La filosofia medioevale di Cesare Vasoli Storia della Filosofia I Cesare Vasoli La filosofia medioevale .Il pensiero filosofico del Medioevo, dai mani- chei ai nominalisti, da Ockham a Maestro Eckhart, da S. Ag ostino a S. Tommaso, visto in continuo, costante riferimento con l’am- biente culturale, politico e sociale. Gli aspetti ideologici delle dottrine e il loro peso effettivo ‘nella società medioevale — sulla teologia, sul- le concezioni della politica e dello stato — vengono ampiamente analizzati e portati in primo piano, offrendo al lettore un panorama quanto mai affascinante dello sviluppo storico e del significato culturale e politico delle varie filosofie. In questo quadro denso di fatti, di notizie, di osservazioni, di riferimenti, una speciale attenzione è rivolta dall’autore alla organizzazione della cultura, al formarsi delle università, alla nascita degli ordini mendican- ti, insomma a tutte le forme di vita teorica e pratica del Medioevo, in cui si è riflessa in maniera decisiva l’attività filosofica. La filosofia medioevale di Cesare Vasoli è il primo, in ordine di pubblicazione, di una se- rie di volumi affidati a diversi studiosi, che costituiranno un’organica storia della filosofia. Seguiranno a questo i volumi dedicati alla Filosofia antica, alla Filosofia nell'età del Ri- nascimento, alla Filosofia moderna e alla Filo- sofia contemporanea. Quest'opera intende offrire a un pubblico col- to, ma non necessariamente specializzato, un ampio e documentato panorama dello svilup- po storico del pensiero filosofico. Nella ste- sura del lavoro i collaboratori si sono soprat- segue seguito tutto preoccupati di evitare due opposti peri- coli: un troppo rigoroso tecnicismo con una conseguente terminologia da iniziati e una sommarietà di trattazione adatta a manuali di uso scolastico. L’opera si suddivide in cinque sezioni: La filosofia antica (in 2 voll.) La filosofia medioevale La filosofia nell’età del Rinascimento - La filosofia moderna (in 2 voll.) La filosofia contemporanea Di imminente pubblicazione: Francesco Adorno, La filosofia antica, vol. I Cesare Vasoli, nato a Firenze nel 1924, è professo- re di storia della filosofia medioevale nell’Università di Firenze. È autore di un volume su Guglielmo di Ockham e di numerosi studi sulla filosofia dei secoli XV e XVI. Ha raccolto i risultati delle sue ricerche sul pensiero contemporaneo nel volume, di recente pubblicazione, Tra cultura e ideologia. Collabora al- la “Rivista critica di storia della filosofia,” di cui è redattore, a “Il Ponte,” a “Inventario,” a “Paragone” e ad altre riviste filosofiche e di cultura. Sovracoperta: Albe Steiner Feltrinelli Editore Milano Storia della Filosofia II Prima edizione: agosto 1961 Copyright by © Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano Cesare Vasoli La filosofia medioevale k4 Feltrinelli Editore Milano A mia moglie, compagna carissima Introduzione Il 28 agosto 430 Aurelio Agostino, vescovo di Ippona, si spegneva nella sua sede episcopale, assediata dalle milizie dei vandali. Nella sua lunga esistenza di intellettuale pagano e poi cristiano, di retore e di teologo, di elegante letterato e di Padre della cristianità occiden- tale, Agostino aveva assistito al lungo sfacelo della società romana corrosa da un’insanabile crisi economica e politica, minacciata dalla crescente pressione delle gentes germaniche e dall’esplodere sempre più frequente di drammatiche rivolte contadine; ma adesso, nei suoi ul- timi giorni, egli assisteva all’estrema rovina di quello Stato che si era ormai intimamente compenetrato con la Chiesa di Cristo, e, dal- l’età costantiniana, aveva associato i vescovi e il clero romano alla guida dell’Impero. Sorto per volere di una provvidenza misteriosa e inaccessibile, che dispone dei troni e dei poteri, secondo l’esigenza di un suo segreto disegno, l’Impero di Roma andava adesso dissolven- dosi per una legge ugualmente necessaria e provvidenziale; ma nella estrema confusione del secolo, nell’anarchia di tutte le autorità e di tutti i poteri, il vescovo africano vedeva solo il segno dell’avvento di una nuova società integralmente religiosa, capace di assorbire nella sua più alta finalità cristiana l’ordinamento mondano, conservandolo per i suoi scopi superiori. Se la città terrena scontava nella sua morte la propria origine di violenza e di frode, la città di Dio poteva sor- gere a imporre nel nome della sua destinazione ultraterrena la pace e l'universale concordia, sotto il segno dell’alta guida della potestas Ec- clesiae. La dottrina che Agostino aveva elaborato nel De civitate Dei, scritto tra il 416 e il 426, in anni trai più tragici della storia dell’Im- pero, era certamente un tentativo coerente di sottrarre la comunità cristiana all'imminente catastrofe, riaffermando che il suo destino ol- Introduzione trepassa sempre la storia e il mondo presente, che la sua verità tra- scendente è al di là di ogni fortuna o sventura storica. Ma il suo richiamo alla superiorità di un destino celeste, estraneo alla misura mondana degli uomini “carnali,” non diminuiva la gravità di una crisi che incideva sugli stessi fondamenti della situazione civile e intellet- tuale in cui era maturato il trionfo politico del cristianesimo. In Gal- lia e in Iberia le sanguinose dagaude, ribellioni delle gentes non romane contro l’aristocrazia latina e quella indigena latinizzata, se- gnavano irrevocabilmente la fine dell’unità romana. E mentre, nel pre- cipitare della dissoluzione militare e amministrativa dell’Impero, si spezzavano anche i legami culturali che avevano tenuto unite le più diverse regioni d’Europa, i popoli germanici si installavano già pe- santemente nel cuore dell'Impero, portando a contatto con la mille- naria esperienza di una società economica evoluta la loro organizza- zione ancora tribale, i loro culti della forza e del sangue. Certo, ad Oriente, nella recente capitale di Costantinopoli, conti- nuava la stessa tradizione romana che avrebbe più tardi trovato le basi di una nuova ripresa politica e intellettuale nel difficile connubio. dell’ellenismo e del cristianesimo. Ma nell’Occidente devastato dalle invasioni e dalle insurrezioni contadine e militari, l’autorità e il potere dell’Impero erano ormai soltanto un nome ed una finzione giuridica. E presto i capi germanici avrebbero potuto imporre il loro sostanziale do- minio a tutte le classi e i ceti dell’antica società romana. Cosî il potere mi- litare e politico sarebbe passato definitivamente dalle mani dell’aristo- crazia senatoria e latifondistica e della burocrazia imperiale in quelle di una ristretta casta militare germanica, pronta però ad accettare la collaborazione dei vinti e a riconoscere la loro superiorità intellettuale. Questa dissoluzione dell’Impero e, con essa, la crisi della stessa struttura organizzativa della cultura romana, non fu però, certamente, un evento improvviso, né ebbe quel carattere catastrofico che gli è stato cosî a lungo attribuito dalla storiografia romantica. Anzi, anche quando tra la fine del IV e gli inizi del V secolo l'emigrazione delle gentes germaniche si trasformò in vera e propria invasione, lo stan- ziamento delle loro tribi nell’Occidente romano avvenne ancora, in generale, nel quadro degli ordinamenti romani. I capi barbarici che occuparono con i loro exercitus l’Italia e le province più latinizzate dell'Europa occidentale e dell’Africa, tennero spesso a comportarsi: pit come mandatari dell’autorità imperiale che non come veri e propri so- vrani, senza mutare la struttura organizzativa dello stato romano. Né le condizioni politiche e sociali delle élites subirono, almeno nei pri- IO Introduzione mi tempi, un mutamento radicale, o venne trasformata la struttura sociale del Basso Impero, che restò di fatto immutata, anche se alle aristocrazie latifondistiche romane o provinciali si sostitui, in gran parte, la nuova aristocrazia militare germanica. È vero che le inva- sioni barbariche, nelle regioni pid lontane o periferiche, ebbero tal- volta come immediata conseguenza la rottura della recente tradizione romana. Ma è altrettanto certo che lo stanziamento delle gentes ger- maniche nelle vecchie terre latine, lì dove esisteva un forte tessuto urbano e solide istituzioni culturali, non ebbe affatto un simile effetto. Anzi, gli storici del Medioevo sono concordi nel contrapporre il rapido regresso della cultura nelle regioni di recente latinizzazione alla ro- busta e vitale continuità di tradizioni intellettuali che si ebbe invece in Italia, in Gallia, in Spagna e nell’Africa romana. Tuttavia, se pure le invasioni non distrussero volontariamente la base della cultura romana, che negli ultimi secoli dell’Impero aveva raggiunto un notevole grado di uniformità e di “stilizzazione” scolastica, la dissoluzione dell’unità imperiale non fu certo priva di gravi conseguenze. Già i grandi spostamenti etnici dei secoli III e IV e le invasioni avevano cominciato ad infrangere quel comune tessuto giuridico e amministrativo che aveva unito per secoli le re- gioni dell’Occidente. Adesso, il costituirsi di regni barbarici sepa- rati ed autonomi in Italia, in Spagna, nelle Gallie e nell’Africa ro- mana, rese permanente quella rottura ed approfondi gli elementi di divisione, anche sul piano della vita intellettuale. Per prima cosa, in- fatti, l'Occidente fu separato dalle regioni dell'Oriente mediterraneo, che seguirono di fatto uno sviluppo economico, politico e intellettuale completamente diverso e nelle quali fiori una cultura con caratteri assai distinti da quelli che si delinearono nelle terre occidentali. Ma un’altra barriera venne pure a cadere tra l’Italia — che era stata il maggiore centro della vita politica e amministrativa dell’Impero e do- ve l'elemento romano restò sempre prevalente — e le altre regioni dell'Europa centrale, ove i germani condizionarono in maniera assai più netta la graduale formazione delle nuove unità nazionali. Il for- marsi di diversi regni; la fine dell’unità giuridica e statale romana, presto polverizzata nel particolarismo istituzionale dell'Alto Medioevo; il sovrapporsi delle nuove aristocrazie militari germaniche alle vecchie classi dominanti dell’età imperiale, ebbero quindi come naturale esito storico il progressivo frazionamento della cultura e della vita intellet- tuale, la cui unità fu però salvaguardata dalla dominante influenza della gerarchia e delle istituzioni ecclesiastiche. E tale frazionamento 11 Introduzione fu poi accentuato dal costante spostamento dell’asse economico-so- ciale della civiltà europea dalla città verso la campagna e dalle atti- vità mercantili e artigiane a quelle rurali, dal rallentamento dei rapporti economici e politici con l'Impero d’Oriente e dalla naturale diminuzione degli scambi tra le varie regioni. Ciò spiega anche il progressivo differenziarsi delle caratteristiche culturali di popolazioni che erano pure rimaste per secoli nell’ambito della tradizione romana, nonché l’effettivo regresso di molti aspetti della vita sociale, sui quali, del resto, si rifletterono anche le condizioni di arretratezza proprie delle aristocrazie barbariche. Certo, l’ossatura amministrativa -sulla quale si ressero i regni romano-barbarici restò numana; e i romani poterono spesso esercitare liberamente funzioni anche di notevole ri- lievo politico e continuare a trasmettere il proprio patrimonio cultu- rale. Ma questo non toglie che la scomparsa o l’indebolimento di un saldo potere centrale, e il lento disgregarsi dei ceci sociali che avevano avuto per secoli il pieno monopolio della cultura, non influisse deci- samente. nelle condizioni “di base” della vita intellettuale. Da un lato, infatti, si accentuò quel processo di riduzione “scolastica” della cultura che era, del resto, già caratteristica dell'uitima età imperiale, e la prevalenza di un criterio “utilitario” che legava lo svolgimento dell’attività intellettuale alla formazione di un personale giuridico e amministrativo, e, soprattutto, della gerarchia ecctesiastica. D'altro can- to, la forza politica e amministrativa della Chiesa. unico corpo unitario e saldamente organizzato nell’Europa frazionata. contribuf a dare alla cultura un’impronta sempre più ecclesiastica, sostituendo all’organizza- zione scolastica romana una nuova efficiente rete di scuole religiose. Ma, soprattutto, il patrimonio di cultura greco-romana si sempli- ficò e schematizzò, secondo le esigenze di una società sempre più disorganica, e la riflessione filosofica venne ormai strettamente le- gata alla tematica religiosa cristiana e quindi naturalmente esposta agli interventi e al controllo della potente gerarchia vescovile. Cost, mentre a Costantinopoli la direttiva cesaro-papistica degli Imperatori conduceva a una stretta intrinsecazione tra dogma religioso e autorità politica, preludendo alla definitiva liquidazione delle ultime scuole filo- sofiche non cristiane operata da Giustiniano nel 529, anche in Occi- dente il primato intellettuale della Chiesa pose di fatto le condizioni del suo monopolio quasi esclusivo dell’educazione e della cultura. 12 Introduzione * È appunto da questo momento storico, che conclude la lunga crisi dell'Impero e inizia la lenta formazione della nuova società europea, che deve muovere lo studio storico del pensiero medioevale. Poiché, se è vero che il passaggio tra la civiltà greco-romana del tardo Impero e quella dell’Alto Medioevo fu lento e graduale, è però altrettanto evi- dente che la cultura di Boezio e di Cassiodoro, per non dir poi di quella di Isidoro di Siviglia, presenta già dei caratteri ben definiti, i quali la distaccano nettamente dagli ultimi sviluppi contemporanei del- la filosofia classica che hanno luogo ad Atene o ad Alessandria. E chi guardi alle radici concrete dei fatti intellettuali e all’ambiente storico in cui essi si svolgono, non ha difficoltà a riconoscere che proprio in- torno alla metà del V secolo passa il grande spartiacque tra la cultura del mondo antico e quella dell’età medioevale. Con questo, non si vuol certo dire che il carattere iniziale della civiltà del Medioevo sia dato da un “profondo imbarbarimento,” o tanto meno che la riflessione medioevale sia condizionata, fin. dalle sue origini, da una esclusiva direttiva “scolastica” e “dogmatica.” Al contrario, la vicenda della cultura dell’Alto Medioevo è anzi la testi- monianza di vitali esigenze spirituali che, al di là di tutti gli ostacoli posti dalle avverse condizioni politiche, mantengono le fila di una gran- de tradizione e preparano la lontana. ripresa del IX secolo, Ed è pure, a ben guardare, la testimonianza di quella costante differenziazione di atteggiamenti intellettuali, nei confronti delle tradizioni fornite dal pensiero classico che, fin dall’inizio dell’età medioevale, si delineò nel- l’unità religioso-filosofica instaurata ben presto dalla Chiesa romana. Ciò spiega, tra l’altro, perché la cultura medioevale occidentale — della quale ci occuperemo in modo prevalente — abbia avuto risultati più ricchi e fecondi della stessa civiltà bizantina, che pure era privi- legiata sia dalla continuità dei suoi rapporti con i grandi centri intel- lettuali della Grecia e dell’Oriente ellenistico, che dalle migliori condi- zioni di convivenza civile e religiosa. Senza diminuire l’importanza sto- rica della filosofia e della cultura bizantina, che pure ha avuto persona- lità e momenti di singolare prestigio, non v’è dubbio che dei due “set- tori” che dopo il V secolo si sostituiscono allo sviluppo sostanzial- mente unitario della tarda antichità, quello occidentale fu nettamente superiore nella capacità di tentare o suggerire nuove soluzioni teoriche e speculative. Mentre in Oriente prevalse ben presto una rigida schema- tizzazione di moduli scolastici e di atteggiamenti intellettuali che non Introduzione consentirono progressi di grante portata, la cultura dell’Occidente cristiano svolse invece una funzione indubbiamente più positiva e costruttiva nei confronti della società in cui operava, favorita in ciò dalla stessa posizione particolare della Chiesa romana non legata, come quella di Bisanzio, a una rigida subordinazione all’assoluta au- tocrazia del Basileus. L’indubbia superiorità dell'incidenza storica della cultura me- dioevale occidentale nei confronti della tradizione bizantina, giusti- fica poi il punto di vista che terremo nelle pagine seguenti, e l’atten- zione prevalente, se non certo esclusiva, che porteremo alle dottrine ed alle personalità della filosofia, della teologia, del pensiero politico e della scienza occidentale. Certo, ci accadrà spesso di riferirci anche al corso diverso e distinto della cultura greco-bizantina (basti pensare al- l'influenza dello Pseudo-Dionigi e di Massimo il Confessore, e quindi alla fortuna di Psello) e, più tardi, allorché diremo della svolta sto- rica del XII e XIII secolo, dovremo trattare, con particolare ampiezza, le dottrine dei filosofi arabi ed ebrei che esercitarono un’influenza cosi decisiva nell’evoluzione intellettuale dell’Occidente. Nondimeno, per quanto concerne la linea principale della nostra trattazione, essa verterà soprattutto su quelle personalità e correnti di pensiero che si muovono nell’ambito delle grandi scuole occidentali, dal primo grande tenta- tivo compiuto da Boezio per assicurare alla civiltà latina medioevale un ricco patrimonio filosofico e scientifico, alla “rinascita” carolingia, dal- Ja grande ripresa dei secoli XI e XII alla eccezionale fioritura specu- lativa del Duecento, e dalla crisi della tradizione filosofica medioevale denunciata dalle correnti di pensiero trecentesco fino alle ultime mani- ‘festazioni critiche del pensiero scolastico. Perciò, alla luce di questo lungo e complesso processo storico, saranno pure valutati gli apporti delle altre grandi tradizioni di pensiero e di cultura che agirono in questi dieci secoli nel mondo mediterraneo. * Tale prospettiva, che è del resto comune a tutte le trattazioni ge- nerali di storia della filosofia medioevale, non deve però indurre a pensare che dieci secoli di sviluppo storico e intellettuale possano sem- plicemente ridursi sotto la consunta etichetta di una “storia della sco- lastica.”” È vero che nella civiltà latina medioevale la schola esercita una funzione difficilmente paragonabile a quella delle istituzioni sco- lastiche moderne, accentra intorno a sé quasi tutto il lavoro intellet- 14 Introduzione tuale, controlla, insieme alla Chiesa, l’elaborazione delle idee direttive di tutta la civiltà. Ma questo dato di fatto, di cui è facile render ragione, analizzando le condizioni sociali di base che determinano la fortuna e lo sviluppo delle scholae, non significa affatto che la cultura filosofica medioevale sia un chiuso regno di teologi e di magistri, in- differenti al volgersi storico delle vicende umane, estranei alla società ‘in cui vivono ed operano. Né tanto meno il cosiddetto “mondo me- dioevale” è certo quell’unità uniforme, statica, esclusa da ogni pro- gresso, immutabile nei suoi principi dominanti, che è stata spesso descritta dagli avversari, come dagli apologeti di un tipo di civiltà e di vita sociale che non è mai esistita, né poteva esistere. Al con- trario, il Medioevo europeo è invece una lunga età della storia umana estremamente complessa, ricca di eventi e di processi storici che sono stati decisivi per l’evoluzione di tutta la civiltà occidentale. In mille anni, non solo si è compiuto quel processo di trasformazione econo- mico-sociale che ha portato gran parte d’Europa dalla economia lati- fondistica del tardo Impero al feudalesimo, e, quindi, al primo sviluppo precapitalistico del XIV secolo, ma si sono realizzate esperienze intel- lettuali, religiose, politiche e scientifiche, di cui non occorre neppure ricordare l’eccezionale significato storico. Sicché giustamente si possono ripetere anche oggi le parole che lo Haskins scrisse più di trent'anni fa, quando la disputa sui caratteri storici del Medioevo era ancora pienamente in corso e le polemiche sulla continuità e discontinuità del- la sua cultura con la civiltà classica e l’età del Rinascimento erano ‘al centro delle discussioni storiografiche: “Contrasti tra Oriente e Occi- dente, tra Settentrione e Mediterraneo, tra vecchio e nuovo, sacro e profano, ideale e attuale, danno vita e colore e movimento a questo periodo, mentre la sua stretta relazione sia con l'antichità che con il mondo moderno gli assicurano un posto nella continua storia dello sviluppo umano. Tanto la continuità che il mutamento sono caratte- ristiche del Medioevo, come di tutte le grandi epoche storiche” Chi studi la storia del pensiero medioevale, non come un astratto museo scolastico di dottrine “superate,” un arsenale di apparati teologici, o una raccolta di “bizzarrie” o di “errori” scientifici, bensi come la ri- sposta data da una particolare società ai problemi storici del suo tempo, non può che condividere queste idee. Né gli è difficile riconoscere il nesso tra la lucida elaborazione delle idee al livello teologico e filo- sofico, la pugnace polemica della riflessione politica e i grandi muta- menti economici e sociali che. si verificano nell’Europa medioevale, 15 Introduzione determinando una serie di trasformazioni che ha sempre il suo ri- flesso anche nell’ impassibile meditazione di metafisici o teologi. Da questo punto di vista, anche la diversità e il mutamento di orizzonti e prospettive intellettuali che si verificano nei diversi mo- menti della cultura medioevale riceve una compiuta spiegazione solo quando le varie dottrine sono immerse nel compiuto contesto storico in cui si formarono e si diffusero. Non v’è dubbio infatti che sarebbe ben difficile spiegare fuori dal complesso di una radicale trasforma- zione economica e sociale il rinascimento intellettuale del XII secolo, comprendere l’evoluzione della teologia e della filosofia duecentesca fuori della grande fioritura della civiltà comunale, o intendere la crisi speculativa del XIV secolo separatamente da una più profonda tra- sformazione che coinvolge tutte le strutture della società medioevale. Non solo; ma i caratteri peculiari e distintivi dei vari momenti in cui si scandisce lo sviluppo storico della riflessione medioevale, risulta- no sicuramente definiti solo se, prescindendo da ogni astratto riferi- mento a “correnti” o “linee” ideali, sono riconosciuti come espres- sioni di un mondo storico ben pi vasto e complesso di quello rappre- sentato dalla esclusiva portata dei singoli temi filosofici o teologici tradizionali. * A questo proposito — e per chiarire un’altra direttiva alla quale ci siamo tenuti nella stesura di questa storia — è bene anche aggiun- gere che il carattere particolare della filosofia medioevale costringe lo studioso ad affrontare assai spesso una complessa tematica teologica, la quale è anzi cosi intrinsecata con lo sviluppo della riflessione fi- losofica, da rendere impossibile qualunque arbitraria distinzione. In una società in cui la Chiesa mantiene per almeno otto secoli il mo- nopolio effettivo della cultura, e in cui la figura dell’intellettuale si identifica con quella del clericus, sarebbe infatti del tutto assurdo pre- tendere di tracciare una “linea rigorosa di demarcazione” tra la storia della filosofia e quella della teologia. E certamente, come lo studioso del pensiero moderno non può prescindere nella valutazione dello svi- luppo filosofico dalla concomitante incidenza della storia delle scien- ze, a più forte ragione lo storico del pensiero medioevale deve tener presente, per prima cosa, che proprio la teologia, con i suoi problemi e i suoi dogmi, fu l’ambito ideologico in cui si sviluppò, per quasi un millennio, la discussione filosofica, condizionandone naturalmente 16 Introduzione i particolari svolgimenti. Ma questo non significa che si possa cata logare mille anni di evoluzione storica del pensiero umano sotto l’eti- chetta di comodo della “vocazione trascendente,” o dello “spirito asce- tico” o ridurre la riflessione medioevale all’unico problema del rap- porto fede-ragione. Che tale problema sia stato largamente presente ai filosofi del Medioevo, che ‘abbia acquistato un'importanza dramma- tica via via che tornavano a circolare le grandi testimonianze del pensiero classico, è cosa evidente. Però, nulla sarebbe pit falso che ri- durre questo problema, che fu anch’esso squisitamente storico e ri- fletté atteggiamenti e soluzioni ben radicate nell’evoluzione della so- cietà medioevale, ad una sorta di rigida disputa controversistica; tanto più che è cosi facile cedere alla tentazione di introdurre in una cul- tura e in una fase della storia della Chiesa che le ignoravano, certe nozioni di “ortodossia” o “eterodossia” tipiche dell’età post-tridentina; e ben lontane dalla mentalità e dai gusti speculativi dei magistri me- dioevali, D'altro canto, la prevalente natura teologica del pensiero medio- evale (prevalente, ma non esclusiva, perché il Medioevo ebbe pure i suoi grandi medici, giuristi e scienziati che influirono non poco anche nella storia della filosofia propriamente detta) non deve indurre ad accettare per la filosofia medioevale la definizione esclusiva di “filo- sofia cristiana.” A parte il fatto che la cultura filosofica medioevale è frutto dell’opera di Avicenna, di Averroè, di Avicebron e del Mai- monide, certo non meno di quella di Bonaventura, di Tommaso o di Duns Scoto, la sua “eredità” classica è sempre cosf attiva, da ren- dere assai difficile stabilire quanto ogni singolo pensatore e il suo ambiente intellettuale debbano al “messaggio” cristiano, e quanto in- vece alla presenza di Platone, di Aristotele, di Cicerone e di Proclo. Il caso della scuola di Chartres (per citare uno degli argomerti che ha pit offerto occasioni per discutere l’ispirazione “cristiana” o “pa- gana” di taluni pensatori di alto rilievo) insegna quanto sia fallace e pericolosa l'applicazione di simili “parametri” alla storia della filosofia medioevale. Perciò, senza entrare nei particolari di una discussione che ha impegnato, trent'anni fa, alcuni dei maggiori studiosi cattolici e laici, ci limiteremo a sottolineare che la nostra voluta astensione da ogni giu- dizio di tal genere dipende dalla certezza che l’opera dello storico, qualunque sia la direzione o i “livelli” in cui si svolge, non ha nulla da guadagnare da simili atteggiamenti strettamente ideologici. Naturalmente, non si vuol mettere in dubbio che la cultura me- dioevale sia profondamente permeata di spirito cristiano e che, anzi, 17 Introduzione proprio la tematica teologica e religiosa rappresenti la sua più imme- diata espressione ideologica. Nondimeno è pur lecito ricordare che an- che le credenze religiose assumono continuamente significati ed e- spressioni sempre nuove, secondo le esigenze e i bisogni di quei ceti o ambienti in cui si articola il grande corpo della C4ristianitas me- dioevale, e secondo l’incidenza di idee, dottrine e atteggiamenti in- tellettuali che venivano da ambienti e tradizioni “laiche.” Accanto al- la dominante “facoltà” teologica, accanto ai commentatori della Bibbia e delle Sentenze e agli autori delle grandi Summae, v'è infatti, e ac- quisterà sempre più peso e influenza nella storia della cultura me- dioevale, il mondo dei medici e dei giuristi, dei magistri artium e degli spetiales, lettori spregiudicati degli scienziati e dei filosofi greci e arabi, spesso osservatori acuti delle res nazurales e già abituati a pensare il cosmo fisico come un complesso di fatti e di fenomeni “autonomi.” Non solo; ma più procederà l’evoluzione della società me- diosvale, e più questi ceti di intellettuali, estranei al tessuto “cleri- cale” della cultura teologica, si trasformeranno in portatori di idee e concezioni che minano profondamente l’antico ideale unitario e ca- rismatico della Ckristianitas, per avanzare e difendere le nuove ragioni degli stati cittadini e delle monarchie nazionali, o le radicali esigenze laiche delle classi emerse dallo sfacelo del mondo feudale. Né questo spirito resterà estraneo anche alla problematica teologica o all'ambiente clericalis dei magistri Sacrae Theologiae, se è vero che, a Parigi come ad Oxford, la scolastica del XIV secolo saprà esprimere in forma esem- plare la crisi di una società e di una cultura che stavano profonda- mente mutando. Il fatto che i medesimi maestri che hanno criticato i fondamenti della fisica e della metafisica “scolastica” siano, al tempo stesso, i li- quidatori della scientia teologica medioevale e, non di rado, anche audaci osservatori e teorici degli eventi politici e dei comportamenti economici contemporanei dovrebbe cosî indurre a una maggiore cau- tela nel giudicare i rapporti che la matura cultura medioevale istituî tra le scienze sacre e profane, tra la teologia e la conoscenza critica della realtà. Poiché la vicenda della tarda scolastica dimostra, nel modo più chiaro e inequivocabile, che se la teologia offrf spesso il quadro universale di una “visione del mondo” in cui si riconobbe tanta parte della società medioevale, questa “visione” subî però sempre la stessa sorte della realtà da cui nasceva, ed espresse nei suoi concetti più “universali,” “trascendenti” quello stesso faticoso processo di evolu- zione che si definiva concretamente nel progresso delle scienze e delle 18 Introduzione tecniche, come nell’affermazione sempre più sicura di nuovi tipi di organizzazione sociale e politica. A queste considerazioni dobbiamo poi aggiungerne un’altra, non meno importante; e, cioè che se l’autorità e le gerarchie della Chiesa condizionarono in larga parte, e in senso positivo, come in senso ne- gativo l’evoluzione del pensiero medioevale, pure non poterono mai im- pedire che le ragioni della storia avessero il sopravvento. Le condanne, i divieti, le ammonizioni di cui è pure straordinariamente ricca la storia della cultura medioevale non hanno mai arrestato quelle idee o dottrine che rispondevano ai bisogni più profondi e necessari di una società in movimento; e, certo, chi rifletta alla storia dei ripetuti e costanti divieti all'insegnamento di Aristotele, alla condanna del ve- scovo Tempier, che colpì talune tesi tomiste, o alla lunga lotta con- tro i teorici dell'autonomia della ricerca scientifica o filosofica, ha larga materia di meditazione sull’estrema relatività di una vicenda che doveva concludersi proprio con l'accettazione dell’aristotelismo co- me strumento filosofico della teologia cattolica e con l’assunzione del tomismo a filosofia ufficiale della Chiesa. Comunque, al di là dei con- flitti che spesso opposero le correnti più avanzate della rifl-ssione me- dioevale alla forza frenante di una tradizione sempre ancorata al pas- sato, anche il mondo delle scholae fu protagonista e, insieme, testi- mone dell’evoluzione storica che conduceva i popoli dell’Europa occi- dentale verso l'avvento di un nuovo mondo storico fondato sui valori umani della scienza, della tecnica e del lavoro. Tra il cristianesimo monastico e ascetico di Pier Damiani e la lucida mentalità scientifica di Ruggero Bacone che affida il trionfo della sua fede nel mondo alla meravigliosa potenza di invenzioni e tecniche umane; tra la rigida teo- crazia di Papa Gregorio e la teorica di Marsilio da Padova, che studia con rigore razionale le strutture e le finalità dello stato “umano,” si muove la lunga, umile fatica di commentatori e di maestri, di tra- duttori e compilatori indaffarati a riconquistare e restituire ai propri contemporanei il sapere degli antichi, a dare piena cittadinanza nella Europa cristiana al “gran pagano” Aristotele, o ai nuovi strumenti e ritrovati della scienza araba. Ma quest’opera che fornisce gli stru- menti alla nuova scienza come ai prestigiosi edifici delle grandi Sum- mae, dove la cultura del tempo celebra la propria “visione del mondo,” ha significato e valore solo quando è calata nella vivente unità del mondo storico, nella feconda fatica di una lunga giornata umana. 19 Parte prima L'Alto Medioevo Capitolo primo Filosofia e cultura nell'età dei regni romano-barbarici I. Marco Anicio Severino Boezio I regni romano-barbarici furono l’espressione politica di un lento e complesso processo di assimilazione tra il tessuto tradizionale della società romana e i nuovi elementi etnici e politici recati in Occidente dagli invasori germanici. Nuovi ad una forma di vita organizzata en- tro stabili ordinamenti politici ed amministrativi, ed anzi avvezzi ad una forma di convivenza civile ancora rudimentale, i germani si tro- varono infatti dinanzi al grave problema di dar vita ad un tipo di stato che, pur assicurando il predominio militare e politico dell’aristocrazia teutonica, permettesse però la convivenza con le élites romane, avvez- ze da secoli a maneggiare i delicati strumenti amministrativi di una grande società a struttura urbana. Cosf, pur essendo giunti nelle terre dell’Impero con tradizioni assai diverse, i germani costituirono in Ita- lia, in Spagna e nelle varie regioni della Gallia, un tipo di stato assai simile che univa a istituzioni romane consuetudini e ordinamenti ca- ratteristici delle diverse stirpi germaniche. E, mentre il potere politico restava concentrato nelle mani del “kònig” germanico e degli “ariman- ni” che costituivano l’exercitus barbarico, l’ossatura amministrativa del- le singole regioni restò integralmente romana. E romana fu la cultura e la forma di organizzazione della vita intellettuale che continuò a do- minare i vari regni sorti dalla rovina dell'Impero. In un tipo di stato cosî ordinato, era ben naturale che l’elemento latino mantenesse immutata la propria supremazia intellettuale e che tutte le forme di elaborazione ideologica fossero patrimonio particolare dell’aristocrazia romana che aveva dovuto cedere ai germani la sua tradizionale supremazia politica ed anche gran parte del suo potere economico. Agli intellettuali formatisi nella pura tradizione della cul- tura classica resta affidato il difficile compito storico di continuare la esperienza giuridica-filosofica-teologica maturata dall’incontro delle con- 23 L'Alto Medioevo cezioni filosofiche greche, della problematica dei Padri e dell’elabora- zione secolare del diritto romano. Ma questa esperienza non venne semplicemente trasmessa dai suoi naturali depositari alla nuova aristo- crazia intellettuale che si formava soprattutto nell’ambito delle istitu- zioni ecclesiastiche; fu invece profodamente trasformata attraverso una complessa opera di adattamento cui parteciperanno ben presto an- che intellettuali di origine barbarica, rapidamente assimilati dal tes- suto vitale della Chiesa. I risultati e le conseguenze di questo pro- cesso saranno ben visibili nelle condizioni della cultura europea tra il V e il VII secolo, che rappresentano chiaramente una confusa e dramma- tica età di transizione tra gli ultimi sviluppi della cultura greco-romana e un nuovo ambiente intellettuale dominato dalla tematica religiosa cristiana. Però il declino dell’alta cultura filosofica e la relativa povertà anche delle espressioni più significative di questo periodo non può far dimenticare la preziosa funzione esercitata da Boezio, da Cassiodoro e da Isidoro di Siviglia nel periodo in cui si viene preparando la nuova struttura sociale dell'Europa medioevale. È per loro merito che le pur decadute istituzioni culturali dei regni romano-barbarici potranno continuare a tramandare per due secoli, di generazione in generazione, alcuni dei motivi dominanti della speculazione classica e della scienza antica. Ed è pure sulla traccia segnata dalle loro opere che comincia a prender corpo tutto un nuovo tipo d’insegnamento saldamente conte- nuto nell’unità filosofica e religiosa della cultura ecclesiastica e perfet- tamente adeguato alle esigenze del tempo. Certo, a parte il caso parti- colare di Boezio la cui originalità filosofica è fuor di dubbio, l’opera di questi intellettuali è volta principalmente all’utilizzazione del patri- monio fornito dal pensiero classico ed alla sua riduzione in sintetiche enciclopedie o manuali di facile uso scolastico, adatti al compito fonda- mentale della formazione dei chierici che costituiscono adesso la prin- cipale classe colta della società romano-barbarica. Eppure è proprio attraverso questa attività apparentemente cosi umile che si cominciano a predisporre le basi intellettuali per la futura rinascita carolingia e per il primo grande tentativo di elaborazione culturale conforme ai carat- teri sociali e politici dell'Europa medioevale. Tra i pensatori che segnano il graduale passaggio tra la tarda cultura classica e la nuova temperie spirituale dell’età romano-barbarica, la figura di maggior rilievo è certo quella di Marco Anicio Severino Boezio. Nato a Roma da famiglia senatoriale intorno al 470 d.C., egli segui il normale corso di studi di un giovane aristocratico dei suoi tempi, destinato ad alte funzioni politiche ed amministrative, e, in par- 24 Filosofia e cultura nell'età dei regni romano-barbarici ticolare, studiò filosofia nelle scuole di Roma e di Alessandria. Ancora fanciullo allorché venne deposto l’ultimo imperatore d’Occidente, Boe- zio era nella prima maturità quando la politica conciliante e filoromana di Teodorico, re degli Ostrogoti, lo chiamò a far parte del concistorium regio con il titolo di console e poi di magister palatit. In tale qualità l’aristocratico romano visse alla corte del re barbaro per oltre un de- cennio, vi esercitò delicati uffici e fu ascoltato consigliere di Teodo- rico. Ma il profilarsi della minaccia bizantina e la violenta opposizione della aristocrazia ostrogota, che si riteneva sacrificata all’elemento ro- mano, indusse Teodorico a mutare politica e a liquidare gli aristocratici romani di cui temeva i rapporti palesi ed occulti con il Basileus di Co- stantinopoli. Cosi nel 524 Boezio, accusato di tradimento, fu imprigio- nato nel carcere di Pavia ove scrisse la sua opera pit nota, il De conso- latione philosophiae. Condannato a morte, fu ucciso poco dopo; e la sua morte, attribuita a ragioni di persecuzione religiosa, fece fiorire per tutto il Medioevo la leggenda del suo martirio che la critica storica ha completamente dissolto. Anzi, in tempi non molto lontani, sono stati sollevati addirittura dei dubbi sulla appartenenza di Boezio alla religione cristiana, dubbi fondati, del resto, sull’assenza di qualsiasi specifica allusione a dottrine cristiane nei suoi scritti di sicura attri- buzione. La testimonianza di un frammento di Cassiodoro in cui si cita un Liber de Sancta trinitate et capita quaedam theologica di Boezio, ha permesso la sicura attribuzione almeno di alcuni scritti teologici che andavano già tradizionalmente sotto il suo nome; e quindi anche di accettare, con sicurezza, la sua appartenenza alla Chiesa cristiana. Comunque, la civiltà medioevale deve assai più all’opera filosofica di Boezio che non alla sua riflessione teologica direttamente esemplata sui modelli agostiniani. Autore di un celebre commento all’Isagoge di Porfirio (nella traduzione di Mario Vittorino), di un secondo com- mento allo stesso testo da lui nuovamente tradotto, di vari altri trat- tati e commenti logici (Introductio ad categoricos syllogismos, De syllo- gismo categorico, De syllogismo hypotetico, De divisione, De differe- tiis topicis) di un commento ai Topica ciceroniani, di un commento alle Caregoriae e di due al De interpretatione, egli è l’effettivo fon- datore della tradizione logica medioevale e l’ordinatore di quel com- plesso di testi e di problemi che saranno al centro dell’insegnamento dialettico dell'Alto Medioevo. Ma altrettanto importante è la sua atti- vità di traduttore che gli permise di consegnare alla cultura occidentale una parte notevole dell’Orgaron aristotelico, in versioni che hanno cir- colato per secoli in tutte le scuole di Europa. Sue sono infatti le tradu- 25 L'Alto Medioevo zioni delle Categoriae, del De interpretatione, degli Analytici priores e posteriores, degli Elenchi sophistici e dei Topici, ossia di quei testi che furono fino al XIII secolo l’unica fonte essenziale dell’insegnamento di Aristotele. Però il programma di Boezio era, a quanto sembra, assai più ambizioso, se è vero che si era proposto di tradurre integralmente tutti i dialoghi di Platone e tutto il corpus aristotelico, allo scopo di mostrare il profondo, sostanziale accordo tra le due dottrine. Né il fatto che il suo progetto non sia mai stato realizzato toglie importanza a questo aspetto dell’opera di Boezio, prezioso intermediario tra i maggiori documenti del pensiero greco e la cultura latina medioevale. Anche un esame superficiale degli scritti logici basta, d’altra parte, a mostrare la sua larga conoscenza della tradizione filosofica classica e la sua familiarità con i problemi già dibattuti dagli interpreti alessan- drini. Ed anzi, come è stato concordemente rilevato dalla maggior parte degli studiosi, è sempre evidente nella logica di Boezio la tenden- za ad interpretare le dottrine dell’Organon secondo una direttiva so- stanzialmente platonica, perfettamente plausibile ove si pensi che egli sente fortemente l’influsso dei commenti di Porfirio e della sua discus- sione intorno al significato ed alla natura degli universali. Quale sia stata l’origine di questo problema — che per una signi- ficativa distorsione storiografica è stato considerato cosî a lungo come il problema essenziale, per non dire addirittura l’unico, della filosofia me- dioevale — è cosa ben nota. In un passo dell’]sagoge Porfirio, dopo aver definito i termini logici di “genere” e di “specie,” aveva infatti aggiunto che avrebbe rinviato ad altro luogo la decisione sull’effettiva natura di questi concetti; e cioè se i “generi” e le “sp'cie” fossero delle realtà sussi- stenti di per sé o, invece, delle semplici categorie mentali; se, nel caso che fossero delle realtà, avessero una natura corporea o incorporea; e se, infine, supponendole incorporee, esistess:ro separatamente dalle cose sensibili o vi fossero invece intrinsecamente unite. Ora, sappiamo benis- simo che di fronte a queste ipotesi Porfirio aderiva ad una soluzione di schietto carattere platonico. Ma poiché l’Isagoge era semplicemente uf testo elementare, scritto per avviare i giovani alla lettura dell’Orga- non, era naturale che egli soprassedesse ad una discussione di carattere metafisico, risolta, del resto, altrove in piena coerenza con la sua ispi- razione metafisica. La questione lasciata così in sospeso dall'Isagoge è invece affrontata da Boezio, il quale si rende perfettamente conto della netta divergenza tra una soluzione fedele alla dottrina aristotelica e quella che si può dedurre dalla concezione platonica delle idee. Così 26 Filosofia e cultura nell'età dei regni romano-barbarici nei suoi Commenti dell’Isagoge, egli espone, in sostanza, la tesi aristo- telica, mostrando l’impossibilità di attribuire una realtà sostanziale alle idee di genere e di specie che, appunto perché sono comuni ad interi gruppi di individui, non possono essere esse stesse degli individui, e tanto meno delle sostanze sensibili. D'altra parte, Boezio rileva che se gli “universali” fossero soltanto delle semplici nozioni mentali e non avessero alcun riferimento alle cose esistenti, il nostro pensiero non avrebbe in tal caso nessun oggetto reale e, quindi, pensandoli, non pen- serebbe nulla. Sicché è evidente che gli universali debbono essere sem- pre dei termini di pensiero corrispondenti a delle realtà e che quindi il problema della loro natura coinvolge tutto quanto il significato ed il valore della conoscenza umana. Per risolvere questo problema — che si sarebbe pi tardi ripre- sentato a tanti logici medioevali costringendoli sempre a precise scelte di ordine metafisico — Boezio si richiama poi ad una dottrina, non nuova e già svolta ampiamente da alcuni interpreti greci. Egli nota infatti che il nostro intelletto è capace di astrarre dalla visione confusa delle cose particolari, presentate dai sensi, talune proprietà fondamentali comuni ad un'intera classe o gruppo d’individui. Ma le specie ed i ge- neri sono appunto delle qualità “comuni” che sussistono, in certo sen- so, in ognuna delle cose individuali e materiali, pur essendo pensate dal- l'intelletto come forme pure ed immateriali. La facoltà astrattiva del- l’intelletto umano è, insomma, capace di estrarre dagli individui con- creti le forme o nozioni astratte definite nei concetti universali. O, come scrive appunto Boezio in un passo che ha goduto di un’eccezio- nale fortuna storica, gli universali subsistunt ergo circa sensibilia, intel- liguntur autem praeter corpora. È chiaro che una soluzione di questo genere è assai vicina alla classica dottrina aristotelica dell’astrazione di cui ricalca le linee gene- rali. Ma sarebbe erroneo credere che Boezio, pur presentando come “commentatore” la dottrina di Aristotele, vi aderisse pienamente, sen- za dubbi o riserve. Intanto, di fronte al “testo” dell’Orgazon, egli non manca anche di presentare l’opposta opinione platonica, ossia la dot- trina “realistica” delle idee considerata come pienamente sostenibile e legittima. Inoltre Boezio, che non cita mai la dottrina aristotelica del- l'intelletto agente, inseparabile dalla concezione peripatetica dell’astra- zione, presenta in un testo del V libro del De consolatione una dottrina gnoseologica del tutto diversa, fondata sulla considerazione gerarchica delle varie “facoltà” o “funzioni” dell'anima umana. Certamente an- che qui Boezio muove dalle prime impressioni sensibili indispensabili 27 L’Alto Medioevo a mettere in moto tutto il processo della conoscenza, per passare poi all’analisi della facoltà immaginativa capace di cogliere nella ma- teria sensibile le immagini e i segni. Ma al di sopra di queste facoltà originarie, ma inferiori, egli pone l’attività della ragione capace di af- ferrare la specie intelligibile presente nell’individuo e finalmente la pura “virti” dell’intelligenza che perviene a cogliere le forme di per se stesse, nella loro eterna unità, separate da ogni legame o connessione sensibile. Ciò spiega naturalmente le diverse e contrastanti interpretazioni che vennero date durante tutto il Medioevo agli scritti di Boezio, non- ché la ragione per cui tanti maestri di logica dell'Alto Medioevo pote- rono pervenire a conclusioni schiettamente platoniche, pur movendo dall’analisi delle dottrine aristoteliche. In realtà, tutta la meditazione filosofica di Boezio è profondamente legata alla tradizione platonica e neoplatonica, e tende a concludersi nella suprema scienza delle Idee e nella contemplazione della Mente divina che reca già in se stessa gli archetipi o rationes universali di tutte le cose. Bene supremo ed assoluto, eterno oggetto di pensiero di cui ogni mente umana possiede una conoscenza innata e indelebile, Dio è infatti l’Essere perfettissimo, fonte di ogni esistenza, la causa prima di cui è impossibile concepire qualcosa di più perfetto. Per questo, la sua esi- stenza è cosi certa ed evidente da escludere ogni dubbio o incertezza; poiché, se è vero che l’esistenza di tutto ciò che è imperfetto presuppone sempre quella del perfetto, e se è evidente che esistono molteplici esseri imperfetti, limitati e contingenti, dev’essere necessario che esista un Essere perfettissimo, donde dipendano tutte le cose imperfette. In tal modo, in uno schema dimostrativo sviluppato più tardi dalla teologia dell'XI secolo, Boezio lega indissolubilmente la dimostrazione dell’esi- stenza divina al postulato insieme logico e metafisico di un unico fon- damento di tutte le esistenze e realtà particolari, culmine dell’ordine ge- rarchico dell’universo e, al tempo stesso, unità eterna ed immutabile, assolutamente superiore ad ogni categoria o determinazione logica. Questa concezione di Dio (che non è necessariamente cristiana, ma fondata su di un’argomentazione di carattere platonico) domina tut- to il De consolatione, uno dei testi più fortunati di tutta la letteratura filosofica medioevale. Identificando la filosofia con l’amore della sag- gezza eterna, pensiero vivente e causa prima di tutte le cose, Boezio ne considera infatti tutte le diverse funzioni secondo una precisa gerar- chia che muove dalla considerazione delle cose naturali, per salire quindi a quella degli “intelligibili” e affisarsi infine nella pura contem- 28 Filosofia e cultura nell'età dei regni romano-barbarici plazione degli inzellectibilia, sostanze separate da ogni corporeità o ca- rattere materiale. Perciò, se la scienza dei corpi naturali è la “fisica” (distinta nelle quattro arti del “quadrivio”: aritmetica, astronomia, geo- metria e musica), e quella degli “intelligibili” svela invece le funzioni pro- prie dell’anima nell’atto d’apprendere, la scienza degli inzellectibilia (la teologia) ha per oggetto la dottrina di Dio e degli angeli. Ma la cono- scenza teologica ci rivela come da Dio scaturiscano tutti gli esseri in- telligibili, tra i quali è appunto l’anima umana concepita da Boezio, platonicamente, come una pura essenza affine alle sostanze angeliche, “degenerata” al contatto con il suo corpo, ma pur sempre mirante alla conoscenza delle idee e di Dio. Come tutti gli esseri naturali che ten- dono sempre al proprio scopo, l’uomo è volto al fine intrinseco della conoscenza filosofica e teologica che coincide con la perfetta beatitu- dine; però, mentre negli altri individui naturali questo moto è un pro- cesso necessario e meccanico dominato dal ritmo fatale della Fortuna, nell’uomo il tendere verso il Bene e la beatitudine spirituale è invece un atto volontario e libero, non soggetto ad alcuna fatalità. Questo non vuol dire, naturalmente, che non esista al di sopra e al di là di ogni volontà particolare, la suprema legge della divina provvidenza che ha regolato e disposto tutto il corso dell’universo secondo una norma di assoluta perfezione. Ma il contrasto apparente tra il libero arbitrio della volontà umana e l’ordine necessario della Provvidenza viene spiegato da Boe- zio — che ha forse presente la classica problematica agostiniana — affer- mando che la libertà dell’anima consiste nel volere ciò che Dio vuole e nell’amare ciò che Egli ama. Per questo, anche di fronte al grande problema teologico di come possa conciliarsi quella previsione infalli- bile di ogni evento che Dio possiede 45 aeterzo e la libertà della scelta umana, egli può sostenere che tale previsione non distrugge affatto l’“arbitrio” dei singoli atti che sono appunto previsti da Dio nella loro integrale libertà. E proprio nel De consolazione questa dot- trina è confermata mediante la netta separazione tra il piano tempo- rale, dove gli eventi mondani accadono nella successione del “prima” e del “poi,” e l’immutabile eternità di Dio, “possesso totale, simultaneo di una vita senza fine,” in cui ogni fatto presente, passato o futuro esiste in una perenne eternità. La conoscenza eterna che Boezio attri- buisce a Dio non è tanto una “previdenza” quanto piuttosto una “prov- videnza,” né la sua prescienza degli atti volontari nega o diminuisce la loro contingenza. Come l'occhio umano che scorge il sorgere del so- le non è affatto la causa necessaria per cui esso si leva, cos anche la 29 L'Alto Medioevo prescienza di Dio non impone affatto una condizione fatale alle libere decisioni che ogni individuo può scegliere. Simili motivi — presenti, del resto, anche in altri scritti boeziani — sono probabilmente legati ad un filone di discussioni di chiara ascen- denza patristica. Ma insieme a questa tematica teologico-metafisica, è però presente nel De consolazione tutta una dottrina dell’origine e della struttura del mondo, il cui influsso sarà poi costante per gran parte del pensiero medioevale. Infatti, nel m. 9 del L. III, egli si accosta a! contenuto del Timeo platonico (di cui conosce anche il commento di Calcidio) per descrivere l’azione ordinatrice che Dio svolge nell’universo, quando adorna la materia caotica secondo i modelli ideali, disponendo- ne dapprima le forme matematico-geometriche e poi imponendo entro questa materia già definita e determinata la luce degli archetipi eterni. Tutte le idee fondamentali della tradizione platonica e neoplatonica (co- me, ad esempio, la dottrina dei numeri e degli elementi e la teoria del- l’anima del mondo, intermediaria tra la natura e il mondo ideale) sono cosi risolte nel quadro di una grande visione cosmica, già del resto resa familiare alla cultura filosofica classica dall’ecc:zionale fortuna del Ti- meo platonico. Ma Boezio non si limita soltanto a trasmettere alla riflessione medioevale dei temi cosi caratteristici e destinati a costituire per secoli il fulcro delle concezioni cosmologiche, bensf si preoccupa di armonizzare l’idea di un destino necessariamente immanente al- l’ordine della natura, come la legge interna che regola il movimento di tutte le cose, con la concezione provvidenziale dell’attiva presenza divina. In questo tentativo — che costituisce uno degli aspetti più interessanti del De consolatione — il filosofio romano subisce forte- mente l’influenza di Calcidio donde trae la miglior parte dei suoi ar- gomenti. E come nel commento di Calcidio al Timeo, cosi anche qui l’ordine della natura assume un significato diverso secondo che lo si consideri alla luce del pensiero divino che guida e muove tutta la realtà per il suo alto disegno, o invece come una legge rigorosa e ne- cessaria che agendo all’interno dei processi e fenomeni naturali ne costi- tuisce la causa ineluttabile. Certo, si tratta di due considerazioni ben diverse e distinte, giacché la provvidenza persiste eternamente nella sua perfetta eternità, mentre il destino è invece la stessa successione degli eventi temporali, il loro corso determinato e fatale. Eppure, né il desti- no contrasta, per Boezio, con la provvidenza, né tanto meno la legge di natura sopprime la responsabilità e la autonomia degli individui. Tanto pid l’uomo si avvicina e si adegua a Dio, tanto meno è sotto- posto alla forza del fato e gode di una libertà sempre pit compiuta 30 Filosofia e cultura nell'età des regni romano-barbarici e perfetta. La concezione stoicheggiante del destino che sta alla base della cosmologia boeziana può in tal modo coesistere con una solu- zione di tono schiettamente platonico; la cert:zza dell’assoluta ne- cessità che è pure presente in ogni aspetto o momento della natura sembra cedere di nuovo ad un’immagine dell’universo non troppo di- versa da quella di Agostino e dominata anch’essa dalla perfezione di un disegno provvidenziale. In un universo cosi concepito, nessuna delle cose esistenti può es- ser quindi estranea all’ordine ed alla volontà d:1 Bene supremo. Ogni ente reale, ogni individuo particolare, dal più umile al più eccelso, con- tribuisce difatti a realizzare un disegno eterno che non ammette, nella sua norma, né il male, né l’imperfezione. Ma il fatto che tutte le cose siano sostanzialmente buone — in quanto partecipanti tutte dello stes- so Bene — non implica, per Boezio, che esse s’identifichino con l’essere supremo e non siano realmente diverse da Dio. Ciascun individuo pos- siede un insieme di caratteri unico ed irrepetibile, ed è costituito da una collectio di elementi e di principi da cui non potrebbe mai disgiun- gersi senza distruggere la propria individualità. Se è vero che ogni composto è distinguibile in una materia determinata e in una forma determinante, la sua realtà effettiva è tuttavia sempre strettamente di- pendente dalla indissolubilità del “composto.” Per questo, in ogni so- stanza composta possiamo sempre scorgere la necessaria diversità tra l’esse e l’id quod est, e cioè tra la sua essenza e l’esistenza di fatto determinata. Tale diversità non potrebbe però mai verificarsi in Dio che, per essere una sostanza assolutamente semplice, esclude da sé ogni distinzione di elementi o principi costitutivi. Tra la natura delle cose che da Lui dipendono e la sua propria realtà, v'è dunque un criterio distintivo indiscutibile, la cui validità non potrebbe essere impu- gnata se non rovesciando tutto l’ordine metafisico dell’universo. Nondimeno, l’ordine delle cose naturali è tutto volto all’essere divino, e ad esso aspira nelle più intime strutture. Ché tutti gli es- seri, qualunque sia la loro dignità e la loro perfezione, partecipano alle Idee divine o meglio a quelle forme con cui Dio ha determinato la materia informe e che sono come il riflesso terreno degli archetipi pre- senti nella mente divina. Queste forme o immagini — che Boezio pen- sa in modo non lontano dalla dottrina delle species nazivae di Calcidio o dalla dottrina stoica delle raziones seminales — sono i principi at- tivi, le cause interne dei processi corporei e di tutte le operazioni biolo- giche. Attraverso di esse e nella loro stretta, organica connessione, l’ani- ZI L'Alto Medioevo ma del mondo attua infatti l’eterno disegno pensato da Dio e traduce nel mondo della materia le divine essenze ideali. L’interesse di Boezio per i motivi cosmologici della tradizione pla- tonica e stoica, non è però soltanto attestato dalla sua riflessione filo- sofica; ma è confermato dalle opere di carattere scientifico, dedicate a ciascuna delle scienze del guadrivium, che comprende l’aritmetica, la musica, la geometria e l’astronomia. Noi non possediamo il cor- so completo degli scritti, destinati appunto a fornire un curriculum com- pleto per gli studi superiori; ma ci sono giunti il De institutione musica, il De institutione arithmetica, assai interessanti per la cono- scenza delle fonti e dei materiali adoperati da Boezio. Non è difficile scorgere che la sua Arithmetica è un adattamento e compendio della classica trattazione di Nicomaco, o che la sua Musica si richiama al- l’antica tradizione pitagorica. Il valore di questi trattati non sta quin- di nell’originalità delle dottrine, bensi nel fatto che attraverso di essi la cultura medioevale è entrata in possesso di un complesso di cogni- zioni o ipotesi scientifiche destinato a guidare, per secoli, la cono- scenza della natura. Né va dimenticato che l’influenza di Boezio sul- l'ordinamento degli studi e delle scuole medioevali fu addirittura de- cisivo, e che a lui si deve il quadro tradizionale entro cui verrà poi organizzata per gran parte del Medioevo la trasmissione e la conti- nuità della vita intellettuale. 2. Da Cassiodoro a Gregorio Magno Il pensiero di Boezio di cui abbiamo soltanto enunciato i motivi più interessanti e più attivi nella storia del pensiero medioevale, è certo il frutto di una cultura maturata nell’ambito dell’ultima filosofia elle- nistica, fondato su di un impianto metafisico platonico e stoicheggiante, eppur già caratterizzato dalle esigenze della religiosità cristiana. Ma le stesse caratteristichè della sua cultura sono ravvisabili anche nel suo collega ed amico Cassiodoro (480/490-575/585), proveniente come Boe- zio dall’aristocrazia romana, e come lui alto dignitario della corte teodo- riciana. Più fortunato di Boezio, Cassiodoro, dopo una brillante carrie- ra, poté ritirarsi intorno al 540 nel monastero calabrese di Vivarium ove costitui una delle maggiori biblioteche del suo tempo e compose due opere, il De anima e le Institutiones divinarum ct saecularium littera- rum, che ebbero entrambe una larga fortuna nella letteratura scolastica. La prima, ispirata al De anima e al De origine animae di Agostino, 32 Filosofia e cultura nell'età dei regni romano-barbarici nonché al De statu animae di Claudiano Mamerto. è un trattato in di- fesa della pura spiritualità dell'anima e in aperta polemica contro i resi- dui di una certa mentalità stoicheggiante, ancora non poco diffusa tra gli stessi ambienti cristiani. Cosi, l’anima vi è concepita come una so- stanza finita, creata, presente internamente al nostro corpo, ma imma- teriale e immortale, semplice e puramente spirituale, secondo, del resto, una dottrina ormai saldamente affermata nella teologia ortodossa. Più importante è però l’altra operetta, usata a lungo come manuale nelle scuole monastiche e citata frequentemente con il titolo De artibus ac di- sciplinis litterarum. Il brillante cancelliere di Teodorico, autore di epi- stole tra le più eleganti e raffinate dell’ultima latinità, traccia il piano di un corso completo di studi liberali ad uso dei religiosi. E richia- mandosi ad una divisione che risaliva attraverso Marciano Capella alla costante tradizione pedagogica greco-romana, distingue le arti del £rs- vium (grammatica, dialettica, retorica) da quelle del quadrivium (arit- metica, geometria, astronomia e musica), ossia tra quelle arti che ci offrono i mezzi per esprimere quanto comprendiamo e quelle che con- ducono ad una effettiva conoscenza dell’ordine naturale e morale. La di- stinzione, già adombrata anche da Boezio, non ha in sé molto di nuovo e di originale. Eppure nella forma che le diede Cassiodoro, essa formò la base dell’insegnamento per gran parte del Medioevo, e di- venne un modello costantemente seguito nell’organizzazione fondamen- tale degli studi. Per il resto l’aspetto più significativo dell’operetta è dato dalla sistematica riduzione dei materiali elementari della cultura classica al servizio delle esigenze ecclesiastiche e della conoscenza della Scrittura. Che le arti liberali debbano diventare parte integrante delle discipline cristiane e della stessa cultura monastica è infatti ferma convinzione di Cassiodoro che ritiene indispensabile alla formazione dei “clerici” una buona conoscenza degli scrittori antichi e una discreta peritia littera- rum. Certo, le dottrine dei “Gentili” vanno spogliate del loro antico significato peccaminoso e delle suggestioni demoniache che derivano dalle loro origini pagane. Però la conoscenza delle lettere divine e la loro giusta interpretazione sarebbe impossibile se mancasse la cogni- zione dei mezzi di espressione e di pensiero o se non si conoscessero almeno i fondamenti della scienza mondana. Le litterae humanae e le litterae divinae non sono tra loro incompatibili e necessariamente av- verse, tanto più che l’esatta comprensione e intelligenza della Scrittura è condizionata dal possesso dei rudimenti essenziali del sapere. Proprio per questo Cassiodoro, riprendendo la soluzione già posta da Agostino al problema del rapporto tra la cultura profana e la tradizione cristia- 33 L’Alto Medioevo na, delinea una soluzione perfettamente conforme ai caratteri storici di una società in cui l’elaborazione intellettuale sta diventando funzione esclusiva degli uomini di Chiesa. Boezio e Cassiodoro, con la loro raffinata cultura classica e la lar- ga conoscenza della tradizione filosofica greco-romana, sono certo gli ultimi rappresentanti dell’aristocrazia romana che ancora riesce ad im- porre la propria supremazia intellettuale ai barbari e a legare alle isti- tuzioni pedagogiche della Chiesa il proprio indirizzo filosofico e ideo- logico. La fine della collaborazione tra i goti e i latini, la disastrosa guerra greco-gotica che desolò per quasi venti anni le terre italiane e, poi, la rovinosa invasione longobarda, dovevano però rendere sempre più precaria quell’opera di mediazione tra la cultura classica e la nuova società che nasceva faticosamente dai quadri rudimentali dei regni bar- bari, sotto la crescente autorità politica e intellettuale della Chiesa. Ma se l’Italia vide rapidamente imbarbarire le istituzioni culturali anco- ra sopravvissute al crollo dell’Impero, se le dure condizioni del domi- nio longobardo resero quanto mai labili le tracce di una continuità af- fidata principalmente alle scuole monastiche o alla cultura burocratica e giuridica che pure fiorisce nelle terre bizantine, non mancarono altrove nuove testimonianze del progressivo processo di adattamento della tra- dizione classica alle nuove esigenze storiche. È infatti nella relativa stabilità del regno visigotico di Spagna, largamente influenzato dagli elementi giuridici ed amministrativi del- l'ordinamento romano, e dominato dalla crescente potenza dell’autorità ecclesiastica, che opera il più tipico rappresentante della cultura del VII secolo, il vescovo di Siviglia Isidoro (ca. 570-636). Autore di vari scritti dottrinali e teologici, la sua opera più importante sono però gli Etymologiarum libri (622-633), destinati ad una eccezionale fortuna sto- rica. Quest'opera — tra le pil lette e diffuse in tutto il Medioevo — ci mostra in modo esemplare come avvenga la riduzione del patrimonio intellettuale della antichità in una sintetica enciclopedia di nozioni, utile sia per chi si volge allo studio delle varie artes che per chi voglia dedi- carsi alle cure del magistero ecclesiastico. Muovendo dall’idea che è pos- sibile sempre rintracciare il principio e il significato di ogni cosa attraver- so l'etimologia del suo nome, Isidoro ordina sulla base di questo singo- lare criterio una grande massa di nozioni scientifiche, filosofiche e teo- logiche, spesso trattate con grande ingenuità, ma sempre fondate sulle testimonianze di molti autori classici. Ma l’importanza delle Origines non sta certo nella ricchezza dei suoi riferimenti, quanto piuttosto nel- l'interesse vivace e vitale per molti aspetti della cultura e della tradi- 34 l’ilosofia e cultura nell'età dei regni romano-barbarici zione classica. Infatti, nei primi tre libri, i più celebrati e conosciuti, Isidoro traccia un piano compiuto dello studio delle sette arti liberali, cui aggiunge poi negli altri 17 libri un complesso ordinato di nozioni che toccano tutti gli aspetti dello scibile, dalla medicina alla storia, dalla Sacra Scrittura alla teologia ed alla ecclesiologia, dalla cosmografia al- l’arte della guerra, dalla geografia alle arti meccaniche, ecc. La evidente modestia delle dottrine esposte da Isidoro, la sua as- senza di spirito critico o di attitudine filosofica, non toglie nulla alla importanza storica di quest'opera che salvò dalla dimenticanza alcune nozioni e idee fondamentali destinate ad esser tramandate, di genera- zione in generazione, nella scuola medioevale. NÉ, del resto, è estranea al suo autore una discreta conoscenza della scienza medica e naturale del suo tempo che va posta forse in rapporto con la fioritura delle scuole ebraiche spagnole, eredi di tanti aspetti e motivi della tradizione plato- nica. Anche le altre opere di Isidoro — il De fide catholica, i Sententia- rium libri tres, il De ordine creaturarum, il Chronicon e la Historia re- gum Gothorum et Vandalorum — testimoniano, del resto, la notevole larghezza della sua cultura teologica, dominata naturalmente dall’ispi- razione agostiniana, delle sue conoscenze naturali e delle sue nozioni storiche, fornendo altre preziose indicazioni sulle tonti filosofiche e letterarie di cui poteva servirsi un uomo di cultura in pieno VII secolo. Ora, è vero che nel corso di un secolo, il cerchio delle conoscenze e delle letture si è fortemente ristretto, e che Isidoro mostra, nei confronti di Boezio e di Cassiodoro, una conoscenza assai minore dei classici e un uso molto più rozzo degli stessi strumenti linguistici. Eppure, nella sua opera, come in quella di un altro minore contemporaneo, Martino di Bracara, lettore ed espositore di Seneca, si realizza la continuità della cultura classica e si compie il difficile salvataggio degli ultimi resti di una civiltà ormai in rovina. Raccogliendo nozioni e dottrine, ordinan- dole nell’ambito di una concezione educativa strettamente legata alla finalità ecclesiastica, Isidoro lascia in eredità agli uomini della rinascen- za carolingia un prezioso patrimonio sopravvissuto ai periodi più oscuri della crisi del mondo classico. La vita intellettuale dell’Europa occidentale continua a decadere progressivamente nel corso del VII secolo sotto il peso di molteplici fat- tori storici che fanno di questo periodo uno dei momenti più dramma- tici e oscuri di tutta l’età medioevale. Mentre i regni romano-barbarici si disgregano, svelando le loro profonde tare costituzionali (quando ad- dirittura non scompaiono, stroncati dall’efimera ripresa bizantina), si L'Alto Medioevo cristallizza la struttura latifondistica della società europea, gravata dal pe- sante predominio delle nuove aristocrazie germaniche, ancora estranee alla cultura ed alla tradizione greco-romana. L'attività economica ral- lenta adesso il ritmo, si attenuano, quando addirittura non si spezzano, gli ultimi legami politici con l'Impero d’Oriente, che le invasioni isla- miche stanno privando dei suoi territori africani e del Medio e Vicino Oriente. E, intanto, il progressivo esaurimento delle classi dirigenti ro- mane, l’avanzata di popolazioni più barbare e arretrate, rendono an- cora più precaria la sorte della tradizione intellettuale greco-romana, le- gata tradizionalmente alla continuità delle istituzioni urbane. Quel filone di solida dottrina che scorre ancora per buona parte del VI secolo, sembra adesso esaurirsi, oppure si fissa definitivamente nei canoni stilizzati dell’insegnamento ecclesiastico, nelle formule spes- so assai elementari e sommarie che guidano l’insegnamento dei maestri delle scuole vescovili o monastiche. In luogo della ricca esperienza filo- sofica, testimoniata ancora dall’opera di Boezio, si realizza ora il mo- nopolio della vita intellettuale da parte della Chiesa, l’unica istituzione che continui, al di là del crescente frazionamento dei poteri politici ed amministrativi, la funzione unificatrice già esercitata dall’Impero, e che imponga, in una società disorganica e disgregata, un’ideologia unitaria e organica. Certo, anche la cultura ecclesiastica accusa gravemente le conseguenze dello sfacelo della società romana e non è esente da un processo di progressivo imbarbarimento e di netto regresso intellettuale. Il tentativo di risolvere le idee dominanti nell’alta cultura greco-roma- na entro il tessuto religioso del Cristianesimo si è ormai trasformato nella passiva acquisizione di un complesso di nozioni dottrinali soprav- vissute al dissolvimento della società che le aveva prodotte. Ma se il crollo dell’Impero ha segnato la fine dell'ambiente storico in cui erano maturate le prime esperienze decisive della filosofia “cristiana,” non scompaiono le direttive intellettuali che la Chiesa ha ormai elaborato, nell’età patristica, ed ha posto alla base della formazione delle sue nuove élites sacerdotali. Queste dottrine sono poi strettamente legate a un tipo di forma- zione e di tirocinio ancora esemplato, in gran parte, sui modelli tradi- zionali dell’età classica. Ed è appunto per questo che una personalità come Gregorio Magno (540 ca. 604), interprete esemplare delle esigenze politiche e organizzative della Chiesa romana, ha potuto esser consi- derato come l’ultimo difensore di una tradizione romana trasferita integralmente nell'ordinamento disciplinare della Chiesa, o come il pri- mo vero rappresentante della cultura cristiana medioevale. Filosofia e cultura nell'età dei regni romano-barbarici La sua personalità e la sua azione storica giustificano, del resto, que- sta apparente differenza di giudizio; perché Gregorio, discendente da una famiglia dell’alto patriziato romano, educato al tirocinio intellet- tuale proprio della sua stirpe e della sua classe, fu il vero creatore della Chiesa dell’Alto Medioevo, la cui organizzazione venne completamente trasformata dalle sue riforme. Dall’ordinamento economico e giuridico dei grandi feudi della Chiesa, alle forme rituali e liturgiche, non vi fu campo della vita ecclesiastica che non recasse l'impronta di questa ecce- zionale tempra di pontefice e di uomo di governo, abilissimo diplomatico e politico raffinato. Ma la cristianità medioevale non venerò nel pon- tefice romano solo l’uomo che aveva portato la Chiesa ad una effettiva supremazia ideologica nell'Europa barbarica; bensi ammirò i suoi scritti il cui successo eccezionale corrispose giustamente ai bisogni della cul- tura ecclesiastica dei suoi tempi. Il Liber regulae pastoralis, che defi- niva i compiti e le funzioni del clero romano, restò infatti, per secoli, il libro fondamentale per la formazione della gerarchia cattolica; Dialoghi (che sono una raccolta di leggende agiografiche) e i Moralia in Job furono tra i libri più letti per tutto il Medioevo e tenuti a mo- dello del metodo di commento allegorico della Scrittura. Eppure, no- nostante la sua formazione e l’evidente influsso agostiniano, gli scritti di Gregorio sono già ben lontani dalla mentalità e dalla ispirazione clas- sica dominante dei grandi autori patristici. Ed anzi, la sua diffidenza verso lo studio dei classici, la sua ostilità nei confronti dell’insegna- mento grammaticale e letterario, sono drastiche e rigorose. In una famosa lettera a Didiero, vescovo di Vienne nel Delfinato, che s’era dedicato personalmente a insegnare la grammatica e a leggere i poeti latini ai suoi chierici per impedire che la loro ignoranza della lingua li rendesse incapaci d’intendere la' Sacra Scrittura, Gregorio con- danna aspramente qualsiasi tentativo di associare l’insegnamento delle litterae sacrae a quello delle Aumanae litterae, e di legare le parole di Dio all’uso delle arti profane. Il suo atteggiamento nei confronti della cultura classica è ancor meglio chiarito nel suo Commento al I libro dei Re, ove si ammette che si possa conoscere la lingua latina e le arti libe- rali, ma solo per quanto può giovare all’intendimento della Scrittura, e senza alcuna pretesa di considerare lo studio delle lettere come fine a se stesso. Ecco perché, anche di fronte al problema dell’uso retto della lingua latina (e cioè se si debba prender come norma la lingua dei clas- sici o quella della Bibbia), Gregorio afferma rigorosamente l’assoluta preminenza del latino biblico, le cui pretese interpretazioni grammati- cali e sintattiche sono ben superiori alle regole di Donato. Non solo; 37 L'Alto Medioevo ma Gregorio — la cui prosa è ben lontana dalla misura ancora classica di Boezio o di Cassiodoro — è il difensore e il teorico della nuova lingua ecclesiastica, forgiata nel latino scritturale, e nettamente distinta dalla lingua profana dei classici. Il distacco tra le fonti della tradizione non potrebbe essere più re- ciso. Né meraviglia che Gregorio, pur cosi latino nel suo spirito orga- nizzativo e nella sua azione ecclesiastica e politica, concepisca lo studio delle lettere solo come un mezzo per il magistero pastorale, e cioè per ben intendere e spiegare la Bibbia. Nondimeno la sua opera di evange- lizzatore doveva lasciare una grande traccia nella storia della cultura e della filosofia medioevale. Perché fu proprio questo Papa, così scarso ammiratore delle lettere, che promosse la cristianizzazione della Britan- nia e di una vasta parte della Germania, diffondendo in quelle regioni la lingua e la cultura latina della Chiesa. I risultati di tale impor- tante evento storico saranno ben chiari già nella seconda metà del se- colo, quando l’opera dei missionari e dei monaci delle abbazie britan- niche e irlandesi avranno già costituito dei solidi centri di vita intellet- tuale, al riparo dal marasma politico dell'Europa continentale, dove si conserverà un ricco patrimonio di cognizioni teologiche, e fiorirà una eccezionale cultura umanistica, destinata ben presto a rifluire nelle scuole dell'impero carolingio. Mentre in Occidente si consuma cosi la crisi della cultura antica e si delineano le prime linee fondamentali della cultura medioevale, nell’Impero bizantino continua la tradizione della filosofia classica ed ellenistica e dei grandi padri greci. Chiusa la Scuola di Atene con un decreto di Giustiniano (529) la vita filosofica prosegue a Bisanzio sotto la predominante influenza della tematica neoplatonica. L'interesse per gli scritti attribuiti a Dionigi Areopagita, che sarà cosî forte poi anche ‘in Occidente, e per tutta la tradizione che va da Plotino a Porfirio a Proclo è la caratteristica dominante delle scuole bizantine. Ma il neo- platonismo nelle sue varie forme e sfumature si unisce anche a una so- lida tendenza aristotelica, sviluppata soprattutto sul piano della logica e delle scienze. Di questa cultura è tipico esponente Giovanni Damasceno (+ 750) vissuto nel pieno delle lotte iconoclastiche e della prima grande crisi nei rapporti tra la cristianità occidentale e orientale. La sua opera principale IMInyhyv6oewg è una grande raccolta di materiali filosofici e teologici ordinati sistematicamente e con un evidente scopo apologetico e scolastico. Tuttavia nella sua introduzione a carattere filosofico, Kepa- rasa piaoropixà, il Damasceno svolge un'interessante trattazione della logica e metafisica di Aristotele nonché di dottrine derivate da Porfirio 38 Filosofia e cultura nell'età dei regni romano-barbarici e da Ammonio. A questo prologo filosofico segue un ampio catalogo storico delle eresie e quindi, nella terza parte, una classificazione siste- matica di testi patristici, unita ad una esposizione organica della teolo- gia dogmatica. Proprio quest’ultima parte, che tradotta nel 1151 da Burgundio Pisano influì sull’evoluzione dei Libri sententiarum, venne largamente usata anche da Pietro Lombardo e fu sempre presente ai teologi occidentali della seconda metà del XII e XIII secolo. La tradizione platonica e aristotelica delle scuole bizantine continua poi ancora per tutto il IX secolo per opera del patriarca Fozio (820- 897 ca.), commentatore di alcuni scritti logici di Aristotele e sostenitore della superiorità di Aristotele di fronte a Platone. Ma con Fozio, la cui grande Bibliotheca offriva amplissimi materiali sulla cultura filosofica classica, siamo già al punto di massima rottura tra il mondo bizantino e la Chiesa romana. Lo scisma dell’858 doveva rendere presto ben dif- ficili i rapporti intellettuali tra Bisanzio e l'Occidente che, del resto, le invasioni islamiche avevano già gravemente minacciato, spezzando la unità “imperiale” del bacino mediterraneo. 