Luigi Speranza – GRICE ITALO; ossia, Grice e Trabalza:
grammatica razionale ed implicatura conversazionale – By Luigi Speranza, pel
Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Filosofo
italiano. Grice: “Russell always made fun of our stone-age metaphysics.
Physics, strictly. Ad there’s nothing funny about it, if we think of SYNTACTIC
CATEGORIES as reflecting ONTOLOGICAL CATEGORIES – something that goes beyond
Baron Russell’s mathematically-washed brain!” CIRO T. STORIA DELLA
GRAMMATICA ITALIANA, Hoepli, EDITORE E LIBRAIO DELLA REAL CASA, IllM, MILANO. SEEf
PF;icrWICES Imwmkm Milano, Allegretti, Via Orti. A CROCE. L'idea del saggio, affacciatalisi alla mente di T. or sono
parecchi anni nella conoscenza che fa degli studi grammaticali di SANCTIS (si
veda), si rafferma quando appare l’estetica di CROCE (si veda), che,
avvalorandomela, l’offre insieme un
criterio direttivo per metterla in atto. E ora puo ben dichiarare che, se un
vasto materiale, tenuto sin qui in poco o
nessun conto o male utilizzato pella storia della filosofia, puo acquistare
un prezzo e servire a una costruzione, ciò è
stato principalmente in virtù
di quell'organico SISTEMA FILOSOFICO, della cui verità e fecondità esso vuole essere a sua volta una conferma. Per tale stretta dipendenza,
oltre che per omaggio di riverente e affettuosa gratitudine, il saggio di T.
porta in fronte il nome illustre e caro di CROCE (si veda). Il principio idealistico,
propugnato con tanta lucidità e originalità da CROCE (si veda) nell'ESTETICA – nel senso medievale di
SENSIBILIA, cioe, psicologia RAZIONALE -- e nella logica, guadagna
moltissimi filosofi e suscita un
salutare e assai palese rinnovamento negli
studi filosofici, così che le pagine
di T. hanno la fortuna di trovare dinanzi a sé un terreno in gran parte sgombro
di vecchi pregiudizi teorici sull’arte, sulla letteratura e sulla LINGUA
ITALIANA; ma, avutoriguardo al vario e largo pubblico cui si rivolgono, non
sognano neppure di passare senza discussioni. Qui l'estetica generale non
soltanto è applicata in tutto il suo rigore allo studio dello svolgimento della
GRAMMATICA (strettamente, letteratura), all'interpretazione cioè d'un movimento
filosofico che, alimentandosi e insieme
ponendosi al servizio della creazione artistica, si volge con isforzi più o
meno consci verso la vita della scienza. Ma, per mezzo appunto e in aiuto di
codesta interpretazione, è portata necessariamente a sperimentarsi e farsi
valere nella critica di tanti concetti e teoriche e problemi particolari della
LINGUA ITALIANA, stilistica e storia, che i motivi e l’occasioni del dissenso
da parte di chi non l'abbia familiare, saranno
frequenti quanto inevitabili. Ma il dissenso è tutt'altro che
temibile: è da sperare, invece, che qualcuno ne sia spinto a rendersi ragione
d'un principio di cui ha pur dovuto avvertire la efficacia nella dichiarazione
e valutazione di tanti fatti e fenomeni. D’altra parte, chi non sente
d'approvare l’idee che qui si sostengono, non potrà, suo auguro, disconoscere
l'utilità de'ragguagli che il saggio porge su di un complesso non trascurabile
d’opere e di questioni. Circa il modo poi ond'è stato raccolto e ordinato
codesto vario materiale, T. crede quasi superfluo il far notare che, senza
contravvenire ai canoni più rispettati dell'indagine erudita, esso ha dovuto
soggiacere soprattutto al criterio della scelta e della maggiore o minore considerazione, che logicamente
s'impone a chi fa storia d' idee. Onde non desterà maraviglia che a volte ci
siamo indugiati di più su documenti, che ad altra stregua non solo sarebbero
giudicati di diversa importanza e con diverso metodo, ma che parrebbero esser
fuori della cerchia stessa del nostro tema. Li sia lecito, infine, in questa
pagina dove un gentile costume ha trovato sempre un posto anche agl’affetti
che s'accompagnano per fortuna alle
nostre fatiche, esprimere i suoi ringraziamenti migliori ai carissimi amici il
conte ANSIDEI (si veda) e BRIGANTI (si
veda), suo coadiutore, della Comunale di Perugia, all'ottimo cav. Avetta e a tutti i suoi egregi
ufficiali dell' Universitaria di Padova,
che facilitano con ogni maniera di cortesia
e di dottrina le modeste ma non
sempre agevoli ricerche, a cui, in queste due care città più lungamente che
altrove, li è gradito l'attendere, e a VALCANOVER (si veda), studente di
lettere, che volle con ingegno e disinteresse aiutarmi nella compilazione
dell'indice e dei sommari. Padova. Una STORIA
DELLA GRAMMATICA ITALIANA è un lavoro
relativamente facile per chi
ha fede nella grammatica. Si muove d’un tipo, che si reputa
RAZIONALE, di grammatica scientifica, e
s’espone la storia della grammatica della LINGUA d’Italia commisurandola a quel
tipo, cioè: rispetto ai progressi fatti nell'escogitazioni delle CATEGORIE
SINTATTICHE grammaticali; rispetto all'esattezza con cui, seguendo quelle
categorie, sono state analizzate e comprese le
forme della LINGUA d’ITALIA. Ma la cosa diventa assai più difficile per
chi non ha più quella fede semplicistica. E come averla? Della dissoluzione della grammatica
compiuta dallo spirito sono varie e tutte
evidenti le manifestazioni. Se il buon senso non manca mai di ribellarsi
contro ciò che d'arbitrario è nel concetto d'una grammatica contenente i
precetti del ben parlare, accettati a occhi chiusi dalla servile pedanteria
letteraria o scolastica. Ricordisi l'esempio tipico di tali ribellioni, il motto attribuito a Voltaire:
tanto peggio pella grammatica. Oggi, mentre codesta servilità è presso che
distrutta o se ne sta nascosta per paura del ridicolo, quella ribellione si può
dire vittoriosa. Si parli o si scriva, quanti si sentono più stretti dalla
camicia di forza della grammatica, onde
sono un tempo torturati anche i filosofi più seri? Quel penoso e un po’comico
guardarsi d’attorno per non metter il piede sui roveti e nelle falle del temuto
codice, chi lo sopporta più? La filosofia ha da travagliarsi in ben altri
problemi che non sono quelli d'un impacciarne e infecondo verbalismo. Dinanzi a
tanto turbinio di cose, al complicarsi e all'approfondirsi della vita, al
sorger perenne di tanti interessi
spirituali, qual cervello può continuare a baloccarsi colle parole, le frasi e
i costrutti di parata? Nelle CONVERSAZIONI e ne’ritrovi nei saggi il temerario
che osi rinnovare le quisquilie che tanto appassionanoi nostri nonni e alimentano
la chiacchiera delle nostre accademie, s'accorge subito di non aver più
ascoltatori o d'averli mal disposti a seguirlo: e per qualche impenitente che si pigli la briga di
fargli eco, quanti gli si stringono addosso per zittirlo! La grammatica perde
ogni importanza negl’animi di tutti, anche di coloro che non fan professione di
filosofo. Anzi, quegli stessi che l'insegnano, non mancano d'avvertire che non
colla grammatica s'impara a parlare, ma col tener vigile lo spirito
all'osservazione, all’impressioni della vita,
e che lo studio d’essa non va fatto sistematicamente, ma praticamente
sugli scrittori, che soli possono formare il gusto e l'abito del rettamente
parlare. Sicché nelle nostre scuole la grammatica è ridotta, anche se se ne
adottino i testi, a poche e saltuarie osservazioni riguardanti pello più la
forma delle voci o il reggimento degl’elementi della proposizione o del
periodo, quando le suggeriscano o l’ispirino
gl’esempi degl’autori che si leggono o gli spropositi onde s'infiorano i
componimenti, esclusi perfino i paradigmi de'nomi e de'verbi e le liste dell’eccezioni.
Ma la critica della grammatica prende ai nostri tempi forma scientifica,
innestata naturalmente nei grandi sistemi della filosofia dello spirito. Tra
questi è superfluo che T. ricordi quello che pella sua salda unità ha così profonda efficacia sullo
svolgimento della FILOSOFIA. T. intende quella di CROCE (si veda). Dalle due
attività teoretiche dello spirito, l'intuitiva e la logica, non si producono
che immagini e concetti, ch’arte e scienza: fuori di questi due, non ci sono
altri prodotti teoretici che possano costituire per sé oggetto di speculazione
filosofica; essi soli sono la realità in cui si
possa esprimere tutta l'attività nostra conoscitiva. Se dunque ci si
presentano altri fatti apparentemente diversi colla pretesa d’essere studiati
scientificamente in sede propria, noi sappiamo cpial è l'obbligo nostro:
scoperto il procedimento artificiale per cui son venuti ad assumere aspetto di
formazioni indipendenti, spogliatili delle esteriorità che danno loro apparenza
di corpi, d’organismi capaci di vita e d’evoluzione
propria, ricondurli e ridurli nella loro
essenza nuda all'una o all'altra di quelle due forme d’attività. La lingua è
tra questi il fatto che suscita le maggiori e più resistenti illusioni, perchè
con tutti gli studi ai quali si presta nel terreno empirico, descrittivo,
storico, didattico, come suono, voce, forma, costrutto, ritmo, mutamento, uso,
rappresentazione, essa, sciolta e
raccolta come realtà in grammatiche e vocabolari, finisce col crearsi un
proprio dominio, farsene assoluta padrona, e imporre autorità e rispetto e
esigere un culto speciale. Ma studiata scientificamente, ossia come realmente
jA\>\>ax?.. e non come la formiamo noi astraendo dall’oggetto reale in
cui è incorporata, essa è inseparabile dal discorso vivo, dall'opera letteraria
in cui s'incarna, ed è quell’opera stessa, quel discorso stesso. Onde non vi ha luogo ad uno studio
veramente scientifico ossia organico e filosofico della lingua fuori dello studio della
letteratura e dell'arte. Conseguenza di ciò, la filosofia della lingua fa
tutt'uno colla filosofia dell'arte, ossia coll'estetica; la storia della lingua
fa tutt'uno colla storia della letteratura. La lingua è sempre
individualizzata, ed è quindi perpetua creazione, irriducibile a leggi fisse. Ciò posto, la grammatica –
strettamente, letteratura -- che cos'è? Espediente didattico, privo di valore scientifico,
perchè privo di problema scientifico. E una stona della grammatica si scolora
agl’occhi dello studioso dello svolgimento della scienza e della letteratura, ed appare più che altro materia
propria non già della storia della
FILOSOFIA, ma della storia dei costumi e dell’istituzioni, legata piuttosto
alla storia dell'insegnamento che non a quella della letteratura, la filosofia e
della scienza. E com'è anti-scientifico il suo fondamento, cosi arbitrarie sono le sue CATEGORIE, variabili
da grammatico e grammatico, e variate infatti d’Aristotile del LIZIO, che ne
ammette due o tre, al hSuommattei, che n
ammi. se dodici, a noi moderni che siamo tornati alle nove tradizionali:
variabili ancora, naturalmente, da lingua a lingua, potendo accadere ch’appaiano
in esse alcune delle pretese parti del discorso che non appaiono (CROCE (si
veda), Estetica, Palermo; e in La
Critica, per i rapporti tra grammatica e logicai, e] Vossler, Positivismus und Ideatisuius
in der Sprachiwssenschaft, Heidelberg. Anche
prima di PRISCIANO se ne sono già elaborate tredici o quattordici in altre. Chi
direbbe che qualche lingua s'è scoperta mancante del verbo, nientemeno la
categoria del moto e dell'azione e dell'esistenza, che tutti i grammatici filosofici
ritengono appunto la parte principale del discorso, la colonna che sostiene tutta
la proposizione? Le categorie
grammaticali sorgeno dal bisogno di comprendere e spiegare la
relazione intercedente tra gl’elementi della lingua e gl’elementi del pensiero,
il rapporto tra i segni e le cose: sorgeno insomma, non si può disconoscere,
dal bisogno di sciogliere un problema scientifico che la coscienza avverte; ma,
non conquistato ancora il problema della conoscenza nel suo duplice aspetto d’intuizione e intelletto, e ridotta l'attività dello
spirito alla sola forma logica, è naturale che i prodotti di questa attività
apparissero d'una sola natura, e tanto gl’estetici quanto i logici si
cercassero di spiegare coll'unico principio logico: e ne deriva l'annullamento
dell'espressione: questa, che è il prodotto dell'elaborazione fantastica, è
sottoposta a un'elaborazione logica, sicché, distrutta l'espressione dividendola ne'suoi pretesi elementi, su
ciascuno di questi si foggia una categoria: si
hanno così tante astrazioni particolari, e a ciascuna è attribuita una
funzione espressiva: ricavati i concetti di moto o azione, d’ente o di materia,
se ne fecero le categorie di verbo e di nome, e si crede d'aver trovata
l'espressione del moto e dell'ente, cioè la formula con cui esprimerli. Ora
l'errore scientifico è appunto non nel
lecito trapasso dall'estetico al logico, ma in questo ripassare dal logico
all'estetico, nel dare all'astrazione funzione espressiva, nel ridurre a norma,
a legge ciò ch’è semplice conseguenza d'un’elaborazione arbitraria sì, ma
consentita dalla pratica esigenza di raggruppare sotto determinati concetti
determinate parole. M’una volta ottenuti questi raggruppamenti, è facile avvertirne l'utile pel rispetto didattico dell'apprendimenti della lingua
d’ITALIA, ossia de'cosidetti mezzi d'espressione. E le categorie Iinduistiche
si mantennero anrhp contro la loro inconsistenza scientifica, a soddisfare a
giella--pratica esigenza nioltiplicate e
suddivise secondo i vari punti di vista didattici, e è prevedibile ch’almeno
entro certi limiti si manterranno, s'intende per quel mèdesimo scopo: e si
manterranno anche l’altre parti della grammatica, fonologia, sintassi, metrica,
ecc., sorte analogamente, perchè anch'esse potranno aiutare l'apprendimento
della lingua d’ITALIA, la raccolta del materiale da ri-elaborare nell’espressioni.
Assolutamente necessarie il mantenerle, in fondo, non sarebbe\ perchè a fornirci del materiale
linguistico, può bastare ascoltare chi
parla, cioè a dire, studiare il discorso vivo, realmente parlato, senza
tagliuzzarlo; ma, certo, alcuni raggruppamenti, specie delle forme flessive, di
famiglie di vocaboli, di particelle relative, nonché avvertimenti sull'uso e i
nessi delle parti del discorso, saranno sempre utili rome aiuti alla memoria, e
più, s'intende, pelle lingue straniere
che pella materna. Lo studio degli
schemi grammaticali in tutta la loro esuberanza e varietà è dubbio che
possa riuscire al proposito molto fecondo. I limiti qui sono segnati dalla
pratica dell'insegnamento e dai bisogni individuali degl’auto-didatti. Ma nei
libri dei grammatici non v'è solo questo
contenuto didattico, solo escogitazione d’espedienti, solo metodo. Tentativi,
spesso vani, di razionalizzare l’empiriche
distinzioni; crubbi, spesso generatori d’affermazioni e intuizioni
ragionevoli; confessioni spesso ingenue, e pure importanti come prove di stati
di coscienza ch’hanno disposto alla scienza, se la tradizione non avesse così
fortemente prepotuto; contradizioni che sarebbero state preziose, ove fossero
state in tempo avvertite; ribellioni improvvise e reazioni a regole state
generalmente accettate, questi e altrettanti documenti di progresso non mancano
quasi mai anche in grammatici inerti, ripetitori di travamenti altrui. Insomma,
nei libri de’grammatici appare una linea di progresso sui generis, il jDrogTgssxi cibila, dissoluzione, il
progresso della morte. E sotto questo riguardo ognun vede quale e quanta
importanza acquisti subito lo studio d’essi, e come un tale studio ri-entri nel dominio diretto della storia del
pensiero e dell'arte. Si tratta di vedere come dalla grammatica empirica si
passa alla grammatica filosofica e da questa all’estetica. È il medesimo
interesse, la medesima portata ch’offre la storia della poetica. Che cos'è
questa storia? È la descrizione di quel caratteristico processo per cui la dottrina umanistica dell'imitazione, quale
è plasmata dal rinascimento italiano
sulla poetica rediviva d’Aristotile nel LIZIO cristallizzata in regole
dogmatiche, è dal classicismo italiano, gallo, britannico, riguardata prima
sotto il rispetto dell'ingegno, poi di ragione, in fine di gusto, fino alla
conquista romantica del principio critico dell'immaginazione creativa, ossia la
storia d'una codificazione poetica completa e del suo progressivo e totale disfacimento. Poetica e grammatica,
disfacendosi dopo la loro evoluzione, mettono capo egualmente, toccando a lor
volta e ciascuna ne'propri limiti e gradi l'attività critica concreta e la
letteratura stessa, alla filosofia dell'arte, all'estetica. Da questo punto di
vista par che concepisse SANCTIS (si veda) una STORIA DELLA GRAMMATICA
RAZIONALE, a giudicar dai tentativi che
compì in proposito quando s'è dato con vero fervore agli studi grammaticali, e
dal disegno d'una grammatica filosofica intorno a cui si travaglia senza
venirne a capo pella difficoltà che ne presenta l'esecuzione e la sua stess preparazione
filosofica. Svolgendo, esercitando e scaltrendo il pronto e vivace intelletto,
disposto da natura a ripiegarsi su stesso, nelle varie correnti
filosofiche predominanti al suo tempo,
nelle larghe e intense letture di grammatici, nella pratica dell'insegnamento e
nella scuola di Puoti di cui è insieme collaboratore, non tarda a ribellarsi
alla grammatica tradizionale e ad accorgersi che in questo campo è tutto d’innovare.
Con quello della grammatica che viene trattando, concepì l'ardito disegno d’una
storia delle forme grammaticali rifacendosi
dall'antichità; ma pella sua scarsa grecità e l'ignoranza delle cose
orientali, dopo vani tentativi appresso a VICO (si veda) e Schlegel, si riduce
a tracciare una storia dei grammatici da lui letti, criticando dapprima quelli
che tutto derivavano dalla lingua del LAZIO, poi gli studiosi della lingua, copiosi
di regole e d'esempi, poi i galli, la cui grammatica ragionata non lo
soddisface che a mezzo, perchè sente che
quel ragionare la grammatica non è ancora
la scienza. Che egli intuisse già che la risoluzione del tormentoso problema è
nell'identificazione del FATTO della lingua coll fatto estetico, appare
chiaramente da questa esplicita dichiarazione. Sostene che quella de-composizione
di amo in sono amante l'incadavera la parola, Spingarn, La critica letteraria
nel rinascimento, Bari. SANCTIS (si veda),
frammento autobiografico, pubbl. da P.
Yn.i.AKi, Napoli; Scritti inediti
o rari, pubbl. cur. CROCE (si veda), Napoli; e, sopratutto, i saggi nei saggi
critici, Napoli, col titolo “Frammenti
di scuola.” sottrae tutto quel moto che le viene dalla volontà in atto. Si senteno
quei giudizi acuti con raccoglimento, e si credeno in tutta buona fede
quell'uno che dove oscurare i galli e
irradiare l'Italia d’una altra scienza. E in verità in sostene che la
grammatica non è solo un'arte, ma ch'è principalmente una scienza: è e dove
essere. Questa scienza della grammatica, malgrado le tante grammatiche
ragionate e filosofiche, è per lui ancora di là da venire. Non par dubbio che,
se SANCTIS (si veda) avesse ripreso quel suo disegno di storia della grammatica, l' avrebbe condotto dal punto di
vista della critica, donde è condotto il saggio di T. Dato questo punto di vista
è certo desiderabile fare, anziché la storia della grammatica della lingua
d’ITALIA, quella della grammatica in genere, appunto secondo il disegno di
SANCTIS [si veda]; e in Italia stessa, anziché limitarsi alla grammatica della
lingua d’ITALIA, estendersi anche alle
costruzioni di grammatiche della LINGUA DEL LAZIO; e sarebbe stato anche bene
congiungerla collo studio delle speculazioni sulla lingua, delle controversie
intorno alla lingua ecc. Ma, senza dire che ciò abbiamo cercato di fare in
parte, sempre quando il legame tra le dottrine grammaticali in genere, quelle
costruzioni italiane e straniere e quello
studio e le grammatiche da noi
esaminate è strettissimo, essendo questo imprescindibile obbligo nostro
di storici, a quel fine il materiale è vasto e ingrato, sì d’averci costretti
per ora a studiare il solo svolgimento della grammatica della LINGUA D’ITALIA,
la quale peraltro, non che riflettere in sé quasi con pienezza il procedimento
di quella più ampia formazione, ce n’illustra la fase più interessante per noi,
quella dello sfacimento, quella cioè della grammatica volgare, e di questa
l'aspetto ancor più caratteristico, l'italiano. Poiché, mentre la grammatica,
delle lingue classiche, sebbene connessa anch'essa a un sistema di dottrine
poetiche, quello dell'antichità, e sbocciata da discussioni e per fini d'ordine
logico, conserva pur sempre il suo carattere d’espediente didattico e
ermeneutico pell'apprendimento della lingua e pella interpretazione degli
scrittori, per cui, non è sorta, m’erasi venuta formando e l'avevano infine sistemata gl’alessandrini
non senza ammirevoli tentativi di spiegarne filosoficamente le categorie, anche
quando pretese concorrere alla formazione del perfetto oratore, come è specialmente
presso i Romani; la grammatica volgare, non solo, perchè, nata col canone dell'imitazione de'classici e strettamente
congiunta colla poetica della rinascenza, che dove per suo fatale svolgimento
soggiacere a quel progresso di
dissoluzione, ci permette di seguire un identico procedimento, tenendoci sempre
in terreno scientifico per accompagnarci fino alle porte della scienza, ma,
essendosi sviluppata quasi in compagnia e nel seno stesso delle letterature
nel periodo del loro maggiore fiorire,
reca in sé più vivo e immediato il senso della lingua e dell'arte e quindi un
più intimo e energico sforzo di conquistarne
e rivelarne il segreto; e la grammatica
dell'italiano, cioè della
letteratura più rigogliosa e più ricca di forme, tutto questo ci offre
meglio che ciascun'altra delle lingue dell’Europa, perchè, a tacer d'altro, non
solamente più varia e complessa per
luoghi e tempi, ma perchè, mentre congiunta col suo sistema, passa fuori
d'Italia a plasmare il pensiero critico delle altre nazioni d’Europa, di queste
poi e particolarmente della Gallia, segue alcuni grandi indirizzi, come quello di Porto Reale e del
razionalismo di H. P. Grice. Puo osservarsi, infine, che noi abbiamo parlato
sin qui della grammatica normativa e non di
quella storica. Ma la grammatica storica non entra nel tema di T.,
perchè essa, sebbene adoperi gl’arbitrari schematismi grammaticali, ha un
contenuto conoscitivo, e la storia d’esso rientra per tal modo nella storia
dell'erudizione e delle ricerche storiche. E su- Parecchie delle definizioni
ragionate d’Apollonio sono riprese interamente dalla grammatica generale del e
continuano a esser ammirate anche più
tardi, Egger. Ma una grammatica filosofica nell'antichità non è neppur tentata.
Pur consentendo con quanto dice BORGESE (si veda) nella sua storia della critica romantica in Italia,
Napoli, del carattere e degli spiriti dell’alessandrinismo umanistico, è facile
riconoscere che la grammatica sorge e si sviluppa in condizioni più vantaggiose
per i risultati scientifici che non
l'antica. L’antica si svolge in tempi di progrediente decadenza di pensiero e
di coltura, quella in tempo di generale progresso. VOSSLER, Die Sprache als
Schdpfum: nnd Entwickelunx, Heidelberg. perfluo,
peraltro, avvertire, anche qui, che non abbiamo trascurato d’occuparcene ogni
volta che l'erudizione filologica muove da uno sforzo, T dice così, di
sciogliere il problema grammaticale, e
si connetteva perciò intimamente colla grammatica normativa: anzi, qualche volta, temiamo d’esserci
inoltrati in questo campo troppo più in là che il tema di T. consente, come, p.
es., a proposito di Castelvetro, la cui Giunta, di dominio certamente della
grammatica storica, T. esamina con cura minuziosa. Ma l'eccessivo, se ci sarà,
ci vede scusato; non tanto pel fatto che forse certe parti dell'opera di
grammatici, come anche questa di Castelvetro, a non allontanarci dal esempio di
T., non sono tenute nel debito conto neppur dagli storici, quanto pella
considerazione che certi nuclei d'erudizione grammaticale-filologica,
escogitati pel comodo pratico, interessano anche lo studioso della storia del
costume e delle istituzioni scolastiche, alla quale abbiamo pur sempre tenuto l'occhio e di cui T. da qui
non poche linee. Sicché giova sperare che i lettori finiranno col trovare nel saggio di T. più di quanto il
titolo non prometta, mentre, in fondo,
nulla si pio dire superfluamente accoltovi che non serve ad illuminare
l'oggetto che ne è l'argomento principale, e l'istesso punto di vista al quale l'abbiamo considerato. La concreta e
sistematica compilazione delle regole
della grammatica della LINGUA D’ITALIA è
insieme comune resultato di due degl’effetti prodotti sulla letteratura
del rinascimento dal canone umanistico dell'imitazione de'classici della LINGUA
DEL LAZIO DEI ROMANI, cioè, il culto e lo studio della forma esteriore e lo
sviluppo della critica applicata o pratica, e conseguenza non ultima della
trionfante difesa del VOLGARE – tedesco,
volgare, lingua d’ITALIA -- di contro alla LINGUA DEL LAZIO, ch’è a sua volta
presentimento dell'importanza che nella coscienza assume definitivamente e
vigorosamente la lingua della NAZIONE
d’ITALIA: prodotto, dunque, di due diverse tendenze, di due diversi indirizzi,
il classico e il romantico. Né le sono estranee talune condizioni della vita sociale, la diffusa cultura, p. es., e,
in particolare, il sentimento della bellezza e della grazia, se non della
gravita – Trudgill, Italian is the most beautiful language – ch’esige anco
un'eloquio ornato e polito. Spinti dal bisogno di giustificare criticamente
1'immensa letteratura fantastica che il ri-fiorire degli studi ritorna alla
luce e all'ammirazione, gl’umanisti, superando le dottrine poetiche del Medioevo che suonano sprezzo o
condanna della poesia, e procedendo di superamento in superamento, passando
cioè attraverso le concezioni della natura della poesia in termini prima di
teologia, poeta theologus, poi d’oratoria, poeta orator, poi di rettorica e
filologia, poeta-rhetor e philologus, finirono col restituire la loro
indipendenza d’ogni funzione allegorica ai
prodotti dell'immaginazione e col
rimettere la poesia al posto che le spetta nella vita e nell'arte, giungendo
così insieme a riconsacrare la bellezza classica e a proclamare come base
estetica della letteratura l'imitazione dei classici: quindi studio
dell'artificio della poesia classica, quindi ricerca di principi e regole
pratiche pella più perfetta imitazione,
e, tra queste, anche le grammaticali.
D'altra parte, il VOLGARE – tedesco,
volgare --, il che vuol dire la nostra gloriosa tradizione, non mai del tutto
negletto pur nel periodo più febbrile e intemperante della indagine erudita
sull'antichità classica, è venuto levando audacemente il capo sopra il
sentimento stesso del proprio valore. Già l'umanesimo stesso non è mica, che
non puo essere, ri-sorgimento, re-incarnazione dello spirito classico: tutta la vita medioevale non è
vissuta indarno e non se ne potevan con un tratto di penna cancellare non dice
T. le tracce, ma gl’effetti sullo spirito!/ moderno: che è anzi essa se non ROMANESIMO,
nella sua sostanza incorruttibile, più che non fosse o potesse essere il soffio
inane onde si voleva ravvivare un presunto cadavere? E poiché quella vita è espressa
in opere volgari come la divina commedia,
il decameron, il canzoniere, e ora ad altre correnti spirituali, alla dottrina
e alla speculazione si vede pure che IL VOLGARE – tedesco, il volgare -- è più che bastevole, il difenderlo dove ben
apparire vittoria sicura, l'affermarne la virtù un dovere, e un diritto
l'estendere anche ai suoi precedenti monumenti letterari il canone dell’imitazione:
i nostri massimi fiorentini dovevan
valere quanto i classici di ROMA: quindi studio e osservazione della loro forma
esteriore, applicazione pratica delle loro regole: quindi anche grammatica
volgare. Questo processo, d'intuitiva evidenza specie per chi tenga presente la
storia della poetica del ri-nascimento, ci spiega esattamente il contenuto e le
fogge della PRIMA GRAMMATICA, i germi in sé
concepiti del suo svolgimento, dice T
anche la sua mossa e il punto di partenza nel tempo e nello spazio.
Vossler, Poetische Theorien in der
italienischen FrUhrenaissance,
Berlin. Spingarn. A renderne più convincente la dimostrazione, ci soccorre, per
buona fortuna, un documento molto interessante, che ri-entra poi per sé stesso
e proprio qui all'ingresso del nostro cammino, come oggetto diretto della storia di T.: quelle regole
della volger lingua fiorentina, che si trovavano manoscritte nella libreria medicea,
e di cui T. pubblica il testo secondo una copia ricavatane conservata nella biblioteca
vaticana, cod. vat. reg.. Codeste regole, come ben appare non solo dal titolo
ma dal proemio e da tutta l'operetta, sono fondate con piena coscienza sull'uso
vivo fiorentino, mentre la prima
grammatica italiana che viede la luce, Fortunio, Bembo, ha il suo fondamento
negl'imitandi classici, che per i
volgaristi sono quel che pegli’umanisti CICERONE e LIVIO. Basta questo fatto a
dimostrare che la prima grammatica italiana ha la sua origine in quel movimento
umanistico che consacra il principio
dell'imitazione dei classici ed è perciò connessa colla poetica del ri-nascimento; muove cioè, quel
che più importa osservare a T., verso il suo intento precettistico d’una spinta
dice T. così estetica o, in qualche modo, d'ordine scientifico; mentre la grammatica vaticana è, non solo
espres- [MORANDI (si veda), Il primo vocabolario e la prima grammatiche della
nostra lingua, Antologia. Sensi, Un libro che si crede perduto, ALBERTI (si
veda) grammatico, in // Fanf. d. Dom. Al Cian,
che nel suo bel saggio su Bembo, Un
decennio della vita di Bembo, Torino, dubitando della possibilità di
ritrovar il libretto catalogato nell’inventario della libreria medicea,
manifesta rincrescimento di non poter sapere che cosa sono quelle regole della
lingua fiorentina, sfugge forse la segnalazione che della copia vaticana d’esse
fa Torri nell'edizione dell’opere minori
d’ALIGHIERI (si veda), Livorno, sbagliando, però, come avverte Morandi, a cui
non è sfuggita, nell'aftèrmare che l'originale senza dubbio appartene a Lorenzo
de’MEDICI (si veda), Duca d'Urbino, quando invece l'avvertenza del copista, Sumptum
ex bibliotecha L. medices Romae
anno humanatj Dej. Decembris ultima
exactum va riferita a Lorenzo il mgnifico,
Leon riscatta dai frati di San Marco in Firenze e fatto portare nel suo palazzo
in Roma la biblioteca paterna. Ne è punto da dubitare che questa copia fatta
in Roma e passata da Bourdelot a sione
d'un bisogno pratico già sentito in un momento di decadenza del volgare sotto
l' irrompere della cultura umanistica e pel quale si collega perciò a quel
particolare movimento in favore del volgare che culmina col certame coronario,
ma specialmente dimostrazione e applicazione, fatte con fini polemici, d'un
altro principio teorico di grande importanza, primamente scaturito dalle
discussioni coeve sui rapporti tra LA LINGUA DEL LAZIO e il volgare.
Mentre, pertanto, Xe^Jl regole di FORTUNIO (si veda) iniziano
uno svolgimento che dura, per un rispetto,
ne concludono un’altro, di cui si potrebbero rintracciare i lontani
precedenti nell'insegnamento de'dettatori di BOLOGNA e nell’elevate cure spese
dall'ALIGHIERI (si veda) a vantaggio del volgar materno – Brook, Potter, Our
mother tongue. Per ciò che concerne poi la motivazione critica, tra l’inedita
grammatica vaticana e la prima nostra grammatica edita, per T. è quasi una
soluzione di continuità, se con quella
non è congiunta d’una comune coscienza dell'importanza della lingua della
nazione d’ITALIA, che è in se insita; e se volessimo trovarle una
continuazione, meglio che riallacciarla colla grammatica dei toscani, Giambullari,
che non è eseguita secondo i principi
pur additati da Gelli, dovremmo scendere addirittura alla grammatica di MANZONI del Cristina di Svezia, e quindi alla biblioteca vaticana,
dove si trova in principio del cod. reg., a
ce., non è una copia dell'originale mediceo che col titolo di Regule
lingue fiorentine, o di Regole della lingua
fiorentina, si trova indicato in tre esemplari dell'inventario d’essa
Libreria, compilato, e da PICCOLOMINI (si veda) dato in luce, Arch. stor. Hai.,
Morandi. Il cod. che consta d’una raccolta
di codicetti diversi, contiene anche il
trattato d’ALIGHIERI, DE VVLGARI
ELOVENTIA, che appartenne a Bembo, e col quale la grammatichetta scambia la guardia: infatti la guardia che
precede il trattato dantesco reca Della THOSCANA SENZ’AUTTORE, e davanti alla grammatichetta vi son due
guardie, una delle quali reca sul recto Dante della Volo. Lino, e l'altra sul
verso Dantes de Vulgari [diomate. Cir . Il trattato De vulgari eloquentia
cur. R.AJNA, Milano. È curioso che la
grammatichetta sia venuta a trovarsi congiunta coll'insigne operetta di Dante
copiata per Bembo, che quella grammatichetta non dove mai vedere e ne dovette anzi ignorar l'esistenza. uso vivo fiorentino. La nostra
tradizione grammaticale benché resti sempre vero quel ch’è osservato da Morandi: aver i letterati
italiani in certi intervalli sostenuta la tesi di MANZONI (si veda), è
classica, vale a dire fu dominata soprattutto dal principio del classicismo,
che doveva necessariamente disfarla. E si potrebbe aggiungere, se fè il caso di
discorrere di ciò che non avvenne, che la grammatica normativa avrebbe forse
alla pratica rtsi maggiori servizi, s’avesse continuato nella forma e
cogl'intenti della grammatica vaticana,
certo assai più consoni e praticamente utili a quell'esigenza pella quale è
giustificabile, l'apprendimento della lingua. Ben diversa è la spinta teorica
della grammatichetta, che l’assegna, sia rispetto ai suoi precedenti letterari,
sia rispetto alle prossime produzioni consimili, un posto a sé, dandole una
singolare importanza, assai maggiore di quella che possono avere le prime grammatiche del classicismo,
che non nacquero con un problema proprio, ma sono nutrite dello spirito che
alimenta tutta la poetica. Sia o no d’ALBERTI (si veda), nel qual caso è da
riportare indubitatamente di là dall’anno del De componendis cifris in cui ALBERTI
(si veda) vi accenna come ad opera compiuta, la grammatichetta vaticana è senza
alcun dubbio da riconnettere all'azione
che Alberti stesso ed altri degni di lui promossero in favore del volgare:
tanto essa rispecchia il carattere delle dispute linguistiche ch’agitano i
dotti, e tanto strettamente è congiunta con quella che ha a campioni Biondo e
Bruni. Que’che affermano, questo è il proemio della grammatichetta, la lingua
latina non essere stata comune a tutti e'populi latini, ma solo propria di certi dotti scolastici, come hoggi
la vediamo in pochi; credo deporanno quello errore, vedendo questo nostro
opuscholo, in quale io racolsi l'uso [Sensi
sostiene che è d’Alberti, per molte somiglianze di pensiero e di forma
che ha con passi dell’Operette morali e perchè è ben degna dell’alte vedute di
quella niente altissima. Ma Morandi, ch’attende a un nuovo studio intorno alle prime grammatiche e ai primi vocabolari,
m’usa la cortesia d'avvertirmi ch’Alberti è d’escludere, e ch’è da pensare ad
altri, accennandomi i nomi di Pulci e, nientemeno, di VINCI (si veda).] della
lingua nostra in brevissime annotationi: qual cosa simile fecero gl'ingegni
grandi e studiosi presso a’Latini: et chiamorno queste simili ammonitioni, apte
a scrivere e favellare senza corruptela,
suo nome della LETTERATVRA. Quest’arte quale ella sia in la lingua nostra,
leggietemi e intenderetela. È precisamente Bruni quegli che sostene essersi
usate in Roma due lingue nettamente distinte, l'uma delle scritture e de'pochi
dotti, l'altra comune a tutto il volgo, il quale non avrebbe inteso un'orazione
forense o una commedia più che non intenda la messa, e non sa ammettere che le femminette riuscissero a
esprimersi naturalmente in una forma grammaticale, morfologica e sintattica di
difficilissimo acquisto pei dotti di professione. E non ad altri ch’a Bruni e a
suoi seguaci risponde Alberti quando altrove osserva. E dicono non potere
credere che in que'tempi le femmine
sapessero quante cose oggi sono in quella lingua del LAZIO a molto e ben dottissimi difficile e oscure. E per questo
concludono la lingua nella quale scriveno i dotti essere una quasi arte ed
invenzione scolastica piuttosto ch’intesa e saputa da molti. Ma questa è precisamente
l'opinione di Biondo, a cui si deve appunto la scoperta e l'affermazione d'un
fatto inchiudente quell'importante principio teorico che presede alla
compilazione della grammatichetta
vaticana: uno de'non molti principi teorici di grande importanza critica
pella nostra storia, che siano stati asseriti in tutto il nostro periodo
grammaticale avanti il sorgere della critica della grammatica con BORDONI Scaligero
e Sanzio e Portoreale. BIONDO (si veda) ha solo di recente la meritata
giustizia. mentre a BRUNI (si veda) sono d’assai tempo tributati i massimi
onori come a un felice indicatore dell’origini
del nostro volgare. L'oggetto della discussione avvenuta nelle anticamere
pontificie tra i segretari della curia, presenti Lusco, Romano, Fiocchi,
Bracciolini, Biondo e Bruni e che è poi trattata per iscritto In SENSI. Cfr.
anche Rossi, Il rinascimento, Milano. D’un infelice quanto valoroso nostro
corregkmario troppo presto rapito agli studi, MIGRIMI (si veda) di Perugia, il
quale ri-stampa nel Propugnatore con da Biondo nel De locutione romana, da
Bruni noli' Epistole, dal Poggio nelle Historiae convivales disceptativae , da
Filelfo Ep. e d’ALBERTI (si veda) nel proemio al libro della famiglia, era
stato il seguente, così definito da Biondo stesso: materno ne et passim apud
rudem una lucida prefazioncella l'epistola di Biondo a Bruni De locutione
romana, sempre rimasta alla sua edizione principe. Credo dì poter indicare come
e per qual via fosse condotto Biondo a toccare il problema della lingua volgare
e romana. Al tempo d’Eugenio, Roma è talmente rumata, che dieci altri anni,
dice Biondo in una lettera al pontefice restauratore, premessa alla sua Roma
instaurata, che ne foste stato absente, essendo ella già e per la sua
antichità, e pelle tante passate affìitioni, mezza minata, di certo, che la ne sarebbe del tutto
ita per terra. Come il papa intese a restaurare con tanta liberalità e
larghezza la città eterna, Biondo s'è dato a rinfrescar nelle memorie degl’uomini
la notitza degl’antichi edificii; anzi delle mine, ch'ora si veggono nella
città di Roma già capo e signora del mondo; ma
specialmente l'ha mosso l' ignoranza ne'secoli a dietro delle buone
lettere, tale e tanta, che quel poco che si sa degl’antichi edifici, è tutto con false e barbare voci sporcato e
guasto. E con quest'animo s'è messo alla nobile fatica: Porrò dunque mano
all'opera con speranza che i pochi hanno a giudicare, se la chiesa ed il
palazzo di San Pietro, e di San Giovanni in Laterano riconci, e per lo più rinovati, e se le porte di bronzo
fatte alla chiesa di San Pietro, e le
riconcie mura di Vaticano, e di borgo, colle strade della città rifatte, habbiano ad esser più stabili, ed a
durare per più tempo, per questa via
d'opera di calcie, di pietre, di bronzo, che pella via delle lettere della
scrittura: e medesimamente s'io m'habbia possuto co'1 rozzo stile imitare e
giugnere niente a così belli lavori con
tante dispese fatte. Come degl’edilìzi, egli dunque dove osservare la
corruzione della lingua, e attribuirne la causa alle medesime incursioni
barbariche. Questa è la manchevolezza della sua tesi; ma, se nell'additar la
causa dello scadimento Biondo erra, la materia di cui parla è però quella che
veramente soggia all'evoluzione e s'è
tramutata nel volgare. Mi son giovato della versione fatta da Fanno delle due opere di
Biondo intorno a Roma e all'Italia, perchè essa, riprodotta in più stampe, ci
spiega come il De locutione romana, edito primamente in fine alla Roma
instaurata, non vede poi mai più la luce, non avendo seguito nella versione
l'opera maggiore. Roma ristaurata, ed Italia illustrata di Biondo da Forlì.
Tradotte in buona lingua volgare per Fanno, Venezia, i ed.
Mehus. iS indoctamque multitudinem aetate nostra vulgato idiomate, an
gramaticae artis usu, quod latinum appellamus, instituto loquendi more Romani
orare fuerint soli. Bruni, che concepisce la grammatica non crede possibile ch’il
popolo inflette nomi e verbi, quasi che, dice Mignini, la regolarità non è stata
allora e poi assolutamente ex casti: sostene perciò esistere una differenza sostanziale tra LA LINGUA DEL
LAZIO de'dotti e il popolare, come tra due lingue diverse, né più né meno come
tra LA LINGUA DEL LAZIO e il volgare d’altri tempi. I contemporanei
magnificarono l’idee di Bruni, quasi dimostra l'origine del volgare: ma Bruni,
come ben vede Mignini, fa solo una questione preliminare a questa, e la
conclusione che ne scaturisce
logicamente è che la lingua volgare non
deriva dalla LINGUA DEL LAZIO
volgare, essendo state sempre immobili e inalterate le due lingue dei latini,
la degl’OTTIMATI e la plebea: LA LINGUA
DEL LAZIO volgare o plebea per Bruni non è il padre della lingua volgare d’ITALIA,
ma è questo stesso sempre vivo e verde e inalterato, senza che né le mutazioni
naturali della lingua, né quelle delle popolazioni italiane avessero
avuto su esso, la minima influenza. Biondo invece sostene che tra le due lingue
non c’è differenza sostanziale: la differenza è solo di forma, prodotta dall’educazione
domestica, dalla cura e dalla riflessione degli scrittori: e se non la deduce
dall’iscrizioni e solo dalle testimonianze degli scrittori latini, ha però
sempre di mira la reale condizione della
lingua degl’OTTIMATI e popolare sotto I
ROMANI, e non fa per suo conto, come parve a Schuchardt, una questione
nominale. Ma quel che per noi vale assai di più è che, mentre sin allora la
grammatica è stata concepita, come ancora Bruni la concipisce, una serie di
regole stabilite a priori e per sempre, e quindi una lingua del tutto
artificiale e immutabile, Biondo invece
avverte anche nella lingua popolare romana una sua propria regolarità,
distinta naturalmente da quella che deriva dalla riflessione e dall'arte
congiunta a quella che viene dalla natura. Egli voleva che ai suoi avversari
questa risposta soddisface: nec naturae ac bonae consuetudinis munere regulas
indoctam multitudinem scivisse, quibus grammaticam orationem omni ex partem
congruam i.m eret, ncque etiam tam longe
a variationibtfs inclinationibusque et reliqua grammaticae orationis
compositione illius latinitatem abfuisse, quin litterata, qualem mediocriter
aetate nostra docti habent orario et videretur et esset. E una speciale regolarità
venne a riconoscere conseguentemente nella lingua volgare de'suoi tempi,
ponendo così il principio teorico della
possibilità d'una grammatica del
volgare, in parole ben chiare: omnibus ubique APVD ITALOS CORRVPTISSIMA etiam
VVLGARITATE loquentibus idiomatis natura ìnsitum videmus, ut nemo tam rusticus,
nemo tam rudis, tamque ingenio hebes sit, qui modo loqui possit, quin aliqua ex
parte tempora casus modosque et numeros noverit dicendo variare, prout
narrandae rei tempus ratioque videbuntur
postulare. Questa regolarità, osserva benissimo Migninij insitam
idiomatis natura, è il primo Biondo, che io sappia, a notarla, e dopo di lui
ripeteno l'osservazione Filelfo, Ep., ed Alberti, Proemio. Si fa così un'ottima
correzione alle dottrine grammaticali, e insieme si muove un primo passo verso
gli studi grammaticali sulla lingua volgare, impossibili a farsi, finché questa
si crede assolutamente ex casti. Tante
vero che, è Alberti o altri, certo è un seguace di Biondo quegli che muove il
secondo e ultimo passo e compone la grammatichetta vaticana, fondandola
sull'uso vivo di Firenze. Ed è questo che distingue profondamente il
significativo libretto dalla grammatica di Fortunio e la di Bembo, cioè il
principio informatore: quello scaturisce dalla riconosciuta regolarità insita nel volgare, cioè d’un
chiaro principio che ammette la possibilità della legiferazione grammaticale;
queste, sorte quando ormai la causa del volgare è vinta per quella via, cioè colla
forza ch’esso stesso reca in sé e che non è se non la vita della nazione
d’ITALIA, e quando è inalzato teoricamente al medesimo grado di nobiltà e di
perfezione della LINGUA DEL LAZIO e
quindi la possibilità di regolarla non si puo più affacciar come discutibile, sono
create col prin- [ed. Mignini. Nel discorso o dialogo, attribuito a MACHIAVELLO
(si veda) MACHIAVELLI, dove pella prima volta avanti le regole di FORTUNIO (si veda), e dopo, s'intende, il
movimento che s'accentra nella grammatichetta vaticana, si discorre dell’VIII
parti del discorso nella lingua
fiorentina, non è traccia alcuna di dubbio che codesta lingua non puo
esser trattata grammaticalmente come la lingua del LAZIO. Si noti peraltro che
Machiavelli in tanto parla di regolarità, in quanto ha cipio dell'imitazione,
senz’alcuna coscienza del problema scientifico insito in questo prodotto pseudo-scientifico
che è appunto la grammatica. Certo, senza un grande amore pel volgar nativo, cioè senz’aver della letteratura un
caldo sentimento di grandezza, quel riconoscimento di Biondo non basta a crear
la prima grammatica, anche a non considerar che, s’egli una certa regolarità
tutta sua, insita, naturale, gliela riconosce, non credo la ritenesse tale d’esser
presa a modello: Biondo è un classico da quanto e più ancora di Bruni: bisogna
veder nel volgare qualità ancor più nobili e virtuose, e d’efficacia e di
bellezza, perchè si puo additarle, quasi classificarle e schematizzarle in una
rassegna da porre di fronte alla nobile granitica della LINGUA DEL LAZIO, senza
timore o vergogna veruna. Sicché, in sostanza, il classicismo viene anche qui a
far valere i suoi diritti, come vedremo essere avvenuto in un problema
consimile già agitato dalla mente
suprema d'Alighieri; ma il compilatore non puo esser ch’un estimatore
convinto del volgare. Comunque, colla grammatica vaticana lo spregiato volgare viene,
quasi di punto in bianco, come l'antica grammatica, inalzato all'onore di
lingua letteraria. Gli giova, s'intende,
anche l'esser fiorentino, che non solo, per quei certi criteri formali che i
credenti nella grammatica non possono non
far valere, è il più polito e sonante dialetto d'Italia, m’ha in suo
attivo tutta la splendida tradizione letteraria antecedente. E certo quella
pratica dimostrazione della regolarità del volgare dove valere assai meglio e
più d'ogni e qualunque ragionamento in favore d’esso, e nel fiorentino parlato viene così a essere specchiata la
grammatica della lingua letteraria. Sul contenuto e il metodo d’essa, anche
perchè qui è integralmente riferita, non
occorre dir troppe parole. Basterà ri in mente un'unità linguistica ben
determinata, perchè, p. es., alla lingua della corte di Roma, d'un luogo dove
si parla di tanti modi, di quante nationi vi sono, pensa che non se li puo dare
in modo alcuno regola. Cito, col Rajna, La
lingua cortigiana, in Miscellanea linguistica in onore d’ASCOLI (si veda),
Torino, dal cod. orig. di Ricci, che è
il Pai. E. B., io,ce. r.° chiamar
l'attenzione sull'uso didattico degli specchi, ordine delle lettere, e dei
paradigmi, declinazioni e coniugazioni; sull'osservazione riguardante la
nomenclatura, in molta parte identica a quella della grammatica della LINGUA
DEL LAZIO; sugli accenni di grammatica storica, p. es. la formazione dei nomi dall'ablativo latino; sugl’esempi che,
come ha già hen visto Morandi, sono
concettosi e arguti. Su talune forme idiomatiche registrate come correnti -- savamo, savate; eravamo, eravate --; sui vitij del favellar, in cui si cade
introducendo forestierumi o storpiando l'uso, e sulla dottrina dell'IDIOTISMO –
Grice, idio-lect, idio-syncrasy]; sopra i richiami ad altri idiomi non italiani;
sopra il metodo di trattar non
separatamente le forme e l'uso delle varie parti del discorso. Conviene anche
notare poiché siamo davanti alla prima grammatica che de'nomi son fatte due
sole declinazioni: masculini la cui ultima vocale si converte in i, femminini,
la cui ultima vocale si converte in e, eccettuandosi “mano” che fa “mani”,
e i femminini finienti al singolare in “-e”, che fanno al plurale in “-i”; e che i verbi son trattati più per paradigmi
che per regole. Quel che ci preme anche
porre in rilievo è l'intento avuto di mira dal nostro autore nell'esecuzione,
veramente felice perchè rapida e chiara, del suo trattatello, e il calore
che vi mette, tanto da farsene un merito
patriottico, in altri termini il punto di vista donde ha raccolto le sue
osservazioni. Egli intende sbozzare la
fisionomia grammaticale della lingua viva di Firenze, perchè dal confronto con
quella della LINGUA DEL LAZIO, ne risultasse la bellezza e la perfezion
dell'organismo: non è tanto intento precettivo quanto praticamente
dimostrativo. Egli è tutt'altro che spregiatore della LINGUA DEL LAZIO, di cui anzi accoglie la nomenclatura, gli
schemi e adopera forme e nessi grafici; ma
sente tutta l'importanza e la virtù dell'idioma materno, che vorrebbe
onorato di pari culto e maggiore. Sono da ricordare a questo proposito i
rimproveri ch’Alberti dirige agl’umanisti che amano piuttosto piacere ai
pochi che cittadini miei, presovi, se
presso di voj hano luogo le mie fatighe, riabbiate a t^rado questo animo mio, cupido d’onorare la
patria nostra, chiusa). giovare ai molti,
adoperando una lingua convenzionale e non la naturale intesa da tutti.
Questi rimproveri ci richiamano facilmente alla memoria quelli più sonanti che
l'autore del convito scaglia contro gli scelleratissimi che coltivano lo
volgare altrui e lo proprio dispregiavano: né questo è ravvicinamento che fa
per suo capriccio la memoria; perchè, evidentemente, tra, non dice T. il
concetto filosofico, ma
l'interessamento pel volgare d’Alberti e quello d’Alighieri corre un intimo
nesso, come la grammatichetta è, per un rispetto, ultimo anello d'una lunga
catena che mette capo al primo
affermarsi del nostro volgare nella coscienza critica dei suoi primi
studiosi: siamo insomma su quella linea della tradizione nazionale che
congiunge appunto i dettatori di BOLOGNA e a quanti con Dante coltivarono il volgare, ai difensori
delle tre corone, ai propugnatori del volgare, tra i quali spetta ad Alberti il
primo posto. Occorre appena avvertire che il più benemerito di tutti i
rappresentanti di codesta tradizione, non solamente nella pratica ma anche
nella teorica è Alighieri. Fosse un pensiero maturo, o un profondo
presentimento, certo è ardito e degno della sua mente altissima il concetto onde il volgare viene glorificato
come sole il quale sorge ove tramonta
l'usato. Se il segreto intendimento di Dante è quello di far del volgare
una lingua come la lingua del LAZIO per
detronizzar questo, è materia d’ardua discussione: indubitabile però è, quale
dove esser la natura e la funzione del volgare così esaltato, che egli abbia
voluto renderlo [Si ricordino anche le
fiere parole della nota protesta fattaci conoscere da Flamini e integralmente
pubblicata da Mancini, Un documento del certame coronario di Firenze del -//.
in Arc/t. si. il., S. 1 L'ha forse già avvertito chi accozza in un medesimo volume la grammatichetta
attribuita ad Alberti e il trattatello dantesco? [Wesselofscky ha in brevi ma
limpide linee indicato l'importanza dell'avvenimento della lingua italiana agl’onori
della letteratura, e la parte che vi ha Alighieri, dal quale propriamente
incomincia il ri-nascimento nel senso nazionale, da lui s'informa e da lui,
piuttosto che da tutt'altro nome, noi vorremmo intitolare quel periodo che
precede al ri-nascimento classico dei Medici. In Dante e Firenze di Zenatti,
Firenze;/. per forza di lavoro crìtico e di
educazione artistica atto a ogni più elevata espressione d'arte e di
pensiero. A codesta altissima meta, conseguita, è inutile l'osservarlo così
eccellentemente nel fatto col poema divino l né altrimenti che nel fatto è conseguibile,
poiché PARLARE È ESPRIMERE E ESPRIMERE E PARLAR BENE e bellamente, tende il
magnanimo sforzo del De vulgari eloquentìa, che è o dove essere \ix\ ars grammatica, rhetorica e poetica
insieme sui generis. Che, sia pur affermato solo riguardo alla questione della
lingua italiana, non vi si tratti di lingua italiana né punto né poco, che in
ciò che è venuto fino a noi, e in ciò che ci manca, tutto s'aggiri intorno a
canzoni, ballate, sonetti, tragedia, commedia, elegia, cose da cantarsi; sempre
poesia, niente altro che poesia, è a torto
sostenuto da Manzoni, perchè bisogna non aver occhi per non vedere che
non vi si parla e non vi si dove parlare che di lingua e di
lingue e specie di lingue, le parole loqui, locutio, IDIOMA, Grice,
idio-lect, idio-syncrasy, idio-tism, vi ricorrono da cima in fondo, e di lingua
poetica e di lingua prosastica, e di lingua letteraria e di lingua parlata, inferiora
vulgaria illuminare curabimus, gradatim
descendentes ad illud, quod unius solius familie propinili est; ma che l'intento del trattato è precettistico
non ne'riguardi del solo dire in rima, come manchevolmente intendeno e Capponi
e Manzoni, che allega la testimonianza di Boccaccio, ma ne'riguardi d’ogni
forma di dire e di comporre, nessuno può
ragionevolmente negare. Ciò si desume non solamente dallo stato d'animo dell'autore che è, specie se messo in
relazione con quello che si rivela nel Rajna, Il trattato De vulgari eloquentia, lectura Dantis, Firenze, e recensione d’un saggio di BELARDINELLI
(si veda), La questione della lingua, ecc., in Bull. d. Soc. dant.; Parodi,
Bull. d. Soc. dant.; Vossler, Die góttliche Komòdie. Entwickelungsgeschichte
und Erklàrung: religiose und
philosophische Entwickelungsgeschichte,
Heidelberg, e Zingarelli, nella recens. di questo libro in La Cultura. Lettera
ifitorno al De vulgari eloquio d’Alighieri, in
Manzoni, Poesie minori, lettere inedite e sparse, pensieri e sentenze,
con note di Bertoldi, Firenze, Ed. Rajna. Mi son valso anche dell'ed. minore, Firenze. Prose minori. Convivio, di vivissima simpatia
pel volgare, di trepido desiderio che
esso è la luce alle genti, e dal titolo che non può essere che De
vulgari eloquentia, ma da più luoghi del trattato, ove quell'intento è
esplicitamente asserito e dichiarato, e particolarmente nel primo paragrafo.
Alighieri è mosso a scrivere dal vedere neminem de vulgaris eloquentie doctrina
quicquam tractasse, che tale eloquenza è a tutti necessaria, osservandosi che
perfino i fanciulli si sforzano di conseguirla, e si propone locutioni
vulgarium gentìum prodesse, non soltanto attingendo alla fonte del proprio
ingegno, ma accipiendo vel compilando ab aliis. Grammatici, retori, trattatisti
di poetica è facile affermare che sono i suoi autori: e quando si vogliono
cercar termini di paragone a misurare l'altezza della trattazione, il pensiero
corre a grammatiche, metriche, Donatus proensalis, Las razos de frodar, a summe,
Les leys d'amour, che sono appunto una grammatica, una rettorica e una poetica,
e doctrive de compondre dìctats, ad Tempo, a Gidino, insomma a precettistiche e
a precettisti: anche per quel libro che
non scrive, ma che si può matematicamente asserire dedica alla prosa ilhistre,
il pensiero corre alle trattazioni concernenti LA LINGUA DEL LAZIO, che certo
non è neppur concepibile che da lui si ricalcassero, come benissimo giudica chi
tanto s'è reso benemerito degli studi sul trattato, ma che non sono se non
trattazioni di rettorica e di grammatica. Trattar di lingua è dunque
inevitabile, essendo quella la materia del discorso; ma fine è insegnarne non
l'acquisto, l'apprendimento, sì bene un uso di maggiore o minor grado artistico secondo le varie classi di
parlanti, ma artistico, insomma un'espressione. Un intento siffatto, che è
quello d'ogni arte poetica, è anti-scientifico, perchè l'espressione non
s'insegna: ma lo sforzo che si compie per conseguirlo, può avere una portata
scientifica: e grandissima l'ha questo
d'Alighieri, pella dottrina, l'acume, e la partecipazione interiore, che non è se
non una forte coscienza estetica,
onde l'ha compiuto, anche
indipendentemente dalla cultura della sua età: sentire in quel modo così
profondo, quale specialmente c’è svelato dal convivio, il volgar materne, vedasi
specialmente il paragrafo dove si parla del naturale amore pella i'i
Rajna, Lect. nostra loquela, e
sollevarlo nella teoria, con uno slancio d'entusiasmo non più avvertito tra
noi, alla medesima altezza a cui è stato
o sarebbe stato portato nella pratica, e segnare le linee di svolgimento con
mano così ferma e scultoria, questo è vero progresso scientifico d’un valore,
starei per dire, anche più considerevole dell' altro di cui va egualmente
superbo Alighieri, d'averci data cioè una descrizione storica del volgare
romanzo, che pur ferma la maraviglia d'ogni grande filologo. Perchè, come l'intendimento precettistico,
così, sebbene sovranamente mirabile pell'uso che ne fa nel disegno del suo
ideale artistico, anti-scientifica appare la concezioned’ALIGHIERI della
lingua, della locutio: la quale in sé stessa non supera la scienza dell'età
sua, che ha il suo fondamento ella Bibbia e nella lotta tra nominalisti e
realisti riprende le discussioni dei sofisti, se la lingua è per natura o per volontà. M’ALIGHIERI supera
il suo tempo nel conciliare in un sistema solo la tradizione biblica e le
teorie filosofiche, mettendo in rilievo lo stato originario della lingua, e
quello che si determina dopo la torre di Babele; innumerevoli lingue
variabili continuamente d’una parte, e
1'artificiosa grammatica dall'altra. Il genere umano ha bisogno ad comunicandum
inter se conceptiones suas di un
rationale signum et SENSVALE [Croce,
Estetica o Aesthesis – SENSIBILIA] in quantum sonus est; rationale in quantum
aliquid SIGNIFICARE videtur AD PLACITVM, cioè SECONDOLA RAGIONE DALLA QUALE
L’UOMO è mosso. Di quel SEGNO il primo uomo è dotato da Dio, ed è quale è richiesto
dalla perfetta natura umana, cioè perfetto. In
vero, anche a non prescindere da questo che è poi un atto di fede, a
stare alle parole [Vossler, Die
góttliche Kòmodie, illustra in modo
molto evidente quanto acuto questo disegno, seguendo il pensiero
linguistico-filosofico d’ALIGHIERI dal suo primo sbocciare nella vita e nel convivio
all'altezze del De vulg. E.., donde tuttavia non scopre il mistero delle
terzine volgari della Commedia. L’idee d’ALIGHIERI
circa la voce e la parola, come suono, s'accordano più particolarmente coi due
grandi espositori scolastici del LIZIO: Alberto ed AQUINO (si veda). Busetto,
Saggi di varia psicologia dantesca, Giorn. dant., Pratom Toscana. Alberto
definisce la voce percussio respirati aeris ad arteriam vocativam ab anima per
immaginationem aliquam eam formantem,
quae est in partibus illis quæ ad respirationem congruunt. Vossler.] che
ALIGHIERI (si veda) adopera e al tono di
tutto il discorso, pare lampeggiar qua e là quasi un vago concetto della
sintesi interna di pensiero e parola, come quando dice certam formam locutionis
a Deo cum anima prima concreatam fuisse; e già quell'esaltare la lingua come
una dote data all'uomo perchè se ne
gloriasse ipse qui gratis dotaverat, eia facoltà divina che è in noi per
cui actu nostrorum affectuum letamur, ci suscita l'idea d'un atto spirituale
meglio che naturale e meccanico – H. P. Grice contro C. L. Stevenson – “mean”
in scare quotes --; anche la prossimità, affermata nel convivio tra la lingua
volgare parlata e LA PERSONA CHE LA PARLA – H. P. Grice, utterer’s meaning --, ci spinge verso quella intuizione; così
ancora, per addurre altri indizi, se non argomenti, quell'insistente relazione
posta tra la irriducibilità del volgare a regole fisse e la mutabilità e
variabilità dello spirito umano; il cenno della qualità della prima espressione
che l'uomo preferiscee PROFERISCE avanti il peccato, la similitudine posta in
Convivio tra la lingua e la bella donna, insomma l'enfasi onde il poeta parla della parola
umana; ma nel fatto la lingua è poi sempre concepita come SEGNO, cioè un'esteriorità di cui la mente si giova
per manifestarsi: quella certa forvia è tale quantum ad rerum vocabula, et
quantum ad vocabulorum constructionem, et quantum ad constructionis PROLATIONEM,
ed è la lingua che parlano Adamo ed il genere umano tutto prima della confusione delle lingue, e che rimase
poi al popolo ebreo, la lingua che, dopo la confusione, riprodussero appunto artificialmente gl’inventores
grammaticae facultatis, vale a dire la grammatica: una lingua dunque
grammaticale, stereotipata, beli' e formata, non producibile, ad ogni
espressione del pensiero. Con questa concezione della locutio e la nozione
storica de'vari ydiomata che tutti
ammiriamo e il fine che s'è dichiarato, Dante continua a svolgere il suo
trattato, che conduce fino al
principio del seguente libro colla
dottrina del volgare illustre applicata alla poesia: nel terzo, in immediatis
libris, avrebbe detto del medesimo volgare applicato alla prosa, come s'è visto
potersi con sicurezza congetturare; nel [Vossler già avverte che come poi
questi dotti ottenessero questa grammatica, Dante non dice; e che d'altra parte
grammatica non è solo LA LINGUA DEL LAZIO, per Dante, ma anche qualche altra
lingua] quarto ^a un dantista veramente egregio, Zingarelli, nella recensione
fatta nella Cultura) dell'opera cit. di Vossler, Die
góttliche Komòdie. Vossler riprende la tesi ch’è già in germe
nelle parole del Rajna {Lect.. Il volgare dunque s’incammina a insediarsi dove sta LA LINGUA
DEL LAZIO, o almeno accanto a lui; e per insediarvisi non solo, che è poco, ma
potervi rimanere, gl’occorreranno in misura non troppo scarsa le doti di
stabilità e universalità che LA LINGUA DEL LAIO ed ogni grammatica possiedono,
e che sono inconciliabili con una parlata qualsiasi. Conseguibili non sono per
Dante altro che da una lingua
fabbricata, e uscita dall'accordo di molte genti diverse, quale appunto egli
crede essere LA LINGUA DEL LAZIO. E di certo, mettendo da parte la stabilità,
che verrà a resultare di conseguenza, nulla pare poter rendere più agevole il
consenso d’una moltitudine d’eteroglossi in una forma sola d’una lingua, che
l'estrarre quella forma da tutti, in cambio di prenderla da taluno e volerla imporre agl’altri. Si pensi ai tentativi
di lingua universale, e che Parodi aveva accolta, dichiarando esplicitamente
che, insomma, Dante intende fondare una
grammatica, Bull. d. Soc. datit.
Zingarelli sostiene che questo puo essere un presentimento profondo, ma non
un pensiero, non un proposito recondito, a insegnar reg. di lingua. Rajna.]dizione
di critici che ebbero del idioma una
piena e profonda coscienza, cioè della tradizione nazionale di contro alla
classica; ma anche primo e non meno elevato rappresentante dell'altra ch’intende
a rinnovarsi nell'imitazione dei classici: nella prima veste si ricongiunge
all'autore della grammatica vaticana, ai toscani, a Manzoni; nella seconda a
Bembo e alla lunga tratta de'suoi seguaci classicisti: capo e propulsore delle due correnti in cui s’estrinseca lo
spirito italiano nella critica letteraria, maggiore di tutti, come accade
d'essere ai grandi, del suo tempo, per originalità e vastità di siero e
mirabile accordo di facoltà. Ma con Dante il germe della grammatica italiana
sboccia e avvizze, appunto perchè nessuno ebbe al pari di lui la coscienza
della letteratura, e la comune concezione della lingua e della grammatica e il germogliare
dell'umanesimo sull'istesso tronco spezzato dell’altissima letteratura
assicurano ancora alla lingua del LAZIO il predominio sul volgare come lingua
della scienza e della coltura. Perfino Petrarca e Boccaccio, che pur tennero
alla loro arte volgare quanto se non più
che alla lingua del LAZIO, rimaneno tutti estra Dante alimenta la contesa tra
umanisti e difensori del volgare; il suo
spirito aleggia nei sostenitori del volgare che promuovono il certame e
nell'autore della rammatichetta; col trattato De vulgari eloquentia sono
connesse le prime nostre contese ortografiche e tutta, in genere, la questione
della nostra lingua ne'suoi momenti più
salienti a Manzoni. Bembo e
Trissino d’ORO (vedasi), in fondo, non eseguirono ciascuno un piano identico a quello di Dante? La
dimostrazione data per Petrarca dal Cian {Nugellae vulgares f
questione di Petrarca, in La Favilla di
Perugia, ciie cioè il nostro maggior lirico tenesse tutt'altro che in
conto di Nugellae le sue Rime, si può ripetere
e me ne avverte il Cian stesso per
Boccaccio con eguale certezza. Che la’ecloga di PETRARCA sia una disputa intesa
a dimostrare la superiorità della poesia
italiana sulla di quella della GALLIA
esclude E. Carrara Giorn. st. d. leti, it., e conviene con lui Busetto, PETRARCA (si veda) satirico e polemista in Padova in onore di F.
P., Estr. Padova. Boccaccio anche nell'esposizione in
volgare della divina commedia, dove avrebbe potuto esser tratto facilmente a
osservazioni anche di forma esteriore, non va oltre la spiegazione di singoli boli, rimanendo
sempre sotto l'influenza delle sue dottrine poetiche. Difende calorosamente
Dante dell'aver poetato in volgare piuttosto nei a un qualsiasi movimento
coscientemente teorico in favor dell'idioma nativo. Quel che si fa in questo
per tutto il territorio romanzo, è diretto a intenti puramente pratici, di
grammatica in servizio della poetica o degli
stranieri, di vera e propria metrica, di rettorica in servizio dell’epistolografìa,
della notaria, e di chi dove tenere parlamenti e dicerie. Il Donatz proensal,
composto da Faidit prima in Italia a
richiesta di Morra e Sterleto e tradotto anche nella LINGUA DEL LAZIO per maggior utilità degl’italiani, è un ri-calco
sull’Ars minor di Donato. Senz'accennar a teorie linguistiche, né a scopi speciali, comincia subito a trattar dell’VIII
parti del vulgar proensal, nom, pronom, verbe, adverbe, particip, conjunctios,
prepositios, interjecios, e si chiude con un rimario abbondantissimo, De las
Rimai. Qui il vulgar proensal è trattato come una lingua letteraria, come una
grammatica pegl'italiani, quale dove appunto apparir loro la fiorente
letteratura provenzale: è insomma il
provenzale letterario, anzi poetico, classificato e chiuso negli schemi
della grammatica della LINGUA DEL LAZIO pell'apprendimento degli stranieri.
Certo quel poterlo cosi trattare come la grammatica dove ben valere a
dimostrare che dunque anche gl’altri volgari, non esclusi gl’italiani, che nella lingua del LAZIO, non solo col
criterio della fama, ma anche della bellezza e virtuosità del volgare, Zenatti, Dante
e Firenze: eppure della
regolarità del volgare neppur un cenno. Pe'più il volgare è una lingua dispregiata,
e Boccaccio ricorda che appunto quella è la caligine sotto cui rimane nascosa
la luce del valore di Dante, Dal Commento,
ed. Zenatti, Roma. E ragion vuol che si dica che, se
Boccaccio aveva difeso, meglio di Petrarca, la poesia, perchè non aveva fatta differenza tra la lingua del LAZIO e la volgare, commentando la divina
commedia concede, sia pure per non inasprire gl’avversari, che s’Alighieri
avesse poetato nella LINGUA DEL LAZIO col l'eleganza onde tratta il volgar
materno, avrebbe senza dubbio fatto opera più artificiosa e sublime; e con
quest'opinione veniva tra poco a concordanza un altro ammiratore del poeta,
Salutati \Ep., ed. Movati. Sull'attività critica ch’accompagna il sorgere della
letteratura nazionale è da vedere La Critica
letteraria dall'Antichità
classica, di Bacci, Milano, alla quale T. rimanda anche per altre
notizie di circostanze e fatti aventi qualche relazione col suo argomento.
potevan esser ugualmente trattati, e non avremmo così dovuto aspettar Biondo
perchè tosse intravvista e riconosciuta
una certa regolarità nel nostro idioma: pure all’ipotesi d'una grammatica italiana non si venne. Las razos
de frodar sono anch'esse una grammatica,
ma in servizio delle forme poetiche, e, appunto perchè nate in suolo provenzale,
non eseguiscono tutta intera la trattazione grammaticale e contengono
dichiarazioni simili a quelle dei primi nostri grammatici che, avendo ancora in mente LA LINGUA DEL LAZIO e
credendo molto fosse il conoscerla, dicono non esser necessario svolgere questa
o quella categoria o esemplificazione. E notevole altresì che vi si trovano
considerazioni intorno alla proprietà dei vari volgari e vi si vada come in cerca d'un volgare
illustre. La parladura PARLATURA galla vai mais et plus avinenz a far romanz e
pasturellas; ma cella de Lemosin vai
mais per far vers e cansons e serventes. È un orientamento, come ben si vide,
simile a quello del De vulgari eloquentia, e appunto per questo c’è davanti
l'abbozzo d'una grammatica provenzale,
come materia grammaticale abbiamo nel trattato dantesco; ma quale differenza! Quella che nelle Razos è
un'osservazione fuggevole e quasi inconscia del pratico che vuol giovare ai rimatori, qui è lo sforzo e
l'ardimento di chi vuol creare una lingua pella vita e pelll'arte. Anche le
Regles de trobar di Jaufré de Foixà, che sono un seguito dell'opera di Vidal,
sono compilate per domanda del re di Sicilia, Giacomo. Osservazioni di metrica,
parte forse di opera più vasta e perduta, contiene la doctrina de compondrc
dìctats. E per tacer d'altri rimaneggiamenti
delle Razos e d’altre arti
metriche, grammatica, metrica e rettorica sono Las Leys d'Amors o Flors
del gay saber che Molinier ha l'incarico, qual segretario o cancelliere, di
comporre in Tolosa dalla compagnia della Gaya scie?isa, perchè fossero un
codice della buona poesia, e dove il provenzale è appunto legiferato
grammaticalmente come una lingua lette- [Vidal, Las razos de trobar, ed. Stengel, Die beideìi àltesten
provenz. Gra/tim,, Marburgo. Si confrontino a questo proposito
anche Las leys d'amors. Anche per Donatz, questa edizione. Su J. de
Foixà Meyer, Romania,. raria. La lingua GALLICA nella GALLIA non ha nulla di
simile, allora, e le sue prime vere grammatiche le ha appunto molto più tardi, dopo di noi, per
effetto del medesimo movimento critico
che determina il sorger delle nostre. In terra italiana, oltre il trattato
delle Rime volgari di Tempo, e
l'imitazione che un contemporaneo de'nipoti del giudice Sommacampagna ne fa in
veronese di corte, pure arti metriche, e il trattatela metrico di Barberino, si
ricorda un trattateli simile che avrebbe composto, ma che in realtà non
compose. CAVALCANTI (si veda), secondo la
testimonianza di Villani che l'avrebbe avuto tra mano e di Fausto che
1'avrebbe visto e lo cita. Un confronto tra Las
razos e Donatz istituì Ovidio in
Giorn. st. d. lett. il. Sugl’ammaestramenti grammaticali
pella LINGUA GALLICA nel
medioevo, Brunot, Hist. d. la
langue gallique. L'abitudine, a lungo conservatasi nella Britannia, d’usare la
lingua gallica (Honi soit qui mal y pense – “anglo-normanno” di H. P. Grice,
originariamente ‘gris,’ grigio), fa sorgere tutta una serie di saggi, che rimaneno
senza paragone per molto tempo sul continente d’Europa e costituiscono la sola
letteratura grammaticale anteriore.
Delle rime volgari, trattato di Tempo, giudice padovano, dato in luce integralmente per cura
di Grion, Bologna. In rhetoricis delectatus studijs eandem
artem ad rhythmorum vulgarium compositionem eleganter traduxit. Villani, De Florentiae
famosis civiòus. Fausto, Introduzione alla Untiuà volgare in Gkio, nel capitolo
dell'ordinare la prosa: delle parole bisillabe e trisillabe sono alcune
aspirate come honore, alcune hanno geminate le liquide, come novella, fiamma,
anno, carro, lasso; consonante dopo muta doppia, fabbro; ovvero muta in mezzo liquide, sepolcro: e cotali
Dante chiama nella sua volgar Eloquenza, e Cavalcanti nella sua Grammatica, irsute: chi fa combinazione
di questa senza dubbie, seria dura e roggia orazione. Qui evidentemente la
parola grammatica è usurpata per significar metrica: fatto comune
nell'erudizione, tanto che Bacchi nel suo elogio di Cavalcanti, Elogia, Firenze,
attribuisce a CAVALCANTI una vera e propria
grammatica: quod multa CAVALCANTI scripserit, non desunt qui affirment,
ut de eloquentia sui seculi, de regulis linguae etruscae, de natura verborum,
quibus fit oratio numeris astrictior, artifieijs ornatior. Il trattato di Tempo
traduce nel suo dialetto Barati-Ila, sedicenne, figlio di Laureo.] Ma NON GRAMMATICA, come la chiama appunto Fausto, come GRAMMATICA NON È la sua
Introduzione alla lingua volgare, ch’è invece metrica e RETORICA. Insomma,
quanto di grammaticale o SINTASSI – MORFO-SINTASSI (“rules of formation” –
“syntax” – H. P. Grice – SYSTEM G -- vi può essere in tutte queste somme
romanze escluso Donatz è solo in servizio della metrica e della rettorica,
senza alcuna vera funzione propriamente
grammaticale, e assolutamente indipendente dal realmente parlato; mentre Dante
ha coscienza d'uno schietto criterio della regolarità grammaticale, onde anche
sia disciplinabile sull'esempio del latino il volgare italiano, e l'applica:
nel che egli differisce da Biondo in quanto questi riconosce nel volgare una
regolarità di fatto, e Dante gliela riconosce solo in germe: resta di fargliela acquistare. Così, e questo è tempo
ornai di concludere, prima dell'autore della grammatichetta vaticana ch’integra
i due criteri e fa il primo tentativo, una vera e propria grammatica
dell'italiano non è stesa. Lo studio strettamente grammaticale è fatto
esclusivamente ne'riguardi del latino sull'Ars minor di Donato: l'insegnamento
ne'riguardi del volgare, quando l'arte de'Dictamina è fatta
passare dal latino al volgare, rimane, com'era stato pel latino, di
carattere rettorico, alla H. P. Grice
nella caratterizazione di G. N. Leech, ‘pramatic, not logical.’ Certo, in
quelle Sutnmè dictaminis, in quelle Artes dictandi, ?w/ariae, concìonandi, non
mancano osservazioni che potrebbero chiamarsi di dominio puramente grammaticale.
Una parte di' viltà, che in principio della
Summa di FABA (si veda) si raccomandano d'evitare, riguarda Loreggia. Nel proemio di Tempo s’avverte che alla
versificazione giova la conoscenza della
grammatica, s'intenda IL LATINO;
si nota che lingua tusca magis apta est ad literam sive literaturam quam aliae
linguae, et ideo magis est communis et intelligibilis. Item ultimo notandum
est, s’avverte, quod quemadmodum in
oratione literali [il latino] debet vitari barbarismus et
soloecismus, ita in vulgari rithimo. Ma si tene ben distinta la trattazione
grammaticale dalla metrica: Vocales
autem literæ secundum grammaticos sunt V,
scilicet a e i o u, reliquae vero sunt literæ consonantes. Est tamen
alia etiam differentia inter consonantes literas: de quo nihil ad praesens
disputare intendo, quia satis per
grammaticas est ostensum. Invece il ragazzo compendiatore si distende
sulle vocali, sulle sillabe, sui dittonghi, sull’elisione, il troncamento e
altre figure: il bisogno della trattazione grammaticale s’è andato facendo
sempre più vivo! Il compendio di Baratella sta insieme coll'ed. delle rime
volgari di Tempo, ed. Grion. Guidonis
Fabe, Summa dictaminis in II Propugnatore, ed. Gaudenzi. la collisio, il frenum, lo hiatus, il
metacismus, il laudacìsmus, ossia figure grammaticali. Nella parte seconda, non
tutto ciò che riguarda la pronuntiaiio è garbo, ma correttezza – H. P. Grice on
stress as garbo, non corretteza. Il
dictamen è locutio ne'due aspetti di competens et decora: competens dicitur
quantum ad congruitatem vel incongruitatem tam
bone sententie quam recte
gramatice. Il dictamen dicitur autem pròsaycum a proson, quod est
longum, quia ne legi metrice vel rythmice subiacens, congrue se potest
extendere. Circa dispositionem si vuole che il dictator laboret ut ordinetur
sub verborum serie competenti, et postmodum ad colores – GRICE FREGE FARBUNG -- procedat rethoricos. Poi vi sono le osservazioni de punctis et
virgulis et regulis eoruni; quelle
della constructio, in cui duplex est
ordo: Naturalis est ille qui pertinet ad espositionem, quando nominativus cum
determinatione sua precedit, et verbum sequitur cum sua, ut ego amo te. Artificialis ordo est illa
compositio que pertinet ad dictationem, quando partes pulcrius disponuntur; qui
sic a CICERONE (si veda) diffinitur. Compositio artificialis est
constructio dictaminis equabiliter per polita.
Si parla de regulis occurrentibus in dictamine: nello zeugma l'aggettivo
concorda col nome più prossimo: es. Socrates et Berta est alba: nella concepito
PREVALE IL MASCHIO: vir et mulier – i
promesi sposi -- sunt albi; il neutro prevale sul maschile e il femminile:
mancipium vir et mulier sunt alba. Si tratta dei verbi trasmissivi, de origine,
possessione et significatione quofundam
ver borimi, al de relativis et antecedentìbus; e quando anche s’è in pieno
campo rettorico De ornatu orationis et
colorìbus – FREGE GRICE FARBUNG -- retkorìcis, si trova indirettamente tutta la
declinazione perchè, parlando de
inseptione nominis per omnrs casus tanto al singolare, ((pianto al
plurale, le forme vengon tutte fuori, e medesimamente accade pei verbi e l’altre parti del discorso, gerundio,
supino, participio, pro-nome, pro-posizione,
pre-posizione, avverbi, di cui si passano in
rassegna gl’usi che se ne fanno al principio e alla fine dell'orazione – The exhibition was
visited by the King of France. Sicché sotto l'efficacia de’due insegnamenti
d'alta e umile grammatica, dei dettatori e dei grammatici, dove venirsi
praticamente e indirettamente elaborando
anche la grammatica del volgare, la quale poi appare direttamente quando
appunto il dictamen passa dal latino al volgare. Era un movimento, insomma,
fecondo in favore del volgare quello dei dettatori di BOLOGNA, e in
genere di quanti avevan che fare colle due lingue: e da qualunque aspetto le
fossero coltivate, a qualsiasi fine fosse rivolto l'esercizio, la grammatica del volgare spunta accanto a
quella del latino, ombra d’essa. Quel di-rozzamento del volgare fatto dai
maestri nelle scuole e nei libri a pratici fini rettorici, nelle prime come
nell’ultime scuole, non poteva non far sorgere ne'principianti, negli studiosi,
negli scrittori come la coscienza riflessa delle forme grammaticali del
volgare, apprendendole loro senza che s’accorgessero, senza somministrarne paradigmi, definizioni,
classificazioni. Tra il volgare e il
latino e il latino e il volgare sono continui e necessari i confronti sia nella
scuola letteraria che in quella giuridica. Tanto per chi s'avvia per i pubblici
uffici, che richiedeno faconda e ornata
parola, e possesso dello stile epistolare, quanto per chi si dedica al
notariato, lo studio del volgare sia pure pella via della grammatica latina era una necessità. Negli statuti che la società de’notaj
di Bologna promulga, gl’aspiranti al diploma di notaro doveno dimostrare
qualiter scirent scribere et qualiter legere scripturas quas fecerint
vulgariter et literaliter, et qualiter latinare et dictare. E a ciò non poteva
bastare uno studio stilistico, ma occorre anche lo studio delle forme e delle relazioni sintattiche. A un tale studio dovevan esser invitati o
condotti anche i discepoli di quel Signa, che fu de'primi a far sentir
l'influsso della Toscana alla sua scolaresca di BOLOGNA, e, meglio ancora, di
quel Faba, il cui conato di far
trionfare il volgare sul latino non potè esser solamente individuale. Faba,
osserva Monaci, viene a prendere il primo posto nella serie di quei maestri
che, facendo passare dal latino al
volgare l'arte dei dictamina, contribuirono assai più di quel che non si creda
alla formazione del nostro idioma letterario, e perciò alla determinazione sia
pure orale delle regole d’esso. Che l'insegnamento fosse porto in volgare confermano
anche i testi grammaticali esplorati da Thurot, il (piale osserva: On einsegnait la gram- [È
superfluo ch'io ricordi quanto e insegna su
questi argomenti Xovati, di cui
ora si può vedere il saggio, a Milano, su
Le Origini. Intorno alle Artes dictandi discorre anche Lisio, L'arte del
periodo nell’opere volgari d’Alighieri, Bologna. Sulla Gemma purpurea e altri
scritti volgari di FAVA (si veda) o FABA (si veda), maestro di grammatica in
BOLOGNA, in Rend. Lincei.] maire aux petits enfants sous une forme tout élémentaire,
d'après le Donatus minor, et mème en langue vulgaire; car, quoique je
n'aie rencontré que deux manuscrits qui contiennent des grammaires élémentaires
rédigées en francais, le traduction de casus par le substantif féminin case et
de modus par meuf montre que ces termes
étaient assez souvent employés pour avoir été accomodés au genie de la langue
vulgaire. Nel prepararsi
inoltre a pronunziare in volgare le
dicerie preparate in latino, nel leggere nel testo volgare, dato per disteso o
in compendio, le formule epistolari modellate in LATINO, ognuno era
naturalmente tratto a osservare le regole del volgare. Medesimente
gl'innumerevoli traduttori dal latino e
dal gallo, e anche dal provenzale, come
avrebbero potuto condurre l'opera loro, così minuta e analitica, senza notare le differenze morfologiche e
sintattiche fra l'una e l'altra lingua?
Codeste stesse volgarizzazioni, specie di opera di filosofia pratica e di varia
erudizione storico-letteraria e retorica, così diffuse e popolari, venivano
indirettamente ma non per questo meno efficacemente a propagare la conoscenza e
l'uso della regolarità del nostro volgare. Anzi le riduzioni e le traduzioni
dei testi di rettorica Notices et
extraits de diverses manuscrits latins, pour servir à l’histoire des doctrines
grammaticales aie moyen àge, in Noi. et extr., ecc. dell'Istituto imp. di Francia, Paris. Gli stessi testi di
grammatica latina dapprima redatti, com'era naturale, in latino, e poi, quando
e dove la conoscenza del latini' si era venuta facendo più scarsa, corredati
della versione volgare almeno nelle parti più necessarie tvocaboli, verbi,
nomi, avverbi, locuzioni, esempi, temi, finiron coll'esser redatti unicamente
in volgare. Son note le vicende di quel fortunato trattatela di grammatica
latina che fu tramandato di generazione in generazione, di paese in paese sotto
il nome di Janna, e che usurpa spesso il nome a Donato e gli disputa la
supremazia nelle scuole. Copiata e ri-copiata
e ri-stampata talvolta anche col titolo di Donato al Senno, adottata nel
corso preparatorio di Guarino, edita da Mancinelli col titolo di grammaticae
aditus tanna, fu ben per tempo volgarizzata non soltanto da un anonimo
bergamasco, ma da Mancinelli stesso, e nuovamente in Milano col titolo di
Donato al Senno con il Calo volgarizzalo; trad. in greco da Planude, servì ai
Costantinopolitani per impararvi IL LATINO, come agl’umanisti per impararvi nella versione di
Planude il greco. Sabbadini Fior di rettorica, la Retorica di
Tullio, ecc., se non contenevano
precetti di grammatica volgare, mirano però direttamente a metter in grado gl'indotti che ignorano il
latino, di parlare ornatamente nel volgar materno. E il compilatore del Fior di
Retorica riduce in volgare gli esempi
latini. Chi non vede gl’effetti di simili libri e ammaestramenti? Ben a ragione
Villani, parlando nella Cronica, Vili, io, di Latini, lo chiama digrossatore
de'fiorentini in farli scorti in bene parlare, ed in sapere guidare e reggere
la repubblica secondo la politica; e con non minor verità la critica afferma di
lui che mostra un certo presentimento degli alti e utili uiticj a'quali
eran chiamati i nuovi volgari romanzi: lode che in parte spetta anche a
Barberino. Per quanto concerne il latino, sorsero ben presto vocabolari e
grammatiche latino-volgari, che rappre [Ancona
e Bacci, Manuale. Sull'insegnamento che potè aver impartito Latini a Firenze
intorno all'ars dictandi, v. Fr.
Novati, Lect. cit., Le
epistole. Nei Reggimenti e
costume delle donne Onestate dice a Elocjuenza:
E parlerai sol nel volgar toscano E porrai mescidare alcun volgar
consonante ad esso di que'paesi dov'hai più usato pigliando i belli e i non
belli lasciando. Cito, tanto per far qualche
esempio, il dizionarietto latino-volgare contenuto nel cod. della comunale
di Perugia; il VOCABOLARIO
LATINO-ITALIANO contenuto nel cod. della Riccardiana, diviso per materia,
o meglio per gruppi di parole aventi un
identico significato, una specie di vocabolario de'sinonimi: di contro, p. es.,
alla colonna di sepultura, tumulus, baralrum, sepulcrum, pilum, tumba,
monimentum, monumentimi, colossus, cenothaphius abbiamo le corrispondenti voci
volgari la sepoltura, el monimento; la grammatichetta latino-volgare contenuta
nel cod.
di Verona, Biadego, Cai. descr. d. mss. d. Bibl. Coni,
di V. Verona. Un frammento di
grammatica latino-bergamasca ha illustrato negli Studi medievali Sabbadini, il
quale ci ricorda l'osservazione fatta da Thurot che nelle grammatiche latine
del Mezzogiorno d'Europa, dove era più scarsa la conoscenza del latino, sono
interpretati in volgare i thaemata che servivano all'applicazione delle regole. Una nuova grammatica
latino-italiana [veronese] ex ha fatto cono sentano, in ogni modo,
l'ingresso del volgare nelle scuole e nei libri scolastici, come strumento
necessario allo studio del latino, e il primo passo d’esso mosso nel campo
teorico sulla via dell'emancipazione da questo, dove procedette sì ostacolato
ma senza mai fermarsi. Tuttavia, questo ed altro di che si potrebbe
agevolmente dire, non spinse alcuno a
trattar di proposito la regolarità grammaticale ne nei libri né, a quanto si
può sapere, nelle scuole. Anzi quanto si
fece a prò del volgare, agevolandone il naturai uso orale, può considerarsi
come un ostacolo ad avvertir la necessità di quella trattazione. Il concetto teorico
scere Stefani, Revue des langues romanes. È notevole, secondo T., che vi s’espongano
significazioni e costruzioni irregolari e difficili. Un glossario
latino-bergamasco è pubb. da Grion in
II Propugn., e da Lorch ne'suoi
Altbergamkischc Sprachdenkmaler.
Altri testi grammaticali indica Rajna, Introd. cit. Per la spinosa questione, v. Zenatti, Dante e Firenze. La tesi di
Zenatti è che Dante a Ravenna potè aver insegnato nello studio retorica
volgare. La Romagna annunzia che Amaducci pone fine a un lavoro in cui crede d’aver
dimostrato che Dante in Ravenna tenne l'insegnamento della rettorica. Noi ammettiamo la possibilità
dell'insegnamento dantesco di retorica e anche di grammatica volgare, solo per
ciò che abbiamo detto della dottrina d'Alighieri circa la grammatica, e del
carattere precettistico del De vulgari eloquentia;
che, comunque s'andassero ormai modificando le condizioni e l’esigenze degli
studi, un insegnamento di lingua, grammatica, retorica volgare con intenti
letterari non è possibile. Se Dante lo imparte, fu solo, come solo fu a elevare
l'edificio del De Vulgari Eloquentia in quanto ha di nuovo circa la lingua e la
grammatica. Colgo qui l'occasione per dichiarare che dalla vasta letteratura
dell'insegnamento pubblico nessuna luce ho potuto trarre pel mio argomento, non
riguardando essa che fatti del tutto esteriori. Non giovò neppure il fatto die
ormai nel corpo stesso della grammatica latina se ne veniva introducendo tanta
parte di quella volgare da quasi bilanciarla, se s’eccettuino le definizioni.
Le nostre biblioteche sono ricche non solo di Prisciani, di Servi e di Donati,
e di grammatiche latine di noti e
ignoti, ma di compendi e trattati grammaticali latino-volgari veramente
preziosi anche pella storia della lingua, come, p. es., quello contenuto nel
cod. della Riccardiana, in
margine: Bucinensis Epistolae quinque de nonnullis Piscium, Avium, Herbarum, Anima della grammatica identifica
la grammatica col latino, la lingua immutabile, regolata: e checché si pensa
dell' origine e dello svolgimento del volgare,
questo non appare al certo in quella sua anche troppo vistosa mobilità capace
d'esser regolato; anzi i prodigiosi monumenti letterari che il genio dei tre
coronati produce, di tanto superiori a quelli pur così ammirati del periodo precedente,
distolsero vie più dall'idea che fosse necessario osservar le regole della
grammatica d'una lingua in cui, senz'esse,
Dante, Petrarca e Boccaccio avevano assegniti, sì alti fastigi. Né alla
grammatica si fa ricorso ne'momenti in cui, cessando il primato toscano,
riaffermandosi le letterature regionali, che innanzi a quello avevano quasi
d'un tratto ammutito, spezzatasi l'unità linguistica nella stessa Toscana, potè
lium Artificium vocabuli, che raccoglie liste di vocaboli assai importanti
(berlingozzi, insalata, erbastrella,
starna, fagiani, merla, giandaia, ecc. Il riccard. L, contenente una traduzione
latina dell’Iliade, ne' Rudimenti grammaticali, ha lunghissime liste di
avverbi, preposizioni e verbi con tutte le corrispondenze italiane; gli è
simile il I3 della nazionale di Firenze; altre liste di verbi volgari
contengono gli Ashburnam della Mediceo-Laurenziana, il riccard., il misceli.
della Casanatense frammento colle
corrispondenze romanesche, vardare, robare, cengere: notevole, tra quanti ho
potuto consultare di siffatto genere, il
riccard. contenente un tractatus grammaticalis ne'cui margini, in
corrispondenza del paradigma latino, è, segnata sempre rosso per miglior uso e
servizio mnemonico, la parte morfologica e sintattica del volgare, che, presa a
sé, è abbondante quanto quasi le regole
di Fortunio. E gli esempi vanno dalla singola parola, el poeta, la musa, lo
homo, la donna, la forestiera a costrutti participiali e gerundivi insegnando
ogni dì, intesi bene principia, volendo il discepolo imparare, e periodici di
più ampia tessitura, avendoti io amato e servito più volte, tu dovevi
richordartene. Questi testi grammaticali, oltre che al comodo comune, servirono
all'istituzione degl’appartenenti a famiglie di qualche importanza. Nell'ultima
pagina del Prisciano contenuto nel cod. riccardiano, è detto: io Lorenzo de
girolamo di Domenico di tingho o venduto q" Prisciano a Alexandre de
Romigi degli Strozzi e al prezzo de lire nove e per fide, ecc. Noto qui, come
per incidente, che molto sarebbe da raccogliere di prezioso materiale
linguistico dialettale o semi-letterario
anche nelle grammatiche latine umanistiche, essendo che i loro autori, Guarino,
Perotti, Scoppa, ecc., abbiano fatto
uso, pelle corrispondenze, del loro dialetto o del dialetto italianizzato.] parere che la letteratura
nazionale è signoreggiata come d’uno spirito d'indisciplina: il che veniva a
ribadire il concetto tradizionale della grammatica. Gello racconta che i literati, che primi usano all'orto de'Rucellai si maravigliarono
di alcuni literati poco avanti la loro età, che avevano composto in versi e in
prosa di questa lingua senza alcuna osservazione: parendo loro impossibile che,
avendo pur veduti gli scritti di que'tre famosi, e'non avessero aperti gli
occhi alle loro osservazioni e non si fossero accorti in quanta corruzione
fusse incorsa la bellissima lingua che
parliamo. Neppur la lettura pubblica nello studio, che pur non poteva non dar
occasione ad avvertimenti grammaticali, suggerì l'idea della compilazione delle
regole prima di Landino, che avvenne pelle ragioni che già vedemmo. Che più?
Dalla morte, anzi dagl’ultimi anni di Dante, che dove ascoltare i rimpianti di
Giovanni del Virgilio del non avere egli scritto in latino il poema, sin oltre l’invettiva di Rinuccini,
cioè fino agl’ultimi echi del giudizio di Niccoli, che ha dopo morte un
difensore in Poggio la quistione sulla preferenza di Dante pel volgare, che è
di quelle che parrebbero fatte apposta per fecondare la critica sulla natura e
la struttura delle lingue e il modo di studiarle, fu a questo proposito
inutilmente agitata: tanto le accuse come le difese non andarono oltre i termini vaghi e generali di
bruttezza e bellezza. Di fronte agl’attacchi e ai dispregi rivolti ad Alighieri
pella forma e la lingua onde compone la commedia non cessati neppur dinanzi
all'opera mirabile compiuta, Guido da PISA (si veda), nel commento latino della dichiarazione
poetica dell'Inferno, si scaglia contro gl’ignoranti che, perchè scritta in
volgare fructum qui latet in ipsa,
quaerere negligimi et abhorrent. Corteccia è la lingua anche per BOCCACCIO (si
veda), che in tre momenti per lui solenni, Epistola a Petrarca per accompa- [È
discretamente abbondante anche la letteratura dei commentatori di Dante e di Petrarca,
ma ben pochi elementi fornisce al nostro tema dal punto di vista teorico. È
largamente trattata da Zenatti in Dante e Firenze, I brani che T. cita in proposito son tutti di
qui, e a questo saggio rimanda per molte altre notizie che gettano luce
sul nostro tema. gnar il testo della commedia,
trattatello in laude d’ALIGHIERI (si veda), lettura in Santo Stefano, difese
con tanto calore il suo ammirato poeta di tutte le accuse. E quando
l'intemperante e intollerante umanista lancia contro Alighieri il titolo di
poeta da calzolai, Rinuccini risponde
osservando che gl’umani fatti dipigne in volgare più tosto per far più utile a
suo'cittadini che non farebbe in latino, e affermando ch’il volgar rimare è
molto più malagevole e meritevole che'1 versificare litterale. Ser Domenico di
maestro Andrea da Prato anda più in là. dicendo che esso volgare nel quale scrive
Dante è più autentico e degno di laude che il
latino e'1 greco ch’essi hanno. Dopo questo stadio acuto della questione
i giudizi s'andaron facendo più miti. E quegli stessi che vi partecipano d’avversari
del poeta, finirono coll'ammirarlo: Bruni, p. es., che dichiara ne' noti dialogi
ad Petrum Histrum, di pensarla come Niccoli, scrive contro questo 1'oratio in
nebulonem maledicum e la vita di Dante e di Petrarca. Il Eilelfo
non isdegna leggere tutte le domeniche al popolo la commedia.
S' intende, anche ora detrattori non mancano, e Filelfo stesso dove purgare il poeta
degli spregi d'ignorantissimi emuli. Ma ormai l'umanesimo trionfante poteva
guardar la passata letteratura senz'inimicizia,
avvicinarla, ammetterla: il certame coronario fu pos- Il dissidio, s'intende,
era più apparente che reale, era più nella mente de' dotti colpita dall’esteriorità e imbevuta di
pregiudizi che non nel fatto: quel latino e quel volgare sono legittimi
prodotti dello spirito italiano, sono due modi d'esprimersi che apparentemente
designano una doppia serie di spiriti diversamente conformati; ma non era né
poteva esser cosi. Era un'età di transizione, e come tale presenta i suoi
contrasti, che sembrano e sono più stridenti
quando il nuovo irrompe colla sfrenatezza e l'intemperanza che gli è
consueta. Negli stessi singoli individui s’avvertono apparenti discordanze:
anche nei tre maggiori non mancano a proposito di questa stessa questione, del
riconoscimento cioè del volgare: semhrano contraddirsi, sembrano oscillare, ma
in realtà essi son sempre d'accordo e coerenti con sé stessi e coll'età. Così
avviene per Bruni e per Niccoli: il
primo muove dal latino per andar verso il volgare; il secondo dagl’entusiasmi
pel volgare che gli fanno imparar a memoria la divina commedia, passa agli
oltraggi contro il poeta divino. Poi tutta la gloriosa schiera degl’umanisti
accoglie in sé latino e volgare, e Alberti,] sibile appunto, perchè le ire sono
sbollite, e il volgare poteva presumere di misurarsi col latino. È appunto, cred'io, per questi
raffronti istituiti senza fiere opposizioni, se non in amichevole accordo delle
parti contendenti, che le discussioni, che dovettero derivarne, poterono
avviarsi a qualche conclusione utile; ora era proprio di lingua, che si poteva
parlare, indipendentemente dalle persone e dalle dottrine poetiche. Il fatto è
che appunto di questi tempi ha luogo, comunque
originata, la già accennata controversia di Biondo e di Bruni, donde
abbiam visto uscire il concetto della regolarità grammaticale del volgare,
concetto veramente rivoluzionario rispetto a quello che si aveva prima della
grammatica. E coll'implicita affermazione della possibilità della grammatica
del volgare, sorgere la grammatica. Anzi
ci fu anche qualcosa di più che quell'affermazione; Landino, nell'orazione tenuta incominciando a
leggere i sonetti di Petrarca, accenna esplicitamente al bisogno di scoprire e
rissare le regole grammaticali del volgare, intorno appunto agl’anni in cui una
mano stende la prima grammatica della lineria italiana. Poliziano, Lorenzo, Sannazaro son glorie di tutt'e due
le letterature. é Medesimamente, quando si parla dello scadimento della lingua volgare, s’adopera un termine
improprio, pelle ragioni che non importa ripetere. Per quel che concerne poi la
copia della produzione, basta, pella
poesia, vedere il volume di Flamini, La lirica loscatia anteriore ai tempi del
magnifico, Pisa, e pella prosa, quel che ne discorre Baco, nel libro Prosa e Prosatori, Palermo, al qual
volume rimando pell’abbondanti notizie bibliografiche concernenti i rapporti tra il latino e
il volgare. E pell'interesse onde fu
proseguita la tradizione nazionale, basta pensare alla lettura di Dante, al circolo
di Coluccio, a quello del paradiso degl’Alberti, alle conversazioni del convento
di S. Spirito, all’improvvisazioni
de'canterini in S. Martino, alle radunanze di
S. Maria del Fiore, all'ufficio
dell'araldo della signoria, all'opera
letteraria de'giudici e notai della cancelleria,
al circolo della bottega di Calimala, a quello della bottega del Bisticci, all’accademia
senese, agl’Orti, e, in genere, all’esercitazioni poetiche mantenute tra le
faccende giornaliere della vita, nelle cancellerie, nelle case signorili, nei
ritrovi, ne'fondachi. In Corazzini, Miscellanea di cose inedite o rare,
Firenze. LANDINO (si veda) è eletto professore pella poesia e l'oratoria. Ma il
caso rimane isolato appunto perchè ormai il movimento a favore del volgare fu
così intensificato, che non ci fu il tempo perchè la via segnata dalla
grammatichetta vaticana potesse essere ila altri battuta. Si sa che dopo l'anno
del certame, L’ITALIANO anda guadagnando sempre maggiori sim-[Avemmo tentativi
parziali d’ortografia, e, anche più particolari di punteggiatura. Onesta
precedenza nella costituzione di regole ortografiche e di punteggiatura ebbe
due diverse cause, oltre quella del dissidio tra il latino e il volgare: le
esigenze create dall'invenzione dell'arte della stampa, e il gusto che il
classicismo veniva sempre più raffinando e che voleva dimostrare anche nei
minimi particolari della scrittura. Per tale rispetto il costituirsi di questa parte della grammatica in norme
speciali era un avviamento di progresso, perchè moveva dal bisogno sentito
dall'artista di conservare alla sua parola tutta quella vita o la parte di
quella sua vita di cui egli aveva coscienza. È, al proposito, della massima
importanza il vedere quello che recentemente s'è scoperto praticasse PETRARCA (si veda) in armonia con una teoria
quasi certamente sua nello stendere in
definitiva forma il suo canzoniere, egli che da quel grande umanista che era e
artista di squisitissimo sentimento, il più squisito che noi avemmo, ben è in
grado d’avvertire le più impercettibili sfumature d'accento e di suono ne'suoi
schietti e luminosi fantasmi. Egli, oltre il suspensivus (/), la nostra virgola, il colon (.), il nostro punto, l' interrogativus anche talora in forza d'esclamativo f., il
nostro interrogativo, adopera per speciali atteggiamenti di pensiero DUE ALTRI
SEGNI speciali: un punto sottostante a una virgola (.'), simile nella forma al
nostro esclamativo, pella clausola non chiusa
nell’INTENZIONE (vide Grice, “I KNOW vs. I know” -dello scrittore – R.
M. Hare sub-atomic particles of logic; e un punto attraversato da una virgola (/), per esprimere un'idea enfatica – cf. Grice on stress - di
particolare interesse per lui. Do un esempio del primo segno. Da be rami
scendea dolce nella memoria. Una pioggia di fior sovral suo grembo. Ed ella si
sedea Humile 7
tanta gloria couerta già de lamoroso nembo. Qual fior cadea sul lembo.
