luca Bonetti,
1585. III. Me-
moriale dell'arte del puntar
gli scritti. In
Siena, Bonetti, 158S
(Ve- rona, 1596). IV. La difesa
del zeta (già
cit.). V. /
riscontri gramma- ticali. In
Firenze, due volte
e in Siena.
VI. La pronuncia
toscana. In Fiorenza,
presso il Marescotti,
1568. VII. L
fonti toscani. In
Fi- renze, appresso Giorgio
Marescotti, MDXCVIII (cfr.
Conte Silvio Feronio,
// Chiariti , Dialogo,
ove trattandosi de'
fonti toscani d'O-
razio Lombardelli, si va
ragionando d'altre cose.
In Lucca, presso
il Busdrago, 1599 1.
VIII. Le eleganze
toscane e latine.
In Siena, 1568,
e in Firenze,
Marescotti, 1587. IX.
LI giovane studente.
\\\ Venetia, 1591.
X. Gli aforismi,
S conosciutane l'abbondanza
e la metodica
trattazione della ma-
teria, si fosse ripetuto
l'aforisma a cui
egli s' ispirò nel
forviarla ed illustrarla:
lingua fiorentina in
bocca senese, principio
con- tradittorio, col
quale egli cercò
di trovare una
via conciliativa tra
il primato fiorentino
e il diritto
che Siena s'arrogò
e le fu
riconosciuto d'emular Firenze
e che esprime,
come vedremo, .issai
bene uno de'
nuovi aspetti della
rinnovantesi critica let-
teraria; ma, a lode
del libro, occorre
aggiungere che ha
il merito d'aver
registrato, al cap.
4 della parte
prima (pp. 27-30),
per ordine alfabetico,
tutti i precedenti
trattatisti italiani e
latini della materia
con l'indicazione delle
opere o de'
punti particolari ih
cui ne trattarono
: tra i
latini, Aldo Pio
Manuzio in calce
libri quarti grammaticarìim institutionum , il
Valla al cap.
41 lib. YI
Elega?iliarum, lo Scoppa,
il Vives nel
suo De ratione
studii; tra gl'italiani,
il Franci, il
Firenzuola, il Cavalcanti
(5'1 della Ret-
torica), il Lenzoni
(3a giorn. della
Difesa della lingua
fior, e di
Dante), il Tolomei
(in una lettera
a m. F.
Benvoglienti), V Alunno, il
Trissino, il Ruscelli
(in Del modo
di comporre in
versi e sopra
il Furioso), il
Salviati, il Castelvetro
{Sposiz. della i&
particella della V
parte della Poetica
di Aristotele), il
Dolce, il Toscanclla,
il Giambullari, il
Bembo, il Neri
Dortelata {Os- servai, per
la pr. por.).
Quanto al contenuto,
basterà osservare che,
premesse al- cune avvertenze (lib.
I) per intender
più agevolmente l'opera
e servirsene con
frutto (§ 1),
circa le persone
a cui si
aspetti la co-
gnizione e il buon
uso de' punti
(maestri, stampatori, scrittori,
pubblici ufficiali) (2),
sulle cagioni de'
grandi abusi, che
nell'arte del puntar
si passano (3),
sugli autori che
hanno scritto de'
punti (4), sulle
stampe che sono
più corrette nel
buon uso de'
punti (5), passa
(lib. II) alla
descrizione del punto
(1) trattando del
trovamento, della necessità,
e dell'ordine naturale
de' punti (2),
degli Autori che
rendon testimonianza dell'autorità
de' punti (3),
della convenenza, e
disconvenenza, o vero
della comunità, e
differenza, che si
ritruova tra' Punti
'4); indi a
discorrere (lib. Ili)
del sospensivo (la
nostra virgola), trattando
del nome, figura,
ordine, necessità, descrizione,
regole con appen-
dici e eccettuazioni: poi
(lib. IV) del
mezopunto (;) ;
(lib. V) del coma (:),
(VI) mobile (.),
(VII) interrogativo, (
YIII) affettuosa (la
nostra esclamazione), (IX)
Parentesi, (X) Apostrofe,
(XI) Pe- riodo.
Capito/o nono 279
Onesti trattati di
punteggiatura, più o
unno completi, ]>iù
ci meno polemici,
accompagnarono sempre in
connessione 0 no
con i vari
sistemi ortografici in
tutto il suo
secolare svolgimento la
vessatissima questione della
lingua, non pure
a partir dai
precursori senesi e
fiorentini del Trissino
nella riforma delle
nuove lettere fino
agli ultimi manzoniani,
senza che ancor
Oggi, .1 proposito
di vecchi e
di nuovi sistemi
di punteggiatura (si
ricordino gli esempi
del Leopardi seguiti
dal Carducci e
ancor più dal
D'Annunzio parchissimo eli
punti e del Manzoni che
n'è invece larghissimo),
non si tenti
con inutilità manifesta
rinnovar le vecchie
diatribe, ma anche
nel precedente periodo
che corre dal
De vulgari eloquentia
alle contese quattrocentesche prò e contra
le tre Corone.
Vedemmo già, a
non ricordar altri,
il Petrarca risponder
con un trattatello
dell'arte di puntar
gli scritti al
Salutati che gliene
aveva mosso questione.
Ho parlato d'inutilità
manifesta: poiché, risoluto
ormai, come dobbiamo
ritener che s'è
fatto, il problema
filosofico sul linguaggio
con identificare l'estetica
con la linguistica
generale, non s'intende
proprio come si
chieda, per es.,
al D'Annunzio perchè
non si degni
conformarsi all'uso ormai
comune e intorno
al quale l'ac-
cordo s'è ottenuto così
nella grafia come,
s' intende, essendo l'i-
- .1 questione, nella
punteggiatura, quasi volendolo
rimpro- verar come d'un'inutile
bizzarria o d'una
posa e chiamandolo
responsabile de' cattivi
effetti che il
suo capriccio tirannico
può produrre sull'arte
e sulla scuola.
O non sono
anch'esse e le
forme speciali ortografiche
e le specialissime
interpunzioni d'un poeta
le sue parole
interiori? Egli parla
con sé a
quel modo, ed
è illogica e
tirannica quanto vana
la pretesa di
voler che e'
parli secondo un
uso astratto, cioè
dica delle parole
mute. Anche ne'
punti è egli
sempre il Poeta
quale si dimostra
in tutta l'originalità
delle sue visioni.
Mentre invece il
problema non era
vanamente trattato e
discusso con più
o meno vivo
calore, quando, nel! 'affermarsi e
nello svolgersi della
nuova letteratura e,
concedo ancora, nel
romantico rinnovarsi di
essa, allor che
ancora la vera
formula estetico-filosofica non
era stata ('
Riguardavano, s'intende, specialmente
il latino; ma,
a tacer d'altro,
il Borghini, come
abbiani visto, ricordava
d'aver visto un
libro tra quelli
del periodo 300-348
« intorno all'ortografia, della
quale i nostri
antichi -non curarono
affatto », loc.
cit. 280 Storia
della Grammatica trovata,
la coscienza artistica
non si poteva
appagare degli scarsi
segni — eravamo
ridotti quasi al
solo punto —
ereditati dal primo
Trecento, né de'
nuovi che venivano
o rintracciati nell'antichis- simo uso
o novellamente foggiati.
Nessuno di que'
nostri trat- tati fu
inutile o arbitrario
prodotto da trascurarsi
a chi fa
la storia e delle istituzioni
didattiche e dello
spirito filosofico, poiché
ciascun d'essi era
l'effetto d'uno sforzo,
d'un bisogno a
cui ben si
sentiva non era facile sottrarsi,
quando si fosse
voluto espri- mere con
pienezza il proprio
pensiero; o meglio
quando si fosse
voluta schiarire e
possedere l' immagine interiore
del proprio pensiero.
Potevano credere quei
trattatisti di dirigersi
al comodo pratico
non pur degli
apprendenti sì anche
de' tipografi e
scrivani pubblici ;
in latto essi
rispondevano ai que-
siti infiniti che sorgevano
nella coscienza artistica
de' nuovi produttori
della letteratura :
e il moltiplicarsi
di codesti trattati,
e l' ingrandirsi del
loro corpo fino
alla mostruosità dell'ampio
volume veniva a
segnar via via
il loro fallimento
completo di fronte
alla scienza, che
non conosce leggi
fonetiche, né gram-
maticali, né,
particolarmente,
ortografiche o di
accentuazione e interpunzione. Si
noti, infine, a
conferma di tutto
questo, che ciascun
d'essi s'eleggeva il
principio che meglio
e più rispon-
deva alla sua coscienza
artistica, appunto perchè
il loro senso
estetico, ossia il
loro particolar modo
di sentire, si
ribellava a ogni
altra legge che
in qualche modo
lo violentasse nella
sua libera e
piena manifestazione :
e il Lombardelli
non cavò di
sua testa il
principio che è
fondamento della sua
dottrina ortogra- fica, lingua
fiorentina in bocca
se?iese, né nel
formularlo s' ispirò) come
dice il D'
Ovidio ('), al
lodevole esempio di
modera- zione che gli
era stato porto
dal suo più
illustre concittadino Tolomei ;
ma lo dedusse
dal suo particolar
gusto di se-
nese, anzi di artista,
quale si fosse,
del suo volere
e dover esser
lui e non
altri. Il Petrarca
— s'è già
visto — era
arrivato per- fino a
crearsi de' segni
particolari, più che
d'interpunzione, di rilievo,
direi quasi, e
di colorimento per
certi speciali atteggia-
menti del suo
pensiero artistico. Sui
fonti Toscani, la
più nota e
diffusa opera del
Lombar- delli, ebbe già
a portare la
propria attenzione il
D'Ovidio, che ne ] biasimò
il titolo per
esservi stati sotto
compresi concetti dispara-
tissimi con criterio
goffamente didattico, e
non ne risparmiò
na- turalmente il contenuto.
Riconosce peraltro che « il
libercolo non i-
indegno di studio;
giacchèj quantunque farraginoso
e sconnesso, ha
qualche importanza per
la questione della
lingua e per
quella dell'origine, contiene
qualche buon ragguaglio,
e propugna con
urbanità opinioni temperate
e conciliative. Retto
e mite per
na- tura, quale si
dimostra anche nell'atteggiamento benigno
verso il povero
Tasso, il Lombardelli
non cadde in
eccessi »(l), come
il Bargagli, vero
separatista tra il
fiorentino e il
senese, né in
quella violenza in cui trascese,
più tardi, per
esserne il capro
espiatorio, il Gigli
("). Per fonti
il Lombardelli intende
tutte le sorgenti
onde pos- siamo derivare rivoli
e fiumi d'eloquenza
toscana. Ne fa
dodici categorie: 1. la lingua
latina; 2. la
voce viva dei
popoli di To-
scana ; 3. le
scritture del buon
secolo; 4. i
linguaggi italiani; 5.
la lingua greca;
6. i linguaggi
stranieri; 7. gli
autori della teorica
di nostra lingua
; 8. le
traduzioni ; 9. gli scrittori
di prosa moderna;
io. i poeti;
11. i prosatori
scelti; 12. i
tre sommi del
Trecento. Quanto alla
settima, osservisi che
gli autori della
teorica di nostra
lingua per il
Lombardelli non sono
solamente i grammatici,
ma tutti coloro
« i quali
ci insegnano, come
si debbia parlare,
e scriver lodevolmente,
con regole, avvertimenti,
e precetti di
Grammatica, di Rettorica,
e di Dialettica,
guidati anco talora,
e praticati per
via di Istorie
e con ragioni,
prese dalla Filosofia,
e d'altronde »
(pp. 46-7). De'
grammatici propriamente detti
racco- manda i più
recenti, designandone il
grado d'attendibilità: «se
pur nel Dolce
ha difetti, si
trovan notati dal
Ruscelli, se nel
Bul- garino, si
trovan ripresi dal
Zoppio, e difesi
da lui proprio
e dal Borghesi.
Se finalmente dal
Borghesi e dal
Salviati, né ho
da parlar io
nelle riprese dodicesima
e tredicesima del
penultimo fonte. Ma
torno a dire
intanto che per
quanto appartiene a
questa parte della
Teorica di nostra
lingua, gli ho
per guide sicuris-
(') Pe' plagiari
del Tolomei, in
Pass, bibliogr., I,
467. Ma di
plagio non si
può parlare —
riconosce il D'Ovidio
— tranne che
pel titolo e
qualche idea e
osservazione particolare. Il
Lombardelli non ricorda
del Tolomei solo
le opere a
stampa. (:) Le
corr. cit. 2S2
Storia della Grammatica
sime »(p. 58).
Ma ciò non
toglie che egli
non si taccia
a esporre un
lungo catalogo di
desiderata con la
più grande disinvoltura:
«si desidera una
Gramatica intera, piena,
risoluta, e facile:
la quale appena
si potrebbe cavar
da tutt'i detti
Autori. Poi un
ampio Tesoro, dove
sien raccolte tutte
le voci attenenti
al puro toscane-
simo, scelte con buon
giudizio tra le
antiche, e le
moderne, sposte con
la copia, esaminate
nella origine, nella
proprietà, nella pro-
porzione, o corrispondenza, nelle
differenze, nelle costruzioni
semplici, e nelle
figure, avvivate con
gli opposti, ornate
degli epiteti e
degli aggiunti, assicurate
finalmente, ed approvate
con diverse parti
degli scrittori del
buon secolo e
de' più regolari
del nostro, specialmente
di quei dello
ultimo fonte... Mancane
un Vocabolario, non
indirizzato a quei
che aspirano all'eloquenza, ma
alla turba, per
intendere tutt'i vocaboli
del Volgo e
degli Antichi :
e potrebbe farsi
a imitazione o
di quel Polluce
greco, o di
quel d'Anton Nebrisense,
spaglinolo, e latino:
poiché non ci
può sodisfar la
Tipocosmia d'Alessandro Citolini
da Serravalle. Mancavi
un Dizzionario poetico; e
forse alcun altro
d'altra sorte ri-
spetto alle diverse arti
e professioni.). Ci
manca un Pro-
verbiarlo cominciato già dal
nostro sodo Intronato
(1). Una sin-
dacatila [manca] sopra a
tutti i pregiati
scrittori toscani an-
tichi e moderni, come
fu fatto per
gli antichi da
Quintiliano e Tacito
in Cicerone, da
Polemone in Sallustio,
da altri in
( hnero e Virgilio, dal
Valla in diversi
» (ib.). Ricordate
le promesse di
Vocabolari di G.
C. Dal Minio,
del Ruscelli, del
Salviati, an- nunzia quelli
del Persio e della Crusca:
ragguaglia che Otta-
viani Ottaviano suo
allevato, scolaro di
medicina, stava compo-
nendo la correzione degli
abusi introdotti nella
lingua (forestie- rumi,
dialettalismi e idiotismi
vernacoli) (pp. 61-2);
annunziala (') Il
Lombardelli era, sembra,
scontento della non
scarsa lette- ratura proverbiariesca a
lui anteriore: per
lo meno ignote
non gli dovevano
essere le varie
edizioni della Civil
conversazioni- di Ste-
fano Guazzo. Cfr.
per questo argomento,
Xovati, Le serie
alfabe- tiche proverbiali e gli alfabeti
disposti nella letteratura
italiana dei primi
tre secoli, in
Giorn. si. d.
leti, il., voi.
XY e XVIII
; e L.
Bon- i-ioi.i, Stefano
Guazzo e la
sua raccolta di
proverbi in Niccolò
Tom- maseo, II, 11-12.
In ogni modo
il desiderio espresso
dal Lombardelli vien
ad essere una
diretta conferma del
tatto, dal Bonfigli
affermato, che «la
mania per i
proverbi era nell'aria».
In gran parte
l'avrebbe invece, soddisfatto,
tra poco il
Monosini, di cui
s'è già discorso.
Capitolo nono 283
Semenza delle burle
d'un suo amico,
contenente « centinaia
di voci non
mai uscite in
istampa, proverbi, sbeffamenti,
sentenze popolaresche... »
e per comodo
de' forestieri, con le corrispon-
denze nobili, sì che un detto
burlesco venga dichiarato,
ad es., in
dieci 0 venti
modi nobili (p.
62). Porge infine
degli avvertimenti speciali
(p. 119 Sgg.)
ai forestieri"
{soggiorno in Toscana;
let- tura delle opere
grammaticali del Dolce,
del Ruscelli, del
Sal- viati, del
Bembo, del Borghesi
: la lettura
degli scrittori antichi;
la Fabbrica dell'Alunno
; composizioni ;
traduzioni ; corrispondenza con
toscani), ai fanciulli
toscani, alle donne,
agli studenti, dot-
tori e nobili artefic i (deplorando la
scarsa cultura degli
artisti!), ai notai
e cancellieri , ai segretari,
agli accademici, ai
predicatori ('•ammaestrati prima
ne' fonti della
Gramatica, Greca, Latina,
e Toscana, come
Appollonio Alessandrino, Urbano,
Demetrio, Prisciano, Emanuele
Alvaro, Mario Corrado,
Tommè Linacro, Agostin
Lazaronio, Giovanni Scopa,
il Manuzio, Anton
da Ne- brisa,
il Ruscelli, il
Bembo, il Castelvetro,
il Salviati e
altri » p.
129-30), agli Umanisti,
Traduttori, Poeti, Istorici
e altri. Il
carattere zibaldonesco del libro e
quello un po'
cervello- tico de' principi
secondo cui è
stato imbastito, saltano
subito all'occhio; pure
di tra la
farragine e delle
cose e de'
principi un fatto
balza anche fuori
che torna a
tutta lode del
Lombar- delli ; questo,
che egli, additando
sì disparati modi e strumenti
onde dovesse e
potesse acquistarsi dalle
varie classi sociali
la cultura e
l'arte letteraria, mostrava
d'intendere che non
c'è una sol
via per imparare
a scrivere e
a parlare, e
che l'intelletto va
-'i-citato e nutrito
non con le
sole regole ma
con più sorta
di cibi o
di ricambi. La
grammatica, anzi, nel
piano educativo da
lui disegnato, occupa
una parte molto
secondaria, è una
parte d'uno de'
dodici fonti: ed
essa stessa non
è pedantesca, ma
è concepita e
desiderata liberale e
facile. Egli non
la corrode fi-
losoficamente, ma ne attenua,
nel fatto, la
portata. Ed anche
questo per la
storia è notevole.
La scarsa fede,
in sostanza, in un prodotto
antiscientifico, se non è indizio
di senso scientifico,
è certo segno
di buon senso,
che è base
di quello. Il
Cittadini, dai sommi
altari della filologia
a cui era
stato elevato tra
i profumi dell'incenso
e il coro
delle lodi, è
caduto ìgnominiosamente a
terra: e oggi
non se ne
pronunzia il nome,
senza chiamarlo grande
depredatore del Tolomei,
malo affastel- latore di
scritti non suoi,
e con epiteti
consimili ; ma
cancel- 284 Storia
della Grammatica larlo
dalla storia non
si può. Parliamone
dunque anche noi,
senza più oltre
incrudelire : cosa
facile grazie alle
diligenti fa- tiche d'un
altro nostro valoroso
corregionario, Filippo Sensi,
che, per ripetere
una frase del
Rajna, ha i
due Senesi sulla
punta delle dita.
Cominceremo dal riassumere
del Sensi lo
scritto principale (').
L'egregio studioso, a
metter bene in
chiaro i gravissimi
debiti del Cittadini
verso il Tolomei,
rivolge primieramente uno
sguardo generale alle
Origini del Cittadini
(§ I). Le
Origini della Volgar
Toscana favella (')
si rannodano con
un precedente trattato
del Cittadini stesso,
che reca un
titolo consimile :
Della vera origine,
e del processo,
e nome della
nostra Lingua (:!).
Il Sensi stesso
riconosce che qui,
oltre il concetto
della deriva- zione dell'italiano dal
latino popolare, si ha un
abbozzo vera- mente pregevole di
storia di questo
latino ; ma
quando si viene
a chiarire il
modo di quella
derivazione, la ricerca
è abbando- nata sul
più bello. Esaminata
« in confuso
e come per
esempio del restante
» l'origine de'
pronomi, si rimanda
al Bembo, al
Castelvetro, al Salviati,
ne' quali invano
si cerca qualcosa
di simile pel
concetto e pel
metodo ('). Nelle
Origini la ricerca
(') Per la
storia della filologia
neolatina in Italia.
Appunti di F.
Sensi: I. Claudio
Tolomei e Celso
Cittadini, in Arch.
gioii. Hai., XII,
{1893Ì, 441 sgg.
(cfr. D'Ovidio, in
Pass, bibliogr. d.
lei/. Hai., I,
46-9; e Sensi,
ivi, I, 152
sgg.). (2) Le
... ecc., per Cittadini lettor
publico di essa
nello Studio di
Siena e Censor
perpetuo della medesima
nell'Accademia de Filomati.
App.: Salvestro Marchetti,
in Siena, 1604,
— 16°, pp.
191. — L'ed.
di E. Gori,
Siena, 162S, è
detta dallo Zeno
migliore della prima.
(Il Vivaldi, op.
cit., I, 166,
attribuisce a Ercole
Gori un trat-
tato grammaticale, che io
non ho potuto
rintracciare. E una
svista?). — Le
Opere di Celso
Cittadini gentiluomo sanese
con varie altre
del medesimo non
stampate furono raccolte
da Girolamo Gigli.
In Roma, per
Antonio de' Rossi,
1721. Oltre i
due trattati dell'origine
questa raccolta contiene
il Trattato degl'idiomi
toscani, le Note
marginali alla Giunta
del Castelvetro, e
le Note sopra
le Prose del
Bembo. (3) Trattato
della ecc. scritto
in volgar Sanese
da Celso Cittadini.
In Venetia, per
Giambattista Ciotti, 1601.
( ') Io credo
che pel Castelvetro
debba farsi qualche
riserva: la posizione
del Castelvetro verso
la grammatica storica
— non storia
della lingua, si
badi — sia
molto diversa da
quella del Bembo
e del Salviati,
perchè, se il
Castelvetro nella trattazione
delle forme non
adoperò il concetto
tolomeiano-cittadinesco del latino
popolare, dal latino
in ogni modo
mosse e con
criteri non certo
retorici. Capitolo nono
285 vi assume
un aspetto, dice
il Sensi, semifilo
so fi co, pretenden- dosi spiegare
la derivazione dell'italiano
per via di
dieci ori- gini, senz'esser una
continuazione del Trattato,
rimasta cosa monca,
anzi ne sono
un regresso in
confronto del metodo
tutto analitico e
storico, di cui
l'autore aveva dato
quel saggio. Vi
si unta poi,
oltre la poca
corrispondenza al fine
proposto, una grave
sproporzione tra la
parte fatta alla
trattazione dell'i? e
dell'0, che ricorre
attraverso tutte le
singole origini, e
il di- segno vasto
che abbracciava non
l'origine solo, ma
questioni intorno alla
pronunzia e alla
scrittura del Toscano,
in ogni va-
rietà, specie nella fiorentina
e nella senese,
intrecciandosi — - o
era criterio allo
studio principale —
la fondamentale distinzione
di tutto il
linguaggio toscano in
quattro suddivisioni, alle
prime due delle
quali sarebbero appartenuti
i vocaboli nati
dalle prime nove
origini, alle altre
quelli della decima:
distinzione impor- tante, perchè
verte sull'origine letteraria
e popolare de'
vocaboli, e che
sarebbe un bel
vanto del libro.
Sicché, senza tener
conto di inconseguenze, contraddizioni e
trascurarle, è da
concludere che esso
è un insieme
inorganico di elementi
greggi, un mal
riuscito affastellamento delle
operette inedite del
Tolomei. Qui il
Sensi, metodicamente si
fa a considerare
($ II) codeste
ope- rette raccolte nella
nota copia della
Coni, di Siena
(H. VII, 15,
sec. XVIII), ricordando
che al Tolomei,
autore degli scritti
da noi altrove
esaminati, poco si
badò, e che
a nulla valse
che il Benvo-
glienti (') s'accorgesse
del plagio, perchè
tale scoperta rimase
inedita. Da quella
considerazione la figura
del Tolomei ne
vien fuori pari,
se non superiore,
a ogni altra
nella storia della
gram- matica neolatina a
lui anteriore, benché
da' vari materiali
non si possa
ricostruire quella Grammatica
toscana che il
Tolomei diceva di
voler comporre, prima
che il Giambullari
ponesse mano alla
sua. Forse il
Tolomei avrebbe trattato
in un primo
libro di questioni
generali, in un
secondo di propria
gramma- tica, e nel
terzo, come appendice,
dissertato di vari
argomenti. Il Cittadini
di questi materiali
non si servì
per ricostruire ;
ma volle (')
Il Poleni (cit.
dal Sensii nelle
Exercitationes Vitruvianae, Patavii,
1739, p. 50
s,y;g., dice che
Uberto Benvoglienti, eruditissimo,
era d'opinione che
l'autore del Polito
fosse non il
Franci, ma il
To- lomei ... e
deduceva dalla lettura
delle opere inedite
del Tolomei il
plagio del Cittadini
a danno del
Tolomei, nell'opera Delle
Origini. 286 Storia
della Grammatica solo
plagiare: e base
della sua compilazione
fu il trattatello
delTo- lomei :
De"1 fonti de
la Lingua Toscana.
Codesti fonti (e
siamo così al
§ III) sarebbero
nove : de
l'origine, de la
forma, de la
derivanza, de la
figura, de la
differenza, de la
frequenza, de l'affetto,
del rappresentamento, de
la disuguaglianza. Il
disegno, giudica il
Sensi (§ IV),
n'è ampio, ma
la trattazione meschina,
quasi un sommario.
A ben intenderli
poi occorre la
conoscenza delle scritture
del Tolomei parallele
a' ' Tonti
', cioè il
Proemio de le 4 lingue,
il Ritratto de
le q lingue
toscane, e del
relativo criterio, che
serve loro di
base, di due
strati idiomatici, '
il ban- dolo '
della sua ricerca,
la prima lingua
essendo costituita di
un fondo schiettamente
popolare identico al
toscano, le altre
tre de' vocaboli
introdotti dagli scrittori
; ma le
caratteristiche ne sono
ben poco chiare.
I confini dell'opera
forse non oltrepassa-
vano quelli della fonetica,
e probabilmente era
destinata a co-
stituire la sezione preliminare
della Grammatica, insieme
con trattati maggiori
che ne svolgevano
i capitoli più
importanti. ' La
dimostrazione del plagio
del Cittadini ',
ristabilite cosi le
cose, divien ora
(§ V) pel
Sensi assai facile.
Ne sono spia,
oltre la simiglianza
del titolo, le
aggiunte. Colpito dal
ricorrere degli e
e degli 0 nell'esemplificazione de'
Fonti, e trattone
a esage- rare l'importanza, gli
parve fortuna ritrovare
le due disserta-
zioni De lo e chiaro
e fosco e
De /'o chiaro
e fosco, e
gli ag- giunse nel
cap. Della Differenza,
nel mezzo del-
l'opera. Gli altri, quasi
tutti, rimasero inalterati.
Al I cap..
Na- tura, furono aggiunte
(pp. 148-164) le
dissertazioncelle del To-
lomei conservate nel ms.
senese; 'qualsia miglior
parlar : fosse
vero o fisse
vero '; '
stetti non è
per forma ripigliata
da ' steli
latino, ma è
preterito disteso '
: ' Propio
esser il vero J
'ocabolo toscano e
non proprio ';
' De la
figura agg ionia ' .
Una breve giunta
ebbe il cap. Figura;
quello della Frequenza
le maggiori a
spese del trattato
delle figure grammaticali,
costituito di tre
scritti (' Da
Virtude, Virtù e
da Salute non
Salù ': '
Che e se
ricevono il primo
corrodimene) ' ;
'Dopo se e
che con il
e in si
fa il corrodimento
secondo '). Nella
Conclusione mise il
Proemio del Tolomei,
e, infine, la
nota dichiarazione di
ricono- scenza! Lo
scritto del Sensi
è di quelli
che non lasciano
adito a obiezioni
e riserve: né
è il caso,
e tanto meno
qui, di valutare
la confessione fatta
dal Cittadini de'
suoi debiti verso
il Tolomei Capilo/o
nono 287 e
richiamare alla mente
le abitudini letterarie
del tempo (che
permettevano, p. es.,
al Giolito di
prendere il Cesano
e stam- parlo senza
chieder alcun permesso
all'autore' per giudicare
giuridicamente e moralmente
del plagio del
Cittadini, il quale
lece quel che
fece. Si tratta
invece di vedere,
.secondo noi, quel
che mise di
suo — che qualcosa avrà
pur dovuto metterci
— nella manipolazione
o nell'uso che
fece negli scritti
del Tolomei, e
di determinare il
punto di vista
donde elabori» la
manipola- zione cioè interpretarla
nel suo valore
nel rispetto del
pro- gresso dello spirito
critico che importa
qui seguire ;
oltre, s'in- tende, alla
considerazione di quanto
potè il Cittadini
intellet- tualmente operare indipendentemente dall'opera
del Tolomei: si
tratta, insomma, tenuto
conto del plagio
e del resto,
di asse- gnare al
Cittadini il posto
che gli compete
in una storia
come la nostra.
Nessuno intanto potrà
contestare al Cittadini
il merito, dirò
con un apparente
paradosso, del suo
stesso plagiare, che
im- porta un apprezzamento
della materia plagiata
: il conto
fatto dal Cittadini
delle idee e
delle ricerche del
Tolomei è già
un valore criticamente:
non è solo
l'aver rimesso in
circolazione delle conclusioni
positive dimenticate e
perciò nulle che
costi- tuisce il merito
— qui abbiamo
ancora il plagiario,
— ma aver
dato loro un
valore, aver cioè
aggiunto ad esse
qualcosa di proprio.
Ora questo merito
non è venuto
al Cittadini dal
di dentro delle
verità stesse che
gli si fecero
innanzi: occorreva che
egli avesse in
sé svolto una
disposizione a comprenderle.
Non bisogna qui
dimenticare che il
Cittadini tutta codesta
ma- teria delle Origini
aveva esposta per
sei anni, com'egli
afferma nella dedica
a Fabio Sergardi,
nello Studio senese
dalla cattedra, sia
pure, com'è facile
supporre, desumendola fin
d'allora e per
quell'uso dalle operette
del Tolomei :
vi era stato
poi intorno nel
tentare di sistemarla
sia pure meccanicamente, in
un libi' n'avrà
discusso, e se
ne sarà giovato
nelle polemiche a
cui prese parte
: altro disse
per conto proprio
nel dare, attenendosi
anche qui al
Tolomei, brevi caratteristiche di
ciascuno degl' idiomi to-
scani, nelle note alle
Prose del Bembo,
e alla Guaita
del Ca- stelvetro,
oltre che nell'altro
breve Trattato degli
articoli e di
alcime altre particelle
della volgar lingua,
che congiunse al
maggior Trattato della
zera origine. Non
solo, ma lesse
e tra- dusse il
De l'ulgari Eloquentia
di Dante, che
non è libro
certo 2ifo/o nono
2S9 portante non
solo ne' riguardi
dell'opera individuale del
Cit- tadini, sì anelli-
di tutta la
stòria della filologia
romanza ante- riori', il
famoso plagiario era
pervenuto quasi di
primo acchito in
quel primo de'
suoi trattati, quello
Della vera origine,
che nessuno finora
ha dimostrato essere
un plagio. E
se è vero
che l'atteggiamento assunto
dal Tolomei di
fronte a codesto
pro- blema, quale ci
venne fatto di
caratterizzare secondo gl'indizi
1 'flirtici dal Tolomei
stesso nei suoi
scritti editi {Polito,
in quel che
contiene di suo,
Regole, Cesano, Lettere)
dev'esser ora corretto
secondo quanto risulta
dall'esame dell'operette inedite,
nel senso che
non permanga quello
di chi non
abbia avuto vera
coscienza dell'oggetto e
della portata delle
sue ricerche, è
anche vero che il Cittadini
ci si mostra
collocato dinanzi ad
esso da un
punto di vista
che direi più
obiettivo, cioè a
dire con più
piena coscienza di
quel che sia
il divenire linguistico
nel suo ritmo
e nelle sue
leggi. E anche
sotto questo rispetto
a noi pare
che il Cittadini
rappresenti un reale
progresso. Ma un
altro reale e
maggiore progresso è,
per noi, l'aver
agitato il problema
sto- rico della lingua
in un momento
in cui avveniva
la finale codi-
ficazione dell'osservazione
grammaticale e la
lingua era per
cri- stallizzarsi nel vocabolario
: nel momento
in cui l'uso
degli scrit- tori fiorentini del
Trecento voleva essere
imposto a tutta
Italia. Egli, a
differenza di quasi
tutti i senesi
che propugnarono il
se- nese col medesimo
calore con cui
i fiorentini avevano
propugnato il fiorentino,
in piena concordia
con sé stessi,
non ebbe prepotenti
predilezioni municipali, ma
come, quegli che
aveva visto più
ad- dentro nella formazione
e nello sviluppo
del linguaggio sotto il rispetto
esteriore, storico, mostrò
d'intendere che allo
scrittore dovesse esser
lasciata una maggiore
libertà e non
prescritto uno stampo
determinato, e tanto
meno quello d'un
particolar dia- letto, persuaso che,
come intitolava il
§ 3 del
lib. I della
sua versione del
trattato dantesco, «
il Parlar regolato
vuol lungo studio
». Era un
credo grammaticale questo,
ma chi lo
metta in relazione
e con lo
spirito e lo
sforzo della dottrina
dantesca é coi
convincimenti che si
può formare chi
studia storicamente e
non grammaticalmente la
lingua, un credo
assai meno irra-
gionale di quello che
la comune grammatica
normativa aveva formulato,
e veniva così
a risolversi in
un'opposizione a questa.
Onde possiamo concludere
che, se nella
pura storia della
filologia neolatina in
Italia, per quanto
si riferisce alla
materia C. Trabalza.
19 290 Storia
della Grammatica .
- plagiata, al
Cittadini non compete
altro posto che
quello che l'e-
same indistruttibile del Sensi
gli ha assegnato,
mentre un posto
assai distinto gli
va assegnato per
la soluzione e
per il più
esatto orientamento dato
non solamente in
termini generali al
problema della derivazione
dell'italiano dal latino
popolare, in una
storia come la
nostra ne spetta
al Cittadini uno
ben altrimenti ono-
revole, quello di chi
introduce nella grammatica
empirica un elemento
conoscitivo e un
criterio meglio che
puramente gram- maticale.
E certo è
a lamentare che
le condizioni critiche
e letterarie dell'età
impedissero che il
Cittadini avesse de'
continuatori in questo
indirizzo non certo
filosofico, ma storico
e metodico da
lui impresso alla
grammatica, riallacciando la
bella tradizione iniziata
dal Bruni e
dal Biondo, affermata
con ricerche anali-
tiche positive dal Tolomei,
proseguita con molto
acume intui- tivo dal
Castelvetro ('). Invece,
se uno studio
in tutto il
Seicento e non
in questo se-
colo soltanto fu trascurato,
si fu appunto
questo della gramma-
tica storica. E per
converso quanto scarsi
guadagni non solo
dalle con- tese prese
nel loro insieme
("), che i
senesi sostennero contro
i maggiori avversari,
i fiorentini, ma
da quelle intorno
al vocabo- lario, benché
non trascurabili come
segno d'una salutare
ribel- lione al pedantismo
e purismo grammaticale,
e dalle opere
stesse de' grammatici,
benché tra esse
avremo da annoverarne
di abba- stanza originali nel
loro principio ispiratore,
come quelle del
Bara- toli, se il
razionalismo non fosse
venuto col veicolo
della gramma- (')
Qualche continuatore che
facesse servire le
idee del Cittadini
a combatter la
Crusca, come vedremo,
non mancò; ma
fu azione di
scarso valore. —
Un avversario della
Crusca, appunto, ne
cantò l'e- logio funebre: Orazione
per l'esequie del
dottor Celso Cittadini
reci- tata nelVAcc. de'
Fi toma ti
da Giulio Piccolomini,
lettor pubblico della
toscana favella, ai
XV marzo 1627.
In Siena, presso
il Bonetti, 1628.
(•) Tutta la
loro importanza è
in questo, che,
facendo esse sor-
gere a fianco del
principio fiorentinesco —
quale si fosse
il suo va-
lore storicamente parlando —
un altro principio,
quello del sanesi-
smo, non meno
arbitrario del primo
rispetto alla realtà
del linguag- gio, venivano
implicitamente a corrodere
l'uno e l'altro,
o almeno a
sottoporli a una
discussione, che è
il virus della
corruzione e quindi
del risanamento. Capitolo
nono 291 tica
di Poftoreale a
scuotere il giogo
grammaticale che sarebbe
sceso sul collo
della nazione e
se, per quanto
inascoltata e incom-
presa, la voce del
Vico non si
fosse levata contro
l'empirismo grammaticale, essa
sola bastevole alla
gloria d'un secolo
e d'una nazione.
Poiché questo è
da avvertire qui,
che, mentre la
pro- duzione grammaticale cinquecentesca, anche
a non voler
consi- derare i meriti
suoi verso la
scienza, fu almeno
spontanea e nacque
dalla diffusa coscienza
della importanza della
nuova letteratura e
reca perciò in
sé l'impressione spesso
calda d'un fatto
nuovo che interessava
grandemente l'anima italiana
e d'un bisogno
a cui occorreva
dare una qualsiasi
soddisfazione, quella del
Seicento fu in
generale, per quanto
concerne special- mente le
vere e proprie
grammatiche, piuttosto fredda,
quasi direi di
testa, di riflessione.
Il prototipo ne
fu per la
parte pratica il
Buonmattei, che perciò
ebbe più seguito
di tutti i
predecessori e contemporanei, e
distolse altri dal
tentar cosa nuova
o diversa. Il
Buonmattei pubblicò integralmente
la sua grammatica
nel 1643, ma l'aveva
già tutta distesa
circa un ventennio
avanti, quando n'ebbe
pubblicato il primo
libro, e cominciata
un tren- tennio prima,
cioè Verso il
1613, quando usciva
il Trattato del
Pergamini. Prima di
questo anno, oltre
il Turavano del
Bargagli (1602) ('),
le Considerazioni tassoniane,
un discorso del
Politi, avemmo un'Arte
di puntare di
Iacopo Vit- (')
// Turammo, ovvero
del parlare e
dello scrivere sauese,
del ca- valiere Scipione Bargagli.
In Siena, per
Matteo Fiorini in
Bianchi, 1602. Il
Cittadini, come c'informa
anche il Lombardelli,
vi è citato
con molta lode
« si per
la formatione, ò
piegatura de' verbi,
sì per la
maniera del proferire,
e sì per la
diversità non piccola
de' vocaboli, e
delle forme del
nostro parlare proprie,
chiare, che si
rendono da quelle
de' vicini, e
degli strani belle,
e distinte, sì
anco per la
gio- condità, ed utilità
che di esse
s'è udita seguitare
». I fonti,
p. 116. ')
Considerazioni sopra le
« Rime» del
Petrarca, 1602. Cfr.
O. Baco, Le,
ecc. Firenze, 1887.
(*) Discorso di
Lorenzo Salvi della
vera denominazione della
lingua volgare usata
da' buoni scrittori,
in Le Lettere
di Adriano Po-
liti. In Roma, per
Iacopo Mascardi, 1617, p.
I, p. 357
sgg. — Di-
mostra che si deve
chiamar volgare, come
fu chiamata dagli
aurei scrittori. —
Il Politi diede
anche avvertimenti grammaticali nella
292 Storia della
Grammatica torio da
Spello (1608) Q),
un Compendio grammaticale
in forma eli
lessico del Salici
(') e una
vera e propria
grammatichetta assai poco
nota, Le regole
per parlar bene
nella lingua toscana
di Girolamo Buoninsegni
(1608) (3). Del
primo qui accade
di dover dir
poco, ma, in
compenso, quasi e
in certo senso
tutto in sua
lode. E stato
già osservato dal
D'Ovidio che egli
superò tutti i
compagni d'arme senesi
(Bulgarini ('), Lombardelli,
Benvoglienti ('), Cittadini)
nell'au- dacia di un
radicale concetto d'autonomia
(p. 152), e,
che in suon
diverso dice lo
stesso, « [rispetto
al primato fiorentino,
al- meno nel fatto
più o meno
riconosciuto perfin dal
Gigli, tra i
senesi così ribelle],
solo Ini, il
Bargagli, nel 1602
col pesante dialogo
del Turammo, sostenne,
con tranquilla cortezza
e con pieno
accordo della teoria
con la pratica,
che come in
Grecia così in
Toscana ciascuno scrivesse
nella loquela propria,
senza impacciarsi nell' affettazione d'imitare
l'altrui» (p. 204):
il che giunta
al suo Dizionario
Toscano, scritto in
opposizione alla Crusca,
stampato la prima
volta nel 1614
e poi in
Venezia per Andrea
Babà, 1629: v.
Diz. Tose, di
A. P. con
la giunta di
assaissime voci e
avver- timenti necessari per
iscrivere perfettamente Toscano.
In Venezia, ap-
presso Giovanni Guerigli e
Francesco Bolzetta, 1615,
II ed. (')
Jì/odo di puntare
le scritture volgari
e latine. In
Perugia, per Vittorio
Colombara, 1608. (-)
Compendio d'utilissime osserva/ioni
nella lingua volgare
di D. Gio.
Andrea Salici di
Como, di nuovo
ristampalo, ricorretto, et
ac- cresciuto dall' Autore.
In Venezia, MDCVII,
presso Altobello Sa- li
cato. (8) In
Siena, 1608. —
Il Gerini si
maraviglia (op. cit.,
Ili, 94 sgg.)
che ne tacciano
il Tiraboschi, lo
Zeno, il Cinelli
(Bibl. volante), il
Mo- relli (Bibl. stor.-rag.
della Tose.), l'Inghirami
(SI. d. Tose.).
Domandò di supplire
il Cittadini nella
cattedra senese (cfr.
Archivio Mediceo, Gov.
di Siena, filza,
1942, cit. dal
Gerini). Il Casotti
nella Vita del
Buonmattei accenna a
un Tommaso Buoninsegni
(?). (4) «
Il B., per
occasione di considerare
V Inf., il Purg.
e il Par.
di D. e
di difender sé
stesso, o di
censurar certi, che
l'oppugnavano, esamina varie
cose, attenenti a
questa lingua, con
ben intesi discorsi
». Lombardelli, /
fonti, p. 51.
Criticato dallo Zoppio
si difese da
sé e fu
difeso dal Borghesi.
Ib., p. 58.
— Considerazioni, Repliche
alle risposte del
sig. Orazio Capponi,
Risposta ai ragionamenti
del sig. Pero-
ni n/o Zoppio. (')
Opuscoli diversi sopra
la lingua italiana,
raccolti da F.
Idel- fonso di
S. Luigi, Firenze,
1771. Capitolo nono
293 nel sentimento
comune è manifesto
e grossolano errore.
Noi siamo naturalmente
di diversissimo, se
non opposto, avviso,
né il sorriso
che vediamo spuntar
sul labbro de'
più, ci trattiene
dall' apertamente affermare che
nel pensiero del
Bargagli questo vi-
di errato, che si dia
forma di precetto
a ciò che
è invece un
fatto. Tutti scriviamo
nella loquela che
ci è propria,
cioè in quella
che la nostra
educazione e la
nostra cultura ci
hanno for- mato, o
meglio quella che
con esse s'è
formata in noi:
chi fa altri-
menti, fa male e
cade appunto nell'affettazione : il danno
sorge quando dell'osservazione d'un
fatto se ne
fa una norma
più o meno
arbitraria. Il Bargagli,
lungi dall'essere il più paradossale,
fu il più
logico di tutti,
in quanto sostenne
quel che sostenne:
solo non doveva
appunto cavar da
un'osservazione di fatto
una legge, intendendo
per loquela propria
il nostro particolar
dialetto nel senso
stretto e angusto
della parola. Pel
resto, il suo
principio affermato appunto
in tutta la
sua crudezza e
assolutezza era, nel
fondo, il risultato
della profonda ribellione
che egli sentiva
per la grammatica,
ma che non
si rendeva ben
chiara a sé
stesso e ragionava
e propugnava da
un punto di
vista empirico e
però di scarsa
portata filosofica. Ai
medesimi principi del
Bargagli giungeva un
anno dopo per
diversa via e
senza intenzione certo
di copiarlo, un
altro suo concittadino,
il Politi, in
quello de' due
suoi discorsi sulla
lingua che serve
d'introduzione al suo
Tacito tradotto (1603)
e nel suo
Dizionario Toscano (1614).
Infatti egli, come
anche si rileva
da una lettera
del Pergamini che lo Zeno,
correggendo il Fontanini,
dice riferirsi a
questo non già
all'altro suo Di-
scorso, dove solo parla,
sotto lo pseudonimo
di Lorenzo Salvi,
della vera denominazione
della lingua volgare
usata da' óuoni
scrittori, vi sostiene
doversi: 1" scrivere
alla Sanese senza
ob- bligarsi ai fiorentini
; 2" accomodarsi
all' idioma della
sua patria e
all'uso comune regolato
però dal giudizio.
E poiché non
ap- provava il gergo
della traduzione del
Davanzati, in fine
alla propria mise
la dichiarazione delle
voci meno intese
e vi sostituì
le comuni :
un dizionarietto, dunque,
sanese-italiano. Un altro
letterato di certo
libere vedute, il
Tassoni, che incontriamo
spesso in tutta
la prima metà
del sec. XVII
e che qui
si presenta per
le Considerazioni sulle
Rime del Petrarca,
interessa più la
storia della poetica
che non quella
della gram- matica. Lo
ritroveremo oppugnatore dell'Accademia nell'opera
294 Storia della
Grammatica concreta del
Vocabolario ('), come
in esse Considerazioni lo
ve- diamo schernire la
Fabbrica dell'Alunno, che
dice costruita di
mattoni malcotti. In
complesso, per le
sue spicciolate osserva-
zioni grammaticali
disseminate qua e
là un po'
da per tutto,
egli ci si
manifesta non troppo
tenero amico della
grammatica. Di che
dobbiamo contentarci. Di
Iacopo Vittorio di Spello e
Girolamo Buoninsegni che
diedero opera alla
grammatica propriamente precettiva
e didat- tica, basti
aver ricordato il
nome, e così
del Salici, il
quale di sé
stesso dice che
« con quella
chiarezza, e brevità
e' ha potuto
maggiore è andato
discrivendo l'alterationi, i
vari sensi, le
rad- duplicationi, che
patiscono le lettere
dell'Alfabeto, così l'uso
de' pronomi, delle
prepositioni, e de
gli avverbi, il
tutto com- probando
con autorità de'
più classici scrittori,
che scritto hab-
biano in lingua
Italiana, o Toscana,
che diciamo »
('"). Meglio che
con questi trattatelli,
ritorniamo nel dominio
della vera grammatica
precettiva con Jacopo
Pergamini di Fossombrone.
La grammatica (s)
del Perganini, il
noto compilatore del
(') Le Atinotazioni
sopra il vocabolario
degli Accademici della
Crusca, Venezia, 169S,
ormai è noto
che .non sono
del Tassoni, ma
dell'OTTONELLi, che fu
grammatico celebrato a'
suoi tempi da
quanto il Bembo.
Perduti sono i
suoi quattro libri
di ragionamenti in
difesa del Tasso
; degli Arringhi
abbreviati per lo
vocabolario della Crusca
resta qualche frammento
; e restano
anche alcune postille
al Perga- mini nell'Estense. Un
esemplare del Voc.
della Crusca si
trova all'Est. postillato
di mano del
Tassoni, che scrisse
di lingua anche
ne Pen- sieri diversi, IX,
15. (2) E
un misto di
grammatica, di ortografia,
di sinonimia e
dop- pioni, d'etimologia, disposto
in ordine alfabetico.
Sulle due facce
nel margine superiore
del libretto è
perpetuamente ripetuto Ortografia
volgare. Ma l'ordine
alfabetico non vi
è per nulla
rispettato, e il
cri- terio etimologico de'
vari raggruppamenti è
troppo balordo per
pren- derlo sul serio.
Sotto Posporre, p.
es., troviamo, ma
non questo sol-
tanto. Possa, Possessione, Pozzuoli,
Prestezza, Prezzemolo, Procaccio,
Processione, Prossimo, Pulcella,
Pupillo, Puzza. (3)
Trattato della lingua
del signor Giacomo
Pergamini di Fos-
sombrone, nel quale con
una piena, e
distinta Instruttione si
dichiarano tutte le
Regole, i Fondamenti
della Favella Italiana.
In Venetia, presso
il Ciotti, 1626
(la I ed.
è del 1613)
; e in
Venezia, per Niccolò
Pez- zana, 1664.
Tra questi limiti
estremi, si ebbero
altre edizioni: quella
del 17 qui appresso accennata
con un Supplimento
di voci d'autori
moderni, fatta per
consiglio del Politi,
la terza del
1657 con un'altra
Aggiunta di mille
e più voci
tratta da celebri
autori contemporanei, opera
di Paolo Abriani.
( 'aditolo nono
295 Memoriale della
lingua (' ),
è un primo
tentativo di ridurre
a metodo per
uso scolastieo ilei
principianti le più
ampie e e
spesso farraginose trattazioni
precedenti. Si divide
in tre parti,
suoni, parti del
discorso, accenti e
punti, e conserva
su per giù
le medesime categorie,
tranne che tra
le parti '
invariabili ' del-
l'Oratione include una
classe di 'Particelle'
che si usano
«solo per vaghezza,
et ornamento senz'altro
significato: delle quali
alcune servono per
principio di ragionare
: altre si
pongono per entro
il ragionamento come
Egli, E', Bene,
Hor, Ne, Ci,
Si » (p.
311). Del nessun
interesse per la
funzione logica delle
ca- tegorie può esser
prova anche quel
che dice del
gerundio : «
E la- sciando da
parte il motivo,
che fanno alcuni,
se gerondio sia
parte formale dell'oratione, o
più tosto membro
del Partecipio :
il che per
mio credere, monta
poco, o niente.
Dico prima, ch'ogni
Verbo ha ordinariame?ite il
suo Gerundio ;
e di rado,
o non mai
n'è senza ».
Meglio ancora appare
dalle definizioni : « La
quarta Parte principale
dell'oratione è il Verbo, il
quale congiunto co'l
Nome fa il
parlare intero, gli
Accidenti del Quale
sono Genere :
Tempo : Modo
: Numero :
Persona : e
Maniera ». In-
somma è conservato tutto
lo schematismo, ma
ridotto a semplici
e nudi cartellini
per raggrupparvi le
forme, delle quali
peraltro non si
da più che l'esempio. Il
metodo, infine, è
inteso proprio alla
rovescia : il
proposito di semplificare
la trattazione, ren-
dere il libro facile
e di pronto
uso conduce l'autore
non già a
cercare una razionale
disposizione della materia,
ma ad ammuc-
chiare i fatti con
procedimento del tutto
meccanico, a portare
il vocabolario nella
grammatica. Parlando, p.
es., della Vocale
A, osserva che
è ' fine
ordinario delle voci
femminili nel nu-
mero del meno ',
segno del caso
Terzo, e Quarto
del Nome, e
del Numero del
meno: segnato hor
coli' Accento Grave; hora
[Venezia, Ciotti, 1601.
— Questo Memoriale
ebbe una certa
fortuna. E consigliato
da G. V.
Gravina in Regolamento
degli studi di
nob. e vai.
donna nella Nuova
race, Napoli, 1741
; il Tirabo-
schi (t. VII,
Hb. 3, V,
37) lo dice
il migliore di
quanti ne furon
pubblicati nel sec.
XVI, benché uscito
in luce nel
1601. — Sul
Per- gamini, Ferruccio
Benini, La vita
e le opere
di Giacomo Pergamini
con scritti inediti
[postille al yJ/razio?ii e
il discorso. Par
qui giustificare la
Declinai, de' Verbi
del Buonmattei che
il Dati accolse
nella prima ediz.
e a cui,
nella seconda, fece
se- guire la declinazione
de' Verl>i anomali.] tedre di
lingua toscana, destinandovi
Professori di vaglia,
e di abilità
conosciuta. I buoni
scrittori toscani di
questi ultimi tempi,
come oltre allo
stesso Dati, il
Redi, il Segneri,
il Buonaroti, i due Salvini,
e parecchi altri,
han conosciuta questa
verità, e se
ne sono approfittati
confessando che non
basta il nascimento
a voler scrivere
purgatamente, ma che
bisogna aggiungervi studio
e fatica ».