39 Capitolo secondo L'età carolingia I. I presupposti storici e culturali I due secoli che trascorrono dalla morte di Gregorio Magno all’in- coronazione romana di Carlo segnano una svolta decisiva nella storia dell'Europa medioevale. In questo periodo — che è pure uno dei pit oscuri e drammatici della storia occidentale — si viene infatti compien- do il lento passaggio dalla struttura sociale del tardo Impero alle for- me di organizzazione economica e politica proprie della società feu- dale; si opera la compiuta assimilazione tra gli ultimi residui delle ari- stocrazie romane e provinciali e la nobiltà germanica; e si afferma definitivamente la supremazia spirituale della Chiesa romana che costi- tuisce il saldo tessuto ideologico e dottrinale della nuova società. Natu- ralmente un simile processo si svolge in tempi e in modi assai diversi a seconda che si compia nell'ambiente particolarmente propizio del re- gno franco, ove si verifica una rapida e facile assimilazione tra la vec- chia classe senatoriale gallo-romana e l’aristocrazia franca, oppure nel- l’ambiente più arretrato e barbarico dell’Italia longobarda. Tuttavia il suo ciclo può già considerarsi compiuto intorno alla metà dell’VIII se- colo, quando l’alleanza tra la più forte monarchia germanica, quella dei Franchi, e la crescente potenza spirituale e mondana del Vescovo di Roma pone la condizione storica essenziale per la formazione del- l'Impero carolingio. All’avvento di questo nuovo ordinamento che interesserà ben pre- sto la maggior parte dell'Europa occidentale cooperano molti e diversi fattori di ordine economico e sociale che sarebbe impossibile illustrare in questa sede in modo compiuto ed organico. Ma se anche non affron- teremo i numerosi e gravi problemi relativi alla genesi dell'Impero caro- lingio, all’origine ed alla funzione storica del feudalesimo, non si potrà trascurare di indicare, per quanto sommariamente, quei caratteri storici essenziali che sono propri di questo periodo. L'età carolingia Il primo e, certo, il più importante, è appunto la profonda trasfor- mazione che hanno ormai subîto le strutture fondamentali della vita economica e sociale dell'Europa occidentale che presenta adesso un aspet- to profondamente diverso da quello dell’età delle grandi invasioni. An- cora nel corso del VII secolo, i regni romano-barbarici avevano infatti continuato a dominare su di una società, già in via di mutamento, ma che non era ancora lontana dalle caratteristiche assunte durante gli ultimi tempi del Basso Impero. La continuità di un'intensa vita econo- mica in gran parte del bacino del Mediterraneo e soprattutto in Gallia, in Africa e in Spagna, la persistenza di rapporti marittimi e di discreti scambi commerciali con Bisanzio, la relativa, ma ancora notevole, flori- dezza dei centri urbani e mercantili, testimoniano l’assenza di una vera e propria cesura con la vita economica, sociale e intellettuale del mondo romano. Se si assiste all’evidente imbarbarimento delle istituzioni e dei costumi, gli ordinamenti amministrativi sono ancora in gran parte quelli romani e la supremazia degli invasori germanici non ha ancora totalmente distrutto le solide basi di strutture statali ancora improntate al modello latino. Naturalmente, le stesse conclusioni valgono per la cultura e gli isti- tuti che permettono la continuità e lo sviluppo della vita intellettuale. La cultura di tipo schiettamente classico decade — è vero — progressi- vamente, via via che peggiorano le condizioni sociali e politiche, ma continua ancora a muoversi sulla scia delle concezioni romane e gre- che; né la tradizione bizantina cessa di esercitare il suo influsso, ancora particolarmente forte intorno alla metà del VI secolo. Che tale condizione di cose muti nel corso dell’VIII secolo, è invece constatazione evidente, anche se si può discutere sulle ragioni e le cause di questo mutamento, nonché sulla sua relativa profondità e portata. Ma anche riconoscendo i limiti di una tesi troppo radicale co- me quella del Pirenne (che ha indicato nella “svolta dell'VIII secolo” l’inizio di un’età storica dominata dalla scomparsa dell’attività commer- ciale e da una economia strutturale rigorosamente chiusa e rurale), è certo che l’ambiente storico della civiltà carolingia non ha più molti tratti in comune con la società in cui si erano mossi gli ultimi grandi rap- presentanti della cultura classica, come Boezio e Cassiodoro. I terri- tori mediterranei, un tempo al centro dell’attività economica e della vita civile, sono adesso gravemente impoveriti per l’effetto congiunto delle continue invasioni, delle carestie e delle guerre o della costante diminuzione del traffico, insidiato dalla potenza marittima dell’Islam. Le istituzioni urbane, anche se non scompaiono e non decadono in pro- 4I L'Alto Medicevo porzioni catastrofiche, sono però indubbiamente in forte declino; ed alla loro decadenza corrisponde un notevole prevalere dell’economia rurale, e la conseguente egemonia politica dell’aristocrazia militare e fondiaria che detiene, in gran parte, il monopolio della terra. In tal modo il carattere prevalentemente urbano e mercantile della società romana cede adesso il suo posto ad un assetto economico e sociale fon- dato prevalentemente sull’unità della vile e su un circuito di scam- bi a breve raggio. Mentre si disgregano gli ultimi resti delle istitu- zioni romane, mentre scompare il secolare ordinamento amministra- tivo che era sopravvissuto anche alle invasioni, si delineano i nuovi lineamenti di un ordine politico che non ha certo un diretto rapporto con la tradizione romana. L’impronta fortemente germanico-cristiana, che sarà propria del- l’Impero carolingio, lo spostarsi verso il Nord dell’asse politico dell'Eu- ropa cristiana, sono i segni più evidenti ed eloquenti del grande muta- mento storico. Ma ancora più importante è la trasformazione che si è verificata nei quadri dirigenti della società europea e, quindi, nei ceti che elaborano e diffondono anche le nuove direttive intellettuali. La base storica concreta su cui si fonda questo Impero è difatti la grande aristocrazia fondiaria che è venuta lentamente costituendosi nel secolo V e VI in tutti gli stati romano-germanici. Il perno della com- plessa macchina amministrativa carolingia è costituito da una fitta rete di poteri locali, nominati dall’Imperatore che essi rappresentano in tutte le più delicate funzioni politiche ed amministrative, di una ge- rarchia ben diversa dalla vecchia burocrazia imperiale romana, per- ché vive del provento delle imposte o delle concessioni di terre lar- gite dal sovrano ed è legata al proprio compito solo dal vincolo di fe- deltà stretto “personalmente” con l'Imperatore. Questa aristocrazia, prodotto naturale delle condizioni economiche e politiche maturate dal- lo sfacelo dell’ordine politico romano e dalla sostituzione della nobiltà germanica alla vecchia classe latifondista del Basso Impero, è insieme la forza armata dell’Impero e il suo corpo amministrativo, ne rappre- senta la salvaguardia militare e la classe politica dominante. Ma essa non è certamente l’unico elemento della costruzione politica di Carlo Magno che, sebbene strettamente plasmata sulla struttura sociale del- l’Europa romano-barbarica, trova la propria giustificazione ideale nel carattere religioso del potere e nella propria funzione mediatrice tra il crescente particolarismo delle istituzioni politiche e la forza di un prin- cipio universale che si richiama alla salda tradizione unitaria della Chiesa romana. 42 L'età carolingia Nell’immane mosaico di popoli e di genti ancora scarsamente amal- gamate che ubbidiscono all’autorità di Carlo, l’unico vincolo unitario è infatti rappresentato dalla radicale compenetrazione tra l’Impero e la Chiesa. E quanto questa compenetrazione caratterizzi la struttura politica della società carolingia, lo dimostra appunto la preoccupazio- ne di Carlo di presentarsi sempre come l’advocatus ecclesiae, difen- sore della cristianità, e di far coincidere la legittima estensione dei suoi poteri con il corpo vivente della Chiesa che non ha mai confini ma si estende su tutto l’orbe “ovunque si pronunzia il nome di Cri- sto.” Convinto sinceramente che la sua autorità gli discenda dalla natura di capo divinamente eletto del popolo cristiano, ispirato da consiglieri che fondano la legittimità dell’Impero sull’i insegnamento della Bibbia e sulle parole di Agostino, il monarca franco si presenta con un carattere del tutto diverso da quello che era stato proprio an- che degli ultimi imperatori cristiani, come sovrano e guida del po- polo di Dio. Legislatore della comunità civile, supremo principio di autorità e di diritto, egli è anche il legislatore della Chiesa pronto ad impugnare le due “spade” dell’autorità spirituale e di quella tempo- rale. Ma proprio perché l’Imperatore è reggitore della Chiesa oltre che dello Stato, la sua autorità penetra ovunque, e come detta nei capitolari le norme per la tenuta delle villze e l’amministrazione dei demani imperiali, cosî fissa le regole più particolari e minute per la condotta del clero e la disciplina rituale e canonica. “L'osservanza del- la domenica, l'esecuzione del canto ecclesiastico e le condizioni per l'ammissione dei novizi nei monasteri,” scrive giustamente il Dawson, “sono punti fissati nei capitolari, altrettanto come la difesa delle fron- liere e l'amministrazione dei beni della corona.” Ciò spiega un altro carattere tipico dell'ordinamento carolingio, e cioè l’esistenza di una potente aristocrazia ecclesiastica, non meno influente di quella mili- tare e fondiaria, che partecipa all’amministrazione delle trecento contee in cui si divide l’Impero, e ha una propria funzione politica e persino militare. Il governo centrale è poi addirittura nelle mani degli eccle- siastici della cancelleria e della cappella reale. Non solo; l’autorità di questa aristocrazia ecclesiastica è ben rappresentata anche nella tipica istituzione carolingia dei missi dominici, deputati alla sorveglianza ed al controllo sull’amministrazione locale, costituiti in gran parte da ve- scovi ed abati, sempre pronti ad informare minutamente il sovrano dell'andamento della vita economica, civile e religiosa dei più lon- tani territori della Christianitas. Lo spirito profondamente teocratico che anima l’Impero, espresso 43 L'Alto Medioevo drasticamente in tanti ‘atteggiamenti e detti di Carlo, è perfettamente definito nella identificazione dell’autorità sacramentale e carismatica del clero e quella non meno sacrale che discende dalla volontà del so- vrano. Ed è appunto nel quadro di questa concezione, destinata a con- tinuare ben oltre lo stesso sfacelo dell’Impero, che la società carolingia elabora i propri ideali e le proprie istituzioni culturali, strettamente legate alle nuove esigenze politiche. La rinascita culturale che va sotto il nome di “rinascenza caro- lingia” è quindi il prodotto storico naturale dello spirito teologico che permea tutta l’organizzazione carolingia, della necessità impellente di formare un corpo di funzionari colti e competenti e di preparare una larga élite del clero a compiti e funzioni che richiedevano un tipo di cultura pid raffinata e mondana. Però la riforma perseouita da Carlo non si limita solo a rinnovare la tradizione deoli studia Auma- nitatis o a rinortare nelle istituzioni scolastiche dell’Occidente la lin- fa vitale dell’insernamento delle “arti liberali” ma è addirittura il primo tentativo di ricostituire l’unità intellettuale della società euro- pea, edificata sui resti della cultura classica. la cui influenza continua, del resto, a dominare anche i maestri delle “scuole palatine.” Natu- ralmente, rroprio perché è legata cosî strettamente al particolare ca-rattere politico e organizzativo dell'Impero, la cultura del TX secolo ne rispecchia fedelmente anche i tipici caratteri dominanti. Nonostante tutti i tentativi di riconnettere la “rinascenza carolincia” alla grande fioritura intellet tuale del XII secolo, o, addirittura, all’umanesimo quat- trocentesco, pesano infatti su questa cultura i limiti storici di una so- cietà che non riusci mai a darsi una vera struttura statale organica e che nella sua rigida divisione di caste realizzò la piti compiuta sepa- razione tra il ristretto ceto dei “clerici” monopolizzatori della cultura e la gran massa dei fedeli. Non a caso, quindi, la rinascenza caro- lingia ha come suo precipuo ideale l’elaborazione di una cultura di carattere esclusivamente ecclesiastico — 0, meglio, ecclesiastico-ammi- nistrativo, — capace di garantire l’unità religiosa e ideologica della Christianitas e di subordinare la stessa validità delle discipline classiche alle esigenze dogmatiche predominanti della ortodossia cattolica. E non per nulla gli stessi teologi e i maestri della scuola palatina, strenui difensori di una concezione unitaria dell’autorità imperiale che è di schietta impronta romana, sono, al tempo stesso, anche i tenaci so- stenitori del fondamento sacrale del potere civile e della sua piena coesione con l’immutabile ordine della gerarchia ecclesiastica. Del resto, quant'è diversa la finalità e la destinazione ideologica 44 L'età carolingia della civiltà carolingia nei confronti della tarda cultura romana, è al- trettanto profondamente mutato l’ambiente in cui essa maggiormente fiorisce. I cenui della “rinascenza” non sono ora le città del vecchio mondo romano, né le terre dell’Italia, della Francia meridionale o della Spagna, bensi la stessa corte imperiale, le innumerevoli abba- zie e scuole monastiche disseminate nel vasto dominio franco e so- prattutto nelle regioni settentrionali chiuse tra la Loira e il Weser. I maestri, i chierici che la propagano non sono grandi aristocratici romani, come Boezio o Cassiodoro, o eredi della tradizione latina come Gregorio Magno, bensi degli intellettuali di origine barbari- ca che hanno però profondamente assimilato quanto si è salvato della tradizione classica. Da Fulda a S. Gallo, da Tours a Reichenau, tutta l'Europa carolingia è percorsa da una potente corrente di nuova vita intellettuale, che non si svolge soltanto nel campo limitato delle lettere e della teologia, ma ha i suoi diretti riflessi anche nell’ambito delle arti e della tecnica scrittoria che i monaci carolingi portano ad una perfezione prima ignorata. Così, sebbene l’Impero, minato dal- la sua debole struttura, si avvii rapidamente alla fine, le grandi abba- zie benedettine diventano gli unici centri intellettuali dell'Europa, tor- mentata dall’erompere dell’anarchia feudale, di una società sconvolta e lacerata da nuove ondate d’invasione. 2. La cultura monastica anglosassone All’adempimento di un tale compito storico, l’abbazia benedettina era stata del resto già preparata da due secoli di oscura e paziente elaborazione di nuove élises intellettuali. Da quando la regola di Benedetto aveva creato, agli inizi del VI secolo, un nuovo tipo di monachesimo, operoso e attivo, ispirato alla norma della preghiera e del lavoro collettivo e fraterno, l’antico ideale dell’ascesi individuale era stato sostituito da una nuova direttiva spirituale di contenuto so- ciale. Nel monastero benedettino, costituito in una salda unità ammi- nistrativa e disciplinare, il lavoro manuale e la pura ricerca contempla- tiva avevano ritrovato una profonda unità del tutto ignota alla so- cietà del tempo, costituita da una ristretta aristocrazia militare e fon- diaria e da enormi masse di contadini-servi. Ma, soprattutto (in una età in cui l’economia era prevalentemente agricola e gli ordinamenti politici si sfasciavano sotto il peso crescente delle tendenze particola- ristiche), la diffusione delle istituzioni benedettine aveva permesso la 45 L'Alto Medioevo formazione di numerosi centri d’intensa vita produttiva, dove la colti- vazione delle grandi proprietà abbaziali si alternava allo studio ed all’apprendimento dei primi rudimenti delle arti liberali. Tutto ciò spiega e giustifica la grande fortuna dell’ordine benedettino in tutta la Cristianità occidentale, e soprattutto nelle regioni dell'Europa conti- nentale ove si erano già delineati i caratteri incipienti della civiltà feu- dale. Poiché fu soprattutto in Svizzera, in Francia e nella Germania meridionale che il sistema delle abbazie, spesso unite da stretti vincoli economici e amministrativi, pose fin dal VII secolo i presupposti della diffusione organica di una ricca cultura di carattere ecclesiastico e mo- nastico, ma largamente permeata di motivi e temi della tradizione classica. All’elaborazione della cultura carolingia dettero però un contri- buto ancor più importante e decisivo le istituzioni monastiche dei paesi anglosassoni, sorte fin dall’inizio del VI secolo, indipendentemente dalla diffusione benedettina. Il carattere peculiare di questo monache- simo, che in un periodo tra i più oscuri della storia occidentale fece delle isole britanniche una vera oasi di civiltà, fu di non aver adottato la gerarchia episcopale della chiesa, ma di aver organizzato la propria vita entro la cornice esclusiva delle “regole” monastiche. E tale ca- rattere è certo ben comprensibile, se si pensa che il monachesimo an- glosassone sorse in un paese quasi completamente pagano, ove soltanto nel 596 era ripresa la tradizione episcopale, sotto l’impulso diretto di Gregorio Magno. Il successo della predicazione del monaco Agostino, primo vescovo di Canterbury, e dei suoi seguaci, era stato però assai rapido: già nel 644 l’East Anglia aveva un proprio vescovo anglosassone, e dieci anni dopo anche il seggio primaziale di Canterbury era stato occupato dal sassone Deusdedit cui: doveva succedere il monaco greco Teodoro, dotto nelle lettere greche e latine. Teodoro e l’abate africano Adriano furono gli iniziatori di una fortunata opera di riforma intellettuale che aveva naturalmente uno scopo e una finalità essenzialmente devota, ma che non trascurava neppure l’insegnamento delle lingue classiche e la lettura degli auctores. Liberi da ogni stretto vincolo disciplinare e dogmatico, animati da uno spirito di tenace e vivace proselitismo, i monaci da loro educati ne diffusero l'insegnamento e la pratica in una fitta rete di istituzioni monastiche che coprì rapidamente tutte le regio- ni delle isole britanniche, dalla Britannia al Galles, alla pagana Cale- donia. Da Canterbury a Malmesbury, dall’Irlanda, già convertita da L'età carolingia S. Patrizio, ai grandi monasteri di Bangor Iscoed e di Clonard, fino al lontano monastero scozzese di Jona, flui cosi un filone costante e ricco di «cultura classica, che le particolari condizioni geografiche e storiche posero al riparo dalle drammatiche crisi di tutti i paesi dell'Europa continentale. E quale fosse il carattere di questa cultura ci è appunto noto dalla testimonianza di Adelmo di Malmesbury, che ci ricorda di aver appreso alla sua scuola monastica i rudimenti essenziali del di- ritto romano, i principi della metrica e della prosodia, le figure prin- cipali dell’arte retorica, e, ancora, la matematica e l’astronomia. Certo, a giudicare dalla notevole “barbarie” della prosa di Adelmo e dalla sua ingenuità e rozzezza, si potrebbero avanzare non pochi dubbi sul valore della tradizione classica diffusa negli ambienti mo- nastici anglosassoni. Eppure si tratta dei primi timidi frutti di una cultura che non ignora né Virgilio, né Terenzio, né Orazio, né Gio- venale, e che continua, in sostanza, un tipo d’insegnamento non trop- po dissimile da quello praticato nelle scuole del Basso Impero. Né i risultati di questo insegnamento sono da disprezzare, se è vero che a poco più di un secolo dalla loro evangelizzazione i monasteri anglo- sassoni inviavano sul continente i loro primi missionari. Del resto, già dal 590 l’irlandese Colombano aveva fondato in Francia il monastero di Luxeuil, donde mosse una larga diffusione mo- nastica in Francia, nelle Fiandre, in Svizzera e in Germania, e in Italia, ove l’abbazia di Bobbio fu un tipico prodotto del monachesimo anglosassone. Ma ancora più importante fu l’opera di un monaco an- glosassone, Wynfrith, l’evangelizzatore dei sassoni, e primo vescovo di Magonza sotto il nome di Bonifacio. Questo monaco non fu soltanto “l’apostolo della Germania,” da lui evangelizzata mercé la protezione della monarchia franca e nel quadro della direttiva episcopale romana, bensi l’uomo di Chiesa che seppe operare la saldatura storica tra la tra- dizione benedettina e romana e quella anglosassone, diventando cost il diretto intermediario tra la cultura dei monasteri irlandesi e britannici e la ripresa intellettuale che cominciava a delinearsi nel continente. Chiamato, nel 742, da Carlomanno, fratello e collega di Pipino il Breve, perché provvedesse a riordinare lo stato della Chiesa nel suo du- cato di Neustria, ove il clero era profondamente decaduto dal punto di vista disciplinare e privo di ogni cultura, Bonifacio compì in breve tempo una riforma radicale. Nel suo periodo di governo, durato dal ‘42 al °47, non solo provvide ad eliminare gli abusi più gravi, e a sotto- porre l’episcopato franco all’autorità apostolica romana, ma trapiantò nelle scuole e nelle istituzioni espiscopali e abbaziali la cultura che fio- 47 L'Alto Medioevo riva in Britannia nei nuovi monasteri sorti nel VII secolo, come quello di S. Pietro di Wearmouth, fondato nel 674 da Benedetto Biscop. In questo ambiente colto ed erudito, sui testi devoti e profani che il Biscop aveva portato dall’Italia e dalla Gallia, si era, del resto, già formato, negli ultimi decenni del VII secolo, un monaco anglosassone, che aveva scritto la storia ecclesiastica del suo popolo in un latino ecce- zionalmente limpido e puro. Nato nel 673, nel momento di massima fortuna della cultura monastica anglosassone, il monaco Beda (t 735), che i medioevali chiameranno il “Venerabile,” non si era limitato a com- piere la sua opera di storiografo guidata da una fondamentale ispira- zione romana, ma aveva illustrato la sua cultura letteraria nel De orthographia e nel trattatello De schematibus et tropis, e definito i principi e metodi della cronologia nel De temporibus, De temporum ratione, De ratione computi. Però la sua opera pi fortunata, che godé per tutto il Medioevo di una eccezionale fortuna, fu il De rerum natura, costruito sul modello dell’enciclopedia di Isidoro, ove si esprime già una cultura più raffinata e scaltrita. Scrittore limpido, il suo stile non diffe- risce troppo da quello degli autori della bassa latinità; né a leggere le sue opere si direbbe che Beda scriva verso la fine dell’VIII secolo, in un ambiente sociale e intellettuale cosi profondamente mutato, e, ad- dirittura, in un Paese che aveva conosciuto solo brevemente la civiltà romana. Eppure, è proprio in Inghilterra e in Irlanda che la cultura classica riprese a fiorire con forme ed intenti ancora ignoti agli altri paesi dell'Occidente; né è certo un caso che le prime forme di prosa d’arte, atteggiate sul modello della tradizione letteraria latina, nasces- sero nei conventi di Inghilterra, di Scozia e d'Irlanda. Quando poi, agli inizi del IX secolo, re Alfredo tradusse la Cura pastoralis di Gre- gorio Magno, l’Historia di Paolo Orosio e la Consolatio di Boezio, non creò soltanto i primi modelli letterari della prosa anglosassone, ma offri una nuova prova del carattere squisitamente classico della ma- tura civiltà anglosassone. 3. Alcuino e la “rinascita” carolingia Questa ricca cultura di origine e ispirazione classica, non avrebbe però avuto una effettiva incidenza storica, se non si fosse presto diffusa nell'Europa continentale, improntando di sé la vita intellettuale del- l’Impero carolingio. Abbiamo già accennato alla missione di Bonifacio ed al suo tentativo di migliorare la formazione intellettuale del clero 48 L'età carolingia franco mediante lo studio dei rudimenta letterari necessari per l’inse- gnamento della Scrittura. Ma l’uomo che seppe trapiantare in Oc- cidente i frutti più maturi della cultura anglosassone e servirsene co- me fondamento di una vasta riforma intellettuale, fu un monaco irlan- dese, Alcuino di York (1804). Formatosi in una scuola largamente aperta alle influenze classiche, Alcuino aveva percorso sotto la guida di Egberto, discepolo di Beda, il corso normale del “trivio” e del “qua- drivio.” Maestro a York nel 778, la sua fama di grande cultore della humanitas si era presto diffusa anche nel continente: e Carlo, che già in quegli anni progettava di organizzare nuove istituzioni scolastiche per la formazione dei suoi dignitari chierici e laici, lo chiamò alla sua corte, affidandogli la guida della riforma scolastica. Già presente alla corte carolingia dal 781 al ’90, Alcuino, dopo un breve soggiorno britannico, vi tornò stabilmente nel ’93, per restarvi fino alla morte e per quasi vent’anni il monaco irlandese mirò — come disse — a tra- sformare l’Impero di Carlo in una “nuova Atene,” “superiore anzi al- l'antica Atene perché dotata dei doni sovrannaturali dello Spirito Santo.” In realtà, il maggiore merito storico di Alcuino fu quello d’in- tendere perfettamente quale fosse il tipo di cultura necessario per la società carolingia, e di trasformare la tradizione classica dei monasteri e delle scuole anglosassoni in una organica direttiva intellettuale stret- tamente associata all’ideale teocratico dell'Impero e legata alla gigan- tesca macchina politica e amministrativa costruita da Carlo. Tutti i risultati più positivi di due secoli di lenta maturazione intellettuale; furono cosî posti al servizio della società rigorosamente gerarchica su cui si fondava l’impero, e divennero i criteri formativi di una nuova élite intellettuale, emersa dalla confusa vicenda di due secoli di crisi. Ma l’opera di Alcuino non si limitò soltanto a questo compito di organizzazione del nuovo sistema delle scholae imperiali, o alla trasmissione della esperienza anglosassone; egli stesso elaborò la di- stinzione organica e sistematica delle sette arti liberali, trasformando la pratica tradizionale della cultura classica in un complesso ragionato c ordinato di nozioni e di tecniche. I frutti della sua attività furono cer- tamente tali da influenzare per quasi tre secoli gli sviluppi essenziali della cultura europea; gli uomini educati alla sua scuola poterono giu- stamente vantarsi di aver restaurato un solido legame con la cultura classica, e di aver, per cosi dire, riannodato quel filo sottile della tra- dizione che sembrava essersi spezzato con la crisi dell'unità romana. Certo, il tipo di cultura instaurato da Alcuino rispecchiò anche 49 L'Alto Medioevo tutti i limiti storici dell'ambiente da cui nasceva e per la sua imposta- zione esclusivamente ecclesiastica fu lo specchio di una società divisa in caste, e che affidava al dominio spirituale della Chiesa l’assoluto monopolio della formazione delle id:e. Ma anche entro questi limiti, l’opera di Alcuino fu eccezionalmente fruttuosa; si può dire che si debba alla sua direttiva la prima organizzazione di un sistema di isti- tuzioni scolastiche comune a gran parte dell'Europa carolingia e la formazione di un tipo di cultura raffinata, non più limitata al chiuso mondo anglosassone, bensi diffusa in Francia come nella Germania meridionale, in Italia come nelle isole britanniche. Da questa cultura — destinata a sopravvivere al crollo dell’Impero e al pid torbido pe- riodo di anarchia feudale — muoveranno poi nell'XI secolo le nuove correnti di pensiero che, parallelamente’ alla grande trasformazione economica della società medioevale, guideranno la rinascita intellet- tuale dell’Europa. A spiegare il successo dell’opera di Alcuino può contribuire la considerazione che la Gallia era stata influenzata dalla cultura latina assai più dei territori britannici, e che il ricordo della lingua e della civiltà non vi si era mai perduto. Però lo stato di miseria intellet- tuale del clero franco — deprecato dal dotto Bonifacio — e i lamenti che Gregorio di Tours o Fortunato di Poitiers avevano elevato sulle condizioni della cultura nella vecchia Gallia romana, testimoniano una profonda decadenza, che si era sempre più accentuata dopo che si erano allentati i vincoli con l’Italia e con le altre regioni pi progredite del vecchio Impero. Proprio la constatazione che gran parte dei suoi uffi- ciali laici o ecclesiastici non sapeva neppure intendere la lingua latina, aveva indotto Carlo Magno a ordinare nel 789 l’apertura di scuole vescovili e monastiche, ove si insegnassero, oltre al canto, al solfeggio e le salmodie, anche gli elementi fondamentali del compito ecclesia- stico e della grammatica. Ma i suoi progetti di riorganizzazione delle istituzioni scolastiche erano assai più ambiziosi, cosî com'era impel- lente la necessità di organizzare in breve tempo un vero e proprio corpo di dignitari e di amministratori, capace di adempiere al grave compito del governo dell’Impero. Proprio per questo Carlo si era ri- volto dapprima in Italia, donde era venuto alla sua corte il dotto longobardo Paolo Diacono (725-797) che per cinque anni vi aveva in- segnato il greco, prima di ritirarsi nell’abbazia di Montecassino. Durante il suo breve soggiorno, Paolo aveva rivisto e corretto una collezione di Omelie, pubblicate da Carlo, come incitamento alla ri- presa degli studi. Più tardi il suo insegnamento era stato continuato 50 L'età carolingia da Pietro di Pisa, già maestro a Pavia, e da Paolino di Aquileia, pre- senti alla corte carolingia dal 772 al 787. Questi maestri erano però ben lontani dal livello intellettuale e dalla preparazione dei monaci irlandesi e britannici; e la loro cultura era forse anche inferiore a quella di due dotti ecclesiastici ispano-gallici, come Agobardo (769- + 840), che fu poi vescovo di Lione, e Teodolfo (t821) vescovo di Orléans, vomini di larga cultura teologica e letteraria, conoscitori ed ammiratori di Virgilio, Ovidio, Orazio, Lucano e Cicerone. Nondimeno, quei mae- stri italici furono il primo nucleo della élite intellettuale raccolta da Carlo intorno alla sua corte; e fu sul terreno preparato da questi modesti professori che si maturò la riforma di Alcuino, guidata da una lucida consapevolezza della continuità della cultura classica e dalla eccezio- nale capacità di ridurre i suoi elementi essenziali a componenti di una ruova direttiva ideologica e dottrinale. Il rapporto che Alcuino volle porre tra la nuova cultura di cui era- ispiratore e la tradizione classica, è infatti espresso chiaramente in più di un testo. Il suo dialogo De virtutibus ci insegna che la scien- za, la virti e la verità valgono di per se stesse, e che i cristiani, lungi dal condannare le verità e le virti degli antichi, debbono anzi accet- tarle e coltivarle. I poeti, i grammatici, i retori ed anche gli stessi filosofi, spesso oggetto di timori e di condanne, hanno infatti inse- gnato delle dottrine intrinsecamente utili e vere che costituiscono un prezioso patrimonio umano. Perciò, al discepolo che gli chiede quale sia la differenza tra i filosofi antichi e i cristiani, Alcuino può rispon- dere che solo il battesimo e la fede li distinguono, e che la saggezza antica, che ha compreso la natura e la ragione delle cose, può costi- tuire il migliore accesso alla suprema sapienza cristiana. “I filosofi,” egli scrive, “non hanno creato, ma solo scoperto quelle arti”; poiché Dio stesso le ha poste nella realtà e nella natura, lasciando che gli uomini più dotti le scoprissero con le loro forze. Come non ricono- scere, perciò, la necessità dello studio delle arti liberali, necessarie, del resto, anche ai teologi e a tutti i maestri della Sacra Pagina? E come non scorgere in questo studio un alto dono di Dio, e un com- pito meritorio per ogni cristiano? Ecco perché, nel tracciare il suo piano di insegnamento, Alcuino affermò cosi recisamente la funzione propedeutica delle arti liberali che costituiscono la solida base della cultura, e perché costrui la scuola carolingia sul modello delle scuole monastiche ed episcopali anglosas- soni, cercando di raccogliere organicamente le testimonianze e le fonti essenziali delle antiche “discipline.” Mediocre poeta, teologo di scarso SI L'Alto Medioevo rilievo (il suo De ratione animae non è che una esposizione debole e generica di motivi agostiniani e vagamente neoplatonici), egli ebbe pe- rò, in sommo grado, il senso della organizzazione della cultura.E lo testimoniano i suoi manuali, dalla Grammatica ricavata dagli scritti di Prisciano, Donato e Isidoro, al De orthographia che ricalca Beda, al Dialogus de rhetorica costruito su materiali ciceroniani, al De dialectica ove utili zza Boezio, Isidoro e le pseudoagostiniane Categoriae decem. 4. Gli sviluppi della cultura carolingia La nuova organizzazione degli studi promossa da Alcuino non tardò a dare i suoi frutti. Già durante il regno di Carlo le regioni centrali'dell’Impero vedono aumentare rapidamente le istituzioni sco- lastiche, affidate in gran parte ai monaci benedettini. Le abbazie di S. Martino di Tours, Fulda, Fleury, Reichenau, sono i centri della cultura carolingia, di cui trasmetteranno, per tre secoli, le direttive essenziali, mediante un tipo d'insegnamento letterario che ha non po- chi punti di contatto con la tradizione grammaticale del tardo Impero. Se infatti il carattere delle scuole resta sempre essenzialmente ecclesia- stico e chiuso nell’ambito delle dottrine scritturali e patristiche, la base su cui si fonda l’istruzione dei chierici è squisitamente classica e le- gata alla lettura e al commento dei classici latini. Ciò spiega il molti- plicarsi dei codici, copiati nei centri scrittori delle maggiori abbazie e rapidamente diffusi nelle varie scuole di Europa. Ma la lettura di questi testi e il commento grammaticale non sono certo l’unica atti- vità dei dotti carolingi, né la loro cultura si esaurisce — come è stato pur detto da taluni storici — in una esercitazione grammaticale. La partecipazione commossa alla cultura classica, l’amore per gli antiqui considerati come maestri di umanità, la familiarità con le lo- ro opere, implicano infatti tutto un modo di concepire il rapporto tra la sapientia cristiana e il pensiero degli antichi, ben lontano dalla intransigente repulsa di un Gregorio Magno. Né meraviglia che i di- scepoli di Alcuino possano addirittura usare i nomi e gli aggettivi del- le divinità antiche per alludere agli attributi del Dio cristiano, o para- gonare, quasi inconsapevolmente, le beatitudini paradisiache alle gioie sensibili dell'Olimpo classico. D'altra parte, accanto a questa formazione prevalentemente lette- raria e umanistica, la cultura carolingia non manca già d’interessi più nettamente filosofici, ereditati indirettamente dalla vicina tradizione L'età carolingia della filosofia classica. Studi recenti hanno appunto accentuato, ma- gari attribuendole un significato superiore al suo vero carattere, l’Épi- stola de nihilo et tenebris di un discepolo di Alcuino, Fredegiso di Tours (1834), maestro di notevole influenza durante il regno di Ludovi- co il Pio e di Carlo il Calvo. Fredegiso muove dall’interpretazione lette- rale del testo scritturale ove è scritto che Dio ha creato il mondo dal nulla (er rikilo), per concludere che il nulla è qualcosa di reale. Que- sta idea induce poi, come naturale conseguenza, ad affermare che il nulla non è affatto semplicemente l’assenza o negazione dell'essere; nerché — come argomenta il monaco — ogni nome deve avere un sionificato esatto e determinato, e quindi indicare qualcosa. di po- sitivo e di reale; perciò se, dicendo uomo, pietra, ecc.. indichiamo sempre una cosa reale, anche pronunziando il nome niki! dovremo indicare una res. Nel caso contrario non sarebbe possibile stabilire un significato per il termine nihil, siacché “ogni significazione è signifi- cazione di quello che c'è, ossia di qualcosa di esistente”; e se questo è vero, e se il termine nihil è significativo, vuol dire che esso indica un ente reale ed evidente. L’argomento di Fredegiso può sembrare, e forse era, almeno nella sua forma scolastica, un puro esercizio di abilità dialettica simile a ouelli attribuiti a un îonoto “Atheniensis Sophicta” che sarebbe vissuto alla corte di Carlo Magno; ma assume un sicnificato ben diverso, se si riflette che la sua discussione finisce con l’implicare lo stesso concetto doematico della creazione er nikilo e con l’ammettere l’esistenza di una entità comune e indefinita di cui Dio si sarebbe servito come di una materia indispensabile per creare il mondo. Una simile idea — che rispecchia orobabilmente una precisa influenza platonica — spiega assai hene le polemiche e le accuse sollevate contro Fredegiso da altri maestri, come Agobardo che nel Liber contra Fredegisum gli contestò anche di credere alla preesistenza delle anime. Agobardo, critico insistente delle superstizioni popolari e delle pratiche magiche che stigmatizzò più volte nei suoi scritti, riteneva pericolose le dottrine di Fredegiso, di cui non gli sfuggiva il sostanziale contrasto con i dati della rive- lazione. Eppure, anche la sua cultura, la sua familiarità con gli an- tichi, la sua fiducia nell’accordo tra la ragione e la religione e la sua avversione per la misura irrazionale delle oscure credenze superstizio- se, sono i frutti della rinascita intellettuale carolingia di cui rispec- chiano alcune delle componenti essenziali. Fredegiso ed Agobardo sono due personalità strettamente legate alla diffusione della nuova cultura, mei principali centri scolastici della 53 L’Alto Medioevo Francia carolingia. Ma negli stessi anni anche la Germania meridio- nale conobbe gli effetti della rinascita intellettuale promossa da Carlo e da Alcuino, soprattutto per merito della scuola benedettina di Fulda. Principale protagonista di questa diffusione fu, del resto, un altro di- scepolo di Alcuino, Rabano Mauro (748-856) che, dopo aver iniziato i suoi studi a Fulda, era passato alla grande scuola di S. Martino di Tours, per tornare di nuovo a Fulda, arricchito dell’esperienza di un ambiente intellettuale cos superiore alla rozzezza delle scuole tede- sche. Maestro ed abate di Fulda, e poi arcivescovo di Magonza, Ra- bano esercitò una influenza determinante nell’organizzazione della vita culturale ed ecclestiastica della Germania. Ma soprattutto egli diede alle scuole medioevali un complesso di scritti e di manuali particolarmente adatti alle condizioni della cultura del tempo, come la Grammatica, redatta sui modelli cari ad Alcuino, e un trattato sul “computo” ecclesiastico. Al nome di Rabano sono, pure attribuite, ma senza gran fondamento, anche delle glosse a Porfirio e al De inter- pretatione di Aristotele che, se fossero realmente sue, testimoniereb- bero un vigore dialettico davvero eccezionale per i suoi tempi. Ma la sua opera più importante fu il trattato De clericorum institutione, un vero e proprio corso di studi ecclesiastici per la formazione e l’in- civilimento del clero germanico. Il programma che Rabano vi propone non è sostanzialmente di- verso da quello di Alcuino, da cui riprende l’ordinamento sistematico delle arti del “trivio” e del “quadrivio,” e lo studio degli autori clas- sici come “maestri di eloquenza.” Certo, questo studio va condotto secondo l’esempio dei Padri, con la stessa discrezione e prudenza di un Agostino o di un Gerolamo, e senza cedere alle lusinghe mondane che sono celate nelle parole degli scrittori pagani. Però i! loro sapere non deve essere respinto o condannato: anzi Rabano si serve larga- mente di materiali classici anche nel suo ampio scritto enciclopedico De rerum naturis et verborum proprietatibus et de mystica rerum significatione, ove la natura e i suoi fenomeni sono interpretati in senso allegorico, mistico e morale, secondo un procedimento non dissi- mile da quello di Beda e di Isidoro. L’opera educativa di Rabano fu continuata in Germania da Can- dido di Fulda, autore dei Dicta Candidi, modesto opuscolo intessuto di citazioni agostiniane, che ha però interessato gli storici perché con- tiene già alcuni elementi di una prova dialettica dell’esistenza di Dio, fondata sul rapporto tra l’imperfezione umana e l’assoluta perfezione divina. L'influenza di Rabano non si limitò però all'ambiente di Ful- 54 L'età carolingia da, ma si estese anche al monastero benedettino di Reichenau, con l’in- segnamento di Walfrido di Strabo, e in Francia, ove l’opera di Servato Lupo di Ferrières s’ispira spesso ai canoni ermeneutici di Rabano, con- tinuandone la direttiva umanistica con sottile sagacia filologica. La vivace ripresa culturale della fine dell’VIII secolo e della prima metà del IX, non poteva naturalmente restare estranea all’ambito del- le discussioni teologiche, e difatti nella seconda metà del IX secolo si svolgono nuove controversie che riflettono la presenza di tendenze dottrinali divergenti e rivelano un uso già scaltrito degli strumenti dialettici. Le controversie investono i temi più delicati della riflessione teologica dalla natura del rapporto trinitario al modo onde è avvenuta la generazione di Cristo, sul carattere della visione beatifica, sul rap- porto tra l’anima e il corpo e, ancora e soprattutto, sulla presenza del Cristo nelle specie eucaristiche. E se pure nascono nell’ambito di una scuola o di una abbazia, divengono presto cosa pubblica, provocano l'intervento delle gerarchie ecclesiastiche, e, molto spesso, anche quello dell’Imperatore che, come advocatus ecclesiae, investe della lo- rc soluzione i sinodi e i concili. Ciò spiega la rapida fioritura di una vasta letteratura controversistica, nella quale vengono largamente usati i metodi acquisiti attraverso la pratica delle arti liberali. Cosi Pascasio Radberto, abate di Corbie (t 860) affronterà nel suo trattato De cor- pore et sanguine Christi il problema della presenza del Cristo nel- l’eucarestia, dibattuto dalle opposte dottrine di chi afferma la presenza divina “in veritate,” e cioè come una realtà fisica e sensibile, e coloro che sostengono la presenza in mysterio o in similitudine e quindi attribuiscono all’eucarestia un carattere puramente mistico e simbolico. D’altra parte, Ratramno di Corbie, non solo tornerà su questo tema in polemica con Pascasio nel De corpore et sanguine Christi, ma scrive- rà un trattato De quantitate animae e un De anima assai interessanti, poiché rivelano la presenza, nella cultura teologica del IX secolo, di dot- trine attribuite a un Macario Scotto, che affermano l’esistenza di una anima universale comune a tutti gli uomini. Queste discussioni — come quella assai più importante sulla pre- destinazione che coinvolgerà intorno all’848 Ratramno di Corbie, Gott- schalco di Orbais, Rabano Mauro, Incmaro di Reims e Giovanni Scoto Eriugena — sono l’ultimo frutto della civiltà carolingia già avviata al suo rapido declino. Ma prima che l’Europa, devastata da nuove on- date d’invasione e travolta dall’anarchia feudale, conosca una nuova età di regresso intellettuale, la cultura cafolingia toccherà il suo pit alto livello filosofico nelle speculazioni di Giovanni Scoto Eriugena. 55 Capitolo terzo Il IX e il X secolo I. Il “Corpus arcopagiticum” e la sua penetrazione in Occidente La cultura carolingia attinse principalmente le sue dottrine teo- logiche dalla tradizione patristica latina e soprattutto da Agostino; ma non le furono però neppure estranee le dottrine dei Padri greci che i monaci britannici avevano spesso letto direttamente nella loro lingua, né le tesi platoniche esposte e commentate nelle opere di Boe- zio. D'altra parte, i monaci dell’Irlanda, ove già al tempo di Teodo- ro di Canterbury si erano rifugiati dei dotti religiosi britanni desi- derosi di dedicarsi liberamente alla vita contemplativa, perfezionarono la conoscenza del greco al diretto confronto di testi e tradizioni ignote, in quel momento, nelle scuole continentali. Sicché il vivo interesse per il mondo antico e per i suoi grandi awctores poté essere mantenuto e coltivato, nel corso del IX secolo, dalla larga emigrazione di maestri irlandesi che passarono nelle scuole della Francia, soprattutto a Reims e a Laon, portando spesso, insieme alla loro perizia nelle arti liberali, anche la testimonianza e la diretta influenza di una generica ispira- zione platonica. Ma le loro modeste conoscenze filosofiche non potreb- bero spiegare la maturazione di un'eccezionale personalità filosofica co- me Giovanni Scoto Eriugena, destinata a imporre una netta caratte- ristica platonica e neoplatonica a tutta la riflessione filosofica dell’Alto Medioevo. Né questa rinascita speculativa sarebbe storicamente com- prensibile ove non ricordassimo la funzione determinante esercitata nella tarda cultura carolingia dai trattati teologici attribuiti n Dio- nigi l’Areopagita.. Questo Corpus dovuto probabilmente all’anonima fatica di uno scrittore cristiano vissuto in Siria tra la fine del IV e l’inizio del V secolo, incontrò subito una larga fortuna nell'ambiente intellettuale ca- rolingio, già predisposto singolarmente a subire le suggestioni delle dottrine neoplatoniche. Inviati in dono a Ludovico il Pio dal Basileus 56 Il IX e il X secolo bizantino Michele il Balbo, gli scritti dionisiani furono infatti solen- nemente custoditi fin dall’827 nell’abbazia di S. Dionigi presso Pa- rigi, ove fiori rapidamente la leggenda che accompagnò poi costante- mente la loro diffusione. Ma l’interesse che essi suscitarono tra i dotti del tempo, e che continuarono poi ad esercitare per secoli, va indicato proprio nel singolare carattere filosofico e storico dei quattro trattati (De coelesti hierarchia, de ecclesiastica hierarchia, de divinis nominibus, de mystica theologia) e delle dieci lettere, che rappresenta, in realtà, il tentativo più compiuto ed organico di risolvere le dottrine essen- ziali del neoplatonismo nel quadro di una concezione sostanzialmente cristiana. Nel Corpus areopagiticum, in cui rivive lo spirito di Plotino, ma più ancora di Proclo (la cui Elementatio theologica ispirò largamente l'ignoto autore), è delineato tutto un modo di considerare il sistema della realtà, il suo rapporto con Dio, e l’essenza stessa della divina natura e dei suoi attributi, che si accorda perfettamente alla menta- lità di uomini educati al platonismo dei Padri e di Boezio. Applicando alla conoscenza di Dio due metodi d’indagine, l’uno positivo e l’altro negativo, lo Pseudo-Dionigi attribuisce a Dio tutte le perfezioni che la mente umana coglie nelle creature e che nella divinità sono esaltate al loro grado supremo; ma, sulla linea di Plotino e di Proclo, nega tutto ciò che v’è di limitato e di definito in questi attributi umana- mente apposti alla sostanza divina. Per questo, specialmente nel De divinis nominibus, Dio è definito come “bontà,” “essere,” “luce,” “uni- tà”; eppure viene insieme affermata la sua assoluta “impredicabilità,” perché anche il più eccelso attributo è sempre inadeguato, e la più alta conoscenza di Dio è data soltanto dall’oscurità tenebrosa del sa- pere mistico. La Theologia mystica accentua insomma radicalmente l’assoluta trascendenza divina, che è al di là di ogni possibile definizione, per- sino dello stesso “nome” di Essere e di Uno. Il sapere mistico che è ol- tre ogni affermazione ed ogni negazione, che ignora sapendo d’ignorare e rifiuta qualsiasi determinazione concettuale, è l’unico grado supremo di conoscenza, smarrimento totale in cui si compone la assoluta fusione della mente con Dio, nell'oblio assoluto di tutto ciò che è creato, limi- tato e temporale. Ma ciò non toglie che, per lo Pseudo-Dionigi, tutta la realtà partecipi in certo modo della realtà divina, sia insomma una celeste processione di forme che Dio trae dalla sua perfetta “superni- tà,” distinguendole da sé, nell’infinita diffusione della sua eterna luce. Con lo stesso linguaggio immaginoso di Plotino e di Proclo, u- L'Alto Medioevo sando le loro stesse analogie luminose, cariche di reminiscenze pla- toniche, l’ignoto autore descrive il diffondersi di Dio di grado in gra- do, il suo generare un mondo scandito in successivi gradi di perfe- zioni gerarchiche, il suo rivelarsi attraverso le proprie opere nella per- fetta “teofania” dell’universo. Tutto, infatti, dagli esseri intelligibili e intelligenti alle anime irrazionali degli animali, alla vita torpida delle piante, alle cose che non hanno né anima né vita, è “parola” di Dio, espressione compiuta della eterna illuminazione con cui Egli esprime il suo Essere. E se è vero che infinita e incolmabile è la diffe- renza e la distanza tra Dio e le creature, pure ogni aspetto e forma della realtà è un grado dell’ascesa verso Dio, fino all’ultimo “salto” della unione mistica. Naturalmente, la presenza divina si dispiega poi in sommo grado nella gerarchia degli spiriti puri (trattato De coelesti hierarchia), che muovono le sfere celesti e costituiscono gli interme- diari tra Dio e la natura terrena, cosîf come la gerarchia ecclesiastica è intermediaria tra l’uomo e la grazia divina. Cosi Dio, fine ultimo e supremo, attira a sé tutte le cose create attraverso il moto d’amore che ispira alle celesti intelligenze e che da queste si propaga di grado in grado, fino a confluire nella perfetta mobilità della monade divina. Per un duplice processo, la cui descrizione risolve in sé tutte le vi- cende delle cose, il mondo esce eternamente da Dio ed eternamente vi ritorna, come il raggio riflesso torna alla sua sorgente e le onde del mare fluiscono e rifluiscono sempre dalla medesima riva. Non occorre — credo — insistere ulteriormente sul carattere della speculazione dionisiana, per ricordare come essa offrisse al pensiero medioevale un immenso perfetto quadro dell’universo, in cui la tradi- zione platonica pareva accordarsi con le parole della Bibbia e del Van- gelo. Né è difficile mostrare come questa visione cosf gerarchica della realtà potesse rispondere all’esigenza di una cultura fondata sull’or- dine gerarchico della vita ecclesiastica e feudale dominata da un ideale teocratico che pervadeva tutte le funzioni della vita civile. L’analogia dionisiana tra la gerarchia celeste e la gerarchia ecclesiastica, l’inter- pretazione allegorica e mistica di qualsiasi momento della realtà, l’in- sistenza sulla trama di rapporti mistici e segreti che unisce all’unità divina le molteplici, transitorie manifestazioni dell’ordine temporale e mondano, furono infatti i caratteri della mistica dionisiana che do- minarono tanti aspetti della cultura medioevale ispirando con uguale fervore la fantasia dei poeti e l’esaltata visione dei santi. Ma se l’in- fluenza del Corpus areopagiticum è presente in tutta la storia della mi- stica medioevale, che di qui trasse la sua tipica descrizione dell’ascesa 58 Il IX e il X secolo dell'anima a Dio e il suo linguaggio speculativo, non fu però inferiore anche nell’ambito strettamente filosofico. Ed è anzi proprio attraverso gli scritti dionisiani che entrarono in circolazione molte dottrine e moti- vi platonici e neoplatonici, presto associati alle testimonianze di Macro- bio, alle dottrine del Timeo “fisico” e del commento necplatonico di Calcidio. Di questa influenza è prova eloquente la naturale diffusione del Corpus artopagiticum nel corso del IX secolo e l’interesse che lo ac- compagnò fin dalla sua prima comparsa. Tradotti, tra 1°828 e 1’830, da Ilduino, abate di S. Dionigi, che non ebbe alcun dubbio nell’accet- tare l’attribuzione al supposto discepolo di S. Paolo, questi scritti furono infatti subito conosciuti nell’ambiente delle scuole palatine. Ma ben più che alla rozza e infelice traduzione di Ilduino, essi dovettero la loro rapida fortuna alla più tarda traduzione di un filosofo irlandese, professore alla scuola palatina di Parigi durante il regno di Carlo il Calvo: Giovanni Scoto Eriugena (800/815 + 870 ca.). 2. La filosofia di Giovanni Scoto Friugena Dotto di latino e di greco (anche se sembra che abbia studiato questa lingua solo durante il suo soggiorno parigino), questo monaco si era rapidamente segnalato tra i suoi colleghi francesi e irlandesi. Cosî, quando i vescovi Pardulo di Laon e Incmaro di Reims avevano voluto confutare le tesi di Gottschalco che sosteneva l’assoluta prede- stinazione sia alla dannazione che alla salvazione eterna, ne avevano affidato l’incarico all’Eriugena già noto per la sua larga conoscenza dei Padri e della letteratura teologica. Nell’opuscolo De praedestinatione, Giovanni affrontò le tesi di Gottschalco, negando recisamente qualsiasi forma di predestinazione al peccato; ma il modo con cui trattò il delicato problema teologico alla luce delle idee che furono poi al centro della sua meditazione, gli valse la severa censura dei due vescovi e quindi le prime condanne com- minategli dai Concili di Valenza e di Langres (855- 859). La tradu- zione del Corpus arcopagiticum, cui attese intorno all’858, confermò poi la sostanziale ispirazione neoplatonica che si era già manifestata nel corso di quella polemica; tanto più che egli vi aggiunse anche la ver- sione del De hominis opificio di Gregorio di Nissa e gli Ambigua di Massimo il Confessore, due operette di schietta impronta platonica. Non a caso, infatti, proprio Massimo (580-662) si era sforzato di vol- 59 L'Alto Medioevo gere in un senso pienamente cristiano le dottrine più ambigue del corpo dionisiano, identificando le forme divine con gli archetipi im- mutabili che Dio immette nella realtà mondana come segni della pro- pria perfezione e della propria bontà, mentre Gregorio di Nissa aveva accentuato il significato “mediano” dell’uomo, posto come intermedia- rio tra Dio e il mondo, partecipe di due diverse nature e di due oppo- sti destini, Queste fonti sono, del resto, sempre presenti in tutte le opere di Scoto Eriugena, dal vasto dialogo metafisico De divisione naturae, al commento alla Hierarchia coelestis, al commento, pervenutoci fram- mentario, al Vancelo secondo Giovanni, all’Omelia sul prologo dello stesso Vangelo. Ma tali scritti testimoniano principalmente la conti- nuità di una corrente ispirazione platonica, nutrita sf da una larga familiarità con l’opera agostiniana, ma soprattutto dalla puntuale co- noscenza della prima parte del Timeo, noto attraverso le due versioni di Calcidio e di Cicerone. A questa base dottrinale schiettamente pla- tonica si accompagna però un metodo argomentativo che presuppone una notevole conoscenza dei testi logici aristotelici e, in particolare, delle Categoriae e del De interpretatione. Ed è anzi proprio la ridu- zione degli strumenti logici aristotelici in funzione di una concezione metafisica. platonica cosf operata dallo Scoto, che influirà, pid tardi, profondamente sugli scritti dell'insegnamento logico dei secoli X e XI, determinandone talune direttive essenziali. La concezione dottrinale esposta principalmente nel dialogo De divisione naturae è, certo, tra le pi audaci che siano state formulate nell’età medioevale, anche se è vero che talune interpretazioni ne han- no spesso deformato gli effettivi lineamenti storici, attribuendo al monaco irlandese opinioni e atteggiamenti del tutto estranei al suo ambiente ed alla sua formazione. Le tesi cosi care agli storici otto- centeschi, che scorgevano nell’Eriugena una specie di libero pensa- tore avant lettre e un filosofo decisamente orientato verso posizioni panteistiche o immanentistiche sono state infatti smentite da analisi pi approfondite ed aderenti alla reale posizione filosofica dello Scoto. Ep- pure, anche se non è più possibile aderire ai giudizi del Cousin o dello Hauréau, è ugualmente certo che la sua opera raporesenta un punto di riferimento fondamentale nella storia della filosofia medioevale, ed è la fonte e il principale veicolo di idee destinate ad influenzare fecon- damente la cultura filosofica e teologica dell’Occidente. Tutta l’argomentazione del De divisione si fonda sul principio dell’assoluta unità tra fede e ragione, o, ‘meglio, della perfetta coinci- IX e il X secolo denza della verità filosofica raggiunta per la via del ragionamento lo- gico, e la verità rilevata direttamente da Dio. Filosofia e teologia han- no in comune la stessa origine divina, sono entrambe espressione della medesima eterna Sapienza; e quindi non può esservi tra loro mai contraddizione o opposizione perché è impossibile che due doni di- vini siano contradditori ed avversi. Anche la stessa riflessione filoso- fica è per Giovanni una forma di esposizione delle verità affermate dalla fede, cosi come, d’altra parte, la vera autorità rivelata contiene in se stessa tutte le possibili verità di ragione. O, come afferma ap- punto l’Eriugena in un passo che è stato spesso citato come prova della sua ortodossia: “la vera filosofia è la vera religione e, viceversa, la vera religione è la vera filosofia.” Tale principio, più volte affermato dallo Scoto, sembra presen- tare una soluzione quanto mai coerente del problema dei rapporti tra la ricerca razionale e i contenuti dogmatici della fede ortodossa legata all'accettazione di un complesso ben definito di verità rivelate. E, in realtà, egli ritiene fermamente che la “certezza salvatrice” della rive- lazione debba essere sempre illuminata dalla ragione che ne permette l'effettiva comprensione e la piena consapevolezza. Se la rivelazione ci indica qual è la verità cui si deve credere a proposito della natura divina, della natura della nostra anima e del suo destino oltremondano, non è meno necessaria la ricerca sistematica della ragione che si sfor- za di interpretare le parole della Scrittura e di renderle evidenti e comprensibili. Non solo; non si potrebbe neppure intendere cosa si- gnifichi, ad esempio, la dottrina biblica della creazione, o quale sia il senso degli attributi divini, senza una oculata interpretazione, svolta per via puramente razionale. Naturalmente, quest'opera interpretativa, sottile e difficile, richiede l’ausilio dell’autorità dei Padri, che racco- glie quanto è stato pensato da menti illuminate intorno ai massimi problemi della teologia. Ma le autorità umane non possono mai es- ser poste sullo stesso piano della rivelazione, né godono della infal- libilità della parola divina. Perciò, ogni volta che vi sia un contra- sto tra la “giusta ragione” e l’autorità dei Padri, l’Eriugena ritiene che si debba scegliere la verità della ragione ben motivata e definita. Ogni autorità è valida ed inoppugnabile solo se si fonda su di un ragionamento evidente e rispondente ai requisiti della verità logica. Né credere alla rivelazione o all'autorità divina significa accettare cieca- mente i suoi interpreti, sia pure accreditati e ortodossi; la loro auto- rità deve essere sempre confrontata con l’autorità più alta della ra- gione cui spetta in ultima analisi il giudizio definitivo. 6I L’Alto Medioevo È appunto fondandosi su questa piena fiducia nel valore dell’in- terpretazione razionale dei dati della rivelazione, che Eriugena traccia un grande quadro della creazione e della realtà costruita mediante l’uso sistematico e costante di un procedimento razionale che si ri- chiama ai modelli della dialettica platonica. Se da un lato egli muo- ve dalla considerazione dei generi supremi per distinguere analitica- mente entro queste unità razionali i generi e le specie sempre meno universali che vi sono contenuti, d’altra parte risale anche in sen so inverso l’ordito della realtà, muovendo dall’individuo alla specie ed al genere, e percorrendo cosî in un duplice movimento l’eterno pro- cesso dialettico della creazione. La “divisione” della natura esposta nel grande dialogo è pertanto un continuo discendere dalla unità immu- tabile del sommo, unico principio divino alla infinita molteplicità delle sue determinazioni successive che però, a loro volta, sono razionalmen- te ricondotte all’unità che le genera e considerate nell’ambito assolute dell’essere cui tutte partecipano. Il ritmo dialettico, definito da Plu- tone nelle pagine del Parmenide, e riaffermato da Plotino e da Proclo, è cosi posto a fondamento del rapporto tra Dio e il mondo, tra l’onni- potenza creatrice, sottratta al tempo e al mutamento, e la realtà fluente e mutevole delle cose sensibili. Ed ecco perché la comprensione del- l'ordine e della struttura gerarchica dell’universo, già definita dallo Pseudo-Dionigi, si risolve nell’intelligenza di come si generino dal- la Sapienza divina le idee, i generi, le specie e gli individui che lo costituiscono secondo la legge immutabile di un processo logico inter- no ad ogni realtà. Se l’universo è — per l’Eriugena, come per lo Pseu- do-Dionigi — il puro specchio di Dio in cui si riflettono le forme e le immagini delle idee eterne, il movimento razionale per cui si risale dalle cose alle idee, e dalle idee all’unità di Dio, è il ritorno della realtà alla sua fonte ed alla perfezione originaria. Tutto questo spiega perché la natura sia considerata nel De divi- sione entro una quadruplice distinzione che segna appunto i momenti essenziali del suo interno processo dialettico. Cosi, in primo luogo, “natura non creata e creante” è l’unità divina donde tutto si genera. “Natura creata e creante” sono le idee eterne presenti nel suo intellet- to come archetipi eterni delle cose, mentre sono “natura creata e non creante” le realtà molteplici e mutevoli, l’universo generato e definito nella misura della temporalità. Infine Dio stesso, considerato come ultimo fine e supremo scopo della realtà, è la “natura non creata e non creante,” perfettamente, assolutamente conclusa nella sua eterna perfezione. Ora è subito evidente che queste distinzioni si risolvono 62 Il IX e il X secolo sostanzialmente nell’unica distinzione fondamentale tra il creatore e le creature, tra l’unico principio e la sua esplicazione nel molteplice. Ma proprio perché Dio — secondo la definizione dionisiana — è al di là di tutte le determinazioni possibili e trascende ogni forma, aspetto o “nome” definito, anche l’Eriugena può riprendere la tematica della teologia negativa applicandola con logico rigore. In tal modo, se per “via positiva” si può affermare di Dio tutto ciò che esiste e attribuirgli tutte le possibili perfezioni, occorre però ricordare che tale afferma- zione è solo “simbolica” e che la si può riferire a Dio non perché egli sia realmente questa o quella realtà determinante, ma perché è la causa e il fondamento assoluto del suo essere. Definire Dio con un nome o con un concetto, chiuderlo entro un “termine” particolare, significherebbe negare la sua realtà “superessenziale”; perciò, ogni volta che si predica di Dio qualcosa, occorre insieme affermare e ne- gare, “attribuire” e “non attribuire.” Dio è infatti al di là di ogni “essenza,” com'è al di là della verità e dell’eternità, oltre ogni catego- ria logica e ogni perfezione attribuibile. Ma ciò non toglie che egli sia però una “superessenza,” una “superbontà” e “sovraeternità,” e che il linguaggio umano non abbia altra via che quella di alludere al suo essere con l’artificio di negare la stessa affermazione. Che simili temi, ripresi direttamente dalla tematica dionisiana, derivino dalla tradizione di Plotino e di Proclo, è cosa ben evidente. Ma la conseguenza più importante è la compresenza nel pensiero dell’Eriugena di una profonda esigenza mistica che mira a risol- vere la conoscenza di Dio’ nell’oscura trascendenza dell’“ignoran- za,” e di una considerazione positiva della realtà mondana, colta nel suo indissolubile nesso dialettico con l’Uno creatore. Tutto ciò che esiste, ogni sostanza individuale, esprime infatti nella sua limitazione la potenza della bontà divina che l’ha tratta dal non essere per con- durla alla realtà. Ma nello stesso atto creativo è a sua volta implicita l’eterna distinzione delle persone trinitarie che pone una intima rela- zione dialettica tra il Padre, il Figlio e lo Spirito, e che, nel linguag- gio platonizzante dell’Eriugena, assume una caratterizzazione non molto lontana dalla successione emanatistica delle ipostasi plotiniane. Certo, il processo che entro l’immutabile unità divina distingue il Padre, il Figlio e lo Spirito, non è una divisione come quella che distingue le varie specie entro lo stesso genere, o le varie parti nel tutto, né è paragonabile alla generazione di una “forma” dall’altra “forma.” Eppure, è proprio mediante questa distinzione che l’Eriu- gena può pensare il moltiplicarsi dell’Unità divina nella molteplicità 63 L'Alto Medioevo delle Idee, “prototipi,” “predestinazioni,” “volontà divine” e, insom- ma, archetipi di tutte le cose create che il Padre “preforma” o “sta- bilisce” nel Verbo. Tali Idee sono coeterne a Dio, e quindi non hanno né origine né fine nel tempo, anche se il Padre è l’assoluto princi- pio del loro essere. Pur diverse e molteplici, esse costituiscono nel Verbo un’unica semplice realtà, ove è già eternamente contenuto tutto ciò che potrà poi esistere e svilupparsi nel tempo. Ma benché siano identiche e “identificate” nel Verbo divino, esse sono però già delle creature, “teofanie” che svelano l’ineffabile superessenza divina, con- servandone l’assoluta e immutabile perfezione. Nelle Idee la natura divina può quindi apparire, al tempo stesso, come creatrice e come creata. O meglio: Dio si autocrea nelle Idee per emergere dal segreto della sua natura e rivelarsi a se stesso e a tutta la realtà che ne è, per altro, l’effettiva e necessaria rivelazione. Le Idee o specie eterne considerate nella loro molteplicità sono però, al tempo stesso, anche quelle essenze e forme immutabili secon- do le quali è costruito tutto l’“opificio” del mondo sensibile. Come Dio crea le Idee distinguendole nella sua unità, cosî le Idee si moltipli- cano nella produzione degli individui, secondo un ordine gerarchico perfettamente logico e dialettico. Dalle Idee derivano infatti diretta- mente i “generi,” dai “generi” le “specie” e da queste le sostanze individuali; ma questo processo è pur sempre opera divina, anzi parti- colare attribuzione della terza persona trinitaria, lo Spirito Santo, che l’Eriugena concepisce come un principio fecondatore che distribuisce nella natura le forme o essenze divine. Cosi ogni creatura che ripro- duce a suo modo l’immagine di Dio resta definita in una sua intima trinità che riflette la trinità divina; poiché, se l’essenza corrisponde al Padre, la sua virtus attiva corrisponde al Verbo e la sua propria “ope- razione” allo Spirito Santo. Le serie delle “teofanie” che discendono dalle Idee agli individui costituiscono l’ordine e la trama metafisica della natura. Ma questa concezione è ulteriormente chiarita e sviluppata dall’Eriugena, me- diante la ripresa della dottrina di origine neoplatonica e agostiniana dell’illuminazione divina, che gli serve per definire il rapporto tra Dio e la realtà. Tutti gli esseri creati costituiscono infatti altrettante de- terminazioni particolari e singole dell’unica luce divina, il cui splen- dore si manifesta in grado diverso secondo la maggiore o minore per- fezione dei singoli individui. Ogni cosa determinata e particolare è, a suo modo, segno e simbolo della divinità, “rivelazione” ed “espres- 64 Ml 1X e il X secolo sione” dell’infinita potenza divina. Dalle sostanze immateriali come le gerarchie angeliche, all'uomo che partecipa insieme dell’ordine spiri- tuale e della natura materiale, alle cose puramente materiali e sensibili, si svolge un continuo processo di “rivelazione,” un espandersi e defi- nirsi della luminosità divina, in forme sempre pid limitate e lontane dalla sua fonte originaria. Tutto ciò che v'è di reale e di esistente deriva infatti necessaria- mente dalla sostanza divina, il cui essere è pertanto l’essere di tutte le cose. Eppure proprio perché ogni realtà individuale partecipa del- l’Essere divino, ma senza potervisi identificare pienamente, ecco delinear- si tra Dio e le creature un distacco e una diversità irriducibile che nessun intermediario potrebbe mai colmare. Il diffondersi della luce divina nei suoi diversi gradi di luminosità e di chiarezza segue infatti un preciso ordine gerarchico, in cui ogni grado definisce dei rapporti di analogia e significazione pifi o meno adeguati, ma pur sempre incapaci di restituire compiutamente la fondamentale natura divina; e la gerarchia presente in ogni grado e forma della realtà, mentre esprime l’ordinata partecipazione di tutti gli esseri all’essere divino, accentua però e definisce la distinzione tra il Dio-uno e la natura limitata e molteplice. Così gli angeli, che occupano il primo rango nell’ordine delle creature, sono sf intelligenze perfette in cui la divinità si rispecchia nella sua più alta espressione; ma sono anch’es- si distinti dalle idee divine perché possiedono un corpo spirituale, sen- za dimensioni o forme sensibili, eppure ben diverso dall’assoluta sem- plicità della natura creata e creante. Agli angeli spetta però il privi- legio di conoscere direttamente la realtà divina, quasi per mezzo di un’esperienza sovrarazionale che coglie Dio nella sua prima manife- stazione del Verbo, nelle idee ed eterne cause di tutte le cose. Ma anche questa conoscenza viene partecipata agli angeli, in linea gerar- chica, a seconda della loro maggiore o minore perfezione, sino all’ul- timo grado della gerarchia angelica che, a sua volta, la trasmette ai supremi fastigi della gerarchia ecclesiastica, destinata a diffonderla tra la massa oscura e “inferiore” dei fedeli, Difatti l’uomo, per quanto sia posto per sua natura al confine tra il mondo spirituale e quello naturale, non sarebbe mai capace di affer- rare liberamente, con le sue forze naturali, la luce della rivelazione di- vina. Situata nell’ordine cosmico, in un grado ben inferiore a quello delle nature angeliche, limitata dalla sua esistenza corporea e dai bi- sogni e dalle necessità che ne derivano, la natura umana è profonda- mente decaduta e corrotta, né possiede di per se stessa i mezzi e il 65 L'Alto Medioevo potere per liberarsi dalle proprie colpe. Eppure il suo fondamento eterno è posto in primo luogo nell’Idea pura dell'uomo sempre pre- sente nella mente divina e nella conoscenza che Dio ne possiede eterna- mente. Per questo, appunto, l’uomo è capace di riunire in sé quanto v'è di più eccelso e di più basso nella realtà e di presentarsi come la sintesi vivente di tutta la creazione, il “microcosmo” che riflette e ri- solve in sé l’ordine e l’infinita ricchezza del “macrocosmo.” Da un lato, la parte più nobile della nostra natura, che è l’intelletto e l’es- senza, c'induce a volgerci direttamente a Dio, con un atto di desiderio che mira all’“essere eccellentissimo,” al di là di ogni essenza parti- colare, o di ogni definizione o limite. Ma d’altra parte, l’uomo è pure “ragione” discorsiva, e cioè capacità di definire l’essenza ignota e infinita di Dio come causa di tutte le cose, di contemplare le Idee o archetipi presenti in Dio, senza alcun bisogno dell’aiuto del- l'esperienza sensibile. Certo, anche l'intelligenza di queste idee è compito arduo, né la nostra mente sembra sempre capace di af- ferrare direttamente e in modo compiuto l’essenza pura e ineffabile. Ma se le Idee possono apparire irraggiungibili e troppo lontane dai li- miti della ragione umana, è sempre possibile afferrare le loro “teofa- nie” che si presentano nelle nature angeliche come nelle anime umane. In tal modo attraverso la contemplazione delle “teofanie” la mente può pervenire ad una conoscenza delle cause prime che se anche non ci rivela le loro essenze, ci lascia però comprendere la loro effettiva azione e la loro presenza nelle cose. Oltre a queste due facoltà v’è poi, nell'anima umana, una terza attività che mira a comprendere l’essenza delle singole cose create dalle cause prime o archetipe e conoscibili dai sensi esterni. Tale cono- . scenza è de*erminata dalle immagini sensibili che sono di diversa natura a seconda che siano prodotte direttamente nei sensi sotto l’azione degli oggetti esterni o che si tratti invece di immagini formate dall’anima in dipendenza dell’esperienza sensibile. Nondimeno esse rappresentano il diretto rapporto con il mondo molteplice degli iridividui in cui si scandisce l’ordine naturale. E come il processo della creazione muove dall’unità per generare l’infinita molteplicità della natura, cosi anche la conoscenza umana viene determinandosi e distinguendosi di grado in grado, via via che discende dalla contemplazione dell’uno all’intel- lezione dei generi e delle specie, e quindi all’esperienza sensibile delle cose determinate e individue. A questo processo di divisione, svolto secondo la tecnica della dialettica platonica, corrisponde però un iden- tico processo di ritorno all’unità. Poiché il pensiero umano è capace di 66 Ù Ml IX e il X secolo muovere dalla molteplicità degli individui conosciuti per via sensi- bile per passare discorsivamente all’intelligenza delle loro specie e dei loro generi, e da questi alla contemplazione delle Idee ed alla contem- plazione dell’Uno. 3. ll “ritorno” all'unità divina Che questo processo di “ritorno” sia possibile è dimostrato per Gio- vanni Scoto Eriugena, da un'analisi più profonda della natura uma” na. Se l’uomo, originariamente dotato di un corpo incorruttibile come quello angelico, ha perso con il peccato originale questo’ dono ed è stato soggetto alla corruttela ed alla morte, non ha però perduto la possibilità di salvarsi e di trovare nel Verbo divino un prin- cipio di redenzione che riabiliti, attraverso la restaurazione della natura umana, l’intero ordine della natura fisica. È infatti solo nell’unità idea- le del Verbo che il mondo molteplice e transitorio, la matura creata e non creante può tornare nuovamente alla sua fonte e compiere quel processo di unificazione cui tende fatalmente ogni individuo creato. Cosi l’uomo, creato simile a Dio, ma divenuto dissimile per il peccato e la conseguente corruttela, può sforzarsi di identificare il suo essere con la perfezione creatrice, risalendo di grado in grado lungo la scala delle realtà. Per giungere a questo scopo supremo è necessario un lungo pro- cesso di “ritorni” successivi e parziali, attraverso il quale la mente umana ripercorra esattamente tutti i gradi o momenti con cui si è scandita l’opera della creazione. E se l’anima razionale si è prima come dispersa e moltiplicata nell’infinita distinzione degli atti e dei desideri fisici, occorre che adesso essa muova da questa dispersione per tor- nare all’unità originaria e rispondere al richiamo irresistibile della di- vinità. La morte fisica che disperde e dissocia al massimo gli elementi costitutivi dell’uomo è quindi quel punto solutivo in cui la caduta dell'anima dall’umanità divina nel mondo sensibile si arresta brusca- mente ed ha termine. Una seconda fase del ritorno avrà luogo nel momento della resurrezione, quando ogni anima riprenderà il suo corpo e ricostituirà l’unità dei propri elementi; ad essa seguirà una terza fase consistente nella progressiva trasfigurazione del corpo nel- lo spirito, attraverso i vari gradi di vita spirituale, dal senso alla ra- gione allo spirito o intelletto che è lo scopo e la tensione di ogni crea- tura razionale. Infine, nella quarta fase, la natura umana nella sua L'Alto Medioevo » totalità potrà tornare alle Idee o cause prime eternamente sussistenti in Dio; cosi essa attingerà dapprima in Dio la conoscenza di tutte le creature, per elevarsi, poi, alla Sapienza o contemplazione assoluta della verità, almeno per quanto è possibile a un intelletto creato. Ma anche al di là di questa fase, sarà possibile un ultimo più alto grado di ritorno; e l’anima umana, in cui si compendia tutto l’universo creato, sarà pro- fondamente penetrata da Dio e si risolverà nella sua “superessenza,” termine ultimo, definitivo della perfetta unificazione. Un tale processo di “ritorno” — che ricorda con impressionante pa- rallelismo certe famose pagine neoplatoniche — non è però soltanto un movimento intellettivo o un’ascesa a Dio della ragione naturale. Gio- vanni Scoto Eriugena afferma che senza l’intervento della grazia di- vina e senza la morte e la resurrezione di Cristo, non sarebbe mai possibile restaurare la natura umana decaduta e corrotta. Né, d’altra parte, quando parla dell’unità dell'anima con Dio o addirittura di “deificazione,” egli intende teorizzare una totale risoluzione della na- tura umana in quella divina o accedere ad una possibile soluzione panteistica. Al contrario — come è scritto in un passo, del resto, ben noto del De divisione — si tratta di una adunatio sine confusione, vel iunctura, vel compositione, che non dovrebbe affatto negare la diver- sità radicale tra la sostanza umana e la sovraessenza divina, pur rea- lizzando la profonda unità spirituale tra l’anima contemplante e l’og- getto supremo della sua contemplazione. Ma sebbene l’Eriugena pro- fessi di restare fedele al suo compito di interprete della verità rivelata e riaffermi costantemente il suo pieno ossequio alla dottrina cattolica, la stessa forza delle formule neoplatoniche continuamente usate spinge la sua riflessione a conseguenze difficilmente compatibili con l’orto- dossia. In questo universo cosi profondamente unito all’unità creatrice, in questa cosmologia che si sforza di conciliare il racconto biblico della creazione con le dottrine del Timeo e di Calcidio, non è facile’ co- gliere il punto di distinzione tra l’infinità assoluta di Dio e l’infi- nita generazione delle creature prodotte dalla sua stessa essenza. E certo, nonostante che l’Eriugena si richiami spesso anche ad Ago- stino, e non perda occasione per temperare la sua ispirazione filoso- fica con le dottrine dei Padri, egli è soprattutto un filosofo di forma- zione e mentalità neoplatonica preoccupato profondamente di dare al proprio pensiero un esito teologale e Ortodosso, sempre minacciato però dal carattere schiettamente platonico delle sue dottrine fonda- mentali. Ecco perché le idee escatologiche di Giovanni Scoto Eriugena han- 68 Il IX e il X secolo no un significato cosi vicino a quelle di Origene, donde riprendono del resto alcuni motivi fondamentali. In questo universo in cui la stessa materia fisica si riduce ai propri elementi intelligibili non v'è natu- ralmente posto per un male irriducibile o per la dannazione eterna, né, tanto meno, per la concezione tradizionale delle pene oltramondane. Certo, il filosofo irlandese non vuole