Qual sulle trecce bionde Choro forbito e perle
Eran quel dì a vederle. Ed ecco un esempio del secondo. Voi cui
fortuna a posto in mano il freno delle belle contrade Di che nulla pietà par
che vi siringa. Codesti segni, che si trovano adoperati anche nel vat. hit.,
contenente il bucolicum cat'tnen e nel vat. lat., contenente il de sui ipsius et multorum ignorantia,
corrispondono perfettamente a quelli di cui si discorre in un’ars punctandi, attribuita
a PETRARCA, e che questi avrebbe esposto
in una lettera a Salutati in risposta a un quesito di lui. L'edizione è fatta a
Lipsia con i tipi d’Arnaldo da Colonia, e comprende tre opuscoli riuniti certo
per uso scolastico: Il modus epistola/idi di Saphonenn, l'ars patie e aiuti da
parte de'dotti, e dalla Toscana il moto si propaga con molta rapidità nelle
altre regioni d'Italia, specie nel Veneto, dove scrissero o insegnarono le regole della lingua volgare
Augurello e Gabriello, e punctandi di Petrarca, e il Dyalogus de arte punctandi
di Giovanni de lapide. Società filologica
romana, iI canzoniere di Petrarca riprodotto letteralmente dal cod. vat.
lai., coti tre foto-incisioni, cur. Modigliani, in Roma, presso la Società.
Ili, Prefazione. Per altro, devesi osservare che questi trattatelli di ars
punctandi, come altri d'altro argomento
affine, quale il trattato De aspiratione di Pontano, erano dettati non in
servizio del volgare, ma specialmente in servizio del latino. Il volgare v’entra
in ispecie pelle varietà che veniva offrendo rispetto al latino, e l’osservazioni
erano poi più o meno seguite dai nostri grammatici del volgare. P. es.,
Fortunio ci dice. Come che il dottissimo Pontano nel suo trattato d'aspiratione dice, la pre-posizione
di questa lettera g a'vocali [come
in Giano, gioco, Giove] nella volgar lingua esser processo da barbari:
ma, la Tosca pronunciatione seguendo, a me par che vi si convenga. Se non s’ebbero
speciali trattati ortografici, non manca peraltro chi nelle trascrizioni
seguisse un sistema determinato di pronunzia. Mi basti citare 1'esempio messo
in luce da Rajna, Osservazioni
fonologiche a proposito d’un ms. della
Magliab., il libro della storia di
Fioravanti, in II Propugu., Dell'insegnamento di Trifon Gabriele, autore d'una Institutione della
grammatica volgare, uno de'grammatici e critici più riputati, e chiamato il
Socrate di quella età, Sanctis, Storia, ci lascia notizia in uno de'suoi dialoghi
Speroni, dove introduce a parlare de'
propri studi Brocardo. Questo nostro buon padre primieramente mi fa noti
i vocaboli, poi mi die regole da conoscere le declinazioni e coniugazioni di
nomi e verbi toscani, finalmente gl’articoli, i pronomi, i participii, gl’avverbi
e l’altre parti dell'orazione distintamente mi dichiara. Tanto clic accoltein
uno le cose imparate, io ne composi una mia grammatica con la quale scrivendo
io mi reggevo. In Sanctis. Per ogni
notizia riguardante Augurello, Gabriello
e altri, rimando al cit. libro di Cian, Un
decennio ecc. Per Augurello, in particolare, Serena, Attorno ad Augurello,
Treviso, e Pavanello, Un maestro: Auguralo, Venezia. 11 P. non sa dirci nulla se
l'A. scrive la grammatica; ma afferma l'esistenza dell'insegnamento a
Padova, a Venezia, a Treviso, e dà altre
indicazioni importanti circa uomini e cose di questo periodo e di quanti
sono in
relazione con Bembo. Bembo anda meditando quelle che poi divennero le
sue celebri prose, mettendo insieme, a
richiesta d'una sua amica, un libretto di Votazioni. La grammatica ormai cade
sotto il dominio della poetica del ri-nascimento e si sottopone al principio
dell'imitazione: la qualità di Toscano
non era più necessaria per occuparsi autorevolmente ed efficacemente del
volgare, che veniva a esser considerato come lingua morta, e come tale studiato
e regolato nella grammatica. E senza negare che pur in Toscana le cure spese
intorno ad esso né s'arrestano né s'affiochirono, che anzi troveremo non pochi
tra i Toscani escogitatori di concetti e di riforme veramente originali,
pure il movimento si svolge segnatamente
fuor di Toscana, almeno nei rapporti della compilazione scritta delle regole.
Ci basta il ricordare che a confessione stessa di Bembo, sono alquanti che
scriveno della lingua volgare. Codesti dovevan esser certamente fuori di quel
circolo cui egli dirige il manoscritto delle sue prose e che era composto di
Trifon Gabriele, suo principale corrispondente,
d’Augurello, di Tiepolo, di Valerio, di Ramusio e di Navagero. Chi
fossero non è ben chiaro, ma nella mente di Bembo dovevan esser con ogni
probabilità, oltre il Calmeta, che accusa di plagio, Fortunio, Liburnio, Colocci. Se tutti costoro insegnassero o
scrivessero, come Augurello e Trifone, regole della volgar lingua, non sappiamo;
come non sappiamo se e come si concretassero
l’osservazioni della lingua che, secondo la testimonianza di Trissino,
sarebbero andati facendo Dolfin, Fracastoro, Giulio Su Calmeta v. specialmente Rajna,
La lingua cortigiana Anche a Colocci sono attribuite d’Ubaldini regole
della lingua, che però dovrebbero essere state confuse, come ben suppone Cian,
non tanto col vocabolario, che effettivamente esiste nei due codd.
vaticani, sì bene coll’annotazioni su
varii autori volgari e latini o colla
Colleclio vocum Petrarchae et aliorum, die realmente esistono ancora Oggidì fra i codici vaticani. Per
Colocci, Rajna, recens. cit. del libro di Belardinelli, nella
quale -ohm anche messi a profitto due
altri scritti riguardanti Colocci, l'uno di Neri, Nota sulla letteratura
cortigiana del Rinascimento, in Bull. il. di Bordeaux, e l'altro di Debenedetti, Intorno ad
alcune postille di A. C, in Zeit. f. rom. Philol.. 4S Sforici
della Grammatica Camillo, e quel Amaseo di cui, mentre
pronunzia una gonfia orazione a BOLOGNA in difesa del latino, ormai
detronizzato, si sa che spiegava al proprio figliuolo e a un altro scolaro le regole della volgar Ungila,
e l'altro gruppo di letterati di cui ci tiene parola Dolce nelle sue Osservazioni, Cappello, Veniero, ZANE (si veda), Gradenigo, Baroer, Amalteo,
ecc. – TUTTI VENETI. Ma se non tutti sono stati intenti a scriver e
compilar grammatiche, di cose grammaticali certo s'occupano e molto s'
intendevano, specie coloro a'quali Bembo richiede l'opera di correttori e di consiglieri,
e, per tornare in Toscana, i frequentatori di quegli orti Oricellari, alle cui discussioni presero parte, tra gli altri,
TRISSINO (si veda), che vi espone le sue dottrine ortografiche, e il grande segretario
fiorentino che bolla d'inonestissimi i seguaci di Trissino, sostenendo che
quella tale lingua curiale non esiste se
non in quanto il fiorentino de'sommi si sarebbe imposto all'uso letterario di
tutta Italia, arricchito nel vocabolario, ma invariato nella grammatica, e che,
primo Per una grammatica di
Camillo v. più innanzi. Zambaldi, Delle teorie ortografiche in Italia, estr. dagl’Atti
del R. Istituto veneto, Venezia. Sensi
(M. Claudio Volo/nei e le controversie
sull'ortografia italiana, non è disposto
a cedere la priorità e la maggior importanza del movimento grammaticale toscano
di contro a quello delle altre regioni d'Italia, e raccomanda che questo punto sia meglio riveduto. Egli anche
a parer mio ha perfettamente ragione, (pianilo parla d’un interessamento dei
Toscani vivo, continuo e intenso versoli loro idioma, che manifestano specie in
radunanze e ritrovi, nello sforzo di parlarlo meglio che possono; ma in fatto di produzione di
grammatiche, fatto concreto e accertabile e accertato quella vaticana è
l'eccezione che ha il valore che abbiam
visto il posto d'onore spetta a non toscani. Quella stessa testimonianza di
Pazzi quel che noi ridiente diciavamo, loro si sono messi a far sul serio
indica la coscienza che di questo fatto avevano i toscani; e vedremo che fino a
Giambullari, la Toscana non ebbe un vero e proprio grammatico del volgare, e
quando i Toscani vi posero mano tu proprio anche per un certo sentimento di vergogna che li punse nel
vedersi legiferare la loro lingua dagl’altri – “which reminds me of Otto
Jersperson!” H. P. Grice. Su gl’Orti, Scott, The Orti Oricellari, Firenze. Pella
composizione del Dialogo intorno alla
lingua di Machiavelli, v. Rajna, in
Rend. d. Acc. d. Lincei, fra tutti, intuì il valore dell'elemento
sintattico nella lingua, come fecero
poi, tra gli altri, il Martelli e
Gelli. Tutto questo è detto per dimostrare che, quando Fortunio pubblica le sue
regole, la necessità dello studio grammaticale del volgare era largamente riconosciuta, sia come effetto della sorta
coscienza dell'importanza della letteratura, sia in tanto in quanto a parlar
bene nel patrio idioma occorr, in ordine al canone dell' imitazione formulato
dal classicismo, osservare la regolarità
de'nostri sommi. Quando Fortunio pubblica le sue regole, due fatti si maturano,
la vittoria definitiva del volgare sul LATINO e il comporsi della dottrina
dell'imitazione in una salda unità di principi. Anzi esse ne sono la prima comune manifestazione. Primo e
principale effetto di quella dottrina è lo studio della forma esteriore così
nella letteratura antica che nella
moderna, elevata ai medesimi onori di quella: della forma nessun aspetto
fu trascurato, parendo essa
quasi tutto il meglio del- [Regole
grammaticali della volgar lingua di
i/tesser FORTUNIO (si veda), reviste,
e con somma diligentia corrette. Aldus. La prima edizione ne è fatta in Ancona
per Vercellese. In poco più di trentanni sono ristampate diciotto volte.
Un'altra edizione da T. consultata è
quella di Vinegia, per Bindoni e Pasini compagni. Una
bibliografia de’nostri antichi grammatici s’ha nella Biblioteca
dell'eloquenza italiana di FONTANINI (si veda) annotata da Zeno, Venezia. Di
grammatici s’occupa di proposito anche Tiraboschi nella sua storia della
letteratura italiana, Roma. Grammatici italiani in volgare; Contese ortografiche, sul titolo della lingua, ecc.; GRAMMATICI FILOSOFICI TOSCANI. Notizie a
loro relative si possono raccogliere in tutte le storie letterarie: T. cita per
tutte quella scritta d’una società di professori e edita per cura di Yallardi,
ma ricordando in particolare la storia di Canello, Milano. Ai meriti di Sanctis
anche verso la storia, l'opera
d'arte, ivi scoprendosi tutto l'artifìcio dello
scrittore: quindi sceltezza di lingua,
correzione, regolarità, eleganza, armonia nel disegno totale e in
ogiir-rniirimo particolare sono le doti volute alla perfezione d'un' opera: si
discusse dove e come studiarle: sono studiate, poi legiferate, codificate in
altrettanti particolari trattati: grammatiche, vocabolari, disamine
linguistiche, metriche, rettoriche: l'osservazione è tradotta in legge: sorge
così il purismo classico:
l'erudizione cede il passo all'estetica.
Di queste particolari trattazioni, se stiamo alle date delle principali opere
critiche, sorge prima la grammatica: che le prose di BemboT dove, oltre la grammatica, son trattati
l'effetto poetico dei diversi suoni e il valore onomatopeico delle varie vocali
e consonanti, sono del 25, il De Arte poetica di Vida, dove si danno le leggi d’armonia
imitativa, è del 27, la Poetica di
Trissino, che discorre di lingua e metrica toscana, è del 29, del 35 è il primo vero vocabolario toscano, al
39 risale il tentativo di Tolomei
d'introdurre i metri classici nella poesia volgare ecc. Se ciò non dipese dal
caso, la ragione è da ricercare nel fatto che, come la regolarità grammaticale
è la caratteristica che prima colpisce l'occhio del lettore e dello studioso ed
è, diremo, la dote essenziale della
forma esteriore d'una scrittura, così è o sembra più facile e nel tempo stesso più utile e
necessario il codificarla. La grammatica inoltre, e questa della grammatica ho già accennato, e torna a
discorrerne direttamente a suo luogo. Notizie di grammatici s’hanno, naturalmente,
in tutti i libri che trattano la questione della lingua: bastera che T. ricordi qui: Caix, Die Streitfrage ilber d. ital. Sprache, neh'
Italia dell' Hillebrand; Ovidio, Le correzioni ai promessi sposi e la questione
della lingua; Napoli; Vivaldi, Le controversie intorno alla nostra lingua;
Catanzaro, Foffano, Giorn. si. d. leti. il., dove si tien conto de'grammatici con
molta diligenza; Luzzatto, Pro e contro Firenze, Sensi, Pass. Bibl.; ora, Belardinelli, La questione della lingua.
Un capitolo di storia della letteratura
italiana. Da Dante a Muzio. Con una fonte, Roma, cit.
receus. Rajna Su i primi
grammatici della lingua italiana è scritto, oltre che da Morandi già
cit., da Ferrari, Rivista europea.
Anche nel Canone è la prima scienza. è ragione forse di maggior peso che non la
precedente, è in intima connessione con ognuna delle trattazioni che possono
esser condotte anche separatamente;
perchè è linguistica, se indaga l'origine e lo sviluppo della lingua che
studia, è vocabolario in quanto registra, nei paradigmi e negl’esempi, molte serie
di parole, è storia dove tratta
d'etimologia, è metrica, e, fino a un certo segno anche rettorica, specie dove discorre dell'uso e
della collocazione delle parole e delle figure grammaticali. Lo sguardo del grammatico, insomma, può spingersi in ogni
aspetto della forma, s’è largo e
profondo. L'opera del nostro Fortunio, infatti, di cui abbiamo i primi due
libri soltanto, l'uno del dirittamente parlare, morfologici, l'altro del
correttamente scrivere, ortografia, comprende, secondo quant'egli afferma nel
proemio, in altri tre libri, la trattazione delli più riposti vocaboli, etimologia,
stilistica, della costruttione varia
delli verbi, sintassi, e della volgare
arte metrica, svolgendo così tutta o quasi la materia grammaticale, senza dire
che nel primo e secondo libro sono spesso discusse delle questioncelle di
critica ermeneutica, quasi saggio d'un'ampia appendice, che pure aveva tracciata
nel suo disegno. Ad ogni modo, questo primo tentativo d'abbracciar tutta la
forma della lingua che s’offre ora allo
studio e alla imitazione, rivela il calore onde la critica s'applica alla letteratura.
Ma, in generale, all'elaborazione della grammatica volgare, com'è già avvenuto per quella vaticana, presede il
modello della latina. Dei grammatici latini quelli che conservano fino al ri-nascimento
la maggiore autorità, sono Donato, ch'alla
prima arte volle pella mano, e Prisciano
Cesariense, della turba grama
dantesca: Donato specialmente, nell’Ars minor, pella prima istituzione
grammaticale, e Prisciano, il più completo fra tutti, pello studio più elevato;
ma il ri-nascimento sente il bisogno d’adattarli per i tironi riducendoli e
integrando l'uno coll'altro. Un primo tentativo di riduzione ha eseguito per
tempo Zonino da Pistoia, che è il primo a imporre il nome di Reguìa~e~?i\\%. grammatica latina; ma non ha molta fortuna. Assai più largamente adottati sono invece
Guarino e Perotti. Quest'ultimo gode ancora il vivo favore dei discenti, come
vedremo sulla testimonianza del
Conte di
S. Martino, che lo copia
letteralmente nelle sue osservazioni di grammatica toscana. T. da in nota, per
comodità dei lettori e per evitarsi continui raffronti
e ripetizioni, un'indicazione sommaria
delle due arti di Donato e dell’instituzioni di Prisciano, valendosi
delle loro stesse parole: di Prisciano,
che non si presta pella sua abbondanza di
Ecco lo schema della Donati De partibus orationis ars minor, ed. Kiel,
Lipsiae. Partes orationis VIII – I nomen
II pro-nomen III verbum IV adverbium V participium VI coniunctio VII praepositio VIII
interiectio.Nomen est =df pars orationis cum casu corpus aut rem proprie communiterve SIGNIFICANS
(Grice ; ‘shaggy.’) Nomini accidunt, sex: qualitas, proprium – FIDO --, appellativum – shaggy conparatio positivo comparativo
supperlativo, genus, maschile, femmenile commune promiscuo numerus singulare
duale – ‘ambedue’ --, plurale, figura, simpice, conposta, casus VI. Pro-nomen est =df pars orationis –
Grice, “Someone, I, is hearing a noise, quæ pro nomine posita tantunden paene SIGNIFICAT
PERSONAMque – Grice, “PERSONAL IDENTITTY: “Something is hearing a noise” --
interdum recipit. Pronomini accidunt, sex) : qualitas, genus, numerus, figura. Verbum est (=df) pars orationis cum tempore
et persona sine casu aut agere aliquid aut pati aut neutrum SIGNIFICANS. Verbo accidunt septem
qualitas in modis indicativo imperativo ottativo
coniuctivo infinitivo impersonale. In formis perfecta meditativa frequentativa inchoativa.
Coniugatio PRIMA, AM-o, -as, -bo, -bor; SECONDA,
doceo; TERZA, lego genus attivo passivo neutro deponente
com.ì; numerus f singolare, duale, plurale
figura isimplice composta tempus praesens, praeterito imperfetto perfetto plusquamperfectum; futuro),
persona prima – Grice, “I am hearing a noise”, SECONDA TERZA “Someone is
hearing a noise). Adverbium
– e. g. ‘non,’ compostodi ‘ne’ e ‘on’ – est =df pars orationis, quæ adiecta
verbo SIGNIFICATIONEM eius explanat atque inplet. Adverbio accidunt tria: significano
loci temporis numeri NEGANDI (‘non’) affirmandi demostrandi optandi hortandi
ordinis interrogandi similitudinis qualitalis quantitatis dubitandi personæ vocandi
respondendi separandi iurandi eligendi congruendi prohibendi eventus comparandi
comparatiti figura. Participium est =df. pars orationis partem capiens
nominis, partem verbi;
nominis genera et casus, verbi tempora
et SIGNIFICATIONES, utriusque numerimi et figuram. Participio
accidunt sex: genus casus tempus SIGNIFICATIO numerus
figura. Coniunctio est =df. pars oratiois adnectens ordinansque
sententiam. Coniuctioni accidunt irta:
potestas coppulativa – e -- disgiunctiva – o -- expl. – ‘se’ --, caus., ration. figura ordo praep., subs.,
coiti. Prae-positio est =df. pars orationis quæ praeposita aliis partibus orationis SIGNIFICATIONEM casum aut
conplet aut mutat aut minuit. Praepositioni accidit unum: casus. Interiectio
est =df. pars orationis SIGNIFICANS MENTIS [ANIMAE] AFFECTUM VOCE INCONDITA.
Interiectioni accidit unum: SIGNIFICATIO (la
intelligimus cum multis aliis etiam comprehensivum, verbale, principale,
adverbiale. de comparativis et sup. et eorum diversis extremitatis: ex quibus positivis et qua
ratinili formantur; de diminutivis: quot eorum species, ex quibus
declinationibus nominimi, quomodo formantur de denominativis et verbalibus et
part. et adv.: quot eorum species, ex quibus primitivis,
quomodo nasenntur. de generibus dinoscendis
per singulas terminationes; de
nunieris; de figuris
et earum compage;
de casti. Genera: masculinum, femininum, commune et
neutrum vocis magis qualitade quam natura dinoscuntur, quae sunt sibi
contraria, epicœna vel promiscua. clnbia. Numerus dictionis forma, quae
discretionem quantitatis facere potest. singularis vel pluralis. Figura quoque
dictionis in quantitate
comprehenditur: vel eiiim
simplex, vel composita,
vel decomposita. Casus est
declinatio nominis vel aliarum casualium dictionum quae fit maxime in
fine. de nominativo casu per singulas extremitates omnium nominnm, tam in
vocales quam in consonantes desinentium, per ordinem; de genetivorum tam
ultimis quam penultimis
syllabis, de ceteris
obliquis casibus, tam
singularibus quam pluralibus, de verbo
et eius accidentibus. VERBVM est pars
orationis cum temporibus et
modis, sine casu, agendi vel patiendi SIGNIFICATIVM. accidunt octo. Significatio
sive genus, tempus, modus, species, figura, coniugatio et persona cum numero, quando afifectus
animi definiti. Significatio:
activus, passivus, neutrum (absolutum i, deponens. tempus: praesens, prateritum
et futurum: praeteritum in tria, imperi"., perf., plusquamp.
modi sunt diversae inclinationes
animi, varios eius affectus demonstrantes. sunt autem quinque: ind. sive
definitivus, imp., opt., subiun., infinitus. ind.us, quo indicamus vel definimus, quid agitur a nobis vel ab aliis,
qui ideo primus ponitur, quia perfectus est in omnibus tam personis quam
temporibus et quia ex ipso omnes modi accipiunt regulam et derivativa nomina sive verba vel participia ex hoc
nascuntur, et quia primo positio verbi, quae videtur ab ipsa natura esse
prolata, in hoc est modo, quemadmodum in
nominibus est CASVS NOMINATIVS, et quia substantiam sive essentiam rei SIGNIFICAT,
quod in aliis modis non est. neque enim qui imperat neque qui optat nequi qui
dubitat in subiunctivo substantiam actus vel passionem significat, sed
tantummodo varias animi voluntates de re cavente substantia. Species sunt verborum duae,
primitiva et derivativa, quae inveniuntur fere in omnibus partibus orationi.
diversae species inchoativa, -sco, meditativa, -urio, frequentativa,
desiderativa, et aliæ a nominibus
(patrisso) et a verbis (albico).
Impersonalia Figura quoque accidit verbo, quomodo nomini. Coniugatio est consequens verborum
declinatio. Sunt igitur personae verborum tres. Numerus accidit verbis uterque,
quomodo et omnibus casualibus, singularis, pluralis. de regulis generalibus
omnium coniugationum. de praterito perfecto. de participio. de pronomine. est pars orationis, quae pro nomine
proprio uniuscuiusque accipitur
personasque finitas recipit.
accidunt sex: species,
personae, genus, numerus,
figura, casus. species: primitiva derivativa, persona prima et secunda
persona singula habent pronomina, tertia sex
diversas voces. demonstrativa, hic, relativa, is, praesens iuxta, iste,
absens vel longe posita, ille, demonstrativa et relativa. genus: m., f., n.
figura: s., e. numerus: s., pi. casus: quemadmodum nominibus. De præpositione. Apolloni
auctoritam in omnibus sequendam putavi. pars orationis indecl., quae prep.
aliis part. vel appositione vel comp. cognationes de potestate separatae
praepositiones vel acc. vel abl. adiunguntur.
De adverbio et interiectione. Pars orationis ind., cuius significatio verbis
adicitur. accidunt species,
significatio. figura species prim. der. conp. sup. dim.
significatio adverbiorum diversas
species liabet tempus locum
dehortativa confirmativa figura: simpl. conp. deconp. iurativa dub. discretiva
ord. intentiva comp. super, etc.
Interiectionem Graeci inter adv. ponunt,
quoniam haec quoque ve] adiungitur verbis
vel verba ei
subaudiuntur, ut si
dicam papae, quid video?',
vel per se
'papae', etiamsi non
addatur 'miror', habet
in se ipsius
verbi significationeni. quae res maxime fecit, Romanorum artium
scriptores separatim liane partem ab adverbiis accipere, quia videtur affectum
habere in se verbi et plenam modus animi significationem, etiamsi non addatur
verbum, demonstrare. interiectio tamen non
solum quem dicunt græci
oxerMao/uóv significat, sed etiam voces, quae cuiuscumque passionis
animi pulsa per
exclamationem intericiuntur. habent
igitur diversas significationem: gaudii,
doloris, timoris, etc optime tamen
de accentibus earum
docuit DONATO E PRISCIANO, quod non sunt certi, quippe, cura et
abscondita voce, id est 6r non piane expressa, proferantur et prò affectus
commati qualitate, confunduntur in eis accentus De coniunctione. e. est pars
orationis ind. coniunctiva aliorum o. quibus consignìflcat, vini vel ordinationem
demonstrans: vim, piando simul essires aliquas significat, ut et pius et fortis
fnit Ænaeas; ordinem, quando consequentiam aliquarum demonstrat
rerum, ut si ambulat, movetur.
accidunt: figura et species, quam alii poteitatem nominant, quae est in
significatione coniunctionum, praeterea ordo. figura: s., e. species: copulativa,
continuativa, subcontinuativa adiunctiva causalis effectiva approbativa
disiunctiva subdis. disertiva abl. praesump. advers. abneg. collect. vel
rationalis dub. completiva ordo: praeponuntur. subponuntur. de
constructiono sive ordinatione
partium orationis, inter se. Quoniam
in ante expositis
libris de partibus orationis in plerisque Apolloni auctoritàtem sumus secuti,
aliorum qtwque sive nostrorum sive Graecorum non intermittentes necessaria et
si quid ipsi quoque novi potuerimus addere, nunc quoque eiusdem maxime de
ordinatione sive constructione dictionum, quam Graeci ovvra^iv vocant, vestigia
sequntes, si quid etiam ex aliis vel ex nobis congruum inveniantur, non recusemus
intercipere. necessariam ad
auctorum expositionem. est oratio comprehensio dictionum aptissime
ordinatarum, quomodo syllaba comprehensio literarum aptissime coniunctarum, et
quomodo ex syllabarum coniunctione dictio, sic etiam ex dictionum coniunctione
perfecta oratio constat. Exempla: per abundantiam: literae, relliquias,
syllabae, tutudi, dictionis, me, me adsum qui feci; literae prorfest, syllabae,
inafoperator, dictionis, sic ore locuta
est: per defectionem: literae, audacter, syllabae, commovit, dictionis, urbs
antiqua fuit quam, Tyrii tenuere coloni.
Quomodo autem literarum rationem vel scripturae inspectione vel aurium sensu
diiudicamus, sic etiam in dictionum ordinatione disceptamus rationem contextus,
utrumque recta sii an non. nani si incongrua sit, soloecismum faciet, quasi
elementis orationis inconcinne
coeuntibus, quomodo inconcinnitas literarum vel syllabarum vel eis
accidentium in singulis dictionis facit barbarismum. sicut igitur recta ratio
scripturae docet literarum congruam iuncturam, sic etiam rectam orationis
compositionem ratio ordinationis ostendit: dementa, syllabae, dictiones,
orationes praeponuntur et postponuntur, dividuntur et coniunguntur,
transmutantur, aliae prò aliis
accipiuntur. Solet quaeri causa ordinis elementorum, quare a ante b et cetera;
sic etiam de ordinatione casuum et generum et temporum et ipsarum partium
orationis solet quaeri. restat igitur de supra dictis tractare, et primum de
ordinatione,collocatio, partium, quamvis quidam suae solacium imperitiae
quaerentes aiunt, non oportere de huiuscemodi rebus quaerere, suspicantes fortuitas esse ordinationum positiones. sed
quantum ad eorum opinionem, evenit generaliter nihil per ordinationum accipi
nec contra ordinationem peccari, quod existimare penitus stultum. si autem in
quibusdam concedunt esse ordinationem, necesse est etiam omnibus eam concedere,
sicut igitur apta ordinatione perfecta redditur oratio, sic ordinatione apta
traditati sunt a doctissimis artium
scriptoribus partes orationis, cum primo loco nomen, secundo verbum posuerunt,
quippe cum nulla oratio sine iis completur, quod licet ostendere a
constructione, quae continet paene omnes partes orationis. a qua si tollas
nomen aut verbum, imperfecta rit oratio; sin autem cetera subtrahas omnia, non
necesse est orationem deficere, ut si dicas: idem homo lapsus ben bodie
concidit, en omnes insunt partes orationes ausane comunctione, quae si
addatili, aliarti orationem exigit. Possumus autem et amplioribus
rationibus de ordinatione partium demonstrare; sed quia non de ea propo sitimi
nobis est, sumciat hucusque dicere. Quaestio quare interrogativa dictionum in
duas partes orationis solas concesserunt, id est in nomen et in adverbium: an
haec etiam approbatio est, principales duas esse partes orationis nomen et
verbum, quae quando in notitia non sunt, habere de se interrogationem
frequenter accipiendam? Ouoniam de bis, quae loco articulorum accipi
possunt apud Latinos in supra dictis ostendimus et de generaliter infinitis vel
relativis vel interrogativis nominibus, quae relationis causa stoici inter
articulos ponere solebant, et de adverbiis, quae vel ex eis nascuntur vel
eorum diversas sequuntur
SIGNIFICATIONES, consequens esse existimo, de pronuininimi quoque
constructione disserere. Partes orationis ad aptam coniunctiones ferri
debent. per figurarti, quam Graeci à.kkoiòxt\xa vocant, id est variationem, et
per nQÓÀrjynv vel ovMeipiv, id est
praeceptionem sive conceptionem, et per geBypia, id est adiunctionem et
concidentiam, quam ovvé/ATtxcùOiv Graeci
vocant, vel procidentiam,
id est àvrwirwow, et numeri diversi et diversa
genera et diversi casus et tempora et personae non solum transitive et per
reciprocationem. sed etiam intransitive copulanti, quae diversis auctorum
exemplis tam nostrorum quam Gra osservarle, a insegnarle, a compilarle sono
ormai una schiera, e il fine questo conta ancor più è in tutti unito: trovar i
principi onde condur con profitto lo studio e la 1 Vó stretto; per la s dolce
propose il 0, per il eh seguito da i atono il
k, per il suono gì la grafia Ij, lasciando il e e il g col suono
gutturale dinanzi a tutte le vocali, e il eh e gh pel palatale, e il digramma
se. Sicché il suo alfabeto, quale ci è messo sott'occhio nella Grammatichetta,
presenta 33 rappresentazioni: a b e d e f g eh e gh k i 1 j m nopqr^stouz v § x
y th ph h, delle quali fa 28 SIGNIFICATIV,
cioè, rappresentative degl’elementi
della voce, V
oziose -- x, y, ph, th, h -- benché
“h” non lo consideri
una *lettera*, ma
un accento aspirato. Le SIGNIFICATIVE distingue in VII vocali
(aeeiocju) e 2i consonanti. Colle vocali
forma 13 dipthomgi, ai au ei eu
ei ia ie ie io ico iu oi uo e un triphthngG>
(iu 99 renze e a Siena se ne fosse parlato, non mancali prove che l’attestino.
Lasciando dell'atteggiamento preso contro Trissino e quant'è di personale nella
polemica, e la contestata possibilità di conseguir l'intento in materia
siffatta, gl’oppositori accettarono la distinzione per Vu e
il v, quella dell', per convenzione. Tratta
poi del nome, e non va più innanzi, perchè da
lui rivegna a noi, di tutte le cose conoscimento, forma e sostanza.
Secondo il novero e il grado, secondo che SIGNIFICA Corpo o ver Cosa, che sia
d'altrui qualità propria o
comune, otto ne
sono gli osservamenti: Specie Qualità Comparazione Geno
Novero Forma Grado e Terminazione. Date tutte [È
la vera traduzione
dell' alviariKÓv de’greci.
Trattandosi della prima grammatica dove si affacci un
intendimento classificatorio – o tassonomico, i. e., non-esplicativo –
adequazione descrittiva --, credo meriti
la spesa il riferire le definizioni di quest’accidenti grammaticali. Specie ee,
una natia disposizione, di che che sia voce; per cui de'1 primo suo essere
discernimento riesca, o soccedente dopo. Geno ee egli, uno racconoscimento
dell'un sesso all'altro, dallo anziposto articolo, naturalmente tratto, o
dall'autorità degli scrittori, alle genti rimase. Novero e egli, uno
accrescimento di quantità, d’uno a più procedente; per terminazione distinto.
Forma ee ella, uno racconoscimento della parola sempiamente detta, o congiunta
e apposta altrui. Grado fia egli, un certo movimento della variazione,
ne '1 Novero, racconoscimento per anziposto
articolo sempiamente addetto, o con
preposizione riposto. I casi son detti: nominativo vocativo genitivo acquisitivo
causa-] guaito le relative definizioni, porge i paradigmi delle terminazioni, declinazioni,
di cui fa cinque classi a; o; e; i; Gerì,
Portici, Napoli; cons. David, Babel e
infine un Notamente vocabolarietto de Nomi di che sia detto nello costui ragionamento. La medesima
applicazione del concetto di TRISSINO D’ORO del volgare illustre al canzoniere
fa un altro curioso seguace di Bembo, il conte di S. Martino nelle sue osservazioni
grammaticali e poetiche della lingua d’ITALIA, dove lo schematismo grammaticale
acquista quanto e più che nella grammatica dell'Ateneo un considerevole
sviluppo. Difendendosi dall'accusa rivoltagli d'incapace, qual nato sul confine, a osservar le regole del volgare,
egli fa intendere che non occorre esser toscani per comprender Petrarca, il
quale non iscrive nel puro fiorentino, ma nell'ITALICOi, che rappresenterebbe
per noi quel che per i Greci la Kotvfj
òià/.EKTos(l). Egualmente
dichiara d’attenersi ai modi facili e intesi da tutti, non tolti di mezzo la
Toscana, e usando anche vocaboli latini un
m. Nicolò Tani dal Borgo a S.
Sepolcro che, pur trattando della nostra lingua toscana, scrive i suoi avvertimenti sopra le regole toscane colla
formazione de’1 verbi, e variatione delle voci, non pe'toscani, tivo,
Terminativo. Qualità ee, un partimento di nomi, de gl’uni agl’altri, altri
fatto commone o proprio, a cose divertevoli tratto.Comparazione ee un
accrescere o scemare di qualificato accidente, con anziponimento di se: per l’additioni
fattone, significanti diminuzione, o accrescimento d’appellazione che sia. Terminazione,
osservamento sezzaio, una fine esser diciamo, di che che sia Appellazione; variata per gradi, et in uno de
vocali pello sempre finiente; con barbari alquanti in consonante formati. I
nomi son divisi in essistenti, sostantivi, e adherenti, aggettivi, shaggy. La
doppia uscita è chiamata geminamente
chiostro, -a; calle,
-a; martire, -o. Delle parti del discorso fa nove classi: nome, pronome, articolo, dittione, verbo, partecipante,
additione, avverbio, preposizione, congiuntione, interposizione: che
corrispondono press'a poco alle nostre, tranne che fa una classe del participio
e non dell' 'aggettivo, che fonde col nome. A questo raffronto hanno ricorso
altri propugnatori dell'italiano comune, a cominciar da CALMETA, che se ne
sarebbe servito per persuadere, ma indarno, la sua dottrina a TRIFONE. Cfr.
Ra.ina, La lingua
cortigiana cit.In Venezia,
per Giovita Ripario. Sono lodati da Fedeli in una sua lettera posta dietro le rime di
Torelli. E infatti pell'uso a cui la destina l'autore, sono esposti con certa
bravura didattica, e ricchi principalmente
di paradigmi. S'in- [ma per
quei fuori d'Italia. Un bel riscontro alla precedente offre questa
dichiarazione che Citolini, autore della Tipocosmìa, fa nella sua lettera in
difesa della lingua volgare: io voglio starmi nella Toscana non come in una
prigione, ma come in una bella e
spaziosa piazza, dove tutti i nobili spiriti d'Italia si riducono. Né mancarono
de'seguaci di Trissino più trissiniani di lui – more Griceian than Grice -- come
Arezzo nelle sue osservaniii della LINGUA SICILIANA O e Achillini
nel dialogo dell’annotazioni della volgar lingua [Arezzo, partendo dal
concetto che l'antico siciliano è lingua più pulita che non sia il moderno, e
tale concetto appoggia coll'autorità di Dante, scrive la grammatica _p_er icojr^ regger questo e ridurlo all'antico splendore,
sicché i siciliani possano adoperarlo
come lingua propria letteraria. Non è una
grammatica completa, perù che io
non altro fari intendo chi purgar la nostra lingua mutando alcuni palori non
ben usati. Cita l'autorità di poeti siciliani viventi; ammette per necessità
l'uso di parole latine e fiorentine per ragioni di stile italianizzate. E dà
una raccoltina di sue canzoni per mostrare come sarebbe da scrivere, ponendo in
margine il commento. dugia molto sui mutamenti di vocali in principio, nel
mezzo e nel fine delle parole; dei vocaboli composti; del troncamento e
dell'accrescimento. E notevole l'osservazione riguardante i participi
sincopati,che sono ancor oggi una delle
caratteristiche del dialetto della regione di cui è l'autore: ingombro, cerco,
scuro, inchino, desto, franco, molesto, stanco, lasso, ecc. da ingombrato,
cercato, scurato, inchinato, ecc. Oggi vi si sente, p. es., 'nsénto per
insegnato. La lettera è datata da Roma; ed è edita in Venezia per
Marcolini da Forlì.
Vi si dice
che il Citolini
conversava con m.
Trifone; e che
la lettera trovavasi
manoscritta nelle mani
di Zane. Fu ripubblicata
in compagnia d'una
lettera del Ruscelli
al Muzio, in
Venezia al segno del Pozzo Osservaniii; Della lingua siciliana ecanzoni, j
in lo, proprio idioma, Arezzo,
| gititi/' Homo, sa | ragusano.
Ad instantia di Siminara. In Missina per
Spira. Annotationi della volgar lingua d’Achillino, Bologna da Bonardo da Parma
e Marcantonio da Carpo dall'originale dell'Autore. Eccone un esempio: Vinci disdegno d'ogni amor la forza: Volsi diri:
chi cosa
Muta lo cori, e trasforma la vogla: nixuna pò mutar [Achillini loda ed
esalta Dante, Petrarca e Boccaccio perchè lo meritano, e quando gl’accade
volentiera gVimita: gli piace anche il
fiorentino quando è pronunziato bene, ma ritiene più corretta, in qualche
parte, la comune e bolognese nostra: perchè derogar' alle più belle parole
nostre non intendo, non sol alle nostre bolognesi, ma di quale altra si voglia patria, che sono
delle thosche migliori, le piglio, e le thosche abbandono. Non però di libertà privando coloro, che thoscanamente
vogliono procedere. E con pieno
sentimento della bontà della parola viva, argutamente soggiunge; A noi ìntraviene come a coloro ch'hanno in
casa bianco e ben cotto pane, e vanno in prestanza dal vicino a tuorne de'1
negro et mal cotto. E s' argomenta
rafforzare questo sentimento estetico della lingua colla ragione storica. Così
preferisce Olempo ad Olimpo, perchè questi due elementi i ed e hanno sì grande
insieme l'amicitia che quando quella
/ dalla romana ovvero latina si parte per farsi volgare, ed
ella in molti dittioni in e si trasforma, come in ancella da anelila; più
Olempo gli fa comodo perchè rima con
tempo! E preferisce zeloso, che viene da
zelo, -as, a geloso, perchè noi
bolognesi, toscanizzando geloso, si fa
come il gentil che butta via la gentil moglie, e ne piglia una bastardella.
Bologna docet dal tempo di Teodosio: dunque Bologna è la madre, dunque a
Bologna la lingua volgare nostra il suo rifugio sempre mai d'aver deve,
specialmente ne'1 bene, e che li figli cordialmente ama.
Achillini è E lo mio cori mai forzao: nen forza: lo cori
so, di lo amor Ne lo rimossi di l'antica
dogla: della sua donna, Anzi la
vidi vigurosa smorza stanti la fidi e
Foco, chi di disdegno si ricogla, la
constantia, E la costantia: chi di novo
sforza: la qual costringi la Costringi
la radici a nova soglia. radici di l'arboro di lo amori a novi effetti. Pulejo
Ettore, Sul più antico
abbozzo di grammatica siciliana, Atti e
rend. dell' accad. dafnica d’Acireale; e
Sabbadini, Studi medievali. Con questi
criteri Achillini compone un suo poema didascalico ad imitazione del
Dittamondo, intitolato il Fedele. Frati, Giorn. st. d. leti, it. Ad Achillini
dobbiamo quelle Collettame grece, latine e vulgari sulla morte dell'ardente AQUILANO
(si veda) in un corpo redutte, che
Ancona illustra, Studi, e dove
sono rappresentate quasi tutte le città della
pe- [l'unico che voglia parlar la propria lingua, lasciando piena
libertà agl’altri, ai toscani di parlar la loro. Ed è il più logico. O meglio,
chi mostra anche più buon senso in tanto variar d'opinioni e meno vaga
coscienza di quel che sia la lingua, è Bolzani, il cui dialogo è
male che non vede la luce che quasi un secolo
dopo da che era stato disteso, sotto l'impressione di dispute avvenute,
presente Trissino. Lelio, uno degl’interlocutori, a'
quali nisola. Non
possiam forse parlare
d'una dottrina del
volgare illustre dantesco
che gli serva
di fondamento ideale;
ma nel fatto
nulla vieta di
considerarlo un omaggio
a tutte le
parlate di Italia
che l'Achillini egualmente
rispettava. Dialogo della volgar lingua di Valeriano, Bellunese,
non prima uscito in luce. In Venetia, nella Stamperia di Gio.
Battista Ciotti. Fu
ristampato dal Ticozzi,
Storia dei lett.
e degli artisti
del Dipartim. della
Piave, Belluno. La composizione
di questo Dialogo,
il secondo dopo
quello del Machiavelli,
in cui si
riflettono le discussioni
sulla lingua che
il Trissino avvivò discorrendo
del De Vulgari
Eloquentia, di cui
possedeva uno de'
pochi esemplari, si
suol riportare (G.
Percopo, Giorn. st.
d. lett. il., cioè
a un tempo
di poco lontano
alla composizione del
dialogo machiavelliano e alla
breve fermata fatta dal
Trissino in Firenze
e alla probabile
visita dell'anno successivo alle
medesime radunanze. È
ben noto che
discussioni simili a quelle
degli Orti e
nelle quali medesimamente, come
apprendiamo in ispecie
dal Cesano, il
trattato dantesco era
oggetto e materia, avvennero
in Roma, presente
anche qui il
Trissino, che risiedette colà. (Rajna,
Introduz. eh., p.
L'I. Ora, il
Dialogo del Valeriano,
che, come ogni
scritto consimile, se
non è riproduzione
dal vero, è
finzione che nel
vero deve avere
qualche radice, a
me sembra che
rispecchi assai meglio
le radunanze romane
del 24 che
non le fiorentine
del 13 e
14. La scena
è collocata in
Roma e ne
sono interlocutori Lelio,
il Marostica, e
Angelo Colotio (il
Colocci): e il
Colocci vi riferisce
agli altri due
il dialogo avvenuto
la sera innanzi
in altra casa,
dove egli fu
trattenuto, in Roma
stessa. Può esser
tutta finzione questa
e il contenuto
del riferito Dialogo
appartenere alle discussioni fiorentine;
ma l'allegazione del
pensiero del Papa
e il richiamo
della tirannide che
il fiorentinismo aveva
impiantato alla capitale
e le macchiette
di quei canzonatori
fiorentini, sono indizi
a' quali mal
si sa dare
una realtà tutta
immaginaria. Quel che,
per altro, secondo
noi, basta a
dirimer la questione,
è la teoria
del Tolomei intorno
al volgare, la
quale corrispondeva perfettamente
a quanto il
Tolomei veniva pensando
e scrivendo appunto
in quel bat- il
Colocci riferisce il
Dialogo avvenuto tra
il Trissino, il
Tolomeij il Tibaldi
e il Poggi,
dice: Io non
sento la più
sciocca cosa, che
'1 parlar toscano
da uno, che
non sia Toscano;
e riesce ridicolo
per lo più,
chi vuol parlar
la lingua d'altri,
perchè non può
star tanto sull'aviso,
che a lungo
andar non iscappi
nel naturale, poiché la
radice tien sempre
della sua natura
(p. 15). Il
Marostica, un altro
interlocutore, si duole
in modo veramente
spiritoso di non
aver assistito al
dialogo. Dio, perchè non
mi smi io
trovato a questi
ragionamenti per poter
finalmente risolvere, se ho
da parlar con
la mia lingua,
o con quella
d'altri, eh' è una
compassione il fatto
mio, ogni volta,
che ho da
scrivere a un amico,
star a freneticar,
s' io ho da
usar la mia
lingua, 0 mandar
per un'altra al
macello. Messer Angelo,
non si può
più vivere, dapoichè
son usciti fuora
certi soventi, certi
eglino, certi uopi,
certi chenti, e
simili strani galavroni;
non posso passeggiar
per Parione, che
vengano questi giovanotti
dottarelli, barbette recitanti,
e stanno ascoltando,
quel che ragioniamo
insieme, e ci puntano
negli accenti, nelle
parole, e sulle
figure del dire,
che non sono
Toscane senza una
compassion al mondo,
ridendosi di noi, che se ben ha verno messo la barba bianca
tagliero 24, e che non
so da quale
altra fonte, se
non dal ricordo
delle radunanze romane, Valeriano avrebbe
potuto attingere. E
anche la presenza
del Pazzi è
ben significativa. Cosicché
io inchino a
credere che questo
caratteristico scritterello sia
da riferire a
un tempo non
anteriore. L'oggetto della
disputa che vi
è riferito era
stato: se questa
lingua Volgare era
nostra, o d'altri,
e se l'era toscana, e
di che paese,
e se si
poteva scriver in
volgare altramente che
con forme Toscane.
Poi si trattò,
se per Lingua
Toscana, s'intendeva solo
la Fiorentina, e
sopra tutto qual
convenisse a un
galant'homo. La disputa,
invece, quale è
rispecchiata nel Dialogo
del Machiavelli, che da ogni
accento mostra esser
vero, è ben
diversa. E anche
le parole, che
si potrebbero allegare
per metter il
Dialogo del Valeriano
in relazione con le discussioni degli
Orti: Misser Giangiorgio [disse],
che stava sopra
una fantasia di
certe lettere, che
mancavano nel nostro
alfabeto, poiché avendo
la pronuntia diversa,
si notavano con
la medesima figura, vanno
assai meglio pel
24, l'anno appunto
in cui la
riforma trissiniana fu
resa pubblica. Noto con
piacere che anche
Rajna nella già
cit. recens. (che
vedo ora nel
riveder le bozze)
del saggio di Belardinelli, su
cui parimenti getto
lo sguardo ora
appunto per la
spinta di quella
recensione, con quest'ultimo
de' miei argomenti e
altre parole propugnata nuovamente dal Belardinelli.] negli studi,
non sapemo quello,
che mai non
ci sognassemo d'imparare.
Non dico già,
che, poiché havemo
un Principe Toscano, e
di tal dottrina,
virtù, e benignità
dotato, non debba
ogniuno accomodarse, ingegnarse,
arfaticarse con tutta
l'industria, che può, di
fargli cosa grata.
Ma io povero
vecchiarello, come posso
hora imparar di
nuovo a parlare,
che, come vedete,
m'incominciano cascar li
denti? Certo, che
m'è venuta qualche
volta tentatione di
partirmi di Roma
per non esser
tenuto forse per
ribello, perchè non
parlo toscano, e
mi scappa di
quando in quando
mi, e ti
(pp. io-ii). E
il Colocci risponde
con altrettanta arguzia, e
fors'anche verità storica: Messer Antonio,
la cosa non
passa in questo
modo. Il Principe
non ha fantasia,
ne pensier, ne
interesse alcuno in
questa materia; è
homo universale, dotto come
sapete, in lettere
greche, e latine,
et esercitato in tutte
l'arti, che appartengono
a un vero,
e gran signore; e
si prende piacere
d'ogni esercitio d'ingegno,
ma particolarmente di
queste dispute, et
osservationi; perchè havendo
la lingua nativa,
e libera, se
ride di questi,
che la mendicano, ma
molto più di
quelli, che la
vogliono restringere, e
limitar tutto il
dì, e farla
star a regola
nelle stinche, si
che non pensate
che questo si
faccia per adularli,
che tanto amerà
egli una cosa
ben detta nella
Cappella di Bergamo,
quanto un'altra detta
sotto la Cuppola
di Firenze. La
quistion è fra
questi begli ingegni
e scientiati de',
nostri tempi. E
tale quistione è
riassunta nel Dialogo
con molta esattezza,
s' intende riguardo
allo spirito: le
dottrine del Tebaldo,
che rappresenterebbe la corrente
dialettale non toscana;
del Pazzi, sostenitore
del fiorentino, del
Tolomei, propugnatore del
Senese o meglio
del Toscano in
genere, del Trissino,
che vagheggiava dantescamente l'uso cortigiano,
sono con obiettività
tale riferite, da
far apparir appena
che il Valeriano
stia più dalla
parte del Trissino che
non de' Toscani.
E anche l'ultimo
pensiero messo in
bocca al Trissino
a conchiusione del
dialogo e come
sintesi dei principi
da seguire, è
di tal forma
che i Toscani
stessi avrebbero potuto accettarlo.
Infatti, ciascuno, come
avrò più volte
osservato, aveva perfettamente
ragione dal suo
punto di vista,
e tutti, come
su per giù
convenivano, per quant'
era possibile, nella
pratica (ciò che
avviene poi in
ogni secolo, perchè
in ogni secolo
o periodo storico
gli spiriti sono
su per giù
tutti conformati all'ìstesso modo),
così, tra tante
divergenze e contradizioni
anche con sé stessi,
finivano per convenire
nella teoria d'una
lingua letteraria comune,
che, fatta ragione
di particolari predilezioni dialettali
o letterarie, era e non
poteva non essere
che il fiorentino
(piale la letteratura
nazionale l'aveva adoperato.
Il Machiavelli stesso
si trovava più
d'accordo con Dante,
di quel che
certo egli e
gli altri non
credessero. Era proprio
come diceva il
Colocci: La quistione è
fra questi begli
ingegni e scientiati
de' nostri tempi.
L'importanza derivava dal
modo e dalle
ragioni della disputa: e
anche per noi
quel che importa,
è che una
tale questione fosse
stata agitata, e
si tenesse così
vivo l' interesse per il
linguaggio. Ma i
più camminavano sulla
via nella quale
s'era messo il
Bembo, trattando nelle
grammatiche la regolarità
trecentesca, specialmente
del Canzoniere, e
raccogliendola in dizionari.
Annotazioni su vari
autori volgari e
latini e una Colleclio vocum
Petrarchae et aliorum
, intorno a
cui avrebbe lavorato
nel medesimo tempo
in cui il
Bembo stendeva le
Prose, ci ha
lasciato, come vedemmo,
Angelo Colocci suo
grande amico, cui,
pertanto, spetterebbe il
merito di priorità
nella compilazione d'un
vocabolario volgare sul
Liburnio {Le tre
Fontane), sul Mi
nerbi che diede una
raccolta di voci
del Decameron e ne
prometteva una del
Canzoniere, sul Luna
che nel 36
ne diede una di cinquemila vocabulì toschi del Furioso,
Bocaccio, Petrarcha ed ALIGHIERI,
sul Di Falco,
autore d'un Rimario,
dove rimanda al
J Vocabolario della
Fingila Volgara di prossima
ma non mai
avvenuta pubblicazione. Osservazioni
sopra Petrarca, puro lessico
della lingua, come
lo chiamano Carducci e
Ferrari, del resto utilissimo,
ma qua e
là arricchito di
qualche breve spiegazione ,
come aggiunge il
Morandi, compilò Francesco
Alunno, che nel
50 ne diede
fuori una seconda
edizione meglio ordinata
e più compiuta,
dopo che aveva
messo in luce
le altre due
voluminose raccolte delle Ricchezze
della lingua volgare
sopra il Boccaccio e
della Fabbrica del
mondo, che con- Sono
ancora tra i
codd. vaticani. Cfr.
Cian. Cfr. Morandi] tiene le
voci di Dante,
del Petrarca e
del Boccaccio e di altri,
ed è anche
una specie di
enciclopedia. Di grammaticale
nelle opere di
questo eccellente anatomista
delle composizioni volgari
, come egli
stesso modestamente si fa chiamare
in una lettera
che finge direttagli
dal Petrarca medesimo,
c'è poco più
che la classificazione dei
vocaboli nelle varie
categorie delle parti
del discorso. Il
di più consiste
in qualche notazione
etimologica come in
Donna, quasi domina
levata la /
et mutata la
M in N...;
nell'unione degli epiteti
o agiettivi ai
loro sostantivi; in
regolette e osservazioni
riguardanti le particelle;
e nell'indicazione de' vari
modi in cui
i verbi si
variano secondo le
variationi de i suoi tempi;
nelle osservazioncelle ortografiche
che sono in
fine alla raccolta;
non entrando nel
campo strettamente grammaticale,
non dico alcuni
cenni biografici o
storici, ma le
dichiarationi delle voci
, onde le
voci sono accompagnate.
Le Ricchezze furono
ristampate da Aldo
in Venezia, con
le dichiarazioni, regole,
osservazioni, cadenze e
desinenze di tutte
le voci del
Boccaccio e del
Petrarca per ordine
d'alfabeto, e col
Decameron secondo l'originale
ecc. La forma tipica
di questi zibaldoni
tra lessicali e
grammaticali e spositivi quali
eran richiesti dai
bisogni di chi
s' introduce nello studio
e nel culto
del volgare con
la guida del
Bembo, ci è
data nella sua
opera intitolata Vocabolario,
Grammatica et Orthographia de la Lingua
volgare, con ispositioni
di MORANDI. Lombardelli
giudica così l'Alunno: Fin'oggi, è il più
facile, più comune,
e più utile
scrittor di questa
schiera, per quanto
però da una
semplice e debol
Teorica si penda
alla pratica, per
ordinario può far benefizio
ai Giovani e
a' principianti; a
certe occasioni levar
fatica a' bene
introdotti; e per
dubbi che nascono
all'improvviso intorno
all'uso delle voci
Toscane giovare ugualmente
a' nostri, forestieri,
deboli, gagliardi. Nelle
osservazioni sopra il
Petrarca esamina
principalmente le voci,
e le locuzioni
poetiche; nelle Ricchezze
i parlari, che
alla prosa convengono;
nella Fabbrica le
voci e le
guise di dire
comuni, e popolaresche,
scelte però da
lui con assai
buon giudizio da
tre principali scrittori
Toscani e talvolta
dal Sannazaro, dall'Ariosto
e dal Bembo.
In certe dichiarazioni
se ben per
lo più vi
è gito pesato,
o sospeso, non
è la più
sicura cosa del
Mondo. / fonti,
pp. 55-6. Delle
opere lessicografiche dell'Alunno
riconosceva l'opportunità il
Giraldi, Scritti estetici,
Milano. Cfr. L.
Arrigoni, F. Alunno
da Ferrala, ecc.,
Firenze.] molti luoghi di
/laute, di Petrarca e Boccaccio, d’Accarisio,
che già nel
38 aveva mandato
Cuori separatamente una
grammaticheita, certe
regolette latte leggendo
il Bembo e
grammatici, spositioni delle
prose del Bembo
in brevità redotte, et
tale che chiunque
vorrà imparare, piglierà
speranza in breve
di vedere il
fine. L'Accarisio ha
cura di tener
distinto il linguaggio
della prosa da
quello della poesia,
come aveva inteso
di fare il
Minerbi col vocabolario
petrarchesco da lui
annunziato, e come
su per giù
intendevano ormai far
tutti più o
meno esplicitamente: Regole,
osservanze, e avvertimenti
sopra lo scrivere
correttamente Cento. Una
seconda edizione con
Privilegio di N.
S. et d'altri
Principi per anni
A" ne fu
fatta in Venetia
alla bottega d' Erasmo
di Vincenzo Valgrisio. La Grammatica
volgare di M.
Alberto de Gl'Acharisi
da Cento. In
Venezia per Nicolini
da Sabio. Ad
instantia di M.
Merchiore Sessa. Fu
ristampata più volte.
Di questo libriccino
io ho potuto
vedere, per cortesia
del prof. Teza,
l'edizione del 43: La Grommati
ca volgare di
M. Al |
berto de gli
Acha | risi
da Cento. Dopo
II fine: stampata
in Vinezia per
Francesco Bindoni e
Mapheo Pasini, piccolissimo di
fogli 4. È
dedicata al sig.
Conte Giulio Boiardo
signore di Scandiano.
Alti lettori l'A.
dice di non
aver voluto essere
scrittore di regole
volgar, ma che
per imparar leggendo
le prose del
Bembo e altri
auttori, da i
loro scritti per
mia utilità questa
brevissima regoletta mi
feci... saranno spositioni
delle prose del
Bembo in brevità
redotte. Raccomanda di studiar
Bembo, Boccaccio, Petrarca e Dante: apprendete la facilità
del dire, l'abondantia,
le belle sententie,
le clausole numerose,
et fuggite gli
antichi vocaboli, che
hoggi se eglino
vivessero non userebbono, per
lo nuovo uso
mutatisi, et scrivendo
thoscanamente, scrivete con
tale facilità, et
vocaboli sì, che
da chi gli scritti vostri
leggerà, siate intesi,
acciocché del vitio
deiraffettione non siate
ripresi. Poi scrive:
Incominciamo le regoli
(sic) volgari dell' Acharisio , e
tratta degli Articoli,
del Nome, del
Pronome. È notevole
che nella trattazione
de' pronomi parli
della forma latina,
che declina in
tutti i casi,
sicché si ha
una doppia declinazione
italiano-latina di ipse,
ille = quegli
(per Egli non
trova la corrispondente latina),
iste, alius, idem,
nullus, quis. Poi
espone le quattro
regole o maniere
del verbo, e
toccato dei Gerundi
e Partecipi, tratta
Degl'avverbi locali, e
qui ritorna la
corrispondente latina, hic,
huc, hinc, ecc.
Molt'altre ne lascio
facili d'apprendersi da sé. Accenna,
al proposito di
tornar sopra all'argomento
per mostrar che
sia da fuggire
ciò che non
è toscano. S
la li?igìia Toscana,
indifferente (l'aquila, il
passero), comune (portatore,
-trice). i') Definisce
l'accento temperamento, et
armonia di ciascuna
sillaba, o lettera
significante, dividendolo in
grave,' acuto, misto
"•), converso (',
apostrofo). Capitolo quarto
127 espressivo. Il che accade
sempre quando si
perdono i contatti
con la parola
viva. Fra tutte
le parti, due
sono di maggior
pcrtettione, che l'altre.
Il nome, et
verbo, li quali
giunti insieme fanno
per sé stessi
concludere una perfetta
sententia come Rinaldo scrive. T. Dico
per tanto il
nome esser tra
le parti, diesi
variali, quello, per
cui l'essenza, et
la qualità di
ciascuna cosa corporale,
o non corporale
che sia particolarmente et
in universale si discerne:
corporali son quelle
cose che toccar
si possono, et
vedere come libro.
Rinaldo. Homo. Non
corporali son quelle,
che con l'intelletto
solo si comprendono,
come studio. Ingegno
et valore. Da
questa funzione logica
attribuita alle categorie
grammaticali e dalla
conseguente interpretazione di
regolarità data alle
forme, deriva l'accoglimento fatto
dal Corso ne'
suoi fondamenti alla
parte della concordia
delle parti principali
insieme (sintassi di
concordanza), e delle
figure, che sono
deviazioni di pronunzia, di
forma, di costrutto,
di ortografia dalla
regolarità tipica. Per
la strada in
cui s'era messo
il Corso, ritroviamo
un altro poligrafo
assai più prolifico,
Lodovico Dolce, del
quale il Lomdardelli
disse che può
dare una facile
introduzzione, e commoda
assai per li
principianti , e
che da sé
si rannoda al
Fortunio che poteva
esser più copioso
nelle cose necessarie
, e al
Bembo, che volendo
vestir questa materia
con i ricchi
panni della eloquenza,
ragionò solamente a
Dotti. Egli si
rivolge, pertanto, ai principianti,
e tratterà la
grammatica volgare, come
gli antichi grammatici
trattarono della latina.
Le osservazioni constano
di quattro parti:
la I contiene
le regole della
volgar gramatica; la
II l'ortografia, nel
modo che c'è
insegnata dalla ragione,
dimostrata dall'uso, e
conlermata dall'autorità; la
III X ordine del
puntare e gli
accenti; la IV
poetica, metrica e
ritmica. Della concordanza
delle parti discorre
nella I sezione,
dove non tralascia
le figure grammaticali : di
fonologia discorre sotto
l'ordine dell'accento. Di
molta importanza è
anchora l'ordine e
la testura delle
parole; Dove, quando fosse
chi della Volgar
Grammatica trattasse in
quel modo, che
gli antichi Grammatici
trattarono della Latina;
senza dubbio essi
quel medesimo profitto
ne trarrebbero, che
ne hanno tratto
molti appo i
Latini, senza niuna
contezza haver della
Greca. Pref. all'ottava
ediz. di Gabriel
Giolito de' Ferrari.] ma
questa è parte,
che appartiene al
Rhetore, e non
a scrittore di
Grammatica. Si propone
anche il Dolce
il quesito se
La volgar lingua
si dee chiamare
italiana o thoscana
, e lo
risolve nel senso
voluto dal Bembo, cui
prodiga grandi lodi
anche di scrittore
e poeta, ripetendo
per lui il
detto di Quintiliano: ille
se proferisse sciat cui
Cicero valde placebit;
crede perciò che
si debba chiamare
volgare e thoscana,
ma non in
modo che i
Toscani se ne
insuperbiscano ! La
facultà di lettere,
com'anche è chiamata l'arte di
parlare e scriver
bene, si divide
in lettera, sillaba,
parola, che da
i latini è
chiamata Dittione ,
e parlamento, detto
da' medesimi oratione. Ammette
(citando particolari trattatisti,
non escluso Pontano)
22 lettere: a b e d e
f g h i 1 m n o p q r s t v x y z,
di cui V vocali
e XV consonanti (escludendone
l' “h” e il “v” semivocale), così
distribuite: 8 mutole,
bcdgpqtz; 7 mezzevocali,
f 1 m n r s x, di cui
4 liquide, 1
m n r.
Delle parti del
discorso due sono
principali, il nome
e il verbo,
le altre secondarie,
pronome, participio, avverbio,
preposizione, interiezione, congiunzione. A proposito del nome, distinto in sostantivo
e aggettivo (shaggy), che a
sua volta si
suddistingue in generale e particolare, tocca il problema
dell'origine della favella se per natura o per convenzione. Discorre
poi, pur non
avendone fatta una
categoria, de gli
articoli, e di
quei segni che
a i nomi
invece di casi
si danno :
a di da
valgono per i
casi retto, strumentale
o effettivo o
operativo, e locale.
Molto assottigliata, rispetto
al Bembo, è
la trattazione de'
pronomi, distinti semplicemente
in principali (io)
e derivati (mio).
Al verbo, parte
principale e più
nobile del parlamento
, indicante o
operazione, o cosa
operata, attribuisce cinque
tempi: pres., impf.,
pass., pperf., avvenire;
cinque modi, dimostrativo,
inip., desiderativo, cong.,
in/.; tre figure:
semplice, composta, ricomposta;
due numeri; tre
pe?'sone; due ma?iiere
(coniugazioni), secondo il
criterio della 3 ps. ind.
pres. Dà i
paradigmi dalle due
maniere, degli irregolari (come sono
e vado), degl'
impersonali; tratta de' g
erondi e
participi, e degli
anomali. Parla degli
avverbi secondo le
significazioni (tempo, qualità, affermare,
accrescere, paragonare, luogo);
delle preposizioni, divise
in separate o
aggiunte, e delle
loro combinazioni; dell'
intergettione, che esprime
vari sentimenti, come mostra
con molti esempi
di versi; della
congiun Capitolo quarto
129 tionc che
va incatenando e
ordinando il parlamento.
Le figure grammaticali
sono villose o
bellezze: le prime
dipendono dal cattivo
suono (onde si
ha il bischizzo,
che qualche volta
ha grazia come
nel v. del
fiorir queste inanzi
tempo tempie ),
dall'ai- giunqer paro/e di
soverchio, dal tacerle,
dall' invertirle, dall' usarle
iniproprianiente (ellissi, pleonasmo,
inversione ecc.); le
bellezze dall'uso dell'ai,
alla greca ( h umida gli
occhi ), della
parte per il
tutto, della ripetizione,
del polisindeto ecc.
Nella trattazione dell'ortografia segue
un criterio opposto
a quello del
Trissino, che chiama
eretico, senza nominarlo,
ma limitandosi alle
cose più elementari:
Basta haver dimostro
come si debba
fuggir il porre
insieme alcune consonanti;
come le lettere
si cangino l'ima
nell'altra; come si
ha ad usar
1' h, come a
raddoppiar esse consonanti
sì ne' nomi come
ne' verbi. Nel
terzo libro segue
la bellissima inventione
del Bembo. Tratta
dell' accento (da
ad-ca?itus, concento ),
che è acido,
grave e rivolto
(apostrofo). Sulla scorta
delle dottrine degli
antichi (Donato, Sergio,
Fortunantiano, Diomede) sul
puntare, tratta della
distinzione, suddistinzione, mezzadistinzione, che
si hanno secondo
che il periodo
( clausola ) è terminato
in tutto, in
metà, o in
parte. Illustra così
l'uso del punto, .,
della coma,,, del punto
coma, ;, de' due punti, :, dell 'interrogativo, ?, della
parentesi o traposizione
(()). Raccomanda infine
lo studio del
Petrarca e del
Boccaccio, ma non
lascino da parte
Dante. Perciocché anchora
che egli non
sia, (come nel
vero non si
può negare) molte
volte, delle regole
osservatore; dal suo
divino Poema molte
belle forme di
dire si potranno
apprendere. Il libro
IV sulla Poetica,
che occupa quasi
un terzo dell'opera (pp. 87-115)0
si fonda principalmente su
Antonio da Tempo
e sul Bembo. L'opera di
Dolce, specie nella
sua prima edizione
("), non Osservazioni nella
volgar lingua. Di
31. Lodovico Dolce
divise m quattro
libri. Con privilegio.
In Vinegia appresso
Gabriel Giolito de
Ferrari. La più
completa e corretta
è la seguente:
I quattro libri delle
osservationi di m.
Lodovico Dolce di
nuovo ristampate et
con somma diligenza
corrette. Con le
postille e due
tavole: una de'
capitoli e l'altra
delle voci, et
come si deono
usare nello scrivere.
In Vinegia presso Salicato. Nuove
osservazioni C Trabalza.
q Storia de/la
Grammatica andò esente
né da critiche
né da beffe,
da parte soprattutto
del Ruscelli, col
quale ebbe una
fiera polemica, e
dal Muzio, ai
quali certo non
potevano mancar appigli:
essa è una
compilazione abborracciata
secondo il costume
del Dolce, che
vi mise di
suo ciò che
poteva metterci un
compilatore in questo
periodo, la parte
schematica e 1'
ordinamento, favorendo il
processo di cristallizzazione delle osservazioni
condotte personalmente dai
primi grammatici con
discreto senso della
lingua sulle opere
degli scrittori. Un
piemontese, Matteo Conte
di S. Martino
e di Vische
, riattaccandosi egualmente
al Fortunio, al
Bembo, da cui
forse più di
luce prende ,
e al Trissino,
delle cui dottrine
abbiam visto 1'
applicazione fatta alla
forma petrarchesca, nelle
sue Osservazioni grammaticali
e poetiche della
lingua ita/iana (1),
adottò interamente, con
piccolissime varianti, lo
schematismo dei Rudimenta
gramatices di Perotti
divulgatissimi(!)/ Basti recar
l'esempio della trattazione
del nome. Esso è diviso:
A secoyido la
sustanzia: I proprio;
II comune: 1.
-a) primitivo (es.
Giulio),
primitivo-appellativo
(terra), derivativo proprio (Giuliano); derivativo-appellativo;
corporale proprio (Pietro),
corporale appellativo (huomo);
incorporale proprio e appellativo;
5. univoco proprio
e appellativo; 6.
equivoco proprio o
sinonimo appellativo; B
secondo la qualità:
1. sustanziale a)
proprio; b) aggiuntivo
(epiteto); 2. (il
sostanziale e l'aggiuntivo comprendono
poi) 17 classi
di appellativi: I.
intelligibile al detto
(patre, tìglio); 2. id. (giorno,
notte); della lingua
volgare scelte da
Lodovico Dolce con
gli artifici usati
dal T Ariosto nel suo
Poema. In Venezia
per li Sessa (-8n).
Si devono al
Dolce anche Modi
a/figurati^ e voci
scelti et eleganti, Venezia, 1564.
In Roma presso
Valerio Dorico e
Luigi fratelli. Le
osservazioni poetiche (che
l'autore intitola //
Poeta) sono una
poetica che l'autore
stesso dichiara compilata
sul Filosofo e sui nostri
principali trattatisti,
Dante, Antonio da
Tempo, Bembo e
Trissino; ma riguardano
particolarmente l'elocuzione e la metrica.
1 Nicolai Perotti,
ed. cit. (:t)
Quod est ad
aliquid dietimi? Quod
sine intellectu eius
ad quod dicitur
proferre non potest:
ut fiiius: pater.
(Perotti). Quasi ad
aliquid dictum quod
est? Quod quamvis
habeat contrarium et
quasi semper adherens:
tamen neq. ipso
nomine significat etiam
illud: nec secum
interimit: ut nox:
dies. (Perotti.). gentilizio (greco);
patrio (torinese); interrogativo
(chi?); infinito (quale);
relativo (larga esemplificazione); collettivo (volgo); distributivo
o dividilo (ciascuno);
io. faciisio (crich); generale (animale);
speciale (elefante);
ordinale (primo); numerale
(ventuno); assoluto (Dio); temporale
(ora); locale (vicino); C
secondo la qua?itità,
dal derivativo uscendo
9 maniere: patronimico; comparativo; superlativo;
possessivo; diminutivo; denominativo; verbale; partecipiate; adverbiale. Abbiamo
dunque una cinquantina
di classi o
categorie solo del
nome ! Il
quale ha cinque
accidenti: genere (m.
e f.), mimerò
(s. e p.),
caso (diritto e
obliquo in sei
forme), specie (primitiva
o derivata), figura
(sempl. o comp.);
sette regole (declinazioni): i.a
sing. -a, pi. -e, opp.
sing. -a, pi. -i; i.a
-e, -i, opp.
-o, -i; 3."
-o, -a opp.
-ora; 4." eterocliti;
5.11 -a o -e, -i;
6.a comuni; 7/1
di doppia forma
{lodo, loda). Una
vera ridda. Di
contro a tale
interesse per lo
schematismo, che corrispondeva, anzi derivava
dall'esaurimento dell'attività osservatrice
delle forme realmente
prodotte dagli scrittori,
dalla infecondità stessa
del criterio d'osservazione assunto
fin da principio
e che aveva
dato quanto aveva
potuto dare e
da tutte le
circostanze alle quali
siamo venuti alludendo,
sorse il bisogno
non che di
ristampare le grammatiche
più o meno
originali che s'erano
desunte dalla diretta
osservazione delle opere
letterarie, non che
di ridurle a
metodo, di raccoglierle
come in un
corpo unico d'erudizione
grammaticale, dove le
une integrassero le
altre e sodisfacessero così
all'esigenze ancor vive
e urgenti dell'apprendimento della lingua
e del complicato
maneggio di essa
richiesto dalle teoriche
poetiche e rettoriche.
Per tal modo
si ebbero ben
presto le Osservazioni
della lingua volgare
di diversi uomini
illustri, cioè del Bembo, del
Gabbriello, del Fortunio,
dell' Accarisio e
d'altri scrittori^) (che
si riducono tutti
al Corso), per
opera del Sansovino,
distinte in cinque
libri, quant' erano appunto
le grammatiche integralmente
ristampate, con brevi
relative notizie caratteristiche: del
Bembo (lib. I),
riprodotto specialmente per
la questione dell'origine
e del nome
della lingua, vi
è detto che
imitò YOrator; del
Fortunio (II), che
imitò i Grammatici In
Venezia per Francesco
Sansovino; più volte
ristampate. 132 Storia
della Grammatica antichi
della lingua latina
: del Gabriello,
che ebbe le
regole da suo
zio Trifone; del
Corso (IV), di
cui è dato
il giudizio che
già conosciamo; dell' Accarisio (V),
che ha tenuto
l'ordine de' latini
o per meglio
dir di Donato...
Ma io direi
che innanzi che
altri leggesse le
cose del Bembo,
o del Gabriele,
o del Corso,
si arrecasse innanzi
quelle dell' Accarisio, conciosia
che risolutamente abbozza nella
mente degl' imparanti
le regole pure
et semplici de'
nomi, de' verbi,
e de gli
altri membri di
questa lingua, li
quali appresso ria
poi agevol cosa
il capir ciò
che ne ragionali
gli altri scrittori.
Voglio anco che
lo studioso, habbia
innanzi /'osservatone del
Petrarca fatte dall'Alunno,
la Fabrica e
le Ricchezze pur
del medesimo... Più
tardi un f.
Giovanni da S.
Demetrio, Aquilano, O.F.M.,
diede un manuale
di Regole della
lingua toscana con
brevità, chiarezza, et
ordi?ie raccolte, e
scielte da quelle
del Bembo, del
Corso, del Fortunio,
del Gabriele, del Dolce,
e dell' Accarisio
(son gli stessi
del Sansovino, aggiuntovi
il Dolce) che
trattano quelle parli
che ?iella seguente
faccia si notano:
Nome, Articolo, Pronome,
\erbd, Gerundio, Participio,
Verbo passivo, impersonale.
Avverbio, Preposizione, Interiezione,
Congiunzione, Lettere. Punti.
Accenti, Ortografia, forma
di comporre o
vero scrivere. Le
Prose del Bembo,
già ristampate con
indici e tavole,
furono ridotte a
metodo sotto il
nome di M.
A. Flaminio a
Napoli. Prima degli
Avvertimenti del Salviati, appena
due o tre
grammatichette (")
dell'indirizzo che fin qui
abbiamo esaminato, furon
pubblicate: (*) meritano
appena tra queste
d'esser particolarmente menzionate Venezia. Minturno e
il Tiraboschi ricordano
un'Opera divina sulla
toscana favella di
Giambattista Bacchili i modenese
(Vivaldi, Le Controversie), che
io non ho
potuto vedere. (iraniniatiche vere e proprie
non si posson
chiamare né la
Regola della lingua
losca dell'ortografia volgare
e latina raccolta
da m. Girolamo
Labella dalli discorsi
fatti dal diligentissimo //umanista Girolamo Gafaro
nella Accad. Cafarea.
Novamente mandata in
luce. In Venetia,
Appresso Fr. Rampazetto
(vi si danno
avvertimenti vari sull'art., sui
nomi sost. e
agg., sui pronomi,
sulle coniugazioni: poi
alcune regole ortografiche:
1. santo da
sanctus; 2. dotto
da doctus, ecc.),
uè II Tesoro
della votgar lingua
di Reginaldo Acceto.
In Napoli per
Cacchi (contiene appena XXIII
regole grammaticali delle
CLVIII che secondo Zeno dove
contenere). Capitolo quarto
133 le Regole
della Thoseana lingua
di m. Yinckntio
Menni Perugino, con un
Breve modo di
Comporre varie sorti
di RimeQ), sunterello
elementare del terzo
libro delle Prose
del Bembo e
poco più'(e). Rimasero
inediti alcuni scritti
grammaticali di Alberto Lollio(3) e
nuli' altn che zibaldoni
latino-volgari sono al[In
Perugia per Andrea
Bresciano (di pp.
40 un. nel
recto). Al M.
dobbiamo la versione
della Bucolica (Perugia,
Bianchini) e dei
primi sei libri
dell' Eneide (Perugia, Bresciano. M.
esalta su tutti
il Bembo di
supreme lodi dignissimo
veramente.... Ma perciocché
[le regole in
cui egli ridusse
la lingua toscana]
paiono a molti
ardue, et difficili,
mi è caduto
nell'animo di riducere....
le regole della
Toscana lingua in
brevissimo volume, con
tale facilità, che....
qual si voglia
persona senza alcun
principio di latina
grammatica potrà facilmente
apprendere il modo
del parlare, et
scrivere Thoscanamente: Alla
quale opera ho
voluto aggiungere alcuni
brevissimi precetti circa il modo
del comporre varie
sorti di rime,
acciocché da questa
mia fatica si
possano cogliere vari),
et diversi frutti. Senza
l'aiuto [de' Grammatici]
non possiamo venire
ad apprendere scienza
alcuna. Del Bembo
conserva anche la
dicitura dei termini
grammaticali, e tutti
i criteri d'armonia,
ma meccanizzandoli al punto
da specificare quali
sono le vocali
più buone e
quelle meno buone.
Un punto è
tolto dal Cesano
del Tolomei, quello
cioè in cui
si parla dell'eccezione di
alcune parolette terminanti
in consonante piuttosto che
in vocale {in,
con, per, ecc.).
Come il Petrarca
è il modello
degli antichi, co sì
il Sannazzaro e
'1 Bembo sono
vivacissimi lumi della moderna
poesia. Chiude ponendo
per ordine di
Grammatica e d'Alfabeto
quelle voci che
sono del verso
et non della
prosa, et così
anchora quelle che
alla prosa et
non al verso
si concedono. Cf. Filippo
Cavicchi, Scritti grammaticali
inediti di A.
Lollio in Rass.
bibl. d. lett.
it. Sono in
due cedici della
Com. di Ferrara: a\
tav. di alcune
voci delle Prose
del Bembo (dalla
Historia vinitiana: a
doppia colonna, vocaboli
e frasi, confrontata
col latino, osservazioni
ortografiche e sintattiche,
dichiarazioni storiche,
quasi un indice
analitico); b) brevi
regolette sopra la
volgar lingua (sono
79 senz'ordine, ma
riferentesi a tutte
le parti del
discorso, con esempi
tratti dall'uso vivo,
e riferimenti al
latino, le più
di morfologia, poche
di sintassi); e)
due lunghi spogli
di Dante e
Petrarca (questioncelle metriche);
d) Osservazioni di
M. Giulio Costantino sopra la
volgar lingua; Compendio di
alcune voci proprie
della lingua toscana
e provenzale (ma
delle voci provenzali
promesse non ci dà nulla
affatto: il resto
è un vocabolarietto italiano-ferrarese ì; b)
Proverbi e motti.
A stampa abbiamo
un'Orazione della lingua
toscana, Venezia, ripubblicata
nel 63 e
poi in Prose
fiorentme del Dati.
Il L. è
per l'opinione del
Tolomei, che vuole
doversi chiamar toscana
la lingua. 134
Storia della Grammatica
cune delle molte
abborracciate compilazioni di
cui riempì il
mondo letterario per
più d'un ventennio
Orazio Toscanella, e
elucubrazioni
superricialissime quelli, in
genere, epistolari del
Citolini, il noto
miracolo di natura,
cui già s'è
accennato. Le ristampe
come le raccolte
e le riduzioni
a metodo, che
tennero il campo
in vece di
più recenti grammatiche
dove quasi nullo
era il contenuto
e sviluppatissimo lo
schematismo, e che
anzi impedirono il
moltiplicarsi di siffatte
manipolazioni, se da
una parte attestano
d'una diminuzione di
fervore e d'interesse nella ricerca
diretta o, per
lo meno, d'un'
incapacità ad allargare
e ad approfondire
il campo dell'
osservazione, sono indizio
però, dall'altra parte,
d'un certo bisogno
di mantenersi a
contatto almeno con
la voce e
l'esempio degli scrittori
che più erano
stati studiati, d'un
interessamento confa dire
estetico, più o
meno fervente e
cosciente, verso l'opera
d'arte, piuttosto che
verso lo schema
per sé stesso.
Il cinquecento è
secolo di passione artistica, che
la critica formalistica
non riesce a
smorzare, e pur
sotto l'imperio sempre
più assoluto di essa e
tra lo svolgersi d' una letteratura
grammaticale-retorica
conserva sempre j vivo il
sentimento della bellezza
sia pure esteriore:
passione I multiforme,
che intendeva sodisfarsi
pienamente nel possesso
cTP^ I soli
titoli delle opere
del T. ci
rivelano i caratteri
di certa produzione
scolastica del tempo:
Istituzioni grammaticali volgari,
et latine a
facilissima intelligenza ridotte
da O. T.
della famiglia di
maestro Luca fiorentino: et dichiarate per
tutto dove è
stato necessario, con
piena chiarezza dal
medesimo, fatica utilissima
a tutti quelli
che ad imparare Greco, Latino
e volgare si
datino. Et con
una tavola copiosissima. In Vinegia
Appresso Gabriele Giolito
de' Ferrari. Nella
chiusa, pp. 507-23,
è un trattatello
Dell'ortografia volgare e
punti, e in
fine dichiara che
stamperà a parte
la metrica, e
la grammatica greca che
egli insegna con
la lingua latina.
Ma in codeste
Istituzioni, d' italiano non
e' è che
la traduzione dei
vocaboli e frasi
latine, e la
grammatica è soprattutto
in servizio del
latino. L'ortografia è divisa
in a) parola;
b) punti; e)
accenti. Delle congiugationi
dei verbi qui
non scrivo; perchè
ne ho scritto
a pieno nel
volgareggiare le congiugationi
dei verbi latini;
come si può
veder più su
al luoco loro.
Concetti e forme
di Cicerone, del
Boccaccio, del Bembo,
Venezia per Lodovico
degli Avanzi, Eleganze latine
con i suoi
volgari. Venezia per
Bariletto. Dictionariolum
latino gallicuvi, Ciceroniana
Epitheta, Parisiis per
Michaelem Sonnium.] tutti gli
clementi formali della
prosa e del
verso, e della
lingua voleva saggiare
tutte le essenze.
Un libro che
mirava ad appagare
codesta passione, qualunque
sia il suo
valore speciale come
esecuzione, e che
è sulla linea
di svolgimento che
abbiamo seguita sin
qui, sono i Commentari
della lingua italiana^)
d' un fecondo
quanto abborracciante poligrafo,
Girolamo Ruscelli, usciti
postumi per cura
del nipote nel
15H1, ma terminati
almeno un decennio
innanzi, e composti
tra il 55
e il 70,
nel periodo cioè
in cui si
conchiudeva l'attività
grammaticale esercitata sull'opera
dei primi grammatici
originali, quando già erano
usciti i Tre
discorsi a Dolce, coi
quali il Ruscelli
aveva preso posto
fra i grammatici
del suo tempo.
Questi Commentari sono
un grosso zibaldone
di 574 pagine
in-8": de' sette
libri onde si
compongono, solo il
secondo, che però
è il più
lungo, tratta di
vera e propria
grammatica: il primo discorre
dell'origine e dell'eccellenza della
favella ; il terzo
è un' epitome
del secondo, in
servizio de' meno
introdotti; il quinto
è un ricettario
degli vitii da
fuggire, ma non
di quelli commessi
da' forestieri o
dagT Italiani delle
varie Provincie, sì
bene da' Toscani
o Toscanizzanti, e
ne parla sistematicamente seguendo l'ordine
delle parti del
Discorso (Articolo '
parte principale del
Nome ', Nome,
ecc.), per ciascuna
delle quali fioccano
i vitii, libro
ben caratteristico del
purismo grammaticale del Ruscelli
(?); gli altri
sono un miscuglio
di precetti di
ret In Venezia
per Damian Zenari.
Dei Commentarti della
lingua italiana del
sig. Girolamo Ruscelli
Viterbese, Libri VII.
In Venetia, appresso
Zenaro, alla Salamandra. Dobbiamo al
Ruscelli Tre discorsi
al Dolce: Atmotazioni
sopra il Decamerone,
Annotazioni al Furioso,
un Vocabolario: più
un Dialogo ove
si ragiona della
ortografia, cioè del
modo di regolatamente
scrivere, così nelle
parole come ne
gli accenti, et
ne' punti. Cavato
novamente dalle scritture
di m. Girolamo
Ruscelli. Et agiuntovi
la sottoscrittione, et
soprascrittione di componimenti
di lettere. In
Venetia, Appresso Pietro
de' Franceschi. (")
De' vitii son
fatte due categorie:
a) contro l'eufonia
(il spirito, il studio
non lo spirito,
lo studio; ma
li scogli non
gli scogli); b)
contro la grammatica
('vitii espressi'): l'osservo/gli
osservo, con il/col,
con i/coi, dalli/da
i, d' i/de i,
per i/per li,
de '1/del, el/il,
gli, o li/a
loro, a lei, i/li, o gli/a lui,
cotesto per questo/questo, le gente/le
genti, dua/due, leggeno/eggono, pariamo/par- [torica grammaticale
(Dell'ornamento): specchio, per
quanto appannato, se
non riassunto, delle
varie indagini condotte
sull'organismo della lingua dai
precedenti grammatici e
retori, le cui
opinioni vi sono
spesso richiamate, con
le antiche e
nuove definizioni di termini,
con la loro
varia nomenclatura; ricco
di confronti dell'italiano
con altre lingue,
specie la ebraica;
discorsivo, frondoso. Da alcuni
luoghi della trattazione
degli articoli e
de' verbi, parrebbe
che il Ruscelli
avesse dovuto aver
sott'occhio la prima
Giunta castel vetrina (1562),
ma del metodo
del grammatico modenese,
egli è la
negazione: la sua
è grammatica empirica; il
suo principale maestro
e autore è
il Bembo. Fu
raccomandato dal Lombardelli
con qualche riserva,
e dal Meduna,
ma biasimato da
altri, e specialmente
da un intendente
sicuro di cose
linguistiche, il Borghesi.
Ma non è
sull'ordinamento e la compagine
del libro né
sulle trasgressioni contro
la lingua, che
si ferma la
nostra attenzione, sì
bene sul principio
che serve di
fondamento alla grammatica,
logica e necessaria
conchiusione
dell'elaborazione a cui
avea dovuto soggiacere:
il principio della perfetta
regolarità, dell' ordine
più assoluto della
nostra divina favella,
col quale è
accolto nel corpo
della gram liamo
{havemo, senio si
possono adoperar con
discrezione, perchè li
adoperano anche i
Trecentisti), amono =
amano, andavo =
andava, andorno, andassimo,
andaressimo, andarci, venesti,
contenirà, odesti, habbi,
facci, ecc. Questa
trattazione rettorica incorporata
in un trattato
grammaticale dimostra che ormai
la poetica in
quanto elocuzione si
era staccata dalla
rettorica e che
la prosa richiedeva
una trattazione a
parte. R. altresì
può giovare et
a' principianti, ed
a gli introdotti,
parlo, ne' Commentari;
perchè tratta la
nostra Gramatica distesamente
declinando, e dando
molti avvertimenti comuni,
e utili. Ha
ben certe oppenioni che se non
gli passano agevolmente, e spende anche molte parole nel suo discorrere,
riavendo hauto per natura dell'Asiatico. Ne'discorsi a Dolce ricerca di belle
sottigliezze, e contengono
un certo gastigo
di coloro, che
troppo ardita, e
baldanzosamente si mettono
a scrivere in
questa lingua. Nell'Annotazioni al
Furioso, e sopr'
al Decamerone, e
nel detto Vocabolario,
dichiara e voci
e modi di
dire, ove un
forestiero può imparare
assai. Fu studioso
di più lingue, e
di questa particolarmente: onde
mi sovvien d'avvertire,
che egli corresse,
o illustrò molti
scrittori: per lo
che si potranno
quasi legger sicuramente,
quando nel principio
si troverà suo
proemio, giudizio, censura,
o elogio. I
fonti.] matìca tutto ciò
che è regolato
(l), e ripudiato,
cacciato nel vocabolario,
come in luogo
di pena, tutto
il resto che
non si presta
a misurazione, o
abbandonato a sé
stesso: lo spirito
estetico animatore della favella
è così completamente
distrutto, e conservata
dell'espressione soltanto la
forma geometrica. La
ripugnanza all' irregolare
si esprime nel
Ruscelli in una
forma che ha
del comico, come
(piando se la
prende coi moltiplicatori delle
difficoltà con dir
Muta in questo,
Togli in quello,
Aggiungi in quell'altro. Né
codesto principio è
professato così all'ingrosso:
anzi è dedotto
a fil di
logica, in un
ragionamento che vai la
pena di riassumere,
e porre qui
come pietra miliare
sul cammino della
nostra storia. Prima fu
il parlamento che
le leggi sue.
L' uomo ha
da Dio o LA NATURA (GRICE)
il dono
di comprender coll’intelletto e ESPRIMER
COLLA FAVELLA quanto si contiene
nella gran macchina
dell'universo in forma
perfettamente ordinata,
ripugnando la mente
nostra dal disordine.
Onde nell'osservazione delle lingue,
i grammatici scartarono
tutto ciò che
è scorrezione d'ignoranti, usando
dello stesso criterio
de’giudiziosi che nel
fare le regole
delle bellezze d'un
corpo, o d'un
volto, elessero o
i volti più
belli, e più
conformi con l'ordine,
riuscendo a prevalere sull'USO SCORRETTO (Grice: meaning not = use) di chi
neh' usarla o nel
porla in regola
s'attenne al peggio.
La nostra grammatica
si stampò sulla
latina per la
dipendenza della nostra
lingua e anche
della greca, e
l'averla compilata primi
il Bembo e
altre persone rare,
fa che non
gioverebbe rinnovarla. Perciocché,
s'ella fosse lingua
[l'italiana], che hor
nascesse, et che
noi fossimo i
primi che la
riducessimo in osservatione,
et in regole,
ci governeremmo con la
ragione, et con
l'ordine della Natura,
come fanno gli
Ebrei, et come
nella Greca era
opinione d'Aristotele, cioè che le
parti del parlamento
fossero solamente tre...
Et in queste
potean veramente contentarsi
di divider la
loro i nostri
Latini, et ogn'altra
natione. Nondimeno, perchè,
come cominciai a
dire, non scriviamo
hora regole di
lingua, che hor
nasca nella sua
grammatica, et perchè
ancora questa nostra
ha fondamento, imi
Nel secondo de'
Tre discorsi al
Dolce (Venezia, cioè
nelle Osservazioni di
lingua volgare, infierisce
contro l'autore delle
Osservazioni anche perchè
oltre ai discutibili
errori di grammatica vi
aveva trovato scorrezioni
di questo genere:
lotto per lóto,
ametto per ammetto
e Ameto, bevvo
per bevo. 13S
Storia della Grammatica
tatione, ornamento, et
forma dalla Latina,
per questo parve
a i nostri
di volerle tenere
congiunte, et conformi
tra esse quanto
più sia possibile
ne i modi
principali, et nell'ordine
universale di tutto
il composto con
le sue parti
(pp. 72-6). Insomma,
il Ruscelli in
omaggio alla venerabile
antichità, all' imperio
della tradizione, mantiene
la grammatica così
come lui T
ha trovata, ma
se la cosa
dipendesse da lui,
ne divorerebbe per
lo meno due
terzi: tanti ne
sono superflui, e la ridurrebbe
a due o
tre categorie, sotto
le quali dovrebbe
ubbidire servilmente l'umano pensiero,
inquadrandovisi nel più
perfetto ordine.
Giustificare e difendere,
di fronte e
di contro il latino, la
lingua volgare, studiare
i mezzi adatti
a condurla alla
perfezione, secondo la corrente
concezione del linguaggio,
era ornai intento
comune de' letterati
italiani: la differenza
sorgeva ne' criteri
da adottarsi per
conseguir codesto intento,
differenza che corrispondeva
alla varietà della
cultura, delle disposizioni,
e delle condizioni
etniche de' letterati
medesimi. La dottrina
bembesca raccoglieva le
maggiori adesioni, anche
presso i Toscani,
i quali, però,
come quelli che
sapevano di non
essere stati punto
estranei al movimento
in favor del
volgare e, si
badi, al tentativo
di una legiferazione
grammaticale di esso
nel fatto, codesto
movimento nel Quattrocento
era stato quasi
esclusivamente toscano, anzi
fiorentino, né tra
il chiudersi dell' un secolo
e l'aprirsi dell'altro,
rispetto alla sorta
attività degli altri
Italiani, era punto
diminuito l'interesse de'
Toscani per la
loro lingua non potevano
aver caro che [Sensi, M.
Claudio Tolomei e le controversie
sull'ortografia italiana. Nota
da tener presente
anche per altri
luoghi di questo
capitolo. (2) A
non rammentar molte
prove, basti la
cit. lettera di
Alessandro de' Pazzi a
Francesco Vettori, e il
Dialogo du Machiavelli, donde
appare quanto vivo
fosse in Toscana
e in Firenze
il culto dell'
idioma natio e l'
interesse che si
poneva nello studiarlo
anche analiticamente. Tra
i criteri onde
negli Orti si
140 Storia della
Grammatica i non
Toscani si fosser
mossi e gareggiassero
a discorrer di
lingua toscana e
a dettarne le
regole: una tale
legiferazione non poteva
non risolversi in
una violenza contro
il loro senso
linguistico, tanto maggiore
quando a fondamento
di quelle regole
non era assunta
la toscanità trecentesca,
ma l' italiano parlato
presentemente nelle varie
corti d' Italia.
Sicché, tra le
cercava di determinare
le affinità e
le differenze tra
le varie lingue
e i vari
dialetti, si applicò
anche quello strettamente
grammaticale. Il Machiavelli,
appunto, ci dice:
e dicono che
chi considera bene
le otto parti
dell'orazione, nelle quali
ogni parlar si
divide, troverà che
quella che si
chiama verbo, è
la catena, ed
il nervo della
lingua, ed ogni
volta che in
questa parte non
si varia [cioè
non c'è differenza
tra la lingua
e lingua], ancoraché
nelle altre si
variasse assai, conviene che
le lingue abbiano
una comune intelligenza,
perchè quelli nomi
che ci sono
incogniti, ce li
fa intendere il
verbo, il quale
infra loro è
collocato, e così
per contrario dove
li verbi sono
differenti, ancoraché vi fusse
similitudine ne' nomi,
diventa quella lingua
differente: e per
esemplo si può
dire la provincia
d'Italia, la quale
è in una
minima parte differente
nei verbi, ma
nei nomi differentissima, perchè
ciascuno Italiano dice
amare, stare e
leggere, ma ciascuno
di loro non
dice già deschetto,
tavola, e guastada.
Intra i pronomi
quelli che importano
più, sono variati,
siccome è mi,
in vece di
io, e ti,
per tu. Quello
che fa ancora
differenti le lingue,
ma non tanto
che elle non
s'intendano, sono la
pronunzia, e gli
accenti. Li Toscani
fermano tutte le loro
parole in sulle
vocali, ma li
Lombardi, e li
Romagnoli quasi tutte le
sospendono sulle consonanti,
come Patte, Pan.
Discorso. Qui abbiamo un
germe, se non
un cenno schematico
di grammatica italiana,
ed è il
primo, come s'è
già osservato, nel Cinquecento
avanti delle Regole
del Fortunio. Il
più notevole è, oltre
la verità estetica,
che con questo
e con altri
argomenti il.Machiavelli dimostra
acutamente l'origine fiorentina
della lingua letteraria d'Italia. Quella
lingua si chiama
d'una patria, la
quale converte i
vocaboli ch'ella ha
accattati da altri,
nell'uso, ed è
sì potente che
i vocaboli accattati
non la disordinano,
ma ella disordina
loro, perchè quello
ch'ella reca da
altri lo tira
a se in
modo, che par
suo.... Ma tinello
che inganna molti
circa i vocaboli
comuni, è, che
tu [Dante], e
gli altri che
hanno scritto, essendo
stati celebrati, e
letti in varj
luoghi, molti vocaboli
nostri sono stati
imparati da molti
forestieri, ed osservati
da loro, talché
di propri nostri
son diventati comuni.
Quanto poi sia
calzante la dimostrazione
che Dante scrisse
in fiorentino, è cosa
già ben assodata.
Non così esatta
è l' interpretazionidel trattato
dantesco, ma il
dedottone ammaestramento, gli
uomini che scrivono
in quella lingua,
come amorevoli di
essa, debbono far
quello ch'hai fatto
tu [Dante], ma
non dir quello
ch'hai detto tu,
è tra le
cose più acute
che siano state
osservate in tanto
e tale dibattito.
Capito/a quint 14
[ voci ili
protesta impregnata talvolta
di sarcasmo, venner
fuori ben presto
anche inviti ad
accingersi alla compilazione
della grammatica. Il
Norchiati nel dedicare
al suo molto
honorando messer Pierfrancesco
Giambullari il Trattato
dei Dittonghi^, constatando
che rin allora molti
non Toscani avevano
scritto ordini, regole
e modi d'imparar
la lingua, senza
voler giudicare, pur
ringraziandoli, se avessero
giovato o no,
ammoniva che era ormai
tempo che i
Toscani si ponessero
a dettar essi
quelle regole: ciò
che egli intanto
faceva per i
dittonghi. E nel
trattatello notevole, nell' esaltare sui
Greci e Latini
i suoni Toscani,
assai più abbondanti,
perchè rendono gratia
et leggiadria inestimabile
all'orecchio , osserva
che al pronuntiar
bene quadrisona {tuoi)
bissogna grandissima pratica
et attitudine a far sonare
in essa gli
quattro suoni delle
sue quattro vocali,
senza lassarne adietrio
o gittarne via
alcuno: e che
tutti si sentino
chiari speditamente in
tal pronuntia, come
noi in Firenze,
e gli altri toscani
con grandissima facilità,
sonorità, et dolcezza
perfettamente pronuntiano; e
avvertiva che nell'elisione
i fiorentini non gettai:
via nulla, pronunziando
assa' meglio 1'
i che non
sappian fare i non Toscani.
Il Lenzoni nella
sua Difesa della
lingua fiorentina se
la prendeva più
tardi coi grammatici non Toscani
che pretendevano insegnar
la grammatica, e,
con una certa
bravura schermistica, postillava
in margine le
sue osservazioni con
questi motti: questo
va al Ruscelli
et all'Alunno, et
questo al Bembo.
Ma all'elaborazione della
grammatica volgare i
Toscani avevano contribuito anche
a prescinder dalla
grammatichetta vaticana e
contribuirono più di
quanto essi stessi
non credessero, e certo
con effetti assai
migliori per lo
sviluppo delle idee
sul linguaggio. (M
Trattato de Diphthongi
Toscani, di messer
Giovanni Norchiati canonico di S. Lorenzo.
In Vinezia per
Giovanni Antonio di
Nicolini da Sabio.
Ad instantia di Sessa. Difesa della
lingua fiorentina, e
di Dante con
le regole di
far bella, e
numerosa la prosa.
In Firenze per
Lorenzo Torrentino. Fu
pubbl. da Cosimo
Bartoli, e avrebbe
dovuto esser pubblicata
dal Giambullari, che
preparò per la
stampa, gli appunti
lasciati dal Lenzoni.
La p. Ili
è costituita tutta
di frammenti. Dalla
pag. 76 incomincia
la mano del
Giambullari. 142 Storia
della Grammatica I
Toscani, che si
trovavano in possesso
della lingua adottata dalla letteratura,
non sentirono mai
il bisogno d' apprenderla dai libri,
e nello sforzo
di perfezionarla, secondo
l'esempio dell'Alighieri, perchè
potesse competere con le lingue
classiche, non solo
non perdevano il
senso della parola
viva, ma eran
condotti a dar
assai minor importanza
al precetto grammaticale,
che seguiva non
produceva il fatto
linguistico: questo affermarono il Tolomei,
il Gelli e
il Salviati medesimo.
Essi, vedremo, ammettevano
la possibilità e
l'opportunità della grammatica
sol quando si
fosse potuto giudicar
giunta alla sua
perfezione, la lingua,
e le attribuivano
ufficio di conservazione, più
che di regola. Questa riconosciuta
forza intima del
linguaggio, la sua
capacità a svolgersi
e perfezionarsi sotto
il soffio delle
idee e della
civiltà progredienti è
il vanto della
scuola toscana, anche
se la grammatica
che ne usci,
quella del Giambullari,
non supera d'un grado
solo la contemporanea
letteratura grammaticale, e
tutto il movimento
toscano non potè
sottrarsi al dominio
dello spirito classico.
Alcune delle idee
espresse nel suo
Dialogo dal Machiavelli,
vero principe, per
l'altezza del suo
punto di vista,
di questa scuola,
valgono assai più
di parecchie grammatiche
di questo periodo
prese insieme: come
quella già riferita
sulla forza che
ha la lingua
particolare d'un popolo
intellettualmente forte, di
convertire in proprio
uso i vocaboli
accattati da altri,
non solo senza
rimanerne disordinata ma
in modo da
disordinar essa loro,
perchè quello ch'ella
reca da altri
lo tira a
sé in modo,
che par suo:
concetto a cui
non mancherebbe nulla
per esser profondamente
estetico, se nella
mente del Segretario
fiorentino il linguaggio fosse
stato tutt'uno con
l'espressione, perchè, nel
vero, il realmente
parlato non è
se non il
vecchio materiale linguistico
rielaborato nelle nuove
espressioni. Nello studio
grammaticale, storico e
poetico della lingua
che si fece
per oltre un
trentennio, dal sorgere
delle controversie ortografiche
all'inaspriménto della battaglia
linguistica provocata dalla
famosa Canzone de'
Gigli d'oro, il
senese Claudio Tqlprnei,
si può dire
che faccia parte
per sé stesso
in virtù della
sua maggior cultura
e penetrazione filologica,
onde anche'a ragione è
reputato uno de'
più fecondi precursori
della grammatica storica. Non
digiuno di filosofia,
cultore appassionato delle
muse, oratore politico
di qualche nerbo,
epistolografo de' meno
sonnolenti, egli cercò
sempre di slanciarsi
a più alto
volo che le penne
del puro grammatico
non consentano, benché
la grammatica restasse pur
sempre la sua
principale occupazione, e
alle scoperte e
innovazioni ivi fatte,
ortografiche, metriche, fonologiche, sia legata
la sua rinomanza.
Stando alle testimonianze
che si posson
raccoglier dalle sue
lettere, il suo
animo fu sempre
diviso tra le
compiacenze che pur
gli procuravano i
resultati in gran
parte nuovi delle
sue ricerche e
il fastidio che
un tale studio
recava con sé.
In una lettera
al signor Alessandro V. dichiara
d'aver trovato per
li campi della
grammatica... più tosto spine
che fiori ,
e chiama la
grammatica cosa fastidiosissima. Non
che non la
ritenga una scienza
vera e propria
come le altre;
non che giudichi
inutile l'apprenderla come
corpo di dottrina
e come mezzo
indispensabile alla piena
intelligenza degli scrittori;
ma nega che
possa mai apprendersi
indipendentemente dallo studio
degli autori, e
annette la più
grande importanza a
la destrezza del
maestro, il qual
deve con bei
modi infiammare il
discepolo a li
studij, sforzandosi di
agevolarli, e addolcirli
queste vie spinose
de la Grammatica,
acciocché si possa senza
troppo offesa caminare.
Lo scritto che
ora tocca più
davvicino il nostro
tema, è il
Cesano, divulgatissimo, e meditato,
se non abbozzato,
contemporaneamente alla collaborazione al
Polito del Franci.
Consta nella Delle
lettere di m.
Claudio Tolomet, libri
sette. In Venetia,
Appresso i Guerra.
Cesano, Dialogo di
m. Claudio Tolomei,
nel quale da
più dotti Huotnini
si disputa del
Nome, col quale
si dee ragionevolmetite chiamare la
volgar lingua. In
Vinegia Appresso Gabriel
Giolito De Ferrari,
et Fratelli, MDLV,
pp. 198-9. Sulla
composizione, la fortuna
e i manoscritti del Cesano,
e le sue
relazioni col trattato
dantesco, è da
vedere l'importante %
2, Le allegazioni
di Tolomei della
più volte cit.