E per la
preminenza del volgare
sul latino as-
serita dal Dati secondo
il Fontanini, lo
Zeno aggiungeva :
« Il Dati
non mette ne
troppo né molto
la lingua volgare
sopra la latina
per via di
sofismi ; ma
solamente dice che
in questa scriveremo
sempre imperfettamente con
tutto che ci
durassimo grandissima fatica,
e che in
quella, cioè nella
volgare, si arriverà
facilmente alla perfezione»
(pp. 130-1). Anche
qui, oltre quella
coscienza della letteratura
nazionale cui più
volte alludemmo, si
sente ap- punto l'eco
delle Battaglie del
Muzio in difesa
della italiana lingua
contro i caldeggiatori
del latino, che
pare non si
sentis- sero del tutto
debellati, se osavano
ancora, come indirettamente il
Fontanini, rialzare il
capo. Ma nella
necessità dello studio
e delle regole
il Fontanini e
lo Zeno concordavano,
e con essi
tutti i vincolati
in un modo
o in un
altro all'Accademia, la
quale appunto, non
solamente con l'opera
concreta del Vocabolario
reggeva o credeva
di , reggere i
freni degli scrittori,
ma con l'autorità
morale che le
veniva dalla sua
stessa compagine, dalla
funzione che in
tempi accademici si
svolgeva con il
rispetto è l'ammirazione
de' più, e
ancora dall'appoggio del
governo gran- ducale. Il
ristamparsi de' discorsi
in cui si
sosteneva la neces-
sità delle regole è
altro indizio della
fede che esse
riscotevano. Le Osservazioni
dello Strozzi, incorporate
nella raccolta del
Dati e ricomparse
nella seconda edizione
d' esse, vedevano
la luce anche
separatamente, come s'è
visto: l' istesso discorso
del Dati fu
stampat o almeno tre
volte. E l'aver
accolto nella se-
conda edizione la Declinazione
de' verbi anomali
del Buon- mattei
e la Costruzione
irregolare del Menzini
e un discorso
del medesimo sopra
le figure grammaticali
(pleonasmo, ellissi, zeumma,
iperbato, ecc.); insomma quanto
sapeva d'irregolare, che
veniva poi giustificato
con criteri rettoria
e l'autorità degli
scrittori, conferma gli
scopi di questa
nuova campagna che
il Dati, nell'ambito
dell'azione della Crusca,
tenacemente batteva. Ma
con eguale e
forse con maggiore
baldanza combatte- vano gli
avversari, e segnatamente il
Bartoli, proclamando il
Capitolo undicesimo 339
principio dell' indipendenza
individuale in relazione
al buon gusto,
la nuova parola
che s'era fatta
strada, segnacolo d'una
tendenza molto significativa. L'editore
del 1709 delle
Osserva- zioni del Cinonio
giustifica il poco
spaccio della prima
edizione d' esse
COIl la decadenza
del buon gusto,
e la ricerea
che poi se
ne lece verso
il 1659, quando
le iurono nuovamente
ristam- pate, col risveglio
di esso buon
gusto. « Destandosi
però di quando
in quando l'intorpidito
Buon gusto, andavasi
cercando quest'opera e se ne vide
nel 1659 la
più attesa divulgazione
» (p. VII).
Nel 1655, come
avvertimmo, uscivano CL
Osse?-vazioni del p.
Daniello Bartoli, cresciute
nel 57 a
CLXXV, nel 68
(*) a CCLXX,
e, dopo altre
ristampe, ripubblicate (:)
con copiose os-
servazioni di Niccolò Amenta,
che muove al
Bartoli molte ec-
cezioni, e poi del
Cito, nipote dell' Amenta,
che ne rincara
la dse (;!).
Il libro, dice
D'Ovidio, « non è che
un'argutissima e dotta
polemica grammaticale e
lessicale contro i
divieti capricciosi de'
linguai, né tocca
la questione generale
[della lingua] se
non in quanto,
sottintendendo il primato
toscano ma badando
piuttosto alla tradizione
letteraria, loda e
compie la Crusca
». Ma pare
per lo meno
che quello del
Bartoli fosse un
ben curioso modo
di lodare e
di compire la
Crusca. Già, chi
erano ormai que' lin-
guai contro i cui
capricciosi divieti argutamente
e dottamente po-
lemizzava il Bartoli, se non accademici
della Crusca o
cruscanti? Poi, che
rimanevan più il
primato toscano e
la tradizione let-
teraria, ammessi pure e
rispettati dal Bartoli,
d'accordo in questo,
ma in questo
solo con la
Crusca, cioè in
un riconoscimento a
parole, quando, non
solo si sarebbe
dovuto ammettere con
lui che //
Torto, e '/
Diritto del ?ion
si può, dato
in giudizio sopra
molte regole della
lingua italiana, esaminato da
Ferrante Longo- bardi. —
In Roma, per
lo Varese, 1668,
8". Il Bartoli
si difese con
Y Apologia. In
Napoli, per Antonio
Abri, 171 7. (3) // torto
e '/ diritto
del non si
può, dato in
giudizio sopra molti-
regole della lingua
italiana esaminato da
Ferrante Longobardi cioè
da P. I).
B. Colle osservazioni
del sig. Niccolò
Amenta, e con
altre annotazioni dell'ab.
sig. \). Gius.
Cito. Aw. Napoletano.
In Napoli, 1728,
a spese di
Niccolò Rispoli, e
di Felice Mosca.
Voli. 3. 34°
Storia della Grammatica
anche i migliori
trecentisti scrissero non
di rado «
fuori di re-
gola », e che
era dunque stolta
baldanza il censurar
vocaboli e locuzioni
sol perchè non
approvati dall' autorità
degli scrit- tori del
buon secolo, cioè
a dire della
Crusca; che i
non To- scani avrebbero meglio
provveduto a sé
stessi col latineggiare
un po' di
più, anziché ostentare
idiotismi d'accatto, che
era un allontanarsi
dal codice dell'Accademia ;
ma si fosse
anche do- vuto riconoscere con
lui che «
un principio onde
regolare bene il
parlare » non
esisteva : «
non le decisioni
de' grammatici, non
l'uso del popolo
o de' più
eletti, non l'autorità
degli scrittori, non
la prerogativa del
tempo, non l'etimologia,
non l'analo- gia... »
esser veri principii,
ma «or l'uno
or l'altro di
questi principi aver
forza, ma più
di tutti l'arbitrio
dello scrittore»?! Meno
inesattamente lo Zambaldi
così ebbe a
parlare de' due
libri del Bartoli,
che, per il
loro contenuto più
ristretto all'orto- grafia, non
perdono valore di
fronte ai principi
generali lingui- stici e
grammaticali : «
Press'a poco le
stesse idee [degli
oppo- sitori Toscani] furono
sostenute nel sec.
seguente da Daniello
Bartoli in quel
libro singolare che s'
intitola il Torto
e il Di-
ritto del non si
può, dove in
mezzo a molti
paradossi trovi gran
libertà di giudizio
e mirabile erudizione.
Egli ordinò poi
la sua dottrina
nel Trattato dell'
Ortografia (1), dove
dice che questa
deve seguire tre
principi : V autorità,
la ragione, Yuso.
Ma es- sendo spesse
volte questi principi
in contradizione l' uno
con l'altro, lo
scrittore dovrà usare
il suo giudizio,
e talvolta anche
l'arbitrio.... Il Bartoli,
nel combattere il
dominio assoluto della
pronunzia toscana e
certe regole troppo
esclusive della Crusca,
ebbe forse l'intuizione
vaga e confusa
d'un principio vero;
ma non seppe
trovare i giusti
limiti fra il
regno dell'uso e
quello dell'etimologia, né
dare stabile fondamento
all'uno e all'altro»
(]>]). 22-24). (')
DclP ortografia italiana trattato
del P. D.
B. In Roma,
per Ignazio de'
Lazzeri, 1670. —
Questo trattato fu
ristampato più volte
anche in tempi
vicini a noi:
p. es., a Milano, per
Giovanni Silvestri, MDCCCXXX,
e Reggio, Torreggiani,
1833. Il Foffano,
op. cit., p.
303, ricorda che
non si ha
più notizia dell'operetta
disegnata dal Bartoli,
delle proprietà o
per così dire
passioni di '
z, ibi, cit.
nell' Apologia, p. 18.
Capi/o/o undicesimi) 341
A noi quest'
insufficienza riesce meno
condannevole di quanto
sia sembrato e
possa ad altri
sembrare. Il Bartori
era quello che
oggi si chiamerebbe
uno stilista, un
affine al D'Annunzio
descrittore: uno scrittore
insomma di quelli
che esauriscono tutta
la vitalità del
loro pensiero nella
tranquilla, olimpica con-
templazione degli oggetti esteriori,
moltiplicandosi il godimento
e il diletto
con l'accarezzare minutamente
le proprie immagini,
le risonanze varie
che essi stessi
si sono destati
nell'anima. Per siffatti
scrittori la forma
è più che
mai tutto ciò
che l'interi è essa per
se la sostanza
dell'arte loro. E
naturale che siffatti
scrittori sdegnino più
d'ogni altro il
treno delle regole
e pro- clamino la
indipendenza assoluta del
loro giudizio, o,
meglio, la necessità
dell'arbitrio. L'arbitrio per
essi è la
libertà. Nel fatto
tutti i veramente
scrittori hanno sentito
e praticato un
tale principio, perchè
questa è la
natura dell'arte, checche
di- cano le poetiche.
Ma dai temperamenti
artistici, a cui
allude- vamo, è maggiormente
sentito il bisogno
di regolarsi nell'e-
spressione esteriore secondo il
tumultuare e il
fluttuare interno delle
immagini, delle armonie,
dei colori. E
arbitrario e tiran-
nico oltre che inutile
è il chiedere
ad essi, come
per un'altra simile
questione ho osservato,
che si tengano
alle norme in
cui i grammatici
e l'uso moderno
ormai convengono: essi
andranno sempre per la loro
strada, indulgendo al
loro genio: anche
quella che in
loro è evidentemente
ricerca dell'effetto stilistico
formale, è in
fondo un'attività che ha radice
nel loro particolare
atteggiamento artistico. La
loro grammatica è
la loro natura
ar- tistica : regolarsi
secondo detta dentro,
caso per caso
: c'è chi si forma
un suo sistema
particolare al quale
strettamente s'attiene, perchè
non solo non
gl'impedisee la libera
estrinsecazione delle sue
forme interiori, ma
corrisponde sì pienamente
ad esse che
il non seguirlo
sarebbe farsi violenza
: il D'Annunzio
è di questi.
C'è chi si
fa un sistema
del non seguirne
alcuno per lasciarsi
trasportare in ogni
singolo problema formale
dalle esigenze del
momento, sicché l'attenersi
a una regola
per quanto liberamente
impostasi sarebbe un
violentarsi, e di
questi è il
Bartoli. Il quale
mi par che
abbia formulato l'unico
principio didattico che
possa conciliarsi con
la libertà e
l'indipendenza dell'arte, che non ne
tollera alcuno :
principio che viene
a concordanza piena
con quanto scaturisce
d' insegnamento per
la pratica e
l'esercizio dello scrivere
da una recente
polemica sull'Idioma gentile
del 342 Storia
della Grammatica De
Amicis (1). A
chi obiettava recentemente
al Croce che
la sua tesi
circa i precetti,
illustrati dal De
Amicis nel suo
libro, per l'apprendimento delle
lingue e l'arte
dello scrivere, sarebbe
stata la più
gradita ai discepoli,
perchè li dispensava
da qualsiasi studio,
il Croce, tra
le maraviglie di
chi non riusciva
a vedere come
si potesse accordare
con la teoria
l'utilità di una
pratica che in
teoria non è
giustificata, rispondeva affermando
l'utilità dell'esercizio pratico
e pienamente giustificando
la comodità del-
l'empirismo ('). Ora il
Bartoli nella prefa,2Ìone
al suo Trattato
del? ortografia, con acutezza
e precisione veramente
sorprendenti e in
tutto degne d'una
veduta estetica superiore,
scriveva : «
Né niun v'è,
il quale, per
quantunque professi e
vanti di tenersi
strettissimo alle osservanze
dello scrivere regolato,
di parecchie maniere
che userà, possa
allegare altra più
vera cagione che
il così parergli,
e così aggradirgli;
e chi più
studierà in questa
professione, ogni dì
meglio intenderà non
potersene altrimenti. Dal
che due cose
a me par
che ne sieguano
: l'ima, che mal
si farebbe, riprovando
in altrui quel
che si vuol
lecito a sé
stesso : l'altra,
che v' ha
due strade possibili
a tenersi, da
chi ama, non
solamente di scrivere
regolato, ma sufficientemente difeso;
cioè: Dare una
volta quanto è
bisogno di studio
a comprendere in-
teramente la materia, e
tutte averne davanti
le necessità e
gli arbitri, le
diversità e le
somiglianze, le strettezze
e le larghezze,
i perchè a
gli usi, così
moderni, come antichi
: in somma
quanto (fino a
una conveniente misura) può
dirsene e sapersi:
e così INFORMATO SENZA PIÙ
CHE SÉ STESSO,
E IL SUO
BUON GIUDICIO seco,
farsi da sé
medesimo un dettato
d'ortografia, secondo il
sa- viamente partitogli più
convenevole ad usarsi,
e più sicuro
a darne, bisognando,
ragione a chi
ne l'addimandasse. E
a questo intendo
io che abbia
a servire {se
può bastare a
tanto) il presente
Trattato. L'altra via
è [ma questa
non è da
lui evidentemente preferita,
anzi il modo
stesso con cui
l'enuncia par tirare
a met- terla (piasi
in ridicolo], del
non prendersi maggior
noia e fatica
che di leggere,
e far sue
le regole che
questo o quell'altro
buon maestro in
professione di lingua
avrà dettate; e
fon esse in
mano, seguitarlo a
chiusi occhi. E se altri
l'addimandasse del Croce
in La Critica,
IV, S9 sgg.,
e Y, 71
sgg. I V.
anche del Crock,
// padrone g giumento della
Scenica, in La
Critica, 111, 160
sgg. Capitolo undicesimo
343 perchè) ili
qual che sia
particolarità del suo
scrivere, soddisfare a
tutto con quella
sola e universale
risposta che è
l'antichissimo Ipse dixit.
Ma questo non
dovrà mica voler
più avanti che
uso proprio: non
per ardirsi a
far dell'arbitro, e
diffinitore del Così
va riè si
de' altrimenti; non
sapendo non che
le cagioni dellW-
trimentì che può,
e per avventura
dee farsi, ma
né pure il
perchè dee così
far egli, se
non il così
far ch'egli siegue
; come ap-
presso Dante le
pecorelle, (piando escon
del chiuso, E
ciò che fa
la prima, e
l'altre tanno, Addossandosi
a lei s'ella
s'arresta Semplici e
chete, E lo
perchì-: non sanno
('). In tutto
questo discorso mi
par che questo
pensiero si rilevi
chiaramente: si studi
la grammatica e
si facciano esercizi
gram- maticali, ma, poi,
nell'espressione non se
tenga alcun conto,
la- sciando piena libertà
al proprio buon
genio. Il che
ha una por-
tata maggiore,
filosoficamente parlando, di
quel che gli
sia stata fin
epti riconosciuta, benché
il Bartoli non
muova da un
deter- minato sistema: era
il buon senso
dello scrittore che
lo rendeva ribelle
alle regole, e
il suo gusto
particolare : sicché
egli, e per
questa ribellione e per la
motivazione, rappresenta un
progresso perfino sulla
dottrina che seguirono
il Buonmattei e
il Cinonio. Questi
parlavano di ragione
: egli affermava
l'esigenza del gusto,
accordandosi così ai
tempi, ne' quali
appunto si veniva
sco- prendo un'altra facoltà
diversa dalla ragione,
che presiedeva alla
produzione dell'arte: la
fantasia : non
era certamente ancora
la scienza :
era il lievito
che la veniva
fermentando. La dottrina
del Bartoli aveva
in sé un
po' di questo
lievito: e questo
è il suo
merito principale (?).
E lievito è
anche quel curioso
libro del Vincenti
che s' in-
titola 7/ ' ne
quid nimis' della
lingua volgare nelle
Regole più praticabili
e principali : ( !) dove,
tra tante bizzarrie
e anche ba-
lordaggini specie nella motivazione
della sua indifferenza
per l'uso di
questa o quella
parola sostanzialmente identica,
si pro- (')
Milano, per Giovanni
Silvestri, MDCCCXXX. pp.
vi-vin. (2) Croce,
Est. Storia;, III,
p. 209. opera
non volgare, Roma,
per [gnatio de
Laz, nel 1665.
Cfr. C. Trabalza,
Un curioso criterio
stilistico d'un grammatico
secen- tista, in Sludi
e Profili, Torino,
1903, p. Sr
sgg. 344 Storia
del/a Grammatica pugna
un concetto di
indipendenza dalle strettezze
della gram- matica pedantesca. Una
ben curiosa apparizione
moveva ancora contro
la lingua fiorentina
— come già
nel Cinquecento con Mario
d'Aretio — dalla
Sicilia, dove la
tradizione del primato
poetico dugentesco è
durata si può
dir sino a
ieri nella coscienza
di grammatici e
critici : vedremo,
del 1836, una
Glottopedia italo-sicida o
gram- matica italiana dialettica:
ora, dunque, cioè
nel 1660, Antonino
Merello e Pio
Mora in un
Discorso che fa
la lingua Vulgate
dove si vede
il suo nascimento
essere siciliano (')
facevano che la
lingua siciliana, «
vedendo svaleggiata la sua cittadinanza
da' fiorentini, che
Toscana, s'appellano» (p.
5), insorgesse contro
« la vana
petolanza della Toscaneria
» (p. 8),
eccitando i sici-
liani a non starsene
neghittosi. E due
anni dopo in
un nuovo Discorso
dove si mostra
che la Sicilia
sia stata Madre
non solo dello
scrivere, e poetare,
ma anco della
lingua volgare^, dice-
vano : « Eche
habbia la lingua
volgare gran parte
della lingua greca,
leggete il Discorso
di Ascanio Persio»,
e negavano al-
l'Allacci che la Sicilia
sia stata solamente
genetrice del rimare
e poetare. Più
rispettoso verso la
Crusca par mostrarsi
lo Sforza Pal-
lavicino, a cui dobbiamo
alcuni Avvertimenti grammaticali
per chi scrive
in lingua italiana,
dati in luce
dal p. Francesco
Rai- naldi della
Compagnia di Gesù
(!) nel 1661
e più volte
ristam- i Messina,
1660, per Paolo
Bonacata. ! In
Cosenza, per Gio
: Battista Mojo
e Gio :
Battista Rossi, M DC LXII.
In questo oltre
li Osservanti dell'Aretio,
si cita un «
D i- scorso che
la Ungila italiana
hebbe nella Sicilia
il suo nascimento
» di Francesco
Pio. — Il
FOFFANO, attingendo al
Mongitore, ricorda un
7)iseorso di Luigi
La Farina, in
cui si prova
« la lingua
siciliana esser madre
dell'italiana », op.
cit., p. 299,
dove anche è
citato un ANTONIO
BRUMALDI (Ovidio Montalbani),
che ne i-
scorso che la Ungila
italiana hebbe nella
Sicilia il suo
nascimento » di
Francesco Pio. —
Il FOFFANO, attingendo
al Mongitore, ricorda
un 7)iseorso di
Luigi La Farina,
in cui si
prova « la
lingua siciliana esser
madre dell'italiana »,
op. cit., p.
299, dove anche
è citato un
ANTONIO BRUMALDI (Ovidio
Montalbani), che ne l
suo Vocabolista bo-
lognese (Bologna, 1660) pretese
dimostrare che il
dialetto di Bologna
è da considerarsi
come la «
madre lingua d'Italia
». Nel 500
aveva inneggiato l'Achillini
a codesto dialetto.
Che ogni scrittore
illustrar dee l'idioma
nativo et anche
arricchirlo con alcune
forme giudiziosa- mente portate
dal latino, volle
provare G. F.
BoNOMl, Bologna, i6Sr.
1 i In
Roma, per lo
Varese, 1661 ;
per Ignazio de'
Lazzeri, 1675; in
Roma et in
Perugia, per gli
Eredi di Sebastiano
Zentrini, 1674 (ediz.
che ho sott'occhioj.
L'originale del Pallavicini
è nel Cod.
mar- ciano, CLXXVI (Catal.,
p. 99). Capitolo
undicesimo 345 pati,
pochi (sono in
tutti 121), invero,
ma non senza
traccia di quel
sapori- filosofico che
fa del noto
cardinale un partecipe
di quel presentimento
critico del sec.
XVII a cui,
anche poco sopra,
abbiamo accennato. Più
rispettoso, abbiam detto;
ma anch'egli, come
il Bartoli e
il Vincenti, non
conosce leggi grammaticali
assolute. Le sue
osserva/ioni empiriche non
sono mai infondate:
egli sa osservare
che «in alcune
voci la pronunzia
fiorentina è diversa
da quella del rimanente della
Toscana e dell'Italia;
come in dire
Abate, Ujìzio, Roba,
con le consonanti
semplici: Immagine, Innalzare,
Ovvidio, con le
raddoppiate. In questi
e simili casi
non sarà degno
di riprensione chi
seguirà o l'una
0 l'altra maniera
» (p. 46).
Didatticamente, segue un
principio molto ragionevole
e discreto. «Col
nome d'errori dunque
in- tendo quelli, che
si scostano dall'uso
ordinario degli scrittori
buoni, e pregiati
per politezza di
lingua. Tacerò le
ragioni, 0 solo
talvolta ne darò
un cenno :
però eh' elle
sono difficili ad
apprendersi, e vagliono
solo al sapere:
là dove i
nudi insegna- menti s' imparano con
agevolezza e bastano
per operare »(pp.3-4).
Ma gli avvertimenti
caratteristici son quelli
onde si chiude
il volumetto. «
Conchiuderò con due
brevi avvertimenti. L'uno
è, che questi
contenuti nel presente
Capitolo sono più
tosto con- sigli che
precetti : Onde
meriterà lode chi
gli osserva ;
ma non biasimo
chiunque in picciola
parte se ne
allontana. L'altro è,
che in questa,
come in tutte
le arti, ninna
regola è sufficiente
se non maneggiata
e posta in
uso a guisa
di mero istrumento
dal giudicio, il
quale solo è
/'Architetto di tutte
le opere »
(p. 61). Ognun
vede coma il
fondamento di questa
conclusiva sentenza è
nel sistema filosofico
che mette il
Pallavicino in un
posto non disonorevole
nella storia dell'estetica, come
quello che affrancava
la fantasia dall'
intellettualismo, benché la
iden- tificasse poi col
sensualismo marinesco ('),
e, in ogni
modo, l'arte dalle
regole ('). 1
Croce, Estetica, pp.
198, 207, 474.
Accanto agli Avvertimenti
dello Sforza Pallavicino
registriamo alcune altre
simili operette. —
Le prime lince
o Lezioni della
lingua italiana per
regolarne il disegno
ai suoi signori
scolari concentrate dal
maestro di lingua
Gio : Pietro
Erico rivelano se non una
certa ingegnosità, una
certa smania di
voler far entrar
in modo facile
la grammatica nella
testa degli scolari.
Vi si fa
largo uso dei
paradigmi; gli elementi
(vocali e consonanti
sono raggruppate in
più modi per
346 Storia della
Grammatica Dietro l'esempio
del Bartoli per
oltre un cinquantennio, più
spesso contro la
Crusca che in
favore, e sempre
in consonanza col
movimento linguistico a
cui aveva dato
impulso il Vocabo-
lario, si misero a
compilare grossi e
piccoli zibaldoni special-
mente d'indole ortografica, a
stendere dissertazioni, lezioni
e dialoghi, a
postillare raccolte maggiori,
e in connessione
con l'ortografia a
trattar di pronunzia
e di prosodia
('), specie della
agevolar la pronunzia);
avverbi, modi avverbiali,
congiunzióni, inter- gettioni,
preposizioni sono ammariniti
per elenchi; il nome vi
è trat- tato ancora
secondo la qualità,
il numero, il
caso, la figura,
la mo- tione;
i verbi son
dati in tavole;
vi si additano
esercizi per la
con- cordanza. (Si debbono
all'Erico anche: Generis
humanae linguae, Ve-
netiis, 1697 e
Renatum e 'Mysterio
principiiun phiiologicum, Patavii,
1686). Sono state
ricordate qualche volta
le Osservazioni della
lingua volgare di
Pio Rossi, Piacenza,
e la Pratlica,
e compendiosa istruzzione
a' principianti circa
l'uso emendato, et
elegante della lingua
italiana del RoGACCl.
(') In appendice
agli Avvisi di
Parnaso ai poeti
toschi, Venezia, s.
a., Marcantonio Nali,
dette un trattato
sulla dieresi, sulla
sine- resi, sui
dittonghi, e sull'accento;
Loreto Mattei (il
noto poeta ver-
nacolo reatino), una Teorica
del Verso volgare,
e Prattica di
retta pronunzia, in
Venezia, per Girolamo
Albrizzi.(Neil' Apologia
della z cita
una Neogrammalogia di
un Anonimo, dove
si proponeva il
segno dell'.? per lo z
aspro (fortezza, bellezza)
per distinguerlo dal
suono di :
in donzella, grazia,
amazzone. Nella lezione
La lingua to-
scana in bilancia con
la latina il
Mattei pone la
prima superiore alla
seconda). In questo
campo il libro
classico è la
Prosodia italiana ov-
vero l'arte con l' uso
degli accenti nella
volgar favella d'Italia,
accor- dati dal padre
Placido Spadafora, palerm.
della Comp. d.
G., colla Giunta
di tre brevi
trattati: l'uno della
Zeta, e sue
varietà: l'altro dell' ,
verbo sost., apposizione
= ellissi del
verbo sost., preposiz.,
avverbi, congiunz., pro- nome,
intercezione, intere sentenze,
che se il
loia, dello zeuma,
falsa zeuma, .sillessi, trasposizione, iperbato, anastrofe, tniesi,
parentesi, e sinchisi.]anzi ultrapurista,
per dirla col
suo recente biografo
('), ma, mu-
tati gli abiti mentali
e slargato il
suo orizzonte anelie
per ef- fetto delle
lingue apprese ne'
suoi viaggi all'estero,
fini quasi ribelle.
Scienziato, filosofo e
teologo, erudito, novellatore
e poeta, epistolografo, quale
accademico della Crusca
attese a studi
linguistici diversi, di
spoglio, d'etimologia, d'ortografia,
di cui introdusse
qualche novità anche
ne' suoi scritti
(ò, ài, à
per ho, hai.
ha, secondo l'antica
proposta del Tolomei);
ma pre- cettista di
grammatica non fu.
A noi basterà
caratterizzar tutta la
sua operosità grammaticale,
osservando che egli
non si peritò
d'accogliere voci straniere,
che fu anzi
uno de' primi
neologisti, e riferendo
quel che nel
1677 scriveva al
Bassetti circa la
compi- lazione del Vocabolario:
« tutto l'arricchimento maggiore,
che si pensa
dare a quest'opera
è il rifrustar
manoscritti antichi, e
aggiunger voci Ora io
non vorrei che
ci trafilassimo a
cavar fuori e a spiegar
voci, che in
questo secolo non
accaderà che un
uomo l'oda nominare
una sola volta
in vita sua,
e trascu- rassimo quelle, che
occorrono in ogni
discorso e che
mal usur- pate rendono
chi le dice
ridicolo » ('").
« Voi mettete
», tornava a
ripetergli, «in questo
vocabolario voci antiche,
voci rancide. voci
disusate, voci, che
son ridicole a
voi medesimi, e poi, non
distinguendole dalle buone,
ci date mescolate
la crusca, o
piut- tosto le reste
e la paglia
istessa, con la
farina ». A
base di quest'osservazione è
sempre la vieta
concezione del linguaggio
; ma questo
bollar di ridicolo
le voci rancide
e chi le
adopera, indica per
lo meno la
coscienza della contradizione
tra parola vecchia
e idea nuova,
un sentimento insoddisfatto
dell'unità del- l'espressione, un segno,
in ogni modo,
di salutare reazione.
Nel « raccomandare
alla risorta Accademia
di aprir le
porte al Tasso;
di mettere de'
contrassegni alle voci
arcaiche, alle non
comuni, alle plebee:
e di esser
meno difettosa nell'accogliere le
buone voci forestiere
» (:i), invidiando
alle altre nazioni
l'uso vivo della
lingua, precorreva il
Manzoni. Fu pertanto
considerato, come egli
stesso confessava, «
per corruttore della
severa onestà de'
(') Stefano Fermi,
Lorenzo Dlagatotti scienziato
e letterato (1637-
1712 . —
Studio biografico -
bibliografico - critico
con ritratto, Firenze,
1903, p. 171.
Leti, fam.., t.
II, p. 68,
in Fermi, op.
cit., p. 16S.
(3) D'Ovidio, op.
cit., p. 211.
35 2 Storia della
Grammatica nostri antichi
» (') :
ma non così largamente che
dal Panciatichi, residente
nel 1671 a
Parigi, non fosse
invitato sebbene inutil-
mente a prender le
difese di nostra
lingua contro gli
attacchi famosi del
Bouhours, che trovò
in Italia il
suo avversario nel
Conti. Più importante
di quella del
Magalotti e de'
comuni con- soci è
forse l'opera d'uno
de' due Salvini,
Anton Maria :
a Sa- vino, dobbiamo, tra
l'altro, la prima
storia dell'Accademia ('"):
storia, si dica
subito, che dimostra
l'importanza che l'Istituto
famoso aveva ormai
acquistato, ma, anche,
la chiusura d'un
pe- riodo d'attività che
aveva fatto il
suo tempo e
non rispondeva più
ai nuovi tempi.
Anton Maria Salvini
(1653- 1729) (3) fu
purista dello stampo
del Dati, suo
antecessore, di cui
cita con lode
il ricordato di-
scorso siili' Obbligo di
ben parlare la
propria lingua; fu,
direi, l'incarnazione de'
principi che prevalsero
in questo tempo
nel- V Accademia; fu
il perfetto accademico;
anche i modi
della sua attività
letteraria
contraddistinguono il carattere
della sua mente:
fu oratore accademico
e postillatore :
le Prose toscane
e i Di-
scorsi accademici offrono una
buona parte di
quell'attività; ma è
altrettanto considerevole la
materia trattata da
lui nelle an-
notazioni a opere e
libri famosi :
il Malmantile del
Lippi, la Piera
e la Tancia
del Buonarroti, la
Perfetta poesia del
Muratori, le Origini
del Menagio, il
Vocabolario, la Grammatica
del Buonmattei, V Anticrusca
del Beni('). Le
più importanti al
fatto nostro sono
le postille all'opera
muratoriana, specie per
ciò che concerne
l'efficacia delle regole
grammaticali ("). (')
Lett. in Belloni,
// seicento, p.
452. ('-') Ragionamento
sopra V origine dell'Accademia della
Crusca, Fi- renze. Su
esso, dott. Carmelo
Cordaro, Anton Maria
Salvini, saggio critico-biografico, Parma,
1906, e la
notizia che di
questo libro dà
R. Fornaci ari.
Un filologo fiorentino
del sec. XVIII,
in Nuova An-
tologia, 16 marzo
190S. [] Vivaldi
esclude, con l'inoppugnabile argomento
del tempo, che
sia del Salvini,
n. il T2
gennaio 1653 (f
17 maggio 1727)
quel pro- getto di
risposta da farsi
all' Anticrusca per
opera del Fioretti
che la fece
infatti nel 1614,
che il Moreni
pubblicò nel 1S26
traendolo dalla iMagliabechiana. (6)
Nei Discorsi Accada
n. xxi, p.
3 « l'A.
esordisce col soste-
nere che l'obbligo di
ben parlare la
propria lingua fu
dimostrata con Capitolo
undicesimo 353 K
noto che uno
de' punti cui
s'agitò la controversia,
che è stata
chiamata della lingua,
fu l'eccellenza del
Trecento sul Cin-
quecento e i secoli
posteriori. Il Muratori
fu perii Cinquecento (6) : e il Salvini,
naturalmente, pel Trecento.
Tra gli argomenti
che il Muratori
adduceva, era questo,
che nel Trecento
la lingua non
poteva essere arrivata
alla sua perfezione,
perchè, tra l'altro,
non se n'erano
peranco stabilite le
regole e ognuno
scriveva a suo
talento, usando parole
e locuzioni straniere,
rozze, plebee, cadendo
per ciò senz'accorgersene in
barbarismi e solecismi,
tra- scurando anche la
retta ortografia. Il
Salvini gli ritorce
codesto argomento così:
« il non
essersi stabilite le
regole, né poste
in iscritto, e
scrivendosi tuttavia da
molti e parlandosi
in quel tempo
regolarmente, è segno
che in quel
tempo era giunta
al non più
oltre l'italiana favella;
e non fa
che le regole
natural- mente non ci
fossero ». In
altre parole il
Muratori sostiene la
inferiorità del Trecento
con la mancanza
della grammatica ;
il Sal- vini l'eccellenza di
esso con l'esistenza
virtuale della gramma-
tica : questione e
ragioni egualmente cervellotiche
e che movono
l'ima e le
altre dal concepire,
al solito, il
linguaggio come un
congegno meccanico che
funziona più o
meno bene secondo
l'e- sattezza sua e
di chi lo
adopera: il confronto
è impossibile ei
termini sono astrazioni.
Che cos'è il
Trecento? che cos'è
il Cin- quecento? sono le
opere concrete che
si scrissero, sono
le pa- role {parole
nel senso estetico)
che si pronunziarono
: ora con-
frontar l'un secolo con
l'altro, è confrontar
la Divina Commedia
con 1' Orlando
Furioso, ossia fare
una cosa inutile
e arbitraria. Spiegar
poi l'eccellenza dell'una
o dell'altra opera
con le re-
ottime riflessioni dal suo
antecessore, il nobile
e dotto Carlo
Dati.... Vorrebbe che
si coltivassero i
due idiomi e
si scrivesse nell'uno
e nell'altro, come
fecero i maestri
di nostra lingua,
il Bembo, il
Casa, ed altri.
Ma poiché la
nostra favella «
non ha quel
corso e quella
voga d'esser parlata
e scritta comunemente,
come, non so
per qual destino,
ha avuto ed
ha l'idioma francese
...» perciò chi
di cose scien-
tifiche vuole trattare, scriva
in latino non
perchè a ciò
sia inetta la
nostra lingua, «
ma per aver
più gran teatro,
che ascolti, perchè
la lingua latina
è lingua dell'universale e
propria di tutti
i letterati «
non obbliando la nostra
che ha i
suoi vezzi e
incanti singolarissimi ». In Gerini,
op. cit., IV,
p. 8. (!)
Ricordiamo De i
pregi dell' eloquenza
popolare esposta da
L. A. Muratori,
Venezia, M DCC
L, presso G.
B. Pasquali, fondati
sulla dottrina dell'imitazione. C.
Trabalza. 23 354
Storia della Grammatica
gole, è pretendere
che le regole
producano l'arte. Siamo
ancora con la
vecchia poetica. Il
Muratori dedicò parecchie
pagine della sua
perfetta poesia al
buon gusto, e
sebbene non accet-
tasse le vedute dello
Sforza Pallavicino che
davano briglia sciolta
alla fantasia, le
fece larghissima parte
('), ebbe insomma
più larghe vedute
del Salvini :
ma il linguaggio
non fu neppur
so- spettato né dall'uno
né dall'altro che
potesse esser tutt'uno
con la fantasia.
La poetica del
rinascimento si dissolvette,
senza che la
grammatica, naturalmente, avesse
avuto l'onore in
essa d'una interpretazione degna
d'esser chiamata filosofica
: fu sempre
con- siderata come strumento
: infatti nella
classificazione delle arti,
rimase sempre all'ingresso.
Da quell'argomento delle
regole il Salvini
ne trasse un
altro, meno disutile
anche perchè contiene
un elemento che
si può chiarire
con la storia,
ma egualmente infondato
nella sua concatenazione. «
Prima una lingua
fiorisce, e la
fan fiorire gli
autori che la
mostrano e scuopronla
; e poi se
ne formano le
regole. Anzi quando
si fanno le
regole, cat- tivo segno
: è segno
che la lingua
non è più
nella sua naturai
perfezione : è
scaduta dal suo
primo fiore e
lustro ; ha
bisogno di essere
puntellata, perchè non
finisca di rovinare
» ("). E
si sforza di
dimostrarlo col fatto
dell 'imbarbarimento del
400 da cui
ci liberò il
Bembo con gli
altri grammatici, ma
non in modo
che scorcordanze e
solecismi non durassero
ancora, consigliando il
ritorno all'imitazione dell'aureo
secolo, quando autori
e volgo parlavano
puro e corretto
e tutti scrivevano
come i testi
a penna dimostrano
senza sconcordanze, e
si avevano le
coniugazioni senza che
vi fossero grammatiche,
dell'aureo secolo, che
ebbe, oltre questi,
il merito di
fornire ai grammatici
cinquecentisti la materia
delle regole loro.
Il Vivaldi, che
riferisce queste idee e argomentazioni del-
Salvini, seguendolo passo
passo con la
sua critica, osserva
che « quando
nascono le regole
in una lingua,
questa non è
più nel suo
stato di spontaneità,
è entrata in
un periodo riflesso
; ma dire
che sia in un periodo
di corruzione e di rovina
mi pare troppo
» (!). Or
che vuol dire
che una (')
Croce, Estetica, p.
199. (2) «Quest'idea»,
annota il Vivaldi,
p. 321, «che
la gramma- tica sorga
quando la lingua
si comincia a
corrompere, è ripetuta
in molti punti
dal Salvini. Leg.ui
le note 30,
3S, 46, 48,
90 ». (3j
Op. cit., p.
321. Capitolo undicesimo
355 lingua e
entrata in un
periodo riflesso? La
lingua è sempre
lingua, cioè creazione
spirituale in ogni
momento del suo
pro- dursi : slato
riflesso sarà quello
della coscienza di
chi la parla.
E certamente da
questi stati riflessi
della coscienza nascono
tutti gli sforzi
che mirano a
spiegare il passato
: le regole,
teorica- mente, sono il
primo tentativo della
scienza : praticamente,
servono al bisogno
dell'apprendimento della lingua
: Aristotele, Quintiliano,
il Bembo interessano
egualmente ma diversamente
tanto chi fa
la storia delle
dottrine poetiche e
grammaticali, quanto chi
si prefìgge lo
scopo pratico di
apprendere o di
inse- gnare l'arte e
la lingua. « Si può
dire, quindi, »
aggiunge il Vi-
valdi, « che, nate
le regole, una
lingua sia meno
vivace di prima;
ma dire che
s'incammini alla corruzione,
donde il bisogno
di essere puntellata,
non mi pare».
Come se, quando
spuntavano le regole
del Fortunio e
le Prose del
Bembo, fosse stato
mai impedito all'Ariosto
di condurre a
quello stato di
perfezione o di
vivacità, ond'è mirabile,
il suo Orlando
Fttrioso, o per
effetto di quei
pretesi mali contro
cui insorse la
grammatica del purismo
avesse mai potuto
raffreddarsi il calore
ond'espresse e corresse
i suoi Promessi
Sposi Alessandro Manzoni
! La corruzione
della lingua è
una delle tante
illusioni che il
vecchio concetto del
linguaggio suscita e
alimenta: e la
grammatica non sorge
in aiuto d'un
guasto che è
solo nella fantasia
degli empirici. Ma,
intanto, quanto inchiostro
non s'è versato
in queste discussioni
che ogni tanto,
anche dopo che
la scienza le
ha superate, risorgono
anche tra persone
colte, dividendone gli
animi ! Meglio
che in polemiche
e in particolari
trattazioni, un let-
terato pugliese, l'ab. Severino
Boccia, autore del
Tasso pian- gente ('),
concretò la sua
opposizione contro la
Crusca in una
vera e ampissima
Grammatica e in
un grande Vocabolario ,
che però non
videro mai la
luce ('). «
Uno dei padri
della grani - (')
Napoli, Mich. Monaco,
16S2, sotto lo
pseud. di Sincero
Va/desio. i'4) Cfr.
F. Ferriccio Guerrieri,
L'abbate Severino Boccia
gram- matico e lessicografo
pugliese del sec.
XVII, Cerignola, 1900
(estr.). — La
Grammatica italiana di
Sincero Valdesio è
contenuta in un
ms. cart. legato
in pelle bianca
di oltre 500
pagine, parte numerate
parte no (n.
6). Una postilla
in cui quest'opera
viene attribuita al
Boccia, reca la
data iógo. Di
essa fece un
riassunto D. Felice,
Roma, nel 1703,
che poi passò
all'Armellini. Il Voc.
è parimenti ms. in cinque
grossi volumi (nn.
20-24 . 356
Storia della Grammatica
matica italiana »
avrebbe chiamato il
Boccia quel gran
padre che ne
fu Basilio Puoti,
che potè vedere
la voluminosa opera
dell'abate pugliese (').
La Grammatica si
apre con un
discorso sulla lingua,
il suo svolgimento,
e il modo
di studiarla :
la gram- matica vi
è definita «
l'arte di parlare
e scriver bene
in tale idioma,
senza vizio di
barbarismo o solecismo
», e se
ne deduce che
il favellare è
proprio connaturale all'uomo
e che nessuno
può pretendere di
parlare e scrivere
bene, senza l'arte
e lo studio:
la macchina dell'opera
sua poggia sopratre
colonne di bronzo
massiccio, la ragione,
Y autorità, V usanza;
ma l'A. non
ha voluto giurare
sul frullone delia
Crusca, non sulla
zucca degli Intronati,
non sulla gru
degli Oziosi, non
sulla luna degli
Er- ranti, né in
altra celebre impresa
di questa o
di quella Acca-
demia^). Da quanto ce
ne dice il
Guerrieri la trattazione
è com- pleta, dalle
lettere, vocali e
consonanti, sillabe alle
parti del discorso,
al pleonasmo, all'ortografia e
punteggiatura ; il
note- vole è che
gli esempi sono
tolti tutti quanti
dal Tasso, sia
per le regole
che per le
eccezioni : e
le autorità del
Vocabolario, dove spesso
i modi di
dire hanno il
corrispondente latino, sono
di frequente cavate
dal Tasso. Così
la Crusca veniva
contrad- detta in due
modi, abbastanza pratici,
nelle regole e
negli esempi, e
l'infelice poeta aveva
in questo grammatico
e lessi- cografo il
più caldo e
fedel difensore. Pro
e contro la
Crusca stette infine
quel Girolamo Gigli
(1600-1727) (3) che,
come dice il
D'Ovidio, « rinnovò
lo scan- dalo col
Vocabolario Cateriniano (1717),
libro riboccante d'ar-
guzie e d'umorismo, ma
spesso scurrile, pettegolo
e maligno, non di rado
anche insipido o
adulatore », (p.
153) e del quale scontò
l'audacia con umilissime
ritrattazioni e il
bando da Siena
sua città natale
e da Roma,
dove fu precettore
di D. Ales-
sandro Ruspoli de' Principi
di Cerveteri, per
l'istruzione del quale
ordinò l'operetta —
è dicitura che
tolgo dal titolo
— che va
sotto il nome
di Regole per
la toscana favella
dichia- rate per la
più stretta e
più larga osservanza
in dialogo tra (*)
Guerrieri, op. cit.,
p. 33. {-)
Guerrieri, op. cit.,
pp. 30-2. (:!)
Su esso, T.
Favilli, G. Gigli
senese, nella vita
e nelle opere,
Rocca S. Casciano,
1907 (ma cfr.
I. Senesi, recens.
in Rass, bibl.
d. leti. it.y
XYI, 1-3 genn.-marz.
190S). Capitolo undicesimo
357 Maestro e
scolare ('), una
delle ultime e
vere grammatiche di
questo lungo periodo
di cui siam
venuti notando le
manifesta- zioni più caratteristiche, cosa
diversa dalle Lezioni
di li?igua tosca?ia
("), che furono
nuovamente raccolte dall'ab.
G. Catena Senese
nel 1736 e
nuovamente ristampate (3)
nel 1744 e
1751. Al Gigli
dobbiamo anche, tra
l'altro, un'Orazione in
lode della toscana favella
(1706) (J), e
la raccolta romana
delle Opere di
Celso Cittadini ( ')
: egli poi
accenna a tavole
sinottiche de" Verbi
ausiliari e regolari
da lui compilate
per distinguerne in
quattro colonnette l'uso
corretto antico, poetico
e corrotto, distin-
zione non fatta dal
Pergamini, e a
una sua grammatica
ante- riormente stampata, che
è tutt'uno con le Lezioni,
dove infatti questa
partizione è adottata.
Avverte nella prefazione
che « ha
più Grammatiche ornai
la nostra Volgar
Favella, che non
ha genti (stetti
per dire) che
la parli ... »; la
chiama « bastone
... istoriato dal
Cittadini, for- nito della
punta di ferro
dal Castelvetro, contro
il Bembo, o
fatto a nodi
contro il Bartoli,
il Beni, il
Muzio; fornito di
ma- nico d'argento dal
Castiglione ... »;
constata che «l'Indie
gram- maticali non mandano
altri Ucelli, che
qualche voce spelac-
chiata dell'H; qualche verbo
anomalo, che ha
i piedi dove
altri hanno il
capo ; qualche
nome eteroclito di
due sessi ».
E questo supergiù,
come abbiam visto,
era vero per
la vecchia gramma-
tica dell'italiano: poiché proprio
ora, e precisamente,
nel 1722, usciva
in Napoli per
il latino il
Nuovo metodo di
Portoreale, che doveva
naturalmente produrre la
sua efficacia anche
sull'italiano. Accenna, infine,
a una nuova
edizione del Donato
con Avver- timenli
grammaticali per la
nostra volgar lingua,
curata dal suo
assistente alla cattedra
d'eloquenza, Francesco Tondelli
(6), che è
un nuovo esempio
di quella fusio ne
che ormai si ve- (')
In Roma, 1721.
Nella stamperia di
Antonio de' Rossi, nella
strada del Santuario
Romano, vicino alla
Rotonda, Venezia, Giavasina, 1724
e 29. (3)
Coi tipi del
Pasquali in Venezia.
(') In Lezioni,
Venezia, 1736. (5)
In Roma, per
Antonio De' Rossi,
1721. (°) In
Roma, Chracas, 1710.
Ma la prima
ediz. era stata
fatta in Siena,
nel 1608. —
Un Donato al
Senno ... con
le. loro costruttioni
et toscane dìchiarationi
vide la luce
in Treviso, MDXXXIII,
per Ga- sparo Pianto. 35^
Storia della Grammatica
niva facendo sempre
più completa delle
due grammatiche, l'italiana
e latina, e
sulla quale aveva
insistito ne' suoi
Discorsi accademici (cfr.
specialmente il LXII,
t. I, sopra
la lingua la-
tina) e nelle Prose
toscane (le lezioni
22, 33, 44
sopra la lingua
toscana, e la
47% Esortazione a
comporne in toscano)
(') anche Anton
Maria Salvini. Le
Regole come le
Lezioni del Gigli
non hanno maggior
portata filosofica di
quella che vien
loro dall'essere informate
a un certo
spirito liberale di
modernità e d'opposizione
alla gram- matica pedantesca e
troppo ristretta, della
quale abbandona il
complesso schematismo, contentandosi
di dar poche
regole tra molti
e vari esercizi
(2) ; il
che le rende
naturalmente lode- voli sotto
l'aspetto didattico. L'uso
che il Gigli
segue è quello
degli scrittori del
Trecento più comunemente
accettati, che era
un utile criterio
per lui per
propugnare quello della
Santa con- cittadina, in
servizio del quale
prese a compilare
il l'ocabolario Cateriniano,
vessillo intorno a
cui aveva tentato
raggruppare un forte
manipolo di ribelli,
dove s'oppone a
riconoscere in Fi-
renze e nell'Accademia il
diritto esclusivo di
regolar la favella
d'Italia. Per quanto
editore delle opere
del Cittadini, pure
non sembra ne
faccia la debita
stima almeno per
l'utile che ne possa
venire ai discenti
italiani: afferma, invece,
che le ricerche
del- l'illustre concittadino sono
assai più giovevoli
agli Oltremontani, (:)
Vi si dice
che lo studio
del latino è
necessarissimo per iscri-
vere perfettamente nel toscano.
Questi luoghi segnalò
già il Gerixi,
op. cit. , p.
8, n. Regole
della poesia sì
Latina che Italiana
per uso delle
scuole erano state
edite per la
3a volta, in
Venezia, presso Giuseppe
Rota niella prefaz.
è detto che
questa è la
prima poetica per
le scuole). (2)
P. es., è
molto pratico quello
indicato in fin
del libro «
per conservare a
memoria le Regole
addietro scritte, per
via di qualche
racconto mescolato a
studio degli usuali
errori, che si
commettono fra i
Toscani medesimi ;
i quali errori
qui si correggono
dagli scolari fra
di loro, con
quest' ordine stesso,
che dagli scolari
della Grammatica Latina
si pratica, ascoltando
un avversario il
recitamento a memoria
dell'altro ». Gigli
mostrò di sapersi
valere del dialetto
per l'ap- prendimento della lingua.
E forse a
questo scopo avrà
disegnato una Grammatica
senese di cui
parla in una
sua lettera del
28 ott. 1715
(in Favilli, G.
Gigli, p. 221Ì,
se questa non
è tutt'uno con
le Le- zioni o
le Regole, o
non è un
termine vago per
indicare i suoi
studi grammaticali e
linguistici. Capitolo undicesimo
359 ai quali
tiene costantemente l'occhio
specie per quel
clie con- cerne la
grafia. Né può
esser lodato per
ciò che concerne
la critica de'
testi e l'etimologia.
Batte molto su i criteri
stilistici, distinguendo come
gli abbiam visto
far per i
verbi, un uso
retto, antico, poetico,
corrotto, che corrisponderebbe su per giù
alle distinzioni fatte
poi dal Manzoni.
Ma è sempre
— sarebbe inu-
tile osservarlo da quanto
sin qui s'è
detto — sotto
la vecchia concezione
del linguaggio, per
cui s'aggira costantemente
nel- l'equivoco: « Non
troverete sollecismo »,
dice, « che
non possa con
qualche esempio salvarsi,
o del Dante,
o de' suoi
Coe- tanei, o di
S. Caterina da
Siena, e simili
autorevoli Prosatori ■-■
Poeti ... »
(p. 56). Il
pensiero com'è formulato
determina il carattere
del vec- chio dogmatismo grammaticale. Il
Gigli ci richiama
al pensiero un
sostenitore della Crusca,
Niccolò Amenta (' ), già
ricordato come Annotatore
del Torto del
Bartoli, e del
quale anche, per
ragion di tempo,
ci dob- biamo ora
occupare. L' Amenta (n.
1659) già nelle
Annotazioni al Torto
aveva preso posizione
netta contro il
Bartoli e in
favor della Crusca,
giudicando che il
Bartoli, menando beffe
e strazio de'
gramma- tici, non aveva
seguito né le
loro decisioni, né
l'uso, o sia
del popolo o
de' più eletti,
né l'autorità degli
scrittori, né la
pre- rogativa del tempo,
né l'uso latino
o il suo
contrario, né la
con- venenza de'
simili ; ma
or l'uno or
l'altro, or due
o tre insieme
« e più
di tutto Y arbitrio, a
cui una gran
parte rimane in
li- bertà, ed è
per avventura la
più diffìcile a
ben usare, richie-
dendovisi un buon
gusto proveniente da
buon giudicio »
(p. 15). L'accusava
d'aver plagiato il
Cinonio, di cui
non par facesse
molta stima :
e concludeva : « se
adunque vorrà tutto
ciò con- siderare qualunque affezionato
al P. B., ho per
fermo, che com-
patirammi, s'io in
queste osservazioni tra
la forza che
m'ha tatto principalmente la
ragione, e per la riverenza
che ho avuto
a' Testi, a'
buoni Grammatici, ed a' signori
Accademici fiorentini, spessissime
volte gli ho
contraddetto. Protestando ad
ognuno che se
'1 B. scrisse
questo libro (come
già pare ch'egli
stesso volesse) per
far conoscere, che
nella Toscana favella
prevaglia (' spesso
così accoppiati discussi
dal Vico) poterono
sodisfargli l'intendimento circa
la guisa del
nascime?ito, ossia la
natura delle lingue,
che « troppo
ci ha costo
di aspra medita-
zione » i1), e
la cui «Discoverta,
ch'è la chiave
maestra di questa
Scienza, ci ha
costo la Ricerca
ostinata di quasi
tutta la nostra
vita letteraria. Medesimamente lo
lasciarono insodisfatto i
grammatici del rinascimento,
da lui criticati
e nella massima
opera e- nel
breve Giudizio intorno
alla Grammatica d'Aronne.
La metafisica è
una scienza, comincia VICO (si veda), la
quale ha per
oggetto la mente
umana. Ond'ella si
stende a tutto
ciò che può
giammai pensar l'uomo.
Quindi ella scende
ad illumi- nare tutte
le Arti, e
le Scienze, che
compiono il subietto
del- l'umana Sapienza. Le
prime tra queste
sono la Grammatica,
e la Logica;
l'ima, che dà
le regole del
parlar dritto, l'altra
del parlar vero.
E perchè per
ordine di Natura
dee precedere il
parlar vero al
parlar dritto ;
perciò con generoso
sforzo Giulio Cesare
della Scala, seguitato
poi da tutti
i migliori Grammatici
che gli vennero
dietro, si diede
a ragionare delle
cagioni della Lingua
Latina co' principj
di Logica. Ma
in ciò venne
fallito il gran
disegno con attaccarsi
ai principj di
Logica, che ne
pensò un particolare
uomo filosofo, cioè
colla Logica di Aristotile,
i cui
principj essendo troppo
universali, non riescono
a spiegare i
quasi infiniti particolari,
che per natura
vengono in- nanzi a
chiunque vuol ragionare
d'una lingua. Onde
Francesco Sanzio, che
con magnanimo ordine
gli tenne dietro
nella sua Minerva,
si sforza colla
sua famosa Ellissi
di spiegare gl'innu-
merabili particolari, che
osserva nella Lingua
Latina; e con
in- felice successo, per
salvare gli universali
principj della Logica
di Aristotile, riesce
sforzato e importuno
in una quasi
innume- rabile copia di
parlari Latini, dei
quali crede supplire
i leg- giadri ed
eleganti difetti, che la Lingua
Latina usa nello
spie- (') In
Croce, op. cit.,
237. (-) Scienza
Nuova, Milano, Truffi,
1S31, un voi.,
p. 57. (Non
è questa la
migliore edizione del
gran libro; ma,
avendo condotto su
essa il mio
studio, mi è
difficile ora concordare
le citazioni con
la seconda edizione
Ferrari. Cfr. Croce,
Bibliogr. vichiana, Napoli,
e Suppli'Diento.] garsi. Ma
il quanto acuto,
tanto avveduto Autore
di questa no-
vella Grammatica ha ridotto
tutte le maniere
di pensare, che
nascer mai possono
in mente umana
intorno la sostanza,
e le innumerabili
varie diverse modificazioni
di essa, a
certi principi metafisici
cosi utili e
comodi, che si
ritrovano avverati in
tutto ciò che
la Grammatica Latina
propone nelle sue
regole, e nelle
sue eccezioni. Il
frutto di una sì fatta
grammatica è grandissimo,
perchè il fanciullo,
senz'avvedersene, viene informato
di una metafisica,
per dir così,
pratica, con cui
rende ragione di
tutte le maniere
del suo pensare
; appunto come
colla Geometria i
giovani, pur senz'avvedersene, apprendono
un abito di
pensar ordinatamente. Per
tutto ciò, secondo
il mio debole
e corto giudizio,
stimo questa Grammatica
degna della pubblica
luce, siccome quella
che porta seco
una discoverta di
grandissimi lumi alla
Repubblica delle Lettere
» ('). Lasciando
per ora da
parte il rispetto
del Vico verso
la grammatica ancor
classificata secondo il
vecchio canone, è
age- vole vedere come
la posizione presa
da lui contro
lo Scaligero e il Sanzio,
acutamente distinti tra
tutti i grammatici
dell'an- tichità e del
rinascimento, sia determinata
appunto dal suo
con- cetto fondamentale di
fantasia e d'intelletto.