con questo negare la distinzione teologica tra i reprobi e gli eletti, né impugnare in tal modo uno dei più saldi fondamenti del dogma cristiano. Ma basta leggere talune pagine significative del De divisione o del commento al De coelesti hie- rarchia per intendere come elezione e condanna, beatitudine e soffe- renza eterna siano identificate dall’Eriugena con la vera conoscenza o con l’assoluta ignoranza della verità divina, senza che vi sia più alcuna allusione alle sofferenze o godimenti sensibili. La vera beati- tudine della vita eterna è dunque la visione limpida e perfetta della divinità, l’intima comunione col suo essere. La natura riscattata e sal- vata dal sacrificio di Cristo e dall’ascesa dell'anima non reca più nes- sun segno del male, né potrebbe mai ammettere nell’eternità dell’in- ferno le vittorie del male e di Satana, la loro eterna ribellione all’in- vincibile richiamo dell’Uno. A motivi cosî speculativi e “filosofici” va poi connesso l’atteggiamen- to di notevole libertà che Giovanni Scoto assume di fronte agli stessi contenuti della rivelazione scritturale, nonché il suo costante uso di un metodo di interpretazione allegorica che piega i testi biblici ed evan- gelici ad esigenze schiettamente filosofiche. È vero che nel De divi- sione l’uso di un linguaggio dedotto da fonti e tradizioni neoplatoni- che può talvolta ingannare, inducendo a dar peso piuttosto alla forma di espressione ardita e inattesa che non al significato effettivo delle parole dell’Eriugena. Ma la sua sicura certezza nella capacità della ragione d’interpretare perfettamente anche i sensi più riposti della Scrittura, e il costante intreccio tra i tempi caratteristici della tra- dizione filosofica classica e il contesto teologico cristiano, segnano co- munque l’inizio di una lunga e duratura esperienza filosofica destinata agli esiti più lontani e diversi. Il costante appello alle autorità di Dio- nigi, di Massimo, di Gregorio, di Agostino e di tanti altri Padri e Dottori chiamati a garantire le sue idee e il suo linguaggio cosî nuovo e inquietante, non valse però ad evitare le condanne che le autorità ecclesiastiche espressero e ripeterono con sintomatica frequenza nei confronti della filosofia eriugeniana. Condannate e destinate alla di- struzione dai teologi del suo tempo colpiti dalla sconcertante novità di una riflessione che reintroduceva in Occidente dottrine ormai di- L’Also Medioevo menticate o risolte nel tradizionale contesto agostiniano, le opere del- l’Eriugena continueranno però a diffondersi per tutto il X e XI secolo fino alla rinascita del XII. E nonostante le nuove condanne e le più aspre polemiche, l'immenso quadro cosmico tracciato dal mo- naco irlandese rappresenterà il naturale presupposto della prima gran- de cultura filosofica elaborata dall'Europa medioevale. Già del resto, l'influsso della riflessione dello Scoto è chiaramente riconoscibile in una lettera filosofica di Alamanno di Hautvillers a Sigibod, arcivescovo di Narbona (879-885), ove si trovano larghe tracce della sua dottrina della theoria e dell'anima e delle sue parti. Ma la fortuna dello Scoto Eriu gena, nei suoi diretti riflessi su l’evoluzione del “platonismo” medioe- vale, è un capitolo della storia della cultura ancora non del tutto chia- rito. 4. La cultura postcarolingia Il De divisione naturae è certo l’opera filosofica che conclude e riassume l'ambizioso tentativo della rinascita carolingia, nata da un tentativo di riorganizzazione politica dell'Europa e legata, natural- mente, alla sorte delle istituzioni imperiali. Già intorno all’877, data presumibile della morte dell’Eriugena, l’Impero carolingio sta infatti avviandosi alla sua definitiva dissoluzione sotto la spinta convergente di una nuova ondata d’invasioni barbariche, dell’evoluzione particola- ristica dei poteri feudali e delle tendenze teocratiche del pontificato ro- mano. La forza dominante dell’aristocrazia militare, arbitra di fatto del potere e della forza armata, l’immobilità e la maggiore carenza della vita economica e dei rapporti sociali, le crescenti difficoltà delle comunicazioni con il mondo bizantino e tra le stesse regioni dell’Im- pero aggravano le condizioni di isolamento in cui è immersa la na- scente società feudale, corrosa dalla generale anarchia e da continui insanabili conflitti dinastici. Ma a questa disgregazione — che è la diretta conseguenza della debolezza originaria delle istituzioni caro- linge — corrisponde il progressivo dissolversi del vincolo unitario che durante il dominio di Carlo, aveva unito latini, germani e celti, per- mettendo l’instaurazione di un tipo di cultura comune alle diverse terre dominate dal monarca franco. Non a caso quindi, proprio tra la metà del IX secolo e la metà del X secolo, giunge a compimento quel processo di differenziazione linguistica delle maggiori naziona- lità europee che già si distinguono nella formazione, sia pure ancora 70 IL IX e ti X secolo soltanto nominale, dei regni d’Italia, di Francia e di Germania. E se è vero che gran parte d’Europa è sottoposta a istituzioni non dissi- mili, alle forme d’organizzazione politica e sociale del feudalesimo, dietro questa uniformità apparente predominano ormai le tendenze e le forze particolaristiche che mirano a trasformare i più importanti centri feudali in altrettanti nuclei direttivi ed autonomi della vita eco- nomica, sociale e politica. Indubbiamente questa società “immobile”, abitudinaria e uniforme,” divisa in centinaia di centri, e frazionata nei suoi poteri politici, è ancora percorsa da correnti di traffici ridotte ma persistenti, e non ignora la continuità di ricche oasi di vita citta- dina e mercantile. Però ove si eccettui l’Italia, le cui condizioni sto- riche sono ben diverse da quelle delle altre regioni dell’Europa occi- dentale, le città francesi e tedesche sono, per cosî dire, altrettante isole all’interno di una società a struttura rurale che ha il suo centro nel castello feudale e il suo fondamento nel sistema delle wvillae carolinge. Ciò spiega il notevole regresso della cultura e l’inaridirsi della vita intellettuale che continua a tramandare in forme sempre pid stan- che ed esauste i modelli elaborati della riforma carolingia; e spiega, altresi, perché il X secolo, nonostante la presenza di alcuni grandi centri culturali e la continuità di talune esperienze letterarie non prive di eleganza e misura classica, sia stato considerato come uno dei secoli più infecondi e poveri della cultura europea. Eppure, anche nel colmo dell'anarchia feudale e nel periodo di maggiore disgregazione poli- tica è possibile intravedere la lenta evoluzione di nuove forze e condi- . zioni storiche che permetteranno, a distanza di un secolo, un’ecce- zionale ripresa economica e sociale. Le istituzioni feudali che si sosti- tuiscono al vuoto creato dallo sfacelo dell’ordinamento carolingio rap- presentano infatti un solido baluardo contro le rinnovate invasioni e rendono possibile il costituirsi di un nuovo tipo di comunità produt- tiva naturalmente volta a riallacciare stabili legami con i centri ur- bani. Nelle città — che conservano almeno in parte gli ultimi resti della loro autonomia tradizionale — l’autorità preminente del vescovo permette che continui una tradizione scolastica affidata quasi sempre alle scuole del clero, ma anche, come a Verona o a Pavia, alle scuo- le “regie” dove si formano notai o giudici. Certo la cultura che si tramanda in queste scuole di prevalente carattere ecclesiastico o giu- ridico, risente profondamente le conseguenze della grave crisi politi- ca e sociale, né è capace di produrre concezioni intellettuali degne di particolare attenzione. Ma la continuità dell’insegnamento delle arti 7! L'Alto Medioevo liberali e della tradizione scolastica di origine carolingia è tuttavia un carattere tipico della cultura del X secolo di cui occorre riconoscere la indubbia funzione storica. A questa società cosi “disgregata” e “particolaristica” non manca del resto un’unità ideologica fondamentale che è rappresentata dalla continuità e dalla nuova evoluzione storica dell’ideale teocratico caro- lingio. Nonostante la dissoluzione dell’unità imperiale e la scomparsa dello stretto vincolo politico che aveva unito sotto Carlo le regioni centrali dell'Europa, l’ideale concezione della Christianitas raccolta sot- to un'unica guida e un unico potere continua ad ispirare anche i chie- rici del X secolo depositari della cultura e di ogni attività magistrale. Ma alla figura dell’Imperatore sotto il cui dominio deve svolgersi an- che la vita disciplinare della Chiesa, si sostituisce il potere sacrale del Papa-re, cui spetta, per decisione divina, ogni autorità spirituale e terrena e da cui dipende l’autorità dell’Imperatore e del re. La pro- gressiva carenza del potere imperiale e le lunghe lotte di successione che travagliano la monarchia carolingia fino alla sua definitiva depo- sizione, spierano facilmente come il concetto della Christianitas si trasformi nell’idea di un'assoluta teocrazia pontificia capace di disporre di tutti i troni e di tutte le autorità. Ed è significativo che questa idea si affermi proprio ad opera del primo pontefice, Giovanni VIII (872- 882), che decide di fatto dell’attribuzione della corona imperiale. La definizione che Giovanni VIII diede della Chiesa come “quella che ha autorità su tutti i popoli ed alla quale sono unite le nazioni di tutto il mondo come ad una sola madre e ad una sola testa” è già elo- quente testimonianza di un'assoluta supremazia che ha il suo fonda- mento nel pieno monopolio della vita intellettuale e che rappresenta l’unico saldo legame sopravvissuto al crollo dell’unità carolingia. La aristocrazia ecclesiastica che governa le sedi cattedrali e abbaziali è in- fatti la sola forza organica e organizzata che, pur nell’età della mas- sima anarchia feudale, continui ad esercitare una funzione unitaria, nonostante le crisi interne della vita ecclesiastica e la profonda de- cadenza del pontificato presto dominato dalla nobiltà romana. Ma ap- punto perché la fede cattolica, e la gerarchia che la difende e la diffonde, costituisce l’elemento comune a tutte le classi e a tutti i ceti della società feudale, è naturale che questo legame spirituale venga transvalutato alla luce del concetto agostiniano della Civitas Dei e della Respublica Christianorum. Il termine Christianitas che comincia cosi frequentemente a ricorrere nella seconda metà del IX secolo, indica appunto questa comunità di tutti i cristiani in quanto tali che ha 72 Il IX e il X secolo una propria sostanza e struttura politica ed una finalità oltremonda- na, ma agisce però anche sul piano mondano, nell’ambito della vita civile. Ora, questa comunità — così come l’intende Giovanni VIII — implica appunto un ordine politico e sociale pit vasto e superiore a quello dell’Impero, nonché una gerarchia e un’autorità suprema di- nanzi alla quale i poteri civili e la sovranità dei re o dell’Imperatore so- no soltanto degli strumenti subordinati e inferiori. Sicché il pontefice romano, che della Chiesa è il capo designato dal Cristo, è perciò stes- so la suprema autorità della C4ristiaritas, l’unica legittima fonte di qualsiasi potere legale. Il rovesciamento del rapporto tra l’autorità imperiale e l’autorità pontificia non potrebbe essere più netto e radicale. Se pure il papato, travagliato anch'esso per gran parte del X secolo da una profonda decadenza, non farà ancora valere praticamente il suo primato cosî teorizzato, sono già posti però i presupposti delle dottrine teocratiche destinate a dominare le polemiche e le lotte politi- che dell’età gresoriana. Ne offre un esempio assai chiaro Giona di Orléans (780 + 842/43), il quale nella sua Admonitio a Pipino di Aqui- tania (nota col titolo di De Institutione regia) afferma che il potere regio è concesso da Dio solo perché il sovrano miri alla giustizia, al benessere del popolo e, soprattutto, alla protezione della Chiesa. Ove il re non adempia a questa missione il suo potere è illegittimo e “ti- rannico.” La supremazia e il completo monopolio intellettuale esercitati dal- le gerarchie ecclesiastiche nel corso del X secolo, si riflettono natural- mente sul carattere della cultura che accentua e rende definitiva la ti- pica impronta ecclesiastica della riforma carolingia. Soprattutto in Francia e in Inghilterra, travagliate da gravi crisi politiche, le scuole episcopali sono infatti, insieme alle abbazie benedettine, gli unici cen- tri attivi di cultura ove si continua l'insegnamento del “trivio” e tal- volta anche del “quadrivio,” e dove si leggono e si commentano i testi restituiti alla cultura occidentale dalla paziente attività dei mo- naci britanni e irlandesi. Un dotto ecclesiastico come Servato Lupo di Ferrières, che vive in Francia tra l’inizio del IX secolo e 1°862. è ap- punto il maggiore esponente di questa cultura che si fonda sul gusto elegante di una raffinata latinità, sull’ammirazione per la splendida eloquenza ciceroniana, e sulla ricerca appassionata delle grandi testi- monianze classiche, poste però al servizio di un tipo di insegnamento che ha come proprio fine la formazione del perfetto uomo di chiesa. Anche il suo contemporaneo Smaragde, abate di St. Michel sur Meuse (n. 819), si rivela nel suo Liber in partibus Donati l’atteggiamento in- 73 L'Alto Medioevo tellettuale dei maestri del suo tempo, spesso divisi tra l’ammirato amo- re dei classici e l’ossequio alla pagina sacra, scritto in una lingua cosi lontana dall’eleganza ciceroniana. Ed è pure alla fine del IX secolo che risalgono probabilmente anche gli Exempla diversorum auctorum di Micone di St. Riquier e l’attività di un certo Adoardo, prete e bi- bliotecario di un ignoto monastero francese che, nonostante i suoi dubbi e scrupoli teologici, conosceva ed usava gran parte degli scritti ciceroniani di cui si serviva largamente nel compilare una sua raccolta di esempi di autori classici. Questa opera modesta e paziente di grammatici e di maestri, che operano dispersi nei vari centri scolastici della CAristianitas, non si limita però soltanto all’insegnamento letterario ed all’uso di un di- screto latino di lontana impronta ciceroniana, ma travalica molto spes- sc nell’ambito delle discipline filosofiche e teologiche. Già infatti nella seconda metà del IX secolo Eirico di Auxerre(841-876), fondatore del- l'omonima scuola benedettina e buon poeta e letterato, unisce all’insegna- mento della grammatica anche quello della logica, commentando gli scritti pseudoagostiniani Categoriae decem e De dialectica secondo le discusse attribuzioni dello Hauréau, il De interpretatione di Aristotele e l’Isagoge porfiriana. In tutte queste glosse dialettiche e, soprattutto, nel commento alle Categoriae decem di più sicura attribuzion e, è evi- dente la forte influenza dell’Eriugena che si rivela particolarmente nell’uso del concetto di “natura” e nella definizione dell’“essere” iden- tificato con ogni essenza semplice e immutabile direttamente creata da Dio. Tuttavia Eirico non spinge il suo platonismo fino ad affermare la realtà oggettiva delle specie e dei generi, ed afferma anzi che l’unica realtà concreta è costituita dalle sostanze individuali e che, pertanto, le idee di specie e di genere non hanno altro significato se non quello d’indicare la natura comune ai singoli individui. Gli universali sono, in- somma, come dei segni che servono alla ragione umana per orientarsi nella “gran selva” degli individui e raccogliere ordinatamente entro idee sempre più generali le caratteristiche che denotano la specie e poi il genere, fino alla caratteristica dell'essere comune e fondamentale per tutti gli individui. La soluzione di Eirico — che è stata avvicinata, benché impro- priamente, alla genuina nozione aristotelica dell’universale — è pro- babilmente il risultato di un insegnamento dialettico ‘piuttosto ele- mentare e legato strettamente all’analisi grammaticale del discorso. Ma è certo significativo che proprio alla sua scuola si formasse una delle maggiori personalità intellettuali del X secolo, il grammatico e 74 Il IX e il X secolo dialettico Remigio di Auxerre (841-908 ca.), autore di fortunati com- menti alle grammaziche di Donato, di Prisciano, di Eutiche, conoscitore di Persio, di Giovenale, di Macrobio e dell’Eriugena. Remigio non è pe- rò soltanto un uomo di lettere e un abile maestro di grammatica, perché l’analisi delle glosse alla Dialettica pseudoagostiniana attribuitegli recen- temente dal Courcelle, mostra chiaramente una larga conoscenza delle fonti patristiche e un notevole acume logico. Del resto, anche i suoi com- menti a Marciano Capella, agli opuscoli teologici ed alla Consolazio boeziana, offrono altri elementi per giudicare il carattere del suo pen- siero che si distingue da quello del maestro, per una concezione netta- mente realistica degli universali, considerati come pure essenze, immu- tabili ed eternamente presenti nella mente divina. È questa la soluzione che influenzerà largamente i dibattiti dialettici dell'XI secolo e che ri- vela, però, fin da adesso, quale sia il reale significato metafisico della discussione sull’essenza degli universali, svolta in un ambiente intellet- tuale che aveva assimilato da tante fonti una costante direttiva platonica. E naturalmente anche in questa dottrina è presente l’influsso dell’opera dell’Eriugena di cui Remigio ha una precisa e diretta conoscenza. Remigio di Auxerre mori probabilmente agli inizi del X secolo, allorché la cultura carolingia cominciava la sua parabola discendente e si inaridivano i migliori frutti della riforma di Alcuino. La crisi delle istituzioni scolastiche e la loro decadenza è infatti testimoniata dalla scarsità della documentazione, dalla povertà degli scritti elaborati in questo secolo, nonché dalla generale decadenza delle attività intellet- tuali e dei metodi di insegnamento. Eppure tra gli scrittori del X se- colo non si possono dimenticare Raterio di Verona, Notkero Labeone di S. Gallo (t 1022), autore di scritti sulla dialettica e Oddone di Clu- ny, uno degli iniziatori del movimento riformatore che dominerà la vita religiosa ed ecclesiastica del secolo successivo; o l’attività ma- gistrale di Abbone, monaco di Cluny, che nella scuola claustrale di Fleu- ry sur Loire organizzò un corso organico di studi fondato sulla lettura sistematica dei Padri, ma anche sull’insegnamento della grammatica, del- la dialettica e della retorica. Non abbiamo però elementi sufficienti per stabilire se si debba proprio ad Abbone un breve trattato sui Sillogismi categorici di notevole interesse storico, perché ci permette di stabilire il punto cronologico della costituzione del corpus dei testi logici usati nell’insegnamento scolastico. Ma chiunque sia l’autore dello scrit- to, è certo che intorno alla metà del secolo non si usano più soltanto i trattati di Aristotele, già noti nel IX secolo (Categoriae e De interpre- tatione), ma anche i trattati di Boezio sugli Analytici priores e poste- 75 L'Alto Medioevo riores, che solo assai più tardi verranno sostituiti dagli scritti originali di Aristotele. D'altra parte i commenti alla Consolatio di Bovo di Cor- vey e di Adaboldo di Utrecht (t 1026) testimoniano la continuità della tradizione boeziana che avrà tanta influenza sulla cultura dell’XI e e del XII secolo. Assai pid importante di Abbone è però la personalità di Gerberto di Aurillac (t 1003), l’uomo pit dotto del suo tempo. Formatosi anch egli nell'ambiente monastico di Cluny, soggiornò a lungo in Spagna dove en- trò in contatto con la grande tradizione scientifica araba e, più tardi, maestro a Reims, abate di Bobbio e arcivescovo di Reims e di Ravenna, diffuse le sue cognizioni nelle scuole francesi e italiane. Asceso nel 999 al soglio pontificio col nome di Silvestro II, egli esercitò una notevole influenza sul giovane Imperatore Ottone III e sul suo singolare e sfor- tunato tentativo di restaurazione imperiale romana; ma se l’attività di Papa Silvestro II interessa la storia ecclesiastica e politica, lo studioso della cultura medioevale considera piuttosto la sua figura di maestro, conoscitore perfetto del “trivio” e del “quadrivio,” e di scienziato dotato di discrete conoscenze matematiche, geometriche e astronomiche. Let- tore degli antichi, i cui testi fece ricercare e raccogliere in tutto l’Oc- cidente cristiano (e, anzi, si deve proprio alla sua iniziativa la conser- vazione di un certo numero di orazioni ciceroniane), Gerberto era infatti sicuramente convinto che l’eloquenza e l’esatto raziocinio non contrastano affatto con la fede, e che anzi la formazione del buon chie- rico non può prescindere dall’apprendimento organico e sistematico delle arti liberali. Per questo, nella sua scuola s’insegnava la retorica sul- l'esempio degli scrittori classici e si usavano correntemente, oltre ai soliti testi aristotelici, anche tutti i commenti logici di Boezio e i Topica di Cicerone. E quale fosse, del resto, la tendenza di Gerberto dinanzi ai problemi dell’insegnamento logico risulta chiaramente dal suo libretto De rationale et ratione uti, ove prendendo a pretesto il caso di una pro- posizione in cui il predicato sembra meno universale del soggetto, egli analizzava le funzioni e il significato logico dei vari termini della pro- posizione. Tuttavia l’attività più costante ed originale di Gerberto fi: de- dicata allo studio della geometria e dell’astronomia. E se la Geometria che gli è attribuita è opera scientifica di non gran valore e i suoi scritti sulla tecnica del calcolo rispondono piuttosto ad esigenze pratiche, il Liber de astrolabio mostra già una notevole influenza della scienza araba. Questo risveglio di un discreto interesse scientifico ed enciclopedico, questi primi rapporti con la tradizione scientifica araba sono però fat- 76 Il IX e il X secolo ti storici di notevole importanza, e rappresentano il primo segno di una netta ripresa della vita intellettuale che comincia a delinearsi fino dagli ultimi decenni del X secolo. Già, del resto, la cultura di tono e di ispirazione classica non è più soltanto la caratteristica di poche scuo- le umanistiche e dei maestri educati nella nuova temperie spirituale di Cluny, ma tende anzi a informare strati sempre più vasti della gerar- chia ecclesiastica quando non penetra addirittura anche negli ambienti femminili delle corti e dei monasteri. È ben nota ad esempio, la figu- ra della badessa Hrosvita, autrice di commedie edificanti e di poemi latini, discepola di altre monache dotte come suor Rikkardis o l’ahba- dessa Gerberga, ma i cronisti medioevali ricordano pure Edvige di Ba- viera, una principessa che conosceva il latino e il greco e leggeva con entusiasmo Orazio e Virgilio. Del resto, la costante ammirazione per gli antichi e l’amore per le lettere non è certo solo la caratteristica della cultura delle scuole francesi, germaniche o anglosassoni; anche l’Italia, anzi particolarmente l’Italia, possiede importanti istituzioni scolastiche dove si continua l’insegnamento della grammatica e della lingua lati- na, anteponendolo addirittura a quello di tutte le altre discipline. E, se è vera, è certo particolarmente significativa la storia di quel maestro Vilgardo di Ravenna che sarebbe stato condotto dal suo entusiasmo di grammatico a preferire i poeti antichi alla verità della Scrittura e che avrebbe cosi iniziato un singolare movimento ereticale. È un racconto questo che — come ha giustamente notato il Gilson — va accettato con un largo beneficio d’inventario. Ma il solo fatto che si potesse diffon- dere una storia di questo genere è già una testimonianza abbastanza importante delle tendenze della cultura scolastica verso la fine del X secolo. 77 Parte seconda L’XI e sl XII secolo Capitolo primo La “rinascita” ottoniana e la ripresa intellettuale dell'XI secolo I. Le condizioni storiche Il 2 febbraio del 962 Ottone I di Sassonia cingeva in Roma dalle mani di Giovanni XII la corona imperiale. Con questa incoronazione che concludeva la fortunata vicenda di un sovrano eccezionalmente abile e risoluto, si chiudeva l’età pifi fosca dell’anarchia feudale e risorgeva, quasi a distanza di due secoli, una salda unità politica comune a una vasta parte dell’Europa occidentale. Erede della tradizione carolin- gia, restauratore del potere imperiale ridotto ad un puro simbolo dalla potenza della grande aristocrazia militare e fondiaria, Ottone si pre- sentava all’Europa con lo stesso carattere carismatico che aveva as- sunto il suo predecessore franco. Eppure, nonostante la finzione di una continuità storica, la nuova costruzione politica ottoniana era profon- damente diversa dall’Impero di Carlo, rispecchiava condizioni stori- che affatto nuove, e costituiva, essa stessa, un ulteriore fattore di svi- luppo della società europea e della progressiva trasformazione delle sue basi economiche e politiche. Questi caratteri storici peculiari del nuovo Impero ottoniano sono del resto evidenti nella sua stessa struttura geografica e politica. Per la prima volta nella storia dell'Europa, l’asse del potere politico tende a spostarsi verso l’Europa nord-occidentale in una direzione diver- sa da quella in cui si era orientata la struttura amministrativa del- l’Impero carolingio; inoltre il Sacrum Romanum Imperium Teutonico- rum ha adesso un ambito territoriale ben definito, limitato ai due antichi regni di Germania e d’Italia, e rinunzia alla pretesa di esten- dersi sull’intera cristianità e di coincidere con il corpo visibile della Chiesa militante. Fondato saldamente sulla supremazia militare che Ot- tone ha conquistato prima in Germania e poi in Italia, chiudendo la via alle ultime invasioni e sconfiggendo la riottosa ostilità dei duchi di stirpe e dei grandi feudatari, l’Impero mira a riassumere tutti i po- 81 L'XI e il XII secolo teri e le prerogative che erano state assunte di fatto dalle grandi dinastie feudali e dall’alto predominio spirituale della Chiesa romana. E proprio per porre termine al periodo di disgregrazione sociale e politica se- guito alla caduta delle istituzioni carolinge, la politica di Ottone deve assumere un atteggiamento di rigida ostilità sia nei confronti della feudalità che verso il papato accentuando tendenze, direttive e atteggia- menti che nell’Impero carolingio erano stati assai meno radicali. Con l’avvento di Ottone la feudalità laica si troverà cosî a fronteg- giare la rinnovata supremazia del potere imperiale che comincia ad avvalersi del prezioso ausilio di una vasta aristocrazia ecclesiastica, completamente controllata dal sovrano che le attribuisce poteri e fun- zioni feudali sempre più vasti. Anche la gerarchia ecclesiastica è però sottoposta all’assoluta autorità dell’Imperatore che dispone, di fatto, dell’elezione dei vescovi e della designazione del Pontefice. Il giura- mento di fedeltà che Papa Giovanni XII è stata costretto a prestargli e le rigide clausole del Privilegium Othonis permettono infatti all’Impe- ratore germanico di esercitare sul pontefice romano un’autorità e un potere che neppure Carlo Magno aveva mai posseduto, almeno in una forma cosi totale ed esplicita. Ma come si preoccupa di controllare, in tutti i suoi gradi più elevati, la élite dirigente della Chiesa, Ottone raf- forza in Germania e in Italia le attribuzioni dei conti palatini, gettando i presupposti di un rigido controllo dell’aristocrazia laica la cui lenta decadenza economica e politica andrà progressivamente aggravandosi nel corso dell’XI secolo, sotto la spinta di circostanze e di eventi in gran parte impliciti nelle contraddizioni interne della società feudale. In tal modo, mentre chiude ad Oriente la via tradizionale delle gran- di invasioni, l’Imperatore sassone può adesso tentare di restituire al potere imperiale una vera funzione dominante, e sostituire alla lunga fase di anarchia feudale che si era aperta con la crisi della dinastia ca- rolingia una nuova direttiva unitaria. La rinascita di un più saldo potere politico centrale non è però, nel corso del X secolo, un fenomeno tipico solo del mondo tedesco o ita- lico; ma si verifica anche nelle altre terre di Europa ormai sottratte di fatto alla teorica giurisdizione imperiale. In Francia, le lunghe lotte tra 1 discendenti carolingi e i capetingi e l’assenza di un’autorità dominante rendono infatti estremamente precaria la ricostruzione di uno stabile or- dinamento politico. In Inghilterra, le ripetute incursioni vichinghe e la debolezza dei piccoli regni anglosassoni creano una confusa situazione di crisi permanente di cui sapranno presto approfittare gli invasori norman- 82 La “rinascita” ottoniana e la ripresa intellettuale dell'XI secolo ni. Altrove, nelle regioni dell’Italia meridionale, estranee all’Impero, le forze opposte dei bizantini, delle signorie longobarde, dei saraceni e dei poteri feudali e cittadini locali, continuano a combattersi in una perenne e confusa guerriglia. Tuttavia, già verso la metà dell'XI secolo, anche la condizione politica della Francia e dell’Inghilterra comincia a su- bire un mutamento di portata decisiva. E mentre l’Impero, minaccia- to da una rinnovata crisi dinastica, attraversa un nuovo periodo di «eca- d:nza la monarchia francese inizia quel suo lento ma costante raffor- zamento, che permetterà più tardi a Luigi VI (1108-1137) di riaffermare vigorosamente la supremazia regia, e l'Inghilterra, dominata e unifi- cata dai normanni, assume sotto gli Angiò-Plantageneti una solida struttura dinastica. Un tale processo di profonda trasformazione delle istituzioni e delle forze politiche dominanti è però soltanto l’espressione, al livello politico, di un mutamento ancor più radicale che investe tutte le strut- ture economiche e sociali dell'Europa feudale. Senza dubbio, non si tratta di un’improvvisa esplosione di forze economiche prive di radici nella storia passata; al contrario, è proprio la rapida maturazione di energi: già esistenti in seno alla società feudale che imprime adessc una svolta decisiva al processo storico. Il ritorno ad una condizione di vita civile più pacifica e sicura e il ripristino di un’autorità centrale capace di frenare le tendenze centrifughe dei poteri locali, rende poi naturalmente più rapido e facile l'avviamento di nuove forme di or- ganizzazione economica e di ordinamento politico. Se nei seccli pre- cedenti il regime feudale aveva permesso la continuità della vita pro- duttiva, difendendo cittadini e coloni dalle invasioni e dalle guerre, e mantenendo in vita un filone pur esile di scambi e di attività urbane, adesso l’ago dell'economia europea tend: a riportarsi nuovamente ver- so le città che vedono incrementarsi i loro traffici, accrescersi l’attività artigiana e aumentare costantemente il ritmo della vita civile. Ccssa cosi quel lento, costante decrescere della popolazione soprattutto ur- bana, che in certe zone d:ll’Europa centrale aveva raggiunto un pun- to impressionante. Popolazioni, un tempo nomadi e pr:datrici, s’in- stallano definitivamente in vaste contrade dell’Ori:nte europeo, dan- do vita a nuovi organismi statali come la Bo:-mia, l'Ungheria e la Polonia, ed entrano in stretti rapporti economici e sociali con i paesi dell'Europa occidentale. Ma il fenomeno di ripresa demografica non si limita solo a queste zone; ché, anzi, esso si manifesta principal- mente nelle regioni dell’Europa mediterranea, nelle campagne come nelle città, ove esso produrrà una serie di conseguenze economiche e 83 L'XI e il XII secolo politiche di eccezionale rilevanza storica. Ecco infatti nelle zone ru- rali i castelli che si trasformano in borghi, centri di attività artigiane e mercantili; mentre nelle città, sotto l’autorità dei vescovi-conti, la popolazione rapidamente accresciuta dà luogo a un tessuto sociale già differenziato ed organico. Naturalmente, questo processo di ripresa demografica si traduce, poi, ben presto, in un rapido incremento del- l’attività produttiva. I boschi, abbandonati da secoli o sfruttati soltanto nelle zone delle grandi abbazie benedettine, cedono il posto alla terra coltivabile; nelle zone paludose vengono operati i primi tentativi di bonifica; i pascoli diminuiscono di estensione trasformandosi anch'essi in terreni produttivi. Anche le terre dell’Est, aperte alla colonizzazio- ne germanica dalle vittorie di Ottone I, vengono adesso dissodate e coltivate da larghe masse di popolazione rurale che si spingono pro- fondamente nei territori abitati dagli slavi. L’esigenza di un forte aumento dei mezzi di vita agisce, d’altra parte, anche come incentivo all’acquisizione di conoscenze tecniche più evolute ed alla scoperta ed all’uso di strumenti e di mezzi che contri- buiscono, a loro volta, a modificare le condizioni economiche. Ma tra- sformazioni ancor più decisive si verificano nell’ambito delle attività commerciali, il cui sviluppo è continuo e costante, grazie anche alla maggior sicurezza delle grandi vie di comunicazione ed alla crescen- te intensità dei rapporti economici tra le varie regioni dell'Europa feu- dale. In tal modo, le città, che pure erano sopravvissute anche ai pe- riodi di pil grave stasi economica, riprendono rapidamente a svilup- parsi; e divengono sedi di mercati o di fiere, centri di produzione ar- tigiana, nell’ambito di un movimento economico caratterizzato da una accresciuta circolazione monetaria e dalla tendenza a costituire una fitta rete di scambi dalle terre dell'Est germanico al Mediterraneo, dal Baltico alle regioni balcaniche ed alle terre bizantine. Il sorgere delle nuove attività produttive specializzate causerà poi, nel corso del XII secolo, un ulteriore imponente sviluppo dell’economia cittadina; e ne risulteranno i primi lineamenti di una società nuova, dominata dal- l’iniziativa delle classi mercantili ed artigiane, già capaci di porre le prime basi della loro futura potenza finanziaria. È quindi naturale che una trasformazione demografica ed econo- mica incida profondamente anche sulle condizioni sociali ed econo- miche delle varie classi che avevano costituito i quadri della società feudale. Già infatti nel corso dell’XI secolo, la serviti della gleba comincia ad essere sostituita da un tipo di organizzazione colonica assai più libera, mentre precise norme giuridiche stabiliscono ora più 84 La “rinascita” ottoniana e la ripresa intellettuale dell'XI secolo esattamente i rapporti tra il proprietario, gli affittuari e i coloni. Ma il mutamento è ancor pi decisivo nell’ambito cittadino, dove la no- biltà di origine feudale deve cedere le sue posizioni dominanti alle nuove classi produttrici che s’avviano rapidamente ad acquisire una prima consapevolezza dei propri interessi e scopi economici e poli- tici. In questa società, già in preda ad un profondo fermento inno- vatore, continuano ancora a dominare gli ideali ideologici elaborati nell’età carolingia e difesi dalla “restaurazione” ottoniana. Il mito uni- tario dell’autorità assoluta e divina dell’unico Imperatore, pastore e guida del popolo cristiano, è ancora un’idea attiva ed operante che trova sostenitori e teorici tra i giuristi che illustrano i testi giusti- nianei come tra i dotti ecclesiastici delle corti sassoni e francone. Certo, la crisi che segue alla estinzione della monarchia sassone, il definitivo rafforzamento della grande feudalità tedesca, e, d’altra parte, gli inizi dei primi ordinamenti autonomi cittadini, sono altrettanti eventi che mostrano la reale debolezza dell’autorità imperiale e la sua incapacità a far fronte al nuovo corso storico. Ma il regno di Enrico III, che re- staurerà la supremazia imperiale sulla Chiesa, sembrerà segnare il ri- torno alla tradizione carolingia e ottoniana. Il legame tra il sovra- no e le correnti di riforma ecclesiastica — testimoniato dalle radica- li risoluzioni dei sinodi di Sutri e di Roma (1046) — rafforzerà nei nuo- vi ceti popolari la fiducia nella funzione carismatica e sacrale dell’Im- perium, custode della giustizia e dell’ordine cristiano. 2. Il movimento cluniacense e gli inizi della riforma gregoriana Alla continuità e al rinnovato prestigio della tradizione imperiale corrisponde però, da parte della Chiesa, un profondo processo di rin- novamento e di riforma suscitato e guidato dall’ascetismo monastico, ma che trova larga partecipazione e consenso proprio nell’ambiente cittadino e tra le nuove forze sociali. La decadenza della disciplina e del costume ecclesiastico divenuta gravissima e generale nell’età post- carolingia suscita non solo l’indignata protesta di uomini votati alla severa disciplina benedettina o dediti ad una vita di contemplazione e di preghiera, ma anche la rivolta di quei ceti di varia origine e con- dizione sociale sui quali pesava il dominio della feudalità ecclesia- stica. Contro il papato romano, ormai ridotto a oggetto di contesa tra le pif potenti famiglie romane, contro l’aristocrazia episcopale trasfor- L'’XI e il XII secolo mata in un vero e proprio corpo politico di elezione imperiale, si svol- ge infatti l’aspra polemica dei riformatori che, con toni e parole apo- calittiche, denunziano la carenza morale e intell:ttuale della gerarchia, la sua cupidigia di potere mondano e di ricchezza, gli scandali della simonia e del concubinato, il tradimento e il ripudio della parola evan- gelica. Sono motivi, questi, che tornano con costante violenza nella predicazione dei monaci come nelle invettive di cronisti popolari o ecclesiastici, ugualmente schierati contro la potenza e l’oppressione ter- rena esercitata da grossi potentati ecclesiastici; e dalla loro condanna emerge un quadro profondamente pessimistico della vita ecclesiastica del tempo, e l'immagine eloquente di una decadenza che sembra aver raggiunto uno dei livelli più bassi e pericolosi di tutta la storia della Chiesa. La ribellione morale contro la corruzione della gerarchia e il fer- mento antiecclesiastico che serpeggiavano tra le masse devote, furono pe- rò presto organizzati e guidati dalla nuova élite intellettuale che si era formata verso la fine del X secolo nell’ambiente “purificato” delle abbazie riformate. Già nel 910 il duca Guglielmo di Aquitania aveva fondato a Cluny un monastero ispirato al rispetto integrale della re- gola benedettina, in netto contrasto con la rilassat:zza delle antiche abbazie trasformate da tempo in ricche signorie feudali. Sotto la gui- da di grandi abati, come Oddone e Ugo, Cluny si era trasformato in un centro d’intensa vita spirituale e di alta esperienza mistica. Ma l'ispirazione ascetica dei cluniacensi era subito passata sul terreno della lotta riformatrice, con la sua recisa condanna dei costumi corrot- ti del clero feudale e il ripudio di ogni forma di compromissione con i poteri mondani. La predicazione dei cluniacensi, già particolarmente diffusa verso la fine del X secolo, ebbe presto una grande influenza in tutta l'Europa cristiana. In Francia, in Italia, in Germania, nume- rose abbazie tornarono alla “regola”; altri monasteri, come quelli ita- liani di Camaldoli (fondato nel 1012) e di Vallombrosa, originarono nuovi ordini monastici affini all’esperienza cluniacense; infine, il nuo- vo spirito riformatore penetrò in un vasto settore della stessa gerarchia ecclesiastica, già da tempo preoccupato della decadenza delle istituzio- ni. Il favore di alcuni vescovi e, soprattutto, dei Pontefici tedeschi elet- ti dopo il concilio di Sutri, favori poi un ulteriore sviluppo della rifor- ma cluniacense, che già nella seconda metà dell’XI secolo contava circa duemila monasteri. Né la forza dei cluniacensi fu soltanto spirituale, bensi anche politica; poiché la concessione papale della cosiddetta Com- mendatio Sancti Petri, che rese immuni i loro monasteri dalla giuri- 86 La “rinascita” ottoniana e la ripresu intellettuale dell'XI secolo PE sdizione dei vescovi, ruppe a loro vantaggio il vincolo di dipendenza gerarchica che aveva ormai assunto un carattere schiettamente feudale. Ora, è chiaro che una tale prerogativa implicava non solo un profondo mutamento nella struttura della Chiesa, ma la trasformazione della ri- forma cluniacense in un potente strumento del rinnovamento ecclesiastico e della restaurazione dell’autorità pontificia. Il che giova a compren- dere perché il movimento di Cluny potesse assumere una parte deci- siva nella lotta contro l’autorità mondana dei vescovi feudatari e nel- l'avvento delle nuove direttive spirituali e pratiche che guidarono la vita della Chiesa nell’età gregoriana. Pi tardi anche Cluny perderà la sua originaria vocazione rifor- matrice e subirà lo stesso processo di decadenza che aveva esaurito la originaria tradizione benedettina. Ma il risveglio spirituale — che è espressione delle nuove forze storiche maturate nel corso del X se- colo — troverà ancora interpreti nell’ascetismo di altre regole monasti- che, come i certosini e i cistercensi, e nella continuità di un moto ri- formatore popolare e laico. Sotto l'impulso di queste correnti, l’ideale della riforma si diffonderà e si estenderà penetrando profondamente gli ambienti sociali più sensibili alle sue immediate implicazioni poli- tiche e sociali. E, mentre si rinnovano in Europa eresie che forse si colle- gano ad antiche tradizioni manichee, nell’Italia settentrionale sorge il movimento dei Patari, campioni zelanti della lotta contro la corruttela morale e disciplinare dell’alto clero. Nelle città, già centri attivi di vita mercantile e di attività produttrici, il potere del vescovo-conte diviene cosi sempre più precario e soggetto al minaccioso intervento delle for- ze politiche organizzate nelle quali si specchiano gli interessi e le aspi- razioni dei ceti mercantili e artigiani. I frequenti tumulti contro i vescovi simoniaci, le ribellioni e i conflitti che dominano attorno alla metà dell’XI secolo la vita delle città italiane, sono appunto la testimo- nianza storica dello stretto legame che si è già stabilito tra le esigenze religiose e le particolari aspirazioni politiche dei ceti sociali emersi dal- l’incipiente crisi della feudalità. Non è qui certo possibile seguire le fasi della progressiva riforma delle istituzioni ecclesiastiche compiuta sotto l’ispirazione dei cluniacensi e culminata con i decreti di Niccolò II e con i drastici provvedimenti di Alessandro II contro l’influenza laica nelle cose ecclesiastiche. Ma non sa- rebbe possibile intendere tanti aspetti della riflessione filosofica dell’XI e XII secolo, senza ricordare che la riforma mossa da una profonda esigenza di rinnovamento evangelico finî col concludersi nell’affermazio- ne di un ideale teocratico fondato sul principio di un unico potere L’XI e il XII secolo supremo, quello papale, principio e fonte di ogni autorità e potestà tem- porale e spirituale. Questa dottrina, formulata con estremo rigore negli scritti di Gre- gorio VII e soprattutto nel famoso Dictatus papae, implicava natural- mente l’accentramento di tutta la vita della Chiesa nelle mani del Papa e la sua piena potestas sopra ogni aspetto dell’organizzazione socia- le e politica della Cristianità. Né Gregorio doveva esitare dinanzi al- l'applicazione integrale di questo principio anche nei confronti della autorità imperiale già direttamente colpita da un complesso di riforme che abbattevano la sua supremazia sulla gerarchia ecclesiastica e le toglievano praticamente ogni diritto di controllo sulla feudalità eccle- siastica. La lunga lotta tra Gregorio ed Enrico IV, che divise gran parte d’Europa in due campi avversi, fu quindi l’epilogo naturale di un contrasto inconciliabile: che traeva origine dallo stesso carattere so- ciale dell’Imperium e dalla sostanziale diarchia costituita dalla strut- tura burocratico-ecclesiastica della società carolingia. Ma questa contesa — che ebbe la sua espressione ideologica in una vasta letteratura contro- versista — rappresentò anche una favorevole occasione per lo sviluppo delle nuove forze sociali e politiche che proprio nel corso della guerra del- le investiture acquistarono una precisa coscienza del loro peso e dei loro interessi. Non a caso le origini delle istituzioni comunali sono spesso strettamente intrecciate ai conflitti tra l'Impero e il papato che causaro- no la rapida crisi della feudalità ecclesiastica; e, d’altro canto, è proprio nel corso dell’XI secolo che si ricostituiscono e si rafforzano le monar- chie nazionali destinate a svolgere una funzione politica decisiva per tut- to il Basso Medioevo. 3. La ripresa intellettuale dell'XI secolo. Dialettica e antidialettica È appunto entro questa prospettiva storica che occorre valutare il rapido processo di ripresa intellettuale che s’inizia già alla fine del X secolo in stretta connessione con la rinascita economica e sociale dell'Europa occidentale. A tale ripresa contribuiscono infatti — sia pure in grado e misura diversi — tanto la rinnovata prevalenza delle istituzioni urbane e il tono più elevato e raffinato della vita civile, quan- to l’impetuosa predicazione dei riformatori e l’esigenza di elaborare nuovi “strumenti” intellettuali per le continue controversie tra il po- tere ecclesiastico e quello civile o tra i diversi gradi della stessa gerar- chia clericale. Ma vi contribuisce altresi — e in maniera spesso assai 88 La “rinascita” ottoniana e la ripresa intellettuale dell'XI secolo rilevante — anche l’aprirsi delle civiltà europee a più stretti e continui contatti con il mondo arabo e bizantino sia per l'incremento degli scam- bi sia attraverso le guerre di riconquista in Sicilia e in Spagna e infine, negli ultimi anni del secolo, l'iniziativa espansionistica della I Cro- ciata. Questi rapporti, la cui influenza sarà cosi forte già nella seconda metà del XII secolo, non esercitano però ancora un influsso decisivo sulla cultura dell’XI che continua a svolgersi prevalentemente sul- la via tracciata dall’ordinamento scolastico carolingio. Però le an- tiche scuole monastiche non sono più gli unici grandi centri di una cultura di carattere letterario-ecclesiastico, ma cedono anzi lentamente il passo a un largo processo di rinnovamento intellettuale esteso a gran parte dell'Europa occidentale, indipendentemente dalle particolari distinzioni di carattere nazionale. Da Parigi a Orléans, da Chartres a Tours, è tutto un fiorire di scuole sorte spesso all’ombra delle cattedre vescovili e dove le arti del “trivio” e del “quadrivio” vengono traman- date alle nuove generazioni di chierici, mentre in Italia si assiste invece al sorgere di scuole cittadine, dipendenti solo in parte dalle autorità eccle- siastiche e dedicate principalmente agli studi di diritto, cosî necessari ad una società fondata sulla pratica del commercio e sullo sviluppo delle attività artigiane. Cosî, accanto alla tradizione teologica che si continua nelle istituzioni scolastiche, monastiche e cattedrali, si affermano nuovi campi di ricerca intellettuale; lo stesso apprendimento delle arti libe- rali è condizionato a nuove finalità e interessi diversi, come mostra lo stretto nesso tra lo studio approfondito della dialettica e il suo uso nella pratica giuridica e forense. Questo nuovo indirizzo di studi si manifestò dapprima in Italia, soprattutto in quelle regioni meridionali o adriatiche dove il diritto romano legato alla tradizione bizantina aveva sempre conservato la sua influenza e dove erano stati sempre pit stretti i rapporti con Bi- sanzio e col mondo arabo. Specialmente nella Calabria e nelle Puglie — che fino all’XI secolo erano state parti integranti dell’Impero bizanti- no, e dove la conquista normanna non eliminò il carattere ormai acqui- sito della cultura cittadina e della stessa vita ecclesiastica — la con- tinuità della tradizione giuridica romana non venne mai spezzata. Nel- la Sicilia, riacquistata dai Normanni nella seconda metà del secolo, con- tinuò invece a fiorire una ricca cultura d’impronta greca ed araba desti- nata a costituire uno dei maggiori punti d’incontro tra la civiltà europea e le tecniche e le dottrine assimilate dall'esperienza della scienza isla- ‘mica. Ma l’interesse scientifico e i rapporti con la cultura greco-araba 89 L’XI e il XII secoio furono particolarmente intensi nella scuola medica di Salerno, già attiva nel corso del X secolo e rimasta sempre fedele ai dettami classici della medicina greca. Cosi, quando nel 1056 Costantino Africano, un medico cartaginese formatosi nella scuola araba, passò in Italia e costitui a Montecassino un vero e proprio centro di traduzioni delle opere fonda- mentali della cultura scientifica greca e mussulmana, la sua attività tro- vò un terreno particolarmente fecondo. La ricca biblioteca di testi greci ed arabi, che venne ad arricchire le conoscenze dei medici salernitani, contribuî a sollevare un rinnovato interesse per la ricerca scientifica e far conoscere i primi fecondi risultati di una civiltà tecnicamente più pro- gredita come quella araba. L’influenza che la scuola salernitana esercitò in tutta Europa, spin- gendo numerosi dotti a coltivare insieme agli studi medici anche quelli scientifici e filosofici, fu un fattore di notevole importanza per lo svi- luppo di una cultura di carattere assai diverso da quella tramandata dalle scuole monastiche, e già profondamente permeata di motivi filo- sofici e scientifici propri della tradizione oreca ed araba. EA è certo ben simnificativo che proprio un vescovo di Salerno, Alfano (1058-1085), traducesse il De natura hominis di Nemesio, ove è chiaramente defi- nita l’idea dell’uomo come “microcosmo,” sintesi di tutti i caratteri e di tutte le forme dell’universo. Un indirizzo prevalentemente giuridico ebbe invece la cultura del- l’Italia settentrionale, pit legata alla rapida evoluzione politica dei rapporti economici e sociali che richiedeva nuove istituzioni giuridiche capaci di rispondere alle esigenze di una civiltà urbana e mercantile. E poiché il diritto romano rappresentava la tradizione giuridica mag- giormente affine al nuovo tipo di società e di organizzazione sociale, lo studio del Corpus iuris attrasse le migliori energie intellettuali. Lo sviluppo, prima della scuola ravennate e poi della grande scuo- la bolornese da Pepo all’Accursio, non è certo arsomento che possa interessare questo rapido schizzo della cultura filosofica medioevale. Ma bisogna pur ricordare che lo studio e l’esposizione del Digesto o del Codice richiedevano un solido corredo di nozioni srammaticali e dialettiche; e che d'altra parte il largo incremento della pratica fo- rense comportava uno studio ancora più accurato dell’arte retorica. Il naturale interesse per le arti del “trivio” non fu però esclusivo delle scuole giuridiche frequentate da laici e volte agli scopi mondani della vita civile. Anche la cultura ecclesiastica, sia in Italia che in Francia, conobbe infatti un’importante ripresa dello studio ‘della dialet- tica, la cui fortuna è certo da porre in rapporto anche con l’evoluzione 90 La “rinascita” ottoniana e la ripresa intellettuale dell'XI secolo parallela delle istituzioni giuridiche ecclesiastiche e con la formazione di tipo giuridico propria anche di molti uomini di chiesa. Inoltre la lunga contesa tra l’Impero e la Chiesa, e il fiorire di una vasta let- teratura controversista, favori indubbiamente la tendenza all’uso si- stematico degli strumenti dialettici forniti dall’insegnamento delle scho- lae. Né meraviglia che l’impiego di metodi di discussione dialettica si spostasse sempre più dal piano giuridico e dalle dispute su argomenti di immediata incidenza ecclesiastico-politica alla stessa elaborazione teologica. Ecco perché le soluzioni dei probl:mi logici cui si dedicarono tan- ti maestri di questo secolo, dettero luogo cosf spesso a gravi conse- guenze metafisiche e teologiche dalle quali non furono esenti neppure i temi più gelosi della tradizione ortodossa. Non solo; la maturazione di una mentalità più critica, nutrita di studi profani e di solide cogni- zioni dialettiche, ebbe certo una notevole influenza anche sull’evolu- zione delle correnti riformatrici e, in generale, nell’atteggiamento in- tellettuale dell’élize ecclesiastica. Gli storici del pensiero medioevale sogliono sempre ricordare, a questo proposito, le pagine veementi ed espressive che un tipico espo- nente della riforma, come Pier Damiani, scrisse contro i chierici del suo tempo più avvezzi a studiare i principi della dialettica aristotelica o della retorica ciceroniana che non a meditare le Sacre Scritture. Ed è anzi un luogo comune presentare la filosofia dell’XI secolo sotto il segno della lotta tra i dialettici che miravano a spiegare con i loro sil- logismi anche il dogma e le verità rivelate e i rigidi difensori del- l’ortodossia che consideravano l’uso di argomenti razionali nell’ambito teologico come una violazione delle verità di fede. Tale contrasto è stato certo troppo esagerato da una storiografia che non teneva forse nel dovuto conto il caratt:re comune della cul- tura di cui partecipavano entrambi gli avversari e che spesso traspare anche dietro la polemica più irruente. Ma ciò non toglie che l’inseri-” mento dei metodi dialettici nel campo degli studi sacri segni una tap- pa fondamentale nell’evoluzione della teologia cristiana, e che l’impor- tante ripresa di studi logici dell’XI secolo prepari già l’ambiente storico in cui maturerà la grande esperienza di Abelardo. ‘Tra i maestri che diedero un notevole impulso allo sviluppo della dialettica vanno quindi particolarmente ricordati Berengario di Tours (t 1088) e Anselmo di Besate (n. 1000 ca.) detto il Peripatetico, entrambi tipici esponenti delle nuove tendenze intellettuali. Discepolo di Ful- berto di Chartres e organizzatore a sua volta della scuola cattedrale di 9I L’XI e il XII secolo Tours, Berengario spinse l’uso degli argomenti dialettici fino al tenta- tivo di ridurre in puri termini razionali anche i principi di fede. Come scrive nel De sacra coena — che è appunto un tentativo d’interpretazione “dialettica” del dogma dell’eucarestia — egli ritiene infatti che la rinun- zia all’esercizio della ragione significhi disprezzare uno dei pit alti doni divini e rinunziare a quella nostra facoltà che ci rende maggiormente si- mili alla natura di Dio. Perciò, alle autorità ed alla stessa tradizione dei Padri, Berengario può opporre la superiorità della ricerca razionale il cui campo di azione non deve arrestarsi neppure dinanzi ai misteri della transustanziazione o della presenza reale. Il modo in cui procede questa discussione dialettica del tema trini- tario, è poi una testimonianza caratteristica della mentalità di Beren- gario. In qualsiasi composto di materia e forma — egli argomenta — è impossibile che permangano inalterati gli accidenti, se si verifica un effettivo mutamento della sostanza. Sicché il fatto che anche dopo la consacrazione permangono nel pane e nel vino i medesimi accidenti, dimostra che non si è mai verificato l’annullamento della loro forma e la trasformazione nel corpo e nel sangue di Cristo, ma che si è rea- lizzata soltanto l’unione di queste forme con quelle preesistenti del pa- ne e del vino. Simili argomenti, che Berengario continuò a sostenere nonostante l’abiura cui fu costretto nel 1050 dal sinodo di Vercelli, mostrano as- sai bene quali fossero i possibili sviluppi della trattazione dialettica della “materia” teologica. E si può ben comprendere perché molti dei suoi contemporanei fossero concordi nel condannarlo e nel guardare con forte diffidenza anche l’attività di Anselmo di Besate, che intorno alla metà del secolo viaggiava instancabilmente tra le scuole d’Italia, di Francia e di Germania, insegnando particolarmente l’uso delle ar- gomentazioni contraddittorie. Certo, la sua RAetorimachia non è dav- vero un gran monumento filosofico, né mostra l’intenzione di esten- dere la sua rudimentale tecnica dialettica nell’ambito della teologia. Ma il suo insegnamento doveva influenzare profondamente la menta- lità dei giovani chierici con conseguenze forse non troppo diverse da quelle indicate da Berengario, e costituiva comunque un pericoloso pre- cedente per i sostenitori dell’integrale rispetto delle pure “norme di fede.” Ecco perché negli ambienti della ritorma cluniacense, e, più tardi, della riforma cistercense e certosina, si delineò una cosî violenta rea- zione contro la “puerilità” e l’“empietà” dei dialettici, e una condan- na delle scienze profane considerate inutili se non addirittura temi- 92 e La “rinascita” ottoniana e la ripresa intellettuale dell'XI secolo bili per la salvezza del cristiano. Le dure parole con cui il vescovo Ge- rardo di Czanard vieta l’uso delle argomentazioni filosofiche nell’am- bito teologico, i rimproveri di Otloh di S. Emmeran contro gli “stol- ti” e gli “ingenui” che credono di dover sottomettere la verità della Scrittura all’autorità della dialettica, sono espressioni caratteristiche di un atteggiamento che ha profonde radici nella temperie spirituale degli erdini riformatori. E ad essi fa eco un tipico rappresentante dell’età giegoriana, Manegoldo di Lautenbach (t 1103) il quale, polemizzando contro Wolfemo di Colonia (noto come sostenitore della concordanza tra le dottrine di Macrobio e la “verità” cristiana), ammette, st, l’utilità della filosofia nei limiti delle scienze mondane, ma sottolinea il radicale contrasto tra le spiegazioni filosofiche e la rivelazione, tra le falsità dei pagani Platone ed Aristotele e l’unica verità cristiana. Il teologo che spinge, fino alle sue estreme conseguenze la pole- mica contro i dialettici e la filosofia, è però uno dei maggiori espo- nenti della riforma, un monaco che prima di sottomettersi alla severa regola monastica ha anch’egli insegnato dialettica nella scuola di Ra- venna: Pier Damiani (1007-1072). Nei suoi scritti, cosi spesso cita- ti come esempi del medioevale contemptus mundi, le più oscure de- nunzie della miseria invincibile della natura umana si alternano al- la condanna di ogni forma di sapere mondano e di ogni scienza o “ar- te” che non abbia come fine la glorificazione dell’onnipotenza divina. Ai chierici lettori di Cicerone e di Aristotele egli propone l’esercizio esclusivo della contemplazione mistica, unico cibo degno di una mente cristiana. La grammatica, la dialettica, le regole di Donato o i sillo- gismi di Aristotele, sono invece altrettanti allettamenti demoniaci che minacciano la purezza dottrinale del clero. E nella sua dura polemica (che non a caso si giova però di tutti gli strumenti retorici e letterari propri della cultura di un uomo di lettere) Pier Damiani giunge a bandire la filosofia dallo scibile cristiano, o, almeno, a ridurla al rango di una “schiava prigioniera” destinata a servire alla suprema verità teologale. Il rifiuto del sapere pagano, l’avversione per le “lettere” fomentatri- ci di dubbi e di errori, non potrebbero essere più radicali e più netti. Eppure Pier Damiani mostra di saper ben usare nei suoi scritti i metodi di argomentazione dialettica che non esita ad applicare anche in quel- l'opuscolo De divina omnipotentia, giustamente considerato come la espressione più eloquente del suo puro fideismo. Lo scopo che egli vi si propone è certo del tutto opposto a quello dei dialettici nel loro tentativo di dare una veste argomentativa anche ai contenuti dogma- 93 L'XI e il XII secolo tici; perché consiste nell’affermare l’assoluta incommensurabilità del volere divino, che possiede il potere di far si che “ciò che è stato non sia mai stato.” Dio, la cui potenza è totale e illimitata, è infatti al di là di qualsiasi condizione o norma che possa apparire contraddittoria agli occhi umani. E quindi per lui non costituisce alcun limite il fluire irre- vocabile del tempo, cosi come la sua volontà non è affatto tenuta a ri- spettare quei vincoli e quelle necessità cui è invece sottoposta la ra- gione umana. Ora, è evidente che, se la volontà divina possiede una tale prerogativa, anche tutti i tentativi di applicare nei suoi riguardi dei ragionamenti umani sono perfettamente vani ed inadeguati. Di- nanzi al mistero insondabile della natura di Dio, dinanzi all’infinità ed al segreto del suo volere, non v’è altra via che la umile preghizra e la adorazione. È chiaro che, accentuando cosi nettamente il rifiuto delle norme dei principi razionali, in nome della trascend:nza divina, Pier Da- miani ha di mira molti chierici e maestri contemporanei, e che intende estirpare radicalmente le “male piante” della dialettica cresciute inde- bitamente nel “giardino” della teologia. Ma l’affermazione dell’onni- potenza divina spinta fino alle sue estr:me conclusioni è anch’essa foriera di gravi conseguenze; e la sua influenza maturerà nei secoli seguenti fino a costituire una delle pi pericolose minacce p:r la teo- logia delle scholae. L'uso che Guglielmo d’Ockham e i suoi seguaci faranno del medesimo argomento per p:rvenire alla radicale negazione del valore scientifico della teologia, è una testimonianza assai elo- quente dell’esito di un atteggiamento polemico che era nato proprio per restaurare la supremazia degli studia divinitatis. Né meraviglia che la polemica antifilosofica di Pier Damiani o di Manegoldo di Lau- tenbach preannunzi già temi e motivi che avranno più tardi tanto peso nella crisi della cultura medioevale, contribuendo alla caduta del tentativo tomista di una mediazione positiva tra la ricerca filosofica e il “sacro” dominio della teologia. La posizione teologica di Pier Damiani, cosi intransigente e radi- cale si accorda, del resto, perfettamente con la sua mentalità di rifor- matore gregoriano e di teorico della teocrazia. Nella Disceptatio sino- dalis egli non solo afferma la supremazia dell’ordine spirituale su quel- lo temporale (con argomenti del tutto simili a quelli adoperati per ce- lebrare la supremazia della teologia dinanzi ad ogni altro tipo di sapere “ancillare”) ma ne deduce anche l’assoluto primato del potere papale su quello mondano e civile dell’Imperatore. L’idea che l’autorità im- periale dipenda essenzialmente dall’approvazione papale e che il suo 94 La “rinasata” ottoniana e la ripresa intellettuale dell'XI secolo scopo debba consistere soltanto nel guidare il popolo cristiano verso i fini voluti dalla legge divina e dalla gerarchia ecclesiastica diviene cosi il punto di forza di una dottrina destinata a larghi sviluppi negli scrittori “papalisti” del XII e XIII secolo. Anche se Pier Damiani rico- nosce che l'Imperatore è stato delegato dall’autorità papale all’esercizio dell’amministrazione temporale della cristianità, non per questo am- mette che possa avere un fine diverso o distinto da quello della Chie- sa o, tanto meno, che possa conservare legittimamente il suo potere quando cessi d’operare secondo la guida o la volontà del Pontefic:. Co- me l’unione della natura umana e di quella divina costituisce la realtà vivente del Cristo, cosi l'unione del Papa e dell’Imperatore costituisce, per una specie di divino mistero, la vivente unità della Christianitas. Destinato a reggere il “corpo” e a guidare la vita mondana della so- cietà cristiana l’Imperatore deve perciò sollecitare la guida del Pon- tefice che è rex animarum e, pertanto, signore dell’“interiore” real- tà spirituale. Per questo il dominio imperiale non può vantare una propria giurisdizione particolare, se non in via del tutto subordinata e sotto il controllo dell’autorità pontificia. In realtà, per Pier Damiani, il popolo cristiano costituisce soprattutto e in primo luogo una pura mistica unione sotto la sovranità spirituale del Papa, e da essa dipende anche ogni forma di ordinamento temporale e mondano. Il fatto che i cristiani vivano però anche nel tempo e siano sot- toposti alla necessità di un potere e di una coercizione mondana, non significa quindi che la loro società temporale si possa confondere con nessuno degli stati esistenti o con qualsiasi corpo politico. I rapporti che vigono nella Christianitas sono infatti puramente spirituali, le sue finalità del tutto oltramondane; anche l’uso di mezzi temporali da parte dell’autorità civile vale solo in quanto può servire per rag- giungere dei fini spirituali o comunque indicati dalla gerarchia eccle- siastica. Ecco perché, nella prospettiva teologica di Pier Damiani, l’Im- pero è soltanto uno strumento della Chiesa, limitato nelle sue fun- zioni e destinato esclusivamente alla difesa ed all'incremento della fe- de e dell’ordine cristiano. Lungi dall’accettare la dottrina carolingia che riconosceva nell’Imperatore l’advocatus Ecclesiae, capo tempora- le di tutto l’orbe cristiano, egli lo considera infatti solo come uno dei tanti principi (anche se il più potente) ai quali spetta il compito di rea- lizzare neil’ordine mondano le supreme direttive del potere spirituale. Il che implica, naturalmente, la sua più stretta e totale subordinazio- ne ai dettami dell’autorità pontificia; subordinazione da cui dipende 95 L'XI e il XII secolo la stessa legittimità del potere imperiale, sempre condizionata alla fi- liale ubbidienza alla volontà del Papa. Il rovesciamento della dottrina carolingia non potrebbe certo es- sere più radicale, né pit decisa l’affermazione della suprema sovranità della gerarchia ecclesiastica e monastica su ogni aspetto della vita civile. Ma questa tesi — di cui è evidente lo stretto nesso con la polemica an- tidialettica e la difesa dell’assoluto primato della fede — non è l’espres- sione isolata di un grande spirito mistico, difensore della riforma e del radicale rinnovamento della Chiesa. Le stesse idee animano infatti anche un vivace polemista come Manegoldo di Lautenbach, deciso assertore della concezione teocratica della Christiana respublica, i cui scritti forniranno una precisa linea ideologica ai teorici della plezi- tudo potestatis pontificia. E idee non dissimili, anzi sostanzialmen- te identiche, ispirano il famoso Dictatus Papae, attribuito allo stesso Pa- pa Gregorio, dove il riconoscimento al Pontefice di ogni potere e diritto mondano, incluso quello di deporre gli imperatori e di sciogliere i sud- diti dal giuramento di fedeltà, costituisce il fondamento dell’assoluta monarchia pontificia. Le dottrine teologiche e politiche di Pier Damiani rappresentano senza dubbio la posizione più radicale ed estrema maturata negli am- bienti della riforma ed esasperata dagli aspri conflitti ecclesiastici e po- litici dell’età gregoriana. Ma sarebbe di grave omissione dimenticare che, insieme a queste dottrine, si sviluppano nell’XI secolo anche altre posizioni intellettuali assai più caute e moderate soprattutto nei con- fronti dell’uso dei metodi dialettici e della loro possibile applicazione nell’ambito dell’insegnamento teologico. La stessa necessità pratica di formare degli uomini di chiesa, capaci di difendere l’ortodossia dal- le minacce ereticali con l’uso di tecniche argomentative accettabili anche da chi ignorasse le autorità dei Padri (e, d’altra parte, il timore che le soluzioni radicalmente fideistiche conducessero a pericolose con- seguenze sui temi della grazia e della predestinazione) induce proba- bilmente molti maestri ad assumere un atteggiamento ugualmente di- stante dalle audaci conclusioni teologiche di Berengario e dalla inso- lenza polemica di Pier Damiani e di Manegoldo. E sebbene i teologi ortodossi che accettano l’inserimento dello studio della filosofia nelle “discipline clericali” distinguano nettamente l’uso lecito della dialet- tica dalle sue degenerazioni, non per questo negano l’utilità e la im- portanza di una solida preparazione filosofica e logica. Come sostie- ne Lanfranco di Pavia (1005-1089), abate dell’abbazia bretone di Bec e quindi arcivescovo di Canterbury, non è infatti lecito condannare il 96 La “rinascita” ottoniana e la ripresa intellettuale dell'XI secoto legittimo desiderio di confermare gli insegnamenti della fede con gli ar- gomenti della ragione. Avversario deciso di Berengario, di cui confutò le argomentazio- ni “sofistiche,” Lanfranco crede che anche gli errori del maestro di Tours non derivino dall’uso dei metodi di dialettica, bensi dal loro abuso e dalle indebite deduzioni di conseguenze contrastanti con le loro premesse. Appunto per questo, l'apprendimento di questi meto- di di ragionamento potrebbe chiarire l’origine di quegli errori e con- fermare i misteri divini la cui verità non contraddice affatto l’uso moderato della ragione filosofica. Una dottrina filosofica conscia dei propri limiti e fondata su di una buona conoscenza della dialettica può anzi giovare alla causa della fede assai più di quanto non possa nuocere la cattiva e falsa scienza di pochi “indotti.” Simili idee attuate nella pratica quotidiana della scuola ebbero na- turalmente un’influenza decisiva sullo sviluppo degli studi filosofici e teologici e sulla legittima accettazione delle tecniche filosofiche nel- l'ambito della cultura ecclesiastica. Ma il loro trionfo fu dovuto prin- cipalmente all’opera di un discepolo di Lanfranco, Anselmo d’Aosta, la più grande personalità filosofica del suo tempo e il vero iniziatore di una nuova tradizione della teologia occidentale. 97 Capitolo secondo Anselmo d'Aosta e la cultura teologica del suo tempo I. 1 metodo teologico di Anselmo Nato ad Aosta nel 1033, scolaro di Lanfranco nell’abbazia di Bec, poi suo successore nella scuola abbaziale e quindi sulla cattedra ar- civescovile di Canterbury, Anselmo fu la figura pit alta e sigpifica- tiva della cultura dell’XI secolo. Ma i motivi fondamentali del suo pensiero erano destinati ad esercitare un'influenza assai vasta e pro- fonda su tutto il successivo svolgimento della riflessione filosofica e teologica; ed anzi, superando la crisi della scolastica, avrebbero conti- nuato ad agire anche su alcuni pensatori che consideriamo tra i rappre- sentanti più cospicui della filosofia moderna. La ragione di questa ecce- zionale influenza sta certo nel rigore e nella rara acutezza di questo monaco che profondamente nutrito dalla riflessione agostiniana e gui- dato da una conoscenza della dialettica, seppe accogliere in un sistema organico di idee le tendenze più attive e vitali del suo tempo. E se la sua posizione intellettuale e le sue dottrine furono spesso nei secoli successivi oggetto di critica severa da parte di grandi maestri della sco- lastica, è certo che Anselmo diede per primo un metodo razionale alla disciplina teologica, sostituendo al costante richiamo dell’auctoritas una via argomentativa basata unicamente sull’uso oculato e guardingo del ragionamento dialettico. Il fatto che Anselmo si sia occupato esclusivamente di temi teolo- gici (dall’esistenza di Dio alla Trinità, dall’Incarnazione al peccato ori- ginale) non toglie nulla alla novità del suo metodo che egli estese, del resto, ad ogni aspetto del dogma. Però il fondamento della sua dot- trina rimase sempre strettamente agostiniano; e da Agostino egli de- rivò gran parte delle sue premesse sviluppate però secondo una lucida tecnica dialettica e condotte a conclusioni che innovavano la dottrina teologica dei suoi tempi. 98 Anselmo d'Aosti e la cultura teologica del suo tempo La pid intensa attività filosofica di Anselmo si svolse in un pe- riodo di tempo relativamente breve, dal .1070 al 1080, nell’ambiente del- l'abbazia di Bec già predisposto dall’insegnamento di Lanfranco ad accogliere una diversa impostazione degli studi teologici. Fu appun- to in questi anni che Anselmo elaborò i suoi scritti fondamen- tali, tutti dominati dalla certezza dell’intimo accordo tra i me- todi di argomentazione razionale e i dati essenziali della fede; per dir meglio, dalla necessità che i principi della rivelazione siano illuminati dalla ragione e che, d’altra parte, la ricerca razionale si muova sempre entro i limiti e presupposti della fede. Questa posizio- ne, che Anselmo espresse nella formula credo ut intelligam, implica naturalmente una concezione strumentale della ragione il cui compito consiste nel meditare i dati della fede già accennati nella loro indiscu- tibile verità. Perciò anche quando Anselmo applica i metodi dinlettici anche ai contenuti più gelosi del dogma e fonda su di essi la dimostra- zione dell’esistenza di Dio, egli è fermamente convinto che tali pro- cedimenti valgono solo come chiarimento e delucidazione di una ve- rità che la ragione umana può cercare di rendere più evidente, pur riconoscendo i propri limiti e la sua radicale incapacità a penetrare in- timamente nei misteri divini. Ecco perché nel -Mozologion — che è appunto un’operetta scritta a richiesta dei suoi monaci come modello di meditazione sull’esistenza e gli attributi di Dio — egli afferma di voler procedere solo “per via di ragione,” senza ricorrere ai riferimenti ed alle autorità scritturali o patristiche. Ma al tempo stesso, in polemi- ca coi dialettici, Anselmo riafferma sempre l’assoluta superiorità della fede, principio unico. ed essenziale donde procede lo stesso “intellet- to.” La fede è, dunque, il fondamento e la ragione prima della cono- scenza umana; giacché non “s'intende per credere” ma bensi “si cre- de per intendere.” Eppure chi crede con certezza e fervore può usare legittimamente anche i metodi della dialettica e i puri procedimenti razionali che sono anch’essi un dono divino. È chiaro che un simile atteggiamento presuppone una fiducia com- pleta nella ragione come “strumento” che non arretra neppure dinanzi al tentativo di spiegare con procedimenti analogici anche i “sacri mi- steri.” Il modo in cui Anselmo affronta la tematica teologica tradizio- nale, cercando di mostrare l’intima necessità razionale della trinità e dell’incarnazione, ne è appunto una prova assai chiara. Ma, d’altra parte, egli è ugualmente convinto che il potere illuminante dell’intel- letto dinanzi agli “abissi della rivelazione” è ben limitato, perché la verità della fede è cosi vasta e profonda che nessuna mente mortale 99 i L’RI e il XII secolo potrà mai possederla compiutamente. Neppure lo sforzo concorde di tutti i Santi e dei Padri e dei Dottori della Chiesa ha quindi potuto penetrare 11 mistero della rivelazione. Ma, proprio per questo, niente è più erroneo che opporre all’uso legittimo della ragione l’autorità esclu- siva degli Apostou e dei Padri, dimenticandosi che anch'essi erano uomini e conobbero la verità con mente umana e che Dio non ha mai cessato e mai cesserà d’illuminare la Chiesa e di permettere ai fedeli una comprensione sempre più profonda della sua parola. D'altra par- te se è vero che la visione beatiticante della verità divina è esclusa da questo stato mondano, ciò non signitica che la ragione umana non possa ampliare la sua intelligenza della fede. Comprendere la propria fede signitica appunto avvicinarsi alla visione di Dio, e rendersi piî degno dei suoi aoni. Se è cosa empia pretendere di scoprire o di discutere ciò che Dio ha celato nella protondità insindacabile del mistero, esi- stono però problemi e temi teologici che non sono affatto incompren- sibui ala ragione, ma che anzi essa deve speculare e chiarire. Dimostra- re che Dio esiste è appunto uno di questi compiti che la ragione deve perseguire con propri mezzi e senza aicun ricorso ad autorità o “fonda- menu estranei a1 suoi poteri”; ed anzi dalla validità intrinseca di questa dimostrazione dipende la possibilità di costruire una scienza dotata de- gli stessi strumenti argomentativi propri delle altre “arti.” La dimostrazione dell’esistenza di Dio rappresenta ovviamente uno dei temi centrali del pensiero di Anselmo, destinato, peraltro, a costituire un termine di confronto obbligato per tutte le correnti e tendenze teologiche del Basso Medioevo. Ma le prove che egli presen- ta, compenetrate di spirito agostiniano, sono formulate con un rigore e una coerenza dialettica ancora estranea al pensiero di Agostino e se- condo una direttiva metafisica di carattere squisitamente platonico. Ciò è evidente soprattutto nelle pagine del Monologion ove tutta la dimo- strazione poggia sul presupposto dell’ordine gerarchico di perfezione presente nell’universo e sull’idea che tutto ciò che gode di un grado maggiore o minore di perfezione deve partecipare necessariamente del- la perfezione assoluta. Ora l’esperienza sensibile e la riflessione razio- nale ci mostrano che esistono innumerevoli beni, più o meno perfetti, e che tutto quanto esiste ha sempre una sua causa particolare. Ma la serie delle perfezioni particolari e contingenti ci rinvia per necessità ad una causa unica e prima, cosi com’è evidente che quanto è perfetto in un grado minore o maggiore, lo è soltanto perché deriva da un su- premo ed unico principio di perfezione. Naturalmente questo bene, del 100 Anselmo d'Aosta e la cultura teologica del suo tempo quale partecipa tutto ciò che è bene. non può essere che il bene mas- simo ed assoluto, superiore ad ogni altro bene e ad ogni altra perfe- zione. Ma ciò significa che quanto è assolutamente buono è anche infi- nitamente grande e che quindi esiste un rrimo essere superiore ad ogni realtà esistente limitata, e questo essere è Dio. Un tale argomento — di cui è inutile sottolineare l’intrinseco carattere platonico-agostiniano — può essere ugualmente svolto muo- vendo da quella perfezione dell’essere che tutte le cose hanno in comune, sia pure in grado e misura diversi. Ogni ente esistente ha in- fatti una propria causa; ma la moltevlicità delle canse particolari pre- senti nell’universo può essere considerata come riducibile ad una cau-, sa, oppure come fine a se stessa, o ancora come costituita da una serie di cause che si causino reciprocamente. Se però esaminiamo la seconda ipotesi, è subito evidente che le sinvole cause esistenti per se stesse hanno almeno in comune questo “essere per sé” che costituisce il prin- cinio della loro esistenza e quindi la loro unica causa comune. Né è diversa la conclusione cui si giunce esaminando anche la terza ipotesi, perché supporre che una cosa esista a cansa di ciò cui essa stessa dì l’essere, è ipotesi assurda e contraddittoria. Non resta perciò valida che la prima ipotesi: tutto ananto è, esiste per una causa unica éd assoluta, necessariamente identificabile con Dio. Ma non basta. L’ardine dell'universo è costitnito — come s'è cià visto — da una gerarchia di esseri alcuni dei quali sono pii perfetti ed altri meno perfetti. Ma una volta accettata questa verità inonnu- gnabile è anche necessario ammettere o che questa gerarchia di perfe- zione non abbia mai fine e quindi che ogni essere postuli sempre, al di sopra di sé, un altro essere pit perfetto, onvnre che l’universo sia ‘costituito da un numero definito di esseri. uno dei quali sunera tutti gli altri per la sua assoluta perfezione. L'esclusione della prima ipo- tesi che Anselmo ciudica assurda e irrazionale. conduce necessariamente ad ammettere l’esistenza di un essere perfettissimo superiore a tutti gli altri e a nessuno inferiore. Ed a chi obbietta che si potrebhero am- mettere al sommo della gerarchia due enti forniti di uguale perfe- zione, è facile rispondere che questi due esseri sono uguali o perché la loro essenza è comune e quindi sono in realtà un solo essere, op- pure perché partecipano entrambi ad un essere superiore che li tra- scende tutti e due e che, pertanto, è l’unico essere perfettissimo. Dio è dunque il termine unico e assoluto che conclude la serie finita de- gli esseri; e ne è al tempo stesso il culmine, la ragione e la causa. OI L’XI e il XII secolo Un simile tipo di argomentazione, cosi legato ad una visione gerarchica della realtà di schietto senso platonico, si fonda evidente- mente sul passaggio dialettico dal limitato all’assoluto e dall’essere particolare al suo fondamento universale. Ed è chiaro che Anselmo introduce in tal modo nella storia della teologia un metodo specu- lativo che era già implicito nelle dottrine dell’Areopagita e nella sua immagine di un universo ascendente di grado in grado, di perfezione in perfezione verso il suptemo approdo dell’unica esistenza divina. Anselmo però non si arresta a questò procedimento che, almeno in apparenza, muove dall’esperienza e dalla realtà definita dei singoli enti esistenti. Proprio perché vuol dare alla riflessione teologica una base schiettamente speculativa, egli si sforza di portare altre prove che s'impongano per pura evidenza logica, prescindendo dalla cor- siderazione sensibile della realtà. Ma -coronando le prove precedenti con l’argomento ontologico del Proslogion egli spinge alle estreme con- clusioni il suo procedimento dialettico, e ripropone, per altra via, la stessa considerazione di Dio e dell’essere che era già implicita nel Monologion. 