Grice
e Vico: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’antichissima
sapienza degl'italici -- da rintracciare nelle origini della sua lingua – la
scuola di Napoli – filosofia napoletana – filosofia campanese -- filosofia
italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Napoli). Filosofo napoletano. Filosofo campanese.
Napoli, Campania. Filosofo italiano. “The best philosopher, but that’s
Hampshire’s judgement!” – Grice. “Si
potrebbe presentare la storia ulteriore del pensiero come un ricorso delle idee
del Vico” (CROCE, La filosofia di V., Laterza, Bari). – cf. Whitehead on
metaphysics as footnotes to Plato. matematiche perché siamo noi a farle tramite
postulati, definizioni, ma non potremo mai dire di conoscere nello stesso modo
la natura perché non siamo noi ad averla creata. Conoscere una cosa significa rintracciarne i
principi primi, le cause, poiché, secondo l'insegnamento aristotelico,
veramente la scienza è «scire per causas» ma questi elementi primi li possiede
realmente solo chi li produce, «provare per cause una cosa equivale a farla». Le obiezioni a Cartesio Il principio del
verum ipsum factum non era una nuova e originale scoperta di Vico ma era già
presente nell'occasionalismo, nel metodo baconiano che richiedeva l'esperimento
come verifica della verità, nel volontarismo scolastico che, tramite la
tradizione scotista, era presente nella cultura filosofica napoletana del tempo
di Vico. La tesi fondamentale di queste concezioni filosofiche è che la piena
verità di una cosa sia accessibile solo a colui che tale cosa produce; il
principio del verum-factum, proponendo la dimensione fattiva del vero, ridimensiona
le pretese conoscitive del razionalismo cartesiano che Vico inoltre giudica
insufficiente come metodo per la conoscenza della storia umana e delle scienze
sociali, che non possono essere analizzate solo in astratto, perché esse hanno
sempre un margine di imprevedibilità.
Vico però si serve di quel principio per avanzare in modo originale le
sue obiezioni alla filosofia cartesiana trionfante in quel periodo. Il cogito
cartesiano infatti potrà darmi certezza della mia esistenza ma questo non vuol
dire conoscenza della natura del mio essere, coscienza non è conoscenza: avrò
coscienza di me ma non conoscenza poiché non ho prodotto il mio essere ma l'ho
solo riconosciuto. «L'uomo, egli dice,
può dubitare se senta, se viva, se sia esteso, e infine in senso assoluto, se
sia; a sostegno della sua argomentazione escogita un certo genio ingannatore e
maligno... Ma è assolutamente impossibile che uno non sia conscio di pensare, e
che da tale coscienza non concluda con certezza che egli è. Pertanto Renato (René
Descartes) svela che il primo vero è questo: "Penso dunque
sono".» (Giambattista Vico, De
antiquissima Italorum sapientia in Opere filosofiche a cura di Paolo
Cristofolini, Firenze, Sansoni 1971, p.70)
Il criterio del metodo cartesiano dell'evidenza procurerà dunque una
conoscenza chiara e distinta, che però per Vico non è scienza se non è capace
di produrre ciò che conosce. In questa prospettiva, dell'essere umano e della
natura colti nella loro interezza e nelle loro relazioni solo Dio, creatore di
entrambi, possiede la verità (livello di conoscenza maggiore: inter -
legere). Mentre quindi la mente umana
procedendo astrattamente nelle sue costruzioni, come accade per la matematica e
la geometria, crea una realtà che le appartiene, essendo il risultato del suo
operare, giungendo così a una verità sicura, la stessa mente non arriva alle
stesse certezze per quelle scienze di cui non può costruire l'oggetto come
accade per la meccanica, meno certa della matematica, la fisica meno certa
della meccanica, la morale meno certa della fisica. «Noi dimostriamo le verità geometriche poiché
le facciamo, e se potessimo dimostrare le verità fisiche le potremmo anche
fare.» (Ibidem, pag. 82) Mente umana e mente divina «I latini...
dicevano che la mente è data, immessa negli uomini dagli dei. È dunque
ragionevole congetturare che gli autori di queste espressioni abbiano pensato
che le idee negli animi umani siano create e risvegliate da Dio [...] La mente
umana si manifesta pensando, ma è Dio che in me pensa, dunque in Dio conosco la
mia propria mente.» (Giambattista Vico,
De antiquissima, 6) Il valore di verità
che l'uomo ricava dalle scienze e dalle arti, i cui oggetti egli costruisce, è
garantito dal fatto che la mente umana, pur nella sua inferiorità, esplica
un'attività che appartiene in primo luogo a Dio. La mente dell'uomo è anch'essa
creatrice nell'atto in cui imita la mente, le idee, di Dio, partecipando
metafisicamente a esse. L'ingegno
Imitazione e partecipazione alla mente divina avvengono per opera di quella
facoltà che Vico chiama ingegno che è «la facoltà propria del conoscere... per
cui l'uomo è capace di contemplare e di imitare le cose». L'ingegno è lo
strumento principe, e non l'applicazione delle regole del metodo cartesiano,
per il progresso, ad esempio, della fisica che si sviluppa proprio attraverso
gli esperimenti escogitati dall'ingegno secondo il criterio del vero e del
fatto. L'ingegno dimostra, inoltre, i
limiti del conoscere umano e la contemporanea presenza della verità divina che
si rivela proprio attraverso l'errore:
«Dio mai si allontana dalla nostra presenza, neppure quando erriamo,
poiché abbracciamo il falso sotto l'aspetto del vero e i mali sotto l'apparenza
dei beni; vediamo le cose finite e ci sentiamo noi stessi finiti, ma ciò
dimostra che siamo capaci di pensare l'infinito.» (Giambattista Vico, De antiquissima, 6) Il sapere metafisico Contro lo scetticismo
Vico sostiene che è proprio tramite l'errore che l'uomo giunge al sapere
metafisico: «Il chiarore del vero
metafisico è pari a quello della luce, che percepiamo soltanto in relazione ai
corpi opachi... Tale è lo splendore del vero metafisico non circoscritto da
limiti, né di forma discernibile, poiché è il principio infinito di tutte le
forme. Le cose fisiche sono quei corpi opachi, cioè formati e limitati, nei
quali vediamo la luce del vero metafisico.»
(Giambattista Vico, De antiquissima, 3)
Il sapere metafisico non è il sapere in assoluto: esso è superato dalla
matematica e dalle scienze ma, d'altro canto, «la metafisica è la fonte di ogni
verità, che da lei discende in tutte le altre scienze.» Vi è dunque un
"primo vero", «comprensione di tutte le cause», originaria
spiegazione causale di tutti gli effetti; esso è infinito e di natura
spirituale poiché è antecedente a tutti i corpi e che quindi si identifica con
Dio. In Lui sono presenti le forme, simili alle idee platoniche, modelli della
creazione divina. «Il primo vero è in
Dio, perché Dio è il primo facitore (primus Factor); codesto primo vero è
infinito, in quanto facitore di tutte le cose; è compiutissimo, poiché mette
dinanzi a Dio, in quanto li contiene, gli elementi estrinseci e intrinseci
delle cose.» (Giambattista Vico, De
antiquissima Italorum sapientia in Opere filosofiche a cura di P. Cristofolini,
Firenze, Sansoni 1971, p. 62) La
metafisica di Vico Il platonico Vico Attraverso i propri scritti Vico fa capire
la sua conversione dalla filosofia lucreziana e gassendiana a quella platonica,
egli descrive la metafisica del filosofo di riferimento come tale che: «conduce a un principio fisico che è idea
eterna, che da sé educe e crea la materia medesima, come uno spirito seminale,
che esso stesso si fermi l'uovo.»
(Nicola Badaloni, "Introduzione a Gianbattista Vico, Opere
Filosofiche, a cura di P. Cristofolini, Firenze 1971, p. 11") Egli illustra nell'Autobiografia i suoi
capisaldi: «1) «nella nostra mente sono
certe eterne verità che non possiamo sconoscere riniegare, e in conseguenza che
non sono da noi», cioè che non sono fatte da noi 2) «del rimanente sentiamo in noi una libertà
di fare, intendendo, tutte le cose che han dipendenza dal corpo, e perciò le
facciamo in tempo, cioè quando vogliamo applicarvi, e tutte in conoscendo le
facciamo, e tutte le conteniamo dentro di noi: come le immagini con la fantasia;
le reminescenze con la memoria; con l’appetito le passioni; gli odori, i
sapori, i colori, i suoni, i tatti co’ sensi: e tutte queste cose le conteniamo
dentro di noi. […] Ma per le verità eterne che non sono da noi e non hanno
dipendenza dal corpo nostro, dobbiamo intendere essere Principio delle cose
tutte come una idea eterna tutta scevera da corpo, che nella sua cognizione,
ove voglia, crea tutte le cose in tempo e le contiene dentro sé...».» La coerenza della filosofia 'timaica' di Vico
può essere analizzata anche da questi due punti, infatti, nel primo caso,
questa si riferisce a un principio materiale, immateriale, ideale, eterno e
attivo; nel secondo caso si riferisce al principio di materia che è prodotta da
ὗλη (materia) e conserva la propria capacità di muoversi a causa di questa
origine. La religione secondo Vico Anche
per Vico le religioni non sono vere, ma in esse non è nemmeno possibile che
tutto sia falso. Infatti, avrebbe senso se tutte le loro parti fossero
sbagliate, in quanto provocherebbero paura e odio, ma non possono spiegare come
abbiano saputo restituire la loro "tenerezza" secondo il metodo della
separazione. Tuttavia, per il filosofo Herbert Spencer (liberale), la religione
assume così la "rutunda Dei religio" nella sua forma puramente
circolare, che ritroveremo nel De Uno e in quella ricomparsa nella teoria del
ciclo storico di Vico; ci sono molti punti in comune tra le filosofie di
Herbert e quella di Vico, anche se la causa finale è in Vico determinata come
'conservazione', dunque non sbaglieremmo a leggere la filosofia vichiana e la
filosofia di Herbert contemporaneamente ponendo punti di connessione e paragone
tra le due. Un altro punto di contatto di Herbert con un capitolo del De
Antiquissima di Vico parte dal concetto di provvidenza e sostiene
l'inconciliabilità di questa con le divinità dei 'gentili' e va quindi alla
ricerca di alcuni elementi che possano accordare le due cose (media
sufficientia), perché, per lui, il Dio è buono e la maggior parte degli uomini
deve potersi salvare, egli trova tale conciliazione nella capacità inventiva
della mente umana che l'ha indotta nella 'divinatio' o alla 'deificatio', cioè
a forme di sublimazione che esprimono l'idea della bellezza del mondo, anche se
l'errore ci può far vedere rotonda la torre quadrata. Il conato Si giunge dunque a uno dei punti
cardine della metafisica vichiana: il conato, si tratta del nocciolo di ciò che
Vico chiama zenonismo, ossia la dottrina dei punti metafisici, riassumibile
nella tesi che il punto in quanto momentum "non è esteso, ma genera
l'estensione". Il punto-momento è
il conatus che si allarga al di là della geometria e comprende la fisica
cosicché la triade dominante è: quiete=Dio; conato=materia=virtù=idea;
moto=corpo. Il moto non ha mai inizio autonomo, perché è sottoposto al
controllo dell'etere. Il conato, espressione fisica del punto-momento, come non
è punto né numero, ma il generatore di entrambi. È come se le ricerche di
Galilei sulla dinamica e sul continuo fossero state trasferite nella metafisica,
e alla fisica fossero stati lasciati solo i moti, una tesi che merita di essere
riscontrata nei testi. Vico dà ai
punti-conati (sia nella prima forma numerica sia in quella più vicina alla
fisica) una capacità 'impulsiva' simile a questi indivisibili. Egli dice
che: «La metafisica trascende la fisica
perché tratta delle virtù e dell'infinito; la fisica è parte della metafisica
perché tratta delle forme e degli oggetti finiti.» (Vico, "Opere Filosofiche, pp.
93-94") Poi Vico aggiunge: «L'essenza del corpo consiste in
indivisibili; il corpo tuttavia si divide: dunque l'essenza del corpo non è:
dunque è l'altra cosa dal corpo. Cosa è dunque? È una indivisibil virtù, che
contiene, sostiene, mantiene il corpo, e sotto parti diseguali del corpo vi sta
egualmente; sostanza, della quale è solamente lecito raramente si somiglia alla
divina, e perciò unica a dimostrare l'umano vero.» (Nicola Badaloni, "Introduzione a
Gianbattista Vico, p. 94") Da un
punto di vista matematico il conato può essere paragonato all'Uno, esso è
indivisibile perché uno è l'infinito, e l'infinito è indivisibile, perché non
ha in che dividersi, non potendo dividerlo in nulla. Possiamo raccontare Vico come un seguace di
Galilei; tuttavia, lo critica per aver sostenuto la diversità tra infinito e
indivisibile. Quando Galilei parla dell'infinitezza, per esempio, della
percossa, ovvero di quella espansiva degli ignicoli, egli, per Vico, non fa che
trasferire erroneamente il conato infinito nel moto al fine di dare a
quest'ultimo (che non è che occasione) un rilievo maggiore. L'accumulo di moto,
che Galilei vede risultare dall'infinitezza della percossa, secondo Vico, che
dà una interpretazione più rigida dell'equazione conato=momento=punto
indivisibile, è un tipo di energia potenziale che il conato sviluppa in ogni
sito e attimo dell'universo e che, dal punto di vista metafisico, non varia
mai, giacché il conato non è a base della dinamica ma della struttura
dell'universo. La questione del rapporto tra sentire e pensare è ripresa nei
capitoli V e VI del De Antiquissima. In quello intitolato De animo et anima,
Vico sostiene che: «Gli stessi muscoli
del cuore sono contratti e dilatati dai nervi, sicché il sangue è continuamente
fatto circolare per un processo di sistole e diastole ricevendo dai nervi il
proprio moto.» (Nicola Badaloni,
"Introduzione a Gianbattista Vico, p. 104") Dunque l'aria è lo spirito vitale che muove
il sangue; l'etere è lo spirito animale; la prima costituisce l'anima, il
secondo l'animo, la cui immortalità è spiegata col suo tendere all'infinito e
all'eterno. Entro l'animo è la mente che è mens animi, cioè la parte più
raffinata dell'animo stesso. Passando dalla teoria dell'anima a quella
dell'animo e di qui al primo cenno di quella della mente, Vico commenta, in
modo platonico-spinoziano, che "forse importa più deporre gli affetti che
allontanare i pregiudizi". Il capitolo VI è intitolato De Mente; il suo
oggetto è appunto la animi mens che corrisponde alla libertà sui moti
dell'animo. La facoltà di desiderare in vari termini e modi "è Dio a
ciascuno" ma la libertà dell'arbitrio, cioè la mens animi rappresenta il
momento di fuoriuscita dall'ambito della psicologia e d'ammissione in quello di
una libertà umanamente inventiva. La mens animi è il punto di maggiore avvicinamento
al creare reale, talché "in Dio dunque conosco la mia stessa
mente". La metafisica vichiana a
confronto In letture recenti si è ripresentata l'antica analogia tra Kant e
Vico (a parte le diverse capacità analitiche dei due filosofi), la reale
divergenza tra loro sta nel fatto che l'oggetto del primo è il sistema
scientifico, già costruito da Newton, e da Kant posto in relazione colle
possibilità e coi limiti delle facoltà umane; l'interesse di Vico è invece
rivolto a un 'oggetto' del tutto nuovo che è il rapporto strutturato tra la
scienza e la sua genesi, nella mente dell'uomo primitivo e le situazioni e
istituzioni sociali che hanno accompagnato le sue modificazioni. Vico è a conoscenza della discussione sul
platonismo precedente e seguente il suo saggio sulla metafisica, conobbe
sicuramente il libro di Brucker e a cui anzi rivolse una critica importante.
Scrive infatti nella Scienza Nuova (1744) che:
«Le scienze debbono incominciare da che ‘ncominciò la materia; esse
ebbero inizio alle ch'i primi uomini cominciarono a umanamente pensare, non già
quando i filosofi cominciarono a riflettere sopra l'umane menti (come
ultimamente n'è uscito alla luce un libricciuolo erudito e dotto col titolo
Historia de ideis, che si conduce fin all'ultime controversie che ne hanno
avuto i due primi ingegni di questa età, il Leibnizio e ‘l Newtone.» Con questa osservazione, Vico integra
l'esposizione del platonismo moderno con un progetto d'interpretazione della
genesi di questo modo di pensare e del suo svolgimento. I sottoinsiemi
scientifici, che egli si appresta a costruire, sono condizionati da questo
punto di arrivo, che nella sua 'idealità' è metastorico, in senso quasi
trascendentale, e, nel suo contenuto, difficilmente nasconde il carattere
'semilibertino' della struttura sistematica sottesa. La critica di Vico a
Brucker ci mette dunque in condizione di valutare il significato che egli
attribuisce alla scienza nuova. L''oggetto' costituito dalle idee
platonico-galileiane è nato, riferendosi al mondo tuttora in divenire, è la
trasformazione strutturata di un complesso di tradizioni, istituzioni e
conoscenze umane che si sostengono reciprocamente e si modificano
conflittualmente. Il punto di attacco delle scienze della natura di tipo
galileiano (integrato nella filosofia del platonismo moderno) con la scienza
dell'uomo, è dato dal costituirsi di un diverso 'oggetto' a esse legato, che ha
però la sua autonomia, le sue regole, costituendo un sottosistema aperto
all'invenzione di nuovi strumenti interpretativi. La scienza vichiana si organizza in modo da
delimitare un campo di ricerche concrete. La critica a Brucker ha già dato
un'idea del modo come Vico, partendo dalla scienza moderna e violentemente
ributtandola sui suoi principi ne ricerchi gli elementi genetici e formativi
per recuperarne, poi, gli aspetti complessi.
La Scienza nuova Frontespizio
della terza edizione 1744 della Scienza nuova Se l'uomo non può considerarsi
creatore della realtà naturale ma piuttosto di tutte quelle astrazioni che
rimandano a essa come la matematica, la stessa metafisica, vi è tuttavia
un'attività creatrice che gli appartiene.
«questo mondo civile egli certamente è stato fatto dagli uomini, onde se
ne possono, perché se ne debbono, ritruovare i principi dentro le modificazioni
della nostra medesima mente umana.»
(Giambattista Vico Scienza nuova, terza ediz., libro I, sez. 3) La storia creatrice L'uomo è dunque il
creatore, attraverso la storia, della civiltà umana. Nella storia l'uomo
verifica il principio del verum ipsum factum, creando così una scienza nuova
che avrà un valore di verità come la matematica. Una scienza che ha per oggetto
una realtà creata dall'uomo e quindi più vera e, rispetto alle astrazioni
matematiche, concreta. La storia rappresenta la scienza delle cose fatte
dall'uomo e, allo stesso tempo, la storia della stessa mente umana che ha fatto
quelle cose.[44] Filosofia e
"filologia" La definizione dell'uomo e della sua mente non può
prescindere dal suo sviluppo storico se non si vuole ridurre tutto a un'astrazione.
La concreta realtà dell'uomo è comprensibile solo riportandola al suo divenire
storico. È assurdo credere, come fanno i cartesiani o i neoplatonici, che la
ragione dell'uomo sia una realtà assoluta, sciolta da ogni condizionamento
storico. «La filosofia contempla la
ragione, onde viene la scienza del vero; la filologia[45] osserva l'autorità
dell'umano arbitrio onde viene la coscienza del certo... Questa medesima
degnità (assioma) dimostra aver mancato per metà così i filosofi che non
accertarono le loro ragioni con l'autorità de' filologi, come i filologi che
non curarono d'avverare la loro autorità con la ragion dei filosofi.» (Giambattista Vico Ibidem Degnità X) Ma la filologia da sola non basta, si
ridurrebbe a una semplice raccolta di fatti che invece vanno spiegati dalla
filosofia. Tra filologia e filosofia vi deve essere un rapporto di
complementarità per cui si possa accertare il vero e inverare il certo. Le leggi della 'scienza nuova' Compito della
'scienza nuova' sarà quello di indagare la storia alla ricerca di quei principi
costanti che, secondo una concezione per certi versi platonizzante, fanno
presupporre nell'azione storica l'esistenza di leggi che ne siano a fondamento,
com'è per tutte le altre scienze:
«Poiché questo mondo di nazioni egli è stato fatto dagli uomini, vediamo
in quali cose hanno con perpetuità convenuto e tuttavia vi convengono tutti gli
uomini; poiché tali cose ne potranno dare i principi universali ed eterni,
quali devon essere d'ogni scienza, sopra i quali tutte sursero e tutte vi si
conservano le nazioni.» (Giambattista
Vico Ibidem, libro I, sez. 3) La storia
quindi, come tutte le scienze, presenta delle leggi, dei principi universali,
di un valore ideale di tipo platonico, che si ripetono costantemente allo
stesso modo e che costituiscono il punto di riferimento per la nascita e il
mantenimento delle nazioni.
L'eterogenesi dei fini e la Provvidenza storica Rifarsi alla mente umana
per comprendere la storia non è sufficiente: si vedrà, attraverso il corso
degli avvenimenti storici, che la stessa mente dell'uomo è guidata da un
principio superiore a essa che la regola e la indirizza ai suoi fini, che vanno
al di là o contrastano con quelli che gli uomini si propongono di conseguire;
così accade che, mentre l'umanità si dirige al perseguimento di intenti
utilitaristici e individuali, si realizzino invece obiettivi di progresso e di
giustizia secondo il principio della eterogenesi dei fini. «Pur gli uomini hanno essi fatto questo mondo
di nazioni... ma egli è questo mondo, senza dubbio, uscito da una mente spesso
diversa ed alle volte tutta contraria e sempre superiore ad essi fini
particolari ch'essi uomini si avevan proposti.»
(Giambattista Vico Ibidem, Conclusione)
La storia umana in quanto opera creatrice dell'uomo gli appartiene per
la conoscenza e per la guida degli eventi storici, ma nel medesimo tempo lo
stesso uomo è guidato dalla Provvidenza che prepone alla storia divina. I corsi storici Secondo Vico il metodo
storico dovrà procedere attraverso l'analisi delle lingue dei popoli antichi
«poiché i parlari volgari debono essere i testimoni più gravi degli antichi
costumi de' popoli che si celebrarono nel tempo ch'essi si formarono le
lingue», e quindi tramite lo studio del diritto, che è alla base dello sviluppo
storico delle nazioni civili. Questo
metodo ha fatto identificare nella storia una legge fondamentale del suo
sviluppo che avviene evolvendosi in tre età:
l'età degli dei, «nella quale gli uomini gentili credettero vivere sotto
divini governi, e ogni cosa esser loro comandata con gli auspici e gli
oracoli»;[46] l'età degli eroi, dove si costituiscono repubbliche
aristocratiche; l'età degli uomini, «nella quale tutti si riconobbero esser
uguali in natura umana».[47] I bestioni La storia umana, secondo Vico, inizia
con il diluvio universale, quando gli uomini, giganti simili a primitivi
"bestioni", vivevano vagando nelle foreste in uno stato di completa
anarchia. Questa condizione bestiale era conseguenza del peccato originale,
attenuata dall'intervento benevolo della Provvidenza divina che immise,
attraverso la paura dei fulmini, il timore degli dei nelle genti che «scosse e
destate da un terribile spavento d'una da essi stessi finta e creduta divinità
del cielo e di Giove, finalmente se ne ristarono alquanti e si nascosero in
certi luoghi; ove fermi con certe donne, per lo timore dell'appresa divinità,
al coverto, con congiungimenti carnali religiosi e pudichi, celebrarono i
matrimoni e fecero certi figlioli, e così fondarono le famiglie. E con lo star
quivi fermi lunga stagione e con le sepolture degli antenati, si ritrovarono
aver ivi fondati e divisi i primi domini della terra».[48] La civiltà L'uscita dallo stato di ferinità
quindi avviene: per la nascita della
religione, nata dalla paura e sulla base della quale vengono elaborate le prime
leggi del vivere ordinato; per l'istituzione delle nozze che danno stabilità al
vivere umano con la formazione della famiglia; per l'uso della sepoltura dei
morti, segno della fede nell'immortalità dell'anima che distingue l'uomo dalle
bestie. Della prima età Vico sostiene di non poter scrivere molto poiché
mancano documenti su cui basarsi: infatti quei bestioni non conoscevano la
scrittura e, poiché erano muti, si esprimevano a segni o con suoni
disarticolati. L'età degli eroi ebbe inizio dall'accomunarsi di genti che
trovavano così reciproco aiuto e sostegno per la sopravvivenza. Sorsero le
città guidate dalle prime organizzazioni politiche dei signori, gli eroi che
con la forza e in nome della ragion di Stato, conosciuta solo da loro,[49]
comandavano sui servi che, quando rivendicarono i propri diritti, si
ritrovarono contro i signori che, organizzati in ordini nobiliari, diedero vita
agli stati aristocratici che caratterizzano il secondo periodo della storia umana. In questa seconda, dove predomina la
fantasia, nasce il linguaggio dai caratteri mitici e poetici. Infine la
conquista dei diritti civili da parte dei servi dà luogo alla età degli uomini
e alla formazione di stati popolari basati sul «diritto umano dettato dalla
ragione umana tutta spiegata». Sorgono quindi stati non necessariamente
democratici ma che possono essere pure monarchici poiché l'essenziale è che
rispettino «la ragione naturale, che eguaglia tutti». La legge delle tre età costituisce la «storia
ideale eterna sopra la quale corrono in tempo le storie di tutte le nazioni».
Tutti i popoli indipendentemente l'uno dall'altro hanno conformato il loro
corso storico a questa legge che non è solo delle genti ma anche di ogni
singolo uomo che necessariamente si sviluppa passando dal primitivo senso
nell'infanzia, alla fantasia nella fanciullezza, e infine alla ragione nell'età
adulta: «Gli uomini prima sentono senza
avvertire; dappoi avvertiscono con animo perturbato e commosso, finalmente
riflettono con mente pura.»
(Giambattista Vico Scienza Nuova, 3a ediz. Degnità LIII) La verità divina nella storia Se nella
storia, pur tra le violenze e i disordini, appare un ordine e un progressivo
sviluppo, ciò è dovuto secondo Vico all'azione della Provvidenza, che immette
nell'agire dell'uomo un principio di verità che si presenta in modo diverso
nelle tre età: nelle prime due età il
vero si presenta come certo «gli uomini che non sanno il vero delle cose
procurano d'attenersi al certo, perché non potendo soddisfare l'intelletto con
la scienza, almeno la volontà riposi sulla coscienza.» (Giambattista Vico, Scienza Nuova, Degnità
IX) Questa certezza non viene all'uomo
attraverso una verità rivelata ma da una constatazione di senso comune,
condivisa da tutti, per cui vi è «un giudizio senz'alcuna riflessione,
comunemente sentito da tutto un ordine, da tutto un popolo, da tutta una
nazione o da tutto il genere umano.» La
sapienza poetica Vi è poi, nella seconda età della storia e dell'uomo,
caratterizzata dalla fantasia, un sapere tutto particolare che Vico definisce
poetico. In questa età nasce infatti il linguaggio non ancora razionale ma
molto vicino alla poesia che «alle cose insensate dà senso e passione, ed è
proprietà dei fanciulli di prender cose inanimate tra le mani e,
trastullandosi, favellarvi, come se fussero, quelle, persone vive. Questa
degnità filologica-filosofica ne appruova che gli uomini del mondo fanciullo,
per natura, furono sublimi poeti.»[50]
Se vogliamo quindi conoscere la storia dei popoli antichi dobbiamo
rifarci ai miti che hanno espresso nella loro cultura. Il mito infatti non è
solo una favola e neppure una verità presentata sotto le spoglie della fantasia
ma è una verità di per sé elaborata dagli antichi che, incapaci di esprimersi
razionalmente, si servivano di universali fantastici che, sotto spoglie
poetiche, presentavano modelli ideali universali: come fecero ad esempio i
Greci antichi che non definirono razionalmente la prudenza ma raccontarono di
Ulisse, modello universale fantastico dell'uomo prudente. La poesia Vico si dedica poi a definire la
poesia che innanzitutto è autonoma come
forma espressiva differente dal linguaggio tradizionale. I tropi della poesia
come la metafora, la metonimia, la sineddoche, ecc. sono stati erroneamente
ritenuti strumenti estetici di abbellimento del linguaggio razionale di base,
mentre invece la poesia è una forma espressiva naturale e originaria i cui
tropi sono «necessari modi di spiegarsi di tutte le prime nazioni poetiche»; La
poesia ha una funzione rivelativa, custodisce le prime immaginate verità dei
primi uomini;[51] Il linguaggio non ha quindi un'origine convenzionale perché
questo presupporrebbe un uso tecnico del linguaggio che invece sorge
spontaneamente come poesia. Poiché il linguaggio e i miti costituiscono la
cultura originaria e spontanea di tutto un popolo, Vico arriva alla discoverta
del vero Omero che è non il singolo autore dei suoi poemi ma l'espressione del
patrimonio culturale comune di tutto il popolo greco. È comunque da respingere
la interpretazione platonica di Omero come filosofo,[52] «fornito di una
sublime sapienza riposta». «Farsi
intendere da volgo fiero e selvaggio[53] non è certamente (opera) d'ingegno
addomesticato ed incivilito da alcuna filosofia. Né da un animo da alcuna
filosofia umanato ed impietosito potrebbe nascer quella truculenza e fierezza
di stile, con cui descrive tante, sì varie e sanguinose battaglie, tante sì
diverse e tutte in istravaganti guise crudelissima spezie d'ammazzamenti, che
particolarmente fanno tutta la sublimità dell'Iliade.» (Giambattista Vico, Scienza Nuova) Verità e storia La sapienza antica ha per
contenuto princìpi di giustizia e ordine necessari per la formazione di popoli
civili. Questi contenuti si esprimono in modi diversi a seconda che siano
formati dal senso o dalla fantasia o dalla ragione. Questo vuol dire che la
sapienza, la verità, si manifesta in forme diverse storicamente, ma essa come
verità eterna è al di sopra della storia che di volta in volta la incarna. La verità
della storia è una verità metafisica nella storia. Nella storia si attua la
mediazione tra l'agire umano e quello divino:
nel fare umano si manifesta il vero divino; e il vero umano si realizza
tramite il fare divino: la Provvidenza, legge trascendente della storia, che
opera attraverso e nonostante il libero arbitrio dell'uomo. Questo non comporta
una concezione necessitata del corso della storia poiché è vero che la
Provvidenza si serve degli strumenti umani, anche i più rozzi e primitivi, per
produrre un ordine ma tuttavia questo rimane nelle mani dell'uomo, affidato
alla sua libertà. La storia quindi non è determinata come sostengono gli stoici
e gli epicurei che «niegano la provvedenza, quelli facendosi strascinare dal
fato, questi abbandonandosi al caso», ma si sviluppa tenendo conto della libera
volontà degli uomini che, come dimostrano i ricorsi, possono anche farla
regredire: «Gli uomini prima sentono il
necessario; dipoi badano all'utile; appresso avvertiscono il comodo; più
innanzi si dilettano nel piacere; quindi si dissolvono nel lusso; e finalmente
impazzano in istrapazzar di sostanze.»
(Giambattista Vico, Scienza Nuova, Degnità LXVI) A questa dissoluzione delle nazioni pone
rimedio l'intervento della Provvidenza che talora non può impedire la
regressione nella barbarie, da cui si genererà un nuovo corso storico che
ripercorrerà, a un livello superiore, poiché dell'epoca passata è rimasta una
sia pur minima eredità, la strada precedente.
La filosofia Paradossalmente la criticità del progresso storico appare
proprio con l'età della ragione, quando cioè questa invece dovrebbe assicurare
e mantenere l'ordine civile. Accade infatti che la tutela della Provvidenza che
si è imposta agli uomini nei precedenti due stadi, ora invece deve ricercare il
consenso della «ragione tutta spiegata» che si sostituisce alla religione: Così
"ordenando la provvedenza": che non avendosi appresso a fare più per
sensi di religione (come si erano fatte innanzi) le azioni virtuose, facesse la
filosofia le virtù nella lor idea».[54] La ragione infatti, pur con la
filosofia, custode della legge ideale del vivere civile, con il suo libero
giudizio, può tuttavia incorrere nell'errore o nello scetticismo per cui «si
diedero gli stolti dotti a calunniare la verità». La ragione non crea la verità, poiché non può
fare a meno dal senso e dalla fantasia senza le quali appare astratta e vuota.
Il fine della storia infatti non è affidato alla sola ragione ma alla sintesi
armonica di senso, fantasia e razionalità. La ragione poi è ispirata dalla
verità divina per cui la storia è sì opera dell'uomo, ma la mente umana da sola
non basta poiché occorre la Provvidenza che indichi la verità. La filosofia è
succeduta alla religione ma non l'ha sostituita anzi essa deve custodirla: «Da tutto ciò che si è in quest'opera
ragionato, è da finalmente conchiudersi che questa Scienza porta
indivisibilmente seco lo studio della pietà,[55] e che, se non siesi pio, non
si può daddovero esser saggio.» (Giambattista
Vico Scienza Nuova, Conclusione)
Teorizzazione sul riso La concezione di Vico sul riso è riportata in
Ridere la verità di Rosella Prezzo che scrive: «La teorizzazione vichiana sul
riso, rimasta per lo più sconosciuta, si trova celata in una digressione di un
opuscolo polemico dal titolo Vici vindicae», dove il filosofo napoletano scrive
che «il riso proviene dall'inganno teso all'ingegno umano, avido del vero:
ragion per cui scoppia tanto più abbondante quanto maggiore è la simulazione di
questo».[56] Già Niccolò Tommaseo parlando della grandezza del Vico lo
presentava come non invaghito per nulla dalla novità «che nuove (dic'egli) son
anco le cose ridicole e mostruose» né cercando l'arguzia «siccome col riso le
arguzie sterili, sono con la malinconia i concetti possenti».[57] Francesco Flora
riporta il racconto che Vico fa dell'origine dell'interiezione: «Seguitarono a
formarsi le voci umane con l'interiezioni, che sono voci articolate nell'émpito
di passioni violente, che 'n tutte le lingue son monosillabi», causate dalla
meraviglia alla vista dei primi fulmini, ad esempio, da cui l'immaginazione di
Giove. Il riso intravede la «goffaggine di tali giganti» e vi si
inserisce.[58] Il giudizio della
filosofia posteriore «Predicavano la ragione individuale, ed egli le opponeva
la tradizione, la voce del genere umano. Gli uomini popolari, i progressisti di
quel tempo, erano Lionardo di Capua, Cornelio, Doria, Calopreso, che stavano
con le idee nuove, con lo spirito del secolo. Lui era un retrivo, con tanto di
coda, come si direbbe oggi. La coltura europea e la coltura italiana
s'incontravano per la prima volta, l'una maestra, l'altra ancella. Vico
resisteva. Era vanità di pedante? Era fierezza di grande uomo? Resisteva a
Cartesio, a Malebranche, a Pascal, i cui Pensieri erano «lumi sparsi», a Grozio,
a Puffendorfio, a Locke, il cui Saggio era la «metafisica del senso».
Resisteva, ma li studiava più che facessero i novatori. Resisteva come chi
sente la sua forza e non si lascia sopraffare. Accettava i problemi, combattea
le soluzioni, e le cercava per le vie sue, co' suoi metodi e coi suoi studi.
Era la resistenza della coltura italiana, che non si lasciava assorbire, e
stava chiusa nel suo passato, ma resistenza del genio, che cercando nel passato
trovava il mondo moderno. Era il retrivo che guardando indietro e andando per
la sua via, si trova da ultimo in prima fila, innanzi a tutti quelli che lo
precedevano. Questa era la resistenza del Vico. Era un moderno e si sentiva e
si credeva antico, e resistendo allo spirito nuovo, riceveva quello entro di
sé.» (Francesco De Sanctis, Storia della
letteratura italiana [1870], Morano, Napoli 1890, p. 314.) Fintanto che Vico fu in vita la portata e la
ricezione critica del suo pensiero furono circoscritte quasi unicamente agli
ambienti intellettuali di Napoli, trovando poi un più vasto seguito sol a quasi
due secoli dalla sua morte, tra la seconda metà dell'Ottocento e il Novecento.
Affermatasi la fama del pensiero vichiano, esso fu conteso dalle più disparate
correnti filosofiche: dal pensiero cristiano (nonostante l'iniziale rifiuto),
dagli idealisti (dai quali fu proclamato precursore dello storicismo
hegeliano), dai positivisti e persino da diversi marxisti.[16] Come fa notare
il Fassò «Vico è ben più di un semplice filosofo [...] tanto che in certi momenti
della sua travagliatissima fama fu apprezzato prevalentemente per la sua
filosofia del diritto, così come in altri momenti fu celebrato precursore della
sociologia, della psicologia dei popoli, o come campione fra i maggiori della
filosofia della storia, mentre veniva ignorata la sua pur genialissima
metafisica, che è ad un tempo il punto d'arrivo e il presupposto logico di
tutte le ricerche da lui condotte nei più vari campi dell'operare
umano».[16] Il pensiero vichiano, le cui
prime fonti s'ispirano alla tradizione filosofica del Seicento che permeava
l'ambiente partenopeo, rappresenta un ponte fra la cultura secentesca e quella
settecentesca.[17] Nonostante il Vico non sia caratterizzato da audacia
innovatrice illuminista, il suo pensiero raggiunse – come nota Abbagnano –
«alcuni risultati fondamentali» che lo connettono a pieno titolo al
Settecento.[17] Tuttavia non può tacersi il carattere conservatore della
filosofia politico-religiosa del Vico, generato dal turbamento di chi,
«assistendo alla fine di un mondo famigliare, non sa scoprire i segni del
sorgere di un nuovo».[59] Ciò è dimostrato dalla giustapposizione del certo
(ossia il peso dell'autorità della tradizione) al vero (ossia lo sforzo
innovatore della ragione) che è il segno di una ricerca di equilibrio estranea
al pensiero illuministico. A tali conclusioni il pensiero vichiano fu condotto
dalla limitatezza della sua gnoseologia e dalla polemica contro il
cartesianesimo, il quale professava, al contrario, l'eliminazione di ogni
limite gnoseologico.[17] Opere Sei
Orazioni Inaugurali (1699-1707) De nostri temporis studiorum ratione (1709)
Orazione Inaugurale del 1708 De antiquissima Italorum sapientia ex linguae
latinae originibus eruenda (1710): Proemium (1710) Liber metaphysicus (1710)
Risposte al giornale dei letterati Prima risposta (1711) Seconda risposta
(1712) Institutiones oratoriae (1711-1738) De universis Juris (1720-1721) De
universis juris uno principio et fine uno liber unus - include «De opera
proloquium» (1720) De constantia jurisprudentis liber alter (1721) Notae in
duos libros, alterum «De uno universi juris principio et fine uno», alterum «De
constantia jurisprudentis» (1722) Scienza nuova prima (1725) Vici Vindiciae
(1729) Vita di Giambattista Vico scritta da se medesimo, (l'«Autobiografia»
(1725-1728; «Supplemento» 1731) Scienza nuova seconda (1730) De mente heroica
(1732) Scienza nuova terza (1744) Edizioni
Scritti storici, 1939 Giambattista Vico, Scienza nuova, Scrittori
d'Italia 135, Bari, Laterza, 1931. URL consultato il 16 aprile 2015.
Giambattista Vico, Scienza nuova seconda. 1, Scrittori d'Italia 112, Bari,
Laterza, 1942. URL consultato il 16 aprile 2015. Giambattista Vico, Scienza
nuova seconda. 2, Scrittori d'Italia 113, Bari, Laterza, 1942. URL consultato
il 16 aprile 2015. Giambattista Vico, Opere a cura di Fausto Nicolini, Laterza,
Bari 1914-40 in otto volumi: I, 1914, Orazioni inaugurali, De studiorum
rationum, De antiquissima Italorum sapientia, Risposte al giornale dei
letterati; II, 1936, Diritto universale; III, 1931, Scienza nuova I; IV, 1928,
Scienza nuova II; V, 1929, Autobiografia, Carteggio, Poesie varie; VI, 1939,
Scritti storici; VII, 1940, Scritti vari e pagine disperse; VIII, 1941, Poesie,
Institutiones oratoriae. Giambattista Vico, Opere filosofiche a cura di Paolo
Cristofolini, Firenze, Sansoni, 1971. Giambattista Vico, Opere giuridiche a
cura di Paolo Cristofolini, Firenze, Sansoni, 1974. Giambattista Vico,
Institutiones oratoriae, testo critico, versione e commento a cura di Giuliano
Crifò, Napoli, Istituto Suor Orsola Benincasa, 1989. Nicola Badaloni,
Introduzione a Gianbattista Vico, Bari, Laterza, 1999. Giambattista Vico, La
scienza nuova - Le tre edizioni del 1725, 1730, 1744, a cura di Manuela Sanna e
Vincenzo Vitiello, Milano, Bompiani, 2012, ISBN 978-88-452-7155-7. Leonardo
Amoroso, Introduzione alla Scienza nuova di Vico, Pisa, ETS, 2013, ISBN
978-884673126-5. Benedetto Croce, La filosofia di Giambattista Vico, Bari,
Laterza, 1965. Note ^ Benedetto Croce, La filosofia di Giambattista Vico, 2ª ed.,
Bari, Laterza, 1922 [1911], p. 251, ISBN non esistente. URL consultato il 18
marzo 2016 (archiviato il 13 settembre 2016). ^ Ernst von Glasersfeld, An
Introduction to Radical Constructivism. ^ Bizzell and Herzberg, The Rhetorical
Tradition, p. 800. ^
"Giambattista Vico" (2002), A Companion to Early Modern Philosophy,
Steven M. Nadler, ed. London:Blackwell Publishing, ISBN 0-631-21800-9, p. 570.
^ Vico and Herder: Two Studies in the History of Ideas. ^ Giambattista Vico
(1976), "The Topics of History: The Deep Structure of the New
Science", in Giorgio Tagliacozzo and Donald Philip Verene, eds, Science of
Humanity, Baltimore and London: 1976. ^ Giambattista Vico: An International
Symposium. Giorgio Tagliacozzo and Hayden V. White, eds. Johns Hopkins
University Press: 1969. Attempts to inaugurate a non-historicist interpretation
of Vico are in Interpretation: A Journal of Political Philosophy [1], Spring
2009, Vol. 36.2, and Spring 2010 37.3; and in Historia Philosophica, Vol. 11,
2013 [2]. ^ The Penguin Encyclopedia (2006), David
Crystal, ed., p. 1,409. ^ Maria Consiglia, Napoli, Editoria clandestina e
censura ecclesiastica a Napoli all'inizio del Settecento, in Anna Maria Rao (a
cura di), Editoria e cultura a Napoli nel XVIII secolo. Napoli: Liguori, 1988.
^ Francesco Adorno, Tullio Gregory, Valerio Verra, Storia della filosofia, vol.
II, p. 367, Editori Laterza, 1983.
Giambattista Vico, La scienza nuova (a cura di Paolo Rossi), p. 43,
Biblioteca Universale Rizzoli, 2008. ^ Giambattista Vico, Giuseppe Ferrari, La
scienza nuova (a cura di Paolo Rossi), Soc. Tip. de' Classici Italiani, 1836,
p. 367. ^ B.Cioffi ed altri, I filosofi e le idee, Vol. II, B. Mondadori 2004,
pag. 543. ^ David Armando, Manuela Sanna, "Vico, Giambattista", Il
Contributo italiano alla storia del Pensiero - Politica (2013), Enciclopedia
Italiana Treccani. ^ Francesco Adorno, Tullio Gregory, Valerio Verra, Storia
della filosofia, vol. II, pp. 367-368, Editori Laterza, 1983. Guido Fassò, Storia della filosofia del
diritto. II: L'età moderna, pp. 213-216, Editori Laterza, 2001. Nicola Abbagnano, Storia della filosofia,
vol. 3, pp. 262-264, Gruppo Editoriale L'Espresso, 2006. Giambattista Vico, La scienza nuova (a cura
di Paolo Rossi), p. 44, Biblioteca Universale Rizzoli, 2008. ^ Giambattista
Vico, Principj di scienza nuova, di Giambattista Vico: d'intorno alla comune
natura delle nazioni, Volume 1, Francesco d'Amico, 1811, p. XXXIV. ^ Fausto
Nicolini, Giambattista Vico nella vita domestica. La moglie, i figli, la casa,
Editore Osanna Venosa, 1991 ^ Giambattista Vico, Autobiografia, ed. Nicolini
(Bompiani), Milano, 1947, p. 57.
Giambattista Vico, La scienza nuova (a cura di Paolo Rossi), p. 45,
Biblioteca Universale Rizzoli, 2008. ^ Ugo Grozio, Prolegomeni al diritto della
guerra e della pace (a cura di Guido Fassò), cit. p. 16, Morano Editore,
1979. Giambattista Vico, La scienza
nuova (a cura di Paolo Rossi), p. 46, Biblioteca Universale Rizzoli, 2008. ^
Giovanni Liccardo, Storia irriverente di eroi, santi e tiranni di Napoli. ^
Vico che si era rivolto inutilmente per sovvenzionare la stampa dell'opera
prima al cardinale Orsini, poi a papa Clemente XII, fu costretto a vendere un
anello per farla pubblicare. Vico scrisse in seguito che, in fondo, l'accaduto
era stato un bene poiché lo aveva spinto a riscrivere l'opera in maniera più
completa. (Cfr. M. Fubini, G.B.Vico. Autobiografia, Torino Einaudi 1965). ^ M.
Fubini, G.B. Vico. Autobiografia, Torino Einaudi 1965. ^ La prima redazione
dell'opera, andata perduta, aveva il titolo di Scienza nuova in forma negativa.
^ L'Autobiografia fu pubblicata postuma nel 1818 ampliata con una modifica di
Vico del 1731. ^ Rivista di studi crociani, Volume 6, a cura della
"Società napoletana di storia patria", 1969. ^ La fondazione
"Giambattista Vico", voluta da Gerardo Marotta, presidente
dell'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, con sede nella Chiesa di San
Biagio Maggiore di Napoli, si occupa della promozione del pensiero vichiano e
della gestione di alcuni siti vichiani come il castello Vargas di Vatolla
(Salerno) e la Chiesa di San Gennaro all'Olmo in Napoli. ^ Giambattista Vico,
Principi di una scienza nuova d'intorno alla comune natura delle nazioni, a
cura di Giuseppe Ferrari, Società tipografica de' Classici italiani, Milano
1843, p. 479. ^ Silvestro Candela, L'unità e la religiosità del pensiero di
Giambattista Vico, Cenacolo Serafico, 1969, p. 35. ^ «Inesatto è altresì che il
Vico terminasse di vivere il 20 gennaio 1744 a più di settantasei anni: mancò
nella notte tra il 22 e il 23 gennaio, a settantacinque anni e sette mesi
precisi. ...» in La Letteratura italiana: Storia e testi, Giambattista Vico,
Ricciardi, 1953. ^ La storia di Giambattista Vico, su napolitoday.it. URL
consultato il 16 marzo 2017 (archiviato il 16 marzo 2017). ^ Secondo notizie di
stampa diffuse nell'ottobre 2011, resti della salma di Vico sarebbero stati
recuperati nei sotterranei della chiesa napoletana. (Vedi: Corriere del Giorno:
Ritrovata la salma di Giambattista Vico? I ricercatori vanno cauti Archiviato
il 14 novembre 2011 in Internet Archive.) La notizia è stata comunque
commentata con prudenza dagli esperti. ^ Giambattista Vico, La scienza nuova (a
cura di Paolo Rossi), pp.6-7, Biblioteca Universale Rizzoli, 2008. ^ Fausto
Nicolini, La giovinezza di Giambattista Vico: saggio biografico, Società
editrice Il Mulino, 1992, p. 142, ISBN 9788815038326. ^ Croce, Nuovi saggi sul
Seicento, pp. 91-105. ^ Per una silloge di «pensieri» del Malvezzi, Politici e
moralisti del Seicento, ediz. Croce-Caramella, Bari, Laterza, 1930. ^ Vico nel
perduto De equilibrio corporis animantis esponeva una concezione secondo cui
«...riponevo la natura delle cose nel moto per il quale, come se fossero
sottoposte alla forza di un cuneo, tutte le cose vengono spinte verso il centro
del loro stesso moto e, invece, sotto l'azione di una forza contraria, vengono
respinte verso l'esterno; e sostenni anche che tutte le cose vivono e muoiono
in virtù di sistole e diastole». Secondo un'ipotesi di Benedetto Croce e Fausto
Nicolini l'opera era stata concepita come appendice al Liber physicus e fu
donata in forma manoscritta al suo grande amico, il giurista Domenico Aulisio
tra il 1709 e il 1711. La trattazione di quella teoria di ispirazione
cartesiana e presocratica venne poi inserita più ampiamente nella Vita. ^
Stefania De Toma, Ecco l'origine delle scienze umane: aspetti retorici di una
contesa intorno al De antiquissima italorum sapienti, in «Bollettino del Centro
di Studi Vichiani», XLI, 2, 2011 (Roma : Edizioni di Storia e Letteratura,
2011). ^ G.B. Vico, Opere, Sansoni, Firenze, 1971, I, 1 p. 63 ^ Vico è
considerato da alcuni interpreti del suo pensiero come il primo costruttivista.
Infatti Vico sostiene che l'uomo può conoscere solo ciò che può costruire,
aggiungendo poi che in effetti solo Dio conosce veramente il mondo, avendolo
creato lui stesso. Il mondo quindi è esperienza vissuta e al suo riguardo non
vale per gli uomini alcuna pretesa di verità ontologica. (In Paul Watzlawick,
La realtà inventata, Milano, Feltrinelli, 2008, pag 26 e sgg.) ^ Per Vico la
filologia non è solo la scienza del linguaggio ma anche storia, usi e costumi,
religioni... ecc. dei popoli antichi. ^ «L'età degli dei nella quale gli uomini
gentili credettero vivere sotto divini governi, e ogni cosa esser loro
comandata con gli auspici e gli oracoli, che sono le più vecchie cose della
storia profana: l'età degli eroi, nella quale dappertutto essi regnarono in
repubbliche aristocratiche, per una certa da essi rifiutata differenza di
superior natura a quella de' lor plebei; e finalmente l'età degli uomini, nella
quale tutti si riconobbero esser uguali in natura umana, e perciò vi
celebrarono prima le repubbliche popolari e finalmente le monarchie, le quali
entrambe sono forma di governi umane.» (G. Vico, Scienza Nuova, Idea dell'Opera).
^ G. Vico, Scienza Nuova, Idea dell'Opera. ^ Ibidem. ^ La ragion di Stato «non
è naturalmente conosciuta da ogni uomo ma da pochi pratici di governo»
(Ibidem). ^ Ibidem Degnità XXXVII. ^ Sull'immaginazione nei primitivi secondo
la filosofia vichiana si veda: Paolo Fabiani, La filosofia dell'immaginazione
in Vico e Malebranche, Firenze University Press, 2002 Archiviato il 2 agosto
2016 in Internet Archive. ^ La rivendicazione dell'assoluta autonomia dell'arte
e della poesia nei confronti delle altre attività spirituali fu uno dei meriti
che Benedetto Croce riconobbe al pensiero vichiano: «[Vico] criticò
tutt'insieme le tre dottrine della poesia come esortatrice e mediatrice di
verità intellettuali, come cosa di mero diletto, e come esercitazione ingegnosa
di cui si possa senza far danno fare a meno. La poesia non è sapienza riposta,
non presuppone logica intellettuale, non contiene filosofemi: i filosofi che
ritrovano queste cose nella poesia, ve le hanno introdotte essi stessi senza
avvedersene. La poesia non è nata per capriccio, ma per necessità di natura. La
poesia tanto poco è superflua ed eliminabile, che senza di essa non sorge il
pensiero: è la prima operazione della mente umana.» (Benedetto Croce, La filosofia di
Giambattista Vico) ^ [qual era quello
dei tempi d'Omero] ^ G. Vico, Scienza Nuova, Conclusione. ^ Nel senso di
pietas, sentimento religioso. ^ Rosella Prezzo (a cura di), Ridere la verità.
Scena comica e filosofia, Minima, n. 24, Milano, Raffaello Cortina Editore,
1994, pp. 14-18 e 64-70. ^ Niccolò Tommaseo, Storia civile nella letteraria, in
Studii, Roma-Torino-Firenze, Loescher, 1872, pp. 104 sgg. ^ Francesco Flora,
Giambattista Vico, in Storia della letteratura italiana. Nuova edizione
riveduta e ampliata, Volume terzo, Il Cinquecento (parte seconda) Il
Seicento-Il Settecento, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1958, pp. 441-452. ^
Giambattista Vico, La scienza nuova (a cura di Paolo Rossi), p. 13, Biblioteca
Universale Rizzoli, 2008. Bibliografia Il pensiero vichiano rimase quasi del tutto
ignorato dalla cultura europea del XVIII secolo con una diffusione limitata
nell'Italia meridionale. Ancora in età romantica Vico era poco conosciuto anche
se filosofi tedeschi come Johann Gottfried Herder, chiamato il Vico tedesco, e
Hegel presentano delle somiglianze con la dottrina vichiana per quanto riguarda
il ruolo della storia nello sviluppo della filosofia. La filosofia di Vico comincia ad essere
conosciuta e apprezzata nel clima del romanticismo francese e italiano:
François-René de Chateaubriand e Joseph de Maistre ma, soprattutto Jules Michelet, Principes de la philosophie
de l'histoire, Parigi 1827 diffonde il pensiero di Vico di cui apprezza la
concezione della storia come sintesi di umano e divino. Nella prima metà dell'Ottocento, Auguste
Comte e Karl Marx stimarono la filosofia della storia di Vico ma furono i
filosofi italiani, come Antonio Rosmini, e soprattutto Vincenzo Gioberti, che
videro in lui un maestro. N. Tommaseo,
G.B. Vico e il suo secolo, 1843, rist. Torino 1930, mette in evidenza la grande
affinità del pensiero vichiano con quello di Gioberti. Agostino Maria de Carlo,
Istituzione Filosofica secondo i Princìpj di Giambattista Vico ad uso della
gioventù studiosa, Napoli, Tip. Cirillo, 1855. Nuove interpretazioni basate sul
principio vichiano del verum ipsum factum considerano Vico un anticipatore del
positivismo Giuseppe Ferrari, Il genio
di Vico, 1837, rist. Lanciano, Carabba, 1916. C. Cattaneo, Sulla 'Scienza
Nuova' di Vico, Milano, 1946-47. C. Cantoni, Vico, Torino, 1967. P. Siciliani,
Sul rinnovamento della filosofia positiva in Italia, Firenze, Civelli, 1871.
Recentemente, viene rivalutato il legame stringente fra il filosofo e
l'Illuminismo: Alberto Donati,
Giambattista Vico. Filosofo dell'Illuminismo, Ariccia, Aracne, 2016. Una spinta
decisiva all'apprezzamento e alla diffusione del pensiero vichiano come
anticipatore di Kant e dell'idealismo, si ebbe in Italia a cominciare dagli
studi di Bertrando Spaventa e De Sanctis iniziatori di quella corrente
dottrinale interpretativa che si ritrova soprattutto in Croce e G. Gentile, Studi vichiani, Messina 1915,
rist. Firenze, Sansoni, 1969, che ne mette in luce le ascendenze neoplatoniche
e rinascimentali rifiutandone nel contempo l'interpretazione positivista e
interpretandone il verum ipsum factum in senso idealistico. Una forzatura
questa, secondo alcuni critici, ripresa da
B. Croce, La filosofia di G.B.Vico, Bari, Laterza, 1911. che ebbe
soprattutto il merito di aver intuito in Vico una definizione dell'arte come
attività autonoma dello spirito e della visione storicistica dello sviluppo
dello spirito da cui Croce elimina ogni riferimento alla trascendenza della
Provvidenza vichiana. Un'accurata ricerca
storica su Vico fu operata dal crociano
Fausto Nicolini, La giovinezza di Vico, Bari, Laterza, 1932. Fausto
Nicolini, La religiosità di Vico, Bari, Laterza, 1949. Fausto Nicolini,
Commento storico alla seconda 'Scienza nuova' , Roma, 1949-50. Fausto Nicolini,
Saggi vichiani, Napoli, Giannini, 1955. Fausto Nicolini, Giambattista Vico
nella vita domestica. La moglie, i figli, la casa, Venosa, Osanna, 1991.
Contrari all'interpretazione immanentistica della Provvidenza vichiana sono gli
studi di autori cattolici che ne mettono invece in risalto la trascendenza: E. Chiocchietti, La filosofia di G. B. Vico,
Milano, Vita e Pensiero, 1935. F. Amerio, Introduzione allo studio di Vico,
Torino, SEI, 1946. L. Bellafiore, La dottrina della Provvidenza in G. B. Vico,
Bologna, Cedam, 1962. A. Mano, Lo storicismo di G. B. Vico, Napoli, 1965. F.
Lanza, Saggi di poetica vichiana, Varese, Magenta, 1961. Il dibattito tra le
interpretazioni laiche e cattoliche su Vico si è attenuato in periodi recenti
dove lo studio del pensiero vichiano si è dedicato a particolari aspetti della
sua dottrina: G. Fassò, I «quattro
auttori» del Vico. Saggio sulla genesi della Scienza nuova, Milano, Giuffrè,
1949. G. Fassò, Vico e Grozio, Napoli, Guida, 1971. Maura Del Serra, Eredità e
kenosi tematica della "confessio" cristiana negli scritti
autobiografici di Vico, in Sapientia, XXXIII, n. 2, 1980, pp. 186–199. sulla
concezione della storia ad opera della quale avviene la conciliazione tra
immanenza e trascendenza del pensiero vichiano: A. R. Caponigri, Time and Idea,
Londra-Chicago 1953, trad. it. Tempo e idea, Bologna, Pàtron, 1969. sulla
estetica vichiana gli studi più notevoli sono quelli di Giovanni A. Bianca, Il
concetto di poesia in G.B.Vico, Messina, D'Anna, 1967. Thomas Gilbhard, Vicos
Denkbild. Studien zur Dipintura der Scienza Nuova und der Lehre vom Ingenium,
Berlin, Akademie Verlag, 2012, ISBN 978-3-05-005209-0. Giuseppe Prestipino, La
teoria del mito e la modernità di G. B. Vico, in «Annali della Facoltà di
Palermo», 1972. Giuseppe Patella, Senso, corpo, poesia. Giambattista Vico e
l'origine dell'estetica moderna, Milano. Guerini, 1995, ISBN 8881070340.
Stefania Sini, Figure vichiane. Retorica e topica della Scienza nuova, Milano,
LED, 2005, ISBN 88-7916-285-3. Giuseppe Patella, Giambattista Vico tra Barocco
e Postmoderno, Milano, Mimesis, 2005, ISBN 9788884833983. Giuseppe Patella,
Ingegno Vico. Saggi estetici, Pisa, ETS, 2022, ISBN 9788846764287. sugli
aspetti giuridici e sociologici: P. Fabiani, La filosofia dell'immaginazione in
Vico e Malebranche, Firenze, Firenze University Press, 2002. B. Donati, Nuovi
studi sulla filosofia civile di G. B. Vico, Firenze, 1947. L. Bellafiore, La
dottrina del diritto naturale in G. B. Vico, Milano, 1954. D. Pasini, Diritto,
società e stato in Vico, Napoli Jovene, 1970. V. Giannantonio, Oltre Vico -
L'identità del passato a Napoli e Milano tra '700 e '800, Lanciano, Carabba,
2009. G. Leone, [rec. al vol. di] V. Giannantonio, Oltre Vico - L'identità del
passato a Napoli e Milano tra '700 e '800, Lanciano, Carabba, 2009, in «Misure
Critiche», 2, 2010, pp. 138-140; e in «Forum Italicum», 2, 2010, pp. 581–582.
Winfried Wehle, Sulle vette di una ragione abissale: Giovambattista Vico e
l'epopea di una 'Scienza Nuova' , in Andrea Battistini, Pasquale Guaragnella,
Giambattista Vico e l'enciclopedia dei saperi, Lecce, Pensa Multimedia, 2007,
pp. 445–466, ISBN 978-88-8232-512-1 PDF. Ferdinand Fellmann, Das Vico-Axiom: Der Mensch macht
die Geschichte, Freiburg/München, Alber, 1976, ISBN 3-495-47334-3. Raffaele Ruggiero, Jean-Baptiste
Vico. La carrière d'un homme de lettres dans la Naples des Lumières, Paris, Les
Belles Lettres, 2023. Voci correlate
Benedetto Croce Fausto Nicolini Storicismo Filosofia della storia Filologia
Marxismo classico Altri progetti Collabora a Wikisource Wikisource contiene una
pagina dedicata a Giambattista Vico Collabora a Wikiquote Wikiquote contiene
citazioni di o su Giambattista Vico Collabora a Wikimedia Commons Wikimedia
Commons contiene immagini o altri file su Giambattista Vico Collegamenti
esterni Vico, Giambattista, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Modifica su Wikidata Fausto Nicolini, VICO,
Giambattista, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana,
1937. Modifica su Wikidata Vico, Giambattista, in Dizionario di storia,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2010. Modifica su Wikidata Vico,
Giambattista, in Dizionario di filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana,
2009. Modifica su Wikidata Vico, Giambattista, in Dizionario di filosofia,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2009. Modifica su Wikidata Vico, Giovanni
Battista, su sapere.it, De Agostini. Modifica su Wikidata (EN) Jules-Marie
Chaix-Ruy, Giambattista Vico, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia
Britannica, Inc. Modifica su Wikidata (EN) Giambattista Vico, su Internet
Encyclopedia of Philosophy. Modifica su Wikidata Andrea Battistini, VICO,
Giambattista, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 99, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, 2020. Modifica su Wikidata Giambattista Vico, su
BeWeb, Conferenza Episcopale Italiana. Modifica su Wikidata Opere di
Giambattista Vico, su Liber Liber. Modifica su Wikidata Opere di Giambattista
Vico / Giambattista Vico (altra versione) / Giambattista Vico (altra versione),
su MLOL, Horizons Unlimited. Modifica su Wikidata (EN) Opere di Giambattista
Vico, su Open Library, Internet Archive. Modifica su Wikidata (EN) Opere di
Giambattista Vico, su Progetto Gutenberg. Modifica su Wikidata (FR)
Pubblicazioni di Giambattista Vico, su Persée, Ministère de l'Enseignement
supérieur, de la Recherche et de l'Innovation. Modifica su Wikidata (EN) Opere
riguardanti Giambattista Vico, su Open Library, Internet Archive. Modifica su
Wikidata (EN) Timothy Costelloe, Giambattista Vico, in Edward N. Zalta (a cura
di), Stanford Encyclopedia of Philosophy, Center for the Study of Language and
Information (CSLI), Università di Stanford. (EN) Alexander Bertland, Giambattista Vico
(1668—1744), su Internet Encyclopedia of Philosophy. La Scienza nuova (PDF), su letteraturaitaliana.net
(archiviato dall'url originale il 27 marzo 2016). Giambattista Vico - Opere*,
su bibliotecaitaliana.it. URL consultato il 30 ottobre 2008 (archiviato
dall'url originale il 16 settembre 2007). integrali in più volumi dalla collana
digitalizzata "Scrittori d'Italia" Laterza Paolo Fabiani, La
filosofia dell'immaginazione in Vico e Malebranche, su academia.edu., Firenze
University Press, 2002 Giovanni Pellegrino, 'La concezione della storia di
Vico, su centrostudilaruna.it. Centro di Studi Vichiani, su CNR-Consiglio
nazionale delle ricerche. Fondazione Giambattista Vico, su
fondazionegbvico.org. Portale Vico, su giambattistavico.it. Vico,
Giambattista', su treccani.it., in Il contributo italiano alla storia del
Pensiero – Filosofia, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2012
Giambattista Vico, Principj di una scienza nuova di Giambattista Vico:
d'intorno alla comune natura delle nazioni, Tip. di A. Parenti, 1847. Controllo
di autorità VIAF (EN) 59090329 · ISNI (EN)
0000 0001 2101 6464 · SBN CFIV090627 · BAV 495/16877 · CERL cnp00396787 ·
Europeana agent/base/61473 · ULAN (EN) 500218337 · LCCN (EN) n79040143 · GND
(DE) 118626833 · BNE (ES) XX1642546 (data) · BNF (FR) cb11928192z (data) · J9U
(EN, HE) 987007295215205171 · NSK (HR) 000100817 · NDL (EN, JA) 00459738 ·
CONOR.SI (SL) 33230179 Portale
Biografie Portale Diritto Portale Filosofia Portale Storia Categorie: Filosofi italiani
del XVII secoloFilosofi italiani del XVIII secoloStorici italiani del XVII
secoloStorici italiani del XVIII secoloGiuristi italiani del XVII
secoloGiuristi italiani del XVIII secoloNati nel 1668Morti nel 1744Nati il 23
giugnoMorti il 23 gennaioNati a NapoliMorti a NapoliFilosofi della
storiaOntologistiFilosofi del dirittoAccademici dell'ArcadiaProfessori
dell'Università degli Studi di Napoli Federico IIMemorialisti italiani[altre]Molte
delle notizie riguardanti la vita di V. sono tratte dalla sua “Autobiografia”,
scritta sul modello letterario delle “Confessioni” d’AGOSTINO.
Dall’autobiografia V. cancella ogni riferimento ai suoi interessi giovanili per
le dottrine atomistiche e per la filosofia di Cartesio, che hanno cominciato a
diffondersi a NAPOLI, ma venneno subito repressi dalla censura delle autorità
civili e religiose, che le consideravano moralmente perniciose e contrari all'indice
dei libri proibiti. Nato da una famiglia di modesta estrazione sociale – il
padre e un libraio – V. e un bambino molto vivace. A causa di una caduta, si
procura una frattura al cranio che gli impede di frequentare la scuola per III
anni e che, pur non alterando le sue capacità mentali, quantunque “il cerusico
ne fe' tal presagio: che egli o ne morrebbe o arebbe sopravvissuto stolido,”
contribusce a sviluppare “una natura malinconica ed acre.” Ammesso agli studi
di grammatica presso il collegio massimo dei gesuiti, li abbandona per
dedicarsi al privato approfondimento dei testi di NICOLETTI [vide], il quale,
tuttavia, rivelandosi superiore alle sue capacità, provoca l'allontanamento
dall'attività intellettuale per I anno e mezzo. Ripresa la via degli
studi, V. si reca nuovamente dai gesuiti per seguire le lezioni di RICCI. Rimasto
ancora una volta insoddisfatto, si apparta nuovamente a vita privata per
affrontare la meta-fisica. Successivamente, per secondare il desiderio paterno,
V. e “applicato agli studi legali.” Frequenta per II mesi le lezioni di VERDE,
s’iscrive alla facoltà di giurisprudenza, senza tuttavia seguirne i corsi, e si
cimenta, come di consueto, in studi di diritto. Conseguita la laurea a SALERNO,
si appassiona subito ai problemi filosofici, segno “di tutto lo studio che ha
egli da porre all'indagamento de’ princìpi del diritto universal.” Lapide nella
casa natale di via San Biagio dei Librai che recita: In questa cameretta nasce V..
Nella sottoposta piccola bottega del padre libraio usa passare le notti nello
studio. Vigilia della sua opera sublime. La città di Napoli pose.” Il periodo
di tempo intercorrente e denominato dell' “auto-perfezionamento.” Difatti,
nonostante l' “Auto-biografia” riporti indietro la data d'inizio del suo
magistero, svolge attività di precettore dei figli del marchese ROCCA presso il
castello di Vatolla nel Cilento e colà, usufruendo della grande biblioteca, ha modo
di studiare l’Accademia di FICINO e PICO. Approfondisce gli studi del Lizio,
nonostante la dichiarata avversione per Aristotele e la scolastica. Legge i
saggi di di BOTERO e di BODIN, scoprendo al contempo TACITO (che divenne un
maestro cui s'ispira la sua filosofia) e la sua “mente metafisica incomparabile
con cui contempla l'uomo qual è.” Affronta per un breve periodo studi di
geometria e pubblica la canzone “Affetti di un disperato,” d'ispirazione
lucreziana (vide LUCREZIO). Erma del V. Ritornato a Napoli, affetto dalla tisi,
rientra nella misera dimora paterna. A causa delle grosse difficoltà
economiche, V. è costretto a tenere ripetizioni di retorica e grammatica. Pubblica
un discorso proemiale a una crestomazia poetica dedicata alla partenza di
Benavides, vice-ré e conte di S. Stefano. Compone un'orazione funebre in
memoria di Cardona, madre del nuovo vice-ré. Tenta vanamente di ottenere un
posto di lavoro come segretario al municipio di Napoli. Vince, con striminzita
maggioranza, il concorso per la cattedra di eloquenza e retorica a Napoli, da
cui non riusce, con suo grande rammarico, a passare a una di diritto. -- è
aggregato all'accademia palatina fondata dal vice-ré Aragón, duca di
Medinaceli. Anche dopo la nomina accademica per il mantenimento del padre e dei
fratelli, totalmente dipendenti da lui, apre uno studio dove dà lezioni di
retorica e di grammatica e impegnarsi a lavorare su commissione alla stesura di
poesie, epigrafi, orazioni funebri, e panegirici. Può finalmente prendere in
affitto in vicolo dei Giganti una casa di tre camere, sala, cucina, loggia e altre
comodità, come rimessa e cantina e sposar e avere VIII figli. Da quel momento
non ha più la tranquillità necessaria per condurre gli studi, ma prosegue
ugualmente le sue meditazioni tra lo strepitio de' suoi figlioli. A questo
periodo risale, inoltre, la conoscenza con DORIA (vide) e l'incontro con la
filosofia di Bacone. Il governo partenopeo gli commissiona la scrittura del “Principum
neapolitanorum coniuratio” e in una cena a casa di DORIA, espone le sue idee
sulla filosofia della natura che lo conduceno alla composizione del “Liber
physicus.” Pronunzia in latino le VI orazioni inaugurali, ossia le prolusioni
all'anno accademico e, se ne aggiunge una VII, più ampia e importante, “De
nostri temporis studiorum ratione,” la quale si concentra molto sul metodo
degli studi giuridici, poiché sempre ha la mira a farsi merito con l'università
nella giurisprudenza per altra via che di leggerla ai giovinetti. Nel “De
ratione”, inoltre, è contenuta la critica al razionalismo di Cartesio e
l'elogio dell'eloquenza, della retorica, della fantasia, nonché dell’ingegno produttore
della META-FORA. L'insieme delle prolusioni universitarie sono rielaborate
per essere raccolte in “De studiorum finibus naturae humanae convenientibus”. È
aggregato all'accademia dell'Arcadia e pubblica il primo libro dell'opera
dedicata a DORIA, “De antiquissima italorum sapientia ex linguae latinae
originibus eruenda,” recante il sottotitolo “Liber primus sive metaphysicus.” Accanto
al “Liber Meta-Physicus,” l'opera comprender anche il “Liber Physicus” e un mai
compost, “Liber Moralis.” Un anonimo recensisce l'opera nel “Giornale de'
letterati d'Italia”, cui segue la risposta del V., accompagnata dal ristretto o
ri-assunto del “Liber Meta-Physicus”. Aseguito di nuove obiezioni prodotte
dall'anonimo recensore, replica con una Risposta II. Pubblica un trattatello
sulle febbri ispirato alle bozze del “Liber Physicus”, recante il titolo di “De
aequilibrio corporis animantis.” Inoltre, si dedica alla stesura del “De rebus
gestis Antonii Caraphaei,” una biografia del maresciallo Carafa. Durante i lavori
di questa opera biografica, V. si dedica alla ri-lettura del suo quarto
«auttore», Grozio, cui dedicha un commento al “De iure belli ac pacis”.
L'incontro di V. con la filosofia di «Ugon capo» ha un'importanza decisiva per
il suo sviluppo filosofico. Da quel momento, il suo interesse e completamente
assorbito dai problemi storici e giuridici. L'idea dell'esistenza di un'umanità
ferina e primitiva, dominata solamente dal senso e dalla fantasia, ed entro cui
si producono gl’ordini civili divenne centrale in tutta la sua filosofia. Vide
la luce un'opera di filosofia del diritto, intitolata “De uno universi iuris
principio et fine uno”, seguita dallo saggio “De constantia iurisprudentis,” diviso
in II parti, “De constantia philosophiae” e “De constantia philologiae,” e che,
nonostante il titolo si riferisca alla tematica giuridica, è meno incentrato
sull'argomento rispetto al “De uno”. Benché le due opere si differenzino, segno
di un rapido sviluppo della sua filosofia, è d'uso considerarli, come invero
fece anche Vico, insieme alle notae aggiunte e le sinopsi premesse al saggio,
sotto l'unico titolo di “Diritto universale”. S'iscrive al concorso per
ottenere la cattedra di diritto civile a Napoli e commenta un passo delle “Quaestiones
di Papiniano “davanti a un collegio di giudici, ma, con suo grande scorno, il
posto e assegnato a GENTILE. Dopo la fama ottenuta dalla pubblicazione della “Scienza
Nuova”, ottenne da Carlo III, la carica di storiografo regio. Tanto nuova e la
sua dottrina che la cultura del tempo non puo apprezzarla. Così che V. rimanda appartato
e quasi del tutto sconosciuto negl’ambienti filosofici, dovendosi accontentare
di una cattedra di secondaria importanza a Napoli che lo mantene inoltre in
tali ristrettezze economiche che per pubblicare il suo capolavoro, la “Scienza
Nuova”, dovette toglierne alcune parti in modo che risultasse meno costoso per
la stampa. Alle difficoltà economiche vissute per la pubblicazione dell'opera
sua, che inficiarono la sua notorietà nel seno dell'accademia partenopea, s’accompagna
una prosa involuta, pertanto di difficile penetrazione. Prima della “Scienza
Nuova” V. scrive la prolusione inaugurale “De nostri temporis studiorum
ratione,” il “De antiquissima italorum sapientia, EX LINGUAE LATINAE originibus
eruenda” a cui si devono aggiungere le II risposte al “Giornale dei letterati
di Venezia” che critica la sua filosofia, il “De uno universi iuris principio
et fine uno” e il “De costantia iurisprudentis”. Afflitto da difficoltà e
disgrazie familiari, V. incomincia a scrivere la sua “Autobiografia” pubblicata
a Venezia. Vengono pubblicati i “Principii di una scienza nuova intorno alla
natura delle nazioni.” Alla “Scienza nuova” lavora per tutto il corso della sua
vita, con un’edizione integralmente ri-scritta anche a seguito delle critiche
ricevute (cui aveva risposto nelle “Vici Vindiciae”) e, infine, rivista
completamente, senza grandi modifiche, per la edizione III, pubblicata pochi
mesi dopo la sua morte da suo figlio che lo aveva sostituito nell'insegnamento
accademico. La morte «[incominciarono a crescere] quei malori che fin dai suoi
più floridi anni l’avevano debilitato. Comincia adunque ad essere indebolito in
tutto il sistema nervoso in guisa che a stento poteva camminare e, quel che più
lo affligea, e di vedersi ogni giorno infiacchire la reminiscenza. Il fiaccato
corpo anda in seguito ogni giorno più a debilitarsi in guisa che perde quasi
interamente la memoria fino a dimenticare gl’oggetti a sé più vicini ed a
scambiare i nomi delle cose più usuali. Affetto probabilmente dalla malattia di
Alzheimer, all'epoca non ancora descritta scientificamente, negl’ultimi anni
non riconosceva più i suoi stessi figli e e costretto ad allettarsi. Solo in
punto di morte ri-acquista la coscienza come svegliandosi da un lungo sonno. Chiese
i conforti religiosi e recitando i salmi di Davide muore. Per la celebrazione
delle esequie nasce un contrasto tra i confratelli della congregazione di S. Sofia,
alla quale V. era iscritto, e i professori di Napoli su chi dovesse tenere i
fiocchi della coltre mortuaria. Non giungendo ad un accordo il feretro, che era
stato calato nel cortile, e abbandonato dei membri della congregazione e e riportato
in casa. Da lì finalmente, accompagnato dai colleghi dell'università, e sepolto
nella chiesa dei padri dell'oratorio detta dei Gerolamini in Via dei Tribunali.
Nell'ambiente culturale napoletano, molto interessato alle nuove dottrine
filosofiche, V. ha modo di entrare in rapporto con il pensiero di Cartesio,
Hobbes, Gassendi, Malebranche e Leibniz anche se i suoi autori di riferimento
risalivano piuttosto alle dottrine neo-platoniche dell’accademia, rielaborate
dalla filosofia rinascimentale di FICINO e PICO, aggiornate dalle moderne
concezioni scientifiche di Bacone e GALILEI e del pensiero giusnaturalistico
moderno di Grozio e Selden. Dal Portico di MALVEZZI riprende l'intuizione che
il corso storico sia retto da una sua logica interna. Questa varietà di
interessi fa pensare alla formazione di un pensiero eclettico in V. che invece
giunse alla formulazione di un'originale sintesi tra una razionalità
sperimentatrice e la tradizione platonica, accademica, e religiosa. “De
antiquissima Italorum sapientia” consta di tre parti: il “Liber Meta-Physicus”,
che usce senza l'appendice riguardante la logica che, nella sua intenzione,
avrebbe dovuto avere; il “Liber Physicus”, che pubblica sotto forma di opuscolo
col titolo “De aequilibrio corporis animantis”, che anda smarrito, ma
ampiamente riassunto nella Vita; e infine il “Liber moralis”, di cui non abbozza
nemmeno il testo. Nel “De antiquissima” V., considerando il linguaggio come
oggettivazione del pensiero, è convinto che dall'analisi etimologica di alcune
parole si possano rintracciare originarie forme del pensiero. Applicando questo
metodo, risale ad un antico sapere filosofico delle popolazioni italiche. Il
fulcro di queste arcaiche concezioni filosofiche è la convinzione antichissima
che “Latinis verum et factum reciprocantur, seu, ut scholarum vulgus
loquitur, convertuntur” -- che cioè il criterio e la regola del vero consiste
nell'averlo fatto. Per cui possiamo dire ad esempio di conoscere le
proposizioni matematiche perché siamo noi a farle tramite postulati,
definizioni. Ma non potremo mai dire di conoscere nello stesso modo la natura, perché
non siamo noi ad averla creata. Conoscere una cosa significa
rintracciarne i principi primi, le cause, poiché, secondo l'insegnamento del
Lizio, veramente la scienza è “scire per causas.” Ma questi elementi primi li
possiede realmente solo chi li produce, “provare per cause una cosa equivale a
farla”. Il principio del “verum ipsum factum” non e una nuova e originale
scoperta di V. E già presente nell'occasionalismo, nel metodo baconiano che
richiede l'esperimento come verifica della verità, nel volontarismo scolastico
che, tramite la tradizione scotista, e presente nella cultura filosofica
napoletana del tempo di V. La tesi fondamentale di queste concezioni filosofiche
è che la piena verità di una cosa sia accessibile solo a colui che tale cosa
produce. Il principio del verum-factum, proponendo la dimensione fattiva del
vero, ridimensiona le pretese conoscitive del razionalismo di Cartesio che
inoltre giudica insufficiente come metodo per la conoscenza della storia umana,
che non può essere analizzata solo in astratto, perché essa ha sempre un
margine di imprevedibilità. Si serve, però, di quel principio per avanzare
in modo originale le sue obiezioni alla filosofia di Cartesio trionfante in quel periodo. Il cogito di
Cartesio infatti potrà darmi certezza della mia esistenza ma questo non vuol
dire conoscenza della natura del mio essere. Coscienza non è conoscenza. Avrò
coscienza di me ma non conoscenza poiché non ho prodotto il mio essere ma l'ho
solo riconosciuto. L'uomo può dubitare se senta, se viva, se sia esteso, e
infine in senso assoluto, se sia. A sostegno della sua argomentazione escogita
un certo genio ingannatore e maligno. Ma è assolutamente impossibile che uno
non sia conscio di pensare, e che da tale coscienza non concluda con certezza
che egli è. Pertanto Cartesio svela che il primo vero è questo, Penso dunque
sono. --“De antiquissima Italorum sapiential” in “Opere filosofiche,” a cura di
Cristofolini (Firenze, Sansoni). Il criterio del metodo di Cartesio
dell'evidenza procura dunque una conoscenza chiara e distinta, che però non è
scienza se non è capace di produrre ciò che conosce. In questa prospettiva,
dell'essere umano e della natura solo il divino, creatore di entrambi, possiede
la verità. Mentre quindi la mente umana procedendo astrattamente nelle
sue costruzioni, come accade per la matematica, la geometria crea una realtà
che le appartiene, essendo il risultato del suo operare, giungendo così a una
verità sicura, la stessa mente non arriva alle stesse certezze per quelle
scienze di cui non può costruire l'oggetto come accade per la meccanica, meno
certa della matematica, la fisica meno certa della meccanica, la morale meno
certa della fisica. Noi dimostriamo le verità geometriche poiché le
facciamo, e se potessimo dimostrare le verità fisiche le potremmo anche fare. I
latini diceno che la mente è data, immessa negl’uomini dagli dei. È dunque
ragionevole congetturare che gl’autori di queste espressioni abbiano pensato
che le idee negl’animi umani siano create e risvegliate dal divino. La mente
umana si manifesta pensando, ma è il divino che in me pensa, dunque nel divino
conosco la mia propria mente. Il valore di verità che l'uomo ricava dalle
scienze e dalle arti, i cui oggetti egli costruisce, è garantito dal fatto che
la mente umana, pur nella sua inferiorità, esplica un’attività che appartiene
in primo luogo al divino. La mente dell'uomo è anch'essa creatrice nell'atto in
cui imita la mente, le idee, del divino, partecipando metafisicamente ad
esse. Imitazione e partecipazione alla mente divina avvengono ad opera di
quella facoltà che V. chiama “ingegno” che è la facoltà propria del conoscere per
cui l'uomo è capace di contemplare e di imitare le cose. L'ingegno è lo
strumento principe, e non l'applicazione delle regole del metodo di Cartesio,
per il progresso, ad esempio, della fisica che si sviluppa proprio attraverso
gl’esperimenti escogitati dall'ingegno secondo il criterio del vero e del
fatto. L'ingegno dimostra, inoltre, i limiti del conoscere umano e la
contemporanea presenza della verità divina che si rivela proprio attraverso
l'errore. Il divino mai si allontana dalla nostra presenza, neppure quando
erriamo, poiché abbracciamo il falso sotto l'aspetto del vero e i mali sotto
l'apparenza dei beni. Vediamo le cose finite e ci sentiamo noi stessi finiti,
ma ciò dimostra che siamo capaci di pensare l'infinito. Contro la Scessi sostiene
che è proprio tramite l'errore che l'uomo giunge al sapere metafisico. Il
chiarore del vero metafisico è pari a quello della luce, che percepiamo
soltanto in relazione ai corpi opachi. Tale è lo splendore del vero metafisico
non circoscritto da limiti, né di forma discernibile, poiché è il principio
infinito di tutte le forme. Le cose fisiche sono quei corpi opachi, cioè
formati e limitati, nei quali vediamo la luce del vero metafisico. Il sapere
metafisico non è il sapere in assoluto. Esso è superato dalla matematica e
dalle scienze ma, d'altro canto, la metafisica è la fonte di ogni verità, che
da lei discende in tutte le altre scienze. Vi è dunque un primo vero,
comprensione di tutte le cause, originaria spiegazione causale di tutti gli
effetti; esso è infinito e di natura spirituale poiché è antecedente a tutti i
corpi e che quindi si identifica con divino. Nel divino sono presenti le forme,
simili alle idee platoniche, modelli della creazione divina. Il primo
vero è nel divino, perché il divino è il primo facitore (primus factor);
codesto primo vero è infinito, in quanto facitore di tutte le cose; è
compiutissimo, poiché mette dinanzi al divino, in quanto li contiene, gli
elementi estrinseci e intrinseci delle cose. Se l'uomo non può considerarsi
creatore della realtà naturale ma piuttosto di tutte quelle astrazioni che
rimandano ad essa come la matematica, la stessa metafisica, vi è tuttavia
un'attività creatrice che gli appartiene questo mondo civile egli
certamente è stato fatto dagli uomini, onde se ne possono, perché se ne
debbono, ritruovare i principi dentro le modificazioni della nostra medesima
mente umana. L'uomo è dunque il creatore, attraverso la storia, della civiltà
umana. Nella storia, l'uomo verifica il principio del “verum ipsum factum” creando
così una scienza nuova che ha un valore di verità come la matematica. Una
scienza che ha per oggetto una realtà creata dall'uomo e quindi più vera e,
rispetto alle astrazioni matematiche, concreta. La storia rappresenta la
scienza delle cose fatte dall'uomo e, allo stesso tempo, la storia della stessa
mente umana che ha fatto quelle cose. La definizione dell'uomo, della sua mente
non può prescindere dal suo sviluppo storico se non si vuole ridurre tutto a
un'astrazione. La concreta realtà dell'uomo è comprensibile solo riportandola
al suo divenire storico. È assurdo credere, come fa Cartesio o i ne-oplatonici,
che la ragione dell'uomo sia una realtà assoluta, sciolta da ogni
condizionamento storico. La filosofia contempla la ragione, onde viene la
scienza del vero. La filologia osserva l'autorità dell'umano arbitrio onde
viene la coscienza del certo. Questa medesima degnità o assioma dimostra aver
mancato per metà così i filosofi che non accertarono le loro ragioni con
l'autorità de’ filologi, come i filologi che non curarono d'avverare la loro
autorità con la ragion dei filosofi. Ma la filologia da sola non basta, si
ridurrebbe a una semplice raccolta di fatti che invece vanno spiegati dalla
filosofia. Tra filologia e filosofia vi deve essere un rapporto di
complementarità per cui si possa accertare il vero e inverare il certo. Compito
della 'scienza nuova' sarà quello di indagare la storia alla ricerca di quei
principi costanti che, secondo una concezione per certi versi platonizzante,
fanno presupporre nell'azione storica l'esistenza di una legge che ne sia a
fondamento com'è per tutte le altre scienze. Poiché questo mondo di nazioni
egli è stato fatto dagl’uomini, vediamo in quali cose hanno con perpetuità
convenuto e tuttavia vi convengono tutti gl’uomini; poiché tali cose ne potranno
dare i principi universali ed eterni, quali devon essere d'ogni scienza, sopra
i quali tutte sursero e tutte vi si conservano le nazioni. La storia quindi,
come tutte le scienze, presenta delle leggi, dei principi universali, di un
valore ideale di tipo platonico, che si ripetono costantemente allo stesso modo
e che costituiscono il punto di riferimento per la nascita e il mantenimento
delle nazioni. Rifarsi alla mente umana per comprendere la storia non è
sufficiente. Si vedrà, attraverso il corso degli avvenimenti storici, che la
stessa mente dell'uomo è guidata da un principio superiore ad essa che la
regola e la indirizza ai suoi fini che vanno al di là o contrastano con quelli
che gli uomini si propongono di conseguire; così accade che, mentre l'umanità
si dirige al perseguimento di intenti utilitaristici e individuali, si
realizzino invece obiettivi di progresso e di giustizia secondo il principio
della eterogenesi dei fini. Pur gli uomini hanno essi fatto questo mondo
di nazioni, ma egli è questo mondo, senza dubbio, uscito da una mente spesso
diversa ed alle volte tutta contraria e sempre superiore ad essi fini
particolari ch'essi uomini si avevan proposti. La storia umana in quanto opera
creatrice dell'uomo gli appartiene per la conoscenza e per la guida degli
eventi storici ma nel medesimo tempo lo stesso uomo è guidato dalla provvidenza
che prepone alla storia divina. Secondo V. il metodo storico dove
procedere attraverso l'analisi delle lingue dei popoli antichi poiché i parlari
volgari debono essere i testimoni più gravi degl’antichi costumi de' popoli che
si celebrarono nel tempo ch'essi si formarono le lingue, e quindi tramite lo
studio del diritto, che è alla base dello sviluppo storico delle nazioni
civili. Questo metodo ha fatto identificare nella storia una legge fondamentale
del suo sviluppo che avviene evolvendosi in tre età: l'età degli dei,
nella quale gli uomini gentili credettero vivere sotto divini governi, e ogni
cosa esser loro comandata con gl’auspici e gli oracoli; l'età degl’eroi dove si
costituiscono repubbliche aristocratiche; l'età degl’uomini nella quale tutti
si riconobbero esser uguali in natura umana. La storia umana, secondo V.,
inizia con il diluvio universale, quando gl’uomini, giganti simili a primitivi
"bestioni", vivevno vagando nelle foreste in uno stato di completa
anarchia. Questa condizione bestiale e conseguenza del peccato originale,
attenuata dall'intervento benevolo della provvidenza divina che immise,
attraverso la paura dei fulmini, il timore degli dei nelle genti che scosse e
destate da un terribile spavento d'una da essi stessi finta e creduta divinità
del cielo e di Giove, finalmente se ne ristarono alquanti e si nascosero in
certi luoghi; ove fermi con certe donne, per lo timore dell'appresa divinità,
al coverto, con congiungimenti carnali religiosi e pudichi, celebrarono i
matrimoni e fecero certi figlioli, e così fondarono le famiglie. E con lo star
quivi fermi lunga stagione e con le sepolture degli antenati, si ritrovarono
aver ivi fondati e divisi i primi domini della terra. L'uscita dallo stato di
ferinità quindi avviene: per la nascita della religione, nata dalla paura
e sulla base della quale vengono elaborate le prime leggi del vivere ordinato,
per l'istituzione delle nozze che danno stabilità al vivere umano con la
formazione della famiglia e per l'uso della sepoltura dei morti, segno della
fede nell'immortalità dell'anima che distingue l'uomo dalle bestie. Della prima
età sostiene di non poter scrivere molto poiché mancano documenti su cui
basarsi. Infatti quei bestioni non conoscevano la scrittura e, poiché erano
muti, si esprimevano a segni o con suoni disarticolati. L'età degl’eroi ha
inizio dall'accomunarsi di genti che trovavano così reciproco aiuto e sostegno
per la sopravvivenza. Sorsero la città guidata dalle prime organizzazioni
politiche dei signori, gl’eroi che con la forza e in nome della ragion di
stato, conosciuta solo da loro, comandano su i servi che, quando rivendicano i
propri diritti, si ritrovarono contro i signori che, organizzati in ordini
nobiliari, danno vita allo stato aristo-cratico che caratterizza il secondo
periodo della storia umana. In questa seconda, dove predomina la
fantasia, nasce il linguaggio dai caratteri mitici e poetici. Infine, la
conquista dei diritti civili da parte dei servi dà luogo alla età degl’uomini e
alla formazione del stato popolari (res pubblica) basato sul diritto umano
dettato dalla ragione umana tutta spiegata. Sorge quindi uno stato non
necessariamente demo-cratico ma che puo essere pure monarchico poiché
l'essenziale è che rispetta la ragione naturale, che eguaglia tutti. La legge
delle tre età costituisce la storia ideale eterna sopra la quale corrono in
tempo le storie di nostra nazione. Il popolo conforma il suo corso storico a
questa legge che non è solo delle genti ma anche di ogni singolo uomo che
necessariamente si sviluppa passando dal primitivo senso nell'infanzia, alla
fantasia nella fanciullezza, e infine alla ragione nell'età adulta. Gl’uomini
prima sentono senza avvertire. Dappoi avvertiscono con animo perturbato e
commosso. Finalmente riflettono con mente pura. Se nella storia pur tra le
violenze, i disordini, appare un ordine e un progressivo sviluppo ciò è dovuto all'azione
della provvidenza che immette nell'agire dell'uomo un principio di verità che
si presenta in modo diverso nelle tre età. Nella prima età degl’eroi, il vero
si presenta come certo gl’uomini che non sanno il vero delle cose procurano
d'attenersi al certo, perché non potendo soddisfare l'intelletto con la
scienza, almeno la volontà riposi sulla coscienza. Questa certezza non viene
all'uomo attraverso una verità rivelata ma da una constatazione di senso
comune, condivisa da tutti, per cui vi è un giudizio senz'alcuna riflessione,
comunemente sentito da tutto un ordine, da tutto un popolo, da tutta una
nazione o da tutto il genere umano. Vi è poi, nella seconda età della storia e
dell'uomo, caratterizzata dalla fantasia, un sapere tutto particolare che V.
define poetico. In questa età nasce infatti il linguaggio non ancora razionale
ma molto vicino alla poesia che alle cose insensate dà senso e passione, ed è
proprietà dei fanciulli di prender cose inanimate tra le mani e,
trastullandosi, favellarvi, come se fussero, quelle, persone vive. Questa degnità
filologica-filosofica ne appruova che gl’uomini del mondo fanciullo, per
natura, furono sublimi poeti. Se vogliamo quindi conoscere la storia del antico
popoli romano dobbiamo rifarci ai miti che hanno espresso nella loro cultura.
Il mito o la leggenda infatti non è solo una favola e neppure una verità
presentata sotto le spoglie della fantasia ma è una verità di per sé elaborata
dagl’antichi che, incapaci di esprimersi razionalmente, si servano di
universali fantastici che, sotto spoglie poetiche, presentano modelli ideali
universali. I antichi romani non definano razionalmente la prudenza ma
raccontarono di ENEA, modello universale fantastico dell'uomo prudente. V.
si dedica poi a definire la poesia che innanzitutto è autonoma come forma
espressiva differente dal linguaggio tradizionale. I tropi della poesia come la
metafora, la metonimia, e la sineddoche, sono stati erroneamente ritenuti
strumenti estetici di abbellimento del linguaggio razionale di base. Invece, la
poesia è una forma espressiva naturale e originaria i cui tropi sono necessari
modi di spiegarsi della nazione romana poetica. La poesia ha una funzione
rivelativa, custodisce le prime immaginate verità dei primi uomini. La lingua
romana non ha quindi un'origine convenzionale. Questo presupporrebbe un uso
tecnico. Ma la lingua romana sorge invece spontaneamente come poesia. Poiché il
linguaggio e i miti costituiscono la cultura originaria e spontanea di tutto il
popolo romano, arriva alla discoverta dell’epica, l'espressione del patrimonio
culturale comune di tutto il popolo romano. È comunque da respingere la
interpretazione platonica dell’epica come filosofia, -- l’epica e fornita di
una sublime sapienza riposte. Farsi intendere da volgo fiero e selvaggio non è
certamente opera d'ingegno addomesticato ed incivilito da alcuna filosofia. Né
da un animo da alcuna filosofia umanato ed impietosito potrebbe nascer quella
truculenza e fierezza di stile, con cui descrive tante, sì varie e sanguinose
battaglie, tante sì diverse e tutte in istravaganti guise crudelissima spezie
d'ammazzamenti, che particolarmente fanno tutta la sublimità dell'epica romana.
La sapienza antica ha per contenuto principi di giustizia e ordine necessari
per la formazione di popoli civili. Questi contenuti si esprimono in modi
diversi a seconda che siano formati dal senso o dalla fantasia o dalla ragione.
Questo vuol dire che la sapienza, la verità, si manfesta in forme diverse
storicamente ma che essa come verità eterna è al di sopra della storia che di
volta in volta la incarna. La verità della storia è una verità metafisica nella
storia. Nella storia si attua la mediazione tra l'agire umano e quello
divino: nel fare umano si manifesta il vero divino e il vero umano si
realizza tramite il fare divino: la provvidenza, legge trascendente della
storia, che opera attraverso e nonostante il libero arbitrio dell'uomo. Questo
non comporta una concezione necessitata del corso della storia poiché è vero
che la provvidenza si serve degli strumenti umani, anche i più rozzi e
primitivi, per produrre un ordine ma tuttavia questo rimane nelle mani
dell'uomo, affidato alla sua libertà. La storia quindi non è determinata come
sostengono gli stoici e gl’epicurei che niegano la provvedenza, quelli
facendosi strascinare dal fato, questi abbandonandosi al caso», ma si sviluppa
tenendo conto della libera volontà degli uomini che, come dimostrano i ricorsi,
possono anche farla regredire. Gl’uomini prima sentono il necessario; dipoi
badano all'utile; appresso avvertiscono il comodo; più innanzi si dilettano nel
piacere; quindi si dissolvono nel lusso; e finalmente impazzano in istrapazzar
di sostanze. A questa dissoluzione delle nazioni pone rimedio l'intervento della
provvidenza che talora non può impedire la regressione nella barbarie, da cui
si genererà un nuovo corso storico che ripercorrerà, a un livello superiore,
poiché dell'epoca passata è rimasta una sia pur minima eredità, la strada
precedente. Paradossalmente la criticità del progresso storico appare proprio
con l'età della ragione, quando cioè questa invece dovrebbe assicurare e
mantenere l'ordine civile. Accade infatti che la tutela della provvidenza che
si è imposta agli uomini nei precedenti due stadi, ora invece deve ricercare il
consenso della «ragione tutta spiegata che si sostituisce alla religione: Così
ordenando la provvedenza: che non avendosi appresso a fare più per sensi di
religione (come si erano fatte innanzi) le azioni virtuose, facesse la
filosofia le virtù nella lor idea. La ragione infatti, pur con la filosofia,
custode della legge ideale del vivere civile, con il suo libero giudizio, può
tuttavia incorrere nell'errore o nello scetticismo per cui si diedero gli
stolti dotti a calunniare la verità. La ragione non crea la verità,
poiché non può fare a meno dal senso e dalla fantasia senza le quali appare
astratta e vuota. Il fine della storia infatti non è affidato alla sola ragione
ma alla sintesi armonica di senso, fantasia e razionalità. La ragione poi è
ispirata dalla verità divina per cui la storia è sì opera dell'uomo, ma la
mente umana da sola non basta poiché occorre la provvidenza che indichi la
verità. La filosofia è succeduta alla religione ma non l'ha sostituita anzi
essa deve custodirla. Da tutto ciò che si è in quest'opera ragionato, è da
finalmente conchiudersi che questa Scienza porta indivisibilmente seco lo
studio della pietà, e che, se non siesi pio, non si può daddovero esser saggio.
Predicavano la ragione individuale, ed egli le opponeva la tradizione, la voce
del genere umano. Gl’uomini popolari, i progressisti di quel tempo, sono CAPUA,
DORIA, e CALOPRESO, che stano con le idee nuove, con lo spirito del secolo. Lui
e un re-trivo, con tanto di coda, come si direbbe oggi. La coltura europea e la
coltura italiana s'incontravano per la prima volta, l'una maestra, l'altra
ancella. Resiste. Era vanità di pedante? Era fierezza di grande uomo? Resiste a
Cartesio, a Malebranche, a Pascal, i cui pensieri sono lumi sparsi, a Grozio, a
Puffendorfio, a Locke, il cui saggio e la metafisica del senso. Resiste, ma li
studia più che facessero i novatori. Resiste come chi sente la sua forza e non
si lascia sopraffare. Accetta i problemi, combattea le soluzioni, e le cerca
per le vie sue, co' suoi metodi e coi suoi studi. E la resistenza della coltura
italiana, che non si lascia assorbire, e stava chiusa nel suo passato, ma
resistenza del genio, che cercando nel passato trovava il mondo moderno. E il
re-trivo che guardando indietro e andando per la sua via, si trova da ultimo in
prima fila, innanzi a tutti quelli che lo precedevano. Questa e la resistenza di
V. E un moderno e si sente e si crede antico, e resistendo allo spirito nuovo,
riceveva quello entro di sé. SANCTIS. Fintanto che e in vita la portata e la
ricezione critica del suo pensiero sono circoscritte quasi unicamente agl’ambienti
intellettuali della propria città, trovando poi un ben più vasto seguito. Affermatasi
la fama del pensiero vichiano, esso e conteso dalle più disparate correnti
filosofiche: dal pensiero cristiano -- nonostante l'iniziale rifiuto --, dagl’idealisti
-- dai quali fu proclamato precursore dell'immanentismo hegeliano --, dai
positivisti, e persino da diversi marxisti. V. è ben più di un semplice
filosofo tanto che in certi momenti della sua travagliatissima fama e
apprezzato prevalentemente per la sua filosofia del diritto, così come in altri
momenti e celebrato precursore della sociologia, della psicologia dei popoli, o
come campione fra i maggiori della filosofia della storia, mentre venne
ignorata la sua pur genialissima metafisica, che è ad un tempo il punto
d'arrivo e il presupposto logico di tutte le ricerche da lui condotte nei più
vari campi dell'operare umano. Il pensiero vichiano, le cui prime fonti
s'ispirano alla tradizione filosofica che permea l'ambiente partenopeo della
sua epoca, rappresenta un ponte. Nonostante V. non sia caratterizzato
dall'audacia innovatrice illuminista, il suo pensiero raggiunse – come nota ABBAGNANO
– alcuni risultati fondamentali che lo connettono a pieno titolo alla riforma.
Tuttavia, non può tacersi il carattere conservatore della sua filosofia
politico-religiosa, generato dal turbamento di chi, assistendo alla fine di un
mondo famigliare, non sa scoprire i segni del sorgere di un nuovo. Ciò è
dimostrato dalla giustapposizione del certo – ossia, il peso dell'autorità
della tradizione -- al vero – ossia, lo sforzo innovatore della ragione -- che
è il segno di una ricerca di equilibrio estranea all’illuminismo. A tali
conclusioni il pensiero vichiano e condotto dalla limitatezza della sua
gnoseologia e dalla polemica contro Cartesio, il quale professa, al contrario,
l'eliminazione di ogni limite gnoseologico. Altri saggi: “VI Orazioni
Inaugurali”: “De nostri temporis studiorum ratione”: “Orazione Inaugurale”;
“Proemium”; “Risposte al giornale dei letterati Prima risposta”; “Seconda
risposta”; “Institutiones oratoriae”; “De universis Juris”; “De universis juris
uno principio et fine uno liber unus - include “De opera proloquium”; “De
constantia jurisprudentis liber alter”; “ Notae in II libros, alterum De uno
universi juris principio et fine uno, alterum De constantia jurisprudentis”;
“Scienza nuova prima”; “Vici vindiciae”; “Vita di V. scritta da se medesimo,
(l'«Autobiografia» («Supplemento») Scienza nuova seconda, De mente heroica,
Scienza nuova terza. Edizioni: Scritti storici, V., Scienza nuova, Scrittori
d'Italia, Bari, Laterza, V., Scienza nuova seconda. 1, Scrittori d'Italia, Bari,
Laterza, V., Scienza nuova seconda. Scrittori d'Italia, Bari, Laterza, V.,
Opere a cura di Nicolini, Laterza, Bari, Orazioni inaugurali, De studiorum rationum,
De antiquissima Italorum sapientia, Risposte al giornale dei letterati; Diritto
universale, Scienza nuova; Scienza nuova, Autobiografia, Carteggio, Poesie
varie; Scritti storici; Scritti vari e pagine disperse; Poesie, Institutiones
oratoriae. V., Opere filosofiche a cura di Cristofolini, Firenze, Sansoni. V.,
Opere giuridiche a cura di Cristofolini, Firenze, Sansoni. V., Institutiones
oratoriae, testo critico, versione e commento a cura di Crifò, Napoli, Istituto
Suor Orsola Benincasa. Il pensiero vichiano rimase quasi del tutto ignorato
dalla cultura europea con una diffusione limitata nell'Italia meridionale.
Ancora in età romantica V. e poco conosciuto anche se filosofi tedeschi come
Herder, chiamato il V. tedesco, e Hegel presentano delle somiglianze con la
dottrina vichiana per quanto riguarda il ruolo della storia nello sviluppo
della filosofia. La filosofia di V. comincia ad essere conosciuta e
apprezzata nel clima del romanticismo francese e italiano: Chateaubriand e
Maistre ma, soprattutto Michelet, “Principes de la philosophie de
l'histoire” (Parigi) diffonde il pensiero di V. di cui apprezza la concezione
della storia come sintesi di umano e divino. Comte e Marx stimarono la
filosofia della storia di V. Ma furono i filosofi italiani, come SERBATTI, e
soprattutto GIOBERTI, che videro in lui un maestro. Tommaseo, V. e il suo
secolo, rist. Torino mette in evidenza la grande affinità del pensiero vichiano
con quello di GIOBERTI. Carlo, “Istituzione Filosofica secondo i Princìpj di V.”
(Napoli, Cirillo). Nuove interpretazioni basate sul principio vichiano del
verum ipsum factum considerano V. un anticipatore del positivismo. FERRARI, Il
genio di V., rist. Carabba, CATTANEO, Sulla 'scienza nuova' di V.” (Milano); CANTONI,
“V.” (Torino); Siciliani, “Sul rinnovamento della filosofia positiva in Italia”
(Civelli Firenze). Viene rivalutato il legame stringente fra il filosofo e l’illuminismo.
Donati, “V., filosofo dell'Illuminismo” (Aracne). Una spinta decisiva
all'apprezzamento e alla diffusione del pensiero vichiano come anticipatore di
Kant e dell'idealismo, si ha in Italia a cominciare dagli studi di SPAVENTA e SANCTIS
iniziatori di quella corrente dottrinale interpretativa che si ritrova
soprattutto in CROCE e GENTILE, Studi vichiani, Messina, rist. Sansoni
Firenze che ne mette in luce le ascendenze neo-platoniche e rinascimentali, rifiutandone
nel contempo l'interpretazione positivista, e interpretandone il verum ipsum
factum in senso idealistico. Una forzatura questa, secondo alcuni critici,
ripresa da CROCE, “La filosofia di Vico” (Laterza, Bari) che ha
soprattutto il merito di aver intuito in V. una definizione dell'arte come
attività autonoma dello spirito e della visione storicistica dello sviluppo
dello spirito da cui CROCE elimina ogni riferimento alla trascendenza della provvidenza
vichiana. Un'accurata ricerca storica su V. e operata dal crociano
Nicolini, “V.” (Laterza, Bari); Nicolini, “La religiosità di V.” (Laterza, Bari);
Nicolini, Commento storico alla seconda 'Scienza Nuova (Roma); Nicolini, Saggi
vichiani (Giannini, Napoli); Nicolini, V.
nella vita domestica. La moglie, i figli, la casa” (Osanna Venosa). Contrari
all'interpretazione immanentistica della provvidenza vichiana sono gli studi di
autori cattolici che ne mettono invece in risalto la trascendenza:
Chiocchietti, La filosofia di V., Vita e Pensiero, Milano, Amerio, Introduzione
allo studio di V., SEI, Torino, Bellafiore, “La dottrina della provvidenza in V.,
Milani, Bologna, A. Mano, “Lo storicismo di V.” (Napoli); Lanza, Saggi di
poetica vichiana, Magenta, Varese, Il dibattito tra le interpretazioni laiche e
cattoliche su V. si è attenuato in periodi recenti dove lo studio del pensiero
vichiano si è dedicato a particolari aspetti della sua dottrina: Fassò, I
«quattro auttori» del V.. Saggio sulla genesi della Scienza nuova” (Milano,
Giuffrè), non esistente. Fassò, Vico e Grozio, Napoli, Guida, Serra, Eredità e
kenosi tematica della "confessio" cristiana negli scritti
autobiografici di V., in Sapientia, sulla concezione della storia ad opera
della quale avviene la conciliazione tra immanenza e trascendenza del pensiero
vichiano: Caponigri, Tempo e idea,
Pàtron, Bologna, sulla estetica vichiana gli studi più notevoli sono quelli di Bianca,
Il concetto di poesia in V., D'Anna,
Messina, Prestipino, "La teoria del mito e la modernità di Vico",
Annali della facoltà di Palermo, sugl’aspetti giuridici e sociologici: Fabiani,
La filosofia dell'immaginazione in V. e Malebranche, Firenze, Donati, Nuovi studi sulla filosofia civile (Firenze);
Bellafiore, Il diritto naturale (Milano); Pasini, Diritto, società e stato in V.,
Jovene, Napoli, Giannantonio, "Oltre V. - L'identità del passato a Napoli
e Milano (Carabba, Lanciano); Leone, [rec. al vol. di] Giannantonio,
"Oltre V. - L'identità del passato a Napoli e Milano” (Carabba. Lanciano,
in Misure critiche, La Fenice, Salerno, e in "Forum Italicum", Wehle,
Sulle vette di una ragione abissale: V. e l'epopea di una 'Scienza Nuova'. In:
Battistini e Guaragnella, V. e l'enciclopedia dei saperi. - Lecce: Pensa
multimedia (Mneme). Croce, La filosofia di Vico, Bari, Laterza, Consiglia,
Napoli, Editoria clandestina e censura ecclesiastica a Napoli, in Rao, Editoria
e cultura a Napoli, Napoli: Liguori, Adorno, Gregory, Verra, Storia della
filosofia, Laterza, V., La scienza nuova (a cura di Rossi), Biblioteca
Universale Rizzoli, V., Ferrari, La scienza nuova (a cura di Rossi), Tip. de'
Classici Italiani, Cioffi ed altri, I
filosofi e le idee, Mondadori, Armando, Sanna, Il Contributo italiano alla
storia del Pensiero – Politica, Enciclopedia Italiana Treccani, Adorno, Gregory,
Verra, Storia della filosofia (Laterza); Fassò, Storia della filosofia del
diritto (Laterza); Abbagnano, Storia della filosofia (L'Espresso); V., La
scienza nuova (Rizzoli); V., Principj di scienza nuova, di V.: d'intorno alla
comune natura delle nazioni, Amico, Nicolini, V. nella vita
domestica. La moglie, i figli, la casa, Osanna Venosa, V. Autobiografia, ed.
Nicolini (Bompiani, Milano); V., La scienza nuova (a cura di Rossi), Rizzoli, Grozio,
Prolegomeni al diritto della guerra e della pace (a cura di Fassò), Morano, V.,
La scienza nuova (Rizzoli); Liccardo, Storia irriverente di eroi, santi e
tiranni di Napoli. V. che si era rivolto inutilmente per sovvenzionare la
stampa dell'opera prima al cardinale Orsini, poi a Papa Clemente XII, e
costretto a vendere un anello per farla pubblicare. V. scrisse in seguito che,
in fondo, l'accaduto era stato un bene poiché lo aveva spinto a riscrivere
l'opera in maniera più completa. Cfr. Fubini, V. Autobiografia (Torino Einaudi).
La prima redazione dell'opera, andata perduta, ha il titolo di Scienza nuova in
forma negative. L'Autobiografia e pubblicata postuma ampliata con una modifica di V.. RIVISTA
DI STUDI CROCIANI, a cura della Società napoletana di storia patria, La fondazione
V. voluta da Marotta, presidente dell'Istituto Italiano per gli Studi
Filosofici, con sede nella Chiesa di S. Biagio Maggiore, Napoli, si occupa
della promozione del pensiero vichiano e della gestione di alcuni siti vichiani
come il castello Vargas di Vatolla (Salerno) e la Chiesa di S. Gennaro all'Olmo
in Napoli. V., Principi di una scienza nuova d'intorno alla comune natura delle
nazioni, a cura di Ferrari, Società tipografica de' Classici italiani, Milano. Candela,
L'unità e la religiosità del pensiero di V., Serafico, Inesatto è altresì che V.
terminasse di vivere a più di settantasei anni. Per contrario, manca ai vivi
nella notte e a settantacinque anni e sette mesi precisi, in La Letteratura
italiana: Storia e testi, V., Ricciardi. La storia di V., su napolit oday.
Secondo notizie di stampa diffuse resti della salma di V. sarebbero stati
recuperati nei sotterranei della chiesa napoletana. (Vedi: Corriere del Giorno:
Ritrovata la salma di V.? I ricercatori vanno cauti Archiviato in Internet
Archive. La notizia è stata comunque commentata con prudenza dagl’esperti. La
scienza nuova, Biblioteca Universale Rizzoli. Nicolini, V.: saggio biografico (Il
Mulino), CROCE, Nuovi saggi. Per una silloge di pensieri di MALVEZZI, Politici
e moralisti, ediz. CROCE-CARAMELLA, Bari, Laterza. V. nel perduto De equilibrio
corporis animantis espone una concezione secondo cui riponevo la natura delle
cose nel moto per il quale, come se fossero sottoposte alla forza di un cuneo,
tutte le cose vengono spinte verso il centro del loro stesso moto e, invece,
sotto l'azione di una forza contraria, vengono respinte verso l'esterno; e
sostenni anche che tutte le cose vivono e muoiono in virtù di sistole e diastole.
Secondo un'ipotesi di Croce e Nicolini l'opera e stata concepita come appendice
al “Liber Physicus” ed e donata in forma manoscritta al suo grande amico,
Aulisio. La trattazione di quella teoria di ispirazione cartesiana e pre-socratica
venne poi inserita più ampiamente nella Vita. Toma, Ecco l'origine
delle scienze umane: aspetti retorici di una contesa intorno al De antiquissima
italorum sapienti, Bollettino del CENTRO DI STUDI VICHIANI (Roma: Edizioni di
storia e letteratura). Opere, Sansoni, Firenze -- è considerato da
alcuni interpreti della sua filosofia come il primo ‘costruttivista’. Infatti, V.
sostiene che l'uomo può conoscere solo ciò che può costruire, aggiungendo poi
che in effetti solo il divino conosce veramente il mondo, avendolo creato lui
stesso. Il mondo quindi è esperienza vissuta e al suo riguardo non vale per gl’uomini
alcuna pretesa di verità ontologica. Watzlawick, La realtà inventata (Milano,
Feltrinelli) Per V. la filologia non è solo la scienza del
linguaggio ma anche storia, usi e costumi, e religioni dei popoli antichi.
L'età degli dei nella quale gl’uomini gentili credettero vivere sotto divini
governi, e ogni cosa esser loro comandata con gli auspici e gli oracoli, che
sono le più vecchie cose della storia profana: l'età degli eroi, nella quale
dappertutto essi regnarono in repubbliche aristocratiche, per una certa da essi
rifiutata differenza di superior natura a quella de’ lor plebei. Finalmente,
l'età degl’uomini, nella quale tutti si riconobbero esser uguali in natura
umana, e perciò vi celebrarono prima le repubbliche popolari e finalmente le
monarchie, le quali entrambe sono forma di governi umane. V., Scienza Nuova,
Idea dell'Opera. La RAGION DI STATO non è naturalmente conosciuta da ogni uomo
ma da pochi pratici di governo. Degnità. Sull'immaginazione nei primitivi
secondo la filosofia vichiana si veda: Fabiani, La filosofia dell'immaginazione
in V. e Malebranche, La rivendicazione dell'assoluta autonomia dell'arte e
della poesia nei confronti delle altre attività spirituali e uno dei meriti che
CROCE riconosce al pensiero vichiano. V. critica tutt'insieme le tre dottrine
della poesia come esortatrice e mediatrice di verità intellettuali, come cosa
di mero diletto, e come esercitazione ingegnosa di cui si possa senza far danno
fare a meno. La poesia non è sapienza riposta, non presuppone logica
intellettuale, non contiene filosofemi. I filosofi che ritrovano queste cose
nella poesia, ve le hanno introdotte essi stessi senza avvedersene. La poesia
non è nata per capriccio, ma per necessità di natura. La poesia tanto poco è
superflua ed eliminabile, che senza di essa non sorge il pensiero: è la prima
operazione della mente umana. CROCE, La filosofia di V. -- qual era quello dei
tempi d'Omero. V., Scienza Nuova, Conclusione Nel senso di pietas,
sentimento religioso. V., La scienza nuova (Biblioteca Universale
Rizzoli). CROCE NICOLINI Storicismo Filosofia della storia Filologia. su
Treccani – Enciclopedie, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Enciclopedia
Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. V., in Dizionario di storia,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. V., su sapere, De Agostini. V., su
Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. Battistini, V., in
Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
Bertland, La Scienza nuova su letteratura italiana Opere, su biblioteca italiana
integrali in più volumi dalla collana
"Scrittori d'Italia" Laterza, Fabiani, La filosofia
dell'immaginazione in V., su academia, Firenze, Pellegrino, 'La concezione
della storia di V., su centro studi LA RUNA it. CENTRO DI STUDI VICHIANI, su
Consiglio nazionale delle ricerche. Fondazione V., su Fondazione gbvico Portale
Vico, su giambattist avico. u treccani., in Il contributo italiano alla storia
del Pensiero, Filosofia, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, V.,
Principj di una scienza nuova di Vico: d'intorno alla comune natura delle
nazioni, Tip. di A. Parenti. Italian philosopher. Grice: “The
Italians revere him so much that his emblem is on one of their stamps!”“It
would be as having Ryle on one of ours!” Vico: He is so beloved by the Italians “that they made
a stamp of him.”Grice. cited by H. P. Grice, “Vico and the origin of language.”
Philosopher who founded modern philosophy of history, philosophy of culture,
and philosophy of mythology. He was born and lived all his life in or near
Naples, where he taught eloquence. The Inquisition was a force in Naples
throughout Vico’s lifetime. A turning point in his career was his loss of the
concourse for a chair of civil law. Although a disappointment and an injustice,
it enabled him to produce his major philosophical work. He was appointed royal
historiographer by Charles of Bourbon. Vico’s major work is “La scienza
nuova” completely revised in a second, definitive version. He
published three connected works on jurisprudence, under the title Universal
Law; one contains a sketch of his conception of a “new science” of the
historical life of nations. Vico’s principal works preceding this are On the
Study Methods of Our Time, comparing the ancients with the moderns regarding
human education, and On the Most Ancient Wisdom of the Italians, attacking the
Cartesian conception of metaphysics. His Autobiography inaugurates the
conception of modern intellectual autobiography. Basic to Vico’s philosophy is
his principle that “the true is the made” “verum ipsum factum”, that what is
true is convertible with what is made. This principle is central in his
conception of “science” scientia, scienza. A science is possible only for those
subjects in which such a conversion is possible. There can be a science of
mathematics, since mathematical truths are such because we make them.
Analogously, there can be a science of the civil world of the historical life
of nations. Since we make the things of the civil world, it is possible for us
to have a science of them. As the makers of our own world, like God as the
maker who makes by knowing and knows by making, we can have knowledge per
caussas through causes, from within. In the natural sciences we can have only
conscientia a kind of “consciousness”, not scientia, because things in nature
are not made by the knower. Vico’s “new science” is a science of the principles
whereby “men make history”; it is also a demonstration of “what providence has
wrought in history.” All nations rise and fall in cycles within history corsi e
ricorsi in a pattern governed by providence. The world of nations or, in the
Augustinian phrase Vico uses, “the great city of the human race,” exhibits a
pattern of three ages of “ideal eternal history” storia ideale eterna. Every
nation passes through an age of gods when people think in terms of gods, an age
of heroes when all virtues and institutions are formed through the
personalities of heroes, and an age of humans when all sense of the divine is
lost, life becomes luxurious and false, and thought becomes abstract and
ineffective; then the cycle must begin again. In the first two ages all life
and thought are governed by the primordial power of “imagination” fantasia and
the world is ordered through the power of humans to form experience in terms of
“imaginative universals” universali fantastici. These two ages are governed by
“poetic wisdom” sapienza poetica. At the basis of Vico’s conception of history,
society, and knowledge is a conception of mythical thought as the origin of the
human world. Fantasia is the original power of the human mind through which the
true and the made are converted to create the myths and gods that are at the
basis of any cycle of history. MICHELET was the primary supporter of V.’s ideas.
He made them the basis of his own philosophy of history. COLERIDGE is the
principal disseminator of V.’s views in England. Joyce uses the New Science as
a substructure for Finnegans Wake, making plays on V.’s name, beginning with
one in Latin in the first sentence: “by a commodius vicus of recirculation.” CROCE
revives V.’s philosophical thought, wishing to conceive Vico as
the Hegel. V.’s ideas have been the subject of analysis by such
prominent philosophical thinkers as Horkheimer and Berlin, by anthropologists
such a Leach, and by literary critics such as Wellek and Read. Refs.: S. N. Hampshire, “Vico,” in The New Yorker.
Luigi Speranza, “Vico alla Villa Grice.” H. P. Grice, “Vico and language.” Danesi, Metaphor, and the Origin of Language. Serious scholars of Vico as well as glotto-geneticists
will find much of value in this excellent monograph. Vico Studies. A
provocative, well-researched argument which might find re-application in
philosophy. Theological Book Review. DANESI returns to Vico to create a persuasive,
original account of the evolution and development of the Italian language, one
of the deep mysteries of Italians. V.’s reconstruction of the origin of
language is described and evaluated in light of Grice’s philosophical
conversational pragmatics. Keywords: Vico e la filosofia romana, Vico, VARRONE,
storia della linguistica, storia della rhetorica, glotto-genesi, la
ricostruzione di V., The New Science Basic Notions. Language
and the Imagination: V.’s Glottogenetic Scenario; V.’s Approach; Reconstructing
the Primal Scene; After the Primal Scence; the dawn of communication: iconicita
e mimesi, hypotheses The Nature of Iconicity. Imagery, Iconicita e gesto.
Iconic Representation. Osmosis Hypothesis Ontogenesis From Percept al concetto.
The Metaphoricity Metaphor metafora; Metaphor and Concept-Formation Mentation,
Narrativity, e mito; the socio-biological-Computationist Viewpoint:A Vichian
Critique; The Vichian Scenario Revisited; Revisting the Genetic Perspective;
computationism. SAGGI FILOSOFICI ii
VICO BENEDETTO CROCE
LA FILOSOFIA DI
GIAMBATTISTA VICO Seconda
edizione riveduta BARI
GIUS. LATERZA &
FIGLI TI l'OQ
KAFI-KDITOBI-LIHK AI 1922
PROPRIETÀ LETTERARIA A
NORMA DELLE VIGENTI
LEGGI Stampato in
Trani, coi tipi
dolla Ditta Tipografica
Editrice Vecchi e
C. ifs- V4GV0X
GUGLIELMO WINDELBAND 743018
AVVERTENZA Per quali
ragioni a me
sia sembrata necessaria
una nuova esposizione
della filosofia del Vico,
potrà agevolmente desumersi
dai cenni sulla
fortuna di que-
sto scrittore e dalle
notizie bibliografiche, che
si leg- gono nella
seconda e terza
appendice del presente
volume. Qui occorre
avvertire soltanto che
la mia esposi-
zione non vuol essere
un riassunto libro
per libro e
parte per parte
degli scritti del
Vico; e, anzi,
presup- pone la conoscenza
di questi scritti
e, ove manchi,
vuol eccitare il
lettore a procacciarsela per meglio seguire,
e per riscontrare,
le interpetrazioni e
i giudizi che
gli vengono da
me offerti. Su
questo presupposto, pur
valendomi assai spesso
(specialmente nei capitoli
relativi alla storiografia)
delle parole testuali
dell'autore, non ho
creduto op- portuno virgoleggiarle (salvo
dove mi piacesse
dare risalto alla
precisa espressione originale),
perché, aven- dole di
solito combinate da
brani sparsi nei
più vari luoghi
e ora abbreviate
ora allargate e
sempre frammischiate liberamente
con parole e
frasi mie di
com- mento, il continuo
virgoleggiarle sarebbe stato
un met- tere in
mostra, con più
di fastidio che
di utilità, il
rovescio del mio
ricamo, che ciascuno
potrà osservare da
sé, quando ne
abbia voglia, col
sussidio dei rimandi
che ho messi
in fondo al
libro. Desideroso di
attestare, per quanto
mi era possi-
bile, in ogni particolare
del mio lavoro,
la reverenza che
si deve al
gran nome del
Vico, mi sono
studiato di essere
breve, di quella
brevità che egli
conside- rava quasi suggello
di libri scientifici
ben meditati. Al
qual uopo ho
sacrificato anche le
discussioni coi singoli
interpetri, contentandomi di
semplici accenni. Del
resto, parte delle
interpetrazioni qui esposte
mi sembrano frutti
maturi delle indagini
e controversie che
costituiscono la migliore
letteratura vichiana; e
tutta quell'altra parte,
che è mia
personale, e l'idea
stessa generale del
mio libro, difenderò
a suo tempo,
se sarà il
caso, contro i
dissenzienti e gli
obiettanti, nel modo
diretto che nel
corso dell'esposizione non
ho stimato di
adoperare. Perché io
spero che questo
libro avrà l'effetto
non già di
spegnere ma di
rac- cendere le discussioni
intorno alla filosofia
del Vico: di
questo Altvater, come
lo chiamò il
Goethe, che è
fortuna per un
popolo possedere, e
al quale biso-
gnerà sempre fare capo
per sentire italianamente
la moderna filosofìa,
pur pensandola cosmopoliti-
camente. La dedica
del mio lavoro
(oltre a essere
omaggio a uno
dei mag giori maestri
odierni della storia
della filosofia) vuol
esprimere l'augurio e la speranza
che AVVERTENZA IX
venga presto riempita,
in tale storia,
la lacuna, sulla
quale ho richiamato
l'attenzione più volte,
e special- mente alla
fine della seconda
delle appendici di
questo volume. Raiano
(Aquila), settembre 1910.
L'augurio espresso nelle
ultime linee della
prece- dente avvertenza ebbe
compimento, e non
solo il Win- delband die
luogo alla filosofia
del Vico nella
quinta edizione della
sua Storia della
filosofìa moderna (Leip-
zig, 1911, I, 597-98),
ma il mio
libro fu subito
tra- dotto in inglese
e in francese,
e altre versioni
se ne preparavano,
e fiorivano le
indagini e le
discussioni, quando la
guerra sopravvenne a
sospendere quella ripresa
di studi e
la divulgazione dell'opera
vichiana fuori d'Italia.
Non si per
altro che, durante
la guerra e
in relazione ad
essa, i concetti
vichiani non fossero
qua e là
richiamati per dominare
col pensiero il
corso delle cose;
e li richiamò,
tra gli altri,
lo stesso Win-
delband, nell'ultimo suo
scritto, che fu
una « lezione
di guerra »
sulla Filosofia della
storia. Questa nuova
edizione contiene piccole
correzioni, schiarimenti e
aggiunte, ed è
messa al corrente
nella parte bibliografica. La
tavola dei rinvìi
ai testi vi-
chiani è stata resa
più precisa, e
in ciò, come
nella revisione generale,
ho avuto l'amichevole
aiuto del Nicolini,
benemerito editore della
Scienza nuova. Circa
la concezione e
il metodo del
libro non ho
alcun cangiamento da
introdurre né pentimento
da X AVVERTENZA
manifestare : sebbene
da più parti
mi sia stata
rivolta la facile
ma superflcialissima critica,
che l'interpre- tazione del
Vico vi sia
tutta compenetrata dal
mio proprio pensiero
filosofico, e perciò
non sia «
ogget- tiva ». In
verità, chi voglia
conoscere davvero il
Vico deve leggere
e meditare i
libri del Vico;
e questo è
indispensabile, e questa
è la sola
oggettività possi- bile: non
la cosiddetta «
esposizione oggettiva »
che altri ne
faccia, e che
non potrebbe riuscire
se non lavoro
estrinseco e materiale.
L'esposizione, invece, storica
e critica di
un filosofo ha
una diversa e
più alta oggettività,
ed è necessariamente il
dialogo tra un'antico
e un nuovo
pensiero, nel quale
solamente l'antico pensiero
viene inteso e
compreso. E tale
è, o procura
di essere, il
mio libro. Che
cosa avrei po-
tuto intendere io del
Vico, se non
mi fossi travagliato
su problemi strettamente
congiunti ai suoi
o derivanti da quelli suoi?
Per questa ragione
anche non posso
dare impor- tanza all'opposizione che
mi è venuta
da egregi scrit-
tori cattolici, i quali
è naturale che
vedano le cose
con occhi diversi
dai miei. Ciò
che, per altro,
non mi sembra
logico, è il
loro sforzo di
ridurre il Vico
a pensatore ortodosso;
nel quale sforzo
urtano ine- vitabilmente in due
gravi difficoltà. In
primo luogo essi
vengono a trovarsi
di fronte all'
impossibilità di spiegare
perché mai il
Vico, che, a
loro giudizio, non
avrebbe fatto altro
che ripetere o
rinfrescare i con-
cetti della tradizione filosofica
cattolica, sia sembrato
e sembri tanto
originale e rivoluzionario, e
sia andato tanto
a genio ai
pensatori moderni. E
parimente, in AVVERTENZA
XI secondo luogo,
si tolgono il
modo di spiegareT avver- sione che
per lui provarono
gli scrittori cattolici
del suo secolo
e taluno insigne
del secolo seguente,
co- me, per es.,
Cesare Balbo, che
lo senti estraneo
alla scienza cristiana.
E questo basti
aver detto, perché,
riguardoso come credo
d'esser sempre stato
verso gli scrittori
cattolici, non perciò
polemizzerei mai con
essi, stimando la
cosa tanto poco
utile, quanto utile
e doveroso è,
per me, tirare
innanzi per la
mia via. Napoli,
27 dicembre 1921.
B. C. La
prima forma della
gnoseologia vichiana JJa
prima forma della
dottrina del Vico
sulla cono- scenza si
presenta come diretta
critica e antitesi
del pen- siero cartesiano, che da oltre
mezzo secolo dava
l'indirizzo generale allo
spirito europeo ed
era destinato a
dominare ancora per
un secolo le
mepti e gli
animi. Cartesio aveva
collocato f ideale
della scienza perfetta
nella geometria, sul
modello della quale
intese a riformare
la filosofia e
ogni altra parte
del sapere. E
poiché il me-
todo geometrico perviene mercé
l'analisi a verità
intuitive, e da
queste muove dipoi
per ottenere con
deduzione sin- tetica sempre
più complesse affermazioni,
la filosofia, per
procedere con rigore
di scienza, doveva,
a mente di
Car- tesio, cercare anch'essa
il fermo punto
d'appoggio in una
verità primitiva e
intuitiva, dalla quale
deducesse tutte le
sue ulteriori affermazioni,
teologiche, metafisiche, fisiche
e morali. L'evidenza,
la percezione o
idea chiara e
di- stinta era, dunque,
criterio supremo; e
l'inferenza imme- diata, l'intuitiva connessione
del pensiero con
l'essere, del cogito
col smn, porgeva
la prima verità
e la base
per la scienza.
Con la percezione
chiara e distinta,
e col dubbio
metodico che conduceva
al cogito, Cartesio
si argomentava B.
Croce, La filosofia
di Giambattista Vico.
1 2 FILOSOFIA
DEL VICO di
sconfiggere una volta
per sempre lo
scetticismo. Ma, per
ciò stesso, tutto
quel sapere non
ancora ridotto o
non riducibile a
percezione chiara e
distinta e a
deduzione geometrica, perdeva
ai suoi occhi
valore e importanza.
Tale la storia,
che si fonda
sulle testimonianze; l'osserva-
zione naturalistica, non ancora
matematizzata ; la
saggezza pratica e
l'eloquenza, che si
valgono dell'empirica cono-
scenza del cuore umano
; la poesia,
che offre immagini
fantastiche. Piuttosto che
un sapere, codesti
prodotti spi- rituali erano
per Cartesio illusioni
e torbide visioni
: idee confuse,
destinate o a
farsi chiare e distinte e
perciò a sve-
stire la loro anteriore
forma d'esistenza, o
a trascinare un'esistenza
miserabile, indegna dell'attenzione del
filosofo. La luce
solare del metodo
matematico rendeva superflue
le fiammelle che
sono di guida
nelle tenebre e
proiettano sovente ombre
ingannatrici. Ora il
Vico non si
restringe e non
si attarda, come
altri avversari di
Cartesio, a prendere
scandalo per le
conse- guenze del metodo
soggettivo, pericoloso alla
religione; o a
disputare scolasticamente se il cogito
sia o non
sia un sillogismo,
e se come
sillogismo sia o
no difettoso ;
o a protestare
con l'offeso buon
senso contro il
disprezzo car- tesiano verso
la storia, l'oratoria
e la poesia.
Egli va di-
ritto al cuore della
questione, al criterio
stesso stabilito da
Cartesio per la
verità scientifica, al
principio dell'evi- denza; e
dove il filosofo
francese stimava di
aver fornito tutto
quanto si potesse
richiedere per la
scienza più rigo-
rosa, il Vico osserva
che, posta l'esigenza
alla quale s'in-
tendeva soddisfare, in realtà,
col metodo raccomandato,
si otteneva ben
poco o addirittura
nulla. Bella scienza
(dice il Vico)
è codesta dell'idea
chiara e distinta!
Ch'io pensi quel
ch'io penso è,
si, cosa indu-
bitabile, ma non mi
ha punto l'aria
di una proposizione
scientifica. Ogni idea,
per erronea che
sia, può apparire evidente; e,
non perché a me appaia
tale, acquista virtù
di scienza. Che
« se si
pensa, si è
anche », era
cosa nota persino
al Sosia di
Plauto, che esprimeva
questa sua per-
suasione quasi con le
stesse parole della
filosofia cartesiana :
« sed quom
cogito, equidem certo
sum ». Ma
lo scettico re-
plicherà sempre ai Sosì e ai
Cartesì, che egli
non dubita di
pensare; professerà anzi
asseverantemente che quel
che a lui sembra scorgere è
certo, e lo
sosterrà con ogni
sorta di cavilli;
— e che
non dubita di
essere, anzi cura
di esser bene,
mercé la sospensione
dell'assenso, per non
ag- giungere ai fastidì
delle cose gli
altri provenienti dalle
opinioni. Ma, nell'affermare cosi,
sosterrà insieme che
la certezza del
suo pensare e
del suo essere
è coscienza e
non scienza; ed
è coscienza volgare.
Tanto poco la
chiara e distinta
percezione è scienza,
che da quando,
per effetto del
cartesianismo, essa viene
adoperata nella fisica,
la conoscenza delle
cose naturali non
è divenuta punto
più sicura. Cartesio
ha spiccato un
salto per sollevarsi
dalla coscienza volgare
alla scienza ;
ed è ricaduto
di piombo in
quella coscienza, senza
raggiungere la scienza
agognata. Ma in
che cosa la
verità scientifica consiste,
poiché cer- tamente non
consiste nella coscienza
immediata? In che
la scienza differisce
dalla semplice coscienza?
Qual è il
criterio, o, in
altri termini, quale
la condizione che
rende possibile la
scienza? Con la
chiarezza e con
la distinzione non
si muove un
sol passo ; con l'affermazione di
un primo vero
non si risolve
il problema, che
non è già
circa un primo
vero, ma circa
la forma* che la
verità deve avere
perché possa essere
riconosciuta verità scien-
tifica, ossia verità vera.
11 Vico risponde
a questa domanda,
e giustifica la
sua accusa d' insufficienza al
criterio cartesiano, col
ricorrere a una
proposizione che, a
bella prima, potrebbe
dirsi ov- via e
tradizionale. Tradizionale non
in conseguenza della
4 FILOSOFIA DEL
VICO tesi storica
con la quale
il Vico l'accompagna
e che egli
stesso poi ebbe
a rifiutare, cioè
che quella proposizione
ri- salga a un'antichissima sapienza
italica; ma nel
senso che essa
era comune e
quasi intrinseca al
pensiero cristiano. Nulla
di più familiare,
infatti, a un
cristiano, il quale
re- cita ogni giorno
il suo credo
in un Dio
onnipotente, onni- sciente e
creatore del cielo
e della terra,
dell'affermazione che solo
Dio può avere
scienza piena delle
cose, perché egli
solo ne è
l'autore. Il primo
vero (ripete il
Vico) è in
Dio, perché Dio
è il primo
fattore; ed è
vero infinito perché
egli è fattore
delle cose tutte,
esattissimo perché rappresenta
a lui gli
elementi cosi esterni
come in- terni delle
cose, le quali
egli contiene tutte
in sé. Questa
medesima proposizione circolava
nelle scuole, specie,
a quanto sembra,
presso scotisti e
occamisti, e, nel
rinasci- mento, Marsilio Ficino
l'asseriva nella Theologia
platonica, dicendo che la natura,
opera divina, produce
le sue cose
con vive ragioni
dall'intrinseco, come la
mente del geo-
metra dall'intrinseco
fabbrica le sue
figure; e il
Cardano ripeteva che
tale è la
vera scienza, la
scienza divina, quaì
res facit, e
che di essa
tra le umane
rende immagine la
sola geometria; e
lo scettico Sanchez,
nel Quod nihil
scltur (1581), ricordava
che non può
« perfecte cognoscere
quis quaì non
creavit, nec Deus
creare potuisset nec
creata regere quce
non perfecte prcecognovisset ; ipse ergo,
solus sa- pientia,
cognitio, intellectus perfectus,
omnia penetrai, om-
nia sapit, omnia cognoscit,
omnia intelligit, quia
ipse omnia est
et in omnibus,
omniaque ipse sunt
et in ipso
» l. Ma
il 1 Si
veda per le
origini il mio
saggio: Le fonti
della gnoseologia vicliiana
(cit. nell'append. bibliografica), pp.
243-58. Sul concetto
del Sanchez (cfr.
Opera medica, ed.
di Tolosse Tectosagum,
1636, p. 110)
ri- chiamò l'attenzione il
Windelband, Gesch. d.
neuer. Philosophie.] Vico non
si restringe ad
affermazioni incidentali e,
inten- dendo pel primo
la fecondità del
concetto espresso in
quella proposizione, dall'elogio
dell' infinita potenza
e sapienza di
Dio e dal
raffronto con quella
limitata dell'uomo ricavò,
contro Cartesio, il
principio gnoseologico universale,
che la condizione
per conoscere un-a
cosa è il
farla, e il
vero è il
fatto stesso: «
verum ipsum factum
». Non altro
che codesto si
vuol dire (egli
chiarisce), quando si
afferma che la
scienza è «
pei- ccnisas scire
» , perché la
cagione è quel
che per produrre
l'effetto non ha
bisogno di cosa
estranea, è il
genere o modo
di una cosa
: cono- scere la
cagione è saper
mandare ad effetto
la cosa, pro-
vare dalla causa è
farla. In altri
termini, è rifare
ideal- mente quel che
si è fatto
e si fa
praticamente. La cogni-
zione e l'operazione debbono
convertirsi tra loro,
come in Dio
intelletto e volontà
si convertono e
fanno tutt'uno. Senonché,
stabilito nella connessione
del vero e
del fatto l'ideale
della scienza, e
(poiché l'ideale è
la vera realtà)
conosciuta la natura
vera della scienza,
la prima conseguenza
che da questo
riconoscimento deve trarsi
è quella stessa
che ne traevano
i platonici e gli scettici
del Rinascimento, l'impossibilità della
scienza per l'uomo.
Se Dio ha
creato le cose,
Dio solo le conosce per
cause, egli solo
ne conosce i
generi o modi,
ed egli solo
ne ha la
scienza. Forse che
l'uomo ha esso
creato il mondo?
ha esso creato
la propria anima?
All'uomo non è
data la scienza,
ma la sola
coscienza, la quale
per l'appunto volge
sulle cose di
cui non si
può dimostrare il
genere o forma
onde si fanno.
La verità di
coscienza è il
lato umano del
sapere divino, e
sta a que-
sto come la superficie
al solido :
piuttosto che verità,
do- vrebbe dirsi certezza.
A Dio l' ìntelligere, all'uomo
il solo cogitare,
il pensare, l'andare
raccogliendo gli elementi
delle cose, senza
poterli mai raccogliere
tutti. A Dio
il vero dimostrativo;
all'uomo le notizie
non dimostrate e
non scien- tifiche, ma
o certe per
segni indubitati o
probabili per forza
di buoni raziocini
o verisimili pel
sussidio di potenti
congetture. Il certo,
la verità di
coscienza, non è
scienza, ma non
perciò è il
falso. E il
Vico si guarda
bene dal chiamare
false le dottrine
di Cartesio : egli vuole
soltanto degradarle da
verità compiute a
verità frammentarie, da
scienza a coscienza.
Tatt'altro che falso
è il cogito
ergo sum: il
tro- varsi finanche sulla
bocca del Sosia
plautino è argomento
non per rigettarlo,
anzi per accettarlo,
ma come verità
di semplice coscienza.
Il pensare, non
essendo causa del
mio essere, non
induce scienza del
mio essere; se
l'inducesse, essendo l'uomo
(secondo che i
cartesiani ammettono) mente
e corpo, il
pensiero sarebbe causa
del corpo; il
che ci av-
volgerebbe tra tutte le
spine e gli
sterpi delle dispute
circa l'azione della
mente sul corpo
e del corpo
sulla mente. Il
cogito è, dunque,
un mero segno
o indizio del
mio essere: nient'altro.
L'idea chiara e
distinta non può
dare criterio, non
pure delle altre
cose ma della
mente medesima, per-
ché la mente in
quel suo conoscersi
non si fa, e, poiché
non si fa,
ignora il genere
o modo onde
si conosce. Ma
l'idea chiara e
distinta è quel
che solo è
concesso allo spirito
dell'uomo, e, come
unica ricchezza ch'egli
abbia, preziosissima. Anche
per il Vico
la metafisica serba
il pri- mato fra
le scienze umane,
che tutte derivano
da lei; ma
laddove per Cartesio
essa può procedere
con sicuro me-
todo di dimostrazione pari
a quello geometrico,
pel Vico deve
contentarsi del probabile,
non essendo scienza
per cause ma
di cause. E
del probabile si
contentò ai suoi
bei tempi, nella
Grecia antica e
nell' Italia del Rinascimento; e
quando volle abbandonare
il probabile e
si empi la
te- sta dei fumi
di quel detto
fastoso : «
sapientem nihil opi-
navi », cominciò a
turbarsi e a
decadere. L'esistenza di Dio
è certa, ma
non è scientificamente dimostrabile,
e ogni tentativo
di dimostrazione è
da considerare documento
non tanto di
pietà quanto piuttosto
d'empietà, perché, per
dimostrare Dio, dovremmo
farlo: l'uomo dovrebbe
diven- tare creatore di
Dio. Parimente bisogna
ritenere vero tutto
quello che ci
è stato rivelato
da Dio, ma
non domandare in
qual modo sia
vero, che è
ciò che non
potremo mai comprendere.
Sulla verità rivelata
e sulla coscienza
di Dio si
appoggiano le scienze
umane e vi
trovano la loro
norma di verità
; ma il
fondamento stesso è
verità di coscienza
e non di
scienza. Come il
Vico abbassa le
scienze che Cartesio
predili- geva e coltivava,
la metafisica, la
teologia, la fisica,
cosi risolleva le
forme di sapere
che Cartesio aveva
abbassate : la
storia, l'osservazione naturalistica, la
cognizione empi- rica circa
l'uomo e la
società, l'eloquenza e
la poesia. 0,
per meglio dire,
non ha bisogno
di sollevarle per
rivendi- carle : dimostrato
che le superbe
verità della filosofia
con- dotta con metodo
geometrico si riducono
anch'esse a nien-
t'altro che probabilità
e asserzioni aventi
valore di seni-
plice coscienza, la
vendetta delle altre
forme del sapere
è, nell'atto stesso,
bella e compiuta,
perché tutte si
ritrovano ormai adeguate
alla medesima altezza
o bassezza che
si dica. L'idea
di una scienza
umana perfetta, che
respinga da sé
un'altra indegna di
questo nome perché
fondata non sul
ragionamento ma sull'autorità, è
chiarita illusoria. L'au-
torità delle proprie e
delle altrui osservazioni
e credenze, l'opinione
generale, la tradizione,
la coscienza del
genere umano, vengono
restaurate nell'ufficio che
hanno sempre avuto
e che ebbero
nello stesso Cartesio
; il quale
(come suole accadere)
disprezzò quel che
egli possedeva in gran copia
e di cui
si era potentemente
giovato, e, uomo
dot- tissimo, screditò la
dottrina e l'erudizione,
come chi si
è nutrito può
darsi il lusso
di parlare con
disdegno del cibo
8 FILOSOFIA DEL
VICO che è già sangue
nelle sue vene.
La polemica di
Cartesio contro l'autorità
si era provata,
per alcuni rispetti,
bene- fica, avendo scosso
la troppo vile
servitù di star
sempre sopra l'autorità.
Ma che non
regni altro che
il proprio in-
dividuale giudizio, che si
pretenda rifare da
cima a fondo
il sapere sulla
propria individuale coscienza,
che si giunga
(come fece il
Malebranche) ad augurare
perfino di vedere
bruciati tutti i
filosofi e poeti
antichi e di
tornare alla nu-
dità di Adamo; è
una follia o,
per lo meno,
un eccesso, dal
quale conviene rifuggire
nel giusto mezzo.
E il giusto
mezzo è di
seguire il proprio
giudizio, ma con
qualche ri- guardo all'autorità; di
congiungere insieme, cattolicamente, la
fede con la
critica circoscritta dalla
fede e giovevole
alla fede stessa
: in modo
conforme al carattere
indelebile di mera
probabilità che ha
il sapere o
la scienza umana,
in modo avverso
all'indirizzo della Riforma,
pel quale lo
spirito interno di
ciascuno si fa
divina regola delle
cose che si
devono credere. C'è,
per altro, un
gruppo delle scienze
cartesiane al quale
par che il
Vico riconosca, come
i suoi predecessori
del Rinascimento, un
posto privilegiato ;
vale a dire,
non di coscienza,
ma di vera
e propria scienza,
non nella cer-
tezza, ma nella verità:
le discipline matematiche.
Sono queste, secondo
lui, le sole
conoscenze possedute dall'uomo
in modo del
tutto identico a
quello del sapere
divino, e cioè
perfetto e dimostrativo.
E non già,
come Cartesio aveva
creduto, per effetto
del loro carattere
di evidenza. L'evidenza,
usata nelle cose
fisiche e nelle
agibili, non dà
una verità della
stessa forza che
nelle matematiche. Né
le matematiche sono
per sé evidenti
: con quale
chiara e di-
stinta idea si potrebbe
concepire che la
linea consti di
punti che non
hanno parti? Ma
il punto impartibile,
che non si
può concepire nelle
cose reali, si
può, invece, de-
finire; e col definire
certi nomi, l'uomo
si crea gli
eie- I. PRIMA
FORMA DELLA GNOSEOLOGIA
9 menti delle
matematiche, coi postulati
li porta all'infinito,
con gli assiomi
stabilisce certe verità
eterne, e con
questi infiniti e
con questa eternità
disponendo i loro
elementi, egli fa
il vero che
insegna. La forza
delle matematiche nasce,
dunque, non dal
criterio cartesiano, ma
appunto dall'altro enunciato
dal Vico; non
dall'evidenza, ma dalla
conversione del conoscere
col fare :
« mathematica demon-
stramus, quia verum
facimus ». L'uomo
prende l'uno e
lo moltiplica, prende
il punto e
lo disegna; e
crea i numeri
e le grandezze
che egli conosce
perfettamente perché opera
sua. Le matematiche
sono scienze operative,
e non solo
nei loro problemi,
ma negli stessi
teoremi, che volgarmente
si stimano cosa
di mera contemplazione. Per
tal ragione esse
sono anche scienze
che dimostrano per
cause, contra- riamente all'altra opinione
volgare che esclude
dalle ma- tematiche il
concetto di causa
; sono, anzi,
le sole, tra
le scienze umane,
che davvero provino
per cause. Da
questo procedere provengono
le loro Verità
meravigliose ; e
tutto l'arcano del
metodo geometrico consiste
nel definire prima
le voci, e
cioè fare i
concetti coi quali
si abbia a
ragionare; poi stabilire
alcune massime comuni,
nelle quali colui
col quale si
ragiona convenga; finalmente,
se bisogna, doman-
dare cosa che per
natura si possa
concedere affine di
poter dedurre i
ragionamenti, i quali
senza una qualche
posi- zione non verrebbero
a capo ;
e con questi
principi da ve-
rità pili semplici dimostrate
procedere fil filo
alle più com-
poste, e le composte
non affermare se
prima non si
esa- minino una per
una le parti
che le compongono.
Si direbbe che
il Vico sia
circa il valore
delle matema- tiche affatto
d'accordo con Cartesio,
dal quale differisca
soltanto nella fondazione
di quel valore.
E, posto chela
sua fondazione debba
considerarsi più profonda,
tanto più ne
verrebbe rafforzato ed
esaltato l'ideale matematico,
pre- fisso alla scienza
da quello. Se
l'unica conoscenza perfetta
10 FILOSOFIA DEL
VICO che lo
spirito umano raggiunga
è quella matematica,
è chiaro che
sopra essa bisogna
sorreggersi e alla
stregua di essa
modellare o giudicare
le altre. Il
Vico, insomma, si
sarebbe mosso per
dare torto a
Cartesio e gli
avrebbe procurato una
migliore ragione che
quegli non sospettava.
Ma, quantunque cosi
sembri a prima
vista (e cosi
abbia pensato qualche
interpetre), osservando meglio
si scorge che
la gran perfezione
che il Vico
attribuisce alle matema-
tiche è più apparente
che reale ;
che la sicurezza
che egli vanta
di quel procedere,
è, per sua
medesima confessione, acquistata
a spese della
realtà; e che,
insomma, l'accento della
teoria non cade
tanto sulla verità
di quelle disci-
pline quanto sulla loro
arbitrarietà. E in
questo risalto dato
al carattere di
arbitrarietà egli differisce
non solo dai
ricordati filosofi del
Rinascimento, ma anche
da Galileo e
dalla sua scuola
*. L'uomo infatti
(egli dice), andando
attorno a investi-
gare la natura delle
cose, e accorgendosi
finalmente di non
poterla in niun
modo conseguire, perché
non ha dentro
di sé gli
elementi onde sono
composte, e, anzi,
li ha tutti
fuori di sé,
è condotto via
via a volgere
a profitto questo
stesso vizio della
sua mente; e
con l'astrazione (non,
s'intende, con l'astrazione
sulle cose materiali,
perché il Vico
non assegna origine
empirica alle matematiche,
ma con l'astrazione
che si esercita
sugli enti metafisici)
si fog- gia due
cose, « duo
sibi confingit »
: il punto
da disegnare, e
l'unità da moltiplicare.
Entrambi finzioni (utrumque
ftctum), perché il
punto disegnato non
è più punto
e l'uno moltiplicato
non è più
uno. Indi, da
quelle finzioni, di
pro- prio arbitrio (proprio
iure) assume di
procedere all'infi- nito, sicché
le linee si
possano condurre nell'immenso, 1
Si veda sulla
storia della gnoseologia
delle matematiche fino
al Vico il
mio saggio cit.] l'uno
moltiplicare per l' innumerabile. A
questo modo co-
struisce per suo uso
un mondo di
forme e numeri,
che egli abbraccia
tutto dentro di
sé ; e
col prolungare, col
tagliare, col comporre
le linee, con
l'aggiungere, togliere e
compu- tare i numeri,
fa infinite opere
e conosce infiniti
veri. Non può
definire le cose
e definisce nomi;
non può attingere
gli elementi reali
e si contenta
di elementi immaginari,
dai quali sorgono
idee che non
ammettono alcuna contro-
versia. Simile a Dio,
« ad Del
instar >, da
nessun sostrato materiale,
e quasi dal
niente, crea punto,
linea, superficie: il
punto che è
posto come quello
che non ha
parti ; la
linea come l'escurso
del punto, ossia
la lunghezza priva
di larghezza e
di profondità; la
superficie, come l'incon-
tro di due linee
diverse in uno
stesso punto, cioè
la lun- ghezza e
la larghezza senza
la profondità. Cosi
le mate- matiche purgano il
vizio della scienza
umana, di avere
sempre le cose
fuori di sé
e di non
aver essa fatto
ciò che vuole
conoscere. Quelle fanno
ciò che conoscono,
hanno in sé
medesime i loro
elementi e si
configurano, perciò, a
somiglianza perfetta della
scienza divina {sdentici
divince similes evadunt).
A chi legge
queste e altrettali
descrizioni e celebrazioni
vichiane del procedere
matematico, par d'avvertire
come un'ombra d'ironia, se
non proprio intenzionale,
certamente risultante dalle
cose stesse. La
fulgida verità delle
mate- matiche nasce, dunque,
dalla disperazione della
verità; la loro
formidabile potenza dalla
riconosciuta impotenza! La
somiglianza dell'uomo matematico
con Dio non
è troppo diversa
da quella del
contraffattore di un'opera
col suo autore:
ciò che Dio
ò nell'universo della
realtà, l'uomo è, si, nell'universo
delle grandezze e dei numeri,
ma que- sto universo
è popolato di
astrazioni e finzioni.
La divinità conferita
all'uomo è, quasi,
divinità da burla.
Per effetto della
diversa genesi che
il Vico assegna
alle 12 FILOSOFIA
DEL yiCO matematiche,
anche la loro
efficacia viene assai
ristretta. Le matematiche
non stanno più,
come per Cartesio,
al sommo del
sapere umano, scienze
aristocratiche, destinate a
redimere e a
governare le scienze
subalterne ; ma
oc- cupano una cerchia,
per quanto singolare,
altrettanto ben circoscritta,
fuori della quale
se mai esse
si provano a
uscire, pèrdono, d'un
subito, ogni loro
mirabile virtù. Il
potere delle matematiche
incontra ostacoli a
parte ante e
a parte post:
nel loro fondamento
e in quel
che a loro
volta sono in
grado di fondare.
Nel loro fondamento,
perché se creano
i loro elementi,
cioè le finzioni
iniziali, non creano
la stoffa in
cui queste sono
ritagliate, e che a esse,
non meno che
alle altre scienze
umane, è fornita
dalla metafisica, la
quale, non potendo
dar loro il
proprio sog- getto, ne
dà certe immagini.
Dalla metafisica la
geometria toglie il
punto per disegnarlo
(cioè, per annullarlo
come punto); e
l'aritmetica l'uno per
moltiplicai'lo (cioè, per
di- struggerlo come uno).
E poiché la
verità metafisica, per
quanto certa appaia
alla coscienza, non è dimostrabile,
le matematiche, in
ultima analisi, riposano
anch'esse sull'au- torità e
sul probabile. Ciò
basta a svelare
la fallacia di
ogni trattazione matematica
che si tenti
dalla Metafisica. Il
Vico sembra ammettere
una specie di
circolo tra geo-
metria e metafisica, la
prima delle quali
riceverebbe il suo
vero dalla seconda
e, ricevutolo, lo
rifonderebbe nella stessa
metafisica, confermando reciprocamente la
scienza umana con
la divina. Ma
questo concetto (che
è più che
contestabile e si
può dichiarare senz'altro
incoerente e con-
tradittorio) richiama, in
ogni caso, l'uso
metafisico, o piut-
tosto simbolico e poetico
che della matematica
fecero Pi- tagora e
altri filosofi antichi
e del Rinascimento,
e non ha
nulla da vedere
con una filosofia
trattata matematicamente al
modo dei cartesiani.
La geometria sarebbe,
a giudizio del
Vico, l'unica ipotesi
per la quale
dalla metafisica sia
dato passare alla fisica;
ma rimarrebbe in
tale accezione un'ipo-
tesi, una probabilità, qualcosa
di mezzo tra
la fede e
la critica, tra l'
immaginazione e il
ragionamento, quale ri-
mane sempre la metafisica
e, in genere,
la scienza umana,
secondo il modo
di vedere del
Vico in questa
prima forma della
sua gnoseologia. Come
non fondano la
metafisica dalla quale
anzi deri- vano, cosi
le matematiche non
sono neppure in
grado di fondare
le altre scienze,
che pure seguono
a esse nell'or-
dine di derivazione. Tutte
le materie, diverse
dai numeri e
dalle misure, sono
affatto incapaci di
metodo geometrico. La
fisica non è
dimostrabile; se potessimo
dimostrare le cose
fisiche, le faremmo
(sì physica demonstrare
possemus, faceremus); ma
non le facciamo
e perciò non
possiamo darne dimostrazione. L'introduzione del
metodo matema- tico nella
fisica non ha
giovato a questa
disciplina, che fece
scoperte grandi senza
quel metodo, e
nessuna né grande
né piccola ha
fatta mercé di
esso. La fisica
moderna somi- glia, in
verità, a una
casa che gli
antenati hanno ricca-
mente arredata e di
cui gli eredi
non hanno accresciuto
la suppellettile, ma si divertono
solamente a cangiarla
di posto e
a disporla in
modi nuovi. È
necessario perciò re-
staurare e sostenere, in
fisica, l'indirizzo sperimentale
con- tro quello matematico:
l'indirizzo inglese contro
quello francese, il
cauto uso che
delle matematiche fecero
Galileo e la
sua scuola contro
l'incauto e arrogante
dei cartesiani. A
ragione in Inghilterra
si proibisce l'insegnamento della
fisica matematica: cotal
metodo non procede
se non prima
definiti i nomi,
fermati gli assiomi
e convenute le
domande; ma in
fisica si hanno
a definire cose e non
nomi, non vi
ha convenzione che
non sia contrastata,
né si può
domandare cosa alcuna
alla ritrosa natura.
Onde, nel migliore
dei casi, quel
metodo si risolve
in un puro
e innocuo verbalismo:
si espongono le
osservazioni fìsiche con la dicitura:
« per la definizione IV»,
«per il postulato
II», « per
l'assioma III», e
si conclude con
le solenni abbreviature:
« Q. e.
d. » ;
ma non si
svolge nessuna forza
dimostrativa e la
mente resta dipoi
in tutta la
libertà di opinare
che possedeva innanzi
di udire tali
metodi strepitosi. Il
Vico non sa
astenersi, a tal
proposito, da paragoni
satirici. Il metodo
geometrico (egli dice),
quando è nel
suo legittimo dominio,
opera senza farsi
sentire, e, ove
fa strepito, segno
è che non
opera: appunto come
negli assalti l'uomo
timido grida e
non fe- risce, l'uomo
d'animo fermato tace
e fa colpi
mortali. E ancora:
il vantatore del
metodo geometrico in
cose in cui
quel metodo non
trae necessità di
consentire, quando pro-
nuncia: « questo è
assioma » o
« questo è
dimostrato », è
simile al pittore
che a immagini
informi, le quali
per sé non
si possano riconoscere,
scriva sotto: «
questo è uomo
», « questo
è satiro »,
« questo è
leone », e
via discorrendo. Onde
accade che col
medesimo metodo geometrico
Proclo dimostri i
principi della fisica
aristotelica, Cartesio i
suoi, se non
tutti opposti, certamente
diversi; eppure furono
due geometri, dei
quali non si
può dire che
non sapessero usare
il metodo. Quel
che bisognerebbe, se
mai, introdurre nella
fisica sarebbe non
il metodo ma
la dimostrazione geome-
trica; ma questa è
proprio ciò che
non è dato
introdurvi. Meno ancora
è possibile nelle
altre scienze via
via più cor-
pulente e più concrete:
meno che in
ogni altra, nelle
scienze morali. E
perciò, non potendosi
usare la cosa,
in cambio si
abusa tanto del
nome; e, come
il titolo di
« si- gnore »,
rifiutato un tempo
da Tiberio perché
troppo su- perbo, si
dà ora a
ogni vilissimo uomo,
cosi quello di
« di- mostrazione », applicato
a ragioni probabili
e talora aper-
tamente false, ha sminuito
la venerazione che si deve
alla verità. Per
le matematiche stesse
il Vico scorge
pericoli nella sostituzione
dei metodi analitici
ai geometrici o
sintetici. E dubita che
la nuova meccanica
sia frutto davvero
del- l'analisi, la quale
attutisce l'ingegno, ossia
la facoltà in-
ventiva, e, certa nel
risultato {opere), è
oscura nella via
(opera), laddove il
metodo sintetico è
tum opere tura
opera certissimo. L'analisi
adduce le sue
ragioni aspettando se
per caso si
diano le equazioni
che cerca, e
sembra un'arte d'indovinare,
o una macchina
piuttosto che un
pensiero. Per analoghe
considerazioni il Vico
non teneva in
alcun pregio le
topiche più o
meno meccaniche e
le arti lulliane
e kircheriane dell'invenzione e
della memoria. La
simpatia per lo
sperimentalismo che, come
si è visto,
stacca il Vico
dall'indirizzo francese e
cartesiano e lo
av- vicina piuttosto a
quello italiano e
inglese, a Galileo
e al Bacone,
lo rende altresì
nemico dell'aristotelismo e
dello scolasticismo. Esortando
egli a cercare
i particolari e
a va- lersi del
metodo induttivo; affermando
che il genere
umano era stato
arricchito di innumerevoli
verità dalla tìsica,
la quale, mercé
il fuoco, le
macchine e gli
strumenti, si era
fatta operatrice di
cose simili a
peculiari opere della
na- tura; raccomandando la
propria metafisica come
tale che serve
bene {anclllantem) alla
fisica sperimentale; non
può non riconoscere
ben meritato il
discredito in cui
era ca- duta la
fisica aristotelica, troppo
(egli diceva) universale.
E se a
Cartesio rimproverava l'introduzione delle
forme fisiche nella
metafisica, e con
ciò la tendenza
verso il ma-
terialismo, Aristotele e gli
scolastici sono poi
da lui accu-
sati dell'errore opposto, cioè
di aver voluto
introdurre le forme
metafisiche nella fisica.
Come Bacone, egli
stima che il
sillogismo e il
sorite non producano
nulla di nuovo
e ripetano ciò
che è già
contenuto nelle premesse;
e mette in
chiaro i molteplici
danni che gli
universali aristotelici cagionano
in tutte le
parti del sapere
: nella giurisprudenza, in
cui le vuote
generalità soffocano il
senno legislativo; nella
medicina, che bada
piuttosto a tenere
in piedi i sistemi che
a sanare gl'infermi;
nella vita pratica,
nella quale gli
abusatori di universali
sono derisi- col
nome di «
uomini tematici ».
Dagli universali derivano
le .omoni- mie o
equivoci, cause d'ogni
sorta di errori.
Alla diffidenza verso
gli universali, intesi
qui nel senso
di concetti gene-
rali o astratti, risponde
nel Vico (com'era
stato caso fre-
quente presso gli antiaristotelici della
Rinascenza) l'esal- tazione delle
idee platoniche, delle
forme metafisiche, o,
come egli anche
le chiama, dei
generi, modelli eterni
degli oggetti e
infiniti per perfezione.
Nominalista nelle matematiche,
sospettoso del nominalismo
in tutti gli
altri campi del
sapere, il Vico
asserisce la realtà
delle forme o
delle idee, e
narra come fin
da giovane fosse
attratto da questa
dottrina, insegnatagli da
un suo maestro
che era scotista
e perciò seguace
di quella tra
le filosofie scolasti-
che che più si
approssimava alla platonica.
Considerata nella sua
interezza, la prima
gnoseologia del Vico
non è intellettualistica, non
è sensistica e
non è vera-
mente speculativa; ma contiene
tutte tre queste
tendenze che si
compongono in certo
modo tra loro,
non col sottomet-
tersi gerarchicamente a una
tra esse, ma
col sottomettersi tutte
alla riconosciuta incompiutezza
della scienza umana.
Il suo intento
sarebbe di fronteggiare,
con un sol
movimento tattico, dominatici
e scettici, contro
i primi negando
che si possa
sapere tutto e
contro i secondi
che non si
possa sapere cosa
alcuna; ma riesce
invece a un'affermazione di
scetti- i> cismo
o agnosticismo, nella
quale non manca
neppure qual- '
che tratto mistico.
Il sapere divino
è sapere unitario,
quello umano è
la frammentazione dell'unità;
Dio sa tutte
le cose perché
contiene in sé
gli elementi dai
quali le compone
tutte ; l'uomo
si studia di
conoscerle col ridurle
in pezzi. La
scienza umana è
una sorta di
anatomia delle opere
di natura, eviene
dividendo l'uomo in
corpo e anima,
e l'anima in
in- telletto e volontà,
e dal corpo
astrae la figura
e il moto,
e da questi l'ente
e l'uno; onde
la metafisica contempla
l'ente, l'aritmetica l'uno
e la sua
moltiplicazione, la geometria
la figura e
le sue misure,
la meccanica il
moto dell'ambito, la
fisica il moto
del centro, la
medicina il corpo,
la logica la
ragione, la morale
la volontà. Ma
accade di questa
ana- tomia come di
quella del corpo
umano, circa la
quale i più
acuti fisiologi dubitano
se per effetto
della morte e
della stessa dissezione
sia più possibile
indagare il vero
sito, struttura e
uso delle parti.
L'ente, l'unità, la
figura, il moto,
il corpo, l'intelletto,
la volontà sono
altro in Dio,
nel quale fanno
uno, altro nell'uomo
in cui restano
divisi : in
Dio vivono, nell'uomo
periscono. La percezione
chiara e distinta,
nonché prova di
forza, è prova
di debolezza dell'intendimento umano.
Le forme fisiche
appaiono evi- denti fintanto che
non si mettono
al paragone delle meta-
fisiche: il « cogito
ergo sum »
è certissimo, quando
l'uomo considera sé
stesso, creatura finita,
ma addentrandosi in
Dio, che è
l'unico e vero
ente, egli conosce
veramente non essere:
con l'estensione e
le sue tre
misure crediamo di
stabilire verità eterne,
ma nel fatto
« ccelum ipsum
peti- mus stillatici
», perché le
eterne verità sono
solamente in Dio:
eterno ci sembra
l'assioma che il
tutto è maggiore
della parte, ma,
risalendo ai principi,
si scorge che
è falso e
si vede che
tanta virtù di
estensione è nel
punto del cerchio
quanto in tutta
la circonferenza. Perciò
(conclude il Vico)
« in metafisica
colui avrà profittato
che nella me-
ditazione di questa scienza
avrà sé stesso
perduto ». Giudicare
(come pur talora
è stato fatto)
che in queste
proposizioni il Vico
sia nient'altro che un platonico
o un seguace
della tradizionale filosofia
cristiana, e negare
per conseguenza qualsiasi
importanza alla sua
prima gnoseo- logia, significherebbe attenersi
a quell'erroneo modo
di cri- tica e
di storia filosofica
il quale, guardando
alle conclusioni generali
di un sistema,
ne trascura il
contenuto particolare, che solo
gli dà la
vera fisonomia. S'intende
bene che ogni
filosofo è sempre,
nelle sue conclusioni
finali, o agnostico
o mistico o
materialista o spiritualista, e
via dicendo ;
ossia rientra in
qualcuna delle perpetue
categorie nelle quali
si aggira il
pensiero e la
ricerca filosofica. Ma
presentare in questo
modo unilaterale i
filosofi giova soltanto
a favorire il
pregiudizio che la
storia del pensiero
ripeta di continuo,
sterilmente, sé medesima,
passando da un
errore ad un
altro e abbandonando
l'errore vecchio per
il nuovo, che
poi sarebbe anch'esso
un vecchio rifatto
o ritinto giovane.
Il platonismo, agnosticismo
o misticismo del
Vico è som-
mamente originale perché tutto
contesto di dottrine
che non solo
non sono inferiori
al livello della
filosofia contem- poranea, ma
lo sorpassano d'assai.
La prima di
queste dottrine è
la teoria del
conoscere come conversione
del vero col
fatto, sostituita al
tau- tologico criterio della
percezione chiara e
distinta. Quan- tunque per
il Vico quella
conversione rappresenti un
ideale inconseguibile dall'
uomo, non pertanto
con essa viene
esattamente determinata la
condizione e la
natura della conoscenza,
l'identità del pensiero
e dell'essere, senza
la quale il
conoscere è inconcepibile. La
seconda è la
svelata natura delle
matematiche, singolari per
la loro origine
tra le altre
conoscenze umane, rigorose
perché arbitrarie, ammirevoli
ma inette a
dominare e a
trasformare il restante
sapere umano. La
terza dottrina, finalmente,
è la riven-
dicazione del mondo dell'intuizione, dell'esperienza, della
probabilità, dell'autorità, di
quelle forme tutte
che l'intellettualismo ignorava
o negava. In
questi punti l'agnostico,
il platonico, il
mistico Vico non
era né agno-
stico né mistico né
platonico, e compieva
un triplice pro-
gresso sopra Cartesio, che,
sotto tutti e
tre questi aspetti,
veniva da lui
definitivamente criticato. Dove,
invece, Cartesio sopravanzava
ancora il Vico
era, per l'appunto, in
quel dornmatismo di
cui il Vico
non voleva a
niun conto sapere.
Riuscisse o no,
Cartesio ten- tava una
scienza umana perfetta,
dedotta dall'interna co-
scienza; e il Vico,
giudicando troppo superbo
il filosofo francese
e disperando del
tentativo, asseriva invece
la trascendenza della
verità, si appoggiava
alla rivelazione e si restringeva
a dare una
metafisica « humana
imbecillitale dignam». La
sua era una
gnoseologia dell'umiltà, come
quella di Cartesio
della superbia. Ora,
il Vico non
poteva progredire anche
per questo verso
se non ismettendo
almeno una parte
della sua umiltà
e acquistando qualcosa
della superbia di
Cartesio; introducendo nel
suo spirito cattolico
un po' del
lievito di quello
spirito protestante che
gli sem- brava cosi
pericoloso; provandosi a*
concepire una filosofia
alquanto meno degna
dell'umana debolezza e
tanto più degna
dell'uomo, che è
debole e forte
insieme, è uomo
ed è Dio.
E questo progresso
è manifesto nella
forma succes- siva del
suo pensiero. II
La seconda forma
della gnoseologia vichiana
L la. volontà
di credere, fortissima
nel Vico, e
la com- pleta dedizione del
suo animo al
cattolicismo del suo
tempo e del
suo paese, lo
legavano saldamente alla
gnoseologia e metafisica
platonico-cristiana; la quale,
per questi osta-
coli psicologici, non poteva
sviluppare nella mente
"di lui le
contradizioni di cui
era pregna. L'idea
di Dio lo
domava e lo
sorreggeva insieme; ed
egli non aveva
l'audacia né sentiva
il bisogno d'investigare
a fondo quale
valore sia da
attribuire alla rivelazione,
o se sia
concepibile un Dio
fuori del mondo,
o come l'uomo
possa affermare Dio
senza in qualche
modo dimostrarlo e
perciò crearlo lui.
Per far si
che il Vico aprisse e
in parte percorresse
una nuova via,
la quale avrebbe
condotto lo spirito
umano al supera-
mento della concezione platonico-cristiana, era
indispensa- bile che la
Provvidenza (per servirci
fin da ora
di un con-
cetto vichiano, che verrà
illustrato più oltre)
adoperasse verso di
lui un inganno,
e con lungo
e tortuoso giro
lo menasse all'imboccatura della
nuova via, non
lasciandogli sospettare dove
questa avrebbe messo
capo. Gli scritti,
nei quali il
Vico espose la
sua prima gno- seologia,
il De
ratione studiorum, il De antiquissìma
ita- lorum sapientia,
e le polemiche
relative, appartengono al quadriennio 1708-1712.
Nel decennio che
segui, il Vico
fu tratto a
darsi sempre più
alle ricerche sulla
storia del di-
ritto e della civiltà.
Lesse Grozio per
prepararsi a scri-
vere la vita di
Antonio Carafa, e
s'ingolfò nei dibattiti
sul diritto naturale;
intensificò gli studi
sul diritto romano
e sulla scienza
del diritto in
genere, per rendersi
degno di una
cattedra di giurisprudenza nella
università napole- tana; ripensò
alle origini delle
lingue, delle religioni,
degli Stati, poco
soddisfatto delle tesi
storiche da lui
sostenute nel De
antiquissima, e forse
anche intimamente scosso
da qualche critica
che coglieva giusto,
fattagli da un
recen- sente del Giornale
dei letterati', l'insegnare
rettorica, che era
il suo mestiere,
gli porgeva continua
occasione a me-
ditare sulla natura e la storia
della poesia e
delle forme del
linguaggio. Cosicché, se
non è esatto
dire che il
Vico fu condotto
al suo nuovo
orientamento, culminante nella
seconda' Scienza nuova,
mercé un processo
non filosofico ma
filologico (essendo chiaro
che un orientamento
filosofico non può
nascere se non
da un processo
egualmente filoso- fico), è
indubitabile che il
materiale e lo
stimolo pel suo
nuovo pensiero gli
furono offerti dagli
studi filologici. Attraverso
i quali egli
ebbe -a fare un'esperienza
so- lenne: cioè, che
quella materia di
studio non poteva
es- sere e non
era elaborata dal
suo pensiero senza
l'ajuto di certi
principi necessari, che
gli si ripresentavano in
ogni parte della
storia da lui
presa a meditare.
Un tempo gli
era sembrato che
le scienze morali,
ragguagliate al me-
todo matematico,
occupassero, quanto a
sicurezza, l'in- fimo posto.
Ora, nella quotidiana
familiarità con quelle
scienze, gli si
veniva scoprendo il
contrario: niente di
più sicuro del
fondamento delle scienze
morali. E quella
loro sicurezza non
era la semplice
evidenza cartesiana", nella
quale l'oggetto, per
intrinseco che si
dica, rimane estrinseco;
ma era una
sicurezza davvero intrinseca, intrinsecamente ottenuta.
Nel ripiegarsi con la mente
sui fatti della
storia, il Vico
sentiva di appropriarsi
meglio qual- cosa che
già gli apparteneva,
di rientrare in
possesso di propri
beni. Egli ricostruiva
la storia dell'uomo;
e che cosa
era la storia
dell'uomo se non
un prodotto dell'uomo
stesso? Chi fa
la storia se
non la fa
l'uomo, con le
sue idee, i
suoi sentimenti, le
sue passioni, la
sua volontà, la
sua azione? E lo spirito
umano, che fa
la storia, non
è quello stesso
che si adopera
a pensarla e
a conoscerla? La
verità dei principi
generatori della storia
nasce, dunque, non
dalla forza dell'idea
chiara e distinta,
ma dalla connessione
in- X dissolubile
del soggetto con
l'oggetto della conoscenza.
Il che importava
che la scoperta
che il Vico
ora com- piva, la
verità che egli
ora riconosceva alle
scienze mo- rali, era
la visione di
un nuovo nesso
del principio gno-
seologico già da lai
formolato nel periodo
precedente della sua
speculazione, ossia del
criterio della verità
riposto nella conversione
del vero col
fatto. La ragione
da lui addotta,
per la quale
l'uomo può avere
perfetta scienza del
mondo umano, è
per l'appunto che
il mondo umano
l'ha fatto l'uo-
mo stesso; e «
ove avvenga che
chi fa le
cose esso stesso
le narri, ivi
non può essere
più certa l'istoria
». Con questo
riattacco alla precedente
teoria l'afferma- zione circa
la possibilità delle
scienze morali non
prese, soggettivamente, nello
spirito del Vico
l'importanza e non
portò le conseguenze
di una rivoluzione,
che gli sconvol-
gesse da cima a
fondo l'assetto delle
sue idee e
lo costrin- gesse a
procurarne uno affatto
nuovo. Quell'affermazione parve
a lui, da
una parte, una
conferma della sua
vecchia dottrina, un
esempio aggiunto agli
altri che aveva
già recati di
scienza perfetta (scienza
divina dell'universo e
scienza umana del
mondo matematico); e
dall'altra, un'estensione del
campo conoscitivo, i
cui limiti (perché
certi limiti sus-
sistevano sempre) aveva tracciati
dapprima in modo
troppo stretto. Prima, aveva
circoscritto una breve
sfera luminosa in
mezzo a un
vasto campo buio
o fiocamente illuminato;
ora, la sfera
luminosa si ampliava
di un tanto,
e di al-
trettanto scemava la zona
tenebrosa. Ampliamento che
non lo gettava
punto in conflitto
con le sue
convinzioni reli- giose, e,
anzi, sembrava favorirle
ed esserne favorito.
La religione non
insegna forse la
libertà, responsabilità* e
consapevolezza che l'uomo
ha dei propri
atti e fatti?
Il Vico non
senti dunque il
bisogno di scrivere
un nuovo libro
metafisico, perché gli
sembrò che bastasse
aggiun- gere una postilla
al già scritto
e ritoccare alquanto
le sue precedenti
affermazioni. La sua
nuova gnoseologia, tenendo
fermo il criterio
generale della verità
contrapposto al cri-
terio cartesiano — e
cioè, che solo
chi fa le
cose le cono-
sce, — divideva le
cose tutte nel
mondo della natura
e nel mondo
umano; e osservando
che il mondo
della na- tura è
stato fatto da
Dio e perciò
Dio solo ne
ha la scienza,
restringeva l'agnosticismo solamente
al mondo fisico,
e di- chiarava, per
contrario, che del
mondo umano, come
fatto dall'uomo, l'uomo
ha la scienza.
Elevava cosi le
conoscenze, dapprima meramente
indiziarie e proba-
bili, circa le cose
dell'uomo al grado
di scienza perfet-
ta; ed esprimeva maraviglia
che i filosofi
si studino con
tanto impegno di
conseguire la scienza
del mondo natu-
rale, chiuso all'uomo, e
trascurino il mondo
umano o ci-
vile o delle nazioni
(come anche lo
chiamava), del quale
è possibile conseguire
scienza. Di questo
erramento tro- vava la
cagione nella facilità
che la mente
umana, immersa e
seppellita nel corpo,
prova a sentire
le cose del
corpo, e nello
sforzo e fatica
che le costa
d'intendere sé mede-
sima: come l'occhio corporale
vede tutti gli oggetti fuori
di sé e,
per vedere sé
stesso, ha bisogno
dello specchio. In
ogni altra parte,
le sue idee
restavano immutate. Di
là dal mondo
umano, il mondo
soprannaturale, inaccessibile all'uomo,
e il mondo
naturale, che era
in certo senso
anch'esso soprannaturale; di
là dalla scienza
perfetta che l'uomo
può avere di
sé stesso, la
metafisica platonico-cri- stiana, adatta alla
debolezza, che continuava
pur sempre ad
affliggere l'uomo. Le
discipline naturali venivano
con- siderate sempre come
semiscienze; le matematiche
come una formazione
astratta, validissima nell'astratto, priva
di forza innanzi
al reale. Il
sillogismo di Aristotele,
il sorite degli
stoici, il metodo
geometrico dèi cartesiani
erano per- seguitati dallo stesso
odio di prima,
e con lo stesso amore
celebrata l'induzione che il Verulamio,
« gran filosofo
in- sieme e politico
», commendava e
illustrava nel suo
Or- gano, e che
gl'inglesi adoperavano con
gran frutto della
sperimentale filosofia. Un
ravvedimento circa l'applicabilità del
metodo geo- metrico potrebbe sembrare
la frequente asserzione
del Vico che
la scienza delle
cose umane sia
da lui costruita
con uno «
stretto metodo geometrico
». Ma, anche
a lasciar andare
che la struttura
della Scienza nuova
è proprio l'op-
posto di quella geometrica,
è un fatto
che, nel tempo
stesso e negli
stessi libri, "egli
non cessa di
mettere in guardia
contro l'uso del
metodo matematico nelle
cose fisiche e
morali, il quale
« ove non sono figure
di linee o
di numeri o
non porta necessità,
spesso invece di
dimostrare il vero
può dare apparenza
di dimostrazione al
falso » ; onde il
preteso ravvedimento sarebbe
una palmare contradizione, se
non gli si
potesse dare un
significato che ristabilisce
interamente la coerenza
nelle idee del
Vico. Un signifi-
cato assai sémplice, perché,
riconosciuta ormai alle
scienze morali non
meno che alla
geometria la potenza
di con- vertire il
vero col fatto,
esse potevano e
dovevano svolgersi con
metodo analogo a
quello sintetico della
geometria, () con
cui da vero
si passa a
immediato vero, e
seguire il *
mondo umano dai
suoi inizi ideali
nei suoi progressi
fino alla sua perfezione,
sicché lo studioso
non doveva sperare
di poter intendere
le loro dottrine
per salti, ma
doveva percorrerle per
gradi da capo
a piedi, senza
recalcitrare alle conclusioni
inaspettate che ne
uscissero, come non
si recalcitra a
quelle della geometria,
e attendendo sol-
tanto a esaminare la
saldezza del nesso
tra premesse e
conseguenze. Era, dunque,
codesto un metodo
chiamato geometrico per
analogia o per
sineddoche, ma in effetti
intrinsecamente speculativo, da non confondere
con l'ap- plicazione della matematica
alle cose morali,
quale ne ave-
vano dati esempì i
cartesiani e lo
Spinoza. Né si
può concedere senza
riserve il giudizio
di alcuni interpetri
: che il
Vico in realtà,
con l'ammettere una
scienza dell'uomo da
investigarsi nelle modificazioni
stesse della mente
umana, si ravvicinasse
e facesse seguace
di Cartesio; al
qual uopo si
suole addurre anche l'altra
di- chiarazione di lui,
che, per pensare
la sua Scienza
nuova, convenisse «
ridursi a uno
stato di somma
ignoranza, come né
filosofi né filologi
né libro alcuno
fossero mai stati
al mondo ».