Il Sanzio, —
mo- viamo da questo
perchè supera lo
Scaligero, — pur
avanzando di tanto
i precedenti grammatici
nell'interpretazione delle forme
e de' costrutti
latini, come quegli
che ne cercava
le radici nello
spirito e non
in un convenzionale
ed esterior meccanismo
("), nel fatto
linguistico e grammaticale
non vedeva che
un fatto lo-
gico, e, con quest'unico
criterio, spiegava non
solamente i casi
('j Opuscoli di
Giovanni Battista Vico
raccolti e pubblicati
da Carlantonio de
Rosa marchese di
Villarosa. Napoli, 181S.
Presso Piorelli, pp.
37-9. (2) È
notevole il tono,
più che polemico,
sarcastico e sprezzante
con cui combatte
le dottrine de'
precedenti grammatici tutt' altro
che indegni di
alta stima come
il Valla. Le
espressioni che adopera
contro di loro
sono di questo
tenore: « Ridicala
vero sunt quae
inculcat Valla de
Unus et Solus....
An non risu
res digna est,
quum Valla et
Grammatici docent in
his orationibus: Fortiores
Troianorum su- peravit,
et fortissimos Troianorum
superavit: in priore
esse genitivum partitionis,
in posteriore minime?
Sed horum insaniam
Minerva exa- gitat
» (p. 93).
Quella Minerva nel
nome della quale
intitolò l'opera sua
maggiore De caitsis
linguae latinae (15S7)
di cui le
Verae brevesque Grammaticae
latinae institutiones sono
un anticipato compendio.
Capitolo dodicesimo 371
regolari della sintassi
latina, ma tutte
le apparenti irregolarità,
mirando unicamente a
questo, cioè a
ridurre l'irregolare al
re- golare con quella
che egli stesso
chiamò la doctrina
s?tpp tendi (l).
ossia la dottrina
dell'ellissi. Naturalmente non
con la sola
ellissi spiegava tutte
le anomalie: poiché
egli ammetteva cinque
figure: il pleonasmo,
l'ellissi, lo zeugma,
la sillessi e
l'iperbato, chia- mando nionstrosi partus
Grammaticarum (") l'antiptosi,
la pro- lessi, la
sintesi, V apposizione, V evocazione,
la sinecdoche ; ma latissime
patet Ellipsis (;i),
e perciò sull'ellissi
particolarmente si diffonde
('), «praeclarum munus
» ('). Dovunque
l'espressione non è
assolutamente geometrica, il
Sanzio trova un'
ellissi, e spiega
il modo onde
si supplisce, non
accorgendosi della solenne
smentita che dà
alla propria dottrina,
quando, come fa
nell'in- troduzione alle Regulae
generales (''), afferma
che però sarebbe
barbaro, neologistico, insomma
inelegante, il modo
regolare supplito, sciogliendo
l'ellissi, all'irregolare. «
...quid leporis habebunt
tot proverbia, si
integra referantur ?...
Multa edam Grammaticae
ratio nos cogit
intelligere, quae si
apponerentur latinitatis elegantiam
disturbarent, aut sensum
dubium facerent... Alia
rursus videmus desiderari,
quae sine barbarismo
suppleri nequeunt et
tamen Grammatica necessitas
supplebit » (7).
In questo il
Sanzio seguiva un'antica
e sanissima veduta
rappre- sentata
principalmente da Quintiliano,
il quale diceva:
Aliud est Latine
loqui, aliud Grammatice
loqui, e seguita
anche da Orazio,
che il Sanzio
cita con tanto
maggior entusiasmo quanto
più acremente rifiuta
la tesi degli
avversari, che pare
non fossero né
pochi ne in
vero ignoranti. «
Supplementum », dicevan
co- (1) Nell'opera
qui appresso cit.:
« Doctrinam supplendi
esse valde necessariam
», p. 25.
(-) SANCTIS (si veda) Brocensts
in inclyta Salmanticensi
Aca- demia primarij
Rhetorices, Graecaeque linguae
doctoris, verae, bre-
vesque Gramatices latinae
institutiones, Salmanticae, excudebat
Ma- thias Gastius. La
introduzione si chiude
con quest'enfa- tiche parole:
« Liceat iam
nobis per Grammaticos
thesauros Ellipseos aperire,
sine quibus iniuriam
facit Latino Sermoni,
qui se Latinum
audet nominare ».
372 Storia della
Grammatica storo, «
reffugium est miserorum
: si nobis
liceat supplere quod
volumus, omnes erunt
valde bonae orationes
». E non
avevano torto, intuendo,
senz'accorgersene, una profonda
verità, quella cioè
dell'impossibilità estetica della
sostituzione della frase
co- siddetta propria all'impropria, propria
essendo solamente, cioè
artistica, vera, espressiva,
quella che s'è
usata con tutti
i suoi apparenti
difetti. « Horatius
», dunque, diceva
il Sanzio, «
quasi nostras partes
agens, et Ellipsin
amplectens, dixit li. I. Saty.
io. Est brevitate
opus, ut currat
sententia, non se
impediat verbis lassas
onerantibus aures ».
Dove, come pure
nella sen- tenza quintilianea, la Grammatica è
solennemente liquidata e
inverasi a maraviglia
all'inverso il motto
degli avversari del
Sanzio : supplementum
reffugium est miserorum
! Addurre esempi
de' supplementi sanziani
è superfluo e
inu- tile, perchè occorrerebbe
addurne tutto l'infinito
numero, per vedere
a che punto
spinge il Sanzio
l'applicazione della sua
dottrina. Ora chi
conosce una lingua,
sa che il
più è l'irregolare;
onde converrebbe chiamar
una lingua tutta
una figura continuata.
Il Vico, che
aveva del linguaggio
e della poesia
una ben diversa
concezione, derivandoli non
dall'intelletto, ma dalla
fantasia, in questo
sforzo del Sanzio
non poteva che
vedere un'illusione, e,
con disinvolta profondità,
lo confuta e
lo supera con
quella semplice osservazione,
che egli «
riesce sforzato e
importuno in una
quasi innumerabile copia
di parlari latini,
dei quali crede
supplire i leggiadri
ed eleganti difetti che
la lingua latina
usa nello spiegarsi
» ; dove
la natura della
lingua, i diritti
della fantasia e
i principi critici
si affermano in una mirabile
concordia veramente degna
di quell'altissima mente.
Così, egli, more
so- lito, cioè con
la massima semplicità,
superava tutti i
migliori grammatici, ripigliando
con coscienza di
causa l'antica tesi
degli avversari del
.Sanzio. Tuttavia non in questo
Giudizio, dove pur
non si vorrebbe
conservata alla grammatica
l'antica posizione che
aveva nel ca-
none tradizionale né fatta
quella sottil distinzione
tra parlar vero
e parlar diritto,
residui di vecchie
vedute, non in
questo Giudizio si
esaurisce la sua
critica della grammatica.
Questa anzi è
principalmente costituita dalla
spiegazione della genesi
delle parti dell'orazione
e della sintassi
che il Vico
porge nei terzi
Corollarj al cap.
Della Logica poetica
del libro secondo
della Scienza nuova.
Capitolo ti od ice si
mo 373 Lo
Scaligero e il
Sanzio avevano accettata
tal quale la
dot- trina aristotelica delle
categorie grammaticali :
Aristotile aveva, in
sostanza, dato al
nome la funzione
di esprimere la
materia o Volte,
al verbo quella
di esprimere il
moto o V azione,
aveva cioè attribuito
a astrazioni della
nostra niente un
valore effet- tivo e
reale, aveva scam biato
un concetto con
un fatto. Accettar
questa dottrina era,
come benissimo osserva
il Vico, conchiu-
dendo que' corollari, un
ammettere che «
i popoli, che
si ritro- varon
le lingue, avessero
prima dovuto andare
a scuola d' Ari-
stotile » (l); era
un ammettere la
preesistenza di categorie
alla produzione del
pensiero, un asserire
che i parlanti
si servirono di
schemi astratti, per
esprimere determinate parole,
che fecero cioè
l'impossibile. Il Vico
diede invece una
genesi naturale alle
parti dell'o- razione e
alla sintassi, e
insieme indicò V ordine
con cui esse
nacquero e la
sintassi si formò.
La lingua articolata
— mi rifò
da questo punto
per tenermi strettamente
al mio argomento
— quella cioè
delle tre che
co- minciarono nello stesso
tempo (« intendendo
sempre andar loro
del pari le
lettere (") »),
degli Dei, degli
Eroi e degli
Uomini, cominciò con
l'onomatopea, « con
la quale tuttavia
osserviamo spiegarsi i fanciulli »
(ricordisi che nella
sua storia ideale
umana il Vico
paragona sempre i
momenti di sviluppo
dell'umanità con quelli
dell'uomo); seguitò «a
formarsi con l' Interiezione; che
sono voci articolate
all'empito di passioni
violente, che in
tutte le lingue
son monosillabe »
; poi coi
«pronomi; imperoc- ché le
interiezioni sfogano le
passioni proprie, lo
che si fa
anco da' soli;
ma i -bronomi
servono per comunicare
le nostre idee
con altrui d'intorno
a quelle cose,
che co' nomi
propj o noi
non sappiamo appellare,
o altri non
sappia intendere :
e i pronomi
pur quasi tutti
in tutte le
Lingue la maggior
parte son mono-
sillabi, il primo de'
quali, o almeno
tra primi dovett'esser
quello, di che n'
è rimasto quel
luogo d'oro d'Ennio,
Aspice hoc sublime
cadens, quem omnes
invocant Jovem, ov'è
detto hoc invece
di Coelum, e
ne restò in
volgar Latino, Luciscit
hoc jam ; (')
Ed. cit., p.
287. 1 )
Qui il Vico
ricorda il Trissino.
374 Storia della
Grammatica in vece
di albescit Coelum
: e gli
articoli dalla lor
nascita [av- vertasi il
trapasso dalla spiegazione
dell'origine de' pronomi
a quella degli
articoli, che, se
non prendiamo abbaglio,
nella mente del
Vico rappresenterebbero una
cotal funzione di
de- terminare il nome
generata dal pronome,
quando non scompa-
gnandosi dal nome, perdette
la sua vera
funzione] hanno questa
eterna proprietà d'andare
innanzi a' nomi,
a' quali son
attac- cati. Dopo si
formarono le particelle ,
delle quali son
gran parte le
preposizioni, che pur
quasi in tutte
le lingue son
monosillabe ; che
conservano col nome
questa eterna proprietà
di andar in-
nanzi a' nomi, che
le domandano, ed
a' verbi, co'
quali vanno a
comporsi. Tratto tratto
s'andarono formando i
nomi: de' quali
nell' Origini della
lingua Latiiia ritrovate
in quest' Opera
la prima volta
stampata, si novera
una gran quantità
nati dentro nel
Lazio dalla vita
d'essi Latini selvaggia
per la contadinesca
infin alla prima
civile, formati tutti
monosillabi, che non
hanno nulla d'origini
forestiere nemmeno greche,
a riserba di
quattro voci fiovg.
ovg, jav$, o>jij>,
eh' a Latini
significa siepe, e a' Greci
serpe... ed esser
nati i nomi
prima de' verbi,
ci è approvato
da questa eterna
proprietà ; che
non regge Orazione
se non comincia
da nome, ch'espresso,
o taciuto la
regga. Finalmente gli
Autori delle lingue
si formarono i
verbi come osserviamo
i fanciulli spiegar
nomi, particelle, e
tacer i verbi,
perchè i nomi
destano idee, che
lasciano fermi vestigi;
le particelle, che
significano esse modificazioni, fanno
il medesimo :
ma i verbi
significano moti, i
quali portano l'innanzi,
e '1 dopo,
che sono misurati
dall'indivisibile del presente
difficilissimo ad intendersi
dagli stessi filosofi.
Ed è un 'osservazione fisica,
che di molto
approva ciò, che
diciamo ; che
tra noi vive
un uomo onesto
tocco da gravissima
apoplessia, il quale
mentova nomi e
si è affatto
di- menticato de' verbi.
E pur i
verbi, che sono
generi di tutti
gli altri, quali
sono sum dell
'essere, al quale
si riducono tutte
V es- senze, ch'è
tanto dire tutte
le cose metafisiche:
sto della quiete,
co del moto,
a' quali si
riducono tutte le
cose fisiche, do,
dico e facio,
a' (piali si
riducono tutte le
cose agìbili, sien
o morali o
famigliari, o finalmente
civili : dovetter
incominciar dagli im-
perativi ; perchè nello
Stato delle famiglie,
povero in sommo
grado di lingua,
i Padri soli
dovettero favellare e
dar gli or-
dini a' figliuòli, ed
a' famoli ;
e questi sotto
i terribili imperj
famigliari, quali poco
appresso vedremo, con
cieco ossequio do-
Capitolo dodicesimo 375
vevano tacendo eseguirne
i romandi; i
quali imperativi sono
tutti monosillabi, quali
ci son rimasti
es, sta, i,
da, dic,fac». Analogamente
si ritroverebbe, par
che voglia dire
il Vico, • Y
ordine, con cui
nacquero le parti
dell'orazione, e 'n
conse- guenza le //aturali
cagioni della Sintassi
». Ora, date
per provate tutte
queste asserzioni di
fatto del Vico
riguardanti l'origine e
la formazione nelle
sue successive tasi
delle lingue, qual è la
differenza che passa
tra la dottrina
aristotelica delle categorie
grammaticali e quella
del Vico? A
me sembra profondissima. Di
Aristotile abbiamo visto.
Il Vico par
ammettere l'esistenza di
queste categorie ;
ma è solo
que- stion di
parole ; perchè,
nella sua dimostrazione
storico-genetica viene in
sostanza ad annullarle.
Le parti del
discorso pel Vico
corrisponderebbero ad altrettanti
momenti della formazione
del linguaggio o, eh'
è lo
stesso, della storia
ideale dell'umanità: ogni
parte è una
fase della coscienza
umana allargantesi alla
concezione e all'espressione di
nuove idee: perciò
queste parti del
discorso non sono
categorie ricavate astrattamente
dalla di- struzione dell'espressione, come
fa chi sottopone
il fatto estetico
unico, indivisibile a
un'elaborazione logica ;
ma son vere
e pro- prie parole,
che il Vico
appella coi nomi
tradizionali della gram-
matica, tanto per farsi
intendere, ma che
non sarebbe affatto
necessario chiamar in tal modo
: ognuna di
codeste parole è
un fatto reale
espressivo naturale per
sé stante che
si produce spontaneamente da
una causa interiore.
Se veramente codeste
parole si sian
formate nel modo
accennato anzi affermato
dal Vico e
in quell'ordine, non
possiamo storicamente provare,
né il Vico
può provarlo (gli
esempi de' fancndli
e de' paralitici
valgon ben poco,
secondo noi); ma,
comunque siano andate
le cose, questo
é con piena
evidenza chiarito che
le lingue creb-
bero per fatto naturale,
e che il
discorso si andò
sempre me- glio organizzando a
mano a mano
che la coscienza
dell'umanità si sviluppava,
e che le
parti di codesto
discorso ne segnano
le tappe successive
: anzi, parti
non potrebbero chiamarsi,
poiché ognuna d'esse
essendo una parola,
ogni volta che
questa veniva pronunziata,
era un' espressioìie intera,
cioè diceva tutto
quello che il
parlante voleva dire.
Quel motto onomatopeico , quelì'ùi-
teriezione , quel pronome,
quell' articolo , quel nome,
quel verbo, anzi
quell' imperativo ,
pronunziati dall'uomo primitivo,
non sono categorie
grammaticali, schemi preesistenti
alla concezione stessa
376 Storia della
Grammatica dell'idea in
essi rappresentata e
necessari assolutamente alla
estrinsecazione di essa
di cui sarebbero
la formula d'espressione, ma
veri vocaboli, vere
parole, veri fatti
espressivi, individuali e
interi, che possono
esser chiamati con
quei nomi, ma
per mera convenzione
e senza alcuna
necessità. Il Vico
chiama il fatto
estetico naturalmente prodotto
coi nomi convenzionali
astratta- mente ricavati con
un procedimento logico
; Aristotile pretende
che astrazioni logiche
si esprimano con
determinate parole. Come
si vede, siamo
agli antipodi; cioè
z\V origine e
quasi alla fine
della grammatica. Dico
qtiasi alla fine,
perchè l' intuizione vi-
chiana non è
rigorosamente e metodicamente
dimostrata : e
in ogni modo
quello stesso parlar
ancora di parti
del discorso, non
solo, ma il
ripeter la definizione
tradizionale del verbo,
che si- gnifica il
moto, ingenera per
lo meno confusioni
e dubbiezze; ma,
presa nel suo
insieme e nel
suo spirito, la
critica del Vico
si può ben
dire che supera
le precedenti vedute,
e scioglie il
problema. CAPITOLO XIII
L'accademismo e il
metodo. (D. M.
Manni e S.
Corticelli). Ma, com'è
noto, il Vico
ebbe, almeno per
allora, poca for-
tuna, e anche in
questo terreno grammaticale
i semi da
lui sparsi non
diedero alcun frutto,
mentre sarebbe stato
facile il fecondarli
per opera di
degni interpreti e
continuatori. D'altra parte,
neppur l'indirizzo logico-grammaticale di
Porto-Reale fu, in
questo periodo, seguitato
in Italia con
molto calore nei
rispetti della lingua
italiana, ■ — il
Barba è una
magni- fica eccezione —
mentre invece specialmente
in Francia alimen-
tava una viva ed
elevata letteratura grammaticale. Non
che l'Italia fosse
intellettualmente prostata o
esaurita : decadimento
ci fu, ma
era solamente letterario
e nessuno oggi
oserebbe più estendere
a tutto il pensiero e
alla vita italiana
del primo Settecento
quant'era proprio solo
dell'Arcadia. L'I- talia si
volgeva ad altri
studi, specialmente a
quelli d'erudizione e
di critica storica,
ne' quali si
doveva rifar la
coscienza, ripi- gliando le
tradizioni cinquecentesche iniziate
dal Sigonio e dal Borghini
e trasmigrate nel
Seicento in Germania
e in Olanda.
Oggetto di questi
fervidi studi furono
le costituzioni e
le vi- cende politiche, il
diritto, le costumanze,
le origini e
anche la lingua
dell'Italia nuova, e,
col Vico stesso,
era alla testa
del movimento il
Muratori, il rappresentante più
caratteristico del- l'attività intellettuale di
quest'epoca italiana (').
(') Cardicci, Prefaz.
alle Letture del
Risorgimento ita/., Bologna,
1896, e ora
in Opere, XVI,
Poesia e Storia,
p. 137. 378
Storia della Grammatica
Ma quello per
la lingua fu
un interesse non
più solamente glottologico:
allo studio della
lingua antica d'Italia
i nostri eru-
diti si volsero anche
per la luce
che ne potevano
trarre sulla vita
italiana e sulla
condizione degli Italiani
nel Medio-evo. Si
rinnoveranno le controversie
particolari sull'origine degli
idiomi italiani, sul
De Vulgari Eloqìientia,
sull'eccellenza del Trecento
e altrettali che
costituiscono la cosidetta
questione della lingua,
ma il problema
non è più
solamente linguistico, è
anche sto- rico :
non si tratta
più di sole
parole, ma di
cose. La nuova
coscienza italiana colorisce
della sua luce
le discussioni, renden-
dole meglio vitali e
interessanti : nel
Cinque e Seicento
era la coscienza
letteraria, ora è
anche la coscienza
civile che si
pro- pone il problema
della lingua, della
poesia e della
letteratura quale testimonianza
de' tempi. Siamo
ai prodromi di
quel rin- novamento scientifico che
nella seconda metà
del secolo deter-
minerà il radicale rivolgimento
degli stati europei.
Non occorre che
io ricordi qui
più che i
nomi del Crescimbeni,
del Gravina, del
Fontanini, del Gimma,
del Maffei, del
Giannone, dello Zeno,
del Quadrio, ciascuno
de' quali in
opere d'indole e
di soggetto varii
discusse dell'origine o
dello svolgimento della
lingua, ma tutti,
chi più chi
meno, dominati dal
concetto della reciproca
influenza che popoli
di civiltà diversa
possono esercitarsi, e
delle intime relazioni
tra civiltà e
letteratura, tra civiltà
e lingua. In
tali condizioni diminuirono
le attrattive de'
letterati verso la
pura e arida
grammatica, anche, non
tenendo conto delle
ampie, se non
in tutto esaurienti,
compilazioni grammaticali, come quelle del
Buonmattei e del
Cinonio, con la
lunga tratta de'
loro seguaci, sempre
ancor circondate delle
più vive simpatie,
che non potevano
non sviare dal
proposito di nuove
consimili fatiche. Cosicché
chi si volse
alla grammatica, se
volle far cosa
nuova, dovette tentar
le uniche vie
che almeno per
ora rima- nevano aperte: rinfrescar
lo studio grammaticale
che veniva rendendosi
obbligatorio, con eleganti
esposizioni, correggendo, vagliando;
oppure, ch'era ormai
vera necessità didattica,
ri- durre a metodo
il sovrabbondante e
spesso farraginoso mate-
riale. L'una via e
l'altra furono battute
ugualmente: quella da
Domenico Maria Manni,
questa da Salvadore
Corticelli : due
letterati che si
somigliano in più
cose. Anzitutto nel
sincero e fervente
desiderio di tener
desto e vivo
il culto della
prosa e della
lingua toscana: poi
nell'uso de' mezzi
che scelsero a
Capitolo tredicesimo 379
tal uopo, mezzi
dirò così teorici
e pratici: l'uno
e l'altro in-
tatti dettarono, pur tacendo
cosa diversissima, regole
e osser- vazioni di
lingua, e racconti
piacevoli che dilettando
istruissero e incitassero
allo studio di
essa. Entrambi furono
Accademici della Crusca.
Le Lezioni di
lingua toscana, di
cui una terza
edizione fu fatta
nel 1773 (l),
furon tenute dal
Manni nel Seminario
Arcive- scovile di Firenze
il 1736, per
elezione dell'arcivescovo Giu-
seppe Maria Martelli, dove « nulla
sembrava mancare, fuorché
lo studio, e
la lettura della
patria lingua »
(p. 8). In
Firenze pubbliche cattedre
di lingua toscana,
come vedemmo, e
in Siena e
altrove in Toscana,
furono istituite dai
Granduchi fin dal
Cin- quecento, e già
prima nello Studio
a principiar dal
Boccaccio v'erano stati
espositori di Dante
e poi, nel
Quattrocento, anche del
Petrarca. Ma queste
non furono mai
vere e proprie
istitu- zioni scolastiche in
servizio esclusivo de'
giovani e di
contenuto puramente grammaticale
: si rivolgevano
al comodo del
largo pubblico d'ogni
ceto ed età.
Se il Dati
e altri letterati
del tardo Seicento
tornavano a lamentare
che non si
studiassero le regole
e a predicare
che non basta
il nascimento per
iscriver bene, ma
occorrono studio e
fatica, ciò vuol
dire che un
insegnamento metodico della
grammatica non si
era peranco istituito
neppur in Toscana,
e la testimonianza
del Manni, per
quanto riguardi un
solo istituto, dimostra
che quello del
Martelli fu un primo tentativo
d'introdurre ufficialmente nelle
scuole l'insegnamento della
grammatica: altrove, come
a Napoli, un
insegnamento siffatto mancò,
anche dopo che
lo sdoppiamento della
cattedra di retorica
del Vico inaugurò
nell'Università quello d'eloquenza
italiana ("). Il
latino continuò per
un pezzo a
tener il campo
della grammatica (3) : e
anche in queste
Lezioni del Manni
ne vedremo altre
prove, dichiarandovisi spesso
che a certe
trat- tazioni sarebbe superfluo
attendere, da poi
che si compiono
nella grammatica latina
e sono sufficienti
anche per chi
studia quella del
volgare. In ogni
modo, prima del
1736, almeno a
Firenze, (') Ho
questa sott'occhio: fu
fatta in Lucca,
appresso Giuseppe Rocchi.
(2) Gentile, Il
figlio di GB.
Vico, cit. più
innanzi. Perfino la
grammatica generale s'innestò
al' latina prima
che alle lingue
vive. 380 Storia
della Grammatica non
pare che ci
fosse un insegnante
speciale di lingua
italiana, poiché nelle
scuole laiche la
materia delle lingue
sarà stata di-
sciplinata non diversamente dalle
ecclesiastiche. Il Manni
fu un grand'erudito, oltre
che un grammatico
: la sua
Istoria del Decamerone
è suo nobile
titolo d'onore :
queste Lezioni risentono
in ogni pagina
di questo spirito
d'erudizione, e sono
ricche di utili
notizie anche per
la storia della
gramma- tica. Egli stesso
anzi dichiarava che
l'incarico commessogli dal-
l'arcivescovo gli sarebbe servito
« di ben
acuto sprone a
com- pilare, in quel
modo che avrebbe
potuto, una breve
Gramatica della Lingua
Toscana, quantunque sentisse
esser ella da
altri omeri soma,
che da' suoi. Son
lezioni così distribuite: della necessità
e facilità della Lingua
Toscana, Delle lettere, Del nome, Parimenti del
nome, Del pronome, Altresì del
pronome, Del verbo, Dell'avverbio,
Del periodo toscano, Dell'ortografìa. Come
si vede, è
un'esposizione saltuaria di
talune parti dell'orazione
e della grammatica,
credendo l'autore non
esser necessario fermarsi
su tutto, conforme
gl’esempi fornitigli da Strozzi
e Sansovino, come fa,
p. es., rispetto
alle sillabe, tanto
più che di
esse cosa non
ci ha quasi
di dire che
ai La- tini insieme
non appartenga »
(p. 46) ;
né diffondersi con
so- verchia minuzia sui
singoli argomenti, come
usò, p. es.,
il Buonmattei a
proposito de' verbi,
de' quali discorse
« con rin-
crescevole lunghezza »
(p. 145) :
eguale indifferenza dimostra
il nostro Autore
per i problemi
della grammatica storica,
che non servono
ad altro che
a far gittar
via il tempo
(p. 146). Tutto
l'interesse del Manni
è per la
sovrabbondante bel- lezza della
nostra lingua —
il che ci
dice subito qua!
sia la concezion
che ne ha
— e per
le questioni ermeneutiche,
nella risoluzion delle
quali egli poteva
mettere a profitto
la sua co-
noscenza degli antichi manoscritti,
e il rigore
assoluto che pro-
fessava in fatto di
regole. Quindi, mentre
da un lato
egli, so- disfatte U'
principali esigenze a
cui non si
può sottrarre chiunque
debba pur dar
ilei paradigmi e
delle norme generali
intorno alle parti
dell'orazione, si tien
lontano dalla minuziosa
tratta- zione metodica
della sua materia,
dall'altro e' si
profonde in Capitolo
tredicesimo 381 elucubrazioni elogiative
della ricchezza e
varietà ili nostra
lingua, e s'ingolfa
in particolarissime questioncelle
veramente di scarsa
importanza, come quelle
del mai se
significhi negazione senza
il non, del
lui e del
lei se possano
essere adoperati per
egli ed ella,
del cui se
stia per chi
soggetto. Sulla prima
delle quali questioni,
riferisce una curiosissima
Sentenzia, data per
le stampe in
un foglio a
sé, dell' Illustrissima et
Eccellentissima Signora la
Signora Donna Isabella
Medici Orsina Duchessa
di Bracciano , sopra
la differenza fra
Don Pietro della
Rocca Messinese Ca-
valiere di Malta, et
Cosimo Gacci da
Castiglione , sopra la
voce mai, se
è negativa, o
affermativa, secondo la
quale si giudi-
cava : « esso
cavaliere Don Pietro
della Rocca, che
teneva, che mai
negasse senza la
negativa, ha bene
sentito, e tenuto
se- condo il commune,
et buon uso
del parlare Toscano
», e che si chiudeva
con queste sacramentali
e solenni parole
: « In
fede di che
habbiamo fatto scrivere
questo nostro lodo,
dichiarazione, et sentenzia,
la quale sarà
affermata di nostra
propria mano, et segnata col
nostro solito sigillo.
Data, nel nostro
Palazzo a Ba-
roncelli a dì
XX , di
luglio MDLXXIII ,
presenti M. Roberto
de' Ricci, et
M. Giovanni Antinori,
gentil' huomini fiorentini. Noi Donna Isabella
Medici Orsina, Duchessa
di Bracciano af-
fermiamo quanto di sopra
». Era l'anno
della celebre rassetta-
tura del Decameron, e il rumore
di quel gran
lavorìo aveva, si
vede, degli echi
anche nelle corti,
dividendo gli animi
come se si trattasse
della salute dell'Italia.
A tanta sentenza
non s'in- china il
Mannij che ricorda
le parole dello
Strozzi affermanti che il mai
« Dante, il
Petrarcha il Bembo
e il Casa
non l'hanno mai
fatto negare senza
il non »
! (pp. 182-4).
Medesimamente non accetta
il lui e
il lei per
casi retti, e
vi spende intorno
ben ventidue pagine,
raccontando la storia
della questione e
impu- gnando, come già
aveva fatto il
Fortunio, che però
non cita, la
lezione di quell'emistichio petrarchesco,
E ciò, che
non è lei
del son. Pien
di qicell' ineffabile dolcezza,
che si dovrebbe
leggere E ciò
che non è
in lei, secondo
anche un ms.
del 1380 o
di quel torno
della libreria Riccardi,
segnato 0,19 !
È noto che dal Filelfo
al Monti è
stato discusso su
questo passo, e
anche dopo, finché
quelle che il
Mestica ha chiamato
invincibili ragioni estetiche
e grammaticali Q}
del Monti non
ebbero la conferma
dell' auto- (') Ed.
critica, Firenze, 1890,
pp. 162-3. 3S2
Storia della Grammatica
grafo vaticano 3195,
che infatti legge
E ciò che
none lei, come
ora ognun può
vedere nella riproduzione
letterale data dalla
Fi- lologica romana (').
Secolare questione, tenuta
sempre viva dal
pedantismo grammaticale tenacemente
ribelle a riconoscere
fun- zione soggettiva a
lui e lei
! Simili investigazioni e
discussioni ci porgono
la misura del
valore di queste
Lezioni, e di
quel che sarebbe
stata la Gram-
matica che era nell'intendimento del
Manni : tranne
per qualche correzione
ermeneutica da accettare
perchè fondata su
dati di fatto
documentati da manoscritti
autentici, la dottrina
gramma- ticale del Manni
rappresenta un regresso
per l'età sua,
un puro ritorno
alle vedute cinquecentesche dei
più puristi senza
il pregio della
spontaneità
dell'osservazione, che allora
corrispondeva a un
bisogno pur mo
nato di comprendere
le forme esteriori
d'una letteratura che
andava sempre più
acquistando impor- tanza e
grandezza. Le IX
lezioni Del periodo
toscano hanno un
particolare interesse per
le considerazioni alle
quali possono offrire
occa- sione. Abbiamo
visto come alla
sintassi sia stata
fatta sempre poca
o nessuna parte
nelle grammatiche italiane
: nel Cinquecento
l'esempio del Giambullari,
che fu il primo, sotto
il consiglio del
Gelli, a trattar
largamente della costruzione
intera e figu-
rata secondo l'uso de'
retori latini e
greci, non fu
molto se- guito, e
restò quasi isolato
; tanto che
il riassuntore di
tutte le più
che secolari osservazioni
grammaticali, il Buonmattei,
nella sua voluminosa
grammatica, non dà
luogo affatto alla
sintassi e se
parla del ripieno
(pleonasmo), lo fa
perchè lo considera
come parte dell'orazione, non
necessaria per altro
alla tela gram-
maticale, e non come
figura sintattica. Della
costruzione tornò a
trattare, come vedemmo,
il Menzini, ma
solo in quanto
gli dava materia
di discorrere appunto
delle figure grammaticali,
non del vero e proprio
reggimento, e per
influenza della gram-
matica sanziana e particolarmente della
teoria dell'ellissi ;
supplì, come pure
vedemmo, il Cinonio
all'assenza della trattazione
sintattica, con quel
suo speciale sistema
di passare in
rassegna l'uso delle
cosidette particelle: ma
neppure il Cinonio
trattò (l) A
cura di E.
Modigliani, già cit.
Capìtolo tredicesimo 383
quella che propriamente
si chiama la
sintassi. Di questa,
ve- dremo tra poco,
e perchè, s'occupò
direttamente e di
propo- sito il Corticelli,
trasportando di peso
il metodo della
gram- matica latina
nell'italiana e rimanendo
così a mezza
strada. Ma al
periodo pochissimi grammatici
('), come s'è
visto, ri- volsero la
loro attenzione, come
ad oggetto diretto
d'osserva- zione grammaticale. Né
poteva esser diversamente.
Avremo anche più
volte ripetuto che
nella sua esterna
compagine la no-
stra grammatica si venne
modellando sulla latina,
svolgendo negli schemi
da questa offerti
il nuovo suo
contenuto. Ora la
trattazione del periodo
per i latini
non fu mai
materia di gram-
matica, ma, come organismo
d'arte e di
pensiero, apparteneva alla
rettorica. Così esso
entrava nelle Artes
dictandi de' nostri
antichi dittatori, che
erano, anche se
si chiamano grammatici
e maestri di
grammatica, essenzialmente retori
e maestri di
ret- torica. Il periodo
insomma riguardava quella
sezione della ret-
torica antica che è
l'elocuzione. Il nostro
Manni, infatti, accin-
gendosi nella detta lezione,
a discorrere del
periodo, cita il
re- tore Demetrio Falereo,
il quale « nel suo
celebre Trattato del-
l'Elocuzione accintosi a parlar
del periodo, tratta
prima de i
Membri, e degl'Incisi,
come parti sostanziali,
da cui riceve
esso materialmente il suo essere
; poiché dalla
chiara cognizione di
questi, la perfetta
intelligenza di quello
si facilita, se
non in tutto,
in gran parte.
Quindi per ispiegare
in un tempo
stesso e del
Periodo e de
i Membri, e
degl'Incisi l'essenza, con
un esemplo, a
mio giudicio, esprimente,
rassembra il Periodo
a una mano,
della quale ogni
dito che si
consideri separatamente da
quella, si trova
essere un tutto
in sé stesso
perfetto; lad- dove poi
se col risguardo
all'intera mano si
osservi, altro non
è, che un
membro, ed una
picciola parte fra
l'altre tutte, che
vengono a comporlo
»(2). E poi
cita subito il
Panigarola nel Com-
mento alla Particella terza
della prima parte
del suo Demetrio,
e poi il
cap. 9 del 30 della
Rettorica d'Aristotile, dove-
il pe- riodo «
vien poi diviso
in Semplice, e
in Composto, non
altro essendo il
Periodo semplice, che
quello, che fatto
è d'un Membro
solo; il composto
quel di più
Membri » (pp.
198-200). (') Ricordo,
tra gli altri,
il Gagliaro (1645
. Y. qui
il cap. Vili
e particolarmente la
p. 25; 384
Storia della Grammatica
Sulla scorta dei
trattatisti antichi e
moderni ('), «
che hanno fatto
sopra di ciò
trattati pienissimi »,
dichiara il Manni
che potrebbe molte
cose portare ai
suoi discepoli ;
ma le tralascia,
per non ripeter
ciò che è
stato detto dagli
altri e che
ognuno può veder
da sé, e
perchè « le
cose che dir
potrebbonsi, non meno
appartengono al Greco,
ed al Latino
periodo, di quel
che al nostro
Toscano abbiano attinenza
» (p. 200).
Suo intendimento è
ragionare soltanto del
Periodo Toscano «
dal Boccaccio con
sottile accorgimento nella
Lingua nostra introdotto
», mirando a
eliminare un inconveniente comune
negli scrittori e
oratori. E appena
necessario avvertire che
il Manni concepisce
il periodo come
un esteriore meccanismo
o strumento per
l'espres- sione del pensiero,
che si può
togliere in prestito,
insegnare o trasmettere
da scrittore a
scrittore. Le particolari
osservazioni movono tutte
da questa concezione,
che è poi
quasi interamente rettorica
e punto grammaticale. «
Il forte, e
l'essenziale del discorso
ed il fondamento
della buona eloquenza
si è in
primo luogo l'abbondevolezza delle
cose, e la
robustezza de' concetti,
e de i
sentimenti sul capitale
di un gran
sapere accumulata »
(p. 201). Poi
la giudiziosa scelta
del genere di
parlare (lo stile),
se alto, mediocre,
o umile ('"),
che però appartiene
all'arte di dire.
Da questi principi,
deri- vano l'uso de'
termini, degli epiteti,
e degli avverbi
« ottima, ed
abbondevole guernigione di
nostra lingua ».
Ma la prima
caratteristica del periodo
toscano è V ordine
del tutto e
delle parti. L'ordine
dev'esser naturale: da
esso non si
disgiunge la naturalezza
e la chiarezza,
cui è compagna
la sonorità. Questa
bisogna conseguire specialmente
al principio r al fine
del periodo, e
particolarmente al fine.
I Greci per
con- seguirla erano esercitati
dal I^onasco, « esercitatore della
pro- nunzia ». Essa
in gran parte
dipende dalla misura
delle sillabe, negata
da Bartolomeo Cavalcanti
all'italiano, benché prima
della (') Tra
questicita Giovita Rapicio,
autore d'un Trattato
del nu- mero oratorio
[De numero oratorio'],
e lodatissimo maestro
e scrittori.- «li
ose grammaticali e
pedagogiche. Cfr. Gekini,
op. cit. , p.
124 sgg. Recentemente
gli è stata
dedicata una monografia.
Reca l'esempio di
sinonimi del verbo
morire: Trar l'aiuolo,
Tirar le cuoia.
Render l'anima al
Creatore suo, Pagare
alla natura il
suo diritto. Capitolo
tredicesimo 385 sua
morte (1562) la
fosse stata asserita
nel 1556 dal
Ragiona- mento del Lenzoni,
edito dal Giambullari,
sulla quantità delle
nostre sillabe, de'
nostri piedi, de'
nostri periodi, e
prima an- cora dagli
Accademici della Virtù
che ne diedero
per le stampe
i precetti nel
1539. essendone stato
primo autore Leon
Battista Alberti. I
Latini avevano le
lunghe e le
brevi, e noi
abbiamo gli accenti.
Il periodo non
vuol esser terminato
né da voci
monosillabiche né assai
lunghe. Il Boccaccio
comincia e finisce
il suo primo
periodo del Decamerone
con due trisillabe
piane. Modello di
numero oratorio è
l'orazione del Casa
per la restitu-
zion di Piacenza.
Utile a conseguir
la sonorità è
esercitarsi a dir
improvviso versi di
cinque, di sette,
e d'otto piedi,
alla me- scolata, ma
senza incorrer nel
biasimo quintilianeo dell'uso
de' versi interi
nella prosa. Vizio
rimproverato già al
Boccaccio, ma dall'annotatore de\V
Ercolano del Varchi
non ritenuto tanto
ripro- vevole, essendo impossibile
non adoperar versi
ne' periodi. Vizio
è quando il
verso si raffigura,
o sia si
fa sentire troppo
spiccatamente, e l'editore
delle Novelle che
ne trasse fuori
i versi adoperatevi,
è lui biasimevole
che la sua
brevissima dedi- catoria cominciò con
una filza di
versi (1). Il
Panigarola si re-
stringe a disapprovar nella
prosa solo la
rima. E un
fatto che la
bellezza del periodo
dipende dalle parole
bellamente acconce :
volendo, ad es.,
conseguir la grandezza
e la magni
fi ee7iza, si
deve far uso
in principio de'
casi obliqui, di
repliche giudiziose, e
anche di «
parlare alquanto oscuro,
e tardo »!
(p. 231). Analogamente
si conseguono l'evidenza,
la va- ghezza e
la leggiadria, con
simili espedienti :
così la dolcezza
è prodotta da
parole dolci (Luce,
Desio, Gioia), la
languidezza e bassezza
da parole lunghe,
e sdrucciole ; l'
asprezza, la du-
rezza, la severità da
parole simili a
queste : Stordimento,
Di- scoraggiare, Stranezza, Frastuono .
Insomma con la
scelta delle parole,
« che meglio
paroleggiamento appellar si
potrebbe », si
conseguono effetti sorprendenti. Son
questi : Il
sommo pregio dell'uom
meritevole Non resta
mai all'augusto confine
Di sua dimora;
ma perennemente Ovunque
è cognizione di
virtù Vera si
spande; quindi l'Eccellenza
Vostra sdegnar non
deve ch'io da
lunge ecc. C.
Trabalza. 386 Storia
della Grammatica Finalmente
tre cose bisogna
evitar nel periodo
: Lunghezza eccedente,
Trasposizioni non naturali,
il Verbo al
fin trascinato. Ho
voluto esporre questa
dottrina del periodo
che il Manni
formulava nel 1736
per far notare,
come, mentre le
dot- trine grammaticali del
Vico superavano il
logicismo scali- gero-sanziano, e questo,
in ogni modo,
fecondato dai solitari
di Portoreale, produceva
quella sì ricca
letteratura di gramma-
tiche ragionate o filosofiche,
in Italia, ne'
nostri istituti, si era ancora
con l'antichissima rettorica,
cioè proprio agli
antipodi delle più
nuove dottrine. Come
s'è visto, nell'organismo perio-
dico il Manni non
ha intravvisto nessun
legame tra le
parole, l'ordine di
esse e il
pensiero, che non
fosse rettorico; tutta
la concordanza è
tra la figura
dirò così geometrica
e musicale del
periodo e una
cotal forma di
pensiero in essa
rispecchiata. Tra la
nona e l'ultima
lezione il Manni
espone il Galateo,
e con la
decima sull'ortografia, un
gruppetto di osservazioni
spicciolate di poco
valore, chiude il
corso. Né meno
lontano del Manni
(') dalle alture
grammaticali dell'indirizzo filosofico
contemporaneo troviamo il
Corticelli, benché le
sue Regole ed
Osservazioni portino scritto
in fronte la
parola ?netodo(~). (')
Alla tradizione seguita
dal Manni appartengono
quel p. Ono-
frio Branda, che nel
suo Dialogo della
lingua toscana (1759)
«tenne fermo con
tirannide pedantesca e
inurbana il culto
del toscanismo »
(Concari, // Settecento,
p. 242) e
Girolamo Rosasco, de'
cui sette dia-
loghi sulla lingua toscana
avremo occasione di
riparlare altrove. C')
La parola metodo
ha storicamente, per
questo periodo, due
significati, secondo che
era adoperata dai
seguaci di Portoreale,
o dai grammatici
puristi che intendevano
sistemare didatticamente la
ma- teria grammaticale: per
quelli il metodo
riguarda V interno della
gram- matica, per questi
Veslerno. — 11
Nuovo Metodo di
Portoreale, dopo la
prima ediz. ital.
(1722) cui già
s'è accennato, cominciava
a esser ora
più largamente diffuso
e ristampato in
Italia con più
frequenza. Dal latino,
pel quale primamente
fu escogitato, passò
di leggieri al
greco, e quindi
al francese e
all'italiano. I Portorealisti
stessi ave- vano eseguiti
i vari metodi.
Un Nuovo metodo
per la lingua
italiana la più
scelta estensivo a
tutte le lingue
pubblicò G. A.
Martignoni a Mi-
lano, nel 1743, in
2 voli. Ma
anche in quello
escogitato per apprendere
la lingua latina
era fatta una
gran parte anche
all'italiana, tanto che
verso l'ultimo trentennio
del secolo usciva
anche, in compendio,
come in Venezia,
1773, col titolo
di Nuovo metodo
d'insegnai e le lingue
italiana e latina.
E anche tipograficamente si
volle distinta « la parte
Capitolo tredicesimo 387
Dai diciannove trattati
del Buonmattei (1843)
e dalle Par-
ticelle del Cinonio (1644),
alle Regole del
Corticelli corre un
secolo preciso, poiché questa
Grammatica (') vide
la luce la
prima volta nel
1745, fruttando all'autore
con gli utili
appunti degli Acca-
demici la nomina a
membro del massimo
Istituto linguistico. Con
tutte le sue
novità, questa Grammatica,
che ha il
suo principal fondamento
in quella del
Buonmattei e che
si ristampava nel
1854, a due
secoli di distanza
dunque dalla comparsa
della sua fonte,
è nuova testimonianza
del fatto da
me notato, che
la storia della nostra
grammatica precettiva in
quanto contiene una
ten- denza filosofica finisce
col Buonmattei: dopo
il Buonmattei, se
si vuol seguire
il progresso scientifico,
bisogna percorrere l'altra
via che si
stacca appunto dal
Buommattei medesimo per
quel che concerne
il fondamento teorico
delle grammatiche ragionate
che vi ha
di proposito la
lingua italiana »,
coni' è detto
nella prefa- zione all'ed.
seguente, uscita in
luce negli anni
in cui ci
troviamo col nostro
discorso : Nuovo
metodo per apprendere
agevolmente la lingua
Ialina traila dal
francese nell'italico idioma,
e, per utilità
di novelli scolari,
aggiuntovi nel principio
gli Elementi tolti
dal Compendio della
medesima opera, per
intelligenza di tutte
le parti dell'Orazione
e nel fine
un tratta te
Ilo della Volgar
Poesia coir Indice
dell' Opera sinora
desiderato all'uso del
Seminario Napoletano , in
Napoli, Per Pietro
Pa- lumbo, CI3I3CCXLIV,
a spese di
Raffaello Gessari, voli.
2. Nel proemio
è detto che
le regole vi
sono dettate in
versi « seguendo
le pedate dell'A.
». Vi si
richiamano lo Scaligero,
il Sanzio e
il Vossio. Si
deplora che nella
letteratura si segua
uno stil figurato
[fantasia], mentre basterebbe
il grammaticale [ragione']:
invece di amare
vanno in pesca
di amore prosegui,
benevolentia complecti! Nella
trattazione, sotto le
varie sezioni e categorie grammaticali,
dopo date le
definizioni e le
regole per il latino, viene,
in carattere più
piccolo, la parte
per l'i- taliano. Così
a p. 3
incomincia l'uso dell'articolo. Ma
non è una
trat- tazione sistematica per
l'italiano per quanto
riguarda la prima
parte, cioè la
morfologia; e anche
nella seconda, «Osservazioni
particolari sopra tutte
le parti dell'Orazione
», al trattato
« delle figure
di co- struzione »,
delle « lettere
», benché sia
detto che è
trattato « '1
tutto in rapporto
alla lingua italiana
» (p. 648
sgg.), nell'esecuzione la
pro- messa è spesso
dimenticata. (') E
questa l'edizione che
seguo: Regole ed
osservazioni della lingua
toscana ridotte a
metodo ed in
tre libri distribuite
da Salva- dore
Corticelli bolognese colle
correzioni e giunte
di Pietro dal
Rio ed altri.
Un volume in
due fascicoli. Venezia,
Stabilimento enci- clop.
di G. Tasso
edit., M .
DCCC . LIV.
Il Corticelli era
di Piacenza 11690-1758). 38S
Storia della Grammatica
e filosofiche, che
in Italia fecero
una non breve
apparizione e, inaugurate
come vedremo con
quella del Soave,
caddero sotto la
scomunica del risorto
purismo incarnato nel
Puoti, proprio nel
tempo stesso in
cui il più
illustre scolaro del
Puoti, quasi di
soppiatto del maestro,
concepiva il disegno
d'una nuova grammatica
filosofica che contenesse
anche ed insieme
la gram- matica storica e
la grammatica metodica,
facendo una liquida-
zione generale di quante
grammatiche italiane da
quella del Fortunio
a quella del
Corticelli avevano codificato
il purismo bembesco-cesariano. Le
novità con cui
si presenta Corticelli, erano
queste tre: il
metodo; la costruzione
(sintassi); un florilegio
di frasi idiomatiche
degli Autori del
buon Secolo. L'ordine
della trat- tazione era
rispettato: I. morfologia,
IL sintassi, III.
pronunzia e ortografia.
Gl'insegnamenti erano «fondati
su gli esempi
di buoni, ed
approvati toscani scrittori
», antichi fino
al 400, mo-
derni dal 500 in
poi ; gli
esempi tolti in
maggior copia dai
tre- centisti, e più
specialmente dal Boccaccio,
« la prosa
migliore, che vantar
possa la nostra
lingua», secondo il
testo Mannelli. Questo
il carattere e
il pregio delle
regole grammaticali :
« sono minuzie,
che non si
apprendono senza molestia
: ma il
ben sa- perle, e
l'averle all'occasione in
contanti è cosa
di molto van-
taggio » (Prefazione). Qui
troviamo condensati tutti
i criteri che
più tenacemente prevalgono
con la forza
stessa della loro
pedanteria, in parte,
in parte per
quell' esigenza cui
sembra che ineluttabilmente debba
sodisfare chi voglia
apprendere una lingua.
La terza di
quelle tre novità,
era una conseguenza
del cri- terio principale onde
fu mosso il
Corticelli nella compilazione
della sua fortunata
operetta, la riduzione
del vario e
vasto ma- teriale a
metodo : il
bisogno di ridurre
a metodo i
precetti non poteva
non ispirar l'altro
di ridurre a
metodo e come
alla por- tata di
mano il vocabolario
delle veneri, de1
modi vaghi e
belli onde riboccali
gli aurei scrittori.
Riconosciuta la sconfinata
im- portanza, la fatidica
necessità, l'assolutezza della
grammatica, unico segreto
per riuscire elegante
e corretto artefice
di prosa, lo
studio degli scrittori
doveva anch'esso ristringersi
sotto il vasto
imperio della grammatica,
riducendo quasi in
pillole e condensando
in confettini il
loro succo migliore
: la conquista
dell'arte non era,
non diciamo effetto
di vita e
di elaborazione Capitolo
tredicesimo 389 intcriore,
ma neppur risultato
della lettura degli
artisti di prosa
e di poesia,
ossia dello studio
concreto della letteratura
; essa era
infallibile conseguenza di
chi si fosse
bene impresse le
re- gole della grammatica
e le belle
frasi di aver
pronte al bisogno,
come quelle che
son molte «
e fuggono facilmente
dalla me- nu >ria
» (ib.). Era,
come ognun vede,
l'allontanamento completo dalle
vive, fresche e
perenni sorgenti del
pensiero e dell'arte:
era il portare
al suo ultimo
grado di sviluppo
degenerativo quella che,
in sostanza, nel
Cinquecento era stata,
più o men
bene con- dotta osservazione degli
scrittori e non
legge già imperiosamente dedotta
: era insomma
l'avvento tinaie e
completo della gram-
matica nel peggior senso
della parola, che
è poi, non
dimenti- chiamolo, il vero
senso di essa.
Quella del metodo
era una novità,
ma fino a
un certo senso:
già nel Cinquecento
le osservazioni grammaticali
contenute nel terzo
libro delle famose
Prose del Bembo
erano state ridotte
a metodo dal
Flaminio e da
altri variamente rassettate
e accomo- date all'utilità pratica
degli studiosi della
nostra volgar lingua,
né erano mancate
compilazioni grammaticali che
quella materia stessa
avevano disciplinato :
il bisogno d'aver
un corpo ordinato
di quelle osservazioni
che via via
sotto lo studio
diretto degli scrittori
si eran venute
facendo, da poter
esser consultato volta
per volta oltre
che tenuto come
testo per uno
studio sistema- tico della
grammatica sia pur
fuori dell'ambito strettamente
sco- lastico, era stato
più o meno
vivamente sentito e
s'era cercato di
sodisfarlo con qualche
successo : e
anche a non
citar i co-
siddetti mestieranti che non
il Bembo soltanto,
ma i principali
grammatici cinquecenteschi avevan
raccolto e ordinato
a uso degli
studiosi, lo stesso
Salviati in quei
suoi Avvertimenti sul
Decameron aveva dato
un lodevole esempio
del come le
forme e i
costrutti d' un
cosi ins igne capolavoro
e d'altre opere
del- l'aureo secolo potessero
esser studiate metodicamente
nelle tra- dizionali categorie: e
il Castelvetro, sopra
tutti, pur in
quelle apparentemente farraginose
e selvose e
irte sue Giunte
alle Prose del
Bembo che ebbero
a stancar la
pazienza di lettori
non pochi, non
esclusi i benevoli
e amorevoli critici
del più sottile
di tutti i
filologi nostri antichi,
non aveva forse
applicato un principio
eminentemente metodico di
esposizione? Metodico, nel
senso più elevato
della parola —
questo soprattutto interessa
qui metter bene
in rilievo —
più e meglio
che nell'esposizione 390
Storia della Grammatica
dirò esterna della
materia contenuta nelle
due principali categorie
grammaticali, V articolo e il verbo,
su cui aveva
esercitato il suo
spirito critico, era
stato nella trattazione
interna di essa,
ossia nello svolgerla
nella sua formazione
storica, come quegli
che, precor- rendo assai
meglio d'altri precettisti,
come vedemmo, il
sistema d'investigazione linguistica
proprio della moderna
filologia, aveva mosso
dalla parola latina
per ispiegare coi
criteri della fonetica
evoluzionistica e in
ispecie con la
legge dell'analogia, la
morfo- logia dell'articolo e
del verbo volgari.