2. L'argomento del “Proslogion” Certo, proprio all’inizio del Proslogion, Anselmo dichiarava di voler muovere dal puro dato di fede, e cioè dall’idea di Dio che ci è fornita dalla fede e dalla quale è però possibile trarre per evidenza interna anche la necessità logica della sua esistenza reale. Noi cre- diamo infatti che Dio esista e che sia l’essere di cui non è possibile concepire niente di maggiore; ma anche l’insipiens che nega Dio, comprende ciò che affermiamo con queste proposizioni, e deve quindi ammettere che tale concetto possiede un'esistenza mentale, in quanto è attualmente presente negli intelletti che lo pensano. Una cosa può infatti esistere nell’intelletto senza che questo ne ammetta l’esistenza esteriore: quando un pittore si rappresenta l’immagine che vuole di- pingere, egli possiede in sé il quadro già esistente nel suo intelletto, ma non ne conosce affatto l’esistenza esteriore perché non lo ha an- cora dipinto. Ecco, dunque, che anche l’insipiens è costretto a rico- noscere che almeno nel suo pensiero esiste l’essere perfettissimu di cui è impossibile concepire niente di maggiore. Però una volta accet- tata questa premessa non gli è più possibile negare che l’ente per- fettissimo esiste anche nella realtà, poiché questa esistenza possiede 102 Anselmo d'Aosta e lu cultura teologica del suo tempo un grado di perfezione superiore a quello dell’altra. Difatti se l’es- sere di cui non è possibile concepire uno maggiore esistesse unica- mente nell’intelletto, si potrebbe facilmente pensare anche un essere dotato di tutte le sue perfezioni e, in pit, della perfezione che è data dall’esistenza reale. Ma una tale conclusione è evidentemente contrad- detta dalla stessa definizione iniziale dell’ens perfectissimum, e quindi l’essere di cui non si può pensare uno maggiore deve esistere sia nel- l'intelletto che nella realtà. Non occorre un’analisi troppo approfondita per intendere come questa argomentazione si fondi sulla certezza interiore della fede e sulla opinione “platonica,” che esistere nel pensiero è già esistere nel- la realtà e che quindi la nozione di Dio, data dalla fede, ha una realtà di fatto indubitabile e assoluta. Anche qui, come già nelle prove del Monologion, Anselmo muove dunque dalla certezza preliminare di una realtà, di ordine e grado particolare, per concludere alla necessità logica dell’esistenza reale dell’ens perfectissimum; ed anche qui, pur nell’indubbia novità del suo metodo di argomentazione, il processo anselmiano muove dall’idea gerarchica di un diverso grado di perfe- zione ontologica che subordina l’essere “pensato” alla superiore perfe- zione dell’essere reale. In tal modo il passaggio dal dato originario della fede alla prova o conclusione razionale, è reso possibile proprio me- diante il confronto tra l’esserte pensato e l’essere reale, tra l’idea di Dio esistente nel pensiero e la certezza logica che questa esistenza mentale, che è anche essa reale, sarebbe certamente impossibile se Dio non esistesse anche nella realtà. Sicché la vera differenza tra le argo- mentazioni del Monologion e quelle del Proslogion consiste solo nel diverso punto di partenza, e nel carattere della realtà che è posta come termine di paragone con la perfezione assoluta e necessaria del supre- mo ente reale. Solo in Dio l’esistenza mentale e l’esistenza reale deb- bono coincidere per intrinseca necessità logica; mentre, in ogni altro caso, l’esistenza reale può essere verificata solo se l’Essere sommo, principio e causa prima, l’ha effettivamente creata. Cosf Anselmo con- duce fino alle sue logiche conseguenze quelle fondamentali caratte- ristiche platoniche che erano già evidentissime nella dottrina agosti- niana; e mentre si appella alla fede come primo fondamento di cer- tezza, vuol trovare nel suo contenuto intellettivo quella ragione dialettica che la rende perfettamente comprensibile anche all’intelletto. L’im- piego cosi coerente del procedimento dial:ttico si risolve in un nuovo metodo apologetico, o meglio, nella conferma del primato assoluto 103 L'’XI e il XII secolo della fede, i cui principi costituiscono in ogni caso il presupposto indi- scutibile e necessario di qualsiasi prova o dimostrazione. Non v’è quindi da meravigliarsi se già taluni dei contempora- nei di Anselmo contestarono il valore e la fondatezza dell’argomento del Proslogion che fu più tardi rifiutato dallo stesso Tommaso d’Aqui- no. Ed è noto che, vivente ancora Anselmo, un monaco del monastero di Marmontier, Gaunilone, scrisse un Liber pro insipiente che è una acuta critica del procedimento anselmiano. Il punto su cui si fonda l’obiezione di Gaunilone è l’impossibilità di concludere dall’esistenza del pensiero all’esistenza esteriore, di fatto. Il pio monaco non vuol certo difendere l’ateismo dell’insipiens; al contrario egli riafferma che la certezza dell’esistenza di Dio è un principio di pura fede e che il passaggio arbitrario dalla parola al concetto e dal concetto alla realtà, compiuto da Anselmo, è non solo invalido, ma anche sofistico e peri- coloso. Le parole che udiamo — argomenta infatti Gaunilone — pos- sono avere o non avere un loro significato; ma se l’hanno è solo perché sono connesse a certe esperienze o percezioni che esse richia- mano alla nostra mente. Ora è proprio l’esperienza dei singoli indi- vidui dotati di caratteri particolari che ci permette di formare dei concetti di specie e di genere ben distinti per mezzo di parole corri- spondenti; ma quando ciò non accade, quando le parole che pronun- ciamo non hanno un nesso mentale corrispettivo, esse restano prive di significato come se fossero scritte o pronunziate in una lingua ignota. Difatti chi, non conoscendo il latino, sente pronunziare la parola avis, non può connetterla a nessuna rappresentazione particolare o ge- nerale, ma può soltanto percepirne il suono “fisico.” Ebbene: per Gaunilone la stessa cosa accade anche quando sentiamo pronunziare la parola “Dio” e la frase “l’essere di cui non si può pensarne uno maggiore,” espressioni che non hanno nessun fondamento nell’espe- rienza. Dio infatti non è pensabile in rapporto alle altre cose che ci sono note attraverso i sensi; e poiché non è oggetto della nostra espe- rienza non esiste neppure un concetto che stia in rapporto a Dio co- me il concetto di uomo sta in rapporto con l’individuo Socrate. Per questo udendo la parola “Dio” noi sentiamo solo dei suoni e non riusciamo, per quanti sforzi facciamo, ad attribuirle un esatto signi- ficato. Ed anche se vogliamo dire, con Anselmo, che il concetto di Dio è presente nell’intelletto dell’insipiens dobbiamo però ammettere che costui possiede nel suo intelletto solo delle parole incomprensibili e dei nomi privi di significato. Non solo: esistono anche errori e idee false che non hanno al. 104 Anselmo d'Aosta e la cultura teologica del suo tempo cuna esistenza fuori del pensiero, immaginazioni e fantasie ben pre- senti all’intelletto ma del tutto estranee alla realtà. Chi concepisce l’idea delle isole Fortunate, sparse in una parte dell'Oceano, colme di ricchezze e di beni, non può certo pretendere che queste isole, pur concepite come le più perfette tra tutte esistano anche nella realtà. Ma lo stesso argomento vale anche contro la prova di Anselmo che compie lo stesso indebito passaggio dall’esistenza nel pensiero alla esistenza nella realtà: “Come infatti si potrebbe dimostrare maggiore di tutti, se io nego 0 dubito ancora che esso esiste anche nel pensiero? Dovrei prima sapere che quell’ente esiste realmente da qualche parte; e quindi trarrei dal fatto che è il maggiore di tutti la certezza che esiste anche in realtà.” A tali obiezioni, che si fondano su di una considerazione del- l’idea e del suo rapporto con gli enti reali ben diversa da quella ac- cettata da Anselmo, questi rispose ‘che il passaggio dell’esistenza nel pensiero all’esistenza nella realtà è valido unicamente nel caso del- l'ens perfectissimum la cui certezza è fondata sulla fede; e, in secondo luogo, che questo concetto può essere dedotto dalla consi- derazione della realtà finita che, in base agli argomenti del Mono- logion, ci conduce a riconoscere l’esistenza di un essere assoluto supe-* riore a tutti gli enti finiti. Il che implicava però il sionificativo ricono- scimento di un fondamento fideistico del concetto di Dio, estraneo al suo tentativo di pura deduzione concettuale. 3. Gli attributi divini e il rapporto di Dio con la realtà La dimostrazione dell’esistenza di Dio non è però il solo tema affrontato dalla teologia anselmiana; ché anzi, in tutti i suoi scritti, sono discussi con particolare insistenza anche il prob'ema degli attri- buti divini e quello del rapporto tra Dio e la realtà da lui creata. A questo proposito Anselmo afferma — con un evidente richiamo alla dottrina agostiniana — che solo Dio esiste di per se stesso e che quindi solo in lui essenza ed esistenza s’identificano perfettamente, cosî come la luce s’identifica con lo splendore che emana. Tutti gli ‘altri esseri possiedono, invece, un’essenza che non implica necessaria- mente l’esistenza, che può essere tratta ad esistere solo per opera di- vina; il che significa che Dio è la materia costitutiva dell’universo o ne è la causa produttrice. La prima ipotesi viene però subito respinta 105 L’XI e XII secolo per la sua evidente conseguenza panteistica; e quindi Anselmo accetta il principio della creazione ex nikilo, come l’unica soluzione che sod- disfi al tempo stesso l’esigenza della fede e della ragione. L'universo viene, dunque, all’esistenza senza che esista alcuna materia preesistente rappresentata da Dio o da qualsiasi altro principio; poiché il nulla da cui il mondo proviene non è una realtà positiva, bensf semplice- mente l’assenza totale di realtà. Il passaggio dal non essere all’essere è causato da un libero decreto della volontà divina, decreto che non conosce nessun presupposto metafisico n ontologico. Con questo non si deve però credere che Anselmo neghi ogni forma di esistenza o di realtà precedente all’atto con cui Dio ha creato il mondo. Ripren- dendo un motivo fondamentale della tradizione platonico-agostinia- na, anche Anselmo ammette infatti l’esistenza di forme ideali della realtà logicamente precedenti all'emergere della realtà dal nulla. Tali idee presenti 25 aeterro nel pensiero divino e ad esse consustanziali sono appunto “espresse” e “realizzate” dall’atto che modella sui loro esemplari le singole cose create. Affermare che il mondo è stato creato dal nulla significa quindi, semplicemente, che le cose non erano prima ciò che sono attualmente, né esisteva, prima di esse, una qualsiasi mate- ria da cui potessero essere formate. Ma considerate dal punto di vista del sapere divino esse sono già tutte presenti nel pensiero eterno e ne escono in virtà della Parola creatrice che non ha alcuna somiglianza col par- lare umano, bensi rassomiglia alla nostra conoscenza dell’essenza uni- versale ed alla parola interiore con cui le definiamo nel nostro più segreto pensiero. Come la nostra parola interiore non conosce dif- ferenza di tempo e di luogo, di povolo o di nazione, cosf la parola o verbo che è nella mente divina è il puro prototipo immutabile delle cose create e il mezzo con cui Dio crea e conosce attualmente, nella sua identica perfezione, il mondo molteplice e transitorio degli enti. Tutto ciò che è estraneo alla pura essenza divina è stato creato dal Verbo che lo conserva e lo mantiene, permettendo cosf alle sin- gole creature di permanere nel loro essere. Ma ciò significa che Dio è presente dovunque e tuttavia eccede con la perfezione ogni luogo determinato, che è ogni tempo e, insieme, al di là di tutto il tempo, immanente nell’atto con cui dà vita a tutte le realtà, eppure trascendente nella sua essenza infinita ed eterna. Nondimeno, se cer- chiamo di esprimere da un punto di vista umano la realtà di un es- sere che trascende tutto il Creato e non ha nulla in comune con le altre cose, è necessario affermare di Dio tutti quegli attributi che designano uno stato di perfezione positiva. E perché tali attributi siano vera- 106 Anselmo d'Aosta e la cultura teologica del suo tempo mente legittimi occorre che gli siano riferiti in un senso assoluto e che si predichino di lui solo quelle perfezioni che superano in valore tutto il resto della realtà. Ecco perché non si può mai dire di Dio che è corpo, bensi soltanto che è spirito, poiché lo spirito è superiore e più perfetto del corpo; similmente, per attribuirgli tutte le perfe- zioni che gli sono più vicine e più degne lo si dirà “vivente,” “sapien- te,” “onnipotente,” “vero,” “giusto,” “beato,” ed “eterno,” pur com- prendendo che anche questi attributi sono ben lungi dal cogliere l’in- finita perfezione divina. D'altra parte, queste molteplici perfezioni non significano affatto che in Dio esista realmente molteplicità o di- stinzione né che la sua natura abbia dei caratteri essenziali insieme ad altri caratteri accidentali, 0, tanto meno, che vi siano in lui cangia- menti o “processi.” Al contrario la sua essenza, del tutto coinciden- te con l’esistenza, è sempre assolutamente una, identica e immuta- bile; né Dio, che è in tutti i luoghi e in tutti i tempi pur essendo al di là di ogni luogo e di ogni tempo, può mai ammettere inizio e fine. Anche il suo atto creatore non comporta infatti alcun muta- riento nella sua essenza, cosîf come i decreti della sua volontà non tollerano alcun limite estraneo. Cosf se Anselmo, moderando la tesi radicale di Pier Damiani ritiene che la volontà divina non potrebbe mai giungere a far si che ciò che è stato non sia stato, tuttavia insiste sulla piena libertà del suo atto, incommensurabile ad ogni norma umana. Tra le creature che Dio ha creato e che sono state espresse dal suo Verbo, l’uomo è poi quello che rispecchia in maggior misura l’immagine e il segno della divinità. Capace di conoscere se stessa, di ricordarsi di se stessa e di amare se stessa, l’anima umana rispecchia infatti nella sua natura limitata l’ineffabile ed eterna trinità divina. E tutta la sua conoscenza deriva appunto direttamente da Dio che illumina costantemente l’anima rendendo cosf possibile la perfetta cooperazione tra il senso e l’intelletto attraverso l’intermediario delle eterne idee, divinamente irraggiate. Naturalmente, alla luce di questa impostazione di schietto carattere agostiniano, non è neppure difficile intendere perché Anselmo sia intransigente partigiano della realtà ideale dei generi e delle specie e perché faccia di questa soluzione rea- listica del problema degli universali un presupposto essenziale della sua ontologia. Tanto più che non sarebbe possibile intendere comple- tamente l’intimo meccanismo delle sue argomentazioni ontologiche se non si pensasse che egli muove sempre dalla certezza della realtà delle idee, dal principio che ogni determinazione particolare ha significato e 107 L’XI e il XII secolo valore solo in quanto partecipa a un fondamento universale. Solo così ogni perfezione individua trova la propria realtà nella partecipazione alla perfezione assoluta; sicché l’identità necessaria tra l’esistenza pen- sata dell'Ente perfettissimo e la sua esistenza reale può rendere possi- bile l’argomentazione del Proslogion. In un caso come nell’altro il pro- cedimento dialettico di Anselmo muove da un presupposto “realista” e da una premessa speculativa schiettamente platonico-agostiniana. 4. La scuola di Laon; Roscellino L’opera di Anselmo, tutta incentrata sui grandi temi teologici che abbiamo esposto, segna una tappa d’importanza decisiva nella sto- ria del pensiero medioevale e pone già in chiara luce le esigenze fonda- mentali che guideranno poi per più di tre secoli lo svolgimento della cultura scolastica. Fu infatti all'esempio di Anselmo che si richiama- rono assai spesso i maestri del XII secolo ben decisi a far valere sul piano della riflessione teologica — che non si distingweva ancora dalla meditazione filosofica autonoma — i metodi della dialettica, oppure a risolvere nell’ambito di grandiose concezioni cosmolociche gli stessi temi capitali della tradizione agostiniana e boeziana. Ma il suo pen- siero doveva ancora costituire per lungo tempo un necessario termine di riferimento nella lunga discussione sul reciproco rapporto tra la ragione e la fede, e stimolare, sia pure attraverso atteggiamenti e tendenze di carattere assai diverso, la progressiva trasformazione del- la teologia in una scienza speculativa dotata di metodi e strumenti logici non diversi da quelli delle altre scienze. Questa tendenza, che porterà ben presto ai primi tentativi di or- ganizzare tutta la “materia” teologica in vaste sintesi sistematiche, è del resto già ben visibile nell'opera di alcuni scrittori contemporanei che cooperano a elaborare i “quadri” concettuali della scientia Dei. I Libri Sententiarum attribuiti ad Anselmo di Laon (+ 1117) forniscono già l’esempio di una raccolta organica dei testi dei Padri della Chiesa, ordinati secondo i problemi e i temi teologici fondamentali, ed offrono cosi un modello che sarà poi ripreso e sviluppato da Guglielmo di Cham- peaux, Pietro Abelardo, Roberto di Melun e, con particolare fortuna, da Pietro Lombardo. Ma l’importanza di questa raccolta, compilata allo sco- po di fornire argomenti di prova nelle discussioni teologiche, non con- siste soltanto nella preparazione di un cospicuo materiale selezionato dalla gran selva della letteratura patristica, bensf nella cornice organica e t08 Anselmo d'Aosta e la cultura teologica del suo tempo ©ompiuta entro cui viene inserita la trattazione teologale. L'esistenza, la natura, gli attributi di Dio, il significato e il modo della creazione, l’esistenza e il destino dell'uomo dalla sua caduta alla redenzione, la via di salute indicata dalla natura e dalla grazia, la funzione carisma- tica della Chiesa e dei suoi sacramenti, divengono adesso gli oggetti ben definiti della speculazione filosofica, i temi intorno ai quali si dispiegherà la vigorosa analisi intellettuale dei grandi maesti scola- stici. Ma questo quadro che raccoglie in sé tutri i principi ideologici di una società in cui la Chiesa è l’unica produttrice di idee, questa cornice stabile e definita entro cui deve procedere la riflessione filo- sofica e la suprema conoscenza della realtà e dell’uomo, offrono ad ogni passo problemi aperti e insolubili, temi suscettibili di discussioni e di analisi che pur senza negare il primato della fede, lasciano libero passo alla indagine della ragione. Certo gli autori delle sentenze, e Anselmo di Laon per primo, insistono sempre sui dati di fede e sulla gelosa custodia della pura verità rivelata. Ma, in realtà, essi preparano un metodo di studio e di riflessione teologica che impone un più ampio sviluppo della dialet- tica e una capacità di critica razionale destinata a dar presto i suoi frutti nella temperie storica del XII e del XIII secolo. La grande fio- ritura dei Commenti alle Sentenze e lo sviluppo di una caratteristica letteratura teologica sempre più raffinata e intellettualmente scaltrita, sono la diretta conseguenza del nuovo corso impresso alla cultura sco- lastica dell’XI secolo, da Anselmo di Aosta e dai suoi contemporanei. E non a caso sarà proprio dalla lunga esperienza dei Libri Sententiarum e dei loro commenti che nasceranno le grandi Summzae del XIII secolo. Quale fosse però la funzione innovatrice esercitata dalla diffusione degli studi dialettici nell’ambito della cultura teologica, e quali potes- sero essere le sue conseguenze più estreme, è ben dimostrato dalla personalità, ancora non molto nota, di Roscellino di Compiègne. Sui suoi studi e la sua formazione non possediamo purtroppo testimonian- ze sicure e precise, ma sappiamo che ebbe come maestro Giovanni il Sofista, noto per la sua abilità di dialettico, e che, più tardi, mentre era maestro e canonico a Compiègne, fu accusato formalmente di- nanzi al concilio di Soissons d’insegnare che “vi sono tre dii.” Abiurò e gli fu concesso di riprendere il suo insegnamento a Tours e a Lo- ches, dove fu maestro di Abelardo, e a Besangon ove sembra morisse intorno al 1120. La scarsità di notizie e di testimonianze non polemi- che sul suo insegnamento, rendono certo molto difficile una valutazio- ne della sua dottrina, probabilmente assai deformata dagli attacchi 109 L’XI e il XII secoto dei suoi avversari. Ma ciò non toglie che Roscellino sia stato consi- derato dai contemporanei e dai posteri come il principale sostenitore di una concezione degli universali che identificava l’idea generale con la parola che la definisce. In aperta polemica con la soluzione realista che attribuisce una realtà ai termini astratti del pensiero, Roscellino sembra negare qual- siasi realtà che non sia strettamente individuale; e per questo affer- ma che il termine uomo, come tutti gli altri che indicano una specie o un genere, corrisponde soltanto o alla realtà fisica della parola “uomo” (cioè a un flatus vocis, o emissione di suono) oppure a degli individui particolari e concreti che quel termine può semplicemente “esprimere.” Come si vede il rifiuto della dottrina realista, cosi connaturata al fondo agostiniano-platonico della cultura filosofica dell’Alto Me- dioevo, non potrebbe essere pi netto. Ma proprio perché era maestro di “arte dialettica” e quindi di una scienza che si applica principal- mente ai termini del discorso umano, Roscellino non solo negò il loro fondamento reale, metafisico, ma sembra che estendesse la sua conclu- sione dal piano della pura analisi dialettica alle sue conseguenze teo- logiche. Certo, è probabile che Roscellino non intendesse affatto affer- mare l’esistenza di tre distinte divinità; eppure, coerentemente al suo assunto logico, egli sostenne che anche nella trinità le tre persone hanno una loro distinta realtà individuale e che ognuno dei loro nomi (Padre, Figlio, Spirito) indica indubbiamente “una cosa unica e singola” In tal modo la trinità è costituita, per Roscellino, da tre sostanze distinte che pure possiedono un’unica potenza ed una sola volontà; perciò egli affermò, identificando il concetto teologico tra- dizionale di persona con quello di sostanza, che soltanto a causa di una particolare abitudine linguistica i teologi possono triplicare le persone senza triplicare le sostanze. Non v’è quindi da meravigliarsi se i teologi contemporanei con- siderassero con estremo sospetto le sue dottrine fino ad accusarlo, forzando il senso delle sue espressioni, di “triteismo.” La sua traspo sizione dell'ipotesi nominalistica dal piano dialettico a quello teolo- gico e l’uso. di una terminologia cosi insolita spiegano le preoccupa. zioni e i timori di devoti teologi come Anselmo. Indubbiamente la mentalità del “dialettico” Roscellino con la sua rigida coerenza tra l’atteggiamento di logico e le sue conseguenze teologiche, è già il se- gno di una profonda incidenza delle nuove tecniche logico-gramma- ticali nell’ambito “sacrale” della scientia de divinis. Capitolo terzo Caratteri, tendenze ed ambiente storico della cultura del XII secolo I. Le condizioni storiche Gli eventi storici dell’XI secolo e in particolare la lunga lotta per le investiture e i violenti contrasti tra l’aristocrazia ecclesiastica e laica e la feudalità maggiore e minore, accelerarono la crisi della società feudale, favorendo il progressivo sviluppo delle forze econo- miche e sociali che erano lentamente maturate. Nell’Italia settentrio- nale e centrale, nelle Fiandre, ed anche nei maggiori centri urbani della Francia e dell’Inghilterra, si assiste adesso a un impetuoso svi- luppo di tutte le attività, e a un incremento delle forze produttive e degli scambi commerciali assai maggiore di quello che si era già delineato nel corso del secolo precedente. Nelle città che sono al cen- tro del nuovo corso economico fondato sull'economia mercantile. ai poteri feudali si sostituiscono gli ordinamenti comunali che assicurano una sostanziale supremazia politica ai ceti della borghesia mercantile e artigiana. Sulle coste mediterranee si vengono formando nuovi stati, tra i quali eccelle per il carattere accentratore ed assolutistico, il re- gno normanno di Sicilia destinato a svolgere la sua direttiva espan- sionistica verso i territori dei Balcani e del Vicino Oriente. Allo sforzo militare dei Normanni, corrisponde, su più vasta scala, l’attività delle Repubbliche marinare che incrementano costantemente i loro traffici raggiungendo l’effettivo controllo delle grandi vie di commercio che congiungono il bacino mediterraneo ai lontani mercati asiatici. Infine, negli ultimi anni del secolo, la rinascita economica e sociale dà luogo ad un grande movimento di espansione armata verso i paesi del Me- dio Oriente, che è insieme la conseguenza del profondo risveglio re- ligioso operato dalla riforma gregoriana e patarina, e il risultato del- l'alleanza tra le declinanti classi feudali spinte dalla necessità di con- quistare nuove terre e la borghesia mercantile e marittima di Genova, di Venezia, di Amalfi e di Pisa. III L'XI e il XII secolo Le conquiste degli eserciti crociati guidati dalla predicazione dei missionari riformatori, non furono però tanto importanti nei loro a- spetti religiosi e politici, quanto piuttosto per gli effetti sulla vita eco- nomica e intellettuale dell'Europa occidentale. Ché se l’innata debo- lezza degli stati crociati fece fallire il tentativo di colonizzazione feu- dale delle terre siriache e palestinesi, gli stabilimenti commerciali creati dai genovesi e dai veneziani, sopravvissero anche alla caduta del Regno di Gerusalemme, permettendo la formazione di stabili rap- porti commerciali con i grandi mercati asiatici ed un'eccezionale ri- presa dell’attività mercantile nel bacino mediterraneo. Ai rapporti eco- nomici seguirono poi, naturalmente, anche più stretti rapporti intel- lettuali con la civiltà islamica, molto piti avanzata dell’Europa occi- dentale nel campo degli studi scientifici e del progresso tecnico. Pro- prio il diretto contatto con i maggiori centri culturali dell’Impero arabo permise che circolassero rapidamente anche in Occidente, dottrine, idee e conoscenze scientifiche e tecniche particolarmente necessarie per una società a base urbana e mercantile. All’acquisizione di questa cultura di carattere molto diverso da quella che aveva dominato le scuole occidentali dall’epoca della rifor- ma carolingia, contribuirono in larga misura sia la conquista norman- na della Sicilia che pose a disposizione dei dotti occidentali un gran numero di testi arabi, sia la reconquista cristiana dei territori mu- sulmani di Spagna ove sorgevano fiorenti istituzioni culturali e si era affermata una grande tradizione di studi filosofici e scientifici. La presenza, a Palermo come a Toledo, di un ceto di dotti arabi ed ebrei, rese più rapida e pit facile l’acquisizione da parte della cul- tura occidentale di quei testi ai quali era affidata tanta parte della tradizione filosofica greca e della scienza ellenistica ed araba. Ma, nello stesso tempo, divennero anche pit stretti i rapporti con la tradizione teologica e filosofica greco-bizantina, le cui opere e dottrine più signifi- cative furono ripresentate nelle scuole occidentali dalle traduzioni di Burgundio Pisano, di Leone Toscano, Ugo Eteriano, Giacomo da Vene- zia, ecc., tutti presenti ed operanti in Costantinopoli. Questo vigoroso sviluppo economico e intellettuale che è comu- ne a gran parte dell'Europa occidentale, non fu naturalmente privo di conseguenze anche nei confronti delle istituzioni politiche e reli- giose. Già si è accennato alla nascita delle forme di organizzazione co- munale ed alla ascesa di quei ceti commerciali e artigiani che dominano adesso la vita dei centri urbani, ma con questa evoluzione politica s’intreccia spesso lo svolgimento di nuovi movimenti e tendenze ri- Caratteri, tendenze ed ambiente storico della cultura del XII secolo formatrici, più radicali di quelle che avevano caratterizzato la vi- ta religiosa dell’XI secolo. In una società che non conosceva altra forma di espressione ideologica che non fosse quella religiosa, le esi- genze e le polemiche riformatrici sottintendono infatti, assai spesso, una prima, oscura coscienza di interessi squisitamente politici. E l’esi- genza di un profondo rinnovamento delle istituzioni ecclesiastiche, che la riforma gregoriana non è riuscita a realizzare compiutamente, muove adesso nuove forze monastiche e laiche che esprimono ideali e speranze non solo proprie di una limitata élite ecclesiastica, ma di grandi masse di artigiani, mercanti e popolani. Cosî, la decadenza dei monasteri cluniacensi, che a causa delle grandi ricchezze accumu- late si distinguono ormai solo per la rilassatezza dei costumi e la po- vertà della vita religiosa, provoca la reazione dei nuovi ordini rifor- matori dei Certosini, dei Premonstratensi e dei Cistercensi, che richia- mano monaci e fedeli al rigore della pratica ascetica, respingendo ogni compromissione mondana per salvaguardare l’intimità e la segreta purezza dell’esperienza mistica. Ma la riforma monastica, chiusa nei limiti dell’ascetismo claustrale, non può più esprimere il moto di ri- volta che matura negli ambienti cittadini, tra le continue lotte di consorterie e di classi e attraverso la lotta contro gli ultimi residui della feudalità ecclesiastica e laica. Ed ecco nascere movimenti reli- giosi di schietto carattere cittadino e spesso popolare, i cui aderenti sono quasi sempre mercanti, artigiani o addirittura contadini che esprimono in forma religiosa e spirituale le loro esigenze politiche ed economiche e tendono a configurare liberamente il loro rapporto con la gerarchia e le istituzioni ecclesiastiche. In un prossimo capitolo esamineremo in modo pit particolareg- giato le dottrine ereticali che si diffusero nel corso dell’XI e XII se- colo in tutte le regioni dell’Europa occidentale come espressione di una profonda crisi politica e ideologica. Ma non sarebbe possibile in- tendere compiutamente anche la grande fioritura filosofica e teologica del XII secolo, se non si ricordasse che la presenza dei movimenti ere- ticali (dalle comunità catare alla chiesa valdese ed altre correnti rifor- matrici e ribelli) costituisce una componente storica di grande im- portanza, i cui riflessi sono spesso facilmente avvertibili anche nella più vasta letteratura teologale, e che costituisce, comunque, un co- stante termine di riferimento per l’atteggiamento ufficiale della ge- rarchia ecclesiastica di fronte alle varie correnti filosofiche e specu- lative. 113 L’XI e il XII secolo 2. La trasformazione della’ cultura ecclesiastica e le scuole cattedrali. Il carattere storico della “Rinascita” del XII secolo Alla polemica ereticale la gerarchia ecclesiastica risponde infatti con i mezzi coercitivi che le sono assicurati dalla sua stretta connes- sione col potere civile ma, al tempo stesso, preparando nuove gene- razioni di teologi e predicatori abituati ad un metodo di discussione e di esposizione della dottrina ortodossa, ben più organico e sistema- tico di quello in uso nelle scuole ecclesiastiche. I missionari che armati delle prime summae percorrono le città e le campagne della Fran- cia meridionale, centro dell’eresia catara e valdese; i maestri che nel- l'ambito delle nuove istituzioni cittadine preparano gli strumenti lo- gici e i testi necessari alla formazione di un clero pi colto e più “dotto,” sono appunto i primi artefici di un imponente processo di riforma della teologia. Ma la loro attività non si limita alla lotta contro l’eresia, ma assai spesso è rivolta a controbattere le dottrine politiche che i sostenitori delle monarchie nazionali e dell’Impero contrappongono alle tesi teocratiche di Gregorio VII. Ciò implica na- turalmente una sempre maggiore penetrazione di metodi e dottrine filosofiche nell’ambito degli studi teologici, una costante attenzione per i nuovi e vecchi strumenti della logica aristotelica di cui ora si possiede, del resto, una conoscenza assai più ampia e precisa. Non solo: insieme alla dialettica ed alla logica entra a far parte della natura ecclesiastica anche una solida formazione giuridica, necessaria per affrontare le polemiche teologico-politiche e per dare una definita consistenza all'ordinamento interno della Chiesa minacciata dalla cre- scente fioritura dei movimenti riformatori ed ereticali. È chiaro che questa trasformazione della cultura ecclesiastica com- porta però anche un mutamento sostanziale nelle istituzioni che fino ad ora avevano provveduto alla formazione del clero e delle sue ge- rarchie. Lo sviluppo della vita cittadina, e l’importanza acquisita dai centri urbani dell’Italia e della Francia, aveva tolto alle scuole mona- stiche il tradizionale monopolio dell’attività intellettuale, mentre si era invece accresciuta l’influenza delle scuole vescovili e capitolari po- ste quasi sempre nelle città e direttamente influenzate dal nuovo am- biente sociale, politico e religioso. Già fin dal X secolo il clero dell* cattedrali era stato infatti sottoposto a un regime di vita comune di tipo monastico, soggetto ad una particolare regola o “canone” (donde appunto il nome di “canonici”); più tardi sotto l’impulso delle cor- renti riformatrici e della crisi della feudalità ecclesiastica, i “canoni- 114 Caratteri, tendenze cd ambiente storico dello cuitura del XII secolo ci” avevano ottenuto il diritto di eleggere i vescovi e di organizzarsi in capitoli con gerarchie interne e con l’attribuzione di cariche ben definite, come quella dello scholasticus incaricato di dirigere le scuole annesse alle cattedrali. L'evoluzione del clero era poi continuata su queste linee, ed alla metà dell’XI secolo i capitoli avevano ormai l'aspetto di comunità monastiche, con caratteri distinti e differenziali nei confronti degli ordini abbaziali, e una particolare specializzazione di carattere giuridico e teologico. È quindi ben comprensibile che l’accesso ai titoli canonicali venisse riservato ai chierici, dotti nel diritto canonico e nelle scienze teologiche, che fossero capaci di coadiuvare il vescovo nell’amministrazione delle diocesi, e nel corso delle fre- quenti contese civili e religiose con le autorità laiche e la curia roma- na, e nelle lotte contro la diffusione delle dottrine ereticali. La pre- senza di questi elementi dotti — che spesso esercitavano al tempo stesso funzioni curiali ed ecclesiastiche — favori poi la formazione nelle maggiori sedi vescovili di veri e propri centri di vita intellettuale, do- tati di grandi biblioteche, e di adeguati organismi scolastici. Ed è appunto nell’ambiente delle scuole “cattedrali” che fiori una ricca cul- tura filosofica e letteraria, caratterizzata insieme da un notevole svi- luppo degli studi giuridici, da una lunga pratica delle “arti sermo- cinali” (grammatica, dialettica e retorica), e da un grande impulso alla riflessione teologica ed alla conoscenza filosofica e scientifica. Lo sviluppo delle scuole cattedrali cittadine è un fenomeno che interessa già buona parte dell’XI secolo, ma i suoi frutti matureranno nel secolo successivo in concomitanza con una generale rinascita cul- turale che non interessa però soltanto il campo degli studi filosofici e teologici, bensi tutti gli aspetti della vita intellettuale, dalla lette- ratura alla medicina, dal diritto alle scienze astronomiche e mediche. Il cosiddetto “rinascimento del XII secolo” — che taluni storici hanno voluto porre unilateralmente sotto il segno di un ambiguo umanesimo di tono letterario e devoto — ebbe anzi all’inizio un carattere giuridico e scientifico e diede comunque i suoi primi frutti nel campo di questi studi e non in quello letterario o filosofico. Anche gli ambienti in cui fu più fervido l’amore per le “lettere antiche” e più viva l’imi- tazione e la venerazione dei poeti e dei filosofi classici, furono spesso ervasi da un uguale entusiasmo per le nuove cognizioni scientifiche che si diffondevano in Occidente attraverso il tramite prezioso degli inter- preti arabi. Né si comprende, ad esempio, il significato e la funzione storica dell’“umanesimo” di Chartres, se si dimentica che quei raffi- nati maestri, cosî amanti degli studia litteraria e dei grandi miti plato- 115 L’XI e il XII secolo nici, sono acuti interpreti del Timeo “fisico,” lettori di Calcidio e di Macrobio, e ricercano con grande curiosità e interesse i testi di carattere astrologico, medico e addirittura magico. Del resto, il notevole progresso compiuto, già alla fine dell'XI secolo, dal sapere giuridico e medico-scientifico, è particolarmente vi- sibile per chi studi l’ambiente intellettuale delle città italiane dove le nascenti istituzioni comunali favoriscono naturalmente il costituirsi di un tipo di scuola svincolato dall'ambito ecclesiastico e caratterizzato dalla sua natura laicale. Proprio negli ultimi anni dell'XI secolo, Affla- cio, Nicola e Bartolomeo di Salerno compongono i primi trattati di anatomia e di terapia; mentre a Bologna, tra gli ultimi anni del secolo e l’inizio del XII, sorgono quelle scuole di giurisprudenza che avranno tanto peso anche sugli sviluppi della riflessione politica, e contribuiranno, fin dalla loro origine, alla formazione di un nuovo metodo di interpretazione e di analisi dei testi del Corpus juris. Que- sti studi giuridici — i cui metodi influiranno non poco anche sul- l'evoluzione parallela degli studi teologici e filosofici — ebbero in primo luogo il grande merito storico di restaurare in Occidente una tradizione giuridica, come quella romana, particolarmente consona al- le nuove istituzioni sociali e politiche delle città comunali e delle na- scenti monarchie nazionali. Però la loro metodologia e i principi cui erano ispirati influenzarono profondamente anche l’ordinamento in- terno della Chiesa, che proprio agli inizi del XII secolo — dopo i primi tentativi di raccolte canoniche di Burchardo di Worms, Deusdedit e Ivo di Chartres (t 1117) — definisce il proprio diritto autonomo, san- cito nel 1139 dal cosiddetto Decretum di Graziano. La fioritura di una vasta letteratura “canonistica” che riprende gli stessi metodi esegetici delle scuole giuridiche laiche contribuisce poi, naturalmente, alla tra- sformazione della cultura delle scuole ecclesiastiche, sempre più per- meata da atteggiamenti e motivi “profani” e da nozioni “tecniche” di squisito carattere grammaticale e logico. Adottando il metodo di espo- sizione dialettica, tipico delle scuole giuridiche laiche, anche i canonisti debbono acquistare e sviluppare una problematica concettuale, fondata sui testi aristotelici, e, certo, ancor più avanzata di quella già affrontata da Anselmo di Besate e dallo stesso Berengario. Allo sviluppo degli studi giuridici e di quelli medici, sollecitati dal crescente afflusso di testi greco-arabi, corrisponde quindi assai presto anche la tendenza della speculazione teologica a organizzarsi definitivamente secondo metodi espositivi e critici non molto lontani da quelli invalsi nell’insegnamento giuridico e, quindi, un crescente 116 Caratteri, tendenze ed ambiente storico della cultura del XII secolo uso delle tecniche razionali applicate, spesso, con una precisa consa- pevolezza delle loro implicazioni speculative. Non solo; ma la discus- sione dei più grandi temi teologici implica subito anche la trattazione delle dottrine schiettamente filosofiche che hanno una stretta attinen- za con tali argomenti, e, quindi, una più chiara coscienza dei gravi problemi che sorgono dal rapporto tra teologia e filosofia, o, per me- glio dire, tra l'accettazione di una serie di postulati dogmatici e una analisi della realtà condotta sulla linea della filosofia classica, rappre- sentata soprattutto dalle sue componenti platoniche. La cultura delle più importanti scuole cattedrali — che sono i centri principali della rinascita filosofica — è, non a caso, caratteriz- zata da una larga familiarità con quei testi cui è affidata in Oc- cidente la sopravvivenza della tradizione platonica e neoplatonica, nonché dalla conoscenza sempre più vasta e approfondita dell’Orga- non aristotelico. Ma accanto a questi documenti di schietto carattere filosofico, gli “scolastici” di Chartres o di Parigi pongono anche le grandi “reliquie” letterarie della civiltà romana, ammirano la castità dei puri modelli ciceroniani e si sforzano di imitare quella forma di eleganza e di stile che è fissata dalla tradizione retorica classica. Lettori nostalgici di Virgilio e di Stazio, di Ovidio e di Lucano, ammiratori di Seneca e di Cicerone, essi difendono contro i rigidi ri- formatori certosini il valore di una formazione letteraria ed umanistica che perfeziona e porta alla sua massima fioritura i caratteri più validi della cultura di origine carolingia. Ma il loro amore per gli exempla degli antichi, il loro entusiasmo per l’eloquentia, anzi il “miele soa- vissimo,” che sgorga dalle pagine di Cicerone o di Seneca, o per la poesia di Ovidio, è certo cosa ben più seria e profonda che la fredda imitazione di modelli retorici o la ripetizione di vecchi moduli lette- rari mai dimenticati dalla cultura scolastica occidentale. I chierici del XII secolo che vivono nell’ambiente fecondo e vi- tale della città, a contatto con il corso tumultuoso degli eventi politici, delle passioni di parte e delle contese ecclesiastiche e sociali, ritrovano infatti in quegli scrittori esempi e forme di “umanità” che sembrano esattamente celate nelle vicende di una società e di una cultura pur cosi lontana e diversa. Ecco perché uno “scolastico” — come Ber- nardo di Chartres — può porre a fondamento di tutti gli studi la lettura e lo studio devoto degli antichi che non minaccia o contamina affatto la purezza della fede; ed ecco perché in tutti gli ambienti di alta cultura, da Parigi a Chartres, da Orléans a Reims, la ricerca teo- 117 L’XI e il XII secolo logica e filosofica si accompagna cosf spesso all’insistente richiamo alla lezione dei classici, esaltata talvolta con accenti cosi eloquenti da indurre taluni studiosi a supporre addirittura una ipotetica continuità storica tra la cultura del XII secolo e l’umanesimo rinascimentale. Non è questa l’occasione per discutere l’ipotesi filosofico-storio- grafica di un’unica tradizione umanistica che dall’età carolingia e dal “rinascimento” del XII secolo si spingerebbe fino all’umanesimo “cri- stiano” del Quattrocento, interrotta, ma non spenta, da secoli di “barbarie ritornata” e dalla deviazione scientifica e “arabizzante” del XIII secolo. Né si può, tanto meno, illustrare le complesse componenti ideologiche e confessionali che hanno ispirato questo atteggiamento cosf poco rispettoso della verità oggettiva dei processi storici. Ma nep- pure l’alto grado di gusto letterario e di spirito umanistico, che rico- nosciamo nei versi di Ildeberto di Lavardin, o nella spregiudicata coerenza etica delle lettere di Abelardo e di Eloisa, può ingannare sull’effettivo carattere di una cultura che rimane pur sempre nell’am- bito della vita e della tradizione medioevale; ed alla quale manca pro- prio quella essenziale componente storica e critica che sarà tipica del- l’umanesimo quattrocentesco. Che i dotti del XII secolo conoscano perfettamente i grandi scrit- tori latini e li leggano con assiduità ed amore; che uomini come Gu- glielmo di Conches, Abelardo e Giovanni di Salisbury, abbiano inte- ressi filosofici e atteggiamenti dottrinali di cui stupisce la libera spre- giudicatezza, sono verità indubbie ormai ben accertate dalla comune esperienza degli studiosi. E certamente, chi pensi alla eccezionale fio- ritura letteraria del XII secolo, che ha in Francia la sua più alta espressione, non può negare la presenza di una vocazione classica che ispira tanto i Romans che i Fabliaux o i grandi poemi didascalici, quanto le grandi cosmologie chartriane. Eppure, quando si approfondisce bene il significato dello stretto rapporto che sembra unire taluni ambienti o personalità di questa cultura alle loro “fonti” antiche e, in generale, al mondo classico, non è difficile intendere che la “classicità” del XII secolo è in sostanza un prolungamento o addirittura il raffinato esau- rimento della civiltà antica. E il classicismo dei letterati o dei poeti del XII secolo ci appare piuttosto come la nostalgia di un passato di cui si avverte il fatale decadimento piuttosto che l’inizio di un nuovo modo di sentire e di vivere. Ciò non toglie, naturalmente, che la cultura di questo secolo segni un grande e fecondo progresso nei confronti dei secoli prece- denti, e rappresenti il frutto di una società in movimento, che muove 118 Caratteri, tendenze ed ambiente storico della cultura del XII secolo verso una crescente espansione economica e civile. Questo carattere è del resto confermato, forse, più che dalla rinascita letteraria e poetica del secolo, dal forte interesse per tutte le nuove forme di sapere, cosi vivo in tutti gli ambienti più avanzati intellettualmente. L'eleganza letteraria, la formazione umanistica e la dottrina teologale non con- trastano, in molti pensatori del tempo, con un vivace spirito natura- listico che si nutre spesso degli apporti decisivi delle scienze greco- arabe rientrate adesso nel circolo della cultura occidentale. I maestri di Chartres, educati dal gusto raffinato di un insigne grammatico co- me Bernardo, non esitano infatti a dare al loro platonismo un’im- pronta schiettamente cosmologica e inserire nel loro contesto dottri- nale le novità filosofiche che vengono dai centri della Spagna o della Si- cilia ove si traducono i testi arabi. È certo significativo che numerosi te- sti scientifici e filosofici tradotti in latino siano subito largamente usati nelle scuole francesi più importanti e assorbiti nell’ambito di una cultu- ra che si fonda tuttavia sulle costanti della tradizione platonica e della riflessione agostiniana. La fortuna delle traduzioni di Adelardo di Bath (che, venuto a contatto con la cultura araba attraverso l’Italia meridionale e la Sicilia, fa conoscere in Occidente numerosi testi arabi di astronomia, di ottica, di aritmetica e di trigonometria) e di Ermanno il Dalmatico, autore tra l’altro della versione del Plarisfero di Tolo- meo; la rapida diffusione delle versioni affrontate dalle scuole di To- ledo negli ultimi decenni del secolo, offrono una precisa testimonianza degli interessi e delle tendenze che cominciano già a profilarsi nell’am- biente scolastico e del nuovo corso che viene assumendo lo svolgimento del pensiero medioevale. 3. 1 centri della nuova vita intellettuale L’importanza che ebbero le varie scuole e il loro rapporto con i successivi sviluppi della cultura medioevale saranno esaminati parti- colarmente nelle pagine seguenti. Ma, per meglio definire e limitare il carattere della “rinascita” del XII secolo, sarà bene osservare che essa ebbe il suo centro in un’area geografica ben delimitata che com- prende principalmente le città dell’Italia settentrionale, le città del centro e dell’ovest della Francia, alcune sedi episcopali inglesi e spa- gnole e la corte normanna in Sicilia. Però, lo sviluppo della vita intel- lettuale fu diverso secondo i vari ambienti; se la cultura delle città italiane fu eminentemente giuridica e medica, le scuole cattedrali di 119 L'XI e il XII secolo Chartres e di Orléans furono invece i centri della rinascita letteraria e filosofica, Reims e Laon ebbero piuttosto una solida tradizione scien- tifica, mentre le scuole parigine assunsero fin dall’inizio una precisa caratterizzazione teologico-filosofica. Alla testa di questo movimento sono poi (e con la sola eccezione delle scuole giuridiche e mediche) ancora uomini di chiesa, formatisi nelle scuole cattedrali e spesso, a loro volta, maestri e cancellieri di queste stesse istituzioni. Non a caso, alcuni tra i più interessanti scrit- tori del XII secolo sono dei vescovi, come Ildeberto di Lavardin (sco- lastico di Tours), Gilberto de la Porrée (maestro a Poitiers), Pietro Lombardo (uno degli iniziatori della tradizione scolastica parigina) e Giovanni di Salisbury (vescovo della stessa sede di Chartres ove si era formato), oppure dei canonisti come Ugo di Orléans, mentre altri provengono direttamente dalle scuole cattedrali francesi come Roberto di Melun, Guglielmo di Conches e Bernardo Silvestre. Né è diversa la situazione in Inghilterra, ove le muove esperienze intellettuali si svolgeranno appunto nella maggiore sede vescovile, a Canterbury. Qui avrà la sua prima formazione uno squisito letterato e acuto filosofo come Giovanni di Salisbury. Qui un gruppo di giuristi e canonisti di origine italiana darà un impulso eccezionale agli studi giuridici. E sempre a Canterbury Tomaso Becket, arcivescovo e cancelliere d’In- ghilterra, curerà la formazione di una dotta élite ecclesiastica, pari- menti educata alla dottrina teologica ed alla pratica delle arti liberali. Ben presto anche le città spagnole riconquistate ai mussulmani, vedranno sorgere e prosperare scuole cattedrali non dissimili da quelle francesi e inglesi che, soprattutto a Barcellona c a Toledo, saranno il tramite diretto tra la cultura latina dell'Occidente e la grande espe- rienza della civiltà classica. Proprio il vescovo di Toledo, Raimondo, provvederà infatti a istituire quel “collegio” di traduttori donde usci- ranno tra la fine del XII e gli inizi del XIII secolo le fortunate versioni di tanti testi arabi ed ebraici. Queste scuole e istituzioni ecclesiastiche, di cui abbiamo parlato, eserciteranno, dunque, una funzione dominante nella cosiddetta “rina- scita” del XII secolo. Ma accanto ad esse, e spesso anzi in potenziale concorrenza, si sviluppano altri centri di attività intellettualé posti sotto il patrocinio di sovrani e di altre autorità laiche. Già abbiamo accennato alle scuole giuridiche e mediche italiane di carattere lai- co che. godono o della protezione dell’Imperatore, o dei Comuni, o dei sovrani normanni di Sicilia. Anche le corti francese e anglonor- manna, che tendono però già a trasformarsi in organismi politici e am- 120 C..ratteri, tendenze ed ambiente storico della cultura del XH secolo ministrativi, attraggono spesso intellettuali ecclesiastici e laici, assurti talvolta ad alte funzioni; e lo stesso accade anche nelle brillanti corti della Francia meridionale, dei Pirenei francesi e dell’Aquitania, o nella corte di Palermo, che gareggia con le scuole episcopali spagnole nella rapida assimilazione della cultura araba e bizantina. Proprio a Palermo, durante il felice regno di Ruggero II (1166-1189), l’incontro tra gli influssi arabi e bizantini e i motivi tradizionali della cultura filosofica occidentale e della tradizione medica meridionale sarà anzi particolarmente fecondo. Scienziati arabi, come al-Idrisi, il maggiore geografo mussulmano, vivono alla corte del sovrano normanno, in- sieme a traduttori e studiosi di dottrine filosofiche come il vescovo Enrico Aristippo di Catania (autore delle notissime traduzioni del Fe- done e del Menone [t 1162]) e l'ammiraglio Eugenio di Palermo, o a dotti medici e astrologhi attratti dalle munificenze del sovrano norman- no. Alla fine del secolo, la cultura della corte siciliana sarà certo tra le pifi avanzate e moderne di tutt'Europa; pochi decenni dopo, durante il regno di Federico II, la magna curia palermitana costituirà un gran- de centro di attrazione per i dotti di ogni parte di Europa, e avrà parte notevolissima nella diffusione dell’opera di Averroè e di altri grandi maestri mussulmani. La crescente influenza di vari centri intellettuali ecclesiastici e laici, la raffinatezza e la civile misura delle principali corti vescovili o signorili, cosî contrastanti con la povertà e la rozzezza del X secolo o della prima metà dell’XI, non costituiscono però un fenomeno iso- lato o caratteristico soltanto di alcuni ambienti di particolare prestigio religioso o civile. L'incremento costante dell’attività economica, la minore incidenza delle antiche barriere geografiche e politiche sugli scambi e sui rapporti umani, favoriscono infatti una più rapida cir- colazione delle idee e più feconde relazioni tra le diverse regioni del- l'Europa occidentale. Lungo i grandi itinerari commerciali continuamente battuti dai mercanti, lungo le strade percorse dai pellegrini che accorrono ai gran- di santuari di Francia e di Spagna o a venerare la tomba di S. Pietro, fluisce anche il rapido corso delle nuove dottrine che raggiunge spesso, con impressionante rapidità, anche gli ambienti più lontani e diversi. Come viaggiano mercanti e pellegrini, che riportano in patria l’am- mirato ricordo delle città e delle scuole ove è più viva l’attività intel- lettuale, cosî si muovono anche i maestri e gli uomini di cultura spesso presenti, a breve distanza di tempo, nei maggiori centri scolastici della Francia, dell’Inghilterra e dell’Italia; e con loro circolano i codici co- 121 L'X! e su XII secolo piati da abili scrivani che giungono anche. nelle pit lontane con- trade dell’Europa e si diffondono ovunque è vivo l’interesse per le nuove esperienze intellettuali. Rompendo l’isolamento in cui era ca- duta nel lungo periodo dell’anarchia feudale, la società medioevale si avvia cosi a ricostruire un solido tessuto di istituzioni e organismi di cultura, ancora dominato dall’egemonia della Chiesa, ma già aperto a nuove prospettive filosofiche e scientifiche. Nel rapido fiorire della civiltà comunale, mentre sorgono le grandi cattedrali romaniche di Francia, delle Fiandre e d’Italia, i broletti cittadini e gli Studia, an- che la vita intellettuale partecipa del nuovo corso storico e collabora ad immettere nella rinascente civiltà europea forze ed energie rimaste fino- ra soffocate dalle rigide strutture feudali. 122 Capitolo quarte La scuola di Chartres I. Bernardo di Chartres e Gilberto de la Porrée Tra i centri di studi filosofici, già fioriti nella prima metà dell’XI secolo, il più interessante e fecondo fu indubbiamente la scuola catte- drale di Chartres, vicina a Parigi. La sua fama risaliva già al tempo del vescovo Fulberto che vi aveva insegnato tra la fine del X e l’inizio dell’XI secolo, e che non solo aveva dato grande impulso allo studio delle arti del “trivio,” ma anche alla pratica del “quadrivio” studiato sulla scorta delle tradu- zioni di Costantino Africano. Più tardi, durante l’episcopato di Ivo, il prestigio della scuola era stato accresciuto dall’autorità e dalla dot- trina di questo vescovo; ma il predominio di Chartres nella cultura teologica e filosofica della prima metà del secolo fu stabilito dall’ecce- zionale personalità del bretone Bernardo, cancelliere della cattedrale, che v'insegnò ininterrottamente dal 1114 al 1124. Il fatto che non possediamo delle opere di sicura attribuzione rende certo difficile un esatto apprezzamento dei suoi metodi pedagogici e della sua forma- zione culturale; ma Giovanni di Salisbury che lo considerava “Ia pit ricca fonte di cultura letteraria dei nostri tempi” ci ha lasciato una descrizione quanto mai eloquente della personalità di Bernardo e del- la sua particolare “professione” scolastica. Professore di retorica, ispi- rato dalla tradizione di Cicerone e di Quintiliano, egli insegnava a Chartres “le figure grammaticali,” i “colori retorici,” i “cavilli” dia- lettici, e, insieme, esaltava le bellezze e l'ordine del discorso che deri- vano o dalla “proprietà” (che si dà quando l’aggettivo o il verbu sono uniti elegantemente al sostantivo) o dalle metafore per cui una parola può essere traslata ad un altro significato. Questo insegnamento uma: nistico e letterario non era però condotto da Bernardo in modo pe- dante e frusto: ché anzi egli formava il gusto degli scolari presentando l'esempio dei poeti e degli oratori classici; incitandoli a leggere e me- 123 a ’ L’XI e il XII secolo : ditare le pagine pit esemplari dell’antichità. Tuttavia la sua ammira- zione per gli antichi non disconosceva neppure il valore dei “moderni” che hanno il privilegio di conoscere “piu cose e pid lontane,” proprio perché, come “nani assisi sulle spalle dei giganti,” possono valersi sia delle loro nuove esperienze che dell’insegnamento degli antichi. Platonico in filosofia — anche se è certo che conoscesse ben poco della genuina tradizione platonica — Bernardo accettava i temi tradi- zionali del Timeo e del commento di Calcidio; e cosf distingueva nettamente la materia (Ayle) dall'idea che considerava come coincidente assolutamente con l’essere. La materia era quindi per lui un elemento secondario, creato da-Dio per imprimervi il suggello delle proprie idee eterne, e pertanto assolutamente non coevo all’eternità divina. Di conseguenza Bernardo distingueva anche le idee presenti nella mente di Dio come pure forme, dalle idee presenti nelle cose e immanenti alla materia come riflesso e ombre della suprema verità. Queste idee erano solo l’intermediario tra Dio e il mondo, tra la perfezione della ragione eterna e la confusa molteplicità della natura contingente e mortale. Il platonismo di Bernardo, probabilmente ancora assai som- mario e generico, fondato su dottrine e idee già espresse con ben mag- giore vigore dallo Scoto Eriugena, influenzò tutto lo svolgimento della scuola che mantenne sempre nei suoi maggiori esponenti la linea umani- stica e platonica. Ma nell’insegnamento di Bernardo questa posizione fi- losofica era però connessa allo studio della dialettica e della grammatica, due discipline che avevano in comune il problema del significato del nome e del verbo e della natura della posizione. Ora sebbene fosse lontano dal considerare la grammatica come un semplice ramo della logica e s’ispirasse piuttosto alla distinzione posta da Quintiliano tra grammatica e dialettica, Bernardo non esitava ad attribuire un signi- ficato filosofico anche alle questioni grammaticali. Da buon lettore di Macrobio e di Boezio aderiva ad una concezione strettamente plato- nica dei termini di specie e di genere, considerati come pure idee, mentre affermava che la natura degli individui non merita, neppure grammaticalmente, di essere designata da nomi sostantivi. Perciò, nel trattare, sulle tracce di Prisciano, il problema squisitamente gramma- ticale della derivazione dei vari nomi da una radice comune, Bernardo affermava che tutti i “derivati” significano in primo luogo ciò che significa la loro radice, sia pure sotto relazioni e accidenti diversi. Sicché il rapporto tra il nome primitivo e il derivato si risolveva in una specie di partecipazione ideale sostanzialmente analoga a quella posta dai platonici tra le idee e le loro determinazioni individuali, La scuola di Chartres Il maestro che continuò l'insegnamento di Bernardo succedendo- gli nel cancellierato fu Gilberto de la Porrée (1076-1154) che, più tar- di, passò alla scuola di Parigi influendo largamente sul suo sviluppo. Di- fensore anch’egli dell'importanza formativa degli studi letterari, contro la polemica dei riformatori certosini ostili alla diffusione del sapere pro- fano, Gilberto fu uno dei suoi maggiori promotori della cultura filosofi- ca della prima metà del secolo. E fu per suo merito che il platonismo an- cora generico di Bernardo di Chartres si trasformò in una coerente dot- trina gnoseologica e metafisica. La sua opera filosofica e teologica con- siste principalmente in alcuni importanti commenti agli scritti teo- logici di Boezio ma il suo nome fu legato per tutto il Medioevo al- l’eccezionale fortuna di un breve commento delle Categorie di Aristo- tele, il Lider sex principiorum, che fu iscritto nel programma della Fa- coltà delle arti e studiato insieme ai testi di Aristotele, di Boezio e di Porfirio. Questo scritto — che con ogni probabilità non è opera di Gilberto — è comunque un documento tra i più interessanti del pen- siero logico del XII secolo e, in particolare, delle tendenze platoniche che esprime con notevole chiarezza. Muovendo dalla distinzione delle categorie stabilite da Aristotele, l’autore del Liber le divide in due gruppi, l’uno comprendente la sostanza e la qualità, la quantità e la relazione che sono i suoi necessari attributi, e l’altro comprendente invece le ultime sei categorie (luogo, tempo, situazione, possesso, azio- ne, passione), e mentre attribuisce alle categorie del primo gruppo la funzione di “forme inerenti” considera le altre come semplici “for- me assistenti o accessorie.” Ora è chiaro che tale distinzione stabilisce in realtà una vera e propria gerarchia metafisica delle categorie che muovendo dal supremo “predicamento” della sostanza e dalle altre categorie ad essa inerenti discende poi di grado in grado per conclu- dersi con la categoria più intrinseca alla sostanza. Ma è appunto in funzione di questo ordinamento che il Liber può risolvere in senso perfettamente platonico e realistico la dottrina aristotelica delle cate- gorie, concepite adesso non tanto come distinzioni logiche, natural- mente distinte ma equivalenti in quanto termini della predicazione, quanto piuttosto come entità metafisiche corrispondenti alla struttura ideale dell’Essere. Non deve quindi meravigliare che il platonismo del Liber avesse delle dirette incidenze anche nell’ambito della riflessione teologica; ed è stato giustamente rilevato che l’inclusione della categoria della “re- lazione” tra le forme inerenti alimentò una lunga discussione sul si- 125 L’XI e il XII secolo gnificato metafisico di questo concetto sempre connessa al problema teologico del rapporto tra le persone trinitarie. Se il Liber non è certamente opera di Gilberto, i suoi commenti agli opuscoli teologici di Boezio bastano però ad assicurargli un posto di primo piano tra i maestri di Chartres. In questi scritti Gilberto pone infatti una netta distinzione tra la “sostanza” intesa come l’indi- viduo esistente in atto con le sue qualità peculiari, e la “sussistenza” che è invece la proprietà o essenza universale considerata in sé, indi- pendentemente dagli accidenti; sicché ogni individuo risulta dall’unio- ne della propria sussistenza, senza la quale non potrebbe mai essere se stesso, con quegli accidenti che gli assicurano la propria determi- nata concretezza. Mentre i generi e le specie sono pure “sussistenze,” prive come tali di una realtà sostanziale e di determinazioni acciden- tali, gli individui sono pertanto dei composti la cui sostanza deve necessariamente sottostare (sub-stare) a un certo numero di accidenti. Una tale concezione implica, naturalmente, che all’origine di ogni realtà siano delle idee o forme sostanziali pure (substantiae sincerae), archetipi la cui realtà è indipendente dall’esistenza delle singole co- se materiali e sensibili. Però Gilberto chiarisce subito che queste pu- re idee non si uniscono direttamente alla materia per creare gli in- dividui, ma che da esse derivano delle forme distinte e separate le qua- li sono semplicemente copie (exempla) delle idee divine. Tali forme nativae unendosi alla materia danno appuato luogo alle sostanze in- dividuali; considerate in se stesse, nella loro conformità all’idea divina sono invece principi universali e costituiscono il fondamento dell’uni- tà delle specie e dei generi. Per questo la mente umana può giungere a comprendere per astrazione quelle forme nazivae che sono presenti ed unite intrinsecamente agli accidenti nei singoli individui; il movimento del pensiero dal particolare all’universale consiste appunto nel consi- derare la forma nell’individuo, nel confrontarla con le altre che le so- no simili, nel raccoglierle in un unico gruppo o collectio e nel giun- gere, cosi, alla comprensione delle pure “sussistenze” (le specie). Na- turalmente questo processo compiuto all’interno della specie può es- sere ripetuto per risalire dalle varie specie al genere comune e di qui alla visione dei modelli ideali che esistono eternamente nella mente divina. Che una simile dottrina rappresenti il trionfo del pit classico realismo platonico è cosa evidente. Ma Gilberto accentua ancor pit questo carattere della sua filosofia quando affronta il problema del rap- porto tra Dio e le creature che già lo stesso Boezio aveva definito in La scuola di Chartres un senso schiettamente platonico. Il maestro di Chartres respinge in- fatti la spiegazione tradizionale che faceva direttamente dipendere da Dio l’esistenza e la realtà di tutti gli esseri creati, per porre tra Dio e le cose concrete e individuali gli intermediari metafisici delle forme o essenze. Ciò per cui esiste ogni singolo individuo corporeo è l’essen- za universale della corporeità, cosi come la ragione immediata d’esiste- re di ogni uomo è data dalla sua comune Aumanitas: il che significa, secondo i termini boeziani ripresi da Gilberto, che ogni realtà indivi- duale è determinata ad essere ciò che è (14 quod est) da quel principio universale (gwo est) per cui essa possizde la propria realtà. La funzione determinante di questo principio nella costituzione dell’essere è quindi tale che si può ben dire che il quo est è l’essere (esse) stesso di ciò che esiste; ed anzi la verità di questa tesi è dimo- strata dalla stessa natura dell’essere divino assolutamente semplice in cui l’id quod est e il quo est coincidono necessariamente. Negli altri individui composti ha luogo invece sempre la composizione dei due termini e quindi in certo senso una imperfetta e limitata realizzazione del principio universale. Cosi un individuo non è mai interamente ciò che è, proprio perché il fatto di essere composto di un corpo e di un’anima che è la forma, gli impedisce di identificarsi pienamente con questa stessa forma universale che pure gli attribuisce il suo essere. La natura radicalmente platonica di questa concezione non ha certo bisogno di essere sottolineata. Né occorre notare che essa dà luo- go a una dottrina dell’essere per cui Dio, realtà essenziale per eccel- lenza (essentia), da cui trae la propria essenza ogni altro essere deter- minato, diviene in effetti l’essere e la forma di tutte le creature. La sua attività creatrice consiste quindi sostanzialmente nel produrre le forme o esse delle cose particolari ad immagine e somiglianza delle Idee divine eternamente presenti nella sua mente. E, quindi, questa forma generica o essenza determina la connessione di una certa materia con la sua forma particolare, generando cosi l’individualità concreta. In tal modo l’essenza divina sembra comunicarsi di grado in grado alle altre creature alle quali conferisce l’essere mediante la loro propria es- senza generica; mentre d’altra parte, i singoli individui costituiti nel- l’essere dall’essenza o forma che li fa esistere giungono tutti a parte- cipare dell’essere (o generalissima subsistentia) attraverso una trama di essenze e di forme (com: ad esempio la “corporeità” e “umanità”) il cui fondamento riposa in ultima analisi sulla perfezione immutabile dell’essere divino. Questa meditazione sull’essere di schietta misura platonica ha poi 127 L’XI e il XII secolo naturalmente dei riflessi immediati e diretti anche sulla dottrina teo- logica di Gilberto. È vero che egli definisce Dio come una realtà es- senziale assoluta, semplice e indistinguibile in cui la diviritas si iden- tifica con l’essertia. Ma la fedeltà ai suoi presupposti dottrinali lo in- duce a ripetere spesso che ciò che Dio è (id quod est Deus), è Dio a causa del proprio quo est (la divinitas). Ecco perché Gilberto fu cosi duramente attaccato da Bernardo di Clairvaux e accusato di sostenere tesi pericolose ed erronee; ma di- nanzi al concilio di Reims egli seppe abilmente difendere la sua dot- trina, negando che la distinzione metafisica tra substantia e subsisten- tia potesse valere anche sul piano teologico. Del resto, nonostante le accuse e le polemiche i temi centrali della sua speculazione, derivati per originale elaborazione da Boezio, Dionigi, e lo Scoto Eriugena si ritroveranno in scrittori del XII secolo; si da formare una vera e pro- pria scuola teologica che, sull’inizio del XIII, s’incontrerà poi facil- mente con gli esiti platonici dell’avicennismo latino (Liber de diversitate naturae et personae; Sententiae divinitatis, ecc.). 2. Teodorico di Chartres e Bernardo Silvestre Se Gilberto Porrettano indirizza il platonismo di Chartres verso uno sviluppo schiettamente speculativo e teologico, ‘Teodorico fratello minore di Bernardo (t 1154 ca.) riprese invece dall’insegnamento del fra- tello il culto degli studi letterari e l’interesse per le arti del “quadrivio.” Il suo Heptateuchon, prezioso documento sull’insegnamento e la vita culturale di Chartres, è un’illuminante testimonianza sulle conoscenze e gli interessi di un intellettuale del XII secolo che divide la sua attenzio- ne tra la lettura dei classici e lo studio delle scienze della natura con- dotte non solo sulle fonti ormai tradizionali ma anche sui nuovi ma- teriali greci e arabi. Cosi per l’insegnamento grammaticale Teodo- rico si giova dei classici manuali di Donato e di Prisciano, per lo studio della logica ricorre a Boezio ed ai testi aristotelici (ivi compresi i Primi Analitici, i Topici e gli Elenchi sofistici) mentre svolge le sue lezioni di retorica sulla scorta di Cicerone e di Marciano Capella. Ma più interes- sante è l’elenco degli autori di cui si serve per l’insegnamento delle arti del “quadrivio,” elenco che comprende i nomi di Boezio, di Marcia- no Capella, di Isidoro, di Columella, di Gerberto di Aurillac e di Igi- no, considerati gli autori più accreditati nei campi dell’aritmetica, del- la geometria, dell’astronomia e della musica. E non basta; Teodorico 128 La scuola di Chartres conosce già anche le traduzioni di alcuni testi astronomici greci ed ara- bi, come prova, tra l’altro, la dedica a suo nome della versione del Planispherum di Tolomeo, compiuta dal suo discepolo Ermanno il Dal- mata. Questi interessi scientifici, perfettamente accordati cogli ideali uma- nisti dell'ambiente chartriano risultano ancor pit evidenti nell’altra ope- ra maggiore di Teodorico l’Hexaemeron o De septem diebus et sex ope- rum distinctione, un commento alla narrazione della Genesi con- dotto principalmente sulla linea delle dottrine platoniche del Timeo, ma con probabile riferimento anche ad altri testi di origine medioe- vale come il De compositione mundi dello Pseudo-Beda. Qui, lascian- do da parte l’interpretazione allegorica del testo biblico, Teodorico si propone di svolgere un commento secundum physicam e ad litteram, cioè d’interpretare in modo razionale e sulla base delle nozioni fisi- che del suo tempo, “le cause da cui il mondo trae l'essere e l'ordine dei tempi in cui fu creato e ordinato.” Perciò, convinto che l’universo presenti un ordine perfettamente logico e struttura matematica, si sfor- za di riconoscere un’intima necessità in tutti gli aspetti della “fabbri- ca mondana” e di considerarli come le parti indispensabili di un gran- de meccanismo formato con la massima perfezione. Nell’ordine di produzione della realtà, egli riconosce una causa efficiente che è Dio stesso, una causa formale (la saggezza divina) che determina le essenze o le forme, una causa finale (la bontà divina) verso cui tende tutta la creazione, e una causa materiale che è invece costi- tuita dai quattro elementi tradizionali creati primamente da Dio. Ma posti cosi questi principi, Teodorico tende però a spiegare la forma- zione della natura e delle sue parti ricorrendo a considerazioni mate- matiche ed all’analisi interna dei singoli movimenti che permettono il rapido passaggio tra le particelle elementari. Tali particelle non sono concepite come dotate di qualità fisse e neppure come poste in luoghi fissi; ché anzi tutti gli elementi sono sottoposti ad una sorta di reci- proca compenetrazione, si che la terra può passare, ad esempio, dallo stato di solidità a quelli di liquefazione e di combustione. D’altra parte, anche le qualità fondamentali come la durezza o la leggerezza proprie dei singoli elementi sono soltanto il risultato del movimento generale degli altri elementi che preme da ogni parte l’acqua e la ter- ra. Quindi egli può spiegare la creazione biblica della terra e del cielo, semplicemente come la produzione delle particelle elementari mobili, il cui movimento richiede appunto l’esistenza di un centro immobile (la terra) attorno al quale rotano le particelle dell’aria e del fuoco. 