Certamente, il Vico
con la nuova
forma della sua
gnoseologia entra anche
lui nel soggettivismo
della filo- sofia moderna
inaugurato da Cartesio
(anzi, vi era
già entrato, in
certo modo, con
la sua dottrina
attivistica della verità
come rifacimento del
fatto); e, in
questo si- gnificato del
tutto generico può
dirsi, anche lui,
carte- siano. Pure, se
a Cartesio rimane
ancora inferiore, per-
ché il suo soggettivismo
è principio non
della scienza tutta
ma di quella
sola del mondo
umano, per un
altro verso si
pone di sopra
al filosofo francese,
in quanto, per
lui, la ve-
rità meditata nel mondo
umano non è
statica ma dina-
mica, non è trovata
ma prodotta, è
scienza e non
coscienza. Per quel
che concerne poi
l'esortazione a far
conto come se
non vi fossero
mai stati libri
al mondo né
pla- citi di filosofi
e di filologi,
essa non importa
altro se non
che bisogni spogliarsi di
ogni pregiudizio, di
ogni comune in-
vecchiata anticipazione, di ogni
corpulenza proveniente da
fantasia o da
memoria, per ridursi
« in istato
di puro in-
tendimento, informe di ogni
forma particolare »,
com'è indispensabile per la scoperta
e l'apprendimento di
ogni nuova verità
; e tanto
poco qui l'esortazione
ha il significato
cartesiano e malebranchiano di un rifiuto
della erudizione e
dell'autorità, che, per
non dir altro,
nel medesimo luogo
al quale di
sopra si è
alluso, si trova
avvertito che la
Scienza nuova «
suppone una grande
e varia cosi
dot- trina come erudizione
», dalle quali
prende le verità
come già conosciute
per valersene da
termini per fare
le sue proposizioni. Nella
nuova sua gnoseologia
il Vico, insomma,
diventa non già
più cartesiano ma
sempre più vicinano,
sempre più lui.
Cartesio non pare
gli servisse neppure
come tra- mite attraverso cui
giungere alla persuasione
della possi- bilità di
costruire con la
mente la scienza
della mente. Il
tramite vero fu
il criterio stesso
vichiano della verità,
messo a contatto
con le osservazioni
che l'autore venne
facendo nel corso
dei suoi studi
storici. Che se
si voles- sero cercare
precedenti, nella storia
della filosofia, alla
seconda forma della
gnoseologia del Vico,
bisognerebbe, circa la
divisione dei due
mondi di realtà e
delle due sfere
di conoscenza, e
circa la preferenza
manifestata per le
in- dagini morali rispetto
alle naturali, correre
col pensiero alla
posizione assunta da
Socrate verso i
fisiologi del suo
tempo, al sentimento
di religioso mistero
onde il filosofo
attico arretrava innanzi
al mondo della
natura e si
ri- volgeva a indagare
la conformazione dell'animo
umano. E, circa
la maggiore trasparenza
delle scienze morali
in quanto concernono
cose che l'uomo
stesso ha prodotto,
si potrebbe richiamare
la partizione aristotelica
delle scienze in
fisi- che, che considerano il
movimento estrinseco all'uomo, e
in pratiche e
poietiche, che considerano
le cose prodotte
dall'uomo. La distinzione
era passata nella
filosofia delle scuole;
e Tommaso d'Aquino
parla della natura
come « ordo
qnem ratio considerai
sed non facit
», e del
mondo dell'attività umana
come « ordo
quem ratio considerando
facit ». Ma
queste riferenze non
sono indicate dal
Vico, il quale
pure assai si
compiaceva nel fare
omaggio dei propri
pensieri agli antichi
filosofi ; e, ammesso
anche che avessero
qualche efficacia sopra
di lui, è
certo che tra
esse e la
dottrina vichiana sulla
conoscibilità del mondo
umano corre distanza
non minore che
tra la proposizione
dell'on- niscienza di Dio
creatore e il
principio gnoseologico che
egli seppe ricavarne.
Di questo principio,
la dottrina vichiana
sulle scienze morali
è né più
né meno che
la prima legittima
appli- cazione; e inesattamente
il suo autore
(come di solito,
poi, gl'interpetri) ebbe
a presentarla quale
semplice esten- sione delle
applicazioni già date,
un secondo caso
aggiunto a quello
già contemplato delle
scienze matematiche. Nel
caso delle scienze
matematiche, il principio
della conversione del
vero col fatto
veniva applicato solo
in apparenza. Originale
e vero, quel
principio; originale e
vera la teoria
delle matematiche; del
tutto artificiale e
falsa la connessione
delle due verità.
Mancava (se non
c'inganniamo) un effettivo
rapporto tra il
concetto di Dio
che crea il
mondo, e, perché
lo crea, lo
conosce; e quello
di colui che
costruisce arbitrariamente un
mondo di astra-
zioni e, nel fare
ciò, non conosce
nulla o conosce
soltanto (quando non
è più geometra
o aritmetico ma
filosofo, quando scrive
non gli Elementi
di Euclide ma
le pagine di
gnoseologia del De
antiquissima) che egli
procede arbi- trariamente. Se le
discipline matematiche foggiano
i con- cetti a
libito, se producono
finzioni e non
verità, esse, a
dir vero, non
sono scienze né
conoscenze di sorta,
e non c'è possibilità
di porle a
riscontro con la
scienza divina, che
è scienza della
reale realtà. Nelle
matematiche (diceva il
Vico) « l'uomo,
contenendo dentro di sé un
immagi- nato mondo di
linee e di
numeri, opera talmente
in quello con
l'astrazione, come Dio
nell'universo con la
realtà ». Il
riscontro può riuscire
brillante, ma risplende,
forse, di luce
piuttosto metaforica che
logica. Nelle scienze
morali, invece, il
riscontro è tanto
logico, che deve
dirsi senz'altro coincidenza.
Il sapere umano
è, qualitativamente, il
medesimo del divino,
e al pari
del pensiero divino
conosce il mondo
umano ; sebbene,
quan- titativamente più ristretto,
non si estenda,
come quello, al
mondo della natura.
Nel campo umano,
non più espe-
dienti di debolezza, non
più finzioni, non
più falsificazioni :
qui si è
nella maggiore concretezza
del conoscere. L'uomo
crea il mondo
umano, lo crea
trasformandosi nelle cose
civili; e, col
pensarlo, ricrea la
sua creazione, ripercorre
vie già percorse,
la rifa idealmente
e perciò conosce
con vera e
piena scienza. Questo
è davvero un
mondo, e l'uomo
è per davvero
il Dio di
questo mondo. Ci
sembra, dunque, incontrastabile che
solamente l'ap- plicazione del verum- factum, quale
si effettua nella
Scienza nuova, risponda
al criterio stabilito;
e che l'altra
che ne era
stata anteriormente tentata
per le matematiche,
im- portante per altri
rispetti e validissima
a liberare gli
spi- riti dal pregiudizio
matematico, non si
possa considerare vera
e propria applicazione.
E, forse, il
Vico ebbe talvolta
qualche sentore della
differenza tra le
due applicazioni, la
propria e la
metaforica, che per
solito confuse come
iden- tiche. La scienza
del mondo umano
(egli dice) «
procede appunto come
la geometria che,
mentre sopra i suoi ele-
menti il costruisce o
'1 contempla, essa
stessa si faccia
il mondo delle
grandezze; ma con
tanto più di
realità quanta più
ne hanno gli
ordini d' intorno alle
faccende degli uomini, che
non ne hanno
punti, linee, superficie
o figure ».
E un altro
indizio della coscienza
che si ac-
cendeva a tratti in
lui di avere
per la prima
volta, nella dottrina
circa il mondo
umano, ritrovata una
conoscenza vera e
propria (non una
mera finzione di
conoscenza), po- trebbe vedersi nell'uso
assai più convinto,
più caldo ed
entusiastico che egli
fa, in questo
caso, dell'epiteto «
di- vino » ;
ben diverso da
quello freddo, se
non propriamente ironico,
dell' « ad
Dei instar » nel De
antiquissima. Le prove
della Scienza nuova
(dice più d'una
volta, con rapi-
mento) « sono d'una
spezie divina, e
debbono, o leggitore,
arrecarti un di v in
piacere, perocché in
Dio il conoscere
e il fare
è una medesima
cosa! ». La
conversione del vero
col fatto nelle
scienze morali non*
poteva non ripercuotersi
nella trattazione del
certo ossia (secondo
uno dei parecchi significati,
e forse il
prin- cipale, che il
Vico attribuisce a
questa parola) delle
co- gnizioni storiche (del
peculiare, certuni, contrapposto
al commune o
veruni); il che
forma l'altro tratto
importante della seconda
gnoseologia vichiana. Nella
prima gnoseo- logia, quelle
cognizioni erano legittimate
e protette, come
si è visto,
col parificarle a
ogni altra sorta
di conoscenze tutte
egualmente deboli o
egualmente forti, perché
tutte fondate sulla
probabilità e sull'autorità, sia
dell'individuo (autopsia) sia
del genere umano.
Ma, redenta dall'autorità
e dalla probabilità
la conoscenza dello
spirito umano e
delle sue leggi,
le cognizioni storiche,
quantunque di loro
natura fondate sempre
in qualche modo
sull'autorità, venivano ri-
schiarate di nuova luce.
Il certo doveva
entrare in un
nuovo rapporto, perché
aveva ormai di
fronte non un
altro certo, ossia
una semplice conoscenza
probabile circa lo
spirito umano, ma
un vero, una
conoscenza filosofica. Questo
rapporto è chiamato
altresì dal Vico
il rapporto di
filosofia e filologia,
la prima delle
quali versa circa
II. SECONDA FORMA
DELLA GNOSEOLOGIA 31 « necessaria
naturai » e
contempla la ragione
onde viene la
scienza del vero,
la seconda circa
« piatita fiumani
ar- bitrii » e
osserva l'autorità onde
viene la coscienza
del certo. L'una
considera l'universale, l'altra
l'individuale, l'una (avrebbe
detto il Leibniz)
le « vérités
de raison »,
l'altra le «
vérités de fait
». Distinzione che
non è mantenuta
dapper- tutto, presso il
Vico, nella medesima
nettezza ; tanto
che a volte
l'autorità contrapposta alla
ragione diventa, secondo
lui, parte della
ragione stessa, o
si confonde con
la cono- scenza dell'arbitrio umano,
contrapposta a quella
della vo- lontà razionale; ma
di cui è
per altro chiarissimo
il senso generale.
E per «
filologia » il
Vico non intende
solamente lo studio
delle parole e
della loro storia,
ma, poiché alle
parole sono annesse
le idee delle
cose, anzitutto la
storia delle cose;
onde i filologi
debbono trattare di
guerre, paci, alleanze,
viaggi, commerci, di
costumi, leggi e
monete, di geografia
e di cronologia,
e di ogni
altra cosa che
si attenga alla
vita dell'uomo nel
mondo. La filologia
in- somma (nel significato
vichiano, che è poi il
significato esatto) abbraccia
non solamente la
storia delle lingue
o delle letterature,
ma quella altresì
delle idee e
dei fatti, della
filosofia e della
politica. Certamente, la
filologia, le verità
di fatto, il
certo non sempre
erano stati brutalmente
maltrattati come dai
car- tesiani. Il Grozio
aveva dato esempio
di vastissima erudi-
zione storica, messa a
servigio delle sue
dottrine sul diritto
naturale. Il Gravina,
contemporaneo e connazionale
del Vico, richiedeva
come necessarie al
giurisperito non solo
la « ratiocinandi
ars », ma
la « latince
linguai peritia »
e la «
notitia temporum ».
E il Leibniz,
or ora ricordato,
rias- seriva l'importanza dell'erudizione contro
i cartesiani e
padroneggiava da gran
signore i più
svariati aneddoti sto-
rici, che profondeva a
piene mani nei
suoi libri. Ma
il Vico notava
che filosofia e
filologia rimanevano tuttavia,
ai suoi tempi,
estranee l'una all'altra,
come erano state
quasi del tutto
presso i greci
e i romani:
i tanti luoghi
di storici, oratori,
filosofi e poeti,
che il Grozio
accumulava, costitui- vano un
puro ornamento ;
e il medesimo
il Vico avrebbe
giu- dicato forse (se
ne avesse avuto
conoscenza e ce
ne avesse comunicato
il suo giudizio)
del largo uso
che il Leibniz
faceva della storia.
Leggendo i libri
dei filologi, egli
pro- vava un tal
senso di vuoto
e di fastidio
per l'affastellamento inintelligente delle
notizie storiche, che
era tratto quasi
a dare ragione
(e dovè darla
per qualche tempo
incondiziona- tamente) a Cartesio
e al Malebranche
nel loro odio
contro l'erudizione. Senonché
(pensò dipoi), quei
due filosofi, in
cambio di sprezzare
l'erudizione, avrebbero dovuto
piut- tosto indagare se
non fosse stato
possibile richiamare la fi- lologia ai
principi della filosofia;
e i filologi,
da parte loro,
invece di arrecare
i fatti a
pompa di erudizione,
debbono in- dustriarsi di
elaborarli a fini
di scienza. La
filologia è da
ridurre a scienza:
ceco il pensiero
del Vico circa
i rapporti del
certo col vero,
della filologia con la filosofia.
Che cosa vuol
dire ridurre la
filologia, o la
storia, che è
lo stesso, a
scienza o a
filosofia? A rigore,
la riduzione non
è possibile, non
perché si tratti
di cose eterogenee,
ma anzi perché
quelle sono omogenee
: la storia
è già in-
trinsecamente filosofia; non è
possibile proferire la
più pic- cola proposizione storica
senza plasmarla col
pensiero, cioè, con
la filosofia. Ma
poiché questo presupposto
filosofico della filologia
allora non era
avvertito (come non
fu molto spesso
neppure nei tempi
seguenti), e facilmente
veniva negato; poiché
i più, come
sappiamo, o concepivano
un'a- ristocratica filosofia geometrica,
disdegnosa e aborrente
dal profanum vulgus
dei casi storici,
ovvero (come fa-
ceva prima il Vico
stesso) una filosofia
e una storia
egual- mente poco rigorose
e meramente opinabili;
il Vico, mu-
tato il suo punto
di vista filosofico,
raggiunta la coscienza del
metodo speculativo nella
scienza dell'uomo, inteso
più profondamente lo
spirito umano, doveva
scorgere quanto ci
fosse da riformare
nella storiografia corrente,
sentire il bisogno
di una più
perfetta filologia come
conseguenza della sua
più perfetta filosofia,
e in termini
gnoseologici esprimerlo con
quella formola del
richiamare alla filosofia
la filologia, «
ut hcec posterior,
ut par est,
prioris sit con-
sequentìa ». Doveva,
in altre parole,
togliere la storia
dalla sua condizione
d'inferiorità, dalla servitù
al capriccio, alla
vanità, al moralismo,
alla precettistica o
ad altri fini
estrin- seci, e riconoscerle
il fine proprio
e intrinseco di
neces- sario complemento del
vero universale. In
pari tempo, la
filosofia si sarebbe
riempita di storia,
affiatata con la
storia; e da
questo affiatamento avrebbe
acquistato maggiore lar-
ghezza e un senso
più vivo della
realtà concreta da
spie- gare. Tale, senza
dubbio, è uno
dei significati che
ha la formola
vichiana del congiungimento di
filosofia e filologia
e della riduzione
della filologia a
scienza. Ma non
meno è fuori
dubbio che, nel
pronunziare quella formola,
il Vico voleva
qualcosa di più
e, di solito,
inten- deva qualcosa d'altro.
Questo qualcos'altro può,
nel modo più
diretto, essere chiarito
dall'appello che egli
fa al Ba-
cone e al suo
« metodo di filosofare più
accertato »: metodo
espresso nel titolo
del libro baconiano:
Cogitata et visa,
e che il
Vico si proponeva
di « trasportare
dalle naturali alle
umane cose civili».
Esigeva, insomma, la
costruzione di una
storia tipica delle
società umane (cogitare),
da riscontrare poi
nei fatti (videre),
accertando coi fatti
la costruzione ideale
e avverando con
la costruzione ideale
i fatti, confermando
la ragione con
l'autorità e l'autorità
con la ragione;
di una scienza
che fosse insieme
filosofia del- l'umanità e
storia universale delle
nazioni. Ora questa
co- struzione che egli
esigeva, questo qualcosa
di mezzo tra
il cogitare e
il videre, tra
il pensiero e
l'esperienza, questo B.
Croce, La filosofìa
di Giambattista Vico.
3 34 FILOSOFIA
DEL VICO misto
dei due processi,
è intrinsecamente diverso
dalla unita, di
filosofia e filologia
in quanto interpetrazione filosofica
dei dati di
fatto. Questa interpetrazione è
la storia vivente
; l'altra non
è né filosofia
né storia, ma
una scienza em-
pirica dell'uomo e delle
società, materiata di
schemi che non
sono le extratemporali categorie
filosofiche e nep-
pure gì' individuali fatti
storici (benché senza
categorie fi- losofiche e
senza fatti storici
non potrebbero mai
costruirsi) : una
scienza empirica, e
perciò né esatta
né vera, ma
so- lamente approssimativa e probabile, e
soggetta a verifica-
zione e rettificazione da
parte cosi della
filosofia come della
storia. Sarebbe impossibile
determinare quale di
codesti due significati
della filologia ridotta
a storia sia
quello proprio del
Vico, perché nel
suo pensiero si
trovano tutti e due ;
o quale prevalga,
perché effettivamente prevale
ora l'uno ora
l'altro, quantunque il
secondo, quello empirico,
sia più di
frequente formolato. Anzi
si potrebbe dire che,
quando Vico intitolava
Scienza nuova la
sua opera, il
princi- pale dei significati
che dava a
questo titolo «
invidioso », si
riferiva appunto a
quella scienza empirica:
alla scienza cioè
che fosse insieme
filosofia e storia
dell'umanità, alla storia
ideale delle leggi
eterne sopra le
quali corrono i
fatti di tutte
le nazioni nei
loro sorgimenti, progressi,
stati, decadenze e
fini. Il Vico,
in realtà, non
unificò mai (e
non poteva) i
due diversi significati,
e ne serbò
la duplicità, la
quale, appunto perché
non era distinta
chiaramente, pren- deva apparenza d'identità.
Di qui la
parziale giustifica- zione di
entrambe le tendenze
che si sono
manifestate tra gl'interpetri, dei
quali alcuni vogliono
che il Vico
profes- sasse e adoperasse
il metodo speculativo,
altri che il
suo metodo fosse,
nell'idea e nell'attuazione, empirico,
indut- tivo e psicologico
; gli uni
che egli mirasse
a dare un
si- stema di
filosofia dell'umanità, gli
altri che si
proponesse una sociologia
o una demopsicologia. Unilaterali
en- trambi, ma i
secondi più dei
primi, perché se
in verità nel
Vico c'è del
Bacone e c'è
del Platone, dell'empirista e
del filosofo, quando
poi si colga
il carattere del
suo ingegno, quando
si penetri nell'intimo
del suo spirito,
e si partecipi
ai suoi dissidi
e al suo
magnanimo sforzo, si
deve riconoscere che
il Vico, checché
volesse e credesse,
era della stoffa
di un Platone
e non di
un Bacone; — che il
Bacone stesso del
quale egli parla
è mezzo immaginato
da lui, è
un Bacone alquanto
platonizzato ; —
e che la
Scienza nuova gli
pareva, in fondo,
cosi nuova non
perché fosse un'empìrica
costruzione baconiana (nel
quale caso niente
di più vecchio,
bastando ricordare la
Politica di Aristotele
e i Discorsi
del Machiavelli), ma
perché era tutta
pregna di una
nuova filosofia, la
quale, infatti, irrompe
da ogni parte,
attraverso tutta la
sua empiria. Ili
La struttura interna
della scienza nuova
JUa poca chiarezza
circa il rapporto
di filosofia e
filo- logia, l'
indistinzione dei due
modi affatto diversi
di con- cepire la
riduzione della filologia
a scienza, sono
conse- guenza e cagione
insieme dell'oscurità che
regna nella «
Scienza nuova » .
Col quale nome
intendiamo tutto quel
complesso di ricerche
e dottrine che
il Vico venne
met- tendo fuori dal
1720 al 1730,
anzi al 1744,
e che, elaborato
precipuamente nelle tre
opere del De
uno universi iuris
principio et fine
uno e della
prima e seconda
Scienza nuova, ha
nella redazione definitiva
di quest'ultima la sua forma
più sviluppata e
matura, alla quale
principalmente giova riferirsi.
La Scienza nuova,
in modo conforme
al vario signifi-
cato dei termini e
del rapporto tra
filosofia e filologia,
con- sta di tre
ordini di ricerche:
filosofiche, storiche ed
em- piriche; e contiene
tutt' insieme una filosofia
dello spi- rito, una
storia (o gruppo
di storie), e
una scienza sociale.
Alla prima appartengono
le idee, enunciate
in alcuni assiomi
o dignità e
sparse altresì nel
corso dell'opera, sulla
fantasia, sull'universale fantastico,
sull'intelletto e l'universale
logico, sul mito,
sulla religione, sul
giudizio morale, sulla
forza e il
diritto, sul certo
e il vero,
sulle 88
FILOSOFIA DEL VICO
passioni, sulla provvidenza,
e tutte le
altre determinazioni concernenti
il corso o
sviluppo necessario della
mente ossia dello
spirito umano. Alla
seconda, ossia alla
storia, l'ab- bozzo di
una storia universale
delle razze primitive
dopo il diluvio
e dell'origine delle
varie civiltà; la
caratteristica della società
barbarica o eroica
antica in Grecia
e special- mente in
Roma sotto l'aspetto
della religione, del
costume, del diritto,
del linguaggio, della
costituzione politica; l'in-
dagine sulla poesia primitiva,
che si esemplifica
poi più lar-
gamente con la determinazione della
genesi e del
carattere dei poemi
omerici ; la
storia delle lotte
sociali tra patriziato
e plebe e
dell'origine della democrazia,
studiata anch'essa principalmente in
Roma ; la
caratteristica della barbarie
ri- corsa, ossia del
medioevo, anch'esso studiato
in tutti gli
aspetti della vita
e raffrontato con
le società barbariche
pri- mitive. Finalmente, alla
scienza empirica si
richiama il tentativo
di stabilire un
corso uniforme nelle
nazioni, con- cernente la
successione cosi delle
forme politiche come
delle altre e
correlative manifestazioni teoretiche
e pratiche della
vita, e i
tanti tipi che il Vico
viene delineando del
patri- ziato, della plebe,
del feudalesimo, della
patria potestà e
della famiglia, del
diritto simbolico, del
linguaggio meta- forico, della
scrittura geroglifica, e
via discorrendo. Ora
se questi tre
ordini di ricerche
e dottrine fossero
stati logicamente distinti
nella niente del
Vico e solo
let- terariamente mescolati e
compressi in un
medesimo libro, questo
sarebbe potuto riuscire
disordinato, sproporzionato, disarmonico,
e perciò faticoso
a chi si
faccia a leggerlo,
ma non veramente
oscuro. Né, del
resto, in linea
di fatto, può
dirsi che la
Scienza nuova, almeno
la seconda ossia
l'esposizione definitiva che
il Vico offri
del suo pensiero,
difetti di un
disegno generale, abbastanza
ben concepito. L'opera
è divisa in
cinque libri, il
primo dei quali
dovrebbe raccogliere i
principi generali, cioè
la filosofia; il
secondo, oltre un
breve cenno sulla
storia universale antichis-
sima, descrivere la vita
delle società barbariche,
e ad esso
formare appendice il
terzo sulla discoverta
del vero Omero,
e cioè sul
più cospicuo esempio
della poesia barbarica;
il quarto, delineare
la scienza empirica
del corso che
fanno le nazioni
; e il
quinto esemplificare il
ricorso col caso
par- ticolare del medioevo.
E tuttavia, a
dispetto di questa
bella architettura, la seconda Scienza
nuova, com'è la più ricca
e compiuta, cosi
è la più
oscura tra le
opere del Vico.
Se, d'altra parte,
il Vico, pur
avendo ben chiare
in mente le
sue idee, adoperasse
una terminologia insueta
o una forma
troppo concisa di
esposizione e troppo
piena di allusioni
e d'inespressi presupposti,
sarebbe senza dubbio
uno scrit- tore difficile, ma,
neppure in questa
ipotesi, oscuro. La
quale ipotesi neanche
risponde alla realtà,
giacché il Vico
è assai parco
di termini scolastici
e predilige le
espressioni vive e
popolari; è scrittore
robusto ma non
laconico, e spesso
si compiace di
ripetere le sue
idee ferman dovisi sopra
a più riprese
e con molta
insistenza; emette in
tavola tutte le
sue carte, cioè
tutto il materiale
erudito dal quale
gli sono state
suggerite le dottrine.
Né, infine, si
è detto molto
quando si è
detto che al
Vico mancava piena
co- scienza delle sue
scoperte; perché questa
coscienza manca più
o meno in
tutti i pensatori
e in nessuno
può essere mai
piena. L'oscurità, la
vera oscurità, quella
che si avverte
nel Vico, e
che a volte
avvertiva egli stesso
senza riu- scir mai
a trovarne la
causa, non è
superficiale e non
na- sce da cagioni
estrinseche o accidentali,
ma consiste vera-
mente in oscurità d'idee,
nella deficiente intelligenza
di certi nessi
e nella sostituzione
con nessi fallaci,
nell'ele- mento arbitrario che
perciò s' introduce nel
pensiero, o, per
dirla nel modo
più semplice, in
veri e propri
errori. Si potrebbe
riscrivere la Scienza
nuova rifacendone l'ordine
e mutandone o
schiarendone la terminologia
(chi scrive" ha fatto
per suo conto
questa prova), e
l'oscurità persiste- rebbe, anzi
si accrescerebbe, perché
in siffatta traduzione
l'opera, perdendo la
forma originale, perderebbe
altresì quella torbida
ma possente efficacia
che può tenere
luogo talvolta della
chiarezza e che,
dove non illumina,
scuote lo spirito
del lettore e
propaga l'onda del
pensiero quasi per
vibrazioni simpatetiche. Che
cagione dell'oscurità, ossia
dell'errore o degli
er- rori del Vico,
sia l' indistinzione o
confusione già notata
nella sua gnoseologia
circa il rapporto
tra filosofìa, storia
e scienza empirica,
e sussistente non
meno nel suo
effettivo pensiero intorno
ai problemi dello' spirito e
della storia uma-
na, risulta dall'osservare come
filosofia, storia e
scienza empirica si
convertano a volta
a volta presso
di lui l'una
nell'altra e, danneggiandosi a
vicenda, producano quelle
perplessità, equivoci, esagerazioni
e temerità, che
sogliono turbare il
lettore della Scienza
nuova. La filosofia
dello spi- rito si
atteggia ora come
scienza empirica ora
come storia; la
scienza empirica ora
come filosofia ora
come storia ;
e la proposizione
storica acquista l'universalità del
principio filosofico o
la generalità dello
schema empirico. Per
esem- pio, la filosofia
dell'umanità assume di
determinare le for-
me, categorie o momenti
ideali dello spirito
nella loro suc-
cessione necessaria, e bene
merita per tal
rispetto il titolo
o la definizione
di storia ideale
eterna sulla quale
cor- rono nel tempo
le storie particolari,
non potendosi conce-
pire nessun frammento, per
piccolo che sia,
di storia reale,
dove non operi
quella storia ideale.
Ma poiché storia
ideale è anche
pel Vico la
determinazione empirica dell'ordine
in cui si
succedono le forme
delle civiltà, degli
stati, dei lin-
guaggi, degli stili, delle
poesie, accade che
egli concepisca la
serie empirica come
identica alla serie
ideale e fornita
delle virtù di
questa; onde la
pronunzia tale che
debba sempre esattamente
riscontrarsi nei fatti,
« fosse anco
che nell'eternità nascessero di
tempo in tempo
mondi infiniti *;
il che è
apertamente falso, non
essendovi alcuna ragione
che si ripetano
in perpetuo (col
« dovette, deve e dovrà
») le empiriche
aristocrazie di Grecia
o di Roma,
e le civiltà
sorgano o decadano
per l'appunto come
sorsero o decad-
dero quelle antiche. E nel medesimo
atto di questo
assolu- tizzamento del
corso empirico, il
corso ideale si
vela di un'ombra
empirica, perché, reso
identico all'altro, riceve
il carattere empirico
dell'altro, e si
temporalizza, da eterno
ed extratemporale che
era nella concezione
iniziale. Si dica
il medesimo delle
singole forme dello
spirito, le quali,
come ideali ed
extratemporali, sono tutte
e sempre in
ogni sin- golo fatto;
ma il Vico,
confondendole coi fatti
reali e con-
creti che la scienza
empirica fissa nei
suoi schemi, viene,
subito dopo averle
proposte, ad abbuiarle
nella loro ideale
forma e distinzione.
È vero che
il momento della
forza non e
quello della giustizia;
ma il tipo
empirico della società
barbarica fondata sulla
forza, appunto perché
è una determinazione rappresentativa e
approssimativa, e si
rife- risce a uno
stato di cose
concreto e totale,
non contiene solamente
forza, si anche
giustizia; e quando
quel momento ideale
e quel tipo
sono scambiati fra
loro e presi
come iden- tici, da
una parte il
concetto filosofico della
forza s'intor- bida di
quello di giustizia
e, facendosi ibrido
e contradit- torio
e incoerente, si
sforma, dall'altra il
tipo empirico della
società barbarica viene
esagerato e di
troppo irrigi- dito. La
confusione dell'elemento filosofico
e dell'empirico si può dire
manifesta nella «
dignità » che
definisce la na-
tura delle cose: «
Natura di cose
altro non è
che na- scimento di
esse in certi
tempi e con
certe guise, le
quali sempre che
sono tali, indi
tali e non
altre nascono lo
cose»; dove appaiono
messi insieme le
guise e i
tempi, la genesi
ideale e la
genesi empirica. Similmente,
è veris- simo che
la storia debba
procedere d'accordo con
la filosofìa, e
che quello che
è filosoficamente ripugnante
non possa essere
giammai storicamente accaduto
; ma, poiché
per il Vico
la filosofia è
indistinta dalla scienza
empirica, egli, dove
il documento gli
manca e perciò
nessuna filosofia è
applicabile, si sente
tuttavia sicuro della
verità, e, riempiendo
il vuoto con
la congettura che
gli fornisce lo
schema della scienza
empirica, s'illude di
aver fatto ri-
corso a « prove
metafisiche ». 0 anche,
trovandosi innanzi a
fatti dubbi, anziché
attendere che la
scoperta ài altri
do- cumenti dissipi le
dubbiezze, risolve il
dubbio col prenderli,
come egli dice,
« in conformità
delle leggi »,
cioè sem- pre dello
schema empirico; il
che, in via
d'ipotesi, è cer-
tamente lecito. Ma queir
ipotesi è, invece,
pel Vico, una
« verità meditata
in idea »,
sicché il riscontro
coi fatti, che
egli pure raccomanda
per conferma, dovrebbe
essere su- perfluo; o,
se i fatti
nel riscontro risultassero
contrari, il torto
dovrebbe essere dei
fatti, cioè dell'apparenza, non
mai dell'ipotesi, affermata
come verità indubbia
perché filoso- fica. Di
qui la tendenza,
che è nel
Vico, a fare,
come si dice,
violenza ai fatti.
Bastino questi esempì
a indicare il
vizio intimo di
strut- tura che è
nella Scienza nuova,
e a" porre
uno dei capi-
saldi della nostra esposizione
e della nostra
critica del pensiero
vichiano, nel corso
delle quali molti
altri esempì ci
si faranno spontaneamente innanzi
e anche i
già dati sa-
ranno meglio schiariti. Ma
un altro caposaldo
che bisogna bene
stabilire è che
quel vizio è il vizio
di un organismo
sommamente robusto, e
che gli ordini
di ricerche che
ven- gono dal Vico
confusi sono costituiti
da effettive ricerche
di straordinaria novità,
verità e importanza.
E, insomma, il
vizio medesimo che s'incontra di
frequente presso gl'in-
gegni assai originali e
inventivi, i quali
di rado portano
a perfezione nei
particolari le loro
scoperte; laddove gl'in-
gegni meno inventivi sogliono
essere più. esatti
e conseguenti. Profondità
e acume non
sempre vanno insieme
e con pari
vigore; e il
Vico, quantunque non
fosse molto acuto,
era sempre molto
profondo. Luce e
tenebre, verità ed
errore che si
alternano e in-
crociano quasi a ogni
punto della Scienza
nuova, sono di-
versamente appresi secondo le
diverse anime dei
lettori e critici;
anzi, in casi
eminenti com'è questo
del Vico, si
possono scorgere in
modo più netto
tali diversità. Vi
sono anime restie
e diffidenti, pronte
a notare ogni
più piccola contradizione, inesorabili
nell'esigere le prove
di ogni affer-
mazione, vigorose nel maneggiare
le tenaglie dei
dilemmi che stritolano
senza pietà un
povero grand'uomo. Per
co- storo l'opera del
Vico (e molte
altre della stessa
qualità) è un
libro chiuso; e,
tutt'al più, offrirà
loro l'argomento per
una di quelle
cosi dette «
demolizioni », che
essi compiono con
grande facilità e
gusto, sebbene con
scarso successo, perché
l'uomo da essi
ucciso, dopo morto,
suole restare più
vivo di prima.
Ma vi sono
altre anime, che
alla prima parola
che vada diritta
al loro cuore,
al primo raggio
di verità che
lampeggi ai loro
occhi, si aprono
tutte con desiderio,
si abbandonano con
fiducia, s'inebriano d'entusiasmo,
non vogliono sapere
di difetti, non
scorgono difficoltà, o
le difficoltà appianano
subito e i
difetti giusti- ficano nel
modo più semplice,
e, quando per
caso scri- vono, le
loro scritture si
configurano come «
apologie ». E
per costoro è
da temere che
la Scienza nuova
sia un libro
troppo aperto. Certamente,
se fra questi
due atteg- giamenti opposti non
ce ne fosse
un terzo, se
bisognasse risolversi di
necessità per l'uno
o per l'altro,
sarebbe da preferire
il peccato del
troppo vivo amore
a quello della
gelida indifferenza, la
troppa fede, che
pur lascia cogliere
qualche aspetto del
vero, alla nessuna
fede che non
ne lascia vedere
alcuno. Ma un
terzo atteggiamento è
possi- bile, ed è
doveroso pel critico:
quello di non
perdere mai di vista
la luce, ma
di non dimenticare
le oscurità; di
giungere allo spirito
passando oltre la
lettera, ma di
non trascurare la
lettera, anzi di
ritornarvi di continuo,
pro- curando di mantenersi
interpetre libero ma
non fantasioso, amante
fervido ma non
cieco. I due
capisaldi stabiliti, il
vizio e la
virtù che si
sono riconosciuti propri
della mente del
Vico, la sua
geniale confusione o
la sua genialità
confusionaria, impongono perciò come
generale canone ermeneutico
di andare separando
per via d'analisi
la schietta filosofia
che è in
lui dall'empiria e
dalla storia con
le quali è
commista e quasi
incorporata (e altresì
queste da quella),
e di notare
via via gli
effetti e le
cause della commistione.
Le scorie non
possono essere considerate
inesistenti, congiunte come
sono all'oro nello
stato di natura,
ma non debbono
impedire di riconoscere
e purificare l'oro;
o, fuori di
metafora, la storia
dev'essere storia senza
dubbio, ma tale
non è se
non è intelligente. IV
La forma fantastica
del conoscere (La
poesia e il
linguaggio) D. "elle
forme dello spirito
il Vico studiò,
nella Scienza nuova,
principalmente, e si
potrebbe dire esclusivamente, quelle
inferiori o individualizzanti, che
egli designava tutt'
insieme col nome
di « certo
»: — nello
spirito teore- tico la
fantasia, nello spirito
pratico la forza
o arbitrio, e
nella scienza empirica
corrispondente alla filosofia
dello spirito, la
civiltà barbarica o
sapienza poetica, la
cui in- vestigazione costituisce (come
egli stesso dice)
« quasi tutto
il corpo dell'opera
». Perché e
come egli prendesse
cosi forte interesse
a co- deste forme
inferiori e alle
società primitive e
storie bar- bariche che
le rappresentavano, è
anche qui, nell'aspetto
estrinseco, spiegato dagli
studi che il Vico ebbe
a condurre sul
diritto romano e
sui tropi e
le figure rettoriche,
dalla tradizione umanistica
ancora viva in
Italia, dal culto
allora rinvigorito per
le scienze archeologiche, dalla
cu- riosità che spingeva
a indagare l'antichissima civiltà
ita- liana, e via
enumerando. Ma altri
non pochi, nel
suo tempo e
nel suo stesso
paese, trattarono le
medesime ma- terie senza
punto acquistare la
predilezione e la
pene- trazione del
fantastico, dell'ingenuo, del
violento: cose delle quali
lo stesso Vico
possedeva la predilezione,
ma non ancora
la penetrazione, quando
compose il De
anti- quissima. Sicché
la ragione piena
di queir interessamento si
vede quando si
consideri l'origine del
Vico filosofo e
si tenga presente
il carattere della
sua mente, antitetica
allo spirito cartesiano.
Il cartesianismo, tatto
rivolto alle for-
me universalizzanti e astrattive,
trascurava le individua-
lizzanti; e tanto più
il Vico doveva
essere attirato da
esse come da
un mistero. Il
cartesianismo rifuggiva con
orrore dalla selva
selvaggia della storia;
e il Vico
s'internava bramoso in
quella parte appunto
della storia, nella
quale, per cosi
dire, è più
forte il sentore
della storicità: nella
storia che è
più lontana e
diversa dalla psicologia
delle età colte.
Il cartesianismo generalizzava
questa psicologia a
tutti i tempi
e a tutti
i popoli, e
il Vico era
portato a in-
dagare nelle loro profonde
differenze e opposizioni
i modi di
sentire e di
pensare delle varie
età. Lo sforzo
grande che bisognava
fare, e che
egli stesso fece,
per riprendere, attraverso
l'intellettualismo moderno, la
coscienza della psicologia
primitiva, è espresso
dal Vico, dove
parla delle «
aspre difficultà »,
che gli era
costata « la
ricerca di ben
venti anni »,
per « discendere
da queste nostre
umane nature ingentilite
a quelle affatto
fiere ed immani,
le quali ci
è affatto negato
d'imaginare e sola-
mente a gran pena
ci è permesso
d'intendere »; o,
poco diversamente, quando
insiste sull'impossibilità —
ora che le
menti umane sono
troppo ritirate dai
sensi perfino presso
il volgo, adusate
ai tanti vocaboli
astratti, assotti- gliate con
l'arte dello scrivere,
quasi spiritualizzate dalla
pratica dei numeri
— di entrare
nella vasta immagina-
tiva dei primi uomini,
« le menti
dei quali di
nulla erano astratte,
di nulla assottigliate, di
nulla spiritua- lizzate, anzi
tutte profondate nei
sensi, tutte rintuzzate
dalle passioni, tutte
seppellite nei corpi
», e di formare
l'idea, per es.,
della « natura
simpatetica ». E
quello sforzo, doloroso
ma trionfante, che
aveva dovuto compiere,
era un'altra delle
ragioni per le
quali egli sentiva
come « nuo-
va » la sua
Scienza. Di questa
infatti, ossia della
ricerca sulla forma
ideale e sull'epoca
storica del certo,
mancò (egli dice)
tutta la greca
filosofìa. Platone l'aveva
tentata invano nel
Cratilo, perché gli
era rimasta ignota
la lingua dei
primi legislatori, dei
poeti eroi, tratto
in inganno dalle
forinole emendate e
ammodernate che le
leggi erano venute
rivestendo via via
in Atene. In
un errore analogo
erano caduti tra
i moderni Giulio
Cesare Scaligero, Francesco
Sanchez e Gaspare
Schopp, che presero
a spiegare le
lin- gue coi principi
della logica, e
della logica aristotelica,
sorta tanti secoli
dopo le lingue.
E il Grozio,
il Selden, il
Pufendorf e gli
altri scrittori del
diritto naturale medita-
rono anch'essi sulla natura
umana ingentilita dalla
religione e dalle
leggi, sicché ritrassero
il corso storico
cominciando dalla metà
in giù; ossia
si fermarono sull'intelletto e
igno- rarono la fantasia,
sulla volontà moralmente
disciplinata e trascurarono
la selvaggia passione.
Egli stesso, il
Vico, se col
prendere a indagare
l'antichissima sapienza italiana
aveva dato segno
del suo interessamento per
quel proble- ma, si
era, per altro,
sviato nella ricerca,
seguendo le orme
dell'autore del Cratilo.
Sotto l'aspetto filosofico,
la Scienza nuova,
per questa preponderanza
che vi ha
l'indagine delle forme
individua- lizzanti e in
ispecie della fantasia
(la dottrina dei
primi popoli come
poeti e del
loro pensare per
caratteri poetici è,
dice il Vico,
« la chiave
maestra » dell'opera),
si po- trebbe non
troppo paradossalmente definire
una filosofia dello
spirito con particolare
riguardo alla filosofia
della fantasia, cioè
all'Estetica. L' Estetica è da considerare
veramente una scoperta
del Vico: sia
pure con le
riserve onde s'intendono
sempre circondate tutte le
determinazioni di scoperte
e di scopri-
tori, e quantunque egli
non la trattasse
in un libro
speciale, né le
desse il nome
fortunato col quale
doveva battezzarla, qualche
decennio più tardi,
il Baumgarten. Del
resto, giova notare
che nella terminologia
della Scienza nuova
s'in- contra un nome
simile ad alcuno
degli equivalenti che
il Baumgarten passava
in rassegna per
l'Estetica: quello di
Logica poetica. Ma,
in fondo, il
nome importa poco,
e assai importa
la cosa; e
la cosa è
che il Vico
espose una idea
della poesia, che
era a quei
tempi, e doveva
rimanere per un
pezzo ancora, un'ardita
e rivoluzionaria novità.
Per- sisteva allora la
vecchia idea praticistica
o pedagogica, che
dalla tarda antichità,
attraverso il Medioevo,
si era tra-
piantata e radicata nel
Rinascimento, della poesia
come ingegnoso rivestimento
popolare di sublimi
concetti filoso- fici e
teologici; e, accanto
a questa, sebbene
in grado mi-
nore, l'altra che la
considerava come prodotto
o strumento di
svago e di
voluttà. Queste concezioni
avevano alterato perfino
il senso originale
del trattato aristotelico
della Poe- tica, nel
quale venivano introdotte
e poi lette
come se effet-
tivamente Aristotele le avesse
pensate e scritte.
Né il carte-
sianismo le rettificò, ma
piuttosto (com'era da
aspettare, data la
sua generale tendenza)
attenuò e annullò
l'oggetto me- desimo di
quelle definizioni, come
cosa di nessuno
o di tra-
scurabile valore. In un
tempo in cui
si cercava di
ridurre a forma
matematica la metafisica
e l'etica, in
cui si di-
spregiava l'intuizione del concreto,
si escogitavano una
letteratura e una
poesia atte a
diffondere la scienza
nel volgo o
nel bel mondo,
s'iniziavano tentativi per
foggiare lingue artificiali
logiche più perfette
di quelle storiche
e viventi, e
perfino si teneva
possibile di stabilire
regole per comporre
arie musicali senza
essere musicisti e
poemi senza essere
poeti; — in
codesto ambiente distratto,
gelido, ne- mico, beffardo, solo
un miracolo sembra
potesse risvegliare IV.
LA POESIA E
IL LINGUAGGIO 49
una diversa e
opposta coscienza, una
coscienza calda e
veemente di quel
che sia veramente
la poesia e
della sua originale
funzione; e questo
miracolo fa compiuto
dallo spirito tormentato,
agitato e scrutatore
di Giambattista Vico.
Il quale criticò
tutt' insieme le tre
dottrine della poesia,
come esornatrice e
mediatrice di verità
intellettuali, come cosa
di mero diletto,
e come esercitazione
ingegnosa di cui
si possa senza
danno far di
meno. La poesia
non è sapienza
riposta, non presuppone
la logica intellettuale, non
contiene filosofemi: i
filosofi, che ritrovano
que- ste cose nella
poesia, ve le
hanno ficcato dentro
essi stessi, senza
avvedersene. La poesia
non è nata
per capriccio di
piacere, ma per
necessità di natura.
La poesia tanto
poco è superflua
ed eliminabile che,
senza di essa,
non sorge il
pensiero: è la
prima operazione della
mente umana. L'uomo,
prima di essere
in grado di
formare uni- versali, forma fantasmi;
prima di riflettere
con mente pura,
avverte con animo
perturbato e commosso;
prima di arti-
colare, canta; prima di
parlare in prosa,
parla in versi;
prima di adoperare
termini tecnici, metaforeggia,
e il suo
parlare per metafore
è tanto proprio
quanto quello che si dice
« proprio ».
La poesia, non
che essere una
maniera di divulgare
la metafisica, è
distinta e opposta
alla meta- fìsica: l'una
purga la mentp
dai sensi, l'altra
ve la im-
merge e rovescia dentro;
l'una è tanto
più perfetta quanto
più s'innalza agli
universali, l'altra quanto
più si appro-
pria ai particolari; l'una
infievolisce la fantasia,
l'altra la richiede
robusta; quella ci
ammonisce di non
fare dello spi-
rito corpo, questa si
diletta di dare
corpo allo spirito;
le sentenze poetiche
sono composte di
sensi e passioni,
quelle filosofiche di
riflessioni, che, usate
nella poesia, la
rendono falsa e
fredda: non mai,
in tutta la
distesa dei tempi,
uno stesso uomo
fu insieme grande
metafisico e grande
poeta. Poeti e
filosofi possono dirsi
gli uni il
senso, gli altri
l'intelletto dell'umanità; e
in tale significato
è da ritenere
vero il detto
delle scuole che
« niente è
nell'intelletto che prima
non sia nel
senso ». Senza
il senso, non
si dà intelletto;
senza poesia, non
si dà filosofia
né civiltà alcuna.
Quasi più miracoloso
di questa concezione
della poesia è
che il Vico
intravedesse la qualità
genuina del linguag-
gio: problema non meglio
risoluto e assai
meno agitato e
investigato dalla filosofia
antica e nuova,
fino a quel
tempo. Il linguaggio
si soleva, a
volta a volta,
o confon- derlo con
la logicità o
abbassarlo a semplice
segno estrin- seco e
convenzionale o, per
disperazione, dichiararlo di
origine divina. Il
Vico intese che
l'origine divina era,
in questo caso,
un rifugio da
pigri, e che
il linguaggio non
è né logicità
né arbitrio, e,
al pari della
poesia, non è
pro- dotto né di
sapienza riposta né
di placito o
convenzione. Il linguaggio
sorge naturalmente: nella
prima forma di
esso, gli uomini
si spiegarono «
con atti muti
», ossia per
cenni, e «
con corpi aventi
naturali rapporti alle
idee che volevano
significare », ossia
per oggetti simbolici.
Ma, anche per
i linguaggi articolati
e per le
lingue volgari, «
con troppo di
buona fede »,
cioè con iscarso
accorgimento, è stato
ricevuto da tutti
i filologi che
essi significhino a
placito; laddove, per le anzidette
origini, dovettero signi-
ficare naturalmente, e ogni
parola volgare cominciare
cer- tamente da un
singolo individuo di
una nazione e
prove- nire dal linguaggio
primitivo per cenni
e per oggetti.
Nel latino, come
nelle altre lingue,
si osserva che
quasi tutte le
voci sono formate
per proprietà naturali
o per trasporti
; e il
maggior corpo delle
lingue tutte, presso
tutte le na-
zioni, è costituito dalla
metafora. La diversa
opinione de- riva dall'ignoranza dei
grammatici, i quali,
abbattutisi in gran
numero di vocaboli
che offrono idee
confuse e indi-
stinte, non sapendone le
origini onde furono
un tempo lumi-
nose e distinte, escogitarono,
per darsi pace,
la dottrina della convenzione,
e vi trassero
Aristotele e Galeno,
arman- doli contro Platone
e Giamblico. La
grave difficoltà, che
si suole mettere
innanzi contro l'origine
naturale del lin-
guaggio e in favore
della convenzione, la
diversità delle lingue
volgari secondo i
popoli, si scioglie
col considerare che
i popoli, per
la diversità dei
climi, temperamenti e
costumi, guardarono le
medesime utilità o
necessità della vita
sotto aspetti diversi,
e perciò produssero
lingue di- verse; com'è
comprovato altresì dai
proverbi, che sono
massime di vita
umana sostanzialmente identiche,
eppure spiegate in
tanti diversi modi
quante sono state
e sono le
nazioni. Singolarmente importante
è poi l'insistenza
onde il Vico
professa di avere
ritrovato le vere
origini delle lingue
« nei principi
della poesia ■»:
con che viene,
per una parte,
riasserita l'origine spontanea
e fantastica del
linguag- gio, e dall'altra,
se non per
esplicito, certo per
implicito, si tende
a sopprimere la
dualità di poesia
e linguaggio. Nei
quali principi della
poesia il Vico
ritrova non so-
lamente l'origine delle lingue,
ma anche quella
delle let- tere o
scritture, dichiarando errore
di grammatici la
separazione fatta tra
le due origini,
che sono congiunte
per natura e
che come tutt'una
cosa si presentano
nella lingua primitiva
mutola, per cenni
-e per oggetti.
La sapienza ri-
posta e la convenzione
non hanno luogo
neppure qui: i
ge- roglifici non furono
un ritrovato di
filosofi per nascondervi
dentro i misteri
delle loro grandi
idee, ma comuni
e naturali necessità
di tutti i
primi popoli ;
e solamente le
scritture al- fabetiche nacquero tra
i popoli già
inciviliti per effetto
di libera convenzione.
In altri termini,
il Vico viene
a di- stinguere, sia pure
in modo confuso,
nelle cosi dette scrit- ture quella
parte che è
propriamente scrittura e
perciò convenzione, dall'altra
che è invece
diretta espressione, e
perciò linguaggio, favola,
poesia, pittura. Caratteristica di
queste scritture espressive
o linguaggi è
l'inseparabilità 52 FILOSOFIA
DEL VICO del
contenuto dalla forma;
la loro ragione
poetica è tutta
qui: che la
favola e l'espressione
siano una cosa
stessa, cioè una
metafora comune ai
poeti e ai
pittori, sicché un mutolo senza
espressione verbale possa
dipingerla. Il Vico
arreca in esempio
di esse alcuni
aneddoti tradizionali, come
le cinque «
parole reali »
(la ranocchia, il
topo, l'uccello, il
dente d'aratro e
l'arco da saettare),
che Idantura, re
degli Sciti, mandò
in risposta a
Dario che gli
aveva inti- mato guerra;
e l'apologo degli
alti papaveri che
re Tar- quinio
svolse innanzi agli
occhi dell'ambasciatore di suo tìglio
Sesto circa il
modo di domare
Gabì: — procedi-
menti espressivi non diversi
da costumanze che
si osser- vano ancora
presso popolazioni selvagge
e presso i
volghi; — e
poi, altresì, le
imprese, le bandiere,
gli emblemi delle
medaglie e monete.
Una frivola favoletta,
che rimpiccio- lisce e
calunnia l'ufficio vero
delle imprese, narra
come esse venissero
inventate nei tornei
di Germania, qual
co- stume di galanteria,
dai garzoni che
gareggiavano per me-
ritare l'amore delle nobili
donzelle. Ma le
imprese, nel Medioevo,
furono cosa seria,
come a dire
la scrittura ge-
roglifica di quell'età: un
parlare muto, che
suppliva la povertà
dei parlari convenuti
o delle scritture
alfabetiche; e solamente
più tardi, nei
tempi colti, diventarono
gioco e diletto,
si convertirono in
imprese galanti ed
erudite, le quali
bisogna animare coi
motti, perché, ora,
hanno signi- ficazioni solamente analoghe,
laddove quelle primitive
e naturali erano
mutole e tuttavia
parlavano senza bisogno
d'interpetri. In questa
schietta naturalità perdurano
nei tempi colti
alcune di tali
forme espressive; per
es., le inse-
gne o bandiere, che
sono una certa
lingua armata, con
la quale le
nazioni, come prive
di favella, si
fanno inten- dere tra
loro nei maggiori
affari del diritto
naturale delle genti,
nelle guerre, alleanze
e commerci. Cosi,
al lume del
concetto estetico pensato
dal Vico, poesia,
parole, metafore, scritture,
simboli figurati, tutto
si rischiara di
lampi e dà
guizzi di vita:
cose grandi e
cose piccole, l'epos
e l'araldica. La
dottrina delle forme
fantastiche riceve un
avviamento nuovo affatto
nella storia delle
idee ; perché
se il Vico
si oppone coi
suoi concetti alle
scuole del suo
tempo e specie
alla cartesiana, nem-
meno poi annoda e
ripiglia altra scuola
o tradizione più
o meno remota.
Egli stesso sente
la propria opposizione
come diretta non
contro una scuola
particolare, ma contro
tutte quelle che,
nei secoli, avevano
formolato dottrine sull'ar-
gomento. Circa la poesia
dice che egli
« rovescia »
tutto ciò che
se ne era
pensato da Platone
e poi da
Aristotele via via
fino ai recenti
Patrizzi, Scaligero e
Castel vetro, i
quali si perderono
in inezie tali
« che fa
vergogna fin ri-
ferirle » (il Patrizzi
faceva nascere la
poesia dai canti
degli uccelli e
dal sibilo dei
venti!). Circa le
lingue, il suo
inten- dimento non era
rimasto soddisfatto né
da Platone né
dai moderni Wolfango
Lazio, Scaligero e
Sanchez. Circa le
let- tere, rifiutata l'origine
divina che era
sostenuta dal Mal-
linkrot e da
Ingevaldo Elingio, o
(che valeva il
medesimo) interpetratala a
suo modo, dà
saggio per iscandalo
delle vane opinioni,
incerte, leggiere, sconce,
boriose e ridevoli,
che le facevano
provenire dai Goti
e per essi
da Adamo e
dalla personale comunicazione
di Dio, o più direttamente
dal paradiso terrestre,
o da un
gotico Mercurio inventore.
Circa le imprese,
infine, osserva che
i tanti che
ne ave- vano composto
trattati, non ne
avevano inteso nulla,
e, solo per
caso e indovinando,
lasciavano trapelare un
seniore della verità
col chiamarle «
eroiche ». In
realtà, sarebbe diffi-
cile assegnare veri e
propri precedenti ai
concetti estetici vichiani,
e tutt'al più
si potrebbero ritrovarne
vaghe sug- gestioni in
certe sparse sentenze
che egli raccoglie;
qual- che stimolo più
prossimo nelle dispute
secentesche sulle differenze
tra intelletto e
ingegno, ragione e
immaginativa, 54 FILOSOFIA
DEL VICO dialettica
e rettorica1; e
qualche riscontro di
particolari estrinseci, come
nei ravvicinamenti fatti
da qualche retore
di quel tempo
(il Tesauro) delle
arguzie rettoriche parlate
con le arguzie
figurate. Senonché quei
concetti, nati da
cosi possente getto
di originalità, non
appena dai loro
lineamenti generali si
passi alle determinazioni particolari,
dall'idea o ispirazione
ori- ginaria agli svolgimenti
effettivi, si vedono
come turbarsi, ondeggiare,
barcollare. Lasciamo da
parte le varie
succes- sive opinioni che
il Vico tenne,
e che si
legano al processo
storico del suo
spirito, sulla poesia,
sulla lingua o
sulla me- tafora, —
dalle orazioni accademiche
e poi dal
De ratione e
dal De antiquissima
al Diritto universale,
e ancora da
que- sto alla prima,
e dalla prima
alla seconda Scienza
nuova: — indagine
che potrebbe porgere
argomento a un'apposita
dis- sertazione e che
non entra nel
quadro della nostra
esposi- zione. Ma, anche
nella forma ultima
del suo pensiero
este- tico, coesistono dottrine
contradittorie. Egli non
sta pago a dire, come
ha detto, che
la forma poetica
è la prima
opera- zione della mente,
che essa è
costituita da sensi
di passione, è
tutta fantastica, priva
di concetti e
di riflessioni; ma
ag- giungerà che la
poesia, diversamente dalla
storia, rappre- senta il
vero nella sua
idea ottima, e
compie perciò quella
giustizia e attribuisce
quel premio e
quella pena che
spetta a ciascuno
e che non
sempre si ottiene
nella storia, dominata
sovente dal capriccio,
dalla necessità e
dalla for- tuna. Dirà
ancora che la
poesia ha per
suo fine l'anima-
zione dell'inanimato,
essendo il più
sublime lavoro di
essa indirizzato a
dare vita e
senso alle cose
insensate. Dirà che
la poesia non
è altro che
imitazione, e che
i fan- ciulli, i
quali valgono assai
nell' imitare, sono poeti,
e che i
popoli primitivi, fanciulli
del genere umano,
furono in- 1
Si veda il
capo 3.o della
parte storica della
mia Estetica.] sieme sublimi
poeti. Dirà che la poesia
ha per propria
ma- teria l'impossibile credibile,
com'è impossibile che
i corpi siano
menti e pure
fu creduto che
il cielo tonante
fosse Giove, onde
i poeti non
si esercitarono in
altro mag- giormente che
nel cantare i
prodigi compiuti dalle
maghe per opera
d'incantesimi. Dirà che la poesia
è nata da
ino- pia, ossia che
è un effetto
d'infermità dello spirito;
per- ché l'uomo rozzo
e di debole
cervello, non potendo
sod- disfare il bisogno
che prova del
generale e dell'univer-
sale, foggia a sostituzione
i generi fantastici,
gli uni- versali o
caratteri poetici; e
che, per conseguenza,
il vero dei
poeti e il
vero dei filosofi
sono lo stesso,
questo astratto e
quello rivestito d'immagini,
questo una meta-
fisica ragionata e quello
una metafisica sentita
e immagi- nata, confacente all'intendimento popolaresco.
Parimente da inopia,
cioè dall'incapacità ad
articolare, sarebbe nato
il canto, e
perciò i muti
e gli scilinguati
escono in suoni
che sono canti;
e dall'incapacità a
significare le cose
in modo proprio,
le metafore. Dirà,
infine, che lo
scopo della poesia
è d'insegnare al
volgo l'operare virtuosa-
mente. — In questi
detti sono accennati
i più diversi
concetti sulla poesia,
alcuni conciliabili con
la dottrina fondamentale,
ma proposti senza
mediazione e perciò
ef- fettivamente non conciliati;
altri, affatto inconciliabili. Il
Vico potrebbe essere,
a volta a
volta, sul fondamento
di singoli testi,
presentato come sostenitore
dell'estetica mo- ralistica, pedagogica, astratta
e tipeggiante, mitologica,
animistica, e via
discorrendo. E se
non ricasca nelle
vec- chie teorie che
egli aborriva, e
se non si
dissipa tra gli
er- rori nuovi che
precorreva, si deve
al fatto che
su tutte quelle
varietà e incoerenze
sormonta costante il
pensiero che la
poesia è la
prima forma della
mente, ante- riore all'
intelletto e libera
da riflessione e ra- ziocini.
56 FILOSOFIA DEL
VICO Come non
seppe, valendosi del
suo principio capitale,
sceverare e accorciare
gli altri che
circa la natura
della poesia esistevano
nella tradizione scientifica
o erano stati
da lui escogitati,
cosi non riusci
a liberarsi dalla
tirannia delle classificazioni empiriche,
vecchie e nuove.
In cambio, si
sforzò di filosofarle,
e tentò di
dedurre serialmente le
di- verse forme della
poesia, epica lirica
drammatica; del verso
e del metro,
spondaico giambico prosastico
; del parlare
figurato, metafora metonimia
sineddoche ironia; delle
parti del discorso,
onomatopee interiezioni pronomi
particelle nomi verbi,
modi e tempi
del verbo (al
qual proposito ri-
chiama perfino un caso
di afasia da
lui osservato in
Napoli in persona
di « un
uomo onesto tócco
da grave apoplessia,
il quale mentova
nomi e si
è dimenticato affatto
de' verbi »)
-r delle scritture,
geroglifiche simboliche alfabetiche;
delle lingue secondo
la loro crescente
complessità, che va
dalle parole monosillabiche alle
composte e dalla
prevalenza di vocali
e dittonghi alla
prevalenza delle consonanti.
In que- sti tentativi
disseminò dappertutto interpetrazioni nuove
e parzialmente vere
di fatti particolari;
ma non giunse,
e non poteva,
a sistemazione scientifica.
E neppure vide
chiaro nella relazione
della poesia con
le altre arti,
che talora unificò
con quella, come
quando considera intrinse-
camente identiche pittura e
poesia, e viene
notando ana- logie tra
la poesia e la pittura
del Medioevo; e,
tal'altra, stranamente separò,
come quando pretende
che la delica-
tezza delle arti sia
frutto delle filosofie
e che delicatissime
siano pittura, scultura,
fonderia e intaglio,
perché debbono astrarre
le superficie dai
corpi che imitano.
Queste incoerenze ed
errori, che abbiamo
passati in rapida
rassegna, se in
parte derivano da
scarsa capacità di
distinzione e di
elaborazione, per un'altra
e maggiore parte
si riportano più
direttamente al già
chiarito vizio fondamentale
che è nella
strattura della Scienza
nuova e qui,
propriamente, allo scambio
fatto dal Vico
tra il con-
cetto filosofico della forma
poetica dello spirito
e il concetto
empirico della forma
barbarica della civiltà,.
« Talché (egli
stesso dichiara) questa
prima età del
mondo si può
dire con verità
tutta occupata d'intorno
alla prima operazione
della mente ».
Ma la prima
età del mondo,
essendo costituita da
uomini in carne
ed ossa e
non da categorie
filosofiche, non potè
essere occupata intorno
a una sola
operazione della mente.
Quest'una poteva, come
si suol dire,
prevalere (e la
parola stessa scopre
il carat- tere quantitativo e
approssimativo del concetto);
ma tutte le
altre dovevano essere
in atto insieme
con lei, la
fantasia e l'intelletto,
la percezione e
l'astrazione, la volontà
e la moralità,
il cantare e
il numerare. A
siffatta evidenza il
Vico non poteva
sottrarsi, epperò in
quella fase di
civiltà introdusse non
solo il poeta,
ma anche il
teologo, il fisico,
l'astronomo, il pater familias , il
guerriero, il politico,
il le- gislatore ;
senonché le attività
di tutti costoro
volle consi- derare e
chiamare poetiche, con
metafora tratta dall'as-
serita prevalenza della
forma fantastica dello
spirito, e il
complesso di esse
sapienza poetica. Il
carattere meta- forico della
denominazione è accusato,
o balza agli
occhi, in alcuni
luoghi caratteristici; come
dove le «
arti », ossia
le arti meccaniche,
produttrici pratiche di
oggetti per gli
usi della vita,
sono definite «
poesie in certo
modo reali »,
e l'antico diritto
romano, per l'abbondanza
delle formolo e
cerimonie onde si
riveste, è detto
« poema drammatico
serio ». Ma
le metafore sono
pericolose, quando, come
nel caso della
Scienza nuova, trovano
terreno favorevole alla
loro conversione in
concetti; e, infatti,
l'età storica, bar-
barica, metaforeggiata come sapienza
poetica, non tardò
a trasformarsi, presso
il Vico, nell'età
ideale della poe-
sia, conferendo a quest'ultima
tutte le proprie
attribu- zioni. Colà erano
teologi, e la
poesia fu considerata
dal Vico come teologia,
sebbene fantastica; educatori,
e fu fatta
educatrice, sebbene di
volgo; sapienti di
cose fisiche, e
fu fatta sapienza,
sebbene di fisica
immaginaria. E poi-
ché quei barbari non
potevano non pensare
per concetti, rozzi
che questi fossero
e involti nelle
immagini, i fanta-
smi della poesia, individuati,
singolarizzati, le sentenze
di essa sempre
corpulente, si falsificarono
in universali fanta-
stici, che sarebbero qualcosa
di mezzo tra
l'intuizione, che è
individualizzante, e il
concetto, che universalizza
: la poe-
sia, che doveva rappresentare
il senso, lo
schietto senso, rap-
presentò invece il senso
già intellettualizzato, e il detto
che niente si
trova nell'intelletto che
non sia già
nel senso, acquistò
il significato che
l'intelletto è il
senso stesso, schiarito,
o il senso
l'intelletto stesso, confuso;
onde non si
ebbe più bisogno
dell'aggiunta cautela: «
nìsi intellectus ipse
•». Per converso,
la civiltà barbarica
divenne come una
mitologia o allegoria
della ideale età
poetica; e i
primi popoli furono
trasformati in moltitudini
di « sublimi
poeti » ;
come poeti furono
fatti (nella ontogenesi
corri- spondente a tale
filogenesi) perfino i
fanciulli. Il concetto
dell'universale fantastico come
anteriore all'universale ragionato
concentra in sé
la duplice contradizione
della dot- trina; perché
all'elemento fantastico dovrebbe
essere con- giunto in
quella formazione mentale
l'elemento dell'univer- salità, il
quale, per sé
preso, sarebbe poi
un vero e
proprio universale, ragionato
e non fantastico:
donde una petitio
principii, per la
quale la genesi
degli universali ragionati,
che dovrebbe essere
spiegata, viene presupposta.
E, d'altro canto,
se l'universale fantastico
s' interpetrasse come purifi-
cato dell'elemento
universale e logico,
cioè come mero
fanta- sma, la coerenza
si ristabilirebbe certamente
nella dottrina estetica
; ma la
sapienza poetica o
civiltà barbarica verrebbe
mutilata di una
parte essenziale del
suo organismo, perché
privata di ogni
sorta di concetti,
e, per dir
cosi, disossata. Per
risolvere la contradizione
conveniva dissociare poe-
sia e sapienza poetica;
del che, in
verità, s'incontra qual-
che accenno presso il
Vico. Egli confessa
talvolta, quasi involontariamente, la
non corrispondenza tra
la categoria filosofica
e il tipo
sociale, e per
quest'ultimo è costretto
a ricorrere ai
« press'a poco
», e ai
« più o
meno ». Gli
ac- cade di dire,
per es., che
gli uomini primitivi
erano « nulla
o assai poco
ragione e tutti
robustissima fantasia », « quasi
tutti corpo e
quasi niuna riflessione
» ; ovvero,
dopo avere distinte
con filosofiche pretese
tre lingue degli
dèi, degli eroi
e degli uomini,
osserverà che «
la lingua degli
dèi fu quasi
tutta muta e
pochissimo articolata; la
lingua degli eroi
mescolata egualmente di
articolata e di
muta; la lingua
degli uomini quasi
tutta articolata e
pochissimo muta ».
La favella poetica
(ammette ancora) sopravvive
alla sapienza poetica
e scorre per
lungo tratto dentro
il tempo istorico
o età civile,
come (dice con
magnifica immagine) «
i grandi rapidi
fiumi si spargono
molto den- tro il
mare e serbano
dolci l'acque portatevi
con la vio-
lenza del corso ».
Anche nei tempi
moderni non si
può dismettere il
parlare fantastico, e
« per ispiegare
i lavori della
mente pura ci han da
soccorrere i parlari
poetici per trasporti
de' sensi ».
La poesia non
sembra che sia
finita con la
fine della barbarie,
perché pur nei
tempi civili sorgono
poeti; e che
quelli della prima
epoca fos- sero fantastici per
natura, e i
nuovi tali si
facciano per arte
ed industria —
ossia, come il
Vico vuole, con
lo sforzarsi di
perdere memoria delle
parole proprie, di
pur- garsi delle filosofie,
di riempirsi la
mente di pregiudizi
fanciulleschi o volgari,
di rimettere la
mente in ceppi
co- stringendosi, tra l'altro,
all'uso della rima,
— queste restri-
zioni, del resto facilmente
confutabili, si affaticano
invano a sminuire
l'importanza del fatto
riconosciuto: che la
poesia è di tutti i
tempi, e non
di quello solo
barbarico; è una categoria
ideale e non un fatto
storico. Ma le
restri- zioni anzidette, come
la rarità e
la timidezza degli
accenni ricordati, provano
che il Vico
non era in
grado di eseguire
la dissociazione tra
poesia e sapienza
poetica, impeditone dall'
ibridismo del concetto
e del metodo
stesso della Scienza
nuova. Se, per
altro, l'idea della
poesia come pura
fantasia, nonostante tutte
le confusioni e
incoerenze nelle quali
si avvolge, non
fosse rimasta salda
nel fondo del
pensiero del Vico,
e non avesse
operato, per cosi
dire, nel sotto-
suolo della Scienza nuova,
non sarebbe agevole,
né forse possibile,
intendere la concezione
capitale che domina
la sua filosofia
dello spirito, e
che è strettamente
legata con quell'idea.
Diciamo, la concezione
dello spirito come
svi- luppo, o, per
adoperare la terminologia
propria del Vico,
come corso o
spiegamento: concezione la
quale, pur senza
espressa contrapposizione, superava
quella ordinaria, limitantesi
quasi esclusivamente a
enumerare e classificare
le facoltà dello
spirito. La dottrina
degli universali fanta-
stici come spontanee formazioni
mentali, universali rozzi
ma forniti di
un motivo di
vero, era certamente
bastevole come strumento
per debellare l'empirica
teoria che faceva
sorgere le civiltà
da un'alta e
ragionata saggezza ordina-
trice, opera personale di
Dio o di
uomini sapienti, sorti
non si sa
come e piovuti
non si sa
donde. Il Vico
poneva chiaro il
dilemma delle due
e non più
guise di spiegare
l'origine della civiltà:
o nella riflessione
di uomini sa-
pienti, ovvero in un
certo senso e
istinto umano di
uo- mini bestioni; e si risolveva
per la seconda
ipotesi, per i
« bestioni » che via
via si erano
fatti uomini ;
cioè per il
pensiero che si
evolve dall'universale fantastico
a quello ragionato,
per l'assetto sociale
che procede via
via dalla forza
all'equità. Ma era
quella concezione bastevole
per fon- dare la
storia ideale o
filosofia dello spirito?
Nella filosofia dello
spirito, essa si
sarebbe tradotta in
qualcosa di simile,
se non d'identico,
alla dottrina che,
per effetto del
cartesianismo e anche
di una certa
tal quale rinascita
che ebbe la
scolastica di Duns
Scotus, correva ai
tempi del Vico,
e secondo cui
la vita dello
spirito si esplicava
nei gradi successivi
del concetto oscuro,
confuso, chiaro e
distinto: il Leibniz,
com'è noto, fece
argomento di speciale
studio le percezioni
oscure e confuse,
le « petltes
perceptions ». Dottrina
nel suo intrinseco
intellettualistica, perché i
concetti, confusi e
oscuri che fossero,
erano pur sempre
concetti; e impotente
perciò a dare
ragione, nonché della
poesia, neppure delio
sviluppo spirituale, che
non può intendersi,
nella sua dialettica
quando sia costi-
tuito di differenze meramente
quantitative, le quali,
in realtà, non
sono differenze ma
identità e perciò
immobi- lità; e, infatti,
tutto quell'indirizzo fa,
insieme, antieste- tico e
statico, privo di una vera
dottrina della fantasia
e di una
vera dottrina dello
sviluppo. Il pensiero
del Vico ò,
invece, avverso all'intellettualismo, simpatico
alla fanta- sia, tutto
dinamico ed evolutivo;
lo spirito è,
per lui, un
eterno dramma; e,
poiché il dramma
vuole tesi e
antitesi, la sua
filosofia della mente
è impiantata sull'antinomia, cioè
sulla reale distinzione
e opposizione di
fantasia e pen-
siero, poesia e metafisica,
forza ed equità,
passione e mo-
ralità, per quanto egli
sembri talvolta, per le ragioni
già note, disconoscerla
o, piuttosto, per
quanto venga talvolta
a ingarbugliarla con
indagini e dottrine
empiriche e con
determinazioni storiche. La
forma semifantasticà del
conoscere (Il mito
e la religione)
A, .nche la
dottrina del Vico
sul mito, se
è non meno
originale e profonda
di quella circa
la poesia, non
è del tutto
limpida, perché le
relazioni tra poesia
e mito sono
cosi strette che
l'ombra gettata sull'una
deve necessaria- mente stendersi in
qualche modo sull'altro.
Proseguendo a indagare,
come abbiamo fatto
sin qui e
faremo sempre nel
séguito, lo stato
delle cognizioni ai
tempi del Vico
secondo le varie
discipline e problemi
che egli prese
a trattare, ricorderemo
in breve, circa
gli studi sulla
mitologia, come tra il Cinque
e il Seicento
non so- lamente si
mettessero insieme grandi
compilazioni lette- rarie di
miti (delle quali
già aveva dato
esempio, nel Tre-
cento, il Boccaccio), ma
venissero dottamente propugnate
le due teorie
esplicative già note
all'antichità classica e
non ignote del
tutto al Medioevo
: la teoria
del mito come
allegoria di verità
filosofiche (morali, politiche
evia discor- rendo), e
quella del mito
come storia di
personaggi effet- tivamente esistiti e
di avvenimenti accaduti,
adornate dal- l'immaginazione che divinizzava
gli eroi (evemerismo).
L'allegorismo ispirava, tra
l'altre, l'opera di
Natale Conti, MythologicB
sive explanationis fabularum
libri decerti (1568) e
il De sapientia
veterum (1609) del
Bacone ; dove,
per altro, quel
sistema era proposto
non senza qualche
dubbio e con
la espressa cautela
che, se anche
non valesse come
interpe- trazione storica,
avrebbe potuto sempre
mantenere il suo
valore di moralizzazione (aut
antiqultatem illustrabimus aut
res ipsas). Il
neoevemerismo era rappresentato
autore- volmente da Giovanni
Ledere (Clericus), l'erudito
gine- vrino-olandese verso cui
tanta reverenza e
gratitudine ebbe a
professare il Vico
per aver degnato
di attenzione il
suo Diritto universale,
e del quale
fece epoca, in
materia mito- logica, l'edizione della
Teogonia esiodea; lo
segui tra gli
altri il Banier,
autore del libro:
Les fables expllquèes
par l'histoire (1735).
Un terzo sistema,
anch'esso non senza
qual- che precedente antico,
derivava i miti
da popoli partico-
lari, dagli egiziani o
dagli ebrei, ovvero
dall'opera di sin- goli filosofi
e poeti inventori;
e, quando non
si risolveva in
una pura e
semplice ipotesi storica
sulla formazione di
alcuni o di
tutti i miti
trasmessi dall'antichità o
non si riportava
alla rivelazione divina,
è chiaro che
implicava la teoria
che il mito
sia non già
una forma eterna,
ma un contingente
prodotto dello spirito,
il quale, com'è
nato una volta,
cosi possa morire
o sia già
morto. Il Vico
si oppone risolutamente
alla prima e
alla terza scuola,
all'allegorismo e alla
dottrina della derivazione
storica; e ricorda,
perla prima, il
trattato baconiano dal
quale aveva tratto
incentivo a meditare
sull'argomento, ma ch'egli
giudicava « più
ingegnoso che vero
» ; e
per l'altra scuola,
considerante i miti
come storie sacre
alte- rate e corrotte
dai gentili e
in particolare dai
greci, il De
theologla gentili (1642)
del Vossio, la
Demonstratio evan- gelica (1679)
di. Daniele Huet,
e il Phaleg
et Canaan del
Bochart. I miti
o favole non
contengono sapienza riposta,
cioè concetti ragionati,
avvolti consapevolmente nel
velo della favola;
e perciò non
sono allegorie. L'allegoria
importa che si
abbia, da una
parte, il concetto
o significato, dall'altra
la favola o
involucro, e tra
le due cose
l'artifizio che le
fa stare insieme.
Ma i miti
non si possono
scindere in questi
tre momenti, e
neppure in un
significato e un
si- gnificante: i loro
significati sono univoci.
Importa altresì, -quella
teoria, che chi
crede al contenuto,
non creda alla
forma ; ma
i creatori dei
miti dettero ingenua
e piena fede
•a quelle loro
creazioni; e fintasi,
per es., la
prima favola divina,
la più grande
di quante mai se ne
finsero in ap-
presso, Giove re e
padre degli dèi
e degli uomini
in atto di
fulminante, essi stessi
che se lo
finsero lo credettero,
e con ispaventose
religioni lo temerono,
riverirono e os-
servarono. Il mito, insomma,
non è favola
ma storia, quale
possono formarsela gli
spiriti primitivi, e
da questi è
seve- ramente tenuta come
racconto di cose
reali. I filosofi
che sorsero posteriormente, servendosi
dei miti per
esporre in modo
allegorico le loro
dottrine, ovvero illudendosi
di ri- trovarvele
per quel senso
di riverenza che
si porta all'anti-
chità tanto più venerabile
quanto più oscura,
ovvero sti- mando comodo
di giovarsi di
tale espediente per
i loro fini
politici, — e
cosi Platone omerizzando
e, nel tratto
stesso, platonizzando Omero;
— resero i
miti favole, quali
in origine non
erano e intrinsecamente non
sono. Onde è
da dire che
filosofi e mitologi
furono piuttosto essi
i poeti che
immaginarono tante strane
cose sulle favole,
laddove i poeti
o creatori primitivi
furono i veri
mitologi e intesero
narrare cose vere
dei loro tempi.
— Per la
me- desima ragione, ossia
per essere i
miti parte essenziale
della sapienza poetica
o barbarica, e come tale
spontanei in tutti
i tempi e
luoghi, non si può attribuirli
a un sin-
golo popolo che li
avrebbe inventati e
dal quale si
sareb- bero trasmessi agli
altri, quasi ritrovato
particolare di uomini
particolari od oggetto
di rivelazione. Codesta
dottrina, superante l 'allegorìe mò e
lo storici- B.
Croce, La filosofìa
di Giambattista Vico.
5 66 FILOSOFIA
DEL VICO srao,
è un altro
aspetto della rivendicazione che
il Vico compi
delle forme conoscitive
alogiche contro l' intellet-
tualismo, il quale le
negava appunto col
presentarle ora come
forme artificiali ora
come prodotti accidentali
o do- vuti a
cause soprannaturali. Né
sembra accettabile l'opi-
nione che aggrega il
Vico all'indirizzo neoevemeristico, da lui in
verità non combattuto
espressamente e verso
il quale presenta
anche, se si
vuole, alcune superficiali
somiglianze, ma insieme
con le somiglianze
questa radicale diversità:
che per lui
le favole non
sono alterazioni di storie reali
né si riferiscono
di necessità a
individui reali, ma
sono intrinsecamente verità
storica, nella forma
che la verità
storica suol prendere
nelle menti primitive.
Altra più precisa
determinazione circa la
natura del mito
il Vico non
dà né poteva,
appunto perché essendo
in lui ondeggiante
il concetto stesso
della poesia, egli
non era in
grado di segnare
i limiti tra le due
forme. Parlò, in
ge- nere, di poesia
e di mito
come di cose
distinte, ma non
fermò la distinzione.
Eppure, il Vico
si era bene
imbattuto nel concetto
che porge quel
criterio distintivo, e
l'aveva enunciato; senonché,
in cambio di
valersene per la
dottrina del mito,
ne aveva fatto
una o alcune
delle sue parecchie
definizioni della poesia.
Quel carattere poetico,
quell'u- niversale
fantastico che, introdotto
nell'estetica come principio
esplicativo della poesia,
dà origine a
tante insupe- rabili difficoltà, è
invece, per l'appunto,
la definizione del
mito, e come
tale fornisce alla
scienza della mitologia
il vero principio
che le bisogna.
Se il concetto
del compiere grandi
fatiche pel comune
vantaggio non si
sa staccare dall'immagine
di un uomo
particolare che abbia
compiuto alcuna^ di
quelle fatiche, quel
concetto diventa il
mito, per es.,
di Ercole; ed
Ercole è insieme
un individuo che
fa azioni individuali
e uccide l'idra
di Lerna e
il leone nemeo
o lava le
stalle di Augia,
ed è un
concetto; come V.
IL MITO E
LA RELIGIONE 67
il concetto dell'operosità utile
e gloriosa è
un concetto ed
è, insieme, Ercole:
è un universale
e un fantasma:
un uni- versale fantastico. Anche
quel sublime lavoro.,
che il Vico
diceva proprio della
poesia, di dare
vita alle cose
inanimate, spetta non
propriamente alla poesia
ma al mito.
Il quale, incorporando
i concetti in
immagini, ed essendo
le immagini sempre
qualcosa d'individuale, viene
ad atteggiarli come
esseri vi- venti. Cosi
gli uomini primitivi,
che non conoscevano
la cagione del
fulmine e perciò
non ne possedevano
la defi- nizione fisica, erano
tratti, miteggiando, a
concepire il cielo
come un vasto
corpo animato, che
— a somiglianza
di essi medesimi
quando erano in
preda alle loro
violentissime passioni, urlando,
brontolando, fremendo, —
parlasse e vo-
lesse dire qualche cosa.
E del mito
e non della
poesia si deve
riconoscere l'origine nell'
«inopia», nella debolezza
della mente e
nella sua inadeguazione
ai problemi che
vuole risolvere, nella
incapacità a pensare
per universali ragionati
e a esprimersi
con termini propri,
onde sorgono gli
universali fantastici e le metonimie
e le sineddoche
e ogni sorta
di metafore. Le
contradizioni, notate da
noi nel- l'universale fantastico e che lo
rendono inadatto a
fondare la dottrina
estetica, stanno perfettamente
a posto nella
dot- trina del mito;
il quale è,
per l'appunto, questa
contradi- zione: un concetto
che vuol essere
immagine e un'imma-
gine che vuol essere
concetto, e perciò
un'inopia, anzi un'impotenza
potente, un contrasto
e una transizione
spiri- tuale, dove il
nero non è
ancora e il
bianco muore. Infine,
la sapienza poetica,
cioè la teologia,
fisica, cosmografia, geografia,
astronomia e tutto
il complesso delle
restanti idee e
credenze dei popoli
primitivi, esposte dal
Vico, erano effettivamente mito
e non, come
egli dice, poesia,
per la buona
ragione ch'egli stesso
adduce che quelle
erano le loro
storie; e la
poesia è poesia
e non istoria,
neppure 68 FILOSOFIA
DEL VICO più
o meno fantasticata.
Poesia, i poemi
omerici in quanto
esprimevano i sentimenti
e le umane
aspirazioni della gre- cità; storia,
gli stessi poemi
omerici, in quanto
erano can- tati e
ascoltati come racconti
di fatti realmente
accaduti : due
forme di prodotti
spirituali che, se
sembrano mate- rialmente raccogliersi in una stessa
opera, non per
ciò s'identificano. Tutto
questo il Vico
vede e non
vede, o, meglio,
ora intravede e
ora travede e
perciò non si
può dire che
riesca a determinare
veramente la distinzione
e a risolvere
il pro- blema dei
rapporti tra mito
e poesia. Un
altro importante e
ancora assai dibattuto
problema della scienza
mitologica, se cioè
il mito sia
filosofia o storia,
potrebbe credersi, in-
vece, da lui risoluto
in modo netto;
perché egli ripete
molte volte che
i miti contengono
sensi storici, e
non già filo-
sofici, dei popoli primitivi;
ma, in realtà,
ove si faccia
bene attenzione, si
scorge che egli,
nonché risolverlo, non
se lo propone
neppure. I sensi
storici, che il
Vico assevera, sono
contrapposti non propriamente
ai sensi filosofici
in ge- nere, ma
« ai sensi
mistici di altissima
filosofia » e
ai « sensi
analogi», che i
mitologi da lui
criticati vi ritrovavano;
cioè, da una
parte ripetono la
critica all'allegorismo e,
dall'altra, combattono quel
cattivo modo d'interpetrazione storica
che trasferisce idee
e costumi moderni
ai popoli an-
tichi. La sua teoria
si concilia, a
dir vero, alla pari con
quella che avvicina
il mito alla
filosofia, e con
l'altra che l'avvicina
alla storia; con
l'eclettica che ammette
entrambi gli elementi,
e con la
speculativa, che li
ammette altresì entrambi
ma perla ragione
che filosofia e
storia, cosi in
sé medesime come
nel mito, costituiscono, in
fondo, una cosa
sola e indivisibile. Come
« inopia », il mito
deve essere superato.
La mente umana
— che agogna
naturalmente di unirsi
a Dio donde
ella viene, cioè
al vero Uno,
e che non
potendo per la
V. IL MITO
E LA RELIGIONE
69 esuberante natura
sensuale dell'uomo primitivo
esercitare la facoltà,
sepolta sotto i loro sensi
troppo vigorosi, di
astrarre dai subietti
le proprietà e
le forme universali,
si era finta
le unità immaginarie,
i generi fantastici
o i miti,
— nel suo
successivo spiegarsi o
esplicarsi risolve via
via i generi
fantastici in generi
intelligibili, gli universali
poe- tici in ragionati,
e si libera
dai miti. L'errore
del mito passa
cosi nella verità
della filosofia. Il
Vico conosce e
ado- pera un concetto
dell'errore, dell'errore propriamente
detto, nascente dalla
volontà e non
dal pensiero, il
quale quanto a sé non
erra mai (mens
enim semper a
vero urgetur quia
nunquam aspectu amittere
possumus Deum) ;
dell'errore che consiste
in vuote parole
arbitrariamente combinate (verbo,
autem scepissime veri
vini voluntate mentientis
eludimi oc mentem
deserunt, immo nienti
vim faciunt et
Dea obsistunt); dell'errore,
insomma, che, per
adoperare la sua
efficace de- scrizione, si
ha quando gli
uomini « mentre
con la bocca
dicono, non hanno
nulla in lor
mente, perocché la
lor mente è
dentro il falso,
che è nulla
». Ma sa
anche che l'errore
non è mai
del tutto errore,
appunto perché, non
potendosi dare idee
false e consistendo
il falso soltanto
nella sconcia combinazione
delle idee, in
esso è sempre
il vero, e
ogni favola ha
qualche « motivo
di verità ».
Perciò, lungi dal
disprezzare le favole,
ne riconosce il
valore quasi di
embrione del sapere
riposto o della
filosofia che si
svol- gerà poi. I
poeti (ossia, nel
nuovo significato che
assume nel Vico
questa parola, i
creatori dei miti)
sono il senso
(cioè, nel nuovo
significato, la filosofia
rudimentale e imperfetta);
e i filosofi
sono l'intelletto dell'umanità
(vale a dire,
la fi- losofia più
compiuta, che nasce
dalla precedente). L'idea
di Dio si
evolve a poco
a poco dal
Dio, che colpi
la fan- tasia dell'uomo isolato,
al Dio delle
famiglie, divi paren-
tum, al Dio
della classe sociale
o della patria,
divi patrii, al
Dio delle nazioni,
fino a quel
Dio « che
a tutti è
Giove », al
Dio dell'umanità. Le
favole destarono Platone
a inten- dere le
tre pene divine,
che gli dèi
solamente, e non
gli uomini, possono
infliggere: l'oblio, l'infamia
e il rimorso;
il passaggio per V Inferno
gli suggerì il
concetto della via
purgativa onde l'anima
si purifica dalle
passioni, e l'ar-
rivo agli Elisi quello
della via unitiva
onde la mente
va ad unirsi
a Dio per
mezzo della contemplazione delle
eterne cose divine.
Dalle somiglianze e
metafore dei poeti
Esopo trasse gli
esempì e gli
apologi con cui
dette i suoi
avvisi ; e
dall'esempio, che si
fonda sopra un
caso solo e
soddisfa le menti
rozze, si svolge
l'induzione, che si
vale di più
casi simili, quale
l'insegnò Socrate con
la dialettica, e
suc- cessivamente il sillogismo,
che Aristotele scoperse
e che non
regge senza un
universale. Le etimologie
delle parole svelano
le verità intraviste
dai primi uomini
e deposte nel
loro linguaggio; per
es., ciò che
i filosofi moderni
con gravi ragioni
hanno dimostrato, che
i sensi fanno
essi le qualità
chiamate « sensibili
» , è già
adombrato nella parola
« olfa- cere
» della lingua
latina, che implica
il pensiero che
l'odo- rato « faccia
» l'odore. Il
Vico attribuisce tanta
importanza a questa
connessione tra universali
poetici e universali
ra- gionati, tra mito
e filosofia, da
essere tratto ad
affermare che le
sentenze dei filosofi,
le quali non
trovino precedente e
riscontro -nella sapienza
poetica e volgare,
debbano es- sere errate.
Anzi, è questo
un altro significato
che egli assegna
talvolta al rapporto
tra filosofia e
filologia : di
una conferma reciproca
tra sapienza volgare
e sapienza riposta,
conciliate entrambe nell'idea
di una filosofia
perenne dell'umanità. Con
la teoria del
mito e del
rapporto di esso
con la filosofia
il Vico ha
dato, tutt' insieme, la
sua teoria della
religione e del
rapporto tra religione
e filosofia. Due
pensieri circolano, a
questo proposito, per
entro la Scienza
nuova: l'uno, che la religione
nasca, nella fase
della debolczza e
dell'incultura, dal bisogno
mentale di dare
pace alla curiosità
e d'intendere in
qualche modo le
cose della natura
e dell'uomo (di
spiegare, per es.,
il fulmine); —
l'altro, che la
religione s'ingeneri negli
animi pel terrore
di colui che
minaccia fulminando. E
si potrebbero chia-
mare le due teorie,
dell'origine teoretica e
dell'origine pratica della
religione; e poiché,
conformemente alle dottrine
del Vico, l'uomo
è nient'altro che
intelletto e vo-
lontà, è chiaro come,
fuori di queste
due origini, la
reli- gione non possa
averne altre. Ora,
lasciando da parte
la religione nel
significato pratico (della
quale si discorrerà
più innanzi), la
religione nel significato
teoretico che cosa
è altro se
non l'universale fantastico,
l'animismo poetico, il
mito? A essa
si lega quell'istituto che
il Vico chiama
la divinazione, il
complesso dei metodi
coi quali si
racco- glieva e interpetrava
la lingua di
Giove, le parole
reali, i segni
e cenni del
Dio, finto nell'
universale fantastico e
creato dall'immaginazione animatrice.
E come dal
mito procede la
scienza e la
filosofia, cosi, parimente,
dalla di- vinazione la
conoscenza delle ragioni
e cause, la
previsione filosofica e
scientifica. Il Vico,
a questo modo,
si liberava dal
pregiudizio che cominciava
a prevalere al
suo tempo (si
ricordino la storia
degli oracoli antichi
del Van Dale,
resa popolare dal
Fon- tenelle, e
il libro già
citato del Banier),
e tanta efficacia
ebbe per un
secolo ancora, delle
religioni come «
impo- stura d'altrui »,
quando erano invece
(egli dice) nate
da « propria
credulità ». Colui
che non ammetteva
l'origine artificiale dei
miti, non poteva
ammetterla neppure delle
religioni. Ma come
egli rifiutava altresì
l'origine sopranna- turale o
rivelata dai miti,
cosi nello stesso
atto pronun- ziava né
più né meno
che l'origine naturale,
anzi umana, delle
religioni; e, quel
che più specialmente
è da notare,
la riponeva in
una forma inadeguata
dello spirito, nella forma
semifantastica, che è
il mito. Né
bisogna fare caso-
di qualche suo
breve detto incidentale,
che sembra in
con- trasto con questa
teoria; come là
dove dice che
la religione precede
non solo le
filosofie ma il
linguaggio stesso, il
quale suppone la
coscienza di qualcosa
di comune tra
gli uomini: equivoci
derivanti dalla solita
perplessità metodica e
da abito di
poca chiarezza. L'identificazione della
religione coL mito,
e l'origine umana
delle religioni, non
solo è insisten-
temente espressa, ma è
essenziale a tutto
il sistema del
Vico. Origine umana,
che non esclude,
nelle parole di
lui, un diverso
concetto di religione:
la religione rivelata,
e per- ciò di
origine soprannaturale. Egli,
infatti, pone sempre,
da un canto,
la teologia poetica,
che è mitologia,
e la teologia
naturale, che è
metafisica o filosofia;
e, dal- l'altro, la
teologia rivelata. Ma
quest'ultimo concetto è
ammesso da lui,
non perché si
leghi ai precedenti
e tutti derivino
da un principio
comune, si bene
semplicemente perché il
Vico afferma gli
uni e afferma
l'altro. L'origine umana,
la teologia poetica,
di cui è
séguito la teologia
me- tafisica, è quella
che vale per
l'umanità gentilesca, ossia
per l'umanità intera,
fatta eccezione del
popolo ebreo che
è privilegiato dalla
rivelazione. Per quali
motivi il Vico
serbasse questo dualismo,
e sopra quali
contradizioni pun- genti fosse
a cagione di
esso costretto ad
adagiarsi, anche questo
si vedrà più
oltre, e a
suo luogo. Ma
appunto per- ché quel
dualismo rimase in lui senza
mediazione, noi dobbiamo,
esponendo il suo
pensiero, tenere fermo
cia- scuno dei due
termini del dualismo,
e, per ora,
l'ori- gine meramente umana:
la religione quale
prodotto del bisogno
teoretico dell'uomo giacente
in condizioni di
rela- tiva povertà mentale.
Concetto che ha
rapporti solamente indiretti
con quello bruniano
della religione come
cosa ne- cessaria alla
moltitudine rozza e poco sviluppata,
e con quello
campanelliano della religione
naturale o perpetua, eterna filosofia
razionale coincidente col
cristianesimo spo- gliato dai
suoi abusi; e
che ha rari
e deboli riscontri
ne- gli scrittori del
tempo, i quali,
anche quando vi
accennano di passaggio,
l'intendono in modo
superficiale e lo
presen- tano senza nessuna
coerenza con le
altre loro idee
: bat- tono sulla
religione in quanto
ignoranza e trascurano
la sapienza di
quella ignoranza, la
religione come verità.
VI La coscienza
morale JLie altre
dottrine del Vico
di ragion teoretica,
cioè di logica
della filosofia, delle
scienze fisiche e
matemati- che e delle
discipline storiche, sono
state già esposte
nel- l 'esporre la
sua gnoseologia, e
si desumono quasi
tutte dai primi
scritti, perché nella
Scienza nuova la
fase della «
mente tutta spiegata
» appare, più
che altro, come
un limite della
ricerca. Soltanto giova
notare che il
Vico tocca altresì
il problema del
rapporto tra poesia
e storia, ma,
sempre a causa
dell' indistinzione tra filosofia
e scienza so-
ciale, non gli riesce
di risolverlo pienamente.
Sotto un aspetto,
sembra a lui
che la storia
sia anteriore alla
poe- sia, perché questa,
dice, presuppone la
realtà e contiene
una «imitazione di
più»; sotto un
altro aspetto, che
la poesia costituisca
la forma prima,
perché presso i
popoli primitivi la
loro storia è
la loro poesia
e i primi
storici sono i
poeti. A ogni
modo, egli insiste
sull'elemento poe- tico, intrinseco alla
storia; e di
Erodoto, padre della
greca storia, osserva
che non solo
i libri di
lui sono ripieni
la più parte
di favole, ma
« lo stile
ritiene moltissimo dell'o-
merico, nella qual possessione
si sono mantenuti
tutti gli storici
che sono venuti
appresso, i quali
usano una frase
mezza tra la
poetica e la
volgare »: «
verba ferme poStarum
», come ripete
altrove facendo suo
un detto di
Cicerone. 76 FILOSOFIA
DEL VICO Né
si trovano svolti
particolarmente nel Vico
i rapporti fra
teoria e pratica,
intelletto e volontà,
benché dapper- tutto egli
suggerisca il pensiero
generale che come
in Dio intelletto
e volontà coincidono,
similmente nell'uomo, im-
magine di Dio ;
onde la mente
o spirito non
è divisa in
un pensiero e
in una volontà,
in un pensiero
che proceda per
un verso e
in una volontà
che proceda per
un altro, ma
pensiero e volontà
si compenetrano e
formano un tutto
solo : concezione
assai superiore a
quella della filosofìa
del suo tempo,
cioè del leibnizianismo, in
cui persisteva il
con- cetto dell'arbitrio divino,
e perciò dell'irrazionalità. Un
al- tro suo e
singolare pensiero importerebbe
invece, per chi
concluda frettolosamente, la
precedenza della pratica
sulla teoria ;
perché il Vico
dice che i
filosofi pervengono ai
loro- concetti mercé
l'esperienza delle istituzioni
sociali e delle
leggi nelle quali
gli uomini si
accordano come in
qualcosa di universale,
e che Socrate
e Platone, per
es., presuppon- gono la
democrazia e i
tribunali ateniesi. Ma
questa suc- cessione delle religioni
che generano le
repubbliche, delle repubbliche
che generano le
leggi, delle leggi
che generano le
idee filosofiche, e
che egli chiama
« una particella
della storia della
filosofia narrata filosoficamente ». è, appunto,
teoria d'importanza non
filosofica ma sociologica.
Per quel che
concerne le dottrine
di ragion pratica,
delle quali ora
entriamo a trattare,
potrebbe parere che
il Vico, diversamente
che in quelle
di ragion teoretica,
non sia in
recisa opposizione alle
idee del suo
tempo, ma anzi
si ricolleghi proprio
a un movimento
del suo tempo:
alla scuola del
diritto naturale. Il
capo della scuola,
l'inizia- tore del movimento,
Ugo Grozio, era
da lui chiamato
uno dei suoi
quattro autori, insieme
con Platone, in
cui trovava appagata
la sua brama
di una filosofia
idealistica, col Bacone
che gli aveva
fatto sorgere in
mente l'idea di
una scienza positiva
e storica delle
società, e con
Tacito, che- VI.
LA COSCIENZA MORALE
77 vedremo più
innanzi qual servizio
gli rese o
il Vico cre-
dette di averne ottenuto.
E insieme col
Grozio ricorda per-
petuamente gli altri principali
autori del diritto
naturale, il Selden
e il Pufendorf,
trascurando gl'innumerevoli loro
seguaci, che considera,
piuttosto che autori
di scienza, sem-
plici « adornatori » del sistema
groziano. Il ricollegamento, in
un certo senso,
è evidente e
con- fessato e professato
dallo stesso Vico
; ma anche
è indubi- tabile che
egli non aderì
semplicemente a quella
scuola, « neppure
la continuò al
modo di chi
serbi i concetti
ge- nerali e direttivi,
e svolga o
corregga i particolari.
La con- tinuò solamente in
significato dialettico, cioè
in quanto ne
ebbe a contrastare
le tesi capitali
o ad accoglierle
cangian- dole profondamente. Il
diritto naturale gli
offerse non so-
luzioni ma problemi, e
di questi anche
se alcuni gli
of- ferse ben determinati,
altri, e più
gravi, suscitò solamente
nel suo spirito
: problemi dunque
o non risoluti
o neppure veduti,
che il Vico
si propose e
in parte risolse.
Gli aspetti e
le tendenze del
diritto naturale erano
mol- teplici, e conviene
preliminarmente distinguerli ed
enu- merarli. In primo
luogo, in quella
scuola, presa nel
suo complesso e
nei suoi tratti
essenziali, si esprimeva
il pro- gresso sociale, onde
l'Europa, uscendo dal
feudalesimo e dalle
guerre di religione,
si dava una
nuova coscienza, spiccatamente
borghese e laica
: si ricordi
che la formazione
di essa fu
quasi contemporanea alla
nascita dell'anticleri- cale e
borghese istituto della
« massoneria ».
«Naturale » voleva
dire, tra l'altro,
« non soprannaturale »;
e, quindi, ostilità
o indifferenza di
fronte al soprannaturale e
alle isti- tuzioni che
lo rappresentavano e ai conflitti
sociali che ingenerava.
Non a caso
il Grozio fu
arminiano ; il
Pufen- dorf ebbe liti
con teologi; il
Tomasio è rammentato
tra i promotori
della libertà di
coscienza. Le proteste
di reve- renza verso
la religione e
verso la chiesa,
che con molta
78 FILOSOFIA DEL
VICO abbondanza quei
pubblicisti solevano inserire
nei loro scritti
(i quali ne
sono come soffusi
da un velo
di pietà), erano
cautele da politici,
che procurano di
minare il ne-
mico senza lasciarsi scorgere,
di ferire coprendosi.
Cautela lodata, per
es., nel Grozio
da uno dei
seguaci della scuola
(l'autore della Pauco
plenior iuris naturalis
historia, 1719), che
celebra il maestro
come « instrumentum
divince provi- dentice
», quasi Messia
venuto a redimere
il « lumen
natu- rale » dalla
servitù al «
super naturale »,
e fornito perciò*
di tutta la
forza e di
tutta l'abilità occorrenti; talché,
esperto delle persecuzioni
scolastiche, « caute
versabatur ne maius
bilem adversus prudentiam naturalem
et rationalem ex
latebris productam tara
minis irritaret », e procedendo
a separare le
leggi umane dalle
divine, non prendeva
di fronte la
scuola teologica con
l'attaccarne gli errori
fonda- mentali, anzi perfino
la lodava nei
prolegomeni dell'opera sua.
« Naturale »
significava altresì ciò
che è comune
agli individui delle
varie nazioni e
stati ; onde,
sotto l'aspetto pratico,
forniva un ottimo
motto d'ordine per
riunire in certi
desideri, speranze e
lotte comuni la borghesia dei
vari: paesi. I
trattati del diritto
naturale furono, nel
secolo deci- mosettimo e
nel seguente, per
la borghesia, quel
che il Ma-
nifesto dei comunisti e il grido
: « Proletari
di tutto il
mon- do, unitevi »,
tentarono di essere
perla classe operaia
nel decimonono. In
quanto quella scuola
e quella pubblicistica
erano ma- nifestazione di un
moto pratico, l'interesse
filosofico vi aveva
parte subordinata e
ufficio sussidiario. Per
questa ragione, in
secondo luogo, le
trattazioni del diritto
naturale, filoso- ficamente considerate, non
si levano di
solito sopra un
chiaro e popolare
empirismo. I principi,
sui quali si
appoggiano, non sono
approfonditi e assai
spesso neppure estrinsecamente unificati;
i concetti, che
adoperano, sono piuttosto
rappresentazioni generali ;
la forma della
trattazione è solo
apparentemente sistematica. Qualcuno
di quegli scrittori
procurava di collegare
le sue dottrine
giusnatura- listicbe con
la filosofia platonica,
stoica o cartesiana,
ri- saliva ad assiomi
logici e metafisici,
si giovava della
de- duzione e del
metodo matematico. Ma
tutto codesto era
accostamento e non
fusione, adornamento e
non ravviva- mento; e,
tutt'al più, valeva
come prova di
diligenza e di
serietà d'intenzioni. La
filosofia, per altro,
implicita più o meno nei
tratta- tisti del diritto
naturale ed esplicita
nei filosofi che
pre- sero a elaborarlo
speculativamente, si accordava
con lo spi-
rito del tempo, del
quale ci sono
noti i caratteri
generali. Cosicché terzo
aspetto del giusnaturalismo fu, in etica,
o l'utilitarismo, ora
più o meno
larvato ora apertamente
dichiarato, e a
volta a volta
ragionato con filosofia
piut- tosto matematizzante o
piuttosto sensistica, di
tendenze materialistiche o di tendenze
razionalistiche; ovvero (che è quasi
il medesimo) un
astratto e intellettualistico moralismo,
che minacciava di
precipitare a ogni
istante nell'utilitarismo. Dal
quale intellettualismo e
utilitarismo, combinati con
l'impronta pratica e
rivoluzionaria di quel
moto spirituale, che
era rivolto piuttosto
a un semplicistico
diritto da far
trionfare che non
a riconoscere quello
real- mente svoltosi nella
storia e ricco
di tante forme
e vicen- de, derivava
il quarto carattere
di esso, cioè
la mancanza di
senso storico, l'antistoricismo della
scuola, la quale
stabiliva l'astratto ideale
di una natura
umana fuori della
storia umana o
non fusa e
vivente in questa.
Infine, borghese, anticlericale, utilitario
o materialistico com'era,
il giusnaturalismo aveva
un quinto e
importante carattere, l'avversione
alla trascendenza e
la tendenza a
una concezione immanentistica
dell'uomo e della
so- cietà. Carattere poco
esplicato e poco
ragionato dottri- nalmente, ma
non pertanto facilmente
riconoscibile nel complesso
dei concetti di
quella scuola. Ora, l'ispirazione
del Vico era
genuinamente ed esclu-
sivamente teoretica, punto pratica
o riformistica; alta-
mente speculativo il suo
metodo, e disdegnoso
dell'empiri- smo;
idealistico, e perciò
antimaterialistico e antiutilitari- stico, il
suo spirito; la
sua gnoseologia anelante
al concreto, al
certo, e però
storicizzante. Per conseguenza,
la sua dot-
trina della ragion pratica,
pure prendendo le
mosse dal giusnaturalismo, doveva
uscire diversa, anzi
contraria a questo,
in tutti i
primi quattro caratteri
da noi enunciati.
E se in
qualcosa coincideva (non
nella via per
pervenirvi, ma nel
risultamento), era appunto
dove meno l'autore
avrebbe voluto :
nel carattere immanentistico e
areligioso. Ma poiché
il nostro proprio
tema non è
già la critica
e modificazione che
il diritto naturale
ebbe nel pensiero
del Vico, si
bene questo pensiero
stesso, sarà opportuno,
ripigliando il filo della
esposizione, seguire ordine
alquanto diverso da
quello tenuto nel
ricapitolare i vari
caratteri del giusnaturalismo, e
cominciare dal vedere
l'opposizione del Vico
all'utilitarismo dichiarato o
larvato di quella
scuola, e la
dottrina che egli
svolse sul principio
del- l'etica. I
due principali rappresentanti dell'utilitarismo nel
se- colo decimosettimo, che
il Vico ha
sempre innanzi agli
oc- chi, sono l'Hobbes
e lo Spinoza;
ma ricorda insieme
con essi il
Locke e il
Bayle e, del
secolo precedente, il
Ma- chiavelli e, risalendo
all'antichità, gli stoici
col loro con-
cetto del fato, gli
epicurei con quello
del caso, Cameade
col suo scetticismo,
e perfino l'inconsapevole dottrina
che è contenuta
nel motto «
Vce victis »,
attribuito al Brenno
o capo dei
Galli invasori di
Roma. Dell' Hobbes ammirava
lo sforzo magnanimo
nel cercare di
accrescere la filosofia
di una teoria
che le era
mancata nei bei
tempi della Grecia,
cioè della teoria
dell'uomo considerato in
tutta la società
del genere umano;
ma diceva infelice
l'evento, fallito il tentativo, che
(come anche quello
del Locke) nel
fatto risultava assai
prossimo all'epicureo. L'Hobbes
non si era
accorto che egli
non si sarebbe
potuto neppure proporre
il suo problema
del diritto naturale
dell'umanità, se il
motivo non gliene
fosse stato fornito
per l'appunto dalla
religione cristiana, la
quale comanda verso
tutto il genere
umano, nonché la
giustizia, la carità.
Agli stoici invece,
al loro fato
e al loro
determinismo onde furono
incapaci a ragio-
nare adeguatamente di repubblica
e di leggi,
a codesti «
spinosisti dell'antichità », si collegava
idealmente lo Spi-
noza, del cui utilitarismo,
diverso di spiriti
tanto dal lo-
ckiano quanto dall'
hobbesiano (perché lo
Spinoza « mente,
non sensu de
veris rerum diiudìcat
»), non isfuggiva
al Vico la
singolarità. Ma, per
singolare che debba
dirsi, esso co-
strinse lo Spinoza a
ragionare di repubblica
in modo poco elevato, «
come di una
società che sia
di mercadanti ».
Quelle dottrine utilitarie,
calunniose dell'umana natura,
parvero al Vico
proprie di uomini
disperati, che per la loro
viltà non ebbero
mai parte nello
stato, o per la loro
superbia si stimarono
tenuti bassi e
non promossi agli
onori dei quali
per la loro
boria si credevano
degni; e an-
noverò tra costoro il
povero Spinoza, il
quale, non avendo,
perché ebreo, niuna
repubblica, mosso da
livore, si sarebbe
dato a escogitare
una metafisica «
da rovinare tutte
le re- pubbliche del
mondo ». Severo
è il suo
giudizio sulle con-
dizioni dell'etica ai suoi
tempi, che era
quale poteva essere
sulla base di
una metafisica meccanica
e materialistica, senza
lume di finalità.
Cartesio fu affatto
sterile in quel
campo, perché le
poche cose che
sparsamente ne lasciò
scritte non compongono
dottrina e il suo trattato
delle Pas- sioni serve
piuttosto alla medicina
che alla morale;
simil- mente sterili il
Malebranche e il
Nicole, e i Pensieri del
Pascal, solitaria eccezione,
sono « pur
lumi sparsi ».
Degli italiani, il
Pallavicino offri appena
un abbozzo di
etica nel suo trattato
Del bene, e
il Muratori, nella
sua Filosofia mo-
rale, fece prova assai
infelice. L' utilità non
è principio esplicativo
della moralità,, perché
proviene dalla parte
corporale dell'uomo e,
per tale provenienza,
è caugevole, laddove
la moralità, l' ho-
nestas, è eterna. •
Derivare la moralità
dall'utilità è scam-
biare l'occasione con la
causa, fermarsi alla
superfìcie e non
spiegare per nulla
i fatti. Nessuno
dei vari modi
nei quali il
principio utilitario viene
atteggiato dai filosofi,
la frode o
impostura, la forza,
il bisogno, rende
conto delle differenziazioni, cioè
dell'organismo sociale. Quale
frode poteva mai
sedurre e trarre
in inganno i
supposti primi semplici
e parchi posseditori
di campi, i
quali vive- vano affatto
contenti della sorte
loro? Quale forza,
se i ricchi,
i pretesi usurpatori,
erano pochi, e
i poveri, i
deru- bati, molti? Codeste
spiegazioni sono giochetti,
indegni del grave
problema. Quei forti,
quei potenti erano,
in realtà, potenti
d'altro che di
sola forza; tanto
che si fa-
cevano protettori dei deboli
e oppugnatori delle
tendenze distruttive e
antisociali: la loro
legge era, si,
di forza, ma
« a natura
prcestantiori dlctata » ,
cosa che ben
era lecito ignorare
al barbaro Brenno,
ma non a
uomini filosofi. La
forza creatrice e
organizzatrice delle prime
repubbliche fa tutta
umanità generosa, alla
quale si debbono
ri- chiamare sempre gli
Stati, quantunque acquistati
con l'im- postura e
con la forza,
perché reggano e
si conservino; conformemente
al detto del
Machiavelli di richiamarli
alle origini, ma
con l'intesa che
le origini profonde
si trovano nella
clemenza e nella
giustizia. Gli uomini
sono tenuti insieme
da qualcosa di
più saldo dell'utilità.
Società d'uo- mini non
può incominciare e
durare senza fede scambie- vole; senza
che altri riposino
sopra le altrui
promesse e si
acquetino alle altrui
asseverazioni di fatti
occulti. Si può
forse ottenere questa
fede col rigore
delle leggi penali
VI. LA COSCIENZA
MORALE 83 contro
la menzogna? Ma
le leggi sono
prodotto della so-
cietà, e, perché sorga
società, è necessaria
quella fede scambievole.
Si dirà, come
dice il Locke,
che si tratta
di un processo
psicologico, pel quale
gli uomini via
via si avvezzano
a credere quando
altri loro dica
e prometta di
narrare la verità?
Ma, in questo
caso, quegli uomini
già intendono l'idea
di un vero,
che basti rivelare
per obbli- gare altrui
a doverlo credere
senza niun documento
umano ; e
il principio psicologico
dell'abitudine è oltrepassato. La
causa vera della
società umana non
è, dunque, l'uti-
lità, la quale favorisce
soltanto, come occasione,
l'azione della causa,
e fa si
che gli uomini,
per natura sociale
de- boli e indigenti,
e divisi dal
vizio di origine,
si traggano a
celebrare la loro
natura sociale, «
rebus ipsis dictantibus
», secondo la
forinola pomponiana, che
il Vico ripete
con pre- dilezione. Cose, fatti,
circostanze mutano nella
moralità che non
muta; e di
qui l'illusione degli
utilitaristi, che guardano
dall'esterno e si
tengono alle apparenze
e vedono il
mutamento e non
la costanza. L'omicidio
è vietato ;
ma l'approvazione che si dà
a colui il
quale, minacciato nella
vita, non potendo
altrimenti salvarsi, uccide
l'ingiusto aggressore, non
importa mutevolezza del
criterio morale circa
l'omicidio, perché, in
quelle particolari circostanze,
non si tratta,
in realtà, di
omicidio, ma di
pena capitale che l'
ingiustamente aggredito, trovandosi
in solitudine, infligge
quasi per tacita
delegazione sociale. Il
furto è vietato;
ma colui che,
per tenersi in
vita, prende altrui
un pane, non
viola la moralità,
perché esercita un
di- ritto fondato sull'equobono. La
sola filosofia che
porti con sé
una vera etica
sem- bra al Vico
la platonica, risalente
a un principio
metafi- sico, l'idea eterna
che educe da
sé e crea
la materia; laddove
l'etica aristotelica è
fondata sopra una
metafisica che conduce
a un principio
fisico, alla materia,
dalla quale 84
FILOSOFIA DEL VICO
si educono le
forme particolari facendo
di Dio un
vasel- laio che lavori
le cose fuori
di sé. L'etica
dei giureconsulti romani
abbonda, senza dubbio,
di splendidi aforismi,
ma non è
altro che una
semplice arte di
equità, insegnata con
innumerabili minuti precetti
di giusto naturale,
che quelli indagavano
dentro le ragioni
delle leggi e
la volontà del
legislatore; epperò non
può considerarsi come
filosofia mo- rale, dove
fa d'uopo procedere
da pochissime verità
eterne, stabilite in
metafìsica da una
giustizia ideale. Per
ragioni analoghe il
Vico non poteva
appagarsi del Grozio
e degli al-
tri giusnaturalisti ; circa
i quali nota
in genere cosa
veris- sima, cioè che
i loro grossi
volumi recano, si,
titoli ma- gnifici, ma
poi non contengono
nulla più di
ciò che è
vol- garmente risaputo. Se
si pesano i
principi del Grozio
con la bilancia
esatta della critica,
risultano tutti piuttosto
pro- babili e verisimili
che necessari e
invitti. Nella questione
dell'utilità il Grozio
non coglie il
punto giusto, non
distin- guendo l'occasione dalla
causa; né «
inchioda », ossia
non definisce, l'antichissima disputa
se il diritto
sia in natura
o solo nelle
opinioni degli uomini,
nella quale filosofi
e teo- logi ancora
contendono con lo
scettico Cameade e
con Epi- curo; propone
l'ipotesi degli uomini
primitivi che siano
« semplicioni »,
ma si dimentica
affatto di ragionarla.
E poiché quei
suoi « semplicioni
», accortisi dei
danni della solitudine
bestiale, vengono alla
vita comune, e
questa de- terminazione è loro
dettata dall'utilità, il
Grozio scivola anche
lui, senza avvedersene,
nell'utilitarismo e nell'epi-
cureismo. Ma il
Vico, invece, alla
domanda se il
diritto sia per
na- tura o per
convenzione risponde con
la solenne «
dignità » :
« Le cose
fuori del loro stato naturale
né vi si
adagiano né vi
durano ». Alla
domanda donde nasca
la società ri-
sponde richiamando il senso
umano, la coscienza,
il bisogno che
ha l'uomo di
salvarsi dal nemico
interno che gli rode
il petto. L'origine
è certamente nel
timore, ma nel
timore di sé
stesso, non della
violenza altrui; è
nel ri- morso che
punge, nel pudore
che tingendo di
rosso il volto
dei primi uomini
fa risplendere per la prima
volta la moralità
sulla terra. Dal
pudore nascono tutte
le virtù, l'onore,
la frugalità, la
probità, la fede
nelle promesse, la
verità nelle parole,
l'astensione dall'altrui, la
pudicizia. Celebrando la
società, l'uomo celebra
la natura umana.
Il pudore o
coscienza morale, tradotto
nella corrispon- dente scienza
empirica, dà il
senso comune degli
uo- mini d'intorno alle
umane necessità o
utilità, che è
la fonte del diritto naturale
delle genti. Questo
senso comune (dice
il Vico) è
un giudizio senza
alcuna ri- flessione, comunemente sentito
da tutto un
ordine, da tutto
un popolo, da
tutta una nazione
e da tutto
il genere umano.
Giudizio senza riflessione
non è veramente
giudizio, dal quale
la riflessione è
inseparabile; non è
giudizio anche perché
sentito e non
pensato. Ma non
è neppure quello
che poi si
disse « sentimento
», termine vago,
ignoto al Vico
non meno che
alla filosofia tradizionale.
È piuttosto un
atteggiamento pratico che,
simile a un
di presso negl'
in- dividui viventi in
condizioni simili, produce
i simili co-
stumi dei vari gruppi
sociali, da quelli
di una classe
parti- colare a quelli
dell'intera umanità. Atteggiamento
affatto spontaneo (e,
anche per questo
definito privo di
riflessione), onde i
costumi si generano
dall'interno e non
dall'ester- no, e sono
simili senza che
siano copiati gli
uni dagli altri
(« senza prendere
esempio l'una nazione
dall'altra »). At-
traverso quel senso comune
la coscienza morale
s'incor- pora in compatti
e resistenti istituti;
ed esso accerta
l'umano arbitrio, che
è di sua natura incertissimo. VII
Morale e religione
M. .a il
timore interno, il
pudore, la coscienza
morale è svegliata
negli uomini dalla
religione: il timore
è timore di
Dio, il pudore
è vergogna innanzi
a lui. Gli
uomini pri- mitivi errano
per la terra
solitari, selvaggi, feroci,
senza lingue articolate,
senza concubiti certi,
in preda alle
loro disordinate violentissime
passioni; piuttosto che
uomini, « bestioni
». Chi li
frenerà? Donde verrà
il soccorso che
loro impedisca di
distruggersi a vicenda?
Non possono in-
dirizzarli uomini sapienti, che
non si sa
donde o come
s'introdurrebbero in mezzo
a loro; non
può salvarli l'in-
tervento di Dio: Dio
si è ritirato
nel suo popolo
eletto e non
ha nessun commercio
con la restante
umanità, con l'umanità
gentilesca. Ma quei
« bestioni »
son pur uomini:
Dio, nell'abbandonarli, ha
lasciato nel fondo
del loro cuore
una favilla dell'esser
suo. Ecco: il
cielo fulmina, i
bestioni stupiscono, si
fermano, temono; si
accende in loro
la confusa idea
di qualcosa che
li supera, di
una divinità. Ed
essi pen- sano, o
piuttosto immaginano, un
primo Dio, un
Cielo o un
Giove fulminante; e
a quel Dio
si rivolgono per
placarlo o per
invocarlo a soccorso.
Ma per placarlo
e averlo soc-
corritore debbono conformare la
propria vita a
questo in- tento: umiliarsi alla
divinità, domare l'orgoglio
e la fierezza,
astenersi da certi
atti, compierne altri.
Dal pensiero della
divinità riceve forza
dunque il conato
ossia la li-
bertà, che è propria
della volontà umana,
di tenere in
freno i moti
impressi alla mente
dal corpo per
acquetarli o per
dare loro altra
direzione. E con
questi atti di
do- minio sopra sé
stesso, con la
libertà, è nata
insieme la mo-
ralità: il timore di Dio ha
posto il fondamento
alla vita umana.
La terra si
copre di are;
le grotte dei
suoi monti, dove
il maschio trascina
ora la femmina,
vergognoso dei concubiti
innanzi al volto
del Cielo o
di Dio, assistono
ai primi riti
nuziali, proteggono le
prime famiglie; il
grembo della terra
si apre ad
accogliere il pio
deposito dei morti
corpi. Le prime
e fondamentali istituzioni
etiche — culto
religioso, matrimoni, sepolture
— sono sorte.
Questa potenza etica-
e sociale dell'
idea di Dio
si riaf- ferma nel
corso della storia
posteriore ; perché,
quando i popoli
sono infieriti con
le armi, e
nessun potere hanno
più sopra di
loro le umane
leggi, l'unico mezzo
di ridurli .è
la religione. Si
riafferma nello svolgimento
individuale della vita
umana: ai fanciulli,
infatti, non si
può altri- menti insegnare la
pietà che col
timore di qualche
divi- nità; e, nella
disperazione di tutti
i soccorsi della
natura, l'uomo desidera
un essere superiore
che lo salvi,
e questo essere
è Dio. Tutte
le nazioni credono
in una divinità
provvidente: popoli che
vivano in società
senza alcuna coscienza
di Dio, per
es., in alcuni
luoghi del Brasile,
in Cafra, nelle
Antille, sono novelle
di viaggiatori, che
pro- curano smaltimento ai
loro libri con
mostruosi ragguagli. Se è cosi
(e cosi è
certamente), nessuna dottrina
è più stolta
di quella che
pretende concepire morale
e ci- viltà senza
religione. Come delle
cose fisiche non
si può avere
certa scienza senza
la guida delle
verità astratte fornite
dalle matematiche, delle
cose morali non
si può senza
la scorta delle
verità astratte metafisiche,
e perciò senza l'idea
di Dio. Quando
si spegne o
si oscura la
co- scienza religiosa, insieme
si spegne e
si oscura il
concetto di società
e di stato.
Ebrei, cristiani, gentili
e maomet- tani ebbero
quel concetto, perché
tutti credettero in
qual- che divinità, sia
come mente infinita
libera, sia come
più dèi composti
di mente e
di corpo, sia
come un unico
Dio, mente infinita
libera in corpo
infinito. Ma non
lo ebbero gli
epicurei, che attribuivano
a Dio il
solo corpo e
col corpo il
caso; né gli
stoici, che lo
fecero soggetto al
fato. E ottimamente
Cicerone diceva ad
Attico, epicureo, di
non potere istituire
con lui ragionamento
intorno alle leggi,
se prima non
gli concedesse che
vi sia provvidenza
divina. L'Hobbes, che
rinnovava l'epicureismo, e lo Spi-
noza, rinnovatore dello stoicismo,
si è visto
che non inte-
sero nulla di quel
che siano società
e stato. Tra
gli empì uomini
primitivi, brutti, irsuti,
squallidi, rabbuffati, do-
vrebbero andarsi a disperdere
quei dotti dalla
« sfumata letteratura
», e a
capo di essi
Pietro Bayle, che
sostengono che senza
religione possa vivere,
e viva di
fatto, umana società.
La manchevolezza nell'
idea di Dio
è altresì il
principale argomento della
critica che il
Vico muove a
due di coloro
che egli altamente
onorava come «
principi » del
diritto naturale,. al Grozio
e al Pufendorf.
Né l'uno né
l'altro (egli dice)
statuisce per primo
e proprio principio
la provvi- denza divina.
Il Grozio non
già che propriamente
la ne- ghi, ma,
« per lo
stesso grande affetto
che porta alla
ve- rità », per
meglio assodare la
necessità razionale dell'umana
società, ne vuol
prescindere, e professa
che il suo
sistema regga, tolta
anche ogni cognizione
di Dio; onde
il Vico lo
taccia di socinianismo,
perché pone la
naturale inno- cenza in
una semplicità di
natura umana. Peggio
il Pufen- dorf, il
quale addirittura sembra
sconoscere la provvidenza
e comincia con
un'ipotesi scandalosa ed
epicurea, suppo- 90
FILOSOFIA DEL VICO
nendo 1' uomo
gettato in questo
mondo senza niun
aiuto e cura
di Dio (senza
neppure quella scintilla
chiusa in petto,
che si dilaterà
in fiamma morale);
della qual cosa
essendo stato ripreso
(dallo Schwartz), cercò
di giustificarsi con una particolare
dissertazione (l' Apologia del
1686), ma non
giunse a scorgere
il principio vero
che solo rende
possi- bile spiegare la
società. Ora perché
mai, essendoci note
tutte codeste energiche
affermazioni e polemiche
del Vico sulla
condizionalità re- ligiosa della
morale, abbiamo asserito
che il solo
punto in cui
egli si trovi
veramente d'accordo col
Grozio, col Pu-
fendorf, e in
genere con la
scuola del diritto
naturale, è la
concezione affatto immanente
dell'etica? — Perché,
se ben si
osservi, il Vico
non si oppone
al metodo tenuto
dai giusnaturalisti ; che anzi
anch'egli costruisce la sua scienza
della società umana
prescindendo, come il
Grozio, da ogni
idea di Dio,
e, come il
Pufendorf, ponendo l'uomo
senza aiuto e
cura di Dio,
cioè prescindendo dalla
reli- gione rivelata e dal Dio
di essa. Come
per quei due,
ma- teria della sua
indagine è il
diritto naturale e
non il so-
prannaturale, il diritto delle
genti e non
quello del popolo
eletto, il diritto
che sorge spontaneo
nelle caverne e
non quello che
scende giù dal
Sinai. L'opposizione del
Vico (da lui
esposta con la
consueta confusione e
oscurità) si aggira
non sopra codeste
affermazioni, ma sul
concetto stesso di
religione. La religione,
insomma, della quale
egli parla, non
è la medesima
di cui parlavano,
o non par-
lavano, il Grozio e il
Pufendorf. Religione, come
già sappiamo, vale
per il Vico
non già rivelazione
ma concezione della
realtà; o che
si affermi, come
nei tempi della
mente tutta spiegata,
in forma di
metafisica intelligibile, e
mova dal pensiero
di Dio per
schiarire la logica
nei suoi raziocini
e discendere a
pur- gare il cuore
dell'uomo con la
morale; o che
si affacci, come
nei primordi dell'umanità,
in forma di
metafisica poe- tica. Dalla
religione rivelata, quando
si ricerchi il
fonda- mento della morale,
si può ben
prescindere ; ma
in qual modo
si potrebbe da
quella religione naturale,
che è tut-
t'una cosa con
la coscienza della
verità? Plutarco, descri-
vendo le primitive religioni
spaventevoli, pone in
proble- ma se, invece
di venerare cosi
empiamente gli dèi,
non sa- rebbe stato
meglio che non
fosse esistita religione
alcuna; ma egli
dimentica che da
quelle fiere superstizioni
si svol- sero luminose
civiltà e sull'ateismo
non crebbe mai
nulla. Senza una
religione, mite o
feroce, ragionata o
immagi- nosa, che dia
l'idea più o
meno determinata e
più o meno
elevata di qualcosa
che superi gl'individui
e in cui
gli in- dividui tutti
si raccolgano, mancherebbe
alla volontà mo-
rale l'oggetto del suo
volere. E a
questo punto si
chiarisce quello che
abbiamo di- stinto come
il secondo significato,
pratico o etico,
della parola «
religione » nel
Vico. Nel qual
significato egli ri-
vendica e giustifica il
detto degli empì
che « il
timore fece gli
dèi»; o, anche,
addita la radice
della religione nel
de- siderio che gli
uomini hanno di
vivere eternamente, mossi
da un senso
comune d' immortalità nascosto
nel fondo della
loro mente. La
religione è, in
questo secondo significato, un
fatto pratico ossia
la moralità stessa,
come nel primo
era la verità
stessa. Intesa dunque
la religione dal
Vico o (nel
primo signi- ficato) come
condizione o (nel
secondo) come sinonimo
della moralità, è
chiaro che, col
censurare il "Grozio
e il Pufen-
dorf per la
loro trascuranza di
questo importantissimo concetto,
egli non faceva
altro in sostanza
che ribadire la
critica all'insipido moralismo
e al larvato
utilitarismo di quei
due pensatori. E
pel medesimo fine
ebbe anche al-
tre volte ricorso all'efficace
strumento del concetto
di reli- gione. Perché
se alla filosofìa
attribuì talora l'ufficio
di giovare il genere
umano sollevando e
reggendo l'uomo ca-
duto, tal'altra giudicò che
essa sia piuttosto
adatta a ra-
gionare, e che le
massime ragionate dai
filosofi intorno alla
morale servano solamente
all'eloquenza per accendere
i sensi a
compiere i doveri
della virtù, laddove
solo la reli-
gione è efficace a
far virtuosamente operare.
Nella scienza empirica,
poi, che corrisponde
a questa parte
della filoso- fia dello
spirito, il Vico,
mutate in due
epoche storiche la
religione (o metafisica
poetica) e la
filosofia, fatto della
prima il carattere
dell'epoca barbarica e
della seconda quello
dell'epoca civile, è
ovvio che dovesse
sostenere, come sostenne,
che sola fondatrice
di ogni civiltà
e della stessa
filosofia è la
religione, e rigettare
il detto (che
egli, non senza
ritoccarlo, attribuiva a
Polibio) che, se
ci fossero al
mondo filosofi, non
farebbero uopo religioni.
Come potreb- bero sorgere
filosofi (egli obietta),
se prima non
sorgano le repubbliche
ossia le civiltà?
e come le
repubbliche potreb- bero sorgere,
senza l'opera delle
religioni? Quel detto
si deve dunque
invertire: senza religione,
nessuna filosofia. Fu la religione,
fa la provvidenza
divina, che addimesticò
i figliuoli dei
Polifemi e via
via li ridusse
all'umanità degli Aristidi
e dei Sperati,
dei Lelì e
degli Scipioni Africani.
Anche il concetto
dello stato ferino,
che nei libri
dei giusnaturalisti serviva
da ipotesi e
da espediente didasca-
lico, sia per isvolgere
la trattazione indipendentemente dalla
teologia mistica senza
sollevare troppi scandali,
sia per in-
sinuare le loro teorie
utilitaristiche, nel Vico
ricompare con nuovo
ufficio è nuovo
contenuto. Cattolico di
pure in- tenzioni, avendo dato
pace al suo
animo col separare
la religione rivelata
da quella umana,
egli è in
grado di assu-
mere lo stato ferino
come vera e
propria realtà. Verità
ideale, in quanto
rappresenta nella dialettica
della co- scienza pratica un
momento necessario per la genesi
della moralità (il
momento premorale); realtà
storica ed empirica,
come approssimativa condizione
di fatto in
quei pe- riodi di
anarchia e fermentazione
che precedono il
sorgere della civiltà
o seguono alle
crisi di queste.
I giusnaturali- sti
facevano ossequio, ora
più ora meno,
alla dottrina tra-
dizionale della chiesa, cioè
che l'umanità gentilesca,
nella dispersione seguita
alla confusione babelica,
avesse por- tato seco
un residuo di
religione rivelata, un
vago ricordo del
vero Dio, donde
l'origine della vita
sociale e degli
dèi falsi e
bugiardi, barlume del
Dio vero ;
e per questa
ragione lo «
stato ferino »
veniva proposto nel
loro sistema come
astratto e irreale.
Il Vico eseguiva
sul serio la
distin- zione tra ebrei
e gentili, e
concepiva lo stato
ferino come privo
di ogni aiuto
che provenisse dall'anteriore rivela-
zione: uno stato nel
quale l'uomo era,
per cosi dire,
da solo a
solo con le
proprie sconvolte e
turbolente passioni. Stato
di fatto senza
moralità, ma (diversamente
che nell'ipotesi utilitaria)
tutto pregno di
esigenze morali, e
dal quale si
esce col farsi
esplicito di questo
implicito. Ma si
esce naturalmente e
non già per
effetto della grazia
divina: la vera
grazia divina è
la stessa natura
umana, a cui
partecipano i gentili
al pari degli
ebrei, tutti irrag-
giati nel volto da
un lume divino.
L'uomo ha libero
arbitrio, ma debole,
di fare delle
pas- sioni virtù; e nel suo
travaglio verso la
virtù è aiutato
in modo naturale
da Dio con
la provvidenza. Di
certo, il Vico
non intende disconoscere
l'efficacia altresì della
di- retta e personale
grazia divina; ma,
col suo solito
me- todo, la separa
dalla provvidenza naturale,
che sola gì' im-
porta e sola considera.
A lui piacque
sempre, per quel
che concerneva le
controversie sulla grazia,
di tenersi lontano
dai due estremi,
tipicamente rappresentati, secondo
lui, dal pelagianismo
e dal calvinismo;
e fin da
giovane, studiando le
opere del Ricardo
(il gesuita Stefano
Deschamps), teo- logo della
Sorbona, ne accettò
la dimostrazione circa
l'eccellenza della dottrina
agostiniana, appunto perché
media tra quegli
estremi. Siffatta temperata
dottrina gli sembrava
propria (diceva) per
meditare un principio
di diritto na-
turale delle genti, che
spiegasse l'origine del
diritto ro- mano e
di ogni altro
gentilesco, e per
tenersi nel tempo
stesso in accordo
con la religione
cattolica. Era disposto
a concedere che
vi sia una
nazione privilegiata, l'ebrea;
e che l'uomo
cristiano, nella lotta contro
le passioni, sia
più. forte del
non cristiano, perché,
dove non giunge
la grazia naturale,
può essere soccorso
dalla soprannaturale. Ma,
in- fine, il miracolo
è miracolo, e
la Scienza nuova
non è scienza
di miracoli. Che
tale non sia,
è confermato dalla
critica del Vico
al terzo dei
tre « principi
» del diritto
naturale, a Gio-
vanni Selden, celebre ai
suoi tempi quanto
dimenticato poi, autore
del De iure
naturali et gentium
iuxta discipli- nam
hebrceoì'um (1640). Diversamente
dal Grozio (e
avver- sario di lui
anche in altre
questioni), il Selden
non negava anzi
sublimava l'efficacia della
religione, né concepiva
pos- sibilità alcuna di
vita morale e
civile per il
genere umano, fuori
della rivelazione. La
quale, fatta da
Dio al popolo
ebreo, da questo
sarebbe passata ai
gentili per molteplici
vie di trasmissione:
Pitagora, per es.,
avrebbe avuto per
maestro Ezechiele ;
Aristotele, al tempo
della spedizione di
Alessandro in Asia,
si sarebbe stretto
in amicizia con
Simone il giusto;
a Numa Pompilio
sarebbe giunta qualche
notizia della Bibbia
e dei profeti.
C'era di che
soddisfare ogni animo
di credente, che
si ritraesse timoroso
dai libri degli
altri giusnaturalisti avvertendone
le tendenze etero-
dosse. Ma il Vico
non vuol sapere
di codesto sistema
ultra- religioso. Se il
Grozio prescindeva dalla
provvidenza e il
Pufendorf la sconosceva,
il Selden aveva
il torto (egli
dice) di supporla,
di farne cioè
un deus ex
machina, senza spie-
garla con V intrinseca
natura della mente
umana. Contrario alla filosofia,
quel sistema non
era meno contrario
alla storia sacra,
la quale anche
per gli ebrei
ammette in certo
modo un diritto
non rivelato ma
naturale, e solamente
perché essi ne
persero coscienza nel
tempo della schiavitù
d'Egitto, fa intervenire
l'opera diretta di
Dio con la
legge data a
Mosé; — e non era
conforme, nell'asserita trasfusione
di cognizioni e
leggi dagli ebrei
nei gentili, a
quel che dice
Flavio Giuseppe degli
ebrei, sempre restii
a qualsiasi con-
tatto con popoli stranieri,
e a quel
che il Vico
supponeva fosse detto
anche a questo
proposito da Lattanzio,
come in genere
era privo di
qualsiasi più elementare
sussidio di do-
cumenti. Cosicché la conclusione
del Vico è
sempre la me-
desima: gli ebrei si
giovarono altresì di
un aiuto straordi-
nario del vero Dio,
ma le restanti
nazioni s'incivilirono per
opera dei soli
lumi ordinari della
provvidenza. Se poi
il Vico interpetrasse
esattamente il Grozio
e il Pufendorf
ed esattamente ne
riferisse le parole,
è que- sito per
noi di lieve
peso, perché non
tanto e' importa
il modo nel
quale il Vico
espose e giudicò
gli altri filosofi,
quanto le idee
che egli sostenne
pur attraverso i
suoi frain- tendimenti storici, che,
a dir vero,
non sono pochi.
Tut- tavia, sarà bene
indicare di volo,
circa le difficoltà
che possono incontrarsi
su questo punto,
la soluzione che a noi
sembra plausibile. Senza
dubbio, chi, dopo
aver letto le
censure del Vico,
apra il De
iure belli et
pacis e vi
trovi che il
Grozio include espressamente
fra i suoi
tre principi fondamentali,
accanto alla ragione
e alla socialità,
la vo- lontà divina,
e che quel
suo prescindere da
Dio suona poco
più di una
semplice frase enfatica
a significare la
forza della socialità
e della ragione
(le quali avrebbero
efficacia « etiamsi
daremus non esse
Deum » o
che Dio non
si curi delle
cose umane, «
quod sine summo
scelere davi nequit
>); — chi
apra il Pufendorf
e vi legga
il più solenne
rifiuto dell'ipo- tesi groziana, empia
ed assurda, e
la dichiarazione che
le 96 FILOSOFIA
DEL VICO leggi
naturali resterebbero sospese
in aria, prive
di forza, senza
la volontà di
un Dio legislatore
; — può
essere tratto a
tacciar il Vico
di poca diligenza
o di strana
puntiglio- sità ortodossa nella
critica che muove
a questi suoi
prede- cessori. Ma il
Vico, in verità,
non sapeva che
cosa farsi di
un Dio messo
accanto alle altre
fonti della moralità,
o messovi disopra
come una superflua
fonte della fonte;
egli, che cercava
Dio nel cuore
dell'uomo, sentiva e
scor- geva l'abisso che
lo separava da
coloro che non
l'avevano più nel
cuore e appena,
per abito o
per prudenza, lo
serba- vano nelle parole.
Più sottilmente si
potrebbe domandare perché
mai, se il
Vico era d'accordo
coi giusnaturalisti nel
prescindere dalla rivelazione,
e se egli,
anziché riget- tare, approfondiva la
loro superficiale dottrina
immanenti- stica, si atteggiasse
a loro risoluto
avversario e facesse
la voce grossa
e insistesse presso
prelati e pontefici
nell'at- tribuirsi il
vanto di aver
esso pel primo
formato un si-
stema del diritto naturale,
diverso da quello
dei tre autori
protestanti e adatto
alla chiesa romana.
L' ipotesi che ope-
rasse cosi per politica
cautela la proporremmo,
se, invece di
lui, avessimo innanzi,
per es., un
appassionato e magnanimo
ma furbo frate,
un Tommaso Campanella;
ma la candida
personalità del Vico
la esclude affatto,
e solo si
può conce- dere che,
poco chiaro com'era
sempre nelle sue
idee, questa volta
si adagiasse alquanto
nella poca chiarezza
e, traspor- tato dalla
sua calda fede,
alimentasse le sue
illusioni, fino a
idoleggiarsi dentro di
sé con la
veste di defensor
ecclesia nell'atto stesso
che soppiantava la
religione della chiesa
con quella dell'umanità. Vili
Morale e diritto
D. Da Tacito,
insomma, egli avrebbe
ricevuto la spinta
al suo gran
lavoro, che fu
di rendere concreto
l'ideale, e d'inserire
(come diceva, adattando
un detto ciceroniano)
la repubblica di
Platone nella feccia
di Romolo. IX
La storicità del
diritto G /ome
lo spirito conoscitivo
passa dal sentire
senza av- vertire all'avvertire con
animo perturbato e
commosso e indi
al riflettere con
mente pura; cosi,
analogamente, lo spirito
volitivo passa dalla
ferinità al certo
pratico e da
questo al vero.
Nella correlativa scienza
empirica il pas-
saggio è press 'a poco
quello dallo stato
ferino all'eroico o
barbarico e dall'eroico
al civile. Tutte le
manifestazioni della vita
si conformano a
questi tre tipi
sociali: donde tre
spezie di nature,
tre spezie di
costumi, tre spezie
di diritti e
quindi di repubbliche,
tre spezie di
lingue e di
scritture, tre spezie
di autorità, di
ragioni, di giudizi,
tre sètte di
tempi. Per quanto
il Vico sia
confuso e talvolta
contradittorio nel determinare
i particolari delle
varie cor- rispondenze, il suo
pensiero generale è
chiaro. Dove la
ri- flessione è scarsa
e la fantasia
gagliarda, sono anche
ga- gliarde le passioni,
violenti i costumi,
aristocratici ossia feudali
gli stati, sottoposte
alla rigida autorità
paterna le famiglie,
dure le leggi,
simbolici i procedimenti
dei negozi giuridici,
metaforici i linguaggi,
geroglifiche le scritture.
Per contrario, dove
la riflessione predomina,
la poesia si
dilegua o si
riempie di filosofia,
i costumi si
fanno miti, le
passioni regolate, i popoli assumono
i governi, i
componenti delle famiglie sono
anzitutto cittadini dello
stato, le leggi
si compenetrano di
equità, le procedure
si semplificano, i
linguaggi si sfrondano
di metafore, le
scritture diventano alfabetiche.
Forme miste, quali
le vagheggiano artificio-
samente alcuni politici, sarebbero
mostri; e sebbene
si os- servino forme
mescolate naturalmente, ossia
ritenenti il vezzo
delle primiere, ciascuna
forma per la
sua unità si
sforza sempre, quanto
più può, di scacciare dal
suo sub- bietto
tutte le proprietà
di altre forme.
Quale dei vari
tipi sociali sta
a fondamento degli
altri e porge
il criterio per
giudicarli? o quale
è il criterio
e la misura
per giudicarli tutti
quanti? Una siffatta
domanda, per il
Vico, non ha
senso. Ciascuno di
quei tipi ha la pro-
pria misura in sé
stesso. I governi
(egli dice) debbono
es- sere conformi alla
natura degli uomini
governati : la
scuola dei principi
è la morale
dei popoli. Si
può inorridire in-
nanzi alla guerra, al
diritto del più
forte, alla riduzione
dei vinti a
schiavi, cioè a
cose che ripugnano
ai nostri costumi
ingentiliti ; ma
la società, che
si esplicava con
quei costumi, era
necessaria e perciò
buona. La divinità
della forza, come
si è detto
di sopra, teneva
il posto e
compieva l'ufficio del
non ancora possibile
impero della ragione.
Vengono di poi
i tempi della
ragione umana tutta
spiegata; e gli
uomini non si
stimano più secondo
la forza, ma
si riconoscono eguali
nella natura ragionevole,
che è la
propria ed eterna
natura umana. Altri
tempi, altri costumi,
e buoni non
meno, ma non
più, dei primi.
Tanto varrebbe domandare
la misura comune
di questi vari
tipi sociali, quanto
se si domandasse
quale sia la
vera età della
vita individuale, la
misura comune della
fanciul- lezza, della giovinezza,
della virilità, della
vecchiaia. Pa- ragone che,
per l'appunto, il
Vico stesso mette
innanzi. Come i
fanciulli tutto scelgono
secondo il capriccio
e si comportano
con violenza, gli
adolescenti vigoreggiano per la
fantasia, gli adulti
guidano le cose
con più pura
ragione e i
vecchi con solida
prudenza ; cosi
al genere umano,
in- fermo, solitario e
indigentissimo nelle sue
origini, convenne crescere
dapprima in isfrenata
libertà, poi ritrovare
i ne- cessari, utili e
comodi della vita
con l'ingegno e
con la fantasia
(che fu il
secolo dei poeti);
e, infine, coltivare
la sapienza con
la ragione (che
fu il secolo
dei filosofi). Pari-
mente, il diritto naturale
nacque dapprima con
leggi, per cosi
dire, di giusta
libidine e di
giusta violenza; poi
fu rivestito con
alcune favole di
giusta ragione ;
infine, si affermò
apertamente nella sua
schietta ragione e
generosa verità. Con
siffatto modo di
considerare e giudicare
stati, leggi e
costumi, il Vico
respingeva un'altra delle
dottrine o delle
pretese capitali del
giusnaturalismo:
quell'astrattismo e antistoricismo, che
abbiamo ricordato a
suo luogo, e
del quale era
conseguenza la concezione
di un diritto
na- turale, che stia
di sopra al
diritto positivo, e
perciò una sorta
di codice eterno,
una legislazione perfetta,
non at- tuata ancora
pienamente ma da
attuare, i cui
lineamenti traspaiono con
molta nitidezza nelle
opere dei giusnatura-
listi attraverso il
tenue velame dottrinale
e filosofico. Co-
dice eterno, che era
poi, nella sua
parte effettuale, un co- dice contingente e
transitorio, o almeno
la proposta di
un codice conforme
alle tendenze riformistiche
e rivoluziona- rie di
quegli scrittori, piuttosto
che filosofi, pubblicisti.
Il Vico si
spaccia del codice
ideale eterno senza
averne l'aria: prontissimo,
anzi, a riconoscere
che il «
ius naturale philosophorum
» ò eterno
nella sua idea
e severissimamente stabilito
« ad rationis
mternee libellam ».
Ma dall'eternità concessagli
a parole e
per ossequio alla
vecchia filosofia scolastica
e tradizionale, della
quale qua e
là egli risentiva
l'efficacia, passa a
negargli di fatto
l'eternità e il
carattere soprastorico, perché,
invece di metterlo
sopra e fuori
la 108 FILOSOFIA
DEL VICO storia,
lo colloca al
posto che gli
spetta, dentro la
storia. Il diritto
della violenza o
eroico, cangiatosi nel
diritto in- civilito, giunge via
via a un
certo termine di
chiarezza, al quale
per la sua perfezione altro
non rimane che
alcuna setta di
filosofi lo compia
e fermi con
massime ragionate sull'idea
di un giusto
eterno; e questo
raziocinamento e sistemazione
è il «
ius naturale philosophorum
», estrema forma
dello svolgimento storico
del diritto e
non già regola
perpetua di esso:
risultamento, non misura.
Di qui l'accusa
del Vico al
Grozio che, per
avere scambiato il
« ius naturale
philosophorum », il
diritto composto di
massime ragionate da
moralisti e teologi
e in parte
da giuristi, col
« ius na-
turale gentium » (nella
terminologia groziana : per avere
scambiato il diritto
naturale con una
forma di diritto
arbitrario o positivo),
fraintese i giureconsulti
romani, i quali
intendevano parlare solamente
di questo secondo,
e perciò propose
correzioni e mosse
loro censure i
cui colpi vanno
a cadere nel
vuoto. Il codice
eterno, considerato intrinsecamente, è
un'uto- pia; e poiché
la prima e
maggiore delle utopie
fu la Re-
pubblica platonica,
conviene, per meglio
determinare il punto
di cui si tratta, osservare
il comportamento del
Vico rispetto alla
costruzione politica platonica.
A dare ascolto
alle sue parole,
la Repubblica platonica
sarebbe stata un
altro dei tanti
incentivi e modelli
che egli avrebbe
avuti a concepire
la Scienza nuova.
Dallo studio di
Pla- tone incominciò a
destarsi in lui,
senz'avvertirlo, « il
pen- siero di meditare
un dritto ideale
eterno che celebras-
sesi in una
città uni ve
r sale nell'idea
o disegno della
providenza, sopra la
quale idea son
pure fondate tutte
le repubbliche di
tutti i tempi,
di tutte le
nazioni: che era
quella repubblica ideale,
che in conseguenza
della sua me-
tafisica divina doveva meditar
Platone ». Doveva,
ma non lo
potè fare «
per l' ignoranza »,
in cui egli
era, « del
primo uomo caduto »
; cioè dell'originario stato
ferino e della
sapienza, che gli
successe, affatto poetica
o volgare :
igno- ranza in cui
fu mantenuto per
un errore comune
delle menti umane
che misurano da
sé le nature
non ben conosciute
d'altrui, di guisa
che egli innalzò
le barbare e
rozze ori- gini dell'umanità gentilesca
allo stato perfetto
delle sue al-
tissime divine cognizioni riposte,
e sapientissimi di
tal sa- pienza riposta immaginò
quei primi uomini
che furono in-
vece, nella realtà, «
bestioni tutti stupore
e ferocia ».
In conseguenza di
quest'errore erudito Platone,
in cambio di
meditare sulla repubblica
eterna e sulle
leggi del giusto
eterno con le
quali la Provvidenza
ordinò il mondo
delle nazioni e
lo governa con
le bisogne comuni
del genere umano
onde esse si
reggono sul comune
senso di tutta
l'umana generazione, «
meditò in una
repubblica ideale ed
in un pur
ideale giusto »,
col quale le
nazioni non si
conducono punto. E,
anzi, se mai,
dovrebbero discostar- senc
e purgarsene, perché
tra quelle determinazioni di
repubblica perfetta se
ne trovano alcune
disoneste e da
aborrire, com'è la
comunanza delle donne.
Cosicché, il Vico
accettava da Platone
l'idea di una
repubblica eter- na, sconvolgendola da
cima a fondo
con la soggiunta
ri- serva : che
la vera repubblica
eterna non è
l'astratta platonica, ma
il corso storico
in tutti i
suoi vari e
succes- sivi modi, dai
bestioni non esclusi
a Platone compreso.
Di codesta, che
è la «
generis Immani respublica
», la «
magna generis humani
civitas », la
« respublica universa
», egli in-
tende studiare « formarti,
ordines, societates, negotia,
leges, peccata, pcvnas
et scientiam in
ea tractandi iuris
», e come
tutte queste cose
si venissero svolgendo
« a suis
usque pri- mis human itatis originibus,
divina providentia moderante,
moribus gentium ac
proinde auctoritate »,
cioè presso il
Vico può essere,
anzi è per
l'appunto, quello della
persuasione circa la
provvidenza, ossia l'idea
che l'uomo ha
di Dio, dapprima
nella forma del
mito, di- poi in
quella pura e
ragionata della filosofia.
Le antiche nazioni
gentili (egli dice)
« incominciarono la
sapienza poetica metafisica
di contemplare Dio
per l'attributo della
sua provvidenza »,
sulla quale furono
fondati gli auspici
e la divinazione.
Senza di essa,
dunque, non si
forma nel- l'uomo la
sapienza, che è
coscienza dell'infinito; non
sorge la moralità,
eh' è timore e
riverenza del potere
superiore che governa
le cose umane.
Ma la provvidenza,
in tale si-
gnificato, non dà luogo
a nuovo discorso,
dopo di quello
già fatto da
noi a proposito
cosi del mito
come dei rap-
porti tra morale e
religione. Passando, dunque,
senz'altro, alla Provvidenza
nel se- condo significato, ossia
al suo vero
e proprio concetto,
ci sembra opportuno
prescindere per qualche
istante dal Vico
e fornire alcuni
schiarimenti dottrinali. È
comune osservazione che
altro è produrre
un fatto, altro
conoscere il fatto
prodotto. La conoscenza
di ciò che
realmente un fatto
è, si ottiene
talora, nella vita
dell' in- dividuo, dopo
parecchi anni, nella
vita dell'umanità dopo
parecchi secoli. Coloro
medesimi che sono
i diretti agenti
di un fatto,
non ne hanno
di solito la
conoscenza o l'hanno
assai imperfetta e
fallace; tanto che
sono passate in
pro- verbio le illusioni,
che, come si
dice, accompagnano l'attività
degli uomini. Il
poeta crede di
cantare la purità ed
effettivamente canta la
lascivia ; crede
di cantare la
forza e canta
la debolezza; crede
di essere terribilmente
pessimista ed è
fanciullescamente ottimista; crede
di es- sere Satana
ed è un
brav'uomo inoffensivo. Non
meno s'ingannano i
filosofi; e dei
loro inganni non
dovremo, in verità,
andar lontano a
cercare esempì, perché
tanti e tanti
ce ne viene
porgendo proprio il
filosofo che stiamo
studiando: uno di
coloro che maggiormente
s'illusero sulle reali
tendenze dei propri
pensieri. E s'inganna
l'uomo politico che,
assai spesso, credendo
e professando di
lot- tare per la
libertà, è semplice
aiutatore di reazione,
o credendo di
servire alla reazione,
incita a ribellarsi
e serve alla
libertà. E via
discorrendo. Illusioni spiegabilissime, perché
gl'individui e i
popoli, nel fervore
del produrre o
appena uscenti da
quel fervore, possono
forse esprimere il
loro stato d'animo,
ma non farne
quella critica che
è il racconto
storico; onde, quando
non si rassegnano
a ta- cere e
ad aspettare, narrano
di sé stessi
storie fantastiche, verità
e poesia commiste.
Anzi, in questa
dimostrata dif- ficoltà di
conoscere l'agire nell'agire
è uno dei
motivi della saggia
raccomandazione a parlare
il meno possibile
di sé medesimi,
e della diffidenza
che si prova
per le au-
tobiografie e i libri
di memorie, curiosi
e anche, se si
vuole, importanti, ma che non
porgono mai la
schietta verità storica
dei fatti narrati.
Le opere umane
ci giungono, per
tal modo, avvolte
nei fumi delle
illusioni che si
sollevano dagl'individui. E
lo storico superficiale
si ferma all'involucro
e prende a
raccontare come le
cose siano andate,
facendosi portavoce di
quelle illusioni. A
questo modo la
storia della poesia
si viene conformando
come il racconto
delle intenzioni, delle
opinioni, dei fini
del poeta o
di quelli che
gli attribuirono i
suoi contemporanei; la
storia della filosofia,
come l'aned- dotica dei
sentimenti, delle bizze,
e dei fini
pratici dei fi-
118 FILOSOFIA DEL
VICO losofi; quella
politica, come un
tessuto d'intrighi, dibassi
interessi, di pettegolezzi,
di miserie. Ma
non appena un
più cauto o
diverso ingegno storico
si avvicina a
quelle sto- rie, il
primo atto ch'egli
compie è di
soffiare sulla nebbia,
spazzare via gl'individui
e le loro
illusioni e guardare
di- rettamente le cose,
quali si sono
prodotte nella loro
suc- cessione oggettiva e
nella loro origine
sopraindividuale. La storia
vera e reale
emerge allora di
là dagl'individui, come
un'opera che si
compia dietro le
loro spalle: opera
di una forza
diversa dagl'individui agenti:
Fato, Caso, Fortuna,
Dio. Gl'individui, che
prima erano tutto
e riempivano la
scena coi loro
gesti o coi
loro gridi, ora,
in questa seconda
guisa di storia,
sono meno che
nulla, e i
loro atti e
gridi, destituiti di
seria efficacia, destano
riso o pietà.
Si guarda atterriti
il Fato che
li domina, si
stupisce alle strane
com- binazioni del Caso
e ai capricci
della Fortuna, si
adorano i disegni
imperscrutabili della Provvidenza
divina. Di co-
deste forze gl'individui appaiono
a volta a
volta l'inerte materiale,
i leggieri giocattoli,
i ciechi strumenti.
Senonché una più
profonda considerazione va
oltre anche questa
seconda veduta della
storia. La pietà
che sembrano destare
gl'individui, la comicità
che suscitano, in
effetti non è
meritata da essi
ma dalle loro
immaginazioni, o, piut-
tosto, da coloro che
le scambiano per
verità. La storia
reale è fatta
dalle opere e
non dalle immaginazioni
e illusioni; ma
le opere sono
poi compiute dagl'individui, non
cer- tamente in quanto
sognanti, ma, appunto,
in quanto ope-
ranti; non nella frivolezza
del loro opinare,
ma nell'ispi- razione del
genio, nel sacro
furore del vero,
nel santo entusiasmo
dell'eroismo. Fato, Caso,
Fortuna, Dio sono
spiegazioni che hanno
tutto il medesimo
difetto, che è
di separare l'individuo
dal suo prodotto,
e, invece di
cacciare via, come
si argomentano, il
capriccio o l'arbitrio
indivi- duale dalla storia,
inconsapevolmente lo rafforzano
e lo moltiplicano. Capriccioso
è il cieco
Fato, il Caso
strava- gante, il tirannico
Dio; epperò il
Fato passa nel
Caso e in
Dio, il Caso
in Fato e
Dio, e Dio
si converte nell'uno
e nell'altro, tutti
eguali e tutt'uno.
L'idea, che supera
e corregge tanto
la visione indivi-
dualistica della storia quanto
quella
sopraindividualistica, è l' idea
della razionalità della
storia. La storia
è fatta da-
gl' individui ; ma
l'individualità è la
concretezza stessa dell'universale, e
ogni azione individuale,
appunto perché individuale,
è sopraindividuale. Non
vi è né l'
individuo né l'universale
come due cose
distinte, ma l'unico
corso storico, i
cui aspetti astratti
sono l'individualità priva
di univer- salità e
l'uuiversalità priva d'individualità. Quest'unico
corso storico è
coerente nelle sue
molteplici determinazioni, al
modo di un'opera
d'arte che è
varia e una
insieme e nella
quale ogni parola
si abbraccia coll'altra,
ogni tono di
colore si riferisce
agli altri tutti,
ogni linea si
lega a ogni
altra linea. A
tale patto solamente
è dato intendere
la storia, che
altrimenti resterebbe inintelligibile, come
inintelligibili restano un
discorso senza significato
e una incoerente
azione da folle.
La storia dunque
non è opera
né del Fato
né del Caso,
ma di quella
necessità che non
è fatalità e
di quella li-
bertà che non è caso. E
poiché la veduta
religiosa che la
storia sia opera
di Dio ha,
sulle altre, il
vantaggio e il
merito d'introdurre una
causa della storia
che non sia
né fato né
caso, e perciò
neppure pili propriamente
causa ma efficienza
creativa e spirito
intelligente e libero,
è na- turale che,
per atto di
gratitudine verso questa
veduta più alta,
non meno che
per opportunità di
linguaggio, si sia
tratti a dare
alla razionalità della
storia il nome
di Dio che
tutto regge e
governa, o della
Provvidenza divina. A
denominarla cosi, purgando
in pari tempo
la denomina- zione delle
sue scorie mitiche,
per le quali
Dio e la
sua 120 FILOSOFIA
DEL VICO provvidenza
si corrompevano di
nuovo in un
fato o in
un caso. Onde
la Provvidenza nella
storia ha, in
quest'ultima sua forma
logica, il duplice
valore di una
critica delle illusioni
individuali, allorché si
presentano come la
piena e sola
realtà della storia,
e di una
critica della trascendenza
del divino. E si può
dire che nel
punto di vista
di essa si
siano collocati e
si collochino sempre,
come per istinto,
cioè anche senza
fare professione di
espli- cita teoria, tutti
gì' ingegni naturalmente
forniti di quella
particolare attitudine che
si chiama senso
storico. Se ora,
nel tornare al
Vico, ricerchiamo quale
solu- zione egli desse
al problema della
forza che muove
la sto- ria, e
quale contenuto preciso
avesse in lui
il concetto della
provvidenza nel significato
oggettivo, è agevole
an- zitutto escludere che
la sua fosse
quella Provvidenza tra-
scendente e miracolosa, che
aveva formato il
tema del- l'eloquente Discours del
Bossuet. Agevole, sia
perché egli in
tutta la sua
filosofia non fa
mai altro che
ridurre il trascendente
all' immanente, e
qui innumeri volte
ripete che la
sua provvidenza opera
per vie naturali
o (valendosi della
terminologia della scuola)
per cause seconde;
sia perché sopra
questo punto c'è,
si può dire,
fra gl'inter- petri
consenso generale. Non
meno insistente è
la sua critica
del fato e del caso,
o, come talora
tripartisce, della fortuna,
del fato e
del caso. Egli
avverte anche che
la dottrina del
fato si aggira
in un circolo
vizioso, perché la
serie eterna delle
cagioni, con la
quale esso tiene
cinto e legato
il mondo, pende
dall'arbitrio di Giove
e Giove è
insieme soggetto al
fato; onde c'è
rischio che gli
stoici restino avvolti
in quella «
catena di Giove
», con la
quale vogliono trascinare
le cose umane.
Quei tre concetti,
ai quali corrispondono
le opportunità se
si tratta di
cose desiderate, le
occasioni se di
quelle che avvengono
oltre la speranza,
e gli accidenti
se di quelle
che si presentano
oltre l'opinione, sono
distinzioni più che
altro dell'apprendimento soggettivo,
per- ché oggettivamente pertengono
a un'unica legge,
la quale potrebbe
chiamarsi altresì «
fortuna », ove
con Platone si
riconosca per signora
delle cose umane
l'opportunità; e tutte
tre sono le
manifestazioni e le
vie della Provvidenza
divina, che è
intelligenza, libertà, necessità.
Quello che fece
il mondo delle
nazioni « fu pur
Mente, perché '1
fe- cero gli uomini
con intelligenza; non fu Fato,
perché '1 fecero
con elezione; non
Caso, perché con
perpetuità, sem- pre cosi
facendo, escono nelle
medesime cose ».
Il Vico lumeggia
nei modi più
immaginosi quella com-
media degli equivoci, che
sono le illusioni
circa i fini
delle azioni che
si compiono. Gli
uomini credettero di
salvarsi dalle minacce
del cielo fulminante
col portare via
le fem- mine nelle
grotte per isfogare
la libidine bestiale
fuori dello sguardo
di Dio; e,
nel tenerle ferme
colà dentro, fondarono
i primi concubiti
pudici e le
prime società; cioè
i matrimoni e
le famiglie. Si
fortificarono in luoghi
adatti col fine
di difendere sé
stessi e le
loro famiglie; e,
in realtà, con
quel fortificarsi in
certi luoghi, ponevano
fine alla vita
nomade, al divagamento
ferino, e imparavano
la cultura dei
campi. I deboli
e sregolati, ridotti
alle estreme neces-
sità dalla fame e
dalle vicendevoli uccisioni,
per campare la
vita corsero a
chiedere riparo in
quelle terre fortificate
facendosi famoli degli
eroi; e cosi,
senza sliperlo, vennero
ad ampliare le
famiglie da famiglie
di soli figliuoli
a fa- miglie anche
di famoli e
da queste a
stati aristocratici e
feudali. Gli aristocratici, feudatari
o patrizi, credettero
di difendere e
perpetuare il loro
dominio quiritario sulle
terre con l'usare
la più stretta
rigidità verso i
famoli o plebi
che le lavoravano;
ma a questo
modo indussero i
famoli, per loro
difesa, a unirsi
tra loro, svegliarono
in essi la
coscienza della propria
forza, da plebe
ne fecero uomini, e
quanto più fieramente
i patrizi si
stimarono patrizi e
si sforzarono di
mantenersi tali, tanto
più efficacemente concorsero
a distruggere lo
stato patrizio e
a creare quello
democratico. Cosi (dice
il Vico) il
mondo delle nazioni
esce * da
una mente spesso
diversa ed alle
volte tutta contraria
e sempre superiore
ad essi fini
partico- lari ch'essi uomini
si avevan proposti;
de' quali fini
ri- stretti fatti mezzi
per servire a
fini più ampi,
gli ha sem-
pre adoperati per conservare
l'umana generazione in
que- sta terra ».
Ma già da
talune di queste
parole del Vico
si potrebbe ritrarre
bhe egli tendeva
talvolta a concepire
gli uomini come
coscienti dei propri
fini utilitari e
incoscienti di quelli
morali. Il che
condurrebbe logicamente a
spiegare la vita
sociale con esclusivi
principi utilitari, e
la moralità come
un qualcosa di
accidentale rispetto alla
volontà umana e perciò
di non veramente
morale : una
formazione estrin- seca più
o meno potente
a tenere insieme
gli uomini, o
l'opera nascosta di
una Provvidenza extramondana.
L'uti- litarismo s'insinua soprattutto
in una pagina
nella quale è
detto che l'uomo,
per la sua
corrotta natura, essendo
tiranneggiato dall'amor proprio
pel quale segue
principal- mente la propria
utilità e vuole
tutto l'utile per
sé e niuna
parte pel compagno
e non può
porre in conato
le passioni per
indirizzarle a giustizia,
nello stato bestiale
ama sola- mente la
sua salvezza; presa
moglie e generati
figliuoli, ama la
sua salvezza con
la salvezza della
fami- glia; venuto a vita civile,
ama la sua
salvezza con la
salvezza della città;
distesi gl'imperi sopra
più po- poli, ama
la sua salvezza
con la salvezza
della na- zione; unite
le nazioni in
guerre, paci, alleanze
e com- merci, ama
la sua salvezza
con la salvezza
di tutto il
genere umano; e
« in tutte
queste circostanze ama
principalmente l'utilità propria
». Per la
qual ragione, X.
LA PROVVIDENZA 123
« non da
altri che dalla
Provvedenza divina deve
essere tenuto dentro
tali ordini a
celebrare con giustizia
la fami- gliare, la
civile e finalmente
l'umana società; per
gli quali ordini,
non potendo l'uomo
conseguire ciò che
vuole, al- meno voglia
conseguire ciò che
dee dell'utilità, eh' è
quel che dicesi
giusto ». La
pubblica virtù romana
(scrive al- trove) «
non fu altro
che un buon
uso che la
Provvedenza faceva di
si gravi, laidi
e fieri vizi
privati, perché si
con- servassero le città
ne' tempi che
le menti degli
uomini, essendo particolarissime, non
potevano naturalmente intendere
ben comune ».
Senonché l'utilitarismo, come
sappiamo, è affafto
repu- gnante alla concezione
etica del Vico,
fondata sulla co-
scienza morale o sul
pudore ; e perciò queste
sue affer- mazioni, che
inconsapevolmente vi condurrebbero, non
possono spiegarsi se
non come effetto
del turbamento che
talora produceva in lui la
sopravvivenza del concetto
tra- scendente e teologico
circa la Provvidenza,
e anche della
poca chiarezza di
pensiero, per la
quale non gli
riusciva di tenere
ben distinto il
concetto delle illusioni
indivi- duali da quello
dei fini individuali
e sostituiva talvolta
il secondo dove
avrebbe dovuto trattare
solamente del primo..
Se la provvidenza
divina, 1' «
unità della religione
d'una divinità provedente
», è «
l'unità dello spirito
che informa e dà vita
al mondo delle
nazioni », questa
religiosità non può
starsene al pensiero
dell' inconsapevole' indirizzamento
dei fini individuali
a effetti universali,
ma deve esplicarsi
nel dar vita
e vigore ai
fini universali direttamente,
e l'uomo sarà
tutt' insieme utilitario e
morale, oche s'illuda
di essere morale
dov'è utilitario o
di esser utilitario
dov'è effettivamente morale.
A ogni modo,
e nonostante queste
oscillazioni o piut-
tosto confusioni, concepire i fini particolari
come veicolo degli
universali e le
illusioni come accompagnanti e
eoo- 124 FILOSOFIA
DEL VICO peranti
con l'azione importa
concepire dialetticamente il
moto della storia
e superare il
problema del male.
Nel Vico, questo
problema ha, infatti,
pochissimo rilievo, tanto
in lui dominava
l'idea che la
Provvidenza governi tutto;
e perciò quel
che si chiama
male, non solo
gli si mostrava
voluto dagli uomini
sotto sembianza di
bene (fal- sum
sub veri specie,
mala sub bonorum
simulaci* ìs amplecti- mur),
ma doveva logicamente
svelarglisi come esso
stesso una forma
di bene, a
quella guisa che
bene era la
barba- rica forza costitutrice
della prima società.
In qualche raro
luogo dei suoi
primi scritti nel
quale gli accade
di accen- nare a
tali questioni, il
Vico nota che
noi altri uomini,
a causa della
nostra iniquità onde
« nosmetipsos, non
hanc rerum universitatem
spectamus >, le
cose che ci
con- trariano stimiamo male,
« quce tamen,
quia in mundi
com- mune conferunt,
bona sunt ».
La concezione della
storia diventa nel
Vico veramente oggettiva,
affrancata dall'arbitrio divino,
ma non meno dall'impero delle
piccole cause e
delle spiegazioni aned-
dotiche ; e acquista
coscienza del suo
fine intrinseco, che
è d'intendere il
nesso dei fatti,
la logica degli
avveni- menti, di essere
rifacimento razionale di
un fatto razionale.
Gli studi storici,
a quei tempi,
non erano tanto
danneg- giati dal primo
errore (che anzi
la concezione teologica,
fin dagli inizi
del Rinascimento italiano,
poteva conside- rarsi decaduta), quanto
da quella forma
di storia che
ap- punto allora venne
prendendo nome di
prammatica, e che
restringendosi all'aspetto personale
degli avvenimenti e
non raggiungendo per
questa via la
piena realtà storica,
cercava di darsi
calore e vita
mercé le riflessioni
e gli ammaestramenti politici
e morali. Un
monumento di storia
prammatica sorgeva nella
stessa patria del
Vico, contem- poraneamente alla Scienza
nuova : la
Storia civile del
regno di Napoli
di Pietro Giannone,
il quale era
veramente X. LA
PROVVIDENZA 125 l'uomo
del suo paese
e del suo
tempo e scrisse
un gran libro
di polemica e
anche, per certi
rispetti, di storia,
ma tale che,
con la sua
altezza, dà modo
di segnare la
tanto maggiore altezza
dell'opera vichiana. Ben
altro che astuzie
di papi, vescovi
e abati, e
semplicità di duchi
e imperatori, avrebbe
saputo scoprire il
Vico, se avesse
dovuto narrare lui
per filo e
per segno le
origini della proprietà
e della potenza
ecclesiastica nel Medioevo.
E ben altro,
come ve- dremo, egli
scopri realmente nella
storia, tutte le
volte che prese
a indagarne qualche
parte. XI I
RICORSI L Lio
spirito, percorsi i
suoi stadi di
progresso, e dalla
sensazione innalzatosi successivamente all'universale fanta-
stico e poi a
quello intelligibile, dalla
violenza all'equità, non
può, in conformità
della sua eterna
natura, se non
ripercorrere il suo
corso, ricadere nella
violenza e nel
senso, e di là riprendere
il moto ascensivo,
iniziare il ri-
corso. È codesto
il significato filosofico
del « ricorso
» vichiano, ma
non è il
modo preciso in
cui lo si
trova espresso negli
scritti del Vico,
dove l'eterno circolo
viene quasi esclusi-
vamente considerato nelle storie
dei popoli, come
ricorso delle cose
umane civili. La
civiltà va a
terminare nella «
barbarie della riflessione
», peggiore della
prima barba- rie del
senso, che era
di una fierezza
generosa, laddove l'altra
è vile, insidiosa
e traditrice; e
perciò è necessario
che quella malnata
sottigliezza d'ingegni maliziosi
vada a irrugginire
dentro lunghi secoli
di una nuova
barbarie del senso.
Tuttavia, dai fatti
storici e dallo
schema socio- logico bisogna estrarre
e depurare il
concetto del «
ri- corso », non
solo per rendersi
conto dell'assolutezza ed
eternità che il
Vico gli attribuisce,
ma anche per
giustifi- care la rappresentazione storica
e la legge
sociologica che 128
FILOSOFIA DEL VICO
si fondano sopra
di esso e
da esso principalmente attin-
gono la loro forza.
Le leggi di
corsi e ricorsi,
che erano state
stabilite dai filosofi
e politici greci
e da quelli
italiani del Rinascimento,
si fondavano certamente
anch'esse sopra qualche
filosofia, ma assai
superficiale ; onde
assumevano a loro
obietto le estrinseche
e vuote forme
politiche, delle quali
procura- vano di determinare
la successione sopra
dati di esperienza
o su vaghi
raziocini. Ma il
Vico ha per
suo obietto le
forme di cultura,
che abbracciano in
sé tutti gli
atteggiamenti della vita,
l'economia e il
diritto, la religione
e l'arte, la
scienza e il
linguaggio ; e,
riportandole alla loro
intima fonte, che
è lo spirito
umano, ne stabilisce
la successione secondo
il ritmo delle
elementari forme dello
spi- rito. Per questo,
tutta l'erudizione che
si è spesa
per rav- vicinare i
ricorsi vichiani alle
teorie di Platone
o di Po-
libio, del Machiavelli o del Campanella,
riesce mediocre- mente inutile: tanto
più che il
Vico (il quale,
come sap- piamo, pure
fraintendendo spesso i
suoi predecessori, non si può
dire che volesse
celarli, anzi, dove
gli pareva scor-
gere riscontri e consensi,
se ne pompeggiava)
non senti il
bisogno di ricordarle
o vi accennò
con poca stima.
L'àvay.óxXtoats di Polibio,
la sua economia
della natura se-
condo la quale si
cangiano e tramutano
e al medesimo
punto gli stati
ritornano, è sembrata
quasi un'anticipa- zione della
storia ideale eterna
; pure il
Vico mette Poli-
bio insieme con gli
altri, invitando i
lettori a considerare
« quanto [poco]
i filosofi abbiano
con iscienza meditato
sui principi dei
civili governi, e
quanto [poco] con
verità, Po- libio abbia
ragionato sulle loro
mutazioni ■». Il
Campanella connetteva i suoi circoli
storici con leggi
astrologiche ; e
il Machiavelli ecco
come concepisce la
catastrofe che inizia
il ricorso :
« Quando l'astuzia
e malignità umana
è venuta dove
la può venire,
conviene di necessità
che il mondo si
purghi per uno
dei tre modi
[peste, fame e
inonda- zione, oltre quelli
umani delle nuove
religioni e linguaggi],
acciocché gli uomini,
essendo divenuti pochi
e battuti, 'vi- vano più
comodamente e divengano
migliori ». Il
solo precedente al
quale il Vico
quasi si gloria
di riferirsi, è
l'antichissima tradizione egiziana
sulla successione delle
tre età degli
dèi, degli eroi
e degli uomini,
che interpetra in
guisa tutta sua
e riempie di contenuto affatto
nuovo. Se la
filosofìa, che è
nel fondo, conferisce
forza alla teo-
ria sociologica vichiana dei
ricorsi, il materiale
storico col quale
è, per cosi
dire, impastata, v'introduce
qualche de- bolezza. Il
Vico ebbe pratica
e predilezione particolare
per la storia
specialmente giuridica di
Roma, donde mossero
le sue indagini
e alla quale
si dedicò per
più anni; e
que- sta storia, sia
perché da lui
meglio ricercata, sia
per la sua
stessa complessità, grandiosità
e durata, fini
per pa- rergli la
storia tipica o
normale, da servire
di misura tutte
le altre, e
gli si confuse
con la stessa
legge del corso
e ricorso. Roma
gli offriva l'asilo
di Romolo, cioè
il passaggio dallo
stato ferino all'ordinamento politico
; le .aristocrazie, monarchiche
dapprima solo in
apparenza, e poi
neppure nell'apparenza; la
democrazia, uscente dalla
lotta contro l'aristocrazia e
terminante nell'effettiva mo-
narchia, cioè nella forma
pili perfetta della
vita civile; e
di qui, per
processo degenerativo, la
barbarie della rifles-
sione ossia della civiltà,
che è incomparabilmente peggiore
della prima e
generosa barbarie, e,
conseguenza di essa,
una seconda condizione
di di vagamento
ferino, e la
nuova barbarie, la
nuova gioventù, il
Medioevo. La storia
di Roma, a
mala pena generalizzata
e integrata qua
e là con
quella della Grecia,
si scorge nelle
« degnità »
vicinane che formolano
le leggi della
dinamica sociale. Gli
uomini prima sentono
il necessario, dipoi
badano all'utile, appresso
avvertiscono il comodo,
più innanzi si
dilettano del pia-
B. Cuoce, La
filosofìa di Giambattista
Vico. 1> 130
FILOSOFIA DEL VICO
cere, quindi si
dissolvono nel lusso,
e finalmente impaz-
zano in istrapazzar le
sostanze. Ci vogliono
prima uomini immani
e goffi come
i Polifemi, affinché
l'uomo ubbidisca all'uomo
nello stato delle
famiglie, e per
disporlo a ubbi-
dire alla legge nello
stato futuro delle
città. Ci vogliono
i magnanimi e
gli orgogliosi come
gli Achilli, determinati
a non cedere
ai loro pari,
affinché sulle famiglie
si costi- tuiscano le
repubbliche di forma
aristocratica. Quindi si
richiedono i valorosi
e giusti, quali
gli Aristidi e
gli Sci- pioni
Africani, per aprire
la strada alla
libertà popolare. Più
innanzi, personaggi appariscenti
con grandi immagini
di virtù accompagnata
da grandi vizi,
che presso il
volgo» fanno strepito
di vera gloria,
quali gli Alessandri
e i Ce-
sari, per introdurre le
monarchie. Più oltre
ancora, i tristi
riflessivi, quali i
Tiberi, per istabilirle
; e, finalmente,
i furiosi, dissoluti
e sfacciati, quali
i Caligola, i
Neroni, i Domiziani,
per rovesciarle. Per
effetto di questo
assottigliamento della storia
romana a storia
tipica, e insieme
della corpulenza che
la storia ti-
pica acquista nella storia
di Roma, la
ìegge vichiana dei
ricorsi è tutta
rotta da eccezioni,
assai più frequenti
e gravi che
le medesime leggi
empiriche non comportino
j talché se
il suo schema
empirico fosse tutt'uno,
come a lui
sembrò, con la
legge ideale dello
spirito, parrebbe quasi
ironia l'affermata costanza
di esso nell'eternità
e nei mondi
infiniti. Il disegnato
corso delle cose
umane (egli scrive)
non fecero, nell'antichità, Cartagine,
Capua e Numanzia^
le tre città
che minacciarono di
disputare a Roma
l'im- pero del mondo
; perché i
cartaginesi furono prevenuti
dalla nativa acutezza
africana, che più
aguzzarono nei commerci
marittimi ; i
capuani dalla mollezza
del cielo e
dall'abbondanza della Campagna
felice; i numantini,
per- ché nel loro
primo furore dell'eroismo
furono oppressi dalla
potenza romana, comandata
da uno Scipione
Africano, vin- XI.
I RICORSI 131
citore di Cartagine,
e assistita dalle
forze del mondo.