Infine con metodo
aveva cercato di
stendere, nella prima
metà del Seicento,
i suoi trattati
il Buonmattei, elaborati
sul materiale vario
e diverso che
i gram- matici del
Cinquecento gli avevano
trasmesso. Anzi, nell'ordine
che chiamerò ideologico,
il Buonmattei è
metodico quant'era stato
nell'ordine storico o
filologico il Castelvetro.
Non solo. Il
Buonmattei avrebbe proprio
inaugurato il vero
metodo dell'e- sposizione grammaticale —
astrazion fatta dal
regresso che rap-
presenta rispetto al Castelvetro
per quanto concerne
la gram- matica storica — nel senso
di un principio
filosofico secondo il
quale sorgono e
si dispongono nella
tela grammaticale le
parti dell'orazione, se
tra la sezione
teorica e quella
pratica, onde consta
la sua grammatica,
fosse un ben
più intimo legame
di quel che,
come già notammo,
in realtà non
sia, poiché questa
seconda sezione resta
in sostanza quasi
unicamente descrittiva. Ciò
che non avvenne
nelle posteriori grammatiche
generali specie della
Francia, dove appunto
la grammatica generale
s'incorpora nelle particolari
del latino e
delle lingue moderne
con intimo legame.
Non si può
negare che in
codesta descrizione non
sia cercato il
metodo con piena
convinzione e coscienza
; ma il
Buon- mattei era ancora
troppo vicino alle
varie tendenze, alle
pole- miche che si
svolsero nel campo
della grammatica cinquecen-
tesca, perchè non dovesse
risentirne 1' influenza
né lasciarne le
tracce nella sua
trattazione. Inoltre il
troppo definire le
specie e le
sottospecie delle categorie,
la confutazione d'errori
e di teorie
credute sbagliate, una
soverchia abbondanza di
svolgi- mento e di
particolari, la moltiplicazione delle
categorie stesse portate
a dodici, e
altri che sono
e non sono
difetti, non sono
certamente le caratteristiche meglio
notevoli d'una trattazione
metodica. Egli stesso
trovava il suo
libro di non
facile uso né
di facile intelligenza
e raccomandava che
si studiasse prima
della prima la
seconda parte per
ben comprender l'una
e l'altra Capitolo
tredicesimo 391 e
specialmente la prima.
Insomma, neppure quello
del Buon- mattei
sembra che rispondesse
al bisogno d'
un libro di
gram- matica metodico, chiaro
insieme e, come
dicevano, manesco. Le
aggiunte e correzioni,
inoltre, che il
Cinonio, il Bartoli
e gli altri,
che s'occuparono per
tutto il resto
del secolo e
il principio del
successivo di cose
grammaticali, apportarono al
corpo di quelle
del Buonmattei, e
i mutati ordinamenti
scolastici, ne' cui
piani cominciava ormai
a entrare ufficialmente
e separatamente, come
vedemmo essersi fatto
nel 1736 nell'Arcivescovile semi-
nario di Firenze, rendevano
ancor più vivo
quel bisogno, anzi
tanto vivo, che
potè sembrare un
bisogno recente, proprio
del momento, e
novità quella di
chi introducesse il
metodo nella trattazione
grammaticale. Parrebbe inoltre
che quel movimento
intellettuale che s'era
determinato nel campo
della grammatica latina
con la discussione
e l'applicazione dei
principi aristotelici ripresi
dallo Scaligero e dal Sanzio
e poi nuovamente
fecondati dai Portorealisti, e
che, richiamando gli
studiosi della lingua
a una considerazione più
elevata che non
fosse quella puramente
descrittiva della grammatica,
necessariamente li costringeva
alla ricerca delle
relazioni logiche de'
fatti linguistici e
perciò a una
trattazione disciplinata, sistematica
di esse, parrebbe,
dico, che codesto
movimento
logico-grammaticale del Seicento
cadente e dell'
ineunte Settecento dovesse
far sentire ancor
meglio la ne-
cessità del metodo, né
fosse estraneo appunto
all'affermazione corticelliana dell'urgenza
di sopperirvi; se non che,
non solo questo
non avvenne, ma
a codesto movimento,
non che estraneo,
fu affatto in
opposizione il modo
onde il Corticelli
esplicò il suo
disegno di grammatica
metodica ('). (')
Precorre in questo
senso il Corticelli
di pochi anni
— nelle novità
richieste dai tempi
non si è
mai soli —
il p. Stanislao
Gaf- furi barnabita,
autore di Osservazioni
grammatica/i ridotte a
metodo breve e
facile per chi
desidera correttamente scrivere
nella Italiana fa-
vella; dedicato alla ingenua
e studiosa gioventù
Friulana, Udine, 1736.
Il Gaffuri dice
appunto che i
fanciulli si spaventano
dinanzi ai volumi
del Buonmattei, del
Castelvetro, del Salviati,
del Cinonio, e
non pos- sono profittarne :
ed egli intende
con questo suo
libriccino aver sup-
plito «alla debolezza degl'uni,
ed all'impotenza degl'altri».
Ma, al- l'atto pratico, si
vede che il
metodo è concepito
come abbandono di
tutta la ricchezza
delle osservazioni, e
conservazione di alcuni
pochi schemi. —
Prima ancora del
Gafi'uri, Stefano Bosolini
aveva pub- 392
Storia della Grammatica
Il suo metodo,
in sostanza, si
ridusse a scarnire
fino quasi allo
scheletro il corpo
della grammatica, e,
fattene tre sezioni,
descriverlo pezzo per
pezzo per regole,
osservazioni, eccezioni e
appendici con semplice
meccanismo, senza mai
cercare una ra-
gione di intima dipendenza
tra una parte
e l'altra o
altra di- stinzione che
quella del numero
progressivo, badando solo a render
la materia facilmente
imparabile a memoria,
e de' pre-
cedenti grammatici
limitandosi a citar
qualche nome, più
spesso quello del
Buonmattei, e cancellando
quasi ogni traccia
delle vecchie discussioni
anche con rimandi
ad esse, ligio
soprattutto specie per
gli esempi all'autorità
della Crusca, che,
anche per confessione
de" suoi annotatori
('), il Corticelli
continuamente saccheggia a
maggior conferma della
rigidità e assolutezza
de' principi a'
quali s' informa. Metodo
vuol dir guida
razionale, blicato la
Midolla letteraria della
lingua italiana purgata,
e eoi' ietta con un competente
Saggio de' suoi
quattro principali dialetti
cui s'ag- giunge una
Midolla di Le t ter
familiari, per il
principiante: il lutto
ordinato con nuovo
metodo a prò
di un Amico,
Venezia, 1724 ;
ma se non
vogliamo credere alle
parole del titolo,
questa grammatica, che
potè esser stata
ispirata dalla pubblicazione
che appunto circa
questo tempo 11720)
il Gigli fece
delle Opere del
Cittadini, più che
al periodo diremo
precorticelliano, sarebbe da
riferire a quello
post- cittadinesco, per la parte
ivi data alla
fonetica e ai
quattro idiomi toscani
e al criterio
non. esclusivamente
municipalistico. Ognuno deve
cercare, dice l'A.,
di star nel
proprio terreno, evitando
i due scogli
o di dover
praticar la pronunzia
fiorentina, e quindi
apparire in casa
loro affettati e
ridicoli, o di
scrivere molto diversamente
dal loro pronunciare,
ch'è manifestamente contro
i dettami di
tutti gl'Italiani più
saggi (p. 87).
La grammatica è contenuta nella
I parte I.
Orto- grafia: lettere, cons.,
voc, ditt., apostr.,
radd. o scem.,
maiusc. e staccamento;
II. Etimologia: art.,
nome, pron., ver.,
pers., anomali, part.,
accorc, tronc, ristring.,
voci; III. Sintassi',
div. della materia,
dialetti (fior., sen.,
cur.-rom., comune, corrisp.
ai greci attico,
gio- nico, eoi.,
dor.), forma della
sint. ; IV.
Prosodia: accenti, interp.).
Da pp. 16-22
riassume i trattati
cittadineschi sull'i e Yo aperti
e chiusi. E
chiuso, p. es.,
è di 4
cause: 1. per
accento grave: dove,
pensoso (ma penso);
2. per origine
latina: lèttera; 3.
per ragioni della
lettera: seguito da ;/ o
u: meno; 4.
per definimento: -ménte
(altamente ecc.). (')
«Di questa guisa
d'errori [valore de'
modi toscani] abbonda
il Corticelli in
queste sue Appendici
ecc., i quali
attinge si può
dir tutti dal
Voc. della Crusca.
Però fin da
ora ne sveglio
il lettore, a
cui non istarò
a torre il
capo con noterelle
di questa specie.
Uomo avvisato è
mezzo salvo! »
(p. 197 «.).
Capitolo tredicesimo .^93
ordine interno di
trattazione, svolgimento sistematico
di rela- zioni o
intellettuali o storiche:
qui, invece, è
scolasticismo, sim- plitìcazione
didattica ottenuta con
criteri meccanici, mnemo-
nici, aiutata da partizioni
e suddistinzioni, indici
analitici : che,
peraltro, possono rendere
il libro di
facile consultazione a
chi voglia cercarvi
una regola, ma
non sono certi
gli espedienti mi-
gliori a mettere lo
studioso in possesso
dell'argomento. Ma con-
viene del pari riconoscere
che tal sorta
di metodo è l'
unica degna d'
un tal prodotto
qual è la
grammatica: codesto metodo
è l'unica logica
di essa, che
non ne ha
appunto nessuna. E
questa è la
ragione per cui
ha finito col
trionfare non nella
sola grammatica italiana,
s' intende, e prevarrà indubbiamente
fino a che si studieranno
grammatiche. Quello della
grammatica è studio
meccanico: quindi spogliarla
d'ogni intrusione raziona-
listica è, nel campo
della didattica, perfettamente
metodico, e renderla
veramente servibile (che
servizio sia, è
inutile dirlo) a
chi voglia o
debba studiarla; non
solo, ma l'innovarla
troppo profondamente in
quel suo tradizionale,
stereotipato schematismo, la
conturba, la trasfigura,
disorientando i lettori:
tanto è ciò
vero che, attraverso
il turbinìo continuo
di nuovi metodi,
l'an- tico, il comune,
il tradizionale riman
sempre in onore,
e ritorna sempre,
difeso e riverito,
a ogni fallire
di quelli. Anco
per questa ragione,
dovendo il Corticelli
eseguire quasi per
la prima volta
nella grammatica italiana
un'esposi- zione metodica della
costruzione o sintassi
toscana, ne tolse
di peso dalla
latina dell'Alvaro, come
il Puoti avverte,
criticandolo, nella prefazione
alla seconda parte
delle sue Regole
(nella gr. la-
tina elementare s'era cominciata
prima la scarnificazione appunto
perchè eravamo già
lontani dal Rinascimento,
periodo di vitalità),
lo stampo e
ve lo trasportò
integralmente, anche dove
e quando non
solo non era
richiesto, ma cozzava
evidentemente con le
nuove forme a
cui più non
s'attagliava: difetto egualmente
avver- tito dagli annotatori
suoi, che sentenziavano quelle
regole r, nelle
cui note è
cit. la co-
piosa bibliografia che del
Soave diede il
sig. Motta nel
Boll. si. della
Svizz. ìt., a.
VI, 1884. ('-')
Ne ho l'ediz.
di Venezia del
MDCCXCV, nella stamperia
di Giacomo Storti,
dove vanno uniti
col voi. I
delle Istituzioni di
logica, metafisica ed
etica. f:t) Prefaz.,
dove è detto
che a Berlino
furono spedite in
una Dissertazione latina
colla divisa Utilitas
expressit nomina rerum,
Lucret., I, 5.
— La traduzione
italiana è del
1772. (4) Croce,
Est., p. 266.
( apitolo quattordicesimo 409
« senza di
cui certamente la
prima non può
formarsi ». Né
una società può
formarsi senza il
motivo di bisogni
scambievoli e senza
che gli aiuti
reciproci siano con
qualche segno manifestati.
La natura ne
somministra alcuni spontaneamente: altri
artifi- ciali scaturiscono poi
dagli originari meccanici.
I primi e
i se- condi non
essendo per altro
bastevoli, la natura
stessa stimo- lata da
nuovi bisogni conduce
all'istituzione d'altri segni,
e, per gradi,
prepara alla formazione
d'un vero linguaggio.
Oltre la tesi,
è chiaramente indicato,
nella prefazione citata,
anche il metodo
dell'analisi. « L'istituzione
primieramente del linguaggio
de' gesti, appresso
delle voci articolate
in generale, e
in seguito di
ciascuna parte del
discorso distintamente io mi ho
veduto nascere dalla
natura medesima con
maggiore facilità e
sempli- cità che forse
dapprima non m'attendea
». Ma a
ben seguire lo
sviluppo del linguaggio
bisogna rifarsi dal
principio della storia
dell'umanità, e vedere
come si può
formar la famiglia,
e poi per
quali mezzi dalle
famiglie moltiplicate sorse
una compiuta società
« che dallo
stato selvaggio gradatamente
passasse a quello
d'una perfetta coltura
». Il linguaggio
progredisce col progre-
dire della società. «
Ma restava a
cercare per quali
vie più na-
turali e più semplici,
e il numero
de' suoi vocaboli,
successiva- mente, potesse moltiplicarsi, e
potessero stabilirsi di
mano in mano
le regole, che
l'essenza costituiscono di una lingua
». Dal poco
che fin qui
s'è riferito, facilmente
s'argomenta che il
Soave è sotto
1' influenza del
pensiero vichiano, e
ora di- mostreremo come il
punto di partenza
e il sistema
della dimo- strazione del
sorgere delle categorie
grammaticali sieno presi
dalla Scienza nuova.
Ma qui mi
giova metter subito
in evidenza come
il Soave abbia
assunto del Vico
perfino l'atteggiamento, sebbene
con un gran
pericolo di diventarne
ridicolo. Chi sa
i tormenti fierissimi
in cui si
travagliò 1' intelletto
del sommo filosofo
napo- letano per conquistare
la verità, non
può leggere senza
sentirsi preso da
profonda riverenza e
commozione dichiarazioni di
questo genere :
« La guisa
del loro nascimento,
ossia la natura
delle lingue, troppo
ci ha costo
di aspra meditazione.... ».
Ma che dire
del padre Soave
che, copiando il
Vico, al punto
in cui ne
abbiam lasciato il
pensiero, esce in
questa che è
una parafrasi della
dichiarazione vichiana? «
questa parte a
prima vista sembrava
la più difficile
; ma con
un attento esame
delle lingue già
note, e con
una seria meditazione
su la natura
intima delle lingtie,
ella 4 io Storia
della Grammatica pure
si è ridotta
ad una eguale
semplicità, se non
forse mag- giore della
prima ». Avrebbe
potuto ritenersi pago
— seguo ancora
le preziose confessioni
— della scoperta;
ma non volle
perder l'occasione di
mostrare l'influenza che
la società e
le lingue hanno
sulla umana cognizione.
Visto dunque lo
stato mentale d'un
uomo abbandonato a
sé solo dal
nascere, « vale
a. dire d'un
uomo senza società,
e conseguentemente senza
linguaggio», si fa «a considerarlo
in società, e
parlante : e
giunto anche soltanto
al- l'istituzione de'
nomi e de'
verbi », trova
in lui perfettamente
sviluppate tutte le
facoltà come in
noi e capaci
di cognizioni di
altissimo grado. E si lusinga
che « il
vedere in tal
guisa da due
fanciulli abbandonati in
un'Isola deserta nascere
a poco a
poco una società,
nascere una lingua,
e col progresso
dell'una e del-
l'altra svilupparsi di mano
in mano, e
perfezionarsi le facoltà,
moltiplicarsi le cognizioni,
formerà... un colpo
d'occhio non di-
sgradevole nel tempo stesso
che varie riflessioni,
molte delle quali
pur crede nuove
; e intorno
alla natura e
allo sviluppa- mento
delle umane facoltà
e cognizioni, e
intorno alla natura
intima delle lingue
non lascieranno di
essere vantaggiose ».
Chiude dichiarando che,
«malgrado questi motivi...
affine di non
moltiplicare inutilmente le
opere su d'uno
stesso sog- getto »,
si sarebbe tenuto
dal pubblicar le sue ricerche,
« se la
dissertazione del sig.
Herder, che meritamente
fu coronata, e eh
'è già
uscita alla luce,
fosse stata da
esse meno dissimile
». E seguendo
l'estratto córsone sui
giornali, istituisce questo
raf- fronto tra la
propria e la
dissertazione dell'Herder: «Sulla
prima parte del
quesito ci sembra
essersi trattenuto principal-
mente : laddove io
per la ragione
sovraccennata alla seconda
principalmente ho creduto
dovermi appigliare. Ei
non discende a
ninna ipotesi ;
io fissata fin
dal principio l'ipotesi
di due fan-
ciulli in un' isola
deserta abbandonati, a
questa continuamente m'attengo.
Egli colla vastità
del suo ingegno
abbraccia il pro-
posto argomento più in
universale, e più
in astratto, io
l'esa- mino più in
particolare, e, se
m'è lecito di
così dire, più
in concreto. Insomma
le due memorie,
benché s'aggirino sovra
la stessa materia,
possono tuttavia riguardarsi
come due cose
pres- soché affatto diverse;
e dove le
mie ricerche non
abbiano altra utilità,
avran quella forse
di supplire a
ciò ch'egli ha
trala- sciato. Accennando ai
debiti del Soave
verso il Vico
non abbiamo certamente
inteso d'affermare che
la memoria sia
tutt'un plagio: oltre
che non avrebbe
potuto esser tale
per ragione di
estensione, constando essa
di ben diciannove
capitoli, mentre il
Vico ha tutta
condensata in poche
pagine la materia
elaborata dal Soave,
attinge largamente da
scrittori contemporanei di
filosofia del linguaggio,
quali il De
Brosse, autore del
noto libro De
lafor- mation mécanique
des Langues, il
Lery, il Sulzer
e altri. Par-
ticolari affermazioni di VICO (si
veda), Soave ha
fatto proprie : che le
prime a essere
istituite dovettero esser
le interjezioni -- cf. Grice, “Ouch” – Meaning Revisited; —
che i vocaboli
da principio furono
mono-sillabi (ouch), o bi-sillabi
(ouch ouch) al più. Perciocché innanzi
di aver esercitato
gl’organi della voce
non potran essi
proferire ad un
tratto, che UNA,
o due sillabe solamente. LO STESSO NOI VEGGIAMO NE’FANCIULLI, che le
parole cominciarono da
l'imitazioni delle voci,
e de' suoni NATURALI
(ouch), secondo la
cosidetta dottrina dell' o?iomatopea, (p.
96); — che
i verbi cominciarono
dall'imperativo ( non tutti,
però, aggiunge, quasi
voglia correggere il
non citato (') maestro),
e che anche
i verbi furon
tratti dall'onomatopea (pp.
66-67) ecc. Il
debito principale, tuttavia,
è, come s'è
già detto, in
quel prender le
mosse dallo stato
primitivo della umanità,
dal con- siderar le
manifestazioni del linguaggio
nel fanciullo, in
quel riferire queste
manifestazioni alle cause
naturali agenti sull'uomo,
i loro progressi
ai progressi della
società, nel distinguerle
in mute e
in articolate secondo
che l'uomo fu
abbandonato a sé
stesso o costituito
in società, in
quel seguire il
sorgere progres- sivo delle
categorie grammaticali e
sintattiche secondo i
proce- dimenti
rappresentativi e logici
delle menti umane
più o meno
sviluppate secondo il
progresso sociale, insomma
nell'aver bat- tuta la
medesima via per
giungere alla risoluzione
del problema dell'origine
del linguaggio. Ma,
sarebbe quasi superfluo
il dirlo, le
differenze sono profonde.
VICO (si veda), anzitutto, ha,
come ormai si
sa per la
dimostrazione del Croce,
definita la natura
estetica del linguaggio;
secondo, nello spiegarne
l'origine e lo
sviluppo, ha accennato
solo principi generali
di natura molto
diversa da (')
Su questo proposito
dell'imperativo cita invece
senza accet- tarla un'opinione del
Berger, Les èléments
priniit. des Lang.,
che ri-, cordava
a sua volta
quella del sapientissimo
Leibnitz: «nell'imperativo doversi
cercare la radice
de' verbi della
lingua tedesca ».
4r2 Storia della
Grammatica quelli del
Soave, senza scendere
a particolari circostanze,
tenen- dosi sempre all'altezza
dell'aquila. Per esempio,
il Vico, dopo
aver esaurita la
sua dimostrazione circa
il sorgere delle
prime classi grammaticali
tutte monosillabiche, osserva:
«Questa Genera- zione delle
Lingue è conforme
ai Principi così
dell'Universale Natura, per
li quali gli
elementi delle cose
si compongono, e
ne' quali vanno
a risolversi ;
come a quelli
della natura parti-
colare umana per quella
Degnila, eh' i
fanciulli nati in
questa copia di
lingue, e eh'
hanno mollissime le
fibre dell' istromento
da articolare le
voci, le incominciano
monosillabe; che molto
più si dee
stimare de' primi
uomini delle genti,
i quali l'ave-
vano durissime, né avevano
udito ancor voce
umana » (p.
287, ed. cit.).
Il Soave nota
che i fanciulli non
potranno proferire che
una o due
sillabe solamente e
che non arrivano
« se non
dopo un certo
tempo a poterne
proferir di più
lunghe »(p. 96).
Il monosillabismo pel
Vico è un
principio universale e
partico- lare insieme e
con esso egli
spiega tutta la
primitiva gramma- tica, ossia
tutto il linguaggio;
pel Soave non
è più nulla,
non solo perchè
è monosillabismo e
bisillabismo,
indifferentemente, ma perchè
non è più
un principio, ma una
semplice questione di
maggiore o minore
bravura meccanica. Terzo,
finalmente, il Vico,
come più addietro
vedemmo, nel confronto
della sua con
la dottrina aristotelica
delle categorie grammaticali,
fa di queste
degl' indici delle
fasi ideali dell'umanità,
ne fa dei
segni in cui
si siano concretati
e espressi particolari
progressivi atteggiamenti dello
spirito umano : il Soave
con la logica
alla mano e
con una storia
di sua invenzione,
precisa non solo
nei particolari delle
circostanze ma degli
specifici procedimenti della
mente umana, fa
fare all'umanità un
cammino inverso, appunto,
per dirla con
la maniera stessa
del Vico, «
come se i
popoli, che si
ritrovaron le lingue,
avessero prima dovuto
andare a scuola
ò? Aristotile ». Ma
non propriamente d'Aristotile,
si bene dei
sensisti del secolo
decimottavo. Perchè, appunto,
questo è da
concludere, che il
Soave ha elaborata
la materia vichiana
col sensismo filosofico
del suo tempo.
Insomma, sulla guida
di un'in- tera e
compiuta grammatica logica,
fondata sulle distinzioni
di materia e
forma, di pensiero
e segni, di
idee sensibili e
astratte, il Soave
ha costruito una
storia universale umana,
facendo cor- rispondere ad
ogni classe grammaticale,
a ogni forma
inflessiva di nomi
e di verbi,
una particolare causa
sociale e naturale
che Capitolo quattordicesimo 413
l'abbia prodotta. Tanto
valeva il prescindere
dalla sua fantastica
narrazione de' due
piccoli selvaggi, e
darci addirittura una
gram- matica logica. Quella
che ci diede,
fu dunque una
copia, un du-
plicato ; ma prima
che ne diciamo
qualcosa, ci corre
l'obbligo di accennare
per lo meno
alla grande portata
filosofica che ha
invece la dissertazione
dell'Herder. Lo faremo
con le succose
parole, documentate da
opportune citazioni, del
Croce, che ne
porgono una chiara
idea e un
giusto giudizio. «
La lingua —
egli dice in
quello scritto —
è la ri-
flessione o coscienza (Besonnenheit) dell'uomo.
" L'uomo mostra
riflessione quando spiega
con tale libertà
la forza della
sua anima che in tutto
l'oceano di sensazioni
penetranti pe' suoi
sensi, può, per
così dire, separare
un'onda, ritenerla, dirigere
su di essa
l'attenzione, ed esser
conscio che l'osserva.
Egli mostra rifles-
sione quando può, nell'ondeggiante sogno
delle immagini che
passano innanzi ai
suoi sensi, raccogliersi in
un momento di
veglia, liberamente soffermarsi
su di una
immagine, prenderla in
chiara e calma
considerazione, separarne de'
connotati. Egli mostra,
infine, riflessione quando
non solo può
conoscere viva- mente e
chiaramente tutte le
proprietà, ma può
riconoscere una o
più proprietà distintive". Il
linguaggio umano "non
è l'ef- fetto di
n\\ organizzazione della
bocca, giacché anche
colui ch'è muto
per tutta la
vita, se riflette,
ha in sé
linguaggio ; non
è un grido
della sensazione , giacché
esso non fu
trovato da una
macchina respirante, ma
da una creatura
riflettente ; non
è un fatto
d'imitazione, giacché l' imitazione
della natura è
un mezzo, e
qui si tratta
di spiegare lo
scopo ; molto
meno è convenzione
arbitraria, il selvaggio nella
solitudine del bosco
avrebbe do- vuto crear
il linguaggio per
sé medesimo, quand'anche
non l'a- vesse parlato. Il
linguaggio è l'ifitesa
della sua anima
con sé stessa,
intesa tanto necessaria,
quanto che l'uomo
sia uomo"('). Comincia
così la funzione
linguistica ad apparire
non più fatto
meccanico od arbitrio
ed invenzione, ma
creazione ed afferma-
zione prima dell'attività umana.
Benché lo scritto
dell'Herder, come il
Croce stesso nota,
non dia un
risultato netto, e
sia solo un
sintomo e un
presen- [Abhandlung i'cber den
Ursprung der Sprache,
nel libretto: Zwei
Preisschriften etc. (2a
ediz. di Berlino,
1789J, specialm. pp.
60-5. (?) Estetica,
p. 267. 414
Storia della Grammatica
timento della soluzione
da dare al
problema del linguaggio,
pure ognun vede
quanto e come
esso superi le
vedute filosofiche dell'enciclopedismo francese
seguite dal Soave
e, in qualche
parte e precisamente
per le speciali
teorie dell' interiezione e
del- V imitazione, quella
dello stesso Vico,
che l'Herder pur
conobbe ed elogiò.
Né il Vico
né l'Herder, al
quale come anche
all'amico suo Hamann
« spetta il
merito di aver
fatto sentire come
un soffio d'aria
fresca anche negli
studii di filosofia
linguistica » ('),
eb- bero tra noi
non dico la
preminenza sulle dottrine
logiche dei francesi,
ma un equivalente
grado di efficacia,
nonostante che un
seguace e del
Vico e dell'Herder,
il Cesarotti, raccogliesse,
più ancora del
Soave, intorno al
suo Saggio, che
in parte deriva
dagli scritti loro,
non tenui simpatie
— basti citare
il nome di
Francesco Torti {"')'■
— la tradizione
logico-grammaticale, che ha
il suo miglior
rappresentante nel Du
Marsais, tenne vittoriosa
il campo, contrastata
solo, come vedremo,
dal risorto purismo
ce- sariano -
puotiano, fino oltre
la prima metà
del secolo pas-
sato — la Grammatica
generale del Corradini
in tutto dumar-
saiana è del
1856! — cioè
anche dopo l'Humboldt,
ma spolpata, dissanguata,
scheletrita, ridotta ai
puri schemi, il
che vuol dire
alla sua forma
meno feconda e
più noiosa, e
pur propinata a
a volte in
libercoli di poche
pagine perfino agli
alunni della prima
e seconda classe
elementare ! La
grammatica stèssa del
Soave n'ègià una
chiarissima prova. E
divisa in due
libri, uno dell'
Etimologia, l'altro della
Sin- tassi — un
trattatello della ortoepia
e dell'ortografia fu
scritto a parte,
— ciascuno de'
quali suddiviso in
4 sezioni :
la prima del
I svolge la
parte generale delle
parti del discorso,
la II il
nome (coi suoi
affini, aggettivo e
pronome, e i
suoi servitori, se-
gnacasi e articoli), la
prima delle parti
logicamente più impor-
tanti : la III
il verbo, l'altra
parte più importante
del discorso (coi
suoi partecipi, gerundi
e aggettivi verbali);
la IV il
mi- scuglio degli accessori
logici (3) (preposizioni, avverbi,
congiun- (') Croce,
Est., p. 265.
(2) Trabalza, Della
vita e delle
opere di F.
T., Bevagna, 1896,
e Studi sul
Boccaccio, Città di
Castello, 1905, p.
75, e Croce,
Per la storia
della critica e
storiografia letteraria, Napoli,
1903, p. 8
e 26 sgg.
(3) ' Syncathegoremeta ', '
consignificantia '.
Capitolo quattordicesimo 4 1
5 zioni, interposti)
; mentre la
I sezione del
II libro svolge
la prima branca
della sintassi, la
concordanza, la II
la seconda, il
reggimento, la III
la terza, la
costruzione (la triple
synlaxe, di- ceva l'Enciclopedia, de
co?icordance, de regime,
de constructiorì), la IV il
miscuglio delle figure
grammaticali (ellissi, pleonasmo,
sillessi, enallage, iperbato
- le cinque
figure del Sanzio).
Lo schema, come
qui si vede,
è tracciato sul
tipo divenuto ormai
tradizionale nella grammatica
francese e fondato
sulla dot- trina della
grammatica generale : non solo
del Vico, ma
neppur del Soave
autore delle discusse
Ricerche, si ha
più alcun sentore.
Questo tuttavia non
è l'unico danno
: il maggiore
è che lo
schema sia rimasto
schema, mancando quasi
affatto quell'elaborazione lo-
gico-critica della materia grammaticale
che ammirammo già
nel Du Marsais
e nell'Enciclopedia. Tutta
la filosofia si
riduce a definir
gli schemi molto
elementarmente e a
versarvi dentro ca-
taloghi di forme e
di costrutti con
scarsissime citazioni d'autori,
senz'ombra di spiegazioni
genetiche delle voci,
viceversa con- servando qua
e là, come
p. es. nel
trattato della costruzione,
le antichissime rettoricherie
sulle fonti dell'armonia
nel discorso. E
quel po' di
ragionamento che tenta
illuminare la parte
generale, e la
definizione del nome
e del verbo,
esula affatto in
tutto il resto
delle classi e
specie e sottospecie
grammaticali, che è
dato così nudo
e crudo, spoglio
persino di quel
fare discorsivo e
a volte vivacemente
polemico e di
quell'esemplificazione onde al-
meno si ravvivava l' interesse
del lettore nella
vecchia gramma- tica. La
geniale veduta del
Du Marsais, che
le forme gramma-
ticali, tranne quelle significatrici di cose, articoli,
casi, ecc. rap-
presentino altrettanti punti di
vista e atteggiamenti
dello spi- rito, che
egli applicava con
altrettanta genialità ai
singoli pezzi d'espressione, spargendovi
sempre un po'
di luce critica,
è af- fatto ignorata da
questa grammatica del
Soave. Tanto che
i compilatori dell'edizione
bresciana del 1830,
tenuta sulla mila-
nese del 1805 assistita
dal Soave stesso,
sentirono il bisogno
d' intercalare delle
Appendici (autore l'ab.
Bianchi) e dei
para- grafi per versarvi
con mano discreta
un po' di
metafisicherie, facendo cosi
una cosa ancor
più astrusa, arida
e ibrida. P.
es., nell'app. al
cap. I, i
nomi si dividono
in fisici e
metafisici, questi in
metafisici reali o
sostayitivi, e in
metafisici astratti o
ideali: delle significazioni delle
desinenze di questi
poi. e degli
agget- tivi derivati nell'app.
I al cap.
VI son date
numerose categorie 416
Storia della Grammatica
{-ione, -ento, -lira,
-abile, -evole, -are,
-ivo, -orlo, -ido,
-usto, -ace, -ile,
-ale, -estre, -ino,
-ore, -ibile, ecc.)
con un imperio
d'in- fallibilità assoluto. E
tutto anzi è
logicamente schematizzato, a
tutto è data
una funzione logica,
in modo che
sembrerebbe im- possibile come un
uomo osasse aprir
la bocca senza
aver man- dato a
memoria tutta questa
grammatica. Lo scopo
dell'appren- dimento delle lingue
fallisce così in
modo assoluto, e
anche di- datticamente vengono queste
grammatiche ad avere
un valore negativo.
Invece la grammatica
filosofica anche ridotta
a tale schema
si diffuse e
divenne di moda
nelle scuole, come
di moda diven-
nero questa specie di
ricerche filosofiche sul
linguaggio. De' precedenti
italiani, nella prima
metà del secolo,
della grammatica ragionata
s'è avuta occasione
di accennare altrove,
segnalando alcune manifestazioni veramente
notevoli ; ma
quei metodi e nuovi metodi
erano ricalchi di
Portoreale e compendi elementari,
che, in ogni
modo, eran diretti
specialmente allo studio
del latino, per
quanta parte facessero
all'italiano; tant'è vero
che non riuscirono
a diminuire l'interesse
per la grammatica
empirica che, invece,
col Buonmattei e col Corticelli
seguitò a imperare.
Solo nell'ultimo quarto
del secolo cominciò
a divam- pare il
fervore per la
grammatica generale. Un
Piano ovvero ricerche
filosofiche sulle lingue
diede nel 1774
D. Colao Agata ;
Riflessioni sugli oggetti
apprensibili, sui costumi
e sulle cogni-
zioni umane per rapporto
alle lingue nel
1775 l'ab. Ortes,
libri che già
dal titolo dichiarano
il loro contenuto;
nel 1783 Frane.
Ant. Astore pubblicò
a Napoli in
due grossi volumi
La filosofia dell 'eloquenza o
sia l eloquenza
della ragione (il
titolo non po-
trebbe esser più chiaro),
«strano miscuglio», dice
il Gentile, «delle
idee del Vico
con quelle dei
sensisti » (').
Nel 1785 uscì
il famoso Saggio
sopra la lingua
italiana del Cesarotti
(1730- 1808) ('), sul
quale ci dobbiamo
fermare un poco
per la sua
diretta connessione con
la critica delle
categorie grammaticali :
anzi, se (')
Il figlio di
G. B. Vico,
p. 127, nota.
(2) In Padova,
nella stamperia Penada
(ristampato col titolo
di Saggio sulla
filosofia delle lingue
nell'ed. pisana delle
Opere, 1S01, t.
[., e altre
volte). — Su
esso e sulla
questione della lingua
in generale nel
sec. XVIII, G.
Mazzoni, La questione
della lingua ita-
liana nel secolo XVIII
in Tra libri
e carte, Roma,
1S87. — Sul
Ce- sarotti, V. Alemanni,
Un filosofo delle
lettere^ Torino, 1894.
Capitolo quattordicesimo 417
diverso è lo
scopo finale, nella
sua sostanza il
libro è una
nuova grammatica filosofica.
Ma si deve
dir subito ad
onore del Ce-
sarotti, tanto più che
trattasi di cosa
poco nota, che
egli fin dal
1769, cioè un
anno prima del
quesito dell'Accademia berli-
nese e perciò delle
dissertazioni dell'Herder e
del Soave, aveva
pubblicato a Padova
un' Oratio de
lingiiarum origine , progressi*,
vicibus et pretio,
dove è già
manifesta l'influenza del
Vico e, se
non il germe,
certo la tendenza
della dottrina che
poi doveva sviluppare
nel Saggio (').
Questo, dunque, aveva
lo scopo di
criticare cortesemente la
Crusca e di riformarla
e ristorare così
la lingua col
far trion- fare le
proposte di Crusche
regionali e d'un
Consiglio italico per la compilazione
di due diversi
vocabolari, l'uno pe'
dotti, l'altro pel
popolo. Ma più
che in questo
e in altre
vedute par- ticolari, come una
maggior considerazione in
che ebbe i
dialetti, la difesa
discreta de' francesismi,
la sconfessione data
a presunte voci
eleganti che non
erano se non
antichi gallicismi, segni
tutti della posizione
diritta e composta
presa dal Cesarotti
nella que- stione della
lingua verso e in favore
d'un'italianità viva e co- mune (*),
il valore del
Saggio è nella
vera parte filosofica,
nella quale certo
s'ispirò ai pensatori
francesi, ma trasfuse
un poco di
(manto potè far
proprio del pensiero
vichiano. Un limpido
e vivace riassunto
del Saggio diede
il Cesarotti stesso
nella lettera, bella
per arguzia e
sincerità, al suo
contrad- dittore, il conte
Napione(3), che fu
in concordia col
Cesarotti più di
quanto non credesse
egli stesso (').
«Io m'era prefisso
», di- ceva dunque,
« di toglier
la lingua al
despotismo dell'autorità, e
ai capricci della
moda e dell'uso,
per metterla sotto
il go- verno legittimo della
ragione e del
gusto ; di
fissare i principi
filosofici per giudicar
con fondamento della
bellezza non arbi-
traria dei termini, e
per diriger il
maneggio della lingua
in ogni sua
parte, cosa non
so se eseguita
pienamente da altri,
e certo non
più tentata fra
noi ; di
far ugualmente la
guerra alla su-
perstizione e alla licenza,
per sostituirci una
temperata e giu-
(') Croce, Per
la storia della
critica e della
storiografia cit. , p.
26. (2) Cfr.
D'Ovidio, Le correz. Ediz.
di Napoli (Biblioteca
portatile ed istruttiva), G.
Pedone Lauriel. V. in
proposito, il D'Ovidio,
loc. cit. C.
Trabalza. 27 41S
Storia della Grammatica
diziosa libertà :
di combattere gli
eccessi, gli abusi,
le preven- zioni d'ogni
specie; di temperare
le vane gare,
le ricche par-
zialità; di applicare alfine
le teorie della
filosofia alla nostra
lingua, d'indicar i
mezzi di renderla
più ricca, più
disinvolta, più atta a reggere
in ogni maniera
di soggetto e
di stile al pa- ragone delle
più celebri, come
lo può senza
dubbio quando sag-
giamente libera sappia prevalersi
della sua naturale
pieghevo- lezza e fecondità.
Per eseguir questo
piano presi dapprima
a combattere alcune
opinioni dominanti.... Negai
la nobiltà in
cuna di alcune
lingue privilegiate, la
superiorità senza limiti,
la per- fezione assoluta, la
fissità inalterabile, la
ricchezza non bisognosa
d'aumento, il pregio
inarrivabile dell'eterna vestali
tà delle lingue...
Mi opposi alla
tirannide dell'uso, all'idolatria
dell'esempio, ac- cordando all'uno e
all'altro quell'autorità che
potea conciliarsi colla
ragione, giudice legittimo
e dell'esempio e
dell'uso; pro- vocai alfine
a nome degli
scrittori non volgari,
dal tribunale dei
grammatici pedanteschi a
quello dei grammatici
filosofi, i quali
sanno che la
lingua è 1'
interprete del pensamento,
e la ministra
del gusto. Fatta
così strada al
mio assunto, passai
a determi- nare colie
teorie filosofiche la
bellezza intrinseca ed
essenzial delle lingue,
fissandone i canoni,
e applicandoli a
ciascuna delle loro
parti così logiche
che rettoriche ;
nella qual trattazione
mi lusingo (come
il Soave!) d'aver
in poco ristretto
molto, detto più
cose non comuni
né inutili, e
gittato sul mio
soggetto qualche nuovo
colpo di lume
atto a rischiararlo
con precisione, e
a pre- venir molti
abbagli ». E
dopo aver accennato
al confronto tra
l'italiano e il
francese, all'abuso del
francesismo, alla indistrut-
tibile libertà di crear
nuovi vocaboli, alla
storia della nostra
lingua e allo
stato attuale e
allo spirito dominante
del secolo per
escogitar i mezzi
dell'uso e del
giudizio, ecc., manifesta
che lo spirito
dell'opera sua era
di dire agi'
italiani: «.... sappiate
pensare e sentire,
e la figura
del concetto verrà
a stamparsi nell'espressione, che
sarà conveniente, vivace,
italiana e nostra
: voi non
sarete più schiavi
né dei dizionari
uè dei grammatici,
non sarete né
antichisti né neologisti,
né francesisti né
cruscanti, né imitatori
servili né allettatori
di stravaganze: sarete
voi, voglio dire
italiani moderni che
fanno uso con
sicurezza naturale d'una
lingua libera e
viva, e la
improntasentire, e la
figura del concetto
verrà a stamparsi
nell'espressione, che sarà
conveniente, vivace, italiana e
nostra : voi
non sarete più
schiavi né dei
dizionari uè dei
grammatici, non sarete
né antichisti né
neologisti, né francesisti
né cruscanti, né
imitatori servili né
allettatori di stravaganze:
sarete voi, voglio
dire italiani moderni
che fanno uso
con sicurezza naturale
d'una lingua libera
e viva, e
la improntano delle
marche caratteri- stiche del
proprio individuai sentimento
» (pp. 194-198).
Sarebbe superfluo notare
che le vedute
filosofiche domi- Capitolo
quattordicesimo 419 nauti
circa la lingua
é la grammatica
qui non solo
non sono su-
perate, ma, sotto la
spigliatezza e la
vivacità dell'esposizione, permangono
immutate. Noi, riferendo
quel riassunto, abbiamo
inteso soprattutto mostrare
che la parte veramente
ninna del suo
Saggio anche pel
Cesarotti era l'applicazione dei
canoni fi- losofici alla
spiegazione delle categorie
rettorico-grammaticali.
Diamole uno sguardo.
Fissato che «
la lingua scritta
dee aver per
base l'uso, per
consigliere l'esempio, e per direttrice
la ragione» (p.
22) — lingua pura
è sinonima di
barbara, ogni lingua
essendosi formata dall'
accozzamento di varj
idiomi come è
dimostrato « dai
sinonimi delle sostanze,
dalla diversità delle
declinazioni, • e
coniugazioni, dall'irregolarità dei
verbi, dei nomi,
della sintassi, di
cui abbondano le
lingue più colte
» (pag. 101)
— e stabilito
che « la
giurisdizione sopra la
lingua scritta appartiene
indivisa a tre
facoltà riunite, la
filosofia (== ra-
gione), l'erudizione (= uso),
ed il gusto
(= esempio)» (p.
24), con la
scorta della prima
di queste facoltà,
osserva « che
la lingua come
materia del discorso
consta di due
parti, l'ima delle
quali chiameremo logica,
l'altra rettorica. Logica
sarà quella che
serve unicamente all'uso
dell' intelligenza, somministra
i segni delle
idee, del vincolo
che li lega
tra loro, e di tutti
quei rap- porti di
dipendenza che ne
formano un tutto
subordinato e con-
nesso. Rettorica è quella
parte che, oltre
all' istruir l'intelletto, colpisce
l'immaginazione; né contenta
di ricordar l' idea
princi- pale, la dipinge,
o la veste,
o l'atteggia in
un modo più
parti- colare e più
vivo, o ne
suscita contemporaneamente altre
d'ac- cessorio, le quali
oltre all'oggetto indicato
dinotano anche un
qualche modo interessante
di percepirlo, o
un grado di
sensa- zione » (p.
24). I diritti
della fantasia affermati
così recisamente di
contro a quelli
dell' intelletto sono
certo una novità
rispetto alla grammatica
ragionata dell'Enciclopedia che
non conosce al-
cuna altra funzione nel
discorso diversa dalla
logica; ma è
una veduta non
nuova nelle opere
del Cesarotti, per
le quali era
stato, come dice
il Croce, «
celebrato ai suoi
tempi in Italia
come colui che
"colla più pura
face della filosofia
aveva rischiarati gl'intimi
penetrati della Poesia
e dell'Eloquenza "»
('), benché certo
non sembri j>j,
nella quale cerca
di combattere il
fi- losofismo intemperante anche
in materia di
gusto. Riconosce che
la filosofìa ha
distrutto viete idee
anche in materia
di lingua, ma
osserva che non
tutto può distruggere
in modo che
tra lingua e
lingua non ci
sia più distinzione.
«Dall'esame dell'origine risica
delle lingue apparisce
in primo luogo
che altre sono
eleganti, altre barbare,
e che alcuna
è pienamente ed
assolutamente su- periore ad
un'altra; apparisce inoltre
che una anche
cieca ade- renza all'uso, ed
agli scrittori approvati
nella scelta delle
parole discende dalla
natura e dall'indole
medesima del linguaggio»
(p. 191. Nel
>j 21 1
Idea della grammatica
e dei grammatici '), alla
tesi che i
grammatici non hanno
alcuna autorità legislativa
con- trappone la seguente
definizione della grammatica,
dove par di
sentir un'eco come
del noto brano
del De vulgari
eloquentia in cui
della grammatica (la
lingua immutabile) si
porge l'idea. Non
per nulla il
Velo era concittadino
del primo editore
del libretto dantesco.
« La grammatica
è una importantissima ;
e principalis- sima
parte della logica;
una cospirazione, un
consenso de' primi
scrittori in alcuni
precetti, ed alcune
regole di favella
a prefe- renza, ed
esclusione di alcuni
altri ; cospirazione
e consenso, che
preser consistenza col
tempo e forza
di consuetudine, e
che for- mano il
carattere proprio e l'
indole d'una lingua
scritta qua- lunque ;
una legislazione finalmente,
ed un codice
convenzionale, ove ferma
ed invariabile parla
l'intenzione d'un popolo
per fis- sare i
modi vocali di
comunicarsi le proprie
idee, e di perpe- tuarle alla
posterità cogli scritti
» (pp. 48-9).
La protesta del
Velo è un
prodromo della prossima
rea- zione puristica. Nel
1791 uscì l'opera
del Galeani Napione,
Dell'uso e dei
pregi della Ungila
italiana ("), le
cui principali accuse,
d'indole rettorica e
non grammaticale, al
Saggio del Cesarotti,
sono di fa-
vorire il libertinaggio della
lingua e di
difendere troppo appas-
sionatamente il francesismo. La
nota polemica, ormai,
per quanto concerne
la cosiddetta questione
della lingua, convenientemente (')
Vicenza, Giusto, s.
a. (?) Libri
tre, con giunta
degli opuscoli, in
due voli. —
Seguo la bella
edizione dello Stabilimento
tipografico Fontana, Torino,
1S46. 42S Storia
della Grammatica illustrata,
non ci riguarda
in modo diretto.
Pure, non vogliamo
lasciarci sfuggir l'occasione
di dire che
a questo eccellente
libro del Napione
non è stata
data, o meglio
riconosciuta tutta l' im-
portanza che meritava :
la sua vera
portata non è
tanto nella tesi
sostenuta, nel campo
strettamente linguistico, d'un'
italia- nità larga, nobilmente
intesa ed egualmente
schiva del france-
sismo e dell' idiotismo
fiorentinesco (per questo
riguardo il libro lascia
la secolare controversia
come la trova),
quanto nella de-
scrizione che vi si
fa delle vicende
della nostra lingua
sotto il rispetto
della civiltà e
dell'anima italiana: esso
è, insomma, un
documento importantissimo per
la storia della
nostra cultura fornito
dalla considerazione rettorica
o stilistica o
estetica come si
voglia chiamare della
lingua italiana specie
in confronto con
la francese e
dall'evocazione delle circostanze
della sua fortuna.
Il fine del
Napione è pedagogico
: favorire per
mezzo della dif-
fusione e del culto
della nobile lingua
d' Italia il primato
civile degl' Italiani:
" satis mirari
non queo ",
è il motto
ciceroniano (De fin.,
I, 3) che
il libro porta
in fronte, "
unde hoc sit
tam insolens domesticarum
rerum fastidium;" «in
questo secolo,» è
detto subito in
principio, « dietro
la scorta dei
Le-Clerc, dei Locke,
dei Leibnitz, nomi
grandissimi, i Genovesi,
i Du-Marsais, i
Condillac, i Michaelis,
i Cesarotti ed
altri sottili ingegni
hanno creduto di
dover esaminare filosoficamente la
natura delle lingue
; mentre altri
si sono applicati
più particolarmente ad
osservare e descrivere
il genio, l' indole,
la storia di
un determinato idioma.
Laonde questa materia
di grammaticale e
letteraria, che al
più era, è
diventata filosofica, e
diventar dovrebbe eziandio
politica, mercè il
giovamento che può
arrecare alla civile
società »; ma,
appunto per questo,
gli argomenti il
Napione è portato
a trarli dalla
storia, osservando nello
specchio della lingua
i riflessi dello
spirito italiano e
nella fortuna e
nella stima che
essa godette nei
secoli passati specie
presso gli stranieri
e in ogni
genere di let-
teratura, la sua feconda
ed elastica virtù.
Non possiamo preten-
dere dal nostro autore
una considerazione storica
(di storia della
coltura, s'intende, e
non artistica) della
lingua italiana quale
può darci la
critica moderna cosi
scaltrita ne' principi
e così ricca
di mezzi, ma ben possiamo
appagarci dello sforzo
che egli compie
per iscoprire di
sotto alle qualità
rettoriche tradizional- mente affermate nella
nostra lingua atteggiamenti
e vitalità di
spiriti quali egli
per lo meno
sente nell'anima italiana.
Addurrò, Capitolo quattordicesimo 429
per conchiudere, non
potendo far qui
lungo discorso, qualche
esempio. Per confutare
il Condillac, il
quale sosteneva «
doversi ascrivere a
difetto e ad
imitazione servile » del genio
latino la tendenza
italiana a «
riunire e connettere
in un sol
periodo mag- gior numero
di idee »,
il Napione osserva
: « Ognun
sa che il
vedere e discernere
diversi oggetti in
un sol punto,
il cono- scerne le
relazioni tra loro,
il comporre di
molte idee partico-
lari una generale, il
veder le idee
secondarie che rischiarano,
confermano o corteggiano
la principale, si
è uno de'
pregi mag- giori delle
menti più vaste
e più sublimi.
V'ha pertanto ragion
di credere che
questa pratica degl'
Italiani, di radunare
comu- nemente in un
periodo più cose
che i Francesi
non fanno, pro-
venga da una facilità
maggiore di rapidamente
trascorrere, e vedere
e combinare cose
diverse insieme» (I,
pp. 172-3). «Chi
è caldo e
passionato odia l'uniformità:
coll'alterare, col sospen-
dere l'ordinata costruzione, attizza
la curiosità, e tien fissa
l'at- tenzione. Sino il
volgo, se è commosso, parla
in figure, traspo-
sizioni, trasporti di frasi,
e più in quelle contrade
dove ha mag-
gior fuoco, ha maggior
anima; il che
dimostra, se dobbiamo
dar retta a
certuni, che un
popolo, qual si
è il francese,
che si è
fatta una lingua
serva e pedestre,
è più freddo
in sostanza di
quel che sembri
in apparenza vivace
('); brio, che
vien però detto
da molti fuoco
fatuo, e caldo
superficiale » (I,
p. 174). Lo sguardo del
Napione non arriva
all'intimo accento di
partico- lari espressioni e
di particolari periodi
storici della lingua
e di particolari
affinità spirituali ;
pure nell' indagare
i motivi della
fortuna della lingua
italiana, anche se
rimane alla superficie,
tenta di comprendere
i caratteri generali
di determinati periodi
meglio fortunati e
generi linguistici, da
poterne cavare qualche
raggio di luce
spirituale. In og ni
modo egli raccoglie
tante te- stimonianze e
richiama tanti libri,
che, anche per
questo ri- guardo, è
uno degli autori
più ricchi che
ci possa offrire
la nostra storia.
Tornando al Cesarotti,
aggiungeremo che a
taluno è parso
che anche il
Pignotti, nella sua
Storia della Tosca?ia confutasse forse
con più fortuna
ed efficacia del
Napione il padovano
il- lustre specialmente per
quanto concerne la
toscanità della lingua
italiana Ci. Ci
Bettinelli, Lett. cit.,
lett. X, p, 19. (I
Mazzoni, L'Ott., p. 30. 430
Storia delia Grammatica
II. La grammatica
ragionata si propagò
ben presto nelle
scuole, non escluse
le prime classi
delle elementari, ma
anche in uno
stato di pronta,
quasi immediata degenerazione. Ciò
che per altro
non maraviglia. Un
Corso teorico di
Logica e Lingua
Ita- liana e un
discorso filosofico sulla
metafisica delle lingue
aveva pubblicato già
fin dal 1783
(') Idelfonso Valdastri,
citato poi spesso
con lode, come
dal Romani e
dal Caleffi, un
sensista che diede
più tardi Lezioni
di analisi delle
idee (*), dove
non fa che
«seguire i dettami
dell'intimo senso, che è il
criterio universale del
genere umano, da
cui solo si
possono, e si
devono ragionevol- mente dedurre
» (I, xvn),
nemi co acerrimo di
Aristotile che «dominava
da tiranno le
scuole». In un
Indirizzo pel ragionato
uso della lingua
italiana, edito a
Venezia nel 1798,
s'insiste sulla necessità
di non far
de' giovinetti de'
pappagalli, ma d' il-
luminarli con la ragione,
e si spiega
il concetto di
sostanza (da subtus
stans) e di
qualità con un
curioso esercizio di
far osser- vare un
dato frutto, appressar
le narici e
toccarlo col dito!
(P- 73)- Un
P. Simionato in
un Nuovo metodo
facile e ragionato
di apprendere la
lingua italiana (
), che egli
stesso dichiara unico,
comincia la sua
esposizione con le
solenni domande, che
diverranno presto di
moda : —
Perchè parlate voi
? — Come
vi fate intendere?