129 L’XI e il XII secolo L'importanza storica di tale concezione fisica — che il Gilson, for- zandone il significato, ha avvicinato addirittura alle dottrine dei fisici parigini del XIV secolo — consiste principalmente nel tentativo di spiegare le trasposizioni interne e le relazioni reciproche degli ele- menti con un’analisi schiettamente fisica e meccanica che ha i suoi fondamenti nel commento al Timeo di Calcidio. Ma questo atteggia- mento (che è perfettamente coerente con la mentalità matematizzan- te propria del platonismo chartriano) è ancor più interessante se si pen- sa che Teodorico, ignorando la Fisica di Aristotele e le sue teorie del movimento, avanza già la teoria dell’impetus, come spiegazione natu- rale dei processi di moto e cosi adombra un'ipotesi fisica destinata a lunghi sviluppi nella storia della tarda scolastica. Sarebbe certo assai ‘interessante seguire Teodorico nello svolgi- mento particolareggiato della sua cosmologia platonica. Ma più che la lunga descrizione del modo in cui ha creato successivamente tutte le forme e i momenti della natura (e, in particolare, l’armonia perfetta degli astri e del firmamento) gioverà osservare che nell’Hexaemeron, an- che l’esistenza di Dio e la sua relazione e distinzione dal mondo, vie- ne dimostrata con un procedimento argomentativo di schietto impianto matematico che implica a sua volta la credenza in un ordine “pitago- rico” dell’universo. Come aveva già fatto Scoto Eriugena, anche Teo- dorico afferma infatti che Dio è unità e che tale unità è la forma es- sendi di tutto ciò che esiste. Sicché si può ben dire che tutte le cose sono in Dio perché Egli ne è la forma essenziale e l’unico fonda- mento. Ciò non significa però che Dio sia presente nella materia di ogni essere, ma bensi che la “presenza della divinità in tutte le creature è il loro essere totale ed unico” si che “la stessa natura deve la sua esi- stenza alla presenza della divinità» Ma se è vero che il mondo delle creature si presenta all’esperienza umana come il regno della molte- plicità e del divenire, laddove Dio è invece l’unità immobile e im- mutabile, non sarà difficile comprendere che il molteplice e il muta- bile presuppongono sempre l’unità e che, al di là di ogni distinzione o mutamento, deve sempre esistere l’uno immutabile. Come la serie dei numeri presuppone sempre l’unità da cui deriva, cosî l’universo trae origine in ogni sua molteplice manifestazione dalla semplice unità di- vina; e tutte le unità di cui è composto non sono che partecipazioni alla vera unità, la cui esistenza è anzi determinata proprio dal grado e dalla continuità di questa partecipazione. Per questo i teologi insi- stono sempre sull’unità essenziale di Dio, pur distinguendo in que- 130 La scuola di Chartres sta unità la diversità delle persone; e difatti lo st:sso termine “perso na vuole appunto indicare che l’unità di Dio permane sempre iden- tica sia nel generante (Padre) che nel g nerato (Verbo). Anche i filo- sofi pagani, che definiscono Dio come Pensiero, Provvidenza o Sag- gezza hanno sempre considerato questi caratteri come det.rminazioni dell’Uno, sussistenti e presenti entro l’unità divina. Né sarebbe possi- bile intendere o pensar: Dio prescindendo dal principio dell’unità che ne costituisce il carattere dominante e consustanziale. Ecco perché Teodorico, pur tenendo fermo alla distinzione cri- stiana tra Dio e il mondo e sforzandosi anzi di evitare ogni accento panteistico, accetta il principio neoplatonico della generazione della unità dall’altra unità e lo applica anche in campo teologico secondo il principio della processione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Non solo: il filosofo chartriano non esita ad identificare la terza per- sona trinitaria con l’anima del mondo platonica, concepita come prin- cipio formatore ed agente che dà ordine e disposizione alla materia creata. . L’influ:nza di queste dottrine filosofiche e teologiche, sostenute da un notevole corredo di nozioni matematiche, fisiche ed astronomi- che, è assai larga e duratura anche al di là dell'ambiente di Chartres o delle correnti platoniche ancora dominanti nel XII secolo. Né si deve dimenticare che la loro diffusione contribuisce a creare quel particolare humus filosofico cui si deve la particolare fortuna del Liber de causis e quindi il rifuire di alcuni dei più tipici motivi neoplatonici, nella cul- tura filosofica dell’Occidente. La tendenza ad accordare in un unico contesto intellettuale la tra- ‘ dizione ntoplatonica e i nuovi interessi scientifici, lo studio dei clas- sici e l’interpretazione filosofica del testo biblico, è propria anche di Bernardo Silvestre, uno scrittore e poeta legato evidentemente all’am- biente di Chartres. Nel suo poema De mundi universitate sive Mega- cosmus et microcosmus ritroviamo la stessa influenza dominante del Timeo platonico e del commento di Calcidio, la stessa presenza di mo- tivi tratti da Macrobio e dall’Asclepius e insomma le stesse predile- zioni l:tterarie e filosofiche proprie dei maestri chartriani. Composto sul modello tradizionale del De consolatione boeziano, scritto in di- stici elegiaci alternati a brevi passi di prosa, il De mundi universitate si presenta come un lungo dialogo tra la Natura e la Provvidenza che offre il pret:sto per narrare la formazione dell’universo e la sua costru- zione secondo le norme e gli archetipi ideali della mente divina. Nel I libro la Natura si lamenta con la Provvidenza per lo stato di caos e di 131 L’XI e il XII secolo confusa mescolanza in cui si trova la materia prima, e la prega di dare ordine all’universo e di ordinarlo secondo misura e bellezza. La Prov- videnza acconsente éd inizia a distinguere la materia nei quattro ele- menti e a disporli nell'ordine e nelle connessioni dovute. Dopo aver eseguito questa prima opera la Provvidenza si rivolge alla Natura, le celebra l’ordine e l'armonia che ha introdotto nelle cose, la perfezione delle forme universali (libro II). Ma l’opera non è terminata; e di- fatti la Provvidenza promette di formare l’uomo come coronamento e culmine dell’ordine mondano. Alla promessa segue l’adempimento; cosi l’uomo viene formato con quanto resta d:i quattro elementi e co- stituito come sintesi (microcosmo) di tutta l’immane “fabbrica” del- l'universo (macrocosmo) di cui ripete e raccoglie tutte le più alte per- fezioni. Questo tessuto poetico e dottrinale, in cui s'intrecciano i temi più cari ai pensatori chartriani, le probabili reminiscenze di antichi motivi ereticali e la diretta influenza degli scritti di Tolomeo e di Albumasar (da poco noti agli occidentali) è però solo uno schema letterario parti- colarmente adatto per svolgere in forma allegorica una vasta concezione cosmogonica, il cui carattere è ben espresso dalla figura del vecchio de- miurgo Pantomorfo che forma e modella le creature naturali secondo i terreni esempi delle idee. Poiché se da Dio emana il Logos che con- tiene in sé tutte le eterne forme delle cose, dal Logos procede a sua volta l’Anima del mondo, principio plasmatore della materia monda- na, alla quale imprime il suggello delle forme. Essa, agendo entro la hyle informe, costituisce perennemente il cosmo nella sua armonia razionale. Particolare e insieme universale, l’Anima mundi è il com- plesso delle cause seminali sempre presenti dal momento in cui è stato generato il mondo. Per essa ogni cosa creata ha il suo giusto stato e per sua opera l’armonia regna sovrana nella natura. Di fronte alla perfezione archetipa delle forme e dell’anima ordi- natrice sta però, nel grande quadro cosmologico del De wuriversitate mundi, una materia puramente informe (4yle), condizione fondamen- tale dell’esistenza del cosmo. Questa informità primordiale, quest’or- rida sylva caratterizzata dalla confusione e dal male, è concepita da Bernardo con una singolare oscillazione che rivela, da un lato, l’esi- genza di evitare una possibile conclusione dualistica, ma anche la per- sistenza di suggestioni e reminiscenze di antica ascendenza stoica. La insistenza sul carattere negativo della materia, sulla sua irriducibile “malignità” è infatti un aspetto particolarmente significativo del poe- ma di Bernardo, anche se non mancano accanto a passi di netto sa- 133 La scuola di Chastres pore dualistico, altri testi che testimoniano lo sforzo di accordare l’idea platonica di un “non essere” posto a fondamento dell’essere o l’im- magine stoica del caos primordiale con Ja tradizionale nozione bi- blica della creazione ex mnihilo. Sono questi, del resto, atteggiamenti facilmente comprensibili nell’ambito di una composizione poetica che non mira tanto ad una salda unità dottrinale quanto all’uso fantasioso di un ricco materiale filosofico suscettibile delle più lontane e diverse interpretazioni. In realtà, il merito storico pit importante dell’ope- ra di Bernardo Silvestre sembra consistere nella diffusione di motivi destinati, con alterna fortuna, a comparire spesso nella cultura filosofica medioevale e a fornire argomenti per le interpretazioni più lontane ed avverse. Per questo, mentre v’è stato chi ha voluto avvicinare la conce- zione di Bernardo Silvestre a dottrine tipicamente dualistiche, come la eresia amalriciana, altri, e particolarmente il Gilson, hanno invece for- zato il significato del suo poema in un senso decisamente ortodosso. Né stupisce che l’interpretazione degli storici sia spesso rimasta incerta dinanzi all’aspetto bifronte di un poema che raccoglie nel suo ordito vario e fantasioso i motivi e le idee più diffuse nella cultura filosofica del suo tempo. Per il resto, l’opera di Bernardo è un documento assai interessan- te sulla diffusione di quelle dottrine astrologiche e geomantiche che gli ambienti intellettuali dell'Occidente venivano rapidamente assimilan- do dai testi arabi. Un’operetta come il Mathematicus, tutta impostata su di un tipico topos della tradizione astrologica, e la traduzione del- lo Experimentarius, trattatello g-omantico rielaborato da Bernardo, ba- stano a mostrare la larga familiarità di questo poeta con i tempi più caratteristici della tradizione magico-astrologica. 3. Guglielmo di Conches L’opera di Bernardo Silvestre rappresenta certamente un singo- lare tentativo di tradurre nel quadro allegorico di un mito cosmolo- gico idee e dottrine che circolavano largamente nell’ambiente di Char- tres. Ma chi dette a queste dottrine una formazione addirittura clas- sica, destinata a influenzare durevolmente il pensiero del XII secolo, fu il maestro Guglielmo di Conches (1080-1145), sulla cui filosofia gio- va soffermarsi con particolare attenzione. Discepolo di Bernardo di Chartres e quindi maestro egli stesso per circa vent'anni, Guglielmo fu anche un grammatico, lettore dei classici, e difese contro i “cornificia- 153 L'XI e si XII secoio ni” nemici delle l-ttere l'ideale chartriano di una cultura fondata sul co- stante colloquio con gli antichi e la raffinata conoscenza di tutte le “ar- ti” liberali. Autore tra l’altro di un Commento al Timeo di grande im- portanza filosofica e storica, di glosse alla Consolazio, e di scritti mo- rali ispirati a Cicerone ed a Seneca, le sue opere principali furono però la Philosophia mundi, una vasta enciclopedia filosofica e scientifica, c il Dragmaticon Philosophiae in forma di dialogo col duca di Norman- dia, Goffredo Plantageneto, ove Guglielmo riespone soprattutto, svi- luppandoli con grande ampiezza, i problemi fisici già discussi nella Phi- losovhia alla luce di opere conosciute già vent'anni prima dai maestri dell'Occidente. Gli studi più recenti sulla scuola di Chartres e il platonismo me- dioevale hanno giustamente attribuito un particolare valore a questi scritti ed hanno posto in esatto rilievo la robusta e lucida ispirazione scientifica e filosofica del loro autore che si fonda, naturalmente, sulla tradizione del Timeo e del commento di Calcidio, ma mostra anche una notevole conoscenza di altri filoni sp*culativi (ad esempio, la tra- dizione ermetica) e una evidente familiarità con le nuove dottrine scientifiche di origine araba. Come filosofo e scienziato anche Gu- glielmo si sforza di perseguire l’accordo tra l’ispirazione platonica del suo pensiero e il testo scritturale, e mira a rendere possibile una du- plice coesistenza tra la rivelazione biblica e dottrine filosofiche e scien- tifiche che gli. vengono da tradizioni assai lontane e diverse. Ma seb- bene nella sua concezione dell’universo domini la figura del Dio cri- stiano, la cui esistenza è proprio accertata dall’ordine e dalla perfetta disposizione della natura, pure Guglielmo applica anche alla dottrina della creazione, motivi dedotti sostanzialmente dal Timeo platoni- co. Cosi mentr: afferma, da un lato, che l’atto creatore di Dio ha di- rettamente prodotto la materia traendola dal nulla, le Idee, concepite come causa formale dell’universo, rappr:sentano i modelli e gli arche- tipi eterni sui quali sono plasmate le singole cose sensibili. L’“anima del mondo,” che Guglielmo, nella PAslosophia, identifica anch’egli con lo Spirito Santo, è quindi l’intermediario divino che traduce nella real- tà l’ordine ideale, conducendo a perfezione l’opera mondana. Ma, a diff:renza di Teodorico, Guglielmo non si limita solo a risolvere que- sto tipico motivo platonico e stoico nella trattazione del dogma trini- tario (ed anzi nel Dragmaticon questa identificazione è chiaramente ripudiata); bensi la presenta come una forza infusa intrinsecamente alla natura, o, per usare le sue stesse parole, come il principio vitale “che 134 La scuola dai Chartres dà l'essere alle piante, la vita alle erbe ed agli alberi, il sentire agli animali e la ragione agli uomini.” È vero che tale principio è anche “la divina disposizione degli clementi”; ma il fatto che in Dio siano eternamente presenti l’ar- chetipo della realtà e la precognizione di tutti gli eventi, non toglie che nell’ordine mondano esista una disposizione o processo naturale delle cose che se pur risponde all’eterno disegno divino, si svolge per una intrinseca necessità razionale. Quest’ordine che coincide con l’opera “industre” dell'anima del mondo ha anzi una struttura schiettamente matematica. Ed è naturale che Guglielmo voglia spiegare la forma- zione dell’universo ricorrendo a ipotesi matematiche e a procedimenti meccanici e accettando, insieme alla teoria degli elementi primi, anche le tesi atomistiche che erano state ripresentate in Occidente dalla tradu- zione di Costantino africano e di Adelardo di Bath. Questo atteggiamento si riflette anche sulla sua concezione della natura che riprende e svolge motivi già parzialmente presenti anche nel pensiero di Teodorico. Tra questi il più interessante è certo la caratteristica distinzione tra il momento della creazio mundi e quello del perfezionamento o exornazio della “fabbrica mondana” dovuto alle tendenze intrinseche all’ordine naturale e ai principi immanenti alla stessa natura. Perciò Guglielmo (i cui interessi scientifici sono testimo- niati da una larga e significativa conoscenza delle principali opere e no- zioni scientifiche note al suo tempo) dà particolare importanza alle arti del “quadrivio” che indagano la struttura e i processi della natura e ne rivelano i fondamenti matematici e la costituzione atomistica. Matema- tica e geometria, astronomia e musica sono pertanto gli strumenti ne- cessari “per le vere conoscenze della realtà» Ed è alle loro leggi che de- ve ispirarsi anche la dottrina del filosofo e la sua indagine della “dispo- sizione o ordine naturale delle cose.” All’ambiente di Chartres, agli interessi ed alla cultura scientifica di Guglielmo di Conches, può essere giustamente avvicinato anche il singolare quadro della natura tracciato nel De imagine mundi da un maestro della prima metà del XII secolo, Onorio di Autun, la cui per- sonalità resta peraltro assai incerta ed enigmatica, ed al quale sono state attribuite, con eccessiva liberalità, opere e dottrine troppo diverse e di- scordi. Il De imagine — che non possiamo qui analizzare minutamente — è certo un documento d’estremo interesse sulle cognizioni scientifi- che del XII secolo; ma pit che le singole nozioni che costituiscono una vera e propria enciclopedia della Natura (il De imagine tratta infatti del cosmo fisico e della sua composizione elementare, delle terre poste al L'XI e il XII secolo centro del mondo, delle zone in cui esso si divide, della sua fauna e flora, e quindi del cielo e degli astri, nonché della storia del mondo dal tempo della creazione) l’attenzione dello studioso è attratta dall’evi- dente familiarità di Onorio con un largo materiale attinto anche al di fuori dei testi tradizionali di Beda e di Rabano, e, soprattutto, dal suo largo interesse per la conoscenza della realtà naturale considerata nella sua unità vivente e feconda. La scarsa originalità di Onorio e l’assenza di una approfondita elaborazione filosofica non toglie che il De imagine rappresenti, pur nella sua forma di enciclopedia volgarizzata, uno spec- chio fedele di quella cultura in cui maturarono le opere dei maestri di Chartres e la grande esperienza di Abelardo. Comunque, anche la rapida analisi dei suoi principali maestri ba- sta a mostrare che la scuola di Chartres fu un centro vitale di cultu- ra, legato allo spirito umanistico, al gusto di un risorgente classicismo, e alle controversie teologiche del tempo, ma profondamente interessa- to a problemi filosofici e scientifici affrontati alla luce di un'ispirazione plitonica che non ignorava però né la tecnica logica aristotelica né i nuovi contributi: del sapere arabo. Scuola cattedrale, e come tale pre- valentemente dedicata allo studio della teologia, essa fu però uno dei più vivaci focolari di resistenza contro le polemiche di Bernardo di Clairvaux e le correnti mistiche cistercensi che condannavano aspra- mente lo sviluppo e l’incremento degli studi “liberali” e del sapere naturale mondano. Né si deve dimenticare che furono proprio i mae- stri di Chartres o uomini formatisi in quell’ambiente coloro che lot- tarono contro le estreme degenerazioni della dialettica e il pericolo che la grande ripresa degli studi del trivio e, in particolare, della dia- lettica e delle retorica, si risolvesse in un vano giuoco di schermaglie astratte o di eleganze formali. Le pagine che lo stesso Guglielmo di Conches scrive contro l’inu- tilità delle vane dispute o lo studio dell’eloquenza fine a se stessa, sono tra le testimonianze più utili per chi vuole intendere il vero carattere degli studi di Chartres. La sua polemica contro coloro che svuotando il sapere di ogni contenuto spirituale lo riducono a un mero gioco ver- bale, è infatti perfettamente situata nel quadro di una meditazione che scorge tanto nella ricerca filosofico-scientifica che in quella teologica la via diretta per elevarsi alla comprensione dei più alti misteri. Ecco per- ché i filosofi di Chartres e il loro più geniale discepolo, Giovanni di Salisbury, si opposero con irriducibile rigore ai sostenitori di un tipo di cultura più elementare e pratica ridotta all’apprendimento delle so- le cognizioni utili per le varie attività o professioni. Contro i “cornifi- 136 La scuola di Chartres ciani” che cercavano il sapere e disprezzavano lo studio disinteressato del “trivio” e del “quadrivio,” l’umanesimo chartriano difese ed esaltò l'ideale di una formazione armoniosa e compiuta, ugualmente volta al. mondo delle lettere ed alle ardite conoscenze dell’ordine naturale. Il suo platonismo, in cui erano filtrati i motivi più fecondi della nuova espe- rienza scientifica attinta alle fonti greco-arabe (rese note dalle versioni contemporanee di Adelardo di Bath, e, quindi, di Gerardo da Cremo- na, Ugo di Santalla, Platone di Tivoli, Ruggero di Hereford, ecc.) è la espressione più compiuta del moto di rinnovamento che domina tutta la cultura filosofica del XII secolo, preparando la grande fioritura della riflessione duecentesca. Capitolo quinto Lo sviluppo della logica e l'opera di Pietro Abelardo V. Caratteri e aspetti della logica abelurdiana Il raffinato platonismo e il vivace spirito scientifico dell’ambiente di Chartres, è però solo uno degli aspetti dominanti della rinascita fi- losofica del XII secolo. Mentre a Chartres maturano le grandi cosmo- gonie e le enciclopedie politiche, è infatti già in corso una profonda trasformazione degli studi logici, destinata ad esercitare una vasta in- fluenza nella storia della cultura filosofica medioevale. Già parlando delle predilezioni intellettuali di Teodorico di Chartres, s'è visto qua- le importanza aveva per lui l’insegnamento dialettico fondato sulle opere di Boezio e sulla conoscenza quasi totale dell’Organon aristote- lico. Ma le testimonianze contemporanee sono anche ricche di notizie e di accenni polemici sugli sviluppi della scuola di Petit-Pont, nelle vi- cinanze di Parigi, dove Adamo Parvipontano avrebbe stupito i suoi scolari proponendo e discutendo delle quaestiones insolubiles, ossia alcuni di quei problemi sofistici entrati da tempo nella pratica del- l'insegnamento dialettico. La cavillosa ingenuità di molti dei problemi riferiti da queste testimonianze, non deve però ingannarci, inducen- doci a credere che gli studiosi medioevali non si rendessero conto della loro futilità. Esercizi di scuola, adoperati dai maestri per affinare le capacità dei loro allievi, simili discussioni valevano soprattutto a sti- molare l’interesse per un tipo di analisi dialettica particolarmente utile per gli studiosi di diritto e di teologia. E chi tien conto che l’insegna- mento della dialettica era propedeutico a quello delle quattro arti maggiori, non trova difficoltà a consid:rare anche questi esercizi come una manifestazione del vivace interesse per la disciplina logica che sa- rà presto un carattere peculiare della scuola parigina. È appunto in questo ambiente, dove erano pen-trate anche le dot- trine di Berengario e di Roscellino, che si formò la personalità più emi- nente della prima metà del XII secolo, Pietro Abelardo. Nato a Pel- 138 Lo sviluppo delia logica e l'opera di Pietro Abelardo let, vicino a Nantes nel 1079, egli si dedicò fin da giovanissimo allo studio delle arti liberali e specialmente della dialettica di cui pare gli fosse maestro lo stesso Roscellino. Piti tardi recatosi a Parigi, che era il centro più vivace di studi dialettici, fu scolaro di un maestro come Guglielmo di Champeaux (1070-1120) che godeva in quel momento di larghissima fama. Ma neppure la dottrina di Guglielmo soddisfece il giovane studioso, che iniziò fin da allora a combattere le dottrine del maestro con estrema vivacità. La ragione di tale polemica è, del resto, perfettamente chiara ed evidente.Discepolo di Manegoldo di Lautenbach e poi di Anselmo di Laon, amico di Bernardo di Clairvaux e fondatore della Abbazia di S. Vittore, che sarà poi uno dei maggiori centri del pensiero mistico me- dioevale, Guglielmo di Champeaux era un deciso sostenitore delle con- cezioni agostiniane e platoniche. Cosf, a proposito del significato dei concetti di genere e di specie, si atteneva alla soluzione realistica che ab- biamo già visto affermata dallo Scoto Eriugena e da Anselmo da Aosta. Secondo la testimonianza di Abelardo, egli avr-bbe infatti sostenuto “che la medesima realtà è tutta presente essenzialmente nei singoli indivi- dui, tra i quali non vi sarebbe alcuna diversità essenziale, ma bensi una distinzione causata dalla molteplicità degli accidenti” Il che spiega perché Guglielmo ritenesse che in tutti gli uomini numericamente di- versi v'è sempre una identica sostanza umana, che si determina e si concreta variamente ora in Socrate ed ora in Platone, secondo partico- lari determinazioni accidentali. Contro questa dottrina, che rispecchia fedelmente un atteggia- mento metafisico platonicamente fondato sull’ordine gerarchico di es- senze e categorie universali, Abelardo non tardò ad opporre argomen- ti che gli venivano almeno in parte dall’esperienza nominalistica di Roscellino. Convinto che la logica sia una pura ars sermocinalis, scien- za e arte del discorso, totalmente distinta dalla metafisica o dalla teo- logia, egli respinse recisamente il realismo delle essenze logiche, sotto lincando che la stessa essenza, se sussistesse tutta nei singoli individui, pur con forme e accidenti diversi, si troverebbe spesso a dover soste- nere attributi e accidenti contraddittori. Inoltre, ammessa la realtà delle essenze, le dieci categorie aristoteliche diverrebbero necessaria- mente le dieci essenze reali più generali di tutte le cose; e ne segui- rebbe che ogni categoria è essenza e che quindi tutte le sostanze sono, in realtà, sostanza, tutte le qualità una sola qualità. Perciò, la sostanza di Socrate sarebbe la stessa sostanza di Platone, e le qualità dell’uno quelle dell’altro, ecc.; ma in tal modo la realtà individuale e distinta 139 L'XI e il XII secolo di Platone e di Socrate sarebbero totalmente perdute perché i due in- dividui sarebbero di fatto una sola unità indistinguibile. Tali obiezioni — racconta Abelardo — avrebbero subito smantel- lato la dottrina realistica di Guglielmo di Champeaux; e il maestro parigino avrebbe ripiegato sulla tesi della “indifferenza” degli univer- sali, sostenendo che la realtà dei generi e delle specie è identica nei diversi individui, non quanto all’essenza ma bensi nell’*indifferenza,” giacché, ad esempio, i singoli uomini, distinti di per sé gli uni dagli altri, costituiscono pur sempre l’identica realtà umana e, quindi, non differiscono nella loro comune natura. Abelardo criticò, però, con non minore intransigenza, anche questa dottrina che non era sostanzial- mente diversa da quella precedente, e dimostrò che se la sola indiffe- renza positiva è quella che intercorre tra gli individui che possie- dono una stessa natura, si ripresentano di nuovo le medesime difficoltà già rilevate a proposito della concezione realistica. Il successo riportato nella disputa con un maestro cosi famoso non giovò ad Abelardo, che fu costretto dalle violente inimicizie dei condiscepoli ad abbandonare Parigi e a rifugiarsi a Melun, dove apri una sua scuola. Però ben presto si trasferi a Corbeil, più vicina alla capitale, e di lîf a poco tornò nuovamente a Parigi per studiare retorica, sempre alla scuola di Guglielmo. Non sembra però che i suoi rapporti co] maestro migliorassero; anzi, proprio in questa occasione, Guglielmo sarebbe stato costretto da Abelardo a riconoscere aperta- mente la fondatezza e la superiorità delle sue critiche. Tuttavia Abe- lardo, ormai padrone delle “arti sermocinali,” lasciò di nuovo la scuo- la parigina per dedicarsi allo studio della teologia, sotto la guida di Anselmo di Laon. Polemico e innovatore come sempre, il filosofo bretone non restò però a lungo neppure nella scuola di Laon; poco dopo, nel 1114, era di nuovo a Parigi, ove tenne scuola di dialettica e di teologia, riscuo- tendo un successo clamoroso. Studenti di ogni parte di Francia e di Europa (e tra essi fu anche Arnaldo da Brescia, che nel 1155 sarebbe stato arso in Roma, come capo di un movimento riformatore violen- temente avverso al potere mondano della gerarchia ecclesiastica) accor- sero a udire le sue lezioni, divulgarono la dottrina del Peripateticus Palatinus in tutti gli ambienti colti del tempo; e intorno alla sua scuola cominciò a costituirsi la futura università parigina, luogo di attrazione per i teologi e i filosofi di tutta la Cristianità occidentale. L'episodio del suo amore per Eloisa, donna eccezionalmente dotta e partecipe degli stessi problemi teologici e morali, la vendetta del 140 Lo suiluppo dellu logica e l'opera di Pietro Abelardo canonico Fulberto, e la vergognosa mutilazione che costrinse Abelardo ad abbandonare l’insegnamento parigino, sono episodi fin troppo noti perché occorra ricordarli. Colpito nella sua dignità di clericus e di maestro, Abelardo prese l’abito monastico e prese a vagare di mona- stero in monastero, di abbazia in abbazia, portando dovunque la sua umana inquietudine e la sua polemica filosofica, caldeggiando la for- mazione di una comunità puramente speculativa dedicata al Paracleto. La fortuna e l’efficacia del suo insegnamento non ne riusci però dimi- nuita, se è vero che folle di studenti lo seguivano nei suoi spostamenti, e che la sua fama continuava a diffondersi per tutta Europa. Del resto, gli anni che vanno da quando abbandonò Parigi, e il 1142, quando mori a Chalon-sur-Sagne, sono anni di grande operosità e di costante, approfondita riflessione sui temi più ardui della logica, della metafi- sica, della teologia e della morale. E pure in questo periodo si svolge tra lui ed Eloisa quella mirabile relazione epistolare che è veramente uno dei capolavori della letteratura mediocvale. La lucidità e la spregiudicatezza di molte pagine dell’epistolario, e soprattutto di quelle in cui Eloisa difende con estrema decisione la nobiltà e la purezza della sua passione, hanno spesso indotto gli sto- rici ad accentuare la “modernità” dell’atteggiamento morale dei due celebri amanti. Ma non è certo un buon criterio storico giudicare tut- ta la personalità e l’opera filosofica di Abelardo alla luce di questa ap- passionata testimonianza umana, per tentare magari confronti arditi e poco plausibili con la mentalità e il costume morale degli intellettuali del Rinascimento. Anche il tono e il contenuto delle lettere di Abe- lardo e di Eloisa sono infatti veramente comprensibili solo nell’ambito di una vicenda che si svolse nell'ambiente scolastico della Parigi me- dioevale, entro il chiuso mondo dei clercs, dominati dai propri pre- giudizi etici e professionali, e tra due persone drammaticamente con- sapevoli del conflitto tra la loro condizione e le idee e le norme pro- prie della loro casta. D'altra parte non conviene all’intelligenza storica dell’opera di Abelardo, presentarlo come un puro razionalista o, an- cor peggio, come un precursore del “libero pensiero,” inteso a rove- sciare il principio dell’“autorità” e ad instaurare contro il fideismo di Bernardo di Clairvaux i sovrani diritti della ragione. Questa imma- gine di Abzlardo, che pure piacque alla vecchia storiografia dell’età romantica, è certo del tutto antistorica e deforma, fino a ridurli cari- caturali, i veri caratteri del suo pensiero. Ma ciò non toglie che que- sto filosofo cosi combattivo e polemico, questo dialettico rigoroso e teologo spregiudicato, sia stato veramente l’interprete più originale 141 L'XI e il XII secolo ed acuto della rinascita filosofica del XII secolo. Alieno dal costruire un compiuto sistema cosmologico come quelli elaborati dai Maestri di Chartres, egli fu infatti autore di opere di logica, di teologia e di mo- rale che hanno avuto una influenza decisiva su molti aspetti della ri- flessione del suo tempo, e che segnano un progresso decisivo nei con- fronti delle concezioni filosofiche precedenti. Già abbiamo visto, del resto, quale fosse stato il suo atteggia- mento di fronte al realismo logico di Guglielmo di Champeaux; ma è bene aggiungere che la sua polemica fu altreitanto rigorosa anche nei riguardi di tutte le altre forme di realismo, iv comprese quelle che identificavano l’universale con l’intera “collezione” degli individui cui esso si riferisce. Per Abelardo l’universale è invece semplicem.nte un dato del linguaggio, “un vocabolo trovato in modo che si possa pre- dicare singolarmente di molti”; e quindi “il termine ‘uomo’ che usia- mo tanto per indicare Socrate che Platone non differisce dal nome proprio con cui indichiamo questo o quell'individuo se non perché è atto a far da predicato di proposizioni che hanno per soggetto il nome proprio di molti individui.” Una volta definito il significato “sermo- cinale” del termine universale, Abelardo afferma poi rigorosamente che i nomi universali non indicano affatto un’essenza o realtà comune a vari individui, e che occorre quindi respingere l’idea che essi impli- chino qualcosa di reale sia di per se stessi sia nella natura degli indi- vidui. La conoscenza ha come punto di partenza l’individuale e il sensibile, la cui caratteristica è data proprio dalla sua diversità e di- stinzione nei confronti di ogni altra cosa individuale. Perciò il ter- mine universale deve unicamente valere come un segno logico, neces- sario per assolvere una particolare funzione nella costruzione dei di- scorsi umani. Dopo aver cosi definita la funzione del “termine” universale, Abe- lardo cerca però di analizzarne anche le proprietà logiche. La consta- tazione che i nomi universali non indicano delle essenze o entità co- muni, potrebbe infatti indurre a concludere che essi non abbiano al- cun riferimento effettivo con le cose e che non permettano di inten- dere effettivamente nessuna realtà esistente e concreta. Ma Abelardo è un logico troppo sottile per poter accettare semplicemente la dottrina di Roscellino e ridurre cosî gli universali a puri e semplici flatus vocis. Intanto, per prima cosa, egli osserva che sebb:ne i singoli indi- vidui, ad esempio i vari uomini, differiscano tra loro in molti caratteri ed attributi, hanno però qualcosa di comune e cioè il loro stazus e la loro comune condizione di “essere uomini.” L'errore di chi attribuisce 142 Lo sviluppo della logica e l'opera di Pietro Abelardo una realtà oggettiva agli universali indipendentemente dall’esistenza individuale, consiste dunque nel confond.re un'ipotetica essenza del- l'*uomo,” che non esiste, con l’“essere uomo” che è invece una condi- zione reale particolare e concreta. Sicché, dire che questo o quell’in- dividuo “convengono” nello status di uomo, cioè “nell’essere uomo,” significa riconoscere che esiste una causa comune per cui s'impone ai singoli individui il termine o nome universale di uomo. Questi stars sono dunque “le cose stesse costituite in questa o quella natura”; e dunque, per giungere alla formulazione del termine universale, ba- sta raccogliere la somiglianza comune d.gli individui che sono effetti- vamente nello stesso status e designarla con un nome. Quale sia poi il contenuto che questi universali assumono nel no- stro pensiero, è indicato chiaramente da Abelardo n:llo svolgimento della sua teoria gnoseologica. All’origine dell’attività conoscitiva sta infatti la percezione sensibile che ci permette di percepire questo o quell’individuo particolare; ma l’intelletto è capace di formarsi una immagine di ogni oggetto percepito che esiste ormai indipendente- mente dall’oggetto stesso e persiste nella mente anche dopo la scom- parsa dell’individuo che l’ha provocata. Queste immagini presenti nel- la mente si distinguono però dalle immagini fittizie composte libera- mente dalla fantasia senza alcun riferimento ad una realtà effettiva; ma si distinguono altresi anche da quelle che si presentano all’intellet- to quando pensiamo all’“uomo” o alla “torre” in generale. “L’intelli- genza del nome universale”. scrive Abelardo in un testo particolar- mente importante, “concepisce un'immagine comune e confusa di mol- te cose, laddove l'intellezione prodotta dalla parola singolare com- prende la forma di una sola cosa.” Il nome di Socrate o di Platone, individui concreti e particolari, farà quindi sorg:re nella mente un’im- magine che esprime la figura e la somiglianza di una determinata per- sona; mentre invece il termine “uomo” potrà dar luogo soltanto ad un’immagine scialba e relativamente ind:terminata, costituita soltanto dai caratteri comuni degli individui da cui è tratta. L’universale è dunque soltanto una parola che designa l’immagine confusa di una collettività d’individui di natura simile, o, per usare le parole stesse di Abelardo, che possiedono il medesimo status. È chiaro che da queste premesse deriva subito un complesso di conseguenze logiche e gnoseologiche di estrema importanza. Per pri- ma cosa, le sole conoscenze chiare e connesse ad oggetti reali sono quelle degli individui particolari, uniche realtà di cui si dia diretta intellezione umana; mentre invece i termini universali ci permettono i 143 L’XI e il XII secolo semplicemente di acquistare un’opinione limitata sempre suscettibile di mutamento. Tuttavia sarebbe erroneo credere che Abelardo non riconosca il fondamento reale dell'immagine comune. Il fatto che, considerando molti individui, la nostra mente fermi la sua attenzione su ciò in cui convengono, sui loro aspetti simili o identici, è anzi per- fettamente naturale; cosi com'è del tutto legittima la formazione del- l'immagine comune, prodotta da un’attività dell’intelletto che separa e distingue per via di riflessione ciò che è unito e coesiste ‘realmente nell’identità inscindibile dell'individuo. A questa determinazione a- stratta della forma o immagine comune, corrisponde poi naturalmente una vox o termine che, di per se stesso, è cosa particolare del tutto distinta dall’altra realtà che significa. Ma affinché questa significatio sia legittima ed effettiva occorre che la vox venga strettamente con- nessa all'immagine mentale e sia capace “per comune istituzione uma- na” di farla subito sorgere nella mente di chi l’ascolta. Solo cosi la vox può diventare un elemento del discorso umano, e può adem- piere al suo compito logico che consiste soltanto nel rappresentare o significare le diverse res. Non credo occorra insistere più a lungo su di una dottrina di per se stessa tanto chiara ed evidente. Ma prima di chiudere questa breve trattazione della logica abelardiana, sarà utile ricordare che il “Pe- ripatetico Palatino” può rispondere in modo profondamente nuovo ed originale alle questioni poste da Porfirio. Cosî, alla domanda se i generi e le specie designino cose realmente esistenti, o siano semplici oggetti d’intellezione, egli risponde che essi esistono “nel solo intelletto nudo e puro,” ma che però indicano sempre esseri reali che sono gli stessi già afferrati dall’esperienza sensibile. Inoltre, questi “universali” sono indubbiamente corporei in quanto sono delle voci pronunziate con mezzi fisici; però la loro capacità di designare una pluralità d’indi- vidui è invece incorporea. E se è vero che i generi e le specie sussistono nella realtà sensibile in quanto designano forme e qualità proprie degli individui, sono però al di là delle cose sensibili proprio perché le desi- gnano per astrazione. Non solo; Abelardo afferma che questi termini non potrebbero mai esistere senza gli oggetti da essi significati; il che non toglie però che i loro significati possano sussistere anche se sono legati semplicemente ad un'immagine mentale e non ad un oggetto sensibile, come nel caso della proposizione “la rosa non esiste,” il cui significato è pienamente legittimo. Tali soluzioni, avanzate in una forma cosî rigorosa, rappresentano indubbiamente una tappa fondamentale nella storia della logica e della 144 Lo sviluppo della logica e l'opera di Pietro Abelardo riflessione filosofica medioevale. Da un lato, infatti, Abelardo tenta, per primo, un’analisi dei problemi logici condotta in assoluta indipendenza da ogni presupposto metafisico e teologico, come scienza autonoma dei modi e delle forme del discorso umano. Ma, d’altra parte, la negazione di ogni tipo di realismo logico e la polemica contro la persistente ispirazione platonica dei suoi predecessori, lo pone già sulla via che sarà battuta dalle tendenze più avanzate del pensiero scolastico, fino alla soluzione drastica del nominalismo occamista. Tali posizioni sono ancora lontane dalle intenzioni di Abelardo che, partecipe delle metafisiche platoniche del suo tempo, non negava affatto la possibilità dell’esistenza nella mente divina di eterne idee archetipe, modello e forma delle cose reali. Non- dimeno, il valore preminente che egli attribuisce alla conoscenza del- l’individuale, e la sua insistenza sulla funzione preliminare ed essenzia- le dell’esperienza sensibile, sono altrettanti motivi di grande rilievo storico, destinati a influire profondamente sulle dispute logiche e meta- fisiche del XIII secolo. 2. La teologia di Abelardo AI significato critico della dottrina logica di Abelardo corrisponde, del resto, anche la novità e l’arditezza di talune tesi teologiche espo- ste, oltre che nel Sic et Non, anche nel De wnitate et trinitate divina (dopo il 1118), nella Theologia Christiana (dopo il 1123-24), nella Intro- ductio in theologiam, nonché nel Dialogus inter Hebracum, Philoso- phum et Christianum, composto intorno al 1141. Tra queste opere il Sic et Non è certo particolarmente importante per il metodo con cui Abelardo procede alla presentazione ed al vaglio delle auctoritates scritturali e pa- tristiche, opponendo tra di loro quelle che appaiono contrastanti o con- traddittorie. È vero — come è stato sottolineato anche recentemente — che Abelardo non intende servirsi di questo metodo per scalzare il principio dell’auctoritas, del cui valore egli è pienamente convinto. Ma, sebbene dichiari spesso che il fondamento della verità e della salvezza consiste nelle nude parole della Scrittura, e ribadisca che la dialettica deve semplicemente servire all’intelligenza della Fede, è evidente che Abelardo procede anche nella sua indagine teologica con il preciso intento di chiarire le difficoltà e le aporie interne alle argomentazioni tradizionali. D'altra parte, come dice egli stesso parlando del metodo seguito nel De unitaze et trinitate divina, la spiegazione del teologo non può procedere che per mezzo di analogie tratte dal ragionamento uma- 145 50. L'XI e il XII secolo no; e poiché questo procedimento analogico è usato da Abelardo an- che per spiegare il rapporto trinitario delle persone divine, non mera- viglia che, come i maestri di Chartres, egli si serva del motivo platoni- co-stoico dell'anima mundi per illustrare analogicamente la terza per- sona trinitaria. È vero che per Abelardo si tratta soltanto di un’ana- logia incapace di spiegare fino in fondo la misteriosa verità d:1 dogma; però egli non esita ad usare anche in altri casi dottrine filosofiche, so- prattutto di origine platonica, per illuminare il contenuto della teolo- gia cristiana, affermando implicitamente una continuità ed un accordo sostanziale tra la riflessione classica e la dottrina cristiana. Ecco perché Bernardo di Clairvaux, mistico cistercense ed intran- sigente difensore del primato sovrarazionale della fede cristiana, fu cosi avverso al Peripateticus Palatinus considerato come il più temibile nemico della ortodossia teologica. In effetti, nella prospettiva teoriz- zata da Abelardo, la teologia cristiana non solo è strettamente legata alla ricerca della ragione, ma si può dire che la stessa rivelazione si esprima anche nelle forme del ragionamento razionale, e che le verità filosofiche degli antichi siano anticipazioni o premesse di una verità più alta, ma non avversa alla ragione. Come Abelardo scrive nel Dia/o- gus, il Cristianesimo è certamente la verità assoluta che accoglie e ri- solve in sé tutte le altre verità parziali ed imperfette; però anche la di- mostrazione dei suoi principi può procedere per via dimostrativo-ana- litica; quindi il metodo razionale può essere applicato anche alla ricerca teologica, senza temere di cadere per questo nell’empietà o nell’eresia. La polemica di Bernardo e il severo giudizio del Concilio di Sens, che nel 1141 condannò alcune sue proposizioni teologiche, non valsero ad impedire che il metodo abelardiano influisse largamente anche sugli sviluppi della riflessione teologica. Né stupisce che il suo tentativo di elaborazione dialettica della “materia” teologica potesse contribuire in maniera decisiva alla formazione di un vero metodo della scienza teolo- gica, già chiaramente delineato nelle prime Summae o nel crescente suc- cesso dei Libri sententiarum. Solo per restare nell’ambito della sua scuo- la, opere come l’Epitome theologiae di Maestro Ermanno, le Sententiae Parisienses, l'Ysagoge in Theologiam e le Sententiae di Rolando Bandi- nelli (il futuro Alessandro III), sono eloquenti testimonianze del pro- gresso compiuto nella prima metà del XII secolo dalla cultura scolastica parigina. Tra le dottrine di Abelardo condannate al concilio di Sens spiccano anche talune tesi di morale definite nello Scito te ipsum. Avverso alle concezioni ascetiche tradizionali che ponevano tra i peccati anche le Lo sviluppo della logica e l'opera di Pietro Abelardo inclinazioni più naturali dell’uomo, ostile ad una morale che defini- sce rigidamente il ben: ed il male identificandoli con un certo modo astratto di comportamento, Abelardo tende infatti a identificare il valore dell’atto con l’abito interiore che lo accompagna. Cosi, egli distingue net- tamente il “vizio dell'anima” dal “piccato”; e se il “vizio” che dipende spesso dalla natura e dalla complessione fisica ci rende soltanto inclini ad acconsentire all’illecito, il peccato consiste invece nel consenso volontario al male, in una scelta lib:ra e consapevole. Certo, anche le inclinazio- ni radicate profondamente nella natura particolare di ciascun individuo possono spingere a desiderare ciò che è contrario alla legge divina; ma tali inclinazioni, che non potrebbero mai esser: eliminate, non sono di per sé male o peccato. Al contrario, Abelardo insiste sul fatto che solo l'intenzione può costituire il vero contenuto del bene e del male, indipendentemente dalla determinazione effettiva dell’azione. “L'in- tenzione” — scrive infatti Ab:lardo in una pagina dello Scito te ipsum di particolare rilevanza teorica — “è di per se stessa buona o cattiva; ma l'azione è detta buona o cattiva non perché implichi in se stessa un elemento di bontà o di malizia, ma perché deriva da un'intenzione buona 0 cattiva.” La medesima azione può essere dunque positiva se deriva da una buona intenzione, o cattiva se deriva da un’intenzione malvagia; cosi Abelardo prende decisamente posizione contro le con- cezioni etiche che fanno dipendere il valore morale dell’azione dalla adesione astratta a uno schema costituito secondo una norma del tutto estranea alla volontà. Tale concezione — che è certo uno dei motivi più moderni e originali del pensiero abelardiano — è poi spesso congiunta con una insist-nie critica della considerazione meramente carismatica dei po- teri sacerdotali, che egli vuole invece siano fondati sulla pratica at- tiva ed esemplare delle virti. La successione apostolica vantata dai sacerdoti e dai vescovi ha, per lui, significato e valore solo quando essa si accompagni all’oss:rvanza dell’esempio religioso e morale degli apostoli, e non quando si risolva semplicemente nella cerimonia del- l'imposizione delle mani o nell’osservanza esteriore e farisaica delle norme canoniche. Proprio pr questo sono cosi frequenti negli scritti morali e teologici di Abelardo la denuncia della corruzione del clero, la condanna dell’eccessiva potenza e ricchezza della gerarchia e la ripulsa di un rigido, astratto legalismo morale © religioso che è del tutto contrastante con il carattere della missione della Chiesa. Né manca nella riflessione di Ab-lardo l’insistente richiamo a quei puri valori di interiorità su cui dovrebbe fondarsi tutta la vita cristiana. 147 L'XI e il XII secolo La vicinanza di alcuni dei suoi motivi polemici con le idee larga- mente diffuse nei movimenti popolari di riforma o in talune sètte ere- ticali, è stata quindi giustamente sottolineata dagli storici che hanno posto in rilievo i rapporti tra Abelardo e Arnaldo da Brescia, teorico del Comune popolare e avversario d:l potere pontificio. Ma più che la ricerca di possibili filiazioni o influenze, interessa qui sottolineare come sia sul piano teologico e morale, sia su quello logico e gnoseologi- co, il pensiero di Abelardo è veramente l’espressione più matura di un comune fermento critico che pervade tutti gli strati e gli ambienti del- la società del suo tempo e che tende a corrodere i capisaldi d:Ila cultura tradizionale. 3. Altre posizioni logiche dell'età di Abelardo : Josselino di Soissons e Adelardo di Bath L’influenza di Abelardo fu veramente eccezionale. Dalla logica al- la teologia, dalle discussioni puramente filosofiche alla casistica etica, tutta la riflessione del suo tempo e dei decenni successivi reca il segno della sua personalità e delle sue idee. Ma la superiorità teorica di molte posizioni abelardiane, soprattutto nel campo della logica, non deve in- durci a trascurare l’apporto degli altri logici contemporanei, ispirati a concezioni e dottrine spesso diametralmente opposte. Già s'è detto di Guglielmo di Champeaux e delle successive dottrine che egli avrebbe avanzato discutendo il problema degli universali; ma dobbiamo qui ugualmente ricordare Josselino di Soissons cui Giovanni di Salisbury attribuisce nel Meealogicon una singolare dottrina che, pur rifiutando la universalità agli individui considerati nella loro singolarità, la concedeva però alla “condizione collettiva” della specie o del genere. Questa tesi, che compare anche nel trattato anonimo De generibus et speciebus (già attribuito dal Cousin ad Abelardo, ma che evidentemente non può es- ser suo), deve aver avuto una discreta diffusione proprio per la sua ten- denza a conciliare le opposte tesi dei “realisti” e dei “nominali.” Secon- do la concezione di Josselino la specie si presenta infatti in ogni indivi- duo come una sorta di materia comune la cui forma è costituita dalle singole determinazioni particolari; e perciò nell’individuo Socrate coe- siste l’“umanità” (materia comune) con la “socrateità” che ne è la forma, e quindi Socrate possiede una sua umanità particolare distinta da quella di Platone o di Aristotele. Il fatto che il termine “uomo” sia comune ad un intero gruppo di individui non significa che l’umanità di So- Lo sviluppo della logica e l'opera di Pietro Abelardo crate o di Platone costituisca una realtà unica, identica e comune nei vari individui. Al contrario, questo fondamento comune è profondamen- te differenziato dai caratteri peculiari e dalla struttura propria di ogni individuo. Come si vede, la soluzione di Josselino può sembrare assai vicina alla tesi abelardiana degli status; ma lo &tesso Abelardo ne sottolineò nettamente la diversità quando obiettò che il “gruppo” è sempre po- steriore agli individui che lo costituiscono, laddove invece la dottrina della collectio sembra far precedere l’unità indifferenziata della “ma- teria comune” dalla concreta esistenza dzi singoli. La difesa della priorità dell'individuo anche nei confronti della posizione moderata di Josselino ribadisce la radicale vocazione nomina- listica della logica di Abelardo. Però il problema di rapporti tra r0- men e res, tra la determinazione concettuale e la struttura reale de- gli individui, doveva essere ulteriormente dibattuto nel trattato De codem et de diverso di Adelardo di Bath. Questo maestro, formatosi nell'ambiente teologico di Laon e di Tours, e quindi per molti anni pellegrino in Italia, in Sicilia e nell’Asia Minore alla ricerca di testi arabi e greci di cui fu uno dei primi traduttori, ha un posto di primo piano nella storia della scienza medioevale. Nelle sue traduzioni dei testi astronomici arabi e degli Elementa di Euclide e nelle sue Quae- stiones naturales, ricche di temi della tradizione araba, egli si rivela uno degli uomini più colti del suo tempo. Ma anche il De eodem et de diverso mostra una mentalità dialettica rigorosa ed esatta, perfet- tamente consapevole dei gravi problemi filosofici che si agitavano die- tro le modeste apparenze del problema degli universali. Cosî egli ac- cetta la definizione abelardiana degli universali come nomi delle cose che contengono (rerum subiectorum nomina) e la dottrina aristotelica che esclude ogni loro realtà al di fuori dell’esistenza individuale con- creta. Però osserva “che i nomi del genere, della specie e dell’in- dividuo vengono imposti alla stessa essenza sotto diversi rispetti? e che se i filosofi, “quando vogliono parlare delle cose come si presen- tano ai sensi le chiamarono individui,” definendole con il loro nome proprio e particolare, tuttavia, quando le considerano “pid profonda- mente,” le chiamano anche specie o generi, senza negare la loro real- tà individuale, ma riferendosi a quei caratteri universali che vi sono impliciti. Perciò i generi e le specie sono per Adelardo “le stesse cose sensibili considerate in modo più acuto,” e queste sp:cie e generi nel- la loro funzione di termini o modi universali vengono distinti per im- maginazione dalla stessa realtà sensibile e considerati come forme a- 149 L'XI e il XII secolo stratte. Non v’è quindi da meravigliarsi se Adelardo, fedele a questa dottrina, possa poi considerare sostanzialmente concordanti le dottrine di Platone e di Aristotele, i quali hanno soltanto accentuato i due di- versi aspetti del problema. E una dottrina non diversa viene pure attri- buita al maestro parigino Gualtiero di Mortagne (t 1174), il quale, se- condo la testimonianza di Giovanni di Salisbury, avrebbe insegnato che Platone, secondo “status” diversi, è individuo, specie e genere subalterno o supremo. Certamente — e Adelardo insiste particolarmente su questo punto — alwra è la conoscenza legata all’esperienza immediata e quasi co- stretta dal “tumulto esteriore” dei sensi, ed altra la conoscenza intelli- gibile estesa alle Cause supreme delle cose naturali e addirittura alla previsione della realtà futura. Ma non per questo Adelardo respinge quel sapere che la mente umana può raggiungere anche quando è serrata nel “carcere” del corpo e si muove soltanto tra le forme sensi- bili delle cose. Anche questo sapere, quando è capace di giungere agli elementi permanenti, costitutivi della realtà, è valido e nec zo P z po Bibliografia . VanperPoL, Le droit de guerre d'après les théologiens et les canonistes du moyen dge, Parigi, 1911. Leiser, Name und Begriff der Synderesis in d. mittelalt. Scholastik, “Philos. Jahrb.,” 1912. . HocHstETTER, Die subjektiven Grundlagen der scholastischen Ethik, Ber- lino, 1915. JENKS, Law and politics in the Middle Ages, Londra, 1919. M. Koenicer, Grundriss einer Geschichte der katholischen Kirchenrechts, Colonia, 1919. De WutF, Philosophy and civilisation in the middle ages, Princeton, 1922. . TroeLtscH, Die Soziallehren der christlichen Kirchen, Tubinga, 1923 (tr. it. 1937 sgg.). Grupp, Kulturgeschichte des Mittelalters, Paderborn, 1923-1925. 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È discussa l’attribuzione della versione degli Elenchi sofistici. c) Opere teologiche: De Trinitate; Ad Iohannem diaconum utrum Pater et Filius et Spiritus Sanctus de divinitate substantialiter praedicentur; Ad cundem quomodo substantiae in co quod sint bonae sint, cum non sint substantialia bona; Liber contra Eutychen et Nestorium. Non è invece auten- tico il De fide catholica attribuito tradizionalmente a Boezio. Edizioni: Le opere in P. L., 63-64, nel “Corpus” di Vienna 48 e 67. I trattati teologici si vedano nell’ed. StewartT-RanD, Londra, 1918 (u.e. 1953), la Consolatio nell’ed. BreLer, in “Corpus Christianorum” 94; del De inter- pretatione cfr. l’ed. Meiser, Lipsia, 1877-1880. Delle traduzioni italiane della Consolatio ricordiamo quelle del Moricca (Firenze, 1921, 1942) e del Cappa (Milano, 1940). Gli Opuscola theologica sono stati tradotti dal RAPISARDA, Catania, 1947; i Pensieri sulla musica (testo e trad.) dal Damermni, Firen- ze, 1949. Bibliografia: La bibl. generale in GEYER, pp. 669-670; De Barr, nn. 4393- 4443; De Wutr, I, pp. 127-128. V. inoltre tra le opere pit importanti e recenti: I. Brnez, Boèce et Porphyre, “Rev. Belge Philol. Hist.,” 1923. 516 Bibliografia K. Bruprr, Die philosophischen Elemente in den Opuscula Sacra des Boethius, Lipsia, 1928. L. A. Cooper, A concordance of Boethius, Cambridge, 1928. R. Bonnaup, L'éducation scientiphique de Boèce, “Spec.” 1929. R. Carton, Le christianisme et l'augustinisme d e Boèce, “Revue Philos.,” 1930. H. ]. BroscH, Der Seinbegriff bei Boethius, Innsbruck, 1931. G. Capone Braca, La soluzione cristiana del problema del “summum bonum,” in Philosophiae consolationis libri V di Boezio, “Arch. st. filos.,” 1934. A. Guzzo, L'Isagoge di Porfirio e i commenti di Boezio, in Concetto e saggi di storia della filosofia, Firenze, 1940. L. Atronsi, Problemi filosofici della “Consolatio” boeziana, “Riv. filos. neosc.,” 1943. F. 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Cfr. inoltre i Monumenta Alcui- niana, Berlino, 1873. Bibliografia: La bibl. generale in GryER, p. 691; De Base, nn. 5105-5109; De Wutr, I, p. 129. Tra gli studi pifi importanti e recenti cfr.: P. MonceLLE, Alcuin, in DHGE, II M. Rocer, L’enseignement des lettres classiques d'Ausone è Alcuin, Parigi, 1905. E. M. WiLmont-Buxton, Alcuin, Londra, 1922. S. H. Wicsur, The Retoric of Alcuin, Princeton, 1941. P. Hapor, Marius Victorinus et Alcuin, “Arch. Hist. doctr. litt. m. 8.,” 1954. G. ELLarp, Master Alcuin Liturgist, New York, 1956. L. WattacH, Alcuin and Charlemagne. Studies in Carolingian History of Literature, Itaca - New York, 1959. Fredegiso di Tours Opere: De nihilo et de tenebris. Edizioni: P.L., 105, 751-756. Bibliografia: La bibl. generale in GevER, p. 691-692; DE Wutr, I, 158. Tra gli studi più importanti e recenti cfr.: M. Auner, F. von Tours, Lipsia, 1878 (con ed. crit. del De nihilo); J. A. Enpres, Forschung z. Gesch. der friihmittclalt. Philos., Miinster i. 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Le gerarchie celesti, Firenze, 1921; e, a cura del Turotta, le Opere, Padova, 1956. Bibliografia: Sulla vasta letteratura sul Corpus ci limitiamo, in questa sede, ad indicare oltre gli scritti di J. Stic.marr (Feldkirch, 1895; “Hist. Jahrbuch. d. Gérregesellschaft,” 1895; “Zeitsch. f. die kathol. Theologie,” 1899; “Schol.,” 1927, 1928) e alle indicazioni generali in GevER, pp. 667- 668; De Brie, nn. 4455-4481; De Wutr, I, p. 112, i seguenti studi: G. Tufry, Scot Erigène traducteur de Denis, “Arch. latin. Med. Aev.,” 1931. E. StePHANOU, Les derniers essais d’identification du pseudo-Denys, “Echos d’Orient,” 1932. G. Tufry, Études dionysiennes, Parigi, 1932, 1937. M. BucHner, Die Areopagitica des Abtes Hilduin von St. Denys und ihr Kirchenpolitischer Hintergrund, “Hist. Jahrb.,” 1938. V. Lossky, La théologie négative dans la doctrine de Denis l’Aréopagite, “Rev. sc. philos. théol.,” 1939. E. Von IvAnka, Der Aufbau der Schrift “De divinis nominibus” des Pseudo- Dionysius, “Schol.,” 1940. 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Bibliografia: Gever, pp. 694-695. Remigio di Auxerre Opere: Commenti all’Ars minor di Donato, agli Opuscola sacra di Boezio e al De Consolatione philosophiae, a Prisciano e a Marciano Capella (e cfr. M. Manitius, Gesch. d. lat. Lit. d. Mittalt., I, pp. 504-519). Edizioni: in P.L., 131; In artem Donati, ed. W. Fox, Lipsia, 1902, in Seduli opera (ed. ]. Huemer, Corpus Vienn., X, 1885), pp. 316-359; J. Bur- nAM, Commentaire anonyme sur Prudence d'après le ms. 413 de Valencien- nes, Parigi, 1910. Bibliografia: La bibl. generale in GevERr, pp. 695; DE Wutr, I, pp. 158- 159. In particolare cfr.: H. F. Stewart, A Commentary by Remigius Antissioderensis on the De Consolatione philosophiae of Boethius, “Journal of Theol. Studies,” 1916. M. Cappuyns, Le plus anciens commentaire des “Opuscula sacra” et son origine, “Rech. théol. anc. méd.,” 1931. C. E. Lutz, The Commentary of Remigius of Auxerre on Martianus Capella, “Med. Stud.,” 1957. Raterio di Verona Opere: Tra le numerose opere, interessano particolarmente oltre alle Epistolae i Praeloquiorum libri VI. Edizioni: in P.L., 136 e le Epistolae nell’ed. F. WercLe M.G.H., Wei- mar, 1949. Bibliografia: E. Amann, in DThC, XIII, 1679-1688. G. MontICELLI, Reterio, vescovo di Verona, Milano, 1938. F. WeicLE, Zur Geschichte des Bischofs Ratero von Verona, “Deutsch. Arch.,” 1942. G. Tampieri, I! doveri morali di ciascuno stato di vita secondo i “Praeloquia” di Raterio da Verona, Bagnacavallo, 1943. 527 Bibliografia Gerberto d’Aurillac (Silvestro II papa) Opere: De rationali et ratione; Geometria; Liber de astrolabio. Edizioni: in P.L., 139; a cura di A. OLLERIS, Clermont-Ferrand - Parigi, 1867; Epistolae a cura di J. Haver, Parigi, 1889; Opera Mathematica, a cura di N. Busnov, Berlino, 1899. Bibliografia: F. Picaver, Gerbert ou le pape philosophe, Parigi, 1897. H. Brémonp, Gerbdert, Parigi, 1906. F. DeLzancLES, Gerbert, Aurillac, 1932. J. 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Chagny, Cluny et son empire, Parigi, 19494. J. LecLERCO, Les études universitaires dans l'ordre de Cluny, Saint-Waudrille, 1947. Spiritualità cluniacense (Convegni del centro di studi sulla spiritualità me- dioevale, II), Todi, 1960. Costantino Africano Opere: il Wiistenfeld gli attribuisce le seguenti traduzioni: Liber com- pletus artis medicinae qui dicitur regalis dispositio o Pantegni, di Ali Ibn ‘Abbas; Viazicum, di Abù ba ‘far Ahmad Ibn al-Gazzar; Liber divisionum e Liber experimentorum dell’arabo ar-Rari; Liber dietarum universalium es particuliarium, Liber urinarum, Liber febrium, Liber de gradibus, di Ishiq al-Isra'ili. Tradusse inoltre opere di Ippocrate e di Galeno. 529 Bibliografia Bibliografia: cfr. Gever, pp. 703-704. In particolare v.: M. SreEInscHNEMDER, C. A. und seine arabischen Quellen, “Archiv. f. pathol. Anatomie u. Phisiol.,” 37 (1866), pp. 351-410. F. M. WisrenreLD, Die Ubersetzungen arabischer Werke ins Lateinische seit dem II Jahrh., in Abhand!, d. K. Gesellsch. d. Wiss. 2. Gòttingen, 22 (1877), pp. 10-20. M. CLervaL, Les écoles de Chartres au moyen dge du V° au XVI? siècle, Parigi, 1895. L. THornpIiKE, A history of magic and experimental science, cit., I, pp. 742-759. Alfano di Salerno e l'ambiente salernitano Opere: Vita et passio s. Christinae; Sermone; De unione Verbi Dei et hominis (smarrito); Vita di s. Sabina (si ritiene perduto.); traduzione del trattato di Nemesio: Sulla natura dell'uomo; Prologus alla suddetta tra- duzione; Tractatus de pulsibus; De quattuor humoribus corporis humani (framm.). Bibliografia: in particolare v.: M. ScHIPA, Alfano 1., arciv. di Salerno, Salerno, 1880. Inem, Storia del Principato longobardo di Salerno, “Arch. Stor. per le provincie napoletane,” 12 (1887), passim. U. Ronca, Cultura medievale e Poesia Latina in Italia nei sec. XI e XII, II, Roma, 1892, pp. 14-20. A. AmetLI, La basilica di Montecassino e la Lateranense nel sec. XI, “Misc. Cassinese,” I (1897), pp. 16-20. G. FaLco, Un Vescovo poeta ‘nel sec. XI, Alfano di Salerno, “Arch. Soc. Romana di Storia Patria,” 35 (1912), pp. 439-82. B. ALsers, Verse des Erzbischofs Alfanus von Salerno fiir Monte Cassino, “N. Arch.,” 39 (1913), pp. 667-669. M. Manitius, Geschichte der lateinischen Literatur des Mittelalters, II, cit., pp. 618-37. P. O. KrisreLLer, The school of Salerno, “Bull. Hist. of Med.,” 1945. Inem, Nuove fonti per la medicina salernitana, “Rass. stor. salernitana,” 1957. Pier Damiani Opere: Gratissimus; Gomorrhianus; Disceptatio Synodalis; De Gallica profectione; Vitae Sanctorum; Carmina et Preces; Sermones (l'attribuzione di molti dei quali è assai discussa). Edizioni: P.L. 144-45 (è la ristampa dell’ed. di C. GaeranI del 1606 con l'aggiunta di vari opuscoli scoperti da AnceLo Mar e apparsi in “Scriptorum 530 Bibliografia veterum nova collectio,” VI, Roma, 1832, pp. 193-244); manca una edizione critica completa, esistono solo edizioni parziali; tra le più recenti citiamo: L. De HeineMmann, in MGH, Libelli, 1, Hannover, 1891; G. Warrz, ibidem, Scriptores, IV.; P. Brezzi - B. Narpi, S. Pier Damiani, De Divina omnipoten- tia, ed altri opuscoli (con trad. it.), Firenze, 1943; A. KoLprnc, Petrus D. Das Biichlein vom Dominus Vobiscum, Diisseldorf, 1949. Bibliografia: cfr. GevER, pp. 696-697; De Brie, n. 5160; in particolare v.: J. A. Enpres, P. Damiani und die weliliche Wissenschaft (“Beitrage,” VIII, 3), Miinster, 1910. L. KùHN, Petrus Damianus und scine Anschauungen iiber Staat und Kirche, Karlsruhe, 1913. J. A. Enpres, Forschungen zur Gesch. der friihmittelalterl. Philosophie, (“Beitrige,” XVII, 2-3), Miinster, 1915. ]. Rmère, S. Pierre Damien et les droits politiques du Pape, “Bull. litt. eccl.,” 1923. M. Losacco, Dialettici e antidialettici nei secc. IX, X, XI, “Sophia,” 1933, pp. 525-29. V. Poretti, Il vero atteggiamento antidialettico di S. P. Damiani, Faenza, 1953. F. DriessLEr, P. Damiani, Roma 1954. J. GonsetTE, P. Damien et la culture profane, Lovanio, 1956. Berengario di Tour Opere: De sacra coena. Edizioni: P.L., 150; B. T. De sacra coena adversus Lanfraneum, ed. A. F. e F. T. ViscHER, Berlino, 1834; una nuova ed., di W. H. BeEKEN- rAMp, L’Aja, 1941; G. Morin, Lettre inédite de B. de T. à Parchev. Joscelin de Bordeaux, “Rev. Bénédict.,” 1932, pp. 220-26. Bibliografia: Cfr. GevER, pp. 696; De Brie, n. 5146; DE Wutr, I, pp. 166; in particolare v.: C. PrantI, II, pp. 73-76. I. ScHmITzER, B. v. Tours und seine Lehre, 1890. T. Herrz, Essai historique sur les rapports entre la philosophie et la foi de Bérenger de Tours è st. Thomas d'Aquin, Parigi, 1909. A. J. Macponacp, Berengar and the reform of sacramental doctrine, Landra, 1930. G. Mor, Bérenger contre Bérenger, “Rech. théol. anc. méd.,” 1932, pp. 109-33; M. Marronota, Un testo inedito di Berengario di Tours e il Concilio ro mano del 1079, Milano, 1936. 531 Bibliografia L. C. Ramirez, La controversia eucaristica del siglo XI: B. de T. a la luz de sus contemporéneos, Bogotà, 1940. F. Verne, in DThC, II, 722-42. M. Cappuvns, in DHGE, VIII, 385-407. Anselmo di Besate Opere: Rhetorimachia. Edizioni: cfr. E. DimMEER in dibdl. e l’ed. crit. di K. ManItIUs, in M.G.H. Quellen zu Geistesgeschichte des Mittelalters, 2, Weimar, 1958. Bibliografia: cfr. GevER, p. 696. E. DummLeER, A. d. Peripatetiker, Halle, 1872. J. A. Enpres, Die Dialektiker und ihre Gegner in 11 Jahrhundert, “Philos. Jahrb.,” 1906, pp. 23-24; 1913, pp. 85-93. Manegoldo di Lautenbach Opere: Liber ad Gebehardum; Opusculum contra Wolfelmum Colonien- sem. Edizioni: P.L., 155; il Liber in M.G.H., Libelli, I (1891), pp. 308-490. Bibliografia: cfr. Gever, pp. 166; De Wutr, I, pp. 166; in particolare v.: J. A. Enpres, Die Dialektiker und ihre Gegner im 11 Jahrhundert, cit, pp. 25-27; 1913, pp. 160-69. Ipem, Manegold von Lautenbach, “Hist. Pol. Blitter,” 1901. Inem, Manegold von Lautenbach, “Modernarum magister magistrorum,” Hist. Jahrb.,” 1904. M. T. Streap, Manegold of Lautenbach, “Engl. Hist. Rev.,” 1914. E. Woosen, Papauté et pouvoir civil à l'époque de Grégoire VII, Lovanio, 1927. E. Garin, Contributi alla storia del platonismo medievale, cit. (ora, con aggiornata bibliografia, in Studi sul platonismo medievale, cit.). Lanfranco di Pavia Opere: De corpore et sanguine Domini. Edizioni: P. L., 150. Bibliografia: cfr. Gever, pp. 697-698; DE WuLF, I, p. 166; in particolare v.: A. J. MacponaLp, Lranfranc. A Study of his life, works and writings, Oxford, 1926, Londra, 19442. 532 Bibliografia Capitolo secondo Anselmo d'Aosta Opere: Monologion o Exemplum meditandi de ratione fidei (1076); Proslogion o Fides quacrens intellectum (1077-1078); De grammatico; De veritate; De libertate arbitri (cadono tutte e tre tra il 1080 e il 1085); De casu diaboli (1085-1090); Epistola de incarnatione Verbi (1 red. 1092, I red. 1094) o De mysterio Trinitatis; Cur Deus homo (1098); De conceptu virgi- rali (1099-1100); De processione Spiritus Sancti (1102); Epistola de sacrificio azymi; Epistola de sacramentis Ecclesiae (entrambe tra il 1106 e il 1107); De concordia praescientiae et praedestinatione et gratiae Dei cum libero arbitrio (1108); Epistolae; Orationes sive meditationes (1070-1104). Edizioni: in P.L., 158-159; ma si veda l’ed. crit. a cura di F. S. ScHMITT, Leckau-Roma, 1938, Lipsia-Roma, I, 194 (i primi due voll.), Edimburgo- Londra, 1943-1951 (i restanti tre voll.) e, inoltre, il Monologion e.il Proslo- gion, Padova, 1951, con un testo che riproduce l’ed. ScHMitT, e del Cur Deus homo l'ed. fotomecc. (Schmitt) con trad. ted., Darmstadt, 1958. Delle trad. italiane ricordiamo le Opere filosofiche a cura di C. Orraviano (escluso il Monologior), Lanciano, 1928; per il Monologion, quella sempre .a. cura dell’Ortaviano, Palermo, 1932; di A. Beccari, Torino, 1930; di A. LANTRUA, Firenze, 1934. Cfr. inoltre: S. AnseLMo d'Aosta, /! Proslogion, le Orazioni, e le meditazioni, testo lat. (Schmitt), trad. intr. a cura di G. Sanpri, Padova, 1959. Bibliografia: La bibl. generale in GeveRr, pp. 698-700; De Brie, nn. 5161- 5205; De Wutr, I, pp. 174-176. Tra le opere più interessanti e più recenti cfr.: a) Sull'ordinamento delle opere e sul pensiero in generale: A. Koyré, L'idée de Dieu dans la philosophie de St. Anselme, Parigi, 1923. H. OstLENDER, Anselm von Canterbury, der Vater der Scholastik, Diissel- dorf, 1927. A. Levasti, S. Anselmo, vita e pensiero, Bari, 1929. A. M. Jacquin, Les “rationes necessariae” de St. Ansélme, “Mél. Man- donnet,” II, Parigi, 1930. K. BartH, Fides quaerens intellectum. Anselms Beweis der Existenz Gottes im Zusammenhang seines theolog. Programms, Monaco, 1931, 1958. W. BerzenpòRFER, Giauben und Wissen bei den grossen Denkern des Mit telalters, Gotha, 1931. A. Wimart, Le premier ouvrage de St. Anselme contre le trittisme de Roscelin, “Rech. théol. anc. méd.,” 1931. F. S. ScHMITT, Zur Ueberlieferung der Korrespondenz Anselms von Can- terbury, “Rev. Bénédict.,” 1931. IpeMm, Zur Chronologie der werke des hl. Anselm, “Rev. Bénédict.,” 1932. C. Orraviano, Le “rationes necessariae” in S. Anselmo, “Sophia,” 1933. 533 Bibliografia E. Giuson, Sens et nature de Pargument de St. Anselme, “Arch. Hist. doctr. litt. m. à.,” 1934. R. ALcers, Anselm von Canterbury. Leben, Lehre, Werk... Vienna, 1936. F. S. ScHMITT, Eine neues unvollendetes Werk des Hl. Anselme von Can- terbury. De potestate et impotentia, necessitate et libertate, (“Beitrige,” XXXIII, 3), Miinster, 1936. A. StoLz, Anselm von Canterbury. Sein Leben, seine Bedeutung, seine Haupt- werke, Monaco, 1937. L. Baupry, La préscience divine chez St. Anselme, “Arch. Hist. doctr. litt. m. &.” 1940-42. G. Ceriani, S. Anselmo, Brescia, 1947. S. Vanni-RovicHi, S. Anselmo e la filos. del secolo XI, Milano, 1949. T. Moretti-Costanzi, L'ascesi di coscienza e l'argomento di S. Anselmo, Roma, 1951. H. G.. Wourz, The Empirical Basis of Anselms Arguments, “Philos. Rev.,” 1951. S. A. Grave, The ontological Argument of St. Anselm, “Philos.,” 1952. R, Perino, La dottrina trinitaria di S. Anselmo, Roma, 1952. J. Kopper, Der Ontologiche Gottesbeweis Anselmus und der moralische Gottesbeweis Kants, “Ann. Univ. Saraviensis, Philos. Lett.,” 1953. F. S. ScHMmITT, Die Chronologie des Briefe des Anselm von Canterbury, “Rev. Bénédict.,” 1954. R. G. Mitcer, The ontological argument in St. Anselm and Descartes, “Mod. School.,” 1955. F. S. ScHMitT, Die echten und unechten Stiicke der Korrespondenz des hl. Anselm von Canterbury, “Rev. Bénédict.,” 1955. M. Garripo, E! supuesto racionalismo de S. Anselmo, “Verdad y vita,” 1955. H. Ort, Anselms Vorsbhungslehre, “Theol. Zeitschr.,” 1957. G. H. Wixiams, The sacramental presuppositions of Anselm’s “Cur Deus homo,” “Church Hist.,” 1957. J. Mac Inrrre, St. Anselm and his critics. A re-interpretation of the “Cur Deus homo,” New York, 1958. . Rousseau, Notes sur la connaissance de Dieu selon St. Anselme, in De la connaissance de Dieu (vol. misc.), Parigi-Bruges, 1959. S. Scumitt, Intorno alla “Opera omnia” di S. Anselmo d'Aosta, “Sophia,” 1959. . Henry, The scope of the logic of st. Anselm, in L'homme et son destin, cit., pp. 373-383. . R. FarrwEaTHER, Truth, justice and moral responsibility in the thought of St. Anselm, ibidem, pp. 385-391. 3) Sul Monologion: P. Vicnaux, Structure et sens du Monologio, “Rev. sc. philos. théol.,” 1947. c) Sul Proslogion: MO v n 534 Bibliografia K. BartH, Fides quarens intellectum, Monaco, 1931. A. Stotz, Zur Theologie Anselms in Proslogion, “Catholica,” 1933. Ipem, “Vere esse” im Proslogion des hl. Anselm, “Schol.,” 1934. IpeM, Das Proslogion des hl. Anselm, “Rev. Bénédict,” 1935. M. Cappurns, L'argument de st. Anselme, “Rech. théol. anc. méd.,” 1934. A. Kotpinc, Anselms Proslogion-Beweis des Existenz Gottes, Bonn, 1939. F. BeRcENTHAL, Ist der ontologische Gottesbeweis Anselms von Canterbury cin Trugschluss?, “Philos. Jahrb.,” 1948. Tu. A. AupeT, Une source augustinienne de l'argument de St. Anselme, in “E. Gilson philosophe de la Chrétienté,” Parigi, 1949. M. T. AntoneLLI, Il significato del Proslogion di Anselmo d'Aosta, “Riv. rosminiana,” 1951. H. HocHserc, St. Anselm ’s ontological argument and Russel’s theory of description, “N. Schol.,” 1959. Anselmo di Lzon Opere: I molti scritti che furono opera della scuola di Anselmo si con- fusero con quelli della scuola di Guglielmo di Champeaux, allievo di Anselmo, per cui resta difficile farne una sicura distinzione; ad Anselmo vengono attribuite: Sentenziae Anselmi, Sententiae divinae paginae, Glossa interlinearis; ma le attribuzioni non sono del tutto sicure. Edizioni e bibliografia: cfr. Gever, pp. 700; De Brie, 5299-5314; De Wuctr, I, pp. 250-251; in particolare v.: J. De GHELLINCK, The Sentences of Anselm of Laon and their place in the codification of theology during the XIII century, “Irish theol. Quart.,” 1911. F. BLIEMETZRIEDER, Anselm von Laons systematische Sentenzen... I, Texte (Beitrige, XVIII, 2-3), Miinster, 1919. Ip., L'ocuvre d'Anselme de Laon et la littérature théologique contemporaine, “Rech. Théol. anc. méd.,” 1933, 1934, 1935. H. WriswriLeR, Das Schriftum der Schule A. von Laon und Wilhems vom Champeaux in deutschen Biblioteken, (“Beitrige,” XXXIII, 1-2), Miinster, 1936. A. Lanperar, Werke aus dem Bereich der Summa Sententiarum und Anselm von Laon, “Div. Th.” (F.), 1936. O. Lortin, Aux ornigines de l'école d'A. de Laon, “Rech. théol. anc. méd.,” 1938, pp. 101-22. IpeM, Nouveaux fragments théologiques de Pécole d'A. de Laon, ibidem, 1939, pp. 252-59, 309-23; 1940, pp. 53-77; 1946, pp. 185-221, 162-81; 1947, pp. 8-31 e bibl. 165-70. Ipem, Psychol. et morale au XII* e XIII* siècles, cit., 1, pp. 15-18; II, pp. 71-72, 105-106, 422; VI, pp. 445-477. 535 Bibliografia F. Cavarcera, D'Anselme de Laon è Pierre Lombard, “Bull. litt. ecclés.,” 1940. B. Smatrey, The study of the Bible in the Middle Ages, Oxford, 1941, pp. 33-35, 40-43, 45-46. H. WrisweILER, Die dltesten scholastischen Gesamt-Darstellungen der Theo- logie. Ein Beitrag zur chronologie der Sentenzen werke der Schule Anselm von Laon und Wilhelms von Champeaux, “Schol.,” 1941. O. Lortm, La doctrine d'Anselme de Laon sur les dons du Saint-Esprit et son influence, “Rech. théol. anc. méd.,” 1957. H. WerrsweiLER, Die Arbeitweise der sogenanten Sententiae Anselmi. Ein Beitrag zum Entstehen der systematischen Werke der Theologie, “Schol.,” 1959. Y. Lerèvre, Le “De conditione angelica et humana” et les “Sententiae Anselmi” (con testo), “Arch. Hist. doctr. litt. m. &.,7 1959. O. Lorin, A propos de la date de deux florilèges concernant Anselme de Laon, “Rech. théol. ‘anc. méd.,” 1959. Roscellino Opere: si veda di Roscellino la Lettera ad Abelardo, in P.L., 178, e in J. Remers, Der Nominalismus in der Friihscholastik (“Beitrige,” VIII, 5). Miinster, 1907. Bibliografia: Cfr. Gever, pp. 701; De Wutr, I, 159. In particolare v.: E. Buonaruti, Un filosofo della contingenza nel sec. XI: Roscellino da Compiègne, “Riv. stor. crit. scien. rel.,” 1908. F. Picaver, Roscellin, philosophe et théologien d'après la légende et d'après l’histoire, Parigi, 1911? (con testi e documenti in app.). M. Gorce, in DThC, XIII, 2911-2915. Capitolo terzo Sulla cultura del XII secolo e il suo “rinascimento” A. CLervar, Les écoles de Chartres au Moyen Age du V au XVI siècle, Parigi, 1895. M. GraBMann, Die Geschichte d. scholast. Methode, Monaco, 1911. Cu. H. Haskins, The Renaissance of the 12*% century, Cambridge (Mass.), 1927. G. Paré - A. Bruner - P. TremsLay, La Renaissance du XII* siècle, Parigi- Ottawa, 1933. 536 Bibliografia M. De Wutr, Le panthéisme Chartruin, in Aus der Geisteswelt des mittel- alters (“Beitrige,” suppl. III), Miinster, 1935. J. M. Parent, La doctrine de la création dans l'’école de Chastres, Parigi- Ottawa, 1938. J. De GHELLINCK, L'essor de la littérature latine au XII° siècle, Bruxelles, 1946, 1954?. Pu. DeLHAyE, L'organisation scolaire au XII' siècle, “Tradiwio” 1947. G. Paré, Les idées et les lettres au XII° siècle. Le Roman de la Rose, Mon- tréal, 1947. E. R. Curtius, Ewropdische Literatur und lateinisches Mittelalter, cit. J. De GHELLINcK, Le mouvement théologique au XII° siècle, cit. T. Grecory, L'idea della natura nella scuola di Chartres, “Gior. crit. filos. ital,” 1952. Ipem, Anima mundi. La filosofia di Guglielmo di Conches e la Scuola di Chartres, Firenze, 1955. M.-D. CHÒenu, La théologie au douzième siècle, Parigi, 1957. E. Garin, Di alcuni aspetti del Platonismo medievale, in particolare nel XII secolo, in Studi sul Platonismo medievale, cit. Cfr. inoltre, riguardo all’organizzazione degli studi, specialmente in Francia: E. Lesne, Les écoles de la fin du VIII* siècle è la fin du XII° siècle, +. V della Histoire de la propriété ecclésiastique en France, Lilla, 1940. U. Guatazzini, Ricerche sulle scuole preuniversitarie del Medioevo. Con- tributo di indagini sul sorgere delle Università, Milano, 1943. H. I. Marrou, Histoire de l'éducation dans l’antiquité, Parigi, 1948, pp. 416-461. Pu. 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Prister, De Fulberti Carnotensis episcopi vita et operibus, Nancy, 1885; s.v. in DThC, VI, 964-967. .Bernardo Opere: Fonti e frammenti in P.L., 199, 666 e 938; e cfr. P. TrHomas, in “Mel. Graux,” Parigi, 1884, dove pubblica alcuni estratti del De invenzione .rhetorica. Gilberto de la Porrée Opere: Commenti agli Opuscola sacra di Boezio; scritti esegetici tra i quali particolarmente importanti i Commenti ai salmi ed all’Epistola at «Romani. Edizioni: I Commenti a Boezio insieme agli stessi Opuscola sacra, in P.L., 64 (ma cfr. R. SrLvann, Le texte des Commentaires sur Boèce de Gilbert -de la Porrée, “Arch. Hist. doctr. m. à.,” 1946); ed. crit. dei Commenti: al De Hebdomadibus, “Traditio,” 1953, ai. due Opuscoli sulla Trinità, “Studies and Textes,” I, Toronto, 1955; al Contra Eutychen et Nestorium (De duabus naturis), “Arch. Hist. doctr. litt. m. à.,” 1954. Le opere esegetiche bibliche «sono ancora inedite, salvo una parte del Commento ai Salmi. Per il Liber «de sex principiis, che non è probabilmente di Gilberto, cfr. P.L., 188, 1255- 1270; ed. crit. A. Hevsse, Miinster, 19532. Bibliografia: La bibl. generale in Grever, pp. 704-705; De Brie, nn. ‘5208-5211; De Wutr, I, pp. 213-214. In particolare cfr.: A. Lanpcrar, Untersuch. zu den Eigenlehren Gilberts de la Porrée, “Zeitschr. Kathol. Theol.,” 1930. Ipem, Mitteil. 2. Schule Gilbert Porreta-s, “Collect. franc.,” 1933. A. Forest, Le réalisme de Gilbert de la Porrée dans les commentaire du “De hebdomadibus}” “Rev. néosc. philos.,” 1934. Ipem, Gilbert de la Porrée et les écoles du XII° siècle, “Rev. cours et confér.,” 1934. .A. Haven, Le concile de Reims et l'erreur théologique de Gilbert de la Porrée, “Arch. Hist. doctr. litt. m. &.,” 1935-1936. Bibliografia M. H. Vicarre, Les Porretains et l'avicennisme avant 1215, “Rev. sc. philos. théol.,” 1937. M. Harinc, The case of Gilbert de la Porrée, “Med. Stud.,” 1951. E. 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Z_S RZ DO zz Teodorico di Chartres Opere: De sex dierum operibus; Heptateucon; Commento al De Trini- tate di Boezio (Librum hunc). Edizioni: De sex dierum operibus in Haurfau, Notices et extraits..., 1893, pp. 52 sgg. e in W. Jansen, Der Kommentar d. Clarembaldus v. Arras zu Boethius De Trinitate, Breslavia, 1926; Heptateucon, scoperto e presentato da A. CLervar in “Congrès scient. int. d. Cathol.,” II, Parigi, 1889, pp. 277 sgg., ed. del prologo a cura dello JeaunEAU in “Méd. Stud.,” 1954; Librum hunc in JAnSEN, op. cit., e cfr. N. M. Harinc, A Commentary on Boethius “De Trinitate” by Thierry of Chartres, “Arch. Hist. doctr. litt. m. 4.” 1956. La bibl. generale in Gever, p. 704; De Bue, n. 5352; DE Wutr, I, pp. 192-193. Bibliografia: P. DuneM, Le système du monde, cit., III, pp. 184-193; J. M. Parent, La doctrine de la création dans l'école de Chartres, cit. E. JEaunEAU, Quelques aspects du platonisme de Thierry de Chartres, “Con- grès de Tours et Poitiers,” 1954. Ipem, Un représentant du platonisme au XII° siècle: Thierry de Chartres, “Mém. Soc. archéol. d’Eure-et-Loire,” 1954. Ipem, Simples notes sur la cosmogonie de Thierry de Chartres, “Sophia,” 1955 539 Bibliografia N. M. Harinc, A short treatise on the Trinity from the School of Thierry of Chartres, “Med. Stud.,” 1957. Inem, The lectures of Thierry of Chartres on Boethius “De Trinitate” “Arch. Hist. doctr. litt. m. &.,” 1958. IpeMm, Two Commentaries on Boethius (“De Trinitate” and “De Hebdo- madibus”) by Thierry of Chartres, ibidem, 1960. Guglielmo di Conches Opere: Philosophia mundi (in varie red.); Dragmaticon philosophiae; Glosse alla Consolatio boeziana; Glosse al Timeo di Platone. Assai probabile anche l’attribuzione del Moralium dogma philosophorum, opera eccezional- mente fortunata. Edizioni: La Philosophia mundi, in P.L., 90 (tra le opere di Beda) e 172 (tra le opere di Onorio di Autun); il Dragmation, ed. C. Parra, Parigi, 1943; frammenti della Secunda e Tertia Philosophia in V. Cousin, Ouvrages inédits d’Abélard, Parigi, 1936, pp. 669-677, ove si trovano pure alcuni fram- menti del Commento al Timeo, pp. 648-657. Per la Glosse aBoezio e al Timeo cfr. CH. Journary, Notices et extraits..., XX, 2, Parigi, 1862, e, par- ticolarmente T. Grecory, Anima mundi. La filosofia di Guglielmo di Conches e la scuola di Chartres, Firenze, 1955, ed E. Garin, Studi sul platonismo medievale, Firenze, 1958. Per il Moralium dogma philosophorum cfr. l’ed. J. HoLmserc, Upsala, 1929. Bibliografia: Cfr. Gever, p. 704; De Brie, nn. 5245-5248, 5352; DE Wutr, I, pp. 192-193. In parti colare cfr.: H. FLATTEN, Die philosophie des Wilhelm von Conches, Coblenza, 1929. C. Ortaviano, Willelmi a Conchis philosophia seu Summa philosophiae, “Arch. st. filos.,” 1932, n. 2; 1933, n. 1. IpeM, Un brano inedito della Philosophia di Guglielmo di Conches, Napoli, 1935. J. M. Parent, La doctrine de la création dans l'école de Chartres, cit. (con brani delle glosse a Boezio e al Timeo). Pu. DeLHave, Une adaptation du “De Officiis” au XII° siècle, le “Moralium dogma philosophorum, “Rech. théol. anc. méd.,” 1949. T. Grecory, Sull'attribuzione a Guglielmo di Conches di un rimaneggiamen- to della “Philosophia mundi) “Gior. crit. filos. ital.” 1951. Ipem, Anima mundi. La filosofia di Guglielmo di Conches e la scuola di Chartres, cit. E. Garin, Studi sul platonismo medioevale, cit. B. OprrerNAM, L'usage de la notion d'“Integumentum” à travers les gloses de Guillaume de Conches, “Arch. Hist. doctr. litt. m. £. 