Introduz. del Rajna
alla 'sua ediz.
crit. del De
Vu/g. Eloq.. p.
LX sgg. Il
Dialogo ci riporta
a Roma e
agli anni 1524-5;
il signor mio Illustrissimo a
cui il Cesano
è diretto, sarebbe
il card. Ippolito de'
Medici, patrono del
Tolomei, che apparisce
propriamente a' suoi
servigi da una
lettera; è probabile
che a scrivere
il Cesano deva
il Tolomei essersi
messo per effetto
del mancato Concilio
di cui s'è
parlato. Del Cesano,
a conoscenza del Rajna,
sono quattro testi
a penna: uno
è a Firenze
(Magliabech.), due si
trovano a Siena
(Bibl. Com., G.
e K, e
il quarto è
a Roma, alla
Vittorio Emanuele (Fondo
S. Pantaleo, S6
[5.8]. Il romano
fu nelle mani
di Celso Cittadini,
il quale, per
144 Storia della
Grammatica '-1 esposizione
del Cesano di
due parti oltre
l'obbiettiva esposizione delle
teorie del Bembo,
del Castiglione, del
Trissino, del Pazzi:
T una, generale,
riguarda il linguaggio
e il nome
da dare alla
lingua volgare, l'altra,
speciale, il confronto
tra le forme
del latino e
quelle del toscano,
propugnato dal Tolomei.
Il parlare ,
basterà metter in
rilievo alcuni particolari
pensieri per riassumere
la questione speculativa, a
gli huomini è
naturale, ma i
vocaboli, che le
cose ci mostrano,
sono non dalla
natura: ma dall'arte,
o dal caso
in sul fondamento
della natura formati,
la quale ci
fece tutti et
disposti al parlare,
et a sceglier
la lingua in
queste parole et
in quelle. Né
fu mai l'oppinione
di Nigidio Figulo
ricevuta per vera,
il quale istimava
che tutti i
vocaboli fossero naturali,
perchè quantunque alcuni
se ne trovino,
che par sieno
dalla natura, et
midolla della cosa,
che significano, cavati
fuori: come strepito,
crepito, fischio, tuono,
et altri simili
a questi non
però il monte
grande de' vocaboli si
governa da [questa
avvertenza. E come
sorgono le lingue
particolari? Il parlar
chiaro , cioè
la facoltà di
esprimer chiaramente i propri
pensieri, data dalla
natura all' uomo
( non alli
angeli per non
esser loro necessaria,
non alle bestie
per non esserne
degne ), riceve
ne' suoi effetti
varie modificazioni dalla varietà
de i tempi,
et la differentia
de' luoghi, che
sono sempre di
diversi vocaboli et
di diverse lingue
produttrici . E superfluo
avvertire qui l'eco
delle antiche dispute
circa l'origine del
linguaggio: a noi
importa rilevare l'importanza
che ha l'averle
riprese, e l'applicazione fattane.
Non essendo altro
vero Idioma, che
un raccoglimento di
più e più
vocaboli ordinato a
servire a una
diversità di più
huomini per potere
isprimere i secreti
de gli animi
loro, certo di
coloro sarà sempre,
compiacere, a quanto
pare, al desiderio
di Belisario Bulgarini,
che doveva esserne
il possessore, vi
segnò molte correzioni,
tenendo a riscontro
la stampa del
Giolito, e spesso
vi restituì le
usanze linguistiche
dell'autore di cui
nessuno per certo
poteva avere maggior
pratica di questo suo
grande depredatore. La fonte del
Tolomei parrebbe risultare il
codice di Grenoble
del De l'ulg.
Eloq. La prerogativa del Tolomei
si riduce secondo
ogni verosimiglianza ad
essere il primo
studioso a cui
apparisca noto il
codice del D.
V. E. che
perverrà nelle mani del
Corbinelli, e forse
l'avrà visto a
Padova nell'estate o autunno
del 1532 nell'occasione di una sua
andata in Austria. che
da teneri anni
con le madri
et co i
padri hanno imparato,
et poscia cresciuto
ad ogni movimento
del pensier loro,
con gli altri
di quella Città
parimente usato. Cosi
è naturale che
il Tolomei prenda
posizione pel se?iese,
lasciando che il
Bembo adduca le
ragioni in favor
del nome volgare,
il Trissino per
Vitaliano, il Castiglione
per il cortigiano,
e Alessandro de'
Pazzi pel fiorentino.
Affermato il carattere
peculiare de' vari
Idiomi, esce in
un'osservazione acuta, che,
se meglio meditata
e fecondata, avrebbe gettato
un insolito sprazzo
di luce sulla
natura del linguaggio,
là dove afferma
che il parlar
prima dee esser
notissimo a colui,
che lo parla,
perchè con lui
è più unito,
che con alcun
altro. Di qui
al riconoscere che
il linguaggio è
individua creazione
spirituale il passo
non sarebbe stato
davvero lungo. Dalla
questione speculativa passando
alla storica, il
Tolomei si fa
a seguire le
vicende della nostra
lingua, derivandola dalla
trasformazione del latino
operata, come si
credeva general Su
questo punto, che,
come sappiamo, non
è una scoperta
del Tolomei, mentre
è suo peculiar
vanto l'aver tracciate
alcune ben ferme
linee di grammatica
storica, debbo osservare
che mi sembra
caratteristico
l'atteggiamento onde il
Tolomei guarda il
problema. Il filologo moderno,
descrivendo il trasformarsi
della parola latina
nelle varie parole
romanze, non solo
tratta il suo
tema, sereno, senza
predilezione per il
latino o per
i nuovi volgari,
ma vede in
quella trasformazione un
fatto che si
svolge naturalmente con
le sue leggi
precise e costanti,
un divenire continuatamente regolare,
che, quasi facendo
scomparire agli occhi
di lui l'esistenza
di due lingue
distinte, attira sopra
di sé tutto
il suo interesse
e glielo esaurisce.
Invece, il Tolomei,
volendo dimostrare che la lingua
toscana è propria lingua, indipendente
dal latino, bella
per conto proprio,
e libera da
ogni debito verso
quello, ha sì
coscienza di quella
trasformazione e, se
non nel Cesano,
ne' suoi trattati
inediti, ne addita
e ne determina le
leggi, ma guarda
il fatto non
come una necessità,
in cui il
latino almeno come
materia ha la
sua funzione, ma
quasi come un
continuo sforzo di
riazione e di
ribellione compiuto dal
volgare per differenziarsi dal
latino, staccarsene, anzi
voltargli bruscamente le
spalle, per ricomparirgli
poi dinanzi, sotto
forme nuove e
in abito di
gala per dirgli,
tra il gnive
e il canzonatorio,
' eccomi qua,
ci sono anch'io,
e posso anche
misurarmi teco'. Questa
è l'impressione che
desta la lettura
del Cesano; onde
non è maraviglia
che chi potè
esser informato dei
discorsi del Tolomei
o direttamente o
indirettamente, fosse tratto
ad attribuirgli l'erronea
opinione che il
toscano non derivasse dal
latino: Non vi
concedo , si
fa dire al
Tolomei nel Diati. Trabalza. io
146 Storia della
Grammatica mente, dalle
incursioni barbariche e
dalla questione storica
è condotto a
comparare le caratteristiche del
toscano con quelle
I del latino,
concludendo che, se
bella è la
lingua latina, nulla
/ deve invidiarle
la nostra che,
pur essendo stata
manomessa dai barbari,
si piegò mirabilmente
a esprimer con
arte efficace i|
nuovi pensamenti del
popolo e si
concretò e si
organò in opere
di letteratura immortali.
Ecco i risultati
di tale comparazione
dedotta per tutti
gli -4 ordini della
grammatica, e che
riesce, però, quasi
a un abbozzo
della grammatica stessa
del toscano: 1.
I suoni e
gli ' elementi
' (lettere), come
fu dimostrato dal
Polito, non son
più nel Toscano
gli stessi che
eran nel latino, perchè alcuni
di quelli si
perdettero ed altri
se ne produssero di
nuovi. 2. Nella
testura degli elementi
il Toscano fugge
l'asprezza come non
fa il Latino:
a) due mute
diverse che fanno
aspra testura il
Toscano non le
tollera; ò) né
ogni muta può
trovarsi innanzi alla.S;
e) lo /
e lo V
liquido si usa
dopo ciascuna consonante,
che addolcisce con
quel distruggersi et
liquefarsi tutta la
parola : nel latino
questo avviene solo
in due casi. IL LATINO fugge generalmente
il RADOPPIAMENTO delle consonanti.
Nulla di
questo aggrada più al Toscano.
logo del Valeriano,
messer Giangiorgio, che LA
LINGUA TOSCANA si' peggior della
cortigiana, o come
voi dite, della
commune, perchè si
discosti più della
latina; ne vi
concedo, che la
toscana venga dal
latino, perchè è lingua
propria e separata,
e indipendente, et
ha le sue
proprie inflessioni, e
forme, e figure,
et eleganze di
dire forse assai
più, che non
ha la latina.
Et come questa
vostra commune, Italica
dite esser derivata
dalla latina, così
la toscana moderna
potemo creder, che venga
dall'antica lingua Etrusca,
ecc. Aggiungerò che
il tentativo di
riformar la nutrica
italiana, secondo quella
classica, mosse nel Tolomei
dal medesimo principio
della virtuosità e
dell'eccellenza del toscano rispetto
al latino. Ora
questo atteggiamento in
uno che pur
seppe stabilire qualche
principio irrefutabile di
grammatica storica, da che era
determinato se non
dalla coscienza della
bellezza della nuova
lingua, cioè dall'attribuire alla
parola viva la
virtù artistica propria
dell'espressione? Ma qui
debbo avvertire che,
come vedremo parlando
del Cittadini, codesto
atteggiamento muta nelle
operette grammaticali inedite,
dove di proposito
s'indaga il modo
della derivazione dell'italiano. Lo L
in mezzo delle
mute e delle
vocali cambiasi nel
Toscano in un / liquido
('pieno, chiave, fiato'):
e i vocaboli
in cui lo
L si trova
(come in '
Plora, implora, splende,
plebe') • non
furono presi dal
mezzo delle piazze
di Te scana: ma
posti innanzi da
gli scrittori :
il popolo avrebbe
detto ' piora,
implora, spiende, pieve', come
di quest'ultimo ne
habbiamo manifesto segno, che
volgarmente pieve si
chiama quella sorte
di Chiesa ordinata
alla Religione d'una
Plebe. I vocaboli
latini finiscono spesso
in consonante, o
mute, o liquide,
o mezze vocali:
il Toscano termina
sempre in vocale,
tranne alcuni pochi
monosillabi (' non,
in, con, per,
il, ver =
verso, pur, ancora
che il Boccaccio
usi pure ').
Questi fenomeni avvengono
nelle ' pure
dittioni ', ossia
in quelle di
formazione popolare. 6. I vocaboli
si partono da
la natura o
per prolungamento o accrescimento
e per accorciamento
(cfr. il d
eufonico e epentetico;
i suffissi '
facissigliene gli si ce ne
fa ', nel
primo caso; nel
secondo, oltre la
sinalefe, comune ai
Latini, Greci e
Toscani, il troncamento
delle sillabe in
liquida / m
n r, spesso
anche quando la
liquida sia doppia:
' augel, han
= augello, hanno
'): a) codesto
troncamento non può
aver sempre luogo
in causa dell'accento: nel
Toscano non si
patisce mai che
per qualunque o
accrescimento, o sminuimento
della medesima dittione
l'accento trapassi di
una sillaba in
un' altra ;
non è possibile
il troncamento nel
fine de' nomi
femminili in a,
tanto nel sing.
che nel plur.
Gli altri casi
raccogliere con ogni cura
minutamente lascieremo a
coloro, che la
Toscana Grammatica ci
vogliono interamente insegnare.
A noi basta
per hora intender,
come questa usanza
dello sminuir così
le parole nel
fine, è bella
et varia, et de' Toscani
molto propria. Ma
passiamo più oltre
a ragionare di
quegli ornamenti, che
vestono la parola, che
sono tempo, accento
et fiato, overo
aspiratone, et veggiamo per
Dio se in
questa parte ha
la nostra lingua
ricchezza alcuna propria,
che a' Latini
renderla non bisogni.
La quantità. Noi
non abbiam più
lunghe e brevi,
benché et forse
non senza ragione
io non istimi,
che ancora nella
lingua nostra vi
sia la misura,
tempo lungo et
breve, lo quale
se conosciuto ben
fusse a musiche
regole temperato, vie
più dolce renderebbe
il parlare et
il comporre de'
Toscani. Vedremo dell'esito
della folta caccagio?ie
alla quale annunziava il
Tolomei di porsi
per ritrovarli e
dell'uso che dei
trovamenti egli fece
nella sua nuova
poesia. \J accento.
Più largo certo
et più spazioso
è '1 corso
de gli accenti
Toscani, che non
è quel de'
Latini , che
non s'estende più
là dell'antipenultima, mentre
i Toscani si
sospendon lontan dalla
line otto sillabe,
quattro per conto
della prima parola,
et tre per
conto delle affisse:
es. ' favolanosicenegliene '. E
torna a ribadir
la regola dell'immutabilità dell'accento, ancora,
che vi si
aggiunghino quattro particole,
ciò che non
avvien del Latino,
dove l'enclitica que
basta a trasportar
l'accento di pattern
all'ultima sillaba: patremque. L ' aspiratio?ie
è anche diversa,
perchè i Latini
aspiravano il principio delle
sillabe, se pur
honor e hieri
e simili non succedessin dal
greco, mentre i
Toscani non aspirano
niuna sillaba che
habbia in principio
la vocale, ma
quelle sole, che
incominciano da quattro
lettere, et l'altre
due giunte dal
Polito, secondo eh'
egli brevemente et
per verissime regole
ne parla, nelle
quali non si
trova simiglianza alcuna
con l' aspiratione latina.
io. I dittonghi
toscani o non
si spatriano per
la Toscana quali
erano i cinque
latini, o molti
più di questi
senza dubbio alcuno.
Gli articoli. Usangli
anchora i toscani, come i greci,
e ne'
maschi et nelle
femmine e nel
maggior numero, et
nel minor differenti.
Li quali oltre,
che distinguono l'un
sesso dall'altro, et questo
numero da quello,
hanno forza di
terminare et far
più certa quella
cosa, alla quale
sono applicati. Et
evi differenza di
sentimento in quelle
parole, che hanno
l'articolo in quelle,
che non lo
hanno. I casi.
Variasi per cagione
de' casi molto
più. La struttura (sintassi
de' casi). Et ordina
senza dubbio diverso
in tutto et
differente forma di
struttura. La tela et V
orditura delle nostre
parole (costruzione) son
diversissime nell'una e
nell'altra lingua, com'è
dimostrato dalle traduzioni, perchè
chi voglia far
toscano Cicerone o
latino il Boccaccio
col medesimo filo e corso
di parole, s' avvedrà
chiaramente quanto la
prima fatica sia
sciocca, la seconda
fasti-' diosa. E
sintetizzando le riassunte
osservazioni, conclude: Che direni
dunque? non esser
questa propria lingua,
(piando et ne'
suoni.Ielle voci sue,
et nella struttura
delle sue lettere
insieme, et nel
finimento delle parole,
et nel modo
dell'accrescere, o sminuire
quelle, ne' gli
accenti, et ne’tempi,
nell' aspirationi. Che più?
ne' dittonghi, ne'
gli articoli, ne'
casi, nelle costruttioni,
et ordinatimi delle
parole, nelle figure
del dire, et
finalmente nella maggior parte
delle cose sia
dall'antica Romana cotanto
differente? Forse perchè
ella serba molti
Latini vocaboli, ma
epiesto che ci
noia, per Dio,
non ha ella
nel thesoro suo
cpiasi infiniti, ancora,
che non dirò
forma, propria pur
ritengono dal Latino?
Leggasi Dante, trascorrasi
il Boccaccio, odansi
gli huomini parlar
da' paesi nostri,
e vedrassi quanto
quella heredità, che
gli fu da'
Latini lasciata, ella
fusse riccamente vestita....
ben si può
dire quasi della
vecchia moneta esserne
nella Zecca stampata
moneta nuova. E
all'obiezione dell'alfabeto risponde
che questo è
un meccanismo, un
espediente qualsiasi inventato
dall'arte, dove la
lingua è dono
della natura per
aprire le fantasie
di ciascuno a
coloro, che intorno
gli sono. Dall'aver
descritti i caratteri
naturali del Toscano,
passa a magnificarne
l'eccellenza, la bellezza,
la ricchezza, la
dolcezza, scagliandosi contro
tutti i pedanti
che s'astengono dallo
scrivere perchè i loro
pensieri non nacquero
già nella mente
de' tre sommi
trecentisti da poterli
dipingere col loro
colore. Che ci bisognerebbe
fare se '1
Boccaccio non havesse
il suo Decamerone
scritto, o Petrarca
i suoi versi?
tacer forse per
questo, o punto
non scrivere? Insomma
la nostra lingua
non è tutta
ne' libri: le
sue ricchezze ella
con la viva
voce le va a parte
a parte discoprendo.
La misura della
ricchezza è nell'avere
per ogni cosa
un distinto vocabolo.
Così è condotto
a far l'elogio
della nostra letteratura,
dove trova che
ciascuno scrittore nel
grado suo, et
nello stil suo
arriva a ogni
maggior finezza di
pregiata eccellenza. All'obiezione che
la lingua Toscana
non obbedisce a
regole di grammatica,
il Tolomei risponde
che è la
Grammatica che nasce
dalla lingua e
non questa da
quella, e che
se non sono
state trovate le
regole ancora (il
che tutto non
si può dire,
essendoci stato già il
Fortunio e aspettandosi
le Prose del
Bembo), le si
troveranno, e saranno
complete quando altri
tragedie, altri Comedie,
Satire altri, et
altri altissime Poesie
partoriranno: né mancherà
chi l'infiammato stile
dell' Oratione, il piano
e l'aperto della Historia,
il familiare della
Epistola faccia illustre,
adornarsi con questa
lingua quella parte
di Philosohia, che
a' costumi s'appartiene,
quella che al
disputare, et l'altra
forse, che alla
natura, et finalmente
non fia o
arte nobile, o
bella disciplina, che dipinta
con le parole
di Toscana non
si mostri agli
occhi de' riguardanti
vaghissima, et '1
potersi con quelle
honoratamente le cose
scrivere, facendo segno
non oscuro i
nostri antichi scrittori,
i quali quello,
che volsero così
facilmente con la
penna scolpirono, che
si conosce esser
più tosto insino
alla nostra età
mancata copia di
eccellenti scrittori, che
ella sia già
alli scrittori mancata
. A questo
accrescimento, a questo
perfezionamento del volgare, il
Tolomei veniva pazientemente
dissodando il terreno
della fonetica, per
ritrovar i principi
su cui fondar
la nuova poesia
onde doveva aumentarsi
la patria letteratura,
sì che non
avesse nulla da
invidiare alla latina,
pagando così il
suo tributo a
quel classicismo, contro
cui intendeva innalzare
l'edificio delle nuove
lettere. Furono indagini
laboriose, e di
cui aveva piena
coscienza. E notevole
ciò che scrisse
al Benvoglienti circa
taluni belli ingegni co'
quali ebbe a
ragionare dell' inve?itione
della nuova poesia,
e che crederono,
e dissero che
tutta quest'arte si
doveva risolvere in
queste poche regolette,
che voi udirete.
Tutte le sillabe,
dove è l'accento
acuto son longhe.
Tutte le sillabe,
che son dinanzi
a l'accento acuto
son brevi, se
già non v'
è l'addoppiamento. Tutte
le sillabe, che
son dopo l'accento
acuto son brevi,
ancora che vi
sia l'addoppiamento, e
così volevano, che tessonsi,
romperne, volgerlo havessero
la sillaba di
mezzo breve Io alhora
assomiglia' costoro a
medici, che da
sé stessi si
chiamavan Metodici, li
quali per lo
contrario Galeno soleva
chiamare àjiièvoòovs; perchè
con quattro, o
sei regolette volevano,
insegnar tutta la
medicina, omne laxum
astringendum, omne strictum
laxandum, omne cavum
implendum: e in
ciò non considerava!!
né età, né
veruna altra cosa
buona. Ma veramente
sì come ne
la medicina fa
mestiero riguardar tutte
queste cose distintamente, così
nella nostra inventione
bisogna contemplar tutta
la lingua insieme,
le parti separatamente, e
veder molto Concluderemo più
presto esser mancati
alla lingua uomini,
che l'esercitino, che
la lingua as;ii
uomini e alla
materia. Lorenzo de'
Medici, Commento alle
rime, in Torraca,
Manuale d. I.
bene da qual fonte nasce
la Longhezza, o la brevità
del tempo, e
come ciascuna parola
con l'altre e con sé
stessa si misuri
e si contrapesi;
e per qual
riferimento e jroog
to il longo
sia longo, e
'1 breve sia
breve, e come
in questa contemplazione si
pigli il mezzo
e l'estremo. Che
più? bisogna sottilmente
considerar, se tutte
le sillabe longhe,
sono egualmente longhe,
e le brevi,
brevi, e le
communi, communi parimenti:
il che è
principio e origine
di grande intendimento.
E oltre di
ciò è forza
scoprir alcuni segreti,
li quali insieme
con l'altre cose
spero vederete distintamente dichiarate ne
la nostra operetta
sopra di ciò
fatta . L'operetta
usci col titolo Versi
e Regole de
la nuova poesia
toscana^), contrassegnando, come
è stato ben
avvertito, un'epoca nelle
lettere del secolo
XVI , per
il movimento che presto
se ne propagò
in tutta l'Europa
occidentale (). Scopo
dell'operetta era di
difendere l'uso de'
metri classici nella
lingua volgare, offrendone
le regole e
gli esempi, forniti
da un gruppo
di letterati riuniti
in un circolo,
Y Accademia della
nuova poesia, di cui il
Tolomei doveva esser
ritenuto fondatore e
espositore dell'innovazione.
All' inventione non
dovè esser estraneo
quel medesimo spirito
aristocratico, che palesemente
affermarono in Francia
il Du Bellav,
l'autore della Défence
et illustration de
la langue fra?icaise),
il programma della
nuova scuola che
si chiamò la
Pleiade, e Jean
de la Taille,
autore di La
manière de faire
de vers en
franfois, comme en
grcc et in
latin e che
ispirò Jean Antoine
de Bai'f a
istituire sull'esempio appunto
de\Y Accademia della
nuova poesia, un'
Académie de poesie
et de musique,
accettando le riforme
fonetiche propugnate da
Ramus nella sua
Grammar. La concezione
aristocratica che della
poesia si sarebbe
fatta il Tolomei
non sfuggì agli
stessi cinquecentisti : così
il Ruscelli raccontava
che la facilità
di far versi
volgari.... comune ad
artegiani, femminelle, et
perfino a fanciulli di
X o XII
anni fu prima
et perfetta cagione
di muovere Tentativi d'introdurre
i metri classici
nella poesia volgare
e relativi saggi
risalgono, è noto,
in Italia al
Quattrocento. Carducci, La
poesia barbara, Bologna. Nel
voi. carducciano ora
citato. E cfr.
G. Mignini, Saggio
di gramm. st.
it.: i versi
italiani in metrica
latina, Perugia Spingarn Spingarn
Tolomei, et tutta
quella bellissima schiera
a ritrovare una
sorte di versi
nella lingua nostra,
per li quali
si conoscessero i
dotti da gli
indotti, che per
far versi il
Molino, il Veniero,
il Contile, il
Varchi, il Costanzo,
il Rota, il
Tansillo, il Tolomei, il
Caro, il Cinthio
et ogn'altro dotto,
et giudicioso scrittore, non venissero
a farsi fratelli,
et d'una schiera,
o scuola stessa
con Baldassare Olimpo
e mille altri
tali . Con
la De f enee del
Du Bellay il
Cesano ha non
pochi punti di
simiglianza, non solo
quanto alla condotta
e tessitura generale, ma
anche ai vari
elementi classici e
romantici che vi sono
egualmente contemperati, come
dove, rispetto alla
lingua, di contro
alla necessità che l'
idioma volgare s'elevi
alla perfezione de'
classici, si afferma
l' indipendenza dagli scrittori,
decidendosi in quella
contro les tradictions
des règles, in
questo contro l'avversione dei timidi
a parlare e
a scrivere per
non essere altrettanti Boccacci e
Danti. Più notevole
è la corrispondenza nella
motivazione di queste
decisioni: il non
esserci regole che
si possano accettare,
non essendosi raggiunto
ancora quel grado
di perfezione che
sarebbe desiderabile. Quanto
al problema capitale le
due opere mostrano
un'altra corrispondenza: nella
prima parte esso
consiste in questa
tesi, che niente
vieta alla lingua
volgare di conseguir
la sua perfezione;
nella seconda, riguardante
i mezzi, la
corrispondenza non è
altrettanto piena: pure
se nella determinazione di
essi il Du
Bellay non vede
altra via che l'
imitazione del greco
e latino, in
molte premesse e
in certi altri
resultati l'accordo è
abbastanza notevole. Entrambi
sostengono che la
diversità delle lingue
ne' vari paesi
si deve ascrivere
al capriccio degli
uomini (il Tolomei
aggiunge anche quello
del caso e
le modificazioni d ell'ambiente), e
che perciò il
perfezionarla è dovere
di quei che
la parlano, e
a nessuno è
lecito esimersi dall' obbligo
di concorrere al
perfezionamento dell'idioma nativo:
che non basta
attenersi agli antichi
autori nazionali, perchè altrimenti
non ci sarebbe
progresso. Qui il
Du Bellay consiglia
di studiare i
greci, i latini
e gl'italiani, astenendosi dal comporre
rondò, ballate, strambotti
e épiceries, che
corrompono il gusto,
e di adoperare
le migliori forme
poetiche, epigrammi, elegie,
odi, ecloghe, sonetti;
il Tolomei non
insiste (1j Discorsi.] troppo su
queir imitazione, ma,
oltreché pel verso,
p. es., propugna la
quantità degli antichi,
fa derivar la
perfezione della lingua
dal trattar tragedie,
commedie, satire, orazioni,
istorie, epistole ecc.,
che vuol dire
le forme più
elevate delle letterature
classiche. La lingua,
la poesia, la
letteratura, la filosofia, dei
moderni devono venire, insomma,
per vivere e
prosperare, a patti
con quelle degli
antichi, nonostante l'affermata
totale indipendenza della
struttura del toscano
dal latino. Altri
resultati delle ricerche
del Tolomei venivano
comunicati occasionalmente
agli amici nelle
lettere, spesso, com'era
l'usanza, scritte con lo scopo
della pubblicazione, e che furono
Questo ravvicinamento occorrerebbe dirlo?
non importa che
la Défence derivi
dal Cesano; ma,
poiché lo Spingarn
ha additato come probabile
fonte della Défence
il De Vulvari
Eloquentia e il
Yossler ha sollevato
de' dubbi su
tale derivazione, e
il Farinelli li
ha confermati di
sue ricerche, senza
che però lo
Spingarn abbia rinunziato alla sua
tesi, che anzi
ha ribadito col
dire che l'affinità
è tale che
merita ulteriori studi
e più particolari,
il nostro ravvicinamento potrebbe
gettar un po'
di luce sulla
questione, e servire
a dimostrar che
il problema del
volgare, quale era
stato impostato dall'Alighieri, veniva
ora ripreso, con
e senza l'aiuto
dell'operetta dantesca, alle medesime
basi da più
parti, per le
condizioni in cui di contro
alle lingue classiche
permaneva ancora il
volgare. Quel problema è
in fondo una
gagliarda espressione della
coscienza della nuova
letteratura e da
Dante al Salviati, per
tutto cioè il
periodo in cui
si maturò la
dottrina poetica del
Rinascimento, tutti i
maggiori letterati vi
si travagliarono intorno.
In ogni modo,
che al Cesano
dia molta materia
il trattato dantesco
è fuor d'ogni
dubbio: anzi, si
può affermare che,
seguendo le varie
esposizioni che ciascun
interlocutore (Bembo, Castiglione, Trissino, De'
Pazzi) fa della
propria dottrina appoggiandola
con passi del
trattato che sembrano
confermarla, siamo per
un buon pezzo
in compagnia dell'Alighieri; e
con esso ci
ritroviamo ancora coll'ultimo
interlocutore, il Cesano,
il quale, fatto
il dilemma che
il trattato (come
aveva sostenuto il
Martelli non è
di Dante, o,
se è di
Dante, non prova
nulla contro i
Toscani per la
promiscuità dei termini
da lui adoperati
a designar il
toscano, penetra nella
sostanza della distinzione
circa il latino
e il volgare
e nel significato
stesso dell'operetta, nel
modo, secondo noi, più
acuto: quand'ella [la
lingua] è chiamata
Volgare, è all'
hora da coloro,
che così la
chiamano considerata, come
distinta dalla latina,
la quale in
questi tempi non
era più nelle
bocche del Volgo,
né naturalmente da
ciascuno si parlava,
ma per arte
e studio solo
s'acquistava. Parmi finalmente
che il Tolomei
avesse veduto anche
il Discorso del
Machiavelli, specie per la parlata
che mette in
bocca al De'
Pazzi e, in
genere, per l'opposizione
a Dante.] pubblicate infatti
in un grosso
volume. Sono tra
esse assai notevoli,
oltre le citate
al Firenzuola e
ad Alessandro V.
per quanto concerne
il Congresso bolognese
e l' insegnamento della
grammatica, quella al
Caro, dove avvertisce
alcune cose sopra
l'ortografìa grammatica Toscana,
come dir s'egli
è meglio dir
celarò nel frutto
[futuro] che celerò,
et altri simili,
una al Citolini,
dove dichiara che
cosa sia H
in Toscano, e
dove si proferisca
con aspiratione, e
quale uso sia
d'essa , e quella al
Benvoglienti, dove ragiona
di una disputa
fatta sopra l'inventione
nuova del verso
Hesametro in Toscana
. Tolomei morì
nell’anno stesso in
cui il Giolito
gli pubblica il
Cesano, che forse
sarebbe rimasto inedito,
quantunque il Giolito dicesse
d'averlo pubblicato per
sottrarlo a una
cattiva stampa, come
inedite rimasero le
molte operette grammaticali del filologo
senese. Perdute del
tutto gli andarono,
vivo ancor il
Tolomei, un'opera de V
eccellenza de la
lingua Toscana (svolgimento,
forse, d' idee già
sostenute nel Cesano)
ed altre scritture,
durante quello scellerato
sacco di Roma,
il quale oltre
agli altri gravi
danni che mi
fece, non si
vergognò por la
brutta mano ne
le scritture, e
dispergermi questa insieme
con alcune altre
mie povere, e
misere fatiche. Frequenti
sono i cenni
e i richiami
nelle sue lettere
ad altre scritture.
Nella lettera al
Caro in cui rispondeva
circa l'uso di
celarò per celerò
e simili e
di alcune forme
ortografiche, diceva che
l'avrebbe giustificato a
suo tempo, quando
avesse condotto a
compimento altri suoi
lavori: onde mi
sarà forza finir
prima e poi
stampar que' libri,
ch'io ho incominciato
de' principi '/, e
de gli altri
delle nature, e
que' terzi delle
forme della lingua
Toscana, oltre a
certi piccoli volumi
di grammatica, che
io ho scritti
sopra questa nostra
lingua. Dell'anno della
pubblicazione delle due Orazioni
è un'altra sua
lettera al Citabili
da Parma, nella
quale gli annunziava
di acconciarsi per
iscriver una operetta
de le quattro
lingue di Toscana
, da mandare
a M. Annibal
Caro, la quale
aprirà una grandissima
finistra per illuminar
il corpo de
la nostra lingua,
e crediate per
certo che senza
questo lume ci
si cammina al
buio. Notevole è anche
sotto il rispetto
grammaticale l'altra al
Caro sopra l'abuso
del dire altrui
Sua Signoria, Sua
Eccellenza, intorno a
cui molto allora
si disputò. È
riprodotta nella bella
raccolta del Faxfam.
Lettere precettive di
eccellenti scritturi, Firenze. Le
operette grammaticali che
ci restano del
Tolomei e formano il
noto cod. della Comunale
di Siena, vertono
tutte su questioni
di fonetica, anche
quando riguardino la
morfologia e la metrica:
Grammatica Toscana (lettere dell'alfabeto
e loro classificazione); Tratta/o
delle forme (passaggi
de' suoni latini
negl'italiani la teoria
de' suoni in
relazione con le
loro rappresentazioni grafiche);
3. La rima
che cosa sia
e quante lettere
bisogna rimare; Delle
rime proprie e
delle improprie; De
lo e chiaro
e fosco; De
l'o chiaro e
fosco (che sono
i due trattati
che andarono a
costituire il cap. VI
delle Origini del
Cittadini); Stili'* sordo
e sonoro; Stillo
z sordo e
sonoro. Su di
esse, che certo
rappresentano il maggior titolo
di lode pel
Tolomei e gli
assegnano un posto
eminente nella storia
della filologia romanza,
crediamo opportuno discorrere
quando incontreremo il
Cittadini col quale
vedono in qualche
modo la luce,
entrando direttamente nel
circolo delle idee. Intanto
osserviamo che fu
male che questi
trattatelli, che avrebbero
potuto fecondare un
più intenso e
metodico studio storico della
lingua, non vedessero
la luce; ma
una discreta parte
si deve credere
che ignota del
tutto non rimanesse
al mondo letterario,
date le relazioni
del Tolomei e
il costume letterario
dell'età. In ogni
modo l'opera del
Tolomei, considerata nel suo
complesso, avanza in
valore la comune
produzione grammaticale del
tempo, per le
idee critiche generali
sul linguaggio e gì'
idiomi in particolare
e le conoscenze
positive circa l'evoluzione
del Toscano. Se
non così notevoli,
certo importanti, non
pel fatto della
grammatica concreta che
ne derivò, ma
sì per i
canoni linguistici ripresi in
discussione e le
vedute per cui
die luogo circa
la possibilità della
grammatica, furono i
resultati a cui
menò l'iniziativa presa
dall' 'Accademia fiorentina l'anno
stesso in cui
si rinnovellava sul tronco
non vecchio ma
infrenato degli Umidi,
allegroni ben degni
di godere il
frizzo del Lasca,
che dai solenni
uomini della riformazione
generale fu con
l'espulsione punito de' suoi
ribelli sdegni contro
la pedanteria stravincente sulla giovialità.
Gelli e Giambullari
furono de' quattro
che l'Accademia elesse
all'ordinamento grammaticale della
lingua, divenuta l'oggetto
della sua attività
dalla compiuta riforma. E
l'uno e l'altro
si diedero infatti
a osservare e
a comporre le
leggi della lingua
fiorentina. Ma Gelli, dopo un
anno di studio amoroso,
rinunziò all'impresa, che
gli parve fortemente
difficile, anzi quasi
impossibile ad essere
attuata. Egli, se
non fu un
filosofo, esercitò però
il pensiero sui
problemi morali meglio di
molti suoi contemporanei
: da questi
suoi amori con
la filosofia dovette
esser tratto naturalmente
a considerare il
difficile problema d'una
grammatica toscana, e, con acume
degno del suo
fine intelletto, lo
risolse negativamente; in ciò è
sopratutto il suo
merito, anzi per
questo merita una
nota particolare in
una storia come
questa, anche se
a codesta soluzione
non giunse con
ragioni critiche sempre
e in tutto
fondate e dedotte da
un criterio scientifico.
Egli ne fece
l'esposizione (a richiesta
del Giambullari stesso,
che nella prima
tornata era stato
rieletto nel numero
di quegli uomini,
che debbono riordinare
et ridurre a
regola la nostra
lingua fiorentina ,
e dell'esposizione si
valse come di
acconcia prefazione alla
sua grammatica già da tre
anni composta e in
quello stesso della
rielezione pubblicata) in
un Ragionamento, che egli
finge avvenuto o che avvenne
il giorno stesso
di quella tornata
e poi distese
per iscritto, infra
Bartoli et Gelli
(sé stesso) sopra
le diffìcultà del
mettere in Regole,
la nostra lingua.
Le ragioni ,
comincia col confessare
il nostro critico,
et le diffìcultà
che non solo
mi hanno fatto
levar via l'animo
da questa impresa;
ma ancora giudicarla
quasi impossibile, sono
et molte, et
molto potenti: et
quanto più vi
pensava intorno, più
mi se ne
offerivano sempre alla
mente, dell'altre nuove.
Così mentre che
io stava lontano
al mettere in
atto questa formazione
delle Regole; me
le imaginava piccola
cosa. Ma Egli apprende
ed applica tenacemente;
sì che un'
idea sola, il
contrasto fra so/so
e ragione, regge
tutta l'opera sua,
nei dialoghi morali
e ne' commenti,
anch'essi morali, a
Dante e al
Petrarca; ma non
è ingegno che
avanzi, nemmeno d'un
punto, che sulle
cognizioni apprese operi
attivo per arricchirle,
per trasformarle in
sé, per acuirle
a nuovi concetti.
F. Ne., recens.
delle pubblicazioni gelliane
dell'Ugolini e del
Fresco in Giorn.
st. d. lett.
il. Giambullari, Della lingua
che si parla
e scrive in
Firenze, e un Dialogo
di Gelli, Sopra
la difficoltà dell'ordinare detta lingua,
In Firenze, per
Torrentino.] quando poi tentammo
porla ad effetto,
quanto più la considerai, tanto
più mi parve
difficile. L' impresa anzi
sarebbe al tutto
impossibile per la
diversità di nomi
et delle pronunzie
che si trovano
per le città
di Toscana: ciascuna
delle quali pregiando
più le sue
cose, che quelle
d'altri, stimerebbe et
terrebbe errore quello
che in Firenze
sarebbe regola :
che è già
un bel principio positivo contro
la possibilità d'una
grammatica che voglia
abbracciare un nucleo
di linguaggio più
ampio di quel
che sia il
proprio d'una sola
città, e dal
quale non era
difficile dedur l'altro
che, un fiorentino
non essendo l'altro,
la grammatica d'uno
non può esser
la grammatica dell'altro.
Ma per meglio
esplicarvi ancora questo
capo, mi bisogna
cominciarmi da un
altro principio. Ditemi
chi fa l'ima
l'altra, o le
regole le lingue,
o le lingue
le regole? E
chi non sa
che le lingue
fanno le regole, essendo quelle
innanzi che queste:
et non essendo
fondate queste in
altro uè avendo
altra pruova chi
le confermi, se
non la autorità
di esse lingue?
Et da questo
essendo egli com'egli
è vero, nasce
che e' non
si può far
regola alcuna che
sia veramente regola: non
solo alla lingua
Toscana; ma anche
alla Fiorentina . Solo
delle lingue invariabili
come quella sacra
della Bibbia, certamente
cosa fuori di
Natura; et che
non può attribuirsi se non
a Dio ,
si posson far
regole: e è
pur cosa certa
che anche si
posson agevolmente metter
in regola le
variabili morte, come
sarebbe la lingua
latina: ma de
le vive che e' non
sia solamente difficile
il farvi regola
alcuna perfetta e vera; ma
che e' sia
quasi al tutto
impossibile. Perchè le
lingue vive progrediscono
fino a un
massimo di perfezione
e poi, dopo
una certa stasi,
come avviene del
sasso che lanciato
a una certa
altezza, per calare,
deve pur fermarsi
un istante, decadono;
ma, non potendosi
conoscere questa loro
stasi di perfezione, perchè, la
civiltà continuamente avanzando,
non e' è
grado di perfezione
che non possa
esser superato da un grado
più eccellente, viene
a mancare la
fonte più pura
donde si cavino regole
perfette ed intere.
Dice molto meglio
di noi il
Gelli> Non si
potendo sapere nelle
lingue vive, quando
sia questo loro
stato et questo
colmo della loro
perfezione: Egli non
si può ancora
conseguentemente farne regole
perfette ed intere.
Perchè sebbene e'
si può sapere
mediante gli scrittori
di quelle quando
meglio che mai,
elle si sierto
favellate per il
passato: Nessuno è
però che si
possa promettere per
il futuro, che insino
a che elle
non mancano, elle
non si possino
favellar meglio; Et
così che e'
non possino surgere
ancora alcuni scrittori, ch e le
iscrivino molto meglio.
Qui appaiono evidenti
tutti i concetti
erronei che servono
di base al
ragionamento del Gelli:
quello della lingua
considerata come organismo
staccato dal pensiero,
quello della sua
evoluzione coi relativi
gradi di ascensione,
perfezione, decadenza, quello
della lingua perfetta
o modello e
l'altro, che ne
conseguita, della facoltà
acquisibile di parlar
con piena correttezza
mediante regole perfette
ed intere cavate
da una lingua
nel colmo della
sua perfezione. Qui
l'atto del linguaggio come
cosa viva non
è più libera
creazione spirituale, e la
grammatica viene argomentata
possibile: conclusione
assolutamente contraria alla
tesi annunziata: la
grammatica è ineseguibile ignorandosi
il grado di
perfezione della lingua e
mancando altre condizioni,
come una ricca
letteratura; ma, eliminati
questi ostacoli, è
possibile. L'altra difficoltà
è la seguente.
Quel che fu
concesso ai Grammatici
latini non si
può fare nella
lingua Fiorentina, et
molto meno nella
Toscana, che et
vivono ancora, et
non hanno scrittori
da fondarvi lo
intento suo, non
si sapendo, se
elle sono ancor
pervenute a '1
colmo dello Arco.
Et se questo
non si può
fare per via
de gli scritti;
chi vieta che
e' non si
faccia almanco per
via dello uso?
Et di quale
uso? Oh questa
è l'altra difficoltà, et non
punto minore della
precedente. Et perchè?
In sostanza, perchè
i Romani, padroni
del mondo, potevano
imporre la loro lingua,
e noi Fiorentini
che si vale?
Noi non ci
abbiamo Imperio alcuno
così grande, che
e' muova (come
i Romani) le città
sottoposteli, a cercare
spontaneamente di favellare et
onorare quella lingua,
che favelli che
le comanda. Nientedimanco e'
si vede pur
manifestamente ne' tempi
nostri che molte
persone di qualche
spirito, così fuor
d'Italia come in
Italia, s' ingegnano con
molto studio, di
apprendere, et di
favellare questa nostra lingua,
non per altro
che per amore.
A questo punto
il Gelli tira
il ragionamento a
sostenere garbatamente il
primato di Firenze,
nella lingua, non
che sul1' Italia,
sulla Toscana stessa,
e a dar
ragione del decadimento
di esso dai
tempi del Triumvirato
e del suo
risorgimento presente
avvenuto per effetto
della rinascenza, dell'amore
e del culto,
cioè, degli studi
classici, latini e
greci. Et da
che vi pensate
che nasca questo?
Se non da
l'essere oggi in
Firenze così gran numero
di Persone che
hanno bonissima cognizione)
della lingua Latina:
La quale essendo state necessitate
nello impararle, a
vedere i veri
Poeti hanno assai
chiaramente conosciuto, che
cosa sia Poesia;
et quanto sia
verbigrazia contro i
precetti dell'Arte, il
ridurre, tutta la
vita di un
huomo, o pur
le azzioni di
XXV o XXX
anni, in due,
o tre ore di tempo
che si consuma
nel recitare. Oltre a
questo, avendo appreso per
via di Regole,
quelle due lingue,
conoscendo quante e
quali sieno le
parti del Parlare,
et in che
modo elle debbino
accompagnarsi j cominciano a
favellare tanto rettamente,
et con tanta
leggiadria, che io
mi persuado gagliardamente la
nostra lingua esser
molto vicina a
quel sommo grado
della perfezione, oltre il
quale non si può salire.
I nostri tre
massimi scrittori stessi,
aggiunge il Gelli,
furono i primi
in questi Paesi
ad aver notizia
e a diffondere
la conoscenza del
latino e del
greco, essi stessi
cominciando a parlare
rettamente et ordinatamente, migliorando et
inalzando tanto il
nostro Idioma da
quello che egli
era Ma che
e' non furon
già poi seguiti
né imitati nello
allevarla, secondo i
modi posti da
loro , come
ora s'è tornato
a fare in
gloria della lingua.
Inoltre concorrono a
ciò altre cause:
l'imitazione di coloro
che non voglion
esser da meno
e nel parlare
e sì co
'1 tradurre, arrecandoci
le scienze et
l'arti che elli
imparano nelle altre
lingue; l'uso più
esteso della lingua
materna fatto da
parte dei principi
e gli uomini
grandi et qualificati,
a scrivere in
questa lingua, le
importantissime cose de' Governi
degli Stati, i
maneggi delle Guerre,
e gli altri
negotij gravi delle
faccende che da
non molto indietro
si scrivevano tutti
in lingua latina.
Perchè non vi
date a intendere che
una lingua diventi
mai ricca et
bella, per i
ragionamenti de' Plebei, et
delle Donnicciuole, che
favellali' sempre (rispetto
a lo avere
concetti vilissimi) di
cose basse: che
e' sono solamente
gli huomini grandi
e virtuosi, quelli
che inalzano, et
tanno grandi le
lingue. Imperoche avendo
sempre concetti nobili et
alti, et trattando
et maneggiando cose
di gran momento,
et ragionando benespesso
et discorrendo sopra
quelle in prò
et in contro,
persuadendo o dissuadendo,
accusando o lodando:
Et tal volta
ancora ammonendo et
insegnando; fanno le
lingue loro, copiose,
onorate, ricche, et
leggiadre . Conseguentemente il
Gelli conclude che
la lingua fiorentina
non essendo però
ancor pervenuta a
lo stato suo,
non se ne
i6o Storia della
Grammatica possa far
regola, che in
tempo non molto
lungo, non abbia
a scoprirsi defettuosa;
et non più
tale, quale oggi
forse ci apparirebbe . Ma
si fa opportunamente obiettare
dal suo interlocutore: Orsù, ponghiamo
per le tante
cose allegate da
te, che alla
Accademia non si
convenga il fare
queste Regole: vuoi
tu però affermare
al tutto, che
una Persona privata
et particulare; lasciando favellare ad
arbitrio loro qualunque
Città et luogo
della Toscana, senza
difettargli, o riputargli
da meno per
questo: Non possa
almanco da i
tre primi nostri
scrittori et da
l'uso di Firenze,
formare le Regole,
che a' tempi
d'oggi, insegnino favellare rettamente a
Fiorentini stessi, et
a chi pur
volesse imitargli ? E
gli risponde: Oh
questo Nò, messer
Cosimo, perchè io
mi credo pure,
che un' solo,
in suo nome
proprio, et non
di Accademia, con
tutte quelle avvertenzie
che voi avete
dette, sicuramente le
possa fare .
Fattosi poi domandare
et con qual'ordine?
e in che
maniera? quelle regole
si potrebber formare,
risponde distinguendo nella
lingua due parti
principali, la materia ciò
è et la
forma: la materia
sono le parole
de le quali
ella è fatta:
et la forma
è quel modo
et quell'ordine, col
quale son' contestate
et tessute insieme
l'una parola con
l'altra, che si
chiama ordinariamente la
costruzzione . Quanto
alla materia, trova
facile ordinarla in
un Vocabolario, ricordando
a questo punto
il lavoro poi
perduto del Norchiati,
e permettendoci cosi da
questa citazione di
argomentare che il
Gel li avrebbe
voluto un Vocabolario
metodico. Quanto alla
forma, dopo aver
accennato alla maggior
dolcezza del periodo
e delle clausole
della favella fiorentina,
osserva che i
grammatici anteriori troppo s' indugiarono e
si distesero nelle
declinazioni solamente , passandosi
della costruzione senza
parlarne se non
pochissimo: come cosa
troppo difficile; et
ad essi forse
(appunto perchè forestieri!)
mal riuscibile. Là
onde circa al
formar queste regole,
non mi affaticherei
molto nella prima
parte: Ma dichiarate le
parti della Orazione,
et dimostrate le
declinabili et le
indeclinabili, et gli
esempli de' verbi
massimamente con quella
diversità che è
tra l'uso moderno,
et quello che
è dicono de'
nostri antichi, me
n'andrei tutto alla
costruzione. Nella quale, consistendovi
(come ho detto)
tutta la importanzia
eli questa lingua,
vorrei io certamente
usare una diligentia
più la che
estrema: Togliendo da'
tre sopra detti,
tutto quel che
fusse ben detto. Il
che al giudizio
mio solamente sarebbe
quello, che l'uso
di oggi si
ha mantenuto: Essendo
l'orecchio nostro inclinato
naturalmente a lasciar
sempre le cose
aspre, dure, et
difficili; et seguitare
le dolci e
le facili .
Ho riportato questo
brano anche perchè
mi risparmia un
più lungo discorso
sulla grammatica del
Giambullari, in quanto
che il Gelli
si fa dire
dal Bartoli: Questo
è appunto l'ordine
stesso, et il
modo che il nostro Giambullari,
tenne in quelle
sue Regole, che
egli già son
tre anni, donò
allo illustrissimo signor
Don Francesco de'
Medici primogenito di
S. Eccellenza .
E il Gelli
lo conferma aggiungendo
d'averle viste, poiché
il Giambullari gliele aveva
conferite molte volte
et massimamente l'anno
passato, quando eravamo
in questo maneggio
, e parergli
che egli avesse
trovato la vera
via, et con
una diligenzia maravigliosa,
fatto ciò che
fusse possibile farsi
in questa materia
. E chiesta
la ragione per
cui ormai non
le comunica con
la stampa a
tutte le Genti
che le desiderano
, il Bartoli
gli annunzia d'aver
finalmente a ciò
indotto il Giambullari: et
così fra non
molti giorni, comincerò
a farle stampare,
che di tanto
son convenuto co
'1 Torrentino. Nell'eseguire però
il programma tracciatogli
dal Gelli, il
Giambullari, secondo quanto
anche afferma il
Lombardelli, sulla fede
del Giambullari stesso
proemiante all'operetta, tenne
per quanto gli
fu lecito, la
maniera del vostro
Linacro in quella
eccellente opera de
struchira latini sermonis,
e seguitò anco
la strada comune
de' Gramatici latini,
e forse di
Costantino Lascari greco;
onde può ammaestrare
i principianti, e
giovare agl'introdotti; e
io per me
gli ho grande
obbligo; come anco
voi dite di
avergliene, persuaso a
pigliarlo in pratico
da quelle lodi,
che io già
gli diedi nel
Proemio della Pronunzia
Toscana . Degli
otto libri onde
il trattato si
compone, due son
dedicati alla morfologia, e
non senza rincrescimento dell'autore,
che ne avrebbe
voluto far un
solo (p. io),
e gli altri
sei alla sintassi. Definite le
lettere, le sillabe,
le parole, l'orazione
(diceria, parlare, la
nostra ' proposizione
' ) che divide
in perfetta o
imperfetta (' elittica '),
e classificate le
parti di essa
(nome, pronome, articolo, verbo,
avverbio, participio, preposizione,
inframesso = interiezione, legatura
= congiunzione), passa
a trattare i
' | I
/otiti delle cinque
declinabili nel primo
libro, e delle
quattro indeclinabili nel secondo,
dando di tutto
poco più che
gli schemi. Così
nella trattazione del
nome, son quasi
del tutto abolite
le declinazioni ; del
pronome ha tagliato
via tutta l'esemplificazione che
trovammo nel Fortunio
e nel Bembo;
dell'articolo fa una
sola classe; del
verbo conserva solo
la distinzione di transitivo e
intransitivo, distinguendo invece tra i modi l'esortativo, il desiderativo,
il potenziale; ammette una quinta
coniugazione dei verbi che partecipano della terza e della quarta,
come porre; del
participio tratta anche
il passivo futuro
{reverendo). Più rapida e
schematica è la
trattazione del secondo
libro. Distingue le
preposizioni in a)
segni di casi
(de, di, a,
da) e b)
preposizioni vere e schiette:
più parla delle
affisse; enumera le
varie 'specie' e
'sottospecie' di avverbi,
dell' inframesso (es. d'inframessi
' timidi ':
sta sta, zi,
babà, appartenenti al
linguaggio degli uomini
bassi, non degli
scrittori); chiude con
alcune poche specie
di legature. E
viene a trattare
della ' costruzione
'. L'esposizione è
notevole, perchè ci richiama
una recente distinzione
della sintassi in
regularis e figurata
nelle relative forme
di ellissi, pleonasmo,
inversione o per imitazione . Infatti
Giambullari ammette della
costruzione 'due spezie'
principalmente: l'ima delle
quali non manca
e non soprabbonda
di cosa alcuna,
né ha in sé stessa
trasmutamento, od alterazione,
come p. es.,
la bellezza diletta
l'occhio: Et l'altra
per l'opposito, manca
[ellissi], e soprabbonda
[pieo?iasmo] di qualche
cosa, o riceve
alcun mutamento [inversione^, come p.
es. La vita
il fine, e
'1 dì loda
la sera .
Chiama la prima
' costruzzione intera
' [' syntaxis
regularis '], la
seconda ' figurata
' [' fgurata
']. Quanto al
giudizio dell'una e
dell'altra, il Giambullari
approva e raccomanda
ai giovinetti la
prima, e giustifica
l'altra sull'esempio de'
grandissimi nostri scrittori,
che non debbono
però essere imitati
dai giovinetti. La
costruzione intera è
trattata in tre
libri, abbracciando la SINTASSI
del nome, dell'articolo, del
pronome, nel IV
quella del verbo,
nel V quella
delle parti indeclinabili: hi
fgurata comprende gli ultimi
tre, di cui
il VI è tutto dedicato
allo scambio (enallage,
antimeria), il VII
alle figure di
parola, ('] L'ordine
con cui tratta
dello scambio, è
questo: comincia da]
nome, e parla
di tutti gli
scambi del nome
(una spezie per
un'altra, l'YIII alle figure
di sentenza: oggetti
questi del rettorico,
ma di competenza
anche del grammatico,
perchè anche il
grammatico spiega gli scrittori
(enarratio poetarum). Delle
figure ne sono
inventariate coi loro
rispettivi nomi greci,
latini e italiani,
coniati bizzarramente dal
Giambullari, circa dugento!
Così, teoricamente, neppur
con questo valoroso
gruppo di Toscani,
che avevano invocato
per sé il
diritto di legiferare
in punto grammatica,
nessun punto di
vista nuovo veniva
conquistato con cui meglio
scrutar la natura
del linguaggio: praticamente, la grammatica
normativa, diremo così,
ufficiale era elaborata sul
vecchio stampo, ridotta
nella parte morfologica,
accresciuta in quella SINTATTICA,
gonfiata a dismisura
in quella retorica
delle figure (quella
che fu appunto
compilata da Giambullari,
non esiterei a
chiamar un regresso
rispetto all'abbozzo grammaticale che troviamo
nel Cesano del
Tolomei, appunto perchè
qui si notavano
le caratteristiche del
toscano vivo senz'
intendimento precettistico):
teoria e pratica,
prese a trattare
con certo spirito
nuovo, quasi di
ribellione, e non
nascosto intendimento di progresso,
rimanevano sostanzialmente sotto
il dominio del classicismo
e delle regole. Pure,
guadagni se n'ebbero e
non scarsi. Il
maggiore e più
positivo fu l' indagine
storica condotta con
così bei resultati
dal Tolomei: i
suoi accertamenti vanno
soggetti a correzioni
non poche né
lievi, ma contengono
un elemento conoscitivo
irrefutabile per la
filologia moderna, né del
tutto disutile per
la stessa ricerca
speculativa: quei fatti
linguistici (come li
chiamano) da lui
de ovvero il
proprio per lo
appellativo, p. es.
Imagine per Imaginazione:
Petrarca, ' Et
sì diviso |
da la imagine
vera ' |;
lo appellativo per
il parti/ivo; il
proprio per il
possessivo, ecc.), e
del nome scambiato
per un'altra parte
del discorso (il
nome per il
participio, per la
preposizione, ecc.); poi dello
scambio del pronome,
e così di
seguito, di quello
di tutte le
altre parti del
discorso: litania interminabile
di classificazioni,
definizioni, esempi. Come a
Gelli un Trattatello
dell'origine di Firenze,
così al Giambullari
dobbiamo un Ragionamento,
intitolato il Getto,
della prima ed
antica origine della
Toscana e particolarmente della
lingua fiorentina, dove,
com'è risaputo, il
famoso storico tanto
spropositò nella spiegazione di quest'ultimo
problema. Per entrambi
i libretti, cfr.
M. Barbi, //
trattatello sull'origine di
Firenze di G.
G. Gelli, Firenze,
1894. Sul Giambullari,
cfr. Valacca, La
vita e le
opere di P.
F. G., Bitonto.
scritti non sono
il linguaggio reale,
ma non sono
neppure semplici e
astratte categorie: e
certo valgono assai
più del precetto, delle regole
come aiuti a
penetrare la natura
dell'atto che li
crea. Nell'ordine delle
idee, germi di
progresso contengono quella
calda difesa del
volgare, e particolarmente di
quello parlato in Toscana
di contro al
latino e all'italiano
del Trissino, astrazione
d'un'astrazione, che il
Tolomei fece con
tanto acume; la
poca simpatia di
lui per la
grammatica come disciplina
precettiva, in cambio della
quale era consigliata
più francamente la
lettura degli scrittori;
quel travagliarsi del
Gelli intorno alla
difficoltà e all'
impossibilità del mettere
in regola la
lingua viva che
è in continuo
moto, anche se
il fondamento della
dimostrazione è erroneo; quel
riconoscer necessaria una
maggior trattazione della sintassi,
un'altra categoria di
più, che permette
di veder meglio
per entro lo
spirito della lingua;
il riconoscere che
la lingua s'accresce
e si perfeziona
non tanto per
la virtù del
precetto quanto pel
predominio del popolo
che la impone,
per l'aumento della
cultura, il dibattito
delle idee, il
coltivar nuovi generi
letterari; e quant'altro
s' è messo
particolarmente in rilievo:
lievito, di poca
forza espansiva, se
vuoisi, ma lievito, senza cui
la scienza non si
sviluppa. La revisione della
grammatica e il
consolidarsi del purismo.
Svolgimento della grammatica
storico-metodica. (A. Caro
L. Castelvetro B.
Varchi G. Muzio).
Il naturale determinarsi
e permutarsi del
principio direttivo della
critica letteraria del
Cinquecento nelle sue
forme di imitazione, teoria, legge,
fu rapido quanto
intenso era il
movimento che il
ricomparire delle opere
classiche e segnatamente
della Poetica aristotelica
aveva avvivato. Col
codificarsi delle regole,
lo spirito critico
divenne, come doveva
accadere, sempre più
restrittivo e sottile,
e, nelle applicazioni,
pervicace e litigioso:
nacquero così, com'è
noto, numerose dispute
letterarie e polemiche personali che,
peraltro, giovarono assai
allo sviluppo della
ritica medesima: né
la grammatica, meno
d'altre discipline, potè
rimanerne immune. Già
prima che il
Sansovino nella sua
raccolta dei principali
grammatici della prima
metà del secolo,
aveva il Varchi
ristampate le Prose del
Bembo: ora, se
tali ristampe erano,
come abbiamo mostrato,
una conseguenza dei
metodi ond'era stata
elaborata la grammatica
del volgare, questa,
in quella forma
tanto poco sistematica
e tanto, incompleta e
così poco imperativa, non corrispondeva
più al nuovo
spirito critico, al
nuovo orientamento: quindi
doveva necessariamente soggiacere
a un lavoro
di revisione e
di correzione. E
l'uomo proprio ad
hoc fu Ludovico
Castelvetro, che impersona
e incarna, meglio
d'ogni i66 Storia
della Grammatica altro
di quei gagliardi
letterati, lo spirito
e la cultura
della sua età.
E dalla ristampa
del Varchi mosse
appunto a rivedere
tutta l'opera bembesca
tanto favorevolmente accolta.
Ne venne fuori
un volume molto
grande , in
cui, a detta
del Castel vetro
iuniore, erano minutissimamente [trattate?]
tutte le parti
della grammatica della
lingua volgare, nella
guisa che fa
Prisciano quelle della
latina . Di
codesto volume, a
cui l'autore dovè
attendere parecchi anni, e
che si perde
a Lione di
Francia, quando si
ruppe la guerra
la seconda volta
tra il Re
ed i suoi
sudditi per conto
della Religione, una
parte, la Guaita
fatta al ragionamento
degli articoli et
de' verbi, era
già venuta fuori
anonima, ma con
l'indubbio segno della
paternità, pei tipi
del Gadaldini di
Modena : altre, non
sappiamo se rifatte
o superstiti alla
perdita, riguardanti il
secondo e il
terzo libro delle
Prose, furono pubblicate
postume a Basilea.
Sembra che l' incentivo
alla edizione della
prima Ghinta sia
stata la polemica
col Caro, che
non aveva ancor
permesso al Castelvetro
di mostrare tutta
la sua valentia
di linguista e
di grammatico. Comunque, è
certo che il
contenuto di questa
lunga polemica dal
primo Parere del Castelvetro
sulla Canzone de'
Gigli d'oro del
Caro sino all'ultima
sua fase esclusa
(Ercolano del Varchi,
composto verso il
1560 ma pubblicato
solo nel 70,
e Correzione del
Castelvetro), è, sotto
il rispetto puramente filologico e
grammaticale, molto scarso.
Poiché la controversia
tranne, s'intende, nella
parte diremo personale,
che è senza
dubbio divertente e
anche, pel costume,
interessante s'aggirò tutta
e sempre, nelle
varie scritture dell'un
partito e dell'altro,
sul potersi o
no usare questa
o quella parola
nel rispetto della loro
legittimità e del
loro significato {falli
di parole e falli
di sentimento sono
le due categorie
della Ragione^*) del
Castelvetro); e, per
quanto l'uno e
l'altro polemista abbian
Nel 1536 aveva
recato in ordine
d'abicì li vocaboli
latini di Valerio
con la spositione
volgare, fiducioso che
tale fatica sarebbe
stata a ognuno
utile. Castelvetro jun.,
Biogr. di L.
C. {Race. Calogerà),
in Bertoni, op.
qui appresso cit..
C) In G.
Cavazzuti, Lodovico Castelvetro,
Modena, 1903, p.
122. (:i) Giunta
fatta al Ragiona
\ mento degli
articoli et \ de verbi
di Messer Bembo. |
KEKPIKA. In fine: In
Modona, Per gli
Hcredi di Cornelio
Gadaldino. Parma] cercato di deviare
dalla question principale
nello svolgersi del
dibattito, pure il
carattere di essa
riman sempre quello
che benissimo è espresso
nelle tanto discusse
parole del Castelvetro:
il Petrarca [codeste
voci adoperate dal
Caro] non le
isserebbe. La polemica
verte essenzialmente sur
una questione di
elocuzione poetica:
argomenti e sofismi
son sempre cavati
dai comuni criteri
estrinseci e arbitrari
della forma: tra
l'aspra selva delle
osservazioni del Castelvetro
e i fiorami
umoristici e eleganti
del Caro e
compagni di difesa,
potete sempre scovare
il serpentello della
rettorica corrente, il
criterio delle voci
belle e delle
voci brutte. Valga
quest'esempio: Inviolata. Se
questa voce non
vi piace, vi
puzzano le viole,
e le rose.
Non potendo essere,
ne la più
soave, né la
più moscata di
questa. Se '1
Petrarca non l'annasò;
forse quando le
capitò alle mani,
era infreddato. Ma il Boccaccio, che non
aveva si delicato
bocchino, né sì
schifo naso, come
voi; la volle
pure in certe
sue insalitine (sic):
e la fiutò
volentieri. Leggete ne
l'Ameto. E però
con solecitudine i
fuochi nostri, che di qui
porterai, fa che
Inviolati servi. Et
appresso. Acciocché quelle
di costumi, e
d'arte, Inviolata serbandomi
ornassero la mia
bellezza. La Ghmta castelvetrina, invece,
ha ben altra
importanza, ed è
veramente a dolere
che le sue
compagne relative alle
altre parti del
discorso siano andate
perdute, perchè avremmo
avuto un ammirevole
esempio di grammatica
metodica e storica:
essa in ogni
modo è, anche
così, un documento
de' più significativi! perchè,
per la prima
volta, viene svolto
di proposito nella
grammatica normativa
l'elemento propriamente storico
e introdotto il
vero metodo. Questo
avea già ben
visto un giudice
di grammatiche assai autorevole,
come quegli che
le leggeva e
le sapeva leggere
da un punto
di vista elevato,
Francesco De Sanctis.
Il quale, dopo
aver osservato che
la grammatica italiana
dapprima non fu
se non una
raccolta di regole
ed osservazioni sulla
nostra lingua succedentisi
a caso ,
mette bene in
rilievo i pregi
delle opere grammaticali
di grammatici superiori
come il Bembo,
il Castelvetro e il
Salviati per quanto
concerne la parte
storica, la diligenza del
raccogliere, la conoscenza
delle proprietà de'
vocaboli, ecc., e segnala
particolarmente il Castelvetro
e il Salviati
('i Apologia, Parma,
pp. 52-^ i68
Storia della Grammatica
come perfezionatori della
grammatica storica e
avviatori di quella
metodica . E
su questa Guaita
fermeremo in particolare
la nostra attenzione, benché a
chi voglia portar
un giudizio complessivo
sull'attività filologica del
Castelvetro, quale ricostruttore e
interprete di testi, indagatore
dell'origine e della
natura dei linguaggi, esploratore di
etimi ignoti ("),
convenga tener presenti,
oltre la Poetica,
tutte le altre
opere di lui. Castelvetro, nella
grammatica come nella
poetica e nel
resto, manifesta assai
chiaramente il carattere
del suo ingegno.
L'avevano ben capito
gli stessi suoi
contemporanei, tra i
quali mi basti
citare il Lombardelli: Il
Castelvetro, con le
sottigliezze di sua dottrina,
fa star sospesi
molto dallo scriver
toscano, tanto in teorica
quanto in pratica,
e di vero
può molto aiutare
i fortemente introdotti,
sì per gli
avvertimenti particolari, sì per
la finezza del
giudizio, che altri
vien acquistando in
legger le costui
scritture, fondate nelle
scienze, e nelle
lingue più famose .
Lambiccato e falso
nelle sue sottigliezze
lo disse già
Sanctis. Recentemente, per un fortunato
incontro della storia letteraria
e della filosofia,
il Castelvetro ha
avuto il suo
degno biografo e
i suoi degni
critici, sicché ora
la sua figura
sorge intera e vera:
le
analisi del Vivaldi e
del Capasso da un
lato, la biografia
critica del Cavazzuti
da un altro
e per un
terzo i cenni
del Croce e
dello Spingarn e [Sulla notevole
pagina dei Nuovi
Saggi Critici (Napoli),
riportata opportunamente dal
Fusco nella sua
Poetica del Castelvetro, Napoli,si deve
peraltro osservare che il Bembo
trattò la parte
storica della lingua
non nel senso
di Castelvetro: il
Bembo ci mette
sott' occhio V uso storico
della nostra lingua;
il Castelvetro ci
dà la storia,
dirò, interna, delle
forme, quali si
svolsero dal latino,
subordinandone però l'indagine
al precetto grammaticale che veniva
così incorporato a un elemento
conoscitivo. Fusco. Un notevole
posto tra queste
occupa la Spositionc
a XIX canti
dell Inferno (Modena. I
fonti. SANCTIS. Una polemica e
le controversie intorno
alla nostra lingua,
Napoli. Note critiche su
la Polemica tra
il Caro e
il Castelvetro, Napoli. la
monografia del Fusco
hanno ormai messo
in piena luce
così la vita
come l'attività individuale
e il pensiero
vario di lui.
Acato l'uomo e
sottili le cose
da lui scritte
, torna a
ripeter l'ultimo suo
critico, il Fusco,
sia che si
affatichi a dare
un certo che
d'armonico al sistema
e a farne
vedere le parti
legate L'ima all'altra
dal vincolo di
causalità; sia che
per distinguersi proponga
dimostrazioni originali di
tesi in sé
sgangherate e interpetrazioni bizzarre
di problemi insoluti
e insolubili; sia
finalmente che, conscio de'
vuoti, cui non
gli riesce di
colmare, si sforzi
di dissimularli e
di coprirli con
foglie più trasparenti
che pietose dommatico come
un pontefice, dottorale,
fiero, soprattutto insopportabilmente lungo
e secco, innegabilmente lambiccato
e falso nelle
sue sottigliezze; [sempre]
lui, lo scolastico
colla somma di
difetti propria degli
scolastici, pe' quali
la presunzione di
essere a priori
in possesso della
verità è ostacolo
a trovarla, arzigogolanti
in un mondo,
che è quello
delle nuvole, aventi
a supremo fine
la forma, non
la sostanza del
discorso; di tutto
sprezzanti che non
si adagi nel
rigido schema di
un sillogismo: lui,
il critico ottuso,
più che mai
ottuso alle pure e
immediate impressioni dell'arte;
lui, "un curioso miscuglio di
dotto acume e
di vuota sofisticheria
che ondeggiava tra un
pedantesco timore e
un linguaggio scorretto,
artificiale e provincialesco, come
nello stile riusciva
insieme arido e
prolisso,, ("). Specialmente
in fatto di
poetica, dalla prima
all'ultima pagina rivela costante
l'oscillazione del pensiero,
la perplessità psicologica, l'incertezza
tra il sì
e il no.
Il risultato... ein
bedenklicher Rùckfall in
die Unklarheit der
ersten theoretischen Versuche,
come si esprime
il Klein (3).
Ed era inevitabile
quando il metodo
della ricerca e
dell'esame, comunque allargato, restava invariato
nella sostanza: al
fatto particolare e
mutabile dato il valore
di legge universale
e meccanica: il
capriccio dell'artista di
ieri assegnato come
norma all'artista di
oggi: l'empirismo sostituito
alla scienza; l'arte
messa alla dipendenza
immediata del lavoro
scientifico e della
storicità; la poesia,
che si appartiene
tutta alla fantasia,
edificata e giudicata
con criteri Son
parole d’Ovidio, Le
correz.) Der Chor
in den wichtig sten Tragòdien
der franzòsischen Renaissance,
Erlangen und Leipzig] logici o
pratici, morali o
intellettuali: l'estetica fondata
sempre o quasi
sempre su motivi
extra od anti-estetici
. Sicché il
volerlo mettere in
linea, caratterizzarlo, ridurlo
sotto uno degli
indirizzi che dominarono
nella coltura italiana
è impossibile o
difficile e non
senza pericolo di
confusione; tutti i
venti lo fecero
piegare un po',
nessuno lo vinse.
Non classicista, non romantico,
non aristotelico, pure
lascia tracce non
lievi e di
classicismo e di
romanticismo, figura multiforme,
a diverse facce,
changeante, che sta
sola a sé
e per sé
in tutto il
suo secolo: novatore
e continuatore di
pregiudizi; progressista ne'
gesti e retrogrado
nel fatto... ebbe
acuto ingegno, indipendenza di giudizio,
superiorità di critico:
nondimeno sopravvive pedante
tra pedanti: primus
inter aequales .
Filosofo del linguaggio,
dunque, il Castelvetro
non poteva essere
né fu: anzi,
quant'egli scrisse intorno
al lato teorico
della forma poetica
e intorno al
lato pratico {precettistica), non
lo pone certo
al di sopra
d'altri grammatici che,
come vedemmo, ebbero
più d'una felice
intuizione circa la
natura dell'espressione. N'ebbe
anch'egli, a dir
vero, come quando
scrisse queste che
sono veramente come il
Fusco le ha
chiamate auree parole:
Con lo splendore
della favella non
si deve oscurare
la luce della
sententia...; perchè deve
essere stimato vitio
che la favella
sia in guisa
vaga che altri
riguardi più in
ammirar lei che
in considerare il sentimento,
essendosi trovata la
favella per lo
sentimento e non
lo sentimento per
la favella. Ma
i precetti della
vecchia rettorica, teoria
dell'ornato e teoria
del conveniente, l'arbitraria
distinzione di prosa
e versi, ecc.
ecc., son tutti
dal Castelvetro mantenuti,
anzi moltiplicati. Dove,
invece, il Castelvetro,
per comune consenso,
eccelle, è nella
filologia (erudizione linguistica
spicciola, grammatica storica)
e nella grammatica
normativa; e se
è impresa tutt'altro
che facile il
tirare la somma
di tanti suoi
accettabili o no
accertamenti e dati positivi
in fatto di
lingua, fonologia, etimologia,
morfologia, ortografia, lessico,
sintassi, versificazione, tuttavia
dalla limacciosa e
dilagante corrente di
tanta sua dottrina
quasi tutta d' intonazione vivacemente,
ostinatamente,
sofisticamente polemica, balzano
fuori in tutta
la loro chiarezza
la giusta tesi
Fusco.] dell'origine del volgare
e il diritto
metodo della dimostrazione
e della relativa
indagine delle forme.
Egli, infatti, non
si limita ad
affermare che il
volgare italiano (e,
è lecito ammettere,
anche il provenzale
e gli altri
idiomi romanzi) ,
derivò dal latino
e dal latino
parlato, che non
era quello che
i dotti scrivevano
o gli oratori
adoperavano ne' pubblici
discorsi, ma osserva
che la diversità del
nostro idioma volgare
da quel volgare
latino è nella
declinazione,
principalmente, non nel
lessico, ossia nella
variazione che le voci
hanno subito e
non in una
diversità di etimi:
e, prescindendo per
ora dalle leggi
fonetiche da lui
poste, ingegnosissimo si
mostra nello spiegare
le circostanze, le
cause esterne delle
trasformazioni del volgare
(:ì): e la
nostra ammirazione certo aumenterebbe
se di molta
parte de' suoi
studi sull'antico italiano non
dovessimo lamentare la
perdita. Non è
cosa, peraltro, da
maravigliar troppo chi
ripensi quanto propizi
volgessero ormai i tempi
per gli studi
romanzi, di cui
bene può il
Castelvetro, nei rispetti
della grammatica italiana,
considerarsi uno de' principali
campioni anche a
fianco del Barbieri
e del Corbinelli,
per citar solo
i maggiori, i
quali, per l'uso
sapiente fatto del
criterio comparativo, godono,
l'uno nell'ordine storico
letterario, l'altro nell'ordine
linguistico, un vero
primato ( "). Meno coerente
e avveduto fu
forse nella famosa
que (' Cavazzuti. Delle prove
dell' esistenza del
latino volgare il
Castelvetro non fu
ricercatore compiuto, poiché
non ebbe l'occhio
specialmente, come doveva,
al materiale epigrafico,
ma quelle che
indicò in vocaboli e
modi di dire
popolari della letteratura
scritta e massimamente
nelle commedie, colpiscono
nel segno. Cavazzuti. Castelvetro non
ignorò altri idiomi
neolatini, ma in
essi non acquistò
una speciale competenza:
quanto al provenzale,
p. es., sono
state ridotte a
cinque o sei
note linguistiche quella
che dal Canello
era stata chiamata
straordinaria erudizione; in
questo campo valse
assai più, non
dico il Barbieri,
che a dir
del nipote Ludovico
avrebbe insegnato il
provenzale al Castelvetro
e se lo
sarebbe associato nel trasportar
in volgare le
vite de' migliori
trovatori (Cavazzuti), ma
il Bembo stesso. Cfr.
V. Crescini, Di
J. Corbinelli, in
Riv. crii. d.
leti, il., II,
col. 189 (cit.
dal Bertoni nell'op.
qui appresso cit.).
Per la storia
degli studi romanzi
in Italia nel
sec. XVI, v.
V. Crescini, J.
Corbinelli in Per
gli studi romanzi
Saggi ed appunti,
Padova, e Bertoni, Barbieri
e gli sludi
romanzi nel sec.
XVI, Modena. stione
della lingua italiana;
ma ciò dipese
dall'essere in sostanza, ossia nella
veduta e nella
direttiva principale d'accordo
col Bembo, col
Caro e anche
col Varchi, e
dall'aver voluto, troppo
indulgendo al suo
bollente genio, combatterli
ad ogni costo
e ad oltranza,
per abbattere il
loro edificio e
costruirne un altro
con diverso materiale
e diverso metodo
ma d'eguale architettura
e decorazione. Il
D'Ovidio dice: La
sua polemica col
Caro rientra solo
di sbieco nella
questione generale della
lingua... Se si
prescinde dal modo
come il Castelvetro
scriveva e criticava
le scritture altrui,
se si riguarda
alla sua astratta
teoria quale si
disviluppa dalle infinite
perplessità delle sue
Giunte alle Prose
del Bembo, si
può dire che
col Caro egli
s'accordasse interamente, proclamando
che si debba
scrivere nella lingua
del proprio secolo
e che sia
impossibile gareggiar nella
lingua del Trecento
coi trecentisti, e
che i fiorentini
si trovino per
lo scrivere in condizioni
migliori di tutti
gli altri (Giunta.
Il Castelvetro non
era ingegno da
star saldo in
un principio e
concentrarvisi tutto intorno.
A note di
fonetica lo conduceva
da una parte
la sua passione per
l'etimologia, dall'altra il
proposito di combattere Bembo nelle questioni specialmente
morfologiche. Codeste note, per altro, sono sparse un po’dappertutto. È miracoloso,
scrive Castelvetro iuniore,
nel DEDURRE L’ETIMOLOGIA DALLA LINGUA
LATINA per servirsene nella lingua volgare. Il PARTICIPIALE DI SPERANZA-GRICE:
“Etymologically speaking, ‘mean’ means ‘mind.’” Scelse tutte
le parole oscure
e non intese
dagli altri, che
sono nelle Novelle
antiche e l' interpretò tutte
coll'etimologie, e le
mise in un
volume sotto ordine
dell'alfabeto, il qual saggio
s'è perduto con
altre scritture in
Lione. Conviene pertanto spigolare
le sue note
etimologiche. Cavazzuti
segnal, illustrando il
metodo che Castelvetro
segue nel cavarle, alcune
etimologie di lui,
quella di mai,
di punto, di
cavelle o cove/le,
dell'articolo il, di
arancia, di bozze,
di niente, e
altre. Ma più che
queste e le
moltissime altre che
con speciale predilezione
si sofferma a tirare,
è da ammirare
in Castelvetro, a
giudizio di Vivaldi, l'aver
ammessa la possibilità
della scienza, quando
altri, come Varchi,
contro cui validamente
la sostenne, la
nega. Un esem- [Le
correz. V. anche
Cavazzuti. In Cavazzuti] pio caratteristico dell'acume
che Castelvetro adopera
nel terreno della fonetica,
è la spiegazione
ch'egli da del
futuro italiano, dove puo dimostrare
la sua dottrina
in tatto di
consonantismo. V non vuole,
egli dice, innanzi
a sé C,
G, P; 15.
D, H; LI,
M, Nn, Rn,
Ou, T, Tt,
Ct, Nt, V;
quindi avviene che accostandosi
le predette lettere
a V consonante,
essa si tramuta
in S, e
quelle sono costrette
a tramutarsi in
quelle consonanti, o
a prendere di
quelle, che possono
comportare la compagnia
della S, o
a dileguarsi; sì
come B è
costretto a tramutarsi in
simile caso in P {scripsi),
o in S
(iussi); D in
S (cessi), H
in C (traxi);
M in S
{pressi); Mn in
Mp (tempsi); V
in C (yixi),
ecc. .Su queste basi
egli osservava: è
da sapere che
la lingua nostra
non ha voce
semplice futura, se
non tre sole
in un verbo
disusato, o non
usato mai... ma
le ha composte del
presente del verbo
avere, e dello
infinito del verbo,
il cui futuro
si richiede; dicendosi
dire ho nella
guisa che si
dice appresso i
Greci Àsyrive^to, e
appresso i Latini
dicere habeo, significandosi il
futuro Aé^oj, dicam
, spiegazione integrata da
un luogo della
Correzione, dove riferisce
un colloquio avuto
su tale argomento
col Varchi: ....
mi domandò come
del verbo Amo
la voce del
tempo imperfetto Avi
ab avi veniva
in vulgare. Et
io gli dissi
che mutata B in V,
et gittato M
finale riusciva Amava.
Perchè, adunque, soggiunse
egli, se B
si muta in V in
Amava, non si
può ancora in
B in Amabo
vegnente in vulgare mutare
in R con
trasportamento dell'accento, et
dirsi Amerò? Non
si può, gli
risposi io, perciò
che B si
può mutare, e
si muta in
V, conciosia cosa
che V, B,
P, F sieno
lettere pazienti et
cambievoli l'una nell'altra,
della schiera delle
quali non è
R, senza che
non si potrebbe
mostrare quando anchora
concedessi questo, come
di Legam et
d'Audiam si potesse
dire leggerò et
udirò. De' mutamenti
fonetici vide la
causa in quei
principi fisiologici che
tentano di resistere
ancora alla critica
negativa di essi Q: Non
ha dubbio, scriveva,
che [In Cavazzuti. Corr.
/.éyeiv è/o secondo
l'Errata Corride del
Castelv. stesso non
vista dal Cavazzuti.
V. più innanzi.
Giunta LXVIII, in
Cavazzuti. In Cavazzuti. Croce,
La Critica.] la diversità
dell'aere generi diversità
di lingue; poiché
opererà che si proffereranno
le parole più
o meno addentro
nella gola; e
appresso che alcune
consonanti si distingueranno o
più o meno
l'ima dall'altra; e
per avventura ancora
alcune vocali; e
si darà il
fine alle parole
o più o
meno perfetto. Questo
egli scriveva molti
anni prima, dunque,
che del massimo
fonologo del Cinquecento, Bartoli, fosse
apparso quel mirabile
trattato che il
Teza illustrò da
par suo con
tanto compiacimento. E,
valga o non
valga una tale
dottrina, non si
può lesinare l'ammirazione che il
Castelvetro certo si
merita, anche non
dimenticando i progressi del
Tolomei su questa
parte della grammatica storica.Vero corpo
di scienza grammaticale,
storica e precettiva
e metodica insieme
è la prima
Gninta. Consta di
due parti: ia,
[15] corpi [de'
quali la maggior parte
suddivisi in paragrafi]
delle cose contenute
nella Giunta di
ciascuna particella degli
articoli (pp. 2-16);
2a, [70] corpi
[suddivisi parimenti in
paragrafi] delle cose
contenute nella Giunta
di ciascuna particella
de' verbi. In tutto
dunque 85 giunte,
in 77 -h 273
(2U parte) =
350 paragrafi, ossia osservazioni
(selva selvaggia ed
aspra e forte!);
che son poi
altrettante contraddizioni a
quelle del Bembo.
Nella prima parte,
Degli Articoli, non
parla soltanto di
questi, come parrebbe,
ma trova modo
di toccare anche
delle parti declinabili
del discorso (nomi,
[sostantivi e adiettivi],
vicenomi) ; trattazione metodica
perchè condotta quasi
sempre sul filo
conduttore della storia.
Dove il Bembo
aveva chiamato gli
articoli parte de'
nomi, egli, fondandosi
sull'origine dell'articolo dal
pronome latino, ne
rivendica V indipendenza.
Dove il Bembo
aveva ammesso i
vicecasi non sapendoli distinguere
dai veri proponimenti,
egli par escludere
l'esistenza de' vicecasi,
sostenendo che la
decimazione volgare ha
due soli casi
(il diretto e
l'oggetto), e riconoscere
solo l'esistenza de'
proponimenti co' quali
si formano tante
combinazioni (complementi)
quanti essi sono.
Tratta ampiamente della
declinazione e dell'uso
degli articoli: il,
lo, 1", la,
i, gli, le,
che deriva non
solo da ille,
ma da hoc,
citando per i
pi. da hi
e o sing. (1 In CAVAZZUTI.] da hoc
le vecchie stampe
e l' iscrizione a
un quadro esistente
in una sala
del palazzo Fulvio
Rangone di Modena
in cui era dipinta
l'historia della Teseide
del Boccaccio: O
re Theseo, A
o re Theseo
= il re
Teseo, al re
Teseo, della cui
forma afferma esser
riscontri nella lingua gallica più
antica e del
regno di Napoli
(o re = il re).
Qui comincia a
delinearsi il metodo
del Castelvetro, che
se non coincide
con quello della
filologia moderna (è
facile vederne le differenze),
lo precorre però
almeno per l'uso
del criterio storico
genetico e comparativo
insieme, e in
ogni modo non
è il puro
empirico degli altri
grammatici. Invece di
seguire passo passo
il Castelvetro nella
sua confutazione del Bembo
e di istituire
un confronto perpetuo,
abbiamo creduto meglio di
ricavarne una specie
di trattatello grammaticale, onde insieme
con la materia
da lui esposta
ne appaia anche
il metodo della
trattazione, pienamente sistematica
pur tra tanto
apparente intrigo. Dell'articolo. J
articolo è voce separata e
non parte di
nome perchè ha origine dal
vice-nome ille e
ne conserva la
forza, tanto che
può esser sostituito
da quello, ed è
declinabile. Di da
de, al da
ad, da da
de non sono
vicecasi neppur essi,
ma proponimenti, come
tutte le altre
propositioni e sono
d'altronde altrettanti supplimenti
de segni di
casi, essendo che
la nostra lingua
ha due soli
veri casi, l'operante
e l'operato, ne'
sostantivi come in
molti vicenomi, e
gli altri casi
essendo tanti quante
sono le combinazioni del sostantivo
o del vicenome
con i proponimenti. Gli articoli
vulgari si originano
dai vicenomi latini e
si adoperano nel modo
seguente: o da
lioc. Es. O re Theseo neh'
" historia della
Theseida di Boccaccio dipinta
non molto tempo
dopo la morte
di lui in una sala
del conte Fulvio
Rangone in Modena
Il re Theseo.
O re (nel
regno di Napoli
e nell'ant. frane.)
= Il re
b) i, pi.
m., dal pi.
di hoc, cioè
hi '). S\ota.
Il co in
compagnia, puro o
mutato, non è
più articolo, perchè
non si declina
(cotale, questo, quello),
eccetto in uguanno
da Così, analogamente, qui
da hicqui, qua
da hacqua (per
hoco orig. da
hocquo, cfr. hoco
+ ilio quello. Non
è biasimevole chi
li deriva dai
greci o e
01! 176 Storia
detta Grammatica hoco-anno,
dove rimane in
forza d'articolo, perchè
uguanno è voce
fermata in su un senso
e in su
un numero, né
di nuovo può
ricevere altro articolo, anchora
che io l'habbia
per voce averbiale
di tempo . il
sing. m. dinanzi
a cons. nel
i° e 4"
caso, da ilio,
per essersi dovuto
restringere sotto l'accento
del nome come
bel giovane, quel giovane
da bello e
quello giovane. b)
lo sing. m.,
dinanzi a vocale,
o s impura,
o, nei casi
né primo né
quarto, a semplice
cons., come non si può
troncare bello e
quello davanti a
Intorno e scelerato. Lo
si usò (cfr.
Petrarca e Boccaccio) in. tutte
e due i
casi, e come
rimase nelle combinazioni
con mi ti
si ci vi,
onde melo, telo,
ecc., dove potè
troncarsi dinanzi a
cons., così rimase
e si potè
troncare in tutte
le proposizioni articolate:
del (= delo),
al (= alo), dal,
col, ecc., voci
che non si
devono spiegare con
di -f il,
ecc., perchè da
di + il
verrebbe dil e
non del. Quindi
è errato scrivere
de 'l, co
'l, da 'l
cielo, ecc. A. i
da hi, pi.
m. dinanzi a
cons., non comportandosi
il contrario per l'iati)
(l'it. non ha
voci comincianti da
ia, ie, ii,
io, hi; quindi
non è lecito
i amori, i
heretici, i italiani,
i homicioli, i
humidori; né i
stormenti, perchè potrebbe
confondersi con istormetiti). B.
li da i/li,
pi. m., dinanzi
a voc, a s impura,
a semplice cons.
di nomi non
usati al primo
e quarto caso. li
diventa gli dinanzi
a vocale per
la forza di
questa (cfr. vaglio,
voglio); ma dovrebbe
restar //davanti a
s impura; li
stormenti, e non
gli stormenti. Li,
come lo conservato
in del, ecc.
da delo, ecc.,
conservasi nel pi.
de' casi secondo,
terzo, sesto: quindi
deli, ali, dati,
ecc., riducibili a de,
a, da, come
quali si riduce
a qua, e elli a
e, e tolti
a to, poiché
non iscrivesi de',
a', da' per
dei, ai, dai
da de i,
a i. da
i, essendo questa derivazione
errata. la da illa,
sing. femm.; le, pi.
di la; e)
sta da ista
in stamane, stamattina,
stasera, stanotte, benché
siano avverbi. 2 4. L'elisione
della vocale finale
dell'articolo è regolata
da questa legge": che
la lingua nostra
non comporta ordine
di vocali per
accidente se non le
può comportare per
natura , Spesso
si elide, invece
che la finale
voc. dell'art., la
iniziale del nome
quando comincia per
in o im disaccentata: es.
lo 'nventore, la
'mperfettione. ('i Monsignor
lo, Messer lo
son comuni; analogamente:
tutto il mondo,
ambe le mani
ecc. Nel Petr.
quattro nomi hanno
lo: qua/, cuor,
mio, bel, per
conservar l'uso antico. Boccaccio n'ù
pieno. I lei
ha sempre //,
nel Petrarca. Capi
fola sesto Lo e // o;7/ si
conservano con /éT
dinanzi a consonante
nei casi secondo,
terzo e sesto
analogamente a lo
delle preposizioni del,
al e da/, ecc.
Es. per lo
petto, per li
fianchi. Per quanto s'è
detto, non si
deve raddoppiar 17
in de/o, alo,
da/o, ne lo,
ecc. (benché anche
l'autore segua l'uso
invalso di raddoppiarlo: mirabile e
raro esempio d'ossequio
in un tal
contradittore); ma sì
in collo perchè
viene da con
e lo. Il d
di ad volgare
è eufonico e
non d'origine latina,
come od, sedi
ned, c/ied. A/lui,
asse, dal/ui, dassc
sono errori, ma
non son tali
accendere, apportare e
simili. Il ri
da re, in
composizione. 2 8.
Sottrazione di di
a Colui, Colei,
Coloro, Costui, Costei,
Costoro; di a, a
Lui e Lei
(da il li
/mie, illae ei);
di di e
a a Loro,
Altrui, Lui; di
con, di, a,
in, per, da
a Che; di
di a nome
dipendente da Casa,
a Dio dipendente
da Mercè; di
di e dell'ara,
a Giudicio dipendente da
Die e a
nomi dipendenti da
Metà, e a
nomi delle famiglie
dipendenti da nomi
propri maschili, e
a Quattro Tempora
dipendente da Digiuna:
di per a
Mercè, a Gratia,
a Bontà; di per a
Tempo; di a
a Malgrado. Nei
complementi di specificazione l'uso
dell'articolo (prep. articolata)
è determinato dal
significato o forza
che l'art., analogamente
al vicenome quello,
ha di preterito
(reiteramento), futuro (premostramento), presente
(additamento), dal suo
scopo di particolareggiare o
universalizzare il significato
del nome, e
dal significato particolare
o universale del
nome disarticolato. Ci
sono poi dei
nomi (Capo, Testa,
Collo, Tavola in
compagnia d' In
z: Su; Piede,
Dorso, Gola in
compagnia d' In =
Intorno) che rifiutano
l'art.; altri (Città,
Casa, Piazza, Palazzo,
Chiesa in compagnia
d' A, d'
In, di Di,
di Da; Mano
in compagnia di
Con, e Cintula
in compagnia di Da, e
Lato in compagnia di
A e di
Da, e Bocca
in compagnia d'
In e d' A) e
gli aggettivi Mio, Tuo,
Nostro, e Vostro
antiposti a nomi,
possono lasciare l'articolo.
\ io. I nomi
propri femminili comportano
l'art, det.; de'
ma X schili solo
quelli in cui
operi una notabile qualità (antonomasia), o
che siano preceduti
da un aggettivo
e in cui
l'agg. funga da
sostantivo il cattivello
d'Andriuccio). Quando l'aggiunto
si pospone, l'art.
segue il nome
sia maschile che
femminile. I nomi femminili
di continente, d'isole
maggiori (eccetto Lift~^
pari, Cresi, Ischia,
Maiorica, Minorica e
simili), stati e
regioni, seguono la regola
de' nomi propri
di persona, cioè
possono ricevere l'articolo.
I maschili non
seguono la regola
de' nomi propri
maschili; ma anch'essi
possono ricevere l'articolo. I
nomi di città
e castelli rifiutano l'articolo (eccetto
gli edificati dopo
la perdita del
latino: Il Cairo,
La Mirandola, ecc.i;
de' fium i, possono
riceverlo e rifiutare;
de' fonti, i
più lo rifiutano.
Preceduti da un
aggiunto, tutti lo
ricevono. Fratelmo, Patremo, Matrema,
Mogliema, Figliuolto, Signorto,
Moglieta, fiammata, Signorso; Dio; gli
honorativi (Papa, Sere,
ecc.); i pronomi personali
o no e
il relativo rifiutano
l'articolo; i nomi antonomastici
e i congiunti
con tutti e
numeri seguenti, e i
vocativi possono ricevere
l'articolo. Ma Vaghe
le montanine e pastorelle
è dell'uso della
favella vile, non
della nobile. Le quattro
coniugazioni del verbo si determinano
solo dall'infinito (-are,
-ère, -ere, -ire),
essendo in volgare
la 2a ps.
ind. uguale in
tutt' e quattro. La
primiera voce (cioè,
meglio, la ia
ps. pres. ind.
att.) ne' verbi
volgari varia. Agli
esempi del Bembo:
Seggo Seggio Siedo,
Leggo Leggio Veggo
Veggio Veo Vedo,
Deggio Debbo, Vegno
Vengo, Tegno Tengo
Seguo Sego, Creo
Crio Credo, Voglio
Vo, sono da
aggiungere: Muoro Muoio,
Paro Paio, Salgo
Saio, Doglio Dolgo.
Toglio Tolgo Sono
Son So, Ho
Habbo Haggio, So
Saccio, Fo Faccio,
Deo (Deggio Debbo),
Supplico Supplico, Rimagno
Rimango, Coglio Colgo,
Chiedo Chieggio, Vado
Vo, Scioglio Sciolgo,
Scieglio Scielgo, Fiedo
Feggio Beo Bibo Descrivo Describo
Appruovo Approbo Ripiovo Repluo Priego Preco Miro Mirro Replico Replico Foe Fo Soe
Sono Do Doe Vo Voe (Vado) Haio (Ho) Deio
(Debbo) Creio (Credo) Cado Caggio
Sospiro Sospir Uccido OccidoAncido Ubedisco Obedisco Allevio Alleggio Cambio Caggio Manduco Mangio
Manuco, Giudico Giuggio,
Vendico Veggio, Simiglio
Semblo Sembro Annumero Annovero, Ricupero Ricovero Valico Varco,
Sepero Scevro, Delibero
Delivro Dimentico Dismento, ecc.
Ragioni fonetiche: D,
B davanti a
voc. i (da
e) seguita da
voc. = g
geminato: Deggio (Debeo),
Haggio Habeo), Seggio
(Sedeo). Veggio (Video;,
e, per analogia,
Creggio (come da
Credeo), Feggio (come
da Fedeo), Caggio
(come da Cadeo),
[Tu] Regge (Dante)
da Redeo. Il
gg e ce
si dileguarono nell'ant.
ital. agevolmente. P davanti
a voc. i
seguita da voc.
= Ch: Schiantare
(da Piantare), Schiazzare
(da Piazza), Saccio
per Sacchio (da
Sapio), cfr. prov.
Sapche. e) L,
N \i -j-'voc.
vogliono g avanti,
o anche L, N -je
-fvoc: Nap. Chiagnere Piangere. Consiglio, Bologna,
Sanguigno, Oglio. Quindi
Saglio, Vegno, Tegno,
Rimagno e, per
analogia, Voglio (quasi
da Voleo) come
Doglio (da Doleo).
Il g e
1 si possono
posporre: Doglio, Dolgo.
d) R prec.
da A o
O e seguita
da I o
E prec. da
voc, si dilegua
via: Frimaio, Cuoio,
Aia (Primarius, Corium,
Area). Quindi Muoio,
Paio. L tra
vocali = i:
ìtaXóg gaio, pitllus
buio. Quindi Voio
(da volo) lomb.,
Yoo \'o. f)
L'è paragogico di
doe, foc, ecc.,
tue, sue, ecc.,
coste, ecc., die,
ecc., è avvenuto
per cagione di
più soave e
riposata preferenza .
I di Seggio
è naturale. In
Debbo, Habbo ecc.
è caduta. Di
queste voci alcune
sono poetiche altre
prosaiche. La ia ppl.
ind. pres. att.
si è formata
dal pres. del
cong. confuso col
pres. ind. in
due modi: a)
dalla ia pi.
della 2a e
4" valeamus, sentiamus
= sentiam, valeam);
b) dalla i"
ppl. della 1*
(amemus), amemo e,
per analogia, valemo,
leggemo, sentemo. Mai
leggerlo deriverebbe da legimus!
E lo conferma
anche il senio
da shnus. \
4. La 2H ps.
ind. pres. è presa
dalla 2a ps. sogg.
o dall'indicativo, confusamente. Non mai
si origina dalla
1" ps. ind.
pres. La voce
volgare si origina
sempre dalla latina! Un
argomento fortissimo della
derivazione dal sogg. sono:
giacci, dagli, pai,
vinchi, proferiscili, sagli.
\ 5. La
3a ps. pres.
ind. si passiona
per tre vie
o per mutamento,
o per levamento
o per aggiugnimento. Esempi
e ragioni fonetiche. La
2a ppl. deriva
dalla 2a ppl. latina. Nella
3a coniug. avviene egualmente per
analogia. Leggete quasi
da Legetis. Neil'
uso antico anche
sull’esempio della quarta:
leggile, vedile. Bembo aveva
detto che Vi
di tieni da
tengo, di siedi
da seggo, Vii
di duoli da
doglio, di vuoti
da voglio, di
suoli da soglio,
di puoi da
posso, è vocale
di compenso per
la caduta del
g e del
ss. Il C.
dimostra che quelle
vocali sono effetto
d' uno scempiamento,
tant'è vero che
scompaiono fuori d'
accento, e che
il g è
naturale nella ia
ps., e sarebbe
fuor di luogo
nella 2*. Quanto
a. posso rimanda alla
trattazione di sono.
2. I verbi
che nella 2"
ps. perdono la
cons. o le
cons. della ia
appartengono alla 2*
e 3" coniug:.
e quattro sole
sono in effetto
le cons. che
si perdono (C
e G, V
e P, D
e T, L).
Verbi in -io
di tutte e
quattro le coniug.
che nella 2a
ps. perdono o
non perdono una
vocale o una cons.
nella 2a ps.
3. Altre particolarità
fonetiche sulla ia e 2a
ps., specie sulla
fogliazione di L e
R, sulla geminazione
di GG, di
RR in Trarre,
ecc. sull'elisione di
R in Paro
e Muoro. Del G
e dell' N
naturali si ragiona
nella Giunta. Il G
fognato nei GERONDI. La 3a
ppl. dalla corrisp.
latina, esemplandosi la
3* coniug. sulla
2*. Eccezioni, dipendenti
dai mutamenti fonetici.
Particolarità di altri
verbi. \ Il
pendente (= imperfetto).
Il V della
i" e 2*
ppl., poiché è
in sillaba accentata,
non può dileguarsi.
Nella 3 sin^.
e pi. e nella 2a
sing. il V
non si elide
quando lascerebbe due
vocali eguali: dunque
non amaa, amaano,
e [tu] udii
(per udivi), come
vedea, vedeano, dovei.
Riguardo alla forma
della 3a ppl.
haviéno, moviéno, serviéno,
conteniéno, si osservi
che la ia
e 3" ps.
pres. ind. della
2" e 3a
coniug. in provenzale
e italiano si
modellarono sulla 4"
che aveva audibant
e andiebant onde
udivano, udiano e
udieno, quindi havia,
solia, credia, potia,
vincia, vinia. Analogamente
la ia e
2a ppl. della 2a, 3"
e 4" coniugaz.
si modellarono sulla
1"; quindi credavamo,
credavate. Del preterito. La ia
ps. ha sei
regole; la ia
ppl. due. in
cong. 2a e
3B 4'1 /'
ps.: -ai (o
-iaij -ei (iei)
-etti, -si, e
lat. -i, son
tutte dalle corrisp.
latine. I finienti in
-si e i
ritenenti il fine
latino non mutano
l'accento della sillaba
radicale, come tutti
gli altri finienti
ne' modi predetti.
I mutamenti di
-avi lat. in
ai vulg., di
-idi, in -etti
e, per analogia, anche in
quelli non provenienti
da -idi, sono facili a spiegarsi.
Così il -si'.
Di questo son due classi,
secondo che conservano
l'istesso numero di
consonanti che nel
presente, o ne
hanno di meno
o di più.
I verbi col
finimento latino sono
io della 2",
11 della 3",
1 della 4a:
malagevolmente possono cadere
sotto la regola
d'un fini-. Nella 4a
più forme: audivi,
udij (udì), e
udìo. Verbi in
-are e in -ire (colorai,
colorii) ecc., cioè
della ia e
4", della 2"
e 4" (offersi
e offerii). j"
ps. i° conili"-, -ó,
-io. Ant. dial.
siciliano: Passao, Mostrao,
Cangiao, ecc. 2a e 3°
coniug. -é, o
-ié (-éo), se
la ia è -ei o
-iéi; -ette, -se,
da -etti, -si.
4a coniug. -i
(-io), -ie. 3"
Ppl- -ero, -ono; -éttero, -éttono; -àrono o -iàrono, -aro e -iàro quando
la 3" sg. è -ó, -io; -érono,
-iérono, -èro, -iéro, se -é, -ié; -irono, -irò, se -ì.
L'o finale è
troncabile. Questa 3a
ppl. deriva dalla
corrisp. latina. In
poesia si sincopa:
levórno, usato anche
in Lomb. Finalmente
c'è la terminazione
-enno, -eno, -inno, -onno. Faro
e Foro. /"ppl1°
e 4a coniug.
da -àvitnus, -ivimus,
àvmus, ivnuis, -animo,
immo e per
analogia -emrao nella
2* e 3",
come se si
dicesse valevimus, legevimus.
l) finimento lutino,
per ora. Medesimamente
si formò la jK ppl.
e sitig., osservandosi:
i" l'accento si
trasporta sulla seguente sillaba: da
vàhti, valeste, da
legi, leggeste (fummo come
da fùvimus e
non fuimus, gimmo
da ivimus); che
si dice udiste
e sonaste, benché
la i" è
odo, suono. \
io. Pariefici preteriti. -ato,
-ito, -uto, -so dalle
corrisp. latine. In
quei in -ato
si ha il
raccoglimento, che del
resto già era avvenuto
nei latini Saucius, Lassus,
Lacerus, Potus per
Sauciatus ecc. In
quei in -ito
(4" coniug. sulla
quale si modella
anche Resistito benché
sia della 3'),
ant. -uto n'è rimasto venuto) per
l'analogia che alcuni
verbi della 4"
avevano con quelli
della 2" e
3" (cfr. uscì
e uscetti, udì
e udetti, feri
e ferretti, venni e
vennetti). Quando nel part. -ito,
e' è r,
avviene la sincope:
morto, proferto, ecc.;
ma non ferto,
perto, smarto e sim.; ratto
da rapito, sepolto. Nella 2a
e 3" coniug.