E dall'antichità saltando
ai tempi moderni,
gli americani cor-
rerebbero ora il corso
delle cose umane,
se non fossero
stati scoperti dagli
europei; Polonia e
Inghilterra persi- stono stati
aristocratici (tale stimava
il Vico l'Inghilterra, perché,
non come la
Francia, monarchia assoluta),
ma per- verranno a
perfettissime monarchie, se
il corso naturale
delle cose umane
civili non sarà
loro impedito da
cagioni straordinarie. Neppur
il Medioevo poteva
considerarsi, se- condo la
mente del Vico,
come un vero
e proprio ritorno
allo stato ferino,
se si apri
con lo stabilimento
della re- ligione del
vero Dio, del
cristianesimo; né, a ogni modo,
quel ritorno alla
ferinità e alla
barbarie sembra che
sia la sola
via che si
offra alle nazioni,
giunte alla loro
tbqiVj, al loro
culmine. C'è l'altra
che le nazioni
corrotte perdano l'indipendenza e
vengano sotto il
dominio di altre
migliori. Né, infine,
la decadenza è
inevitabile, se uomini
di stato e
filosofi, lavorando concordi,
possono ser- bare la
perfezione raggiunta e
raffrenare la dissoluzione
minacciante, e se
difatti (come egli
nota) le poche
repub- bliche aristocratiche che
sopravvivevano ai suoi
tempi quali residui
del Medioevo (per
es., Venezia), riuscivano
a con- servarsi con
arti di «
sopraffina sapienza ».
I suoi propri
tempi il Vico
giudica di alta
civiltà : una
compiuta umanità (egli
dice) sembra sparsa,
oggi, per tutte
le nazioni. Pochi
grandi monarchi reggono
il mondo dei
popoli, e quelli
an- cora barbari o
durano per la
perdurante sapienza volgare
di religioni fantastiche
e fiere, o
insiememente per effetto
del temperamento naturale
dei vari popoli.
Le nazioni, infatti,
soggette allo czar
di Moscovia sono
di mente pi-
gra ; quelle del
chan di Tartaria,
genti molli ;
i popoli sui
quali regnano il
negus di Etiopia
e i re
di Fez e
di Ma- rocco, deboli
e parchi. Nella
zona temperata il
Giappone celebra un'umanità
eroica, somigliante alla
romana dei 132
FILOSOFIA DEL VICO
tempi delle guerre
cartaginesi, fieri nelle
armi, con una
lingua che arieggia
la latina (qui
il Vico fraintendeva
il ragguaglio di
un missionario gesuita),
con una religione
feroce di dèi
orribili tutti carichi
d'armi infeste (e
qui esagerava alquanto
un passo del
Bartoli) ; i
cinesi, invece, con
una religione mansueta,
coltivano le lettere
e sono umanissimi;
umani ed esercitanti
le arti della
pace, i popoli
del gran Mogol;
i persiani e
i turchi mescolano
alla mollezza dell'Asia
la rozza dottrina
della loro reli-
gione, e i turchi
in ispecie temperano
l'orgoglio con la
magnificenza, col fasto,
con la liberalità
e con la
gratitu- dine. Umanissima per
eccellenza l'Europa, composta
in grandi monarchie
e dove dappertutto
si professa la
reli- gione cristiana, la
quale insegna un'idea
di Dio infinita-
mente pura e perfetta
e comanda la
carità verso tutto
il genere umano.
Il Vico ferma
l'occhio sulle confederazioni dei
cantoni svizzeri e
delle provincie unite
di Olanda (che
gli ricordano le
leghe etolie ed
achee), e sul
corpo del- l'Impero germanico, sistema
di città libere
e di principi
sovrani, che gli
sembra quasi saggio
di un grande
stato aristocratico, il
più perfetto di
tutti, forma ultima
degli stati civili,
perché non si
può intenderne altra
superiore, riproducendo essa
la prima, l'aristocrazia dei
patrizi, re sovrani
nelle loro famiglie
e uniti in
ordini regnanti nelle
prime città, ma
riproducendola non più
barbarica, anzi sommamente
civile. L'Europa sfolgora
dappertutto di tanta
-umanità, che vi
si abbonda di
tutti i beni
i quali possono
felicitare l'umana vita
non meno pei
piaceri della mente
e dell'animo che
per gli agi
del corpo ;
e tutto ciò
per virtù della
religione cristiana che
insegna verità sublimi,
servita dalle più
dotte filosofie dei
gentili e dalle
tre maggiori lingue
del mondo, l'ebraica,
la greca e
la latina, e
riu- nente per tal
modo la sapienza
comandata con la
ragionata, la più
scelta dottrina dei
filosofi con la
più colta erudizione dei filologi.
Codesta somma civiltà,
garantita dal cristia-
nesimo, sarebbe andata o
stava per andare
incontro a un
nuovo stato ferino?
È diffìcile conoscere
quel che vera-
mente il Vico pensasse
in proposito. C'è,
tra i suoi
versi, una canzone
cupamente pessimistica ;
ma è una
effusione giovanile e, a ogni
modo, piuttosto che
a decadenza so-
ciale, accenna addirittura a
un'imminente fine del
mondo. Nelle sue
lettere, si fa
un triste quadro
delle condizioni degli
studi ai suoi
tempi ; ma
non si spinge
lo sguardo fuori
di quel campo
ristretto, a considerare
la vita sociale
e politica. D'altra
parte, nell'ultimo suo
scritto filosofico, nel
De mente heroica,
volgendosi a quelli
che dicevano tutto
essere ormai perfetto
e non presentarsi
nient'altro da fare,
affermava che si
era nel maggior
fervore di progresso:
« Mundus iuvenescit
adhuc; nani septingentis
non ultra ab
hinc annis, quorum
tamen quadringentos barbaries
percur- rit, quot
nova inventa? quot
novee artesf qnot
novee scientice exeogitatee?... ».
Ma si potrebbe
osservare che il
De mente heroica
è un'orazione accademica,
e che forse
per questo il
Vico vi fece
tacere i suoi
dubbi o i
suoi intimi convinci-
menti. In ogni caso,
come adattare nella
previsione di una
imminente decadenza il
sorgere di quel
fatto provvidenziale che
era la Scienza
nuova, la quale
illuminava la vita
delle nazioni e
ne rendeva possibile
la diagnosi e
la cura? Tutto
sommato, è probabile
che il pensiero
del Vico circa
le sorti della
società a lui
contemporanea sia difficile
tanto a co-
gliere perché, in verità,
un pensiero determinato
su quel punto
a lui mancava,
essendo il suo
animo tratto in
qua e in
là da diverse
e opposte tendenze
e agitato fra
timori e speranze.
Se non fosse
stata turbata dallo
schema della storia
romana, la teoria
empirica dei ricorsi
non sarebbe stata
costretta ad accogliere
tante e tanto
gravi eccezioni, né
si sarebbe impigliata
in cosi angosciose
perplessità, e avrebbe pili
agevolmente allogato le
osservazioni storiche dell'au-
tore, e, insomma, si
sarebbe presentata con
tratti più sem-
plici e generali. Essa
sarebbe consistita sopratutto
nella determinazione e
illustrazione del nesso
tra epoche di
pre- valenza fantastica ed
epoche di prevalenza
intellettiva, tra spontanee
e riflesse, onde
dalle prime escono
le se- conde per
potenziamento e dalle
seconde, attraverso la
degenerazione e la
decomposizione, si torna alle
prime. La storia
politica mostra di
continuo lo spettacolo
di aristo- crazie che,
da forti che
erano, si fanno
vili e spregevoli,
e cedono all'urto
di classi meno
affinate o addirittura
rozze ma moralmente
più energiche, fintanto
che queste, diventate
a loro volta
raffinate, raggiunta la
più alta fio-
ritura delle idee storiche
di cui portavano
il germe, en-
trano in un periodo
di decadenza e
di fermentazione, dal
quale esce una
nuova classe dominatrice,
giovanilmente barbara. E
la storia della
filosofia mostra periodi
positi- vistici e periodi
speculativi, l'irrigidirsi delle
soluzioni filosofiche nelle
dottrine scolastiche e
nei dommi, il
ri- torno alla mera
osservazione del fatto
singolo, e il
rina- scente processo speculativo.
E la storia
letteraria ci parla
anch'essa di periodi
realistici e idealistici,
romantici e clas-
sicisti, di corruttela classica
che è alessandrinismo e
deca- dentismo, e di
barbarie romantica che
da questo risorge.
Ecco altrettanti casi
di veri e
propri ricorsi vie
hi ani. Ma
poiché la natura
dello spirito, messa
a fondamento di
questi cicli, è
fuori del tempo
ossia è in
ogni istante del
tempo, non bisogna
esagerare la distinzione
dei periodi; e,
se quella legge
deve avere una
certa rigidezza, deve
per altro serbare
anche una certa
elasticità. Non bisogna
mai dimenticare che in
ogni
epoca, per aristocratica
o demo- cratica, romantica o
classica, positiva o
speculativa che si
dica, anzi in
ogni individuo e in ogni
fatto, è dato
notare momenti aristocratici
e democratici, romantici
e classici, positivi e
speculativi, e che
quelle 'distinzioni su
grande scala sono
quantitative e di
comodo: il che
non deve por-
tarci né a sostenere
quella legge a
tutti i rischi,
cadendo nell'artificiosità, né
a combatterla a
oltranza, ricusando i
servigi che gli
schemi generali e
approssimativi sogliono rendere.
Perciò, quando sia
cosi intesa e
corretta, non solo
non' e' è bisogno d'introdurre
in essa quelle
grosse e stridenti
eccezioni che il modellamento sulla
storia ro- mana e
sulla sua catastrofe
finale faceva necessarie,
ma le accuse
mosse al Vico
di troppa uniformità
si dileguano. Vincenzo
Cuoco, uno dei
primi che presero
a studiare con
intelligenza l'opera del
Vico, notava, a
proposito e contro
i ricorsi, che
« la natura
non si rassomiglia
mai a sé
stessa, ed è
l'uomo che per
comporre. le sue osservazioni
forma le classi
e i nomi
». Verissima sentenza,
ma che si
volesse applicare a
questo caso, non
varrebbe solo contro
i ricorsi vichiani,
ma contro ogni
sorta di scienza
umana di carattere
empirico. Altri rimprovera
al Vico di
avere trascurato ordini
di cause che
hanno importanza grande
nella storia, per
es. il clima,
le disposizioni naturali
delle razze e
dei popoli, gli
avvenimenti straordinari. Ma,
lasciando stare che
il Vico fece
menzione più volte
di tutte queste
cose mettendo in
rapporto i caratteri
dei popoli e
i climi con
le forme e
vicende degli Stati
e ricordando avvenimenti
e circostanze che
affrettano il corso
naturale ossia ordinario
delle na- zioni (come,
tra l'altro, nel
discorrere della storia
greca) ; il
vero è che
egli non doveva
tenerne conto, o
non poteva indugiarvisi,
perché il suo
assunto concerneva le
uniformità e non
le differenze, o
certe uniformità e
non certe altre,
che rispetto alle
prime diventavano differenze
trascurabili. Allo stesso
modo (e il
paragone è calzante
ed è più
che un paragone)
chi si faccia
a notare i
caratteri generali delle
varie età della
vita, della infanzia,
della fanciullezza, dell'adolescenza e
via dicendo, trascurerà
di no- tare gli
acceleramenti o ritardi
di sviluppo secondo
i vari climi
o le varie
razze o i
vari accidenti. Nel
medesimo gruppo di
addebiti, veri e
inopportuni insieme, rientra
che il Vico
abbia negato la
comunicabilità e compenetra-
zione reciproca delle civiltà
col sostenere insistentemente che la civiltà
nacque separatamente presso
i popoli senza
sapere nulla gli
uni degli altri
e perciò senza
prendere esempio reciproco.
Il quale addebito
è stato controbattuto
osservando che il
Vico non manca
di ricordare casi
di ef- ficacia di
un popolo sull'altro
e di trasmissione
delle ci- viltà e
dei loro prodotti
(per es., della
scrittura alfabetica dai
caldei ai fenici
e da questi
agli egiziani), e
che, a ogni
modo, la sua
legge è non
empirica ma filosofica
e si ri-
ferisce alla spontaneità produttrice
dello spirito umano.
Senonché, ciò che
è in discussione
è appunto l'aspetto
em- pirico e non
quello filosofico della
legge ; e
la risposta giusta
sembra a noi,
come si è
già accennato, che
il Vico non
potesse e non
dovesse tenere conto
delle altre circo-
stanze, al modo stesso
(per ripigliare l'esempio)
che chi nello
studiare le varie
fasi della vita
descrive le prime
manifestazioni del bisogno
sessuale nel vago
fantasticare o in
altri fatti consimili
della pubertà, non
tiene conto dell'iniziazione all'amore
che gli adolescenti
meno esperti possono
ricevere dai piti
esperti, quando l'assunto
della ricerca concerna
non le leggi
sociali dell'imitazione ma
le leggi fisiologiche
dello sviluppo organico.
E colui che
affermasse che pur
senza iniziazione e
ammaliziamento il bisogno
sessuale si risveglia
egualmente e si
procaccia soddisfazione, riaffermerebbe, senza
dubbio, nient'altro che
l'incontrastabile verità di
un'antichissima novellina orien-
tale che il Boccaccio
inseri nel Decamerone,
ma pronun- zierebbe
insieme il più
esatto riscontro alla
famosa e tanto
contrastata dignità vichiana.
XI. I RICORSI
137 Né i
ricorsi vichiani si
oppongono di necessità,
come spesso si è creduto,
al concetto di
progresso sociale. Si
opporrebbero, se, invece
di essere semplicemente
uniformi, fossero identici,
in conformità dell'idea,
che si è
affacciata nell'antichità e
nei giorni nostri- a
qualche cervello strava-
gante, dell'eterno ritorno delle
cose singole e
individuali. Il ripercorso
del corso, il
circolo eterno dello
spirito, può e
deve (sebbene il
Vico non lo
dica) pensarsi non
solo di- verso nel
moto uniforme, ma
continuamente arricchentesi e
crescente su sé
stesso, in guisa
che la nuova
epoca del senso
sia in realtà
arricchita di tutto
l'intelletto, di tutto
lo svolgimento precedente,
e cosi la
nuova epoca della
fantasia o quella
della mente spiegata.
La barbarie ritor-
nata, il Medioevo, fu
per tanti rispetti
uniforme all'antica barbarie
; ma non
per ciò deve
considerarsi identica se
con- tenne in sé
il cristianesimo che
compendiò e superò
il pen- siero antico. Tutt'altra
questione è se
nel Vico sia
esplicito e rile-
vato il concetto di
progresso. 11 Vico
non nega il
progresso, vi fa
anche, quando parla
delle condizioni dei
suoi tempi, qualche
accenno come a
una realtà di
fatto; ma non
ne ha il
concetto, e molto
meno gli dà
rilievo. La sua
filosofia, se procura
l'alta visione del
processo dello spirito
ubbidiente alla sua
propria legge, ritiene
tuttavia, da questa
mancanza di coscienza
circa il progressivo
ar- ricchimento del reale,
qualcosa di desolato
e di triste.
Il carattere individuale
degli uomini e
degli avvenimenti ò,
nel Vico, obliterato:
individui e avvenimenti
stanno sol- tanto come
casi particolari di un aspetto
dello spirito o
di una fase
della civiltà ; e perciò,
sempre, Aristide con
Sci- pione, Alessandro con
Cesare, non mai
Aristide come Ari-
stide, Scipione come Scipione,
e Alessandro e
Cesare come Alessandro
e come Cesare.
Progresso importa ufficio
pri- vilegiato di ciascun
fatto, di ciascun
individuo, ciascuno 138
FILOSOFIA DEL VICO
mettendo la propria
nota, insostituibile, nel
poema della storia,
e ciascuno rispondente
con maggior voce
al suo predecessore. Ma
la ragione per
la quale al
Vico doveva fare
difetto l'idea di
progresso e la
sua ricerca storica
doveva riuscire unilaterale,
non si può
scorgere bene se
non quando si
sia dato uno
sguardo alla sua
metafisica. XII La
metafisica _L er
« metafisica »
intendiamo la concezione
che ebbe il
Vico della realtà
tutta e non
del solo mondo
umano; e includiamo
nel significato della
parola anche l'eventuale
conclusione negativa che
affermi l' inconoscibilità o
la im- perfetta conoscibilità di una o
più sfere del
reale, o di
quella suprema in cui le
altre si riuniscono.
Il Vico per
l'appunto (come ci
è noto dalla
seconda forma, che
è poi l'ultima,
della sua gnoseologia)
segnò una profonda
linea divisoria tra
mondo umano e
mondo natu- rale: il
primo trasparente all'uomo
perché fatto dall'uomo,
e il secondo
opaco, perché Dio,
che l'ha fatto,
egli ne ha
la scienza. E
la sua concezione
della realtà totale
e ul- tima, la
metafisica da lui
esposta tutt' insieme con
la sua prima
gnoseologia, ritiene il
solo valore, che
questa le con-
cede, di una probabile
ma inverificabile congettura,
la quale si
compie nella certezza
della teologia rivelata.
Essa rimane perciò
senza possibile congiungimento con
la Scienza nuova,
che procede con
metodo sicuro di
verità e prescinde
affatto dalla rivelazione.
Il Vico non
la rifiutò mai
; ne discorre
nella sua autobiografia
che è del
1725, contem- poranea alla
prima Scienza nuova;
la ricorda con
compia- cimento nel 1737,
cioè sette anni
dopo la seconda
Scienza 140 FILOSOFIA
DEL VICO nuova,
quando la sua
vita scientifica era
(ed egli stesso
cosi la considerava)
terminata. Ma, sebbene
non la rifiu-
' tasse, la
tenne sempre come
appartata in -un angolo
della sua mente.
Sembrerebbe che, assodato
questo punto, non
ci do- vesse essere,
circa la metafisica
vichiana, altro da
dire d'importanza filosofica.
Pure, non è
cosi. E in
primo luogo, poiché
ogni parte della
filosofia implica le
altre e dalla
trattazione di una
delle cosi dette
scienze filosofiche par-
ticolari si può sempre
desumere il carattere
del tutto, è
legittimo cercar di
determinare, scrutando la
Scienza nuova, quale
metafisica vi è
implicita, ossia quale
com- plemento filosofico quella
scienza logicamente sopporta
e richiede. Ora
la Scienza nuova,
che affermava la
conoscibilità piena delle
cose umane, e
non già nella
loro superficie come
in una psicologia,
ma nell'intima loro
natura; la Scienza
nuova, che raggiungeva
di là dagl'individui la
conoscenza della Mente
che informa il
mondo ed è
Provvi- denza; quella Scienza,
che con divino
piacere contem- plava l'eterno circolo
dello Spinto: innalzata
che si era
a tale altezza
tendeva necessariamente all'interpetrazione di
tutta la realtà,
della natura e di Dio
come Mente. Che
questa tendenza fosse
oggettiva, della Scienza
nuova, e non
soggettiva, del Vico,
nel quale quella
scienza, per cosi
dire, si era
pensata, è quasi
superfluo avvertire di
nuovo. Il Vico,
come persona, non
solo non la
favori, ma anzi
la compresse e
represse con tanta
energia che non
ne lasciò apparire
traccia nei suoi
libri. Di nessuna
dottrina filoso- fica ebbe
tanto terrore, e
contro nessuna polemizzò
con tanta frequenza,
quanto contro il
panteismo ; e
forse pro- prio questa
preoccupazione polemica è
la sola traccia,
seb- bene affatto involontaria,
che si possa
notare nei suoi
scritti, della tendenza
che egli doveva
sentire in sé.
Egli era e voleva
restare cristiano e
cattolico: la trascendenza,
il Dio personale,
la sostanzialità dell'anima,
per quanto la
sua scienza non
vi conducesse, erano
bisogni irrefrena- bili della
sua coscienza. Ma
ciò, come permetteva
al Vico di
reprimere soltanto, e
non di sopprimere,
la logica e
in- trinseca tendenza del
suo pensiero, cosi
dà a noi
facoltà di riconoscerla
nella cosa stessa.
E a ragione
un critico italiano
(lo Spaventa) ebbe
ad affermare che
nel Vico si
affacci l'esigenza di
una nuova metafisica;
e un altro,
tedesco e cattolico,
defini il sistema
di lui un
semipan- teismo. Più arrischiato
sarebbe forse, col
ricordato critico italiano,
spingersi a dire
che il Vico
progredì sul concetto
delle due sostanze
cartesiane e dei
due attributi spinoziani
e della stessa
monade leibniziana, sorpassando
il paralle- lismo e
l'armonia prestabilita col
distinguere le due
prov- videnze, i due
attributi, la natura
e lo spirito,
in modo che
uno di essi
sia scala all'altro,
e col concepire
il punto di
unione e la
derivazione del contrario
come spiegamento o
sviluppo; onde la
natura sarebbe il
fenomeno e la
base propria dello
spirito, il presupposto
che lo spirito
fa a sé
stesso per essere
veramente spirito, vera
unità. Perché, potendosi
dubitare che la
distinzione dei due
attributi o delle
due provvidenze, la
naturale e l'umana,
sia ben fon-
data e ineluttabile conseguenza
del concepire la
sostanza come spirito
e come mente,
non si può
dedurre il passag-
gio evolutivo dall'una all'altra
come tendenza implicita
nel concetto vichiano
della mente. Per
questa seconda e
particolare tendenza occorrono,
insomma, prove partico-
lari e documentarie, che
si hanno bensì
ma insufficienti e
malsicure, e non
nel sistema della
Scienza nuova, ma
piuttosto in quello
che cronologicamente lo
precedette. Perché anche
la metafisica che
il Vico delineò
nella pri- ma fase
del suo pensiero
non è (com'è
sembrato a parecchi
e può sembrare
a prima vista)
priva di ogni
significato e importanza. Essa
dimostra la medesima
avversione contro il
materialismo e il
medesimo amore per
V idealismo che
anima le meditazioni
della Scienza nuova.
La filosofia di
Epicuro, che prende
a suo principio
il corpo già
formato e diviso
in parti multiformi
ultime, composte d'altre
parti che per
difetto di vuoto
interposto si fingono
indivisibili, sembrava a lui una
filosofia da soddisfare
le menti rozze
dei fanciulli e
le deboli delle
donnicciuole; e con
quanto diletto vedeva
spiegate da quel
filosofo (ossia nel
poema di Lucrezio)
le forme della
natura corporea, con
altret- tanto o riso
o compatimento lo
vedeva tratto dalla
dura necessità a
perdersi in mille
inezie e sciocchezze
per ispie- gare
le guise della
mente. Di «
falsa posizione », non meno
dell'epicurea, il Vico
accusava la tìsica
cartesiana, che anch'essa
ha per principio
il corpo già
formato, diversa da
quella di Epicuro
in ciò che
l'una ferma la
divisibilità del corpo
negli atomi, l'altra
fa i suoi
tre elementi divi-
sibili all'infinito; l'una pone
il moto nel
vano, l'altra nel
pieno; l'una comincia
a formare i
suoi infiniti mondi
da una casuale
declinazione di atomi
dal moto in
giù del pro-
prio loro peso e
gravità; l'altra, i
suoi indefiniti vortici
da un impeto
impresso a un
pezzo di materia
inerte e quindi
non divisa ancora,
che col moto
impresso si divide
in quadrelli e
impedita dalla sua
mole mette in
necessità di sforzarsi
a movere in
moto retto, e,
non potendo per
il suo pieno,
incomincia, divisa nei
suoi quadrelli, a
mo- versi circa il
centro di ciascun
quadrello. Cosi se
Epicuro commetteva il
mondo al Caso,
Cartesio lo assoggettava
al Fato; e
invano, per salvarsi
dal materialismo, egli
sovrap- pose alla sua
fisica una metafisica
alla maniera platonica,
con cui si
studiò di stabilire
due sostanze, una
distesa e l'altra
intelligente, e di
far luogo a
un agente immate-
riale, perché queste due
parti non erano
congruenti nel si-
stema, richiedendo la sua
fìsica meccanica una
metafisica come l'epicurea, che
stabilisce un sol
genere di sostanza
corporea operante. Per
simili o analoghe
ragioni, il Vico
respingeva le filosofie
del Gassendi, dello
Spinoza e del
Locke; e le
fisiche di altri
autori, quella per
es. di Roberto
Boyle, gli parevano
profittevoli per la
medicina e per
la spargirica, inutili
per la filosofia.
Di Galileo giudicava
che avesse mirato
la fisica con
occhio di gran
geometra, ma non
con tutto il
lume della metafisica.
Le sue simpatie
si volgevano ai
filosofi che erano
insieme geometri, e
perciò alla fisica
pitagorica o timaica,
secondo la quale
il mondo consta
di numeri ;
alla metafisica platonica
che dalla forma
della nostra mente,
senz'alcuna ipotesi, stabilisce
per prin- cipio di
tutte le cose
l'idea eterna sulla
scienza e coscienza
che abbiamo di
certe eterne verità
che sono nella
nostra mente e
che non possiamo
sconoscere o rinnegare;
alla dottrina, che
egli attribuiva a
Zenone stoico, dei
punti metafisici ;
e, infine, alla
filosofia del Rinascimento
italiano, quando risplendevano
i Ficino, i
Pico della Mirandola,
gli Steuco, i
Nifo, i Mazzoni,
i Piccolomini, gli
Acquaviva e i
Patrizzi. Il concetto
fondamentale della sua
cosmologia era dato
dai punti metafisici,
nei quali trovava
applicazione il rio-
peramento della matematica
sulla metafisica, da
lui am- messo come
procedere analogico costruttivo.
Al modo stesso
che dal punto
geometrico nasce la
linea e la
superficie, e il
punto che viene
definito non aver
parti dà la
dimostra- zione che le
linee altrimenti incommensurabili si
tagliano eguali nei
loro punti; cosi
è lecito postulare
punti non più
geometrici ma metafisici,
i quali, non
estesi, generino l'estensione.
Tra Dio, che
è quiete, e
il corpo, che
è moto, s'interpone
mediatore il punto
metafisico, il cui
attributo è il
conato, ossia l' indefinita
virtù e sforzo
dell'universo a mandar
fuori e sostenere
le cose particolari
tutte. L'esi- stenza del
corpo non è
altro che un'indefinita* virtù
di mantenerlo disteso, la
quale sta egualmente
sotto cose di-
stese quantunque disuguali, ed
è insieme indefinita
virtù di muovere
che sta sotto
ai moti quanto
si voglia disu-
guali. Sotto un granello
di arena vi
ha tal cosa
che, divi- dendosi quel
corpicello, dà e
sostiene un' infinita
estensione e grandezza;
sicché la mole
dell'universo tutto, nel
corpo del granello,
se non è
in atto, è bene in
potenza e in
virtù. Questo sforzo
dell'universo, che è
sotto ogni piccolissimo
corpicciuolo, non è
né l'estensione del
corpicciuolo né l'estensione
dell'universo; è la
mente di Dio, la quale,
pura di ogni
corpolenza, agita e
muove il tutto.
Ogni partico- lare determinazione della
realtà si accorda
con questa ve-
rità fondamentale. Il tempo
si divide, l'eternità
è nell'in- diviso; le
perturbazioni dell'animo diminuiscono
e cresco- no, la
tranquillità d'animo non
conosce gradi ;
le cose estese
si corrompono, le
inestese constano nell'indivisibi- lità; il
corpo tollera divisione,
la mente non
la tollera; le
opportunità sono nel
punto, i casi
in ogni parte;
la scienza non
si divide, l'opinione
genera le sètte;
la virtù non
sta né più
in qua né
più in là,
il vizio spazia
dappertutto ; il
retto è uno,
le cose prave
innumerevoli; in ogni
genere di cose,
insomma, l'ottimo viene
collocato nell'indivisibile. La
sostanza in genere,
che sta sotto
e sostiene le
cose, si divide
nelle due specie
della sostanza distesa,
che e quella
che sostiene ugualmente
estensioni disuguali, e
della sostanza cogitante,
che sostiene ugualmente
pensieri di- suguali; e
siccome una parte
dell'estensione è divisa
dal- l'altra ma indivisa
nella sostanza del
corpo, cosi una
parte della cogitazione,
cioè a dire
un determinato pensiero,
è divisa dall'altra
ed è indivisa
nella sostanza dell'anima.
Proprio dell'anima è
il conato, ossia
la libertà, negata
af- fatto ai corpi
; e Cartesio,
che cominciava la
sua fisica dal
conato dei corpi,
la incominciava veramente
da poeta e ri- cadeva nelle
concezioni antropomorfiche dei
popoli primitivi. Quelli
che i meccanici
dicono conati, forme,
potenze, sono moti
insensibili dei corpi,
coi quali essi
o s'appres- sano, come
voleva la meccanica
antica, ai loro
centri di gravità,
o, secondo le
teorie della meccanica
nuova, s'al- lontanano dai
loro centri del
moto. E, al
pari del conato,
e inconcepibile nei
corpi la comunicazione
del moto, con-
cedere la quale tanto
varrebbe quanto concedere
la com- penetrazione dei corpi,
non essendo altro
il moto che
il corpo che
si muove : la percossa
data a una
palla è sol-
tanto occasione perché lo
sforzo dell' universo,
il quale era
si debole nella
palla da far
sembrare che essa
si mante- nesse quieta,
si spieghi di più e
cosi ci dia
apparenza di più
sensibile moto. Coi
cartesiani, per altro,
e in ispecie
col Malebranche, il
Vico s'accordava circa
l'origine delle idee,
inclinando alla concezione
che Dio le
crei in noi
volta per volta;
coi cartesiani altresì
teneva che i
bruti fossero macchine
; e con
tutta la filosofia
del suo tempo
ricono- sceva la soggettività
delle qualità sensibili.
Lasciando queste ultime
dottrine, alle quali
il Vico ac-
cenna appena e che
non gli sono proprie, tutta
sua vera- mente è
quella fondamentale dei
punti metafisici ;
giacché l'attribuzione di
essa a un
fantastico Zenone, nella
cui persona erano
fusi e confusi
l'eleate e lo
stoico (secondo un
errore comune nella
letteratura filosofica del
tempo), non può
ingannare nessuno, e
non ingannò il
medesimo Vico che,
messo alle strette,
spiegò come fosse
stato con- dotto a
interpetrare a quel
modo ciò che
di Zenone rife-
risce Aristotele e concluse
che, se quella
dottrina non si
voleva ricevere come
zenoniana, la si
prendesse per sua
propria e non
assistita da nomi
grandi. Né, d'altro
canto, si può
riportarla alla monadologia
leibniziana, che è dub- bio se
fosse nota al
Vico, che il
Vico a ogni
modo non mentova
(laddove pur mentova,
con parole di
alta reve- renza, il
Leibniz), e con
la quale la
somiglianza è molto
B. Cuoce, La
filosofia di Giambattista
Vico.] vaga, perché i
punti metafisici non
sono monadi. Se
mai, qualche efficacia
si può affermare
che avesse sopra
di essa la
scoperta leibniziana e
newtoniana (che allora
si comin- ciava a
divulgare in Italia
anche per opera
di taluni amici
personali del Vico)
del calcolo infinitesimale ;
i cui ter-
mini d'infiniti massimi, minori,
maggiori e via
dicendo (egli dice)
stravolgerebbero l'umano intendimento,
perché l'infinito è
schivo di ogni
moltiplicazione e comparazione,
se non soccorresse
una metafìsica la
quale stabilisca che
sotto tutti gli
attuali distesi e
attuali movimenti sia
una virtù o
potenza di estensione
e di moto
sempre uguale a
sé stessa, cioè
infinita. E più
giustamente ancora è
stato indagato il
confluire nella concezione
vichiana delle cor-
renti platoniche (del platonismo
della Rinascenza) e
gali- leiane,
particolarmente di queste
ultime; il che,
per altro, non
ne diminuisce l'originalità. Originalità,
senza dubbio, di
un pensare fantasticheg-
giante e arbitrario,
che per tal
ragione rimase senza
pos- sibilità di svolgimento
e senza efficacia
diretta sulla re-
stante concezione del Vico.
Al recensente del
Giornale dei letterati,
che chiamava quella
metafisica un abbozzo,
l'autore rispondeva che
era affatto compiuta:
un aborto, invero,
piuttostq che un
abbozzo, e, come
aborto, compiuto. E
nella Scienza nuova,
oltre qualche richiamo
alla negata attribuzione
del conato ai
corpi, c'è un
solo fuggevole ma
curioso tentativo di
connessione con una
metafìsica geome- trica o
aritmetica sul tipo
di quella ora
delineata ; ed
è là dove
si afferma che
sull'ordine delle cose
civili corpulente e
composte si conviene
l'ordine dei numeri,
che sono cose
astratte e purissime,
e si osserva
che, infatti, i
governi cominciano dall'uno
con le monarchie
familiari, passano ai
pochi con le
aristocrazie, s'inoltrano ai
molti e tutti
nelle repubbliche democratiche,
e finalmente ritornano
all'uno nelle monarchie
civili (assolute), sicché
l'umanità XII. LA
METAFISICA 147 corre
sempre dall'uno all'uno,
dall'assolutismo del pater-
familias a quello
del monarca illuminato.
Ma se si
può e si
deve negar valore
alla cosmologia vichiana;
se le contradizioni
e le oscurità
in cui si
av- volge sono manifeste
e furono notate
dai critici del
tempo; è anche
innegabile il carattere
che essa ha
di dinami- smo, in
opposizione al meccanicismo
della filosofìa contem-
poranea. L'escogitazione dei punti
metafisici, nella quale
Dio appare il
gran geometra che
conoscendo fa e
facendo conosce le
cose dell'universo, è come il
simbolo della ne-
cessità di risolvere la
natura in termini
idealistici. Un Vico
teologizzante, un Vico
agnostico, perfino un
Vico immagi- noso inventore di
romanzi cosmologici e
tìsici, si trova
qua e là;
ma un Vico
materialista non si
trova in nessuna
parte dell'opera sua.
Anche questa non
ardita metafisica destò
sospetto di panteismo,
benché l'autore insistesse
nella dottrina teolo-
gica *che il fare
di Dio si
converte « ab
intra» col generato
e « ab
extra » col
fatto, e che
perciò il mondo
è creato in
tempo; che l'anima
umana, la quale,
specchio della divina,
pensa l'infinito e
l'eterno, non è
terminata da corpo
e quindi neppure
da tempo, e
perciò è immortale
; e che in qual
modo l'infinito sia
disceso nelle cose
finite, ciò, se
anche Dio l'insegnasse,
non si potrebbe
intendere dal- l'uomo. Comunque, egli
stimò necessario chiudere
le ri- sposte ai
suoi critici col
raccogliere le proposizioni
che dimostravano il suo ortodossismo,
e ribadire che « essendo
Dio altrimente sostanza
e altrimente le creature, e
la ra- gion d'essere
o l'essenza essendo
propria della sostanza,
le sostanze create,
anche in quanto
all'essenza, sono diverse
e distinte dalla
sostanza di Dio
». La trascendenza
limitava la mente
del Vico e,
impe- dendogli di raggiungere
l'unità del reale,
gì' impediva an- che
la conoscenza veramente
completa di quel
mondo 148 FILOSOFIA
DEL VICO umano,
ch'egli aveva cosi
potentemente, con opposto
prin- cipio, rischiarato. Ed
ecco ora perché
il Vico, senza
negare il progresso,
non poteva averne
il concetto. E
stato osservato che
il concetto di
progresso è estraneo
al catto- licismo
e prende origine
dalla riforma protestante,
e che perciò
il cattolico Vico
doveva inibirselo. Ma
altresì il concetto
della provvidenza immanente
è inconciliabile col
cattolicismo, e tuttavia
il Vico lo
pensò profondamente. Il
che vuol dire
che non l'impulso
gli mancava, ma
piut- tosto la possibilità
di andar oltre
un certo segno,
dove la sua
fede sarebbe stata
messa a troppo
aperto sbaraglio. Il
progresso, dedotto dalla
provvidenza immanente e
in- trodotto nella Scienza
nuova, avrebbe accentuato
la diffe- renza nell'uniformità, il
sorgere del nuovo
a ogni istante,
il perpetuo arricchimento
del corso a
ogni ricorso ;
avrebbe cangiato la
storia, da un
rassegnato percorrere e
ripercor- rere il solco
tracciato da Dio
sotto l'occhio di
Dio, in un
dramma che ha in sé
la propria ragion
d'essere; avrebbe trascinato
nelle sue spire
l'intero cosmo e
reso reale il
pensiero dei mondi
infiniti. Il Vico,
all'affacciarsi di que-
sta visione, arretra pauroso,
si ferma ostinato,
e il filosofo
è sostituito in
lui dal credente.
xnr Passaggio alla
storiografia Carattere generale
della storiografia vichiana
D, 'alle cose
precedentemente discorse è
chiaro che la
parte storica della
Scienza nuova non
poteva configurarsi come
una storia del
genere umano, nella
quale ai popoli
e agl'individui fosse
riconosciuto l'ufficio proprio
e singolare che
ciascuno di essi
esercitò nel corso
degli avvenimenti. A
tal uopo il
Vico avrebbe dovuto
chiudere il suo
sistema di pensiero,
che in un
punto rimaneva spezzato
e aperto alla
concezione religiosa ;
e innalzare la
sua divinità prov-
vidente a divinità progrediente,
determinando i corsi
e i ricorsi
come il ritmo
interno del progresso.
Ovvero, per raggiungere
nella storia, in
senso diametralmente opposto,
la visione dell'individualità, doveva
abbandonare la sua
germinale filosofia idealistica,
togliere la divisione
tra prov- videnza ordinaria e
straordinaria, darsi totalmente
in brac- cio alla
fede e alla
tradizione religiosa, e
tracciare la storia
dell' umanità sul
disegno che Dio
aveva rivelato o per- metteva d' intravvedere. Come
credente, egli repugnava
al primo partito,
come filosofo, al
secondo; onde la
storia da lui
ricostruita non poteva
essere, e non
fu, storia uni-
versale. Per conseguenza,
non fu neppure
quello che si
chiama filosofia della
storia, se a
questa denominazione si
rida 150 FILOSOFIA
DEL VICO il
significato originario di
una « storia
universale » (cioè
che abbia l'occhio
alle maggiori e
più nascoste iuncturce
rerum) « narrata
filosoficamente » (vale
a dire, più
filoso- ficamente che non
si solesse dai
cronisti, dagli aneddotisti
e dagli storiografi
cortigiani, politici e
nazionali). La con-
troversia se al Vico o allo
Herder spetti di
aver fondato la
filosofia della storia,
dovrebbe francamente risolversi
a fa- vore dello
Herder, perché l'opera
di costui ha
quell'anda- mento di «
storia universale »
che manca alla
Scienza nuova; sebbene,
d'altro canto, sia
agevole trovare allo
Herder precursori in
buon numero, a
cominciare dai pro-
feti ebraici e dallo
schema delle quattro
monarchie, che rimase
non solo nel
Medioevo ma ben
oltre nei tempi
mo- derni lo schema
costruttivo della storia
universale. Né sarà
fuori luogo soggiungere
che la cosi
detta filosofia della
sto- ria in quanto
storia universale non
costituisce una speciale
scienza filosofica o
una storia nettamente
distinguibile da altre
forme di storia
(salvo che, per
ismania di renderla
autonoma, non se
ne faccia il
mostro di una
storia astratta o
di una filosofia
storicizzata); e quando
al Vico o allo Herder
si attribuisce il
vanto di avere
creato con la
filo- sofia della storia
una nuova scienza,
si rivolge loro
un complimento di
dubbia lega: il
quale, per ciò
che in particolare
concerne il Vico,
è stato cagione
che non si
scorgesse il valore' vero
dall'opera sua. Infatti,
la « Scienza
nuova d'intorno alla
comune natura delle
nazioni », intesa
come l'equivoca scienza
della filosofia della
storia (Phi- losophie
de l'histoire intitolò
il Michelet la sua riduzione
francese dell'opera vichiana),
non ha lasciato
vedere la Scienza
nuova come nuova
filosofia dello spirito
e iniziale metafisica
della mente. Il
dissidio che era,
nella sua concezione
generale, tra scienza
e credenza, riappare,
nella storiografia del
Vico, come divisione
e opposizione tra
storia degli ebrei
e storia delle
genti, tra storia
sacra e storia
profana. La storia
ebraica non andò
soggetta alle leggi
delle altre, ebbe
un corso tutto
proprio, si spiega
con principi affatto
parti- colari, cioè con
l'azione diretta di
Dio. La Scienza
nuova, che nella
sua parte filosofica
non ne dava
i principi espli-
cativi, non avrebbe dunque
dovuto trattarne altrimenti
nella sua parte
storica. E tale
sarebbe stato, forse,
il desi- derio del
Vico. Ma al
desiderio si opponeva
(senza parlare del
bisogno in cui
egli era di
premunirsi della taccia
di empietà, che
non sarebbe mancata)
il suo scrupolo
di uomo di
fede e di
buona fede, che
lo spingeva a
cercare una qualche
armonia tra le due storie,
le quali, per
quanto di- vise egli
le ponesse (ricordando
in proposito che
anche un autore
gentile, Tacito, chiamava
gli ebrei «
uomini inso- cievoli >), entrambe
si erano svolte
sulla terra e avevano
avuto reciproche relazioni,
non foss'altro che
all'origine dell'umanità e
nella sua palingenesi
per opera del
cristia- nesimo. Accadde che il Vico
il quale voleva
e doveva, per
l'indirizzo stesso della
sua mente, evitare
il racconto della
storia universale, e
attenersi insieme ai
soli problemi filo-
soficamente e
filologicamente trattabili, non
potesse esi- mersi dal
rompere talvolta il suo proposito,
e dal tentare
un qualche congiungimento tra
le due storie,
e in pari
tempo una qualche
apologia della storia
sacra con gli
ar- gomenti forniti dalla
scienza e dalla
storia profana. E
questa la parte
più infelice ma
altamente significante dell'opera
sua. Egli era
costretto ad ammettere,
in con- trasto a
tutte le sue
scoperte, con istrazio
di tutta la
sua mente, che
gli ebrei avevano
goduto il privilegio
di ser- bare intatte
le loro memorie
fino dal principio
del mondo, della
qual cosa le
altre nazioni si
vantavano a vuoto,
e che perciò
l'origine e successione
certa della storia
uni- versale dovesse domandarsi
alla storia sacra.
E l'esigenza di
connettere i suoi
concetti circa le
civiltà primitive con la
cronologia biblica, con
l'anno che si
soleva assegnare alla
creazione del mondo,
con la tradizione
del diluvio universale
e con quella
dei giganti, di
trovare (com'egli dice)
« la perpetuità
della storia sacra
con la profana
», lo portò
a immaginare le
cose più stravaganti.
Imperver- sato dunque nell'anno
1656 dalla creazione
il diluvio, e
separatisi i figli
di Noè, mentre
gli ebrei iniziano
o prose- guono la
loro sacra storia
con Abramo e
gli altri patriar-
chi, e poi con
le leggi date
da Dio a
Mosè, tutti i
restanti semiti e
i camiti e
giapetici, i primi
più tardi e
per minor tempo,
i secondi e
i terzi più
presto e per
tempo più lungo,
caddero nello stato
ferino ed errarono
per la terra,
be- stioni stupidi e
feroci. E laddove
gli ebrei, sottomessi
al governo teocratico,
severamente educati e
praticanti le abluzioni,
rimasero di giusta
statura, i componenti
delle altre razze,
senza disciplina né
morale né fisica,
travol- gendosi nel fango,
nello sterco e
nell'urina e assorbendo
sali nitrici (cosi
come di sterco
e di urina
la terra s'in-
grassa e diventa feconda)
crebbero in corpi
mostruosi e giganteschi.
Cento anni pei
semiti e dugento
per le altre
due razze durò
lo stato ferino;
fino a quando
la terra, che
era rimasta a
lungo inzuppata dall'umidore
del diluvio uni-
versale, asciugandosi mandò fuori
esalazioni secche o ma- terie ignite
in aria a
ingenerare i fulmini.
Coi fulmini, come
già sappiamo, e
con la mitologia
del cielo fulminante
che è Giove,
si sveglia nei
bestioni la coscienza
di Dio e
la coscienza di
sé, onde diventano
uomini. Si apre
cosi l'età degli
dèi, che socialmente
è quella delle
monarchie familiari dove
il padre è
re e sacerdote
e nel corso
della quale si
viene costituendo il
sistema delle deità
maggiori, e i
giganti mercé le
spaventose religioni e
l'educazione domestica che
doma la loro
carne e sviluppa
in essi l'ele-
mento spirituale, e mercé
le lavande, degradano
via via alla
giusta corporatura quale
hanno gli uomini
che s' incontrailo agli
inizi della susseguente
età eroica. —
Tale, indicata per
sommi capi, è
la bizzarra costruzione,
fatta dal Vico,
dei cominciamenti della
storia umana sulla
terra, messi in
armonia coi racconti
della storia sacra;
e di essa
si sarebbe riso
o sorriso meno,
se si fosse
guardato al dramma
che vi è
sotto, alla tormentosa
coscienza del cre-
dente che, lottando col
pensatore, cerca rifugio
in quelle stravaganze.
Con le quali,
a ogni modo,
il Vico valicava
sopra una serie
di sassi vacillanti
(il diluvio, i
giganti, le esalazioni
secche) la fiumana
della tradizione religiosa
e raggiungeva il
terreno sodo della
storia critica, dove
sco- priva altresì il
primo appoggio della
sua filosofia dello
spirito, la ferinità.
È da osservare
inoltre che il
rapporto con la
storia ebraica —
la sola che
a lui s' imponesse
come storia vera
e propria, cioè
come un unicum,
sebbene in modo
miracoloso, affatto individuato
— gli suggerì
i rari accenni
che s' incontrano nei
suoi scritti ad
asse- gnare ai vari
popoli uno speciale
ufficio o missione;
onde gli parve
talvolta che gli
ebrei rappresentassero la
mens, i caldei
la ratio e
i giapetici la
pliantasia. Parallelamente a
questa storia fantastica
dei comincia- menti del
genere umano sulla
terra, corrono i
tentativi di apologetica
biblica. Il Vico
non tralascia di
arrecare prove che
dovrebbero profanamente confermare
i racconti della
storia sacra. Conferma,
per es., del
diluvio e dei
giganti sa- rebbero i
simiglianti racconti dei
greci e di
altri popoli; —
il governo teocratico,
del quale nessuna
storia profana ha
notizia precisa e
oscuramente vi alludono
i poeti nelle
loro favole, si
riscontrerebbe nel governo
degli ebrei innanzi
e dopo il
diluvio ; —
gli ebrei avrebbero
ignorato la divi-
nazione, perché vivevano in
diretti rapporti col
vero Dio, laddove
i caldei ebbero
la magia o
divinazione secondo i
moti degli astri
e i popoli
di Europa quella
per auspici. Si
sente in tutto
ciò, senza dubbio,
qualcosa di voluto,
un 154 FILOSOFIA
DEL VICO voler
vedere o un
voler non vedere,
un darsi sulla
voce, un eccitarsi
alla persuasione; come
è consueto, del
resto, in molti
credenti colti e
scientificamente educati. Il
Vico scriverà perfino
una volta, nell'esporre
la genesi storica
delle forme grammaticali
e nell'asserire che
i verbi comin-
ciarono dagli imperativi e
cioè dai comandi
monosillabici che i
padri davano a
mogli, figliuoli e
famoli (es, sta,
i, da, fac
ecc.), che da
ciò si ricava
un'indiretta dimostrazione della
verità del cristianesimo, perché
in ebraico la
terza persona singola
e maschile del
perfetto è rappresentata
dalla nuda radice
senza alcun segno
flessivo : prova
evi- dente che i
patriarchi dovettero dare
gli ordini nelle
loro famiglie a
nome di un
sol Dio (Deus
dixit). Questo, a
suo parere, era
« un fulmine
da atterrare tutti
gli scrittori che
hanno oppinato gli
ebrei essere stati
una colonia uscita
da Egitto, quando,
dall' incominciar a formarsi,
la lingua ebraica
ebbe incominciamento da
un solo Dio
». Sono ful-
mini, a dir vero,
che invece di
fulminare i miscredenti,
illuminano la povertà
degli argomenti sui
quali l'apologe- tica si
appoggia anche in
un uomo come
il Vico; e,
ogget- tivamente
considerando, la divisione
introdotta per iscru-
polo religioso tra
storia sacra e
storia profana, col
conse- guente trattamento critico
di questa e
dommatico di quella,
e con le
conseguenti strane ipotesi
e difese, faceva
e fa pensare
irresistibilmente che il
sottrarsi della storia
sacra alla scienza
umana provenga non
dall'impotenza della scienza
umana, ma dall'impotenza della
storia sacra, cioè,
dall'impotenza a serbarsi
inalterata nella scienza;
sicché di rado
uno scrupolo religioso
fu di tanto
pericolo alla causa
della religione. Ma
il Vico aveva
troppo genuino e
rigoroso senso scien-
tifico da mettersi a
fare, e per
giunta a contraggenio,
il Selden o
il Bossuet; onde
l'armonizzamento con la
storia sacra o
l'apologetica rimangono in
lui episodi, dai
quali XIII. CARATTERE
DELLA STORIOGRAFIA VICHIANA 155
si può prescindere.
E poiché, d'altra
parte, gli era
vietato di profanare
del tutto la
filosofia e la
storia, e di
rappre- sentare il movimento
storico complessivo in
base al criterio
del progresso, non
gli restava se non guardare
i fatti dal-
l'aspetto che la sua
filosofia gli concedeva
libero: quello dei
corsi e ricorsi,
dell'eterno processo e
delle eterne fasi
dello spirito. Qui
era la sua
forza, qui poteva
riconoscere il carattere
specifico, se non
propriamente quello individuale,
di leggi, costumi,
poesie, favole, d'in-
tere formazioni sociali e
culturali che erano
state fraintese dalla
storiografia fino ai
suoi tempi. E
per questa ragione
egli, anziché narrare
la storia, doveva
restringersi a met-
tere in luce gli
aspetti comuni di
certi gruppi di
fatti, ap- partenenti a
tempi e nazioni
varie. Nella Scienza
nuova si ha
(egli dice) «
tutta spiegata la
storia, non già
par- ticolare ed in
tempo delle leggi
e dei fatti
de' ro- mani e
de' greci, ma sull'identità
in sostanza d'in-
tendere e diversità dei
modi lor di
spiegarsi ». «
Si arrecheranno (dice
ancora in altra
occasione) i fatti
a modo di
esempli perché s'intendano
in ragion di
prin- cipi » , imperocché
« vedere avverati
i principi nella
quasi innumerabile folla
delle conseguenze, egli
si dee aspettare
da altre opere
che da noi
o già se ne son
date fuori o
già sono alla
mano per uscire
alla luce delle
stampe ». Ossia,
come sappiamo, in
quella Scienza si
ha da una
parte una filosofia
e dall'altra una
descrittiva empirica, storicamente
esemplificata, nella quale
i romani non
stanno come romani,
ma in ciò
che hanno di
comune coi greci
o ma- gari coi
giapponesi ; la
storia di Roma
sotto i re o ai
primi tempi della
repubblica spiega le
sue affinità con
quella dei primi
secoli del Medioevo;
e Omero non
sta come Omero,
ma come esempio
della poesia primitiva
e, attraverso i
secoli, ritrova e
abbraccia il suo
fratello, Dante. Forza
e limite insieme,
perché la storia
non consiste di
certo, essen- 156
FILOSOFIA DEL VICO
zialmente, in queste
somiglianze ; ma
senza la percezione
delle somiglianze come
si giungerebbe a
fissare le diffe-
renze? Dante non è
Omero, i baroni
non sono i
« patres »
r l'ateniese Solone
non è il
romano Publilio Filone,
il feu- dalismo dell'età carolingia
e in genere
medievale non è
la costituzione sociale
delle età primitive
di Grecia e
di Roma; ma
certamente, per taluni
rispetti, Dante è
più vicino a
Omero che non
al Petrarca, i
baroni della prima
epoca più prossimi
ai « patres
» che non
alla posteriore nobiltà
di corte, Solone
somiglia più a
un tribuno o
a un dittatore
romano che a
qualche altro dei
sette savi coi
quali suole andare
congiunto, il feudalismo
medievale si rischiara
col ravvicinamento alle
società fondate sull'economia
agraria. Notare queste
somiglianze significa negare
o rigettare in-
dietro altre più superficiali
e aprire la
via alla conoscenza
dell' individualità,
indicando la regione
approssimativa dove si
trova la verità
piena. Il Vico,
piuttosto che narrare
e rappresentare, classifica;
ma c'è classificazione e
classifi- cazione: quella che
si fa a
servigio di un
pensiero super- ficiale e
quella che si fa a
servigio di un
pensiero profondo. E
la parte storica
della Scienza nuova
è una grande
sosti- tuzione di classificazioni superficiali
con classificazioni pro-
fonde. In questo
àmbito, dov'è la
forza della storiografia
vi- chiana, le
deficienze e gli
errori provengono non
dal dì fuori
dei limiti tracciati,
ma da cagioni
operanti dentro quei
limiti stessi. È
stato allegato, in
discolpa del Vico,
che gran parte
dei suoi errori
sono da attribuire
ai mate- riali scarsi
e insufficienti dei
quali egli disponeva;
ma scarsi e
insufficienti rispetto alla
nostra brama di
sapere sono, sempre,
i materiali di
studio, e nel
giudicare uno storico
non può essere
questione di ciò,
si del modo
cauto o incauto
nel quale egli
adopera i materiali
di cui dispone.
Ancora è stato
detto che il
Vico ebbe i
difetti del suo
tempo; e qui
si è dimenticato
che egli nasceva
nel secolo nel
quale si era
svolta la criticissima
filologia di Giuseppe
Sca- ligero e di
tutta la scuola
olandese, e Che
suoi contempo- ranei furono
in Italia lo
Zeno, il Maffei
e il Muratori.
Il vero è
che la forma
mentale da noi
giù, descritta, del
Vico, come turbava
la pura trattazione
filosofica con le
deter- minazioni della scienza
empirica e dei
dati storici, cosi
turbava la ricerca
storica col miscuglio
della filosofia e
della scienza empirica.
11 Vico era
in uno stato
come di ebrezza:
confondendo categorie e
fatti, si sentiva
molto spesso sicuro
a priori di
quel che i
fatti gli avrebbero
detto e non
li lasciava parlare
e subito metteva
loro in bocca
la sua risposta.
Una frequente illusione
gli faceva ravvisare
rapporti tra cose
che non ne
avevano alcuno; gli
mutava ogni ipotetica
combinazione in certezza
; gli faceva
leggere negli autori,
invece delle parole
esistenti, altre non
mai scritte e
ch'egli medesimo senz'accorgersene aveva
inte- riormente pronunziate e
proiettate negli scritti
altrui.. L'esattezza gli
era impossibile, e
in quella sua
eccitazione ed esaltazione
di spirito, quasi
la disprezzava; perché,
in- fatti, dieci, venti,
cento errori particolari
che cosa avreb-
bero tolto alla verità
sostanziale? L'esattezza, la
« dili- genza »
(egli dice) « dee perdersi
nel lavorare d'intorno
ad argomenti e' hanno
della grandezza, perocché
ella è una
minuta e, perché
minuta, anco tarda
virtù. ». Etimo-
logie immaginose,
interpetrazioni mitologiche arrischiate
e infondate, scambi
di nomi e
tempi, esagerazioni di
fatti, citazioni fallaci
s'incontrano a ogni
passo nelle sue
pagine e molte
se ne possono
vedere notate nella
bella edizione della
seconda Scienza nuova,
curata dal Nicolini,
e qual- cuna ne
noteremo via via
anche noi a
mo' di saggio,
ma guardandoci dal
dargli di continuo
sulla voce, e
qual- che volta rettificando
tacitamente le sue
citazioni. Sicché, come
parlando della sua
filosofia abbiamo osservato
che il 158
FILOSOFIA DEL VICO
Vico non era
ingegno acuto, cosi,
parlando della sua
sto- riografia, dobbiamo ora
dire che egli
non era ingegno
critico. Ma come,
negandogli colà l'acume
in piccolo, gli
riconoscevamo quell'acume in
grande che e
la profondità, cosi
anche qui dobbiamo
aggiungere che, se
il Vico man-
cava di senso critico
in piccolo, abbondava
di quello in
grande. Negligente, cervellotico,
affastellato nei par-
ticolari; circospetto,
logico, penetrativo nei
punti essen- ziali; scopre
il fianco, e
talora tutta la
persona ai colpi
del pili meschino
e meccanico erudito,
e intimidisce ed
è atto a
ispirare reverenza a
ogni critico e
storico, per grande
che sia. E
se spaziando sempre
negli universali e
tutto preso dalle
sue geniali scoperte,
molte volte non
die tempo ài
tempo e non
die agio e
campo alla sua
forza in- dagatrice e
osservatrice di spiegarsi,
e invece di
storia in- ventò miti
e intessé romanzi
; dove poi
lasciò che quella
forza liberamente si
spiegasse, compi anche
nel campo della
storia cose mirabili,
come c'industrieremo di
venire mostrando nei
capitoli che seguono.
Ma passare
a rassegna le
interpetrazioni storiche vi-
chiane* per confrontarle,
come da molti
si è fatto
ed è co-
mune vezzo, con quelle
della storiografia odierna
e lodarle o
censurarle di conseguenza,
sarebbe poco concludente;
per- ché, dove c'è
accordo tra i
due termini del
confronto, l'ac- cordo potrebbe essere
fortuito, e, dove
c'ò divergenza, la
dottrina recente potrebbe
essere pur tuttavia
svolgimento o conseguenza
del tentativo antico,
e, a ogni
modo, lo stato
odierno delle cognizioni
storiche non porge
in niun caso
una 9 misura
assoluta. E, d'altra
parte, sarebbe fuori
luogo (oltre- ché superiore
alle nostre forze)
ripigliare tutti i
problemi che il
Vico trattò e
toccò per esaminare
quel che' di vero
o di falso
fosse nelle sue
conclusioni, perché tanto
varrebbe scrivere una
terza Scienza nuova,
meglio conforme ai no- stri tempi.
A noi spetta
indicare soltanto i principali problemi
storici che egli
si propose, riassumere
le soluzioni che ne diede,
e avere l'occhio
sempre allo stato
della scienza non
già ai tempi
nostri ma ai
tempi suoi, per
determinare quali progressi
si debbano al
Vico nella sto-
ria degli studi storici.
XIV Nuovi canoni
PER LA STORIA
DEL TEMPO OSCURO
E FAVOLOSO L
.1 periodo storiografico, che
precedette il Vico,
fu, co- me s'è
detto, tutt'altro che
di credulità e
di acrisia. Tra-
scorsi da un pezzo
erano i tempi
in cui si compilavano le
« cronache del
mondo » e
si accoglieva ogni
favola e ogni
più grossolana falsificazione come
storia: i semi
sparsi da alcuni
umanisti avevano portato
i loro frutti
negli eruditi italiani,
nella scuola giuridica
francese, nella già
ricordata scaligeriana, in
tutti i grandi
cronologi, epigrafisti, archeo-
logi, topografi e geografi,
che ordinarono nel
secolo deci- mosettimo le
prime e colossali
raccolte critiche di
fonti per la
storia dell'antichità. Anzi,
nel tempo stesso
che i fi-
lologi andavano correggendo e
perfezionando i loro
me- todi e sfatavano
imposture e riempivano
lacune, si dif-
fondeva, per effetto della
filosofia
intellettualistica, lo scet-
ticismo, o pirronismo storico
come anche era
chiamato, ■col Bayle,
col Fontenelle, col
Saint-Evremond e altri
molti, precursori di
quella polemica contro
la verità e l'utilità della
storia, che doveva
diventare cosi vivace
nel secolo seguente.
Quest'ultimo indirizzo era,
piuttosto che critico,
iper- critico, mettendo capo
alla distruzione della
storia in ge-
B. Ckocjo, La
filosofia di Giambattista
Vico. 11 162
FILOSOFIA DEL VICO
nere; e poiché
lo scetticismo storico
rivesti assai spesso
il carattere di
paradosso a uso
della società elegante
e dei belli
spiriti, la sua
efficacia sul progresso
degli studi fu
as- sai scarsa, o,
tutt'al più, valse
a provocare vigorose
reazioni (di una
delle quali fu
rappresentante il Vico)
a favore della
tradizione e dell'autorità. Giova
invece notare le
deficienze del primo
e seriamente scientifico
indirizzo dei filologi
e antiquari: i
quali restituivano testi,
svelavano falsificazioni, ricostruivano
serie di sovrani
e di magistrati,
raddrizzavano la cronologia,
contestavano perfino alcune
leggende; ma, sia
per la mentalità
consueta dei puri
eru- diti e filologi,
sia per l'ambiente
generale della cultura
di quel secolo,
pur vivendo sempre
a contatto dell'antico
e del primitivo,
non sentivano punto,
e non facevano
sen- tire, l'antico e
il primitivo. Fortissimi
nei particolari, erano
deboli nelle cose
essenziali. Anche quando
alcuno dei più
geniali si accorgeva,
per es., dell'importanza dei
canti po- polari, mezzo
di trasmissione storica
in tempi in
cui man- cava o
era rarissimo l'uso
della scrittura, da
queste e si-
mili osservazioni non riceveva
tale scossa da
esserne spinto a
rinnovare da cima
a fondo la
sua concezione della
vita primitiva, come
accadde invece al
Vico, il quale,
quasi a un
tempo, intese la
forma filosofica del
certo e i
due periodi di
vita spirituale e
sociale, che le
corrispondevano nella storia
reale: il periodo
oscuro e quello
favoloso. Anch'egli moveva da
una sorta di
scetticismo, scetti- cismo concernente i
pregiudizi dei dotti
e delle nazioni
circa l'indole e
i fatti dell'antichità ;. e
statuiva, nel com-
batterli, una serie di
canoni o «
degnità », che
paiono ispi- rati agli
« idola »
del Bacone, di
cui offrono come
l'analogo nel campo
della ricerca storica.
Il Vico metteva
in guardia in
primo luogo contro
le magnifiche opinioni
che si erano
avute fino ai
suoi tempi intorno
alla lontanissi- ma e
sconosciuta antichità: ingenua
illusione di cui
XIV. CANONI PER
LA STORIA DEL
TEMPO OSCURO 163
trovava la sorgente
in ciò che
l'uomo, allorché si
rovescia nell'ignoranza, fa
di sé regola
dell'universo (e qui è più
vicina l'analogia col
Bacone, perché tale
enunciato somi- glia per
l'appunto alla classe
degli « idola
tribus » in
cui la mente
fa di sé
regola delle cose,
ex analogia hominis,
non ex analogia
universi). Sopra la
medesima osservazione si
fonda il detto
che « fama
crescit eundo »,
e il tacitiano
: « omne
ignotum prò magnifico
est ». Donde
il vezzo d' in-
terpetrare i costumi
antichi con l'aspettazione di
trovarli simili o
migliori di quelli
moderni e civili.
Cosi Cicerone, per
« un trasporto
di fantasia »
ammirava la mansuetu-
dine degli antichi romani,
che chiamavano «
ospite » il
nemico di guerra;
non avvedendosi che
la cosa stava
pro- prio al rovescio
e che gli
ospiti erano «
hostes », stranieri
e nemici. Parimente
Seneca, per provare
che convenga usare
umanità verso gli
schiavi, ricordava che
i padroni erano
detti in antico
« padri di
famiglia » :
quasi che i
« patresfamilias »
non fossero stati
disumanissimi, nonché contro
gli schiavi e
famoli, contro i
medesimi loro figliuoli,
adeguati ai famoli.
E per lo
stesso pregiudizio il
Grozio (che veramente il
Vico scambia qui
col suo esegeta
Gro- novio e di costui
fraintende le parole),
volendo dimostrare la
mitezza degli antichi
germani, recava un
gran numero di
leggi barbariche, nelle
quali l'omicidio era
punito con la
multa di pochi
danari: documento, per
contrario, di quanto
fosse tenuto a
vile il sangue
dei poveri vassalli
rustici, che erano
per l'appunto gli
« homìnes »,
di cui parlavano
quelle leggi. In
secondo luogo, ammoniva
di non prestare
fede alla boria
delle nazioni, che
(come avrebbe osservato
Dio- doro siculo) tutte
sia greche sia
barbare — caldei,
sciti, egizi, cinesi
— si vantarono
di avere, ciascuna
prima delle altre,
fondata l'umanità, ritrovati
i comodi della
vita e ser-
bate le loro memorie
fin dalle origini
del mondo. Ciascuna
164 FILOSOFIA DEL
VICO di esse,
non avendo per
molte migliaia d'anni
avuto com- mercio con
le altre onde
potesse accomunare le
notizie, fu, nel
buio della sua
cronologia, simile a
un uomo che,
dormendo in una
stanza piccolissima, nell'errore
delle te- nebre la
crede certamente molto
maggiore di quanto
con le mani
la toccherà poi.
Chi prenda quei
sognati vanti per
notizie sicure, si
trova nell'imbarazzo di
scegliere fra tante
nazioni e tante
memorie, tutte, con
pari fondamento, of-
frentisi a gara
come primitive. Con
la boria delle
nazioni il Vico
metteva la boria
dei dotti, i
quali ciò che
essi sanno vogliono
che sia an-
tico quanto il mondo;
e perciò si
compiacciono nell' im- maginare una
inarrivabile riposta sapienza
degli antichi, che
coincide poi per
l'appunto, mirabilmente, con
le opi- nioni professate da
ciascuno di quei
dotti e da
essi amman- tate di
antichità per imporne
pili solennemente l'accetta-
zione. In tale errore
cadde non solo
Platone, specialmente nelle
ricerche del Cratilo,
ma quasi tutti
gli storici, anti-
chi e moderni: vi era caduto
lo stesso Vico
(che potè, dunque,
studiarlo assai bene
in sé medesimo),
quando nel De
antiquissima aveva creduto
di trovare nelle
etimologie dei vocaboli
latini le prove
di una metafisica
italiana per- fettamente concorde con
quella sua propria
della conver- sione tra
« verum »
e « factum
» e dei
punti metafisici. Ai
quali tre pregiudizi,
e più strettamente
alla boria dei
dotti, va di
séguito il quarto
che ora si
chiamerebbe delle «
fonti » o
degli « influssi
di cultura »,
e che il
Vico .sarcasticamente designava
come quello della
succes- sione delle scuole
per le nazioni.
Secondo tale dot-
trina, Zoroastro, per es.,
avrebbe istruito Beroso
per la Cal-
dea, Beroso a sua
volta Mercurio Trismegisto
per l'Egitto, Mercurio
Atlante legislatore dell'Etiopia,
Atlante Orfeo missionario
della Tracia, e
finalmente Orfeo avrebbe
fer- mato la sua
scuola in Grecia.
Lunghi viaggi, e
agevoli, XIV. CANONI
PER LA STORIA
DEL TEMPO OSCURO
1G5 in verità,
a quelle prime
nazioni che, appena
uscite dallo stato
selvaggio, vivevano appollaiate
sulle montagne in
siti poco accessibili,
sconosciute alle loro
medesime confinanti! E
questi lunghi viaggi
avrebbero, avuto per
oggetto di dif-
fondere invenzioni, che ciascuna
nazione poteva fare
sen- z'altro da sé,
e che se
poi, conosciutisi tra
loro i popoli
per guerre e
trattati, si ritrovarono
simili, fu perché
con- tenevano un motivo
comune di vero
e nascevano dalle
me- desime necessità umane.
C'era bisogno di
supporre l'effi- cacia del
diritto ateniese o
di quello mosaico
sul romano, come
usavano i «
pareggiatori » delle
leggi o trattatisti
del diritto comparato,
per ispiegare come
si fosse formato
il diritto, riconosciuto
in Palestina, in Atene e
in Roma, di
uccidere il ladro
di notte? C'era
bisogno che Pitagora
andasse diffondendo la
dottrina della trasmigrazione delle
anime, che si
ritrova perfino in
India? Restava il
pregiudizio circa gli
storici antichi conside-
rati come informatissimi dei
tempi primitivi, i
quali, in- vece, nel
racconto delle origini,
seppero quanto o
meno di noi
posteri. Per la
storia greca, il
Vico leggeva, o
meglio credeva di
leggere, in Tucidide
la confessione che
i greci, fino
alla generazione a
questo storico precedente,
non conoscevano nulla
della propria antichità;
e osser- vava altresì
che gli storici
greci solo al
tempo di Seno-
fonte cominciarono ad avere
qualche notizia precisa
delle cose persiane.
La storia romana
si soleva principiarla
da Roma; ma
con Roma certamente
non nacque il
mondo, la quale
fu una città
nuova fondata in
mezzo a un
gran nu- mero di
minuti popoli più
antichi nel Lazio
; e per
Roma stessa Tito
Livio dichiara di
non entrare mallevadore
della verità dei
fatti concernenti i
primi secoli di
quella storia, e
a proposito della
seconda guerra cartaginese,
di cui è.
in grado di
scrivere con più
verità, ingenuamente con-
fessa di non
sapere da qual
parte Annibale fece
il suo 166
FILOSOFIA DEL VICO
grande e memorabile
passaggio in Italia,
se dalle Alpi
eozie o dalle
appennine. Tanto gli
storici antichi erano
bene informati! Per
questi e altrettali
motivi di scetticismo,
tutto quanto si
narrava dei greci
fino al tempo
di Erodoto e
dei romani fino
alla seconda guerra
cartaginese parve al
Vico tutto incertissimo:
un territorio quasi
res nullius, ove
si poteva entrare
col diritto del
primo occupante. Egli
vi entrava armato
dei canoni positivi
che nascevano accanto,
anzi dal grembo
di quelli negativi,
che abbiamo riferiti.
Perché, se il
Vico negava fede
agli storici lontani
dai tempi e
luoghi dei fatti
che raccontavano, se
screditava le vante-
rie nazionali, se svelava
le illusioni e
le ciarlatanerie dei
dotti, non rimaneva
pago per altro
a quest'opera di
di- struzione ; e
al posto del
vecchio e malfido
cacciato via badava
a sostituire il
nuovo di migliore
qualità e di
mag- giore resistenza, cioè
un complesso di
metodi mercé i
quali era dato procacciarsi nuovi
documenti con lo
studiare meglio quelli
già posseduti. Ogni
avanza- mento nelle conoscenze
storiche non si
effettua, in verità,
in altra guisa
che con questo
ritorno dal racconto
ricevuto al documento
sottostante, col quale
solamente è dato
con- fermare, rettificare e
arricchire il racconto.
Il primo metodo
che il Vico
addita, la prima
fonte che egli
schiude per la
conoscenza delle società
antichissime, è l'etimologia
delle lingue, che
si soleva esercitare
ai suoi tempi
in modo affatto
arbitrario, col raffrontare
i suoni di
qualche sillaba o
lettera, e cercare
altre superficiali somi-
glianze, inferendone la derivazione
di un vocabolo
da una lingua
o dall'altra, dal
latino, dal greco
o dall'ebraico. Ma
affinché l'etimologizzare sia
fruttuoso, bisogna non
di- menticare che le
lingue sono i
testimoni più gravi
degli antichi costumi
dei popoli, che
si celebrarono al
tempo in cui
si formarono esse
lingue ; e
illuminare perciò, perpetuamente, le
lingue coi costumi
e i costumi
con le lingue.
Cosi le etimologie
dei vocaboli astratti
ci portano nel
bel mezzo di
una società affatto
contadinesca, perché 1'
« intelligere »,
per es., richiama
il « legere
» o raccogliere
i frutti dei
campi (donde «
legumina »); il
« disserere »,
lo spargere semenze;
e la maggior
parte delle espressioni
in- torno a cose
inanimate si svelano
trasporti dal corpo
umano e dalle
sue parti e
dagli umani sensi
e passioni, come
« bocca »
per ogni apertura,
« labbro »
per orlo di
vaso, -« fronte
e spalle » per avanti
e dietro, e
simili. Il Vico
vagheggiò un etimologico
comune a tutte
le lingue native,
composto di radici
monosillabiche e in
gran parte onoma-
topeiche; un altro delle
voci di origine
straniera, introdotte dopo
che le nazioni
si furono conosciute
tra loro; un
terzo, universale, per la scienza
del diritto delle
genti, dal quale
apparisse come gli
stessi uomini, fatti
o cose, guardati
con diversi aspetti
dalle varie nazioni,
avessero ricevuto diversi
vocaboli; e, infine,
un dizionario di
voci mentali, comuni
a tutte le
nazioni, che, spiegando
le idee uniformi
circa le sostanze
e le modificazioni
diverse che le
nazioni eb- bero nel
pensare intorno alle
stesse necessità umane
o uti- lità comuni
a tutte, secondo
la diversità dei
loro siti, cieli,
nature e costumi,
narrasse le origini
delle diverse lingue
vocali, che tutte
convengono in una
lingua ideale comune.
La seconda fonte,
schiusa dal Vico,
è l'interpetrazione dei
miti o favole,
che, conforme alla
sua dottrina, non
erano allegorie, invenzioni
o imposture, ina
la scienza stessa
dei popoli primitivi.
Nel Diritto universale
il Vico distinse
quattro sensi pei
quali gli dèi
passarono: dapprima significando
cose naturali, Giove
il cielo, Diana
le acque perenni,
Dite o Plutone
la terra inferiore,
Nettuno il mare,
e cosi via;
poi, cose umane
naturali, per es.
Vulcano il fuoco,
Cerere il frumento,
Saturno i seminati;
in terzo 163
FILOSOFIA DEL VICO
luogo, fatti sociali;
fintanto che, in
ultimo, salirono al
cielo, furono assunti
agli astri, e
le cose terrene
e umane vennero
divise dalle divine.
Ma nelle due
Scienze nuove mise
in rilievo quasi
esclusivamente il terzo
significato, quello sociale,
che diventò per
lui l'originario; perché
(sembra che egli
pensasse) le prime
nazioni erano troppo
intente a sé
stesse, troppo immerse
nella loro dura
e dif- ficile vita,
da speculare astraendo
dalle cose sociali.
Cosi nei miti
egli trovò riflesse
le istituzioni, le
scoperte, le di-
visioni sociali, le lotte
di classe, i
viaggi, le guerre,
dei popoli primitivi.
Anche pei tempi
abbastanza progrediti il
Vico fu alieno
dalle interpetrazioni naturalistiche o
filoso- fiche; e il
« Conosci te
stesso », attribuito
all'antico savio, gli
parve nient'altro che
un monito alla
plebe ateniese per-
ché conoscesse le proprie
forze, trasportato dipoi
a sensi metafisici
e morali. Oltre
questa ermeneutica sociale,
un altro principio
assai importante egli
stabilisce: vale a
dire che i
significati galanti, lubrici
e osceni delle
favole fu- rono tutti
intrusi in tempi
tardi e corrotti,
che interpe- trarono
i costumi antichi
sui propri o
presero a giustifi-
care le proprie lascivie
con l'immaginare che
gli dèi ne
avessero dato l'esempio.
Onde si ebbero
Giove adultero, Giunone
nemica a morte
della virtù degli
Ercoli, la casta
Diana che sollecita
gli abbracciamenti degli
addormentati Endimioni, Apollo
che infesta fino
alla morte le
pudiche donzelle, Marte
che come se
non bastasse commettere
adul- teri in terra
li trasporta fin
dentro il mare
con Venere, e,
peggio ancora, gli
amori di Giove
con Ganimede e
dello stesso Giove
trasformato in cigno
con Leda: dipinture
atte a sciogliere
il freno al
vizio, come per
l'appunto accadde nel
giovinetto Cherea dell'Eunuco
di Terenzio. Ma
nella loro forma
e significato originari
le favole furono
tutte severe e
austere, degne di
fondatori di nazioni;
e, per es.,
Apollo che insegue
Dafne alludeva agl'indovini
o àuspici XIV.
CANONI PER LA
STORIA DEL TEMPO
OSCURO 169 delle
nozze, che perseguitavano per
le selve le
donne an- cora in
preda ai concubiti
vagabondi e nefarì;
Venere, che si
copre le vergogna
col cesto, era
simbolo pudico di
matrimoni solenni; gli
eroi, figliuoli di
Giove, non erano
già i frutti
degli adulteri, ma
gli eroi nati
da nozze certe
e solenni, celebrate
con la volontà
di Giove che
si rive- lava negli
auspici. Omnia intenda
mundis et immunda
im- mundis: le
selve e i
picchi delle montagne
non potevano produrre
immagini da alcove
e postriboli. Oltre
queste due ricche
fonti delle lingue
e dei miti,
il Vico ne
menziona e adopera
una terza, che
chiama dei 194
FILOSOFIA DEL VICO
sima real donzella
Polissena, della rovinata
casa del poc'anzi
ricco e potente
Priamo, divenuta misera
schiava, non gli
venga sacrificata sul
sepolcro e le
sue ceneri assetate
di vendetta non
bevano l'ultima goccia
di quel sangue
inno- cente. E giù.
nell'inferno Achille, domandato
da Ulisse come
vi stia volentieri,
risponde che «
vorrebbe essere un
vilissimo schiavo, ma
vivo » !
— Questo è l'eroe che
Omero, con l'aggiunto
perpetuo d' «
irreprensibile » (àjiójAwv),
canta ai popoli
greci in esempio
della virtù eroica.
Un siffatto eroe,
che pone tutta
la ragione nella
punta della lancia,
non si può
altrimenti intendere se
non come un
uomo or- goglioso, il
quale ora si
direbbe che non
si faccia passare
la mosca per
innanzi alla punta
del naso. Se
i più grandi
caratteri di Omero
sono tanto sconve-
nevoli alla nostra natura
civile, le comparazioni
delle quali egli
si vale hanno
a lor materia
belve e altre
cose selvagge. E
se per i
costumi che rappresenta
— da fan-
ciulli per la leggerezza
delle menti, da
femmine per la
robustezza della fantasia,
da violentissimi giovani
per il fervido
bollore della collera,
— e per
le favole degne
di vecchierella che
intrattenga bimbi ond'è
piena l'Odissea,. non
si può attribuire
a Omero nessuna
sapienza riposta j
quel suo cotanto
riuscire nelle fiere
comparazioni non è
certamente da ingegno
addimesticato e incivilito
da alcuna filosofia.
Né da animo
che sia umanato
e impietosito da
filosofia potrebbe nascere
quella truculenza e
fierezza. di stile, onde
si descrivono tante
e si varie
e sanguinose bat-
taglie, tante e si
diverse e tutte
in istravaganti guise
cru- delissime specie di
ammazzamenti, che particolarmente for-
mano la sublimità dell'Ilìade.
Ma chi fu, in realtà,
Omero? Che cosa
di lui dicono
gli antichi scrittori,
che cosa si
trae dai suoi
poemi? A leggere
l'Iliade e l'Odissea
senza pregiudizi, a
ogni passo ci
si avventano agli
occhi e ci
offendono stravaganze e
in- XVI. OMERO
E LA POESIA
PRIMITIVA 195 coerenze.
Incoerenze di costumi,
che trasportano or
di qua or
di là a
tempi lontanissimi tra
loro: da una
parte si vede
Achille, l'eroe della
forza; dall'altra, Ulisse,
l'eroe della saggezza;
da una parte,
la crudezza, la
villania, la ferocia,
l'atrocità; dall'altra, i
lussi di Alcinoo,
le delizie di
Calipso, i piaceri
di Circe, i
canti delle sirene,
i passa- tempi dei
proci, che tentano
anzi assediano le
caste Pe- nelopi; da
una parte, costumi
rustici e ruvidi,
dall'altra giuochi, vesti
magnifiche, cibi squisiti
e arti d'intagliare
in bassorilievo e
fondere in metalli
; da una
parte, rigida società
eroica, dall'altra, perfino,
accenni a libertà
popolari. Questi costumi
cosi delicati mal
si convengono con
gli altri tanto
selvaggi e fieri,
che nello stesso
tempo si nar-
rano dei medesimi eroi,
particolarmente nell'Iliade. Messi
insieme tutti a
un tempo, riescono
incompossibili: dai co-
stumi dell'età troiana si
sbalza senza transizione
a quelli del
tempo di Numa;
talché, « ne
placidi s coè'ant inmitia
», si è
costretti a pensare
che i due
poemi furono per
più età e
da più mani lavorati e
condotti. Incoerenze di
allusioni geografiche, che
anch'esse trabalzano in
ambienti fisici diversi
e lontani: l'Iliade
all'oriente della Grecia,
verso settentrione ;
l'Odissea, all'occidente, verso
mezzodì. In- coerenze di
linguaggio, sconcezze di
favellari, che per-
mangono nonostante
l'emendazione di Aristarco,
e per la
quale si sono
proposte le più
strane teorie, come
quella che Omero
sarebbe andato raccogliendo
il suo linguaggio
da tutte le
varie popolazioni greche.
Dai poemi passando
alle tradizioni circa
il loro autore,
nessuna fede meritano
le vite di
Omero scritte da
Erodoto (o da
chi altri ne
sia l'autore) e
da Plutarco (dallo
pseudo Plutarco). Intorno
a Omero mancano
le notizie più
ele- mentari: proprio dove
dagli antichi si
tratta di questo
che fu il
maggior lume di
Grecia, siamo lasciati
affatto al buio.
Non si sa
di Omero né
il tempo in
cui visse né
il 196 FILOSOFIA
DEL VICO luogo
di nascita :
ciascuno dei popoli
di Grecia lo
rivendi- cava suo cittadino.
Si narra bensì
ch'egli fosse povero
e cieco; ma
codeste sono di
quelle minute particolarità
che mettono sospetto,
come muove a
riso ciò che
dice Lon- gino che
Omero da giovane
componesse l' Iliade e da vec-
chio l'Odissea. Mirabile che si conoscessero
queste private faccende
di un uomo
del quale s' ignoravano
poi due cose
da nulla: il
tempo e il
luogo ! E
la critica deve
domandarsi, anzitutto, come
mai fosse possibile
che un sol
uomo com- ponesse due
cosi lunghi poemi,
in un'età nella
quale non esisteva
ancora la scrittura;
giacché le tre
iscrizioni eroiche, una
di Anfitrione, l'altra
d'Ippocoonte e la
terza di Laomedonte,
delle quali con
troppo buona fede
parla il Vossio,
sono imposture, simili
alle tante che
sogliono ese- guire i
falsificatori di medaglie
antiche. Per tutte
queste considerazioni sorse
nel Vico il
so- spetto che Omero
non fosse, per
lo meno in
tutto e per
tutto, un personaggio
reale, ma anch'esso
« per la
meta ■» uno
di quei caratteri
poetici ai quali
si erano riportate
nel- l'antichità lunghe serie
di azioni, opere
e avvenimenti. Se
infatti ci si
prova a pensare
che i poemi
omerici non siano
l'invenzione di un
individuo, ma due
grandi tesori dei
costumi della Grecia
antichissima, che contengono
la storia del
diritto naturale e
dell'età eroica delle
genti greche ;
se invece che
a uno o
due poeti singoli
si pensa a un po-
polo intero poetante; invece
che a due
opere di getto,
a una poesia
popolare svoltasi per
secoli : tutto
si rischiara e
si riaccorda. Si
spiegano le stravaganze
delle favole, per-
ché la composizione dell' Iliade
e dell'Odissea appartiene
alla terza età di quelle,
vere e severe
presso i poeti
teologi, al- terate e
corrotte presso gli
eroici, e ricevute
cosi corrotte nei
due poemi. Si
spiegano le varietà
dei costumi, richia-
manti le- varie età della
composizione; e altresì
l'Omero giovane e
l'Omero vecchio, simbolo
del più antico
e del XVI.
OMERO E LA
POESIA PRIMITIVA 197
più recente tempo
della Grecia primitiva.
Si spiega la
va- rietà dei luoghi
di nascita e
di morte, assegnati
al loro autore,
e le varietà
dei suoi linguaggi,
perché vari furono
i popoli che
produssero quei canti.
Si spiega, infine,
per- ché ogni popolo
greco volle Omero
suo concittadino, per
la ragione cioè
che essi popoli
per l'appunto furono
que- st'Omero; e perché
fosse detto cieco
e mendico, perché
tali erano di
solito i cantori
che giravano per
le fiere re-
citando le storie. Bisogna
dunque che Omero,
perché sia inteso
nella sua verità,
venga sperduto dentro
la folla dei
greci popoli e
considerato come un'idea
o carat- tere eroico
di uomini greci
in quanto narravano
can- tando le loro
storie. Cosi quelle
che sono sconcezze
e. in- verisimiglianze nell'Omero
finora creduto, diventano
nel- l'Omero qui ritrovato
tutte convenevolezze e
necessità. E, innanzi
tutto, gli si
aggiunge una sfolgorantissima lode
d'es- sere stato il
primo storico a
noi pervenuto dell'intera
Grecia. In Omero
si ha il
documento della primitiva
iden- tità di storia
e poesia, e
una conferma di
quel che il
Vico credeva di
leggere in Strabone,
cioè che prima
di Erodoto, anzi
prima di Ecateo
milesio, la storia
dei popoli di
Grecia fu scritta
dai loro poeti.
Nell'Odissea, volendosi lodare
al- cuno per avere
ben narrata una
storia, si dice
« averla raccontata
da musico e
da cantore ».
Il Vico non
si perde in
poco feconde congetture
isti- tuendo indagini più
particolari circa il
modo di elabora-
zione dei poemi omerici.
Propende tuttavia, come
s'è visto, per
due principali autori
poeti, l'uno per
l'Iliade, nativo dell'oriente
di Grecia, verso
settentrione, l'altro per
YO- dissea, nativo
dell'occidente verso mezzodì;
e il nome
« Omero »
intende come di
compositore e legatore
di fa- vole. Ma,
d'altro canto, a
causa del significato
puramente ideale che
per lui ha
quel nome, non
è da escludere,
forse, l'interpetrazione che
i due Omeri
fossero, a loro
volta, 198 FILOSOFIA
DEL VICO due
correnti poetiche e
due gruppi di
popoli o di
cantori popolari. Le
persone storiche, che
egli si trova
innanzi, sono i
rapsodi, uomini volgari
che paratamente, chi
uno chi altro,
andavano recitando i
canti d'Omero nelle
fiere e nelle
feste per le
città greche. Lunga
età corse dalla
primitiva composizione fino
ai Pisistratidi, i
quali fecero dividere
e disporre i
canti omerici nei
due gruppi del- Y
Iliade e
dell'Odissea (donde si
deduce quanto innanzi
dovessero essere stati
una confusa congerie
di cose), e
or- dinarono che d'indi
in poi fossero
cantati dai rapsodi
nelle feste panatenaiche. Comunque,
non è di
certo in questa
risoluzione mate- rialmente intesa dell'individuo Omero
in un mito
o carattere poetico
l'importanza (come, forse,
non è la
verità) della teoria
vichiana. Dalle incoerenze
ch'egli non pel
primo notava, e
non sempre con
esattezza (la qual
cosa, per altro,
è di poco
rilievo, essendo agevole
compensare le osservazioni
inesatte con le
molte altre esatte
da lui tra-
lasciate), non c'era rigoroso
passaggio logico all'afferma-
zione della non esistenza
di un Omero
individuo, princi- pale autore
di uno o
di entrambi i
poemi. Quelle incoe-
renze" valevano a dimostrare
che il poeta
o i poeti
lavora- rono sopra una
ricca materia tradizionale,
della prove- nienza più
varia per luoghi
e per tempi,
e non tanto
disposta a strati
secondo la provenienza
(che era a
un di- presso l'fpotesi messa
innanzi dal D'Aubignac),
quanto piuttosto in
tutti i suoi
strati mescolata e
sconvolta. Uno o
molti poeti, ovvero
molti poeti e un abile
collettore dei loro
canti, o una
società di abili
collettori; queste e
altret- tali ipotesi si
potevano proporre (come
si sono proposte
di poi) con
pari diritto, e
sostenere (come sono
state so- stenute) con
argomentazioni parimente valide
e parimente difettose
perché non documentabili. Ma
nel fondo di
quella risoluzione di
Omero in un
carattere poetico (come
analo- XVI. OMERO
E LA POESIA
PRIMITIVA 199 gamente
in altre simili
risoluzioni fatte o
tentate dal Vico)
era la scoperta
della lunga e
laboriosa genesi storica
at- traverso cui era
passata la materia
di quei poemi,
che, in questo
senso, ben potevano
dirsi prodotto di
collabo- razione dell'intero popolo
greco. La sostituzione
a Omero di
un popolo di
Omeri fu, anche
questa volta, la
mitolo- gia tessuta dal
Vico sulla propria
scoperta: mitologia che
omnes quivìtes te-
nerent ». L'autorità
del senato ne
venne ristretta, perché
laddove, precedentemente, di
quel che il
popolo aveva de-
liberato i padri si
facevano « auctores
», ora i
padri erano essi
« autori »
al popolo, che
approvava le leggi
secondo la forinola
proposta dal senato,
o le antiquava,
cioè di- chiarava di
non volere novità.
La plebe ottenne,
inoltre, l'ultima magistratura
ancora non comunicata,
la censura. La
legge Petelia, che
segui pochi anni
dopo, cancellò l'ul-
timo vestigio di legame
feudale, il nesso
(nexus), che ren-
deva i plebei, per
causa di debiti,
vassalli ligi dei
nobili -e li
costringeva sovente a
lavorare tutta la
vita nelle pri-
vate prigioni di costoro.
Quando Fabio Massimo
alla divisione tra
patriziato e plebe,
coi corrispondenti comizi
curiati e tributi,
ebbe so- stituita la
divisione secondo i
patrimoni dei cittadini,
ri- partiti nelle tre
classi di senatori,
cavalieri e plebei,
l'or- dine dei nobili
venne a sparire
affatto, e «
senatore » e
« cavaliere »
non furono più
sinonimi di «
patrizio », né « plebeo
» d' «
ignobile ». Ma
al senato rimase
il dominio sovrano
sopra i fondi
del romano imperio,
che era già
pas- sato nel popolo;
e, mercé i
cosi detti senatoconsulti ul-
timi o « ultimce
necessitatis », lo
mantenne con la
forza delle armi
finché la romana
fu repubblica popolare
; e quante
volte il popolo
tentò di disporne,
tante il senato
armò i consoli,
i quali dichiararono
ribelli e uccisero
i tri- buni della
plebe che avevano
promosso quei tentativi.
Il che si
spiega con una
ragione di feudi
sovrani soggetti a
maggiore sovranità, come
al Vico pareva
confermato dal detto
di Scipione Nasica
nell'armare il popolo
contro Tiberio Gracco
: « Qui
rempublicam salvam velit,
consulem sequatur ».
Aperta con le
leggi la porta
degli onori alla
moltitudine che comanda
nelle repubbliche popolari,
non restava altro
in tempo di
pace che contendere
di potenza, non
con le leggi
ma con le
armi; e mercé
atti di potenza
comandare leggi per
arricchire, quali furono
le agrarie dei
Gracchi, onde provennero
in pari tempo
guerre civili in
casa e ingiuste
fuori. Tutta la
società, col trionfo
della plebe e
con la muta-
zione dello stato da
aristocratico in popolare,
muta fiso- nomia.
Muta, in primo
luogo, la flsonomia
della famiglia: nella
quale, durante l'impero
del patriziato, per
serbare le ricchezze
dentro l'ordine, solo
tardi furono ammesse
le successioni testamentarie
e facilmente i
testamenti veni- vano annullati ;
dalla successione paterna
era escluso il
fi- gliuolo emancipato; l'emancipazione aveva
l'effetto di una
pena ; le legittimazioni non
erano permesse ; è da
dubitare che le
donne succedessero. Ma
nella società democratica,
poiché la plebe
pone tutta la
sua ricchezza, tutta
la sua forza
e potenza nella
moltitudine dei figliuoli,
si comincia a
sentire la tenerezza
del sangue, e
i pretori ne
conside- rano i diritti
e prendono a
fargli ragione con
le « honorum
possessiones » e
a sanare coi loro rimedi
i vizi o
i difetti dei
testamenti, agevolando cosi
la divulgazione delle
ric- chezze, che sole
sono ammirate presso
il volgo. —
Muta il significato
degli istituti della
proprietà: il dominio
civile non è
più di ragion
pubblica e si
disperde per tutti
i do- mini privati
dei cittadini, che
formano ora la
città popo- lare; il
dominio ottimo non
è più quello
fortissimo, non infievolito
da niun peso
reale, neppure pubblico,
e signi- fica semplicemente quello
che sia libero da
ogni peso pri-
vato : il quiritario
non è più il dominio
di cui il
nobile era signore
feudale e che
.doveva venire a
difendere nel caso
che ne fosse
decaduto il cliente
o plebeo, ma
è diventato dominio
civile privato, assistito
da rivendicazioni, diversamente
dal bonitario che
si mantiene col
solo pos- sesso. —
Le forme dei
processi, cosi frondose
di finzioni, di
forinole solenni, di
atti simbolici, sono
semplificate e razionalizzate: si
comincia a far
uso dell'intelletto, ossia
della mente del
legislatore^ e i
cittadini si conformano
in un'idea di
comune ragionevole utilità,
intesa come spiri-
tuale di sua natura.
Le caussce, che
prima erano forinole
cautelate di proprie
e precise parole,
diventano affari o
negozi, che si
solennizzano coi patti
convenuti e, nei
tras- ferimenti di dominio,
con la tradizione
naturale ; e
sola- mente nei contratti
che si dicono
compiersi con le
parole, nei contratti
verbali, cioè nelle
stipulazioni, le cautele
ri- mangono « caussce
>, nell'antica proprietà
di questo ter-
mine. Cosi il certo
delle leggi, essendosi
la ragione umana spiegata tutta,
mette capo nel
vero delle idee,
determinate con la
ragione delle circostanze
dei fatti, che
è « una
for- inola informe di
ogni forma particolare
» (formula naturai,
come dice Varrone),
che a guisa
di luce informa
di sé, in
tutte le ultime
minutissime parti della
superficie loro, i
corpi opachi dei
fatti sopra i
quali ella è
diffusa. Nelle repubbliche
popolari regna Ycequum
bonum, l'equità natu-
rale. — Le crudelissime
pene, che si
usavano nel tempo
delle monarchie familiari
e delle società
eroiche (le leggi
delle dodici tavole
condannavano a essere
bruciati vivi coloro
che avevano dato
fuoco alle biade
altrui, preci- pitati giù
dalla rupe Tarpea
i falsi testimoni,
fatti vivi in
brani ì debitori
falliti), vengono sostituite
da pene be-
nigne, perché la moltitudine,
che è composta
di deboli, è
di sua natura
incline a compassione.
— Le leggi,
che erano nelle
aristocrazie poche, ferme
e religiosamente osservate,
si moltiplicano nelle
democrazie e si
fanno cangevoli e
flessibili. Gli spartani,
che serbarono l'aristocrazia, dice-
vano che in Atene
si scrivevano molte
leggi, ma le
poche che erano in
Isparta si osservavano
: la plebe
romana, a guisa
dell'ateniese, comandava tuttodì
leggi singolari, e
invano Siila, capoparte
dei nobili, cercò
di ripararvi al-
quanto con le «
questioni perpetue »,
perché, dopo di
lui, si moltiplicarono di
nuovo. — Le
stesse guerre, crudelis-
sime nelle repubbliche aristocratiche, che
distruggevano le città
conquistate e riducevano
i vinti in
gruppi di gior-
nalieri sparsi per le
campagne a coltivare
a prò dei
vin- citori, si mitigano
nelle repubbliche popolari,
le quali, to-
gliendo ai vinti il
diritto delle genti
eroiche, lasciano loro
quello naturale delle
genti umane. Gl'imperi
si dilatano, perché
le repubbliche popolari
valgono assai più
delle ari- stocratiche per le
conquiste, e più
ancora vi valgono
le monarchie. Eppure,
in questo generale
umanarsi dei costumi,
sce- ma la sapienza
di governo, la
virtù politica. Gli
antichi patrizi facevano
duramente rispettare le
leggi ; e,
avendo privatamente ciascuno
gran parte della
pubblica utilità, a
questo grande interesse
particolare, che veniva
loro con- servato dalla
repubblica, posponevano gl'interessi
privati minori, e
perciò magnanimamente difendevano
il bene dello
stato e saggiamente
consigliavano intorno ad
esso. Per contrario,
negli stati popolari,
e perché i
cittadini comandano il
bene pubblico che
si ripartisce loro
in mi- nutissime parti quanti
sono essi i
cittadini che compon-
gono il popolo, e
per le cagioni
che producono siffatta
forma di stati,
che sono affetto
d'agi, tenerezza di
figliuoli, amore di
donna e desiderio
di vita, gli
uomini sono por-
tati ad attendere alle
ultime circostanze dei
fatti che pro-
muovono le loro private
utilità, e perciò
all'equobono, che è
ciò solo di
cui le moltitudini
sono capaci. A
cotal punto balza
spontanea, perché di
lunga mano preparata
e resa necessaria,
la monarchia: quella
mo- narchia che gli
ordinari scrittori di
politica facevano venir
XVII. LA STORIA
DI ROMA 219
fuori, senza il
precorso di tante
e si varie
cagioni che deb-
bono condizionarla, di un
tratto, al bel
principio della sto-
ria umana, « cosi
come (dice il
Vico) nasce, piovendo
l'està, una ranocchia
». E molto
meno sorse artificialmente, per
effetto della favoleggiata legge
regia dell' «
ignorante gre- cuzzo
» Triboniano, con
la quale il
popolo romano si
sa- rebbe spogliato del
suo sovrano e
libero imperio per
con- ferirlo a Ottavio
Augusto. La legge,
che le die'
vita, fu una
legge naturale, concepita
con questa forinola
di eterna utilità
: che poiché
nelle repubbliche popolari
tutti guar- dano ai
loro privati interessi
ai quali fanno
servire le pub-
bliche armi in eccidio
della propria nazione,
per impedire che
le nazioni vadano
in rovina debba
sorgere un solo,
come tra i
romani Augusto («
qui »j come
scrive Tacito, «
cuncta beììis civililms
fessa nomine principia
su^ imperium accepit
>•>); un solo,
che con la
forza delle armi
richiami a sé
tutte le cure pubbliche e
lasci ai soggetti
l'attendere alle loro
cose private o
a quel tanto
delle cose pubbliche
che viene loro
permesso, e si
circondi di pochi
sapienti di stato
per consultare con
l'equità civile nei
gabinetti circa i
pubblici affari. Quel
solo è invocato
alla pari da
nobili e da
plebei: dai nobili,
che dopo essere
stati abbas- sati e
sottomessi al governo
plebeo, abbandonata l'antica
aristocratica volontà d'impero,
non pensano se non ad
avere salva almeno
la vita comoda;
e dai plebei,
che dopo avere
sperimentato l'anarchia o
la sfrenata demagogia
(della quale non
si dà tirannide
peggiore, essendo tanti i
tiranni quanti sono
gli audaci e
dissoluti delle città),
fatti accorti dai
propri mali, chiedono
pace e protezione.
La monarchia è,
dunque, una nuova
forma del governo
popolare. Perché un
potente diventi sovrano,
è necessario che
il popolo parteggi
per lui, ed
egli deve governare
po- polarmente, agguagliare tutti
i soggetti, umiliare
i grandi per
tenere libera e
sicura la moltitudine
dalla loro oppres-
220 FILOSOFIA DEL
VICO sione, mantenere
il popolo soddisfatto
e contento circa
il sostentamento che
gli bisogna per
la vita e
circa gli usi
della libertà naturale,
e adoprare un ben ponderato
si- stema di concessioni
e privilegi o
a interi ordini
(nel qua! caso
si chiamano «
privilegi di libertà
»), o a
persone par- ticolari, promovendo fuori
d'ordine uomini di
merito straor- dinario e
di virtù eccezionali.
Nella monarchia, che
è governo «
umano » al
pari della democrazia,
prosegue e s' intensifica quel
processo di uma-
namente o ingentilimento dei
costumi e delle
leggi, che le
repubbliche popolari avevano
iniziato. Si sciolgono
sempre più i
rigidi vincoli della
famiglia paterna e
gentilizia. Gl'imperatori, ai
quali faceva ombra
lo splendore della
nobiltà, si diedero
a promuovere le
ragioni della natura
umana, comune a
nobili e a
plebei ; e
Augusto attese a
proteggere i fedeco
in messi, coi
quali nei tempi
innanzi, mercé la
puntualità degli eredi
gravati, i beni
erano pas- sati agi'
incapaci di eredità,
e li trasformò
in necessità di
ragione, costringendo gli
eredi a mandarli
ad effetto. Suc-
cesse una folla di
senatoconsulti, coi quali
i cognati entra-
rono nell'ordine degli agnati
; finché Giustiniano
tolse le differenze
tra legati e
fedecommessi, confuse la
quarta fal- cidia e
trebellianica, distinse poco
i testamenti dai
codicilli e adeguò
« ab intestato
», in tutto
e per tutto,
gli agnati e
i cognati. Tanto
le leggi romane
ultime si profusero
in favorire i
testamenti che, laddove
anticamente per ogni
leggiero motivo essi
erano invalidati, poi
si dovettero in-
terpetrare nel modo
che meglio conduceva
a mantenerli saldi.
Caduto affatto il
diritto « ciclopico
», che i
padri avevano esercitato
sulle persone dei
figliuoli, andò cadendo
altresì quello economico
sugli acquisti dei
figliuoli ; onde
gl'imperatori introdussero prima
il peculio castrense
per attrarre i
giovani alla guerra,
poi il quasicastrense per
invitarli alla milizia
palatina, e finalmente,
per tenere con-
XVII. LA STORIA
DI ROMA 221
tenti quelli che
non erano né
soldati né letterati,
il pe- culio avventizio. Tolsero
l'effetto della patria
potestà alle adozioni,
le quali non
si contennero più
ristrette nella cerchia
di pochi congiunti
; approvarono universalmente le
arrogazioni, difficili alquanto
perché è difficile
che un pater familias , un sui iiiris,
si sottometta alla
patria pote- stà d'un
estraneo ; reputarono
le emancipazioni quali
be- nefizi e dettero
alle legittimazioni (p.
41), V, 99
(degn. XIV) ;
— le cosi
dette « prove
metafisiche » vichiane
(p. 42), IV,
81 ; —
i fatti dubbi
sono asseriti dal
Vico « in
conformità delle leggi
» e ritenuti
da lui « verità
meditate in idea
» (ivi), IV,
73; V, 91,
148-50. IV. —
Il « certo
» (p. 45),
Opere, V, 97
; — la
« sapienza poe-
tica » costituisce «
quasi tutto il
corpo » della
seconda Scienza nuova
(ivi), V, 44 ; —
le « aspre
difficultà » per
discendere dalle nostre
nature ingentilite a
quelle degli uomini
primitivi e l'idea
della « natura
simpatetica » (p.
46-7), IV, 36
; V, 141,
166 ; —
una delle ragioni
perché « nuova
» la Scienza
del Vico (p.
47), V, 42;
— errori di
Platone, Giulio Cesare
Scaligero, Francesco Sanchez,
Ga- spare Schopp (ivi),
III, 232-3 ;
IV, 194, 228
; — gli
errori di Grozio,
Selden e Puffendorf
(ivi), IV, 20
; V, 175
; — il
Vico confessa l'er-
rore commesso da lui
medesimo nel De
antiquissima (ivi), IV,
194, 228 ;
— la sapienza
poetica è la
« chiave maestra
» della seconda
Scienza nuova (ivi),
V, 42 ;
— la «
Logica poetica » (p. 48),
V, 179 ;
— la sapienza
riposta fu intrusa
nella poesia dai
filosofi, III, IV,
V, passim, e
cfr. per es.
IV, 191-3; —
la poesia è
« necessità di
na- tura » e
la « prima
operazione della mente
umana » (p.
49), V, 220,
237; — l'uomo,
prima di riflettere,
avverte con animo
com- mosso e, prima
di articolare, canta
(ivi), V, 112,
114; — la
poesia è anteriore
alla prosa (ivi),
V, 115 ;
— il linguaggio
« proprio »
e il linguaggio
« improprio »
(ivi), V, 186;
— la poesia
e la me-
tafìsica (ivi), IV, 199-200;
— nessuno fu
insieme gran metafisico
e gran poeta
(ivi), IV, 200;
V, 441; —
i poeti sono
il senso, i
fi- losofi l'intelletto dell'umanità
(pp. 49-50), V, 152; —
il linguaggio per
« atti muti
» (p. 50),
V, 197, 466;
— le lingue
articolate non sono
per convenzione (pp.
50-1), V, 209-10;
— le origini
delle lingue furon
trovate dal Vico
nei principi della
poesia (p. 51),
V, LUOGHI DEL
VICO RICHIAMATI NELL'ESPOSIZIONE 261
194-218, 466-7; —
una e medesima
è l'origine del
linguaggio e della
scrittura (ivi), V,
198; — i
geroglifici (ivi), V,
201, 249; —
identità tra favola
(poetica) ed espressione
(p. 52), IV,
205; — le cinque «
parole reali » d'
Idantura (ivi), V,
82, 201-2 ;
— g-li alti
papaveri troncati dal
re Tarquinio (ivi),
V, 202; —
analoghi pro- cedimenti espressivi presso
popolazioni selvagge e i volghi
(ivi), V, 202-3
; — le
imprese, bandiere, medaglie,
monete (ivi), IV,
202- 16; V,
230-1; — la
« favoletta »
sull'origine delle imprese
(ivi), IV, 206;
— le improse
primitive furon «
mutole » (ivi),
V, 230-1 ;
— le insegne
e bandiere sono
una sorta di
« lingua armata
» (ivi), IV,
211-2; — le
teorie di Platone,
Aristotele, ecc. sulla
poesia son «
rovesciate » da
quella del Vico
(p. 53), IV,
163; V, 169;
— i .
Il De Cristofaro
è il noto
matematico e giureconsulto
napoletano, pel quale
si veda F.
Amodeo, Vita matematica
napoletana, parte III
(Napoli, Giannini, 1905),
pp. 31-44, e
fu amico del
Vico. Altre notizie
intorno agli «
epicurei » di
Napoli di quel
tempo, in Carducci,
Opere, voi. II,
pp. 235-6. 3
Lettera del 12
ottobre 1720. I.
VITA E CARATTERE
DEL VICO 287
erano mai codesti
errori e debolezze
? — E
quando usci il De universi
iurte tino principio
et fine uno,
anzi la Sinopsi
che ne dava
il programma, «
le prime voci
» avverse, che
il Vico senti
levarsi, « erano
tinte da una
simulata pietà »
; contro le
quali egli trovò
scudo e conforto
nella religione stessa,
cioè nell'assenso del
Giacchi, « primo
lume del pili
severo e più
santo ordine de'
religiosi » l.
Ma come delle
accuse che su
questo punto gli
si facevano non ci resta
notizia particolare, cosi
dei dubbi religiosi,
che po- terono travagliarlo, non
si ha nemmeno
la generica certezza.
Tutti gli scritti
del Vico mostrano
che nel suo
animo si assideva
grave, salda, immota,
come colonna adamantina,
la religione cattolica
: salda e
forte cosi da
non essere nep-
pure in piccola parte
intaccata dalla critica,
che egli inau-
gurava, dei miti. Né
soltanto in tutte
le esteriori dimostra-
zioni il Vico fu cattolico irreprensibile, e
sottomise sem- pre ogni
parola che mettesse
in istampa alla
doppia cen- sura, pubblica e
privata, degli amici
ecclesiastici, e fra
zimarre sacerdotali e
cocolle fratesche, più
ancora che fra
toghe di giuristi,
menò la sua
vita filosofica e
letteraria; — ma
egli giunse perfino
allo scrupolo d'intermettere il
commento al Grozio,
non sembrandogli dicevole
che un cat-
tolico commentasse un autore
protestante 2 ;
ed ebbe cosi
delicato punto d'onore
cattolico da non
accettare nemmeno la
polemica circa i
suoi sentimenti religiosi
: « Questa
dif- ficoltà (diceva ai
critici del Giornale
de' letterati), come
quella che mi
fate sull'immortalità dell'anima,
dove par che
premiate la mano
con ben sette
argomenti, se non mi fusser
fatte da voi,
io giudicherei che
andassero più alta-
mente a penetrare in
parte la quale,
quantunque si pro-
i Ivi. -
Autob., ed. cit.,
p. 39. 288
APPENDICE tegga e
sostenga con la
vita e coi
costumi, pure s'offende
con la stessa
difesa. Ma trattiamo
le cose! »
\. Il suo
cat- tolicesimo si mostra
scevro di materialità
e superstizioni, cosi
generali nel costume
del tempo, e
specie a Napoli
dove in ogni
avvenimento della vita
privata e pubblica
in- terveniva attore e
direttore san Gennaro
: era cattolicesimo
di animo e di mente
alta, e non
di volgo. Ma
neppure contro le
credenze popolari e
le superstizioni il
Vico as- sunse le
parti di censore;
— pago di
non parlarne, come
non si parla
delle debolezze di
persone e d'istituzioni
che sono oggetto
della nostra reverenza.
ii Disposizione d'animo
analoga per più
rispetti a quella
verso la religione
ebbe il Vico
verso la vita
politica e so-
ciale. Non era nulla
in, lui dello
spirito combattivo da
apòstolo, propagandista, agitatore
e congiurato, che
fu di alcuni
filosofi della Rinascenza;
in ispecie di
quel Bruno e
di quel Campanella,
che egli (benché,
e forse perché,
napoletano) non nomina
mai. Certo, il
suo tempo e
il suo paese
non furono luogo
e tempo di
rivolgimenti e rivoluzioni
e di quegli
ardenti contrasti che
suscitano grandi azioni
e passioni politiche.
Pure, vi si
agitarono partiti politici
(il francese e
l'austriaco), e si
profilò un certo
desiderio d'indipendenza nazionale,
e sorsero uomini
che dettero l'opera
e la vita
a questi fini,
e furono perseguitati
e andarono profughi;
e, segnatamente, giungeva
in quel tempo
al più alto
punto la lotta
dello Stato contro
la 1 Le
cose, cioè, non
le obiezioni religiose,
che a lui
suonavano come offesa
personale (Risposta al
Giornale de' letterati,
in Orazioni ecc.,
ed. G-entile-Nicolini, pp.
266-7). I. VITA
E CARATTERE DEL
VICO 289 Chiesa,
e di Napoli
contro Roma, con
Pietro Giannone, del
quale come di
tutto quel movimento
il Vico tacque
sempre e parve
non essersi nemmeno
accorto. La vita
politica stava alta
sopra il suo
capo, come il
cielo e le
stelle; ed egli
non si protese
mai nel vano
sforzo di attin-
gerla. Come le controversie
religiose, cosi quelle
politiche e sociali
furono il limite
della sua attività.
Era veramente uomo
apolitico. Di che
non si può
fargli colpa né
acca- gionarlo di fiacchezza,
perché ogni uomo
ha il suo
li- mite, e una
lotta esclude l'altra,
un lavoro esclude
gli altri lavori.
Non che egli
si ritraesse da
ogni contatto con
la po- litica e
coi rappresentanti di
essa. Purtroppo, dovette
cor- ■teggiare assai
di frequente e
l'una e gli
altri, con isto-
rie, orazioni, versi ed
epigrafi, latini e
italiani; i quali
basterebbero da soli
a ricostruire la
serie delle vicende
cui andò- soggetta
Napoli dalla fine
del secolo decimoset-
timo alla metà del
decimottavo : il
viceregno spagnuolo, la
congiura e rivoluzione
tentata dagli autonomisti,
la rea- zione e
il rassodato viccrcgno
spagnuolo, la conquista
au- striaca, il viceregno
austriaco, la riconquista
spagnuola e il
regno di Carlo
Borbone.... Ma egli,
« molto pei
suoi bisogni conversevole
» ', e
professore di eloquenza
nella regia università,
doveva fornire i componimenti letterari,
richiesti dalle solennità
del giorno; cosi
come il drappiere
lavorava, per le
medesime occasioni, le
frange, e lo
stuc- catore le volute
e gli svolazzi.
E quali frange
e quali svo-
lazzi ! Perdurava la
moda letteraria secentesco-spagnuola; e 'ciò
basta per gran
parte a spiegare
quel che nelle
lodi profuse dal
Vico ci sembra,
ed è, iperbolico
e barocco. Del
suo animo indifferente
e innocente può
dare esempio quel
1 In Autob.,
ecc.. ed. cit.,
p. 142. B.
Crock, La filosofia,
di Giambattista Vico.
19 290 APPENDICE
luogo dell'autobiografia, dove,
dopo aver fatto
ricordo del Panegyricus
Philippo V inscriptus,
da lui composto
per or- dine dell'ultimo viceré
spagnuolo duca di
Ascalona, con- tinua, come
se niente fosse,
col riattacco di
un semplice «
appresso » :
« Appresso, ricevutosi
questo reame al
do- minio austriaco, dal
signor conte Wirrigo
di Daun, allora
governatore delle armi
cesaree in questo
regno, ebbe l'or-
dine » di comporre
le iscrizioni pei
funerali espiatori di
Giuseppe Capece e
Carlo di Sangro
1 ; cioè
dei due ribelli
contro Filippo V,
che il governo
precedente aveva messi
a morte, qualche
anno prima, nella
repressione della con-
giura di Macchia, dal
Vico narrata, veridicamente
bensì ma con
ossequio al governo
costituito, nel De
parthenopea coniuratione. Ma
non c'è, nel
Vico, bassezza; e,
se deve dirsi,
in quei suoi
scritti, retore e
panegirista, non può
dirsi adu- latore. L'adulatore, l'uomo
senza coscienza, vilipende
e calunnia gli
avversari degli uomini
da lui adulati,
o col- pisce i
vinti; e questo
è bassezza. Il
Vico, il quale,
pur conoscendo chi
fosse l' italiano, anzi
il napoletano, che
aveva inviato agli
Ada lipslensìa la
noterella contumeliosa contro
di lui, e
fremendo d'ira, e
potendo facilmente ro-
vinarlo (perché quella noterella
era anticattolica), genero-
samente non volle mai
svelare quel nome
2, presta, si,
i suoi servigi
di professore d'eloquenza,
ma non traffica
con gli interessi
dei suoi lodati
padroni. Della Vita
di Antonio Carafa,
composta per commissione,
e col provento
della quale maritò
una figliuola, dice
che la lavorò
« temprata di
onore del subietto,
di riverenza verso
i principi e
di giustizia che
si dee aver per
la verità »
3. E, per
tornare i Autob.,
ed. cit., p.
56. 2 Lettera
del 4 dicembre
1729; in Autob.,
ecc., ed. cit..
pp. 20910. 3
Autob.] al caso sopraricordato del
Capece e del
Sangro, quando nel
De parthenopea conluratione
egli narra la
morte di quei
due nemici della
parte trionfante, mostra
anche al- lora, in
taluni particolari, il
suo animo gentile;
e del Ca-
pece, che non volle
arrendersi ai soldati
spagnuoli, scrive *
ostentali s pectus ned
eamque infestis armis
efflagitans, inexoratus occubuit,
fortissimum mortis genus
si causa coho-
nestasset »; e
pel Sangro, riferita
la voce della
grazia fat- tagli da
Luigi XIV e
giunta troppo tardi,
aggiunge: « un-
de maior damnati,
qui iam poenas
persolverat, misera- no *
l. Senza dubbio,
non poteva essergli,
e non gli
era, na- scosto che
la più parte
degli individui da lui lodati
valeva ben poco.
A leggere i
suoi scritti panegiristici
parrebbe che Napoli
avesse allora una
nobiltà splendida di
virtù, di cultura,
di dottrina; eppure,
informando il padre
De Vitry che
gli aveva chiesto
notizie circa le
condizioni degli studi
in Napoli, il
Vico non celava
la realtà: «
i nobili sono
ad- dormentati da' piaceri
della vita allegra
» 2. Un suo
motto satirico circa
quella nobiltà, spesso
pezzente ma sempre
fastosa e capace
di soffrire la
fame in casa
pur di sfog-
giare in pubblico con
cocchi e altre
gale, ci è
stato ser- bato dal
suo scolaro Antonio
Genovesi 3. A proposito
del letterato duca
di Laurenzano formulava
la teoria che
gli scrittori «
nobili » non
possono essere se
non eccellenti *
; eppure, tra
le sue carte
io ho trovato
il manoscritto di
un libro di
quel signore, riscritto
da cima a
fondo dallo stesso
1 Opp., ed.
Ferrari, I, pp.
367, 368; e
cfr. B. Croce,
in Critica, XIX,
377 sgg. 2
In Autob., ecc.,
ed. cit., p.
191. 3 Diceva
che molti «
tiravano le carrozze
colle budella »
! (ivi, P.
121). 1 In
Autob., ecc., ed.
cit., pp. 215-6.
292 APPENDICE Vico K
Contradizioni e transazioni
da pover'uomo, schiac-
ciato dalla miseria e
divenuto riguardoso e
timido; tanto che
riesce difficile determinare
fino a qual
punto egli am-
mirasse a parole e
per compiacenza, e
fin a qual
altro il suo
sentimento d' inferiorità sociale
si mutasse in
effettiva ammirazione per
coloro che avevano
e ricchezze e
dignità e tutto
quello che a
lui mancava, e
che stavano cosi
in alto, ed
erano i «
signori ». in
Perché, com'è risaputo,
le sue condizioni
economiche furono sempre
tristissime. Figliuolo di
un libraiuccio di
Napoli, fu dapprima
costretto a recarsi
come precettore domestico
in un borgo
selvaggio del Cilento;
poi, tornato a
Napoli, tentò invano
di ottenere il
posto di segretario
della città, e,
avuta per concorso
nel 1699 la
cattedra di rettorica,
rimase per trentasei
anni in quell'ufficio
con lo stipendio
annuo di cento
ducati (lire 425).
Invano tentò, nel
1723, di passare
a cattedra di
maggiore importanza: fosse
sfortuna, fosse inabilità
(« uomo di
poco spirito in-
torno alle cose che
riguardano l'utilità »,
si riconosceva esso
stesso)2, dove rinunziare
a ogni avanzamento
univer- sitario. Era costretto,
dunque, ad aiutarsi
un po' coi
lavori letterari del
genere- detto di sopra,
e più ancora
con le lezioni
private; e non
solamente (oltre quella
nella pub- blica università) teneva
scuola a casa
sua, ma saliva
e scendeva le
altrui scale come
insegnante di grammatica
a giovinetti, o
addirittura a fanciulli.
Non fu fortunato
nella famiglia: la
moglie era analfabeta,
senza le virtù
delle donne analfabete,
incapacissima di curare
le più piccole
i Bibl. vidi.,
pp. 27-S. 2
Antob.] faccende domestiche; cosicché
il marito doveva
farne le parti.
Dei figliuoli, una
femmina gli mori
dopo lunga ma-
lattia, e dopo quei
lunghi dispendi che
inacerbiscono le malattie
dei poveri ;
un figliuolo maschio
gli die grandi
dolori ed egli
fu costretto a
invocare l'intervento della
polizia per chiuderlo
in una casa
di correzione. La
sua irrazionale e
sublime tenerezza paterna
fu tanta, in
que- sta occasione, che
al vedere dalla
finestra gli uffiziali
di polizia, da
lui richiesti, i
quali venivano a
portar via il
figliuolo sciagurato ed
amato, corse a
costui gridandogli :
• Figlio mio,
salvati! » },
Ebbe, invero, animo
affettuosissimo : il che si
può ri- trarre, fra
l'altro, dall'orazione piena
di nobiltà e
di dol- cezza che
compose per la
morte della sua
amica donna •Angela
Cimini, dagli accenti
di pietà e
di sdegno che
ha nella Scienza
nuova per le
plebi oppresse, di
cui investiga la
storia, o per
le dolenti figure
di Priamo e
di Polissena, di
cui risente la
poesia; e perfino
da certi sparsi
segni sti- listici, come, per
es., in quella
dignità (la XL)
dove ri- corda che
le streghe, per
solennizzare le loro
stregonerie, « uccidono
spietatamente e fanno
in brani amabilissimi
innocenti bambini »,
e tutto si
turba, in modo
inop- portuno ma significante,
per la sorte
di quei piccini,
che adorna nella
commossa fantasia di
superlativa amabilità! I
maggiori conforti domestici
gli vennero dalla
figliuola Luisa, colta
e poetessa, e
dal figliuolo Gennaro,
che lo supplì
e poi gli
successe nella cattedra.
Quando, nell'elo- gio della
contessa d'Althann, accenna
sarcasticamente ai filosofi
che ragionano passeggiando
per gli ameni
giardini o sotto
i portici dipinti,
non nauseati né
afflitti dalle «
mogli che infantano
» e dai
« figliuoli che
nei morbi 1
Villakosa, nelle aggiunte
alVAuloò. (ed. cit.,
p. 79). 294
APPENDICE languiscono »
l, si sente
che parla per
diretta esperienza e
che lo pungono
ricordi angosciosi della
propria vita familiare.
Accade molto spesso,
specie ai giorni
nostri, di osser-
vare gli uomini di
qualche ingegno emanciparsi
da questo o
quello dei più
umili doveri; e
tanto più bisogna
ammi- rare quest'uomo di
genio, che invece
li accettò tutti
e (per adoperare
una parola che
il Flaubert disse
di sé mede-
simo), pensando da semidio,
visse costantemente da
bor- ghese, anzi da
popolano. Egli aveva
preso l'abitudine di
leggere, scrivere, meditare
e comporre i
suoi lavori «
ra- gionando con amici
e tra lo
strepito de' suoi
figliuoli » ~.
La salute ebbe
sempre malferma ;
gli amici lo
chiama- vano « mastro
Tisicuzzo » 3:
debole assai da
giovane, stra- ziato in
vecchiaia da ulceri
alla gola, da
dolori alle cosce'
e alle gambe.
Insomma, quel riposo,
quell'ozio, quella tran-
quillità, che altri filosofi
goderono per tutta
la loro vita,
o per lunghi
tratti di questa,
al Vico mancò
sempre. Egli dovette
fare da Marta
e da Maddalena
: travagliandosi per
le necessità pratiche
sue e dei
suoi ; travagliandosi insie-
memente con sé
stesso, per adempiere
alla missione asse-
gnatagli fin dalla nascita
e dare forma
concreta al mondo
spirituale che gli
si agitava dentro.
IV Non c'è
bisogno, dunque, di
foggiare o desiderare
un Vico eroe,
cercandolo nella vita
religiosa, sociale e
poli- tica, quando il
Vico eroe ci
sta innanzi, ed
è appunto questo:
l'eroe della vita
filosofica. E stato
notato da altri
1 Opp., ed.
Ferrari, VI, p.
235. 2 Autob.,
ed. cit., p.
SS. 3 In
Autob.] che egli ebbe
carissima la parola
« eroe »
e tutti i
deri- vati di essa
(« eroismo »,
« eroico »,
ecc.); e ne
fece con- tinuo uso
e svariatissime applicazioni.
L'eroismo era, per
lui, la forza
vergine e strapotente,
che appare negli
inizi e riappare
nei ricorsi della
storia. Questa forza
egli doveva sentire
in sé medesimo,
nel lavorare per
la verità e
nel- l'aprire, abbattendo
ostacoli d'ogni sorta,
nuove vie alla
scienza. Per questa forza,
superate le giovanili
incertezze, gli smarrimenti,
gli avvilimenti, che
talvolta lo fecero
ca- dere in un
cupo pessimismo individuale
e cosmico (come
si vede dalla
canzone Affetti d'un
disperato), potè sollevarsi
alla sicura professione
di metodo scientifico,
che enunciò nel
De nostri temporis
studiorum ratione, e
al suo primo
tentativo di applicazione
filosofico-storica,
rappresentato dal De
antiquissima italorum sapientia',
e da questo, poi,
dis- facendo in parte
il suo stesso
pensiero e ritessendo
col resto una
nuova tela, giungere
al De uno
universi iuris principio
et fine uno
e *alla Scienza
nuova : « dopo venti-
cinque anni (egli diceva
delle scoperte contenute
in que- sta) di
continova ed aspra
meditazione ». L'opera,
menata a termine
da quel povero
maestro di grammatica
e rettorica, da
quel pedagogo che
un satirico contemporaneo
raffigura « stralunato
e smunto, con
la fe- rula in
mano » ',
da quel tormentato
pater familias, stu- pisce e,
quasi, spaventa: tanta
somma di energia
mentale vi è
condensata. È un'opera
di reazione e
di rivoluzione insieme
: reazione al
presente per riattaccarsi
alla tradi- zione dell'antichità e
del rinascimento; rivoluzione
contro il presente
e il passato
per fondare quell'avvenire, che
si chiamerà poi,
cronologicamente, secolo decimonono.
Nel campo della
scienza, l'umile popolano
diventava i Ivi,
p. 120. 296
APPENDICE aristocratico; e
quello « stile
da signori »
l, che egli
fal- samente lodava nelle
misere scritture dei
superbi cavalieri e
dei pomposi mitrati
del suo tempo,
era veramente il
suo. Egli aborriva
la letteratura galante
e socievole, che
comin- ciava a diffondersi
dalla Francia in
Italia e negli
altri paesi d'Europa,
i « libri
per le dame
» 2. Ma
non meno rifuggiva
da quella maniera
di trattazioni che
si chiamano ora
« manuali »,
e in cui
si espongono per
filo e per
segno definizioni elementari
e cose già
da altri accertate:
libri che possono
giovare soltanto ai
giovani 3, ai quali
per altro il
Vico già abbastanza
si sacrificava nella
cerchia della scuola
perché dovesse poi
sacrificar loro anche
qualcosa della propria
inviolabile vita scientifica.
In questa mirava
ad altro pubblico
che a giovinetti,
cavalieri e dame:
quando scriveva, il
suo primo pensiero,
la sua prima
« pratica »
era : « Come riceverebbero
le cose da lui meditate
un Pla- tone, un
Varrone, un Quinto
Muzio Scevola? »;
e la se-
conda : « Come
riceverà queste cose
la posterità »
*. Dei contemporanei, aveva
innanzi agli occhi,
esclusivamente, la Repubblica
letteraria, l'Ordine dei
dotti, le Accademie
di Europa; un
pubblico, a cui
non bisognava ripetere
ciò- che già
era stato trovato
e detto nel
corso della storia
delle scienze e
che esso aveva
bene a mente,
ma porgere soltanto
pensieri che fossero
reale avanzamento del
sapere: non libri
voluminosi, ma «
piccioli libricciuoli, tutti
pieni di cose
proprie » 5.
Un pubblico ideale,
insomma, che in-
genuamente egli confondeva talvolta
con quello dei
dotti di professione
e dei critici
da riviste letterarie;
donde,. 1 la
Autob., ed. cit.,
p. 216. 2
In Autob., ed.
cit., p. 186.
3 Ordz., ecc.,
ed. cit., p.
215. 4 Scienza
nuooa, ed. Nicolini,
p. 51. 5
Oraz.] poi, le frequenti
sue delusioni. I
libri brevi, in
materia metafisica, sembrava
a lui che
avessero (come infatti
hanno) particolare efficacia,
acconciamente paragonata alle
medi- tazioni sacre, «
che brievemente propongono
pochi punti »,
le quali fanno
molto più profitto
nelle cose dello
spirito cristiano che
non « le
prediche più eloquenti
e più spie-
gate da facondissimi predicatori
» [. Per
quest'amore alla brevità,
fu restio dall'aggravare di
troppi libri la
repub- blica letteraria, che
già non regge
sotto il peso
; lasciò inedite
le orazioni, stampò
per dovere il
De ratione, ed
ebbe, infine, a
manifestare più volte
2 il desiderio
che, di tutte
le sue opere,
sola gli sopravvivesse
la Scienza nuova,
la quale conteneva
condensate e perfezionate
tutte le sue
indagini precedenti. All'aristocrazia dell'ideale
si accompagnavano nella
sua concezione della
vita scientifica il più nobile
decoro e la
più profonda lealtà.
Dalle sue polemiche
si potrebbe rica-
vare un intero catechismo
circa il modo
in cui si
debbono condurre le
dispute letterarie. Bisogna
(egli dice) non
mi- rare a vincere
nella disputa, ma
a vincere nella
verità; onde voleva
che quelle si
svolgessero « con
sedatissima maniera di
ragionare », perché
« chi ha
potenza non mi-
naccia e chi ha
ragione non ingiuria
» ; variate
tutt'al più da
piacevoli motti, «
i quali diano
a divedere gli
animi de' ragionatori
esser placidi e
tranquilli, non perturbati
e com- mossi ».
Agli avversari, che
movevano obiezioni vaghe,
faceva notare :
« Il giudizio
è in termini
troppo generali :
e gli uomini
gravi non hanno
mai di risposta
deguato se non
le particolari e
determinate opposizioni, che
loro sono fatte
». Ai medesimi,
quando si appellavano
al « raffinato
1 Oraz., ed.
cit., p. 253.
2 Tra le
altre, nella lettera
a Celestino Galiani
del 18 novembre
1725 (Autob., ed.
cit., p. 170-1),
e il cui
autografo è presso
di me. 298
APPENDICE buon gusto
del secolo, il
quale ha sbandito,
ecc. ecc. »,
rispondeva sdegnoso: «
Questa è invero
una grande oppo-
sizione, perché opposizione non
è; perché, ritirandosi
gli avversari al
tribunale del proprio
giudizio, con quel
dire di '
codesto che tu
dici non ho
idea ', da
avversari diven- gono giudici
». Alle autorità
non intendeva appoggiarsi,
ma neppure le
disprezzava; dovendo l'autorità
« farci con-
siderati a investigare le
cagioni che mai
potessero gli au-
tori, e massimamente gravissimi,
indurre a questo
o a quello
opinare ». E,
accusato di avere
commesso il medesimo
pec- cato di Aristotele
attribuendo errori ai
filosofi per poterli
con agevolezza confutare,
protestava dignitosamente: «
Io mi contento
del mio poco
sapere ingenuo, che
essere com- parato di
mal costume ad
un gran filosofo
». Della sua
equanimità può dare
esempio lo splendido
elogio che egli
fa di Cartesio,
contro il quale
pure era rivolto
tutto lo sforzo
maggiore del suo
pensiero. La sua
lealtà è attestata
dal pronto riconoscere
i propri errori:
« Confesso (dice,
in un punto,
ai critici del
Giornale dei letterati)
che la mia
divisione è viziosa
» l. «
Né già questo
(scrive nella se-
conda Scienza nuova) dee
sembrare fasto a
taluni che noi
non contenti de'
vantaggiosi giudizi da
tali uomini dati
alle nostre opere,
dopo le disapproviamo
e ne facciamo
rifiuto; perché questo
è argomento della
somma venerazione e
stima che noi
facciamo di tali
uomini anzi che
no. Imperciocché i
rozzi ed orgogliosi
scrittori sostengono le
loro opere anche
contro le giuste
accuse e ragionevoli
ammende d'altrui ;
altri, che per
avventura sono di
cuor picciolo, s'empiono
de' favorevoli giudizi
dati alle loro,
e per quelli
stessi non più
s'avanzano a perfezionarle; ma
a noi le
lodi degli uo-
mini grandi hanno ingrandito
l'animo di correggere,
sup- 1 Si
vedano pass, le
Risposte, in Oraz.,
ecc.] plire ed anco
in miglior forma
di cangiar questa
no- stra » '.
Vita scientifica proba,
come di serio
ricercatore del vero
: vita sentimentale
commossa e rapita,
come di chi
giunga a faccia
a faccia col
vero a lungo
bramato e cer-
cato, ed esulti di
poterlo annunziare agli
uomini. Di qui
la sua alta
poesia, che è
non già nei
versi, ma nelle
prose, e, segnatamente,
nella Scienza nuova.
« Il Vico
è poeta (scrive
il Tommaseo): dal
fumo dà luce,
dalle metafisiche astrazioni
trae imagini vive:
raccontando, ragiona e,
ra- gionando, dipinge; e per-
le cime
de' pensieri non passeg-
gia, ma vola; onde
in un suo
periodo sovente è
più estro lirico
che in odi
assai »2. Certo,
fossero anche tutte
im- maginazioni le sue
dottrine, quella nascita
che egli descrive
della società, quella
rappresentazione delle età
primitive e delle
lotte in cui
si travagliano e
assurgono, splenderebbe ognora,
con le sue
gigantesche figure, con
le sue robu-
ste passioni, col divino
immanente in quegli
aspri petti, come
un mirabile poema;
e il De
Sanctis vide infatti
nella Scienza nuova
l'andamento di un
poema, quasi di
una nuova Divina
commedia. E, come
Dante sublime, fu
anche più di
Dante severo; e
se le labbra
del ghibellin fuggia-
sco pur si mossero
talvolta * un
poco a riso
», il Vico
leva veramente innanzi
alla storia un
volto « che
giam- mai non rise
». Del resto,
egli che ha
avuto tante censure
pel suo stile,
non era scrittore
volgare; anzi, studioso
della buona forma
e della toscanità 3,
non meno che
sot- tile estimatore, al
dire del Capasso,
di vocaboli latini 4.
1 Scienza nuova,
-ed. cit., p.
10. 2 G. B. Vico
e il suo
secolo (nel voi.:
La storia civile
nella letteraria, Torino,
Loescher, 1872), p.
104; cfr. un
giudizio sul Vico
scrittore, ivi, pp.
9-10. Più ampiamente
ora, il Nicolini,
nella introd. alla
sua ediz. della
Scienza nuova. 3
Autob., ed. cit.,
pp. 10-11 :
cfr. Opp., ed.
Ferrari, VI, 45,
140. 4 In
Autob., ed. cit.,
p. 120. 300
APPENDICE Ma componeva
male i suoi
libri, perché la
sua mente non
padroneggiava tutta la
materia filosofica e
storica, che aveva
accumulata ; scriveva
confusamente, perché con
furore e come
in preda a
un dèmone :
donde, le spro-
porzioni nelle varie parti
dell'opera, nelle singole
pagine, nei singoli
periodi. Rende talora
immagine di quella
bot- tiglia di cui
parla il poeta,
piena d'acqua e
capovolta di botto,
nella quale l'umore,
che vorrebbe uscire,
tanto s'affretta e
intrica per la
via angusta, «
che a goccia
a goccia fuori
esce a fatica
». A fatica
o a fiotti,
disordina- tamente. Un'idea che
egli sta enunciando,
gliene richia- ma un'altra,
e questa un fatto, e
il fatto un
altro fatto; ed
egli vuol dire
tutto in una
volta, e perciò
le parentesi si
aprono nelle parentesd,
con ritmo spesso
vorticoso. Ma quei
suoi periodi disordinati,
come erano materiati
di pensieri originali,
cosi sono tutti
contesti di frasi
possenti, di pa-
role scultorie, di espressioni
commosse, d'immagini pitto-
resche. Egli scrive male,
se cosi piace
dire; ma di
quello « scriver
male », del
quale i grandi
scrittori portano con
sé il segreto.
L'eroismo filosofico del
Vico non si
affermò soltanto nella
lotta interiore con
sé stesso per
l'elaborazione della scienza,
ma fu sottomesso
ad altre e
più dure prove.
La posizione mentale,
da lui raggiunta,
avversa al presente
e, sotto specie
di reazione, vòlta
all'avvenire, lo condan-
nava necessariamente
all'incomprensione. È codesta,
senza dubbio, la
sorte di tutti
gli uomini di
genio: incompresi intimamente,
anche quando la
fortuna sociale sembra
se- condarli ed essi
sollevano entusiasmi e
trovano in folla
scolari e ripetitori.
11 motto che,
secondo la leggenda,
lo Hegel avrebbe
pronunziato sul letto
di morte («
uno solo de' miei
scolari mi ha
inteso, e questi
mi ha frainteso
»), esprime a
meraviglia tale necessità
storica: chi è
perfet- tamente inteso nel
suo tempo, muore
col suo tempo.
Pure, di rado o non
mai la sproporzione
tra il proprio
pensiero e la
incomprensione dei contemporanei
fu cosi grande
come nel caso
del Vico. Se
altre cagioni d'infelicità
non l'aves- sero tormentato, sarebbe
bastata quest' una.
Il « desio
di laude »,
che è poi
negli animi non
volgari desio di ve- dere compartecipato, assentito
e universalizzato negli
altri spiriti ciò
che a essi
sembra vero e
buono, rimase sempre
per lui un
« van desio
». Tanto pid
l'incomprensione e l'indifferenza lo
angoscia- vano, in quanto,
com'è facile supporre,
aveva piena co-
scienza, dell' importanza
delle proprie scoperte.
Egli sapeva che la Provvidenza
gli aveva affidato
una missione altis-
sima; sapeva di esser
« nato per la
gloria
della sua pa-
tria, e in conseguenza
dell'Italia, perché quivi
nato, e non
in Marrocco, esso
riusci letterato »
u. Allorché mandò
fuori la Scienza
nuova, gli pareva
come di avere
dato fuoco a
una mina, e
ne aspettava da
un momento all'altro
lo scop- pio e
il fragore. Non
ne segui nulla:
la gente non
gliene parlava ; onde egli
scriveva a un
amico, dopo qualche
giorno: « In
questa città si
io fo conto
di averla mandata
al deserto ;
e sfuggo tutti
i luoghi celebri
per non abbat-
termi in coloro a'
quali l'ho mandata,
e, se per
necessità egli addivenga,
di sfuggita li
saluto: nel quale
atto non dandomi
essi né pure
un riscontro di
averla ricevuta, mi
confermano l'opinione che
io l'abbia mandata
al deserto »2.
Egli aveva creduto,
addirittura, a un
effetto rapido e
im- mediato; e sperato
di trovare gli
animi pronti e
gl'in- telletti aperti
a ricevere e a
fecondare i suoi
pensieri, 1 In
Aulob., ed. cit.,
p. 48. 2
Lettera al Giacchi,
25 nov. 1725,
in Anteo., ed.
cit., p. 175. nientemeno che
tra i suoi
contemporanei e conoscenti
di Napoli :
tra i frati
occupati a comporre
e mandare a
me- moria prediche verbose,
tra i verseggiatori
che rimavano sonettuzzi,
tra gli avvocati
che scrivevano allegazioni!
Trovò, invece, moltissimi
scettici e indifferenti,
e non pochi
irrisori. Già il
libro sul Diritto
universale, quando comparve,
venne generalmente «
ripreso per oscuretto
», come c'informa
il Metastasio l
; e fu
poco letto e
avven- tatamente censurato per
le stravaganze che
la lettura disat-
tenta e a salti
faceva trovarvi in
ogni punto 2.
Il padre Paoli,
cui l'autore ne
aveva donato copia,
vi scrisse sopra
un distico celiando
sull'incomprensibilità
dell'opera3. Peggio fu
per la Scienza
nuova: si sa
che Nicola Capasso
(che pure era
dotto uomo e
bene affetto verso
il Vico), provatosi
a leggerla, credè
di avere smarrito
ogni scintilla d'inten-
dimento, e, buffoneggiando, eorse
a farsi tastare
il polso dal
medico Cirillo *.
Un erudito senese,
nel riferire le
impres- sioni di una
sua visita al
Vico e della
lettura di qualche
suo scritto, lo
definì stravagante, privo
di criterio e
sec- catore 5. Un
nobile napoletano, interrogato
a Venezia dal
Finetti circa quel
che si pensasse
a Napoli del
Vico, disse che,
per un certo
tempo costui era
passato per uomo
dav- vero dotto, ma
che dipoi, per
le strane sue
opinioni, aveva acquistato
fama di squilibrato.
« E quando
die fuori la
Scienza nuova? »,
insiste il Finetti.
« Oh, allora
(rispose l'altro), era
già diventato affatto
pazzo! » 6.
I maldicenti lo
i Ivi, p.
118. 2 Latterà
al Giacchi del
12 ottobre 1720,
in Aniob., ed.
cit., p, 143.
3 Ivi, p.
113. * In
Autob., ed. cit.,
p. 119: cfr.
p. 76. 5
Lettera di G.
N. Bandiera del
1726, ed. dal
Nicolini e ristamp.
Critica, XV (1917),
pp. 295-97. P
In Autob.] colpivano perfino
nella modesta professione
da cui traeva
il sostentamento, dicendolo
« buono ad
insegnare a' giovani
dopo aver fatto
tutto il corso
de' loro studi,
cioè quando erano
stati da essi
già resi appagati
del lor sapere
» ; o,
più insidiosamente, che
egli era adatto
non a insegnare,
ma « a
dar buon indirizzo
ad essi maestri
» ' ;
e, cioè, ri- conoscevano
la sua
superiorità soltanto per
farsene un ar-
gomento da danneggiarlo nella
già cosi stentata
sua vita pratica.
vi Né alla
generale indifferenza e
alla leggerezza o
alla malignità dei
critici potevano formare
compenso gli amici
e lodatori, che
anche al Vico
non mancarono. Come
sareb- bero potuti mancargli,
se egli ne
faceva una trepida
ed at- tenta cultura
artificiale? Si veda,
per es., in
qual modo col-
tivasse il cappuccino padre
Giacchi. Lodava di
costui le «
opere ammirabili »,
« il divinissimo
ingegno », «
la rara sublimità
delle meravigliose e
divine idee ».
Gli annunziava di
aver dato a
leggere ai letterati
della città l'epistola
elo- giativa ricevuta da
lui, e che
tutti ne avevano
ammirato •* il
sublime torno del
concepire » (eppure
egli proprio, rifaceva
in latino d'oro
le iscrizioni che
il Giacchi compo-
neva in un latino
fratesco !) 2. Gli
comunicava, altra volta,
che le lodi
di un Giacchi
avevano destato invidia
ed erano state
prese da taluni
per adulazioni. Eguali
fatiche spen- deva per
propiziarsi l'arcivescovo di
Bari, Muzio di
Gaeta, un vanitoso,
tutto pieno del
proprio merito (negli
Elogi del Gimma
fa perfino lodare
la sua avvenenza),
e che non
sa- peva parlare se
non di sé
stesso, autore di
un panegirico 1
Autob., 1. e. 2 Furono
pubblicate da me
in Napoli nobiliss.,
XIII (190-J), f. I, e
di ììtftvo in
Sscondo nappi, alla
BUA. deh., pp.
70-2. 304 APPENDICE
di papa Benedetto
XIII, pel quale,
lodato e rilodato
dal Vico, non
si saziava mai,
e provocava, anzi
chiedeva espres- samente, nuove lodi.
E il Vico
a inaffiarlo pazientemente
della linfa desiderata:
« la maravigliosa
opera di V.
S. I. »;
il suo «
dire da signore
»; le «
digressioni demosteniche »;
l'eloquenza, che fu
la favella filosofica,
con la quale
par- larono gli antichi
accademici greci, tra
i latini Cicerone,
e « tra
gl'italiani niun altro
che V. S.
I. »! All'avvo-
cato Francesco Solla, che
gli era stato
scolaro e si
era poi ritirato
in provincia, insinuava
che la sua
Scienza nuova aspettava
che egli fosse
tra i pochissimi
forniti d'alto intendimento,
che volessero riceverla
con mente sgombra
di tutti i
pregiudizi circa i
principi dell'umanità l.
Erano artifizi ingenui,
fanciullaggini pietose, con
le quali procurava
di dare un'illusoria
soddisfazione al suo
bisogno di riconoscimento e
di lode, e
un calmante ai
suoi nervi eccitati.
Ma anche a
questo modo raccoglieva
frutti assai po-
veri. Nelle lettere del
Giacchi, non è
parola che provi
che costui avesse
intesa una sola
delle dottrine vichiane
o che almeno
le avesse considerate
con serio interesse.
Monsignor di Gaeta,
dopo molti giri
eli frasi, gli
confessa di avere
« più ammirate
che intese ->
le opere di lui
2; e,
certamente, non le
aveva neppur lette,
tutto occupato ad
ammirare la propria
prosa. Il Solla,
nel quale il
Vico sembrava ri-
porre tante speranze, giudicava
l'orazione per la
morte di donna
Angela Cimini cosa
superiore a tutte
le altre opere
dell'autore e alla
stessa Scienza nuova.
Un simile incauto
complimento rivolgeva al
Vico un altro
ammi- ratore, pur caldo
e affettuoso, l'Esteban3.
Lodi generi- che o
banali gli giungevano
talvolta (ma più spesso per-
i In Autob.,
ed. cit., p.
202. « Ivi,
p. 251. 3
Ivi, pp. 195-6.
I. VITA E
CARATTERE DEL VICO
305 darà vano,
ostinati, la trascuranza
e il silenzio),
in ricam- bio di
alcuno dei tanti
esemplari delle proprie
opere, che inviava
non solamente ai
letterati di Napoli,
ma a quelli
di Roma, di
Pisa, di Padova,
anzi di Germania,
di Olanda, d'Inghilterra: ne
mandò, perfino, a
Isacco Newton1. Egli
ottenne, tutt'al più,
di farsi considerare
erudito tra centi-
naia di eraditi e
letterato tra migliaia
di letterati: dotto
uomo, insomma; ma
niente altro. Senza
dubbio, il Vico
ebbe, tra i
modesti, tra gli
oscuri, tra i
giovani, schietti ammiratori.
Di costoro era
il poeta, poi
oratore sacro, Gherardo
de Angelis; i
già ricordati Solla
ed Esteban ;
il frate Nicola
Concina di Padova
; e altri
pochi. Ma, se
il loro affetto
era grande, la
loro intel- ligenza era
scarsa. Anche il
Concilia confessava, in
mezzo #1 fervore
dei suoi entusiasmi,
di non intendere
troppo bene: «
Oh quanti fecondissimi
e sublimissimi lumi
vi sono per
entro ! Cosi
avessi io talento
da farne uso e da
com- prendere il fondo
ed il mirabile
artificio, che panni
al- quanto di ravvisare!
» *. Il
miglior ufficio, che
codesti amici potessero
adempiere, era di
lenire con parole
buone, se non
con intima corrispondenza di
pensieri, l'animo esa-
cerbato del Vico. Cosi
faceva l' Esteban, concludendo
la lettera nella
quale procura di
rimediare a quel
che gli era scappato dalla
penna a proposito
dell'orazione per la
Ci- mini, e ripeteva frasi
che aveva dovuto
cogliere sulla bocca
del maestro: «
Vivete sicuro che
la Provvidenza, per
canali da V.
S. non immaginati,
farà sorgere a
V. S. una
fonte perenne di
glorie immortali !
» \ Il gesuita pa-
dre Domenico Lodovico (autore
del distico, che si legge
sotto il ritratto
del Vico), ricevuta
la seconda Scienza
1 Autob., ed.
cit., p. 55.
- In Autob.,
ed. cit., p.
231. 3 Ivi,
p. 205. B.
CitOCE, La filosofìa
di Giambattista Vico.
20 306 APPENDICE
nuova, mandò all'autore,
con pratico senno,
un po' di
vino della cantina
e un po' di pane
del forno della
casa gesui- tica '
della Nunziatella, con
una graziosa letterina
nella quale lo pregava di
accettare « codeste
cosucce, comeché semplici,
quando né pure
il bambino Gesù
rifiuta le rozze
offerte de' rustici
pastorelli ». E
gli suggeriva di
aggiungere nella simbolica
dipintura che precede
l'opera, accanto all'al-
fabeto, un piccolo nano
in atteggiamento di chi ammirando
ammuta come il
montanaro di Dante,
scrivendovi sotto «
con significante dieresi
» il nome:
Lodo-vico ! *.
Tra i tanti
giovani della sua
scuola, erano alcuni,
tutti pieni della
dot- trina di lui,
pronti a difendere
il maestro a
spada tratta *-T ma si
sa che cosa
valgano codesti entusiasmi
di giovani. Se
quegli scolari avessero
penetrato davvero le
dottrine o qualche
parte delle dottrine
vicinane, se ne
sarebbero vedute le
tracce nella letteratura
e nella cultura
della ge- nerazione che
segui al Vico
; e, invece,
non ne fu
nulla o quasi.
Appena qualche sentenza,
qualche affermazione sto-
rica, qualche concetto isolato
e superficialmente inteso
fu ripetuto a
Venezia dal Conti,
a Padova dal
Concina, in Ispagna
da Ignazio Luzàn
(il quale aveva
dimorato a Na-
poli negli anni della
pubblicazione della Scienza
nuova) \ e
qualche cosa di
più nella patria
dell'autore, dal Geno-
vesi e particolarmente da
Ferdinando Galiani. GÌ' invidi,
i leggieri, i
pettegoli, i calunniatori,
gl'inin- telligenti eccitavano nel
Vico scoppi di
collera violenta. Di
questo suo peccato
si confessa nell'autobiografia, dicendo
che « con
maniera troppo risentita
inveiva contro o
gli errori d' ingegno
o di dottrina
o mal costume
dei letterati suoi
emuli, che doveva
con cristiana carità,
e da vero
fi- i In Autob., ed.
cit., pp. 218-4.
2 Ivi, p.
121. 3 Ivi,
p. 122.] losofo, o
dissimulare o compatirgli
» l. Ma,
in fondo, quel
peccato non gli
spiaceva: al pari
di Dante, vi
trovava qualche bellezza.
L'orazione per la
Cimini contiene una
specie d'inno alla
collera, alla «
collera eroica »,
« che negli
animi generosi co' suoi
bollori turbando e
dall'imo confondendo ogni
mal nata riflessione
della mente, da
cui nasce la
razza vile della
fraude, dell'inganno, della
men- zogna, fa ella
gli eroi aperti,
veritieri e fidi,
e si, interes-
sandoli della verità, li
arma forti campioni
della ragione incontro
ai torti ed
alle offese »
2. Benché nello
scrivere si guardasse
« a tutto
potere » dal
cadere in quella
passione 3, la
collera si sente
tumul- tuare mal repressa
nelle lettere private,
in tutte quelle
punte contro i
« dotti cattivi
», che «
amano più l'erudi-
zione che la verità
», contro il
comune degli uomini
che è «
tutto memoria e fantasia
», e via
dicendo. Nella con-
versazione poi, era, a quel che
sembra, mordacissimo. Quando,
nel 1736, Damiano
Romano pubblicò un
libro con- tro la
tesi vichiana relativa
alle dodici tavole,
il .Vico (rac-
conta il Romano medesimo),
sebbene vi fosse
stato trattato coi
titoli di «
dottissimo » e
di « celeberrimo
» e con
ogni altra dimostrazione
di reverenza, «
ci addentò in
maniera che fu
di ribrezzo e
di orrore a
chiunque vi si
trovò pre- sente »,
vedendo egli di
malissima voglia che
« un garzone
come noi si
fusse con lui
cimentato » *.
Ma agli scoppi
di collera si
alternavano le ricadute
nella più profonda
tri- stezza. In un
sonetto, egli si
dice oppresso da
quel fato «
che l'ingiusto odio
altrui creò sovente
», onde si
era np- i
Ivi, Pp. 96,
120-1. 2 Opp-ì
eJ. Ferrari, VI,
p. 254. 2
Autob., ed. cit.,
p. 76. *
In Autob., pp.
120-1. 308 APPENDICE
partato dal consorzio
umano a vivere
solo con sé
stesso. Da quel
torpore si riscoteva,
talvolta, per qualche
istante: Poi ricaggio
in me stesso,
e da mie
gravi cure sospinto
a tornar là
dov'era, di me,
non per mia
colpa, ho da
dolermi 1. VII
Eppure, fra tanti
tormenti e contrarietà
e delusioni, in
mezzo a questa
tristezza che veniva
frequente a rico-
prirlo dei suoi neri
veli, il Vico
provò una delle
più alte felicità
dell'uomo: quel «
vivere di meditazione
scevra e pura
di passione, che
allora senza la
compagnia tumul- tuosa e
grave del corpo
vive veramente l'uomo
solo.... »; quella
vita di sicuro
possesso, perché «
medesimata con l'anima,
sempre presta e
presente, che gli
dimostra il suo
essere fisso nell'Eterno
che tutti i
tempi misura, e
spa- ziante nell'infinito
che tutte le
finite cose comprende;
e si il
colma di una eterna immensa
gioia, non in
certi luoghi invidiosamente né in certi
tempi avaramente ri-
stretta, ma che senza
uggia di emulazione,
senza tema di
scemamento, per ciò
unicamente in esso
lui accrescere si
potrebbe se ella
fosse tuttavia a
più e più
umane menti comunicata
e diffusa »
2. Della verità
raggiunta non dubitò
mai, pur continuando
sempre a elaborarla:
sopra il sistema
presentato nel libro
del Diritto universale
la sua mente
(egli dice) «
riposava sodisfatta »
3. Le fatiche,
e gli stessi
dolori che aveva
cosi acerbamente sofferti,
gli erano cari,
perché attraverso di
essi era pervenuto
alle sue scoperte
: 1 In
Autob., ed. cit..
p. 325. 2
Opp., ed. Ferrari,
p. 2»i7. 3
Lettera al Giacchi
del 12 luglio
1720, in Autob.,
ed. cit., p.
188. Benedico ben
venticinque anni da me spesi
nella medita- zione di
siffatto argomento, ed
in mezzo le
avversità della mia
fortuna e le
remore che mi
facevano gli esempli
infelici degl'ingegni, che
han tentato delle
nuove e gravi
disco- verte.... »*. Come
poteva non benedire
quelle fatiche e
quei dolori e
quelle avversità, se
ogni qual volta
si solle- vava dal
tumulto passionale dell'uomo
empirico e dalle
lotte dell'uomo pratico,
la sua mente
gli mostrava la
ne- cessità ineluttabile e
di quanto egli
aveva operato e
di quanto aveva
sofferto, e l'ima
e l'altra necessità
strette in modo
tra loro da
formarne una sola
e indivisibile? La
sua stessa dottrina
filosofica gli porgeva
dunque la medicina
del male, e
promoveva nel suo
animo la catarsi
liberatrice: quella dottrina
che aveva per
centro l'idea della
Provvidenza immanente o,
come si disse
poi, della necessità
storica. « Sia
pur sempre lodata
la Provvidenza, che
quando agl'infermi occhi
mortali sembra ella
tutta severa giustizia,
allora più che
mai è impiegata
in una somma
benignità! Perché da
questa opera io
mi sento aver
vestito un nuovo
uomo e provo
rintuzzati quegli sti-
moli di più lamentarmi
della mia avversa
fortuna, e di
più inveire contro
alla corrotta moda
delle lettere che
mi ha fatto
tal'avversa fortuna; perché
questa moda, questa
fortuna mi hanno
avvalorato e assistito
a lavorare que-
st'opera. Anzi (non sarà
per avventura egli
vero, ma mi
piacerebbe che fosse
vero), quest'opera mi
ha informato di
un certo spirito
eroico, per lo
quale non più
mi per- turba alcun
timore della morte
e sperimento l'animo
non più curante
di parlare degli
emoli. Finalmente, mi
ha fermato come
sopra un'alta adamantina
ròcca il giudizio
i Lettera al
card. Corsini del
15 dicembre 1725,
in Autob., ed.
cit., p. 178.
310 APPENDICE di
Dio, il quale
fa giustizia alle
opere d'ingegno con
la stima dei
saggi », degli
uomini cioè di
altissimo inten- dimento, di
erudizione tutta propria,
generosi e magna-
nimi, « intenti a
conferire opere immortali
nel comune delle
lettere », che
« sempre e
da per tutto
furono pochis- simi »
l. La Provvidenza
gli mostrava, dunque,
la neces- sità di
tutto ciò che
gli era accaduto
e ancora gli
acca- deva nella vita,
e, inculcandogli la
rassegnazione, gli pro-
metteva la Gloria. Vili
Cosi l'uomo collerico
diventava perfino tollerante:
di quella tolleranza,
di quella indulgenza
superiore che non
è da confondere- col volgare
tollerantismo. L'Università, nella
quale aveva sperato
fare avanzamento e
verso cui aveva
rivolto il pensiero
nel comporre le
prime opere, non
aveva voluto sapere
di lui ;
ed egli si
era tutto riti-
rato in sé stesso
a meditare, la
Scienza nuova. Dunque
(di- ceva con sorriso
in cui si
sente ancora alcunché
di amaro), questa
mia opera io
la debbo all'Università, che,
riputan- domi immeritevole della
cattedra e non
volendomi « oc-
cupato a trattar paragrafi
», mi ha
dato l'agio di
medi- tarla: « posso
io avergliene più
grado di questo?
» 2. Un
amico, il fiorentino
Sostegni, in un
sonetto a lui
indiriz- zato, usciva in
parole di biasimo
contro la città
di Napoli, che
aveva tenuto in
poco conto il
suo gran figlio.
E il Vico,
nella risposta, giustifica
con nobili parole
la patria, dura
con lui perché
molto da lui
aspettala e molto
aveva voluto ottenerne:
1 In Autob.,
ed. cit., pp.
120-1. 2 Lettera
al Giacchi del
25 novembre 1725,
in Autob.. ed.
cit., p. 134. Severa madre
non vezzeggia in
seno figlio, che
ne fia poscia
oscura e vile;
ma grave in
viso ancor l'ode
e rimira l.
Da questa condizione
di spirito nacque
Y Autobiografia-. opera che è stata
mal giudicata e
del tutto fraintesa
dal Ferrari, il
quale vi biasima
il teleologismo dominante
e vi lamenta
la mancanza di
una spiegazione «
psicologica » della
vita del Vico
*. Come se
il Vico medesimo
non avesse professato
che l'aveva scritta
« da filosofo
» ! 3.
E che cosa
significa scrivere da
filosofo la vita
di un filosofo,
se non intendere
l'oggettiva necessità del
suo pensiero e
scor- gerne gli addentellati
anche dove all'autore,
nel momento che lo pensò,
non apparivano del
tutto chiari? 11
Vico « meditò
nelle cagioni cosi
naturali come morali,
e nel- l'occasioni della fortuna;
meditò nelle sue
ch'ebbe fin da
fanciullo o inclinazioni
o avversioni più
ad altre spezie
di studi che
ad altre; meditò
nell'opportunitadi o nelle
tra- versie onde fece
o ritardò i
suoi progressi ;
meditò, final- mente, in
certi suoi sforzi
di alcuni suoi
sensi diritti, i
quali poi avevangli
a fruttare le
riflessioni, sulle quali
la- vorò l'ultima sua
opera della Scienza
nuova, la qual
ap- pruovasse tale
e non altra
aver dovuto essere
la sua vita
letteraria » 4. L'
Autobiografia del Vico
è, insomma, l'applicazione della
Scienza nuova alla
biografìa dell'autore, alla
storia della propria
vita individuale ;
e il metodo
ne è, quanto
originale, altrettanto giusto
e vero. Che
poi il Vico
riuscisse solo in
parte nel suo
assunto, e, cioè,
non po- tesse fare
la critica e
la storia di
sé stesso come
sono in 1
In Autob., ed.
cit., p. 825.
- Nell'introd. al
IV voi. delle
Opere. 3 Autob.,
ed. cit., p.
62. 1 L.
e. grado di
farla i critici
e gli storici
odierni, e altrimenti
saranno quelli futuri,
è troppo ovvio
perché vi si
debba insistere. — L'
Autobiografia termina anch'essa-con
una be- nedizione alle avversità,
un riconoscimento della
Provvi- denza e una
certezza di fama
e di gloria.
IX Negli ultimi
anni di sua
vita il Vico,
aggravato dalla vecchiaia,
dalle domestiche cure e dalle
malattie, « ri-
nunziò affatto agli studi
» l. Da
la tremante man
cade il mio
stile e de' pensier
s'è chiuso il mio tesauro
-, esclamava in due versi,
pieni di lacrime,
di un sonetto
del 1735. Preparò
allora, per una
possibile ristampa, le
aggiunte e correzioni
alla seconda Scienza
nuova, e le
in- corporò nel definitivo
manoscritto dell'opera; pensò
per un momento
di mettere a
stampa l'operetta De
cequilibrio corporis animantìs,
composta molti anni
prima e che
andò poi smarrita3;
adempiè ancora a
qualche obbligo di
uffizio, come, nel
1738, all'orazione per le nozze
di re Carlo
Bor- bone. Ma già
nel 1736 o nel 1737
il figliuolo aveva
comin- ciato a sostituirlo
nella scuola, e
nel gennaio 1741
riceveva definitivamente la
cattedra dalla quale
il padre si
ritirava *. Viveva
il Vico tra
i suoi, come
un vecchio soldato
exacta militici, nel
ricordo delle battaglie
combattute, nella co-
scienza del dovere compiuto.
Il buon figliuolo
gli faceva, '
Autob., ed. cit.,
p. 75. 2
In Autob., ed.
cit., p. 326
(sonetto del 1735
per le nozze
di Rai- mondo de
Sangro). 3 Autob.,
ed. cit., 75:
cfr. Bibl. vich.,
pp. 38-9, Sec.
tuppL, p. 6.
-i In Aidob.y
ed. cit. ogni giorno,
qualche ora di
lettura dei classici
latini da lui
più amati e
studiati un tempo.
E, in questo
suo tra- monto, gli
fu risparmiato, almeno,
il tormento dei
tor- menti: quello che
straziò negli ultimi
anni di vita
un fi- losofo tanto
di lui più
fortunato, Emanuele Kant,
ansioso di dare
séguito e compimento
al suo sistema
filosofico e consumantesi
in una sterile
lotta coi pensieri
che gli sfug-
givano e le parole
che non più gli obbedivano.
Il Vico aveva
detto tutto ciò
che doveva dire,
e conobbe da
sé stesso, quale
grande storico di
sé stesso, il
momento in cui
la Provvidenza aveva
terminato in lui
l'opera sua, chiudeva
il tesoro dei
pensieri che gli
aveva cosi larga-
mente aperto per tanti
anni e gli
comandava di deporre
la penna. II
La fortuna del
Vico L la
narrazione delle vicende
alle quali andò
soggetta la fama
del Vico non
dev'essere sostituita o
frammischiata
all'esposizione e giudizio
del pensiero vichiano,
perdendo di vista
la storia della
filosofia propriamente detta
o turbandola con
la storia della
cultura1. Ma anche
quando poi si
passi a questa
seconda storia, bisogna
guar- darsi da un
altro genere di
errore: dalla pretesa
di giun- gere a
determinare, mercé quella
narrazione, se l'opera
del Vico fosse
o no culturalmente
utile, e quanti
gradi di utilità
le si debbano
riconoscere. Siffatta indagine
è priva di
significato e la
corrispondente misurazione impossibile
& eseguire ;
perché (se ben
si consideri) un
unico discepolo può
valere le decine
e le centinaia,
un effetto solo
pro- dottosi dopo secoli
compensare un'efficacia ritardata
per secoli, un
oblio immeritato riuscire
altrettanto memorabile e
ammonitivo quanto una
fama meritatissima, e
una mede- *
Restringo in breve
i principali risultati
delle ricerche da
me fatte sull'argomento ed
esposte nella Bibliografia
vichiana e nei
due annessi Supplementi
(efr, in questo
volume, p. 342),
ai quali lavori
rimando per maggiori
particolari e per
la documentazione delle
cose che qui
si affermano. i
Si veda sopra,
pp. 249-50. 316
APPENDICE sima verità,
scoperta due volte
in modo indipendente,
da questa stessa
duplicazione e apparente
superfluità ricevere come
il crisma della
sua ineluttabile necessità.
L'opera del Vico
(si è concluso
di solito) fu
del tutto inutile,
perché ap- parsa fuori
tempo ossia troppo
presto, e rimasta
sconosciuta o giunta
a notizia quando
non poteva insegnare
più nulla. E,
col dire ciò,
si è blasfemato
contro la storia,
la quale non
ammette nulla d'inutile
ed e sempre,
in ogni sua
parte, opera (avrebbe
detto il Vico)
della « Provvidenza
», alle cui
ampie utilità non
è lecito applicare
piccole misure umane,
corte di una
spanna. Ebbe il
Vico rinomanza, lettori,
intenditori e seguaci
nel corso del
secolo decimottavo? Si
è risposto, con
pari risolutezza, no
e si ;
e, a provare
la risposta affermativa,
si sono andati
raccogliendo con molta
diligenza i ricordi
che del nome
e delle dottrine
del Vico si
trovano sparsi negli
scritti di quel
secolo, accumulando sospetti
e indizi su
tracce inconfessate delle
sue idee, che
si scorgerebbero in libri italiani
e stranieri. Ma un pensatore
come il Vico
non si può
dire propriamente conosciuto
se non quando
di lui sia
stato còlto il
pensiero fondamentale e
risentito lo spirito
animatore. Ora la
maggior parte dei
fatti arre- cati a
documento dell'efficacia dell'opera
sua concernono dottrine
particolari, che, avulse
dal complesso, furono
ac- cettate o contestate
né più né
meno di quelle
di qualsiasi altro
critico ed erudito
o dicitore di
paradossi del tempo
suo. Tale è
il caso, in
primo luogo, della
teoria circa l'origine
della legge delle
dodici tavole, discussa
nella po- lemica che
si agitò fra
Bernardo Tanucci e
Guido Grandi dal
1728 al 1731,
oppugnata nel 1736
da Damiano Romano,
accolta in Francia
nel 1735 dal
Bonamy e rammentata
nel 1750 dal
Terrasson; delle nuove
interpretazioni storiche circa
i primi tempi
di Roma, ricordate
dallo Chaslellux, se-
guite e svolte dal
Duni e, attraverso
costui, sfruttate dal
II. FORTUNA DEL
VICO 317 Da
Bignon; delle ipotesi
sulla preistoria e
sulle origini del-
l'umanità, adoperate e alterate
dal Boulanger in
Francia e da
Mario Pagano in
Italia; dei concetti
storici e politici,
e di quelli
sulla poesia e
sul linguaggio che
si trovano presso
il Galiani, il
Pagano, il Cesarotti
e qualche altro.
Questione pili sostanziale
era quella del
metodo di stu-
diare e giudicare le
istituzioni politiche e
le leggi; per
la qual parte
il Montesquieu fu
messo a paragone
col Vico e
accusato di essersi
valso largamente della
Scienza nuova senza
citarla. È ormai
accertato che nel
1728 Antonio Conti
in Venezia consigliò
al futuro autore
dell'Esprit des lois
(come risulta dai
diari di quest'ultimo)
di comprare a
Napoli il libro
del Vico: consiglio
che fu certamente
messo in atto
quando il Montesquieu
si recò a
Napoli l'anno dopo,
per- ché un esemplare
della Scienza nuova,
nell'edizione del 1725,
si serba ancora
nella biblioteca del
castello de la
Bròde. Ma ingegno
troppo diverso rispetto
al Vico, e
troppo meno profondo,
era quello dello
scrittore francese, da
trarre vitale nutrimento
da un'opera come
la Scienza nuova;
e i vestigi
d' imitazione, che si
è creduto di
scorgere nell'Esprit des
lois, sono assai
contestabili e, in
ogni caso, di
scarsa importanza. Deve
dirsi, per altro,
che il merito
general- mente attribuito al
Montesquieu, di avere
introdotto l'ele- mento storico
nel diritto positivo,
prendendo per tal
modo a considerare
in guisa veramente
filosofica (come poi
scrisse lo Hegel)
la legislazione, quale
momento dipendente di
una totalità in
rapporto a tutte
le altre determinazioni che
for- mano il carattere
di un popolo
o di un'epoca;
• — questo inerito,
in ordine cosi
di tempo come
di eccellenza, spetta
invece al Vico.
Come il Montesquieu
per la scienza
della legislazione, cosi
il Wolf per
la questione omerica,
fu sospettato di
es- sersi giovato tacitamente
delle speculazioni vicinane.
Ma il Wolf,
quando nel 1795
die fuori i
Prolegomena ad Home-
318 APPENDICE rum,
ignorava, almeno direttamente, la
Scienza nuova, che
non conobbe se
non di nome
nel 1801 e
di fatto l'anno
dopo, pel dono che di
quel libro gli
fece il Cesarotti.
È da no-
tare per altro che
i concetti del
Vico circa il
carattere bar- barico e
la mancanza di
riposta sapienza nell'epos
omerico erano (forse
per opera del
Galiani) divulgati nel
1765 dalla Gazette
Uttéraire de l'Europe
del Suard e
dell' Arnaud ; e,
meglio ancora, che
la Scienza nuova
era conosciuta e
ado- perata dal filologo
e archeologo danese
Zoega (il quale
la cita in
un suo saggio'
su Omero, composto
nel 1788 seb-
bene pubblicato assai più
tardi); e che
con lo Zoega
teneva carteggio lo
Heyne, il quale
accusò poi il
Wolf di avere
attinto alle sue
lezioni per la
teoria presentata nei
Pro- legomena (e,
in verità, sin
dal 1790 manifestava
l'idea di una
genesi graduale dei
poemi omerici); e,
infine, che quelle
teorie già si
profilavano nel Wood
e in alcune
me- morie del Merian.
I concetti vichiani
con o senza
il nome del
loro autore erano
dunque penetrati in
qualche misura nell'ambiente
filologico tedesco ; e il
Wolf ne ebbe
indub- biamente un certo
sentore indiretto. E, in ogni
caso, re- sta sempre,
anche qui, il
fatto riconosciuto da
tutti co- loro che
hanno studiato la
questione : che
la teoria omerica,
cosi come si
trova esposta dal
Wolf, dovrebbe dirsi
non wolfiana ma
vichiana, perché tale
è veramente in
quasi tutti i
suoi tratti fondamentali.
Del resto, il
Wolf, filologo di
gran lunga superiore
al Vico ma
anch'esso pensatore assai
minore, non era
in grado d'intendere
le motivazioni ideali
che avevano condotto
il suo predecessore
a quella dottrina
intorno a Omero;
com'è chiaro dall'articolo, alquanto
su- perficiale, che nel
1807 vi scrisse
intorno. Certamente a
Napoli, nel secolo
decimottavo, fu in
molti una confusa
coscienza della grandezza
dell'opera vi- chiana ;
ma in che
propriamente questa grandezza
consi- stesse non si
sapeva determinare, perché
facevano ancora II.
FORTUNA DEL VICO
319 difetto l'esperienza
e la preparazione
adeguate. E fuori
d'Italia, e in
Germania in particolare,
dove questa prepa-
razione c'era, o almeno
ce n'era assai
di più, l'opera
del Vico rimase
generalmente sconosciuta, in
parte per il
di- scredito in cui
erano caduti sin
dalla fine del
seicento i libri
italiani, in parte
per le difficoltà
che lo stile
del Vico offriva
agli stranieri. Quando
la Scienza nuova
capitò tra le
mani di uomini
atti a comprenderla,
sembra come se
il caso si divertisse a
impedirne loro la
seria lettura e
l'intelligenza. Lo Hamann
si procurò la
Scienza nuova da
Firenze nel 1777,
in un tempo
in cui si
occupava di econo-
mia e di fisiocrazia,
immaginando che vi
si trattassero tali
materie; e rimase
deluso quando, nella
scorsa che le
dette, si avvide
di avere innanzi
una selva di
ricerche filologiche, eseguite
per giunta con
scarsa acribia. 11
Goethe l'ebbe a
Napoli, nel 1787,
con grandi raccomandazioni, dal
Filan- gieri e la
portò seco in
Germania e nel
1792 la prestava
al Jacobi; ma
solo per una
felice combinazione, piuttosto
che per una
vera conoscenza o
per un chiaro
intuito, av- vicinò il
nome del Vico a quello
dello Hamann. Lo
Herder (che anch'esso
conobbe l'opera del
Vico non forse
nel 1777 mercé
l'accenno fattogliene dallo
Hamann nel loro
carteggio, ma piuttosto
nel suo viaggio
d'Italia nel 1789),
ne discorse nel
1797 in termini
affatto generici e
senza avvertire nessuno
dei molteplici rapporti
che al Vico
lo stringevano, in
ispecie nelle dottrine
sul linguaggio e
sulla poesia. I
soli che nel
secolo decimottavo veramente
penetrassero la tendenza
fondamentale del Vico
e, pur senza
volerlo, ne riconoscessero la
genuina grandezza, furono
(a nuova conferma
della salda contestura
spirituale del cattolicesi-
mo) gli avversari cattolici,
che egli, allora,
ebbe in buon
numero: il Romano,
il Lami, il
Rogadei, e sopra
tutti, il Finetti.
Videro costoro che il Vico,
nonostante i suoi
fermi propositi di ortodossia
religiosa, coltivava un'
idea della Provvidenza
affatto difforme da
quella della teologia
cri- stiana, e di
Dio faceva continua
menzione a parole,
ma non lo
lasciava poi operare
effettivamente, come Dio
per- sonale, nella storia;
— che distaccava
con taglio cosi
netto storia profana
e storia sacra
da giungere a
una dottrina 'affatto
naturale e umana
delle origini della
civiltà (mercé lo
stato ferino) e
di quelle della
religione (mercé il
timore, il pudore
e l'universale fantastico),
laddove la dottrina
tradizionale cattolica ammetteva
una certa comunicazione
tra la storia
sacra e la
profana, e nella
religione e civiltà
pagana riconosceva il
lievito operante di
una qualche no-
tizia, sia pur vaga,
della primitiva verità
rivelata; — che, pure
protestando di accogliere
e rafforzare l'autorità
della Bibbia, egli
la minava e
scrollava in molti
punti; — che la sua
critica alla tradizione
storica profana, condotta
con spirito superbo
di ribellione al
passato, poteva aprire
l'adito a dannosissimi
abusi, perché istigava
ad applicare il
me- desimo spirito e
metodo alla storia
sacra, come fece
poi il Boulanger l.
Un'invettiva, insomma, nella
quale erano già
accuratamente indicate tutte
le parti che
dovevano di- poi entrare
a comporre il
grandioso elogio che
il secolo de-
cimonono avrebbe indirizzato al Vico.
Nacque per tal
modo tra gli
uomini di chiesa
una certa diffidenza
verso questo autore;
di che, tra
l'altro, fu effetto
più tardi, al
tempo della restaurazione, la
polemica antivichiana del
vescovo Colangelo, preceduta
da un giudizio
del regio censore
Lo- renzo Giustiniani, che
diceva la Scienza
nuova: un «
libro il quale
diede luogo a
segnare un'epoca molto
infelice in Europa
». 1 La
critica dei cattolici
contro il Vico
porse materia a
un libro assai
istruttivo del Labanca:
cfr. più oltre
in questo volume. Quasi
a contrasto, tra
i giovani che
in Napoli, sulla
line del secolo
deci mot tavo,
coltivavano con ardore
gli studi sociali
e politici e
si accingevano all'opera
attiva della imminente
rivoluzione, il Vico
cominciò a essere
conside- rato come scrittore
anticlericale e anticattolico, e
sorse la leggenda
(ricordata in altra
parte di questo
volume ') che
il Vico avesse
di proposito e
per accorgimento reso
oscuro il suo
libro per salvarsi
dalla censura ecclesiastica. Quei
giovani presero a
leggere e a
vantare la Scienza
nuova; disegnarono di
ristamparla, perché era
divenuta rara, con
le altre opere
dell'autore e con
gli scritti inediti;
prepa- rarono lavori espositivi
e critici sul
sistema filosofico e
sto- rico del Vico;
taluno, come il
Pagano, si provò
a rie- laborarlo mescolandolo con
le idee del
sensismo francese, e
tal altro, come
il Filangieri, benché
molto lo ammi-
rasse, non ne fu
distolto dai sogni
del più roseo
rifor- mismo; nel 1797
il tedesco Gerning,
che capitò a
Napoli, notò questo
fervore di studi
intorno al Vico
e augurò una
traduzione o almeno
un estratto tedesco
della Scienza nuova.
E quando la
caduta della repubblica
napoletana del 1799
spinse quei giovani
(quelli, tra essi,
che scamparono dalle
stragi e dai
patiboli della reazione
borbonica) agli esili
nell'Italia superiore e
specialmente in Lombardia,
la fama del
Vico ebbe i
suoi primi ardenti
apostoli e missionari.
Vincenzo Cuoco, Francesco
Lomonaco, Francesco Salii
e altri patrioti
meridionali fecero conoscere
la Scienza nuova
al Monti, che
ne toccò nella
sua prolusione universitaria
di Pavia del
1803 ; a
Ugo Foscolo, che
ne accolse parec-
chi pensieri nel carme
dei Sepolcri e
nei saggi di
critica; ad Alessandro
Manzoni, che doveva
poi istituire nel
Di- scorso sulla storia
longobarda un celebre
raffronto tra il
Vico e il
Muratori; e ad
altri minori. Il
Cuoco informò 1
Si veda sopra,
pp. 285-6. B.
Cuoce, La filoso/la
di Giamhaltisia Vico.
81 intorno al
Vico il Degérando,
che allora lavorava
alla sua Histoire
comparée des sgstèmes
philosophiques; un altro
esule, il De
Angelis, metteva la
Scienza nuova tra
le mani di
Giulio Michelet; il
Salti discorreva del
Vico negli arti-
coli della Revue encyclopèdique e
in volumi ed
opuscoli scritti in
francese. Anche per
suggerimento di quei
napo- letani, fu nel
1801 a Milano
ristampata la Scienza
nuova; e altre
edizioni e raccolte
di opere minori
vicinane non tardarono
a comparire. Per
tali vicende, e
in quel pri-
mo decennio del secolo
decimonono, il Vico,
da reputa- zione quasi
esclusivamente municipale e
napoletana, per- venne a
reputazione nazionale e
italiana. Senonché, conforme
alle loro personali
disposizioni e alle
tendenze del tempo,
il primo e
principale ammaestra- mento che
i patrioti .studiosi
del Vico trassero
dal suo pen-
siero, fu politico o
di filosofia politica
; e cioè,
la critica di
quel giacobinismo e
di quel filogallismo
che avevano fatto
cosi cattiva prova
negli avvenimenti del
1799. Il pen-
siero del Vico li
guidò a concetti
più concreti, e
generò un'opera di
capitale importanza, il
Saggio storico sulla
ri- voluzione, napoletana (1800)
di Vincenzo Cuoco.
Similmente, alcuni decenni
dopo, il Ballanche,
nei suoi JEssais
de pa- lingénesie
sociale (1827), scriveva
che il Vico,
se fosse stato noto in
Francia nel secolo
decimottavo, avrebbe esercitato
un'azione moderatrice e
benefica sulle rivoluzioni
sociali che seguirono.
Un altro particolare
aspetto del Vico,
la riforma ch'egli
aveva iniziata della
metodologia storica e
della scienza sociale
a servigio della
storia, fu avvertito
e lumeggiato dall'archeologo Cataldo
Iannelli nel libro:
Sulla natura e
necessità della scienza
delle cosa e
delle storie umane
(1818). Il Foscolo
principalmente, e coloro
che da lui
presero ispirazione, fecero
penetrare nella critica
e sto- ria letteraria qualcosa
delle concezioni vichiane
sulla in- terpetrazione
storica della poesia.
Invece, in Germania,
il Jacobi, che
aveva letto il
De 1 quali
il Vico trasse
un opuscolo: De
(Equilibrio corporis ani-
mantis, che molti
anni dipoi pensava
di pubblicare e
che è -andato
perduto ; onde
di quelle, come
delle sue specula-
zioni di fisica (che
dovevano costituire il
Liber physicus), non
si sa altro
se non ciò
che egli stesso
dice nell'auto- biografia.
Tralasciando gli scritti
rettorici e per
commissione, dei quali
il più esteso
è il De
rebus gestis Anton
ii Campitevi (Napoli,
Mosca, 171 G), i
nuovi frutti del
suo pensiero (che
si andò concentrando
sui problemi morali
e storici), prima
accennati in una
prolusione del 1719
della quale il
som- mario è nell'autobiografia, furono
condensati dal Vico,
in italiano, nel
1.720, in un
programma a stampa
di quattro pagine
fitte a due
colonne, noto sotto
il nome di
Sinopsi del diritto
universale, e svolti
nell'ampia trattazione: De
universi iuris uno
principio et fine
uno liber units
(Napoli, Mosca, 1720),
compiuta l'anno dopo
dal Liber alter
qui est de
constantia iurisprudentis, e
accresciuta nel 1722
dalle Kotce in
dioos libros, ecc.,
che rappresentano un
ulteriore avanzamento (ivi)
; la quale
opera si suole
designare nel suo
complesso, seguendo l'esempio
dello stesso autore,
col nome di
Diritto universale. Questo
libro, secondo il
Cantoni (op. cit. ,
p. 243), rap-
presenterebbe il culmine dell'attività
scientifica del Vico:
giudizio non meno
inaccettabile del precedente.