7 19597. 540 Bibliografia J. Hanticnars, Points de vue sur la volonté et le jugement dans l'ocuvre d'un humaniste chartrain, in L'homme et son destin, cit., pp. 417-429. E. JeaunEAU, Gloses de Guillaume de Conches sur Macrobe. Notes sur les manuscrits, “Arch. Hist. doctr. litt. m. 2.,” 1960. Ipem, Deux rédactions des gloses de Guillaume de Conches sur Priscien, “Rech. théol. anc. méd.,” 1960. Bernardo Silvestre Opere: De mundi universitate sive Megacosmus et Microcosmus; Com- mentum in VI Aeneidos Libros; Mathematicus; De gemellis; De paupere ingrato; Experimentarius. Edizioni: Vari frammenti ed estratti delle opere in V. Cousin, Ouvrages inédits d'Abélard, Parigi, 1836 e 1855; per il De mundi universitate, cfr. l'ed. S. BaracH - J. WrosEt, Innsbruck, 1876; per il Commentum l’ed. RiepEL, Gryphisvaldae, 1924; per il Mazhematicus vedi P.L., 171 dove si trova l’ed. J. Bourassé, tra le opere di Ildeberto di Lavardin; per l'Experimentarius cfr. M. Brini-SavoreLLI, Un manuale di geomanzia presentato da Bernardo Silvestre di Tours (XII secolo): L’“Experimentarius” “Riv. crit. st. filos.,” 1959. Bibliografia: La bibl. generale inGeyeR, p. 704; De Wutr, I, p. 192. In particolare cfr.: E. Girson, La cosmogonie de Bernard de Sylvestris, “Arch. Hist. doctr. litt. m. 4.7 1928. L. THornpIKE, An History of magic and experimental science, II, New York, 1929, c. 39. Tu. Silverste, The fabulous Cosmogony of Bernard Silvestris, “Modern Philol.,” 1948. Capitolo quinto Pietro Abelardo Opere: a) logica: 1) Glosse letterali: Editio super Porphyrium; Glossae in Categorias; Editio super Aristotelem de interpretatione; De divisionibus; 2) Logica “Ingredientibus”; 3) Logica “Nostrorum petitioni sociorum” (Glos- se a Porfirio); 4) Dialectica (pit volte rimaneggiata tra il 1118 e il 1137). 6) teologia: 1) De wnitate et trinitate divina (1118-1121); 2) TAeologia christiana (1123-1124); 3) Theologia (1125-1138); 4) Sic et Non (1121-1123?); 5) Commenti esegetici ai testi biblici (dopo il 1125); 6) Sermones; 7) Dia- logus inter iudacum, philosophum et christianum. c) etica: Ethica, seu liber Scito te ipsum. 541 Bibliografia Inoltre le Epistole (tra le quali particolarmente importanti il carteggio con Eloisa e la Historia calamitatum). Edizioni: Tutte le opere, escluse quelle logiche, in P.L., 178; gli scritti fino ad allora inediti di Abelardo furono editi da V. Cousin, Ouvrages iné- dits d'Abélard, Parigi, 1836, che fece poi seguire la nuova edizione delle opere già edite: Petri Abaclardi opera hactenus scorsin edita, a cura di V. Cousin e Cu. Journain, Parigi, 1849-1859. Altre ed. che completano il Corpus abelardiano: P. AsaELARDI, De uni- tate et trinitate divina, ed. R. SròLzLE, Friburgo, 1891; Peter Abaclards Philo- sophische Schriften (1. Die Logica “Ingredientibus” 1; Die Glossen zu Porphy- rius; Die Logica “Ingredientibus” 2; Die Glossen zu den Kategorien; Die Logica “Nostrorum petitioni sociorum”; Die Glossen zu Porphyrius), a cura di B. GEvER, in “Beitrige,” XXI, 1, 1919; XXI, 2, 1921; XXI, 3, 1927; XXI, 4, 1933; Peter Abaelards Theologia “Summi Boni” zum ersten Male volistindig herausgegeben (“Beitrige,” XXV), Miinster, 1939; Abaelard's Letter of Con- solation to a Friend (Historia calamitatum), a cura di J. T. MuckLeE, “Med. Stud.,” Toronto, 1950, ed ora nell’ed. crit. d i J. Monratn: ABfLarp, Historia calamitatum, Parigi, 1959; Pretro ABELARDO, Scritti filosofici (Editio super Porphyrium, Glossae in Categorias, Super Aristotelem de Interpretatione, De divisionibus, Super Topica glossae), editi per la prima volta da M. Dar Pra, Milano-Roma, 1954; Twelfth century logic. Texts and Studies, a cura di L. Minio-ParueLLo, Roma, 1956-1958 (vi sono alcuni testi di Abelardo); P. AsaeLarpus, Diglectica, First complete edition of the Parisian manuscript, a cura di L. M. De Rijx, Assen, 1956, Utile l'antologia a cura di M. De Gan- piLLac, Ocuvres Choisies d' Abélard, Parigi, 1945. Il Conosci te stesso è stato tradotto in italiano da M. Dar Pra, Vicenza, 1941, l’Epistolario da C. Or- Taviano, Palermo, 1934. Bibliografia: La bibl. generale in Gever, pp. 702-703; De Brie, nn. 5212-5244; De Wutr, I, pp. 208-209. CH. De Rémusar, Abélard. Sa vie, sa pensée, sa théologie, Parigi, 1845; 2. ed. 1855. L. Tosti, Storia di Abelardo e dei suoi tempi, Napoli, 1851; Roma, 1887. E. Kaiser, Pierre Abélard critique, Friburgo, 1901. J. Mc Case, Peter Abelard, New York, 1901. J. Reiners, Der Nominalismus in der Frihscholastik (“Beitràge,” VIII, 5), Miinster, 1910. B. GevER, Die Stellung Abàlards in der Universalienfrage... (“Beitràge,” suppl. I), Miinster, 1913. H. OsrLenper, P. Abelards Theologia und die Sentenzenbiicher seiner Schule, Breslavia, 1926. C. Ottaviano, Pietro Abelardo, La vita, le opere, il pensiero, Roma, 1931. J. Cortiaux, La conception de la théologie chez Abélard, “Rev. hist. ec- clés.,” 1932. 542 Bibliografia J. G. Sikes, Peter Abaelard, Cambridge, 1932. Cu. CHarrier, Héloise dans l'histoire et dans la légende, Parigi, 1933. ]. Rivière, Les “capitula” d’Abélard condamnés au concile de Sens, “Rech.. théol. anc. méd.,” 1933. H. OstLenper, Die Theologia “Scholarium” des Peter Abaelard, in Aus der Geisteswelt des Mittelalters (“Beitràge,” Suppl. III), Miinster, 1935. Pu. S. Moore, Reason in the Theology of Peter Abelard, “Proceed. Cathol. Philos. 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De Wutr, Le problème des universaux dans son évolution historique du IX? au XIII* siècle, “Archiv. fiir Gesch. der Philos.,” 1896. J. ReinErs, Der aristotelische Realismus in der Friihscholastik (“Beitrige,” VIII, 5), Miinster, 1910. R. L. PootLe, The Masters of the Schools at Paris and Chartres in John of Salisbury's Time, “Engl. Hist. Rev.,” 1920. ]. PauLus, Sur les origines du nominalisme, “Rev. Philos.,” 1937. L. Mino PaLuecto, The “Ars disserendi of Adam of Belsham Parvipon- tanus” “Med. Ren. Stud.,” 1954. Guglielmo di Champeaux Opere: Le Opere (frammenti) di Guglielmo di Champeaux, in P.L., 163; le Sententiae vel quaestiones XLVII, a cura di G. Lerèvre, Lilla, 1898; De generibus et speciebus, a cura di V. Cousin, in Oeuvres inédites d' Abé- lard, 1836. Bibliografia: G. Lerèvre, Les variations de Guillaume de Champeaux sur la question des universaux. Etude suivie de documents originaux, Lilla, 1898. E. MicHaup, G. de Champeaux et les écoles de Paris au XII* siècle, Pa- rigi, 1867. G. Lerèvre, Les variations de G. d. Champ. et la question des universauz, Lilla, 1898. F. Picavet, Note sur l’enseignement de Guill. de Champeaux d'après l'‘Historia calamitatum’ d'Abélard, “Rev. intern. de l’enseignement,” 1910. P. Gopet, Guillaume de Champeaux, in DThC. H. WrisweILER, Die Schriften der Schule Anselms von Laon und W. von Champeaux, “Deutsch. Bibl.” 1936. La bibl. generale in GeyER, pp. 701-702; De Brie, nn. 5299, 5306, 5313; De WuLr, I, p. 178. Per Adelardo di Bath cfr. la relativa bibl. al capitolo I della P. IV. Sugli sviluppi della scuola abelardiana nella sua componente teologica «fr. particolarmente A. Lanpcrar, Finfishrung in die Geschichte der theolo- gischen Literatur der Friihscholastik, Regensburg, 1948; e dello stesso: Écrits théologiques de l'École d’Abélard, Textes inédits (Sententiae parisienses e Ysagoge in theologiam), Lovanio, 1934. 544 Bibliografia Capitolo sesto Pietro Lombardo Opere: Commenti scritturali; Sermones; Libri IV Sententiarum. Edizioni: Le Opere in P.L., 191-192; i Libri quattuor sententiarum, nel- l'edizione critica dei Francescani di Quaracchi, Quaracchi (Firenze), 1916. Bibliografia: Cfr. Gever, pp. 710-711; De Brie, nn. 5369-5378; De WuLF, I, pp. 250-251. J. EspensERGER, Die Philosophie des Petrus Lombardus (“Beitrige,” III, 5), Miinster, 1901. F. Cavarcera, S. Augustin et le Livre des sentences de Pierre Lombard, “Arch. Philos.,” 1930. J. De GHeELLINCK, Pierre Lombard, in DThC, XII, 1941-2019. H. Weriswerer, La “Summa sententiarum,” source de Pierre Lombard, “Rech. théol. anc. méd.,” 1934. Pietro Lombardo, Novara, 1953 (con la bibl. lombardiana di J. de Ghellinck, pp. 24-25). S. Vanni-RovicHi, Pier Lombardo e la filosofia medievale, “Sapienza,” 1954. Miscellanea Lombardiana (in occasione delle celebrazioni organizzate in Novara per onorare Pietro Lombardo), Novara, 1957. Sul movimento che ha portato all'elaborazione dei Libri Sententiarum e delle Summe cfr.: sopratutto M. GrasMmann, Geschichte der Katolischen Theologie, Friburgo (Br), 1933, pp. 286-9; F. StecmùLLER, Repertorium comment. in Sent. Petri Lombardi, Wiirzburg, 1947, con le aggiunte di M. Gotoszewska, J}. B. Kororec, A. PoLtAWwSKI, Z. K. SIEMIATKOWSKA, J. Tarnowska, Z. WLopEk, in “Miscellanea philosophica Polonorum,” Varsavia, 1958. Vedi inoltre: J. Stmer, Des Sommes de théol., Parigi, 1871. M. Grasmann, Gesch. d. schol. Meth., cit., II, cit., pp. 3-25, 476-563. G. Paré, A. Brunet, P. TreMBLAY, La renaissance du XII s. Les écoles et l'enscignement, cit. G. EncLHarpr, Die Entwicklung der dogmatischen Glaubenpsychologie vom Abaelardstreit bis Philipp den Kanzler, (“Beitrige,” XIII), 1933. P. GLorieux, Sommes théologiques, in DThC, XIV, 2341-64. J. De GHELLINcK, Le mouvement théologique du XII s., cit., passim. M.-D. ChÒenu, La théologie au douzième siècle, Parigi, 1957, passim. O. LortIn, Psychologie et morale..., cit., VI, pp. 9-18, 119-124, 137-148. Giovanni di Salisbury Opere: Entheticus, sive de dogmate philosophorum; Polycraticus, sive 545 Bibliografia de nugis curialium et vestigiis philosophorum; Metalogicon; Historia pon- tificalis. Edizioni: Le Opere in P.L., 199. Il Polycraticus è edito a cura di C. C. J. Wes8, Oxford, 1909; il Metalogicon sempre a cura del Wes, Oxford, 1929; la Historia pontificalis a cura di R. L. Poote, Oxford, 1927; a cura dello stesso anche le Epistolae. Bibliografia: Cfr. Gever, pp. 705; De Brig, nn. 5384-5390; De WuLF, I, p. 234. In particolare v.: C. C. J. WeB8, John of Salisbury, Londra, 1932. J. Huizinca, Een proegothieke geest, Johannes van Salisbury, “Tijdschrift voor geschiedenis,” 1933, ed ora in Verzamelde Werken, IV, Haarlem, 1949. C. C. J. Wess, Joannis Sarisberiensis Metalogicon. Addenda et corrigenda, “Med. Ren. Stud.,” 1941-43. L. Denis, Un humaniste au moyen dge: Jean de Salisbury, 1120?- -1180, “Nova et Vetera,” 1940, 1941. H. LiesescHirz, Mediaeval Humanism in the life and writings of John of Salisbury, Londra, 1950. M. Dar Pra, Giovanni di Salisbury, Milano, 1951. D. D. Mc Garry, The Metalogicon of John of Salisbury: A Twelfth Cen- tury Defense of the Verbal and Logical Arts of the Trivium, Berkeley- Los Angeles, 1955. G. AspeLIN, John of Salisbury"s Metalogicon, “Bibl. Soc. Royal des Lettres de Lund,” 1951-1952. B. HetsLinc-GLoor, Natur und Aberglaube im “Policraticus” des Johann von Salisbury, Zurigo, 1956. H. HoHENLEUTNER, Johannes von Salisbury in der Literatur der letzen zehn Jahre, “Hist. Jahrb.,” 1958. M. A. Brown, John of Salisbury, “Franc. Stud.” 1959. Alano di Lilla Opere: Regulae de Sacra theologia; Summa quoniam homines; Tracta- tus de virtutibus, de vitiis et de donis Spiritus Sancti; De Planctu Naturac; Anticlaudianus; Ars Praedicandi; Summa quot modis; Contra Haereticos; Liber Paenitentialis; Rythmus. Edizioni: In P.L., 210, ad eccezione della Summa quoniam homines e del Liber de virtutibus per i quali v.: O. LortIN, Le traité d'Alein de Lille sur les virtus, les vices et les dons du Saint Esprit, “Med. Stud.,” 1950 ed ora in Psychologie et morale... cit., VI; Summa quoniam homines, a cura di P. GLorreux, “Arch. Hist. litt. doctr. m. à.,” 1954; Anticlaudianus, testo critico e introd., a cura di R. Bossuar, Parigi, 1955. 546 Bibliografia Bibliografia: Cfr. Gever, p. 706; De Brie, n. 5352; De Wutr, I, p. 228. In particolare v.: M. BaumcartneR, Die Philosophie des Alanus de Insulis, (“Beitrage,” II, 4), Miinster, 1896. J. Huizinca, Veber die Verkniipfung des poetischen mit dem Theologischen bei Alanus de Insulis, “Mededeel d.k. Akad. Afd. Letterkunde,” LXXVI, B, 6, Amsterdam, 1924 (con in app. un’altra red. del De virtutibus) [ed ora in Verzamelde Werken, IV, Haarlem, 1949, pp. 3-84]. M.-D. ChÙenu, Un essai de méthode théologique au XII* siècle, “Rev. sc. philos. théol,” 1935. J. M. Parent, Un nouveau témoin de la théologie dionysienne au XII° siècle, in Aus der Geisteswelt des Mittelalters (“Beitrige,” Suppl. III), Miinster, 1935. P. GLorieux, L'iauteur de la Somme “Quoniam homines” “Rech. théol. anc. méd.,” 1950. , G. Rarmaup pe Lace, Alain de Lille, poète du XII° siècle, Parigi, 1951. R. H. Green, Alan of Lille's “De planctu naturae” “Spec.,” 1956. V. CienTo, Alano di Lilla poeta e teologo del sec. XII, Napoli, 1958. M.-D. CHenu, Une théologie axiomatique au XII° siècle. Alain de Lille, “Cîteaux Nederl.,” 1958. A. Ciorti, Alano e Dente “Convivium,” 1960. O. Lortin, Alein de Lille une des sources des “Disputationes” di Simon de Tournai, in Psychologie et morale..., cit., VI, pp. 93-106. C. VasoLi, Due studi per Alano di Lilla, “Bull. Ist. st. it. m. e.,” 1961. Ipem, La teologia “apothetica” di Alano di Lilla, “Riv. crit. st. filos.,” 1961. Ipem, Le idee filosofiche di Alano di Lilla nel “De Planctu” e nell“Anti- claudianus” “Gior. crit. filos. ital.” 1961. Nicola di Amiens Opere: De aste catholicae fidei Edizioni: In P.L., 210, sotto il nome di Alano di Lilla. Bibliografia: Cfr. Gever, pp. 706; DE Wutr, I, p. 250. Clarembaldo di Arras Opere: Commento al De Trinitate di Boezio. Bibliografia: Cfr. Gever, pp. 704; DE Wutr, I, pp. 192-193. W. Jansen, Der Kommentar des Cl. v. Arras 2. Boethius De Trinitate, Breslavia, 1926. 547 Bibliografia Capitolo settimo Sulle eresie cfr. in generale: F. Tocco, L'eresia nel medioevo, Firenze, 1884 (cfr. anche Albori della vita italiana, Milano, 1913). G. Vorpe, Movimenti religiosi e sette ereticali nella società medievale italia. na: sec. XI-XIV, Firenze, 1926, 19612. H. Grunpmann, Religiose Bewegungen im Mittelalter, Berlino, 1935. A. 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Buonaruti, Roma, 1930; Joachimi Albertis Liber contra Lombar- dum (Scuola di Gioacchino da Fiore), a cura di C. OrrAviano, Roma, 1934; Joachim de Flore. Scritti minori. De articulis fidei, a cura di E. BuonaIUTI, Roma, 1936. Si cfr. anche L. TonpeLLI, Il libro delle figure di Gioacchino da Fiore, Torino, 1939-1940. Bibliografia: Ci limitiamo ad opere di carattere generale: E. Buonaruti, G. da Fiore. I tempi. La vita. Il messaggio, Roma, 1931. E. Benz, Joechim-Studien, “Zeitschr. f. Kirchengesch.,” 1931, 1932, 1934. J. Ca. Huck, Joachim von Floris und die joachitische Literatur, Friburgo, 1938. F. Foserti, Gioaecch. da Fiore e il Giovacchinismo antico e moderno, Pa- dova, 1942. M. Reeves, The “Liber figurarum” of |. of Fiore, “Med. Ren. Stud., 1950. H. Grunpmann, Neue Forschungen iiber ]. von Flora, Marburgo, 1950. F. Russo, Bibliografia gioachinita, Firenze, 1954. 548 Bibliografia A. Crocco, La teologia triniteria di Gioachino da Fiore, “Sophia;” 1957. M. W. 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JAanAUSCHEK, Xenia bernardina, Vienna, 1891, rist anast., Hildersheim, 1959; C. H. TaLsor, Bibliografia di S. Bernardo, “Riv. st. d. Chiesa in Ital.,” 1954; J. DE LA Crorx Bourton, Biblioeraphie bernardinienne, Parigi, 1958. Tra gli studi generali e i più recenti v.: E. Vacanparp, Vie de S. Bernard abbé de Clairvauz, Parigi, 1910. J. Bernuart, Eckhartistische und bernhardische Mystik in ihren Beziehun- gen und Gegensitzen, Kempten, 1912. S. Bernard et son temps, Dijon, 1928. P. LasERRE, Un conflit religieux politique au XII° siècle: S. Bernard et Abé- lerd, Parigi, 1930. P. MirERRE, St. Bernard. Un moine arbitre de l'Europe au XII° siècle, Gen- val, 1929. Ipem, La doctrine de S. Bernard, Bruxelles, 1932. A. FescHNER, Die Politische Theorie des Abbas Bernards von Clairvaux in seinen Briefen, Bonn, 1933. E. Gitson, La :héologie mystique de S. Bernard, Parigi, 1934, 19472. W. Wicciams, St. Bernard of Clairvaux, Manchester, 1936. O. Castren, Bernhard von Clairvaux. 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Matevez, La doctrine de lime et de la connaissance mystique chez G. de S-Thierry, “Rech. sc. relig.,” 1932. M. M. Davy, La connaissance de Dieu d'après Guill. de St. Th., “Rech. sc. relig.,” 1938. J. M. DécHanet, Guill. d. St. Thierry. L’homme et son oeuvre, Bruges- Parigi, 1942. Ipem, La doctrine de l'amour-intellection chez G. de St. TÀ., e Guill. d. St. Thierry et Plotin, “Rev. m. à lat.,” 1945, 1946. E. Girson, Notes sur Guillaume de St. Thierry, in La théologie mystique de S. Bernard, cit., pp. 216-232. L. DE Simone, Gugl. di S. Thierry, “Sapienza,” 1949. M. M. Davy, Théologie et mystique de Guill. de St. Thierry, I, La con- naissance de Dieu, Parigi, 1954. L. DE Simone, Gli aspetti filosofici della mistica di Guglielmo di St. Thierry, “Doctor communis,” 1957. R. De Gancx, Petits travaux sur Guillaume de St. Thierry, “Cîteaux Nederl.,” 1958. E. Garin, Guglielmo di Conches e Guglielmo di Saint-Thierry, in Studi sul Platonismo medievale, cit., pp. 62-68. O. 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Alchero di Clairvaux Opera: Liber de spiritu et anima Edizioni: in P.L., 40, 773-832 sotto il nome di Agostino. Bibliografia: G. Tuery, L'authenticité du “De spiritu et anima” dans St. Thomas et Albert le Grand, “Rev. sc. philos. théol.,” 1921. P. FourNIER, s.v., in DHGE, II, 14-15. Ugo di S. Vittore Opere: Filosofiche: Didascalion; Epitome in Philosophiam; De unione corporis et spiritus; Mistiche: De arca Noe morali; De arca Noe mystica; Soliloguium de arrha animac; Commentarium in Hierarchiam caelestem S. Dionysii, l. X., ecc. Edizioni: Le Opere in P.L., 175-177. Cfr. inoltre: Epitome in philoso- phiam, ed. Haurfau, in H. de St. Victor. Nouvel examen de ses ocuvres, Parigi 1859; Hugonis a S. Victore Didascalion. De Studio legendi, ed. cri- tica a cura di C. H. Burrimer, Washington, 1939; Hugues de St. Victor, La contemplation et ses espèces (testo e intr.) ed. R. Baron, Parigi, 1958. Si cfr. J. De GHeLLINcK, La tables de matières de la première édition des ocuvres de Hugues de St. Victor, “Rech. sc. relig.,” 1910; e Un catalogue des oeuvres de H. de S. V., “Rev. néoscol. philos.,” 1913. Bibliografia: Cfr. Gever, p. 709; De Brig, nn. 5287-5295; De WutLr, I, pp. 221-222. In particolare v.: A. Mignon, Les origines de la scolastique et Hugues de S. Victor, Parigi, 1895. F. VERNET, Hugues de S. V., in DThC, V, 240-308. W. A. ScHNEMER, Geschichte und Geschichtsphilosophie bei Hugo von St. Victor, “Miinsterische Beitrige zur Geschichtsforschung,” 3, Miinster, 1933. B. BiscHorr, Aus der Schule H. v. St. V., in Aus der Geisteswelt des Mittel alters, (“Beitrige,” suppl. III), Miinster, 1935. F. E. Crorpon, Notes on the Life of Hugh de S. Victor, “Journ. theol. Stud.,” 1939. ). LecLERco, Le De Grammatica de Hugues de S. Victor, “Arch. Hist. doctr. litt. m. d.,” 1943-1945. J. KLEInz, The theory of knowledge of Hugh of S. V., Washington, 1944. H. WerswetLER, Die Arbeitsmethode Hugos v. 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Pragi, 1951. Bibliografia: Cfr. Gever, p. 710; DE Bn, nn. 5496, 5550; De WuLr, I, p. 222. In particolare: C. Ortaviano, Riccardo di S. Vittore. La vita, le opere, il pensiero, “Mem. R. Accad., Naz. Lincei,” 1933. A. M. EtHIER, Le “ De Trinitate” de Rich. de S. Victor, Parigi-Ottawa, 1939. J. A. Rosi.LIARD, Les six genres de contemplation chez Rich. d. S. Victor et leur origine platonicienne, “Rev. sc. philos. théol.,” 1939. I. Guimet, “Caritas ordinata” et “amor discretus” dans la théologie trini- taire de R. de S. V., “Rev. m. 8. lat.” 1948. G. DumeIGe, Richard de Saint Victor et l'idée chrétienne de l'amour, Parigi, 1952. J. BeaUMER, R. v. S. Viktor Theologe und Mystiker, “Schol.,” 1956. R. Baron, Richard de St. Victor est-il l'auteur des Commentaires de Nahum, Joél, Abdias?, “Rev. bénédict.,” 1958. Goffredo di S. Vittore Opere: In P. L., 196. Cfr. inoltre: Godefroy de Saint Victor. Fons Philosophiae, a cura di A. CHarma, Caen, 1869; Godefroy de Saint-Victor. Microcosmus, ediz. a cura di PH. DeLHAYE, Lilla-Gembloux, 1951; Godefroy de Saint Victor. Fons Philosophiae, ed. a cura di P. MicHaup-Quantin, Namur-Lovanio, 1956. Bibliografia: Cfr. Gever, p. 710; De WuLF, I, p. 222. In particolare: Pu. DeLHave, Nature et grice chez Geoffroy de S.Victor, “Rev. m. &. lat.,” 1947. IpeM, Le “Microcosmus” de Godefroy de Saint-Victor. Étude théologique, Lilla-Gembloux, 1951. Ildegarda di Bingen Opera: Scivias, Liber divinorum operum simplicis hominis, ecc. 554 Bibliografia Edizioni: in P.L., 197, 145-1038; in J. B. Prrra, Analecta sacra spicilegio Solesmensi parata, VIII, Montecassino, 1882; in A. Damorseau, Novae edit. opp. omn. S. Hildegardis experimentum, Sampierdarena, 1893-1899. Bibliografia: cfr. De Wutr, I, p. 255. In particolare: CH. Sincer, The scientific views and visions of S. Hildegard, in Studies in the history and methods of science, I, Oxford, 1917. H. Fiscrer, Die Al. Hildegard, die erste deutsche Naturforscherin und Aerz®n, Monaco, 1927. H. LiesescHurz, Das allegorische Weltbild der hl. Hildegard von Bingen, Lipsia, 1930. M. Uncrunp, Die metaphysische Anthropologie der hl. Hildegard von Bingen, Miinster, 1938. D. Baumcarpr, The concept of mysticism, “Rev. of. relig.,” 1948. Capitolo ottavo Per la bibliografia relativa al pensiero politico ed alle controversie teo- logico-politiche del XII secolo, rinviamo direttamente alla ricca bibliografia di L. Firpo, in app. alla tr. ital. di R. W. e A. J. CaruxLe, Il pensiero politico medioevale, vol. II, Bari, 1959, pp. 607-681. 555 Parte terza Capitolo primo Tra la vastissima bibliografia sulla filosofia araba (e cfr. GEvER, pp: 716- 720; De Brie, nn. 21819-21923) citiamo soltanto i seguenti studi di carat- tere generale. Bibliografia: V. CHÙauvin, Bibliographie des ouvrages arabes ou relatifs aux Arabes pu- bliés dans l'Europe chrétienne de 1810 à 1885, Liegi, 1892-1922. D. PranmuLcer, Handbuch der Islam-Literatur, Berlino, 1923. E. 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Inoltre un famoso trattato di Ortica, tradotto da Gerardo da Cre- mona e diffusissimo nel XIII e XIV sec. Edizioni: Numerosi scritti sono stati pubblicati da ‘Abd al-Hadi Abi Ridah, sotto il titolo Rasa'il al-Kindi alfalasafiyyah, il Cairo, 1950. Cfr. inoltre Una risalah di al-Kindi sull'anima, a cura di G. Furtani, “Riv. trimestr. di studi fil. e relig.,” 1922. Bibliografia: Cfr. Geyer, p. 726; De Brie, nn. 21931-21932a; DE WuLF, I, p. 305. In particolare vedi: A. Nacy, Die philosophischen Abhandlungen des Ja qub ben Ishaq al-Kin- di (“Beitrige,” II, 5), Miinster, 1897. 557 Bibliografia G. FLucer, Al-Kindi genannt der “Philosoph der Araber” “Abhdig. f. d. Kunde Morgenlandes,” 1854. H. Matter, Al-Kindi, “Hebrew Union College Annual,” Cincinnati, 1904. G. Furtani, Una riszlah di al-Kindi sull'anima, cit. M. Gui: - R. Warzer, Studi su Al-Kindi: I. Uno studio introduttivo allo studio su Aristotele; II. Uno scritto morale inedito di Al-Kindi (Temistio “peri aliplas”), “Mem. Acc. Lincei.,” serie 7, v. 4, 1938, serie 7, v. 8, 1940. F. RosentHAL, Al-Kindi als Literat, “Orientalia,” 1942. A. Cortazarrfa, La obras y las doctrinas del filosofo Al Kindi en los escritos de S. Alberto Magno, “Estud. filos.,” 1951-1952 (e cfr. anche “Ciencia tomista, 1952). al-Farabi Opere principali: De intellectu; De scientiis; De ortu scientiarum; De Platonis Philosophia; Compendium legum Platonis; Idee degli abitanti della città virtuosa; Liber exercitationis ad viam felicitatis. Edizioni: Alfarabis Philosophische Abhandlungen (testo arabo), a cura di F. Diererici, Leida, 1890 (trad. ted., Leida, 1892); Der Musterstaat von Alfarabi, a cura di F. Drererici, Leida, 1895 (trad. ted., Leida, 1904); Die Staatsleitung von Alfarabi, trad. ted. a cura di F. Dreterici, Leida, 1904; Das Buch der Ringsteine Farabis mit dem Kommentar des Emir Ismail el Hoscini el Farani, trad. ted. a cura di M. Horten, Miinster, 1906; A/fa- rabi. De Intellectu et intellectus, trad. ‘lat. medievale, a cura di E. Gitson, “Arch. Hist. doctr. litt. m. &.,” 1929-1930; Alfarabius, De Arte Poetica, ediz. e trad. inglese a cura di A. J. Arserry, “Riv. stud. orient.,” 1930; Alfarabius, Catélogo de las ciencias, ediz. a cura di A. GonzaLes PALENCIA, Madrid, 1932; Alfarabius, De Platonis philosophia, a cura di F. RosENTHAL- R. Watzer, Londra, 1943; Alfarabius, Compendium Legum Platonis, testo arabo e trad. lat. a cura di F. GagriELI (Corpus platonicum medii aevi), Londra, 1952; Al Farabi's Arabic-Latin Writings on Music... “De scientiis” and “De ortu scientiarum,” testo tr. ingl. a cura di H. Harmer, Glasgow, 1934; Idées des habitants de la cité vertueuse, tr. fr., Il Cairo, 1949. Bibliografia: Cfr. Gever, pp. 720 sgg.; De Brie, nn. 21938-21943b; DE Wutr, Ì, p. 305. In particolare vedi: R. Hamui, La filosofia di Alfarabi, “Riv. filos. neoscol.,” 1928. E. Girson, Les sources greco-arabes de l'augustinisme avicennisant, “ Arch. Hist. doctr. litt. m. 4.,” 1930. I. Mapkour, Le place d'al Farabi dans l'école philosophique musulmane, Parigi, 1934. 558 Bibliografia Strauss, Quelques remarques sur la science politique de Maimonide et de Farabi, “Rev. étud. juives,” 1936. J. ArserrY, Farabis Canons of Poetry, “Riv. stud. orient.” 1937. Karam, “La Ciudad virtuosa” de Alfarabi, “Ciencia tomista,” 1939. BéporeT, Les premières traductions tolédanes de philosophie. Oeuvres d'Alfarabi, “Rev. néosc. philos.,” 1938. H. Sarman, Le “Liber exescitationis ad viam felicitatis” d’Alfarabi, “Rech. théol. anc. méd.,” 1940. H. SaLman, The Mediaeval Latin Translations of Alfarabi's Works, “N. Schol.,” 1939. Strauss, Farabi's Plato, “L. Ginzeberg Jubilee Volume,” New York, 1945 pp. 257-294. Corrasarria, Las obras y la filoséfia de Alfarabi en los escritos de Alberto Magno, “Ciencia tomista,” 1951. IneM, Doctrinas psicologicas de Alfarabi en los escritos de Alberto Magno, ibidem, 1952. Ipem, Tabla general de las citas de Alkindi y de Alfarabi en las obras de Alberto Magno, “Est. filos.,” 1953. D. CasaneLAas, Alfarabi y su “Libro de la concordancia” entre Platon y Aristoteles, “Verdad y Vita,” 1950. p_TODO SD Ta F F. Rassmann, L'“Intellectus acquisitus” in Alfarabi, “Gior. crit. filos. ital.,” 1953. E. BertoLa, Commento al “Dell'essenza dell'anima” di al-Farabi, “Misc. Centro di studi mediev. dell’Un. catt. di Milano,” Milano, 1956. R. Waczer, al-Farabi's theory of profecy and divination, “Jour. hellen. Stud.,” 1957. L. Strauss, How Farabi read Plato's Laws, “Mél. L. Massignon,” 1959. Avicenna Opere: Della vastissima produzione (la bibl. critica di Mahdavi cita 131 opere autentiche e 110 dubbie, e il P. Anawati 276 di cui parecchie dubbie ed apocrife) citiamo soltanto oltre al celebre Canone della medicina (al-Oanuùn fi-t-tibb) i seguenti scritti di carattere propriamente filosofico: il Kitàb ash-Shifa (Libro della guarigione); il Kitab-an-Nagiah [Libro della salvezza (dall'errore)], estratto dello Skifz; il perduto Libro del giudizio imparziale tra occidentali e orientali (Kitàb-al-'Jus3f); una ventina di Opw- scoli filosofici; alcuni frammenti pubblicati da A. BapHawi; il Kit20 al'-Isharat wa't-tanbihat [Libro delle direttive e annotazioni]; il Daneshnameh i-Alè'i [Libro della sapienza per ’Aal); una parte della Logica della sua Filosofia orientale nota sotto il nome di al-Hikmah al-mashrigiyyah; inoltre la Epistola sull'amore (Risala f''l-Isq). Edizioni: il Canone, pit volte stampato in Occidente, è stato adattato e riassunto in ingl. da O. A. Cameron GruNER, A Treatise on she Canon of 559 Bibliografia Medicine of Avicenna. Incorporating a Translation of the First Book, Londra, 1930; le parti della 4/-Sifa tradotte nel Medioevo furono pubblicate a Ve- nezia nel 1495 (rist. anast., Heverlee-Lovanio, 1960) e 1508; tr. ted. «della Metafisica, M. Horten, Die Metaphysik Avicenna's: das Buch der Genesung der Seele, Lentiis” and “De ortu scientiarum,” testo tr. ingl. a cura di H. Harmer, Glasgow, 1934; Idées des habitants de la cité vertueuse, tr. fr., Il Cairo, 1949. Bibliografia: Cfr. Gever, pp. 720 sgg.; De Brie, nn. 21938-21943b; DE Wutr, Ì, p. 305. In particolare vedi: R. Hamui, La filosofia di Alfarabi, “Riv. filos. neoscol.,” 1928. E. Girson, Les sources greco-arabes de l'augustinisme avicennisant, “ Arch. Hist. doctr. litt. m. 4.,” 1930. I. Mapkour, Le place d'al Farabi dans l'école philosophique musulmane, Parigi, 1934. 558 Bibliografia Strauss, Quelques remarques sur la science politique de Maimonide et de Farabi, “Rev. étud. juives,” 1936. J. ArserrY, Farabis Canons of Poetry, “Riv. stud. orient.” 1937. Karam, “La Ciudad virtuosa” de Alfarabi, “Ciencia tomista,” 1939. BéporeT, Les premières traductions tolédanes de philosophie. Oeuvres d'Alfarabi, “Rev. néosc. philos.,” 1938. H. Sarman, Le “Liber exescitationis ad viam felicitatis” d’Alfarabi, “Rech. théol. anc. méd.,” 1940. H. SaLman, The Mediaeval Latin Translations of Alfarabi's Works, “N. Schol.,” 1939. Strauss, Farabi's Plato, “L. Ginzeberg Jubilee Volume,” New York, 1945 pp. 257-294. Corrasarria, Las obras y la filoséfia de Alfarabi en los escritos de Alberto Magno, “Ciencia tomista,” 1951. IneM, Doctrinas psicologicas de Alfarabi en los escritos de Alberto Magno, ibidem, 1952. Ipem, Tabla general de las citas de Alkindi y de Alfarabi en las obras de Alberto Magno, “Est. filos.,” 1953. D. CasaneLAas, Alfarabi y su “Libro de la concordancia” entre Platon y Aristoteles, “Verdad y Vita,” 1950. p_TODO SD Ta F F. Rassmann, L'“Intellectus acquisitus” in Alfarabi, “Gior. crit. filos. ital.,” 1953. E. BertoLa, Commento al “Dell'essenza dell'anima” di al-Farabi, “Misc. Centro di studi mediev. dell’Un. catt. di Milano,” Milano, 1956. R. Waczer, al-Farabi's theory of profecy and divination, “Jour. hellen. Stud.,” 1957. L. Strauss, How Farabi read Plato's Laws, “Mél. L. Massignon,” 1959. Avicenna Opere: Della vastissima produzione (la bibl. critica di Mahdavi cita 131 opere autentiche e 110 dubbie, e il P. Anawati 276 di cui parecchie dubbie ed apocrife) citiamo soltanto oltre al celebre Canone della medicina (al-Oanuùn fi-t-tibb) i seguenti scritti di carattere propriamente filosofico: il Kitàb ash-Shifa (Libro della guarigione); il Kitab-an-Nagiah [Libro della salvezza (dall'errore)], estratto dello Skifz; il perduto Libro del giudizio imparziale tra occidentali e orientali (Kitàb-al-'Jus3f); una ventina di Opw- scoli filosofici; alcuni frammenti pubblicati da A. BapHawi; il Kit20 al'-Isharat wa't-tanbihat [Libro delle direttive e annotazioni]; il Daneshnameh i-Alè'i [Libro della sapienza per ’Aal); una parte della Logica della sua Filosofia orientale nota sotto il nome di al-Hikmah al-mashrigiyyah; inoltre la Epistola sull'amore (Risala f''l-Isq). Edizioni: il Canone, pit volte stampato in Occidente, è stato adattato e riassunto in ingl. da O. A. Cameron GruNER, A Treatise on she Canon of 559 Bibliografia Medicine of Avicenna. Incorporating a Translation of the First Book, Londra, 1930; le parti della 4/-Sifa tradotte nel Medioevo furono pubblicate a Ve- nezia nel 1495 (rist. anast., Heverlee-Lovanio, 1960) e 1508; tr. ted. «della Metafisica, M. Horten, Die Metaphysik Avicenna's: das Buch der Genesung der Seele, Lipsia, 1913; tr. lat. della Metafisica del Nagat: A. Carame, Avicennae Metaphysicae compendium, Roma, 1926; ed. crit. dell'originale: ash-Shifa, I, a cura di I. Mapkour, M. EL KHoprirr, G. C. Anawati, F. eL-AÒw£nI, 1952; il De Anima (la parte psicologica delle Kitab-al-Shifa) nell’ed. F. Ranman, Londra, 1959. Gli scritti mistici (Trastés mystiques) in tr. fr. a cura di M. A. MEHREN, Leida, 1889-1899; La Logica orientale, ed. sotto il titolo Mantig al-mashrigiyyah, Il Cairo, 1910; Cfr. inol- tre: Introduction è Avicenne, son Epitre des définitions, tr. con note di A. M. GorcHon, Parigi, 1933; I. Mapkour, L'Organon d'Aristote dans le monde arabe... quelques pensées à un commentaire inédi di'Ibn Sina, Parigi, 1934; Livre des Directives et Remarques, tr. con intr. e note di A. M. GorcHon, Beyrut-Parigi, 1951; Le livre de Science (Dane3nameh) tr. fr. di H. Massé e M. AcHENA, Parigi, 1955-1958; Poème de la médecine, a cura di A. JAHIER e A. NovrEDDINE, Parigi, 1956. Inoltre tutte le opere persiane di Avicenna sono state edite a Teheran in occasione del millenario (cfr. E. Rossi, 12 millenario di Avicenna a Teheran e Hamadan, in “Oriente moderno,” 1954). Per i testi di Avicenna che correvano nel medioevo cfr. oltre alle citate ed. della Me- taphysica: Opera omnia, Venezia, 1495, 1508 (rist. anast. Heverlee-Lovanio, 1960); 1546; De Anima, Pavia, 1485, 1493; De animalibus, Venezia, 1500; Canon, Strasburgo, 1473. Bibliografia avicennista: C. A. NaLLINO, s.v., in “Enc. Ital,” V, 638-639. T. J. De Borr, /bn Sinz, “Encycl. de l'Islam,” II, 446. O. Ercin, /brni Sinami eserleri, “Biiyik tirk filosof.,” 1937. G. C. Anawati, Mw’ allafat Ibn Sinà, Il Cairo, 1950, riass. fr. in “Rev. Thom.,” 1951. A. A. HekMmaT, Les oeuvres persanes d'Avicenne, “Congrès de Bagdad,” 1952, pp. 84-97. Sa‘tn Naricy, Bibliographie des principaux travaux européens sur Avicenne, Teheran, 1953. Inem, Pare Sina (Avicenne, his Life, Works, Thought and Time), Teheran, 1954. YauHyva Maunpavi, Bibliographie d'Ibn Sina, Teheran, 1954. O. Ercin, /bin Sina bibliografyasi, Instanbul, 1956. G. C. Anawati, Chronique Avicénienne 1951-1960, “Rev. thom.,” 1960. Volumi commemorativi: Millénaire d'Avicenne, “Rev. du Caire,” giugno 1951; Millénaire d'Avicenne (Congrès de Bagdad), Il Cairo, 1952; Mémorial d'Avicenne, Il Cairo, 1952 sgg.; Avicenne, Scientist and Philosopher, a 560 Bibliografia Millenary Symposium, Londra, 1952; Z. Sara, Le livre du Millénaire d'Avi- cenne, Teheran, 1954; “Rev. Thom.,” 1951, n. 2. Cfr. inoltre Gever, pp. 721-722; De Brie, nn. 21945-21965b; De Wutr, I, pp. 305-306. Tra gli studi più recenti e significativi, ci limitiamo a indicare: B. Carra pe Vaux, Avicenne, Parigi, 1900. G. GagrieLI, Avicenna, “Arch. st. scien.,” 1923. D. Sacisa, Études sur la métaphysique d'Avicenne, Parigi, 1926. E. Gitson, Pourquoi St. Thomas a critiqué St. Augustin, “Arch. Hist. doctr. litt. m. 8.” 1926. Ipem, Avicenne et le point de départ de Duns Scoto, Ibidem, 1927. G. FurLani, Avicenna e il “Cogito ergo sum” di Cartesio, “Islamica,” 1927. IpeMm, Avicenna, Barhebreo, Cartesio, “Riv. stud. orient.,” 1933. E. Gitson, Les sources gréco-arabes de l'augustinisme avicennisant, “Arch. Hist. doctr. litt. m. 8.,” 1929. M. D. RoLanp-GosseLin, Sur les relations de l'ime et du corp d’après Avicenne, “Mél. Mandonnet,” II, 1930. A. M. GorcHon, Introduction è Avicenne..., Parigi, 1933. C. Fasro, Avicenna e la conoscenza divina dei particolari, “Bull. filos.,” 1935. A. Sougziran, Avicenne, Parigi, 1935. A. M. GoicHon, La distinction de l'essence et de l'existence d'après Ibn Sinà, Parigi, 1937. Ipem, Lexique de la langue philosophique d'Ibn Sina, Parigi, 1939. Ipem, Vocabulaire comparé d'Aristote e d’Ibn Sina, Parigi, 1939. IpeM, La philosophie d'Avicenne et son influence en Europe médiévale, Parigi, 1944, 195122 M. Cruz HernAnpez, La metafisica de Avicenna, Granada, 1949. L. GarpeT, La pensée religieuse d’Avicenne, Parigi, 1951. Avicenna: Scientist and Philosopher. Millenary Symposium, a cura di G. M. Wickens, Londra, 1952. E. BLocH, Avicenna und die aristotelische Linke, Berlino, 1952. L. Garper, La connaissance mystique chez Ibn Sinà, et ses présupposés phi- losophiques, Il Cairo, 1952. Moxammap Yusur Musa, La sociologie et la politique dans la philosophie d'Avicenne, Il Cairo, 1952. F. Ranman, Avicenna's Psychologie, Oxford, 1952. P. Mesnarp, Le millénaire d'Avicenne et ses répercussions sur l’histoire de la philosophie, “Ann. Inst. Etud. orien. Alger,” 1953. M. Cruz HernAnpez, La distincion aviceniana de la esencia y la existencia y su interpretacion en la filosofia occidental, “Misc. Millés-Vallicrosa,” 1954. s61 Bibliografia H. A. Wotrson, Avicenna, Algazali and Averroes on divine attributes, ibidem. Avicenna nella storia della cultura medioevale, Acc. Naz. Lincei, anno CCCLIV, 1957, Q.40, Roma, 1957. S. M. Arnan, Avicenna, his life and works, Londra-New York, 1958. J. CHaix-Ruv, La sagesse orientale d'Avicenne et les mythes platoniciens, “Rev. d. la Mediterr.,” 1958. M. Atonso, La “Alanniyya” de Avicenna y el problema de la esencia y existencia, “Pens.,” 1958. I. Mapkour, Le traité des categories du Shifa, “Mél. Inst. dominicain Etud. orient.,” 1958. F. RAHMAN, Essence and Existence in Avicenna, “Med. Renaiss. Stud.,” 1959. E. BertoLa, Studi e problemi di filosofia avicenniana, “Sophia,” 1959. P. M. De Conrenson, Avicennisme latin et vision de Dieu au début du XIII siècle, “Arch. Hist. doctr. litt. m. &.,” 1959. ). CÙranx-Ruy, Du pythagorisme d’Avicenne au soufisme d'al-Ghazali, “Rev. d. la Mediterr.,” 1959. M. Cruz HernAnpez, La nocion de “ser” en Avicenna, “Pens.,” 1959. G. C. Anawati, La destinée de l'homme dans la philosophie d’ Avicenne, in L'homme et son destin, cit., pp. 257-266. ). Craix-Ruv, L’homme selon Avicenne, ibidem, pp. 243-255. A. M. GoicHon, Selon Avicenne l'ame humaine est-elle créatrice de son corps?, ibidem, pp. 267-276. G. JaLsErT, Le nécessaire et le possible dans la philosophie d'Avicenne, “Rev. de l’Univ. d’Ottawa,” 1960. M. E. Marmura, Avicenna and the Problem of the Infinite Number of Souls, “Med. Stud.,” 1960. Sull’influenza di Avicenna in Occidente: G. Sarton, Introduction to the History of Science, Baltimora, 1927-1950, sub ind. M. De Wutr, L'augustinisme avicennisant, “Rev. néosc. philos.,” 1931. R. De Vaux, Notes et textes sur l'avicennisme latin aux confins des XII- XII siècles, Parigi, 1934. ]J. TeicHER, Gundissalino e l'agostinismo avicennizzante, “Riv. filos. neosc.,” 1934. A. M. GoicHon, La philosophie d'Avicenne et son influence en Europe mÉ diévale, Parigi, 1944 e 19512. Ipem, in “Encycl. mensuelle d'Outre-mer,” 1952. A. C. CromBie, Avicenna's influence on the Medieval Scientific Tradition, in Avicenna Scientist... cit. M. T. D'ALverny, L'introduction d’Avicenne en Occident, “Rev. du Caire,” 1951. Ipem, Notes sur les traductions médiévales d'Avicenne, “Arch. Hist. doar. litt. m. 4.,” 1952. 562 Bibliografia al-Gazzali Opere principali: Vivificazione delle scienze della religione (Ihyd' ‘ulam ad-din); Destructio philosophorum (Tahafut al-falasifah); Il salvante dall'er- rore (al-Mungidh min ad-dalal); La moderazione nella credenza. Edizioni: Logica et philosophia, Venezia, 1506; Tendentiae philosopho- rum, Leida, 1888; Destructio philosophorum, Il Cairo, 1888; Algazel's Me- taphysic. A mediaeval translation, a cura di J. T. Mucxkte, Toronto, 1933; Al-Ghazali, O disciple!, trad. di G. H. ScHeRER, Beirut, 1951; 1ky2' ‘ulam ad-din, ou Vivifications des sciences de la foi, ed. trad. G. H. Bouscuer, Parigi, 1955; d/-Munquid min adalal, testo arabo e trad. di C. M. Farm JaBre, Beirut, 1959. Bibliografia: Cfr. Gever, p. 722; De Brie, nn. 21968-21991a; De Wutr, I, p. 305. In particolare v.: M. Asfn Patacios, Algazel: dogmdtica, moral, ascética, Saragozza, 1901. B. Carra pe Vaux, Gazali, Parigi, 1902. H. Bauer, Die dogmatik al-Gazzalis, Halle, 1912. Inem, Uber Intention, reine Absicht und Wahrhaftigkeit, Halle, 1916. IpeM, Von der Ehe, Halle, 1917. J. Osermann, Der philosophische und religiose Subjektivismus Ghazalis, Vienna-Lipsia, 1921. M Bouuyces, Algazeliana, “Mél. Fac. Orient.,” 1922. H. Bauer, Erlaubtes und verbotenes Gut, Halle, 1922. M. Asfn Patacios, Un compendio musulmano de pedagogia, el libre de la introducion a las ciencias de al-Gazali, Saragozza, 1924. Ipem, La espiritualidad de Algazel y su sentido cristiano, Madrid-Granada, 1934-1941. D. H. SaLman, Algazel et les Latins, “Arch. Hist. doctr. Hitt. m. 4.,” 1936. A. J. Wensinck, La pensée de Ghazali, Parigi, 1940. A. WeEHR, Al-Gazzalis Buch vom Gottvertrauen, Halle, 1940. M. SmitH, Al Gazali, the Mystic, Londra, 1944. W. M. Warr, The Authenticity of the Works Attributed to al-Gazali, “Jour. R. Asiatic Soc.,” 1952. Ipem, The Faith and Practice of al-Gazali, Londra, 1953. C. M. Farip Jagre, Biographie et Oecuvres de Ghazali, “Mél. Ideo,” 1954. V. CÒÙistHor, Al-Oistas al Mustagim et connaissance rationelle chea Gazali, “Bull. Etud. orient.,” 1955-1957. C. M. Farip JaBrE, La certitude de Ghazali dans ses origines et son histoire, Parigi, 1956. S. De Braurecuen-G. C. Anawati, Une preuve de lexistence de Dieu chez Ghazzali et St. Thomas, “Mél. Inst. dominicain Etud. orient.” 1956. 563 Bibliografia C. M. Faxip Jasre, La notion de certitude selon Ghazali dans ses origines psychologiques et historiques, Parigi, 1958. M. Aronso, Influencia de Algazel en el mundo latino, “al-Andalus,” 1958. G. F. Hourani, The dialogue between al-Ghazzali and the philosophers on the origin of the world, “The Muslim World,” 1958. Avempace Opere: Della sua vasta produzione sono pervenuti una Epistola expedi- tionis (Lettera d'addio); il riassunto ebraico della sua opera principale Il regime del solitario (Tadbir al-mutawahkid); un trattato De anima e un trattatello: Continuatio o Copulatio intellectus cum homine, entrambi il- lustrati da Averroè; un De plantis. Edizioni: I testi arabi, con tr. sp. del De plantis, della Continuatio, del Regime e dell’Epistola in “al-Andalus,” 1940, 1942 1943, a cura di M. Asîn Patacios. Il testo e tr. del Regime, sempre a cura di Asin PaLacios, Madrid, 1948. Bibliografia: cfr. Gevea, p. 722; De Brie, nn. 22010a-22011e; De WuLF, II, p. 305. In particolare cfr.: M. Asîn Patacios, E! filbsofo zaragozano Avempace, “Rev. de Aragon,” 1900-1901. Inem, Un texto de Al-Farabi atribuido a Avempace por Moisés de Narbona, ibidem, 1942. U. A. FarrukH, [bn Bajja (Avempace) and the philosophy in the Moslem West, Beirut, 1945. D. M. Duntop, Ibn Bajjah's “Tadbir'! Mutawahhid” (Rule of Solitary), “Jour. R. Asiatic Soc.,” 1945. S. Munk, Mélanges de philosophie juive et arabe, cit., pp. 386-410. Aba Bekr Ibn Tufal Opere: Ci rimane soltanto il trattatello filosofico Hayy ibn Yagzan (dal nome del protagonista). Edizioni: Ed. e tr. fr. di L. GaurHieR, Beirut, 1936; tr. ingl. di S. Orcey, Il Cairo, 1905; di P. BrénnLE, Londra, 1904; tr. sp. di F. Pons Borcnes, Saragozza, 1900; di A. GonziLes Parencia, Madrid, 1934, 19482. Bibliografia: Cfr. Gever, p. 722; De Brie, nn. 21993-21994. M. Asîn Patacios, E! filosofo autodidacto, “Rev. de Aragon,” 1901. L. GautHIER, [bn Tufail. Sa vie, ses oeuvres, Parigi, 1909. C. A. Naztino, Filosofia “orientale” od “illuminativa” di Avicenna?, 564 Bibliografia “Riv. stud. orient.” 1925., ora in: Raccolta di scritti editi e inediti, VI, Roma, 1948, pp. 218-256. F. Garcia G6mez, Un cuento drabe fuente comin de Aben Tofail y de Gracidn, “Rev. Arch. Bibl. y Museos,” 1926 . Ipem, Una Oasida politica inédita de Ibn Tufail, “Rev. Inst. Egipcio de Est. islamicos,” 1953. Averroè Opere: L'elenco particolareggiato degli scritti in M. Bouvees, Notes sur les philosophes arabes connus des Latins au Moyen Age. V. Inventaires des textes arabes d'Averroès, “Mél. de l’Univ. St. Joseph,” Beirut, 1922-1923. Tra le opere scientifiche ricordiamo principalmente il Kulliyyat al-tibb [Prin- cipî generali di medicina]. Per gli scritti di filosofia distinguiamo: a) Trattati e scritti separati: 1) Fals al-magal watagrir ma bayna al- shasî wa al-higma min al-'ittisal [Sentenza risolutiva dichiarante il modo in cui -la filosofia è unita alla religione]; 2) al-Kashfan manahig aladillah fi‘aqaid al-milla wa ta'arif ma waqa'a fiha bishasb al-ta'wil min al-shubah wa al bida' al-mudhila [Svelamento del metodo di argomentare sui principî della religione e indicazione sull'ambiguità ed errori eretici dovuti all'interpreta- zione del testo sacro); 3) Damimat al mas'alat al-il algadim [Aggiunta al problema della conoscenza eternal; 4) Tahafut al Tahafut [L'incoerenza dell'incoerenza, confutazione di Algazali]; 5) Sulla possibilità della congiun- zione fra l'intelletto materiale e l'intelletto separato, conosciuto solo nella vers. ebraica medievale; 6) Soluzione del problema: eternità o creazione del mondo, conosciuto solo nella versione ebraica medioevale; b) Commenti aristotelici: 1) Commento Grande (shark o tasfir); 2) Commento media (talkhis); 3: Compendi o perifrasi (gavami' o mukhtasar) (Commenti a tutte le opere aristoteliche, eccettuata la Politica sostituita dalla Repubblica di Platone). c) Opere spurie: Tractatus de animae beatitudine, la cui prima parte esiste anche separatamente col titolo: Libellus seu epistola de connexione intellectus abstracti cum homine (e cfr. |. TeicHer, L'origine del “Tracta- tus De animae beatitudine” “Atti del XIX Cong. int. degli Orientalisti,” Roma, 1938, pp. 522-527). Edizioni: Ed. di a 1, 2, 3 a cura di M. J. Miner, Monaco, 1858 (e quindi le edd. Il Cairo, 1895-1896, 1910); ed. di 4 1, 3 con tr. fr. a cura di L. GaurHieR, Ibn Rochd (Averroès, Traité décisif [Fagl el-magal) sur lac cord de la religion et de la philosophie, suivi de l'Appendice [Dhamina], Algeri, 19483); ed. di a 3 con la tr. lat. di Raimondo Martin (sec. XIII) a cura di M. Asfn Patacios, in “Homenaje a Codera,” Saragozza, 1904; tr. integrali di 4 1, 2, 3: ted. di M. J. MùtLER, Philosophie und Theologie von Averroés (“Monumenta Saecularia” Bayer Akad. d. Wiss.), Minaco, 1875, ingl. di M. Jama-ur-REHMAN, The philosophy and theology of Averroes, 565 Bibliografia Baroda, 1921, sp. di M. ALonso, Teologia de Averroes, Madrid-Granada, 1947; Ed. crit. di a 4 di M. Bouxces in “Bibl. arab. Scholasticorum,” S. Arabe, III, Beirut, 1930; tr. ingl. di S. Van pen BercH, Londra, 1954; tr. spagn. parziale di C. Qurés, in “Pens.,” 1960; ed. di a 5 parziale con tr. ted. in'L. Hannes, Des Averroés Abhandlung: “Ueber die Mòoglichkeit der Conjunktion,” Halle, 1892; ed. di 4 6 in app. a M. Worms, Die Lehre von der Anfangslosigkeit der Welt bei den mittelalterlichen arabischen Philosophen (“Beitrige,” III, 4), Miinster, 1900. Ed. di & 1: Commento alla Metaphysica ed. crit. testo arabo, Tafsil ma ba'ad at-tabi'at di M. Bouxrces, in “Bibl. arab. Scholasticorum,” S. Araba, V-VII, Beirut, 1938-1948; De anima, ed. crit. tr. lat. medioevale, Commentarium magnum in “De anima” di F. Stuart Crawrorp; “Corpus Commentariorum Averrois in Aristotelem” della Mediaeval Academy of America, Vers. lat., VI, 1, Cambridge (Mass.), 1953. Ed. di © 2 Commento alle Categoriae, ed. crit. testo arabo, Talkhis kitab al-maqulat di M. Bouyces, in “Bibl. Arab. Scholasticorum,” S. Araba, III, Beirut, 1932; alla RAetorica, testo arabo a cura di F. Lasinio, Il Commento medio della Retorica di Aristotele, Firenze, 1875-1878 (incompiuta); alla Poetica, testo arabo a cura di F. Lasinio, Pisa, 1872 e ripubbl. da ’Aspuz- RAHAMAN BapHawi, Aristoteles, De Poetica, Il Cairo, 1953; al De generatione et corruptione, trad. dall’or. arabo e dal testo ebreo e versioni latine di S. KueLanp (“Corpus Comm. Averrois in Aristotelem,” Vers. anglica, IV, 1-2), Cambridge (Mass.), 1958; l’ed. del testo ebraico, sempre a cura del Kurtanp (“Corpus Comm. Averrois in Aristotelem,” Vers hebraic., N. 1-2), ibid., 1958. i . Ed. di 5 3: compendio di Physica, De caelo; De generatione, Meteorologi- ca, De anima, Metafisica nel testo arabo sotto il titolo: Rasa'il Ibn Rushd, Haiderabad, 1947; De anima (solo) in A. Faup AHwani, Talkhis, kitàb al- nafs, Il Cairo, 1950; Metafisica (soltanto) in M. aL-Qassani, Fiil tigat al- aquwail..., Il Cairo, 1903-1907 e con tr. sp. da C. Quiroz RopricuEz, AvERr- roes, Compendio de Metafisica, Madrid, 1919; tr. ted. di S. Van DEN BERGH, Leida, 1924; De sensu, testo arabo in A. BapHawt, Aristutalis fi al-nafs, Il Cairo, 1954, pp. 191-239; Parva naturalia, ed. crit. trad. lat. med. di A. L. SHieps (“Corpus Comm. Averrois in Aristotelem,” Vers. lat., VII), Cambridge (Mass.), 1949; ed. crit. tr. ebraica di H. BLumBerc (ibidem, Vers. hebraic., VII), ivi, 1954; Repubblica di Platone, ed crit. tr. ebr. med. di E. T. J. RosentHAL, Cambridge (Mass.), 1956; commpendio del De gencra- tione et corruptione in trad. ingl. insieme alla versione del “Commento me- dio,” cit. Ed. di c: la versione ebraica con tr. ted. in J. Hercz, Drei Abhandlun- gen tiber die Conjunktion des separaten Intellekts mit dem Menschen von Auverroés, Berlino, 1869. ‘Il Kelliyyat al-tib5 è stato pubblicato sotto il titolo Quitab e? Culliat, Larache, 1939. 566 Bibliografia Per le ed. medioevali latine dei commenti e delle opere filosofiche cfr. l’editio princeps delle Opera di Aristotele con i Commenti di Averroè: Aristotelis opera omnia, Averrois in ca opera commentarii, Padova, 1472, 1473, 1474, e in seguito le varie edd. cinquecentesche tra le quali le più complete sono quelle di Venezia, 1552 e quindi 1560 in 11 volumi. Bibliografia: Cfr. Gever, pp. 722-723; De Brie, nn. 21995-22009a; DE Wutr, l, pp. 306-307. In particolare si veda: E. RENAN, Averroès et l’averroisme, Parigi, 1852, 18612. F. Lasinio, Studi sopra Averroè, “Ann. Soc. ital. per gli Studi Orient.,” 1873, 1874; “Gior. Soc. Asiatica italiana,” 1897-1898, 1899. L. GauTHIER, La théorie d'Ibn Rochd (Averroès) sur les rapports de la reli- gion et de la philosophie, Parigi, 1909. P. Doncoeur, La religion et les maftres de l’Averroisme, “Rev. sc. philos. théol.,” 1911. P. S. Curist, The psychology of the active intellect of Averroes, Filadelfia, 1926. H. A. WotLrson, Plan of a Corpus Commentariorum Averrois in Aristotelem, “Speculum,” 1931. A. Mansion, La théorie aristotélicienne du temps chez les peripatéticiens médiévaux, Averroès, Albert, Thomas, “Rev. néosc. phil.,” 1934. J. TercHEr, Alberto Magno e il commento medio di Averroè sulla “Metafi- sica” “Studi ital. filol. class.,” 1934. M. Atonso, La cronologia en las obras de Averroes, “Misc. Comillas,” 1943. S. C. Tornay, Averroe's doctrine of the mind, “Philos. Rev.,” 1943. M. Atonso, Teologia de Averroes, Madrid-Granata, 1947. L. GautHIER, Ibn Rochd, Parigi, 1948. B. H. ZepLer, Averroes and immortality, “N. Schol.,” 1954. T. AtLarp, Le rationalisme d'Averroès d’après une étude sur la création, Parigi, 1955. R. Arnacpez, La pensée religieuse d’Averroès, “Stud. Islam.,” 1956-1957. R. AnceLIsanTI, Problema Dei existentiae in systemate Ibn Rusd, Gerusa- lemme, 1956. J. J. Housen, Ibn Rushd (Averroes) as a muslim philosopher, “Bijdragen,” 1958. C. J. DE Vocet, Averroés als verklaarder van Aristoteles en zijn invloed op het West-Europese denken, “Alg. Nederl. Tijdschr. Wissh. PsychoL,” 1957-1958. N. RescHER, Three commentaries of Averroes, “Rev. met.,” 1958-1959. S. Gomez Nocates, La immortalidad del alma a la luz de la noética de Averroes, “Pens.,” 1959. È Inem, El destino del hombre a la luz de la noética de Averroes, in L'homme et son destin, cit., pp. 285-304. 567 Bibliografia M. Cruz Hfrnannez, La libertad y la naturaleza social del hombre segùn Averroes, Ibidem, pp. 277-283. PH. MERLAN, Averroes iiber die Unsterblichkeit des Menschengeschlechtes, ibidem, pp. 305-311. Su Averroè scienziato cfr.: L. GaurtHiEr, Une réforme du système astronomique de Ptolomée, tentée par les philosophes arabes du XII siècle, “Jour. Asiatique,” 1909. G. GaBrIELI, Averroè come scienziato, “Arch. stor. sc.,” 1924. G. Sarton, Introduction to the History of Sciences, II, Baltimora, 1931, pp. 355-361. L. GaurHnIER, Antécédents gréco-arabes de la psycho-physique, Beirut, 1938. M. Atonso, Averroes observador de la naturaleza, “al-Andalus,” 1940. Capitolo secondo Filosofia ebraica Tra l'ampia bibliografia sull'argomento (cfr. Gerer, pp. 723-725; DE Brie, nn. 21613-21694; De Wutr, I, p. 307) citiamo solo i seguenti studi di carattere generale: D. NEUMAREK, Geschichte der jiidischen Philosophie des Mittelalters, Berlino, 1907-1928. I. Husrk, A History of Medieval Jewish Philosophy, Filadelfia, 1916, u. e. 1958. J. GurtMann, Die Philosophie des Judentums, Monaco, 1933. E. MitLer, History of Jewish Mysticism, Londra, 1946. E. BertoLA, La filosofia ebraica, Milano, 1947. G. Vagpa, Introduction è la pensée juive du moyen dge, Parigi, 1947. G. ScHoLEeM, Les grands courants de la mystique juive, tr. da l’ebr., Parigi, 1950. E. FLec, Anthologie juive, Parigi, 1953. T. Bomann, Das Hebraische Denken im Vergleich mit dem Griechischen, Gottinga, 19542. J. ApLer, Philosophy of Judaism, New York, 1960. Cfr. inoltre: S. Siunami, Bibliography of Jewish Bibliographies, Gerusalemme, 1936. G. Vaypa, Jidische Philosophie, fasc. 19, “Bibliographische Einfùhrungen in das Studium der Philos.,” Berna, 1950. Isacco Giudeo Opere: Si conservano nella tr. ebraica e latina il Liber definitionum (Sefer ha-Yèsod5t); il Liber Elementorum (Sefer ha-Hibbar) i trattati di 568 Bibliografia medicina; un Commento al Sefer Yèsiràh; due frammenti d’interpretazione biblica e un frammento del testo arabo del Liber definitionis. Edizioni: La versione latina in Opera Omnia Ysaac, Lione, 1515; ed. crit. a cura di J. T. Mucxte, in “Arch. Hist. doctr. litt. m. à.,” 1937-1938; la versione ebraica del Sefer ha-Hibbar, a cura di H. HirscHreeLD, in “Fest- gabe Steinschneider,” Lipsia, 1894; del Sefer ha-Yèsodat, a cura di S. FrieD, Drohobycz, 1900; il frammento arabo nell’ed. H. HrrscHreLp, in “Jewish Quart. Rev.,” 1903. Inoltre la trad. inglese delle opere a cura di A. ALTMANN e S. M. STERN, in Zsaac Israeli a neoplatonic philosopher of carly Xth cent., Fair Lawn (N. J.) - Londra, 1958. Bibliografia: Cfr. Gever, p. 725; De Brie, nn. 21698-21699. J. Gurrtmann, Die philosophischen Lehren des Isaak ben Salomon Isracli, Miinster, 1911. G. Sarton, Introduction to the History of Science, I, Baltimora, 1927, pp. 639-640 (ampia bibl.). H. A. Wotrson, Isaac Israeli on the Internal Senses, in Jewish studies in Memory of. G. Kohut, New York, 1935, pp. 583-598. Sa'adyah ben Yosef Opere: Kitab al’Amanat Wa'll'tigadat (Libro delle credenze religiose e dei dogmi); Commento al Sefer Yesiràh; Sefer ha-Émunot wè ha-Dot [Libro della credenza e delle opinioni], scritto in arabo. Edizioni: Les oeuvres complètes de Saadia, a cura di J. DERENBOURG, 6 voll. Parigi, 1893-1896; Commento al Sefer Yèsiràh, testo e tr. fr. di M. LAMBERT, Parigi, 1891; Sefer ha-Emzanot, testo arabo a cura di S. LaNDAUER, Leida, 1880; testo ebraico, ed. D. SLucki, Lipsia, 1864; tr. ingl. di R. Ro- SENBLATT, New Haven, 1948. Bibliografia: Cfr. Gever, pp. 725-726; De Brie, nn. 21700-21705; DE Wutr, I, p. 307. H. MALTER, Saadia Gaon. His life and Works, Filadelfia, 1921 (con bibl. fina al 1920). D. Neumark, Saadia's Philosophy. Sources Characters, in Essays in Jewisk Philosophy, 1929. M. Ventura, La philosophie de Saadia Gaon, Parigi, 1934. A. FreImann, Saadia's Bibliography, New York, 1943. A. Neuman-S. ZerrLin, Saadia Studies, Filadelfia, 1943. H. A. Wotrson, in “Jewish Quart. Rev.,” 1946-1947. Avicebron Opere: Anaq (Collana), poema quasi totalmente perduto: Zsl44 al Aklaq (Miglioramento dei caratteri morali); Mutkhar al-Giawahir (Scelta di perle, raccolta di sentenze di autori antichi); AzarotA (Prescrizioni, 613 norme Bibliografia riguardanti il codice biblico); Mégor Hayyim (Fonte della vita, secondo il titolo della tr. ebraica); Poesie. Si ricordano inoltre un Tractatus de esse e un Tractatus de scientia voluntatis, perduti, e il Keter Malkat (Corona re- gale), poema filosofico particolarmente importante. Non sicura l'autenticità di un De anima (solo in tr. lat.). Edizioni: Fons vitae: parafrasi ebraica in S. Munx, Mélanges de philos. juive et arabe, nuova ed., Parigi, 1955; tr. lat. in CL. BAEUMKER, Avencem- brolis Fons vitae (“Beitrige,” I, 24); Miinster, 1892-1895; Isleh: testo arabo e tr. ingl. a cura di S. Wise, New York, 1901; Scelta di perle, tr. ingl. di A. CoÙen, ivi, 1925; Poesie, la raccolta più completa a cura di Ch. N. Bratik-J. Ch. Rawnrrzkr, 3 voll., Berlino-Tel Aviv, 1924-1929; nuova ed. int. di cui è uscito solo il I vol.: H. ScHmmann, Sirim nibhrim S. |. Gaon, Tel Aviv, 1944; antologia con tr. ingl. in J. Davipson, Selected Re- ligious Poems of S. I. Gebirol, Filadelfia, 1923; nuova ed., 1944; Corona reale, in Davipson, cit., e testo e intr. a cura di A. CHouraou, in “Rev. thom.,” 1952; tr. fr. di P. Vuirtaro, Parigi, 1953; De anima in A. LoEWENTHAL, Pscudo-Aristoteles îiber die Scele. Ein psichol. Schrift d. XI ]ahrh. u. ihre Beziechung zu S. i. Gebirol, Berlino, 1891. Bibliografia: Cfr. Gerer, p. 726; DE Brie, nn. 21708; DE WutrF, I, p. 307. J. GurtMann, Die philosophie des S. I. Gebirol, Gottinga, 1889. D. Rosin, The Ethics of S. I. Gebirol, “Jewish Quart. Rev.,” 1891. D. KaurMmann, Studien iiber S. I. Gebirol, Budapest, 1899. S. Horowirz, Die Psychologie I. Gebirols, “Jah.ber. des Jiid. in Theol. Seminars,” Breslavia, 1900. M. Wirrmann, Die Stellung d. hl. Thomas von Aquin zu Avencebrol, (“Bci- trige,” III, 3), Miinster, 1900. Ipem, Zur Stellung Avencebrols (Ib Gebirols) im Entwicklungsgang der arabischen Philosophie (“Beitrige,” V, 1), Miinster, 1905. K. DrevEr, Die religiose Gedankenwelt des Salomo ibn Gabirol, Berlino, 1930. M. BieLEr, Der gotiliche Wille bei Gabirol, Wiirzburg, 1933. A. HerscHet, Der Begriff der Einheit in der Philosophie Gabirols, “Monat- schrift f. Gesch. u. Wiss. des Judentums,” 1938. J. M. MitLàs Vatticrosa, Selomo ibn Gabirol como poeta y filésofo, Madrid- Barcellona, 1945. E. BertoLa, Il Keter Malkut di S. i. Gebirol, in Saggi e studi di filosofia medioevale, Padova, 1951, pp. 107-117. Ipem, S. i. Gebirol (Avicebron). Vita, opere e pensiero, Padova, 1953. F. Brunner, Str l'Aylémorphisme d'Ibn Gebirol, “Étud. philos.,” 1953. H. Simon, Das Weltbild Gabirols. Seine Bedeutung fiir die Geschichte der Philosophie, “Zeitschr. Humboldt Univ. z. Berlin,” 1956-1957. 570 Bibliografia Maimonide Opere: Tra le numerose opere religiose, giuridiche, scientifiche ricordia- mo: un Trattato di terminologia logica; una Parafrasi del Talmud; un Trattato sul calendario ebraico; la Lettera di consolazione agli Ebrei lapsi, vari scritti di medicina. Ma gli scritti pil interessanti dal punto di vista filosofico sono: il Maor (Luce, commento alla Mishnah, scritto in arabo nel 1168; Mishneh Torah (La tradizione della Legge); un Codice di prescri- zioni, scritto intorno al 1180 e il Morzh Nèbzkim (La guida dei dubbiosi), scritto in arabo nel 1170. Edizioni: Morzh nèbakim, ed. di S. Munk (testo arabo in caratteri ebraici), Le guide des égarés (con tr. fr. e note), Parigi, 1865-1866, nuova ed., Gerusalemme, 1931; tr. it. di D. J. Maroni, Livorno, 1871 (incompiuta); tr. ingl. di M. FriepLANDER, Londra, 1881-1885, 2. ed., New York, 1925 e di J. GurTMANN, ivi, 1952; trad. ted. di A. WrIss, Lipsia, 1923-1924; trad. sp. di J. Suarez, Madrid, 1935. Per le altre tr. e edd. cfr. U. Cassuto, s.v., in “Enc. Ital.,” XXI, 951-952. Ricordiamo inoltre la tr. fr. della Terminologia logica, Parigi, 1935; e quella ingl. del Codice, New Haven, 1951 sgg. Bibliografia: Cfr. Gever, pp. 727-728; De Brie, nn. 21713-21807; Ds Wutr, I, pp. 307-308. D. YeLcin - I. AsraHams, Maimonides, Londra, 1903, rist. 1935, tr. it. Firenze, 1923. W. BacHeEr, M. Brann, D. Simonsen, Moses ben Maimon, Francoforte, 1908- 1914. L. G. Levy, Maimonide, Parigi, 1911, rist., 1931. J. Minz, Moses ben Maimon (Maimonides). Sein Leben und seine Werke, Francoforte s. M., 1912. . M. T. Penipo, Les attributs de Dieu d'aprèòs Maimonide, “Rev. néosc. philos.,” 1924. L. GutkowrrscH, Das Wesen des maimonichschen Lehre, Tartu, 1935. A. HescHeL, Maimonides. Eine Biographie, Berlino, 1935. L. Strauss, Philosophie und Gesetz. Beitràge zum Verstindnis Maimunis und seiner Vorliufer, Berlino, 1935. F. Bamgercer, Das System des Maimonides..., Berlino, 1935. L. Rota, The Guide for the perplexed. Moses Maimonide, Londra, 1948. H. Sfrouya, Maimonide. Sa vie, son ocuvre, avec un exposé de sa philoso- phie, Parigi, 1951. IpeM, La obra filosbfica de Maimonides, “Rev. filos.,” 1956. A. ALTMANN, Essence and existence in Maimonides, “Bull. J. Rylands Libr.,” 1953. M. FakHry, The “Antinomy” of the Eternity of World in Averroes, Maimo- nides und Aquinas, “Muséon,” 1953. W. KLuxEn, Literargesch. zum lat. M. Maimonide, “Rech. théol. anc. méd.,” 1954. 57! Bibliografia Inem, Maimonides und die Hochscholastik, “Philos. Jahrb.,” 1954. L. Baeck, Maimonides, Diisseldorf, 1954. S. Zerrin, Maimonides, New York, 19552, L. H. KenpziersKI, Maimonides Interpretation of the VIII Book of Ari- stotle's “Physics” “N. Schol.,” 1956. J. S. Munkin, World of Moses Maimonides, New York, 1957. A. Zaovi, Maimonide: Le livre de la Connaissance, (Frammenti tradotti e commentati), “Mé€I. philos. litt. juives,” I-II, 1957. C. KLEIN, The Credo of Maimonides, New York, 1958. Sugli aspetti più spiccatamente teologici cfr. inoltre: H. A. WoLrson, in “Essays and Studies in Mem. of L. R. Miller, New York, 1938, pp. 201-234; “Harvard Theol. Rev.,” 1938; “L. Giurberg Jubilee Volume Engl. Sect.,” New York, 1945, pp. 411-446. Una bibliografia completa in lingua inglese in: I. EpstEIN, Moses Maimonides, in VIII Centenary Memorial Volume, Lon- dra, 1935. Sulla Cabbala Oltre alle numerose indicazioni contenute nei volumi già cit. dello ScHoLem e del Vagpa si veda: E. Zoni, Profetismo e misticismo, nel vol. Israele, Udine, 1935. F. WarRraIN, La théodicée de la Kabbale, Parigi, 1952. R. B. Z. Bosker, From the World of the Cabbalah, New York, 1954. F. Barpon, Der Schiissel zur wahren Quabbalah. Der Quabbalist als voll Kommener Herrscher in Mikro- und Makrokosmos, Friburgo, 1957. A. Sarran, La Cabale, Parigi, 1960. 572 Parte quarta Capitolo primo Sulle versioni latine delle opere greche, arabe ed ebraiche cfr. in gene- rale: De Wutr, I, pp. 81-83; II, pp. 55-60. In particolare cfr.: A. Jourpain, Recherches critiques sur l'dge et l'origine des traductions latines d' Aristote, Parigi, 1819, n. ed. ibidem, 1843. V. Rose, Die Liicke im Diogenes Laertius und der alte Uebersetzer, “Her- mes,” 1866. Ipem, Ptolomacus und die Schule von Toledo, Ibidem, 1874. F. WisrenFELD, Die Uebersetzungen Arab. Werke in das Lateinische seit die XI Jahrb., “*Abhandl. Kgl. Gesellschaft d. Wissenschaften zu Got tingen,” Bd. 22, Gottinga, 1877. M. Sreinscunemer, Die hebraischen Uebersetzungen d. Mittelalters und die ]uden als Dolmetscher, Berlino, 1893. IpeMm, Die arabischen Uebersetzungen aus d. Griechischen, “Zentralblatt fir Bibliothekswesen,” Beiheft V, 2; XII, Lipsia 1889, 1893. Ipem, Die europiischen Uebers. aus d. arabischen bis mitte d. XVII Jahrk. “Sitzber. K. Akad. d. Wissen. Philos.-hist. K1.,” Vienna, 1905-1906. M. Grasmann, Forschungen tiber die lat. Aristoteles-ibersetzungen d. XIII Jahrh., (“Beitrige, XVII, 5-6), Miinster, 1916. S. D. Wincate, The Medioeval Latin Versions of the Aristotelian Scientific Corpus, with special reference to the biological Works, Londra, 1931. H. BéporeT, Les premiòres traductions tolédanes de philosophie, “Rev. néosc. philos.,” 1938. G. TuÙry, Tolède, ville de la renaissance médiévale, point de jonction entre la philosophie musulmane et la pensée chrétienne, Orano, 1944. U. MonnerET DE ViLLaro, Lo studio dell'Islam in Europa nel XII e XIII secolo, Città del Vaticano, 1944. J. T. MucxLEe, Greek Works translated direcily into Latin before 1350, “Med. Stud.,” 1943, R. Waxzer, Arabic transmission of greek thought to mediacval Europa, “Bull. of the John Rylands Library,” 1945. 573 Bibliografia F. PeLsrer, Neuere Forschungen iber die Aristotelesiibersetzungen des XII und XIII Jahrh., kritische Uebersicht, “Greg.” 1949. G. TuHéry, Notes indicatrices pour s'orienter dans l'étude des traductions médiévales, “Mél. Maréchal,” II, 1950. Sugli inizi della fortuna dell’“ Aristotele latino”: A. PeLzer, Les versions latines des ouvrages de morale conservées sous le nom d'Aristote en usage au XIII siècle, “Rev. néosc. philos.,” 1921. A. 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"I Adelardo di Bath Opere: Perdifficiles quaestiones naturales; De codem et diverso (ed. H. Wiccner, in “Beitrige,y” IV, I, Miinster, 1903); traduzioni dall'arabo (Eu- clide, a-Khuwarizmi). Bibliografia: M. Mutter, Die “Quaestiones” des A. v. Bath (“Beitrigey” XXI, 1), Miin- ster, 1934. F. BLIEMETZRIEDER, A. v. Bath, Monaco, 1935. M. CLacett, The mediev. lat. transl. from the arabic». with special emphasis on the versions of A. of Bath, “Isis,” 1953. Domenico Gundissalvi Opere: De anima; De Unitate; De processione mundi; De divisione phi- losophiae. Gli è attribuito anche un De immortalitate animae. Traduzioni: La Kitàb ash-Sifa di Avicenna; le Intenzioni dei filosofi di aL-GAzzaLI; il De ortu scientiarum di A-raraBi; il Fons vitae di AviceBRON. 574 Bibliografia Fdizioni: De anima (parziale) a cura di A. LoewentHAL, Kònigsberg, Berlino, 1890, e in Pseudo-Aristoteles iber die Seele, cine psychologische Schrift d. XII Jahrh. u. ihre Beziehungen 2. Salomon ibn Gebirol, Berlino, 1891; il De divisione philosophiae, a cura di L. Baur (“Beitrige,” IV, 2-3), Miinster, 1903; il De divisione scientiarum, a cura di S. H. THomson, “Schol.,” 1933; ed. A. ALonso, Madrid-Granada, 1954; il De unitate, a cura di P. Correns, (“Beitrige,” I, 1), Miinster, 1891, rist. in A. BoniLLa y San MaR- tIN, Hist. de la filos. espatiola, I, pp. 450-456; il De processione mundi, ed. MenenpEz y Petavo, in Hist. de los heterodoxos espafioles, I, Madrid, 1880 pp. 691-711 e a cura di G. BiiLow (“Beitrige,” II, 3), Miinster, 1897. Bibliografia: cfr. Gerer, pp. 729-730; De Brie, nn. 5472-5476; De WutF, II, p. 74. CL. BAEUMKER, Les éerits philosophiques de D. Gundissalinus, “Rev. thom.,” 1897. Inem, D. Gundissal. als philosophischer Schriftsteller, Friburgo 1898 e Miinster 1899, A. Levi, La partizione della filosofia pratica in un trattato medioevale, “Atti R. Ist. Veneto,” t. LXVII, P. II, 1908. L. Garcia Favos, E! Colegio de traductores de Tolego y Domingo Gun- disaluo, “Rev. de la Biblioteca... de Madrid,” 1932. ). TercHER, Gundissalino e l'agostinismo avicennizzante, “Riv. filos. neosc.,” 1934. H. Béporer, Les premières versions tolédanes de philos., “Rev. néosc. philos.,” 1938. D. A. Catcus, Gundissalinus “De Anima” and the problem of substantial form, “N. Schol.,” 1939. J. T. Muckte, The Treatise “De anima” of D. Gundiss., “Med. Stud.,” 1940. M. Atonso, Notas sobre los traductores toledanos. D. Gundiss. y Juan Hi- spano, “al-Andalus,” 1943. IpeM, Las fuentes litérarias de D. Gundiss., ibidem, 1946. IpeMm, Traducciones del arcediano D. Gundiss., ibidem, 1947. Ipem, Domingo Gundissalvi y el “De causis primis et secundis” “Est. Eccl.,” 1947. Inpem, Gundissalvo y el Tractatus de anima, “Pensam.,” 1948. A. H. CHroust, The Definitions of Philosophy in the “De divisione phi- losophiae” of Dominicus Gundissalinus, “N. Schol.,” 1951. Alfredo di Sareshel Opere: De motu cordis; traduzione del De vegetalibus (falsamente attribuito ad Aristotele), e del Liber de congelatis di Avicenna. Bibliografia: Cfr. GevER, p. 731; De Brie, n. 5467; DE Wutr, II, p. 74. Bibliografia In particolare v.: A. PeLzER, Une source inconnue de Roger Bacon, A. de Sareshel commen- tateur des Méttorologiques d'Aristote, “Arch. franc. hist.,” 1919, pp. 44-67. CL. BaeuMKER, Die Stellung des A. von Sareshel und seiner Schrift “De motu cordis” in der Wissenschaft des beginnenden XIll ]ahrh., “Sitzber. Bayer Akad. Philos. Hist. Kl.,” 1913. Ipem, Des A. von Sareshel (Alfredus Anglicus) Schrift “De motu cordis,” (“Beitrige,” XXIII, 1-2), Miinster, 1923 (con ed.) G. LacomBe, A. Anglicus in Metheora, in Aus der Geisteswelt des Mittel- alters, Miinster, 1935, pp. 463-71. Giovanni Ibn Dahut (di Spagna). Traduzioni: Fons vitae di AviceBRoN; De anima di Avicenna; De dif- ferentia animae di Qusta IBN Luca (la prima in coll. con il Gundissalvi). Bibliografia: cfr Gever, p. 724; De Brie, n. 5481; De Wutr, II, p. 59. M. SreiscHNEMER, Die hebriischen Ubersetzungen, cit. M. Atonso, Notas sobre los traductores toledanos..., cit. J. M. MîfLLas Vatticrosa, Una obra astronémica disconocida de Johannes Avendaut Hispanus, in Estudios sobre la historia de la ciencia espafiola, Barcellona, 1949, pp. 263-288. M. Atonso, Traducciones del drabe al latin por Juan Hispano (Ibn Dawînd), “al-Andalus,” 1952. M. T. p'ALverny, Avendauth, “Misc. Millis Vallicrosa” Barcellona, 1954. Gerardo da Cremona Traduzioni: Da AristotELE: la Fisica, Secondi Analitici col Commento di Temistio, De Caelo et mundo; Metcor. I-III; De generatione et corruptio- ne; Testi pseudarist.: Liber de causis, De intellectu, De quinque essentiis. Opere di ALEssanDRO DI Arropisia, aL-FARABI, Isacco Giupeo. Tradusse inol- tre numerosi scritti scientifici: Canone di Avicenna; Elementi di EucLIDE; Almagesto di Tolomeo, ecc. Bibliografia: cfr. Gever, p. 728; De Brie, n. 5478; DE WutF, II, p. 56. In particolare cfr.: A. BrrkenMmaJer, Eine wiedergefundene Ucbersetzung Gerhards von Cre- mona, in Aus der Geisteswelt des Mittelalters, cit.. H. Béporet, Les premières versions tolédanes, cit. Inem, L'auteur et le traducteur du Liber de causis, “Rev. néosc. philos.,” 1938 E. FrancescHINI, /) contributo dell'Italia alla trasmissione del pensiero greco in Occidente nei secc. XII e XIII e la questione di Giacomo Chie- rico da Venezia, “Atti Soc. ital. progr. sc.,” Roma, 1938. 576 Bibliografia Themistius parafrasis of the Posterior Analytics in Gerardo of Cremona's translation, ed. ]}. R. O°DonnEL, “Med. Stud.,” 1958. O Sull’attività scientifica di Gerardo cfr. inoltre: B. Boncompacni, Della vita e delle opere di Gerardo cremonese, Roma, 1851; U. T. HoLmEs, G. the naturalist, “Spec.,” 1936. Michele Scoto Traduzioni: De Sphaera di ALpetRAcio (Bologna, 1495, Venezia, 1631); i XIX libri De animalibus di AristorELE; De caelo et mundo; De anima e, probabilmente, anche la PAysica e la Metaphysica con i commenti di AverRoÈ che egli fece conoscere per primo in Occidente (ed. Venezia, 1550-1552). Opere: a) filosofiche: Divisio philosophiae (frammenti); Quaestiones Nicolai peripatetici. 6) astrologiche: Liber introductorius; Liber de particularibus; Physio- nomta (in Scriptores Physiognomici, I, Lipsia, 1893). Bibliografia: cfr. Gever, p. 731; De Wutr, II, p. 56. W. J. Brown, An Enquire into the Life and Legend of M. Scottus, Edim- burgo, 1897. R. Rupserc, Textstudien zur Tiergeschichte d. Aristoteles, Upsala, 1908. Ipem, Kleinere Aristoteles Fragen, “Eranos,” 1908, 1909, 1912. P. DuHEM, Le système du monde, cit., III, pp. 241-249, 344-347. Cu. H. Haskins, Studies in the History of Medievale Science, Cambridge (Mass.), 19272, pp. 272-298. L. THornpiKE, A History of magic and experimental science, II, cit., pp. 307-337. i R. pe Vaux, La première entrée d’Averroès chez les latins, “Rev. sc. philos. théol.,” 1933. M. KurpziaLeK, Quaestiones Nicolai peripatetici, “Maed. Philos. Polonorum” (Varsavia), 1958. Enrico Aristippo Traduzioni: Tutte le Opere di Gregorio NazianzeNO; DiocENE, LAERZIO; il IV dei Meteorol. e forse anche il De generatione et corruptione e gli Ana- lytici secondi; il Menone e il Fedone di PLatone. Tradusse inoltre la Sin- tassi matematica e, con l’aiuto di Eugenio di Palermo, l’Almagesto. Edd.: V. KorpentER-C. Lasowsky, Meno interprete Henrico Aristippo, Londra, 1940; L. Minto-PaLueLLo-H. J. Drossaart LuLors, Phaedro interprete Henrico Aristippo, Londra, 1950. Bibliografia: De Wutr, II, pp. 58. Cu. H. Haskins, Studies in the History of Medieval Science, cit. pp. 87-123. M. T. Manpatari, Enrico Aristippo Arcidiacono di Catania nella vita cultu- rale e politica del XII sec., “Bull. stor. catanese,” 1939. 577 Bibliografia L. Minio-PaLuetto, Henry Aristippo, Guillaume de Moerbeke et les tra- ductions latines médiévales de “Méséréologiques” et du “De generatione et corruptione,” “Rev. philos. Louvain,” 1947. Ipem, Les “trois redactions” de la traduction médievale greco-latine du “De Generatione et corruptione” d'Aristote, “Rev. philos. Louvain,” 1950. Amalrico di Bène e David di Dinant Bibliografia: cfr. Gever, pp. 706-707; De Wutr, I, p. 242. V. P. DuHEM, Le système du monde, cit., V, pp. 244-249. G. THiéry, Essai sur David de Dinant d'après Albert le Grand et St. Thomas, “ME. thom.,” 1923. Ipem, Autour du décret de 1210: I. David de Dinant. Étude sur son panthéisme maiérialiste, Parigi, 1925. G. C. CaretLe, Autour du décret de 1210; III. Amaury de Bène. Étude sur. son panthéisme formel, Parigi, 1932. CL. BAEUMKER, Contra Amaurianos (“Beitrige,” XXIV, 5-6) Miinster, 1926. A. BirRKENMAJER, Découverte de fragments mss. de David de Dinant, “Rev. néosc. philos.,” 1933. R. Arnou, Quelques idées néoplatoniciennes de David de Dinant, in “Festgabe J. Geyser,” 1930. M. Dar Pra, Amalrico di Bène, Milano, 1951. M. T. p'ALverny, Un fragment du procès des Amauriciens, “Arch. Hist. doctr. litt. m. à.,” 1953. M. KurpziaLEK, Fragments des “Quaestiones naturales” de David de Dinant, “Mediaevalia Philosophica Polonorum” (Varsavia), 1958. Sulla reazione all’entrata dei testi aristotelici ed arabi cfr.: M. GRABMANN, / divieti ecclesiastici di Aristotele sotto Innocenzo III e Gre- gorio IX (“Miscell. hist. pontif.,” V, 7) Roma, 1941. Guglielmo di Moerbecke Traduzioni: dal greco: De coelo et mundo (Il. III-IV, 1260); Meseoro- logica (Il. I-III, 1260 ca.); Mesaphysica (1. XI); Politica (Il. III-VIII, forse 1260); R&etorica; De animalibus (21 1l.); Poetica (1278). Tradusse inoltre i sottoelencati commenti ad Aristotele coi relativi testi aristotelici; Periherme- neias (Ammonio, 1268); Praedicamenta (Simplicio, 1266); De caelo et mundo (Simplicio, 1271); De sensu er sensato (Alessandro di Afrodisia, 1269); Meta- physica (Alessandro, 1260); De anima (Temistio, 1268); L. III De anima (Gio- vanni Filopono). Rivide inoltre molte tradd. già esistenti di testi aristotelici: De anima (prima del 1268); De memoria et reminiscentia; Physica (1260- 1270); IV Metseorol.; Metaphysica (eccetto il 1. XI tradotto da lui per la prima volta); Ezhica Nic. (1260 ca.); I-II Politicorum; Analytica posteriora; 578 Bibliografia Elenchi sophystici; probabilmente anche il De generazione et corruptione € i Parva naturalia. Tradusse inoltre l’Elementatio theologica e altri opuscoli di ProcLo. Bibliografia: cfr. Gever, p. 728; De Brie, nn. 2453, 3601, 4986, 4988, 5005, 57135; DE Wute, II, p. 290. E. FrancESscHINI, Aristotele nel M. E. latino, cit. G. Lacomse, in “Corpus philosophorum Medii Aevi. Aristoteles latinus,” Roma, 1939. M. GraBMann, Guglielmo di Moerbecke, il traduttore delle opere di Aristo- tele, (“Miscell. hist. pontif.,” XI, 20), Roma, 1546 (con bibl.). L. Minio PaLuvetto, Guglielmo di Moerbecke, traduttore della Poetica di Aristotele, “Riv. filos. neosc.,” 1947. IpeMm, Note sull’Aristotele latino medioevale cit., ibidem, 1952. CL. VANSTEENKISTE, Procli elementatio theologica translata a G. de Moer- becke (con testo), “Tijdschr. Philos.,” 1951, 1952. G. VERBEKE, G. de Moerbecke traducteur de Jean Philoponus, “Rev. philos Louvain,” 1951. Ipem, G. de Moerbecke traducteur de Proclus, “Rev. philos. Louvain,” 1953. Capitolo secondo Sulle Università H. DenirLEe, Die Entstehung der Universitàten des Mittelalters bis 1400, Berlino, 1885; rist., 1956. Ipem, Die Universitàten des Mittelalters, Berlino, 1885. Ipem, Les Universités frangaises au moyen dge, Parigi, 1892. H. DenieLE - A. CHATELAIN, Charsiularium Universitatis parisiensis, Parigi, 1889-1897. Actuarium Chartularii Universitatis parisiensis, voll. I e II a cura di De- NIFLE © CHATELAIN, Parigi, 1894-1897; voli. IV e V a cura di CH. Sa- MARAN e E. A. Van Moè, Parigi, 1935-1942. A. CLERVAL, Les écoles de Chartres au moyen-dge, cit. H. RasHparc, The universities of Europe in the middle ages, Oxford, 1895, 1936 (ediz. a cura di F. M. Powicke e A. B. Enpen). M. GruBMann, Geschichte der scholastischen Methode, cit., passim. L. I. Paetow, The Arts course of mediaeval Universities, with special references to Grammar and Retoric, Univ. of Illinois Bull., 1910. R. S. RaiT, Life in the mediaeval university, Cambridge, 1912. A. F. LeacH, The Schools of mediaeval England, Oxford, 1916. A. Dempr, Die Haupiform mittelalterlichen Weltanschauung, Monaco, 1925. P. Giorieux, La litiérature quodlibétique de 1260 è 1320, “Bibl. thom.,” 1925, 1935. 