E tutto il
ragionio finisce lì.
Il napoletano Gio-
vanni Vincenzo Meola col
suo Compendio del
nuovo metodo per
apprendere facilmente la
lingua italiana, ritrovato
da' migliori grammatici
aduso de propri
figliuoli^ '), compilato
specialmente allo scopo
di condurre alla
cognizione dell' italiano
senza sup- porre quella
di alcun altro
linguaggio (p. IX),
ritorna invece al
metodo di Portoreale,
come aveva fatto
l'Ajello per il
latino e il
Martorelli per il
greco, prendendo a
fondamento il Corti-
celli (ma intorno
al ripieno par
che saccheggi piuttosto
il Buon- mattei);
redige le sue
regole in versi,
e annunzia un
Nuovo me- (')
Guastalla, Costa. (2)
In Milano Galeazzi,
1807, voli. 2.
— Il V.
era segretario scien-
tifico dell'Accademia di Scienze,
Belle Lettere, ed Arti di
Mantova. Venezia, 1799.
(') Napoli. V.
Orsino.] todo completo in
due volumi, in
cui metterà a
profitto tanti altri
trattati speciali. A
Napoli, per altro,
dove qualche raggio
di luce vichiana
non mancò mai
di spandersi sulle
menti, è lecito
credere che in
armonia coli' insegnamento letterario
del Marinelli e
con i prin-
cipi propugnati dall'autore del
noto Progetto di
legge del 1809
per la riforma
della P. I.
nel Reame, la
grammatica non fosse
almeno in quel
breve periodo di
tempo egualmente bistrattata.
Il Vico stesso
e dalla cattedra
di eloquenza latina
che tenne nel-
l'Università di Napoli e
nella sua scuola
privata di eloquenza
e lettere latine
e in quei
documenti pedagogici che
sono il De
nostri temporis studiorum
ratione (1708), le
Insiitu- tiones oratoriae
(171 1) e la
stessa Vita, tenne
sempre Y eloqjientia
sinonimo di sapie?itia,
diede cioè sempre
un insegnamento più di cose
che di parole,
non indugiandosi mai
in pedanterie gram-
maticali, sebbene fossero «da
lui come di
passaggio avvertiti i
vezzi della lingua,
le origini e
proprietà delle voci,
la bellezza e
signoria delle espressioni
» ('), e
giudicando che né
la filosofia cartesiana
né l'aristotelica fé'
gran prò alle
cose oratorie, ma
la platonica, e di questa
la dialettica (")•
Anche per il
figlio Gen- naro, che,
traendone ispirazione e
conservandone i sani
criteri, degnamente gli
successe nel medesimo
insegnamento che tenne
fino al 1777
per unirvi quello
della poesia fino
al 1786, quando
vi fu sostituito
da Ignazio Falconieri,
la vera eloquenza
fu sempre quella
che scaturisce dal
pieno possesso dell'argomento ;
insistè «sempre sull'importanza del
contenuto, combattendo il
puro studio della
forma vuota, le
virtuosità stilistiche, le
minuzie gram- maticali, ed
incitando i giovani
agli studi seri
e profondi »
('). Anzi, in
sua lode speciale
dobbiamo aggiungere che
i suoi Avverti-
menti per V insegnamento
del latino (editi
dal Gentile sull'autogr.
esistente tra le
carte Villarosa) nella
parte che riguarda
i rudi- menti
di grammatica sono
anche nei particolari
conformi al 11)
Vita di G.
B. Vico scritta
dal Solla, cit.
in Gentile, Il
figlio di G.
B. Vico e
gl'inizi dell' inseg. di
leti, il. /iella/?.
Univ. di Napoli
con docc. inedd.
(Estr. dall' Arck. si.
p. le Prov.
Nap., XXIX e
XXX), Napoli, 1905,
importantissimo volume che
ci serve di
fonte e di guida a
proposito de' due
Vico e de'
loro successori. C)
Inst. Orai, in
Opere, VII, 7-8,
cit. dal Gentile.
(3) Gentile, op.
cit., p. 168.
432 Storia delia
Grammatica primo Metodo
del Du Marsais,
che certo non
avrà conosciuto, non
solo perchè non
lo nomina in
nessuna maniera, ma
perchè, come i
suoi Avvertimenti, quel
Metodo fu steso
per un privato
discepolo. Era insegnamento
di grammatica latina,
naturalmente, perchè di
quello della grammatica
volgare anche in
Napoli si sentì
molto tardi il
bisogno : quando
nel 1777 fu
sdoppiata la cattedra
di Gennaro Vico
in quella che
il Gentile chiama
la ri- forma universitaria dell'
illuminismo, e fu
istituita la cattedra
di Eloquenza italiana
(per merito, pare
al Napoli-Signorelli, di
Ferdinando IY, e
per un'ispirazione che
risale, nota il
Gentile, al Genovesi,
che fu il
primo a insegnar
in italiano e
già dal 1767
aveva proposto '
una scuola di
lingua, di eloquenza
e di poesia
toscana ')('), allora,
dico, a certi
vecchioni la novità
fece un'im- pressione di
maraviglia: «Quali cattedre
(van dicendo) !
lingua italiana, agricoltura,
chimica, commercio, diplomatica,
storia na- turale, geografia fisica.
Fa mestieri di
un pubblico professore
per istudiar la
lingua volgare che
parliamo dalle fasce..?».
Ma lo spirito
della tradizione restava.
Restò infatti, anche
se il Vico
è probabile sia
stato tra quei
vecchioni, non tanto
forse perchè quel
nuovo insegnamento «
non fu che
una duplicazione della
vecchia Rettorica, che
s'insegnava nell'Università di
Napoli dalla metà
del cinquecento »,
quanto perchè «
della sorte toccatagli
di raggiungere dopo
40 anni d'insegnamento quello
stipendio di 300
ducati, che altri
aveva ottenuto tanto
più presto, p.
e. don Luigi
Serio » (2),
ebbe, nel 1797,
a muovere non
lievi la- gnanze. Quel
Serio stesso, infatti,
che fu assunto
alla nuova cattedra,
in un manifesto
« con cui
dopo 14 d' insegnamento, annunziò
la pubblicazione delle
sue Istituzioni, che
non sembra poi
vedessero la luce
» (3), diceva
che il primo
tomo conterrebbe «le
più importanti questioni
intorno all'origine, all'indole
ed al carattere
della lingua; e...
tutto ciò, che
principalmente alla grammatica
appartiene, ma con
animo di veder
come esser possa
una delle fonti
dell'eloquenza »('). Dove
non par solo
di sen- tire Gennaro
Vico, ma anche
il Cesarotti e
compagni. Tuttavia l' insegnamento del
Serio non è
neppur paragonabile con
quello (') Gentile,
op. cit., p.
116 sgg. (?)
Gentile, op. cit.,
p. 11S. (3)
Gentile, op. cit.,
p. 118. (')
Agli amatori della
bella letteratura in
Gentile, op. e
loc. cit. Capito/o
quattordicesimo 433 che
dovette impartire il
Marinelli (1765-1813), assunto
nel 1808 alla
medesima cattedra abolita
nel 99 e
ristabilita sotto Giuseppe
Napoleone e autore
d'una molto lodata
Filosofia dell'eloquenza^. «
Il fondo», dice
il Gentile, che
ne ha esaminate
la Prolusione e
dopo questa l'opera
ora accennata, «è
ancorala rettorica :
ma che rivoluzione
»! Tale insegnamento,
concludeva il Marinelli
in quella Prolusione,
avrebbe istruita la
gioventù «senza obbligarla
al meccanismo de'
precetti, e senz'ingolfarla nelle
minuzie gram- maticali, che
sono per lo
più disgradevoli alle
persone di già
avanzate negli studj
» ('). Alla
Filosofia dell'eloquenza, dove
si grida contro
le regole colle
quali si vorrebbe
supplire al talento
«di un'anima che
signoreggia sulle anime
mercè l'ascendente della
parola» (p. io)(3),
e dove «qua
e là lampeggia
un inge- gno critico
non comune, corrisponde
per importanza di
vedute il già
cit. « Rapporto
o progetto di
legge presentato nel
1809 a G.
Murat dalla Commissione
straordinaria pel riordinamento
della P. I.
nel Regno di
Napoli, di cui
fece parte quello
spirito illuminato di
Melchiorre Delfico, ma
fu relatore e
vero autore Vincenzo
Cuoco » (4).
In questo che
il Gentile chiama
« il do-
cumento pedagogico e scientifico
più notevole »
in cui si
sia im- battuto nella
sua ricerca, il
Cuoco « grandeggia
come un alto
spirito solitario, giacché
egli si rannoda
direttamente al pensiero
d' un grande morto,
rimasto nome sacro
ma incompreso per
tutto il periodo
che abbiamo qui
addietro percorso e per cui
si distese la
vita vuota di
Gennaro Vico. Il
nome del padre
di costui ricorre
in questo scritto
più d'una volta.
Sono esplicita- mente richiamate alcune
delle idee più
geniali dell'orazione De-
nostri teinporìs studiorum ratione
»(5). A proposito
della Scienza nuova,
dice tra l'altro:
«Quello però che
possiam dire con
si- curezza si è,
che la dottrina
del Vico è nota e
adottata quasi tutta
intera nelle sue
applicazioni ; ma
n'è rimasta oscura
la teoria generale,
da cui tali
applicazioni dipendono, e
da cui si
possono rendere più
ampie e più
certe » (°).
Per la scuola
media, (') Napoli,
presso Angelo Trani,
1S11. (2) Gentile,
op. cit., p.
12-. (3) In
Gentile, op. cit.,
p. 126. (4)
Gentile, op. cit.,
p. 135. (6)
Gentile, op. cit.,
pp. 135-6. Gentile,
op. cit.. p.
136. C. Trabaiza.
434 Storia delia
Grammatica il Cuoco
inizia « una
riforma capitale, mettendo
a capo di
tutte le materie
da insegnarvi la
lingua italiana, della
quale nelle scuole
mezzane non s'era
pensato ancora a
far oggetto di
studio speciale ».
« Il linguaggio
», dice il
Rapporto, « non
è solamente la
veste delle nostre
idee, siccome i
grammatici dicono, ma
n'è anche l' istrumento. La
prima lingua, che noi
dobbiamo sapere, è
la propria. L'educazione
de' nostri collegj
dava troppo, ed
inutilmente, allo studio
grammaticale delle lingue
morte. Le lingue
non si possono
apprendere bene per
via di grammatiche
e di vocabolari
: lo avverte
benissimo il proverbio
: aliud est
grammatico , aliud est
latine loqui ; e
l'esperienza giornaliera lo
conferma. I precetti
della grammatica in
ogni lingua sono
pochi e semplici,
e tra le
grammatiche la più breve è
sempre la mi-
gliore. Lo studio della
lingua, e non
già della grammatica,
deve esser lungo
: ma ogni
studio soverchio, che
si dà alla
gramma- tica, è tolto
al vero studio
della lingua, la
quale non si
apprende se non
colla lettura e
retta imitazione de'
classici. Noi diremo
anche di più
: rende più
facile lo studio
delle lingue morte
il saper bene
la propria e
vivente. Tutte le
lingue hanno un
mecca- nismo comune, il
quale dipende dalla
natura comune delle
menti umane ».
« Da questo
principio vichiano il
Cuoco desume che
quella che occorre
studiare è, a
proposito della lingua
nostra, una grammatica
generale, una grammatica
con metodo filosofico,
che faciliti l'apprendimento delle
altre lingue. E
doveva avere in
mente la Grammatica
generale del Du
Marsais, che cita
in- fatti poco dopo
a proposito dei
tropi»!1), ma di
un Du Mar-
sais, osserva poi il
Gentile acutamente, «
cuochiano, o vichiano
che si voglia
dire » (*).
Ma la riforma
non fu fatta,
e dopo il
Marinelli, col Ricci(J)
(') Gentile, op.
cit. , pp. 137-8.
(2) Gentile, op.
cit., p. 144.
(:ì) Scrisse Della
vulgati eloquenza libri
due, 1813. Vi
si paragona al
Bembo di cui
vuol ricalcare le
orme. Sa ricordare
che le regole-
delia Grammatica furono
fissate dal Fortunio
e poi dal
Bembo, p. io
dell'ed. di Napoli,
Giorn. delle Due
Sicilie, 1819. Tra
tanto vecchiume mi
è sembrata notevole
la definizione della
storia letteraria, e
benché qui proprio
non ci riguardi,
ci permettiamo riferirla
anche perchè non
è stata avvertita
da altri. «
La storia letteraria
ha per oggetto
di de- signar gradatamente e
per ordine di
tempi i progressi,
le vicende, e il decadimento
delle lettere e
delle arti, riducendo
di tratto in
tratto Capito/o quattordicesimo 435
si riebbe l' insegnamento della
vecchia rettorica, e la letteratura
italiana a Napoli
non si rialzò
più fino al
i.s6o. Alle altezze
del Marinelli e
del Cuoco nessuno
in altre parti
d' Italia seppe
sollevarsi. Pullularono invece
le gramma- tiche ragionate, tra
le quali pochissime
meritano qualche con-
siderazione. La prima di
queste è quella
scritta in francese
pei francesi dal
Biagioli, e di
cui non sarebbe
qui il luogo
di dir due
parole, se, anche a
non tener conto
della persona dell'au-
tore, non fosse stata
più volte ristampata
in Italia e
se non fosse
stata citata con
lode anche dai
nostri grammatici. È
intitolata Grammaire italienne
clémentaire et raisonnéQ).
L'Autore dichiara che
ristudierà la lingua
materna coi principi
del Du Marsais,
del Condillac e
del Destutt-Tracy, richiamandosi
al pensiero di
Dante rielaborato dal
Sanzio : «
La pensée du
Dante, que San-
ctius semole avoìr
envisagée et développée
ainsi: Grammaticorum sine
ratione testimoniisque auctoritas
nulla est (in
Minerva, lib. I,
e. 2), noits
montre » che
non si deve
fare un'esposizione dogma-
tica, ma ragionata. Bandisce
Yusage, il caprice,
Yabus. Nella parte
generale spiega «
les principes les
plus simples et
les plus gé-
néraux », nella
particolare, ritorna sui
suoi passi esplicando
«avec plus d'étendue
ce qui exige
de la part
des étudians plus d'at- i
diversi quadri del
loro stato generale
sotto un determinato
punto di vista
nelle diverse epoche,
e fissando proporzionalmente i
caratteri del gusto
in ciascuna epoca;
il che equivale
per lei al
pregio della unità
indispensabile alla perfezione
della storia politica.
Molti sono i
vantaggi della storia
letteraria: cioè; 1.
ella ci pone
sottocchio i pro-
gressi dello spirito umano,
e ce ne
distingue le vie
; 2. ci
rende ra- gione delle
rivoluzioni del gusto
; 3. ci
avvezza alla pratica
d'una soda critica:
ed infatti una
giusta critica non
disgiunta dalla storica
imparzialità fedeltà ed
accuratezza, ne costituisce
il pregio princi-
pale ». Pp. 95-6.
(') Suivie d'un
traité de la
poesie. La quinta
edizione di Milano,
1824, aggiunge ouvrage
approuvè par l'institut
de France :
la 2a ediz.
è del 1809:
e la prima
dovette esser di
poco anteriore. Vi
si cita la
precedente del Vinéroni
(Vigueron). Una grammatica
italiana in fran-
cese dell'ANTONiNi è citata
da Antonio Scoppa
nella prefazione al
suo Nuovo metodo
stilla grammatica francese,
Roma, MDCCCV Pel
Fulgoni. — Le
nouveau maitre italien
pubblicò D. A.
Filippi, Vienne, 1812,
con una lettera
del Metastasio «al
conte Bathyny sul
miglior modo d'insegnar
l'italiano all'Imperador Giuseppe
JI, in tempo
ch'egli era principe
ereditario », molto
sensata e pratica. — Robello
G., Grammaire italienne
élém. analysè et r
aisonne', III ed.,
Paris, 1839. 436
Storia della Grammatica
tention et de
travail ». Nell'introduzione tratta
de «l'origine des
signes de nos
idées » per
venire alle parti
del discorso. Per
trattare di queste,
parte sempre da
una frase {oh,
ah — Io
sono attonito — Io sono
amante — Ride
piangendo — Ho
l'anima avvezza alle
pene — Questa
donna è mia
— Pietro è
morto, voi lo
conoscevate — Sto
con mio padre
— Parla eloquente-
mente — Ama la
figlia e la madre). Sulle
preposizioni crede d'aver
trovato delle novità
('). Si occupa
molto, da buono
stu- dioso del Sanzio,
dell'ellissi, dando di
duecento frasi ellittiche
la costruzione piena
('*), di molti
esercizi, com'è necessità
delle grammatiche per
gli stranieri. Ma
il Biagioli in
sostanza è un
retore, e non
un filosofo, e
finisce anche lui
col ripetere la
so- lita roba nei
soliti schemi (8).
Più cheper una
strana se non
cervellotica idea che
gli serve di
fondamento, c'interessa per
alcune notiziette riferentisi
alla storia della
grammatica il Saggio
sulle permutazioni della
italiana orazione di
Luigi Muzzi (4),
che al Foscolo
parve più un
curioso gingillo di
aritmetica applicata al
periodo, che una
serie di osservazioni
giovevoli a chi
cerchi nel periodare
l'ar- monia (5), scopo,
per altro, al
quale non* era
stato destinato. Il
noto epigrafista comincia
dall' affermare che
per la varietà
del nostro idioma
e per l'infinito
rimescolarsi delle parti
del- l'orazione, sono in
lingua italiana infiniti
i costrutti. Sotto
questo punto di
vista, nel campo
della nostra grammatica
c'è da riem-
pire un gran vuoto,
che non è
stato colmato neppure
dal (Tor- ricelli,
né dal Fernow,
né dal Biagioli.
Il suo è
solo un saggio
e breve delle
« permutazioni di
semplici vocaboli presi
uno per uno,
e rappresentativi di
parti differenti del
parlare » (p.
XVII). Della miglior
grammatica di nostra
lingua dobbiamo saper
grado a un
tedesco : cario
luigi fernovio, che
la stampò in
tubinga (''). Eccone una,
che indica il suo metodo:
accanto = à
còte ; prìs :
1 (In luogo
posto) accanto ia
canto 1 rispetto
1 al mare,
Bemb., =à coté
de la mer\
2. (In luogo
posto) accanto (rispetto
a) le verdi
ripe, Bemb. =
près des vcrtes
rivcs. (-) P.
es. : Bastami
(la disgrazia) d'essere
stato schernito una
volta, B. ;
Viene in concio
(riguardo) ai fatti
nostri. (3) Il
Ginguené gli lodò
molto nel Mercure
(28 gemi. 1809)
questa grammatica, facendogli
un merito d'aver
seguito Du Marsais
e Condillac. (*)
Milano, De Stefanis,
181 r. Mazzoni,
L'Ott., p. 310.
Ne ebbe notizia
dal Biamonti. Capitolo
quattordicesimo 437 (
Il Muzzi scrive
tutti i nomi
propri con le
minuscole.) Ma, quanto
a sintassi, molti
passi del Boccaccio
vi sono interpretati
a ro- vescio. Essa
pargli « la
più doviziosa per
regole, la più
sobria di metafisica
e insieme la più elegante
per metodo » (p. 18).
Ma da un
articolista del Giornale
italiano (n. 72,
181 1) le è
stata attribuita una
regola che è
invece del Soave
(cfr. l'ediz. milanese
1805): quella che
l'imperativo negativo ha la forma
infinitiva : non
amare ! —
La regola principale
che forma il
fon- damento di tutto
il Saggio è
che « la
trasposizione delle parti
del discorso della
lingua italiana segue
le leggi delle
permuta- zioni aritmetiche ».
Esempi : veggio
pietro \
In questa serie
abbiamo una sola
pietro veggio \
permutazione. egli amava
guglielmo egli guglielmo
amava amava egli
guglielmo l ~
. & ,.
, .. / Qui
sono sei. amava
guglielmo egli guglielmo
egli amava guglielmo
amava egli Con
la serie 1.
2. 3. 4.
(coloro disprezzano grandemente
arrigo) le permutazioni
aumentano ancora. E
così di seguito.
Qui entra in
confronto col francese
dove è gran
penuria di per-
mutazioni. Viene poi a
osservazioni particolari circa
la maggiore o
minore permutabilità delle
parti del discorso.
La preposizione, p.
e., è indivisibile
dal nome, ma
non così dalla
radice di un
verbo : onde
per meglio fare
ciò invece di
24 permutazioni ne
avrà solo dodici,
dovendo escluder quelle
dove il 2
è collocato prima
di 1. Qui ricorda
che il dépéret
(recherches philosophi- ques
sur le langage
de sons articulés,
in mém. d. l'
ac. des
sciences de tur
in, années X-XI,
1803) tratta un
soggetto affine al
suo, e il
Dubos, seguito dal
Rollili, che propose
un sistema musicale
per rappresentare cambiamenti
di voce diagnostici
degli affetti. Fatte
alcune osservazioni sulle
pause, conclude col
notare che nel
campo della sintassi
del periodo lo
studio delle permu-
tazioni diventa immenso (sfido
io!), e, ricordati
i Principj di
grammatica generale del
De Sacy, col far voti
che si compili
una grammatica italiana
migliore nella parte
sintattica. L'osservazione del
Muzzi che la
lingua italiana ha
il privilegio di
permutare straordinariamente le
parti del discorso,
è giustissima: ma
che I 2 2 I I 2 3 I 3 2 2 1 3 2
1 ò
1 3 1 2 3 2 1il fatto
possa dar luogo
a un sistema
di sintassi, a una nuova
sezione grammaticale, è una sua
inappagabile pretesa. La
sin- tassi ha già
formato i suoi
schemi per comprendervi
tutte le possibili
permutazioni, ciascuna delle
quali, caso per
caso, vi ha
la spiegazione. Che
cosa si pretenderebbe
col sistema delle
permutazioni ? stabilire
forse delle altre
categorie sintattiche se-
condo le quali gli
elementi del pensiero
si potrebbero disporre
in un modo
piuttosto che in
un altro? che
ci fossero in
altre pa- role nuovi
ordini di mezzi
espressivi ? Per
altro nel sistema
per- ni utativo del
Muzzi, come in
quello musicale da
lui citato del
Dubos e del
Rollili, abbiamo una
nuova prova, se
ne avessimo bisogno,
dell'arbitrarietà delle categorie
grammaticali e sintat-
tiche, che possono esser
diminuite e accresciute
e ex novo
co- struite secondo il mag
giore e
minore genio grammaticale
inven- tivo dei grammàtici
! Parve, alfine,
che la grammatica
auspicata dal Muzzi
spun- tasse negli Elementi
filosofici per lo
studio ragionato dì
lingua proposti e
dedicati alla studiosa
gioventù delle Università
d' Italia da Mariano
Gigli, professore di
scienze, (/) che
furono infatti molto
lodati allora e
dopo. Anche il
Gigli comincia dal
lamen- tare che non
vi fosse ancora
un libro... come
il suo: «
un libro scritto
dietro la sola
guida del Buon-senso...
è una scienza
af- fatto nuova nella
Repubblica Letteraria ».
Veramente un tal
libro poteva anche
esserci: la sua
Lingua filosofico-universale
(') (pubbl. a
Milano l'anno avanti),
di cui questi
Elementi sono chiarimenti,
aggiunte e correzioni.
«Uno de' miei
primari difetti »,
confessa con ironico
candore il Gigli,
« è quello
di consultar la
Ragione, e non
l'Uso». Ecco che
cosa gli dice
la Ragione. L'uomo
è un essere
sensibile giudicante (p.
7): in quanto
vive in società,
e ha bisogno
della parola, in
quanto, cioè, è
un uomo sociale,
è uomo naturale
parlante (p. 8):
u?iico dunque deve
es- sere il linguaggio
per ciò che
riguarda l'uomo naturale;
molte- plice per l'uomo
sociale. Avremo dunque
una filosofia di
lingua, e una
grammatica di lingua.
Conoscendo la propria
lingua filo- soficamente, conosceremo tutte
le lingue, e
non ci rimane
che (') Milano,
1S19. (?) Non
so se sia
tutt'uno con essa
l'altra opera di
Gigli, La metafisica
del linguaggio. Scienza
nuova anche «'
dotti e pe'
soli di buon senso, Milano.] applicarci allo
studio della grammatica
di ciascuna, per
apprendere i suoni e
i segni attaccati
dalla convenzione alle
idee, e poi V
ordine con cui
si succedono. Onesta
conoscenza si forma
con l'abitudine, e
non ci sarebbe
bisogno di grammatica.
Ma poiché ogni
lingua ha le
sue particolarità, il
raccoglier sotto regole
generali è far
cosa utile. Far
dunque la grammatica
di una lingua,
è formular quelle
regole generali. E
facile vedere che
questa nuova scienza
di Gigli è
la vecchia grammatica
generale caratterizzata con
molte inutili e
imprecise parole. Il
suo buon-senso non
gì' ispira che
complica- zioni. De' giudizi,
p. es. (p.
27), distingue quelli
dazione e quelli
di qualità; ma
ogni giudizio esige
tre cose : r. L’oggetto,
' cardine del
giudizio '; 2.
la parola, (verbo)
' voce di
giudizio '; 3. la voce,
che esprime ciò
che si attribuisce,
' attributo di giudizio
' !
Non miglior pregio
ha la Grammatica
della lingua italiana
di Bellisomi, autore anche
di una Grammatica
delle due lingtie
italiana e latina
per uso dei
Ginnasi della Lombardia^)
e di una
Introduz. alla medesima
(3). Sì l'ima
che l'altra furono
molto diffuse, ma
di notevole la
prima ha l'aver
abolito lo schematismo
della consueta grammatica
: poiché il
contenuto esposto in
modo discorsivo per
via d'analisi è
su per giù
il me- desimo. Un'osservazione è
degna d'esser ricordata
a onore del
Bellisomi : che
i bamboli riescono
a parlare secondo
grammatica pur non
avendone coscienza, e
quando poi si
danno ad apprender
la grammatica, ricominciano
a sbagliare !
(prefaz.) « Un
trattato... sul valore,
sulle proprietà e
sull'uso di al-
cune voci e di
alcune frasi, un
trattato compiuto, quale
sin qui desideravasi,
di sintassi e
di costruzione, un
trattato sul discorso
e sullo stile...
non pochi cenni
storici sull'origine e
sui progressi ('i
Ad uso delle
se. el. della
Lombardia, Milano, 1S23.
Milano, 1834. (3)
Milano, 1826. -
Il Bellisomi ebbe
una lunga polemica
gramma- ticale col Fantoni.
Cfr. Postille alle
osservazioni critiche di
I. Fantoni sopra
la prima parte
della gr. it.
e latina, Milano,
1825. Del Fantoni,
si può vedere
Risposta al libro
: Postille, ecc.,
Brescia, 1825. Il
F. cri- tica il
B. coi principi
del Soave, del
Destutt de Tracy
ecc. La pole-
mica getta non poca
luce sull'accaloramento onde
la grammatica ge-
nerale era trattata nelle
scuole. 440 Storia
della Grammatica della
lingua italiana (')...
non per gli
uomini scienziati e
d'alte lettere, ma
per i giovanetti
con istile semplice
e familiare »
(pref. p. 4)
voleva dare Ziniglio
Vianotti (cioè Giovanni
Zi- liotti) con
le sue Lezioni
di lingua italiana
in seguito allo
studio della grammatica
("), ma non
riuscì che a
comporre un zibaldone
di rettoricherie, di
osservazioncelle di grammatica
(p. es. questa,
che il che
è la congiunzione
più importante), di
frasi (è un
italianismo presero a
fuggire). • .
Il fervore per
la grammatica come
scienza era venuto
sempre crescendo :
forse non ci
fu mai per
questa disciplina un'
ammi- razione, anzi un'esaltazione come
in Italia in
questo periodo, che
era in ragion
inversa della penetrazione
filosofica degli stessi
che la coltivavano.
Basta vedere la
Dissertazione storico -critico filosofica
di Antonio Adorni
intorno alle Grammatiche
(8), un ellogio,
così l'autore stesso
la chiama, della
grammatica e in-
sieme un infelice tentativo
di spiegarne l'origine,
per rivelarne l'antichità,
in modo da
farla coincidere con
la stessa sapienza
dei libri sacri,
e esaltarne la
venerabilità indicando non
alla rinfusa, ma
promiscuamente dentro le
grandi epoche (greco-
romana, medievale,
rinascimento, tempi
-moderni) senz' alcun criterio,
i nomi degli
insigni scienziati e
filosofi che la
trat- (') Secondo
le vedute del
Cesarotti e del
Tiraboschi che infatti
non fa che
copiare. Dobbiamo (ma
non è un
gran debito) allo
Ziliotti, oltre diversi
compendi e metodi
grammaticali anche per
il latino, La
ortografìa italiana citata
al tribunale della
sana critica, Padova,
1S38, dove arrossisce
di vergogna «
per avere tredici
anni addietro (coll'o-
peretta portante il
titolo Ortografia italiana,
ovvero regole per
retta- mente scrivere in
lingua italiana, 1824)
mostrato al publico
come ei pure
la pensava alla
maniera degli altri
in fatto di
ortografia » (p.
5). Come la
pensasse, s'argomenta ora
dal vederlo scrivere
publico, legere, add ungue,
bacciarseli ! (-)
Padova, 1828. Pubblicò
anche: " Il
fanciullo istruito fin
dalla sua infanzia
in tutto ciò
che il può
risguardare'', Padova, 1817;"
Li- bretto di devozione
pe' fanciulli ",
Vicenza, 1819; "
Ortografia italiana ovvero
regole per rettamente
scrivere in lingua
italiana ", Padova
(2a ediz.) 1S24;
'• Introduzione alla
grammatica della lingua
latina", Padova, 1825.
(3) Guastalla, nella
tipografia di Gaetano
Ferrari e figlio,
s. a. (La
ded. è datata
da Sabbioneta li 16 Ag.
1814. Una nota
nell'ul- tima pag., la
54, dice: «Dall'epoca
in cui fu
scritta la presente
dis- sertazione, a quella,
in cui si
pubblica, la morte,
sempre ingorda delle
migliori cose, ci
rapì il sempre
memorabile Bodoni ».
Capitolo quattordicesimo 441
tarono: sicché neppur
giova come schizzo
d'una storia della
grammatica, quale un
diligente avrebbe potuto
disegnare, racco- gliendo dai
vari libri de'
grammatici dove si
ricordano i nomi
de' predecessori (').
Tra le lodi
della grammatica e
lo sfogarsi contro
le autorità che
non elevano alle
cattedre gli uomini
ve- ramente grandi (come
lui, certo, che
una n'aveva perduta
e per un'
altra si vide
posposto a un
ignorante di prete
che poi fu
la pietra dello
scandalo degli scolari),
egli, che pur
gli aveva prima
citati in onore
per averla coltivata,
trova modo, forse
per mo- strarsi uno
di quei grandi,
di biasimare, perchè
non usavano del
metodo analitico, e
l'Alvarez, e il
Despauterio, e Salvator
Corticelli « che
modellò », e
questo era vero,
« il suo
corso Gram- maticale sul
gusto di quel
de' latini »,
e Francesco Soave
« ne' suoi
elementi di lingua
italiana, quando volle
ridurre a sette
le parti dell'orazione, facendone
una sola delle
sue specifiche in
natura addiettìvo , e
participio » (pp.
50-1), e in
blocco tant'altri, senza
che appaia se
accetti il sensismo
— benché citi
il Con- dillac
— o il
puro logicismo. Non
parliamo della sua
filosofia del linguaggio
: la dissertazione
s' apre così
: « La lingua non
è, come alcun
tra filosofi opinar
volle, figlia dell'
uomo, ma figlia
del- l'autore della natura
»; il che
prova in nota
con argomenti in-
fallibili. Un considerevole
tentativo eli costituire
un corpo organico
di ' scienza
grammaticale ' —
è il termine
caro all' autore
— (') L'Adorni
stesso, a dimostrare
che neppure dal
nono e ottavo
secolo infìn ai
tempi dell'Alighieri non
fu come sembra
«offuscata di tenebre
densissime la nostra
regione scientifica »
rimanda ai docu-
menti addottine in prova
« dal celebre
Cerretti nella sua
inaugurale recitata nell'Aula
Regia dell'Università di
Pavia per l'aprimento
de' studi nell'anno
millesimo ottocentesimo quinto,
» p. 25.
Nella quale, peraltro,
a me non è riuscito
trovar nulla di
strettamente connesso col
nostro tema, come avevo
potuto supporre. Notevole,
invece, m'è parsa
una pagina d'una
lezione del Cerretti
sullo Stile, dove
illustra il fon-
damento logico della dottrina
stilistica del Beccaria.
« La considera-
zione delle parole de'
suoni diversi e
diversamente ricevuti non
è ri- guardata del
celebre Autore, che
come dipendenza della
Gramma- tica: e però
prescinde dalla stessa,
o poco almeno,
e in un
solo pa- ragrafo ne
parla ov'egli ragiona
dell'Armonia; e tutti
colloca i suoi
principj nell'Analisi delle
idee ». Seguendo
il D'Alembert, il
Cerretti fa altre
osservazioni sulla chiarezza
e precisione grammaticale
dello stile. Instituzioni
di eloquenza del
cavaliere Luigi Cerretti
modonese, Milano, presso
Giuseppe Maspero, 181 1,
p. 53 442
Storia della Grammatica
compì nel primo
ventennio del sec.
XIX Giovanni Romani
di Casalmaggiore (1757-1822),
un matematico che
insegnò e fu
pre- posto a pubbliche
scuole e istituti
educativi, e tutto
infervorato nel proposito
di rinnovare '
il linguaggio grammaticale
' con la
grammatica filosofica. Tranne
alcuni opuscoli, i suoi lavori
fu- rono pubblicati postumi
tra il 25
e il 27
nella bella edizione
delle Opere complete
fatta dal benemerito
Giovanni Silvestri di
Milano ('). Ma
all'ampiezza del suo
'piano' e all'entusiasmo onde
at- tese a eseguirlo
e anche alla
larga informazione della
lettera- tura grammaticale (~ )
non corrispondeva certo
la profondità del
pensiero filosofico. Basterebbe
dire che il
Romani ammette tre
sorte di linguaggi,
uno grammaticale, per
' la manifestazione de'
pensieri', uno oratorio
per ' la
comunicazione degli alletti
', e un
altro poetico per
' la dilettazione
dell'udito ' (3);
che ritiene conservato
in buono stato
quest'ultimo, un po'
meno il secondo,
assolutamente in cattive
condizioni il primo,
perchè mentre per
gli ultimi due
non occorse una
grammatica, essendo bastata
(') Son otto
volumi cosi ripartiti
: I. Teorica
de' sinonimi italiani;
II-1V. Dizionario generale
de" sinonimi italiani
; V. Osservazioni
so- pra varie voci
del Vocabolario della
Crusca; VI-VII. Teorica
della lingua italiana;
Vili. Opuscoli: 1.
Sulla scienza grammaticale
appli- cata alla lingua
Italiana (ed. Milano,
1808): 2. Mezzi
di preservare la
lingua Italiana dalla-
sua Decadenza (ed.
Casalmaggiore, 1808); 3.
Sulla libertà della
lingua Italiana (ed.
Pesaro, 18111; Sull'insuffi-
cienza del Vocabolario della
Crusca al servizio
del linguaggio filoso-
fico Italiano per uso
delle Scienze e
delle Arti ;
5. Sopra l'origine,
Formazione e Perftttibilità della
lingua Italiana; 6.
Sulla bellezza della
lingua Italiana. Il
secondo di questi
opuscoli era stato
disteso per la
gara di cui
fu vincitore il Cesari, ma
non fu presentato
al Concorso. (")
Quanto fosse profonda,
non saprei dire,
perchè gli autori
li no- mina quasi
sempre per indicare
se conobbero e
applicarono 'la scienza
grammaticale ', ma di
nome e genericamente
conosce quasi tutti
i principali greci
e latini, lo
Scaligero e il
Sanzio, i nostri,
e più par-
ticolarmente i logici francesi.
(:i) « Che
nel linguaggio degli
affetti, di cui
si valsero soltanto
i più rinomati
Classici di quel
secolo (XIV), si
possa parlare e
scrivere senza un
piano meditato di
scienza grammaticale, convengono
tutti que' filologi
che riconoscono tanto
più naturali, più
energiche, più vive
e più commoventi
le produzioni delle
fantasie e delle
passioni, quanto meno
sono frenate da
leggi, e da
grammaticali regolamenti. Fra
i molti moderni
che sostennero questa
ragionevole opinione si
può particolarmente annoverare
il celebre Cesarotti».
YIII, 372-3. Capitolo
quattordicesimo 443 l'imitazione
degli scrittori e
poeti migliori, per
il primo mancò
quel mezzo: la
grammatica de' nostri
grammatici fu compilata
eoi « lodevole
scopo di perfezionare
il linguaggio intellettuale
e filosofico, ma...
sventuratamente si sbagliò
nel mezzo acconcio
per riuscirvi: perchè,
invece di dedurre
le regole dai
legittimi loro fonti,
cioè dai principi
dell'Ontologia e della
Logica, ossia della
vera scienza grammaticale,
[i grammatici del
Cinquecento] le tirarono
materialmente dagli esempj
del linguaggio affettivo
degli scrittori trecentisti,
linguaggio che, prodotto
senza regole, non
poteva somministrar regole
certe ed opportune
al linguag- gio istruttivo e filosofico
», e, di
contro al vantaggio
di procurar alla
lingua « una
t'orma costante e
generale che pria
non avea »,
le recarono però
« due funestissimi
danni : il
primo di aggravare
senza necessità il
linguaggio affettivo di
regole... (') e
l'altro di privare
il linguaggio intellettuale
di tutti quei
canoni, e ragio-
nato metodo, di cui
abbisognava per giungere
alla sua perfe-
zione » (I, 375-6).
Onde la necessità
della scienza grammaticale,
che, se ha
nella parte teorica
la dottrina ontologica
a comune con la Logica,
nella parte pratica
non è però
la Logica. « L
'arte della Logica
ha per fine
la rettezza e
la verità dei
pensieri, senza punto
curarsi del modo
o dei mezzi
di esprimerli ;
la Grammatica ha
per iscopo la
rettezza e la
verità dell' espres-
sione, senz'incaricarsi dell'esame, se
i pensieri che
debb'espri- mere siano
consentanei alle regole
logiche ; secondo
la logica i
pensieri sono retti
e veri, quando
sono conformi all'ordine
na- turale delle cose
; secondo la
Grammatica le espressioni
sono rette e
vere, quando con
precisione riportano i
pensieri nello stesso
modo, estensione, limiti
e stato, con
cui sono concepiti
d e filosofico »,
e, di contro
al vantaggio di
procurar alla lingua
« una t'orma
costante e generale
che pria non
avea », le
recarono però «
due funestissimi danni
: il primo
di aggravare senza
necessità il linguaggio
affettivo di regole...
(') e l'altro
di privare il
linguaggio intellettuale di
tutti quei canoni,
e ragio- nato metodo,
di cui abbisognava
per giungere alla
sua perfe- zione »
(I, 375-6). Onde
la necessità della
scienza grammaticale, che,
se ha nella
parte teorica la
dottrina ontologica a
comune con la
Logica, nella parte
pratica non è
però la Logica.
« L 'arte della
Logica ha per
fine la rettezza
e la verità
dei pensieri, senza
punto curarsi del
modo o dei
mezzi di esprimerli
; la Grammatica
ha per iscopo
la rettezza e
la verità dell'
espres- sione,
senz'incaricarsi dell'esame, se
i pensieri che
debb'espri- mere siano
consentanei alle regole
logiche ; secondo
la logica i
pensieri sono retti
e veri, quando
sono conformi all'ordine
na- turale delle cose
; secondo la
Grammatica le espressioni
sono rette e
vere, quando con
precisione riportano i
pensieri nello stesso
modo, estensione, limiti
e stato, con
cui sono concepiti
dalla mente, senza
incaricarsi della logica
verità o falsità
di essi; mentre
la parola debbe
essere fedele e
precisa nel riferire
i pen- sieri della
mente tanto retti
che obliqui, tanto
veri che falsi
». (Vili, 38-9)C).
• ' 1 Ma siccome
il principio della
differenziazione dei linguaggi
è il fine
per cui si
parla, si ammettono
«i così detti
linguaggi degli amanti,
dei furbi, dei
legisti, dei romanzisti
ecc. ». Introduz.
alla Teorica, VI,
12. (2) Invece
di fermarmi e
criticare queste vedute,
rimando alla discussione
fatta dal Croce
sui rapporti tra
Logica e Grammatica
quali li aveva
stabiliti lo Steinthal
col famoso esempio
della tavola 444
Storia della Grammatica
His fretus, ovvero
su questi bei
fondamenti, per dirla
col Manzoni, il
Romani si fece
a compilare un
Dizionario di sino-
nimi, a correggere la
Crusca e a
fabbricare una nuova
Gram- matica generale italiana,
che diceva anzi
mancare all' Italia,
anche dopo i
tentativi del Venini,
del Yaldastri e
del Soave, in
due sezioni, Teorica
e Pratica, eseguendo
però solo la
prima; non solo,
ma perchè, insomma,
la scienza grammaticale
pene- trasse tutti i
meandri della vita
scientifica della nazione,
pro- pose che una
sezione dell'Istituto Nazionale,
composta di pro-
fondi Grammatici filosofi e di Ontologisti,
si occupasse della
redazione delle teorie
e regole di
Grammatica generale dedotte
dai principi di
naturale Ontologia, un'
altra, alla dipendenza
della prima, stabilisse
le regole certe
e immutabili di
pratica at- tuazione, entrambe compilassero
un completo Dizionario
italiano al sol
servizio del linguaggio
filosofico ; fosse
poi esteso a
tutte le Scuole
elementari e Licei
dello Stato lo
studio della Gram-
matica ragionata di nostra
lingua ; i
testi di lettura
fossero scelti tra
quegli autori didascalici
« che scrupolosamente si
attennero ai termini
adottati nel nuovo
Dizionario, ed alle
Regole stabilite nella
Grammatica ragionata» ;
che si accettassero
per maestri solo
quelli che per
esame avessero dimostrato
di conoscere appieno
rotonda: La Critica,
III, p. 531
sgg., 'Questa tavola
rotonda è qua-
drata ,. Al Romani
s'attaglia assai bene
tutto quanto osserva
qui il Croce,
perchè egli è
veramente uno di
quei grammatici che,
se par limitarsi
a scrivere sulle
pagine elaborate secondo
le sue regole:
Videat logicus, videat
aestheticus, poi passa
dal campo empirico
al filosofico, da
costruttore di tipi
astratti a giudice
di realtà concreta
e viva. Anzi
va tanto in
là da esclamare
seriamente: «che di
grammatica e di
regole possa esentuarsi
il linguaggio dell'intelletto, del
raziocinio, della ragione,
è il punto
che io non
posso accordare, uè
accorderò giammai al
prefato oppositore, giacché
io sono pienamente
convinto che, per esprimere con
precisione, e con
chiarezza i nostri
concetti, per manifestare
con rettitudine i
nostri giudizi, per
coordinare, e re-
golarmente legare i nostri
raziocini, per esporre
metodicamente e sin-
teticamente i nostri ragionamenti,
siano indispensabili tutti
que' canoni, e
tutte quelle cautele
che ci somministra
la Scienza grammaticale». (Vili,
373). E finisce
col far tutt'uno
della Logica e
della Gramma- tica, come
anche si vede
dal fatto che
nella sua Teorica
della lingua italiana,
elabora di proposito
la dottrina delle
Argomentazioni, dichiarando
questo, dominio della
grammatica. V. qui
a p. 241
tutto il brano
che abbiam riportato
sulla degradazione della
gram- matica. Capi/o/o
quattordicesimo 445 le
scienze grammaticali ;
che a tali
prove fossero sottoposti
anche gli ufficiali
dello Stato incaricati
di redigere atti
pubblici. « Con
tali mezzi io
sono pienamente persuaso
che la Lingua
italiana non solo
potrà esser sollevata
dall' attuale sua
decadenza, ma potrà
esser inoltre preservata
per molti secoli
da qualunque de-
gradamene o degenerazione »
(Vili, 93-4). Un
vero infatua- mene grammaticale. Senz'indugiarci a
considerar da vicino
come abbia eseguito
i suoi '
piani ' (')
il nostro ardente
grammatico, dirò soltanto
che se egli
non sostiene che
ci sia una
visione grammaticale delle
cose, concepisce però
la grammatica come
una rettorica (scienza [Il
principio fondamentale onde
si fa a
svolgere la sua
Teorica è il
seguente: «Secondo le
parole unicamente destinate
alla mani- festazione de' nostri
pensieri e delle
affezioni nostre, debbono
neces- sariamente le lingue
essere fornite di
tante sorte di
parole, quante sono
le diverse operazioni
della mente nostra,
perchè ciascuna di
esse sia adeguatamente
e distintamente rappresentata
da appositi segni.
» VI, 12.
Così vediamo sorgere
le categorie grammaticali,
non solo, ma
tutte le varietà
formali di esse,
tutti i valori
vozionali (p. es.
-orio acquista nozione
d'istrumento o di
località quando s'accoppia
a una radice:
aspersorio, dormitorio). Cosi,
poiché «le nostre
nozioni sono riducibili
a dodici classi
capitali, cioè: 1.
Sostanze; 2. Proprietà;
3. Qualità; 4.
Affezioni; 5. Potenze;
6. Forme; 7.
Relazioni; 8. Quan-
tità; 9. Tempo; io.
Luogo; 11. Stato;
12. Moto», la
genealogia de’nomi viene
a esser la
seguente. Nomi Attributivi Propri Qualitativi Affettivi Formali Potenziali
Sostanziali Relativi Comparativi Qualitativi Quantitativi Occasionali Temporali
Locali Statari Motivi CON QUESTO PROCEDIMENTO SI CREA TUTTO IL LINGUAGGIO intellettuale. Schematizzandolo in
un vasto quadro,
dove l'occhio potesse
tutto com- prenderlo, ognuno dispererebbe
di mai parlare.
E dire che
tutta questa brava
gente di grammatici
logici universali, dello
stampo del Romani,
credevano ciecamente nel
loro sistema, senz'accorgersi che
essi parlano egualmente benissimo
e scriveno con
altrettanta facilità, nonostante
che ritenessero non
ancora venuto il
regno della grammatica RAZIONALE FILOSOFICA universale.] d'un'arte chiama
la scienza grammaticale,
e arte la
logica), come una
rettorica della logica,
ossia, per l'appunto la
scienza della tavola rotonda
che è quadrata,
e questo solo,
non anche l'estetica
di una poesia,
che avrebbe per
tipo i versi
celebri, grammaticalmente e
metricalmente impeccabili – Colourless
green ideas sleep furiously. Pirots karulise elatically. C'era una
volta un ricco
poveruomo, Che cavalcava
un nero cavai
bianco; Salì scendendo
il campami del
Duomo, Poggiandosi sul
destro lato manco.] perchè affetti e
suoni, per designar
col termine di Romani
il mondo dell'arte,
le creazioni della
fantasia, son fuori,
non avendone bisogno,
della sfera dell'arte.
Quella che era
stata in CESAROTTI (si veda) una
confusa intuizione del
carattere fantastico del
nostro pensiero, diventa
nel suo scolaro
un insanabile dualismo,
per cui da
una parte si
ha un linguaggio
grammaticale – Colourless green ideas sleep furiously – Pirots karulise
elatically --, dall' altra un
linguaggio agrammaticale (oratoria
e poesia). Un vero
regresso, dunque, rappresenta
questo punto di
vista del Romani,
non pur verso
i grammatici logici
dell'En- ciclopedia, ma verso
lo stesso Cesarotti;
e il suo
apostolato ebbe infatti
scarso successo. Giandomenico
Nardo ("), che
fu chia- mato '
l'ultimo de' cesarottiani
', lamentava molti
anni più tardi
che gli scritti
di Romani non
fossero studiati abbastanza;
ma, per ripetere
un arguto giudizio
del Mazzoni, quella
era troppa filosofia,
« troppa fidanza,
cioè, nel raziocinio,
e troppa noncu-
ranza invece
dell'osservazione diretta sull'uso
corrente. Fanta- sticava anche
il Romani una
sua lingua universale;
e così cre-
deva, senza accorgersene, che
pur la lingua
nostra si potesse
dipanare via via
a fil di
logica dalla matassa
d'una teoria. Quanto
aveva di ragione,
e non è
da negare che
ne avesse, contro
la (') Croce,
in La Critica,
loc. cit. (2)
Nel 1S46 pubblicò
Osservazioni sopra alanti
recenti vocabolari metodici
della lingua nostra
(Rambelli, Carena, Barbaglia,
ecc.), e nel
1856, come appendice
a una raccolta
di suoi studi,
uno scritto Sui
mezzi indicati da
M. Cesarotti per
avviare l'italiana favella
alla desiderata perfezione.
« Prese dal
maestro, » osserva
il Mazzoni (L'Olt.),
«l'idea buona e
in qualche parte
la praticò, dei
vocabolari dialettali». Si
ricordi l'espediente praticato
e suggerito dal
Cesari circa l'uso
del dialetto (Disser/az.,
verso la fine)
per l'apprendimento della
lingua, e la
pro- posta del Manzoni.
Capitolo quattordicesimo 447
Crusca d'allora, non
bastava a dargli
vittoria siffatta da
costi- tuire lui quasi
supremo legislatore, in
nome della Ragione,
sulle grammatiche e sui vocabolari
presenti e futuri
» ('). Era
troppa filosofia per
gli stessi continuatori
di quell'in- dirizzo. Carlo Antonio
Vanzon (1793-1843) nella
sua Gramma- tica ragionata della
lingua italiana • C
), dove pur
dichiara di aver
seguito « un
punto di vista
ornai comune appo
le nazioni più
colte d'Europa», vuol
prender una via
di mezzo «di-
struggendo parte delle preoccupazioni degli
scolastici e parte
accettando delle filosofiche
dottrine ». Infatti,
tranne che per
le definizioni, dove
versa discretamente lo
spirito ideologico, vi
segue i principali
grammatici empirici dal
Salviati al Buonmattei
al Corticelli, attenendosi
per le autorità
ai padri della
lingua, con molte
liste alfabetiche di
esempi e molti
esercizi. Il Ca-
lchi nella prefazione alla
terza edizione della
sua Gramma- tica ragionata della
lingua italiana, dichiarava
d'aver com- pilata otto
anni avanti «
una Grammatica elementare
maggiore per un
Corso di studj,
coli' intento di
applicare bensì la
teo- rica generale del
linguaggio alle regole
proprie e particolari
della nostra favella,
ma non d' inoltrarsi
soverchiamente nel- X ideologiche
astrattezze per non
correr pericolo, invece
di aiu- tare, di
confondere la mente
de' giovanetti ».
Codesta Gram- matica infatti, che
tien conto dei
grammatici francesi allora
in voga, il
Tracy e il
Condillac, e i
nostri sia logici
(Vanzon, Val- dastri,
ecc.) che pratici
(Buonmattei, Ambrosoli, ecc.),
riesce a un
lodevole contemperamento di
filosofia e di
empirismo, quale era
consentito dai tempi.
Anche vi è
ristabilita quell'antica ar-
monia delle varie parti
della grammatica {ortologia,
etimologia, costruzione, ortografia,
prosodia e versificazione) che
è stata poi
ripresa modernamente: e
alla grammatica moderna,
p. es. a
quella del Morandi
e Cappuccini, rassomiglia
per aver trattato dell'uso
delle varie parti
del discorso nella
sezione dell'etimo- logia, di
volta in volta,
piuttosto che nella
sintassi. Il ragionato
in questa Grammatica
si riduce alle
dichiarazioni logiche delle
singole categorie e
degli accidenti grammaticali
e alle dilucida-
(l) Mazzoni, op.
cit., pp. 308-9.
Livorno, 1834, II
ediz. — La
prima edizione, esaurita,
dice l'a., in
breve tempo, voleva
essere un' 'Esposizione grammaticale
al suo Dizionario
universale. 448 Storia
delta Grammatica zioni
delle regole dell'uso
delle varie parti
del discorso. «
C'in- gegneremo... di determinare... le
ragioni di esse
regole: né solo
in questa, ma
anche in ogni
altro che verrà
dietro a ciascuno
de' Capitoli successivi,
giacché se una
lingua deve avere
Yuso per base,
come dice il
Cesarotti, V esempio per
consigliere, deve parimenti
avere, sempre che
può, la ragione
per guida »
('). Abbonda invece di
esempi, che sono
tolti da approvati
scrittori d'ogni secolo,
e di paradigmi.