L'autore (Opp., V,
10-11) rifiutò il
Diritto universale, perché
gli pa- reva che
vi perdurassero il
pregiudizio e la
pretesa di «
scendere » dalla
mente di Platone
e degli altri
filosofi a quelle
degli uomini primitivi,
onde in esso
avrebbe errato «in
alquante materie »•
ma lo disse
anche a ragione,
« ab- bozzo della
Scienza nuova »,
qual è veramente.
Le idee sulla
poesia vi sono
ancora perplesse, Omero
non vi è
an- cora un mito,
i canoni mitologici
sono meno unitari
di quel che
divennero poi, per
l'origine delle XII
tavole si affaccia
un'ipotesi ibrida, la
teoria dei ricorsi
vi è appena
debol- mente adombrata, e
insomma cosi la
storia ideale eterna
come la gnoseologia,
sulla quale essa
si fonda, sono
an- cora immature. L'opera
è rifusa nelle
posteriori, salvo ciò
che riguarda la
generale filosofia etica
e giuridica (che
non è molto
originale) e salvo
alcuni svolgimenti storici
che nelle opere
posteriori ricompaiono solo
in accenno. È
andato perduto il
manoscritto di un'opera
italiana, divisa in
due libri, in
cui il Vico
esponeva le sue
dot- trine « per
via negativa »,
ossia con metodo
prevalente- mente polemico. In
modo positivo, invece,
e in forma
con- cisa, le espose
nei Principi di una Scienza
nuova in- torno alla
comune natura delle
nazioni, per la
quale sì ritrovano
i principi di
altro sistema del
diritto naturale delle
genti (Napoli, Mosca,
1725), che sono
coKOsciuti con la
denominazione (anche questa
proveniente dall'autore medesimo)
di Prima scienza
nuova. Nello stesso
anno in cui
pubblicò la Prima
scienza nuova, cioè
nel 1725, il
Vico narrò la
storia dei suoi
studi: Vita di
G. B. V.
scritta da sé
medesimo, che fu
inserita nella Raccolta
di opuscoli scientifici
e filologici del
Calogerà (Venezia, Zani,
1728, voi. I,
pp. 145-256). Dei
minori scritti di
questo periodo sono
notevoli altresì le
due orazioni in
morte della contessa
di Althann (1724)
e della marchesana
della Petrella Angiola
Cimini (1727); il
volumetto Vici vindicice
(Napoli, Mosca, 1729),
contenente una difesa
di carattere personale
(con un'importante digres-
sione teorica sul «riso»)
contro una maligna
noterella in- serita negli
Acta lipsiensia del
1727 intorno alla
Scienza nuova; e
alcune lettere bellissime
al Giacchi, al
Degli An- gioli, all'Esperti, al
De Vitry e
al Solla, sul
contrasto tra la sua opera
e le condizioni
degli studi a
quel tempo. Alla
Prima scienza nuova
il Vico pensò
di aggiungere una
lunga serie di
Annotazioni (effettivamente poi
scritte III. CENNI
BIBLIOGRAFICI 333 ma
andate disperse) in
una ristampa che
se ne preparava
a Venezia tra
il 1728 e il 1730.
Ma poiché questa
non ebbe più
effetto e, d'altro
canto, quel libro
non lo soddisfaceva
se non proprio
per le materie
(egli dice), per
l'ordine te- nuto (Opp.,'V, 11),
si risolse a dare un'esposizione affatto
nuova delle sue
dottrine nei Cinque
libri de' principi di
una Scienza nuova
d'intorno alla comune
natura delle na-
zioni, in questa seconda
impressione con più
propia ma- niera condotti e
di molto accresciuti
(Napoli, Mosca, 1730),
che formano la
Seconda scienza nuova.
Quantunque il Cantoni
(op. cit., pp.
238-9) consideri quest'opera
come una senile
degenerazione del pensiero
del Vico, essa
è invece il
risultato necessario e
la forma perfetta
a cui mettono
capo i tentativi
precedenti; ed è
il libro che, insieme col
De antiquissima e con l'autobiografia, basta
a fornire tutto
l'essenziale per la
conoscenza del pensiero
di lai. Nel
Diritto universale e
nella Prima scienza
nuova si può
spigolare soltanto qualche
particolare dipoi trala-
sciato; ma, pel resto,
vi compaiono le
medesime dottrine della
Seconda scienza nuova
in un modo
meno profondo e meno sicuro,
e, certamente, meno
vichiano. Il con-
fronto particolare tra queste
tre opere fu
eseguito con diligenza
nei sommarietti apposti
dal Ferrari alle
sue edi- zioni della
Prima e della
Seconda scienza nuova
; e moltis-
simi altri riscontri e
più particolareggiati possono
vedersi ora nella
edizione della Scienza
nuova, curata dal
Nicolini. Anche alla
redazione del 1730
il V., senza
quasi più mutarne
l'ordine e la
sostanza, andò facendo,
negli anni tra
il 1731 e il 1736
circa, molte variazioni
e aggiunte, che
poi incorporò per
gran parte nel
testo in un
mano- scritto definitivo, sul
quale fu condotta
l'edizione dei Prin-
cipi di una Scienza
nuova d'intorno alla
comune natura delle
nazioni, uscita sei
mesi dopo la
morte del V.
(Na- poli, nella stamperia
muziana, 1714). Sono
serbati nella 334
APPENDICE Biblioteca nazionale
di Napoli gli autografi
cosi di questo
manoscritto come di
due altri anteriori
di aggiunte e
cor- rezioni, dai quali
trassero alcuni brani
rimasti inediti il
Giordano (Napoli, 1818)
e il Del
Giudice (Napoli, 1862),
e ora tutti
i brani inediti
e le varianti
ha estratto il
Nico- lini per la sua
edizione. Dopo la
Seconda scienza miova,
il Vico scrisse
pochis- sime cose: notevoli,
tra esse, l'orazione
De mente heroica
(Napoli, 1732), l'aggiunta
all'autobiografia (1731) e
alcuni sonetti, nei
quali, sebbene composti
(come quasi tutti
i suoi versi)
per occasione e
commissione, risuona, qua e là,
una nota personale.
II Ristampe, raccolte
e traduzioni Degli
scritti minori del
Vico si fecero
due raccolte, una
delle sole Latince
orationes, a cura
di F. Daniele
(Napoli, 1766), e
l'altra, ricca di
cose inedite ma
non esente da
raffazzonature dell'editore, degli
Opuscoli italiani e
latini, in quattro
volumi, a cura
di C. A.
de Rosa marchese
di Vil- larosa
(Napoli, 1818-1823). Il
Villarosa ebbe tutto
ciò che avanzava
delle carte del
Vico dal figliuolo
di costui, Gen-
naro; e i preziosi
autografi si serbano
ancora a Napoli
in casa dei
miei cari amici
ingegneri Tommaso e
Vincenzo, de Rosa
di Villarosa. Delle
Opere complete la
prima, e si
può dire unica
edi- zione perché riprodotta
in tutte le
altre, è quella
di Giu- seppe Ferrari
in sei volumi
(Milano, Classici italiani,
1835-7), ristampata con
qualche miglion*nento nel
1852-54. Le Opere
a cura di
N. M. Corcia
(Napoli, tipografia della
Si- billa, 1834, due
voli.), sono, invece,
una scelta; e
le Opere a
cura di F.
Preclari (Milano, Bravetta,
1835) si arrestano
al primo e
disordinato volume. Incompleta
e disordinata è
III. anche l'edizione
di Napoli, Iovene,
1840-41, che segue
l'edi- zione del Ferrari,
ma pur contiene
qualche bazzecola inedita.
Materialmente condotta sulla
ferrariana, e poco
corretta, è l'edizione
napoletana delle Opere
(i primi volumi
presso la tipografia
dei Classici italiani,
e gli altri
presso l'edi- tore Morano)
in otto volumi
(III, 1858, III,
1861, IV, 1859,
V-VI, 1860, VII,
1865, Vili, 1869);
la quale, per
altro, e la
più completa di tutte, essendovi
unite la Sinopsi,
le Isti- tuzioni oratorie e
le Orazioni latine
edite dal Galasso
(che vennero fuori
dopo l'edizioAe Ferrari);
vi sono aggiunte
anche versioni italiane
del De ratione,
del De antiquissima
e del Diritto
universale, a cura
dell'avv. F. S.
Pomodoro. Scritti inediti
o sparsi del
V., non compresi
in nessuna di
tali edizioni, sono
raccolti nel Croce,
Bibliografìa vi- chiana
e Primo e
Secondo supplemento, e
Nuove ricerche, §2;
e in un
opuscolo di B.
Donati: si veda
più oltre. Una
edizione critica della
Seconda scienza nuova
è stata pubblicata
nella Collana dei
classici della filosofia
moderna diretta da
B. Croce e
G. Gentile (Bari,
Laterza, 1911-16, voli.
3). È dovuta
al d.r Fausto
Nicolini, che si
e valso per
essa degli autografi
ed ha arricchito
l'edizione Ferrari, che
conteneva solo i
brani soppressi di
quella del 1730,
di tutti i
brani delle redazioni
intermedie fino al
testo del 1744;
ha, inoltre, riscontrato
le citazioni vichiane
e recato in
nota i luoghi
degli autori classici
e moderni ai
quali si riferiva
il V. ;
additati i molti
errori d'erudizione, procu-
rando sempre che fosse
possibile di mostrarne
la genesi; schiariti
i punti oscuri
col riferimento alle
altre opere del
Vico; e, finalmente,
ha riformato (secondo
un desiderio più
volte espresso anche
da autorevoli letterati
come il Tommaseo)
l'ortografia e la
punteggiatura. Dell'edizione ferrariana
sono riprodotti in
questa del Nicolini,
ma al- quanto ritoccati, gli
utili sommarietti-. In
un'ampia intro- duzione si
studia il Vico
scrittore e si
da notizia delle
sue- 336 APPENDICE
cessive redazioni e
rimanipolazioni della Scienza
nuova', due escursi
mostrano come il
Vico giunse via
via alla sua
teoria omerica e
all'altra analoga sulla
Legge delle XII
Ta- vole; e le
ricerche nei tre
volumi sono agevolate
da un minuto
indice analitico. Lo
stesso Nicolini, col
Croce e col
Gentile, attende a
una nuova edizione
delle Opere complete,
che farà parte
della raccolta degli
Scrittori a" Italia del
Laterza e il
cui disegno e
indice particolareggiato si
può leggere nel
Croce, Secondo supplemento
alla Bibliografia vichiqna
(pp. 102-113). Di
questa edizione sono
stati pubblicati il
voi. I {Le
ora- zioni inaugurali, il
De italo rum
sapientia e le
polemiche, a cura
del Gentile e
del Nicolini, 1914),
e il voi. V {L'autobio-
grafia, il carteggio e le poesie
varie, a cura
del Croce, 1911).
Le opere latine
del V. sono
state più volte
tradotte in italiano:
il De antiquissima
da un anonimo,
che forse fu
Vincenzo Monti (1816),
e poi dal
Sarchi (1870); il
primo libro del
Diritto universale dal
Corcia (1839), dall'Amante
(1841), dal Giani
(1855) e dal
Sarchi (1866), e
tutti i due
libri, nonché il
De ratione e il De
antiquissima, come si
è già detto,
dal Pomodoro. La
Seconda scienza nuova
fu tradotta in
francese, ma molto
abbreviata, da Giulio
Mi- chelet (col titolo:
Principes de la
philosophie de l'histoire,
Paris, Renouard, 1827,
e più volte
ristampata), e di
nuovo, completa, da
un anonimo che
si designa come
« l'auteur de
l'Essai sur la
formation du dogme
catkolique » e
che fu la principessa di
Belgioioso Cristina Trivulzi
(Paris, Renouard, 1844).
Completa anche, e
fornita di ottime
note, è la
traduzione tedesca di
W. E. Weber
(Leipzig, Brock- haus,
1822), che suggerimenti
e aiuti ebbe
da Gaspare Orelli.
In inglese, si
ha solo la
versione del libro
su Omero, condotta
sulla francese del
Michelet e inserita
nell'opera di II. Nelson Coleridge,
Introduction to the
study of the
greek classic poets
(3.a ediz., London,
Murray, III. 1846). Il Michelet
tradusse alcune delle
operette minori del
V., che si
accompagnano alla Scienza
nuova nell'edi- zione CEuvres
choisies de V.
(Paris, Hachette, 1835,
e in ristampe).
Del primo libro
del Diritto universale
si ha un
compendio in tedesco
di K. H.
Miiller, primo volumetto
di una serie
non proseguita di
Kleine Schriften del
V. (Neubrandeburg, Brùnslow,
1854). Ili •
Biografia dkl Vico
A supplemento dell'autobiografia, il
Villarosa raccolse le
notizie degli ultimi
anni della vita
del Vico, e
le mise come
continuazione di quello
scritto nella sua
edizione degli Opuscoli,
voi. I (1818).
Questo supplemento, e
tutto ciò che
di poi è
venuto fuori di
documenti o di
ricordi di contemporanei
intorno al V.,
si trovano raccolti
nel quinto volume
della nuova edizione,
annunziata di sopra
(p. 303), delle
opere del V.,
intitolato: L'autobiografia, il
carteggio e le
poesie varie, a
cura di B.
Croce (Bari, Laterza,
1911). Posteriormente, alcune
aggiunte, in Croce,
Nuove ricerche, §
1, e Nuove
curiosità storiche (Napoli,
Ricciardi, 1922), pp.
123 52, e
nel volumetto del
Donati. IV Letteratura
intorno al Vico
Le tre sole
monografie intorno al
Vico, che possano
ancora essere lette
con frutto (quella
del Ferrari, pur
cosi benemerito editore,
La mente del
V., è degna
di essere pietosamente
dimenticata), sono :
B. Croce, La
filosofìa di Giambattista
Vico. 22 338
APPENDICE 1. Carlo
Cantoni, G. B.
V., studi critici
e comparativi (Torino,
Civelli, 1867). Cfr.
per alcune riserve
A. Faggi, in
Rivista filosofica italiana,
voi. IX, 1906,
pp. 593-606, e
G. Gentile, in
Critica, voi. V,
1907, pp. 197-201.
2. Karl Werner,
G. B. V. als
Philosoph und gelehrter
Forscher (Wien, Braumùller,
1881). Cfr. Zeitschrift
far Phi- losophie
und philos. Kritik, voi.
LXXII, 1883, pp.
139-152. 3. Robert
Flint, V. (Edinburgh
a. London, 1884).
Tra- duzione italiana di
F. Finocchietti (Firenze,
1888). Si veda
ciò che intorno
a esse si
è detto di
sopra, pp. 326-7.
Dei lavori hi'cvi
di carattere generale
hanno singolare pregio
: 1. B.
Spaventa, G. B.
V., in Prolusione
e introduzione alle
lezioni di filosofia
(Napoli, Vitale, 1862),
pp. 83-102: opera
ristampata col titolo:
La filosofia italiana
nelle sue relazioni
con la filosofia
europea, a cura
di G. Gentile
(Bari, Laterza, 1908);
si veda a
pp. 111-135 di
questa ristampa. 2.
F. de Sanctis,
Storia della letteratura
italiana (Na- poli, Morano,
1870; molte ristampe),
voi. II, pp.
342-362. 3. F.
Fiorentino, Lettere sopra
la ' Scienza
nuova ' (Fi-
renze, 1865); ristampate in
Scritti vari (Napoli,
Morano, 1871), pp.
161-211. 4. E.
Cauer, G. B.
V. und seine
Stellung zur modernen
Wissenscìiaft (nel Deutsclies
Museum, diretto da
R. Prutz e
W. Woelfsohn, Leipzig,
Hinrichs, a. I,
1851, voi. I,
pp. 249-265). Per
la trattazione più
o meno larga
di parti speciali
sono da tenere
presenti : 1. F. A.
Wolf, G. B.
V. iiber den
Homer (nel Museum
der Alterthumsicissenschaft, Berlino,
1807, voi. II,
pp. 555- 570).
2. J. K.
von Orelli, V.
und Nìebuhr (nello
Scìnceizeri- sches Museum
di Aarau, voi. I, p.
184 segg.). III. 3.
C. Iannelli, Sulla
natura e necessità
della scienza delle
cose e delle
storie umane (Napoli,
Porcelli, 1818, e
Mi- lano, Fontana, 1832).
4. Exierico Amari,
Critica di una
scienza della legisla-
zione comparata (Genova, Istituto
dei sordomuti, 1857).
Cfr. intorno a
questo libro K.
Werner, E. A.
in seinem Ver-
hàltniss zu G.
B. V. (Wien,
1880; dai Sitzung
sberi elite der
phil.-histor. Classe della
Accademia imperiale di
Vienna, voi. XCVI).
5. F. Acri,
Teoria del V.
intorno alle idee
o paradimmi (in
Abbozzo di una
teoria delle idee,
Palermo, Lao, 1870;
e con modificazioni
nel volume :
Vidcbimus in cenigmate,
Bologna, Mareggiani, 1907,
pp. 287-313). 6.
E. Cenni, esposizione
della metafisica del
V., a pp.
109- 182 del volume nel
quale nessuno la
cercherebbe, perché il
titolo suona: Considerazioni sull'Italia
ad occasione del
traforo del Gottardo
(Firenze, Cellini, 1884).
7. E. .Bouvy,
De V. Cartesii
adversario (Paris, Hachette,
1889). 8. E.
Bouvy, La critique
dantesque au dix-huitième
sie- de: Dante et
V. (Paris, Leroux,
1892). 9. G.
Sorel, Etude sur
V. (nel Devenir
social, di Pa-
rigi, voi. II, 1896);
e si veda,
altresì, dello stesso
au- tore: Le système
historique de Renan
(Paris, Jacques, 1905),
passim. 10. B.
Labanca, G. B.
V. e i
suoi critici cattolici
(Na- poli, Pierro, 1898).
11. G. Rossi,
V. nei tempi
di V. (nella
Rivista filosofica italiana,
voi. II, 1899,
pp. 294-319, e
seconda parte, ivi,
voi. X, 1907,
pp. 602-G34). 12.
G. Maugain, Etude
sur revolution intellectuelle de
l'Italie de 16ò7
à 1750 environ
(Paris, Hachette, 1909).
13. G.
Finsler, Homer in der Neuzeit
von Dante bis
Goethe (Leipzig, Teubner,
1912). 340 APPENDICE
14. G. Gentile,
Studi vichianì (Messina,
Principato, 1915). Contiene,
tra l'altro, un'importante
monografia su Lo
svolgimento della filosofia
di G. B.
V., pp. 15-143.
15. P. Nicolini,
Ferdinando Galloni e
G. B. V.,
in Giorn. stor.
d. leti. Hai.,
1918, voi. LXXI.
• 16. Id.,
Divagazioni omeriche (Firenze,
Ariani, 1919). 17.
0. v. Gemmingen,
Vico, Hamann und
Herder, Inau- gural-dissertation (Bona-Leipzig, Noske,
1918). 18. A.
Scrocca, G. B.
V. nella critica
di B. Croce
(Na- poli, Giannini, s.
a., ma 1919),
dal punto di
vista cat- tolico.
19. Benvenuto Donati,
Autografi e documenti
vichiani inediti o
dispersi, note per
la storia del
pensiero del V*.
(Bologna, Zanichelli, 1921).
20. Circa i
miei lavori precedenti
sul V., si
avverta che la
materia del capitolo
sulla dottrina estetica
vichiana, B. Croce,
Estetica5 (Bari, Laterza,
1922), cap. V,
pp. 249- 265,
è rielaborata in
forma più matura
nel capitolo IV
della presente monografia;
lo scritto sull'Etica
del V. (in
Critica, VI, 1908,
pp. 71-77) è
rifuso nei capp.
VI- Vili; e cosi
quello sui Lineamenti
di storia, letteraria
in G. B,
V. (ivi, pp.
460-80), nei capp.
XVI e XVIII
; gli altri
scritti sparsi hanno,
in genere, interesse
solamente erudito, filologico
o polemico. —
Posteriormente alla prima
ed. di questo
libro, ho pubblicato:
1. Le fonti
della gnoseologia vichiana
(in Atti d.
Acc. Pontan., voi.
XLII ; ristamp.
nel voi. Saggio
sullo Hegel e
altri scritti di
storia della filosofia,
Bari, 1913); 2.
La dottrina del
riso e dell'ironia
in G. B.
V., ristamp., ivi;
3. Il Vico
e la critica
omerica, ristamp., ivi;
4. Fran- cesco Bianchini e
G. B. Vico,
ristamp. in Conversazioni
cri- tiche (Bari, 1918),
II, 101-109; 5.
Il Vico e
Gius. Ferrari, ivi,
II, 124-30. Dell'influsso
del V. sugli
studi italiani nel
corso del secolo
decimonono ho trattato
ampiamente nella Storia
della storiografia italiana
nel secolo decimonono
(Bari, III. CENNI
BIBLIOGRAFICI 341 1921).
Sulla posiziono del V. nella
storia della critica
dan- tesca, v. La
poesia di Dante
(3.a ed., Bari,
1922), pp. 173-4,
179-80. Del resto,
tutta la letteratura
vichiana (con estratti
dei libri, opuscoli
e articoli più
rari e con
documenti inediti), come
tutte le più
minute notizie sulle
edizioni degli scritti
del V., si
trovano raccolte nelle
tre memorie, alle
quali più volte
si è fatto
riferimento: B. Croce,
Bibliografìa vi- chiana contenente nella
parte I il
catalogo delle edizioni,
traduzioni e manoscritti
delle opere di
G. B. V.
; nella parte
li, quello dei
giudizi e lavori
storico-critici intorno al
V. sino all'anno
corrente; nella parte
III, lettere inedite
del V. e
al V., documenti
e altri scritti
inediti o rari,
e va- rie appendici
illustrative (Napoli, 1904;
estratto dagli Atti
dell'Accademia pontanianal di
Napoli, voi. XXXIV,
di pp. xn-127,
in 4.°); Supplemento
alla Bibliografia vichiana
(ivi, 1907; estr.
dagli Atti cit.,
voi. XXXVII, di
pp. 34, in
4.°), e Secondo
supplemento (ivi, 1911,
estr. dagli Atti
cit., voi. XL,
di pp. 116,
in 4.°); —
riunite anche tutte
e tre in
un sol volume
col titolo :
Bibliografia ciciliana, raccolta
di tre memorie
presentate all' Accademia
pontaniana di Na-
poli nel 1903, 1907
e 1910, con
appendice di F.
Nicolini (Bari, Laterza,
1911). Continuazione di
queste memorie sono
le Nuove ricerche
sulla vita e
le opere del
V. e sul
vì- chismo, in
Critica, voli. XV-XIX,
1917-21. Si veda
anche Per la
biografia di G.
B. V., ivi,
XIX, pp. 371-87
(e ora in
Nuove curiosità storiche,
Napoli, Ricciardi, 1922,
pp. 123-52). OPERE COMPLETE DI GENTILE
A CURA DELLA FONDAZIONE GIOVANNI GENTILE PER GLI STUDI
FILOSOFICI GENTILE OPERE SANSONI - FIRENZE
GIOVANNI GENTILE STUDI VICHIANI edizione riveduta e
accresciuta a cura di VITO A. BELLEZZA SANSONI -
FIRENZE Stampato in Italia All’amico NICOLINI
delle opere di Giambattista Vico editore e illustratore
diligentissimo e intelligente Digitized by Google
PREFAZIONE Raccolgo in questo volume, rivedendoli e
introducendovi ai luoghi opportuni le aggiunte consigliatemi da studi
po- sleriori miei ed altrui, alcuni scritti concernenti la storia
del pensiero di Giambattista Vico, la sua biografia e la sua
fortuna. Lo studio sullo svolgimento della filosofia vichiana
inau- gura, mi pare, un nuovo genere di ricerche, che da me sono
state appena iniziate, ma promettono una viva luce intorno all'origine e
al significato proprio delle idee del Vico. Il quale è stato studiato per
l’innanzi în relazione col suo lempo e con la filosofia tedesca kantiana
e post-Rantiana, ala quale egli genialmente drecorse. Ma, se alla
cultura contemporanea di certo non rimase estraneo, e in essa per-
tanto bisogna pure che dallo storico sia collocato; egli fu anche e sopra
tutto un autodidatta, che molto studiò, a suo modo, di antichi pensatori
e filosofi italiani precedenti, alla cui tradizione attinse taluni
de’suoi concetti fondamen- tali, che elaborò bensì e trasformò
profondamente, ma senza riuscire, com’ è naturale, a cancellarne l’
impronta origi- naria. E questa impronta i0 mi sono studiato di
rimettere alla luce. Palermo, 1° ottobre 1914.
fr. ca De di etnei x PREFAZIONE Questa seconda
edizione contiene di più e di meno di quella del 1915. È un'aggiunta lo
scritto che forma il quinto capitolo; e ne è rimasto fuori lo studio sul
Cuoco, con re- lativa appendice, entrato ora a far parte d'un mio
volume dedicato al Cuoco, che sarà quanto prima pubblicato dalla
Casa editrice di Venezia La Nuova Italia. Ma gli altri scritti che erano
nella prima edizione qui sono tutti con- servati, con correzioni e molte
aggiunte rese necessarie da nuovi studi, specialmente del Nicolini. AL
quale vedrà il lettore quanto questi Studi devono di nuove notizie ed
0s- servazioni sulla biografia e sulla cronologia vichiana.
Roma. Degli scritti raccolti in questo volume il primo Il pensiero
italiano nel secolo del Vico consta di due recensioni pubblicate nella
Critica del CRocE nel 19I10 e nel 1914. Il secondo La prima fase della
filosofia vichiana fu la prima volta dato in luce nel vol. di Studi
pubblicati in onore di Francesco Torraca (Napoli). Il terzo La seconda e
la terza fase uscì dapprima in francese col titolo La philosophie di G.
B. Vico nella rivista France-Itahe, a. I, 1913, e in tedesco col titolo
G. B. Vicos Stellung in der Gesch. der europàischen Philosophie nell’
Internationale Monatsschrift Jùr Wissenschaft Kunst u. Technik di
Berlino, del gennaio 1914. Il quarto Da) concetto della grazia a quello
della provvidenza fu pubblicato la prima volta nella prima edizione di
questi Studi vichiani. Il quinto su Le varie redazioni della « Scienza
Nuova » nel Giorn. Stor. d. letter. ital. del 1917; e il sesto sul Figlio
di G. B. Vico nell’Arch. Stor. per le prov. napoletane, a. XXIX e
XXX e quindi a parte (Napoli, Pierro, 1905). Roma, gennaio
1927. G. G. Questa terza edizione è accresciuta di una Appendice
II, in cui sono raccolti due discorsi e una relazione. Il primo (G.
B. Vico nel ciclo delle celebrazioni campane) fu tenuto nell’aula
magna della R. Università di Napoli la sera del 26 settembre 1936 nel
ciclo delle celebrazioni campane promosse dalla Confe- derazione dei
professionisti e degli artisti, e fu pubblicato in Celebrazioni campane
(vol. I, Urbino, 1936, pp. 319-52), nella Tiv. «Leonardo» (1936, n. 9-10;
pp. 277-86) e a parte nella ‘ Biblioteca del Leonardo», III, Firenze,
1936. Il secondo (G. B. Vico mel secondo centenario della morte) fu
tenuto all'Accademia d’ Italia, in Firenze, il 19 marzo 1944, €
pubbli- cato nella « Nuova Antologia » del 1° aprile 1944, pp. 209-17.
La relazione su Cartesio e Vico fu discussa alla Reale Accademia
Nazionale dei Lincei, Classe di Scienze morali, storiche e filo- logiche,
nella seduta del 15 maggio 1938, e quindi pubblicata negli Atti di quella
Accademia. Roma, gennaio 1966. | V. A. B. IE AS SERIO
A PRIZE I POSE I AES ROSI E PE 67 RS IL PENSIERO
ITALIANO NEL SECOLO DEL VICO CI ie LL SEO * Nel
1657 Leopoldo de’ Medici fonda l'Accademia del Cimento. Per la prima
volta, dopo la condanna di Ga- lileo, scienziati italiani associano i
loro sforzi allo scopo di studiare la natura con ogni indipendenza, e di
ripi- gliare, contro i ciechi amici della tradizione, la lotta
rimasta interrotta nel 1633, quando il maestro era stato condannato e
aveva dovuto ritrattare la dottrina dei Massimi sistemi. Nel 1663
l’esempio degli accademici toscani è imitato dagli Investiganti di
Napoli; e nel ’68 è fondato a Roma il primo Giornale de’ letterati,
organo de’ moderni. Verso lo stesso tempo vengono in voga in Italia
Lucrezio e Gassendi. D'altra parte, verso la metà del secolo
seguente, Ga- lileo ottiene la suprema riparazione. Nel 1737 i suoi
resti sono raccolti nel mausoleo di Santa Croce; nel ’44 sl fa una
pubblicazione autorizzata del Dialogo già condannato: Il metodo
sperimentale trionfa. La filosofia di Locke si diffonde per tutta la
Penisola, che vi resterà fedele per Circa ottant'anni. Tra il ’42 e il
’50 si spengono gli scrit- tori più notevoli che l’ Italia aveva avuti in
quel secolo: Fagiuoli (1742), Vico (1744), Giannone (1748), Conti
(1749), Muratori e Zeno (1750). Un valente studioso francese, il
Mougain, ha voluto studiare 1 lo svolgimento intellettuale italiano
durante I GABRIEL MaucaIn, Étude sur l’évolution
intellectuelle de 1° Italie de 1657 à 1750 environ, Paris, Hachette,
1909. Ted. ALZI
-—-/*/*/%*/(*‘)4*\w*À*+>J,o. Tr da (0...] questo periodo di
fermento e di preparazione, in cui, tolto Vico, solitario, e dal Maugain,
a dir vero, non ab- bastanza staccato dallo sfondo del suo quadro,
benché non possa non rilevarne l’opposizione alle idee correnti del
tempo, l’ Italia non produce nulla di originale !. Essa lavora unicamente
a riformare la propria cultura, liberandola dal peso schiacciante della
tradizione e pro- curando di partecipare alla vita europea. Poiché il
centro di questa vita, rimasto fin allora tra noi, s'era già trasfe-
rito, dopo Galileo e dopo Campanella, in altri paesi. I nomi più insigni
che eccellono in questo secolo, più che alla storia letteraria o alla
storia della scienza, ap- partengono alla storia della cultura, nel senso
che danno i tedeschi a questa espressione; giacché, tolto sempre
Vico, non creano idee nuove; ripetono, commentano, difendono,
oppugnano, agiscono piuttosto sulla società che sulla scienza, anche se
preparino un nuovo sapere, come chi, agendo appunto sullo spirito del suo
tempo, promuove le condizioni favorevoli a un nuovo progresso reale
dello spirito. Soltanto la tradizione galileiana vive; ma vive
appunto delle idee che aveva messe in onore Galileo, definendo
filosoficamente i nuovi concetti della scienza naturale e della natura:
che furono per lui una nuova filosofia, anzi la sola filosofia. Ma di
vita religiosa, di vita artistica, di vita filosofica dello spirito, in
cui ogni istante è una posizione nuova e una creazione, in cui
insomma lo spirito vive realmente, nessuna traccia: ossia, nessuna
traccia cospicua. Questa atonia spirituale ci spiega la gran
fortuna in- contrata al principio di questo periodo in Italia dal
G as- sendi, del quale attrae l’attenzione soltanto la concezione
I Contro questa tesi vedi ora gli studi che B. Croce vien pubbli-
cando nella Critica (1926): Il pensiero italiano nel Seicento. I quali
per altro non modificano sostanzialmente il concetto della filosofia
italiana in quel secolo, quantunque mettano giustamente in rilievo alcuni
note- voli movimenti d'idee finora poco noti.] meccanica, conforme,
metafisicamente, al fiorente natu- ralismo galileiano; e alla fine dal
Locke, di cui si nota e si apprezza principalmente l’empirismo, che
giustifica anch'esso, gnoseologicamente, la scienza sperimentale
della natura, e, come allo spirito dei gretti galileiani im- portava,
questa sola. Cartesio sul cadere del Sei e nei primi trent'anni del
Settecento suscita entusiasmi e op- posizioni tenaci, fiere polemiche, un
vivo appassiona- mento: ma non sveglia nessuno spirito di filosofo.
Gl’Ita- liani accettano e mettono in versi la diottrica, la fisica,
la fisiologia meccanistica di lui: ne adottano il metodo, come assunto,
meramente formale ed estrinseco, di libertà di filosofare; assunto, che
in Italia era trionfato nella storia viva dello spirito scientifico fin
dal primo affer- marsi dell’ Umanismo; ed era stato celebrato nella
scuola del Galilei, e particolarmente nell'Accademia dei Lincei:, e
non aveva quindi bisogno, in realtà, del nuovo puntello straniero. Ma
della metafisica cartesiana appena si bi- sbiglia; né se ne vede scosso
profondamente nessuno. Son dilettanti, che fanno della filosofia un
passatempo e un argomento di moda nei salotti (il Maugain ricorda
Aurelia d’ Este, renatista; e avrebbe potuto ricordare anche Giuseppa
Eleonora Barbapiccola, traduttrice dei Principii di filosofia»: sono
medici, fisici e avvocati, i quali, compiacendosi degli ultimi portati
letterari della filosofia, polemizzano con gli uomini del mestiere,
legati Sempre, anima e corpo, alla Scolastica; 0 tutt'al più
Professori di filosofia, che cambiano autore, come oggi sì cambia testo
nei licei, senza nessuna profonda ragione 1 Vedi G. GABRIELI, JI) carteggio
scientifico ed accademico fra î primi lincei (1603-1630); nelle Mem. d.
R. Acc. dei Lincei, cl. sc. mor.. serie 68, vol. I, fasc. 2°, 1925.
? B. Croce, Supplem. alla Bibliografia vichiana, Napoli, 1907, Pp.
3. Incontreremo la Barbapiccola anche nello scritto sul Figlio di G.
B. Vico, cap. I. Sul Concina e sui suoi rapporti col Vico, cfr. Vico,
Auto- biografia, ed. Croce, indice dei nomi, al nome. mm
—— 6 STUDI VICHIANI spirituale, e che, per difendere
la loro infrazione alle tradizioni della scuola italiana, scrivono
anch'essi qualche libercolo pro e contro. La metafisica, in realtà,
sarebbe dimenticata, se non avesse una cattedra negli studi pub-
blici; e nel 1732 Niccolò Concina, nella sua prolusione a Padova,
ringraziava il governo veneto di non essersi ar- reso ai consigli di chi
tentava far sopprimere quella catte- dra come inutile e indegna d’una sì
illustre università *. Il Maugain, che giustamente ha preso i
Giornali dei letterati, che in questo tempo si pubblicavano in
Italia, a guida delle sue laboriose ricerche, trovandovi l’eco
continua delle questioni che si venivano dibattendo tra le persone colte,
avrebbe anche dovuto seguire la storia dei principali insegnamenti nelle
varie università, i quali coi programmi e le provvisioni delle autorità,
i libri de- gl’ insegnanti, le loro polemiche e le attinenze
rispettive coi loro avversari, sono anch'essi i centri di
riferimento della cultura temporanea. II. Pure
la fine del sec. XVII e la prima metà del succes- sivo sono l’epoca del
maggior fiorire degli studi storici in Italia. È il tempo in cui il
benedettino Benedetto Bacchini pubblica e illustra il Liber pontificalis
(1708), e col Noia, col Grandi, col Lami e col sommo Muratori
imprende arditamente la critica delle leggende agiogra- fiche; Scipione
Maffei distrugge (1712) le favolose origini dell'ordine costantiniano e
illustra con vasta erudizione le antichità veronesi (1732); il Muratori,
dopo avere in- dagato con occhio di lince le antichità italiane del
Medio Evo, mette insieme con lena infaticabile e con sagace —@
I MAUGAIN, p. 218. I. IL PENSIERO \iTALIANO
NEL SECOLO DEL VICO 7 critica la sua monumentale raccolta: per non
dire dello stuolo numeroso dei minori eruditi, che coadiuvano i
maggiori con l'ordinamento delle biblioteche, la compila- zione dei
giornali, la raccolta e la critica dei documenti. Come si spiega questa
vivacità d’interesse storico durante la stasi generale della vita più
profonda dello spirito, se nella storia si concentrano le energie dello
spirito, se la storia non è concepibile senza le grandi passioni e
senza quindi le grandi intuizioni della vita ? Oggi noi pensiamo la
storia come la stessa concretezza della filosofia. Il Maugain, con giusto
fiuto della verità, ricollega gli studi storici che mettono capo al
Muratori, e che più propria- mente sono studi di erudizione, al fiorire
delle scienze sperimentali: «Cette renaissance a lieu durani la
lutte décisive d’où sortent victorieux les Italiens qui n’admettent
sans contròle aucune proposition relative aux phénomènes naturels ou aux
étres organisés. Bien
mieux, plusieurs de ceux qui, à la fin du XVII’ siècle et dans la
première moité du XVIII’, se sont illustrés comme érudits,
connaissaient en détails et admiraient les progrès accomplis depuis
une centaine d’années par le sciences expérimentales. Parfois, ils y avaient
personnellement contribué ». E altrove, non meno giustamente, osserva che
il Vico si distingue non soltanto dai cartesiani di Napoli ma presso che
da tutti gl’ Italiani contemporanei, quantunque altrove nella Pe-
nisola prosperassero le ricerche storiche che i cartesiani disdegnavano. « Mais selon
quelle méthode s’y livre-t-on ? On publie avec le plus grand soin des
inscriptions, des textes importanis et devenus rares. On reproduit par le
dessin et l’on décrit minutieusement des statues antiques, des
médarl- les, des monnaies. On les examine de près pour fixer
quelque point d’érudition jusqu'alors incertain, on ne va plus
loin; on a épuisé toute la curiosité dont on était capable » *.
I O. c., pp. 9I,
208-9. 8 STUDI VICHIANI Tutto questo è verissimo.
Anche di recente abbiamo assistito a questo fenomeno del decadere della
filosofia nel momento stesso in cui risorgevano e vigoreggiavano
gli studi storici; e abbiamo veduto dagli stessi cultori di questi
raccostare spesso il metodo da essi seguîìto al metodo delle scienze
sperimentali, o, come questa volta si diceva, della filosofia positiva:
raccostamento, che aveva un lato di vero in quanto positivismo e metodo
storico, ciascuno a modo suo e nel suo campo, si proponeva di
ricostruire una verità certa: ossia una verità che con- stasse al
soggetto, con di più il presupposto ingenuo, che questa ricostruzione
possa aver luogo senza che il soggetto — cioè la mente conscia di sé e
quindi capace di render conto di sé — ci metta nulla del proprio,
delle sue leggi e di tutto il suo essere storicamente divenuto.
Allora, come ora (o almeno qualche anno fa), ci erano gli studi storici,
in Italia; mancava la storia, come com- prensione dello spirito nella sua
concreta attualità. Allora, la storia era morta col Sarpi e col
Pallavicino, rappre- sentanti di due grandi, opposte, concezioni della
vita; la prima delle quali tentava risorgere nell’ Istoria civile del
Regno di Napoli del Giannone, ma senz’attinenza intrinseca colle idee
dominanti nella generale cultura italiana, e con radici sprofondate nella
storia economica e politica del Napoletano: anch'essa, come la
Scienza Nuova, staccata dal quadro generale dello spirito italiano
contemporaneo. Non già, beninteso, che negli studi storici
muratoriani non ci sia nulla della storia: perché anch'essi sono
tutti storia; ma storia in germe, immatura, frammentaria, e perciò,
nel suo insieme, estrinseca, meccanica: storia, che non ha raggiunta la
sua forma vera della comprensione comunque determinata del processo
storico, perché non poteva raggiungerla, non animata, com'era, da
nessuna sorta di filosofia. La storia vera, viceversa, come intuizione di
idee che si realizzano nei fatti, non poteva man- care, e non manca in
una mente come quella del Vico; e va cercata nella parte più propriamente
storica della Scienza Nuova *. E nessuno meglio di Vico,
nell’orazione De nostri temporis studiorum ratione, nella lettera a
Fran- cesco Solla e nella stessa opera maggiore, intese questo
vuoto spirituale che vaneggiava negli studi contemporanei. In
conchiusione, la storia che con tanto amore e tanta fatica ha indagata il
Maugain, non è una storia che ci sì possa compiacere di mostrare fuori di
casa nostra. È una storia assai malinconica. Tolta la tradizione
gali- leiana, che è storia di epigoni, ancorché non pochi insigni,
è tutto lavorio di ripercussione, d’ imitazione, di tradu- zione e
adattamento. Sorgono i Giornali de’ letterati, segno, senza dubbio, di
una certa vita, espressione d’un certo bisogno di studi; ma ad
imitazione, e il primo quasi edizione italiana, del Journal des sgavans.
Fioriscono, come s’ è detto, gli studi critici intorno alle fonti
della storia; e Muratori è gloria italiana incontestabile; ma gl’
Italiani e lo stesso Muratori si muovono dietro le tracce del Mabillon e
degli altri famosi benedettini fran- cesi. I riformatori della letteratura,
che levano la ban- diera del vero e dell’utile, riecheggiano l’estetica
raziona- listica postcartesiana. Prodotto italiano è l’Arcadia, dei
poeti senza poesia; l’arcadia pastorale, come l’arcadia della scienza ?,
espressione significativa dell’ indifferenza degli spiriti verso il loro
contenuto; e la stessa arcadia sacra, che era cominciata, per altro, dai
primi del Seicento: versificazione di testi religiosi, mescolati ai
motivi comuni allo stile poetico del tempo: « Les poètes, dice il
Mau- I Come ha dimostrato B. Croce, La filosofia di G. B. Vico,
Bari, Laterza, 1911 (23 ed., 1922), capp. XIII-XVIII. è
Studiata da E. BERTANA nello scritto L'Arcadia della scienza, Parma,
Battei, 1890; rist. nel vol. In Arcadia, saggi e profili,
Napoli, Perrella, 1909. IO STUDI VICHIANI gain
!, ne songeaient aucunement à y méditer sur les grands problèmes du
catholicisme, non plus qu'à exprimer leurs émottons religieuses. Ils se
bornaient à traduire un para- graphe de théologie ou à rimer quelque
passage de la vie des saints ». III. Malinconica
storia, dunque, e specchio dell’estrema ruina della decadenza italiana.
Dopo la metà del se- colo XVIII, da questa morte rinascerà la vita, e si
pre- parerà l’Italia che accoglierà la Rivoluzione. Essa si
riscuoterà tutta, e riprenderà la sua via in tutte le mani- festazioni
della vita spirituale, e si aprirà un varco nella politica de’ grandi
Stati, e risorgerà come nazione. Ma devo pur dire che nel modo, che ha
tenuto l’egregio Mau- gain a rimettercela innanzi, essa diventa assai più
malin- conica che forse non sia nel fatto: tutta senza colore,
senza anima, né anche piccola, né anche frammentaria: senza significato.
Ora, una realtà storica così non c' è. Come ha costruito il suo libro
Maugain ? Ce lo dice egli stesso nella prefazione. Spogliò otto
collezioni di giornali pubblicati in Italia tra il 1668 e 1750, dove, se
non sempre l’analisi, trovava per lo meno il titolo preciso di
opere, delle quali ritrovò poi e lesse gran numero a Firenze, Roma,
Bologna, Venezia, Padova, Verona, Bergamo, Milano, To- rino e Genova.
Scorse parecchie raccolte importanti di let- tere e il Mare magnum della
Marucelliana; cercò e studiò articoli e monografie e libri indicati dal
Catalogo metodico della Camera, dal Giornale storico, dalla Bibliothèque
des éerivains de la Compagnie de Jésus di Backer-Sommervo- gel. Gli
venne così fatto di raccogliere una gran quantità I O. c., p.
300. 2 — (ii —————=m__—————————___—____—_—_—_—_—__—t2t“ zz ic ‘cir
—. I. IL PENSIERO ITALIANO NEL SECOLO DEL VICO II di
documenti, che gli parve di poter classificare in tre parti, secondo che
si riferissero alla credulità e allo spirito critico (conseguenza della
condanna di Galileo, movi- mento delle scienze sperimentali, contrasti tra
antichi e moderni, studi di critica storica); alle lotte tra
spiritualisti e materialisti (fortuna di Gassendi, Cartesio e Locke
in Italia e polemiche dei loro seguaci con gli scolastici, attacchi
di Doria e di Vico); al vero e all’utile nelle lettere (idee intorno alla
poesia prevalse dalla Poetica del Gra- vina in poi, giudizi e polemiche,
come quella Bouhours- Orsi, sulla letteratura italiana, ritorno ai
modelli greci e latini, caratteri principali della letteratura italiana
del tempo). Fatta questa classificazione, il Maugain si è messo,
senz'altro, a stendere il suo lavoro, ordinando ed esponendo secondo
legami cronologici, topografici e per soggetti il suo vasto materiale.
Per copia e sistemazione di materiale bibliografico ne è venuto infatti
un lavoro eccellente, fondamentale per chi vorrà tentare qualunque
studio sulla storia dello spirito italiano di questo periodo: e dobbiamo
tutti esser grati a questo studioso dello stru- mento prezioso di ricerca
apprestatoci. I giudizi generali da lui formulati e gl’ indirizzi
delineati dimostrano pure ottimo criterio e larghezza di vedute storiche.
Ma rimane a chi legge il suo libro, — pur leggendolo con profitto,
— un senso profondo d’ insoddisfazione, come di chi assista a uno
spettacolo interessante, ma troppo da lungi per poter udire le parole
degli attori, e seguirne con l'occhio il commento che ne vien facendo in
ciascuno la fisionomia. In uno studio come questo non è possibile, certo,
rap- presentare nella loro varietà psicologica i singoli attori,
che vi rientrano, e ritrarre di ciascuno la fisionomia morale. Una storia
dello svolgimento generale dello spirito in un dato tempo e paese
dev'essere per necessità schematica. Ma, d’altro lato, lo stesso schema,
divenendo oggetto di rappresentazione storica, deve assumere una vita
sua 12 STUDI VICHIANI nella mente dello storico. Le
idee nei loro tratti salienti, vissute da diversi spiriti, devono venirvi
innanzi vive insieme coi motivi che le sorressero, articolarsi nelle
forme in cui si concretarono, riflettere una situazione storica:
avere insomma, anch'esse, quella individualità che è proprietà necessaria
del fatto storico. A ciò i titoli dei libri, come le designazioni
generiche e le etichette estrin- seche, è ovvio, non giovano. Per
meschina che sia, po- niamo, la filosofia di un cartesiano d’ Italia, non
basterà dire che egli difendeva Cartesio: bisogna mostrare come lo
difendeva, e perché; quale vita il cartesianismo assu- meva in lui, quale
propriamente era il suo cartesianismo. Occorreva, se così può
dirsi, che il Maugain esponesse con un po’ più di simpatia storica la
materia del suo dotto studio: perché allora ci saremmo visto
innanzi, non un gran movimento, ma un movimento; non degli spiriti
creatori, ma degli spiriti: quella vita che l’ Italia pensante visse tra
la metà del Sei e la metà del Sette- cento, l’avremmo pure avuta. Giacché
non bisogna di- menticare che quella stessa che diciamo morte, è
tale soltanto in un senso relativo; non sarà una vita palese,
appariscente; sarà una vita segreta, torpida, e presso che invisibile, e
pure condizione e momento di quella che fu dopo la vita più intensa ed
evidente; e senza intendere l’una, non è possibile giungere all’ intendimento
dell’altra. La stasi del periodo studiato dal Maugain non è il pro-
gresso della creazione, ma è pure progresso, se è prepa- razione al
progresso che seguirà. Noi infatti non po- tremmo intendere l’ Italia
nuova, nutrita dalla cultura europea compenetrata con la tradizione
nostra, quale la troviamo p. e. nella poesia del Foscolo e nell’ Italia
tutta del tramonto del secolo XVIII e degli albori del seguente, se
la innestassimo immediatamente all’ Italia tutta ita- liana, creatrice in
filosofia come in arte, maestra ancora all’ Europa tutta, e vivente di
una vita spirituale sua, I. IL PENSIERO ITALIANO NEL SECOLO DEL
VICO 13 del Cinque e del primo Seicento. L’ Italia dal 1657
al 1750 è l’ Italia che accoglie il riflusso della cultura europea,
su cui ha esercitato ella precedentemente un’azione sto- rica
rinnovatrice: e in questo lavoro di riassorbimento, che dev'essere ed è
anche di reazione (esempio solenne Vico), è la vita sua nuova rispetto al
passato. Il senso di questa vita nuova, se non m' inganno, non c’ è nel
libro di Maugain: forse perché esso è un semplice «saggio », che
per diventare una vera storia avrebbe bisogno di una ricerca e di una
ricostruzione più profonda e più intima in ogni sua parte.
IV. Il secolo del Vico è stato in Italia negli ultimi tempi
argomento di studio di molti, che variamente hanno tentato di scuotere la
vecchia tesi di Giuseppe Ferrari, sostanzialmente giusta benché espressa
in formula troppo rigida e contornata da più di un giudizio paradossale,
se- condo il gusto di quello scrittore. Tra questi studiosi merita
che qui si menzioni, anche come tipico esempio di quella passione che in
ogni tempo suscitò con le parti stesse misteriose del suo pensiero e
della sua vita Giam- battista Vico nelle province meridionali, uno
scrittore erudito e ingegnoso, quantunque variamente indulgente
alle tendenze di una cultura dilettantesca: Raffaele Co- tugno. Il quale
nel 1890 pubblicò un opuscolo su G. 8. Vico, il suo secolo e le sue
opere. E nel 1914 tornò sul tema in un volume *1, dove raccolse il
miglior frutto de’ suoi lungbi studi. — _ —_—_—=&= I RAFFAELE
CoTUuGNO, La sorte di Giovan Battista Vico e le po- lemiche scientifiche
e letterarie dalla fine del sec. XVII alla metà del XVIII secolo, Bari,
Laterza. Da vari decenni infatti egli era vissuto col suo autore, non
solo come studioso e ammiratore intelligente, ma quasi come un coetaneo
ed amico: raccogliendo libri e ricordi rari non solo del Vico, ma di
quanti ebbero rapporti con lui, o appartennero in qualunque modo allo
stesso mondo, in cui alla fantasia rievocatrice del Cotugno piace
vedere e amare il suo Vico; leggeva e rileggeva, e godeva, come amico che
torna sempre con piacere a con- versare con l’amico; e gli piace rendersi
sempre più fa- miliare non solo il suo spirito attuale, ma i casi
passati della sua vita, e tutti i particolari, in cui può vagheg-
giarlo con l'immaginazione. Non giudica, non critica, non esamina. Tutto
ciò che può tornare ad onore del- l’amico gli è bene accetto, ancorché
contraddica all’ idea ch'egli se n’ è formato. Il Cotugno plaude di gran
cuore al Vico del Croce. Vico crociano («come ad alcuno con
giudizio affrettato piacque affermare »)? — Ma che! Esso è «la più vasta,
profonda, ed il più che sì poteva, completa esposizione delle dottrine
del sublime pensa- tore la cui anima nessuno seppe più e meglio [del
Croce] comprendere e penetrare ». — E come va allora che il vostro
Vico non è quello del Croce ? Come va, per dirne una, che voi fate del
Gravina, in estetica, un precursore del Vico; e il Croce invece ha detto
che precursore egli si può dire nel senso che il Vico, riprendendo le
medesime questioni, le risolse in modo perfettamente opposto a
quello del Gravina ? E come non vi siete accorto che, se il Vico del
Croce è il vero Vico, per la vostra tesi bi- sognava cercare nel pensiero
contemporaneo e anteriore idee a cui potessero rannodarsi le dottrine
estetiche, gnoseologiche, metafisiche, etiche e storiche, che sono
il Vico del Croce ? — Egli è che il culto del Cotugno pel Vico non
è un culto critico; e però nulla di strano che, senza andar pel sottile,
si fondano in un’ immagine sola quel Vico che egli è uso a vedere e il
Vico esaltato dallo I. IL PENSIERO ITALIANO NEL SECOLO DEL VICO
I5 studio del Croce, ossia dal maggiore studio che ci sia
intorno al pensiero vichiano. Quest’atteggiamento del Cotugno verso
il suo autore ha evidentemente il suo difetto, ma ha anche il suo
pregio: e l’uno è inseparabile dall’altro. Si vuol dimostrare che «
G. B. Vico non era stato un solitario, un anacronismo tra i suoi
contemporanei (che non lo avevano compreso), ma sibbene una voce de’
tempi, un genio sublime che aveva sintetizzato il suo secolo » 1; e
l’ultimo capitolo, a cui è indirizzata tutta la dimostrazione dei tre
prece- denti (i più importanti del volume), e che è intitolato,
come tutto il libro, La sorte di G. B. Vico, torna a riba- dire quello
che già si sapeva e s’era sempre detto, che Vico non passò inosservato al
suo tempo (tutt'altro !), ma non fu punto capito. Fu dunque un
anacronismo, o no ? Se fosse stato la maggior voce del suo secolo,
tutti i pensatori del tempo avrebbero trovato nella Scienza Nuova
la più profonda espressione del loro stesso pensiero, la soddisfazione
più adeguata ai loro maggiori bisogni spirituali. Ciò che anche il
Cotugno documenta che non avvenne. Non solo pertanto egli dimostra ciò
che ormai non ha più bisogno di esser dimostrato; ma pare creda di
dimostrare il contrario. Lo stesso difetto di critica nel primo
capitolo del libro, dove l’autore si rifà dal Medio Evo e dalle contese
d’allora tra Chiesa e Stato e dalla Scolastica, per venire al
risorgi- mento filosofico e al rinnovamento sperimentale delle
scienze: il tutto per cenni che son troppo e troppo poco agl’ intenti del
libro. Lo stesso difetto nella indetermi- natezza di molti giudizi
particolari; ma sopra tutto nella incompiutezza delle citazioni: che sono
un accessorio, ma un accessorio di non piccolo interesse in un libro
come questo. Il quale raccoglie attorno al Vico una messe
10. c., p. v. 16 STUDI VICHIANI copiosa di notizie
dirette su uomini e libri oscuri e non facilmente reperibili, né pur nelle
biblioteche napoletane, intorno alla cultura scientifica, filosofica,
letteraria, giu- ridica dell’ambiente in cui il Vico formò la sua; e in
cui bisogna perciò rivivere col Vico, chi voglia intenderne
pienamente la concreta mentalità. È il mondo stesso della sua mirabile
Autobiografia, che è già essa una guida attraverso lo svolgimento
progressivo del pensiero vi- chiano, ma ricercato e rifrugato in tutti
gli angoli, in cui posò o passò la faccia malinconica e meditabonda
del filosofo, concentrato bensì nel suo pensiero, ma non sì, com’ è
naturale, che non si guardasse intorno, e non ne risentisse sempre nuovi
stimoli all’originalità delle sue idee. Malgrado tutto, gli
studiosi si gioveranno molto del nuovo libro del Cotugno, che porta molte
aggiunte e rettifiche all’ opera del Maugain; e gli sapranno anche
grado di un curioso documento inedito di cui, per comu- nicazione dello
stesso Cotugno, aveva dato notizia il Croce nelle note all’Autobiografia,
ma che dal Cotugno è inte- gralmente pubblicato nell’appendice del suo
volume: con- tenente una minuta relazione dell'ultima disgrazia
toccata al povero Vico, dopo morte, per le strane e villane gelosie
della confraternita laica, a cui era ascritto, e che ne avrebbe dovuto
curare perciò il seppellimento; e invece, dopo aver costretti i
professori universitari, recatisi in forma ufficiale e solenne alle
esequie, a ritirarsi, abban- donò il feretro nel cortile in cui era stato
intanto calato, per nuove contestazioni di prerogative col parroco.
La sorte avversa non gli dava requie né pur dopo morte! Della prima
fase di una filosofia si può parlare, com’ è ovvio, in un senso relativo;
perché questa fase, per prima che sia, suppone un processo già avviato,
di cui non sa- rebbe possibile assegnare l’ inizio assoluto; né è così
chiusa in se stessa, da potersi nettamente distinguere da quelle
che le succederanno; e le succederanno con una conti- nuità di processo,
che costituisce l’unità assoluta, solo astrattamente divisibile, del
sistema nel suo storico svol- gimento. Il primo momento di una filosofia
può, dunque, essere soltanto quella forma, nella quale noi possiamo
conoscerla attraverso i documenti più antichi, che di fatto ne
possediamo: forma da studiarsi e definirsi per quello che possiamo sapere
anticipatamente che essa fu: ossia come germe o avviamento del pensiero
ulteriormente svolto nella coerenza maggiore e quindi nel
significato più profondo che l’autore seppe conferire al sistema
delle proprie idee. Ogni germe si conosce infatti dal frutto.
Del Vico gli studiosi conoscono soltanto due filosofie, o due
momenti più rilevanti della sua filosofia: il primo dei quali è
rappresentato dalla orazione De nostri temporis Studiorum ratione (18
ottobre 1708), dal libro De an- tiquissima Italorum sapientia (1710), e
dalle due Rispo- ste (1711 e 1712) che il Vico oppose alle critiche mosse
a questo suo libro dal Giornale dei letterati d’ Italia: il
secondo, iniziato nel 1720 col De universi iuris uno prin- cidio et fine
uno, si spiega nel lungo laborioso processo 20 STUDI VICHIANI
della Scienza Nuova, tante volte redatta o rimaneggiata, come si
vedrà, e la cui ultima edizione venne in luce nell’anno stesso della
morte del filosofo (1744). Lo stesso Vico, ricostruendo nella
Autobiografia lo svolgimento del proprio pensiero, fa cominciare dal
1708, dall’ora- zione sul metodo degli studi de’ suoi tempi, la
storia della propria filosofia. Prima sentiva di non aver ritro-
vato se stesso. Dal 1693 in poi era venuto pubblicando versi e orazioni
rettoriche 1. Dal ’99, come professore di rettorica, aveva’ letto quasi
tutti gli anni l’orazione inaugurale nell’università di Napoli, usando «
proporre universali argomenti, scesi dalla metafisica in uso della
civile »°. E nell’Autobiografia, dopo aver riferito som- mariamente gli
argomenti di quelle sue orazioni, fino al 1707, dice: «Fin dal tempo
della prima orazione..., e per quelle e per tutte l’altre seguenti e più
di tutte per queste ultime, apertamente si vede che Vico agitava un
qualche argomento e nuovo e grande nell'animo, che in un principio unisse
egli tutto ilsa- pere umano e divino)»; cioè il principio di una
filosofia ciceronianamente intesa dal nostro professore di rettorica come
rerum divinarum et humanarum scientia; «ma tutti questi da lui trattati
ne eran troppo lontani. Ond’egli godé non aver dato alla luce queste
orazioni, perché stimò non doversi gravare di più libri la repub-
blica delle lettere, la quale per la tanta lor mole non regge; e
solamente dovervi portare in mezzo libri d’ impor- tanti discoverte e di
utilissimi ritrovati ». I Anzi fin al 1699 egli s'era illuso
d'essere molto più un poeta che non un filosofo. Cfr. F. NicoLINI, Per la
biografia di G. B. V., pun- tata I, Firenze, 1925 (estr. dall’Arch. stor.
ital.), p. 59. 2 L’Autobiografia, il carteggio e le poesie varie a
cura di B. CROCE, Bari, Laterza, 1911 (vol. V delle Opere, a cura di B.
Croce, G. Gentile, e F. Nicolini, nella collezione degli Scrittori d’
Italia), p. 26. Da que- st'Autobiografia, quando non sia altrimenti avvertito,
sono tolti tutti i luoghi e le parole del V. riferite qui appresso nel
testo. Così, nel 1725, il Vico rifiutava le sue orazioni scritte tra
il 1699 e 1l 1707. Ma sei anni dopo rifiutava non solo i due libri del
Diritto Universale, ma anche, salvo tre soli capitoli, la prima Scienza
Nuova, scrivendo in una prefazione a una nuova edizione della seconda:
«Né già questo dee sembrare falso a taluni, che noi, non con- tenti
de’ vantaggiosi giudizi da tali uomini [quali Gio- vanni Le Clerc] dati
alle nostre opere, dopo le disappruo- viamo e ne facciamo rifiuto; perché
questo è argomento della somma venerazione e stima che noi facciamo di
tali uomini, anzi che no. Imperciocché i rozzi ed orgogliosi
scrittori sostengono le lor opere anche contro le giuste accuse e
ragionevoli ammende d’altrui; altri, che, per avventura, sono di cuor
picciolo, s'tempiono de’ favore- voli giudizi dati alle loro, e per
quelli stessi non più s’av- vanzano a perfezionarle. Ma a noi le lodi
degli uomini grandi hanno ingrandito l’ animo di correggere, supplire
ed anco in miglior forma di cangiar questa nostra » *. Il Vico,
autodidatta, com’egli si compiaceva di affer- marsi *, fu tormentato
tutta la vita dall’assillo dei grandi autodidatti; i quali si trovano
quasi d’un tratto, con la cultura personale e tutta propria raccolta nel
loro cervello, a cozzare con quella dei contemporanei; e mal
riescono ad orientarsi, e con fatica e con pentimenti continui e
smarrimenti penosi s’ incamminano per la propria via. Sempre scontenti di
se medesimi, travagliati da un bi- sogno incessante di chiarire il proprio
pensiero, porre in termini più netti i loro problemi, trovarne soluzioni
più adeguate: impotenti a guardare con un solo sguardo la realtà, a
volta a volta diversa secondo che la mirano quale essi avevano imparato
per loro conto a vederla, o sì pro- 1 Scienza Nuova,
ed. Nicolini, p. 10. bi Va forse con una certa esagerazione: cfr.
NICOLINI, Per la bdio- grafia di G. B. V., puntata II. 22
STUDI VICHIANI DI vano a mirarla qual’ è per i
contemporanei: fluttuanti, quindi, con l'animo tra due mondi, che gl’
ingegni più vi- gorosi si sforzeranno tutta la vita di unificare. Vico
sentì tragicamente questa legge della sua cultura; e ne fu, fino a
un certo punto, la vittima, poiché alla chiarezza delle idee, che covavano
nella sua mente, egli non pervenne mai, benché vi lavorasse, con eroica
costanza, per più di un quarto di secolo, se non tutti gli anni
quarantaquattro, che visse nel sec. XVIII; e si può dire che tutto il
suo pensiero sia rimasto dentro di lui allo stato di gestazione.
Gestazione dolorosa ! Il maggior corso di studi, comegli stesso
ci fa sapere, lo fece da sé nei nove anni (1686-1695) * pas- sati a
Vatolla, in quel di Salerno, piccola terra di poche centinaia d’abitanti,
dove attese alla istruzione dei figli del marchese Domenico Rocca: cioè
dai diciotto ai venti- sette anni di sua vita, lontano, a suo dire?, da
ogni moto di cultura viva, com'era allora quella di Napoli, sotto l’
in- flusso della scuola galileiana, e poi di Gassendi e di De-
scartes. Quando il Vico ne partì, era avviato per gli studi giuridici; e
in giurisprudenza egli afferma 3 d’aver dovuto istituire i figli del
Rocca. Aveva bensì, ben per tempo, mostrato in che modo di siffatti studi
avrebbe potuto far I Questa la data assegnata ora al soggiorno
vatollese dal NICOLINI, Per la biografia cit., puntata II. 2
« A suo dire », giacché ora gli studi di BENVENUTO DONATI (Auto- grafi e
documenti vichiani inediti 0 dispersi, Bologna, Zanichelli, 1921, pp. 38
sgg.), e, ancor più, quelli del NicoLINI (Per la biografia cit., pun-
tata II), hanno mostrato che il così detto «novennio vatollese » fu
intramezzato da parecchie e non brevi dimore a Napoli e a Portici, e che
anzi, forse, durante quei nove anni, il Vico dimorò più a Napoli che non
a Vatolla. 3 Anche quest'altra affermazione dell’Autobiografia è
revocata in dubbio e con buone ragioni, dal NicoLINI (Per la
biografia cit., pun- tata II), secondo il quale il V. sarebbe entrato in
casa Rocca come aio; e, soltanto negli ultimi tempi del suo soggiorno in
quella casa, avrebbe data qualche lezione di giurisprudenza
all’ultimo figliuolo del Rocca (Saverio). II. LA PRIMA
FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 23 pascolo della sua mente: poiché
in essi aveva portato un abito mentale, di analisi e di penetrazione
speculativa, che della giurisprudenza doveva fare semplice materia di
ri- flessione filosofica. Il giovinetto aveva avuto a maestro un
gesuita nominalista, il quale lo aveva spinto allo studio delle Summule
di Pietro Ispano e di Paolo Veneto: e se l'ingegno ancor debole da
reggere a quella specie di logica Crisippea (come rifletteva più tardi lo
stesso Vico) si smarrì, si stancò e abbandonò l’ impresa, da quella
di- sfatta dovette restargli una natural ripugnanza a tale ma-
niera di filosofare, tutta astratta, artificiosa e formale, propria dei
terministi. E se un qualche profitto ne ricavò, non poté essere altro che
negativo: il senso forse della va- nità di una filosofia che, staccati i
concetti dalla realtà, e perduto perciò ogni intimo contatto con la
verità, si riduce a giuocare con la combinazione de’ suoi concetti; un
senso di scetticismo, che gli s’ insinuò allora nell'animo, e non
poté esserne snidato dagli studi di filosofia poco stante ri- presi e
continuati sotto la guida d’ un altro gesuita, « uomo di acutissimo
ingegno, scotista di setta, ma zenonista nel fondo » :.
Presso costui il Vico ricorda com’egli apprendesse con piacere che
le sostanze astratte hanno più di realtà che i modi del maestro nomi-
nalista. Lo scotista lo trattenne a lungo nella metafisica dell’ente e
della sostanza, e lo invogliò poi a studiarsi da sé le Disputationes
metaphysicae di Suarez, su cui il Vico passò un intero anno. Perché,
posta pure la realtà delle sostanze astratte, chi assicurerà l’animo
invaso una I Zenonismo è la filosofia dal Vico
attribuita a Zenone nel De an- liquissima: specie di monadismo dinamico,
qui attribuito allo sco- tista perché questi doveva spiegare la realtà
fisica con principii meta- fisici. Ma intorno al significato di questo «
zenonismo » nella filosofia del tempo, vedi il pregevole studio di
GIovaNNI Rossi, Vico ne' tempi di Vico: La cosmologia vichiana, nella
Rivista filosofica del 1907, pp. 015-7. 24 STUDI VICHIANI
volta dallo scetticismo, che le nostre idee siano identiche a
quelle astratte sostanze ? Sulla via della speculazione della sostanza,
aperta da Suarez, si misero pure i grandi padri della filosofia moderna,
Cartesio e Spinoza !: e riu- scirono a una metafisica che è una
matematica, ossia a una costruzione della realtà meramente pensata, o
sol- tanto possibile, come cominciò ad avvertire Leibniz; di contro
alla quale Kant trovò giustificabile lo scetticismo di Hume.
Comunque, nutrito di studi siffatti, non poteva il Vico acconciarsi
alle lezioni del giurista, dal quale man- dollo poi il padre ?: «tutte
ripiene di casi della pratica più minuta dell'uno e dell’altro fòro e dei
quali non ve- deva i principii, siccome quello che dalla metafisica
aveva già incominciato a formare la mente universale a ragio- nar
de’ particolari per assiomi o sien massime ». Sì di- stolse quindi anche
da quella scuola, e prese a studiare da sé le Istituzioni civili del
Vulteio e le Canoniche del Canisio. E qui, specie nel Vulteio, si trovò a
suo genio. «Sentiva un sommo piacere in due cose: una in
riflettere, nelle somme delle leggi, dagli acuti interpetri astratti
in massime generali di giusto i particolari mo- tivi dell’equità,
ch’avevano i giureconsulti e gli impera- tori avvertiti per la giustizia
delle cause: la qual cosa l’affezionò agl’interpetri antichi, che poi
avvertì e giu- I V. CARL LupEWIG, Die Substanztheorie bei
Cartesius im Zusam- menhang mit der scholastischen und neueren
Philosophie, Fulda, 1893; FREUDENTHAL, Spinoza und die Scholastik, in
Philos. Aufsdtze Eduard Zeller gewidmet, Leipzig, 1887 e una recens. in
Zettschr. f. Philos. u. philos. Krit., t. CVI, pp. 113-15; L.
BRruNSCHVvICcG, La révolution car- tésienne et la notion spinoziste de la
substance, in Revue de métaphys. et de morale, sept. 1904; G. TH.
RICHTER, Spinozas philos. Terminologie historisch u. immanent Rkritisch
untersucht, I Abth. Leipzig, Barth, 1913; e le mie note all’ Etica, Bari,
Laterza, 1914. 2 Francesco Verde. Sul quale, sul suo insegnamento e sul
tempo in cui il V. frequentò la sua scuola privata (1684), vedere ora
NICOLINI, Per la biografia cit., puntata I, pp. 44 Sg8., 54 S88.
II. LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 25 dicò essere i
filosofi dell’equità naturale; l’altra, in os- servare con quanta
diligenza i giureconsulti medesimi esaminavano le parole delle leggi, de’
decreti del Senato e degli editti de’ pretori, che interpetrano: la
qual cosa il conciliò agl’ interpetri eruditi, che poi avvertì ed
estimò essere puri storici del dritto civile romano » 1. Non Vul-
telo, dunque, e i giureconsulti romani furono il suo nu- trimento
spirituale; ma quella filosofia e quella storia o filologia, che egli
costruiva per mezzo di essi; né la nozione giuridica del diritto era
materia del suo sommo piacere, ma quello che egli vedeva o poneva
in questo diritto con la tendenza astrattiva di uno sco- tista, con la
sottigliezza filologica di un terminista e di un secentista (poiché, secondo
l’andazzo dei tempi, an- ch'egli era solito «spampinare nelle maniere più
corrotte del poetare moderno, che con altro non diletta che coi
trascorsi e col falso » e della poesia s’era fatto «un eser- cizio d’
ingegno in opere di argutezza »). La giurispru- denza diventava occasione
o materia indifferente a tro- vare nelle determinazioni dello spirito
umano i principii, i concetti fondamentali, le sostanze reali, in cui per
lo scotismo si risolve tutto il reale, e a tormentare le parole, in
cui tutte le determinazioni dello spirito pigliano corpo, per farne
sprizzare fuori l’anima, il senso riposto. Che era un primo avviamento
del problema vichiano della constantia iurisprudentiae come constantia
philosophiae et constantia philologiae, e della Scienza nuova come
scienza a un tratto del vero e del certo. I Questo il racconto
dell’Autobiografia (1728); alla quale continuo ad attenermi, quantunque
il NicoLINI sospetti essa sia, a siffatto pro- posito, anacronistica, e
cioè che il V. (in perfetta buona fede, s' in- tende), abbia intruso, in
quella che fu l’effettiva forma mentale dei suoi diciotto anni, parecchio
dell’esperienza spirituale di chi aveva già scritta la prima Scienza
Nuova (1725): cfr. Per la biografia cit., pun- tata I.] Intanto con
questo mondo filosofico, in cui il giova- netto si chiudeva, attraverso
lo studio del diritto si poneva la realtà che doveva essere oggetto della
sua filosofia. Il mondo del diritto è un mondo umano, creato dalla
volontà. Dentro di esso la natura non si vede; né Vico poteva
trovarvela. Approfondendone la conoscenza, come fece nei suoi studi di
Vatolla, doveva necessariamente imbattersi nella volontà, nello spirito
come libertà. Profon- dando, eglici dice, lo studio delle leggi e dei
canoni, al quale lo portava l’obbligazione contratta col Rocca, «in
grazia della ragion canonica inoltratosi a studiar de’ dogmi, si ritrovò
poi nel giusto mezzo della dottrina cattolica d’ intorno alla materia
della grazia »; e gli accadde di conoscere e appropriarsi tale
dottrina per l'esposizione di un teologo che faceva vedere «la
dottrina di sant'Agostino posta in mezzo, come a due estremi, tra la
calvinistica e la pelagiana e alle altre sen- tenze che o all’una di
queste due o all’altra sì avvicinano ». Posizione, che servì poi al Vico,
secondo egli stesso dichiara, a spiegare storicamente (umanamente) le
origini del di- ritto romano ed ogni altra forma di civiltà
gentilesca, senza contraddire alla sana dottrina della grazia; che
fu perciò, possiamo dire, il primo nucleo del suo concetto della
Provvidenza, che è l’arbitrio umano accertato e deter- minato dal senso
comune *: una volontà, non imme- diata, generica, astratta, ma
determinata e concreta attraverso la storia, nel cui corso razionale si
realizza una volontà superiore a quella dell’ individuo, un fine in
cui si risolvono i fini particolari dei singoli uomini: la grazia. Ma
questa unità di divino e di umano, se è un'esi- genza della posizione
media tra calvinismo e pelagianismo (astratta posizione della grazia o
volontà divina, e quindi negazione della umana; ed astratta posizione
della volontà —_ I S. N., dign.] umana,
e quindi negazione della divina), ha bisogno, com'è facile intendere, di
maturare per divenire un concetto !. Intanto Vico non
dissocia lo studio del pensiero da cui discende il diritto, dallo studio
delle parole, in cui il diritto vive. Le Eleganze del Valla lo rimandano
a Cicerone. Studia Virgilio e Orazio; e questi lo disgustano del
secentismo, e gli fan cercare Dante, Boccaccio e Pe- trarca =. Orazio gli
fa osservare che la suppellettile più ricca alla poesia è fornita dalla
lettura dei filosofi mo- rali. E studia l’etica aristotelica, che gli
mostra il fon- damento del diritto romano essere nella ideale
giustizia, di cui parla il filosofo, architetta nel lavoro delle
città. Dalla morale così intesa si volge alla metafisica di Aristotele;
ma questa non gli spiega la ra- gione del giusto ideale. Perché ? Allora
non sapeva ren- dersene conto. Passò a Platone; e vi trovò il fatto
suo, perché vi ebbe una metafisica, in cui la realtà è pura idea:
che era ciò che egli, l’alunno dello scotista e lettore di Suarez, andava
cercando, per non cadere, rispetto al- l’ idea della giustizia o
giustizia ideale, nel nominalismo. Nell’Autobiografia spiega perché
alla sua morale trovò il fondamento in Platone e non in Aristotele,
dando delle due dottrine la seguente caratteristica: « Perché la
metafisica d'Aristotele conduce a un principio fisico, il quale è
materia, dalla quale si educono le forme parti- colari, e si fa Iddio un
vasellaio che lavori le cose fuori di sé; ma la metafisica di Platone
conduce a un principio metafisico, che è lor idea eterna, che da sé educe
e crea la 1 Vedi in proposito qui appresso il cap. IV: Dal
concetto della grazia a quello della Provvidenza. 2 Così
l’Autobiografia. Ma a determinare il passaggio del V. dal Secentismo al
purismo trecentesco concorse moltissimo, sebbene egli non lo dica,
l'influsso di Leonardo di Capua. Cfr. NicoLINI, Per la biografia cit.,
puntata III. 28 STUDI VICHIANI materia medesima, come
uno spirito seminale che esso stesso si formi l’uovo ». Dove non è
propriamente definita né la metafisica di Aristotele, né quella di
Platone. L’ Id- dio aristotelico che pensa se stesso, è troppo pago di
sé perché possa fare questo mestiere del vasellaio, che tragga le
forme dalla materia. Tutte le forme le ha in sé; e quindi anche quella
della giustizia. D'altra parte, l’ idea, che è l’ente, per Platone, ha
fuori di sé la materia, che è il non-ente, e non può edurla quindi da sé.
Questo pla- tonismo polemizzante con Aristotele non è filosofia
plato- nica, ma posteriore ad Aristotele, neoplatonica. E più in
là, dove il Vico accenna allo studio della fisica gassen- diana e
cartesiana da lui potuto fare in quello stesso torno di tempo, a Vatolla,
su Lucrezio e sui Fundamenta phy- sicae del Regio, dice esplicitamente
che «queste fisiche gli erano come divertimenti dalle meditazioni severe
sopra i metafisici platonici » 1. E altrove ricorda i Marsili
Ficino, i Pico della Mirandola, e lamenta che i letterati napole-
tani, che dianzi volevano le metafisiche chiuse nei chio- stri, poi per
la moda cartesiana avessero preso «a tutta voga a coltivarle, non già
sopra i Platoni e i Plotini coi Marsili, onde nel Cinquecento fruttarono
tanti gran let- terati, ma sopra le Meditazioni di Renato delle Carte
». I Anche a codesto proposito, l’Autobiografia, secondo il
Nicolini, è anacronistica. Antigassendiano e soprattutto anticartesiano,
il V. se- condo lui, fu soltanto dal 1710 in poi. Nella sua
gioventù,invece, anch'egli partecipò all'’ammirazione dei suoi amici e
concittadini per Lucrezio (sul quale è da vedere un suo importante
giudizio in Opere, ediz. Fer- rari, VI, 138, e cfr. Croce, Filos. di G.
B. V.2, p. 203); e, pur con riserve in fatto di estetica (comuni, del
resto, al Caloprese e agli altri cartesiani napoletani) fu anch’egli per
non pochi anni, cartesiano. Vedere al riguardo NIcOLINI, Per la
biografia, puntata III. Aggiungo per curio- sità che le opere di
ARISTOTELE furono studiate dal V. in un esem- plare della magnifica
edizione giuntina del 1550 sgg., il quale, serbato Oggi dalla famiglia
Ventimiglia di Vatolla, reca ancora l’ex libris del convento di Santa
Maria della Pietà di quella terra. E quell’edizione reca appunto il «gran
commento » di Averroè. Cfr. NICOLINI, Per la biografia, puntata II.
II. LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 29
L’aristotelismo rifiutato dal giovane Vico era dunque quel dualismo
rigido, a cui esso s'era ridotto in Averroè !; il platonismo da lui
abbracciato è il monismo emanatistico di Plotino così strettamente affine
a quello del De la causa di Bruno 2. Lo spirito seminale è il Xyog
otepuatimnòe O tvebpa orsppatixòv: quei spiritalia et vI- vifica semina,
onde, secondo il Ficino, l’anima del mondo, emanazione di Dio e vita
vitarum, avviverebbe la natura. Punto di capitale importanza nella
storia del pensiero di Giambattista Vico. Dal neoplatonismo egli dovette
ri- cevere un forte impulso ad approfondire il concetto ago-
stiniano della grazia come mediazione della volontà umana I Cfr.
Autob., p. 11: «La metafisica non lo aveva soccorso per gli studi della
morale, siccome di nulla soccorse ad Averroè....» e p. 19: «Ne’
chiostri.... era stata introdotta fin dal sec. XI la metafisica d’Ari-
stotile, che quantunque per quello che questo filosofo vi conferì del suo
ella avesse servito innanzi agli empi averroisti....». Qui risuona l'eco
della polemica di Marsilio Ficino contro l’averroismo. Un ravviÌ-
cinamento del pensiero vichiano a quello del Ficino fece già F. DE
SANCTIS, St. d. letter. ital., ed. Croce. Bari, Laterza, 1912, II, 290-1;
e poi meglio K. WERNER, G. B. Vico als Philosoph und gelehrter
Forscher, Wien, Braumiiller, 1881, pp. 8-9; per cui cfr. FLINT, Vico,
Edimburgh a. London, 1884, pp. 74-5, 128-9. In una recensione della prima
edi- zione di questi studi un critico della Civiltà Cattolica, quaderno
del 5 febbraio 1916, osservava che se Vico nella pref. al Diritto
Universale dice che « Aristoteles in Ethicis doctrinae civilis principia
vecte aut a divina philosophia esse repetenda: namque haec metaphysices
argumenta Philosophi alteram philosophiae partem statuebant, et ‘ verum
divinarum * nomine significabant »: «da ciò appare come il Vico non
avesse nella prima fase de’ suoi studi rifiutato, secondo vorrebbe il
Gentile, l’ari- stotelismo, quasi dualismo rigido, a cui esso si era
ridotto in Averroè ». Ma io avevo detto: «L'aristotelismo rifiutato dal
giovane Vico era dunque quel dualismo rigido, a cui esso s'era ridotto in
Averroè ». Dunque, non io avevo affermato che Vico avesse respinto l’
aristotelismo: questo lo dice esso il Vico. Io dicevo invece che, sotto
nome di aristote- lismo, il Vico aveva respinto l’averroismo.
2 «Questo è nomato da’ Platonici fabro del mondo [cfr. il fab- bro
del mondo delle nazioni di Vico].... Plotino lo dice padre e progenitore,
ed è il prossimo dispensator de le forme. Da nol si chiama artefice
interno, perché forma la materia e la figura da dentro, come da dentro
del seme o radice manda ed esplica lo stipe; da dentro lo stipe cacci i
rami» ecc. Così G. Bruno, De la causa, in Opere ita- liane, ed. Gentile,
I2, 179, e cfr. De minimo, I, 3, in Opera latine conser, I, III,
142. 3 30 STUDI VICHIANI e della divina,
e attingere il primo bisogno dell’imma- nenza del divino nella natura e
nella storia. Una pagina della Theologia Platonica (IV, I) del Ficino
dovette fer- mare certamente la sua attenzione, poiché un’eco ne ri-
suona, molti anni dopo, nelle teorie fondamentali del De antiquissima e
della stessa Scienza Nuova; e merita esser riletta. |
Proinde si ars humana nihil est aliud quam naturae imitatio quaedam,
atque haec ars per certas operum rationes fabricat opera, similiter
efficit ipsa natura, et tanto vivaciore sapien- tioreque arte, quanto
efficit efficacius et efficit pulchriora. Ac si ars vivas rationes habet,
quae opera facit non viventia, neque principales formas inducit, neque
integras, quanto magis pu- tandum est vivas naturae rationes inesse, quae
viventia generat, formasque principales producit et integras ! Quid est
ars humana? Natura quaedam materiam tractans exstrinsecus [cfr. il
vasellaio del Vico]. Quid natura ? Ars intrinsecus materiam temperans,
ac si faber lignarius esset in ligno. Quod si ars humana, quamvis
sit extra materiam, tamen usque adeo congruit et propinquat operi
faciundo, ut certa opera certis consummet ideis, quanto magis ars id
naturalis implebit, quae non ita materiae superficiem per manus aliave
instrumenta exteriora tangit, ut geometrae anima pulverem, quando figuras
describit in terra, sed perinde ut geometrica mens materiam intrinsecus
phantasticam fa- bricat. Sicut enim geometrae mens, dum figurarum
rationes secum ipsa volutat, format imaginibus figurarum intrinsecus
phan- tasiam, perque hanc spiritum quoque phantasticum absque
labore aliquo vel consilio, ita in naturali arte divina quaedam
sapientia per rationes intellectuales vim ipsam vivificam et motricem
ipsi coniunctam naturalibus seminibus imbuit, perque hanc mate- riam
quoque facillime format intrinsecus. Quid artificium ? mens artificis in
materia separata. Quid naturae opus ? naturae mens in coniuncta materia.
Tanto igitur huius operis ordo similior est ordini qui in arte est
naturali, quam ordo artificii hominis arti; quanto et materia propinquior
est naturae quam homini, et natura magis quam homo materiae dominatur.
Ergo dubitabis certorum operum certas in natura ponere rationes ? Imo
vero sicut ars humana quia superficiem tangit materiae, et per
contin- gentes fabricat rationes, formas similiter solum efficit
contingentes, II. LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 3I
é sic naturalem artem, quia formas gignit sive eruit
substantialis ex materiae fundo, constat funditus operari per rationes
essen- tiales atque perpetuas !. E si riscontri quest'altro
luogo dello stesso Ficino nel suo Commento al Parmenide platonico:
Cum enim nos per cognitionem non simus authores rerum, nulla
forsan est ratio quare percipiamus eas, nisi proportio quae- dam; cum
vero divina scientia sit causa prima rerum, non ideo res cogniturus est
Deus, quia congruat cum natura rerum, sed ideo cognoscit quoniam ipse est
causa rerum. Qui, cognoscendo se ipsum principium omnium, omnia statim et
cognoscit et facit ?. Nella tradizione platonica italiana questa
equazione tra conoscere e fare rimase un punto fermo, e fu ripetuta
talvolta come un luogo comune anche da filosofi che non fecero poi su
questo concetto tanta attenzione da sentire il bisogno di svilupparlo e
connetterlo intimamente con le altre loro dottrine. Così nel trattato De
arcanis aeterni- tatis di G. Cardano s'incontra una chiara
formulazione della stessa dottrina vichiana, quantunque lasciata lì
senza svolgimento e senza rilievo. Il Cardano dice: Anima humana
in corpore posita substantias rerum attingere non potest, sed in illarum
superficie vagatur sensuum auxilio, scrutando mensuras, actiones,
similitudines ac doctrinas. Scientia vero mentis, quae res facit, est
quasi ipsa res, velut etiam in humanis scientia trigoni, quod habeat tres
angulos duobus rectis aequales, eadem ferme est ipsi veritati: unde patet
naturalem scientiam alterius generis esse a vera scientia in nobis
3. E non avrà letto il Vico questa pagina del Cardano ? Egli
non cita mai né Bruno, né Campanella. Ma non è I M.
Ficino, Opera, Basilea, 1561, t. I, p. 123. 2? Comm. in Parm., c. 32, in
Opera, II, 1149. 3 Tract. de arc. aetern., c. 4. Cfr. FIORENTINO, B.
Telesio, I, 212. 32 STUDI VICHIANI meraviglia, chi pensi
ai suoi profondi scrupoli religiosi. Che egli tuttavia, con quella sua
insaziabile curiosità, che gli faceva cercare ogni sorta di libri, non
leggesse anche di questi filosofi famosi ancorché esecrati quel che
trovava nella biblioteca del Valletta, a lui, come sappiamo di
sicuro, ben nota :, non è credibile. Ora in quella biblio- teca sì
conservava (e si conserva tuttavia nella Biblioteca dei Gerolamini, dove
i libri del Valletta passarono) l’esem- plare della «Scelta d’alcune
poesie filosofiche di Set- timontano Squilla cavate da’ suoi libri detti
La Cantica con l’esposizione, stampato l'anno MDCXXII » che era
stato usato e corretto dall'autore medesimo. Ed era libro che il Valletta
non solo possedeva, ma aveva letto? egli stesso, e poteva perciò aver
avuto egli stesso occasione di additare all'amico filosofo e gran
divoratore di libri. In quelle Poesîe il Vico poté leggere i seguenti
versi: Ma lo Senno Primero che tutte cose feo
tutte è insieme, e fue; né per saperle, in lor si muta
Deo, S’egli era quelle già in esser più vero. Tu,
inventor, l’opre tue sai, non impari; e Dio è primo
ingegniero. I Autob. ed. CROCE, pp. 41, 113, 192. È anzi tanto più
sicuro che con la biblioteca Valletta il V. avesse familiarità fin dai
suoi primi studi, in quanto il Valletta appunto, ch'egli aveva conosciuto
nella sua pue- rizia, fu uno dei suoi primi protettori e colui che lo
indusse a porre a stampa le sue prime poesie: cfr. NICOLINI, Per la
biografia cit., pun- tata I, pp. 30 sgg., e puntata III. 2
[Cfr. infatti L. AMABILE, Il Santo Officio della Inquisizione in Na-
poli, Città di Castello, 1892, II, 67 n. 1. E come la Scelta di poesie,
così il Valletta possedeva e aveva lette altre opere del Campanella. « Ho
rice- vuto »,scriveva, per es., in una sua lettera inedita al
Magliabechi, ser- bata nel magliabechiano segnato VIII, 1090, « ho
ricevuto l’ Incredulo senza scusa del p. SEGNERI, dove ho lette molte
cose riportate dal pa- dre CAMPANELLA nel suo Afeismo trionfato....». (Comunicazione
di F. NICOLINI)}. II. LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA
33 «Dio primo ingegniero » è frase che infatti si ritroverà
nello stesso Vico !. Il quale, nell'esposizione degli stessi versi, poté
trovare che « Dio è il primo ingegniere avanti la Natura; però sa il
tutto; l’ insegna e non l’ impara »?. E in altro luogo3 dell’esposizione:
«Se l’alma non sa come s’ è fabbricato il corpo, né come fece tante
membra a tanti usi, né come si frena il calore etc., è segno
ch’essa non fece il corpo»n4. Da questa dottrina neoplatonica non è
dubbio che, quando l’avrà covata nel suo cervello e fecondata di
sue osservazioni, il Vico trarrà l’opposizione scettica della
gnoseologia del De antiquissima tra il sapere divino che è formazione
intrinseca della natura, e il sapere umano che è la formazione estrinseca
e superficiale, di cui parla il Ficino 5; ma trarrà anche la sua
intuizione dinamica o, I De antiquissima, in Opere I, 179, e Vindiciae,
in Opere, ed. Fer. rari, IV, 309-310. ® CAMPANELLA, Poeste,
ed. Gentile, p. 33. 3 O. c., p. 143. 4 Niun dubbio, io
credo, che al Vico doverono esser note anche altre opere del Campanella,
e che meriti di essere studiato il problema delle suggestioni che dové riceverne.
Alle osservazioni di A. SARNO, (Campanella e Vico, nel Giornale critico
della filosofia ital., IV, 1924, p. 137) altre importanti ce ne sarebbero
da aggiungere. Cfr. il mio G. Bruno e il pensiero del Rinascimento?,
Firenze, Vallecchi, 1925, p. 276. Aggiungo qui un riscontro alla dottrina
vichiana della Prov- videnza relativa alla eterogenia dei fini.
Campanella (nella Città del sole ed. Kvaéala, p. 65) dice: « Però gli
spagnoli trovaro il resto del mondo, benché il primo trovatore fu il
Colombo nostro genovese, per unirlo tutto a una legge; e questi filosofi
saranno testimoni della ve- rità eletti da Dio; e si vede che noi non
sappiamo quello che facemo, ma siamo instrumenti di Dio: quelli vanno per
avarizia di danari cer- cando nuovi paesi, ma Dio intende più alto fine.
Il sole cerca strug- gere la terra, non far piante e uomini; ma Dio si
serve di loro: in questo sia laudato ». Cfr. ed. Paladino, p. 59.
5 La derivazione neoplatonica di questa dottrina vichiana è ormai
riconosciuta. Vedi Croce, Fonti della gnoseologia vichiana, in Saggio
sullo Hegel seguito da altri scritti ecc., Bari, Laterza, 1913, pp.
250-I. GIAN PaoLo ricorda anche lui questo concetto del conoscere come
fare, attribuendolo agli scolastici: «So wie nach den Scholastikern
Gott alles erkennt, weil er es erschafft, so bringht das Kind nur ins
geistige Erschaffen hinein; die Fertigkeit des erkennden Aufmerkens folgt
dann von selber »: Levana, $ 131. Ma si tratta di una vaga
reminiscenza. 34 STUDI VICHIANI com’egli, confondendo
in uno Zenone d’ Elea con quello di Cizio, userà dire, zenonistica !: che
è vero e proprio panteismo. E quell’opposizione, se dapprima potrà
dar luogo allo scetticismo della metafisica vichiana, più tardi renderà
possibile la profonda concezione — che è la sco- perta di Vico — della
scienza del mondo umano, 0, com’ è stato detto, della metafisica della
mente. Giacché, una volta ammesso il concetto neoplatonico, svolto
anch'esso dal Ficino ?, che Deus omnia agit et servat, et in
omnibus omnia operatur, poiché causae rerum sequentes Deum nihil
agunt absque virtute actioneque divina, Dio, immanente nell’operare di
una natura esterna a noi, sarà fuori di noi (onde la nostra conoscenza
della natura non potrà aver verità); ma Dio immanente nella volontà umana
sarà I Nell’ Autobiografia, nel De antiquissima, nella Sec.
risposta al Giorn. d. letterati il Vico parla indifferentemente di Zenone
e della sua scuola (de Zenone eiusque secta, Zenonii) e di Zenone e degli
stoici, mostrando perciò di unificare i due Zenoni. E Znv@vetot in Dio.
L., VII, 5 son detti gli stoici. La dottrina di Zenone, che Vico dice
ma- lamente riportata e combattuta da Aristotele (nel VI della
Fisica), è la celebre aporia dell’ Eleate intorno alla molteplicità, dove
si arresta la divisione del continuo a quel minimo, che egli poi dimostra
non potersi insieme non concepire come massimo. Ma la ricostruzione
che il Vico stesso nella Sec. risposta $ 4 dà della sua interpretazione
dei punti metafisici (che parrebbero questi minimi), risalendo ai
numeri zenoniani-pitagorici, è fantastica. Realmente egli aveva
contaminato il concetto dell’ Eleate con la dottrina stoica, ed il
dinamismo del De antiquissima è di origine stoica. Si chiamino punti
metafisici i X6yot orepuatixot, e la metafisica di Vico avrà la sua base
nello stoicismo. Con la cui rpévota, quale si ritrova nei neoplatonici,
da Plotino (Enn. III, 2, 3) a Ficino (7A. pI. II, 13), dovrebbe pure
essere messa in relazione la Provvidenza della Scienza Nuova. Ma non mi
par dubbio che al Vico lo stoicismo perviene attraverso i neoplatonici. E
mi par degno di nota che la polemica vichiana contro il concetto della
divi- sione all’ infinito opposto da Aristotele a Zenone (De ant. c. IV,
$ 2) si riscontra puntualmente con quella che contro lo stesso concetto
aveva rivolta fin dal 1591 il Bruno nel De triplici minimo, I, 6-8: in
cui può parere che si ripiglino gli argomenti lucreziani in favore
dell’atomo, ma in realtà, come in Vico, si trasforma l’atomo in conato, o
operazione dell'anima del mondo (v. GENTILE, G. Bruno e il pensiero del
Rinasci- mento, pp. 223-4). Le radici delle due filosofie, bruniana e
vichiana, si toccano e s' intrecciano. 2 Theol. plat., II,
7. II. LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 35 in
nol, proprio come diceva Bruno, più che noi medesimi non siamo dentro a
noi (e la conoscenza del nostro mondo sarà certa) !. A
Vatolla giungevano bensì le novelle di Napoli e delle forme di cultura
che colà venivano in auge. La notizia del nuovo epicureismo, messo in
onore dal Gassendi, fa studiare al Vico Lucrezio: la cui dottrina,
data già la sua intuizione metafisica, non poteva non apparirgli quale
gli apparve, o almeno, egli asseriva molti anni più tardi, che gli era
apparsa ?: «una filo- sofia da soddisfare le menti corte de’ fanciulli e
le deboli delle donnicciuole ». Questo studio gli servi «di gran
motivo di confermarsi vie più ne’ dogmi di Platone » 3; cioè dei
neoplatonici; pensando 4 « essere principio delle cose tutte una idea
eterna, tutta scevera da corpo, che nella sua cognizione, ove voglia 5,
crea tutte le cose in I Cfr. il concetto vichiano dell’astuzia
della Provvidenza, per cui il vero soggetto nostro trascende
neoplatonicamente il nostro soggetto empirico e i suoi fini particolari e
finiti. ® Si veda sopra p. 28 nota 1. Qui si aggiunge che della
voga go- duta a Napoli dal poema lucreziano, il V., più che da lontano e
per sentito dire, ossia a Vatolla, ebbe notizia molto da vicino e per
cono- scenza diretta, vale a dire a Napoli stessa. Cfr. NICOLINI, Per la
bio- grafia, puntata II. 3 Ma non forse, com’ è detto nell’
Autobiografia, durante il periodo vatollese, bensì alcuni anni più tardi,
e forse non troppo prima del 1708. Cfr. NicoLINI, Per la biografia,
puntata III. 4 Autob., p. 17. 5 « Non operari eum
[Deum] externos effectus per meram intelligen- tiam, nisi accedat
voluntatis assensus »: Ficino, Th. fI., II, 11; t. I, p. 107. Può parere
la dottrina di S. Tommaso, Summa theol., I, q. XIV, a. 8. Se non che, per
Ficino, come già per Plotino, come per Bruno e per Spinoza, la volontà
razionale di Dio coincide con l'intelligenza, ed è quindi libera in
quanto necessaria. Vedi Th. pi., II, 12: «Si ubi plus est rationis,
ibi sortis est minus, in Deo, qui summa ratio est, vel fons rationis,
nihil potest cogitari fortuitum.... Necessitas autem ipse est Deus.... Et
quoniam necessitati nulla praeest necessitas, ideo ibi est summa
libertas.... At in Deo idem est re ipsa esse, intelligere, velle.
Quamobrem ita est per voluntatem suam intelligentiae essentiaeque suae
compos, ut non modo sicut est et sicut intelligit suapte natura, ita quoque
velit, verum etiam sicut vult, ita intelligat atque existat ». Cfr. PLotINO. Enn.] tempo e le
contiene dentro di sé e contenendole le so- stiene » !. A
Napoli era salita in pregio la fisica sperimentale, e si magnificava il
nome di Roberto Boyle. Vico ne ebbe sentore; ma egli stesso ci dice di
averla voluta «da sé lontana.... perché nulla conferiva alla filosofia
dell’uomo.... ed egli principalmente attendeva allo studio delle
leggi romane, i cui principali fondamenti sono la filosofia degli
umani costumi e la scienza della lingua e del governo ro- mano, che
unicamente si apprende sui latini scrittori ». Il suo spirito graviterà
sempre più verso il mondo umano; di un umanesimo concepito come accade di
concepirlo a chi la realtà umana sia avvezzo a mirare nel diritto
posi- tivo, ossia come società. Ond’ è che non gli parrà mai morale
quella degli stoici né quella degli epicurei, « sic- come quelle che
entrambe sono una morale di solitari ». Poi venne a sapere «aver
oscurato la fama di tutte le passate la fisica di Renato delle Carte »; e
cercò averne contezza. Ma già infatti l'aveva studiata e giudicata
nel- l’opera del Regio, e l'aveva respinta perché meccanica al pari
di quella di Epicuro. Tornò definitivamente a Napoli; e trovò tutta
Napoli cartesiana; e per amor di Cartesio tornata anche alla
metafisica 2. « Si erano cominciate a coltivare le Medita- zioni
metafisiche ». Egli, l’autodidatta, tuttavia immerso nelle « meditazioni
severe sopra i metafisici platonici », non provò per la metafisica
cartesiana la stessa ripugnanza che per la fisica. Vide e non vide il
carattere di questa filo- sofia: non la trovò coerente, perché « alla sua
fisica con- I « Deus ideo est in omnibus, quia omnia in eo sunt,
quae nisi essent in eo, essent nusquam, et omnino non essent »: FicIino,
op. cit., II, 6; G. Pico, Heptaplus, V, 6. 2? Naturalmente,
nell’affermarsi assai sorpreso di trovar Napoli affatto diversa da quella
ch’egli aveva lasciata, il V. esagera, secondo il Nicolini, giacché, come
s’è detto, i suoi contatti con la sua città natale durante il novennio
vatollese erano stati frequenti e talora abba- stanza lunghi.] verrebbe
una metafisica che stabilisse un solo genere di sostanza corporea
operante »: e quindi alla sua metafisica una fisica fondata sui principii
spirituali (spiriti seminali) dei corpi. Ed aveva ragione, come
dimostrava in quel torno, a insaputa di Vico, il Leibniz, che movendo
dal cogito cartesiano, trasformava il meccanismo nel dina- mismo. E
in conclusione quello sterile abbozzo metafisico delle Meditazioni,
soffocato dal meccanismo quindi in- capace di svolgimento sistematico,
parve al Vico niente più che un brandello del platonismo suo. Più tardi,
quando s'acuì il suo senso di avversione al cartesianismo, scrisse
addirittura il Descartes non aver fatto altro che tracciare «alquante
prime linee di metafisica alla maniera di Pla- tone.... per avere un
giorno il regno anche tra’ chiostri, dove una metafisica materialista non
sarebbe stata mai accolta ». Ingenuo giudizio postumo. Quando,
intorno al 1695, poté conoscere le Meditazioni dovette scorgervi
tracce luminose di verità, rese più visibili dal contrasto di esse col
giudizio che egli aveva dato della fisica carte- siana e con
l’aspettativa, poi delusa, che questa gli aveva fatto nascere rispetto
alla metafisica. L’ inconseguenza cartesiana dové parergli una felix
culpa, da render degno di stima anche ai suoi occhi il celebrato filosofo
francese; e con l’acrisia ermeneutica, della quale doveva dare
nelle sue opere così curiosa dimostrazione !, dovette in un primo
momento piuttosto esagerare che attenuare il merito del Cartesio,
scorgendovi più platonismo che realmente non vi sia, e che lo stesso Vico
più tardi non vi ricono- scesse. Il suo neoplatonismo non era la
preparazione più adatta per entrare nello spirito del
cartesianismo, né per quel che è il difetto, né per quel che è il pregio
di esso. Ei rimase chiuso dentro di sé a rimuginare il suo I
V. le note del NicoLinI alla sua edizione della Scienza Nuova. 38
STUDI VICHIANI pensiero; e quel Cartesio che vi ammise, fu un
Cartesio neoplatonico. Giova chiarire brevemente questa
situazione. L’ intui- zione fondamentale cartesiana (metafisica) è
direttamente opposta alla platonica e neoplatonica: in quanto
questa è orientata verso l’ Uno, o l’ Idea, o Dio, come oggetto o
come verità; quella invece verso il pensiero, come soggetto o certezza.
Il problema di Platone è appunto il con- cetto della verità, quello di
Cartesio il concetto della certezza. Dentro ciascuno di questi concetti
le due filosofie ricomprendono, naturalmente, e costruiscono tutta
la realtà, la quale nell’uno e nell’altro è diversa sol- tanto se si
considera come contenuto del rispettivo con- cetto, in cui si organizza.
Lo stesso concetto della cer- tezza, c’ è nel platonismo, ma come momento
del concetto della verità; e questo c’ è nel cartesianismo, ma come
mo- mento del concetto della certezza. La differenza, in altri
termini, è nel punto di partenza, in quanto Platone muove dalla massima
oggettività (le idee come mondo intelligi- bile), e Cartesio dalla
massima soggettività (1’ idea come attività intelligente). Vico,
platoneggiando, muove dalla massima oggettività (quella idea, che egli
dice scevera da corpo): e però in Cartesio, quando vi trova solo
alquante linee di metafisica platonica, non vede il principio, il
cen- tro stesso, intorno a cui tutto gravita: la certezza; o me-
glio, vi vede questo concetto, platonicamente, come mo- mento della
verità. Le critiche che farà più tardi a Cartesio attesteranno appunto
questo capovolgimento che egli fa del cartesianismo. Ma queste critiche,
com’ è naturale, ver- ranno più tardi in conseguenza della logica che
egli met- teva dentro al suo concetto del cartesianismo. Qui
è l'urto dell’autodidatta col pensiero del tempo suo: poiché col vecchio
cervello esercitato sulle opere della libreria dei Minori Osservanti di
Vatolla egli si trova a pensare un mondo nuovo, prodottosi intanto
nella II. LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 39
cultura europea. Lo scetticismo intorno alle scienze na- turali, che
trovò a Napoli sostenuto da uomini come Tom- maso Cornelio e Leonardo da
Capua ', non doveva fargli specie: anzi veniva incontro a quella
opposizione tra sa- pienza umana e divina, che egli aveva trovata nei
neo- platonici. La filosofia galileiana di un Luca Antonio Porzio,
suo stretto amico ?, dovette parergli una esemplifi- cazione appunto
dell’arte umana incapace d’entrare nel- l’ interno della natura. Bacone,
conosciuto in quel tempo, non destò per altro la sua ammirazione, che per
avere nel De augmentis esposto l’elenco dei desiderati della
scienza. Quell’altro aspetto della soggettività, a cul mi- rava il
filosofo inglese nella sua polemica contro la logica aristotelica e nella
rivendicazione del sapere come ricerca della causa reale, non poteva
fermare la sua attenzione. Questa nuova filosofia non poteva avere
un significato per lui, rimasto cogli occhi intenti sulla realtà
platonica, oggetto del pensiero. Eppure il suo cuore non era
in quella realtà. La filo- sofia egli l'aveva cercata per intendere il
mondo umano. Per questo aveva cercato l’etica aristotelica; per
questo ne aveva schivato la metafisica intesa a mo’ degli aver-
roisti, e s'era volto ai platonici. Per questo mondo, che è mondo
dell’umana volontà, s'era affacciato alle contro- versie sulla grazia, e
s'era fermato in un concetto che non negasse l'autonomia del volere
umano, ma né pure l'azione su di esso del volere divino. E facendo sua
la metafisica degli zenonisti, per salvare il suo mondo, era
scantonato innanzi alla loro morale. E perché il suo in- teresse era
tutto in cotesto mondo, non lo aveva attratto I Autob., pp. 21,
33; e del CORNELIO v. il De ratione philosophandi, in Progymnasmata
physica, Napoli, 1688, pp. 66 e sgg. Cfr. ora il ci- tato scritto del
Croce, Fonti della gnoseologia vichiana. 2 Autob., p. 37.
40 STUDI VICHIANI Boyle con la sua fisica da tutti vantata;
ed egli poté con- sentire con gli scettici della scienza della natura, e,
oltre Platone raffigurante l’uomo quale deve essere, leggere Tacito
che lo rappresenta quale è, e in Bacone ammirare il magnanimo programma
della storia umana futura. Questo umanesimo è dentro lo stesso vecchio
cervello del platonico filosofante; e preme da dentro per rompere
la corteccia, o scioglierla, piuttosto, e riassorbirla nel cir-
colo della sua vita. Poiché Vico non resterà di qua da Cartesio e da
Bacone; anzi se li lascerà indietro; ma con quanta fatica, si sforzerà di
procedere, e di dare intera la vita a quell’umanesimo che gli si agita
dentro ! Né dalla contraddizione si libererà mai del tutto.
Quando nel dicembre 1697 si bandisce il concorso per la cattedra di
rettorica dell’universià, qual meraviglia che il nostro umanista,
abituato a cercare il pensiero nelle parole, e nelle parole il pensiero,
lettore assiduo di poeti e di filosofi, a intelligenza del suo diritto
romano, vi slinscriva ? Il 31 gennaio 1699 è nominato professore di
rettorica, alla cattedra di cui si dovrà contentare per tutta la vita. Ma
qual meraviglia se il nuovo professore, dovendo per l’ ufficio suo
recitare nell’annuale inaugura- zione degli studi un discorso
d’occasione, trasformerà ogni volta l’ordinaria parenesi rettorica in una
medita- zione filosofica ? II. I primi
documenti diretti del pensiero filosofico del Vico (poiché finora abbiamo
ragionato dei suoi primi studi vagliando i suoi ricordi, non anteriori al
1725), sono le sei orazioni inaugurali da lui scritte tra l’otto-
bre 1699 e l'ottobre 1707: la prima e le ultime quattro II. LA
PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 4I pubblicate da Antonio
Galasso nel 1867 ! di sul mano- scritto, in cui l’autore, non avendole
messe a stampa, le aveva raccolte e donate al suo amico p. Antonio
da Palazzuolo; la seconda acefala, dal Villarosa nel 1823 ?, e
quindi ristampata più volte nelle varie raccolte delle opere vichiane; ma
dal Galasso integrata del principio che si desiderava. Questi scritti,
per altro, da mezzo se- colo che sono venuti alla luce, non sono stati
mai studiati con l’attenzione che meritano le prime manifestazioni
di un pensiero così profondamente originale. Quando furono pubblicati, il
Cantoni, che due anni prima aveva pubblicato sul Vico un’ampia monografia
(dalla quale, a dir vero, non risulta perché l’autore giudicasse il
filosofo napoletano degno di un così largo studio) 3, se trovò
lode- vole l’opera del Galasso 4, non esitò a dire che queste
orazioni «si aggirano intorno ai vantaggi del sapere e dello studio, e
per verità, meno qualche considerazione qua e là, esse non escono dai
luoghi comuni delle mille orazioni accademiche che si fecero sopra un
tale argo- mento » 5. Roberto Flint, che è stato degli studiosi più
accurati della filosofia vichiana, riconobbe che le prime tracce di
questa son da cercare in queste orazioni, vedendo qual conto fosse da
fare del giudizio che ne dà nella sua Vita lo stesso Vico; e fece di
queste orazioni una succinta I Cinque orazioni latine inedite di
G. B. V. pubbl. da un cod. ms. della Bibl. naz. [di Napoli] per cura di
A. GaLasso, Napoli, Morano, 1869. Una nuova edizione è nel primo volume
delle Opere, a cura di Giovanni Gentile e Fausto Nicolini, e a questa
edizione mi riferisco in questo volume ove cito soltanto: Opere, I.
2 JoH. B. Vici, Opuscula, Neapoli, pp. 191-208. 3 V. le mie
Orig. della filos. contemp. în Italia, 1%, pp. 280-85, e A. FacGI,
Cantoni e Vico, nella Riv. filos., IX (1906), pp. 593 S8g8- 4 Il
Galasso premise alle orazioni un lungo discorso col titolo Storia intima
della Scienza Nuova; il quale gira molto largo, e non stringe mai da
presso la questione del valore storico delle orazioni pubblicate. 5
C. CANTONI, recensione del vol. del Galasso nella Nuova Antologia del
1870, vol XIV, p. 392. 42 STUDI VICHIANI analisi !,
additando alcuni concetti, che saranno ripresi e svolti nelle opere
posteriori. Ma l’analisi merita di essere ripresa e guidata da un più
pieno concetto storico dello svolgimento di tutto il pensiero
vichiano. Soggetto della prima orazione è la dimostrazione
della sentenza: Suam ipsius cognittonem ad omnem doctrina- rum
orbem brevi absolvendum maximo cuique esse in- citamento; ossia che la
conoscenza dello spirito contiene in sé i principii di tutto lo scibile,
poiché nello spirito umano si contraggono tutte le forme del reale. Era
stato un concetto eloquentemente svolto dal Pico nel De hkoma- nis
dignitate, e anche altrove. Dio, secondo il Pico, creato il mondo e fatto
Adamo, avrebbe detto a questo: « Nec certam sedem, nec propriam faciem,
nec munus ullum peculiare tibi dedimus, o Adam, ut quam sedem, quam
faciem, quae munera tute optaveris, ea, pro voto, pro tua sententia,
habeas et possideas. Definita caeteris natura intra praescriptas a nobis
leges coèrcetur; tu nullis angustiis coèr- citus, pro tuo arbitrio, in
cuius manu te posui, tibi illam praefinies. Medium te mundi posui, ut
circumspiceres inde commodius quicquid est in mundo. Nec te coelestem,
neque terrenum, neque mortalem, neque immortalem fecimus, ut tur
1psius quasi arbitrarius honorariusque plastes et fictor, in quam
malueris, tute formam effingas. Poteris in inferiora, quae sunt bruta,
degenerare; poteris in superiora, quae sunt divina, ex tui animi
sententia regenerari ». All’uomo perciò è dato habere quod optat, 1d esse
quod velit. I bruti, da che nascono, portano seco quel che potranno mai
possedere. Gli spiriti supremi (gli angeli) furono fin da
principio, o poco dopo, ciò che saranno in eterno. Nascenti homini
omnifaria semina et omnigenae vitae germina indidit Pater. I R.
FLINT, Vico, pp. 50-58. Un breve cenno, proporzionato all’ in- dole del
suo libro, ne ha fatto B. Croce, La filosofia di G. B. V. A seconda di quello
che ne avrà coltivato, ognuno crescerà e fruttificherà. «S7 vegetalia,
planta fiet; si sensualia, obbrutescet; si rationalia, coeleste evadet
animal; si intel- lectualia, angelus eritt et Dei filius. Et si, nulla
creaturarum sorte contentus, in unitatis centrum suae se receperit, unus
cum Deo spiritus factus, in solitaria Patris caligine, qui est super
omnia constitutus, omnibus ante- stabit »*. E per questa sua onnifaria
natura l’uomo si può dire possegga l’ immagine di Dio. Non la sua
natura spirituale, intelligibile, invisibile e incorporea è il
carattere privilegiato che fa ritrovare in lui un'immagine di Dio.
La stessa natura è negli angeli, e più eccellente, e meno commista alla
natura contraria. La proprietà, onde l’uomo si assomiglia a Dio, è
questa, che «kominis sub- stantta omnium in se mnaturarum substantias et
totius universitatis plenitudinem re ipsa complectitur ». Re ipsa:
vale a dire, non in quanto le può pensare, ma in quanto può realizzarle.
Con questa sola differenza tra Dio e l’uomo: che il primo contiene in sé
tutto, come principio di tutto; 1l secondo contiene tutto, come medio tra
tutti gli esseri, onde in lui tutti gli esseri inferiori si nobilitano e
i su- periori degenerano ?. Ccen questo panteistico concetto
dell’uomo, Vico ri- chiama il sacro detto che era scritto a lettere d’oro
sul tempio di Apollo: Tvad. cexvtév: due parole piene di tanta
verità, che dagli antichi, quantunque alcuni le at- tribuissero a
Pitagora, molti a Talete, altri a Biante, altri a Chione, tutti, per
consentimento generale, vere colonne dell’umana sapienza, si finì col
toglierle a questi stessi sapientissimi uomini, e ascriverle per unanime
con- senso all’oracolo pizio. Così parve meraviglioso che, tam
pressa brevitate, questo motto potesse contenere tale ab- I Pico,
Opera, Basilea, 1601, p. 208. 2 Cfr. Heptapl.] bondanza di significato
profondo. Giacché questo motto non fu escogitato a reprimere la superbia
umana, come pur si crede volgarmente, quasi inculcasse di
considerare la scarsezza delle forze umane; anzi ad eccitare e
incorare gli uomini a quanto v’ è di grande e di sublime, ricono-
scendone loro la capacità. Difficile bensì questa piena cognizione
di se medesimo. Difficile in ogni tempo: ma allora poi, a Napoli,
difficilis- sima. Il Vico ricorderà nella sua Vita: che allora,
negli anni estremi del sec. XVII, tra i suoi concittadini «ai
quantunque dotti e grandi ingegni, perché si eran prima tutti e lungo
tempo occupati in fisiche corpuscolari, in isperienze ed in macchine »,
le Meditazioni cartesiane riu- scivano astrusissime appunto per la
difficoltà di «ritrar da’ sensi le menti per meditarvi; onde l'elogio di
gran filosofo era: — Costui intende le Meditazioni di Renato ». Non
fisiche corpuscolari, esperienze e macchine, ma la contemplazione del
mondo intelligibile, in cui si sono eser- citati i platonici, occorreva
per una metafisica come la cartesiana. E cartesiano egli, in quanto
platonico, poteva sentirsi nel 1699 dicendo « magnus ingenti conatus est
revo- care mentem a sensibus et a consuetudine cogitationem abdu-
cere». In una dignità della Scienza Nuova (la LXIII) dirà che «la mente
umana è inchinata naturalmente co’ sensi a vedersi fuori nel corpo, e con
molta difficultà per mezzo della riflessione ad intendere se medesima
». L’ascenso, infatti, pei platonici è arduo, difficile, e di
pochi. Quell’abducere a consuetudine cogitationem in- nesta bensì sul
vecchio motivo platonico un elemento cartesiano, che è la critica del
sapere ricevuto, della tra- dizione o della storia positiva. Ma il Vico
non se n’'ac- corge, e insiste nel motivo platonico: « Af mentis
actes, quae omnia invisit, se ipsam intuens, hebescit. Vel hoc
1 dutob., p. 25. II. LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA
45 ipso agnoscis animi iui divinitatem, eumque Dei Opt. Max.
simulacrum esse animadvertis ». Par di riudire Pico. L’animo pel Vico è
expressissimum simulacrum di Dio, per la medesima ragione per cui tutti i
neoplatonici, da Plotino fino, si può dire, a Spinoza, concepiscono
Dio come uno, non moltiplicabile per se stesso, e quindi tutto in
tutto, e come Dio l’uno: ossia come sua emanazione, suo modo,
ogni unità. «Ut enim Deus per ca, quae facta suni atque hac
rerum universitate continentur, cognoscitur; ita et animus der rationem,
qua dpraestat, per sagacitatem + et motum, per memoriam et ingenium
divinus esse percipitur ». La mol- teplicità del mondo fa conoscere Dio,
come la molteplicità delle operazioni psichiche fa conoscere l’anima. Ma,
come il molteplice fa conoscere l’ Uno ? Ci sono due modi di passare
dal molteplice all’ Uno: uno dei quali è quello di S. Tommaso (degli
argomenti a posteriori dell'esi- stenza di Dio), per cui il molteplice è
sostanzialmente differente dall’ Uno: e l’ Uno si può concepire perciò
senza il molteplice, né questo contiene in sé quello; e l’altro è
quello di Spinoza (dell'argomento 4 prior: o ontologico), per cui il
molteplice non è pensabile senza l’ Uno, poiché solo l’ Uno è pensabile;
ma 1’ Uno non si può pensare se non nell’ infinità dei suoi attributi
(che ne costituiscono l'essenza). Il modo di Vico è questo di Spinoza, e
non quello di Tommaso: è il panteista. « Ut enim Deus in mundo, ita
animus in corpore est. Deus per mundi ele- menta, animus per membra
corporis humani perfusus; uterque omni concretione secreti omnique corpore
meri I È qui da confrontare questo luogo di Bruno:
«Sagacitas facultas distinctiva et apprehensiva circa errores, qui a
deceptoribus fabulosis et impostoribus ingerantur; et consistit in
potentia partim indicativa, partim scrutativa, qua, sicut naribus odorem
percipimus, ita ingenio sophistam et circumventorem »: G. BruNO, Lampas
trig. stat., in Opera, III, 143. 4 40 STUDI
VICHIANI purique agunt». L'uno e l’altro non si confondono
(con- cretione secreti) con la materia, in cui agiscono. Onde Dio e
l’anima senza il mondo e il corpo saranno, ma non si potranno conoscere.
Per ea quae facta sunt cognoscuntur. Così, se Vico dice che mundus
vivit quia Deus est; si mundus pereat, etiam Deus erit, e analogamente corpus
sentit quia viget animus; si corpus occidat, animus tamen est immortalis,
egli però premette: Deus semper actuosus, semper operosus animus; e così
pareggia le partite, perché l’agire lega Dio al mondo e l’anima al corpo,
e in generale l’ Uno al molteplice, o, nel linguaggio cartesiano, la
so- stanza ali suoi attributi. Che è cartesianismo rigoroso, come
coraggiosamente poi l’affermò Spinoza; ma è pure il neoplatonismo, assai
più antico di Spinoza e di Cartesio. Par di leggere Giordano Bruno:
« Er Deus in mundo, et in corpore animus ubique adest, nec usquam
compre- henditur: Deus enim in aethere movet sydera, in aère i1n-
torquet fulmina, in mari procellas ciet, in terra denique cuncta gignit
[quindi anche i pensieri della mente e i decreti della volontà]; mec
coelum, nec mare, nec tellus Dei circumscriptae sunt sedes: mens humana
in aure audit, in oculo videt, in stomacho tirascitur, ridet 1n liene,
in corde sapit, in cerebro intelligit, nec in ulla corporis parte
habet finitum larem. Deus combplectitur et regit ommia, et extra Deum
nihil est; animus, ut cum Sallustio loquar, ‘ rector humani generis, ipse
agit atque habet cuncta, neque ipse habetur’ » 3. I Cfr. G.
Bruno, De la causa, dial. II: «Se l’anima del mondo e forma universale
[cioè la divinità] se dicono essere per tutto, non s’ in- tende
corporalmente e dimensionalmente; perché tali non sono; e così non
possono essere in parte alcuna; ma sono tutti per tutto spi- ritualmente.
Come per esempio, anche rozzo, potreste imaginarvi una voce, la quale è
tutta in una stanza, e in ogni parte di quella; perché da per tutto se
intende tutta »: Opere ital., 12, 195. Cfr. anche pp. 183-4 e Opera lat.,
III, 41, 57. L'anima individuale in relazione col corpo ha la stessa
individualità, perché sta all'anima del mondo come il modo alla sostanza
spinoziana (v. GENTILE, G. Bruno e il pens. del [ Non ci vuole molto ad
accorgersi che, per quanto, con tutti 1 neoplatonici da Plotino a Bruno,
il Vico si sforzi di attenuare l’unità e identità di Dio e dell'anima,
chia- mando questo simulacro di quello, o, come dirà altrove 1,
riferendosi al concetto svolto in questa orazione, una specie di
divinità, parlando soltanto, come qui fa, di una divina quaedam vis
cogitandi (per definire la facoltà umana del pensiero), il rapporto in
cui lo spirito umano è posto con Dio, è rapporto d’ identità,
poiché alla distinzione di Deus e animus precede il concetto pan-
teistico ficiniano: Deus omnia agit. Procedendo su questa strada,
il Vico si trovò più d'una volta ad essere accusato delle conseguenze
pericolose, a cui la sua filosofia poteva condurre. Il recensore
del Giornale de’ letterati vide profondamente dentro il De
antiquissima quando della sostanza vichiana, punto me- tafisico (tal
quale il minimo di Bruno) inesteso e prin- cipio di estensione, notò che,
convenendo cotesti concetti «altresì alle sostanze spirituali e pensanti,
se ne po- trebbe dedurre che queste ancora sieno principio di
esten- sione; il che per altro è un manifesto assurdo ». Non
assurdo per Vico, che per l’appunto, emanatisticamente, superando il corpo
formato, a cui s'arrestava per una falsa posizione la fisica
corpuscolare, in- tendeva edurre la materia dallo spirito. — Il Vico
rispose: «Queste difficultà, come quelle che fate dell’ immortalità
dell’anima, dove par che premete la mano con ben sette argomenti, se non
mi fusser fatte da voi, io giudicherei che andassero più altamente a
penetrare in parte, la quale, quantunque si protegga e sostenga con la
vita e col co- Rinascimento, p. 218 sgg.). Per Ficino, v. sopra p.
34, e cfr. Theol. plat., XV, 5 (I, p. 337): « Anima tota est in qualibet
particula corporis ». Cfr. PLotINO, Enn.. VI, 4, 12; e anche A. StEUCO,
De perenni philos. (1540), IX, 5; IX, 14; IX, 23. 1 Autob.,
P. 27. 48 STUDI VICHIANI stumi, pure s’offende con l’
istessa difesa » 1, E soggiunge, quasi per pura cortesia, un argomento,
che schiva bensì l’assurdo, ma conferma l’ interpretazione monistica
del- l'avversario; laddove quella ombrosa sensibilità religiosa,
quel ricoverarsi sotto lo scudo della vita e dei costumi svelano che
egli, come Bruno, assegnava la religione allo spirito pratico, sottraendo
la ricerca speculativa ad ogni preoccupazione religiosa 2. La stessa
contraddizione in- genua di Bruno innanzi ai suoi giudici veneti è in fondo
al lamento, onde Vico nel 1720 si doleva oscuramente col p. Giacco di
certe accuse religiose suscitategli contro dalla pubblicazione della
Sinopsi del Diritto universale 3: « Le prime voci che in Napoli ho
sentito contro da coloro che han voluto troppo in fretta accusarmi dal
medesimo saggio che ne avea dato, erano tinte di una simulata
pietà, che nel fondo nasconde una crudel voglia d’opprimermi con quelle
arti, con le quali sempre han soluto gli ostinati delle antiche o
piuttosto loro opinioni rovinare coloro che hanno fatto nuove discoverte
nel mondo dei letterati». Onde non sai se per cerimonia o se per
ingenua incapacità di apprezzare accuse di cotesto genere, si confortava
dicendo al suo corrispondente: « Però il grande Iddio ha permesso per sua
infinita bontà I Opere, I, 226-7, 266. ? Per Bruno, v.
il mio G. Bruno, pp. 160 sgg. 3 Qualcuno a Napoli nel 1720
ricordava forse ancora qualche debo- lezza giovanile del Vico, in fatto
di religione. Fausto Nicolini mi comunica in proposito: « Che il Vico
attraversasse nella sua gioventù un periodo di cupo pessimismo, è cosa
che gli Affetti di un disperato non potrebbero mostrare in modo più
chiaro. Di più, ancora nel 1710, il Vico dirà (prologo del De
antiquissima) che i suoi amici più cari erano Agostino Ariani, Nicola
Galizia e Giacinto De Cristofaro. E proprio contro l’ultimo fu intentato
nel 1687-1693 un clamorosissimo processo per ateismo dal Sant’ Ufficio:
processo di cui discorre a lungo l’AMABILE nel suo libro sul Sant’ Ufficio
a Napoli (ne aveva già parlato il GIANNONE) e del quale esiste anche uno
spezzone inedito nella Biblioteca Nazionale (molte notizie complementari
si trovano anche nei Giornali inediti del CONFUORTO e soprattutto nei
carteggi ci- frati del nunzio pontificio a Napoli, serbati nella
Vaticana). Dal pro- II. LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA
49 che la religione istessa mi servisse di scudo, e che un
padre Giacchi, primo lume del più severo e più santo ordine de’
religiosi, desse tal giudizio, per bontà sua, delle mie debolezze » !.
Comunque, il suo pensiero viveva dentro questo mondo, in cui tutto
è Dio; e questo suo pensiero egli stesso viveva con profondo sentimento,
che ricollega nella storia del no- stro pensiero, direttamente, Vico a
Bruno, suo forse igno- rato precursore; ed è da entrambi chiamato, con
termine neoplatoneggiante, mente eroica, o spirito eroico ?
cesso e dagli atti sussidiari appare che il De Cristofaro faceva gran
propaganda e che affetta da lebbra epicureo-lucreziana-atomistica-atei-
stica fosse parte della gioventù studiosa napoletana (compreso il Ga-
lizia). Finora il nome del Vico non è venuto fuori (disgraziatamente
molti nomi nel processo sono indicati con segni convenzionali). Ma,
tenuto conto di tutte le circostanze, non sarebbe illegittimo conget-
turare che anche lui, come tanti giovani suoi coetanei, avesse una pa-
rentesi ateistica o semiateistica. E si consideri poi una coincidenza per
lo meno curiosa. Nel Diritto Universale e anche nelle due Scienze Nuove
il Vico pone ripetutamente l’equazione « filii Dei o filii Jovis = eroi,
nobili ». Orbene quest’equazione appunto era addebitata nel 1693, come un
forte capo di accusa, al De Cristofaro e agli altri coaccusati, i quali,
al dir dei denunzianti, ne cavavano la conseguenza che l’attributo di «
filius Dei» dato a Cristo volesse dire, non già che egli fosse davvero
figlio di Dio, ma, alla stessa guisa degli eroi dell’antichità pagana,
che fosse soltanto un uomo illustre ». Ma lo stesso Nicolini non crede di
esser giunto sopra questa materia a conclusioni definitive. I
Autob., p. 143. 2 V. lett. del 25 nov. 1725, in Autob., p. 175. Che
Vico abbia potuto leggere qualcuno degli scritti del B. è reso probabile
dal fatto che questi, a tempo del Vico, dovevano essere familiari tra gli
amici stessi del Vico. Che Tommaso Cornelio ne avesse letto qualcuno lo
dimo- strano i suoi Proginnasmi. Ma quel Giuseppe Valletta, nella cui
biblio- teca, come abbiamo visto (p. 32), Vico poté leggere Campanella,
aveva pure il De l’ infinito universo e mondi del Nolano. In un suo libro
co- minciato a stampate ma rimasto incompiuto (conservato tra i Mss.
della Bibl. Naz. di Napoli, colla segn. 149 Q. 26) Sul procedimento
del Sant’ Uffizio, pp. LKXXIHI e LXxXII, s'incontra la seguente citazione
im- portantissima per la storia della fortuna che ebbero le opere del
Bruno: «Il p. Cantini, non sapendo, o fingendo di non sapere ciò che
disse Sant'Agostino nel libro VII della Città di Dio: Mundus unus est,
et in eo uno omnia sunt, e nel Sermone XII sulle parole
dell’Apostolo: Unum mundum condidisti, ed egualmente nel cap. X del libro
3 Contro gli Accademici, si pose egli ad esplicare la probabilità di sì
fatta sentenza », e «audacemente dice.... che noi non dobbiamo condannare
il parere 50 STUDI VICHIANI In questo suo mondo il
Vico potrà trovare il prin- cipio della Scienza Nuova (il concetto della
provvidenza realizzantesi nella storia). In questa prima fase del
suo filosofare egli ha in mente, ma non vede, l’unità del di- vino
e dell'umano; e però parla di simulacro, come Pico della Mirandola. Non
la vede, perché non ha ancora viva coscienza della realtà umana; e la sua
realtà vera è an- di altri filosofi intorno alla pluralità de’
Mondi, quasi ripugnante alle Sacre lettere, perché, se alcun
s’applicasse, dic’egli, a considerar la cosa più da presso e più
naturalmente, inveniet cam certe multum habere probabilitatis. Il che
reca non poco di meraviglia in un uomo di tanta autorità quanto egli
certamente si era; e potrebbe, se non altro, dar luogo alla calunnia, di
dire che egli abbia per avventura approvato la dottrina di Giordano
Bruno; la quale avesse piaciuto al Cielo, che fosse rimasta affatto
incenerita nelle giustissime fiamme, in cui arse l’autore e non vivesse
ancora nel suo abbominevole libro scritto della plura- lità di Mondi.
Questo, con idea non più intesa, disotterrando le più stravaganti
opinioni, già sepolte de’ Greci, de’ Caldei e degli Egizi, fece un nuovo
ed inudito sistema; dove a pruova risplende l’umano ardimento e la
libertà non meno di pensar tutto ciò, che è possibile, che di scrivere
tutto ciò che può pensarsi. Nî/ mortalibus arduum, coelum ipsum petitur
stultitié. Giace, dice egli, nel mezzo del nostro Mondo immobile il Sole;
e la Terra con perpetue vertigini intorno a quello s’aggira: come in un
Madrialetto, posto nel terzo dialogo: Quanto nel Cielo, e sotto il
Ciel si mira, Non sta, si volge, e gira. Né di ciò contento,
vuole che ogni pianeta sia una terra, e ciascuna stella sia un altro
sole; e che detti pianeti non siano quei pochi, che noì osserviamo,
nettampoco le stelle: ma infiniti ed innumerabili, e quelli e queste
sparse nello spazio infinito dell’ Universo; che, es- sendo com'’ei dice,
immagine dell’ Onnipotenza infinita, non dee ricono- scere termine
alcuno. E non bastando questo alla vastità della sua im- maginazione,
s'avanza a dire che tutti questi infiniti Mondi sono abi- tati da
sostanze diverse e forse migliori della nostra: e che l’ intermi- nata
ampiezza dell’ Universo sia assistita e governata da un'anima universale,
non meno che ciascuno Mondo dalla sua particolare. Alla fine questo
scellerato, prevedendo gli effetti della sua disperata libertà, così,
dopo apportati gli argomenti per la sua opinione, traboccando d’una in
altra empietà, fa parlare nel primo dialogo a I'iloteo: Questi, se non
sono semplici, sono demostrativi sillogismi, tuttavolta che da alcuni
degniì Teologi non se admettano; perché provvidamente considerando, sanno
che gli rozzi popoli ed ignoranti, con questa necessità vegnono a non
posser concipere come possa star la elettione, e dignità, e meriti di
giusticia: onde, confidati o desperati sotto certo fato, sono
necessariamente scelleratis- simi. Come talvolta certi correttori di
leggi, fede e religione, volendo parere II. LA PRIMA FASE DELLA
FILOSOFIA VICHIANA SI cora per lui, come per i platonici, quella
che fa Dio: la natura, la stessa natura di Ficino, di Bruno e di
Spinoza. E rispetto a questa natura, l’uomo non è den- tro, ma fuori
della realtà divina; e può solo intuirla ri- salendo all’ Uno, cioè come
operazione non propria, ma di questo Uno (che è il dommatismo
spinoziano). Qui si ferma Vico, restando innanzi al dualismo, e quindi
allo scetticismo, che corrode alla radice la metafisica del De
antiquissima. Concludendo, nella Orazione del 1699, il confronto
tra Dio e lo spirito umano, il Vico dice: « Tandem Deus na- turae
artifex; animus artium, fas sit dicere, Deus » 1. For- mola che coincide
a capello con quella del Ficino, e anticipa la gnoseologia del De
antiquissima. C'è l’unità e c' è l'opposizione: l’unità nelle arti (mondo
delle nazioni, si dirà nella Scienza Nuova), dove, se è vero, come
Vico ha detto, che Dio en terra cuncta gignit, lo spirito non crea se non
in quanto è esso stesso Dio (senza metafora); l'opposizione nella natura,
dove Dio crea, e l’uomo guarda da fuori. Da questo punto di
partenza Vico potrà giungere alla Scienza Nuova, ma non potrà mai
superare la posizione del De antiquissima; perché quella natura, di cui
la me- tafisica può avere un’ intuizione indimostrabile, essendo
fuori dello spirito, non potrà mai risolversi nello spirito *. savii,
hanno infettato tanti popoli, facendoli dovenir più barbari e scelle-
rati che non eran prima, dispregiatori del ben fare, ed assicuratissimi
ad ogni vizio e ribalderia, per le conclusioni che tirano da simili
premisse. Però non tanto il contrario dire appresso gli sapienti è
scandaloso, e detrae alla grandezza ed eccellenza divina, quanto quel che
è vero, è pernicioso alla civile conversazione e contrario al fine delle
leggi, non per esser vero, ma per esser male inteso, tanto per quei che
malignamente il trattano, quanto per quei che non son capaci de
intenderlo, senza jattura de’ costumi ». (Cfr. BRUNO, Opere ital. ed.
Gentile, 1%, pp. 339 € 301). Su codesto scritto del Valletta, e
l'occasione a cui si riferisce, v. AMABILE, Il Sant Offizio, II,
64. I Opere, I, 8. 2 Accenno alla tesi dello Spaventa
circa il concetto della meta- fisica della mente, di cui la Scienza Nuova
dimostrerebbe per lo meno 52 STUDI VICHIANI L'avrebbe
superata, se avesse potuto cangiare il suo mondo, e non essere insomma il
Vico neoplatonico, ri- portante tutto a Dio e mirante quindi la natura
come parallela allo spirito nelle manifestazioni di Dio, per
concepire non più questa dualità di natura e artes, ma una natura essa
stessa ars di quel Dio che è animus; e ridurre insomma tutto ad
ars. Elementi corrosivi dell’oggettività platonicamente tra-
scendente del reale, che si organizzeranno alla meglio a poco a poco per
la laboriosa meditazione del mondo umano del diritto e in generale della
storia, nella Scienza Nuova, ce ne sono, e di grandissima importanza, già
in questa Orazione del 1699. Poiché fin da questo scritto il nostro
filosofo ha un acuto intuito dell’attività creatrice dello spirito. La
fantasia, nello stesso senso della Scienza Nuova, autrice di un suo mondo
pieno e perfetto, contem- plato dalla sapienza poetica, fa qui la sua
prima appari- zione: « Vis vero illa rerum imagines conformandi,
quae dicitur ‘ phantasia ‘, dum novas formas gignit et procreat,
divinitatem profecto originis asserit et confirmat. Haec finxit maiorum
minorumque gentium deos; haec finxit he- roas; haec rerum formas modo
vertit, modo componit, modo secernit; haec res maxime remotissimas ad
oculos pontt....». Né questa facoltà di creare gli dèi è assegnata
inci- dentalmente alla fantasia. Quel luogo d’oro di Giamblico nel
De mysteriis Aegyptiorum, che sarà ricordato nella Scienza Nuova a
riprova della teoria dei caratteri poetici (dign. XLIV), che cioè gli
Egizi tutti 1 ritrovati —_—_____r_r——-@y666 l'esigenza; e
sono d’accordo col Croce (La filos. di G. B. Vico, p. 137; 2% ed. p.
141), nel ritenere che non si possa parlare di unificazione di natura e
spirito in Vico: il quale s’arrestò, e doveva arrestarsi, alla dualità
degli attributi. Ma è vero che se egli non sa svolgere l’esigenza
implicita nella posizione della S. N., e deve mantenere la metafisica del
De ant., cotesta esigenza, che noi vediamo nella sua mente, è tale da distruggere
la posizione del De ant. Per la sua esigenza, Vico va al di là di Spinoza
e di Leibniz, ed è kantiano prima di Kant. II. LA PRIMA FASE DELLA
FILOSOFIA VICHIANA 53 utili alla vita umana attribuissero a
Mercurio Trimegisto, doveva esser noto al Vico fin da quando scriveva nel
’99: Quid vero illa, quae aut singularem utilitatem, aut
summam admirationem hominibus voluptatemve attulerunt, nonne
ethnici homines, suimet ipsorum ignari, sive ad deos quosdam
retulerunt, sive deorum dona esse existimarunt? Leges, quod iis vitae
societas conservetur, « deorum donum » Demosthenes dixit; at eae
donum humani animi vestrum similis fuit. Socrates moralem philoso- phiam
de coelo dictus est devocasse; at is potius animum in coelum intulit.
Medicinam Graecia ad Apollinem retulit, elo- quentiam ad Mercurium; at ii
homines, ut quivis vestrum fuere. Orphei lyra, Argus navis, inter sidera
invecta, vestras hominum mentes luculento testimonio caelestes esse
confirmant. Et, ut hanc rem omnem brevi complectar, dii omnes, quos
ob aliquod beneficium in hominum societatem collatum coelo appinxit
antiquitas, vos estis. Razionalismo evemeristico, che si fonde nel pensiero
fondamentale dell’animus artium deus (poiché leggi, filo- sofia morale,
medicina, eloquenza, musica e poesia son tutte arti); e dà alla fantasia
creatrice degli dèi, propria degli uomini suimet ipsorum ignari, un posto
nella me- tafisica generale del nostro pensatore. Che poi la
fantasia creatrice di questi, come dirà più tardi il Vico,
caratteri poetici o ritratti ideali, che sono gli dèi degli
antichi, non sia pur fatta creatrice di tutti gli dèi, antichi o
mo- derni — poiché anche la religione è un’ars — non vor- rebbe dir
nulla, se il Vico avesse la forza di rovesciare il suo mondo sulla
propria base, per fondarlo sullo spi- rito: allora la sua fantasia, il
suo spirito diverrebbe crea- tore davvero del cielo e della terra. Per
esser tale, infatti, non avrebbe bisogno di saperlo; anzi non dovrebbe
sa- perlo: suimet ipsius ignarus. Vico, interrogato, a rigore non
potrebbe non negare. Questa è, e rimarrà, una pura esigenza del suo
pensiero: non far creare misteriosamente l'uomo da Dio, ma,
razionalmente, Dio dall’uomo. 54 STUDI VICHIANI
Certo, da queste prime formule del suo pensiero fino alle dignità più
solide e definitive di esso, sta per Vico che «gli uomini prima sentono
senz’avvertire, dappoi avver- tiscono con animo perturbato e commosso,
finalmente ri- flettono con mente pura» (dign. LIII); e in generale,
come per Schelling, prima è il fare e poi il sapere di aver fatto;
verum ipsum fecisse (prima aver fatto); e la Scienza Nuova può essere una
dimostrazione di fatto storico della Provvidenza, « perché dee essere una
storia degli ordini, che quella, senza verun umano scorgimento o
consiglio, e sovente contro essi proponimenti degli uomini, ha dato
a questa gran città del genere umano » ®. È dunque stretta dottrina del
Vico, che la piena coscienza del suo pen- siero non può esser nel suo
pensiero, ma solo nella ri- flessione posteriore. Né la
fantasia crea soltanto le religioni. Crea le lin- gue, con sorprendente
rapidità; sì che a due anni, al più a tre, si sanno omnia verba et res
quibus communis vitae usus continentur; che se si volesse redigerne un
vocabo- lario, vi occorrerebbero di gran volumi. Così ognuno di noi
ha in sé una filosofia, tutto lo scibile: e non lo sa. Basta attendervi.
L’ innatismo platonico si colorisce di immagini stoiche, dove Vico esorta
ad eccitare 2/as nobis tot rerum atque tantarum a prima veritate insitas
et quasi consignatas notiones, quae in animo, tanquam igniculi
sepulti, occluduntur; et magnum cunctae eruditionis in- cendium
excitabimus. Ricorda poi la storia del Menone platonico, dove lo schiavo
ignaro di geometria, accorta- mente interrogato, si palesa geometra. Vobiscum
sunt, vobiscum scientiae omnes, adolescentes, si vosmet 1sos recte
novenitis, fortunatissimi. Questo innatismo è un modo della inconsapevolezza
originaria dell’anima, quale va concepita nella dottrina I S. N.,
p. 184. IT. LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 55
neoplatonica del descenso in contrapposto all’ascenso. Lo spirito umano
è, in quanto è ignaro dei tesori celati nel suo grembo !. Ne acquista
coscienza con la volontà, come richiede il platonismo, dall’&owg del
Convito al- l'amor Dei intellectualis dell’ Ethica. «O insignem
desi- diosorum ignominiam, eos sapientes non esse! Cur? quia
noluerint; quando ut sapientes simus, id voluntate ma- xime constat ». E
a persuadere che questo tesoro è già nel- l'animo, e che basta quindi
volere, che cioè veramente lo spirito non possiede soltanto quello che sa
di possedere, come Leibniz nei Nuovi Saggi anche il Vico scende al-
l'osservazione di quelle che il filosofo di Lipsia dirà pic- cole
percezioni. Quivis vestrum cottidie tabulas pictas in- tuetur, sed
innumera non videt quae pictores observant; cottidie symphonias et cantus
audit, sed quam multa eum fugiunt, quae exaudiunt in eo genere exercitatt
! Non vi manca altro, conchiude Vico, che l’arte del vedere e
dell’udire. Che più ? La stessa filosofia non è se non una
sco- perta, che chi vuole fa dentro di sé, di un mondo che reca in
se stesso, anche se non vi rifletta mai su. A dimostra- zione di ciò,
neoplatonicamente, Vico esemplifica ai suoi uditori il processo
filosofico come un itinerario della mente a Dio: a sui ad Dei cognitionem
ascensto. Ma l’esposi- zione di questo processo riesce affatto nuova e
sorpren- dente a chi, familiare col Vico delle opere da lui pub-
blicate, legga per la prima volta queste orazioni che egli, maturata la
sua filosofia, rifiutò. L’acerbo critico di Car- tesio qui ci apparisce
cartesiano. Vediamo. Etsi de omnibus omnino rebus mens humana
haereat dubi- tetque, nullo usquam pacto ambigere potest quod cogitet,
nam id ipsum ambigere cogitatio est. Cum itaque nequeat se non cogitationis
consciam agnoscere, ab ea cogitandi conscientia conficit primum, quod sit
res quaedam; nam, si nihil esset, qui cogitaret ? Questo è il
cogito ergo sum cartesiano, se anche non esposto con tutta la precisione
desiderabile (poiché con quel nam sî nihil esset la verità della
proposizione cessa di essere quella res per se nota simplici mentis
intuitu che Cartesio voleva). Ma Vico prosegue: Deinde sibi
infinitae cuiusdam rei notionem esse insitam sensit; tum adsumit
tantundem in caussa esse oportere quantum in re est, quae ab ea caussa
producatur: hinc denuo colligit, eam infini- tae rei notionem a re, quae
sit infinita, provenire. Heic se finitum et imperfectum agnoscit: itaque
infert eam notionem sibi ab infinita quadam re, cuius ipse aliqua sit
particula, obortam esse. Hoc explicato, adsumit: — Quod infinitum est, in
se continet omnia, nec a se quicquam excludit. — Hinc rursus complectitur
eam notionem sibi esse a natura omnium perfectissima ingenitam.
Proponit iterum: — Quod perfectissimum est, id omnibus est
erfectionibus cumulatum. — Colligit denuo: — Itaque ab eo nulla
secreta est. — Ad haec assumit: — Perfectio est quid esse. — Tandem
denique concludit: — Est igitur Deus. Cumque Deus sit omnia, est omni
pietate dignus !. È, come ognun vede, uno stringato estratto dalla terza
Meditazione cartesiana. Se non che, in qual modo si deve intendere questo
cartesianismo della prima fase della filo- sofia di Vico ?
L’anticartesianismo è la sola norma legit- tima della sua interpetrazione.
Nel De antiquissima e nella polemica col Giornale de’ letterati egli
svolgerà una critica della certezza cartesiana, che ha due momenti
in- separabili. I) La certezza del cogito è coscienza,
nonscienza. Scire est tenere genus seu formam, quo res fiat;
conscientia autem est eorum, quorum genus seu formam demonstrare
I Opere.] non possumus!. O altrimenti: la scienza è aver cogni-
zione di quella causa che per produrre l’ef- fetto non ha bisogno di cosa
fore- stiera?: onde «il criterio di avere scienza di una cosa è il
mandarla ad effetto; e che il pruovare della causa sia il farla; e questo
essere assolutamente vero, perché sì con- verte col fatto, e la
cognizione di esso e la operazione è una cosa istessa »3. Il Vico avverte
che egli non rifiuta perciò «l’analisi con la quale il Cartesio perviene
al suo primo vero ». Sarebbe cioè ancora disposto a farla sua, come
nella Orazione del 1699. «Io l’appruovo e l’ap- pruovo tanto, che dico
anche i Sosi di Plauto, posti in dubbio di ogni cosa da Mercurio, come da
un genio fal- lace, acquetarsi a quello sed quom cogito, equidem
sum. Ma dico che quel cogito è segno indubbitato del mio essere;
ma, non essendo cagion del mio essere, non m'’ in- duce scienza
dell’essere » 4. 2) Il vero processo per Vico è quest'altro: Quid
in me cogitat; ergo est: in cogitatione autem nullam corporis ideam
agnosco; id igitur quod in me cogitat, est purissima mens, nempe Deus.
Perciò egli, approvando l’analisi car- tesiana, può illustrare il
significato del cogito, dicendo che questo cogito non è ‘causa, ma signum
dell’ esse: «Nisi forte mens humana ita sit comparata, ut cum ex
rebus, de quibus omnino dubitare non possit, ad Dei Opt. Max. cognitionem
pervenerit, postquam eum morit, falsa agnoscat vel ca, quae omnino
habebat indubia. Ac proinde ex genere omnes îdeae de rebus creatis prae
idea summi Numinis quodammodo falsae sint, quia de rebus sunt, quae
ad Deum relatae non esse ex vero videntur: de uno I Opere, I,
139. 2 Prima risp., II e III in fine; Sec. risp., $ IV. 3
Sec. risp., $ IV: Opere, I, 258. 4 Prima risp., II; cfr. De ant.] autem
Deo idea vera sit, quia is unus ex vero est » 1. E però Vico rimprovera
al Malebranche, che pur platoneggiava, di non essersi accorto che la
mente umana può ricavare la cognizione, non pure del corpo, ma di se
medesima, soltanto da Dio; ita ut nec se quoque cognoscat, nisi in
Deo se cognoscat. È così, completando il processo già esposto: « Mens
cogitando se exhibet: Deus in me cogitat: in Deo igitur meam ipsius
mentem cognosco ». Sicché la critica vichiana, se si guarda nel suo
primo momento, ha un significato; nel suo complesso ne ha un altro.
A Vico sfugge interamente il valore del cogito cartesiano, perché lo vede
sempre in quel mondo, in cui non è centro il pensiero come pensare (ego
cogito), ma il pensiero come pensato: l’ Idea, l’ Uno, il Dio platonico
e neo-platonico. Il cogito non può essere la causa dell’esse
(cogitansì, — come pure evidentemente è per chi attri- buisce al cogito
il valore e l'autonomia che gli spetta, — perché Vico non vuol
dimenticare (e Car- tesio stesso, per altro lo dimentica fino a un certo
punto) quello che ha appreso dalla vecchia filosofia: che l’esse,
lo stesso esse cogitans, non è causa sui, non è sostanza, ma res creata,
la quale perciò non ha in sé nessuna verità, e va riportata alla sua
causa, che è la sua sostanza. Il punto di vista vichiano contro
Cartesio è panteistico e antispirituale, precisamente come quello di
Spinoza ?, che, persuaso, da buon neoplatonico, che ad essentiam
hominis non pertinet esse substantiae, opponeva la stessa critica a
Cartesio: vulgus philosophicum incipere a crea- turis, Cartesium
incepisse a mente, se incipere a Deo 3. Cotesto punto di vista il Vico
non sorpassò mai; e in I De ant., c. VI; in Opere, I, 173-4.
? V. Epist. 2; la pref. del MEyER ai Princ. philos. Cartes., e
Eth., II, prop. X, sch. 2. 3 Tschirnhaus a Leibniz, in L.
STEIN, Leibniz u. Spinoza, Ber- lin.] certe aggiunte, poi rifiutate, che
faceva nel 1731 alla Scienza Nuova *, ripeteva con leggiere varianti, la
stessa critica, sul principio che «gli addottrinati non debbono
ammettere alcun vero in metafisica che non cominci dal vero ente, ch’ è
Dio ». Ricorda quivi e critica anche Spi- noza, sforzandosi (con
argomenti che dovevano contentar poco lui stesso, e più tardi infatti vi
rinunziò) di dimo- strare una reale distinzione tra il mio essere e il
vero Essere. La questione già gli si era presentata nel De
antiquis- sima; quando arditamente asseriva: 1n Deo meam 1ipsius
mentem cognosco; facendo Dio omnium motuum sive cor- porum sive animorum
primus Auctor. Gli s'era affacciata negli stessi termini che a Plotino e
a tutti quelli che s’eran messi sulle tracce di lui, finché Spinoza non
trasse col coraggio del genio filosofico la conseguenza necessaria,
che sola poteva chiarire il gran difetto di quel primus Auctor. — Unde
mala? — Vico sente tutta la difficoltà: «sed heic illae syrtes, illi scopuli.
Quonam pacto Deus mentis humanae motor, et tot prava, tot foeda, tot
falsa, tot vicia ? ». Cartesio che, appena raggiunta la sola realtà
certa del pensiero, la smarrisce ricascando nel platonismo della
cognizione intellettuale, che è passiva intuizione delle idee oggettive,
spiega del pari platonicamente l'errore con la volontà: che non si sa poi
perché non debba essere della stessa passività dell’ intelletto, se
la sua libertà non importa altro che la possibilità del- l'errore. La
soluzione del Vico è più profonda. Nessuno, come insegna il Vangelo di
Giovanni, può andare al Padre, misi Pater idem traxerit. E la volontà ?
Quomodo trahit, st volentem trahit? Vico aveva accettato e accetta
la dottrina agostiniana come la più conforme alla so- I Pubblicate
per la prima volta nell’ed. Nicolini, pp. 242-3, ma da lui anticipate
nella Critica, VIII (1910), p. 479. 60 STUDI VICHIANI
stanza (necessità) della volontà divina, e alla libertà della nostra;
mantiene cioè l’azione divina, e la volontà umana; o meglio quella in
questa. Giacché, spinozianamente, egli nega l’assolutezza del male, nega
il finito come finito, che non sia modo dell’ infinito. Questo luogo del
De anti- quissima non è stato mai ben considerato, ma è di grande
importanza per l’ intelligenza del pensiero vichiano: Hinc fit
quod in ipsis erroribus Deum aspectu non amittimus nostro: nam falsum sub
veri specie, mala sub bonorum simulacris amplectimur: finita videmus, nos
finitos sentimus; sed id ipsum est, quod infinitum cogitamus: motus
a corporibus excitari, a corporibus communicari nobis videre vide- mur;
sed eae ipsae motus excitationes, eae ipsae communicationes Deum, et Deum
mentem, motus authorem asserunt et confir- mant; prava ut recta, multa ut
unum, alia ut idem, inquieta ut quieta cernimus !. Nel De
antiquissima quindi conchiude tornando a dire ambiguamente: «Sed cum
neque rectum, neque unum, neque idem, neque quietum sit in natura; falli
în his rebus nihil aliud est, nisi homines vel imprudentes vel
falsos de creatis rebus in ipsis imitamentis Deum Opi. Max. intueri
»; come se realmente l’ intelligibilità da lui ve- duta nel molteplice
non fosse l’uno, e nel movimento la quiete, e così via. Ma il fiore
sboccerà nella Scienza Nuova: dove i bestioni diverranno la prima forma
necessaria dello spirito divino nel corso dell’umanità: e la grazia
agostiniana diventerà quindi assoluta immanenza. Ma torniamo al
cartesianismo vichiano del 1699. È chiaro ormai ch’esso è tutto un
cartesianismo platonico, e come dire, capovolto. Tutti i mistici
medievali, da Agostino in poi, movendo da Plotino, rientrano în
?1nte- riore homine, per risalire quindi sopra la mente a Dio. E
Vico aveva ragione di dire che quel che c’era di nuovo I De ant.,
c. VI: Opere, I, 174; cfr. Opere2, ed. Ferrari, III, 209-10 II. LA
PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 6I per lui, in Cartesio, era
falso, e il vero era vecchio: non cartesianismo, ma platonismo. Ecco qui
che cosa aveva egli letto, per esempio, nella Teologia platonica
del Ficino *: Neque audiendi sunt sceptici, si negaverint in
animis nostris esse veritatem, quia videantur de singulis dubitare. Non enim
de omnibus dubitat animus, ut apparuit in omnibus necessariis veritatibus
quas narravimus, et similibus. Hoc mihi candidum videri scio. Hoc mihi iucunde olere
scio. Hoc dulciter gustum attingere scio. Quis nesciat summum bonum esse,
quo nihil prae- stantius ? Et esse vel in homine, vel extra hominem, et
si in ho- mine, vel in animo, vel in corpore, vel in utroque ? Quis non
certo sciat Deum esse, vel non esse ? et si sit, oportere unum
esse, vel plures, et si plures, aut finitos numero, aut infinitos ?
opor- tere Deum esse corporeum, vel incorporeum, ac si non sit corporeus,
esse necessario incorporeum ? [Fin qui è benissimo espresso il carattere
della vecchia metafisica scrollata dal cogito cartesiano: tutta concetti
senza realtà, 0, se sì vuole, tutta verità senza certezza). Item regulas
multas astrologiae et medicinae certas esse declarat effectus [che è, si
badi, il concetto dell'esperimento, non baconiano, dunque, ma ficiniano
di Vico]*, ut arithmeticas et geometricas praetermittam, quibus nihil est
certius [che è pure la dottrina vichiana) 3. Et quod maius
est, si quando animus de re aliqua dubitat, tunc etiam de multis est
certus. Nam se tunc
dubitare non dubitat. ‘Acsi certum habet se esse dubitantem, a
veritate certa id habet certum. Quippe qui se dubitantem in-
telligit, verum intelligit, et de hac re quam intelligit, certus est, de
vero igitur est certus. Atque omnis qui utrum sit veritas dubi- tat, in
seipso habet verum, unde non dubitet. Nec ullum verum nisi veritate verum
est. Nonigitur oportet
I Lib. XI, c. 7; ed. cit. I, p. 263. 2 Cfr. De ant., c. I, $
2: Opere, I, 136: «In physica ea meditata probantur, quorum simile quid
operemur: et ideo praeclarissima ha- bentur de rebus naturalibus cogitata,
et summa omnium consensione excipiuntur, si iis experimenta apponamus,
quibus quid naturae si- mile faciamus ». 3 Cfr. sopra pp.
30-31, e ancora Theol. plat., VIII, 2 (I, p. 185) e 4 (p. 189), dove il
Ficino chiarisce il carattere soggettivo o mentale delle realtà
matematiche. 5 62 STUDI VICHIANI eum de
veritate dubitare, qui potuit undecumque dubitare, ut Augustinus inquit,
praesertim cum non modo se dubitare intel- ligat, sed quod hoc intelligit
animadvertat, et quod animadvertit agnoscat, ac deinceps in infinitum.
Discernit praeterea dubium animum ab indubio. Nec eum latet quanto satius
foret non du- bitare, et quam ardenter cupiat veritatem. Certitudinem
cum dubio comparat, quo fit ut de utrisque sit certus. Est insuper
certus se investigare, sentire, vivere, esse. Siquidem nihil dubitat qui
non est, vivit, sentit, et investigat. Certus quoque est se non esse primam
veritatem, quippe cum ipsa per se non dubitet. Scit eam dubitatione
et errore non implicare Qui il cartesianismo di Vico c’ è tutto;
ma a suo posto: la verità trovata dalla mente, in se stessa, è atto
della verità che trascende la mente, e si celebra in un’altra
mente, la quale agisce in noi. Giacché in questa assenza della mente
nostra a se medesima, o in questa passività della mente, in quanto mente
infinita, si fonda neopla- tonicamente il concetto della inconsapevolezza
originaria dello spirito come fantasia, quale si vede, per la prima
volta, nella nostra Orazione. Il legame intimo dei due concetti è chiaro
appunto in Ficino, e mi permetto di riportare ancora un lungo passo di
lui per l’ interesse che ha qui il chiarimento di questo punto:
Mens autem, quae supra nos est, quia purus intellectus est, puro
intelligibili pascitur, id est pura fruitur veritate. Eadem nostra mens
assidue vescitur, si epulis superioris mentis accumbit. Nec iniuria
intelligentiam in anima essentialem perpetuamque locamus, quia ex eo est
in anima, quod convenit cum perpetuis eius essentiae causis. Et sicut animae
ingenitus est appetitus boni perpetuus atque essentialis, ita et ipsius
veri naturalis essen- tialisque intuitus, sive tactus aliquis potius, ut
Iamblici verbis utar. Tactus, inquam, omni cognitione discursuque prior
atque praestantior 1. Eiusmodi sententiam hac insuper ratione
divinus ! Cfr.
il celebre luogo del CAMPANELLA, Metaph. I, proem.: « A Deo errantes per
fiagella reducti sumus ad viam salutis et cognitio- [Iamblicus
confirmavit, quod quemadmodum temporalia con- tingentiaque per temporalem
contingentemque cognitionem attin- gimus, ita oportet necessaria et
aeterna per essentialem et per- petuam attingere notionem, quae non
aliter inquisitionem nostram antecedit, quam status motum. Temporalis
vero cognitio ita inquisitionem sequitur, ut contingens effectus motum
sequitur ac ‘tempus. Putant autem divinum ipsum mentis actum, qui
quodam intuitu et quasi tactu divinorum fit, propter actiones inferiores
non intermitti quidem in seipso, quamvis quod animad- versionem pertinet,
in viribus inferioribus intermittatur, atque actus intellectus
rationalis, vel rationis intellectualis, qui di- scursione fiunt, propter
operationes inferiores soleant intermitti, atque e converso.
Verum cur non animadvertimus tam mirabile nostrae illius divinae
mentis spectaculum ? Forsitan quia propter continuam spectandi
consuetudinem admirari et animadvertere desuevimus. Aut quia mediae vires
animae, videlicet ratio et phantasia, cum sint ut plurimum ad negotia
vitae procliviores, mentis illius opera non clare persentiunt, sicut
quando oculus praesens aliquid aspicit, phantasia tamen, in aliis
occupata, quod oculus videat non agnoscit. Sed, quando mediae vires agunt
ocium, defluunt in eas intellectualis speculationis illius scintillae
velut in speculum. Unde et vera ratiocinatio nascitur ex intelligentia
vera, et humana intelligentia ex divina. Neque mirum est aliquid in mente
illa fieri quod nequaquam persentiamus. Nihil enim animadvertimus nisi
quod in medias transit vires. Ideo licet saepe vis concupiscendi esuriat
atque sitiat, non prius tamen hoc animadvertimus quam in phantasiam
transeat talis passionis intentio. Nonne nutriendi virtus assidue agit ?
Assiduam tamen actionem eius haudquaquam perpendimus, itaque neque
perpe- tuam mentis intelligentiam. Neque ex hoc est intelligentia
illa debilior, quod intelligere nequaquam nos agnoscamus; imo est
potius vehementior. Saepe enim dum canimus aut currimus, canere nos aut
currere nequaquam excogitamus, atque ex hoc attentius operamur.
Animadversio enim actionis intentionem distrahit animae, ac minuit
actionem. Tyrones in qualibet arte opera eius artis sine attentione non
agunt, veterani autem, etiam nem divinorum, non per syllogismum,
qui est quasi sagitta qua sco- pum attingimus a longe absque gustu, neque
modo per authoritatem, quod est tangere quasi per manum alienam, sed per
tactum intrinsecum in magna suavitate ». 64 STUDI
VICHIANI si non attendant, habitu quodam et quasi natura
operantur. Quid prohibet talem esse continuam mentis intelligentiam ?
!. Intuizione, che da Bruno? fino a Schelling, Schopen-
hauer e Hartmann avrà grande fortuna, finché non si saprà scorgere la
potenza creatrice dello spirito, e però l’unità di queste che Ficino dice
mens e ratio. Anche per Vico, da principio, la cognizione originaria, la
vera co- gnizione, base d'ogni riflessione, è questo tesoro non
nostro, e quest’asinità, come l’aveva detto Bruno, che sarà essere, o
sostanza, ma non è pensiero; onde l'asino, per dirla ancora con Bruno,
solo se è predestinato, può arrivare alla Gerusalemme della beatitudine e
visione aperta della verità divina: « perché gli sopramonta quello,
senza il qual sopramontante non è chi condurvesi va- glia » 3. Vico nella
Scienza Nuova scoprirà una Gerusa- lemme della ragione tutta spiegata, a
cui si conduce l'uomo con le sue forze; ma potrà scoprirla in
quanto, profondandosi sempre più nella stessa intuizione neo-
platonica, troverà che le forze dell’uomo sono la stessa forza divina; e
l’asino e il cavaliere bruniani divente- ranno a’ suoi occhi un essere
solo. III. Con la seconda Orazione (18 ottobre 1700)
si rimane nella cerchia della filosofia neoplatonica; e mal si po-
trebbe scorgervi un accento personale e una traccia di elaborazione
originale del pensiero vichiano. Pure il Vico, quando già aveva tutte
quante scritte queste sei orazioni anteriori al De nostri temporis
studiorum ratione, 1 Theol. plat., libr. XII, c. 4; I, p.
273. * Cabala del cavallo pegaseo. 3 Opp. ital., ed. Gentile, IT,
pp. 245-6. II. LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 65
questa orazione tra tutte tenne, una volta, degna di veder la luce
per istampa. Poiché una sua dedica del dicembre 1708 a Marcello
Filomarino ! dimostra che almeno allora non era dell’opinione espressa
più tardi nell’ Autobiografia e già da noi ricordata, poiché questa
seconda almeno pensava allora di darla alla repubblica delle
lettere; quantunque il suo disegno non avesse poi esecuzione. La
preferenza dell’autore per questa seconda orazione non può aver altro
significato se non che il Vico attri- buiva uno special valore alle
verità quivi contenute, e le sentiva più vivamente nel suo animo.
Profondità e intimità, che ci viene per altro attestata dalla forte
elo- quenza con cui l’autore esprime il suo pensiero in questa
orazione, che è tra le pagine più belle del Vico. Egli vi espone
principii dell'etica, di cui nella prece- dente orazione aveva abbozzata
la metafisica. Hostem hosti infensiorem infestioremque quam stultum sibi
esse neminem. Tema, che in forma più piana può formularsi così: la
felicità consiste nella cognizione del saggio che conosce se stesso (nel
senso della prima Orazione) e, in se stesso, Dio. Il concetto medesimo
classicamente svolto da Spinoza nell’ Etica, sorretto dalla intuizione
neopla- tonica del bene come Uno immanente nello stesso mol-
teplice: onde ogni essere tende all’unità da cui deriva. Il Vico
comincia dal contrapposto, che abbiamo visto in Pico della Mirandola *,
tra la natura e l’uomo: la natura, governata da leggi necessarie,
assolutamente inviolabili, per cui ogni cosa non può essere che se stessa
e non può realizzare se non la propria legge; l’uomo, dotato di una
prerogativa, che è il principio di tutti i suoi mali: la libertà, onde
può accogliere in sé le più aspre contrad- dizioni. La natura è fatta,
l’uomo si fa: o, come dice I Opere, ed.
Ferrari, VI, 80-81. ® Vedi anche Ficino, Theol. plat.] Vico, nella natura
omnia ad aeternum exemplar facta, aeternoque consilio regi; nell'uomo
nedum diversa et con- traria, sed a sua communique natura aliena atque
abhor- rentia studia, e però, lungo il corso del tempo, un alzum a
se atque alium fieri. È meglio esser fatto o farsi ? Pel Vico della
Scienza Nuova la risposta non sarà dubbia, quantunque, come ha nettamente
veduto il Croce 1, né anche il Vico si liberi del tutto della
trascendenza in modo da poter conquistare un pieno concetto del
pro- gresso. In questa orazione tentenna, come Pico, come Ficino,
come ogni neoplatonico; e, in fondo, se si va a vedere, questa che si
dice libertà, è servitù, e la vera libertà è quella per cui si nega la
prima, senza conser- varla, senza mostrare che soltanto per la prima si
giunge alla seconda. Ad ogni essere Dio prescrive la sua
legge. All’uomo questa, scolpita da Vico nello stile delle XII
Tavole: «Homo mortali corpore, aeterno animo esto. Ad duas res,
verum et honestum, sive adeo mihi uni, nascitor. Mens verum falsumque
cognoscito. Sensus menti ne imponunto. Ratio vitae auspicium, ductum
imperiumque habeto. Cu- piditates rationi ancillantor. Ne mens de rebus
ex opinione, sed sui conscia iudicato; neve animus ex libidine, sed
ra- tione bonum amplectitor. Bonis animi artibus aeternam sibi
nominis claritudinem parato. Virtute et constantia humanam felicitatem
indipiscitor. Si quis stultus, sive per malam fraudem, sive per luxum,
sive per ignaviam, sive adeo per imprudentiam secus faxit, perduellionis
reus sibi 1psi bellum indicato » 2. La legge dell’uomo,
adunque, è un valore che non è valore; è un dover essere, che è essere; è
una volontà, I La filos. di G. B. Vico, pp. 143-4; 28 ed., pp.
147-8. 2 Riferita con qualche variante dal Vico nell’Autob., ed.
Croce, p. 28. mere Ade ii II. LA
PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 67 che è piuttosto natura. Si
determina in imperativi che, mentre par sì dirigano da Dio all'uomo, sono
rivolti da Dio a se medesimo. L’essere anima e corpo, il tendere
naturalmente (nascitor) a Dio come verità e come bene, il conoscer la
mente il vero e il falso, sono, e devono essere, volontà di Dio; non
sono, né possono essere, vo- lontà dell’uomo. E se le altre
determinazioni della legge umana fossero dello stesso tenore, l’uomo non
si farebbe da sé quel che è (stultus o sapiens); sarebbe tale per
volere di Dio. Vico, non occorre dirlo, da questo genere di
determinazioni passò ad altre determinazioni che come libere potessero
essere rimesse alla libertà umana (non sottomettere la ragione ai sensi,
ma dar l'impero alla ragione, e a questa soggiogare gli appetiti, mirando
al fine da essa prescritto, e superando per tal modo la guerra tra
le passioni e le razionali aspirazioni); ma, poiché esse non sono se non
le definizioni della natura umana, quale può esser data dalla cognizione
della propria divi- nità (onde Vico conchiude che lex, quam Deus
humano generi sanxit, sapientia est), poiché questa cognizione non
può essere del senso, ma solo della mente, la quale per natura cognoscit
verum et falsum, ed è quindi incapace di errore, non si vede come la
legge potrebbe esser mai liberamente violata: non si vede cioè come
queste altre determinazioni potrebbero esser leggi per la volontà
umana (leggi morali) e non più per la divina (leggi natu- rali), se Vico,
come altri prima di lui, non sottintendesse una volontà, che non è mens
né sensus, o meglio è insieme mens e sensus, e però può farsi questo e
tornare ad essere quella. Il motto, pertanto, di questa prima etica
vi- chiana, è quello della morale stoica e neoplatonica: seguir la
natura: «Si sapientiae studiis animum adiungamus, naturam sequimur: sin
ab ea ad stultitiam traducamur, a nostra declinamus natura, et in cam
facimus legem ». Li- berar la propria natura (concepita nella sua
originaria 68 STUDI VICHIANI divinità
astratta) dall’elemento estraneo sensuale, è il processo morale:
morale, perché eudemonologico, come fu concepito dalla filosofia greca;
eudemonologico, perché intellettualistico, come fu concepito da Socrate,
dalle scuole socratiche e nel neoplatonismo, per cui il supremo
fastigio dello spirito è amor Dei intellectualis. Il Vico comincia
dal ritrarre co’ più foschi colori una truce immagine della guerra:
scontro degli eserciti av- versi, e fiammeggiare degli odii sul campo,
quando ferve inesorabile l’ ira e il furore acceca le menti e una
prepo- tente libidine di strage infierisce negli animi. E i volti
efferati minacciano eccidio, e gli occhi rossi di fiamme cercano nel
nemico il punto da ferire, e la mano assale pugnace, e il ferro passa da
parte a parte. Se gli uni re- spinti indietreggiano, gli altri incalzano:
se questi stan fermi, quelli fanno impeto; dove si scompiglian le
file, penetrano gli avversari. Quindi, spettacolo miserando, il
campo seminato di strage, dopo la vittoria. E poi gli orrori delle
devastazioni, dei saccheggi, delle desolazioni. Ebbene, assai più
terribili sono i mali arrecati dalla guerra che dentro di sé lo stolto fa
a se medesimo: onde si perde patria, felicità, libertà e ogni fortuna.
L’anima è parte razionale, parte irrazionale. Nell’anima
irrazionale, secondo l’ immagine di Filone, ci sono come due
cavalli, maschio e femmina; uno irascibile e l’altro
concupiscibile: uno tutto forza e impeto, l’altro tutto debolezza e
lan- guore. Nato l’appetito di alcun bene apparente (frava
cupiditas alicuius apparentis boni), l’anima è gittata nelle passioni
(perturbationes), di cui la sorgente è l’amore; che è desiderio,
seilbeneè lontano; speranza, se sl può conseguire; gaudio, se presente;
ge- losia, se si ritiene così alto, che uno solo ne possa godere; e
quindi emulazione, invidia se altri .ne ha molto, e noi poco. Ma,
ottenuto lo scopo e strap- pata la maschera, resta la cosa, e il bene
diventa male, II. LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA
VICHIANA 69 l’amore diventa odio, e se il male è assente, ne
viene l’avversione (abominatio et fuga); se presente, la tristezza
e il dolore. Edecco riscuotersi l’altro cavallo, il maschio, l'ira; che
si fa audacia, se può vincere il male; se dispera della vittoria,
rinasce l'appetito (della parte concupiscibile): e se il male è
tol- lerabile, ne viene la noia (faedium); se trasmoda, lo
sbalordimento (stupor). Le gioie s’alternano per- petuamente ai dolori;
ma quanto fugaci le gioie, e come fallaci tutte le promesse a cui si
arrende l'appetito ! Gli stolti che gli si danno in balìa, veggono
talvolta Il soave diletto di un Archimede occupato, durante il
saccheggio di Siracusa, nelle sue dimostrazioni geome- triche; di uno
Scipione che, mal compensato da Roma della distruzione di Cartagine, si
ritira tranquillo in una villetta a studiare e, chiuso nella sua virtù,
godere delle meditazioni della filosofia e del ricordo delle sue
grandi gesta. Ma che perciò ? Basta forse la bellezza della virtù,
a metterli, destando il desiderio di sé, sulla via che sola conduce a
quella dolce gioia che non è premio della virtù, ma la virtù stessa ? La
virtù è scienza: scienza del giusto mezzo o di quei termini, per dirla
del poeta, Quos ultra citraque nequit consistere rectum;
è coerenza logica, per cui non si può lodare la virtù e Seguire il
vizio; è ragionevolezza, per cui l'uomo si sottrae all’insania delle
gioie vane e delle tormentose cupidigie. «Stulti vita semper ingrata,
semper trepida est, semperque is sibi dissidet, secumque pugnat: semper
fastidio sui Lla- borat, suique taedet ac poenitet. Nunquam ei velle
ac nolle decretum est ». Lo stolto, dice Vico, semper foris est;
nunquam secum habitat. Sconfitto nella guerra con se stesso, egli
vien cacciato dalla sua patria. Dalla patria del sapiente: non
dalla 70 STUDI VICHIANI piccola città che un muro e
una fossa serra, ma dalla grande, cui circondano i flammantia moenia del
poeta; non dalla terra, che è governata dalla mente dell’uomo con
umano diritto; sì dal mondo, che aeterno regitur iure: dalla città, in
cui con Dio abitano i saggi: il mondo di- vino, che è la natura degli
stoici e dei neoplatonici, pantei- sticamente intuita nella sua divinità:
«etenim ius, quo haec maxima civitas fundata est, divina ratio est toti
mundo et partibus eius inserta, quae omnia permeans mundum continet
et tuetur ». Quella ragione, che è in Dio, e costi- tuisce la sapienza
divina, è conosciuta dall’uomo, e co- stituisce la sapienza umana (ma già
dev’essere, com’ è detto nella prima Orazione, anche nell'uomo,
perché questi non la conosce se non in se stesso); quella ferfecta
ratio, come il Vico dice pure esplicitamente, « qua Deus cuncta operatur,
sapiens cuncta intelligit ». Cuncta: anche le passioni, la cui conoscenza
viene ad essere perciò sa- pientia, quindi superamento della stultitia, e
però libertà virtù, felicità: tal quale in Spinoza. La quale virtù,
ap- punto come in Spinoza, allo stringer dei nodi, poiché Dio
operando tutto, deve pur operare quell’ intelligenza onde noi
intelligimus omnia, cioè siamo virtuosi, non è ope- razione dell’uomo, ma
dello stesso Dio. A Vico infatti par troppo superbo il pensiero degli
stoici, che la virtù (dell’uomo) faccia il sapiente simile a Dio; e gli
par più vero e più profondo dire: «una re nos Deus sur similes
reddit, virtute, qua nedum humanae, sed cum caelestibus etiam aeternae nos
compotes facit felicitatis ». L'amore intellettuale della mente verso
Dio, aveva detto Spinoza, — col quale Vico era portato necessariamente ad
incontrarsi spesso dalla logica del suo pensiero 1, — è lo stesso amore
di I Sarebbe tema degno di studio speciale quello dei rapporti
ideali di Vico con Spinoza. Intorno ad alcuno dei probabili rapporti
storici v. B. CROCE, La filosofia di G. B. Vico, p. 198; 28 ed., p. 204.
I riscontri della metafisica vichiana con quella dello Spinoza notati da
II. LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 71 Dio: l’amore
cioè con cui Dio ama se medesimo, non in quanto è infinito, ma in quanto
si può esplicare per l’es- senza della mente umana considerata sub specie
aeterni- tatis; o in altri termini, l’amore intellettuale della
mente CARLO SARCHI, Della dottrina di B. Sp. e di G. B. Vico,
Milano, Bor- tolotti, 1877, pp. 103-7, 195-6, additano certamente
rassomiglianze non trascurabili, quantunque qualcuna di esse sia
inesatta; ma non dimo- strano nessun rapporto né storico, né ideale;
perché non concernono nessun concetto specifico dello spinozismo.
Ecco invece alcune coincidenze significative che potranno fornire
materia a una speciale indagine. Spinoza (Età. III, def. 1) distingue due
specie di causa: «Causam adaequatam appello eam, cuius effectus potest
clare et distincie per eandem percipi. Inadaequatam autem seu partialem
illam voco, cuius effectus per ipsam solam intelligi non po- test». E il
Vico nella Prima risp. al Giorn. d. Letter. (Opere, I, 221) avverte: «Per
vera cagione intendo quella che per produrre l’effetto non ha di altra
bisogno », 0, come spiega nella Sec. risp. (I, 257), «non ha di cosa
forestiera bisogno »: quella causa insomma nella co- gnizion della quale
la scienza consiste, poiché «il criterio di avere scienza di una cosa, è
il mandarla ad effetto ». Tutta spinoziana, più che cartesiana, è la
dottrina della sostanza e degli attributi propugnata nel De antiq., e
così riassunta nella Sec. risp. (I, 267): «Sostanza in genere dico esser
ciò che sta sotto e sostiene le cose, indivisibile in sé, divisa nelle
cose ch’ella sostiene; e sotto le divise cose, quantunque disuguali, vi
sta egualmente. Dividiamola nelle sue spezie:sostanza distesa è quella
che sostiene estensioni disuguali egualmente; s o - stanza cogitante è
quella che sostiene pensieri disuguali egualmente; e siccome una parte
dell’estensione è divisa dall'altra, ma indivisa nella sostanza del
corpo, così una parte della cogitazione, cioè a dire un pensiero, è
divisa dall’altra, cioè da altro pensiero, ed è indivisa nella sostanza
dell’anima ». Cfr. De uno, lemm. I (Opp.?, ed. Ferrari, III, 16). — Il
Vico, De antiq., c. IV, $ 2 (Opere, I, 156-7), riproduce anche la
distinzione spinoziana di attributum e modus. — Spinoziano è pure quel
che il Vico dice nella Sec. risposta (I, 268) in- torno all’errore: «Io
non mai ho inteso dire false le apprensioni nell’esser loro; perché i
sensi, anche allorquando ingannano, fanno fedelmente l'ufficio loro; ed
ogni idea, quantunque falsa, porta seco qualche realità, essendo il
falso, perché nulla, impercettibile. Ma le ho dette false, in quanto sono
urti e spinte al precipizio della mente in giudizii falsi ». Cfr.
SPINozA, Eth., II, prop. 17 sch., prop. 35 etc. — Per Spinoza (E#h., II,
pr. 7) ordo et connexio idearum idem est ac ordo et connexio rerum; e per
Vico egualmente: «L'ordine dell’ idee dee procedere secondo l’ordine
delle cose » e «le dottrine debbono cominciare da quando cominciano le
materie che trattano »: due di- gnità (LXIV e CVI) che, intese alquanto
meglio che non suonino le parole, si riferiscono allo stesso ordo di
Spinoza. — Per Spinoza è un corollario della cit. proposizione «quod Dei
cogitandi potentia aequalis est ipsius actualì agendi potentiae; hoc est,
quicquid ex infinita Det 72 STUDI VICHIANI DI
verso Dio è parte dell’ infinito amore onde Dio ama se stesso
!. Lo stolto, vinto dalle passioni, ci rimette la propria
felicità: perché la virtù, come dice Spinoza, è premio a natura
sequitur formaliter, id omne ex Dei idea eodem ordine eademque connexione
sequitur in Deo obiective»: che è il verum factum convertuntur rispetto a
Dio, di Vico. — Per Spinoza (E#à., I, app.) il concetto delle cause
finali è antropomorfico (quod scilicet com- muntiter supponant homines,
omnes res naturales ut ipsum propter finem agere) e l’interrompere la
ricerca delle cause meccaniche ricorrendo ad Dei voluntatem è un ad
ignorantiae asylum confugere. E Vico: « Gli uomini ignoranti delle
naturali cagioni che producon le cose, ove non le possono spiegare
nemmeno per cose simili, essi dànno alle cose la loro propria natura....