574) Bibliografia R. M. MARTIN, Arts libéraux, in D.H.G.E., IV, 1930. L. HaLpHÙien, Les universités au XIII siècle, “Rev. hist.,” 1930, 1931. Statuta antiqua Universitatis Oxoniensis (ed. S. Gibson), Oxford, 1931. F. ExrLE, / più antichi statuti della facoltà teologica dell'università di Bologna, Bologna, 1932. P. GLorieux, Répertoire des maîtres en théologie de Paris au XIII* siècle, cit. Parigi, 1933-34. S. D’Irsao, Histoire des Universités frangaises et étrangères, Parigi, 1933-1935. A. G. LirtLe-F. PeLstER, Oxford theology and theologians A. D. 1282-1302, Oxford, 1934. N. ScHacHnEr, The mediaeval Universities, New York, 1938. P. Kisre, The Nations in the Mediaeval Universities, Cambridge, 1948. F. van STEENBERGHEN, L'organisation des études au Moyen Age et ses réper- cussions sur le mouvement philosophique, “Rev. philos. Louvain,” 1954. A. MaIER, Internationale Bezichungen an spitmittelal. Universitàten, “Bei- trage 2. auslandischen Recht u. Vélkerrecht,” Colonia-Berlino, 1954, H. 29. Sugli Ordini mendicanti e la loro organizzazione scolastica a) Francescani A. G. LirtLe, The Grey Friars in Oxford, Oxford, 1892. H. FeLper, Geschichte der Wissenschaft. Studien im Franziskanerorden bis um die mitte des XIII ]ahrh., Friburgo, 1904. A. G. LittLE, The franciscan school at Oxford, “Arch. Franc. hist.,” 1926. E. Gitson, La philosophie franciscaine, in St. Frangois d'Assise, Parigi, 1927. D. E. SHarp, Franciscan philosophy at Oxford in the Thirteenth century, Oxford, 1930. - F. pe SESSEVALE, Histoire générale de l'Urdre de S. Frangois, I. Le moyen dge, Parigi, 1935. V. Doucet, Mattres franciscains de Paris, Quaracchi (Firenze), 1935. Pu. BoHNER, The history of franciscan school, New York, 1945-1946. Expositio quatuor magistrum, a cura di L. OLicer, Roma, 1950. F. Bertoni, Lo spunto della filosofia francescana, “Stud. franc.,” 1957. b) Domenicani P. Manponnet, Frères Précheurs. La théologie dans l'ordre des Frères Pre., in DThC., IV, 863-924. P. Mormier, Histoire des maftres généraux de l'ordre des Frères Précheurs, Parigi, 1903-1911. P. ManponneT, S. Dominique. L'idée, l'homme et l'oeuvre, Gand, 1921, Pa- rigi, 19382. P. ExrLE, S. Domenico, le origini del primo Studio generale, “Miscell. domenicana,” Roma, 1923. A. Watz, Studi domenicani, Roma, 1939. M. H. Vicarre, S. Dominique de Calarnega, Parigi, 1955. 580 Bibliografia Su tutto il movimento scolastico del XIII sec. M. D. CÒÙenu, La théologie comme science au XIII siècle, Parigi, 1957}. A. Forest, F. van STEENBERGHEN, M. DE GanpiLLac, Le mouvement doctri- nal du IX au XIV siècle, vol. XIII dell’Histoire de l'Église, di A. FLicHE, e E. Jarry, Parigi, 1951. Cfr. inoltre, in generale, la documentazione raccolta in: P. GLorieux, Répertoire des maîtres en théologie de Paris au XIII‘ siècle, cit. Capitolo terzo Pietro di Poitiers Opere: Libri quinque Sententiarum Edizioni: P.L. 211; PH. S. Moore, J. N. Garin, M. DuLonc, Sententiae Petri Pictaviensis ll. I et II, “Pubblications in Med. Stud.,” 7 e 11, Notre Dame (Ind.), 1943-50; Allegoriae super tabernaculum Moysi, ibidem, 1938. Bibliografia: Cfr. GevER, pp. 711-712; De Brie, nn. 5488-5492; De WuLP, I. pp 250-251. in particolare v.: M. GrABMANN, Gesch. d. schol. Methode, cit., I e II. P. GiLorieux, Répertoire des maîtres en théol. de Paris au XIII siècle, cit. N. June, in DThC, XII, 2038-40. PH. S. Moore, The Works of P. of Poitiers, Washington, 1936. A. Lanperar, P. v. Poitiers und die Quaestionenliteratur des 12 Jahrh., “Philos. Jahrb., 1939, pp. 202-22, 348-58. ° Guglielmo di Auxerre Opere: Summa theologica: incerta l'attribuzione di un commento al- l’Anticlaudianus di Alano di Lilla. Edd.: Parigi, 1500, 1518, Venezia 1591. Bibliografia: cfr. Gever, pp. 730-731; De Brie, nn. 5519-5521, 5574; DE Wutr, II, pp. 78-79. In particolare v.: A. Lanpcrar, Beobachtungen zur Einflusssphire Wilhelms von Auxerre, “Zeitsch. f. ath. Theol.,” 1928. G. Ottaviano, Guglielmo d'Auzxerre. La vita, le opere, il pensiero, Roma, 1929 (con bibl.). P. Grorieux, Répertoire des maftres en théologie de Paris au XIII“ siècle, cit. 581 Bibliografia P. Lackas, Die Ethik des W. v. Auxerre. Beitrige zu ihrer Wiirdigung, Ahrweiler, 1939. N. Fries, Urgerechtigkeit, Fall und Erbsunde nach Pripositin von Cremona und Wilhelm von Auxerre, Friburgo, 1940. O. LottIn, Psychologie et morale aux XII et XIII° siècles, cit., I, pp. 63-69. A. Masnovo, Da Guglielmo d'Auvergne a s. Tommaso d'Aquino, I, Milano, 19452, c. 2. J. VanwiysnBERGHE, De biechtleer van Wilhelm van Auxerre in het licht der vroegscholastiek, “Stud. Cath.,” 1952. Guglielmo di Alvernia Opere: Magisterium divinale; De immortalitate animae; De bono et malo e altri piccoli trattati. Edizioni: Opera omnia, Norimberga, 1496, Venezia 1591, ed. B. LeFERON, ? voll., Orleans, 1674-75; De immortalitate animae. ed. G. BiLow (“Beitrige,” "I. 3, append.), Miinster, 1897, 19252, Tractatus de bono et malo, ed. J. R. O'DonneL, “Med. Stud.” 1946, pp. 245-99; Tractatus secundus de bono et malo (ed. O'DonneL, ibidem, 1954, pp. 219-271. Biblioerafia: cfr. Gever, pp. 730-731; De Brie, nn. 5459-4563; De WuLE, II, pp. 87-88. In particolare v.: N. Vators, G. d'Auvergne. Sa vie et ses oeuvres, Parigi, 1880. M. Baumcartner, Die Erkenntnislehre des W. v. A. (“Beitrige,” II, 1), Miinster, 1893. S. ScHINDELE, Beitrige zur Metaphysik des W. v. A., Monaco, 1900. P. Duxem. Le svstème du monde, cit., III, pp. 249-250: V, pp. 262-264, 266-285. 337-340; VII, pp. 576-577; IX, pp. 7-13, 15-18, 109-110; X, pp. 27, 186. T. Kramp, Des W. von Auvergne Magisterium divinale, “Greg.” 1920, 1921. E. Loneprt, G. d’Auvergne et l'école franciscaine de Paris, “France franc.,” 1922. E. Girson, Pourquoi st. Thomas a critiqué st. Augustin, “Arch. Hist. doct. litt. m. 4.,” 1946. B. Lanpry, L'originalité de G. d'Auvergne, “Rev. hist. philos.,” 1929. A. Masnovo, Da Guglielmo d'Auxerre a s. Tommaso d'Aquino, Milano, 1930-46. E. Girson, La notion d'existence chez G. d'Auvergne, “Arch. Hist. doctr. litt. m. &.,” 1946. Ipem, “Magisterium divinale” de G. d'Auvergne, “Rev. m. &. lat.,” 1947. P. Grorieux, Le Tractatus novus de Poenitentia de G. d'Auvergne, “Misc. Moralia Janssen,” 1949. A. Forest, G. d’A. critique d'Aristote, “Étud. méd. offertes è A. Fliche,” Parigi, 1952, pp. 67-79. 582 Bartolomeo da Bologna Opere: Tractatus de Luce, numerosi sermoni e questioni disputate. Bibliografia: Cfr. Gever, p. 732; De Brie, nn. 5459-4463; DE WuLF, Il, p. 269. In particolare: E. Loncpré, Bartolomeo da Bologna, un maestro francescano del sec. XIII, “Stud. franc.” 1923, pp. 365-84. 1. Souaprani, Tractatus de Luce fr. B. da B., “Ant.,” 1932, pp. 201-38, 337-76, 465-94 (ed.). M. Micxsorr, “Quaestiones disputatae de Fide” de Bartolomeo v. Bologna, O, F. M. (“Beitrige,” XXIV, 4), Miinster, 1940 (ed.). Alessandro di Hales Opere: Exoticon, alcuni Sermones, Glossa in quatuor libros Sententia- rum, Quaestiones et quodlibeta, alle quali vanno aggiunte le seguenti opere scritte in collaborazione: Expositio regulae, e Summa. Edizioni: oltre le ediz. di Venezia (1576) e di Colonia (1622), cfr. della Summa Theologica l'ediz. critica, a cura dei Francescani di Quaracchi, in 4 voll., Quaracchi (Firenze), 1924-1948; Alexander de Hales, Quaestio de Fato, a cura di J. Goercen, “Franz. Stud.,” 1932; Alexandri de Hales Glossa în quattuor libros sententiarum Petri Lombardi, Quaracchi (Firenze), 1951-1954; Alerandri de Hales Quaestiones disputatae “antequam esset frater)” Quaracchi (Firenze), 1960. Bibliografia: per la vita: Prolegomena alla Glossa in quatuor libros sententiarum, I, Quaracchi, 1951, pp. 7-75. Quanto agli ultimi risultati della critica sugli scritti cfr.: V. Doucer, s.v., in “Enciclopedia Cattolica,” I, 784-787. Per altre notizie: A. Vacant, in DThC, I, 772-84. W. Lampen, in “Lexicon fiir Theol. u. Kirche,” I, 249-50. Bibliografia generale in GeveRr, pp. 734-735; De Brie, nn. 5421-5435; DE Woutr, II, pp. 117-120. Per il pensiero filosofico: P. Dunem, Le système du monde, cit., III, pp. 399-407, 316-41; V, pp. 317-319, 322-332, 334-341; VIII, pp. 350-352. P. Mrxces, Philosophiegeschichtliche Bemerkungen iber die dem Al. ». Hal. zugeschriebene Summa de virtutibus, (“Beitrige,” suppl. I), Miinster, 1913 (vedi anche in “Franz. Stud.” 1914, 1915, 1916; in “Theol. Quart.,” 1915; in “Riv. filos. neosc.,” 1915). 583 Bibliografia ]. RoHMER, La théorie de labstraction dans l'école franciscaine d'Al. de Hales à Jean Peckam, “Arch. Hist. doctr. litt. m. à.,” 1928. B. Geyer, Zur Frage nach der Echtheit der “Summa” des Alex. Hal., “Franz. Stud.,” 1929. O. Lortin, Alex. de Hales et la “Summa de vitiis” de Jean de la Rochelle, e Al. d. Hal. et la “Summa de anima” de Jean de la Roch., “Rech. théol. anc. méd.,” 1929, 1930. J. FucHs, Die Proprietiten des Seins bei Alexander von Hales, Monaco, 1930. ]. Brsson, Die Willensfreiheit bei A. v. Hales, Fulda, 1931. M. Gorce, La Somme théol. d'Alex. est-elle authentique?, “N. Schol.," 1931. F. PeLster, Zum Problem der ‘Summa’ des Alex. v. Hales, “Greg.,” 1931. Inem, Intorno all'origine e all'autenticità della ‘Summa’ di A. di Hales, “Civ. Catt.” 1930-1931, - Ipem, Die Quaestionen des Al. von Hales, “Greg.,” 1933. P. GLorieux, D'Alex. de Hales à Pierre Auriol, “Arch. franc. hist.,” 1933. I. GorLani, La conoscenza naturale di Dio secondo la “Somma teologica” di Aless. di Hales, Milano, 1933. B. Pergamo, De quaestionibus ineditis Fr. Odonis Rigaldi, Fr. G. de Meli- tona et cod. vat. lat. 782 circa naturam theologiae deque carum relatione ad Summam theol. Fr. Alex. d. Hales, “Arch. franc. hist.,” 1936. F. M. HenquineT, Autour des écrits de Alex. de Halès et de Richard Rufus, “Ant.,” 1936 (e cfr. anche “Rech. théol. anc. méd.,” 1938; “Ant.,” 1938; “Franz. Stud.,” 1939; “Arch. francisc. hist.,” 1940). E. ScHLenKER, Die Lehre von den gottlichen Namen in der Summe Alex. von Hales, Friburgo, 1938. Pu. BòHnEr, The System of Metaphysics of Al. of Hal., “Franc. Stud.,” 1945-1946. J. HerscHer, A Bibliography of Al. of Hales, “Franc. Stud.,” 1945-1946, F. M. HenquineT, Le commentaire d'Alex. de Halès sur les Sentences enfin retrouvé, “Misc. Mercati,” II, 1946. V. Doucet, The History of the Problem of the Authenticity of the Summa Fratris Alexandri, “Franc. Stud.,” 1947 (e cfr. anche “Riv. filos. néosc.,” 1948; “Arch. francisc. hist.,” 1950). L. Di Fonzo, less. di Hales e il ritrovato suo commento alle Sentenze del Lombardo, “Misc. franc.,” 1947. F. Brapy, Law in the Summa fratris Alexandri, “Proceed. of the Amer. Cath. Philos. Assoc.,” 1950. B. WincenreLD, Die Verbindung von Leib und Seele in ihren Bedeutung fiir den sittlichen Akt nach der Lehre des Al. v on Hales, in Aus Theologie u. Philos. Festschrift F. Tillmann, Diisseldorf, 1950. E. Bertoni, Il problema filosofico della conoscibilità di Dio nella scuola francescana, Padova, 1950. U. Berti, Pro edit. cri. quaestionum A. Halensis, “Ant.,” 1951, pp. 83-98. 584 Bibliografia A. Pompei, A. Alensis e le dottrine creazionistiche nel medioevo, “Misc. franc.,” 1953, pp. 289-350. E. BertoLA, La dottrina dello “spirito” in A. di Hales, in “Sophia,” 1955, pp. 84-91. K. LvncH, The Quaestio de sacramentis in genere attributed to Alexandre of Hales, “Franc. Stud.” 1951. Ipem, Texts from the “Quaestiones antequam esset frater” attributed to Alexander of Hales, “Franc. Stud.,” 1951. W. E. Goessmann, Die Methode der Trinitatslehre in der Summa Halensis, “Miinch theol. Zeitschr.,” 1955. K. Lyncn, The doctrine of Alex. of Hales on the nature of sacramental grace, “Franc. Stud.” 1959, Giovanni della Rochelle Opere: Le sue idee si trovano probabilmente esposte nella Summa fratris Alexandri. Le sue opere a carattere prevalentemente filosofico comnrendono: Tractatus de multiplici divisione potentiarum animae, Summa de anima, De cognitione animae separatae, De immortalitate animae sensibilis, si sa inoltre che scrisse un Commento sopra le Sentenze, finora però non è stato ritrovato. Edd.: La Summa de anima di Fr. Giovanni della Rochelle (ed. T. DomenicHELLI - M. Da Civezza). Prato, 1882. Bibliografia: cfr. Gever, p. 735; De Brie, nn. 5432, 7407-7408; DE Wutr, II, p. 120. In particolare v.: G. Manser, Johann von Rupella, “Jahrb. Philos. u. spek. Theol.,” 1912. P. Mrnces, De scriptis quibusdam fr. loannis de Ruvella, “Arch. franc. Hist.,” 1913, pp. 597-622 (e cfr. anche “Phil. Jahrb.,” 1914). IpeM, Zur Erkenntnislehre des Franz. ]. de Ruvella, “Philos. Jahrb.,” 1914. P. GLorieux, Répertoire des maîtres en théologie de Paris au XIII* siècle, cit. Lortin, Les traités sur l'îme et les vertus de ]. de R.. “Rev. néosc. philos.,” 1930. Fagro, La distinzione tra “quod est” e “quo est” nella “Summa de anima” di Giovanni della Rochelle “Div. Th.” (P), 1938, pp. 208-52. BucceLLato, De quaestionibus quibusdam ad “Summam de anima” Ioannis de Rupella pertinentibus, “Sophia,” 1940. M. HenquineT, Fr. Considérans, l'un des auteurs jumeaux de la “Summa fratri Alexandrî? primitive, “Rech. théol. anc. méd.,” 1948. pn. 76-96. Doucet, Prolegomena in Librum II necnon in Libros l et Il Summae fra- tris Alexandri, Quaracchi, 1948, pp. cexi-cexxvwn. MrcHaun-Quantin, Les puissances de l'îme chez Jean de la R., “Ant.” 1949, pp. 489-505. LottIN, A propos de Jean de la Rochelle, in Psychologie et morale..., cit., VI, pp. 181-223. mM zo o o 3 585 Bibkogrefia Bonaventura da Bagnorea Opere: Tra gli scritti d'importanza filosofica ricordiamo: Commentarii in IV libros Sententiarum Petri Lombardi (1250-1254): Bre- viloquium (1257 ca.); Itinerarium mentis in Deum (1259); De reductione artium ad theologiam; De donis Spiritus Sancti (1268); De scientia Christi; In Hexaemeron. Cai Edd.: Tutti gli scritti di San Bonaventura sono raccolti nell'ottima ediz. critica a cura dei padri francescani di Quaracchi: Osera omnia, 10 voll, Quaracchi (Firenze), 1882-1902. Si veda inoltre: De Aumanae coeni- tionis ratione Anecdota qauaedam Seravhici Doctoris S. Bonav. et nonnullorum ipsius discibulorum, Quaracchi, 1883; S. Bon. Seravh. Doctoris tria obuscola: Breviviloauium, Itinerarium mentis in Deum et De reductione artium ad Theolociam, notis illustrata, Quaracchi. 1911, 19385; S. B. Collationes in He- xaémeron et Bonaventuriana quaedam selecta, a cura di F. M. DELORME, Quaracchi, 1934; S. B. opera thenlocica selecta. Editio minor (1. Liber 1 sententiarum; II. Liber II sent.; INI. Liber Il sent.; IV. Liber II sent.; V. Liber IV sent.\. Quaracchi, 1934-1949: Questions disvuttes “De caritate. De novissimis” ediz. crit.. a cura di P. Girorievx. Parigi. 1950. Cfr. inoltre l'antologia: Philosovhia S. Bonaventurae textibus ex eius operibus selectis illustrata, a cura di B. RosenMoELLER, Miinster, 1933. Utile ancora ooci il Lexicon bonaventurianum di Toz4nnes A Ruino E Antonius Marta A Vice- tia, Venezia, 1880. In tr. it. si veda: Riduzione delle arti, a cura di A. Her- MET, Lanciano, 1923 (insieme alla tr. dell’Itinerario\: Vita di S. Francesco, a cura di G. BatteLLI. S. Casciano Val di Pesa, 1926: Il Brevilonuio, a cura di G. Piccioni. Siena, 1931: di T. M. BarsaLiscra. Pomnei. 1934: Itinerario della mente a Dio, a cura di A. HermeT, Firenze. 1919: di G. Dar Monte. Boloona, 1926; di C. Ottaviano. Palermo. 1933; di G. Sanvinno. Roma. 1942; di D. Scaramtizzi, Padova. 1943: di F. Macconn Torino, 1947: di G. BonarepE, Roma, 1951; I) principio della conoscenza (De humanae cognitionis suprema ratione), a cura di G. Marino, Milano, 1925. Bibliografia: La bibl. generale in Gever, pp. 735-738; De Brie, nn. 5720- 5811; De Wutr, II, pp. 133-137. Una ricca biblioorafia in L. VeurHEY, S. Bonaventurae philosophia chri- stiana, Roma, 1943. In particolare, tra la vastissima bibliografia, si veda: K. ZiescHf. Die Lehre von Materie und Form; Die Naturlehre Bonaven- turas, “Philos. Jahrb.,” 1900, 1908. E. Lutz. Die Psychologie Bonaventuras nach den Quellen dargestellt, Miinster, 1909. P. DuHeMm, Le système du monde, cit., III, pp. 497-511; VI, pp. 82-88, 102-106; VII, pp. 198-199; X, pp. 33-34. 586 Bibliogrefia B. A. Luvcxx, Die Erkenntnislehre Bonaventuras (“Beitrige,” XXIII, 3-4). Miinster, 1923. A. Stonr, Die Trinititslehre des hl. Bonaventura, Miinster, 1923. E. Gitson, La philosophie de St. Bonaventure, Parigi, 1924, 19533 (con ottima bibliografia). P. Grorreux, Essai sur la chronologie de S. Bon., “Arch. franc. hist.,” 1926. F. ScHwenpincer, Die Erkenntnis in den ewicen Ideen nach der Lehre des hl. Bonaventura, “Franz. Stud.,” 1928, 192% . J. M. Brssen, L'exemplarisme divin selon S. Bon., Parigi, 1929. J. F. Bonxrroy. Le Saint Esprit et ses dons selon S. Bon., Parivi, 1929. B. Trimocre, Deutune und Bedeutune der Schrift des hl. Bonav. “De re. ductione artium ad theologiam,” Werl, 1930. C. J. O’'Lrary, The substantial composition of man according to S. Bonav., Washington, 1931. O. RicH, Il pensiero e l'opera di S. Bonaventura, Firenze, 1932. S. Griinewacp, Franzishanische Mystik. Versuch zu einer Darstellung mit besonderer Beriichsichticune des hl. Bonaventura, Monaco, 1931. Ioenr. Zur Mystik des hl. Bonaventura, “Zeitschr. f. Askese und Mystik”, 1934. L. STEFANINI, Il problema religioso in Platone e S. Bonaventura, Torino. 1934. A. 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De Simone, Linee fondamentali del pensiero di S. Bonaventura nella storia del pensiero medioevale, Napoli, 1941. V. Bretox, St. Bonaventure, Parigi, 1943. pua 6 M o mo 587 E. Ip: Bibliografia Bertoni, Le dottrina bonaventuriana della illuminazione intellettuale, “Riv. filos. neosc.,” 1944. EM, S. Bonaventura, Brescia, 1945. Z. ArszecHy, Grundformen der Liebe. Die Theorie der Gottesliebe bei dem hl. Bonav., Roma, 1946 (e cfr. anche “Greg.,” 1947, 1948). M. M. De BenepictIis, The Social Thought of Saint Bonaventure, Wa- DOM O O pporwr Oc. > shington, 1946. . VeurHner, Spirito bonaventuriano, “Miscell. franc.” 1946. . Lazzarini, S. Bonaventura, filosofo e ministro del Cristianesimo, Mila- no, 1946. . SEPINSKI, La psychologie du Christ chez S. Bonaventure, Parigi, 1948. Da Vinca, L'aspetto dell'aristotelismo di San Bonaventura, “Collect. franc.,” 1949. Azate, Per la storia e la cronologia di S. Bonaventura, “Misc. franc.,” 1949, 1950. . 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Alberto Magno Opere: a) “Philosophia rationalis” o “Logica”: De praedicabilibus (Super Isagogen Porphyrii); De Praedicamentis (In categorias Aristotelis): De sex frincipiis (commento al testo pseudoporrettiano); Zn Boétii de di- visione; In duos Peri hermeneias; In Boétii de syllogismis categoricis; In duos Priorum Analyticorum; In Boétii de syllogismis hypoteticis (inedito); In duos Posteriorum analyticorum; In octo Topicorum; In duos Elenchorum. b) “Philosophia realis”: 1) “Physica sive naturalis”: De audito physico (In octo libros Physycorum); In duos libros de generatione et corruptione; In quattuor libros de caelo et mundo; De natura locorum; De causis proprietatum elementorum; In quat- tuor libros Metereorum; De mineralibus; In tres libros de anima; De nutri- mento; De sensu et sensato; De memoria et reminiscentia; De intellectu et intelligibili; De natura et origine animae (De natura intellectualis animae et contemplatione); De quindecim problematibus; De unitate intellectus contra averroistas; De somno et vigilia; De spiritu et respiratione; De mo- tibus progressivis (De principiis motus progressivi); De aetate (De iuventute et seneciute); De morte et vita; De animalibus libri XXVI; Quaestiones super libros de animalibus; De vegetalibus et plantis libri VII; Sul De fato (De sensu communi) cfr.: G. MEERSEMANN, /ntroductio in Opera omnia, citata più oltre, p. 138. La Summa naturalium o philosophia pauperum già attri- buita ad Alberto Magno dal Birkenmayer, dal Pelster, dal Mandonnet, è adesso attribuita ad Alberto di Orlamiinde, un discepolo di Alberto Magno che la compose ispirandosi pienamente al maestro. Tale Summa naturalium fu compendiata da Pietro di Dresda nel Parvus philosophiae naturalis, che circolò a lungo nelle scuole sotto il nome di Alberto Magno (cfr. M. Gras- MANN, Die Philosophia pauperum und ihr Verfasser Albert von Orlamiinde, (*Beitràge," XX, 2), Miinster, 1918; P. ManponneT, Sr. Albert le Grand et la philosophia pauperum, “Rev. néosc. Philos.,” 1934; B. GevERr, Die Albert d. Grossen zugeschribene Summa naturalium (“Beitrige,” XXV, 1), Munster, 1938). 589 Bibliografia 2) “Mathematica”: Super geometriam Euclidis. 3) “Metaphysica”: Metaphysicorum libri XIII; De causis et processu uni- versitatis (In librum de causis); De natura deorum (perduto). c) “Phulosophia moralis”: In decem libros Ethicorum; In octo libros Poli- ticorum; Scripium super Ethicam Nicomacheam (inedito). d) “Exegesis”: Super Job; Super Psalmos; In ca. XI Proverbiorum; In Je- remiam; In Threnos Jeremiae; In Baruch; In duodecim Prophetas minores; in Mattheum; In Marcum; In Lucam; In Joannem (non si conosce la trad. manoscritta di: /n Canticum Canticorum; In Isaiam; In Ezechielem; In epistutas S. Pauli). e) “Theologia systematica”: In Dionysii De divinis nominibus (ined.); In Dionysii Le cactesti hierarchia; In Dionysii de ecclesiastica hierarchia; In Dionysii De mystica theotogia; In Dionysu undecim Epistulas; Scriptum super quattuor libros Sententiarum; Summa theologica (pror.): 1) De crea- tone et creatura; 2) De bono et virtutibus (Summa de bono et virtutibus, ined.); De resurretione (ined.); Tractatus de natura boni (ined.); Summa theotogica (altera); De sacrificio missae; De eucharistiae sacramento; Sermo- nes XXAII de sacramento Eucharisttae; Marsale, sive quaestiones super: Missus est. f) “Parenetica”: De forma orandi (Pater Noster); Sermones LXXVIII de tempore; Sermones LIX de sanctis; Homilia in Luc. XI, 27; Sermones lingua theutonica habiti; Orationes LIII super evangelia dominicalia totius anni; Orationes super Sententias. Edizioni: L'Opera omnia di Alberto, comprendente tutti i testi allora conosciuti, fu pubblicata da P. JamMy a Lione, 1651; da A. Borcnet, Parigi, 1890-1899; inoltre si vedano le seguenti altre edizioni di testi compresi o non compresi nelle Opera omnia: De vegetalibus, a cura di C. JessEN, Ber- lino, 186/; il De guindecim problematibus, in MANDONNET, Siger de Brabant, II, (1908); Commentarii in librum Boethii de Divisione, a cura di P. DE Loé, Bonn, 1913; De animalibus libri XXVI, a cura di SrapLer (“Beitrige,” XV-XVI), Miinster, 1916-1920. Si veda inoltre la Philosophia pauperum, a cura del GRABMANN, cit; Summa de creaturis, a cura del GraBMANN, “Quellen Gesch. Dominik.” Lipsia, 1919; il De antecedentibus ad logicam a cura di J. BLarer, “Teoresi,” 1954; Albertus Magnus, Liber sex principiorum, a cura di S. SuLzsacHer, Vienna, 1955; Il De occultis naturac, ed. P. KiBRE, “Osiris,” 1958 (trattato alchimistico di assai dubbia attrbuzione). Ad un'ed. critica completa di tutte le opere di Alberto lavorano da pa- recchi anni appositi Istituti domenicani a Colonia ed a Roma. Dei 40 volu- mi previsti dal piano di ed. sono usciti: XXVIII, De Bono; XII, Liber de natura et origine animae; Liber de principiis motus processivi; Quaestiones de animalibus; XIX, Postilla supra Isaiam, Postillae super Ezechielem frag- menta; XXVI, De Sacramentis, De Incarnatione, De Resurrectione; XVI, Metaphysica, ll. I-V, Miinster, 1951 sgg. Cfr. inoltre l’ed. dell’Ausographum 590 Bibliografia upsalense (Ii Sent. d. 3. a 6. - d. 4 a 1) a cura di F. StecmiùLLER, Uppsala, 1953. Per il catalogo generale degli scritti cfr. C. H. ScHEEBEN, Les écrits d'Albert le Grand d'après les catalogues, in Maître Albert, n. spec. della “Rev. thom.,” 1931, pp. 36-38; G. MEERSEMANN, Introductio in Opera omnia B. Alberti Magni, Bruges, 1931. Bibliografia: Per la bibl. generale e speciale cfr.: M.-H. LaureNT, M. Y. Concar, Essai de bibliographie albertienne, in Maitre Albert, cit., pp. 422- 468; A. Watz - A. Perzer, Bibliografia S. Alberti Magni indagatoris re- rum naturalium, n. unic. di “Ang.” 1944, pp. 13-40. Ma vedi anche: P. CasrtacnoLI, La vita e gli scritti di S. Alberto Magno, Piacenza, 1934; F. VAN STEENBERGHEN, La littérature albertino-thomiste (1930-1931), in “Rev. néosc. philos.,” 1938; M. ScHoovans, Bibliographie philosophique de St. Albert le Grand (1931-1960), San Paolo, 1961. Inoltre: GEvER, pp. 739-742; De BRIE, nn. 5612-5618, 3601, 3663, 4607, 5619-5687, 6197, 6198; De Wute, Il, pp. 157-162. / Tra la vasta e, più recente, bibliografia si indicano: P. DuHEM, Le système du monde, cit., III, pp. 243-245, 248-252, 327-352, 482-484; IV, pp. 330-333; V, pp. 411-473, 573-576; VI, pp. 13-19; VII, pp. 168-174, 208-209; VIII, pp. 17-18, 130-133, 243-245, 352-355, 416-418; IX, pp. 13-19, 21-22, 113-122, 135-136, 194-196, 257-262, 271-279, 281-284, 290-294, 370-371, 414-415. F. PeLster, Kristische Studien zum Leben und zu Schriften Albert der Grosse, Friburgo, 1920. H. CH. ScHEEBEN, Der Hl. 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Gever, p. 743; De Brie, nn. 7485-7487; DE Wutr, II, p. 162. In particolare v.: M. Grasmann, Studien tiber Ulrich von Strassburg, in Mittelalterliches Geistesleben, cit. I, pp. 147-221. , P. GLorievx, in DThC, XV, 2058-61. A. Stonr, Die Trinitàtslehre Ulrichs von Strassburg, Miinster, 1928. J. KocxH, Neue Literatur tiber Ulrich von Strassburg, “Theol. Rev.,” 1930. H. WeriswriLer, Eine neue Ueberlieferung aus der “Summa de bono” Ulrichs von Strassburg, “Zeitschr. f. kathol. Theol.,” 1935. A. Fries, Die Abhandlung “De anima” des Ulrich Engelbersi O. P., “Rech. théol. anc. méd.,” 1950, pp. 328-3I. IpeM, Johannes von Freiburg, Schiiler Ulrichs von Strassburg, ibidem, 1951, pp. 332-40. L. THomas, U. of Strassbourg: his Doctrine of the Divine Ideas, “Mod. School.,” 1952-53. P. DuHEM, Le système du monde, cit., VI, pp. 29-43, 537-539; VIII, pp. 17-18. Teodorico di Vriberg Opere: Fra i suoi trattati scientifici si ricordano: De iride et radialibus impressionibus, De tempore, De mensura durationis, De coloribus; tra le sue opere a carattere filosofico vanno particolarmente ricordate: De intellectu et intelligibili, De habitibus, De esse et essentia, De intelligentiis et motibus coelorum. De universitate entium, De causis, De efficientia Dei, De theo- logia. Bibliografia: cfr. GevER, p. 778; De Brie, n. 6881; De WutF, II, p. 162. In particolare v.: M. De Wutr, Un scolastique inconnue de la fin du XIII° siècle (Thierry de Fribourg), “Rev. néosc. philos.,” 1906, pp. 43441. E. Kress, Meister Dietrich, sein Leben, seine Werke, seine Wissenschaft 593 Bibliografia (“Beitrige,” V, 5-6), Miinster, 1906 (con ed. del Tractatus de intellectu, e del de habitibus), C. GaurHIER, Un psychologue de la fin du XIII° siècle: Thierry de Fri- bourg, “Rev. august.,” 1909-10. . 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Grasmann, Der Neuplatonismus in der deutschen Hochscholastik, “Philos. Jahrb.,” 1910, pp. 53-54. IpeM, Mittelalterliches Geistesleben, cit. II, pp. 312, 366, 384, 390, 421-22. W. EckErt, Berthold von Moosburg O. P. Ein Vertreter der Einheitsmeta- physik im Spétmittelalter, “Philos. Jahrb.,” 1956. Capitolo quinto Tommaso d'Aquino Opere: a) commenti aristotelici: /n Perihermeneiam (fino a II, 2 com.); In posteriores Analyticorum; In VIII libros Physicorum; In III libros de Caelo et mundo (fino a III, 8); In II libros de Generatione et Corruptione (fino a I, 17); Zn IV libros Meteorum (fino a II, 10); In III libros de anima; In librum de sensu et de sensato; In librum de memoria et reminiscentia; . In XII libros Metaphysicorum; In X libros Ethicorum; In libros Politico rum (fino a III, 6). 594 Bibliografia è) altri commenti: In librum de Causis; al De Hebdomadibus di Boe- zio; agli scritti dello Pseudo-Dionigi. c) commenti biblici: Expositio super Isaiam; Expositio super Jeremiam; Lectura super psalmos; Expositio super Job; Lectura super S. ]Johannem; Lectura super S. Matheum; Super kpistolas S. Pauli; Catena aurea, sive Expositio continua. d) opere teologiche: Super IV libros Sententiarum; Commento al De Trinitate di Boezio; Quaestiones disputatae: 1) De veritate; 2) De potentia; 3) De malo; 4) De spiritualibus creaturis; 5) De anima; 6) De virtutibus; 7) De unione verbi incarnati; Quodlibeta XII; Summa contra gentes; Summa Theologica. e) opuscoli: De principiss naturae; De ente et essentia; De operationibus occultis naturae; De mixtione elementorum; De motu cordis; De unitate intellectus; De aeternitate mundi; De regno (De regimine principum); De regimine Judacorum; Compendium theologiae; Declaratio XXXVI quae suonum ad lectorem Venetum; Declaratto XLII quaestionum ad magistrum Ordinis; Declaratio CVIII dubiorum; Declaratio VI quaestionum ad lecto- rem Bisuntinum; Contra impugnantes Dei cultum et religionem; De perfectione vitae spiritualis; Contra doctrinam retrahentium a religione; Conwa errores Graecorum; De articulis fidei et sacramentis Ecclesiae; De rationibus fidei; Responsio super materiam venditionis; Responsio ad Ber- nardum abbatem Casinensem; De forma absolutionis paenitentiae sacra- mentalis; De sortibus; In quibus potest homo licite uti judicio astrorum; Expositio super secundam decretalem; Expositio circa primam decretalem; Collatsones de Credo in Deum; Collatione de Pater Noster; Collationes de Ave Marta; Collationes de decem praeceptis; Ufficium corporis Christi; Sermo de festo corporis Christi; Duo principia de commendatione sacrae scripturae; De secreto; De propositionibus modalibus; De fallaciis; Epistola de modo studendi; Piae preces; De differentia verbi divini et humani; De demonstra- tione; De instantibus; De natura verbi intellectus; De principio individua- tionis; De natura generis; De natura accidentis; De natura materiae; De quattuor oppositis. Sull’autenticità dei vari scritti tomisti cfr. P. MANDoNNET, Des écrits authentiques de S. Thomas, Friburgo, 1910? e M. GraBmann, Die Werke des hl. Thomas von Aquino (“Beitrige)” XXII, 1-2), Miinster, 1931. Edizioni: Piana, ordinata da Pio V, Roma, 1570-71; PaRMENSIS, 25 voll., Fiaccadori, Parma, 1852-73; rist. fotolitogr. a cura di V. J. Bourke, New York, 1948; Vivès, 34 voll., Parigi, 1871-80; 2 ed., ivi, 1889-90; LEoNINA, ordinata da Leone XIII, finora 16 voll., Roma, 1882 sgg. (voli. 1V-X1I: Sum. theol.; XII-XV: C. Gent.; XVI: Indices); la recensione leonina della Sum. theol. nella n. ed. MARIETTI; della C. Gent. e degli indici esiste l’ed. LEONINA ManuaLe, 1934, 1948; TaurINENSIS, (manuale) finora 37 voll., Marietti, To- rino, 1845 sgg.; n. ed., 1946 sgg.; ParisiensIs (manuale), Lethielleux, Parigi, 1925 sgg. (con intr. del ManponnET). Opere singole: Commento alle Senten- 595 Bibliografia ze ed. P. Manponner e F. Moos, n. ed., 4 voll., Parigi, 1929-47; rist., tomo III, vol. I-II, ivi, 1956; De ente et essentia, ed. M. D. RoLanp-GossELIN, Parigi, 1926; ed. L. Baur, Miinster, 1926; ed. CH. Bover (“Textus et documenta”), Roma, 1933; 3 ed., 1950; De spiritualibus creaturis, ed. L. W. KEELER, ivi, 1938; rist. 1946; De unitate intellectus contra averroistas, ed. L. W. KEELER, ivi, 1946; 2 ed. 1957; De principio naturae, ed. L. Pauson, Friburgo-Lovanio, 1950; De natura materiae, ed. J. M. Wyss, ivi, 1953; Contra errores Graeco- rum ed. P. GLorieux, Tournai, 1957; Expositio super librum Boéthii De unitate, ed. B. Decker, Leida 1959. 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STERN, 3 voll., Lipsia, 1935-37; araba, Djounich (Libano), 1931; c) del De ente et essentia: fr., a cura di E. BrurENAU, Parigi, 1914; ingl., a cura di C. C. Riepi, Toronto, 1934, 19493; it., a cura di V. Miano, Torino, 1952; d) del De unitate in- tellectus contra averroistas: it., di B. Narpi, Firenze, 1938; e) del De magi- stro (Quaestio disputata XI): it., di M. Casorti, Brescia, 1948; di T. GREGORY, in Il Pensiero Pedagogico del Medio Evo, a cura di B. Narpi, Firenze, 1956. Bibliografia: Repertori bibliografici: . Manponner - J. DestrEz, Bibliographie thomiste (Bibliothèque thomiste, I), Kain, 1921; 2 ed. completata da M.-D. CÙenu, Parigi, 1960. . DE RAEYMAEKER, Introductio generalis ad philosophiam et ad thomismum, Lovanio, 1934. . VAN STEENBERGHEN, La littérature thomiste récente, “Rev. néosc. philos.,” 1939. Giacon, Il pensiero cristiano con particolare riguardo alla Scolastica medioevale, “Guide Bibliografiche,y” Univ. Cattolica, Milano, 1943. J. 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Pietro Ispano (Giovanni XXI) Opere: Summulae logicales; De anima; Commento al De anima di Ari- stotele; De morte et vita et de causis longitudinis et brevitatis vitae; Liber naturalis de rebus principalibus; Expositio librorum B. Dionysti. Edizioni: Obras filoséficas, a cura di M. ALonso, 3 voll., Madrid, 1941-52 (il I vol. contiene il Scienzia libri de anima; il II il commento al De anima; il III l’Expositio libri de anima, il De morte et vita e il Liber naturalis); Summulae logicales, ed. }. P. MurtaLty (“Publ. in Med. Stud.,” 8), Notre Dame, Ind. 1945; ed. I. M. BocHensxI, 1947; l’Expositio librorum B. Dionysii, ed. M. ALonso, Lisbona, 1957. Bibliografia: Cfr. Gever, p. 758; De Brie, nn. 7439-750; DE WuLF, II, pp. 92-43; e la Bibliografia sobre Pedro Hispano, “Riv. portuguesa filos.,” 1952. 607 Bibliografia In particolare cfr.: L. THorNDIRE, A History of magic and experimental Science, cit., Il, pp. 488-516. H. D. Simonin, Les Summulae de P. Hispanus, “Arch. 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Inem, Introd. ao estudo do “Liber de anima” de Pedro Hispano, “Riv. Filos6fica” (Coimbra), 1953. Ipem, Os estudos de Pedro Hispano, “Colect. de Estudos,” 1954. . IpeM, Presenga do augustinismo avicenizante na teoria dos intellectos de Pedro Hispano, “Itinerarium,” 1959. Per la bibliografia relativa’ allo sviluppo delle scienze cfr. le opere ge- nerali elencate a pp. 505-506. Per la bibliografia relativa a Roberto Grossatesta, Ruggero Bacone, Giovanni Peckam, Pietro d’Abano; cfr. rispettivamente la bibl. relativa ai capitoli 8 di questa parte e 5 della V Parte. Witelio ‘Opere: Perspectiva o Optica; De natura demonum; De prima causa paenitentiae. Edizioni: Perspectiva, Norimberga, 1535, 1555; Basilea, 1572; e vedi ora numerosi estratti in CL. Baeumxer, Witelo ein Philosoph und Natur- forscher des XIII Jah.” (“Beitrige,” III, 8), Miinster, 1908. Bibliografia: Cfr. Gever, p. 761; DE Wutr, II, p. 290. P. Dunem, Le systome du monde, cit., III, pp. 508-511, 514-516; V, pp. 369-373. 608 Bibliografia A. BrrgenmaJer, Études sur Wit., “Bill. intern. Acad. Polon. Cl. des se. et des lettres, 1920. Ipem, Witelo e lo Studio di Padova, in “Omaggio dell’Acc. polacca all’Univ. di Padova,” Cracovia, 1922. C. BaeuMKER, Zur Frage nach Abfassungszeit u. Verfasser des irrttiml. Witelo zugeschr. Liber de intelligentiis, “Misc. F. Ehrle,” I, 1924. A. BEDNARSKI, Die anatom. Augenbilder in den Handschriften des R. Ba- con, J. Peckham und Wit., “Arch. f. Gesch. d. Medizin,” 1931. L. THornpIiKE, A History of magic and exper. science, cit., II, pp. 454-456. A. C. CromBie, R. Grosseteste and the Origin of Exper. science, Oxford, 1953, pp. 213-232. Pietro di Maricouri Opera: Epistola de magnete; Nova compositio astrolabii particularis. Edizioni: Epistola de magnete, in G. Hermann, Neudrucke von Schriften tiber Meteorologie und Erdmagnetismus, 10: Rara magnetica 1269- 1599, Berlino, 1898; cfr. E. ScHLunD, Petrus Peregrinus..., cit. sotto. Bibliografia: Cfr. Gever, p. 760; De WutF, pp. 301-302. Inoltre in: E. ScHLunp, Petrus Peregrinus von Maricourt, Sein Leben und seine Schrif- ten, “Arch. franc. hist.,” 1911-1912. Tra gli studi particolari v.: F. Picavet, Le maftre des expériences, Pierre de Maricourt, l'exégète et le théologien vanté par R. Bacon, in Essais sur l’histoire générale et comparée des théologies et des philosophies mé- diévales, Parigi, 1913, pp. 232-254. P. DuHem, Le système du monde, cit., III, pp. 237, 238, 266, 440-41. L. THornpike, A History of magic and experimental science, cit., II, p. 791 sgg. Sugli sviluppi della geologia cfr. le opere generali sulla scienza me- dioevale. Per Alberto Magno la bibl. relativa al c. IV. Bartolomeo Anglico Opere: De proprietatibus rerum. Edizioni: Basilea, 1470 ca.; Francoforte, 1601, ecc. Bibliografia: Cfr. Gever, pp. 732-733; De Brie, nn. 7342-7343; DE Wutr, II, p. 104. In particolare v.: J. Gorens, in DHGE, VI, 975-977. A. ScHnemER, Metaphysische Begriffe des Bartholomaeus Anglicus (“Bei- trige,” Suppl. I), Miinster, 1913. T. PLassmann, Barthol. Anglicus, “Arch. franc. hist.,” 1919. G. E. S. Boyarp, Barth. Anglicus and his Encyclopaedia, “The Journ. English and Germanic Philol.,” 1920. Bibliografia H. Lùssinc, Zur Biography des B. Anglicus, “Franz. Stud.,” 1925. J. G. Mirne-J. Sweetino, Marginalia in a Copy of Bartholomaeus Anglicu's “De proprietatibus rerum.” A new Version of the Nine Worthies, “The Modern Language Rev.,” 1945. Ipem, Further Marginalia from a copy of Bartholomacus Anglicus, ibidem, 1945. Vincenzo di Beauvais Opere: De eruditione filiorum regalium (1248-1250); De morali principis institutione (1260-1263); Speculum quadruplex. Edizioni: Il De eruditione nell’ed. A. Steiner, Cambridge (Mass.), 1938; lo Speculum nell’ed. di Duai, 1624. Bibliografia: Cfr. Gever, p. 733; De Brie, n. 5464; De Wutr, II, p. 236. In particolare v.: P. Minces, Exzerpte aus Ales. von Hales bei Vincenz von Beauvais, “Franz. Stud.,” 1914, L. Lieser, V. von Beauwais als Kompilator und Philosoph. Eine Untersu- chung seiner Scelenlehre in “Speculum maius,” “Forsch. z. Gesch. d. Philos u. Paedag.,” III, 1, Lipsia, 1928. L. THornpige, A History of magic and experimental science, II, cit., pp. 1457-76. H. Pettier, in DThC, XV, 3026-3033. Pu. DeLHave, Un dictionnaire d'éthique attribué à Vincent de Beauwais dans le ms. Béle B XI 3, “Mélang. sc. rélig.,” 1951. A. L. GasrieL, The educational ideas of Vincent of Beauvais, Notre-Dame (In.), 1950. Alessandro Neckam: v. Bibliografia del capitolo VI. Tommaso di Cantimpré Opere: Bonum universale de apibus; De rerum naturis o Liber de na- tura rerum. Edizioni: Il Bonum universale de apibus, L’Aja, 1902. Il De rerum è ancora inedito. Bibliografia: Gever, p. 732; DE WutF, II, p. 140. H. SrapLer, Albertus Magnus, Thomas von Cantimpré und Vincenz von Beauvais, *Natur und Kultur,” 1906.‘ L. TÒÙornpikE, A History of magic and experimental science, Il, cit., pp. 372-398. G. MEERSEMANN, Intr. in Opera Omnia b. Alberti Magni, Bruges, 1931, p. 144. Per lo sviluppo delle scienze nel XIII sec. cfr. gli studi generali già citati a pp. 513-515. 610 P7 bliografia Capitolo settimo Averroismo latino Sulla vasta letteratura relativa a questo soggetto cfr. l’accurata biblio- grafia di M. Gorce, L'essor de la pensée au moyen age, Parigi, 1933 e IpeMm, in DHGE, V, 1032-1092. Cfr. inoltre De Wutr, II, pp. 218-222; III, pp. 152, 175-176. In particolare vedi: K. Werner, Der Averroismus in der christl. - peripatet. Psychol. d. spit. Mittelalt., in “Sitz.ber. Wien. Akad. d. Wissensch.,” 1891. P. ManponneT, Siger de Brabant et l'averroisme latin au XIII siècle, 1 ed., Friburgo, 1899; 2 ed., Lovanio, 1908-1911 (“Les philosophes belges,” VI, VII) M. Grasmann, in Maitterlalterliches Gesstesleben, II, cit, pp. 103-197. IpeM, Der lateinische Averroismus des XIII Jahrts. und seine Stellung zur christliche Weltanschauung, Monaco, 1931. R. De Vaux, La première entrée d'Averroès chez les Latin, “Rev. sc. philos. théol.,” 1933. M. Grapmann, L'averroismo-italiano al tempo di Dante con particolare riguardo all’Università di Bologna, “Riv. filos. neosc.,” 1946. Tx. GreENwooD, L’humanisme averroiste en France et les sources du ratio- . malisme, “Rev. Univ. Ottawa,” 1946. B. NarpI, Note per una storia dell'averroismo latino, “Riv. Stor. Filos.,” 1947, 1948, 1949. F. ALessio, Aspetti moderni nel pensiero degli averroisti latini del XIII sec., “Rend. Ist. Lomb. Sc. Lett.,” 1953. Sui rapporti tra la scuola francescana e l’averroismo cfr.: C. Krzanic, La scuola francescana e l'averroismo, “Riv. filos. neosc.,” 1929. IpeM, Grandi lottatori contro l'averroismo, ibidem, 1930. Sigieri di Brabante Opere: a) autentiche: 1) Quaestio utrum haec sit vera: homo est ani- mal, nullo homine existente (1268 ca.): 2) Sophisma: omnis homo de neces- sitate est animal (1268); 3) Compendium super librum de generatione et corruptione (1268 ca.); 4) Quaestiones in librum tertium de anima (1268 ca.); 5) Quaestiones logicales (dopo 1268); 6) Quaestiones supra secundum Phisicae (1270); 7) Impossibilia (1271-1272); 8) Quaestiones naturales (Ms. Parigi Naz. lat. 16.133 (1271); 9) De aerernitate mundi (1271); 10) Tractatus de anima intellectiva (1272-1273); 11) De necessitate et contingentia causarum (1272 ca.); 12) Quaestiones naturales (Ms. Lisbona, Fondo general 2299) (1273 ca.); 13) Quaestiones super II-VII Metaphysicorum (1272-1274); 14) Quaestio- nes morales (dopo 1273). 6II Bibliografia b) attribuite: 1) Quaestiones in libros I, II, III, IV, physicorum; 2) Quaestiones in librum 1, II, Il, IV et VII physicorum; 3) De I, II, III, IV physicorum; 4) De VIII physicorum; 5) Commenium in I physicorum; 6) De libro IV physicorum; 7) Quaestiones in librum I, II et IV meteororum; 8) Quaestiones in libros de generatione et corruptione; 9) Quae- stiones in librum de somno et vigilia; 10) Quaestiones in librum de iuven- tute; 11) Quaestiones in libros tres de anima; 12) De V metaphysicae. c) perdute: 1) Tractatus de intellectu; 2) Liber de felicitate; 3) De mo- tore primo; 4) Rescriptum: significatum est; 5) Super politica Aristotelis; 6) Utrum principia prima sint nobis ignota; 7) De caelo et mundo I et Il; 8) Posteriorum analiticorum I. Edizioni: a) 1) in MAnDONNET, Sigier.., cit., 1 ed., pp. 47-54; 2 ed, pp. 65-70; 2) inedito, riassunto da Van STEENBERGHEN, in Siger de Brabant d’après ses oeuvres inédites, “Le Philosophes Belges,” XII-XIII, Lovanio, 1931-1942, pp. 333-334; 3) Inedito, riassunto da VAN STEENBERGHEN, ibidem, pp. 291-294; 4) Inedito, riassunto da VAN STEENBERGHEN, ibidem, pp. 164-177; 5) ed. MANDONNET, op. cit., 1 ed., pp. 37-45; 2 ed., pp. 55-61; 6) Inedito; estratti in A. Maier, Nouvelles questions de Siger de ‘Brabant sur la physi- que d’ Aristote, in “Riv. Philos. Louvain,” 1946 e in J. J. Dun, La Doctrine de la Providence dans les écrits de Siger de Brabant, “Les philosophes mé- diévaux,” III, Lovanio, 1954, pp. 60-62; 7) ed. in CL. BaEUMKER, Die “im- possibilia” des Siger von Brabant, (“Beitrige,” II, 6), Miinster, 1898; Man- DONNET, op. cit., 2 ed., pp. 73-94; 8) ed. MAnDONNET, ibidem, 1 cd., pp. 57-67; 2 ed., pp. 97-107; 9) Le edizioni con i confronti tra i vari cocci in Man- DONNET, op. cit., 1 ed., pp. 71-83, 2 ed., pp. 131-142; R. Barsori, S. de Brabante de aeternitate mundi, Miinster, 1933; J. Dwyer, L'opuscule de Siger de Brabant “De aeternitate mundi,” Lovanio, 1937; 10) ed ManpoNNET, op. cit., 1 ed., pp. 87-115, 2 ed., pp. 145-172; 11) ed. ManpoNNET, op. cit., 2 ed., pp. 111-128; Dun, op. cit, pp. 14-50; 12) ed. F. SrEGMULLER, in “Rech. Théol. anc. méd.,” 1931, pp. 177-182; 13) ed. C. A. GrAIFF, S. d. B. Questions sur la Métaphysique, “Les Philosophes médiévaux,” I, Lovanio, 1948; alcuni passi da altri mss. a cura di A. MaurER, in “Med. Stud.,” 1949, 1950. Altre qq. sono state pubblicate dal Duin, op. cit., pp. 71-111; 14) ed. STEGMULLER, op. cit., pp. 172-177. 6) Per la attribuzione sono il DeLHAYE, il GRarrr, il DE Wutr, il LorTIN, il PeLsTER, il Dun, contro GiLson e Narpi. 1) ed. parziale del Dun, op. cit., pp. 51-57; 2) ed. Pu. DeLHave in “Les philosophes belges,” Lovanio, 1941; 3) ed. parziale Dun, op. cit., pp. 63-67; 4) ed. parziale Duin, pp. 67-71; 5) inedito; 6) inedito; 7) riassunto da Van STEENBERGHEN, op. cif., pp. 233-263; ed. parziale Dun, op. cit., pp. 111-118; 8) riassunto da Van STEENBERGHEN, Op. cit., pp. 268-291; 9) riassunto da VAN STEENBERCHEN, op. cit., pp. 223-233; 10) riassunto da Van STEENBERGHEN, 0). cif., pp. 263-267; 11) ed. Van SreENBERGHEN, in “Les philosophes belges,” XII, pp. 21-160; 12) cfr. Dun, op. cit., pp. 235-241. 612 Bibliografia Bibliografia: Oltre le opere fondamentali del ManpoNNET, del VAN STEEN- BERGHEN, del Dun, cfr.: CL. BaEuMKER, Zur Beurteilung Sigers von Brabant, “Philos. Jahrb., 1911. IpeMm, Um Siger von Brabant, ibidem. M. F. F. G. L. = PI [ec] A A. B A. Grasmann, Neu aufgefundene Werke des S. von Brabant und Boetius von Dacien, “Sitz.ber. Bayer. Akad. d. Wissensch. Philos.-Hist. K1.,” 1924. Sassen, Um Siger de Brabant et la double vérité, “Rev. néosc. philos.,” 1931. Van STEENBERGHEN, Siger de Brabant d’après ses oeuvres inédites, ibidem, 1930. BuswetLI, L'accordo di Sig. di Brab. e Tommaso d'Aquino, “Civ. Catt.” 1932. Perucini, Il tomismo di Sigieri di Brab. e l'elogio dantesco, “Giorn. dantesco,” 1933. . Narpi, Il preteso tomismo di Sigieri di Brab., “Giorn. crit. filos. ital.” 1936, 1937. Gison, Dante et la Philosophie, Parigi, 1939, passim. . GraBMAnN, Sigier von Brabant und Dante, “Deutsches Dante Jahrb.,” 1939. . Vanni-RovicHi, Sigieri di Brabante nella storia dell'aristotelismo, “Riv. filos. neoscol.,” 1944. . Narpi, Sigieri di Brabante nel pensiero del Rinascimento italiano, Roma, 1945. . Marer, Nouvelles Questions de Siger de Brabant sur la Physique d' Aris- tote, “Rev. Philos. Louvain,” 1945. MaureER, “Esse” and “Essentia” in the Methaphysics of Siger of Brabant, “Med. Stud.,” 1946. . Narpi, Individualità e immortalità nell’averroismo e nel tomismo, “Arch. filos.,” 1946. Maier, Les commentaires sur la Physique d'Aristote attribués à Siger de Brabant, “Rev. philos. Louvain,” 1949. Ipem, Die Vorlàufer Galileis..., cit, pp. 184 sgg., 237 sgg. A. Op pu MauRER, Siger of Brab. and an Averroistic Commentary on the Metaphy- sics, in Cambridge Peterhouse ms. 152, “Med. Stud.,” 1950. Narpi, L'anima umana secondo Sigieri, “Giorn. crit. filos. ital.” 1950. Van SrEENBERGHEN, Siger of Brabant, “Mod. School.,” 1951-1952. . Maurer, Siger of Brabant's “De necessitate et contingentia causarum” and Ms. Peterhouse 152, “Med. Stud.,” 1952. . MaIER, An der Grenze von Scholastik..., cit., pp. 97 sgg., 159 sgg. De Parma, La dottrina dell'unità dell'intelletto in Sigieri di Brabante, Padova, 1954. IpeM, L'immaterialità dell'anima intellettiva in Sigieri di Brabante, “Collect. franc.,” 1954, 613 Bibliografia 0. DuneM, Le système du monde, cit., V, pp. 574-577; VI, pp. 13-15, 394-395. S. Mac CLInTOcK, Heresy and Epithet. An Approach to the Problem of Latin Averroism, “Rev. Metaph.,” 1954, 1955. MAauRER, Between reason and faith: Siger of Brabant and Pomponazzi on the magic arts, “Med. Stud.,” 1956. van STEENBERGHEN, Nouvelles recherches sur Siger de Brabant et son école, “Rev. philos. Louvain,” 1956. . Zimmermann, Die Questionen der Siger von Brabant zur Physik des Aristoteles, Colonia, 1956. . De Parma, La conoscenza intellettuale del singolare corporeo secondo Sigieri di Brabante, “Sophia,” 1958. . Narpi, L'anima umana secondo Sigieri, in Studi di filosofia medioevale, cit., pp. 151-161. Cfr. inoltre le indicazioni bibl. generali in GeyER, pp. 757-758; DE Brie, nn. 6798-6818; De Wutr, II, pp. 220-222. DUO on > Boezio di Dacia Opere: Commenti alle opere aristoteliche; De modis significandi; De summo bono; De somno et vigilia; De mundi aeternitate. Edizioni: Die “Op. De summo bono sive De vita philosophi” und “De sompniis” des Boetius von Dacien, a cura di M. GraBmann, “Arch. hist. doctr. litt. m.-à.,” 1932; 2 ed. in Mittelalterliches Geistesleben, Il, cit., pp. 200-224; G. Sayo, Un traité récemment découvert de Boèce de Dacie “De mundi acternitate” Texte inédite, avec une introduction critique et en appendice un texte inédit de Siger de Brabant: “Super VI Metaphysicaey” Budapest, 1954. Bibliografia: Cfr. GeyER, p. 758; De Brie; nn. 3601, 4831, 7352, 7415; De Wutr, Il, pp. 221-222. In particolare v.: P. Doncoeur, Notes sur les averroistes latins: Boèce de Dace, “Rev. scien. philos. théol.,” 1910. M. Grapmann, Neu aufgefundene Werke des S. v. Br. und Boetius v. Dacien, “Sitz.ber. Bayer. Akad. d. Wissens. Philos-Hist. KI.,” II, 1924. P. ManponnetT, Note complémentaire sur Boèce de Dace, “Rev. sc. philos. théol.,” 1933. F. Van STEENBERGHEN, in DHGE, IX, 381-389. M. Grasmann, Textes des Martinus von Dacien und Boetius von Dacien zur Frage nach dem Unterschied von essentia und existentia, “Miscell. Gredt,” 1938. A. Maurer, Boetius of Dacia and the Double Truth, “Med. Stud.,” 1955, 014 Bibliografia F. Sassen, Boéthius van Dacie en de theorie van de dubbele Waarheid, “Stud. cath.,” 1955. A. Hurnacet, Zum Lehre von der doppelten Wahrheit, “Theol. Quart.,” 1956. Capitolo ottavo Roberto Grossatesta Opere: a) propedeutiche: De arzibus liberalibus; De generatione sono rum; b) astronomiche: De sphaera; De generatione stellarum; De cometis; c) cosmologiche: De luce seu de incoatione formarum; Quod homo sit mi- nor mundo; d) ottiche: De lineis angulis et figuris, seu de fractionibus et reflexionibus radiorum; De natura locorum; De iride; De colore; e) fisiche: De calore solis; De differentiis localibus; De impressione elementorum; De motu corporali; De motu supercaelestium; De finitate motus et temporis; De impressionibus aèris, seu de prognosticatione; f) metafisiche: De unica forma omnium; De intelligentiis; De statu causarum; De potentia et actu; De veritate; De veritate et propositionibus; De scientia Dei; De ordine enu- cleandi causatorum a Deo; g) psicologiche: De libero arbitrio. Opere dubbie: De anima. Opere non autentiche: Summa philosophiae; Commento alla Consolatio boeziana. Commenti autentici: agli Analytici posteriori; alla Physica di ArisTOTELE; agli Elenchi sofistici; In Hexaemeron. Traduzioni: Ethica Nicomachea, con i commenti di Eustrazio per il Il. I e VI, di anonimo per i Il. II, V, VII, di Michele di Efeso per i Il. V, IX, X e di Aspasio per il l. VIII; De virtute et vitiis; De lineis indivisibilibus; De coelo et mundo (solo un terzo del c. 1 del 1. III); De passionibus dello Pseupo Anpronico; le Opere dello Pseupo Dionici € di Giovanni Dama- sceno (con il Commento al De Mystica theologia). Edizioni: L. Baur, Die philosophischen Werke des Robert Grosseteste, (£“Beitrage,” IX), Miinster, 1912; il Commento agli Analityci nell’ed. di Ve- nezia, 1514, quello al De Mystica theologia, a cura di U. GamBa, Milano, 1942; per quello all’Hexaemeron v. J. T. MuckLe, The Hexaemeron of R. G., in “Med. Stud.,” 1944; le Epistolae, ed. H. R. Luarp, Londra, 1861. V. inoltre: S. H. THomson, The Notule of Grosseteste on the Nichomachean Ethics, Londra, 1934; D. A. CaLLus, The Summa theologiae 0} Robert Grosseteste, “Studies in med. History presented to F. M. Powicke,” Ox- ford, 1948. Tr. del De luce a cura di C. C. RiepL, Robert Grosseteste on the Light, Milwaukee, 1942, Bibliografia: La bibl. generale in GEvER, pp. 731-732; De Brie, nn. 5436- 5450; De Wutr, II, pp. 102-103, 615 Bibliografia In particolare cfr.: F. S. Stevenson, Robert Grosseteste Bishop of Lincoln, Londra, 1899. P. Dunem, Le svstème du monde, cit., II, pp. 277-288; 410-413; IV, pp. 13-15, 49-52; V, pp. 295-297, 340-345, 348-359; VI, pp. 112-119; VII, pp. 176-177, VIII, pp. 67-68, 257-258; IX, pp. 31-36. L. Baur, Die Philosophie des Robert Grosseteste (“Beitrige,” XVIII, 4-6), Munster, 1917. F. Perster, Zwei unbekannte Traktate des Robert Grosseteste, “Schol.,” 1926. S. H. TuÙomson, The “De anima” of Robert Grosseteste, “N. Schol.,” 1933. IpeM, The Text of Grosseteste's de cometis, “Isis” 1933. Ipem, The Summa in VIII libros Physicorum of Grosseteste, Ibidem, 1934. E. FrancescHINI, /ntorno ad alcune opere di Roberto Grossatesta, vescovo di Lincoln, “Aevum,” 1934. S. H. Tuomson, The Writings of Robert Grosseteste, Bishop of Lincoln, Cambridge, 1940. L. E. LyxcH, The doctrine of Divine Ideas and Illumination in Robert Grosseteste, “Med. Stud.” 1941. D. A. CaLcus, Philip the Chancelor and the “De anima” ascribed to Robert Grosseteste, “Med. Stud.,” 1941-43. IpeM, The Summa Duacensis and the Pseudo Grosseteste's “De Anima,” “Rech. théol. anc. méd.,” 1946. lInoeMm, The Oxford Career of Robert Grosseteste, “Oxoniensia,” 1949. ). C. Russet, Phases of Grosseteste’s intellectual life, “The Harvard Theol. Rev.,” 1950. Ipem, Some Notes upon the Career of Robert Grosseteste, ibidem, 1955. E. FrancescHINI, Un inedito di Roberto Grossatesta: la “Quaestio de accessu et recessu maris,” “Riv. filos. neosc.,” 1952. Ipem, Sulla presunta datazione del “De impressionibus aèris” di Roberto Grossatesta, ibidem, 1952. V. Miano, La teoria della conoscenza in Roberto Grossatesta, “Gior. Met.,” 1954. S. Girsen, Le potenze naturali dell'anima secondo alcuni testi inediti di Roberto Grossatesta, in L'homme et son destin... cit., pp. 437-443. Cfr. inoltre nella sua attività di traduttore: F. M. PowickE, Robert Grosseteste and Nicomachean Ethics, “The Proceed. of Arist. Acad.,” 1930. S. H. THÒomson, A note on Grosseteste's Work of Translation, “Jour. of theol. Stud.,” 1933. E. FrancescHINI, Grosseteste's Translation of the “Prologus” and the “Scho- lia” of Maximus to the Writings of the Pseudo-Dionysius Arcopagita, “Jour. theol. stud.,” 1933. Ipem, Roberto Grossatesta vescovo di Lincoln e le sue traduzioni latine, “Atti Ist. Ven.,” 1933-1934, 616 Bibliografia Ipem, Una nuova testimonianza su Roberto Grossatesta traduttore dell’Eti- ca Nicomachea, “Aevum,” 1953. Sul pensiero e sull’attività scientifica: L. THornpike, 4 History of magic and experimental Science, Il, cit., pp. 436-353. D. E. 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THomson, Grosseteste's “Quaestio de calore” “De cometis” and “De operacionibus Solis,” “Medievalia et Humanistica,” 1957. R. C. Daces, Robert Grosseteste's “Commentarius in Octo libros Physicorum Aristotelis” ibidem, 1957. C. M. TuRBAYNE, Grosseteste and an ancient optical principle, “Isis” 1959. Adamo di Marsh Opere: Numerose composizioni di carattere teologico ed esegetico an- cora inedite: Le Epistolae (247) in Monumenta franciscana historica, I, Lon- dra, 1858, pp. 77-489 (ed. J. S. BrEWER). Bibliografia: Cfr. Gever, p. 738; De Brie, n. 3633; DE WuLF, II, p. 103. Cfr. inoltre: A. De SéRENT, in DHGE, I, 482 sgg. H. Fetper, Storia degli studi scientifici nell'Ordine francescano (tr. it.), Siena, 1911, pp. 285-31I. G. Contini, Adamus de Marsico O.F.M. auctor spiritualis, “Ant.,” 1948. R. W. Hunt, Chapter headings of Augustine “De Trinitate” ascribed to Adam Marsh, “The Bodleian Library Record,” 1957. 617 Bibliografia Riccardo di Cornovaglia Bibliografia: Cfr. GevEr, p. 733; De Brie, nn. 5425, 7333, 7458-7462; De Wucr, II, pp. 103-104. In particclare cfr.: A. G. LirtLe, Franciscan School at Oxford, “Arch. franc. hist.,” 1926. F. Pelster, Neue Schriften des englischen Franziskaners Richardus Rufus von Cornwal, “Schol.,” 1933, 1934. F. M. HenquineT, Autour des écrits d’Alexandre de Halès et de Richard Rufus, “Ant.,” 1936. F. PerstEr, Die dlteste Abkiirzung u. Kritik vom Sentenzenkommentar des hl. Bonaventura im Werk des Ricardo Rufus de Cornubia, “Greg.,” 1936. D. A. CaLLus, Two Early Oxford Master on the Problem of Plurality of Forms Adam of Buckfield, Richard Rufus of Cornwall, “Rev. néosc. philos.,” 1939. F. Pelster, Richardus Rufus Anglicus, cin Vorliufer des Duns Skotus in der Lehre von der Wirkung der priesterlichen Lossprechung, “Schol.,” 1950. G. Gar, Comment. in Metaphys. Aristotelis cod. Vat. lat. 4538 fons doctri- nae Richardi Rufi, “Arch. franc. hist.,” 1950. Ipem, Viae ad existentiam Dei probandam in doctrina Richardi Rufi, “Franz. Stud.,” 1956. Tomaso di York Opere: Manus quae contra Omnipotentem tenditur; Sapientiale; Com- paratio sensibilium. Alcune pagine del Sapientiale sono state edite da E. Loncpré in “Arch. Hist. doctr. litt. m. à.,” 1926. Bibliografia: M. Grasmann, Die metaphysik des Thomas von York (“Beitrige,” Suppl. I), Miinster, 1913. F. PeLstEer, Thomas von York o.f.m. als Verfasser des Traktats “Manus...,” “Arch. franc. hist.,” 1922. E. Loncpré, Fr. T. d'York. La première somme métaphysique du XIII° s., ibidem, 1926. Ipem, Thomas d’York et Matthieu d'Acquasparta (Textes inédits sur le pro- blème de la Création) “Arch. Hist. doctr. litt. m. 4.” 1926. F. Treserra, Entorn del Sapientiale de Thomas de York, “Criterion,” 1929. IpeM, De doctrinis metaphysicis fr. Thomae de Eboraco, “Anal. Sacra Tarrac.,” 1929. D. E. SWÙiarp, Franciscan philosophy at Oxford, Oxford, 1930, pp. 49-112. E. Amann, in DThC, XV, 781-787. G. BonarepE, Il pensiero francescano nel sec. XIII, Palermo, 1952. J. P. ReiLLy, Thomas de York on the efficacy of secondary causes, “Med. Stud.,” 1953. La bibliografia generale in GevEr, p. 738; DE Wutr, II, p. 104, 618 Bibliografia Ruggero Bacone Opere: Opus Maius; Opus minus; Opus tertium; Compendium studii philosophiae; De secretis operibus artis et naturac et de nullitate magiae; Compendium studii theologiae; Moralis philosophia; inoltre un cospicuo numero di opere minori, commenti aristotelici, opuscoli, ecc., tra i quali ricordiamo particolarmente i Communia mathematica e il Liber commu- nium naturalium. Edizioni: Opus Majus, ed. S. JeBB, Londra, 1733 (rist. Venezia, 1750); ed. J. H. Bripces, Oxford, 1897-1900; tr. ingl. di R. B. Burke, Filadelfia, 1928; Opus minus et Opus tertium, a cura di J. S. BreweR (R. Bacon, “opera quaedam hactenus inedita” Rerum Britannicarum M. A. Scriptores). Lon- dra, 1859. (Nuovi frammenti dell'Opus Tertium sono editi da P. DuneM, Un frag. inédit de l'opus tertium de R. B., Firenze, 1909; e da A. G. LirtLE, Part of the Opus Tertium of R. B. including a fragment, Aberdeen, 1912); la lettera di dedica dell'Opus maius a cura di F. A. Gasquer, An unpublished fragment of a Work of Roger Bacon, “Engl. Hist. Rev.” 1897; Compendium studii philosophiae e De Secretis operibus artis et na- turae et de nullitate magiae, in ediz. BrewER (cit.). (Il De Secretis ecc., è tradotto in italiano, a cura di G. DEE, collez. “I tesw classici dell’esoterismo tradizionale e del simbolismo religioso,” Milano, 1945); The Greek Gram- mar of R. B. and a Fragment of his Hebrew Grammar, a cura di E. No- Lan e S. HirscH, Cambridge, 1902; Compendium studii theologiae, a cura di H. RasHpatt, Aberdeen, 1911. ' Le opere già inedite in: Opera hactenus inedita R. Baconi, a cura di LirtLE e R. STEELE, Oxford, 1905 sgg.; Rog. Baconi Moralis Philosophia, a cura di F. M. DeLorME-E. Massa, Zurigo-Verona, 1953. Bibliografia: La bibl. generale in GeveR, pp. 760-761; De Brie, nn. 4622, 4971, 5688-5709, 7388; De Wutr, II, pp. 302-304. Come indicazioni bibliografiche sommarie ‘cfr.: E. CÙartes, Rog. Baon, sa vie, ses oeuvres, ses doctrines, Parigi, 1861. H. HorrMmans, La synthèse doctrinale de Rog. Bac., “Archiv. f. Gesch. d. Phil.,” 1907 (vedi anche in “Rev. néosc. philos.,” 1906, 1908, 1909). P. ManponneT, Rog. Bac. et le “Speculum astronomiae” e Rog. Bac. et la composition des trois “Opus,}” “Rev. néosc. philos.,” 1910, 1913. H. Héover, Rog. Bacons Hylomorphismus als Grundlage seiner philosophi- schen Anschauung, “)ahrb. Philos. u. spek. Theol.,” 1911. A. G. LirtLEe, Roger Bacon. Essays contributed by various Writers, Oxford, 1914. P. Dunem, Le système du monde, cit., III, p. 237-239, 397-400, 410-442, 446-455, 461-464, 471-477, 499-519; V, 375-380, 384-402, 404-415; VI, pp. 619 Bibliografia 106-111, 270-272, 394-397; VII, 20-21, 56-58, 163-168, 193-197, 577-579; VIII, pp. 22-25, 31-34, 64-75, 133-149, 158-160, 176-181, 226-229, 239-240, 245-247, 255-259, 375-390; IX, pp. 33-35, 109-113, 150-151, 160-161, 186- 187. 259-263, 368-369, 373-374; X, pp. 117-118, 211-212, 239-240. CL. BaeuMKER, Rog. Bac. Naturphilosophie, “Franz. Stud.,” 1916. R. Carton, L'expérience physique chez Rog. Bac. Contribution è l'étude de la méthode et de la science expérimentale au XIII° siècle, Parigi, 1924. IpeM, L'expérience mystique de l'illumination intérieure chez Rog. Bacon, Parigi, 1924. IpEM, La synthèse doctrinale de Rog. Bac., Parigi, 1924. R. Wacz, Das Verhiltnis von Glauben und Wissen bei Roger Bac., Fri- burgo, 1928. CH. VanpervaLLe, Rog. Bacon dans l'histoire de la philologie, Parigi, 1929. F. PeLstER, Rog. 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Roberto Kilwardby Opere: a) commenti: all’'Isagoge; a vari testi dell’Organon, alla Physica, al De coelo et mundo; al De generatione et corruptione; ai Matercologica; al De anima; alla Metaphysica, e ad alcuni testi boeziani; b) trattati: Commento alle Sentenze; De unitate formarum; De ortu et divisione scientiarum; De tempore; De conscientia; De spiritu imaginativo. Edizioni: Estratti dal De orsu et divisione philosophiae, in B. Haurfau, Notices et extraits, V; la lettera a Pietro di Conflans in E. Enrte, Der Augustinismus und der Avristotelismus in der Scholastik gegen Ende des 13 Jhts., “Arch. f. Lett. u. Kirchengesch. d. Mittelalt.,” 1889. Il prologo del Commento: De natura Theologiae, ed. F. StecmuLLER, in “Opuscula et textus,” S. schol., 17, Miinster, 1935; il De Imagine et vestigio Trinitatis, in “Arch. Hist. doctr. litt. m. à.,” 1935-36; Tabulae super originalia Patrum (ed. D. A. CaLLus), Bruges, 1948. Bibliografia: Cfr. Gevyer, p. 764; De Brie, nn. 7463-7474; De WuLFe, II, pp. 237-238. In particolare: A. BirkENMAJER, Der Brief R. Kilwardby's an Peter von Konflans und die Streitschrift des Aegidius von Lessines (“Beitràge,” XX, 5), Miinster, 1922. M. D. CÙenu, Le “De spiritu imaginativo” de Robert Kilwardby, “Rev. sc. philos. théol.,” 1926. IpeM, Le “De coscientia” de Robert Kilwardby, ibidem, 1927. IpeM, Les réponses de St. Thomas et de Kilwardby è la consultation de Jean de Verceil, 1271, “Mél. Mandonnet,” 1930. Ipem, Le traité “De tempore” de Robert Kilwardby, in Aus der Geisteswelt des Mittelalters, cit. F. StEGMULLER, Robert Kilwardby O. P. Ueber die Mòglichkeit der natiirli- chen Gottesliebe, “Div. Th.,” (F), 1935. 621 Bibliograjii D. E. SHarp, The “De ortu scientiarum” of Robert Kilwardby, “N. Schol.,* 1934. IpeM, The 1277 condemnation by Kilwardby, Ibidem, 1934. IpeM, Further philosophical Doctrines of Kilwardby, ibidem, 1935. A. 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DeLORME, Roma, 1938; Tractatus de anima, ed. G. Mrtani, Firenze, 1948; Canticum pauperis, ed. G. MELANI, Quaracchi, 1949. Bibliografia: Cfr. Gever, p. 762; De Brie, nn. 5710-5712; De Wutr, II, pp. 268-269. In particolare cfr.: F. Exrte, /. Peckam, tiber den Kampf des Augustinismus u. Aristotelismus, “ Zeitschr. f. kathol. Theol.,” 1889. IpeM, L'agostinismo e l'aristotelismo nella Scolastica del sec. XIII, Ro- ma, 1925. H. SpettMan, Quellenkritisches zur Biographie des ]. Peckam, “Franz. Stud.,” 1915, Ipem, Die Psychologie des ]. Peckam (“Beitrige,” XX, 6), Miinster, 1919. IpeM, Der Ethikkommentar des ]. Peckam (“Beitràgey” Suppl., II), Miinster, 1923. IpeM, Der Sentenzenkommentar des Franz. Erzbischrofs ]. Peckam, “Div. Th. (F.);” 1927. A. CacceBaut, /. Peckam et l'augustinisme, “Arch. franc. hist.,” 1925. A. TeeraerT, in DThC, XIII, 100-140. 622 Biblogra fia V. Doucet, Notulae bibliographicae de quibusdam operibus fr. ]. Peckash, “Ant.,” 1933. J. H. SmirH, The Attitude of ]. 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BaLuze-M.Mansi, Lucca, 1761; il Frazicelli cuiusdam decalogus evangelicae paupertatis, ed. M. Bir, “Arch. franc. hist.,” 1939 ed F. M. DeLorME, Notice ei extraits d'un manuscrit franciscain..., “Collect. franc.,” 1945, Bibliografia: J. CH. Hucx, Ubertin von Casale und dessen Ideenkreis, Friburgo, 1903. F. CaLLary, L'idéalisme franciscain spirituel au XIV* siècle... Lovanio, 1911. IpeM, L'influence et la diffusion de “Arbor vitae crucifixae” de Ubertino, “Rev. hist. éccl.,” 1921. P. Goperroy, in DThC, XV, 2121-2134. Eustachio di Arras Opere: Quaestiones disputatae; Quaestiones quodlibetales; Sermoni. Edizioni: Cfr. De humanae cognitionis ratione anedocta quaedam, Qua- racchi, 1883. Bibliografia: cfr. Gever, p. 762; De Brie, n. 6694; De Wutr, II, p. 268. P. Grorieux, Fr. E. d’Arras, “France franc.,” 1930. Bibliografia A. Lanoorar, Zum Schriften des Frater E. von Arras, “Collect. franc.” 1931. ri V. Doucet, Quaestiones centum ad scholam franciscanam spectantes, “Arch. franc. hist.,” 1933. G. Bonarepe, /l pensiero francescano, cit. Gualtiero di Bruges Opere: Quaestiones disputatae; Commento alle Sentenze. Edizioni: Le Quaestiones, ed. E. Loncpré, Lovanio, 1928; del Commen- to, saggi del Loncpré in “Arch. Hist. doctr. litt. m. à.,” 1933. x Bibliografia: cfr. Gever, p. 762; De Brie, 6694; De Wute, Il, p. 268. E. Loncpré, Gauthier de Bruges, O.F.M. et l'augustinisme franciscain au XII siècle, “Miscell. Ehrle,” I, Roma, 1924. IpeM, Le commentaire sur les Sentences du B. Gauthier de Bruges, “Pubbl. Inst. étud. méd. d’Ottawa,” 1932. A. PeLzer, Le Commentaire de Gauthier de Bruges sur le IV L. des. Sen- tences, “Rech. théol. anc méd.,” 1930. S. BeLmonp, La preuve de l'existence en théodicée d'après Gauthier de Bru ges, “Riv. filos. neosc.,” 1933. O. Lottin, La liberté selon Gauthier, “Rech. théol. anc. méd.,” 1935. R. Hormann, Die Gewissenslehre des Walters v. 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Testo critico del “De reprobatione Monarchiae,” Padova, 1958. Sulla crisi storica tra la fine del XIII e l’inizio del XIV secolo cfr. inoltre in particolare gli studi di G. De Lacarpe, La naissance de Pesprit laique au déclin du M.À,, cit. Sugli “Spirituali” cfr. soprattutto: F. Exte, Die Spiritualen, ihr Verhiltnis zum Franziskevenorden und zu den Fraticellen, in “Arch. f. Litt. u. Kirchengeschichte,” 1886. F. Caccary, L'idéalisme franciscain spirituel du XIV siècle, cit. K. BattHasar, Geschichte des Armutsstreites in Franziskanenorden bis zum Konzil von Vienne, Miinster, 1911. Capitolo secondo Giovanni Duns Scoto Opere: L'elenco definitivo delle opere autentiche sarà possibile stenderlo solo quando sarà compiuta l’ed. critica in preparazione e di cui sono ap- parsi solo i primi volumi (Opera omnia, studio et cura Commissionis scotisticae ad fidem codicum edita, Città del Vaticano, 1950 sgg.) che reca .nel I vol. una Disquisitio critica di particolare valore. Tra le opere già contenute nell’ed. Vivès si possono però considerare autentiche sicuramente le seguenti: Quaestiones super universalia; Super praedicamenta; Super Ì. I Periermencias, In Il librum Periermencias; Secundi operis Periermeneias; Super libros Elenchorum Aristotelis; Super l. I Priorum; Super l. II Prio- rum; Super l I Posteriorum; Super l. Il Posteriorum; Quaestiones in libros Aristotelis de anima; De primo principio; Collationes Oxonienses; Collationes parisienses; Quaestiones subtilissimae in Metaphysicam Aristo- telis; Opus Oxoniense (Ordinatio o Liber Scoti); Reportata Parisiensia; Quaestiones quodlibetales XXI. È in discussione l'autenticità del Tracsazus imperfectus de cognitione Dei, del De perfectione statuum e dei Theoremata. Sono stati inoltre scoperti recentemente altri scritti contenenti ampi resoconti dei corsi scolastici tenuti dallo Scoto a Oxford, a Cambridge e a Parigi; i più importanti sono noti col nome di Lectura Oxroniensis o Lectura prima e di Reportatio magna. Edizioni: Opera omnia, a cura di L. Wapprnc, 12 voll., Lione, 1639; Opera omnia, a cura di Vivès, 26 voll., Parigi, 1891-1895; Opera omnia, a cura della Commissione scotista, presieduta dal P. C. BaLiz, Roma, 1950 segg. (e cfr. del Bari&, Zur Kritische Edition der Werke ]. Duns Skotus, “Scriptorium,” 1954, e Au sujet de l'édition critique des oeuvres de ]. Duns Scot, in L'homme et son destin... cit., pp. 229-239). Opus Oxoniense, a cura di M. FernAnpez Garcfa, Quaracchi (Firenze), 1912, 1914; I. D. Scoti doctrina 645 Bibliografia philosophica et theologica quo ad res praecipuas, Quaracchi, 1908, 1930?; Quaestiones et Collationes, inediti, a cura di C. R. S. Harris, 1927; Tractatus de primo principio, a cura di M. MitLER, Friburgo, 1941 (ed. crit.); DEODAT De Basty, Capitalia opera collecta (I. Praeparatio philosophica; I. Synthesis theologica), Le Havre, 1908-1911 (vedi anche Scozus docens, Le Havre, 1934). È in corso (Madrid, 1960 sgg.) un'edizione bilingue spagnola. Si cfr. anche con trad. it. a fronte, l'antologia a cura di P. D. Scaramuzzi: Duns Scoro, Summula (scelta di scritto coordinati in dottrina). Firenze, 1932 e l'antologia a cura di P. Minces, Joh. Duns Scoti doctrina philosophica et theologica quoad res praecipuas proposita et exposita, Quaracchi (Firenze). Bibliografia: Per la bibl. generale cfr. P. Minces, Die skotische Lite- ratur des 20 Jhts, “Franz. Stud.,” 1917. A. PeLzer, 4 propos de Jean Duns Scot et des études scotistes, “Rev. néoscol. philos.,” 1923. S. Stmonis, De vita et operibus B. Duns Scoti iuxta litteraturam ultimi de- cennii, “Ant.,” 1928. V. Comte-Lime, Bibliographie scotiste de langue frangaise (1900-1934) “Cong. des lecteurs francisc.,” Lione, 1934. M. 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Edizioni: 1) numerose edd. della III red. dal 1508 in poi; 2) la Quae- stio de natura cognitionis, ed. J. KocH, in “Op. et Tex.,” VI, Miinster, 1929, 1935; 4) (Quaestio IV) ibidem, VIII, Miinster, 1930. Bibliografia: cfr. Gever, pp. 768-769; De Brie, nn. 7247-7248; DE WutF, III, p. 28. In particolare vedi: J. KocH, D. de S. Porciano, O. P., Forschungen zur Streit um Thomas von Aquin zu Beginn des 14 Jahrh. 1: Literargeschichtliche Grundlegung, (*Beitrige,” XXVI, 1), Miinster, 1927. 3. SturLEr, Bemerkungen zur Konkurslehre des Durand von St. Pourgain, Aus des Geisteswelt des Mittelalters, cit. 653 Bibliografia P. Fournier, Durand de St. Purcain, in Hist. litt. de la France, 37, Parigi, 1938, pp. 1-38. J. MùLLER, Quaestionen der ersten Redaktion von I und Il Sent. des Durand de S. Porciano în einer Hs. der Bibl. Antoniana in Padua, “Div. Th.” (F.), 1941. J. KocH, Zur der Durandus - Hs. der Bibl. Antoniana von Padua, ibidem, 1942. A. Mar, Zwei Grundprobleme..., cit., pp. 70 sgg. Ipem, An der Grenze von Scholastik..., cit., pp. 186 sgg. P. DunHEMm, Le système du monde, cit., VII, pp. 27-30, 107-108, 492-493, 498-500; VIII, pp. 265-266. Pietro Aureolo Opere: Tractatus de principiis naturae; Commento alle Sentenze in due red.; XVI Quaestiones quodlibetales. Edizioni: Commento (II red.) e Quodlibeta, Roma, 1596, 1605. Bibliografia: cfr. GevER, p. 769; DE Brie, nn. 7429-7430, 7496; De WutF, III, pp. 28-29. In particolare v.: R. Drerino, Konzeptualismus in der Universalienlehre des Franziskanererz- bischofs Petrus Aureulus (“Beitrige,” XI, 6), Miinster, 1913. B. Lannry, Pierre d’Auréole. Sa doctrine et son réle, “Rev. Hist. Philos.,” 1928. P. Vicnaux, Justification et prédestination au XIV® siècle, Parigi, 1934, pp. 43-95. IpeM, Notes sur la rélation de Pierre d'Auréole à la theologie trinitaire, “Ann. École prat. hautes étud. Sc. relig.,” 1935. A. Teeraert, in DThC, XII, 1018-1081. R. ScHMUcKER, Propositio per se nota. Gottesbeweis und ihr Verhaltnis nach P. 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Carm.,” 1925. % Ipem, Guiu Terrana carmelita de Perpinyà, Barcellona, 1932. 655 Bibliografia Capitolo quarto Guglielmo d'Occam Opere: a) filosofiche e teologiche: 1) Commentarii (sive Quaestiones) in IV sententiarum libros; 2) De sacramento altaris; 3) Quodlibeta VII; 4) Tractatus de praedestinatione et praescientia Dei; 5) Expositio aurea super «eriem veterem; 6) Summa totius logicae; 7) Summulae in libros physicales; 8) Tractatus super libros elenchorum; 9) De relatione; 10) Quaestiones in libros physicorum; 11) De quantitate. b) teologico- politiche: 1) Allegaziones religiosorum virorum; 2) Opus nonaginta dierum; 3) Dialogus inter magistrum et discipulum de potestate papae et imperatoris; 4) Epistula ad fratres minores in capitulo apud Assi- sium congregatos; 5) De dogmatibus ]ohannis XXII papae; 6) Tractatus contra Johannem XXII; 7) Tractatus contra Benedictum XII; 8) Com pendium errorum papae Johannis XXII; 9) Allegationes de potestate im- periali; 10) An rex Angliae; 11) Brevilogium de principatu tyrannico (dub- bio); 12) Octo quaestiones; 13) Tractatus de jurisdictione imperatoris in causis matrimonialibus; 14) De imperatoris et pontificum potestate; 15) De clectione Caroli IV. c) attribuito “di scuola”: 1) Cenziloqguium theologicum (molto dubbio); 2) Tractatus de successivis; 3) De puncto et negatione; 4) De principiis theo- logiae; 5) Compendium logicae; 6) Quaestio de universali; 7) Quaestio de selatione; 8) Breviloquium de potestate papae. Edizioni: critiche: a, 1): Quaestio I principalis; ed. PH. BoHNER, Pader- born, 1939 e I dist. II, 8 in “The new Schol.,” 1942; I dist. III, 9, 14-15, in “Traditio,” 1943; «, 2) a cura di B. BrrcH, Burlington (Iowa), 1930; 2, 4) «ed. PH. BòHNER, S. Bonaventure (N. Y.), 1945; 4, 5) PH. BOHNER, Periher- geneias, in “Traditio,” 1946; «, 6) a cura di PH. B6HNER, S. Bonaventure (New York), 1951-1954 (I vol. rist. 1957); è, 2) ed. E. R. BENNET e J. G. SikEs, in GuiLeLmi De OckHam, Opera politica, I, Manchester, 1940 (cc. I-VI); 5, 4) ed. L. Baupry, in “Rev. hist. francis,” 1926; ed. C. K. BrampPtoNn, Oxford, 1929; ed. H. S. OrrLER, in Opera politica, III, Manchester, 1956; 5, 6), ed. H. S. OrrLER, in Opera politica, III, cit. (estratti e analisi in R. ScHoLz, Unbekannte kirchenpolitische Streitschriften aus der Zeit Ludwigs des Bayern, Roma, 1914, pp. 403-417); è, 7) ed. H. S. OrrLER, in Opera po- ditica, III, cit. (analisi ed estratti in R. ScHotz, op. cit., pp. 403-417; è, 9) (estratti in R. ScHoLz, op. cit., pp. 417-431); 5, 10) ed. H. S. OFFLER, in Opera politica, I, cit. (estratti in R. ScHoLz, op. cit., pp. 432-453); 5, 11), ed R. ScHotz, Lipsia, 1944; è, 12) ed. J. Sikes, in Opera politica, I, cit.; è, 13) ed. H. S. OrrLER, in Opera politica, I, cit.; è, 14) R. ScHoLz, op. cit., pp. 453- 480; ed. C. K. Brampron, Oxford, 1027; ed. W. Mutper, in “Arch. franc. Hist.,” XVI-XVII; 5, 15) ed. K. MiLLer, Traktat gegen Unterwer- 656 Bibliografia fungsformel..., Giessen, 1888; R. ScHoLz, Conradus de Megenberg. Trak- tatus contra Wilhelmum Occam, in op. cit., 11, pp. 347-363; c, 2) ed. Pu. BoHNER, S. Bonaventure (N. Y.), 1944; c, 4) L. Baupry, Le “Tractatus de principiis theologiae” attribut è Guillaume d'Ockham, Parigi, 1936; c, 6) M. GraBMANN, Quaestio de universali secundum viam et docirinam Guillelmi de Ockam (“Op. et Tex.,” X) Miinster, 1930; c, 7) G. E. MoHan, The Quaestio de relatione attributed to William Ockam, in “Franc. Stud.,” 1951; c, 8) L. Baupry, Parigi, 1937. Inoltre F. Corvino ha pubblicato: Sette que- stioni inedite di Ockham sul concetto, in “Riv. crit. st. filos.,” 1955; Questioni di Ockham sul tempo, ibidem, 1956; Questioni inedite sul continuo, ibidem, 1958. Altre edizioni: a, 1) Lione, 1495; a, 2) Parigi s.d., Parigi s.d., Parigi, 1490, Strasburgo, 1491, Venezia, 1504, 1516; a, 3) Parigi, 1487, Oudendlich, s.d., Parigi s.d., Parigi 1488; Strasburgo, 1491 (rist. anast. Lovanio, 1961); 4, 4) Bologna, 1496 (insieme ad @, 5) Bologna 1946; «, 6) Parigi, 1488, Bologna, 1498, Venezia, 1508, 1522, 1591, Oxford, 1665; «, 7) Bologna, 1494, Venezia, 1506, Roma, 1637; è, 1) BaLuze-Mansi, Miscellanea, III, pp. 315-325; EuBEL, Bullarium franciscanum, V, pp. 388-396; è, 2) Lovanio, 1481, Lione, 1495, in M. Gotpast, Monarchia Romani imperii, Amsterdam, 1631, Il, Fran- coforte, 1668, III; è, 3) Parigi, 1476, Lione, 1494, in GoLpast, op. cit.; in R. ScHoLz, op. cit., la parte finale assente nel Goldast (l’ed. GoLpast è ora stata ristampata fotostaticamente a cura di L. Firpo, Torino, 1959); 6, 5) Parigi, 1476, Lione, 1495; GoLpast, op. cit.; b, 8) Parigi, 1476, Lo- vanio, 1481, Lione, 1495; GoLpast, op. cit.; è, 12) Lione, 1496; Gopast, op. cit.; b, 13) in M. FrEHER, /mperatoris Ludowici III... sententia dispen- sationis, Heidelberg, 1598; GoLpast, op. cit.; c, 1) Lione, 1495 (insieme al Commento alle Sentenze). Utile l'antologia a cura di PH. BoHNER (Oc- kham, Philosophical Writings, a selection edited and translated by Pu. Bonner), Edimburgo, 1957. Bibliografia: Ricche bibliografie generali in V. HevncH, in “Franz. Stud.,” 1950, pp. 164-183; L. Baupry, Guillaume d’Ockham, Parigi, 1950, pp. 273-294. Per il lessico occamista v.: L. Baupry, Lerigue philosophique de Guillaume d'Ockham. Etude des notions fondamentales, Parigi, 1958. Cfr. inoltre Gever, pp. 781-782; De Brie, nn. 7237, 7290-7330, 7496, 7507, 7542, 7566; De Wutr, III, pp. 4951. In particolare vedi: F. BruckMmùLLER, Die Gotteslehre W. v. Ockham, Monaco, 1911. J. Horer, Biographische Studien iiber W. von Ockham, “Arch. franc. hist.,” 1913. L. Kuccer, Der Begriff der Erkenninis bei W. von Ockham, Breslau, 1913. P. Doncoeur, Le nominalisme de G. d'Oc. La théorie de la relation in “Rev. néos. philos.,” 1921 e Le mouvement, temps et lieux d'après Oc., “Rev. philos.,” 1921. 657 42. Bibliografia A. Perzer, Les 51 articles de G. Oc. censurés en Avignon en 1326, “Rev. hist. ecclés.,” 1922. F. FepERHOFER, Fin Beitrag zur Bibliographie und Biographie des W. von Ockham, “Philos. Jahrb.,” 1925. Inem, Die philosophie des W. von Oc. in Rahmen seiner Zeit, “Franz. Stud.,” 1925. Ipem, Die Psychologie und die psychologischen Grundlagen der Erkenntnis- lehre des W. Oc., “Philos. Jour.,” 1926. E. 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Baupry, G. de Chatton et son Commentaire des Sentences, “Arch. Hist. doctr. litt. m. &.,” 1943-1945. Gualtiero Burleigh Opere: 1) De vita et moribus philosophorum; 2) De materia et forma; 3) Commenti ad Aristotele (Etica, Logica, Fsica); 4) Summa totius logi- tae; 5) Questiones metaphysicales et defensiones Thomae Aquinatis; 6) In Isagogen Porphyrii; 7) De intentione et remissione formarum; 8) Super libros politicorum; 9) De substantia orbis; 10) De intellectu agente; 11) In Sent. ll. IV; 12) De Caelo et mundo; 13) In Aristotelem de Anima; 14) De puritate artis logicae. Edizioni: 1) Colonia, 1472; ed. crit., Tubinga, 1886; 2) Oxford, 1500; 4) Venezia, 1508; 5) Venezia, 1494; 6) Venezia, 1481; 7) Venezia, 1496; 14) ed. Pu. BéHnER, S. Bonaventure (New York), 1951. Bibliografia: Cfr. Gever, p. 788; De Wutr, III, p. 168. In particolare v.: P. Dunem, Études sur Léonard de Vinci, Parigi, 1906-1913, II, pp. 414 sgg. K. MicÙarski, Les courants philosophique è Oxford et à Paris pendant le XIV siecle, “Bull. Acad. Polonaise Sc. Lett.,” 1920. IpeM, Les courants critiques et sceptiques dans la philosophie du XIV° siècle (“Bull. Acad. Polonaise Sc. Lett.,” Cracovia, 1927). IpeMm, La physique nouvelle et les différents courants philosophiques au XIV* siècle, ibidem, 1928. L. Baupry, Les rapports de Guillaume d'Ockham et Walter Burleigh, “Riv. bist. francis.” 1934. A. Marer, Zu W. Burleighs Politik-Kommentar, “Rech. théol. anc. méd.,” 1947. 660 Bibliografia Inpem, Die Vorlàufer Galileis..., cit., pp. 98 sg., 257 sg. Ipem, Zwei Grundprobleme..., cit., pp. 66 sgg., 232 sgg. Ipem, An der Grenze von Scholastik..., cit., pp. 113 sgg., 196 sgg., 202 sgg., 242 sgg. S. H. TuÒomson, Unnoticed Questiones of Walter Burley on the Physics, “Mitt. Inst. oesterreich. Geschichtforsch.,” 1954. P. DuHem, Le systòme du monde, cit., VI, pp. 620-622, 671-686; VII, pp. 29-30, 58-59, 90-91, 214-215, 249-259, 287-289, 395-398, 402-403, 499-532; VIII, pp. 50-54, 98-99, 104-106, 188-189, 266-272, 278-279; IX, pp. 187-188; X, pp. 398-404. J. O. SricaLr, The manuscript tradition of “De vita et moribus philoso phorum® of Walter Burley, “Medievalia et Humanistica,” 1957. È PERO i Adamo Woodham (o Goddam) Opere: Commento alle Sentenze; Quaestiones; Commenti ad Aristotele. Edizioni: Il Commento, abbreviato “per magistrum Henricum de Hoyta,” Parigi, 1512. Bibliografia: Cfr. GeveRr, pp. 782-783; DE Wutr, III, p. 91. G. LirtLe, Tra Grey Friars in Oxford, Oxford, 1892, pp. 172 sgg. F. EÒÙrte, Das Sentenzenkommentar Peters von Candia..., cit., pp. 96-103. K. MicHaLSsKI, Le criticisme et le scepticisme dans la philosophie du XIV* siècle, cit. ii Roberto Holkot Opere: Quaestiones super IV libros Sententiarum; Quodlibeta; Commenti scritturali. Edizioni: Quaestiones super IV ll. 