-uto e iuto
a) to puro 6) to
con cons. o
impuro; -so puro
e -so impuro.
a) -to puro
(dalla forma di
/oattiis, tribntus, cautus
e sim. e
sui preteriti in
-èi o -ici
e -ètti e
-ietti della 2"
e 3a coniug.,
e su quelli
che hanno il
finimento latino. Irregolarità
e doppioni (pentuto
e pentito, perduto e
perso, conceputo e
concetto ecc.). b)
-io impuro, 1"
e 3" coniug.
pret. in -si
prec. da cons.
che si conserva
se è L,
N, R, e
si muta in
T se è
S. Tuttavia -si
prec. da R
o R dà
-so, conservandosi R
e S. Es.
volsi volto (assolto
e assoluto), (ma salito,
caluto, valuto); giunsi
giunto (ma stretto
da strinsi); sparsi
sparto (in verso
sparso; porretto per
porto nel volgarizzator
di Giudici), strussi,
strutto (fisso per
fitto). -so puro,
scesi, sceso (impeso
e impenduto; accenso
e acceso, offenso
e offéso, nascosto
e nascoso). Ma
risposto, chiesto, posto
e messo (poet.
miso). -so impuro,
pret. -si con
r o s;
tersi, terso (presso
e premuto) scossi,
scosso (visso e vivuto); scisso
da scindo, ma
scosceso da sconscindo.
Ma arroto (da
arroguto) e non
arroso, pret. arrosi. Poet.
priso preso e
altri partefici che
sono latinismi veri
anche in prosa:
digesto, deposito, inquisito,
ecc. Critica della trattaz.
De’partefici di Bembo.
Si può osservare:
la vocalizzazione del
v cons. di
ivi in docni,
explicui, sapui ecc.
non potendosi dire
dóc(i)vi, explìc(i)vi, sàp(i(vi;
la sibilizzazione del
v cons. in duri,
finxi, repsi, non potendosi dire
dic(i)vi, fìng(i)vi, rè- [Morto
sarà da morsi
(morii) come dicesi in Lombardia ,
a Lombardia ha in Castelvetro il
senso generico che ha anticamente) e quindi profferta e
simili non saranno
d;escludere dalla schiera
de" participi in
-ito? pCi)vi.
Sicché il x
non sarebbe da
cs ma da cv, gv,
pv. Medesimamente il V
non può avere
stato dopo B,
D, H, LL,
M, MN, RN,
QV, T, TT,
CT, NT, V
(cons.). Indi il
V di ivi,
volendo conservar natura
di consonante, si
tramuta in s,
obbligando le precedenti
cons. a dileguarsi
o a assimilarsi.
Onde B =
P o B
= S ecc.
con tutta la
lunga e facile
tramutazione. Insomma il
si de' pret.
latini non è
mai originario. TEMPI COMPOSTI.
SIGNIFICATO. “Havere” congiunto col
partefice passato affigge
termine certo all'attione
perfetta, il qual
termine si ferma
nel tempo del
verbo “Havere”. PASSATO PRESENTE: “ho amato”: affigge il termine del fatto
al principio del
presente [cf. H. P. Grice, on von Wright, “Actions and events”. PASSATO IMPERFETTO (haveva amato):
congiunge il fine del fatto col
principio dell’imperfetto.
PASSATO PASSATO: hebbi amato”: congiunge
il fine del fatto col principio del
fatto. PASSATO FUTURO, “havrò
amato”, congiunge
l'estremità dell'unione
perfetta col principio
del futuro. Consecutio
temporum. Concordanza del participio
de' tempi composti
col soggetto o coll'oggetto,
secondo il valore
del termine dell’AZIONE [cf. Grice, “Actions and
events”). Il futuro. La
lingua nostra non
ha voce semplice
futura se non
tre sole in
un verbo disusato,
o non usato
mai, e sono
queste: Fia, Fie, o Fia, Fieno o
Fiano b
Fiero. Ma le ha
composte del verbo “havere”, e
dell'infinito del verbo
il cui futuro
si richiede, dicendosi
“Dire ho,” nella guisa
che si dice
appresso i greci
Xèysiv ryo>, e
appresso i latini, “dicere habeo,” SIGNIFICANDOSI IL FUTURO. M§6ì
Dicam . I verbi
della itt coniug.
si modellano su
quella della 2*. Quindi “amerò” e non “amaro”
(ma cfr. sen. “amaro”, “sarò”
per “serò”, Possanza
da Possendo, Sanza
da Absentiaì. Avendo
avere nella r'
ps. ho, haggio,
habbo, avremo: amerò, risapraggio,
torrabbo. Analogamente, amerai, amerà, ameremo,
amerete, ameranno. Consonantismo. Dileguo
della cons. verb.
e della voc.
anzi terminante. Es. “farò”, per “faceró”. Dileguo
della vocale: “andrò” per
“anderó. Dileguo della vocale
e mutamento della
cons.: merrò per
menrò per menerò. Madonna Iancofiore
havendo alcuna cosa sentito de
fatti suoi gli
posa gli occhi
addosso. Qui alcuna cosa
fa dell'averbio. Eccezioni e
casi speciali. Del comandativo.
a) Possiamo comandare
non pure cose
presenti, ma future
anchora, et non
solamente con le
seconde voci, ma
con le terze.
Il comandativo ha una sola
voce propria, la
2a sing. della
i" coniti gaz.
Troncamenti della vocale
e della sillaba
tinaie. L' inf.
pel coni. nelle
frasi neg. secondo
i greci e
gli ebrei: salvo
se non vogliamo
dire, che v'habbi
difetto di dei.
Non dire in
quel modo, Non
dèi dire in
quel modo. Il
che a me
pare assai verisimile.
\ 15. Dello
infinito. 1 Nervazione.
Habbiamo mostrato infin
a qui le
voci de' verbi
vulgari nascere dalle
latine, dalle future
dell’indicativo infuori, sì
come anchora nascono
queste dell’infinito. Perchè
non è da
dire, che esse
o reggano, o
formino le altre
voci trattene le
voci del futuro dell’indicativo, e
quelle del POTENZIALE,
come si vedrà,
o sieno rette,
o formate da
alcune delle altre. Uso
dell'infinito. Sono quattro casi molto tra se differenti, ne quali lo
'rifinito richiede il
primo caso della
persona, o della
cosa che fa.
i° quando si
pone in luoo
di gerondio, il
che si fa:
con le particelle
Per, In, Con,
A, Senza e
simili: In farnegli
io una; o
con 1' art.
masch. sing. Il
volere io le mie poche
forze sottoporre a
gravissimi pesi, m'é
di questa infermità
stata cagione . 20
con Chi, Cui,
Quale, Che, Dove,
Come, per ellissi
del verbo: Qui
è questa cena
e non saria
chi mangiarla ecc.
3° quando ha
forza di comandativo,
forse per ellissi
del verbo: non
far tu .
4° nelle frasi
consecutive: queste cose
son da farle
gli scherani. Uso dell'ausiliare coi
partefici Potuto e
Voluto, e coi
verbi stanti cioè
intransitivi: verbi che finiscono
in sé 1'
attione . Infinito
futuro. Non ha voce
propria, ma un’espressione fraseologica. La teoria
generale del MODO [cf. Grice,
Mode, not Mood] si può
restringere nel seguente
prospetto. Su essa torna
Castelvetro nella Spositione della Poetica
aristotelica. o E o
re ~ n O O O c £ •-
= ór. "1
' £ 5 o o,->
. .5 c/5 tO
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e r re re -E 2 2
"re re] È dunque una
concezione del modo
un po' diversa
dalla comune, derivando
dall'interpretazione
diversa del sentimento
che racchiude. Formazione del
comunemente detto Soggiuntivo',
amerei 0 ameria,
e amassi : amerei
da amare 4 liei
= hebbi ameresti + hesti =
havesti amerebbe +
hebbe ameremmo + hemmo = riavemmo
amereste + heste =
riaveste,, ero i hebbe
amerebb + ono I
hebbono parrave da pàr(eire
+ have (lomb.)
=3 hebbe ameria ia
ps. da amare
+ ibam ameria 3*
ps. -fibat (ameriamo 1"
ppl. + ibamus
ameriano 3' ppl.
+ ibant opp.
amerieno (per analogia
con udieno). satisfarà
(Dante) per satisfarla
(eug. e prov.)
Così Fora, Forano,
= foria, fonano
da fore -fibat.
Per e da
a in amerà,
cfr. formaz. futuro
(ma sarei e
non serei). amassi
da ama(vi)ssem. Nella
3 ps. perciò
anche amassi come
in Dante e
Petr. amàssimo da
ama(vi)ssimus amaste da
amàs(sijte da amà(vi)ssetis amassero e
amassimo quasi da
amavisserunt per analogia
della 3 ppl.
pret. perf. ind.,
invece di amassino
(come in alcuni
poeti o amasseno
(come nel Petr.)
da amai vi)ssent.
La 2a e
3R coniug. in
queste voci si
modellarono per analogia
sulla ia e
43, leggessi e
valessi come da
legé(vi)ssem e valé(vi)ssem
ecc. Significato di amerei
e ameria, e
amassi. Amerei (quasi
Habbi ad amare;
gr. potenziale con
àv, lat. Amareni)
significa deliberatione, o
ubligatione, o potentia
cominciata già nel
passato, et riguardante
all'adempimento futuro. Ameria
ha questa medesima
forza. Perciocché deliberatione, o
movimento a far
significa, et poi
che niuno comunemente
si muove a
far, se non
è ubligato, significa
anchora per questa
cagione ubligatione, et oltre
a ciò potentia
essendo anchora il
preterito imperfetto appresso
i greci potentiale. Secondo' l'uso di
que d'ogobbio dove
abitò | Dante]
alcun tempo. Amassi (benché
derivi da Amavissem)
significa tempo presente
o futuro a
noi, che parliamo,
ma passato havendo
riguardo all'essecutione della
deliberatione, o dell'ubligatione, o
della potentia, che
va avanti .
Alcune particolarità di
forma e di
significato. Formazione del presente
del soggiuntivo. Le
voci di questo
tempo derivano dalle
corrispondenti latine, tranne
la ia e
2a ppl. della 1" e
3a coniug. che si modellarono
sulla 2R e
4", amiamo e
amiate, leggiamo e
leggiate quasi da
ameamus o amiamus,
ameatis o amiatis,
legearnus o legiamus,
legiatis o legiatis,
e non amemo
e anche, leggamo
e leggate come
sarebbe naturale. Spiegazione
delle terminaz. in -e, -i,
-a nella 3*
p. sing.: vegga,
vegghi, vegghe e
veggi, vegge. Gerondio.
Formazione, Uso. I Gerondi vulgari
seguitano i vestigi
de latini, conservando
la consonante, o
le consonanti loro
verbali, che prese
la prima volta
non si lasciano
per modi, persone,
tempi, et numeri
del suo verbo...
et si contentano
d'essere simplici, ma
ne verbi che
non continuano la
consonante, o le
consonanti prese la
prima volta per
tutti i modi,
persone, et numeri:
si truovano essere
i gerondi doppi, cioè
o con la
consonante o con
le consonanti sue
naturali, o con
le prese di
nuovo, o con
alcuna delle prese.
Il gerondio dei
verbi intrans, riceve
indifferentemente il primo
e il sesto
caso (cfr. l'uso
del come da
quomodo e da
cum, del verb.
essere, e del
grido affettuoso o
schiamazzo, il nostro
vocativo o esclamativo) ; quello
di trans, solo
il primo. Osservaz.
sui pronomi relativi e
dimostrativi, e su
luì e lei.
\ 21. Il
passivo. Il si
rende passive la
3" ps. e pi. e
l'inf. (benché questo
sia fatto passivo
dal veggo, da
resto, da sono
con le particelle
r7 da di
da per per
licenza e quasi
per errore, essendo
propri e regolati [passivi] que
del partefice preterito
col verbo sono).
Il si ha
significato riflessivo (Narcisso
amasi o s'ama,
cioè ama sé
stesso), o reiterativo
ossia intensivo (Eco
s'ama o amasi
Narcisso). Nelle orìgini
del volgare, quando
il soggetto in
questo secondo caso
era sottinteso per
essere un nome
indeterminato (nel qual
caso dicevasi anche
huomo cfr. il
fr. on e
i nostri scrittori
antichi), si perde
la nozione del
quarto caso e
questo sembrò primo.
In s'ama la
dorma, non si
vide più il
soggetto alcuno o
uom, e la
donna sembrò soggetto,
e il s'ama
verbo passivo. Così
il si acquistò
la virtù di
far passivi i
verbi. Verbi anomali. (Accenniamo,
per brevità, solo
alla trattazione del verbo
sostantivo, la quale
è fondata su
questo principio, che
le voci procedano
da sei verbi:
esso, ero, o,
fuo, fio e sto, cinque
dei quali non
usitati sono, ma
alcune intere, alcune
diminuite, alcune dimuite
insieme e accresciute,
alcune diminuite insieme
e tramutate, e
alcune dileguate ).
Participio futuro attivo
e passivo. Mancano
al volgare, benché
abbi. insi futuro, venturo
e reverendo, e,
in Dante, fatturo,
passino, e, in
Bocc, redituro, venerando,
ammirando. Questa sorta
di participi futuri
passivi hanno perduta
la loro forza
di tempi futuri.
Ma la lingua
volgare usa alcune
formazioni analoghe per
i sost. femminili
sul part. fut.
att.: scrittura, natura,
creatura, lettura, ventura,
tagliatura, copritura, sull'esempio
del latino (cfr.
natura da nascitura).
Ma non i
maschili: habituro è
formato su tugurio.
Cfr. il lomb.
alturio, aiutorio, aiuto.
Sul part. fut.
pass.: facenda, merenda,
vivanda, randa (da
haereo) cfr. arente
opp. a rente
a rente. \
24. Participio pres.
att. e passato
passivo (preterito). I
partefici vulgari che
derivano dai corrispondenti latini
significano attione o
passione, ma non
mai tempo, tranne
i preteriti in
tre casi: i°
col verbo havere;
20 col verbo
essere; 3" usati
assolutamente. Dai partefici
presenti si formano
i sost. in
-anza e -enza.
Dai partefici preteriti
si formano i
sost. in -ione,
-aggio, e gli
aggiunti in -ivo,
-iva. -ore, -trice.
Concordanza del participio
e uso del
gerondio. Giunti al
termine del nostro
rapido riassunto, possiamo
molto facilmente stabilire
i meriti di Castelvetro verso
la grammatica. Confrontando
il trattato castelvetrino
con le analoghe
parti delle recenti
grammatiche storico-comparative dell'italiano, in
quanto concerne le
conclusioni della storia
delle forme, ci
accorgiamo subito che una
non iscarsa parte
di esse ebbe
la sua prima
sistematica elaborazione dal
Castelvetro: osservinsi, particolarmente, la derivazione
dell'articolo, le desinenze
delle persone verbali, la
derivazione de' tempi,
e specialmente del
futuro e del
condizionale, e molti
mutamenti fonetici specie
consonantici." Fuori
del campo strettamente
fonetico e morfologico,
sono poi da
segnalare specialmente, come
altra proprietà esclusiva
del Castelvetro, il
tentativo d' interpretazione psicologica
de' modi, la
spiegazione del significato
del futuro e
della doppia forma
del condizionale (amerei,
ameria), e la
determinazione del significato
de' tempi composti
dell' indicativo. Senza
dire delle etimologie
e dei ravvicinamenti nuovi
se non sempre
esatti disseminati per entro
la Giunta; ne
della trattazione incidentale
delle altre parti
del discorso (vicenomi,
sostantivi, aggiunti, verbi,
segnacasi, congiungimenti, schiamazzi). Ma
tutti questi accertamenti,
come si vogliono
.chiamare, positivi, veri
in gran parte,
non sono propriamente quel
che iS8 Storia
della Grammatica costituisce
il principal merito
del Castelvetro; questo
è soprattutto, in linea
generale: i" sulla
conoscenza quasi completa
del materiale linguistico
di studio, che
si può dire
che non c'è
forma, non dico
d'articolo, ma verbale
dell'antico e del
moderno italiano (senza distinzione
di dialetti toscani,
meridionali e lombardi) che
il Castelvetro non
conosca, o mostri
di conoscere, come si può
vedere da un
confronto con le
forme studiate nella
Grammatica del Meyer
Li'ibke; 2° il
metodo dell'indagine, arieggiarne nella sua
naturale e parziale
imperfezione, quello che
informa la moderna filologia:
è poco dire
che il Castelvetro
muove sempre dalla
parola latina e
che si serve
della comparazione (estesa
al greco e
all'ebreo, oltre che
al provenz. e
al francese): egli
ha anche altre
virtù, come quella
essenziale di porre
la fonetica a base
d'ogni sua ulteriore
ricerca; 30 il
metodo della trattazione: abbiam visto
che, a proposito
de' verbi, p.
es., eglb muove
dallo stabilire le
coniugazioni, poi, tempo
per tempo, studia le
desinenze delle persone,
e la formazione
de' tempi e
de' modi, con l'
illustrazione degli esempi
ricca e varia.
In linea particolare :
i° l'importanza data
2W accento: 2"
la funzione della
legge de\Y analogia.
Qui anzi, più
che in qualunque
altra parte, per
noi è il
merito principalissimo del
Castelvetro. L'importanza dell'accento
non era stata
ignota neppure al
Fortunio, come vedemmo:
di fonetica ammirammo
la competenza nel
Tolomei; ma l'analogia,
prima di Castelvetro,
era un fatto
pressoché ignoto ai
nostri grammatici: e
anche sorprende di
meraviglia il modo,
se non sempre
sicuro e preciso,
sempre però acutissimo,
che il Castelvetro
usò nell' applicarla nella
spiegazione delle forme.
Col Castelvetro fa
un passo notevole
non solo la
grammatica storica, ma la
metodica e la
precettistica: egli nelle
parti che elaborò
e con tutte
le sue manchevolezze
è il grammatico
più completo, per
larghezza d'indagine e pel metodo,
non solo di
tvitto il Cinquecento,
ma di tutto
il periodo anteriore
alla moderna filologia. Il
che vuol anchedire
che non solo
le sue ricerche non
furono proseguite e
fecondate sistematicamente, ma che, salvo
forse pel Salviati
e pel Buommattei,
che pure si
deve confessare che
non seppero in
tutto profittarne, avemmo
certamente un regresso: un
regresso rispetto s'intende
a (pul ehe,
nel terreno puramente
empirico, si suol
chiamare progresso. Nella
polemica originata dalla
Canzone de' Gigli
d'oro e chiusasi
con la pubblicazione postuma
della Correzione del
Ca Capito/o sesto
1S9 stelvetro all' F.r colano di Varchi,
l'esaminata Giunta castelvet
rina alle Pi
ose del Bembo
è, piti che
una parentesi o
una digressione, un assalto
di fianco da
schermidore destro e
coraggioso: codesto scritto pare
ed è, di
fatto, rivolto ad
abbattere l'edifìcio grammaticale
tanto ammirato del
Bembo, ma il
fine dell'affrettata e
parziale pubblicazione, non
v'ha dubbio, fu
quello, come ha
bene intuito il
Cavazzuti, di mostrare
al Caro e
compagni la soda
e straordinaria dottrina
filologica dell'autore.
Abbiam visto se
un tal fine
fu conseguito e
con (pianto buon
aumento della scienza
grammaticale. Dobbiamo ora
vedere se Y Er
co latto di Varchi,
nato ed elaborato
nel modo che
si sa, portò
a codesta scienza
un ugual contributo.
benedetto Varchi fu
tutt'altro che un
meschino e puro
grammatico: è nota
la risposta data
al Celimi che
l'avea pregato della revision
della Vita, piacergli
più il simplice
discorso di quell'opera, in
quello stile, che
essendo rilimato e
ritocco da altrui
. Ed è
la l'ita il
capolavoro più sgrammaticato che abbia
la nostra letteratura,
e forse non
la nostra soltanto. In
una di quelle
lettere dirette allo
Strozzi, che, come
benissimo ha dettoli
Manacorda, racchiudono come
un piccolo trattato
di propedeutica allo
studio delle umane
lettere , quanto
a' conienti, lo
confortava, non solamente
a non leggergli,
ma a non
gli havere pure
in vicinanza, non
che in casa,
salvo Donato sopra
Terentio et Virg.
et Servio sopra
Vir. et simili;
dico simili, ciò è
che non siano
moderni d' hoggi,
perchè Asconio sopra
Cicerone è divino,
et volessi Dio
si trovassi tutto,
e '1 Vittorino
sopra la Rettorica
di Cic. non
solo si può,
ma si clebbe
leggere: io intendo
i commenti: il
Beroaldo, il Pio,
Ascensio et tutti
gli altri simili
veneni et pesti,
et se peggio
è che peste
et veneno, che
sono da sbandire
non meno che
i gramatici. L' Ercolano dialogo
di M. Benedetto
Varchi nel quale
si ragiona delle lingue
ed in particolare
della Toscana e
della Fiorentina. Culla
Correzione ad esso
fatta da ///esser
Lodovico Castelvetro; e
colla Varchino di
///esser Girolamo Muzio.
Impressione accuratissima come
si può vedere
nella seguente Prefazione.
In Padova, Appresso
Giuseppe Cornino. Benedetto
Varchi, l'uomo, il
poeta, il critico,
Pisa, 1903, (Estr.
dagli Annali della
R. Scuola Normale
di Pisa.Carte Strozz.,
e. 95, in
Manacorda. Varchi fu tra
i più enciclopedici
de' letterati del
Rinascimento. Critico, ripete con
Manacorda, poeta, storico,
filosofo, in quasi
tutti i rami
dello scibile umano
diede prove della
mirabile sua operosità
. Si procurò
una discreta conoscenza delle lingue
antiche e moderne;
ebbe cultura giuridica
e artistica; ma,
come la sua
cultura, se pur
svariata, non fu
profonda, così la
sua erudizione fu
pedantesca, grave, spesso
non ben digesta.
Forse il meglio
che produsse fu
nella critica letteraria
e nella poetica:
dalla monografia dello
Spingarn s'argomenta che non
fu solo un
divulgatore della Poetica
aristotelica, ma fissò dei
canoni nuovi ed
ebbe qualche veduta
modernista non in tutto
trascurabile: ma resta
sempre vera l'affermazione del Manacorda
che la critica
letteraria del Varchi
portò in sé
il gran difetto
d'essere applicazione rigida
sempre e inflessibile di principi,
che avrebbero dovuto
intendersi con molta
larghezza D'altra parte non
la palesa matura
la tendenza a
voler costringere entro
limiti troppo precisi
le manifestazioni letterarie
anche più complesse,
a considerare l'opera
d'arte semplicemente qual'è, non
quale s'è formata.
L'opera più importante
del Varchi, una
delle più importanti
fra le migliori
trattazioni cinquecentesche sulla
lingua, sia o
no, come s'afferma
dal D'Ovidio e
si nega dal
Manacorda, un capolavoro,
è V Ercolano. Esso,
nella sua parte
essenziale, è veramente,
come il Manacorda l'ha definito,
una trattazione compiuta
(s) de' tre
punti del problema
a cui principalmente si
riducono tutte le
questioni per tanto
tempo dibattute: l'origine,
la struttura e
l'apprendimento e l'uso
della nostra lingua,
con l'immancabile preambolo
metafisico circa l' origine
della favella e
la classificazione dei linguaggi.
A non ripeter
cose per noi
non più nuove,
ci basti qui
ricordare che il
Varchi fu un
sostenitore della fiorentinità (che esaltò
anche sul greco
e il latino)
sia nel rispetto
storico che pratico,
d'una fiorentinità scelta
ma rinfrescata via
via nell'uso de'
meglio parlanti e
del popolo {letterati, idioti,
(Da vedere per la storia
degli studi romanzi:
De Benedetti, B.
V. Provenzalista, Torino,
(Estr. dagli Atti
d. Acc. delle
scienze di Torino;
ma v. tutto
il riassunto del
Dialogo. iqi non idioti)^
e la propugnò
specialmente contro il
Trissino, giovandosi indubbiamente
del Dialogo cK-1
Machiavelli, che però
non cita, come
e pel preambolo
e per la
rassegna de' quattordici volgari italiani
ebbe ricorso al
trattato dantesco. Di
esso a noi
interessa la parte
strettamente grammaticale, la
quale, anche col
complementi! di altre
scritture linguistiche del
Varchi, come le
due Lezioni di
lingua, il Discorso
sopra le lingue,
la Lettera a*,
la Lezione sul
verbo farneticare (a
tacer della Grammatica
provenzale, versione del
Donato provenzale^, e
il frammento del
Trattatello ms. delle
lettere e dell'
alfabeto toscano (*), non
è davvero un
gran che: anzi,
non solo a
confronto della Giunta
castelvetrina, ma di
altre grammatiche anteriori, non
rappresenta alcun progresso,
se non in
quanto, allargando la
trattazione linguistica e
sollevando l'importanza del
problema, riscalda e
tiene vivo il
dibattito e prepara
il trionfo del
fiorentinismo : che, del
resto, non solo
il suo naturale
carattere empirico, è, dirò
troppo empirico, ma
non contiene alcun
elemento storico. Che
ci sembra strana
cosa assai. Forse
la sua tendenza
più filosofica che
filologica, il suo
guardar l'arte e il linguaggio
più attraverso i
canoni aristotelici e
rettorie! che non
nella loro vita
reale, lo distolse
dal ricercare nella
parola le leggi
della sua formazione
storica: il certo
è che, come
nella parte generale
della grammatica non
disse nulla di
nuovo ne di
originale, così nelle
parti speciali, a
prescindere da un
certo contributo che
reca all'arricchimento del
Vocabolario, col registrare
parole e locuzioni raccolte dalla
viva parlata, non
fu più che
un osservatore comune. La GRAMMATICA RAZIONALE O RAGIONATA è, per VARCHI (si veda), una
facilità o disciplina come la
Rettorica, la Logica,
la Storia e
la Poetica, che FA
PARTE DELLA FILOSOFIA. Solo per traslato puo dirsi scienza od arte,
ma non è
l'una cosa né
l'altra, perchè l'arti e
le scienze fan
parte della filosofia e
la superano quindi
in nobiltà. Dovendosi
d’ogni disciplina ricercar
sempre il subbietto
ed il fine,
si dice che subbietto
della grammatica è IL FAVELARE. Fine: 'l'insegnare
FAVELARE RETTAMENTE. Più propriamente
tuttavia lsu subbietto
la dittione, cioè le
lettere, le sillabe
e le parti
del discorso. Nelle ('i Biadexe,
in Studi d.
FU. rovi.. Ili 1SS5.
Manacorda. prime dovranno considerarsi
il numero, il
nome, l'ordine e
la figura (la
rappresentazione grafica): nelle
seconde il numero,
l'accento, lo spirito
e il tempo.
Le parti del
discorso poi sono VIII.
Quattro sono DECLINABILI: Nome, Pronome,
Verbo e Participio. Quattro sono IN-DECLINABILI: Preposizione,
Avverbio, Interiezione e
Congiunzione. Ciascuna delle
declinabili presenta naturalmente
vari accidenti, come sarebbero:
genere, numero, caso,
persona, e cosi via
discorrendo. Manacorda, che ha
riassunto la parte
generale della trattazione grammaticale sparsa
nell' Ercolano e altrove,
dopo aver ricordato
la definizione e
le classificazioni della
grammatica e la funzione
attribuitagli da Varchi,
gli ha fatto
merito d'aver riconosciuto,
meglio che non fa Bembo,
il valore speciale di
ciascuna delle parti
declinabili. Ma tra Bembo
e Varchi corre
quasi un quarantennio
di produzione grammaticale, nel quale
c'è stato chi tratta delle
parti del discorso
con maggior compiutezza
di Varchi. Anche
nell'escogitazione dell’alfabeto rimasta
ms. non sappiamo
vedere nulla di
notevole, tranne appunto
la riconosciuta importanza della
rappresentazione grafica delle
parole, che non è
ormai più un
merito particolare. Nei
punti specialissimi poi, come
sarebbero quelli indicati
da MANACORDA (si veda), e cioè
gl’articoli, gl’affìssi, i
gradi degli aggettivi,
il valore dell’etimologia, troviamo
ragioni più di
sorpresa che d'ammirazione. Mentre Castelvetro
fa le scoperte
che abbiamo dovuto veramente ammirare,
Varchi non sa
osservar altro che LA
LINGUA VOLGARE HA GL’ARTICOLI I QUALI NO HA LA LATINA, ma
sibbene la lingua grecia, i
quali articoli sono di grandissima importanza, e
apparare non si possono,
se non nelle
citile, o da
coloro clie nelle
zane, cioè nelle cune,
apparati gl’hanno, perchè
in molte cose
sono diversi dagli
articoli greci così prepositivi,
come suppositivi; e in
alcuni luoghi, senzachè ragione nessuna assegnare se ne possa, se
non l'uso del
parlare, non solo
si pos [ i1) Op.,
II, 796 e
passim e Lett.
a * in
.Manacorda. Ecco l'alfabeto proposto
da Varchi: a b e (ten.) eli
fasp.i d e
(chiuso) è (aperto) f g tenue
gh (aspirato g molle i voc. e
consonante, o ver
liquida), ! m
u (> 1
chiuso, lungo) o
(aperto, tonda) p
qu r s dura s molle /
u (voc.) V consonante v liquida z zeta
dolce Z aspero. .Manacorda] sono, ma
si debbono porre.
E quando osserva che “ del” e “al” NON sono
articoli, ma segni
de' casi, fa
esclamare. Questa vostra lingua
ha più regole,
più segreti e
più ripostigli, che io
non avrei mai
pensato! Nulla sa della legge dell'accento né dell'analogia. Ognuno pronunzia
nel numero del
meno. Io odo, tu
odi, e in quello del
più. Noi udimo, ovvero
udiamo, voi udite;
ma ognuno non
sa (neppure Castelvetro?) perchè “vo” si muti
in “u.” Similmente, ciascuno pronunzia nel
singulare. Io esco, tu
esci, e nel
plurale, noi uscimo,
ovvero lisciamo, voi
uscite, ma non
ciascuno sa la
cagione perchè ciò
si fa, e
perchè nella terza
non si dice “udono” ma “odono”,
e non “uscono” ma
“escono.” Buona, quando è
positivo, si scrive
per u liquida
innanzi Vo; ma
quando è superlativo, non si
può, e non
si deve profferire,
né scrivere buonissimo, COME FANNO MOLTI FORESTIERI. Ma bisogna
per forza scrivere, e
pronunziare bollissimo senza
la u liquida
(:t). Per dimostrare la ricchezza di
lingua meravigliosa fa
un interminabile trattato degl’affissi,
intorno ai quali
già tanto a
lungo vedemmo indugiarsi Bembo, ma
non riuscendo ad
altro che a
fare infinite combinazioni
di forme e
radici verbali con
particelle pronominali da
servire per ottimo
esercizio di scioglilingua. In
luogo del vocalismo
e del consonantismo, tratta così,
sull'esempio di Bembo,
Dolce ed altri, le
qualità fonetiche delle parole
e delle sillabe. Tutte le
lingue sono composte
d'ORAZIONE (Grice: SENTENCE),
e l'orazioni di PAROLE
(Grice: WORD), e le
parole di sillabe, e
le sillabe di
lettere, e ciascuna
lettera ha un
suo proprio, e particolare
suono diverso da
quello di ciascuna
altra, i quali
suoni sono ora
dolci, ora aspri,
ora duri, ora
snelli, e spediti, ora
impediti, e tardi,
e ora d'altre
qualità quando più, e quando
meno. E il medesimo, anzi
più, si dee
intendere delle sillabe,
che di cotali
lettere si compongono,
essendone alcune di PURO
suono, alcune di più PURO,
e alcune di PURISSIMO, e
molto più delle
parole, che di
sì fatte sillabe
si generano, e
vie più poi
dell’orazioni, le quali
dalle sopradette parole
si producono ; onde
quella lingua è più dolce
la quale ha più
dolci [Vi IJ Er colano.] parole, e
più soavi orazioni. Dunque la
dolcezza delle lingue
nella dolcezza consiste
delle orazioni. E
seguita così a
parlare delle tre dimensioni
delle sillabe : lunghezza,
altezza o profondità, e
larghezza. Di questo
spirito rettorico è
tutto pervaso ERCOLANO (si veda), il
quale deve la
sua celebrità, non
solo alla storia
della controversia in cui
venne a trovarsi
episodio importantissimo, non
solo a certe
sue qualità formali
di stile e
di classica struttura
e larghezza di
variata esposizione, non
solo a qualche
indubbiamente ammirevole intuizione,
ma soprattutto a
una felice contemperanza di tante
argomentazioni altrui a
prò della tesi che dove
poi esser ripresa
e fatta trionfare,
in quel che è
possibile, da MANZONI (si veda) e
al lucido e
elegante riassunto delle
teoriche dell’elocuzione quali sono
lungo il
secolo eloborate. Nessun valore
scientifico nella trattazione
concreta di tutte
le questioni linguistiche
connesse a codeste
tesi. Ma per la
scienza non è
del tutto trascurabile
il (significato e
la tendenza della
difesa che Varchi
fa del volgare
e della sua
letteratura, che è
un'altra più profonda
affermazione d'una coscienza
critica dell’importanza e dell’indipendenza artistica
di esso dalle
antiche letterature, e
spiana la via al
trionfo che specialmente
per opera di Salviati
avrebbe ha il
fiorentino nell'elaborazione della
grammatica. Le vicende
d’Ercolano non sono
certo ingloriose. Ha ristampe
e commenti e
postille, ma le
scritture più celebri
che ad esso
si congiungono direttamente
sono la Difesa
d’ALIGHIERI di MAZZONI (si veda), la
Correzione di CASTELVETRO (si
vda) e la Varchina
di MUZIO (si veda). Ma
grammaticalmente, com'è naturale,
poco o nulla
c'è da raccogliere
sia nelle postille,
sia nelle opposizioni,
data la scarsezza con
cui è trattato
di grammatica propriamente
detta neh' Ercolano stesso. La
tartiniana di Bottari, la
cominiana diSeghezzi, la
milanese di Mauri, la fiorentina
del Dal Rio, quella
che fa parte
delle Opere di
Varchi, tra l'altre. Bottari, Seghezzi,
Mauri, Dal Rio,
Alfieri, Tassoni, Volpi.
Mi meraviglio non
poco di lui,
dice Castelvetro (Cor)e:.,
che avvilendo tanto
la materia della
mia disputa, nobiliti
tanto quella del
presente suo Dialogo
delle Lingue, dove
non si parla,
co- [La parte più
notevole che e'
interessa della Correzione,
fatta astrazione, s'intende,
da questioncelle minute
di linguistica, è quella
che concerne Y etimologia.
E facile immaginare
quel che poteva
osservare l'autore della
Giìinta al filologo
n>iatica cese (e
tedesca) raffrontate alla
nostra: comparazione non
ispregevole e di
cui piacemi dar
qui un esempio.
Nello spagnolo: i.
talvolta / non
si pronunzia; 2.
//si pron. come
il gì del
nostro egli; 3.
nn si pron.
come il nostro
gn ; 4. lo
j si usa
pel nostro ii
e si pronun.
come il g
del nostro seggio;
5. x si
pron. come se del nostro
sciocco, ecc. Nel
fraticese: 1. ai
ora si pron.
a: lignaige pr.
lìnnage, ora £.•
satisfaire, pr. satisfere.
2. ajy si
pron. £: z^raj/,
wumenlo sopra alcuni
versi della Cometa
del /J/7 dove
anco si dimostra
la nobiltà e
Capitolo settimo 217
Il Sai viari
occupa un posto
notevole anche nella
storia della poetica:
ma il vero
suo regno fu
la grammatica, dove
potè meglio sfoggiare
tutta la sua
vasta e minuta
erudizione linguistica. L'impulso
all'opera principale e maggiore in
tale campo di
studi gli venne
dalla correzione del
Decameron (1582) che
gli fu commessa dal
Granduca Francesco di
Toscana, per compiacere
a Sisto V,
entrambi mal contenti
che i Deputati
alla correzione del
73 non avessero
castrato a bastanza
e a dovere
il grande novelliere
fiorentino. Il Decameron
fu da quanto
il Canzoniere e
ancor più nella
seconda metà la
bibbia grammaticale del
Cinquecento, poiché offriva il
miglior modello di
prosa numerosa secondo le
teorie rettoriche che
si venivano svolgendo:
e le ristampe
più o meno
corrette e le
correzioni che se
ne fecero per
ridurlo a edificante
universal lettura, dimostrano
quanto viva fosse
la fede nella
forma esteriore di
quel libro veramente
per il rispetto
dell'arte maraviglioso, e qual
fosse il credo
grammaticale di quell'età, come anzi
fossero andati in
generale sempre più
restringendosi i criteri linguistici
e grammaticali del
secolo a mano a mano
che quella forma
accresceva intorno a
sé l'ammirazione, nonostante
il progredir della
grammatica storica e
l'allargarsi del giudizio
critico e certe
parziali intuizioni della
vera natura del
linguaggio. Il meglio
che e ristampe
e correzioni produssero
nel campo linguistico-grammaticale furono,
oltre varie osservazioni
del Borghesi e
del Castel vetro,
giustamente aspri censori
delle storpiature del
Ruscelli, da un
lato le Annotazioni
dei Deputati alle
correzioni del 73,
dall'altro gli Avvertimenti
del Salviati. la
vera pronuncia della
lingua italiana, Venezia,
1579; Alberto Bissa,
Gemine della lingua
volgare et latina
( dotte locutioni
e modi eloquenti di
parlare usati da più illustri
: la parte
latina è indipendente
dall' it. (Milano,
Pacifico Pontio); Institutiones
linguae italìcae cum
interpretatione gallica in
gratiam exterorum, opera
et sedulitati Lentuli
Scipionis neapolitani, Antonii
Francisci M addii f.
Patavini editio postrema, Patavii,
1641 (La lettera
del Maddi. Il
Fontanini ricorda due
opere perdute di
natura etimologica, l'una di
Niccolò Eritreo, Lo
Stoico, Dialogo delle
origini della nostra
lingua volgare, l'altra,
Seminarla linguae vertiaculae
di quel Celio
Calcagnimi che, contrariamente a
quanto sosteneva li
Salviati circa l'eccellenza
del volgare, in
un lavoro indirizzato
al Giraldi Cintio....
manifesta, fra l'altro
la speranza che
la lingua italiana
e tutte le
opere in essa
scritte vengano dimenticate
dal mondo. (Spingarx). Di quelle
già il Lombardelli
ne' suoi Foriti
ebbe ad osservare
che arrecano in
mezo avvertimenti diversi
intorno alle voci
et alle forme
del dire, che
possono in gran
maniera giovare a
chi vuol da
vero, e solennemente
studiare in questa
favella: perchè son
guidati con fondamenti saldi,
con ragioni isquisite,
e con esempi
notevoli . Le
Annotazioni furono nella
massima parte opera
di quel Vincenzio
Borghini che è
stato ben a
ragione chiamato il
principe de' critici
(critici nel senso
di editori di
testi) e eruditi
del Cinquecento ,
e interessano così
direttamente il linguista come il
filologo, contenendo osservazioni
di lingua e
di grammatica storica
e pratica illustrate
dalla comparazione di
esempi perspicui quasi sempre criticamente
vagliati. Vincenzo Borghini
fin dal 1569
aveva avuto in
animo di scrivere
un trattato sulla
lingua, che né
la Difesa del
Lenzoni né la
Grammatica del Giambullari
erano tali da
sodisfar i Toscani e
ridurre al silenzio
gli avversari: anche
dopo la Giunta
castelvetrina aveva scritto
al Varchi non
aver nessuno sino
allora aperta la natura
della lingua italiana.
Quando arò parlato dell'origine, sito,
edificazione, territorio, et
altre particolarità di Firenze,
e risposto alle
opposizioni e contradizioni
che ci son
del Mei e
d'altri e che
ci potessero per
avventura essere, et
a questo proposito
tocco tutto che
bisogna, della cittadinanza
romana, delle colonie,
delle legioni, delle
divisioni de' terreni
e molte altre
cose, venire a
parlare di questa
lingua, ove ho
questi capi: onde
ella è nata
e cresciuta, che
ella è nostra
propria, perchè è
sì bella, e della sua
qualità, ultimamente il
modo di conservarla
e liberarla dalle
forestiere che la
imbrattano e guastano.
Sicché, quando il Granduca
ordina una compilazione delle
regole della lingua
fiorentina da leggersi
in tutte le
scuole, Borghini fa
plauso con gioia
al magnifico decreto
e scrisse a
B. Baldini, suggerendo
con- [Per la stima
in che è tenuto già
da' suoi contemporanei
BORGHINI (si veda), si ricorda
qui le
parole che, quanto
all'edizione del Decameron,
scrisse Corbinelli in
una delle sue
lettere già ricordate
al Pinelli. Quel che
non ha fatto
a sufficienza Don
Yinc." Borghini non
credo il possa
fare [non che
il Salviati] altri,
in Ckkscim. Quitti., Naz.
Firenze, cit. in
Barbi, Degli studi
di V. Borghini,
sopra la storia
e la lingua
di Firenze [Il Pr
optigli.), di cui
mi giovo per
questi cenni intorno
al Borghini. Capitolo
sei ti ìlio
219 sigli: si
deputassero alla bisogna
tre o quattro
intendenti con facoltà
ili aggregarsi de'
giovani. Nel 1574,
come l'ordine granducale non aveva
avuto effetto, tornava
al proposito di
far della lingua
un trattato a
sé. La conoscenza
dei precedenti grammatici (dei quali
taceva molto stima
del Bembo, corifeo,
che giudicava però scarsetto;
il Giambuilari non
gli pareva molto
gagliardo né sicuro; migliore
il Varchi, ma
non finito; il
Tornitane bisognoso d'essere burattato;
il Castelvetro non
meno sottile che sofistico
nelle sue prose
contro il Caro
e il Bembo:
Dubio non è
che la sua
dottrina non è
generalmente sana. Io
dico in conto
di lingua, ma
dall'altra parte e'
non manca di
letteratura ; ha visto
assai e non
è privo d'acume,
e può essere
sprone a far
considerar molte cose;
il Ruscelli, vano,
pochissimo intendente di lingue;
nomina il Fenucci,
il Dolce, l'Acarisio,
Fortunio, il Corso,
il Gabriele, il
Muzio, il Trissino),
la conoscenza, dico,
di tutti i
precedenti grammatici e
gli studi larghi
fatti in specie
per la rassettatura
del Decamerone e
del Novellino su
tutti gli scrittori
grandi e piccoli
del Trecento, lo
designavano veramente pari
all'impresa ideata con
tanta ampiezza. Ma il
trattato non fu
compiuto. Ne restano alcuni
appunti su argomenti
ne' quali era
riuscito a esser
sicuro: essere e qualità
della lingua fiorentina;
natura sua, delle
sue parti e
proprietà e aiuti
e mancamenti (la
lingua varia in
una medesima provincia e
città; l'italiana derivò
dalla latina con
le favelle degl'invasori); il
nome (non ha
casi, ma due
generi; ha gli
articoli); il verbo
(non ha passivo),
ecc. Il Borghini,
essendo sotto la
vecchia concezione della
natura del linguaggio,
che è 1
In una leti,
a Varchi del 9
maggio 1563, l'anno
della pubblicazione della Giunta
castelvetrina, fin Salvini,
Fasti Cons., cit.
dal Fontanini), lo
spronava a tirar
avanti il suo
Dialogo, lodando il
Bembo e biasimando
il Castelvetro, annunziando
ebe l'Accademia Veneziana
non sarebbe rimasta
muta. Lasciò in
vece un volume
di Lettere filologiche
e un altro
di Discorsi. In
Fiorenza presso i
Giunti, oltre, s'
intende quanto è suo
delle Annotazioni e
discorsi sopra alcuni
luoghi del Decamerone
di m. Giovanni
Boccacci, fatti dai
molto magnifici signori Deputati di
loro Altezza Serenissima
sopra la correzione
di esso B.
stampata in Fiorenza
nella stamperia de'
Giunti. Noto qui, come
testimonianza del conto
che s'è fatto
modernamente dal Borghini,
che dal suo
nome fu intitolata
una rivista filologica,
// Borghini, non
inutilmente vissuta. Storia
della Grammatica mutarsi,
crescere, abbellirsi e
peggiorare ancora, perdere
e pigliare voci
di nuovo e
simili altri accidenti
, ritiene il
Trecento il secolo d'oro
della lingua: Io
ho veduto (scriveva
nella lettera del
71 circa la
compilazione delle regole)
libri scritti fino all’anno della gran
mortalità, e scritti pur da persone
idiote e semplici,
e non vi
si trova un error di
lingua. Havvene alcuno
intorno all'ortografia, della
quale i nostri
antichi non seppero
né curarono troppo.
Similmente ne ho veduti,
e si veggono
regolatissimamente osservate
le coniugazioni, i
numeri, i modi,
i tempi, e tutto
quello, ove oggi
si pecca assai
bruttamente. E si
conosce, che la
natura stessa o
l'uso comune, che
sia me' dire,
era in quella
età regola vera
e sicura. Si
comincia a trovare
qualche errore, ma
non tanti e
un pezzo quanti
oggi. Ella da un
gran tracollo, e
di questo tempo
in qua è
venuta di mano
in mano talmente
peggiorando, che quasi
si può dir
guasta in alcune
sue parti, che
quel tutto buono
e come naturale
corpo del vero
e puro toscano
si è per
sempre mantenuto. Oltre
a questa classificazione de'
pregi della lingua
per cinquantenni, il
Borghini ne faceva
un'altra per gradi:
prosastica e poetica;
nobile, media, plebea
ecc. Così anche
la lingua, come
la poesia, era
rigorosamente chiusa nel codice
delle regole più
assolute e ristrette: a
tale che la
grammatica diremo degl'Italiani, che
aveva preso a
fondamento l'uso letterario
non pur del
Trecento ma del Cinquecento, quando si trova e vi si
trova spesso in discordia
con l'uso fiorentino,
qual era consacrato
nel Decameron, veniva senz'
altro combattuta e
ripudiata. Cosi avemmo
una singolare reazione
contro la grammatica
da parte di
quegli stessi che
vi dovevan necessariamente credere.
A questo menava
la correzione del
testo del Deca?neron,
ch*e col criterio
dell'uso comune s'era
venuto guastando dall'edizione ventisettina per
tutto un cinquantennio
e che ciascuno
aveva tirato a
documentar quelle regole
che meglio gli
piaceva di porre.
I Toscani, e
specialmente i Fiorentini,
non potevano lasciar
correre tanto strazio,
e benché anch'essi
fossero credenti nella
grammatica, tra la
grammatica e il
Decameron, stavano per
questo, naturalmente, e
non si stancarono
mai di ripetere [In
Barbi, op. e
loc. cit. Capitolo
settimo che le
regole furori sempre
cavate dall'uso naturale,
e non l'uso
da quelle (l).
Gli Annotatori all'edizione
del 73 si
giovaron perfino de'
notai di que'
tempi, la grammatica
[intendasi il latino] de'
quali era poco
meno che un
semplice corrente volgare che
finisse in us
et in as.
Così parallela a
quella del purismo
grammaticale, vediamo svolgersi
in Toscana e particolarmente in
Firenze una tradizione
che potremmo chiamare
del purismo antigrammaticale, o che intanto
accettava la grammatica in
quanto essa rispecchiava
fedelmente l'uso popolare
trecentesco, che era
quello seguito dal
Boccaccio e dagli
altri trecentisti e
risonava ancora, salvo
qualche modificazione di pronunzia,
sulle bocche de'
Fiorentini. Tutto era
ridotto all'uso, appo
il quale è
tutta la balia,
anzi, che direni
meglio, il quale
è la balia,
la ragione e
la regola del
parlare. A proposito
d'un esempio di
quei molti '
AvavóXofìa o ' Avavranóbara ond'è
pieno il Decameron,
gli Annotatori escono
in questa osservazione: Quegli
che volsono fuggire
questo o figurato
o vizioso parlare
che e' sia,
e che pur
hanno fitto nell'animo quello ' Ego amo
Deum delle prime regole,
mutarono Il quale
in Del quale,
e cosi appianarono
questo scoglio. Queste
sono dichiarazioni gravi
contro la grammatica, e
Annotazioni e Discorsi
sopra alcuni luoghi
del Decameroti di
M. Giovanni Boccacci,
fatti da' Deputati
alla correzione del
medesimo. Quarta edizione
diligentemente corretta, con
aggiunte di Borghini, e
con postille del
medesimo, e di
A. M. Salvini,
riscontrate sugli Autografi ed
emendate da gravi
errori. Firenze, Felice
Le Monnier. È anche
notevole quel che
dicono dell'analogia: è
una cotal regola
che va dietro
al simile, e
suol esser il
riparo di chi
è straniero in
una lingua, o
sa poco della
propria natura .
(4) Op. cit.,
p. 70. In
questo stesso luogo
si conclude così:
Noi in questi
luoghi tutti abbiamo
fedelmente mantenuta la
lezione dei migliori
libri, amando in
questo più la
verità, che o
la facilità di
quel parlar così
piano, o la
stitichezza di certe
regole, che più
servono, chi ben le
guarda, a lingua
composta e artificiata,
che a naturale e
propria. Altrove la
lingua è assomigliata
a un mare
p. 91). Oltre
le già addotte,
eccone un'altra: E
generalmente nelle voci
del tempo, et
in quelle del
luogo, non è
molto scrupolosa, né
tanto fastidiosa la
lingua nostra, quanto
per avventura alcuni
troppo sottili si
credono, che lutto
il di cercarlo
di legarla, e
(direni cosi) impastoiarla
stranamente. Del resto si
può dir che
queste tanto ammirate
e ammirevoli Annotazioni
siano una protesta
conti Storia della
Grammatica devono essere
ricordate per non
mettere tutti in
un fascio i
puristi del Cinquecento.
S' intende, anche codesti
franchi assertori dell'uso, erano
sotto l'imperio delle
regole: seguire il
Boccaccio perchè era
stato il Boccaccio,
era una regola
anche più grave
de\Y Ego amo Deiun;
ma il Boccaccio
era più vicino
ad essi, che
certi regolatissimi prosatori
del Cinquecento, e
stavano con Boccaccio. Non
solo, ma essi
riuscivano all'annullamento
della grammatica anche
per un'altra strada.
Per loro ogni
forma adoperata dal
Boccaccio diventava legge:
ora a far
d'ogni più piccolo
fatto linguistico una
regola, la grammatica
veniva ad annullar
se stessa in
questa sterminata selva
di regole e
il buon senso
era vendicato. E
tra le Annotazioni
del Borghini, gli
Avvertimenti del Salviati
e le osservazioni
del Borghesi, il volgar
fiorentino veniva a
esser codificato e
preparato così per
il travasamento nel
Vocabolario della Crusca.
Gli Avvertimenti nel
Salviati erano stati
concepiti in tre
parti, ma videro
la luce solo
il i" e
2" volume. nuata
contro la grammatica,
tendendo esse a
giustificare l'uso del
Boccaccio, sia stato
o no ratificato
dalle grammatiche cinquecentesche. E
si noti che
la giustificazione non è fatta
sempre con la
ragion dell'uso, ma spesso
s'appoggia a considerazioni anco
artistiche. Citerò un
esempio per tutti.
In Landolfo Luffolo
è detto: Venutagli
alle mani una
tavola ad essa
si appiccò, se
forse Iddio, indugiando
egli lo affogare,
gli mandasse qualche
aiuto. Alcuni interpreti
avevan interpolato sperando avanti
a se forse
Iddio. Orbene, gli
Annotatori, restituendo,
sulle testimonianze d'altre
simili costruzioni, il
testo antico, osservano:
Queste locuzioni così
un pochetto rotte
(che in somma
son proprie di
questa lingua) danno
talvolta più grazia,
e mostrano più
forza, e fanno
il parlar più
vivo, come poi
avviene; dove questa
costruzione non così
piana e facile,
ma alquanto alterata
{alterata però quanto
e a que'
che vorrebbero le
locuzioni sempre a
un modo, e
quelle senza industria
o cura nessuna),
scuopre più l'affanno
e periglio del
misero Landolfo, e
par quasi (per
dir così) che
fortuneggi anch'ella ,
pp. 88-9. Non
è critica neppur
questa, ma per
lo meno vi si avverte
lo sforzo di
penetrar la visione
dell'artista senza la
mediazione della grammatica.
1 Degli avvertimenti
della lingua sopra
' l Decamerone. Volume
Primo del cavalier
Lionardo Salviati Diviso
in tre libri:
il I in
tutto dependente dall'ultima
correzione di quell'Opera:
il II dì
quistioni, e di
storie, che pertengono
a' fondamenti della
favella: il III
diffusamente di tutta
l'Ortografia. Ne' quali
si discorre partitamente
dell'opera, e del
pregio di forse
cento Prosatori del
miglior tempo, che
non sono in
istampa, de' cui
esempli, quasi infiniti,
è pieno il [La
correzione fu fatta
nel 1582 e
fu edita non
senza notizie grammaticali:
gli Avvertimenti sono
il necessario svolgimento
di esse. Noi
ci restringeremo qui
a toccar delle
questioni generali che
più e' interessano
e a esporre
il metodo grammaticale
del nostro e
a dar conto
dello sviluppo del
corpo della grammatica
precettiva, sebbene il Salviati tratti
solo delle regole
a cui porge
occasione il Decameron,
lasciando da parte
quanto si riferisce
alla critica del
testo e all'ermeneutica boccaccesca.
Vedemmo come Gelli
rinunziasse a dettar
le regole del
volgare e ne
dimostrasse l'impossibilità. Pare
non sia stato
solo a sostener
questa ragionevole tesi,
perchè il Salviati
al principio del
secondo libro del
primo volume s'indugia
a confutar gli
argomenti di alcuni che
tolgono alle lingue
vive il ristringnerle, con
ammaestramenti raccolti in
iscrittura, sotto alcuna
ferma regola. Gli
argomenti addotti da
quei tali, erano:
1. vivendo la voce
del maestro, ciò
si è il
popolo, che la
favella, quella fatica
è soverchia; 2.
la cosa esser
vana, perchè il
popolo, non tollerando
che gli sia
tocca la sua
giurisdizione, seguita a parlare
a modo suo;
3. quand'anche si
potesse dettargli legge, l'effetto
non potrebbe esser
che dannoso. Noi
non ci fermeremo
neppure a -notare
quanto sien giudiziosi
siffatti argomenti, per quanto
non si vedano
fondati in una
tesi filosofica; e
indicheremo il pensiero
del Salviati, il
quale non può
non riconoscere che quelle
sian belle ragioni
e che hanno
forse dell'efficacia ; ma
tuttavia, guardandole con
alcune distinzioni, crede
di potere e
dover giustificar la
grammatica così: si
tratta non di
formare, ma di
raccoglier le regole
per conservar i
guadagni fatti, in
modo che, deteriorandosi la
favella, tutto non
sia andato perduto. Né
si lega per
tutto ciò, come
essi dicono, le
mani al volgo,
o se gli mette quasi
la museruola; ma
tuttavia lasciandolo nella
sua libertà, si
pone in sicuro
il guadagno, che
s'è fatto fino
allora, sì che
il tempo avvenire
noi possa più
portar via, e
del futuro se
gli lascia quasi
libero il traffico
nelle mani (p.
71). Né la
fatica è vana,
perchè il popolo
non si può
aver volume. Oltr'a
ciò si risponde
a certi mordaci
scrittori, e alcuni
sofistichi Autori si ribattono,
e si ragiona
dello stile, che
s'usa da' più
lodati. In Venezia. Presso Domenico,
et Gio. Battista
Guerra, fratelli S"
gr. sempre appresso, né,
se ciò fosse
possibile, parla tutto
a un modo.
Onde conviene prender
dal popolo il
materiale e vagliarlo
al vaglio degli
scrittori, tra i
quali, naturalmente, il
Salviati dà la
preminenza ai Trecentisti
e al Boccaccio
del Decameron in
particolare. Risorge il vecchio
concetto bembesco e
con esso tutta
la critica ammirativa
delle qualità eccellenti
del volgar fiorentino
degli scrittori dell'aureo
secolo, l'efficacia, la
brevità, la chiarezza,
la bellezza, la
vaghezza, la dolcezza,
la purità e
la semplice leggiadria. Ma è
facile notare come
l'uso vivo venga
solennemente affermato, e
come sia largo
il criterio fondamentale
della grammatica. L'esempio e
l'autorità degli scrittori
sono appunto quelle
cose, che le
regole della lingua
si chiamano comunemente.
Del favellare sia
arbitro il popolo,
dello scrivere l'uso
approvato dal consenso
de' buoni: sicché
nel formar le
regole venga primo
il Boccaccio, poi
i contemporanei di
lui, indi il
popolo, il cui
presente favellar è
meno nobile di
quello del Boccacio.
Nel fondo, però,
pur con tutte
queste larghezze, il
Salviati riesce un
un gran purista.
Disapprova il parlar
degli scapigliati che
non adoravano il
bembesco e il
boccaccevole stile; cita
come un barbarismo
X applauso universale da
loro usato. Si
scaglia contro il
gergo cancelleresco cortigiano,
segretariesco, contro V autore
della Giunta che
scrive al buio
volendo imitare il
Boccaccio; contro il
latino, i latinizzanti
e le scuole
di latino che
contribuirono a corrompere il
volgare. Esalta invece
le benemerenze del
Poliziano e più di Bembo.
Toglie parzialmente agli
scrittori del buon
secolo il vanto
delle cose pertinenti
a gramaiica, e
glielo dà in
purità di vocaboli,
modi del dire,
breve, vaga e
semplice legatura. Propugna
la pubblicazione d'un
Vocabolario della Toscana
linguai^. . Indi sbozza
una storia critica
degli scrittori del buon
secolo. Conclude col
dire che la
grammatica resterà fissa sugli
scrittori del 300,
e che il
vocabolario potrà continuamente
migliorare, distinguendo tra
prosa e poesia
per quanto riguarda
l'ortografia, i solecismi
ecc., al qual
punto rimanda alla sua
Poetica.] in ultimo
accenna alla prova [Questa
discussione del Salviati
fece fortuna, perchè,
staccata dagli Avvertimenti,
fu riprodotta a
parte in una
miscellanea di Regole, di
cui avremo occasione
di parlare, in
Firenze, col titolo: Se
le lingue sien
da restringer sotto
Regole e spezialmente
il volgar nostro.
Da chi si
debbano raccor le
Regole, e prender
le parole nelle
Lingue che si
favellano, con un
Sunto d'alcuni avvertimenti
dilla Lingua, sotto
il nome, s'intende,
del Salviati.] proposta dal
Varchi di paragonar
il fiorentino con
gli altri dialetti d'Italia, riportando
in fin del
volume varie versioni
italiane della novella
boccaccesca del re
di Cipro. Il
III libro svolge la
parte dell 'ortografia.
Dichiara che rispetterà
la nomenclatura grammaticale
ormai in uso
(quindi pronome, non
vicenome, participio non
partefice, congiunzione non
giuntura, esclamazione non
schiamazzio, che fa
ridere), e la
comune esposizione, forma
, cioè distribuzione
e condotta, già
ricevuta dall'uso delle
scuole, benché in
tutto non perfetta,
sacrificando il suo
particolar modo di
vedere all'utilità comune che
dalle novità sarebbe
stata frustata. Sicché
questi Avvertimenti del
Salviati, sotto questo
rispetto, ci rappresentano
il consentimento ufficiale
scolastico intorno al
corpo e allo
schema della grammatica;
anzi essi si
possono considerare la
prima vera grammatica
scolastica dell'Italia, quale
la didattica secolare
se l'era venuta
formando. Consideriamo dunque
brevemente il contenuto
speciale che il
Salviati, desumendolo dallo
studio del Decameron,
ha di suo
versato in quello
schema. Le Lettere
sono nella vista
(segni) della scrittura
21: a b
e defghil. mn'opqrstuxz,
ma nella voce
(suoni) 32. Delle
lettere h è
mezza lettera, il
q è inutile,
il k è
fuor d'uso perchè
non dolce. Confuta
la riforma trissiniana.
Vocali Q) in
scrittura son 5:
a, e, i,
o, u in
fonetica 8: a,
è, é, i
sottile, i grasso,
ó, ò, u.
Diltongi, 49, quanti
sono gli accoppiamenti
( distesi Es. làude
delle vocali e
sono . \
raccolti guato. Trittongi
e quattrittongi che
si possono raccogliere
in una sillaba
sola: lacciuoi. Ricorda
le divisioni di
Platone, nel Cratilo
(vocali, mezze vocali,
e mutole), ripetute
da Aristotile nella
Poetica. Nella Storia degli
animali Aristotile accenna
anche alla formazione
delle vocali dalla voce
e dal gorgozzule,
delle consonanti dalla
lingua e dai
labbri. Su questa
base fondarono retori
e grammatici latini
la loro fonetica.
Platone dice le
vocali la catena,
e '1 legame
senza '1 quale
l'altre lettere esprimer
non si potrebbero. Le consonanti
in vista son 16, semivocali,
che partono ^dall'ugola
madre delta nella
zw^, almen 25
(sauere, sapere), tra
la / e
la n (calonica,
canonica), tra la
/ e la
r (albori, arbori),
tra la /
e la d
(olore, odore), tra la /
e \\g (li,
gli articoli, quelli,
quegli, cavalli, cavagli,
salì, saglì, dolgo,
doglio), tra la
n e il
g (piangere, piagnere),
tra la r
e il d
(dierono, diedono), tra la s
e la z
aspra (solfo, zolfo),
tra la ^
e il e
(Sicilia, Cicilia), tra la ^
e la f
(sino, fino), tra
la .? e
il / (nascoso, nascosto), tra
chi e sii
(schiena, stiena), tra
la. s e
z aspre e
sottili di altri
popoli (pesso, pezzo;
strossare per istrozzare;
Orazio per Orazio),
tra la z
sottile o aspra
e il e
ora scempio ora
doppio (beneficio, benefizio),
tra la z
rozza e il
d (fronzuto, fronduto),
tra la z
e il g
(ammonigione, ammonizione), tra
il b e il g
(abbia, aggia), tra
il b e
il p (brivilegi,
privilegi), tra eh
e ce (Antioco,
Antioccio), tra il “c” e
il “g” (“Caio,” “Gaio”), tra
il de il
g (vedendo, veggendo),
tra il d e il
/ (cadmio, catuno). Passa
poi alle jnllabe.
Qui fa una
distinzione curiosa: dice
che quel che
significa sillaba è
stato determinato dai
filosofi, e che
a dividerle insegnano
i pedagoghi, non
più; ma sarebbe stato
importante che ci
avesse accennato qualcosa
di particolare intorno alla
definizione data dai
filosofi. Chiude il
trattato parlando del
modo di scrivere
molte parole, della copula,
degli accenti, delle
maiuscole, e de'
segni di punteggiatura. Assennatissime le
osservazioni sulla punteggiatura. Ricorda le
moderne dottrine circa
la storia della
punteggiatura, inclinando a credere,
sulla testimonianza di
Aristotile, che gli
antichi punteggiassero con
minuzia. Si dichiara
soddisfatto de' punti usati
al suo tempo
, ma riconosce
che questa .:;,
? f )
cioè punto fermo,
mezo punto, punto
coma, coma, interrogativo, parentasi.
Del fermo, per
altro, fa, secondo
la necessità della
posa (pausa), quattro
specie: fermo, trafermo,
fermissimo, trafermissitno . ]materia è
meno che altra
atta a esser
legiferata, e convien
lasci.ire alla pratica
degli scrittori la più ampia
libertà, acciocché siano
ben rese e
la tela (costruzione)
e la SENTENZIA
(SIGNIFICATO) del discorso.
Rispetto, non dico
alla fonetica di Castelvetro, ma
anche alle spiegazioni
d'altri grammatici che
s'occuparono di questa
parte, non escluso
il Fortunio stesso,
il primo di
quelli editi, questo
trattato del Salviati
è certamente un
regresso, per quanto
qualche osservazione supponga
una teoria meno
empirica: se non
che, e la giustificazione della
grammatica fatta dal
Salviati e la
relatività assegnata alle regole
di esse da
una parte, e
la legiferazione così
minuta dell'ortografia intesa
nel senso più
largo fondata su
dati storici positivi,
sui caratteri del
volgare cinquecentesco usato
dal popolo, non
escluso quello della
dolcezza e musicalità
dell'idioma fiorentino,
dall'altra, assegnano agli
Avvertimenti del famoso accademico un
discreto valore scientifico
nel primo rispetto,
e, nel secondo,
un notevole posto
nella storia di
quei prodotti che
indirettamente concorsero alla
dissoluzione del loro
stesso contenuto : nella
somma di questa
duplice qualità, dunque,
il pregio di
documento principalissimo per
la nostra narrazione.
Dell'importanza data dal
Salviati alla grammatica
abbiamo già fatto
cenno. Quanto alle
osservazioni donde son
ricche le particelle
della sua trattazione,
in questo senso
noi affermiamo che
sono notevoli, che,
legiferando un'infinità di
esigenze formali dell'idioma
nostro, sviluppando quasi
all'infinito il corpo
della grammatica e
nell'istesso tempo assottigliandolo fino
a ridurlo un'ombra
di sé stesso,
col fare d'ogni
minimo caso una
legge, riducono ai
minimi termini il
rigore, la rigidità,
l'inflessibilità della legge
grammaticale, preparandone
il totale annullamento.
Ho detto esigenze
formali, ma non sono
solamente tali. Quelli
che sono stati
chiamati i criteri
formalistici dei letterati
del Cinquecento dal
Bembo, appunto, al Salviati,
di fatto erano
criteri estetici sostanziali.
Gli abiti mentali
di quella generazione
di scrittori e di critici,
il loro ideale
di bellezza, il
loro modo d'esprimere
e riflettere nel
verso e nel
discorso sciolto il
proprio contenuto, questo
stesso contenuto, conducevano
tanto chi esercitava
l'arte quanto chi
esercitava la critica
a quella concezione
della forma che a noi
può sembrare pretta
esteriorità vuota di
contenuto, ma che
per loro era
la sostanza stessa
del loro pensiero.
Il formalismo dunque
legife rancio sé stesso,
sodisfaceva a un
bisogno, esprimeva in
regole la scarsa
e superficiale vita
interiore, che era
vita formale essa
stessa, riuscendo così
a una critica
indirettamente negativa della
grammatica, dove a
noi parrebbe di
dover vedere un
rafforzamento di fede
grammaticale. In altre
parole, a me
par di poter
mettere sulla stessa
linea progressiva il
Salviati e i
migliori recenti costruttori
di categorie grammaticali
e rettoriche a
base di psicologia,
con questo profondo divario ridondante
a tutto onore
degli ultimi, che
questi han coscienza
di quel che
fanno, cioè di
fare una critica
della grammatica, e
il Salviati no.
Il Salviati legifera
gli atteggiamenti della lingua,
gli affetti, quasi
direi, delle parole
e degli elementi
di essa (tant'è
vero che parla
dell'a?nisià delle lettere)
rispondenti alle tendenze
del pensiero; quelli
descrivono le forme
in che si concretano i
movimenti dello spirito:
in fondo menano
dritti sì gli
uni che gli
altri all'affermazione della
formula tal contenuto
tal forma, che
non dà più
luogo a grammatica,
a legge veruna
regolatrice della favella
(l). Nel secondo
volume degli Avvertimenti
("), dedicato a
Francesco Panicarola
architetto dell'arte del
ben parlare ,
tromba del nostro
secolo , tratta,
ne' primi due
libri, del nome,
deWaccompagnanome, dell' articolo
e del vicecaso;
ma quello che
fu il desiderio
de' contemporanei e,
particolarmente, del Lombardelli,
che cioè venissero
trattati con la
medesima felicità l'altre
parti, rimase inappagato,
nonostante che l'impulso
a pubblicar questo
secondo volume venisse
al Salviati e lo
dichiara nella dedicatoria con viva
compiacenza dal giudizio
favorevole dato sul [Per
questo problema fondamentale
della critica della
grammatica, si ricordi in
particolare la polemica
Vossler-Croce, originata dal
saggio di Vossler
sulla Vita del
Cellini, e precisamente:
Atti d. Acc.
Pont., Literaturblatt f.
gertn. u. rovi.
Pini., 1900, 1;
Flegrea, 1 apr.
1900; Zeitschr. f.
rom. Pliil.; La
Critica. Della polemica
fa la storia
lo stesso Vossler,
nel suo recente
libro, Posilivistmis inni
Ldealismus, già citato,
riuscendo ad un pieno
accordo con la
dottrina sostenuta dal
Croce. Cfr. anche
Rossi, Contro la
stilistica, Firenze. Del secondo
volume degli Avvertimenti
della Lingua sopra
il Decamerone. Libri
due del Cavalier
Lionardo Salviati. Il
Primo del Nome,
e d'una Parte,
che l'accompagna. Il
Secondo dell'Articolo, e
del Vicecaso. In
Firenze, nella Stamperia
de' Giunti.] primo da
tre valent'huomini di
sottilissimo intendimento: il
utilissimo Cavalier Batista
Guarirli, delizie delle
belle lettere de'
nostri tempi, il
Patrizio, le cui
scritture e spezialmente
quest'ultime della Poetica,
hanno fatto stupire
il mondo, e
quel Mazzoni, huomo,
se mai ne fu alcuno,
in supremo grado
scienziato, cittadino in
tutti i linguaggi,
maestro perfettissimo in
tutte le l'acuità:
che tanto sa,
di quanto si
rammemoria; di tanto
si rammemoria, (pianto
egli ha letto:
cotanto ha letto,
(pianto oggi si
truova scritto, al
quale sia sempre,
per lo nostro
maggior poeta, obbligata
la patria mia.
Nella trattazione di
queste parti del
discorso ritornano, per
altro, le infinite
e complicate classificazioni e
distinzioni che rendono la
morfologia fastidiosa e
difficile e di
scarsa efficacia all'apprendimento della grammatica.
Il nome è
diviso secondo la sentenza
e secondo la
voce: sotto questo
rispetto, è semplice
o composto, primitivo
o derivato; sotto
l'altro sostantivo o
adiettivo: il sostantivo
è proprio o
appellativo e questo
collettivo o no;
V adiettivo è
perfetto e ha
3 gradi {positivo, comparativo, superlativo)
o imperfetto, e si divide
in 3 gruppi:
appartengono al primo
il relativo, il
rassomigliativo, il renditivo,
V interrogativo, il dubitativo,
il relativo indefinito;
al secondo il
partitivo, Y universale, il
partictdare, il distributivo,
il numerale o
denominativo; al terzo
il possessivo, il
materiale, il locale
(patria, nazione, distanza).
Ha tre accidenti:
il genere (maschile,
femminile, neutrale, comune, dubbio,
indifferente), il mimerò
(singolare, plurale o
maggiore; non duale
altrimenti ci dovrebb'esser
il triale, il
quattrale, il cinqualé),
il caso (uno
pel singolare, uno
pel plurale). Si
declina in quattro
modi: a) maschili
sing. -a, pi.
-i; b) femminili,
-a, -e; e)
comuni, -e, -i;
d) comuni, -o,
-i. L ' accompagnaìiome sarebbe
l'articolo indeterminativo uno,
una. Quasi un
cento pagine son dedicate,
al solito, alX articolo,
il cavai di
battaglia di tutti
i maggiori grammatici
del Cinquecento. Il
Salviati ne ragiona
in due pagine
con gran solennità
la definizione; polemizza
contro chi non lo vorrebbe
in italiano, non
essendoci nel latino
che è lingua
più nobile: ne
spiega la forza,
V ufficio, V opera, che
è di determinare
la cosa precisamente....e di
tutta insieme abbracciarla.
E qui spiega
un'infinità di sottili distinzioni,
indulgendo a quel
fine senso estetico formale di
cui ho parlato
più sopra. Ripiglia
la questione del
mortaio della pietra,
affermando che nessuno,
insomma, fin qui
ebbe confutato in
ptibblico il Bembo.
Neppure il Castelvetro?
Eppure spesso il
Salviati si ferma
a discuter col
critico modenese, del quale
non ha certo
la sottile e abbondante dottrina filologica né il
metodo. L'opera di Salviati suscitò
un vero entusiasmo
al suo tempo,
e il Lombardelli,
che fu quasi
sempre il fedele
interprete dell'opinione
comune, cosi ne
discorse ne' suoi
Fonti: Il Salviati
ha ritrovati i
principi, le parti
e gli ornamenti
di questa lingua;
et ha scoperto
i modi, e
le strade vere
di conoscerla, d'affinarla
e di tenerla
in riputazione. Nel
I volume scioglie
molti bellissimi dubbi; fa la censura
degli scrittori antichi,
e tratta nobilmente i
fondamenti più generali
della lingua. Ne'
due primi libri
del II volume
tratta del Nome,
Accompagnanome, Articolo e
Vicecaso, con tal copia,
e spirito, e
vivacità, e chiarezza;
che ne fa
desiderar di veder
trattate con la
medesima felicità l'altre
parti. Queste e
l'altre scritture sue,
dove si tratta
di teorica, possono arrecar giovamento
aiuto e forza
tanto maggiormente, quanto
più fiero sarà
l'intendimento di chi
si metterà a
studiarla, ed a
trarne frutto. Non
tacerò che, a chi legge,
oltre a quel
che impara capo per
capo e parte
per parte, se
gli affina a
maraviglia il giudizio
di maniera che
può aspirare alla
perfezion dell'intender gli
Autori, del parlar
bene, e dello
scriver con lode.
Quest'affinamento di giudizio
veniva certamente prodotto
in altrui dal
Salviati appunto con
quel suo discuter
parte per parte,
capo per capo,
gli esempi addotti
in gran copia,
secondo il suo
fine sentimento formale.
Di modo che,
sia per questo
sia per esser
fondata la sua
trattazione sopra la
critica e l'esegesi
del testo decameronico,
cioè sopra una
base concreta, sia
ancora per la
infinita serie di
regole, il Salviati
più che una
grammatica nel senso
pedantesco e scolastico
della parola, in
questi suoi Avvertimenti ci ha
porto un esempio
notevole della larghezza
con cui dovrebbe
esser condotto l'insegnamento grammaticale,
mentre, dall'altro canto,
ha sviluppato il
corpo della grammatica
in siffatto modo,
che il progresso
del disfacimento ne
veniva certamente accelerato. Salviati, a
cui dobbiamo anche
oltre un giudizio
alcune aii7iotazioni tra
linguistiche e grammaticali sul
Pastor fido del Marini,
Ma l'ammirazione non fu senza
contrasti. Accennerò alla
polemica che, un
anno dopo la
pubblicazione del secondo
volume, s'accese tra
il Papazzoni e
Beni. Il primo
nella sua Ampliazione
della lingua volgare
( fondata parte in
ragion chiarissima, e
parte in autorità
d'autori principali) ,
rimproverò al Salviati
il modo onde
aveva legiferato intorno alla
grammatica e la
corruzione fatta del
testo boccaccesco. Gli
rispose nell'anno medesimo
il Pescetti, uno
dei più litigiosi
grammatici che abbia
avuto l'Italia. Era
di Marradi dalla
diocesi di Faenza
passata alla signoria
de' Fiorentini : un
toscano un po'
bastardo, dunque. Insegnò
grammatica a Verona, dove,
un anno dopo
della polemica col
Papazzoni, s'attaccò con
Giandomenico Candido per
la Difesa della
Zeta, intorno a
cui aveva pubblicato
un'operetta il Lombardelli,
e la contesa
si fece così
accanita, che dovette
mettersi in mezzo
Valerio Palermo dirigendo
una lettera latina
ad ambedue. Il
Papazzoni replicò ancora
con una Apologia
in difesa dell' Ampliazione contro r
opposizione del signor
O. P. Ma
ormai divampava la
tremenda contesa tassesca,
a cui prese
parte quasi tutta
l'Italia e le
piccole gare grammaticali
e ortografiche perdettero
il loro interesse.
Sicché, rimase senz'eco
anche il dialogo
di Pierantonio Corsuto,
// Capece ovvero
le Riprensioni, diretto
contro gli Avvertimenti
del Salviati. Non
solo, ma anche
la produzione grammaticale ora
diminuì, intese alla
compilazione non solo
di quello dell'Accademia, ma
d'un suo proprio
Vocabolario, che però
non vide mai
la luce. In
una di quelle
annotazioni, egli stesso
dice: Tutto che'
io m' assicuri
d'affermarlo assolutamente
senza vedere la
bozza del mio
imbastito Vocabolario, il quale
ora non ho
appreso, crederei all'improvviso che
di fora per
fosse o per
fossi, non vi
abbia esempio sicuro....
Prose inedite del
Cav. Leonardo Salviati
raccolte da Luigi
Manzoni, Bologna. Sembra
ormai fuor di
dubbio che del
Salviati sia il
Discorso nel quale
si /nostra l'in/perfezione della
Commedia, diffuso ms. piu
tardi pubblicato. Cfr. Flamini,
Avviamento allo studio
della D. C,
Livorno. In Venezia
per Paolo Meietti,
1587, 8°. (2)
Epistola lalerii Palermi
ad Orlandum Pescettium,
et Io. Dominicum
Candiduiu de uso litterae Z
disceptantes, In Verona,
presso Girolamo Discepolo.
In Padova, per
Meietti.] tanto che avremo
quasi da arrivare
al Buommatteri per
ritovare un corpo
di regole da
gareggiare con gli
Avvertimenti e le
altre fondamentali opere
grammaticali del Cinquecento.
Il s££q1ol_sì chiudeva
con la ristampa
delle Osservazioni del
Dolce, e l'altro
si apriva con
la compilazione del
Vocabolario della Crusca.
Più gravi, per
la competenza e
l'autorità di chi
li moveva, e
un più vivo
clamore avrebbero suscitato,
se espressi in
pubblico, gli appunti che
contro gli Avvertimenti
rivolse il Corbinelli
nelle molte lettere
dirette al suo
amico Pinelli, tra
le quali ha
così proficuamente spigolato
il Crescini . Il Corbinelli,
che aveva avuto
il Salviati quasi
scolaro a Firenze,
havendo il medesimo
homore da giovinetti
, non confidava troppo nella
valentia linguistica del
Salviati, che giudica
uomo di non
grandi spiriti, ma
diligenti, giuditio mediocre
, sofisticuzzo nelle
sue cose ,
e torna a
qualificare, dopo lettine
gli Avvertimenti, vago
di non lasciar
nulla indetto ,
incline a spezzare
il cervello in
minutar mille e...
nerie , principalmente per una
sostanziale differenza circa
i criteri e
al metodo, coi quali
condurre lo studio
della nostra lingua. Il
Salviati, come pareva
anche al Corbinelli,
tirava di lungo
e non vedeva
più oltre che
la lingua sua;
il Corbinelli, conscio
della sororità o
fratellanza delle due
lingue cioè franzese
et italiana , convinto
che dalle lingue
barbare [francese, provenzale] noi haviam
ritenuto una infinità
di cose: et
che bisogna saperle
per volere fare
il grammatico: non
dico per scrivere
, procedeva nell'
indagine linguistica col
metodo comparativo, non per
proporre niente da
imitare e odiando
le regole (%):
l'uno era un
empirico precettista, l'altro
uno storico comparatore.
Che il Corbinelli,
anche non spiegando
esattamente, come gli
accadde spesso, le
forme linguistiche nella
loro formazione storica,
potesse aver buon giuoco
sul Salviati per
ciò che riguarda
questo [Per gli studi
romanzi cit.. In Crescini,
op. cit., p.
194, 195, 204,
206. Col Salviati
il Corbinelli appaiò
il Muzio, di
cui così scrisse:
Io lo trovo
quasi quanto il
Salviati et sì bene egli
è ignorante nella
maggior parte delle
cose, ancor si
ha egli osservate
molte, se non
altamente, curiosamente, et
bene mi piace,
che e' dice
volentier male. V'ho
trovato il mio
povero Corbaccio .
Crescini. In Crescini] aspetto del
problema della lingua,
è più che
naturale ; mala
presunzione che il
Salviati, perchè non
intendente del francese
e del provenzale,
dovesse essere impari
al suo compito
che era di
grammatico normativo e non di
storico, è illegittimo,
poiché i due
punti di vista
sono protondamente diversi:
con l'uno si
descrive la lingua
quale fu prodotta
e fissata nella
scrittura, con l'altro
si compie uno
sforzo, per quanto
disperato, di apprenderne il valore
espressivo: con l'uno
si lavora in
un piano, con
l'altro in un
altro, pur non disconoscendosi che
la grammatica normativa,
in quanto espediente
didattico, sarà tanto
più efficace quanto più
fedelmente elaborerà le
sue regole sui
risultamenti dell' indagine
storica. Il Corbinelli
odia le regole,
perchè il suo
è un interesse
storico, e come
egli trova i
libri scritti variare,
così stima queste
cose indifferenti, et se in
parlando suol dire
et udire '
andavo ', '
facevo ', '
stavo ', tanto
scriverà così, se
la penna harà
fatto un v
òvofiàrcìv) ; questioni
agitate confusamente e che Alcune
linee di questo
brevissimo riassunto della
storia della grammatica
presso i Greci
toljjo dalla Histoirc
de la Littérature
grecque par Alfred
et Maurice Croiset,
Paris. Per maggiori e
più sistematiche informazioni,
oltre l' Egger che
citiamo più innanzi,
H. Steinthal, Geschichte
der Sprachwissenschaft bei
den Griechen uud
Romeni mit besonderer
Riieksicht auf die
Logik,'Berlino, 1890-1. Y.
l'interpretazione del Benfev,
accettata dal Bonghi,
nelV Appendici' seconda al
Cratilo in Dialoghi
di Plafone tradotti
da Ruggero Bonghi, voi.
V, Roma, 1S85,
pp. 404-10. Capitolo
ottavo 243 hanno
il loro monumento
nell'oscuro Cratilo platonico,
che sembra ondeggiare
tra soluzioni diverse
. Poco o
nulla progredì la
teoria grammaticale coi
teorici della grande
eloquenza attica e
gli storiografi che
s'informarono ai loro
principi e imitarono
i grandi oratori,
sebbene un d'essi,
Eforo, scrivesse anche
un trattato sullo stile
(jtsqì Àé^eoc;), come
nessun impulso era
venuto alla grammatica
dai primi retori
siciliani. Ln_ Aristotile la
teoria grammaticale si congiunge
ancor più direttamente
e intimamente con
la logica che
non con la
retlorica e la
poetica, dove ne'
rispettivi capitoli sull'elocuzione, pur
si parla di
parti del discorso.
Nella Rettorica (1.
IID, affermato che
il principio della
buona locuzione è la correttezza,
si spiegano i vari modi
di conseguirla, che
sono: 1. collocar
bene le congiunzioni;
2. usare i
nomi propri e
non circoscritti; 3.
non usare i
dubbi; 4. dare
a ciascuno il
suo genere, maschile, femminile
e neutro; 5.
dare il numero
suo, singolare, duale, plurale.
Nella Poetica, tutto
un capitolo (il
XX), che sembra
a ragione interpolato
(2), è dedicato
alle parti dell'orazione, che sarebbero:
lettera o elemeyito,
sillaba, congiunzione, nome,
verbo, [articolo], caso,
orazione. Ma le
vere categorie grammaticali
che Aristotile realmente
e in modo
chiaro elaborò, sono
il no7ne e
il verbo, i
due termini della
proposizione enunciativa, di
cui tratta nei
pochi capitoletti jtvoì
'Eoneveiag (De in
Croce, Estetica cit.,
p. 176. •)
Tale lo giudica
l'ultimo editore della
Poetica aristotelica, che
espunge anche, come
interpolazione nel brano
interpolato, la categoria
dell'articolo (òodQOv). The Poetics
of Aristotle edited
with criticai notes
and a translation
by S. H.
Butcher, London. Osservo
che l' interpolazione del
paragrafo era stata
già avvertita dal
Barthélemy Saint-Hilaire, ma
con una considerazione che
non ci sembra
del tutto opportuna.
Il gran divulgatore
d'Aristotile osserva infatti
que toutes ces
théories quelle sull'elocuzione, d'ailleurs
très contestables, quand
elles ne sont
pas tout à
fait erronées, sont
très-déplacées dans un
ouvrage tei que
celui-ci. Cesi de
la grammaire ; ce
n'est plus de
la poétique. Je
n' hésite pas
à déclarer qu 'elles
ne peuvent ètre
d'Aristote, et je
me fonde surtout
pour les repousesser
sur V Herménéia, qui
prouve une connaissance
de ces matières,
si ce n'est
plus étendue, du
moins beaucoup plus
exacte. Les chapitres
qui vont suivre
[XX sgg.] sont
donc une interpolation. Poétique d'Aristote trad.
en fr. et accomp.
de notes perpètuelles par]. Barthélemv Saint-Hilaire, Paris.
De', meriti del
nostro Castelvetro sotto
il rispetto della
critica del testo,
s'è già accennato
e torneremo qui
a darne altre
prove. 244 Storia
della Grammatica terpretatione, o
Della proposizione, secondo
è stato tradotto
il vocabolo). Uno
svolgimento ancor più
considerevole che in
Aristotile ebbe la grammatica
dalla dialettica degli
stoici, pe' quali
la logica era
la scienza preliminare
delle condizioni della
conoscenza o del metodo,
e che si
servirono del linguaggio
per determinare le leggi
che segue la
ragione: essi conobbero
cinque parti del
discorso, nome, pronome,
verbo, avverbio, congiunzione.
Fondata la Biblioteca
d'Alessandria, con tante
opere da curare
e studiare, segnatamente
i poemi omerici,
l'elaborazione della grammatica
ebbe la spinta
verso il suo
completo assetto con
le dispute suW
analogia e V anomalia.
Aristofane di Bisanzio
volle vedere in
tutti i fatti
linguistici una razionale
regolarità, e si
diede a svolgere
la declinazione greca
per darne la
prova convincente, seguito da
Aristarco che ne
divenne un caldo
sostenitore: Crate di
Mallo, uno stoico
condotto dalla sua
stessa filosofia agli
studi grammaticali seguendo
Crisippo, sostenne invece
la teoria dell'irregolarità grammaticale.
La conclusione della
disputa fu come
sappiamo, l'accettazione del
principio della recta
coìisìictudine, cioè della
contradizione organizzata .
Chi sistemò tutta
la scienza grammaticale
dell'antichità fu Dionigi
Trace, la cui
Tèyyr) yQajufiaxatr} tenne
il campo per
oltre due secoli
fino ad Apollonio Discolo, compendiata,
commentata, amplificata. Per
dare un esempio
dello spirito ancor
tutto greco sottile
e classificatorio di
Dionigi, è stato
già osservato che
egli coniuga anche
le forme verbali
logicamente corrette, benché
non usate. I
Romani, di questo
periodo, copiarono i
Greci: Varrone è
sotto l'influenza della
disputa tra analogisti
e anomalisti, nella
quale non riesce
a veder chiaro.
La sofistica ebbe
ancora un'ultima e
non meno forte
efficacia sulla grammatica,
con Apollonio, il
quale si sforza
di darle un
carattere scientifico, rapportando
ogni singolo fatto
linguistico a una legge
logica. Egli sostiene
il principio che
ogni parte del
discorso procede da
un'idea che gli
è propria: 'Ekclotov
òè ui'Tox' è§
ìòiag èvvoiag àvàyeuai,
e vi fonda
su tutta una
nuova sintassi di
reggimento, che, accettata
poi dai grammatici
romani, segnatamente da
Prisciano, ritornò quasi
integra dopo la
deformazione che n'ebbe fatto
il Medioevo, al
Rinascimento, e in
molti particolari accolta
dai Portorealisti e
dai grammatici logici
dell'Enciclopedia, rimane ancora,
con le debite
mo Croce, Estetica
cit., p. 498.
Capitolo ottavo 245
dificazioni che il
tempo apporta, in
tutta la grammatica
moderna. Ma, com'è
stato ben osservato,
Apollonio, non fondando la
sintassi sullo studio
della proposizione, ma
sulle singole categorie grammaticali,
non ha costruito
una grammatica filosofica.
Dopo di lui
(sec. II) fino
appunto a Prisciano
(sec. VI) la
grammatica ebbe dai
trattatisti romani vari
rimaneggiamenti, ma nella
sostanza non fu
modificata ('")• Con
Donato (sec. IV),
il più metodico,
e Prisciano, il
più infuso di
spirito "filosofico, servì
al Medioevo e
risorse tal quale
nel Rinascimento, che,
come abbiamo già
visto sull'esempio del
Perotti, congiunse Donato
e Prisciano, perduta
però ogni coscienza
dell'origine della funzione
delle categorie. Codesta
perdita era già
avvenuta nel Medioevo, Apollonio ha
avuto un diligente
e acuto illustratore
in un grecista
di gran valore,
l'Egger, il quale
per altro lo
critica dal punto
di vista della
grammatica generale quale
era stata sistemata
in Francia. V. Apollonius
Dy scole. Essai sur
l'histoire des thèories
grammaticales dans l'antiquitè
par E. Egger,
Paris. À part des
erreurs de détail
qui seront relevées
dans les chapitres
suivants, sa classification des
parties du discours
est, en general, fort
louable, parce qu'elle
ne méconnait ni
l'unite essentielle de
la proposition, ni
la variété très-réelle
des mots qui concourent à
former une phrase.
Réduire à trois
les parties du discours sous
prétextes que la proposition n'a que trois termes élémentaires, c'est
taire abus de
logique; comme se
serait, en quelque
sort, faire abus
de grammaire que
d'admettre douze ou
quinze partie du
discours en donnant
ces nom aux
espèces secondaires au
lieu de le
réserver pour les
véritables genres. L'observation
des mots et
l'analyse des idées,
la grammaire positive
et la logique
sont deux sciences
distinctes, dont l'alliance
produit ce qu' on appelle
la philosophie des
langues. Pp73'4L'Egger è
un credente nella
grammatica e anche
nella logica formalistica: come
non si abusi
né della grammatica
né della logica a
riconoscere otto o
nove parti del
discorso, invece di
tre o di
quindici, è un
segreto che sanno
solo l'Egger e
i suoi compagni
di fede: che
cosa sia poi
la filosofia del
linguaggio fondata sull'alleanza
della grammatica e
della logica, ci
è ben noto.
(2) Un particolare
contributo all'elaborazione della
grammatica antica avrebbero
recato i grammatici
romani specie per
ciò che concerne la
sintassi dei casi,
secondo il Sabbadini,
Elementi nazionali nella
teoria grammaticale dei
Roma?ii, in Studi
di filologia classica,
dove, anche si
nega, contro Golling
[Ristorisene Grammatik der latemischen
Sprache) che la
riforma della grammatica
scolastica latina risalga
a Guarino, per la storia
delle cui Regole
il Sabbadini stesso
rimanda al suo
libro La scuola
e gli studi
di Guarino Guarirti
veronese, Catania] in cui
logica e grammatica
si disciolgono dai
comuni vincoli onde
fin dalla nascita
s'erano mantenute legate
nei GRAMMATICI RAZIONALI come Apollonio,
per sottomettersi entrambe
a un processo
di decomposizione e
di degenerazione: la
grammatica, prima delle
scienze del nuovo
canone, e, rimasta,
ne' secoli di
maggiori tenebre, quasi
l'unica a esser
coltivata, diviene un
campo di esercitazioni
pedantesche e di
polemiche interminabili su
argomenti oziosissimi (se tutti
i verbi, p.
es., abbiano il
frequentativo; se ergo abbia
il vocativo ecc.;
la logica, analogamente,
che pur con
Aristotile s'è sollevata alla
scoperta di principi
di vero carattere
scientifico, ha nella
scolastica la sua
massima espansione formale,
perdendo tutta la vitalità che
aveva avuto da
Aristotile, il quale
peraltro rimase al
giudizio dei critici
del Rinascimento il
responsabile dello strazio
che s'era poi
fatto di lui.
Contro la doppia
degenerazione della grammatica
e della logica sorsero ben
presto le proteste. Rinuccini lamentato
che i grammatici
passassero tutto il
loro tempo in
fantasticherie, lasciando il
più utile della
grammatica; lunga da se
la fanno lunghissima,
ma la significazione, la distinzione, la
temologia de’vocaboli, la
concordanza delle parti
dell'orazione, l'ortografia, il
pulito e proprio
parlare litterale niente
istudiano di sapere.
Di quelle terribili
dispute è documento notissimo il
Bellum grammaticale, così
fortunato, di Guarna salernitano,
dove quei due
potentissimi re che
sono il nome
e il verbo
inter se contendtint
de principalitate orationis .
Le riforme, già in qualche
modo invocate dai
corifei [Testimonianze varie
e numerose delle
lotte tra le
scuole grammaticali del medioevo
si possono raccogliere
nella monografia d’Ancona,
Le rappresentazioni allegoriche
delle arti liberali
nel m.-e. e
nel rinasc., in
L' Arte. In Wesselofskv,
// Paradiso degli
Alberti. Ritrovi e
ragionamenti del 1.389. Romanzo
di Giov. da
Prato, Bologna. (Vi Parisiis,
Ex officina Roberti
Stephani. VI (ma
la prima ed.
è Parmae, per
Fr. Ugolettum et
Octavianum Salàdum): a.
e. 3, Griimaticale
bellum nominis et
verbi regi!, de
principalitate orationis inter
se contendentium, Andrea
Salernitano patritio Cremonensi authore.
La sentenza della
lite fu che:
in conficienda solenni
oratione uterque Grammaticae
rex cimi suis
sequacibus conveniat, Verbum
scilicet et Nomen,
Participium, Adverbium, Prepositio,
Interiectio, et Coniunctio.
In quotidiana vero
et dell' Umanesimo
e particolarmente dal
Petrarca, che si
scagliò contro gli
scolastici insanum et
clamorosum vulgus ,
degeneri d'Aristotile, schiccheratori di
frascherie , guastatori
dell'insegnamento elementare (l), furono
richieste con insistenza
nei primi anni
del Cinquecento: esse
miravano al contenuto,
al metodo e
alla lingua dell'insegnamento scolastico
della logica. Il
Vives, nel II
libro intitolato Grammatica
della sua opera
De causis corruptarum
artìum sosteneva che
la lingua dovesse
esser presa dall'uso vivo
(3). Ramus lamenta che VARRONE (si veda), Prisciano,
Diomede, Festo non si
leggessero più, e
di sé racconta. Grammaticam puer
miseris adhuc temporibus
et dialecticam fere
eodem modo doctus
sum, disputando de
praeceptis et altercando.
La grammatica poi
voleva che fosse
insegnata sugli scrittori:
nec familiari oratione,
soli Nomen et
Verbum, onus sustinebunt,
arcessentes in patrocinium
suum quos ex
suis volent. e.
35. Qui s'è
inteso fare all'ingrosso
una distinzione di
poesìa e prosa,
di arte e
pensiero, di fantasia
e d’intelletto, insomma
della funzione estetica
e della funzione
logica, su questo
fondamento vacillante, sebbene
fosse appunto qui
da fondare la
distinzione, che il
parlare artistico, poetico,
sia il solenne,
il fuori dell’ordinario, e
il prosastico, non
artistico, puramente logico, il
quotidiano e familiare. Altre minori
sentenze in Bellitm
riguardano i rapporti
tra il relativo
e l'antecedente, tra
l'aggettivo e il sostantivo,
tra il reggente
e il termine
retto, il determinante e il
determinato, la orazione
perfetta e la
non perfetta, la
novità, il barbarismo, ecc.:
materia, come ognun
vede, quasi tutta
logica, che ci spiega,
confermando la nostra
tesi, la fortuna
del libretto; ristampato
spesso (p. es.,
Cremona), è anche tradotto
in versi {Race,
d'opusc.), e in
sestine anacreontiche da
Ricci, Firenze. In N. Busetto,
Fr. P. satirico
e polemista. Caldi,
La critica contro
la logica aristotelica
e l' insegnamento scolastico,
Udine. Le citazioni seguenti
di Vives, Ramus
e NIZOLI (si veda) son prese
da questa esposizione riassuntiva. Vives è un
gran propugnatore del
metodo pratico nell'apprendimento delle lingue
(cfr. De studii
puerilis ratione, Oxoniae),
e lo applica
in un'opera [Flores
italici ac latini
idiomatis: ho l'edizione
di Venezia), che
ristampata con la
traduzione nel 1779
(del Carlini, in
Venezia, col titolo
Colloquj latini e
volgari), è raccomandata in nuova
veste anche oggi,
se non erriamo,
dal Turri. E
una conversazione perpetua
tra maestro e
discepolo su cose
e fatti della
vita ordinaria llevata
della mattina, il
primo saluto, l'accompagnamento a scuola,
quei che vanno
a scuola, la. lezione,
il ritorno a
casa e i giuochi de'
fanciulli, la refezione
scolastica, ecc.). grammaticam puerum
solis grammaticae praeceptis
futur.um putamus; sed
exemplis poétarum, oratorum
omnium denique hominum
pure et latine
loquentium eognoscendis imitandis.
Anche il Nizoli
raccomandava lo studio
della grammatica e
della rettorica senza
cui omnis doctrina
est indocta et
omnis eruditio inerudita, e
confrontandole con la
dialettica e la
metafisica diceva: grammaticae
et rhetoricae praeceptiones
ac traditiones sunt
multo veriores dialecticis
et metaphysicis, et
omnino ad veritatem
investigandam, recteque philosophandum longe
utilior magisque necessaria
est grammaticae et
rhetoricae cognitio quam
dialecticae et metaphysicae
. L'anno in cui
il Ramus otteneva
il grado di
professore nell'Università di
Parigi, sostenendo vittoriosamente la tesi
che le dottrine
di Aristotile, nessuna
eccettuata, erano false, e
in cui in
Italia si pubblicava
la Poetica nel
testo greco dal
Trincaveli, nella versione
latina del Pazzi,
può essere riguardato,
ha ben osservato
lo Spingarn, come
il principio della
supremazia di Aristotele
in letteratura e
del declinare della
sua autorità dittatoria
in filosofia. Con
la Poetica aristotelica,
come poco appresso
con la sua
Retorica, risorgeva appunto la
critica delle categorie
grammaticali, che avevano nell'una e
nell'altro la loro
descrizione: nei medesimi
anni si ripubblicava
il De iyiterpretatione, già
diffuso con lunghissimi commenti per
le stampe sul
finire del Quattrocento,
e con esso
medesimamente era ripresentata
alla disputa la
teoria della proposizione.
Nelle versioni ed
esposizioni di queste
opere aristoteliche viene, come
dicevano, esaurito quell'interesse per
la grammatica generale
che abbiam visto
mancare alle grammatiche
empiriche: e i
medesimi problemi, benché
sotto altra forma,
ci ritroviamo dinanzi
con BORDONI (si veda) Scaligero e
il Sanzio critici
della grammatica tradizionale
latina, e rappresentanti d'un aristotelismo
ammordernato. La differenza
tra le opere
critiche anteriori o
estranee alla diffusione
dei testi aristotelici
e delle loro
versioni e quelle
posteriori, e che
ne subirono gli
effetti, è sensibilissima. Ba[
(1 Magentini in
Aristotelis librum de
interpretatione explanatio Joanne
Baptista Rasarlo interprete,
Venetiis apud Hieronymum
Scotum. Aristotelis jtsqì 'JEQfirjveias, hoc
est, de interpretatione liber,
a magno Angustino
Nipho Philosoplw Suessano
interpreta tus et expositus,
Venetiis, apud Octavianum
Scotum D. Amadei.] sterà addurre
qualche esempio. Un
testo di rettorica
che veniva ristampato
intorno agli anni
in cui si
ripubblicavano i testi
della poetica d'Aristotile,
è la Retorica
di Ser Rrtinetto
Latini in volgar
fiorentino . Orbene,
la trattazione grammaticale di codest' opera
è ridotta a
semplici accenni. Nel
Libro primo della
inventione over trovamento
di M. T.
C. tradotto e
comentato in volgare
fiorentino per Ser
Brunetto Latini Cittadino di
Firenze è detto: Dittare è
uno diritto et
ornato trattamento di ciascuna
cosa convenevolmente a
quella cosa aconcia.
Questa è la
diffinitione del dettare,
e perciò convien
intendere ciascuna parola
d'essa diffinitione. Onde
nota che dice
diritto trattamento, -perciò
che le parole
che si mettono
in una lettera
dettate debbono essere
messe a diritto
sì che s'accordi
il nome col
verbo, e '1
mascolino col feminino,
e '1 plurale,
e '1 singolare, e
la prima persona,
et la seconda,
et la terza,
et l'altre cose
che s'insegnano in
grammatica, delle quali
lo sponitore dirà
un poco in
quella parte del
libro, che sia
più auenante, et
questo diritto trattamento
si richiede in
tutte le parti
di retorica dicendo, et
dictando (z). E
al luogo indicato
l'esposizione va veramente poco più in là
di queste semplici
linee della sintassi
di concordanza: tutto,
come si vede,
si riduce all' affermazione del
principio della rettitudine:
è il principio
grammaticale puro e
semplice della antica
rettorica di CICERONE (si veda) quale
conserva il medioevo, senza
che tra esso
e IL FONDAMENTO RAZIONALE
(“logico”) DEL DISCORSO – Grice – è avvertito
alcun altro nesso
e sia affatto
accennato il problema
delle CATEGORIE grammaticali
e sintattiche e
MORFO-SINTATTICHE. Medesimamente nelle divisioni della
Poetica di TRISSINO (si veda) apparse in
luce nel 1529
(:ì), dove si
seguono ALIGHIERI (si veda) e
Antonio da Tempo
(Aristotile, qui semplicemente
nominato per la
definizione della poesia, è
invece il maestro
seguito nella quinta
e sesta divisione),
la trattazione grammaticale
non [Stampata in Roma
In Campo di
Fiore per M.
Valerio Dorico, et
Luigi fratelli Bresciani. Il
testo è corredato
di un'esposizione marginale. K. In Vicenza
per Tolomeo Janiculo.
Nel MDXIX, Di
Aprde. La quinta e
la sesta divisione
della poetica di Trissino.
In Venetia, appresso
Andrea Arrivabene. ...e
non mi partirò dalle
regole, e dai
precetti de gl’antichi,
e spetialmenK' di
Aristotele nel LIZIO, il
quale scrive di
tal arte divinamente.] si distende
molto di più
che nel De
vidgari eloqueyilia, mentre
è assai più
sviluppata quella della
scelta delle parole.
Illustrata la elezione, che fa
ALIGHIERI (si veda) de le
parole, che si
denno usare ne
le canzoni: la
quale ne in
tutto loda ne
in tutto vitupera
, espone la
particolare elezione che
egli ha escogitato,
le varie forme
del dire (chiarezza,
grandezza, bellezza, velocità,
costume, verità, artificio), che si debbono
adoperare, e le
passioni de le parole
, che è materiale .grammaticale, e
che non son
altro che le
quattro tradizionali figure
grammaticali:
Soprabondantia, mancamento, mutazione
e trasposizione (Div.
I). A proposito
de le rime
(Div. II), tratta
a) de le
lettere; b) de
le sillabe; e)
de li accenti
(*). Nella terza
divisione ( De
l'accordar de le
desinenzie ) e
nella quarta (Del
Sonetto, delle Ballate,
delle Canzoni, de'
Mandriali, de' Sirventesi),
nulla vi ha,
naturalmente, di grammaticale.
Viceversa nella quinta
e sesta, le
quali trattano della
inventiva della Poesia,
e della sua
imitatione, e dei
modi, coi quali
si fa la
detta poesia, cioè
della Tragedia, dello
Heroico, della Comedia,
della Ecloga, delle
Canzoni e Sonetti,
e d'altre cose
simili , ritorna,
certo per effetto
del maggiore svolgimento
che la teoria
dell'elocuzione aveva ormai
avuto, a parlare
più ampiamente delle conversioni, e le
figure del parlare,
di quello che
nella Tragedia havemo
fatto, la qual
cosa apporterà molta
utilità, et ornamento
a tutti i
poemi, che havemo
detto, e che
dicemo . Così
tratta delle conversioni
[tropi] delle parole
(onomatopeia, epiteto, catacresi,
metafora, metalepsi, sinecdoche,
metonimia, antinomasia, antifrasi,
ecfrasi), e delle
conversioni della construttione
(figure: pleonasmo, perifrasi,
iperbato, parembola, pallilogia,
epanafora, epanodo, homoteleuto,
pariso, paronomasia, elipsi,
asindeto, asintacto, che si ha
scambiando il genere
de' nomi, il
numero (Enalage), spetie
e casi, congiunzioni,
preposizioni, adverbi, lasciando
preposizioni ecc., benché
queste cose si
po Io sono
stato un poco
diffuso in questi
toni, perciò, che
sì come i
Latini, et i
Greci governavano i
loro poemi per
i tempi, noi,
come vederemo, li
governiamo per li
toni; benché, chiunque
vorrà considerare la
lunghezza, e brevità
di alcune sillabe,
così gravi, come
acute, trarrà molta
utilità di tal
cosa, e darà
molto ornamento a
li suoi poemi.