Anzi in un
punto egli si
scusa di far
di questi un
uso troppo abbondante,
più conveniente ad
un Manuale della
lingua che ad
una Grammatica. Non
si creda peraltro
che il fervore
per la grammatica
ge- nerale accennasse a
intiepidirsi, anzi si
seguitavano a tradursi
anche gli autori
francesi, perchè fossero
ancor più popolari,
come il Girard
(2). Anzi, ideologia
logica e grammatica
seguitavano a viver
congiunte, come già ai tempi
del Venini, del
Valdastri e del
Soave, non pur
ne' libri, sì
bene anche nell'insegnamento uni-
versitario. «
Nell'università di Torino,
l'anno 1847, il
prof. Bona inaugurava
appunto il corso
di Grammatica generale
con una lezione
proemiale, in cui,
delineando i concetti
fondamentali ed il
metodo di questa
disciplina, diceva: "
Poniamo innanzi tutto
che la cognizione
della Grammatica generale,
o vogliamo dire
la cognizione scientifica
dei principi generali
ed immutabili delle
lingue, bene si
può altrimenti ottenere
che dalla cognizione
dei materiali elementi
dei singoli idiomi
e dal paragone
dei medesimi tra
di loro per
discernere in essi
lo assoluto dal
contingente, lo universale
dal particolare, l'uso
dal diritto... Le
leggi fonda- mentali del
discorso può l'uomo
conoscerle parimenti per
mezzo della riflessione,
rivolgendo la sua
attività intellettiva all'analisi
dell'elemento spirituale del
linguaggio, astrattamente dallo
ele- mento formale del
medesimo. L'analisi filosofica
del pensiero può
guidare eziandio allo
scopo; questa anzi
deve precedere ogni
(') Grammatica ragionata
della lingua italiana
proposta per uso
della gioventù da
Giuseppe Caleffi già
pubblico professore di
filo- sofia. — Terza
edizione fiorentina. Firenze,
a spese dell'Editore,
MDCCCXLI. p. 87.
i DelV insegnamento ragionato
della lingua materna
nelle scuole e
nelle famiglie. Trad.
di A. Pace,
Torino, 1846. —
La Grammatica generale
del conte Destutt
de Tracy era
stata tradotta dal
Compa- gnoni fin dal
1807, Milano. Capitolo
quattordicesimo 449 cosa,
olii vuole scientificamente risolvere
i diversi problemi
della teoria dell'umano
linguaggio e conoscere
le leggi fondamen-
tali " »(')• Che
più ? Non
soltanto fu l' ideologia
applicata alle gram-
matiche delle varie lingue,
non escluse quelle
comparative (una Grammatica
ragionata italiana ed
ebraica (2) aveva
pubblicato fin dal
1799 Samuel Romanelli),
ma perfino anche
ai trattati d'altre
arti diverse dalla
parola, e avemmo
così anche una
vera e propria
Grammatica ragionata della
musica considerata sotto
l'aspetto di lingua
(3), fondata, come
l'autore stesso, Melchiorre
Balbi, dichiara sui
principi e le
grammatiche del Tracy,
del Soave e
d'altri (p. 33).
Vero è che
« spesse fiate»,
nell'impresa di stabilire
le rispondenze logico-grammaticali tra
la lingua mu-
sicale e quell'articolata, è
forza confessare al
nostro autore, «
mi si paravano
dinanzi delle difficoltà
ed imbarazzi non
piccoli, al- lorché mi
mancava per esempio
qualche parte da
poter confron- tare, ove
qualche altra invece
mi sopravanzava »
(p. 33); ma,
convinto dell'identità del
principio logico generatore
de' due modi
d'espressione, egli comincia
impavido a trattar
delle parti costituenti
il discorso musicale
e via via,
per tutte le
categorie, considerate in
tutti i loro
accidenti del genere,
del numero, del
caso, ecc., del
soggetto, dell' attributo , della
copula, dell' avver- bio, dell'
interposto, della congiunzione,
della preposizione , arriva
fino alla sintassi,
riguardata ne' suoi
mezzi di costruzione ,
de- clinazioìie e
creazione di legami
e riposi (punteggiatura) «
de- stinati a marcare
le relazioni delle
altre parti ».
E ben facile
rappresentarsi il contenuto
d' un tal
libro; pure gioverà
aggiun- gere qualche esempio.
Il soggetto è,
così, il tono
o modo, « vera sostanza
di qualunque pensiero
musicale »; V
attributo è la
qua- lità del tono,
scelta del tempo,
indicazione del movimento ,
posi- (') G.
B. Zoppi, La
filosofia della grammatica
- Studi e
memorie di un
maestro di scuola
(Estr. dalla Rivista
«La Sapienza» Anni
1S84- 1885-86), Unione
tipografica-editrice, 1886, pp.
23-24, dove il
Bona è citato
così: «Boxa, Lez.
proem., Torino, 1847,
P- 9"IO> cit.
dal Pezzi nella
Introd. allo, studio
della scienza del
linguaggio, Torino, 1859
». (2) Con
trattato, ed esempi
di poesia, Trieste,
Dalla Ces. Reg.
Privil. Stamperia, -40
di pp. 262.
(8) Milano, Ricordi,
1845. — I capitoli IV
e Vili erano
stati pub- blicati già
dall'a. stesso per
Nozze Treves-Todros e
Todros-Treves, a Rovigo,
A. Minelli, 1844.
C. Trabalza. 29
450 Storia della
Grammatica zione, intensità,
carattere dei suoni;
il verbo è
la disposizione, X ordine,
delle espresse o
sottintese basi fondamentali
formanti la cadenza,
« il di
cui officio è
appunto quello (al
dir del Tracy)
di svolgere le
due idee presentate
dal tono, e
carattere o qua-
lità paragonabili al soggetto
ed ali 'attributo ■. Siccome
poi, in fatto
di lingua, altro
verbo non esiste,
che l'Essere, derivante
dal suo participio
étant (rozzamente essente)
così nella sola
ca- denza semplice tonale,
consiste la vera
essenza copulativa o co- pula; e
giacche qualunque altro
verbo non può
essere che un
composto del sottinteso
essere aggiunto ad
un attributo, così
anche qualunque altra
cadenza non potrà
essere che composta
della tonale aggiunta
a qualche altro
attributivo accordo, o
cadenza in qualsivoglia
maniera, od espressa,
o sottintesa. Ecco
quindi ciò che
forma la proposizione
musicale, che noi
chiameremo pure col
solito titolo di
periodo, canto, pensiero,
motivo, frase, ecc.,
a secondo di
quello che si
tratterà, quando daremo
gli elementi della
composizione » (p.
36). Medesimamente il
Balbi vi parlerà
di costruzione diretta
e inversa, della
necessità che Y aggiuntivo
si concordi « col sostantivo,
sì nel numero,
come nel genere
e nel caso
» (p. 254),
e perfino del
punto ammirativo e
interroga- tivo! Ma la
cosa è perfettamente
naturale: ammesso che
si possa, per
ragioni pratiche d'apprendimento e
d'altro, sottoporre l'e-
spressione artistica a un
processo di elaborazione
logica, le ca-
tegorie grammaticali anche della
musica sorgono immediata-
mente d'incanto, e non
c'è nulla da
ridire: anzi si
può osser- vare con
qualche compiacenza il
loro meccanico sorgere
anche fuori del campo
strettamente linguistico. V'ha
di più. Quel
solo porre il
problema di una
grammatica ragionata della
musica con- siderata come
lingua in tempi
di logicismo e
purismo linguistico, anche
se il criterio
assunto per risolverlo
era quel medesimo
di cui si
serviva la grammatica
filosofica, poteva valere
come un suggestivo
richiamo a una
considerazione meglio che
intellet- tualistica
dell'espressione in genere,
potendosi avvertire in
quel- l'equazione di un
prodotto creduto facilmente
logico e di
un altro di
evidentissima natura artistica
una comunanza più
inti- mamente spirituale di
competenza dell'estetica meglio
che della logica.
Pochi anni avanti
aveva vista la
luce un' '
Opera postuma di POGGI (si veda) su La
scienza del- l'umano intelletto, ovvero
Lezioni a" ideologia di
grammatica di logica. L'opera,
come s'argomenta dal titolo,
è divisa, dopo l’Introduzione, in
tre parti: Della ideologia;
Della Grammatica, e Della logica. POGGI (si veda) è un
condillachiano, e quello
di Condillac è,
se non isbaglio,
l'unico nome che
citi nel suo
grosso volume (p. 249). Ma,
qua e là,
come a proposito
di metafore e
termini-cifre e di
lingue emblematiche e
dipinte e alfabetiche
ecc., indica anche
un' influenza, non
direi vichiana, ma
cesarottiana. Parte, appunto,
anche lui dalla
istituzione delle lingue
artificiali, e con
la percezione, i
bisogni, l'utilità, la
brevità, svolge tutta
la dottrina delle
categorie grammaticali e
de' loro accidenti
e poi della
sintassi di costruzione,
di reggimento, di
concordanza. Le prime
articolazioni furon pronunziate
per significare sensa-
zioni riportate ad oggetti
esteriori : un'
interiezione, dunque, e
un nome bastarono
a esprimere qualunque
sensazione. In ogni
interiezione, in ogni
nome è contenuta
un'intera proposizione. Poiché un'
idea qualunque non è propriamente
che il risultato
di una sensazione,
ne segue che
tutti gli altri
elementi del di-
scorso non servono ad
esprimere veruna idea
intera e completa,
ma bensì soltanto
delle modificazioni, e
dei rapporti fra
le nostre idee.
Tutto il macchinismo d'ogni
lingua parlata è spiegato
con questo principio
: i verbi,
gli aggettivi, le
propo- sizioni, le
congiunzioni, e tutte
le variazioni de'
nomi e de' [Firenze. A
spese degli editori
[i figliuoli Poggi], .
Precedono Cenni biografici.
(*) In XXI
lezioni, con un'
Appendice sul l' Idea della
metafisica scolastica. In
due sezioni (lezioni) Della
grammatica: Del PRIMITIVO LINGUAGGIO umano; Degli
elementi del discorso
in qualsivoglia lingua artificiale;
Seguita l'analisi del
discorso; Osservazioni sull'analisi precedente,
massime intorno al
Verbo; Delle variazioni
a cui soggiaciono
gli elementi del
discorso; Dei verbi
ausiliari, irregolari, e composti;
Degli aggettivi di
quantità e di
numero. (lezioni): Della
sintassi; Del reggimento,
e delle altre
condizioni della sintassi;
Di una lingua
dipinta, delineata, o
scritta; Di una
lingua scritta per
caratteri, ossia della
scrittura volgare; Dell'ortografia; Delle
parole aventi più
di un significato,
dei sinonimi, dei tempi
e delle figure
grammaticali. (lezioni): Del
Raziocinio; Delle proposizioni,
e delle varie
forme d'argomentazione.] verbi, si
sviluppano da esso.
V? avverbio e il
participio non sono
vere categorie, perchè
l'avverbio « si
compone di una
preposi- zione, di un
sostantivo e di
un adiettivo »
(p. 265), e il participio
è una specie
di nome verbale
aggettivo (p. 266).
La cosa è
molto facile :
e perciò, invece
di seguir il
nostro intrepido dipanatore
del linguaggio nella
sua dimostrazione, la
lasceremo immaginare a
chi vuole. Mi
piace invece richiamar
l'attenzione sull'espe- diente adoperato dal
Poggi per dar
l'idea della sintassi.
Si ricor- derà che
il Croce per
mostrare come i
logici hanno cavato
dal- l'espressione i generi
grammaticali, ha portato
l'esempio d'una pittura
« che rappresenti... un
individuo che cammina
per una certa
via campestre »,
e alla quale
corrisponde la frase
: Pietro cammina
per una via
campestre. Come elaborando
logicamente quella pittura
si ottengono i
concetti di moto,
azione, ente, del
generale, dell' individuale, ecc.,
così elaborando col
medesimo procedimento quella
frase, si ottengono
i concetti di
verbo (moto o
azione), di nome
(materia o agente),
di nome proprio,
di nome connine
ecc., che pei
grammatici sarebbero le
parole, le espres-
sioni di quei concetti,
ripassando illecitamente dal
logico al- l'estetico
('). Orbene, il
nostro si serve
del medesimo esempio
della pittura per
elaborare, con poca
esattezza, però, non
solo le categorie
grammaticali, ma l'ordinamento, la
sintassi onde ven-
gono a intrecciarsi armonicamente
per la perfetta
espressione del pensiero.
Val la spesa
di riportar questo
brano, senz'altro dire.
« Se vi
fate a osservare
un dipinto in
cui siansi per
esempio ritratte varie
figure umane, voi
tosto vedete nel
tutto insieme di
ciascuna figura il
primo elemento di
ogni discorso, cioè
il nome: se
paragonate una figura
coll'altra, vi scorgete
delle dif- ferenze caratteristiche, onde
una si discerne
dall'altra; analiz- zando queste
differenze vi risultano
delle proprietà ovvero
degli attributi che
voi distinguete egualmente;
ed ecco il
secondo ele- mento del
discorso che diciamo
aggettivo, mentre aggiunge
al- cun che all'idea
rappresentata dal nome:
se vi fate
a riguardare accuratamente
le fisonomie, gli
atteggiamenti, e gli
atti delle figure
medesime, scorgete eziandio
le passioni e gli affetti,
onde sono animate,
dal che scaturisce
il terzo elemento
d'ogni lingua che
appellasi verbo ;
imperocché quelle attitudini
non esprimono che
i bisogni, le
tendenze, le avversioni
o i desiderj
dei perso- (')
Est., pp. 146-7.
Capitolo quattordicesimo 453
naggi ritratti :
infine non esprimono
che le attuali
modificazioni del loro
essere: procedete all'analisi:
osservate come una
figura stia nel
quadro rispetto all'altra,
come gli atti
o i gesti
di questa si
rapportino agli atti
o ai gesti
di quella; poiché
siasi voluto rappresentare
un fatto od un'
azione principale con
altre secon- darie ed
accessorie ; finalmente
in qual modo
tutte quelle figure,
e tutte quelle
attitudini si leghino
insieme, onde esprimere
in complesso il
concetto del pittore,
e voi scorgete
che questi rap-
porti e queste circostanze
tengon luogo delle
preposizioni e delle
congiunzioni: mentre esse
isolatamente prese nulla
significano, anzi non
sono nulla, ma
guardate in complesso
nel tutto insieme
del quadro, servono
a determinare, dichiarare
e completare l'idea
principale o il
soggetto della dipintura....
('). Ora, fermandoci
all'addotto esempio, è
altresì facile il
comprendere che intanto
il concetto del
pittore si manifesta,
e passa nella
mente dell'os- servatore, in
quanto che le
parti elementari del dipinto
sono collocate e
disposte in una
certa guisa e
con determinato ordine
fra loro :
dal che dipende
la pronta e
chiara intelligenza del
soggetto, ossia dell'azione
principale non meno
che delle acces-
sorie; di tal maniera
che, se quelle
figure, quegli atti,
quegli em- blemi o
segni caratteristici e
quelle mosse si
travolgessero, o confondessero, non
avremmo più espressa
intelligibilmente l'idea del
pittore. Questa collocazione
e disposizione di
parti, è ap-
punto quella che nelle
lingue chiamasi sintassi,
la quale voce
si- gnifica ordinamento »
(pp. 312-3). Ma
non è prezzo
dell'opera il fermarsi
sulle colluvie di
grammatiche ragionate grosse
e piccole che
innondò le scuole
italiane nella prima
metà del secolo
decimonono : sarà
già molto che
ne diamo qui
un elenco, s'intende,
imperfetto (2). Neppur
(') Dove ho
messo questi puntini,
è il seguente
periodo: «E qui
cade in acconcio
una bella e
giusta osservazione, ed è questa,
che l'arte della
pittura fin che
non seppe ritrarre
le affezioni e
i mo- vimenti dell'animo, non
fu che un
linguaggio assai imperfetto,
come quello che
mancava di segni
atti a significare
le modificazioni del-
l'essere, e quindi pur
anche le vere
relazioni e i
legami di un af- fetto o
di un'azione coll'altra
e quindi il
dipintore non potea
espri- mere che in
parte soltanto i
proprj concetti: né
tampoco imprimere alcun
carattere marcato e
distinto alle sue
figure ». (?ì
Martinelli Gius., Modo
per agevolare la
cognizione e l'uso
della lingua toscana,
Venezia, 1800 (Divide
la lingua in
parecchi gè- 454
Storia della Grammatica
neri di materie,
ciascuno comprendente parecchie
spezie, ai quali
corrispondono vocaboli proprii
e figurati e
maniere di favellare:
è una fraseologia
metodica). — Placci
M. F. Gius, (professore
di fisica nel r. Liceo
di Fermo), Sul
meccanismo della pronuncia
?iella lingua italiana
— Osservazioni —
Vicenza, 1809 (L'a.
dichiara di essersi
gio- vato dell'opera del
sig. di Kempelen
e di alcune
altre. Il nostro
pensiero va naturalmente
al De Brossei.
— Zanotti Fr.,
Elementi di grammatica
volgare, Milano, 1820
(È un opuscolo
di 52 pp.
in cui s'insegna
tutta la grammatica
compresa la sintassi,
compresovi un discorso
sulla lingua). —
Brambilla Carminati Dom.,
Introduzione alla grammatica
di Soave ossia Elementi
delle due lingue
italiana e latina,
Vene- zia, 1S23 (ma
riguarda più particolarmente il
latino). — Libro
di lettura e
Introduzione alla grammatica
italiana per la
classe II delle
scuole Elementari, Venezia,
1823. — Franscini
Stef., Grammatica inferiore
della lingua italiana,
Milano, 1823 (3a
ediz. accr. e
migl.) per la
III classe elem.
(compilazione elementare, ma
intonata al la
filosofico). — Omezzati
Andr., Grammatica elementare
della lingua italiana,
Man- tova, 1S25 (ed.
2a corr., riform.
e accr.). (Nella
prefaz. cita la
dotta grammatica del
Soave, e le
due del dottissimo
Bellisomi, « dove
colla più profonda
sottil metafisica »
ecc. è porto
il più grande
aiuto, anzi è
arato tutto il
campo. Incomincia al
solito col domandare:
Che cosa è
la grammatica? -
Che cosa intenderò
per sillaba?). —
Alcuni cenni di
grammatica comparata delle
lingue italiana e latina ad
uso della gioventù
con Corollari della
grammatica di Tracy,
di G. B.
D., Pa- dova, 1836
(Con l'esempio di
alcuni casi —
l'it. essere si
costruisce come il
lat. esse, e
i casi vi
sono tanto in
it. che in
lat. — dimostra
che si deve
insegnare la grammatica
delle due lingue
e d'altre lingue
parallelamente per eliminare,
anzi per non
creare difficoltà. Vi
si cita il
Tracy, che insegna
« che una
lingua è migliore
quanto essa più
segue l'ordine naturale
nella costruzione ».
Ma il Tracy
ci sta proprio
a pigione. È
notevole, peraltro, per
l'indirizzo che parrebbe
un trovato moderno.
E già questo
ha la barba
lunga !). —
Elementi della lingua
italiana ad uso
delle scuole, Milano. Fontana Ant.,
Gram- matica pedagogica elementare
italiana, Brescia, 1828
(Il fanciullo «parli
pure la sua
lingua; e tu
gli mostra quindi
come il detto
traducasi facilmente in
Italiano; scrivi la
traduzione sulla tabella
; ed il
fanciullo lo legga
e lo rilegga,
e lo venga
poi ripetendo dopo
che dalla tabella
è cancellato ».
Pp. 6-7. Anche
l'esercizio delle traduzioni
dialettali si vorrebbe
far passare oggi
per una novità
; mentre il
Fontana ha pre-
decessori perfino nel Cinquecento!). —
Iaklitsch Gius., prof,
a Trieste, Principi
elementari della lingua
italiana, Milano, 1829
(Di- stingue la lingua
in generale e
verbale. « Le
vocali sono propriamente
l'armonia della voce
verbale, che al
suono della lingua
dà l'amenità e la soavità
del canto; le
consonanti all'incontro sono
più il carattere
distintivo delle idee
per mezzo delle
quali le parole
acquistano e si-
gnificato e intelligibilità, come
: colto, conto,
corto, costo, ove
si può dire
che le consonanti
/, //, r,
s della prima
sillaba sono propria-
mente i segni caratteristici del
significato delle parole,
e la sillaba
è soltanto una
sillaba derivativa, la
quale modifica il
significato se- Capitolo
quattordicesimo 455 rondo
che cambia la
sua vocale come
pasta, pasto »
p. 9. Qui
la fi- losofia e
l'etimologia a cavallo
del De Brosse
galoppano mirabil- mente all'indietro). —
Visconti Kr.. Riflessioni
ideologiche intorno al
linguaggio grammaticale dei
popoli colti, Milano,
[831 Non sono
propriamenU- una grammatica,
ma contengono dilucidazioni
su ogni categoria
grammaticale, secondo le
vedute delle grammatiche
filoso- fiche, delle quali
l'a. dichiara d'essersi
giovato. Se non
che la gram-
matica filosofica mi par
che vi sia trattata a
rovescio, di mostrandovi
si non come
sorgono le categorie
grammaticali, ma come
si sciolgono nelle
loro varie accidentalità. Degli
aggettivi fa sei
categorie, l'ultima delle
quali « è
come la pentola
in cui la
locandiera getta il
residuo di vari
cibi, per farne
una qualche vivanda
destinata alle mense
del- l'indomani. Le precedenti
sono in quella
vece come il
pollo fresco, l'arrosto
ecc. »! pp.
42-3.). — Scienza
della parola toscana,
p. I., Le
diritte parole della
lingua, Torino, 1835.
— Malvezzi Luigi.
Gramma- tica nuova italiana,
Milano, 1833 (2a
ediz., 1851). —
Cogo Pietro, Gram-
matica italiana popolare, Padova,
s. a. [sec.
XIX]. — Cora
Gius., No- zioni fondamentali su
tutte le parti
del discorso ordinate
ad agevolare la
intelligenza delle prime
scuole della sintassi
italiana e latina,
Venezia (Sono 373 nozioni.
« Lo studio
logico deve incominciare
quel giorno stesso
in cui il
maestro comincia le
sue lezioni, e
terminare l'ultimo di
dell'insegnamento. Sappiamo dai
filosofi e sopra
tutti dal celeberrimo
ab. di Condillac
che il perfezionamento del
linguaggio e del
pensiero devono proceder
di egual passo.
Fezzi Gius., Tentativo
teorico-pratico per f
insegnamento delle due
lingue italiana e
latina. « Guida
all'analisi ed alla
pratica composizione del
discorso applicato alla
lingua italiana e
proposta come primo
fondamento del- l'arte del
tradurre e del
comporre nelle classi
di grammatica», Cre-
mona, 1S37 1 Dichiara
che quest' operetta
è un sunto
de' sommi pre-
decessori — Soave, Romani.
Biagioli, Ambrosoli —
ma. specialmente, Bellisomi
e Fontana, de'
quali si dice
discepolo, mutati solamente
l'ordinamento e l'esposizione
della materia e
unita la teoria
alla pra- tica. Usa
ancora la distinzione
cesarottiana delle parole-segni,
e delle parole-figure. Ha
un'appendice Degli elementi
spirituali del linguaggio).
— Mattiello A.,
Regole pratiche per
{sviluppare ai giovani
i primi rudimenti
dell' italiana favella
in conformità alla
metodica, Venezia, 1839.
(Cogli alunni della
I e II
ci. eleni, applica
la IV massima
della me- todica generale, come
se si trattasse
d'insegnar loro a far delle
aste. «Sai tu
a che servono
le regole?» - «Non signore»). Ànti Giorg.,
Trattato dialogico sopra
la sintassi italiana,
le proposizioni grammaticali
e la ortografia
con alcune tavole
sinottiche e in
fine un picco/o
' dizionario veronese-italiano ',
per comodità e
utilità della stu-
diosa gioventù, Verona, 1850.
— Cestari Tom.
Em., Grammatica ita-
liana teorico-pratica divisa in
? classi ad
uso specialmente delle
scuole elementari. Venezia,
185 1 Dello stesso:
Primi eleni, digr.
ital.-lat., Venezia; Genesi
dell'accordo fra il
pensiero logico ed
il linguistico proposto a
chiave dello studio
filologico comparato, Venezia).
Brugxoli Ag., Nuovissimo
repertorio grammaticale, Verona.
Missio Bern., Metodo
d'iniziare i fanciulli
nel comporre e
nella 456 Storia
della Grammatica quella
del Cerutti si
solleva molto dalle
altre ('). Elaborata
in- vece con acume
filosofico è una
Grammatica ideologica uscita
nel 1841 senza
nome d'autore: e, per chiarezza
d'esposizione e grammatica
italiana, Treviso. C.
V., Grammatichetta italiana
ad uso delle
scuole elementari intermedie,
Lecco, 1855. —
Lipella Car., Grammatica
italiana per la j classe
eleni., Verona (Postuma. Vi si
cita ancora il
Soave, ma non
sempre per difenderlo).
— Gusberti D.,
Grammatica ragionala della
lingua italiana, Torino,
1866. — Naturalmente,
in correlazione a
questa diffusa produzione
gramma- ticale, non si
cessò di speculare
sul linguaggio secondo
il comune indirizzo
filosofico-storico. Si ebbero:
Rosa Gabriele, Vicende
delle lingue in
relaziofie alla storia
dei popoli, Padova,
s. a. Volpe Gir.,
Saggio sulle cause
delle vicende delle
lingue, Belluno, 1837.
— [Bidone Em.],
Saggio sull'analisi ed
unità delle lingue,
Voghera, 1839, ed
altri siffatti libri
che qui non
importa elencare. —
Né mancarono, com'è
del pari naturale,
discussioni circa il
metodo dell'insegnamento gram-
maticale in riviste, opuscoli
(ho ricordato la
polemica Bellisomi-Fan- toni),
e conferenze (p.
es. Della istruzione
elementare di grammatica
italiana, Lettura del
17 marzo 1S36
ne IP Ateneo
di Treviso, Treviso,
1836): tutta una
letteratura scolastica, che,
se può interessare
lo sto- rico delle
istituzioni e dei
metodi didattici, non
aggiunge nulla alle
conoscenze che si
posson trarre direttamente
dalle grammatiche per
l'argomento nostro. —
Medesimamente si vennero
escogitando pa- recchi sistemi di
lingua universale (i
nostri volapuk e
esperanto), nella illusione
di poter ridurre
a un unico
schema valevole per
tutti i po-
poli le singole grammatiche
particolari. Poiché tutti
i popoli si
ritro- vano nella grammatica
generale uniformi nel
concepimento dell'idee e
nel loro collegamento
logico, doveva pure
potersi formulare un
unico sistema grammaticale
e ortografico insieme
che servisse a
rap- presentare e a
render comune e
praticamente comunicabile la
lingua universale. Ricorderò:
Matraja Gio. Gius.,
Gcnigrafia italiana, nuovo
metodo di scrivere
questo idioma, Lucca,
183 1 (Da genicografia,
' scrit- tura generale
' , '
Modo di scrivere
generalmente senza relazione
agl'i- diomi '. Molti,
ricorda il Matraja,
si affaticarono per
sciogliere il pro-
blema di tale scrittura,
Cartesio, Leibnitz, Wolfio,
Willio, Kircker, Delagarne,
Beclero, Sobbrig, Lambert,
Demaimieux e Richeri
; ma solo
a lui, povero
frate, la Divina
Provvidenza permise di
farlo. Tratta la
grammatica genigrafica in generale, e
poi le parti
dell'orazione ecc.). Proposta per
la rettificazione dell 'alfabeto ad
uso della lingua
ita- liana di N.
N., Milano, 1830
(È fondata su
quella del Court
de Gi- belin
e del Klaproth,
che prende a
base l'alfabeto romano
portato a 42
lettere). Già prima
del Matraja, altri
italiani avevano tentato
questo sistema. (')
Grammatica filosofica della
lingua italiana, Napoli. Più
interessante è forse
la Vita di Cerutti
«con ragionamenti e
digressioni morali e
filosofiche da lui
scritta e pubblicata
lui vivente »
, Capitolo quattordicesimo 457
anche per segnare
il termine estremo,
dirò così, più
importante dello svolgimento
della grammatica filosofica,
notevole ci sembra
il Compendio del
Corradini. Fondamento della
Grammatica ideologica ('),
in cui non
c'è riuscito riconoscere
l'autore, che vi
si designa nel
Proemio un «
addetto alla teoria
e alla pratica
della giurisprudenza », è il
più schietto sensismo
condillachiano che prevalse
in Italia quasi
fin oltre il
primo trentennio del
sec. XIX, specialmente
nell'am- biente scolastico, dove
quella corrente potè
circolare con molta
facilità. L'autore si
mostra assai accalorato
per il suo
prediletto sistema filosofico,
e recisamente avversario
del kantismo. La
di- pendenza dalla grammatica
dall'ideologia (>," e
seguendo nell'insegnamento il metodo analitico.
« Se le
cognizioni vengonci tutte
da' sensi adoperati
nel passato ed
attualmente ; se
le regole o
teorie non sono
che brevi sunti
delle osservazioni nate
dalla pratica dei
fatti e degli
oggetti sensibili, ne
consegue chiaro che
lo esemplificare, o
il far na-
scere le osservazioni e
le regole da'
casi concreti, e
dalle circo- stanze palpabili deve
costituire la parte
più momentosa dell'in-
segnamento, la sola e
vera salda base
del medesimo.... Se
la sperienza de'
fatti fa toccar
con mano a
chi non ismarrì
il tatto, che
le astrazioni e
generalità d'ogni maniera,
classi d'individue cose,
classi d' ognuna
delle loro* qualità
trovata consimile in
parecchi individui, e
classi infine di
giudizi singolari riuniti
a farne un
generale, non esistono
che negli oggetti
od individui fatti,
non sono fuorché
estratti di essi
e delle loro
relazioni di somiglianze,
o differenze, o
di causa ad
effetto ; sarà
dunque pessimo ogni
metodo d' insegnare, che
aggirandosi perpetua- mente nelle
copie, trascuri gli
originali siffatti, e
'1 cominciar insegnando
dall'astrazioni (quali solo
tutte le regole
e i pre-
cetti) con volar sempre
sulle loro ali
senza mai calare
a terra, al
sensibile. Il libro
consta di due
parti, la prima,
che contiene Prele-
zioni ideologiche
indispensabili alla grammatica,
distinta in due
capi: 1. Delle
facoltà intellettuali e
de' bisogni dell'uomo;
2. Rapporti, giudizi
e teoria delle
astrazioni ; le
generalità di- vise in
tre sorta di
classi (soggettiva o
sostantiva, qualitativa, proposizionale), ossia
l'esposizione dei principi
generali su cui
è fondata la
grammatica; la seconda,
che contiene la
Grammatica generale, divisa
in sette capi:
1. Origine del
linguaggio; linguaggio naturale,
d'azione od affettivo
; 2. Della
grande utilità de'
segni o vocaboli
anche solo pel
pensare e ragionare;
e delle varie
specie di proposizioni,
ossiano giudizj parlati
; 3. Del
nome, pronome, adiettivo,
articolo e del
verbo in genere;
Delle preposizioni e
degli avverbj ; Delle congiunzioni;
Del verbo -
divisione de' verbi
- tempi; 7.
Sintassi [La dottrina di
questo saggio, sia
generale che particolare,
sviluppata in un'
analisi certamente eccessiva,
sovrabbondante 348 pagine
sono indubbiamente troppe
per spiegare la
genesi delle categorie
grammaticali), posa su
un sistema assai
meno complicato di
quel che a
bella prima potrebbe
sembrare. Senza la
pretesa di riassumerla
tutta neppur nelle
sue linee generali
in poche righe,
che per tali
opere non è
possibile né gioverebbe
molto, tante sono
le analisi particolari
di categorie secondarie,
e tanto lunga
e spesso noiosa
è la via
della conclusione, eccola
nel suo principale
aspetto. « Noi
siamo intelligenze servite
da organi, o
sieno membri operativi
» ('). Con
le nostre facoltà
o potenze corporee
non possiamo distinguere
negli oggetti che
qua- lità, modi o
maniere d'essere :
ogni sensazione corrisponde
a una qualità
: gli oggetti
non sono che
gruppi o mucchi
delle qualità che
noi possiamo percepire
: sostanza è
un nonnulla che
sta sotto alla
qualità cui serve
di sostegno, fulcro
ed appoggio :
gramma- ticalmente sostanza è
anche il restante
mucchio delle qualità
d' un oggetto
in opposizione a
una o due
qualità estratte men-
talmente dal mucchio stesso,
cioè per via
& astrazione . Qualità
e loro forme
mutevoli e astrazioni
e i loro
rapporti ecco tutta
la nostra conoscenza,
ossia tutto il
nostro modo di
sentire (in- telletto) e
di volere (volontà)
mediante l'attenzione, la
rifles- sione, i giudizi.
Ora ogni nostra
sensazione avrebbe bisogno
per esser circoscritta
di un termine
proprio ; ma
non ci sarebbero
vocabolari bastevoli a
contener tutti questi
termini : quindi
la necessità delle
classi, i generi,
le specie: è
tutto un lavoro
di generalizzazione e
di individuazione per
nominare gli oggetti
delle nostre sensazioni
sempre per via di astrazione
: questa è
la naturale figliazione
delle nostre idee':
anche le proposizioni
non sono che
principj o formole
compendiose delle idee
già acqui- state dalla
esperienza. « La
grammatica (non che
la logica) trova
piane le sue
leggi nell'ordine stesso
con cui si
figliano le idee
(' « Siffatta
dipendenza volle Dio
ordinare tra l'anima
umana nobilissima parte,
e la terrena
mole, sintantoché vivessimo
quaggiù. Il sensismo
che limita le
nostre conoscenze alle
sole qualità degli
oggetti di cui
abbiamo le sensazioni,
giunge all'idea di
Dio senza alcuna
difficoltà!] nostre dal sensibile
all'astratto per classificarsi
e generalizzarsi »
(p. 58). Donde
deriva la sua
importanza : «
imperciocché la na-
tura deve necessariamente esordire,
e poi l'arte
da essa aiutata
proseguire, dirozzare; sicché
se l'eloquenza è
il cuore che
na- turalmente parla, l'arte
è la ragione
che lo rischiara
e conduce. Il
linguaggio, prodotto naturale
della sensività passò
natural- mente per tre
gradi: 1. gridi
o suoni involontarj
: 2. gli
stessi usati ad
arte o per
volontà; 3. linguaggio
composto di suoni
distinti ed articolati
ne' suoi successivi
perfezionamenti. Si passa
dall'uno all'altro per
Ya?ialogia, « magistero
delle lingue »,
coi soccorsi dell'
onomatopeia. Nel primo
naturai linguaggio ogni
intero pensiero si
espresse con un
segno solo, a
proposizione intera. «
È già arte
spaccarla in due
pezzi, soggetto e
predicato, ed analisi
più raffinata ancora
il dividere sovente
il soggetto in
parecchi brani e
'1 far lo stesso dell'attributo» (p.
92) ('). È
natu- rale che la
prima proposizione intera
sia stata un
sol cenno di
testa, o un 'interiezione / Poi
avvenne un continuo
spaccamento di pro-
posizioni. Il naturale era il più
composto, ed inviluppato;
l'arti- ficiale sarà il
più decomposto, analizzato
e spezzato »
(p. 107). La
scienza delle parti
del discorso é
tutta nell'analisi dello
svi- luppo del primo
grido. In ou/c'è
io soffoco, o
io soffro calore:
quando avrò saputo
nominar in disparte
il soggetto io, il grido
07i f sarà ridotto
a significar il
solo attributo soffoco:
così il grido
diventò verbo, sicché
il verbo (non
escluso il verb' essere)
non è che
l'attributo della proposizione,
cioè una qualità
invol- gente il verb'essere,
segno della concrezione
della qualità col
soggetto. Se ci
fossero tante parole
proprie quanti sono i
sog- getti e gli
attributi, non abbisogneremmo che
di due specie
di parole, soggetto
e attributo. Con
la parola Paolizzo
potrei signi- ficar amo
\Paolo! Dalla necessità
di determinare il
pensiero, o meglio
di individuare l'oggetto
che non ha
nome proprio, nac-
quero tutte le altre
parti del discorso:
l'articolo, la preposi-
(') « Tutto
in noi riducendosi
al ricevere sensazioni,
che sono qualità
nostre e degli
oggetti, a combinarle,
e così al
considerar le cose
individue come gruppi
di qualità, tra
le quali ne
estraggiamo mentalmente una
per contemplarla in
disparte, e quindi
ricongiugnerla (attribuirla) al
restante mucchio, lo
ch'è pensare o
giudicare; è chiaro
che ogni nostra
manifestazione non conterrà
mai che un
giudizio od una
serie di pensieri
o giudizi »
p. 94. Capitolo
quattordicesimo 461 zione
ecc. « Nel
dire il frutto
del ciliegio posto
iti tal luogo
piace molto al
figlio di Cajo,
s'io avessi due
parole o segni
proprii ed esclusivi,
p. es., A
pel soggetto tutto,
e B, per
l'attributo intero (poiché
non si hanno
da comparare, che
due sole idee),
come diverrebbe comodo
il dire soltanto
A-D! Ma che
spaventoso numero di
segni ci abbisognerebbe! Qui sorge
la teoria dei
rapporti grammaticali (
il rapporto vero
è uno solo,
il logico, quello
con cui si
comparano le due
sole idee che
entrano nella proposizione), con
la quale si
spie- gano, olte le
categorie, tutte le
innumerevoli accidentalità gram-
maticali, ossia le modificazioni
delle parole utili
a sempre più
circoscrivere e individuare
i nostri giudizi,
pe' quali, al
solito, mancano gli
unici termini propri
che li significherebbero alla
spiccia con somma
nostra gioia e
comodità. La preposizione
e l'avverbio sono
riduzioni di qualità
accessorie: le congiunzioni
sono le preposizioni
delle congiunzioni, anch'esse
dunque ridu- zioni di
attributi. Quanto abbiamo
fin qui esposto,
ci sembra sufficiente
a ca- ratterizzare la dottrina
di questa Grammatica
ideologica senza entrare
nelle particolari trattazioni
delle singole categorie
gram- maticali e sintattiche.
Quanto sia povera
e insufficiente a
spie- gare il superbo
miracolo del linguaggio,
ognun vede facilmente
senza che noi
commentiamo di più.
Non è nostro
scopo far la
critica dei sistemi
filosofici su cui
si costruirono le
varie gram- matiche: ci
basta solo mostrare
la relazione di
questi con quelli.
Ma non possiamo
non meravigliarci della
simpatia che il
sensismo condillachiano ha
goduto tra noi
per tanto tempo
specie come fondamento
alle teorie sul
linguaggio e alle
arti del pensare,
del dire, alle
grammatiche, che l'abbia
goduta ancora dopo
che Gu- glielmo di
Humboldt ebbe speculato
sul linguaggio con
tanto acume e
genialità, n'ebbe finalmente
fissata, pur tra
incertezze e confusioni
che ne dovevano
mantener insoluto il
problema, la natura
tutta e solamente
spirituale nella sua
infinita ricchezza. Col
sensismo della nostra
Grammatica ideologica quest'alta
fun- zione del nostro
spirito, anzi la vita stessa
del nostro spirito
si ridurrebbe a
un semplice meccanismo,
straordinariamente ricco di
nomi ma poverissimo
di movimenti, che la natura
esteriore manderebbe, a suo bene
placito, fornito solo
di piacere e
di do- lore, «
i due grandi
custodi del nostro
essere » (p.
13). E dire
che l'autore, fra
i nomi di
Condillac, Tracy, Court
de Gebelin, 462
Storia della Grammatica
Cousin e simili,
cita parecchie volte
quello di Giambattista
Vico! Il che
conferma quello che
osservò già l'autore
del Rapporto del
1809 da noi
citato, che cioè
la dottrina del
Vico compresa e
ac- cettata in alcune
particolari applicazioni rimase
oscura nella sua
essenza ('), e
conferma ancora una
volta lo strano
miscuglio che ne
fecero col sensismo
i nostri enciclopedisti. Quali
utilità al- l'apprendimento della lingua
poteva venire da
siffatte gramma- tiche, dove,
pure in tanto
analizzare, l'osservazione del
lettore non è mai richiamata
neppure sulle particolari
funzioni logiche dei
fatti grammaticali, come
invece vedemmo fare
egregiamente al Du
Marsais ? Col
quale si rannoda
per la parte
teorica, e non
per queste felici
applicazioni, l'ab. Francesco
Corradini, che nel
1852 volle darci,
quasi a chiuder
la serie non
ingloriosamente, un Com-
pendio della grammatica
generale filosofica (').
Questo Compendio ha
il pregio della
chiarezza assoluta, ac-
coppiata con la più
scrupolosa coerenza nella
più rapida e
con- cisa brevità (52
pagine). Gli autori
di cui l'A.
dichiara d'essersi giovato
sono: Sanctio, Minerva,
Burnouf, Methode pour étudier
la langve greque,
id. latine, Prompsault,
G ramni, rais. d.
la langne latine,
Régnier, Le jardin
de racines greques,
Gaspare Selvaggi, Grammatica
generale filosofica, la
Grammatica di Portoreale,
Beauzée, Gramm. gén.,
gli articoli relativi
dell'Enciclopedia fran- cese (cioè
Du Marsais, e
i suoi successori).
Definisce la teoria
della grammatica generale
la « scienza
delle forme integrali
d'ogni lingua ».
Ne definisce il
carattere, la possibilità,
l'oggetto, il fine,
l'utilità. Una delle
prove della possibilità
la deduce dalle
traduzioni, che dimostrano
un comune procedimento
del pensiero umano,
l'uniformità de' nostri
pen- sieri. Gli elementi
son due: il
materiale e il
rappresentativo: in mater,
m r l,
ma, ter, l'accento
sull'a, sono il
materiale, la (')
Gentile, op. cit.,
p. 136. (2)
Padova, coi tipi
del Seminario. — Non dico
che questa sia
assolutamente l'ultima, né
che gli effetti
delle grammatiche generali
si spegnessero nell'insegnamento dopo
la prima metà
del sec. XIX.
Grammatiche filosofiche si
scrivono anche oggi,
e noi nelle
scuole facemmo tutti,
chi più chi
meno, parecchie indigestioni
di analisi logica
e grammaticale !
Capitolo quattordicesimo 463
nozione di madre
è il rappresentativo. La
grammatica generale filosofica
si appoggia bensì
alla logica pura,
ma è propriamente
una parte della
logica applicata. La
logica applicata considera
il pensiero nelle
sue condizioni empiriche
: la condizione
empi- rica universale del
pensiero è la
cognizione ; si
ha cognizione d'un
oggetto, quando è
determinato; la determinazione si
compie nelle quattro
supreme classi o
categorie, quantità, qualità,
re- lazione, modalità. Il
discorso deve dunque
soddisfare anche a
queste esigenze del
pensiero: esse costituiscono
le varie modi-
ficazioni dei termini e
delle parti del
discorso ; esse
pure devon esser
oggetto d'una grammatica
generale filosofica. Tien
conto anche delle
condizioni empiriche dell'uomo
parlante: lo stato
della società, l'affetto
e la passione
che lo domina,
l'impeto istin- tivo di
uguagliar col discorso
la celerità del
pensiero, le cre-
denze religiose ecc. In
conclusione: nella parola
sono da con-
siderare due elementi, il
materiale e il
rappresentativo; il primo
si appoggia alla
natura dell'organo vocale,
il secondo alla
natura del pensiero.
L'elemento materiale comprende
i suoni vocali
e consonanti, l'aggruppamento de'
suoni cioè le
sillabe e le
pa- role, e le
modificazioni derivate da
questo aggruppamento cioè
l'accento e la
quantità. L'elemento rappresentativo appoggiato
alla natura del
pensiero deve somministrare
i mezzi tanto
per espri- mere le
tre funzioni concetti,
giudizio, raziocinio , quanto
per deter- minare ciascheduna di
queste tre nelle
quattro categorie di
qua- lità, quantità, relazione,
modalità. I nomi
sostantivi ed aggettivi
esprimono i concetti,
i verbi, i
giudizi, la sintassi,
le congiun- zioni e
la costruzione esprimono
il raziocinio in
quanto consta di
più giudizi legati
fra loro. I
numeri ne' sostantivi
e gli ag-
gettivi di estensione determinano
la quantità, i
generi ne' so-
stantivi, gli aggettivi di
comprensione e gli
avverbi determi- nano la
qualità, le preposizioni
o i casi
ed i verbi
le relazioni, i
modi, le modalità
(§ 50). È
insomma la logica
distillata pel filtro
grammaticale: di linguaggio
effettivo qui non
si ha più
traccia : s'è
sistemato tutto lo schemario delle
categorie logico- grammaticali,
ma il contenuto
è caduto per
la strada. Dal
Du Marsais al
Corradini, a traverso
interpretazioni varie più
o meno elevate,
a rimaneggiamenti e
riduzioni elementari, la
grammatica generale, oltre
a perdere, in
Italia, tono e
carattere filosofico in
una elaborazione quasi
sempre meschina e
grossolana, veniva sempre
più separando il
linguaggio effettivo dagli
schemi gram- 464
Storia della Grammatica
maticali che si
erano ottenuti studiandolo
sia direttamente, sia
dal punto di
vista esclusivamente intellettuale, e
a questi assegnando
valore di formula
e di legge,
ma privandola d'un
oggetto con- creto a
cui applicarsi. Un
processo di degenerazione. La
scienza del linguaggio
progrediva, ma seguendo
altre correnti e
bat- tendo altre vie.
CAPITOLO XV La
crisi della grammatica
logica. Il ritorno
alla grammatica empirica
e storica. La
moderna critica della
grammatica. (F. De
Sanctis - 11
Cesari e il
Puoti - A.
Manzoni). I. La
crisi della grammatica
ragionata in Italia
non poteva mancare
: e fu
veramente risolutiva :
di grammatica ragionata
si finì, dopo
una colluvie di
aride o elementari
produzioni di epi-
goni ritardatari, col non
parlarne più, e
di essa non
restarono tracce che
nelle esercitazioni scolastiche
di analisi logiche
e gram- maticali ancora in
uso nelle nostre
scuole e sulle
quali talvolta rispunta
come fungo qualche
compendio di grammatica
logica ri- vestito di
pompa scientifica. La
crisi fu determinata
da un du-
plice ordine di fatti,
tra i quali
non so se
veramente corra un'in-
tima relazione : l'uno
che riguarda direttamente
il corpo, dirò
così, della grammatica
ragionata, e fu
il non difficile
né tardivo avvertire
in esso un
vuoto sostanziale e
perciò tutta la sua in-
fecondità sotto ogni rispetto,
scientifico e didattico
(') ; l'altro
che si riferisce
allo stato in
che venne a
trovarsi la lingua
ita- liana sotto la
bufera dell'enciclopedismo, e fu la
naturale quanto però
antifilosofica reazione al
francesismo, che doveva
richia- (') Matteo
Borsa, nella Dissertazione
del presente decadimento
della lingua in
Italia, Mantova, 1785
(l'anno in cui
fu pubbl. il
Saggio del Cesarotti)
già incolpava appunto
di quel decadimento
il neologismo francese
e il filosofismo
enciclopedico. C. Trabalza.
466 Storia della
Grammatica mare, come
facile conseguenza di una premessa
sbagliata, alla religiosa
osservanza, alla maniaca
adorazione degli antichi
i pu- risti inorriditi al
novissimo strazio d'Italia.
Le vicende di
questa crisi si
possono molto chiaramente
os- servare, da una
parte, in quel
che accadde al
De Sanctis sco-
laro e cooperatore del
Puoti, e che
egli narra non
senza il lume
d'una critica sempre
nuova e originale
e acuta, anche
se, come in
questo caso, non
definitivamente superatrice :
dall'altra, nella critica
e nella pratica
di Alessandro Manzoni,
che con stringenti
argomenti colpi a
morte la grammatica
ragionata, sebbene non
movesse da un
punto di vista
estetico. Francesco De
Sanctis (1817-1883), quando
accorse alla scuola
di Basilio Puoti
('), aveva già
compiuto gli studi di grammatica,
rettorica e filosofia,
che oggi corrispondono
al ginnasio e
al liceo, e
avea diciassette anni,
i primi (ginnasio,
cinque anni) sotto
suo zio Carlo,
i secondi (liceo,
tre anni) sotto
l'ab. Fazzini, non
aven- dolo voluto ricevere
i Gesuiti per
la sua impreparazione. «
Un grand 'esercizio di
memoria era in
quella scuola [dello
zio, 1826- 1830],
dovendo ficcarci in
mente i versetti
del Portoreale [che
s'imparava in certi
suoi manoscritti, come
le antichità e la cro-
nologia], la grammatica del
Soave, la rettorica
del Falconieri, le
storie del Goldsmith,
la Gerusalemme del
Tasso, le ariette
del Metastasio »
('). Alla fine
del corso «scrivevo
l'italiano con uno
stile pomposo e
rettorico, un italiano
corrente, mezzo fran-
cese, a modo del
Beccaria e del
Cesarotti, ch'erano i
miei fa- voriti »(')•
« La scuola
dell'abate Lorenzo Fazzini
era quello che
oggi direbbesi un
liceo. Vi s' insegnava
filosofia, fisica e
mate- matica. Il Corso
durava tre anni,
e si poteva
anche fare in
due. Quell'era l'età
dell'oro del libero
insegnamento. Un uomo
di qualche dottrina
cominciava la sua
carriera aprendo una
scuola. (') La
scuola del Puoti,
su cui è
stata scritta recentemente
una degna monografia
da un discepolo
di Giulio Salvadori
(Dott. N. Ca-
raffa, Basilio Puoti e
la sua scuola,
Girgenti, 1906), si
svolse in tre
periodi: il primo
dal 1825 al
'30; il secondo
dal '30 al
'36; il terzo,
dopo due anni
d'interruzione causata dalla
pestilenza scoppiata a Na- poli nel
'37, dal '39
in poi. (?)
La giovinezza di
Francesco de Sanctis
- Frammento autobio-
grafico pubblicato «fo Pasquale
Villari ; Napoli,
1899, p. 7.
(8) Op. cit.,
p. 14 Capitolo
quindicesimo 467 I
seminari erano scuole
di latino e
di filosofia, le
scuole del go-
verno erano affidate a
frati, la forma
dell' insegnamento era
an- cora scolastica. Rettorica
e filosofia erano
scritte in quel
latino convenzionale ch'era
proprio degli scolastici.
Le scienze vi
erano trascurate, e
anche la lingua
nazionale. Nondimeno un po' di
secolo decimottavo era
pur penetrato fra
quelle tenebre teolo-
giche, e con curioso
innesto, vedevi andare
a braccetto il
sen- sismo e lo
scolasticismo. Nelle scuole
della capitale v'era
maggior progresso negli
studi. Il latino
passava di moda
; si scriveva
di cose scolastiche
in un italiano
scorretto, ma chiaro
e facile. Gli
autori erano quasi
tutti abati, come
l'abate Genovesi, il
padre Soave, l'abate
Troise. Allora era
in molta voga
l'abate Fazzini. Questo
prete elegante, che
aveva smesso sottana
e collare, ve-
stiva in abito e
cravatta nera, era
un sensista del
secolo passato ;
ma pretendeva conciliare
quelle dottrine coi
principii religiosi »(').
Accanto alla scuola,
per chi aveva
voglia d' imparare, c'era
na- turalmente la biblioteca.
« Corsi alla
biblioteca e mi
ci seppellii. Passavano
dinanzi a me
come una fantasmagoria
Locke, Con- dillac,
Tracy, Elvezio, Bonnet,
La Mettrie... Mi
ricordo ancora quella
statua di Bonnet,
che a poco
a poco, per
mezzo dei sensi
acquistava tutte le
conoscenze Il professore diceva
che il sen-
sismo era una cosa
buona sino a
Condillac, ma non
bisognava andare sino
a La Mettrie
e ad Elvezio.
Ragione per cui
ci an- davo io
con l'amara voluttà
della cosa proibita »("). Compiuti
così gli studi
letterari e filosofici,
« avvezzo a
una vita interiore,
avevo pochissimo gusto
per i fatti
materiali, e badavo
più alle relazioni
tra le cose,
che alla conoscenza
delle cose. La
scuola ci aveva
non piccola parte,
perchè era scuola
di forme e
non di cose,
e si attendeva
più ad imparare
le parole e
le argomenta- zioni, che
le cose a cui si
riferivano »(3). Ma
«si avvicinava il
(') Op. cit.,
pp. 28-9. (2)
Op. cit., p.
30 e 31.
(3) Op. cit.,
p. 37. —
Aveva già conosciuti
altri filosofi, natural-
mente. «Il professore fece
una brillante lezione
sull'armonia presta- bilita di
Leibnizio. E questo
Leibnizio divenne il
mio filosofo E come
l'una cosa tira
l'altra, Leibnizio mi
fu occasione a
leggere Car- tesio, Spinoza, Malebranche,
Pascal, libri divorati
tutti e poco
digeriti. Questo era
il mio corredo
di erudizione filosofica
verso la fine
del- l'anno scolastico, quando
zio ci diceva:
Ora bisogna cercarvi
un maestro di
legge. Si batteva
già alle porte
dell'Università.] tempo in cui
il sensismo, male
accordato col movimento
reli- gioso del secolo,
doveva cedere il
passo a nuova
filosofia Si annunziava al
mio spirito un
nuovo orizzonte filosofico
; mi bol-
livano in capo nuovi
libri e nuovi
studi. Si apparecchiavano i
tempi di Pasquale
Galluppi e dall'abate
Ottavio Colecchi, de'
quali l'uno volgarizzava
David Hume e
Adamo Smith, e
l'altro, ch'era per
giunta un gran
matematico, volgarizzava Emanuele
Kant. Lorenzo Fazzini
era caduto di
moda » (').
Per questi insegnamenti
e in queste
condizioni intellettuali il
De Sanctis, invano
iniziati gli studi
di legge, passava
alla scuola del
marchese (secondo periodo).
Fu proprio di
questi tempi che
la grammatica del
sensismo condillachiano, che
vedemmo trionfare concentrata
in estratti per
gli stomachi degli
scolaretti italiani, si
veniva a trovare
a fronte di
due ben forti
e agguerriti avversari,
il kantismo e
il purismo. Questo,
dalla restaurazione linguistica
del padre Cesari,
ini- ziata con la
famosa dissertazione del
1809 coronata dall'Acca-
demia livornese, era venuto
sempre più guadagnando
terreno nelle forme
in cui l'aveva
circoscritto il Cesari,
nonostante gli attacchi
della Proposta monti-perticariana e
dell' Antipurismo tor-
tiano('), e nonostante
l'esempio pratico del
romanzo manzoniano in cui fin
dalla prima sua
edizione s' era
voluta incarnare tut-
t'un'altra dottrina linguistica
(3). La reazione
al francesismo fu
tanto più vasta
e tenace della
tesi temperata del
classicista Monti e del modernismo
del romantico Manzoni,
quanto più compro-
messa sembrava la gloria
d'Italia nella dilagante
corruzione del- l'aurea favella un
dì sì onorata.