», e «La fisica degli ignoranti è una volgar metafisica, con la quale
rendon le cagioni delle cose ch’ ignorano alla volontà di Dio, senza considerare
i mezzi de’ quali la volontà divina si serve » (dign. XXXII e XXXIII). —
E altri riscontri si possono aggiungere come i seguenti: « Primum verum
metaphysicum et primum verum logicum unum idemque esse »: Vico, Notae al
Diritto Univer- sale, in Opere?, ed. Ferrari, III, 21 (Scienza Nuova?,
dign. CVI: «Le dottrine debbono cominciare da quando cominciano le
materie che trattano »; cfr. pure dign. LXIV). Cfr. Spinoza, Eth., I, 10
sch. — «La fantasia tanto è più robusta quanto è più debole il raziocinio
» (Sc. N.2, dign. XXXVI; e cfr. oltre, pp. 84 sgg.). Cfr. Spinoza, Tract.
Theol.- pol., c. 2: « Nam qui maxime imaginatione pollent, minus apti
sunt ad res pure intelligendum, et contra, qui intellectu magis
pollent, eumque maxime colunt, potentiam imaginandi magis
temperatam, magisque sub potestatem habent et quasi freno tenent, ne cum
in- tellectu confundatur ». — Anche per lo Spinoza (Etàh., IV, 37 sch.
I e 68 sch. e le note mie all’Ethica, Bari, Laterza, 1914, parte IV, nn.
40, 80) la religione è, come pel Vico, il principio della vita civile
dell’uma- nità. — A Spinoza manca certamente la profonda teoria vichiana
del certo (v. oltre, pp. 120 sgg.); ma un accenno a questo concetto
è nella sua dottrina del valore probativo dei fatti storici (a
proposito delle profezie) nel Trattato teologico-politico. Notevole
questo luogo delle Annot. in Tract. th.-pol., VIII, in Opera,
Vloten-Land, II, 177: « Per res perceptibiles non illas tantum intelligo,
quae legitime de- monstrantur, sed etiam illas, quae morali certitudine
amplecti et sine admiratione audire solemus, tametsi demonstrare
nequaquam possunt. Euclidis demonstrationes a quovis percipiuntur
priusquam demon- strantur. Sic etiam historias rerum tam futurarum quam praeteritarum,
quae humanam fidem non excedunt, ut etiam jura, instituta et mores,
perceptibiles voco et claros, tametsi nequeunt mathematice demonstrari.
Caeterum hieroglyphica et historias, quae fidem omnem excedere videntur,
imperceptibiles dico.... ». I Eth., V, prop. 36. Era dottrina
neoplatonica. Mi piace citare qui un luogo di un nostro neoplatonico, di
cui subì l’ influsso anche Spi- noza, Leone Ebreo; il quale nei Dialoghi
di amore (1516) dice che II. LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA
73 se stessa: la virtù, che è rerum scientia, certa scire,
quindi mente adire Deum, che è il sommo bene. Il saggio, ritraen-
dosi con la mente dentro se stesso, riacquista la perduta libertà (quella
libertà che sarebbe stato meglio non avesse mai compromessa e smarrita
per il libero arbitrio !): poiché egli « agnoscit quae in nobis sunt,
natura sua libera et propria esse: extra autem postta, serva et alieni
iuris ». Lo stolto infine, sconfitto e fatto prigioniero di se
me- desimo, è gittato nel carcere del corpo: « Tenebricosus carcer
esì corpus; triumviri, opinio, falsitas, error; custodes, sensus, qui in
pueris acerrimi, in senibus hebetes, et in omni vita pravis affectionibus
corruptissimi ». Il nosce te ipsum della prima Orazione diviene
nella seconda: sequere naturam. Ma è sempre lo stesso pro-
«]» amor divino non solamente ha dell’onesto, ma contiene in sé
l’one- stà di tutte le cose e di tutto l’amor di quelle, come che sia:
perché la divinità è principio, mezzo e fine di tutti gli atti onesti....
È principio, perché dalla divinità depende l’anima intellettiva agente di
tutte l’onestà umane, la quale non è altro che un piccolo raggio dell’
infinita chiarezza di Dio appropriato all'uomo per farlo razionale,
immortale e felice. E ancora questafanima intellettiva, per venire a fare
le cose oneste, bi- sogna che partecipi del lume divino: perché, non
ostante che quella sia prodotta chiara, come raggio della luce divina,
per l’ intendimento della colligazione che tiene col corpo, e per essere
offuscata dalla te- nebrosità della materia, non può pervenire all’
illustri abiti de la virtù e lucidi concetti della sapienzia, se non
ralluminata dalla luce divina in tali atti e condizioni, che così come
l’occhio, se ben da sé è chiaro, non è capace di vedere i colori, le
figure e altre cose visibili, senza esser illuminato dalla luce del sole,
la quale, distribuita nel proprio occhio e nell'oggetto che si vede e
nella distanzia, che è fra l’uno e l’altro, causa la visione oculare
attualmente, così il nostro intelletto, se ben è chiaro da sé, è di tal
sorte impedito negli atti onesti e sapienti dalla com- pagnia del rozzo
corpo e così offuscato, che gli è di bisogno essere illu- minato dalla
luce divina....»; ed. Venezia, D. Giglio, 1558, p. 19. Pei rapporti di
Leone con Spinoza vedi E. SoLMI, B. S. e Leone Ebreo, Modena, Vincenzi,
1903; e GENTILE, Studi sul Rinascimento, Firenze, Vallecchi, 1923, p. 96
sgg. Dopo, un importante lavoro su Leone fu pubblicato da Ernst AppPEL,
Leone Medicos Lehre vom Weltall u. ihv Verhdltniss zu griech. u.
zeitgenòssichen Anschauungen, notevole per la illustrazione delle fonti
di Leone (Plotino, Ficino): in Arch. f. Gesch. d. Philos., XX (1907),
287-403, 456-96. Vedi ora gli studi del SAITTA nel Giorn. Crit. d. filos.
ital., 1924-25; e H. PFLAUM, Die Idee der Liebe, Leone Ebreo, Tiibingen,
Mohr, 1926. 74 STUDI VICHIANI cesso: onde la
metafisica diviene un'etica, ma un'etica che è una metafisica: un'etica
naturalistica, come quella di Bruno e di Spinoza, dove l’uomo non può
trovare la sua libertà perché è un modo della sostanza. Se il Vico
fosse rimasto a questo punto, in cui Deus operaur e l’uomo non può se non
intelligere quel che fa Dio, al concetto della storia, di un mondo creato
dall'uomo, non sarebbe mai pervenuto. Ma egli ora va ricercando
come l’ intelligere umano possa essere un operari di Dio; unità di
contrari, senza di cui la storia della Scienza Nuova non sarebbe nata
nemmeno ?. IV. La terza Orazione (che il Vico dice
recitata il 18 ot- tobre 1701, che è, a dir vero, dell’anno successivo) =
ri- prende la concezione dell’etica adombrata nella precedente,
mantenendo l’opposizione dualistica di natura e uomo, ragione e senso,
virtù e passioni, e quindi il concetto della libertà come prerogativa
fatale dell’uomo, prima origine di tutti i suoi vizi; onde tutto il male
che fa l’uomo, lo fa lui, e tutto il bene, in fondo, lo fa Dio. È
rafforzata l'opposizione tra la necessità naturale e la libertà umana
coi colori presso a poco di cui s’era servito, come s' è 1 Pel
tema di questa Orazione cfr. il De uno, c. XXX, e la nota del Ferrari a
q. 1. in Opere2, III, 25. I concetti stoici dell’ Orazione ri- compaiono
nello stesso De uno, cc. XII-XXXVIII. 2 [Infatti nel 1701, causa la
così detta rivoluzione del principe di Macchia, lo Studio napoletano si
riaprì, non secondo la tradizione, il giorno di San Luca (18 ottobre),
bensì, senza alcuna cerimonia inau- gurale, il ro novembre. Inoltre in
certi Giornali inediti di ANTONIO BuLIFON (amico del V.), alla data del
18 ottobre 1702, è detto che, nella riapertura degli Studi avvenuta in
quel giorno, «il signore Gio- vanni de Vico fe’ una erudita orazione come
lettore di rettorica » (Co- municazione di F. NicoLINI, al cui lavoro
rimando per una più precisa documentazione)]. veduto, il Pico. Ma
esplicitamente deplorata, a differenza del Pico, la sua prerogativa. « At
utinam Deus fecisset immortalis naturam humanam sibi itidem, ut
reliquae, mancipatam ! ». Se non che, nell’etica di
quest'anno spunta un ele- mento nuovo, che rompe l’ascetismo dell’
Orazione pre- cedente. L'uomo, tornando in se stesso, per seguire
la propria natura, vi trova una legge che lo riporta fuori di se
stesso: « Maxima quidem et potentissima illa vis est in hominum animis
insita, quae alium alii consociat et co- mungit ». Pel Vico la filosofia
è ancora una naturae ve- stigatio; ma in questa natura comincia ad
esserci vera- mente qualche cosa, che non è la natura fatta da Dio,
e che non è male: ed è la soctetas. Questa realtà non è più l’ Uno
astratto del neoplatonico, perché si realizza nella molteplicità; talché
la stessa sapientia, che prima era quel dio che l’ individuo trovava nel
fondo della propria essenza, ora essa stessa è un legame, una comunità,
di cui compartecipano i filosofi. È il mondo del diritto, che
comincia a premere in Vico sul neoplatonismo: un empi- rismo contro una
filosofia, ma che ha su questa il van- taggio di affermare il valore di
quel mondo umano, vario, diverso, non raggomitolato nel pensiero
immutabile del- l’immutabile verità, ma spiegantesi attraverso l’amore
e l'odio per trionfarne. Legge della società è che il socio
aut rem aut operam conferat in commune; e Vico in questa Orazione
svolge pedagogicamente la necessità che i soci di quella società che
è costituita dai letterati, dagli scienziati e dai filosofi adempiano in
buona fede — secondo il monito del giu- reconsulto romano (inter bonos
bene agier) — cotesta legge. Scarsa l’ importanza scientifica dei singoli
precetti di questa morale letteraria esposta nel séguito dell’ora-
zione; ma nelle esemplificazioni e nella deduzione di essi il Vico ha
occasione di darci notizie assai interessanti 76 STUDI
VICHIANI per la storia del suo pensiero filosofico, e indizi
manifesti di una crisi che in lui vien maturando. Dove
riprende i filosofastri che contravvengono alla buona legge della
repubblica letteraria non recandovi il contributo di opere proprie, ma
badando a lacerare le altrui, reca ad esempio le ingiurie che si sogliono
sca- gliare contro Platone, anilium fabellarum auctorem; contro
Zenone, vanum mirabilium promissorem, magnificum, su- derbum et fastus
plenum; contro Democrito ed Epicuro, carneos homines; contro Cartesio,
naturae pottastrum, € contro Aristotele, al quale non se ne risparmia
nessuna. Lo studioso di buona fede deve, invece, lodare in ogni
scrittore quel che c’è da lodare; e attribuire gli errori all’umana
debolezza. Si te philosophiae dedidisti, audi Platonem, quae
disserat de animorum immortalitate, de divinarum aeterna et infatigabili
vi idearum, quae de geniis, quae de Deo summo bono, quae de amore a
libidine defoecato; et eum divini cognomentum lure promeruisse
cognosces. Audi Stoicos, quam graviter et severe sapientis
constantiam doceant; et tute rigidos ac torvos virtutis custodes
dixeris. Audi Aristotelem, quanto acumine facultatem
dissertatricem universam complexus sit: cui nihil hactenus aliud, nisi
quam explicationem, rationem, et aliquod utilius exemplum addi-
derunt: quo corde de re oratoria et poética praecepta tradat;
absolutissimum illud de morum philosophia systema perlege; et ingeniorum
miraculum ultro fateberis. Audi Democritum, quam verisimillima de
principiis rerum, de corpusculorum effluvio, de sensibus contempletur; et
Na- turae praelucem appellabis. Audi Carthesium, quae de
corporum motu, de passionibus animi, de sensu videndi nova et admiranda
investigarit, quae de primo vero sit meditatus; ut geometricam methodum
in phy- sicam doctrinam invexit; et philosophum dices non ad
aliorum exemplar factum. Dove, se non m’ inganno, è un
documento assai note- vole delle opinioni filosofiche di Vico al 1702.
Platone coi rimaneggiamenti neoplatonici (caratteristici il de
geniis e il de Deo summo bono) è sempre, com'era da aspettarsi, il
fondamento: su cui si accettano degli stoici la morale (cfr. Orazione
precedente); di Aristotele la logica, la rettorica, la poetica e l’etica
(fusa con la stoica); e, quel che è più interessante, si fa buon viso non
solo a Cartesio, di cui già la prima Orazione accettava la teoria del
primo vero, che il De antiquissima combatterà, e il metodo
geometrico, che sarà sempre, più o meno, vagheggiato come l’ ideale della
dimostrazione scientifica in tutte le opere, fino alla Scienza Nuova; ma,
quel che non ci saremmo davvero aspettati, anche a Democrito, anche
a quella fisica corpuscolare democrito-epicurea e cartesiana, che
dal De antiquissima in poi il Vico avverserà vigorosa- mente dallo stesso
punto di vista dal quale contempora- neamente, e per analoghe
ispirazioni, la scalzava il Leibniz. La dottrina dei punti metafisici non
era ancor nata; ma è lecito anche sospettare che per allora il Vico
non vedesse nettamente l’ irriconciliabile contrasto che c’è tra il
meccanismo della fisica corpuscolare e il dinamismo della sua metafisica
platonica. Non è per altro da tra- scurare che fin d’allora il Vico non
riconosceva valore di verità, ma soltanto una certa verisimiglianza a
quella dottrina fisica, come probabilmente alla teoria demo-
critea, che poco prima aveva rinnovato il Locke, della soggettività delle
qualità secondarie (cui forse si allude col de sensibus). Poiché in
questa stessa Orazione spun- tano quelle riserve, che egli farà più tardi
esplicitamente circa la portata dimostrativa del metodo geometrico,
su cui il razionalismo cartesiano faceva troppo assegnamento; e
s’affaccia quello scetticismo — rispetto alla scienza della natura — che
sarà svolto poi nel De antiquissima, quando Vico acquisterà la chiara
coscienza (una trentina d’anni prima di D. Hume) che la scienza della
natura ci è vietata dall’ impossibilità di conoscer le cause reali; e
affermerà 78 STUDI VICHIANI esplicitamente che il
razionalismo dei filosofi dal fastoso placito sapientem nihil opinari,
genera l’ordine tutto opposto degli scettici: e opporrà al vero dei
mate- matici i probabile dei filosofi!. Nella fisica cor- puscolare
doveva vedere nel 1702 una verisimiglianza equivalente alla probabilità
propria della metafisica del De antiquissima. E insomma di fronte a
quella fisica è da credere che rimanesse in atto di non irriverente
scet- ticismo; secondo una tendenza ovvia del suo neoplato- nismo
(e se ne è colta l’espressione nel Ficino), che con- trappone l’operare
di Dio nella natura all’operare della mente nell'animo: dualismo, per
questo lato non diverso da quello onde l’empirismo inglese doveva minare
la scienza razionalistica cartesiana. Tra gli altri precetti
di buona fede scientifica Vico appunto raccomanda di non finger di sapere
quello che s’ ignora. E nella illustrazione di questo precetto
fermenta certo lievito di scetticismo, indice di studi nuovi e di nuovi
bisogni mentali. Esempio di ignoranza dissimulata sotto la
maschera della scienza: l’antipatia. La si definisce: una facoltà
che non ne soffre un’altra. — Ma che Dio ti benedica, spiègami in che
cosa è riposta questa facoltà. — In certa facoltà occulta. — Ma appunto
di questo ti prego: spie- gami questa facoltà occulta. — E zitto. Perché
non dire piuttosto fin da principio: non so ? ?. Fin qui è la
polemica cartesiana contro le entità me- tafisiche e le qualità occulte
degli aristotelici. Poi segue un altro esempio, che è la satira di
un'applicazione car- I Sec. visp., in Opere, I, 273-4.
2 Nel De antiq., c. IV, $ 2 e nella Sec. risposta, $ IV in Opere,
I, 261, il Vico poi diede torto così agli aristotelici, «che guardano
le cose fisiche con aspetto di metafisici per potenze e virtù, e così
cre- dono esser luce quelle cose che sono opache »; come ai
cartesiani, « che con l'aspetto di fisici guardano le metafisiche cose,
per atti e forme finite, cioè non credono esser luce se non dove ella
riflette ». II. LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 79
tesiana del metodo geometrico in fisica. Donde apparisce che fin
da principio il Vico doveva in quella sorta di fisica incontrare
insormontabili difficoltà, e si scorge una certa anticipazione di una
arguta censura mossa più tardi all'abuso di certi metodi
strepitosi: S' immagina che un cartesiano, movendo dalle sue
regole, definizioni e postulati, voglia dimostrare che i corpi lan-
ciati sien portati non dalla gravità, bensì dalla circum- pulsione
dell’aria, con la pretesa di dare alla dimostrazione la stessa evidenza
di quella, che gli angoli di un triangolo sono eguali a due retti.
— Vico non la vede così chiara. — Ma tu hai concesso i principil. — SÌ,
perché sono molto verisimili. — E allora? — Ma, chi sa? Qualcuna
di queste regole del moto di Cartesio potrebbe anche esser falsa.
Ossia, potrebbe! Forse che il Malebranche ne ha scoperta falsa una sola?
— In conclusione: Quid simulamus et geometricas demonstrationes homini
sanae mentis obtrudimus, quas non assequatur ? Sarebbe come chi ha
buona vista, è sveglio, e non vede la luce del sole. Ma confessiamo
qualche volta la debolezza della nostra natura: :n hoc studia valeant, ut
hoc sciamus vel nescire, vel admodum pauca scire. La differenza tra l’
ignorante e il dotto, si sa, è che il primo crede di sapere, e il
secondo sa d’ ignorare. V. Nella quarta
Orazione (che dall’autore è attribuita al 18 ottobre 1704)? il Vico
illustra un concetto ancor più alieno dal mero ascetismo: che i maggiori
vantaggi che sì possono ritrarre dagli studi sono quelli che
coincidono —— I Sec. risp., $ IV: Opere,
I 272. 2 Vedi Nota più avanti, pp. 92 sgg. So STUDI
VICHIANI coi fini morali propri degli studi stessi indirizzati a
pro della comunità civile. Egli s’allontana sempre più dalla
concezione mistica dello spirito, attratto dal vivo senso della realtà
storica della natura umana: onde finirà col vedere il vero e il certo
dello spirito soltanto nel senso comune degli uomini. Il sommo bene non è
più soltanto Dio (il Dio immediato, astratto); ma è anche la vita
comune, la realtà storica (Dio concreto, mediato). Non è cangiato il
punto di vista; ma la legge morale si riempie di un contenuto, al quale
lo spirito prima era indiffe- rente, e che accentua il motivo dell’
immanenza, di contro a quello della trascendenza del panteismo acosmico
dei neoplatonici. La sapienza o cognizione di Dio si orienta verso
la realtà umana; pur rimanendo mera cognizione, ed un'etica, perciò,
eudemonistica. Il Vico sente il bi- sogno di spezzare una lancia in
favore dell’ intellettua- lismo socratico, combattuto da Aristotele,
pigliandosela con coloro che «omnium primi hanc humanae societati
perniciosissimam invexerunt horum verborum ‘utilis hone- stique’
distinctionem; et quod natura unum idemque est, falsis opinionibus
distraxerunt ». Per Vico, come per Spinoza! e per tutti i
platoniz- zanti, la felicità, consistendo nella cognizione, che è
pure la virtù, non può scompagnarsi da questa, anzi coincide con
questa. Vico, per altro, introduce di suo una distin- zione notevole:
distingue beni fisici e beni spirituali, tralasciando di dimostrare (ma
non negando) nei primi la identità socratica dell’utile e dell’onesto; e
restrin- gendosi ai secondi. « Officia, egli nota, quae a mentis
opi- bus animique proveniunt, non sunt ciusmodi, ut vita, fundus,
aedes, quas qui insumit non utitur, qui utitur non in- sumit; sed res eius
miri generis sunt, ut qui eas tenent, non habeant; qui donant, hoc ipso
quod donani, conser- t Eth., IV, prop. 24. II. LA
PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 8I vent; et argute ac vere
carum avaros înopes, liberales dixeris copiosos. Et vero caussarum
patrocinia, morborum curationes, agendorum fugiendorumque consilia uter
în suis rationibus referat îs, qui accepit has res, an qui dederit ? Quod
si ita se res habet, necessario illud conficitur: quo quis eiusmodi
officiorum finem sibi ampliorem proponit, uberius eorum facere compendium
mnecesse est. Quis autem amplior finis, quam velle iuvare quam plurimos,
quo uno homines, alius alio proprior ad Deum Opt. Max. accedit, cuius ea
est natura, iuvare omnes ? >. Qui abbiamo, mi pare, un
nuovo orientamento, non per l’ indirizzo etico, che rimane immutato, ma
pel con- cetto fondamentale dello spirito. L’accessio ad Deum, in
cui si continua sempre a risolvere il processo dello spirito, non è
veduta come un ritrarsi dello spirito dalla molte- plicità (della natura
corporea) nella propria unità; anzi come un uscire dalla propria astratta
unità e realizzarsi nella molteplicità (dello stesso spirito, come
comunità sociale). Vico non guarda più alla natura, in cui non ha
trovato mai il suo mondo, e da cui si sforzava di rac- cogliersi in sé;
ma comincia a guardare alla storia, dove ha ritrovato sempre se stesso,
studiando il diritto. Onde il processo spirituale gli si rovescia, e se
prima era un ascenso a ritroso del descenso divino, ora comincia ad
apparirgli un descenso anch’esso parallelo al divino; e con questo di
vantaggio, che il descenso divino del neo- platonico è decremento di
realtà, e il descenso dello spirito è un incremento di realtà, e quindi
piuttosto un ascenso. Lo spirito si realizza nella comunicazione; non si
diffonde perciò, ma si concentra. Non si tratta più di cieco ema-
natismo, ma di veramente provvidenziale, finalistico, processo
teogonico. Vico intravvede già oscuramente la via sua, e comincia
a staccarsi dalla vecchia filosofia. E sulla nuova via riso- lutamente
s’avanza nella successiva Orazione (18 ottobre 82 STUDI
VICHIANI 1705) *, che, proponendosi di provare respublicas
tum maxime belli gloria inclytas et rerum imperio potentes, cum
maxime literis florueruni, ha occasione di svolgere il concetto
dialettico dello spirito che è spuntato nel- l’ Orazione dell’anno
innanzi. Poiché essa si aggira intorno al concetto della guerra, che
riapparisce in aspetto affatto diverso da quello, in cui era stata
rappresentata nel- l’ Orazione del 1700. Lì la guerra era dell’uomo in
balìa del senso, accecato dalle passioni, artefice di male agli
altri e a se stesso, errante fuori della sua razionale natura, nella cui
immoltiplicabile unità non può nascere conflitto di sorta. Nata
dall’errore, essa non poteva non esser deplorata come l’errore: effetto
di una libertà malaugu- rata, non manifestava la divinità, anzi la
miseria dell’uomo alienatosi dalla sua divina origine. Qui invece
l’errore stesso comincia ad apparire all'uomo, che ha meditato sul
mondo umano, qualche cosa di necessario: ut ad quod verum vecta pergere
nati sumus, non nisi per viarum am- fractus circumducamur. Che è ben
altra cosa da quella facile impresa che pareva una volta la filosofia a
Vico (Oraz. I), per cui ognun che volesse non aveva che a guardar
il tesoro di divina sapienza recatosi in seno dalla nascita. Qui la
filosofia è un’ impresa non meno virile ed ardua della gesta guerriera.
Le forze dello spirito si su- blimano ai suoi occhi; non per la loro
natura od origine, ma pel loro valore e destino. « An ignoramus,
quanta sit animi vis, quamque admirabilis?... Qui sapientiam
ociosam putant, non plane norunt. Ea enim est hominis emendatio.
Nam mens et animus homo: mens autem erroribus obrupta, animus
cupiditatibus depravatus. Sapientia utrique me- detur malo, et mentem veritate,
animum virtute format. Virtus instar ignis actuosa semper.... ». Qui
tutto è capo- volto. La stessa mens, contro cui lo stolto della
seconda I Se questa data assegnata dal Vico è esatta.] Orazione si
metterebbe arrendendosi agli appetiti, non è verità, ma errore anch'essa.
Il punto di partenza (la natura umana) non è più il bene, ma il male.
L'uomo comincia ad apparire originariamente non più l’Adamo dell’
Eden, ma il bestione postdiluviano. La ragione tutta spiegata non è a
principio, ma alla fine; e il processo non è un tornare indietro dopo
vani erramenti, ma un andare avanti, sempre avanti, dall’errore alla
verità. I conflitti, quindi, che la guerra deve risolvere, non sono
più accidentali, ma naturali e necessari; e le guerre stesse quo res
componanit vengon dichiarate necessarie al genere umano !. «Quid enim
sibi volunt graves ex eo 1ure con- ceptae formulae, nisi bona pace
iniurias ad iuris hosti- mentum revocari; sin per pacem non liceat, ut
armata vi vindicare inferendas, ulcisci acceptas ius sit: et fas
natio- num supremamque iuris gentium legem, conservationem humanae
societatis, quam sapientes volunt, omnium officio- rum moderatricem,
armatos milites asserere ac vindicare? ». Le guerre, secondo il Vico, si
devono definire turis 1udicia; la scienza della guerra humani iuris
prudentia, giuri- sprudenza internazionale; e, perché tale, atta a
nutrirsi, come è dimostrato anche dallo studio della storia, di
tutta la ricchezza spirituale che in uno Stato è tesorizzata dal
fiorire d'ogni cultura letteraria, scientifica, filosofica, 0, in genere,
dello spirito. Sì comincia così ad intravvedere un vero certo,
un razionale provato dalla realtà, un diritto prodotto dai fatti;
un bene che sfavilla dal cozzare dei mali; una sapienza, a cui collabora
il genere umano, in una fatica che non è più vana.
1 Vico distingue due specie di guerre, bella generis inferioris e
bella generis superioris; le guerre di Attila, devastatrici e barbariche,
e le guerre di Senofonte, civili ed edificatrici di civiltà. Inutile qui
rilevare il carattere empirico della distinzione. 84 STUDI
VICHIANI VI. Il Vico ha distratto il suo sguardo dal
mondo intelli- gibile dei filosofi platonici; è concentrato nella
contem- plazione dell’uomo. Nella sesta Orazione (18 ottobre 1707)
® affronta, come farà più ampiamente nell’orazione notissima dell’anno
dopo, il problema dello svolgimento pieno e graduale dello spirito dal
lato che interessa la pedagogia: Corruptae hominum naturae cognitio ad
uni- versum ingenuarum artium scientiarumque orbem absol- vendum
invitat, ac rectum, facilem ac perpetuum in tis addiscendis ordinem
exponit. È il problema stesso della prima Orazione, dove il nosce te
ipsum non faceva scoprire altro che l’astratta natura divina dello
spirito umano, e qui invece mette innanzi tutto un processo di
sviluppo di questo spirito, dalla sua natura corrotta alla scienza.
Sviluppo, che non è niente di accidentale, ma la rea- lizzazione
dello spirito; e a cui perciò il pedagogista si appella contro l’usanza
di avviare i giovani allo studio di questa o quella determinata scienza o
arte, filiorum in- genio ad quaenam id factum natumque sit inexplorato,
et eorumdem naturae viribus inexpensis, ex sua animi libi- dine....
vel invita quam sacpissime Minerva 2. Il Vico comincia dal
descrivere al vivo gli effetti del peccato originale, oltre il quale la
sua mente più tardi non risalirà a vagheggiare lo stato originario
dell’uomo perfetto. Di qua da esso l’uomo non ha più nella lingua
lo strumento di espressione adeguato del proprio pen- siero; nella mente
non ha più lo strumento del vero; e quindi si travaglia tra le apparenze
fallaci e le mutevoli opinioni; e, quel che più lo affligge, l'animo non
gli serve 1 Vedi Nota più avanti, pp. 92 sgg. 2 Cfr. S.
Nuova, Dign. VIII: «Le cose fuori del loro stato naturale né vi si
adagiano né vi durano.] più se non a gettarlo in preda alla tempesta delle
passioni. L'emendazione dello spirito consisterà pertanto nell’elo-
quenza, nella scienza e nella virtù. Il fine dell’uomo, si può dire, è
quello di farsi uomo: certo scire, recte agere, digne loqui. Uomini
divini son quelli che stimolano effi- cacemente gli uomini al
raggiungimento di cotesto fine. «Nec sane alio fictis fabulis poètae
sapientissimi Orpheum lyra mulxisse feras, Amphionem cantu movisse saxa,
t1sque sese sponte sua ad symphoniam congerentibus, Thebas moenisse
muris; et ob ea merita illius lyram, delphinum huius in coelum invectum
astrisque appictum esse finxerunt. Saxa illa, illa robora, illae ferae
homines stulti sunt: Or- pheus, Amphion sapientes, qui divinarum
scientiam huma-. narumque prudentiam cum eloquentia coniunzeruni,
erusque fleramina vi homines a solitudine ad coetus, hoc est a suo
ipsorum amore ad humanitatem colendam, ab inertia ad industriam, ab
effrena libertate ad legum obsequia traducuni ; et viribus feroces cum
imbecillis rationis aequabilitate con- sociant ». Orfeo e Anfione
diverranno per Vico, più tardi, ritratti ideali e fantastici universali
della prudenza incivi- litrice dell’uomo: ma qui appariscono come i
rappresen- tanti della forza plasmatrice (flexamina vis) tutta
propria della spiritualità umana: per cui gli uomini da se medesimi
escon di solitudine, celebrano l’umanità loro nelle città, nel lavoro,
costringono la libertà sotto il freno delle leggi, consociano le loro
forze selvagge al mite governo della ragione: quello insomma che si dirà
il mondo delle nazioni. Is perpetuo est horum studiorum
verissimus, amplissimus et praeclarissimus finis. Siamo ben lontani dal non
doversi altrove il fine degli studi riporre che in coltivare una specie
di divinità nell'animo nostro, come sosteneva la prima Orazione !
A dichiarazione del metodo proposto come l’unico da seguire per il
raggiungimento del fine proprio degli studì, il Vico premette un disegno
dell’enciclopedia (:9sam 86 STUDI VICHIANI sapientiae
suppellectilem omnem instrumentumque). Dise- gno, che dà luogo a due
osservazioni. La scienza delle cose divine è distinta in scienza delle
cose naturali, quarum Deus natura est, e scienza delle cose divine
propriamente dette, quarum natura Deus est. Distinzione, come si vede,
neoplatonica, fondata sulla distinzione di un Deus-natura e un Deus supra
naturam, com’ è in Bruno. Le scienze naturali sono: la matematica, di
cui è un’applicazione, operaria appendix, la meccanica; e la fisica,
a cui van riportate l’anatomia, studio della fabbrica del corpo umano, e
la medi- cina, fisica del corpo umano ammalato, e corollario
pratico dell’anatomia. Di queste due scienze naturali qui per la
prima volta sì presenta esplicito il concetto, che sarà sostenuto
tra breve nel De antiquissima, dove prenderà corpo lo scet- ticismo
prenunciato nell’ Orazione terza: «Naturalium rerum contemplamur vel ca,
de quibus tam inter homines con- ventt et constat, formas et numeros, de
quibus mathesis suas conficit apodixes ; vel caussas, de quibus maxime
inter doctis- simos homines disceptatur, quas explicat physice ». E
più innanzi dello studio delle matematiche si dice: « Eo facto
adolescentes in rebus, de quibus iam inter homines conventi, ex dato vero
verum conficere assuefiunt; ut in physicis, de quibus maxime contenditur,
idem praestare possint ». Il nucleo centrale di quella che è stata detta
prima forma della gnoseologia vichiana è già formato. L’ex dato
vero accenna già all’artificiosità delle matematiche, di queste verità,
che son tali per noi perché fatte da noi. Il verum conficere prelude da
vicino al verum factum. L'applicazione della matematica alla fisica è già
dichia- rata impotente a conferire a questa la certezza di quella.
Ma, come or ora vedremo, il Vico non ha raggiunto ancora la chiara
coscienza della esigenza di una fisica dinamistica contenuta nella sua
metafisica. Enumerate tutte le discipline, fa osservare che, salvo
le matematiche, la logica e la metafisica, a causa della somma
astrattezza dei loro oggetti, tutte le altre hanno non soltanto una parte
teorica (le instituttones quae rerum genera prosequuntur), ma anche una
parte storica; che, nel pensiero del Vico, non è propriamente la storia
delle singole discipline, ma la concretezza del loro contenuto,
l'applicazione delle teorie ai particolari, l’esemplificazione dei
concetti generali nelle specie. Giacché altro è studiare, poniamo,
la lingua latina, in astratto, altro studiarla nei suoi ottimi scrittori;
altro studiare la rettorica, altro gli oratori; e lo studio della
poetica si compie e integra con quello dei poeti. La fisica non deve né
anch’essa contentarsi di generalità; ma descrivere i fenomeni
particolari. I diari clinici con la nota dei così detti rimedi specifici
sono la storia della medicina. La teologia si storicizza nei libri sacri,
nei dommi e nella tradizione perpetua dell’ insegnamento e della
disciplina della Chiesa. La giurisprudenza ha la sua storia nelle singole
leggi, nelle interpretazioni singole dei giureconsulti, nei vari esempi
delle cose giudicate. La dottrina dell’uomo e del cittadino (moralis et
civilis), non occorre dirlo, hanno la loro storia in quella che è
la storia per antonomasia, le memorie e gli annali degli uomini
grandi e i pubblici monumenti. Concetto, di cui non c’ è bisogno di
rilevare la grande importanza e le attinenze intime con quell’unità del vero
col certo, della filosofia con la filologia, che sarà una delle
intuizioni principali, la principale, della Scienza Nuova.
Definito quindi il disegno di una compiuta istruzione onde lo
spirito può instaurare la propria natura, Vico trae il suo criterio
metodico dalla norma già altra volta invocata a instaurazione dello
spirito etico: in guisa che, per stabilire l’ordine degli studi, naturam,
egli dice, se- 88 STUDI VICHIANI DI
quamur ducem. E infatti la deduzione del suo metodo è una filosofia dello
spirito, di cui in questa ultima delle sue Orazioni inedite egli segna
alcune linee definitive. Le quali saranno riprese nell’ Orazione
dell’anno appresso De nostri temporis studiorum ratione, e non saranno
più cancellate nella ulteriore elaborazione del pensiero vichiano.
La prima proposizione, in cui culmina un pensiero già incontrato
nella prima Orazione, d'origine neoplatonica, suona: « Nullum sane dubium
est, quin pueritia, quantum ratione infirma aetas est, tantum memoria valeat
»; la quale poco più oltre vien integrata con l’altra: «n ephoebis
phantasia plurimum pollet.... nil autem rationi magis, quam phantasia
adversatur », sicché, a suo tempo, « phan- tasia attenuanda est, ut per
cam ipsam ratio invalescat » *. Che saranno due delle più famose dignità
della Scienza Nuova: «La fantasia tanto più è robusta quanto è più
debole il raziocinio » 2; e « ne’ fanciulli è vigorosissima la memoria;
quindi vivida all'eccesso la fantasia, ch'altro non è che memoria
dilatata o composta»: e tutte insieme uno dei concetti più importanti e
suggestivi della filosofia del Vico. Che la memoria sia potente nei
fanciulli vien confermato dall’osservazione, già fatta nella prima
Orazione, circa il ricchissimo patrimonio linguistico che i fanciulli son
capaci di accumulare nei primi tre anni; e dall'altra, che il Vico
dimenticherà nel De antiquissima, ma rinnoverà più tardi, facendone uno
dei canoni capitali della Scienza Nuova: che cioè la lingua non è
creazione della ragione, ma della memoria (o fantasia), perché pro-
en I Nella Orazione IV già aveva detto: « Atque ea omnia
quae memo- rari facienda sunt ab adolescentibus, qua aetate et sensus
maxime vi- gent et phantasia plurimum pollet, et mens, quia tum primum
materiae vinculis relaxetur, angustissima sit; et ratio, cum in summa
versetur ignoratione rerum, sit ad vicium usque curiosa »: Opere, I,
37. ? Dign.] dotto popolare, e non frutto di sapienza riposta *.
Il corollario pedagogico è, che le lingue sono gli studi più adatti
alla prima età. Superata la quale, spunta la ragione. Ma lo sviluppo di
questa è impedito dal fluttuare delle opinioni, ‘dal prepotere
"della ‘fantasia. Chi non sa che, quando questa ci ha fatto
immaginare da giovinetti città e regioni lontane e mai viste, a stento
col progredire degli anni riusciamo a formarci un'idea diversa ?
Tam alte prior caelata est, ut complanari, et alia super ca induci
non posstt. E dell'opposizione tra fantasia e ragione si fa esperienza
nelle donne; le quali, appunto perché ci su- perano nella fantasia, fanno
meno uso della ragione: onde più degli uomini soggiacciono alle passioni.
L’at- tenuazione della fantasia è, come siè accennato, il mi- glior
modo di favorire il vigore della ragione: e però 1 giovani, dopo le
lingue, devono studiare la matematica, che è tutto un esercizio d’
immaginazione, la quale deve spiegare tutte le sue forze per tener dietro
a lunghissime serie di figure e di numeri e cogliere quindi la verità
delle dimostrazioni. Intanto la fantasia in cosiffatto esercizio
(per una specie di eterogenia di fini, onde si gioverà tanto la Scienza
Nuova a intendere lo sviluppo dello spirito), vien rimettendo ogni
crassezza e corpulenza (crassitie et corpulentia): la fantasia, si
direbbe, nega se stessa nella considerazione dei punti e delle linee: la
mente umana si liquefà, comincia a purgarsi, e dal senso passa al
pen- siero. Giacché, dopo le matematiche, si può volgere alla
fisica, ossia agli oggetti che non sono più sensibili, e pur sono corpi;
« atque ex rebus, quae sensu percipiuntur, par est, quae omnem sensum
effugiuni colligere, adhuc corpora tamen »; appunto mercé la fisica, che
studia « insensibilia 1 «Nulla doctrina ratione
minus, magis memoria constat, quam sermonis, nam eius ratio consensus et
usus populi est: quem penes arbitrium est, et ius, et norma loquen-
di»: Opere, I, 63-4. 90 STUDI VICIIIANI corpora
corumque insensibiles et figuras et motus, quae sunt naturalum rerum
principia et caussae ». (Siamo,
come si vede, ancora alla fisica corpuscolare, che sarà detta poi di
falsa posizione in quanto non trascende i corpi per ispiegarli). Così la
mente, fer gradus, attraverso 1 dati della matematica e i dubbi della
fisica, si vien depurando, e liberando dal senso, e può elevarsi
allo studio delle cose spirituali, e conoscere con intelletto puro
(la mente pura della Dign. LIII) se stessa, e per se stessa Dio. Scoperta
quindi la regola del vero e del falso, si potrà studiar la logica; e,
conosciuto Dio, volgersi alla teologia; e quindi all’etica, che consegue
dall’ intera scienza delle cose divine ed umane. Ma poco importano
1 particolari del ciclo, onde si conchiude lo sviluppo dello spirito:
molto la legge di questo sviluppo, che è quella a cui s’'atterrà il
pensiero vichiano; e, liberatosi nel De antiquissima dalla intuizione
neoplatonica del mondo, in cui aveva, per così dire, impegnati i suoi
occhi (mondo della natura, da cui si risale a Dio, ma da cui non si
può salire all'uomo), se ne farà una fiaccola, nel Diritto Universale e
nella sua opera maggiore, che è poi la vera sua opera, per penetrare in
quell’oscuro mondo dell’uomo, in cui l’uomo crea se stesso: il mondo, che
era affatto ignorato da tutta la filosofia precedente.
VII. Conchiudendo: la prima fase del pensiero vichiano si
distingue dalla seconda e dalla terza come l’unità ancora indistinta di
entrambe; quell’unità, a cui bisognerà guar- dare per intendere le due
fasi consecutive, ciascuna delle quali la porterà tuttavia oscuramente in
se stessa. In questa fase c’ è la metafisica antica dell’essere, in cui
la mente è in quanto cessa di esser mente, il molteplice nega la sua
molteplicità, lo sviluppo si contrae nel suo punto di partenza, e il
mondo, come mondo, non ha valore, e rappresenta un decadimento e una
diminuzione di realtà. È la metafisica antica, platonica per antonomasia;
verità senza certezza; oggetto senza spirito: e quindi trascen-
denza e scetticismo: il dommatismo di Spinoza e lo scet- ticismo di Hume.
Ma c’è anche un’altra metafisica, che non è dell’essere, bensì dello
spirito, il cui essere non è se non in quanto si fa (spiritualmente),
attraverso contrasti, sempre composti e sempre rinascenti, in cui si
svolge con incremento continuo la realtà, che non è più concetto
astratto (genera, gli universali della logica aristotelica), ma storia,
particolari, onde si realizza l’universale: individuo. La prima
metafisica è svolta nel De antiquis- sima. La seconda nelle opere con
cui, dieci anni dopo, dal Diritto Universale in poi, il filosofo riprese
la sua at- tività letteraria. Ma, come il conato della prima
metafisica porta l’ Uno a moltiplicarsi e lo spirito a farsi natura, la
natura umana della seconda è na- turalmente portata a dilettarsi
del- l'uniforme (Dign. XLVII); ossia un nuovo co- nato: spinge il
molteplice a unificarsi, la natura (la natura dello spirito, il sentire
senza av- vertire) a farsi spirito (riflessione con mente pura),
che, come senso comune (Dign. XII), supera ogni arbitrio dello spirito
finito, ed è la stessa Provvidenza divina, Dio 2. Ora, come il
primo conato lega Dio al mondo, e quindi la metafisica a una storia
che, per non esser nostra, non può esser conosciuta da noi; il secondo
lega il mondo come umanità a Dio, e quindi fa della storia la nostra vera
metafisica. Ma Vico 1 Scienza Nuova?, ed. Nicolini, pp. 183, 238.
. ,* «E questo istesso è argomento che tali pruove [della S. N.]
sieno d'una Specie divina e che debbano, o leggitore, arrecarti un
divin piacere.] ha perfettamente ragione nella Scienza Nuova di
ripetere quel che è lo scetticismo del De antiquissima, e però di
conservare la metafisica che non è nostra (di quel mondo naturale, di cui
Dio solo ha la scienza)! insieme con la nostra metafisica. Le due vedute,
le due opere vichiane,"s’ integrano a vicenda. Il che vuol
dire che a fondamento del processo dalla natura a Dio della Scienza
Nuova rimane sempre pel Vico un processo da Dio alla natura, un descenso
platonico, che spiega così la tendenza vichiana al panteismo e all’
immanenza e però al soggettivismo e alla metafisica della mente,
come la tendenza, anch’essa incontestabilmente vichiana, al teismo
e alla trascendenza, e però al platonismo e alla metafisica dell’essere.
La luce è anche in Vico cinta da un emisfero di tenebre.
NOTA Un valente studioso, il prof. BENVENUTO DONATI, ha nel
1915 pubblicato (negli Annali della Fac. di Giurispr. della Univ.
di Perugia, vol. XXX) un’ importante memoria sui Prolegomeni della
filosofia giuridica del Vico attraverso le Orazioni inaugurali dal 1699
al 1708. Dove è indagato con molta sagacia lo svolgi- mento del pensiero
vichiano attraverso le Orazioni inaugurali, compresa quella del 1708 De
nostri temporis studiorum ratione; e ciò in relazione col Diritto
Universale. E si vuol mostrare come a grado a grado si venissero
svolgendo i germi che giunsero a dare i loro frutti maturi nel De uno. E
non si può non congratularsi di questa nuova analisi dei primi scritti
del Vico, che fino a pochi anni fa solevano passare quasi inosservati:
poiché il Donati mette nella più chiara luce gli addentellati che in essi
hanno taluni dei con- cetti principali del periodo posteriore della
speculazione vichiana, —T—- —-» I « Dee recar
meraviglia come tutti i filosofi seriosamente si studia- rono di
conseguire la scienza di questo mondo naturale, del quale perché Iddio
egli il fece, esso solo ne ha la scienza.] spiegando ottimamente perché le
prime sei Orazioni il Vico non avesse più pubblicate, e in qual senso
rifiutasse tutte le opere anteriori alla Scienza Nuova seconda;
quantunque troppo forse egli si giovi delle tardive illustrazioni e dichiarazioni
dell’Awuto- biografia per accertare l’originario significato dei
primissimi scritti. Tutte le sette Orazioni inaugurali sono
considerate stretta- mente connesse tra loro e tutte destinate a
preparare la tratta- zione del De uno con la discussione di tutti i
problemi critici 0 introduttivi: e andrebbero divise in tre gruppi,
distribuendo le prime sei dal Vico lasciate inedite in due trilogie (come
le vuol denominate il Donati): l’una sul fondamento della sapienza,
e l’altra sulla destinazione di questa. Alle quali trilogie
seguirebbe da ultimo, a modo di conclusione, l’ Orazione sul metodo. E
poiché il fondamento della sapienza, ossia dello svolgimento
dell’attività razionale conoscitiva dello spirito, consiste nella natura
dello spirito considerata dal Vico non come astratta unità isolata,
ma, unità del molteplice, e quindi individualità che ha la sua con-
cretezza nella storia, nelle attinenze sociali e nella vita comune, dalla
prima trilogia è ovvio il passaggio logico alla seconda, de- stinata a
illustrare i fini della scienza desunti dalla vita, e a mo- strare nella
scienza stessa uno strumento per l’azione e il principio della retta
volontà. Onde entrambe le trilogie si possono a ragione considerare una
preparazione analitica di quella sintesi, che è rappresentata dall’
Orazione sul metodo del 1708, e che il Vico nella sua Autobiografia dice
come « un abbozzo dell’opera che poi lavorò: De universi iuris uno
principio ecc., di cui è appendice l’altra De constantia iurisprudentis
». La esposizione che ne fa il Donati in correlazione col De
uno è meritevole d’ogni lode: precisa, netta, chiara e rigorosa, in
modo da riuscire una illustrazione efficacissima dell’ordine di pensieri
adombrati dal filosofo napoletano nella forma alquanto rettorica di
quegli antichi suoi tentativi. Ma, né mi pare che ne venga un risultato
nuovo per gli studi intorno alla formazione della filosofia vichiana; né
che riesca sufficientemente dimostrata la tesi finale dell’autore, circa
l'autonomia del Diritto Universale, come trattazione speciale di
filosofia del diritto, e conclusiva d'un periodo d’indagini
filosofico-giuridiche, dalla Scienza Nuova, come quadro più vasto, a cui
il problema del diritto si sarebbe esteso dopo il De uno. In
un punto il Donati accenna ad una interpretazione della Orazione del 1699
diversa da quella data da me. Egli ritiene che le dichiarazioni del Vico
in quella Orazione circa la potenza crea- 7 904 STUDI
VICHIANI trice dello spirito nel mondo umano bastino a salvare
l’auto- nomia dell’uomo; né quindi si potrebbe convenire con me per
l’ identità che io vidi in quello scritto tra l’uomo e Dio. Ma nello
stesso luogo io richiamai altri pensieri analoghi di scrittori del nostro
Rinascimento (v. sopra p. 46; e ora lo studio intorno al Concetto
dell’uomo nel Rinascimento, nel mio volume G. Bruno e il pensiero del
Rinascimento); pensieri i quali mettono fuor di dubbio che questa
celebrazione dell’uomo era un motivo tradi- zionale, caro sopra tutto
agli scrittori neoplatonici, ignari ancora d’ogni vero principio di
distinzione dello spirito umano dal divino, e insufficiente quindi da
sola a quella coscienza dell’assoluta libertà dell’uomo, alla quale più
tardi tenderà con tanto ardore il Vico. E sta logicamente che, se già nel
1699 il Vico avesse rag- giunto questa nozione dell'autonomia dell’uomo,
non avrebbe potuto, undici anni dopo, incorrere nello scetticismo del De
an- tiquissima. E quanto ai rapporti del De uno con la
Scienza Nuova, sono essi da considerare o no, come due redazioni diverse
e successive della stessa opera ? Va da sé che l’accentuazione dello
speciale problema del diritto — dal Vico non ravvisato mai nella
sua caratteristica differenziale — che l’autore può aver fatto nel
De uno per ragioni estrinseche, come quelle de’ suoi interessi
accademici, non può aver peso per decidere se, sostanzialmente, il tema
in cui si travaglia in entrambe le opere la mente del Vico sia
sostanzialmente il medesimo. E tra tutti i rilievi fatti in pro- posito
dal Donati, quello che, secondo lui, dovrebbe togliere perplessità ed
equivoci (p. 81), si riduce a chiarire, secondo lo stesso autore, che
quando il proposito del Vico nel De uno «ritorna per dar materia alla
Scienza Nuova, si allarga nella sua estensione, si precisa nel suo
significato » (ivi). Il che non costituisce certamente una differenza
sostanziale, per la quale s’abbia a conferire al problema del diritto
nella filosofia vichiana quell’ importanza specifica che esso non ha:
almeno fino a che il Donati non ci abbia dato una dimostrazione più
conclusiva di questa, con cui si chiude il suo bello opuscolo.
Un'altra serie di studi molto importanti, di carattere biografico e
cronologico, ma che potrebbero avere conseguenze di gran rilievo rispetto
alla storia intellettuale del Vico, sono quelli che vien conducendo
sull’Autobiografia il NicoLINI. Il quale dagli errori cronologici
commessi dal Vico nella ricostruzione della sua vita e del suo pensiero e
fors’anche nella datazione delle sue II. LA PRIMA FASE DELLA
FILOSOFIA VICHIANA 95 vecchie Orazioni inedite, è indotto a
dubitare se per avventura non solo l’anticartesianismo ma fors’anche lo
stesso neoplato- nismo di questa prima fase del pensiero vichiano non
sia, almeno in parte, una coloritura tardiva che l’autore medesimo fece
del proprio pensiero. Codesti suoi dubbi il Nicolini mi ha amiche-
volmente comunicati. E sebbene a me sembrino eccessivi, sopra tutto se si
tien presente la logica dello stesso sviluppo del pen- siero vichiano,
non voglio qui tralasciare di riferire talune sue osservazioni, delle
quali bisogna tener conto ancorché non ba- stino a suffragare le
conclusioni che il Nicolini tende a ricavarne. Prima di tutto a
proposito del cenno autobiografico sul Di Capua da me richiamato a p.
39: « Non ho fatte ancora ricerche speciali sulle derivazioni del
Vico da Tommaso Cornelio. Ma quanto a Lionardo di Capua (che
abitava a Napoli a pochi passi dalla casuccia del Vico, a San Biagio dei
Librai), posso affermare di sicuro che il Vico nella sua gioventù fu un
fervente ‘ capuista ’, e che il giudizio non favorevole dato
nell’Autobiografia sullo scetticismo del Di Capua è, al solito,
anacronistico; e cioè rappresenta lo stato d'animo del Vico nel 1728, non
nel 1695. Tutto ciò è mostrato nella terza puntata del mio lavoro Per la
biografia, ove, tra altri argomenti, son messi in rilievo questi:
« a) la prosa giovanile del Vico (periodo, costruzione, termi-
nologia e giro di frase) è modellata esattamente su quella di Lionardo di
Capua; «b) ancora nel 1715-17 il Vico era (almeno
letterariamente) così capuista, da ricalcare la sua Vita di Antonio
Carafa sulla Vita di Andrea Cantelmo del Di Capua (fu già osservato
anche dal CROocE nel suo scritto sulla Vita di Antonio Carafa);
«c) nella famosa disputa tra il Di Capua e l’Aulisio, che per anni
tenne divisa la Napoli dotta in due partiti avversissimi, che
polemizzarono tra loro nel modo più violento, il Vico, insieme con altri
suoi amici capuisti, si schierò risolutamente accanto al Di Capua; tanto
che per parecchi anni l’Aulisio gli serbò il broncio e gli perdonò
soltanto nel 1709, dopo che il Vico ebbe pubblicato il De studiorum
ratione (cfr. Autobiografia, p. 33). «Insomma, qui come in molti altri
punti dell’ Autobiografia, Il Vico, nel discorrere dei suoi studi
giovanili, trasportò alla sua forma mentis giovanile quella dei suoi
sessant'anni: da che la conseguenza che, per la ricostruzione della
primissima fase del suo pensiero, l’Autobiografia è una fonte assai
infida. Diverso, naturalmente, dovrebb’essere il caso per la
ricostruzione del pensiero vichiano dal 1699 in poi, perché di esso si
dovrebbero pure avere documenti contemporanei nelle Orazioni
inaugurali. Senonché, queste, nel testo in cui ci son perve- nute,
ci offrono l'effettivo e successivo svolgi- mento della mente del V. dal
1699 al 1707 ? Questa la questione. « Che il codice della
Biblioteca Nazionale di Napoli, donde prima il Galasso, poi tu e io
pubblicammo quelle Orazioni, ne contenga non la prima stesura (quella
recitata via via all’ Uni- versità) e nemmeno la seconda (di cui restan
soltanto alcune Emendationes), ma soltanto una terza stesura, — dimostrai
già nella Nota bibliografica di quel nostro volume vichiano. Resta
ora a vedere: « I) in qual tempo il V. allestì codesta terza stesura;
« 2) se nell’allestirla, egli v’introdusse soltanto correzioni di
forma, o non anche mutamenti filosofici più o meno profondi e correlativi
al grado di maggiore maturità raggiunto dal suo pensiero.
«Quanto al primo punto, è cosa più che certa che la terza stesura
delle Orazioni può esser bensì posteriore, non mai ante- riore al 1708.
Basti dire che nel codice che ce l’ ha serbata (tutto di pugno di
Giuseppe Vico con correzioni autografe di Giam- battista), le sei
Orazioni inaugurali formano un sol corpo col De studiorum ratione
(recitato il 18 ottobre 1708), e tutte sette s' intitolano
complessivamente: De studiorum finibus naturae humanae convenientibus.
Anzi, poiché da alcuni raffronti che ho iniziati, la redazione del De studiorum
ratione contenuta dal co- dice anzidetto comincia a sembrarmi non
anteriore ma posteriore al testo a stampa (pubblicato nell'aprile 1709),
la data dell’ in- tero codice potrebbe anche esser fissata tra la fine
del 1709 e 1 principii del 1710. «Se poi nell’allestire
codesta stesura definitiva il V. introdu- cesse anche nelle prime sei
Orazioni mutamenti correlativi alla sua forma mentale del 1709-10, è
impossibile naturalmente di- mostrare con una prova documentaria, perché
manca il meglio: il testo primitivo su cui compiere il raffronto.
Tuttavia alcune circostanze, che ti verrò enumerando, rendono, a mio
vedere, la cosa altamente probabile. « 1) Il pensiero del V.,
come tu ben sai, non fu mai statico, ma sempre ultradinamico. Per citare
un esempio solo tra cento, dalla pubblicazione del De constantia
iurisprudentis (1721) a quella delle Note al Diritto universale (1722)
corrono appena pochi mesi: eppur nelle Note il V. svolse, sopra tutto in
fatto di mitologia, di estetica e di critica letteraria, ‘canoni ’
affatto diversi e talora diametralmente opposti a quelli ch’egli
medesimo aveva posti pochi mesi prima. Per contrario, le Orazioni
inau- gurali, sebben tra la prima e la sesta intercedano ben otto
anni (1699-1707), esibiscono non un pensiero in continua gestazione
e dall’una all’altra Orazione sempre più progredito, ma un pen- siero già
bell’e formato e, sia pur provvisoriamente, consolidato. L’una illustra
l’altra; tutte si compiono a vicenda; nella sesta si riprende, con altri
sviluppi, ma senza alcun mutamento fon- da mentale, il motivo centrale
della prima: tutte sei, insomma, col De studiorum ratione, che
dell’edificio è il magnifico coro na- mento, formano, come il V. voleva
che formassero, un blocco solo, un tutto armonico. Salvo dunque a
supporre che il dinami- cissimo V. del 1720-44 fosse invece nel 1699-1709
il più statico dei filosofi e degli scrittori, è da ritenere che,
allorché nel 1709 o nel 1710 egli si risolse a riunire tutte le sette
Orazioni (De stu- diorum ratione compreso) nel De siudiorum finibus
naturae hum a- nae convenientibus, introducesse, sopra tutto nelle più
antiche, mutamenti così profondi da farle sembrar tutte scritte in
un momento solo. O, per dir la medesima cosa con altre parole, le
sette Orazioni non sono sette documenti di sette momenti diversi del
pensiero del V., ma un documento unico d’un momento solo, naturalmente,
l’ultimo (1709 o 1710). «2) Non mancano indizi che il V. allestisse
il testo definitivo delle Orazioni inaugurali, non voglio dire senza
guardar nem meno la stesura primitiva, ma tenendo di questa un conto
molto re- lativo. Nel testo recitato via via all’ Università (1699,
1700, ecc. ecc.) era materialmente impossibile che il V. sbagliasse
le date delle singole Orazioni. Invece curiosissimi errori del
genere si trovano nella stesura definitiva e nel riassunto che il V.
stesso ne die’ poi nell’Autobiografia. Ho già fatto osservare che la
terza Orazione (‘terza ’, sempre che le Orazioni furono recitate
ef- fettivamente nell'ordine dal V. e questi non introdusse anche,
nella stesura definitiva, qualche inversione), che la terza Ora- zione,
dicevo, fu pronunziata il 18 ottobre, non del 1701, secondo afferma il
V., ma del 1702. E molto maggiori, e più aggrovi- gliate, sono le
incongruenze cronologiche che si osservano nella quarta Orazione, alla
quale, così nel testo definitivo come nel- l’Autobiografia, il V. assegna
la data del 18 ottobre 1704. « a) A principio di essa si dice che,
nei due precedenti anni scolastici, non c’era stata all’ Università
alcuna Orazione inau- gurale. E, nemmeno a farlo apposta, ce n’era stata
una all’ inizio 98 o, STUDI VICHIANI dell’anno
scolastico 1703-4, e l’ aveva recitata l’ amico e collega del V. Giovanni
Chiaiese, nominato il 28 luglio 1703 lettore di Istituzioni di diritto
civile (Praelectio ad initium legis ecc. ecc. a D. JOHANNE CHIAIESIO, în
inclyta Academia Neapolitana ha- bita, Neapoli, 1703); e un’altra, a
principio dell’anno scolastico 1702-3, l'aveva recitata proprio
Giambattista Vico ! « b) Il V. soggiunge che causa del suo supposto
silenzio nei due anni precedenti (1702 e 1703) era stata la preparazione
della riforma dell’ Università napoletana compiuta dal cappellano
maggiore Diego Vincenzo Vidania per incarico del viceré marchese di
Villena. Ma codesta riforma (dalla quale il filosofo ricavò il beneficio
che la sua cattedra di rettorica, da quadriennale, di- venisse perpetua)
era stata già bell’e compiuta venti mesi prima dell’ottobre 1704 mercé la
nota prammatica del 28 feb- braio 1703. «c)
Nell’Autobiografia, infine, il V. aggiunge che dopo che, il 18 ottobre
1704, aveva recitata ‘ metà’ di questa quarta Ora- zione, entrò nell’aula
‘il signor don Felice Lanzina Ulloa, pre- sidente del Sacro Real
Consiglio, in onor di cui egli con molto spirito diede altro torno e più
breve al già detto, e attaccollo con ciò che restava a dire’. E il 18
ottobre 1704 don Felice Lanzina Ulloa era già morto da diciotto mesi,
giacché la Gaz- zetta di Napoli reca il suo decesso (e proprio di lui,
presidente del Sacro Real Consiglio) nel numero del 20 marzo 1703.
« 3) Alla sesta Orazione il V. assegna, così nella stesura defi-
nitiva come nell’ Autobiografia, la data del 18 ottobre 1707. Ma tre mesi
prima le truppe austriache erano entrate a Napoli; al due volte secolare
viceregno spagnuolo era sottentrato il vice- regno austriaco; e come loro
re i napoletani non avevan più Fi- lippo V di Spagna, ma Carlo d’Austria.
È mai possibile che, in una solenne prolusione universitaria, in un
discorso ufficiale tenuto appena tre mesi dopo avvenimenti così
clamorosi, non si trovi nessun accenno a essi, non una parola sola di
omaggio al nuovo dinasta ? e che non vi accennasse proprio il V., i cui
scritti ufficiali, come dice argutamente il Croce, ‘basterebbero da
soli a ricostruire la serie delle vicende cui andò soggetta Napoli
dalla fine del secolo decimosettimo alla metà del decimottavo ’ ?
il qual V., anzi, l’ 11 ottobre 1707 (sei giorni prima dell’
Orazione) aveva avuto incarico ufficiale dal nuovo governo di
preparare una solenne commemorazione dei martiri della congiura di
Mac- chia ? Allora una delle due: o l’ Orazione fu recitata in anno
diverso dal 1707, oppure nella stesura definitiva il V. soppresse
Il. TA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 99 qualsiasi accenno
politico. E, nell’un caso o nell’altro, si giunge sempre al risultato,
che la stesura definitiva è diversa dal testo primitivo. «Comprendo
io pel primo che questi dati di fatto sono ancor troppo poca cosa perché
possan già far configurare diversamente la cronologia (che in questo caso
è storia) del pensiero vichiano. E non mancherò certo, nelle mie future
postille all’Autobiografia, di allargare e approfondire l’ indagine. Ma,
in fin dei conti, nes- suno potrà sconvenire che la sicurezza, che finora
avevamo tutti, che al neoplatonismo il V. passasse per lo meno fin dal
1699 (data della prima Orazione) comincia a essere alquanto scossa. E
cor- relativamente comincia a delinearsi la possibilità che codesto
passaggio, almeno in forma decisiva, avvenisse soltanto nel 1708 O 1709,
cioè quasi alla vigilia del giorno in cui, col De antiquis- sima (1710),
il V. spiegherà risolutamente la bandiera anticarte- siana. Neoplatonismo
e anticartesianismo, insomma, potrebbero nel V. esser coevi o quasi: come
quasi coevi, del resto, li dice l’Autobiografia, salvo ad anticipare al
1686-95, e ad asserir già bell'e compiuto nel 1695, un atteggiamento
spirituale, che forse in lui non cominciò a prender consistenza se non
molti anni dopo. Che se poi questi miei dubbi assurgessero un giorno a
certezza, sarebbe molto interessante indagare se e in qual misura il
neo- platonismo del V. venisse determinato dalle sue lunghe e
appas- sionate conversazioni filosofiche con Paolo Mattia Doria,
ricor- date dal V. medesimo nel prologo del De antiquissima e nel-
l’Autobiografia ». Digitized by Google III
LA SECONDA E LA TERZA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA
Digitized by Google La filosofia di G. B. Vico, se si
può da una parte con- siderare come una delle forme più eminenti dello
schietto spirito italiano e una delle maggiori forze autoctone svi-
luppatesi dalla storia particolare d’ Italia, apparisce, dall'altra, a
chi ne investighi accuratamente i più profondi motivi ideali, quasi uno
specchio dei principii fonda- mentali della moderna filosofia europea:
francese, inglese e tedesca. Essa, insomma, come le affermazioni più
vigo- rose dello spirito, unisce in sé e concilia in un solo atto
di vita la più larga universalità ideale con la più con- creta
determinatezza storica. E l’aver guardato per solito all'una o all'altra
faccia del pensiero vichiano ha reso molto difficile la piena
intelligenza della sua storica indi- vidualità, mentre ha prodotto, come
conseguenza né- cessaria, quella strana storia della fortuna dello
scrittore, che non so se abbia riscontro in altro scrittore di qual-
Stasi letteratura: quella storia anch'essa a doppia faccia di un «
illustre ignoto »: di un grande, anzi grandissimo filosofo per gl’
Italiani, che da un secolo e mezzo non né Tipetono il nome senza sentirsi
vivamente compresi di ammirazione mista a riverenza come innanzi a uno
de’ genti maggiori della loro stirpe, di quelli che la coscienza d
o popolo consacra nel tempio de’ suoi spiriti tutelari; e d'un filosofo,
d’altra parte, ignorato come tale, malgrado 104 STUDI
VICHIANI sporadici omaggi di simpatie, di lodi, e di plagi, nel
mondo della cultura internazionale *, Contrasto tanto più
significativo, se sl considera che l'ammirazione universale e sconfinata
degli Italiani per Vico non aveva punto radici in sentimenti e
tempera- menti spirituali di geloso nazionalismo, poiché Vico sorge
in mezzo a una cultura impregnata d'’ influssi stranieri, segnatamente
francesi, e la sua fama postuma vive e grandeggia attraverso tutto quel
secolo XIX, in cui l’ Italia non lavora che ad affiatarsi con la
filosofia stra- niera, dal Galluppi, che meditò tutta la vita la
filosofia francese e la tedesca di Kant, fino a Bertrando Spaventa
hegeliano o a Roberto Ardigò riecheggiante in Italia il positivismo
francese e inglese; e si pon mente, d'altro canto, che gli stranieri, se
disconoscevano il valore d’un filosofo della forza del Vico, non
indugiavano a scorgere ‘ e pregiare in giusta misura altri dei maggiori
rappre- sentanti della genialità italiana. Basti per tutti
ricordare il Goethe, di cui invano Gaetano Filangieri richiamò l’attenzione
sulla Scienza Nuova, e che ebbe invece animo così pronto a intendere e
gustare Giordano Bruno, p. es., e il Manzoni. Onde è chiaro che non, per
così dire, la generica italianità di Vico fu ostacolo all’ intelligenza
del suo pensiero fuori d’ Italia, ma la sua italianità parti-
colare, riuscita oscura agli stessi Italiani preoccupati delle forme, in
cui gli stessi problemi vichiani si erano pre- sentati nella filosofia
straniera: ossia appunto in quella filosofia che era stata il maggior
pascolo delle loro menti. Uno dei caratteri più appariscenti della
italianità del Vico è il suo atteggiamento negativo e polemico
verso I Tutti i documenti di questa singolare storia sono stati
con grande amore raccolti da B. Croce, Bibliografia vichiana, Napoli,
1904 (negli Atti dell’Accademia Pontaniana) col Supplemento del 1907, il
Secondo supplemento del 1910 (negli stessi Atti) e nuove aggiunte nella
Cri- tica.] la cultura del suo tempo, quando lo spirito italiano
era tributario della cultura straniera, e accoglieva passivo le
idee dominanti oltre Alpi, sopra tutto in Francia: in filosofia, nelle
due forme dell’atomismo gassendista e del matematicismo cartesiano. E
Vico alla intuizione mate- rialistica e naturalistica dell’atomismo
contrappone la concezione idealistica e umanistica della storia, e
al- l'astratta contemplazione delle idee chiare e distinte, oggetto
di intuizione e deduzione matematica, il processo autogenetico della
umanità, che vien creando il suo mondo, e nel suo mondo se stessa. La
storia dell’umanità, prima del Vico e attorno al Vico, in Italia e fuori
d'’ Italia, era erudizione (o filologia, per usare la parola dello
stesso Vico): rivolta più a raccogliere i documenti esterni dell’attività
dello spirito umano, che a penetrarvi dentro e giovarsene a intendere l’
intimo sviluppo di quest’attività medesima. Movimento, di certo,
tutt’altro che trascurabile, anzi di grandissima importanza nella
storia dello spirito italiano, nella quale Ludovico Antonio Muratori
occupa un posto cospicuo: ma che aveva non- dimeno nel suo presupposto
speculativo quel difetto che Vico avvertì: di vedere il solo aspetto
esterno di quella realtà, che è il processo storico: quel difetto, di cui
lo stesso Vico additò profondamente la correzione nella sua unità
di filologia e filosofia. E anche per questa parte è ormai noto che le
menti italiane entravano in una cor- rente che moveva dalla Francia
*. Contro questa cultura in voga, di cui notava accor-
tamente le origini forestiere, il Vico si vantava di essere
«autodidascalo » e di far parte per se stesso riannodan- dosi alla
tradizione italiana dei filosofi del Quattro e del Cinquecento: ai
Ficino, ai Pico, ai Patrizzi, ai Mazzoni, 1 Vedi G. Maucain, Étude
sur l’évolution intellectuelle de 1° Italie de 1657 à 1750 environ, pp.
93 sgg.; e qui sopra p. 9. 106 STUDI VICHIANI agli
Steuco. E in realtà la mentalità del Vico si spiega meglio nel suo
svolgimento se si ricollega col pensiero ita- liano del Rinascimento,
anzi che con quello de’ suoi con- temporanei. Non s'intenderebbe mai, per
dirne una, perché il Vico affermi con tanta insistenza di essere un
platonico, egli che è pure l’autore di una delle filosofie più avverse al
platonismo, senza considerare le tracce di platonismo rimaste nel suo
pensiero dallo studio dei filo- sofi italiani neoplatonici e
neoplatonizzanti del sec. XV e del XVI *. Ma fuori di questa
intima parentela italica della mente vichiana non s’' intenderebbe
neppure un’altra delle ca- ratteristiche più speciali della sua
filosofia, che non è stata tra le minori cause della sua scarsa fortuna
nella storia internazionale del pensiero speculativo: voglio dire
la sua forma, affatto impropria, per cui non c’è uno scritto del Vico,
che si possa additare come esposizione adeguata o approssimativa della
sua dottrina, a quel modo che si fa per Cartesio, per Spinoza, per
Leibniz, per Locke, per Hume e per tanti altri filosofi del periodo
stesso, a cui il Vico appartiene. Questi, invece, non sì propone
mai chiaramente e direttamente la trattazione del pro- blema, che agita
realmente il suo pensiero, e vi riceve infatti una soluzione. Il suo
pensiero filosofico fonda- mentale, per motivi estranei alla sua interna
struttura logica, ci è presentato in una forma più atta a deviare
l’attenzione da esso che non a fermarvela sopra e concen- trarvela: in
una forma impostagli violentemente dall’au- tore, più sollecito,
apparentemente, d’accentuare questa forma estrinseca arbitraria che non
la sostanza vera ed ori- ginale del suo pensiero. Le opere capitali del
Vico son due: il De antiquissima Italorum sapientia ex linguae
latinac originibus eruenda (1710) e 1 Principii d'una scienza nuova d’
intorno alla comune natura delle nazioni (1725, 2% edi- zione 1730 e
’44). Nella prima l’autore, come attesta lo stesso titolo, si propone per
l’appunto di dimostrare quale sia la filosofia che può e deve ricavarsi
dalle origini della lingua latina, come quella dottrina che una volta
dové esser professata da’ più antichi saggi d’Italia; e nella
seconda come argomento principale della ricerca viene annunziata una
scienza nuova intorno alla natura della società umana (come si vien
realizzando attraverso la storia). Ora la critica ha dimostrato che i
problemi, intorno ai quali si travaglia la mente del Vico in queste
due opere, non sono né l’uno né l’altro di questi qui enun- ciati, nei
quali è pure innegabile che egli abbia impegnato di proposito copiose
riserve di dottrina e d’ ingegno, se- gnatamente nella Scienza Nuova. Chi
voglia intendere il De antiquissima, non deve tenere nessun conto del
suo titolo e del proemio, e di tutte le vane investigazioni che qua
e là vi ricorrono, dei riposti concetti, che, secondo 1l Vico,
supporrebbero talune voci latine, ma limitarsi a considerare in se stessa
questa dottrina che egli pretende rimettere in luce dal più vetusto
tesoro della mente ita- lica, e che non è altro che una dottrina
modernissima, quale poteva essere costruita da esso Vico nel 1710. E
chi voglia parimenti penetrare nel pensiero nuovo, che è il
nocciolo sostanziale della Scienza Nuova, non deve ar- restarsi agli
sforzi faticosi, con cui il Vico si argomenta di dimostrare come infatti
l’umanità civile percorra e ri- percorra nel tempo una storia ideale
eterna, ossia come il processo storico obbedisca a una legge costante
immanente alla natura dello spirito umano (che sarebbe soltanto
l’as- sunto di quel contestabile problema filosofico, che si disse
poi di « filosofia della storia »); ma guardare più addentro, per mirare
a quella profonda speculazione (su cui pur costantemente s’aggira il
pensiero vichiano) intorno alla natura dello spirito umano. Della quale
egli scopre in- 108 STUDI VICHIANI fatti una scienza
nuova, ma che non è altro che una nuova filosofia, un nuovo sistema
filosofico. Il pensiero vichiano perciò è un nocciolo chiuso dentro un
forte guscio; e chi non è in grado di rompere il guscio, non può
gustare quel pensiero. Ora questo guscio, come dicevo, non si
spiegherebbe senza la cultura speciale del Vico: cultura
anacronistica, certamente, ma italiana. Quella inutile fatica che si dà
l’autore del De antiquissima di sforzare il significato di talune voci
latine per farne altrettanti documenti di un pensiero italiano
antichissimo, da farsi risalire, secondo probabili congetture, fino alla
filosofia degli egiziani !, ri- chiama bensì il Cratzlo di Platone 2, ma
si riconnette ben più da presso al metodo dei neoplatonici italiani del
Rina- scimento, che aveva, a sua volta, la sua buona ragion d'es-
sere nel sec. XV e nel XVI, ma diventa una semplice «maniera » letteraria
nel XVIII; quantunque qualche suggerimento o incoraggiamento ad usarne possa
il Vico aver ricevuto dagli stessi scrittori contemporanei 3. Il
neoplatonismo italiano del Quattrocento risaliva anch'esso, per la
trafila di Platone, Filolao, Pitagora, Aglaofemo, Orfeo, Mercurio
Trimegisto, fino all’arcana e favolosa sa- pienza egiziana 4: ed era uso
comune a tutti i filosofi pla- tonizzanti di esporre il proprio pensiero
come dottrina de’ più famosi ed antichi, ancorché non mai esistiti,
filo- sofi e sapienti. Tipico per questo rispetto il sincretismo
del De perenni philosophia di Agostino Steuco (1540), dal Vico menzionato
tra gli autori da lui tenuti in maggior considerazione. I
Vico, Seconda risposta al Giorn. dei letterati, $ 1; Opp., I, 242-8.
2 Ricordato dallo stesso Vico nel Proemio. 3 GIOVANNI RossI,
Vico nei tempi di Vico: La cosmologia vichiana, nella Rivista filosofica,
vol. X (1907), pp. 602 sgg. 4 Ficino, Argomento premesso alla sua
trad. del Pimandro. III. LA II E LA II FASE DELLA FILOSOFIA
VICHIANA 109 Quanto alla Scienza Nuova, non parmi possibile
spie- Gare la genesi del problema, nella forma in cui vi è pro-
Posto, senza rifarsi da Platone, dal Vico così lungamente meditato in
compagnia de’ suoi filosofi del Rinascimento, € tenuto poi sempre per la
maggior guida al vero filo- Sofare, quantunque la concezione filosofica
incarnatasi nella Scienza Nuova sia, com’ho accennato, diametralmente
con- traria ai principii del platonismo. Che altro, infatti, è la
Repubblica platonica se non una sorta di storia ideale eterna del corso
delle nazioni, dedotta in qualche modo dalla speculazione della natura
dello spirito umano; storia, in cui campeggia una forma di Stato ideale,
punto di par- tenza ideale e ideal punto di arrivo dei singoli periodi
ci- clici della perpetua vicenda del mondo, ma che anch'essa non
può, nel suo divenire, spiegarsi se non pel natural moto dei sentimenti e
delle idee umane ? Nella prima edizione della Scienza Nuova, dove
discorre della estrema difficoltà, in cui si trova chi indaghi le prime
origini ideali dell'umanità, a ridursi in quello «stato di somma
igno- tanza », libero dalle «comuni invecchiate anticipazioni », in
cui è pur necessario collocarsi per assistere al primo Svegliarsi d’«ogni
senso d’umanità », il Vico dice: « Tutte Queste dubbiezze, insieme unite,
non ci possono in niun conto porre in dubbio questa unica verità, la qual
dee esser la prima di sì fatta scienza; poiché in cotal lunga e
densa notte di tenebre quest’una sola luce barluma: che ’1 mondo delle
gentili nazioni egli è stato Pur certamente fatto dagli uomini; in
conseguenza della quale per sì fatto immenso oceano di dubbiezze, appare
questa sola picciola terra, dove si possa fermare il piede; che i di lui
principii si debbono ritruovare dentro la natura della nostra mente
umana, e nella forza del nostro intendere». E Platone aveva detto
che « quante sono le forme degli Stati, altrettante rischian IIO
STUDI VICHIANI di essere le forme dell’anima »: cinque quelle,
cinque queste !; essendo chiaro, come dice altrove ?, che non dal
rovere e dal macigno procedono le forme politiche, sì dai costumi dei
popoli che nel loro mutare trascinan seco tutto il resto. La differenza
tra la ricerca platonica e la vichiana è certo grandissima per la diversa
concezione da cui muovono, della storia o dell'umanità: ma,
senza dire delle analogie particolari, qui si vuole fermar l’atten-
zione sul loro comune carattere di speculazione ambigua intorno alla
storia, ora intesa come storia ideale, e ora come storia empirica e
cronologica. E così nella Scienza Nuova come nella Repubblica
questa impostazione della ricerca è una superfetazione, che deve superare
chi voglia scoprire la sostanza di pen- siero filosofico viva nelle due
opere. La teoria delle idee e l'etica della Repubblica infatti non ha che
vedere con le fiacche speculazioni politiche sovrappostevi
dall’autore; come le dottrine intorno al mondo dello spirito svolte
dal Vico nella Scienza Nuova non hanno intrinseco legame con la
filosofia storica dei corsi e dei ricorsi. E come il filosofo antico, in
quella sua indagine della ideale successione delle forme di reggimento
politico, ritenne 3 più opportuno, perché più evidente, @c vapyfotepov,
in- durre dall’ indole degli Stati l’ indole degli uomini che li
creano anziché quella dedurre da questa, e cioè contem- plare la natura
dello spirito non in se medesima, nei suoi eterni caratteri, ma nella sua
manifestazione storica ; così il moderno si svia dietro uno sforzo improbo
di rielabora- zione logica (e però incongrua) della materia storica,
per farne sprizzare quell’organismo di categorie spirituali, che
sono il proprio oggetto della sua speculazione. I Rep.] Di qui un
errore capitale della sua costruzione, che sì ripeterà nella filosofia
della storia di Hegel, e che si può definire come quel riflesso del
dualismo, per cui si pone fuori dell’eterno il temporaneo, e si persegue
per- tanto il riscontro del primo nel secondo. Giacché il Vico è
tratto dal suo pensiero verso la storia ideale eterna, la quale, per
essere eterna, non può avere fuor di sé il tempo, e non deve quindi né
applicarsi, né verificarsi in riscontri assurdi. L’eterno è la
risoluzione del tempo; e però realtà eterna è quella che, se essa è,
non può esser altro che essa. E se, dopo aver concepito una realtà
eterna, ne concepiamo ancora una temporanea, egli è che noi mettiamo da
parte la prima per concepire la seconda. La violenta mescolanza che
il Vico, dualisticamente, è indotto a fare, sulle orme di Pla-
tone, della considerazione speculativa (sub specie aeterni) della storia
con la considerazione empirica (sub specie tem- doris), ha fatto della
Scienza Nuova una filosofia della storia, laddove essa avrebbe dovuto
esser nella forma, come è nella sostanza e in ciò che costituisce il suo
valore, una filosofia dello spirito, cioè una metafisica della
realtà intesa come spirito. E come filosofo della storia
bisogna dire che il Vico è stato conosciuto piuttosto largamente, anche
fuori d' Italia. Se non che, come tale, egli, salvo particolari
fortunati, come la sua celebre teoria omerica (non fortunati, per
altro, per le profonde radici che essi avevano in tutta la speculazione
vichiana) non poteva conquistare uno di quei Primi posti, a cui egli
senza dubbio ha diritto, nella storia generale della filosofia. Il
guscio, assai duro a rompersi, celava il nocciolo prezioso.
Ma quando, intorno al 1860, la sua opera maggiore fu riletta
attentamente da un pensatore italiano espertissimo nell’ intendimento dei
più vivi pensieri attraverso i quali si è venuta costituendo la filosofia
moderna, Bertrando 112 STUDI VICHIANI Spaventa, uno
dei più forti pensatori che abbia avuto l’ Italia, poco noto anche lui
fuori d’ Italia per la cagione stessa del Vico, cioè per la sua intensa
italianità, il guscio fu infranto :; e dentro al filosofo della storia si
cominciò a vedere il filosofo originalissimo. Del quale un'analisi
e ricostruzione ampia e sistematica diede per primo Bene- detto
Croce =, mettendo in luce in modo magistrale quelle che si possono dire
le scoperte del celebre pensatore na- poletano, ed eloquentemente
dimostrando le ragioni del- l'alta valutazione che di esso deve farsi
nella storia uni- versale. II. Ora, invece che
l'originalità del Vico, io vorrei qui brevemente rilevare la larga
risonanza che hanno in Eu- ropa i pensieri fondamentali della sua
filosofia nella se- conda e nella terza ed ultima fase del suo
svolgimento e dimostrare così che essa non è un frutto fuor di
stagione, sì uno dei fuochi più potenti in cui si concentrò la
specu- lazione umana nel sec. XVIII, in guisa da non pure racco-
gliere la più ricca eredità del passato, ma da anticipare altresì le più
valide conquiste dell’avvenire. La filosofia vichiana, superata la
sua prima fase di preparazione e di orientamento, in cui rimane sotto l’
in- flusso del neoplatonismo e si sforza di conquistare il proprio
punto di vista, e affermatasi quindi nella sua autonomia, si svolge per
due principali gradi, nettamente distinti, quan- I Da vedere tra i
suoi Scritti filosofici (ed. Gentile, Napoli, Morano, 1900) la prolusione
Carattere e sviluppo della filosofia italiana dal sec. XVI, sino al
nostro tempo (1860), la lettera Paolottismo, positivismo, raziona- lismo
(1868), e La Filosofia ital. nelle sue rela. con la filos. europea
(1861), lez. VI, ed. Gentile, Bari, Laterza, 1908; 2% edizione
1926. è La filosofia di G. B. Vico, cit. III. LA II E
LA III FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 113 tunque il secondo sia
evidentemente lo svolgimento del primo. L’uno è rappresentato dall’
Orazione De nostri temporis studiorum ratione (1708) e dal De
antiquissima (1710); l’altro dal Diritto Universale © (1720-21) e
dalla Scienza Nuova. In quello si hanno 1 lineamenti di una
filosofia kantiana insieme con taluni dei motivi fondamen- tali della
filosofia, da cui Kant prese le mosse; in questo sono affermati i principii
stessi della filosofia postkantiana, cioè dell’ idealismo tedesco.
Dall’uno all’altro c’ è infatti un passaggio analogo a quello per cui
l’idealismo sog- gettivo della Critica della ragion pura = diventa in
Hegel un idealismo assoluto. Come nella filosofia kantiana confluiscono
la metafisica del razionalismo leibniziano e lo scetticismo
dell’empiri- smo inglese, così nella prima filosofia vichiana il
prin- cipio kantiano della sintesi costruttiva del sapere umano si
presenta come l’accordo di uno scetticismo che ha molti punti di contatto
con quello, posteriore di trent'anni, di David Hume, e di una metafisica
che ha strane somi- glianze con quella di Leibniz, da cui è storicamente
indi- pendente. Il Vico infatti segue questi stessi
indirizzi, in cui sì moveva da una parte l’empirismo inglese e dall'altra
il razionalismo francese e tedesco; ma stringendoli insieme, e
riuscendo perciò a cavarne conseguenze che precorrono di almeno
sessant’anni le più profonde vedute del cri- ticismo. | Egli
scorge con Bacone, e più acutamente, il valore dell'esperimento, onde il
fisico sa della natura quel che n — E —_— I
Come si suole designare, sull'esempio dell’autore, il suo trattato De
universi iuris uno principio et fine uno (1720), compiuto l’anno dopo con
un secondo libro: De constantia îurisprudentis. è Il primo a notare
il riscontro della dottrina gnoseologica del De antiquissima col
criticismo kantiano fu F. H. JacoBr nel 1811 nel suo scritto Von den
gottlichen Dingen u. ihrer Offenbarung (Werke.] riesce a rifarne (utpote 1d pro
vero in natura habeamus, cuius quid simile per experimenta facimus) ::
restando negli stessi limiti della dottrina baconiana che, ferma
nel supposto empirista della opposizione della natura allo spirito,
non può riconoscere all’attività di questo una produttività reale: sicché
l’esperimento riesce non a far la natura, ma soltanto a rifarla, oa farne
un quid simile. La teoria vichiana dell'esperimento, del pari
che in Bacone e in Galileo, presuppone la teoria dell’esperienza
sensibile come solo mezzo di conoscenza diretta della realtà naturale.
Ma, con più coerenza di Galileo, il Vico si sot- trae alla illusione
dell’oggettività della geometria o della matematicità della natura, e
combatte il metodo geome- trico di Cartesio e dei cartesiani, e in
generale la con- cezione razionalistica del reale con un nominalismo
empi- rico, che è scala allo storicismo della sua seconda
filosofia. E viene perciò ad incontrarsi con Hume, che separerà la
conoscenza della natura dalla conoscenza matematica, con- trapponendole
l'una all’altra in quanto l’una ha per og- getto verità di fatto e
l’altra mere relazioni ideali; e asse- gnando quindi alla prima un
compito, che non si potrebbe ragionevolmente ascrivere alla seconda,
quantunque nep- pure alla prima riesca di assolverlo: la scoperta
della causa, non quale antecedente empirico dell'effetto, ma quale
potere o forza produttiva, per cui solo è possibile, I De antiq.,
concl. Cfr. cap. II, p. 144-5: « Genus humanum innu- meris novis veris
ditarunt ignis et machina, istrumenta, quibus utitur recens physica,
rerum, quae sint similes peculiarium naturae operum, operatrix », e Vici
Vindiciae (in Opere*, ed. Ferrari, IV, 309): « Uti- nam philosophiae
opera daretur cum Verulamii Organo, ut quod phi- losophi meditarentur, id
ii verum esse experimentis ipsis demonstra- rent.... Nam, si ita physicae
incumberetur, non solum non pluris fie- rent a Socrate sutores quam
sophistae, cum illi tamen aliquod faciant opus humano generi utile, hi
vero nullum omnino; sed in eo sane Deo Opt. Max. quodammodo similes
fierent, cuius intelligentia et opus unum idemque sunt».
III. LA II E LA III FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA II5 secondo che
nota Hume, concepire il rapporto causale come connessione necessaria. La
ragione per la quale Hume nega alla matematica la facoltà di conferire
alla fisica il carattere necessario proprio di essa come scienza
razio- nale e a priori, coincide con quella del Vico: ed è
l'assoluta opposizione della mente alla natura, il cui processo è
un processo interno, diverso e remoto da quello della mente, che
nell’esperienza può seguire soltanto le semplici appa- renze sensibili
nel loro contingente succedersi. La realtà, in questa seconda forma
della filosofia vi- chiana, è esterna alla mente. E però Vico si schiera
contro la Scolastica e la logica del sillogismo, e contro l’
innati- smo e l’astrattismo razionalistico di Cartesio. Condanna
Aristotele, che «metaphysicam recta in physicam intult ; quare de rebus
physicis metaphysico genere disserit. per virtutes et facultates »;
convinto che « naturae iam exstan- tis phaenomena non virtute et
potestate explicare par est», e vedendo con soddisfazione che «tam
meliorum virtute Pphysicorum illud disserendi genus per studia et
aver- stonesnaturae, per arcana eiusdem con- stlia, quas qualitates
occultas vocani, tam, inquam, sunt e physicis scholis eliminata » *. Loda
il De- scartes ?, « che volle il proprio sentimento regola del
vero; perché era servitù troppo vile star tutto sopra l'autorità »;
e « volle l’ordine nel pensare; perché già sì pensava troppo
disordinatamente con quelli tanti e tanto sciolti tra loro obiicies
primo, obiicies secundo ». Sta con Bacone contro Il sillogismo e quella
deduzione analitica del Descartes, che egli paragona al sorite stoico, e
combatte con la tenacia stessa e gli stessi motivi con cui contro la
logica di Crisippo stettero in campo nell’antichità gli Accademici 1
De antig., c. IV, $$ 2 e 3: Opp., I, 158, 161: cfr. Sec. risp., $ IV:
Opere, I, 261-63. Cfr. pp. 83-85. 2 Sec. risp., in Opere, I, 274-5.
IIO STUDI VICHIANI (al Vico familiari per le Accademiche di
Cicerone, da lui espressamente citate, e per le [fotipost di Sesto
Empirico, che deve pure avere studiate, se non altro, attraverso l’
Examen vanitatis doctrinae gentium et veritatis Christianae disciplinae
di Giovan Francesco Pico della Mirandola) *. DI Il
metodo deduttivo anche per Vico è sterile: presup- pone la scienza, non
la costituisce: non tam utilis est ut nova inveniamus, quam ut ordine
disponamus inventa. Così egli paragona i fisici contemporanei, tutti
soddisfatti della loro fisica razionale, chiusa in un sistema statico
di idee ben ordinate, ma senza alcun rapporto vivo con l’espe-
rienza mutevole, a coloro, «quibus aedes a parentibus re- lictae sunt,
ubi nihil ad magnificentiam et usum deside- retur, ut iis tantum amplam
supellectilem mutare loco, aut aliquo tenui opere ad seculi morem
exornare relin- quatur ». Costoro, nota il Vico profondamente,
scambiano la natura con la loro fisica (pongono infatti le loro
idee chiare e distinte come la stessa realtà, o verità, da cono-
1 Per Cicerone v. la Sec. rîisp., $ IV, p. 272 (dove appunto si
rife- risce ad Acad., II, 16, 49). Per Sesto cfr. De antiq., Il, p. 146
(argo- mento degli aequivoca) con Hyp. Pirr. II, 23; De antig., I, 3
(dottrina dei segni) con H. P., II, 10. Per la critica del sillogismo e
del sorite v. De nostri temp., VI, in Opere, I, 89-90, De antig., VII, 5
(Opere, I, 183-4) e Scienza Nuova?, ed. Nicolini, pp. 358-9; e non
occorre ricordare la famosa e perentoria critica del sillogismo di Sesto,
H. P., II, 14. Pel Pico v. per ora F. STROWSKI, Montaigne (nella
Collezione dei Grands philosophes), Paris, Alcan, 1906, pp. 125-30. Un
primo accenno allo scetticismo accademico prevalso in questa seconda fase
della filosofia vichiana si può scorgere in questo luogo della Orazione
III (1701), in Opere, I, 36: « Te iactas, philosophe, principia rerum et
caussas asse- cutum. In quo te iactas ? in quo animos effers, ubi
adversae sectae alius te putat errare ? Addiscamus igitur verum studiorum
usum; et sciamus, vetitam primi parentis curiositatem in nobis esse vera
rerum cognitione mulctatam. Hoc disciplinae doctos a vulgo distinguat.
Utri- que nesciunt: sed vulgus se scire putat, eruditus ignorare se
noscit. Ita
sapiens in omnibus verat; si omnia cum illa exceptione affirmet: ‘ Aio,
ni rectius, aut verisimilius obstet’. Ita nunquam falletur, nec unquam
fallet; ita nunquam ullam stultorum profert vocem: ‘ Aliter putabam ’ ». Cfr. il De mostri temporis, in
Opere, I, 83: « Academici antiqui, Socratem secuti, qui nihil se scire,
practerquam nescire affirma- bat, abundantes et ornatissimi ».
III. LA II E LA III FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 117
scere); sicché sarebbero quasi da ringraziare perché con la loro scienza
ci tolgono l’ incomodo di più oltre studiare la natura: nos tanto negotio
naturae ultra contemplandae liberarunt ®. Che è la più efficace critica
che possa farsi del vecchio apriorismo in nome dei diritti
dell'esperienza. L’empirismo, come ho accennato, trae il Vico
alle. sue conseguenze nominalistiche, dov’ è il fondamento ul- timo
della critica del razionalismo astratto. Combatte in- fatti nel De nostri
temporis l'applicazione del sorite (me- todo deduttivo) alla medicina,
avvertendo che nella de- duzione non si procede da una verità antica a
una verità nuova, ma si rende esplicito l’ implicito, cioè si
rimane nel vero già posseduto. « Afqui morbi semper novi sunt et
alri, ut semper alia sunt aegrotantes. Neque enim ego idem nunc sum, qui
modo fui, dum aegrotantes proloquerer: innumera namque temporis momenta
tam actatis meae praeterieruni, et innumeri motus, quibus ad summum
diem impellor, tam facti sunt». E nel De antiquissima poco dopo
dirà: «‘ Rectum’ et ‘idem’ res metaphysicae sunt. Idem ipse mihi videor;
sed perenni accessu et decessu rerun, quae me intrani, a me exeunt,
quoquo temporis momento sum alius». E ancora: «Haec est vita rerum,
fluminis nempe instar, quod idem videtur, et semper alia atque alia aqua
proflut » 2. I De mostri temp., $ IV. ? De nostri temp., c.
VI e De antigq., c. 1V, $$ 4-5; in Opere, I, 102, 164. Cfr. per la VI
Orazione qui sopra pp. 86-87. Vico così fa sua la dottrina, che PLATONE
(Teeteto 154 A) combatteva, o meglio dalla quale egli, che moveva
dall’eraclitismo, cercava liberarsi. E prima del Vico l'aveva fatta sua
in Italia Tommaso Campanella, a cui Vico qui sì rannoda. Basta leggerne
questo curioso brano che ha così vivo sapore di modernità: « Però gran
stoltizia è credere, che la scienza consista nel sapere gli universali:
che saprò io, se intendo che Pietro è uomo animale razionale, mentre non
intendo le sue qualità e proprietà minutamente ? Vero è che, essendo
impossibile cognoscere tutti gl’ individui, per man- camento fu bisogno
imparare le scienze in universali e in confuso; ma Dio sa le minutissime
particolarità d’ogni cosa; e questa è vera, certa sapienza. Ma la
medicina per il bisogno si avvisa, che non basta sapere [Così nel De
studiorum ratione conclude che la defini- zione del concetto generico non
coglie quel che vi è di proprio nei singoli casi; e però miglior partito
sarà guar- dare al concreto (ut particularia consectemur), e
attenersi alla induzione. Che febra è questa, ma quando,
come assale, e la complessione dell’ in- fermo particolare, e del morbo,
e del medicamento; non in communi, cioè del reubarbaro, ma di questo
reubarbaro, che se ha da dare sino alla tale ora »: Del senso delle cose,
ed. Bruers, II, 22 (Bari, Laterza, 1925, p. 106). Cfr. CAMPANELLA,
Metaph., V, 2, a. 2: «Itaque prin- cipia scientiarum sunt nobis historiae
»; e in proposito, RITTER, Gesch. d. Phil., X, p. 26. BACONE, letto e
ammirato da Vico, dei difetti della medicina del suo tempo aveva detto
nel De augm. scient., IV, 2, (ed. Ellis-Spedding?, I, 590): « Solent
autem homines naturam tanquam ex praealta turri et a longe despicere, et
circa generalia nimium occu- pari; quando si descendere placuerit, et ad
particularia accedere, resque ipsas attentius et diligentius inspicere,
magis vera et utilis fieret com- prehensio. Itaque huius incommodi
remedium non in eo solum est, ut organum ipsum vel acuant vel roborent,
sed simul ut ad objectum propius accedant. Ideoque dubitandum non est
quin si medici, missis paulisper istis generalibus, naturae obviam ire
vellent, compotes ejus fierent, de quo ait poéta [Ovid., Rem. am.
525]: Et quoniam variant morbi, variabimus artes; Mille mali
species, mille salutis erunt ». E tra i desiderata per i progressi
della medicina aveva osservato (ivi, I, pp. 591-2): « Primum est,
intermissio diligentiae illius Hippo- cratis, utilis admodum et
accuratae, cui moris erat narrativam com- ponere casuum circa aegrotos
specialium; referendo qualis fuisset morbi natura, qualis medicatio,
qualis eventus. Atque hujus rei nactis nobis jam exemplum tam proprium
atque insigne, in eo scilicet viro qui tanquam parens artis habitus est,
minime opus erit exemplum aliquod forinsecum ab alienis artibus petere;
veluti a prudentia jurisconsul- torum, quibus nihil antiquius quam
illustriores casus et novas decisiones scriptis mandare, quo melius se ad
futuros casus muniant et instruant ». Ma più degno di
considerazione, per le sue probabili relazioni col pensiero del Vico è
forse un brano della Dissertatio logica (1681) del medico napoletano Luca
ANTONIO Porzio « ultimo filosofo italiano della scuola di Galileo » (come
lo chiama il Vico nell’Autob., p. 37, ricor- dando la stretta amicizia e
gli spessi ragiona- menti avuti con lui). In questo brano, dopo aver
accennata la dot- trina platonica e cartesiana delle idee innate, è
detto: « Coeterum licet haec majori ex parte verissima censeri possint;
homini tamen, ut satis excultus animo sit, non sufficere existimo,
universalia et communia scientiarum principia. Oportet enim non raro ad
particularia descen- dere, et singularem alicujus rei nobis scientiam
comparare. Quod non fit nisi assumpto etiam peculiari et proprio aliquo
quaesitae rei prin- cipio. Sed non inficiabor, ingenium excolendi et
exercendi gratia, posse III. LA II E LA III FASE DELLA FILOSOFIA
VICHIANA 119 Qual'è, si domanda altrove :, la causa del gran
discre- dito in cui è caduta oggi la fisica aristotelica ? È troppo
universale, laddove gli esperimenti della fisica moderna riproducono
fenomeni peculiari determinati. Così nella giurisprudenza l’arte non
consiste nel possedere summum et generale regularum, ma nel vedere le circostanze
pros- sime, alle quali non sempre si possono applicare le disposi-
zioni generali della legge. Ottimi oratori non sono quelli che discorrono
per luoghi comuni, ma quelli che, per dirla con Cicerone, haerent in
propriis. Né gli storici pos- sono contentarsi di narrare i fatti all’
ingrosso, assegnan- done cause generiche. Né la sapienza della vita si
giova di massime astratte, poiché il sapiente dev’esser tale Caso
per caso, e non affidarsi ai sistemi, come fanno 1 dot- trinari
(fhematici), poiché la realtà è sempre nuova: e nova, mira, inopinata
universalibus illis generibus non providentur. Così, nel discorso, ogni
parola conviene sia propria e adatta a ciò che a volta a volta si vuol
dire; nos arbitratu nostro quaecumque velimus determinare, et
cuiuscunque speculationis, quod lubet statuere principium, atque inde
quaenam investigare. Quod si ea quae inveniuntur, consona fuerint tum ei,
quod sumpsimus, hypothesi scilicet prius factae, tum scientiarum
dignitati- bus, hoc est propositionibus per se notis, et communibus
hominum Opinionibus, tunc affirmare poterimus, recte nos fuisse
speculatus. Si quid vero consequatur, quod vel repugnet axiomati alicui,
vel sit contra hypothesim, tunc certi esse possumus de fallacia aliqua
nostrarum cogi- tationum.... Quamobrem si non idcirco philosophamur, ut
ingenium tantummodo exerceamus, verum etiam ut speculationum et
inventio- num nostrarum aliquis sit usus, deducendae illae sunt tum ab
universa- libus scientiarum principiis et communibus hominum opinionibus,
tum ex peculiari non ficto principio, non ficta hypothesi; sed quae sit
secundum rei naturam, quam indagandam suscepimus. Atque ideo meo quidem
iudicio summe custodienda atque promovenda est rerum omnium historia sive
civilium sive bellicarum, sive physicarum sive aliarum, quarumcunque
rerum, utcunque observatarum. Etenim cum vel ipsa natura universalia non
edoceat, observatarum rerum historia particu- laria nobis praebet
principia unicuique scientiae propria, quibus adjuti pleraque, quae nobis
occulta erant, dignoscere valeamus »: Opera omnia medica, philosophica et
mathematica, Neapoli, Mosca, MDCCXXXVI, t. 1, pp. 379-80. 1 De
antiq., c. II, in Opere, I, 144. 120 STUDI VICHIANI
giacché loqui universalibus verbis infantium est aut bar- barorum.
Ed ecco spuntare una dottrina, che avrà un grande va- lore nella
terza forma della filosofia vichiana: la dottrina del certo.
IIIl Il certo nel pensiero del Vico è il determinato, il
positivo, l’effettuale o il concreto, fuori del quale non v’ ha realtà,
ma astrazione: dottrina, che si collega da una parte con la teoria dell’
induzione e dall’altra con quella della percezione. In molti luoghi del
De nostri tem- poris studiorum ratione e del De antiquissima
Italorum sapientia, nonché della polemica a cui questo libro diede
luogo, il Vico raccomanda l’ induzione baconiana, come l'organo proprio
della scienza, che vuol costruire il vero sulla base del certo 1. Ma in
un paragrafo del De anti- quissima ?, svolge una teoria della conoscenza
che va assai più in là di Bacone. Attribuisce alla mente tre
operazioni: percezione, giudizio e raziocinio ; donde provengono le
tre arti della to pica, o arte di trovare, della critica, o arte di
giudicare, e del metodo,o arte di ordinare razionalmente le materie: ma
fondamentali sono la topica e la critica, ossia le funzioni del percepire
e del giudicare. E tra le due quella che costituisce ed estende il
dominio del sapere, la propria sciendi facultas, è la funzione del
percepire, che il Vico ama chiamare ingegno?3: che è qualche cosa di
analogo, ma anche qualche cosa di supe- I E il concetto ritorna
nella Scienza Nuova*, ed. Nic., pp. 358-9. 2? Cap. VII, $ 5.
3 Oltre il De antig., vedi le Vicî vindiciae, Nota q, in Opere, ed.
Ferrari, IV, 309. III. LA li E LA Ill FASE DELLA FILOSOFIA
VICHIANA 12I riore alla esperienza o intuizione sensibile di Kant.
Alla celebre proposizione di questo, che l’ intuizione è cieca
senza il concetto, e il concetto vuoto senza l’ intuizione, 11 Vico
prelude nel suo linguaggio dicendo: « Neque in- ventio sine tudicio,
neque tudicium sine inventione certum esse potest ». E il gi udizio
vichiano è proprio quello che è il concetto puro kantiano, se fuso con
l’in- venzione o percezione: laddove si muta in un’ idea a priori,
in una prolessi dommatica a mo’ degli stoici, o in un' idea innata a mo’
di Cartesio, se diviso dalla per- cezione. La quale, come operazione
propria dell’ ingegno, non è soltanto l’ intuizione del dato (come l’
intuizione di Kant), ma ogni intuizione del certo, ossia del nuovo,
del proprio o singolo, del reale, onde si estende la sfera del
conoscere, e però propriamente si sa. Di guisa che l’ in- gegno è la
forza dello scopritore di regioni per l’ innanzi inesplorate nel dominio
della natura, ma è anche la forza del poeta nella sua originale
creazione, e dello scienziato che scopre rapporti ideali non più veduti:
onde la dottrina vichiana dell’ ingegno supera il concetto dell’
intuizione kantiana, e accenna alla dottrina del genio dei roman-
tici tedeschi. La percezione è insomma non tanto la espe- rienza passiva
di Kant, base alla funzione attiva dello Spirito, quanto la stessa pura
attività mentale, creatrice e costruttiva, con cui non si rielabora un
contenuto già ac- quisito, ma si acquista o si pone il contenuto stesso;
e non si rimane perciò nel già noto, ma si procede di là dal suoi
confini: non analytica via, sed sinthetica, per usare le stesse parole
del Vico, che anticipa con esse la famosa distinzione della Critica della
ragion pura. « Academici toti în arte inveniendi, în illa iudicandi
toti Stoici fuerunt: utrique prave »: e gli Accademici erano per
Vico i filosofi che non avevano costruito con la ragione sull'esperienza,
ma s’eran limitati a raccogliere le appa- renze sensibili e i dati di
fatto, senza né pur giudicarli 122 STUDI VICHIANI per
affermarli o negarli; i puri empirici, insomma; lad- dove gli Stoici,
contro cui gli Accademici avevan batta- gliato, s'erano sbizzarriti a
dommatizzare con la loro pre- sunta scienza naturale della natura; cioè i
razionalisti. Correggere perciò gli opposti difetti degli uni e
degli altri vuol essere pel Vico lo stesso programma annunziato
nelle prime parole della Critica di Kant: « Non c’ è dub- bio che ogni
nostra conoscenza comincia con l’espe- rienza.... ma non per questo tutta
la nostra conoscenza deriva dalla esperienza »: il superamento e la
concilia- zione del pretto empirismo e della metafisica
razionalistica. Ma, come Kant na tuttavia una manifesta propensione
per gli empiristi contro i metafisici, si direbbe pure che il Vico abbia
una particolar simpatia per i suoi Accademici. Egli serba tutti i suoi
strali per gli Stoici (leggi Carte- sio '*), come Kant intitola Critica
della ragion pura la sua opera, che avrebbe pur potuto capovolgere e
intitolare « Critica della pura esperienza ». Per questa simpatia
verso gli Accademici il Vico accentua da una parte lo
scetti- cismo della sua tesi empirica, e, risentendo, assai più
che tra qualche decennio David Hume, anch'egli, com’ è noto,
tornato ad ispirarsi alla filosofia accademica ?, il motivo
umanistico-socratico di questa, s’apre la via dallo scetti- cismo del De
antiquissima alla filosofia positiva della Scienza Nuova. Al
dommatismo cartesiano, che, agli occhi del Vico, rinnovava quello degli
Stoici, egli contrappose il pro b a - bilismo di Carneade 3, salvandone,
come Hume, le matematiche. Le quali sono scienze del vero; ma di
un I «.... Stoicis, quibus recentiores respondere videntur »: De
nostri temp. in Opere, I, 97; Cfr. De antiquissima, ivi, pp. 138-9.
2? Hume, An enquiry concerning human understanding, sect. V, part.
I in princ., e sect. XII. 3 Cfr. la critica di Descartes nel De
antig., I, 3 e la Sec. risp., in Opere. Vero senza certezza; come il
certo del probabile è senza verità. Lo stesso cogîto cartesiano agli
occhi del Vico di- venta quel che è agli occhi di ogni empirista e di
ogni scettico: un fatto, un certo, com’egli dice; un probabile,
come avrebbero detto gli Accademici: qualche cosa che è oggetto di
coscienza, non di scienza; quindi privo della certezza, nel senso
cartesiano di esclusione del dubbio. L’essere dell’ I o che pensa,
per esser vero, e non semplicemente probabile, dovrebbe potersi dimostrare
come l'eguaglianza degli angoli di un triangolo a due retti.
Ma in che consiste la dimostrazione del matematico? o, in altri
termini, in che consiste la verità del suo sapere ? Se la scienza della
natura è offuscata dall’ ignoranza ineli- minabile dell’ intimo processo
della natura, onde la causa- lità cessa di essere una connessione
necessaria, e uno schema d'’ intelligibilità sistematica dei fatti
naturali, nella matematica ci dev'essere quel che manca alla fisica:
la conoscenza del processo per cui si generano i numeri e le figure
(che son la realtà del matematico); e come quel processo pei fatti
naturali è inattingibile, perché la natura è una realtà opposta allo
spirito che la conosce, così il processo generatore della realtà
matematica dovrà, per essere conoscibile, coincidere col processo
conoscitivo; e la causazione essere la stessa conoscenza. Di qui la
or: mula vichiana: verum et factum convertuntur. A questo
concetto della matematica in opposizione al concetto della fisica, che
del resto serpeggiava, ancora immaturo, in Galileo e nella sua scuola, il
Vico fu spinto e dallo studio dei Neoplatonici (poiché nel Ficino
egli aveva letto qualche cosa di simile) 1, e dal confluire nel suo
spirito della nuova gnoseologia delle matematiche, dell’empirismo della
sua scepsi accademizzante e dei vec- chi concetti platonici e scolastici
intorno al rapporto di —- ! Cfr. la dimostrazione
precedente, pp. 30 sgg. e più avanti pp. 139588. 124 STUDI
VICHIANI Dio col mondo. Posto il carattere di verità delle
matema- tiche, riconosciuto da tutta la filosofia, dal Rinascimento
in poi; posto lo scetticismo come negazione della cono- scenza causale
della natura come realtà estramentale; posta la naturaco me realizzazione
del pensiero divino (quale la concepiscono tutti gli scolastici e quei
neopla- tonici, a cui il Vico amava rannodarsi); il dommatismo
matematico doveva apparire il rovescio del ricamo dello scetticismo
fisico. E così il Vico fu condotto a scoprire il suo grande principio del
verum factum, per cui la scienza è solo di ciò che si fa: che è lo stesso
concetto con cui Kant doveva, molto più tardi, giustificare il valore
della scienza, quale cognizione, non di un oggetto che si porga
bello e costituito alla mente umana, anzi di un oggetto costruito appunto
dall’atto stesso del conoscere. La scienza, rispetto alla quale
sorge nel De antiquis- sima la nuova gnoseologia vichiana, è bensì una
scienza puramente formale: piena di verità, ma vuota di certezza.
Vuota di certezza, perché la realtà pel Vico, nel De anti- quissima,
resta la natura (l’opera di Dio): la natura stessa degli empiristi, ma
neoplatonicamente o (che, qui, è lo stesso) spinozisticamente
considerata, cioè superata: non però nel monismo meccanico del filosofo
di Amsterdam, sì in una specie di pluralismo dinamico, che richiama
quello di Leibniz. Come Spinoza, il Vico pone una natura estesa
irridu- cibile al pensiero: ma, pel suo scetticismo, supera
Spinoza, come lo supera Hume; giacché non iscambia la causalità
razionale (che è l’intelligibilità della matematica, o della verità senza
certezza) con la causalità reale della natura, e tiene ben distinto
l’ordine delle verità di fatto dall’or- dine delle verità di ragione.
Spinoza risolve la sua natura corporea o la molteplicità infinita dei
modi dell'estensione nell’unità della sostanza estesa, la quale nella sua
unità è la negazione del corpo e del moto; ma la sostanza per
III. LA II E LA III FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 125 Spinoza
non si sveste mai né può svestirsi dell’estensione, che è attributo
irriducibile ad altri attributi. Per Vico, invece, come per Leibniz,
l’esteso ha il suo principio nello inesteso, talché la sostanza degli
stessi modi corporei è inestesa 1. Né il movimento si risolve nel
meccanismo del- l’ impulso che un corpo esercita sopra un altro corpo,
come nel determinismo spinoziano; bensì nel conato stesso della
sostanza, che è a base del corpo. L'’inesteso è il punto metafisico, che
nella metafisica vichiana ora par molti, ora uno, con un'esitazione che
non è in Leibniz, ma che può dimostrare una vista più acuta di
quella di Leibniz: perché la molteplicità è uno dei ca- ratteri
fantastici della monade leibniziana, la quale, come principio del
composto, ossia del molteplice, dovrebb'es- sere esclusione assoluta
della molteplicità. La scienza del punto metafisico viene ad essere
pel Vico una sorta di geometria del divino, per la quale non si
penetrerà già nell’attualità o nel certo della natura (oggetto della
fisica), destinato a rimanere un libro chiuso con sette suggelli; al
punto che, se Dio volesse insegnarci egli stesso come l’ infinito (la
sostanza) sia sceso in questi finiti (i modi), noi non potremmo, dice
risolutamente il Vico, comprenderlo: perché cotesta è propria scienza
di Dio, che fa dell’ infinito il finito. Si ricordi la dotta igno-
ranza, o cognizione negativa del Cusano, che il Vico non pare abbia
conosciuto, ma alle cui fonti dirette o indirette s'’abbeverò anche lui. Senza
trascendere tuttavia la sfera della conoscenza formale concessa all'uomo,
una metafisica è possibile in un senso analogo a quello per cui
Kant può, senza sconfinare dai limiti segnati dalla t «In mundo,
quem Deus condidit, est quaedam individua virtus extensionis, quae, quia
individua est, iniquis exstensis ex aequo ster- nitur » (De antig., IV,
2; Opp., I, 156). Per le relazioni di questa dottrina con quelle affini
di Bruno, di Spinoza e di Hegel, v. B. SPA- VENTA, Saggi di critica,
Napoli, Ghio.] Critica, indagare i Principii metafisici della scienza
della natura; una metafisica che, conforme allo spirito d’umile
agnosticismo della religione 1, stia nei termini della geo- metria 2; e
sia una geometria che renda pensabili i dati dell'esperienza, procurando
di spiegare il mondo che è fuori della mente con quello che è dentro di
essa, come pure avran pensato di fare i Pitagorici 3, quando dei
nu- meri fecero il principio di tutte le cose. La fisica infatti ci
dà corpi e moto. Ora, pensare quelli e questo non è possibile senza
trascenderli: ché l’essenza del corpo, ciò che noi pensiamo dicendo
corpo, non è niente di esteso e divisibile, come i corpi, bensì un che
d'’ ine- steso e indivisibile. Né l’essenza del movimento si muove;
e dev'essere perciò posta di là dal moto. Ma, se il corpo realizza la
propria essenza, questo è un inesteso che si estende; e se il moto
realizza la sua essenza, questa non è neppure l’assoluta quiete, ma il
principio del movi- mento in fieri. L’inesteso, essenza dell’esteso, è
il punto, concuiinfatti la geometria costruisce le linee, le figure
e, in generale, l’esteso; e se l’esteso si muove, il suo principio sarà
principio di movimento, oltre che di estensione: conato. Il punto
metafisico (che è lo stesso concetto del punto geometrico, non come
defini- zione nominale, ma reale) e il conato sono i due concetti
che, secondo il Vico, rendono intelligibile la fisica quale apparisce
alla mente umana. Ma la metafisica non può andar oltre, e dire come
e perché la sostanza inestesa, unica, infinita col suo sforzo
I«Christianae fidei commoda m»: De antig., concl. 2 « Et ea
ratione geometria a metaphysica suum verum accipit, et acceptum in ipsam
metaphysicam refundit »: De antig., IV, 2, in Opere, I, 157.
3 « Nec.... cum de naturae rebus per numeros disseruerunt, naturam
vere ex numeris constare arbitrati sunt: sed mundum, extra quem essent,
explicare per mundum, quem intra se continerent, studuerunt »: O. c., in
Opere.] si estenda, si moltiplichi, si determini, si muova e dia luogo
alla natura. La quale è opera di Dio, e perciò è conosciuta soltanto da
lui. Pure quel semplice sguardo negativo gettato dentro al segreto della
natura basta a farci apparire tutta la meccanica del determinismo
una apparenza seco stessa contradittoria. Come Leibniz, Vico non sa
più concepire quiete assoluta, né comunicazione di movimento. Accetta da
Malebranche l’occasionalismo 1, e con lui ascrive a Dio ogni attività: «
Lo sforzo dell’uni- verso, che sostiene ogni piccolissimo
corpicciuolo,... non è né l’estensione del corpicciuolo, né l’estensione
del- l'universo. Questa è la mente di Dio, pura d'ogni corpo-
lenza, che agita e muove il tutto » 2. E quel che Dio è al corpi, è anche
alle menti, in cui il Vico, traendo audace- mente alla massima coerenza
l’ intuizione neoplatonica del Malebranche 3, non ammette se non quello
che vi pensa Dio, omnium motuum, sive corporum sive animo- rum,
primus auctor. Sicché il dinamismo vichiano del De antiquissima
ri- specchia quella critica interna del meccanismo carte- siano
che, attraverso Geulincx e Malebranche, perviene in Leibniz al
superamento della fisica come scienza dei fenomeni (dei corpi formati,
come dice Vico) nella speculazione dei punti metafisici, che
caratterizza, come tutti sanno, la prima fase della filosofia
leibniziana; ma non raggiunge il concetto della monade. Giacché,
per quanto si sforzi il Vico d’ introdurre e affermare nella sua stessa
intuizione emanatistica il concetto della libertà dello spirito (che è la
nota più profonda della monade), I «Dunque la percossa non serve
ad altro che di occasione che lo sforzo dell’universo, il quale era sì
debole nella palla, che sembrava star queta, alla percossa si spieghi
più, e, più spiegandosi, ci dia ap- parenza di più sensibile moto »: Sec.
risposta, in Opere, I, 265. * Prima risp., $ III, Opere, I,
218. 3 Cfr. De antiq., cap. VI. 128 STUDI VICHIANI
questo concetto rimane affatto estraneo al suo pensiero; e il suo
punto metafisico, come conato, ondeggia sempre tra il concetto dell’unica
mente di Dio (che è il solo centro reale di questo mondo) e il concetto
dei molti centri indi- viduali di forza. IV. Ma
il concetto della spiritualità e della libertà del reale nello sviluppo
ulteriore del pensiero vichiano fu affermato ben più validamente che
nella monadologia leibniziana. Lo sguardo gettato sulla metafisica della
natura, nel suo significato negativo, è una tappa nella speculazione
del Vico. Tappa, in cui Vico si è sbarazzato del meccani- smo, e si
è raffermato nella sua intuizione giovanile del- l’ immanenza di Dio nel
reale, e quindi nella mente umana. Della quale intanto aveva scoperta la
legge intrinseca: che è quella di creare il mondo che è suo, e non
poter penetrare nella costituzione di un mondo derivante da un
principio diverso. Questa scoperta, a cui la meditazione
dell’antico scet- ticismo lo aveva condotto, era suscettibile di un
grandioso ampliamento, pur che il Vico avesse volto l'animo a un
altro importante suggerimento implicito in uno dei motivi principali
dello scetticismo accademico: voglio dire nel con- cetto socratico della
conversione della ricerca speculativa dalle cose naturali o divine alle
umane: concetto centrale nella filosofia accademica, considerata perciò
da taluno de’ suoi seguaci e de’ suoi storici quasi un ritorno al
punto di partenza originario della filosofia platonica, a Socrate.
Ora dall’ Orazione De mostri temporis studiorum ra- tione: come
dalla Seconda risposta al Giornale de’ letterati* si vede chiaramente quanto
ben disposto fosse l'animo del Vico ad accogliere quel suggerimento e a
fe- condarlo dentro di sé, già fin dal tempo della sua meta- fisica
negativa. Nel primo scritto infatti lamenta, come grave danno arrecato
dal metodo dommatico e scientifico prevalente nella cultura
contemporanea, quel chiudersi negli studi delle scienze naturali,
considerando la natura solo oggetto possibile di scienza, cioè di
cognizione uni- versale e necessaria, e trascurare ogni dottrina morale
perché hominum natura est ab arbitrio incertissima. Cer- tamente, il
metodo aprioristico della scienza fallisce nelle cose umane, dove il
variare delle occasioni e la scelta generano l’ imprevedibile. Ma il
senno pratico (fru- dentia civilis vitae) non si giova della ricerca del
vero (dell’astratto), né i fatti umani possono valutarsi ex ista
mentis regula, quae rigida est; anzi debbono misurarsi con quella
flessibile regola lesbia, che non adatta a sé i corpi, ma essa si adatta
ai corpi; con una specie pertanto di cognizione, che non guardi alle
vette della scienza, sì alle infime particolarità delle cose individuali,
e segua la realtà (il certo) in tutti i suoi mutevoli accidenti
mercé il senso comune, che, in luogo del vero, si contenta e si giova del
verisimile. E nello scritto polemico, contro il matematicismo cartesiano
il Vico asserisce che «la repubblica delle lettere fu così da prima
fondata, che 1 filosofi si contentassero del probabile, esi
lasciasse a’ matematici trattare il vero. Mentre si conser- varon questi
ordini al mondo, del quale avem notizia, diede la Grecia tutti i
principii delle scienze e delle arti, e quei felicissimi secoli furono
ricchi di inimitabili repub- bliche, imprese, lavori e detti e fatti
grandi; e godé l’umana società, da’ greci incivilita, tutti i commodi e
tutti 1 pia- ceri della vita sopra de’ barbari. Sorse la setta
stoica, I $ IV. Questa Sec. risp. è del 1712. 130
STUDI VICHIANI e, ambiziosa, volle confonder gli ordini, e occupar
il luogo de’ matematici con quel fastoso placito: Sapientem nihil
opinari; e la repubblica non fruttò alcuna cosa migliore ». Dove chi
abbia qualche notizia della dottrina di Car- neade non può non
riconoscere il suo probabilismo in servizio della gpévnotc, che è la
stessa prudenza vi- chiana; come non è possibile disconoscere la
parentela della critica vichiana della morale stoica e giansenista
! con la polemica anticrisippea di Carneade. Per Vico,
dunque, come per Carneade e per tutta la tradizione accademica, l’ ideale
del filosofo tornò ad essere Socrate, che anche lui parve «primus a rebus
occultis et ab ipsa natura involutis, in quibus omnes ante eum
philo- sophi occupati fuerunt, avocavisse philosophiam et ad vitam communem
adduxisse, ut de virtutibus et vitiis, om- ninoque de bonis rebus et
malis quaereret »*. Socrate, che « sconsigliava dallo speculare sulle
cose celesti e sul come la divinità produca ciascuno di quei fenomeni »
per non «dare in vaneggiamenti non meno assurdi di quelli in cui
era venuto Anassagora; quell’Anassagora, che si era dato così gran vanto
di sapere spiegare gli artifizi messi in opera dagli dei » 3. Socrate,
che, tutto raccolto per la parte sua nello studio dell’uomo, « domandava
se, a quella guisa che gli studiosi delle cose umane si credono in
grado di effettuare.... quello che avranno imparato, così pari-
mente gli indagatori delle cose divine credono, scoperte che abbiano le
cause di ciascun fenomeno, di poterlo pro- durre quando vogliano, e formare,
a un bisogno, i venti, le pioggie, le stagioni e ogni altra cosa di simil
genere » 4. Parole, di cui par di sentire un'eco lontana in quelle
con cui il Vico enuncia insieme ed illustra la sua più matura
I CROCE, 0. C., pp. 97-8; e cfr. qui appresso, p. 143 Sgg. ?
CIcER., Ac., I, 15. 3 SENOFONTE, Memor., IV, 7, 6 (tr.
Bertini). 40. c., I. 1, 15. III. LA Il E LA III FASE
DELLA FILOSOFIA VICHIANA 131 concezione del problema della
scienza: « Questo mondo ci- vile egli certamente è stato fatto dagli
uomini, onde se ne possono, perché se ne debbono, ritruovare i principii
den- tro le modificazioni della nostra medesima mente umana. Lo
che, a chiunque vi rifletta, dee recar meraviglia come tutti i filosofi
seriosamente si studiarono di conseguire la scienza di questo mondo
naturale, del quale, perché Id- dio egli il fece, esso solo ne ha la
scienza; e trascurarono di meditare su questo mondo delle nazioni, o sia
mondo civile, del quale, perché l’avevano fatto gli uomini, ne
potevano conseguire la scienza gli uomini » *®. Non occorre dire
che questo concetto della filosofia, se ha attinenze storiche, di cui non
è possibile non tener conto, con idee della filosofia socratica e
accademica, è, nel suo proprio significato, assolutamente originale;
come lo scetticismo del De antiquissima, malgrado le sue ma-
nifeste ispirazioni accademiche, è, col suo concetto kan- tiano delle
scienze formali matematiche, più moderno dello stesso scetticismo di D.
Hume. Ora, se nel De an- tiquissima Vico anticipava Kant, qui, nella
Scienza Nuova egli precorre a dirittura Hegel. Lì la mente umana
era considerata creatrice di un mondo astratto, avente perciò
esclusivamente valore pel soggetto che lo costruisce, men- tre ha fuori
di sé la realtà, opera di Dio. E lo spirito geo- metrico era dio di un
mondo di figure, come Dio poteva dirsi il geometra di un mondo reale =.
Qui invece lo spi- rito appare creatore di un mondo saldo, in sé
perfetto, qual è il mondo delle nazioni, la civiltà, la storia. La
profonda meditazione di quella realtà umana, a cui il suo scetticismo lo
richiamava, ha fatto scoprire in questa I Scienza Nuova, ed.
Nicolini, pp. 172-3. 2 «Geometra in illo suo figurarum mundo est
quidam Deus, uti Deus Opt. Max. in hoc mundo animorum et corporum est
quidam geometra». Così ripete ancora nel 1729 il Vico nelle Vindiciae:
Opere, ed. Ferrari.] realtà un essere ignoto all’autore del De
antiquissima, tutto preso dalla vista dell’essere naturale posto da
Dio. Il conato cieco dei punti metafisici, che si risolve
nello sforzo dell’universo, e quindi in Dio, di cui è atto, diventa
ora il conato, «il qual è proprio dell’umana volontà, di tener in freno i
moti impressi alla mente dal corpo, ef- fetto della libertà dell'umano
arbitrio, e sì della libera volontà, la qual’è domicilio e stanza di
tutte le virtù » 1. Il punto metafisico quindi diventa monade; ma anche
ben più che monade. Perché nel concetto della monade leibni- ziana
rimane qualche cosa del concetto dell’estensione, che vuol superare;
giacché ogni monade, come elemento costitutivo del composto, ha accanto a
sé tante altre mo- nadi; sicché è sì spirito, ma limitato e particolare;
è individuo, ma di una individualità che non contiene an- cora in
sé l'universalità; quella universalità interna, senza la quale non ci è
spirito. La monade vichiana invece è la trasformazione del punto
metafisico, quale lo concepiva Vico, tendente a identificarsi con Dio
stesso: l’unico spi- rito, unità che non ha altre unità fuori di sé, ed è
per- ciò vera, assoluta unità. L’umano arbitrio (che è il
conato della Scienza Nuova) è determinato (accertato, nel
linguaggio vichiano) dal senso comune degli uomini; e questo ‘
senso comune vien definito «un giudizio senz’alcuna ri- flessione,
comunemente sentito da tutto un ordine, da tutto un popolo, da tutta una
nazione o da tutto il ge- nere umano »: il gran criterio «insegnato alle
nazioni dalla Provvedenza divina per diffinire il certo d’ intorno
al diritto natural delle genti » 2, onde s’ intesse tutta la trama della
storia. In guisa che lo spirito non è più con- cepito né come
individuale, che abbia fuori di sé l’uni-
-_—_————__—_& I S. N, ed. Nic., p. 183. 2 S. N.2,
Dign.] versale, né come universale che abbia fuori di sé l’ indi-
viduale: anzi individuale, in quanto universale, secondo il concetto che
il Vico era venuto maturando del certo, già accennato nella dottrina
dell’unità della percezione e del giudizio. «Il certo delle
leggi », dice ora 1, «è un’oscurezza della ragione unicamente sostenuta
dall’autorità, che le ci fa sperimentare dure nel praticarle, e siamo
necessitati praticarle per lo di lor certo, che in buon latino
significa particolarizzato o, come le scuole di- cono, individuato; nel
qual senso certum e com- mune, con troppo latina eleganza, sono opposti
tra loro ». Troppo, perché, secondo il Vico, il comune nel certo
può essere oscuro, come quando si vede nel diritto il solo lato
positivo o della forza; ma non può mancare. E in un’altra tesi
fondamentale 2: « La filosofia contempla la ragione, onde viene la
scienza del vero; la filologia osserva l’auto- rità dell'umano arbitrio,
onde viene la coscienza del certo ». La scienza del vero è la scienza
stoica, cartesiana; la scienza delle verità di ragione di Hume: il
dommatismo dell’universale astratto. La co - scienza del certo è
l’attualità del fenomeno, che Vico nella già accennata critica di
Cartesio ha detto non esser negata neppur dagli scettici: è la verità di
fatto di Hume. Alla matematica del De antiquissima mancava la
co- scienza del certo: come alla fisica mancava la scienza del
vero. Qui la Scienza Nuova supera l’astrattezza di quelle due scienze,
mercé il concetto della storia, in cui appunto vero e certo coincidono. E
però dopo le parole testé riferite Vico soggiungeva, che quella sentenza
di- mostrava, «aver mancato per metà così i filosofi che non
I Dign. CXI. * Dign. X. 134 STUDI VICHIANI
accertarono le loro ragioni con l’autorità de’ filologi, come i filologi
che non curarono d’avverare le loro autorità con la ragion de’ filosofi;
lo che se avessero fatto,... ci avrebber prevenuto nel meditar questa
scienza »; la quale si propone di essere l’unità della filologia e della
filosofia. Il vero accertato o il vero certo è unità di ragione e
di fatto, perché è la stessa ragione che si attua nella vo- lontà
(l'umano arbitrio). Non è pura speculazione sul fatto altrui, ma
verum-factum, la realizzazione stessa dello spirito. La
realtà dunque della Scienza Nuova non solo è mente, ma mente come
autocoscienza: non astratta universalità, quale apparisce a se stessa la
mente considerata come oggetto di sé (idea, mondo intelligibile, Dio
trascendente), ma quella concreta universalità che è il soggetto che
si pone per sé, e si attua raccogliendosi nella coscienza di sé. È
insomma la mente quale si realizza nella storia. Infatti «natura di cose
altro non è che nascimento di esse in certi tempi e con certe guise » 1;
e la mente vien manifestando, anzi costituendo, la sua attraverso
il processo storico. Che è il concetto dello spirito o dell’ idea
assoluta, come si sforzerà di pensarlo Hegel. Non è possibile indagare
qui fino a che punto il Vico sia riuscito a svolgere un tal concetto. Il
suo maggior difetto consiste nel non essersi liberato del tutto
dalla trascendenza e dal dualismo; aver lasciato accanto alla nuova
realtà da lui scoperta (che non tollera compagnia) quella del De
antiquissima, ossia la natura opera di Dio; e aver concepito poi la
storia, oggetto della Scienza Nuova, come qualche cosa per sé stante
(un’altra specie di na- tura) di rimpetto alla scienza, quasi storia che
debba esser rifatta dallo storiografo: dualismo del tutto analogo a
quello con cui il Vico si rappresentava nel- I Dign.] l'esperimento
l’opera del fisico rispetto all’opera indi- pendente della natura. Ma
questi gravi residui della concezione dualistica antica permangono
anche nel- l’idealismo assoluto hegeliano, come ora si viene
chia- rendo: e l’opera del Vico precede di poco meno che un secolo
quella di Hegel. NOTA Riproduco qui appresso un brano
d’una mia risposta (pubbl. nella Critica del 1916) a una recensione che
della prima edizione di questo libro fu fatta nella Civiltà Cattolica del
5 febbraio di quell’anno. Il punto principale dove io e
altri (Jacobi, Spaventa, Croce) avremmo preso un grosso abbaglio, e lo
scrittore della Civiltà Cattolica pretende rimettere le cose a posto, è
quel che riguarda la celebre dottrina gnoseologica del De antiquissima,
da me rac- costata, per la sua parte negativa, allo scetticismo di Hume,
e per la parte positiva intesa, come dagli altri maggiori
interpreti, quale dottrina analoga alla kantiana, e raffrontata a certe
osser- vazioni del Ficino. Qui, mi dispiace dirlo, il recensore non
ha capito proprio di che si tratta. « La distinzione », egli
dice, « onde il V. separava la geometria e l’aritmetica dalle altre
scienze, si fonda sul supposto che quelle due sono fatte dall’uomo, e le altre
no. Né si accorgeva il bravo uomo che non diversa è la posizione del
nostro intelletto davanti alla matematica di quel che sia di fronte a
qualunque altro 0g- getto delle cose; e anche il punto, la linea, la
superficie e la ma- tematica, che diceva dall'uomo creati ad Dei instar
ex nulla re substrata, tanquam ex mnihilo, erano accolti nella mente per
una astrazione, alta quanto si voglia, dalla materia delle cose
cor- pulente, giacché gli spiriti non hanno né punti né linee né
su- perficie » (p. 340). Gran brav’uomo davvero quel Vico! In
primo luogo, è da fermar bene che non le scienze matematiche diceva egli
esser fatte dall'uomo: ché questo era carattere comune (da tutti
am- 136 STUDI VICHIANI messo) a ogni scienza, la
teologia esclusa; ma la differenza spe- cifica del sapere matematico, per
la quale questo sapere si salva dallo scetticismo, è pel V. questa, che
cioè anche il suo o0g- getto è fatto da noi. In secondo luogo, non è
possibile stare a ripetere che la matematica è scienza d’astrazione
(ossia empirica) senza lasciarsi sfuggire tutto il significato della
dottrina vichiana; la quale non si riferisce alle relazioni matematiche
che il recen- sore dice «già esistenti e fatte nelle cose e negli oggetti
della nostra contemplazione scientifica », ma a quelle altre, onde
l’uomo mundum quemdam formarum et numerorum sibi condidit, quem
intra se universum combplecteretur: l’oggetto delle matematiche pure, che
è in sé compiuto e perfetto, senza nessun rapporto con gli oggetti dell’esperienza.
Quanto poi agli elementi di cotesto universo interno alla mente, il punto
e l’unità, s’accomodi pure il recensore se crede che già ineriscano alla
materia delle cose corpulente. Noi amiamo stare col brav’uomo: «
Atqui utrumque fictumi punctum enim, si designes, puncium non est;
unum si multiplices, non est amplius unum » (De ant., I, $ 2). Questo, ad
ogni modo, sarà apprezzamento, non accertamento del pensiero
vichiano. Ma, dove si tratta di definire il senso di esso, ecco lo storico
della Civiltà Cattolica saltar su a confondere e cancellare i tratti
essenziali della dottrina di cui si vuol di- scutere 1: « Va però
osservato, a non esagerare di troppo la ten- denza scettica della norma
vichiana, esser cioè veri criterium et regulam ipsum fecisse, che il V.,
quando afferma la minor cer- tezza delle altre scienze rimpetto alle
matematiche, non diceva cosa nuova, e ripeteva ciò che in parte aveva già
letto nella me- tafisica di Suarez, e forse nel commento dell’Aquinate,
le cui parole non sembrano sconosciute al Vico. Non pare pertanto che,
come afferma il Gentile, proprio dalla schietta dottrina
neoplatonica il V. deducesse la sua gnoseologia.... » (p. 341). Malgrado
l’abilità dello stile (che vuol dire e non dire), qui evidentemente si
afferma che almeno un addentellato alla gnoseologia del
verum-factum (senza il colorito scettico che assume nel V.) può trovarsi
in Suarez I Del resto, a proposito di un’ interpretazione
arbitraria che io avrei fatta di alcune parole di Vico, la Civiltà
Cattolica ci addita una novissima e mai sospettata interpretazione del
verum-factum, scrivendo: «Se, secondo il Vico,il vero si converte col
fatto, occorre]affermare che nel fatto (!) delle sue parole sia la verità
(!) della sua mente quale in- tese farcela conoscere » (p. 345). In
verità, non si può essere interpreti più fedeli del pensiero d’un
filosofo ! einS. let. 3, Ma
(2.0 Re laphysi Mathen Talibus fecta
« superio Modo « esse te i haec
ulteriu Parter Plicite Quod Per ns0 di
condert pol di la tele gin È
of cer” dicev* Jla DE i paso!
-—r.] e in S. Tommaso. Del primo dei quali si cita Metaph., Disp.
I, lect. 5, n. 26; e del secondo Comm. alla metaf., lib. I, lect.
2. Ma ecco integralmente il luogo del Suarez: « Respondetur !
ergo primo fortasse in aliquo statu posse Me- taphysicam humanam esse
perfectiorem et certiorem quam sint Mathematicae: nam, licet acquirendo
hanc scientiam solis natu- ralibus viribus et ordinario modo humano non
possit tam per- fecta obtineri, si tamen noster intellectus iuvetur ab
aliqua superiori causa in ipsomet discursu naturali, vel si ipsa
scientia modo supernaturali fiat, licet res ipsa sit naturalis, potest
forte esse tam clara et evidens ut Mathematicas superet. Quia vero
haec responsio magis est theologica quam philosophica, addo ulterius,
quamvis Metaphysica in nobis semper sit, quoad hanc partem, inferior
Mathematica in certitudine, nihilominus sim- pliciter et essentialiter
esse nobiliorem: ad quod multum refert quod sit secundum se et ex parte
obiecti certior: nam dignitas obiecti maxime spectat ad dignitatem
scientiae et illa est quae per se redundat in scientiam: imperfectiones
autem quae ex parte nostra miscentur, sunt magis per accidens: et ad hoc
tendit definitio data, in quo sensu nullam involvit repugnantiam». Dove,
per aguzzare che si faccia la vista, non si vede nulla della dottrina
vichiana. E S. Tommaso, commentando quel testo della Metafisica
aristotelica, che dice più certe (propriamente, più esatte,
&xprBéotepar) le scienze aventi oggetti più semplici e più
elementari, come l’aritmetica rispetto alla geometria, che richiede
qualche dato di più (I, 2, p. 982 a 25-28), dice: I Al n. 23, a
proposito del luogo di ARIST., Metaph., II, 3, p. 995 a, 14-16, s'era
proposta la distinzione tra la metafisica in noi che ha minor certezza
della matematica, e la metafisica in sé, a cui la matematica stessa è
subordinata, e dal cui valore perciò dipende, poiché «res illae de quibus
Mathematicae tractant, includunt communia et trascendentia praedicata de
quibus Metaphysica disserit ». Alla qual difesa della metafi- sica, nel
numero 25 si opponeva: « Haec scientia [sc. Metaph.], prout in nobis est,
semper est minus certa in hac parte, quam Mathematica: ergo simpliciter
est minus certa, quia Metaphysica de qua agimus non est alia nîsì humana:
haec tantum in nobis est. Quid ergo vefert ad nobili- tatem Metaphysicae,
quod secundum se sit angelica ? illud enim erit verum de Metaph.
angelica, non de nostra. Unde tractando de mostra, videtur involvi
repugnantia in illa distinctione secundum se et prout in nobis. Haec enim
optime quadrat et ita est illa usus saepe Arist.in 1° Poster. etin
principio Phys. et Metaph. At vero acconimodata actibus vel habitibus
nostris nullo modo videtur posse habere locum ». 138 STUDI
VICHIANI «Quanto aliquae scientiae sunt priores naturaliter, tanto
sunt certiores: quod ex hoc patet, quia illae scientiae, quae
dicuntur ex additione ad alias, sunt minus certae scientiis, quae
pauciora in sua consideratione comprehendunt, ut Arithmetica certior est
Geometria; nam ea, quae sunt in Geometria, sunt ex additione ad ea quae
sunt in Arithmetica. Quod patet, si consideremus id quod utraque scientia
considerat in primum principium, scic. unitatem et punctum. Punctus enim
addit super unitatem situm. Nam ens indivisibile rationem unitatis
constituit; et haec, secundum quod habet rationem mensurae, fit
principium numeri. Punctus autem supra hoc addit situm. Sed scientiae
particulares sunt posteriores secundum naturam universalibus scientiis,
quia subiecta earum addunt ad subiecta scientiarum universalium, sicut
patet quod ens mo- bile, de quo est naturalis philosophia addit supra ens
sim- pliciter, de quo est Metaphysica, et supra ens quantum, de quo
est Mathematica: ergo scientia illa, quae est de ente et maxime
universalibus, est certissima. Nec illud est contrarium, quod dicitur
esse ex paucioribus, cum supra dictum sit quod sciat omnia. Nam
universale quidem compre- hendit pauciora in actu, sed plura in potentia.
Et tanto aliqua
scientia est certior, quanto ad sui subiecti considerationem pau- ciora
actu consideranda requiruntur. Unde scientiae operativae sunt
incertissimae, quia oportet quod considerent multas singu- larium
operabilium circumstantias ». La certezza di cui parla qui Tommaso
d’Aquino, l’&xptBoXoyla di Aristotele, non ha nulla da vedere con la
certezza di cui parla il Vico, la certitude cartesiana, che è il problema
di Hume, di Kant e di tutta la filosofia moderna. Quella è, si può dire,
una certezza oggettiva, e corrisponde all’ idea chiara di Descartes;
questa invece è la certezza soggettiva, o presenza del soggetto
nell’og- getto, del cui significato storico il mio recensore avrebbe
potuto rendersi conto già per quel poco che io pure ebbi occasione
di dirne nel mio studio. Senza dire poi che per Aristotele e per
Tom- maso d’Aquino, di questa certezza, è sì più certa l’aritmetica
della geometria, e tutte due della fisica; ma più certa ancora
dell’aritmetica è la metafisica. E senza dire che il concetto di questa
qualsiasi certezza non ha (com’ è naturale) nessun punto di contatto con
la dottrina del verum-factum. Sicché, non volendo dire che lo scrittore
della Civiltà Cattolica abbia citato i due luoghi di Suarez e di S.
Tommaso per gettar polvere negli occhi, bisogna pensare che non si sia
fatto ancora una chiara idea di quel che significhi la dottrina del
Vico. I riscontri invece tra il concetto del Vico e la dottrina
del Ficino, seguitata dal Campanella, di cui ho pure additato luoghi
molto significativi, sono così evidenti, che bisogna proprio voler tenere
gli occhi ben chiusi per non vederli. Il mio recensore vi sorvola per
notare poi che « sulla identità del vero col fatto, dal Gentile e dal
Croce meglio si poteva citare ciò che il Ficino dice della verità divina,
ove afferma che Dio è veritas, quia producendo esse dat omnibus (Opera,
ed. 1561, I, 97)» e in un altro luogo dove l’arte umana è paragonata alla
divina, e quindi si distingue una veritas operis humani, adaequatio eius ad
hominis mentem e una veritas operis naturalis, quod est divinae mentis
opus, adae- quatio ad divinam mentem (II, 1221). Ma egli stesso poi
deve affrettarsi a soggiungere: «In ciò il filosofo cristiano
platonico non diceva nulla di nuovo né di diverso dagli scolastici e
dal- l’Aquinate » (p. 342). O allora ? Se per trovare l’origine del
con- cetto vichiano — che lo stesso recensore è costretto a ricono-
scere come diverso dal concetto scolastico — si deve cercare in un
concetto analogo, è inutile cercare in quelle pagine del Ficino, dove
questi non si allontana dagli scolastici; ma bisogna rivol- gersi a
quegli altri punti, sui quali si fermò la mia attenzione, e che il
recensore si guarda bene dal considerare. Ai quali mi piace qui
aggiungerne un altro, che sempre più conferma che il con- cetto vichiano
della verità non è nel filosofo fiorentino un’osser- vazione fortuita e
senza radici nel suo pensiero. Nella stessa Theologia platonica, XIII, 3,
leggiamo: «Unum est illud in primis animadvertendum, quod
artificis solertis opus artificiose constructum non potest quilibet
qua ratione quove modo sit constructum discernere, sed solum qui
eodem pollet artis ingenio. Nemo enim discerneret qua via Ar- chimedes sphaeras
constituit aeneas, eisque motus motibus cae- lestibus similes tradidit,
nisi simili esset ingenio praeditus. Et qui propter ingenii similitudinem
discernit, is certe posset easdem constituere, postquam agnovit, modo non
deesset materia. Cum igi- tur homo caelorum ordinem, unde moveantur, quo
progrediantur, et quibus mensuris, quidve pariant, viderit, quis neget
eum esse ingenio, ut ita loquar, pene eodem quo et author ille caelorum
? ac posse quodammodo caelos facere, si instrumenta nactus fuerit,
materiamque caelestem postquam facit eos nunc, licet ex alia materia,
tamen persimiles ordine ? ». 140 STUDI VICHIANI Nel
suo Commentario al Parmenide poi, cap. 32 (ed. cit., t. II, p. 1149) si
trova un’osservazione, che fu già da noi riferita a p. 31, dove il Ficino
dice che la cognizione umana delle cose materiali, poiché noi non siamo
gli autori delle cose non è altro che una proportio quaedam, laddove Dio
le conosce veramente, perché ne è la causa. Che se qui pare
dubitativamente concedere potersi la cogni- zione umana intendere forse
come proporzione al conosciuto, ossia come adequazione del soggetto
all’oggetto, più oltre, e nella pagina stessa, dimostrando perché la
cognizione divina non importi congruenza dell’ intelletto divino con le
cose materiali e transeunti, mette bene in chiaro la natura affatto
soggettiva d'ogni conoscenza, l’umana compresa: «.... Multo
minus actio in agente manens, id est cognitio, adducit agentem, id est
cognoscentem, pro ipso cognoscendorum modo cognoscere: quod omne
cognoscens non simpliciter pro rei cognitae qualitate, sed pro ipsa
cognitivae virtutis natura, forma et dignitate, cognoscat et iudicet,
hinc apparet, quia hominem nobis obiectum aliter quidem sensus exterior,
aliter autem ima- ginatio viderat, aliter item ratio, aliter intellectus.
Sensus enim solam rem praesentem percipit et accidentia sola; imaginatio
et absentem repetit et quodammodo substantiam suspicatur, com-
ponit, dividit, sola summatim conficit quae singulatim quinque sensus;
ratio vero et haec efficit omnia, et praeterea ad univer- salem speciem
incorporeamque naturam argumentando se tran- sfert; intellectus denique
simul quodam intuitu conspicit, quae ratio multifariam argumentando
circumspicit, quemadmodum visus obiectum globum semet percipit ut
rotundum, tactus autem saepius attingendo.... Neque rerum cognitarum
conditiones, sed naturam ipsam suam sequitur [sc. întellectus]
cognoscendo: na- turam inquam uniformem, indivisibilem, immutabilem
». Dottrina tra le più atte a confermare la tendenza della gnoseo-
logia del verum-factum: tendenza scettica, finché non si risolva il
dualismo del soggetto e dell’oggetto. Dal Ficino, e in generale dal
platonismo, ho sostenuto che il Vico fosse anche indirizzato verso quella
intuizione panteistica, che è, suo malgrado, nel fondo di tutto il suo
pensiero filosofico. Sono affatto inutili e fuor di luogo le osservazioni
che si tornano a fare ancora una volta circa l’avversione del Vico
al panteismo. Nessuno ha mai dubitato di ciò, e la questione non è
questa. Il punto ora contestato è che dal Ficino il filosofo napoletano
potesse ricevere suggestioni panteistiche. Contestato, III. LA II
E LA III FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA I4I bensi, col solito dire
e disdire: perché prima si assicura che « se il Vico lesse e studiò le
opere del Ficino e dei Platonici, non ne bevve però gli errori dommatici
»: il che vorrebbe dire che questi errori intanto nel Ficino ci sono; poi
si garentisce che «quel letterato [cioè, il Ficino appunto] era assai ben
ferrato in teologia cattolica » e che «la sua Theologia platonica altro
non è che una teologia cristiana » e che «è assai difficile
ammettere che il F. e dopo di lui il V. accogliessero il panteismo »
(341-2). Che diamine ! Bruno sì: egli, tra il Ficino e il Vico,
egli accolse il panteismo, «perciò incorse nelle condanne della Chiesa
». Ma sta a vedere chei sognatori alemanni e i nuovi hegeliani
napoletani hanno scoperto essi che il buon canonico di Santa Maria del
Fiore accolse l’emanatismo plotiniano, pure sforzandosi di accomodarlo
coi dommi cristiani. Io confesso di non conoscere storico della filosofia
degno di questo nome, che lo metta in dubbio; e mi pare che potrebbe
bastare per tutti il Vacherot, autore di una Histoire critique de l’école
d’Alexandrie, che è della metà del secolo passato, ma che non è stata
ancora sostituita. Il quale, dopo dimostrato che nella stessa Theologia
il Ficino espose la dottrina di Plotino avec un ordre, une clarté, une
précision qu'on ne retrouve point dans les Ennéades, osserva: « En
devenani Alexandrin, Ficin voudrait rester orthodoxe. Mais il est
facile de s’apercevoir qu’ il ne conserve guère que la langage de la
théologie chrétienne. Il préte è Dieu tous les attributs Psychologiques
dont le dépouillait l’ idéalisme néoplatonicien.... mais il les détruit
pour les définitions et les explications tout Ale- xandrines qu’ il en
donne.... La psychologie de Ficin est encore Plus compléiement
alexandrine que sa théologie», ecc. (t. III, Pp. 180-1). Sicché questa almeno del panteismo
ficiniano non è poi la grande eresia alemanna o napoletana !
10 Digitized by Google IV DAL CONCETTO
DELLA GRAZIA A QUELLO DELLA PROVVIDENZA Digitized by Google
La quistione della grazia, come s’ è veduto, fu stu- diata dal
Vico negli anni passati a Vatolla (1686-95). «In grazia della ragion
canonica », racconta di sé nel- l’Autobiografia, «inoltratosi a studiar
de’ dogmi, sì ri- truovò poi nel giusto mezzo della dottrina
cattolica d’intorno alla materia della grazia, particolarmente con
la lezion del Ricardo, teologo sorbonico, che per fortuna si aveva seco
portato dalla libreria di suo padre ». E la dottrina di questo teologo il
Vico stesso riassume dicendo che costui «con un metodo geometrico fa
vedere la dot- trina di sant'Agostino posta in mezzo come a due
estremi tra la calvinistica e la pelagiana e alle altre sentenze
che all'una di queste due o all’altra si avvicinano; la qual disposizione
riuscì a lui efficace a meditar poi un prin- cipio di dritto natural
delle genti, il quale e fosse comodo a spiegar le origini del dritto
romano ed ogni altro civile gentilesco per quel che riguarda la storia, e
fosse conforme alla sana dottrina della grazia per quel che ne
riguarda la morale filosofica ». Dove c’è un’interpretazione del
Ricardo e una genealogia della propria dottrina, per così dire, postuma:
data dal Vico più di trent'anni dacché aveva letto il teologo sorbonico,
e dopo che il suo pen- siero (almeno su questo punto) aveva fatto molto
cam- mino. Non è quindi privo d’ interesse ricordare quanto del
Vico ci sia nell’ interpretazione del Ricardo, e quanto del Ricardo nella
genesi del pensiero vichiano. Ne deriverà qualche nuovo chiarimento
intorno a un punto essen- ziale di questa filosofia. Il
Ricardo, a cui il Vico si riferisce, è il gesuita francese Stefano
Dechamps (1613-1701), professore della Sorbona, confessore del principe
di Condé, autore di vari scritti polemici di teologia, pubblicati anonimi
o sotto lo pseu- donimo di Antonius Richardus *. Gran diffusione
ebbero, nel fervore della lotta tra giansenisti e gesuiti, la sua
Disputatio theologica de libero arbitrio, qua defenditur cen- sura sacrae
Facultatis Theol. Parisiensis lata 27 iunii r560, et plures novi dogmatis
propositiones ab eadem merito proscribi et S. Augustini aliorum Patrum ac
veterum theolo- gorum doctrinae adversari demonstratur (1645); di cui
una quarta edizione fu pubblicata a Parigi nel 1646, e una quinta a
Colonia nel 1653; e il grosso ?n-folio, al quale il Vico certamente
allude, De haeresi Janseniana ab apo- stolica sedes merito proscripta, in
tre libri, la cui prima edizione, incompleta, è del 1645, e la seconda
del ‘54. A documentare la posizione tenuta dal Dechamps
meglio di ogni esposizione possono giovare alcune citazioni te-
stuali. Basterà limitarsi ai punti più importanti. Contro l’accusa
di pelagianismo, che Martino Chemnitz aveva mossa ai gesuiti, il Dechamps
riferisce la risposta datagli dal gesuita Andradio, che fu de’ teologi
del Con- cilio di Trento: « Et sane, inquiunt, quamvis nos a
divina misericordia pen- deamus; quamvis nihil boni operetur fidelis,
quod in illo non efficiat Deus; quamvis non solum gratia conferatur ut
converti possimus, sed etiam ut convertamur; etsi gratia haec, quae
ad operandum necessaria est et velle facit, non sit quaecumque
inspiratio aut cogitatio sancta, sed efficax Dei operatio: quamvis
I BACKER-SOMMERVOGEL, Biblioth. d. écriv. de la Comp. de Jésus, part. I,
t. II, coli. 1863-9. V. anche SoMMERVvOGEL, Dictionn. des our. anonymes et
pseudon.., Paris, 1884, s. Richardus. 2 Citerò quest’ultima,
Lutetiae Paris, Cramoisy.] haec omnia vere admittamus, homini tamen semper
liberum relinquitur divinae operationi praebere impedimentum,
eamque vel amplecti, vel etiam repudiare ». Haeccine verba, Chemniti, sunt
liberum arbitrium a divina gratia segregantium !... Haec est Coloniensium
patrum Societatis Iesu sententia, quam Pela- gianismi insimulare numquam
desinis !, Per Giansenio non c’è termine medio tra grazia e
libero arbitrio; quel libero arbitrio, che i pelagiani avreb- bero preso
dalla filosofia profana, e introdotto in teologia ad extenuandam Christi
gratiam. Né vale richiedere, oltre al libero arbitrio, la grazia: «qui
semel liberum hominis lapsi arbitrium indifferentem ad utrumlibet
facultatem esse definienit, etsi postea gratiam ad bene agendum
necessariam esse fateatur, abire tamen non potest, quin, S.
Augustino iudice, in Pelagir haeresim incidat ». Tutte
calunnie, secondo il Dechamps. Il quale contesta che non si possa
conciliare il concetto della libertà con quello della grazia, e che
Agostino abbia condannato come pelagiano qualsiasi concetto della
libertà, secondo che Giansenio pretende. In primo luogo bisogna
osser- vare che il libero arbitrio può esser considerato in due
modi, Primo, pro naturali facultate secundum se sumpta quae
pro libito potest alterutrum e duobus eligere, sive quae, positis
omni- bus ad agendum requisitis, agere potest et non agere. Secundo,
pro facultate omnibus ad bene agendum viribus instructa. Quae duo quantum
inter se distent, hoc exemplo intelligetur. Aliud est oculum posito
lumine videre posse, aliud habere lumen ad viden- dum. Nam qui caecus non
est, etsi tenebroso claudatur specu et nulla collustretur luce, oculos
tamen habet, quibus, cum lux adfuerit, videre poterit. Ita aliud est
hominis voluntatem esse eiusmodi, ut, positis omnibus ad agendum
praerequisitis, agere possit et non agere; aliud ea omnia ad bene agendum
praere- quisita habere. Primum ad libertatem naturae spectat;
secundum ! Lib, I, disp. III, c, VI, $ 6, p.
58. 148 STUDI VICHIANI ad libertatem gratiae, sive ad
laudabilem illum liberi arbitrii statum, ad quem divina gratia evehimur.
Prima libertas deleri peccato non potest. Nam, etsi voluntas necessariis
ad bene agen- dum praesidiis spolietur, et, infami daemonis servituti
manci- pata, ne levissimum quidem melioris vitae votum de se
concipere possit, talis est tamen semper, ut, cum aliunde necessaria ad
bene agendum subsidia adfuerint et caelestis gratiae aura
afflaverit, agere possit et non agere. Secunda, primi parentis culpa
periit. Nam tum omnibus gratiae praesidiis destituti, cam in
miseriam incidimus, ut non simus sufficientes cogitare ali- quid ex
nobis, tanquam ex nobis. Qui cum Calvino aliisque superioris aevi
haereticis congressi sunt Ca- tholici, hanc utriusque libertatis
distinctionem diligenter obser- vaverunt; quod ex illa totius de libero
arbitrio controversiae disceptatio penderet. Hinc Bartholomaeus contra
Calvinum scribens (lib. I de lid. arbit., cap. 3); «Ignoras», inquit, «
aliud esse hominem libertatem arbitrii habere, hoc est potentiam
con- sentiendi vel dissentiendi, ut dixi: quod naturae liberum dicitur
arbitrium; aliud vero libertatem meritorie ope- randi iustitiam: quod
liberatum liberum dicitur ar- bitrium»!. In secondo luogo,
poi, è da notare che non pensa di- versamente sant’Agostino: il quale,
quando nega contro Pelagio il libero arbitrio, intende di questa libertà
libe- rata, principio attivo di bene; ma non nega mai in con-
seguenza del peccato di Adamo il libero arbitrio, anche come principio di
male. « Fides Catholica, egli dice, neque liberum arbitrium negat, neque
tantum eci tribuit, ut sine gratia valeat aliquid ». E altrove più
chiaramente: « Pec- cato Adae liberum arbitrium de hominum natura
periisse non dicimus, sed ad peccandum valere in hominibus subditis
diabolo ; ad bene autem vivendum non valere, nisi ipsa voluntas hominis
Dei gratia fuerit liberata, et ad omne bonum actionis, cogitationis,
sermonis adiuta ». I Lib. III, disp. II, cap. 18. IV.
CONCETTO DELLA GRAZIA E DELLA PROVVIDENZA 149 Questo concetto
insufficiente della libertà negativa s' è già incontrato nel Vico, nell’
Orazione del 1700 *. Ma in quella stessa Orazione abbiamo visto com'’egli
sentisse pure il bisogno di qualche cosa di meglio. Certo, nel suo
teologo non trovava un libero arbitrio che senza l’estrin- seco aiuto
della divina grazia bastasse a bene operare; quantunque dovesse,
senz’alcun dubbio, esser più sod- disfatto da questa dottrina che
un’ombra almeno di libertà lasciava all'uomo; all’ucmo di quella che
egli chiamerà umanità gentilesca, artefice an- ch'egli del mondo
delle nazioni. E non poteva egualmente non propendere alla
sentenza della teologia sorbonica nella questione famosa della
grazia efficace, che è l’altro mcmento della nega- zione della libertà
nel giansenismo: per cui, l’uomo non è libero prima d'esser redento dalla
grazia, perché, per effetto del peccato, è in potere del diavolo; e non è
libero né anche dopo, perché l’efficacia della grazia redentrice
consiste nella necessità della redenzione. Prima la sua volontà è
principio del male, e soltanto del male; poi, del bene, e soltanto del
bene. E non vien concepita mai come principio degli opposti, quale
dev'essere, per esser libera. Anche qui il gesuita distingue; e se la
distinzione tra grazia sufficiente che non è sufficiente e grazia
efficace provocherà il sorriso del Pascal, essa però ha una pro-
fonda ragion d'essere, e mira a salvare insieme con la grazia la libertà,
senza la quale la grazia edificherebbe la distruzione. Il Ricardo
riferisce in proposito un luogo del De spiritu et littera (c. 33) di
Agostino, che egli dice un compendio di tutti i libri scritti dal Santo
contro i nemici della grazia e del libero arbitrio: un muro di
bronzo contro pelagiani, manichei, luterani, calvinisti e simili
pesti. 1 Vedi sopra pp. 65 sgg.. 150
STUDI VICHIANI Attendat et videat non ideo tantum istam voluntatem
divino muneri tribuendam, quia ex libero arbitrio est, quod nobis
na- turaliter concreatum est; verum etiam quod visorum suasionibus
agit Deus ut velimus et ut credamus: sive extrinsecus per Evan- gelicas
exhortationes, ubi et mandata legis aliquid agunt, si ad hoc admonent
hominem infirmitatis suae, ut ad gratiam iusti- ficantem credendo
confugiat; sive intrinsecus, ubi nemo habet in potestate quid ei veniat
in mentem; sed consentire vel dissentire propriae voluntatis est.
His ergo modis quando Deus agit cum anima rationali, ut ei credat;
neque enim credere potest quolibet libero arbitrio, si nulla sit suasio
vel vocatio, cui credat; profecto et ipsum bonum velle Deus operatur in
homine, et in omnibus misericordia eius prae- venit nos: consentire
vocationi Dei, vel ab ea dissentire, sicut dixi, propriae volun-
tatis est!. Anche il Concilio di Trentc ?, ispirandosi a
questa dottrina di Agostino, sentenziò lhominem praevenienti
gratiae posse dissentiri. Basta perciò questa grazia a salvar l’uomo, nel
senso che non gli occorre altro, se egli vuole salvarsi. Ma egli deve
volere. La grazia risana la volontà (e si dice perciò medicinale). Ma
all'uomo già di sana volontà Agostino 3 afferma Deum permisisse
atque dimisisse facere quod vellet, e però gratiam in eius arbitrio
reliquisse. E qui c'è un punto, che dové fermare l’at- tenzione del Vico
4: Insignis est in hanc sententiam planeque divinus locus
ille, quo S. Augustinus Petilianum Donatistarum episcopum sic af-
fatur: «Si tibi proponam quaestionem, quomodo Deus Pater attrahat ad
filium homines, quos in libero dimisit arbitrio, fortasse eam difficile
soluturus ess Quomodo enim attrahit, si dimittit ut quis quod vo-
I Lib. III,
disp. III, cap. 1. 2 Sess. 6, can. 4. 3 De corrept. et
gratia, c. 12. 4
Cap. cit, IV. CONCETTO DELLA GRAZIA E DELLA PROVVIDENZA ISI
luerit eligat? Et tamen utrumque verum est, sed intel- lectu hoc
penetrare pauci valent. Si ergo fieri potest, ut quos in libero dimisit
arbitrio attrahat tamen ad Filium Pater, sic fieri potest, ut ea quae
legum coércitionibus admonentur, non auferant liberum arbitrium ». Haec
S. Augustinus scribit ad Donatistarum querelas retundendas, qui cum
propositis suppliciis ab haeresi sua deterrebantur, de Catholicis
graviter expostulabant in haec verba: « Cur vos non liberum arbitrium
unicuique sequi permittitis, cum ipse tamen Dominus Deus liberum
arbitrium dederit hominibus ? ». Respondet S. Augustinus liberum arbi- trium legum
coéèrcitionibus non eripi, quemadmodum divina per gratiam tractione non
violatur. Unde concludit: « Nemo ergo vobis aufert liberum arbitrium, sed
vos diligenter attendite quid potius eligatis: utrum correcti vivere in
pace, an in malitia per- severantes falsi martirii nomine vera supplicia
sustinere ». Qua ex disputatione certissime conficitur quod pugnamus.
Primo, quia clarissime et expressis verbis de gratia medicinali S.
Augustinus affirmat, quod gratiae nullam agendi necessitatem inferentis
argumentum esse Jansenius profitetur: nempe Deum per gratiam homines
trabhere: et tamen in libero dimittere arbitrio, ut quis quod
voluerit eligat. Secundo, quia inepta esset illa comparatio, et
contra S. Augustini mentem, si divina ratio sequendi necessitatem im-
poneret; nam ex illa Petilianus continuo colligeret, quod unum
contendebat: nimirum intentata a legibus supplicio necessitatem parendi
imponere, adeoque libertatem illam, quae necessitati est inimica,
hominibus adimere. Il Vico riferisce ed accetta, come abbiamo
visto !, nel De antiquissima questa soluzione agostiniana del pro-
blema che nasce dal versetto del Vangelo di Giovanni (VI, 44): «Nemo
potest venire ad me, nisi Pater, qui misit me, traxerit eum ». Il Vico
condensa la soluzione nel motto: «Non solum volentem, sed et lubentem
trahit, et voluptate trahit »?; e nel De constantia iurisprudentis (1721)
dirà: «Ex divini sacrificiù meritis divina gratia ita trahit
- +——À#—— I Pagg. 59-60. * De an., in Opere, I, 174.
152 STUDI VICHIANI ad Deum homines, ut, quemadmodum
appositissime D. Augustinus * ex Poeta docet: .... trahit
sua quemque voluptas ». Intorno a questa voluftas 1 Dechamps
disputa molto sottilmente ?, a proposito della grazia a perseverare
con- cessa da Dio agli angeli e all'uomo prima del peccato. Per la
quale osserva che Agostino non adopera mai nes- suno dei termini da lui
usati per esprimere i moti della volontà, sia come impulsi di essa, sia
come aiuti attuali inerenti a lei stessa. E nota ben dodici di questi
termini; sel che si riconducono all’amor indeliberatus (come
spiritus charitatis, inspiratio charitatis, ecc.); e sei che hanno
per tipo la delectatto, ma suonano anche: suavitas, dulcedo,
condelectatio, incunditas, voluptas 3. Tutti proprii del- l’uomo
beneficato dalla grazia dopo il peccato, ed espri- menti tutti, perciò,
non l’unità primitiva, in cui la na- tura ha in se stessa la grazia, ma
un'unità che presup- pone l'opposizione. Cum igitur S.
Augustinus eiusque discipuli, de statu inno- centiae disputantes, his
nominibus natura, naturalis possibilitas, liberum arbitrium, non
solam voluntatem sine vitio, sed ipsam quoque habitualem gratiam,
quae completam bene agendi potestatem illi conferebat, plerum- que
intelligant, quid mirum si bona status illius opera vel libero arbitrio
adscribant, vel naturae opera appellent, vel, quod durius videtur,
naturaliter fieri contendant ? Audi S. Augustinum de bono opere
disputantem: « Hoc opus est gra- tiae, non naturae: opus est, inquam,
gratiae, quam nobis attulit secundus Adam; non naturae, quam totam
perdidit in semetipso primus Adam, etc. Non est igitur gratia in natura
liberi arbitrii, quia liberum arbitrium ad diligendum Deum primi peccati
gran- 1 Il Vico rimanda qui al Tract. XXII in Iohannem. Correggi:
XXVI, 4. 2 Lib. III, disp. III, c. 16. | 3 E per la voluptas cita
appunto il luogo del Tract. XXVI in Iohann.] ditate perdidimus ». Quibus verbis
manifeste significat opus bonum, quod iam gratiae tribuit, si Adam non
peccasset, fore opus naturae; sed huius rei caussam inde repetit,
quod ante primum peccatum gratia Dei esset in natura liberi
arbitrii: gratia, inquam, illa, quae ad bene agendum ex parte voluntatis
requiritur !. Questa natura liberi arbitrit, in cui, prima del
peccato, era immanente la gratta, dopo del peccato è perduta; e per
quanta voluptas Dio ci faccia sentire nell’assenso al suo divino suggerimento,
essa non può considerarsi una espressione della stessa umana natura: come
la sua vo- luptas del poeta latino. E quando perciò Vico nel De
constantia iurisprudentis raccosta la voluptas agostiniana a quella
virgiliana (e il raccostamento è già implicito nel lubentem del De
antiquissima), egli mette in Agostino e nel Ricardo un po’, anzi molto
del suo pensiero, che tende a risolvere il dualismo insuperabile del
domma della grazia in una fondamentale unità. Ma, tanto nel
De antiquissima quanto nel Diritto Uni- versale il Vico, pure accennando
con questa interpreta- zione sforzata della dottrina agostiniana a
superare il concetto trascendente della grazia, crede tuttavia di
doversi arrestare. E mantiene la necessità della grazia per spie-
gare il processo dello spirito. Nella seconda delle due opere testé
menzionate si propone esplicitamente il pro- blema. Contrapposta la
stoltezza dell’uomo caduto alla eroica sapienza di Adamo anteriore al
peccato, concepisce la vita umana come un processo di realizza-
zione dell’ infinito, ossia dello spirito. Dio è fosse, nosse, velle
infimitum; l’uomo, poiché è corpo, oltre che spirito, e poiché il corpo è
limitato, è mosse velle posse finitum quod tendit ad infinitum. L’uomo
aspira a unirsi con Dio, che è il suo principio; e questa aspirazione può
compiere ! Lib. III, disp.] soltanto conformandosi all’ordine
della natura, nel quale sovrasta per la ragione a tutti gli animali;
ossia som- mettendo la volontà alla ragione. Sommissione, in cui
consistette la natura hominis integra, conferita da Dio ad Adamo, ut
nullo sensuum tumultu agitaretur, sed et in sensus ed in cupiditates
liberum pacatumque exerceret im- perium. Questa natura integra dell’ucmo,
conforme al- l’ordine delle cose, è la mnaturalis honestas integra.
Ma questa rettitudine naturale dell’uomo venne corrotta per colpa
dell’uomo: in che modo ? Ut voluntas rationi domi- naretur. Donde nasce
la passione (cupiditas), che non è altro che amor sui ipsius, e l’errore,
ossia quella iudicii temeritas, qua de rebus 1udicamus, antequam eas
habeamus plane exploratas. Or, come riconquistare la verità, e ri-
staurare il processo divino dell’ uomo ? Com? nel De an- tiquissima *, il
Vico sente la necessità di ammettere un minin.o di umanità a capo
dell’umanità. Sed homo Deum aspectu amittere omnino non potest
suo; quia a Deo sunt omnia; et quod a Deo non est, nihil est; nam
Dei lumen in omnibus rebus, nisi reflexu, saltem radiorum refractu
cernere cuique datur. Quare homo falli nequit, nisi sub aliqua veritatis
imagine; vel peccare nequit, nisi sub aliqua boni specie 2.
Ma queste immagini della verità, questi semi di bene non bastano ancora
pel Vico a spiegare l’umanità. Hinc aeterni veri semina in homine
corrupto non prorsus extincta; quae, gratia Dei adiuta, conantur
con- tra naturae corruptionem. Conato, che è l’effetto della
provvidenza e della grazia divina, come una cosa sola. Giacché, se qui
parla di gra- I Vedi sopra pp. 59-60. 2 Opere, ed. Ferrari,
III, p. 26. IV. CONCETTO DELLA GRAZIA E DELLA PROVVIDENZA
155 zia, poco prima ha detto « provvidenza »; dove,
definendo gli attributi di Dio, ne fa consistere la bontà in ciò,
quod omnibus rebus a se creatis quemdam conatum, quod- dam 1ngenium
indit se conservandi. Così, quando per corporeae naturae vitia, quibus
dividitur, atteritur et cor- rumpitur, singula quaeque in sua specie
conservari non possunt, divina Bonitas per ipsarum vitia rerum
erumpit, et conservati în suo quaeque genere cuncia. Di guisa che
questa bontà non ha funzione diversa dalla sapienza di- vina; la quale,
quatenus suo quaeque tempore cuncia promat, Divina Providentia
appellatur. Quella divina Provvidenza, le cui vie sono le opportunità, le
occasioni, gli accidenti, attraverso ai quali erompe la divina
Bontà, e fa nascere la virtù, com? virtù dianoetica o sapienza, e
virtù etica, infrenatrice degli affetti, imperfetta nei gentili, o
perfetta, qual’ è soltanto la virtù cristiana, che, reprimendo la
filautia, piega l’uomo all’umiltà:. La virtù si può bensì distinguere in
prudenza, temperanza e fortezza; ma a patto che vadano tutte insiem=
con- giunte perché la virtù è una, e non dell’uomo. «Sed Dei virtus
est, divina gratia, quae suo lumine Christianis perspicue recta vitae
agenda demon- strat: et efficit ut uno genere assensionis et rebus
contem- bplandis et rebus in vita agendis assentiamur » ?. I
Pagg. 27-28. Cfr. p. 214. 2? Op. cit., p. 28. Uno genere
assensionis, perché spinozianamente o, com'’egli preferisce dire,
socraticamente, il Vico tiene a confermare quel che ha stabilito nel
lemma 4° (Prolog.), che cioè la volontà libera o razionale coincide con
l’ intelletto (voluntas et intellectus unum et idem sunt, aveva detto
SPINOZA, Eth., II, prop. 49 sch.): « Unum esse genus
assensionis, et quo rebus contemplandis, et quo rebus in vita agendis,
perspicue, ut tamen utrarumque fert natura, demonstratis assentimur. Nam
qui officio faciendo non assentitur, is perturbatione aliqua animi id
perspicue faciendum non cernit: quare ubi perturbatio sedata sit, et
animus ea sit defoecatus, hominem poenitet prave facti: quod quia in
geometricis rebus ex. gr. non evenit, quia linearum nulla sunt studia
sive affectus nulli, quibus perturbari homines possint, idcirco in iis ac
in vitae officiis faciendis diversum assensionis genus esse videtur »: Vico,
Op.2, ed. Ferrari, III, 17; cfr.
pp. 42-43. 156 STUDI VICHIANI La virtù concreta è
adunque virtù divina; o almeno quel lume della divina grazia, che rende
possibile il volere umano instauratore dell’ordine morale. Che è pel Vico
un ordine naturale, ossia ideale, eterno di giustizia: immuta- bile
come fato, quasi sanctio et veluti vox divinae mentis, al dire di
Agostino. E l’uomo vien instaurando questa eterna giustizia secondo le
occasioni di utilità e di neces- sità, che la Provvidenza gli vien
presentando affinché esso affini e svolga la sua natura primitiva.
Homo erat factus ad Deum contemplandum colendumque et ad caeteros
homines ex Dei pietate complectendos, quae erat honestas integra: bonae
igitur occasiones fuere usus et necessitas, quibus Divina Providentia
«rebus ipsis dictantibus », ut eleganter ait Pomponius, hoc est ipsarum
sponte rerum, homines originis vitio dissociatos, non ex honestate
integra, quae ex animo tota erat, prae Dei pietate, quia non
integros, sed ex aliqua honestatis parte, nempe ex corporis
utilitatum aequalitate, quae magna et bona parte corruptos ad
colendam societatem retraheret. Uti corpus non est causa, sed occasio,
ut in hominum mente excitetur idea veri, ita utilitas corporis non
est causa sed occasio, ut excitetur in animo voluntas iusti !.
Qui, evidentemente, la Provvidenza, senza la quale non ci sarebbe
giustizia, e quindi non ci sarebbe società, è identica con la grazia: la
quale opera sulla volontà umana illuminandola e traendola a Dio con
quell’azione che vien definita dalla sana teologia agostiniana.
Onde nella seconda parte del Diritto Universale (De const.
iurisprud.) il Vico crederà di poter dire che i suoi tur:s principia sunt
maxime conformia santiori de gratia doctrinae. Ratio enim
naturalis est, qua gentes ipsae sibi sunt lex: eaque est «lumen divini
vultus super omnes signatum »; et immutabiliter tuetur libertatem humani
arbitrii, ut possimus, I Pagg. 30-31. IV. CONCETTO DELLA GRAZIA E DELLA
PROVVIDENZA 157 si volumus, subsistere motus cupiditatis. Sed
gentes vel Chri- stianae ipsae, exsortes divinae gratiae, aliis
cupiditatibus, ut humana gloria, non tam subsistunt, quam deflectant
motus cu- piditatis, unde edunt imperfectae virtutis facinora: sola
Christi gratia victrix praestat, quam diximus esse verae virtutis notam
!. In una lettera del 1726 all’ab. Esperti il Vico accennava
alla morale giansenistica, deplorando che «in odio della probabile s’
irrigidisse in Francia la cristiana morale » ?. Morale da stoici, secondo
lui, «i quali vogliono l’am- mortimento de’ sensi » e «negano la
Provvidenza, facen- dosi strascinare dal fato, ignari che la filosofia,
per giovar al genere umano, dee sollevar a reggere l’uomo caduto e
debole, non convellergli la natura »; ignari «che si dia Provvidenza
divina » e « che si debbano moderare l’umane passioni con la giustizia e
da quella sì moderate farne umane virtù » 3. Tutte determinazioni che
nella Scienza Nuova il Vico riferisce bensì agli stoici, ma a quegli
stoici, coi quali si confondevano nella sua mente i razionalisti
cartesiani, e quella sorta di razionalisti, che col loro fata- lismo e
rigorismo erano pure, ai suoi occhi, i giansenisti 4. Il rigorismo,
conseguenza necessaria del carattere tra- scendente della dottrina
giansenistica della grazia, era pel Vico un lato solo della verità, che
egli certamente, nel suo platonismo, non voleva disconoscere. E nel
Diritto Universale, stabilita l’eternità come nota propria del
diritto naturale, ossia della morale, soggiunge: « Indidem ruris
naturalis immutabilitatem, quam meliores moralis Christianae auctores
rigorem appellant, aeternam in- I Pagg. 220-1. *
Opere, V, 186. 3 S. N, ed. Nic., p. 118 (secondo il testo 1730).
Cfr. S. N.! in Opere, ed. Ferr., p. 14. 4 Egli conosceva e
ammirava, pur dichiarandoli «lumi sparsi» e semplici tentativi, i
Pensieri di Pascal e i Saggi di Nicole: Opere2, ed. Ferr., VI, 127, e
Opere, V, 19, 238. 11 158 STUDI VICHIANI
telligis »; e nota che di qui viene l’ immutabilità dello stesso giusto
volontario: Quod fateri verum omnes necesse est, qui de
divina gratia cum moelioribus sentiunt post D. Augustinum, qui
saepe docet « Deum suo immutabili decreto nostram arbitrii libertatem
tueri »; atque hac ratione iurisprudentiae Christianae propria principia
docerent !. E qui interviene il concetto della sintesi del
vero e del certo, ossia della ragione e dell’autorità o vo-
lontà. Nella Scienza Nuova del 1725 della grazia non si
parla, e il Vico si contenta di speculare su quella Provvidenza
scoperta nel Diritto Universale, che qui dice «l’architetta di questo
mondo delle nazioni » mediante la sapienza del genere umano: «mente
eterna ed infinita, che penetra tutto e presentisce tutto; la quale, per
sua infinita bontà, in quanto appartiene a questo argomento, ciò che
gli uomini o popoli particolari ordinano a’ particolari loro fini,
per li quali principalmente proposti essi anderebbero a perdersi, ella
fuori e bene spesso contro ogni loro pro- posito dispone a un fine
universale; per lo quale, usando ella per mezzi quegli stessi particolari
fini, li conserva » *. E nelle successive rielaborazioni dell’opera si
profonda sempre più nella speculazione di questa razionalità
positiva del giusto, della civiltà, del processo storico, insomma,
dello spirito umano. Onde, condensando nelle dignità della seconda
Scienza Nuova tutta la filosofia delle sue indagini, finirà con
l’accorgersi che la sua Provvidenza prescinde affatto dall’opera del Cristo,
e perciò non ha ! Opere, ed. Ferr., V, p. 52.
Per Sant'Agostino il V. qui cita del- l'edizione dei Maurini (Parigi,
1679-1700): De civ. Dei, V, 10, VII, 30 (to. VII): De 7r._
nit., III, 4, e De corrept. et gr., c. 8, n. 14 (to. X).Il Ferrari riproduce la
nota con qualche inesattezza. 2 Opere, ed. Ferrari, IV, 39-40,
41. IV. CONCETTO DELLA GRAZIA E DELLA PROVVIDENZA 159
più niente che fare con la grazia. Laddove la filosofia, secondo la Dign.