Qui è come
un germe della
dottrina del Tolomei
su la nuova
poesia, quale espose
dieci anni dopo.] trebberò anchora
riferire all’elipsi, facendo
apostrophe ecc., prosopopeia,
diatyposis, ironia (e
sarcasmo), allegoria, iperbole). Così nella
Dichiaratione, onde SEGNI (si
veda) accompagna la
sua versione ITALIANA
della Rettorica e
della Poetica d'Aristotile,
già si avvertono
tracce d' un
maggior interesse per
le categorie grammaticali
e sintattiche e MORFO-SINTATTICHE. Qui
cade in acconcio
un'osservazione. Saint-Hilaire,
per impugnare l'autenticità
di quella parte
della poetica aristotelica,
dove si tratta
della locuzione, ha
detto, come s'
è visto, che
ce n'est plus
de la poetique,
c’est de la
grammaìre. Ma tale considerazione muove
dal pressupposto che
l'espressione linguistica è di
esclusiva pertinenza della
logica, mentre, se
la grammatica non
è ne la
logica né l'estetica,
in quanto materiale espressivo, è
di pertinenza d'entrambe.
Questo spiega come
(sia o non
sia, così come
e' è pervenuto,
d’Aristotile, il brano
che si giudica
interpolato) il filosofo,
che fa un’osservazione capitale
circa l'esistenza di
altre proposizioni, oltre l’emendative esprimenti
il vero e il falso
(logico), che non
dicono né il
vero né il
falso (logico), come
l'espressioni delle aspirazioni
e dei desideri
(£##)) e che
son perciò di
pertinenza non già
dell'esposizione logica, ma della
poetica e della
rettorica, spiega, dicevo, come
il filosofo tanto
nella poetica e
nella rettorica qifanto
nella logica è tratto
a occuparsi in
quelle d’analisi grammaticale-rettorica, in
questa di analisi
logico-grammaticale, nelle proporzioni
e differenze volute
da quelle discipline – o rami
della filosofia -- particolari. Infatti
nella poetica, la disciplina
o rama della filosofia dell'arte pura,
sono formate con
maggior compiutezza le
parti di tutta
la locuzione non
senza accennare alla bontà
della locutione (barbarismo – solecismo, malaprop – A nice
derangement of epitaphs --, METAFORA
–you are the cream in my coffee --,
nome ornato, nome
proprio – Fido --,
allungamento, concisione e
cambiamento del nome). Nella rettorica,
la disciplina o rama della filosofia della
parola ornata in
servizio della mozione
degl’affetti -- prottesi di H. P.
Grice -- e della persuasione,
s' illustra con egual compiutezza
la dottrina dell'oratione
(pendente Rettorica, et Poetica
d'Aristotile, Trad. di
Greco in Lingua
Vulgare Fiorentina da SEGNI
(si veda), Gentil' Incorno,
et Accademico Fiorentino. In
Firenze, appresso
Torrentino, Impressor' Ducale. Croce, Logica
e grammatica. Croce, Estetica.] distesa (Caro
), distorta =
ripiegata (Caro)) nel
periodo; nel jteqì
'EQ/Lirjveias, teoria della
proposizione emendativa, l'espressione più semplice
dell'attività logica, si
tratta del nome
e del verbo
in quanto nel
giudizio rappresentano lLuno
il sostantivo, il
soggetto, l'altro il
predicato. ypfL'autorità d'Aristotile
ha perpetuato tali
dottrine e tale
sistematica, che l'era
classica dell'aristotelismo letterario,
e anche dopo, NON
SOLO IN ITALIA, ma fuori,
attrassero invincibilmente l'attenzione
e lo studio
dei dotti. Ripresa
la disputa medioevale intorno
alla classificazione delle rami o discipline della filosofia imperniata sul raggruppamento aristotelico,
s'indagarono con sottigliezza pedantesca i rapporti
delle varie rami o discipline della filosofia e particolarmente della grammatica razionale o filosofica, della
rettorica, della poetica,
della isterica e della
logica, congiunte, come
già la seconda,
la terza e
l'ultima sono state
da Aristotile, nell'unica
categoria di filosofia pratica. E
anche in questo
si può constatare
il progresso del
logicismo aristotelico, fin
tanto che i
termini di gusto
e di fantasia
non sorgono a
detronizzare quello di
ragione. Lìl isterica, iniziata dagl’umanisti
(Pontano, Actius dialogus
e Valla, Dialedicae
disputationes contra Aristote
lieo s), ha
nella classificazione di Varchi il
suo riconoscimento ufficiale,
quando già flveva
avuto dal Robertello, De historica
facilitate, un ampio
trattato, e, per
effètto dell'importanza assunta
dalla storiografia umanistica
e di quella
che vienne assumendo
con gl’eminenti storici
nostri, feconda in
questo secolo una
letteratura ricchisima. Pure alcuni
dei medesimi trattatisti
la mettono come
in una posizione
d'inferiorità rispetto alle
altre rami o discipline della
filosofia, quasi una
loro schiava: l'historico, dice
Speroni, bene accorderà, se
in descrivendo le
cose sue ricorrerà
alla Gramatica, et
alla Retorica, et
tali' hora anche
alla Poesia, a
lor precetti artificiosi di tutto
core obbligandosi; la
Poesia esser arte [Rettorica d'Aristotile
fatta in lingua
Toscana dal Conmi.
Annibal Caro, in
Venezia. Essendo il parlare
composto di nomi,
et di verbi,
et essendo i
nomi di tante
sorti, di quante
nella Poetica s'è
dimostrato: Intra tutte
le dette sorti,
dico, ecc.. Rhet.y
III, nella cit.
versione di Segni. Vedine
i titoli in
Bernheim, La storiografia
e la filosofia
della storia, trad.
Barbati, Palermo, App. Bibliografica.
Dell' Historia, Dialoghi II
in Dialoghi.] più nobile
dell'Historia, pruova Aristotile,
perchè eli' è dell'Universale, e la
Historia è del
particolare. Insomma: la
Grammatica – o letteratura --, insegna
parlar drittamente, la
Historia parla, la
Poesia imita, la
Rhettorica prova persuadendo
nelle città, la
Dialettica prova sillogizzando
la opinione . Ma ZABARELLA
(si veda), interlocutore, con Antoniano
e Manuzio, nel
Dialogo di Speroni), che
è uno degl’ultimi rappresentanti dell'insegnamento aristotelico,
nella sua ampissima
opera sulla natura
della logica, va
ancora più in
là, e, mentre
fa della rettorica
e della poetica
due parti sì
bene distinte della
logica, nega quest'onore,
non che alla
grammatica, alla isterica,
che bistratta spietatamente. Ars tamen
historica non modo
ab Aristotele, sed
a nemine hactenus
-- ma questo non
era affatto vero -- scripta comperitur.
nec fortasse digna
est, in qua
scribenda tempus conteratur:
ea namque in
simplici, ac nuda
rerum gestarum narratone consistit. At Historia
nil huiusmodi tractat.
sed est nuda
gestorum narratio, quae
omni artificio caret,
praeterquam fortasse elocutionis,
quod quidem, et
alia eiusmodi quisque
sanae mentis extranea,
et accidentaria ipsi historiae esse
iudicaret; quicquid enim
artificij in historia
notari potest, illud
omne vel a
Grammatica, vel a
Rhetorica, vel ab
aliqua arte desumptum
est. GRAMMATICA ENIM NON EST LOGICA,
Historica ars non
datur. ZABARELLA (si veda), Opera Logica,
Coloniae, Sumptibus Lazari
Zetzneri, CI3I3CII (ma
la prima ed.
del De natura
Logicae è anteriore. In
che senso ammetta
lo Zabarella che
la poesia sia
una forma di FILOSOFIA, fu
già spiegato dallo
Spingarn. Quanto alla
relazione della rettorica
con la logica,
basti qui osservare
che ZABARELLA si fonda
sull'autorità di Aristotile,
il quale (Rhet.)
dice che oratoriam
artem in argumentationibus consistere,
quas etiam ipsius
orationis corpus asserit,
e riprende i
retori de’suoi tempi,
che, lasciando la
parte argomentativa,
insegnano solo l’elocutio,
estranea alla natura
di quest'arte. Compito del
retore è movere
gl’affetti -- la prottesi di
Grice, influencing and being influenced -- per
mezzo degli argomenti. Elocutio autem
est saltem accidentaria,
et secundaria respicitur. Patet igitur
non esse necessariam,
neque perpetuala inter
has duas artes
differentiam illam quae
per manum clausam
et apertam significatur. L'immagine della
mano chiusa e
aperta per dinotare
la dialettica e
la rettorica è
già definitivamente consacrata nell' Origini d'Isidoro. In
queste trattazioni vienne
naturalmente a esser
elaborato il concetto
della grammatica e
delle sue categorie,
e, più particolarmente ne’luoghi in
cui veniva esposta
la teoria dell'elocuzione specifica per
ciascuna di quelle
scienze o arti
o facoltà, come
variamente è apprezzata.
Si determinarono così
quattro diverse nature
di periodo. Lo storico,
il retorico, il
poetico o ritmico,
il logico, e
la grammatica è
riservata a insegnarne
la dirittura formale.
Questi nostri dotti
si trovarono così
per le mani
il vero problema
delle manifestazioni di
tutte le attività
nostre conoscitive, MA IL FILO
D’ARIANNA, CHE È LA NATURA DEL LINGUAGGIO, NON È RITROVATO, E SI PERDE NEL
LABIRINTO. Il periodo
retorico e poetico,
che la scienza moderna,
identifica, è la
forma espressiva della
verità, intuita, il
logico del concetto,
l'istorico della realtà.
Il filosofo, dirò
con parole eioquentissime, che
guarda il cielo
e non riconosce
la terra sulla
quale pone i
piedi, è un'astrazione o una
deficienza: il concreto,
il perfetto è
l'uomo che immagina, pensa e
riconosce l'immaginato: l'uomo,
che vive la
realtà nell'intuizione artistica,
la pensa nel
concetto filosofico, la
rivive nella riflessa
intuizione storica, nella
quale si acqueta
compiutamente, perchè il
circolo del pensiero
è chiuso (2).
Delle categorie grammaticali
e sintattiche elaborate
fuori delle grammatiche
propriamente dette e'
informano largamente, e
su esse pertanto
fermeremo la nostra
attenzione, due opere
ben caratteristiche e.
importanti, la Retorica
deb Cavalcanti O e la
Poetica_de\ Castelvetro. Quella, anche
per quanto riguarda [Si
ricordino a questo
proposito e per maggiormente convincersi che non è possibile
un'indifferenza teorica per uniforma che in pratica, cioè nella coscienza dei
produttori di letteratura, ha un così grande valore, l’acute osservazioni di
SANCTIS (si veda) sopra il periodoe l’ottava, le due forme analitiche e
descrittive di Boccaccio, divenute la base della letteratura, Storia, e sulla
parodia che della loro degenerazione ne
fa col suo LATINO MACCHERONICO Folengo. Croce, Lineamenti d’na logica. La storia come il resultato dell'arte e della filosofia. La
retorica di Cavalcanti. In
Vinegia, appresso Gabriel Giolito de'Ferrari. Poetica d' Aristotele
vulgarizzata, e sposta per Castelvetro. Riveduta, ed ammendata secondo
l'originale e la mente dell'autore. Stampata in Basilea ad istanza di Sedabonis.]
la logica, di cui olire un largo, minuto, chiaro riassunto. Naturalmente,
la prima ci mette sott'occhio
le CATEGORIE SINTATTICHE E
MORFO-SINTATTICHE, la seconda le grammaticali. Della rettorica di
Cavalcanti ci riguardano più direttamente il libro della dialettica, e quello dell'elocuzione.
Le vie del persuadere riassumeremo quanto più brevemente è possibile sono tre.
Provare con argomenti, muovere l'auditore
-- o IL RECETTORE, dato che l’emissore puo ussare gesti – GRICE -- con passioni
-- la prottetica di Grice: influencing and being influeced -- ; procacciarsi fede e favore da lui con quella
maniera di parlare, la quale nomina costume. Di qui è manifesto, che questa
facultà è quasi un rampollo della dialettica e di quella facultà la quale il LIZIO chiama civile. Le persuasioni sono
artificiose e SENZA ARTIFICIO – Grice, “Those spots mean measles – Grice’s
FROWN. L’artificiose si dividono in argomenti, affetti, costumi. Per trattar d’esse
convien considerare quattro cose: la forma, la materia, i luoghi, il modo di
sciorre gl’argomenti. In ultimo le
sentenze. Argomento è ragione colla quale si prova una cosa dubbia; argomentazione è espressione dell'argomento,
ed essa forma che gli si dà. Conclusione è quello che con argomento viene
provato e manifestato. Ora, perciò che la retorica, quanto agl’argomenti,
dipende dalla dialettica e gl’istrumenti, con i quali ella argomenta, e che
come suoi propri le sono stati assegnati, rispondono agl’instrumenti della dialettica,
e da quegli derivano: e' pare, che non
si possa dichiarare bene la forma degl’argomenti retorici, se quella dalla
quale questa ha origine, prima non si dichiara. Quest’inclusione dei principi
logici nella rettorica è giustificata da Cavalcanti colla considerazione che IL
LIZIO ne tratta separatamente, perchè i suoi libri della logica sono ben noti,
mentre non ha ancora, ch'io sappia, la
nostra lingua parte alcuna della logica,
o dialettica, che dire vogliamo. Le maniere dell'argomentazione sono
due: il sillogismo e 1'induttione, donde discendono l’entimema -- ragionamento implicito di Grice -- e l’esempio,
che, secondo Aristotile,
sono propri della
rettorica. Il sillogismo
categorico o assoluto
si fa di
proposizioni assolute. La proposizione assoluta è
un parlare il
quale afferma o
nega qualche cosa [Non è
perfettamente esatto. Per
lo meno s’ha già
la Loica di MASSA
(si veda). In Venezia per
Bindoni.] dì qualche altra,
afferma quando a
una cosa ne
dà un'altra, come
questa. “La virtù è
laudabile.” Nega, quando toglie,
come questa. “Lw ricchezze
NON sono il
sommo bene.” – Grice, “Negation
and priation,” “Lectures on negation.” Quindi
le proposizioni rispetto
alla qualità si
dividono in affermative e negative. Per quantità
in iiniversali, particolari, determinate,
ed indeterminate. Si hanno
così queste varie CATEGORIE
– kantiane --. Universali affermative
e negative; particolari
affermative e negative;
indeterminate; determinate
affermative e negative.
La proposizione si
compone di soggetto
e di predicato (‘shggy’). Es., “L'uomo
è animale.” Llhuomo è
il soggetto, del
quale si dice, e
si manifesta l'essere animale. Il
predicato è “animale,” o shaggy, che si
attribuisce all'uomo, et si manifesta
di lui. Il
soggetto e il
predicato sono i due
termini –iniziale e finale -- della
proposizione. Le altre
particelle congiuntive NON
sono termini. I
termini sono semplici
o composti. Semplici
come uomo, arte,
edifica, discorre, e
in somma nomi
e verbi. Composto è un
parlare imperfetto fatto
di più termini
semplici, come questo: “l’arte della
guerra”. Nella proposizione
si possono trovare termini semplici
e composti, un
semplice e un
composto, ambidue semplici,
ambidue composti. Es. “l'arte
della guerra” -soggetto, composto
di termini semplici – “... porta ai
soldati molti pericoli -- che è
l'altro parlare simile,
PREDICATO. Il sillogismo
è una specie
di parlare, nel
quale essendo poste
alcune cose ne
seguita per virtù
di quelle, una
diversa da quelle;
le quali sono,
o universalmente, o
per lo più.
Vi concorrono TRE termini – Grice: Barbara --, due proposizioni,
una conclusione. I
termini sono maggiore – SOGGETO – iniziale --, minore (estremità) – PREDICATO, finale --, mezano
(termine comune): perchè
essendo il sillogismo
un certo discorso,
nel quale noi INTENDIAMO
[Grice: intending is essential! -- ] di
fare conclusione, e
in quella unire
l'una estremità con
l'altra, non si può far
questo, se noi
non usassimo un
mezzo, che con
l'una, et con
l'altra estremità ha
qualche convenienza. La
figura del sillogismo
varia secondo la
disposizione del medio.
Essa è una
ordinata disposizione dei
termini: e ciascuna delle
figure contiene più
modi: e modo
pare, che altro
non sia che
una certa ordinatione
delle proposizioni: e circa la
quantità, come universali e particolari; e
circa la qualità,
come affermativa, et negativa.
Le figure sono
tre: della prima,
distinta in quattro modi,
le conditioni sono due:
l'ima che la
maggiore proposizione sia
universale: l'altra, che
la minore sia
affermativa -- Barbara;
della seconda, in
quattro modi, che
la maggiore sia universale,
et che la
minore sia dissimile
da quella; della terza,
in sci modi,
che la minore
sia affermativa, e
la conclusione particolare.
I LATINI, come CICERONE (si veda), vuoleno estenderle a
cinque, aggiungendo le
prove. Ma queste fan
parte delle proposizioni,
o sono nuovi
argomenti. L'entimema è
sillogismo imperfetto,
composto di verisimile,
E DI SEGNI – semiotica di Eco. Aristotile vuole che
esso è il sillogismo
rettorico. Vi manca
una proposta che è
concepita mentalmente. Vi
è poi, SECONDO I LATINI, il
sillogismo hipotetico o SUPPOSITIVO
o CONDITIONALE – da: con-dire – ‘se p, q” -- dove il
legame delle assolute si
fa col se
e simili (o),
onde le proposizioni
risultano condizionali o
disgiunte, e anche
copulate o copulative.
La condizionale dividesi in
precedente e consegìiente.
Analogamente si ha l’entimema condizionale.
Nell’induttione le universali
si conchiudono per mezzo
delle particolari. Ma
Aristotile le nega
schietta natura rettorica.
L'induttione rettorica per
Aristotile è Y
esempio, un modo cioè
di procedere dal
particolare al particolare, che si
può moltiplicare e
variare per affermativa,
et negativa assoluta,
et condizionale. Superflue,
rettoricamente, sono le
altre forme del
dilemma ('complexio', sillogismo
condizionale, congiunto o disgiunto),
dell' enumeratio (entimema assoluto) e
della subiectio (altra
forma di enumeratio),
submissio, oppositio, violaiio,
collectio. Alcuni ammettono,
infine, il sorite,
che è una
massa di sillogismi,
e può esser
anche condizionale. Sì
come la forma,
che io ho
dichiarata, è la
naturale, e (per
dir così) pura
forma degl’argomenti; così
e' si può
alterarla, et variarla
senza mutare la
sostanza, et la
virtù di quella. Nel
vero la eloquenza
molto meno ammette
(ed ecco che
la natura fantastica
dell'espressione non logica
richiede i suoi
diritti!) quella superstiziosa
osservatione, e schifa
volentieri ogni fanciullesca, minuta, et
bassa cosa; abborrisce
tutto quello, che
porta seco odore
di scuola, et
di MAESTRO (Grice sotto Strawson), né
può patire d'essere a
così strette leggi
sottoposta. Sì come
adunque è necessario dichiarare la
naturale, et pura
forma de gli
argomenti. Così fa di
mestieri la tramutata
et alterata dimostrare.
E qui Cavalcanti
si fa ad
esporre tutta la
varietà degl’esempi, spesso
valendosi, come anche
pel resto, degli
schemi periodici del
Decameron. Infine tratta della
materia (il probabile,
il verisimile, I SEGNI – la semiotica d’Eco), dei
luoghi e del
modo di scìorre
gl’argomenti e delle
sentenze. Basta, pel
nostro argomento, riassumere
la dottrina de'
luoghi. Pongo i
luoghi in tre
gradi. Il primo
contiene quegli, che
sono nella sostaìiza
della cosa: cioè
la diffinitionc. la
descrittione –cf. Grice, ‘the,’ definite descriptor --, 1'
interpretatione del nome. Nel
secondo pongo quelli
che seguitano et
accompagnano la sostanza,
et sono d' intorno
alla cosa; i
quali, senza fare
distintione di gradi
tra loro, dico
essere questi. Genere,
spelte, differenza, et
proprio, tutto, parte,
numero di spetie,
et di parti,
overo divisione, forma,
fine, causa efficiente,
materia, effetto, uso,
generatione, corruilioìie . adherenti,
luogo, tempo, modo,
congiogati. Nel terzo
grado sono i
luoghi presi di
fuore, et disgiunti
dalla cosa, sì che sono
massimamente estrinsechi: e questi
sono il simile,
la proportione, il
dissimile, i pari,
il più et
il meno, i
contrari, i privativi,
i rispettivi, i
contraditlo?i, i ripugnanti,
l'autorità, la transuntione
. Quanto all' elocuzione, Cavalcanti dichiara
di presupporre e di non
voler replicare le
cose che nella
Grammatica di questa
lingua lussino dichiarate,
o si dovessino
ancora (non era
dunque molto sodisfatto
delle grammatiche già
compilate) più esquisitamente dichiarare circa
la nettezza, et
l'altre conditioni del
regolato parlare . Ma
già questa presupposizione dimostra,
dato il fondamento
di tutto il
sistema, l' inscindibilità anche
di rettorica e
grammatica. Muove perciò
dalle parole sole,
che divide in
proprie e improprie
e, seguendo i
grammatici, in animate
e inanimate; tratta
della composizione delle
parole, che, specialmente rispetto al
suono sono alte,
basse, dolci, aspre,
pigre correnti ; ma
io non intendo
far qui una
fastidiosa e quasi
fanciullesca (per dir così)
disamina di lettere,
sillabe, parole (era
stata già fatta
e minuziosa da
Bembo, da Tomitano, da Lenzoni
e da altri).
Si trattiene perciò
di più su
quel che nella
continuazione del parlare si
richiede, circa 1"
l'ordine e la
commissura delle parole
l'una coll'altra; 2"
i membri, i
concisi, i periodi.
Due sono i
criteri principali: 1"
le parole di
maggior forza e
significazione devono 'esser
collocate prima, e
le altre dopo;
2" è necessario
che qualcosa divida
e posi il
nostro parlare. Quel che
in poetica è il verso,
nella prosa è
il membro, un
parlare, il quale
finisce, o tutto
un concetto separato
da per sé,
o tutta una
parte d'un intero
concetto . Quando
è breve, il
membro si chiama
inciso o conciso:
es., conosci te
stesso; questa fu
la rovina d'Italia.
Tanto i membri
che gl'incisi sono
legati o disgiunti. Il periodo, quale
è definito da
Aristotile, è un
parlare che ha
principio, et fine
per se stesso,
et grandezza da poterlo
agevolmente tutto insieme
comprendere: esso Capìtolo
ottavo 259 é
una composizione di
membri, et di
concisi bene acconci
a far compito
e perfetto tutto
il concetto, che
ella contiene, come
dice Falereo .
Qui, fatte altre
distinzioni del periodo,
si affaccia a Cavalcanti
un altro grave problema,
che egli risolve in
modo in vero
acuto e, date
le premesse della
dottrina generale, conseguente:
v òè negi
Tfp> Aètjiv .
Altro è invece
il quesito da
risolvere, ed è
precisamente questo: se
le voci del
verbo chiamato comandativo
da grammatici possano ricevere il
significato del pregare,
si come si
sa, che ricevono quello del
comandare (l). E
il Castelvetro lo
risolve affermativamente,
anzi affermando che
quanto al significato
tra le voci
del verbo del
modo chiamato da
grammatici comandativo, e tra
le voci del
verbo chiamato desiderativo non
vi è differenza alcuna. E
qui richiamandosi a
quanto ha già
detto nella sua
giunta al trattato
de' verbi di
messer Pietro Bembo
, si fa
a spiegare come
la sospensione della
certezza dell'atto, 0
della privatione ,
quindi il modo
del desiderio e
della preghiera (desiderativo, ottativo),
si ottiene in
due maniere, o
manifestando i due sentimenti
(del desiderio e
della cosa desiderata)
o uno manifestandolo e
l'altro no: Ami
io o Priego
dio, acciocché io
AMI, valgono la
medesima cosa. Protagora,
invece di vedervi
una sospensione, vedeva
nelYàeiòe una disposisione,
mentre vi si
può vedere e
l'una e l'altra,
il che è
affar di grammatica.
E confuta un
altro difensore di
Omero, Eusthathio, che
intende Y àride
come incitamento, perchè
si comanda al
minore, si conforta, o
s' incita l'uguale, et
si priega il
maggiore , e
nel comandativo non si
ha determinazione di
certezza, ma pure
lo loda perchè
mostra, meglio d'Aristotile,
d' intendere e
riconoscere il vigore del
comandativo. La questione
della funzione espressiva
de’modi de’verbi è
risorta anch'essa di
recente con rinnovate
teorie grammaticali. Ma la
definizione di essi
s'è dimostra inseguibile, perchè
se può esser
vero che, p.
es., il CONGIUNTIVO – cf. Grice, INDICATIVE
conditionals -- esprima il pensato,
non è vero
l' inverso, che cioè [Crediamo superfluo
rilevare qui l'acutezza
onde Castelvetro pone
il problema, meglio
che non abbian
saputo i moderni
editori d'Aristotile, non escluso
Barthélemy Saint-Hilaire. La questione
sollevata da Protagora,
per quanto sottile,
è di grammatica,
e il Castelvetro l'ha risoluta
colla grammatica e
certo non meno
acutamente di quanto
avrebbe saputo fare
un qualsiasi moderno
credente nella grammatica.
Sicché, per un
certo rispetto, si
potrebbe dir di
lui, quel che
è stato detto
di filologi moderni,
che ha ridotto
la grammatica da
muro di bronzo
a un sottilissimo
velo, in cui.
basti soffiar dentro
per distruggerlo, senza
più adoperare il
piccone: merito non
piccolo, certamente.] il pensato
si esprima sempre
col congiuntivo. Ed
è il problema di
tutta la grammatica:
dall'estetico al logico è
lecito il passaggio,
ma non è
lecito ripassare dal
logico all'estetico, e
dare una funzione
espressiva alla categoria
ottenuta con una
elaborazione logica
dell'estetico e relativo
annullamento dell'espressione.
Neil' iniziare l'esposizione
delle parti della
favella poste da
Aristotile (elemento, sillaba,
legame,, nome, verbo,
articolo, caso, diffinitione), Castelvetro
fa una prudente
dichiarazione preliminare, che
cioè le cose di
che si ragiona nella
poetica possono anchora essere
communi alla prosa,
ciò è alla
ritorica, o anchora
ad altra arte,
et ad altri,
che a poeti,
come alla grammatica,
et a coloro
che imparano a
leggere: e su
questa distinzione torna
più spesso ad
insistere, mentre altra
volta non tralascia
d'avvertire che queste differenze
(delle vocali e
delle consonanti) da
quella della lunghezza,
e della brevità
in fuori pertengono
alla compositione (prosa),
et non a l'arte versificatola; e
che versificatola e
poetica non sono
arti disgiungibili, il
che menerebbe ad
ammettere, ciò che
per lui non
è, potersi un
poema comporre in
prosa. Castelvetro sente
vagamente il carattere
intuitivo della parola,
ma la concezione
fornialistica gl’impedisce di
penetrarlo e assumerne
coscienza. Onde anche
le infinite e
minute distinzioni. Quelle
parti della favella
egli classifica come SIGNIFICATIVE,
non significative – “pirot” --, divisibili
e indivisibili,
ricostituendole poi in
tre gruppi: significative
e divisibili (diffinitione, verbo,
nome, caso); non-significative e
divisibili (articolo – “the” –
cf. “THE THE” Grice, ‘formal device’ --,
legame, sillaba); non-significative e
indivisibili (elementi).
Divisi gl’elementi (lettere) in
vocali e consonanti,
classifica le une:
per quantità di
tempo; per diversità
di snono: di
spirilo; di acce?ito;
di preferenza; di
nome (osservando che
questa consideratione tocca
ne alla verificatola,
ne alla compositione,
ma alla grammatica,
et a colui
che insegna a
leggere); e le
altre: 1" per
siniplicità, et compositione; per
cominciare, et finire
la sillaba; CROCE (si veda), Siile, ritmo
e rima, in
La Critica. La definizione,
che, correggendo quella
d'Aristotile ( OTOi%£tov
/iri' inni' tp
jteqì èQfir}veiag {Part.).
Su questo punto
essenziale s’osserva,
seguendo CROCE (si veda), che Aristotile ha intuita
la natura fantastica delle
proposizioni non-logiche, ma
che non riusce
a separare la
funzione linguistica dell’espressioni dalla
funzione logica, il che lo conduce
a gettare le
fondamenta dell'estetica come è
intesa modernamente. Né
purtroppo Castelvetro riesce
a vedere nel
grave problema più
chiaramente d’Aristotile. Ma
è suo merito
l'averne vista tutta
l'importanza e l'averlo
riagitato. Da questo
punto fino alla
fine della sposizione
della terza parte
della Poetica (Particelle)
la trattazione esce dal
campo strettamente grammaticale
per entrare nel
dominio particolare della
teoria dell’ornato, che
non c'interessa che indirettamente e
per particolari punti
di vista (p.
es. pel barbarismo
e l’aggiunto). Onde ci fermiamo
nella persuasione d'avere
sufficientemente dimostrato, esponendo,
in ispecie, le
teorie di Cavalcanti e di Castelvetro,
che il problema
delle categorie grammaticali
e sintattiche è sebben fuori
della grammatica propriamente detta, ampiamente
e intimamente, per
quanto i tempi
lo concedevano, trattato:
sicché tutti gli
schemi grammaticali si
può dire che
sieno stati illustrati
nelle loro origini
e nelle loro
funzioni, e non
solo gli schemi,
sì grammaticali che
logici, ma tutte
l’altre classi di
accidenti grammaticali: il caso,
la persona, il numero,
il genere, il
modo, il tempo,
ecc. Il punto
di vista generale
rimane, s' intende, l'aristotelico, cioè
il logico. Ma anche
in questo, non
che nel fatto
stesso d'aver ripreso
il problema fondamentale
della grammatica, è un
progresso. SI PREPARA LA VIA ALL’ELABORAZIONE DELLA GRAMMATICA RAZIONALE
O FILOSOFICA alla Groce. E al medesimo
fine e coi
medesimi mezzi forniti
d’Aristotile, riuscivano i critici
della grammatica LATINA,
BORDONI (si veda) Scaligero
e SANZIO (si veda). La
divampante polemica tassesca,
attirando sopra di
sé o le
attività critiche o
l'attenzione curiosa della
maggior parte de' letterati
d'Italia, non è
l'ultima cagione per
cui, smorzandosi le
minori polemiche intorno
agl’avvertimenti di Salviati e
alle questioni linguistico-grammaticali, gli
eruditi e i
grammatici sono come distratti
dall'opera di legiferazione
del volgare, o
meglio dalla continuazione
d'un lavorio ormai
secolare a cui per
forza d' inerzia e
per quel consenso
che sempre viene
accordato alla tradizione
forse avrebbero, in
mancanza d'altro, potuto
attendere. Cade qui
in acconcio un'
osservazione già stata fatta
da altri a
proposito della smoderata
letteratura dantesca
contemporanea. Vi è in ogni
periodo storico una folla
di spiriti inerti
e oziosi, benché
nelle loro ilia
ca Una sommaria esposizione
degli studi e
delle compilazioni di
lingua, di grammatiche
e di vocabolari
nel Seicento, come
complemento del suo contributo
alla storia della
critica, ' La
critica letteraria nel sec.
XVI ', diede
in Ricerche letterarie,
Livorno, 1897, pp.
2S8-312, F. Foffano,
che, col Vivaldi,
fu dei pochissimi
a rivolgere l'attenzione su
questi prodotti letterari.
1 Su questa
e le altre,
U. Cosmo, Le
polemiche tassesche, la
Crusca e Dante
sullo scorcio del
cinque e il
principio del seicento,
in Giorn. st. d. leti,
il. (:,j Croce, //
monoteismo dantesco, in
La Critica. nifestazioni esteriori
sembrino molto attivi,
che ha bisogno
di gettarsi sopra
l'argomento di moda
e sfogare in
esso un' inutile avidità di
sapere: dantisti oggi,
manzoniani ieri, puristi
ier l'altro, arcadi
in tempi meno
recenti, lettori accademici,
legislatori del bello,
grammatici in più
lontane età. Tra
il cader del
Cinquecento e gli
albori del Seicento,
oltre la tassesca
e quella non
mai interrotta della
lingua, più altre questioni
tenevano agitata la repubblica
letteraria, che ben
rispondevano allo spirito
che si rinnovava,
a quel bollor
di vita, che
potè sembrare e fu
in gran parte
bizzarra, stranamente gonfia
ed enfatica, ma che
pur era vita:
questioni che, come
le altre due
specificatamente accennate,
si riducevano e
rientravano in fondo
tutte in quella
generalissima della poetica,
ormai cresciuta ed
organizzata in corpo
sistematicamente completo e
sviluppatissimo di dottrina,
che dall'Italia trasmigrava
per tutta 1'
Europa colta. Eravamo
allora in quel
più acuto studio
della poetica in cui la
teoria, uscita ben
determinata dall' imitazione,
nel diventar legge, cioè
nel giungere alla
sua codificazione completa per
esser subito poi,
con lo scoppiar
del razionalismo e
le formule dell'
ingegno e del
gusto, completamente disfatta,
doveva essere applicata
alle opere d' immaginazione o
già passate o che ora
venivano spuntando: l' Orlando
Furioso, la Gerusalemme
Liberata, Y Orbecche,
il Pastor fido,
oltre che la
Divina Commedia sempre immanente
nell'ammirazione e nel
cuore degl'Italiani, benché cedesse
ora il campo
al Tasso; e
ben si comprende come i
dibattiti teorici, intrecciandosi naturalmente
alle polemiche personali
la serie dalla
caro-castelvetrina già da
noi discussa alle
più recenti sarebbe
lunghissima e attirando
su di sé
gli spiriti accaldati,
quasi non altro
da fare lasciassero ai letterati
in questo campo
di critica, cioè
nell'unico campo della
critica allora aperto,
che la parte
d'attori o di
spettatori appassionati nel
gran torneo schermistico.
La grammatica, che
dalla poetica era
ritenuta quasi vile
strumento meccanico, cioè
dunque facoltà considerata
assai inferiore, perdeva
necessariamente ogni
attrattiva. Senza dire
che un altro
sfogatoio erane le
lezioni onde risuonarono
tutte le Accademie
d'Italia, e specialmente
ora quelle di
Firenze e di
Padova; e che uno sfogatoio
anche maggiore sarebbe
stato tra poco la
prima edizione del vocabolario dell'Accademia della
CRUSCA, su cui
si dovevano versare
in tutti i
secoli posteriori tanti
fiumi d' inchiostro. Capitolo
nono 269 Ma
all' infuori di queste
circostanze clica taluno
potrebbero sembrar troppo
esteriori ed estranee
al movimento grammaticale, due altre intimamente con
esso connesse lo
attenuarono in questo
periodo: 1" l'ordinamento scolastico; l'essersi detto
quanto s'era potuto
dire in fatto
di grammatica; cioè
da una parte
l' essersi con le
ricerche e sistemazioni
del Salviati conchiuso il
vero periodo produttivo
delle osservazioni delle
redole, dall'altro il non
schiudersi ancora le
scuole all'accoglimento, non già
del volgare, ma
del suo codice
grammaticale. In sostanza
quella che fu detta, ma,
come altrove accennammo, in fondo
non fu, la
reazione del volgare
contro il predominio tirannico del
latino, si era
affermata inalberando con
la ferma mano
del Bembo il
vessillo dell'uso trecentesco
specialmente petrarchesco
per la poesia,
decameronico per la
prosa, e sotto
quel vessillo e
con quel duce
aveva lottato ostinatamente
e finendo col
trionfare, per tutto
il Cinquecento: antibembeschi
più o meno
valorosi, più o
meno coerenti, non
eran mancati; ma,
di contro ai
comuni avversari, cioè i pedanti
del latinismo, gli
umanisti bastardi e
in ritardo, la
lotta era stata
più o meno
concorde, e l'aveva
animata un medesimo
spirito di modernità
e d' italianità, e,
felice espediente o
necessità storica che
fosse, il segreto
della vittoria era
stato appunto quell'essersi
eletto a rocca
di difesa un
sicuro punto strategico,
il Trecento, donde
si poteva fronteggiare
l'esercito del classicismo
antico senza perder
dietro sé le
schiere dei novissimi
soldati dell'arte moderna.
In altre parole,
la causa del
volgare si sarebbe
vinta con una
concessione, cioè non legiferando
solo sull'uso vivo,
ma ponendo a
base della nuova
grammatica quanto della
lingua ormai vincente
poteva parere ed era
già consacrato da
un periodo non
breve di due
secoli. Comunque, con
quell'orientamento o in
quell'atteggiamento s'era
combattuto e vinto:
di maniera che,
da quella bibbia, in
cui era stata
la fede, del
Decameron e con
quei fondamentali principi ond'
era stata interpretata,
del Bembo, s' era
finito di cavare,
con gli Avvertimenti
del Salviati, tutto
il nuovo credo
grammaticale, con cui
si doveva e
parlare e scrivere
raodtrnamente e italianamente, e,
quali e quanti
si fossero i
seguaci di codesta
dottrina, quali e
quante fossero state
le opposizioni, le
restrizioni e le
riserve, il certo
si è che
ormai tutto si
poteva • msiderar
come già detto,
dimostrato, codificato, e
nulla rimaner di
nuovo da poter
dire e fare
in quel campo:
come succede quando una
legge è sanzionata,
ormai si trattava
di solo applicarla: in questo
si poteva desiderare
come un regolamento,
cioè uno strumento
facile, che servisse
di guida e
di lume nell'applicazione; e vedremo
infatti tra poco
il Lombardelli, il
quasi credutosi incaricato
di compilar codesto
regolamento, desiderare
una grammatica intera,
piena, risoluta e
facile, la quale
appena si potrebbe
cavare da tutt'i
detti Autori ;
ma di una
nuova produzione o
investigazione grammaticale non
si sentì, e
non si poteva
nel fatto sentire,
il bisogno, tanto
più che, come
ora diremo, nei
quadri dell' insegnamento
scolastico la grammatica del volgare
non era ancora
stata ricevuta come
disciplina autonoma e
necessaria. Anche qui,
per riflesso della
più vasta guerra
combattuta nel campo
della cultura in
difesa del volgare,
anzi per un
conseguente movimento
strategico (si pensi
che nella scuola,
di natura sua conservatrice, le
novità si fanno
strada quando non
sono più tali),
s'era lottato e,
se non vinto,
non anco per
certo perduto, non
dico imponendo, ma
accettando un patto
conciliativo : l'
insegnamento grammaticale doveva
esser impartito ancora con
e per la
grammatica latina e
per l'uso del
latino, ma per
mezzo, e non
sicuramente in opposizione
violenta del volgare:
così si sarebbe
poi finito col
conciliare in un
medesimo insegnamento l'una e
l'altra lingua, pur
sempre tuttavia, s'intende,
con lo schematismo
grammaticale latino, sino
a tanto che
anche l' italiano non
avesse avuto con
la sua grammatica
il suo insegnamento ufficiale autonomo,
che invero per
la generalità accadde assai
tardi. Del resto,
senza richiamarci alla
più antica tradizione
dell' insegnamento rettorico
de' dettatori bolognesi
e di Dante
stesso, che potè
esser maestro, se
non di grammatica,
di rettorica volgare
ne' suoi cadenti
anni ravennati, né
alla meno antica
de' lettori quattrocentisti dello
Studio fiorentino disputanti
anche di grammatica
volgare intorno all'arte
delle tre Corone,
basti il ricordare
qui un fatto
già accennato da
noi come prova
d'un'altra dimostrazione, che
cioè, vale a
dire nel primo
vero affermarsi della
grammatica del volgare,
e un anno
o due prima
di quell' imbelle
e non estremo
attacco del convegno
bolognese in contradittorio preparato
e fallito anche
perchè non preso
sul serio a'
danni dell'italiano, un
anonimo grammatico latinista, che, se
è vera la
congettura dello Zeno,
del vetusto Donato
portavaanche il nome,
dato che fosse
quel Donato, veronese, che
s'era distinto nella
pubblicazione di altrettanti
lavori latini e
greci col medesimo
tipografo, non s'era
peritato di stampare una
Gramatica latina in
volgare , invocando,
si badi bene
a questa assai
eloquente circostanza, invocando,
dico, perdono, se
non ivi gli
era riuscito di
servare tutte le
regole e osservazioni della lingua
volgare: Avete già
veduta rettorica in
volgare, aritmetica,
geometria, astrologia, medicina,
filosofia, teologia, ed altre
innumerabili scienze: avete
veduta eziandio gramatica della lingua
volgare: non vi
rincresca vedere ancora
questa della Ungila
latina, non forse
men necessaria di
quell'altra. E se per
avventura, troverete non
aver lui [l'Autore]
servate tutte le
regole ed osservazioni
della lingua volgare;
perdonategli, perciocché non la
volgare gramatica, ma
la latina vuol
insegnarvi hi parlar
volgare C). Opera
nuova questa non
era, come l'anonimo
autore non senza
pur legittima compiacenza, asseverava: poiché
di grammatiche latine-volgari in
volgare, come anche latine-francesi in
francese, argomentammo essersene divulgate necessariamente, sebben
poche, nientedimeno fin
dal sec. XIII:
nel sec. XV,
nel pieno rigoglio
dell'umanesimo, codeste
grammatiche latino-volgari, salvo
rarissime eccezioni, s'era
tornati a dettare
naturalmente in latino:
il che spiega
il vanto dell'anonimo
cinquecentista: ma sì era nuovo
lo spirito e
l'atteggiamento con cui la
pubblicava, e che
era quello di
chi pur aveva
e non poco
da concedere così
presto al volgare
che veniva imponendosi
perfino nei penetrali
più intimi del
latino, cioè nella
sua grammatica, come
più volte vedemmo.
Per entro il
più maturo Cinquecento
numerose prove si
potrebbero raccogliere di altrettali,
ora più ora
meno ampie, concessioni
e nei dibattiti
e nei trattati
e nelle scuole,
che per amore
di brevità e
perchè le istituzioni
scolastiche non sono
per l'appunto l'oggetto diretto della
nostra ricerca, noi
tralasceremo: ma non
senza averne addotte
alcune poche di
età diverse quasi
a stabilire le pietre
miliari d'una lunga
via che doveva
condurre alla logica
risoluzione d'un così
complesso problema. Ne
ho data una
di poco posteriore
al primo quarto
del secolo. Verso
la VI qui. La
grammatica della lingua
romana in volgare,
assai più nota
e divulgata, di
Priscianese.] metà e poco
prima d'essa, Fabrini
da Fighine così annotava
un luogo del
Sacro regno, da
lui di latino tradotto in
volgare, del Patrizio:
Discostandomi un poco
dall'opinione del mio
Patritio, dico che
non manco ne
la volgare si debbe
affaticare , perchè
tutti che s'
hanno a dare
a le scienze,
debbono imparare prima
bene la grammatica
volgare, cioè della
lingua loro (:),
osservazione parsa fortissima
al Gerini, memore
del luogo del
Varchi, in cui
è affermato l'assoluto
divieto, a cui
non si mancava
senza esser puniti,
di servirsi del
volgare nelle scuole,
e del De
liberis recte instituendis
del Sadoleto, dove
non si fa
alcun cenno della
lingua italiana (s).
Se non che
questo silenzio e
quello stesso divieto
che cos'altro dimostrano se
non la forza
irresistibile del volgare?
Nel terzo quarto
di secolo, e
precisamente, una prova
più forte ce
la fornisce quell'arguto
libretto, degno d'esser
raccomandato ancor oggi a maestri
di latino e
di italiano, che
va sotto il
nome di Aonio
Paleario, uno degl'
interlocutori del Dialogo,
anzi l'interlocutore, che,
biasimando le false
esercitazioni de' grammatici,
addita sull'autorità di CICERONE
(si veda), i sani
precetti, dal titolo
// graviatico ovvero
delle false esercitazioni
nelle scuole. L'operetta
è diretta agi'
insegnanti di latino
e a condannare
il metodo di
chiosare il latino
col latino già
lamentato da Cicerone, e
col quale in
luogo delle buone,
e proprie parole,
che aveva usate
il buon Poeta,
dichiarando così, [il
grammatico] poneva le
non proprie, e
non idonee (p.
37); così, cioè
sosti I '
De la Teorica
della lingua dove
s'insegna con regole
generali et infallibili
a tramutar tutte
le lingue ne
la lingua latina
. In Venetia,
appresso G. B.
Marchio Sessa et
fratelli, Appresso
Nicolini). Nella deci,
a Cosimo de'
Medici accenna a
una. pratica della
lingua da lui
fatta, che è
un volume grandissimo. Il canone
del Fabrini si
riassume in queste
sue parole della
medesima dedica: Non
trovo né trovai
mai, né il
più fedele, né
il più dotto,
né il più
pratico consigliere che
la sperienza .
La Teorica è
una bella sintassi
de' casi con
altre regole concernenti
i gerundi, (piai
è stata poi
esposta recentemente ne'
volumetti tipo Gandino.
In Venezia, appresso
Domenico e Giov.
Battista Guerra, fratelli;
ma la prima
edizione è del
47. (J) Gerini, Codesto
libro fu (rad.
da 1. Montanari
con annotaz., Ili
ed., Parma, Fiaccadori,
1S47. (4) Venezia:
ma io ho
l'edizione perugina del
Costantini, MDCCXVII. Capitolo
nono 273 tuendo
ad Arma virumqiu
amo ' Ego
Virgilius canto bella
et Aeneam illuni
hominem fortissimum ',
come farebbe chi,
volendo chiosar la
sentenza onde s'apre
il Decameron, '
Umana cosa è
aver compassione agli
afflitti ', dicesse 'è,
existe, appare: cosa,
una faccenda, una
impresa, una bisogna,
umana di uomo,
o mortale, o
di mortale, aver
compassione, aver misericordia
'. E qual
metodo suggerisce il
Paleario? La parafrasi
in volgare, la
versione e la
retroversione, cioè il
metodo comparativo che
importa lo strumento
e l'uso della
grammatica e della
lingua volgare. Né,
si badi, perdendo
di vista gl'interessi
del volgare, anzi
intimamente collegandoli con quelli
del latino, in
modo che gli
uni non si
favoriscano senza insieme
favorir gli altri.
Voi dite ,
si fa dire Aonio dal
suo interlocutore, che
il modo che
tegniamo, nel leggere
e nel dichiarare
le lezioni latine,
farà, che non
mai i fanciulli
impareranno la lingua
latina: e l'epistole,
che noi diamo
volgari, acciocché le
facciano latine, faranno,
che non mai
sapranno scrivere non
solamente un'Epistola latina,
ma non pure
una leggiadra lettera
volgare (p. 16),
per poi così
ammaestrarlo: dichiarate le
lezioni latine con
la lingua volgare, e
così esercitate i
fanciulli che repetano
volgarmente, e non
corromperete la lingua
latina, ma in
un medesimo tempo
insegnerete loro la
copia, e la
proprietà di due
lingue, di maniera, che
in breve potranno
verissimamente scrivere coll'una,
e coll'altra, ed
avendo imparato da
voi, potrannoi giovanetti
esercitarsi in tradurre
l'epistole di Marco
Tullio, ed essendo
loro mostro dal
Maestro le maniere,
ed i modi
di dire diversi,
scriveranno da loro
stessi lettere, ed
orazioni latine, e
toscane leggiadrissimamente (p.
52). E contro
l'uso, prevalente anc'oggi
nelle nostre scuole,
delle traduzioni dal
volgare in latino,
così esplicitamente ammonisce,
dandone lumi anche
per l'arte dello
scrivere in italiano:
l'idioma della lingua
latina è molto
diverso dal nostro
volgare, ne è
maggior sciocchezza al
mondo, che voler
esser volgar latino,
o latino volgare.
Da questi errori
sono nati gli
stili falsi Toscani
del Polifilo, e
gli stili falsi
latini, o moderni,
di che è
impestato il mondo:
a volere scrivere
dunque leggiadramente nell'una,
e nell'altra lingua,
bisogna avere tuttavia
l'occhio, e la
mente a questa
diversità, ed oltre
alle parole di
tali lingue, i
modi, le maniere,
i tratti, le
grazie, gli ornamenti,
li quali si
mostrano sparsi negli
scritti degli buoni
Autori, non altrimenti,
che nelle più
serene notti le
stelle, nel Cielo.
E, additati i
cattivi effetti che
nascono e permangono
per tutta la
vita da codeste
false esercitazioni, acutamente
osserva: e quello,
che è cosa
maravigliosa, se alcuni si
voltano, e si
danno alla miglior
letteratura, avviene, perchè
sono di eccellentissimo ingegno,
il quale essendo
avvezzo in tutte
le azioni sue
a seguire la
ragione, come verissima
guida, veduto, e
conosciuto il vero,
si, muove con
grande impeto, e spezza,
rompe e fracassa
ogni velo, ogni
falsa opinione, che
teneva occupato e
prigione l'animo. Laonde
camminando col lume
della ragione per
nuova via, fanno
cose miracolose. E
senza tuttavia abolire
addirittura l' insegnamento della
grammatica che riduce
a' suoi veri
termini e contro
cui arriva a formulare
questo rivoluzionario principio,
" non fidarsi
mai di regole
di grammatico alcuno,
manifestamente dimostra che, se un esercizio
giova, questo è di leggere
gli scrittori e in
essi studiare le
regole. Osservato che
giovinetti riescono a
scrivere boccaccescamente e
alcuna donna a
scrivere petrarchescamente,
domanda: Chi insegnò
a quella Donna?
alcun maestro di
grammatica le dette
il Tema?... Chi
adunque le insegnò, altro che
la diligenza nel
leggere, ed osservare
le parole, conoscere
i concetti, dilettarsi
dell'armonia, de' numeri,
ch'empiono le orecchie, accendono
l'animo all' imitare?. Non
è peraltro per
illustrare il buon
metodo consigliato da
lui che noi
ci siamo qm
indugiati intorno alle
vedute del Paleario,
ma specialmente per dimostrare
coni' egli, discorrendo
di precettistica grammaticale
latina, ha continuamente
il pensiero al
volgare, senza il
(piale, non era
ormai più possibile
1' insegnamento classico e al
quale, ben s'argomenta,
miravano le scuole
stesse come a
disciplina in cui
non era più
lecito ormai non
erudire i fanciulli. Un
altro pedagogista tutt'altro che
moderno, Meduna di
Motta [L'ufizio del
gramatico, come poco
dianzi elicevamo, è
insegnare con la lingua
che ha propria,
e che è comune a
lui, ed agli
scolari; conoscere le
parti dell’orazione, e
variare, o declinare,
come voi dite,
le parti declinabili,
e congiungere attamente
le parole insieme sempre avendo
l'esempio avanti cieli ì
buoni autori, etc.
Abbiam visto il
Lapini scriver in
latino la grammatica
del fiorentino. Ricordisi
anche la Contesa
di cui si
fece cenno. di Livenza
nel Friuli, in una sua
opera in tre
libri intitolata Lo
scolare nel quale
si forma a
pieno un perfetto
scolare, discorrendo della Grammatica,
che chiama, secondo
l'antichissimo canone, madre di
tutte le altre
discipline, e che,
secondo lui, impone
leggi all' ortografìa,
alla prosodia, all'
etimo logia, alla sintassi,
alle figure, ai
tropi, alle sentenze,
all' 'analogia, raccomanda egualmente
lo studio teorico
e l'esercizio pratico,
il primo sui
testi antichi e
moderni quali il
Valla e il
Perotto, ma aggiungendo
che non si sarà grammatico
senza aver imparato a
memoria tutto Donato
con le regole
di Guerino, per
lasciar da un lato
i Cantatici e
i Mancinelli • una
vera indigestione, insomma, di
grammatica latina d'ogni
età e d'ogni
fatta. Eppure non
dimentica la lingua
volgare né di
raccomandar in proposito
le Prose del
Bembo, le Osservanze
del Dolce, le
Annotazioni del Ruscelli, sparse,
e la Grammatica
del Castelvetro C), cioè
tutti i veri
grammatici stati in
voga nel Cinquecento
fino all'anno in
cui egli scriveva
e venivano in
luce gli Avvertimenti del Salviati,
che evidentemente ancora
egli non conosceva. Anche l'Antoniano,
che il Castelvetro
chiamò miracoloso mostro di
natura , ne'
tre libri dell' Educazione cristiana
de* figli ', dove
consiglia di liberar
i fanciulli dalle
molestie della grammatica,
di cui non
intendono i termini,
facendogliela apprendere
indirettamente sugli autori,
non riprende qualche
studio della lingua
volgare e a
tal uopo consiglia
le versioni. Finalmente,
per arrivare al
tempo in cui
ci troviamo con
la nostra narrazione,
due altri notevoli
esempi dovrei addurre,
quello del Possevino,
autore di un
De cultura inge?iiorum
e l'altro del
perugino Crispolti, autore
di un Idea
dello scolaro che
versa negli studi
(fi), entrambi scriventi nel
1604, per confermare
come la tradizione
che Venetia, Fachinetti,
-S ',yr. Cfr.
Gekinm. op. cit.,
II, 405. Correzione
all' Er colano cit.,
p. 54. In
Verona, per Bustina
delle Donne, 15S4.
Il Castelvetro lo
dice scolaro di
L. G. Giraldi;
il Varchi, nell'Ere
ola no (ed.
cit., p. 423
e l'annotatore delle
Opere di Sp.
Spero?ii (tomo II,
p. 2ir) lo
dicono scolaro del
Caro, ma il
Castelvetro ( Correa.,
in Ercol. cit.,
p. 32 lo
nega. Cfr. Gkrini. Venetia, Ciotti.
Cfr. Gerini, Ant.
Possevino scrittore educativo, in
L'oss. scolastico, Perugia.] si ricollega
a quell'anonimo del
1529, fosse andata
ormai mettendo sempre
più salde radici.
Tuttavia e concluderò
così questa lunga
parentesi l' insegnamento della
grammatica volgare non
era peranco ufficialmente
riconosciuto , né
aveva perciò programmi
e testi suoi,
se anche indirettamente venissero
ad essere svolti
gli uni e
consigliati gli altri:
e al consiglio
bastavano i grammatici cinquecentisti or or nominati,
aggiuntovi naturalmente il
Salviati. Queste le
varie cause onde
secondo noi in
questo periodo, che
dal Salviati va al
Buommattei e al
Cinonio editi che
il primo di
questi due cominciò
ad attendere all'opera sua
non leggera né
facile fin dal
1612, la rigogliosa fioritura
grammaticale cinquecentesca s'arrestò;
ma senza, naturalmente,
avvizzire ne intristire
del tutto. Non
foss' altro, se anche
non furono propriamente
grammatici nel senso ristrettissimo e
compiuto della parola,
avemmo due diversamente
benemeriti e orientati
cultori delle discipline
grammaticali, entrambi senesi,
come senesi furono
in questo momento ben
altri partecipi del
movimento linguistico, quasi
l'accampamento di Firenze si
fosse attendato a
Siena, che di
valore per tutto
il Cinquecento aveva
mostrato notevoli esempi,
basti ricordare il
massimo del Tolomei:
Orazio Lombardelli, cioè,
e Celso Cittadini:
l'uno, precettista pur
esso d'una parte
della grammatica, 1'
ortografia, la pronunzia
e la punteggiatura, che,
riassumendo e vagliando
i meriti di
precedenti grammatici e
vagheggiando un nuovo
tipo di grammatica
più nei rispetti
dell'assetto esteriore che del
contenuto legislativo, additò,
come conscio de'
bisogni d' un'
educazione intellettuale più
vasta e moderna
per gli effetti
della produzione letteraria,
se non un
piano di riforma
degli studi, certo
un sistema più
organico e complesso
dove fossero mostrati
nella loro rispettiva
funzione i fonti
dell'arte, gli strumenti,
i metodi, i
fini; l'altro, filologo
per proprio o
per altrui merito,
che, plagiario o no,
dimostrò d'intendere il valore
delle indagini dei
Tolomei, dei Castelvetri,
dei Bartoli, divulgando
i principi e
gli elementi di
quella gramma (,'j
Una Cattedra di
lingua toscana tu
istituita, come s'è
visto, dal Granduca:
a Siena ne
fu primo lettore
il Borghesi nel
1589. Col decreto del
1571 ricordato dal
Borghini il Granduca
ordinò che fossero
compilate regole della
lingua fiorentina da
leggersi in tutte
le scuole.] tìca storica,
che, già rosi
ben promettente nel
suo giovanil rigoglio e
assurta già .1
fastigi veramente impensati,
senza per altro
che quei cultori
si stringessero scientemente
come pochi ma
saldi anelli di
una catena in
una comune tradizione,
doveva poi, a
maggiore danno, almeno
per tutto il
Seicento, quasi miseramente perire o
giacere dispetta e
scura, di contro
alle in gran
parte inutili, infeconde
e noiose logomachie
intorno al vocabolario della Crusca.
Il Lombardelli, anch'esso
già da altri
lodato di non
aver mai disgiunto
nella sua precettistica
e nel suo
insegnamento gli studi
del volgare da
quelli del latino,
non fu davvero
poco ferace nella sua
vita che non
dovette esser lunga:
poiché delle sue
opere, elencate tutte
da lui stesso
ne' suoi Aforismi
scolastici^, le grammaticali o che con
la grammatica hanno
una certa relazione
se non altro
per il metodo,
a prescindere dalla
parte anche da
lui presa alla
polemica tassesca, sono
nientemeno che dodici.
le più d' indole
strettamente ortografica o
ortoepiche, altre quasi lessicali,
e quasi tre
pedagogiche o didattiche: di tutte
la più notevole
è naturalmente quella
dei Fonti Toscani.
Della principale di
quelle ortografiche, V Arte
del puntargli scritti edita
nel 15S5, ma
di cui aveva
già dato un
saggio molto bene
accolto fin dal
66, sarebbe detto
tutto quando, ri
Gerini. In Siena presso
Salvatore Marchetti, 1603
(sono 887, distribuiti in 68
distinzioni). \z L'elenco
è ripetuto in
Gerini. Quelle che più
direttamente c'interessano sono:
I. Dei punti
e degli accenti,
clic ai nostri
tempi sono in
uso tanto appresso
i Latini quanto
appresso i Volgari.
In Firenze, per
li Giunti, 1566.
II. L'arte del
puntar gli scritti,
formata ed illustrata,
Siena, presso Bonetti.
Memoriale dell'arte del puntar
gli scritti. In
Siena, Bonetti, 158S
(Verona, 1596). IV. La
difesa del zeta
(già cit.). V.
/ riscontri grammaticali. In Firenze,
due volte e
in Siena. VI.
La pronuncia toscana.
In Fiorenza, presso
il Marescotti. VII. L fonti
toscani. In Firenze, appresso Marescotti (cfr. Conte
Silvio Feronio, //
Chiariti, Dialogo, ove
trattandosi de' fonti
toscani d'Orazio
Lombardelli, si va
ragionando d'altre cose.
In Lucca, presso
il Busdrago. Le eleganze
toscane e latine.
In Siena, 1568,
e in Firenze,
Marescotti, 1587. IX.
LI giovane studente.
\\\ Venetia. Gli
aforismi, S conosciutane
l'abbondanza e la
metodica trattazione della
materia, si fosse ripetuto
l'aforisma a cui
egli s' ispirò nel
forviarla ed illustrarla:
lingua fiorentina in
bocca senese, principio
contradittorio, col quale
egli cercò di
trovare una via
conciliativa tra il
primato fiorentino e
il diritto che
Siena s'arrogò e
le fu riconosciuto
d'emular Firenze e che esprime,
come vedremo, .issai
bene uno de'
nuovi aspetti della
rinnovantesi critica letteraria; ma, a lode del
libro, occorre aggiungere
che ha il
merito d'aver registrato,
al cap. 4
della parte prima,
per ordine alfabetico,
tutti i precedenti
trattatisti italiani e
latini della materia
con l'indicazione delle
opere o de'
punti particolari ih
cui ne trattarono:
tra i latini,
Aldo Pio Manuzio
in calce libri
quarti grammaticarìim institutionum, il
Valla al cap.
41 lib. YI
Elega?iliarum, lo Scoppa,
il Vives nel
suo De ratione
studii; tra gl'italiani,
il Franci, il
Firenzuola, Cavalcanti (5'1 della
Rettorica), il Lenzoni
(3a giorn. della
Difesa della lingua
fior, e di
Dante), il Tolomei
(in una lettera
a m. F.
Benvoglienti), V Alunno, il
Trissino, il Ruscelli
(in Del modo
di comporre in
versi e sopra
il Furioso), il
Salviati, il Castelvetro
{Sposiz. della i&
particella della V
parte della Poetica
di Aristotele), il
Dolce, il Toscanclla,
il Giambullari, il
Bembo, il Neri
Dortelata {Osservai, per la
pr. por.). Quanto
al contenuto, basterà
osservare che, premesse
alcune avvertenze per
intender più agevolmente
l'opera e servirsene
con frutto, circa
le persone a
cui si aspetti
la cognizione e il
buon uso de'
punti (maestri, stampatori,
scrittori, pubblici ufficiali),
sulle cagioni de'
grandi abusi, che
nell'arte del puntar
si passano (3),
sugli autori che
hanno scritto de'
punti (4), sulle
stampe che sono
più corrette nel
buon uso de'
punti, passa alla
descrizione del punto trattando del
trovamento, della necessità,
e dell'ordine naturale
de' punti, degli
Autori che rendon
testimonianza dell'autorità de'
punti (3), della
convenenza, e disconvenenza, o vero della
comunità, e differenza,
che si ritruova
tra' Punti '4);
indi a discorrere
del sospensivo (la
nostra virgola), trattando
del nome, figura,
ordine, necessità, descrizione,
regole con appendici e
eccettuazioni: poi del
mezopunto, ;, del coma, :, (VI)
mobile (.), interrogativo, affettuosa (la
nostra esclamazione), Parentesi,
Apostrofe, Periodo. Onesti
trattati di punteggiatura, più
o unno completi,
]>iù ci meno
polemici, accompagnarono sempre
in connessione 0
no con i
vari sistemi ortografici
in tutto il
suo secolare svolgimento
la vessatissima questione
della lingua, non
pure a partir
dai precursori senesi
e fiorentini del
Trissino nella riforma
delle nuove lettere
fino agli ultimi
manzoniani, senza che
ancor Oggi, .1
proposito di vecchi
e di nuovi
sistemi di punteggiatura
(si ricordino gli
esempi del Leopardi
seguiti da Carducci e
ancor più dal
D'Annunzio parchissimo eli
punti e del
Manzoni che n'è
invece larghissimo), non
si tenti con
inutilità manifesta rinnovar
le vecchie diatribe,
ma anche nel
precedente periodo che
corre dal De
vulgari eloquentia alle
contese quattrocentesche prò
e contra le
tre Corone. Vedemmo
già, a non
ricordar altri, il
Petrarca risponder con
un trattatello dell'arte
di puntar gli
scritti al Salutati
che gliene aveva
mosso questione. Ho
parlato d'inutilità manifesta:
poiché, risoluto ormai,
come dobbiamo ritener
che s'è fatto,
il problema filosofico
sul linguaggio con
identificare l'estetica con la linguistica
generale, non s'intende
proprio come si
chieda, per es.,
al D'Annunzio perchè
non si degni
conformarsi all'uso ormai
comune e intorno
al quale l'accordo s'è
ottenuto così nella
grafia come, s' intende,
essendo l'i - .1 questione,
nella punteggiatura, quasi
volendolo rimproverar come d'un'inutile
bizzarria o d'una
posa e chiamandolo
responsabile de' cattivi
effetti che il
suo capriccio tirannico
può produrre sull'arte
e sulla scuola.
O non sono
anch'esse e le
forme speciali ortografiche
e le specialissime
interpunzioni d'un poeta
le sue parole
interiori? Egli parla
con sé a
quel modo, ed
è illogica e
tirannica quanto vana
la pretesa di
voler che e'
parli secondo un uso astratto,
cioè dica delle
parole mute. Anche
ne' punti è
egli sempre il
Poeta quale si
dimostra in tutta
l'originalità delle sue
visioni. Mentre invece
il problema non
era vanamente trattato
e discusso con
più o meno
vivo calore, quando,
nel! 'affermarsi e nello
svolgersi della nuova
letteratura e, concedo
ancora, nel romantico
rinnovarsi di essa,
allor che ancora
la vera formula
estetico-filosofica non era
stata [Riguardavano,
s'intende, specialmente il
latino; ma, a
tacer d'altro, il
Borghini, come abbiani
visto, ricordava d'aver
visto un libro
tra quelli del
periodo intorno all'ortografia, della
quale i nostri
antichi -non curarono
affatto , loc.
cit. 280 Storia
della Grammatica trovata,
la coscienza artistica
non si poteva
appagare degli scarsi
segni eravamo ridotti
quasi al solo
punto ereditati dal
primo Trecento, né
de' nuovi che
venivano o rintracciati
nell'antichissimo uso o novellamente
foggiati. Nessuno di
que' nostri trattati fu
inutile o arbitrario
prodotto da trascurarsi
a chi fa
la storia e
delle istituzioni didattiche
e dello spirito
filosofico, poiché ciascun
d'essi era l'effetto
d'uno sforzo, d'un
bisogno a cui
ben si sentiva
non era facile
sottrarsi, quando si
fosse voluto esprimere con
pienezza il proprio
pensiero; o meglio
quando si fosse
voluta schiarire e
possedere l' immagine interiore
del proprio pensiero.
Potevano credere quei
trattatisti di dirigersi
al comodo pratico
non pur degli
apprendenti sì anche
de' tipografi e
scrivani pubblici; in
latto essi rispondevano
ai quesiti infiniti che
sorgevano nella coscienza
artistica de' nuovi
produttori della letteratura:
e il moltiplicarsi
di codesti trattati,
e l' ingrandirsi del
loro corpo fino
alla mostruosità dell'ampio
volume veniva a
segnar via via
il loro fallimento
completo di fronte
alla scienza, che
non conosce leggi
fonetiche, né grammaticali, né, particolarmente, ortografiche
o di accentuazione
e interpunzione. Si
noti, infine, a
conferma di tutto
questo, che ciascun
d'essi s'eleggeva il
principio che meglio
e più rispondeva alla sua
coscienza artistica, appunto
perchè il loro
senso estetico, ossia
il loro particolar
modo di sentire,
si ribellava a ogni altra
legge che in
qualche modo lo
violentasse nella sua
libera e piena
manifestazione: e il
Lombardelli non cavò
di sua testa
il principio che
è fondamento della
sua dottrina ortografica, lingua fiorentina
in bocca se?iese,
né nel formularlo
s' ispirò) come dice
il D' Ovidio
, al lodevole
esempio di moderazione che gli
era stato porto
dal suo più
illustre concittadino Tolomei; ma
lo dedusse dal
suo particolar gusto
di senese, anzi di artista,
quale si fosse,
del suo volere
e dover esser
lui e non
altri. Il Petrarca
s'è già visto
era arrivato perfino a
crearsi de' segni
particolari, più che
d'interpunzione, di rilievo,
direi quasi, e
di colorimento per
certi speciali atteggiamenti del
suo pensiero artistico.
Sui fonti Toscani,
la più nota
e diffusa opera
del Lombardelli, ebbe già a portare
la propria attenzione
il D'Ovidio, che ne
] biasimò il titolo
per esservi stati
sotto compresi concetti
disparatissimi con criterio
goffamente didattico, e
non ne risparmiò
naturalmente il contenuto. Riconosce
peraltro che il
libercolo non iindegno
di studio; giacchèj
quantunque farraginoso e
sconnesso, ha qualche
importanza per la
questione della lingua
e per quella
dell'origine, contiene qualche
buon ragguaglio, e
propugna con urbanità
opinioni temperate e
conciliative. Retto e mite per
natura, quale si dimostra
anche nell'atteggiamento benigno
verso il povero
Tasso, il Lombardelli
non cadde in
eccessi (l), come
il Bargagli, vero
separatista tra il
fiorentino e il
senese, né in
quella violenza in
cui trascese, più
tardi, per esserne
il capro espiatorio,
il Gigli (").
Per fonti il
Lombardelli intende tutte
le sorgenti onde
possiamo derivare rivoli e
fiumi d'eloquenza toscana.
Ne fa dodici
categorie: la lingua latina;
la voce viva
dei popoli di
Toscana ; le scritture
del buon secolo;
i linguaggi italiani;
la lingua greca;
i linguaggi stranieri;
gli autori della
teorica di nostra
lingua; le traduzioni;
gli scrittori di
prosa moderna; io.
i poeti; i
prosatori scelti; e i
tre sommi del
Trecento. Quanto alla
settima, osservisi che
gli autori della
teorica di nostra
lingua per il
Lombardelli non sono
solamente i grammatici,
ma tutti coloro
i quali ci
insegnano, come si
debbia parlare, e
scriver lodevolmente, con
regole, avvertimenti, e
precetti di Grammatica,
di Rettorica, e
di Dialettica, guidati
anco talora, e
praticati per via
di Istorie e
con ragioni, prese
dalla Filosofia, e
d'altronde (pp. 46-7).
De' grammatici propriamente
detti raccomanda i più
recenti, designandone il
grado d'attendibilità: se
pur nel Dolce
ha difetti, si
trovan notati dal
Ruscelli, se nel
Bulgarino, si trovan
ripresi dal Zoppio,
e difesi da
lui proprio e
dal Borghesi. Se
finalmente dal Borghesi
e dal Salviati,
né ho da
parlar io nelle
riprese dodicesima e
tredicesima del penultimo
fonte. Ma torno
a dire intanto
che per quanto
appartiene a questa
parte della Teorica
di nostra lingua,
gli ho per
guide sicuris Pe'
plagiari del Tolomei,
in Pass, bibliogr.,
I, 467. Ma
di plagio non
si può parlare
riconosce il D'Ovidio
tranne che pel
titolo e qualche
idea e osservazione
particolare. Il Lombardelli
non ricorda del
Tolomei solo le
opere a stampa.
(:) Le corr.
cit. 2S2 Storia
della Grammatica sime
(p. 58). Ma
ciò non toglie
che egli non
si taccia a
esporre un lungo
catalogo di desiderata
con la più
grande disinvoltura: si
desidera una Gramatica
intera, piena, risoluta,
e facile: la
quale appena si
potrebbe cavar da
tutt'i detti Autori.
Poi un ampio
Tesoro, dove sien
raccolte tutte le
voci attenenti al
puro toscanesimo, scelte con
buon giudizio tra
le antiche, e
le moderne, sposte
con la copia,
esaminate nella origine,
nella proprietà, nella
proporzione, o
corrispondenza, nelle differenze,
nelle costruzioni semplici,
e nelle figure,
avvivate con gli
opposti, ornate degli
epiteti e degli
aggiunti, assicurate finalmente,
ed approvate con
diverse parti degli
scrittori del buon
secolo e de'
più regolari del
nostro, specialmente di quei dello
ultimo fonte... Mancane
un Vocabolario, non
indirizzato a quei
che aspirano all'eloquenza, ma
alla turba, per
intendere tutt'i vocaboli
del Volgo e
degli Antichi: e
potrebbe farsi a
imitazione o di
quel Polluce greco,
o di quel
d'Anton Nebrisense, spaglinolo,
e latino: poiché
non ci può
sodisfar la Tipocosmia
d'Alessandro Citolini da
Serravalle. Mancavi un
Dizzionario poetico; e forse
alcun altro d'altra
sorte rispetto alle diverse
arti e professioni.). Ci
manca un Proverbiarlo cominciato già
dal nostro sodo
Intronato. Una sindacatila [manca] sopra
a tutti i
pregiati scrittori toscani
antichi e moderni, come
fu fatto per
gli antichi da
Quintiliano e Tacito
in Cicerone, da
Polemone in Sallustio,
da altri in
( hnero e
Virgilio, dal Valla
in diversi (ib.).
Ricordate le promesse
di Vocabolari di
G. C. Dal
Minio, del Ruscelli,
del Salviati, annunzia quelli del
Persio e della
Crusca: ragguaglia che
Ottaviani Ottaviano suo
allevato, scolaro di
medicina, stava componendo la
correzione degli abusi
introdotti nella lingua
(forestierumi, dialettalismi e
idiotismi vernacoli); annunziala [Il Lombardelli
era, sembra, scontento
della non scarsa
letteratura proverbiariesca
a lui anteriore:
per lo meno
ignote non gli
dovevano essere le
varie edizioni della
Civil conversazionidi Stefano
Guazzo. Cfr. per
questo argomento, Xovati,
Le serie alfabetiche proverbiali e gli alfabeti
disposti nella letteratura
italiana dei primi
tre secoli, in
Giorn. si. d.
leti, il., voi.
XY e XVIII;
e L. Boni-ioi.i,
Stefano Guazzo e
la sua raccolta
di proverbi in
Niccolò Tommaseo. In
ogni modo il
desiderio espresso dal
Lombardelli vien ad
essere una diretta
conferma del tatto,
dal Bonfigli affermato,
che la mania
per i proverbi
era nell'aria. In
gran parte l'avrebbe
invece, soddisfatto, tra
poco il Monosini,
di cui s'è
già discorso.] Semenza delle
burle d'un suo
amico, contenente centinaia
di voci non
mai uscite in
istampa, proverbi, sbeffamenti,
sentenze popolaresche. e per comodo
de' forestieri, con le corrispondenze nobili, sì
che un detto
burlesco venga dichiarato,
ad es., in
dieci 0 venti
modi nobili. Porge
infine degli avvertimenti
speciali ai forestieri"
{soggiorno in Toscana;
lettura delle opere grammaticali
del Dolce, del
Ruscelli, del Salviati,
del Bembo, del
Borghesi: la lettura
degli scrittori antichi;
la Fabbrica dell'Alunno;
composizioni; traduzioni; corrispondenza con
toscani), ai fanciulli
toscani, alle donne,
agli studenti, dottori e
nobili artefic i (deplorando la
scarsa cultura degli
artisti!), ai notai
e cancellieri, ai
segretari, agli accademici,
ai predicatori ('•ammaestrati prima
ne' fonti della
Gramatica, Greca, Latina,
e Toscana, come Appollonio Alessandrino,
Urbano, Demetrio, Prisciano,
Emanuele Alvaro, Mario
Corrado, Tommè Linacro,
Agostin Lazaronio, Giovanni
Scopa, il Manuzio,
Anton da Nebrisa,
il Ruscelli, il
Bembo, il Castelvetro,
il Salviati e
altri), agli Umanisti,
Traduttori, Poeti, Istorici
e altri. Il
carattere zibaldonesco del
libro e quello
un po' cervellotico de' principi
secondo cui è
stato imbastito, saltano
subito all'occhio; pure
di tra la
farragine e delle cose
e de' principi
un fatto balza
anche fuori che
torna a tutta
lode del Lombardelli ;
questo, che egli,
additando sì disparati
modi e strumenti
onde dovesse e
potesse acquistarsi dalle
varie classi sociali
la cultura e
l'arte letteraria, mostrava
d'intendere che non
c'è una sol
via per imparare
a scrivere e
a parlare, e
che l'intelletto va
-'i-citato e nutrito
non con le
sole regole ma
con più sorta
di cibi o
di ricambi. La
grammatica, anzi, nel
piano educativo da
lui disegnato, occupa
una parte molto
secondaria, è una
parte d'uno de'
dodici fonti: ed
essa stessa non
è pedantesca, ma
è concepita e
desiderata liberale e
facile. Egli non
la corrode filosoficamente, ma ne
attenua, nel fatto,
la portata. Ed
anche questo per
la storia è
notevole. La scarsa
fede, in sostanza,
in un prodotto
antiscientifico, se non
è indizio di
senso scientifico, è
certo segno di buon senso,
che è base
di quello. Il
Cittadini, dai sommi
altari della filologia
a cui era
stato elevato tra
i profumi dell'incenso
e il coro
delle lodi, è
caduto ìgnominiosamente a
terra: e oggi
non se ne
pronunzia il nome,
senza chiamarlo grande
depredatore del Tolomei,
malo affastellatore di
scritti non suoi,
e con epiteti
consimili; ma cancellarlo
dalla storia non
si può. Parliamone
dunque anche noi,
senza più oltre
incrudelire: cosa facile
grazie alle diligenti
fatiche d'un altro nostro
valoroso corregionario, Filippo
Sensi, che, per
ripetere una frase
del Rajna, ha
i due Senesi
sulla punta delle
dita. Cominceremo dal
riassumere del Sensi
lo scritto principale.
L'egregio studioso, a
metter bene in
chiaro i gravissimi
debiti del Cittadini
verso il Tolomei,
rivolge primieramente uno
sguardo generale alle
Origini del Cittadini.
Le Origini della
Volgar Toscana favella si
rannodano con un
precedente trattato del
Cittadini stesso, che
reca un titolo
consimile: Della vera
origine, e del
processo, e nome
della nostra Lingua.
Il Sensi stesso
riconosce che qui,
oltre il concetto
della derivazione
dell'italiano dal latino
popolare, si ha
un abbozzo veramente pregevole di
storia di questo
latino; ma quando
si viene a
chiarire il modo
di quella derivazione,
la ricerca è
abbandonata sul più bello.
Esaminata in
confuso e come
per esempio del
restante l'origine de'
pronomi, si rimanda
al Bembo, al
Castelvetro, al Salviati,
ne' quali invano
si cerca qualcosa
di simile pel
concetto e pel
metodo. Nelle Origini la
ricerca [Per la
storia della filologia
neolatina in Italia.
Appunti di F.
Sensi: I. Claudio
Tolomei e Celso
Cittadini, in Arch.
gioii. Hai. (cfr. D'Ovidio,
in Pass, bibliogr.
d. lei/. Hai.,
I, 46-9; e
Sensi). Le ... ecc.,
per Cittadini lettor
publico di essa
nello Studio di
Siena e Censor
perpetuo della medesima
nell'Accademia de Filomati.
App.: Salvestro Marchetti,
in Siena. L'ed. di
E. Gori, Siena,
è detta dallo
Zeno migliore della
prima. (Il Vivaldi,
op. cit., I,
166, attribuisce a
Ercole Gori un
trattato grammaticale, che io
non ho potuto
rintracciare. E una
svista?). Le Opere
di Celso Cittadini
gentiluomo sanese con
varie altre del
medesimo non stampate
furono raccolte da
Girolamo Gigli. In
Roma, per Rossi. Oltre
i due trattati
dell'origine questa raccolta
contiene il Trattato
degl'idiomi toscani, le
Note marginali alla
Giunta del Castelvetro,
e le Note
sopra le Prose
del Bembo. Trattato
della ecc. scritto
in volgar Sanese
da Celso Cittadini.
In Venetia, per
Giambattista Ciotti. Io credo
che per Castelvetro debba
farsi qualche riserva:
la posizione del
Castelvetro verso la
grammatica storica non
storia della lingua,
si badi sia
molto diversa da
quella del Bembo
e del Salviati,
perchè, se il
Castelvetro nella trattazione
delle forme non
adoperò il concetto
tolomeiano-cittadinesco del latino
popolare, dal latino
in ogni modo
mosse e con
criteri non certo
retorici. Capitolo nono
285 vi assume
un aspetto, dice
il Sensi, semifilo
so fi co,
pretendendosi spiegare la derivazione
dell'italiano per via di dieci
origini, senz'esser una continuazione
del Trattato, rimasta
cosa monca, anzi
ne sono un
regresso in confronto
del metodo tutto
analitico e storico,
di cui l'autore
aveva dato quel
saggio. Vi si
unta poi, oltre
la poca corrispondenza al
fine proposto, una
grave sproporzione tra
la parte fatta
alla trattazione dell'i?
e dell'0, che
ricorre attraverso tutte
le singole origini,
e il disegno vasto
che abbracciava non
l'origine solo, ma
questioni intorno alla
pronunzia e alla
scrittura del Toscano,
in ogni varietà, specie nella
fiorentina e nella
senese, intrecciandosi o
era criterio allo
studio principale la
fondamentale distinzione di
tutto il linguaggio
toscano in quattro
suddivisioni, alle prime
due delle quali
sarebbero appartenuti i
vocaboli nati dalle
prime nove origini,
alle altre quelli
della decima: distinzione
importante, perchè verte sull'origine
letteraria e popolare
de' vocaboli, e
che sarebbe un
bel vanto del
libro. Sicché, senza
tener conto di
inconseguenze,
contraddizioni e trascurarle,
è da concludere
che esso è
un insieme inorganico
di elementi greggi,
un mal riuscito
affastellamento delle operette
inedite del Tolomei.
Qui il Sensi,
metodicamente si fa
a considerare ($
II) codeste operette raccolte nella
nota copia della
Coni, di Siena,
ricordando che al
Tolomei, autore degli
scritti da noi
altrove esaminati, poco
si badò, e
che a nulla
valse che il
Benvoglienti s'accorgesse del
plagio, perchè tale
scoperta rimase inedita.
Da quella considerazione la
figura del Tolomei
ne vien fuori
pari, se non
superiore, a ogni
altra nella storia
della grammatica neolatina a
lui anteriore, benché
da' vari materiali
non si possa
ricostruire quella Grammatica
toscana che il
Tolomei diceva di
voler comporre, prima
che il Giambullari
ponesse mano alla
sua. Forse il
Tolomei avrebbe trattato
in un primo
libro di questioni
generali, in un
secondo di propria
grammatica, e nel terzo,
come appendice, dissertato
di vari argomenti.
Il Cittadini di
questi materiali non
si servì per
ricostruire; ma volle [Poleni (cit.
dal Sensii nelle
Exercitationes Vitruvianae, Patavii,
dice che Uberto
Benvoglienti, eruditissimo, era
d'opinione che l'autore
del Polito fosse
non il Franci,
ma il Tolomei e
deduceva dalla lettura
delle opere inedite
del Tolomei il
plagio del Cittadini
a danno del
Tolomei, nell'opera Delle
Origini.] solo plagiare: e
base della sua
compilazione fu il
trattatello delTolomei : De"1
fonti de la
Lingua Toscana. Codesti
fonti (e siamo
così al §
III) sarebbero nove:
de l'origine, de
la forma, de
la derivanza, de
la figura, de
la differenza, de
la frequenza, de
l'affetto, del rappresentamento, de
la disuguaglianza. Il
disegno, giudica Sensi, n'è
ampio, ma la
trattazione meschina, quasi
un sommario. A
ben intenderli poi
occorre la conoscenza
delle scritture del
Tolomei parallele a'
' Tonti ',
cioè il Proemio
de le 4
lingue, il Ritratto
de le q
lingue toscane, e
del relativo criterio,
che serve loro
di base, di
due strati idiomatici,
' il bandolo '
della sua ricerca,
la prima lingua
essendo costituita di un fondo
schiettamente popolare identico
al toscano, le
altre tre de' vocaboli introdotti
dagli scrittori; ma
le caratteristiche ne
sono ben poco
chiare. I confini
dell'opera forse non
oltrepassavano quelli della fonetica,
e probabilmente era
destinata a costituire la
sezione preliminare della
Grammatica, insieme con
trattati maggiori che
ne svolgevano i
capitoli più importanti.
' La dimostrazione
del plagio del
Cittadini ', ristabilite
cosi le cose,
divien ora (§
V) pel Sensi
assai facile. Ne
sono spia, oltre
la simiglianza del
titolo, le aggiunte.
Colpito dal ricorrere
degli e e
degli 0 nell'esemplificazione de'
Fonti, e trattone
a esagerare l'importanza, gli
parve fortuna ritrovare
le due dissertazioni De lo
e chiaro e
fosco e De
/'o chiaro e
fosco, e gli
aggiunse nel cap. Della
Differenza, nel mezzo
dell'opera. Gli altri, quasi
tutti, rimasero inalterati.
Al I cap..
Natura, furono aggiunte le dissertazioncelle del
Tolomei conservate nel ms.
senese; 'qualsia miglior
parlar: fosse vero
o fisse vero
'; ' stetti
non è per
forma ripigliata da
' steli latino,
ma è preterito
disteso ': '
Propio esser il
vero J 'ocabolo toscano
e non proprio
'; ' De
la figura agg ionia
' . Una breve
giunta ebbe il
cap. Figura; quello
della Frequenza le
maggiori a spese
del trattato delle
figure grammaticali, costituito
di tre scritti
(' Da Virtude,
Virtù e da
Salute non Salù
': ' Che
e se ricevono il
primo corrodimene) ';
'Dopo se e
che con il
e in si
fa il corrodimento
secondo '). Nella
Conclusione mise il
Proemio del Tolomei,
e, infine, la
nota dichiarazione di
riconoscenza! Lo scritto
del Sensi è
di quelli che
non lasciano adito
a obiezioni e
riserve: né è
il caso, e
tanto meno qui,
di valutare la
confessione fatta dal
Cittadini de' suoi
debiti verso il
Tolomei Capilo/o nono
287 e richiamare
alla mente le
abitudini letterarie del
tempo (che permettevano,
p. es., al
Giolito di prendere
il Cesano e
stamparlo senza chieder alcun
permesso all'autore' per
giudicare giuridicamente e
moralmente del plagio
del Cittadini, il
quale lece quel
che fece. Si
tratta invece di
vedere, .secondo noi,
quel che mise
di suo che
qualcosa avrà pur
dovuto metterci nella
manipolazione o nell'uso
che fece negli
scritti del Tolomei,
e di determinare
il punto di
vista donde elabori
la manipolazione cioè interpretarla
nel suo valore
nel rispetto del
progresso dello spirito critico
che importa qui
seguire; oltre, s'intende, alla considerazione di
quanto potè il
Cittadini intellettualmente
operare indipendentemente dall'opera
del Tolomei: si
tratta, insomma, tenuto
conto del plagio
e del resto,
di assegnare al Cittadini
il posto che
gli compete in
una storia come
la nostra. Nessuno
intanto potrà contestare
al Cittadini il
merito, dirò con
un apparente paradosso,
del suo stesso
plagiare, che importa un
apprezzamento della materia
plagiata: il conto
fatto dal Cittadini
delle idee e
delle ricerche del
Tolomei è già
un valore criticamente:
non è solo
l'aver rimesso in
circolazione delle conclusioni
positive dimenticate e
perciò nulle che
costituisce il merito qui
abbiamo ancora il
plagiario, ma aver
dato loro un
valore, aver cioè
aggiunto ad esse
qualcosa di proprio.
Ora questo merito
non è venuto
al Cittadini dal
di dentro delle
verità stesse che
gli si fecero
innanzi: occorreva che
egli avesse in sé svolto
una disposizione a
comprenderle. Non bisogna
qui dimenticare che
il Cittadini tutta
codesta materia delle Origini
aveva esposta per
sei anni, com'egli
afferma nella dedica
a Fabio Sergardi,
nello Studio senese
dalla cattedra, sia
pure, com'è facile
supporre, desumendola fin
d'allora e per
quell'uso dalle operette
del Tolomei: vi
era stato poi
intorno nel tentare
di sistemarla sia
pure meccanicamente, in
un libi' n'avrà
discusso, e se
ne sarà giovato
nelle polemiche a
cui prese parte:
altro disse per
conto proprio nel
dare, attenendosi anche
qui al Tolomei,
brevi caratteristiche di
ciascuno degl' idiomi toscani, nelle note
alle Prose del
Bembo, e alla
Guaita del Castelvetro,
oltre che nell'altro
breve Trattato degli
articoli e di
alcime altre particelle
della volgar lingua,
che congiunse al
maggior Trattato della
zera origine. Non
solo, ma lesse
e tradusse il De
l'ulgari Eloquentia di
Dante, che non
è libro certo
2ifo/o nono 2S9
portante non solo
ne' riguardi dell'opera
individuale del Cittadini, sì
anellidi tutta la
stòria della filologia
romanza anteriori', il famoso
plagiario era pervenuto
quasi di primo
acchito in quel
primo de' suoi
trattati, quello Della
vera origine, che
nessuno finora ha
dimostrato essere un
plagio. E se
è vero che
l'atteggiamento assunto dal
Tolomei di fronte
a codesto problema, quale ci
venne fatto di
caratterizzare secondo gl'indizi
1 'flirtici dal Tolomei
stesso nei suoi
scritti editi {Polito,
in quel che
contiene di suo,
Regole, Cesano, Lettere)
dev'esser ora corretto
secondo quanto risulta
dall'esame dell'operette inedite,
nel senso che
non permanga quello
di chi non
abbia avuto vera
coscienza dell'oggetto e
della portata delle
sue ricerche, è
anche vero che
il Cittadini ci
si mostra collocato
dinanzi ad esso
da un punto
di vista che
direi più obiettivo,
cioè a dire
con più piena
coscienza di quel
che sia il divenire linguistico
nel suo ritmo
e nelle sue
leggi. E anche
sotto questo rispetto
a noi pare
che Cittadini rappresenti
un reale progresso.
Ma un altro
reale e maggiore
progresso è, per
noi, l'aver agitato
il problema storico della
lingua in un
momento in cui
avveniva la finale
codificazione dell'osservazione
grammaticale e la
lingua era per
cristallizzarsi nel vocabolario: nel
momento in cui
l'uso degli scrittori fiorentini del
Trecento voleva essere
imposto a tutta
Italia. Egli, a
differenza di quasi
tutti i senesi
che propugnarono il
senese col medesimo calore
con cui i
fiorentini avevano propugnato
il fiorentino, in
piena concordia con
sé stessi, non
ebbe prepotenti predilezioni
municipali, ma come,
quegli che aveva
visto più addentro nella formazione
e nello sviluppo
del linguaggio sotto
il rispetto esteriore,
storico, mostrò d'intendere
che allo scrittore
dovesse esser lasciata
una maggiore libertà
e non prescritto
uno stampo determinato,
e tanto meno
quello d'un particolar
dialetto, persuaso che, come
intitolava il §
3 del lib.
I della sua
versione del trattato
dantesco, il Parlar
regolato vuol lungo
studio . Era
un credo grammaticale
questo, ma chi
lo metta in relazione e
con lo spirito
e lo sforzo
della dottrina dantesca
é coi convincimenti
che si può
formare chi studia
storicamente e non
grammaticalmente la lingua,
un credo assai
meno irragionale di quello
che la comune
grammatica normativa aveva
formulato, e veniva
così a risolversi
in un'opposizione a
questa. Onde possiamo concludere
che, se nella
pura storia della
filologia neolatina in
Italia, per quanto
si riferisce alla
materia plagiata, al Cittadini
non compete altro
posto che quello
che l'esame indistruttibile del
Sensi gli ha
assegnato, mentre un
posto assai distinto
gli va assegnato
per la soluzione
e per il
più esatto orientamento
dato non solamente
in termini generali
al problema della
derivazione dell'italiano dal
latino popolare, in
una storia come
la nostra ne
spetta al Cittadini
uno ben altrimenti
onorevole, quello di chi
introduce nella grammatica
empirica un elemento
conoscitivo e un
criterio meglio che
puramente grammaticale. E
certo è a
lamentare che le
condizioni critiche e
letterarie dell'età impedissero
che il Cittadini
avesse de' continuatori
in questo indirizzo
non certo filosofico,
ma storico e
metodico da lui
impresso alla grammatica,
riallacciando la bella
tradizione iniziata dal
Bruni e dal
Biondo, affermata con
ricerche analitiche positive dal
Tolomei, proseguita con
molto acume intuitivo dal
Castelvetro. Invece, se uno studio
in tutto il
Seicento e non
in questo secolo soltanto fu
trascurato, si fu
appunto questo della
grammatica storica. E per
converso quanto scarsi
guadagni non solo
dalle contese prese nel
loro insieme ("),
che i senesi
sostennero contro i
maggiori avversari, i
fiorentini, ma da
quelle intorno al
vocabolario, benché non trascurabili
come segno d'una
salutare ribellione al pedantismo
e purismo grammaticale,
e dalle opere
stesse de' grammatici,
benché tra esse
avremo da annoverarne
di abbastanza originali nel
loro principio ispiratore,
come quelle del
Baratoli, se il razionalismo
non fosse venuto
col veicolo della
gramma- [Qualche
continuatore che facesse
servire le idee
del Cittadini a
combatter la Crusca,
come vedremo, non
mancò; ma fu
azione di scarso
valore. Un avversario della
Crusca, appunto, ne
cantò l'elogio funebre: Orazione
per l'esequie del
dottor Celso Cittadini
recitata nelVAcc. de' Fi
toma ti da Giulio Piccolomini,
lettor pubblico della
toscana favella. In
Siena, presso il
Bonetti, 1628. (•)
Tutta la loro
importanza è in
questo, che, facendo
esse sorgere a fianco
del principio fiorentinesco
quale si fosse
il suo valore storicamente parlando
un altro principio,
quello del sanesismo,
non meno arbitrario
del primo rispetto
alla realtà del
linguaggio, venivano
implicitamente a corrodere
l'uno e l'altro,
o almeno a
sottoporli a una
discussione, che è
il virus della
corruzione e quindi
del risanamento. Capitolo
nono 291 tica
di Poftoreale a
scuotere il giogo
grammaticale che sarebbe
sceso sul collo
della nazione e
se, per quanto
inascoltata e incompresa, la voce
del Vico non
si fosse levata
contro l'empirismo grammaticale,
essa sola bastevole
alla gloria d'un
secolo e d'una
nazione. Poiché questo
è da avvertire
qui, che, mentre
la produzione grammaticale cinquecentesca, anche
a non voler
considerare i meriti suoi
verso la scienza,
fu almeno spontanea
e nacque dalla
diffusa coscienza della
importanza della nuova
letteratura e reca
perciò in sé
l'impressione spesso calda
d'un fatto nuovo
che interessava grandemente
l'anima italiana e
d'un bisogno a
cui occorreva dare
una qualsiasi soddisfazione, quella
del Seicento fu
in generale, per
quanto concerne specialmente le vere
e proprie grammatiche,
piuttosto fredda, quasi
direi di testa,
di riflessione. Il
prototipo ne fu per la
parte pratica il
Buonmattei, che perciò
ebbe più seguito
di tutti i
predecessori e contemporanei, e
distolse altri dal
tentar cosa nuova
o diversa. Il
Buonmattei pubblicò integralmente
la sua grammatica
nel 1643, ma
l'aveva già tutta
distesa circa un
ventennio avanti, quando
n'ebbe pubblicato il
primo libro, e
cominciata un trentennio prima, cioè quando
usciva il Trattato
del Pergamini. Prima
di questo anno,
oltre il Turavano
del Bargagli, le
Considerazioni tassoniane, un
discorso del Politi,
avemmo un'Arte di
puntare di Iacopo
Vit // Turammo,
ovvero del parlare
e dello scrivere
sauese, del cavaliere Scipione Bargagli.
In Siena, per
Matteo Fiorini in
Bianchi. Il Cittadini,
come c'informa anche
il Lombardelli, vi
è citato con
molta lode si
per la formatione,
ò piegatura de'
verbi, sì per
la maniera del
proferire, e sì
per la diversità non
piccola de' vocaboli,
e delle forme
del nostro parlare
proprie, chiare, che
si rendono da
quelle de' vicini,
e degli strani
belle, e distinte,
sì anco per
la giocondità, ed utilità
che di esse
s'è udita seguitare
. I fonti,
p. 116. ')
Considerazioni sopra le
Rime del Petrarca.
Cfr. O. Baco,
Le, ecc. Firenze. Discorso di
Lorenzo Salvi della
vera denominazione della
lingua volgare usata
da' buoni scrittori,
in Le Lettere
di Adriano Politi. In
Roma, per Iacopo
Mascardi. Dimostra che si deve
chiamar volgare, come
fu chiamata dagli
aurei scrittori. Politi diede
anche avvertimenti grammaticali nella [torio da
Spello), un Compendio
grammaticale in forma
eli lessico del
Salici e una
vera e propria
grammatichetta assai poco
nota, Le regole
per parlar bene
nella lingua toscana
di Girolamo Buoninsegni.
Del primo qui
accade di dover
dir poco, ma,
in compenso, quasi
e in certo
senso tutto in
sua lode. E
stato già osservato
dal D'Ovidio che
egli superò tutti
i compagni d'arme
senesi (Bulgarini ,
Lombardelli, Benvoglienti ,
Cittadini) nell'audacia di un
radicale concetto d'autonomia,
e, che in suon diverso
dice lo stesso,
[rispetto al primato
fiorentino, almeno nel fatto
più o meno
riconosciuto perfin dal
Gigli, tra i
senesi così ribelle],
solo Ini, il
Bargagli, col pesante dialogo
del Turammo, sostenne,
con tranquilla cortezza
e con pieno
accordo della teoria
con la pratica,
che come in
Grecia così in
Toscana ciascuno scrivesse
nella loquela propria,
senza impacciarsi nell' affettazione d'imitare
l'altrui (p. 204):
il che giunta
al suo Dizionario
Toscano, scritto in
opposizione alla Crusca,
stampato la prima
volta nel 1614
e poi in
Venezia per Andrea
Babà, 1629: v.
Diz. Tose, di
A. P. con
la giunta di
assaissime voci e
avvertimenti necessari per iscrivere
perfettamente Toscano. In
Venezia, appresso Giovanni Guerigli
e Francesco Bolzetta,
1615, II ed.
Jì/odo di puntare
le scritture volgari
e latine. In
Perugia, per Vittorio
Colombara, 1608. (-)
Compendio d'utilissime osserva/ioni
nella lingua volgare
di D. Gio.
Andrea Salici di
Como, di nuovo
ristampalo, ricorretto, et
accresciuto dall' Autore. In
Venezia, MDCVII, presso
Altobello Sali cato. In Siena. Gerini
si maraviglia che ne
tacciano il Tiraboschi,
lo Zeno, il
Cinelli (Bibl. volante),
il Morelli (Bibl. stor.-rag.
della Tose.), l'Inghirami
(SI. d. Tose.).
Domandò di supplire
il Cittadini nella
cattedra senese (cfr.
Archivio Mediceo, Gov.
di Siena, filza,
1942, cit. dal
Gerini). Il Casotti
nella Vita del
Buonmattei accenna a
un Tommaso Buoninsegni. B., per
occasione di considerare
V Inf., il Purg.
e il Par. di D.
e di difender
sé stesso, o
di censurar certi,
che l'oppugnavano, esamina
varie cose, attenenti
a questa lingua,
con ben intesi
discorsi . Lombardelli,
/ fonti, p.
51. Criticato dallo
Zoppio si difese
da sé e fu difeso
dal Borghesi.
Considerazioni, Repliche alle
risposte del sig.
Orazio Capponi, Risposta
ai ragionamenti del
sig. Peroni n/o Zoppio. Opuscoli diversi
sopra la lingua
italiana, raccolti da
F. Idelfonso di
S. Luigi, Firenze,
1771. Capitolo nono
293 nel sentimento
comune è manifesto
e grossolano errore.
Noi siamo naturalmente
di diversissimo, se
non opposto, avviso,
né il sorriso
che vediamo spuntar
sul labbro de'
più, ci trattiene
dall' apertamente affermare che
nel pensiero del
Bargagli questo vidi
errato, che si
dia forma di
precetto a ciò
che è invece
un fatto. Tutti
scriviamo nella loquela
che ci è
propria, cioè in
quella che la
nostra educazione e
la nostra cultura
ci hanno formato, o
meglio quella che
con esse s'è
formata in noi:
chi fa altrimenti, fa male
e cade appunto
nell'affettazione: il danno
sorge quando dell'osservazione d'un
fatto se ne
fa una norma
più o meno
arbitraria. Il Bargagli,
lungi dall'essere il più paradossale,
fu il più
logico di tutti,
in quanto sostenne
quel che sostenne:
solo non doveva
appunto cavar da
un'osservazione di fatto
una legge, intendendo
per loquela propria
il nostro particolar
dialetto nel senso
stretto e angusto
della parola. Pel
resto, il suo
principio affermato appunto
in tutta la
sua crudezza e
assolutezza era, nel
fondo, il risultato
della profonda ribellione
che egli sentiva
per la grammatica,
ma che non si rendeva
ben chiara a
sé stesso e
ragionava e propugnava
da un punto
di vista empirico
e però di
scarsa portata filosofica.
Ai medesimi principi
del Bargagli giungeva
un anno dopo
per diversa via
e senza intenzione
certo di copiarlo,
un altro suo
concittadino, il Politi,
in quello de'
due suoi discorsi
sulla lingua che
serve d'introduzione al suo TACITO (si veda) tradotto e
nel suo Dizionario
Toscano. Infatti egli,
come anche si
rileva da una
lettera del Pergamini
che lo Zeno,
correggendo il Fontanini,
dice riferirsi a
questo non già
all'altro suo Discorso, dove solo
parla, sotto lo
pseudonimo di Lorenzo
Salvi, della vera
denominazione della lingua
volgare usata da'
óuoni scrittori, vi
sostiene doversi: 1"
scrivere alla Sanese
senza obbligarsi ai fiorentini;
2" accomodarsi all'
idioma della sua
patria e all'uso
comune regolato però
dal giudizio. E
poiché non approvava il gergo
della traduzione del
Davanzati, in fine
alla propria mise
la dichiarazione delle
voci meno intese
e vi sostituì
le comuni: un
dizionarietto, dunque, sanese-italiano. Un
altro letterato di
certo libere vedute,
il Tassoni, che
incontriamo spesso in
tutta la prima
metà del sec.
XVII e che
qui si presenta
per le Considerazioni sulle
Rime del Petrarca,
interessa più la
storia della poetica
che non quella
della grammatica. Lo ritroveremo
oppugnatore dell'Accademia nell'opera
294 Storia della
Grammatica concreta del
Vocabolario , come
in esse Considerazioni lo
vediamo schernire la Fabbrica
dell'Alunno, che dice
costruita di mattoni
malcotti. In complesso,
per le sue
spicciolate osservazioni
grammaticali disseminate qua
e là un
po' da per
tutto, egli ci
si manifesta non
troppo tenero amico
della grammatica. Di
che dobbiamo contentarci.
Di Iacopo Vittorio
di Spello e
Girolamo Buoninsegni che
diedero opera alla
grammatica propriamente precettiva
e didattica, basti aver
ricordato il nome,
e così del
Salici, il quale
di sé stesso
dice che con
quella chiarezza, e
brevità e' ha
potuto maggiore è
andato discrivendo l'alterationi, i
vari sensi, le
radduplicationi, che patiscono
le lettere dell'Alfabeto, così
l'uso de' pronomi,
delle prepositioni, e
de gli avverbi,
il tutto comprobando
con autorità de'
più classici scrittori,
che scritto habbiano
in lingua Italiana,
o Toscana, che
diciamo ('"). Meglio
che con questi
trattatelli, ritorniamo nel
dominio della vera
grammatica precettiva con
Jacopo Pergamini di
Fossombrone. La grammatica
(s) del Perganini,
il noto compilatore del [Le
Atinotazioni sopra il
vocabolario degli Accademici
della Crusca, Venezia,
169S, ormai è
noto che .non
sono del Tassoni,
ma dell'OTTONELLi, che
fu grammatico celebrato
a' suoi tempi
da quanto il
Bembo. Perduti sono
i suoi quattro
libri di ragionamenti
in difesa del
Tasso; degli Arringhi
abbreviati per lo
vocabolario della Crusca
resta qualche frammento;
e restano anche
alcune postille al
Pergamini nell'Estense. Un esemplare
del Voc. della
Crusca si trova
all'Est. postillato di
mano del Tassoni,
che scrisse di
lingua anche ne
Pensieri diversi. E un misto
di grammatica, di
ortografia, di sinonimia
e doppioni, d'etimologia, disposto
in ordine alfabetico.