Ne furono rocche
meno facil- mente espugnabili la
Romagna e Napoli
e organi di
gran voce alcuni
giornali, come la
Biblioteca di Milano,
il Giornale Arca-
dico di Roma e
la Rivista enciclopedica
di Napoli. Ma
tra i puristi,
non per sola
virtù di dottrina,
sì bene anche
per le qualità
della persona e
i modi dell'insegnamento, il
più autorevole, quegli
che veramente esercitò
una più vasta
e duratura efficacia
sulle menti, sulle
scuole, sui metodi,
sui (') Op.
cit., pp. 51-2.
("} V. Tkahai.za,
Della vita e
delle opere di
/•'. Torti cit.,
p. 79 sgg.
L'ha dimostrato il
Morandi ne' suoi
noti saggi sull'unità
della liaeua. Capitolo
quindicesimo 469 libri,
fu il marchese
Puoti, maestro, autore
di grammatiche e
di arti del
dire, annotatore di
testi di lingua,
pedagogista. Alla scuola
del Puoti, dice
il De Sanctis,
« lasciai studi
di filosofia e
di legge, e
letture di commedie,
di tragedie e di ro-
manzi e di poesie,
e mi gittai
perdutamente tra gli
scrittori del- l' aureo
Trecento»^). «M'era venuta
la frenesia degli
studi grani- maticali.
Avevo spesso tra
mano il Corticelli,
il Buonmattei, il
Cinonio, il Salviati,
il Bartoli, il
Salvini, il Sanzio,
e non so
quanti altri dei
più ignorati. M'ero
gittato anche sui
Cinque- centisti, sempre avendo
l'occhio alla lingua »(').
Si trovò in
quel tempo a
dover sostener sulle
proprie spalle il
peso della scuola
dello zio. «
La sera andavo
sempre alla scuola
del Puoti ; ma tutta
la giornata era
spesa a spiegar
grammati- che e rettoriche
e autori latini
e greci, a
dettar temi, a
correg- gere errori ».
Ma « quei
cari studi dei
miei primi anni
mi riusci- vano acerbi,
non solo per la fatica,
ma perche non
erano più d'accordo
con la mia
coscienza. Quel Soave,
quel Falconieri mi
facevano pietà »(3).
Nelle classi superiori
poteva elevarsi un po' più.
« Cominciai a
fare osservazioni sopra
i sensi delle
parole, sul nesso
logico delle idee,
sulla espressione del
sentimento, sulle intenzioni
e sulle malizie
dello scrittore »(4).
Momenti più deli-
ziosi passava alla scuola
del marchese, dove
egli ben presto
si distinse specie
nelle cose della
grammatica, tanto da
meritarsi l'appellativo di
grammatico, e fu
sollevato all'onore di
coadiu- vare il maestro
nell'insegnamento, quando, dopo
l'interruzione cagionata dal
colera (1837), il
Puoti, cominciatosi a stancare dei
novizi, ne lasciò
tutta la cura
al De Sanctis
('). «Il marchese
che lavorava a
una grammatica, attendeva
pure alla pubblica-
zione di alcuni testi
di lingua più
a lui cari,
come i Fatti
d' Enea, i Fioretti
di S. Fra?icesco,
le Vite dei
Santi Padri. Questi
studi (') Op.
cit., p. 57.
f2) Op. cit.,
pp. 62-3. n
op. cit,, p.
75. (*) Op.
cit., p. 76.
(5) Sulla scuola
del De Sanctis,
v. le belle
pagine del Cenno
bio- grafico di Nicola
Gaetani-Tamburini in De-Sanctis,
Scritti vari, li,
ed. Croce, già
cit. nell' Introduz., p. 270 sgg.
— Di quella
che è stata
chiamata la seconda
scuola del De
Sanctis si sono
occupati de- gnamente, come è
noto, il Torraca
e il Mandalari.
47° Storia della
Grammatica di lingua
s' erano già divulgati
nelle scuole, e
si sentiva il
bi- sogno di grammatica
e di libri
di lettura pei
giovanetti » (').
Anche in questi
lavori l'allievo aiutava
il maestro. Di
questo tempo fece
intima amicizia con
Enrico Amante, che
era un in-
fatuato del Vico : in una
visita onde il
Leopardi onorò la
scuola del Puoti,
— «che citava
spesso con lodi
l'abate Greco, autore
di una grammatica,
il marchese di
Montrone, il Gargallo,
il padre Cesari
e sopra tutti
essi Pietro Giordani
» (;) —
si sentì dire
dal Poeta che
« aveva molta
disposizione alla critica
» (3). In
quel- l'occasione il Leopardi,
cui non poteva
sfuggire la rigidezza
del Puoti, disse
che « nelle
cose della lingua
si vuole andare
molto a rilento,
e citava in
prova il Torto
e il Diritto
del padre Bar-
toli»(4). Il Leopardi
disse anche che
«l'onde coli' infinito non
gli pareva un
peccato mortale, a
gran maraviglia o
scandalo di tutti
noi. Il Marchese
era affermativo, imperatorio,
non pativa contraddizioni. Se
alcuno di noi
giovani si fosse
arrischiato a dir
cosa simile, sarebbe
andato in tempesta
; ma il
Conte parlava così
dolce e modesto,
ch'egli non disse
verbo »(')• Gli
è anche che
ormai quel rigido,
implacabile purismo cominciava
a dover piegare
o almeno ad
ammollirsi . Alla ripresa
della scuola dopo
il colera il
marchese « se
n'era venuto di
Arienzo, con certi
grossi quaderni scritti
di suo pugno.
Era una specie
di nuova rettorica
immaginata da lui,
e che egli
battezzò Arte dello
scrivere. C'era una
divisione dei generi
dello scrivere, accom-
pagnata da regole e da precetti.
Aristotile, Cicerone, Quinti-
liano, Seneca erano la
decorazione. O mi
metteranno alla ber-
lina, o questo è
assolutamente un capolavoro,
così diceva, nar-
rando per quali vie
era giunto alla
grande scoperta. A
quel tempo erano
in gran voga
gli studi filosofici,
e il Marchese,
seguendo la moda,
volle filosofare anche
lui, e dava alle sue
ricerche un aspetto
e un rigore
di logica, ch'era
veste e non
sostanza. E non
gli sarebbe mancata
la berlina ;
ma lo salvò
un certo suo
naturai buon senso
» (")• Ma
chi dai bassi
fondi della gramma-
(■*) Op. cit.,
PP- 94-5 H
oP. cit. p.
99. (3) Op.
cit. p. IDI.
O oP. cit.,
p. IOI. fr
oP. cit. p.
IOI. n oP.
cit. p. 131.
Capitolo quindicesimo 471
tica prendeva il
volo filosofico, fu
il De Sanctis,
specie quando, trovandosi
al sicuro dallo
sguardo del marchese
nella scuola pre-
paratoria, poteva lasciarsi trascinar
dal suo genio
a quell'onda di
ribellione, che avrebbe
fatto naufragare il
senno del Maestro.
E sia nella
scuola preparatoria, che
nelle lezioni private
o nell'in- segnamento del Collegio
militare, al quale
nel 1837 fu
assunto per la
stima che godeva
presso il Puoti,
che n'era ispettore, il
giovine Maestro intese
soprattutto a rinnovare
l'insegnamento grammaticale :
ne uscirono, con
la liquidazione della
grammatica ragionata, un
abbozzo di nuova
grammatica storica e
filosofica e un
saggio di una
storia dei grammatici.
« Quelle maledette
re- gole grammaticali io le ridussi
in poche, moltiplicando
le appli- cazioni e
gli esempi, e
sempre lì sulla
lavagna — Mi persuasi
che quello resta
chiaro e saldo
nella memoria, che
è ordinato sotto
categorie e schemi,
logicamente. Così nacquero
i miei quadri
grammaticali.... In pochi
mesi mi sbrigai
della gramma- tica, e
capii che lo
studio della grammatica
così come si
suol fare, per
regole, per eccezioni
e per casi
singoli, è una
bestia- lità piena di
fastidio Posi da banda
le analisi grammaticali
e l'analisi logica,
noiosissime, e feci
l'analisi delle cose,
a loro gu-
stosissime» ('). Questo al
Collegio. Nella scola
al Vico Bisi,
il lunedì e
il venerdì, quand'era
solo, l'insegnamento grammati-
cale si elevava ancora
di più. «
Parecchi anni ero
stato a leggic-
chiar grammatiche, lavorando intorno
a quella di
Basilio Puoti... Così
mi messi in
corpo i Dialoghi
della volgar lingua
di Bembo... m'inghiottii
Varchi, Fortunio e
i sottili avverti-
menti del Salviati e
la prosa dottorale
del Castelvetro e
il Bar- toli
e il Cinonio
e l'Amenta e
il Sanzio e
non so quanti
altri autori, con
approvazione del marchese
Puoti, il quale
mi van- tava sopra
tutti gli altri
il Corticelli e
il Buonmattei» (:).
Sec- catosi presto della
parte riguardante le
origini della lingua
e delle forme
grammaticali, perchè non
aveva, fondamento sodo,
in- fastidito di quel
pullular perpetuo di
regole e d' eccezioni,
stordito da tutte
quelle dissertazioni sottili
e cavillose sulle
parti del di-
scorso e sulle forme
grammaticali, ritornò ai
suoi antichi studi
di filosofia :
« quei Salviati
e quei Castelvetri
mi parevano ad-
(', Op. cit.,
pp. 141-3- C)
Op. cit., pp.
157-8. 472 Storia
della Grammatica dirittura
pigmei dirimpetto a quei grandi,
mia delizia un
giorno e mio
amore. Perciò mi
gettai con avidità sopra
i retori e
i grammatici del
secolo decimottavo, con un segreto
che mi cre-
sceva l'appetito, vedendomi sempre
addosso gli occhi
del mar- chese. Lessi
tutto il corso
che Condillac aveva
compilato a uso
di non so qual principe
ereditario. Studiai molto
Tracy e Du
Marsais. // Marchese,
sapido dei miei
studi MI perdonò,
a patto che
non valicassi i
confini della gra?nmatica,
e m'indicò un
tale, che ora
non ricordo, come
un buon scrittore
di grammatica ge-
nerale »(')• Il buon
Marchese fece anche
di più: rivide
le pro- lusioni del
giovine professore mettendoci
quello stampo tutto
suo di classicità
ideale C). «
Le prime lezioni
furono una storia
della grammatica. In
quei discorsi prendo
1' aria di
un novatore, e
trovo che tutto
va male, che
tutto è a
rifare. Ecco qui
un ritratto, come
mi venne in
quei giorni sotto
la penna. Niuna
pratica dell'arte dello
scrivere; niuna cognizione
de' nobili scrit-
tori ; malvagio gusto
; pensieri non
italiani ; un
predicar continuo purità,
correzione ; esempli
contrari di barbarismi
ed errori. [Così
la grammatica moderna
ricca di stranieri
trovati splendidi in
astratto, ma nella
pratica o falsi
o di poco
profitto, per di-
fetto della parte storica
molto è discapitata
di quella perfezione
in che fu
al cinquecento]. In
malvagio stato trovasi
la sintassi ;
squallida e incerta
è l'ortografia ;
le regole del
ben pronunziare dubbiose
e mal ferme
; niente di
certo, niente di
determinato in- torno alla
dipendenza de' tempi,
al reggimento delle
congiun- zioni; principii opposti;
opinioni contrarie »(')•
Nelle lezioni vo-
leva fare una storia
delle forme grammaticali
; « ma
al pensiero gigantesco
mal rispondeva la
cultura, attesa la
mia scarsa gre-
cità e l'ignoranza delle
cose orientali — Perciò
quella ideata storia
delle forme grammaticali,
dopo vani tentativi
appresso a Vico
ed a Schlegel,
si ridusse nei
modesti confini di
una storia dei
grammatici da me
letti.... Parlai dei
grammatici che tutto
derivavano dal latino.
Poi venni a
quelli che erano
studiosi della (')
Op. cit,, pp.
15S-160. (2) Alcuni
brani di essi
furono pubblicati ne'
Nuovi saggi critici,
col titolo Frammenti
discuoia, p. 321-37
dell'ed. di Napoli,
1903. (3) Op.
cit., pp. 161-62.
— Il periodo
tra parentesi quadre,
che qui è
sostituito dai puntini,
l'ho tratto da
un brano integro
de' Nuovi saggi
critici.] lingua, copiosi di
regole e d'esempli,
che moltiplicavano in
in- finito. Molto
m' intrattenni snl Corticelli,
sul Buonmattei, sul
Salviati e sul
Bartoli... Censuravo quel
moltiplicare infinito di
casi e di
regole che si
riducevano in pochi
principii ; quella
tanta varietà di
forme e di
significati (massime nel
Cinonio), che era
facile ricondurre ad
unità. Facevo ridere,
pigliando ad esempio
Va, il per-,
il da, irti
di sensi e
che pur non
avevano che un
senso solo. La
mia attenzione andava
dalle forme al
contenuto, dalle parole
alle idee; sicché,
sotto a quelle
apparenze grammaticali, variabili
e contraddittorie, io
vedeva una logica
animata, e tutto
metteva a posto,
in tutto discerneva
il regolare e
il ragionevole, non
ammettendo eccezioni e
non ripieni e
non casi arbitrari.
Con questa tendenza
filosofica, corroborata da
studi vecchi e
nuovi, io conciavo
pel di delle
feste i Cinquecentisti, e
facevo lucere innanzi
alla gioventù uno
schema di grammatica
filosofica e me-
todica, quale appariva negli
scrittori francesi. Dicevo
che co- storo erano
eccellenti nell'analisi delle
forme grammaticali, ri-
salendo alle forme semplici
e primitive :
così amo vuol
dire io sono
amante. La ellissi
era posta da
loro come base
di tutte le
forme di una
grammatica generale. Questo
non mi contentava
che a mezzo.
Io sosteneva che
quella decomposizione di amo in
sono amante m'incadaveriva la
parola, le sottraeva
tutto quel moto
che veniva dalla
volontà in atto.
I giovani sentivano
quei giudizi acuti
con raccoglimento, e
mi credevano in
tutta buona fede
quell'uno che doveva
oscurare i francesi
e irradiare l' Italia
di una scienza
nuova. E in
verità io sosteneva
che la gramma-
tica non era solo
un'arte, ma ch'era
principalmente una scienza:
era e doveva
essere. Questa scienza
della grammatica, malgrado
le tante grammatiche
ragionate e filosofiche,
era per me
ancora un di
là da venire.
Quel ragionato appiccicato
alle grammatiche era
una protesta contro
la pedanteria passata,
e voleva dire
che non bastava
dare le regole
ma che di
ciascuna regola bisognava
dare i motivi
e le ragioni.
Paragonavo i grammatici
o accoz- zatori
di regole agli
articolisti, che credevano
di sapere il
Co- dice, perchè si ficcavano
in capo gli
articoli, parola per
parola, e numero
per numero. Ma
quel ragionare la
grammatica non era
ancora la scienza. Così
il De Sanctis,
erudito primamente sul
Soave in un'at-
mosfera filosofica, passato poi
per il purismo
del Puoti, ritor-
nato con maggior maturità
alla scienza, veniva
a una generale
liquidazione di tutti
i grajnmatici antichi
e moderni, cioè
della grammatica ragionata
in ispecie, e
della grammatica precettiva
in genere, ma
non della grammatica
come scienza. Che
nella sua critica
negativa superasse la
grammatica ra- gionata e
creasse veramente la
scienza non si
può dire: intera-
mente, come s'è visto,
non si appagò
dei migliori grammatici
filosofici di Francia,
come il Du
Marsais ; ma
egli, almeno nel
periodo del suo
primo insegnamento, secondo
quanto narra lui
stesso, rimase sempre
sotto la loro
influenza. Anche nella
parte pratica, nel
metodo, egli arieggia
molto davvicino il
Du Mar- sais ('),
superandolo nella abilità
di trasformar la
grammatica in critica
concreta dell'opera d'arte.
La sua concezione
della gram- matica, o
meglio del linguaggio,
pur avendo egli
concepito una grammatica
scientifica o estetica,
è la medesima.
Va però subito
detto a lode
del De Sanctis,
che egli stesso
ebbe coscienza, negli
anni maturi, della
manchevolezza del sistema.
Racconta infatti :
« così trovavo
nella logica il
fondamento scientifico della
gramma- tica ; e
finché mi tenevo
nei termini generalissimi
di una gramma-
tica unica, come la
concepiva Leibnitz, il
mio favorito, la
mia corsa andava
bene. Ma mi
cascava l'asino, quando
veniva alle differenze
tra le grammatiche,
spesso in urto
con la logica,
e originate da
una storia naturale
o sociale, piena
di varietà e
poco riducibile a
principi fissi. Per
trovare in quella
storia la scienza,
si richie- deva altra
cultura e altra
preparazione. Nella mia
ricerca del- l'assoluto, avrei voluto
ridurre tutto a
fil di logica,
e concor- dare insieme
derivazioni, scrittori e
popolo; ma, non
potendo sopprimere le
differenze e guastare
la storia, ponevo
1' ingegno a
dimostrare la conformità
del fatto grammaticale
con la logica,
della storia con la scienza»
(2). Quell'avvertita irrudicibilità delle
differenze tra le
varie grammatiche e
principi fissi dimostra
chia- ramente che il
De Sanctis intuiva
dov'era la soluzione
del pro- blema :
e a lui
non filosofo di
professione ciò non
è scarso titolo
d'onore; il dissidio
egli lo compose,
e in grado
eccellente, insuperato, nella
critica, nella quale
la parola viva,
la grammatica parlata
dall'arte, fu da
lui illustrata in
tutta la sua
forza espres- siva :
scientificamente toccò, in
quegli stessi anni,
il risolverlo a
Guglielmo di Humboldt,
col quale e
col suo seguace
e corret- tore Steinthal si
può veramente affermare
che la grammatica
sia esclusa dall'orbita
della filosofìa, sebbene
non avvenisse an-
cora l' identificazione
della linguistica generale
con l'estetica, che
è stata fatta
solo recentemente. Nelle
difficoltà in cui
si dibattè il
De Sanctis di
conciliare la grammatica
generale con le
grammatiche particolari, si
tro- varono impigliati quanti,
anche per impulso
della Critica della
ragioyi ptira del
Kant, intesero «
alla ricerca delle
relazioni fra pensiero
e parola, fra V
unicità logica e
la molteplicità dei
lin- guaggi » (l)j
ricerca che, per
altro, non era
nuova, ma che
aveva già dato
origine in Francia
alla grammatica generale.
Il primo tentativo
« di applicare
le categorie kantiane,
dell' intuizione (spazio
e tempo) e
dell'intelletto» al linguaggio
(") (riassumo, non
potendolo qui integralmente
riferire, dal paragrafo
XII della parte
storica de\V Estetica del
Croce), fu compiuto
dal Roth (1815),
mentre sullo stesso
argomento, verso il
primo decennio del
se- colo, avevano speculato
il Vater, il
Bernhardi, il Reinbeck,
il Koch :
pensiero dominante de'
quali era la
differenza « tra
lingua e lingue,
tra la lingua
universale, corrispondente alla
logica, e le
lingue storiche ed
effettive, che son
turbate dal sentimento,
dalla fantasia, o
come altro si
chiami l'elemento psicologico
della differenziazione ». Si distingueva
una linguistica generale
da una linguistica
comparata (Vater) ;
la lingua, allegoria
dell'intelletto, •si considerava
organo della poesia o
organo della scienza
(Bern- hardi) ; si
ammetteva una. grammatica
estetica e una
gramma- tica logica (Reinbeck)
; si proclamò
persino che l' indole
della lingua si
deve desumere dalla
psicologia, non dalla
logica (Koch). Residui
intellettualistici
s'avvertono ancora nell'Humboldt
pel quale logica
e linguaggio sembrerebbero
identificarsi sostan- zialmente e
diversificare solo storicamente,
e il linguaggio
stesso (') Croce,
Estetica, p. 342.
(:') Recentemente G.
Piazza ha tentato
dimostrare che La
teoria kantiana del
giudizio era stata
già intuita e
fissata nella sintassi
de' Greci (Roma.
1907); ma è
stato confutato dal
Cróce, in La
Critica, V, 396.
476 Storia della
Grammatica parrebbe un
qualcosa fuori dell'uomo
che l'uomo fa
rivivere con l'uso.
Ma il grande
filosofo trovò il
vero concetto del
linguag- gio. La lingua
— egli pensò
— nella sua
realtà è un
prodursi e un divenire, non
un prodotto ; è un'attività
(èvegyeia), non un'opera
(ègyov). « La
lingua propria consiste
nell'atto stesso del
produrla nel discorso
legato: questo soltanto
bisogna pen- sare come
primo e vero
nelle ricerche che
vogliono penetrare l'essenza
vivente della lingua.
Lo spezzettamento in
parole e regole
è il morto
artificio dell'analisi scientifica»^). Il
lin- guaggio nasce spontaneo
da un bisogno
interno. Esiste perciò
— ed ecco
la vera scoperta
dell'Humboldt di fronte
ai gram- matici logici
universali — una
forma interna del
linguaggio («in- nere Sprachform»), che
non è il
concetto logico, né
il suono fisico,
ma la veduta
soggettiva che l'ìiomo
si fa delle
cose. Questa forma
interna « è
il principio di
diversità proprio del
linguaggio, oltre il
suono fisico: è
l'opera della fantasia
e del sentimento,
è l'in- dividualizzazione del concetto.
Congiunger la forma
interna del linguaggio
col suono fisico,
è l'opera di
una sintesi interna
: " e
qui, più che
in altro, la
lingua ricorda, nelle
più profonde ed
inesplicabili parti del
suo procedere, l'arte.
Anche lo scul-
tore e il pittore
sposano l'idea alla
materia, e anche
la loro opera
si giudica secondo
che quest'unione, quest'
intima com- penetrazione sia opera
del genio vero,
o che l' idea
separata sia stata
penosamente e stentamente
trascritta nella materia
con lo scalpello
e col pennello
"» (')• Ma
linguaggio ed arte
nell'Hum- boldt non s'
identificano : e
questo è il
difetto della sua
dottrina, che tirò
seco non tenui
contraddizioni, come quella
circa il ca-
rattere differenziale della poesia
e della prosa.
L'Humboldt non vide
esattamente « che
il linguaggio è
sempre poesia, e
che la prosa
(scienza) non è
distinzione di forma
estetica, ma di
con- tenuto » ('),
sebbene intorno a questi due
concetti, compresi in
senso filosofico, abbia
manifestato profonde vedute.
La teoria linguistica dell'Humboldt fu
integrata dal suo
maggior seguace, lo
Steinthal il quale,
nella polemica sostenuta
(M Ueb. d.
Verschiendenheit d. menschl.
Sprachbaucs (1836), opera
postuma (2M ed.
a cura di
A. F. Pott,
Berlino, 1880, pp.
54-6), in Croce,
op. cit., pp.
346-7. (2) Croce,
op. cit., p.
347. (8) Croce,
op. cit., p.
349. Capito/o quindicesimo
477 coll'hegeliano Becker,
«autore degli Organismi
del linguaggio, uno
degli ultimi logici
della grammatica »,
dimostrò, pur tra
af- fermazioni talvolta eccessive,
« che concetto
e parola, giudizio
logico e proposizione
sono incomparabili. La
proposizione non è
il giudizio; ma
è la rappresentazione ( Darstellung) di
un giu- dizio: e
non tutte le
proposizioni rappresentano giudizi
logici. Parecchi giudizi
possono esprimersi in una
proposizione unica. Le
divisioni logiche dei
giudizi (i rapporti
dai concetti 1
non hanno corrispondenza nella
divisione grammaticale delle
propo- sizioni. " Parlar
di una forma
logica della proposizione
è una contraddizione non
minore che se
si parlasse àttW angolo
di un cerchio
o della periferìa
di un tria?igolo
". Chi parla,
in quanto parla,
non ha pensieri,
ma linguaggio»!1). Senza
entrar ora nel
merito degli altri
problemi trattati dallo
Steinthal, come quello
circa l'identità deWorigine
e della natura
del linguaggio che
esattamente risolvette, e
l'altro delle relazioni
tra poetica, rettorica
e linguistica, cioè
tra linguaggio e
arte che interessa
propriamente l'estetica, e
che purtroppo lo
Steinthal lasciò insoluto,
perchè non arrivò
mai ad affermare
che «parlare è
parlar bene e
bellamente, o non
è punto par-
lare», a noi basterà
l'osservar, qui, conchiudendo,
il nostro di-
scorso che coli' Humboldt e con lo
Steinthal, in quanto
l'uno integra l'altro
e lo rende
coerente nella parte
linguistica, si ha
un primo notevole
superamento della grammatica,
non essendo questa
soluzione pregiudicata dalla
mancata identificazione di
arte e linguaggio
: la liberazione
del linguaggio dalla
logica, la riconosciuta
completa autonomia del
linguaggio da categorie
di qualsiasi altra
specie che non
siano la sua
forma interna essen-
ziale, rappresentano la prima
vera vittoria della
critica nega- tiva della
grammatica. La dissoluzione
della quale viene
così a coincidere
perfettamente con l'avvento
della scienza. IL
La ribellione e
la reazione alla
grammatica ragionata quale
si era venuta
sistemando in Italia,
se non assunsero
dovunque quel grado
e quel tono
che ebbero nel
De Sanctis, seguirono,
(') Croce, op.
cit., pp. 349-50.
478 Storia della
Grammatica però, su
per giù, il
medesimo sviluppo e
i medesimi motivi:
da una parte
riusciva difficile specie
a letterati di
più largo ingegno,
come vedremo accadere,
p. es., al
Giordani (il Puoti
stesso ab- biamo visto
concedere al De
Sanctis uno studio
discreto di quella
grammatica), il chiuder
gli occhi a
quelle elevate e
scin- tillanti
investigazioni logiche che
sulle lingue avevan
condotto i Francesi,
incomparabilmente più geniali
e profondi dei loro
epigoni italiani; l'aria
era impregnata di
logicismo, tutto suo-
nava filosofia, il secolo
era chiamato dei
lumi: chi può
sottrarsi alla forza
delle cose e
del tempo? dall'altra,
la vacuità di
quel nuovo formalismo,
pel fine pedagogico
che ora s'imponeva,
non richiedeva tanto
un troppo elevato
spirito filosofico per
essere avvertita, quanto
il fatto stesso
dell'esperienza dello studio
lin- guistico: si poteva
credere, ancora, nella
grammatica generale, raccomandarne
l'utilità (e come
si potesse fare
anco per ispirito
d' imitazione e per
servilismo verso la
moda corrente, non
oc- corre dire); ma,
già, anche a
tacer d'altro, con
la grammatica generale
eravamo già fuori
del campo de'
bisogni pratici :
la grammatica generale
è come un'estetica
logica della lingua,
quindi filosofia, e
noi sappiamo che
la scienza non
è espediente didattico,
mentre il motivo
principale dell'interesse linguistico
era ora in
Italia più pratico
che teorico. L'assoluta
inefficacia inoltre della
grammatica logica a
dirigere l'apprendimento della
lingua e l'esercizio
dello scrivere doveva
essere tanto più
forte- mente sentita, quanto
più dilagava il
francesismo nella lingua
e nello stile
: il ritorno
alla vecchia pratica
grammaticale e al- l'
osservazione dei lodati
scrittori, doveva apparire
come una urgente
necessità ; e
vi si ritornò
infatti con fede
rinnovellata e sotto
la bandiera del
più rigoroso purismo
inalberata dal Bembo
dell'Ottocento, Antonio Cesari,
coronato alfiere dall'Accademia livornese,
qual s'era mostrato
degno d'essere con
la nota Dis-
sertazione del 1809 sopra
lo stato presente
della lingua ita-
liana^}; e, in ogni
modo, con o
contro il Cesari,
pel Trecento o pel Cinquecento,
per gli scrittori
o pel popolo,
la pratica do-
veva prevalere sulla teoria
astratta ; perfin
nella grammatica em-
(') In Opuscoli
linguistici e letterari
di Antonio Cesari,
raccolti, ordinati e
illustra/i ora la
prima rolla da
Giuseppe Guidetti, Reggio
d'Emilia, Collezione storico-letteraria presso
il compilatore, [1907].
Capitolo qui udii
r si ino
479 pirica, normativa,
tradizionale, presso non
gli scapigliati ma
i pedanti, la
vecchia fede se
non scossa, certo
fu illanguidita. La
tradizione puristica, peraltro,
non era stata
interrotta nella seconda
metà del Settecento,
neppur quando più
imperversò la bufera
del filosofismo francese.
Già prima che
il rappresen- tante più
autorevole di esso
in Italia, il
Cesarotti, fosse stato,
appunto in nome
della vecchia grammatica,
contraddetto — ri-
cordammo già, tra gli
altri, l'ab. Velo
— « con uno stile
forbito e piccante
», come dicono
i suoi editori
del 1824, si
sforzava Girolamo Rosasco
(1722-1795) « di rivendicare ai
Fiorentini il tanto
contrastato primato intorno
all'origine ed al
governo della favella
», introducendo nei
suoi Dialoghi sette
della Lingua to-
scana a pontificare il
Corticelli su lesecolari
questioni, sull'au- torità dei
grammatici, sulla necessità
imprescindibile dello studio
della grammatica, di
contrastare al nuovo
sistema de' letterati
propugnanti l'uso d'un'altra
lingua diversa dalla
fiorentina, con tutto
il bagaglio de'
vecchi argomenti grammaticali
e rettorici in
favore della purità,
della armonia e
dolcezza della pronunzia
fiorentina, dell'elegante stile,
e con le
vecchissime distinzioni di
discorso impensato e
di discorso pensato.
« Eh via,
la legge che ne obbliga
a studiare la
grammatica, è giustissima,
e chiun- que brama
riportar gloria dal
materiale della scrittura,
dovrà o bere
o affogare, siesi
chi egli si
vuole ». E
cita in sostegno
il Salviati, Quintiliano
e altri (').
Va notato peraltro
che il Rosasco
non solo propugna
la necessità di
uniformarsi anche all'uso
moderno, ma giudica
ancora, sebbene coi
soliti argomenti estrin-
seci, che « non
dobbiamo per conto
alcuno desiderare la
per- fezione delle grammatiche,
si perchè non
si può questo
desiderio avere, senza
desiderare insieme la
estinzione della lingua
; sì perchè
quando siamo obbligati
a scriver solo
secondo le regole
e' precetti dell'arte
prescritti, non è mai possibile
rendere le nostre
scritture eccellenti »(')
: residui, come
ognun vede, delle
dottrine estetiche prevalenti
nel senso che
volevano conciliare il
rigore grammaticale col
criterio della libertà
individuale : tem-
perato purismo, che, mentre
per un lato
moveva dall'antica tra-
(') Ed. della
Bibl. scelta, Milano,
Silvestri, 1824, voi.
II, pag. 218
e segg. (2)
Op. cit., pp.
67-8. 480 Storia
della Grammatica
dizione grammaticale del
classicismo, per l'altro
era reso possi-
bile dal non essersi
ancora la lingua
italiana inoltrata pel
de- clivio della cosiddetta
corruzione francesistica. Quando
questa si accentuò
maggiormente, era naturale
che l'iniziativa del
riparo partisse dalla
Crusca custode gelosa
del patrimonio linguistico:
e già il
ricordato Borsa nel
1785 prote- stava contro
il decadimento della
lingua, e nel
1798 da Losanna
un suo Accademico,
Federico Haupt, scriveva
la Lettera dun
tedesco stili'
infranciosamento dello stile,
com'è naturale che la rifioritura
linguistica fosse più di vocabolario
che di gramma-
tica ; lo stesso
lavorìo grammaticale, il
più notevole dei
primordi del secolo
XIX, s'aggirò, come
vedemmo, intorno a
quella parte della
grammatica che è
più intimamente connessa
col vo- cabolario, i
verbi, di cui
sorsero parecchi prospetti
e teoriche. E
a studi di
lingua, ossia di
vocabolario, si era
volto nel 1806
l'Istituto lombardo, fondato
dal Bonaparte nel
1797 e convocato
a Bologna nel
1803, di cui
era segretario quel
Luigi Muzzi che
già incontrammo quale
autore del curioso
libro sulle Permutazioni
dell' italiana orazione,
e che, dopo
essersi divertito e
gingillato intorno a
problemi filosofici secondo
la moda d'allora
pe' quali non
era affatto portato,
si immerse talmente
negli studi gram-
maticali e lessicali e
con si vero
spirito di devozione
alla Crusca, che
il Monti doveva
titolarlo più tardi
« il più
fatuo pedantuzzo che
mai facesse imbratti
d'inchiostro » (l).
Partecipò nel 1809
al concorso dell'Accademia livornese
con un lavoro
Dello siato e
del bisogno di
nostra lingua, ma
il manoscritto, per
ragioni regolamentari, non
fu accettato. Come
sappiamo, di quel
concorso il trionfatore
fu Antonio Cesari,
odiatore quanto il
Giordani, delle dottrine
del Cesarotti, che,
se avevano ancora
seguaci dal Romani
al Nardo, andavano
però perdendo terreno
sempre più :
quegli stessi che
le propu- gnavano —
si avverta inoltre
— erano assai
più temperati del
maestro e si
guardarono meglio di
lui dall'esser accusati
di gal- lofilia :
verso l' italianità era
un desiderio e
un moto generale,
cui favoriva la
ridesta coscienza nazionale:
cesariani e pertica-
riani o mondani,
neopuristi della prima
maniera (cioè anteriore
al 1815) e
della seconda, tutti
concordavano non solamente
nel- (') In
Mazzoni, L'Otl., p.
315. Capitolo quindicesimo
481 l'avversare i
criteri troppo licenziosi
de' cesarottiani, ma
ne! volere —
auspice la Crusca
per la quinta
volta rimessosi nel
1813 alla ricompilazione del
Vocabolario — che
alle sottili fantasti-
cherie sulle ragioni delle
lingue si sostituisse
il lavoro concreto
e modesto del
raccogliere e del
vagliare voci e
locuzioni del buon
uso e a riprendere l'osservazione grammaticale
secondo le migliori
tradizioni del Cinquecento.
Il Balbo nel
181 1 scriveva al
Vidua una lettera
sulla lingua italiana
per muover lamenti
intorno le tante
esagerazioni e confusioni
pratiche e teoriche
del filosofismo che
non giovavano punto
alla causa della
lingua : e
il Vidua raccomandava
nel 1815 a un compatriotta
che, an- dando a
Firenze come avevan
fatto già l'Alfieri
e il Goldoni,
e avrebbe fatto
il Manzoni e
avrebbero consigliato al
Cavour, non trascurasse
di recarsi la
mattina in Mercato
Vecchio ad ascoltar
il pizzicagnolo e le contadine.
E alla Crusca
stendeva la mano
l'Istituto lombardo per
proseguire concordi all'opera
d'amplia- mento del Vocabolario:
né le ripulse
dell'Accademia orgogliosa e
gelosa delle sue
secolari tradizioni né
i risentimenti e
le irri- tazioni, causa di
tante guerre anche
personali, che esse
provo- carono nel Monti,
poterono mai dividere
gli animi concordi
nella comune avversione
al logicismo, alle
metafisicherie di provenienza
franco-cesarottiana, nonostante che,
per quanto riguarda
i criteri particolari
dell'uso linguistico italiano
(pratica, dunque, non
scienza), facilmente potessero
incontrarsi col Cesarotti
in un vivo
desiderio di libertà,
e spesso inconsciamente (come
sarà av- venuto al
Leopardi) (' ),
non soltanto gli
antipuristi come il
ce- sarottiano Torti
di Bevagna, ma
letterati meno bollenti
nella se- colare battaglia. N'è
prova l'atteggiamento assunto
dal capo riconosciuto
de' classicisti, il
Giordani, nelle contese
tra il Cesari
e il Monti
e il Perticari
: « richiesto
del vero valore
di alcune voci
tolte dal greco,
rispose [al Monti]
e colse quell'occasione per
lodare l'opera e
il suocero e
il genero, ma
anche per addimostrare
al- cune sviste di
essi due correttori
degli altri, e
per augurare che
gli avversari si
riconoscessero invece compagni,
come quelli che
insomma avevan un
fine medesimo e
uno stesso desiderio
» ('). (')
Cfr. F. Colagrosso,
La teoria leopardiana
della lingua, Na-
poli, 1905 (Estr. d.
Rend. Accad. Arch.
Lett. e B.
A. in Napoli,
XIX), P- 55
sgg. (2) Mazzoni,
op. cit.. p.
315. C. Trabalza.
31 482 Storia
della Grammatica Pure,
il Giordani è
appunto uno di
quei puristi che
racco- mandavano ai giovanetti
il Du Marsais
e il Beauzée.
« I volumi
della Enciclopedia Metodica
ne' quali è
trattata la grammatica
e l' eloquenza ti
possono essere utili.
Gli articoli rettorici
di Marmontel non mi paiono
più che mediocri
; quelli di
Jancourt assai meno
che mediocri. Ma
bellissimi i grammatici
di Du Marsais,
e di La-Beauzée.
E il conoscere
e adoperare filosofi-
camente la lingua è
gran virtù di
eccellente scrittore. E
pron- tamente si applica
alla nostra quel
che è notato
della francese »(1).
Ma che cosa
significa adoperare filosoficamente mia
lingua ? specie
quando la si
consideri, come fa
il Giordani, cosa
diversa dallo stile?
Interrompi, consiglia, con
la lettura di
quegli arti- coli, «
lo studio che
devi far della
lingua, e preparati
a quello che
poi farai dello
stile. Perchè io
giudico che quello
della lingua debba
precedere. Non si
dee prima sapere
qual sia la
materia de' colori
; poi imparare
ad impastarli e
mescolarli ; poi
esercitarsi a collocarli,
e accordarli ? » (io).
« Tutto lo
scrivere sta nella
lingua e nello
stile; due cose
diversissime egualmente necessarie.... I
vocaboli e le
frasi sono i
colori di questa
pittura; lo stile
è il colorito.
— Ora persuaditi,
caro Eugenio, che
l'ac- quisto de' colori
sia fatica della
memoria : l'uso
del colorito sia
esercizio d'ingegno, disciplina
di buoni esempi,
di pochi pre-
cetti, di moltissima osservazione,
di molta pratica
» (p. 152).
« Ho letto
molti antichi e
moderni che vollero
esser maestri :
ho perduto tempo
e acquistato noia,
senza profitto. Veri
maestri ho trovato
gli esempi de'
grandi scrittori »
(p. 153). Tra
i mo- derni consiglia, tuttavia
« il breve
trattato del Condillac,
Art d'écrire. Di
tutto quel libro
abbastanza buono, m' è rimasto
in mente questo
solo principio, molto
raccomandato da lui
= de la
plus grande liaison
des idées ....
Vero è che
quel legame delle
idee non deve
esser sempre logico
; ma secondo
la materia che
si tratta, dev'esser
pittorico o affettuoso;
di che i
moderni intendon pochissimo
: gli antichi
vi furono meravigliosi
» (pa- gine 153-4).
In questo guazzabuglio
di vedute, d'idee
e di prin-
cipi, c'è tutto, meno
lo spirito filosofico
: dal che
si vede quanto
(') A un
giovane italiano -
Istruzione per l'arte
di scrivere, in
Scritti di Giordani,
ed. Chiarini, in
Firenze.] poco fosse compresa
e con quanto
poca convinzione raccoman-
data la grammatica generale
del Du Marsais
e del Beauzée.
Il nume che
agitava interiormente il
Giordani e i
degni suoi com-
pagni d'arme non era
la filosofia, ma
lo spirito italiano
che si rinnovava,
rinnovamento che alla
coscienza di molti
si presen- tava come
un problema di
lingua : donde
il calore con
cui si davano
a questi studi.
Il Giordani, mosso
dall'invito dell' Acca-
demia italiana, « non
per rispondere »
ad essa, per
ciò che «
questa materia non
sia d'ozio letterario
.... ma importi
non poco all'onore
d'Italia », si
dà ad abbozzare
una Storia dello
spirito pubblico d' Italia
per 600 considerato
nelle vicende della
lingua (1811) (')
e alcuni anni
più tardi (1825),
discorrendo in una
lunga lettera al
Capponi di una
raccolta in trenta
volumi che intendeva
fare delle migliori
e men note
prose della nostra
letteratura, allargando e
colorendo le linee
di quel primitivo
ab- bozzo, esprimeva l'opinione
che l'ordine escogitato
lo menerebbe «
quasi per una
storia della nazione
e della lingua
» ("), e
che dalla somma
dei particolari discorsi
introduttivi ne sarebbe
de- rivato « quasi
un ritratto filosofico
delle menti italiane
per quat- tro secoli
». « Perciocché
io considerando la
lingua come uno
specchio, nel quale
cadano tutti i
concetti da tutti
i pensanti della
nazione, e dal
quale nella mente
di ciascuno si
riflettano i pensieri
di tutti ;
volli con diligenza
di storico e
sagacità di filosofo
esaminare il vario
corso del pensare
italiano per le
ve- stigia che di
mano in mano
lasciò impresse nel
variare delle lingua;
della quale i
vocaboli e le
frasi, o nuovamente
intro- dotte, o dall'antico
mutate, fanno certissimo
testimonio (a chi
'1 sa interrogare)
d'ogni mutamento nella
vita intellettiva del
po- polo » (p.
181). Così il
Giordani si riallaccia
al Napione. Tra
il Napione e
il Giordani spicca
anche per questo
ri- guardo il Foscolo,
(3) che nella
celebre orazione, recitata
a Pavia (')
Opere, t. IX:
« Scritti editi
e postumi pubbl.
da Antonio Gus-
salli », Milano,
1856, voi. II,
pp. 405-10. f;)
Scritti, ed. Chiarini,
già cit., p.
179. (3) Per
l'eccellente posizione che
occupa il Foscolo
nella storia della
critica, oltre che
le note pagine
del De Sanctis,
vedi Croce, Per la storia
della critica ecc.,
già cit., p.
9 e 27, Trabalza, Studi
sul Boccaccio cit.,
p. 79 sgg.
e 108 sgg.,
e Borgese, Storia
della critica romantica
cit. (p. 184
sgg.), libro —
è superfluo avvertirlo
— 484 Storia
della Grammatica nel
1809 per l'inaugurazione degli
studi, Dell' origine
e dell'uf- ficio della
letteratura e nelle
Lezioni di eloquenza
che le tennero
dietro, e particolarmente in
quella del 3
febbraio 1809 su
la Lingua italiana
considerata storicamente e
letterariamente , (l) e
ne' sei Discorsi
sulla lingua (")
italiana parlava della
nostra lingua coi
medesimi spiriti e
intendimenti d'italianità, in
modo vera- mente vivace.
« Nella sua
Prolusione », ripeteremo
col De San-
ctis, « tenta
una storia della
parola sulle orme
del Vico, censu-
rata da parecchi in questo o
quel particolare, ma da' più
am- mirata, come nuova
e profonda speculazione.
Il suo valore,
anzi che nelle
sue idee, è
nel suo spirito,
perchè non è
infine che una
calda requisitoria contro
quella letteratura arcadica
e acca- demica, combattuta da
tutte le parti
e resistente ancora,
contro quella prosa
vuota e parolaia,
e contro quella
poesia che suona
e che non
crea » (3).
« Nessuno ha
considerato, » scriveva
il Fo- scolo, «
filosoficamente le origini,
le epoche e
la formazione di
essa [lingua italiana],
affine di conoscere
per via d'analogia
i principi, i
progressi oscurissimi delle
formazioni e trasformazioni di
tante altre lingue
» (4). «
La storia d'una
lingua, » ecco
il suo preciso
punto di vista
— « non
può tracciarsi se
non nella storia
letteraria della nazione
; né la
storia può somministrare
fatti certi e
fondamentali a trovare
in materie intricatissime il
vero, se non
per mezzo di
epoche distinte, in
guisa che le
cause non diventino
effetti, e gli
effetti non sieno
pigliati per cause
»('). che dev'esser
tenuto sempre presente
per tutto questo
periodo, perchè, se
le idee sulla
lingua de' vari
critici che vi
sono criticati poca
luce diffondono sulle
loro teorie poetiche,
utilissimo è invece
conoscere la portata
critica di esse
per chi fa
la storia della
lingua. (') In
Opere edite e
postume di Ugo
Foscolo, Firenze, Le
Mon- nier, 1850,
voi. II. (0
Ed. cit., voi.
IV. (3) In
Trabalza, op. cit.,
p. 80. (')
Voi. IV cit.,
pag. 109. (5)
Voi. cit., pag.
112. — È
evidente l'affinità tra
il metodo del
Foscolo e quello
del Napione; ma
com'è più profonda
la visione del
Fo- scolo, così essa
in certo senso
precorre ancor meglio
il principio moderno
onde si vorrebbe
indagata la storia
della cultura nella lingua,
special- mente in quanto
si serve del
metodo monografico per
periodi di af-
finità spirituali. Notevolissima sotto
questo rispetto è una pagina
della Lez. II
di Eoa. (è
la 82 del
voi. II) dove
illustra il principio:
La let- teratura
è annessa alla
lingua. Capitolo quindicesimo
485 Nel fatto,
il Foscolo intravvede
così in confuso
l'identità di lingua
e pensiero, e
nell'evoluzione linguistica uno
svolgimento spirituale, mostra
cioè una vaga
coscienza del problema
lingui- stico, e il
suo sforzo di
risolverlo, anche se non felice,
è già un
progresso. Particolarmente notevoli,
anche per la
ragione pedagogica, in
cui però, come
sappiamo, ben si
riflette la scienza
teorica, son le
pagine che scrive
sulla dottrina dantesca
del Volgare illustre.
Ne riferiamo volentieri
un brano che
ci tocca davvicino.
« Su ciò
che Dante previde
con occhio sicuro
egli fondava pochi
principi generali intorno
alla legislazione gram-
maticale. Erano inerenti alla
condizione e alla
natura della lingua,
onde operarono sempre
e quando vennero
applicati da parecchi
scrittori, e quando
vennero trascurati da
altri, o negati
ostinatamente da molti
; ed operarono
fin anche negli
scritti di chi
li negava ed oggimai
l'esperienza ha convinto
la più gran
parte degl'Italiani, che
la loro lingua
letteraria non può
pro- sperare senza l'applicazione dei
principj di Dante»:
principi metafisici, dice
il Foscolo, «
annunziati in tempi
ne' quali la
filo- sofia, l'arte dialettica,
e la teologia
erano tutt' uno »,
e tali da
intricarsi a vicenda,
e perciò un
po' oscuri forse
allo stesso Dante.
Al qual punto
il pensiero del
Foscolo corre al
« Locke che
facilitò lo studio
delle analisi delle
idee, e quindi
della na- tura delle
lingue, e al
Condillac che illustrò
questa difficilissima parte
della metafisica » (l). Ma
il fine supremo
di tali studi
era per tutti
questi spiriti italiani
« raggiungere le
nazioni che appresso
a noi surte
ci sor- passarono »
('), e poiché
il mezzo non
sembrava potesse esser
la (') Voi.
cit., pp. 188-190.
(*) Giordani, Scritti. cit., ed.
Chiarini, p. 182.
Si richiamino a
tal proposito —
e si tengano
presenti in questo
capitolo anche peraltro
— ■ le relazioni
d'amicizia personale che corsero
tra maggiori e
minori rappresentanti di
questo movimento d'italianità
che s'agitava nelle
questioni linguistiche. V.
specialmente G. Guidetti,
La questione linguistica
e l'amicizia del
padre Antonio Cesari
con Vincenzo Monti,
Francesco Villardi ed
Alessandro Manzoni narrata
con l'aiuto di
docu- menti inediti, Reggio
d'Emilia, 1901 ;
— dello stesso,
Antonio Cesari giudicato
e onorato dagl'italiani
e sue re/azioni
coi contemporanei con
documenti inediti, Reggio
d'Emilia, 1903; e
Alfonso Bertoldi, Pietro
Giordani e altri
personaggi del tempo
in Prose critiche
di storia e
d'arte, Firenze, 1900.
486 Storia della
Grammatica filosofia, lo
studio cioè dei
problemi della natura
del linguaggio, ma
lo studio pratico
della lingua che
non si doveva
lasciare adulterare, da
più parti, non
i soli fiorentini,
ma tutti gl'italiani
si diedero e
intesero con viva
fede e non
tenue sentimento d'ita-
lianità all'opera di restaurazione, che
un diffuso lavorìo,
specie nell'Italia centrale
e particolarmente nell'Emilia,
nelle Romagne, nelle
Marche, nell'Umbria, a
Roma, di traduzioni
dai classici latini
e greci, condotto
con superficiale ma
sincero sentimento e
gusto di bellezza
formale, favorì grandemente.
Il mondano, e
avversario della Crusca,
Lamberti nel 1809
pubblicava con aggiunte
e correzioni Le
Osservazioni del Ci-
nonio, rimanendo però
a metà in
causa della sua
morte. Nel 1813
riusciva alla luce
la vecchia raccolta
del Pistoiesi, Prospetto
dei verbi toscani
tanto regolari che
irregolari (l) e
il Casarotti, tor-
nava a discorrere Sopra
la natura e
l'uso dei dittonghi
italiani — trattato
— ("). Nel 14 il
Mastrofini pubblicava Teoria
e prospetto ossia
Dizionario critico de
verbi italiani coniugati
specialmente degli anomali
e mal noti
nelle cadenze (:i).
E un compilatore
nel 1820, in
Milano, riassumeva tutto
questo lavorìo intorno
ai verbi :
Teorica dei Verbi
italiani cotnpilata sulle
opere del Ci-
nonio, del Pistoiesi,
del Mastrofini e
di altri, e
cinque anni dopo
a una compilazione
ancor più ricca
attendeva il Roster.
Questo gruppo di
lavori — com'è
facile avvertire —
si ran- noda a
quella tradizione grammaticale
che appunto col
Cinonio iniziava nella
prima metà del
Secento la trattazione
di categorie particolari
della grammatica giunta
allora al suo
completo sviluppo nel
suo schema generale
per opera del
Buonmattei ; ma
non è certamente
estraneo a quell'esigenze di
osservazione diretta sul
materiale della lingua
a cui si
sforzava di soddisfare
il purismo che
appunto in quegli
anni si affermava
solennemente con la
vit- toria del Cesari.
Il punto di
vista è infatti
ancora il retorico,
come precettivo è
l'intendimento, anche se
uno di quei
quattro autori, il
Casarotti, si abbella
nella sua esposizione
del culto professato
alla dottrina del
Vico che cita
in più luoghi ('):
mentre, (') Pisa,
Capurro, nuova ed.
riv. e corr.
— La prima ed. aveva
visto la luce
a Roma, nel
1761. (s) Padova,
nel Seminario. (*)
Roma, De Romanis.
(4) Anche l'ab.
Greco, il grammatico
consigliere del Puoti,
aveva Capitolo quindicesimo
487 d'altra parte,
non è identificabile con quello delle
grammatiche ragionate, anche
se un altro,
il Mastrofini, segue
l'autorità del Varano,
di Ossian, del
Cesarotti. I tempi
non potevano non
eser- citar la loro
influenza : il
Vico ormai cominciava
a non esser
più una sfinge,
e ciascuno degli
altri scrittori godeva
il favor po-
polare. Vedasi come il
Casarotti, che indubbiamente
non va con-
fuso coi grammatici di
bassa lega, citi
il Vico. Egli,
mosso alla sua
trattazione dalla necessità
di sistemare una
notevole serie di
fatti, che inosservati
danno luogo a
molti inconvenienti, con-
stata che « i
dittonghi mobili non
sono il centesimo
permalosi dei fermi,
e senza sdegno
stanno in bando
da parecchie voci,
alle quali avrebbero
diritto di entrare.
Priemo, truovo, pruova,
ed altre già
l'hanno quasi dimenticato.
In questa parte
verificasi la sentenza
del profondissimo e
oscurissimo Vico (Pr.
di Se. N.
Della Sapienza Poetica
lib. II, Corollarj
d'intorno alle origini
della locuzione ecc.),
che i Dittonghi
ne' principj delle
lingue sono in
assai più numero,
e che a
poco a poco
si scemano »
('). E sul
Vico stesso si
appoggia per mostrare
l'obbligo degli Ita-
liani a non bandirli
« nella lingua
che riceve da
essi pienezza e
varietà di suono,
due qualità carissime
all'armonia, ed al
canto. Di fatti
i Dittongi, se
hanno valore i
pensamenti del citato
filo- sofo napoletano, del
primo canto de popoli
faìino gran pruova»:
e specialmente non
dovrebbero bandirli i
poeti, poiché «
l'espres- sione poetica è
tanto vaga d'indipendenza da
ogni fastidiosaggine grammaticale,
che talvolta per
lo disprezzo di
certe rigide leggi
acquista forza e
bellezza. E la
poesia, come colui
disse della Pittura,
divien grande coli 'industrioso maneggio
delle cose mi-
nime. Una consonante, una
vocale, un Dittongo,
un accento,
letto, se non
compreso, il Vico.
N. Caraffa (op.
cit., p. 32)
fa de- rivare il
Greco dal Vico e lascia
credere che un'infusione
di spirito vichiano
il Greco comunicasse
al Puoti stesso.
(') Pp. 19-20,
dove anche osserva
: « Tanto
è rispetto a
noi della Lingua
Latina, che abbondantissima nella
scrittura di sillabe
bifocali, come Terenziano
Mauro chiamò i
dittongi, rarissimi ne
conserva nella pronunzia.