VI, considera l’uomo quale deve essere, «la legislazione considera l’uomo
qual è per farne buoni usi nell’umana società; come della ferocia,
dell’avarizia, dell'ambizione, che sono gli tre vizi che portano a
tra- verso tutto il gener umano, ne fa la milizia, la merca- tanzia
e la corte, e, sì, la fortezza, l’opulenza e la sa- pienza delle
repubbliche; e di questi tre grandi vizi, i quali certamente
distruggerebbero l’umana generazione sopra la terra, ne fa la civile
felicità ». Donde il corol- lario: « Questa Degnità pruova esservi Provvedenza
divina, e che ella sia una divina mente legislatrice, la quale
delle passioni degli uomini tutti attenuti alle loro private
utilità, ne fa la giustizia, con la quale si conservi uma- namente la
generazione degli uomini, che si chiama gener umano ». La Provvidenza
qui, evidentemente, è la stessa logica onde si rende intelligibile lo
stesso fatto storico dell'umanità. Il quale basta, per Vico, nella
successiva Dignità, a provare che c’è un diritto di natura o, che è
lo stesso, che l’umana natura è socievole, « poiché il gener umano da che
si ha memoria del mondo ha vivuto e vive comportevolmente in società », e
«le cose fuori del loro stato naturale né vi si adagiano né vi durano
». E tutto ciò! prova «che l’uomo abbia libero arbitrio, però
debole, di fare delle passioni virtù; ma che da Dio è aiutato,
naturalmente con la divina Provvedenza e, soprannaturalmente, dalla
divina grazia». Ed ecco esplicitamente messa da parte la grazia,
e ricondotta alla sola Provvidenza come razionalità imma- nente
ogni spiegazione della realtà umana, o di quella «natura comune delle
nazioni » che il Vico chiama « sub- ———& I Dign.]
bietto adeguato » della propria scienza 1. La grazia non è negata, di
certo, ma dichiarata estranea alla ricerca vichiana. Se non che, e questa
è l’importanza delle riflessioni spese dal Vico nella questione della
grazia, il suo concetto della Provvidenza, nato da quello della
grazia e spiccatosi da esso quando il Vico sentì il bisogno d’una grazia
immanente, conserva sempre la primitiva impronta della dottrina della
grazia, quale è propugnata dal Dechamps. In un corollario infatti della
Dign. CIV («la consuetudine è simile al re.... ») che conferma l’
VIII, l’autore torna a dedurne che «l’uomo non è ingiusto per
natura assolutamente, ma per natura caduta e debole ». E soggiunge:
E ’n conseguenza [questa Degnità] dimostra il primo principio
della cristiana religione, ch’ è Adamo intiero, qual dovette nel- l’ idea
ottima essere stato criato da Dio. E quindi dimostra i catolici principii
della grazia: che ella operi nell'uomo, ch’abbia la privazione, non la
niegazione delle buone opere, e sì, ne abbia una potenza inefficace, e
perciò sia efficace la grazia; che perciò non può stare senza il
principio dell’arbitrio libero, il quale na- turalmente è da Dio aiutato
con la di lui Provvedenza.... sulla quale la cristiana conviene con tutte
l’altre religioni 2. Dove la dottrina della grazia coincide
perfettamente con quella che abbiamo vista difesa dal Ricardo, se
si bada a quel principio dell’arbitrio libero, la cui necessità si
tiene ad affermare accanto alla grazia efficace; ma dalla grazia si
distingue la Provvidenza, non propria del Cri- stianesimo, bensì comune a
tutte le religioni, e dal Vico concepita come la legge stessa di quel
processo dal finito all’ infinito, che è per lui la vita dello spirito
come unità 1 Mi attengo qui al testo del 1730, che è più affine al
pensiero del Diritto Universale, ponendo la giustizia termine medio tra
Dio e l’arbitrio umano. 2 S. N.*, ed. Nicolini, p. 164.
IV. CONCETTO DELLA GRAZIA E DELLA PROVVIDENZA I6I di questi
due opposti. Sicché, terminando la Scienza Nuova, ei potrà dire che
quella mente che fece il mondo delle Nazioni, è bensì una sovrumana
sa- pienza, ma che opera senza forza di leggi, anzi « facendo uso
degli stessi costumi degli uomini, de’ quali le costumanze sono tanto
libere d’ogni forza, quanto lo è agli uomini celebrare la lor
natura»: E la grazia veniva quindi per lui ad identificarsi, per
quanto oscuramente, con la stessa natura. I S. N, ed. Nicolini, p.
1047. Digitized by Google V LE VARIE
REDAZIONI DELLA «SCIENZA NUOVA » E LA SUA ULTIMA EDIZIONE
Digitized by Google Non spetta a me di lodare Fausto
Nicolini del lavoro faticoso e difficile da lui condotto a termine nei
tre ma- gnifici volumi della sua edizione della Scienza Nuova 3;
quantunque io sia dei pochissimi che possano personal- mente attestare
l’amore, l'entusiasmo che ha sorretto per sei anni o sette questa tempra
fortissima di studioso sagace, instancabile e geniale attraverso la
lunghissima via percorsa per rifare parola per parola la
composizione, così singolare anche per gli sforzi tormentosi
costati all'autore, di quest’'oscuro e vasto monumento del pen-
siero italiano che è l’opera maggiore del Vico. L’amore, l'entusiasmo del
Nicolini non ha bisogno d’altri testimoni, oltre il suo libro. Il quale
si apre con una lucidissima introduzione, che illustra acutamente le
complicate dif- ficoltà in cui rimase fatalmente avvolto il pensiero
vi- chiano, e 1 molteplici tentativi ond’esso si venne a grado a
grado accostando alla sua espressione finale nell'ultima I
GIAMBATTISTA Vico, La Scienza Nuova giusta l’edizione del 1744, con le
varianti dell’edizione del 1730 e di due redazioni intermedie inedite e
corredata di note storiche, a cura di FAUSTO NICOLINI (nei Classici della
Filosofia moderna, n. XIV), Bari, Laterza, 1911, 1913 e 1916 (8°, un vol.
in tre parti di pp. LXXXxIV-1274, con ritratto). Del volume uscì
contemporaneamente un'edizione di lusso in cento esem- plari numerati, di
carta a mano, formato 8° grande. Dell'opera il N. ha ora in corso di
stampa, negli Scrittori d’ Italia, una nuova edizione in due volumi. Nel
primo sarà dato il testo e una scelta delle varianti di maggiore
interesse. Nel secondo saranno condensate, in un'’espo- sizione continua,
le note, arricchite di molte giunte. 166 STUDI VICHIANI
forma della Scienza Nuova, per rifare quindi la storia dei
manoscritti e delle stampe; e dimostra così l'opportunità dei criteri a
cui s’ è inspirata la nuova edizione. Si con- chiude con un ricchissimo
indice analitico, dove tutti gli elementi sparsi nel contenuto del
difficile libro sono ad uno ad uno disarticolati e classificati e
ordinati alfabeti- camente. E tutte le mille e dugento pagine mostrano
il valente editore vigile scrutatore d'ogni parola, d’ogni sillaba,
d'ogni virgola del suo testo, a ricostruire e, qua e là, perfino a
emendare, ma con molta discrezione, l’ in- tricata né sempre corretta
sintassi dell'autore, a indagare le fonti e le inesattezze e gli equivoci
delle citazioni e dei richiami affollantisi dietro alle deduzioni
vichiane, e schiarire oscurità, e illustrare argomentazioni, e
rannodare pensieri; e non posar mai, insomma, finché non abbia
accompagnato il suo gran Vico al termine del suo viaggio. Il nome di Vico
non potrà più disgiungersi da quello del Nicolini; perché nessuno più
studierà la Scienza Nuova senza servirsi di questa edizione e attingere
al tesoro di erudizione, ammassatovi nelle note a dichiarazione
degli accenni e riferimenti onde è sempre complicato il pen- siero
vichiano. E questo è il maggior premio e la lode più bella che il
Nicolini potesse ambire. II. Singolare opera la
Scienza Nuova per la sua struttura ! Merito capitale della edizione del
Nicolini è appunto il darci fedelmente il processo di questa struttura,
per ciò beninteso che si riferisce a quella che l’autore stesso
battezzò Scienza Nuova seconda. Giacché, dopo il De antiquissima Italorum
sapientia (1710), — che contiene per alcune parti una dottrina in diretta
antitesi con quella della Scienza Nuova, ma contiene pure il principio
filosofico più profondo, che animerà l’opera maggiore, — il Vico
tutti gli altri trentaquattro anni della sua vita li visse nella
meditazione dei problemi, che sono argomento della Scienza Nuova. Intorno
al ’19 1 suoi pensieri avevano preso già corpo. Ma da quell’anno fino al
’35 o ‘36, quando si può ritenere abbia data l’ultima forma al libro
cui intendeva affidare il suo nome, lavorò a ben quattro
esposizioni diverse del suo pensiero. La prima volta gli die’ forma nei
due libri De universi iuris uno principio et fine uno (1720) e De
constantia turisprudentis (1721): due parti di una stessa opera, che il
Vico stesso dice del Diritto Universale. Il De constantia comprendeva
alla sua volta due parti: una, molto breve, De constantia
philosophiae, esposizione dei principii filosofici che illu- minano tutta
la storia del diritto nella sua concreta realtà, che è tutta la vita
spirituale dell’uomo, ossia la civiltà; e l’altra, assai ampia, De
constantia fhilologiae, ricostruzione dei fatti dalle testimonianze
rimasteci, in- terpretate al lume di quei principii. E qui era un
capi- tolo: Nova scientia tentatur; «donde » (come dirà Vico stesso
nella sua Autobiografia) «s’ incomincia la filologia a ridurre a
principii di scienza, e.... sopra tal sistema vi si facevano molte ed
importanti scoverte di cose tutte nuove e tutte lontane dall’oppinione di
tutti i dotti di tutti i tempi »!. I Autobiografia ed.
Croce, pp. 41-2. Sui rapporti fra Dir. Universale e Scienza Nuova, v. ora
anche NIcoOLINI, Vita di G.B. Vico, nel Giorn. crit. di filos. ital.,
1925. Ma quanto alla data assegnata dal Vico alla Scienza Nuova in forma
negativa, il NICOLINI stesso mi comunica ora qualche suo dubbio: « Par
difficile che alla Scienza Nuova in forma negativa il V. cominciasse a
lavorare fin dal 1722. Basta pensare che nel 1722 il V. lavorava intorno
alle Note al Diritto Universale, le quali furon finite di stampare non
prima dell’agosto 1722. Pertanto, malgrado l'affermazione dell’Autobiografia,
credo che alla Scienza Nuova negativa il V. si accingesse non prima ma do
po la disavventura universitaria dell’aprile 1723. Essa era già a buon
punto nell’ottobre 1723, giac- ché il 30 di quel mese Anton Francesco
Maria Marmi, informato da [A questa prima forma ne seguì ben presto
un'altra, che non fu più stampata, quantunque già pronta per la
stampa, e già riveduta e approvata dal censore eccle- siastico. La quale
è andata smarrita. Essa dovette essere scritta nel '22 o nel ’23; perché
nella Autobiografia il Vico, dopo aver narrato la disavventura toccatagli
nel concorso alla cattedra mattutina di leggi (che ebbe luogo tra
il gennaio e l’aprile del ’23), soggiunge che per ciò «egli non si ritrasse
punto di lavorare altre opere; come in effetto ne aveva già lavorata una
divisa in due libri, ch'avrebbono occupato due giusti volumi in
quarto; nel primo de’ quali andava a ritrovare I prin- cip del diritto
naturale delle genti dentro quegli dell’uma- nità delle nazioni per via
d’ inverisimiglianze, sconcezze ed impossibilità di tutto ciò che ne
avevano gli altri innanzi più imaginato che raggionato; in conseguenza
del quale, nel secondo, egli spiegava la Generazione de’ costumi
umani con una certa cronologia raggionata di tempi oscuro e favoloso de’
greci »*: la Scienza Nuova, insomma, «in forma negativa ».
Questo manoscritto non poté essere stampato perché troppo
voluminoso; e al povero Vico falli la speranza riposta nel card. Lorenzo
Corsini (poi Clemente XII) di averne le spese della stampa in
contraccambio della dedica offertagli. Ed ecco quindi la necessità (di
cui parve qualche suo corrispondente napoletano, informava a sua
volta il Muratori che il V. «lavorava sopra un’opera che voleva
intitolare Dubbi e desidèri intorno alla teologia de’ gentili ». Quasi
compiuta l’opera era già nel novembre 1724, e cioè quando il V. mandò al
Cor- sini, per mezzo del Monti, la minuta della dedica (divenuta poi
dedica della Scienza Nuova prima). Ma pronto per la stampa il ms. non
fu se non nel maggio 1725: tempo in cui il V. lo dié al canonico
Torno per la revisione. Il titolo definitivo che il V. voleva dare a
codesta Scienza Nuova în forma negativa, era, come ha dimostrato il
DONATI (Autografi e documenti vichiani, pp. 153 Sgg.): Scienza nuova
dintorno aì principii dell'umanità ». - 1 Autobiografia] al Vico
dover esser grato alla Provvidenza) di riscrivere la sua opera in forma
più stretta e, come a lui parve, anche più stringente: abbandonando quel
metodo negativo che procedeva « per via di dubbi e desiderii; maniera
la qual fa più tosto forza che soddisfa la mente umana »; e facendo
un’altra opera « più picciola in vero » (scriveva il Vico stesso, un mese
dopo stampatala, il 20 nov. 1725), «ma, se non vado errato, di gran lunga
più efficace; nella quale per mezzo di tre verità positive, sperimentate
dall’universale delle nazioni, che si prendono per prin- cipli, e per un
gran séguito di rilevantissime discoverte, dando altro ordine e più breve
e più spedito a quelle medesime cose che si dubitavan e si ricercavano
nella prima, si truovano tali principii convincere di fatto e 1
filosofi obbesiani e i filologi baileani », ecc. *. Ed ecco la Scienza
Nuova in forma positiva, che è quella che, col titolo di Principit di una
Scienza Nuova intorno alla natura delle nazioni, per la quale si ritruovano
i principii di altro sistema del diritto naturale delle genti, venne
in luce nel ’25; e che divenne più tardi, pel Vico e per gli
studiosi, la prima Scienza Nuova. Ad essa seguì nel ’30 una nuova
edizione, che, comin- ciata come un’ illustrazione della prima, riuscì
poi una seconda Scienza Nuova, modificata in alcuni particolari, ma
sostanzialmente conservata, nella terza ed ultima edizione, pubblicata
postuma nel ’44. Sicché le redazioni principali dell’opera son quattro:
il Diritto Universale e tre Scienze Nuove, la prima delle quali, in forma
nega- tiva, non ci è pervenuta, e le altre due sono a stampa.
Ma queste sono soltanto le principali! Già la quarta forma non
ebbe, alla sua volta, meno di quattro reda- zioni: due rappresentate
dalle edizioni ricordate del ’30 e del ‘44; e due, rimaste inedite, e
soltanto ora note per t Lettera a L. Corsini, in A
utobiogr., pp. 173-4- 170 STUDI VICHIANI l’accuratissimo
spoglio fattone dal Nicolini dai rispettivi autografi conservati nella
Biblioteca Nazionale di Napoli; e sono due forme intermedie, dove più
compendiose dove più ampie della Scienza Nuova terza, l’una del 1731
e l’altra del ’34 circa. Dal Diritto Universale alla Scienza Nuova
del ’44 ben sette redazioni dunque: attraverso le quali gli stessi
problemi vengono risoluti e ripresi com- plicandosi con nuovi problemi
per essere tornati a risol- vere in forma sempre più adeguata, finché
sulle tormen- tate carte non cadde la stanca mano: da la
tremante man cade lo stile e de’ pensier si è chiuso il mio
tesauro; come lo stesso Vico dice nel suo sonetto a Gaetano
Bran- cone, nel 1735 !. Né basta. Le due redazioni intermedie
suddette, ri- maste inedite, sono entrambe intitolate Correzioni,
miglio- ramenti ed aggiunte perché destinate ad essere incorporate
«all'opera nella ristampa della Scienza Nuova” seconda », come il Vico
soggiunge al titolo di quelle del 1731. In realtà, più che una revisione
del testo del ’30, ne sono, le une e le altre, un rifacimento: come quel
testo, a sua volta, era riuscito un rifacimento affatto nuovo del
testo anteriore del ’25, quantunque il Vico credesse prima di
poterlo intitolare: Trascelto delle annotazioni e dell’opera dintorno
alla natura comune delle nazioni, in una maniera eminente ristretto ed
unito, e principalmente ordinato alla discoverta del vero Omero =. Il
titolo si spiega con l’origine di queste ulteriori redazioni, le quali,
quasi per genera- zione spontanea, nascevano a volta a volta accanto
al testo anteriore per l’ insoddisfazione che il Vico provava,
I Autobiografia.] appena data forma concreta e determinata al
proprio pensiero. Sicché cominciava da prima a riempire di po-
stille i margini de’ suoi libri, e poi a stendersi in annota- zioni
ordinate con rinvii ai vari luoghi che gli parevano bisognosi
d'ampliamenti e schiarimenti; e poi finiva col rifarsi da capo per dare
sistema e unità alle stesse anno- tazioni, sì da farne un’opera
nuova. Così fece col Diritto Universale, di cui prima
tempestò di postille marginali alcuni esemplari; ma, dopo quello
con particolar cura annotato pel principe Eugenio di Savoia, sentì di
dover fare seguire le Notae în duos libros alterum De uno universi etc.,
alterum De constantia t1uri- sprudentis (1722): note tanto importanti da
contenere p. e. per la prima volta la teoria vichiana intorno al
vero Omero. Così fece per la Scienza Nuova del ’25, che, ap- pena
pubblicata, gli die’ materia a scrivere un commento di 600 pagine,
che nel ’28 egli, a richiesta del p. Lodoli e di Antonio Conti, mandava a
stampare a Venezia; e se ne iniziava infatti la stampa colà, poi
interrotta per dissidii sorti con l’editore, e non più proseguita !. E
il manoscritto, richiamato dal Vico a Napoli, fu da cima a fondo
rifatto tra il 25 dicembre 1729 e il 9 aprile del ’30, «con un estro
quasi fatale », al dire dello stesso Vico: e fu la Scienza Nuova del ’30.
Ma non aveva ancor finito la stampa del Trascelto, ed eran già cominciate
le prime Correzioni, miglioramenti e giunte (CMA*), che l’autore faceva
in tempo ad aggiungere a guisa di Errata, in I [Così, fin ora,
hanno affermato i biografi, compreso il Nicolini. Il quale, per altro,
per ragioni che sarebbe troppo lungo riassumere, è giunto ora alla
conclusione che le parole dell’Autobiografia: « ma, dopo essersi stampato
più della metà di detta opera, avvenne un fatto », ecc. (ediz. Croce, p.
72), si riferiscano non alle Annotazioni alla Scienza Nuova prima, di cui
anzi non fu stampata nemmeno una riga, ma alla Scienza Nuova seconda,
ossia all'edizione del 1730. Il V., insomma, riebbe da Venezia il ms.
delle Annotazioni, dopo che già aveva stam- pata a Napoli più della metà
della Scienza Nuova seconda, e cioè circa a metà del 1730).
172 STUDI VICHIANI fondo al volume. E divulgate appena le prime
copie della nuova edizione, ecco il Vico, quasi felice che un
errore provvidenziale notatogli dal principe di Scalea gli dia occasione
di pubblicare una Lettera, a cui può aggiungere una nuova serie d’
importanti giunte, tra le quali un nuovo capitolo: Dell’origine de’
comizi curiati (CMA?). Ma queste prime revisioni rapidissime avevan
dato luogo soltanto ad aggiunte relative ad alcuni luoghi particolari. In
dodici paginette del Trascelto (pp. 465- 78) sono le CMA: e nelle dodici
paginette della Lettera al Principe di Scalea sono comprese, oltre questa
lettera, le CMA=?. Dalla continuazione dello stesso lavoro di re-
visione, in modo più riposato e in forma più larga, nascono le CMA:3, che
è un manoscritto di duecento pagine fit- tissime, nel corso del quale il
Vico s’accorge di fare opera che sta già a sé, ben diversa dalla Scienza
Nuova prima (1725): anzi finisce da ultimo col rifiutarla, salvo
tre capitoli come rifiuta il Diritto Universale, salvando anche di
questo due capitoli soli, di cui era tuttavia contento. E quando, due o
tre anni dopo, rifà nelle CMA4 questo nuovo lavoro in un altro grosso
manoscritto di cento- quaranta pagine, toglie ancora e aggiunge, e mostra
di non essere per anco soddisfatto a pieno della forma rag- giunta
dal proprio pensiero. Che infatti tornerà a riela- borare in quella che
sarà la Scienza Nuova terza, ossia la definitiva forma della Scienza
Nuova seconda, ch'egli non poté vedere stampata, e che ci rappresenta
l’ultimo sforzo fatto dall’autore per svolgere con ordine e con
sistema tutto il vasto materiale che gli si avvolgeva dentro la mente,
solcato in tutti i sensi, ma non mai illuminato in pieno, dai lampi del
suo genio speculativo. Sicché, al trar dei conti, e non contando,
per la brevità loro, le CMA: e le CMA?, il Nicolini ha potuto
dirci, che ben nove sono state le redazioni (più o men diverse tra
loro) della Scienza Nuova: V. LE VARIE REDAZIONI DELLA « SCIENZA
NUOVA » 173 I. Diritto Universale ; 2. Note al Diritto
Universale ; 3. Scienza Nuova in forma negativa (smarrita);
4. Scienza Nuova prima (1725); 5. Scienza Nuova veneta
(ossia, Scienza Nuova prima con Annotazioni e commenti, andati anch'essi
smarriti); 6. Scienza Nuova seconda (1730); 7. CMA3
(1731); 8. CMA4 (1733 0 ’34); o. Scienza Nuova terza
(1744; ma scritta tra il ’35 e il '36 e continuamente corretta fino al
1743). E pure il conto non si può dire rigorosissimo. Se sl
con- tano le Note al Diritto Universale, si potrebbe pure con- tare
il «saggio » del D. U. che iì Vico pubblicò nel ’20, la Sinopsi del D.
U.; quantunque questa supponga forse già scritto, almeno in gran parte,
il D. U. Ma certamente al Diritto Universale bisogna far precedere una
prima redazione, a noi non giunta: per cui la somma comples- siva
delle redazioni della Scienza Nuova deve salire a dieci. Il
Nicolini stesso ricorda un documento, sul quale aveva fermato la sua
attenzione il Croce, unico frammento di un’opera vichiana che non
possediamo, e che nel 1837 fu pubblicato dal Ferrari (in appendice alla
sua Mente di Vico) come prefazione al perduto Commento a Grozio del
Vico 1. Il Croce osservò ?, che quella pagina «I. non è una prefazione,
ma la nota finale di un’opera (in operis calce, ecc.); 2. non si
riferisce ad annotazioni, ma a una opera originale (sî hos legeris
libros); 3. non si riferisce a un commento a Grozio, perché, nel citare
l’opera di questo, se ne dà il titolo per disteso e s’ invita a
metterla a raffronto con quella di esso Vico...; 4. si riferisce, invece,
I Nelle Opere del Vico, vol. I, pp. 280-1; nella 28 ed.,
vol. I, pp. 250-I. 2 Secondo Supplemento alla Bibliografia vichiana, pp.
3-4. 12 174 STUDI VICHIANI a un’opera
del Vico in più libri (n tertia universae nostrae tractationis parte).
L'opera trattava de metaphysica, de philologia, de re morali ac civili,
de lingua, historia et iurisprudentia romana..., de ture naturali
gentium; il Vico sì preoccupava di essere in essa riuscito oscuro; vi
aveva esposto cose ‘inaudite’; nella terza parte si dimostrava
falso il labefactare inconditis rationibus et distractis auctorum locis,
quamquam numero plurimis, et magis memoria quam mente. Che questa nota
finale non possa concernere il secondo e terzo libro del De antiquissima,
è certo, perché quei due libri non furono mai scritti. Essa dunque o
ap- partiene al disegno di un’opera che fu la prima idea del
Diritto Universale; o (il che ci sembra più probabile) era destinata a
questa opera stessa; la quale, benché divisa in due libri, essendo il
secondo di questi bipartito, si può considerare come composta di tre
parti». Il Nicolini prende le mosse da quest’acuta analisi del Croce, e
ne trae una conclusione alquanto diversa: che cioè il lavoro, di
cui, dunque, ci sarebbe rimasto il commiato, dev'essere ritenuto «un
lavoro originale, il quale non può essere se non un primo (o secondo, o
terzo, o quarto) getto del- l’opera capitale del Vico » (p. XXVI).
Che si tratti della materia stessa del Diritto Universale è
indubbio. Non solo le parole rilevate dal Croce, ma altre anche più
precise c’ informano con certezza del contenuto dell’opera, là dove
l’autore invita l’equanime lettore che volesse criticarla a metterglisi
contro faribus armis; e a vedere an ex aliis tam paucis, quam sunt
nu- mero sepiem vera, ci tam simplicibus, quantum sunt meta-
physica, quae ut agnoscas vera, hominem esse sat est, alia faciliori et
feliciori methodo plura quam nos, in universa historia profana, re
poetica, grammatica, morali, civilique doctrina ad Christianam
iurisprudentiam omnia accomo- date in unum systema componas, et sic
efficies, ui nostrum sua sponte corruerit. Tutte queste materie rientrano
appunto nel programma del D. U. Ma né la pagina di cui si tratta, può
attribuirsi proprio al D. U., né credo, a ben riflettervi, si possa
parlare di due, e tanto meno di tre o quattro getti di cotesta opera. Che
non sia pro- priamente il Diritto Universale, quale fu pubblicato
nel 1720-21, risulta da questa sfida lanciata dall’autore al suo
immaginario critico, di fare quanto aveva fatto lui nel suo libro,
componendo un ugual numero di scoperte di storia profana universale, di
poetica, di grammatica, di dottrina morale e civile, in un sistema di
cristiana giurisprudenza; deducendo il tutto da non più che sette
principii metafisici, ricavati dalla stessa natura della mente umana
(quae ut agnoscas vera, hominem esse sat est). Numero sette, che non vedo
dove si possa rin- tracciare nel Diritto Universale, o che si cerchi nei
prin- cipii del De uno, o che si cerchi in quelli del De constantia
philosophiae. Questi sette principii o verità (vera), così come sono
definiti, parrebbero aver riscontro nei tre ele- menti d’ogni erudizione
divina e umana (mosse, velle, posse), che nel Diritto Universale sono
messi a base di tutto, come quelli quae tam existere, et nostra esse,
quam nos vivere, certo scimus (Ferrari?, p. 14): ma non sono questi
tre elementi. I quali pure erano stati annunziati come principio di
unificazione d’ogni sapere, nell’Orazione inau- LI
gurale del 1719, che non ci è stata conservata, ma di I Nel De Uno
questa triade veramente è Posse, nosse, velle (Ferr.?, p. 21). E Vico
citando, al solito, a memoria, dice « ut D. Augustinus in Confessionibus
definit ». Ma Sant'Agostino (nelle Confess. XIII, 11) dà invece
quest'altra triade: (Esse, nosse, velle). Nell’ Orazione del 1719
(Autob., p. 40) egli stesso aveva data la sua con diverso ordine: Nosse,
velle, posse. Ma, in un modo o nell’altro, il concetto vichiano non credo
risalga direttamente ad Agostino; bensì forse piuttosto al Campa- nella
(che Vico, per ovvie ragioni, non ama nominare) che tanto nella
Metafisica e nelle Poesie aveva insistito sulla sua dottrina delle pri-
malità, o della « monotriade »: Posse, nosse, velle. Cfr. (anche per
luoghi della Metafisica) Poesie filosofiche, ed. Gentile, pp. 31, 44,
133. E per i rapporti tra Vico e Campanella, vedi sopra pp. 31-33.
170 STUDI VICHIANI cui il Vico ci riferisce nella
Autobiografia l'argomento, poi ripetuto testualmente nel Proloquium del
Diritto Uni- versale. E si badi alla partizione che fin d'allora faceva
dell'argomento: « Quod quo facilius facitamus, hanc tracta- tionem
universam divido in partes tres: in quarum prima omnia scientiarum
principia a Deo esse; in secunda, di- vinum lumen sive acternum verum per
haec tria quae pro- posuimus elementa omnes scientias permeare, casque
omnes una arctissima complexione colligatas alias in alias dirigere
et cunctas ad Deum ipsarum principium revocare; in tertia, quicquid
usquam de divinae ac humanae eruditionis prin- cipiis scriptum dictumve
sit quod cum his principiis con- gruerit, verumy quod dissenserit, falsum
esse demonstremus. Atque adeo de divinarum atque humanarum
rerum notitia haec agam tria: de origine, de circulo, de constantia.... »
®. Partizione
precisamente identica a quella presupposta dal commiato dell’opera di cui
si tratta, dove l’autore dice al suo critico: «.... Sin postules
inconditis rationibus, et distractis auctorum locis, quamquam numero
plurimis, et magis memoria, quam mente, hanc nostram doctrinam la-
befactare, ignosce, quaeso, si tibi nihil respondeam: nam silentum non
mihi adrogantia, res ipsa faciet, quod ea illa ipsa fuerint, quae in
tertia nostrae universae tractationis parte, hoc ipso, quod cum nostris
principiis non congruerini, falsa esse demonstravimus ». Dove l’accenno
al contenuto della terza parte diventa chiarissimo quando si
riscontri con l'argomento dell’ Orazione del ’19, messo poi a capo
anche del Diritto Universale. Conviene osservare altresì che
le tre parti De uno, Constantia philosophiae e Constantia
philologiae non sono propriamente quelle che l’autore distinse nella sua
suc- cinta trattazione del ’19, né quindi quelle in cui era
distinta l’opera smarrita: giacché nell’Autobiografia egli, t
Autobiogr., p. 40; cfr. D. U. Ferrari?, p. 14. V. LE VARIE REDAZIONI
DELLA «SCIENZA NUOVA ) 177 per indicare come nel Diritto
Universale mantenesse le superbe promesse dell’ Orazione del ’19, dice
esplicita- mente che nel De uno «pruova la prima e la seconda parte
della dissertazione » (cioè, de origine, de circulo); e nel De constantia
turisprudentis « più a minuto sì pruova la terza parte della
dissertazione, la quale in questo libro si divide in due parti, una De
constantia philosophiae, altra De constantia philologiae » *.
Dunque, il Diritto Universale fu scritto dopo la dis- sertazione
del ’19 (e quando nel ’20 il Vico pubblicò soltanto il primo libro, De
uno, certo egli aveva ancora da scrivere il secondo, De constantia), la
quale altrimenti avrebbe rispecchiato l’organamento dell’opera, di cui
sa- rebbe venuta ad essere un riassunto. E poiché essa invece
rispecchia la sistemazione che la materia aveva nell'opera perduta,
questa piuttosto deve ritenersi anteriore alla dissertazione del ‘19. E
per questa ragione, come per la discrepanza avvertita circa i principii
tra l’opera perduta e il Diritto Universale, bisogna conchiudere che
piima di questa opera (scritta tra il ’19 e il ’21), prima del- l’
Orazione inaugurale del ’19, il Vico dové scrivere un’opera che possiamo
dire la prima forma così del Diritto Universale come della Scienza Nuova,
e di cui ci è giunto il solo commiato. Quando la scrisse ?
Certamente dopo la Vita di Antonio Carafa (1716), perché
«nell’apparecchiarsi a scrivere questa vita, ll Vico si vide in obbligo
di leggere Ugon Grozio, De iure belli et pacis », che fu il suo « quarto
auttore » =; aggiuntosi allora a Platone, Tacito e Bacone: Ugone Grozio,
che «pone in sistema di un dritto universale tutta la filosofia e
la teologia in entrambe le parti di questa ultima, sì della storia delle
cose o favolosa o certa, sì della storia I O. c., p. 4I. 2
Autobiogr.] delle tre lingue, ebrea, greca e latina, che sono le tre
lingue dotte antiche che ci son pervenute per mano della cristiana
religione »1. Quando scrisse l’opera perduta, egli non solo aveva letto
il De rure delli et pacis (da cui si può dire, in certo senso, che
togliesse il problema), ma lo avea, come ora si direbbe, superato,
potendo enun- ciare hactenus inaudita. Ciò che suppone qualche
inter- vallo tra il ’16 e la nascita della detta opera, nel quale cade
un altro lavoro vichiano; perché nell’Autobdiografia si legge che il Vico
«molto più poi si fe’ ad- dentro in quest'opera del Grozio, quando,
avendo ella a ristampare, fu richiesto che vi scrivesse alcune
note, che ’1 Vico cominciò a scrivere, più che al Grozio, in
riprensione di quelle che vi aveva scritte il Gronovio...; e già ne aveva
scorso il primo libro e la metà del secondo; delle quali poi si rimase,
sulla riflessione che non con- veniva ad uom cattolico adornare di note
opera di auttore eretico » 2. Si rimase, sopra tutto, è da credere,
perché dal lavorio delle note, dall’ intensa meditazione del pro-
blema dovette cominciare a sorgergli nella mente e a prender forma e
figura quel systema che doveva esser suo. « Con questi studi », continua
infatti il Vico, « con queste cognizioni, con questi quattro autori che
egli ammirava sopra tutt’altri, con desiderio di piegarli in uso
della cattolica religione, finalmente il Vico intese [tra il ’17 e
il 18] non esservi ancora nel mondo delle lettere un sistema, in cui
accordasse la miglior filosofia, qual’ è la platonica subordinata alla
cristiana religione, con una filologia che portasse necessità di scienza
in entrambe le sue parti, che sono le due storie, una delle lingue,
l’altra delle cose.... Ed in questo intendimento egli tutto spiccossi
dalla mente del Vico quello che egli era ito nella mente cercando nelle
prime orazioni augurali ed aveva dirozzato pur grossolanamente
nella dissertazione De nostri temporis studiorum ratione e, con un
poco più di raffinamento, nella Metafisica. Ed in una apertura di studi
pubblica solenne dell’anno 1719 propose questo argomento ». Che è quello
che conosciamo: e che egli poté proporre, perché già s’era spiccato dalla
sua mente il sistema che fin dalle prime Orazioni (dal 1699) era andato
cercando: e che dev’essere appunto quell’opera anteriore al Diritto
Universale, primissimo incunabulo della Scienza Nuova. Della quale, per
concludere queste osservazioni, si può dire con tutta verità che sono
state ben dieci le redazioni distinte e da considerare come
altrettante stazioni attraverso le quali venne posando e passando il
pensiero vichiano. Di queste dieci redazioni tre, dunque, sono per
noi perdute: questa del ’17 o ’18; la Scienza Nuova in forma
negativa, e la Scienza Nuova veneta. Delle sette rimaste, due, Diritto Universale
e Note al Diritto Universale, possono pure riguardarsi come un’opera
sola, e fondersi insieme, come fece il Ferrari; quantunque, dato il
diverso mo- mento che esse rappresentano nello svolgimento della
dottrina, meglio forse sarebbe aggiunger le Note a guisa di appendice,
all’opera cui si riconnettono. Resta a sé la Scienza Nuova: del ’25; e
fanno corpo insieme le altre quattro redazioni: Scienza Nuova?, CM A3, CM
A4, Scienza Nuova: con le migliori aggiunte CMA*-:, già a stampa.
III. Il Nicolini, facendo l’edizione di questa terza
Scienza Nuova, è partito dal metodo già adottato parzialmente dal
Ferrari. Il quale, giustamente, non credette di ac- contentarsi della
sola lezione del 1744, e notò «tutte le 180 STUDI VICHIANI
varianti delle edizioni del 1730 e tutte le aggiunte inserite in
quella del 1744 »; cosicché ogni lettore potesse, diceva, « assistere
allo spettacolo delle ultime idee di Vico, vedere in qual modo egli stesso
si avvedesse di avere qualche volta naufragato contro la realtà istorica;
e.... conoscere le intime esitazioni delle idee e dell’orgoglio di Vico
di- nanzi all’ indifferenza de’ suoi contemporanei » :. Ma ha
esteso questo metodo a CMA:, CMA?, CMA3 e CMA4, in guisa da darci prospetticamente,
per intero, tutto il processo di formazione della Scienza Nuova dalla
seconda alla terza edizione fattane dallo stesso autore.
Quanta fatica debba esser costata al Nicolini questo riscontro e
raccordo, può vedere ognuno che scorra con l'occhio la varia provenienza
delle varianti che accompa- gnano in serie perpetua il testo,
contrassegnate ciascuna dalla sigla della rispettiva redazione a cui
appartiene. Ed è questa forse la parte del suo lavoro, per cui il
Ni- colini ha più bene meritato degli studi vichiani, ove si
consideri che mercé sua non solo sono cronologicamente distinti tutti gli
elementi di questo tormentoso processo di pensiero che in cinque o sei
anni fece e rifece tante volte con erculei sforzi l’elaborazione d’un
vastissimo materiale di fatti e di idee, ma sono anche portati a
no- stra cognizione molteplici documenti o frammenti finora
ignorati di questo pensiero, che con le sue stesse ango- sclose oscurità
esercita tanto fascino e desta tanto in- teresse in noi, che vogliamo
leggervi fino al fondo. Di CMA4 due brani aveva pubblicati il
bibliotecario della Biblioteca Borbonica (ora Nazionale) di Napoli,
il can. Antonio Giordano nel 1818 ?. E messo sulle tracce di questi
dimenticati manoscritti vichiani, ora tutti I Opere, ed. Ferrariz,
V, p. XXIII. 2 Lettera ed altri pezzi inediti del ch. G. B. Vico tratti
da un ms., ecc., Napoli, Giovannitti, 1818, V. LE
VARIE REDAZIONI DELLA «SCIENZA NUOVA ») 181 raccolti, come si è
accennato, in quella Nazionale, altri pochi brani, tra i più
significativi, dalle stesse CMA4 e da CMA3 aveva potuti pubblicare, ma
poco corretta- mente, Giuseppe Del Giudice nel 1862 !; poscia
ripro- dotti nel vol. VII delle Ofere vichiane (1865) nella in-
gloriosa ma tutt’altro che spregevole edizione napoletana curata da
Francesco Saverio Pomodoro. Ma questi brani staccati non apparivano nella
loro importanza; e ora ci tornano innanzi accompagnati da tutto lo
spoglio dei manoscritti a cui spettano, nel sistema compiuto di
tutto lo svolgimento del pensiero vichiano: ora forma imper- fetta
di quello che il Vico sentì poi di poter esprimere più efficacemente, o
più pienamente, o con maggior con- cisione; ora elementi espunti più
tardi, probabilmente perché sembrati accessori o discordi dal filo del
pensiero principale, o non più soddisfacenti a quel poderoso in-
telletto così vigorosamente autocritico: ma che in ogni caso riescono,
qual più qual meno, documenti di alto interesse per lo studioso.
Segnatamente la redazione del ’'31 (CMA3) meritava di essere così
tutta accuratamente analizzata e messa in luce. « Redazione quasi del
tutto inedita », avverte il Nicolini, «e pure di singolare interesse per
lo svolgimento delle idee vichiane », giacché « l'edizione del 1730
formava (almeno nella mente del Vico) tutt'uno con la Scienza Nuova
prima, la quale appunto perciò vi è sempre citata, non con questo nome,
ma con l’altro generico di ‘ opera ’ o di ‘ Scienza Nuova’, senz'altro.
Invece nella nuova re- dazione, l’edizione del 1725 non solo non è più
presup- posta (e quindi il Vico comincia a citarla col nome, che è
poi restato, di Scienza Nuova prima), ma, tranne tre capitoli, rifiutata.
E rifiutati altresì sono i due libri del I Scritti inediti di G.
B. V. tratti da un autografo dell’A., Napoli, Stamp. R. Università,
1862. 182 STUDI VICHIANI Diritto Universale, e la
Scienza Nuova in forma negativa e tutto ciò che il Vico aveva fino allora
scritto di filosofico. Basta ciò a mostrare quanto di nuovo si debba
trovare in questa.... redazione, in cui il Vico aveva voluto racco-
gliere quel che del suo pensiero credeva degno di essere trasmesso alla
posterità. Delle quattro redazioni della seconda Scienza Nuova, questa
senza dubbio è la più piena: più piena anche dell’edizione del 1744. Di
fronte a quella del 1730, essa, oltre che molti e lunghi brani
intercalati qua e là, presenta ben quindici capitoli in più », ecc. E si
badi che di questi capitoli soltanto sette rimangono in CMA4.
Ebbene, degli altri otto solo una parte rientrarono nel testo del
’44; e 1 rimanenti e i molti singoli brani sop- pressi delle stesse CM 43
come delle CM A* era necessario pure far conoscere. E il Nicolini è stato
colpito dalla importanza di questo nuovo materiale, rimasto fuori
dalla redazione definitiva; e dove ha potuto, ossia dove trat-
tavasi di capitoli interi, l’ ha incorporato senz'altro nel testo,
avvertendone bensì sempre la provenienza. Riso- luzione certamente
arbitraria, quantunque scusata dal carattere di questa edizione, che vuol
essere pure una storia illustrativa di tutto il testo vichiano; e che
per altro non crederei più giustificata in un’edizione che, pur
fornendo notizia delle varianti (se pure ciò sarà più necessario dopo
questa monumentale fatica, che non sarà più da rifare), ci mettesse
innanzi in forma criticamente corretta quella che per l’autore fu,
comunque, la forma definitiva del suo pensiero 1. Tutti i capitoli,
adunque, soppressi dopo CM A3, sono dal Nicolini restituiti al
testo; e con essi una sorta di prefazione, che in quella redazione
l’autore aveva scritta col titolo Occasione di meditarsi I E
infatti, nella nuova edizione che va ora preparando, lo stesso Nicolini
ha relegati tutti codesti capitoli soppressi nelle varianti.] quest'opera, e
un'appendice, in cui intendeva, oltre due Ragionamenti, uno dintorno alla
legge delle XII tavole venuta da fuori in Roma, e l’altro dintorno alla
legge regia di Triboniano, rifacimenti e riadattamenti di alcune pagine
del Diritto Universale, riprodurre tre luoghi della Scienza Nuova prima,
come tutto ciò che all’autore pareva nel 31 di dover conservare di quei
primi abbozzi della sua opera, che erano stati Diritto Universale e
Scienza Nuova *. Di questi brani e interi capitoli restituiti al
testo della Scienza Nuova o soggiunti a pie’ di esso tra le
‘varianti, buona parte era già nota, benché scorrettamente pubbli-
cata dal Del Giudice insieme con quella prefazione e l’appendice. Ma due
capitoli compaiono ora come affatto nuovi nella edizione del Nicolini
(pp. 238-44), senza dire delle moltissime varianti, alcune lunghe, e
altre brevi, ma assai significative. E benissimo ha fatto il Nicolini
a darceli col resto dell’opera, benché — bisogna pur dirlo a onore
del Vico, che lavorò con gli occhi aperti attorno a queste sue numerose
redazioni, e non soppresse, credo, mai nulla a caso, — ragionevolmente
fossero stati sop- pressi dall’autore nell’ulteriore revisione del libro.
Dei due infatti (lib. II, sez. 1, capp. 3 e 4) il primo, Come da
questa debbano tutte l’altre scienze prender i loro principii,
ripete concetti qua e là accennati, e spesso meglio chiariti, in
tutto il corso dell’opera. E il secondo ?, Riprensione delle metafisiche
di Renato delle Carte, di Benedetto Spinosa e di Giovanni Locke, è un
documento notabilissimo della po- sizione intellettuale del Vico, ma non
colpisce nessuno dei tre pensatori, presi a bersaglio; o perché mira più
alto, o perché mira più basso, e mai al segno giusto. E il Vico
forse sentì che la sua critica contro il soggettivismo carte- siano era
stata fatta per l'appunto da Spinoza (infatti I Pagg.
XXXVII-IX. ? Venne già anticipato nella Critica, VIII (1910), 479.
184 STUDI VICHIANI egli dice che « cotal maniera di
filosofare diede lo scandalo a B. Spinosa »)! e andava a finire nello
spinozismo; e non gli consentiva quindi più la critica alla quale
egli subito passa dello Spinoza. In sostanza il Vico, faccia a
faccia col panteismo, che era nel fondo del suo pensiero, doveva dare
addietro, e sopprimere il suo pericoloso saggio di critica. Quanto al
Locke, che il Vico non doveva aver letto, e che giunge a riguardare come
un materialista, egli non poteva non aver qualche dubbio a dirlo «
co- stretto a dar un Dio tutto corpo operante a caso »; né quindi
poteva fermarsi a credere veramente efficace contro l’empirismo del
filosofo inglese il concetto « del vero Essere » anteriore ad ogni
esperienza, compresa quella che il soggetto fa di se stesso. In generale
credo sl possa dire (occorrerebbe un’analisi molto minuta e lunga
per dimostrarlo) che l’autore fu bene avvisato, come sarebbe già da
presumere a friori, nei tagli e nelle modificazioni che venne via via
apportando al suo lavoro. Che, del resto, non diede poi subito al
tipografo, poi che l’'ebbe condotto a termine: anzi lo trattenne
parecchi anni presso di sé, e per quanto la luce della sua intelli-
genza s'andasse in quegli ultimi anni della sua vita af- fievolendo, egli
certamente avrebbe avuto tempo e forze per prendere dalle precedenti
redazioni e restituire nel- l’ultima pezzi già pronti, di cui potesse
dirsi soddisfatto. E quando non lo fece, avrà avuto le sue ragioni.
Il Nicolini bensi ha preferito abbondare, una volta avviato il
lavoro; e ha profuso fatiche e notizie e com- menti, dotti, arguti,
inattesi, e sempre luminosi, nel ricchissimo commento, allargatosi da
ultimo per alcuni punti sostanziali in excursus e note illustrative che
sono vere e proprie memorie; come quella, la più lunga, mi-
I Cfr. SPINoZzA, Eth., ed. Gentile, note 33 alla parte I e 23 alla parte
II. V. LE VARIE REDAZIONI DELLA «SCIENZA NUOVA » 135
rabile di lucidità, intorno alla teoria vichiana sulla legge delle
XII Tavole: nota premessa al primo dei già ricor- dati Ragionamenti
dell’Appendice. Ma l’erudizione del Nicolini, ancorché laboriosa e densa,
è agile sempre e quasi festosa, perché sorretta e animata da un
gioioso spirito indagatore, che è più contento della difficoltà che
delle vie piane ed aperte, per l'occasione che ne ha a cercare, a
scrutare, ad esercitare il suo acume e il suo fiuto di segugio valente, e
stare attorno al suo Vico a fargli lume e rendergli l’omaggio,
profondamente sentito, bleno corde, della propria infinita devozione.
Giacché il Nicolini ha vivamente amato il suo Vico; e chi dava di
quando in quando un'occhiata amichevole e confortatrice alle stampe del
suo lavoro, se da principio tentò arginare e frenare, come non del tutto
necessaria, quella foga e quell’ impeto di copiosa vena irrompente in
questo com- mento, fatto di ingegno, di dottrina e di amore, ha do-
vuto a poco a poco ceder egli stesso terreno, e tòrsi di mezzo, e lasciar
fare: e ora non può che plaudire a una somma di lavoro così difficile,
così utile, così disinteressato, e così degno in tutto del gran Vico, che
aspettava da quasi due secoli questo studio rivendicatore.
Entrare, a questo punto, nell’analisi di questo com- mento,
aggiungere, discutere, esaminare a parte a parte, informare di tutto, è
impossibile: o per lo meno, questa recensione dovrebbe quintuplicarsi; e
resterebbe sempre da invitare il lettore della recensione a prendere in
mano 1 tre volumi del Nicolini, e studiarseli, e studiarsi il Vico,
ora che lo studio è tanto agevolato; e quindi a scrutare anche lui, la
sua parte, dentro ai pensieri di questo grande spirito e alle tante
congetture che lo strenuo commenta- tore ha dovuto pur fare assai spesso
per illustrarlo. Io preferisco perciò fermarmi qui, solo citando un
luogo, dei più curiosi, e singolarmente caratteristico del fare
vichiano e degli enigmi che la sua forma presenta non 186 STUDI
VICHIANI di rado all’annotatore: esempio tipico delle difficoltà,
in cui l’annotatore s’ è dovuto dibattere. Latona, dice il Vico nell’
Iconomica poetica, partorì i suoi figliuoli, Apollo e Diana, «presso
l’acque delle fontane perenni, ch’ab- biamo detto; al cui parto gli
uomini diventaron ranoc- chie, le quali nelle piogge d’està nascono dalla
terra, la qual fu detta ‘ madre de’ giganti ’, che sono
propriamente della Terra figliuoli » (p. 431). Ranocchie ? « Non
sap- piamo », scappò qui a protestare certo pedante dei tanti
abbattutisi in Vico, « non sappiamo in nessun modo inten- dere come
l’autore si facesse a mandar fuori che al parto di Latona gli uomini
diventassero ranocchie, dappoiché questa circostanza non è punto un mito
e solo si rin- viene nell’alterata fantasia dell’autore ». Ma, «assai
pro- babilmente », nota il Nicolini, «il Vico aveva in mente quelle
che più sopra ha chiamate ‘ ranocchie di Epicuro ’ »; che sono (p. 181)
gli uomini allo stato di pura natura, prima che incominciassero, come
dice Vico, «a umana- mente pensare ». E perché poi ranocchie ? e dove ne
ha parlato Epicuro ? L'immagine avrebbe potuto essere illustrata da
quel luogo di Censorino, De die nat., 4, 9, che ci serba notizia della
dottrina epicurea intorno al- l'origine naturale dell’uomo: « Democrito
Abderitae ex aqua limoque primum visum esse homines procreatos. Nec
longe secus Epicurus: is enim credidit limo calefacto uteros nescio
quos radicibus terrae cohaerentes primum increvisse et infantibus ex se
editis ingenitum lactis umorem natura ministrante praebuisse, quos ita
educatos et adultos genus propagasse » (Usener, Epicurea, pp. 225-6) *1.
Questi uteri I [Ora, il Nicolini mi comunica di essere riuscito a
trovare il mito a cui precisamente voleva alludere il V. e la fonte a
cui, pur con°qualche libertà, egli attinse. Si tratta del passo delle
Metamorfosi ovidiane (VI, 313 sgg.) ov’ è detto che Latona, dopo aver
partorito, nell’ isola Ortigia, Diana e Apollo ed essere stata cacciata
di là da Giunone, giunse coi due neonati in Licia, presso un piccolo
lago, e poiché alcuni villani volevano impedirle di dissetarsi, ella li maledisse
e li trasformò in rane]. V. LE VARIE REDAZIONI DELLA «SCIENZA
NUOVA ») 187 nella fantasia corpulentissima del Vico diventano
quelle ranocchie che nella credenza popolare « nelle piogge d’està
nascono dalla terra ». Non dunque ranocchie, ma uomini, e grossi uomini «
goffi e fieri », giganti, i Polifemi di Omero, primi padri del genere
umano, per Vico come già per Platone. Le ranocchie son simbolo dei primi
uomini, che il mito fa nascere dalla terra: dalla terra e
dall’acqua, come dice Epicuro, e come si può leggere in fondo al
mito di Latona che partorisce presso alle fonti: mito, secondo il quale
il Vico dice perciò che gli uomini di- ventaron ranocchie, cioè si
rappresentarono alla fantasia quasi, al pari dei batraci, sorti ex aqua
limoque. Enigmi come questi brulicano in tutta la mitologia
vichiana; e trovan la maggior parte il loro Edipo nel bravo Nicolini, che
ne toglie spesso materia a note argu- tissime, come quella sullo «scudo »
funebre napoletano di p. 420. Ma ho detto di non volermi dilungare in
questa materia. E basta anche cogli esempi; e faccio punto !.
I A proposito di quel che ho detto nelle pp. 174 sgg., Fausto Ni-
colini mi comunica le seguenti osservazioni: «Quando, a proposito
dell’opera di incerto titolo, ho parlato di un primo getto dell’opera
capitale del Vico, volevo alludere alla Scienza Nuova nel senso largo
della parola, e cioè intesa come quel complesso di problemi a cui il Vico
die’ poi il titolo di Scienza Nuova. Primo getto dunque del Diritto
Universale. E a confermarmi nella mia opinione mi conforta proprio ciò
che in codeste tue pagine è detto dei contatti evidentissimi tra
quest’opera di titolo incerto e la pro- lusione del 1719. Insomma la cosa
più ovvia sembra a me che il V. scrivesse prima la prolusione del 1719;
indi la sviluppasse ai principii del 1720 in un’opera di poco più ampia e
divisa in tre libri (l’opera d’ incerto titolo); e per ultimo, non più
contento di questo lavoro ancor troppo ristretto, si desse a scrivere,
sempre nel 1720, la prima parte del Diritto Universale. Che l’opera d’
incerto titolo sia anteriore al Di- ritto Universale è evidente; ma che
essa sia anteriore anche alla pro- lusione del 1719, mi sembra non solo
non evidente (e a ogni modo non provato), ma anche pochissimo
verisimile. « Aggiungo, a sostegno della mia opinione, proprio la
sfida all’ im- maginario critico che tu adduci. Critico che non è tanto
immaginario. Narra infatti il V. nell’Autobiografia (p. 40) che, dopo
aver recitata la prolusione del 1719, ‘ sembrò a taluni l'argomento,
particolarmente per la terza parte, più magnifico che efficace, dicendo
che non di tanto 188 STUDI VICHIANI si era
compromesso Pico della Mirandola quando propose sostenere con- clusiones
de omni scibili’, ecc. A questi critici appunto, tra i quali par che
fossero il Capasso e altri professori universitari capassiani, è rivolta
la sfida. Inoltre, nel prol/oquium del Diritto Universale il Vico dice che fu
consigliato da Gaetano Argento a svolgere ampiamente il tema della pro-
lusione da oratore, filosofo e giureconsulto (cioè in tre parti), e poi
dal nipote dell’Argento, Francesco Ventura, a ricavare tutte le innu-
merabili conseguenze derivanti dai principii posti nell’ Orazione del
1719; il che, a giudicarne dal commiato superstite, par che egli facesse
o volesse fare nell’opera d’incerto titolo (che poté anche non
essere scritta, ma soltanto abbozzata). « Pertanto la Scienza
Nuova avrebbe avute le seguenti redazioni: I. Commento a Grozio (1717-8);
2. Orazione del 1719; 3. Opera d° incerto titolo (sviluppo dell’
Orazione) (1720); 4. Sinopsi del Diritto Universale (1720); 5. Diritto
Universale (1720-21); 6. Note al Diritto Universale (1722); 7. Scienza
Nuova negativa (1723-25); 8. Scienza Nuova prima (1725); 9. Scienza Nuova
veneta; 10. Scienza Nuova seconda (1729-30); 11. Corr. migl. e agg. terze
(1731); 12. Corr. migl. e agg. quarte (1732 o 1733); 13. Scienza Nuova
terza (1734-1744). « Ciò senza calcolare alcuni riassunti totali o
parziali, come per es. la Giunone in danza (1721); una conferenza (forse
soltanto detta e non mai scritta) tenuta dal V. in casa del suo antico
discepolo Giambattista Filomarino della Rocca (1721 o 1722); la lettera a
Monsignor Monti del 18 novembre 1724; l’ampio riassunto della Scienza
Nuova prima recato nell’Autobiografia (1728), ecc. ecc. ». IL
FIGLIO DI V. E GL INIZI DELL INSEGNAMENTO DELLA FILOSOFIA ITALIANA A NAPOLI.
LA FAMIGLIA DEL VICO Di figli, veramente, G. B. Vico ne ebbe più
d'uno. E se Angelo Fabroni gli aveva attribuito binos libderos, nel
1818 il marchese di Villarosa corresse l'affermazione del biografo
pisano, portando quel numero a sei. E sa- rebbero stati: Luisa, Ignazio,
Teresa, un primo Gennaro, morto in tenera età, un altro Gennaro e Filippo
1. Ma la famiglia del Vico fu anche più numerosa, come dimo- strano
i registri parrocchiali del Duomo di Napoli. Egli si ammogliò il 12
dicembre 1699 =. Il 17 settembre 1700 ebbe la prima figlia, a cui furono
imposti i nomi di Luisa Gaetana 3. Il 17 luglio 1703, ebbe una
seconda figlia, non ricordata dal Villarosa, e che fu chiamata
Carmelia Nicoletta 4. Il 31 dicembre 1704, una terza figlia, Filippa Anna
Silvestra 5, ignorata anch'essa dal Villarosa. Ma entrambe queste bambine
devono essere morte ben presto e aver lasciato poca memoria di sé
I Opuscoli di G. B. Vico, racc. e pubbl. da C. A. DE Rosa, march.
di ViLLarosa, Napoli, Porcelli, 1818-23, I, 228. 2 VILLAROSA,
Opuscoli, I, 208. 3 Loisa Caetana, secondo l’atto di battesimo, in
data 21 set- tembre 1700 (Parrocchia del Duomo, Battesimi, lib. XI, fol.
87). Rin- grazio l’amico cav. Lorenzo Salazar della cortesia con cui
volle ricer- carmi queste notizie nella parrocchia del Duomo.
4 Atto di battesimo addì 19 luglio 1703, nello stesso libro XI, fol.
109. È Atto di battesimo addì 1° gennaio 1705, nello stesso lib.
XI, fol. 121. 192 STUDI VICHIANI nella famiglia
:. Il quarto figlio, finalmente, fu un ma- schio; nacque il 31 luglio
1706, e si chiamò Ignazio Nicolò Gaetano Geronimo: fu tenuto al fonte
battesimale da donna Teresa Stiammone de’ duchi di Salza =. Dopo,
un’altra femmina, che non ebbe nome Teresa, come dice il Villarosa, ma
Angiola 3, nata nel luglio 1709. Il primo Gennaro vide la luce il 19
luglio 1712; ma non visse fino al dicembre 1715, quando nacque il secondo
Gennaro, che ebbe altri due nomi: Emanuele e Filippo. Nel feb-
braio 1720 infine chiuse la serie l'ottavo figlio: Filippo Antonio
Francesco Gaetano 4. Di tutti questi figli due soli sembra siano
sopravvis- suti al padre 5. Giacché Niccolò Solla 6, autore di una
Vita del Vico, e amico e scolaro del Vico stesso, « ono- rato », come
egli dice, «di tutta la sua confidenza ed amore », scrive: « Rimasero di
lui due figliuoli: il prime de’ quali gli è stato anche successore nella
cattedra di I [E infatti dai Libri dei defunti della parrocchia
del Duomo ap- pare che Carmelia Nicoletta morì il 27 luglio 1703, e
Filippa Anna Silvestra il 28 luglio 1705 (Comunicazione di Fausto
NICOLINI, che darà la documentazione delle sue giunte e correzioni, qui
inserite, in un suo studio su G. B. Vico nella vita domestica))].
2 Atto di battesimo dell’ 8 agosto 1706: lib. XII (Battesimi dal
17006 al 1739), fol. 4. 1 3 [Più esattamante: al fonte
battesimale ricevè i nomi di Angela Teresa Ippolita, ma in famiglia
solevan chiamarla Teresa (Comunica- zione di F. NICOLINI)]. 4
Tenne al fonte Angiola donna Ippolita Cantelmi, duchessa di Bruzzano (le
cui nozze il Vico aveva cantate nel 1696 nella canzone D'’amaranti
immortali ornai la fronte: v. Opere, V, 105: e diede il pa- rere per la
stampa di certe Stanze di lei scritte nel 1729, ristampato dal NICOLINI,
in B. Croce, Sec. supplem., p. 81), il 23 luglio 1709 (lib. XII dei
Battesimi cit., fol. 21). Il primo Gennaro fu battezzato il 24 luglio
1712 (ivi, fol. 41); il secondo, il 26 decembre 1715 (ivi, fol. 64);
Filippo, il 18 febbraio 1720 (ivi, fol. 84). 5 [Veramente, quattro:
Gennaro II, Filippo, Luisa e Angiola Te- resa. Il Solla, com= si vede,
non tenne conto delle femmine (Comu- nicazione di F. NicoLINI)]. Erano
ridotti a cinque nel 1729, com’ è at- testato da un luogo delle
Vindiciae: CROCE nelle note all'Autobd., p. 123. 6 B. Croc£,
Bibliografia vichiana, Napoli, 1904, pp. 45-06. VI. IL FIGLIO DI
G. B. VICO 193 eloquenza » 1; cioè, come si vedrà, Gennaro: e
l’altro, — ce lo dice il Villarosa =, — Filippo, morì impiegato
nella Regia Dogana di Napoli 3. Di un figliuolo, il cui nome non
gli piacque di ricordare, il Villarosa stesso 4, che ebbe modo d’esserne
informato, ci fa sapere che amareggiò assai il padre per la sua
cattiva indole. « Cresciuto questi in età, lungi di dar opera agli
studi ed alle oneste discipline, diessi interamente in preda ad una vita
molle ed oziosa, ed in processo di tempo a’ vizi di ogni maniera, in
guisa che il disonore divenne dell’ intera famiglia ». Riuscite vane le
ammonizioni e le minacce del padre e di autorevoli amici, il povero
Vico fu, suo malgrado, costretto a ricorrere alla giustizia per
farlo imprigionare. « Ma nel momento che ciò si eseguiva, avvedendosi che
i birri già montavan le scale della casa di lui, e l'oggetto sapendone,
trasportato dal paterno amore, corse dal disgraziato figlio, e tremando
gli disse: — Figlio, salvati. — Ma un tal passo di paterna
tenerezza non impedì, che la giustizia avesse il corso dovuto,
poiché il figlio condotto venne in prigione, ove dimorò lunga
pezza, finché non diede chiari segni di esser veramente ne’ costumi
mutato » 5. Fu costui Filippo o Ignazio ? I Vita di G. B. Vico,
nel Giornale arcadico del 1830, t. XLVIII, Pp. 97-8. %
Opuscoli, I, 228. 3 [Chi, di sicuro, morì impiegato nella Dogana
napoletana fu, ve- ramente, Ignazio. Ma potrebbe anche darsi che Filippo,
dopo il 1744, avesse un posto simile a quello del suo maggior fratello
(Comunica- zione di F. NICOLINI)]. 4 Opuscoli, I, 161-2; cfr.
ora Opere, V, 79. 5 [Il racconto del Villarosa, che non è al certo
inverisimile e sarà magari vero, non ha trovato alcuna conferma nei
documenti contem- poranei venuti finora alla luce. I quali, per altro,
dicono che l’ 8 feb- braio 1730 Ignazio Vico sposò la ventenne Caterina
Tomaselli senza che i genitori di lui, a differenza che per gli altri
loro figliuoli, inter- venissero al matrimonio (da che parrebbe che non
lo volessero); e che al matrimonio stesso fu fatto inutile impedimento
canonico da una Grazia Maddalena Pascale, con la quale sembra che Ignazio
avesse una relazione intima (Comunicazione di F. NicoLINI)].
194 STUDI VICHIANI Un documento rintracciato tra le carte
vichiane, con- servate tuttavia dagli eredi del marchese Villarosa 1,
mi fa propendere a vedere piuttosto l’ultimo dei due ora nominati
nello sciagurato figlio, che addolorò tanto l’animo paterno. È una Breve
nota di ragioni per D. Giov. Battista di Vico contro la magnifica
Caterina Tomaselli, in una causa che fu trattata, non è detto quando, ma
certo negli anni più tardi della vita del Vico ?, innanzi al Sacro
Real Consiglio. Era morto Ignazio Vico, lasciando una figlia, a
nome Candida; e la vedova, Caterina Tomaselli, soste- neva che spettasse
a lei l'educazione della bambina, e dovesse esserne escluso l’avo
paterno, richiamandosi a decisioni analoghe del magistrato 3. L’avvocato
del Vico risponde non essere applicabili tali decisioni al caso
pre- sente; perché, in una di esse, s'era considerato che il padre
della pupilla era emancipato, e quindi poteva far testamento e lasciare
per tutrice la madre; e s'era anche avuto riguardo al fatto che la madre
era persona pru- dente ed onestissima, mentre l’avo paterno odiava
la pupilla. Di un’altra decisione la ragione era stata che I
Rendo qui le più vive grazie ai signori ing. Tommaso e Vincenzo De Rosa
dei marchesi di Villarosa, i quali hanno gentilmente messe a mia
disposizione le preziose carte vichiane, che già furono del loro bisavolo
C. A. De Rosa marchese di Villarosa, benemerito editore degli Opuscoli di
Vico. Un catalogo di queste carte pubblicò poi il NICOLINI in B. CROocE,
Secondo supplemento, pp. 35-43. 2 [Infatti la causa ebbe inizio
negli ultimi giorni del luglio 1737 (Comunicazione di F.
NICOLINI)]. 3 (Ignazio, che con la moglie e la figliuola Candida
(nata il 5 aprile 1731) conviveva col padre, morì il 10 maggio 1737,
lasciando, in un testamento commoventissimo, la tutela della figlia,
coniunctim et non divisim, al V. e alla Tomaselli, alla quale impose di
continuare a vi- vere coi suoceri e di prestar loro obbedienza e
rispetto. Ma, appena un paio di mesi dopo (26 luglio 1737), il filosofo
fu costretto a cacciar di casa la nuora. Da che la lite, terminata o
sospesa in un primo momento col trionfo del V. che riuscì, fino alla sua
morte, a tener con sé la nipote; la quale, peraltro, nel giugno 1744,
mercé nuovo inter- vento della giustizia, fu dalla nonna consegnata alla
madre (Comuni- cazione di F. NICOLINI)]. VI. IL FIGLIO DI G.
B. VICO I95 l’avo era un dissipatore. Di una terza, che l’avo non
era persona di buona fama e condizione. Nella specie della
presente causa, concorre tutto l'opposto; poiché D. Gio. Battista di
Vico, avo paterno, è persona di somma prudenza, virtù et integrità, come
a tutti è noto; ed all’ incontro detta Caterina Tomaselli persona
stravagante ed imprudente e di non retti costumi, come ben consta. Onde
per ogni ragione e giustizia la tutela ed educazione di detta pupilla
deve deferirsi al predetto D. Gio. Battista di Vico avo paterno. Anco
perché detto Ignazio di Vico, padre di detta pupilla, era figlio di
fami- glia, e come tale, oltre non poter fare testamento, ma
nemmeno lasciare tutore alla sua figlia.... Detto D. Gio. Battista deve
a sue proprie spese mantenere et alimentare detta pupilla per la
tenuità del peculio di suo padre, che, come profettizio, sarebbe d’esso
Gio. Battista. Se il figlio innominato, di cui parla il Villarosa,
non fosse quest’ Ignazio, bisognerebbe dire che non uno, ma due
figli fossero stati il tormento di Giambattista Vico *. Egli «amava
1 suol con eccesso di tenerezza; contento piuttosto di una rispettosa
amicizia, che d’un servile — I Nella commedia in
quattro atti di GruLio GENOINO, Giovan Bat- tista Vico, Napoli, Stamp.
della Società Filematica, 1824, il figliuolo cattivo sarebbe Filippo. Se
non che il Genoino cita tutte le sue fonti (gli Opuscoli di Vico a cura
del Villarosa); né accenna a tradizioni orali. Questa del Genoino dovette
essere la commedia dal titolo G. B. Vizo, che il Programina giornaliero
degli spettacoli di Napoli annunziò per la sera del 7 settembre 1850 e
poi per quella del 26 ot- tobre 1854 al Teatro dei Fiorentini, senza
indicare il nome dell'autore. C’ è bensì nell’elenco dei personaggi un «
Don Vincenzo » che non com- pare nella commedia del Genoino. Ma può
trattarsi d’una leggera mo- difica della scena 38, atto IV del Genoino,
dov’ è descritto l’ incontro di Don Vincenzo Milesio, suocero di Filippo
Vico, con costui e col padre suo Giambattista. Nessuna delle raccolte
delle commedie del bar. Gio. Carlo Cosenza conservate nelle Biblioteche
di Napoli, com- presa la Lucchesi-Palli, ne contiene una su G. B. Vico; e
sospetto che la citazione trovatane dal CrocE, Supplem., p. 7, possa
esser nata da uno scambio col Genoino. Un dramma Giambattista Vico
pubblicò nel 1845 DomENIco BureFA (Torino, presso Carlo Schiepati): e
anche qui, come ricavo da una recensione di un tal Pier MURANI
(Giornale Euganeo, a. III, quad. 5, maggio 1864, Padova), comunicatami
da B. CROCE, ci sono pure alcune scene « in cui l’autore ci mostra il
Vico in 196 STUDI VICHIANI timore » 1. La moglie
Caterina Destito 2, analfabeta e meno che mediocre massaia, costrinse lui
«a pensare a provvedere non solo a’ vestimen*i, ma di quanto altro
i piccoli suoi figliuoli avean di bisogno » 3. Attese alla loro
educazione ed istruzione da se medesimo; ed è bello pensare che, tra un
pensiero e un altro della sua alta speculazione, egli rivolgesse l’animo
a coltivare l’ intel- ligenza delle sue figliuole predilette: Luisa e
Angiola. Furono la sua più cara consolazione. Al p. Benedetto
Laudati, cassinese, quello stesso che, nel gennaio 1716, diede per la
censura ecclesiastica il parere sulla Vita di Antonio Carafa, trovando un
giorno il filosofo a scherzare tra le figliuole, spianata la fronte e un
sorriso spensie- rato su quella faccia per solito meditabonda,
tornarono sulle labbra quei versi del Tasso: Mirasi qui fra
le meonie ancelle Favoleggiar con la conocchia Alcide. E
Vico ne rise. La Luisa era il suo orgoglio. Dotata di raro ingegno, aveva
largamente corrisposto alle cure paterne, ed era capace di scrivere de’
versi non inferiori famiglia, amato e venerato da pochi buoni e
dai figli suoi, tranne da un Filippo, giovane sventato più che malvagio,
il quale lo amareggia con gherminelle insolenti e poco drammatiche ». Il
Buffa probabilmente avrà avuto la prima idea del suo dramma dal
Genoino. 1 SOLLA, Vita, p. 97. 2 Figlia di uno scrivano
fiscale di Vicaria; nata il 26 novembre 1678: VILLAROSA, Opuscoli, I,
208. Sopravvisse di quindici anni al marito, risultando dal necrologio
della chiesa dei Padri dell’ Oratorio, detta dei Gerolamini, che fu ivi
sepolta il 3 giugno 1759. Cfr. G. Ta- GLIALATELA, Commemorazione di A.
Galasso, p. 26, in Atti dell’Acc. Pontaniana, vol. XXII. 3
[Così il Villarosa. E la cosa potrà anche esser vera. I documenti
contemporanei, per altro, dicon soltanto che il V. aveva conosciuta la Caterina
da bimbetta (eran vicini di casa), che la sposò per amore, e che ancora
dopo trent'anni di matrimonio parlava di lei con grande affetto e
riconoscenza. S’aggiunga inoltre che la Destito era non figlia, ma
sorella di Pietro, scrivano fiscale di Vicaria (Comunicazione del NICOLINI)].
VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 197 a quelli che scrivevano
tutte le persone colte, i dotti, come allora si diceva, della società in
cui il Vico sl ag- girava. I versi di lei, il suo canto dovevano scendere
al cuore del padre, che tante amarezze ebbe nella sua vita
affaticata. Perché aveva quell’ornamento in casa 1, egli che
ebbe sempre abitazioni così modeste, poteva accogliere presso di sé
uomini insigni e gentildonne dell’alta società napo- letana; e certo
doveva condurla seco negli intellettuali ritrovi presso le nobili dame da
lui frequentate con Paolo Doria e gli altri letterati del tempo: fino al
1727 ordina- riamente presso Angiola Cimini, marchesa della
Petrella. Oh il rimpianto pel salotto di questa marchesa,
quando, quell’anno, donna Angiola morì! Chi non conosce l'elogio
magnifico che Vico ne scrisse e premise a una raccolta di scritti di
tutti i frequentatori di quel salotto, da lui curata ed ornata del
ritratto della marchesa e di molti finissimi fregi? La raccolta, che
allora fece molto rumore in Napoli, e tanto se ne parlò che una mala
lingua ne fece una satira ?. In quell’ Orazione, il Vico,
celebrando la grazia di questa novella Aspasia, anche lei poetessa e
curiosa di sapere e di entrare in questioni filosofiche, ricorda: « Ippolita
Cantelmi-Stuarta, principessa della Roccella, donna che con la maestà che
le corona la fronte, coll'augusto aspetto e colle sovrane maniere,
congiunte alla singolare altezza I [La Luisa, per altro, cessò di
convivere col padre fin dal set- tembre 1717, tempo in cui sposò un
Antonio Servillo, e prese a dimo- rare col marito presso la chiesa della
Pietrasanta (Comunicazione di F. NICOLINI)]. 2 FRANcEscO
VESPOLI, il cui nome s'incontra non di rado nelle raccolte poetiche di
quel tempo, a proposito degli Ultimi onori di let- terati amici in morte
di A. Cimini (Napoli, Mosca, 1727) e di uno spe- ciale libro di versi
pubblicato in quell'occasione stessa da Gherardo De Angelis, scrisse una
satira in ternari, non priva di spirito, tuttora inedita, che pubblico in
appendice (v. pp. 343-53) come documento della società a cui il Vico
appartenne. 198 STUDI VICHIANI dell’animo, alla
grandezza de’ suoi pensieri ed allo splen- dore delle sue azioni, non che
tra le nazioni ingentilite, tra’ barbari stessi dell’ Africa o della
Zembla non potrebbe dissimulare e nascondere d’essere degno generoso
ram- pollo del ceppo reale di Scozia, per una volta sola che nella
nostra casa conobbela, ne concepì tanta ammirazione ed amore! ...».
E chi sa quante altre delle gentildonne celebrate dai versi del
Vico, oltre la Cantelmi (che era, s'è veduto, sua comare), frequentavano
la sua casa! Letterati, scolari del Vico, come il De Angelis 2,
professori, frati, predicatori, tutto il circolo degli amici ed
ammiratori di lui, doveva spesso adunarsi nella modesta dimora del Largo
dei Gero- lamini al n. 12 (dove il Vico abitò dal 1704 al ’18), o,
più tardi, in quella nel Vico delle Grotte della Marra, e poi nel
Vico delle Zite, e dal 1741 a San Giovanni a Carbonara, e per ultimo ai
Giardini dei Santi Apostoli 3. V’intervenne per qualche tempo anche
Pietro Metastasio, giovanissimo, che improvvisava 4. Si leggevano versi:
e Luisa 5 leggeva +—rr__r—m I Opere, ed. Ferrari, VI,
265. 2 Su Gherardo De Angelis o degli Angioli v. ora lo scritto
di ENRICO PERITO, G. D. A., in Scritti di storia, di filologia e d’arte
(Nozze Fedele-De Fabritiis), Napoli, Ricciardi, 1908, pp. 249-54, nonché
LuIci PAPA, G. D. A., Verona, 1914. 3 Vedi l’art. del
MANDARINI, // centenario di Vico, ne La Carità, riv. relig. scientif.
letter., a. III, quad. VI, 1868; la nota del CORRERA, in Arch. stor.
nap., IV (1879), 407-8; e ora F. NICOLINI, Per la biografia cit., punt.
I, pp. 181. 4 F. NUNZIANTE, Metastasio a Napoli, nella Nuova
Antologia del 15 agosto 1895, p. 722, e A. SALZA, in Giorn. stor. letter.
ital., LX, p. 206, n. 2. Nella Vita del signor abate Pietro Metastasio
poeta cesareo, ag- giuntevî le massime e sentenze estratte dalle sue
opere, Roma, 1786, a spesa di Gioacchino Puccinelli, p. 98, si asserisce
che la canzonetta Grazie agl’ inganni tuoi fu scritta dal Metastasio in
Napoli « nella sua verde età per la figlia del celebre letterato G. B.
Vico », «col quale spesso trattava, onde non seppe difendersi di non
esser preso da’ vezzi di lei». Ma questo vago accenno, avverte un
accuratissimo studioso della biografia del M. (SALZA, l. c.), non è
confermato. D'altronde, come s’ è detto, Luisa era maritata fin dal
1717. 5 Il Villarosa diceva di avere presso di sé molte poesie mss.
di VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO I99 i suoi. Spesso
anche cantava. Ecco come ce la presenta uno dei frequentatori di quel
circolo nel 1727: Il mover dolce di costei mi suole Fermar i
sensi, e gli occhi, e lo ’ntelletto Al vago riso intenti, e al vestir
schietto, E più alle saggie oneste alme parole ! Ma, quando
scioglier l’angelico vuole Suo canto dal gentil candido petto, Lo mio
spirto volar sovra è costretto A’ giri eterni, oltra le vie del
sole, Sciolto nuotando in que’ diletti immensi; Tal che il
ritorno obblia, né sa l’ incanto, Se alcun poi nol richiama, e
riconsiglia. E ben mi spiace il farmi desto intanto, Dicendo
all’alma: — Or dove star mai pensi ? Tu ascolti del tuo gran Mastro la
figlia!. In un altro sonetto, lo stesso poeta si rivolge a
Luisa: O figliuola di Lui, che °l tutto intese, e le augura
serenità di spirito e animo di attendere alla poesia: Né
amare indegne di Fortuna offese, Né d’aspri mali tempestoso verno
Turbin mai lo bel tuo lucido interno Spirto, che a saper nuovo il cammin
prese. Che se in te vedi, hai potestate accolta Di spezzar
l’armi a’ minaccevoli astri, Luisa, trovate tra le carte del
padre, oltre quelle che sono sparse per le tante raccolte stampate del
tempo: Opuscoli, I, 228. 1 Rime scelte di GHER. DE ANGELIS,
Firenze, MDCCXXX (con pref. di G. B. Vico), p. 185. Ma il 3° libro di
queste Rime, a cui questo e l’altro sonetto, che sarà citato,
appartengono, era stato stampato in- tegralmente la prima volta nel
1727. Ad aprir siegui or tua limpida e colta Vena, che sazia i più
superbi mastri: O forte e saggia, quanto adorna e bella !.
Ma erano augurii meramente rettorici. Luisa ebbe marito; e certamente a
lei Giambattista Vico diede i mille ducati, guadagnati con la Vita di A.
Carafa, che gli ser- virono, come raccontava Gherardo De Angelis,
per «mandare a marito una sua figliuola » =. Ed ebbe figli, o
almeno una figlia, che, nella qualesima del 1729, era gravemente
ammalata, e si temeva che morisse. E se Luisa era la figlia prediletta,
s'immagini il dolore del- l’avo. In quella quaresima, venne a predicare
in Duomo il p. Michelangelo da Reggio, cappuccino eloquentissimo; e
contrasse amicizia con parecchi uomini di lettere e col Vico, che lo
ascoltarono con ammirazione. Frequentò anche lui la casa del filosofo,
allora centro di una vera e propria scuola letteraria, non ancora ben
nota, e degna di essere studiata 3; e confortò la giovane madre
palpitante per la salute della figliuola. Di che il Vico credé quasi
di aversi a sdebitare, promovendo una raccolta in lode del
cappuccino, pubblicata infatti quell’anno stesso con una dedica del Vico,
che «divotamente consacra un rinfuso vago fascetto di fiori colti in
Parnaso », cioè di componi- menti poetici scritti in onore di p.
Michelangelo da « al- quanti gentili spiriti » 4. I Rime
scelte, p. 1Io. ® VILLAROSA, Opuscoli, I, 225. 3 Da
vedere per ora A. Fusco, Nella Colonia Sebezia, Benevento, tip. Forche
Caudine, 1901, e M. Bruno, G. B. V. poeta, saggio critico con
un'appendice di sonetti inediti e rari, Catanzaro, tip. G. Caliò, 1910.
4 Componimenti in lode del P. Michelangelo da Reggio di Lombardia
cappuccino predicatore nel duomo di Napoli nella quaresima dell’anno
MDCCXXIX. Napoli, Mosca, s. a. La dedica del Vico è ristampata dal
ViLLaROosA, Opuscoli, II, 284-5. Ma non è riprodotta né dal Ferrari, né
dagli altri editori posteriori. Ora è ristampata dal NICOLINI, Sec.
supplem., pp. 74-5. VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 20I
Vi sono distici latini e sonetti italiani di parecchi lette- rati
del solito circolo vichiano; uno, che giova rilevare, di Gaetano Maria
Brancone 1, personaggio di grand'’affare, che presto incontreremo in un
momento importante della biografia ael Vico. Ve ne sono, naturalmente,
anche di questo ?. Dopo un sonetto di una giovane donna, il
cui nome ri- corre sovente anch'esso nelle raccolte contemporanee,
e che era amica a Luisa Vico, e cultrice di studi filosofici 3,
oltre che di poesia, Giuseppa Lionora Barbapiccola, ce n'è uno della
nostra Luisa, che ha un accento personale e I Ap. 13.
* Ve ne sono due, ristampati dal ViLLarosa, Opusc., III, 11-12. Ma
il primo di essi, che nell’ediz. Villarosa comincia: Alma mia, che
perdesti il bel candore, nella raccolta del ’29 cominciava: Alma mia
tutta al di fuore. E non saprei dire di chi sia la correzione. Noto anche
che il 3° dei sonetti, che, nell’ediz. del Ferrari (VI, 416) e nelle
successive (ed. Pomodoro, p. 318), è dato come in lode di p. Mich. da Reggio,
non si trova in cotesta raccolta del 1729; e nella racc. del Vil- larosa
(p. 53) reca per titolo solo: In lode di un Sacro Oratore. Comin- cia:
Ammirdro già un tempo Atene e Roma. Il Villarosa lo trasse dal-
l'autografo: v. NICOLINI, Sec. supplem., p. 52. 3 In un sonetto
dello stesso lib. III delle Rime (1727), il DE AN- GELIS, rivolgendosi
alla Barbapiccola, dice: Questa è colei, che aggiunse altro
splendore Al gran RENATO, del ver tanto amico; E
"1 monte aspro di gloria, ov’ i0 m’ implico, Vinse, pascendo
d’onestate il core. Vieni a mirarla, o tu Francia superba,
Che sì le tue donne al cielo înnalzi e canti; Qui scrive
ancora in sua stagione acerba. Più d’essa non la greca Aspasia vanti
Ciascuna età, che le più degne serba ... La Barbapiccola,
ricorda uno scrittore napoletano, « per saggio di aver coltivate le
moderne dottrine, produsse in italiano una versione della filosofia di
Cartesio » (NAPOLI-SIGNORELLI, Vicende della coltura, vol. V. Napoli,
1786, p. 497). Vedi infatti I principii della filosofia di Renato
Des-cartes, tradotti dal francese, col confronto del latino in cui
l’Autore gli scrisse, da GIUSEPPA-ELEONORA BARBAPICCOLA tra gli arcadi
MiRISTA, Torino, Mairesse, 1722. Un vol. in 4° di pp. 40 + 350 + 18 con
figure intercalate. Vedi pure F. AMoDEO, Dai fratelli Di Martino a Vito
Caravelli, negli Atti dell’Accad. Pontan., XXXII, 1902, p. 15 N, e CRocg,
Suppl. alla Bibl. vich., Napoli, 1907, p. 8. o 900
T, ci) 0 “x f dA % a 07, N 7 o U td \\ & | NA
S UN II NN si O LÒ Wa: 5 LA ND é N N i NN
N a \K N \ \ \
MENTA) Lt ta agli È apr ab LU n Tipi ma,
PO PIENA \ 7.0 st \ Arignano NN PL È “kan \k v
alt \ N Ni \ DI INNI \ Fo Ul ì BRANI >, n ANN Ma)
Pim < SEEN A tata y KEÉ N Nt Sap to tnt
POL VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 203
Due anni appresso, in una raccolta nuziale, che reca anche un
sonetto di Pietro Metastasio (Vanne, sposa leggiadra, ove sospira), Luisa
rispose con un sonetto a rime obbligate all’amica Barbapiccola, che le
diceva: O tu, che forte incontro a rei martiri Donna saggia
ne vai, lucido esempio Di quel valor che signoreggia l’empio Fato,
e in alto ten posi, e al vero aspiri; Vieni, e tu aita i giusti miei desiri
De la gran coppia a dir ciò, ch’ io contempio ecc. E Luisa di
rimando: Poic’ ho sì l’alma carca di martiri Fatta degl’
infelici un raro esempio, A cui turba e confonde il rio Fat'empio
Ogni voglia leggiadra, ov’ella aspiri, Com’ornar posso i tuoi giusti
desiri Per l’alta coppia, in cui miro e contempio Mille belle
speranze entro il gran tempio Che virtù alzossi in su gli eterni giri
? Lionora, tu colla tua fronte lieta Chiama Imeneo, a cui, madre
d’eroi, Partenope gentil applaude e gode. E tessi al chiaro innesto
or degna lode Fra dotti cigni co’ be’ carmi tuoi, Ch’ io non oso
toccar tant’alta meta !. Meno male che donna Luisa, in fine, aveva
questa distrazione della letteratura !?. I Vari componimenti
per le felicissime nozze degli eccellentissimi signori D. Tomaso
Caracciolo marchese di Casalbore, principe di Tor- renova [...] e D.
Ippolita di Dura de' duchi d’ Erce raccolti da GEN- NARO PARRINO, e
dedicati all’ Ecc.mo signor D. Orazio di Dura duca d’ Erce [...], in
Firenze MDCCXXXI. Il son. del Metastasio è a p. 64. Ve n’ è uno di
Francesco Vespoli (p. 37), e uno (a p. 25) di G. B. Vico, che non è stato
mai ristampato: Benché io mi veggia da quel fato op- presso. Credo
opportuno ristamparlo in appendice. [Poi fu ristampato anche dal
NICOLINI, 0. C., p. 57]. 2 Un altro sonetto di Luisa Vico fu
ristampato da G. FERRARI, nelle Opere, IV, 419. Comincia: Poiché della
mortal terrestre spoglia, ed 204 STUDI VICHIANI
2. . PRIMI ANNI DI GENNARO VICO IL CARD. CORSINI E LA PRIMA
«SCIENZA NUOVA » Ma tra tutti i figli, quello che a lungo
sopravvisse al padre, attese, e seriamente, agli studi stessi di lui,
con- tinuò il suo insegnamento universitario e quasi la tradi-
zione domestica; quello che confortò del suo affetto filiale gli estremi
anni infelici del vecchio filosofo, e ne proseguì poi con pietoso culto
la memoria; quel figlio del Vico, insomma, che tutti gli studiosi
conobbero, in Napoli, durante tutto il sec. XVIII, e al quale fecero
spesso capo per notizie sul padre, è Gennaro, nato nel dicembre
1715. E di lui ho creduto opportuno raccogliere le notizie che ci
rimangono, perché ne può derivar qualche luce sulla stessa biografia di
Giambattista e sulla sua fama postuma. E già il grande filosofo fu così
tenero de’ suoi figliuoli e così poco avventurato, che può quasi parere
un debito di rico- noscenza verso di lui adunare attorno al suo nome le
fronde sparte delle sue memorie domestiche. La prima volta
che vien ricordato Gennaro nella vita del padre, è nel suo carteggio col
card. Lorenzo Corsini, a proposito della prima Scienza Nuova *:
carteggio, le cui date non sono scevre di qualche incertezza. Già il
Croce notò che non si comprende come la risposta negativa del Corsini
alla istanza del Vico per le spese di stampa era stato pubblicato
nella Raccolta în morte di D. Giuseppe Alliata Pa- ruta Colonna principe
di Villafranca, 1729, per cui G. B. Vico scrisse il sonetto Morte, o d’
invidia vil ministra e fera. I Un accenno veramente a questo figliuolo
aveva già fatto il Vico stesso nel De const. iurisprud., II, c, XII, $
12, in Opere2, ed. Fer- rari, III, 270; ed è stato rilevato da ANTONIO
SARNO (Origini dell’ inci- vilimento, Napoli, 1926). VI. IL
FIGLIO DI G. B. VICO 205 della prima Scienza Nuova sia, com’è data
dal Villarosa 1, del luglio 1726, quando la prima Scienza Nuova era
stata già pubblicata nell’ottobre 1725 ?. La stessa avvertenza
doveva aver fatta il Ferrari, che corresse senz'altro la data di quella
lettera in 20 luglio 1725 3. Correzione, secondo me, indispensabile (ed è
confermata da quanto dirò in seguito). E, se si accetta questa
correzione, si rifletta un po’ alla conseguenza che ne deriva, e che non
è priva d'interesse. Nella sua Vita, Giambattista Vico, dopo
avere accen- nato alla primitiva redazione dell’opera sua (che
avrebbe «occupato due giusti volumi in-4°»), della quale ci rimane
solo il disegno esposto dall’autore, nella lettera del 19 novembre 1724,
a mons. Filippo M. Monti 4, continua dicendo: « Già l’opera era stata
riveduta dal signor don Giulio Torno, dottissimo teologo della chiesa
napoletana, quando esso [Vico], riflettendo che tal maniera
negativa di dimostrare [seguìta nella primitiva redazione], quanto
fa di strepito nella fantasia, tanto è insuave all’intendi- mento, poiché
con essa nulla più si spiega la mente umana; ed altronde per un colpo di
avversa fortuna, essendo stato messo in una necessità di non
poterla dare alle stampe, e perché pur troppo obbligato dal proprio
punto di darla fuori, r i- trovandosi aver promesso di pubbli-
carla, restrinse tutto il suo spirito in un’aspra meditazione per
ritro- I Opuscoli, II, 254. Ho riscontrato l’autografo servito
alla stampa del Villarosa, ed esso concorda, per la data, con la stampa.
È, tranne la firma, di mano del segretario del Corsini. *
Bibliogr. cit., p. 97, n. 2. 3 Cfr. anche la ristampa delle Opere,
Napoli, Jovene, 1840, IV, 134, e quella Pomodoro, 1860, VI, 80.
w 4 CROCE, Bibliografia vichiana, pp. 96-7; e ora Carteggio, in
Opere, s 167. 14 206 STUDI VICHIANI
varne un metodo positivo, e sì più stretto, e quindi più ancora
efficacep»!; che fu il metodo della edizione uscita in luce precisamente
nel novembre 1725. Il colpo di avversa tor- tuna, non c'è dubbio, è la
delusione inflittagli dal Corsini, a cui la promessa, qui accennata, di
pub- blicare l’opera, doveva essere stata fatta con lettera del
maggio 1725; la lettera, con la quale il Vico aveva dovuto accompagnare
al cardinale l’invio della sua dedicatoria, che ha per l’appunto la data
dell’8 maggio 1725. Si ricordi infatti la celebre postilla fatta dal
povero Vico alla scon- fortante risposta del Corsini 2; « Lettera di S.
E. Corsini, che non ha facultà di somministrare la spesa della
stampa dell’opera precedente alla Scienza Nuova [cioè, della
redazione primitiva 3], onde fui messo in necessità di pensar a questa
della mia povertà, che restrinse il mio spirito [dopo la risposta del
cardinale, cioè dopo il luglio] a stamparne quel libricciuolo, traendomi
un anello che avea, ove era un diamante di cinque grani di
purissima acqua, col cui prezzo potei pagarne la stampa e la
legatura degli esemplari del libro, il quale, perché me ’1 trovava
promesso a divulgarlo, dedicai ad esso signor Cardinale » 4. Si badi:
il parere del revisore ecclesiastico don Giulio Torno, che è in fondo al
libricciuolo, con la data del 15 luglio 1725, non può essere se non lo
stesso parere ricordato dal Vico nella sua Vita come già scritto
dal Torno per la prima redazione. È vero che vi si dice il libro mole
exiguum; ciò che non si sarebbe potuto dire della prima forma; ma questa
dev'essere stata una mutazione — forse la sola, — introdotta nella stampa
del parere, I Opere, V, 48. 2 Postilla che ho riletta
sull’autografo, in un margine esterno. 3 Lo ha notato anche il
CROCE, op. e loc. cit. 4 Stamp. la prima volta dal ViLLarosa,
Opuscoli, II, 255 n.; ora in Opere, V, 77. VI. IL FIGLIO DI
G. B. VICO 207 perché richiesta dalla mutata mole del libro,
rimasto d’altronde sostanzialmente il medesimo, e non sottoposto
quindi a una nuova revisione ecclesiastica. Il parere, invece, del
censore civile, Giovanni Chiajese, è scritto dietro ordine del 3 ottobre,
e seguito dall’approvazione per l’imprimatur del 12 ottobre. Sicché
devesi riferire alla redazione pubblicata e già allora certamente tutta
stam- pata, poiché il 18 novembre successivo ! l’autore poté
mandare un certo numero di esemplari del libro, belli e legati, a Roma
2. E uno di essi andò, naturalmente, al Corsini 3. Al quale
il Vico, scrivendo due giorni dopo, era costretto a spiegare anche perché
l’opera, per metodo e per estensione, non fosse più quella che gli aveva
propriamente offerta nel maggio innanzi. Non si rileggono senza pietà
queste parole: « Riflettendo io al mio sommo onore, che Vostra
Eminenza mi aveva già compartito per mezzo di monsignor Monti, di aver
ricevuta nella vostra alta protezione l’opera da me scritta in due libri,
nella quale per via di dubbi e desiderii, maniera la qual fa più tosto
forza che soddisfa la mente umana, si andavano ritrovando i principii
del- l'umanità delle nazioni, e quindi quei del diritto natural
delle genti, 1a qual opera già era alla mano I Cfr. le importanti
lettere del Vico all’ Esperti e al Corsini del 18 e 20 novembre 1725,
pubblicate dal CROCE, Bibliogr., pp. 98-100; e ora Opere, V, 172, 173.
Anche la lettera precedente a Celestino Galiani è del 18 novembre (non
ottobre: l’autografo, ora posseduto dal Croce, potrebbe leggersi in un
modo e nell’altro). ® [Anzi, fin dal 25 ottobre 1725, dopo averne
già donati alcuni esem- plari ad amici e conoscenti napoletani, il V. ne
inviava ad Arienzo un altro a suo p. Giacchi; e fin dal 3 novembre una cassetta
con altri esemplari partiva da Napoli per Livorno, diretta al letterato
ebreo Giuseppe Athias (Comunicazione di F. NICOLINI)]. 3 [Era
magnificamente rilegato in marocchino e oro: rilegatura che costò,
certamente, al povero V. un’altra cavata di sangue. Ma il Corsini, senza
neppur leggerlo, lo die’ prima a esaminare, e poi lo donò (decembre 1725)
al marchese Alessandro Gregorio Capponi, che, alla sua morte (1746), lo
lasciò, con la restante sua biblioteca, alla Vati- cana, ove tuttora si
serba (Comunicazione di F. NICOLINI)]. 208 STUDI VICHIANI
per istamparsi; e considerando altresì la mia avanzata e
cagionevole età; mi determinai finalmente affatto abbandonar quella, e
consacrare a Vostra Emi- nenza quest'opera, più picciola in vero, ma, se
non vado errato, di gran lunga più efficace della prima » !.
Questa seconda opera, dunque, nei mesi che corsero dal luglio al
settembre dello stesso anno 1725, ossia non più che in due mesi, obbligò
il Vico, impegnato ormai alla pubblicazione nonché alla dedica già
annunziate al cardi- nale, diventatone poi immeritevole, a restringere,
com'egli ci racconta, tutto il suo spirito in un’aspra meditazione,
per ritrovare il metodo « positivo e più stretto ». Soprat- tutto più
stretto, povero Vico!u«Sì fatta opera », scrive egli al Corsini, nella
stessa lettera del 30 novembre, «aveva io destinato dare alla luce
qualche anno dopo, come per soluzione della prima, quasi d’un
problema innanzi proposto ». Non solo però dare alla luce, ma scrivere
anche: benché l'animo gentile vieti al Vico di far intendere al cardinale
la pena che questi gli ha cagionata. Il lavoro vagheggiato
quale riposato lavoro di qual- che anno, come avrà affaticato, in quei
due mesi, il grande spirito! Aspra meditazione la disse egli
stesso; e la brevità del tempo e il tormento della promessa fatta a
un principe di Santa Chiesa, non devono pure tenersi in conto, per
intendere le ragioni dell’oscurità maggiore della prima Scienza Nuova, e
del bisogno che il Vico sentì di mutare e rimutare le espressioni di
essa, e con le postille sui margini di tanti esemplari donati agli amici
2, e con l'edizione del 1730, nonché poscia, del rifacimento
radicale della edizione del ’44 ? CROCE, Bibliogr., 99; Vico, Opere, V.,
173. 2 Vedi, per gli esemplari postillati, CROCE, Bibliogr., pp.
25-6. VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 209 Altre
difficoltà cronologiche sorgono dalla lettura della seguente bozza d’una
lettera del Vico al Corsini, di cui ho trovato l’autografo inedito tra le
solite carte del Villarosa !: Con l’umiliazione più ossequiosa
m'inchino a professar a Vostra Eminenza gl’ infiniti obblighi per
l’altezza dell’animo, onde ha Ella degnato con sensi sì generosi, e
proprj della Vostra Grandezza di gradire una mia umile, e rive-
rente offerta, che io non avendo l’ardire da me stesso, m’avvanzai
d’umiliargliela per mezzo del sig. D. Francesco Buoncuore?. Talché
benedico tutte le mie lunghe e penose fatighe che per lo spazio di tanti
anni ho speso nella meditazione di questa mia Opera che sta per
uscire alla luce, ed in mezzo le avversità della mia Fortuna abbia menato
tant’oltre la Vita che portassi a compimento questo lavoro, che mi ha
prodotto il merito, 0 per meglio dire la buona ventura di compiacersene
un principe di S. Chiesa di tanta Sapienza, e grandezza, di quanta la
Fama da per tutto con immortali laudi la celebra. Onde per non
perdere una tanto per me onorevole occa- sione, con l’istessa umiltà di
spirito mi fo ardito di dare a V.ra Em.za una piena testimonianza
dell’animo mio grato e ri- verente, di annunciarle propizio questo
giorno tanto nella Chiesa segnalato, e me- morabile.... Di questa
bozza tutta la parte che non è in carattere spaziato si ritrova nella
lettera pubblicata dal Villarosa, — I Ora è stampata
nel Carteggio a cura di B. CROCE, Opere, V, pp. 168-9, lett. n.
XXVII. ® Per Francesco Buonocore (o Boncore), « Philippi V
Hispaniarum regis medico clinico, Caroli Borbonii regis utriusque
Siciliae archiatro et in Regno Neapolitano medicamentariis universis
praefecto », il Vico scrisse, nel 1738, un’ iscrizione pubblicata dal
FERRARI (Operez, VI, 309). Il Vico nel 1721 lo aveva pur ricordato nella
Giunone in danza: Opere, V, p. 288. Questa notizia della parte avuta
anche dal Buonocore nella offerta del Vico al Corsini è nuova. Sullo
stesso Buonocore v. SCHIPA, Il Regno di Napoli al tempo di Carlo di
Borbone, Napoli, Pierro, 1904, PP. 72, 94. 260, 268, 545. 778,
779. 210 STUDI VICHIANI con la data del 15 dicembre
1725 *. E l’autografo corri- spondente reca infatti questa data. Ora si
può domandare: come mai nella prima bozza di questa lettera del 15
di- cembre, il Vico poteva dire della Scienza Nuova «sta per uscire
alla luce », se da un mese egli ne aveva mandato al Corsini, come s'è
visto, alcuni esemplari, e se fin dal- l’ 8 dicembre ? il cardinale lo
aveva ringraziato del dono ricevuto ? Inoltre: che cosa offrì
il Vico per mezzo del protome- dico Buonocore ? Non certo l’opera
stampata, che Vico fece consegnare al Corsini nel novembre, « per mano
del signor abate Giuseppe Luigi Esperti»3. La dedica? Ma, nella
stessa lettera del novembre al Corsini, il Vico ricorda il «sommo onore,
che Sua Eminenza gli aveva già compartito per mezzo di monsignor Monti,
di aver ricevuto nella sua alta protezione l’opera » nella pri-
mitiva redazione 4. Infine: in un'altra bozza di lettera (che
trovasi nella stessa pagina della precedente, e, a riscontro di essa,
reca il testo originale, pure autografo e senza data, della let-
tera del Vico al Corsini, stampata dal Villarosa 5 con la data del 26
dicembre 1725), è detto, che l’onore, onde il cardinale l’aveva colmato,
compiacendosi di gradire «l'umile ed ossequioso disiderio, di consegnare
sotto l'alto e potente patrocinio del Cardinale un debol parto del
suo scarso ingegno, che era per uscire alla luce, gli dava ora lo spirito
di non perdere una tanto per lui ono- revole occasione, di dare a S. E.
una piena testimonianza del suo animo umile e riverente, di annunciarle
propizio I Opuscoli, II, 171-2 (lett. XXXVI nella racc. del
CROCE). 2 Vedi questa lettera in VILLAROSA, II, 251-2, ristampata
poi dal Ferrari e dagli editori posteriori. 3 V. la lett. del
20 novembre 1725 al Corsini. 4 Cfr. anche la lettera del 18
novembre 1724 allo stesso Monti, in CROCE, Bibliogr., pp. 96-7; ora in
Opere, V, 167. 5 Opuscoli, II, 173-4. VI. IL FIGLIO DI
G. B. VICO 2II questo giorno tanto per noi segnalato e memorabile,
augu- randoglielo con que’ più fervidi voti, che l’animo mio può
concepire, continuato da una lunghissima serie d’anni », ecc. Parole che
si riscontrano tutte nella stampa. Sicché, ancora il 26 dicembre
1725, l’opera stava per uscire alla luce, e Vico introduceva in questa
lettera le parole d’augurio già inserite nella bozza della prima,
di dieci giorni innanzi, e poi soppresse. Non una sola
difficoltà, come si vede, sorge da questi documenti, se non si ammette
che, scrivendo a un principe della « Cristiana Repubblica », il Vico non
abbia voluto nella data segnare questa volta l’anno ab
incarnatione, anzi che l’anno comune: trasportando così le due
lettere al 1724 !. E questa soluzione vien suggerita dallo stesso
stato delle due minute. Il Vico, dopo aver tentato, nel novembre 1724, la
via di monsignor Monti (al quale tornò nel maggio successivo), aveva indi
a poco trovato più speditivo l'intervento del medico Buonocore, per
I E questa dev'essere anche la spiegazione della data 20 luglio
1726 della lett. del Corsini, di cui sopra si disse. È noto che Innocenzo
XII (Pontefice dal 1691 al 1700) tolse l’uso di far cominciare l’anno,
nelle date delle bolle, dal 25 marzo. Vedi L’art de vérifier les dates,
Paris, Desprez, 1770, p. 324. E, nei volumi della corrispondenza di
monsignor Celestino Galiani, donati da Fausto Nicolini alla Biblioteca
della So- cietà Storica Napoletana, si hanno lettere di Alessandro
Rinuccini al Galiani, del tempo in cui questi dimorò a Roma per le
trattative del concordato, con la doppia data 1738-9 e 1739-40
(Corrispond., vol. VI, carte 119 sgg., 169 sgg.). Ciò che prova come
anche allora durasse l’uso di far cominciare l’anno ab incarnatione,
scrivendo da Roma o a Roma. [Le correzioni qui sopra proposte alla
cronologia del carteggio del Vico col card. Corsini sono state accettate
dal CRrocE nella sua ed. delle lettere vichiane, salvo che per la lett.
XXXVI, pubbl. dal Villarosa e mantenuta anche dal Croce con la data del
15 dic. 1725: per la quale il Croce osserva: « Anche per questa lettera
sarebbe da accettare la data proposta dal Gentile del 1724, se essa non
fosse scritta sullo stesso foglio che contiene la lettera del Corsini
dell’ 8 dicembre 1725, espri- mente i ringraziamenti per gli esemplari
ricevuti della Scienza Nuova. È, dunque, effettivamente del 15 dicembre
1725; e quanto alla sua relazione con l’altra del dicembre 1724 (n.
XXVII), è da ritenere che il V., serbando tra le sue carte l’abbozzo di
una lettera officiosa non spedita, si valesse di alcune frasi di essa
l’anno dopo »: p. 341). 212 STUDI VICHIANI aprire al
Corsini il suo desiderio di dedicargli l’opera, che presto avrebbe data
alla luce. Ottenuto così il con- senso, il 15 dicembre dello stesso anno
1724, se non prima, dové scrivere la minuta d’una lettera di
ringraziamento e d’augurii pel prossimo Natale. Ma dopo,
sembrandogli che fino al 25 avrebbe indugiata troppo questa sua
azione di grazie, la quale, nel suo pensiero, doveva amicargli
ancor più l’animo del cardinale (prima di accennargli la sua speranza del
sussidio per la stampa), rimandò gli augurii a un altro giorno, e scrisse
la lettera, che spedì subito, e che è quella a stampa con la data del 15
dicem- bre 1725. Ma conservò la prima minuta, quasi per ricor-
darsi degli augurii che aveva poi da inviare: e, a fianco di essa, dieci
giorni dopo, scrisse infatti l’altra lettera, che spedi senza altri
mutamenti, riprendendo per gli augurii quasi i termini stessi già preparati.
Nel maggio poi, si fe’ animo, e chiese. Ma, dopo più di un mese, il
Corsini, di ritorno dalla visita allora fatta alla sua diocesi di
Frascati, in cui gli «occorse di metter mano a molte esorbitanti spese »,
gli confidava di non aver modo di secondare la sua istanza. E il Vico
non rifiatò. Stampare un libro di 500 fogli, di due volumi in-4°,
con lo stipendio che aveva dall’università, di 100 ducati annui! Ma era
corsa la promessa a un sì gran signore: e bisognò restringersi, e dare
come i risultati dell’opera, e così stampare, dedicare e mandare al
cardinale il libro, che era costato tanto pensiero, tanta gioia e
tanta amarezza. Un raggio di speranza gli rimise in cuore la
lettera con cui il Corsini, l’ 8 dicembre :, lo ringraziò; e,
prote- stando la propria riconoscenza, lo esortò a « riprometter-
sene altresì i proporzionati effetti », pur che gli avesse indicato «le
convenevoli aperture d’impiegarlo in cose VILLAROSA,
Opusc, II, 251-2. Ristampata nelle edizioni posteriori. VI. IL
FIGLIO DI G. B. VICO 213 di suo servigio ».. Che aperture ? Al
povero uomo, che aveva allora 57 anni, cresceva costumato e
promettente quel suo figliuolino, Gennaro, di così diversa indole
da Ignazio. Aveva dieci anni: era il penultimo ‘dei figli, come s'è
veduto. Ed egli l’amava tanto ! « È per natura », rifletteva nell’
Orazione per la Cimini, «che gli ultimi parti soglionci esser più cari
per questi due occulti sensi di umanità: tra perché essi sono li più
innocenti, e per conseguenza, che ci hanno recato maggior piacere,
meno disgusti; e perché essi han bisogno di più lunga difesa, la
quale i padri credono, per la loro avanzata età, poter a quelli al
maggior uopo mancare »!. Se il cardinale procacciasse a Gennaro un
benefizio per farlo chiericare ? La lettera che gli deve avere
scritta, non l’abbiamo. Ma abbiamo la risposta del Corsini, del IQ
gennaio 1726 :. Era stato pronto a rifarsi d’animo il Vico, e a
ritentare. E gli toccò un’altra delusione. Il car- dinale gli ridava sì buone
parole, ma nessuna promessa, nessuna speranza; e accampava di quelle
difficoltà, che svelano il poco buon volere: « Nel particolare poi del
far conseguire qualche benefizio a cotesto suo signor figliuolo, lo
v’incontro delle difficoltà; imperciocché, oltre all’età tenera di esso
figliuolo, che può fare non piccolo ostacolo, vi è da considerare ancora,
che si trovano in oggi nel palazzo apostolico tante persone di Regno, che
non sì tosto vaca qualche cosa, che già prima assai della vacanza
sentesi la provista ». Vana fatica, dunque, battere a questa porta.
E Vico, come soleva, scrisse malinconicamente sul dorso del foglio
del cardinale: «Lettera di S. E. Corsini, con cui dice non poter
proccurarmi un beneficio da potersi ordinare 1 Opuscoli, ed.
Villarosa, I, 250-1; Opere, ed. Ferrari, VI, 258. * In VILLAROSA, II, 252
e nelle edizioni posteriori. 214 STUDI VICHIANI un
mio figliuolo » *. Nel foglio stesso, dopo un mese, lo sconsolato
filosofo, il 20 febbraio 1726, trovò la forza per offrire le sue più
umili grazie, e dichia- rarsi convinto che «il differimento dell’effetto
egli nasca dall’impossibile ». E mitigava frattanto la sua avversa
fortuna «con la speranza, anzi fiducia di vivere sotto la potente
protezione » di Sua Eminenza ?. Gennaro non si chiericò più; e,
quando, quattro anni dopo, il padre ristampò, sempre a sue spese, la
Scienza Nuova, la dedicò un’altra volta al Corsini, già divenuto
Clemente XII: « Al quale », racconta nelle aggiunte po- stume alla Vita,
da Gennaro date a pubblicare certo più di mezzo secolo dopo che papa
Corsini era morto anche lui, «al quale era stata la prima [edizione]
essendo cardi- nale, dedicata, e si dovette a Sua Santità anche
questa dedicarsi » ! 3. E il cardinal Neri Corsini, nipote a Lorenzo, gli
dava, il 6 gennaio 1731, la consolazione della notizia, che questa
seconda edizione aveva « incon- trato nel clementissimo animo di Sua
Santità tutto il gradimento ». Nient'altro. Allora, «colmato
il Vico di tanto onore », è il Vico che parla, « non ebbe cosa al mondo
più da sperare: onde per l'avanzata età, logora da tante fatiche,
afflitta da tante domestiche cure, e tormentata da spasimosi dolori
nelle cosce e nelle gambe, e da uno stravagante male, che gli avea
divorato quasi tutto ciò, ch'è al di dentro tra l’osso inferior della
testa e ’1 palato, rinunziò affatto agli studi ». 1
Dall’autografo. Ora in Opere, V, p. 1809 n. 2 La lettera fu
pubblicata anch'essa dal VILLAROSA, II, 172-3; ora Vico, Opere, V, 192.
In questa lettera, è detto che il figliuolo, che si sarebbe dovuto
ordinare, era Gennaro. 3 Opere, V, 74, dov'è pure la lettera di N.
Corsini. VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 215 3.
PASSAGGIO DELLA CATTEDRA DEL VICO AL FIGLIO E MORTE DEL
FILOSOFO Il buon Gennaro continuò con amore gli studi sotto
la direzione paterna !, e pensò a farsi la sua strada col la- voro.
E ne aveva bisogno. Al padre, con l’età, comin- ciava a pesare
indicibilmente quella scuola eterna che era costretto a tenere in casa,
per ingrossare un po’ il sottile soldo universitario. Quando partirono
quelle sanguisughe degli austriaci, e venne a Napoli Carlo di Borbone,
inco- rato forse dal cappellano maggiore Celestino Galiani, il Vico
si fece innanzi, chiedendo la carica di regio isto- riografo ?, nel
giugno 1734. L'’infante don Carlo, si ricordi, non era entrato
in Napoli che il 10 maggio ! Le strettezze del Vico dovevano essere
grandi. L’animo amico del Galiani si scorge da questa consulta, ancora
inedita, mandata al Montealegre: Illustrissimo Signore,
Con riveritissimo biglietto di V. S. Illma dei 30 del caduto mese
ho ricevuto i supremi veneratissimi comandi di S. M., che Iddio guardi,
di riferire sopra un memoriale presentato alla M. S. da Gio. Battista
Vico, lettore di Rettorica in questa Regia Uni- versità; in cui, dopo
avere esposte le sue dotte fatiche letterarie, I Vedi VILLAROSA,
Ritratti poetici, ed. 1842, pp. 61-62. 2 La supplica del Vico è
passata nella Raccolta degli autografi di scienziati ed artisti, esposta
nel Museo dell'Archivio di Stato di Napoli, insieme con la relazione
inedita del Galiani, che io pubblico. Una copia di entrambe è nel vol.
XIV, incartamento 13, delle Scritture diverse raccolte dalle Segreterie
di Stato di Acton. La supplica del Vico fu pubblicata, il 19 aprile 1885,
nella Napoli letteraria, giornale della domenica, a. II, n. 16. Devo alla
cortesia dell’egregio prof. N. BARONE se ho potuto rintracciare
nell'Archivio di Stato i documenti inediti su G. B. e Gennaro Vico, di
cui mi servo in questo lavoro. 2106 STUDI VICHIANI
supplica S. M. della carica di suo Istoriografo; acciocché possa coronar
i suoi studj col mandare alla posterità le gloriosissime gesta della M.
S. Su di ciò con tutto il maggiore ossequio debbo riferire a V.
S. Ill.ma, esser più che vero quanto il suddetto Vico espone delle
sue opere date alla luce. Egli è certamente uno de’ primi lette- rati d’
Italia, e singolarissimo ornamento di questa Regia Uni- versità, a cui
colle sue dotte fatiche è stato di grand’onore. Î: pur vero,
ch'egli sia il decoro di tutt’i lettori della mede- sima Università, ed
insieme poverissimo, non rendendogli più la sua cattedra, dopo il lungo
corso di tanti anni che serve il pubblico, che cento ducati l’anno, oltre
a pochi altri ducati, che ricava dalle fedi, che fa per gli studenti che
dagli studi di lettere umane passano a quei delle leggi; e trovandosi
carico di famiglia, trovasi certamente in grande miseria, dalla quale
recargli qualche sollievo in questi ultimi periodi della sua vita sarebbe
cosa de- gnissima della somma regal clemenza e carità della M. S.
Qui finora non vi è stato l’impiego d’ Istoriografo. Ma ora che ’1
Signore Iddio ha fatto a questo Regno il tanto desiderato beneficio di
concedergli un proprio Re, che qui risegga, nella maniera che praticasi
negli altri stati ben regolati, un tal impiego vi vorrebbe; e il detto
Vico certamente sarebbe abilissimo ad esercitarlo con tutto il maggior
decoro ed applauso che potesse desiderarsi 1, E sottoponendo
tutto all’alta comprensione della M. S., con tutta osservanza resto
Di V. S. IllLlma Napoli, 5 luglio 1734 Dev.mo ed
obl.mo servidore C. Arcivescovo di Tessalonica Cappellano
Maggiore. I Nella minuta di questa consulta (Arch. Sta. Napoli,
Relaz. del Cappellano Magg., vol. 6°, dal giugno 1732 all'agosto 1735)
sono, dopo questo punto, cancellate le parole seguenti: « Quando poi
piacesse al Regal animo di S. M. onorare e consolare un vecchio di tanto
merito, coll'appoggiargli la suddetta carica di suo Istoriografo, per
assegnargli una mercede che non fusse di peso al Regio Erario, gli si
potrebbe assegnar una pensione ecclesiastica di quella quantità che alla
M. S. più piacesse, sopra qualche Vescovato di regia prelazione allora
quando ve ne sarà l’apertura ». VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO
217 Ma Carlo ebbe da pensare ad altro, allora, che alla
nomina del suo istoriografo. Solo il 2 luglio dell’anno seguente, il
Montealegre annunziava al Galiani che il re si era degnato onorare G. B.
Vico del titolo ed impiego di suo istoriografo. E fu « notizia
applauditissima » in Napoli, secondo riscriveva il cappellano maggiore,
pronto, il 17 di quello stesso mese, a sollecitare il decreto nei
ter- mini più onorevoli per il vecchio Vico 1. E il 22 luglio,
finalmente, quel ministro comunicava al filosofo la sua nomina, e
l’assegno di otros cien ducados =. Meschino soldo anche questo.
Comunque, aggiunto a quello che il Vico percepiva da 38 anni, lo
raddoppiava. Né qui si arrestarono le premure di Celestino Galiani.
Il 26 luglio, cioè dopo quattro giorni che il Vico ebbe notizia del
raddoppiamento del suo soldo, fu nominata una commissione, già
sollecitata dal Galiani stesso, incaricata di proporre le riforme
possibili per un migliore assetto dell'organico dell’ Università.
La commissione, a capo della quale fu il Galiani, si riunì alla
presenza del segretario di Stato, marchese di Montealegre, e del Tanucci;
e il 9 ottobre 1735 presentò la sua Relazione per la riforma dell’
Università. In essa, la cattedra del Vico non era dimenticata: « Dell’
Elo- quenza latina col soldo di ducati 100. Si esercita dal dottor
Giambattista Vico, Istoriografo della M. V.; secondo la nuova pianta,
avrà di dote ducati 200 ». Il 2 novembre successivo, il re approvava
questa parte delle proposte; la quale era stata particolarmente
raccomandata da Bernardo Tanucci, nel suo parere sui lavori della
commis- I Questo doc., da una copia esistente nella biblioteca
della Società nap. di storia patria, è stato pubblicato da M. ScHIPA,
Carlo di Bor- bone, pp. 739-40; e dal Croce, Bibliogr., p. 85-6.
è Pubblicata la prima volta dal VILLAROSA, nelle sue aggiunte alla
Vita del Vico, Opuscoli, I, 163: quindi ristampata in tutte le edizioni
della Vita. 218 STUDI VICHIANI sione del 17 ottobre
*. Il Tanucci anzi avrebbe voluto che, in riguardo della persona « por el
merito, por la necesidad y honrra de istorico R.° que tiene Juan B.à de
Vico..... a lo menos se le deviesen asignar otros cientos » ?. Non
si volle confuso il valore della cattedra con quello del cattedratico !
Ad ogni modo, erano altri 100 ducati: non aveva mai sperato tanto il Vico
dalla sua misera cattedra quadriennale. Ma don Giambattista
non reggeva più alla fatica del- l’ insegnamento. Gennaro, non saprei
dire se dottorato in legge, frequentava la Vicaria, e cercava anche lui
di fare un po’ di quattrini, come avvocato. E il padre, che gli
aveva insegnato con tanta cura il latino, e fatto leggere gli scrittori,
cominciò anche a farsi aiutare da lui; dap- prima, forse, nel solo
insegnamento privato. Giacché, com’ ho accennato, il Vico aveva
sempre tenuto in casa una scuola di eloquenza e lettere latine 3,
frequentata dai figli dei «più scelti gentiluomini della Capitale ». E
uno scolaro del Vico ci dice che egli «in casa abbassavasi fino a spiegar
Plauto, Terenzio e Tacito. Conservava nondimeno in questa stessa sua
umiliazione tutta la grandezza del proprio carattere. Erano da lui,
come di passaggio, avvertiti i mezzi della lingua, le or gini e proprietà
delle voci, la bellezza e signoria delle espres- sioni. Ma,
nell’affacciarsi alla sua mente le immagini delle nostre passioni, a
miracolo dipinte in Plauto e Terenzio, I Vedi detta Relazione, £.0
196: Arch. Sta. Nap., Scritture diverse della cappellania maggiore, vol.
34. Di questa relazione e dell'esito che ebbe, rese conto sommario il
prof. F. AMoDbEO, Le riforme universitarie di Carlo III e Ferd. IV
Borbone, negli Atti dell’Acc. Pont., serie 22, vol. VII, 1902, pp. Ir
sgg. 2 Al soldo della cattedra si riferisce infatti l'estratto di
questa relaz. del Tanucci, copiato, a quel che pare, da F. Daniele e
pubbl. dallo ScHIPA, Carlo di Borbone, p. 740, n. 3 e dal CROCE, Bibl.,
p. 86. I « doscientos ducados », che sembravan focos al Tanucci, erano
pro- prio quelli proposti per la cattedra di eloquenza. 3
VILLAROSA, nelle sue Aggiunte alla Vita del Vico. VI. IL FIGLIO DI
G. B. VICO 219 penetrando egli ne’ più segreti recessi del nostro
cuore, intrattenevasi lungamente a scoprire le sorgenti delle umane
azioni: e quindi, scorrendo di dovere in dovere, secondo le varie
relazioni che noi abbiamo con Dio, con noi medesimi e cogli altri uomini,
passava a descrivere le prime linee della moral filosofia e del diritto
universal delle genti, condotte poscia a maggior lume e dimostrate
in pratica sulle acutissime riflessioni di Tacito » !. In questa
scuola privata, Gennaro dovette fare le sue prime prove d’insegnante,
sotto la guida del padre. Ma le condizioni di questo s’aggravavano sempre
più; e già non si sentiva la forza di trascinarsi fino
all’università, per le sue lezioni ordinarie. Il 1° settembre
1736, un suo entusiasta ammiratore, professore di metafisica a Padova, il
domenicano Nicola Concina, per notizie avute allora da Napoli (forse da
suo fratello Daniele, amico anch'egli del Vico ?), e per quello che
doveva avergli detto di sé il Vico stesso, gli scriveva: « Ella si faccia
coraggio, e si governi; ed io non mancherò di pregare il Signore che la
conservi, e l’invigorisca per suo, e mio, e comune vantaggio del mondo
letterato. Mi riverisca quel suo figliuolo, che intendo di essere di
una grande espettazione, per cui sento un ardentissimo amore, e gli
bramo ogni miglior fortuna » 3. E il Vico gli rispon- deva, il 16 dello
stesso mese: « La lode del profitto, che Gennaro mio figliuolo, che
umilmente vi inchina, fa negli I SOLLA, Vita di G. B. Vico, in
Giorn. arc., 1830, t. XLVIII, p. 95. Per questa scuola privata devono
essere state scritte le Ammnotazioni sopra gli Annali di C. Tacito,
pubblicate nel 1840, nell’ediz. Jovene delle Opere, IV, 409-418. Ad essa
devono anche appartenere la maggior parte dei mss. vichiani posseduti dal
sig. Raffaele Mottola, sui quali v. la Rassegna critica d. lett. it, del
prof. Pércopo, II, 95; e NICOLINI, Sec. supplem., pp. 42, 85-93.
2 Cfr. il brano di lett. di Nicola a Daniele, pubbl. da B. CROCE,
Bibl., 107-8; e ora in Opere, V, 218-3. 3 In VILLAROSA, II, 274, e
nelle raccolte posteriori. 220 STUDI VICHIANI studi
migliori, la qual scrive esserle con piacere giunta all’orecchia, e
l’amore che gentilmente perciò gli portate, gli sono forti stimoli a più
vigorosamente correre la strada della virtù » !. Questa voce
giunta fino a Venezia, dove, in quei mesi, trovavasi il Concina, doveva
esser nata dall’approvazione generalmente incontrata da Gennaro
quell’anno, per aver cominciato a sostituire felicemente il padre nella
cattedra di rettorica, con gran compiacimento di quanti stimavano e
amavano il Vico, e gli desideravano pace all’età stanca. Gennaro,
quell’anno, cominciò infatti il suo insegnamento universitario, come
sostituto del padre; e divenne poi il titolare della cattedra, che
conservò, vedremo, fino al 1805. Ma ecco come, in una supplica
indirizzata a Ferdi- nando IV, al principio del 1797, lo stesso Gennaro
ricor- dava da vecchio l’ inizio del suo insegnamento. Nelle sue
parole trema ancora la commozione che il giovane provò, nel ’36, a prendere
il posto del padre e maestro venerato: S. R. M.
Signore, Gennaro Vico, pubblico professor di rettorica nella
Vostra Regia Università de’ studj di Napoli, prostrato a’ piedi del
Vo- stro Real Trono, umilmente l’espone, come finora ha avuta la
gloria d’aver servito la M. V. ben sessant’anni, lungo corso della vita
d’un uomo, che è quanto dire fin da che la M. V. era nel seno dell’
Eternità; onde ora è il Decano dell’ Università. Poiché Gio. Battista
Vico, suo padre, mancando di giorno in giorno per le sofferte lunghe
fatighe del tavolino, tarlo potentissimo a rodere insensibilmente la
salute del corpo; al che si aggiungeva, che a misura che le forze del
corpo gli s’ indebolivano, del pari l'abbandonava il vigor della mente,
logorata dalle continue pro- fonde meditazioni, il supplicante, mal
soffrendo di vederlo con tanto stento trascinarsi per andar a far
lezione, d’ inverno, in I In VILLAROSA, II, 210, e nelle raccolte
posteriori. VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 221 tanta
distanza, gliene dimezzò la fatiga con incaricarsi prima della dettatura,
perché, quando poteva, venisse Egli a farne la spiega. Un giorno, mentre
dettava, vennegli talento, per libe- rarnelo intieramente, di
avventurarne anche la spiegazione; Dio sa con qual ribrezzo e palpitazione;
e Dio gliela benedisse. Bastogli questo primo cimento, che gli era stato
il più difficile e pericoloso, che tornato in casa disse a suo padre, che
avesse pensato solamente a tirar avanti la sua vita, e a non più
imba- razzarsi della lezione; narrandogli il tentativo fatto, e
quanto gli era riuscito felice. Andò a darne parte a Monsignor
Galiani, allora Cappellano Maggiore, il quale dimostronne sommo
piacere, e d'allora cominciò, forse per ciò che disegnava, a non far
passar quasi settimana che non venisse a sentirlo per la spiega in
latino, com’ è costume: e per maggiormente esporlo, gli diede l’
incarico di far l’Orazione per l’apertura de’ studj. Finalmente,
dopo d’aver servito per quattro anni da sostituto di suo padre, ne
umiliò supplica all’Augustissimo Vostro Genitore di gloriosissima
memoria, ed ottenne dalla di Lui Real Clemenza, in virtù di
favorevolissima consulta del Cappellano Maggiore, la Cattedra in
proprietà nell’anno 1740; la quale di padre in figlio già n’ è scorso un
secolo, che per Sovrana Munificenza gode sua casa, avendola detto suo
padre ottenuta nel 1696 !. Lasciando passare quest’ultima data,
che, in una sup- plica di poco posteriore, lo stesso Gennaro corregge
in 1697 (e avrebbe dovuto correggere in 1699), per l’esattezza
storica bisogna avvertire due /afsus memoriae, ne’ quali incorre il più
che ottuagenario Vico secondo; uno, che la Orazione per l'apertura degli
studi, la sua prima Ora- zione, fu letta da lui non prima, ma nello
stesso anno in cui ebbe la cattedra in proprietà; e l’altro, che la
cat- tedra ei non l’ebbe nel 1740, ma nel gennaio 1741. Ne abbiamo
i documenti. Vista la buona prova fatta per quattro anni da
Gennaro, e preoccupandosi dello stato di Giambattista, l'ottimo
= —.rr__— I Arch. Sta. Napoli, Espedienti di Consiglio,
fascio 837, I, 12 di- cembre 1797. Questo non’ è se non un brano, da
principio, della istanza, il cui séguito darò innanzi.] Galiani volle, al
principio dell’anno accademico 1740- 1741, regolare e assicurare la
condizione del primo nel- l’ Università. Dové esortare il vecchio
filosofo a presentare al sovrano la seguente supplica, che ci rimane,
autografa, nell’incartamento del relativo espediente di Consiglio:
e che io pubblico per la prima volta. È il pietoso testamento del
Vico, che chiede di lasciare al figliuolo quella cattedra, che, bene o
male, era servita a sostertare la sua famiglia. S. R. M.
Signore, Gio. Battista Vico, Historiografo regio, e
Professor d’ Elo- quenza ne’ Regj studj, prostrato a’ piedi della M. V.,
umilmente supplicandola, l’espone come esso da quaranta e più anni
ha servito e serve in questa regia Università nella cattedra di
Ret- torica, col tenue soldo di cento ducati annui!, co’quali
misera- mente ha dovuto sostentar sé, e la sua povera famiglia; e
perché ora è giunto in un’età assai avanzata, ed è aggravato, e
quasi oppresso da tutti que’ mali, che gli anni, e le continue
fatighe sofferte soglion seco portare; e sopra tutto è stretto dalle
angustie domestiche, e dalli strapazzi dell’avversa fortuna, da’
quali sempre, ed ora più che mai, troppo crudelmente viene
malmenato; quali mali del corpo, accompagnati ed uniti ai più potenti,
quali sono quelli dell’animo, l’ hanno reso in uno stato affatto
inabile per la vita, non potendo più trascinare il corpo già stanco, e
quasi cadente; di maniera che miseramente vive quasi inchiodato in
un letto: per la qual cosa si è venuto nella necessità di sostituire in
suo luogo interinamente nella Cattedra della Rettorica un suo figliuolo,
per nome Gennaro, il quale da più anni s’ ha indos- sato il peso di
questa carica, ed in essa se ne disimpegna con qualche soddisfazione del
pubblico, e della gioventù; del che ne può essere bastante pruova il
mantenersi l’ istessa udienza, e l’ istesso concorso di giovani, che esso
supplicante soleva avere; e perché esso già si vede in età cadente, e
dall’angustie presenti nelle quali esso ed i suoi vivono, ne considera e
prevede le mag- —— cm. I Il Vico qui ricorda lo
stipendio goduto per 38 dei suoi 43 ann di servizio. VI. IL
FIGLIO DIG. B. VICO 223 giori, nelle quali la sua povera famiglia
dovrà cadere cessando esso di vivere: laonde supplica umilmente la Vostra
Real Cle- menza a volersi degnare con suo real ordine di conferire la
futura sostituzione proprietaria della mentovata Cattedra di
Rettorica in persona di detto suo figliuolo, acciocché la sua famiglia,
dopo la sua mancanza, possa almeno avere un qualche ricovero, donde
in qualche maniera tener da sé lontana una brutta e vergognosa povertà,
nella quale certamente andrà a cadere; e lo riceverà dalla Vostra Real
Munificenza a grazia ut Deus 4. Dal 1737 ministro
dell’ecclesiastico era quel Gaetano Maria Brancone, persona dottissima,
al dire dei contem- poranei 2, che già abbiamo incontrato in relazioni
lette- rarie col Vico. Il quale, nel 1735, nella raccolta per le
nozze di don Raimondo de Sangro, principe di Sansevero, con donna
Carlotta Gaetani di Laurenzana, indirizzò a lui un sonetto, in cui
malinconicamente gli diceva: Né corone, né ostro, o gemme ed
auro Giamai mi ponno, o mio Brancon gentile, Rimenare il mio già
caduto aprile; Né qual serpe di nuovo al sol m’ innauro;
Da la tremante man cade lo stile, E de’ pensier si è chiuso
il mio tesauro 3. Il Brancone conosceva, dunque da vicino lo stato
del Vico. E appena avuta la supplica. si affrettò a trasmet- terla,
per la consulta, al Galiani con questo decreto 4: Ill.mo
Signore, Haviendo recurrido al Rey con el memorial incluso
Juan Bap.ta de Vico haciendo instancia que en remuneracién de sus
I Arch. Sta. Napoli. R. segreteria dell’ecclesiastico. Espedienti
di Consiglio, gennaio 1741, fascio 42: Cautelas de la semana de 8 por
todo los 14 de Enero de 1741. ? ScHIPA, Carlo di Borbone, p.
360. 3 Opere, V, 326. 4 Dispacci
dell’ Ecclesiastico.] largos y sefialados servicios se digne conferir 4 Genaro
su hijo la Cathedra de Rectoria (sic) que està exerciendo con la
apro- baci6n que es notoria por la indisposiciòén del suplicante, me
ha ordenado S. M. remitirlo à Usted para que informe con lo que se
le ofreciere y pareciere; D. G. Nap. a 31 de dic.re 1740. G. M. B. Il Galiani
intanto era dovuto tornare a Roma per le trattative del Concordato, che
indi a poco si conchiuse. Ma, dopo soli sei giorni dal decreto del
Brancone, scriveva e spediva la seguente consulta, nobilissima per le
cose che dice, e pel modo: S. R. M. Si è
servita V. M. con lettera della Segreteria di Stato per gli affari
ecclesiastici dei 31 del caduto mese rimettermi un memo- riale di
Giambattista di Vico, regio istoriografo, e professor d’elo- quenza ne’
regj studj: nel quale, dopo aver esposto il suo lungo servizio renduto a’
regj studj per lo spazio di quaranta anni coll’annuo soldo di soli cento
ducati, fin a tanto che la sovrana clemenza di V. M. gliel'accrebbe fino
a dugento; e le angustie della sua povera famiglia, ch’egli prevede assai
maggiori colla sua morte non molto lontana, attesa la sua età troppo
avanzata, e le malattie del corpo, che soffrisce; supplica la M. V. che
con suo regal chirografo voglia degnarsi conferire in proprietà a
Gennaro suo figliuolo la cattedra d’eloquenza, che egli, facendo le veci
d’esso supplicante, esercita da qualche anno a questa parte. . Non vi è
dubbio, S. M., che il supplicante Giambattista di Vico è benemerito della
Regia Università degli Studj, alla quale egli colle sue dotte fatiche ha
fatto molto onore; e perciò richiede la pubblica gratitudine, che gli si
abbia qualche riguardo. Il sud- detto suo figliuolo Gennaro è giovine
d’abilità, e nell’esercizio della detta cattedra incontra certamente
tutto l'applauso. Solo mi dà fastidio, ch’egli nell’ istesso tempo pensi
applicarsi al foro, perché il dover frequentare la Vicaria, che richiede
certamente tutto l’uomo, e fare il professore in una cattedra d’eloquenza,
che richiede profondo studio degli autori greci e latini de’ mi- gliori
tempi; sono due mestieri, che insieme non possono star bene, e per
necessità conviene trapazzare o l’uno o l’altro, o pure cn mt — = ur € ev — _— pr ne VI. IL
FIGLIO DI G. B. VICO 225 amendue. Quindi sarei di parere, quando
non sembri altrimenti al purgatissimo giudizio della M. V., che potesse
il supplicante Tendersi consolato, ogni qualunque volta però si fusse
certo, che il suo figliuolo, lasciate da parte le occupazioni forensi,
fusse Per voltar tutto l’animo suo agli studj di eloquenza, ed a
quei, Che sono necessarj per riuscir eccellente in tal non facile e
sti- matissima professione. Che è quanto su di ciò ho stimato
dover sottoporre alla sovrana comprensione della M. V. La Sagra Regal
Persona il Sig.r Iddio sempre più prosperìi e conservi.
Roma, 6 gennaio 1741. Umilissimo Vassallo e Cappellano
C. Galliano Arciv.o di Tessalonica 1. Non era giunta da Roma
questa consulta, che il Bran- cone portò, il 12 gennaio, la supplica del
Vico col parere del Galiani in Consiglio di Stato. E, in quel giorno,
solle- citò da Carlo il seguente decreto, che si legge a fianco
della relazione della segreteria di Stato al re =: A 12 gennaio
1741. — Nel Consiglio di Stato: Essendo il supplicante benemerito
della R. Università degli Studj, alla quale egli colle sue dotte fatiche
ha fatto molto onore, ed essendo il suo figliuolo Gennaro giovine di
abilità, e nell’eser- cizio della suddetta Cattedra avendo incontrato
tutto l'applauso, S. M. si è degnato conferire in proprietà a Gennaro la
suddetta Cattedra di Eloquenza, la quale egli ha esercitata facendo le
veci di suo Padre da qualche anno a questa parte. Si vede
che 11 Brancone non credette necessario assicu- rarsi, prima, che Gennaro
averebbe abbandonato il foro. E, quel giorno stesso, poteva far riporre
tutto l’incartamento I Nell’ incartamento cit. degli Espedienti di
Consiglio: Cautelas de semana 8-14, I, 1741. La minuta di questa consulta
è nel vol. 4° delle Relazioni del Cappellano maggiore, dal 6 gennaio al
26 maggio I74I (mandate da Roma alla corte di Napoli). 2 Vedi
questa relazione in Appendice I.] con la nota apposta sotto il decreto ora
riferito: ex.do en dicho dia a la sec.ria de Hazienda y al M. Capellan M
vy. Infatti recano la stessa data, del 12 gennaio, i due
seguenti dispacci del Brancone al segretario dell'azienda Giovanni
Brancaccio, e all’obispo de Puzol, cioè a Nicola de Rosa, vescovo di
Pozzuoli e cappellano maggiore interino, nell’assenza del Galiani.
A
Brancaccio, Decreto: Precedente suplica que ha hecho al Rey don
Juan Bap.ta de Vico Historiografo Regio para que se confiera 4 su hijo
Don Ge- naro la Cathedra de Eloquencia en la Universidad de
Estudios que posee y presentemente la està exerciendo el mismo,
respecto 4 que por le edad muy adelantada en que se halla, y por
los muchos achaques que le han sobrevenido, no puede continuar 4
desempefiarla, como por lo pasado, ha venido S. M. en atenci6n 4 ser el
suplicante benemerito de la Universidad de los Estudios, 4 la qual con
sus doctas obras ha hecho honor, y par consiguiente es capaz de publica
gratitud, y assimismo & que su hijo Genaro es de mucha habilidad como
lo ha manifestado de algunos afios 4 esta parte en el exercicio de la
mencionada Cathedra supliendo las veces de su Padre, en conferir en
propiedad por gracia especial al dicho D. Genaro de Vico la citada
Cathedra de Eloquencia, con el sueldo que 4 la misma està sefialado, en
remuneraci6n de las circunstancias expresadas. Y de Real orden lo
prevengo 4 Usted por que por la Secretaria 4 su cargo se dé lo conveniente
4 la Contadoria principal, por que execute el asiento y libra- mento de
dicha cathedra y sueldo, 4 favor del citado Genaro de Vico, y que se la
satisfaxa, como y quando & los demés cathe- dràticos. D. G. — Pal. à
12 de Enero 1741. G. M. B.!. Al Obispo de Puzol:
Ill.mo Sig. Atendiendo el Rey 4 la supplica que le ha hecho D.n Juan
Bap.ta de Vico Historiografo Regio, y Cathedratico de la Eloquencia
1 Dispacci dell’ Ecclesiastico, vol. 36 (novembre 1740-gennaio 1741),
carte 131-132 £. VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 227 en
la Universidad de los Estudios, paraque en resguardo à la edad adelantada
que tiene, y a los muchos achaques que le han Sobrevenido, y le impiden
de poder continuar 4 esercer la dicha cathedra, como lo ha executado por
lo passado con mucho be- Neficio de la misma Universidad y de los
Estudiantes, se dignase Conferirla a D.n Genaro su hijo, que la està
presentemente de- sempefiando con publica satisfaciòn; i teniendo su
Mag.d al mismo tiempo consideracibn 4 que el suplicante es benemerito de
la Universidad de los Estudios, 4 la qual con sus doctas obras ha
hecho mucho honor, por lo que es capaz de una publica gratitud, y
assimismo & que su hijo Don Genaro es de mucha havilidad, como lo ha
manifestado de algunos afios à esta parte en el exer- cicio de la
mencionada Cathedra, supliendo las vezes de su Padre, se ha dignado por
gracia especial conferir en propiedad al referido D.n Genaro de Vico la
enunciada cathedra de Eloquencia, con el sueldo que està sefialado 4 la
misma en remuneracién de las circunstancias expressadas; i de orden de su
Mag.d lo prevengo a Usted, 4 fin que en esta inteligencia disponga su
complimiento, pues ya se ha dado lo conveniente 4 la contaduria principal
para el asiento de la Cathedra y libramento del sueldo. Dios
guarde. Palo 4 12 de Enero 1741 — Ill.mo Sig.r Don Gaetano M.a
Brancone !. Questi documenti rettificano le inesattezze in cui in-
corse il Villarosa, nel suo racconto di questo passaggio della cattedra
dal Vico padre al Vico figlio; dove attri- buisce al proprio congiunto
Nicola de Rosa ? il merito di quest’ultimo omaggio reso dallo Stato di
Napoli alla glo- riosa vecchiezza di G. B. Vico. Dev’essere
poi del Brancaccio questo altro dispaccio, di cui ho trovato copia a capo
dei pagamenti del soldo di ducati 200, per rate quadrimestrali, a Gennaro
Vico dal 1752 in poi, in un Ordinario della Scrivania di razione:
1 Dispacci dell’ Ecclesiastico, vol. cit., cc. 128 b-129 bd.
2 Nelle Aggiunte alla vita del Vico, Opusc., I, 164 (ora Opere, V,
81) e nella Prefaz. allo stesso vol. p. xv. Secondo il VILLAROSA, il
vescovo di Pozzuoli avrebbe riferito al re sull’ istanza del Vico padre. Su Magestad con
Real orden 4 12 de Henero de 1741, compa- decido de los muchos achaques y
aîios que tiene Don Juan Bap.ta de Vico Historiografo Regio, por cuyos
motivos suplicé a su Real piedad se dignase conferir à Don Genaro de Vico
su hijo la citada cathedra de la Universidad de los estudios que sirve de
algunos afios 4 esta parte por sus indisposiciones, vino en conceder
por gracia especial la mencionada Cathedra 4 Don Genaro de Vico, en
atencion 4 su abilidad, y al mucho honor y credito con que la desempena y
a los particulares meritos de su Padre y mandé se le considerasse y
pagasse el sueldo que le correspondia desde el mismo dia 12 de Henero de
1741, en adelante al mismo tiempo que 4 los demas cathedraticos.
Nell’ Ordinario segue la nota: cuya gracia fué con- firmada con
otra Real Orden de S.M. de 18 de sept.re de 1745 *; cioè, dopo la morte
del padre, e in perpetuo. — Quando si diffuse la notizia, nel gennaio 1741, fu
anch'essa « applauditissima » per Napoli. Francesco Serao scrisse al
venerando filosofo, congratulandosi vivamente che fosse toccato a un
napoletano la lode di aver promosso sì nobile e liberale provvedimento,
qual era la promozione di Gennaro iuvenis doctrinae probitatisque laude
florentis- simi: e pensava che fosse dovuta al Vescovo di Pozzuoli
o al Brancaccio, o ad entrambi. « Ego, soggiungeva, qui unus e multis,
sed minime vulgari aut tralaticio animo, familiae tuae decora atque
commoda prosequor, nullum finem faciam plausu ac praedicatione tam
illustre facinus concelebrandi : tum animus est collegas lectissimos
exci- tandi, ut de gratiarum actione, tamquam pro publico 1
Scrivania di vazione. Ordinario I: Lettori pubblici 1754-1805, vol. 32,
c. 23. In questa carta e nella successiva sono segnati tutti i pagamenti
fatti a Gennaro Vico dal 1° dic. 1752 al 5 aprile 1783. A c. 134,
ricomincia la nota dei pagamenti al medesimo dal 6 giugno 1783 al 2
giugno 1797. A pie’ del doc. riferito nel testo, è avvertito che il real
ordine del 1741 acompafia el Pliego de la fué Contadoria Principal del
mismo (G. Vico); e la conferma del 1745 acompaòia el Pliego de D.n Blas
Troise, ossia il Dispaccio del 18 settembre 1745 firmato dal Brancone,
che ricorderò più innanzi.] ‘ngentique beneficio, ad supremos aulae proceres
habenda, cogutent. Nihil profecto aequius ; nihil universae
scholae honorificentius fortasse et fructuosius fuerit » 3. Tra le carte di Gennaro si trova
anche l’orazione che egli lesse nell’occasione dell'apertura degli studi,
il primo anno che ebbe da titolare la cattedra che era stata del
padre. Trattò questo tema: Sola efficax voluntas littera- rum studiosam
iuventutem perquam doctissimam efficere dotest. Giova qui riferirne
l’esordio: Cum ego die multumque mecum animo volutassem quam
difficile sit ex hoc loco ad dicendum amplissimo verba facere, in quem
nihil nisi ingenio elaboratum et industria perfectum et perpolitum
adferri oportere comperio; dicendum est enim in hoc tam frequenti
consessu tot doctissimis Antecessoribus, am- plissimis patribus,
lectissimisgue Auditoribus referto et constipato, magis magisque huius
diei subeundum periculum animus de- spondebat, cum me et dicendi rudem et
rerum omnium impe- ritum ac pene hospitem, et meas infirmas vires huic
tanto oneri, quod suscipiendum aggredior, omnino impares reputarem;
nam cum id diu usquequaque versassem, humeros meos prorsus per-
ferre non posse intelligebam: ad haec et summus timor, pudorque meus et
vestra dignitas me quoque ab incoepto deterrebat. His tot tantisque
difficultatibus jactato, quae me ab hoc optatissimo laudis aditu
prohibebant, occurrebat pietatis erga optime de me meritum patrem
officium; quum eum conspicerem senio malisque pene absumptum, curis
confectum, et adversa fortuna usque vexatum et nunc quam maxime
saeviente, corpus vix ac ne vix quidem trahere, aequum esse duxi me
labentem iam aetatem ejus aliqua ex parte substentare; atque ita
quodammodo in animum induxi meum ejus vices, quamquam deterrima
comparatione, explere; etenim erga patrem officium praetendendo, me
facile temeritatis vitium effugere posse, eaque pietatis professione,
si non aliqua laude, at certe excusatione dignum fore arbitratus
sum. Cum tandem aliquando me recreavit refecitque
Munificentissimi et Sapientissimi Regis nostri consilium, quo me in
ordinarium 1 Lett. pubbl. da B. Croce, nella Bib/., p. 109; e poi
in Opere, V, 256-7. 230 STUDI VICHIANI
Antecessorum numero referri placuit 1; cum enim me hoc tanto tamque
praeclaro munere, nullo ingenii mei periculo facto, di- gnum et parem
censuisset, ejus sacratissimam mentem, qua hoc pene immensum civile
corpus informat et inspirat, et cuncta ratione et consilio recte atque
ordine regit et moderatur, plus vidisse, et meas ingenii vires, quas ego
in me non sentirem melius perlustrasse et penitius introspexisse putavi;
quapropter auctus animo, Augustissimi Principis praesertim judicio, quod
mihi maximum adversus obtrectatores propugnaculum esse poterit, hoc
mihi impositum onus alacri animo suscipiendum potius, quam deponendum
censui. Il manoscritto fu riveduto dal padre, che segnò qua
e là, in margine, qualche parola da aggiungere. Così, a un certo
punto, Gennaro diceva: « Nulla animi affectio homi- nis tam propria, quam
curiositas, quae mihil aliud est, quam veri quaedam investigandi
cupiditas, qua cuncti rerum caussas rimando veram rerum scientiam
prosequun- tur ». E il padre aggiungeva al margine un fiore
poetico: «unde, Felix qui potuit rerum cognoscere caussas ! ».
E già, col consiglio del padre e sulle orme di consimili orazioni
di lui, Gennaro aveva dovuto scrivere questa sua. Si scoprono, in fatti,
in più luoghi i soliti pensieri, i soliti movimenti oratorii di
Giambattista. Gennaro dice ai giovani: « Ne desides et inertes supina
vota concipiatis, ut vobis in sinu de coleo decidat sapientia .... Neve
impe- ritum hominum vulgus imitemini, qui ventri et somno dediti,
et rei familiari solum intenti, id tantum ab hac publica sapientia
mutuari oportere arbitrantur, quantum rebus bene în vita gerendis
sufficere possit ». E il padre, I Queste parole non potevano
essere scritte prima del 12 gen- naio 1741. Ma l’ Orazione doveva già
essere preparata dalla metà di dicembre, perché in un angolo dell’ultima
pagina (che fa da copertina al ms.), si legge, della mano stessa di
Gennaro, una fede di studi in data « Neap. X Kal. Januari Anno MDCCXLI »
(23 dicembre 1740). Il che significa che il Brancone e il Galiani avevano
già assicurato l'esito della supplica al Vico.] nella solenne Orazione De
mente heroica (1732) aveva detto, con ispirazione bensì molto più alta: «
Ne supina vota concipiatis, ut dormientibus vobis in sinum de coelo
cadat sapientia, eius efficaci desiderio commoveamini, improbo,
invictoque labore facite vestri pericula, quid pos- sitis .... vestras
mentes excutite; et incalescite Deo, quo Dleni estis ».
Gennaro, dunque, consolò gli anni estremi del padre, che morì il
23! gennaio 1744. Ma Gennaro solo nel 1789 ? poté fargli murare
nella chiesa dei Gerolamini, in cui era stato seppellito, una
modesta lapide, che rammenta con quello del padre il nome della madre —
coniuge lectissima. Buon figliuolo ! 1 Per la data del giorno v.
Croce, in Vico, Opere, V, 124. 2 Non 1799, come dice, credo
erroneamente, A. RANIERI, Scritti vari, Napoli, Morano, 1879, I, 144;
cfr. VIiLLAROSA, Aggiunte, in Opusc., I, 167-8. Tra le lettere di P.
Napoli-Signorelli pubblicate da C. G. MININNI nel suo vol. P. N.-S.,
vita, opere, tempi, amici, con lett. e docc., Città di Castello, Lapi,
1914, ce n’è una (p. 456) ad Agostino Gervasio, al quale il N.-S. invia «
due iscrizioni di Gennaro Vico per suo Padre » che aveva trovate tra le
proprie carte. 232 STUDI VICHIANI 4. LA
CARRIERA ACCADEMICA DI GENNARO V. Il padre morì, come è pur noto, nella
casa sui Gradini a Santi Apostoli. E qui ancora abitava Gennaro nel 1768
1. Qui continuò egli la quieta vita del padre, tra l’università,
gli studi, la conversazione dei signori e dei dotti. Gennaro non si elevò
mai alle speculazioni di Giambattista, ma seguì l’indirizzo umanistico e
rettorico degli studi paterni. Continuò, insomma, la men difficile
tradizione domestica. Non scrisse versi; ma compose più epigrafi del
padre e studiò con pari amore le più leggiadre eleganze della
lingua latina. Dev’essere stato un ottimo insegnante della sua
materia; e le idee didattiche accennate nelle sue Orazioni inaugurali,
che ci sono giunte, confermano tale giudizio. Ebbe anche dottrina
classica e acume non volgari: ma fu modestissimo, e il suo titolo
maggiore restò sempre quello di essere figliuolo di Gian Battista Vico.
Né egli avrebbe ambito di più, conscio, benché confusamente, della
paterna grandezza. Nel 1756, lesse per l'apertura degli studi
un’ Orazione sul tema: Dissidium linguae ab animo factum praecipuum
corruptae eloquentiae causam fuisse. E, sul principio di questa, accenna
a un’altra Orazione, letta fere multis abhinc annis, nella quale aveva
indagato quidnam esset, quod plures omnibus in artibus, quam in dicendo
admaira- biles extitissent. Ma questa non si trova tra le sue
carte. Una quarta volta, a nostra notizia, gli spettò di leg-
gere l’ Orazione inaugurale, e fu al principio dell’anno I In una
copia d’una Orazione per le nozze di Ferdinando IV (1768) trovo segnato
l’ indirizzo di Gennaro così: « A S. Apostolo il Signor D. Gennaro Vico.
— Attaccato alla porteria ». VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 233
scolastico 1774, il 13 novembre; e trattò un tema molto affine a
quello della prima Orazione: Optima studendi ratio ab ipso studio
petenda. Ma, qualche anno prima, il 5 novembre 1768, ebbe a parlare in
occasione più so- lenne alla gioventù studiosa: In regiis Ferdinandi
IV Neap. ac Sicil. Regis et Mariae Carolinae Austriae nupius. E
queste due Orazioni die’ alle stampe in un nitido volu- metto nel 1775,
amicis summo opere adnitentibus, siccome attesta, nel suo parere, il
revisore civile 1, E veramente in quelle occasioni il buon Gennaro sì
fece onore. Lo stesso revisore ricorda che le due Orazioni erano state
lette tota ltteratorum plaudente cavea ; e, per conto suo, — era un
professore di teologia, — ne giudicava così: « In e:s tantum nitoris ac
dignitatis, totque Latialis eloquir veneres ubique emicant, ut cas
numquam satis laudare quiverim, mihi si linguae centum sint, oraque
centum. Sane parentem ejus doctissimum, Jo. Baptistam Vicum, immortalis
me- moriae virum, latine loquentem audire jam videor. Adeo verum
plerumque illud est : « Fortes creantur fortibus et bonis »
2. Il Decreto reale, già ricordato, del 18 settembre 1745,
aveva stabilito la dotazione fissa di ciascuna cattedra, lasciando quella
di eloquenza latina con 200 ducati 3. I L'opuscolo ha questo
frontespizio: In regiis Ferdinandi IV. Neap. ac Sicil. regis et Mariae
Carolinae Austriae oratio a JANUARIO Vico Regio Eloquentiae Professore,
ad studiosam Juventutem in R. Neapolitana Academia solemniter habita Non.
Novemb. Anni MDCCLXVIII. Ma l’ Orazione per le regie nozze va da p. WI a
p. LI; e da p. LI a p. LXXXII segue l’ Optima studendi ratio ab ipso
studio petenda, ad studiosam juventutem habita Id. Novembr. MDCCLXAXIV.
La data di pubblicazione risulta dall'ordine dell’ imprimatur (p.
LxxxIv), in data 29 settembre 1775. i 2 Il parere di questo
revisore, p. Felice Cappiello, reca la data del 30 agosto 1775.
3 Vedi il Dispaccio del Brancone nel Cod. delle leggi del Regno di
Napoli di AL. DE SaRIS, Napoli, 1796, lib. X, tit. IV, pp. 41-42. Ma
234 STUDI VICHIANI Ma, nel 1777, il marchese della Sambuca
elevò la dota- zione complessiva dell’ Università da ‘7000,
qual’era rimasta fin dal ’45, a duc. 12613,99. Si accrebbero quindi
gli stipendi dei professori. E della cattedra di Gennaro, chiamata ora di
Rettorica e poetica, nel nuovo piano che 11 marchese della Sambuca
comunicò al ministro dell’eccle- siastico con dispaccio del 26 settembre
1777 !, è detto: «Questa Cattedra nella Università gode ora ducati
200, insegnando sette mesi dell’anno la sola Rettorica. Si accresce
fino a ducati 300, con l'obbligo però d’insegnare per tutto l’anno, a
riserva del mese di ottobre, anche la Poetica » =. Fu duro a Gennaro
Vico, passati i 62 anni, restare a insegnare tutta l’estate, rinunziando
per quel- l'aumento di soldo, a tre mesi di vacanza 3! Ce lo farà
dire egli stesso, tra poco, in una relazione del Cappellano maggiore su
certa sua istanza al re, che riporteremo più innanzi. Ma ad alleggerirgli
il peso, nel giugno succes- sivo (1778), quando appunto, negli anni
precedenti, soleva smettere le sue lezioni, venne a incorarlo un altro
segno della regia benevolenza. È noto il dispaccio del
marchese della Sambuca del 22 giugno 1778 4, per cui fu creata la RR.
Accademia delle il testo originale di esso è tra i Dispacci del
GATTA, parte II, t. III, Pp. 449-55. Vi sono stabiliti tutti gli stipendi
dei singoli insegnanti, a cominciare da quello di Biagio Troisi di duc.
800. Ivi
a p. 454: « Elo- quencia latina que se lee por le Dotor Don Gennaro Vico,
dos cientos ducados ». I Vedilo in DE SARIIs, lib. X, tit. IV, pp. 51-3. Cfr. anche
AMoDEO (Rif. universitarie, pp. 25, 55) il quale ignora che questi docc.
erano stati pubblicati dal De Sariis, fin dal 1796. 2 Il DE
SARIS, ha per isbaglio: Pratica. 3 Fino al 1777 il Calendario di
Corte chiama la cattedra di G. Vico: Rettorica. In quello del 1777 (p.
68) si comincia a dire: Rettorica e poetica. Non è esatto quel che dice
sul proposito l’AMODEO, Riforme, pp. 24-5- 4 Ristampato dal Minieri
Riccio, Cenno stor. delle Acc. fiorite nella città di Napoli, in Arch.
stor. nap., V (1880), 586-7; ma già pub- blicato dal DE SARIIS, lib. X,
tit. VI, p. 55 e insieme cogli Statut dell'Accademia nel t. XIII della
Nuova Collez. delle Prammatiche del Regno di Napoli del GiusTINIANI
(Napoli, Stamp. Simoniana, 1805), VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO
235 scienze e belle lettere. L’ Accademia veniva compartita
in quattro classi: due per le scienze, Matematica e Fisica, e due
per le lettere: Storia ed erudizione antica e Storia ed erudizione dei
mezzi tempi. Si nominava il presidente, il vice-presidente e un
segretario per ciascuno dei due rami dell’ Accademia; infine, quattro
accademici pensionari (« coll’assegnamento ad ognuno di essi di annui
ducati sessanta »), uno per classe: « per la Storia ed erudizione
antica, don Gennaro Vico ». Presidente, vice-presidente segretari e
questi primi quattro accademici dovevano riunirsi per formare «il piano e
le regole dell’ Accademia », proporre « il numerc degli accademici pensionari
e onorari, e i soggetti per occuparne le piazze, con riferirsi tutto
al Re per la sovrana approvazione ». L’annunzio si dice destasse in
Napoli grande entusiasmo, e nessuno pare sì meravigliasse dell’onore
segnalato che riceveva Gennaro Vico. Certo, egli doveva essere ben veduto
dalla Corte; ma, tra per i suoi meriti personali, e tra per un
certo riflesso della gloria paterna, che veniva affermandosi ogni
giorno più saldamente, doveva essere stimato ed amato anche dagli
studiosi. Gli statuti, a cui lo stesso Gen- naro collaborò, furono
approvati dal Re con dispaccio del Beccadelli del 30 settembre di quello
stesso anno. PP. 57 S8gg.: pubblicazioni sfuggite, tutte e due al
BELTRANI, nella sua memoria, del resto assai diligente, La R. Acc. di
Scienze e belle lettere fond. in Napoli nel 1778, negli Atti
dell’Accademia Pontaniana vol. XXX. Napoli, 1900; dov’ è detto (p. 62)
che il Minieri-Riccio pubblicò il dispaccio 22 giugno 1778. E dalla
pubblicazione del Minieri- Riccio il Beltrani non poté intendere il vero
carattere del doc., che egli prende per una semplice /ettera del marchese
della Sambuca al prin- cipe di Francavilla, maggiordomo reale (p. 3);
laddove si tratta d’un regolare dispaccio di segreteria, ossia della
ordinaria forma ufficiale onde erano annunziate tutte le determinazioni
reali. Su quell’accademia vedere anche F. NICOLINI, in GALIANI, Dialetto
napoletano, Napoli, Ricciardi, 1923, Introd., $$ 2, 3. I Sono
pubbl., oltre che nel Del de Regimine Studiorum (N. Collez. ecc., t.
XIII, pp. 58 sgg.), nel vol. rarissimo: Statuti della R. Acc. delle
scienze e delle belle lettere, eretta in Napoli dalla Sovrana
Munificenza, Stamp. Reale, 1780. Ivi è anche il lungo elenco dei
soci. Facevasi obbligo agli accademici pensionari « d’inter- venire
a tutte le private e pubbliche assemblee », e di non « allontanarsi dalla
capitale, senza averne prima ottenuto in iscritto l'autentica permissione
del presidente ». Infine, si stabiliva: «Ogni accademico pensionario sarà
nell’ob- bligo indispensabile di comporre in ogni anno una me-
moria su quell’argomento, che egli, a propria elezione, scerrà dalla
serie degli argomenti dei lavori scientifici an- nuali ». Giacché non era
riconosciuto ai singoli soci il diritto di scrivere su qualunque
soggetto; ma sì di pre- sentare ogni anno « in iscritto un breve parere
sul metodo, sugli argomenti e sulla qualità de’ lavori letterari e
scien- tifici, che potrebbero per tutto il resto dell’anno in ogni
Classe eseguirsi ». Tutti i pareri poi dovevano essere esa- minati da una
«Deputazione di uomini savi e intelli- genti », nominata, per ciascuna
classe, dal presidente, che, com'era stato ordinato nel dispaccio del 22
giugno, sarebbe stato sempre il maggiordomo maggiore di S. M.
Gennaro fu messo a capo della classe di Erudizione e storia antica, che,
nel dispaccio posteriore del 19 gen- naio 1783, fu detta di Alta
antichità *. | Nel 1788, uscì il primo ed unico volume degli Atti
di quest’ Accademia, contenente gli atti dalla fondazione sino
all'anno 1787 =. Non vi è nessuna memoria del Vico 3; ma il segretario,
Pietro Napoli-Signorelli, nel Discorso istorico preliminare, esponendo i
lavori eseguiti dall’ Acca- [In questo dispaccio (MINIERI-Riccio, in Arch.
Stor. Nap., V. 587), si ordinava ai pensionari di non astenersi senza il
real permesso dal presentare ogni anno una memoria. Non potendo, si
domandasse la grazia di passare tra gli onorari. 2 Atti della
R. Acc. delle scienze e belle lettere di Napoli, Napoli, Don. Campo,
1788, di pp. XCVIII-374 in -4°, con 18 tavole. 3 Né di altri soci
del ramo letterario, salvo una di Dom. Diodati (della 4® classe, Mezzana
Antichità), letta nel 1784 e nel 1786: Illu- strazione delle monete che
si mominano nelle Costituzioni delle Due Sicili. (pp.
313-370). VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 237 demia in
quel primo decennio, ricorda anche la parte di Gennaro:
L'eruditissimo accademico pensionario della III classe don Gen- naro
Vico, degno figliuolo dell’ immortale autore dei Principit di una Scienza
Nuova e suo successore nella cattedra di Eloquenza nel Liceo Napolitano,
prese in una dissertazione con piena eru- dizione e fina critica ad
illustrar Pompei, celebre città della Cam- pania, sepolta da diciassette
secoli dalle ceneri del Vesuvio. Non ebbe per oggetto di adornar alcune
delle discoperte parti di essa, ma di considerarla col solo lume degli
antichi scrittori e di rile- varne le vicende. Saggio e modesto quanto
sagace osservatore, lontano da ogni ambizione di produrre cosa nuova in
un argo- mento venerabile per la sua antichità, egli conseguì la rara
lode di saper raccogliere con giudizio e disporre e combinare
insieme con discernimento e dottrina que’ languidi e dispersi
barlumi lasciatici dai greci e dai latini intorno a sì famosa città, e di
ap- portar somma luce e dar sembianza di novità alle sue erudite
ricerche !. E ne riporta un largo sunto ?, compilato con le
parole stesse dell’autore, come risulta dal confronto con l’origi-
nale manoscritto, conservato tra le carte Villarosa. Codesta memoria il
Signorelli assegna agli anni anteriori al 1783, anno dei terremoti delle
Calabrie e di Messina, che diedero occasione a speciali indagini e studi
dell’ Accademia 3. Un'altra memoria del Vico ricorda poi, letta nel
1787, «sull’antica repubblica di Locri»; e dice che di essa si
attendeva la continuazione, per pubblicarla nel volume seguente, che non
venne più. Questa memoria era stata preparata da Gennaro con grandissima
cura, come appa- risce da molti appunti, che sono tra le sue carte.
Dove pure si trova un buon tratto della medesima, col titolo:
Dissertazione sull’ origine, dominio, legislazione, governo, 1
Atti pp. LXII sgg. ® Pagg. LXIII-LXX. 3 Vedi su ciò la cit. memoria
del BELTRANI. 16 238 STUDI VICHIANI ed
uomini illustri della Repubblica di Locri nella Magna Grecia di G. V. —
Parte I: Dell’origine della Repubblica di Locri ®. Ma altro
dové scrivere per l'Accademia, anche dopo il 1787; e lo stesso
Napoli-Signoi:elli, lodando altrove il medico Silvestro Finamore di
Lanciano d'una memoria sulle antichità lancianesi mandata all'Accademia in
forma d’una serie di questioni, accenna ai «dottissimi giudizi
portati su di essa da due nostri valorosi accademici, il giureconsulto
Domenico Diodati ed il regio professor di eloquenza Gennaro Vico »; il
quale «prende per mano tutti i punti additati nella memoria, e ne
illustra buona parte in quanto gli permette quel periodo tenebroso;
e certamente il di lui esame merita (se pure torni un tempo che ci
si conceda ?) che si renda di pubblica ragione » 3. Quel tempo non
tornò più: ma della relazione del Vico sulla memoria del Finamore ci
resta una copia di mano del marchese di Villarosa, insieme con una
lettera del 22 giugno 1804 del Finamore, che, avuto sentore, per la
notizia del Napoli-Signorelli, di quella relazione, e non sperando di
vederla presto pubblicata, prega Gennaro Vico, con cui era entrato in
relazione epistolare, di voler- gliela comunicare manoscritta *. E altro
fors’'anco scrisse, di cui non ci resta notizia, per l'Accademia.
Certo, quest'occasione a lavori di erudizione storica troppo tardi
sorse nella vita di Gennaro, perché egli fosse ancora in tempo di
produrre molti e notevoli frutti. Il suo genere erano sempre state, come
vedremo, ora- I Non resta una copia completa, né anche della parte
I; invece, della Dissertazione sulla città di Pompei ci sono tre
esemplari, fra cui due autografi. ? Per le angustie
finanziarie in cui si trovò l'Accademia, vedi BEL- TRANI, La RR. Acc.
ecc. 3 P. NAPOLI-SIGNORELLI, Regno di Ferdinando IV adombrato în
tre volumi, t. I, Napoli, Migliaccio, 1798, p. 381. I Vedila
in Appendice I] zioni ed epigrafi: il suo ideale letterario, l’elegante
espres- sione, la frase classica pura: non era andato più oltre. Il
suo mondo, sempre, quel circolo chiuso de’ professori e degli eruditi.
Tra i ricordi della sua lunga vita neppure un alito di affetti domestici.
Si trae un largo respiro, svolgendo le sue carte muffite, quando,
finalmente, s'incontra la seguente lettera, che ci dà al viso quasi
un soffio d’aria fresca. Una villeggiatura di don Gennaro, forse
per una cortesia usatagli dal marchese di Campo- lattaro. Dalla cui villa
immagino Gennaro scrivesse alla marchesa: Godo immensamente
in sentirvi tutti bene: et infinitamente ringrazio V. S., il Marchesino e
don Andrea della memoria, che avete di me; e le dico che desidererei
poter meglio meritare le cortesie che ricevo. Quelle pere che
le mandai, furono da me raccolte per terra, e come che alla giornata
cadono immature, essendone io ora incaricato, voglio che V. E. ed il Marchesino
le vedano; ed intanto le mandai, perché le avesse riposte, avendomi detto
Giovanni che, accadendo l’ istesso alle sue, egli le ripone perché col
tempo vengono alla maturità, sapendo bene che queste pere d’
inverno anche si colgono immature, e si ripongono. Io sempre mi dichiaro
non solo pronto, ma anche ambizioso di ricevere l’onore di tutte l’ EE.
VV., ma sempre con quella condizione; e desidererei che il Marchesino non
misurasse me alla sua misura, e che si facesse carico della gran
disparità della condizione e dello stato suo e mio, ed ancora della mia
corte compendiosissima; perché una brieve anticipazione porta, che, se
non posso far quel che devo, almeno fo quel che posso. Onde tanto Lui
quanto V. E. faccino conto di tener qui un fattore di campagna: basta che
si diano la pena di mandarmi l’ordine, per far conoscere il piacere
di eseguirlo.... Poiché state colla falsa prevenzione che,
favorendomi con anticipazione, io mi metta in cerimonie (veramente vi
feci truovar archi e trofei!) per toglier ogni briga, e per aver l’onore
[dei] vostri favori, fo una solenne dichiarazione, col contentarmi
che la medesima sia anche ridotta in forma di pubblico istromento
da potermi esser liquidato in ogni corte e foro, rinunciando ex nunc pro
hinc ad ogni eccezione, così dilatoria come perentoria 240 STUDI
VICHIANI e declinatoria di foro, la quale è del tenore seguente,
videlicet: Dichiaro e mi obbligo etiam cum juramento quatenus opus,
che, anticipandomi l’avviso de’ vostri favori, io sia tenuto farvi
truo- vare non più né meno né altro di quello che è mio ordinario
mangiare, intendendosi d’anticipazione a solo fine che non restiamo tutti
digiuni !. Intorno al 1790, a cagione di grave infermità
soprav- venutagli, Gennaro Vico fu costretto a smettere il suo
insegnamento. Non potendo più leggere la memoria d’ob- bligo
all'Accademia, perdette, non saprei dir quando, anche quel posto. E si
preparò al triste tramonto. Dissi sopra * che, nel 1797, rivolse una
supplica a Ferdinando IV, per esporgli il suo misero stato, e chiedere un
sussidio. Dopo il tratto già riferito, il vecchio Vico continuava a
raccontare di sé: Anni addietro essendoglisi aperto un gran tumor
cistico, che da tanti anni aveva alla gola, con un fiume perenne di
sangue, che per cinque mesi lo tenne inchiodato in un fondo di
letto, disperato da’ medici, il fu don Nicola Frongillo, degnissimo
Let- tore dell’ Università, lo curò, ed espressamente gli proibì, che
non avesse pensato più a montar sulla Cattedra, perché avrebbe
corso evidente pericolo di discenderne morto. Il quale ancor tiene
I La lettera nella minuta, da cui la pubblico, non ha né data né
intestazione; ma nello stesso foglio, a riscontro della minuta della
lettera, sono due abbozzi, pure di mano di Gennaro, della seguente
epigrafe: Villam hanc suburbanam breve otii negotiique
confinium atîris salubritate laxiorisque amoenitate
prospectus facile principem N. Blanch Campilactaris Marchio
sibi emptam sibi auctam atque ad ingeniosissimam
elegantiam compositam instructamque genio suo
comparavit. Mi par ovvio che la epigrafe sia stata composta dove fu
scritta la lettera, cioè nella villa Blanch, ora Famiglietti, a Mojarello
(Capo- dimonte).] aperto. Nel principio del suo male, per non far
mancanza, stabilì per suo Sostituto il Sacerdote secolare don Ignazio
Falconieri 1, conosciuto per le sue opere. Lo partecipò tosto a monsignor
Cap- pellano Maggiore, per averne il permesso, il quale molto ne
com- mendò la scelta; sempre però che la M. V. si degni di
confermarla. Ed il medesimo ha continuato con soddisfazione, dovendolo
il supplicante mantenere a suo costo, con detrarlo dalle angu-
stissime sue finanze, non avendo il suo sostentamento altro ap- poggio,
che quello della Vostra Real Munificenza. Continuava, rammentando
i favori già ottenuti da’ Borboni, e confidava implorando un generoso
sus- sidio dalla munificenza reale. Ma pare che la supplica
rimanesse dapprima senza risposta ?. Gli toccò infatti di rinnovare
l’istanza, abbre- 1 La Rettorica del Falconieri, pubblicata la
prima volta nel 1786, si studiava ancora a tempo del De Sanctis; ne ho
visto un'edizione del 1835, e il D’Ayala ne cita la ventisettesima! Vedi
La giovinezza di F. de Sanctis, Napoli, Morano, 1899, p. 7. Ignazio
Falconieri, fu, com’ è noto, afforcato il 31 ottobre 1799. « Era gran
patriota, molto impiegato e stimato nella Repubblica, buon uomo, dotto
scrittore di Retorica ». Così D. MARINELLI, Giornali, ed. Fiordelisi, I,
107, dov’è pur riferito il sonetto scritto dal Falconieri pochi giorni
prima della sua morte. Nei Calendari di corte, da me veduti, degli anni
1758-1793, 1795-1797. non compare mai il nome del Falconieri come
sostituto del Vico. Questi vi figura sempre come insegnante. Doveva
perciò essere una sostituzione affatto privata. E chi sa che il modo, in
cui fu messo fuori dall’ insegnamento universitario, non sia stato pel
Falconieri un motivo personale per fare quel che fece nel 1799, e che è
ricordato nella sentenza della Giunta di Stato, pubblicata da A. SANSONE,
Gli av- venimenti del 1799 melle Due Sicilie, Nuovi Docc., Palermo,
1901 (Docc. per servire alla Storia di Sicilia, 48 serie, vol. VII), p.
260. Tra le altre colpe addebitategli dalla Giunta vi è anche quella di
«aver educato i giovani per la Repubblica ». Fu infatti maestro di
Vincenzo Russo: v. B. Croce, La Rivoluzione napoletana del 1799, Bari,
La- terza, 1912, p. 87. Commissario per l’organizzazione repubblicana
del Volturno, ebbe segretario Vincenzo Cuoco: SANSONE, p. 356 e
Ruc- GIERI, Vincenzo Cuoco, studio storico-critico, Rocca S. Casciano,
1903, p. 17. Del Falconieri vedi la vita scritta da M. D’AvALA, Vite
degli italiani benemeriti della libertà e della patria uccisi dal
carnefice, Roma, 1883, pp. 264-67. Era nato a Lecce nel 1755. Oltre la
Rettorica, pubblicò altre opere letterarie, che sono indicate dal
D’Ayala. 2 Nell’ incartamento trovasi unito a questa supplica un
breve rap- porto della Segreteria, con cui la supplica doveva esser
sottomessa nel Consiglio di Stato all’esame reale, e su cui avrebbe
dovuto esser segnata la risoluzione del re. Ma di questa non v'è
traccia. 242 STUDI VICHIANI viando tutta la parte
della prima supplica, che abbiamo riferita: e conservando, nel resto, i
termini stessi, che sono i seguenti: .... Ora, essendo
giunto all’età di 82 anni, indebolito da tutti que’ mali, che ne sono l’
indispensabile conseguenza; ed am- mirando alla giornata la somma
Munificenza della M. V. verso di tutti, per cui tanto si assomiglia al
Beneficentissimo Dio, di cui ne sostiene in terra le veci; poiché non v’è
chi per qualche suo onesto desiderio venga a ricorrere al Vostro Trono, Fonte
inesausto di Beneficenze, che non se ne torni pienamente dis- setato;
anzi la M. V. è talmente trasportata da quest’ammirabile Virtù, che
spesso ne previene li voti, e ne risparmia le preghiere: come infatti
esso supplicante ben due volte l’ ha sperimentato nella sua persona:
quando la M. V. instituì la Real Accademia delle Scienze, si degnò
destinarlo per direttore dell’Alta Antichità, Greca e Romana, che è uno
de’ quattro rami, ne’ quali la Reale Accademia è divisa: dovendo far la
scelta de’ Maestri per istruir nelle scienze S. A. R. il principe
Ereditario, senza che esso neppur osasse tant’alto, si degnò d’eleggerlo
per precettore ne’ studi delle Lettere Umane: il qual invidiabilissimo
onore per l’ecce- zione della sua cagionevole salute, per cui doveva
spesso, e lungo tempo mancare, non poté conseguire. Or, se cotesto Sacro
Fonte basta che sappia su di chi debba diffondersi, che da sé si
apre, ed a larga mano versa le sue Beneficenze, come l’ ha ben due
volte sperimentato in se stesso, in quanta maggior copia deve spargerlo
su di chi vi ricorre portando in mano la chiave delle preghiere ? Due
volte, o Sire, in tutta la sua vita esso vi è ricorso: la prima al Trono
del Vostro Augustissimo Genitore, e ritornos- sene supra vota
pienissimamente soddisfatto; questa è la seconda, al Trono di V. M., che
ne siegue gloriosissimamente le tracce, ed implora un generoso sussidio
dalla Vostra Real Munificenza, acciocché nella sua cadente età, in cui ha
bisogno preciso di qualche comodo maggiore, non abbia da sempre luttare
col- l’ indigenza, e colle difficoltà di soddisfarla; e l’avrà a
grazia, ut Deus. I In questa seconda istanza corregge l’anno
1696, in cui, la prima volta, aveva detto essere stata conferita la
cattedra al padre, in 1697. Questo e gli altri docc. qui appresso
riferiti, ove non sia avvertito altrimenti, sono tolti dagli Espedienti
di Consiglio, fascio 287, I, 12 di- cembre 1797 (Arch. Sta.
Napoli). VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 243 In cima alla
nuova supplica dalla Segreteria dell’eccle- slastico fu apposta (forse,
in seguito ad ordine reale) la nota seguente: « 25 febbraio 1797.
Informi, e manifesti il suo parere ». E, con questa nota, la supplica
stessa dové esser trasmessa al cappellano maggiore. Il quale, nella
sua consulta, che tardò più mesi, riassunta l’istanza del Vico,
aggiungeva: Poiché la M. V. con Real Carta del dì 25 dello scorso
Febbraio mi ha comandato, che informi, e manifesti il mio parere,
debbo rassegnare alla M. V. che sono veri e noti i lunghissimi
servizi prestati per lo corso di un secolo consecutivamente dal
padre don Gio. Battista Vico, illustre letterato, e dal figlio
supplicante don Gennaro, che ha caminato nelle orme del padre, a
questa Regia Università degli Studi, con decoro della medesima, e
con profitto della studiosa gioventù. Sono ancora vere le
circostanze della cagionevole salute dello stesso supplicante don
Gennaro nell’età di anni 82, a cui è giunto, fatigando per lo corso di
circa anni 60 in beneficio dello Stato; onde io stimo che merita un
tal soggetto gli effetti della Real Munificenza, per i quali possa
provvedere ai bisogni della vita; e che a tale oggetto possa de- gnarsi
V. M. conferirgli una pensione o sulle rendite delle chiese vacanti, o su
di altro fondo che stimi più proprio. Il signore Iddio conservi
lungamente e sempre prosperi la vostra Real Persona = di V. M. = Napoli 6
Maggio 1697 = Umi- lissimo Vassallo = L. Arciv. di Colosso Capp. M.
Il ritardo della consulta derivò dal ritiro, accaduto nel corso
dell’anno 1797, del cappellano maggiore, monsignor Alberto Capobianco,
arcivescovo di Reggio; il quale morì, più che nonagenario, nel febbraio
1798. Il successore nella cappellania maggiore, del quale si ha notizia,
è mons. Agostino Gervasio, arcivescovo di Capua, nominato nel
dicembre 1797! Interinalmente dovette esserci questo arcivescovo di
Colosso, dal maggio, forse, al dicembre. ! Vedi il Catalogo de’
Cappellani Maggiori del Regno di Napoli c de’ confessori delle persone
reali [del P. Luici Guarini], Napoli, Coda, 244 STUDI
VICHIANI Il 23 maggio, la supplica, con la relazione del
cappel- lano, fu presentata al re, che era a Foggia, e dispose che
« gli si proponga questo espediente al suo felice ritorno ». Avvenuto il
quale, gli fu riproposto, il 12 luglio. E sulla pratica fu scritto:
Il Re vuole, che il C. M. indichi gli esempi delle pensioni ac-
cordate a’ lettori emeriti dell’ Università degli Studi, e quale sia il
soldo, che gode il ricorrente. Questi ordini furono trasmessi al
cappellano mag- giore, con dispaccio dell’ecclesiastico del 22 luglio
1797 *. Qual differenza dalla sollecitudine usata nel ’40 e nel ’4I
per provvedere alla vecchiaia di Giambattista Vico ! L’arcivescovo
rispose, il 12 agosto, con quest'altra relazione al Re:
Signore, .... In adempimento del Real comando, le fo presente,
riguardo alla prima parte, che la Cattedra di Rettorica è isolata e non
ha ascenso alcuno, come alcune delle altre facoltà, che di grado in
grado giungono alle primarie. Non vi è esempio di Lettore emerito a cui
sieno state accordate pensioni; ma non vi è esempio altresì di Lettore,
il quale abbia servito 60 anni, che fa il corso di una lunga vita, con
potersi anche considerare, che già sia scorso un secolo che dal padre e
dal figlio sia stata occupata senza inter- ruzione la Cattedra di
Rettorica nella Regia Università. Riguardo alla seconda parte,
debbo rassegnarle che il padre del supplicante don Gio. Battista Vico, il
quale illustrò questa Regia Università, sostenne la stessa Cattedra col soldo
di soli docati cento: che l’Augusto fu Genitore della M. V.
l’accrebbe a docati duecento, e così esso supplicante l’ ha sostenuta,
finché la M. V. ordinò che l’ Università degli Studi pubblici
passasse 1819, p. 63. Cfr. anche Sulla origine e giurisdizione del
Capp. Magg. Cenni di GIR. pi Marzo, Palermo, Morello, 1840, p. 24. Ma
questo elenco si arresta a mons. Capobianco. I Dispacci dell’
Ecclesiastico, vol. 532, fol. 145 (Arch. Sta. Napoli). VI. IL
FIGLIO DI G. B. VICO. 245 al Salvadore; nel qual passaggio,
essendo la sua Cattedra entrata nel ruolo di quelle, che debbono leggere
fino alli 28 di Settembre, per tale accrescimento di fatighe gli furono
aggiunti altri cento docati. Adunque egli, dopo aver già servito quarant’anni,
per avere il soldo di docati trecento che godono anche i lettori
più moderni, fu costretto tirare avanti le sue lezioni, in tutta
l’està, quando per l’antico piano gli Studi finivano a’ 15 di giugno,
ed a dover formare le Istituzioni poetiche, che nel corso dell’està
andassero di séguito all’oratorie. Nella istituzione dell’Accademia
Reale delle scienze V. M. si degnò eleggere il supplicante per direttore
del Ramo dell'Alta antichità colla pensione di docati sessanta, e questa gli
è mancata: altri piccioli emolumenti dice di essergli minorati: ed a
queste detrazioni si aggiunge che per la sua cadente età dovrà
pagare docati 30 annui per lo mantenimento del Sostituto.