Sulle due facce
nel margine superiore
del libretto è
perpetuamente ripetuto Ortografia
volgare. Ma l'ordine
alfabetico non vi
è per nulla rispettato, e
il criterio etimologico de'
vari raggruppamenti è
troppo balordo per
prenderlo sul serio. Sotto
Posporre, p. es.,
troviamo, ma non
questo soltanto. Possa, Possessione,
Pozzuoli, Prestezza, Prezzemolo,
Procaccio, Processione, Prossimo,
Pulcella, Pupillo, Puzza.
(3) Trattato della
lingua del signor Pergamini di
Fossombrone, nel quale con
una piena, e
distinta Instruttione si
dichiarano tutte le
Regole, i Fondamenti
della Favella Italiana.
In Venetia, presso
Ciotti; e in
Venezia, per Niccolò
Pezzana, 1664. Tra
questi limiti estremi,
si ebbero altre
edizioni: quella del
17 qui appresso
accennata con un
Supplimento di voci
d'autori moderni, fatta
per consiglio del
Politi, la terza
del 1657 con
un'altra Aggiunta di
mille e più
voci tratta da
celebri autori contemporanei, opera
di Paolo Abriani.
( 'aditolo nono
295 Memoriale della
lingua (' ),
è un primo
tentativo di ridurre
a metodo per
uso scolastieo ilei
principianti le più
ampie e e
spesso farraginose trattazioni
precedenti. Si divide
in tre parti,
suoni, parti del
discorso, accenti e
punti, e conserva
su per giù
le medesime categorie,
tranne che tra
le parti ' invariabili '
dell'Oratione include una
classe di 'Particelle'
che si usano
solo per vaghezza,
et ornamento senz'altro
significato: delle quali
alcune servono per
principio di ragionare:
altre si pongono
per entro il
ragionamento come Egli,
E', Bene, Hor,
Ne, Ci, Si
. Del nessun
interesse per la
funzione logica delle
categorie può esser prova
anche quel che
dice del gerundio:
E lasciando da parte
il motivo, che
fanno alcuni, se
gerondio sia parte
formale dell'oratione, o più tosto
membro del Partecipio:
il che per
mio credere, monta
poco, o niente.
Dico prima, ch'ogni
Verbo ha ordinariame?ite il
suo Gerundio; e
di rado, o
non mai n'è
senza . Meglio
ancora appare dalle
definizioni: La quarta
Parte principale dell'oratione
è il Verbo,
il quale congiunto
co'l Nome fa
il parlare intero,
gli Accidenti del
Quale sono Genere:
Tempo: Modo: Numero:
Persona: e Maniera
. Insomma è conservato
tutto lo schematismo,
ma ridotto a
semplici e nudi
cartellini per raggrupparvi
le forme, delle
quali peraltro non
si da più
che l'esempio. Il
metodo, infine, è
inteso proprio alla
rovescia: il proposito
di semplificare la
trattazione, rendere il libro
facile e di
pronto uso conduce
l'autore non già
a cercare una
razionale disposizione della
materia, ma ad
ammucchiare i fatti con
procedimento del tutto
meccanico, a portare
il vocabolario nella
grammatica. Parlando, p.
es., della Vocale
A, osserva che
è ' fine
ordinario delle voci
femminili nel numero del
meno ', segno
del caso Terzo,
e Quarto del
Nome, e del
Numero del meno:
segnato hor coli' Accento Grave;
hora [Venezia, Ciotti,
1601. Questo Memoriale
ebbe una certa
fortuna. E consigliato
da G. V.
Gravina in Regolamento
degli studi di
nob. e vai.
donna nella Nuova
race, Napoli; TIRABOSCHI (si veda) lo dice il
migliore di quanti
ne furon pubblicati
nel sec. XVI,
benché uscito in
luce nel 1601.
Sul Pergamini, Ferruccio
Benini, La vita
e le opere
di Giacomo Pergamini
con scritti inediti
[postille al yJ/razio?ii
e il discorso.
Par qui giustificare
la Declinai, de'
Verbi del Buonmattei
che il Dati
accolse nella prima
ediz. e a
cui, nella seconda,
fece seguire la declinazione
de' Verl>i anomali.] tedre di
lingua toscana, destinandovi
Professori di vaglia,
e di abilità
conosciuta. I buoni
scrittori toscani di
questi ultimi tempi,
come oltre allo
stesso Dati, il
Redi, il Segneri,
il Buonaroti, i due Salvini,
e parecchi altri,
han conosciuta questa
verità, e se
ne sono approfittati
confessando che non
basta il nascimento
a voler scrivere
purgatamente, ma che
bisogna aggiungervi studio
e fatica .
E per la
preminenza del volgare
sul latino asserita dal
Dati secondo il
Fontanini, lo Zeno
aggiungeva: Il Dati
non mette ne
troppo né molto
la lingua volgare
sopra la latina
per via di
sofismi; ma solamente
dice che in
questa scriveremo sempre
imperfettamente con tutto
che ci durassimo
grandissima fatica, e
che in quella,
cioè nella volgare,
si arriverà facilmente
alla perfezione (pp.
130-1). Anche qui,
oltre quella coscienza
della letteratura nazionale
cui più volte
alludemmo, si sente
appunto l'eco delle Battaglie
del Muzio in
difesa della italiana
lingua contro i
caldeggiatori del latino,
che pare non
si sentissero del tutto
debellati, se osavano
ancora, come indirettamente il
Fontanini, rialzare il
capo. Ma nella
necessità dello studio
e delle regole
il Fontanini e
lo Zeno concordavano,
e con essi
tutti i vincolati
in un modo
o in un
altro all'Accademia, la
quale appunto, non
solamente con l'opera
concreta del Vocabolario
reggeva o credeva
di, reggere i freni
degli scrittori, ma
con l'autorità morale
che le veniva
dalla sua stessa
compagine, dalla funzione
che in tempi
accademici si svolgeva
con il rispetto
è l'ammirazione de'
più, e ancora
dall'appoggio del governo
granducale. Il ristamparsi de'
discorsi in cui
si sosteneva la
necessità delle regole è
altro indizio della
fede che esse
riscotevano. Le Osservazioni
dello Strozzi, incorporate
nella raccolta del
Dati e ricomparse
nella seconda edizione
d' esse, vedevano
la luce anche
separatamente, come s'è
visto: l' istesso discorso
del Dati fu
stampat o almeno tre
volte. E l'aver
accolto nella seconda edizione la
Declinazione de' verbi
anomali del Buonmattei
e la Costruzione
irregolare del Menzini
e un discorso
del medesimo sopra
le figure grammaticali
(pleonasmo, ellissi, zeumma,
iperbato, ecc.); insomma
quanto sapeva d'irregolare,
che veniva poi
giustificato con criteri
rettoria e l'autorità
degli scrittori, conferma
gli scopi di
questa nuova campagna
che il Dati,
nell'ambito dell'azione della
Crusca, tenacemente batteva.
Ma con eguale
e forse con
maggiore baldanza combattevano gli avversari,
e segnatamente il
Bartoli, proclamando il
Capitolo undicesimo 339
principio dell' indipendenza
individuale in relazione
al buon gusto,
la nuova parola
che s'era fatta
strada, segnacolo d'una
tendenza molto significativa. L'editore
del 1709 delle
Osservazioni del Cinonio giustifica
il poco spaccio
della prima edizione
d' esse COIl
la decadenza del
buon gusto, e
la ricerea che
poi se ne
lece verso il
1659, quando le
iurono nuovamente ristampate, col risveglio
di esso buon
gusto. Destandosi però
di quando in
quando l'intorpidito Buon
gusto, andavasi cercando
quest'opera e se ne
vide nel 1659
la più attesa
divulgazione. Nel 1655,
come avvertimmo, uscivano
CL Osse?-vazioni del
p. Daniello Bartoli,
cresciute nel 57 a CLXXV,
nel 68 (*)
a CCLXX, e,
dopo altre ristampe,
ripubblicate (:) con
copiose osservazioni di Niccolò
Amenta, che muove
al Bartoli molte
eccezioni, e poi del
Cito, nipote dell' Amenta,
che ne rincara
la dse (;!).
Il libro, dice
D'Ovidio, non è
che un'argutissima e
dotta polemica grammaticale
e lessicale contro
i divieti capricciosi
de' linguai, né
tocca la questione
generale [della lingua]
se non in
quanto, sottintendendo il
primato toscano ma
badando piuttosto alla
tradizione letteraria, loda
e compie la
Crusca . Ma
pare per lo
meno che quello
del Bartoli fosse
un ben curioso
modo di lodare
e di compire
la Crusca. Già,
chi erano ormai
que' linguai contro i cui
capricciosi divieti argutamente
e dottamente polemizzava il Bartoli,
se non accademici
della Crusca o
cruscanti? Poi, che
rimanevan più il
primato toscano e
la tradizione letteraria, ammessi pure
e rispettati dal
Bartoli, d'accordo in
questo, ma in
questo solo con
la Crusca, cioè
in un riconoscimento a
parole, quando, non
solo si sarebbe
dovuto ammettere con
lui che //
Torto, e '/
Diritto del ?ion
si può, dato
in giudizio sopra
molte regole della
lingua italiana, esaminato
da Ferrante Longobardi.
In Roma, per
lo Varese, 1668,
8". Il Bartoli
si difese con
Y Apologia. In
Napoli, per Antonio
Abri, 171 7. (3)
// torto e
'/ diritto del
non si può,
dato in giudizio
sopra moltiregole della
lingua italiana esaminato
da Ferrante Longobardi
cioè da P.
I). B. Colle
osservazioni del sig.
Niccolò Amenta, e
con altre annotazioni
dell'ab. sig. \).
Gius. Cito. Aw.
Napoletano. In Napoli,
1728, a spese
di Niccolò Rispoli,
e di Felice
Mosca. Voli. 3.
34° Storia della
Grammatica anche i
migliori trecentisti scrissero
non di rado
fuori di regola ,
e che era
dunque stolta baldanza
il censurar vocaboli
e locuzioni sol
perchè non approvati
dall' autorità degli
scrittori del buon secolo,
cioè a dire
della Crusca; che
i non Toscani avrebbero meglio
provveduto a sé
stessi col latineggiare
un po' di
più, anziché ostentare
idiotismi d'accatto, che
era un allontanarsi
dal codice dell'Accademia; ma
si fosse anche
dovuto riconoscere con lui
che un principio
onde regolare bene
il parlare non
esisteva: non le
decisioni de' grammatici,
non l'uso del
popolo o de'
più eletti, non
l'autorità degli scrittori,
non la prerogativa
del tempo, non
l'etimologia, non l'analogia... esser
veri principii, ma or l'uno
or l'altro di
questi principi aver
forza, ma più di tutti
l'arbitrio dello scrittore?!
Meno inesattamente lo
Zambaldi così ebbe
a parlare de'
due libri del
Bartoli, che, per
il loro contenuto
più ristretto all'ortografia, non perdono
valore di fronte
ai principi generali
linguistici e grammaticali: Press'a
poco le stesse
idee [degli oppositori Toscani] furono
sostenute nel sec.
seguente da Daniello
Bartoli in quel
libro singolare che s'
intitola il Torto
e il Diritto del
non si può,
dove in mezzo
a molti paradossi
trovi gran libertà
di giudizio e
mirabile erudizione. Egli
ordinò poi la
sua dottrina nel
Trattato dell' Ortografia
(1), dove dice
che questa deve
seguire tre principi:
V autorità, la ragione,
Yuso. Ma essendo spesse volte
questi principi in
contradizione l' uno con
l'altro, lo scrittore
dovrà usare il suo giudizio,
e talvolta anche
l'arbitrio.... Il Bartoli,
nel combattere il
dominio assoluto della
pronunzia toscana e
certe regole troppo
esclusive della Crusca,
ebbe forse l'intuizione
vaga e confusa
d'un principio vero;
ma non seppe
trovare i giusti
limiti fra il
regno dell'uso e
quello dell'etimologia, né
dare stabile fondamento
all'uno e all'altro. DclP ortografia italiana
trattato del P. D. B.
In Roma, per
Ignazio de' Lazzeri,
1670. Questo trattato
fu ristampato più
volte anche in
tempi vicini a
noi: p. es.,
a Milano, per
Giovanni Silvestri, e
Reggio, Torreggiani. Il
Foffano, op. cit.,
p. 303, ricorda
che non si
ha più notizia
dell'operetta disegnata dal
Bartoli, delle proprietà
o per così
dire passioni di
' z, ibi,
cit. nell' Apologia, p.
18. Capi/o/o undicesimi)
341 A noi
quest' insufficienza riesce
meno condannevole di
quanto sia sembrato
e possa ad
altri sembrare. Il
Bartori era quello
che oggi si
chiamerebbe uno stilista,
un affine a Annunzio
descrittore: uno scrittore
insomma di quelli
che esauriscono tutta
la vitalità del
loro pensiero nella
tranquilla, olimpica contemplazione degli oggetti
esteriori, moltiplicandosi il
godimento e il
diletto con l'accarezzare
minutamente le proprie
immagini, le risonanze
varie che essi
stessi si sono
destati nell'anima. Per
siffatti scrittori la
forma è più
che mai tutto
ciò che l'interi
è essa per
se la sostanza
dell'arte loro. E
naturale che siffatti
scrittori sdegnino più
d'ogni altro il
treno delle regole
e proclamino la indipendenza
assoluta del loro
giudizio, o, meglio,
la necessità dell'arbitrio. L'arbitrio
per essi è
la libertà. Nel
fatto tutti i
veramente scrittori hanno
sentito e praticato
un tale principio,
perchè questa è la natura
dell'arte, checche dicano le
poetiche. Ma dai
temperamenti artistici, a
cui alludevamo, è maggiormente
sentito il bisogno
di regolarsi nell'espressione esteriore secondo
il tumultuare e
il fluttuare interno
delle immagini, delle
armonie, dei colori.
E arbitrario e
tirannico oltre che inutile
è il chiedere
ad essi, come
per un'altra simile
questione ho osservato,
che si tengano
alle norme in
cui i grammatici
e l'uso moderno
ormai convengono: essi
andranno sempre per
la loro strada,
indulgendo al loro
genio: anche quella
che in loro
è evidentemente ricerca
dell'effetto stilistico formale,
è in fondo
un'attività che ha
radice nel loro
particolare atteggiamento artistico.
La loro grammatica
è la loro
natura artistica : regolarsi
secondo detta dentro,
caso per caso:
c'è chi si
forma un suo
sistema particolare al
quale strettamente s'attiene,
perchè non solo
non gl'impedisee la
libera estrinsecazione delle
sue forme interiori,
ma corrisponde sì
pienamente ad esse
che il non
seguirlo sarebbe farsi
violenza: Annunzio è
di questi. C'è
chi si fa
un sistema del
non seguirne alcuno
per lasciarsi trasportare
in ogni singolo
problema formale dalle
esigenze del momento,
sicché l'attenersi a
una regola per
quanto liberamente impostasi
sarebbe un violentarsi,
e di questi
è il Bartoli.
Il quale mi
par che abbia
formulato l'unico principio
didattico che possa
conciliarsi con la
libertà e l'indipendenza dell'arte,
che non ne
tollera alcuno: principio
che viene a
concordanza piena con
quanto scaturisce d'
insegnamento per la
pratica e l'esercizio
dello scrivere da una recente
polemica sull'Idioma gentile
del De Amicis. A
chi obiettava recentemente
al Croce che
la sua tesi
circa i precetti,
illustrati dal De
Amicis nel suo
libro, per l'apprendimento delle
lingue e l'arte
dello scrivere, sarebbe
stata la più
gradita ai discepoli,
perchè li dispensava
da qualsiasi studio,
il Croce, tra
le maraviglie di
chi non riusciva
a vedere come
si potesse accordare
con la teoria
l'utilità di una
pratica che in
teoria non è
giustificata, rispondeva affermando
l'utilità dell'esercizio pratico
e pienamente giustificando
la comodità dell'empirismo . Ora
il Bartoli nella
prefa,2Ìone al suo
Trattato del? ortografia, con
acutezza e precisione
veramente sorprendenti e
in tutto degne
d'una veduta estetica
superiore, scriveva: Né
niun v'è, il
quale, per quantunque
professi e vanti
di tenersi strettissimo
alle osservanze dello
scrivere regolato, di
parecchie maniere che
userà, possa allegare
altra più vera
cagione che il
così parergli, e
così aggradirgli; e
chi più studierà
in questa professione,
ogni dì meglio
intenderà non potersene
altrimenti. Dal che
due cose a
me par che
ne sieguano: l'ima,
che mal si
farebbe, riprovando in
altrui quel che si vuol
lecito a sé
stesso: l'altra, che
v' ha due
strade possibili a
tenersi, da chi
ama, non solamente
di scrivere regolato,
ma sufficientemente difeso;
cioè: Dare una
volta quanto è
bisogno di studio
a comprendere interamente la materia,
e tutte averne
davanti le necessità
e gli arbitri,
le diversità e
le somiglianze, le
strettezze e le
larghezze, i perchè
a gli usi,
così moderni, come
antichi: in somma
quanto (fino a
una conveniente misura) può
dirsene e sapersi:
e così INFORMATO SENZA PIÙ
CHE SÉ STESSO,
E IL SUO
BUON GIUDICIO seco,
farsi da sé
medesimo un dettato
d'ortografia, secondo il
saviamente partitogli più convenevole
ad usarsi, e
più sicuro a
darne, bisognando, ragione
a chi ne
l'addimandasse. E a
questo intendo io
che abbia a
servire {se può
bastare a tanto)
il presente Trattato.
L'altra via è
[ma questa non
è da lui
evidentemente preferita, anzi
il modo stesso
con cui l'enuncia
par tirare a
metterla (piasi in ridicolo],
del non prendersi
maggior noia e
fatica che di
leggere, e far
sue le regole
che questo o
quell'altro buon maestro
in professione di
lingua avrà dettate;
e fon esse
in mano, seguitarlo
a chiusi occhi.
E se altri
l'addimandasse del Croce
in La Critica,
IV, S9 sgg.,
e Y, 71
sgg. I V.
anche del Crock,
// padrone g giumento della
Scenica, in La
Critica. perchè) ili qual
che sia particolarità
del suo scrivere,
soddisfare a tutto
con quella sola
e universale risposta
che è l'antichissimo Ipse
dixit. Ma questo
non dovrà mica
voler più avanti
che uso proprio:
non per ardirsi
a far dell'arbitro,
e diffinitore del
Così va riè
si de' altrimenti;
non sapendo non
che le cagioni
dellWtrimentì che può,
e per avventura
dee farsi, ma
né pure il
perchè dee così
far egli, se
non il così
far ch'egli siegue;
come appresso Dante
le pecorelle, (piando
escon del chiuso,
E ciò che
fa la prima,
e l'altre tanno,
Addossandosi a lei
s'ella s'arresta Semplici
e chete, E
lo perchì-: non
sanno . In
tutto questo discorso
mi par che
questo pensiero si
rilevi chiaramente: si
studi la grammatica
e si facciano
esercizi grammaticali, ma, poi,
nell'espressione non se
tenga alcun conto,
lasciando piena libertà al
proprio buon genio.
Il che ha
una portata maggiore, filosoficamente parlando,
di quel che
gli sia stata
fin epti riconosciuta,
benché il Bartoli
non muova da
un determinato sistema: era il buon
senso dello scrittore
che lo rendeva
ribelle alle regole,
e il suo
gusto particolare: sicché
egli, e per
questa ribellione e
per la motivazione,
rappresenta un progresso
perfino sulla dottrina
che seguirono il
Buonmattei e il
Cinonio. Questi parlavano
di ragione: egli
affermava l'esigenza del
gusto, accordandosi così
ai tempi, ne'
quali appunto si
veniva scoprendo un'altra facoltà
diversa dalla ragione,
che presiedeva alla
produzione dell'arte: la
fantasia: non era
certamente ancora la
scienza: era il
lievito che la
veniva fermentando. La
dottrina del Bartoli
aveva in sé
un po' di questo lievito:
e questo è
il suo merito
principale (?). E
lievito è anche
quel curioso libro
del Vincenti che
s' intitola 7/ '
ne quid nimis'
della lingua volgare
nelle Regole più
praticabili e principali:
( !) dove, tra
tante bizzarrie e
anche balordaggini specie nella
motivazione della sua
indifferenza per l'uso
di questa o
quella parola sostanzialmente identica,
si pro Milano,
per Giovanni Silvestri. Croce, Est.
Storia;, III, p.
209. opera non
volgare, Roma, per
[gnatio de Laz,
nel 1665. Cfr.
C. Trabalza, Un
curioso criterio stilistico
d'un grammatico secentista, in Sludi
e Profili, Torino,
1903, p. Sr
sgg. 344 Storia
del/a Grammatica pugna
un concetto di
indipendenza dalle strettezze
della grammatica pedantesca. Una
ben curiosa apparizione
moveva ancora contro
la lingua fiorentina
come già nel
Cinquecento con Mario d'Aretio
dalla Sicilia, dove
la tradizione del
primato poetico dugentesco
è durata si
può dir sino
a ieri nella
coscienza di grammatici
e critici: vedremo,
del 1836, una
Glottopedia italo-sicida o
grammatica italiana
dialettica: ora, dunque,
cioè nel 1660,
Antonino Merello e
Pio Mora in
un Discorso che
fa la lingua
Vulgate dove si
vede il suo
nascimento essere siciliano
facevano che la
lingua siciliana, vedendo
svaleggiata la sua
cittadinanza da' fiorentini,
che Toscana, s'appellano
(p. 5), insorgesse
contro la vana
petolanza della Toscaneria,
eccitando i siciliani a
non starsene neghittosi.
E due anni
dopo in un
nuovo Discorso dove
si mostra che
la Sicilia sia
stata Madre non
solo dello scrivere,
e poetare, ma
anco della lingua
volgare^, dicevano : Eche
habbia la lingua
volgare gran parte
della lingua greca,
leggete il Discorso
di Ascanio Persio,
e negavano all'Allacci che la
Sicilia sia stata
solamente genetrice del
rimare e poetare.
Più rispettoso verso
la Crusca par
mostrarsi lo Sforza
Pallavicino, a cui dobbiamo
alcuni Avvertimenti grammaticali
per chi scrive
in lingua italiana,
dati in luce
dal p. Francesco
Rainaldi della Compagnia
di Gesù (!)
nel 1661 e
più volte ristam
i Messina, 1660,
per Paolo Bonacata.
! In Cosenza,
per Gio: Battista
Mojo e Gio:
Battista Rossi, M
DC LXII. In
questo oltre li
Osservanti dell'Aretio, si
cita un D
iscorso che la Ungila
italiana hebbe nella
Sicilia il suo
nascimento di Francesco
Pio. Il FOFFANO,
attingendo al Mongitore,
ricorda un 7)iseorso
di Luigi La
Farina, in cui
si prova la
lingua siciliana esser
madre dell'italiana, dove anche
è citato un
BRUMALDI (Montalbani), che
ne iscorso che la
Ungila italiana hebbe
nella Sicilia il
suo nascimento di
Francesco Pio. Il
FOFFANO, attingendo al
Mongitore, ricorda un
7)iseorso di Luigi
La Farina, in
cui si prova
la lingua siciliana
esser madre dell'italiana
, op. cit.,
p. 299, dove
anche è citato
un BRUMALDI (Ovidio Montalbani),
che ne l suo
Vocabolista bolognese (Bologna, 1660)
pretese dimostrare che il dialetto
di Bologna è
da considerarsi come
la madre lingua
d'Italia . Nel
500 aveva inneggiato
l'Achillini a codesto
dialetto. Che ogni
scrittore illustrar dee
l'idioma nativo et
anche arricchirlo con
alcune forme giudiziosamente portate dal
latino, volle provare
G. F. BoNOMl,
Bologna, i6Sr. 1 i In
Roma, per lo
Varese, 1661; per
Ignazio de' Lazzeri,
1675; in Roma
et in Perugia,
per gli Eredi
di Sebastiano Zentrini,
1674 (ediz. che
ho sott'occhioj. L'originale
del Pallavicini è nel Cod.
marciano, CLXXVI (Catal.] pati, pochi
(sono in tutti
121), invero, ma non senza
traccia di quel
saporifilosofico che fa
del noto cardinale
un partecipe di
quel presentimento critico
del sec. XVII
a cui, anche
poco sopra, abbiamo
accennato. Più rispettoso,
abbiam detto; ma
anch'egli, come il
Bartoli e il
Vincenti, non conosce
leggi grammaticali assolute.
Le sue osserva/ioni
empiriche non sono
mai infondate: egli
sa osservare che
in alcune voci
la pronunzia fiorentina
è diversa da
quella del rimanente
della Toscana e
dell'Italia; come in
dire Abate, Ujìzio,
Roba, con le
consonanti semplici: Immagine,
Innalzare, Ovvidio, con
le raddoppiate. In
questi e simili
casi non sarà
degno di riprensione
chi seguirà o
l'una 0 l'altra
maniera (p. 46).
Didatticamente, segue un
principio molto ragionevole
e discreto. Col
nome d'errori dunque
intendo quelli, che si
scostano dall'uso ordinario
degli scrittori buoni,
e pregiati per
politezza di lingua.
Tacerò le ragioni,
0 solo talvolta
ne darò un
cenno: però eh'
elle sono difficili
ad apprendersi, e
vagliono solo al
sapere: là dove
i nudi insegnamenti s' imparano con
agevolezza e bastano
per operare (pp.3-4).
Ma gli avvertimenti
caratteristici son quelli
onde si chiude
il volumetto. Conchiuderò
con due brevi
avvertimenti. L'uno è,
che questi contenuti
nel presente Capitolo
sono più tosto
consigli che precetti: Onde
meriterà lode chi
gli osserva; ma
non biasimo chiunque
in picciola parte
se ne allontana.
L'altro è, che
in questa, come
in tutte le
arti, ninna regola
è sufficiente se
non maneggiata e
posta in uso
a guisa di
mero istrumento dal
giudicio, il quale
solo è /'Architetto
di tutte le
opere. Ognun vede
coma il fondamento
di questa conclusiva
sentenza è nel
sistema filosofico che
mette il Pallavicino
in un posto
non disonorevole nella
storia dell'estetica, come
quello che affrancava
la fantasia dall'
intellettualismo, benché la
identificasse poi col sensualismo
marinesco , e,
in ogni modo,
l'arte dalle regole.
Croce, Estetica. Accanto
agli Avvertimenti dello
Sforza Pallavicino registriamo
alcune altre simili
operette. Le prime
lince o Lezioni
della lingua italiana
per regolarne il
disegno ai suoi
signori scolari concentrate
dal maestro di
lingua Gio: Pietro
Erico rivelano se non una
certa ingegnosità, una certa smania
di voler far
entrar in modo
facile la grammatica
nella testa degli
scolari. Vi si
fa largo uso
dei paradigmi; gli
elementi (vocali e
consonanti sono raggruppate
in più modi
per 346 Storia
della Grammatica Dietro
l'esempio del Bartoli
per oltre un
cinquantennio, più spesso
contro la Crusca
che in favore,
e sempre in
consonanza col movimento
linguistico a cui
aveva dato impulso
il Vocabolario, si misero
a compilare grossi
e piccoli zibaldoni
specialmente d'indole
ortografica, a stendere
dissertazioni, lezioni e
dialoghi, a postillare
raccolte maggiori, e
in connessione con
l'ortografia a trattar
di pronunzia e
di prosodia ,
specie della agevolar
la pronunzia); avverbi,
modi avverbiali, congiunzióni,
intergettioni, preposizioni sono
ammariniti per elenchi;
il nome vi
è trattato ancora secondo
la qualità, il
numero, il caso,
la figura, la
motione; i verbi
son dati in
tavole; vi si
additano esercizi per
la concordanza. (Si debbono
all'Erico anche: Generis
humanae linguae, Venetiis,
1697 e Renatum
e 'Mysterio principiiun
phiiologicum, Patavii. Sono state ricordate
qualche volta le
Osservazioni della lingua
volgare di Pio
Rossi, Piacenza, e
la Pratlica, e
compendiosa istruzzione a'
principianti circa l'uso
emendato, et elegante
della lingua italiana
del RoGACCl. In appendice
agli Avvisi di
Parnaso ai poeti
toschi, Venezia, s. a., Marcantonio
Nali, dette un
trattato sulla dieresi,
sulla sineresi, sui
dittonghi, e sull'accento;
Loreto Mattei (il
noto poeta vernacolo reatino), una
Teorica del Verso
volgare, e Prattica
di retta pronunzia,
in Venezia, per
Girolamo Albrizzi.(Neil'
Apologia della z
cita una Neogrammalogia di
un Anonimo, dove
si proponeva il
segno dell'.? per lo z
aspro (fortezza, bellezza)
per distinguerlo dal
suono di: in
donzella, grazia, amazzone.
Nella lezione La
lingua toscana in bilancia
con la latina
il Mattei pone
la prima superiore
alla seconda). In
questo campo il
libro classico è
la Prosodia italiana
ovvero l'arte con l' uso
degli accenti nella
volgar favella d'Italia,
accordati dal padre Placido
Spadafora, palerm. della
Comp. d. G.,
colla Giunta di
tre brevi trattati:
l'uno della Zeta,
e sue varietà:
l'altro dell', verbo
sost., apposizione =
ellissi del verbo
sost., preposiz., avverbi,
congiunz., pronome,
intercezione, intere sentenze,
che se il
loia, dello zeuma,
falsa zeuma, .sillessi, trasposizione, iperbato,
anastrofe, tniesi, parentesi,
e sinchisi.]anzi
ultrapurista, per dirla
col suo recente
biografo , ma,
mutati gli abiti mentali
e slargato il
suo orizzonte anelie
per effetto delle lingue
apprese ne' suoi
viaggi all'estero, fini
quasi ribelle. Scienziato,
filosofo e teologo,
erudito, novellatore e
poeta, epistolografo, quale
accademico della Crusca
attese a studi
linguistici diversi, di
spoglio, d'etimologia, d'ortografia,
di cui introdusse
qualche novità anche
ne' suoi scritti
(ò, ài, à
per ho, hai.
ha, secondo l'antica
proposta del Tolomei);
ma precettista di grammatica
non fu. A
noi basterà caratterizzar
tutta la sua
operosità grammaticale, osservando
che egli non
si peritò d'accogliere
voci straniere, che fu anzi
uno de' primi neologisti,
e riferendo quel
che nel 1677
scriveva al Bassetti
circa la compilazione del Vocabolario: tutto
l'arricchimento maggiore, che
si pensa dare
a quest'opera è
il rifrustar manoscritti
antichi, e aggiunger
voci Ora io non
vorrei che ci
trafilassimo a cavar
fuori e a
spiegar voci, che
in questo secolo
non accaderà che
un uomo l'oda
nominare una sola
volta in vita
sua, e trascurassimo quelle, che
occorrono in ogni
discorso e che
mal usurpate rendono chi
le dice ridicolo
('"). Voi mettete
, tornava a
ripetergli, in questo
vocabolario voci antiche,
voci rancide. voci
disusate, voci, che
son ridicole a
voi medesimi, e
poi, non distinguendole dalle
buone, ci date
mescolate la crusca,
o piuttosto le reste
e la paglia
istessa, con la
farina . A
base di quest'osservazione è
sempre la vieta
concezione del linguaggio;
ma questo bollar
di ridicolo le
voci rancide e
chi le adopera,
indica per lo
meno la coscienza
della contradizione tra
parola vecchia e
idea nuova, un
sentimento insoddisfatto dell'unità
dell'espressione, un segno, in
ogni modo, di
salutare reazione. Nel
raccomandare alla risorta
Accademia di aprir
le porte al
Tasso; di mettere
de' contrassegni alle
voci arcaiche, alle
non comuni, alle
plebee: e di
esser meno difettosa
nell'accogliere le buone
voci forestiere (:i),
invidiando alle altre
nazioni l'uso vivo
della lingua, precorreva
il Manzoni. Fu
pertanto considerato, come
egli stesso confessava,
per corruttore della
severa onestà de'
Stefano Fermi, Lorenzo Dlagatotti
scienziato e letterato
( Studio biografico
bibliografico critico con
ritratto, Firenze, 1903,
p. 171. Leti,
fam.., t. II,
p. 68, in Fermi.
Ovidio] nostri antichi :
ma non così
largamente che dal
Panciatichi, residente nel
1671 a Parigi,
non fosse invitato
sebbene inutilmente a prender
le difese di
nostra lingua contro
gli attacchi famosi
del Bouhours, che
trovò in Italia
il suo avversario
nel Conti. Più
importante di quella
del Magalotti e
de' comuni consoci è
forse l'opera d'uno
de' due Salvini,
Anton Maria: a
Savino, dobbiamo, tra l'altro,
la prima storia
dell'Accademia ('"): storia,
si dica subito,
che dimostra l'importanza
che l'Istituto famoso
aveva ormai acquistato,
ma, anche, la
chiusura d'un periodo d'attività che
aveva fatto il
suo tempo e
non rispondeva più
ai nuovi tempi. Salvini è purista dello
stampo del Dati,
suo antecessore, di
cui cita con
lode il ricordato
discorso siili' Obbligo di
ben parlare la
propria lingua; fu,
direi, l'incarnazione de'
principi che prevalsero
in questo tempo
nelV Accademia; fu il
perfetto accademico; anche
i modi della
sua attività letteraria
contraddistinguono il carattere
della sua mente:
fu oratore accademico
e postillatore: le
Prose toscane e
i Discorsi accademici offrono
una buona parte
di quell'attività; ma
è altrettanto considerevole
la materia trattata
da lui nelle
annotazioni a opere e
libri famosi : il
Malmantile del Lippi,
la Piera e
la Tancia del
Buonarroti, la Perfetta
poesia del Muratori,
le Origini del
Menagio, il Vocabolario,
la Grammatica del
Buonmattei, V Anticrusca del
Beni. Le più
importanti al fatto nostro
sono le postille
all'opera muratoriana, specie
per ciò che
concerne l'efficacia delle
regole grammaticali. Lett. in
Belloni, // seicento,
p. 452. ('-')
Ragionamento sopra V origine
dell'Accademia della Crusca,
Firenze. Su esso, dott.
Carmelo Cordaro, Anton
Maria Salvini, saggio
critico-biografico, Parma, 1906,
e la notizia
che di questo
libro dà R.
Fornaci ari. Un
filologo fiorentino del
sec. XVIII, in
Nuova Antologia. []
Vivaldi esclude, con
l'inoppugnabile argomento del
tempo, che sia
del Salvini, n.
il quel progetto di
risposta da farsi
all' Anticrusca per
opera del Fioretti
che la fece
infatti nel 1614,
che il Moreni
pubblicò nel 1S26
traendolo dalla iMagliabechiana. (6)
Nei Discorsi Accada
n. xxi, p.
3 l'A. esordisce
col sostenere che l'obbligo
di ben parlare
la propria lingua
fu dimostrata con
Capitolo undicesimo 353
K noto che
uno de' punti
cui s'agitò la
controversia, che è
stata chiamata della
lingua, fu l'eccellenza
del Trecento sul
Cinquecento e i secoli
posteriori. Il Muratori
fu perii Cinquecento :
e il Salvini,
naturalmente, pel Trecento.
Tra gli argomenti
che il Muratori
adduceva, era questo,
che nel Trecento
la lingua non
poteva essere arrivata
alla sua perfezione,
perchè, tra l'altro,
non se n'erano
peranco stabilite le
regole e ognuno
scriveva a suo
talento, usando parole
e locuzioni straniere,
rozze, plebee, cadendo
per ciò senz'accorgersene in
barbarismi e solecismi,
trascurando anche la retta
ortografia. Il Salvini
gli ritorce codesto
argomento così: il
non essersi stabilite
le regole, né
poste in iscritto,
e scrivendosi tuttavia
da molti e
parlandosi in quel
tempo regolarmente, è
segno che in
quel tempo era
giunta al non
più oltre l'italiana
favella; e non
fa che le regole naturalmente non ci
fossero . In altre parole
il Muratori sostiene
la inferiorità del
Trecento con la
mancanza della grammatica;
il Salvini l'eccellenza di
esso con l'esistenza
virtuale della grammatica :
questione e ragioni
egualmente cervellotiche e
che movono l'ima
e le altre
dal concepire, al
solito, il linguaggio
come un congegno
meccanico che funziona
più o meno
bene secondo l'esattezza sua e
di chi lo
adopera: il confronto
è impossibile ei
termini sono astrazioni.
Che cos'è il
Trecento? che cos'è
il Cinquecento? sono le
opere concrete che
si scrissero, sono
le parole {parole nel
senso estetico) che
si pronunziarono: ora
confrontar l'un secolo con
l'altro, è confrontar
la Divina Commedia
con 1' Orlando
Furioso, ossia fare
una cosa inutile
e arbitraria. Spiegar
poi l'eccellenza dell'una
o dell'altra opera
con le re
ottime riflessioni dal suo
antecessore, il nobile
e dotto Carlo
Dati.... Vorrebbe che
si coltivassero i
due idiomi e si scrivesse
nell'uno e nell'altro,
come fecero i
maestri di nostra
lingua, il Bembo,
il Casa, ed
altri. Ma poiché
la nostra favella
non ha quel
corso e quella
voga d'esser parlata
e scritta comunemente,
come, non so
per qual destino,
ha avuto ed
ha l'idioma francese
... perciò chi
di cose scientifiche vuole trattare,
scriva in latino
non perchè a
ciò sia inetta
la nostra lingua,
ma per aver
più gran teatro,
che ascolti, perchè
la lingua latina
è lingua dell'universale e
propria di tutti
i letterati non
obbliando la nostra
che ha i
suoi vezzi e incanti singolarissimi .
In Gerini. Ricordiamo De
i pregi dell'
eloquenza popolare esposta
da L. A.
Muratori, Venezia, M
DCC L, presso
G. B. Pasquali,
fondati sulla dottrina
dell'imitazione.] gole, è pretendere
che le regole
producano l'arte. Siamo
ancora con la
vecchia poetica. Il
Muratori dedicò parecchie
pagine della sua
perfetta poesia al
buon gusto, e
sebbene non accettasse le
vedute dello Sforza
Pallavicino che davano
briglia sciolta alla
fantasia, le fece
larghissima parte ,
ebbe insomma più
larghe vedute del
Salvini: ma il
linguaggio non fu
neppur sospettato né dall'uno
né dall'altro che
potesse esser tutt'uno
con la fantasia.
La poetica del
rinascimento si dissolvette,
senza che la
grammatica, naturalmente, avesse
avuto l'onore in
essa d'una interpretazione degna
d'esser chiamata filosofica:
fu sempre considerata come strumento:
infatti nella classificazione delle
arti, rimase sempre
all'ingresso. Da quell'argomento delle
regole il Salvini
ne trasse un
altro, meno disutile
anche perchè contiene
un elemento che
si può chiarire
con la storia,
ma egualmente infondato
nella sua concatenazione. Prima
una lingua fiorisce,
e la fan
fiorire gli autori
che la mostrano
e scuopronla; e
poi se ne
formano le regole.
Anzi quando si
fanno le regole,
cattivo segno: è segno
che la lingua
non è più
nella sua naturai
perfezione: è scaduta
dal suo primo
fiore e lustro;
ha bisogno di
essere puntellata, perchè
non finisca di
rovinare ("). E
si sforza di
dimostrarlo col fatto
dell 'imbarbarimento del
400 da cui
ci liberò il
Bembo con gli
altri grammatici, ma
non in modo
che scorcordanze e
solecismi non durassero
ancora, consigliando il
ritorno all'imitazione dell'aureo
secolo, quando autori
e volgo parlavano
puro e corretto
e tutti scrivevano
come i testi
a penna dimostrano
senza sconcordanze, e
si avevano le
coniugazioni senza che
vi fossero grammatiche,
dell'aureo secolo, che
ebbe, oltre questi,
il merito di
fornire ai grammatici
cinquecentisti la materia
delle regole loro.
Il Vivaldi, che
riferisce queste idee e argomentazioni delSalvini,
seguendolo passo passo
con la sua
critica, osserva che
quando nascono le
regole in una
lingua, questa non
è più nel
suo stato di
spontaneità, è entrata
in un periodo
riflesso; ma dire
che sia in un periodo
di corruzione e di rovina
mi pare troppo.
Or che vuol
dire che una
Croce, Estetica.) Quest'idea,
annota il Vivaldi,
p. 321, che
la grammatica sorga quando
la lingua si
comincia a corrompere,
è ripetuta in
molti punti dal
Salvini. Leg.ui le
note] lingua e entrata
in un periodo
riflesso? La lingua
è sempre lingua,
cioè creazione spirituale
in ogni momento
del suo prodursi :
slato riflesso sarà
quello della coscienza
di chi la
parla. E certamente
da questi stati
riflessi della coscienza
nascono tutti gli
sforzi che mirano
a spiegare il
passato: le regole,
teoricamente, sono il primo
tentativo della scienza:
praticamente, servono al
bisogno dell'apprendimento della
lingua: Aristotele, Quintiliano,
il Bembo interessano
egualmente ma diversamente
tanto chi fa
la storia delle
dottrine poetiche e
grammaticali, quanto chi
si prefìgge lo
scopo pratico di
apprendere o di
insegnare l'arte e la
lingua. Si può
dire, quindi, aggiunge
il Vivaldi, che,
nate le regole,
una lingua sia
meno vivace di
prima; ma dire
che s'incammini alla
corruzione, donde il
bisogno di essere
puntellata, non mi
pare. Come se,
quando spuntavano le
regole del Fortunio
e le Prose
del Bembo, fosse
stato mai impedito
all'Ariosto di condurre
a quello stato
di perfezione o
di vivacità, ond'è
mirabile, il suo
Orlando Fttrioso, o per effetto
di quei pretesi
mali contro cui
insorse la grammatica
del purismo avesse
mai potuto raffreddarsi
il calore ond'espresse
e corresse i
suoi Promessi Sposi
Alessandro Manzoni !
La corruzione della
lingua è una
delle tante illusioni
che il vecchio
concetto del linguaggio
suscita e alimenta:
e la grammatica
non sorge in
aiuto d'un guasto
che è solo
nella fantasia degli
empirici. Ma, intanto,
quanto inchiostro non
s'è versato in
queste discussioni che
ogni tanto, anche
dopo che la
scienza le ha
superate, risorgono anche
tra persone colte,
dividendone gli animi
! Meglio che
in polemiche e
in particolari trattazioni,
un letterato pugliese, l'ab.
Severino Boccia, autore
del Tasso piangente ,
concretò la sua
opposizione contro la
Crusca in una
vera e ampissima
Grammatica e in
un grande Vocabolario,
che però non
videro mai la
luce . Uno
dei padri della
grani Napoli, Mich.
Monaco, 16S2, sotto
lo pseud. di
Sincero Va/desio. Cfr. Guerrieri,
L'abbate Severino Boccia
grammatico e lessicografo pugliese
del sec. XVII,
Cerignola (estr.). La
Grammatica italiana di
Sincero Valdesio è
contenuta in un
ms. cart. legato
in pelle bianca
di oltre 500
pagine, parte numerate
parte no. Una
postilla in cui
quest'opera viene attribuita
al Boccia, reca
la data iógo.
Di essa fece
un riassunto D.
Felice, Roma, nel
1703, che poi
passò all'Armellini. Il
Voc. è parimenti
ms. in cinque
grossi volumi avrebbe
chiamato il Boccia
quel gran padre
che ne fu
Basilio Puoti, che
potè vedere la
voluminosa opera dell'abate
pugliese . La
Grammatica si apre
con un discorso
sulla lingua, il
suo svolgimento, e
il modo di
studiarla: la grammatica vi
è definita l'arte
di parlare e
scriver bene in
tale idioma, senza
vizio di barbarismo
o solecismo ,
e se ne
deduce che il
favellare è proprio
connaturale all'uomo e
che nessuno può
pretendere di parlare
e scrivere bene,
senza l'arte e
lo studio: la
macchina dell'opera sua
poggia sopratre colonne
di bronzo massiccio,
la ragione, Y
autorità, V usanza; ma
l'A. non ha
voluto giurare sul
frullone delia Crusca,
non sulla zucca
degli Intronati, non
sulla gru degli
Oziosi, non sulla
luna degli Erranti, né
in altra celebre
impresa di questa
o di quella
Accademia^). Da quanto ce
ne dice il
Guerrieri la trattazione
è completa, dalle lettere,
vocali e consonanti,
sillabe alle parti
del discorso, al
pleonasmo, all'ortografia e
punteggiatura; il notevole è
che gli esempi
sono tolti tutti
quanti dal Tasso,
sia per le
regole che per
le eccezioni: e
le autorità del
Vocabolario, dove spesso
i modi di
dire hanno il
corrispondente latino, sono
di frequente cavate
dal Tasso. Così
la Crusca veniva
contraddetta in due modi,
abbastanza pratici, nelle
regole e negli
esempi, e l'infelice
poeta aveva in
questo grammatico e
lessicografo il più caldo
e fedel difensore.
Pro e contro
la Crusca stette
infine quel GIGLI (si veda) che,
come dice il
D'Ovidio, rinnovò lo
scandalo col Vocabolario Cateriniano,
libro riboccante d'arguzie e
d'umorismo, ma spesso
scurrile, pettegolo e
maligno, non di
rado anche insipido
o adulatore , (p. 153)
e del quale
scontò l'audacia con
umilissime ritrattazioni e il bando
da Siena sua
città natale e
da Roma, dove
fu precettore di
D. Alessandro Ruspoli de'
Principi di Cerveteri,
per l'istruzione del
quale ordinò l'operetta
è dicitura che
tolgo dal titolo
che va sotto
il nome di
Regole per la
toscana favella dichiarate per la
più stretta e
più larga osservanza
in dialogo tra
(*) Guerrieri, op.
cit., p. 33.
{-) Guerrieri. Su esso,
T. Favilli, G.
Gigli senese, nella
vita e nelle
opere, Rocca S.
Casciano, 1907 (ma
cfr. I. Senesi,
recens. in Rass,
bibl. d. leti. It.
Maestro e scolare
, una delle
ultime e vere
grammatiche di questo
lungo periodo di cui siam
venuti notando le
manifestazioni più
caratteristiche, cosa diversa
dalle Lezioni di
li?igua tosca?ia ("),
che furono nuovamente
raccolte dall'ab. G.
Catena Senese. Al
Gigli dobbiamo anche,
tra l'altro, un'Orazione
in lode della toscana
favella, e la
raccolta romana delle
Opere di Celso
Cittadini: egli poi
accenna a tavole
sinottiche de" Verbi
ausiliari e regolari
da lui compilate
per distinguerne in
quattro colonnette l'uso
corretto antico, poetico
e corrotto, distinzione non fatta
dal Pergamini, e
a una sua
grammatica anteriormente
stampata, che è
tutt'uno con le
Lezioni, dove infatti
questa partizione è
adottata. Avverte nella
prefazione che ha
più Grammatiche ornai
la nostra Volgar
Favella, che non
ha genti (stetti
per dire) che
la parli ...;
la chiama bastone
... istoriato dal
Cittadini, fornito della punta
di ferro dal
Castelvetro, contro il
Bembo, o fatto
a nodi contro
il Bartoli, il
Beni, il Muzio;
fornito di manico d'argento dal
Castiglione ...; constata
che l'Indie grammaticali non mandano
altri Ucelli, che
qualche voce spelacchiata dell'H; qualche
verbo anomalo, che
ha i piedi
dove altri hanno
il capo; qualche
nome eteroclito di due sessi
. E questo
supergiù, come abbiam
visto, era vero
per la vecchia
grammatica dell'italiano:
poiché proprio ora,
e precisamente usciva in
Napoli per il
latino il Nuovo
metodo di Portoreale,
che doveva naturalmente
produrre la sua
efficacia anche sull'italiano. Accenna,
infine, a una
nuova edizione del
Donato con Avvertimenli
grammaticali per la
nostra volgar lingua,
curata dal suo
assistente alla cattedra
d'eloquenza, Francesco Tondelli,
che è un
nuovo esempio di
quella fusio ne che
ormai si ve
In Roma. Nella
stamperia di Antonio
de' Rossi, nella strada
del Santuario Romano,
vicino alla Rotonda, Venezia, Giavasina, e
29. Coi tipi del
Pasquali in Venezia.
In Lezioni, Venezia,
1736. (5) In
Roma, per Antonio
De' Rossi. In
Roma, Chracas, 1710.
Ma la prima
ediz. era stata
fatta in Siena.
Un Donato al
Senno ... con
le. loro costruttioni
et toscane dìchiarationi
vide la luce
in Treviso, per
Gasparo Pianto. 35^ Storia
della Grammatica niva
facendo sempre più
completa delle due
grammatiche, l'italiana e
latina, e sulla
quale aveva insistito
ne' suoi Discorsi
accademici (cfr. specialmente
il LXII, t. I, sopra
la lingua latina) e
nelle Prose toscane
(le lezioni 22,
33, 44 sopra
la lingua toscana,
e la 47%
Esortazione a comporne
in toscano) anche
Anton Maria Salvini.
Le Regole come
le Lezioni del
Gigli non hanno
maggior portata filosofica
di quella che
vien loro dall'essere
informate a un
certo spirito liberale
di modernità e
d'opposizione alla grammatica pedantesca e troppo ristretta,
della quale abbandona
il complesso schematismo,
contentandosi di dar
poche regole tra
molti e vari
esercizi (2); il
che le rende
naturalmente lodevoli sotto l'aspetto
didattico. L'uso che
il Gigli segue
è quello degli
scrittori del Trecento
più comunemente accettati,
che era un
utile criterio per
lui per propugnare
quello della Santa
concittadina, in servizio del
quale prese a
compilare il l'ocabolario
Cateriniano, vessillo intorno
a cui aveva
tentato raggruppare un
forte manipolo di
ribelli, dove s'oppone
a riconoscere in
Firenze e nell'Accademia il
diritto esclusivo di
regolar la favella
d'Italia. Per quanto
editore delle opere
del Cittadini, pure
non sembra ne
faccia la debita
stima almeno per
l'utile che ne possa
venire ai discenti
italiani: afferma, invece,
che le ricerche
dell'illustre concittadino sono assai
più giovevoli agli
Oltremontani, Vi si dice
che lo studio
del latino è
necessarissimo per iscrivere perfettamente nel
toscano. Questi luoghi
segnalò già il
Gerixi, op. cit.,
p. 8, n.
Regole della poesia
sì Latina che
Italiana per uso
delle scuole erano
state edite per
la 3a volta,
in Venezia, presso
Giuseppe Rota niella
prefaz. è detto
che questa è
la prima poetica
per le scuole).
(2) P. es.,
è molto pratico
quello indicato in
fin del libro
per conservare a
memoria le Regole
addietro scritte, per
via di qualche
racconto mescolato a
studio degli usuali
errori, che si
commettono fra i
Toscani medesimi; i
quali errori qui
si correggono dagli
scolari fra di
loro, con quest'
ordine stesso, che
dagli scolari della
Grammatica Latina si
pratica, ascoltando un
avversario il recitamento
a memoria dell'altro
. Gigli mostrò
di sapersi valere
del dialetto per
l'apprendimento della lingua. E
forse a questo
scopo avrà disegnato
una Grammatica senese
di cui parla
in una sua
lettera del 28
ott. 1715 (in
Favilli, G. Gigli,
se questa non
è tutt'uno con
le Lezioni o le
Regole, o non
è un termine
vago per indicare
i suoi studi
grammaticali e linguistici. Capitolo
undicesimo 359 ai
quali tiene costantemente
l'occhio specie per
quel clie concerne la
grafia. Né può
esser lodato per
ciò che concerne
la critica de'
testi e l'etimologia.
Batte molto su
i criteri stilistici,
distinguendo come gli
abbiam visto far
per i verbi,
un uso retto,
antico, poetico, corrotto,
che corrisponderebbe su
per giù alle
distinzioni fatte poi
dal Manzoni. Ma
è sempre sarebbe
inutile osservarlo da quanto
sin qui s'è
detto sotto la
vecchia concezione del
linguaggio, per cui
s'aggira costantemente nell'equivoco: Non
troverete sollecismo ,
dice, che non
possa con qualche
esempio salvarsi, o
del Dante, o
de' suoi Coetanei, o
di S. Caterina
da Siena, e
simili autorevoli Prosatori
Poeti. Il pensiero
com'è formulato determina
il carattere del
vecchio dogmatismo grammaticale. Il
Gigli ci richiama
al pensiero un
sostenitore della Crusca,
Niccolò Amenta ('
), già ricordato
come Annotatore del
Torto del Bartoli,
e del quale
anche, per ragion
di tempo, ci
dobbiamo ora occupare. L' Amenta
già nelle Annotazioni
al Torto aveva
preso posizione netta
contro il Bartoli e
in favor della
Crusca, giudicando che
il Bartoli, menando
beffe e strazio
de' grammatici, non aveva
seguito né le
loro decisioni, né
l'uso, o sia
del popolo o
de' più eletti,
né l'autorità degli
scrittori, né la
prerogativa del tempo, né
l'uso latino o
il suo contrario,
né la convenenza
de' simili; ma
or l'uno or
l'altro, or due
o tre insieme
e più di
tutto Y arbitrio,
a cui una
gran parte rimane
in libertà, ed è
per avventura la
più diffìcile a
ben usare, richiedendovisi un
buon gusto proveniente
da buon giudicio
(p. 15). L'accusava
d'aver plagiato il
Cinonio, di cui
non par facesse
molta stima: e
concludeva: se adunque
vorrà tutto ciò
considerare qualunque
affezionato al P. B., ho
per fermo, che
compatirammi, s'io in
queste osservazioni tra
la forza che
m'ha tatto principalmente la
ragione, e per la riverenza
che ho avuto
a' Testi, a'
buoni Grammatici, ed
a' signori Accademici
fiorentini, spessissime volte
gli ho contraddetto.
Protestando ad ognuno
che se '1
B. scrisse questo
libro (come già
pare ch'egli stesso
volesse) per far
conoscere, che nella
Toscana favella prevaglia
(' spesso così
accoppiati discussi dal
Vico) poterono sodisfargli
l'intendimento circa la
guisa del nascime?ito,
ossia la natura
delle lingue, che
troppo ci ha
costo di aspra
meditazione i1), e
la cui Discoverta,
ch'è la chiave
maestra di questa
Scienza, ci ha
costo la Ricerca
ostinata di quasi
tutta la nostra
vita letteraria. Medesimamente lo
lasciarono insodisfatto i
grammatici del rinascimento,
da lui criticati
e nella massima
opera enel breve
Giudizio intorno alla
Grammatica d'Aronne. La
metafisica è una
scienza, comincia VICO (si veda), la
quale ha per
oggetto la mente
umana. Ond'ella si
stende a tutto
ciò che può
giammai pensar l'uomo.
Quindi ella scende
ad illuminare tutte le
Arti, e le
Scienze, che compiono
il subietto dell'umana Sapienza. Le
prime tra queste
sono la Grammatica,
e la Logica;
l'ima, che dà
le regole del
parlar dritto, l'altra
del parlar vero.
E perchè per
ordine di Natura
dee precedere il
parlar vero al
parlar dritto; perciò
con generoso sforzo
Giulio Cesare della
Scala, seguitato poi
da tutti i
migliori Grammatici che
gli vennero dietro,
si diede a
ragionare delle cagioni
della Lingua Latina
co' principj di LOGICA. Ma
in ciò venne
fallito il gran
disegno con attaccarsi
ai principj di
Logica, che ne
pensò un particolare
uomo filosofo, cioè
colla Logica di
Aristotile, i cui principj
essendo troppo universali,
non riescono a
spiegare i quasi
infiniti particolari, che
per natura vengono
innanzi a chiunque vuol
ragionare d'una lingua.
Onde Francesco Sanzio,
che con magnanimo
ordine gli tenne
dietro nella sua
Minerva, si sforza
colla sua famosa
Ellissi di spiegare
gl'innumerabili particolari, che
osserva nella Lingua
Latina; e con
infelice successo, per salvare
gli universali principj
della Logica di
Aristotile, riesce sforzato
e importuno in una quasi
innumerabile copia di parlari
Latini, dei quali
crede supplire i
leggiadri ed eleganti difetti,
che la Lingua
Latina usa nello
spie- [In Croce. Scienza Nuova,
Milano, Truffi. Non è
questa la migliore
edizione del gran
libro; ma, avendo
condotto su essa
il mio studio,
mi è difficile
ora concordare le
citazioni con la
seconda edizione Ferrari.
Cfr. Croce, Bibliogr.
vichiana, Napoli, e
Suppli'Diento.] garsi. Ma il
quanto acuto, tanto
avveduto Autore di
questa novella Grammatica ha
ridotto tutte le
maniere di pensare,
che nascer mai
possono in mente
umana intorno la
sostanza, e le
innumerabili varie diverse
modificazioni di essa,
a certi principi
metafisici cosi utili
e comodi, che
si ritrovano avverati
in tutto ciò
che la Grammatica
Latina propone nelle
sue regole, e
nelle sue eccezioni.
Il frutto di
una sì fatta
grammatica è grandissimo,
perchè il fanciullo,
senz'avvedersene, viene informato
di una metafisica,
per dir così,
pratica, con cui
rende ragione di
tutte le maniere
del suo pensare;
appunto come colla
Geometria i giovani,
pur senz'avvedersene, apprendono
un abito di
pensar ordinatamente. Per
tutto ciò, secondo
il mio debole
e corto giudizio,
stimo questa Grammatica
degna della pubblica
luce, siccome quella
che porta seco
una discoverta di
grandissimi lumi alla
Repubblica delle Lettere.
Lasciando per ora
da parte il
rispetto del Vico
verso la grammatica
ancor classificata secondo
il vecchio canone,
è agevole vedere come
la posizione presa
da lui contro
lo Scaligero e
il Sanzio, acutamente
distinti tra tutti
i grammatici dell'antichità e del
rinascimento, sia determinata
appunto dal suo
concetto fondamentale di fantasia
e d'intelletto. Il
Sanzio, moviamo da questo
perchè supera lo
Scaligero, pur avanzando
di tanto i
precedenti grammatici nell'interpretazione delle
forme e de'
costrutti latini, come
quegli che ne
cercava le radici
nello spirito e non in
un convenzionale ed
esterior meccanismo ("),
nel fatto linguistico
e grammaticale non
vedeva che un
fatto logico, e, con
quest'unico criterio, spiegava
non solamente i
casi ('j Opuscoli
di Giovanni Battista
Vico raccolti e
pubblicati da Carlantonio
de Rosa marchese
di Villarosa. Napoli.
Presso Piorelli. È notevole
il tono, più
che polemico, sarcastico
e sprezzante con
cui combatte le
dottrine de' precedenti
grammatici tutt' altro che
indegni di alta
stima come il
Valla. Le espressioni
che adopera contro
di loro sono
di questo tenore:
Ridicala vero sunt
quae inculcat Valla
de Unus et
Solus.... An non
risu res digna
est, quum Valla
et Grammatici docent
in his orationibus:
Fortiores Troianorum superavit,
et fortissimos Troianorum
superavit: in priore
esse genitivum partitionis,
in posteriore minime?
Sed horum insaniam
Minerva exagitat. Quella
Minerva nel nome
della quale intitolò
l'opera sua maggiore
De caitsis linguae
latinae di cui
le Verae brevesque
Grammaticae latinae institutiones
sono un anticipato
compendio. Capitolo dodicesimo
371 regolari della
sintassi latina, ma
tutte le apparenti
irregolarità, mirando unicamente
a questo, cioè a ridurre
l'irregolare al regolare con
quella che egli
stesso chiamò la
doctrina s?tpp tendi
(l). ossia la
dottrina dell'ellissi. Naturalmente
non con la
sola ellissi spiegava
tutte le anomalie:
poiché egli ammetteva
cinque figure: il
pleonasmo, l'ellissi, lo
zeugma, la sillessi
e l'iperbato, chiamando nionstrosi partus
Grammaticarum (") l'antiptosi,
la prolessi, la sintesi,
V apposizione, V evocazione, la
sinecdoche; ma latissime
patet Ellipsis (;i),
e perciò sull'ellissi
particolarmente si diffonde
, praeclarum munus
. Dovunque l'espressione
non è assolutamente
geometrica, il Sanzio
trova un' ellissi,
e spiega il
modo onde si
supplisce, non accorgendosi
della solenne smentita
che dà alla
propria dottrina, quando,
come fa nell'introduzione alle Regulae
generales (''), afferma
che però sarebbe
barbaro, neologistico, insomma
inelegante, il modo
regolare supplito, sciogliendo
l'ellissi, all'irregolare. ...quid
leporis habebunt tot
proverbia, si integra
referantur ?... Multa
edam Grammaticae ratio
nos cogit intelligere,
quae si apponerentur
latinitatis elegantiam disturbarent,
aut sensum dubium
facerent... Alia rursus
videmus desiderari, quae sine barbarismo
suppleri nequeunt et
tamen Grammatica necessitas
supplebit. In questo
il Sanzio seguiva
un'antica e sanissima
veduta rappresentata
principalmente da Quintiliano,
il quale diceva:
Aliud est Latine
loqui, aliud Grammatice
loqui, e seguita
anche da Orazio,
che il Sanzio
cita con tanto
maggior entusiasmo quanto
più acremente rifiuta
la tesi degli
avversari, che pare
non fossero né
pochi ne in
vero ignoranti. Supplementum ,
dicevan co- [Nell'opera qui
appresso cit.: Doctrinam
supplendi esse valde
necessariam. SANCTIS (si veda)
Brocensts in inclyta
Salmanticensi Academia primarij
Rhetorices, Graecaeque linguae
doctoris, verae, brevesque
Gramatices latinae institutiones, Salmanticae,
excudebat Ma- thias
Gastius. La introduzione si
chiude con quest'enfa-
tiche parole: Liceat iam
nobis per Grammaticos
thesauros Ellipseos aperire,
sine quibus iniuriam
facit Latino Sermoni,
qui se Latinum
audet nominare.] storo, reffugium
est miserorum: si
nobis liceat supplere
quod volumus, omnes
erunt valde bonae
orationes . E
non avevano torto,
intuendo, senz'accorgersene, una
profonda verità, quella
cioè dell'impossibilità estetica
della sostituzione della
frase co- siddetta propria all'impropria, propria
essendo solamente, cioè
artistica, vera, espressiva,
quella che s'è
usata con tutti
i suoi apparenti
difetti. Horatius ,
dunque, diceva il
Sanzio, quasi nostras
partes agens, et
Ellipsin amplectens, dixit
li. I. Saty.
io. Est brevitate
opus, ut currat
sententia, non se
impediat verbis lassas
onerantibus aures . Dove, come
pure nella sentenza quintilianea, la
Grammatica è solennemente
liquidata e inverasi
a maraviglia all'inverso
il motto degli
avversari del Sanzio:
supplementum reffugium est
miserorum ! Addurre
esempi de' supplementi
sanziani è superfluo
e inutile, perchè occorrerebbe
addurne tutto l'infinito
numero, per vedere
a che punto
spinge il Sanzio
l'applicazione della sua
dottrina. Ora chi
conosce una lingua,
sa che il
più è l'irregolare;
onde converrebbe chiamar
una lingua tutta
una figura continuata.
Il Vico, che
aveva del linguaggio
e della poesia
una ben diversa
concezione, derivandoli non
dall'intelletto, ma dalla
fantasia, in questo
sforzo del Sanzio
non poteva che
vedere un'illusione, e, con disinvolta
profondità, lo confuta
e lo supera
con quella semplice
osservazione, che egli
riesce sforzato e
importuno in una
quasi innumerabile copia
di parlari latini,
dei quali crede
supplire i leggiadri
ed eleganti difetti
che la lingua
latina usa nello
spiegarsi ; dove
la natura della
lingua, i diritti
della fantasia e
i principi critici
si affermano in
una mirabile concordia
veramente degna di
quell'altissima mente. Così,
egli, more solito, cioè
con la massima
semplicità, superava tutti
i migliori grammatici,
ripigliando con coscienza
di causa l'antica
tesi degli avversari
del .Sanzio. Tuttavia
non in questo
Giudizio, dove pur
non si vorrebbe
conservata alla grammatica
l'antica posizione che
aveva nel canone tradizionale né
fatta quella sottil
distinzione tra parlar
vero e parlar
diritto, residui di
vecchie vedute, non
in questo Giudizio
si esaurisce la
sua critica della
grammatica. Questa anzi
è principalmente costituita
dalla spiegazione della
genesi delle parti
dell'orazione e della
sintassi che il
Vico porge nei
terzi Corollarj al
cap. Della Logica
poetica del libro
secondo della Scienza
nuova. Capitolo ti
od ice si
mo Lo Scaligero
e il Sanzio
avevano accettata tal
quale la dottrina aristotelica delle
categorie grammaticali: Aristotile
aveva, in sostanza,
dato al nome
la funzione di
esprimere la materia
o Volte, al
verbo quella di
esprimere il moto
o V azione, aveva
cioè attribuito a
astrazioni della nostra
niente un valore
effettivo e reale, aveva
scam biato un concetto
con un fatto.
Accettar questa dottrina
era, come benissimo
osserva il Vico,
conchiudendo que' corollari, un
ammettere che i
popoli, che si
ritrovaron le lingue,
avessero prima dovuto
andare a scuola
d' Aristotile (l); era un ammettere
la preesistenza di
categorie alla produzione
del pensiero, un
asserire che i
parlanti si servirono
di schemi astratti,
per esprimere determinate
parole, che fecero
cioè l'impossibile. Il
Vico diede invece
una genesi naturale
alle parti dell'orazione e alla
sintassi, e insieme
indicò V ordine con
cui esse nacquero
e la sintassi
si formò. La
lingua articolata mi
rifò da questo
punto per tenermi
strettamente al mio
argomento quella cioè
delle tre che
cominciarono nello stesso tempo
( intendendo sempre
andar loro del
pari le lettere
(") ), degli
Dei, degli Eroi
e degli Uomini,
cominciò con l'onomatopea, con
la quale tuttavia
osserviamo spiegarsi i
fanciulli (ricordisi che
nella sua storia
ideale umana il
Vico paragona sempre
i momenti di
sviluppo dell'umanità con
quelli dell'uomo); seguitò
a formarsi con l'
Interiezione; che sono
voci articolate all'empito
di passioni violente,
che in tutte
le lingue son
monosillabe ; poi
coi pronomi; imperocché le
interiezioni sfogano le
passioni proprie, lo
che si fa
anco da' soli;
ma i -bronomi
servono per comunicare
le nostre idee
con altrui d'intorno
a quelle cose,
che co' nomi
propj o noi
non sappiamo appellare,
o altri non
sappia intendere: e
i pronomi pur
quasi tutti in
tutte le Lingue
la maggior parte
son monosillabi, il primo
de' quali, o
almeno tra primi
dovett'esser quello, di
che n' è rimasto
quel luogo d'oro
d'Ennio, Aspice hoc
sublime cadens, quem
omnes invocant Jovem,
ov'è detto hoc
invece di Coelum,
e ne restò
in volgar Latino,
Luciscit hoc jam;
Qui il Vico
ricorda il Trissino.
374 Storia della
Grammatica in vece
di albescit Coelum:
e gli articoli
dalla lor nascita
[avvertasi il trapasso dalla
spiegazione dell'origine de'
pronomi a quella
degli articoli, che,
se non prendiamo
abbaglio, nella mente
del Vico rappresenterebbero una
cotal funzione di
determinare il nome generata
dal pronome, quando
non scompagnandosi dal nome,
perdette la sua
vera funzione] hanno
questa eterna proprietà
d'andare innanzi a'
nomi, a' quali
son attaccati. Dopo si
formarono le particelle,
delle quali son
gran parte le
preposizioni, che pur
quasi in tutte
le lingue son
monosillabe; che conservano
col nome questa
eterna proprietà di
andar innanzi a' nomi,
che le domandano,
ed a' verbi,
co' quali vanno
a comporsi. Tratto
tratto s'andarono formando
i nomi: de'
quali nell' Origini
della lingua Latiiia
ritrovate in quest'
Opera la prima
volta stampata, si
novera una gran
quantità nati dentro
nel Lazio dalla
vita d'essi Latini
selvaggia per la
contadinesca infin alla
prima civile, formati
tutti monosillabi, che
non hanno nulla
d'origini forestiere nemmeno
greche, a riserba
di quattro voci
fiovg. ovg, jav$, o>jij>, eh'
a Latini significa
siepe, e a'
Greci serpe... ed
esser nati i
nomi prima de'
verbi, ci è
approvato da questa
eterna proprietà; che
non regge Orazione
se non comincia
da nome, ch'espresso,
o taciuto la
regga. Finalmente gli
Autori delle lingue
si formarono i
verbi come osserviamo
i fanciulli spiegar
nomi, particelle, e
tacer i verbi,
perchè i nomi
destano idee, che
lasciano fermi vestigi;
le particelle, che
significano esse modificazioni, fanno
il medesimo: ma
i verbi significano
moti, i quali
portano l'innanzi, e
'1 dopo, che
sono misurati dall'indivisibile del
presente difficilissimo ad intendersi dagli
stessi filosofi. Ed è un 'osservazione fisica,
che di molto
approva ciò, che
diciamo; che tra
noi vive un
uomo onesto tocco
da gravissima apoplessia,
il quale mentova
nomi e si
è affatto dimenticato de' verbi.
E pur i
verbi, che sono
generi di tutti
gli altri, quali
sono sum dell
'essere, al quale
si riducono tutte
V essenze, ch'è tanto
dire tutte le
cose metafisiche: sto
della quiete, co
del moto, a'
quali si riducono
tutte le cose
fisiche, do, dico
e facio, a'
(piali si riducono
tutte le cose
agìbili, sien o
morali o famigliari,
o finalmente civili:
dovetter incominciar dagli
imperativi ; perchè nello
Stato delle famiglie,
povero in sommo
grado di lingua,
i Padri soli
dovettero favellare e
dar gli ordini a'
figliuòli, ed a'
famoli; e questi
sotto i terribili
imperj famigliari, quali
poco appresso vedremo,
con cieco ossequio
dovevano tacendo eseguirne
i romandi; i
quali imperativi sono
tutti monosillabi, quali
ci son rimasti
es, sta, i,
da, dic,fac. Analogamente
si ritroverebbe, par
che voglia dire
il Vico, • Y
ordine, con cui
nacquero le parti
dell'orazione, e 'n
conseguenza le //aturali cagioni
della SINTASSI (COM-POSITIO). Ora,
date per provate
tutte queste asserzioni
di fatto del
Vico riguardanti l'origine
e la formazione
nelle sue successive
tasi delle lingue,
qual è la
differenza che passa
tra la dottrina
aristotelica delle categorie
grammaticali e quella
di VICO (si veda)? A me
sembra profondissima. Di
Aristotile abbiamo visto.
Il Vico par
ammettere l'esistenza di
queste categorie; ma
è solo question
di parole; perchè,
nella sua dimostrazione
storico-genetica viene in
sostanza ad annullarle.
Le parti del
discorso pel Vico
corrisponderebbero ad altrettanti
momenti della formazione
del linguaggio o, eh'
è lo
stesso, della storia
ideale dell'umanità: ogni
parte è una
fase della coscienza
umana allargantesi alla
concezione e all'espressione di
nuove idee: perciò
queste parti del
discorso non sono
categorie ricavate astrattamente
dalla distruzione
dell'espressione, come fa
chi sottopone il
fatto estetico unico,
indivisibile a un'elaborazione logica;
ma son vere
e proprie parole, che
il Vico appella
coi nomi tradizionali
della grammatica, tanto per
farsi intendere, ma
che non sarebbe
affatto necessario chiamar
in tal modo:
ognuna di codeste
parole è un
fatto reale espressivo
naturale per sé
stante che si
produce spontaneamente da
una causa interiore.
Se veramente codeste
parole si sian
formate nel modo
accennato anzi affermato
dal Vico e
in quell'ordine, non
possiamo storicamente provare,
né il Vico
può provarlo (gli
esempi de' fancndli
e de' paralitici
valgon ben poco,
secondo noi); ma,
comunque siano andate
le cose, questo
é con piena
evidenza chiarito che le lingue
crebbero per fatto naturale,
e che il
discorso si andò
sempre meglio organizzando a
mano a mano
che la coscienza
dell'umanità si sviluppava,
e che le
parti di codesto
discorso ne segnano
le tappe successive:
anzi, parti non
potrebbero chiamarsi, poiché
ognuna d'esse essendo
una parola, ogni
volta che questa
veniva pronunziata, era
un' espressioìie intera, cioè
diceva tutto quello
che il parlante
voleva dire. Quel
motto onomatopeico, quelì'ùiteriezione, quel
pronome, quell' articolo, quel
nome, quel verbo,
anzi quell' imperativo, pronunziati
dall'uomo primitivo, non
sono categorie grammaticali,
schemi preesistenti alla
concezione stessa dell'idea in
essi rappresentata e
necessari assolutamente alla
estrinsecazione di essa
di cui sarebbero
la formula d'espressione, ma
veri vocaboli, vere
parole, veri fatti
espressivi, individuali e
interi, che possono
esser chiamati con
quei nomi, ma
per mera convenzione
e senza alcuna
necessità. Il Vico
chiama il fatto
estetico naturalmente prodotto
coi nomi convenzionali
astrattamente ricavati con un
procedimento logico; Aristotile
pretende che astrazioni
logiche si esprimano
con determinate parole.
Come si vede,
siamo agli antipodi;
cioè z\V origine
e quasi alla
fine della grammatica.
Dico qtiasi alla
fine, perchè l' intuizione
di VICO (si veda) non è
rigorosamente e metodicamente
dimostrata: e in
ogni modo quello
stesso parlar ancora
di parti del
discorso, non solo,
ma il ripeter
la definizione tradizionale
del verbo, che
significa il moto, ingenera
per lo meno
confusioni e dubbiezze;
ma, presa nel
suo insieme e
nel suo spirito,
la critica di VICO (si veda) si
può ben dire
che supera le
precedenti vedute, e
scioglie il problema.
Ma, com'è noto,
il Vico ebbe,
almeno per allora,
poca fortuna, e anche
in questo terreno
grammaticale i semi
da lui sparsi
non diedero alcun
frutto, mentre sarebbe
stato facile il
fecondarli per opera
di degni interpreti
e continuatori. D'altra
parte, neppur l'indirizzo
logico-grammaticale di Porto-Reale
fu, in questo
periodo, seguitato in
Italia con molto
calore nei rispetti
della lingua italiana,
il Barba è
una magnifica eccezione mentre
invece specialmente in
Francia alimentava una viva
ed elevata letteratura
grammaticale. Non che
l'Italia fosse intellettualmente prostata
o esaurita: decadimento
ci fu, ma
era solamente letterario
e nessuno oggi
oserebbe più estendere
a tutto il
pensiero e alla
vita italiana del
primo Settecento quant'era
proprio solo dell'Arcadia.
L'Italia si volgeva ad
altri studi, specialmente
a quelli d'erudizione
e di critica
storica, ne' quali
si doveva rifar
la coscienza, ripigliando le tradizioni
cinquecentesche iniziate da
Sigonio e da
Borghini e trasmigrate
nel Seicento in
Germania e in
Olanda. Oggetto di
questi fervidi studi
furono le costituzioni
e le vicende politiche, il
diritto, le costumanze,
le origini e
anche la lingua
dell'Italia nuova, e, col Vico
stesso, era alla
testa del movimento
Muratori, il rappresentante più
caratteristico dell'attività
intellettuale di quest'epoca
italiana . Cardicci,
Prefaz. alle Letture
del Risorgimento ita/.,
Bologna, 1896, e
ora in Opere,
XVI, Poesia e
Storia. Ma quello per
la lingua fu
un interesse non
più solamente glottologico:
allo studio della
lingua antica d'Italia
i nostri eruditi si
volsero anche per
la luce che
ne potevano trarre
sulla vita italiana
e sulla condizione
degli Italiani nel
Medio-evo. Si rinnoveranno
le controversie particolari
sull'origine degli idiomi
italiani, sul De
Vulgari Eloqìientia, sull'eccellenza del
Trecento e altrettali
che costituiscono la
cosidetta questione della
lingua, ma il
problema non è
più solamente linguistico,
è anche storico :
non si tratta
più di sole
parole, ma di
cose. La nuova
coscienza italiana colorisce
della sua luce
le discussioni, rendendole meglio vitali
e interessanti: nel
Cinque e Seicento
era la coscienza
letteraria, ora è
anche la coscienza
civile che si
propone il problema della
lingua, della poesia
e della letteratura
quale testimonianza de'
tempi. Siamo ai
prodromi di quel
rinnovamento scientifico che nella
seconda metà del
secolo determinerà il radicale
rivolgimento degli stati
europei. Non occorre
che io ricordi
qui più che
i nomi del
Crescimbeni, del Gravina,
del Fontanini, del
Gimma, del Maffei,
del Giannone, dello
Zeno, del Quadrio,
ciascuno de' quali
in opere d'indole
e di soggetto
varii discusse dell'origine
o dello svolgimento
della lingua, ma
tutti, chi più
chi meno, dominati
dal concetto della
reciproca influenza che
popoli di civiltà
diversa possono esercitarsi,
e delle intime
relazioni tra civiltà
e letteratura, tra
civiltà e lingua.
In tali condizioni
diminuirono le attrattive
de' letterati verso
la pura e
arida grammatica, anche,
non tenendo conto
delle ampie, se
non in tutto
esaurienti, compilazioni grammaticali,
come quelle del
Buonmattei e del
Cinonio, con la
lunga tratta de'
loro seguaci, sempre
ancor circondate delle
più vive simpatie,
che non potevano
non sviare dal
proposito di nuove
consimili fatiche. Cosicché
chi si volse
alla grammatica, se
volle far cosa
nuova, dovette tentar
le uniche vie
che almeno per
ora rimanevano aperte: rinfrescar
lo studio grammaticale
che veniva rendendosi
obbligatorio, con eleganti
esposizioni, correggendo, vagliando;
oppure, ch'era ormai
vera necessità didattica,
ridurre a metodo il
sovrabbondante e spesso
farraginoso materiale. L'una via
e l'altra furono
battute ugualmente: quella
da Domenico Maria
Manni, questa da
Salvadore Corticelli: due
letterati che si
somigliano in più
cose. Anzitutto nel
sincero e fervente
desiderio di tener
desto e vivo
il culto della
prosa e della
lingua toscana: poi
nell'uso de' mezzi
che scelsero a
Capitolo tredicesimo 379
tal uopo, mezzi
dirò così teorici
e pratici: l'uno
e l'altro intatti dettarono, pur
tacendo cosa diversissima,
regole e osservazioni di lingua,
e racconti piacevoli
che dilettando istruissero
e incitassero allo
studio di essa.
Entrambi furono Accademici
della Crusca. Le
Lezioni di lingua
toscana, di cui
una terza edizione
fu fatta nel
1773 (l), furon
tenute dal Manni
nel Seminario Arcivescovile di Firenze
il 1736, per
elezione dell'arcivescovo Giuseppe Maria Martelli,
dove nulla sembrava
mancare, fuorché lo
studio, e la
lettura della patria
lingua. In Firenze
pubbliche cattedre di
lingua toscana, come
vedemmo, e in
Siena e altrove
in Toscana, furono
istituite dai Granduchi
fin dal Cinquecento, e già
prima nello Studio
a principiar dal
Boccaccio v'erano stati
espositori di Dante
e poi, nel
Quattrocento, anche del
Petrarca. Ma queste
non furono mai
vere e proprie
istituzioni scolastiche in servizio
esclusivo de' giovani
e di contenuto
puramente grammaticale: si
rivolgevano al comodo
del largo pubblico
d'ogni ceto ed
età. Se il
Dati e altri
letterati del tardo
Seicento tornavano a
lamentare che non
si studiassero le
regole e a
predicare che non
basta il nascimento
per iscriver bene,
ma occorrono studio
e fatica, ciò
vuol dire che
un insegnamento metodico
della grammatica non
si era peranco
istituito neppur in
Toscana, e la
testimonianza del Manni,
per quanto riguardi
un solo istituto,
dimostra che quello
del Martelli fu
un primo tentativo
d'introdurre ufficialmente nelle
scuole l'insegnamento della
grammatica: altrove, come
a Napoli, un
insegnamento siffatto mancò,
anche dopo che
lo sdoppiamento della
cattedra di retorica
del Vico inaugurò
nell'Università quello d'eloquenza
italiana ("). Il
latino continuò per
un pezzo a
tener il campo
della grammatica (3):
e anche in
queste Lezioni del
Manni ne vedremo
altre prove, dichiarandovisi spesso
che a certe
trattazioni sarebbe
superfluo attendere, da poi che
si compiono nella
grammatica latina e
sono sufficienti anche
per chi studia
quella del volgare.
In ogni modo,
almeno a Firenze,
[Ho questa sott'occhio:
fu fatta in
Lucca, appresso Giuseppe
Rocchi. GENTILE (si veda), Il
figlio di Vico,
cit. più innanzi.
Perfino la grammatica
generale s'innestò al'
latina prima che
alle lingue vive.
380 Storia della
Grammatica non pare
che ci fosse
un insegnante speciale
di lingua italiana,
poiché nelle scuole
laiche la materia
delle lingue sarà
stata disciplinata non diversamente
dalle ecclesiastiche. Il
Manni fu un
grand'erudito, oltre che
un grammatico: la
sua Istoria del
Decamerone è suo
nobile titolo d'onore:
queste Lezioni risentono
in ogni pagina
di questo spirito
d'erudizione, e sono
ricche di utili
notizie anche per
la storia della
grammatica. Egli stesso anzi
dichiarava che l'incarico
commessogli dall'arcivescovo
gli sarebbe servito
di ben acuto
sprone a compilare, in
quel modo che
avrebbe potuto, una
breve Gramatica della
Lingua Toscana, quantunque
sentisse esser ella
da altri omeri
soma, che da'
suoi. Son lezioni così
distribuite: della
necessità e facilità della Lingua
Toscana, Delle lettere, Del nome, Parimenti del
nome, Del pronome, Altresì del
pronome, Del verbo, Dell'avverbio,
Del periodo toscano, Dell'ortografìa. Come
si vede, è
un'esposizione saltuaria di
talune parti dell'orazione
e della grammatica,
credendo l'autore non
esser necessario fermarsi
su tutto, conforme
gl’esempi fornitigli da Strozzi
e Sansovino, come fa, p. es.,
rispetto alle sillabe,
tanto più che
di esse cosa
non ci ha
quasi di dire
che ai Latini insieme non
appartenga (p. 46);
né diffondersi con
soverchia minuzia sui singoli
argomenti, come usò,
p. es., il
Buonmattei a proposito
de' verbi, de'
quali discorse con
rincrescevole lunghezza: eguale
indifferenza dimostra il
nostro Autore per
i problemi della
grammatica storica, che
non servono ad
altro che a
far gittar via
il tempo (p.
146). Tutto l'interesse
del Manni è
per la sovrabbondante bellezza della nostra
lingua il che
ci dice subito
qua! sia la
concezion che ne
ha e per le questioni
ermeneutiche, nella risoluzion
delle quali egli
poteva mettere a
profitto la sua
conoscenza degli antichi manoscritti,
e il rigore
assoluto che professava in
fatto di regole.
Quindi, mentre da
un lato egli,
sodisfatte U' principali esigenze
a cui non
si può sottrarre
chiunque debba pur
dar ilei paradigmi
e delle norme
generali intorno alle
parti dell'orazione, si
tien lontano dalla
minuziosa trattazione metodica
della sua materia,
dall'altro e' si
profonde in Capitolo
tredicesimo 381 elucubrazioni elogiative
della ricchezza e
varietà ili nostra
lingua, e s'ingolfa
in particolarissime questioncelle
veramente di scarsa
importanza, come quelle
del mai se
significhi negazione senza
il non, del
lui e del
lei se possano
essere adoperati per
egli ed ella,
del cui se
stia per chi
soggetto. Sulla prima
delle quali questioni,
riferisce una curiosissima
Sentenzia, data per
le stampe in
un foglio a
sé, dell' Illustrissima et
Eccellentissima Signora la
Signora Donna Isabella
Medici Orsina Duchessa
di Bracciano, sopra
la differenza fra
Don Pietro della
Rocca Messinese Cavaliere di
Malta, et Cosimo
Gacci da Castiglione,
sopra la voce
mai, se è negativa, o
affermativa, secondo la
quale si giudicava :
esso cavaliere Don
Pietro della Rocca,
che teneva, che
mai negasse senza
la negativa, ha
bene sentito, e
tenuto secondo il commune,
et buon uso
del parlare Toscano
, e che
si chiudeva con
queste sacramentali e
solenni parole: In
fede di che
habbiamo fatto scrivere
questo nostro lodo,
dichiarazione, et sentenzia,
la quale sarà
affermata di nostra
propria mano, et
segnata col nostro
solito sigillo. Data,
nel nostro Palazzo
a Baroncelli a
dì XX, presenti
M. Roberto de'
Ricci, et M.
Giovanni Antinori, gentil' huomini fiorentini.
Noi Donna Isabella
Medici Orsina, Duchessa
di Bracciano affermiamo quanto di
sopra . Era
l'anno della celebre
rassettatura del Decameron, e il rumore
di quel gran
lavorìo aveva, si
vede, degli echi
anche nelle corti,
dividendo gli animi
come se si
trattasse della salute
dell'Italia. A tanta
sentenza non s'inchina il
Mannij che ricorda
le parole dello
Strozzi affermanti che il mai
Dante, il Petrarcha
il Bembo e
il Casa non
l'hanno mai fatto
negare senza il
non ! (pp.
182-4). Medesimamente non
accetta il lui
e il lei
per casi retti,
e vi spende
intorno ben ventidue
pagine, raccontando la
storia della questione
e impugnando, come già
aveva fatto il
Fortunio, che però
non cita, la
lezione di quell'emistichio petrarchesco,
E ciò, che
non è lei
del son. Pien
di qicell' ineffabile dolcezza,
che si dovrebbe
leggere E ciò
che non è
in lei, secondo
anche un ms.
o di quel
torno della libreria
Riccardi, segnato 0,19 ! È
noto che dal
Filelfo al Monti
è stato discusso
su questo passo,
e anche dopo,
finché quelle che
il Mestica ha
chiamato invincibili ragioni
estetiche e grammaticali
Q} del Monti
non ebbero la
conferma dell' auto Ed.
critica, Firenze] grafo vaticano
3195, che infatti
legge E ciò
che none lei,
come ora ognun
può vedere nella
riproduzione letterale data
dalla Filologica romana .
Secolare questione, tenuta
sempre viva dal
pedantismo grammaticale tenacemente
ribelle a riconoscere
funzione soggettiva a lui
e lei !
Simili investigazioni e
discussioni ci porgono
la misura del
valore di queste
Lezioni, e di
quel che sarebbe
stata la Grammatica che era
nell'intendimento del Manni:
tranne per qualche
correzione ermeneutica da
accettare perchè fondata
su dati di
fatto documentati da
manoscritti autentici, la
dottrina grammaticale del Manni
rappresenta un regresso
per l'età sua,
un puro ritorno
alle vedute cinquecentesche dei
più puristi senza
il pregio della
spontaneità
dell'osservazione, che allora
corrispondeva a un
bisogno pur mo
nato di comprendere
le forme esteriori
d'una letteratura che
andava sempre più
acquistando importanza e grandezza.
Le IX lezioni
Del periodo toscano
hanno un particolare
interesse per le
considerazioni alle quali
possono offrire occasione.
Abbiamo visto come
alla sintassi sia
stata fatta sempre
poca o nessuna
parte nelle grammatiche
italiane: nel Cinquecento
l'esempio del Giambullari,
che fu il
primo, sotto il
consiglio del Gelli,
a trattar largamente
della costruzione intera
e figurata secondo l'uso
de' retori latini
e greci, non
fu molto seguito, e
restò quasi isolato;
tanto che il
riassuntore di tutte
le più che
secolari osservazioni grammaticali,
il Buonmattei, nella
sua voluminosa grammatica,
non dà luogo
affatto alla sintassi
e se parla
del ripieno (pleonasmo),
lo fa perchè
lo considera come
parte dell'orazione, non
necessaria per altro
alla tela grammaticale, e non
come figura sintattica.
Della costruzione tornò
a trattare, come
vedemmo, il Menzini,
ma solo in
quanto gli dava
materia di discorrere
appunto delle figure
grammaticali, non del
vero e proprio
reggimento, e per
influenza della grammatica sanziana e
particolarmente della teoria
dell'ellissi; supplì, come
pure vedemmo, il
Cinonio all'assenza della
trattazione sintattica, con
quel suo speciale
sistema di passare
in rassegna l'uso
delle cosidette particelle: ma
neppure il Cinonio
trattò A cura
di E. Modigliani] quella che
propriamente si chiama
la sintassi. Di
questa, vedremo tra poco,
e perchè, s'occupò
direttamente e di
proposito il Corticelli, trasportando
di peso il
metodo della grammatica
latina nell'italiana e
rimanendo così a
mezza strada. Ma
al periodo pochissimi
grammatici , come
s'è visto, rivolsero la
loro attenzione, come
ad oggetto diretto
d'osservazione grammaticale. Né poteva
esser diversamente. Avremo
anche più volte
ripetuto che nella sua esterna
compagine la nostra grammatica si
venne modellando sulla
latina, svolgendo negli
schemi da questa
offerti il nuovo
suo contenuto. Ora
la trattazione del
periodo per i
latini non fu
mai materia di
grammatica, ma, come organismo
d'arte e di
pensiero, apparteneva alla
rettorica. Così esso
entrava nelle Artes
dictandi de' nostri
antichi dittatori, che
erano, anche se
si chiamano grammatici
e maestri di
grammatica, essenzialmente retori
e maestri di
rettorica. Il periodo insomma
riguardava quella sezione
della rettorica antica che
è l'elocuzione. Il
nostro Manni, infatti,
accingendosi nella detta lezione,
a discorrere del
periodo, cita il
retore Demetrio Falereo, il
quale nel suo
celebre Trattato dell'Elocuzione accintosi a
parlar del periodo,
tratta prima de
i Membri, e
degl'Incisi, come parti
sostanziali, da cui
riceve esso materialmente
il suo essere;
poiché dalla chiara
cognizione di questi,
la perfetta intelligenza
di quello si
facilita, se non
in tutto, in
gran parte. Quindi
per ispiegare in
un tempo stesso
e del Periodo
e de i
Membri, e degl'Incisi
l'essenza, con un
esemplo, a mio
giudicio, esprimente, rassembra
il Periodo a
una mano, della
quale ogni dito
che si consideri
separatamente da quella,
si trova essere
un tutto in
sé stesso perfetto;
laddove poi se col
risguardo all'intera mano
si osservi, altro
non è, che
un membro, ed
una picciola parte
fra l'altre tutte,
che vengono a
comporlo. E poi
cita subito il
Panigarola nel Commento alla
Particella terza della
prima parte del
suo Demetrio, e
poi il cap.
9 del 30
della Rettorica d'Aristotile,
doveil periodo vien
poi diviso in
Semplice, e in
Composto, non altro
essendo il Periodo
semplice, che quello,
che fatto è
d'un Membro solo;
il composto quel
di più Membri. Ricordo, tra gli altri,
il Gagliaro . Y.
qui il cap.
Vili e particolarmente la
p. 25; Sulla
scorta dei trattatisti
antichi e moderni
, che hanno
fatto sopra di
ciò trattati pienissimi
, dichiara il
Manni che potrebbe
molte cose portare
ai suoi discepoli;
ma le tralascia,
per non ripeter
ciò che è
stato detto dagli
altri e che
ognuno può veder
da sé, e
perchè le cose
che dir potrebbonsi,
non meno appartengono
al Greco, ed
al Latino periodo,
di quel che
al nostro Toscano
abbiano attinenza (p.
200). Suo intendimento
è ragionare soltanto
del Periodo Toscano
dal Boccaccio con
sottile accorgimento nella
Lingua nostra introdotto
, mirando a
eliminare un inconveniente comune
negli scrittori e
oratori. E appena
necessario avvertire che
il Manni concepisce
il periodo come
un esteriore meccanismo
o strumento per
l'espressione del pensiero, che
si può togliere
in prestito, insegnare
o trasmettere da
scrittore a scrittore.
Le particolari osservazioni
movono tutte da
questa concezione, che
è poi quasi
interamente rettorica e
punto grammaticale. Il
forte, e l'essenziale
del discorso ed
il fondamento della
buona eloquenza si
è in primo
luogo l'abbondevolezza delle
cose, e la
robustezza de' concetti,
e de i
sentimenti sul capitale
di un gran
sapere accumulata (p.
201). Poi la
giudiziosa scelta del
genere di parlare
(lo stile), se
alto, mediocre, o
umile ('"), che
però appartiene all'arte
di dire. Da
questi principi, derivano l'uso de'
termini, degli epiteti,
e degli avverbi
ottima, ed abbondevole
guernigione di nostra
lingua. Ma la
prima caratteristica del
periodo toscano è V
ordine del tutto
e delle parti.
L'ordine dev'esser naturale:
da esso non
si disgiunge la
naturalezza e la
chiarezza, cui è
compagna la sonorità.
Questa bisogna conseguire
specialmente al principio
r al fine
del periodo, e
particolarmente al fine.
I Greci per
conseguirla erano esercitati dal
I^onasco, esercitatore della
pronunzia . Essa in
gran parte dipende
dalla misura delle
sillabe, negata da
Bartolomeo Cavalcanti all'italiano,
benché prima della [Tra questicita
Giovita Rapicio, autore
d'un Trattato del
numero oratorio [De numero
oratorio'], e lodatissimo
maestro e scrittori.li
ose grammaticali e
pedagogiche. Cfr. Gekini,
op. cit., p.
124 sgg. Recentemente
gli è stata
dedicata una monografia.
Reca l'esempio di
sinonimi del verbo
morire: Trar l'aiuolo,
Tirar le cuoia.
Render l'anima al
Creatore suo, Pagare
alla natura il
suo diritto.] sua morte
la fosse stata
asserita nel 1556
dal Ragionamento del Lenzoni,
edito dal Giambullari,
sulla quantità delle
nostre sillabe, de'
nostri piedi, de'
nostri periodi, e
prima ancora dagli Accademici
della Virtù che ne
diedero per le
stampe i precetti.
essendone stato primo
autore Alberti. I
Latini avevano le
lunghe e le
brevi, e noi
abbiamo gli accenti.
Il periodo non
vuol esser terminato
né da voci
monosillabiche né assai
lunghe. Il Boccaccio
comincia e finisce
il suo primo
periodo del Decamerone
con due trisillabe
piane. Modello di
numero oratorio è
l'orazione del Casa
per la restituzion
di Piacenza. Utile
a conseguir la
sonorità è esercitarsi a
dir improvviso versi
di cinque, di
sette, e d'otto
piedi, alla mescolata, ma
senza incorrer nel
biasimo quintilianeo dell'uso
de' versi interi
nella prosa. Vizio
rimproverato già al
Boccaccio, ma dall'annotatore de\V
Ercolano del Varchi
non ritenuto tanto
riprovevole, essendo
impossibile non adoperar
versi ne' periodi.
Vizio è quando
il verso si
raffigura, o sia
si fa sentire
troppo spiccatamente, e
l'editore delle Novelle
che ne trasse
fuori i versi
adoperatevi, è lui
biasimevole che la
sua brevissima dedicatoria cominciò con
una filza di
versi. Il Panigarola
si restringe a disapprovar
nella prosa solo
la rima. E
un fatto che
la bellezza del
periodo dipende dalle
parole bellamente acconce:
volendo, ad es.,
conseguir la grandezza
e la magni
fi ee7iza, si
deve far uso in principio
de' casi obliqui,
di repliche giudiziose,
e anche di
parlare alquanto oscuro,
e tardo ! . Analogamente
si conseguono l'evidenza,
la vaghezza e la
leggiadria, con simili
espedienti: così la
dolcezza è prodotta
da parole dolci
(Luce, Desio, Gioia),
la languidezza e
bassezza da parole
lunghe, e sdrucciole;
l' asprezza, la durezza, la
severità da parole
simili a queste:
Stordimento, Discoraggiare,
Stranezza, Frastuono . Insomma
con la scelta
delle parole, che
meglio paroleggiamento appellar
si potrebbe ,
si conseguono effetti
sorprendenti. Son questi:
Il sommo pregio
dell'uom meritevole Non
resta mai all'augusto
confine Di sua
dimora; ma perennemente
Ovunque è cognizione
di virtù Vera
si spande; quindi
l'Eccellenza Vostra sdegnar
non deve ch'io
da lunge ecc.
C. Trabalza. 386
Storia della Grammatica
Finalmente tre cose
bisogna evitar nel
periodo: Lunghezza eccedente,
Trasposizioni non naturali,
il Verbo al
fin trascinato. Ho
voluto esporre questa
dottrina del periodo
che il Manni
formulava nel 1736
per far notare,
come, mentre le
dottrine grammaticali del Vico
superavano il logicismo
scaligero-sanziano, e
questo, in ogni
modo, fecondato dai
solitari di Portoreale,
produceva quella sì
ricca letteratura di
grammatiche ragionate o filosofiche,
in Italia, ne'
nostri istituti, si
era ancora con
l'antichissima rettorica, cioè
proprio agli antipodi
delle più nuove
dottrine. Come s'è
visto, nell'organismo periodico il
Manni non ha
intravvisto nessun legame
tra le parole,
l'ordine di esse
e il pensiero,
che non fosse
rettorico; tutta la
concordanza è tra
la figura dirò
così geometrica e
musicale del periodo
e una cotal
forma di pensiero
in essa rispecchiata. Tra
la nona e
l'ultima lezione il
Manni espone il
Galateo, e con
la decima sull'ortografia, un
gruppetto di osservazioni
spicciolate di poco
valore, chiude il
corso. Né meno
lontano del Manni
dalle alture grammaticali
dell'indirizzo filosofico contemporaneo
troviamo il Corticelli,
benché le sue
Regole ed Osservazioni
portino scritto in
fronte la parola
?netodo(~). Alla tradizione
seguita dal Manni
appartengono quel p.
Onofrio Branda, che nel
suo Dialogo della
lingua toscana tenne
fermo con tirannide
pedantesca e inurbana
il culto del
toscanismo (Concari, //
Settecento, p. 242)
e Girolamo Rosasco,
de' cui sette
dialoghi sulla lingua toscana
avremo occasione di
riparlare altrove. C')
La parola metodo
ha storicamente, per
questo periodo, due
significati, secondo che
era adoperata dai
seguaci di Portoreale,
o dai grammatici
puristi che intendevano
sistemare didatticamente la
materia grammaticale: per quelli
il metodo riguarda
V interno della grammatica, per questi
Veslerno. 11 Nuovo
Metodo di Portoreale,
dopo la prima
ediz. ital. cui già
s'è accennato, cominciava
a esser ora
più largamente diffuso
e ristampato in
Italia con più
frequenza. Dal latino,
pel quale primamente
fu escogitato, passò
di leggieri al
greco, e quindi
al francese e
all'italiano. I Portorealisti
stessi avevano eseguiti i vari metodi.
Un Nuovo metodo
per la lingua
italiana la più
scelta estensivo a
tutte le lingue
pubblicò G. A.
Martignoni a Milano.
Ma anche in
quello escogitato per
apprendere la lingua
latina era fatta
una gran parte
anche all'italiana, tanto
che verso l'ultimo
trentennio del secolo
usciva anche, in
compendio, come in
Venezia, col titolo
di Nuovo metodo
d'insegnai e le lingue
italiana e latina.
E anche tipograficamente si
volle distinta la
parte Capitolo tredicesimo
387 Dai diciannove
trattati del Buonmattei e
dalle Particelle del Cinonio,
alle Regole del
Corticelli corre un
secolo preciso, poiché
questa Grammatica vide la
luce la prima
volta, fruttando all'autore
con gli utili
appunti degli Accademici la
nomina a membro
del massimo Istituto
linguistico. Con tutte
le sue novità,
questa Grammatica, che
ha il suo
principal fondamento in
quella del Buonmattei
e che si
ristampava nel 1854,
a due secoli
di distanza dunque
dalla comparsa della
sua fonte, è
nuova testimonianza del
fatto da me
notato, che la
storia della nostra
grammatica precettiva in
quanto contiene una
tendenza filosofica finisce col
Buonmattei: dopo il
Buonmattei, se si
vuol seguire il
progresso scientifico, bisogna
percorrere l'altra via
che si stacca
appunto dal Buommattei
medesimo per quel
che concerne il
fondamento teorico delle
grammatiche ragionate che
vi ha di
proposito la lingua
italiana , coni'
è detto nella
prefazione all'ed. seguente, uscita
in luce negli
anni in cui
ci troviamo col
nostro discorso: Nuovo
metodo per apprendere
agevolmente la lingua
Ialina traila dal
francese nell'italico idioma,
e, per utilità
di novelli scolari,
aggiuntovi nel principio
gli Elementi tolti
dal Compendio della
medesima opera, per
intelligenza di tutte
le parti dell'Orazione
e nel fine
un tratta te
Ilo della Volgar
Poesia coir Indice
dell' Opera sinora
desiderato all'uso del
Seminario Napoletano, in
Napoli, Per Pietro
Palumbo, a spese
di Raffaello Gessari,
voli. 2. Nel
proemio è detto
che le regole
vi sono dettate
in versi seguendo
le pedate dell'A.
. Vi si
richiamano lo Scaligero,
il Sanzio e
il Vossio. Si
deplora che nella
letteratura si segua
uno stil figurato
[fantasia], mentre basterebbe
il grammaticale [ragione']:
invece di amare
vanno in pesca
di amore prosegui,
benevolentia complecti! Nella
trattazione, sotto le
varie sezioni e
categorie grammaticali, dopo
date le definizioni
e le regole
per il latino,
viene, in carattere
più piccolo, la
parte per l'italiano. Così a
p. 3 incomincia
l'uso dell'articolo. Ma
non è una
trattazione sistematica per l'italiano
per quanto riguarda
la prima parte,
cioè la morfologia;
e anche nella
seconda, Osservazioni particolari
sopra tutte le
parti dell'Orazione ,
al trattato delle
figure di costruzione ,
delle lettere ,
benché sia detto
che è trattato
'1 tutto in
rapporto alla lingua
italiana (p. 648
sgg.), nell'esecuzione la
promessa è spesso dimenticata. E
questa l'edizione che
seguo: Regole ed
osservazioni della lingua
toscana ridotte a
metodo ed in
tre libri distribuite
da Corticelli bolognese
colle correzioni e
giunte di Pietro
dal Rio ed
altri. Un volume
in due fascicoli.
Venezia, Stabilimento enciclop.
di G. Tasso
edit., M .
DCCC . LIV.