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Tommaso Buckingham Opere: Quaestiones sulle Sentenze; Quaestiones disputatae; Tractatus de infinito. Bibliografia: K. MicHaLski, Les courants philosophiques è Oxford et è Paris pendant le XIV siècle, cit. Inem, Le problème de la volonté è Oxford et è Paris au XIV® siècle, cit. M.-D. CHenu, Les “Quaestiones” de Thomas de Buchingam, “Stud. med. in honorem R. I. Martin,” Bruges, 1948. Tommaso Bradwardine Opere: 1) De causa Dei contra Pelagium et de virtute causarum; 2) Arithmetica speculativa; 3) Geometria speculativa; 4) Tractatus de pro- portione motuum; Incerta l’esistenza di un Commento alle Sentenze. Edizioni: 1) ed. E. Savire, Londra, 1618; 2) Parigi, 1495, 1530; 3) Parigi, 1495, 1516; 4) Parigi, 1495, Venezia, 1505, Vienna, 1505; e in H. L. Crosry, 'Th. of Bradwardine. His tractatus de proportionibus. Its significance for the development of mathematical physics, University of Wisconsin, 1955. Bibliografia: Cfr. Gever, p. 788; De Brie, n. 7252-7253; De Wutr, III, p. 168. In particolare v.: S. Haxn, TA. Bradwardinus und seine Lehre von der menschlichen Wil- lensfreiheit (*Beitrige,” V, 2), Miinster, 1905. P. DuHem, Études sur Léonard de Vinci, cit., III, pp. 296-300. K. MicHats€i, Les courants philosophiques è Oxford et è Paris..., cit. Inpem, Le problème de la volonté è Oxford et è Paris au XIV® siècle, cit. F. Laun, TA. von Bradwardin, der Schiiler Augustins und Lehrer Wiclifs, “Zeitschr. f. Kirchengesch.,” 1928. Inpem, Recherches sur Th. Bradwardine, précurseur de Wicliff, “Rev. hist. philos. relig.,” 1929. Inem, Die Praedestination bei Wicliff und Bradwardine, in Imago Dei, Giessen, 1932. B. M. Xiserta, Fragments d'una qiiestio inédita de T. Bradwardine, in Aus der Geisteswelt des Mittelalters, cit., pp. 1169-1180. 662 Bibliografia E. Sramm, Tractatus de continuo von Th. Bradwardine, “Isis” 1936. A. Marr, Die Vorliufer Galileis..., cit., pp. 88 sgg. InpeM, An der Grenze von Scholastik..., cit., pp. 185 sgg., 240 sgg., 284 sgg. P. Dunem, Le système du monde, cit., VII, pp. 467-472, 474-475; IX, pp. 74-75, 164-165. G. Lerr, TA. Bradwardine's “De causa Dei)” “Jour. eccl. hist.,” 1956. H. A. Osermann, Archbishop Th. Bradwardine. A fourtheenth Century augustinian. A study of his theology in its historical context, Utrecht, 1957. H. A. Osermann]. A. WeISHEIPL, The “Sermo epicinus” ascribed to Th. Bradwardine (con testo), “Arch. Hist. doctr. litt. m. 4,” 1958. Gregorio da Rimini Opere: Commento alle Sentenze; De usuris, ed altri numerosi scritti inediti, Edizioni: Commento, Parigi, 1482, 1487, 1494, 1647, Venezia, 1532; (rist. St. Bonaventure, Lovanio, Paderborn, 1955); De wswuris, Rimini, 1622. Bibliografia: Cfr. Gever, p. 783; De Brie, nn. 7379, 7496; DE WuLF, III, p. 102. In particolare v.: J. WirsoòrrEr, Erkennen und Wissen nach G. von Rimini (“Beitrige,” XX, 1), Miinster, 1917. P. Dunem, Études sur Lfonard de Vinci, cit., 1I, pp. 385-390. P. Vicnaux, Justification et prédestinamon au XIV® siècle, Parigi, 1934. 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FranzineLLI, “Riv. crit. st. filos.,” 1958. 663 Bibliografia Bibliografia: Cfr. Gever, p. 783; De Wutr, III, p. 117. In particolare v.: S. Haun, TA. Bradwardinus und seine Lehre von der menschlichen Wil- lensfreiheit, cit., pp. 50 sgg. A. Birkenmayer, Ein Rechifertigungsschreiben ]. von Mirecourt (“Bei- trige,” XX, 5), Miinster, 1922. J. Horer, Biographische Studien iiber Wilhelm von Ockham, cit., pp. 230 sgg. K. MichHatski, Les cowrants philosophiques è Oxford et è Paris... cit., pp. 78-81. IpeM, Les sources du criticisme et du scepticisme dans la philosophie du XIV® siècle, in La Pologne au Congrès int. de Bruxelles, Cracovia, 1924. Ipem, Le criticisme et le scepticisme..., cit. IpeM, Le problème de la volonté..., cit. F. Ere, Der Sentenzekommentar Peters von Candia, cit., pp. 103-106, 273. Su Pietro di Ceffons cfr.: D. Trapp, Peter Ceffons of Clairvaux, “Rech. théol. anc. méd.,” 1957. Nicola d'Autrecouri Opere: Commento al I delle Sentenze; Commento alla Politica; Epi- stole a Bernardo d'Arezzo; Exigit ordo executionis. Edizioni: Epistole in J. Lappe, N. von Autrecourt... (cfr. bibl.); Exigit ordo executionis, in }. R. O°DonneL, Nicholas oj Autrecourt... (cfr. bibl.). Bibliografia: Atti del processo in DENIFLE, Chartularium, cit., II, pp. 756-787. J. Lappe, N. von Autrecourt. Sein Leben, seine Philosophie, seine Schrif- ten (“Beitrage,” VI, 1), Miinster, 1908. H. Rasupatt, N. de Ultricuria, a mediaeval Hume, “Proceed. of the Aristo- telian Soc.,” N. S., VIII, 1907. G. Manser, Drei Zweifler am Kausalprinzip im XIV Jahrh., “Jahrb. f. Philos. spekul. Theol.,” 1912. K. MicHatsri, Les courants philosophiques è Oxford et è Paris, cit. P: Vicwaux, in DThC, XI, 561-587. H. ELie, Le complexe significabile, Parigi, 1937. J. R. O°DonneL, Nicholas of Autrecourt, in “Med. Stud.,” 1939. IneMm, The Philosophy of N. of Autrecout and his Appraisal of Aalualio ibidem, 1942. R. J. 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Edizioni: 1) Parigi, 1487; 2) Parigi, 1500; 3) Parigi, 1509; 4) Parigi, 1516; 5) Parigi, 1518; il Tractatus de suppositionibus a cura di M. E. Reina, in “ Riv. crit. st. filos.,” 1957. Bibliografia: cfr. Gever, pp. 783-784; De Brie, n. 7640; De Wutr, III, p. 152. P. DuHEm, Ézudes sur Léonard de Vinci, cit., II, pp. 379-384, 420-423; III, pp. 1-259, 279-286; 350-360. IpeM, Le système du monde, cit., IV, pp. 124-142, 151-153, 163-165; VI, pp. 697-729; VIII, pp. 54-56, 99-104, 108-112, 126-127, 200-218, 224-225, 278-288, 290-293, 307-309, 313-314, 318-342; IX, pp. 56-71, 76-77, 188-199, 201-205, 209-210, 218-219, 225-226, 230-231, 293-300, 305-309, 311-314, 320-323, 349-356, 394-395, 420-421; X, pp. 44-45, 59-60, 63-69, 72-73, 86-94, 104-105, 111-112, 120-121, 129-130, 142-147, 174-175, 181-182, 190- 191, 203-204, 225-229, 240-242, 330-335, 338-339, 365-367, 413-415, 422-423, 435-436. K. MicHaLsKi, Les courants philosophiques..., cit. IpeM, Le criticisme et le scepticisme..., cit. E. A. Moopy, John Buridan on the habitability of the Earth, “Spec.” 1941. Ipem, /. Buridan, Quaestiones super libros IV de coelo et mundo, Cam- bridge (Mass.), 1942. E. Fara, /. Buridan, notes sur les manuscrits, les éditions te le contenu de ses ocuvres, “Arch. Hist. doctr. litt. m. 8.” 1946. Ipem, Jean Buridan, in Histoire litt. de la France, 28, 1949, pp. 462-605. A. Marer, Die Vorlaufer Galileis..., cit., pp. 19 sgg., 99-104, 135-137. IpeM, Zwei Grundprobleme..., cit., pp. 201-239. IpeM, An der Grenze von Scholastik..., cit, pp. 118-128, 199-203, 235-240. M. E. Reina, // problema del linguaggio in Buridano, “Riv. crit. st. filos.,” 1959-1960. Ipem, Note sulla psicologia di Buridano, Milano, 1959. L. N. Roserts, A chimera is a chimera, a medieval tautology, “Journ. Hist. Ideas,” 1960. 665 Bibliografia Gerardo di Odone Opere: varie Quaestiones in logicam, un Commentario în libros decem Ethicorum, e un Commento alle Sentenze. Edizioni: Il Commentario all’Ethica, Venezia, 1500. Bibliografia: L. BartoLoMÉ, Fr. Ger. de Odon, Murcia, 1928. P. DuHem, Le système du monde, cit., VI, pp. 479, 667; VII, pp. 403-407; VIII, pp. 89, 107; X, pp. 272-273. A. Marer, Die Vorliufer Galileis..., cit., pp. 161 sgg., 166. IpeM, Zwei Grundprobleme..., cit., pp. 69 sgg. Giovanni Marbres Opere: Quaestiones sulla Fisica (1329-1342). Edizioni: Padova, 1475; Venezia, 1492, 1516, 1520. Bibliografia: L. Baupry, En lisant Jean le Chanosne, “Arch. hist. doctr. litt. m. 4.” 1934. A. Marr, Die Vorliufer Galileis..., cit., pp. 23, 135, 163, 166, 187, 214, 245. IpeMm, Zwei Grundprobleme..., cit., pp. 69 sgg., 199 sgg. lpem, An der Grenze von Scholastik..., cit., pp. 86 sgg., 109. P. DuHem, Le système du monde, cit., VI, pp. 386-390, 400-402, 427-429; VII, pp. 200-201, 225-229, 231-234, 239-240, 251-254, 290-291, 317-323, 327-328, 334-335, 350-351, 395-396, 404-405, 414-415; VIII, pp. 157-158, 199-200; X, pp. 205-206. Nicola Bonet Opere: Commenti alla Metafisica, alla Fisica, alle Categorie, una Theo- logia naturalis, Formalitates in via Scoti. Edizioni: Venezia, 1485, 1505, 1515. Bibliografia: M. De BarceLonE, N. Bonet Tourangeau, doctor proficuus, “Etud. Franc.,” 1925. F. O'Brian, in DHGE, IX, 849-852. V. Doucer, in “Arch. franc. hist.,” 1933-1934. A. Maier, Die Vorliufer Galileis..., cit., pp. 177 sgg., 207 sgg. IpeMm, Zwei Grundprobleme..., cit., pp. 198 sgg. P. Dunem, Le système du monde, cit., VI, pp. 474-509, 645-655; VII, pp. 126-130, 259-268, 293-297, 308-311, 403-436, 438-440, 452-453, 456-457; VIII, pp. 89-92, 129-130, 198-199, 275-279; IX, pp. 174-178, 194-216; X, pp. 240, 373, 388. 666 Bibliografia Capitolo quinto Riccardo Fitz Ralph Opere: Commento alle Sentenze; Sermones; Summa contra Armenos. Bibliografia: Cfr. De Wutr, III, p. 168. K. MicHALSRI, Le criticisme et le scepticisme..., cit. Ipem, Le problème de la volonté..., cit. A. Gwwnn, Richard Fitz Ralph, Archbishop of Armagh, “Studies,” 1933, 1934, 1935, 1936, 1937. A. Maier, Die Vorldufer Galileis..., cit., pp. 174 sgg. Giovanni Baconthorpe Opere: Commento alle Sentenze; vari Commenti scritturali; Commenti al De anima, alla Metaphysica, all'Ethica di AristorELE; Commenti al De trinitate e al De civitate Dei di Acostino; Commento agli scritti di Anselmo di Aosta; Quodlibeta; Sermoni spirituali. Edizioni: Il Commento alle Sentenze nelle edizioni di Lione, 1484; Pa- rigi 1484-1485; Milano, 1520; Venezia, 1525-1527; Cremona, 1618; Madrid, 1754. I Quodlibeta nell'ed. di Cremona t. 2 inf. e Venezia, 1527. Bibliografia: cfr. GEvER, p. 787. In particolare: B. Xiserta, De magistro |. Baconthorpe, “Anal. Ord. Carm.,” 1927. Ipem, Joan Baconthorpe Averroista?, “Criterion,” 1927. Ipem, De scriptoribus scholasticis s. XIV ex Ordine Carmelitarum, Lovanio, 1931, pp. 167-240. Crisocone du Saint-SacraMENT, Maftre Jean Baconthorpe, “Rev. néosc. philos.,” 1932. K. LyncHn, De distinctione intentionali apud |. Baconthorpe, “Anal. Ord. Carm.,” 1932. Nico di S. Brocarpo, I! profilo storico di Giovanni Baconthorpe, “Epheme- rides Carmeliticae,” 1948. A. Marer, Zwei Grundprobleme.., cit., pp. 57 sgg., 191 sgg. Anastasio di S. Paoro, in DHGE, VI, 87-90. B. Smattey, /. Baconthorpe's postill on St. Matthew, “Med. Ren. Stud.,” 1958. Giovanni di ]andun Opere: De laudibus Parisius; Commento all'Expositio problematum Aristotelis di Pietro d’Abano; Commentari al De anima, De coelo et mundo, Physica, Metaphysica di Aristotele e al De substantia orbis di Averroà. Avrebbe inoltre scritto le seguenti opere di cui non è rimasta traccia: 667 Bibliografia Quaestiones de formatione foetus; Quaestiones de gradibus et pluralitate formarum; Tractatus de specie intelligibili; Duo tractatus de sensu agente. Edizioni: De anima, Venezia, 1473; Physica, ivi, 1488; De Caelo et mundo, ivi, 1501; Parva naturalia, ivi, 1505; Metaphysica, ivi, 1525; tutte più volte ristampate; De substantia orbis, ivi, 1481; De laudibus Parisius, ed. Le Roux pe Lincy e TissERanT, in Paris et ses historiens au XIV® et XV* siècles, Parigi, 1868, pp. 1-79. Bibliografia: Cfr. Geyer, p. 786; De Wutr, III, p. 152. In particolare v.: N. Vators, Jean de ]Jandun, in Histoire litt. de France, 33, Parigi, 1906, pp. 528-623. P. Dunem, Le système du monde, cit., IV, pp. 96-104; V, pp. 571-580; VI, pp. 534-536, 543-575. E. Girson, É:udes de philosophie médiévale, Parigi, 1921, pp. 51-75. J. Rivière, in DThC, VIII, 764-765. M. Grasmann, Mittelalterliches Geistesleben, cit., II. A. Marr, Die Vorliufer Galileis..., cit., pp. 185 sgg. Ipem, An der Grenze von Scholastik..., cit., pp. 42 sgg. . Dunem, Le système du monde, cit., VIII, pp. 93-99, 104-106, 155-157, 263-265; IX, pp. 173-177, 387-389, 395-396; X, pp. 391-392. . Maurer, John of Jandun and the Divine Causality, “Med. Stud.,” 1955. . THornpIKE, Jean de Jandun on Gravitation, “Jour. Hist. Ideas,” 1958. . GricnascHI, Il pensiero politico e religioso di Giovanni di ]andun, “Bull. Ist. stor. ital. m. e.,” 1958. + PaccHi, Note sul Commento al “De anima” di Giovanni di ]andun, “Riv. crit. st. filos.,” 1958-1959. lac] > zrp Taddeo da Parma Opere: Commento al De anima; due Quaestiones disputatae; Quaestio de augmento; Quaestio de elementis; Expositio sulla Theorica planetarum di Gerardo da Cremona. Edizioni: Le “Quaestiones de anima” di Taddeo da Parma, a cura di S. Vanni-RovicHi, Milano, 1951. Bibliografia: De Brie, n. 7672; De Wutr, III, p. 175. In particolare v.: M. Grasmann, Mittelalt. Geistesleben, cit., II, pp. 239-60. S. Vanni-RovicHi, La psicologia averroistica di T. da P., “Riv. filos. neoscol.,” 1931, A. Marr, Ein Beitrag zur Gesch. des italienischen Averroismus im XIV., Jahrh., “Quellen und Forsch. aus ital. Arch. u. 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Pietro d’' Abano Opere: Conciliator differentiarum phylosophorum et praecipue medi- corum; Liber compilationis physonomiae; Expositio problematum Aristo- telis; Lucidator astronomiae, ed altre inedite. Edizioni: Conciliator, Venezia, 1476; Liber.., ivi, 1482; Expositio, Padova. 1482; Lucidator, frammenti in P. DuHEM, Le système du monde, IV, Pa- rigi, 1913, pp. 229-263. Bibliografia: cfr. Gever, p. 786; De Brie, nn. 6882-6883; De WuLF, III, p. 175. S. FerrarI, / tempi, la vita, le dottrine di Pietro d’Abano, Genova, 1900. Ipem, Per la biografia e per gli scritti di Pietro d'Abano, “Mem. R. Accad. dei Lincei,” S. V, v. XV, 8, 1918. B. Narpi, La teoria dell'anima e la generazione delle forme secondo Pietro d'Abano, “Riv. filos. neosc.,” 1912. P. DuHem, Le système du monde, cit., IV, pp. 229-263; VIII, pp. 164-166; IX, pp. 29-30, 150-155, 283-290; X, pp. 327-329. B. Narpi, Intorno alle dottrine filosofiche di Pietro d’Abano, “N. 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Casretti, La vita e le opere di Cecco d'Ascoli, Bologna, 1892. V. PaoLETTI, Cecco d’Ascoli, Bologna, 1905. A. Beccaria, / biografi di Cecco d'Ascoli e le fonti per la sua storia e la sua leggenda, “Mem. Acc. sc. di Torino,” S. II, 1915. Capitolo sesto Maestro Eckhart Opere: "Tra le mumerose opere in latino e in volgare citiamo: Reden der Unterscheidung; Collatio in librum Sententiarum; Tractatus super Oratione dominica (tutti intorno al 1298); Quaestiones: Utrum in Deo, Utrum intel- ligere Angeli; Utrum laus Dei (1302-1304); Quaestiones: Aliquem motum, Utrum in corpore Christi (1311-1314); Buch der gottlichen Trostung; Ser- mone vom dem edlen Menschen (1310-1313); Opus tripartitum (1314-15- 1323); Opus expositionum (Prologi, In Genesim 1) (I forma); In Exodum (I forma); In Eccl. c. XXIV, In Sapientiam, In Genesim I (II forma); In Exodum (Il forma); In Genesim Il; Liber parabolarum Genesis, In Johannem; Sermoni lat. e ted. Edizioni: Le Opere latine a cura del DenirLE in “Arch. f. Liter. und Kirchengesch. d. Mittelalters,” II, 1886; le Opere tedesche, già edite a cura di F. PreiFrFer (in Deutsche Mystiker des-XIV Jahrh., II, Gottinga, 1857), sono ora edite insieme alle latine da W. KoHLHAMMER, a cura di K. Werss, J. Kock, K. Christ, E. Benz, J. Quint, Stoccarda-Berlino, 1936 sgg. Un’al- 670 Bibliografia tra ed. delle op. latine a cura di G. THfry e di R. KLIBANSKI, Lipsia, 1934- 1936 si è fermata al f. III. Tra le tradd. it. ricordiamo: Prediche e trattati, a cura di G. C. con intr. di E. Buonaruti, Bologna, 1928 e l’ant. La nascita eterna (con testi a fronte) a cura di G. Faccin, Firenze, 1953. Per altre edizioni particolari di testi e documenti cfr.: G. Tufry, Édition critique des pièces relatives au procès d'Eckhart, “Arch. Hist. doctr. litt. m. à.,” 1926-1927; Le Commentaire de M. E. sur le livre de la Sagesse, ibidem, 1928-1929. E. Loncpré, Questions inédites de M. E., “Rev. Néoscol. Philos.,” 1927. Neuaufgefundene Pariser Questionen M. E. und ihre Stellung in seinem geistigen Entwicklungsgange, a cura di E. LoncpPré e di M. GRABMANN, “Abhandl. Bayer. Akad. Philos. Kl.,” XXXII, 7, Monaco, 1927. B. GevER, Quaestiones et sermo parisienses, Bonn, 1931. Bibliografia: Per l’amplissima bibl. cfr. Gever, pp. 779-780; De BRIE, nn. 3661, 6885-6987, 7406, 7553, 9477, 22216; De Wutr, II, pp. 350-352. Cfr. anche G. Faccin, M. E. e la mistica preprotestante, Milano, 1946. Ci limitiamo qui a citare: F. Jostes, M. Eckhart und seine Jiinger, Lipsia, 1915. X. De Hornsrein, Les grands mystiques allemands du XIV siècle, Lucer- na, 1922. V. LeHMmann, Meist. Eckhart, Jena, 1919. O. Karrer, Meist. Eckhart, Monaco, 1926. G. DeLta Votpe, Il misticismo speculativo di Maestro Eckhart nei suoî rapporti storici, Bologna, 1930. E. Seeserc, Meister Eckhart, Tubinga, 1934. K. OLtManns, M. Eckhart, Francoforte, 1935. B. Peters, Gottesbegriff M. Eckharts, Amburgo, 1936. A. Dempe, Meist. Eckhart. Eine Einfiihrung in sein Werk, Lipsia, 1934, n. e. 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Symposion F. S. von Rintelen gewidmet, Tubinga, 1960. . Lossxy, TAéologie négative et connaissance de Dieu chez M. Eckhart, Parigi, 1960. . Eckhart der Prediger. Festschrift 2. Eckhart-Gedenkjahr. Hrsg. von M. Nix u. R. OecxHstin, Friburgo, Basilea, Vienna, 1960. L. Héoi, Metaphysik u. Mistik im Denken des M. Eckhart, “Zeitschr. f. kathol. Theol.,” 1960. J J G P K H E V. M Giovanni Tauler Opere: Sermoni: edd.: Lipsia, 1498; Augusta, 1508; Basilea, 1521, 1522; Colonia, 1543; in ted. moderno, Francoforte s. M., 1833, 1864; trad. lat.: Colonia, 1548. Trad. it.: Sermoni, a cura di R. Spaini Pisaneschi, Firenze, 1929; Prediche, Milano, 1942. Trad. franc.: Parigi, 1927-1935. Bibliografia: cfr. Gever, pp. 789-790; De Brie, nn. 7274-7276, 7553. In particolare: L. Naumann, Untersuchungen zu ]. Taulers deutschen Predigten, Halle, 1911. A. V. MùtLer, Luther und Tauler auf ihren Zusammenhang untersucht, Berna, 1918. 672 Bibliografia E. Hucueny, Le doctrine mystique de Tauler, “Rev. sc. philos. théol.,” 1921. G. THéry, Esquisse d’une vie de Tauler, “Suppl. de la Vie Spirituelle,” 1927. F. W. WentzLarr-EccesErT, Studien zur Lebenslehre Taulers, Berlino, 1940. P. PourraTt, Le spiritualité Chrétienne, II, Parigi, 1947. Ipem, in DThC, XV, 66-79. C. J. LieFrrInck, De middelnederlandsche Taulerhandschriften, Groninga, 1936. M. De Ganpitac, De Johann Tauler à Heinrich Seuse. Leur doctrine spiri- tuelle, “Étud. Germaniques,” 1950. Inpem, Valeur du temps dans la pédagogie spirituelle de Jean Tauler, “Con- férence Albert le Grand,” Montréal, 1956. G. TERMENÉN SoLfs, Trascendencia del conoscimiento racionale en Tauler, in L'homme et son destin... cit., pp. 689-698. Enrico Scuse Opere: Btichlein der Wahrheit (1327 ca.); Biichlein der ewigen Weisheit (1328-1330 ca.); Leztere; Epistole; L'Exemplar (correzione delle copie ine- satte dei suoi scritti); Horologium Sapientiae. Edizioni: Opera ed. crit. di K. BreHLMEyER, Stoccarda, 1907; dell’Exem- plar in ted. mod. a cura di H. DenirLe, Monaco, 1880; nuova ed. dello Horologium, Torino, 1929; tr. fr. Oeuvres mystiques du b. Henri Suse, di G. THirioT, Parigi, 1899; tr. it. Diglogo della Verità, a cura di A. LEvASTI, Lanciano, 1923; Scritti scelti, a cura di R. Sparni-PisanEscHI, Torino, 1936; Il libro della saggezza eterna, Milano, -1942. Cfr. inoltre: D. Pranzer, Der Textgeschichte und Textkritik des Horologium Sapientiae des sel. Heinrich Seuse, “Div. Th.” (F.), 1934. Bibliografia: cfr. G. Faccin, Meister Eckhart e la mistica tedesca prepro- testante, cit., pp. 386-389. E cfr. Geyer, p. 790; De Brie, nn. 7284-7289; De Wutr, Til, p. 196. In particolare: S. HaHn, H. Susos Bedeutung als Philosoph, “Beitrige, Suppl. 1,” Miinster, 1913. X. De Hornstern, Les grands mystiques allemands..., cit. Ipem, Le b. Henri Suse, “Rev. tom.,” 1922. E. Levasti, Enrico Seuse, “Riv. filos. neosc.,” 1923. R. ScHwarz, Das Christusbild des deutsch. mystikers H. Suso, Bamberga, 1934. U. Wermann, Die Seusesche Mystik und ihre Wirkung auf die bildende Kunst, Berlino, 1938. C. Gròser, Der Mystiker Hein. Seuse, Friburgo, 1941. J. AnceLET-HusracHe, Le 5. H. Suse, Parigi, 1943. J. A. Bizet, Henry Suso et le déclin de la Scholastique, Parigi, 1946. 673 43. Bibliografia M. De Ganpittac, De Johann Tauler è Heinrich Sceuse..., cit., “Étud. Germaniques,” 1950. Cfr. inoltre: J. H. NicoLas, Études sur Susé, “Rev. thom.,” 1949. Giovanni Ruysbroeck Opere: Trattati in dialetto fiammingo tra i quali particolarmente impor- tanti: // regno degli amanti di Dio; Le nozze spirituali; Lo specchio della salute eterna; Il libro della più alta verità; Il libro dei dodici beghini. Edizioni: Werken, ed. compl., Anversa, 1944-1948?; tr. it. Lo specchio dell'eterna salute, in F. Fori, Vita e dottrina del b. Giovanni Ruysbroeck, Roma, 1909; L'ornamento delle nozze spirituali, tr. D. GruLiorti, Lanciano, 1916; Pagine scelte, tr. di G. Mariani, Milano, 1929; Gradi dell'amore spi- rituale (col titolo Vita e dottrina del b. G. Ruisbrochio), tr. F. N., To rino, 1930; tr. franc.: Oeuvres de Ruysbroeck l’Admirable, Bruxelles, 1915- 1938. Bibliografia: La bibl. completa fino al 1931 in: Jan van Ruysbroeck. Leven, Werken, Malines-Amsterdam, 1931; cfr. GEYER, pp. 790-791; Dr Brie, nn. 7277-7283; De Wutr, III p. 196. Cfr. inoltre: G. DoLezicH, Die Mystik J. v. Ruysbroeck de: Wunderbaren, “Breslauer Stud. z. hist. Theol.,” 1926. V. Van De Voorne, Ruusbroec en de geest der mystick, Anversa, 1934. L. Bricuf, in DHhC, XIV, 408-420. A. Comes, Essai sur la critique de Ruysbroeck par Gerson, Parigi, 1945- 1948. A. Ampe, Kernproblemen uit de leer van Ruysbroeck, Tielt, 1950-52. P. Henry, La mistique trinitaire du Bienheureux Jean Ruusbroec, “Rech. sc. relig.,” 1952. Per Gerardo di Groot vedasi: Gerardi Magni Epistolae, a cura di W. MurLper, Anversa, 1933; Chronica Montis Sanctae Agnesis, a cura di M. J. Pont, Opere di Tommaso da Kempis, VII, Friburgo, 1922; R. D. Post, De Moderne Devotie, Geert Groote en zijne stithtingen, Amsterdam, 1940. Per il Francofortese o Deutsche Theologie cfr. l’ed. Un, Berlino, 1926 (tr. ital. a cura di G. Prezzolini). La bibl., in Faccin, Giovanni Eckhart e la mistica preprotestante..., cit; e cfr. C. VasoLi, La “Teologia tedesca” in “Riv. crit. st. filos,” 1953. 674 Bibliografia Capitolo settimo Giovanni Wycliff d Opere: De ideis; Tractatus de logica; Summa de ente (tutti prima del 1374); De dominio divino (1375); De civili dominio (1376); De veritate Scrip- turae; De Ecclesia; De officio regis (tutte intorno al 1378); De potestate Papae; De ordine christiano; De apostasia; De eucharestia (1379); Trialogus (1382), ed altri scritti minori filosofici e teologico-politici. Edizioni: La Opera a cura della “Wycliff Society” di Londra in 36 voll., 1883 sgg.; il Trialogus anche nell’ed. LecHLER, Oxford, 1869; la Summa de ente (L. 1, tr. 1-2), Londra, 1930. Bibliografia: Sul significato e l’opera storica di W. cfr. soprattutto B. L. Mannino, in Cambridge medieval History, VII, Cambridge, 1932, c. 16 e ampia bibl. a pp. 900-907. Inoltre cfr.: R. L. Poore, Wicliff and the movements for Reform, Londra, 1889. J. GarronER, Lollardy and the Reformation in England, Londra, 1908. J. LosertH, Wiclif und der Wiclifismus, “Realencycl. f. prot. Theol. u. Kirche,” XXI, 225-244 (con ampia bibl.). H. B. Workman, /. Wiclif. A Study of the English medieval Church, Oxford, 1926. S. H. TÒÙomson, A /ost chapter of Wiclif “Summa de ente” Cambridge, 1929. Inpem, The philosophical basis of Wiclif theology, “Jour. of relig.,” 1931. I. H. STEIN, Another “lost” chapter of Wiclif “Summa de ente” Spec.” 1933. L. Baupry, A propos de Guillaume d'Ockham et de Wiclif, “Arch. Hist. doctr. litt. m.-.,” 1939. L. Cristiani, in DThC, XV, 3585-614. W. Lanc, Glauben und Wissen bei Pecok und Wicliff, Diesdorf, 1940. J. B. Mc Fartane, Wiclif and the Beginnings of English nonconformity, Londra, 1952. Giovanni Huss Opere: Cfr. l'Opera Omnia, ed. V. FLAsJHANS - M. KominskovA, Praga, 1903-1908; v. anche: /. Hus et Hieronimi Pragensis martyrum Christi historia et monumenta, a cura di FLacio ILLiRIco, Norimberga, 1589. Bibliografia: L. KruMmmEL, Geschichte der bbemischer Reformation, Gotha, 1866. J. LoserTH, Hus und Wicliff zur Genesis des husitisch. Lehre, Praga, 1884, Monaco, 1952.? G. LecHier, Johannes Huss, Halle, 1890. 675 Bibliografia F. Lirzow, Life and times of master J. Huss, 1909. D. S. ScHarr, /. Huss. His Life, Teaching and Death after five hundred years, New York, 1915. A. Haucx, Srudien zu J. Huss, Lipsia, 1916. F. EurLE, Der Sentenzekommentar Peters von Candia, cit., pp. 20, 146, 182. P. MoncetLe, in DThC, VII, 333-346. F. Srrunz, /. Hus, sein leben und sein Werk, Monaco, 1927. H. ZarscHEK, Studien z. Gesch. der Prager Universitàt, “Mitt. des Vereins f. Gesch. deutsch. Sudetenlinders,” 1940. D. Trapp, Clem. 27034. Unchiristened Nominalism and Wycliffite realism at Prague um 1381, “Rech. théol. anc. méd.,” 1957. Capitolo ottavo Nicola Oresme Opere: 1) Commento alle Sentenze (perduto, tranne il De communica- tione idiomatum (Il. III); 2) Quaestiones su Euclide; 3) Tractatus de configu- rationibus formarum; 4) Parafrasi francesi di Politica, Economica, Etica di AristotELE; 5) Livre du ciel et du monde; 6) Traicté de la prémière in- vention de la monnaie; 7) Traicté de la sphère; 8) Commentaire aux livres du ciel et du monde; 8) Commenti alla Physica ed ai Metereologica. Edizioni: 4) Parigi 1486 (Politica ed Economica), Parigi, 1488 (Etica); della parafrasi all’Etica cfr. ed. A. D. MenuT, New York, 1940 e dell’Econo- mica l’ed. A. D. MEnUT, Filadelfia, 1957; 5) ed. A. D. MenUT - A. J. DenoMy, in “Med. Stud.,” IIL-V, 1941-43; 6) ed. L. Wotowsxi, Parigi, 1864; ed. C. Jonnson, Edimburgo, 1956; 7) Parigi, 1508. Bibliografia: La bibl. generale in GEveR, p. 784; De Brie, nn. 7558-7563; De Wuctr, III, pp. 152-153. In particolare v.: E. Bripey, N. Oresme. La théorie de la monnaie au XIV siècle, Parigi, 1906. P. Dunem, Études sur Léonard, cit., III, pp. 346-405; 481-492. Inem, Le système du monde, cit. IV, pp. 157-164; VI, pp. 698-729; VII, pp. 86-87, 152-154, 297-301, 534-569, 583-586, 600-602, 614-615, 624-626, 637-640; VII, pp. 215-216, 219-220, 299-305, 318-319, 341-345, 448-454, ° 461-484, 489-491, 499.500; IX, pp. 202-205, 209-210, 306-309, 326-327, 341-345, 350-356, 359-408; X, pp. 44-45, 93-95, 111-112, 319-323, 333-337. H. WiecertNnEr, N. Oresme und die graphische Darstellung der Spàtscho- lastik, “Natur u. Kultur,” 1916-1917. H. DincLer, Ueber die Stellung von N.s Oresme in der Geschichte der Wissenschaften, “Philos. Jahrb.,” 1932. 676 Bibliografia . THorNDIKE, History of magic and experimental Science, III, New York, 1934, pp. 398-471. . BorcHerRT, Die Lehre von der Bewegung bei N. Oresme (“Beitrige,” XXXI, 3), Miinster, 1934. . THoRrNDIKE, Celestinus, Summary of Nicols Oresme, “Osiris,” 1936. . G. Kaiser, Before Copernicus, Nicolaus of Oresme, “America,” t. 69, n. 7. . BocHERT, in (“Beitrige,y” XXXV, 4-5), Miinster, 1940 (con led. del De communicatione idiomatum). A. Mar, Die Vorliufer Galileis..., cit, pp. 21-24, 101-103, 123-131. IneMm, Zwei Grundprobleme.., cit., pp. 81-87, 89-109, 236-258, 264-276. Ipem, An der Grenze von Scholastik..., cit, pp. 122-125, 129-133, 171-172, 203-206, 214-218, 246-249, 270-353. IpeM, Metaphys. Hintergriinde der spatscholastischen Naturphilosophie, Ro- ma, }955, pp. 27 sgg. L. THoRrNpIKE, Oresme and XIV Century commentaries on “Metereologica,” “Isis,” 1954. O. PepersEN, Nicole Oresme og hans naturfilosofiste system, Copenhagen, 1956. R. MarzHIEU, dd la recherche du “De Anima” de Nic. Oresme, “Arch. Hist. doct. litt. m. à.,”° 1956. V. Zousov, Sur un écrit faussement attribué a N. Oresme, [De instan- tibus)ì, “Arch. Hist. doctr. litt. m. à.,° 1958. Ipem, L'“inter omnes impressiones” de Nicole d'Oresme, (con testo) “Arch. Hist. doct. litt. m. d.,” 1959. ore mm ce Alberto di Sassonia Opere: Tractatus logicace; Quaestiones in logicam Guill. Occam; So- phismata; Tractatus proportionum; Tractatus de quadratura circuli; Quaestio de proportione diametri quadrati ad costam ciusdem; Post. Analyticos; Quaestiones super octo ll. Physicorum; In libros de coelo et mundo; De generatione et corruptione; Ezxpositio super decem ll. Ethicorum Aristotelis; De sensu et de sensato. Edd. v. GEvER, p. 596. Bibliografia: cfr. Gever, p. 784; De Wutr, III, p. 153. Vedi in particolare: M. JuLLian, Un scolastique de la décadence, Albert de Sore, “Rev. August,” 1910. P. Dunem, Ezudes sur Léonard, cit., pp. 334-338, 341-344; II e III, passim. Ipem, Le système du monde, cit., IV, -pp. 151-157, 167-171, 284-286; VII, pp. 80-88, 148-152, 155-157, 279-290, 356-362, 399-403, 474-488, 531-532, 550-552, 565-569, 580-581; VIII, pp. 56-57, 102-110, 158-160, 215-225, 287-299, 308-309, 313-314, 318-319, 341-342; IX, pp. 205-223, 233-234, 309-314, 325-327, 355-362, 394-399, 426-430; X, pp. 67-73, 77-81, 85-89, 103-105, 111-112, 206-209, 228-229, 395-399, 434-438. 677 Bibliografia G. Hripinesrerper, Albert von S.; ein Lebensgang und sein Kommentar z. Nikom. Ethik Aristot. (“Beitrige,” XXII, 3-4), Miinster, 1921 2 ed., 1927. K. MicHatski, Le criticisme et le scepticisme dans la philosophie du XIV° stècle, cit. IneM, La physique nouvelle et les différents courants philosophiques.., cit. A. Mar, Die Vorlaufer Galileis..., cit., passim. Inem, Zwei Grundprobleme..., cit., passim. Inem, An der Grenze von Scholastik..., cit., passim. Per gli scritti matematici: B. Boncompacni, Intorno al “Tractatus proportionum” di Alberto di Sas- sonia, “Bull. di bibl. stor. scienze nat. fis.,” 1871. H. Sutez, Der “Tractatus de quadratura circuli” des Albert d. S., “Zeitschr. f. Mathem. u. Phys.” 1884. IneMm, Die Quaestio de proportione diametri quadrati ad costam eiusdem, ibidem, 1887. Marsilio di Inghen Opere: 1) Textus dialectices de suppositionibus; 2) Expositio super Analyt. post.; 3) Abbreviationes libri Physicorum Aristotelis; 4) Quaestiones subti- lissimae super VIII libros physicorum secundum nominalium viam; 5) Quaestiones de gencratione et corruptione; 6) Quaestiones super IV. Il. Sententiarum. Edizioni: 1) Vienna, 1512, 1516; 2) Venezia, 1516; 3) s. l., 1490 ca.; 4) Lione, 1518; Venezia, 1617 (sotto il nome di Duns Scoto, c quindi inserite, nel 1639 nella ed. delle sue opere); 5) Venezia, 1518; Strasbur- go, 1501: Bibliografia: cfr. Gever, p. 785; De BRIE, n. 7647. P. Dunem, Érudes sur Léonard, cit., II, pp. 403-405. Ipem, Le système du monde, cit., IV, pp. 164-168; VII, pp. 40-41, 87-88, 154-157, 285-290, 361-362, 400-401, 565-569; VIII, pp. 56-57, 83-84, 102-104, 126-129, 155-156, 215-216, 220-225, 307-316; IX, pp. 223-227; X, pp. 104-105, 136-137, 142-147, 215-216. K. MicHasri, Les courants philosophiques..., cit. Inem, Le criticisme et le scepticisme..., cit. F. EHnLE, Der Sentenzentommentar Peters von Candia, cit., passim. G. Ritter, Studien 2. Spétscholastik, I. M. von Inghen und die Okkam Schule in Deutschland, Vienna, 1940. A. Ma:ER, Die Vorlàufer Galileis..., cit., passim. Iper, Zwei Grundprobleme..., cit., p. 275 sgg. Iprm, An der Grenze von Scholastik..., cit., passim. 678 Bibliografia Enrico di Hainbuch Opere: Fil. teol: De reductione effectuum; De habitudine causarum; Contra astrologos; Commento alle Sentenze; Commentario alla Genesi. Ca- nonistiche: Tractatus de contractibus emptionis et venditionis; Epistula de contractibus emptionis et venditionis ad consules viennenses. Politico religiose: Epistula pacis; Consilium pacis. Ascetiche: Speculum animae; De contempu mundi. Edd., trad. v. GEYER, p. 604. Bibliografia: cfr. Gever, p. 785; DE Wes, III, p. 188. In particolare v.: O. Harrwic, Leben und Schriften des H. von Langestein, 1858. J. AscHsacH, Geschichte der Wiener Universitàt, Vienna, 1865, pp. 366-402. F. W. Rorx, Zur Bibliographie des H. Hainbuch de Hassia dictus de Langestein, “Beihefte zum Zentralblatt fiir Bibliothekswesen,” I, 1888- 1889. H. Pruckner, Studien zu den astrologischen Schriften des H. von Lang- estein, Lipsia, 1933. A. Maier, Zwei Gundprobleme..., cit., pp. 288 sgg. P. Dunem, Le système du monde, cit., VII, pp. 569-575, 585-599; VIII, pp. 160-161, 223-224, 489-491; X, pp. 138-141, 352-353. Enrico Totting di Oyta Opere: 1) Commentario alle Sentenze; 2) Tractatus moralis de contrac- tibus reddituum annuorum; 3) Quaestiones logicae super Porphyrium; Tres libri philosophici de anima, o Magistrales tractatus de anima et potentiis eius. Edizioni: 2) Parigi, 1506; la Quaestio de Sacra Scriptura nell’ed. crit. di A. Lanc, Miinster, 1953. Bibliografia: J. AscHsacH, Geschichte d. Wiener Universitàt, cit., pp. 402-407. G. SoMMERFELDT, in “Mitt. d. Institut f. Gsterreis. Geschichtsforsch.,” 1904, pp. 376-604. P. Dunem, Le système du monde, cit., IV, pp. 132-133; X, pp. 134, 139, 141. K. MicHar.sKi, Le criticisme et le scepticisme..., cit. . EnrLE, Der Sentenzenkommentar Peters von Candia, cit., . Lane, H. Totting von Oyta, (“Beitrige,” XXXIII, 4-5), Miinster, 1937. . Rucker, Zum Problematik der Spatscholastik, “Theol. Rev.,” 1938. . Decker, Ein fundamentaltheologischer Traktat des mittelalters CH. Totting v. Oyta, “Quaestiones super libros Sententiarum”], “Wiss. Weish,” 1955. La bibl. generale, in GevER, p. 786; De Brie, nn. 7527, 7649. Dv» 679 Bibliografia Guglielmo Heytesbury Opere: Le sue numerose opere di logica sono pubblicate sotto il titolo: Tractatus Guillelmi Heutisberi de sensu, composito et diviso; Regulae ciusdem cum sophismatibus (con una Declaratio e Expositio litteralis di Gaetano da Tiene); Tractatus Heutisberi de veritate et falsitate proposi- tionis, Venezia, 1494, Bibliografia: C. PrantL, Gesch. d. Logik., cit., IV, pp. 83-93. P. DuHem, Études sur Léonard, III, pp. 406-408; 468-471. A. Marr, Die Vorliufer Galileis..., cit., pp. 4, 75, 96, 114, 192. Inpem, An der Grenze von Scholastik..., cit., pp. 265 sgg., 286 sgg. C. Wison, W. Heitesbury..., Madison, 1956. P. DuHEMm, Le système du monde, cit., VII, pp. 84-87, 602-604, 614-615, 620-645. Riccardo Swineshead i Opere: Commento alle Sentenze; De insolubilibus; Obligationes; De motibus naturalibus; Calculationes. Edizioni: Calculationes, Padova, 1480, ecc. Bibliografia: P. DuHem, Études sur Léonard, cit., III, pp. 406-408, 413-420, 468-474. K. MicHaLsxki, Le criticisme et le scepticisme.., cit. A. Maier, Die Vorlaufer Galileis..., cit., pp. 49 sgg., 99 sgg. IneMm, Zwei Grundprobleme..., cit., pp. 234 sgg. InpeM, An der Grenze von Scholastik..., cit., pp. 268 sgg., 281 sgg. M. CLacett, R. Swineshead and late medieval physic, “Osiris,” 1951. P. DuHEm, Le système du monde, cit., VII, pp. 76-80, 608-615, 621-622, 627-631, 643-645. Sui Calculatores di Merton College cfr. inoltre sotto la bibl. generale alla voce “Scienze,” in particolare il testo di A. C. CromBIE, Augustine t0 Galileo, cit. pp. ed. L. THornpikE, A History of magic and experimental science, cit., III, pp. 370-385. Biagio Pelacani Opere: Quaestiones de latitudinibus formarum; Quaestio de tactu cor- porum durorum; Quaestiones sull’ottica. Edizioni: Padova 1482, 1486, Venezia 1505 insieme alla Quaestio de modalibus di Bassano Potito; in F. Amopro, Riproduzione delle Quaestio- nes de latitudinibus formarum, in “Annali Ist. tecn. G. B. Della Porta,” 680 Bibliografia 1907, Napoli, 1909. Per le Quaestiones sull’ottica v.: Questioni inedite di ottica di Biagio Pelacani a cura di F. ALessio, “Riv. crit. st. filos.,” 1961. Bibliografia: F. Amopro, Appunti su Biagio Pelacani da Parma, in “Atti del IV Congr. dei Matematici,” III, Roma, 1909. L. THorNDIKE, A History of magic and experimental science, cit., IV, pp. 65 sgg. P. DuHem, Le système du monde, cit., IV, pp. 278-280, 289-290; VIII, p. 213; IX, p. 185; X, p. 200. A. Mater, Die Vorliufer Galileis..., cit, pp. 5, 75, 104 sgg., 176, 279 sgg. Ipem, Zwei Grundprobleme..., cit., pp. 270 sgg. Ipem, An der Grenze von Scholastik..., cit., pp. 263, 275 sgg., 383. E. A. Moopy-M. CLacett, The mediaeval science of weights (Scientia de ponderibusì..., cit. M. CLacett, The science of mechanics in the middle age, cit. G. Feperici-VescoviNI, Problemi di fisica aristotelica in un maestro del sec. XIV: Biagio Pelacani da Parma “Riv. filos.,” 1960. Conclusione Pietro d' Ailly Opere: Scrisse 174 opere solo in parte edite. Alcune tra le minori sono state pubblicate da L. DupPin nell’ed. delle Opera di Giovanni Gerson, e talune addirittura attribuite allo stesso Gerson (Opera, voll. 5, Anversa, 1705); altre opere minori sono state pubblicate da L. SaLeMBIER in “Rev. des Scien. ecclés.,” 1889. Delle opere scientifiche, filosofiche e religiose del d’Ailly alcune hanno avuto numerose edd. nei secc. XV e XVI (cfr. L. SaLEMBIER, Bibliographie des Oeuvres du cardinal P. d'Ailly, évéque de Cambrai (1350-1420), Compiègne, 1909 e Les oeuvres francaises du card. Pierre d’Ailly, Arras, 1908. L’opera filosofica più importante è costituita dal- le Quaestiones super I, IIl, IV Sententiarum, Bruxelles, 1474, 1500. Altri scritti di notevole interesse filosofico: De anima, De legibus et sectis contra superstitiosos astronomos (in Gerson, Opera, ed. cit., 1); Viginti- loquium de concordia astronomiae cum theologia (Venezia, 14%); e l’Imago mundi (ed. E. Buron, Gembloux-Parigi, 1930). ‘ Bibliografia: cfr. GeyER, pp. 184-185; De Brie, nn. 7582-7583; DE WuLF, HI, p. 154. : 681 Bibliografia In particolare vedi: L. SaLEMBIER, Le Card. Pierre d'Ailly, Mons-en-Barouel, 1932. Ipem, in DThC, I, 642-654. Ioem, in DHGE, I, 1154-1165. M. De Ganpittac, Usage et valeurs des arguments probables chez Pierre d'Ailly, “Arch. Hist. doctr. litt. m. 8.” 1933. A. E. Roserts, The theories of Pierre d'Ailly concerning forms of govern- ment in Church and State, “Bull. Inst. hist. research,” 1932. Ipem, Pierre d’Ailly and the Council of Constance: A study in “Ockamiste theory and practice” “Trans. R. Hist. Soc.,” 1935. ]. P. Mc Gowan, Pierre d'Ailly and the council of Constance, Washington, 1936. P. DuHEM, Le système du monde, cit., pp. 168-183; VII, pp. 197-202; VIII, pp. 454-455, 493-495; IX, pp. 76-78, 231-234, 357-359; X, pp. 7-8, 27-30, 39-40, 49-50, 87-90, 349-350. Pietro Di Candia Opera: Commento alle Sentenze (inedito). Bibliografia: F. Exte, Der Sentenzkommentar Peters von Candia, des Pisaner Papstes Alexander V, “Franz. Stud.,” Beiheft IX, 1925. A. Maier, An der Grenze von Scholastik..., cit., pp. 209 sgg. P. Dunem, Le système du monde, cit., VIII, pp. 113-120. Giovanni Gerson Opere: Tra le sue numerose opere ricordiamo qui particolarmente: Centiloquium de conceptibus; Centiloquium de causa finali; De concor- dantia metaphysicae cum logica (1426); De modis significandis; De parvulis ad Christum trahendis; Lectiones duae contra vanam curiositatem; Super canticum canticorum; Commento alle Sentenze (ancora inedito). Edizioni: Opera omnia, ed. E..Dupin, voll. 5, Anversa, 1706, rist. L’Aja, 1727; le Notulae super quaedam verba Dionysi, in A. ComBes, ]. Gerson Commentateur dionysien, Parigi, 1940. È ora in corso l’ed. crit. dell'Opera Omnia a cura di P. GLorieux, Parigi, 1961 sgg. Cfr. inoltre l’ed. del De Mystica Theologia, sempre a cura del Comes, nel “Tesaurus mundi,” 1958. Bibliografia: cfr. Gever, p. 791; De Brie, nn. 7589-7601; DE WuLr, III, p. 154. In particolare si veda: J. B. ScHwag, Johannes Gerson, Wiirzburg, 1858. A. J. Masson, /. Gerson, sa vie, son temps, ses ocuvres, Lione, 1894. J. STELZENBERGER, Die mystik des J. Gerson, Breslavia, 1928. 682 Bibliografia L. SaLemBier, in DHhC, VI, 1313-1330. J. L. Connoiy, John Gerson, Reformator and Mystic, Lovanio, 1928 (con ricca bibl.). W. Dress, De theologia Gersoni, Giitersloh, 1931. C. ScHnàrer, Die Staatslehre, de Jean Gerson, Colonia, 1935. A. Comes, Études Gersoniennes, “Arch. Hist. doctr. litt. m. 8.,” 1939, 1943-45 (con particolare riferimento al Commento alle sentenze). J. ScHnEMER, Die Verpflichtung des menschliches Gesetzes nach ]. Gerson, “Zeitschr. f. kathol. Theol.,” 1953. L. VerEECKE, Droit et morale chez Jean Gerson, “Rev. hist. droit. frane. et étran.,” 1954. P. GLorieux, Autour de la liste des ocuvres de Gerson, “Rech. théol. anc. méd.,” 1955. P. DuHem, Le système du monde, cit., VI, pp. 225-227; VII, pp. 495-500; X, pp. 11-12, 33-41, 178-179. Sulla crisi della cultura medioevale alla fine del XIV secolo cfr. inoltre particolarmente: E. Garin, La crisi del pensiero medioevale, in Medioevo e Rinascimento. Studi e ricerche, Bari, 1954, pp. 13-47. 683 Indice delle sigle delle riviste maggiormente citate Ang. = Angelicum Ant. = Antonianum Arch. fratr. praed. = Archivum Fratrum Praedicatorum Arch. Hist. doctr. litt. m. à. = Archives d’Histoire doctrinale et lit- téraire du moyen fge. Arch. st. filo... = Archivio di storia della filosofia. Aug. = Augustiniana. Cîteaux Nederl. = Cîteaux in de Nederlanden Collect. franc. = Collectanea franciscana Div. Th. (F... = Divus Thomas (Friburgo) Div. Th. (P.) = Divus Thomas (Piacenza) Engl. Hist. Rev. = English Historical Review Est. eccles. = Estudios ecclesiasticos France franc. = France franciscaine Franc. stud. = Franciscan Studies Franz. stud. = Franziskanische Studien Gior. crit. filos. ital = Giornale critico della filosofia italiana Greg. = Gregorianum Hist. Jahrb. = Historisches Jahrbuch Jour. theol. stud. = Journal of theological Studies Italia franc. = Italia francescana Med. ren. stud. = Mediaeval and Renaissance Studies Med. stud. = ediaeval Studies Misc. franc. = Miscellanea francescana Mod. school. = The Modern Schoolman 685 Indice delle sigle delle riviste maggiormente citate N. Arch. = Neues Archiv N. Scholl. = The new Scholasticism Philos. Jahrb. = The Philosophical Review Rech. théol. anc. méd. = Recherches de théologie ancienne et médiévale. Rech. sc. relig. = Recherches de sciences réligieuses Rev. august. = Revue augustinienne Rev. bénédict. = Revue bénédictine Rev. hist. ecclés. Rev. hist. Philos. Revue d’histoire ecclésiastique Revue d’histoire de la philosophie Rev. metaph. = Revue de metaphysique Rev. m. à. lat. = Revue du moyen fge latin Rev. néosc. philos. = Revue néoscolastique de philosophie Rev. philos. Louvain = Revue philosophique de Louvain Rev. sc. philos. théol. = Revue des sciences philosophiques et théologiques Rev. thom. = Revue thomiste Riv. crit. st. filos. = Rivista critica di storia della filosofia Riv. filos. = Rivista di filosofia Riv. filos. neosc. = Rivista di filosofia neoscolastica Riv. st. ita. = Rivista storica italiana Riv. stud. orient. = Rivista di studi orientali Schol. = Scholastik Spec. = Speculum Stud. franc. = Studi francescani Theol. Quart. = The theological Quarterly Theol. Rev. = The theological Review Theol. Zeitschr. = Theologische Zeitschrift Wiss. Weiss = Wissenschaft und Weisheit Zeitschr. f. kathol. Theol. = Zeitschrift fir katholische Theologie Zeitsch. f. Kirchengesch. = Zeitschrift fir Kirchengeschichte 686 Indice dei nomi Per i nomi si è seguito la forma italiana corrente. Gli scrittori arabi ed ebrei sono indicati, in genere, con i nomi che furono loro attribuiti dagli Occidentali, ad eccezione di quei casi (al-Farabi, al- Kind), in cui Ja differenza tra il _nome arabo e la “resa” occidentale è puramente grafica. Abbone di Cluny, 75 Abelardo v. Pietro Abelardo Abraham Abul A’fiv, 230-231 Abraham ben’Ezra, 230-231, 465 Abraham ben Hyya, 465 Aboi Bekr Ibn-Tufail, 214 Abu Ma'shar v. Albumasar Abu’l Wefa Mobachir ibn Fatik, 242 - Accursio, 90 Adaboldo di Utrecht, 76 Adamo di Bellefemme, 265 Adamo di Bochfeld, 314 Adamo di Bouchemerfort, 314 Adamo di Marsh, 343, 345, 347 Adamo di Petit Pont v. Adamo Par- vipontano Adamo Parvipontano, 138 Adamo Woodham (o Goddam), 452, 486 Adelardo di Bath, 119, 135, 136, 149, 150, 238 Adelmo di Malmesbury, 47 Adoardo, 74 Adriano l’Africano, 46 Afflacio di Salerno, 116 Agobardo di Lione, 51, 53-54 Agostino di Canterbury, 46 Agostino, Aurelio, 9, 31, 32, 33, 43, 48, 54, 56, 68, 69, 98, 100, 180, 181, 188, 247, 257, 266, 268, 270, 276, 279, 288, 303, 312, 358, 360, 367, 463, 472 Agostino Triunfo, 380, 396-397 Alamanno di Hautvilliers, 70 Alano di Lilla, 158-165, 245, 246, 253, 263, 268, 292 Albategni, 239 Alberto di Colonia v. Alberto Magno Alberto di Helmstaedt v. Alberto di Sassonia Alberto di Sassonia, 460, 481, 483- 485, 486, 489, 490, 491 - Alberto Magno, 181, 244, 268, 282, 283, 285-292, 293, 294, 295, 297, 313, 317, 323, 325, 326-327, 331, 332, 334, 359, 376, 407, 467, 496 Alboini (degli) Pietro v. Pietro degli Alboini da Mantova Albumasar, 132, 204, 239, 317, 357, 465 Alcabizio, 239 Alchiero di Clairvaux, 180, 181 Alcuino di York, 49-54, 75, 261 Alderotti Taddeo v. Taddeo Alde-- rotti Alessandro II, Papa, 87, 167 Alessandro III, Papa (Rolando Ban- dinelli), 146, 172, 186, 189 687 Indice dei nomi Alessandro V, Papa “pisano” v. Pietro di Candia Alessandro di Afrodisia, 201, 204, 296 Alessandro di Hales, 183, 263, 269- 271, 272, 276, 291 Alessandro Magno, 187 Alessandro Neckam, 314, 326 Alfano di Salerno, 90 Alfarabi v. al-Farabi Alfonso Vargas, 380 Alfragano, 239 Alfredo Anglico v. Alfredo di Sa- reshel Alfredo, Re del Wessex, 48 Alfredo di Sareshel, 240, 246, 314 Algazzali v. al-Gazzali Alhazen, 257, 266, 293, 322 Alighieri, Dante v. Dante Alighieri Alkindi v. al-Kindî Alpetragio, 240, 241, 313, 320 Alvaro Pelayo, 414 Almarico di Béne, 242-243, 244, 245, 247, 248, 499 Amidani Guglielmo v. Guglielmo Amidani Ammonio, 38, 296 Anatomia porci, 328 Anatomia Ricerdi, 328 Andrea il Cappellano, 332-333 Andronico, Pseudo v. Pseudo An- dronico Angelo d'Arezzo, 464, 466 Anselmo d’Aosta, 97-110, 139, 180, 268, 300, 424 Anselmo di Besate, 91, 92, 116 Anselmo di Laon, 108, 109, 139, 140, 153, 269 Archimede, 201, 491 - Aristotele, 17, 19, 26, 27, 38, 39, 54, 74, 75, 76, 93, 125, 130, 148, 150, 198, 200, 201, 204, 205, 208, 211, 215, 217, 235, 238, 239, 240, 242, 247, 248, 249, 254, 257, 258, 263, 688 270, 273, 275, 276, 278, 280, 283, 284, 285, 286, 288, 289, 290, 292, 294, 295, 305, 310, 311, 312, 313, 314, 316, 318, 319, 329, 330, 331, 332, 333, 334, 335, 337, 340, 343, 345, 352, 358, 359, 367, 370, 390, 392, 396, 407, 411, 412, 423, 428, 429, 434, 443, 448, 456, 459, 465, 482, 484, 499 Arnaldo da Brescia, 140, 148, 171, 179 Arnaldo da Villanova, 231, 387, 388- 389 : Arnoldo di Sassonia, 314 al’As* Ari, 203 Asclepius, 131, 160, 163 Aspasio, 241 Atheniensis Sophista, 53 Aureolo, Pietro v. Pietro Aureolo Avempace, 213-214 Avendeath v. Giovanni Ibn Dahut Averroè, 17, 121, 199, 203, 214-222, 228, 229, 240, 248, 256, 257, 278, 280, 287, 289, 299, 305, 309, 313, 323, 329, 330, 331, 332, 333, 334, 335, 390, 408, 434, 462, 463, 464, 466 Avicebron, 17, 224-227, 239, 246, 248, 264, 266, 267, 269, 270, 279, 307, 341, 343, 364, 371, 380 Avicenna, 17, 199, 203, 207-214, 217, 221, 222, 227, 239, 240, 242, 243, 245, 246, 247, 248, 257, 264, 265, 267, 269, 270, 279, 289, 290, 291, 293, 296, 301, 303, 307, 308, 313, 314, 325, 327, 328, 329, 333, 334, 341, 364, 366, 371, 372, 373, 375, 390, 422, 424, 425, 428 Bacone, Ruggero v. Ruggero Bacone Baconthorp, Giovanni v. Giovanni Baconthorp Badoer, Bonsembiante v. Bonsem- biante Badoer Indice dei nomi Bandinelli, Rolando v. Alessandro 111, Papa Bandino. Maestro, 154 Bardi (de’), Roberto v. Roberto de’ Bardi Bartolomeo Anglico, 325, 357-358 Bartolomeo di Bologna, 26f Bartolomeo di Lucca v. Tolomeo di Lucca Bartolomeo di Messina, 241, 328 Bartolomeo di Parma, 465 Bartolomeo di Salerno, 116 Batllori, M., 387 al-Battani v. Albategni Becket, Tommaso v. Tommaso Bec- ket Beda il Venerabile, 48, 49, 52, 54, 136, 181 Beda, Fseudo v. Pseudo Beda Benedetto Biscop, 48 Benedetto da Norcia, 45 Berengario di Tours, 91, 92, 96, 97, 116, 138 Bernardo d’Alvernia, 376 Bernardo d’Arezzo, 455 Bernardo di Chartres, 117, 119, 123- 124, 125, 128, 133 Bernardo di Clairvaux, 128, 136, 139, 141, 146, 176-179, 181, 182, 188, 189, 247, 270, 273, 280, 386, 392, 407, 496 Bernardo di Gordon, 492 Bernardo di la Treille, 376 Bernardo di Sanciza, 314 Bernardo di Tours v. Bernardo Sil- vestre Bernardo Silvestre, 120, 128, 133, 15%, 159, 165, 185, 246 Berniero di Nivelles, 335 Bertoldo di Mosbourg, 294, 467 Bertrando del Poggetto, 410 Biagio Pelacani da Parma, 490-491 Biel, Gabriele v. Gabriele Biel Boezio, Marco Anicio Severino, 13, 131- 44. 14, 23-36, 38, 41, 45, 48, 52, 56, 57, 75. 76, 124, 125, 126, 128, 138, 160, 161, 162, 180, 181, 232, 246, 247, 292, 343, 407, 468 Boezio di Dacia, 334, 337-338, 464 Bonatti, Guido v. Guido Bonatti Bonaventura da Bagnorea, 17, 183, 262, 263, 266, 269, 271, 272-281, 282, 283, 291, 297, 306, 308, 332, 334, 364, 365, 367, 369, 392, 407, 429, 442, 496, 498 Bonet, Nicola v. Nicola Bonet Bonifacio VIII, Papa, 362, 365, 366, 388, 392, 395, 396, 399, 403, 406, 450, 480 Bonifacio di Magonza, 47-48, 50 Bonsembiante Badoer, 454 Bouelles, 389 Bovillo v. Bouelles Bovo di Corvay, 76 Bradwardine, Tommaso, v. Tommaso Bradwardine Bruno, Giordano, 388 Buckingham, Tommaso v. Tommaso Buckingham Burcardo di Worms, 116 Burgundio di Pisa, 39, 112 Buridano, Giovanni v. Giovanni Bu- ridano Burlaeus, Gualtiero v. Gualtiero Bur- leigh Burleigh, Gualtiero v. Gualtiero Bur- leigh Calcidio, 30, 31, 59, 60, 68, 116, 124, 130, 131, 134, 244, 246, 247, 314, 390 Callipo, 319 Candido di Fulda, 54 Caracciolo, Landolfo v. Landolfo Ca- racciolo Carlo d’Angiò, Re di Sicilia, 362 Carlo il Calvo, Imperatore, 53, 59 Carlo VI, Re di Francia, 498 689 Indice dei nomi Carlomagno, Imperatore, 40, 42-45, 49, 50, 51, 52, 53, 54, 70, 72, 81, 82 Carlomanno, duca di Neustria, 47 Carreras y Artau, J., 387 Cartesio, Renato, 446 Carton, R., 351 Cassiodoro, 13, 24, 25, 32-35, 38, 41, 45 Cecco d’Ascoli, 466 Chatton Gualtiero v. Gualtiero Chat- ton Chenu, M.-D., 250 Cicerone, Marco Tullio, 17, 51, 60, 76, 93, 117, 123, 128, 134, 155, 352 Clarembaldo di Arras, 166 Claudiano, 163 Claudiano Mamerto, 33 Clemente IV, Papa, 345 Clemente VI, Papa, 452 Cofo di Sglerno, 328 Colombano, 47 Colonna, Egidio v. Egidio Romano Colonna, Sciarra v. Sciarra Colonna Columella, 128 Constabulino v. Qusta ibn Luca Corrado di Mengenburg, 414 Costa ben Luca v. Qusta ibn Luca Costantino, Imperatore, 188 Costantino Africano, 90, 123, 135, 238 Courcelle, P.. 75 Cousin, V., 60, 148 Cowton, Roberto v. Roberto Cowton Crombie. A. C., 323, 489 Cusano Niccolò v. Niccolò Cusano Damascio, 204 Daniele di Morley, 240, 313 Dante Alighieri, 179, 406-410 David di Dinant, 242, 243-245, 247, 248 Dawson, Ch., 43 De elementis, 325 690 De fiuxu entis v. Liber Avicennae in primis et secundis substantiis De generibus et speciebus, 148 De morte Aristotelis seu Liber de pomo, 241 De ponderositate v. De ratione pon- deris De proprietatibus clementorum, 325 De ratione ponderis, 324 Der Franckforter, 472, 474 Descartes, René v. Cartesio, Renato Deusdedit, il Canonista, 116 Deusdedit di Canterbury, 46 De Wulf, M., 244 Didiero, vescovo di Vienne, 37 Dino del Garbo, 465 Dionigi l’Areopagita v. Pseudo Dio- nigi Domenico Gundissalvi, 226, 239, 245- 247, 266, 290, 292, 343 Domenico Guzman, 282, 283 Donato, 37, 52, 75, 93 Dubois, Pietro v. Pietro Dubois Duhem, P., 369, 487-488 Duns Scoto, Giovanni v. Giovanni Duns Scoto Durando di St. Pourgain, 377, 432. 434, 446, 451 Eckhart, Maestro, 294, 416, 467-471, 472, 473, 474 Edvige di Baviera, 77 Efrem di Nisibis, 200 Eghbesto, 49 Egidio Colonna v. Egidio Romano Egidio di Lessines, 332, 376 Egidio di Orléans, 377 Egidio Romano (Colonna), 321, 373, 378-380, 393, 395-396, 397, 409, 496 Eirico di Auxerre, 74 Elia da Cortona, 261, 267 Eloisa, 118, 140-141 Indice dei nomi Engelbrech, Ulrico v. Ulrico Engel- brech di Strasburgo Enghelberto di Admont, 397, 406 Enrico II, Re d'Inghilterra, 189 Enrico III, Imperatore, 85 Enrico IV, Imperatore, 88 Enrico VI, Imperatore, 186 Enrico VII di Lussemburgo, Impe- ratore, 406, 410 Enrico Aristippo di Catania, 121, 240 Enrico Bate di Malines, 381, 389- 390 Enrico di Andelys, 259 Enrico di Gand, 371-375, 376, 377, 378, 379, 380, 422, 429, 430, 433, 463 Enrico di Harclay, 434, 437-438 Enrico di Heimbuch (o di Lange- stein), 486 Enrico di Langestein v. Enrico di Heimbuch Enrico di Tolosa, 171 Enrico di Wile, 360 Enrico Pape di Oyta, 486-487 Enrico Seuse (Suso), 416, 472-474 Enrico Totting di Oyta, 486-487 Ermanno, Maestro, 146 Ermanno il Dalmata, 119, 129, 238 Ermanno il Tedesco, 240, 241 Euclide di Alessandria, 149, 165, 201, 240, 322 Eudosso, 319 Eugenio di Palermo, 121 Eustachio di Arras, 365 Eustrazio di Nicea, 241 Eutiche, 75 Eyn deutsch-Theologia v. Der Franck- forter al-Farabi, 203, 205-207, 209, 211, 213, 217, 227, 239, 240, 242, 243, 245, 246, 264, 269, 289, 290, 291, 343, 366, 390 al-Farghanî v. Alfragano Federico I, il Barbarossa, Impera- tore, 186, 187, 189, 191 Federico II, Imperatore, 121, 152, 237, 240, 255, 256, 327, 328, 361, 362 Fibonacci, Leonardo v. Leonardo Fi- bonacci Filippo II, l’Augusto, Re di Francia, 253 Filippo IV, il Bello, Re di Francia, 255, 392, 395, 396, 399, 403, 412 Filippo di Grève, 263 Filippo di Nogaret, 398, 409 Filone Giudeo, 224 Filopono, Giovanni v. Giovanni Fi- lopono Fitz Ralph, Riccardo v. Riccardo Fitz Ralph Fortunato di Poitiers, 50 Fozio, Patriarca di Costantinopoli, 39 Francesco d'Assisi, 168, 173, 267, 274, 283 Francesco di Marchia, 430 Francesco di Meyronnes, 430 Fredegiso di Tours, 53-54 Fu!berto, canonico parigino, 141 Fulberto di Chartres, 91, 123 Gabriele Biel, 486, 487 Gaetano da Tiene, 491 Galeno, 185, 200, 201, 246, 288, 318, 326, 328, 329 Galilei, Galileo, 446, 483, 485 Gandolfo di Bologna, 154 Garin, E., 244, 465 Gaunilone di Marmontier, 104-105 al-Gazzali, 213, 215, 222, 239, 248, 264, 314 Geher v. Giabir ibn Hayyàn Gentile da Cingoli, 464 Gentile da Foligno, 465, 492 Gerardo d’Abbeville, 262 691 Indice dei nomi Gerardo di Bologna, 438 Gerardo di Borgo S. Donnino, 176, 363 Gerardo di Cremona, 137, 239, 240 Gerardo di Czanard, 93 Gerardo di Odone, 461 Gerardo di York, 192 . Gerberga, 77 Gerberto di Aurillac v. Silvestro II, Papa Gerardo Groote, 474 Gerolamo, 54 Gerolamo da Praga, 480, 500 Gerson Giovanni v. Giovanni Ger- son Giabir ibn Hayyan, 326 Giacomo di Douai, 334 Giacomo di Eltville, 486-487 Giacomo di Napoli, 490 Giacamo di Venezia, 112 Gilberto de la Porrée, 120, 123, 125- 128, 159, 160, 161, 177, 179, 180, 185, 187, 246, 247, 269, 270, 468 Gilson, E., 77, 130, 133, 255, 258, 266, 273, 365, 376, 468, 471, 497 Gioachino da Fiore, 174-176, 243, 363 Giona di Orléans, 73 Giordano Nemorario, 199, 324 Giovanni VIII, Papa, 72-73 Giovanni XII, Papa, 81, 82 Giovanni XXI, Papa (Pietro Ispano), 314-316, 332, 444 Giovanni XXII, Papa, 410, 414, 416, 467, 478 Giovanni Baconthorp, 463 Giovanni Buridano, 458-460, 481, 482, 483, 484, 485, 486, 491, 494 Giovanni Campano, 321 Giovanni Damasceno, 38-39, 232, 241 Giovanni di Barastre, 283 Giovanni di Basilea, 454 Giovanni di Basingstoke, 241 Giovanni di Bassoles, 430 692 Giovanni di Borgogna, 492 Giovanni di Dacia, 458 Giovanni di Dumbleton, 487, 489, 490 Giovanni di Dumpno, 241 Giovanni di Garlande, 259 Giovanni di Jandun, 411, 462, 463- 464, 466 Giovanni di la Rochelle, 269, 271- 272, 276 Giovanni di Mirecourt, 454-455 Giovanni di Napoli, 376, 433 Giovanni di Parma, 176, 363 Giovanni di Ripatransone, 431 Giovanni di Rodington, 453-454 Giovanni di Saint Amand, 324 Giovanni di Saint-Gilles, 283 Giovanni di Salisbury, 118, 120, 123, 136, 148, 150, 155-158, 190-191 Giovanni di Schoonhaven, 474 Giovanni di Siviglia, 239 Giovanni di Spagna v. Giovanni Ibn Dahut Giovanni di Toledo, 239 Giovanni di Vercelli, 359 Giovanni di Wottingham, 429 Giovanni Duns Scoto, 17, 230, 281, 343, 361, 368, 369, 372, 376, 377, 419-429, 430, 432, 434, 435, 437, 438, 440, 441, 442, 448, 451, 496, 497, 499 Giovanni Filopono, 296, 460 Giovanni Gerson, 179, 387, 431, 474, 478, 498-500 Giovanni Huss, 453, 478, 480, 498, 500 Giovanni Ibn Dahut (Giovanni di Spagna, Ispano), 226, 239, 328 Giovanni Marbres (Johannes Cano- nicus), 461 Giovanni Pago, 314 Giovanni Peckham, 323, 360, 419 Giovanni Quidort, 376, 399 Giovanni Ruysbroeck, 472, 473-474 Indice dei nomi Giovanni Scoto Eriugena, 55, 56, 59- 70, 74, 75, 124, 128, 130, 139, 232, 243, 244, 246, 247, 468, 499 Giovanni Sofista, 109 Giovanni Tauler, 416, 472-473 Giovanni Vate, 464 Giovanni Wycleff, 450, 453, 478-480, 498, 499 Giovenale, 47, 75 Giuda Levita, 227-228, 230 Giustiniano, Imperatore d’Oriente, 12, 38 î Goddam, Adamo v. Adamo Wood- ham (o Goddam) Goffredo di Fontaines, 378, 438 Goffredo di S. Vittore, 184-185 Goffredo il Plantageneto, Duca di Normandia, 134 Gonsalvo di Spagna, 419, 426 Gottescalco di Pamuk, 486-487 Gottschalco di Orbais, 55, 59 Graziano, il Canonista, 116 Gregorio I, Magno, Papa, 32, 36- 38, 40, 45, 46, 48, 52 Gregorio VII, Papa, 19, 88, 96, 114, 167, 187 Gregorio IX, Papa, 248-249, 253, 261, 263, 264 Gregorio di Nissa, 59-60, 69, 232 Gregorio di Rimini, 454 Gregorio di Tours, 50 Groote, Gerardo v. Gerardo Groote Gualtiero Burleigh, 451 Gualtiero Chatton, 430, 451 Gualtiero di Bruges, 365 Gualtiero di Mortagne, 150 Gualtiero di S. Vittore, 185 Guglielmo Amidani di Cremona, 414 Guglielmo di Alnwick, 431 Guglielmo di Alvernia, 263-265, 271, 291, 343, 358, 370 Guglielmo, Duca d’Aquitania, 86 ‘Guglielmo di Auxerre, 263 Guglielmo di Champeaux, 108, 139- 140, 142, 148, 181 Guglielmo di Conches, 118, 120, 133- 135, 136, 152, 158, 163, 167, 177 Guglielmo di La Mare, 370 Guglielmo di Luna, 241 Guglielmo di Meliton, 269 Guglielmo di Moerbeke, 242, 249, 293, 295, 411, 467 Guglielmo d’Ockham, 94, 281, 343, 417, 432, 438, 439-451, 452, 453, 455, 458, 467, 478, 480, 481, 483, 496, 497, 498 Guglielmo di St. Amour, 261, 314 Guglielmo di St. Cloud, 321 Guglielmo di St. Thierry, 179-180, 182 Guglielmo di Saliceto, 328 Guglielmo di Shyrewood, 314-315 Guglielmo di Ware, 370, 419 _ Guglielmo Farinier, 438 Guglielmo Heytesbury, 487, 488, 489, 491 Guglielmo Peyre de Goudin, 376 Guido Bonatti da Forli, 465 Guido di Chauliac, 492 Guido Fulcoldi v. Clemente IV, Papa Guido Terrena, 438 Guido Vernani, 410, 414 Gundissalinus v. Domenico Gundis- salvi Hîàriin ar-Rashîd, Califfo, 201 Haskins, Ch. H., 15 Hauréau, B., 60, 74 Hendrik, Herp, 474 Herveo de Nedéllec, 377, 432, 433 Heytesbury, Guglielmo v. Guglielmo Heytesbury Holkot, Roberto v. Roberto Holkot Hrosvita, 77 Hunain ibn Ishag, 201 Huss, Giovanni v. Giovanni Huss 693 Indice dei nomi Ibn al-Khahi, 492 Ibn Bagiah v. Avempace Ibn Cadiq, 227 Ibn Falaquera, 226 Ibn Pakuda, 227 Ibn Rushd v. Averroè Ibn Sina v. Avicenna al-Idrisi, 121 Igino, 128 Ignazio di Antiochia, 241 Ildeberto di Lavardin, 118, 120 Ildegarda di Bingen, 185, 317 Ilduino di St. Denis, 59 Incmaro di Reims, 55, 59 Innocenzo III, Papa, 151-152, 172, 186, 236, 253, 261 Innocenzo IV, Papa, 249 Innocenzo V, Papa (Pietro di Ta- rantasia), 375-376 Ipparco, 320 Ippocrate, 200, 201, 288 Isacco di Stella, 180-181, 247 Isacco Giudeo, 224, 225, 314 Ishaq al-Isra'ili v. Isacco Giudeo Isidoro di Siviglia, 13, 24, 34-35, 49, 52, 54, 128, 152 Ivo di Chartres, 116, 123 Jacopo Capocci da Viterbo, 380, 395 Jacopo di Viterbo v. Jacopo Capocci da Viterbo Jacopo di Metz, 377, 432 Jacopone da Todi, 363 Jeudah Hallevi v. Giuda Levita Johannes Canonicus v. Giovanni Marbres Joannitius v. Hunain ibn Ishaq Josselino di Soissons, 148-149 al-Khuwarizmi, 204 Kilwardby, Roberto v. Roberto Kil- wardby al-Kindî, 203-205, 239, 317, 465 694 Lamberto di Auxerre, 314-315 Landolfo Caracciolo, 430 Lanfranco di Milano, 328 Lanfranco di Pavia, 96, 97, 98, 99 Langton, Stefano v. Stefano Langton Lattanzio, 181 Lefèvre d’Etaples, J., 389 Le Myésier, Tommaso v. Tommaso” le Myésier Leonardo da Vinci, 484 Leonardo Fibonacci, 199 Leone Toscano, 112 Liber Aristotelis de expositione boni- tatis purae v. Liber de causis Liber Avicennae in primis et secundis substantiis, 247 Liber de anima, 247 Liber de causis, 131, 160, 162, 202, 239, 242, 243, 245, 246, 259, 290, 292, 379, 467 Liber de diversitate naturae et perso- nae, 128 Liber de investigatione perfectionis, 325 Liber de pomo sive de morte Aristo telis, 241 Liber de sex principiis, 160 Liber XXIV philosophorum, 160 Liber philosophorum moralium anti- quorum, 241-242 Liber sex principiorum, 125-126, 259 Lombardo, Pietro v. Pietro Lombardo Lucano, 51, 117 Ludovico il Pio, Imperatore, 53, 56 Ludovico IV, il Bavaro, Imperatore, 414, 415, 416, 439, 478 Luigi VI, Re di Francia, 83 Luigi da Padova, 431 Lullo, Raimondo v. Raimondo Lullo Lutero, Martino, 472, 475, 487 Macario Scotto, 55 Macrobio, 59, 75, 93, 116, 124, 131, 181, 244, 245, 314 Indice dei nomi Maier, A., 487 Maimonide v. Mosè Maimonide Mainardini (de’) Marsilio v. Marsilio da Padova Malabranca, Ugolino v. Ugolino d’Or- vieto al-Ma’Miin, Califfo, 201 Manegoldo di Lautenbach, 93, 94, 96 139 Manfredi, Re di Sicilia, 241 al-Mansiir, Califfo, 201 Maometto, 206 Marbres, Giovanni v. Giovanni Mar- bres Marciano Capella, 33, 75, 128 Mario Vittorino, 25 Marsili, Luigi, 500 Marsilio da Inghen, 460, 485-486, 489, 490 Marsilio da Padova (Marsilio de’ Mainardini), 19, 256, 399, 410-414, 415, 416, 439, 440, 451, 463, 466, 478, 480 Martino di Bracara, 35 Martino di Dacia, 315 Massimo il Confessore, 14, 59-60, 181, 241 Masson, A. J., 479 Matteo d’Acquasparta, 365-366, 367, 429 Matteo da Gubbio, 464 Maurizio di Spagna, 248 Memoriale rerum difficilium, 265-266 Michalski, K., 431, 453 Michele di Cesena, 415, 439, 467 Michele di Efeso, 241 Michele il Balbo, Imperatore d’Orien- te, 57 Michele Psello, 14, 232 Michele Scoto, 240, 241, 313, 320, 331 Micone di St. Riquier, 74 Mondino de’ Liuzzi, 328, 465 Montaigne, Michele de, 389 Mosè de Leòn, 231 Mosè Maimonide, 17, 228-230, 232, 242, 289, 296, 303, 343 Moseh ben Majmòn v. Mosè Maimo- nide Nemesio, 90 Niccolò II, Papa, 87, 167 Niccolò IV, Papa, 256 Niccolò V, Papa, 414 Niccolò Cusano, 244, 389 Nicola Bonet, 461 Nicola di Amiens, 165-166, 343 Nicola d’Autrecourt, 455-458, 459, 486, 496 Nicola di Lisieux, 262 Nicola di Parigi, 314 Nicola di Salerno, 116 Nicola di Trivet, 377 Nicola il Greco, 241 Nicola Oresme, 481, 482-483, 485, 486, 489, 490 Nicoletti, Paolo v. Paolo Veneto Nicomaco, 32 Notkero Labeone, 75 Ockham, Guglielmo v. Guglielmo d’Ockham Oddone di Cluny, 75, 86 Olivi, Pietro di Giovanni v. Pietro di Giovanni Olieu Onorio III, Papa, 261 Onorio d’Autun, 135-136, 153, 189 Orazio, 47, 51, 77 Oresme, Nicola v. Nicola Oresme Origene, 69, 499 Orosio v. Paolo Orosio Otloh di St. Emmeran, 93 Ottone I, Imperatore, 81, 82, 84 Ottone III, Imperatore, 76 Ottone IV di Brunswich, Imperato- re, 236 Ottone di Frisinga, 186-188 Ovidio, 51, 117 695 Indice dei nomi Paolino d’Aquileia, 161 Paolo Apostolo, 59, 193, 498 Paolo Diacono, 50 Paolo Orosio, 48, 188 Paolo Veneto (Paolo Nicoletti), 491 Pardulo di Laon, 59 Pascasio Radberto, 55 Patrizio d’Irlanda, 47 Peckham, Giovanni v. Peckham Pelacani, Biagio, v. Biagio Pelacani da Parma Pepo, 90 Persio, 75 Petrarca, Francesco, 465, 495, 500 Pier Damiani, 19, 91, 93-96, 107, 189 Pietro Apostolo, 193 Pietro Abelardo, 91, 108, 109, 118, 136, 138-155, 159, 161, 167, 176, 179, 185, 187, 253, 269, 286, 313 Pietro Aureolo (Pietro d’Auriole), 434437, 451 Pietro Cantore, 153 Pietro Comestore, 153, 154 Pietro degli Alboini da Mantova, 490 Pietro d’Abano, 321, 410, 465-466 Pietro d’Ailly, 387, 478, 496-497, 498 Pietro d’Alvernia, 378 Pietro d’Auriole v. Pietro Aureolo Pietro di Bruy, 171 Pietro di Candia, 497 Pietro di Ceffons, 455 Pietro di Corbeil, 248 Pietro di Giovanni Olieu (Olivi), 267, 363, 364, 367-368 Pietro d'Irlanda, 315 Pietro di Maricourt (Pietro Peregri- no), 317, 324, 345, 346 Pietro di Palude, 376 Pietro di Pisa, 51 Pietro di Poitiers, 154, 185, 263 Pietro di Tarantasia v. Innocenzo V, Papa Giovanni 696 Pietro di Toledo, 382 Pietro di Trabibus (di Trabes), 368, 369 Pietro Dubois, 397-399, 409, 411 Pietro Ispano v. Giovanni XXI, Papa Pietro Lombardo, 39, 108, 120, 154- 155, 185, 258, 285, 430 Pietro Olivi v. Pietro di Giovanni Olieu Pietro Mangiadore v. Pietro Come- store Pietro Peregrino v. Pietro di Mari- court Pietro Valdo, 168, 172 Pipino il Breve, 47 Pipino d'Aquitania, 73 Pirenne, H., 41 Platone, 17, 26, 39, 62, 93, 139, 140, 142, 143, 148, 149, 150, 162, 201, 204, 205, 240, 276, 290, 314, 319, 352, 438, 443, 472, 499 Platone di Tivoli, 137 Plinio il Vecchio, 326 Plotino, 38, 57, 62, 63, 139 Porfirio, 25, 26, 38, 54, 125, 144, 205, 358 Prepostino da Cremona, 153 Prisciano, 52, 75, 124, 128 Proclo, 17, 38, 57, 62, 63, 159, 201, 240, 245, 293, 294, 295, 379, 390, 467, 468, 472 Prospero da Reggio Emilia, 375 Psello, Michele v. Michele Psello Pseudo Andronico, 241 Pseudo Beda, 129, 244 Pseudo Dionigi, 14, 38, 56-59, 62, 69, 102, 128, 180, 184, 240, 243, 244, 246, 247, 266, 275, 292, 294, 295, 340, 467, 468, 472, 498 al-Qabisi v. Alcabizio Quintiliano, 123, 124 Qusta ibn Luca (Constabulino), 201, 239 Indice dei nomi Rabano, Mauro, 54-55, 136 Raimondo di Toledo, 120, 239 Raimondo Lullo, 325, 381-387, 388, 389, 499 Raimondo Martin, 382 Raimondo Sibiuda (Sabiude, Sebond) 389 Rainaldo di Dassel, 187, 191 Ratero di Verona, 75 Ratramno di Corbie, 55 al-Razi, 325 Remigio de’ Girolami, 376 Remigio di Auxerre, 75 Riccardo Billingham, 487 Riccardo Clapwell, 370 Riccardo de Mediavilla v. Riccardo di Middleton Riccardo di Conigton, 429 Riccardo di Ghymi Eshedi, 488 Riccardo di Middleton, 369-370 Riccardo di S. Vittore, 183-184, 185 Riccardo di Swineshead (Suisset), 487, 488, 489, 491 Riccardo Fishacre, 358, 375 Riccardo Fitz Ralph, 462-463 Riccardo Rufo di Cornovaglia, 343 Riccardo Suisset v. Riccardo di Swi- neshead Rikkardis. Suora, 77 Ripelin, Ugo v. Ugo Ripelin di Stra- sburgo Ristoro d'Arezzo, 325 Roberto Cowton, 429 Roberto de’ Bardi, 454 Roberto di Courcon, 153, 248, 253, 257 Roberto di Lincoln v. Roberto Gros- satesta Roberto di Melun, 108, 120, 153 Roberto di Winchelsea, 360 Roberto Grossatesta (o di Lincoln), 241, 266, 278, 322, 339-343, 345, 346, 351, 358, 360, 369, 419 Roberto Holkot, 452 Roberto Kilwardby, 358-360, 375, 376 Rodolfo di Longchamp, 263 Rodolfo il Bretone, 334 Rolando Bandinelli v. Alessandro III, Papa Rolando da Cremona, 248 Roscellino di Compiègne, 108, 109- 110, 138, 139, 142 Rossi, P., 384, 385, 387 Rufino, 163, 317, 327 Ruggero II, Re di Sicilia, 121 Ruggero Bacone, 19, 257, 259, 317, 321, 322-323, 325, 343, 345-357, 358, 360, 369, 381, 382, 386, 389, 392-393, 419, 465 Ruggero di Hereford, 137 Ruggero di Swineshead, 487 Ruggero Marston, 366-367 Ruysbroeck Giovanni v. Giovanni Ruysbroeck Sa‘adyah ben Yoséf, 225-226 Salio, 241 Salutati, Coluccio, 500 Sciarra Colonna, 414 Secretum Secretorum, 241, 328, 345 Seneca, Lucio Anneo, 35, 117, 134, 155, 259, 352, 377 Sententiae divinitatis, 146 Sententiae Parisienses, 146 Servato Lupo di Ferrières, 55, 73 Seuse (Suso), Enrico v. Enrico Seuse Shélomoh ibn Gebirol v. Avicebron Sigibod di Narbona, 70 Sigieri di Brabante, 311, 312, 334-337, 398, 407, 408, 463, 464 Sigieri di Courtrai, 458 Silvestre, Bernardo v. Bernardo Sil- vestre Silvestro II, Papa (Gerberto di Au- rillac), 76, 128 Simone di Dacia, 458 Simone di Faversham, 360 Simone di Lendinara, 491 697 Indice dei nomi Simone di Montfort, 151 Simone di Tournai, 153, 165, 188, 253, 263 Simplicio, 221, 296 Smaragde di St. Michel sur Meuse, 73-74 Socrate, 104, 139, 140, 142, 143, 148, 149, 438, 443 Stabili, Francesco v. Cecco d’Ascoli Stazio, 117 Stefano da Messina, 241 Stefano Langton, 153, 269 Stefano Tempier, 19, 312, 332-333, 345, 378, 462 Suida, 241 Suisset v. Riccardo di Swineshead Summa di Bamberga, 153 Summa Perfectionis, 325 Summa philosophiae, 358 Tabula smaragdina, 325 Taddeo Alderotti, 32% 465 Taddeo da Parma, 464, 466 Tartaglia, N., 324 Tauler, Giovanni v. Giovanni Tauler Temistio, 204, 239, 296 Tempier, Stefano v. Stefano Tempier Teodolfo di Orléans, 51 Teodorico, Re degli Ostrogoti, 25, 33 Teodorico di Chartres, 128-131, 134, 135, 138, 158, 166, 167, 177, 318, 342 Teodorico di Vriberg, 293-294, 323, 467 Teodoro, Maestro, 241 Teodoro d’Antiochia, 328. Teodoro il Greco di Canterbury, 46, 56 Teodosio, Imperatore romano, 163 Teofilo, 328 Terenzio, 47 Theologia Aristotelis, 201, 202 698 Theologia-deutsch v. Der Franck- forter Tolomeo, Claudio, 119, 129, 132, 185, 198, 201, 215, 239, 240, 316, 318, 320, 321, 323 Tolomeo di Lucca, 376, 395 Tommaso Becket, 120, 155, 189-190 Tommaso Bradwardine, 452-453, 454, 479, 481, 487, 490, 491 Tommaso Buckingham, 452 Tommaso d’Aquino, 17, 104, 230, 244, 262, 268, 273, 281, 284, 285, 295-312, 313, 315, 320, 321, 332, 334, 359, 360, 361, 369, 370, 374, 375, 376, 378, 379, 380, 382, 393- 395, 396, 407, 408, 409, 411, 417, 420, 421, 422, 432, 435, 448, 458, 467, 471, 496 Tommaso di Cantmprè, 326 Tommaso di Jorz, 376 Tommaso di Ockham, 458 Tommaso di Strasburgo, 380 Tommaso di Sutton, 376-377, 378 Tommaso di York, 343-345 Tommaso Gallo di Vercelli, 184 Tommaso le Myésier, 387-388 Tommaso Wilton, 463 Tractatus eboracenses, 192-194 Ubertino da Casale, 267, 363, 415 Ugo di Cluny, 86 Ugo di Novo Castro, 430 Ugo d'Orléans, 120 Ugo di Santalla, 137 Ugo di S. Vittore, 153, 154, 166, 181- 183, 187, 188 Ugo Eteriano, 112 Ugo Ripelin di Strasburgo, 292, 293 Ugolino, Cardinale v. Gregorio IX, Papa Ugolino (Malabranca) d’Orvieto, 431 Ulrico Engelbrech di Strasburgo, 292- 293, 467 Indice dei nomi Urbano IV, Papa, 249 Urbano da Bologna, 464 Valdo, Pietro v. Pietro Valdo Vernani, Guido, v. Guido Vernani Vilgardo da Ravenna, 77 Vincenzo di Beauveais, 325, 326 Virgilio, 47, 51, 77, 117 Vitale di Four, 368-369 Volpe, G., 169 Walfrido di Strabo, 55 Wilton, Tommaso v. Tommaso Wil- ‘ton Witelio, 265, 323 Wolfemo di Colonia, 93 Woodham, Adamo v. Adamo Wood- ham Wycleff, Giovanni v. Giovanni Wy- cleff Wynfrith v. Bonifacio di Magonza Yates, F. A., 387 Ysagoge in Theologiam, 146 Zbhar, 231 699 Pagina 9 21 23 23 32 40 40 45 48 56 56 59 67 70 79 81 81 85 Indice Introduzione Parte prima L'Alto Medioevo Capitolo primo Filosofia e cultura nell'età dei regni romano-barbarici 1. Marco Anicio Severino Boezio 2. Da Cassiodoro a Gregorio Magno Capitolo secondo L'età carolingia 1. I presupposti storici e culturali 2. La cultura monastica anglosassone 3. Alcuino e la “rinascita” carolingia 4. Gli sviluppi della cultura carolingia Capitolo terzo Il IX e il X secolo 1. Il “Corpus areopagiticum” e la sua penetrazione in Occidente 2. La filosofia di Giovanni Scoto Eriugena 3. Il “ritorno” all'unità divina 4. La cultura postcarolingia Parte seconda L’XI e il XII secolo Capitolo primo La “rinascita” ottoniana e la ripresa intellettuale dell’ XI secolo 1. Le condizioni storiche 2. Il movimento cluniacense e gli inizi della riforma gregoriana 701 Pagina 702 98 102 105 108 111 111 114 119 123 123 128 133 138 138 145 148 151 151 155 158 165 167 167 172 176 181 Indice 3. La ripresa intellettuale dell'XI secolo. Dialettica e antidialettica Capitolo secondo Anselmo d'Aosta e la cultura teologica del suo tempo 1. Il metodo teologico di Anselmo 2. L'argomento del “Proslogion” 3. Gli attributi divini e il rapporto di Dio con la realtà 4. La scuola di Laon; Roscellino Capitolo terzo Caratteri, tendenze ed ambiente storico della cultura del XII secolo 1. Le condizioni storiche 2. La trasformazione della cultura ecclesiastica e le scuole cattedrali. Il carattere storico della “Rinascita” del XII secolo 3. I centri della nuova vita intellettuale Capitolo quarto La scuola di Chartres 1. Bernardo di Chartres e Gilberto de la Porrée 2. Teodorico di Chartres e Bernardo Silvestre 3. Guglielmo di Conches Capitolo quinto Lo sviluppo della logica e l'opera di Pietro Abelardo 1. Caratteri e aspetti della logica abelardiana 2. La teologia di Abelardo 3. Altre posizioni logiche dell'età di Abelardo: Josselino di Soissons e Adelardo di Bath Capitolo sesto Cultura e filosofia nella seconda metà del XII secolo 1. Le scuole teologiche e i “Libri Sententiarum” 2. Le idee di Giovanni di Salisbury ] 3. Teologia, filosofia e poesia in Alano di Lilla 4. Nicola d’Amiens e il “De arte catholicae fidei” Capitolo settimo Le grandi correnti di spiritualità religiosa del XII secolo 1.I movimenti ereticali 2. Umiliati, Francescani e Gioachiniti 3. Bernardo di Clairvaux e la mistica cistercense 4. I Vittorini Pagina 186 186 191 197 197 200 203 207 214 224 224 228 230 233 235 235 242 245 250 250 260 Indice Capitolo ottavo Città di Dio e città terrena nel pensiero teologico-poli- tico del XII secolo 1. Da Ottone di Frisinga a Giovanni di Salisbury 2. I “Trattati di York” Parte terza Le filosofie orientali Capitolo primo La filosofia dei Musulmani 1. L'incontro con la cultura islamica 2. Le origini della filosofia negli ambienti islamici 3. al-Kindi ed al-Farabi 4. Avicenna 5. Averroè Capitolo secondo La filosofia ebraica 1. Caratteri del pensiero ebraico medioevale. Da Isacco Giudeo ad Avicebron 2. Mosè Maimonide 3. La “Cabbala” Parte quarta Il XIII secolo Capitolo primo Alle origini della nuova scienza e della nuova filosofia 1. La penetrazione in Occidente della cultura araba ed ebraico 2. Le eresie “filosofiche” di Amalrico di Béne e di David di Dinant 3. Il neoplatonismo di Domenico Gundissalvi: la reazione ecclesiastica alla penetrazione delle dottrine arabe Capitolo secondo Le nuove istituzioni e le nuove forze intellettuali. Le Università e gli Ordini mendicanti 1. Origine e struttura delle Università medioevali 2. Gli Ordini mendicanti e il loro contributo al rinnovamento culturale del Duecento 793 Pagina 263 704 263 267 272 282 282 285 292 295 295 296 299 303 305 308 313 313 316 321 325 330 330 334 339 339 Indice Capitolo terzo Gli inizi della “Scolastica” parigina e lo sviluppo della scuola francescana, da Alessandro di Hales a Bonaven- tura da Bagnorea 1. Gli inizi dell'influenza aristotelica ed arabizzante a Parigi 2. ] primi maestri francescani parigini 3. La filosofia di Bonaventura da Bagnorea Capitolo quarto I maestri domenicani. Alberto Magno e la sua scuola 1. Origini e tendenze degli “Studi” domenicani 2. Alberto Magno e la sua opera filosofica e teologica 3. La scuola di Alberto Magno Capitolo quinto Tommaso d'Aquino 1. Le dottrine fondamentali dell'opera di Tommaso 2. La distinzione tra filosofia e teologia 3. Compiti e limiti della “teologia naturale” 4. La dottrina tomistica dell'“analogia” 5. Il problema della creazione e l'ordine divino dell'universo 6. L'intelletto umano e il processo di conoscenza. L'etica tomista Capitolo sesto La “Facoltà delle arti” e la cultura scientifica nella prima metà del Duecento 1. I nuovi testi delle Facoltà delle arti. I logici parigini 2. Caratteri e tendenze della nuova fisica. L'astronomia due- centesca tra Aristotele e Tolomeo 3. I progressi delle conoscenze meteorologiche, dell'ottica e della meccanica 4. La geologia, la chimica e la medicina Capitolo settimo L’averroismo latino 1. Origini dell’“averroismo latino” Le condanne del 1270 e del 1277 2. Sigieri di Brabante e Boezio di Dacia Capitolo ottavo Scienza, filosofia e religione nella scuola di Oxford 1. Le origini della scuola e Roberto Grossatesta Pagina 343 352 358 361 361 363 371 375 378 381 381 387 389 391 391 393 397 401 403 403 406 410 414 419 4 (na 9 Indice 2. I discepoli del Grossatesta e il programma riformatore di Ruggero Bacone 3. Esperienza, magia e scienza nel pensiero di Bacone 4. Maestri domenicani e francescani nella seconda metà del secolo Capitolo nono Società e filosofia negli ultimi decenni del secolo (1270- 1300). Le correnti dottrinali tra Tommaso d'Aquino e Duns Scoto 1. Le condizioni storiche 2. Motivi e tendenze dell'“agostinismo” francescano 3. Enrico di Gand 4. I maestri domenicani . 5. Goffredo di Fontaines ed Egidio Romano Capitolo decimo Raimondo Lullo e l'’“Ars Magna.” L'umanesimo enci- clopedico di Enrico Bate di Malines 1. L'“Ars Magna” 2. L'’“Electorium Remundi.” Arnaldo di Villanova 3. Enrico Bate e lo “Speculum” Capitolo undicesimo Il pensiero politico duecentesco e il problema delle relazioni tra la Chiesa e i nuovi Stati nazionali l. Agostinismo e aristotelismo nel pensiero politico 2. Il “De regimine principum” di Tommaso d'Aquino. Egidio Romano e la polemica bonifaciana 3. Pietro Dubois e le tesi regaliste Parte quinta Il XIV secolo Capitolo primo Le linee della crisi ideologica del XIV secolo 1. La nuova realtà sociale e politica 2. La dottrina politica di Dante 3. Marsilio da Padova e il “Defensor Pacis” 4. Componenti religiose e filosofiche della crisi Capitolo secondo Giovanni Duns Scoto e lo scotismo l. Scienza e teologia 795 Pagina 422 706 426 429 432 432 434 439 439 I 443 445 448 451 455 458 462 462 464 467 467 471 476 476 478 481 481 Indice 2. La “ metafisica” e la dimostrazione ontologica 3. Il concetto di “haecceitas” e le conseguenze teologiche delle dottrine scotiste 4. La scuola scotista Capitolo terzo Filosofia e teologia tra Duns Scoto e Guglielmo di Ockham 1. Jacopo di Metz e Durando di Saint Pourcain 2. Pietro Aurcolo ed Enrico di Harclay Capitolo quarto Guglielmo d'Ockham e le origini del movimento oc- camista . I fondamenti dell'occamismo 2. La logica e il nominalismo 3. Le dottrine fisiche 4. Le idee teologiche e teologico-politiche 5. Gli inizi dell'occamismo a Oxford e a Parigi 6. Nicola d’Autrecourt 7. Giovanni Buridano Capitolo quinto L'‘averroismo” trecentesco e la tradizione aristotelica padovana 1. Giovanni di ]andun 2. L'aristotelismo e la cultura scientifica padovana e bolognese Capitolo sesto Giovanni Eckhart e la mistica tedesca 1. Origini e temi del misticismo eckhartiano 2. La mistica tedesca e fiamminga dopo Eckhart Capitolo settimo Società e cultura nella seconda metà del XIV secolo 1. La crisi della Chiesa e il Grande Scisma 2. Wyclef, Huss e i grandi movimenti ereticali della fine del secolo Capitolo ottavo La scienza scolastica alla fine del Trecento 1. Gli sviluppi della scuola di Buridano e la fisica parigina Indice Pagina 487 2. “calculatores” di Merton College 491 3. Le scienze naturali e mediche 495 Conclustone 501 Bibliografia 685 Indice delle sigle delle riviste maggiormente citate 687 Indice dei nomi 797 Finito di stampare nell'agosto 1961 dalle Ind. Graf. A. Nicola Varese
Tuesday, December 10, 2024
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