Quindi egli, per particolari circostanze de’ suoi lunghi servigi,
della sua età e della sua salute cagionevole, implora sussidio per lo
sostentamento della vita, facendo il conto di essergli mancati da cento
venti docati annui. Il signor Iddio conservi lungamente e sempre
prosperi la Vostra Sacra R.* Persona. Di V. M. = Napoli 12 agosto 1797 =
Umi- lissimo Vassallo = L. Arc. di Colosso Capp. M. Portata
di nuovo la pratica nel Consiglio, il 26 ago- sto 1797, da Belvedere, il
re ordinò che a Gennaro Vico sì desse «la giubilazione coll’intiero soldo
in pensione ed emolumenti, che ha perduti». E il 9 settembre furono
spediti da Ferdinando Corradini, segretario dell’ecclesia- stico, i
relativi dispacci al cappellano maggiore e al prin- cipe d’ Ischitella,
segretario dell’ azienda *. Giubilato il Vico, si ordinò tosto il
concorso per la cattedra di rettorica. Ma, per allora, non ebbe
effetto. Ecco in proposito una relazione del cappellano maggiore,
curioso documento di quel che fosse allora un concorso
universitario: ue usata ! Vedili in Appendice
I. 240 STUDI VICHIANI Il Sig.r.... Nella
Università de’ regi Studi è vacata la cattedra di Ret- torica per la
giubilazione da V. M. accordata al vecchio professore don Gennaro di
Vico, e si è pure dalla M. V. ordinato di tenersi il concorso per la
provvista di tale Cattedra, con doversi prima riferire i nomi, cognomi e
patria di coloro, che dopo l’editto si ascrivono per detto
concorso. Si è di già affisso l’editto a norma de’ Sovrani ordini;
ma, frat- tanto che non si diverrà all’elezione del proprietario professore,
manca nella R.® Università la lezione di Rettorica, la quale è necessaria
nel corso degli studj, e per la quale mi si fa premura dalla gioventù
studiosa. Un de’ concorrenti a detta Cattedra è il Sacerdote don Nicola
Ciampitti, napoletano, professore di eloquenza nel Seminario
arcivescovile, il quale coll’acclusa sup- plica si è offerto d’ insegnare
le Istituzioni Oratorie come sostituto della cattedra medesima sin tanto
che si eseguirà l’ordinato con- corso, senza pretendere soldo o riconoscenza
veruna, ma sol- tanto per amore del ben pubblico. Ho trovato sode ragioni
di accettare questa offerta, perché il Sac. Ciampitti è riputato
non solo per l'abilità nella materia, in grado già di Professore, ma
è noto eziandio pel costume irreprensibile, e pe’ puri sentimenti
morali e di attaccamento al Regio Trono: e perché, senza alcun
pregiudizio e interesse della R.8 Università, si provvede al bene
pubblico, col non far mancare né anche per brieve tempo una lezione
necessaria alla gioventù studiosa. Tutto ciò sommetto alla
intelligenza di V. M.; affinché, se altrimenti non istimi, possa degnarsi
approvare che il Sac. don Nic- cola Ciampitti insegni le Istituzioni
Oratorie nella Cattedra di Rettorica della Università dei Regi studi, sin
a che non sia prov- vista del professore in esito dell’ordinato concorso,
in qualità di sostituto, e senza poter pretendere né soldo, né
riconoscenza veruna. Il Sig.r.... 18 novembre 1797 !. A
Gennaro Vico però dispiacque la giubilazione, e più una notevole perdita
che l'abbandono della cattedra e la trasformazione del soldo in pensione
gli avrebbe arre- cata. Presentò nell'ottobre un altro ricorso. Il
quale, I Relazioni del Cappellano maggiore.] deferito al re, non
ebbe se non questa dura risposta, segnata in margine alla pratica:
Da Portici li 21 ottobre 1797. Il re è fermo nella presa riso-
luzione. Ma il Vico non si perdé d’animo, e rinnovò il ricorso,
con lievi mutamenti di forma. Riferisco questo secondo: Ss. R.
M. Signore, Gennaro Vico, pubblico professor di
KRettorica nella Vostra Regia Università de’ Studi, prostrato a’ piedi
del Real Trono della M. V., umilmente le rappresenta, che essendosi per
sua Real Munificenza degnata, con sua real Carta de’ 9 del caduto,
ordinare che gli si dia la giubilazione col- l’intiero soldo in pensione,
e gli emolu- menti che ha perduti: esso supplicante si dà lo
spirito di umilmente esporle, che il soldo è immune da ogni peso, e
la pensione è sottoposta alla decima, la quale gli scema il pieno
godimento del soldo intiero, che la M. V. si è degnata concederli: onde
la supplica a volersi compiacere di accordargli l’ intiero soldo, siccome
finora l’ ha goduto, secondando in questo la ge- nerosa inclinazione del
Real Animo Vostro di beneficarlo. Alla cattedra di Rettorica è
privatamente annesso l’emolumento delle fedi di Rettorica !; e questo gli
si è dimezzato; ma ne ritiene ed esige l’altra mettà. Egli si augura che
la mente di V. M. sia, I L’esame di Rettorica era una specie di
baccellierato. La Pramma- tica del conte di Lemos del 1616, parte III,
tit. II, art. I dice: « Ordi- niamo e comandiamo che niuno studente
grammatico possa passare ad intendere niuna facoltà o scienza, senza
prima essere stato esami- nato per lo cattedratico, seu lettore di
Rettorica, il quale a quello che approverà per sufficiente ed abile, darà
una fede firmata di sua mano, nella quale dichiarerà averlo trovato
idoneo, per poter passare alla facoltà che domanda; e lo Studente che
sarà passato in qualsivoglia altro modo, non guadagnerà il corso in
quella facoltà, che passò infin a tanto che non sarà esaminato ». L'art.
4 stabilisce che per questo esame lo studente, «sia approvato o sia
riprovato, paghi all’esamina- tore mezzo carlino ». Cfr. ora N. CORTESE
in Storia della Università di Napoli, Napoli, Ricciardi.] che su quel che
ritiene gli si dia il compenso di ciò che ha perduto; dovendosi intender
l’ istesso sul soprasoldo, che godeva di duc. 47, solito distribuirsi
alli Lettori più emeriti, dimenticato nella sua prima supplica; e questo
anche è decimato, esigendone duc. 38. Il che fa crescere la somma del
compenso accordatogli dalla Vostra Real Clemenza a duc. 130, inclusivi li
duc. 60 del- l'Accademia. Quindi ricorre a’ piedi della M. V., che è
quanto dire al Sacro Fonte inesausto delle Beneficenze, ed umilmente
la supplica, a volersi degnare fargli godere l’intiero soldo immune da
decima, siccome l’ ha goduto finora; com’ancora esentarne il compenso
accordatogli di ciò, che ha perduto negli emolumenti annessi alla
cattedra, con degnarsi indicargli da qual fondo debba ripeterlo. Qualora
poi V. M. voglia togliergli anche quel che ritiene ed esige in essi
emolumenti, il compenso di duc. 130 ascenderebbe a duc. 200, che, uniti
alli duc. 300 di soldo, formerebbero duc. 500: nel qual caso potrebbe la
M. V. degnarsi ordinare, che gli si corrispondano duc. 500 annui, immuni
ed esenti da decima, e da ogn’altro peso, essendogli sensibile ogni
qualunque detrazione nella sua cadente età, in cui ha bisogno di qualche
comodo mag- giore: confidando di tutto conseguire dall’ammirabile
generosità del Real Animo Vostro in considerazione di un povero suo
sud- dito, che ha la gloria d’averlo sessant'anni servito; e tutto
riceverà a grazia, ut Deus. Gennaro Vico supplica come
sopra. Ritornata così l’istanza al re, questi diede l’ordine
seguente, eseguito il 18 novembre ‘97: « Il C. M. s’incarichi di questo e
riferisca speditamente, tenendo presente l’antecedente sua relazione,
volendo S. M. che si riesa- mini ». Il cappellano maggiore rispose,
questa volta con una lunga relazione, in cui premette la storia della
lunga pratica; e prosegue: In oggi lo stesso don Gennaro
Vico, con ricorso umiliato nelle vostre Reali mani, espone, che il soldo
è immune da ogni peso, e la pensione è sottoposta alla decima, e chiede
che gli si faccia godere il soldo intero senza alcun peso. Espone inoltre
che alla Cattedra di Rettorica è privativamente annesso
l’emolumento delle fedi di Rettorica, e questo gli si è dimezzato: che
anche il VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 249 soprasoldo
che godea di annui D.ti 47, si è minorato ad annui D.ti 38, onde fa
ascendere il compenso da V. M. ordinatogli a D.ti 130 annui; e, qualora
dovesse lasciare i detti emolumenti, il fa scendere a D.ti 200, che,
uniti al soldo di detti D.ti 300, formano la somma di D.ti 500; e quindi
implora la grazia di ordi- narsi, che gli si corrispondano gli annui D.ti
500 immuni ed esenti da decima e da ogni altro peso, essendogli sensibile
ogni qualunque altra detrazione nella sua età cadente, in cui ha bisogno
di qualche comodo maggiore. Debbo inoltre aggiungere, che lo
stesso don Gennaro Vico, essendosi a me presentato, mi ha fatto
conoscere, che avrebbe desiderato il solo domandato sussidio senza la
giubilazione; affin- ché gli fosse continuato l’onore di pubblico Regio
Professore fino alla morte. Quindi sommetto io alla sovrana
intelligenza, che l’emolu- mento delle fedi di Rettorica non si è
dimezzato al supplicante don Gennaro Vico, se non che per la condizione
de’ tempi, in cui è minore il numero di coloro che si prendono la laurea
dotto- rale; e quando la Cattedra di Rettorica sia provveduta di
novello Professore, a costui dovrà appartenere la formazione di tali
fedi, giacché il giubilato de Vico non potrebbe attestare ciò che
non potrebbe sapere, che per altrui relazioni. Se il Professore don
Gennaro Vico continuasse a leggere nella Cattedra di Rettorica colla
pensione di annui D.ti 120 sulle rendite delle Chiese vacanti, avrebbe
con queste un giusto compenso per la mancanza dei D.ti 60 che godeva come
Direttore dell’Alta antichità dell’ Acca- demia Reale, e per la minoranza
sofferta ne’ soprasoldi e negli emolumenti delle fedi. E potrebbe anche
esentarsi dal peso di annui D.ti 30 per lo mantenimento del Sostituto, qualora
avesse per sostituto il Sacerdote don Nicola Ciampitti napoletano,
il quale si è offerto di leggere in tale qualità senza pretendere
soldo o riconoscenza veruna; ed io già l’ ho proposto alla M. V. per
la sostituzione nella stessa Cattedra sotto il dì 18 del corrente,
sino a che non fosse provvista di proprietario in esito del
concorso ordinato; essendo detto Ciampitti riputato non solo per
l’abilità in grado di Professore, ma noto eziandio per lo costume irrepren-
sibile, e pe’ suoi sentimenti morali e di attaccamento al Regio
Trono. La giubilazione, o Signore, del ricorrente don Gennaro
Vico, non vi ha dubbio, che sia stato un effetto della vostra
Sovrana Clemenza e paterno amore verso i vostri sudditi, considerando
il lungo servizio ed età di lui avanzata: ma, siccome egli ama di
‘250 STUDI VICHIANI proseguire per quanto può nel servigio,
e morire coll’onore di Cattedratico, desiderando solo il compenso per ciò
che ha per- duto, così sarà effetto della stessa Sovrana Clemenza e paterno
amore il risolvere, che gli si dia la pensione de’ suddetti D.ti 120, e
continui ad essere il Professore nella Cattedra di Rettorica,
accordandogli per sostituto il Sacerdote don Nicola Ciampitti senza soldo
o riconoscenza alcuna, come esso Ciampitti si è offerto. Il Signore
Iddio lungamente conservi e sempre prosperi la vostra Sagra Real Persona.
= Di V. M. = Napoli 25 novem- bre 1797 = L. Arciv. di Colosso.
Allora, il 12 dicembre 1797, il re prese la seguente
decisione: Il Re, prendendo in considerazione le circostanze del
vecchio pubblico Lettore di Rettorica don Gennaro Vico, permette,
che lo stesso rimanga nella Cattedra valendosi di un sostituto; e
nel tempo stesso, per dare al medesimo un segno di sua sovrana
beneficenza, gli accorda l’annua pensione di ducati 120 sul Monte
Frumentario, soggetta però al peso della decima. Nel comunicarsi al
Cappellano Maggiore, si dica, che, rispetto al sostituto nominato, la M.
S. li comunicherà appresso i suoi R.li ordini. Resti accordato
per sostituto il proposto don Nicola Ciam- pitti, qualora la Giunta di
Stato non l’abbia notato, e perciò se gli faccia la domanda.
C[orradini]. es.° a 19. Nell'ultimo inciso si
sente che sono avvenuti i pro- cessi del 1794, e che tutta la cultura è
venuta in sospetto a’ Borboni. Il Corradini, adunque, dové prima
assumere le informazioni politiche relative al Ciampitti; che gli
vennero con questa lettera del principe di Castelcicala: Dalla
consulta della Suprema particolare Giunta delegata di Stato de’ 7 del
corrente Dicembre, avendo rilevato il Re che nelle carte della materia di
Stato nonvi è alcuna nota o indicazione contro il Sacerdote don Nicola
Ciampitti proposto dal Cappellano Maggiore per Sostituto alla vacante
cattedra di rettorica ne’ VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 25I
Regj Studj: nel Real nome, la Real Segreteria di Stato, Affari
esteri, Marina e Commercio lo rescrive a V. S. Illma per sua
intelligenza, in risposta del viglietto de’ 2 del suddetto Dicem- bre. =
Palazzo 16 dicembre 1797 = Il Principe di Castelcicala — Sig. Marchese
Corradini, E quindi, il 18 dicembre, il Corradini poté dare
questo ultimo ordine ', eseguito il dì seguente: «Si comunichi al
Cappellano maggiore la real risoluzione, affinché lo stesso l’esegua,
accordando al Ciampitti la sostituzione della cattedra di Rettorica
». Ed ecco, infine il decreto, in data 19 dicembre 1797, con
cui si chiuse questo piato lungo e pietoso: Il Re, prendendo in
considerazione le circostanze del vecchio pubblico Lettore di Rettorica
don Gennaro Vico, permette che lo stesso rimanga nella cattedra,
valendosi del Sacerdote don Nicola Ciampitti per sostituto. E nel tempo
stesso, per dare la M. S. al medesimo un segno di sua Sovrana beneficenza,
è venuta ad accordargli l’annua pensione di ducati centoventi sul
Monte Frumentario, soggetta però al peso della decima. Lo prevengo
di Real Ordine a V. S. Ill ma, acciò ne disponga l'adempimento, nella
prevenzione di essersi dati gli ordini alla Camera, per la pensione al
Monte Frumentario. Palazzo, 19 dicembre 1797 = Saverio Simonetti = Sig.
Principe d’ Ischitella 2. Così nel Calendario di Corte del 1798,
per la cattedra di Rettorica e Poetica, accanto al nome di Gennaro
Vico sì trova quello di don Nicola Ciampitti, professore I
Segnato in margine alla lett. precedente del Princ. di Castelcicala.
2 «In vigore del sud. R. Ordine a 25 gennaio 1798 si spedì lib. a
D. Gennaro Vico Lettore della Cattedra di Rettorica doc.ti sessantasei, e
s. 66 2-3» ecc. ecc. Ordinario 32: Scrivania di razione. Lettori
pubblici, c. 135 a. Se- guono ivi i pagamenti delle rate fatti al Vico
fino al 21 marzo 1805 (c. 135 d). A c. 168 d sono segnati i due ultimi
pagamenti del 6 giu- gno e 5 dicembre 1805. In pari data era comunicato
lo stesso Decreto al Cappellano maggiore. Dispacci dell’ Ecclesiastico,
534, fol. 3 db. Anche nell’ Ord. 125, della Scrivania di razione:
R. Studj — Pom- pei, fol. 38, sono segnati dei pagamenti di soldo fatti a
Gennaro Vico 252 STUDI VICHIANI sostituto. Ma,
disgraziatamente, non ci restano 1 Calendari degli anni 1799-1804. Per
quanti anni insegnò Ciampitti? I suoi biografi ci farebbero pensare che
fino alla morte di Gennaro Vico egli continuasse a sostituirlo: «
Prescelto venne nel 1798 », dice uno di essi, «ad occu- par la cattedra
di Eloquenza nella R. Università degli Studi, che per la decrepita età di
Gennaro Vico era stata dal medesimo abbandonata. Nella qual palestra,
avendo egli mostrato non volgar valore, come ordinario profes-
sore, nel 1806 meritò di ottenerla » 1. Ma, nel Calendario del 1805,
vediamo sostituto di Gennaro Vico, don Nicola Rossi, che forse era
sottentrato al Ciampitti nella cattedra del liceo arcivescovile 2.
Quell’anno, il 18 gennaio, le lezioni universitarie furono inaugurate nel
chiostro di Monteoliveto 3 (donde l’ Università tornò al Gesù
Vecchio, il 31 ottobre di quell’anno stesso 4). Abbiamo l’ Oratio
Nicolai Rossi in Regio Neapolitano Archigymnasio Rhetor. et Poetic. Prof.
subst. habita in aedibus Montis Oliveti in prima solemni studiorum
instauratione An. MDCCCV 5. dal 21 ottobre 1799 al 5 dicembre
1805, tre volte all'anno; e ivi a fol. 12 leggesi anche una serie di
pagamenti al medesimo, per gli anni pre- cedenti. I Elogio di
N. Ciampitti del march. di VILLAROSA, in Ultimi uffizi alla memoria del
Can. N. Ciampitti, Napoli, Porcelli, 1833, p. 16. (Vi si parla anche del
metodo d’ insegnare del Ciampitti). Dello stesso VIL- LAROSA, Ritratti
poetici, Napoli, 1842, p. 118. G. CASTALDI (Elogio stor. di N. Ciampitti,
pron. nell’ad. gen. della R. Soc. Borb. il 30 genn. 1833, Pp. 7-8) parla
anche lui della nomina di sostituto nel 1798, della de- crepitezza del
Vico, e della nomina d’ordinario nel 1806 « per proposta fattane da
Monsignor Capobianco Capp. Magg. ». Cfr. anche RovER, Elogio di N. C.,
Napoli, 1834, p. 18; e gli E/ogi dell’ab. SERAFINO GATTI, Napoli,
Fibreno, 1832-3, II, 2009 e le note a p. 224. 2 C'è infatti un
Januarii Caroli Borboni de Vita Commentariolus auctore NicoLAo Rossio in
Archiepiscopali Licaeo Humanarum Lùite- rarum professore; s. a.
3 L. DeL Pozzo, Cron. civ. e milit. delle Due Sicilie sotto la
dinastia Borbonica, Napoli, 1857, p. 213. 4 DEL Pozzo, sotto
questa data. 5 Ut quisque literatissimus, ita civis optimus.
Neapoli, ap. Vinc. Ursi- num, di pp. 32, s. a. VI. IL FIGLIO
DI G. B. VICO 253 Nell’esordio, il Rossi, accennando le ragioni
della sua peritanza per la solennità dell’occasione, dice fra
l’altro: « Moveor etiam 1ipsius loci insolentia, qui ut prope suo
jure a me repetit, ne quid in occursu primo ominosum vitio meo
‘intercidat ; ita sua non assueta facies, nescio quam offensionem habet
in dicendo » *. Queste parole non fanno pensare che il luogo, non la cattedra,
era nuovo al Rossi ? In tal caso, il Rossi avrebbe sostituito il Vico
anche prima del 1805. Questi percepì l’ultima rata del suo
stipendio il 5 di- cembre 1805 =. Il pagamento successivo sarebbe
toccato nel marzo 1806. Nel qual anno Gennaro morì 3. Un de- creto
del 31 ottobre 1806, di Giuseppe Bonaparte, rior- dinava, come vedremo,
gli studi dell’ Università; sop- primeva varie cattedre fra cui quella di
« Rettorica »; e disponeva: « Tutti 1 professori proprietari delle
cattedre soppresse avranno la metà del loro antico soldo per giubi-
lazione » 4. Infatti un decreto degli 11 dicembre 1806 accordava la
giubilazione a ventidue professori universi- tari, fra i quali sono 1
titolari delle cattedre soppresse 5. Ma Gennaro non c’è. Il decreto
dell’ottobre istituiva bensì, come vedremo, una cattedra di « Eloquenza
antica e mo- derna ». Ma appunto a questa un decreto del 14 novembre
° nominava il canonico Nicola Ciampitti. Il Vico, adunque, morì
poco dopo compiuti i novant'anni 7. I Pag. 6. * Vedi
sopra p. 251 n. 2. 3 IT NICOLINI ha ora trovato il testamento di
Gennaro, che fu pubblica- to il 19 agosto 1806. Gennaro doveva esser
morto uno o due giorni prima. 4 V. Collez. degli editti,
determinazioni, decreti e leggi di S. M. da' 15 febbr. a’ 31 dic. 1806,
Napoli, Stamp. Simoniana, pp. 384, 385. Lo stesso Decreto è nella Collez.
delle leggi, de’ decr. e di altri atti riguardante la P. S. promulgati
nel già Reame di Napoli dall’a. 18c6 in poi, Napoli, 1861-63, I, 6
sgg. 5 Collez. degli editti cit., pp. 465-6. 6 Ivi, pp.
424-5- 7 Il march. di ViLLarosa, nel suo art. biografico su G.
Vico, nei Ritratti poetici, ed. 1842 (nell’ed. 1834 non c’ è il «
Ritratto » di G. Vico), 17 254 STUDI VICHIANI
5. GLI SCRITTI DI GENNARO V. E IL SUO
INSEGNAMENTO Quando, nel 1787, Gennaro Vico lesse nell’
Accademia la sua memoria sull’ Origine della repubblica di Locri,
tra gli accademici che l’ascoltarono, era l’abate Filippo De
Martino (1702-1794), l'elegante traduttore in esametri latini del Tempio
di Cnido del Montesquieu (1786), l’autore dell’anonimo Hirpini poétae in
Germanum Penthecato- sticon contro l’ Archenholz (1789), e di varie opere
eru- dite, come i commentari Ad sex primorum Caesarum genea-
logicam arborem, pubblicati appunto quell’anno, 1787. L’ab. De
Martino, che sapeva comporre esametri e distici per ogni occasione ?,
salsus attice — doctissimus eloquio — lepidissimus colloquio 3, fu
ispirato dalla sua facile musa a indirizzare a Gennaro Vico i seguenti
versi, che rimangono tra le carte di questo, nella pressoché
illeggibile scrittura 4 dell’autore: non indica nessuna data; o
meglio dà, sì, quella del 1° vol. degli Opuscoli di Vico da lui
pubblicati, ma sbaglia indicando il 1816 in- vece del 1818. Dice che
Gennaro finì di vivere nell’età di anni 78. Ma è un errore, come hanno
dimostrato i nostri docc. E così erronea è l'indicazione di una Oratio
ibid. (sc. in R. Neapolit. Acad.) în so- lemni studior. instauratione,
An. 1768; che è l’ Orazione Optima stu- dendi ratio del 1774, pubblicata
con quella In Regiis Nuptiis del 1768. I Vedi su di lui e i suoi
scritti VILLAROSA, Ritratti poetici, pp. 1209-31. * Una raccolta di
Carmina del De MARTINO fu pubblicata a Napoli, 1778, in-49. 3
Vedi l’epigrafe scritta per lui nel Sepulcretum amicabile di E. CAM-
POLONGO (Napoli, 1781-2), I, 18. Il NAPOLI-SIGNORELLI, nel Supplemento
alle Vic. d. colt. delle Due Sic., Parte I, Napoli, Flauto, 1792, p. 190:
« E tuttavia risuona fra noi la cetra armoniosa dell’ab. Filippo Mar-
tini, il quale presso a compiere il sedicesimo lustro di sua età serba in
vecchie membra giovanile vigore e fecondità e facilità pari alla vena
ovidiana ». 4 Anche il VILLAROSA, del cui padre il De Martino
sarebbe stato age AL = _ E Ri © n n onice ci i ce a = ZA Ad
J. Vicum Hexastichon. Haeredem quis te virtutis jam
paternae, Fortunaeque simul pauperis esse neget ? Ambo
fortuna digni meliore, sed ambo Sprevistis caecam. Gloria parta
satis: Trans Apenninos, Alpes gelidamque Pyrenem, Trans mare,
trans Calpem fama perennis erit. Ad eundem pro Dissertatione de
Pompejis. Eruis e tenebris Pompejos, pene sepultos, Et
nitido praefers lumine jam facem. Hesperia ! reducis magnis hinc
bobus abactis Amphitryoniadis maxima pompa fuit. Et terrae
motum ?, quo corruit Vrbe theatrum, Pompej, Alcidis moenia celsa,
notas, Dum caneret Nero, dum, tristi sed corde, severus Cum
Seneca Burrhus plauderet ore, manu. Aurigam foedum vidit quoque Roma
Neronem: Et mirata suum turpis arena Pium 3 Arrosos ungues
scalptum caput, osque columnae Innixum nobis nobile monstrat opus.
Ad eundem pro Dissertatione de Locris Dodecastichon alterum.
Hoc ingens etiam studium, vigilemque lucernam Ad galli cantum,
nocte silente, sapit. Italiae regio Graecis dominata colonis
Quum fuerit priscis Graecia Magna fuit. Hic Locros memoras, Trojani
ab tempore belli Et varios casus innumerasque vices, «
amicissimo », diceva (l. c.) di possedere moltissimi versi del medesimo
«scritti col di lui poco intelligibil carattere ». I Cioè dalla
Spagna. Allusione alla leggenda menzionata anche nella Dissertazione del
Vico, e che si trova in SoLIno (II, 5); la quale spiega il nome di Pompei
«quia [Ercole, fondatore di Pompei] pompam boum duxerat ». %
Il terremoto dell’anno 63 d. C. 3 Commodum gladiatorem (Postilla
del De M.). 256 STUDI VICHIANI Hinc mutas etiam,
vocales inde cicadas!, At de Thebano Vitigatore nihil.
Collibus haud Thuscis, heic primam fixit Bacchus Sedem; mentitur
Musa diserta Rhedi 3; Expeti an ignoras totum Locrensem orbem
? Siccavit vates pocula mane duo. Ride et vale, meque tui
amantissimum tibique addictissimum, quod sponte talis, amare perge.
PH. TUUS. Del resto anche nell’invettiva contro il dotto
tedesco aveva esaltato Gennaro Vico insieme col padre glorioso:
En Vicum ante alios, cui fasces ipse Leybnitz Submittit, nullo per
loca trita solo Pergentem; sequitur, patriae non degener
artis, Par animo natus, moribus, ingenio. E l'alto elogio
era ingrandito dalla enumerazione degli altri maggiori discepoli del
Vico, a capo dei quali pel De Martino stava Gennaro « patriae artis
callentissimus » come egli stesso commentava nelle note,
aggiungendo: «Multas etiam edidit orationes ac dissertationes,
easque eruditissimas, inque nostro Atheneo latinam eloquen- tram
meritissimus patris successor docet ». Multas, no: DI
ma l’iperbole è indizio dell’animo 3. I Accenna al curioso
fenomeno, su cui s’ intrattiene a lungo il Vico nella sua Dissertazione
su Locri, accennato da Strabone, Plinio e altri scrittori antichi, che le
cicale oltre il fiume Alece, dalla parte di Reggio, fossero mute, e al di
qua, dalla parte di Locri, cantassero. Uno stu- dioso del luogo, al quale
Gennaro Vico per mezzo dell’Accademia si era rivolto per ottenere certe
informazioni topografiche su questo fatto delle cicale, per sapere se
notavasi ancora il curioso fenomeno, ri- spondeva: « Quel che si dice
delle cicale mutole e vocali non è punto vero, perché da per tutto
assordano le orecchie di questi abitatori ! ». 2 In ditirambo Bacco
în Toscana (Postilla del De M.). 3 Hyrpini potètae in Germanum
Penthecatosticon, Neapoli, typ. Si- moniana, 1789, pp. 17 e 48; cfr.
CRocE, Nuove ric. sulla vita e le opere del Vico e sul vichianismo, in
Critica. E col De Martino un altro poeta, Giovanni Fantoni, Labindo, che
allora era a Napoli e stretto in amicizia a Gennaro, dovette plaudire in
prosa, se non in versi, alla sua dotta dissertazione. In versi elegiaci
gli si rivolse quattro anni più tardi, quando già s'era allontanato
da Napoli, nella primavera del 1791, in occasione della morte del
loro comune amico il duca di Belforte Antonio di Gennaro, tra gli arcadi
Licofonte Trezenio: Iannuario Vico, eruditissimo viro ac amico
suavissimo, in obitu Lyco- phontis : Desine, Vice, meum
lacrimis urgere dolorum: Iam satis in nostro pectore regnat amor. Regnat, et
assiduis late loca questibus implet Et frustra surdis dis Lycophonta
petit. Flebilis ille bonis,
decus et spes magna Sebethi Occidit heu! nulli quam mihi flebilior;
e così via per altri undici distici *. Quanta fosse la
modestia di Gennaro si può vedere dalla risposta in prosa che egli fece ai
distici del De Mar- tino, e che non vale certo meno di essi. In questa
lettera c'è tutto lui: Philippo De Martino Januarius
Vicus S. D. Accepi una cum elegantissima Elegia, mihi inscripta,
et quasi comite adjuncta, nitidissimum tuum, Clarissimi Viri,
Stephani I L’elegia fu pubblicata la prima volta nel 1791 nel vol.
Omaggio poetico in morte di D. Antonio di Gennaro Duca di Belforte e
Can- talupo Principe di S. Martino Marchese di S. Massimo, ecc., tra
gli Arcadi Licofonte Trezenio, in -4° (s.a.); ma è stata riprodotta da
un ms. orig. nella edizione delle Poesie, a cura di Gerolamo Lazzeri,
Bari, Laterza, 1913, p. 436. A una cortese comunicazione dello stesso
prof. Lazzeri devo la precisa determinazione del tempo in cui l’elegia fu
scritta. 258 STUDI VICHIANI Patritii! Elogium; dignum
sane argumentum, in quo laudata virtus cum compta laudantis facundia ita
certare videtur, ut nescias utrum plus decoris dignitatis splendori
accesserit, an ingenii ubertati. Quod sane a me ipso quasi abductus ea
inexple- bili aviditate voravi, ut veritus sim, ne tot tantarumque
venu- statum ingluvies stomacho nimis pigro et inerti, qua
molestissima valetudine maxime laboro, aliquam pareret cruditatem:sed
longe absunt ea, quibus corpora, ab iis, quibus aluntur ingenia:
illa enim tempore egent, ut conficiantur; haec facillime
concoquuntur, ac statim in vires et sanguinem transeunt. Quapropter cum
res tuas legendas, imo potius admirandas suscipio, in quibus cum
sen- tentiarum splendorem, tum, velut in vermiculato emblemate, sic
structa verba videas; tantum abest, ut in iis Aristarchum agere audeam,
ea jucunditate et quasi nectare animus perfunditur, ut, audacter dicam,
quod sentio, ipse mihi quodam modo videor, epulis accumbere
Divim Tuo lautissimo exceptus convivio, repletusque dapibus
tuis, ne mihi, ne tibi desim, te vicissim ad me invitare cogor; nam
saepe fit, ut quedam officia vel cum aliquo periculo praestanda sint. Fortasse
inquies, quid agis ? Satin’ sanus es? qui me po- stules ad te vocare ?
Vide ne quid temere facias! Visne tuum pusillum censum absumere ? audio:
ineptus, profusus, impu- dens videar, quidvis, potius, dum ne sim
inofficiosus. Quare mitto Tibi cum hac deprecatrice epistola duas
Oratiunculas ?, quae si rei amplitudinem existimas, si quis eam commode
et pro dignitate tractasset, haud longe abeunt ab iis, quas coeci
per compita canentes stipem emendicant. Quanto sane mihi satius
fuisset, exiguam illam de me opinionem, quaecumque ea esset, retinere,
nullo typis edito experimento: quis modo recipiat, etiam levi illa
existimatione me non esse revocatum ? Grave quidem et anceps, toties
judicium subire, quot sunt ii, quorum in manus incidas: cum praesertim in
rebus, in quibus non utilitas quaeritur necessaria, sed libera quaedam
animi oblectatio, sciam quam sint I Su Stefano Patrizi
(1715-1797), magistrato, professore di diritto feudale nell’ Università,
dotto giureconsulto, autore anche di una Dis- sertazione sul Teatro
(inedita), che è lodata dal Metastasio, vedi ViL- LAROSA, Ritratti, pp.
55-57. 2 Le due Orazioni stampate nel 1775: In Regiis Nuptiis e
Optima studendi ratio. homines morosi et difficiles ut nodum in
scirpo quaerant. Haec eo dico, ne me putes laureolam in mustaceo quaerere
voluisse: quod vel ex eo patet, quod tam diu in publicum edere
cessaverim; magnum sane nolentis indicium; sed ne diutius eorum, qui
apud me plurimum possunt, voluntatem negligere viderer; ac proinde
rogari er negare desinerem. Nunc tecum mihi res est: obliviscere parumper
divitiarum atque opum tuarum: pone, quaeso, mundi- tias, pone lautitias
tuas; illam denique eruditissimi palatus tui, cuncta minus exquisita
aspernantis, elegantiam pone: da te mihi vicissim; et finge te iter
facientem in quandam miseram atque omnium egenam cauponam divertisse,
quod saepe usuvenire solet; atque in coena panem atrum, asperrimum vinum,
coepas, allium, palustres mullos frictos et silvestria poma esse
apposita; quid ageres ? nonne tempori servires ? Quidni amici tempori
inser- vias? et siquid ei exciderit, quod tibi minus probetur (id vero
pro meo jure postulem) transverso calamo signes ? Utinam ne cuncta:
atque ejus causam suscipias ? Equidem liquido jurare possum; et tu
fortasse iuxta mecum sentis: tantum iis dignationis accessurum, quantum
tu tua auctoritate tribueris. Male factum: aegre est. Te propter
M. Antonii, fratris amantissimi et sanctis- simae monialium, sororis
tuae, obitum, adhuc in moerore et luctu versari !. Quid ? visne solus ignorare, vulgo
quod dici solet, nihil facilius, quam lacrymas, inarescere ?
Credis
id Manes curare sepultos ? ac demum, quid jam ridentes, et coelo receptos
luges ? Vale. Una lettera, come si vede, di chi non ha molto da fare:
un componimento letterario, freddo, ma irreprensibile, e non privo di
certa grazia. Dell’intenzione letteraria di chi lo scrisse ci assicura la
doppia copia ?, che se ne trova tra le carte di Gennaro, e ci fa pensare
che questi la dové dare a leggere a qualche amico. Certo, già questa
lettera I Della sorella Maria Gabriella, che riedificò il
monastero delle Cappuccine di Aversa, e morì in odore di santità, fu
scritta la vita, che è ricordata dal VILLAROSA, Ritratti, p. 131.
2 Ne abbiamo riprodotta una, senza tener conto delle varianti di
poco conto che l’altra presenta.] dimostra una conoscenza profonda e un uso
sapiente del latino classico. Ma s’ingannerebbe chi pensasse
che per Gennaro la frase o la forma fosse tutto. Non era stato questo
l’insegna- mento paterno. Chi non ha letta l’orazione di G. B. Vico
De nostri temporis studiorum ratione (1708) ? In essa 1l professore di
rettorica si permetteva di criticare l’indi- rizzo di tutti gli studi del
tempo suo, e di additare a tutti un’altra via. Onde sulla fine sospettava
che altri potesse ammonirlo: «Quid tua, inquiet, ejusmodi
argumenta, quae omnia sapiunt, disserenda suscipere ? » e
rispondeva: «Nihil mea Ioh. Baptistae a Vico; at mea multum elo-
quentiae professoris ; quando sapientissimi matores nostri, qui hanc
studiorum universitatem fundarunt, eloquentiae professorem omnes
scientias artesque doctum esse oportere satis suo instituto significarunt
.... Nec temere ter maximus ille vir Franciscus Verulamius illud Iacobo
Angliae regi dat de ordinanda studiorum universitate consilium, ut
adolescentes, non omni doctrinarum orbe circumacto, ab eloquentiae
studiis prohibeantur. Nam quid aliud est elo- quentia nist sapientia,
quae ornate copio- seque et ad sensum communem accommodate
loquatur?»:. E, nelle Institu- tiones oratoriae, che il Vico dettò a’
suoi scolari nel I7I1 2, la filosofia è detta rhetoricae instrumentum
maxime neces- sarnum. E, nelle aggiunte postume alla propria Vita,
parlando del suo insegnamento di rettorica, ci fa sapere che egli «non
ragionò mai delle cose dell’eloquenza, se non in séguito della sapienza,
dicendo che la eloquenza altro non è, che la sapienza che parla, e perciò
la sua cattedra esser quella che doveva indirizzare gl’ingegni e
fargli universali, e che l’altre attendevano alle parti, 1 Opere,
I, 119-20. 2 V. CROCE, Bibliogr., p. 15. VI. IL FIGLIO DI G.
B. VICO 261 questa doveva insegnare l’intiero sapere, per cui le
parti ben sl corrispondan nel tutto » '. Insegnamento, dunque, più
di cose che di parole. E che non dissimile, mutatis mutandis, debba
essere stato anche quello del figlio, basta ad attestarcelo
l’inedita orazione del 1756: Dissidium linguae ab animo ecc., della
quale giova dare particolare notizia, come documento dell’indirizzo
mentale di Gennaro. Perché, egli si chiede, ci siamo tanto
allontanati dal- l’eloquenza degli antichi, ut vix, ac ne vix quidem,
species ejus quae beatissimis illis saeculis floruit, sit relicta ?
E fa la curiosa e giusta osservazione, che nell’antichità ci furono tanti
grandi oratori prima che s’inventasse la ret- torica; laddove il
decadimento dell’oratoria incomincia proprio dalla invenzione di questa.
E già anche il padre, nelle Istituzioni, aveva detto: « Sine natura, sine
exercita- tone, ars misera dicendi officina est. Omnes enim ingenue
educti rethoricam artem didiceruni ; at quotus quisque evasit eloquens,
sive adeo disertus ? ... Itaque praestare putarim hanc artem
praeceptionibus parce parcam, optimo- rum vero exemplorum tradere
adolescentibus maxime copio- sam. Neque sane pictores, qui excellere in
arte student, diu in eius subtili disputatione immorantur»?. Già il
pa- dre dunque aveva scosso la fede nei precetti rettorici. Sì
senta ora il figlio: Etenim jam constat quod, inventa arte,
adductis praeceptis, adhibitis magistris, hoc dicendi studium tantum
fecerit jacturam, ut singulis aetatibus vix singuli mediocres oratores
extiterint ! Quid enim ad rem tam immensam, tam longe latedue
dissitam definiendam magis aptum excogitari potuit, quam eam in
arte redigere, quae nonnisi cognitis penitusque perspectis, et
nunquam pallentibus rebus continetur ? Nonne nobis facillime actu
videatur, quod quae observata sunt in usu et ratione dicendi, haec ab
homi- I Opere, V, 75. ? Vico, Instituz. orat. e scritti inediti,
Napoli, Morano, 1865, p. 9. 262 STUDI VICHIANI nibus
acutissimis animadversa, notata, verbis designata, generibus illustrata,
partibus sint distributa, ut quod illi sive natura, sive improbo labore
effecissent, nos eadem suadente natura, atque aliena industria assequeremur
?... Hoc mirabilius videri debet, quod quibus adjumentis ceterae cunctae
disciplinae, quae fere reconditis atque abditis fontibus hauriuntur,
tantum incre- mentum sunt adeptae, iis haec dicendi ratio, quae in
communi hominum more et sermone versatur, tantum accepit
detrimentum, ut difficile dijudicari possit, utrum artis inventio
profuerit magis an funditus everterit hanc liberalissimam
facultatem. Si addurrà che manchi ai moderni l’intelligenza de-
gli antichi? Sarebbe ridicolo, essendo innegabile anzi, che gli ingegni
moderni abbiano superato gli antichi. Anche Gennaro fu figlio del sec.
XVIII! Nobis gloriari licet, hanc nostram aetatem tot novis
inventis, novis artibus, novisque scientiis ab antiquis aut ingenii vitio
non animadversis aut voto tantum expetitis auctam esse et locuple-
tatam, ut nihil fortasse quicquam quod ad humanos usus perti- neat
amplius excogitandum, nihilque in re literaria desiderandum nobis
relinquatur. La vera ragione sta proprio, secondo Gennaro, nel-
l'insegnamento della rettorica; non, di certo, per colpa della stessa
disciplina, bensì per i falsi criteri di chi l’in- segna:
Non enim tam infestum animum in artem gero, ut putem eam nullius
bonae frugis esse; nec ignoro multa adjumenta atque ornamenta huic
dicendi studio ab arte esse subministrata; at rursum fateor quam plurima
imo maxima in eloquentia existere, quae nec arte tradi, nec praeceptis
contineri possunt: habet ea quaedam quasi ad commonendum oratorem quo
quidque referat, et quo intuens, ab eo quod sibi proposuerit, minus
aberret; at ex adverso petendo haec omnia ad excolendum oratorem non
ad fingendum esse instituta: non abnuo artem quaedam limare posse,
et quae bona sunt fieri meliora doctrina, et quae non optima, aliquo
tamen modo acui posse et corrigi: at contra sic sentio, nisi subsit
materia, in qua versetur, nihil quicquam proficere posse. Verum, seposita
arte, cum ista artificum intemperie mihi res est, qui, omissis illis
utilissimis sapientiae studiis, sine quibus eloquentia consistere nequit,
in lingua tantum exercenda occupati, ex hujus artificii exilibus
jejunisque praeceptionibus, tanquam e maximo dicendi emporio, omnes
divitias et ornamenta eloquentiae petenda esse contendunt; eaque falsa
persuasione imperitam juventutem, rerum omnium egenam, in eam fraudem
inducunt, ut fere omnes credant se, ea percepta, omnibus laboribus jam esse
perfunctos, atque in iis quae ad dicendum pertinent, nihil omnino aliud
sibi addiscendum superesse.... Hoc maximum fuit incom- modum, haec
gravissima pernicies fuit eloquentiae, quod dum in hac seclusa verborum
aquula juventutem haerere patiuntur, ab uberrimo et perenni sapientiae
fonte, a quo solida omnis et gene- rosa dicendi virtus promanavit,
avertere atque abducere conantur. Hic factum est ut nostrorum temporum
diserti sapientiae studia reformident; in paucissimos sensus, in inanem
verborum sonitum, nulla re subjecta, in angustas sententias detrudant
eloquentiam velut expulsam regno suo atque in pistrinum aliquod
dejectam. Insomma, studiate l’eloquenza; ma non ut ducem,
verum ut comitem cam adhibeamini. Al tempo del maggior fiorire
dell’eloquenza greca, questa non proveniva se non dai penetrali della
filosofia; iidemque erant et dicendi et morum praecedtores:
at postquam isti verborum nugatores extitere, qui eloquentiam a
sapientia, quae natura ipsa conjunctae erant, dissociarunt, et facto
quodam linguae a corde divortio, quo alii nos sapere, alii dicere
docerent, dum linguam in quaestu ponunt, animum desidia et socordia
tabescere patiuntur, uberrimus fons eloquentiae pror- sus exharuit.
Gennaro Vico si fa banditore della più sana teoria estetica,
sostenendo che la vera eloquenza è quella che scaturisce dal pieno
possesso dell’argomento. E lo dice molto bene: Sane dicendi
virtus quiddam majus est, quam isti opinantur, atque ex pluribus artibus
studiisgue collectum: quae, etiamsi in dicendo se non proferant, nec
effundant, vim tamen occultam 264 STUDI VICHIANI
suggerunt, et tacite quoque sentiuntur. Ipsa enim multarum artium
scientia etiam aliud agentes nos ornat, atque ubi minime credas, eminet
atque excellit: atque adeo si, quod isti ipsi celeri lin- gua et
exercitata operarii fatentur, verum est, quod persapienter Socrates
dicere solebat, omnes in eo quod sciunt, satis esse elo- quentes; ex
eorum scilicet inanibus futilibusque praeceptiunculis scientia illa rerum
plurimarum maximarumque, sine qua verbo- rum volubilitas inanis est atque
irridenda, colligetur ? Rerum enim copia verborum copiam gignit: quonam
pacto oratori in hoc tanto tamque immenso campo libere vagari liceat,
atque ubicum- que constiterit, consistere in suo, nisi ei qui dicit, ea
de quibus dicit perspecta sint? Qui poterit quandoque insurgere et ab
an- gustis ejus cancellis, quod optimum est dicendi genus, in
amplis- simum generum campum causam educere, nisi res subsit ab
ora- tore percepta penitusque cognita ? Il Vico, quindi, si
fermava a provare partitamente come i fini principali dell’oratoria
presuppongano la conoscenza delle parti principali della filosofia, per
conchiudere anche lui, come già il padre: eloquentiam nihil aliud esse,
nisi copiose loquentem sapientiam. Ma quale filosofia ? E s’in-
segnava allor nell’ Università di Napoli una filosofia capace di far
risorgere l’eloquenza ? G. B. Vico, nel 1711, aveva detto: « Per
ciò che riguarda la filosofia; come anticamente né la dottrina degli
epicurei, né degli stoici era utile all’eloquenza (quando gli
epicurei della nuda e semplice esposizione delle cose si contenta-
vano, e gli stoici col troppo affettare sublimità, ciò che nell’orazione e
nello stesso spirito ha di generoso, infran- geano e cincischiavano, e
tolto ogni succo ne denudavan le ossa disciolte per soprappiù di lor
giunture); così oggi né la cartesiana, né l’aristotelica del nostro tempo
fa gran prò alle cose oratorie: questi perché disadorni e rozzi;
quegli perché digiuni, secchi ed aridi in tanto, che io stimo l’eloquenza
dei nostri tempi (quando la lingua latina pur coltivasi
diligentissimamente) prender vizio dalle cose istesse; ed essersi
principalmente corrotta VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 205
perché le cose filosofiche senza splendore alcuno, senza ornamento
e ricchezza s’insegnano » 1. Nel 1756 insegnava filosofia, già dal
’41, nello Studio di Napoli Antonio Genovesi. Pure Gennaro, da buon
figliuolo di Giambattista, dice vichianamente al suo udi- torio
accademico: Audacter dicam quod sentio: nostrorum temporum
philosophi nullum emolumentum eloquentiae afferre possunt, quippe
nos non ut ad hanc civilem lucem natos, sed tanquam ab hominum societate
sejunctos vitam acturos in sapientiae studiis instituunt; etenim dum
nimis curiose naturae secreta rimari conantur, mo- ralem penitus
neglexerunt, eamque potissimam partem, quae de humani generis ingenio,
ejusque affectibus, de propriis virtutum et vitiorum notis, deque illa
decori arte omnium difficillima disserit: atque adeo praestantissima de
republica doctrina nobis deserta et inculta jacet; cumque hodie unus
studiorum finis sit veritas, vestigamus rerum naturam, quae certa est,
hominum naturam non vestigamus, quae ab arbitrio est incertissima.
Anche nelle ultime parole pare di scorgere una remini- scenza
degli scritti paterni. Si ricordi il celebre luogo della seconda Scienza
Nuova: « A chiunque vi rifletta, dee recar maraviglia, come tutti i
filosofi seriosamente sì stu- diarono di conseguire la scienza di questo
mondo naturale; del quale, perché Iddio egli il fece, esso solo ne ha
la scienza; e trascurarono di meditare su questo mondo delle
nazioni, o sia mondo civile, del quale, perché l’ave- vano fatto gli
uomini, ne potevano conseguire la scienza gli uomini ». Non più che una
reminiscenza: già lo spi- rito è diverso. Quapropter ad
antiquos confugiendum! Ma a quali antichi ? Anche in ciò Gennaro segue da
presso il padre. I Institut. orat., pp. 7-8. Ho citato la trad.
del Parchetti, pel suo sapore vichiano. 206 STUDI
VICHIANI Epicurus, etsi eum in sapientum numero! censeo, nuda
ac simplici rerum expositione contentus dimittebat. Pyrrhoni vero
quas in hoc opere partes habere potuisset, qui judices es- sent, apud
quos verba faciat, reum pro quo loquatur, Sena- tum, in quo sit dicenda
sententia, non liquebat. Zenonem, utpote ab hoc, quem instituimus,
oratore abhorrentem, puto ejiciendum; nam cum illud in votum habuisset,
suum sapientem liberum ac beatum esse, atque eos, qui sapientes non sint,
servos, hostes, insanos, absurdum sane fuisset concionem ei aut senatum,
aut ullum hominum coetum committere, cui nemo illorum qui adsunt,
sanus, nemo civis, nemo liber videatur. Accedit etiam quod, nimia
subtilitatis affectatione, quidquid erat in oratione generosius,
frangebat, concidebatque 2. Quare factum est ut Stoici, qui fere omnes
prudentissimi fuere in disserendo, traducti a disputando in dicendum,
steriles et inopes reperti sint. Aristoteles studiose quo- dam oratorio
(?) non immerito laetat, et sane ejus disserendi ratio utilis quidem
esset, nisi hodie in vermiculatis illis quaestionibus, verbis utar
Verulamii, versaretur. Anche per Gennaro il porto, che offre un
sicuro rifu- gio, è quello della filosofia platonica, în qua
disserendi ratio conjungitur cum suavitate et copia dicendi: e
della quale Gennaro si compiace specialmente di ricordare la
dialettica, come mirabilmente atta ad acuire le menti con quel suo
procedere quo adolescentes ex seipsis vera inve- nire conarentur, secondo
il principio socratico: neque scientias, neque virtutes doceri, sed
auditorum mentibus atque animis educi 3. Pensieri e ricordi in tutto
degni del padre. Nel dicembre dell’anno innanzi, Carlo di
Borbone aveva istituita l’ Accademia Ercolanese. E Gennaro, sulla
fine del suo discorso, incitando i giovani agli studi, non I Quel
che segue nel ms. è di mano del Villarosa; ed è alquanto scorretto.
2 Sono le parole stesse del padre, nel l. c. 3 Gennaro
confonde il metodo socratico con la dialettica platonica. Ma,
raccomandando lo studio della filosofia platonica, egli pensa ai dialoghi
di Platone. tralascia di richiamare alla loro mente i premi che
riser- vava ai dotti l’ottimo principe; il quale tanta cura
et sedulitate doctissimos ex universa civitate viros nuper delegit,
novamque Academiam constituit ad situm illis venerandae antiquitatis
ruderibus obductum detergendum, quae ex obruto Herculano continue
eruuntur, ne in lucem prolata in iisdem tenebris maneant quibus tot
saeculorum intervallo circum- fusa jacuerunt. Di Carlo di Borbone,
in verità, Gennaro non aveva se non a lodarsi; e non si lasciò sfuggire
occasione di tesserne le lodi. Quando, nel 1759, si seppe in Napoli che
Carlo sarebbe passato al trono di Spagna, egli ebbe occasione di
scrivere la seguente lettera, che credo indirizzata a quel padre don Giuseppe
Bolafios (o Burafios), arcivescovo di Nisibe, che fu confessore di re
Carlo :: Januarius Vicus Ex quo mihi sorte quadam
datum est tibi, Vir Amplissime, innotescere, igniculum quendam animo
injecisti, quonam pacto ei humanitati, qua me semper excipere soles, responderem
cum tandem, quo majorem tuae erga me benevolentiae documen- tum
praeberes, libellum mihi dono dedisti a te elucubratum.... (sic) mole
quidem exiguum, fructu autem, quem ex eo quisque pro sua aeterna salute
collegere potest, maximum; unguenta enim quo pretiosiora, eo
angustioribus vasculis continentur: quem cum maxima utilitate quotidie
versare non desino. Ex eo enim facile mihi intelligere datur optimo sane
et sapientissimo consilio factum, Carolum Regem nostrum tibi viro
religiosissimis moribus praedito tradere, ut ex te pene ab incunabulis
veram pietatem, solidiora I ScHIPA, Carlo di Borbone, p. 464 n. e
il Catalogo de’ cappellani maggiori e de’ confessori delle persone reali
(del P. Luigi Guarini), Na- poli, Coda, 1819, p. 123. La data della
lettera risulta in modo certo dal contenuto. Nella « Pianta della
Famiglia della Regina (Maria Amalia) » del febbraio 1738 (in SCHIPA, o.
c., p. 260), è dato come confessore (della regina) il frate Giuseppe da
Madrid, « teologo e predicatore del re o Era egli il Bolafios ? A lei
potrebbe essere scritta questa lettera del Vico. 268 STUDI
VICHIANI nostrae religionis praecepta, omniumque Christianarum
virtutum disciplinam acciperet; ut non mirum si apud omnes gentes
verum Christiani Principis exemplar habeatur!: pro quibus maximis
immortalibusque beneficiis quas Deo O. M. gratias agere quasque habere
oportet? Quibus vocibus, quibusque laudibus te efferre, qui tantam ejus
curam suscepisti, egregiamque alioquin indolem ad veram Christiani
Principis imaginem conformare studuisti, ut eo tamquam coelo demisso 2
perfruamur ? At quid nunc dico ? Quo animus excurrit ? Nobis jam eo
aegrius curandum est, quocum hic praesentem usque adhuc vidimus tanta
humanitate tantaque mansuetudine ut merito parens omnium haberetur.
Invida enim tantae felicitati Hispania (eheu, quem dono datum nobis
putabamus, commodatum aegre intelligimus!) rursus repetit, et suo jure
quodammodo sibi vindicat: ea est rerum humanarum vicissitudo. Verum
enimvero ut Magni Alexandri animo terrarum orbis vix sufficere videbatur,
ita haec tanta virtus nimis angustis hujus regni finibus circumsepta,
alias terras nec Europae terminis, nec Oceano contentas, sed, fas sit
dicere, ad fiammantia moenia mundi usque procurrentes exposcebat, quo
libere spatiari posset. Quoniamque necessitas ita proloqui cogit, nec
sine lacrimis pro- ferre audeo, grassetur in via virtutis, capessat
potentissimum universae Europae imperium, et impleat Orbem gloria
nominis sui magna ex parte in tuam laudem, Praesul Amplissime,
redun- datura: non enim conaptissimis votis Ejus ac Regiae Sobolis
incolumitatem expetemus, faustissimis ominibus ejus iter hinc
prosequemur. Hoc tantum omnibus praecibus ab eo petimus 3, ut aliquem ex
suis augustissimis liberis apud nos relinquat, quem tanquam ejus imaginem
in sinu foveamus, quem utpote ex se natum, haud sui dissimilem fore
speramus. Haec sint grati et observantis animi mei testimonia.
Vale. I Sulla religiosità di Carlo vedi l’ Elogio
estemporaneo per la glo- riosa memoria di Carlo III (Napoli, Perger,
1789) del prete dell’ Ora- torio FRANCESCO D’ ONOFRIJ, pp. XXII
sgg. 2 Nella minuta: demissum. 3 Questo desiderio non
poteva formarsi dopo il 6 ottobre 1759, quando si celebrò la solenne
cessione del trono di Napoli da Carlo a Ferdinando IV. Né gli auguri pel
buon viaggio possono essere ante- riori al 10 agosto 1759, giorno della
morte di Ferdinando VI di Spagna. La lettera, quindi, fu scritta tra
l’agosto e l’ottobre 1759. VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 269
Questi medesimi sentimenti espresse con maggior larghezza nove
anni dopo, nella solenne orazione letta, come già ricordai, nell’
Università, Per le nozze di Ferdi- nando IV con Maria Carolina (1768),
giusto trent'anni dacché il padre vi aveva celebrato con una sua
Orazione le nozze di Carlo e di Maria Amalia; giacché Gennaro a
magnificare i nuovi destini di Napoli sotto il secondo Borbone trasse gli
auspicî dalla memoria di tutto che di grande e di utile era stato
compiuto dal primo. Sicché una buona parte del discorso è consacrata a re
Carlo; e non è un elogio volgare, ma una breve ed efficace storia
in iscorcio del regno di lui, narrata nel più puro latino e in classico
stile. Storia, che, pur compendiosa, non va per le generali, ma, senza
colorire, accenna tutte le linee principali e qualcuna anche delle
secondarie di quel regno, rilevandone ogni carattere; in modo che ne
risulta un concetto abbastanza compiuto di quel periodo così impor-
tante della storia napoletana. Comincia dal rilevare la nota
storica fondamentale, della costituzione del regno indipendente, per
opera del Borbone: si Quisnam enim unquam in animum sibi
inducere potuisset, Regnum hoc trecentos fere abhinc annos, tot tantasque
rerum passum vicissitudines, semper exterarum gentium imperio su-
bjectum, sui tandem juris factum, in suam ditionem perven- turum,
Neapolitanorumque cervices diuturno externae domi- nationis servitio
suetas suavissimum proprii Principis subituras ? !. Quindi, pensando
alle contingenze storiche (special- mente al matrimonio di Filippo V con
Elisabetta Farnese), a cui si dové la indipendenza del Reame di Napoli,
non può a meno di rammentare un principio della Scienza Nuova, che
non saprei peraltro quanto da lui esattamente compreso: «Abeant hinc, et
facessant, qui stultissime putant humana ratione fieri, quae Divino
tantum consilio eveniunt, aut fateantur caelesti Numine rectores
terris dari ! ». Accenna poscia con tocchi liviani le
giovanili imprese militari di Carlo, le sue doti guerresche, l’amore
guada- gnatosi dei soldati, i costumi castissimi continentissimique
Ducis, che eran d’esempio all’esercito; e la conquista del Regno, la
vittoria di Bitonto, e poi il rapido acquisto della Sicilia (quam tanta
celeritate in suam vredegit potestatem, ut haud quisquam cursu cam, quam
victoria peragraverit), nonché il trionfale ingresso in Napoli. Della
città ricorda la singolare tranquillità con queste efficaci parole:
«Testes denique [della grandezza delle sue gesta] sumus nosmetipsi, qui
velut in Theatro sedentes, tamquam de aliis fabula, non de nobis res
ageretur, belli malis damnisque expertes, securi et oscitantes, in summo
otto, in maxima rerum omnium copia sacvientis Martis furorem
specta- bamus ». Menzionata anche la guerra di Velletri,
tanto per com- piere il ricordo dei fatti militari di Carlo, torna con
la memoria al giorno in cui l’infante don Carlo fece la sua prima
entrata nella capitale (Io maggio 1734); e ricorda il giubilo della città
in quell’occasione 1. Detto poi delle virtù pubbliche e private del re,
accenna le principali riforme da lui promosse, a capo delle quali il
riordina- mento della magistratura, e poi la restituzione della
Uni- versità nel Palazzo degli Studi, il cui riattamento era stato
già celebrato con un'epigrafe da G. B. Vico =; infine I Lo ScHIPA
per la menzione che fa anche lui di quelle feste (op. cit., p. 125)
avrebbe trovato nell’opuscolo del Vico un documento in- teressante; pp.
IX-x. Vedi pure (pp. xv-xVviI) il ricordo delle feste di Napoli pel
matrimonio di Carlo con Maria Amalia. 2 «Inter praecipua pacis
ornamenta, quae jam animo volutaverat, nihil ei antiquius visum (utpote
non ignaro bonarum artium disci- plinas rerum humanarum esse
moderatrices) quam Musis, regno suo passa ad enumerare le opere
pubbliche, le imprese d’arte e di storia, cui provvide Carlo di Borbone.
Questa la parte più curiosa e caratteristica dell’orazione; e merita
d’esser conosciuta. Ecco come accenna alla costruzione del S. Carlo
*: Praeterea, ne videretur otium virtute partum sibi tantum
comparasse, neve populus expers esset honestissimarum vo- luptatum, quae
pacis et tranquillitatis sociae in Rep. aluntur bene constituta, Theatrum
totius ferme Europae magnificen- tissimum tanto temporis spatio
excitavit, quantum vix ad opus designandum tignumque comparandum satis
esset. Dei lavori per la Strada Nuova verso Porta del Car-
mine, eseguiti nel 1749, e del ponte presso al Castello del Carmine, pel
quale fu composta un'iscrizione dal Maz- zocchi 2, Gennaro dice:
Quid dicam prohibitum a muris, quos autem alluebat, mare, strata
civium commoditati urbisque ornamento publica via, quae mari intermittit,
pontibus continuata, quodque antea cymbis ratibusque aptum, curribus nunc
equisque pervium factum esse ? pomoeriumque prius e remis expertum nunc
rotas pati, perque subterlabentes undas nedum tuto incedi, sed plaustra
etiam duci videmus ? Quid jactis molibus super contractum mare pro-
ductae civium inambulationes, et tutissimum navium receptui portum
effectum, quo antea carebamus ? E della istituzione del Real
Albergo dei poveri, comin- ciata nel 1751 3: quasi expulsis,
nulla certa stabilique sede errabundis, vixque precario hospitio [a S.
Domenico] exceptis, pristinum domicilium nitidius ele- gantiusque
restituere » (pp. XVI-XVII). Per la parte di G. B. Vico nel ripristino
dell’ Università nel Palazzo degli Studi vedi l’ importante ar- ticolo di
GiusePPE CECI, Il palazzo degli Studi, nella Napoli nobilis- sima, vol.
XIII, 1904, pp. 182-3. I Vedi in proposito, D’ ONOFRI, Elogio, p.
cxxx; CROCE, I teatri di Napoli, Napoli, Giannini, 1891,pp. 322 sgg.;
SCHIPA, o. c., p. 28I. è Cfr. D’ ONOFRI, Elogio, p. CXxVI. 3
D' ONOFRJ, p. CvII. Cfr. SCHIPA.] Exhauriendae sentinae Urbis amplissimum
Ptochotrophium coeptum, quo compellerentur imae plebis purgamenta, ne
nobis molestiae, et civitati dehonestamento essent. E delle
ville acquistate e abbellite da Carlo :: Quid tot villas ad urbium
instar aedificatas, Bacchi, Florae Pomonaeque certamina, amplitudine,
elegantia, amoenitate adeo admirabiles, ut cum Romanis ipsis de operum
magnitudine jure contendere audeamus. E della cascata di
Caserta: Praeterea quasi terrae ac maria sibi satis non essent,
per ve- titum ruens, caelum ipsum tentare ausus est. Quis unquam
fando audivit per aérem volitantia sua natura reptantia filumina ? altissimis
jugis profundissimae aequatae valles, perfossi montes, ‘amnisque
longissime arcessitus, ac Regiae Villae sublimis invectus. Jactet quamvis
Romana magnitudo sua immania opera, templa, theatra, basilicas, villas
denique suas, magna quidem admiran- daque, quorum rudera adhuc extantia
animos omnium stupore defigunt, rerum tamen naturam non est supergressa;
at rerum ordinem invertere, naturae vim facere, ni caelum ipsum
moliri, nobis concedere cogatur. E gli arazzi di Parma e le
porcellane di Capodimonte 3 famose. Gennaro ha un accenno anche per
queste arti fiorite in quel felice periodo della storia napoletana:
Quid de artibus aut inventis, aut advectis, aut perfectis dicam ?
Nonne, ut Attalica peripetasmata et cetera cuncta consulto praeteream,
scimus figulinam ab eo institutam, summoque studio Myrrhina pocula
perfecta adeo, ut levitate, candore, per- spicuitate cum Sinensibus
Saxonicisque, quae tanto pretio antea comparabantur, facile contenderent
? I D’'ONOFRJ, p. CKXXVIII, e SCHIPA 0. c. pp. 287 sgg.
? Cfr. SCHIPA, 0. c., p. 286. 3 Vedi D' ONOFR], p. Cxx, e L.
DE LA VILLE, La r. fabbrica di por- cellane in Capodimonte durante il
regno di Carlo Borbone, e La v. fab- brica di porcellane in Napoli
durante 1l regno di Ferdinando IV, in Nap. nobiliss., III (1894), pp.
131-8, 182-7. VI. IL FIGLIO DIG. B. VICO 273 Degli
scavi di Ercolano lo scrittore, eccitato dall’estro encomiastico, afferma
che la gloria di averla scoperta non fu per Carlo maggiore che non fosse
per la città quella di essere scoperta da Carlo; e che certo essa aveva
deside- rato di starsene diciassette secoli sotterra per aspettare
tanto scopritore ! Res natura occultas et latentes indagare quoque
et inquirere curiosissime aggreditur; ausisque adeo affuit Fortuna, ut,
terrae viscera rimando, Herculanum Vesuvii incendio haustum pa-
tefecerit, quod tamdiu fortasse obrutum jacere optavit, ut a re- gum
Clarissimo detegeretur, ne prolatum minus a Principis gloria lucis
acciperet, quam decoris ejus fortunae tribuere videretur. Poi,
com'era da aspettarsi, vien la volta dell’ Accademia, e in fine anche del
Museo Ercolanese: cunctis gentibus, nedum earum rerum studiosis, tanquam
antiquitatis mira- culum spectandum contemplandumque. E
Pompei? Perché Carlo non s’è accinto anche agli scavi di Pompei?
Fortasse factum puto — vi risponde Gennaro con classica reminiscenza, che
poteva anche essere sprone ed ammonimento, — ut ejus gloriae, quam
maximam jam sibi comparaverat, materram Ferdinando filio, regi
nostro amabilissimo, relinqueret. Che più ? Né anche l’ordine di S.
Gennaro, istituito dal Borbone nel 1738 !, è dimenticato:
Postremo, quo munia bene obita, pericula fortiter suscepta rependeret,
amplissimum Divi Januarii Ordinem instituit, ma- ximorum praemium
meritorum ?. Dopo quello di Carlo viene, naturalmente, l'elogio
di Ferdinando. ! Vedi SCHIPA, o. c., p. 325, e D’ ONOFRIJ,
p. CCXxXIv. 2 Per tutti questi passi che ho citati, vedi In regiis, pp.
XVI-XX. 274 STUDI VICHIANI È vero che per costui
almeno si sarebbe dovuto atten- dere. E infatti, Gennaro dapprima
preferisce insistere sull'esempio da imitare che Carlo aveva lasciato al
figlio. Ma poi s’interrompe: At quorsum abeo ? fortes degenerem
nunquam gignunt aquilae columbam! E si rivolge allo stesso Ferdinando con
parole affettuose: Cogita Te non advenam, sed indigenam esse; non
traducem pe- regre accersitum, sed heic satum; non aliis, at nobis autem
natum esse: easdem nobiscum auras spirare coepisse; eodem caelo
tectum; eadem moenia suo te complexu nobiscum continere; idem
solum, patriam, patrios Divos communes habere nobiscum; nostris
mori- bus institutisque imbutum; atque adeo civem nostrum esse!,
etc. Si ricordi: Ferdinando aveva allora 17 anni; ma, come
si vede, s'avviava a diventare il Re Lazzarone! Di Maria Carolina è
lodata la bellezza, la serenità della fronte, la tranquillità
dell’aspetto, la grazia, il sorriso. Tacitus enim ei inest lepos,
qui vultus, oris, oculorum alit auget- que quodammodo venustatem, in
quibus charites, tribus velut arcibus insidentes, excubare videntur, ad
omnium animos te intuentium alliciendos 2. Che avrà detto il
buon Gennaro de’ suoi amabili prin- cipi nel ’99, quando gl’impiccarono
anche il suo Falco- nieri? In quell’occasione delle nozze di
Ferdinando, compose anche quest’iscrizione, che forse fu apposta
alla porta dell’ Università il giorno stesso, in cui fu letta l’
Orazione: Carolo III Borbonio Hispaniarum Regi
Potentissimo semper Augusto in communi omnium plausu pro
firmata auspicatissimis Ferdinandi IV et Mariae Carolinae
Austriae nuptiis Neapolitanarum felicitate vel ipse Musarum
Numen Apollo e suis excitus adytis Laeta omina futura
canens tanquam praesentissimo Numini pro tanto beneficio
aucturo Caelitum numerum supplicationes ac pulvinaria decernendo
respondit. Del re Carlo, quando morì (14 dicembre 1788) non
so se Gennaro Vico abbia avuto l’incarico di leggere l’elogio. Tra
le sue carte non ci resta se non un frammento di minuta di un’ Orazione
in lode di questo re. Ma sono a stampa le quattro iscrizioni latine da
lui composte pel funerale celebrato in onore di Carlo III dalla Real
Compa- gnia de’ Bianchi ', il 12 febbraio 1789. L'ultima di
esse dice: Si tuis precibus pronae Dei aures
sì votîs invocari incipis pro ea în quam nos
vecepisti fide te prolixe obsecramus ut Ferdinando et Mariae
Carolinae DD. NN. Augustaeque proli 1 Solennità
funebre all’eterna memoria di Carlo III, celebrata nella Real Compagnia
de’ Bianchi della Carità sotto l’invocazione di Santa Sofia e Capuano di
Napoli, s. a. In questo opuscolo, dopo descritto il mausoleo, è detto: «
Vi si leggevano delle nobili Iscrizioni composte dal regio prof. della
Università don Gennaro Vico » (p. 3). L’elogio fu So dal sacerdote
don Bartolomeo De Cesare, professore di S. Teo- ogia.] semper propitius
adsis cum in eorum incolumitate securitas et felicitas nostra
contineantur. Gennaro Vico non fu regio istoriografo come il
padre: ma, fosse obbligo, in certo modo, della sua cattedra di
rettorica, fosse gratitudine per i benefici ricevuti dalla dinastia, fu
panegirista ed epigrafista del re. Così nel 1781, quando tutta Napoli si
profuse in dimostrazioni di lutto per la morte di Maria Teresa (27
novembre 1780) 1, Gennaro diede anche lui in luce un elogio
dell’imperatrice, che non risulta, per altro, scritto per incarico
ufficiale 2. Ma il suo genere era l’epigrafe, in cui gareggiava col
collega, pro- fessore di lingua latina e antichità romane, don
Emanuele Campolongo, le cui iscrizioni furono raccolte in due volu-
mi, intitolati Sefulcretum amicabile (1781-2). Infatti, quando il 28
giugno 1790 furono celebrati i funerali d’un professore dell’ Università,
il valente naturalista Gaetano. De Bottis, le iscrizioni attorno al
mausoleo furono com- poste dal Campolongo, e una, la più importante, da
collo- care sotto il ritratto dell’estinto, scritta dal Vico: « che
in tale genere », dice il narratore di quei funerali, « han presso di noi
raggiunto lo schietto ed aureo genio del- l’antichità » 3. I
Vedi le due raccolte miscellanee di prose e versi in morte di Maria
Teresa nella Bibl. naz. di Napoli ai segni 156, L 3 e 155, K 16. Vi è
anche un’ Orazione del sac. MARCELLO Eus. ScoTTI pei funerali ce- lebrati
in Procida il 19 febbraio 1781: Napoli, Stamp. Simoniana, s. a. Anche un
martire del ’99! 2? Elogium Mariae Teresae Augustae a JANUARIO Vico
inscriptum; Neapoli, ex tip. Bernardi Perger Vindobonensis [s. a.], di
pp. 7 più I inn. in-4°. Stampa di lusso. 3 Solenne funerale
di D. Gaet. De Bottis prof. [...] celebrato nella Torre del Greco sua
patria, Napoli, MDCCXC, Stamp. Migliaccio, p. 6. L’epigrafe di G. Vico —
che contiene tutta la biografia del morto — è a p. 7. V’è anche (pp.
34-9) una canzone dell’ab. don Antonio Jerocades. VI. IL
FIGLIO DI G. B. VICO 277 Tra le carte di Gennaro sono quattro
abbozzi d’una epigrafe per una principessina reale, morta nel luglio
1783. L'ultimo, al quale pare l’autore si fermasse, è questo:
Regia Infantula Ferd. IV et Mariae Carolinae Austriae filia
infelicissima quasi esset parum ab omnibus naturae et summae
Fortunae bonis ejici luce orba utraque carens nomine a
suorun columbario etiam prohibita ad hoc tantum mata ui omnium expers
esset | heic condita®. Nel 1787 morì, ancora in tenerissima
età, un altro figliuolo della feconda Maria Carolina; e Gennaro
scrisse quest'altra epigrafe: Have Animula
innocentissima Caroli Titi dulcissima Augustae Domus
Regnique primula nec dum quadrimula spes e 3 Ferdinandi IV et
Mariae Carolinae Austriae moerentissimorum Parentum sinu et
complexu acerbissimo funere erepta amarissimo cunctis relicto
desiderio tui. Vixit annis III. mens. XI dieb. XIII Coelo recepta Ter
I à I A 2 i Questo verso nel primo abbozzo
segue: X/V. Kal. Sextil. e ® Ve n'ha tra le carte di Gennaro anche
un’altra bozza. Dai funerali alle nozze. In occasione del matrimonio
di Francesco Borbone — il mancato discepolo di Gennaro Vico — con
Maria Clementina d’ Austria, i fratelli Terres presentarono ai principi
una tavola di marmo, in cui erano insieme rappresentate le due effigie
regali; e vi scrisse la dedica Gennaro: Faustissimo
Francisci Borboni et Mariae Clementinae Austriae conjugio
dulcissimae spei ac nostrae posteritatis praesidio comperientis !
nostram felicitatem ex pene tisdem quibus ad nos fontibus ad seipsam
promanare hac marmorea tabula novo picturae genere dedita opera
expresso ut quae corporum conjunctio în speciem oculis subjicitur
eadem animorum, dissecto marmore, penitus inveniatur F. T. pronti et
venerabundi D. D. D. 1 Pare si accenni propriamente al 1790,
quando si celebrò il ma- trimonio di Maria Teresa e Luigia Amelia di
Borbone con Francesco d'Austria e Ferdinando granduca di Toscana, e si
formò, come dice il COLLETTA (lib. II, c. II, $ 34), a Vienna il terzo
matrimonio tra le due case di Napoli e di Vienna: questo di Francesco con
Maria Clementina. ? L’anno innanzi, o quell’anno stesso, una tavola
simile, con l’ef- figie di S. Domenico, fu mandata dai fratelli Terres a
Ferdinando duca di Parma. E pel regalo onde il duca compensò i fratelli
Terres, Gen- naro scrisse la seguente epigrafe, la cui minuta è sul retro
d’una lettera in data 12 marzo 1789: Ferdinando — Parmae Placentiaeque —
Duci — Qui — praeclarum Borbonidarum munificentiae — cum
Farnesiorum — in fovendis alendisque pacis artibus — singulari studio —
fida socie- tate conjunxit — marmoream tabellam — cum — Divi Dominici
— ei praecipuo cultu habiti — effigie — indelebili quodam picturae
ge- nere — marmovi coalescente — haud pridem invento — atque ana-
glyptico opere exornatam -— cujus libenter accepta — vel maximum proemium
fuisset — manus munere — sive potius cultum culto — rependens — suam
imaginem — maximo aureo numismate — graphice expressam — colendam misiît
— cuius pars aversa — drammaticae Poéè- seos coronatio — ut omnes
cognoscerent — Parmensem ditionem — uti pridem, ita modo etiam — Musarum
esse domicillum — atque opti- marum artium culiricem — pro quo summo
beneficio — Fratres Terres — Neapolitani Bibliopolae — proni et
venerabundi — cum gratia agunt — tum maximas habent et immortales.
Pare che i Terres stampassero anche un’incisione della medaglia
ricevuta, con un’altra iscrizione del Vico che comincia: En cur honor
VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 279 Ferdinando IV fa
ricostruire un ponte sul Garigliano; e Gennaro detta l’epigrafe che ne
tramandi il ricordo ai posteri®. Nasce a Ferdinando un altro figlio; e il
Vico raccoglie in un’epigrafe a S. Gennaro i ringraziamenti
del popolo: St antea Dive Januari hanc
sacerdotum sacra fronde redimitorum solemnem pompam caste
celebravimus nunc vero solido gaudio perfusi ingentes tibi
gratias agimus quod Maria Carolina felice foecunditate Ferdinandum
alio dulcissimo praesidio auxit quo Augusta Domus pluribus
munimentis insisteret nostraque felicitas stabilius
firmaretur. Si celebra la solita festa a S. Gennaro, e sono del
Vico le quattro iscrizioni che si leggono quel giorno nel Duomo; in
una delle quali si prega il santo di voler rappresentare, «in suo
liquenti cruore », Ferdinando et Carolinae — DD. NN. — Totique Domui
Augustae — perpetuam incolu- mitatem felicitatemque — ac proinde nostram
securitatem. alit artes — en cos ingeniorum — en effigies — Parmae
et Placentiae Ducis; e accenna anch'essa alla tavola di S. Domenico
ignoto pingendi genere — et nova diaglyphice — nulla ferri ope —
eleganter exornata. I Vedi questa e altre epigrafi in Appendice I,
scelte tra le molte che restano tra le carte di Gennaro, per lo più
sepolcrali. 280 STUDI VICHIANI Con le lodi di Carlo
III e di Ferdinando IV si apre anche la Dissertazione sulla città di
Pompei : del primo, per gli scavi di Ercolano e per l’ Accademia
Ercolanese, che veniva certo in proposito di ricordare in uno
scritto con cui s’inauguravano i lavori della classe d’ Alta Anti-
chità nella nuova Accademia; e del secondo, pel nuovo impulso dato ai
medesimi studi con la nuova istituzione. Per adempiere [continua
l’autore modestissimo] per quanto la scarsezza de’ miei talenti e la
cortissima estensione delle mie cognizioni mi permettono, l’incarico
superiore di gran lunga a me stesso impostomi dalla Sovrana Munificenza,
prendo per oggetto delle mie ricerche la città di Pompei, non già sull’
idea di adornar alcuna delle discoperte parti di quel tutto, che ancor
giace sepolto; ma di considerarlo al solo lume degli antichi scrittori; e
coll’auto- rità dei greci e de’ latini, tra i di cui confini alla mia
Classe è stato circoscritto il commercio, di tutti il più ricco, e ’1 più
nobile, perché di tutto da essi abbiam ricevuto il sapere; rilevarne, per
quanto mi sia possibile, le di lei vicende. Né sulla lusinga di
produrre cosa nuova in un argomento, il qual solamente è venerabile
per la sua antichità: quantunque il raccogliere, disporre e
combinar insieme que’ languidi e dispersi barlumi, lasciatici dagli
antichi, potrebbe conciliarsi una qualche sembianza di novità, se
fossero da più dotta e più maestra mano stati ordinati e composti. Ma
sulla speranza che siccome que’ venerabili avanzi di antichità, che
da Ercolano si estrassero, furon cagione, che s’ instituisse
l’Acca- demia Ercolanense, così a vicenda questa real Accademia
istituita potesse cominciar li suoi fasti dall'epoca gloriosissima del
risorgi- mento di Pompei, dopo essere stata per l’ immemorabil
corso di ben XVII secoli sepolta: poiché.... se que’ rottami
ercolanensi svelti ed infranti, rivestiti di sì dotta ed erudita luce da
tanti chiarissimi ingegni, che vi travagliarono, si son resi non
meno ammirabili per il buon lume ricevuto, che per la loro
antichità; onde il Museo Ercolanense è divenuto nell’ Europa cotanto
celebre, che può dirsi essere una delle cagioni del frequente concorso
in questa città, per se stessa luminosissima, di tante culte
nazioni: quanta, e quanta maggior confluenza ne attirerebbe, se mai
po- tesse vedersi una nobilissima città, unico esempio nella storia
di tutti i tempi, intieramente esposta alla luce del sole, e quindi
all’ammirazione dell'universo ? VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO
281 Gli scavi di Pompei, com'è noto, furono intrapresi nel-
l'aprile 1748 !; ma rimasero presto interrotti; e s’è visto che Gennaro
ne faceva un'eredità di gloria lasciata da re Carlo a Ferdinando. Certo,
il nome del figliuolo del Vico va ricordato tra coloro che incitarono
efficacemente a quest'opera importantissima. E, come già altri ha notato
?, a torto è dimenticata la sua monografia su Pompei, la cui parte
più notevole è, come si disse, riferita dal Napoli- Signorelli nella sua
Storia dell’ Accademia delle scienze e belle lettere. In questa
monografia è innegabile profonda conoscenza e acuta critica delle fonti
letterarie. Chi vorrà studiare il bel tema degli studi
d’erudizione antica in Napoli durante il sec. XVIII, non potrà tra-
scurare questo scritto del Vico, e il frammento che ci resta dell’altro
su Locri. Ma non è qui il luogo di farne parti- colare esame. Dirò
soltanto che ci si vede l’erudito, ma non l’antiquario di professione.
Rifiutate le leggende, non subentra lo sforzo di spremere dalle scarse
testimonianze superstiti quello che esse non possono darci; e il
buon senso mette in guardia contro le sottigliezze e gli artifizi
congetturali, che facilmente attraggono lo studioso dell’an- tichità. Ciò
è particolarmente notevole nella relazione sulla memoria del Finamore
intorno alle origini di Lanciano; dove, nonostante la « cadente età » e
la «languidezza dello spirito », accusate sul principio dall'autore,
spunta qua e là anche il bonario sorriso del buon senso contro
certi arzigogoli del Finamore, per ottenere che l’ Accademia
riconoscesse nell’antica Lanciano un municipio anzi che una colonia
romana. Dopo un minuto esame delle epigrafi lancianesi mandate dallo
stesso Finamore all’ Accademia, I FIORELLI, Descriz. di Pompei,
Napoli, 1875, p. 22; o Pomp. antiq. historia, Neapoli, 1860, dov’ è la
storia degli scavi. ® BELTRANI, La R. Acc. di scienze e belle
lett., p. 37. Il lavoro del Vico non è citato, nota lo stesso Beltrani,
p. 88, nella Bibliografia di Pompei, Ercolano e Stabia di FRIEDRICH
FURCHEIM, Napoli, 1901. 282 STUDI VICHIANI il buon
Vico viene a questa conclusione, che mi piace riferire:
Avrei bramato soddisfare il dotto ed erudito sig. Finamore, se li
monumenti me ne avessero somministrati i mezzi. Ed in questa occasione
sperimento pur troppo vera la natura dell’ambi- zione, che non
respiciîit, che non si volta mai indietro; la quale, quantunque vizio,
quando però si propone per oggetto la virtù ed il sapere, deve riputarsi
ambizione lodevolissima: siccome Quintiliano dice: quamquam ipsa sit
vitium, frequenter tamen causa viriutum est: e l'ambizioso più si duole
di un solo, che abbia innanzi, che l’attraversi il conseguimento del suo
fine, che goda di tanti meno felici, che gli vengono appresso; e le
passioni più commendabili devono essere regolate sempre da quel ne
quid nimis; perché Virtus est medium vitiorum et utrimque
reductum. Avrebbe desiderato il dotto ed erudito cittadino assiem
col suo collega il sacerdote don Uomobuono de’ Buchachi!, con cui
est studiorum societate conjunctus, che Lanciano fosse stato dichia- rato
municipio, la quale quasi già non lo è; e non si volge dietro a
considerare tant’altre città di condizione meno ragguardevole che
Lanciano, che le vengono appresso. Mi lusingava di dover fare da avvocato
del sig. Finamore in questa sua onestissima causa; e, mio malgrado, devo
farvi la comparsa da fiscale, perché l'autorità e li monumenti
l’oppugnano, e quelli stessi, che egli ha prodotti, punto non lo
suffragano: ma non per questo può dirsi, che egli abbia intieramente
perduta la sua causa: perché quod petit intus habet. Non sente essersi
talmente confusi li diritti, e le prerogative de’ municipi con quelle
delle colonie, e questi in quelli trasfusi in guisa, che gli uni dagli
altri non sì distinguevano ? Non sente da Gellio il nome di municipio già
dileguato — obscura et obliterata suni municipiorum jura, quibus uti per
innotitiam non queunt ? Non ha inteso, che li municipi pretesero di cangiar
la loro condizione in quella delle colonie, e non vede le istesse
città I È lo stesso BOocHAcHE, autore del Saggio storico-critico
della città di Lanciano, che si conserva ms. nella Biblioteca del
Ginnasio di Lanciano ? Un brano ne pubblicò il prof. L. GAMBERALE,
Notizie sui fatti di Agnone nel 1799 tratte dall’appendice al Saggio ecc.
Campo- basso, Colitti, 1900. VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO
283 essersi appellate colonie e municipi ? Non ha inteso li
distinti cit- tadini municipali in sì poco conto presso li romani ? Non
conosce quindi, che il tutto si riduce alla distinzione del nome ?
Perché Struggersi per investir la sua patria di un pregio, che, in
tempo che valeva, era in sì poco conto, ed ora si riduce a un nome
vano, in guisa che, se allora municipium e colonia eran riputati lo
stesso, ora questo istesso è divenuto un nulla ? !. In
questa dotta relazione, dove l’ «immortal Muratori » è vichianamente
detto, con ammirazione, «ingordo vora- cissimo rivolgitor di biblioteche
», è pur degna di nota, in mezzo all’erudizione archeologica, una
disgressione filo- sofica, o «disgressione in astratto », come dice
l’autore; e che egli chiede di poter fare, giudicandola « non
capric- ciosa, perché avvalorata dall’autorità; se poi applicabile
alla nostra ricerca, lo sottopongo al giudizio de’ dotti ». Da quale
autorità, Gennaro non dice; ma basta sentirne il principio per indovinare
l’allusione: È costante che le lingue sieno indici, che ci
scoprono li co- stumi delle nazioni; e perché fide interpreti dell'animo,
dovettero nascere aspre, dure, orride, esprimendo la rozzezza e la
ferocia delle nazioni, che le parlavano; a misura poi che li costumi a
poco a poco s'ingentilirono colle arti dell’ umanità, si
raddolcirono anche le lingue: del che ce ne somministra una testimonianza
la lingua latina, la quale tale la scorgiamo in que’ frammenti
delle leggi delle XII Tavole; e pure cominciava il quarto secolo
della fondazione di Roma. Tal dovette essere, e fu la lingua di Lucilio,
di Pacuvio, di Livio Andronico, di Ennio; e Plauto, che ci è restato, e
provenne assai più tardi, essendo morto nel consolato di Fublio Claudio
Pulcro e di L. Porzio Licinio, cioè nel 570 di Roma, di quante ruvidezze
e racidumi è pieno ! Come, per esem- pio, nel Prologo
dell’Anfitrione: I Di questa relazione rimane una copia di mano
del marchese di Villarosa. Anche all'Accademia credo sia stata letta una
breve Rela- zione intorno a certe dissertazioni su Virgilio di A. DE
SANCTIS, che resta tra le carte di Gennaro, curioso documento della sua
bonarietà, contraria a ogni ipercritica, e un po’ anche alla stessa
critica. 284 STUDI VICHIANI Ut vos în vostris voltis
mercimoniis Emundis vendundisque. Uno scrittore del secolo d’oro
avrebbe detto: Ut vos in vestris vultis mercimoniis Emendis
vendendisque. Or l’ istesso dovette accadere in tutte le lingue
delle altre na- zioni: che, a proporzione che colle arti dell’ umanità
depressa [fu] la ferocia de’ costumi, così le lingue la loro asprezza, e
quel rumoroso strepito di voci [perderono]. L’ istesso vediamo
esser avvenuto nella ricorsa barbarie in tutti i dialetti della
lingua italiana, che fu una corruzione della latina: le lingue, le quali
ora parliamo, quanto sono differenti da quelle di tre o quattro
secoli addietro ! Si ricordi la Dignità XVII della seconda
Scienza Nuova: «I parlari volgari debbon esser i testimoni più
gravi degli antichi costumi de’ popoli, che si celebrarono nel
tempo, ch’essi si formaron le lingue ». Ma tutto il pensiero e le
espressioni di questo brano sono di (G. B. Vico. Le cui opere Gennaro
dové custodire sempre come cosa sacra, e leggere e rileggere, benché non
avesse intel- letto pari alle speculazioni paterne; ma per
compiacersi in ammirar i monumenti della grandezza del padre, alla
cui ombra svolgevasi la sua vita tranquilla. Custodiva gelosamente quei
libri. Dev’essere un suo parente chi gli scriveva, nel 1780, la seguente
lettera: Casa, 27 luglio 1789. Veneratissimo mio Sig.r don
Gennaro, Il Sig.r don Francesco Esperti 1, a che (sîc) molto devo,
desi- dera la prima edizione della Scienza Nuova solamente per
incon- I L’avv. Franc. Sav. Esperti, nipote di mons. Esperti,
corrispon- dente di G. B. Vico. Nel 1792 pubblicò in un opuscoletto la
lettera del Vico allo zio, relativa appunto alla 18 Scienza Nuova. Vedi
VILLAROSA, Opuscoli, pp. 368-9, e CROCE, Bibliogr.] trare (sic) certo
passo, e restituirvela. Spero dunque che l’abbiate, e me la favorite, che
sarà mia cura di restituirla; e sicuro de’ vostri favori, resto pieno di
stima dicendomi Vostro devot.mo servitore obbl.mo Nicolò Santaniello
1. Non pare che egli abbia avuto nessuna parte nel pre-
parar la raccolta delle Latinae orationes del padre, pub- blicata nel
1767 da Francesco Daniele 2. Ma questi dové più tardi rivolgere
nell’animo il proposito di raccogliere tutti gli scritti sparsi del Vico.
E allora certo ricorse a Gennaro 3. Se non che il Daniele in fine non ne
fece nulla; e Gennaro per un momento poté sperare di far lui la
desiderata edizione delle opere paterne. È. ormai I Il ViLLarosa,
Opuscoli, III, p. v, parla della «casa de’ signori Santaniello, ultimi
eredi del Vico, sita nella strada dei Mannesi »; e dice che in essa
conservavasi il ritratto di G. B. Vico dipinto dal So- limena, che fu
distrutto con la casa stessa da un incendio intorno al 1819 (v. anche
Croce, Bibdl., p. 116). [Filippo Santaniello (mi comu- nica il Nicolini),
sposò Candida Vico, figlia di Ignazio, e due figli, Mer- curio e Carlo,
nati da questo matrimonio, son nominati nel testamento di Gennaro Vico,
in data 2 settembre 1805). 2 Nella dedica del libro al Targiani, il
Daniele dice d’aver raccolto da sé e da molto tempo quelle Orazioni. Cfr.
CROCE, Bibl., p. 30. 3 Nel 1804 faceva ricerca di scritti del Vico
e di sue lettere, scri- vendone ad amici a Roma e altrove. Il Croce
(Bib/., p. 30) ha richia- mato l’attenzione su due lettere del card.
Borgia (del 1804) al Daniele, che sono nel carteggio inedito di costui,
conservato dalla Soc. storica napoletana. Importante è anche il seguente
brano d’una lettera allo stesso Daniele, scritta da Jacopo Morelli
(l’erudito bibliotecario ve- neziano, a cui il Villarosa dedicò il 1°
volume degli Opuscoli), da Ve- nezia 1I febbraio 1804: «Ho
fatto ricerche per le Lettere del Vico richieste, e nulla si è trovato.
Per quelle all’ab. Conti ho fatto esaminare le casse di lui, già
possedute in Padova dal professore Toaldo, ed ora dal Cheminello. Per
quelle al Lodoli non vi sono ricerche da fare, essendo perite le casse di
lui in uno dei Pubblici Archivi, dove erano trasportate dopo la morte di
lui; perché vi si trovavano scritture di affari di Stato me- scolate, e
si fece un’asporto (sic) totale senza discrezione. Per quelle al Porcìa
ho fatto cercare in Udine presso li discendenti del corrispon- dente col
Vico, e nulla si è trovato. Sicché null’altro mi resta da fare »
(Carteggio di F. Daniele, vol. III, c. 305; Soc. stor. nap.). Le
relazioni del Vico coll’abate Conti e col Lodoli il Daniele non poté
conoscerle se non dalle aggiunte, allora inedite, alla Vita del
19 nota la minuta della prefazione ! che egli già aveva prepa- rata
pel primo volume, che avrebbe dovuto contenere la Scienza Nuova del
1744. Tandem tot flagitatoribus, tot obtrectatoribus mihi
tanquam parum officioso exprobantibus morem gero, a quibus quasi
obsessus quotidie oppugnabar; tandem rogari, atque invitus negare desino,
cum non mea me voluntas, sed rationes meae ab incepto prohiberent: fidem
meam absolvo, dato fidejussore satis superque locuplete, honestissimo
Neapolitano Michaele Stasio, qui onus in se suscepit: tandem Patris mei
(cujus etsìi eundem mu- neris ordinem adeptus, utinam eodem dignitatis
gradu exples- sem !) opera omnia.... in unum corpus collecta, in lucem
prodeunt. Accennando alla diuturna meditazione in cui s'era
maturata la Scienza Nuova, Gennaro dice che è questa la ragione
principale della pretesa oscurità trovata in quel- l’opera da taluni, «
qui, ne de grege imperitae multitudinis habeantur, quae ca magis
admiratur quae minus intelligit, prorsus damnant quod non intelligunt
». Aliud est, dice Gennaro, e nelle sue parole bisogna vedere
un pochino lo stato d’animo di lui stesso quando leggeva la Scienza Nuova
; — aliud est dicere, non intel- lago, aliud, non intelligitur :
illud modestiae, et suae cujusque conscientiae potius tribuen- dum; hoc
autem summae arrogantiae indicium, quod firmissi- mum supinae ignorantiae
argumentum; nam quid est aliud, quam se supra omnes extollere ac
postulare, quod ipse non in- telligit, e nemine intelligi posse ? Nam vere
docti quantum sibi desit, sciunt. Vico, che erano presso
Gennaro, se già questi non le aveva date al march. di Villarosa. A
quell’anno, infatti, devono pur risalire le av- vertenze del Daniele
comunicate al Villarosa per una ristampa della Vita del Vico (cfr. Croce,
Bibl., p. 110); dalle quali apparisce e la conoscenza delle carte
vichiane possedute da Gennaro Vico, e la fa- miliarità del Daniele con
quest’ultimo, già decrepito. Potrebbe anche pensarsi che queste ricerche
pel Borgia e pel Morelli ei cominciasse a farle per compiacere al «
marchesino Villarosa ». I Fu pubblicata dal Croce, Bibl., pp.
112-13. VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 287 Non credo poi
Gennaro tanto modesto da non credersi uno di questi vere doctt! Egli ben
sentiva per sua espe- rienza che la Scienza Nuova non est ex
eo librorum genere, saeculi commoditati obsecundan- tium, quos sagina
graves, in lecto strati, supini et oscitantes, aut fallendi temporis aut
somni conciliandi gratia in manus sumuntur, in quibus omnia extant omnium
oculis exposita. Si iterum legas, leges eundem, ut animum despondens
tertio legendi; aurum autem natura occultum et latens, indagatione ex
terrae visceribus, in quibus jacet, patefaciendum eruendumque.
Oh l’animo intento e la commozione di Gennaro, quando rileggeva
per la ventesima o trentesima volta (non aveva letto 35 volte il suo
Tacito il padre, scopren- dovi sempre qualche cosa di nuovo ?) la
maggiore opera paterna, con la testa fra le mani, e la memoria che
correva indietro a rivedere il vecchio Giambattista, languente in
un angolo tristo della casa, dove Gennaro rimase! E qual dolore non dové
essere per lui che l'edizione non si facesse più! Negli anni più tardi vi
fu chi gli rifece nascere la speranza di veder ristampati in un corpo gli
scritti paterni. Sollecitava l'edizione un giovane di grande ingegno,
che studiava profondamente Vico ed era capace d’intenderlc. A
Gennaro forse fu presentato dal suo sostituto Ignazio Falconieri, che con
quel giovane aveva dimestichezza, e doveva di lì a poco metterlo a grave
repentaglio, traen- dolo seco segretario nell’organizzazione repubblicana
d’un dipartimento della repubblica del ’99. Questo giovane era
Vincenzo Cuoco. Il quale però, pochi anni più tardi, nel 1804, scrivendo
da Milano all’ideologo De Gérando, ricordava: « Una buona edizione di
Vico [...] forse si sareb- be fatta in Napoli, ed eransi a tal fine
preparati molti materiali. Si era invitato il figlio, allora ancor vivo
!, a ! Al Cuoco, da cinque anni lontano da
Napoli, pareva impossibile che il vecchio Gennaro vivesse tuttavia
! 288 STUDI VICHIANI somministrare i manoscritti del
padre. Si eran raccolte molte cose ancor inedite. Una parte di ciò che
erasi pre- parato trovavasi in casa mia; un’altra in casa di quel
mio amico che voleva far l’edizione: ed ambedue le case fu- rono
nel saccheggio anglo-russo-turco-napoletano saccheg- giate. Ed addio
edizione di Vico »!. Intorno al 1804, infine, per lo stesso motivo,
Gennaro vecchissimo fu visitato dal marchese Villarosa. Il quale,
nella prefazione al primo volume degli Opuscoli =, non pubblicato, per
altro, prima del 1818, quando Gennaro era morto da tredici anni, racconta
che nell’accingersi alla sua raccolta, si diresse al figlio di Gio.
Battista, uomo di antichissimi costumi, «per informarlo del suo
proposito e pregarlo che volesse fargli dono di quegli opuscoli del
padre, che aveva presso di sé. Il buon vec- chio, gravato dagli anni, e
più da’ malori, quasi pianse della letizia per un tale avviso ». E gli
diede infatti i pochi manoscritti rimastigli, e un abbozzo delle
aggiunte alla Vita pubblicata dal Calogerà. Anche i libri del padre
a uno a uno gli erano stati portati via dagli amici; ma conservava « un
Tacito tutto dal padre nel margine postil- lato e qualche altro latino
libro ». Qualche ferro, insomma, del mestiere ! Giacché anche
gli storici il professore di rettorica doveva leggere e illustrare. Delle
origini di questa cattedra si sa poco, come in generale delle origini di
tutti gl’inse- gnamenti dello Studio di Napoli. Pare sia sorta per
le esigenze umanistiche del Rinascimento napoletano, sotto gli
Aragonesi. Il maestro del Sannazzaro, Giuniano Maio, l’autore del De
Matestate, e di un dizionario latino De priscorum proprietate verborum,
il precettore d’ Isabella I RUGGERI, V. Cuoco, pp. 191-92; e cfr.
ora Cuoco, Scritti vari, ed. Cortese-Nicolini, I, 314-15. 2?
Opusc., I, XIV-XV. VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 289 d’
Aragona, lesse nello Studio (riaperto nel 1451 da Alfonso I) dal 1465 al
1488 rettorica, poesia o arte oratoria, col soldo di trenta o quaranta
du- cati 1. E nello stesso anno 1465, re Ferdinando creava per
Costantino Lascaris, venuto da Milano al séguito di Ippo- lita Sforza, di
cui era stato maestro, una cattedra di eloquenza, ma ad lecturam
Graecorum auctorum, poétarum scilicet et oratorum *. Non risulta, del
resto, che il Lascaris v’insegnasse più d'un anno; e alla sua
partenza la cattedra dové cadere. Non così quella di rettorica
latina, detta poi anche di umanità, che ebbe maestri di fama, come
Pomponio Gàurico, il quale v’inse- gnò sempre con la provvisione di 40
ducati dal 1512 al 15193, e l’amico del Pontano, Pietro Summonte,
dal 1520 al ’26 4. Ma questa, come le altre cattedre dello Studio,
ebbe un assetto stabile dalla prammatica del 1616, che (parte II, tit. I)
ordinò «una cattedra di rettorica con I00 ducati di salario 5 l’anno: ha
da leggere i precetti di essa, o per Aristotile, o per Quintiliano, o per
il libro Ad Herennium, et parte dell’anno alcun oratore, o isto-
riografo per poter esemplificare detti precetti » 6. In questo programma,
d'altronde, bisogna scorgere la conseguenza I Pércopo, Nuovi docc.
sugli scrittori e gli artisti dei tempi aragonesi, in Arch. stor. nap.,
XIX, 740-1; e introd. alle Rime del Cariteo, Na- poli, 1892, p. CCXVIII;
e CANNAVALE, Lo Studio di Napoli nel Rina- scimento, Napoli, Tocco, 1895,
docc. cit. nell’ Indice dei nomi, s. « Mayo de Juliano ». %
CANNAVALE, doc. 13, p. XXI. 3 Pércopo, L’umanista Pomponio Gàurico
e Luca Gàurico ultimo degli astrologi, Napoli, Pierro, 1895, pp. 69 e
173-7. 4 PÉRCOPO, od. cit. pp. 69 e 177-9. Per altri nomi oscuri
vedi oltre il Pércopo, l. c., il CANNAVALE, p. 87. 5 Dai
documenti pubblicati dal Cannavale risulta (p. 63) che il soldo era
salito a 60 duc. nell’anno 1532-33. Ridisceso a 50 duc. nel 1568-69 (p.
70), risalì a 60 nel 1574-75 (p. 72); e vi si mantenne fino al 1580 (p.
74), ultimo anno per cui si abbia notizia d’un lettore d’huma- nità: e
forse fino al 1616. Per maggiori particolari sulla cattedra si veda ora
il cit. vol. miscellaneo sulla Storia della Università di Napoli. 6
V. Nuova Coll. delle Pramm. del Regno, t. XIII, p. 17. 290 STUDI
VICHIANI dello stesso sviluppo storico di quell’insegnamento,
che in esso ebbe quasi la sua codificazione. Quando, nel 1711, G.
B. Vico dettò di suo le Institutiones oratoriae, in fondo non fece uno
strappo al programma, perché la sostanza era sempre quella tradizionale.
E Gennaro non fece di certo lui la rivoluzione. Fino al ‘77 insegnò la
solita retto- rica; dopo gli toccò anche di «formare » le
Istituzioni poetiche. Era sempre l’insegnamento greco e romano,
rinnovato dagli umanisti e perpetuatosi dal Quattrocento in poi, col
perdurare del generale indirizzo strettamente classico della cultura e
della letteratura. Vedremo tra poco come timidamente, durante la vita
stessa del nostro Gennaro, farà capolino nello Studio un insegnamento
letterario moderno; e quanta fatica durerà ad affermarsi con carattere e
spirito veramente nuovo e indipendente da questo vecchio istituto
umanistico. A Gennaro, che, per altro, non fu l’ultimo dei
maestri di rettorica latina, bisogna render merito dei sani
criteri, che, per ispirazioni paterne, seppe mantenere nella sua
disciplina, insistendo sempre sull'importanza del conte- nuto,
combattendo il puro studio della forma vuota, le virtuosità stilistiche e
sofistiche, le minuzie grammati- cali :, ed incitando i giovani agli
studi seri e profondi. Nell’ Orazione inaugurale del 1774: Optima
studendi ratio ab ipso studio petenda, tornando sul tema già
trattato nel 1741?, fatta una dipintura satirica delle abituali
occupazioni della gioventù effeminata del tempo, affermava questo bisogno
degli studi coltivati con ardore d’animo e vigoria di volere: aeque
naturalis et facilis est vobis sapien- tiae adipiscendae ratio, quae est
vestramet ipsa voluntas 3. I Sono degni d’esser letti gli
Avvertimenti per l’ insegnamento del latino, da lui dati, pare, per
l'istruzione di qualche figliuolo di signori, e che io sono costretto a
rimandare all’Appendice I. ? Vi sono ripetuti anche de’
periodi. 3 Pag. LXIv. VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 29I
La volontà vince anche i difetti della natura. Non c’è difficoltà
che non si superi col buon volere. Ma il fine degli studi non è da
riporre nel guadagno. Sordida haec et vilia sunt litterarum
pretia, quae vobis con- temnentibus ultro abunde suppetent. Qui studio
flagrat cognitionis et scientiae, is nullo emolumento ad eas res
impellitur: quin etiam qui ingenuis studiis delectantur, eos videmus nec
valetudinis nec rei familiaris habere rationem; omnia perpeti ipsa
cognitione et scientia captos: cum maximis laboribus compensare eam,
Rara in discendo capiunt voluptatem. Di che adduceva ad
esempi Anassagora, Carneade, Archimede, Pitagora, Demostene: e meglio
avrebbe potuto ricordare il padre, se non l'avesse trattenuto certo
pudore domestico, che mai non gli fece pronunciare quel sacro nome,
quando sulla sua bocca potesse suonare lattanza. 292 STUDI
VICHIANI LA CATTEDRA DI LETTERATURA ITALIANA DALLA SUA
ORIGINE ALLA RIFORMA DEL 31811 Da uno sdoppiamento della vecchia
cattedra di retto- rica, nell’ Università di Napoli, trasse origine
l’insegna- mento di letteratura italiana. Quello stesso marchese
della Sambuca, che nel 1778, «per porre in attività il genio della
nazione e il talento dei sudditi»! di Sua Maestà, die’ vita, come s’è
visto, all’ Accademia delle scienze e belle lettere, in. quel torno
stesso, tentò anche un ammo- dernamento dell’ Università con la riforma
del 26 set- tembre 1777, che qualche modificazione importò anche
alla cattedra di Gennaro Vico. Nel dispaccio con cui comunicava a Carlo
Demarco, ministro del culto (da cui la pubblica istruzione dipendeva), il
nuovo piano dell’ Università, scriveva: «La pubblica
educazione, che è stata sempre tra le cure principali di ogni ben
regolato governo, per la in- fluenza, che ha sul costume de’ popoli e su
la floridezza dello Stato, con la cognizione e con l’esercizio delle
scienze e delle arti liberali e meccaniche, necessarie non meno
alla cultura ed alla politezza delle nazioni, che alla sua ricchezza e
potenza, col promuoverne e sostenerne il com- ‘mercio, avea già
richiamata l’attenzione del Re ». Si sente il linguaggio del tempo
dei lumi. Sono quindi ricordate le precedenti cure di Ferdinando IV per
l’istru- zione. « Dopo queste sue prime sovrane disposizioni, ha il
Re voluto rivolgere ancora il suo pensiero all’ Università degli studi
.... Ed avendo S. M. veduto, che siccome nelle I Disp. cit. del 22
giugno 1778. VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 293
pubbliche scuole stabilite nella R. Casa del Salvatore vi erano alcune
lezioni, che anche nell’ Università degli studi faceansi; e così in
questa e in quelle ne mancavano poi molte, che le nuove scoverte fatte
nelle scienze e nelle arti rendevano interessanti: ha perciò disposto che
si combinassero insieme; e, togliendo per una parte quel che vi
fosse di superfluo, e aggiungendo quel che mancasse per l’altra, e alcuni
soldi, ch’'erano nelle scuole, soppri- mendo, ed altri, che nell’
Università eran troppo. tenui, aumentando, si formasse un corpo intero e
compiuto di tutto ciò, ch’ è necessario alla perfetta istituzione
della gioventù, cominciando da’ primi elementi fin alla Facoltà
delle scienze più sublimi » 1. Affinché tutto questo corpo completo di
studi fosse raccolto in un sol edificio, l’ Univer- sità passò allora
nella casa del Salvatore, dov'era già il convitto. « Né qui si sono
arrestate le paterne cure del Re. Ha determinato di più, e disposto, che
si formino, oltre all’ Accademia della pittura, scultura ed architettura
.... altre due Accademie, una per le scienze e l’altra per le belle
lettere, con avere stabilite le pensioni corrispondenti ‘agli accademici
ed ai segretari dell'una e dell’altra, che saranno a suo tempo dalla M.
S. dichiarati, col presidente delle medesime. E siccome queste Accademie
si terranno nell’edifizio, ove sin ora è stata l’ Università degli studi
2, ha disposto ancora S. M. che nel medesimo si situino le
magnifiche due regali Biblioteche, Farnesiana e Palatina, destinandole
all’uso del pubblico. Ed oltre ciò, vi saranno trasportati li due
ricchissimi suoi regali Musei, Farne- siano ed Ercolanese, per lo stesso
uso ». E, perché I Arch. Sta. Nap., Scritture diverse della
cappellania maggiore, vol. 34, f.° 230 sgg. Ma il dispaccio è pubblicato
nel DE SARIIS, Cod. di leggi del Regno di Napoli, lib. X, tit. IV,
Napoli, Orsini, 1796, pp. 47 S8g- 2 Il Palazzo degli Studi. Sbaglia
perciò il COLLETTA (Storîa, lib. II, cap. II, $ 13) ponendo tutti quest’
istituti insieme con l’ Università al Salvatore. 204 STUDI
VICHIANI nulla mancasse alla perfezione di que - sta grande
opera, ed alla compiuta istruzione della gioventù, si disponeva
l'istituzione di una cattedra di storia naturale, di un orto botanico, di
un laboratorio chimico, «e che vi sieno tutte le macchine per fare le
esperienze, e le altre opera- zioni corrispondenti ». Tutto ciò nel
Palazzo degli Studi. Si ordinava altresì all’ Ospedale degli Incurabili
una cattedra di ostetricia e la formazione di un teatro anato-
mico. Infine, si era annunziato l’ordinamento di un Osser- vatorio
astronomico nella casa del Salvatore. In questa, che si può dire la
riforma universitaria dell’illuminismo, tra le cattedre nuove comprese
nel piano dell’ Università, troviamo appunto quella di Elo- quenza
italiana. «Si dee provvedere», è detto nel Piano, anch'esso del 26
settembre 1777, « col soldo di ducati 300 » ®. E a questa, come alle
altre cattedre nuove, si doveva provvedere per concorso: « Solamente »,
diceva il marchese della Sambuca al Demarco nel suo dispaccio, «
solamente, per questa prima volta li maestri delle nuove cattedre si
proporranno al Re da V. S. Ill. ma con la mia intelligenza, per
combinarsi colla Riforma fatta ». Non passarono infatti tre mesi,
che il ministro Carlo Demarco spediva al cappellano maggiore del
tempo, don Matteo Gennaro Testa Piccolomini, arcivescovo di
Cartagine, il seguente dispaccio: Essendosi fatta presente al Re
la rappresentanza di V. S. I. de’ 19 dello scorso novembre, contenente le
terne de’ soggetti proposti per le nuove cattedre aggiunte all’
Università dei Regi Studi, S. M. ha scelto per l’Eloquenza italiana
don Luigi Serio; per la meccanica, p. Nicola Cavallo; per l’Arte
Critica e Diplomatica, il p. don Emanuele Caputo Cassinese; per la Storia
sagra e profana il prete don Francesco Conforto; I Arch. Sta.
Nap., Scritture cit., vol. 34, f.° 252 db; DE SARIIS, p. 52. VI.
IL FIGLIO DI G. B. VICO 295 per l'Agricoltura don Nicola d’Andria;
per l’Architettura Civile e Geometria pratica il Canonico Taralli; per la
Geografia e Nautica il p. don Lodovico Marrano; coll’obbligo però, che
debbano tutti tali lettori di persona far le lezioni, senz'ammettersi
sostituti in loro vece nelle cennate rispettive cattedre nuovamente
aggiunte. Rispetto poi alla cattedra di Logica e Metafisica, S. M. si ha
ri- servato di risolvere in appresso, ed allora a suo tempo
comunicherò a V. S. I. la Real risoluzione. Nel Real nome
pertanto comunico a V. S. I. tal’elezioni de’ cennati lettori, fatte dalla
M. S. perché ne disponga il possesso e l'adempimento; siccome ne ho dato
l’avviso a’ medesimi per loro intelligenza. — Palazzo, 10 dicembre 1777
!. Chi era don Luigi Serio ? Nato nel 1744 a Vico Equense,
esercitava in Napoli la professione d’avvocato; ma già intorno al ’65 era
diventato una celebrità come improv- visatore. A differenza dei soliti
poeti estemporanei, il Serio aveva solida cultura letteraria e
scientifica. Né era privo di buon gusto, come dimostrano alcune sue
polemiche letterarie. « La fraseologia dei novatori, della gente
alla moda, gallicizzante ed anglizzante, delle anime sensi- bili, dei
filosofanti, era un suo odio particolare. Contro costoro scrisse, tra
l’altro, un opuscoletto, pubblicato anonimo, col titolo: Cose e non
parole, mettendo in cari- catura gli obblighi filosofici e utilitari, che
si volevano addossare alla poesia. Ma non pare che questo suo odio
fosse effetto di un pensiero profondo »?. Le sue Rime, del resto,
raccolte in due volumi nel 1772 e 1775, hanno I Dispacci dell’
Ecclesiastico, vol. 426 (novembre 1777 a gennaio 1778), ff. 140-141;
nonché tra le Scritture diverse della Cappellania Maggiore, vol. 34, i
ff. 228-229. Parzialmente lo stesso dispaccio fu pubblicato dal prof. N.
BARONE, Breve memoria intorno ai proff. di diplom. e pa- leografia nell’
Univ. e nel G. Archivio, Valle di Pompei, 1888, pp. 7 sgg. 2 B.
CROCE, L. Serio, nel vol.: Aversa a D. Cimarosa, Napoli, Gian- nini,
1900; e poi nel volume dello stesso Croce, Aneddoti e profili sette-
centeschi, Palermo, Sandron, 1914. Sul Serio scrisse più tardi uno stu-
dio il prof. M. Bruno, L. S. letterato e patriota napoletano del Sette-
cento, negli Studi di letteratura italiana, pubblicati da E. Pércopo,
vol. VI, fasc. 1-2. 290 STUDI VICHIANI scarsissimo valore.
Nel 1771 die’ in luce alcuni Pensieri sulla poesta*, dedicati all'abate
Galiani: al quale diceva (salvo, nove anni dopo, nel Vernacchio, a
colmarlo di vituperii): « Voi siete un letterato di vivacissimo spirito,
di sublime ingegno, e di vasta erudizione .... Vedete dunque, se io
senta qualche cosa avanti nella ragion poetica, ed il vostro giudizio mi
servirà di perpetua norma ». Ma più che a questi Pensieri, in cui pure
non mancano buone osservazioni sul mutare degli ideali artistici col
mutare dei secoli, e sui difetti della vuota poesia del tempo, il
Serio dové la cattedra di Eloquenza italiana alla stima guada-
gnatasi in Corte con le sue ammirate improvvisazioni, che già quell’anno,
1777, gli avevano procacciato la nomina di poeta di Corte, nonché
l’incarico di rivedere le opere teatrali e provvedere ai bisogni poetici
del S. Carlo*. . Delle ragioni che indussero all’istituzione della
nuova cattedra letteraria, il Napoli-Signorelli, facendone risalire
il merito fino a Ferdinando IV, scriveva nel 1798: « Vide il nostro Re
che la gioventù dedita alla greca e latina elo- quenza od a svolgere
Demostene, Pindaro ed Omero, o Tullio, Orazio e Virgilio, riusciva così
rozzamente a disvi- luppare i propri concetti nella materna lingua
volgare, come si ravvisa singolarmente negl’immensi mucchi I
Di cui non conosciamo altro che le prime 12 pp. conservate in una
Miscellanea (III st., XV, F., 25) della Società storica napoletana.
2 Intorno alle lotte che dové sostenere, come revisore teatrale,
per la riforma del melodramma, vedi B. Croce, I teatri di Napoli,
Na- poli, Pierro, 1891, pp. 575 Sgg., 592 Sgg., 624 Sgg., 733 sgg. — P.
Calà ULLOA, che non era privo di gusto, né di buon senso scrive: « On
peut reconnaître encore dans quelques pages de Luigi Serio, plus
éloquan- tes et plus spécieuses que raisonnables, des pensées neuves, et
des images heureuses à còté des traits les plus hasardés. Il eut le
torte de semer dans l’arène du palais les fleurs et les ornements de la
poésie. Ses discours portaient l’empreint d’une éloquence factice et
d’un goùt passager; il avait plus d’imagination que de force d’exprit
». Altri, d’ ingegno anche
inferiore, «se laissaient aller, comme Serio, à inonder leur auditoire de
fleurs d’une déclamation académique »: Pen- sées et souvenirs sur la
littérature contemporaine du Royaume de Na- ples, Genève, 1859-60, I,
33-4. d’allegazioni ed altre scritte forensi; ed accorse ad ovviare
a tale inconveniente col fondare una cattedra di Elo - quenza italiana, e
fece sì che la lingua di Dante, del Petrarca e del Boccaccio e de’ tersi
scrittori del secolo decimosesto s’intendesse, s’imparasse per principii
e si pregiasse ». Il pensiero risale certo ad A. Genovesi,
che fu il primo, com'è noto, a insegnare nell’ Università in italiano,
quando iniziò le sue lezioni di Economia civile. E quando, dopo la
cacciata de’ gesuiti, nel 1767, ebbe incarico dal Tanucci di formare un
piano di scuole — che poi non poté essere adottato, almeno interamente —
propose anche « una scuola di lingua, di eloquenza e di poesia toscana ;
per- ciocché, mirando già tutte le nazioni di Europa a rendere
volgari e comuni le regole delle arti e delle scienze, parve all'abate
Genovesi necessario che i giovani si avvezzassero di buon’ora a sapere
parlare e scrivere con nettezza ed eleganza la propria lingua ». Ma «
questo studio sì neces- sario », concludeva il biografo del Genovesi, nel
1770 *, «è intanto il più negletto nella nostra educazione ».
Importante è quello che lo stesso Napoli-Signorelli, dopo avere
accennato alle altre cattedre moderne stabilite con la riforma del 1777,
ci dice della impressione che di quelle novità ebbero i contemporanei: «
Chi crederebbe », egli esclama, «che queste gloriose novità dovessero
sem- brare innovazioni inutili a certi vecchioni che non hanno mai
inteso più oltre delle istituzioni mediche, legali e teo- logiche, della
fisica di Aristotele o di Cartesio, e della nuda pedanteria (ma non
altro) delle lingue dotte ? E pure odonsi alcune sparute larve, ignoranti
dell'importanza di tali stabilimenti, mormorarne e torcere il muso: —
Quali cattedre ! (van dicendo) lingua italiana, agricoltura, chi-
I G. M. GALANTI, Elogio stor. del sig. ab. A. Genovesi, 33 ed.,
Fi- renze, 1781, pp. 7I, 9I1-3, 109. 298 STUDI
VICHIANI mica, commercio, diplomatica, storia naturale,
geografia fisica ! Fa mestieri di un pubblico professore per
istudiar la lingua volgare che parliamo dalle fasce .... — Così
favel- lano certi noti annosi maestri, che non mai seppero passare
oltre dei confini della pedanteria e cacciar da sé prisci vestigia ruris.
Ma il gran Ferdinando che d’ingegno e di cognizioni, come di grandezza
d’animo, di possanza e di maestà tutti sorpassa, ad onta di codesti
idioti eru- diti alla vecchia maniera, ha fondate queste nuove
scuole importantissime per rimuovere la gioventù da’ rancidumi, onde non
più comparisca incep- pata e coperta di timidezza da collegio a fronte di
chi bevve in migliori fonti » 1. Tra cotesti vecchioni,
eruditi alla vecchia maniera, vi sarà stato anche Gennaro Vico ? Non
parrà improbabile, se si considera che realmente, così come nacque,
l’inse- gnamento della letteratura italiana fu una duplicazione
della vecchia rettorica, che s’insegnava nell’ Università di Napoli dalla
metà del Cinquecento; e se si ripensa alle sue lamentele del 1797 per la
sorte toccatagli, di raggiun- gere dopo 40 anni d’insegnamento quello
stipendio di 300 ducati, che altri aveva ottenuto tanto più presto: p.
es. don Luigi Serio ! Che cosa abbia precisamente insegnato
il Serio sì può argomentare da un interessante documento rimastoci
?: cioè dal manifesto, con cui. dopo 14 anni d'insegnamento,
annunziò la pubblicazione delle sue Istituzioni, che non sembra vedessero
poi la luce. Esso reca la data di Napoli, 16 maggio 179I:
Agli amatori della bella letteratura: I P. NAPOLI-SIGNORELLI,
Regno di Ferdinando IV, Napoli, Migliac- cio, 1798, pp. 242,
244-5. 2 Misc. XV, F. 25, nella Bibl. della Soc. stor. napoletana. Dalla
stamperia di Vincenzo Flauto usciranno alla pubblica luce le istituzioni
dell’eloquenza e della poesia italiana dell’avv. Luigi Serio, regio
cattedratico. Quest'opera sarà divisa in quattro tomi: il primo conterrà
le più importanti questioni intorno al- l'origine, all’ indole ed al
carattere della lingua; e in esso si tratterà eziandio di tutto ciò, che
principalmente alla grammatica ap- partiene, ma con animo di veder come
esser possa una delle fonti dell’eloquenza. Nel secondo e nel terzo tomo
va l’autore ritro- vando i mezzi, onde si pervenga alla perfezion del
gusto, e crede di esservi riuscito, facendo le seguenti ricerche: I. In
che con- siste l’artifizio delle metafore, e quale utilità se ne ricava ?
II. Per- ché le figure, che si addimandan retoriche, facciano mirabili
ef- fetti in qualunque specie di scrittura e di discorso ? E se ne
addi- terà la cagione nelle passioni, di cui esse sono, e devono esser
il linguaggio. III. Che cosa sono i pensieri ingegnosi e i
concetti, e perché rapiscono ed incantano gli animi altrui, o riescon
freddi e puerili ? IV. Coloro che declaman tanto contro il periodo,
hanno pur ragione di farlo ? E qui si farà un’ analisi diciò che
forma l'armonia del discorso in generale, e della lingua italiana in
parti- colare. V. L’eleganza e l’elocuzione son voci, che esprimono
idee distinte o confuse ? e possono esser soggette a un maggiore
schia- rimento ? VI. Che cosa è stile ? E qui, abbracciandosi
l’antica divisione di stile semplice, temperato e sublime, se ne
dimostre- ranno i caratteri, e con questa occasione si faranno per lo
stile semplice molte osservazioni sulle lettere familiari, su’
dialoghi, sulle materie didascaliche o sieno instruttive, e sulla
istoria; e per lo stile sublime si andrà esaminando in che consista il
me- rito di que’ fortunati pensieri, che in prosa o in verso
riempiscono gli animi de’ lettori in un medesimo tempo di gioia, di
maraviglia e di nobile ardimento. VII. Si faranno finalmente
opportune riflessioni sull’eloquenza del pulpito e del foro. Il quarto
tomo è destinato alla poesia italiana, e conterrà questi sei trattati,
cioè l'origine della nostra poesia, il metro e le rime; l'armonia del
verso, e come possa servire all’ imitazione; la locuzione poetica e il
dar persona alle idee; la lirica poesia in generale, e le sue diverse
specie; e i principii della poesia drammatica, e dell’epica....
Addio. L'insegnamento del Serio era, come si vede, il
pendant della rettorica e della poetica insegnata da Gennaro Vico.
Questi esemplificava i suoi precetti con la lettura dei classici latini;
il Serio con quella degli scrittori italiani. 300 STUDI
VICHIANI A’ suoi commenti danteschi accenna il marchese di
Villa- rosa, quando in uno di quei suoi sciagurati Ritratti poetici
fa dire al Serio: Dell’ itala eloquenza, in Dante oscura,
Talora i pregi di svelarne avviso. Gli stessi precetti e le
teoriche dovevano spesso dar luogo ad esemplificazioni, e quindi a
letture di classici, secondo era richiesto già dall’antico programma di
Retto- rica. Lo stesso Villarosa ci dice che, esercitando il suo
ufficio, il Serio «ne riscosse non mentite lodi, perciocché le sue
lezioni, pronunziate con brio e piacevolezza, eran ripiene di recondito
sapere, le bellezze additando del- l’idioma gentil sonante e puro».
« Ma la pagina più bella, scritta dal Serio, fu quella della sua
morte » 3. È noto il racconto commovente del Colletta. Il 13 giugno 1790,
il Serio si trasse dietro i nipoti a combattere contro le schiere di Ruffo,
che assaltavano Napoli: «Il vecchio, per grande animo e natural
difetto agli occhi, non vedendo il pericolo, procedeva combattendo
con le armi e con la voce. Morì su le sponde del Sebeto: nome onorato da
lui, quando visse, con le muse gentili dell'ingegno, ed in morte col
sangue » 4. Il borbonico Villarosa nota amaramente che le Muse non
furono «capaci a salvarlo, ed illagrimato non poté evitar la taccia
di arrogante ed ingrato ». E per lo sdegno, forse, contro questa
ingratitudine dei poeti, Ferdinando IV per un pezzo non volle più
saperne di professori di Eloquenza italiana. Nell’ Almanacco di
Corte del 1805 la cattedra si dà ancora per vacante 5.
Ed. cit., p. 21. O. c., p. 84. B. CROcE, Aneddoti, p.
298. 4 COLLETTA, Storia, lib. IV, c. III, $ 32. 5
Calendario e notiziario della Corte per l’anno 1805, pp. 122-3 (Na- poli,
1805). I 2 3 VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO
301 Venuto Giuseppe Bonaparte, il 31 ottobre 1806 emanò un
decreto, come fu sopra accennato, per riorganizzare gli studi
universitari sopprimendo parecchie cattedre, anche di quelle stabilite
nel 1777, e alcune istituendone nuove *. Tra le soppresse con quelle di
Diritto di natura, Testo d' Ippocrate, Etica, Teologia primaria, Testo di
S. Tom- maso, Storia de’ concili, ecc., v'è anche, come dissi già,
la Rettorica: la cattedra di Vico 2. L’ Università fu divisa in
cinque Facoltà: Diritto, Teologia, Medicina, Filosofia 3 e Scienze
naturali. Ma alle Facoltà erano aggiunte sei cattedre diverse : Commercio;
Critica e diploma- tica; Eloquenza antica e moderna; Lingua greca;
Lingua ebraica; Lingue orientali. Nell’ Eloquenza antica e moderna
pare s’intendesse fondere i due insegna- menti di Gennaro Vico e di L.
Serio; e vi fu nominato 1l già sostituto di Gennaro, il can. Nicola
Ciampitti (decreto 31 dicembre 1806); il quale conservò la cattedra con
quel titolo fino al 1811. Ma non passarono due anni, che un decreto
del 20 gennaio 1808 erigeva nell’ Università una cattedra di Letteratura
antica e moderna, nominandone titolare (col soldo di professore di 3*
classe, come tutti gli altri delle « cattedre diverse ») certo Angelo
Marinelli. Ci è arrivata la Prolusione che il Marinelli lesse
quel- l'anno stesso în occasione dell'apertura della nuova catte-
dra di letteratura antica e moderna eretta nella R. Università degli
studi di Napoli ; ed essa accenna alle ragioni, per cui la « coltissima »
Accademia di storia e d’antichità, fondata I Vedi questo Decreto
nella Collez. degli editti, determinaz., decreti e leggi di S. M. da’ 15
febbr. ai 31 dic. 1806 (Napoli, Stamp. Simoniana), pp. 384 Sgg., nonché
nell’altra Collezione (pressoché ignota e pure im- portantissima) delle
leggi, de’ decreti e di altri atti riguardanti la P. I. promulgati nel
già Reame di Napoli dall’anno 1806 in poi, Napoli, Fibreno, 1861-3 (3
voll.), I, 6-7. 2 Allora (per l’art. 58 di questo decreto) l’
Università, che nel 1805 era passata a Monteoliveto, tornò al « palazzo
detto del Gesù vecchio ». 3 In questa Facoltà furono comprese 6
cattedre: 1) logica e me- tafisica; 2) matematica semplice; 3) matematica
trascendentale; 4) mec- canica; 5) fisica sperimentale; 6)
astronomia. 20 302 STUDI VICHIANI l’anno
innanzi da Giuseppe !, aveva proposta e « garantita » al governo
l'istituzione della nuova cattedra. E ci dà insieme un'idea di quello che
tale insegnamento doveva essere. Non era un uomo volgare
questo Marinelli. Fratello primogenito di Diomede, autore dei noti
Giornali, ora in parte pubblicati, così utili allo storico degli
avvenimenti napoletani dal 1794 al 1820 ?, egli, sebbene sacerdote,
fu, come il fratello, caldo fautore della repubblica del 1799. Ma
più del fratello dové compromettersi, se, appena caduta la repubblica, il
14 giugno venne arrestato e con- dotto al Ponte della Maddalena, quartier
generale del Ruffo, poscia su un bastimento 3. Ne scese il 14
agosto; «ed ha sofferto molto dalla vil plebe », notava quel giorno
il fratello 4, «come gli altri; e tra l’altro, gli ponevano in bocca ogni
lordura, che trovavano in terra ». Il 27 set- tembre il fratello notava
ancora 5: « Quest’oggi mio fra- tello Angelo Marinelli mi ha mandato a
dire, ch'è stato condannato ad esser deportato fuori il territorio
napole- I Con decreto del 17 marzo 1807: vedi la Col/ez. ora
citata, I, 30-32. Questa Accademia fu poi, com'è noto (COLLETTA, Storia,
lib. VI, c. III, $ 29; MINIERI Riccio, Arch. Stor. Nap., V, 1880, pp.
595-7) incorporata nella Società reale di Napoli, istituita da
Giuseppe con decreto 20 maggio 1808 (Co/l. cit., I, 53-56), diventata nel
1817 Società Borbonica. Nei Giornali del Marinelli, t. XII, pp. 80-82, è
riferito il decreto di costituzione dell’Accademia del 1807; e segue
questo ricordo: « Per decreto di S. M. sono nominati Accademici
dell’Accademia Reale d’ Istoria e di Antichità i signori p. Andrés, cav.
Arditi, arcivescovo Capecelatro, abbate Gaetano Car- cani, Domenico
Cotugno, Francesco Carelli, abbate Nicola Ciampitti, Francesco Daniele,
consigliere di Stato Delfico, professore Gargiulo, abbate Donato Gigli,
abbate Gaetano Greco, vescovo Lupoli, abbate Gi- rolamo Marano, generale
Parisi, abbate Bartolomeo Pezzetti, vescovo Bosini, canonico Francesco
Rossi, cav. Villa-Rosa ». 2 Vedi la nota su D. Marinelli in B.
Croce, La Rivoluzione napo- letana del 17993, Bari, Laterza, 1912, pp.
187-88; e la cit. pubblicazione della I parte dei Giornali di D. M. a
cura di A. FIORDELISI. 3 Giornali di D. M., ed. Fiordelisi, pp. 81-2.
4 Ivi, p. 88. 5 Ivi p. 96. VI. IL FIGLIO DI G.
B. VICO 303 tano, e portato in Marsiglia ». E il 19 novembre,
infatti, Angelo, in Sant’ Elmo, firmava l'obbligo «di andare in
esilio sua vita durante » *. Onde il 14 dicembre Diomede poteva
registrare con piacere che nella notte il fratello era stato imbarcato
per Marsiglia: « Sto contento », scri- veva, «temendo di peggio » =. Non
ne seppe altro fino al giugno dell’anno dopo, quando Angelo, dopo sei
mesi, gli diede finalmente notizie di sé da Marsiglia 3. Ma non
doveva rivederlo che nel 1807 la sera del 12 ottobre, dopo otto anni
d'esilio ! 4. Questi meriti patriottici del Marinelli, che, per
altro, aveva esercitato sempre la professione dell’insegnamento, ne
fecero un professore dell’ Università, con cattedra istituita per lui,
sotto Giuseppe Bonaparte. « La sua repu- tazione », dice l’ Ulloa 5, «e
una vita esente da rimpro- veri furono forse le vere cause della sua
riuscita e del favore pubblico ». Oh! l’animo di Diomede, quando il
giovedì 28 aprile 1808 poté scrivere nel suo diario ©: «Questa mattina
Angelo mio fratello ha principiato le lezioni della nuova cattedra, ne’
Regi Studi, di letteratura antica e moderna !» Ma non convissero quindi
che pochi anni. Ecco la necrologia di Angelo inserita nei Giornali
7: Angelo Marinelli, mio fratello germano, nato nel 17658, è
passato a miglior vita nella notte a sei ore venendo il sabato di marzo
del 1813. Mi è avvenuta questa disgrazia dopo una tediosa malattia di
quasi tre mesi con idropisia, e poi è terminata con cangrena nella verga.
È stato seppellito il sabato a sera nella I Ivi, p. 112.
2 Ivi, p. 117. 3 Ivi, p. 130. 4 Sotto questa data
nel ms. t. XI, p. 708: «Questa sera verso le ore 3 è giunto Angelo mio
fratello dopo l’esilio di otto anni ». 5 Pensées cit., I,
114. 6 Ms. t. XI, p. 723. 7 Dal ms. cit. XI, p.
733. 8 Nacque probabilmente a Longano nel Molise. 304
STUDI VICHIANI Congregazione di S. Caterina a Formello. Esso mio
fratello era sacerdote, e professore dell’ Università di Napoli. Gli primi
studi gli fece nel seminario d’ Isernia, e vi fu lettore e rettore per
pochi anni. Nel 1795 venne in Napoli per studiare maggiormente, e
aprì scuola privata. Nel 1799 fu arrestato dalla populazione della nota
rivoluzione, e fu sbarcato a Marsiglia, e poco vi si trattenne essendo
passato in Italia poco dopo. Fu professore nel Liceo di Alessandria e di
Casal Monferrato. Finalmente nel dì 12 ottobre del 1807 si ritirò in mia
casa, e poco dopo fu fatto professore nell’ Università, e confirmato dell’organizzazione
seguìta a dì 18 gennaio 1811. Era uomo portato all’ ipocondria,
sentenzioso e grave. Studioso all'eccesso ed era il suo idolo la gloria
ed onore nelle scienze. Giusto nelle sue deliberazioni, e non capace di
offen- dere niuno in fatti, sebbene in parole spacciasse che la
ven- detta era il nettare di Giove. Amava la gioventù e
principalmente i suoi allievi. È stato pianto da tutti quei che lo
conobbero, non che da me. È passato a miglior vita monìto con tutt’i
sagramenti, ch’ ha eseguiti, con edificazione degli astanti 1. Ma
torniamo alla Prolustone. Il Marinelli dice che la nuova cattedra «ha di
mira particolarmente l’analisi cri- tica e ragionata de’ classici antichi
e moderni » per for- mare «di una maniera facile e breve » il gusto
dei giovani, e abituarli «ad apprezzare e leggere gli autori con
discernimento, pronunziare sul loro merito il proprio giudizio con
sicurezza, e, proponendoseli per modelli, lavorare componimenti solidi e
degni dell'immortalità ». I classici da leggere sono i grandi scrittori
di queste quattro epoche: la Grecia di Pericle e di Alessandro, la
Roma di Cesare e di Augusto, l’ Italia di Leone X e dei Medici, la
Francia di Luigi XIV. « Da essi trar bisogna l’abbon- danza e la
ricchezza de’ termini, la varietà delle figure, la maniera di comporre,
le immagini, i movimenti, l’armo- nia e tutto ciò che evvi di bello, di
grande e di squisito I Un nipote di Angelo Marinelli affermava nel
1887 che un’opera dello zio su la Fisonomia dell’uomo si conservava
manoscritta presso l'arciprete di Longano (Croce, O. c., p. 187): ma non
se ne sa altro. VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 305 nel
carattere del loro ingegno e del loro stile ». Dunque, lettura ed analisi
di Omero, Sofocle, Euripide, Pindaro, Tucidide, Virgilio, Orazio,
Sallustio, Petrarca !, Tasso, Ariosto, Corneille, Racine, Fénelon. Studio
importantis- simo ai tempi nostri, dice il Marinelli, « perché oggi
più che mai si trascurano i grandi originali, che soli formar
possono il nostro spirito ». Del resto, il novello insegnante non
intendeva presentare questi classici per modelli perfetti all’ammirazione
cieca degli scolari. Anzi annun- ziava « una critica severa », che,
rilevando le imperfezioni, avrebbe fatto meglio risplendere il merito,
come « il fuoco dà un nuovo lustro alla purezza dell’oro ». La
censura non fece forse migliori i cittadini di Roma? Bisogna
distinguere le buone guide dalle pericolose. « Chi non sa che Seneca,
Lucano e Marino hanno in diverse epoche contribuito a corrompere il gusto
della gioventù ? ». Ricordarsi poi che negli autori migliori non tutto è
egual- mente buono, né tutto ciò che è buono, conviene egual- mente
in tutti i tempi e luoghi. « Chi oserebbe imitare oggidì le noiose
enumerazioni d’ Omero e le similitudini ch'egli prende da cose basse e
triviali; i dettagli minu- tissimi d’ Ovidio; lo stil concettoso del
Marino; le leggi drammatiche tante volte trascurate dal gran Corneille ?
». Questa dev'essere «scuola di critica e di buon gusto ». «E
quando questa novella cattedra », dice il Marinelli a’ suoi uditori, «non
servisse ad altro ch’ a distruggere quel resto d’amore pe’ concetti e per
le arguzie, che regna in quegli spiriti, il di cui gusto non è ancora
depurato, a far amare da coloro che si piccano di comporre, quella
saggia sobrietà che forma la solidità dello stile; a mo- strare che nelle
cose piuttosto che ne’ termini bisogna I Dante non c'entra: forse
perché non si poteva tirare come il Petrarca (per via degl’ imitatori), al
secolo di Leone X. Del resto il Ma- rinelli conchiude: « Questi ed altri
scrittori celeberrimi.] cercare la nobiltà dell’espressione; ad evitare ne’
discorsi quella grandiosità affettata, la quale egualmente che la
semplicità triviale, è contraria alla dignità della dizione; insomma a
scrivere sensatamente, ciò bastar dovrebbe a convincervi della sua
utilità ». Siamo, come sì vede, a un livello molto più alto
che col Serio. Il fondo dell’insegnamento è ancora la retto- rica:
ma che rivoluzione ! Tutta la precettistica, tutto il convenzionalismo, e
il formalismo classico e pedantesco sono iti: Marinelli è uno schietto
romantico; e in qualche accento ti parrebbe di sentir già il De Sanctis,
se non stonasse, tra tanto buon senso e indipendenza di giudizio,
qualche accenno a quel filosofismo, di cui il Marinelli doveva essersi
imbevuto già prima del ’99, e anche più nelle sue peregrinazioni in
Francia e nella Cisalpina. Terminando il suo discorso, esponeva
brevemente il metodo che avrebbe seguito. In primo luogo si sarebbe
studiato di «sviluppare le cagioni fisiche (sc) e morali, che hanno
contribuito alla nascita, all'incremento ed allo splendore di ciascuna
letteratura ». Avrebbe cercato «perché essa, come una pianta, in alcuni
climi si è veduta nascere e fiorire spontaneamente; perché, esotica
altrove, non ha prodotto dei frutti che a forza di cultura, o
perché selvatica ha resistito alle cure che si son prese di cclti-
varla ». Avrebbe indagato il perché della mirabile fiori- tura delle
quattro epoche letterarie. Compiuto questo «quadro filosofico delle
vicende e della storia letteraria de’ quattro secoli », sarebbe venuto
quindi all’esame dei classici. Ma bisogna sentire quanto nei criteri qui
enunciati per tale esame questo Marinelli, rimasto finora quasi
interamente ignorato, s’avvicini a principii e metodi molto
recenti: Di quelli che col lor sapere e coll’opera loro si
renderon più illustri, parlerò più ampiamente; più brevemente di quelli
che non VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 307 furon per
equal modo famosi. Della vita de’ più rinomati scrittori accennerò in iscorcio
le cose le più importanti, e quelle particolar- mente che contribuir
possono a dar lume e risalto maggiore alle lor produzioni; più
diffusamente ragionerò di ciò che appartiene al loro carattere, al loro
sapere, al loro stile. Rileverò i pregi e le bellezze che sfolgoreggiano
nelle opere loro, per promuoverne l’ imitazione. Non passerò sotto
silenzio i difetti che intrusi vi sono, affinché s’evitino. E se parlar
dovrassi di due o più scrittori, che si saranno nello stesso genere
segnalati, non tralascerò di farne il parallelo e di mostrare in che l’
uno sull’altro primeggi. Infine il Marinelli credeva di
conchiudere, che questo insegnamento avrebbe istruita la gioventù «senza
obbli- garla al meccanismo de’ precetti, e senza ingolfarla nelle
minuzie grammaticali, che sono per lo più disgradevoli alle persone di
già avanzate negli studi ». Ben presto però il carattere
speculativo di un tale inse- gnamento dovette prevalere sulla sua parte
storica, e la materia trasformarsi in una filosofia dell’eloquenza.
Filosofia dell’eloquenza s'intitola infatti il libro pubblicato dal
Marinelli nel 1811, e dedicato (in data di Napoli, I La filosofia
dell’eloquenza di AnGELO MARINELLI, professore di letteratura classica
nella Regia Università di Napoli, e socio di varie Accademie italiane e
straniere. In Napoli, 1811, presso Angelo Trani; di pp. VI-103, in-8°.
A_pp. 68 sgg., è un cenno di quello che l’Autore avrà svolto nel suo
corso: ossia intorno alle cause del fiorire delle lettere nei quattro
secoli accennati nella Prolusione del 1808. — Una Filosofia
dell’eloquenza o sia l’eloquenza della ragione aveva pubblicata nel 1783
in due grossi volumi in-16° (in Napoli, presso Vincenzo Orsini) l'avv.
FRANC. ANT. ASTORE, uno de’ martiri del ’99, nato a Casarano, in Puglia,
nel 1742, autore nel 1799 d’un Catechismo repubblicano e d’una trad. dei
Diritti e doveri del cittadino del MaBLY. Vedi su di lui una notizia di
N. MORELLI, in Biografia degli uomini illustri del Regno di Napoli del
Gervasi, vol IX, Napoli, 1822; D’AvALA, Vite degli italiani bene- meriti
ecc., Roma, 1883, pp. 34-41, e B. Croce nell'Albo della vivoluz. napol.
del 1799, p. 28. Per la sua condanna v. SANSONE, Glîì avvenimenti del
1799 nelle Due Sicilie, p. cxcI, Palermo, 1901; e per la sua fine Croce,
La Rivol. napoletana, pp. 151, 152. La Filosofia dell’eloquenza ebbe una
ristampa a Venezia, e fu tradotta in francese dall’ Yverdun; ed è
certamente opera notevole per la profonda conoscenza che di- mostra della
letteratura estetica straniera, specie francese ed inglese, e per lo
strano miscuglio che, come ne’ Saggi politici pubblicati quel- 308
STUDI VICHIANI 2 di luglio 1811) al conte Giuseppe Zurlo, capo
della pub- blica istruzione, «versando sulla riforma dello studio
dell’eloquenza ». Scopo del libro era «quello di mostrare che, più degli
aridi precetti de’ retori, una felice disposizione della natura, il
genio, l'entusiasmo, la conoscenza del mondo ed un ricco corredo di
cognizioni filosofiche for- mano l’uomo eloquente ». Questa, dice il
Marinelli nella sua dedica, è «una teoria da me già dimostrata ad
evi- denza ». (Dove dimostrata, se non nelle sue lezioni ?) «Pure a
giudizio di alcuni essa sembra ancora un pro- blema ». Da qui parrebbe
che il suo insegnamento avesse suscitato qualche critica e forse anche un
certo scandalo. Che insegnava egli dunque ? — Un cenno di questo
libro non si riterrà fuor di luogo, se si tien conto delle felici
osservazioni che vi abbondano e la grande rarità di esso. l’anno
stesso dal Pagano, vi si fa, delle idee del Vico con quelle dei sensisti.
La menziona il CROcE nelle sue Varietà di storia dell’estetica, nella
Rassegna crit. di lett. ital. del Pércopo, VII (1902) p. 5 (poi in Probl.
di estetica e contributi alla storia dell’estetica italiana, Bari, 1910,
p. 385), ma merita uno studio particolare. In quest'opera però la retto-
rica è elaborata filosoficamente, ma non è criticata. Il libro non ha
altro che il titolo in comune con la Filosofia del Marinelli. Un
lavoro sull’A. fu pubblicato nel 1905 dal prof. F. DE SIMONE BroUWER,
Franc. Ant. Astore, patriota napoletano, nei Rend. dei Lincei, Sc. mor.,
serie 58, vol. XIV, pp. 299-315. L’Astore fu in amicizia con Gen- naro
Vico, com'è dimostrato da una sua letterina pubblicata dal DE Si- MONE,
p. 303, dov’ è detto: « Vi acchiudo due esemplari di certe bagattelle
poetiche.... di un vostro amico.... il quale.... ve ne presenta un
esemplare per vostro uso.... L'altro esemplare al nostro signor Vico
». Insieme coi libri del Marinelli e dell’Astore può esser
ricordato il Saggio filosofico sull’eloguenza dell’ab. GrusEPPE GENTILE
(Siracusa, Pu- lejo, 1795, 2 voll.). Ne ho potuto vedere soltanto il 2°
volume, dove l'A. si dimostra un sensista, e si riferisce più d’una volta
all’Astore. « Questo saggio », dice D. ScINÀ (Prospetto della storia
letteraria di Sicilia nel se- colo XVIII, Palermo, 1824-27, III, pp.
440-4I), « è modellato sul Batteux, e su quelli francesi, che scrivono di
eloquenza più colla teorica, che col sentimento, e più colla metafisica
che col gusto; e come manca di quel senso delicato, vero e naturale che
ci fa il bello sentire; così avviene che di sugose osservazioni
scarseggi, e venga nella scelta degli esempii non di rado a fallare. Cioè
non di meno, se il Gentile non è atto a for- mare degli oratori o pur de’
poeti, ha il pregio di tener lontani i giovani dalla pedanteria ».
VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 309 È diviso in due parti, una
negativa, Del vero carattere dell’eloquenza, in cui l’autore critica la
vecchia rettorica; e una positiva, Vedute filosofiche intorno alla
scienza del comporre, che espone le dottrine critiche del
Marinelli. L'esposizione procede per considerazioni aforistiche ed
epigrammatiche; ed è più una serie di appunti, che una trattazione vera e
propria. Rilevata l’importanza del linguaggio nello sviluppo
dello spirito, accennati gli effetti per esso conseguibili quando tocchi
il grado dell’eloquenza, l’autore afferma che questi effetti « annunciano
la forza ed il potere di un’anima che signoreggia sulle anime mercé
l'ascendente della pa- rola » +. E nota subito: « Quel che evvi però di
singolare si è, che alcuni hanno creduto supplire colle regole ad
un talento sì raro. Ciò sarebbe, a parer mio, lo stesso che il
ridurre, se si potesse, il genio a precetti. E colui che ha preteso il
primo, che gli uomini eloquenti si debbano all’arte, o 11 dono della
parola certamente non possedeva, o era molto sconoscente ed ingrato verso
la natura ». La natura sola fa l’uomo eloquente. Gli ornamenti stu-
diati delle rettoriche hanno rispetto all’eloquenza il valore” della
scolastica di fronte alla vera filosofia. Qual cosa, infatti, più
triviale quanto il professare e mettere in pratica un’eloquenza sì
ridicola ? Figure ammonticchiate, grandi parole, che non dicono nulla di
grande, movimenti im- prestati, che non partono dal cuore, e che per
conseguenza non vi giungono giammai, non suppongono al certo nell’autore
e nel maestro alcuna elevazione di spirito, alcuna sensibilità. Ma la
vera eloquenza essendo l'emanazione di un’anima ad un tempo sem-
plice, forte, grande e sensibile, bisogna in sé concentrare tutte
I L’ULLOA (Pensées, 1, 114), — il quale dice anche lui, che questa
Filosofia dell’eloquenza «ne manquait pas d’apergus nouveaux et in-
téressants » (1, 116), — a proposito dei discorsi letti dal Marinelli
nella Pontaniana nota che in quel tempo «la conduite des écrivains était
iné- gale et incorrecte. À ce défaut près, l’auteur a de la méthode,
de l’éru- dition et du jugement.] queste qualità per dar precetti ed eseguirli. Poiché, diciamolo pur con
franchezza, chi è penetrato vivamente dal bello, dal sorpren- dente, dal
sublime, lungi non è dall’esprimerlo !. I precetti non hanno
prodotto mai nessun capolavoro. Infatti i grandi scrittori sono d’accordo
nel dire che « gli squarci più sorprendenti delle loro opere hanno quasi
sem- pre loro costato minor fatica, perché sono stati ad essi come
ispirati, producendoli. L’eloquenza è nata avanti le regole della
rettorica. Cmero sparso avea di tratti sublimi e magnifici i suoi poemi
divini, ed il teatro greco vantava un Eschilo, un Sofocle ed un Euripide,
prima che lo stile sublime fosse stato definito da Demetrio Falereo, ed
il filosofo di Stagira prescritto avesse regole sulla tragedia ».
La rettorica v’insegna l’uso della figura: ma il popolo stesso usa il
linguaggio figurato, e nulla più frequente dei tropi sulla sua
bocca. Come nelle leggi la lettera uccide e lo spirito
vivifica, così le teorie rettoriche sono diventate altrettante
gravi catene, di cui si è caricato il genio. Le istituzioni dei
retori moderni, modellate su quelle degli antichi, « rigurgitano di
definizioni, di regole e di particolarità, necessarie forse per leggere
con profitto gli oratori latini, ma assoluta- mente inutili e contrarie
anche al genere di eloquenza, che si professa ai giorni nostri ». Questi
retori, « fanatici per l’antichità che si millantavano di conoscere, ci
dettero per modelli tutto ciò ch'essa ci ha lasciato, e posero, senza
discernimento, l’esempio, e l’autorità al luogo del senti- mento e della
ragione ». Leggi ce ne saranno, ma bisogna ricavarle dagli stessi «
principii delle cose », dallo studio degli uomini, della natura e delle
arti medesime. Non de- vono essere regole, a cui il genio abbia da
sottomettersi servilmente, senza il diritto di scostarsene ogni volta
che I Pagg. 10-11. VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO
ZII gli siano di peso e d’imbarazzo. Abbia egli la regola
per far bene, ma anche la libertà, per far meglio. Il Gravina
avrebbe voluto che il Metastasio « radesse il suolo, schiavo della
regola, quando era fornito di penne per tentare un volo di Dedalo, ed
apprendesse le leggi del teatro dalle usanze de’ greci, quando, per
ispirazione di Melpomene, st leggeva l’arte dentro il suo cuore ».
Fortuna che la natura la vinse sull’autorità del maestro! «La scuola
lo rese autor del Giustino; il genio ne fece un classico ». Sicché
le opere artistiche bisogna giudicarle «non dalle imperfezioni e dalle quisquilie
che vi si rinvengono, ma dalle bellezze che vi brillano ». Detto profondo
e, almeno per l’ Italia, novissimo. Il De Sanctis ne farà un
principio fondamentale della sua critica. « Il poema di Klopstock
», dice il nostro Marinelli, «è forse meglio condotto della Eneide;
ma venti bei versi di Virgilio sopraffanno tutta la regolarità della
Messiade. I drammi di Shakespeare e la Divina Commedia di Dante hanno
delle imperfezioni barbare e disgustevoli; ma a traverso di quella
densa caligine folgoreggiano quei tratti di genio che eglino soli
potevano avventurare ». Lasciate libera da ogni freno l’immaginazione;
«lasciate saltellare e correre a suo bell’agio quel destrier generoso;
esso non è giammai sì bello quanto ne’ suoi traviamenti .... Abbandonato
a se stesso, alle volte cadrà certamente; ma che ? anche nella sua
caduta conserverà quella fierezza e quell’audacia che perderebbe colla
libertà » *. La turba dei retori definisce l’eloquenza: «l’arte
di ben dire acconciamente per persuadere ». Meglio il D’ Alembert:
«il talento di far passare con rapidità, ed imprimere con forza
nell’anima altrui il sentimento pro- fondo di cui siamo penetrati ». In
tutte le lingue vi sono I Pagg. 14, 15, 17-18, 20, 23.
312 STUDI VICHIANI squarci eloquentissimi, che non provano
nulla, e quindi non si può dire che siano atti a persuadere; eloquenti
sono perché scuotono potentemente chi legge od ascolta. «Quando
Andromaca fa a Cesira il quadro dell’esterminio di Troia, o le rammemora
il congedo che da lei prese Ettore sul punto di andare a battersi con
Achille, non ha certamente disegno di persuaderla. Ella geme e,
piena del dolore che la desola, cerca di aprire agli altri il suo
cuore esulcerato ». C'è l’'eloquenza poetica e l’eloquenza prosaica, non
tanto diverse, che, «attingendo le loro ricchezze nella medesima
sorgente, non si ravvicinino qualche volta, non si tocchino, non si
confondano ». La distinzione tra poesia e prosa è propriamente
distin- zione tra arte e scienza: delle cui attinenze il Marinelli
ha un concetto prettamente vichiano. I poeti classici precedono sempre i
prosatori; ed « è agevol cosa a trovarne la ragione. La poesia non è che
l’opera della fantasia e del sentimento. Or i popoli che sortono dalla
barbarie, avendo idee ristrette e limitate, sono per conseguenza
somma- mente immaginosi. Ciò osservasi di leggieri nei fanciulli
che un simulacro sono de’ popoli selvaggi. Al contrario, la prosa
richiede intelletto e spirito di osservazione. Quindi negli uomini
sviluppandosi più presto quelle prime facoltà, che i talenti, i quali
suppongono la maturezza del giudizio, è avvenuto che l’eloquenza pcetica
ha sempre fiorito prima della prosastica in tutte l’epoche della
lette- ratura ». Dopo di che fa veramente meraviglia che il
Marinelli si affanni a dimostrare che «la filosofia, lungi dal
nuocere, giova anzi moltissimo alle produzioni del genio », e che
«il più bello squarcio di eloquenza, se manca del fondo di verità che
vien compartito dallo spirito filosofico, rassomiglia a quel fiorellino,
che, pompeggiando in mezzo al prato, sorprende i primi sguardi, ma,
appena colto, VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 313 langue
e si scolora ». Miscuglio di falso e di vero, in cui senti l’influenza
della filosofia di moda, come là dove Dio non è altrimenti nominato che «
Ente supremo » da questo curioso prete della rivoluzione, il quale si
dice amasse vestire sempre da laico *. Pure, un fondo di
verità, per dirla con lo stesso Mari- nelli, nel suo pensiero c’è; e si
scopre subito, quando l’autore soggiunge che « per sentire il pregio
dell’espres- sione, bisogna, come i Platoni, i Montaigne, i Baconi
da Verulamio, i Montesquieu e i Filangieri, unire l’arte di
scrivere all’arte di ben pensare ». Non si respira qui l’aria romantica
? Da anteporre a tutti gli studi dei libri, il più utile e 11 più
necessario, lo studio degli uomini e della vita. Volete
conoscere gli uomini ? Vedeteli da vicino, ascol- tateli, osservateli
continuamente: « Una parola, un colpo d'occhio, un atteggiamento, un
gesto ed il silenzio stesso è alle fiate quel che dà la vita,
l’espressione » ?. Non sta negli ornamenti estrinseci il vero
pregio di un’opera d’arte: il capolavoro, spogliato di essi,
conserva tutto il suo interesse. Vuole lo scrittore rendersi
interes- sante ? «S’investa bene della parte sua, ed esamini a
fondo le cagioni e gli effetti degli avvenimenti. Quando una volta si è
renduto padrone della sua materia; quando si è investito del carattere
che dee rappresentare; quando la sua anima si è riscaldata, per così
dire, ai riverberi della sua immaginazione; quando essa è montata al
livello del soggetto e delle circostanze, la sua eloquenza è tale
quale convien che sia. Ella si esprime con nettezza. Il va- lore del
sentimento interiore si spande su tutto il suo discorso ». Sobrietà,
sopra tutto, e naturalezza. Se un sol I CROCE, La Rivol. napol.] tratto
ha espresso una passione violenta, ogni aggiunta non fa che guastare
*. 53 Romantica è anche l’idea del Marinelli, che
bisogna essere originali, ma che, «se avete disegno di depredare le
idee altrui, siano almeno quelle, che non alla vostra, ma all'estere
nazioni si appartengono .... Trasporterete tra i vostri nazionali un
nuovo fondo di dottrine, e dilaterete così la sfera delle loro cognizioni
». C'è ancora in questo libretto, certamente, molto vec-
chiume rettorico; ma c’è pure una tendenza, che ha una importanza storica
notevole; e qua e là lampeggia un ingegno critico non comune.
I A questo proposito il Marinelli fa una critica del Laocoonte di
Virgilio, la quale dimostra buon gusto, acume e libertà di giudizio (PP.
73-4). Aggiungerò qui in nota che negli Atti della Società
Pontaniana (alla quale il Marinelli appartenne come socio residente),
vol. I, Stamp. Reale, 1810, pp. 93-120, e 213-39, sono due memorie del
Marinelli: Cagioni dei progressi straordinari dei greci nella letter. e
nelle belle arti, letta ai 20 dicembre 1808; e Origine e progressi della
letter. e delle belle arti presso 1 Romani, letta nella sed. de’ 30
maggio 1809. La prima è una dimostrazione di quell'amore della bellezza
che i greci portarono in tutte le forme della loro attività. Curioso
questo brano in cui si vuol spiegare la semplicità greca (p. 102): «I
greci erano semplicis- simi, per la ragione ch’essendo repubblicani,
esser dovevano più liberi e generalmente popolari. — Sì, quella libertà
ch’eleva l’animo dei citta- dini, fu la prima cagione che contribuì allo
sviluppo di quel popolo classico, poiché la forma del governo influisce
essenzialmente sulle arti e sulle scienze di tutte le nazioni. I sovrani
che, rispettando il codice eterno della natura, lasciano ai sudditi la
porzione della libertà ch'è loro necessaria per illuminarsi, bisogno non
hanno di minacce e di catene per tenerli a freno, né innalzar debbono
baluardi sulle fron- tiere per garentire lo stato dagli insulti stranieri.
Il genio, il valore, i lumi e la virtù sono i figli della libertà
». La seconda memoria è un abbozzo di storia letteraria romana.
A p. 215 n., l’A., a proposito dell’origine greca delle leggi delle XII
ta- vole, dice: « Non s’ignora che Giambattista Vico nella sua
Scienza Nuova intorno alla natura delle cose (sic) ha messo in forse
questo fatto; ma il dotto avvocato Antonio Terrasson in una delle sue
me- morie inserita negli atti dell’Accademia delle Iscrizioni, tomo XII,
l’ ha difeso in modo, che sembra non potersene più dubitare ». — Pur
ci- tando il Terrasson (Sulle leggi delle XII tavole), il Cuoco, invece,
nel suo Platone, $ LXIV, aveva sostenuto con acume e con brio la
tesi vichiana. DALLA RIFORMA DEL ALLA FINE DEL REGNO. Una Filosofia
dell’eloquenza aveva propo- sta nel 1809 un altro molisano d’ingegno, —
intelletto veramente superiore, — nel piano degli studi
universitari, al luogo della cattedra del Ciampitti (Eloquenza
antica e moderna)e di quella del Marinelli, il cui titolo era
propriamente, come s’è veduto: Letteratura antica e moderna. Il Rapporto
e progetto di legge presentato nel 1809 a G. Murat dalla Commissione
straor- dinaria pel riordinamento della pubblica istruzione nel
Regno di Napoli, di cui fece parte quello spirito illumi- nato di
Melchiorre Delfico, ma fu relatore e vero autore Vincenzo Cuoco, è il
documento pedagogico e scientifico più notevole, in cui ci sia accaduto
d’incontrarci in questa nostra ricerca. Questa scrittura del potente
scrittore di Civitacampomarano, insieme col Saggio storico sulla
rivo- luzione napoletana, è anzi, vorrei dire, ciò che di più
notevole produsse il pensiero napoletano in quegli anni agitati tra
il 'gge il ’20. Tra i letterati e professori del suo tempo il Cuoco
grandeggia in questo Rapporto come un alto spirito solitario, giacché
egli si rannoda direttamente al pensiero d’un grande morto, rimasto nome
sacro ma incompreso per tutto il periodo che abbiamo qui addietro
percorso, e per cui si distese la vita presso che vuota di Gennaro Vico.
Il nome del padre di costui ricorre in questo scritto più d’una volta.
Sono esplicitamente richia- mate alcune delle idee più geniali dell’
Orazione De nostri femporis studiorum ratione*. Ma quando gli accade
di I V. Cuoco, Scritti pedagogici ined. o rari racc. e pubbl. con
note e appendice di docc. da G. GENTILE, Roma, Albrighi, Segati e C.,
1909, 316 STUDI VICHIANI menzionare la Scienza Nuova,
l’autore esce a dire di essa: « Una delle opere le più ardite che lo
spirito umano abbia tentate; e se quell’opera non ha prodotto ancora
tutto quello effetto che dovea produrre, ciò è solo perché era
superiore di mezzo secolo all’età in cui fu scritta. Ma è degno di
osservazione, che le idee di Vico vanno sbocciando nelle menti altrui, a
misura che la filosofia dell’erudizione progredisce; e si spacciano da
per tutto molte teorie come novità, mentre non sono altro che
semplicissimi corollari della dottrina di Vico. Noi non ne facciamo l’enumera-
zione, perché forse potrebbe dispiacere a molti, i quali saranno
inventori di quelle cose, delle quali potrebbero esser creduti plagiari:,
se mai le opere di Vico fossero tanto note, quanto meriterebbero di
esserlo. Quello però che possiam dire con sicurezza si è, che la dottrina
di Vico è nota e adottata quasi tutta intera nelle sue appli-
cazioni; ma n’è rimasta oscura la teoria generale, da cui tali
applicazioni dipendono, e da cui sl possono rendere più ampie e più certe
» ?. Il Cuoco non è certo un plagiario del Vico, né anche in
questo Rapporto 3: dal Vico trae ispirazioni e germi fecondi di pensiero
nuovo. Un esame dell'intero scritto p. 98. Lo scritto del Cuoco
nella cit. Collez. delle leggi e decr. della P.I. (dove fu ristampato nel
vol. I) è riferito al 1811. Il RUGGIERI, o. c., p. 61, lo riferisce al
1812. Ma documenti inediti dell'Archivio di Stato di Napoli (da me
pubblicati nel volume Scritti pedagogici inediti o rari, pp. 251-6) ci
attestano che il Rapporto e il Progetto risalgono al 1809. Si vegga ora
in Scritti varii del Cuoco, II, 1 sgg. I Il Cuoco non prende questo
termine nel senso ora corrente: ma vuol dire ripetitori, non originali.
Intorno a questa fortuna delle idee vichiane si può vedere del Cuoco
l’Abbozzo di lettera al De Gérando, pubblicato dal RUGGERI, pp. 186-99
(cfr. sopra, pp. 287-88), e una sua Pagina inedita data in luce da M.
Romano nel vol. Scritti di storia, di filologia e d’arte (Nozze Fedele-De
Fabritiis), Napoli, Ricciardi, 1908, pp. 181-92. 2 O. c., pp.
132-3. 3 Sui rapporti del Cuoco col Vico si può anche vedere quel
che ne ho detto nella Critica del 20 gennaio 1904, III, 39 sgg.; nel mio
Saggio su V. C. pedagogista, che sarà prossimamente ristampato con la
mia Commemorazione di V. C., 1924 [ora in V. Cuoco?, vol. XXII
delle Opere di G. GENTILE, Firenze, Sansoni, 1964 (n. dell’ed.)].
VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 317 sarebbe qui fuor di luogo.
Tuttavia non è possibile, prima di vedere il disegno che il Cuoco propone
e propugna per l'insegnamento letterario dell’ Università, non dare
anche uno sguardo alle sue profonde osservazioni sull’insegna-
mento letterario nella scuola media. Il Cuoco inizia per questa una
riforma capitale, mettendo a capo di tutte le materie da insegnarvi la
lingua italiana, della quale nelle scuole mezzane non s’era pensato
ancora a far oggetto di studio speciale 1. E bisogna sentire come
ragio- na la sua proposta. «Il linguaggio », egli dice, «non è
solamente la veste delle nostre idee, siccome i grammatici dicono, ma n’è
anche l’istrumento. La prima lingua che noi dobbiamo sapere, è la
propria. L'educazione de’ nostri collegi dava troppo, ed inutilmente,
allo studio grammaticale delle lingue morte. Le lingue non sì
possono 1 Dopo la cacciata dei gesuiti, la riforma fatta nel 1770
dal Tanucci, che ordinò in Napoli il collegio del Salvatore e altri reali
collegi in Aquila, Bari, Capua, Catanzaro, Chieti, Cosenza, Lecce, Matera
e Sa- lerno, restrinse ancora tutto l’ insegnamento letterario al latino
e al greco. Vedi il Regolamento degli studi del Collegio napoletano del
SS. Salvatore e de’ Collegi Provinciali, in DE SARIIS, lib. X, tit.
VI, (pp. 53-54) e nelle Prammatiche De reg. studiorum (pp. 42-50).
Vedi pure le Istruzioni per le scuole del Salvatore e delle Provincie,
anche del Tanucci (1771), nelle stesse collezioni. Solo per i
convittori del convitto in queste istruzioni si stabili un'ora al giorno
di scuola particolare perlostudio delle lingue italiana, fran- cese
e spagnuola, in due soli anni del corso, che era di otto; fuori, dunque,
del programma comune. Nell’ istituzione dei collegi il Tanucci fu detto
seguisse i consigli di Ferdinando Galiani. Vedi la Vita dell’ab. F.
Galiani di L. DiopaTI, Napoli, Orsino, 1788, pp. 35-6. Nelle Lettere di
F. Galiani a B. Tanucci, Napoli, Pierro, 1914, pubblicate da FAUSTO
NICOLINI ce n’ è infatti una da Parigi, 4 gennaio 1768, riguardante gli
istituti d’ istruzione che si dovevano fondare dopo l’espulsione dei ge-
suiti. Rispetto al metodo, l’ab. Galiani dice solo che «si potrà dar la
cura di distenderne il piano ai più valenti professori dell’ Università;
ma intanto che si faccia, si potrà senza esitazione servirsi di que’
rego- lamenti distesi dal sig. E. Ferdinando di Leon, Commissario di
Cam- pagna per il nuovo Collegio di Sora, messo sotto la sua cura.
Kegola- menti, che fan conoscere non meno l’adequatezza e acume della
mente, che le profonde cognizioni di questo Magistrato. Tutti gli altri
regola- menti dal medesimo pensati per il vitto, vestito, distribuzioni
di ore ecc. di quel Collegio, meritano d'esser a parer mio con applauso
adottati ». 21 318 STUDI VICHIANI
apprendere bene per via di grammatiche e di vocabolari; lo avverte
benissimo il proverbio: alzud est grammatice, aliud est latine loqui; e
l’esperienza giornaliera lo conferma. I precetti della grammatica in ogni
lingua sono pochi e semplici; e tra le grammatiche la più breve è
sempre la migliore. Lo studio della lingua, e non già della gram- matica,
deve esser lungo; ma ogni studio soverchio, che si dà alla grammatica, è
tolto al vero studio della lingua, la quale non si apprende se non colla
lettura e retta imitazione de’ classici ». Tanto buon senso
non dico che precorre il tempo del Cuoco; perché troppi ancora non ne
sono capaci. Certo, meglio del Cuoco oggi non si potrebbe dire su
questo punto. « Noi diremo anche di più », continua il Cuoco:
«rende più facile lo studio delle lingue morte il saper bene la propria e
vivente. Tutte le lingue hanno un mec- canismo comune, il quale dipende
dalla natura comune delle menti umane ». Da questo principio vichiano
il Cuoco desume che quella che occorre studiare è, a propo- sito
della lingua nostra, una grammatica generale, una grammatica con metodo
filosofico, che faci- liti l'apprendimento delle altre lingue *.
Allo studio dell’italiana vuole unito quello delle lingue
classiche, perché « quando esse si potessero senza danno e senza vergogna
ignorare dagli altri popoli, non si deb- bono ignorare da noi ». Ma con
lo studio delle lingue (tra cui non crede trascurabili le moderne, sopra
tutto la fran- cese) il Cuoco intende che vada di pari passo la
lettura dei classici, così latini e greci come italiani: « E questa
continuerà per tutto il tempo delle scuole; e perché non per tutta la
vita ? Sarà cura della Direzione ? il fare una I Il Cuoco doveva
avere in mente la Grammatica generale del Du Marsais, che cita infatti
poco dopo a proposito dei tropi. 2? Avrebbe dovuto essere (Progetto
di Decreto, art. 4) un ufficio preposto a tutta la P. I., alla dipendenza
del Ministero dell’ Interno. VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 319
ripartizione dei nostri classici; onde ve ne siano degli adattati
alla diversa età e capacità dei giovanetti: sarà cura de’ professori
manodurli in questa lettura, più utile di qualunque lezione; renderla più
utile ancora colle imi- tazioni, colle versioni, e con tutti quegli altri
generi di esercizi scolastici, de’ quali, siccome notissimi, non
occorre parlare ». Il concetto, come ognun vede, giu-tissimo,
del Mari- nelli. Ma dove si nota anche più la modernità del Cuoco,
è nei colpi che dà alla vecchia carcassa della poetica e della rettorica.
Bisogna riferir questo luogo, che è un documento storico di molto
valore: Noi non parliamo particolarmente della poetica e della
retto- rica. Nella prima il meccanismo della versificazione è tanto
facile ad apprendersi, che bastano quattro o cinque lezioni nel finir
della grammatica, seguendo il metodo degli antichi, che tali
lezioni alla grammatica solevano unire. Ma quanta distanza vi è fra
il conoscere il meccanismo della versificazione, ed il saper fare
de’ bei versi ? E quanta ancora dal far dei bei versi al fare un
bel poema? Tutto ciò non si fa, se non a forza di genio e di bene
intesa imitazione de’ grandi esemplari. Lo stesso dicasi per
la rettorica. Che s’ insegna colle rettoriche ordinarie ? L’invenzione,
quasi che l’inventare consi- stesse in altro, che nel paragonar due idee,
che già si hanno, per farne sorgere una terza, che non si ha ancora; e
quasi po- tesse inventare chi non ha idee, e non ha acquistato, a forza
di esercizi matematici e logici, quella versatilità, che è necessaria
per farne più rapidamente i paragoni! La disposizione, quasi che il
disporre abbia altra ragione, che quella di ordinar le idee ed i
sentimenti in modo, che producano il massimo effetto possi- bile; e quasi
che questo non sia l’ultimo risultato della più profonda cognizione del
cuore e dell’ intelletto umano! L’elocuzione, quasi che la forza
intrinseca, principale dello stile, non dipenda dalla varia associazione
e coordinazione delle idee! Che rimane dunque in quella, che chiamasi
rettorica? L'esposizione delle figure delle parole, o sia de’ t ro pi, la
cognizione de’ quali appartiene alla grammatica, ed è di sua natura tanto
facile, che il più grande forse, e certamente il più filosofo degli
scrittori, 320 STUDI VICHIANI che ne han trattato (Du
Marsais), ha dimostrato, che que’ modi, che noi sogliam chiamar figurati,
sono i modi più naturali di espri- merci !. Che altro finalmente ? La
nomenclatura delle varie parti di un nostro discorso: nomenclatura,
chesi può apprendere, e si apprende benissimo, anche senza maestro;
perché si richiede ben poco a sapere, che quando taluno racconta, fauna
narrazione, quando descrive fa unadescrizione. È tutto questo materia
sufficiente per un corso particolare di lezioni ? AI
risorgere delle lettere ci ha nociuto la mala intesa imitazione degli
antichi: abbiam ritrovati di essi alcuni trattati particolari sopra
talune parti della rettorica, sull'invenzione, sui tropi,
sull’elocuzione..: gli abbiamo compendiati, gli abbiamo riuniti, e ne
abbiam formato un corpo di scienza, che abbiam destinata pe’ giovinetti.
Avean destinati ai giovinetti i loro libri anche gli antichi ? Aristotele
non parla di rettorica al suo grande allievo, se non dopo i più profondi
studi di morale e di politica; e l’opera rettorica, che di lui abbiamo,
ben dimostra che non poteva esser diversamente: essa non potrebbe
intendersi da un giovine di collegio. Tutta la scuola platonica credeva
non esservi, propriamente parlando, alcun’arte rettorica; e che il saper
bene parlare non altro fosse, che il saper ben pensare e vivamente
sentire. Ed alla scuola platonica non si può per certo rimproverare di
disprezzare ciò che non sapeva. Cicerone ha voluto difendere contro
Platone la sua arte; ed ha voluto dimostrare, che l’oratore ha bisogno di
qualche altra cosa, oltre del sapere. La disputa forse non è ancora
decisa; ma lo stesso Cicerone non ha potuto negare, che all’oratore il
sapere era indispensabile.... Perché invertiamo l'ordine della natura, e
vogliamo insegnare a parlare a coloro che non ancora sanno pensare ? Onde
poi ne avviene, che i giovani de’ nostri collegj sanno tutto Cygne ? e
tutto De Colonia, e non sanno scrivere un biglietto? Perché turbiamo la
classificazione delle scienze, e riuniamo alla rettorica ciò che deve
esser il risultato di altri studi, i quali sono egualmente necessari ?
Perché final- mente non imitiamo i grandi esempi ? Presso gli antichi, lo
studio dell’eloquenza era l’ultimo di tutti; e Cicerone aveva
compiuti tutti suoi studi, quando si esercitava sotto Molone.
I Cfr. CROCE, Estetica 3, pp. 502-3. 2 Cioè l’Ars rethorica (1659)
tante volte ristampata, di MARTINO DU CYGNE, gesuita (1619-1669). Il
libro del De Colonia è più noto. VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO
321 Vedremo subito quale sia questa eloquenza che il Cuoco
rimanda a studi superiori. Ora voglio notare soltanto, che questo assalto
alla rettorica non è mosso da quello spirito, per cui certamente l’avrà
approvato M. Delfico, da quel filosofismo astratto che era al fondo della
cultura di costui, ma era solo una verniciatura di quella del Cuoco, e
che dichiarò anch’esso guerra alle regole, alle tradizioni, alle
pedanterie. Il Cuoco era altra tempra intellettuale: il suo libro è la
Scienza Nuova. Basterebbe leggere, per accer- tarsene, ciò che dice con
profondità da cui rimangono ancora assai lontani i compilatori di certi
non ancor dimen- ticati programmi e pedagogisti della scuola media.
Basta anche notare questa sua osservazione: «La storia deve esser
collezione di fatti, e non di riflessioni: quindi non sono del tutto
lodevoli quelle tante istituzioni di storie che coi titoli pomposi di
filosofiche, si sono pubblicate in questi ultimi tempi, per uso de’
giovinetti. Se fate che le riflessioni precedano i fatti, voi non date
più storia, ma riflessioni: e siccome la storia tiene nelle cose
morali il luogo dell’esperienza, voi rassomigliate ad un maestro di
fisica, il quale in vece di esperienza dia sistemi, in vece di dati dia
conseguenze». Questo era genuino pensiero vichiano; era la buona
tradizione paesana. Prima che queste idee del Cuoco nella scuola
trionfino, passeranno ancora diecine d’anni. Bisognerà aspettare F.
De Sanctis che dia mano, nella scuola di Vico Bisi, alle «lezioni sulla
rettorica, o piuttosto sull’anti-retto- rica »; per insegnare — allora
per la prima volta a una gioventù che ascolterà plaudente come alla
rivelazione della verità — che «la rettorica ha per base l’arte del
ben pensare, e perciò non può insegnarsi che ai già pro- vetti nelle
discipline filosofiche »; che essa fu « una inven- zione e quasi un gioco
dei sofisti» e produsse «l’indiffe- renza verso il contenuto e il
disprezzo della verità »; che «le regole rettoriche non hanno la loro
verità che nelle forme del pensiero, materia della logica. Ma, come la
ret- torica non ti dà il ben dire, così neppure la logica ti dà il
ben pensare, essendo le sue forme staccate da quel centro di vita che si
chiama lo spirito »!: che «la parola non manca a chi ha innanzi viva e
schietta la cosa », e che bisogna perciò studiare le cose con serietà e
libertà d’in- telletto. E così rinnovare la critica delle figure
rettoriche e conchiudere — proprio come il Cuoco nel 1809 — che la
rettorica «svia da’ forti studi, guasta l’intelletto e il cuore », e che
bisogna buttare al fuoco tutte le rettoriche, e che «ci vuole il verbum
factum caro, la parola fatta cosa » =. Il De Sanctis rifarà da sé il
cammino: ma l’indi- rizzo di pensiero, da cui trarrà i motivi della sua
critica, sarà pure una continuazione di quello del Cuoco, a lui per
questo rispetto rimasto ignoto. Ma tutto il pensiero del Cuoco si
compie in ciò che egli dice dell’insegnamento universitario. Egli propone
— era la prima volta — la costituzione d’una speciale Facoltà di
Belle lettere e filosofia;ela vuole anzia capo di tutte (lasciando le
altre cinque del 1806, ma in un ordine diverso 3). In essa, oltre
l’ideologia e l’etica, o teoria de’ sentimenti morali (nell'ordinamento
del 1806, l’etica «religiosa e filosofica » era stata aggregata alla
Facoltà di teologia, e nella Facoltà di filosofia s’era istituita una
cattedra di logica e metafi- sica, rimasta immutata fino al 1860), chiede
una disciplina filosofica del tutto nuova: «quella dell’eloquenza,
I « Per imparare a ragionare », aveva detto il Cuoco nel Rapporto
(Scritti, p. 94), «è necessità aver ragionato ». La logica non insegna a
ragionare, ma a riflettere sulle operazioni logiche dello spirito.
? Vedi per tutto ciò La giovinezza di F. De Sanctis, cap. 25, pp.