Il Corticelli era
di Piacenza.] e filosofiche,
che in Italia
fanno una non
breve apparizione e,
inaugurate come vedremo
con quella di Soave,
caddero sotto la
scomunica del risorto
purismo incarnato in
Puoti, proprio nel
tempo stesso in
cui il più
illustre scolaro del
Puoti, quasi di
soppiatto del maestro,
concepiva il disegno
d'una nuova grammatica
filosofica che contenesse
anche ed insieme
la grammatica storica e
la grammatica metodica,
facendo una liquidazione generale di
quante grammatiche italiane
da quella del
Fortunio a quella
del Corticelli avevano
codificato il purismo
bembesco-cesariano. Le novità
con cui si
presenta Corticelli, erano queste
tre: il metodo;
la costruzione (sintassi);
un florilegio di
frasi idiomatiche degli
Autori del buon
Secolo. L'ordine della
trattazione è rispettato: MORFOLOGIA, SINTASSI, pronunzia, ed ortografia. Gl'insegnamenti erano
fondati su gli
esempi di buoni,
ed approvati toscani
scrittori , antichi
fino al 400,
moderni dal 500 in poi; gli
esempi tolti in maggior
copia dai trecentisti, e più
specialmente dal Boccaccio,
la prosa migliore,
che vantar possa
la nostra lingua,
secondo il testo
Mannelli. Questo il
carattere e il
pregio delle regole
grammaticali: sono minuzie,
che non si
apprendono senza molestia:
ma il ben
saperle, e l'averle all'occasione
in contanti è cosa di
molto vantaggio. Qui
troviamo condensati tutti
i criteri che
più tenacemente prevalgono
con la forza
stessa della loro
pedanteria, in parte,
in parte per
quell' esigenza cui
sembra che ineluttabilmente debba
sodisfare chi voglia
apprendere una lingua.
La terza di
quelle tre novità,
era una conseguenza
del criterio principale onde
fu mosso il
Corticelli nella compilazione
della sua fortunata
operetta, la riduzione
del vario e
vasto materiale a metodo:
il bisogno di
ridurre a metodo
i precetti non
poteva non ispirar
l'altro di ridurre
a metodo e
come alla portata di
mano il vocabolario
delle veneri, de1
modi vaghi e
belli onde riboccali
gli aurei scrittori.
Riconosciuta la sconfinata
importanza, la fatidica necessità,
l'assolutezza della grammatica,
unico segreto per
riuscire elegante e
corretto artefice di
prosa, lo studio
degli scrittori doveva
anch'esso ristringersi sotto
il vasto imperio
della grammatica, riducendo
quasi in pillole
e condensando in
confettini il loro
succo migliore: la
conquista dell'arte non
era, non diciamo
effetto di vita
e di elaborazione Capitolo
tredicesimo 389 intcriore,
ma neppur risultato
della lettura degli
artisti di prosa
e di poesia,
ossia dello studio
concreto della letteratura;
essa era infallibile
conseguenza di chi
si fosse bene
impresse le regole della
grammatica e le
belle frasi di
aver pronte al
bisogno, come quelle
che son molte
e fuggono facilmente
dalla menu >ria (ib.).
Era, come ognun
vede, l'allontanamento completo
dalle vive, fresche
e perenni sorgenti
del pensiero e
dell'arte: era il
portare al suo
ultimo grado di
sviluppo degenerativo quella
che, in sostanza,
nel Cinquecento era
stata, più o
men bene condotta osservazione degli
scrittori e non
legge già imperiosamente dedotta:
era insomma l'avvento
tinaie e completo
della grammatica nel peggior
senso della parola,
che è poi,
non dimentichiamolo, il vero
senso di essa.
Quella del metodo
era una novità,
ma fino a
un certo senso:
già nel Cinquecento
le osservazioni grammaticali
contenute nel terzo
libro delle famose
Prose del Bembo
erano state ridotte
a metodo dal
Flaminio e da
altri variamente rassettate
e accomodate all'utilità pratica
degli studiosi della
nostra volgar lingua,
né erano mancate
compilazioni grammaticali che
quella materia stessa
avevano disciplinato: il
bisogno d'aver un
corpo ordinato di
quelle osservazioni che
via via sotto
lo studio diretto
degli scrittori si
eran venute facendo,
da poter esser
consultato volta per
volta oltre che
tenuto come testo
per uno studio
sistematico della grammatica sia
pur fuori dell'ambito
strettamente scolastico, era stato
più o meno
vivamente sentito e
s'era cercato di
sodisfarlo con qualche
successo: e anche
a non citar
i cosiddetti mestieranti che
non il Bembo
soltanto, ma i
principali grammatici cinquecenteschi avevan
raccolto e ordinato
a uso degli
studiosi, lo stesso
Salviati in quei
suoi Avvertimenti sul
Decameron aveva dato
un lodevole esempio
del come le
forme e i
costrutti d' un
cosi ins igne capolavoro
e d'altre opere
dell'aureo secolo potessero esser
studiate metodicamente nelle
tradizionali categorie: e il
Castelvetro, sopra tutti,
pur in quelle
apparentemente farraginose e
selvose e irte
sue Giunte alle
Prose del Bembo
che ebbero a
stancar la pazienza
di lettori non
pochi, non esclusi
i benevoli e
amorevoli critici del
più sottile di
tutti i filologi
nostri antichi, non
aveva forse applicato
un principio eminentemente
metodico di esposizione?
Metodico, nel senso
più elevato della
parola questo soprattutto
interessa qui metter
bene in rilievo
più e meglio
che nell'esposizione 390
Storia della Grammatica
dirò esterna della
materia contenuta nelle
due principali categorie
grammaticali, V articolo e
il verbo, su
cui aveva esercitato
il suo spirito
critico, era stato
nella trattazione interna
di essa, ossia
nello svolgerla nella
sua formazione storica,
come quegli che,
precorrendo assai meglio d'altri
precettisti, come vedemmo,
il sistema d'investigazione linguistica
proprio della moderna
filologia, aveva mosso
dalla parola latina
per ispiegare coi
criteri della fonetica
evoluzionistica e in
ispecie con la
legge dell'analogia, la
morfologia dell'articolo e del
verbo volgari. Infine
con metodo aveva
cercato di stendere,
nella prima metà
del Seicento, i
suoi trattati il
Buonmattei, elaborati sul
materiale vario e
diverso che i
grammatici del Cinquecento gli
avevano trasmesso. Anzi,
nell'ordine che chiamerò
ideologico, il Buonmattei
è metodico quant'era
stato nell'ordine storico
o filologico il
Castelvetro. Non solo.
Il Buonmattei avrebbe
proprio inaugurato il
vero metodo dell'esposizione grammaticale astrazion
fatta dal regresso
che rappresenta rispetto al
Castelvetro per quanto
concerne la grammatica storica nel
senso di un
principio filosofico secondo
il quale sorgono
e si dispongono
nella tela grammaticale
le parti dell'orazione, se
tra la sezione
teorica e quella
pratica, onde consta
la sua grammatica,
fosse un ben
più intimo legame
di quel che,
come già notammo,
in realtà non
sia, poiché questa
seconda sezione resta
in sostanza quasi
unicamente descrittiva. Ciò
che non avvenne
nelle posteriori grammatiche
generali specie della
Francia, dove appunto
la grammatica generale
s'incorpora nelle particolari
del latino e
delle lingue moderne
con intimo legame.
Non si può
negare che in
codesta descrizione non
sia cercato il
metodo con piena
convinzione e coscienza;
ma Buonmattei era ancora
troppo vicino alle varie tendenze,
alle polemiche che si
svolsero nel campo
della grammatica cinquecentesca, perchè non
dovesse risentirne 1'
influenza né lasciarne
le tracce nella
sua trattazione. Inoltre
il troppo definire
le specie e
le sottospecie delle
categorie, la confutazione
d'errori e di
teorie credute sbagliate,
una soverchia abbondanza
di svolgimento e di
particolari, la moltiplicazione delle
categorie stesse portate
a dodici, e
altri che sono
e non sono
difetti, non sono
certamente le caratteristiche meglio
notevoli d'una trattazione
metodica. Egli stesso
trovava il suo
libro di non
facile uso né
di facile intelligenza
e raccomandava che
si studiasse prima
della prima la
seconda parte per
ben comprender l'una
e l'altra e specialmente
la prima. Insomma,
neppure quello del
Buonmattei sembra che
rispondesse al bisogno
d' un libro
di grammatica metodico, chiaro
insieme e, come
dicevano, manesco. Le
aggiunte e correzioni,
inoltre, che il
Cinonio, il Bartoli
e gli altri,
che s'occuparono per
tutto il resto
del secolo e
il principio del
successivo di cose
grammaticali, apportarono al
corpo di quelle
del Buonmattei, e
i mutati ordinamenti
scolastici, ne' cui
piani cominciava ormai
a entrare ufficialmente
e separatamente, come
vedemmo essersi fatto
nell'Arcivescovile seminario di Firenze,
rendevano ancor più
vivo quel bisogno,
anzi tanto vivo,
che potè sembrare
un bisogno recente,
proprio del momento,
e novità quella
di chi introducesse
il metodo nella
trattazione grammaticale. Parrebbe
inoltre che quel
movimento intellettuale che
s'era determinato nel
campo della grammatica
latina con la
discussione e l'applicazione dei
principi aristotelici ripresi
dallo Scaligero e
dal Sanzio e
poi nuovamente fecondati
dai Portorealisti, e che, richiamando
gli studiosi della
lingua a una
considerazione più elevata
che non fosse
quella puramente descrittiva
della grammatica, necessariamente li
costringeva alla ricerca
delle relazioni logiche
de' fatti linguistici
e perciò a
una trattazione disciplinata,
sistematica di esse,
parrebbe, dico, che
codesto movimento logico-grammaticale del
Seicento cadente e
dell' ineunte Settecento
dovesse far sentire
ancor meglio la
necessità del metodo, né
fosse estraneo appunto
all'affermazione corticelliana dell'urgenza
di sopperirvi; se non che,
non solo questo
non avvenne, ma
a codesto movimento,
non che estraneo,
fu affatto in
opposizione il modo
onde il Corticelli
esplicò il suo
disegno di grammatica
metodica. Precorre in questo
senso il Corticelli
di pochi anni
nelle novità richieste
dai tempi non
si è mai
soli Gaffuri barnabita,
autore di Osservazioni
grammatica/i ridotte a
metodo breve e
facile per chi
desidera correttamente scrivere
nella Italiana favella; dedicato alla
ingenua e studiosa
gioventù Friulana, Udine.
Il Gaffuri dice
appunto che i
fanciulli si spaventano
dinanzi ai volumi
del Buonmattei, del
Castelvetro, del Salviati,
del Cinonio, e
non possono profittarne: ed
egli intende con
questo suo libriccino
aver supplito alla debolezza
degl'uni, ed all'impotenza
degl'altri. Ma, all'atto pratico, si
vede che il
metodo è concepito
come abbandono di
tutta la ricchezza
delle osservazioni, e
conservazione di alcuni
pochi schemi. Prima ancora
di Gafi'uri, Bosolini
aveva pub- [Il suo
metodo, in sostanza,
si ridusse a
scarnire fino quasi
allo scheletro il
corpo della grammatica,
e, fattene tre
sezioni, descriverlo pezzo
per pezzo per
regole, osservazioni, eccezioni
e appendici con
semplice meccanismo, senza
mai cercare una
ragione di intima dipendenza
tra una parte
e l'altra o
altra distinzione che quella
del numero progressivo,
badando solo a
render la materia
facilmente imparabile a
memoria, e de'
precedenti grammatici
limitandosi a citar
qualche nome, più
spesso quello del
Buonmattei, e cancellando
quasi ogni traccia
delle vecchie discussioni
anche con rimandi
ad esse, ligio
soprattutto specie per
gli esempi all'autorità
della Crusca, che,
anche per confessione
de" suoi annotatori,
Corticelli continuamente saccheggia
a maggior conferma
della rigidità e
assolutezza de' principi
a' quali s' informa.
Metodo vuol dir
guida razionale, blicato
la Midolla letteraria
della lingua italiana
purgata, e eoi' ietta
con un competente
Saggio de' suoi
quattro principali dialetti
cui s'aggiunge una Midolla
di Le t ter familiari,
per il principiante:
il lutto ordinato
con nuovo metodo
a prò di
un Amico, Venezia;
ma se non
vogliamo credere alle
parole del titolo,
questa grammatica, che
potè esser stata
ispirata dalla pubblicazione
che appunto circa
questo tempo) il
Gigli fece delle
Opere del Cittadini,
più che al
periodo diremo precorticelliano, sarebbe
da riferire a
quello postcittadinesco, per
la parte ivi
data alla fonetica
e ai quattro
idiomi toscani e al criterio
non. esclusivamente
municipalistico. Ognuno deve
cercare, dice l'A.,
di star nel
proprio terreno, evitando
i due scogli
o di dover
praticar la pronunzia
fiorentina, e quindi
apparire in casa
loro affettati e
ridicoli, o di
scrivere molto diversamente
dal loro pronunciare,
ch'è manifestamente contro
i dettami di
tutti gl'Italiani più
saggi. La grammatica
è contenuta nella
I parte I.
Ortografia: lettere, cons., voc,
ditt., apostr., radd.
o scem., maiusc.
e staccamento; II.
Etimologia: art., nome,
pron., ver., pers.,
anomali, part., accorc,
tronc, ristring., voci;
III. Sintassi', div.
della materia, dialetti (fior.,
sen., cur.-rom., comune,
corrisp. ai greci
attico, gionico, eoi.,
dor.), forma della
sint.; Prosodia: accenti,
interp.). Da pp.
16-22 riassume i
trattati cittadineschi sull'i
e Yo aperti
e chiusi. E
chiuso, p. es., è di
4 cause: 1.
per accento grave:
dove, pensoso (ma
penso); per origine
latina: lèttera; per
ragioni della lettera:
seguito da;/ o
u: meno; 4.
per definimento: -ménte
(altamente ecc.). Di questa
guisa d'errori [valore de'
modi toscani] abbonda
il Corticelli in
queste sue Appendici
ecc., i quali
attinge si può
dir tutti dal
Voc. della Crusca.
Però fin da
ora ne sveglio
il lettore, a cui non
istarò a torre
il capo con
noterelle di questa
specie. Uomo avvisato
è mezzo salvo!] ordine interno
di trattazione, svolgimento
sistematico di relazioni o
intellettuali o storiche:
qui, invece, è
scolasticismo, simplitìcazione didattica
ottenuta con criteri
meccanici, mnemonici,
aiutata da partizioni
e suddistinzioni, indici
analitici: che, peraltro,
possono rendere il
libro di facile
consultazione a chi
voglia cercarvi una
regola, ma non
sono certi gli
espedienti migliori a mettere
lo studioso in
possesso dell'argomento. Ma
conviene del pari riconoscere
che tal sorta
di metodo è l'
unica degna d'
un tal prodotto
qual è la
grammatica: codesto metodo
è l'unica logica
di essa, che
non ne ha
appunto nessuna. E
questa è la
ragione per cui
ha finito col
trionfare non nella
sola grammatica italiana,
s' intende, e
prevarrà indubbiamente fino
a che si
studieranno grammatiche. Quello
della grammatica è
studio meccanico: quindi
spogliarla d'ogni intrusione
razionalistica è, nel campo
della didattica, perfettamente
metodico, e renderla
veramente servibile (che
servizio sia, è
inutile dirlo) a
chi voglia o
debba studiarla; non
solo, ma l'innovarla
troppo profondamente in
quel suo tradizionale,
stereotipato schematismo, la
conturba, la trasfigura,
disorientando i lettori:
tanto è ciò
vero che, attraverso
il turbinìo continuo
di nuovi metodi,
l'antico, il comune, il
tradizionale riman sempre
in onore, e
ritorna sempre, difeso
e riverito, a ogni fallire
di quelli. Anco
per questa ragione,
dovendo il Corticelli
eseguire quasi per
la prima volta
nella grammatica italiana
un'esposizione metodica della costruzione
o sintassi toscana,
ne tolse di
peso dalla latina
dell'Alvaro, come il
Puoti avverte, criticandolo,
nella prefazione alla
seconda parte delle
sue Regole (nella
gr. latina elementare s'era
cominciata prima la
scarnificazione appunto perchè
eravamo già lontani
dal Rinascimento, periodo
di vitalità), lo
stampo e ve
lo trasportò integralmente, anche
dove e quando
non solo non
era richiesto, ma
cozzava evidentemente con le nuove
forme a cui
più non s'attagliava:
difetto egualmente avvertito dagli annotatori
suoi, che sentenziavano
quelle regole r,
nelle cui note
è cit. la
copiosa bibliografia che del
Soave diede il
sig. Motta nel
Boll. si. della
Svizz. ìt. Ne ho
l'ediz. di Venezia
del MDCCXCV, nella
stamperia di Giacomo
Storti, dove vanno
uniti col voi.
I delle Istituzioni
di logica, metafisica
ed etica. f:t)
Prefaz., dove è
detto che a
Berlino furono spedite
in una Dissertazione
latina colla divisa
Utilitas expressit nomina
rerum, Lucret. traduzione
italiana. Croce, Est. senza
di cui certamente
la prima non
può formarsi . Né una
società può formarsi
senza il motivo
di bisogni scambievoli
e senza che
gli aiuti reciproci
siano con qualche
segno manifestati. La
natura ne somministra
alcuni spontaneamente: altri
artificiali scaturiscono poi dagli
originari meccanici. I
primi e i
secondi non essendo per altro bastevoli,
la natura stessa
stimolata da nuovi bisogni
conduce all'istituzione d'altri
segni, e, per
gradi, prepara alla
formazione d'un vero
linguaggio. Oltre la
tesi, è chiaramente
indicato, nella prefazione
citata, anche il
metodo dell'analisi. L'istituzione primieramente
del linguaggio de'
gesti, appresso delle
voci articolate in
generale, e in
seguito di ciascuna
parte del discorso
distintamente io mi
ho veduto nascere
dalla natura medesima
con maggiore facilità
e semplicità che forse
dapprima non m'attendea
. Ma a
ben seguire lo
sviluppo del linguaggio
bisogna rifarsi dal
principio della storia
dell'umanità, e vedere
come si può
formar la famiglia,
e poi per
quali mezzi dalle
famiglie moltiplicate sorse
una compiuta società
che dallo stato
selvaggio gradatamente passasse
a quello d'una
perfetta coltura .
Il linguaggio progredisce
col progredire della società.
Ma restava a
cercare per quali
vie più naturali e
più semplici, e il numero
de' suoi vocaboli,
successivamente, potesse
moltiplicarsi, e potessero
stabilirsi di mano
in mano le
regole, che l'essenza
costituiscono di una
lingua . Dal
poco che fin
qui s'è riferito,
facilmente s'argomenta che
il Soave è
sotto 1' influenza
del pensiero vichiano,
e ora dimostreremo come il
punto di partenza
e il sistema
della dimostrazione del sorgere
delle categorie grammaticali
sieno presi dalla
Scienza nuova. Ma
qui mi giova
metter subito in
evidenza come il
Soave abbia assunto
del Vico perfino
l'atteggiamento, sebbene con
un gran pericolo
di diventarne ridicolo.
Chi sa i
tormenti fierissimi in
cui si travagliò
1' intelletto del
sommo filosofo napoletano per conquistare
la verità, non
può leggere senza
sentirsi preso da
profonda riverenza e
commozione dichiarazioni di
questo genere: La
guisa del loro nascimento,
ossia la natura
delle lingue, troppo
ci ha costo
di aspra meditazione. Ma che
dire del padre
Soave che, copiando
il Vico, al
punto in cui
ne abbiam lasciato
il pensiero, esce
in questa che
è una parafrasi
della dichiarazione vichiana?
questa parte a
prima vista sembrava
la più difficile;
ma con un
attento esame delle
lingue già note,
e con una
seria meditazione su la natura
intima delle lingtie,
ella 4 io Storia
della Grammatica pure
si è ridotta
ad una eguale
semplicità, se non
forse maggiore della prima
. Avrebbe potuto
ritenersi pago seguo
ancora le preziose
confessioni della scoperta;
ma non volle
perder l'occasione di
mostrare l'influenza che
la società e
le lingue hanno
sulla umana cognizione.
Visto dunque lo
stato mentale d'un
uomo abbandonato a
sé solo dal
nascere, vale a.
dire d'un uomo
senza società, e
conseguentemente senza linguaggio,
si fa a
considerarlo in società,
e parlante: e
giunto anche soltanto
all'istituzione de' nomi
e de' verbi
, trova in
lui perfettamente sviluppate
tutte le facoltà
come in noi
e capaci di
cognizioni di altissimo
grado. E si
lusinga che il
vedere in tal
guisa da due
fanciulli abbandonati in
un'Isola deserta nascere
a poco a
poco una società,
nascere una lingua,
e col progresso
dell'una e dell'altra svilupparsi di
mano in mano,
e perfezionarsi le
facoltà, moltiplicarsi le
cognizioni, formerà... un
colpo d'occhio non
disgradevole nel tempo stesso
che varie riflessioni,
molte delle quali
pur crede nuove;
e intorno alla
natura e allo
sviluppamento delle umane
facoltà e cognizioni,
e intorno alla
natura intima delle
lingue non lascieranno
di essere vantaggiose
. Chiude dichiarando
che, malgrado questi
motivi... affine di
non moltiplicare inutilmente
le opere su
d'uno stesso soggetto ,
si sarebbe tenuto
dal pubblicar le
sue ricerche, se
la dissertazione del
sig. Herder, che
meritamente fu coronata,
e eh 'è già
uscita alla luce,
fosse stata da
esse meno dissimile
. E seguendo
l'estratto córsone sui
giornali, istituisce questo
raffronto tra la propria
e la dissertazione
dell'Herder: Sulla prima
parte del quesito
ci sembra essersi
trattenuto principalmente : laddove
io per la
ragione sovraccennata alla
seconda principalmente ho
creduto dovermi appigliare.
Ei non discende
a ninna ipotesi;
io fissata fin
dal principio l'ipotesi
di due fanciulli in
un' isola deserta
abbandonati, a questa
continuamente m'attengo. Egli
colla vastità del
suo ingegno abbraccia
il proposto argomento più
in universale, e
più in astratto,
io l'esamino più in
particolare, e, se
m'è lecito di
così dire, più in concreto.
Insomma le due
memorie, benché s'aggirino
sovra la stessa
materia, possono tuttavia
riguardarsi come due
cose pressoché affatto diverse;
e dove le
mie ricerche non
abbiano altra utilità,
avran quella forse
di supplire a
ciò ch'egli ha
tralasciato. Accennando ai debiti
del Soave verso
il Vico non
abbiamo certamente inteso
d'affermare che la
memoria sia tutt'un
plagio: oltre che
non avrebbe potuto
esser tale per
ragione di estensione,
constando essa di
ben diciannove capitoli,
mentre il Vico
ha tutta condensata
in poche pagine
la materia elaborata
dal Soave, attinge
largamente da scrittori
contemporanei di filosofia
del linguaggio, quali
il De Brosse,
autore del noto
libro De laformation
mécanique des Langues,
il Lery, il
Sulzer e altri.
Particolari affermazioni di VICO
(si veda), Soave ha
fatto proprie: che
le prime a
essere istituite dovettero
esser le interjezioni
-- cf. Grice, “Ouch” – Meaning Revisited; che
i vocaboli da
principio furono mono-sillabi (ouch), o bi-sillabi (ouch ouch) al più. Perciocché innanzi
di aver esercitato
gl’organi della voce
non potran essi
proferire ad un
tratto, che UNA,
o due sillabe solamente. LO STESSO NOI VEGGIAMO NE’FANCIULLI, che le
parole cominciarono da
l'imitazioni delle voci,
e de' suoni NATURALI
(ouch), secondo la
cosidetta dottrina dell' o?iomatopea; che
i verbi cominciarono
dall'imperativo ( non tutti,
però, aggiunge, quasi
voglia correggere il non citato
maestro), e che
anche i verbi
furon tratti dall'onomatopea ecc. Il
debito principale, tuttavia,
è, come s'è
già detto, in
quel prender le
mosse dallo stato
primitivo della umanità,
dal considerar le manifestazioni del
linguaggio nel fanciullo,
in quel riferire
queste manifestazioni alle
cause naturali agenti
sull'uomo, i loro
progressi ai progressi
della società, nel
distinguerle in mute
e in articolate
secondo che l'uomo
fu abbandonato a
sé stesso o
costituito in società,
in quel seguire
il sorgere progressivo delle categorie
grammaticali e sintattiche
secondo i procedimenti rappresentativi e
logici delle menti
umane più o
meno sviluppate secondo
il progresso sociale,
insomma nell'aver battuta la
medesima via per
giungere alla risoluzione
del problema dell'origine
del linguaggio. Ma,
sarebbe quasi superfluo
il dirlo, le
differenze sono profonde.
VICO (si veda), anzitutto, ha,
come ormai si
sa per la
dimostrazione del Croce,
definita la natura
estetica del linguaggio;
secondo, nello spiegarne
l'origine e lo
sviluppo, ha accennato
solo principi generali
di natura molto
diversa da Su
questo proposito dell'imperativo cita
invece senza accettarla un'opinione del
Berger, Les èléments
priniit. des Lang.,
che ri-, cordava
a sua volta
quella del sapientissimo
Leibnitz: nell'imperativo doversi
cercare la radice
de' verbi della
lingua tedesca] quelli del
Soave, senza scendere
a particolari circostanze,
tenendosi sempre all'altezza dell'aquila.
Per esempio, il
Vico, dopo aver
esaurita la sua
dimostrazione circa il
sorgere delle prime
classi grammaticali tutte
monosillabiche, osserva: Questa
Generazione delle Lingue è
conforme ai Principi
così dell'Universale Natura,
per li quali
gli elementi delle
cose si compongono,
e ne' quali
vanno a risolversi;
come a quelli della
natura particolare umana per
quella Degnila, eh'
i fanciulli nati
in questa copia
di lingue, e
eh' hanno mollissime
le fibre dell'
istromento da articolare
le voci, le
incominciano monosillabe; che
molto più si
dee stimare de'
primi uomini delle
genti, i quali
l'avevano durissime, né avevano
udito ancor voce
umana. Soave nota
che i fanciulli
non potranno proferire
che una o
due sillabe solamente
e che non
arrivano se non
dopo un certo
tempo a poterne
proferir di più
lunghe. Il monosillabismo pel
Vico è un
principio universale e
particolare insieme e con
esso egli spiega
tutta la primitiva
grammatica, ossia tutto il
linguaggio; pel Soave
non è più
nulla, non solo
perchè è monosillabismo e
bisillabismo,
indifferentemente, ma perchè
non è più
un principio, ma
una semplice questione
di maggiore o
minore bravura meccanica.
Terzo, finalmente, Vico,
come più addietro
vedemmo, nel confronto
della sua con
la dottrina aristotelica
delle categorie grammaticali,
fa di queste
degl' indici delle
fasi ideali dell'umanità,
ne fa dei
segni in cui
si siano concretati
e espressi particolari
progressivi atteggiamenti dello
spirito umano: il
Soave con la
logica alla mano
e con una
storia di sua
invenzione, precisa non
solo nei particolari
delle circostanze ma
degli specifici procedimenti
della mente umana,
fa fare all'umanità
un cammino inverso,
appunto, per dirla
con la maniera
stessa di Vico,
come se i
popoli, che si
ritrovaron le lingue,
avessero prima dovuto
andare a scuola
ò? Aristotile . Ma
non propriamente d'Aristotile,
si bene dei
sensisti del secolo
decimottavo. Perchè, appunto,
questo è da
concludere, che il
Soave ha elaborata
la materia vichiana
col sensismo filosofico
del suo tempo.
Insomma, sulla guida
di un'intera e compiuta
grammatica logica, fondata
sulle distinzioni di
materia e forma,
di pensiero e
segni, di idee
sensibili e astratte,
Soave ha costruito
una storia universale
umana, facendo corrispondere ad ogni
classe grammaticale, a
ogni forma inflessiva
di nomi e
di verbi, una
particolare causa sociale
e naturale che
Capitolo quattordicesimo 413
l'abbia prodotta. Tanto
valeva il prescindere
dalla sua fantastica
narrazione de' due
piccoli selvaggi, e
darci addirittura una
grammatica logica. Quella che ci diede,
fu dunque una
copia, un duplicato ;
ma prima che
ne diciamo qualcosa,
ci corre l'obbligo
di accennare per lo meno
alla grande portata
filosofica che ha
invece la dissertazione
dell'Herder. Lo faremo
con le succose
parole, documentate da
opportune citazioni, del
Croce, che ne
porgono una chiara
idea e un
giusto giudizio. La
lingua egli dice
in quello scritto
è la riflessione o coscienza
(Besonnenheit) dell'uomo. L'uomo
mostra riflessione quando
spiega con tale
libertà la forza
della sua anima
che in tutto
l'oceano di sensazioni
penetranti pe' suoi
sensi, può, per
così dire, separare
un'onda, ritenerla, dirigere
su di essa
l'attenzione, ed esser
conscio che l'osserva.
Egli mostra riflessione quando può,
nell'ondeggiante sogno delle
immagini che passano
innanzi ai suoi
sensi, raccogliersi in
un momento di
veglia, liberamente soffermarsi
su di una
immagine, prenderla in
chiara e calma
considerazione, separarne de'
connotati. Egli mostra,
infine, riflessione quando
non solo può
conoscere vivamente e chiaramente
tutte le proprietà,
ma può riconoscere
una o più
proprietà distintive. Il
linguaggio umano non è l'effetto di
n\\ organizzazione della
bocca, giacché anche
colui ch'è muto
per tutta la
vita, se riflette,
ha in sé linguaggio. NON È UN GRIDO DELLA
SENSAZIONE, giacché esso non
fu trovato da
una macchina respirante,
ma da una CREATURA
RIFLETTENTE. Non è un
fatto d'IMITAZIONE, giacché
l' imitazione della natura
è un mezzo,
e qui si tratta di
spiegare lo scopo;
MOLTO MENO È CONVENZIONE ARBITRARIA [Grice: “Meaning has nothing to do
with convention”]. Il selvaggio nella
solitudine del bosco
avrebbe dovuto CREAR il linguaggio
per sé medesimo,
quand'anche non l'avesse parlato. Il
linguaggio è l'ifitesa
della sua ANIMA
con sé stessa,
intesa tanto necessaria,
quanto che l'uomo è
uomo. Comincia così
la funzione linguistica
ad apparire non
più fatto meccanico
od arbitrio ed
invenzione, ma creazione
ed affermazione prima dell'attività
umana. Benché lo scritto
dell'Herder, come il
Croce stesso nota,
non dia un
risultato netto, e
sia solo un
sintomo e un
presen- [Abhandlung i'cber den
Ursprung der Sprache,
nel libretto: Zwei
Preisschriften etc. (2a
ediz. di Berlino.
Estetica] timento della soluzione
da dare al
problema del linguaggio,
pure ognun vede
quanto e come
esso superi le
vedute filosofiche dell'enciclopedismo francese
seguite dal Soave
e, in qualche
parte e precisamente
per le speciali
teorie dell' interiezione e delV
imitazione, quella dello
stesso Vico, che
l'Herder pur conobbe
ed elogiò. Né
il Vico né
l'Herder, al quale
come anche all'amico
suo Hamann spetta
il merito di
aver fatto sentire
come un soffio
d'aria fresca anche
negli studii di
filosofia linguistica, ebbero tra
noi non dico
la preminenza sulle
dottrine logiche dei
francesi, ma un
equivalente grado di
efficacia, nonostante che
un seguace e
del Vico e
dell'Herder, CESAROTTI (si veda), raccogliesse,
più ancora del
Soave, intorno al
suo Saggio, che
in parte deriva
dagli scritti loro,
non tenui simpatie
basti citare il
nome di Torti
la tradizione logico-grammaticale, che ha il
suo miglior rappresentante nel
Du Marsais, tenne
vittoriosa il campo,
contrastata solo, come
vedremo, dal risorto
purismo cesariano puotiano,
fino oltre la
prima metà del
secolo passato la
Grammatica generale del
Corradini in tutto
dumarsaiana è del
1856! cioè anche
dopo Humboldt, ma spolpata,
dissanguata, scheletrita, ridotta
ai puri schemi,
il che vuol
dire alla sua
forma meno feconda
e più noiosa,
e pur propinata
a a volte
in libercoli di
poche pagine perfino
agli alunni della
prima e seconda
classe elementare !
La grammatica stèssa
del Soave n'ègià
una chiarissima prova.
E divisa in
due libri, uno
dell' Etimologia, l'altro
della Sintassi un
trattatello della ortoepia
e dell'ortografia fu
scritto a parte,
ciascuno de' quali
suddiviso in 4
sezioni: la prima
del I svolge
la parte generale
delle parti del
discorso, la II
il nome (coi
suoi affini, aggettivo
e pronome, e
i suoi servitori,
segnacasi e articoli), la
prima delle parti
logicamente più importanti :
la III il
verbo, l'altra parte
più importante del
discorso (coi suoi
partecipi, gerundi e
aggettivi verbali); la IV il
miscuglio degli accessori logici
(preposizioni, avverbi, congiun- [Croce, Est.,
p. 265. T.,
Della vita e
delle opere di
F. T., Bevagna,
e Studi sul
Boccaccio, Città di
Castello, e Croce,
Per la storia
della critica e
storiografia letteraria, Napoli.
' Syncathegoremeta ', '
consignificantia '. zioni, interposti);
mentre la I
sezione del II
libro svolge la
prima branca della
sintassi, la concordanza,
la II la
seconda, il reggimento,
la III la
terza, la costruzione
(la triple synlaxe,
diceva l'Enciclopedia, de co?icordance,
de regime, de
constructiorì), la IV
il miscuglio delle
figure grammaticali (ellissi,
pleonasmo, sillessi, enallage,
iperbato le cinque
figure del Sanzio).
Lo schema, come
qui si vede,
è tracciato sul
tipo divenuto ormai
tradizionale nella grammatica
francese e fondato
sulla dottrina della grammatica
generale: non solo
del Vico, ma
neppur del Soave
autore delle discusse
Ricerche, si ha
più alcun sentore.
Questo tuttavia non
è l'unico danno:
il maggiore è
che lo schema
sia rimasto schema,
mancando quasi affatto
quell'elaborazione logico-critica
della materia grammaticale
che ammirammo già
nel Du Marsais
e nell'Enciclopedia. Tutta
la filosofia si
riduce a definir
gli schemi molto
elementarmente e a
versarvi dentro cataloghi di
forme e di
costrutti con scarsissime
citazioni d'autori, senz'ombra
di spiegazioni genetiche
delle voci, viceversa
conservando qua e là,
come p. es. nel trattato
della costruzione, le
antichissime rettoricherie sulle
fonti dell'armonia nel
discorso. E quel po'
di ragionamento che
tenta illuminare la
parte generale, e
la definizione del
nome e del
verbo, esula affatto
in tutto il
resto delle classi
e specie e
sottospecie grammaticali, che è dato
così nudo e
crudo, spoglio persino
di quel fare
discorsivo e a
volte vivacemente polemico
e di quell'esemplificazione onde
almeno si ravvivava l' interesse
del lettore nella
vecchia grammatica. La geniale
veduta del Du
Marsais, che le
forme grammaticali, tranne quelle
significatrici di cose,
articoli, casi, ecc.
rappresentino altrettanti
punti di vista
e atteggiamenti dello
spirito, che egli applicava
con altrettanta genialità
ai singoli pezzi
d'espressione, spargendovi sempre
un po' di
luce critica, è
affatto ignorata da questa
grammatica del Soave.
Tanto che i
compilatori dell'edizione bresciana
del 1830, tenuta
sulla milanese assistita da
Soave stesso, sentirono
il bisogno d'
intercalare delle Appendici
(autore l'ab. Bianchi)
e dei paragrafi per
versarvi con mano
discreta un po'
di metafisicherie, facendo
cosi una cosa
ancor più astrusa,
arida e ibrida.
P. es., nell'app.
al cap. I,
i nomi si
dividono in fisici
e metafisici, questi
in metafisici reali
o sostayitivi, e
in metafisici astratti
o ideali: delle
significazioni delle desinenze
di questi poi.
e degli aggettivi derivati nell'app.
I al cap.
VI son date
numerose categorie {-ione,
-ento, -lira, -abile,
-evole, -are, -ivo,
-orlo, -ido, -usto,
-ace, -ile, -ale,
-estre, -ino, -ore,
-ibile, ecc.) con
un imperio d'infallibilità assoluto. E
tutto anzi è
logicamente schematizzato, a
tutto è data
una funzione logica,
in modo che
sembrerebbe impossibile come un
uomo osasse aprir
la bocca senza
aver mandato a memoria
tutta questa grammatica.
Lo scopo dell'apprendimento delle lingue
fallisce così in
modo assoluto, e anche didatticamente vengono queste
grammatiche ad avere
un valore negativo.
Invece la grammatica
filosofica anche ridotta
a tale schema
si diffuse e
divenne di moda
nelle scuole, come
di moda divennero questa specie
di ricerche filosofiche
sul linguaggio. De'
precedenti italiani, nella
prima metà del
secolo, della grammatica
ragionata s'è avuta
occasione di accennare
altrove, segnalando alcune
manifestazioni veramente notevoli;
ma quei metodi
e nuovi metodi
erano ricalchi di
Portoreale e compendi
elementari, che, in
ogni modo, eran
diretti specialmente allo
studio del latino,
per quanta parte
facessero all'italiano; tant'è
vero che non
riuscirono a diminuire
l'interesse per la
grammatica empirica che,
invece, col Buonmattei
e col Corticelli
seguitò a imperare.
Solo nell'ultimo quarto
del secolo cominciò
a divampare il fervore
per la grammatica
generale. Un Piano
ovvero ricerche filosofiche
sulle lingue diede
nel 1774 D.
Colao Agata; Riflessioni
sugli oggetti apprensibili,
sui costumi e
sulle cognizioni umane per
rapporto alle lingue
ORTES (si veda), libri che
già dal titolo
dichiarano il loro
contenuto; nel 1783
Frane. Ant. Astore
pubblicò a Napoli
in due grossi
volumi La filosofia
dell 'eloquenza o sia
l eloquenza della
ragione (il titolo
non potrebbe esser più
chiaro), strano miscuglio,
dice il Gentile,
delle idee del Vico con
quelle dei sensisti.
Usce il famoso
Saggio sopra la
lingua italiana di CESAROTTI (si veda), sul
quale ci dobbiamo
fermare un poco
per la sua diretta connessione
con la critica
delle categorie grammaticali:
anzi, se Il
figlio di G.
B. Vico, nota.
In Padova, nella
stamperia Penada (ristampato
col titolo di
Saggio sulla filosofia
delle lingue nell'ed.
pisana delle Opere,
e altre volte).
Su esso e
sulla questione della
lingua in generale
nel sec. XVIII,
G. Mazzoni, La
questione della lingua
italiana nel secolo XVIII
in Tra libri
e carte, Roma,
Su Cesarotti, V. Alemanni, Un
filosofo delle lettere^
Torino] diverso è lo
scopo finale, nella
sua sostanza il
libro è una
nuova grammatica filosofica.
Ma si deve
dir subito ad
onore del Cesarotti, tanto più
che trattasi di
cosa poco nota,
che egli fin
dal 1769, cioè
un anno prima
del quesito dell'Accademia berlinese e
perciò delle dissertazioni
dell'Herder e del
Soave, aveva pubblicato
a Padova un'
Oratio de lingiiarum
origine, progressi*, vicibus
et pretio, dove
è già manifesta
l'influenza del Vico
e, se non
il germe, certo
la tendenza della
dottrina che poi
doveva sviluppare nel
Saggio . Questo,
dunque, aveva lo
scopo di criticare
cortesemente la Crusca
e di riformarla
e ristorare così
la lingua col
far trionfare le proposte
di Crusche regionali
e d'un Consiglio
italico per la
compilazione di due
diversi vocabolari, l'uno
pe' dotti, l'altro
pel popolo. Ma
più che in
questo e in
altre vedute particolari, come una
maggior considerazione in
che ebbe i
dialetti, la difesa
discreta de' francesismi,
la sconfessione data
a presunte voci
eleganti che non
erano se non
antichi gallicismi, segni
tutti della posizione
diritta e composta
presa dal Cesarotti
nella questione della lingua
verso e in favore d'un'italianità viva
e comune, il
valore del Saggio
è nella vera
parte filosofica, nella
quale certo s'ispirò
ai pensatori francesi,
ma trasfuse un
poco di (manto
potè far proprio
del pensiero vichiano.
Un limpido e
vivace riassunto del
Saggio diede il
Cesarotti stesso nella
lettera, bella per
arguzia e sincerità,
al suo contraddittore, il conte
Napione, che fu
in concordia con
Cesarotti più di
quanto non credesse
egli stesso . Io m'era
prefisso , diceva dunque, di
toglier la lingua
al despotismo dell'autorità, e
ai capricci della
moda e dell'uso,
per metterla sotto
il governo legittimo della
ragione e del
gusto; di fissare
i principi filosofici
per giudicar con
fondamento della bellezza
non arbitraria dei termini,
e per diriger
il maneggio della
lingua in ogni
sua parte, cosa
non so se
eseguita pienamente da
altri, e certo
non più tentata
fra noi; di
far ugualmente la
guerra alla superstizione e alla
licenza, per sostituirci
una temperata e giu-
[Croce, Per la
storia della critica
e della storiografia. Cfr. D'Ovidio,
Le correz. Ediz. di
Napoli (Biblioteca portatile
ed istruttiva), G.
Pedone Lauriel. V. in
proposito, il D'Ovidio] diziosa libertà:
di combattere gli
eccessi, gli abusi,
le prevenzioni d'ogni specie;
di temperare le
vane gare, le
ricche parzialità; di applicare
alfine le teorie
della filosofia alla
nostra lingua, d'indicar
i mezzi di
renderla più ricca,
più disinvolta, più
atta a reggere
in ogni maniera
di soggetto e
di stile al
paragone delle più celebri,
come lo può
senza dubbio quando
saggiamente libera sappia prevalersi
della sua naturale
pieghevolezza e fecondità. Per
eseguir questo piano
presi dapprima a
combattere alcune opinioni
dominanti.... Negai la
nobiltà in cuna
di alcune lingue
privilegiate, la superiorità
senza limiti, la
perfezione assoluta, la fissità
inalterabile, la ricchezza
non bisognosa d'aumento,
il pregio inarrivabile
dell'eterna vestali tà
delle lingue... Mi
opposi alla tirannide
dell'uso, all'idolatria dell'esempio,
accordando all'uno e all'altro
quell'autorità che potea
conciliarsi colla ragione,
giudice legittimo e
dell'esempio e dell'uso;
provocai alfine a nome
degli scrittori non
volgari, dal tribunale
dei grammatici pedanteschi
a quello dei
grammatici filosofi, i
quali sanno che
la lingua è
1' interprete del
pensamento, e la
ministra del gusto.
Fatta così strada
al mio assunto,
passai a determinare colie teorie
filosofiche la bellezza
intrinseca ed essenzial
delle lingue, fissandone
i canoni, e
applicandoli a ciascuna
delle loro parti
così logiche che
rettoriche; nella qual
trattazione mi lusingo
(come il Soave!)
d'aver in poco
ristretto molto, detto
più cose non
comuni né inutili,
e gittato sul
mio soggetto qualche
nuovo colpo di
lume atto a
rischiararlo con precisione,
e a prevenir molti abbagli
. E dopo
aver accennato al
confronto tra l'italiano
e il francese,
all'abuso del francesismo,
alla indistruttibile libertà di
crear nuovi vocaboli,
alla storia della
nostra lingua e
allo stato attuale
e allo spirito
dominante del secolo
per escogitar i
mezzi dell'uso e
del giudizio, ecc.,
manifesta che lo
spirito dell'opera sua
era di dire
agi' italiani: ....
sappiate pensare e
sentire, e la
figura del concetto
verrà a stamparsi
nell'espressione, che sarà
conveniente, vivace, italiana
e nostra: voi
non sarete più
schiavi né dei
dizionari uè dei
grammatici, non sarete
né antichisti né
neologisti, né francesisti
né cruscanti, né
imitatori servili né
allettatori di stravaganze:
sarete voi, voglio
dire italiani moderni
che fanno uso
con sicurezza naturale
d'una lingua libera
e viva, e
la improntasentire, e
la figura del
concetto verrà a
stamparsi nell'espressione, che
sarà conveniente, vivace,
italiana e nostra:
voi non sarete
più schiavi né
dei dizionari uè
dei grammatici, non
sarete né antichisti
né neologisti, né
francesisti né cruscanti,
né imitatori servili
né allettatori di
stravaganze: sarete voi,
voglio dire italiani
moderni che fanno
uso con sicurezza
naturale d'una lingua
libera e viva,
e la improntano
delle marche caratteristiche del proprio
individuai sentimento. Sarebbe
superfluo notare che le vedute
filosofiche domi Capitolo
quattordicesimo 419 nauti
circa la lingua
é la grammatica
qui non solo
non sono superate, ma,
sotto la spigliatezza
e la vivacità
dell'esposizione, permangono immutate.
Noi, riferendo quel
riassunto, abbiamo inteso
soprattutto mostrare che la
parte veramente ninna
del suo Saggio
anche pel Cesarotti
era l'applicazione dei
canoni filosofici alla spiegazione
delle categorie rettorico-grammaticali. Diamole
uno sguardo. Fissato
che la lingua
scritta dee aver
per base l'uso,
per consigliere l'esempio,
e per direttrice
la ragione lingua
pura è sinonima
di barbara, ogni
lingua essendosi formata
dall' accozzamento di
varj idiomi come
è dimostrato dai
sinonimi delle sostanze,
dalla diversità delle
declinazioni, • e
coniugazioni, dall'irregolarità dei
verbi, dei nomi,
della sintassi, di
cui abbondano le
lingue più colte
e stabilito che
la giurisdizione sopra
la lingua scritta
appartiene indivisa a
tre facoltà riunite,
la FILOSOFIA (= RAGIONE),
l'erudizione (= uso),
ed il gusto
(= esempio) (p.
24), con la
scorta della prima
di queste facoltà,
osserva che la
lingua come materia
del discorso consta
di due parti,
l'ima delle quali
chiameremo logica, l'altra
rettorica. Logica sarà
quella che serve
unicamente all'uso dell'
intelligenza, somministra i
segni delle idee,
del vincolo che
li lega tra
loro, e di
tutti quei rapporti di
dipendenza che ne
formano un tutto
subordinato e connesso. Rettorica è
quella parte che,
oltre all' istruir l'intelletto,
colpisce l'immaginazione; né
contenta di ricordar
l' idea principale, la dipinge,
o la veste,
o l'atteggia in
un modo più
particolare e più vivo,
o ne suscita
contemporaneamente altre d'accessorio, le quali
oltre all'oggetto indicato
dinotano anche un
qualche modo interessante
di percepirlo, o
un grado di
sensazione (p. 24).
I diritti della
fantasia affermati così
recisamente di contro
a quelli dell'
intelletto sono certo
una novità rispetto
alla grammatica ragionata
dell'Enciclopedia che non
conosce alcuna altra funzione
nel discorso diversa
dalla logica; ma
è una veduta
non nuova nelle
opere del Cesarotti,
per le quali
era stato, come
dice il Croce,
celebrato ai suoi
tempi in Italia
come colui che
"colla più pura
face della filosofia
aveva rischiarati gl'intimi
penetrati della Poesia
e dell'Eloquenza, benché
certo non sembri
j>j, nella quale
cerca di combattere
il filosofismo intemperante anche
in materia di
gusto. Riconosce che
la filosofìa ha
distrutto viete idee
anche in materia
di lingua, ma
osserva che non
tutto può distruggere
in modo che
tra lingua e
lingua non ci
sia più distinzione.
Dall'esame dell'origine risica
delle lingue apparisce
in primo luogo
che altre sono
eleganti, altre barbare,
e che alcuna
è pienamente ed
assolutamente superiore ad un'altra;
apparisce inoltre che
una anche cieca
aderenza all'uso, ed agli
scrittori approvati nella
scelta delle parole
discende dalla natura
e dall'indole medesima
del linguaggio. Nel
>j 21 1
Idea della grammatica
e dei grammatici '), alla
tesi che i
grammatici non hanno
alcuna autorità legislativa
contrappone la seguente definizione
della grammatica, dove
par di sentir
un'eco come del
noto brano del
De vulgari eloquentia
in cui della
grammatica (la lingua
immutabile) si porge
l'idea. Non per
nulla il Velo
era concittadino del
primo editore del
libretto dantesco. La
grammatica è una
importantissima; e principalissima parte
della logica; una
cospirazione, un consenso
de' primi scrittori
in alcuni precetti,
ed alcune regole
di favella a
preferenza, ed esclusione di
alcuni altri; cospirazione
e consenso, che
preser consistenza col
tempo e forza
di consuetudine, e
che formano il carattere
proprio e l' indole
d'una lingua scritta
qualunque ; una legislazione
finalmente, ed un
codice convenzionale, ove
ferma ed invariabile
parla l'intenzione d'un
popolo per fissare i
modi vocali di
comunicarsi le proprie
idee, e di
perpetuarle alla posterità cogli
scritti (pp. 48-9).
La protesta del
Velo è un
prodromo della prossima
reazione puristica. Nel 1791
uscì l'opera del
Galeani Napione, Dell'uso
e dei pregi
della Ungila italiana,
le cui principali
accuse, d'indole rettorica
e non grammaticale,
al Saggio del
Cesarotti, sono di
favorire il libertinaggio della
lingua e di
difendere troppo appassionatamente il francesismo.
La nota polemica,
ormai, per quanto
concerne la cosiddetta
questione della lingua,
convenientemente Vicenza, Giusto. Libri
tre, con giunta
degli opuscoli, in
due voli. Seguo
la bella edizione
dello Stabilimento tipografico Fontana,
Torino] illustrata, non
ci riguarda in
modo diretto. Pure,
non vogliamo lasciarci
sfuggir l'occasione di
dire che a
questo eccellente libro
del Napione non
è stata data,
o meglio riconosciuta
tutta l' importanza che meritava:
la sua vera
portata non è
tanto nella tesi
sostenuta, nel campo
strettamente linguistico, d'un'
italianità larga, nobilmente intesa
ed egualmente schiva
del francesismo e dell'
idiotismo fiorentinesco (per
questo riguardo il libro
lascia la secolare
controversia come la
trova), quanto nella
descrizione che vi si fa delle
vicende della nostra
lingua sotto il
rispetto della civiltà
e dell'anima italiana:
esso è, insomma,
un documento importantissimo per la
storia
della nostra cultura
fornito dalla considerazione rettorica
o stilistica o
estetica come si
voglia chiamare della
lingua italiana specie
in confronto con
la francese e
dall'evocazione delle circostanze
della sua fortuna.
Il fine del
Napione è pedagogico:
favorire per mezzo
della diffusione e del
culto della nobile
lingua d' Italia il
primato civile degl'
Italiani: " satis
mirari non queo
", è il
motto ciceroniano (De
fin.) che il libro porta
in fronte, "
unde hoc sit
tam insolens domesticarum
rerum fastidium;" in
questo secolo, è
detto subito in
principio, dietro la
scorta dei Le-Clerc,
dei Locke, dei
Leibnitz, nomi grandissimi,
i Genovesi, i
Du-Marsais, i Condillac,
i Michaelis, i
Cesarotti ed altri
sottili ingegni hanno
creduto di dover
esaminare filosoficamente la
natura delle lingue;
mentre altri si
sono applicati più
particolarmente ad osservare
e descrivere il genio,
l' indole, la storia
di un determinato
idioma. Laonde questa
materia di grammaticale
e letteraria, che
al più era,
è diventata filosofica,
e diventar dovrebbe
eziandio politica, mercè
il giovamento che
può arrecare alla
civile società; ma,
appunto per questo,
gli argomenti il
Napione è portato
a trarli dalla
storia, osservando nello
specchio della lingua
i riflessi dello
spirito italiano e
nella fortuna e
nella stima che
essa godette nei
secoli passati specie
presso gli stranieri
e in ogni
genere di letteratura, la sua
feconda ed elastica
virtù. Non possiamo
pretendere dal nostro autore
una considerazione storica
(di storia della
coltura, s'intende, e
non artistica) della
lingua italiana quale
può darci la
critica moderna cosi
scaltrita ne' principi
e così ricca
di mezzi, ma
ben possiamo appagarci
dello sforzo che
egli compie per
iscoprire di sotto
alle qualità rettoriche
tradizionalmente affermate
nella nostra lingua
atteggiamenti e vitalità
di spiriti quali
egli per lo
meno sente nell'anima
italiana. Addurrò, per conchiudere,
non potendo far
qui lungo discorso,
qualche esempio. Per
confutare il Condillac,
il quale sosteneva
doversi ascrivere a
difetto e ad
imitazione servile del
genio latino la
tendenza italiana a
riunire e connettere
in un sol
periodo maggior numero di
idee , il
Napione osserva: Ognun
sa che il
vedere e discernere
diversi oggetti in
un sol punto,
il conoscerne le relazioni
tra loro, il
comporre di molte
idee particolari una generale,
il veder le
idee secondarie che
rischiarano, confermano o
corteggiano la principale,
si è uno
de' pregi maggiori delle menti
più vaste e
più sublimi. V'ha
pertanto ragion di
credere che questa
pratica degl' Italiani,
di radunare comunemente in un
periodo più cose
che i galli
non fanno, provenga da
una facilità maggiore
di rapidamente trascorrere,
e vedere e
combinare cose diverse
insieme. Chi è
caldo e passionato
odia l'uniformità: coll'alterare, col
sospendere l'ordinata
costruzione, attizza la
curiosità, e tien
fissa l'attenzione. Sino il
volgo, se è
commosso, parla in
figure, trasposizioni,
trasporti di frasi,
e più in
quelle contrade dove
ha maggior fuoco, ha
maggior anima; il che dimostra,
se dobbiamo dar
retta a certuni,
che un popolo,
qual si è
il francese, che
si è fatta
una lingua serva
e pedestre, è
più freddo in
sostanza di quel
che sembri in
apparenza vivace; brio,
che vien però
detto da molti
fuoco fatuo, e
caldo superficiale. Lo
sguardo di NAPIONE (si veda) non arriva
all'intimo accento di
particolari espressioni e di
particolari periodi storici
della lingua e
di particolari affinità
spirituali; pure nell'
indagare i motivi
della fortuna della lingua
italiana, anche se
rimane alla superficie,
tenta di comprendere
i caratteri generali
di determinati periodi
meglio fortunati e
generi linguistici, da
poterne cavare qualche
raggio di luce
spirituale. In og ni
modo egli raccoglie
tante testimonianze e richiama
tanti libri, che,
anche per questo
riguardo, è uno degli
autori più ricchi
che ci possa
offrire la nostra
storia. Tornando al
Cesarotti, aggiungeremo che
a taluno è
parso che anche
il Pignotti, nella
sua Storia della
Tosca?ia confutasse forse con
più fortuna ed
efficacia del Napione
il padovano illustre specialmente per
quanto concerne la
toscanità della lingua
italiana Ci. Ci
Bettinelli, Lett. cit..
(I Mazzoni, L'Ott.
II. La grammatica
ragionata si propagò
ben presto nelle
scuole, non escluse
le prime classi
delle elementari, ma
anche in uno
stato di pronta,
quasi immediata degenerazione. Ciò
che per altro
non maraviglia. Un
Corso teorico di
Logica e Lingua
Italiana e un discorso
filosofico sulla metafisica
delle lingue aveva
pubblicato già fin
dal 1783 Valdastri,
citato poi spesso
con lode, come
dal Romani e
dal Caleffi, un
sensista che diede
più tardi Lezioni
di analisi delle
idee, dove non
fa che seguire
i dettami dell'intimo
senso, che è il criterio
universale del genere
umano, da cui
solo si possono,
e si devono
ragionevolmente dedurre
(I, xvn), nemi co
acerrimo di Aristotile
che dominava da
tiranno le scuole.
In un Indirizzo
pel ragionato uso
della lingua italiana,
edito a Venezia,
s'insiste sulla necessità
di non far
de' giovinetti de'
pappagalli, ma d' illuminarli con la
ragione, e si
spiega il concetto
di sostanza (da
subtus stans) e
di qualità con
un curioso esercizio
di far osservare un
dato frutto, appressar
le narici e
toccarlo col dito! Un
P. Simionato in un Nuovo
metodo facile e
ragionato di apprendere
la lingua italiana,
che egli stesso
dichiara unico, comincia
la sua esposizione
con le solenni
domande, che diverranno
presto di moda:
Perchè parlate voi
? Come vi
fate intendere? E
tutto il ragionio
finisce lì. Il
napoletano Giovanni Vincenzo Meola
col suo Compendio
del nuovo metodo
per apprendere facilmente
la lingua italiana,
ritrovato da' migliori
grammatici aduso de
propri figliuoli^ '),
compilato specialmente allo
scopo di condurre
alla cognizione dell'
italiano senza supporre quella di
alcun altro linguaggio
(p. IX), ritorna
invece al metodo
di Portoreale, come
aveva fatto l'Ajello
per il latino
e il Martorelli
per il greco,
prendendo a fondamento
il Corticelli (ma
intorno al ripieno
par che saccheggi
piuttosto il Buonmattei);
redige le sue
regole in versi,
e annunzia un
Nuovo me Guastalla, Costa.
In Milano Galeazzi.
V. era
segretario scientifico
dell'Accademia di Scienze,
Belle Lettere, ed
Arti di Mantova.
Venezia, 1799. Napoli.
V. Orsino.] todo completo
in due volumi,
in cui metterà
a profitto tanti
altri trattati speciali.
A Napoli, per
altro, dove qualche
raggio di luce
vichiana non mancò
mai di spandersi
sulle menti, è
lecito credere che
in armonia coli' insegnamento letterario
del Marinelli e
con i principi propugnati dall'autore
del noto Progetto
di legge del
1809 per la
riforma della P.
I. nel Reame,
la grammatica non
fosse almeno in
quel breve periodo
di tempo egualmente
bistrattata. Il Vico
stesso e dalla
cattedra di eloquenza
latina che tenne
nell'Università di Napoli e
nella sua scuola
privata di eloquenza
e lettere latine
e in quei
documenti pedagogici che
sono il De
nostri temporis studiorum
ratione, le Insiitutiones
oratoriae e la stessa
Vita, tenne sempre
Y eloqjientia sinonimo
di sapie?itia, diede
cioè sempre un
insegnamento più di
cose che di
parole, non indugiandosi
mai in pedanterie
grammaticali, sebbene
fossero da lui
come di passaggio
avvertiti i vezzi
della lingua, le
origini e proprietà
delle voci, la
bellezza e signoria
delle espressioni ,
e giudicando che
né la filosofia
cartesiana né l'aristotelica fé'
gran prò alle
cose oratorie, ma
la platonica, e
di questa la
dialettica (")• Anche
per il figlio
Gennaro, che, traendone ispirazione
e conservandone i
sani criteri, degnamente
gli successe nel
medesimo insegnamento che
tenne fino al
1777 per unirvi
quello della poesia
fino al 1786,
quando vi fu
sostituito da Ignazio
Falconieri, la vera
eloquenza fu sempre
quella che scaturisce
dal pieno possesso
dell'argomento; insistè sempre
sull'importanza del contenuto,
combattendo il puro
studio della forma
vuota, le virtuosità
stilistiche, le minuzie
grammaticali, ed incitando i
giovani agli studi
seri e profondi
. Anzi, in
sua lode speciale
dobbiamo aggiungere che
i suoi Avvertimenti per V
insegnamento del latino
(editi dal Gentile
sull'autogr. esistente tra
le carte Villarosa)
nella parte che
riguarda i rudimenti
di grammatica sono
anche nei particolari
conformi al 11)
Vita di G.
B. Vico scritta
dal Solla, cit.
in Gentile, Il
figlio di Vico
e gl'inizi dell' inseg.
di leti, il.
/iella/?. Univ. di
Napoli con docc.
inedd. (Estr. dall' Arck.
si. p. le
Prov. Nap., Napoli,
importantissimo volume che
ci serve di
fonte e di
guida a proposito
de' due Vico
e de' loro
successori. C) Inst.
Orai, in Opere,
cit. dal Gentile.
Gentile primo Metodo
del Du Marsais,
che certo non
avrà conosciuto, non
solo perchè non
lo nomina in
nessuna maniera, ma
perchè, come i suoi Avvertimenti,
quel Metodo fu
steso per un
privato discepolo. Era
insegnamento di grammatica
latina, naturalmente, perchè
di quello della
grammatica volgare anche
in Napoli si
sentì molto tardi
il bisogno: quando fu
sdoppiata la cattedra
di Gennaro Vico
in quella che
il Gentile chiama
la riforma universitaria dell'
illuminismo, e fu
istituita la cattedra
di Eloquenza italiana
(per merito, pare
al Napoli-Signorelli, di
Ferdinando IY, e
per un'ispirazione che
risale, nota il Gentile, al
Genovesi, che fu il primo
a insegnar in
italiano e già
dal 1767 aveva
proposto ' una
scuola di lingua,
di eloquenza e
di poesia toscana
'), allora, dico,
a certi vecchioni
la novità fece
un'impressione di
maraviglia: Quali cattedre
(van dicendo) !
lingua italiana, agricoltura,
chimica, commercio, diplomatica,
storia naturale, geografia fisica.
Fa mestieri di
un pubblico professore
per istudiar la
lingua volgare che
parliamo dalle fasce..?.
Ma lo spirito
della tradizione restava.
Restò infatti, anche
se il Vico
è probabile sia
stato tra quei
vecchioni, non tanto
forse perchè quel
nuovo insegnamento non
fu che una
duplicazione della vecchia
Rettorica, che s'insegnava
nell'Università di Napoli
dalla metà del
cinquecento , quanto
perchè della sorte
toccatagli di raggiungere
dopo 40 anni
d'insegnamento quello stipendio
di 300 ducati,
che altri aveva
ottenuto tanto più presto, p.
e. Serio, ebbe,
nel 1797, a
muovere non lievi
lagnanze. Quel Serio stesso,
infatti, che fu
assunto alla nuova
cattedra, in un
manifesto con cui
dopo 14 d' insegnamento, annunziò
la pubblicazione delle
sue Istituzioni, che
non sembra poi
vedessero la luce
(3), diceva che
il primo tomo
conterrebbe le più
importanti questioni intorno
all'origine, all'indole ed al carattere
della lingua; e...
tutto ciò, che
principalmente alla grammatica
appartiene, ma con
animo di veder
come esser possa
una delle fonti
dell'eloquenza . Dove
non par solo
di sentire Gennaro Vico,
ma anche il
Cesarotti e compagni.
Tuttavia l' insegnamento del
Serio non è
neppur paragonabile con
quello Gentile. (?) Gentile. Gentile. Agli amatori
della bella letteratura
in Gentile, op.
e loc. cit.
Capito/o quattordicesimo 433
che dovette impartire
il Marinelli, assunto
nel 1808 alla
medesima cattedra abolita
nel 99 e
ristabilita sotto Giuseppe
Napoleone e autore
d'una molto lodata
Filosofia dell'eloquenza^. Il
fondo, dice il
Gentile, che ne
ha esaminate la
Prolusione e dopo
questa l'opera ora
accennata, è ancorala
rettorica: ma che
rivoluzione ! Tale
insegnamento, concludeva il
Marinelli in quella
Prolusione, avrebbe istruita
la gioventù senza
obbligarla al meccanismo
de' precetti, e
senz'ingolfarla nelle minuzie
grammaticali, che sono per lo
più disgradevoli alle
persone di già
avanzate negli studj
. Alla Filosofia
dell'eloquenza, dove si
grida contro le
regole colle quali
si vorrebbe supplire
al talento di
un'anima che signoreggia
sulle anime mercè
l'ascendente della parola
(p. io)(3), e
dove qua e
là lampeggia un
ingegno critico non comune,
corrisponde per importanza
di vedute il
già cit. Rapporto
o progetto di
legge presentato a
G. Murat dalla
Commissione straordinaria pel
riordinamento della P. I. nel
Regno di Napoli,
di cui fece
parte quello spirito
illuminato di Melchiorre
Delfico, ma fu
relatore e vero
autore Vincenzo Cuoco
(4). In questo
che il Gentile
chiama il documento pedagogico e
scientifico più notevole
in cui si
sia imbattuto nella sua
ricerca, il Cuoco
grandeggia come un
alto spirito solitario,
giacché egli si
rannoda direttamente al
pensiero d' un grande
morto, rimasto nome
sacro ma incompreso
per tutto il
periodo che abbiamo
qui addietro percorso
e per cui
si distese la
vita vuota di
Gennaro Vico. Il
nome del padre
di costui ricorre
in questo scritto
più d'una volta.
Sono esplicitamente
richiamate alcune delle
idee più geniali
dell'orazione Denostri
teinporìs studiorum ratione
(5). A proposito
della Scienza nuova,
dice tra l'altro:
Quello però che
possiam dire con
sicurezza si è, che
la dottrina del
Vico è nota e adottata
quasi tutta intera
nelle sue applicazioni;
ma n'è rimasta
oscura la teoria
generale, da cui
tali applicazioni dipendono,
e da cui
si possono rendere
più ampie e più certe.
Per la scuola
media, Napoli, presso
Angelo Trani, Gentile. In
Gentile, op. cit.,
p. 126. Gentile. Gentile, op.
cit., pp. 135-6.
Gentile. CUOCO (si veda)
inizia una riforma
capitale, mettendo a
capo di tutte
le materie da
insegnarvi la lingua
italiana, della quale
nelle scuole mezzane
non s'era pensato
ancora a far
oggetto di studio
speciale . Il
linguaggio , dice
il Rapporto, non
è solamente la
veste delle nostre
idee, siccome i
grammatici dicono, ma
n'è anche l' istrumento. La
prima lingua, che
noi dobbiamo sapere,
è la propria.
L'educazione de' nostri
collegj dava troppo,
ed inutilmente, allo
studio grammaticale delle
lingue morte. Le
lingue non si
possono apprendere bene
per via di grammatiche e
di vocabolari: lo
avverte benissimo il
proverbio: aliud est
grammatico, aliud est
latine loqui ; e
l'esperienza giornaliera lo
conferma. I precetti
della grammatica in
ogni lingua sono
pochi e semplici,
e tra le
grammatiche la più
breve è sempre
la migliore. Lo studio
della lingua, e
non già della
grammatica, deve esser
lungo: ma ogni
studio soverchio, che
si dà alla
grammatica, è tolto al
vero studio della
lingua, la quale non
si apprende se
non colla lettura
e retta imitazione
de' classici. Noi
diremo anche di più: rende
più facile lo
studio delle lingue
morte il saper
bene la propria
e vivente. Tutte
le lingue hanno
un meccanismo comune, il
quale dipende dalla
natura comune delle
menti umane .
Da questo principio
vichiano il Cuoco
desume che quella
che occorre studiare
è, a proposito
della lingua nostra,
una grammatica generale,
una grammatica con metodo filosofico,
che faciliti l'apprendimento delle
altre lingue. E
doveva avere in
mente la Grammatica
generale del Du
Marsais, che cita
infatti poco dopo a
proposito dei tropi!1),
ma di un
Du Marsais, osserva poi
il Gentile acutamente,
cuochiano, o vichiano
che si voglia
dire. Ma la
riforma non fu
fatta, e dopo
il Marinelli, col
Ricci(J) Gentile. Gentile. Scrisse Della
vulgati eloquenza libri
due, 1813. Vi
si paragona al
Bembo di cui vuol
ricalcare le orme.
Sa ricordare che
le regoledelia Grammatica
furono fissate dal
Fortunio e poi
dal Bembo, p.
io dell'ed. di
Napoli, Giorn. delle
Due Sicilie. Tra
tanto vecchiume mi
è sembrata notevole
la definizione della
storia letteraria, e
benché qui proprio
non ci riguardi,
ci permettiamo riferirla
anche perchè non è stata
avvertita da altri.
La storia letteraria
ha per oggetto
di designar gradatamente e
per ordine di
tempi i progressi,
le vicende, e il decadimento
delle lettere e
delle arti, riducendo
di tratto in
tratto si riebbe l' insegnamento della
vecchia rettorica, e
la letteratura italiana
a Napoli non
si rialzò più
fino al i.s6o.
Alle altezze del
Marinelli e del
Cuoco nessuno in
altre parti d'
Italia seppe sollevarsi.
Pullularono invece le
grammatiche ragionate, tra le
quali pochissime meritano
qualche considerazione. La prima
di queste è
quella scritta in
francese pei francesi
dal Biagioli, e
di cui non
sarebbe qui il
luogo di dir
due parole, se,
anche a non
tener conto della
persona dell'autore, non fosse
stata più volte
ristampata in Italia
e se non fosse stata
citata con lode
anche dai nostri
grammatici. È intitolata
Grammaire italienne clémentaire
et raisonnéQ). L'Autore
dichiara che ristudierà
la lingua materna
coi principi del
Du Marsais, del
Condillac e del
Destutt-Tracy, richiamandosi al
pensiero di Dante
rielaborato dal Sanzio:
La pensée du
Dante, que Sanctius
semole avoìr envisagée
et développée ainsi:
Grammaticorum sine ratione
testimoniisque auctoritas nulla
est (in Minerva,
lib. I, e.
2), noits montre
che non si
deve fare un'esposizione dogmatica, ma
ragionata. Bandisce Yusage,
il caprice, Yabus.
Nella parte generale
spiega les principes
les plus simples
et les plus
généraux , nella
particolare, ritorna sui
suoi passi esplicando
avec plus d'étendue
ce qui exige
de la part
des étudians plus
d'at i diversi
quadri del loro
stato generale sotto
un determinato punto
di vista nelle
diverse epoche, e
fissando proporzionalmente i
caratteri del gusto
in ciascuna epoca;
il che equivale
per lei al
pregio della unità
indispensabile alla perfezione
della storia politica.
Molti sono i
vantaggi della storia
letteraria: cioè; 1.
ella ci pone
sottocchio i progressi dello spirito
umano, e ce
ne distingue le vie; 2.
ci rende ragione delle
rivoluzioni del gusto;
3. ci avvezza
alla pratica d'una
soda critica: ed
infatti una giusta
critica non disgiunta
dalla storica imparzialità
fedeltà ed accuratezza,
ne costituisce il
pregio principale . Pp.
95-6. Suivie d'un
traité de la
poesie. La quinta
edizione di Milano,
1824, aggiunge ouvrage
approuvè par l'institut
de France: la
2a ediz. è del 1809:
e la prima
dovette esser di
poco anteriore. Vi si cita
la precedente del
Vinéroni (Vigueron). Una
grammatica italiana in
francese dell'ANTONiNi è citata
da Antonio Scoppa
nella prefazione al suo Nuovo
metodo stilla grammatica
francese, Roma. Pel
Fulgoni. Le nouveau
maitre italien pubblicò
D. A. Filippi,
Vienne, 1812, con
una lettera del
Metastasio al conte
Bathyny sul miglior
modo d'insegnar l'italiano
all'Imperador Giuseppe JI,
in tempo ch'egli
era principe ereditario
, molto sensata e
pratica. Robello G.,
Grammaire italienne élém.
analysè et r aisonne',
III ed., Paris.
tention et de
travail . Nell'introduzione tratta
de l'origine des
signes de nos
idées per venire
alle parti del
discorso. Per trattare
di queste, parte
sempre da una
frase {oh, ah
Io sono attonito
Io sono amante
Ride piangendo Ho
l'anima avvezza alle
pene Questa donna
è mia Pietro
è morto, voi
lo conoscevate Sto
con mio padre
Parla eloquentemente Ama
la figlia e
la madre). Sulle
preposizioni crede d'aver
trovato delle novità.
Si occupa molto,
da buono studioso del
Sanzio, dell'ellissi, dando
di duecento frasi ellittiche la costruzione piena,
di molti
esercizi, com'è necessità
delle grammatiche per
gli stranieri. Ma
il Biagioli in
sostanza è un
retore, e non
un filosofo, e
finisce anche lui
col ripetere la
solita roba nei soliti
schemi. Più cheper
una strana se
non cervellotica idea
che gli serve
di fondamento, c'interessa
per alcune notiziette
riferentisi alla storia
della grammatica il
Saggio sulle permutazioni
della italiana orazione
di Muzzi, che a
Foscolo parve più
un curioso gingillo
di aritmetica applicata
al periodo, che
una serie di
osservazioni giovevoli a
chi cerchi nel
periodare l'armonia, scopo,
per altro, al
quale non* era
stato destinato. Il
noto epigrafista comincia
dall' affermare che
per la varietà
del nostro idioma
e per l'infinito
rimescolarsi delle parti
dell'orazione, sono in lingua
italiana infiniti i
costrutti. Sotto questo
punto di vista,
nel campo della
nostra grammatica c'è
da riempire un gran
vuoto, che non
è stato colmato
neppure dal (Torricelli,
né dal Fernow,
né dal Biagioli.
Il suo è
solo un saggio
e breve delle
permutazioni di semplici
vocaboli presi uno
per uno, e
rappresentativi di parti
differenti del parlare
(p. XVII). Della
miglior grammatica di
nostra lingua dobbiamo
saper grado a
un tedesco: cario
luigi fernovio, che la stampò
in tubinga. Eccone una,
che indica il
suo metodo: accanto
= à còte;
prìs : 1 (In
luogo posto) accanto
ia canto 1
rispetto 1 al
mare, Bemb., =à
coté de la
mer\ 2. (In
luogo posto) accanto
(rispetto a) le
verdi ripe, Bemb.
= près des
vcrtes rivcs. (-)
P. es.: Bastami
(la disgrazia) d'essere
stato schernito una
volta, B.; Viene
in concio (riguardo)
ai fatti nostri. Ginguené gli
lodò molto nel
Mercure questa grammatica, facendogli
un merito d'aver
seguito Du Marsais
e Condillac. (*)
Milano, De Stefanis,
181 r. Mazzoni,
L'Ott., p. 310.
Ne ebbe notizia
dal Biamonti. Muzzi scrive
tutti i nomi
propri con le
minuscole. Ma, quanto a
sintassi, molti passi
del Boccaccio vi
sono interpretati a
rovescio. Essa pargli la
più doviziosa per
regole, la più
sobria di metafisica
e insieme la più elegante
per metodo. Ma
da un articolista
del Giornale italiano
le è stata
attribuita una regola
che è invece
del Soave (cfr.
l'ediz. milanese): quella
che l'imperativo negativo
ha la forma
infinitiva: non amare
! La regola
principale che forma
il fondamento di tutto
il Saggio è
che la trasposizione
delle parti del
discorso della lingua
italiana segue le
leggi delle permutazioni aritmetiche .
Esempi: veggio pietro
\ In questa
serie abbiamo una
sola pietro veggio
\ permutazione. egli
amava guglielmo egli
guglielmo amava amava
egli guglielmo l
~ . et,., .. Qui
sono sei. amava
guglielmo egli guglielmo
egli amava guglielmo
amava egli Con
la serie 1.
2. 3. 4.
(coloro disprezzano grandemente
arrigo) le permutazioni
aumentano ancora. E
così di seguito.
Qui entra in
confronto col francese
dove è gran
penuria di permutazioni. Viene poi
a osservazioni particolari
circa la maggiore
o minore permutabilità
delle parti del
discorso. La preposizione,
p. e., è
indivisibile dal nome,
ma non così
dalla radice di
un verbo: onde
per meglio fare
ciò invece di
24 permutazioni ne
avrà solo dodici,
dovendo escluder quelle
dove il 2
è collocato prima
di 1. Qui ricorda
che il dépéret
(recherches philosophiques sur
le langage de
sons articulés, in
mém. d. l' ac.
des sciences de tur in,
années X-XI, 1803)
tratta un soggetto
affine al suo,
e il Dubos,
seguito dal Rollili,
che propose un
sistema musicale per
rappresentare cambiamenti di
voce diagnostici degli
affetti. Fatte alcune
osservazioni sulle pause,
conclude col notare
che nel campo
della sintassi del
periodo lo studio
delle permutazioni diventa immenso
(sfido io!), e,
ricordati i Principj
di grammatica generale
del De Sacy,
col far voti
che si compili
una grammatica italiana
migliore nella parte
sintattica. L'osservazione del
Muzzi che la
lingua italiana ha
il privilegio di
permutare straordinariamente le
parti del discorso,
è giustissima: ma
che I 2 2 I I 2 3 I 3 2 2 1 3 2
1 ò
1 3 1 2 3 2 1il fatto
possa dar luogo
a un sistema
di sintassi, a
una nuova sezione
grammaticale, è una
sua inappagabile pretesa.
La sintassi ha già
formato i suoi
schemi per comprendervi
tutte le possibili
permutazioni, ciascuna delle
quali, caso per
caso, vi ha
la spiegazione. Che
cosa si pretenderebbe
col sistema delle
permutazioni ? stabilire
forse delle altre
categorie sintattiche secondo le
quali gli elementi
del pensiero si
potrebbero disporre in
un modo piuttosto
che in un
altro? che ci
fossero in altre
parole nuovi ordini di
mezzi espressivi ?
Per altro nel
sistema perni utativo del
Muzzi, come in
quello musicale da
lui citato del
Dubos e del
Rollili, abbiamo una
nuova prova, se
ne avessimo bisogno,
dell'arbitrarietà delle categorie
grammaticali e sintattiche, che possono
esser diminuite e
accresciute e ex
novo costruite secondo il mag
giore e
minore genio grammaticale
inventivo dei grammàtici !
Parve, alfine, che
la grammatica auspicata
dal Muzzi spuntasse negli Elementi
filosofici per lo
studio ragionato dì
lingua proposti e
dedicati alla studiosa
gioventù delle Università
d' Italia da Mariano
Gigli, professore di
scienze, (/) che
furono infatti molto
lodati allora e
dopo. Anche il
Gigli comincia dal
lamentare che non vi
fosse ancora un
libro... come il
suo: un libro
scritto dietro la
sola guida del
Buon-senso... è una
scienza affatto nuova nella
Repubblica Letteraria .
Veramente un tal
libro poteva anche
esserci: la sua
Lingua filosofico-universale (pubbl.
a Milano l'anno
avanti), di cui
questi Elementi sono
chiarimenti, aggiunte e
correzioni. Uno de'
miei primari difetti
, confessa con
ironico candore il
Gigli, è quello
di consultar la
Ragione, e non
l'Uso. Ecco che
cosa gli dice
la Ragione. L'uomo
è un essere
sensibile giudicante: in
quanto vive in
società, e ha
bisogno della parola,
in quanto, cioè,
è un uomo
sociale, è uomo
naturale parlante (p.
8): u?iico dunque
deve essere il linguaggio
per ciò che
riguarda l'uomo naturale;
molteplice per l'uomo sociale.
Avremo dunque una
filosofia di lingua,
e una grammatica
di lingua. Conoscendo
la propria lingua
filosoficamente, conosceremo
tutte le lingue,
e non ci
rimane che Milano. Non so
se sia tutt'uno
con essa l'altra
opera di Gigli,
La metafisica del
linguaggio. Scienza nuova
anche ' dotti
e pe' soli
di buon senso,
Milano.] applicarci allo studio
della grammatica di
ciascuna, per apprendere i
suoni e i
segni attaccati dalla
convenzione alle idee,
e poi V ordine
con cui si
succedono. Onesta conoscenza
si forma con
l'abitudine, e non
ci sarebbe bisogno
di grammatica. Ma
poiché ogni lingua
ha le sue
particolarità, il raccoglier
sotto regole generali
è far cosa
utile. Far dunque
la grammatica di
una lingua, è
formular quelle regole
generali. E facile
vedere che questa
nuova scienza di Gigli è
la vecchia grammatica
generale caratterizzata con
molte inutili e
imprecise parole. Il
suo buon senso non
gì' ispira che
complicazioni. De' giudizi, p.
es. (p. 27),
distingue quelli dazione
e quelli di
qualità; ma ogni
giudizio esige tre
cose: r. L’oggetto,
cardine del giudizio';
la parola, (verbo)
voce di giudizio
'; la voce,
che esprime ciò
che si attribuisce,
' attributo di
giudizio ! Non
miglior pregio ha
la Grammatica della lingua italiana
di Bellisomi, autore anche
di una Grammatica
delle due lingtie
italiana e latina
per uso dei
Ginnasi della Lombardia^)
e di una
Introduz. alla medesima.
Sì l'ima che
l'altra furono molto
diffuse, ma di
notevole la prima
ha l'aver abolito
lo schematismo della
consueta grammatica: poiché
il contenuto esposto
in modo discorsivo
per via d'analisi
è su per
giù il medesimo. Un'osservazione è
degna d'esser ricordata
a onore del Bellisomi:
che i bamboli riescono a parlare secondo grammatica pur non avendone
coscienza, e quando
poi si danno
ad apprender la
grammatica, ricominciano a
sbagliare ! (prefaz.)
Un trattato... sul
valore, sulle proprietà
e sull'uso di
alcune voci e di
alcune frasi, un
trattato compiuto, quale
sin qui desideravasi,
di sintassi e
di costruzione, un
trattato sul discorso
e sullo stile...
non pochi cenni
storici sull'origine e
sui progressi ('i
Ad uso delle
se. el. della
Lombardia, Milano. Milano. Milano.
Bellisomi ebbe una
lunga polemica grammaticale col Fantoni.
Cfr. Postille alle
osservazioni critiche di
I. Fantoni sopra
la prima parte
della gr. it.
e latina, Milano.
Del Fantoni, si
può vedere Risposta
al libro: Postille,
ecc., Brescia. Il F. critica il
B. coi principi
del Soave, del
Destutt de Tracy
ecc. La polemica getta non
poca luce sull'accaloramento onde
la grammatica generale era
trattata nelle scuole.] della lingua
italiana ... non
per gli uomini
scienziati e d'alte
lettere, ma per
i giovanetti con
istile semplice e
familiare vuole dare
Ziniglio Vianotti (cioè
Giovanni Ziliotti) con
le sue Lezioni
di lingua italiana
in seguito allo
studio della grammatica,
ma non riuscì
che a comporre
un zibaldone di
rettoricherie, di osservazioncelle di
grammatica (p. es.
questa, che il
che è la congiunzione più
importante), di frasi
(è un italianismo
presero a fuggire). Il
fervore per la
grammatica come scienza
era venuto sempre
crescendo: forse non
ci fu mai
per questa disciplina
un' ammirazione, anzi un'esaltazione come
in Italia in
questo periodo, che
era in ragion
inversa della penetrazione
filosofica degli stessi
che la coltivavano.
Basta vedere la
Dissertazione storico
-critico filosofica di
Antonio Adorni intorno
alle Grammatiche, un
ellogio, così l'autore
stesso la chiama,
della grammatica e
insieme un infelice tentativo
di spiegarne l'origine,
per rivelarne l'antichità,
in modo da
farla coincidere con
la stessa sapienza
dei libri sacri,
e esaltarne la
venerabilità indicando non
alla rinfusa, ma
promiscuamente dentro le
grandi epoche (grecoromana, medievale, rinascimento,
tempi -moderni) senz' alcun criterio,
i nomi degli
insigni scienziati e
filosofi che la
tratSecondo le vedute
di Cesarotti e Tiraboschi
che infatti non
fa che copiare.
Dobbiamo (ma non
è un gran
debito) allo Ziliotti,
oltre diversi compendi
e metodi grammaticali
anche per il
latino, La ortografìa
italiana citata al
tribunale della sana
critica, Padova, dove
arrossisce di vergogna
per avere tredici
anni addietro (coll'operetta portante
il titolo Ortografia
italiana, ovvero regole
per rettamente scrivere in
lingua italiana) mostrato
al publico come
ei pure la
pensava alla maniera
degli altri in
fatto di ortografia.
Come la pensasse,
s'argomenta ora dal
vederlo scrivere publico,
legere, add ungue, bacciarseli
! Padova. Pubblicò
anche: " Il
fanciullo istruito fin
dalla sua infanzia
in tutto ciò
che il può
risguardare'', Padova, 1817;"
Libretto di devozione pe'
fanciulli ", Vicenza,
1819; " Ortografia
italiana ovvero regole
per rettamente scrivere
in lingua italiana
", Padova (2a
ediz.) 1S24; '• Introduzione
alla grammatica della
lingua latina", Padova. Guastalla, nella
tipografia di Gaetano
Ferrari e figlio,
s. a. (La
ded. è datata
da Sabbioneta. Una
nota nell'ultima pag., la
54, dice: Dall'epoca
in cui fu
scritta la presente
dissertazione, a quella, in
cui si pubblica,
la morte, sempre
ingorda delle migliori
cose, ci rapì
il sempre memorabile
Bodoni. tarono: sicché
neppur giova come
schizzo d'una storia
della grammatica, quale
un diligente avrebbe
potuto disegnare, raccogliendo dai vari
libri de' grammatici
dove si ricordano
i nomi de'
predecessori . Tra
le lodi della
grammatica e lo
sfogarsi contro le
autorità che non
elevano alle cattedre
gli uomini veramente grandi (come
lui, certo, che
una n'aveva perduta
e per un'
altra si vide
posposto a un
ignorante di prete
che poi fu
la pietra dello
scandalo degli scolari),
egli, che pur
gli aveva prima
citati in onore
per averla coltivata,
trova modo, forse
per mostrarsi uno di
quei grandi, di
biasimare, perchè non
usavano del metodo
analitico, e l'Alvarez,
e il Despauterio,
e Salvator Corticelli
che modellò ,
e questo era
vero, il suo
corso Grammaticale sul gusto
di quel de'
latini , e
Francesco Soave ne'
suoi elementi di
lingua italiana, quando
volle ridurre a
sette le parti
dell'orazione, facendone una
sola delle sue
specifiche in natura
addiettìvo, e participio,
e in blocco
tant'altri, senza che
appaia se accetti
il sensismo benché
citi il Condillac
o il puro
logicismo. Non parliamo
della sua filosofia
del linguaggio: la
dissertazione s' apre
così. La lingua non
è, come alcun
tra filosofi opinar
volle, figlia dell'
uomo, ma figlia
dell'autore della natura; il
che prova in
nota con argomenti
infallibili. Un considerevole
tentativo eli costituire
un corpo organico
di scienza grammaticale è
il termine caro
all' autore L'Adorni stesso,
a dimostrare che
neppure dal nono
e ottavo secolo
infìn ai tempi
dell'Alighieri non fu
come sembra offuscata
di tenebre densissime
la nostra regione
scientifica rimanda ai
documenti addottine in prova
dal celebre Cerretti
nella sua inaugurale
recitata nell'Aula Regia
dell'Università di Pavia
per l'aprimento de'
studi nell'anno millesimo
ottocentesimo quinto, p.
25. Nella quale,
peraltro, a me
non è riuscito
trovar nulla di
strettamente connesso col
nostro tema, come
avevo potuto supporre.
Notevole, invece, m'è
parsa una pagina
d'una lezione del
Cerretti sullo Stile,
dove illustra il
fondamento logico della dottrina
stilistica del Beccaria.
La considerazione delle parole
de' suoni diversi
e diversamente ricevuti
non è riguardata del celebre
Autore, che come
dipendenza della Grammatica: e
però prescinde dalla
stessa, o poco
almeno, e in
un solo paragrafo ne
parla ov'egli ragiona
dell'Armonia; e tutti
colloca i suoi
principj nell'Analisi delle
idee. Seguendo il
D'Alembert, il Cerretti
fa altre osservazioni
sulla chiarezza e
precisione grammaticale dello
stile. Instituzioni di
eloquenza del cavaliere
Luigi Cerretti modonese,
Milano, presso Giuseppe
Maspero] compì Romani di Casalmaggiore, un
matematico che insegnò
e fu preposto a
pubbliche scuole e
istituti educativi, e
tutto infervorato nel
proposito di rinnovare
' il linguaggio
grammaticale ' con
la grammatica filosofica.
Tranne alcuni opuscoli,
i suoi lavori
furono pubblicati postumi tra
il 25 e
il 27 nella
bella edizione delle
Opere complete fatta
dal benemerito Giovanni
Silvestri di Milano.
Ma all'ampiezza del
suo 'piano' e
all'entusiasmo onde attese a
eseguirlo e anche
alla larga informazione
della letteratura grammaticale
non corrispondeva certo
la profondità del
pensiero filosofico. Basterebbe
dire che il
Romani ammette tre
sorte di linguaggi,
uno grammaticale, per
' la manifestazione de'
pensieri', uno oratorio
per ' la
comunicazione degli alletti
', e un
altro poetico per
' la dilettazione
dell'udito; che ritiene
conservato in buono
stato quest'ultimo, un
po' meno il
secondo, assolutamente in
cattive condizioni il
primo, perchè mentre
per gli ultimi
due non occorse
una grammatica, essendo
bastata Son volumi
cosi ripartiti. Teorica de'
sinonimi italiani. Dizionario generale
de" sinonimi italiani. Osservazioni sopra varie
voci del Vocabolario
della Crusca. Teorica
della lingua italiana;
Vili. Opuscoli: Sulla
scienza grammaticale applicata alla lingua
Italiana (ed. Milano):
Mezzi di preservare
la lingua Italiana
dallasua Decadenza (ed.
Casalmaggiore, 1808); 3.
Sulla libertà della
lingua Italiana (ed.
Pesaro; Sull'insufficienza
del Vocabolario della
Crusca al servizio
del linguaggio filosofico Italiano per
uso delle Scienze
e delle Arti; Sopra
l'origine, Formazione e
Perftttibilità della lingua
Italiana; Sulla bellezza della
lingua Italiana. Il
secondo di questi
opuscoli era stato
disteso per la
gara di cui
fu vincitore il
Cesari, ma non fu presentato
al Concorso. Quanto fosse
profonda, non saprei
dire, perchè gli
autori li nomina quasi
sempre per indicare se
conobbero e applicarono
'la scienza grammaticale ', ma
di nome e
genericamente conosce quasi
tutti i principali
greci e latini,
lo Scaligero e
il Sanzio, i
nostri, e più
particolarmente i logici francesi.
(:i) Che nel
linguaggio degl’affetti, di
cui si valsero
soltanto i più
rinomati Classici di
quel secolo, si
possa parlare e
scrivere senza un
piano meditato di
scienza grammaticale, convengono
tutti que' filologi
che riconoscono tanto più
naturali, più energiche,
più vive e
più commoventi le
produzioni delle fantasie
e delle passioni,
quanto meno sono
frenate da leggi,
e da grammaticali
regolamenti. Fra i
molti moderni che
sostennero questa ragionevole
opinione si può
particolarmente annoverare il
celebre Cesarotti. l'imitazione
degli scrittori e
poeti migliori, per
il primo mancò
quel mezzo: la
grammatica de' nostri
grammatici fu compilata
eoi lodevole scopo
di perfezionare il
linguaggio intellettuale e
filosofico, ma... sventuratamente si
sbagliò nel mezzo
acconcio per riuscirvi:
perchè, invece di
dedurre le regole
dai legittimi loro
fonti, cioè dai
principi dell'Ontologia e
della Logica, ossia
della vera scienza
grammaticale, [i grammatici
del Cinquecento] le
tirarono materialmente dagli
esempj del linguaggio
affettivo degli scrittori
trecentisti, linguaggio che,
prodotto senza regole,
non poteva somministrar
regole certe ed
opportune al linguaggio istruttivo e filosofico
, e, di
contro al vantaggio
di procurar alla
lingua una t'orma
costante e generale
che pria non
avea , le
recarono però due
funestissimi danni: il
primo di aggravare
senza necessità il
linguaggio affettivo di
regole e l'altro di
privare il linguaggio
intellettuale di tutti
quei canoni, e
ragionato metodo, di cui
abbisognava per giungere
alla sua perfezione.
Onde la necessità
della scienza grammaticale,
che, se ha
nella parte teorica
la dottrina ontologica
a comune con la Logica,
nella parte pratica
non è però
la Logica. L 'arte
della Logica ha
per fine la
rettezza e la
verità dei pensieri,
senza punto curarsi
del modo o
dei mezzi di
esprimerli; la Grammatica
ha per iscopo
la rettezza e
la verità dell'
espressione, senz'incaricarsi
dell'esame, se i
pensieri che debb'esprimere siano
consentanei alle regole logiche;
secondo la logica
i pensieri sono
retti e veri,
quando sono conformi
all'ordine naturale delle cose;
secondo la Grammatica
le espressioni sono
rette e vere,
quando con precisione
riportano i pensieri
nello stesso modo,
estensione, limiti e
stato, con cui
sono concepiti d e
filosofico , e,
di contro al
vantaggio di procurar
alla lingua una
t'orma costante e
generale che pria
non avea ,
le recarono però
due funestissimi danni: il
primo di aggravare
senza necessità il
linguaggio affettivo di
regole e l'altro
di privare il
linguaggio intellettuale di
tutti quei canoni,
e ragionato metodo, di
cui abbisognava per
giungere alla sua
perfezione. Onde la
necessità della scienza
grammaticale, che, se
ha nella parte
teorica la dottrina
ontologica a comune
con la Logica,
nella parte pratica
non è però
la Logica. L 'arte
della Logica ha
per fine la
rettezza e la
verità dei pensieri,
senza punto curarsi
del modo o
dei mezzi di
esprimerli; la Grammatica
ha per iscopo
la rettezza e
la verità dell'
espressione, senz'incaricarsi
dell'esame, se i
pensieri che debb'esprimere siano
consentanei alle regole
logiche; secondo la
logica i pensieri
sono retti e
veri, quando sono
conformi all'ordine naturale delle cose;
secondo la Grammatica
le espressioni sono
rette e vere,
quando con precisione
riportano i pensieri
nello stesso modo,
estensione, limiti e
stato, con cui
sono concepiti dalla
mente, senza incaricarsi
della logica verità
o falsità di
essi; mentre la
parola debbe essere
fedele e precisa
nel riferire i
pensieri della mente tanto
retti che obliqui,
tanto veri che
falsi. Ma siccome il
principio della differenziazione dei
linguaggi è il
fine per cui
si parla, si
ammettono i così
detti linguaggi degli
amanti, dei furbi,
dei legisti, dei
romanzisti ecc. .
Introduz. alla Teorica. Invece di
fermarmi e criticare
queste vedute, rimando
alla discussione fatta
dal Croce sui
rapporti tra Logica
e Grammatica quali
li aveva stabiliti
lo Steinthal col
famoso esempio della
tavola 444 Storia
della Grammatica His
fretus, ovvero su
questi bei fondamenti,
per dirla col
Manzoni, il Romani
si fece a
compilare un Dizionario
di sinonimi, a correggere
la Crusca e
a fabbricare una
nuova Grammatica generale italiana,
che diceva anzi
mancare all' Italia,
anche dopo i
tentativi del Venini,
del Yaldastri e
del Soave, in
due sezioni, Teorica
e Pratica, eseguendo
però solo la
prima; non solo,
ma perchè, insomma,
la scienza grammaticale
penetrasse tutti i meandri
della vita scientifica
della nazione, propose che
una sezione dell'Istituto
Nazionale, composta di
profondi Grammatici filosofi e
di Ontologisti, si
occupasse della redazione
delle teorie e
regole di Grammatica
generale dedotte dai
principi di naturale
Ontologia, un' altra,
alla dipendenza della
prima, stabilisse le
regole certe e
immutabili di pratica
attuazione, entrambe
compilassero un completo
Dizionario italiano al
sol servizio del
linguaggio filosofico; fosse
poi esteso a
tutte le Scuole
elementari e Licei
dello Stato lo
studio della Grammatica ragionata di
nostra lingua; i
testi di lettura
fossero scelti tra
quegli autori didascalici
che scrupolosamente si
attennero ai termini
adottati nel nuovo
Dizionario, ed alle
Regole stabilite nella
Grammatica ragionata; che
si accettassero per
maestri solo quelli
che per esame
avessero dimostrato di
conoscere appieno rotonda:
La Critica, ‘QUESTA TAVOLA
ROTONDA È QUADRATA [tautology – contradiction]. A Romani
s'attaglia assai bene
tutto quanto osserva
qui Croce, perchè
egli è veramente
uno di quei
grammatici che, se par
limitarsi a scrivere
sulle pagine elaborate
secondo le sue
regole: Videat logicus,
videat aestheticus, poi
passa dal campo
empirico al filosofico,
da costruttore di
tipi astratti a
giudice di realtà
concreta e viva.
Anzi va tanto
in là da
esclamare seriamente: che
di grammatica e di regole
possa esentuarsi il
linguaggio dell'intelletto, del
raziocinio, della ragione,
è il punto
che io non
posso accordare, uè
accorderò giammai al
prefato oppositore, giacché
io sono pienamente
convinto che, per
esprimere con precisione,
e con chiarezza
i nostri concetti,
per manifestare con
rettitudine i nostri
giudizi, per coordinare,
e regolarmente legare i
nostri raziocini, per
esporre metodicamente e
sinteticamente i nostri ragionamenti,
siano indispensabili tutti
que' canoni, e
tutte quelle cautele
che ci somministra
la Scienza grammaticale.
E finisce col
far tutt'uno della
Logica e della Grammatica, come anche
si vede dal
fatto che nella
sua Teorica della
lingua italiana, elabora
di proposito la
dottrina delle Argomentazioni, dichiarando questo,
dominio della grammatica.
V. qui tutto
il brano che
abbiam riportato sulla
degradazione della grammatica.] le
scienze grammaticali; che
a tali prove
fossero sottoposti anche
gli ufficiali dello stato
incaricati di redigere
atti pubblici. Con tali
mezzi io sono
pienamente persuaso che
la Lingua italiana
non solo potrà
esser sollevata dall'
attuale sua decadenza,
ma potrà esser
inoltre preservata per
molti secoli da
qualunque degradamene o degenerazione. Un
vero infatuamene grammaticale. Senz'indugiarci a
considerar da vicino
come abbia eseguito
i suoi '
piani ' il
nostro ardente grammatico,
dirò soltanto che se egli
non sostiene che
ci sia una
visione grammaticale delle
cose, concepisce però
la grammatica come
una rettorica (scienza [Il
principio fondamentale onde
si fa a
svolgere la sua
Teorica è il
seguente: Secondo le
parole unicamente destinate
alla manifestazione de' nostri
pensieri e delle
affezioni nostre, debbono
necessariamente le lingue essere
fornite di tante
sorte di parole,
quante sono le
diverse operazioni della
mente nostra, perchè
ciascuna di esse
sia adeguatamente e
distintamente rappresentata da
appositi segni. Così
vediamo sorgere le
categorie grammaticali, non
solo, ma tutte
le varietà formali
di esse, tutti
i valori vozionali
(p. es. -orio
acquista nozione d'istrumento
o di località
quando s'accoppia a una radice:
aspersorio, dormitorio). Cosi,
poiché le nostre
nozioni sono riducibili
a dodici classi
capitali, cioè: Sostanze;
Proprietà; Qualità; Affezioni;
Potenze; Forme; Relazioni;
Quantità; Tempo; io. Luogo;
Stato; Moto, la
genealogia de’nomi viene
a esser la
seguente. Nomi Attributivi Propri Qualitativi Affettivi Formali
Potenziali Sostanziali Relativi Comparativi Qualitativi Quantitativi
Occasionali Temporali Locali Statari Motivi CON QUESTO PROCEDIMENTO SI CREA
TUTTO IL LINGUAGGIO intellettuale.
Schematizzandolo in un
vasto quadro, dove
l'occhio potesse tutto
comprenderlo, ognuno
dispererebbe di mai
parlare. E dire
che tutta questa
brava gente di
grammatici logici universali,
dello stampo del
Romani, credevano ciecamente
nel loro sistema,
senz'accorgersi che essi
parlano egualmente benissimo e
scriveno con altrettanta
facilità, nonostante che
ritenessero non ancora
venuto il regno
della grammatica RAZIONALE
FILOSOFICA universale.] d'un'arte
chiama la scienza
grammaticale, e arte
la logica), come
una rettorica della
logica, ossia, per
l'appunto la scienza della tavola
rotonda che è
quadrata, e questo
solo, non anche
l'estetica di una
poesia, che avrebbe
per tipo i
versi celebri, grammaticalmente e
metricalmente impeccabili –
Colourless green ideas sleep furiously. Pirots karulise elatically. C'era una
volta un ricco
poveruomo, Che cavalcava
un nero cavai
bianco; Salì scendendo
il campami del
Duomo, Poggiandosi sul
destro lato manco.] perchè affetti e
suoni, per designar
col termine di Romani
il mondo dell'arte,
le creazioni della
fantasia, son fuori,
non avendone bisogno,
della sfera dell'arte.
Quella che era
stata in CESAROTTI (si veda) una confusa
intuizione del carattere
fantastico del nostro
pensiero, diventa nel
suo scolaro un
insanabile dualismo, per
cui da una
parte si ha
un linguaggio grammaticale – Colourless green ideas sleep
furiously – Pirots karulise elatically --,
dall' altra un linguaggio
agrammaticale (oratoria e
poesia). Un vero regresso,
dunque, rappresenta questo
punto di vista
del Romani, non
pur verso i
grammatici logici dell'Enciclopedia, ma verso
lo stesso Cesarotti;
e il suo
apostolato ebbe infatti
scarso successo. Giandomenico
Nardo ("), che
fu chiamato ' l'ultimo
de' cesarottiani ',
lamentava molti anni
più tardi che
gli scritti di
Romani non fossero
studiati abbastanza; ma,
per ripetere un
arguto giudizio del
Mazzoni, quella era
troppa filosofia, troppa
fidanza, cioè, nel
raziocinio, e troppa
noncuranza invece
dell'osservazione diretta sull'uso
corrente. Fantastica anche ROMANI una
sua lingua universale; e
così crede, senza accorgersene,
che pur la
lingua nostra si
potesse dipanare via
via a fil
di logica dalla
matassa d'una teoria.
Quanto aveva di
ragione, e non
è da negare
che ne avesse,
contro la Croce, in
La Critica. Pubblica
Osservazioni sopra alanti
recenti vocabolari metodici
della lingua nostra
(Rambelli, Carena, Barbaglia,
ecc.), e, come
appendice a una
raccolta di suoi
studi, uno scritto
Sui mezzi indicati
da M. Cesarotti
per avviare l'italiana
favella alla desiderata
perfezione. Prese dal
maestro, osserva il
Mazzoni (L'Olt.), l'idea
buona e in
qualche parte la
praticò, dei vocabolari
dialettali. Si ricordi
l'espediente praticato e
suggerito dal Cesari
circa l'uso del
dialetto (Disser/az., verso
la fine) per
l'apprendimento della lingua,
e la proposta del
Manzoni. Crusca d'allora,
non bastava a
dargli vittoria siffatta
da costituire lui quasi
supremo legislatore, in
nome della Ragione,
sulle grammatiche e
sui vocabolari presenti
e futuri. Era
troppa filosofia per
gli stessi continuatori
di quell'indirizzo. Vanzon nella
sua Grammatica ragionata della
lingua italiana • C
), dove pur
dichiara di aver
seguito un punto
di vista ornai
comune appo le
nazioni più colte
d'Europa, vuol prender
una via di
mezzo distruggendo parte delle
preoccupazioni degli scolastici
e parte accettando
delle filosofiche dottrine
. Infatti, tranne
che per le
definizioni, dove versa
discretamente lo spirito
ideologico, vi segue
i principali grammatici
empirici dal Salviati
al Buonmattei al
Corticelli, attenendosi per
le autorità ai
padri della lingua,
con molte liste
alfabetiche di esempi
e molti esercizi.
Il Calchi nella prefazione
alla terza edizione
della sua Grammatica ragionata della
lingua italiana, dichiarava
d'aver compilata otto anni
avanti una Grammatica
elementare maggiore per
un Corso di
studj, coli' intento
di applicare bensì
la teorica generale del
linguaggio alle regole
proprie e particolari
della nostra favella,
ma non d' inoltrarsi
soverchiamente nelX
ideologiche astrattezze per
non correr pericolo,
invece di aiutare, di
confondere la mente.
Codesta Grammatica infatti, che
tien conto dei
grammatici francesi allora
in voga, il
Tracy e il
Condillac, e i
nostri sia logici
(Vanzon, Valdastri, ecc.)
che pratici (Buonmattei,
Ambrosoli, ecc.), riesce
a un lodevole
contemperamento di filosofia
e di empirismo,
quale era consentito
dai tempi. Anche
vi è ristabilita
quell'antica armonia delle varie
parti della grammatica
{ortologia, etimologia, costruzione,
ortografia, prosodia e
versificazione) che è
stata poi ripresa
modernamente: e alla
grammatica moderna, p.
es. a quella
del Morandi e
Cappuccini, rassomiglia per
aver trattato dell'uso
delle varie parti
del discorso nella
sezione dell'etimologia, di volta
in volta, piuttosto
che nella sintassi.