E tanto è
della Lingua Francese,
che compendia in una sola
vocale molti Dittongi,
de' quali sul
labbro degli antichi
Francesi si sarà
probabilmente lasciato sentire
il duplice suono.
Sul labbro ita-
liano poi questo duplice
suono si fa
sentir sempre: e
in ciò siamo
più ragionevoli de'
Francesi, in quanto
l' Italiana scrittura, si
ritengano o si
sbandiscano i Dittongi,
rimane sempre d'accordo
colla pronunzia ».
488 Storia della
Grammatica tutto essa
fa servire a'
suoi sublimi disegni
» (p. 21).
Così la filologia
filosofica del Vico
diventa nel Casarotti
rettorica gram- maticale, ma
assai migliore di
quell'altra della tradizione.
Nella parte storica
e empirica il
libro del Casarotti
non manca di
utilità. Passa in
rassegna le esposizioni
precedenti del Mazzoni
che nega alla
lingua italiana il
vero e proprio
dittongo, del Salviati
che ne ammise
49, del Buonmattei
che ne giusti-
ficò tanti quanti sono
i gruppi di
due vocali. Si
ride del Gigli
che rimanda al
Mazzoni chi vuol
aver cognizione piena
dei nostri dittonghi,
avendo il Mazzoni
non scritto un
trattato, ma un
sem- plice discorso, e
non sui soli
dittonghi italiani, ma
sui dittonghi in
genere: rettifica non
del tutto giusta,
come s'è visto.
Vero trattatista è
certo egli il
Casarotti, che dà
del dittongo questa
definizione : « la comprensione
di due vocali
diverse in una
sillaba sola e
indissolubile, di suono
misto, come sarebbe
au. eu, io,
le (aura, euro,
piovere, ciel) (').
Critica gli strafalcioni
dei ri- mari (Folchi,
Fioretti, Ruscelli, Baruffaldi)
non escluso quello
del Rosasco, e,
naturalmente, discorre a
lungo di metrica,
con molte esemplificazioni, essendo
compilato il suo
trattato prin- cipalmente in
servizio della poesia.
Riassume la storia
di tutti i
capricci ortografici, dichiarandosi
contro l'uso della
dieresi. Il Pistoiesi
aveva creduto colmare
una lacuna dei
gramma- tici che diedero
sui verbi ammaestramenti e
prospetti troppo scarsi
ai bisogni. E
ora se ne
ristampava l'opera per
il bisogno che
se ne sentiva.
Delle voci verbali
vi si fanno
quattro classi —
classificazione che è
un'altra prova del
carattere empirico e
retorico del trattato:
— 1. buone
e corrette (regolari);
2. an- tiche ;
3. poetiche ;
4. idiotismi e
errori. Si rimprovera
il Buon- mattei di
non aver avvertito
che di contro
al leggemmo si
scrisse l'errato lessamo.
Si registra per
es. il savamo
(= eravamo) che
incontrammo nella grammatica
vaticana ricordata, ma,
a sua volta,
dimentica il tro
e il tretti
da trarre, che
quella gramma- tica diligentemente raccoglie.
Per questa parte
storica special- mente il
libro del Pistoiesi
conserva qualche interesse.
Lo stesso (')
Ricorda qui le
12 definizioni dei
dittonghi date dal
Riccioli in De
recia diphthongorum promintiationc. —
Dice che nel
Giornale di Padova
si affermò che il p.
Evangeli avesse scritto
un trattato sui
dittonghi italiani, ma
egli dubita dell'asserzione. Non
deriva dal latino
questa definizione del
dittongo. Capitolo quindicesimo
489 dicasi di
quello del Mastrolilli,
che, peraltro, adopera
un metodo assai
diverso di trattazione
sia nella parte
introduttiva, dove porge,
come meglio poteva,
delle nozioni archeologiche
sulle trasforma/ioni latine,
sia nella sistematica,
dove registra di
ogni singolo verbo
tutte le voci,
confinando nelle note
gli usi antichi
e dialettali, costruendo
così una gran
mole in due
grossi volumi di
quattrocento pagine l'uno.
Un'altra miniera di
tutte le forme
storiche del nome
e del verbo
sono le Osservazioni
grammaticali di Giacomo
Roster (l). Il
quale, più che
a trattar sistematicamente la
grammatica, intende soprattutto
a radunare intorno
a ogni persona,
come a ogni
nome, tutte le
varianti che gli
scrittori adoperarono, dando
così un utile
vocabolario metodico delle
declinazioni e delle
coniu- gazioni nel loro
uso storico. Qualche
decennio più tardi,
su questo argomento
avemmo un lavoro
assai migliore e
di una maggior
portata, che è
quasi anello di
congiunzione tra i
precedenti prospetti più
o meno empirici
e i più
recenti trattati di
analisi rigorosamente filolo-
gica : la Analisi
critica dei verbi
italiani investigati nella
loro primitiva orìgine
da NANNUCCI (si veda), a cui
seguì il Saggiò
del prospetto generale
di tutti i
verbi anomali e
diffettivi, sì semplici
che composti, e
di tutte le
varie confi- gurazioni, dall'origine della
li?igua in poi.
Derivata da' mede-
simi principi e condotta
con l' istesso metodo
è la Teoria
de' nomi della
lingua italiana, che,
come X Analisi, si
rac- comanda sia adoperata
con cautela. Al
Nannucci dobbiamo an-
(') Osservazioni grammaticali
intorno alla lingua
italiana compi- late da
Giacomo Roster professore
delle lingue italiana,
tedesca ed mg
le se ecc.
in Firenze, mediante
le quali si
procura di fissar
le regole sinora
incerte e vacillanti,
fondate sull'uso generale
de' classici antichi
e moderni, e
col parer de'
primi letterati d'Italia:
opera necessaria per
intendere gli scrittori
antichi e moderni,
e per parlare
e scrivere correttametite. Dedicata
alla eulta nazione
italiana. Firenze, nella
stamperia Ronchi e
C, MDCCCXXVI, (160
gr. di pp.
vm-328). Dopo un
Ristretto di termini
grammaticali (1-5) e
un Ristretto delle
decli- nazioni '6-9) tratta
a lungo (10-64;
della Dee lina zio?ie, ossia
delle varie terminazioni
di nomi sost.
e agg. Nella
p. II 165-313)
dà le Regole
per le formazioni
di modi, tempi
e persone delle
tre coniug. de'
verbi reg. e
irr. Seguono alcune
pagine di note.
(Il raro libro
mi fu fatto
conoscere dal prof.
Teza, che ne
possiede un esemplare).
490 Storia della
Grammatica cora Voci
e locuzioni italiane
derivate dalla lingua
provenzale (1840). Son
tutte parti codeste
& uri opera
vasta alla quale
s'era dato l'esimio
filologo e in
cui si proponeva
di ricercare minuta-
mente « la natura,
l'indole e la
storia della nostra
lingua, segui- tandola secolo per
secolo ne' suoi
movimenti e nelle
sue tra- sformazioni, ed investigando
la ragione de'
costrutti e delle
forme grammaticali (Ai
lettori) »: un
miscuglio, come ben
s'in- tende, d'empirismo, di
storia e di
filosofia del linguaggio
in cui sarebbero
state riassunte e
conciliate le tre
tendenze degli studi
linguistici prevalenti al
suo tempo. Fu
bene che il
Nannucci si limitasse
alla parte storica
usando, come le
forze gli permette-
vano, discretamente, del metodo
comparativo ignoto ai
suoi pre- decessori specialisti :
ne uscirono giustificate
nella loro origine
e nella loro
analogia con le
neolatine, voci e
frasi ritenute errori
e idiotismi dagli
altri ; altre
furono ridotte alla
loro vera lezione.
Quelle che per
altri erano minutezze,
cioè tutte le
uscite varie di
una stessa voce,
egli raccolse e
sistemò, svolgendo la sua trat-
tazione, se non con
metodo, con ordine,
chiarezza, cioè tempo
per tempo, persona
per persona. Faccio
la riserva sul
metodo, appunto perchè
qui è il
lato debole, filologicamente parlando,
dell'opera del Nannucci:
la sua è
una classificazione empirica,
storica nel senso
che parte dalle
forme più antiche
per giungere alle
moderne : non
è, e non
poteva ancora essere
a base fonetica,
come oggi si
esigerebbe. Se non
che anche in
questo rispetto supera
i precedenti trattatisti,
de' quali egli stesso
vorrebbe eccet- tuato il
Mastrofini, se «
oltre all'aver egli
lasciato addietro tutte
le anomalie più
riposte, che sono
sparse per entro
agli scritti de'
nostri vecchi, anche
nelle più ovvie
da lui riprodotte
», non avesse
per lo più
errata la vera
origine (p. 425).
L'opera del Nannucci,
come anche risulta
da un utilissimo
indice, è ricca
di osservazioni grammaticali
spicciole che servono
a lumeggiare la
posizione sua di
grammatico diligente e
osser- vatore, raccoglitore di
prima mano de'
fatti grammaticali, che
sa ordinare nella
loro serie storica,
non nella loro
genesi ed evoluzione
interiore, intese —
è superfluo dirlo
— nel loro
signi- ficato fittizio. È
insomma, per l'Italia,
a prescindere dai
nostri filologi migliori
del Cinquecento, l'anello
di congiunzione tra
la pura precettistica
e l' indagine storica.
Un contenuto grammaticale
hanno egualmente, chi
più chi meno,
tutti i nostri
retori ed eruditi
e lessicografi —
filologi nel Capitolo
quindicesimo 491 senso
ristretto che a
questa parola dal
Diez in poi
viene an- nesso, non
li potremo chiamare
— della prima
metà del sec.
XIX, dell'indirizzo puristico-classico dal
Cesari al Fornaciari.
Di essi, quando
non furono anche
produttori di grammatiche
vere e proprie,
onde particolarmente vogliamo desumere
i caratteri della
grammatica di questo
periodo, basterà che
noi ricordiamo poco
più che i
nomi per complemento
di disegno, rientrando
essi in quanto
tali — alcuni
furono grandissimi poeti
come il Foscolo,
il Monti, il
Leopardi — più
direttamente nella storia
dell'erudi- zione
linguistica o della
rettorica o della
coltura o della
critica letteraria o
della cosiddetta questione
della lingua, secondo
i sin- goli casi.
Nel loro complesso,
per quanto ha
rapporto diretto con
la grammatica, essi
seguono e costituiscono
il medesimo moto
onde derivarono le
varie grammatiche che
esamineremo con quella
brevità che l'interesse
ormai scarso della
materia e la
qualità possono consentire
in una storia
come la presente.
Di quei tre
grandissimi, benché non
siano stati, stretta-
tamente parlando, né
grammatici né critici
del concetto di
gram- matica e neppure
rinnovatori, saremmo tentati
a far qui
un meno breve
cenno di quel
che s'è fatto,
avendo essi dato
allo studio della
lingua una parte
non piccola della
loro attività, se,
considerando, a tacer
d'altro, che le
loro particolari vedute
non sono in
sostanza se non
antecedenti della dottrina
manzoniana sulla lingua,
che è poi
la dottrina linguistica
del romanticismo, di
questa non dovessimo
trattenerci più lungamente
e per il
nuovo indirizzo grammaticale
che ne derivò
e per la
connessione che ha
particolarmente con la
critica della grammatica
generale, che a noi sopratutto
interessa. Ma del
Leopardi mi giova
met- tere in rilievo
un curioso pensiero
circa i rapporti
tra gramma- tica e
lingua, che si
può riassumere così
: la varietà,
ricchezza, onnipotenza d'una
lingua sono in
ragione inversa del
do- minio regolatore della
grammatica, e che
egli illustra con
gli esempi della
lingua greca che
ebbe « inesauribile
ricchezza e assoluta
potenza » avanti
il sorgere della
sua grammatica, della
latina che, per
antica, avendo avuto
avanti la grammatica
greca, studiata per
principi e nelle
scuole, « riuscì
meno libera e
meno varia d'ogni
altra », dell'italiana
che, « scritta
primieramente da tanti
che nulla sapevano
dell'analisi del linguaggio
(poco o nulla
studiando altra lingua
e grammatica, come
sarebbe stata la
la- tina), venne, per
lingua moderna, similissima
di ricchezza e d’onnipotenza alla
greca », della
tedesca, che, avendo
grammatica e non
forse rispettandola e
non avendo vocabolario
ricono- sciuto per autorevole,
è nelle migliori
condizione per pervenire
«alla ricchezza, potenza,
libertà »('). Giudizio
quant'altro mai ostile
alla grammatica, ma
il più servile
verso la sua
immagi- naria strapotenza. Su
di un altro
grande italiano, invece,
che citeremo tra
poco, Nicolò Tommaseo,
linguista di professione,
non possiamo non
fermarci un po'
più, il che
faremo con la
scorta del Bor-
gese, il quale
ci sembra averlo
caratterizzato con mirabile
pre- cisione. «Il Cesari
del romanticismo», lo
chiama il Borgese(2),
« e del
Cesari non fu
così spietato censore
come molti non
ro- mantici ». Ebbe
quel che al
Cesari mancò per
divenire scrittore più
che comune, la
fede nel grande
principio della rivoluzione
letteraria. Di singolare
nelle teoriche sulla
lingua del Tomma-
seo, è l'analogia con le opinioni
letterarie che si
professavano ornai da
una ventina d'anni.
« Egli stimava
doversi i significati
delle parole distinguere
secondo l'uso più
generale e ragione-
vole, proprio come gli
evangelisti del romanticismo
volevano ligie le
lettere alle passioni
e ai desideri
del tempo, perchè
fos- sero secondo ragione
e morale ».
Nel linguaggio vedeva
tre pregi essenziali
di bellezza: l'etimologia
più prossima e
d'evidenza irrecusabile, l'analogia
filosofica e la
grammaticale, l'armonia musicale
e l'onomatopeica :
pregi che meglio
d'ogni altro idioma
riteneva possedere il
toscano. Non rinnovò
i concetti fondamen-
tali della linguistica ;
applicò come il
Berchet e il
Manzoni in modo
nuovo principi vecchi,
e sostenne l'imitazione
del vero e
l'uso di parole
intelligibili al popolo.
Ed ecco l'intento
morale della riforma.
« Giova osservare
», scriveva, «che
la straordina- rietà del
linguaggio, la quale
dà talvolta allo
stile una cert'aria
di dignità, è
pregio tutto posticcio
che non compensa
il difetto di
pregi più intrinseci.
Molti si credono
d'essere scrittori non
comuni, allorché rivolgono
un'idea comune in
abito straordi- nario, ma
converrebbe, in quella
vece, sotto forme
comuni, ren- (;)
Pensieri di varia
filosofia e dì
bella letteratura, Firenze.
Del resto sul
Leopardi filologo, v.
i noti lavori
recentemente condotti sullo
Zibaldone, il voi.
del Rorgese, specialm.
pp. 69-70, e
il citato studio
del Colagrosso. (*)
Op. cit., p.
146 sgg. Capitolo
quindicesimo 493 dere
accessibile e, quasi
dirti, perdonabile la
straordinarietà dell'idea »(').
Nella pratica «pesava
con scrupolo da
farmacista parole e
sillabe e della
grammatica fu cavalier
senza macchia »(2).
Il numero maggiore
degli eruditi e
letterati che si
occuparono in questo
tempo di lingua
è dato dai
vocabolaristi in genere:
ac- cademici della Crusca,
dell' Istituto lombardo,
Cesari, Galiani, Tommaseo,
compresi i compilatori
di dizionari di
sinonimi (Grassi, Tommaseo),
metodici (Carena) e
dialettali, e in
particolare, dagli avversari
più o meno
accaniti della Crusca
(Monti, Perti- cari,
Compagnoni) coi loro
rispettivi contradittori nelle
polemiche che seguirono
alla Proposta (:ì
) del Monti
(Biamonti, Galvani (4),
Niccolini, Tommaseo), e
ancor più particolarmente dagli
anno- tatori e correttori
della Crusca (Parenti)
( ). Astrazion
fatta dal- l'utilità pratica di
queste raccolte di
voci e locuzioni,
sono ormai ben
noti il nocciolo,
le vicende e
l'importanza della questione
agitatasi con tanto
fervore e accanimento
: sostenitori e
avver- sari della Crusca,
nel propugnare secondo
il loro partito
un uso più
o meno esteso
nel tempo e
nello spazio, quale
si fosse il
loro ideale d'un'italianità più
o meno pura
di pensiero, di
sentimento e di
lingua (entrano naturalmente
nelle questioni sentimentalismi patriottici
più o meno
caldi e sinceri),
movevano dalla ormai
stravecchia concezione meccanica
del linguaggio abbuiata
ancora non poco
dalla ignoranza dell'origine
dell'italiano, o meglio,
de' 11) In
Borgese, op. cit.,
p. 148. (2)
Borgese, op. cit.,
ib. — Tra
i molti scritti
del Tommaseo che in qualche
modo si riferiscono
al nostro argomento,
merita d'essere ricordato
qui particolarmente V
Aiuto air unità
della lingua —
saggio di ìuodi
con formi all'uso
vivo italiano che
corrispondono ad altri
d'uso meno comune
e meno legittimo
— Proposte — , Firenze,
Le Monnier, 1874.
(3) Proposta di
alcune correzioni ed
aggiunte al Voc.
d. Cr., Mi-
lano, R. Stamperia, 1817-26
Cvi collaboravano segnatamente
il Perti- cari,
il Gherardini, il
Grassi, il Peyron
ecc.). — Devesi
ricordare qui il
Capitolo CHI di
un'Opera cominciata a
scrivere dall' autore
prima della Proposta
del cav. Monti
e da non
pubblicarsi se non
l'anno cin- quantesimo del sec.
XIX (Estr. d.
Quad. XV del
Nuovo ricoglitore con
un'aggiunta, Milano, 1826)
del Compagnoni, che
pretese, come il
conte Fr. Amalteo
di Oderzo {Stilla
libertà concessa alla
locuzione italiana degli
Accademici della Crusca)
di aver precorso
il Monti. (")
Il Galvani, tra
tutti costoro, si
distingue per i
suoi notevoli contributi
alla storia della
letteratura occitanica. (s)
Ricordiamo qui particolarmente di
lui il discorso
Del sover- chio rigor
de' grammatici. 494
Storia della Grammatica
vari dialetti italiani
; e si
tormentavano tutti egualmente
intorno a un
problema antifìlosofico. Lo
stesso dicasi dell'altra
categoria, non meno
numerosa, dei panegiristi
della lingua italiana
e cal- deggiatori
del ritorno all'antica
purezza e semplicità
trecentesca, trattatisti in
genere dell'origine e
delle doti dell'elocuzione, dis-
sertatori di combattimento o
no, tutti quali
con più quali
con meno di
destrezza armeggiami pel
feticcio col vecchio
bagaglio d'argomenti formali:
il Cesari, alla
testa, Amadi, Amicarelli,
Bressan, Mazzoni, Biondelli,
Betti, Ranalli, Paravia,
Fornaciari('), Montanari, Mestica,
Costa, Pagliese, Farini,
Colombo, Marchetti, Parenti,
Giordani, a tacer
del Puoti e
della sua scuola.
Una terza schiera,
infine, è costituita
da molti di
questi stessi, metto
in prima linea
il Colombo, e
altri moltissimi —
tra questi ricor-
deremo honoris causa il
Leopardi e il
Foscolo — che
o cura- rono l'edizione de'
testi antichi o
li annotarono o
fecero l'una cosa e l'altra.
L'opera di costoro
ha un carattere
più specifica- tamente linguistico-retorico ; ma, oltre
che qui non
se ne potrebbe
molto agevolmente tener
conto, poiché sarebbe
da ridurre a
corpo sistematico, in
fondo la ritroveremo
nelle singole gramma-
tiche che accompagnarono questa
produzione esegetica, di
cui a priori
s'intendono i valori
e i caratteri,
sol che siano
annun- ziati i nomi
dei produttori (2).
Ma qui dobbiamo
fermarci per registrare
un fatto di
qualche importanza. Pensando
a questa schiera
di puristi e
di retori, general-
mente ce li figuriamo
anzitutto grandi credenti
nella gramma- tica, come
nell'ultima panacea di
sicura efficacia per
il retto eser-
cizio dello scrivere e del parlare,
del comporre e
dell'intendere (') Un
più recente correttore
della Crusca fu
Alfonso Cerquetti, il
cui nome è
mescolato in nuove
e non meno
vivaci polemiche. Pub-
blicò parecchi volumi di
«Correzioni e giunte
al vocabolario degli
Ac- cademici della Crusca»,
il primo de'
quali vide la
luce in Forlì,
1869. — Sul
Cerquetti, Trabalza, A.
Cerouellt in Studi
e profili cit.,
p. 260 e
seguenti.Ricorderò qui, come
segno del fervore
puristico specialmente contro
le insidie del
dialetto, quella Tavola
e correzione d'un
migliaio d'errori di
grammatica e di
lingua ecc., per
Michele Ponza, sac,
Torino. 1843, dove
il Manzoni spigolò
esempi per la
sua tesi dell'u-
nità linguistica (voi. IV
delle Opere inedite
o rare cit.
più innanzi. gli scrittori.
A mostrar l' inesattezza di
tale opinione, senza
che io mi
stenda in soverchie
parole, riferirò qui
proprio un brano
della dissertazione del
Cesari, la cui
testimonianza tronca la
testa al toro.
Dopo aver indicato
— il che
fa in modo
che tutti possiamo
accettare — come
s'abbiano a legger
gli scrittori, dice
che « nel
principio, la Grammatica
è necessaria per
li nomi e
coniugazioni de' verbi,
e per parecchi
de' più notabili
usi de' verbi
singolari. Io credo
che i fanciulli
non siano da
stancare con molte
re- gole ('): al
maestro sta venirle
toccando, secondo che
negli au- tori si
abbatte a cose
che richiegge spiegazione
come che sia.
La Grammatica del
Corticelli crederei molto
ben acconcia per
quell' età ;
quantunque assai vi
manchi di quelle
cose che al
maestro s'appartiene d'
aggiungere a luogo
a luogo... Ma
per la grammatica
e i primi
elementi di lingua...
io ardirei di
mo- strare un cotal
mio trovato, che
assai felicemente mi
riuscì. Io credo
che grande agevolezza
ad apprender la
lingua debba por-
tare a' fanciulli l'aiuto
d'un'altra lingua, loro
già nota, la
cosa parla da
sé. ora eglino
nessun'altra ne sanno
che il proprio
dia- letto. Essi, nel
loro dialetto parlando,
sanno il valor
delle voci che
usano, e le
parti dell'orazione, nomi,
pronomi, verbi, av-
verbi, eccetera, le usano
tutte. Ora io
questa loro scienza
vorrei recarla ad
essi a profitto
; facendo che
tutto il loro
studiar nella lingua
fosse un tradurre
dal dialetto lor
naturale » (2).
E nella pratica
dell' insegnamento privato
fece fare esercizi
di retrover- sione di
novelle da lui
tradotte «in volgar
veronese »(3) e
compilò un Catalogo
d' Alcune voci di
dialetto Veronese col
corrispon- dente Toscano a
fronte. Non era
stato il primo
a servirsi del
(') « Precetti
pochi di qualsivoglia
autore», torna a
predicare nello scritto
Del metodo d' insegnare
lettere latine e
italiane, in Opuscoli
cit., ed. Guidetti.
(') Ed. Guidetti.
(!)-(4) Guidetti, op.
cit., p. 229
», 1. —
Il Guidetti, a
questo proposito, riferisce
un brano di
lettera scrittagli dall'Ascoli,
il 29 agosto
1897 : «
È anche vero
che il Cesari
e \\ Manzoni
ebbero in qualche
modo lo stesso
pensiero, sostenendo entrambi
che l'Italia doveva
attingere o riattingere
l'unità del proprio
linguaggio dalla Toscana
o meglio da
Firenze, e n'è
venuto assai naturalmente
che in entrambi
sorgesse il desiderio
di raccolte lessicali
o di frasarj,
dove ai modi
di ciascun dialetto
si contrapponessero gli
equavalenti della pura
e schietta fiorentinità
». 496 Storia
della Grammatica dialetto
per apprendimento e
l'insegnamento della lingua,
come sappiamo ;
ma possiamo ben
figurarci di quale
e quanta efficacia
riuscissero e la
dichiarazione di scarsa
fede nella grammatica
per sé stessa
e il consiglio
di ricorrere al
dialetto per appren-
derne naturalmente con gli
schemi le parti
dell'orazione italiana, esposti
come si trovavano
in una Dissertazione
che, e per
il nome dell'Autore
e per il
premio ond'era stata
coronata, si divulgò
ed ebbe grandissima
presa in ItaliaC).
Infatti, a prescindere
dalla ricca serie
di vocabolari dialettali
(anche il Puoti,
oltre quello àé\
fran- cesismi, 1843, ne
fece compilar uno
domestico napoletano-italiano
, 1841),
che non è
nostro compito illustrare
(''), da questo
impulso del Cesari,
indubitatamente, oltre che
dalle cause generali
che sul Cesari
stesso agirono, derivarono
in ogni parte
d'Italia gram- matiche italiano-dialettali, dove
appunto si faceva
servire il dia-
letto, anche più ufficialmente
dirò cosi che
non si facesse
con le versioni
dialettali e con
lo studio e
la compilazione del
dizio- nario dialettale, all'apprendimento della
grammatica italiana. Ne
ricorderò due :
la Bergomense-italiana (3),
dove 1' influenza
del Cesari si
vede non solo
dall'innesto degli esercizi
di retrover- sioni alle
regole grammaticali e
ai paradigmi, ma
anche dal- l'aver
proposto tra i
temi vernacoli una
novella del Cesari
: e (')
Nel concorso alla
cattedra di letteratura
italiana dell' Univer-
sità di Napoli, del
1818, a cui
partecipò anche il
Puoti, fu dato
per la dissertazione
latina il seguente
tema, che è
la traduzione del
tema dell'Accademia livornese:
« Italici sermonis
a Dante ac
Petrarca prae- cipue
exculti elegantia, quibus
de causis, quibusve
scriptoribus defe- cerit,
quibusve de causis
ac scriptoribus ad
pristinum redeat splen-
dorem ». In
Caraffa, op. cit.,
pp. 20-1. (")
Per la storia
de' Vocabolari dialettali
e quanto li
concerne ne' rispetti
dell'aiuto che posson
recare a chi
vuol imparar la
lingua e a
scrivere, cfr. A.
Manzoni, Dell' unità
della lingua in
Prose minori, ed.
Bertoldi, p. 256
sgg., il Concorso
bandito dal Ministero
nel 1890 e
relativa Relazione e Trabalza, L'insegnamento dell'italiano
nelle scuole secondarie
— Esposizione teorico-pratica con
esempi, Milano, 1903,
cap. VII, ?
1, pag. 133
sgg.; per la
necessità che se
ne afferma anche
ogs^i, né più
né meno che
con le idee
del Cesari e
del Man- zoni, mi
sia permesso citare
la prefazione al
mio Saggio di
vocabo- lario umbro-fiorentino e
viceversa, Foligno, 1905.
(3) Esperimento di
una Grammatica bergomense-italiana compi-
lato a comodo ed
utilità de' Giovanetti
suoi connazionali dal
sa e. G.
A. M., Milano,
Tip. Arciv., Ditta
Boniardi-Pogliani di E.
Besozzi, MDCCCLIV (Bibl.
Teza). Capitolo quindicesimo
497 la già
ricordata Glottopedia italo-sicula
del Pulci ('),
notevole per l'opinione
tacita dell'A. che il siciliano
ben ripulito possa
coinci- dere con la
lingua letteraria, ma
più importante per
le tracce che
la grammatica filosofica
anche in questo
campo ha lasciato.
Protesta l'autore contro
le grammatiche del
Biagioli e del
Ce- rutti «
impiastricciate d'ideologia Trasiana
», afferma che
le menti dei
giovinetti sono immature
a intendere la
filosofia mentre per
intender questa occorre
la grammatica, ma la filosofia
cacciata dalla finestra
delle regole l'ha
fatta rientrar per
la porta delle
note. E finalmente
osservo qui che
quel calore che
quei nostri pu-
risti sentivano per la
bella lingua giovava
a ravvivar la
gramma- tica, in modo
che questa non
fosse neppure quel
che è oggi
per molti una
cosa parecchio insopportabile. Venuti
così alla rassegna
delle vere e
proprie grammatiche compilate
nel periodo di
cui abbiam cercato
determinare i carat-
teri, ci risparmieremo dall'esame
così dei trattati
particolari come de'
compendi e delle
compilazioni di seconda
e terza mano
(2), (') Glottopedia
italo-sicula e Grammatica
italiana dialettica, in cui t
onfrontasi il dialetto
siciliano colla lingua
italiana in ciò
che discon- vengono, a
buon indirizzo de'
giovani siciliani per
evitare i sicilianismi
gratnmaticali ridotta in
tavole sinottiche corrispondenti ad
ogni trattato per
lo can." seconda
della cattedrale di
Catania Doti. Innocenzo
Fulci pubblico professore
di lingua italiana
nella Regia Università
ecc. Ca- tania,
1836. Dalla Tip.
della R. Università
per Carmelo Pastore.
(2) Diamo qui.
in nota, come
abbiam fatto per
molti continuatori del
Soave e del
Cesarotti, una breve
serie dei moltissimi
che — escluso
che si possan
far tagli netti
— si possono
riallacciare alla tra-
dizione del Cesari e del Puoti.
— Regole ed
osservazioni della lingua
toscana. In Genova
per lo Caflarelli,
1800 (cit. dal
Casarotti). — A.
M. Romola, Delle
dieci parti del
nostro discorso, Carmagnola,
1815. Agrati, // maestro
italiano con appendice
delle voci dubbie
com- pilate e ridotte
informa di dizionario
ad uso delle
scuole e di
chi ama a
parlare e leggere
e scrivere bene
e correttamente, Brescia,
Bettoni, 1819 [grammatica
e vocabolario trattati
alfabeticamente. Ricorda il
Pergamini]. De Filippi,
Studio di lingua
del fanciullo italiano,
Milano, 1820. —
Osservazioni sull'uso variante
dei Dittonghi fatte
dai padri della
poesia italiana, Milano,
1821. — Fr.
Antolini, di Macerata,
Saggio di parallelo
di voci italiane
; trattato della
lettera J e
del doppio I, Milano [È
una prima parte
d'un'opera di cui
aveva annunziato il
programma nel 1819.
Attribuisce ai dialetti
la colpa dei
doppioni. Doppioni? Sono
parole di forma
e senso chiaramente
diverse: Abbatte, Abate
; Accadde, Accade,
e che nessuno
confonde. Negli altri
trattati per fermarci ai
quattro principali autori
che sono il
Gherardini, il Puoti,
l'Ambrosoli e il
Rodino, tacendo anche
qui interamente delle
grammatiche italiane in
lingua straniera per
uso degli stra-
nieri. Il milanese
Giovanni Gherardini (1782
- 1761) è
più noto specialmente
per la sua
riforma ortografica da
pochi seguita avrebbe
parlato dei nomi
d'unica pronunzia e
varia ortografia (II),
di voci medesime
di varia pronunzia
(III), voci di
doppia vocalizzazione (IV),
dell'/ e ii
(Vj, del Z
(VI), di monosillabi
di vario significato
(VIIj. Difende l'j
lungo, e dà
un elenco alfabetico
di voci parallele:
Ab- bomini, Abbominj
; Accusatori, Accusatori
(da accusatorio); Acquai
(perf. da acquare,
Acquai ecc.; dividendoli
in tre classi:
I. Voci che
richieggono la finale
j; II. Il
doppio ii (Abbondi,
Abbondii; Accoppi da
accoppare, ecc., Accoppii,
da accoppiare); III.
Le due termina-
zioni (Incendj pi. da
incendio,- Incendii, da
incendiare). — Gaetano
Greco (un precursore
del Puoti e
degli altri classicisti
meridionali), Avvertimenti del
parlare e scrivere
correttamente la lingua
italiana, Napoli, 1820
(cfr. De Sanctis,
La giovinezza, p.
99). — Amadi,
Dia- logo della lingua
italiana, Venezia, 1821
(Trovansi ms. nel
Cod. Marc. CIX).
— Ugolino Biagio,
Istruzione grammaticali da
lui dettate, Cod.
Marc. CLXXVIII (non
so se vennero
mai alla luce).
— Regole ed os- servazioni intorno alla
lingua italiana, Imola,
182 1 ; 2
volumetti. — A.
Lissoni, Risposta al
libercolo «Aiuto contro
l'aiuto del Lissoni,
ossia difesa di
molte voci italiane
a torto proscrìtte
» , Milano, 1831
(che cito per
ricordare questa polemichetta
e accennare che
anche di questo
tempo si ebbe
una colluvie di
scritti ortografici). —
T. Azzocchi (1791-1863,
insegnò italiano e latino al
Collegio Romano e al Semina-
rio ; scrisse un
Elogio del Cesari,
che si compiace
di lui come
di suo nuovo
seguace, cfr. Cesari,
Opuscoli, ed. Guidetti,
p. 613), Avverti-
menti a chi scrive
in italiano («
Fra noi, dice,
è questo difetto
gran- dissimo di educazione,
che non curiamo
punto la lingua
che di bel-
lezza gareggia eziandio con
la greca, mentrechè
alle lingue morte
attendiamo e alle
straniere». A proposito
dell'Azzecchi e de'
suoi pari nel
culto della lingua,
il Mazzoni {V Ottocento
p. 467) osserva
giustamente: « Il
nome d'Italia è
da per tutto,
anche nelle grammati-
chette e ne'
lessici per i
ragazzi, rivendicato contro
il forestierume e la barbarie
». 11 Falchi
(/ puristi del sec.
XIX; 1. //
classicismo de' puristi,
Roma, 1899) ha
voluto fare delle
riserve e mettere
le cose a
posto sul patriottismo
de' puristi, e ha trovato
una frase felice
per illustrare il
suo pensiero, dove
dice (p. 76)
che questi «facevano
ser- vire il concetto
di patria alla
causa del purismo:
non viceversa». Verissimo.
Pure è innegabile,
e la cosa
si spiega facilmente,
che, no- nostante che
il Puoti, prendiamo
un esempio perspicuo,
si dolesse profondamente
di « non
poter diventare il
pedagogo del Rampollo
del Borbone »,
né s'accorgesse quali
spiriti svegliasse nella
scolaresca il [un di
codesti fu il
Cattaneo (') —
onde voleva ricondurre
tutte le forme
alla grafia che
l'etimologia esigerebbe: vana
ed illogica pretesa,
ma, filosoficamente, non
meno ingiustificata di
quant'altre mirano a
costringere l'arte entro
determinati schemi grafici
più o meno
moderni, per quanto,
naturalmente, più di
esse ripu- gnante alla
coscienza moderna cui
è meno estraneo
quel certo consenso
formatosi intorno al
cosiddetto uso vivo.
Ma l'attività del
Gherardini si svolse
largamente e per
lunghi anni anche
nel campo stesso
della grammatica, concretandosi
in opere di
gran lena e
di grossa mole.
Aveva cominciato nel
181 2 con studi
les- sicografici pubblicando un
Elenco di alante
parole oggidì fre-
quentemente in uso, le
quali non sono
?ie' Vocabolari italiani.
Nel 1825 diede
alla luce una
Introdìizione alla Grammatica
ita- liana per ìiso
della classe seconda
delle scuole elementari:
facile ma elementarissima esposizione
accompagnata da tavole
sinot- tiche e da
un Modello d'interrogazione per
uso de' maestri
che suo insegnamento,
resta sempre vero
quel che il
De Sanctis ebbe
ad osservare e
altri a ripetere,
che il Puoti
« con l'amore
e la cura
della lingua destava
il sentimento nazionale
in tutta la
gioventù che fece
poi il '48,
il '49, il
'60» Saggi critici,
Napoli, 1881, p.
511. Il viceversa
era vero per i discepoli,
se non pei
maestri). — L.
Brenna, Elementi di
ortografia, Treviso, 1833.
— L. Guastaveglie,
Compendio di gram-
matica italiana, Perugia, 1840
(È, per dichiarazione
stessa dell'a., un
rimaneggiamento del Compendio
del Chinassi di
poco anteriore). —
A. Fecia, Aiittarello
a parlare faìnigliarmente italiano,
Biella, 1843. —
G. D. Camandona,
Saggio di grammatica
italiana, Torino, 1845.
— L. Gravanati,
Grammatica della lingua
italiana, Cremona, 1850.
— E. Mannucci,
Grammatica, Città di
Castello, 1865. —
M. Melga, Nuova
grammatica italiana compilata
su le opere
de' migliori filologi
antichi e moderni,
Napoli, 1863 e
1890. (Cfr. Il
Borghini, I, 4,
p. 253 sg.,
e L. Rodino,
Osservazioni sulle prime
pagine della grammatica
del Melga, in
forma di lettera
all'a., del 25
giugno '60, in
Opuscoli, Na- poli, 1870,
di cui fan
parte anche le
Osservazioni sopra il
Vocabolario dell' Ugolini
delle parole e
modi errati). —
Una lodata e
più volte ri-
stampata Grammatichetta compilò sulle
tracce di quella
del Puoti l'ora
nonagenario Crescentino Giannini,
sul quale v.
C. Trabalza, C.
G. in La
Favilla, fase. IV-V,
agosto 1903 (Estr.,
Perugia, 1903). La
Riforma dell'Ortografia in
Alcuni scritti, voi.
I, Milano, 1846.
— Il Cattaneo
era naturalmente disposto
a seguire il
sistema grafico etimologico
del Gherardini dalla
propria dottrina filosofica
sul linguaggio, intorno
a cui è
da vedere ora
un'acuta pagina del
Gen- tile, La filosofia,
in Ltalia dopo
il 1850, III.
I positivisti, 1.
Le origini: Carlo
Cattaneo (1801-69), in
La Critica.] vogliano assicurarsi
che i giovani
abbiano ben capito.
Nel 47 uscì
a Milano la
più importante delle
tre òpere principali,
cioèl' Appendice alle
Grammatiche italiane, immensa
raccolta, nella sua
parte non apologetica
e polemistica, di
singole, innumerevoli osservazioni
grammaticali, che o
correggono o accrescono
il vecchio patri-
monio della nostra grammatica.
Dopo 1' avvertenza,
in cui trova
modo di pigliarsela
con un Don
Basilio Puoti autore
d'un Di- zionario de'
francesismi, consacra la
prima parte (pp.
1-92) al- l'apologia del suo
sistema lessigranco con
gli argomenti che
i lettori ben
conoscono (') ;
nella seconda, la
più lunga (pp.
92-444) svolge l'appendice
(che appendice!) alla
grammatica; nel resto
chiarisce alcuni Dubj
(p. 537 sgg.)
proposti al compilatore
e dà altri
Avvertimenti lessigrafici (p.
621 sgg.) con
Aggiunte. Son tutti
problemi che riguardano
l'uso e la
forma di particolari
voci o il
giro d'un costrutto.
Nessun principio nuovo,
s'intende; anzi i
vecchi principi sono
rimessi a nuovo
con qualche velleità
di arguzia e
di eleganza :
p. es., paragona
l'ellissi, la famosa
ellissi, « a
Poppea, la quale,
andando velata, facéa
sì che la
sua beltà fosse
aggrandita dalla incitata
imaginativa de' riguardanti
» (p, 327):
né sempre dà
la spiegazione giusta.
Il passo boccaccesco
(IX, 1) che
vedemmo male spianato
anche dal Cinonio,
— non ne
dovess'io dì certo
morire, che io
non me ne
metta a fare
ciò che promesso
V ho, — è
così dichiarato dal
Gherardini : Non
rimarrà che io
mi metta a
fare ciò che
le ho promesso,
se anche dì
certo io ne
dovessi morire: che
non è vero.
Questi sforzi, peraltro,
di tutti i
grammatici ed esegeti
per sostituire la
locuzione o co-
struzione rigorosamente
grammaticale a certe
irregolari espres- sioni,
anche quando sembrino
aver ottenuto lo
scopo, cozzano irremissibilmente contro
la muraglia cinese
dell'impossibilità della sostituzione, e
confermano sempre meglio
l'insostenibilità della precettistica
grammaticale. Da che,
se non da
questo carattere della
grammatica, derivano tutte
le secolari diatribe
circa l'in- terpretazione di singoli
passi, di singoli
costrutti, di singoli
signi- ficati, circa il
riconoscimento di determinate
grafie, che abbiam
visto rinnovarsi di
età in età?
Nel corpo della
nostra gramma- tica ci
sono parecchi temi
che sono ripresi
in discussione con-
tinuamente, in modo che
noi vediamo, p.es.,
un ottocentista ancora
('; Cfr. Zambaldi,
op. cit., p.
25 sgg. Capitolo
quindicesimo 501 rimproverare
al Bembo o
al Buonmattei una
certa formula. Mi-
Mirando ognuno la
frammentaria espressione non
col resto del-
l'opera d'arte di cui è una
molecola, ma coll'archetipo gramma-
ticale che si contempla
nella nostra mente,
è naturale che
l'accordo il più
spesso manchi e
che le discussioni
grammaticali si rinno-
vino di continuo anche
da persone colte,
da artisti provetti
che non sieno
riusciti a liberarsi
completamente
dall'ereditario quanto servile
ossequio all'impotente ma
riveritissima dea. Ma
il mol- tiplicarsi di
tali discussioni è
anche un mezzo
potentissimo alla dissoluzione
della grammatica: e
il Gherardini con
un gigan- tesco volume
di Appendice alla
Grammatica italiana, dimostrando
col fatto la
dilatabilità del corpo
della grammatica, ne
affretta del pari
la morte. Egli
è il Salviati
dell'Ottocento: minuto, ana-
lizzatore come lui, come
lui riassuntore d'un
lungo lavorìo gram-
maticale e esegetico, sviluppa
come lui all'infinito
le particolarità lessicografiche, ortografiche
e sintattiche della
lingua, capovol- gendo cosi
i cardini della
grammatica, che sono
le regole, e
sostituendoli con l'eccezioni.
Di modo che
l'opera sua finale
piuttosto che una
grammatica è un
immenso materiale da
costru- zione, ma per
costruirvi un edificio
bizzarro dove tutti
i pezzi meccanici
adoperati dai singoli
scrittori o da
gruppi di scrittori
sono ammucchiati e
che non può
aver mai né
fine né unità.
All' 'Appendice seguirono, nel
1849, la Lessigrafia
italiana che rappresenta
la forma definitiva
del suo sistema
ortografico, e negli
anni 1852-7 le
Voci e Maniere
di dire additate
ai futuri Vocabolaristi . Proprio
l'opposto dell' Appendice
gherardiniana per condotta
e architettura, benché
ispirate ai medesimi
principi, sono le
Re- gole eleì7ientari della
lingua italiana che
il napoletano Basilio
Puoti (1782-1847) pubblicò
la prima volta
nel 1S33 :
la più dif-
fusa e nota e
fors' anche efficace delle
molte sue opere
con le quali
intese a integrare
il suo altrettanto
ben noto e
efficace in- segnamento, che impartì
in modo così
simpatico in Napoli
a sco- laresche entusiaste e
intelligenti a cui
furono ascritti uomini
quali il De
Sanctis, il De
Meis, ed altri
famosi. Oratore nelle
esequie di Giordano
de' Bianchi, marchese
di Montrone (presso
Bari, 1775-1846), che
a lui consegnò
i suoi scritti
da stampare, disse
« che lo
piangeva come maestro,
e ben rammentò
come egli, discepolo,
andasse cercando che
frut- tasse nel Mezzogiorno
d' Italia quella
nobile confederazione, come
502 Storia della
Grammatica la chiamò,
che in Bologna
aveva stretta il
De Bianchi col
Sa- violi ;
di cui aveva
cantato nel Peplo,
col Marchetti, col
Costa, con lo
Schiassi, con G.
B. Giusti, con
lo Strocchi, col
Gior- dani : preziosa
testimonianza per la
storia del Classicismo
e del Purismo
sceso dall' Italia
centrale nel Mezzogiorno
» (l). Dei
ca- ratteri del purismo
del Puoti e
del suo insegnamento
non oc- corre che
qui ripetiamo quanto
ormai è ben
noto. Basta che
di- ciamo qualcosa della
sua Grammatica (:),
alla quale, come
di- chiarò egli stesso
nella prefazione all'ottava
edizione napoletana, collaborarono
de' suoi allievi
principalmente il De
Sanctis e il
Rodino, Melga e
Fabbricatore e che
bastò a parecchie
genera- zioni non del solo Mezzogiorno
come lo provano
i dodicimila esemplari
che gli editori
della ristampa della
dodicesima edizione livornese
(1850) dicevano essersi
esauriti in diverse
edizioni fatte in
Toscana, in Parma
e in Napoli
: grammatica che
il Puoti cir-
condò delle cure più
amorevoli e venne
correggendo e miglio-
rando via via in
tutte le edizioni
che egli stesso
curò. A lode
del buon senso
didattico del Puoti
dobbiamo subito ricordare
che a lui non
sfuggirono le due
principali condizioni che
sole giustificano nel
campo della pratica
e rendono utile
la grammatica :
1" che essa
sia, non maestra
dell'arte, ma semplice
strumento per lo
studio e l'apprendimento delle
lingue; 20 che
i suoi precetti,
perchè riescano veramente
utili, siano ravvisati
nelle scritture (e
additava tra queste
come meglio accomodate
il Governo della
famìglia, V Antologia di
prose italiane, i
Fatti d" Enea).
Come disegno, la
grammatica del Puoti
è mirabile di
sobrietà e di
armonia, dati non
affatto spregevoli in
un libro scolastico.
La distribuzione è
l'antica (etimologia, sintassi,
or- toepia e ortografia),
e riflette bene,
quasi quanto il
contenuto, lo stato
della linguistica d'allora
e dell' importanza
che si dava
a certi problemi.
Il prevalere dell'etimologia (o,
meglio, mor- fologia) e
della sintassi, sull'ortoepia
e sull'ortografia e
il quasi nessun
conto fatto della
fonetica dimostrano che
non si aveva
alcuna coscienza del
problema storico della
lingua e che
tutto l'interesse era
ancora il puramente
formale orettorico: mentre
il persistere di
questo interesse per
la forma e
l'uso delle pa-
'1 Mazzoni, L'Otl..
Napoli. Capitolo quindicesimo
503 role quali
si possono riconoscere
negli scrittori pei
rispetti della purità
e della correttezza
fa fede dopo
tanto lavorìo grammati-
cale, dopo la crisi
filosofica della grammatica,
che sopravvisse sol-
tanto la parte puramente
empirica, cessando ogni
interesse per quella
filologicamente storica, sopravvisse
cioè la grammatica
spogliata d'ogni elemento
filosofico e conoscitivo.
A che si
do- veva logicamente venire,
e il fine
e la funzione
della gramma- tica non
potevan non esser
quelli che abbiam
visto aver rico-
nosciuto il Puoti. Oggi
essa non si
studia diversamente ne
con diverso fine
: ed è
presumibile che nel
futuro si seguiterà
a fare altrettanto.
E se alcuni
resultati della grammatica
storica si sono
incorporati nella moderna
grammatica normativa ed
altri ancora vi
si includeranno, ciò
potrà forse migliorare
il metodo di
esse e aiutare
l'apprendimento, ma come
conoscenza, come contenuto
conoscitivo, storico, rimarrà
sempre estraneo al
fine della grammatica,
che è quello
di condurre all'acquisto
della lingua da
adoperare per i
bisogni pratici, tant'è
vero che delle
grammatiche per gli
stranieri questo elemento
conoscitivo è as-
solutamente escluso. Pure è
facile avvertire nel
contenuto specifico della
gram- matica del Puoti
l' influenza tanto dei
precedenti accertamenti della
filologia quanto delle
tendenze della grammatica
filosofica ; com'è
naturale che vi
sia tenuto conto
delle formule trovate
dai migliori precedenti
grammatici, dal Bembo
al Salviati al
Citta- dini, dal Buonmattei
e dal Cinonio
al Corticelli :
sicché il Puoti
ci appare come
un diligente vagliatore
di quanto era
stato esco- gitato dai
grammatici dei vari
tempi e indirizzi,
un disegnatore sobrio
e corretto, un
espositore chiaro e
temperato che sa
bene il suo
fine e che ha coscienza
de' suoi mezzi
e del proprio
me- todo, e perciò
esibitore d'una materia
che passi immediatamente nel
cervello de' discepoli,
osservabile negli scrittori
e applica- bile nelle
scritture e nella
parola viva, scartata
ogni superfluità, ogni
suppellettile che rivesta
carattere scientifico o
conoscitivo. Vedasi, p.
es., quanto è
rimasto nel Puoti
dei trattati cittadi-
neschi dellV e dell'
in (tinaie ut
racwi [ufi id
[a unntA rwjVto
tn unnwmc- (lunata-turni
; omì cof*
#mU' -futre otiti*
1W (rU S{&
rn ia .tnoiiA
y^Avi Ufticr ttm
e' intende mv.fr
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H m e
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Arftculns c't ( ," '
w KoCfi*c .-
scis fiixyhM ArHchoa
acromi L C
c\)c(c ' iti molH pnrtt'
\)WHq in mmis.
tifimi, 4%c' mzwhni
nomi , v/m
Utmo - tfen^tuj
e-tvjmujrci e rum
attrfi cf majiuliiict
c'i&mwitut; t nSHtri
Ufim fi -fmo
wdcww. f iflfa/l 'in
orni nmf ' (rtino
l* Mnm* shmltret
ffitfto /tifi iti cgr> cdf
S^^ significa interrogatione, o
af- firmatione, 0
precepto. Adonque doppo
l'indicativo monosyllabo, la in- terrogatione si scrive
in la prima
e terza persona
per due n.n
. la se-
conda per uno .11.
come interrogando si
dice . Vonne
io . vane tu? 5
Vanne colui? Nello
Imperativo si scrive
la seconda per
due .n.n. e
dicesi . Vanne
. danne. La
terza si scrive
per uno, e
dicesi . siane
lui, traggane. Et
questi monosyllabi la prima
indicativa presente affirmando
si scrive per
due .n.n. e
dicono . fonne
. vonne .
nonne. Se sarà
el verbo di
più syllabe, la
interrogatione- et affirmatione
io si scrive
per uno .11.
in tutti e
tempi, excetto la
affirmatione in lo
futuro, quale si
scrive per due
.n.n. come dicendo
. porterane tu?
porteronne . e
questo sino qui
detto s'intenda per
é singulari però
che plurali si
scrive quello .
ne . sempre
per uno .
n . come
andiamone. Non mi
stendo ne gli
altri simili usi
a questi: basti
quinci in- e.
n A 15
tendere é principij
d'investigar lo avanzo.
E vitij del
favellar in ogni
lingua sono o
quando s'introducono alle
cose nuovi nomi:
o, quando gli
usitati si adoperano
male . ado-
peranosi male discordando
persone e tempi,
come chi dicesse
. tu hieri
andaremo alla mercati
. et adoperanosi
male usandogli in
altro signi- 20 ficato
alieno come chi
dice processione prò
possessione. Introduconsi nuovi
nomi o in
tutto alieni et
incogniti o in
qualunque parte mutati.
Alieni sono in
Toscana più nomi
barberi, lasciativi da
gente Ger- mana, quale
più tempo milito
in Italia, come
helm . vulase
. faceman .
bandier . e
simili. In qualche
parte mutati, saranno
quando alle dictioni
25 s'agiugnera o
minuira qualche lettera,
come chi dicesse,
paire, prò patre,
e maire prò
matre. Et mutati
saranno come chi
dicesse Rej plubica
prò Republica, et
occusfato prò offuscato
. e quando
si pò- e.
12 b nesse
una lettera per
un'altra . come
chi dicesse, aldisco
prò ardisco, inimisi
prò inimici. 30
Molto studia la
lingua Toscana d'essere
breve et expedita
; e per
questo scorre non
raro in qualche
nuova figura, qual
sente di vitio,
ma questi vitij
in alcune ditioni
e prolationi rendono
la lingua più
apta : come
chi diminuendo dice,
spirto prò spinto,
e maxime l'ultima
vocale, e dice
papi et .
Zanobi prò Zanobio
; credon far
quel breve onde
35 s'usa che
a tutti gl'imfiniti
quando loro segue
alchuno pronome in
.i. allhora si
getta l'ultima vocale,
e dicesi farti,
amarvi . starci
. etc. E
mutando lettere dicono
. mie prò
mio e mia:
chieggo prò chiedo,
34. Breve: cod.
bv, opp. bu.
548 Regole della
lingua fiorentina paio
prò paro .
inchiuso prò incluso
. chiave prò
clave e aggiugnendo
dice . Vuole
prò vole, schuola
prò scola, cielo
prò celo, e,
in tutto troncando
le dictioni dice
vi prò quivi
e similiter stievi
prò stia ivi.
=)|= Se questo
nostro opuscolo sarà
tanto grato a
chi mi leggerà,
quanto fu laborioso
a me el
congettarlo, certo mi
dilecterà averlo pròmulgato,
tanto quanto mi
dilettava investigare e
raccorre queste cose
a mio iuditio
degne e da
pregiarle. Laudo Dio
che in la
nostra lingua habbiamo
nomai é primi
prin- cipij ;
di quello ch'io
al tutto mi
disfidava potere assequire.
Cittadini miei, pregovi,
se presso di
voj hanno luogo
le mie fa-
10 tighe, habbiate
a grado questo
animo mio, cupido
di honorare la
patria nostra: Et
insieme piacciavi emendarmi
più che biasimarmi
se in parte
alchuna ci vedete
errore. Finis Sumptum
ex Bibliotheca .L.
medices . Romée
anno humanatj Dei
15 1508. Decembris
ultima exactum.. o o. Un importante
filosofo. Ciro Trabalza. Trabalza. Keywords: la grammatica razionale di Grice.
Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Trabalza”, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice,
The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.
Thursday, December 12, 2024
GRICE E TRABALZA
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