252-3, 254, 250-7. 3 Cioè: 2) scienze matematiche e fisiche;
3) medicina; 4) giurispru- denza; 5) teologia. A quest’ultima, oltre
l’esegesi e la storia, non la- sciava che la « teologia dogmatica e
morale evangelica ». Vedi il Prog. di Decreto, artt. 46-59; negli
Scritti, pp. 197-200. o, per meglio dire, della filosofia dell’eloquenza,
la quale chiamar si potrebbe il complemento della filosofia
istrumentale ». Contro la sua proposta il Cuoco prevede due sorta
oppo- ste di avversari: « Alcuni troveranno questa cattedra
inutile, perché contraria agli antichi metodi d’insegnare la rettorica;
altri, perché per mezzo di essa non si faranno mai degli uomini eloquenti
». Ma «ai primi la risposta è facile. È da qualche tempo, che la filosofia
si è impadronita delle materie dell’eloquenza. Questa che i pedanti
vorre- bero far credere un’usurpazione, non è che una legittima
rivindica di ciò che la filosofia possedeva nei tempi anti- chi ». E
accenna quindi compendiosamente quanta luce la filosofia avesse fatta sulla
vecchia materia empirica della rettorica. Ritorna col Du Marsais (ma un
Du Marsais cuochiano, o vichiano che si voglia dire) a rilevare gli
errori degli antichi teorici. E dopo aver disegnato a grandi tratti «il
quadro di tutto ciò che la filosofia ha operato sull’eloquenza », entra
in un ordine di considerazioni più fondamentale e più opportuno :
Diremo che tutto ciò non sia che visione ed errore ? Questo
sarebbe duro a dirsi, durissimo a credersi; ma, quando anche si dicesse e
si credesse, non basterebbe. Quando anche tutte le osser- vazioni finora
fatte fossero false, non ne verrebbe perciò, che non se ne dovessero fare
delle vere; perché non ne verrebbe mai che i precetti potessero rimaner
senza ragioni. E se queste ragioni si debbono ricercare, poiché esse non
altronde si possono trarre che dalla natura dell’uomo, ne verrà sempre
che, abbandonate le officine de’ retori, siccome diceva Cicerone, si
debba ritornare alle accademie de’ filosofi. È vero, i pedanti perderanno
il diritto di censurare il Tasso, perché avea messo il canto al
principio del verso, mentre Virgilio l’avea messo nel mezzo; i
sonettisti, imitatori del gran Petrarca, non spingeranno la servile
imitazione fino al punto di comporre lo stesso numero di sonetti, di
canzoni, di sestine, di ballate, o d’ innamorarsi anche essi di venerdì
santo; i precetti cesseranno di esser esempi, il che è sempre o
servile, se non vi discostate dall’originale, o pericoloso, se volete al
tempo 324 STUDI VICHIANI istesso e discostarvene ed
imitarlo; il genio avrà un campo più libero a correre, ed avrà sempre la
ragione per guida. Ecco la differenza tra la rettorica ordinaria e quella
che da noi si pro- pone. Non è un’affermazione netta: ma chi
non vede che cosa avrebbe dovuto essere questa teoria razionale
dell’arte, questa filosofia ? La critica filosofica della rettorica
condu- ceva dove doveva condurre: all’estetica. Il Cuoco
conviene cogli altri oppositori, che questa sua rettorica non formerà mai
l’uomo eloquente. «E quale altra mai lo potrebbe ? Non vi è eloquenza,
ove non vi è ricca vena di pensieri e di affetti ». Ma non è questo il
fine di tale insegnamento. «La gioventù ne’ suoi primi anni non si
esercita che a sentire le bellezze dei grandi modelli e ad imitarle:
quando avrà già molto sentito, incomincerà a riflettere sulle proprie
sensazioni; e questa riflessione, lungi dall’infievolire o distruggere le
prime sensazioni, le conserva e le rinvigorisce. I giovani si
arresteranno a riflettere sul bello ». « Saranno eloquenti, se la natura
gli avrà fatti tali; e se la natura tali non gli avrà fatti, almeno
non saranno né stentati, né affettati, per imitare le parole, i perlodi,
lo stile di un antico, che esponeva idee ed affetti diversi dai loro;
saranno semplici ed originali, il che è grandissima parte di bello
». Insomma, non doveva essere una precettistica, ma una
teoria: cioè, per l'appunto, l’estetica. Lo studio degli scrittori, a
cui, non i soli letterati, ma tutte le persone colte devono essere
iniziate, nei ginnasi; e nell’ Università questo « studio profondo della
teoria dell’eloquenza resti- tuito alla filosofia ». Il
Marinelli, conterraneo del Cuoco, liberale moderato come il Cuoco, suo
compagno d’esilio a Marsiglia 1, quando I Anche il Cuoco, com’ è
noto, fu esiliato dalla Giunta di Stato nell'aprile 1800, e dové partire
per Marsiglia, dove nel marzo l’aveva nel luglio 1811 pubblicava la sua
Filosofia dell’eloquenza, si può credere che non ne avesse già a lungo
discorso con l’autore del Rapporto ? Il libro pare pubblicato col
fine di ottenere la nuova cattedra, qualora le idee del Cuoco fossero
trionfate. A ogni modo, le attinenze del pensiero del Cuoco col libro del
Marinelli, dopo tutto ciò che si è detto, sono innegabili. La
sola parte che un programma di studi moderno desidererebbe, e non sì
trova nel piano del Cuoco, è la storia della letteratura; forse perché
egli intendeva che questo studio dovesse, con l’esame degli scrittori,
farsi nei ginnasi e nei licei. Quanto infatti sapesse pregiare il
sapere storico si scorge in questo stesso Rafporto da quel che dice
con acume e larghezza mirabili delle due cattedre, che propone, di
filologia latina e filologia greca +1: alle quali voleva congiunto
l'insegnamento della Paleografia e della Critica diplomatica (in una sola
cattedra); e con- giunta anche — ardimento veramente notabilissimo !
— una cattedra di filologia universale, ossia della scienza
speciale del Vico. « Anche la filologia », dice il Cuoco, «ha le sue idee
astratte, ha la sua parte filosofica; perché ha le sue regole universali
applicabili ai fatti di tutte le nazioni. Dalla filologia appunto dei
particolari popoli il nostro Vico trasse i principii, che poscia espose
nella Scienza Nuova ». E, fatto l’elogio, che s’è visto, di questo
libro, continua: « Noi abbiam creduto e glorioso ed utile per la nostra
nazione stabilire una cattedra, nella quale tal filologia universale
s’insegnasse ». Filologia, per cui l’erudizione diventa filosofia, e
quello che sappiamo dei preceduto l’altro molisano, cugino suo,
Gabriele Pepe. Vedi RUGGIERI, O. C., Pp. 24-25 e M. Romano, Ricerche su
V. Cuoco, Isernia, 1904, p. 23. _* Questa filologia è intesa,
alla maniera del Boeckh, come «arte di conoscere e intendere tutti i
monumenti, che a noi sono pervenuti dall’antichità » (p. 127).
326 STUDI VICHIANI greci e dei romani diventa utile a
intendere ciò che igno- riamo o conosciamo molto imperfettamente della
filologia delle altre nazioni. La stessa filologia greca e romana
si illuminano di una luce tutta nuova; come ha dimostrato il Vico
nel De antiquissima Italorum sapientia e nel De uno universi juris
principio et fine uno. Le parole e i miti sono considerati «conseguenza
certa della intrinseca natura della mente umana », e soggetti a regole
costanti. La cattedra proposta, conchiude il Cuoco, è forse
unica in Europa. « Ma che importa ? Esiste o non esiste questa
scienza ? Ciò non si può negare, né anche da coloro che non conoscono
Vico. Essa esiste tanto, che il solo spirito filosofico del secolo ne ha
fatte sviluppare molte varietà di dettaglio nella testa di molti: perché
dunque non inse- gnarne l’insieme ? ». E chi l’avrebbe insegnata ? Non
credo che il Cuoco ci avesse pensato, e molto meno che vi si
sarebbe potuto o voluto provare. Certo, non altri che lui allora ne sarebbe
stato capace !. Ma, se su questo punto imbarazzo ebbe il
consigliere Cuoco, ci fu chi ne lo cavò subito. Gabriele Pepe, che
era in grado d'esser bene informato, nella Necrologia di V. Cuoco, ci fa
sapere che il progetto di questo non fu accettato da re Gioacchino per le
opposizioni di un altro molisano (di Baranello), Giuseppe Zurlo, ministro
del- l’ Interno (da cui dipendeva l’ Istruzione); il quale ne aveva
già presentato uno suo, che naturalmente pre- 1 Nel 1792 era stata
istituita nell’ Università una cattedra di storia della filologia, e data
ad Antonio Jerocades, di cui ci rimane la pro- lusione: Orazione intorno
alla concordia della filosofia e della filologia, s. l. e a., e
l'opuscolo Bacone e Vico, ossia Disegno delle parti della filosofia
corrispondenti alle parti della filologia secondo il piano di Ba- cone e
dì Vico (Napoli, 1792]; cfr. CRocE, Varietà cit., pp. 6-7, e ora Probl.
di estetica, pp. 385-6. La biblioteca della Società storica per le
province napoletane possiede anche un quaderno delle lezioni del
Jerocades, scritte da un suo scolaro, l’ insigne giureconsulto Nicola Ni-
colini. Ma presentano assai scarso interesse. Sul Jerocades vedi G. Ca-
PASSO. Un abate massone nel sec. XVIII, Parma, 1887. VI. IL FIGLIO
DI G. B. VICO 327 valse :. Ed è quello promulgato col decreto 20
novem- bre 1811. Il quale, per ciò che concerne l’insegnamento
letterario, tornò allo statu quo: la lingua italiana nei licei non ci
entrò; la Facoltà di lettere e filosofia fu bensì costituita, ma con le
cattedre antecedenti alla riforma del 1806: Eloquenza italiana, Eloquenza
e poesia latina. Nessuna novità degna di nota. Alla Lingua greca si
aggiunse la Letteratura; si introdussero l’ Archeologia greco-latina, la
Cronologia e l’ Arabo. Ma, rispetto alla Letteratura italiana, si tornò
indietro. Si tornò all’erudi- zione pura e alla vecchia rettorica: Vico e
la filosofia furono sconfitti. Cuoco era andato troppo oltre; e si
ripiombò nel sec. XVIII. Marinelli, perduta la cattedra ili letteratura
antica e moderna, non ebbe 1’ Eloquenza italiana, malgrado la sua
Filosofia dell’eloquenza dedicata a don Giuseppe Zurlo. Gli toccò di
passare, credo nel 1812, alla Cronologia, e l’ Eloquenza italiana fu data
un’altra volta al poeta di Corte, più propriamente bibliotecario
1 Vedi lo stesso Romano, o. c., p. 39. Oggi, grazie alle ricerche
del Nicolini, sappiamo più precisamente come andarono le cose. Il Pro-
getto primitivo del Cuoco fu approvato dalla Commissione dell’ Istru- zione.
Ma la Commissione stessa, vista la resistenza del Consiglio di Stato
(Sezione Interno) compilò un secondo progetto modificato (otto- bre
1809). Progetto modificato che fu rinviato al Consiglio di Stato (1° no-
vembre 1809) perché lo approvasse in seduta plenaria. Ma lo Zurlo, ch’era
divenuto frattanto (1 o 2 novembre) ministro dell’ Interno, lo fece
bocciare (3 novembre). Nel settembre 1811 lo Zurlo compilò (o meglio fece
compilare da Matteo Galdi) un terzo progetto, che pare fosse bocciato
dalla Sezione dell’ Interno del Consiglio di Stato. Il Murat allora
nominò una seconda Commissione di quattro ministri, che, con l’
intervento palese di Melchiorre Delfico e quello clandestino del Cuoco,
compilò un quarto progetto, che finalmente fu approvato (29 novembre
1811) dal Consiglio di Stato e divenne legge il 13 di- cembre 1811. E
quest’ultimo progetto s’accosta più al progetto Cuoco che non al progetto
Zurlo. Cfr. NICOLINI, in Cuoco, Scritti vari, II, 4IO SQg. ?
Collezione cit., I, 230-240. — Non è esatto, dunque, ciò che si dice
nelle Notizie intorno alla origine, formazione e stato presente della R.
Università di Napoli per l’ Esposizione nazionale di Torino nel 1884:
rettore G. Capuano, Napoli, 1884, p. 48, intorno alla sorte del progetto
Cuoco. 328 STUDI VICHIANI del re e più tardi lettore
della regina, Angelo Maria Ricci, che si apprestava a cantare i Fasti di
Gioacchino Murat, ma aveva cominciato già a tesserne le lodi fin dal
18009 con le ottave La Pace e nel 1810 ne aveva cantato il felice
ritorno nell’ode La Verità*. Con lo spirito leggiero e vuoto del Ricci,
si riebbe l'insegnamento del Seric. E lo studio della letteratura
italiana non si rialzò più fino al 1860. In una breve
notizia biografica sul poeta di Monopolino, sfuggita ai due recenti
studiosi che si sono occupati di lui, il marchese di Villarosa ? dice che
il Ricci « ottenne per lasua intemerata condotta intempo della
mili- tare occupazione alcuni letterari impieghi, e fra questi di
esser professore di Eloquenza italiana nella regia Univer- sità degli
studi, impiego che conservò anche nel ritorno di re Ferdinando. Dovette
tal onorevole carica rinunziare per motivi di salute, e ritornare ne’
patrii lari». Il che accadde sul finire del 18173. Il suo insegnamento
non I Vedi G. B. FicoRILLI, A. M. Ricci: la sua vita e le sue
opere, Città di Castello, Lapi, 1899, p. 21, e A. SACCHETTI-SASSETTI, La
vita e le opere di A. M. Ricci, Rieti, 1898, pp. 22-23. Il 29 ott. 1901
dalla città di Rieti fu pubbl. un Numero unico A! poeta A. M. Ricci,
Città di Castello, Lapi, pp. 20; contenente ritratti, autografi ecc., con
una no- tizia biografica del prof. Sacchetti-Sassetti. — Non si trova
nella rac- colta degli Almanacchi di corte posseduta dalla Soc. storica
napoletana (la più ricca che si abbia) quello del 1812. Nell’Almanacco
del 1811, p. 369, Ciampitti insegna ancora Eloquenza antica e mo-
derna e Marinelli Letteratura antica e moderna. Nell’Alm. del 1813, p.
320, Ciampitti è all’Eloquenza e poesia latina, Ricci all’Eloquenza e
poesia italiana, e Marinelli alla Cronologia. 2 In nota alle
Lettere indiritte al marchese di Villarosa da diversi uomini illustri
racc. e pubbl. da M. TARSIA, con note biografiche dello stesso Villarosa,
Napoli, 1844, pp. 337-39. Una biografia del Ricci aveva il VILLAROSA
inserita già nelle Notizie di alcuni cavalieri del Sacro Or- dine
Gerosolimitano, Napoli, Fibreno, 1841; ed è citata dal SACCHETTI-
SASSETTI, p. X. 3 FICORILLI, 0. c., p. 26. Il lavoro del Ficorilli è
molto accurato e attendibile, per le molte carte e corrispondenze
dell’Archivio di casa Ricci, di cui l’A. poté servirsi. VI.
IL FIGLIO DIG. B. VICO 329 durò, dunque, più di sei anni. E il
Villarosa ricorda appunto di essersi procurata l'amicizia di lui «udendo spesso
le lezioni di Eloquenza italiana, che allor dettava nella regia
Università degli studi, e che spesso terminava con la recita di qualche
suo poetico componimento ». Della qual parte d’insegnamento si possono
cercare i documenti nelle molte centinaia di poesie da lui pubblicate,
raccolte in parte nelle Poesie varie, date in luce in Rieti in sei
volumi dal 1828 al 1830. I documenti del resto li diede egli pubblicando
nel 1813 Della vulgare eloquenza libri due *, indirizzati, come già le
lezioni del Serio, Agli amatori delle lettere italiane. « Nulla di nuovo,
e pochissimo del mio offro al pubblico », dice l’autore. « Tentai per
ardito esperimento di essere oratore e vate ancor io .... Conobbi
nell’arduo cammino quali fossero le regole di véto lusso magistrale, e
quali quelle che contengono teorie fonda- mentali, appoggiate al buon
senso. Quindi, come ape, mi proposi di sceglier da tutte il più bel fiore
». Ecco la materia che vi è trattata, poiché la semplice
indicazione di essa può bastare a provarci che siamo rica- scati nelle
vecchie teorie trite, false od inutili. Nel lb. I: Origine delle
lingue volgari: lingua italiana — Eloquenza italiana — Del sublime — Del
bello — Del gusto: modo di acquistarlo e di perfezionarlo: modelli che
corrispondono al gusto universale — Del genio — Degli ornamenti del
discorso, ossia delle figure — Dello stile, e sue qualità generiche —
Stile epistolare — Stile di dialoghi — Stile didascalico — Stile
istorico — Stile oratorio — Stile di novelle, e romanzi. Nel
lb. II: Della poesia — Della poesia descrittiva — Della poesia pastorale
— Della poesia lirica — Della poesia didascalica 1 Non m’ è
riuscito di vedere se non l’edizione del 1819, fatta a Na- poli, Stamp.
del Giornale delle Due Sicilie (di pp. vVII-199 in-16°), e non ne conobbe
una anteriore il Sacchetti-Sassetti. Ma quella del 1813 è nota al
FICORILLI (pp. 21 e 168), il quale cita una lunga recensione che
dell’opera fu fatta nel Nuovo Giornale dei Letterati. Della poesia epica — Della poesia drammatica —
Della tra- gedia — Della commedia — Del dramma musicale: della
favola pastorale: del dramma sentimentale. «Quanto alla
materia », dice un recente critico, «in gran parte non sì tratta che dei
soliti precetti letterarii; ma tuttavia è notevole nell’autore la
erudizione vasta e la cognizione sicura che mostra d’avere di tutti i
capolavori dell’arte antica e moderna, nostrana e in parte stra-
niera » 1. Curioso quello che soggiunge lo stesso critico: «Se, come
vasta la erudizione, avesse avuto egli profondo il giudizio, corretto il
gusto e squisito il sentimento arti- stico, avrebbe potuto far opera
eccellente ». Se cioè non l’avesse scritta il Ricci, ma un altro, l’opera
poteva anche essere eccellente. Disgraziatamente però, la scrisse
il Ricci; il Ricci, disgraziatamente, diede l’avviata a questo
nuovo lungo inglorioso periodo dell’insegnamento della letteratura nella
Università. «L’opera, pur troppo» (è sempre lo stesso
critico) «contiene osservazioni, precetti e regole che sono, come
ho detto, le solite » =. Dopo il Marinelli, si torna un’altra volta a
dire, p. es.: « Che sia negletta la trina unità dram- matica, colla quale
si pretende che in teatro una sia l’azione, uno sia il luogo, uno il
protagonista ecc., non sì può concedere senza smentire l’arte e offendere
la verisimiglianza ». «Quando era professore di eloquenza a
Napoli », scrive un altro critico recente, il quale ha fatto una lunga
analisi I Questa cognizione è specialmente dimostrata nella 3*
edizione del libro, Rieti, 1828, in 2 volumi, dove i precetti sono
accompagnati da copiosi esempi di classici. E a questa 3® ediz. è
aggiunto qualche nuovo capitolo; ma non ha più che fare con la storia di
cui ci occupiamo, dell’ insegnamento della letteratura nell’
Università. 2 FICORILLI, p. 168. VI. IL FIGLIO DI V.
33I di questa Vulgare Eloquenza*, «il Ricci comprese bene di
non poter mai adempiere il suo debito che seguendo le tracce degli
antichi maestri, e in ispecie di Aristotele ». Peccato che non l’avessero
compreso, né bene né male, né il Marinelli né il Cuoco!
Partito che fu il Ricci, alla cattedra si dové provvedere per
concorso. Fu il primo che si facesse per questa disci- plina. Il 12 marzo
1816 furono pubblicati i nuovi Statut: per la R. Università degli Studi
del Regno di Napoli?, rimasti immutati fino alla fine del Regno. Questi
statuti mantennero la Facoltà di «filosofia e lettera-
tura»yeinessa la cattedra di Eloquenza e poesia latina, aggiungendovi, in
una cattedra sola, la letteratura; all’ Eloquenza italiana del 1811
sostituirono la Lette - ratura italiana3. Ma fu solo un cambiamento
di nomi; la sostanza rimase quella. Gli statuti prescrive- vano il
concorso per l’elezione dei professori (art. 50). Si ricordi come seccò
la cosa al Galluppi, quando nel 1831 volle entrare nell’insegnamento
universitario 4. Il concorso sl faceva nella stessa Università, sotto la
sorveglianza del presidente della commissione della P.I. o del
rettore dell’ Università. Da un trattato delle materie sulle quali
versava l’insegnamento, a cui si voleva provvedere, si prendeva a caso, o
si ricavava un quesito, che uno dei professori della Facoltà, delegato
dal decano, avrebbe proposto a’ concorrenti; i quali dovevano tutti
1 SACCHETTI-SASSETTI, pp. 31-40. Questi addirittura conclude che
l’opera «si poteva considerare come un eccellente Corso elementare di
letter. italiana ». ? Collez. cit., I, 424 Sg8&- 3
Novità notabile fu l’ istituzione di una cattedra di « Principii ge-
nerali della Storia », la quale però non fu subito coperta. Il titolare
G. Mazzarella non v’insegnò niente che avesse valore. Vedi le sue Lezioni
Sulla scienza della storia, Napoli, 1854; e quello che di lui e del libro
ho detto nelle mie ricerche Dal Genovesi al Galluppi, Napoli, ed. della
Critica, 1903, pp. 307-8 in nota. 4 Dal Genovesi al Galluppi.] commentare
e risolvere lo stesso punto o quesito in latino: raccolti tutti in una
sala, col permesso di consultare i libri che avessero portato seco. Di
che dovevasi fare particolare e distinta menzione negli atti del
concorso (art. 51-53). | Del concorso, che sulla fine del
1817 o al principio del ’18 si fece per la letteratura italiana, chi lo
vinse, il canonico Michele Bianchi, che dal 1832 al ’35 ebbe tra i
suoi scolari L. Settembrini, raccontava, dopo tanti anni, com'era andato;
e il Settembrini nelle Ricordanze ne ha lasciato memoria: « Prima del
1820 quando s’ebbe a fare 11 professore di letteratura italiana nell’
Università, si presentarono al concorso parecchi, fra i quali il Puoti e
il poeta Gabriele Rossetti. Il tema fu: scrivere un comento
itallano ad un sonetto del Petrarca, ed una dissertazione latina sopra
non so qual secolo della nostra letteratura. La benedetta dissertazione
latina decise il merito. Il Bianchi, professore in un collegio, avendo
abito e faci- lità di scrivere in latino, poté dire agevolmente
tutto quello che sapeva, dove che gli altri, più o meno impac-
ciati dalla lingua, dissero meno di quello che sapevano: onde, giudicati
imparzialmente su gli scritti, il Bianchi ebbe il primo luogo, e l’ultimo
toccò al povero Rossetti, che fece qualche errore di grammatica, tutto
che avesse quell’ingegno e quella beata vena di poesia »*. Al
canonico Ciampitti, — che tirò innanzi nella Elo - quenza, poesia e
letteratura latina fino al 1832, anno della sua morte ? — si venne,
dunque, ad 1 Ricordanze, Napoli, Morano, 1881, I, 79-80.
® La sua cattedra fu coperta da un altro canonico, don Nicola Lu-
cignano, nel 1835. L'Almanacco del 1834 la dà ancora come vacante. Del
concorso, a cui prese parte anche Carlo De Sanctis, zio di Fran- cesco,
sono ricordati nella Giovinezza di F. De Sanctis, pp. 66-70, al- cuni
gustosi particolari. VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 333
accompagnare il canonico Bianchi ', Al quale toccò subito di comparire in
una pubblicazione ufficiale dei professori dell’ Università. Giacché
sulla fine del 1818, Ferdinando I ammalò mortalmente, e il Colletta, non
sospetto, ci dice che « palpitarono a quel pericolo i napoletani più
accorti, per sospetto che il figlio mutasse in peggio gli ordini civili
; giacché, tenuto proclive al male, avverso alle blandizie di
governo, intimo amico del Canosa .... Ma quei guarì, ed ebbe feste sacre
e civiche, dove 1 migliori ingegni rappre- sentarono l’universale
contento con rime e prose, in grosso volume raccolte » 2. In questo
volume Pro recuperata vale- tudine Ferdinandi I utriusque Sic. Regis
Archigymnasti Neapolitani officium3, miscellanea di scritti
gratulatori ed elogiativi in italiano, in latino, in greco e in
ebraico, come il Ciampitti mise un’orazione latina, e B. Quaranta,
professore di archeologia e letteratura greca, un Aébyog (seguito bensì
dalla relativa traduzione), il Bianchi inserì una Orazione italiana,
oltre un Carmen latino, un Epi- gramma greco e alcuni altri distici
latini. Orazione note- vole, perché non è una filza di vuote adulazioni;
ma un buon riassunto di tutto il bene realmente fatto da Ferdi-
nando. Degno ancora di esser letto è quello che vi si dice dei
provvedimenti e delle riforme relative alla pubblica istruzione, durante
il regno di Ferdinando. Tutte le Ora- zioni di questo tempo, a giudizio
dell’ Ulloa, che fu sco- laro, credo, del Bianchi, rappresentano un
periodo di transizione dalla licenza precedente alla tirannia del
purismo; ed egli reca ad esempio questa del Bianchi «où d’incontestables
mérites couvrent quelques défauts, et __— 1 Il primo
Almanacco di Corte, tra quelli da me potuti vedere, che porti il nome del
Bianchi, come titolare della cattedra di letteratura italiana, è quello
del 1820, p. 485. * Storia, lib. VIII, cap. II, $ 40. FF 3
Pridie Id. Januarii An. MDCCCXIX,
Typis Josephi M. Porcelli, di carte 57 (num. nel solo recto) in-fo. Pubblicazione
di lusso. 22 334 STUDI VICHIANI font de
l’oraison entière une ocuvre remarquable. Le style est clair, rapide,
parfois incisive, et entraîne le lecteur. Comment n’étre pas frappé des
observations et des faits qu'il présente rapidement, attestani l’étroite
relation de la criminabité et de l’ignorance ? IL a su toucher avec
convenance, avec retenue, à toutes les phases historiques de l’époque
précé- dente, qui sous la plume d’un autre écrivain auraieni du
étre difficilement traitées » 3. Dei difetti di stile notati in
questo discorso, il Bianchi si sarebbe liberato nelle sue Istituzioni,
dove all’ Ulloa pare di scorgere uno stile più puro, più paziente e
più elaborato, e teorie di buon critico. E altrove ?, dopo aver
ricordati gli Elementi di belle lettere di Cristoforo Mazzogatti, e l’
Arte del dire di Vito Fornari: «Mais, soggiunge, c'est l’ouvrage du
chanoine Michele Bianchi qui dépasse tous ceux qui écrivent dans le
but ordinaire de dicter des lecons de rhétorique ». Il Bian- chi era
stato uno dei letterati la cui stima e benevolenza avevano incoraggiati i
lavori della sua prima giovinezza, e l’ Ulloa lo trovava «tel qu'il était
dans son ouvrage » 3. Giacché, come insegnante dell’ Università,
aveva quasi un obbligo di pubblicare le sue istituzioni 4, nel 1832
egli die’ in luce le Lezioni di belle lettere ad uso de’ giovanetti
5, di cui così rende ragione nella prefazione: Da che presi
a dettare le mie lezioni nella cattedra di Lingua e letteratura italiana
fui sovente richiesto d’ indicare l’opera di 1 Pensées, I, 322 e
323. L’ Ulloa riferisce anche un tratto dell’ Orazione. 2 Pensées,
I, 335. 3 Notava tuttavia che, anche nelle Lezioni, «les mots ne
sont sou- vent que des clous rivés à téte d’or ». 4 L'art. 70 degli Statuti del 1816
diceva: « Ogni professore, quando non abbia ancora stampato le sue
istituzioni o trattati, dovrà fare un elenco delle materie che insegnerà,
il quale al principio dell’anno sco- lastico dovrà affiggere alla sua
cattedra, acciò il sostituto, o l’aggiunto, e gli scolari possano esser
preparati pe’ rispettivi esercizi ». 3 Vol. I. Napoli, Criscuolo,
1832. Nel 1833 uscì il 2° volumetto. IL FIGLIO DI G. B. V. cui mi giovavo
all’uopo. E poiché fu da me risposto, avermi io com- pilato che che mi
occorreva per l’affidato insegnamento, si chiese e s’ insistette, anche
da persone autorevoli, che divulgassi per le stampe que’ divisamenti
riputati adatti e buoni a formare il gusto letterario de’ giovanetti
studiosi. Lasciai nondimeno trascorrere molti anni prima che m'’
inducessi a secondare simili desiderii e premure. Ma infine il pensiero
che avrei potuto recare alcun utile agli alunni delle lettere vinse il mio
ritegno. E così dalle lezioni scritte per la cattedra mi feci a tòrre
quel tanto, che nel corso di un anno o poco più potesse nelle scuole
insegnarsi. Più che lezioni, sono brevi dissertazioni, non
molto strettamente connesse tra loro. La prima Sull’origine e sulle
vicende della lingua italiana è una breve storia della lingua dalle
origini fino alle polemiche contemporanee tra 1 puristi e gli
antipuristi, e combatte così le affettazioni arcaiche degli uni, come le
esagerazioni e la sciopera- taggine degli altri. Il Bianchi, uomo di non
grande leva- tura, ma di buon senso, preferisce attenersi al giusto
mezzo. Segue un Cenno sul bello e sulle varie sue forme, che non contiene
altro che vacue trivialità sul povero Bello, distinto, «per conto della
natura » in sensibile, intelligibile e morale, e « per conto degli
oggetti » in gene- rale, particolare e convenzionale. L’Orator e il De
oratore di Cicerone fanno le spese dell’erudizione estetica del Bianchi.
Quindi, dopo un capitoletto sul Sublime, seguono queste altre
dissertazioncelle, di cui basterà il titolo: Influenza delle lettere
nella civiltà e nella morale dei popoli. — Analisi delle qualità
necessarie ad ogni parlare colto. — Rettorica ragionata per le varie sue
parti e Poetica ragio- nata per li suor rami diversi. Queste ultime tre
parti sono la materia del secondo volumetto. Su per giù, la
stessa materia della Vulgare eloquenza del Ricci, trattata con minor
calore e minore sfoggio di dottrina, ma con modestia e buon senso. Aurea
mediocritas : molto mediocre e poco aurea! A che, del resto, affannarsi a
salire in regioni più ele- vate per quello scarso uditorio che aveva il
canonico Bianchi ? « Eravamo ascoltatori soliti », ricorda il
Settem- brini, «un quattro o cinque giovani .... Il Bianchi ragio-
nava con noi, come con amici, e soltanto quando ci capi- tava qualche
sconosciuto faceva un po’ di diceria distesa. Non usava come gli altri
professori, che come scoccava la mezz’ora rompevano a mezzo il discorso,
ma s’intratte- neva con noi lungamente, e ci diceva molte belle
cose, e finita la lezione lo accompagnavamo per buon tratto di via,
e seguitavamo a ragionare. Quando era io solo con lui, egli usciva alla
politica, parlava de’ tempi trascorsi, di molti uomini, di molti
avvenimenti, e ne giudicava con senno severo: e se parlava di quella che
egli chiamava casta pretesca, non sapeva frenare lo sdegno, e
diceva: È nemica di Dio e di Cesare: fu, è, e sarà principale cagione
della servitù d’ Italia. Credete a me che conosco quali visi si
nascondono sotto quelle maschere » !. Insomma «era egli», come
soggiunge il Settembrini stesso, «un uomo che bisognava guardare da
vicino, e allora lo stimavi e lo amavi. Poco eloquente, di maniere
modeste, un po’ pedante, ma dotto assai, liberi sensi, gran bontà di
animo ». Il Settembrini ci dice che ogni volta 1 Ricordanze, I,
77. Sarà stato come dice il Settembrini un prete liberale, ma alla
Gioberti: perché teneva alle glorie e benemerenze della Chiesa, e quando
nel 1825 pronunziò la sua Oratio in solemnt studiorum instauratione (a
MicHAELE BIANCHI Palatinae Ecclesiae Ca- nonico et Litteraturae Italicae
Professore in R. Archigymnasio Neapo- litano habita, s. d., di pp. 24
in-4°) tolse a discorrere « quam bene de humanitate vel ideo meruit
catholica religio, quod ad excolendos a barbarie per Europam bonis
artibus animos plurimum contulit » (p. 5). Un'altra Orazione inaugurale
lesse nel dicembre 1843: De litterarum efficientia în animis mentibusque
egregie formandis, Neapoli, Cuomo, MDCCCXLIII, di pp. 20, in-4°. Il
discorso è tutto nel titolo. — Di lui è pure a stampa l’opuscolo Alla
Consulta de’ Reali dominii di qua dal Faro ragguaglio della Memoria
umiliata al Re mostro signore per la reintegrazione del Vescovo di
Cajazzo, Napoli, Criscuolo, 1831 (di pp. 24 in-4°): ma non ha interesse
letterario. IL FIGLIO DI G. B. V. che si partiva dal Bianchi, egli aveva
imparato qualche cosa; e che però la sua memoria gli era cara e
onorata. Egli fu, che, letti con piacere e lodati due dei primi
scritti del Settembrini, li fece vedere a monsignor Colangelo, pregando
costui di proporlo come professore in un col- legio. E poiché il
Colangelo rispose che quelle cattedre si davano per esame, fu il Bianchi
a spronare il Settem- brini all'esame, e fece, quindi, di lui un
professore. Non avesse fatto altro, per amore del Settembrini, destinato
a salire quella cattedra stessa di letteratura italiana, il buon
canonico meriterebbe il nostro ricordo e la nostra sim- patia.
Ma la vera e viva scuola di letteratura a Napoli allora non era
nell’ Università. Lo stesso Settembrini rammenta che « mentre nell’
Univer ità il Bianchi leggeva agli scanni e a quattro studenti, il
marchese Basilio Puoti aveva in casa sua una fiorita scuola di lettere
italiane, dove conve- nivano oltre dugento giovani » 1. E dagli
eccitamenti del Puoti a uno studio amorosc degli scrittori, ma sopra
tutto dal potente lievito degli studi filosofici promossi dal Gal-
luppi e dal Colecchi con l’esposizione e la critica delle moderne
dottrine germaniche, e quindi da quel fervore di pensiero, che dagli
scritti dell’eclettismo francese, da Hegel, da Vico attingeva materia di
speculazioni non più tentate e motivo a una trasformazione filosofica
degli stessi studi letterari, eromperà la prima scuola di F. De
Sanctis, quale ci è rappresentata nel libro della sua Giovinezza.
Il movimento, iniziato da Marinelli e da Cuoco, e subito arrestatosi,
sarà ripreso per virtù di una mente geniale, che creerà la critica e la
storia della letteratura italiana: il contenuto più razionale
dell’insegnamento, di cui ho narrato i timidi inizi e il primo incerto
svolgimento. 1 Ricordanze, I, 79. 338 STUDI
VICHIANI Michele Bianchi insegnò fino al 1853. Nell’
Almanacco di Corte dell’anno seguente comparisce professore eme-
rito; e per la cattedra rimasta vacante di Letteratura italiana non c’è
che un sostituto: Stefano Lombardi. Il quale nel 1831 aveva pubblicate
alcune Od: di Q. Orazio Flacco recate in versi italiani * (20 odi scelte
dai quattro libri e 2 epodi): «lavoro rapido e incompleto », dice
l’ Ulloa, « ma che rivela nel traduttore un bel talento di traduttore »
2. Nel 1854 appunto die’ alle stampe una canzone Alla Maestà di
Ferdinando II. _ Nel 1850 il 6 marzo era stato pubblicato un
nuovo Decreto col quale st modificava l'organico della R.
Università degli Studi di Napoli 3. L’ Università, divise le
scienze fisiche dalle matematiche, veniva a scomporsi in sei
Facoltà, anzi che in cinque, come nel 1816, e nella Facoltà di Belle
lettere e filosofia, l’Archeolo- gia e letteratura greca di prima si
mutava in Lingua e archeologia greca, l’Elo- quenza, poesia e
letteratura latina in Eloquenza, poesia ed archeologia latina. Le
due letterature classiche così eran bandite: né rimasero più 1 Principii
generali della storia. Ma la Letteratura italiana rimase intatta.
Stefano Lombardi è ancora sostituto nel 1855. Nel 1856 o 1857 il
Bianchi dev'essere morto. Perché nell’ Almanacco del 1857 non c’è più il
suo nome come di professore eme- rito. E la sua cattedra ha per titolare
don Geremia Ro- I Napoli, tip. del Sebeto, 1831, pp. 79, in-16°.
Nella prefazione l’A. dice: « Dette Odi non andarono esenti di applausi,
cosicché mi son reso ardito a farne dono al pubblico colle stampe. Che
se, ora che al giudizio degli occhi fedeli son elleno sottoposte, pari
applausi, benché del pari infruttuosi, mi arrecheranno, io mi reputerò
fortunato ». Dové aspettare un quarto di secolo a cogliere il frutto
? ® Pensées, II, 172. 3 Collez. cît., IV, 25-8.
VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 339 mano, sostituto sempre il
Lombardi. Doveva esser morto anche il Lucignano, a cui successe don
Gennaro Seguino. Il Romano credo -ia stato l’ultimo professore di
lette- ratura italiana dell’antico regime. Chi era costui? Un
Carneade, come il Lombardi: e la sua oscurità non è senza significato in
questo tramonto della vecchia cattedra con l'ordinamento che la
sorreggeva. Fi lui non ho tro- vato se non alcune osservazioni Sopra un
pezzo d'avorio dorato esistinte nel R. Museo borbonico in Napoli (dove
si dà appunto per regio professore) pubblicate nel 1858 :: memorietta
archeologica bene scritta, con erudizione e non senza spirito.
Ricorderò infine il primo ordinamento che, dopo la caduta dei
Borboni, fu dato all’ Università con decreto del prodittatore G.
Pallavicino, dal ministro R. Conforti, 11 16 febbario 1861. Alla Facoltà
di filosofia e lettere, oltre la Letteratura italiana, la latina, la
greca, fu data una Storia della letteratura. A questa venne
sostituita, nella successiva legge di P. E. Imbriani del 16 febbreio
1861, la cattedra di Letteratura comparata. Chi dopo il 1861 abbia
insegnato dalle due cattedre di Letteratura italiana e Letteratura
compa- rata, e che cosa sia stato insegnato, è noto a tutti. Luigi
Settembrini fu nominato alla prima il 24 ottobre 1861 *. Alla seconda il
De Sanctis nel 1863; ma la coprì solo per quattro anni, dopo che ve
l’ebbe richiamato un de- creto del 15 ottobre 1871 3. I
Stamperia del Fibreno, di pp. 16 in-169. Misc. 180, I della Bibl. Naz. di
Napoli. ® Sul Settembrini v. TORRACA, L. S., Notizia, Napoli,
Morano, 1877. 3 CROCE, pref. al vol. F. DE SANCTIS, La letter.
ital. nel sec. XIX, Napoli, Morano, 1897; e TORRACA, F. De S. e la sua
seconda scuola, nel periodico La Settimana del 7 dicembre 1902; e poi nel
vol. Per F. De S., Napoli, Perrella, 1910, pp. 890-117.
Digitized by Google APPENDICE I Digitized by
Google L’ ANGIOLA Capitolo serio-burlesco di VESPOLI
!. Donn’Angiola Cimina era una donna, ì Ch’eccetto quando
stava ignuda in letto, Come ogni altra portò sempre la gonna.
Sol piacevale andar col busto stretto, 4 Onde poi vogliono i
contemplativi, Che le venisse l'asma e ’1 mal di petto.
Benché da certi cicisbei corrivi, 7 Che fur della buon’anima
divoti, Ma d'ogni di lei grazia e favor privi; Dico di certi
poetuzzi ignoti, 10 Pieni di boria e di presunzione, Senza creanza
e di scienza vuoti, I Da una copia esistente in un volume
miscellaneo ms. posseduto dalla Soc. nap. di st. patria (XXII, c. 12) da
carta 10 a c. 21. Nello stesso volume precede un Capitolo di D. Francesco
Vespoli sopra il Genio alemanno, anch'esso in terzine; diretto contro il
partito degli austriacanti rimasto in Napoli dopo la conquista borbonica.
L’Angiola consta di 300 versi. Ne pubblico la parte che ha più interesse
per la conoscenza della società vichiana. I versi del Vespoli furono già
indi- cati dallo ScHIPA, Il regno di Napoli.] I quali entro l’Angelica
magione Andavan sol per essere stimati Uomini savi e
d’erudizione: Benché da certi cotali accennati Si dica, che
patì Sua Signoria La Marchesana il mal de’ letterati, Cioè
d’ostruzione e d’eticìa: Mal, che vien per lo studio e ’l meditare:
O maledetta, o brutta malattia ! Dico adunque così
primieramente: È certo, che le donne per natura Son tutte sceme e
deboli di mente; Sembiano nell’estrinseca figura Più
perfette dell’uomo, e più capaci, Non che più vaghe, e belle di
fattura; Ma con ragioni chiare ed efficaci Il contrario si
prova dagli antichi E moderni filosofi veraci. E, senza che
in recarle m'’affatichi, L'esperienza, mastra delle cose, Te ’1 fa
vedere, e par che te lo dichi: Paion le donne a noi
meravigliose In bellezza, in savere ed in valore, E tutte l’opre
lor miracolose; Quando c’entra per esse un po’ d'amore,
Questo è quel che ci fa poi travedere, Quest’ è cagione d’ogni nostro
errore. Né mi stia a dir Platone l’ ideate Specie dell’amor suo; ché da
lui quelle Per ingannare il vulgo fur trovate. 61
Virtude e amore, uomini e donne belle, Che star possano insieme, e
senza alcuna Malizia praticar elli con elle, 4
Aristotile il nega, ed a quest’'una Opinion del suo maestro assegna
Il concavo profondo della luna. 67 Sapea, che il
senso la ragion disdegna, 70 E che, venendo insieme a competenza,
La ragione va fuori, e ’l senso regna. Io non intendo entrar
nell’altrui messe, 26 Ma dico sol, che non mi meraviglio Di certe
decantate poetesse. E senza che ad alcuna io dia di piglio,
79 Si sa, ch’ogni lor parto o fu supposto, O vi pose qualch’uom
parte e consiglio; Che che intenda provare a tutto costo ss
Il nobil Doria in un volume intero Sebben la giunta strugga il fin
proposto !. I Accenna ai Ragionamenti tre, ne’ quali si dimostra
la donna în quasi che tutte le virtù più grandi non essere all’uomo
inferiore, pubbl. da P. M. Dorta nel 1716. Dal Doria e dal Vico (come
narra questi in Opere, ed. Ferrari, VI, 264) la Cimini fu iniziata alla
filosofia. E di P. M. Doria c’è pure un sonetto per la morte della
Cimini, nella rac- colta qui appresso citata (p. 129); come molte poesie
a lui indirizzate sono tra le Rime scelte di GH. DE ANGELIS (con pref.
del Vico), Fi- renze. Intanto il Vico stralunato e smunto Colla
ferola in mano e ’1 Passerazio 1 N’appella, e vuol ch'io torni al primo
assunto. 118 Ei, che suol porre alle parole il dazio,
131 Nella Raccolta fatta a onore e gloria Della signora ha posto un
gran prefazio? x Lo qual non so s’ è calendario o
storia, isà Se avvisi 3, o pur relazione nova, Se carta scritta per
farne baldoria, Ivi il Soave-Austero4 si ritrova Laù Ch’ è
l’acro-dolce, che sa fare un cuoco, O l’irco-cervo, ch’in sua mente
cova. V’ è dell’arte rettorica ogni loco; 130 E ’l tanto a
lui diletto paradosso: «Chi più ne legge, più n’ intende poco ».
1 Jean Passerat, maestro d’umanità, autore de’ Commen- tariù in
Catullum, Tibullum et Propertium (Parisiis, 1608), gran reper- torio di
erudizione filologica latina; nonché di altre opere di minore im-
portanza. 2 L’ Orazione în morte di Angiola Cimini marchesana della
Pe- trella, che il Vico inserì nel vol. Ultimi onori di letterati amici
in morte di A. C. ecc., Napoli, Mosca, MDCCXXVII, pp. 12-55. Cfr.
CROCE, Bibliogr., p. 17. Citerò la ristampa che è negli Opuscoli della
ed. Fer- rari? (vol. VI delle Opere). Ma noto qui l'errore commesso dal
VILLAROSA, nella sua edizione degli Opuscoli, e ripetuto dagli editori
successivi (v. ed. Ferrari, p. 261) per non aver capito (il Vil- larosa
se ne dovette accorgere troppo tardi) che la nota fatta dal Vico a un
certo punto dell’ Orazione, doveva nella ristampa incorporarsi nel testo,
essendo essa una correzione e un’aggiunta. Vedila tra le « Correzioni »
innanzi al volume Ultimi onori. 3 Vecchie gazzette. 4
Sul principio della sua Orazione, il Vico ne accennava quasi il tema,
dicendo che la Cimini «a tutti i saggi uomini che ebbero la sorte di
conoscerla e riverirla, fece intendere i tempi più colti della
gentilissima Atene; siccome quella che fu loro il grande esempio della
rara difficil tempra onde si mesce e confonde il soave austero della
virtù » (p. 249). Con identiche parole l’Orazione si chiude; e il s o a v e
- austero vi ricorre spesso nel mezzo. APPENDICE I 347
Ivi vuol comparir da gran colosso, Ma vi si scuopre un piedestallo
basso E reo s’accusa, allor che fa il Minosso. 133
Orazion la chiama il babbuasso, ia Ma è lunga e sciocca sì, che
non la puoi Leggere, senza dir più volte: ahi lasso! Com’ è
possibil ch’egli non t’annoi sn Con quel proemio vecchio e
riscaldato, E colle cose che seguon dappoi ? Precise quando
del di lei casato ses Fa la descrizione, ed a minuto Narra la vita
e ’1l transito beato ? Quando ci fa veder l’applauso muto,
ia Ch'essa facea sporgendo il petto in fuori O con un giro d’occhi
il bel rifiutot? Quando la di lei collera egli onora 148 Col
titolo d’eroica, e dietro a lei Cesare allega, ed Alessandro
ancora?? I Il Vico racconta che, nei trattenimenti letterari
soliti in casa della Cimini, «ella, al dirsi le cose degne di applauso,
applaudivale o con un leggiadro movimento del dilicato corpo, il casto
petto sporgendo in atto come di chi incomincia a levarsi da sedere, o con
un soave giro de’ suoi bellissimi occhi inverso il cielo;... a’ quali
atti i riguar- danti ammiravano in lei e l’acutezza dello ’ngegno e la
gravità del giudizio, e sopra tutto la somma modestia, con la quale si
guardava di parere intendente col non professando d’ intendere, o vero di
sem- brar saggia col non diffinitivamente approvare » (p. 266).
2? Parlando del temperamento collerico di Angiola, il Vico avverte
che la sua era collera « ragionevole e generosa e quale appunto a donna
di eroica virtù convenivasi.... Fin dalla sua più tenera età questa nobil
fanciulla diede pur troppo gravi segni di tal collera eroica ». E diede
saggio insieme «di eroica virtù, di quella specie onde lasciarono di sé
tanto mondano romore i Cesari e gli Alessandri. Quando abortir la fa ne’ mesi
sei, ini E piagne gli campioni iti sotterra Ch’eran, Dio buono!
tutti maschi, e bei? Quando la fa veder distesa in terra ie
Battere il capo al duro pavimento ?: O ‘1 gran fatto! o ’1 malanno che
l’afferra ! E questo detto sia per compimento iui Di tutta
l’opra di sopr’accennata Di questo arcipedante pien di vento.
Ond' io non so capir, dove appoggiata sea Sia la gran lode, che ne
fa il Sostegni, Con che, se non è burla, è una frittata 3.
Cesare Augusto, ch’ebbe tanti regni, 163 Che piantarvi i confini gli
convenne E porvi ancor del non plus ultra i segni; 1 La
Cimini morì a 27 anni, per male cagionatole da parto pre- maturo; ché «la
collera virile », dice il Vico, «di che ella abbondava, depredando
l’umidore che facevale mestieri per nmudrire i feti già fatti grandi,
fece per mala sorte che tutti nel sesto mese, funesto da’ medici
giudicato, ella facessegli aborti» (p. 270). E l’ultimo le fu fatale. Ma
il Vico non parla dei « campioni » della satira. 2 Il Vico, facendo
la storia della collera eroica della Ci- mini, ricorda pure, che bambina
«ove mai non era ella compiaciuta di un qualche suo fanciullesco talento,
si crucciava a tal segno, che, gittatasi lunga a terra, tutta vi si
affliggeva, fino a percuotersi sul duro pavimento il tenero capo » (p.
254). 3 Nella Introduzione di Roberto Luigi Sostegni, canonico
regolare lateranense, agli Ultimi onori, si dice (p. 10) l’ Orazione del
Vico « su- blimissima », e che per essa «si scorge, poter l’Italiana
Eloquenza ascendere a quell’altezza a cui la Grecia e la Romana pervenne,
qua- lora l’istessa morale, e civil sapienza.... l’invigorisca e
sostengala ». Un sonetto del Sostegni al Vico (Opere2, VI, 410) finisce:
O chiaro Vico, o sol pari a te stesso. Nello stesso vol., p. 80, un
sonetto del De Angelis dice: E basta poi per simulacro
eterno Di sue virtudi, e d'altri pregi eletti, La prosa del divin
Vico e Roberto! Nipote al zio, che vinse, vide, e venne, 1% Pur
quando si partì per l’altra vita, Tal onor da’ vassalli non
ottenne, Qual Donn’Angiola nostra, poiché gita 19 AI ciel se
n’è, da’ Letterati Amici! Ha per tributo, come lor favorita.
E siccome gli Orfei per l’ Euridici ATA Si mostrar grati, ed i Petrarchi
e i Danti Per le loro Laurette e Beatrici, Così per lei si
veggon tanti e tanti in Nostri partenopei cigni canori, Che non v’
ha qui de’ frati zoccolanti. Vi son poeti, medici e dottori, 178
Plebei, civili, dame, e cavalieri, E laici, e cherci, anco
predicatori; E congiunti, e paesani, e forestieri, lei E
buoni, e tristi, ed ottimi, e mezzani, La maggior parte innamorati
veri. Non altramenti che al carname i cani, Sono accorsi
costoro a tal impresa; E Dio il voglia, non vengano alle mani.
184 Nacque da precedenza la contesa Tra quei che furo
ammessi alla Raccolta. Ma poi tra lor s’ è nova briga accesa:
Cosa, che ha posto la città in rivolta, Talché hinc inde vi son
forti partiti, E se non sai il perché, di grazia, ascolta.
190 I Il Vico nella perorazione della sua Orazione: «Letterati
amici, che con uguale ossequio la onoraste e la riveriste » ecc. (p.
272). Ma la frase è già nel frontispizio della Raccolta. Un tal
Gerardo, ch'ora gli eruditi Della scuola d’ Ulloa 1 scrivon
Gherardo. Giovine d’anni ventidue compiti 2, Piccolo di
statura, ma gagliardo, Di bocca grande e di naso canino, D'occhi
che ti spaventan collo sguardo: Di viso magro, giallo e
saturnino, Col mento fesso e un poi rivolto in suso, Bello come la
statua di Pasquino, Veste di negro di paglietta all’uso,
Cammina alla carlona, e sempre astratto, Parla da vecchio 3, e scrive
assai confuso, Vogliono alcuni che sia mezzo matto; Io credo
che sia tutto; e testimonio N° è quanto ha scritto, ed anche il
suo ritratto. Or egli, che al comporre è un gran demonio,
Vo’ dir che spaccia versi anche dormendo, Per grazia special di
Sant'Antonio, Improvvisante più del reverendo Quondam
Fanelli e del siciliano, Ch’or ha nel molo un concorso stupendo, L'avv.
Niccolò Ulloa-Severino, che scrisse una canzone per la Cimini (Ultimi
onori, p. 122) e al quale è indirizzato un sonetto nel Quarto libro delle
Rime del DE ANGELIS, p. 50. Chi legge la canzone di quest’ Ulloa per la
Cimini, tutta affettature arcaizzanti, intende la punta satirica del
Vespoli. N. ULLOA-SEVERINO pubblicò un volume di Lettere erudite, Napoli,
1699. ? Infatti Gherardo De Angelis era nato ad Eboli (prov. di
Salerno) il 16 dicembre 1705. 3 Visi potrebbe vedere
un’allusione contro l’epigramma, che nel 1725 il p. Sostegni aveva
apposto al ritratto del De Angelis, nel 1° volume delle sue Rime
toscane: Adspicis hunc quarto vix dum pubescere lustro ?
Perlege; dispeream ni tibi Nestor erit. APPENDICE I 35I
L’ ha fatta alli compagni suoi di mano, sà Col libro, c' ha
stampato in questo mese: Azion veramente da villano ! Azion,
che non ha scuse o difese, 217 Azion di lui degna e di suoi pari, Azion
da scriverla al paese, Dove i nobili sono i bufalari, Paese
di mal’aria e mal costume, Buono bensì per pascervi i somari.
N’era Priapo il protettore e ’1 nume; das Or Eboli si vanta aver
costui, Che ’n istampa gli ha dato onore e lume. Ma
ritorniamo all’azion di lui, ciù Ch’ io non vorrei, col troppo andar
vagando, Tirarmi addosso la censura altrui. Il fatto è come
siegue. Allora quando sii Nella Raccolta dagli amici s'era Di Lei
detto il più bello e ’1 più ammirando; Anzi Gerardo in mezzo a
quella schiera ass Contribuito avea la maggior parte 1, La qual potea
passar per lode intera; Volle egli solo poi farla da Marte.
235 Ed ecco, presto presto, ha dato in luce Su lo stesso soggetto
un libro a parte. Per Quarto di sue Rime lo produce ass
Senza il Terzo d’avanti; e, ad ingrandirlo, Rime vecchie per entro vi
riduce ?. ! Del DE ANGELIS infatti ci sono una canzone e tredici
sonetti (Pp. 75-91). l 2 Angiola Cimina Marchesana della
Petrella defunta, poesia (sic) d’ANGELIS, Firenze, 1728. A p. 9: « Inco- [Leggilo,
e dimmi poi se puoi capirlo, E se a me ne dimandi, io ti rispondo,
Che ’n leggerlo mi venne il capogirlo. Gran cose vi vedrai
dell’altro mondo, E ridicoli conti puerili, E fatti inverisimili in
abbondo; Un gran mescuglio di contrari stili, Improprietà di
voci, oscuri sensi, Componimenti rozzi e pensier vili; E
barbarismi, e solecismi immensi, Ed atti di superbia e di
dispregio, E dati ad altri ed a se stesso incensi. E queste
cose, che sarian di sfregio In altri, non che error sommi e
notabili, Sono oggigiorno in lui di stima e pregio ! Ma
presso chi ? presso cervelli instabili, O presso pochi, che l’adulan
solo Per farlo andare in tutto agl’ Incurabili *. Gli
dicon, che sua fama ha fatto un volo Sì strepitoso ed alto, che già
s’ode Il nome suo dall’uno all’altro polo. ]mincia il quarto libro
de le giovanili rime di Gh. De A., J. C.» ecc. Nella dedica a donna
Emmanuela Pignatelli Silva Aragona, l’A. dice: «Sendosi partita da questa
terra l’anima benedetta di A. C., santa, e saggia nobile Donna, come a V.
E. e per l’ Italia si è già noto, dopo aver pubblicata in laude sua la
sublimissima Orazione il gran Giam- battista Vico maestro mio, e molti
altri elevati ingegni che la conobbero, prose e rime, le quali un libro
compongono, io, fra tutti gli amici suoi e per l’età e per consiglio
minore, ho voluto in onor di sì alta memoria, agli uomini che verranno
queste poesie tramandare ». ! Famoso Spedale di Napoli. Né
s’accorge il meschino, che tal lode Ha dato al suo profitto un tal
tracollo, Per non aver le basi vere e sode. Io son pronto a
giurare, e a porvi il collo, Ch’ancor costui non sa dov’ è Parnaso,
Né che son tra lor le Muse e Apollo; 265 Che se
sapesse onde pisciò il Pegaso, Tante carte sporcato non avrebbe, Né
de’ classici autor parlato a caso. Infatti, colmé suole, ei non
direbbe, Che ’1 Bembo, il Casa ed il Petrarca ha vinto, E che il
gran Tasso buono stil non ebbe. 271 O dove sei, gran
papa Sisto quinto ! E pur quel tuo poeta una parola, Per forza
della rima a dir fu spinto. 274 Ma il vizio, che
s’'apprende in detta scuola, sn Quest’ è, di morder gli altri, e assiem
grattarsi, Quando cavano fuor qualche lor fola. Procura
bensì ognun di segnalarsi 280 In far meglio dell’altro
l’antiquario, Con voci malagevoli a spiegarsi; Anzi il lor
mastro ! un nuovo dizionario i S°' ha fatto di vocaboli a
capriccio, Che non mai registrò il vocabolario. Quindi è
che, s’egli scrive, fa un pasticcio ade Pieno di fracidume; e, se
discorre, Fa l’alto-basso che suol fare il miccio. 1 Il
Vico. PER LE NOZZE DI TOMMASO CARACCIOLO E DONNA IPPOLITA DE
DURA Sonetto di G. B. Vico!. Bench’ io mi veggia da
quel fato oppresso, Che l’ ingiust'odio altrui creò sovente, E
affatto lungi dalla molta gente Viva, che appena me trovi in me
stesso; Poiché il raro valor dal Ciel concesso A voi,
bell’alme, unisce Amor possente, Al pubblico piacer mio spirto
sente Disio di riveder l’alto Permesso, E cantar lieto in
dilettosa schiera Vostro nodo real, gli onor degli avi, E svelar
que’ futuri invitti germi. Poi ricaggio in me stesso, e da mie
gravi Cure sospinto a tornar là dov'era, Di me, non per mia colpa,
ho da dolermi. I Dalla raccolta: Vari componimenti per le
felicissime nozze degli eccellentissimi signori D. Tommaso Caracciolo
marchese di Casalbore, principe di Torrenova [...] e D. Ippolita di Dura
de’ Duchì d’ Erce, raccolti da GENNARO PARRINO, e dedicati all’ Ecc.mo
signor D. Orazio di Dura duca d’ Erce, Firenze. Di questa raris-
sima raccolta si conserva copia nella Biblioteca Villarosa. RELAZIONE
DELLA SEGRETERIA DI STATO AL RE SULLA SUPPLICA DJ G. B. V. PEL
CONFERIMENTO DELLA SUA CATTEDRA AL FIGLIO. Sefior,
Exponiendo 4 V. M. Juan Bapt.ta de Vico, Historiografo Regio y
Profesor de eloquencia en la Universidad de Estu- dios, son ya mas de
quarenta afios, que ha servido y sirve en dicha Universidad la Cathedra
de Rectorica, col en tenue sueldo de cien Ducados annuales, que le ha
servido para el mantenimiento de su pobre familia, hallandose ya en
edad muy adelantada agravado y oprimido de muchos achaques, y con
especialidad de las angustias domesticas, y de la con- traria fortuna,
por lo que se ha visto obligado & substituir en su lugar
interinamente en el servicio de dicha Cathedra 4 su hijo Genaro, mozo de
habilidad, y que asta aora ha sabido cumplir con publica satisfaciòn,
suplica 4 V. M. se digne conferir la propiedad de dicha Cathedra al
mismo Genaro, para que despues del fallecimiento del mismo, pueda
su pobre familia quedar con algun apoio. El Capellan Maior
representa a V. M. que el sobredicho Juan Bap.ta de Vico es benemerito de
la Regia Universidad de Estudios, 4 la qual con sus doctos trabajos ha
hecho mucho onor; por lo que requiere la publica gratitud, que se
le atienda; que siendo el expresado su hijo mozo de habi- lidad, y
portandose ciertamente en el exercicio de su Ca- 358 STUDI
VICHIANI thedra con todo aplauso, solo puede ser de algun reparo
que la aplicazion del mismo & los tribunales, pueda serle de
em- barazo, requiriendo una y otra aplicacion, cadauna por si, todo
un hombre, y la Cathedra de Eloquencia un profundo estudio en los Autores
Griegos y Latinos; por lo que le parezze puede V. M. consolar al
suplicante; quando haya la certidumbre de que dicho su hijo, dejando la
aplicacion 4 los tribunales, vuelva todo su animo à los estudios de la
elo- quencia, y 4 los demàs que son necessarios para ser exce-
lente en tal profesion no facil, y éstimadissima. DISPACCI PER LA GIUBILAZIONE
DI V, I. Al Cappellano maggiore. Informato il
Re da quanto V. S. I. ha rappresentato con l’ultima sua consulta del 12
del caduto agosto, che al Let- tore emerito di Rettorica nella R.
Università degli Studi D. Gennaro Vico siano mancati ducati 120 l’anno,
cioè du- cati 60, che godea come direttore dell’Alta antichità
nell’Ac- cademia Regale, ducati 30 pel sostituto che dee mantenere,
e per altri emolumenti che gli sono minorati; ha S. M. con suoi sacri
caratteri risoluto che gli si dia la giubilazione con l’intero soldo in
pensione, e gli emolumenti che ha perduto. Nel real nome lo
partecipo a V. S. I. per intelligenza sua e del ricorrente, e per
l'adempimento. Palazzo, 9 settembre 1797 *. 2. Alla
Segreteria dell’ Azienda. Informato il Re da quanto gli ha
consultato il Cappellan maggiore, che al Lettore benemerito di Rettorica
nella Regia I Arch. Sta. Napoli: Dispacci dell’ Ecclesiastico. Università
degli Studi D. Gennaro Vigo (sîc) siano man- cati docati centoventi
l’anno, cioè docati sessanta che go- deva come Direttore del Ramo
dell’Alta antichità nell’Acca- demia Reale, docati trenta per il
Sostituto che deve mante- nere, e per altri emolumenti che gli sono
minorati, ha S.M. con suoi sacri caratteri risoluto, che gli si dia la
giubilazione coll’ intero soldo in pensione, e gli emolumenti che ha
per- duti. Lo partecipo di suo real ordine a V. S. Ill.ma, affinché
da codesta Scrivania di razione se ne disponga l'adempimento.
Palazzo, ‘a 9 settembre 1797 = Ferd. Corradini = Sig. Prin- cipe d’
Ischitella *. I Arch. Sta. Napoli: Ordinario 82: Scrivania di
razione, Lettori pubblici. EPIGRAFI DI V.: I,
Lirim — Saepe robora cautesque — Et quicquid sibi ob- stet — Nedum
fluitantem scafam — Secum în praeceps abri- dientem — Ac proinde moriem
trajicientibus — Minitabun- dum Ferdinandus IV — Bonc Reip. natus —
Optimo cen- silio — Firmissimi pontis — Quadrato lapide extructi —
Patientem effecit — ut qui antea — multos dies in ripis haerere —
Cogebantur — In posterum — Ejus furorem — Despectantes — Tuto et continuo
itinere — Transtirent ?. 2. Utinam — Pie VI Pontifex
O. M. — Isthaec tua marmo- rea effigies — Tuorum in Catholicum Orbem
menitorum — Memoria non vinceretur. 3. Deus
vere Averrunce — Si — Per te clades — Per te ca- lamitates — Avertuntur —
Uno ore tuam fidem imploramus 1 Traggo dagli autografi posseduti
dai sigg. Villarosa queste altre quattro epigrafi di Gennaro Vico per l’
interesse storico che esse pos- sono avere, lasciando ad altri di
ricercare le occasioni per cui vennero scritte. » Di questa
iscrizione si trovano tra le carte di Gennaro altre va- rianti, ma di
poca importanza. Adsis dexter adsis praesens semper propitius adsis —
Et cuncta nobis merito ingruentia mala — Prohibeas — In Ve- suvit —
Jam propinqui hostis — Cladem — Subjectis lon- ginquisque — Semper
minitantis — Iram cohibes — Qui anno superiore — Annum integrum et plus
eo — Quasi ratione et consilio — Sensim ignem in alvo concepit = Paulatim
egessit — Eoque levi lapsu — In rivos deductum — Doctus iter melius
— Innocuus devolvit — Forsitan uti metu antea tuo nutui semper
parut — Posthac consuetudine tuae voluntati votisque nostris obsecundare
assuescet *. 4. Regium hoc — Templum Maximum Cavense —
Sanctae Dei Genttricis — Elisabetham invisentis — Nomine, et tu-
tela augustum — A. D. N. Ferdinando IV Rege — Jure Patronatus sibr
vindicatum Erigi a solo coeptum An. MDVII — Tum mole fatiscens sua
refectum Consecratum vero VI Non.
Majas Terrae dehinc motibus. Labe- factum et restitutum — Quum adhuc
ultimam manum expecia- ret — Ordo Populusq. Cavensis — Eadem pecunia
publica, quae illud evexit, refecitque — Collata ut alias a suis
Pon- tificibus — In opus symbola — Absolutum tandem sublaqueavit —
Omnique ex parte prisco squalore deterso — Picturis opereque albario
exornatum — In novam hanc splendidioremque formam — Redigendum curavit —I
Credo accenni al « gran miracolo, operato [da S. Gennaro il 22 di ottobre
del 1767], quando nel comparir sul Ponte [della Maddalena] la statua
d’argento del Santo, cessò di botto l'eruzione » del Vesuvio (D’Ono- FRJ,
Elogio, p. LXxIH). Onde fu collocata sul Ponte stesso la statua del
Santo, con la destra levata verso il vulcano. AVVERTIMENTI ! PER L’
INSEGNAMENTO DEL LATINO di V. Essendo il ragazzo, siccome si
scrive, di talento, e che promette di sé liete speranze, sia cura del
dotto ed avve- duto maestro non immergerlo troppo ne’ rudimenti di
gram- matica, li quali poi dovrà dediscere; ma sopratutto eserci-
tarlo nelle coniugazioni e declinazioni, e nei principali precetti della
sintassi; e tutto il di più farglielo apprendere dall’ in- terpretazione
de’ scrittori latini, essendo grandissima la di- stanza del parlare de’
grammatici dal parlare de’ latini. Que- sto basti: che nello spiegare lo
scrittore latino gli facci fare in ogni membro una minuta analisi delle
parti che lo com- pongono, e non lasci passare neppur la menoma
particella senza spiegargliene la proprietà e la significazione; e
nella ripetizione farsene render conto. Di poi quel tratto che ha
spiegato, obbligarlo a riportarlo in iscritto tradotto, accioc- ché il
fanciullo di buon’ora si avvezzi a ben concepire, a nobilmente spiegare
le idee, non essendoci esercizio più pro- fittevole per la gioventù quanto
quello delle traduzioni; poi- ché, avendo il giovane [da] trasportare da
lingua in lingua, ed avendo ciascuna lingua un genio particolare di
conce- pire, e quindi spiegare le idee, egli è costretto di
riflettere I Dall’autografo esistente tra le carte Villarosa.] ed
esaminare la maniera propria con cui lo scrittore latino ha concepito, e
quindi spiegato quel pensiero, per poi studiarsi di concepirlo e di
spiegarlo secondo il gusto particolare della sua lingua natìa. E questo è
quello che si chiama spirito di lingua, che rende l’acquisto di una
lingua tanto difficile, che vi bisogna la vita di un uomo, per poterla
conseguire; dovendosi la diversità de’ termini e dei vocaboli riputare
più tosto un giuochetto di memoria. Quindi si rileva quanto
vantaggio rechi ad un giovane il continuo esercizio delle versioni, che,
oltre al conseguire lo spirito della lingua da cui trasporta, senza
accorgersene, acquista e la norma di saper con naturalezza ordinare li
pensieri, e quindi saperli con feli- cità concepire, e quindi con nobiltà
e chiarezza spiegarli, con- sistendo tutta la difficoltà nel concepire.
Un pensiero felice- mente concepito, sarà sempre facilmente
spiegato: Verba provisam rem non invita sequuntur.
Onde Cicerone disse: Oplimus dicendi magister stylus. Sento che sia
esercitato nel tradurre Cornelio Nipote e Virgilio. Perché due scrittori
così vicini per l’età in cui fio- rirono, e così lontani per il genere in
cui scrissero ?_ Non istimo proprio ad un ragazzo, che appena sta
imparando il volgar latino, metter in mano Virgilio, che, come poeta,
stu- dia di allontanarsene quanto più può, secondo quel detto di
Cicerone, poétae alia lingua loquuntur. È l’istesso che se, per far
apprendere ad un oltramontano la nostra volgare lin- gua italiana, si
mettesse in mano Petrarca, Tasso, Ariosto. Li poeti, perché alia lingua
loquuntur, devono riserbarsi al- l’ultimo. Il giusto metodo d'’ istituire
la gioventù nello studio della lingua latina sarebbe farle prima
apprendere la lingua volgare e familiare latina, e per questa dovrebbesi
ricorrere alli purissimi due fonti inesausti di essa, Plauto e
Terenzio, essendo gli argomenti delle comedie avvenimenti che sì
rag- girano nell’uso della vita privata; ma non si deve, per far
apprendere la purità della volgar lingua, esporre la gioventù al pericolo
di corrompere la purità de’ costumi, che è quel che più deve interessare.
Si eviti questo scoglio e si sostituiscano l’ Epistole familiari di Cicerone,
li di cui argomenti sì versano presso a poco sull’ istesso: ed ecco che
il giovane acquista il sermone volgar latino. Spedito che sia
il giovane nell'acquisto della lingua vol- gare privata, mettergl’ in
mano gli elegantissimi Commentari di Giulio Cesare, ne’ quali acquisterà
la lingua pubblica, tanto necessaria per le arti della pace e della
guerra; ed in essi la conseguirà nella sua somma purità e chiarezza, e tale
e tanta, che ne riportò il grande elogio di Cicerone, che, par-
lando de’ Commentari di Cesare, dice che egli li lasciò, per- ché poi ci
fosse stato chi potesse scriverne l’ istoria: ma poi soggiunge: stultis
gratum facere potuit, perché gli uomini dotti ed avveduti disperarono
poterne scrivere una storia con quella limpidezza e eleganza, con cui
Cesare scrisse li suoi Commentari. | E Virgilio fu il solo
tra i latini che non solamente so- stenne, ma ancora rivendicò la gloria
del nome romano con- tro la superbia de’ disprezzanti greci, che solevan
distinguersi da tutte le altre nazioni; e ciò con qualche ragione in
rap- porto alla felicità della lor lingua. Il qual pregio li romani
stessi, che chiamavano barbara la maestosa lingua latina quante volte
volevano metterla al confronto della greca, con somma ingenuità
confessarono; come, fra gli altri attestati, ve n'è quello di Plauto
nella comedia intitolata Asinara, ove fa dire al Prologo, che l’autore di
quella comedia era stato Demofilo, poeta greco, e che M. Accio Plauto
l’aveva tradotta in latino: Demophilus scripsit, Marcus vortit bar-
bare, cioè latine. Così, al contrario, di rimbalzo, li romani poterono
rivendicare la gloria del loro nome con opporre a tutta la Grecia il solo
Virgilio, ché tutta la Grecia non aveva prodotto un ingegno così stupendo
e quasi divino, il quale feliciter audax era riuscito egualmente
ammirabile in tutti tre li caratteri del dire, nel tenue ed umile nelle
sue Buco- liche, nel florido ed ornato nelle Georgiche, nel grande
e sublime nell’ Eneide: e Torquato Tasso ardì d’imitarlo e riuscì
felice in due solamente: essendo costante in tutti li scrittori di
qualunque genere sieno, che chi è riuscito in una delle tre note, non è
riuscito nelle altre due; e così a vicenda: ed in fatti nella pittura, —
la quale è sorella della poesia: Poéma est pictura loquens, mutum
pictura poéma. — li principi delle tre famose scuole che fecero
risorgere tanto felicemente la pittura in Italia, Raffaello d’ Urbino nel
ca- rattere tenue e delicato, Tiziano nel complesso e carnuto,
Michelangelo Buonarota nel robusto e lacertoso, ciascuno non uscì fuori
dei confini che si aveva prescritti. Non dico poi di Orazio, il quale
nelle sue liriche non solo tentò di gareggiare con Pindaro; ma si foggiò
una forma di dire tutta nuova e tutta di conio suo così inimitabile,
che dopo di lui fiorirono tra i latini molti nobili poeti, ma niuno
osò scrivere in quel genere di poesia, in cui Orazio summum tetigerat;
così inimitabile che può dirsi, che egli fu il primo e l’unico che vi
fosse riuscito. Finalmente, per ritornare all’ intento, e render la
ragione perché li poeti debbano riserbarsi all’ultimo, essendo la
loro locuzione lontanissima dalla volgare, intendendo di escludere
in rapporto della locuzione li poeti comici, li quali solamente sono
poeti riguardo all’ invenzione della favola; imperciocché, per quel che
s’appartiene alla locuzione, devono usare una locuzione affatto volgare,
come sopra si è detto. Poi farlo passare alla lezione di chi cerca
di elevarsi un poco al di sopra del sermon volgare; ed a questo
primo grado subentia la locuzione oratoria, la quale, quantunque
deve conformarsi al senso comune, nulla di meno deve usare una maniera di
ragionare più culta e più elaborata, in guisa però che facciasi intendere
dall’uom volgare; quindi passare alla lezione delle Orazioni di
Cicerone. Spedito che sarà il giovane degli oratori, passi alla
storia; la quale usa una locuzione posta in mezzo tra la locuzione
oratoria e la locuzione poetica, perché lo storico ha da far due parti in
comedia, le parti di oratore, nelle allo- cuzioni, che fanno generali
all’eserciti, magistrati a popoli, come sono ammirabili quelle di Livio;
ed ha da sostener le parti di poeta nelle descrizioni di battaglie, di
assedi, di espugnazioni di città; onde Cicerone dice, che in historia
fun- duntur verba prope pottarum: non assolutamente poetiche; ma
prope pottarum. Finalmente far passare il giovane alla lezione de’ poeti;
la di cui locuzione è lontanissima dalla vol- gare, perché, siccome
devono dilettare colla novità delle fa- vole, così ancora colle novità
della locuzione, dall’ammira- zione delle quali novità nasce il diletto:
usano nuove forme di dire che inebbriano l’anima di piacere; richiamano
in uso voci antiche e disusate, le quali, perché disusate, chiamate
in uso, sembrano nuove; adoperare voci straniere, le quali, come le mode
straniere, sogliono dilettare; e ciascuno si fog- gia un nuovo genere di
dire: ed ecco quel di Cicerone, 04- tae alia lingua loquuntur. E questo
sarebbe il metodo pro- fittevole alla gioventù nella lezione de’
scrittori latini. LETTERA DI FINAMORE A V, Ill.mo Signore, Signore e
Padrone Col.mo, Contestando la vostra favoritissima de’ 12 andante
con quella semplicità di espressioni e veracità di sentimenti che
inspira la fama de’ vostri rari talenti e della vostra [mo]de- stia 1; mi
fo un dovere di ringraziarvi distintament[e delle] gentilissime
espressioni, onde, ad onta del mio de[bole inge- gno ?], mi onorate.
Quindi protesto le mie indelebili.... zioni alla vostra generosità che si
compiacque.... non solo di com- patire una mia memoria sullfe antichi]tà
di questa mia patria, rimessavi dalla R. A[ccademia, ma] anche di
con- siderarmi non indegno di esservi aggregato. Allora io non
seppi qual ne fosse stato il degno censore, mentre ne ottenni la patente
di socio nazionale; ma, colla pubblicazione che nel 1798 fece il dotto
segretario Napoli-Signorelli del primo tomo del Regno di Ferdinando IV,
p. 381, dove rilevai che vi compiaceste fare alla stessa memoria vari
commenti e proporre alcuni dubi da sciogliersi da me medesimo, mi
cadde il pensiero di leggere le vostre erudite riflessioni ed
approfittarmene pria che si pubblicassero negli atti della R. A. Questo
medesimo desiderio, anziché mancare, mi si avanza di più in più, dopocché
ho acquistata la vostra pa- 1 Supplisco, quanto è possibile, quel
che manca per uno strappo dell’autografo.] dronanza, e vi prego quanto so
e posso di rimettermene una copia, giacché non sappiamo quando si
potranno ria- prire le adunanze accademiche. Son sicuro che vi
compia- cerete di soddisfare queste mie premure, e compatirete il
mio ardimento con quella urbanità che è propria d’un animo grande.
Veramente da una medaglia urbica disotterrata qui anni a dietro,
del peso di una libra di bronzo, coll’epigrafe greca ANZANON e nel
rovescio ®P, si conosce che il nome poi latinizzato di Anxanum, sempre
identico a questa città, sia di origine greca; ma non saprei donde derivi
la sua vera eti- mologia. Fatemi grazia d’illuminarmi su tal
particolare, scusando sempre la mia impertinenza. Ai maestri di
filosofia si dee sempre ricorrere in simile rincontro.
Volendomi onorare di vostri graditissimi comandi non meno de’
vostri caratteri, vi prego di diriggermi le vostre lettere per la posta,
e di significarmi se per la stessa possa diriggervi a dirittura le mie.
Sono intanto con la più perfetta stima e divozione di V. S.
Illma Lanciano, li 22 giugno 1804. Div. obblig.mo Serv.
Vostro FINAMORE !. I Dall’autografo esistente tra le carte
Villarosa. Se Giambattista Vico redivivo vedesse questa Italia senza
né Spagnuoli né Austriaci, padrona di sé, grande tra le grandi nazioni di
Europa direttrici della civiltà, conscia della sua dignità, fiera della
gloria de’ suoi figli maggiori, che anche nei secoli più bui e più duri
della divisione politica e della servitù la fecero con l’altezza dell’
ingegno celebrata e ricer- cata da tutte le genti più culte, potente
collaboratrice, maestra privilegiata d’ogni arte più splendida e d’ogni
più originale scienza: la vedesse questa Italia tutta qui convenuta in
ispi- rito a rendergli onore in questa aula magnifica della sua
rinnovata università; Giambattista Vico sarebbe, non sor- preso, ma
sbigottito di così insigne riconoscimento, che egli non avrebbe mai
sperato. Ma poiché, per alta che fosse la sua intelligenza,
l’animo era ingenuo come di fanciullo e sensibile alla lusinga
della lode, lo sbigottimento facilmente cederebbe il luogo alla
schiet- ta commozione, con la quale tornerebbe a ringraziare ancora
una volta la Provvidenza delle traversie d'ogni genere sof- ferte durante
tutta la sua grama esistenza; poiché queste traversie infine erano state
la causa per cui egli si ritirasse e concentrasse sempre più nella sua
solitaria meditazione e facesse le sue scoperte, e scrivesse il suo
capolavoro, la Scienza Nuova; e fosse, insomma, Giambattista Vico. Aveva
pubblicato da poche settimane, anzi da pochi giorni, il suo gran libro; e
con quanta trepidazione ne aspettasse i primi giudizi dei concittadini
nessuno dei quali (egli pur lo sapeva !) era propriamente preparato a
rendersi conto dei profondi concetti animatori della sua opera, si può
vedere dalla lettera che scriveva a un amico. Lettera dolente e
superba, ma tutta piena di alta fede religiosa: In questa città sì
io fo conto di averla mandata al diserto, e sfuggo tutti i luoghi celebri
per non abbattermi in coloro a’ quali l’ ho io mandata; che, se per
necessità egli addivenga, di sfuggita li saluto: nel quale atto non
dandomi essi né pure un riscontro di averla ricevuta, mi confermano
l’oppenione di averla io man- data al diserto. Io poi devo tutte le altre
mie deboli opere d’ in- gegno a me medesimo, perché le ho lavorate per
mie utilità pro- postemi affine di meritare alcun luogo decoroso nella
mia città: ma poiché questa università me ne ha riputato immeritevole,
io certamente debbo questa sola opera tutta a questa università, la
quale, non avendomi voluto occupato a legger paragrafi, mi ha dato l’agio
di meditarla ». (Dove si accenna alla gravissima de- lusione toccatagli
nel concorso alla importante cattedra di Di- ritto civile della mattina,
alla quale aspirava e si veniva prepa- rando da molto tempo). « Sia per
sempre lodata la Provedenza, che, quando agli infermi occhi mortali
sembra ella tutta rigor di giustizia, allora più che mai è impiegata in
una somma beni- gnità ! Perché da quest’opera io mi sento avere vestito
un nuovo uomo, e pruovo rintuzzati quegli stimoli di più lamentarmi
della mia avversa fortuna, e di più inveire contro alla corrotta
moda delle lettere, che mi ha fatto tale avversa fortuna, perché
questa moda, questa fortuna mi hanno avvalorato ed assistito a
lavorare quest'opera. Anzi (non sarà per avventura egli vero, ma mi
piace stimarlo vero) quest'opera mi ha informato d'un certo spirito
eroico, per lo quale non più mi perturba alcuno timore della morte e
speri- mento l’animo non più curante di parlare degli emoli.
Finalmente mi ha fermato, come sopra un’alta adamantina ròcca, il
giudizio di Dio, il quale fa giustizia alle opere d’ ingegno con la stima
de’ saggi, i quali, sempre e da per tutto, furono pochissimi » !.
I Lett. del 25 ott. 1725 al p. Giacco, in Vico, L’Autob., il
Carteggio e le poesie varie, ed. Croce-Nicolini. V. nacque il 23 giugno
1668 in uno stambugio sopra la botteguccia del padre, in via San Biagio
dei Librai, n 3I. Giacché il padre era libraio, figlio d’un contadino di
Madda- loni: modestissimo libraio, sposato a una povera donna, figliuola,
a sua volta, d’un carrozziere. Famiglia numerosa: otto figli. Ambiente
povero, buio, triste: dove, anche senza la tremenda caduta da una scala
per cui il fanciullo set- tenne si ruppe il cranio e perdette molto
sangue ed ebbe bisogno di tre anni di cure per riaversi — o muore,
predi- ceva il cerusico, o sopravvive idiota! — era impossibile che
non crescesse gracile, malinconico, infermiccio, come restò tutta la
vita. Dal n. 31 il padre si trasferì nel 1685 al n. 23, di rimpetto al
Banco della Pietà !: anche qui bottega e mez- zanino soprastante. Poca
aria e poca luce, e povertà. Quando perciò il fanciullo a dieci anni poté
tornare a scuola, l’anda1e e il venire erano boccate d’aria vivificanti;
quantunque non ci fossero giuochi né spassi per lui studiosissimo,
cresciuto tra i libri, impaziente della necessaria lentezza e gradualità
dello studiare in comune con coetanei men veloci nell’apprendere. E
per la sua malinconia e precocità, ombroso, puntiglioso. Abbreviò il
corso elementare de’ suoi studî, fin d'allora auto- didatta; e iscrittosi
poi nel Collegio dei Gesuiti (al Gesù Vec- chio) alla seconda classe di
grammatica, se ne ritrasse però prima della fine dell’anno scolastico per
un torto fattogli dai maestri in una gara in cui aveva vinto i primi della
classe. Si chiuse nella libreria paterna e nel mezzanino di sopra.
E giorno e notte sui libri. Da sé quindi, a furia, compì gli studî
di grammatica e di umanità: tutta la sua istituzione letteraria.
Scoraggiato, per la filosofia, da una astrusissima logica, che gli era
stata consigliata, si svogliò e distrasse. Tentò più tardi tornare dai
Gesuiti; ma quantunque il maestro quivi gli desse ! Per tutte le
abitazioni del V. cfr. Note all’Autobiografia, dove sono i risultati
delle molteplici sagaci esaurienti ricerche del Nicolini.] il gusto d’una
metafisica che andò a genio al giovinetto al- lora forse quindicenne, gli
parve che troppo costui andasse per le lunghe con le sue scolastiche
distinzioni e sottodistinzioni; e si ritrasse pertanto da capo a studio
privato, e da sé condusse a termine, con grande applicazione, il corso di
filosofia; dal quale si accedeva alla Università. In questa, dopo avere
fatto da sé, solo frequentando per un paio di mesi lo studio d’un
canonico vicino di casa, insegnante di diritto di molta fama, s'
immatricolò nel 1688 alla facoltà di Leggi; e vi fu iscritto per quattro
anni. Ma non vi mise mai piede, dividendo il suo tempo tra gli studî
giuridici, i lette1arî e i filosofici, pei quali allora come sempre qui a
Napoli grande era l’ interesse delle persone colte. Una volta tentò i
tribunali, in una causa civile, in difesa del padre. E la fortuna gli
arrise; ma sentì egli che non era nato per la carriera forense. Accettò
l'offerta di re- carsi a Vatolla, nel Cilento, precettore privato in casa
di certi signori. E lì rinvigorì la salute, che tia gli stenti di
Napoli era minacciata da tisi; e lontano dalle angustie familiari
ebbe per nove anni ozio e serenità d’animo e agio per compiere il maggior
corso, com'’egli più tardi ricordava, de’ suoi studî. III.
Non aveva peraltro trovato la sua via. Le letture dei libri
recenti di cui nelle sue gite a Napoli si provvedeva, non erano ordinate.
Ma ogni autore metteva in movimento lo spirito del giovane, lo faceva
pensare. E quelle meditazioni assidue erano più feconde d’ogni più
metodica lettura. Ci rimane di quel tempo una canzone Affetti di un
disperato, documento del pessimismo a cui di tratto in tratto lo
spingevano l’ incertezza dell'avvenire, il pensiero della famiglia
lontana miserabile, e sopra tutto il bisogno inappagato di trovare, in
quella sua indole raccolta e meditabonda, una soluzione a certi
problemi angosciosi. Erano i problemi che letture e forse ricordi
di conversazioni avute a Napoli coi letterati inclini all’ateismo
venuto di moda tra gli spiriti forti, gli avevan fatto intrav- vedere
prima confusamente, poi scorgere in maniera sempre più chiara e paurosa
per la sua anima severamente educata nella fede religiosa e di tempra
profondamente mistica. Ma anche i dubbî, gli errori, che più tardi
ricorderà !, degli anni giovanili, erano pungolo a scrutare più addentro
nel proprio pensiero; finché non gli parve di trovare in Platone e nei
Pla- tonici sopra tutto del Rinascimento italiano il fondamento
speculativo incrollabile alle sue sante credenze. IV.
Nel settembre 1695, il periodo del ritiro cilentano ebbe termine; e Vico
tornò a Napoli. Aveva ventisette anni; il padre vecchio; sui fratelli non
era da fare assegnamento. Bisognava provvedere alla famiglia, oltre che
alla propria persona. Ricerca affannosa di un’occupazione stabile,
anche umile. E intanto ripetizioni, anche elementari, mal
retribuite e difficili a trovare. Lavori letterari d'occasione
(orazioni, sonetti, canzoni) procuravano bensì qualche magra soddi-
sfazione alla ambizione del giovane ormai maturo, a cui invano autorevoli
personaggi cercavano onorato collocamento. Un d'essi non seppe far di
meglio che consigliargli di farsi frate. Nel ’97 chiese la carica di
segretario del Municipio, che era ufficio, allora, da letterato, poiché
si carteggiava in lingua latina. Ma la domanda non fu accolta. Due anni
dopo, final- mente, concorse alla cattedra universitaria di
Eloquenza; e l'ottenne. Lo stipendio però era di 100 ducati l’anno,
poco più di 35 lire al mese, oltre gli emolumenti non cospicui pro-
venienti dai certificati che l'insegnante di quella cattedra rilasciava
per l’immatricolazione degli studenti alle varie facoltà. E di cento
ducati rimase lo stipendio di Vico, finché nel 1735 una riforma di tutto
l’ordinamento universitario I Lett. al p. Giacco del 12 ottobre
1720. Per questi errori gio- vanili del V. v. CROCE, La filos. di G. B.
V.3, p. 286 e Intr. a FINETTI, Difesa dell’autorità della S. Scrittura
contro G. B. V., Bari, 1936; NI- COLINI, La giovinezza di G. B. V., Bari,
1932, p. 127; A. Corsano, Umanesimo e religione in G. B. V., Bari, 1935,
pp. 17-22. non glielo raddoppiò; nello stesso anno che il nuovo re
Carlo di Borbone, seguendo il suggerimento del suo cappellano mag-
giore, uomo di larga mente e dottrina, molto benevolo esti- matore di
Vico, lo nominò istoriografo regio con altri cento ducati di assegno. Ma
nel 1735 Vico era già presso che al ter- mine della sua carriera; e se
fin allora, pur tra disagi, rinunzie e sacrifizi inenarrabili aveva
potuto trascinare avanti l’esi- stenza, s'era dovuto aiutare con i
proventi d’uno studio privato di rettorica, aperto in una sua casetta in
Vicolo dei Giganti, mutata cinque anni dopo in altra alquanto più ampia
al largo dei Gerolamini, dove rimase fino al 1733. Cambiò casa
ancora tre volte; e finalmente nel ’43 andò ad abitare ai Gradini
dei Santi Apostoli, dove morrà nella notte dal 22 al 23 gennaio dell'anno
dopo. Appena ottenuta la cattedra universitaria, Vico non
per- dette tempo: sposò una povera donna analfabeta e, quel che è
più, inetta al governo della casa; e ne ebbe via via otto figli, cinque
dei quali sopravvissero; e due procurarono al padre grandi gioie, ma uno
altresì dolori acerbissimi. Com’egli vivesse in mezzo ad essi fanciulli,
lo dice egli stesso nell’accenno che reiteratamente ! fa ne’ suoi scritti
al costume suo di medi- tare e scrivere in mezzo alle conversazioni dei
familiari e allo strepito de’ figliuoli. Altro che la quiete e il
silenzio di cui sente il bisogno ogni scrittore ! Ma la stessa
cattedra modesta avuta in sorte gli procurava almeno una volta l’anno una
segnalata soddisfazione; poiché al professore di Eloquenza spettava di
leggere, nel giorno del- l’ inaugurazione degli studî, un’orazione
latina, sopra argo- mento d’ interesse generale e filosofico, alla
presenza di tutti 1 colleghi e degl’illustri personaggi che erano
invitati allora come oggi a tale solenne cerimonia. Vico ne aveva
occasione I Autob.] ad esporre nel latino aureo, di cui la
familiarità quotidiana con gli scrittori classici lo aveva reso maestro,
i più alti concetti che nelle sue meditazioni veniva maturando intorno
alla na- tura dello spirito umano, alla società, a Dio. In nuce
oggi possiamo scorgere in quei concetti quasi tutta la filosofia
posteriore. E Vico doveva in quelle occasioni cominciare ad assaporare il
gusto del pensiero, che, levandosi sovrano sopra tutte le cose e tutte le
idee, acquista la coscienza di non so che divino, che è la sua forza e la
sorgente della sua superiore certezza. Onde a lui veniva fatto di dire,
non potersi il fine degli studî altrove collocare che nel proposito «di
coltivare una specie di divinità dell'animo nostro ». La sua filosofia
platonizzante lo confermò poi sempre in questa intuizione della divina
essenza delle idee, che l’uomo scopre con la riflessione dentro il
proprio animo, e quindi di questa na- tura eroica, come già diceva
Platone, ossia partecipe del divino, che è propria dello spirito umano
che venga in possesso della verità. Intuizione, che fu sempre l'’
ispira- zione più profonda del carattere religioso del suo pen-
siero e di quella lirica commozione che scuote ognora più vigorosamente
la sua filosofia. Scrive infatti vivendo il suo pensiero come una
demoniaca rivelazione interiore, che lo eleva al di sopra di sé e gli dà
quella certezza che il pensiero umano attribuisce alla mente divina.
Comporre quelle orazioni, leggerle a quegli uditori d’eccezione, in cui
si raccoglieva il fiore dell’ intelligenza e della cultura napoletana, e
poi per giorni e giorni serbare le impressioni provate in quell’ora
solenne, e illudersi magari sul valore degli applausi di cui, sì sa,
raramente l’uditorio è avaro all’oratore che finisce di parlare, era pure
un motivo di compiacimento. In parte era anche appagamento dell’amor
proprio di letterato, a cui Vico, come i suoi coetanei spasimanti per gli
ozî, le parate e i mutui incensi delle accademie era sensibile (e forse
in modo anche superiore all’ordinario, in ragione del candore
dell’uomo vissuto per lo più fuori del mondo); ma in parte era la
gioia che prova ogni nobile spirito al cospetto della verità o di
quella che innanzi gli splende come tale. Lampi di luce che rischiaravano
a un tratto la penombra faticosa e triste a cui il povero filosofo
abitualmente era condannato. Ma l’animo ne era spinto a innalzarsi dalle
miserie della vita quotidiana al puro cielo dei grandi pensieri luminosi
e rinfiancato a du- rare nella fatica e nella meditazione. Lezioni pazienti
e umili, prosaiche cure domestiche, e letture di grandi scrittori
antichi e moderni che lo traevano in su, alle cose serene e
immortali. Quelle orazioni, salvo qualche riecheggiamento di
filosofia cartesiana, allora diffusa a Napoli come l’ultimo figurino
di Francia, si aggirano tra le idee platoniche. Ondeggiano pertanto
tra la raffigurazione di un divino mondo trascendente, di là da questo
della vita nostra mista di luce e di tenebre, di do- lori e di gioie, di
essere e di non essere, e un acuto senso del- l’unità profonda del divino
e dell'umano, e però della grandezza e potenza creatrice dell’uomo
considerato in quella sua spi- rituale essenza, dove l’alta vena del
divino preme a scorgere l’uomo alla cognizione del vero e alla volontà
del bene e ad ogni arte che conferisce ai mortali il dominio delle loro
passioni e delle forze stesse della natura. VI.
Ma cogli anni l’orizzonte di Vico si allargava e arricchiva. Leggeva
Bacone, che con la sua critica dell’antico sapere, fondato su presupposti
razionali e costruito per deduzione raziocinativa, col suo vigoroso
appello all’esperienza, al parti- colare, al mondo che non è nel
pensiero, ma di fronte ad esso, non conosciuto a priori, ma da conoscere,
da studiar sempre perché non mai abbastanza conosciuto, con l’alto suo
grido dell’ instauratio magna ab imis fundamentis a cui la scienza
moderna doveva accingersi, gli aprì quasi gli occhi ad una seconda vista.
Cogttata et visa (titolo di uno scritto baconiano) divenne uno de’ motti
prediletti di Vico. Pensare, analizzare i pensieri, criticare le opinioni
ricevute nell’animo, sì; ma prima vedere, percepire, aprire l’animo al
nuovo, con cui la vigile esperienza ad ora ad ora lo investe, lo scuote,
lo trasforma. Cartesio a lui platonico aveva già mostrato chiaramente
il carattere tutto moderno di quel pensiero a cui il filosofo francese
richiamava; e che non era più pensiero in sé, la verità divina a cui lo
spirito umano aspira, ma il pensare dell’uomo che ha coscienza di sé, del
fatto in cui esso consiste. Fatto umano, ma certo. Coscienza, non
propriamente scienza. Fatto che è lì nello spirito umano, nella coscienza
che questo ha di sé; non più. Ma, come tal fatto, investito d’un valore
che è discutibile che possa attribuirsi alla verità, quale il
pensiero, analizzando e deducendo, ce la pone innanzi. Si tratta di
quel valore di certezza, che è il primo postulato del pensiero moderno,
stanco d'ogni dommatismo e di ogni affermazione, per logica che sia,
della quale naturalmente si possa dubitare. Altro il vero, altro il
certo. E la sete di certezza, ossia di una verità che non sia
passivamente ricevuta, ma acquistata come la verità che consti, e sia
nostra verità, della quale non si possa dubitare senza rinunziare al
pensare, e che perciò regga a ogni critica, e sia da accogliere non
perché si abbia la for- tuna o sfortuna di appartenere a una chiesa, a
una scuola, a una gente, ma perché si è uomini dotati di ragione; questa
è l’ inquietudine salutare che muove il pensiero moderno: nella
filosofia, come nella religione, nella politica e in ogni forma della
cultura. Inquietudine non di spiriti scettici, ras- segnati alla propria
ignoranza, anzi di spiriti positivi, costrut- tori, che han bisogno di
possedere saldamente la realtà. E questa inquietudine riempie
l’animo di Vico quando nel 1708, riprendendo l’abitudine da un biennio
intermessa delle orazioni inaugurali, scrisse il discorso De nostri
temporis studiorum ratione, pubblicato con aggiunte l’anno dopo. È
una polemica contro l’ imperante cartesianismo, contro quel filosofare
superbo, sprezzante di ogni erudizione storica od esperienza o poesia, o
forma, in genere, della vita spirituale che non sia puro pensiero o
astratta ragione: filosofare sordo alla storia, alla vita sociale, ai
sensi, alle passioni, d’un astratto spirito tutto ragione, senza né memoria,
né fantasia, né per- cezione sensibile, chiuso in sé e lavorante nel
vuoto. Rivendi- cazione quindi del concreto, del particolare, dello
storicamente determinato; di quello che non si deduce, ma si
apprende, direttamente, materia di «topica», come Vico ama dire nel
linguaggio della retorica tradizionale, prima che di « critica». Filologia,
non filosofia. Ma affermazione insieme della neces- sità della critica,
della filosofia a complemento e intelligenza d'ogni sapore filologico o
comunque di fatto. Certo e insieme vero. VII.
Su questo punto si concentrò l’attenzione del filosofo, che l’anno
appresso si trovava ad aver delineato nella mente tutto un sistema di
filosofia, di cui pubblicò nel 1710 la prima parte contenente la
metafisica; tre anni dopo abbozzò, in un opu- scolo, stampato postumo
verso la fine del secolo in una rivista napoletana finora irreperibile,
la parte seconda relativa alla fisica; e tralasciò la terza, la morale,
poiché la materia di essa venne assorbita nelle maggiori opere
posteriori. Questo De antiquissima Italorum sapientia diede fama
all'autore, facen- dolo conoscere fuori di Napoli, specialmente per l’
impor- tante polemica che ne seguì tra gli scrittori del Giornale
de’ Letterati d' Italia, che si pubblicava a Venezia, e Vico. Ma
quel che attrasse l’attenzione fu piuttosto la cornice che il quadro: non
la dottrina espostavi, in cui era l'originalità e l’importanza storica,
notevolissima, dell’operetta, ma l’ ipo- tesì artificiosa e falsa con cui
questa dottrina era presentata come dottrina antichissima degli Italiani,
attestata dalle eti- mologie di alcune voci della lingua latina
interpretate col metodo arbitrario usato da Platone nel Cratilo. Ipotesi
di cui il primo a fare più tardi la critica perentoria sarà esso
Vico, quando dimostrerà l’assurdo dei dotti, che da Platone in poli
avevano attribuito ai primitivi una sapienza riposta, ossia una vera e
propria filosofia. Ma la cornice, come accade, compromise il quadro,
poiché gli uomini guardano più alla forma che alla sostanza; e la
sostanza, che era una scoperta da fare epoca, passò inosservata. Era la
soluzione del problema della moderna filosofia, dell’unità, come dirà
Vico stesso, del vero col certo, del pensiero con l’esperienza, delle
idee con i fatti, o, secondo una formula prediletta da Vico, della
filosofia con la filologia. Giacché in questa prima parte del De
antiquissima il Vico premetteva alla stringata esposizione della sua
metafisica — una sorta di dinamismo spiritualistico analogo alla
contemporanea monadologia leibniziana, che ben servirà di sfondo alla
filosofia che Vico svolgerà poi nella Scienza Nuova — un cenno di teoria
del conoscere che ha una strana somiglianza, pur essendone
differentissima, con la cele- berrima teoria che sarebbe stata esposta
settant'anni dopo da Kant nella Critica della ragion pura. Dove tutti gli
storici della filosofia asseriscono aver ricevuto del pari
soddisfazione, ed essere stati quindi conciliati, gli opposti indirizzi
filosofici precedenti dell’età moderna: quello empiristico che
comincia con Bacone e giunge allo scetticismo di D. Hume e quello
razionalistico che da Cartesio arriva alla metafisica di Leib- niz. Ma la
conciliazione era stata fatta qui a Napoli settant'anni prima in questo
modestissimo libricciolo vichiano con la teoria fermata in un motto di
conio scolastico diventato poi quasi proverbiale: verum et factum
convertuntur; ossia, il vero con- siste nel fatto, poiché chi sa è chi
fa, e della natura non fatta da noi, noi non possiamo osservare perciò e
conoscere se non le apparenze, o i fenomeni, come aveva pur detto Galileo;
e del perché, della essenza dell’operare che a noi si manifesta in
forme fenomeniche, non ci è dato fare altro che una scienza per
congettura, probabile e soddisfacente per la ragione, ma priva di quella
certezza, che è carattere specifico del sapere scientifico. Con certezza
noi possiamo sapere quel tanto di cui noi siamo autori. Poco, secondo le
prime riflessioni suggerite a Vico dalla sua scoperta: ossia le grandezze
matematiche, che sono innanzi a noi ed esistono, in quanto noi le
costruiamo (numerando o tracciando triangoli e quadrati). Così
anche per Vico in questa prima forma della sua gnoseologia, le
mate- matiche, come per Galileo e per la massima parte dei
pensatori contemporanei, rimangono il tipo della scienza perfetta.
Non impoita per altro qui vedere quali scienze Vico conceda alla mente
umana; importa invece il carattere che egli attribui- sce alla scienza:
questo carattere costruttivo della realtà che ne è l'oggetto. Concetto
che evidentemente nega la preesi- stenza dell’oggetto alla mente che lo
conosce, e conferisce a questa un’attività creatrice di quel mondo che
essa è in grado di conoscere; sicché la certezza del fatto viene a
coinci- dere con questa intimità della mente al mondo di cui è ar-
tefice. È la certezza del poeta che è il creatore de’ suoi fantasmi, come
Dio crea gli uomini vivi; ed è perciò dentro di essi, e ne conosce tutti
i segreti. La verità è, sì, pensiero (evidenza delle idee alla mente),
come voleva Cartesio; ma il pensiero non è spettatore di quel che si
rappresenta, bensì produttore. Il fatto di cui perciò siamo certi, non è
quello di cui siamo te- stimoni; ma quello invece di cui noi siamo gli
attori (costruen- dolo o ricostruendolo). Si vedrà poi se noi
siamo costruttori e creatori di astratti numeri e di astratte entità
geometriche, o di qualche cosa di più saldo e reale; e cioè di quanto il
nostro potere s’asso- miglia a quello che attribuiamo a Dio. Intanto la
via è aperta. E Vico procederà. VIII. Procederà
speculando, chiuso nel suo cervello, anche nei colloqui amichevoli e tra
gli strepiti domestici. I coetanei non sospetteranno questo nuovo mondo
che egli viene tentando e scrutando con trepidazione. Quelle sue pretese
etimologie delle parole più filosofiche della lingua latina lo avevan
fatto apparire agli occhi dei letterati piuttosto un pedante che un
pensatore: lo avevan screditato cervello balzano e incline ad abusare
della dottrina, anziché dimostrare l’elevatezza ecce- zionale del suo
ingegno filosofico. Un lavoro storico scritto tra il 1714 e il '16
per commis- sione, la Vita di Antonio Carafa, gli diede occasione di
leg- gere il De iure belli et pacis di Ugo Grozio; e questo poi gli
fece cercare gli altri autori famosi di diritto naturale, Giovanni Selden
e Samuele Pufendorf; e gli spiegò innanzi al pensiero più vasto e
concreto orizzonte che non fosse quello degli astratti concetti
ricavabili o no da poche etimologie latine: il mondo della storia al suo
primo uscire dalla barbarie alla civiltà mediante il formarsi del
diritto. Tutta una storia da rico- struire solo in piccola parte
filologicamente, e nel suo complesso invece per congetture e argomenti di
ragione appoggiata a considerazioni filosofiche intorno alla natura
umana. Il pro- blema dell’origine storica e ideale del diritto gli si
affacciò subito come il problema dell’origine e della natura dell’uma-
nità, o della civiltà (poesia e religione, istituzioni sociali e
giuridiche, scienze e filosofia): tutto l'insieme delle cose umane,
dipendenti comunque dalla volontà o dalla intelligenza del- l’uomo:
quello che più tardi Vico stesso dirà « mondo delle nazioni ». Problema
di preistoria, che era poi un problema di storia, ma sopra tutto un
problema di filosofia. Poiché le origini non si prestavano a essere
ricostruite e interpretate se non al lume della stessa natura operante
nel processo storico del diritto e in genere della civiltà; e quindi in
base al concetto di questa natura onde si rende intelligibile ogni punto
del processo storico. Il grande posto che occupava nella cultura e
nell'ordinamento universitario il Diritto romano veniva per tal via ad
illuminarsi agli occhi del Vico di nuova luce. Quelle antiche fonti della
giurisprudenza romana, che agli occhi suoi erano state fin allora
argomento di osservazioni filologiche, a un tratto si innalzarono a
sorgenti della più veneranda sapienza; le parole diventarono cose, la
filologia si trasfigurò in filosofia. Donde una più intensa
applicazione del Vico al diritto. Quindi l’idea di non più tentate
ricostruzioni del diritto ro- mano e di tutta la storia che nel diritto
converge; e nel 1720-2I la pubblicazione del Diritto Universale, ossia di
due volumi, uno De universi juris uno principio et fine uno e l’altro
De constantia iurisprudentis, preceduti nel 1719 dalla Sinopsti del
diritto universale (foglio volante che anticipava l’ idea dell’opera) e
seguito nel ’22 dalle Notae, contenenti aggiunte e correzioni. Quindi la
speranza per qualche anno accarez- zata e finita nella dolorosissima
delusione che s'è veduta, di poter aspirare alla grande cattedra
mattutina di Jus ci- vile (che gli avrebbe sestuplicato il troppo magro
stipendio). Ma, sopra tutto, il primo scontro, per così dire, in
campo aperto, di Vico, studioso, filosofo, scopritore di nuove idee
e grande riformatore della scienza del suo tempo, coi rappresentanti di
questa, che erano poi gli uomini con cui egli do- veva vivere e fare 1
conti. IX. Il largo giro delle questioni abbracciate
nel Diritto Univer- sale, non pure giuridiche e filosofiche, ma
religiose, storiche e letterarie, interessanti ogni genere di studiosi di
scienze morali, e l'originalità delle tesi che in ogni campo l’autore
vi propugnava, in un primo abbozzo di quella che pochi anni dopo
sarà la Scienza Nuova (pubblicata dall'autore la prima volta nel '25, la
seconda nel ’30 e l’ultima nel ’44) non po- teva non mettere in qualche
modo il campo a rumore. Ma la sorte del Diritto Universale fu subito
quella che sarà più tardi la sorte dell’opera maggiore e più matura. La
forma del pen- siero vichiano era così paradossale e, in apparenza, così
inten- zionalmente rivoluzionaria rispetto alle opinioni
tradizionali, così ostentata, col solito candore del filosofo, la propria
ori- ginalità, così frammentarie e affrettate le prove filologiche
dove ne occorressero, così pregnanti e sommarie quelle filoso- fiche a
cui più spesso si faceva ricorso, così rapida e pure involuta e contorta
l'andatura del pensatore, tutto rapito nella gioia delle sue intuizioni e
nulla curante del pubblico a cui pur s' indirizzava, da procurare al Vico
la taccia di oscu- rità, che pesò a lungo, in vita e dopo, sulla opinione
che si ebbe di lui e impedì l’ intelligenza e la fortuna del suo
pensiero, e gli diede mala voce tra i contemporanei. Gli venne la fama
di spirito malinconico, bizzarro, senza criterio, privo di buon senso,
stravagante, cervello imbrogliato e fantastico; e anche peggio. Amici, o
malevoli, tutti celieranno sulla oscurità del filosofo. Era ripreso
comunemente per oscuretto, scrisse con la sua mite bonomia il Metastasio.
L’acre Giannone dava ragione a quel dotto napoletano che si stomacava «
in vedere che i compilatori degli Att# di Lipsia tanto si
travagliano per intendere le fantastiche ed impercettibili idee del
Vico, quando, per non torcersi il cervello, non dovrebbero nemmeno
fiutare i suoi librettini »; e quando vide l’autobiografia vichiana, non
si peritò di battezzarla «la cosa più sciapita e trasonica insieme che si
potesse mai leggere ». Di certe composizioni letterarie del filosofo,
come di quell’orazione che egli scrisse con magnificenza di stile per la
morte d’una culta gentildonna, che lo aveva degnato della sua benevola
amicizia, Angiola Cimini marchesana della Petrella, si rideva; e un
letterato di buon umore ne fece strazio in una satira bernesca, che
girò per Napoli manoscritta, rappresentando il filosofo maestro di scuola.
Vico stranulato e smunto Colla ferola in mano e ’l Passerazio
(che era un commentario ai poeti elegiaci romani). Della orazione
per un’altra dama, che il Vico stesso mostrava a un letterato senese
venuto a fargli visita nel 1726, questi scriveva a un amico le stranezze
notatevi, aggiungendo: « Il bello che vi ha in questo discorso è che
nella prima sola facciata vi sono due periodi, nel primo dei quali tra ’1
nome agente ed il verbo ci corrono undici versi e nel secondo quattordici
». Il lucchese Sebastiano Paoli, sopra un esemplare della Scienza
Nuova inviatogli dall'autore annotò un suo distico: Culpa mea est,
solus si non capio tua dicta; Culpa tua est, nemo si tua dicta
capit. E certamente era in buona parte colpa del Vico se
nessuno, proprio nessuno, lo capiva. Vero quello che egli sentenzia
in una sua bellissima lettera del ’29, quasi a propria discolpa:
«So bene che ’1 comune degli uomini è tutto memoria e fan- tasia: e
perciò hanno sparlato tanto della Nuova scienza, perché quella rovescia
tutto ciò che essi con errore si ricor- davano e si avevano immaginato
de’ principî di tutta la divina ed umana erudizione. Pochissimi sono
mente » 1. Vero altresì quel che egli dice nella stessa lettera e altrove
della cultura contemporanea, tutta dietro ai metodi, per se stessi
vuoti I Autob.] e infecondi, e all’analisi laddove l’ ingegno è
sintesi, e alla critica, che genera lo scetticismo, sempre a caccia del
facile, del chiaro, ignorando che «la facilità così fiacca ed
avvelena gl’ ingegni siccome la difficoltà gl’ invigorisce ed avviva
»; e quel correr dietro ai compendî, ai manuali, ai dizionari, che
sono il cimitero delle scienze. Tutto verissimo; ma restava che egli,
fisso nelle idee che sgorgavano con vena abbondante e impetuosa dalla sua
potente ispirazione, ne era trascinato come da un estro, da un furore
eroico, e non sentiva più il freno dell’arte; non era più in grado di
mettersi avanti il suo pensiero per introdurvi quell’ordine, che si
richiede a dare unità così a un periodo, come ad un libro o a tutto un
sistema di idee. Ma coloro che favoleggiano di tragedia vichiana, di una
lotta trilustre incessante del Vico con la sua materia, ribelle ad ogni
regola, ad ogni lavoro che la riducesse a lucidus ordo, a forma efficace
e persuasiva, e la rendesse prima di tutto ben chiara e distinta allo
stesso Vico, non distinguono in questa famosa questione della oscurità di
Vico due cose differentis- sime. C'è l'oscurità oggettiva, per dir così,
e c’ è l'oscurità soggettiva. L'una propria del pensiero non logicamente
con- figurato, quale dev’essere perché possa valere in sé, essere
comunicato altrui ed inteso da chi ascolta come da chi parla, da chi
legge come da chi scrive. L’altra è l’oscurità sentita dallo stesso
autore, che vede e non vede, ma sospetta le la- cune che non sa colmare
nel suo pensiero, e non possiede insomma la verità che gli brilla da
lungi davanti, che egli si sforza di raggiungere ma non vi riesce. La
proclamazione frequente che s’ incontra in Vico delle proprie scoperte
di- mostra una coscienza fermissima d’essere in possesso del vero;
e lo stesso stile poetico, tutto fantasia corpulenta ed espres- sioni
scultoree che si scolpiscono infatti nella fantasia del lettore e non si
dimenticano più, sprezzante di ogni cura dida- scalica, tutto vibrante di
passione e infuso di trionfante elo- quenza che si spande con l’empito
d’una forza di natura — tutte qualità che sono caratteristiche della
prosa vichiana e ne costituiscono la grande attrattiva, e stavo per dire
l’ incan- to — dimostrano che egli è convinto bensì di trattare
cose molto difficili, e che richiedono lunga e aspra meditazione ad
essere intese; ma è convinto altresì che gli altri, per difetto loro,
trovano oscuro quel che splende alla sua mente di luce abbagliante. Non è
un maestro esemplare perché, sotto la spinta del dèmone che lo possiede,
non pensa più agli scolari che stanno ad ascoltarlo; e si chiude in un
soliloquio, che non deve servire se non per lui stesso. Così, perché il
Vico si affida sempre alla memoria, che troppo spesso l’ inganna e
lascia correre ne’ suoi libri tante citazioni sbagliate ? Perché
non s' è presa la cura di controllare i ricordi delle sue letture e
magari corredare le sue affermazioni con note esatte che confortassero e
alutassero il lettore al riscontro delle fonti di cui egli si serviva ? È
lo stesso motivo che fa sdegnare a ogni schietto poeta il commento della
sua poesia, quantunque un buon commento storico e filologico riesca
sempre utilissimo alla piena intelligenza del lavoro poetico. Ma il
poeta, in quanto tale, è assorto in un suo mondo, dove non sono né
lettori né ascoltatori: ed è solo, l’unico, infinito, come Dio. Vico,
quan- tunque sia tornato nove o dieci volte sul tema suo dal primo
abbozzo del Diritto Universale all'ultima forma della Scienza Nuova e
fino all’estremo della vita, si può dire, abbia sempre tenuto presente
l’opera sua, postillando, aggiungendo, correg- gendo, in essa,
sottraendosi alle angustie della vita terrena, domestica e sociale, fu
assorto, felice. E in quel continuo sforzo di revisione e ritocco è
l’artista che accarezza la sua creatura, e rinnova il calore e il dolce
gusto della creazione. Bisogna sentire questo calore, questo vigore
poetico dello scrittore per rendersi conto di siffatti caratteri dello
stesso pensiero vichiano. Mi permetterò quindi di leggere una pa-
gina presa a caso dalla seconda Scienza Nuova; una pagina dove si assiste
al primo apparire dei sensi di umanità tra gli uomini, ancora fieri
bestioni: Con tali nature [ossia, con nature di fanciulli pronti a
crear le cose con la fantasia] si dovettero ritruovar i primi autori
del- l'umanità gentilesca quando — dugento anni dopo il diluvio per
lo resto del mondo e cento nella Mesopotamia.... (perché tanto di tempo
v’abbisognò per ridursi la terra nello stato che, disseccata dall’umidore
dell’universale innondazione, mandasse esalazioni secche, o sieno materie
ignite, nell’aria ad ingenerarvisi i fulmini) il cielo finalmente folgorò,
tuonò con folgori e tuoni spavento- sissimi, come dovett’avvenire per
introdursi nell’aria la prima volta un’ impressione sì violenta. Quivi
pochi giganti, che dovetter esser gli più robusti, ch’erano dispersi per
gli boschi sull’alture de’ monti, siccome le fiere più robuste ivi hanno
i loro covili, eglino, spaventati ed attoniti dal grand’effetto di che
non sapevano la cagione, alzarono gli occhi ed avvertirono il cielo. E
perché in tal caso la natura della mente umana porta ch’ella
attribuisca all’effetto la sua natura.... e la natura loro era in tale
stato, d’uomini tutti robuste forze di corpo, che, urlando, brontolando,
spiega- vano le loro violentissime passioni; si finsero il cielo esser un
gran corpo animato, che per tal aspetto chiamarono Giove, il primo dio
delle genti dette maggiori, che col fischio de’ fulmini e col fragore de’
tuoni volesse loro dir qualche cosa.... In tal guisa i primi poeti
teologi si finsero la prima favola divina, la più grande di quante mai se
ne finsero appresso, cioè Giove, re e padre degli uomini e degli dèi, ed
in atto di fulminante; si popolare, perturbante ed insegnativa, ch’essi
stessi che sel finsero, sel credettero, e con ispaventose religioni il
temettero, il riverirono e l’osservarono ! AI centro del quadro, dunque,
la religione. Essa crea e man- tiene, secondo Vico, la civiltà, stringe
gli uomini a una legge, è fondamento e forza dello Stato, perché primo
principio e radice di tutta la vita dello spirito. Il quale con l’idea,
10zza da principio e tutta materiale, d'un Dio che vede l’uomo, gli
parla e può correggerlo con la sua forza strapotente, dà inizio alla sua
vita e dispiega i germi segreti che sono nella sua natura, passando dalla
venere vaga al matrimonio e ai primi nuclei sociali, dal nomadismo
errabondo alle sedi fisse, al- l'occupazione della terra,
all'agricoltura, e a tutte le forme della vita civile. E quando le
società decadono, dalla religione debbono rifarsi, e però da quello stato
tutto fantasia in cui l’uomo crea la sua fede e ne è investito, sorretto,
animato, 1 S. N. 1744 ed. Nicolini (Bari, Laterza, 1928) capoverso
377. e irrompe perciò nella più potente poesia, tutta passione ed
estro. Ma la religione di Vico scopritore della scienza nuova
non è propriamente quella di Vico cattolico sincero e fervente: non
è quella che interviene dall’alto nella vita umana natu- rale per
salvarla con una forza superiore di cui l’uomo non potrebbe venire mai in
possesso da se medesimo. Egli distin- gue infatti il popolo eletto,
privilegiato della grazia divina, dalle nazioni gentili, o « tutte
perdute » 1, come dice una volta; la cui storia si propone di spiegare
con rigoroso senso scientifico per vie affatto naturali; in quanto ogni
uomo, come uomo, è creatore del suo mondo. E la nuova scienza è
appunto quella del mondo umano storico, che, a differenza del mondo
naturale, è conoscibile perché prodotto della mente umana, e
intelligibile secondo la logica di questa mente; e dà luogo perciò a
questa nuova scienza che non è, come una volta si diceva, la filosofia
della storia, ma, al dire dello stesso Vico, la « metafisica della mente
» 2. E questa non può ammet- tere, per la sua natura filosofica,
presupposto di sorta; neanche religioso. Come Cartesio partiva dal dubbio
universale (de omnibus dubitandum) per assistere allo svolgimento di
una scienza che potesse dedursi da un principio certo, Vico a capo
della sua ricerca insiste sulla necessità di vestire per al- quanto, non
senza una vtolentissima forza, la natura degli uomini primitivi che
andarono tratto tratto a disimparare la lingua d’Adamo, e, senza lingua e
non con altre idee che di soddisfare alla fame, alla sete e al fomento
della libidine, giun- sero a stordire ogni senso d’umanittà 3. Perciò,
«ridurci in uno stato di una somma ignoranza di tutta l’umana e
divina erudizione.... poiché in cotal lunga e densa notte di
tenebre quest’una sola luce barluma: che ’1 mondo delle gentili
nazioni egli è stato pur certamente fatto dagli uomini». In mezzo a
un oceano di dubbiezze su queste remote origini dell'umanità, I S.
N. ed. Nic. cv. 47. ? S. N.! ed. Nic. cv. 40 e passim. Questa
metafisica è filosofia del- l’Umanità «per la serie delle cagioni »;
filosofia dell’Autorità o storia universale delle nazioni « per lo
séguito degli effetti ». S. N.! cv. 399, 520. 3 S. NI ed. Nic. cv.
cit. non ricorrere alla rivelazione (domma sacrosanto della nostra
fede, ma pel quale non est hic locus) « appare questa sola picciola terra
dove si possa fermare il piede: che i di lui prin- cipii sì debbono
ritruovare dentro la natura della nostra mente umana e nella forza del
nostro intendere » 1. Infatti quella Provvidenza che per Vico illumina la
mente dell’uomo, genera il conato ? della sua volontà, promuove il libero
vo- lere a operare in quel modo per cui si viene a grado a grado
tessendo questa tela del mondo delle nazioni, tutto provvi- denziale,
logico, indirizzato al dispiegarsi dell’umana natura ossia
all’arricchimento progressivo dell'umanità di questo mondo, non è la
Provvidenza trascendente o soprannaturale, che faccia agire gli uomini
quasi inconsapevoli strumenti di fini superiori. L'uomo ha libero
arbitrio, osserva Vico, per quanto debole; arbitrio di fare delle
passioni virtù; arbitrio «che da Dio è aiutato naturalmente con la divina
provvi- denza, e soprannaturalmente dalla divina giazia ».
Questo aluto soprannaturale della grazia Vico non nega; è ben
lontano dal dubitarne; ma non entra nel suo quadro, dove campeggia
l’azione naturale della Provvidenza. Essa è l’architetta di questo mondo
delle nazioni. E perché ? Perché, nota Vico, « non possono gli uomini in
umana società conve- nire, se non convengono in un senso umano che vi sia
una divinità la quale vede nel fondo del cuor degli uomini » 3. È
questo senso umano, che fa il miracolo: quello che Vico I Da tener
presente il classico luogo della seconda Scienza Nuova: « Ma, in tal
densa notte di tenebre ond’ è coverta la prima da noi lon- tanissima
antichità, apparisce questo lume eterno, che non tramonta, di questa
verità, la quale non si può a patto alcuno chiamar in dub- bio: che
questo mondo civile egli certamente è stato fatto dagli uomini, onde se
ne possono, perché se ne debbono ritruovare i principî dentro le
modificazioni della nostra medesima mente umana. Lo che, a chiunque vi
rifletta, dee recar maraviglia come tutti i filosofi seriosamente si
studiarono di conseguire la scienza di questo mondo naturale, del quale,
perché Iddio egli il fece, esso solo ne ha la scienza; e trascurarono di
meditare su questo mondo delle nazioni, o sia mondo civile, del quale,
perché l’avevano fatto gli uomini, ne potevano conseguire la scienza gli
uomini » (S. N. 1744 ed. Nic. cv. 331). 2 Sul conato, che è libertà
v. S. N. 1744 cv. 340; cfr. cv. 504, 689. 3 S. NU ed. Nic. cv.
45. dice senso comune, anch'esso definito da lui « fabbro di questo
mondo delle nazioni»: quello che a tutti i più antichi sa- pienti delle
nazioni gentili fa temere spaventosamente gli déi ch'essi stessi si
avevano finti. E coincide perciò come « unità della religione d’una
divinità provvedente» con l’ «unità dello spirito, che informa e dà vita
a questo mondo di na- zioni » 1, Questa Provvidenza è anche
platonicamente definita «una mente eterna ed infinita, che penetra tutto
e presentisce tutto, la quale.... ciò che gli uomini o popoli particolari
ordi- nano a’ particolari loro fini, per gli quali.... essi
anderebbero a perdersi,... fuori e bene spesso contro ogni loro
proposito, dispone a un fine universale » 2. Opera essa «con la regola
della sapienza volgare, la quale è un senso comune di ciascun popolo o
nazione, che regola la nostra vita socievole in tutte le nostre umane
azioni così che facciano acconcezza in ciò che ne sentono comunemente
tutti di quel popolo o nazione ». Ogni nazione ha il suo senso comune; ma
tutti i sensi co- muni convengono e concorrono nella «sapienza del
genere umano » 3. Giacché questo senso comune che fa tutto,
non va con- fuso con lo spirito individuale del singolo uomo. Opera tante
volte attraverso il singolo, come s'è visto, contro il propo- sito e l’
intendimento di lui. «Perché pur gli uomini», conferma Vico a conclusione
della sua opera nell’edizione definitiva, «hanno essi fatto questo mondo
di nazioni...: ma egli è questo mondo, senza dubbio uscito da una mente
spesso diversa ed alle volte tutta contraria e sempre superiore ad essi
fini par- ticolari ch’essi uomini si avevan proposti; quelli fini
ristretti, fatti mezzi per servire a fini più ampi, gli ha sempre
adoperati per conservare l’umana generazione in questa terra.
Imper- ciocché vogliono gli uomini usar la libidine bestiale e
disper- dere i loro parti, e ne fanno la castità de’ matrimoni,
onde surgono le famiglie; vogliono i padri esercitare smoderata-
mente gl’ imperi paterni sopra i clienti, e gli assoggettiscono I
S. N. 1744 ed. Nic. cv. 9I6 e 915. 2 S. N.! ed. Nic.] agl’ imperi civili,
onde surgono le città; vogliono gli ordini regnanti ne’ nobili abusare la
libertà signorile sopra i plebei, e vanno in servitù delle leggi, che
fanno la libertà popolare; vogliono i popoli liberi sciogliersi dal freno
delle lor leggi, e vanno nella soggezion de monarchi; vogliono i monarchi
in tutti i vizi della dissolutezza, che gli assicuri, invilire i
loro sudditi, e gli dispongono a sopportare la schiavitù di nazioni
più forti; vogliono le nazioni disperdere se medesime, e vanno a salvarne
gli avanzi dentro le solitudini, donde, qual fenice, nuovamente risurgono
». Ebbene: « Questo che fece tutto ciò, fu pur mente, perché ’1 fecero
gli uomini con intelligenza; non fu fato, perché ’1 fecero con elezione;
non caso, perché con perpetuità, sempre così faccendo, escono nelle
medesime cose » !. La storia è prodotto della libertà dello
spirito; il quale ha la sua logica universale, divina, provvidenziale,
consi- stente nella legge dello stesso sviluppo spirituale. Questo attra-
versa tre gradi: senso, ancora inconsapevole; avvertimento di questo
senso; ragione o « mente tutta spiegata ». E tutta la storia con ritmo
costante passa eternamente per tre stati, divino, eroico ed umano,
correndo e ricorrendo questo libero processo dello spirito, e informando
a volta a volta tutte le forme della propria vita alla legge del grado di
sviluppo in cui lo spirito viene a trovarsi: ora vedendo da per tutto la
divinità e tutto attribuendo alla sua forza eccedente ogni umano
po- tere; ora sentendo in sé la divina natura e fidando nell’
invitta forza del proprio eroico volere; ora riconoscendo
l'universalità della natura umana e placando perciò l’ impeto e la
fierezza del più forte per piegarlo al diritto della ragione eguale
per tutti. Dalla religione e quindi dalla poesia alla scienza, alla
filosofia, alla riflessione che doma il costume violento e la forza
immoderata della giovinezza, e la raggentilisce. Ma pur finisce per
fiaccare la fibra vigorosa che è necessaria alla sanità degl’ individui e
delle nazioni. Onde queste decadono, ma per risorgere, poiché la
dissoluzione della civiltà, che si è tutta piegata nella struttura
giuridica e morale dello Stato, è ri- I S. N. 1744, ed. Nic.] torno
alla barbarie primitiva; ossia al provvidenziale prin- cipio da cui la
civiltà trae la sua origine. L'uomo infatti allo stato primitivo non è
cosa inerte che debba essere messa in moto da una forza estranea; ha in
sé, nei semt eterni di vero che, secondo Vico, giacciono sepolti in noi,
in quella sorta di mens anim di cui parlavano i Latini , il principio
del movimento. Lo spirito è autonomo, non aspetta né prende nulla
da fuori: né arte né scienza né leggi né 1eligione. Uno dei corollari più
celebri di questa dottrina, la negazione vi- chiana della origine greca
delle Leggi delle XII tavole. E la legge dei corsi e ricorsi, per
cui le nazioni risorgono tornando ai principii, se giova a spiegare il
Medio Evo come una barbarie ricorsa dopo la decadenza del mondo
classico e a scoprire la sorgente della civiltà moderna; se ci fa
inten- dere la grandezza di Dante — che per il primo Vico giudica,
con altezza di criterio estetico, come un nuovo Omero, «il toscano Omero
» 3 — è pure e prima di tutto la legge eterna della mente umana. La quale
non aspetta secoli e millennii per tornare ai suoi principii. Torna e
ritorna con eterno moto circolare in ogni ideale momento della sua vita.
È il ritmo della sua costante, immanente natura. Giacché se può
dirsi che l’ individuo abbia, nel corso irreversibile della sua
vita naturale, come tre età distinte e successive, una fanciullezza
divina e tutta poetica, una giovinezza eroica e una maturità fatta di riflessione,
la vita tutta dello spirito si mantiene per uno sviluppo che è acquisto
di forme nuove e conserva- zione delle precedenti. L’uomo sano, finché
non infermi e discenda per la china degli anni, non perde né la divina
in- genua fanciullezza, né l’eroica animosa giovinezza dello
spirito. Soltanto così è possibile la poesia dell’artista provetto, e
l’ope- rare risoluto e magnanimo dell’uomo esperto delle leggi
della vita. E ben fa ogni uomo anche avanti negli anni a invocare
la divina giovinezza che torni a rinsaldare il suo braccio e I S.
N. ed. Nic.
cv. 49. 2 S. N. 1744, ed. Nic., cv. 696. 3 S. N. 1744,
ed. Nic. cv. 786. Cfr. S.N. cv. 312; Lett.
26 dic. 1725, in Autob., p. 195; e il Giudizio sopra Dante, in Opere ed.
Ferrari.] a fermare il suo cuore; anzi a tener vivo nel suo segreto il
fanciullino pascoliano, senza di cui la stessa natura s’ inaridisce e il
mondo, spopolato dei nostri fantasmi, diviene un deserto. Vico non
attribuì mai a’ suoi corsi e ricorsi quella rigidità meccanica, che altri
ha creduto. Quanta luce egli con tal suo concetto dello spirito
umano e della storia in cui questo si specchia abbia gettato sul
mondo dell’arte, sulla morale, sul diritto; quante intuizioni felici
e divinatrici abbia quindi avute nell’ interpretazione e ricostru-
zione dei tempi oscuri e favolosi, segnatamente per i primi secoli della
storia romana, anticipando Niebuhr e Mommsen, ancorché costoro abbiano
preferito tacere e misconoscere il precursore geniale; come egli abbia
creato del pari la moderna critica omerica, non è possibile dire con la
necessaria chiarezza in quest'ora. Né v’ è modo qui di illustrare il
carattere prero- mantico del pensiero vichiano, cioè il suo antirazionalismo
e la sua accentuazione dei momenti prelogici dello spirito: nonché il suo
profondo concetto della storicità della realtà spirituale che si fa
gradualmente quello che è, senza salti né arbitrii. Onde è stato detto
che tutto il secolo decimonono è già nella Scienza Nuova.
Certo, essa fu il libro oscuro, ma singolarmente suggestivo, che i
patrioti napoletani del ’99 studiarono, anche senza in- tenderlo tutto,
come il libro sacro delle nuove generazioni. Il libro che Cuoco, quando,
fallita la rivoluzione giacobina, il problema dell’ Italia una e
indipendente cominciò a porsi con una profonda coscienza storica,
realistica e veramente politica, esaltò come il vangelo dell’avvenire. E
gli esuli napo- letani lo additavano a Milano al principio del secolo,
quando l’ Italia si svegliava: e Monti, Foscolo e Manzoni sentivano
la potente originalità delle dottrine vichiane e ne traevano suggestioni
e idee ispiratrici; e Vico diventava il filosofo italiano. E se dal Cuoco
Mazzini attinse o fu confortato ad accogliere l’ ideale dell’unità e la
convinzione che l’ Italia non potesse esser fatta se non dagl’ Italiani;
se Rosmini e Gioberti, lavorando a dare agli Italiani una coscienza
filo- sofica che li riscattasse da ogni servaggio spirituale, che
non è mai altro che un aspetto del servaggio politico, ebbero un nome, un
grande nome a cui appellarsi, di filosofo che alta- mente rappresentasse
l’ ingegno speculativo italiano; l’ Italia moderna, ricordando Vico, deve
sentire che da lui comincia la sua nuova storia. È Lo
storico che prenda a studiare le relazioni del Vico con Caitesio, si
trova innanzi a due problemi distinti e diversi. Uno è quello dei giudizi
del filosofo italiano sul francese; l’altro delle reali attinenze
storiche tra i problemi della filo- sofia vichiana e quelli venuti su per
opera di Cartesio. Il problema dei giudizi, sui quali preferiscono
insistere gli studiosi del Vico, e in Italia negli ultimi quaranta anni
ne abbiamo avuti di veramente insigni — basta nominare B. Croce e
F. Nicolini, che hanno fatto ogni possibile luce sugli angoli più oscuri
della vita, degli scritti, dei tempi e della for- tuna del Vico — è un
problema che appartiene più alla bio- grafia che alla storia della
filosofia, quantunque non sia pos- sibile staccare del tutto il pensiero
dalla personalità del filo- sofo, né si possa prescindere dai motivi che
a volta a volta egli ebbe per assumere questi o quegli atteggiamenti
verso i rappresentanti tipici di certe dottrine, senza rischiare di
to- gliere al pensiero di un filosofo tutto il suo colorito e il
suo significato storico. D'altra parte, nella biografia d’un
filosofo la sua filosofia non è un elemento secondario o da
collocarsi sullo stesso piano con altri elementi che possono sembrare
di pari importanza. Perché infine la sostanza della personalità
ideale o storica d’ un filosofo è nel pensiero, anzi nella logica del
pensiero in cui vennero assorbiti tutti gl’interessi della sua vita. Di
guisa che se i particolari biografici d’un pensatore rischiarano la sua mente e
le sue dottrine, di quei particolari stessi non è possibile intelligente
valutazione e rappresentazione efficace e concludente, a chi non li
sappia scorgere nella luce del pensiero in cui essi storicamente ebbero
il principio vi- vente di quel tanto di realtà che spetta loro
storicamente. Si potrà dire che in una rappresentazione compiuta e
coerente della realtà storica d’un filosofo elementi biografici e
specula- tivi debbono richiamarsi reciprocamente e costituire tutti
insieme un sistema unico e compatto. Ma bisogna soggiungere che l’anima
di questo sistema sarà evidentemente la logica delle dottrine che lo
dominarono. II. Sostanziale dunque e preliminare il
secondo problema, relativo alle attinenze storiche obbiettive tra
filosofia vichiana e filosofia cartesiana. Attinenze che non è facile
fissare, a mio parere, se non si distinguono nella prima tre fasi
diverse, tutte connesse intrinsecamente tra loro in guisa da
costituire un unico processo di svolgimento, ma nettamente distinte
l’una dall'altra in maniera da spiegare per quali vie il pensiero del
Vico sia pervenuto alla sua forma più matura, quale si trova nella
Scienza Nuova, anzi nella seconda edizione di questa. Queste tre
fasi sono: 1) La fase neoplatonizzante, rappresentata dalle
gio- vanili Orazioni inaugurali (1699-1707), dal Vico riordinate e
ritoccate nel 1708-09, ma non giudicate mai degne di venire alla luce, e
pubblicate infatti solo nel secolo XIX. 2) La fase
critico-empirizzante rappresentata principal- mente dal De nostri
temporis studiorum ratione, dal De antiquis- sima Italorum sapientia e
dalle polemiche che tennero dietro a quest’operetta col Giornale dei
letterati (1708-1712). 3) La fase metafisica in cui si disegnò la
nuova filosofia della storia, come filosofia della mente, abbozzata da
prima nel Diritto Universale (1719-22) e svolta quindi nella prima
e seconda Scienza Nuova. La prima fase contiene i germi della seconda e
della terza, ma non ancora distinti e non fecondati dal vivo soffio
dei problemi a cui la mente del Vico si aprì per effetto dell’
intensa meditazione dei motivi della filosofia moderna, di cui son
documento evidente i nuovi atteggiamenti speculativi da lui assunti nella
seconda fase. Sicché la chiave di volta di tutta la sua filosofia è in
questa seconda fase, quando da Cartesio, da Bacone, dalle correnti
prevalse anche per opera del Galilei nel pensiero moderno, Vico, per
dirla kantianamente, si svegliò dal sonno dommatico della vecchia
metafisica, in cui la lettura e l'ammirazione dei nostri grandi Platonici
del Rinascimento l'avevano già immerso. Con Cartesio egli comincia a sen-
tire il problema della certezza; con Bacone scorge la sterilità del
procedere deduttivo astratto della pura ragione, caro alla Scolastica
medievale e contemporanea, e di quel metodo. geo- metrico che con i
Cartesiani eta venuto in grande onore tra i facili filosofanti alla moda
della seconda metà del Seicento; e la necessità del fatto, del nuovo, del
concreto, dell’esperienza e dell'esperimento: ma sente pure la
fenomenalità del sapere scientifico intorno ai fatti della natura, tra i
quali ogni nesso causale interno è impossibile allo spirito umano che la
natura sì rappresenta dualisticamente come esterna ed estranea allo
spirito. Quel dubbio, che Cartesio, dopo averlo energicamente svegliato,
sopisce col dommatismo dell’ idea di Dio, e che attraverso l’empirismo
dovrà necessariamente sboccare allo scetticismo di Hume, è il potente
lievito della speculazione vichiana, tutta rivolta nel secondo e nel
terzo periodo a risol- vere il problema d’un sapere che unisca il certo
dell’empirismo col vero della ragione, della logica, del pensiero puro.
Problema che egli potrà risolvere quando, in luogo della natura,
assumerà ad oggetto del pensiero lo stesso pensiero o quello che il
pen- siero nel suo sviluppo crea. Ma il dubbio, ossia la profonda
coscienza dell'autonomia del soggetto nella sua assoluta posizione di
puro soggetto — che si stacca dall'oggetto, e deve uscire da questa sua
astratta e vuota soggettività per ricon- quistare l’oggetto, dov’ è la
sua vita, — questo dubbio affatto cartesiano e punto platonico, che non
s’ è impossessato an- cora del Vico nelle giovanili Orazioni inaugurali
(nella prima delle quali l’autore cartesianeggia, ma ripetendo
Cartesio senza metterne in rilievo l’originalità, anzi mettendolo
sullo stesso piano di Agostino e Ficino); questo dubbio che nel De
antiquissima Vico sente anche più profondamente del filosofo francese,
con la sua distinzione tra scientia e conscientia, la sua teoria tutta
fenomenistica e scettica del signum che non è causa; esso è il punto di
partenza della più significativa teoria di Vico da lui formulata col celebre
motto: verum et factum convertuntur. Che sarà il tema della Scienza
Nuova. III. Quando Vico intende e fa suo il problema
cartesiano della certezza — egli diventa il primo vero cartesiano nella
folla dei cartesiani di Napoli della fine secolo XVII; ma un carte-
siano che già combatte Cartesio; perché non si contenta più del carattere
intuitivo e immediato del cogito ergo sum — che non è, ai suoi occhi, se
non semplice accorgimento, constata- zione, coscienza di un fatto; non è
spiegazione e quindi reale possesso o scienza della verità che per tale
coscienza si viene a intuire. La certezza sì è il più urgente bisogno del
nuovo sa- pele: ma la certezza non è coscienza o intuito dell’essere
che il pensiero non può non trovare nella sua propria esperienza di
essere pensante; è bensì scienza, deduzione, costruzione (tenere formam
seu genus quo res fiat) di questo essere. Il quale, cioè, allora
veramente si conosce e si apprende e di- venta saldo scoglio in mezzo a
quell’oceano di dubbiezze in cui lo spirito è gittato dalla critica
cartesiana, quando s' in- tenda quale esso è: non essere immediato, ma
essere che è sviluppo, spiegamento, attuazione e conquista di se
medesimo. Quindi non idee chiare e distinte come essenza dello
spirito; non innatismo; non razionalismo (quel razionalismo che
sarà poi un secolo più tardi illuminismo); ma graduale passaggio
dello spirito dall’ ignoranza al sapere, dalla fantasia corpu- lenta,
anzi dal senso oscuro, alla ragione tutta spiegata; e restituito il suo
valore alla memoria e alla cognizione del passato, e alle lingue e alla
filologia; e la religione anch'essa non lasciata in disparte e come
espulsa dal processo razionale dello spirito, salvo ad essere invocata da
ultimo a comple- mento e puntello della vita morale e sociale dell’uomo,
ma rimessa al suo posto, alle origini della vita spirituale, dove
essa anticipa, consacra e rinsalda la fede dello spirito nel prodotto
della sua creatrice potenza. Insomma, quando co- mincia ad essere
cartesiano, Vico è già anticartesiano, e non risparmia più gli strali
della sua ben munita faretra contro Cartesio e cartesiani, contro metodi
e dottrine del proprio tempo. E pai che rimandi sempre dal nuovo
all’antico, da Cartesio a Platone e seguaci, laddove il motivo della
sua insistente polemica è più moderno ancora di tutti i motivi
della filosofia contemporanea: è un cartesianismo approfon- dito e
affrancato dalle catene del dommatismo vecchio stile con cui Cartesio
s'era da se medesimo tornato a incatenare. Vico ebbe un senso acuto della
novità e originalità assoluta del suo filosofare. Basti rammentare il
titolo della sua opera maggiore, preannunziata in modo solenne nel
Diritto Universale (nova scientia tentatur !) +. E chi si lascia prendere
a’ suoi con- tinui appelli a Platone, e si sforza di confondere la sua
dottrina con quella di Agostino, non ha occhi per vedere la luce
del sole. Vico, senza dubbio, ha incertezze? e ambiguità di espres-
sione. Ce ne sono in tutti i filosofi. E nessuno che abbia fa- miliarità
con la storia del pensiero umano, si può meravigliare delle professioni
di fede e delle personali proteste in cui egli 1 De const.
iurispr., II, 1. 2 Caratteristica, a mio avviso, quella che Vico
ebbe nella serie di Correzioni, miglioramenti e aggiunte alla Scienza
Nuova seconda, scritte nel 1731, e che il NicoLINI nella sua edizione del
1911 inserì a suo luogo nel testo lib. II, cap. 4 (I, pp. 242-44) ma
giustamente relegò in appendice nella nuova edizione del 1938 (II,
198-9), dal titolo Riprensione delle metafisiche di Renato delle Carte,
di Benedetto Spinoza e di Giovanni Locke. Preparata per una futura
ristampa della seconda S. N., l’autore invece non l’accolse nella
ristampa del 1744. Perché ? Pel sapore panteistico di essa, come è stato
creduto ? Certo il rimesce di frequente nel trepidante ma schietto candore
delle convinzioni che gli sono confitte più addentro nell’animo,
poiché l’uomo, nella sua formazione mentale, fu naturalmente investito da
poderose correnti di cultura tradizionale e co- stretto quindi, in un
faticoso travaglio tre e quattro volte decennale, a lottare contro la sua
vecchia anima per liberarsi da ogni scoria che gl’ impedisse di veder
chiaro co’ propri occhi e fare del froprio sentimento regola del vero,
giusta il monito cartesiano, che Vico accetta e apprezza nel suo
giusto valore (Sec. risp., in Opere, ed. Laterza, I, 274).
Quello che Giambattista Vico riesce a dire di nuovo, di suo, quella
verità nella cui coscienza egli si esalta e sente la propria vita
immortale, non è platonico, né baconiano, né cartesiano, né lockiano, né
tanto meno conforme alla dottrina tradi- zionale dei Padri o dei dottori
della Chiesa. È la sua scoperta. La quale contrappone il mondo delle
nazioni, o della storia, o della mente (com’egli pur dice), al mondo
della natura, per attuare rispetto al primo quel che solo rispetto al
primo è possibile, un ideale di scienza non più tentata mai nel
pas- sato: dove Dio opera nella sua razionalità o provvidenza
attraverso il senso comune degli uomini: ossia mediante lo stesso
pensiero umano nel suo universale cammino dal senso alla ragione, dalla
schiavitù alla libertà: un cammino il cui ritmo è intelligibile perché
divino insieme ed umano, anzi divino veramente in quanto umano. E il
dualismo è superato, perché per intendere e sapere il pensiero può
rinunziare al- l’ inutile conato di uscir da sé, anzi deve profondarsi in
se medesimo. ‘Rispetto a questo umanismo, o spiritualismo che
si dica, — o piuttosto, se mi sì consente, rispetto a questo
idealismo provero che vi si muove a Cartesio, rinverga con quello
analogo di Spinoza, che cioè il filosofo francese abbia cominciato dal
pensiero del- l’uomo anziché da un’ idea semplicissima quale è quella di
Dio, eterno, infinito, libero. Ma il vero è che questo modo di
filosofare, spinoziano o no, per cui si comincia da un'idea e si procede
more geometrico, era di quel genere metafisico (tutto verità senza
certezza) a cui Vico aveva voltato le spalle e che non poteva rientrare
più nel quadro del suo sistema. APPENDICE II 405
della Scienza Nuova, — il mondo di Cartesio, con le sue tre
sostanze, una primaria (Dio) e due secondarie (pensiero ed estensione) è
un’anticaglia da relegare per sempre in soffitta. La filosofia cessa di
essere quella vuota metafisica, che sarà condannata da Kant, e di cui il
pensiero moderno, malgrado tutti gli sforzi che si fanno sempre per
galvanizzare i morti, non vuol proprio più sapere. Non è più metafisica,
perché diventa tutt'uno, come inculca Vico, con la filologia: con
la scienza del certo, del fatto, che è fatto per noi che se ne ha
esperienza, ed è perciò nostro fatto, immediata posizione del soggetto
nel suo mondo. E quindi il vero della filosofia, l’ idea, oggetto una
volta di pura speculazione, o meglio costruzione di un astratto pensiero
dommatico, senza base nell’ intimo dell'esperienza, che è lo stesso
sentire, o il soggetto, è tia- montato. Il cogito cartesiano
che nel tempo stesso che Vico comin- ciava a filosofare aveva incontrato
l’ irriducibile opposizione del sentire di Locke, veniva per tal modo da
Vico, anche più risolutamente che non sarà da Kant mezzo secolo
dopo, risoluto e inverato nella sintesi dei due termini opposti. Il
23 gennaio di quest'anno si compiva il secondo cente- nario della morte
di Giambattista Vico. E se le contingenze presenti non consentono che la
data sia celebrata come la grandezza dell’uomo meriterebbe, e come
infatti ci si pre- parava a celebrarla quando non erano ancora
prevedibili i luttuosi avvenimenti degli ultimi mesi; non è possibile
che l'Accademia la lasci passare sotto silenzio. Che se il rimbombo
dei cannoni potesse infatti coprire la voce d’Italia, che suona tra le
genti Dante, Michelangelo, Vico e dice Roma, Firenze, Napoli, allora
veramente dovremmo credere che la barbarica forza della civiltà meccanica
possa prevalere sulle forze im- mortali dello spirito. E se le ansie
dell’ora ci costringono a limitare a breve ed austera cerimonia la
commemorazione di Vico, questa tuttavia deve significare il sentimento
profondo religioso con cui il popolo italiano intende custodire i
ricordi sacri delle sue origini e dei fondatori della sua realtà morale.
Potranno gli stranieri non conoscere l’altezza spirituale di Vico,
come si può dire s’ inchinino tutti universalmente in- nanzi a Dante o
Michelangelo; come certamente non riescono ad ostentare un fiero
disprezzo per i valori che si compen- diano nei nomi di Roma e di
Firenze, città privilegiate di più vasta orma dello spirito creatore
dell’uomo, senza una segreta trepidazione come per un atto di sacrilega
infamia. Per molto tempo gli stessi Italiani ignorarono le ragioni
della grandezza di Vico; di lui avevano piuttosto un sentore che un
chiaro concetto; a lui s'accostavano con la sacra reverenza con cui gli
uomini s’accostano a un Nume, tanto più esaltato nell'animo, quanto più
misterioso, e cioè men conosciuto ed inteso. Grande il fascino esercitato
dallo scrittore, e avida- mente cercate per un secolo dalla sua morte le
sue opere, di cui le edizioni si moltiplicavano, principalmente a
Napoli e a Milano, ed eran citate in ogni sorta di libri; e tracce
della lettura di quelle opere sono frequenti presso che in tutti
gli scrittori italiani degli ultimi decenni del Settecento e dei
primi del secolo seguente: molte le monografie e le ricerche intorno ad
alcune delle più celebrate dottrine del filosofo. Il quale per altro,
anche dopo la doppia edizione delle sue opere complete dovuta a Giuseppe
Ferrari, alla vigilia e al- l'indomani del ’48, doveva aspettare chi lo
scoprisse e ne svelasse criticamente il pensiero: ciò che fecero due
insigni storici napoletani, Bertrando Spaventa e Francesco De
Sanctis. Paragonabile anche per questo rispetto a Dante, che, sia
detto subito, Vico fu il primo a scoprire nella sua schietta sostanza
poetica guardata per la prima volta e intesa dall'alto punto di vista
estetico a cui Vico con la sua filosofia si sollevò. A Dante per più
secoli segno di sconfinata ammirazione, consacrato col titolo di «divino
», ma stretto dentro una folta selva di letteratura dotta, più o meno
filosofica o mistica, ed erudita e ingegnosa ed anche astrusa, ma aliena
dalla poesia dantesca; e tutta esteriore: commenti e discussioni e
lezioni accademiche sull’ interpretazione dell’allegoria, sulla struttura
dei tre regni, sul sistema morale e punitivo del- l’Alighieri, e
illustrazioni filologiche e polemiche. Storia lunga copiosa accidentata
della fortuna esterna del Poeta, da farne una biblioteca; la quale può
dimostrare come si possa infini- tamente amare un genio come un uomo
qualsiasi, dell'uno o dell’altro sesso, senza intenderlo. La stessa sorte
toccata a Vico nel primo secolo dalla sua morte. Ma non accade
altret- tanto agli uomini grandi anche nella vita quotidiana ? Una
folla di mediocri li riverisce e si dà attorno per provar loro una
sconfinata devozione: ombre che li seguono per tutto dove possono, e fan
corteo pompeggiandosi dell'onore che è per loro la familiarità con quegli
uomini illustri. E in verità la costoro intelligenza, per modesta che
sia, non è del tutto chiusa a una certa vaga ma insistente e ferma
intuizione di ciò che è grande; ed è causa infatti che i grandi si
rassegnino e non sentano fastidio di siffatti corteggiamenti e
persecuzioni da sottrarvisi a forza; giacché, sia pure in forma banale
e stucchevole, una testimonianza è loro tributata da siffatta
compagnia: la testimonianza ingenua e perciò immediata, schietta, sincera
di un consenso che è conforto ambito dal genio: la conferma del valore
della sua opera che nell’appro- vazione ed ammirazione degl’ incolti e
dei semplici può avere anche maggior peso del giudizio dei dotti fondato
su ragioni sempre discusse e sempre discutibili. Che se l’uomo
grande sente dentro di sé la voce che l’approva e l’assicura,
quando questa voce interna riecheggia da altre anime plaudenti,
acquista solennità, come di voce di popolo che è voce di Dio.
Dentro perciò la fortuna esterna corre un filo d’oro, più o meno
consapevole, di critica interna e di serio e obbiettivo giudizio, quasi
di progressiva conquista che il genio fa grada- tamente degli spiriti di
un popolo, attraverso i quali si viene rivelando e si attua in tutta
l’energia della sua potenza ispi- ratrice e formativa anche al di là dei
limiti segnati alla co- scienza dell’ individuo dalla sua esistenza
mortale. Tanto è difficile dire ciò che della realtà storica è opera di
un individuo determinato, e ciò che dei suoi fantasmi e de’ suoi
pensieri è svolgimento e maturazione dovuta alla collaborazione
delle menti, in cui la vita di quello si perpetua e più compiuta-
mente si realizza. La fortuna esterna di Vico culmina nelle
ricordate edizioni delle sue opere a cura di Giuseppe Ferrari, che
sciolse il voto ardente dei patrioti napoletani del ’99, specialmente
di Vincenzo Cuoco, raccoglitore sui primi del secolo degli scritti
vichiani dispersi, propagatore assiduo di alcuni de’ concetti più
originali di Vico nella Milano di Monti, Foscolo e Manzoni e propugnatore
appunto di una edizione completa delle opere. I lavori illustrativi e
critici di Ferrari sono ancora parziali e talvolta unilaterali intuizioni
di quella « mente di V. », che lo scrittore milanese fece tema di molte
esercitazioni storiche e filosofiche tra l’erudito e il brillante. Ma
hanno valore di gran lunga inferiore delle sparse osservazioni in
cui, poco meno di mezzo secolo innanzi, aveva spaziato l’alto
intelletto di Cuoco, storico e pensatore politico di razza. La vera
scoperta di Vico fu resa possibile dopo Ferrari, quando la storia del
pensiero italiano si rinnovò e trasfigurò sotto l'influsso dei movimenti
spirituali d’oltralpe del periodo romantico. Comunque, nei decenni
della lunga vigilia Vico fu presente e operò nel pensiero italiano.
Quello che ne apprese Cuoco e trasfuse nel suo Saggio sulla rivoluzione
napoletana e nel suo romanzo Platone in Italia, s' è dimostrato in tutta
la sua importanza quando codeste opere negli ultimi decenni le
abbiamo potute a nostra volta rileggere e vedere nello spirito che le
animava e che più chiaro ed organico era manifesto negli articoli anonimi
che Cuoco nei primi anni del secolo pubblicò a Milano nel Giornale
Italiano. Articoli per più di un secolo dimenticati; ma avevano fecondato
le menti dei lettori contemporanei, e più tardi fermata l’attenzione
di Mazzini giovane; il quale ne trascrisse qualcuno ne’ suoi
Zibaldoni, traendone ispirazione alla politica unitaria e co- struttiva
di cui doveva essere l’apostolo. Quella politica che insegnò agl’
Italiani, ed è da augurarsi che possa tuttavia insegnare, che la libertà
— e quindi l’unità e l’ indipendenza — d’un popolo non può essere un
grazioso dono degli altri, ma una conquista a prezzo di sacrifici e di
piena dedizione. Che era concetto vichiano: non esserci valore spirituale
che possa provenire d’altronde che dallo spontaneo sviluppo della
stessa attività dello spirito. E non basta il binomio Cuoco-Mazzini
a provare la grande importanza storica dell’azione esercitata dal Vico in
questo periodo in cui si può dire che egli ancora si cerchi e non
si trovi? Ma giova pure avvertire che tutto vichiano, quasi nello
stesso tempo, è il concetto dell’uomo, e quindi del- l’ Italiano, di
Vittorio Alfieri: vichiana l’anticipazione ch'egli pur fa della conquista
ulteriore di uno degli elementi più cospicui dell’ italianità quale prese
forma e splendore nella coscienza della nuova Italia: voglio dire del
giudizio su Dante, che prima Vico e poi l’Alfieri cominciano a vedere
nella sua reale grandezza poetica. E da Vico e da Alfieri il
giudizio passa in Foscolo, Mazzini e Gioberti, massime in questo, e
diventa uno dei cardini della coscienza nazionale esaltata nel
Primato. Non è possibile asserire che Alfieri abbia letto Vico.
Ma, oltre il giudizio su Dante, un altro punto ravvicina Alfieri a
Vico: il suo misogallismo, che in Vico è critica di Cartesio e del suo
astratto razionalismo; critica che diverrà uno dei motivi dominanti della
filosofia giobertiana, ossia una delle forme principali della mentalità
italiana del secolo decimonono, come fu in Vico un precorrimento del
Romanticismo. Con Rosmini poi e con Gioberti, segnatamente con Gioberti,
dei nostri pensatori del Risorgimento il più affine a Vico pel
carattere realistico, storicistico e spiccatamente religioso della sua
filosofia, Vico comincia a campeggiare nel quadro del pensiero italiano;
e la sua figura giganteggia, erma colossale nel cammino del nuovo popolo
che s’avanza sulla scena della storia europea. Tutti gli altri nostri
filosofi, dopo il Rinasci- mento, parteciparono al lavoro speculativo
degli altri paesi, s’ interessarono a problemi sorti fuori d’ Italia,
echeggiarono idee maturate altrove; si tennero al corrente, ma non
ebbero una propria fisonomia. Vico fu solo, in disparte, in alto,
con una potente originalità di pensiero, tanto connesso all’ intima
storia della mente italiana, quanto difforme e divergente da ogni
filosofia esotica, e perciò poco accessibile e poco apprez- zato dagli
stranieri. Filosofo italiano per eccellenza, espressione profonda del
genio della stirpe; il quale veniva incontro a questa nel momento in cui
questa sentiva più vivo il bisogno di sentire indipendente e originale e
possente la propria per- sonalità nazionale. Italianissimo Vico; vichiana
la nuova Italia, che, riconquistando energica coscienza di sé,
sentiva maturare in se stessa il suo nuovo destino. Una delle
guide spirituali dell’ Italia del Risorgimento, come tutti sanno,
Alessandro Manzoni. Di Manzoni, che in gioventù fu amico di Cuoco e sentì
la sua influenza anche per l'apprezzamento di Vico, sono celebri quelle
pagine del Discorso sopra alcuni punti della storia Longobardica in
cui 412 STUDI VICHIANI si paragona Muratori a Vico, e
si esalta il secondo come com- plemento essenziale della storia tutta
fatti e documenti. Giudizio schiettamente vichiano anch’esso, poiché fu
Vico a indicare, com’egli diceva, l’unità della filologia e della
filosofia come l’ ideale del sapere storico. Ma chi volesse scrutare
gli elementi vichiani della mentalità manzoniana, non si dovrebbe
arrestare a quelle pagine. E a me piace ravvisare uno degli effetti di
non minore significato dell’azione di Vico su Man- zoni in uno dei
caratteri fondamentali della personalità man- zoniana. Il
grande scrittore lombardo è sì arguto, sorridente, ironico; ma
s’ingannerebbe a partito chi, guardando a questo suo aspetto, si
lasciasse sfuggire la serietà profonda, la religiosa austerità, quasi
giansenistica, che è alla base della filosofia con cui egli vede la vita
in grande e in piccolo, nel tragico de’ suoi eventi maggiori e anche nel
comico dei piccoli fatti e individui che vi concorrono. Serietà per cui
tutto, anche le cose più umili e banali, hanno il loro peso, e di tutto
bi- sogna render conto a Dio, poiché nulla vi è nella giornata di
futile, né in alcun momento la vità può togliersi come un passatempo, un
giuoco, per cui sia dato scherzare e agire a capriccio. Ogni cosa al suo
posto è retta dalla Provvidenza e ha una sua legge divina, che l’uomo
deve sapere scorgere e rispettare. E non solo fuero magna debetur
reverentia, ma anche all'uomo e al vecchio, e ai morti come ai vivi; e
tutto si deve prendere sul serio. Quando l’ Italia cominciò a sve-
gliarsi, Manzoni le insegnò quest’arte che è necessaria alla vita; e che,
ahimè, non si può dire che tutti gli Italiani ab- biano bene appresa.
Quanto avessero bisogno di tale inse- gnamento sanno quanti pongono mente
al boccaccesco, al bernesco, o burchiellesco, e a quanto di letterario, e
acca- demico, e arcadico l’Italia barocca ereditò dal Rinascimento,
quando l’arte e la letteratura fecero divorzio dalla vita e dalla religione
a cui la vita necessariamente s’ informa. Di tal vedere tutta la
vita in questa serietà che pone l’uomo sempre in faccia a Dio a rendergli
conto d’ogni sua azione, d’ogni suo pensiero, d’ogni suo sentimento,
grande maestro agl’ Italiani prima di Manzoni era stato Alfieri. Che
scrive sì anche lui satire e commedie; ma è poeta tragico e nelle sue
più belle rime d’amore s’ispira a una musa malinconica. Egli non
ride, non sa più ridere. E Mazzini e Gioberti? Chi ne conosce 1 ritratti
non sa sospettare su quelle vaste fronti un contrarsi anche fugace e
atteggiarsi a riso giocondo. Sul loro volto, come su quello del padre
Alfieri, quale fu visto dal Foscolo a Firenze, errare dov’Arno è più
deserto, :/ pallor della morte e la speranza. Ma il primo esemplare di
questa serietà agli Italiani, che avevano tanto riso di tante cose, era
stato Vico, che i contemporanei di Napoli poterono — povero Vico
vis- suto sempre in angustie domestiche, in umiltà di stato, tra
disagi dolorosi, in malferma salute, costretto a mendicare come il pane
quotidiano accattato a frustoa frusto con lezioni private poiché lo
stipendio universitario era oltremodo magro, così il sorriso dei potenti
e la stima dei coetanei — poterono, dico, raffigurare satiricamente come
un malinconico disgra- ziato; e che ne’ suoi scritti non abbandona mai il
tono solenne e sacerdotale del maestro di verità, se non per qualche
raro sfogo di polemica amara, ché nessuna facezia, nessun tratto di
spirito riesce mai a liberare lo scrittore dalla stretta che lo avvince
al suo argomento. Anche nel suo volto severo il pallore della
morte. Pregio ? difetto ? Il riso, che è pure uno dei segni
superiori dell'umana intelligenza, è sempre difetto se prima non
sia passato, come passa in Manzoni, attraverso il tragico, che è
sempre nella vita per l’uomo che senta Dio o il suo destino. E finché
questo tirocinio non sia compiuto, finché non si sia gustato del calice
amaro della vita sperimentata come duro sforzo di abnegazione etica, il
riso è fatuità insana e corrut- trice. Da Vico a Manzoni è un tono
affatto nuovo nella let- teratura e cioè nell’anima italiana. Il tono di
quegl’ Italiani seri che giuravano di credere ora e sempre, e sentivano
la santità del giuramento; degli Italiani pronti a morire per la
loro fede, che fu la sostanza della loro Patria. Vico per altro non
si lega strettamente alla storia del pen- siero italiano come un
precursore di idee e di caratteristiche vitali del pensiero italiano
posteriore. Egli una volta apparve un’oasi nel deserto, un miracolo nel
secolo dei razionalisti e dei matematici: singolare nel tempo suo,
staccato dal suo prossimo passato come dal tempo che lo seguì; e tardi
gli storici si accorsero di dover ritornare a lui per continuarlo.
Ma la verità è che come da Vico procede, dapprima in modo oscuro e poi
con coscienza più chiara e critica, l’ Italia moderna, egli non si stacca
dal fondo del glorioso Rinascimento, quando l’ Italia toccò le più alte
cime della sua genialità creatrice. Gli studi recenti hanno dimostrato
che egli, quando leva al cielo Platone, ha la mente piuttosto ai
Platonici italiani del Quattro e del Cinquecento, massime al Ficino e al
Pico; e che a molti segni è dato argomentare che del movimento
platonizzante italiano — che doveva pure esercitare un forte influsso in
Inghilterra da Bacone in poi orientata verso la scienza italiana, come
già verso la nostra letteratura — V. dové conoscere anche i
rappresentanti più maturi, se pur la pietà religiosa gli vietò di
nominarli, Bruno e Campanella; e opere di loro, molto rare, poté leggere
nella Biblioteca Val- letta (passata poi ai Padri dell’Oratorio); e
tracce del loro pensiero si trovano infatti non infrequenti nei suoi
scritti; e partecipò al moto spirituale suscitato dal rinnovamento
scientifico di Galileo: anche lui legato al movimento filosofico dei
platonici fiorentini. Lo studio dei primi scritti e di alcune delle idee
maestre di Vico ha messo in chiara luce questi suoi rapporti con la
filosofia italiana del Rinascimento. Della quale è traccia anche in certe
forme antiquate del suo pensiero — questioni che si propone, autori che
amò citare, ormai, al suo tempo, generalmente dimenticati, e modi di dire
che talora paiono sue invenzioni e hanno anch'essi una storia. E la
dottrina di Giambattista Vico può per molti rispetti esser considerata la
conclusione di quella filosofia. Talché in lui si annodano e si saldano
la filosofia italiana dei nuovi tempi — che torna a partecipare con sue
proprie esigenze e una sua nota originale al comune lavoro speculativo
del- l’ Europa — e la filosofia italiana del Rinascimento, che
aveva fatto epoca, e attirato l’attenzione universale; e di fronte alla
Riforma e alla Controriforma aveva rappresentato un indirizzo di pensiero
libero da’ più angusti preconcetti delle parti opposte, e quindi capace
di conciliare le avverse APPENDICE II 415 ragioni
degli uni e degli altri in una concezione realistica dell'unità
insopprimibile dell’ individuo e della obiettiva realtà storica; in
quella che il Gioberti dirà la dialettica della libertà e della
autorità. In Vico dunque il centro di tutto il pensiero
italiano. Riassume egli il passato e, approfondendo i principii,
anticipa l'avvenire. E quando nel secolo del Risorgimento si alza
nell'animo degli Italiani come il Maestro, in lui, ancorché oscuramente,
essi sentono rivivere tutti i grandi pensieri per cui l’ Italia del
Rinascimento fu un faro di luce a tutto il mondo moderno: e fu l’Italia
che elevò l’uomo nella co- scienza delle sue divine prerogative e della
potenza creatrice del suo pensiero, esploratore e dominatore della
natura, sco- pritore e inventore, instauratore del regno dello spirito
nel mondo, Cristoforo Colombo e Leonardo da Vinci; l’uomo conscio
della miracolosa arte che possiede nel pensiero, e che fa di lui un
secondo Dio continuatore del primo; e gli fa toc- care il fondo della
verità cristiana, per cui Dio s’ incarna nell'uomo; dell’uomo peccatore,
ma che deve redimersi anche sulla croce per salvarsi e tornare a Dio; e
su questa via di redenzione è naturaliter Christianus, perché attua la
sua vera natura; portato perciò a creare un suo mondo: mente che
non è solo mente umana, ma umana insieme e divina. Grande fiducia perciò
dell’uomo in se medesimo; ma fondata sulla fede che è la sua vita, che
nel suo pensiero si adempia il pensiero di Dio, e che perciò questi sia
presente a noi, più che noi non si sia a noi medesimi. E sarà la gran
fede cristiana di Manzoni; ma sarà anche il grande insegnamento
religioso (ahi non sempre compreso !) del motto mazziniano: Dio e
Popolo; come sarà il significato della doppia formola (l'Ente crea
l'esistente e l'esistente torna all’ Ente) che il Gioberti met- terà a
base d’ogni scienza e della sua stessa dottrina politica. Sono pensieri
vichiani; ma Vico li estrasse dalla filosofia del nostro Rinascimento. E
ne fece la sua forza di resistenza a dottrine straniere in voga come il
germe del suo pensiero vitale. In Europa allora tenevano il
campo il razionalismo francese di Cartesio e l’empirismo inglese di
Locke. Da Cartesio era venuto Spinoza col suo monismo panteistico; e si
era aperta la via all’illuminismo. Da Locke cominciava a dilagare
il sensismo, il materialismo e ogni dottrina negativa della libertà
e della sostanzialità dello spirito; nonché lo scetticismo scrol- latore
di ogni fede nell’attività costruttiva dell’ intelligenza. A questi
movimenti in vario modo metafisici e dommatici o distruttivi del valore
del sapere scientifico, e tutti in fine avversi alle credenze morali e
religiose che sono a fondamento della sana vita spirituale dell’uomo, si
opporrà nell’ultimo ventennio del secolo XVIII la filosofia critica di
Kant; la quale finirà col battere in breccia empirismo e
razionalismo e col restaurare il concetto della scienza e della libertà umana,
operando una radicale rivoluzione nel punto di vista fonda- mentale
d’ogni pensiero. Osservò Kant infatti che il mondo che noi dobbiamo
conoscere e in cui ci spetta di operare, non è concepibile se non in
funzione dell’attività costruttiva dello spirito; attività che è perciò
condizione dell’esperienza e non può essere un suo prodotto. Soggettivo
quindi il sapere, ma di una soggettività che non infirma il valore del
pensiero, una volta che si cessi dal cercare cotesto valore in un
im- possibile ragguaglio del pensiero con una realtà in sé irrag-
giungibile e puramente fantastica. Purché si apra gli occhi per
riconoscere che la realtà da conoscere è la realtà che lo Stesso pensiero
costruisce col suo potere creatore universal- mente valido, derivante, di
là dall’esperienza, da un principio trascendentale, da cui l’esperienza
stessa è resa possibile; e che insomma è l’uomo in quanto è al centro
attivo del mondo. Concetto che, una volta enunciato dal grande filosofo
ger- manico, ha svegliato nell'uomo la coscienza e la
responsabilità di questa sua posizione centrale nell'universo. E da
questa coscienza trassero origine le più grandi filosofie del
secolo scorso e tutto un nuovo modo di concepire la vita in ogni
ramo delle scienze morali e storiche: donde, nei primi decenni del
secolo, quel romanticismo che fu sì principalmente un movimento
letterario, ma fu pure una vasta riforma di tutta la vita dello spirito e
dell’atteggiamento dell’uomo nel mondo. Poiché allora l’uomo si sentì il
protagonista non pure di quel ristretto settore della realtà che
contrapponendosi alla natura è governato dalla libertà; ma dell’universa
realtà, la natura compresa, che l’uomo anima della sua propria vita
interiore, pervadendola del suo sentire e di tutta la forza del suo
spi- rito, traendola con l’ impeto della sua passione e con
l’energia del suo pensiero dentro alla sua stessa vita, partecipe
della sconfinata e possente attività che nella coscienza si svela a
Se stessa e si compone e indirizza in assoluta libertà verso 1 fini
trascendenti dello spirito. Questo romanticismo è la forma più
cospicua della mentalità del secolo XIX nel periodo creatore, che è della
prima metà del secolo; creatore del Risorgimento italiano e di tutte
le rivoluzioni da cui sorse la nuova Europa. Nella filosofia kan-
tiana esso ebbe la sua forma classica, come posizione di pro- blemi
radicalmente nuovi e avviamento a un concetto della realtà; il quale poté
offendere le intelligenze pigre e adagiate nella comune e immediata
concezione del mondo, e suscitare quindi ribellioni e reazioni tenaci e
fierissime a guisa di una santa battaglia in difesa del senso comune; ma
non perdé più terreno, e s’insinuò anche negli avversari, e divenne
a poco per volta come la seconda vista del pensiero umano, sempre
più convinto della verità elementare, che questo mondo, in cui viviamo e
moriamo, per cui batte il nostro cuore nella scienza e nella vita, è
certamente il mondo del- l’uomo: il nostro mondo. Di questo
romanticismo il precursore è Vico, critico di Cartesio e di Locke, nemico
di ogni filosofare meccanizzante e matematizzante, consapevole
dell’originalità dello spirito e della sterilità di un sapere tutto
deduttivo e analitico; sensi- bilissimo alla profonda differenza tra la
realtà umana, che è sintesi, creazione, libertà e conoscenza di sé, e la
pretesa natura che l’uomo si trova davanti come creata da Dio senza
il suo intervento e concorso; tutto rivolto quindi a quello che egli
chiamava « mondo delle nazioni », la storia, creazione dell’uomo, «
prodotto della umana mente ». Dentro il quale la mente perciò sl ritrova,
si orienta e opera sicura senza uscire da sé: e opera non pure come
ragione con la scienza e la filosofia, ma opera già come senso e
fantasia, già con l'animo ancora « perturbato e commosso ». E questo non
ha bisogno di aspettare il sorgere della ragione tutta spiegata per
credere nella divinità, scoprire la propria immortalità e farsi un
sistema di concetti universali, sebbene fantastici. Fantastici, ma già
veri, pregni di sapienza poetica, che ha la sua logica, e precede quella
dei filosofi. E lo spirito è sempre tutto, ogni sapere e ogni virtù,
anche nella sua infanzia; un eterno sviluppo, un continuo progresso, onde
l’uomo è sempre lo stesso uomo e un uomo sempre diverso, attraverso
tutte le età della vita individuale e tutte le epoche che si possono
distinguere nella storia: un uscir d'infanzia e pro- cedere dalla
fanciullezza all’età matura per tornare poi alle origini, in un perpetuo
ritmo di corsi e ricorsi, dalla barbarie alla civiltà della «ragione
tutta spiegata ». Questo ritmo rende possibile un Medio Evo barbarico
dopo le età luminose di Grecia e di Roma, ma non va preso, s’ intende,
alla lettera, poiché a base del processo temporale in cui le epoche si
suc- cedono Vico vede una storia ideale eterna, in cui la succes-
sione è contratta nell’ immanente vita dello spirito, dove l’ infanzia e
la fanciullezza son dentro allo stesso adulto; come l’adulto è nel
bambino; e la poesia non è cacciata di nido dalla filosofia, ma ne è come
l’anima interna e la sca- turigine segreta. Mai filosofo
aveva visto così addentro nei recessi dello spirito, e compreso come Vico
la serietà della poesia, cioè della forma più ingenua e primitiva dello
spirito; che i filosofi, da Platone a Cartesio, tendevano piuttosto a
disprezzare, quasi che la ragione — con le idee innate di Platone, e
le idee chiare e distinte di Cartesio — fosse una subitanea e
immediata rivelazione, una luce trascendente che potesse a un tratto
folgorare e distruggere, come inadeguati e vani tentativi, le forme
inferiori dello spirito. Per Vico nel piccolo c’ è il grande; nella
poesia la serietà e il significato della più illuminata sapienza: ogni
forma, completa coscienza nell'uomo della sua interiore divinità. E
questa fin da principio presente nella religione, madre d’ogni umanità, e
però d'ogni civiltà: anch’essa destinata a purificarsi e ad elevarsi
dalle concezioni materiali a quelle più astratte e ideali: ma palese
sempre in ogni forma anche in apparenza più ripugnante al sentimento
raffinato della cul- tura; poiché la Provvidenza, come scopre Vico, fa
degli umani vizi virtù. La Provvidenza è quel «comune senso » che
fa uomo l’uomo, quel pensiero profondo dalla logica infallibile che
muove e dirige tutte le azioni degli uomini, vicini a Dio e sotto la sua
guida anche quando ne sembrano più lontani. E tanto più l’uomo si
profonda in se stesso, tanto più si coltiva ed impara, e tanto più sente
e scopre il divino nell’animo proprio. E si accerta della verità del
principio kantiano, da Vico, set- tanta anni prima della Critica della
ragion pura, scolpito nel motto famoso: verum et factum convertuntur, che
diverrà la chiave di volta della sua Scienza Nuova: che cioè la verità
non è scoperta da noi, ma fatta; ossia che il vero mondo non è un
antecedente dello spirito ma il mondo che egli crea come regno dello
spirito: l’arte, la religione, la scienza, lo Stato, tutta la storia, che
diventa intelligibile se viene intesa come opera dell’uomo. Diventa
intelligibile, si giustifica e riempie il cuore dell’uomo del nobile
orgoglio della sua po- tenza e insieme del più umile sentimento di
religiosità: poiché egli non può non sentire in sé autore del mondo una
potenza superiore che trascende la sua limitata personalità e attua
all’ infinito la sua virtù creatrice. Idee oscure, che sono però
convinzioni piantate nel più profondo dell'animo. Come Vico le volle
trovare e additare nel mondo del diritto prima e poi in tutta la storia,
splendenti di subitanei bagliori che illuminano di luce vivissima
aspetti vari e diversi della vita degli individui e delle nazioni
più familiari alla cultura classica e moderna di Vico. Semina
flammae, pensieri suggestivi, verità improvvise e lampeggianti, tanto più
accolte con meraviglia e con gioia, quanto più lar- gamente profuse a
piene mani in mezzo ad astruse osserva- zioni quasi secentescamente
ingegnose e ad un’erudizione classica e moderna non di rado indigesta e
mista di fantasie favolose. Molti motti pregnanti di Vico, come tanti
versi di Dante, son divenuti proverbiali; e molti egli perciò ne
si- gillò col nome di «degnità», come a dire assiomi; e sono spesso
il distillato della più meditata filosofia. In queste luci, che nella
maggiore opera vichiana, che fu poi l’opera di tutta la sua vita,
abbozzata prima e poi ripresa più volte, e ritoccata sempre fino alla
morte con innumeri postille e annotazioni, brillano come stelle
splendenti in un firmamento caliginoso, è la bellezza, l’attrattiva, il
fascino di Vico. In queste luci il maggior motivo che, anche al lettore
intricato nelle mille difficoltà che in menti inesperte suscita la
lettura dello scrit- tore napoletano, fa amare questo libro difficile,
aspro, duro; che tuttavia non si può deporre senza che rinasca la
brama di riprenderlo e ritornare a leggerlo con la speranza di
capirci prima o poi qualche cosa di particolarmente importante e di
scoprire una paglia d’oro in mezzo al terreno sabbioso. Qui l’
incanto della Scienza Nuova, in cui gl’ Italiani ve- dranno sempre
l’estratto della più riposta sapienza dei loro padri e la sorgente
inesausta della verità a cui s’abbevera il pensiero moderno: il segreto
della. filosofia che concilia l’uomo con Dio, gl’infonde la fede nella vita,
e gli fa sentire dentro non so che divino che lo eleva al di là di tutti
i limiti del- l’umano e di tutte le miserie terrene, senza farlo cedere
perciò alla tentazione del maligno, anzi raumiliandolo ad ora ad
ora nel sentimento del nulla che l’uomo è appena si allontani da
Dio. Fu cattolico o immanentista ? Questione spesso dibattuta
quasi per dividere gli animi concordi nel sentire la grandezza di Vico:
questione di scarso interesse storico e che si risolve negando che per
Vico ci potesse essere tra i due termini l’op- posizione inconciliabile
che c’è per chi si domanda se egli fu cattolico o immanentista. Nessun
dubbio che egli si sarebbe ribellato a chi lo avesse voluto tirare da una
parte o dall’altra. E nessun dubbio, perciò, che l’ insegnamento di Vico
non è fatto per dividere gl’ Italiani; i quali vogliono una
filosofia dell’ immanenza, che concentri nella libertà dello
spirito l’ infinito universo, ma vogliono pure vivere della fede
della loro tradizione vittoriosa. Esso li inviterà sempre a cercare
in se medesimi il principio in cui le parti avverse potranno conciliarsi
superando gli esclusivismi che han sempre del paradosso e del fazioso. Da
Vico impareranno sempre gl’ Ita- liani a disdegnare le fazioni.
Dedica Pag. VII Prefazione IX Nota bibliografica XI I.
Il pensiero italiano nel secolo del Vico I II. La prima fase della
filosofia vichiana 17 Nota 92 III. La seconda e la terza fase
della filosofia vichiana IOI Nota 135 IV. Dal concetto della
‘grazia’ a quello della ‘provvidenza’Le varie redazioni della Scienza Nuova e
la sua ultima edizione Il figlio di G. B. Vico e gl’inizi dell’
insegnamento di letteratura italiana nella Università di Napoli 189
1. La famiglia del Vico (p. 191) — 2. Primi anni di Gennaro Vico.
Il card. Corsini e la prima Scienza Nuova Passaggio della cattedra del Vico al
figlio e morte del Filo- sofo (p. 215) — 4. La carriera accademica di
Gennaro V. Gli scritti di V. e il suo insegnamento. La cattedra di letteratura
italiana dalla sua origine alla riforma. Dalla riforma alla fine del
Regno L'Angiola. Capitolo serio-burlesco di VESPOLI. II. Per le nozze di Caracciolo
e Donna Ippolita De Dura. Sonetto di G. B. Vico (p. 355) — III. Relazione
della Segreteria di Stato al Re sulla supplica di G. B. Vico pel
conferimento della sua cattedra al figlio. Dispacci per la giubilazione di V. Epigrafi
di V. Avvertimenti per l’ insegnamento del latino di V. Lettera di Finamore
a V. V. nel ciclo delle celebrazioni campane. Cartesio e V. V.nell’anniversario
della morte. OPERE COMPLETE DI GENTILE OPERE
SISTEMATICHE Sommario di pedagogia. Vol. I: Pedagogia ge-
nerale; vol. II: Didattica. Teoria generale dello spirito come atto
puro. I fondamenti della filosofia del diritto.
Sistema di logica come teoria del conoscere. La riforma
dell’educazione. La filosofia dell’arte. Genesi e struttura della
società. OPERE STORICHE Storia della filosofia (dalle origini
a Platone: inedita). Storia della filosofia italiana (fino a Valla).
I problemi della Scolastica e il pensiero italiano. Studi su
ALIGHIERI. Il pensiero italiano del Rinascimento. Studi sul
Rinascimento. Studi vichiani (V.). L'eredità d’Alfieni.
Storia della filosofia italiana dal Genovesi al Galluppi. Albori della
nuova Italia. Cuoco.Capponi e la cultura toscana del secolo XIX. Manzoni
e Leopardi. Rosmini e Gioberti. I profeti del
Risorgimento italiano. La riforma della dialettica hegeliana. La
filosofia di Marx. Spaventa. Il tramonto della cultura
siciliana. Le origini della filosofia contemporanea in Italia
Il modernismo e 1 rapporti tra religione e filosofia. OPERE VARIE
Introduzione alla filosofia. Discorsi di religione.
Difesa della filosofia. Educazione e scuola laica. La
nuova scuola media. La riforma della scuola în Italia.
Preliminari allo studio del fanciullo. Guerra e fede. Dopo la
vittoria. Politica e cultura FRAMMENTI Frammenti di
estetica e di teoria della storia. Frammenti di critica e storia letteraria. Frammenti
di filosofia. Frammenti di storia della filosofia (voll. 3).
EPISTOLARIO Carteggio Gentile-Jaja Carteggio Gentile-Maturi.
Carteggi vari.Civelli Via Faenza, Firenze. Giovanni Battista Vico. Giambattista
Vico. Keywords: Vico. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Vico” “Vico e Grice,”
Villa Grice, for H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool Library, Villa
Speranza. Vico.


No comments:
Post a Comment