Il ragionato in
questa Grammatica si
riduce alle dichiarazioni
logiche delle singole
categorie e degli
accidenti grammaticali e
alle dilucidaMazzoni. Livorno. La
prima edizione, esaurita,
dice l'a., in
breve tempo, voleva
essere un' 'Esposizione grammaticale
al suo Dizionario
universale.] zioni delle regole
dell'uso delle varie
parti del discorso. C'ingegneremo di determinare... le
ragioni di esse
regole: né solo
in questa, ma
anche in ogni
altro che verrà
dietro a ciascuno
de' Capitoli successivi,
giacché se una
lingua deve avere
Yuso per base,
come dice il
Cesarotti, V esempio per
consigliere, deve parimenti
avere, sempre che
può, la ragione
per guida. Abbonda
invece di esempi,
che sono tolti
da approvati scrittori
d'ogni secolo, e di paradigmi.
Anzi in un
punto egli si scusa di
far di questi
un uso troppo
abbondante, più conveniente
ad un Manuale
della lingua che
ad una Grammatica.
Non si creda
peraltro che il
fervore per la
grammatica generale
accennasse a intiepidirsi,
anzi si seguitavano
a tradursi anche
gli autori francesi,
perchè fossero ancor
più popolari, come
il Girard (2).
Anzi, ideologia logica
e grammatica seguitavano
a viver congiunte,
come già ai
tempi del Venini,
del Valdastri e
del Soave, non
pur ne' libri,
sì bene anche
nell'insegnamento universitario. A
Torino, Bona inaugurava
appunto il corso
di Grammatica generale
con una lezione
proemiale, in cui,
delineando i concetti
fondamentali ed il
metodo di questa
disciplina, diceva: "
Poniamo innanzi tutto
che la cognizione
della Grammatica generale,
o vogliamo dire
la cognizione scientifica
dei principi generali
ed immutabili delle
lingue, bene si
può altrimenti ottenere
che dalla cognizione
dei materiali elementi
dei singoli idiomi
e dal paragone
dei medesimi tra
di loro per
discernere in essi
lo assoluto dal
contingente, lo universale
dal particolare, l'uso
dal diritto... Le
leggi fondamentali del discorso
può l'uomo conoscerle
parimenti per mezzo
della riflessione, rivolgendo
la sua attività
intellettiva all'analisi dell'elemento
spirituale del linguaggio,
astrattamente dallo elemento formale del
medesimo. L'analisi filosofica
del pensiero può
guidare eziandio allo
scopo; questa anzi
deve precedere ogni
Grammatica ragionata della
lingua italiana proposta da Caleffi già
pubblico professore di FILOSOFIA. Terza
edizione fiorentina. Firenze,
a spese dell'Editore. Dell’insegnamento ragionato
della lingua materna
nelle scuole e
nelle famiglie. Trad.
di A. Pace,
Torino. La Grammatica generale
del conte Destutt
de Tracy era
stata tradotta dal
Compagnoni, Milano.] cosa, olii
vuole scientificamente risolvere
i diversi problemi
della teoria dell'umano
linguaggio e conoscere
le leggi fondamentali. Che più
? Non soltanto
fu l' ideologia applicata
alle grammatiche delle varie
lingue, non escluse
quelle comparative (una
Grammatica ragionata italiana
ed ebraica (2)
aveva pubblicato fin
dal 1799 Samuel
Romanelli), ma perfino
anche ai trattati
d'altre arti diverse
dalla parola, e
avemmo così anche
una vera e
propria Grammatica ragionata
della musica considerata
sotto l'aspetto di
lingua (3), fondata,
come l'autore stesso,
Balbi, dichiara sui
principi e le
grammatiche del Tracy,
del Soave e
d'altri (p. 33).
Vero è che
spesse fiate, nell'impresa
di stabilire le
rispondenze
logico-grammaticali tra la
lingua musicale e quell'articolata, è
forza confessare al
nostro autore, mi
si paravano dinanzi
delle difficoltà ed
imbarazzi non piccoli,
allorché mi mancava per
esempio qualche parte
da poter confrontare, ove qualche
altra invece mi
sopravanzava; ma, convinto
dell'identità del principio
logico generatore de'
due modi d'espressione, egli
comincia impavido a
trattar delle parti
costituenti il discorso
musicale e via
via, per tutte
le categorie, considerate
in tutti i loro accidenti
del genere, del
numero, del caso,
ecc., del soggetto,
dell' attributo, della copula,
dell' avverbio, dell' interposto,
della
congiunzione, della preposizione,
arriva fino alla
sintassi, riguardata ne'
suoi mezzi di
costruzione, declinazioìie e
creazione di legami
e riposi (punteggiatura) destinati a
marcare le relazioni
delle altre parti
. E ben
facile rappresentarsi il
contenuto d' un
tal libro; pure
gioverà aggiungere qualche esempio.
Il soggetto è,
così, il tono
o modo, vera
sostanza di qualunque
pensiero musicale; V
attributo è la
qualità del tono, scelta
del tempo, indicazione
del movimento, posi- [ZOPPI (citato da VAILATI), LA
FILOSOFIA DELLA GRAMMATICA: studi e memorie
di un maestro
di scuola, La Sapienza,
Unione tipografica-editrice, dove
Bona è citato
così: Boxa, Lez.
proem., Torino, 1847,
P9"IO> cit. dal
Pezzi nella Introd.
allo, studio della
scienza del linguaggio,
Torino. Con trattato, ed
esempi di poesia,
Trieste, Dalla Ces.
Reg. Privil. Stamperia,
Milano, Ricordi. I capitoli sono
stati pubblicati già dall'a.
stesso per Nozze
Treves-Todros e Todros-Treves, a
Rovigo, A. Minelli] zione,
intensità, carattere dei
suoni; il verbo
è la disposizione,
X ordine, delle espresse
o sottintese basi
fondamentali formanti la
cadenza, il di
cui officio è
appunto quello (al
dir del Tracy)
di svolgere le
due idee presentate
dal tono, e
carattere o qualità paragonabili al
soggetto ed ali 'attributo. Siccome
poi, in fatto
di lingua, altro
verbo non esiste,
che l'Essere, derivante
dal suo participio
étant (rozzamente essente)
così nella sola
cadenza semplice tonale, consiste
la vera essenza
copulativa o copula; e
giacche qualunque altro
verbo non può
essere che un
composto del sottinteso
essere aggiunto ad
un attributo, così
anche qualunque altra
cadenza non potrà
essere che composta
della tonale aggiunta
a qualche altro
attributivo accordo, o
cadenza in qualsivoglia
maniera, od espressa,
o sottintesa. Ecco
quindi ciò che
forma la proposizione
musicale, che noi
chiameremo pure col
solito titolo di
periodo, canto, pensiero,
motivo, frase, ecc.,
a secondo di
quello che si
tratterà, quando daremo
gli elementi della
composizione. Medesimamente il
Balbi vi parlerà
di costruzione diretta
e inversa, della
necessità che Y aggiuntivo
si concordi col
sostantivo, sì nel
numero, come nel
genere e nel
caso, e perfino
del punto ammirativo
e interrogativo! Ma la
cosa è perfettamente
naturale: ammesso che si possa,
per ragioni pratiche
d'apprendimento e d'altro,
sottoporre l'espressione
artistica a un
processo di elaborazione
logica, le categorie grammaticali anche
della musica sorgono
immediatamente d'incanto, e non
c'è nulla da
ridire: anzi si
può osservare con qualche
compiacenza il loro
meccanico sorgere anche fuori
del campo strettamente
linguistico. V'ha di
più. Quel solo porre il
problema di una
grammatica ragionata della
musica considerata come lingua
in tempi di
logicismo e purismo
linguistico, anche se
il criterio assunto
per risolverlo era
quel medesimo di
cui si serviva
la grammatica filosofica,
poteva valere come
un suggestivo richiamo
a una considerazione meglio
che intellettualistica
dell'espressione in genere,
potendosi avvertire in
quell'equazione di un prodotto
creduto facilmente logico
e di un
altro di evidentissima
natura artistica una
comunanza più intimamente spirituale di
competenza dell'estetica meglio
che della logica. Pochi
anni avanti aveva
vista la luce
un' ' Opera
postuma di POGGI (si veda)
su La
scienza dell'umano
intelletto, ovvero Lezioni
a" ideologia di grammatica
di logica. L'opera, come
s'argomenta dal titolo, è
divisa, dopo l’Introduzione, in
tre parti: Della ideologia;
Della Grammatica, e Della logica. POGGI (si veda) è un
condillachiano, e quello
di Condillac è,
se non isbaglio,
l'unico nome che
citi nel suo
grosso volume. Ma, qua
e là, come
a proposito di
metafore e termini-cifre
e di lingue
emblematiche e dipinte
e alfabetiche ecc.,
indica anche un'
influenza, non direi
vichiana, ma cesarottiana.
Parte, appunto, anche
lui dalla istituzione
delle lingue artificiali,
e con la
percezione, i bisogni,
l'utilità, la brevità,
svolge tutta la
dottrina delle categorie
grammaticali e de'
loro accidenti e
poi della sintassi
di costruzione, di
reggimento, di concordanza.
Le prime articolazioni
furon pronunziate per
significare sensazioni
riportate ad oggetti
esteriori: un' interiezione,
dunque, e un
nome bastarono a
esprimere qualunque sensazione.
In ogni interiezione,
in ogni nome
è contenuta un'intera
proposizione. Poiché un' idea
qualunque non è
propriamente che il
risultato di una
sensazione, ne segue
che tutti gli
altri elementi del
discorso non servono ad
esprimere veruna idea
intera e completa,
ma bensì soltanto
delle modificazioni, e
dei rapporti fra
le nostre idee.
Tutto il macchinismo d'ogni
lingua parlata è spiegato
con questo principio:
i verbi, gli
aggettivi, le proposizioni,
le congiunzioni, e
tutte le variazioni
de' nomi e
de' [Firenze. A
spese degli editori
[i figliuoli Poggi], .
Precedono Cenni biografici.
(*) In XXI
lezioni, con un'
Appendice sul l' Idea della
metafisica scolastica. In
due sezioni (lezioni) Della
grammatica: Del PRIMITIVO LINGUAGGIO umano; Degli
elementi del discorso
in qualsivoglia lingua artificiale;
Seguita l'analisi del
discorso; Osservazioni
sull'analisi precedente, massime
intorno al Verbo;
Delle variazioni a cui soggiaciono
gli elementi del
discorso; Dei verbi
ausiliari, irregolari, e composti;
Degli aggettivi di
quantità e di
numero. (lezioni): Della
sintassi; Del reggimento,
e delle altre
condizioni della sintassi;
Di una lingua
dipinta, delineata, o
scritta; Di una
lingua scritta per
caratteri, ossia della
scrittura volgare; Dell'ortografia; Delle
parole aventi più
di un significato,
dei sinonimi, dei tempi
e delle figure
grammaticali. (lezioni): Del
Raziocinio; Delle proposizioni,
e delle varie
forme d'argomentazione.] verbi, si
sviluppano da esso.
V? avverbio e il
participio non sono
vere categorie, perchè
l'avverbio si compone di
una preposizione, di un
sostantivo e di
un adiettivo, e
il participio è
una specie di
nome verbale aggettivo.
La cosa è
molto facile: e
perciò, invece di
seguir il nostro
intrepido dipanatore del
linguaggio nella sua
dimostrazione, la lasceremo
immaginare a chi
vuole. Mi piace
invece richiamar l'attenzione
sull'espediente adoperato
dal Poggi per
dar l'idea della
sintassi. Si ricorderà che
il Croce per
mostrare come i
logici hanno cavato
dall'espressione i generi grammaticali,
ha portato l'esempio
d'una pittura che
rappresenti un individuo che
cammina per una
certa via campestre,
e alla quale
corrisponde la frase:
Pietro cammina per
una via campestre.
Come elaborando logicamente
quella pittura si
ottengono i concetti
di moto, azione,
ente, del generale,
dell' individuale, ecc., così
elaborando col medesimo
procedimento quella frase,
si ottengono i
concetti di verbo
(moto o azione),
di nome (materia
o agente), di
nome proprio, di
nome connine ecc.,
che pei grammatici
sarebbero le parole,
le espressioni di quei
concetti, ripassando illecitamente
dal logico all'estetico
. Orbene, il
nostro si serve
del medesimo esempio
della pittura per
elaborare, con poca
esattezza, però, non
solo le categorie
grammaticali, ma l'ordinamento, la
sintassi onde vengono a
intrecciarsi armonicamente per
la perfetta espressione
del pensiero. Val
la spesa di
riportar questo brano,
senz'altro dire. Se
vi fate a
osservare un dipinto
in cui siansi
per esempio ritratte
varie figure umane,
voi tosto vedete
nel tutto insieme
di ciascuna figura
il primo elemento
di ogni discorso,
cioè il nome:
se paragonate una
figura coll'altra, vi
scorgete delle differenze caratteristiche, onde
una si discerne
dall'altra; analizzando
queste differenze vi
risultano delle proprietà
ovvero degli attributi
che voi distinguete
egualmente; ed ecco
il secondo elemento del
discorso che diciamo
aggettivo, mentre aggiunge
alcun che all'idea rappresentata
dal nome: se
vi fate a
riguardare accuratamente le
fisonomie, gli atteggiamenti, e
gli atti delle
figure medesime, scorgete
eziandio le passioni
e gli affetti,
onde sono animate,
dal che scaturisce
il terzo elemento
d'ogni lingua che
appellasi verbo; imperocché
quelle attitudini non
esprimono che i
bisogni, le tendenze,
le avversioni o
i desiderj dei
perso- [Est.] naggi ritratti: infine
non esprimono che le attuali
modificazioni del loro
essere: procedete all'analisi:
osservate come una
figura stia nel
quadro rispetto all'altra,
come gli atti
o i gesti
di questa si
rapportino agli atti
o ai gesti
di quella; poiché
siasi voluto rappresentare
un fatto od un'
azione principale con
altre secondarie ed accessorie;
finalmente in qual
modo tutte quelle
figure, e tutte
quelle attitudini si
leghino insieme, onde
esprimere in complesso
il concetto del
pittore, e voi
scorgete che questi
rapporti e queste circostanze
tengon luogo delle
preposizioni e delle
congiunzioni: mentre esse
isolatamente prese nulla
significano, anzi non
sono nulla, ma
guardate in complesso
nel tutto insieme
del quadro, servono
a determinare, dichiarare
e completare l'idea
principale o il
soggetto della dipintura.
Ora, fermandoci all'addotto
esempio, è altresì
facile il comprendere
che intanto il
concetto del pittore
si manifesta, e
passa nella mente
dell'osservatore, in quanto che
le parti elementari
del dipinto sono
collocate e disposte
in una certa
guisa e con
determinato ordine fra
loro: dal che
dipende la pronta
e chiara intelligenza
del soggetto, ossia
dell'azione principale non
meno che delle accessorie;
di tal
maniera che, se
quelle figure, quegli
atti, quegli emblemi o
segni caratteristici e
quelle mosse si
travolgessero, o confondessero, non
avremmo più espressa
intelligibilmente l'idea del
pittore. Questa collocazione
e disposizione di
parti, è appunto quella che
nelle lingue chiamasi
sintassi, la quale
voce significa ordinamento. Ma
non è prezzo
dell'opera il fermarsi
sulle colluvie di
grammatiche ragionate grosse
e piccole che innondò le
scuole italiane nella
prima metà del
secolo decimonono: sarà
già molto che
ne diamo qui
un elenco, s'intende,
imperfetto.Neppur Dove ho
messo questi puntini,
è il seguente
periodo: E qui
cade in acconcio
una bella e
giusta osservazione, ed è questa,
che l'arte della
pittura fin che
non seppe ritrarre
le affezioni e
i movimenti dell'animo, non
fu che un
linguaggio assai imperfetto,
come quello che
mancava di segni
atti a significare
le modificazioni dell'essere, e quindi
pur anche le
vere relazioni e
i legami di
un affetto o di
un'azione coll'altra e
quindi il dipintore
non potea esprimere che
in parte soltanto
i proprj concetti:
né tampoco imprimere
alcun carattere marcato
e distinto alle
sue figure. (?ì
Martinelli Gius., Modo
per agevolare la
cognizione e l'uso
della lingua toscana,
Venezia, 1800 (Divide
la lingua in
parecchi gèneri di
materie, ciascuno comprendente
parecchie spezie, ai
quali corrispondono vocaboli
proprii e figurati
e maniere di
favellare: è una
fraseologia metodica). Placci
M. F. Gius,
(professore di fisica
nel r. Liceo
di Fermo), Sul
meccanismo della pronuncia
?iella lingua italiana
Osservazioni Vicenza (L'a. dichiara
di essersi giovato dell'opera del
sig. di Kempelen
e di alcune
altre. Il nostro
pensiero va naturalmente
al De Brossei.
Zanotti Fr., Elementi
di grammatica volgare,
Milano (È un opuscolo
in cui s'insegna
tutta la grammatica
compresa la sintassi,
compresovi un discorso
sulla lingua). Brambilla Carminati
Dom., Introduzione alla
grammatica di Soave ossia
Elementi delle due
lingue italiana e
latina, Venezia (ma riguarda
più particolarmente il
latino). Libro di
lettura e Introduzione
alla grammatica italiana
per la classe
II delle scuole
Elementari, Venezia. Franscini Stef.,
Grammatica inferiore della
lingua italiana, Milano, per
la III classe
elem. (compilazione elementare,
ma intonata al
la filosofico). Omezzati Andr.,
Grammatica elementare della
lingua italiana, Mantova.
(Nella prefaz. cita
la dotta grammatica
del Soave, e
le due del
dottissimo Bellisomi, dove
colla più profonda
sottil metafisica ecc.
è porto il
più grande aiuto,
anzi è arato
tutto il campo.
Incomincia al solito
col domandare: Che
cosa è la
grammatica? Che cosa
intenderò per sillaba?). Alcuni cenni
di grammatica comparata
delle lingue italiana
e latina ad
uso della gioventù
con Corollari della
grammatica di Tracy,
di G. B.
D., Padova (Con
l'esempio di alcuni
casi l'it. essere
si costruisce come
il lat. esse,
e i casi
vi sono tanto
in it. che
in lat. dimostra
che si deve
insegnare la grammatica
delle due lingue
e d'altre lingue
parallelamente per eliminare,
anzi per non
creare difficoltà. Vi si cita
il Tracy, che
insegna che una
lingua è migliore
quanto essa più
segue l'ordine naturale
nella costruzione .
Ma il Tracy
ci sta proprio
a pigione. È
notevole, peraltro, per
l'indirizzo che parrebbe
un trovato moderno.
E già questo
ha la barba
lunga !). Elementi
della lingua italiana
ad uso delle
scuole, Milano. Fontana Ant.,
Grammatica pedagogica
elementare italiana, Brescia. Il
fanciullo parli pure
la sua lingua;
e tu gli
mostra quindi come
il detto traducasi
facilmente in Italiano;
scrivi la traduzione
sulla tabella; ed
il fanciullo lo
legga e lo
rilegga, e lo
venga poi ripetendo
dopo che dalla
tabella è cancellato.
Anche l'esercizio delle
traduzioni dialettali si
vorrebbe far passare
oggi per una
novità; mentre il
Fontana ha predecessori perfino nel
Cinquecento!). Iaklitsch Gius.,
prof, a Trieste,
Principi elementari della
lingua italiana, Milano (Distingue la lingua
in generale e
verbale. Le vocali
sono propriamente l'armonia
della voce verbale,
che al suono
della lingua dà
l'amenità e la
soavità del canto;
le consonanti all'incontro
sono più il
carattere distintivo delle
idee per mezzo
delle quali le
parole acquistano e
significato e intelligibilità, come:
colto, conto, corto,
costo, ove si
può dire che
le consonanti /,
//, r, s
della prima sillaba
sono propriamente i segni
caratteristici del significato
delle parole, e
la sillaba è
soltanto una sillaba
derivativa, la quale
modifica il significato
se Capitolo quattordicesimo 455
rondo che cambia
la sua vocale
come pasta, pasto
p. 9. Qui
la filosofia e l'etimologia
a cavallo del
De Brosse galoppano
mirabilmente all'indietro). Visconti
Kr.. Riflessioni ideologiche
intorno al linguaggio
grammaticale dei popoli
colti, Milano, Non sono
propriamenUuna grammatica, ma
contengono dilucidazioni su
ogni categoria grammaticale,
secondo le vedute
delle grammatiche filosofiche, delle quali
l'a. dichiara d'essersi
giovato. Se non
che la grammatica filosofica mi
par che vi
sia trattata a
rovescio, di mostrandovi
si non come
sorgono le categorie
grammaticali, ma come
si sciolgono nelle
loro varie accidentalità. Degli
aggettivi fa sei
categorie, l'ultima delle
quali è come
la pentola in
cui la locandiera
getta il residuo
di vari cibi,
per farne una
qualche vivanda destinata
alle mense dell'indomani. Le precedenti
sono in quella
vece come il
pollo fresco, l'arrosto
ecc.). Scienza della
parola toscana, p.
I., Le diritte
parole della lingua,
Torino. Malvezzi Grammatica nuova
italiana, Milano. Cogo Pietro,
Grammatica italiana
popolare, Padova. Cora
Gius., Nozioni fondamentali su
tutte le parti
del discorso ordinate
ad agevolare la
intelligenza delle prime
scuole della sintassi
italiana e latina,
Venezia (Sono 373 nozioni.
Lo studio logico
deve incominciare quel
giorno stesso in
cui il maestro
comincia le sue
lezioni, e terminare
l'ultimo di dell'insegnamento. Sappiamo
dai filosofi e
sopra tutti dal
celeberrimo ab. di
Condillac che il
perfezionamento del linguaggio
e del pensiero
devono proceder di
egual passo. Fezzi
Gius., Tentativo teorico-pratico per
f insegnamento delle
due lingue italiana
e latina. Guida
all'analisi ed alla
pratica composizione del
discorso applicato alla
lingua italiana e
proposta come primo
fondamento dell'arte del tradurre
e del comporre
nelle classi di
grammatica, Cremona Dichiara che
quest' operetta è un sunto
de' sommi predecessori
Soave, Romani. Biagioli,
Ambrosoli ma. specialmente,
Bellisomi e Fontana,
de' quali si
dice discepolo, mutati
solamente l'ordinamento e
l'esposizione della materia
e unita la
teoria alla pratica. Usa
ancora la distinzione
cesarottiana delle parole-segni,
e delle parole-figure. Ha
un'appendice Degli elementi
spirituali del linguaggio).
Mattiello A., Regole
pratiche per {sviluppare
ai giovani i
primi rudimenti dell'
italiana favella in
conformità alla metodica,
Venezia. (Cogli alunni della
I e II
ci. eleni, applica
la IV massima
della metodica generale, come
se si trattasse
d'insegnar loro a far delle
aste. Sai tu
a che servono
le regole? Non
signore). Ànti Giorg., Trattato
dialogico sopra la
sintassi italiana, le
proposizioni grammaticali e
la ortografia con
alcune tavole sinottiche
e in fine
un picco/o '
dizionario veronese-italiano ',
per comodità e
utilità della studiosa gioventù, Verona. Cestari Tom.
Em., Grammatica italiana teorico-pratica divisa
in ? classi
ad uso specialmente
delle scuole elementari.
Venezia, Dello stesso: Primi
eleni, digr. ital.-lat.,
Venezia; Genesi dell'accordo
fra il pensiero
logico ed il
linguistico proposto a chiave
dello studio filologico
comparato, Venezia). Brugxoli
Ag., Nuovissimo repertorio
grammaticale, Verona. Missio
Bern., Metodo d'iniziare
i fanciulli nel
comporre e nella quella
del Cerutti si
solleva molto dalle
altre. Elaborata invece con
acume filosofico è
una GRAMMATICA IDEOLOGICA (cf.
GRICE – ‘way of things, way of ideas, way of words -- Grammatica ideologica
uscita senza nome d'autore:
e, per chiarezza
d'esposizione e grammatica
italiana, Treviso. C.
V., Grammatichetta italiana
ad uso delle
scuole elementari intermedie,
Lecco, Lipella Car.,
Grammatica italiana per
la j classe
eleni., Verona (Postuma. Vi si
cita ancora il
Soave, ma non
sempre per difenderlo). Gusberti
D., Grammatica ragionala
della lingua italiana,
Torino. Naturalmente, in correlazione
a questa diffusa
produzione grammaticale, non si
cessò di speculare
sul linguaggio secondo
il comune indirizzo
filosofico-storico. Si ebbero:
Rosa Gabriele, Vicende
delle lingue in
relaziofie alla storia
dei popoli, Padova,
s. a. Volpe Gir.,
Saggio sulle cause
delle vicende delle
lingue, Belluno. [Bidone Em.],
Saggio sull'analisi ed
unità delle lingue,
Voghera, ed altri
siffatti libri che
qui non importa
elencare. Né mancarono,
com'è del pari
naturale, discussioni circa
il metodo dell'insegnamento grammaticale in riviste,
opuscoli (ho ricordato
la polemica Bellisomi-Fantoni), e
conferenze (p. es.
Della istruzione elementare
di grammatica italiana,
Lettura ne IP
Ateneo di Treviso,
Treviso): tutta una
letteratura scolastica, che,
se può interessare
lo storico delle istituzioni
e dei metodi
didattici, non aggiunge
nulla alle conoscenze
che si posson
trarre direttamente dalle
grammatiche per l'argomento
nostro. Medesimamente si
vennero escogitando parecchi sistemi di
lingua universale (i
nostri volapuk e
esperanto), nella illusione
di poter ridurre
a un unico
schema valevole per
tutti i popoli le
singole grammatiche particolari.
Poiché tutti i
popoli si ritrovano nella grammatica
generale uniformi nel
concepimento dell'idee e nel loro
collegamento logico, doveva
pure potersi formulare
un unico sistema
grammaticale e ortografico
insieme che servisse
a rappresentare e a
render comune e
praticamente comunicabile la
lingua universale. Ricorderò:
Matraja Gio. Gius.,
Gcnigrafia italiana, nuovo
metodo di scrivere
questo idioma, Lucca.
(Da genicografia, 'scrittura generale , Modo
di scrivere generalmente
senza relazione agl'idiomi '.
Molti, ricorda il
Matraja, si affaticarono
per sciogliere il
problema di tale scrittura,
Cartesio, Leibnitz, Wolfio,
Willio, Kircker, Delagarne,
Beclero, Sobbrig, Lambert,
Demaimieux e Richeri;
ma solo a
lui, povero frate,
la Divina Provvidenza
permise di farlo.
Tratta la grammatica
genigrafica in generale,
e poi le
parti dell'orazione ecc.). Proposta per
la rettificazione dell 'alfabeto ad
uso della lingua
italiana di N. N.,
Milano (È fondata su
quella del Court
de Gibelin e
del Klaproth, che
prende a base
l'alfabeto romano portato
a 42 lettere).
Già prima di
Matraja, altri italiani
avevano tentato questo
sistema. Grammatica
filosofica della lingua
italiana, Napoli. Più interessante
è forse la
Vita di Cerutti con
ragionamenti e digressioni
morali e filosofiche
da lui scritta
e pubblicata lui
vivente, anche per
segnare il termine
estremo, dirò così,
più importante dello svolgimento
della grammatica filosofica, notevole ci sembra il compendio di Corradini.
Fondamento della grammatica ideologica, in cui non c'è riuscito riconoscere
l'autore, che vi si designa nel proemio un addetto alla teoria e alla pratica
della giurisprudenza, è il più schietto sensismo condillachiano che prevalse in
Italia, specialmente nell'ambiente scolastico, dove quella corrente puo circolare con molta
facilità. L'autore si mostra assai accalorato pel suo prediletto sistema
filosofico, e recisamente avversario alla crtiica. La dipendenza dalla
grammatica dall'ideologia e seguendo nell'insegnamento il metodo analitico. Se
le cognizioni vengonci tutte da'sensi adoperati nel passato ed attualmente. Se
le regole o teorie non sono che brevi sunti delle osservazioni nate dalla pratica dei fatti e
degl’oggetti sensibili, ne consegue chiaro che lo esemplificare, o il far
nascere l’osservazioni e le regole da'casi concreti, e dalle circostanze
palpabili deve costituire la parte più momentosa dell'insegnamento, la sola e
vera salda base del medesimo. Se la sperienza de'fatti fa toccar con mano a chi
non ismarrì il tatto, che l’astrazioni e generalità d'ogni maniera, classi d'individue cose,
classi d'ognuna delle loro qualità trovata consimile in parecchi individui, e
classi infine di giudizi singolari riuniti a farne un generale, non esistono
che negl’oggetti od individui fatti, non sono fuorché estratti d’essi e delle
loro relazioni di somiglianze, o differenze, o di causa ad effetto; è dunque
pessimo ogni metodo d' insegnare, ch’aggirandosi perpetuamente nelle copie, trascuri gl’originali
siffatti, e'1 cominciar insegnando dall'astrazioni, quali solo tutte le regole
e i precetti, con volar sempre sulle loro ali senza mai calare a terra, al
sensibile. Il saggio consta di due parti, la prima, che contiene Prelezioni
ideologiche indispensabili alla
grammatica, delle facoltà
intellettuali e de'bisogni dell'uomo;
Rapporti, giudizi e teoria dell’astrazioni; le generalità divise in tre
sorta di classi, soggettiva o sostantiva, qualitativa, proposizionale, ossia
l'esposizione dei principi generali su cui è fondata la grammatica; la seconda,
che contiene la grammatica generale, sull’origine della lingua; lingua
naturale, d'azione od affettivo; della grande utilità de'segni o vocaboli anche
solo pel pensare e ragionare; e delle varie specie di proposizioni, ossiano giudizj parlati; del nome, pro-nome, adiettivo
(shaggy), articolo e del verbo in genere; delle pre-posizioni e degl’avverbj; delle
congiunzioni; del verbo, divisione de'verbi tempi; SINTASSI. La dottrina di
questo saggio, sia generale che particolare, sviluppata in un'analisi
certamente eccessiva, sovrabbondante pagine sono indubbiamente troppe per
spiegare la genesi delle categorie
grammaticali, posa su un sistema assai meno complicato di quel che a bella
prima puo sembrare. Senza la pretesa di riassumerla tutta neppur nelle sue
linee generali in poche righe, che per tali opere non è possibile né gioverebbe
molto, tante sono l’analisi particolari di categorie secondarie, e tanto lunga
e spesso noiosa è la via della conclusione, eccola nel suo principale aspetto. Noi siamo intelligenze
servite d’organi, o sieno membri operativi. Colle nostre facoltà o potenze
corporee non possiamo distinguere negl’oggetti che qualità, modi o maniere
d'essere: ogni sensazione corrisponde a una qualità: gli’oggetti non sono che
gruppi o mucchi delle qualità che noi possiamo percepire: sostanza è un
nonnulla che sta sotto alla qualità cui serve
di sostegno, fulcro ed appoggio: grammaticalmente sostanza è anche il
restante mucchio delle qualità d'un oggetto in opposizione a una o due qualità
estratte mentalmente dal mucchio stesso,
cioè per via ed astrazione. Qualità e loro forme mutevoli e astrazioni e
i loro rapporti ecco tutta la nostra conoscenza, ossia tutto il nostro modo di
sentire, intelletto, e di volere, volontà, mediante l'attenzione, la riflessione, i giudizi. Ora
ogni nostra sensazione ha bisogno per esser circoscritta d’un termine proprio;
ma non ci sarebbero vocabolari bastevoli a contener tutti questi termini:
quindi la necessità delle classi, i generi, le specie: è tutto un lavoro di
generalizzazione e d’individuazione per nominare gl’oggetti delle nostre
sensazioni sempre per via d’astrazione: questa è la naturale figliazione delle nostre idee: anche
le pro-posizioni non sono che principj o formole compendiose dell’idee già
acquistate dalla esperienza. La grammatica, non che la logica, trova piane le
sue leggi nell'ordine stesso con cui si
figliano le idee. Siffatta dipendenza volle Dio ordinare tra l'anima umana
nobilissima parte, e la terrena mole, sintantoché vivessimo quaggiù. Il
sensismo che limita le nostre conoscenze
alle sole qualità degl’oggetti di cui abbiamo le sensazioni, giunge all'idea di
Dio senza alcuna difficoltà!] nostre dal sensibile all'astratto per
classificarsi e generalizzarsi. Donde deriva la sua importanza: imperciocché la
natura deve necessariamente esordire, e poi l'arte d’essa aiutata proseguire,
dirozzare; sicché se l'eloquenza è il cuore che naturalmente parla, l'arte è la
ragione che lo rischiara e conduce. La lingua, prodotto naturale della
sensività passa naturalmente per tre gradi: gridi o suoni involontarj; gli stessi usati ad arte o per
volontà; lingua composta di suoni distinti ed articolati ne'suoi successivi
perfezionamenti. Si passa dall'uno all'altro per Ya?ialogia, magistero della
lingua, coi soccorsi dell'onomatopeia. Nella prima naturai lingua ogni intero pensiero s’espresse con un
segno solo, a proposizione intera. È già arte spaccarla in due pezzi, soggetto
(Fido) e predicato (shaggy), ed analisi più raffinata ancora il dividere
sovente il soggetto in parecchi brani e'1 far lo stesso dell'attributo (shagy).
È naturale che la prima pro-posizione intera sia stata un sol cenno di testa, o
un 'interiezione. Poi avvenne un continuo
spaccamento di pro-posizioni. Il naturale è il più composto, ed
inviluppato. L’artificiale è il più decomposto, analizzato e spezzato. La
scienza delle parti del discorso é tutta nell'analisi dello sviluppo del primo
grido. In ou/c'è io soffoco, o io soffro calore: quando avrò
saputo nominar in disparte il soggetto io, il grido 07i f è
ridotto a significar il solo attributo soffoco: così il grido diventa verbo, sicché il verbo, non escluso
il verb' essere, non è che l'attributo della proposizione, cioè una qualità
involgente il verb'essere, segno della concrezione della qualità col soggetto.
Se ci fossero tante parole proprie quanti sono i soggetti e gl’attributi, non
abbisogneremmo che di due specie di parole,
soggetto (Fido) e attributo (is shaggy). Colla parola Paolizzo Paulise puo
significar “amo Paolo (Grice)”. “Amo Fido” (Fidoiso). Dalla necessità di
determinare il pensiero, o meglio d’individuare l'oggetto che non ha nome
proprio (Fido), nacquero tutte l’altre parti del discorso: l'articolo, la pre-posi- [Tutto in noi riducendosi al
ricevere sensazioni, che sono qualità nostre e degl’oggetti, a combinarle, e
così al considerar le cose individue come gruppi di qualità, tra le quali n’estraggiamo
mentalmente una per contemplarla in disparte, e quindi ri-congiugnerla, attribuirla,
al restante mucchio, lo ch'è pensare o giudicare; è chiaro che ogni nostra
manifestazione non contiene mai ch’un giudizio od una serie di pensieri o
giudizi.] -zione ecc. Nel dire il frutto del ciliegio posto iti tal luogo piace
molto al figlio di Cajo, s'io avessi due parole o segni proprii ed esclusivi, p. es., A pel
soggetto tutto, e B, per l'attributo intero, poiché non s’hanno da comparare
che due sole idee, come diverrebbe comodo il dire soltanto A-B. Ma che
spaventoso numero di segni ci abbisognerebbe! Qui sorge la teoria dei rapporti
grammaticali, il rapporto vero è uno solo, il logico, quello con cui si
comparano le due sole idee ch’entrano nella
pro-posizione, colla quale si spiegano, olte le categorie, tutte l’innumerevoli
accidentalità grammaticali, ossia le modificazioni delle parole utili a sempre
più circoscrivere e individuare i nostri giudizi, pe'quali, al solito, mancano
gl’unici termini propri che li significherebbero alla spiccia con somma nostra
gioia e comodità. La pre-posizione e
l'avverbio sono riduzioni di qualità accessorie: le congiunzioni sono le pre-posizioni delle
congiunzioni, anch'esse dunque riduzioni d’attributi. Quanto abbiamo fin qui
esposto, ci sembra sufficiente a caratterizzare la dottrina di questa grammatica
ideologica senz’entrare nelle particolari trattazioni delle singole categorie
grammaticali e sintattiche. Quanto sia povera e insufficiente a spiegare il
superbo miracolo della lingua, ognun
vede facilmente senza che noi commentiamo di più. Non è nostro scopo far
la critica dei sistemi filosofici su cui si costruirono le varie grammatiche:
ci basta solo mostrare la relazione di questi con quelli. Ma non possiamo non
meravigliarci della simpatia che il sensismo condillachiano ha goduto tra noi
per tanto tempo specie come fondamento alle teorie sulla lingua e all’arti
del pensare, del dire, alle grammatiche,
che l'ha goduta ancora dopo che Humboldt specula sulla lingua con tanto acume e
genialità, n'ha finalmente fissata, pur tra incertezze e confusioni che ne
dovevano mantener insoluto il problema, la natura tutta e solamente spirituale
nella sua infinita ricchezza. Col sensismo della nostra grammatica ideologica
quest'alta funzione del nostro spirito,
anzi la vita stessa del nostro spirito si riduce a un semplice
meccanismo, straordinariamente ricco di nomi ma poverissimo di movimenti, che
la natura esteriore manda, a suo bene placito, fornito solo di piacere e di
dolore, i due grandi custodi del nostro essere. E dire che l'autore, fra i nomi
di Condillac, Tracy, Court de Gebelin, Cousin e simili, cita parecchie volte
quello di VICO! Il che conferma quello
che osserva l'autore del rapporto del da noi citato, che cioè la dottrina di VICO
compresa e accettata in alcune particolari applicazioni rimane oscura nella sua
essenza, e conferma ancora una olta lo
strano miscuglio che ne fanno col sensismo i nostri enciclopedisti. Quali
utilità all'apprendimento della lingua puo venire da siffatte grammatiche,
dove, pure in tanto analizzare,
l'osservazione del lettore non è mai richiamata neppure sulle particolari
funzioni logiche dei fatti grammaticali, come invece vedemmo fare egregiamente
a Marsais? Col quale si rannoda pella parte teorica, e non per queste felici
applicazioni, Corradini, che volle darci, quasi a chiuder la serie non
ingloriosamente, un compendio della grammatica generale filosofica. Questo compendio ha il pregio della chiarezza
assoluta, accoppiata colla più scrupolosa coerenza nella più rapida e concisa
brevità. Gli autori di cui CORRADINI dichiara
d'essersi giovato sono: Sanctio, Minerva, Burnouf, Methode pour étudier la langue
latine, Prompsault, Gramni, rais. d. la langne latine, Régnier, Le jardin de
racines latines, Selvaggi, Grammatica generale filosofica, la grammatica di Porto Reale, Beauzée, Gramm.
gén., gl’articoli relativi dell'enciclopedia galla, cioè Marsais, e i suoi
successori. Definisce la teoria della grammatica generale la scienza delle
forme integrali d'ogni lingua. Ne definisce il carattere, la possibilità,
l'oggetto, il fine, l'utilità. Una delle prove della possibilità la deduce
dalle traduzioni, che dimostrano un comune procedimento del pensiero umano, l'uniformità de'nostri
pensieri. Gl’elementi son due: il materiale e il rappresentativo: in mater,
m r l, ma, ter, l'accento sull'a, sono il
materiale, la Gentile Padova, coi tipi del Seminario. Non dico che questa è
assolutamente l'ultima, né che gl’effetti delle grammatiche generali si
spegnessero nell'insegnamento. Grammatiche filosofiche si scrivono anche oggi,
e noi nelle scuole facemmo tutti, chi
più chi meno, parecchie indigestioni d’analisi logica e grammaticale! [nozione
di madre è il rappresentativo. La grammatica generale filosofica s’appoggia
bensì alla logica pura, ma è propriamente una parte della logica applicata. La
logica applicata considera il pensiero nelle sue condizioni empiriche: la
condizione empirica universale del pensiero è la cognizione; s’ha cognizione d'un oggetto quando è determinato. La
determinazione si compie nelle quattro supreme classi o categorie: quantità,
qualità, relazione, e modalità. Il discorso deve dunque soddisfare anche a
queste esigenze del pensiero. Esse costituiscono le varie modificazioni dei
termini e delle parti del discorso. Esse pure devon esser oggetto d'una
grammatica generale filosofica. Tien
conto anche delle condizioni empiriche dell'uomo parlante: lo stato della
società, l'affetto e la passione che lo domina, l'impeto istintivo d’uguagliar
col discorso la celerità del pensiero, le credenze religiose ecc. In
conclusione, nella parola sono da considerare due elementi: il materiale e il
rappresentativo. Il primo elemento s’appoggia alla natura dell'organo vocale,
il secondo alla natura del pensiero.
L'elemento materiale comprende i suoni vocali e consonanti, l'aggruppamento
de'suoni cioè le sillabe e le parole, e le modificazioni derivate da quest’aggruppamento
cioè l'accento e la quantità. L'elemento rappresentativo appoggiato alla natura
del pensiero deve somministrare i mezzi tanto per esprimere le tre funzioni
concetti, giudizio, raziocinio, quanto
per determinare ciascheduna di queste tre nelle quattro categorie di qualità,
quantità, relazione, e modalità. I nomi sostantivi ed aggettivi esprimono i
concetti, i verbi, i giudizi, la sintassi, le congiunzioni e la costruzione
esprimono il raziocinio in quanto consta di più giudizi legati fra loro. I
numeri ne'sostantivi e gl’aggettivi d’estensione determinano la quantità, i
generi ne'sostantivi, gl’aggettivi di comprensione e gl’avverbi determinano la
qualità, le preposizioni o i casi ed i verbi le relazioni, i modi, le modalità.
È insomma la logica distillata pel filtro grammaticale: di lingua effettiva qui
non si ha più traccia. S'è sistemato tutto lo schemario delle categorie logico-grammaticali,
ma il contenuto è caduto pella strada. Da Marsais a CORRADINI, a traverso interpretazioni varie più o meno
elevate, a rimaneggiamenti e riduzioni elementari, la grammatica generale,
oltre a perdere, in Italia, tono e carattere filosofico in una elaborazione
quasi sempre meschina e grossolana, viene sempre più separando la lingua
effettiva dagli schemi grammaticali che s’erano ottenuti studiandolo sia
direttamente, sia dal punto di vista esclusivamente intellettuale, e a questi assegnando valore
di formula e di legge, ma privandola d'un oggetto concreto a cui applicarsi. Un
processo di degenerazione. La scienza della lingua progrede, ma seguendo altre
correnti e battendo altre vie. La crisi della GRAMMATICA RAGIONATA IN ITALIA non
puo mancare: ed è veramente risolutiva. Di GRAMMATICA RAGIONATA si finisce,
dopo una colluvie d’aride o elementari
produzioni d’epigoni ritardatari, col non parlarne più, e d’essa non restano
tracce che nell’esercitazioni scolastiche d’analisi logiche e grammaticali
ancora in uso nelle nostre scuole e sulle quali talvolta rispunta come fungo
qualche compendio di grammatica logica rivestito di pompa scientifica. La crisi
è determinata d’un duplice ordine di fatti, tra i quali T. non sa se veramente corre un'intima
relazione. L’uno che riguarda direttamente il corpo, T. dice così, della GRAMMATICA
RAGIONATA, ed è il non difficile né tardivo avvertire in esso un vuoto
sostanziale e perciò tutta la sua infecondità sotto ogni rispetto, scientifico
e didattico. L’altro che si riferisce allo stato in che venne a trovarsi la
lingua d’ITALIA sotto la bufera
dell'enciclopedismo, ed è la naturale quanto però anti-filosofica reazione al gallicismo, che dove richia[Borsa,
nella dissertazione del decadimento della lingua in Italia, Mantova, l'anno in
cui è pubblato il saggio di Cesarotti,
già incolpa appunto di quel decadimento il neo-logismo gallico e il FILOSOFISMO
enciclopedico.] mare, come facile conseguenza d’una premessa sbagliata, alla religiosa osservanza, alla maniaca
adorazione degl’antichi i puristi inorriditi al novissimo strazio d'Italia. Le
vicende di questa crisi si possono molto chiaramente osservare, d’una parte, in
quel ch’accadde a SANCTIS (si veda) scolaro
e co-operatore di Puoti, e ch’egli narra non senza il lume d'una critica sempre
nuova ed originale ed acuta, anche se, come in questo caso, non definitivamente superatrice. Dall'altra,
nella critica e nella pratica di Manzoni, che con stringenti argomenti colpi a
morte LA GRAMMATICA RAGIONATA, sebbene non muove d’un punto di vista estetico. SANCTIS
(si veda), quando accorse alla scuola di Puoti, ha già compiuto gli studi di
grammatica, rettorica e FILOSOFIA, che oggi corrispondono al ginnasio e al
liceo, i primi, il ginnasio, sotto suo zio Carlo SANCTIS (vedasi), i secondi,
il liceo, sotto Fazzini, non avendolo voluto ricevere i gesuiti pella sua
impreparazione. Un grand 'esercizio di memoria è in quella scuola dello zio,
dovendo ficcarci in mente i versetti del Porto Reale che s'impara in certi suoi
manoscritti, come l’antichità e la cronologia, la grammatica del svizzero Soave,
la rettorica di FALCONIERI (vedasi), le
storie di Goldsmith, la Gerusalemme di Tasso, l’ariette di Metastasio. Alla
fine del corso scrive la lingua d’ITALIA con uno stile pomposo e rettorico, un
italiano corrente, mezzo gallico, a modo di Beccaria e di Cesarotti, che sono i suoi favoriti. La scuola di Fazzini
è quello che oggi si dice un liceo. Vi
s' insegna FILOSOFIA, fisica e matematica. Il corso si puo fare in due anni. Quell'è l'età
dell'oro del libero insegnamento. Un uomo di qualche dottrina comincia la sua
carriera aprendo una scuola. La scuola di
Puoti, su cui è stata scritta una degna monografia d’un discepolo di Salvadori,
Caraffa, Puoti e la sua scuola, Girgenti, si svolge in tre periodi, l’ultimo dopo
due anni d'interruzione causata dalla pestilenza scoppiata a Napoli. SANCTIS
(si veda) Frammento autobiografico pubblicato fo Villari; Napoli. I seminari sono scuole di LINGUA del
LAZIO e di FILOSOFIA, le scuole del governo sono affidate a frati, la forma
dell'insegnamento è ancora scolastica. Rettorica e FILOSOFIA sono scritte in
quella LINGUA DEL LAZIO convenzionale ch’è proprio degli scolastici. Le scienze
vi sono trascurate, e anche LA LINGUA
NAZIONALE. Nondimeno un po’di secolo decimottavo è pur penetrato fra quelle
tenebre teologiche, e con curioso innesto, vedevi andare a braccetto il
sensismo e lo scolasticismo. Nelle scuole della capitale v'è maggior progresso
negli studi. LA LINGUA DEL LAZIO PASSA DI MODA. Si scrive di cose scolastiche
in una lingua italiana scorretta, ma
chiara e facile. Gl’autori sono quasi
tutti abati, come GENOVESI (si veda), il
svizzero SOAVE (si veda), e TROISE (si
veda). Allora è in molta voga FAZZINI
(si veda). Questo prete elegante, che ha smesso sottana e collare, veste in
abito e cravatta nera, è un sensista; ma
pretende conciliare quelle dottrine coi principii religiosi. Accanto alla
scuola, per chi ha voglia d' imparare, c’è naturalmente la biblioteca. Corsi
alla biblioteca e mi ci seppellii.
Passano dinanzi a SANCTIS come una fantasmagoria Locke, Condillac, Tracy,
Elvezio, Bonnet, Mettrie. SANCTIS si
ricorda ancora quella STATUA di Bonnet, che a poco a poco, per mezzo dei sensi
acquista tutte le conoscenze. Il professore dice ch’il sensismo è una cosa
buona sino a Condillac, ma non bisogna andare sino a Mettrie ed Elvezio. Ragione per cui ci anda SANCTIS
(si veda) coll'amara voluttà della cosa proibita. Compiuti così gli studi
filosofici, avvezzo a una vita interiore, ha pochissimo gusto per i fatti materiali, e bada più alle relazioni tra le
cose che alla conoscenza delle cose. La scuola c’ha non piccola parte, perchè è
scuola di forme e non di cose, e s’attende più ad imparare le parole e l’argomentazioni che le cose a cui si riferisceno. Ma s’avvicina
il [Conosce altri filosofi, naturalmente. Il professore fa una brillante
lezione sull'armonia prestabilita di Leibnizio. E questo Leibnizio divenne il filosofo
di SANCTIS. E come l'una cosa tira
l'altra, Leibnizio l’è occasione a leggere Cartesio, Spinoza, Malebranche, Pascal,
libri divorati tutti e poco digeriti. Questo è il corredo d’erudizione
filosofica di SANCITS verso la fine dell'anno scolastico, quando zio ci dice. Ora
bisogna cercarvi un maestro di legge. Si batte già alle porte dell'università.]
tempo in cui il sensismo, male accordato col movimento religioso, dove cedere
il passo ad altra filosofia. S’annunzia al spirito di SANCTIS un altr’orizzonte
filosofico; li bolleo in capo altri libri
e altri studi. S’apparecchiavano
i tempi di Galluppi e Colecchi, de'quali
l'uno volgarizza Hume e Smith, e l'altro, ch'è per giunta un matematico,
volgarizza Kant. Fazzini è caduto di moda. Per questi insegnamenti e in queste
condizioni intellettuali Sanctis, invano iniziati gli studi di legge, passa
alla scuola del marchese. È proprio di questi tempi che la grammatica del
sensismo di Condillac, che vedemmo
trionfare concentrata in estratti pegli stomachi degl’italiani, si vienne a
trovare a fronte di due ben forti e agguerriti avversari, la critica e il
purismo. Questo, dalla restaurazione linguistica di CESARI, iniziata colla dissertazione
coronata dall'Accademia di Livorno, è venuto sempre più guadagnando terreno nelle
forme in cui l'ha circoscritto Cesari, nonostante gl’attacchi della proposta monti-perticariana e dell’anti-purismo
tortiano, e nonostante l'esempio pratico del romanzo di MANZONI in cui fin
dalla prima sua edizione s' è voluta
incarnare tutt'un'altra dottrina sulla lingua. La reazione al gallicismo è
tanto più vasta e tenace della tesi temperata del classicista Monti e del
modernismo del romantico Manzoni, quanto più compromessa sembra la gloria d'Italia nella dilagante corruzione
dell'aurea favella un dì sì onorata. Ne furono rocche meno facilmente
espugnabili la Romagna e Napoli e organi di gran voce alcuni giornali, come la
Biblioteca di Milano, il Giornale arcadico di Roma e la Rivista enciclopedica
di Napoli. Ma tra i puristi, non per sola virtù di dottrina, sì bene anche pelle
qualità della persona e i modi
dell'insegnamento, il più autorevole, quegli che veramente esercita una
più vasta e duratura efficacia sulle menti, sulle scuole, sui metodi, sui T.,
Della vita e delle opere di Torti. L'ha dimostrato Morandi ne'suoi noti saggi
sull'unità della lingua.] libri, è il marchese Puoti, maestro, autore di
grammatiche e d’arti del dire, annotatore di testi di lingua, pedagogista. Alla
scuola di Puoti, dice SANCTIS (si veda), lascia studi di legge, e letture di commedie,
di tragedie e di romanzi e di poesie, e si gitta perdutamente tra gli scrittori
del resorgimento. L’è venuta la frenesia degli studi grammaticali quando la
lingua d’Italia non ha pure una grammatica. Sanctis ha spesso tra mano
Corticelli, Buonmattei, Cinonio, Salviati, Bartoli, Salvini, Sanzio, e non sa
quanti altri dei più ignorati. S’è
gittato anche sul tardo risorgimento, sempre avendo l'occhio alla lingua
d’Italia e il suo studio. Si trova in quel tempo a dover sostener sulle proprie
spalle il peso della scuola dello zio. La sera anda sempre alla scuola di Puoti.
Ma tutta la giornata è spesa a spiegar grammatiche e rettoriche e autori della
LINGUA DEL LAZIO, a dettar temi, a correggere errori. Ma quei cari studi mi riusceno acerbi, non solo pella
fatica, ma perche non è più d'accordo colla sua coscienza. Quel svizzero Soave,
quel Falconieri li fanno pietà. Nelle classi superiori puo elevarsi un po'più.
Comincia a fare osservazioni sopra i sensi delle parole, sul nesso logico dell’idee,
sull’espressione del sentimento, sull’INTENZIONI alla Grice e sulle malizie
dello scrittore. Momenti più deliziosi
passa alla scuola del marchese, dove egli ben presto si distinge specie nelle
cose della grammatica, tanto da meritarsi
l'appellativo di grammatico, ed è sollevato all'onore di co-adiuvare il
maestro nell'insegnamento, quando, dopo l'interruzione cagionata dal colera,
Puoti, cominciatosi a stancare dei novizi, ne lascia tutta la cura a SANCTIS
(si veda). Il marchese che lavora a una
grammatica, attende pure alla pubblicazione d’alcuni testi di lingua più a lui
cari, come i Fatti d'Enea, i Fioretti di S. Francesco, le Vite dei Santi Padri.
Questi studi [Sulla scuola di Sanctis, v. le belle pagine del cenno biografico
di Tamburini in Sanctis, Scritti vari,
ed. Croce. Di quella che è stata chiamata la seconda scuola di SANCTIS (si
veda) si sono occupati degnamente Torraca e Mandalari.] di lingua si sono già
divulgati nelle scuole, e si sente il bisogno di grammatica e di libri di
lettura. Anche in questi lavori l'allievo aiuta il maestro. Di questo tempo fa
intima amicizia con Amante, che è un infatuato di VICO (si veda). In una visita
onde Leopardi onora la scuola di Puoti, che cita spesso con lodi Greco, autore d’una
grammatica, il marchese di Montrone,
Gargallo, Cesari e sopra tutti essi Giordani, si sente dire dal poeta che ha molta disposizione alla critica. In
quell'occasione Leopardi, cui non puo sfuggire la rigidezza di Puoti, dice che
nelle cose della lingua si vuole andare molto a rilento, e cita in prova Torto
e Diritto di Bartoli. Leopardi dice anche che l'onde coli' infinito non gli
pare un peccato mortale, a gran maraviglia
o scandalo di tutti. Il marchese è affermativo, imperatorio, non patisce
contraddizioni. S’alcuno s’è arrischiato a dir cosa simile, anda in tempesta;
ma il conte parla così dolce e modesto, ch'egli non dice verbo. Gl’è anche che
ormai quel rigido, implacabile purismo comincia a dover piegare o almeno ad
ammollirsi. Alla ripresa della scuola dopo il colera il marchese se n'è
venuto d’Arienzo, con certi grossi
quaderni scritti di suo pugno. È una specie di rettorica immaginata da lui, e
che egli battezza arte del dire. C'è una divisione dei generi del dire,
accompagnata da regole e da precetti. Aristotile, CICERONE (si veda), Quintiliano, Seneca sono la decorazione. O mi
metteranno alla berlina, o questo è assolutamente un capolavoro, così dice,
narrando per quali vie è giunto alla
grande scoperta. A quel tempo sono in gran voga gli STUDI FILOSOFICI, e il marchese,
seguendo la moda, vuole filosofare anche lui, e da alle sue ricerche un aspetto
e un rigore di logica, ch'è veste e non sostanza. E non gli è mancata la
berlina. Ma lo salva un certo suo naturai buon senso. Ma chi dai bassi
fondi [deep berths – Grice] della
grammatica prende il volo filosofico, è SANCTIS
(si veda), specie quando, trovandosi al sicuro dallo sguardo del marchese nella
scuola preparatoria, puo lasciarsi trascinar dal suo genio a quell'onda di
ribellione, che fa naufragare il senno del maestro. Ed è nella scuola preparatoria,
che nelle lezioni private o nell'insegnamento del ollegio militare, al quale è
assunto pella stima che gode presso Puoti, che n'è ispettore, il maestro intende
soprattutto a rinnovare l'insegnamento grammaticale. N’uscirono, colla
liquidazione della GRAMMATICA RAGIONATA,
un abbozzo di GRAMMATICA FILOSOFICA e storica e un saggio d’una storia dei
grammatici. Quelle maledette regole grammaticali SANCTIS le riduce in poche, moltiplicando l’applicazioni
e gl’esempi, e sempre lì sulla lavagna. Si persuade che quello resta chiaro e
saldo nella memoria, che è ordinato sotto categorie e schemi, logicamente. Così
nasceno i suoi quadri grammaticali. Si sbriga della grammatica, e capii che lo studio della
grammatica così come si suol fare, per regole, per eccezioni e per casi
singoli, è una bestialità piena di fastidio Posi da banda l’analisi
grammaticali e l'analisi logica,
noiosissime, e fa l'analisi delle cose,
a loro gustosissime. Questo al collegio. Nella scuola al vico Bisi, il lunedì e
il venerdì, quand'è solo, l'insegnamento grammaticale s’eleva ancora di più.
Parecchi anni è a leggicchiar
grammatiche, lavorando intorno a quella di Puoti. Così si mette in corpo i dialoghi
della volgar lingua di BEMPO (si veda). S’inghiottii VARCHI (si veda), FORTUNIO
(si veda) e i sottili avvertimenti di
SALVIATI (si veda) e la prosa dottorale
di CASTELVETRO (si veda) e BARTOLI (si
veda) e CINONIO (si veda) ed AMENTA (si veda) e SANZIO (si veda) e non sa
quanti altri, con approvazione di Puoti, il quale li vanta sopra tutti gl’altri
Corticelli e Buonmattei. Seccatosi presto della parte riguardante l’origini della lingua e delle forme grammaticali, perchè non ha, fondamento sodo, infastidito
di quel pullular perpetuo di regole e d’eccezioni, stordito da tutte quelle DISSERTAZIONE
SOTTILI E CAVILLOSE SULLE PARTI DEL DISCORSO e sulle forme grammaticali, ritorna
ai suoi studi di FILOSOFIA. Quei Salviati e quei Castelvetri le pareno
addirittura pigmei dirimpetto a quei grandi, la sua delizia un giorno e il suo
amore. Perciò si getta con avidità sopra
i retori e i grammatici con un segreto che li cresce l'appetito, vedendosi
sempre addosso gl’occhi del marchese. Lessi tutto il corso che Condillac
compila a uso di non sa qual principe ereditario. Studia molto Tracy e Marsais.
Il marchese, sapido dei suoi studi li perdona, a patto che non valica i confini
della grammatica, e l'indica un tale, che SANCTIS (si veda) non ricorda, come
un buon scrittore di grammatica generale. Il buon marchese fa anche di più.
Ri-vide le prolusioni del professore mettendoci quello stampo tutto suo di
classicità ideale. Le prime lezioni sono una storia della letteratura in
Italia, o grammatica. In quei discorsi prende 1’aria d’un novatore, e trova che
tutto va male, che tutto è a rifare. Ecco qui un ritratto, come li venne in quei giorni sotto la penna. Niuna
pratica dell'arte del dire; niuna cognizione de'nobili scrittori; malvagio
gusto; pensieri non italiani; un predicar continuo purità, correzione; esempli
contrari di barbarismi ed errori. Così la grammatica ricca di stranieri trovati
splendidi in astratto, ma nella pratica o falsi o di poco profitto, per difetto
della parte storica molto è discapitata di
quella perfezione in che è. In malvagio stato trovasi LA SINTASSI: squallida
e incerta è l'ortografia; le regole del ben pronunziare dubbiose e mal ferme. Niente di certo. Niente di determinato
intorno alla dipendenza de’tempi, al reggimento delle congiunzioni. Principii
opposti. Opinioni contrarie. Nelle lezioni vuole fare una storia delle forme
grammaticali – cf. Grice, ‘or’, ‘other, ‘not, ‘ne aught’. Ma al pensiero
gigantesco mal risponde la cultura, attesa la sua scarsa grecità e l'ignoranza delle cose orientali. Perciò
quella ideata storia delle forme grammaticali, dopo vani tentativi appresso a VICO
(si veda) e Schlegel, si riduce nei modesti confini d’una storia dei grammatici
da se letti. Parla dei grammatici che TUTTO DERIVANO DALLA LINGUA DEL LAZIO. Poi
venni a quelli che sono studiosi della [Alcuni brani d’essi sono pubblicati ne’saggi
critici, col titolo Frammenti discuoia,
dell'edizione di Napoli. Il periodo tra parentesi quadre, che qui è sostituito
dai puntini, l'ho tratto d’un brano
integro de'saggi critici.] lingua,
copiosi di regole e d’esempli, che moltiplicano in infinito. Molto s’intrattenni
su Corticelli, Buonmattei, Salviati e Bartoli. Censura quel moltiplicare
infinito di casi -- cf. Grice, the
search for principle of generality -- e di regole che si riduceno in pochi
principii. Quella tanta varietà di forme e di significati, massime in Cinonio,
ch’è facile ri-condurre ad unità. Fa ridere, pigliando ad esempio Va, il
per-, il da, irti di sensi e che pur non hanno che UN SENSO SOLO. La sua
attenzione anda dalle forme al contenuto, dalle parole all’idee;
sicché, sotto a quell’apparenze grammaticali, variabili e contraddittorie, vede una logica animata, e tutto mette a
posto, in tutto discerne il regolare e IL RAGIONEVOLE – Grice, principle of
rational discourse --, non ammettendo
eccezioni e non ripieni e non casi arbitrari. Con questa tendenza filosofica, razionalistica,
corroborata da studi, concipisce pel di
delle feste il risorgimento, e fa lucere innanzi uno schema di grammatica
filosofica e metodica, quale appare ne’galli. Dice che costoro sono eccellenti
nell'analisi delle forme grammaticali, risalendo alle forme semplici e
primitive. Così amo vuol dire io sono
amante. L’ellissi è posta da loro come
base di tutte le forme d’una grammatica generale. Questo non li contenta che a mezzo. Sostene che quella
de-composizione di amo in sono amante l'incadavere la parola, le sottrae tutto
quel moto che viene dalla volontà in atto. Si sente quei giudizi acuti con
raccoglimento, e si credeva in tutta buona fede quell'uno che dove oscurare i galli
e IRRADIARE L’ITALIA di un’altra scienza. E in verità sostene che la grammatica
non è solo un'arte, ma ch'è principalmente una scienza: è e dove essere. Questa scienza della grammatica,
malgrado le tante grammatiche ragionate e filosofiche, è per SANCTIS ancora un
di là da venire. Quel ragionato appiccicato alle grammatiche è una protesta
contro la pedanteria, e vuole dire che non basta dare le regole ma che di
ciascuna regola bisogna dare i motivi e
le ragioni. Paragona i grammatici o accozzatori di regole agl’articolisti che
credeno di sapere il codice perchè si ficcano in capo gl’articoli, parola per
parola, e numero per numero. Ma quel ragionare la grammatica non è ancora la
scienza. Così Sanctis, erudito primamente su
Soave in un'atmosfera filosofica, passato poi pel purismo di Puoti,
ritornato alla scienza, viene a una generale liquidazione di tutti i grammatici, cioè della grammatica ragionata in ispecie, e
della grammatica precettiva in genere, ma non della grammatica come scienza.
Che nella sua critica negativa supera la grammatica ragionata e crea veramente
la scienza non si può dire: interamente non s’appaga dei migliori grammatici
filosofici, come Marsais; ma egli, almeno nel periodo del suo insegnamento,
secondo quanto narra lui stesso, rimane
sempre sotto la loro influenza. Anche nella parte pratica, nel metodo, egli
arieggia molto davvicino Marsais, superandolo nell’abilità di trasformar la
grammatica in critica concreta dell'opera d'arte. La sua concezione della
grammatica, o meglio della lingua d’ITALIA, pur avendo egli concepito una
grammatica scientifica o estetica, è la medesima. Va però subito detto a lode di Sanctis che egli stesso ha coscienza della manchevolezza del sistema. Racconta infatti:
così trovavo nella logica il fondamento scientifico della grammatica; e finché si
tiene nei termini generalissimi d’una grammatica unica, come la concipe
Leibnitz, il suo favorito, la sua corsa anda bene. Ma li casca l'asino, quando
viene alle differenze tra le grammatiche, spesso in urto colla logica, e originate d’una storia naturale o
sociale, piena di varietà e poco riducibile a principi fissi. Per trovare in
quella storia la scienza, si richiede altra cultura e altra preparazione. Nella
sua ricerca dell'assoluto, vuole ridurre tutto a fil di logica, e concordare
insieme derivazioni, scrittori e il popolo d’ITALIA; ma, non potendo sopprimere le differenze e
guastare la storia, pone 1'ingegno a dimostrare la conformità del fatto
grammaticale colla logica, della storia colla scienza. Quell'avvertita
irrudicibilità delle differenze tra le varie grammatiche e principi fissi
dimostra chiaramente che SANCTIS (si veda) intuisce dov'è la soluzione del
problema: e a lui non filosofo di professione ciò non è scarso titolo d'onore;
il dissidio egli lo compone, e in grado eccellente, insuperato, nella critica, nella quale la
parola viva, la grammatica parlata dall'arte, è da lui illustrata in tutta la
sua forza espressiva: scientificamente tocca il risolverlo a Humboldt, col
quale e col suo seguace e correttore Steinthal si può veramente affermare che
la grammatica è esclusa dall'orbita della filosofìa, sebbene non avvene ancora
l' identificazione della teoria della lingua
generale coll'estetica, che è stata fatta solo recentemente. Nelle
difficoltà in cui si dibate Sanctis di conciliare la grammatica generale colle
grammatiche particolari della lingua d’ITALIA, si trovarono impigliati quanti,
anche per impulso della Critica della ragione pura di Kant, intendeno alla
ricerca delle relazioni fra pensiero e parola, fra l’unicità logica e la molteplicità delle lingue
(l)j ricerca che, per altro, non è
nuova, ma che già da origine nella Gallia alla grammatica generale. Il primo tentativo d’applicare le
categorie kantiane, dell'intuizione, spazio e tempo, e dell'intelletto alla
lingua, riassumo, non potendolo qui integralmente riferire, dal paragrafo della
parte storica dell’estetica di Croce, è
compiuto da Roth, mentre sullo stesso argomento speculano Vater,
Bernhardi, Reinbeck, e Koch: pensiero dominante de'quali è la
differenza tra lingua e lingue, tra la
lingua universale, corrispondente alla logica, e le lingue storiche ed
effettive, che son turbate dal sentimento, dalla fantasia, o come altro si
chiami l'elemento psicologico della differenziazione. Si distingue una teoria generale
della lingua d’una teoria comparata, Vater. La lingua, allegoria
dell'intelletto, si considera organo della poesia o organo della scienza, Bernhardi;
s’ammette una grammatica estetica e una grammatica logica, Reinbeck; si proclama
persino che l' indole della lingua si deve desumere dalla PSICOLOGIA RAZIONALE,
non dalla logica, Koch. Residui intellettualistici s'avvertono ancora in Humboldt
pel quale logica e lingua sembrano identificarsi sostanzialmente e diversificare
solo STORICAMENTE – l’arguzie della ragione conversazionale -- , e la
lingua stesso Croce, Estetica. Piazza
tenta dimostrare che la teoria di Kant del giudizio è stata già intuita e
fissata nella sintassi de’romani; ma è stato confutato da Croce, in La Critica.
pare un qualcosa fuori dell'uomo che l'uomo fa rivivere coll'uso. Ma il grande
filosofo trova il vero concetto della
lingua. La lingua, egli pensa, nella sua realtà è un prodursi e un
divenire, non un prodotto; è un'attività, èvegyeia, non un'opera, ègyov. La
lingua propria consiste nell'atto stesso del produrla nel discorso legato. Questo
soltanto bisogna pensare come primo e vero nelle ricerche che vogliono
penetrare l'essenza vivente della lingua. Lo spezzettamento in parole e regole è il morto artificio dell'analisi
scientifica. La lingua nasce spontaneo d’un bisogno interno. Esiste perciò ed
ecco la vera scoperta di Humboldt di fronte ai grammatici logici
universali una forma interna della lingua,
innere Sprachform, che non è il concetto logico, né il suono fisico, ma la
veduta soggettiva ed INTENZIONALE che l’uomo si fa delle cose. Questa forma
interna è il principio di diversità
proprio della lingua, oltre il suono fisico: è l'opera della fantasia e del sentimento, è
l'individualizzazione del concetto. Congiunger la forma interna del linguaggio
col suono fisico è l'opera d’una sintesi interna: e qui, più che in altro, la
lingua ricorda, nelle più profonde ed inesplicabili parti del suo procedere,
l'arte. Anche lo scultore e il pittore sposano l'idea alla materia, e anche la loro opera si
giudica secondo che quest'unione, quest'intima compenetrazione sia opera del
genio vero, o che l'idea separata sia stata penosamente e stentamente
trascritta nella materia collo scalpello e col pennello. Ma lingua ed arte in Humboldt
non s'identificano: e questo è il difetto della sua dottrina, che tira seco non
tenui contraddizioni, come quella circa il
carattere differenziale della poesia e della prosa. Humboldt non vide
esattamente che la lingua è sempre poesia e che la prosa, o scienza, non è
distinzione di forma estetica, ma di contenuto, sebbene intorno a questi due
concetti, compresi in senso filosofico, manifesta profonde vedute. La teoria della
lingua d’Humboldt è integrata dal suo maggior seguace, Steinthal il quale,
nella polemica sostenuta (M
Ueb. d. Verschiendenheit d.
menschl. Sprachbaucs), opera, 2M ed. a cura di Pott, Berlino, in
Croce. Croce. Croce. coll'hegeliano Becker, autore
degl’ORGANISMI della lingua, uno degl’ultimi logici della grammatica,
dimostra, pur tr’affermazioni talvolta eccessive, che concetto e parola,
giudizio logico e proposizione sono incomparabili. La proposizione non è il giudizio, ma è la rappresentazione, Darstellung,
d’un giudizio: e non tutte le proposizioni rappresentano giudizi logici.
Parecchi giudizi possono esprimersi in una proposizione unica. Le divisioni
logiche dei giudizi, i rapporti dai concetti 1 non hanno
orrispondenza nella divisione grammaticale delle proposizioni. Parlar d’una
forma logica della proposizione è una contraddizione non minore che se si parlasse àttW angolo d’un
cerchio o della periferìa d’un
tria?igolo. Chi parla, in quanto parla, non ha pensieri, ma lingua!
Senza entrar ora nel merito degl’altri problemi trattati da Steinthal, come
quello circa l'identità dell’origine e della natura della lingua che
esattamente risolve, e l'altro delle relazioni tra poetica, rettorica e teoria
della lingua, cioè tra lingua e arte ch’interessa
propriamente l'estetica, e che purtroppo Steinthal lascia insoluto, perchè non
arriva mai ad affermare che PARLARE è PARLARE BENE – sententia come concetto
orientato al valore -- e bellamente, o non è punto parlare, a noi basta
l'osservar, qui, conchiudendo, il nostro discorso che con Humboldt e Steinthal,
in quanto l'uno integra l'altro e lo rende coerente nella parte linguistica, s’ha un notevole
superamento della grammatica, non essendo questa soluzione pregiudicata dalla
mancata identificazione d’arte e
lingua: la liberazione della lingua dalla logica, la riconosciuta completa
autonomia della lingua da categorie di qualsiasi altra specie che non siano la
sua forma interna essenziale, rappresentano una vittoria della critica negativa
della grammatica. La dissoluzione della
quale viene così a coincidere perfettamente coll'avvento della scienza. La
ribellione e la reazione alla GRAMMATICA
RAGIONATA quale s’è venuta sistemando in Italia, se non assunsero dovunque quel
grado e quel tono che hanno in SANCTIS (si veda), seguirono, [Croce] però, su
per giù, il medesimo sviluppo e i medesimi motivi: d’una parte riusce difficile specie a letterati di più
largo ingegno, come vedremo accadere, p. es.,
a Giordani (Puoti stesso concede
a Sanctis uno studio discreto di quella
grammatica), il chiuder gl’occhi a quell’ELEVATE E SCINTILLANTI (alla
Grice) INVESTIGAZIONI logiche che sulle lingue avevan condotto i galli,
incomparabilmente più geniali e profondi dei loro epigoni italiani. L’aria è impregnata di logicismo, tutto suona
FILOSOFIA, il secolo è chiamato dei lumi: chi può sottrarsi alla forza delle
cose e del tempo? dall'altra, la vacuità di quel formalismo pel fine pedagogico
che ora s'impone, non richiede tanto un troppo ELEVATO SPIRITO FILOSOFICO per
essere avvertita, quanto il fatto stesso dell'esperienza dello studio della
lingua. Si puo credere, ancora, nella
grammatica generale, raccomandarne l'utilità, e come si puo fare anco per
ispirito d' imitazione e per servilismo verso la moda corrente, non occorre
dire; ma, già, anche a tacer
d'altro, con la
grammatica generale eravamo
già fuori del
campo de’bisogni pratici. La
grammatica generale è
come un'estetica logica
della lingua, quindi
FILOSOFIA, e noi
sappiamo che la
scienza non è
espediente didattico, mentre
il motivo principale
dell'interesse linguistico è ora
in Italia più
pratico che teorico.
L'assoluta inefficacia inoltre
della GRAMMATICA logica
a dirigere l'apprendimento della
lingua e l'esercizio
dello scrivere dove
essere tanto più fortemente sentita, quanto
più dilaga il gallicismo nella
lingua e nello
stile: il ritorno
alla vecchia pratica
grammaticale e all' osservazione dei
lodati scrittori, dove apparire
come una urgente
necessità; e vi
si ritorna infatti
con fede rinnovellata
e sotto la
bandiera del più
rigoroso purismo inalberata
dal Bembo dell'Ottocento,
Cesari, coronato alfiere
dall'Accademia livornese, qual
s'è mostrato degno d'essere
con la nota
Dissertazione sopra lo stato
della lingua}; e, in
ogni modo, con
o contro Cesari per
gli scrittori o
pel popolo, la
pratica dove prevalere sulla
teoria astratta; perfin
nella grammatica em- [In
Opuscoli linguistici e
letterari di Cesari, raccolti,
ordinati e illustra/i
ora la prima
rolla da Guidetti,
Reggio d'Emilia, Collezione
storico-letteraria presso il
compilatore.] pirica,
normativa, tradizionale, presso
non gli scapigliati
ma i pedanti,
la vecchia fede
se non scossa,
certo fu illanguidita. La
tradizione puristica, peraltro,
non era stata
interrotta nella seconda
metà del Settecento,
neppur quando più
imperversò la bufera
del filosofismo francese.
Già prima che
il rappresentante più autorevole
di esso in
Italia, il Cesarotti,
fosse stato, appunto
in nome della
vecchia grammatica, contraddetto ricordammo già, tra
gli altri, Velo
con uno stile
forbito e piccante,
come dicono i
suoi editori, si sforza Rosasco
di rivendicare ai
Fiorentini il tanto
contrastato primato intorno
all'origine ed al
governo della favella
, introducendo nei
suoi Dialoghi sette
della Lingua toscana a
pontificare il Corticelli
su lesecolari questioni,
sull'autorità dei
grammatici, sulla necessità
imprescindibile dello studio
della grammatica, di
contrastare al nuovo
sistema de' letterati
propugnanti l'uso d'un'altra
lingua diversa dalla
fiorentina, con tutto
il bagaglio de'
vecchi argomenti grammaticali
e rettorici in
favore della purità,
della armonia e
dolcezza della pronunzia
fiorentina, dell'elegante stile,
e con le
vecchissime distinzioni di
discorso impensato e
di discorso pensato.
Eh via, la
legge che ne
obbliga a studiare
la grammatica, è
giustissima, e chiunque brama riportar
gloria dal materiale
della scrittura, dovrà
o bere o
affogare, siesi chi
egli si vuole
. E cita
in sostegno il
Salviati, Quintiliano e
altri . Va
notato peraltro che
il Rosasco non
solo propugna la
necessità di uniformarsi
anche all'uso moderno,
ma giudica ancora,
sebbene coi soliti
argomenti estrinseci, che non
dobbiamo per conto
alcuno desiderare la
perfezione delle
grammatiche, si perchè
non si può
questo desiderio avere,
senza desiderare insieme
la estinzione della
lingua; sì perchè
quando siamo obbligati
a scriver solo
secondo le regole
e' precetti dell'arte
prescritti, non è mai possibile
rendere le nostre
scritture eccellenti :
residui, come ognun
vede, delle dottrine
estetiche prevalenti nel
senso che volevano
conciliare il rigore
grammaticale col criterio
della libertà individuale:
temperato purismo, che, mentre
per un lato
moveva dall'antica traEd.
della Bibl. scelta,
Milano, Silvestri] dizione
grammaticale del classicismo,
per l'altro era
reso possibile dal non
essersi ancora la
lingua italiana inoltrata
pel declivio della cosiddetta
corruzione francesistica. Quando
questa si accentuò
maggiormente, era naturale
che l'iniziativa del
riparo partisse dalla
Crusca custode gelosa
del patrimonio linguistico:
e già il
ricordato Borsa protesta contro il
decadimento della lingua,
e da Losanna
un suo Accademico, Haupt, scrive la
Lettera dun tedesco
stili' infranciosamento
dello stile, com'è
naturale che la
rifioritura linguistica fosse
più di vocabolario
che di grammatica ;
lo stesso lavorìo
grammaticale, il più
notevole dei primordi
del secolo XIX,
s'aggirò, come vedemmo,
intorno a quella
parte della grammatica
che è più
intimamente connessa col
vocabolario, i verbi, di
cui sorsero parecchi
prospetti e teoriche.
E a studi
di lingua, ossia
di vocabolario, si era volto
nel 1806 l'Istituto
lombardo, fondato dal
Bonaparte nel 1797
e convocato a
Bologna nel 1803,
di cui era segretario quel
Luigi Muzzi che
già incontrammo quale
autore del curioso
libro sulle Permutazioni
dell' italiana orazione,
e che, dopo
essersi divertito e
gingillato intorno a
problemi filosofici secondo
la moda d'allora
pe' quali non
era affatto portato,
si immerse talmente
negli studi grammaticali e lessicali
e con si
vero spirito di
devozione alla Crusca,
che il Monti
doveva titolarlo più
tardi il più
fatuo pedantuzzo che
mai facesse imbratti
d'inchiostro. Partecipò nel
1809 al concorso
dell'Accademia livornese con un lavoro
Dello siato e
del bisogno di
nostra lingua, ma il manoscritto,
per ragioni regolamentari, non
fu accettato. Come
sappiamo, di quel
concorso il trionfatore
fu Antonio Cesari,
odiatore quanto Giordani,
delle dottrine di
Cesarotti, che, se
avevano ancora seguaci
dal Romani al
Nardo, andavano però
perdendo terreno sempre
più: quegli stessi
che le propugnavano
si avverta inoltre
erano assai più
temperati del maestro
e si guardarono
meglio di lui
dall'esser accusati di
gallofilia : verso l' italianità
era un desiderio
e un moto
generale, cui favoriva
la ridesta coscienza
nazionale: cesariani e
perticariani o mondani,
neopuristi della prima
maniera (cioè anteriore) e
della seconda, tutti
concordavano non solamente
nel In Mazzoni, L'Otl.] l'avversare i
criteri troppo licenziosi
de' cesarottiani, ma
ne! volere auspice
la Crusca per
la quinta volta
rimessosi nel 1813
alla ricompilazione del
Vocabolario che alle
sottili fantasticherie sulle ragioni
delle lingue si
sostituisse il lavoro
concreto e modesto
del raccogliere e
del vagliare voci
e locuzioni del
buon uso e
a riprendere l'osservazione grammaticale
secondo le migliori
tradizioni del Cinquecento.
Balbo scrive al Vidua una
lettera sulla lingua
italiana per muover
lamenti intorno le
tante esagerazioni e
confusioni pratiche e
teoriche del filosofismo
che non giovavano
punto alla causa
della lingua: e
il Vidua raccomandava a un
compatriotta che, andando a
Firenze come avevan
fatto già l'Alfieri
e il Goldoni,
e avrebbe fatto
il Manzoni e
avrebbero consigliato al
Cavour, non trascurasse
di recarsi la
mattina in Mercato
Vecchio ad ascoltar
il pizzicagnolo e
le contadine. E
alla Crusca stendeva
la mano l'Istituto
lombardo per proseguire
concordi all'opera d'ampliamento del Vocabolario:
né le ripulse
dell'Accademia orgogliosa e
gelosa delle sue
secolari tradizioni né i risentimenti
e le irritazioni, causa di
tante guerre anche
personali, che esse
provocarono nel Monti, poterono
mai dividere gli
animi concordi nella
comune avversione al
logicismo, alle metafisicherie di
provenienza
franco-cesarottiana, nonostante che,
per quanto riguarda
i criteri particolari
dell'uso linguistico italiano
(pratica, dunque, non
scienza), facilmente potessero
incontrarsi col Cesarotti
in un vivo
desiderio di libertà,
e spesso inconsciamente (come
sarà avvenuto al Leopardi),
non soltanto gli
antipuristi come il
cesarottiano Torti di
Bevagna, ma letterati
meno bollenti nella
secolare battaglia. N'è prova
l'atteggiamento assunto dal
capo riconosciuto de'
classicisti, il Giordani,
nelle contese tra il Cesari, Monti
e Perticari: richiesto
del vero valore
di alcune voci
tolte dal greco,
rispose [al Monti]
e colse quell'occasione per
lodare l'opera e il suocero
e il genero,
ma anche per
addimostrare alcune sviste di
essi due correttori
degli altri, e
per augurare che
gli avversari si
riconoscessero invece compagni,
come quelli che
insomma avevan un
fine medesimo e
uno stesso desiderio. Cfr. F.
Colagrosso, La teoria
leopardiana della lingua,
Napoli, 1905 (Estr. d.
Rend. Accad. Arch.
Lett. e B.
A. in Napoli,
XIX) Mazzoni. Pure, il Giordani
è appunto uno
di quei puristi
che raccomandavano ai giovanetti
il Du Marsais
e il Beauzée.
I volumi della
Enciclopedia Metodica ne'
quali è trattata
la grammatica e l'
eloquenza ti possono
essere utili. Gli
articoli rettorici di
Marmontel non mi
paiono più che
mediocri; quelli di
Jancourt assai meno
che mediocri. Ma
bellissimi i grammatici
di Du Marsais,
e di La-Beauzée.
E il conoscere
e adoperare filosoficamente la lingua
è gran virtù
di eccellente scrittore.
E prontamente si applica
alla nostra quel
che è notato
della francese (1).
Ma che cosa
significa adoperare filosoficamente mia
lingua ? specie
quando la si
consideri, come fa
il Giordani, cosa
diversa dallo stile?
Interrompi, consiglia, con
la lettura di
quegli articoli, lo
studio che devi
far della lingua,
e preparati a
quello che poi farai dello
stile. Perchè io
giudico che quello
della lingua debba
precedere. Non si
dee prima sapere
qual sia la
materia de' colori;
poi imparare ad
impastarli e mescolarli;
poi esercitarsi a
collocarli, e accordarli
? (io). Tutto
lo scrivere sta
nella lingua e
nello stile; due
cose diversissime egualmente
necessarie.... I vocaboli
e le frasi
sono i colori
di questa pittura;
lo stile è
il colorito. Ora
persuaditi, caro Eugenio,
che l'acquisto de' colori
sia fatica della
memoria: l'uso del
colorito sia esercizio
d'ingegno, disciplina di
buoni esempi, di
pochi precetti, di moltissima
osservazione, di molta
pratica. Ho letto molti
antichi e moderni
che vollero esser
maestri: ho perduto
tempo e acquistato
noia, senza profitto.
Veri maestri ho
trovato gli esempi
de' grandi scrittori.
Tra i moderni consiglia, tuttavia
il breve trattato
del Condillac, Art
d'écrire. Di tutto quel libro
abbastanza buono, m' è rimasto
in mente questo
solo principio, molto
raccomandato da lui
= de la
plus grande liaison
des idées Vero è
che quel legame
delle idee non
deve esser sempre
logico; ma secondo
la materia che
si tratta, dev'esser
pittorico o affettuoso;
di che i
moderni intendon pochissimo:
gli antichi vi
furono meravigliosi. In
questo guazzabuglio di
vedute, d'idee e
di principi, c'è tutto,
meno lo spirito
filosofico: dal che
si vede quanto
A un italiano
Istruzione per l'arte
di scrivere, in
Scritti di Giordani,
ed. Chiarini, in
Firenze.] poco fosse compresa
e con quanto
poca convinzione raccomandata la grammatica
generale del Du
Marsais e del
Beauzée. Il nume
che agitava interiormente
il Giordani e
i degni suoi
compagni d'arme non era
la filosofia, ma
lo spirito italiano
che si rinnovava,
rinnovamento che alla
coscienza di molti
si presentava come un problema di
lingua: donde il
calore con cui
si davano a
questi studi. Il
Giordani, mosso dall'invito
dell' Accademia italiana, non
per rispondere ad
essa, per ciò
che questa materia
non sia d'ozio
letterario .... ma
importi non poco
all'onore d'Italia ,
si dà ad
abbozzare una Storia
dello spirito pubblico
d' Italia per 600
considerato nelle vicende
della lingua e
alcuni anni più
tardi, discorrendo in
una lunga lettera
al Capponi di una
raccolta in trenta
volumi che intendeva
fare delle migliori
e men note
prose della nostra
letteratura, allargando e
colorendo le linee
di quel primitivo
abbozzo, esprimeva
l'opinione che l'ordine
escogitato lo menerebbe
quasi per una
storia della nazione
e della lingua
("), e che
dalla somma dei
particolari discorsi introduttivi
ne sarebbe derivato
quasi un ritratto
filosofico delle menti
italiane per quattro secoli .
Perciocché io considerando
la lingua come
uno specchio, nel
quale cadano tutti
i concetti da
tutti i pensanti
della nazione, e
dal quale nella
mente di ciascuno
si riflettano i
pensieri di tutti;
volli con diligenza
di storico e
sagacità di filosofo
esaminare il vario
corso del pensare
italiano per le
vestigia che di mano
in mano lasciò
impresse nel variare
delle lingua; della
quale i vocaboli
e le frasi,
o nuovamente introdotte, o
dall'antico mutate, fanno
certissimo testimonio (a chi '1
sa interrogare) d'ogni
mutamento nella vita
intellettiva del popolo.
Così il Giordani
si riallaccia al
Napione. Tra il
Napione e il
Giordani spicca anche
per questo riguardo il
Foscolo, che nella celebre
orazione, recitata a
Pavia Opere: Scritti editi
e postumi pubbl.
da Antonio Gussalli
, Milano. f;)
Scritti, ed. Chiarini. Per
l'eccellente posizione che
occupa il Foscolo
nella storia della
critica, oltre che
le note pagine
del De Sanctis,
vedi Croce, Per
la storia della
critica ecc., già
cit., p. 9
e 27, Trabalza,
Studi sul Boccaccio,
e Borgese, Storia
della critica romantica,
libro è superfluo
avvertirlo pell'inaugurazione degli
studi, Dell' origine
e dell'ufficio della letteratura
e nelle Lezioni
di eloquenza che
le tennero dietro,
e particolarmente in
quella su la
Lingua italiana considerata
storicamente e letterariamente, (l)
e ne' sei
Discorsi sulla lingua italiana parlava
della nostra lingua
coi medesimi spiriti
e intendimenti d'italianità,
in modo veramente vivace. Nella
sua Prolusione ,
ripeteremo col De
Sanctis, tenta una
storia della parola
sulle orme del
Vico, censurata da parecchi
in questo o
quel particolare, ma
da' più ammirata, come nuova
e profonda speculazione.
Il suo valore,
anzi che nelle
sue idee, è
nel suo spirito,
perchè non è
infine che una
calda requisitoria contro
quella letteratura arcadica
e accademica, combattuta da
tutte le parti
e resistente ancora,
contro quella prosa
vuota e parolaia,
e contro quella
poesia che suona
e che non
crea. Nessuno ha
considerato, scriveva il
Foscolo, filosoficamente le
origini, le epoche
e la formazione
di essa [lingua
italiana], affine di
conoscere per via
d'analogia i principi,
i progressi oscurissimi
delle formazioni e
trasformazioni di tante
altre lingue. La storia
d'una lingua, ecco
il suo preciso
punto di vista
non può tracciarsi
se non nella
storia letteraria della
nazione; né la
storia può somministrare
fatti certi e
fondamentali a trovare
in materie intricatissime il
vero, se non
per mezzo di
epoche distinte, in
guisa che le
cause non diventino
effetti, e gli
effetti non sieno
pigliati per cause
. che dev'esser
tenuto sempre presente
per tutto questo
periodo, perchè, se
le idee sulla
lingua de' vari
critici che vi
sono criticati poca
luce diffondono sulle
loro teorie poetiche,
utilissimo è invece
conoscere la portata
critica di esse
per chi fa
la storia della
lingua. In Opere edite
e postume di Foscolo,
Firenze, Le Monnier. In
T.. È evidente
l'affinità tra il
metodo del Foscolo
e quello del
Napione; ma com'è
più profonda la
visione del Foscolo, così
essa in certo
senso precorre ancor
meglio il principio
moderno onde si
vorrebbe indagata la
storia della cultura
nella lingua, specialmente in quanto
si serve del
metodo monografico per
periodi di affinità spirituali. Notevolissima
sotto questo rispetto
è una pagina
della Lez. II
di Eoa. (è
la 82 del
voi. II) dove
illustra il principio:
La letteratura è
annessa alla lingua.
Capitolo quindicesimo 485
Nel fatto, il
Foscolo intravvede così
in confuso l'identità
di lingua e
pensiero, e nell'evoluzione linguistica
uno svolgimento spirituale,
mostra cioè una
vaga coscienza del
problema linguistico, e il
suo sforzo di
risolverlo, anche se
non felice, è
già un progresso.
Particolarmente notevoli, anche
per la ragione
pedagogica, in cui
però, come sappiamo,
ben si riflette
la scienza teorica,
son le pagine
che scrive sulla
dottrina dantesca del
Volgare illustre. Ne
riferiamo volentieri un
brano che ci
tocca davvicino. Su
ciò che Dante
previde con occhio
sicuro egli fondava
pochi principi generali
intorno alla legislazione
grammaticale. Erano inerenti alla
condizione e alla
natura della lingua,
onde operarono sempre
e quando vennero
applicati da parecchi
scrittori, e quando
vennero trascurati da
altri, o negati
ostinatamente da molti;
ed operarono fin
anche negli scritti
di chi li
negava ed oggimai l'esperienza
ha convinto la
più gran parte
degl'Italiani, che la
loro lingua letteraria
non può prosperare senza l'applicazione dei
principj di Dante:
principi metafisici, dice
Foscolo, annunziati in tempi
ne' quali la
filosofia, l'arte
dialettica, e la
teologia erano tutt' uno,
e tali da
intricarsi a vicenda,
e perciò un
po' oscuri forse
allo stesso ALIGHIERI (si veda). Al
qual punto il
pensiero di Foscolo corre
a Locke che facilita
lo studio delle
analisi delle idee,
e quindi della
natura delle lingue – Grice: way
of things, way of ideas, way of words -- e
a Condillac che
illustrò questa difficilissima parte
della metafisica. Ma
il fine supremo
di tali studi è
per tutti questi
filosofi italiani
raggiungere le nazioni
che appresso a
noi surte ci
sorpassarono, e poiché
il mezzo non
sembra potesse esser
la [Giordani, Scritti. cit., ed.
Chiarini. Si richiamino
a tal proposito
e si tengano
presenti in questo
capitolo anche peraltro
le relazioni
d'amicizia personale che
corsero tra maggiori
e minori rappresentanti di
questo movimento d'ITALIANITÀ che s'agita
nelle questioni linguistiche.
V. specialmente Guidetti, La
questione linguistica e
l'amicizia di Cesari con
Monti, Villardi e Manzoni
narrata con l'aiuto
di documenti inediti, Reggio
d'Emilia; dello stesso, Cesari
giudicato e onorato
dagl'italiani e sue relazioni coi
contemporanei con documenti
inediti, Reggio d'Emilia;
e Bertoldi, Giordani
e altri personaggi
del tempo in
Prose critiche di
storia e d'arte,
Firenze] FILOSOFIA, lo studio
cioè dei problemi
della natura del
linguaggio, ma lo
studio pratico della
lingua che non
si dove lasciare
adulterare, da più
parti, non i
soli fiorentini, ma
tutti gl'italiani si danno e
intesero con viva
fede e non
tenue sentimento d'ITALIANITÀ all'opera di
restaurazione, che un
diffuso lavorìo, specie
nell'Italia centrale e particolarmente nell'Emilia,
nella Romaga, nella Marca, nell'Umbria,
a Roma, di
traduzioni dai classici
latini, condotto con
superficiale ma sincero
sentimento e gusto
di bellezza formale,
favorisce grandemente. Il
mondano, e avversario
della Crusca, Lamberti
pubblica con aggiunte e
correzioni Le Osservazioni
del Cinonio. Ri-usce
alla luce la
vecchia raccolta di Pistoiesi,
Prospetto dei verbi
toscani tanto regolari
che irregolari e
Casarotti, torna a discorrere Sopra
la natura e
l'uso dei dittonghi
italiani trattato. MASTROFINI
(si veda) pubblica Teoria e prospetto
ossia Dizionario critico
de verbi italiani
coniugati specialmente degl’anomali
e mal noti
nelle cadenze. E
un compilatore in
Milano ri-assume tutto questo
lavorìo intorno ai
verbi: Teorica dei verbi compilata
sulle opere di Cinonio,
di Pistoiesi, di Mastrofini e
di altri, e una compilazione
ancor più ricca
attende Roster. Questo
gruppo di saggi, com'è
facile avvertire, si rannoda a
quella tradizione grammaticale
che appunto con Cinonio
inizia la trattazione
di categorie particolari
della grammatica giunta
allora al suo
completo sviluppo nel
suo schema generale
per opera di
Buonmattei; ma non
è certamente estraneo
a quell'esigenze d’osservazione diretta
sul materiale della
lingua a cui
si sforza di soddisfare il
purismo che appunto
in quegli anni
si afferma solennemente
con la vittoria di
Cesari. Il punto
di vista è
infatti ancora il
retorico, come precettivo
è l'intendimento, anche
se uno di
quei quattro autori,
Casarotti, si abbella
nella sua esposizione
del culto professato
alla dottrina di VICO (si veda) che
cita in più
luoghi: mentre, [Pisa,
Capurro, nuova ed.
riv. e corr.
La prima ed.
aveva visto la
luce a Roma.
Padova, nel Seminario.
Roma, De Romanis.
Anche Greco, il
grammatico consigliere di
Puoti, ha d'altra parte, non
è identificabile con
quello delle GRAMMATICHE
RAGIONATE, anche se
un altro, Mastrofini,
segue l'autorità di Varano,
Ossian, e Cesarotti. I
tempi non potevano
non esercitar la loro
influenza. VICO (si veda) ormai
comincia a non esser
più una sfinge,
e ciascuno degli
altri scrittori gode
il favor popolare. Vedasi come
Casarotti, che indubbiamente
non va confuso coi
grammatici di bassa
lega, citi VICO (si veda). Egli,
mosso alla sua trattazione
dalla necessità di
sistemare una notevole
serie di fatti,
che inosservati danno
luogo a molti
inconvenienti, constata che i
dittonghi mobili non
sono il centesimo
permalosi dei fermi,
e senza sdegno
stanno in bando
da parecchie voci,
alle quali avrebbero
diritto di entrare.
Priemo, truovo, pruova,
ed altre già
l'hanno quasi dimenticato.
In questa parte
verificasi la sentenza
del profondissimo e
oscurissimo VICO (si veda) (Pr.
di Se. N.
Della Sapienza Poetica, Corollarj d'intorno
alle origini della
locuzione ecc.), che
i dittonghi ne’principj
delle lingue sono
in assai più
numero, e che
a poco a
poco si scemano. E
su VICO (si veda) stesso si
appoggia per mostrare
l'obbligo degl’italiani a non
bandirli nella lingua che
riceve d’essi pienezza
e varietà di
suono, due qualità
carissime all'armonia, ed al
canto. Di fatti
i dittongi, se hanno
valore i pensamenti
del citato filosofo napoletano, del
primo canto de popoli
faìino gran pruova: e
specialmente non dovrebbero
bandirli i poeti,
poiché l'espressione poetica è
tanto vaga d'indipendenza da
ogni fastidiosaggine
grammaticale, che talvolta per
lo disprezzo di
certe rigide leggi acquista
forza e bellezza.
E la poesia,
come colui dice
della pittura, divien
grande coli 'industrioso maneggio
delle cose minime. Una consonante, una vocale, un dittongo,
un ACCENTO, letto, se non compreso, Vico. Caraffa fa derivare Greco da Vico e
lascia credere ch’un'infusione del spirito di VICO Greco comunica a Puoti
stesso. [,dove anche osserva. Tanto è rispetto a noi della lingua del Lazio,
che abbondantissima nella scrittura di sillabe bifocali, come Terenziano Mauro
chiama i dittongi, rarissimi ne conserva
nella pronunzia. E tanto è della lingua gallica, che compendia in una sola
vocale molti dittongi, de’quali sul labbro degl’antichi galli s’è probabilmente
lasciato sentire il duplice suono. Sul labbro italiano poi questo duplice suono
si fa sentir sempre: e in ciò siamo più ragionevoli de’galli, in quanto l’italiana
scrittura, si ritengano o si sbandiscano i dittongi, rimane sempre d'accordo
colla pronunzia.] tutto essa fa servire a’suoi sublimi disegni. Così la
filologia filosofica di VICO divienne in Casarotti rettorica grammaticale, ma
assai migliore di quell'altra della tradizione. Nella parte storica e empirica
il saggio di Casarotti non manca d’utilità. Passa in rassegna l’esposizioni di MAZZONI
che NEGA ALLA LINGUA ITALIANA IL VERO E PROPRIO DITTONGO, di Salviati che n;ammise,
di Buonmattei che ne giustifica tanti quanti sono i gruppi di due vocali. Si
ride di Gigli che rimanda a Mazzoni chi vuol aver cognizione piena dei nostri
dittonghi, avendo Mazzoni non scritto un trattato, ma un semplice discorso, e
non sui soli dittonghi italiani, ma sui dittonghi in genere: rettifica non del
tutto giusta, come s'è visto. Vero
trattatista è certo egli Casarotti, che dà del dittongo questa definizione: la
comprensione di due vocali diverse in una sillaba sola e indissolubile, di
suono misto, come sono “aura”, “euro”, “piovere”, “ciel”. Critica gli
strafalcioni dei rimari, Folchi, Fioretti, Ruscelli, Baruffaldi, non escluso
quello di Rosasco, e, naturalmente, discorre a lungo di metrica, con molte
esemplificazioni, essendo compilato il
suo trattato principalmente in servizio della poesia. Riassume la storia di
tutti i capricci ortografici, dichiarandosi contro l’uso della dieresi, co-operazione.
Pistoiesi crede colmare una lacuna dei grammatici che danno sui verbi
ammaestramenti e prospetti
troppo scarsi ai
bisogni. E ora
se ne ristampa
l'opera per il
bisogno che se
ne sente. Delle
voci verbali vi
si fanno quattro
classi classificazione che è un'altra
prova del carattere
empirico e retorico
del trattato: buone e
corrette, regolari; antiche; poetiche; IDIOTISMI – Grice, IDIO-LECT –
IDIO-SYNCRATIC -- ed errori. Si
rimprovera Buonmattei di non
aver avvertito che
di contro al
leggemmo si scrive
l'errato lessamo. Si
registra per es.
il “savamo” (= “eravamo”) che
incontrammo nella grammatica
vaticana ricordata, ma,
a sua volta,
dimentica il “tro” e
il “tretti” da “trarre,”
che quella grammatica diligentemente raccoglie.
Per questa parte
storica specialmente il saggio
di Pistoiesi conserva
qualche interesse. Lo
stesso [Ricorda qui
le 12 definizioni
dei dittonghi date
da Riccioli in De
recia diphthongorum promintiationc. Dice che
nel Giornale di
Padova si afferma
che Evangeli scrive
un trattato sui
dittonghi italiani, ma
egli dubita dell'asserzione. Non
deriva dal latino
questa definizione del
dittongo.] dicasi di quello
di Mastrolilli, che,
peraltro, adopera un
metodo assai diverso
di trattazione sia
nella parte introduttiva,
dove porge, come
meglio puo, delle
nozioni archeologiche sulle
trasformazioni latine, sia
nella sistematica, dove
registra di ogni
singolo verbo tutte
le voci, confinando
nelle note gl’usi
antichi e dialettali,
costruendo così una
gran mole in
due grossi volumi
di quattrocento pagine
l'uno. Un'altra miniera di
tutte le forme
storiche del nome
e del verbo
sono le Osservazioni
grammaticali di Roster.
Il quale, più
che a trattar
sistematicamente la grammatica,
intende soprattutto a
radunare intorno a
ogni persona, come
a ogni nome,
tutte le varianti
che gli scrittori
adoperarono, dando così
un utile vocabolario
metodico delle declinazioni
e delle coniugazioni nel loro
uso storico. Qualche
decennio più tardi,
su questo argomento
avemmo un lavoro
assai migliore e
di una maggior
portata, che è
quasi anello di
congiunzione tra i
precedenti prospetti più
o meno empirici
e i più
recenti trattati di
analisi rigorosamente filologica:
la Analisi critica
dei verbi italiani
investigati nella loro
primitiva orìgine da NANNUCCI (si veda), a
cui seguì il
Saggiò del prospetto
generale di tutti
i verbi anomali
e diffettivi, sì
semplici che composti,
e di tutte
le varie configurazioni, dall'origine della
li?igua in poi.
Derivata da' medesimi principi e
condotta con l' istesso
metodo è la
Teoria de' nomi
della lingua italiana,
che, come X Analisi,
si raccomanda sia adoperata
con cautela. Al
Nannucci dobbiamo an
Osservazioni grammaticali intorno
alla lingua italiana
compilate da Giacomo Roster
professore delle lingue
italiana, tedesca ed
mg le se
ecc. in Firenze,
mediante le quali
si procura di
fissar le regole
sinora incerte e
vacillanti, fondate sull'uso
generale de' classici
antichi e moderni,
e col parer
de' primi letterati
d'Italia: opera necessaria
per intendere gli
scrittori antichi e
moderni, e per
parlare e scrivere
correttametite. Dedicata alla
eulta nazione italiana.
Firenze, nella stamperia
Ronchi. Dopo un
Ristretto di termini
grammaticali e un Ristretto
delle declinazioni tratta
a lungo; della
Dee lina zio?ie, ossia delle
varie terminazioni di
nomi sost. e
agg. Nella dà
le Regole per
le formazioni di
modi, tempi e
persone delle tre
coniug. de' verbi
reg. e irr.
Seguono alcune pagine
di note. (Il
raro libro mi
fu fatto conoscere
dal prof. Teza,
che ne possiede
un esemplare). Storia della
Grammatica cora Voci e
locuzioni italiane derivate
dalla lingua provenzale.
Son tutte parti
codeste et uri
opera vasta alla
quale s'era dato
l'esimio filologo e in cui
si proponeva di
ricercare minutamente la
natura, l'indole e
la storia della
nostra lingua, seguitandola secolo per
secolo ne' suoi
movimenti e nelle
sue trasformazioni, ed investigando
la ragione de'
costrutti e delle
forme grammaticali (Ai
lettori): un miscuglio,
come ben s'intende, d'empirismo, di
storia e di
filosofia del linguaggio
in cui sarebbero
state riassunte e
conciliate le tre
tendenze degli studi
linguistici prevalenti al
suo tempo. Fu
bene che il
Nannucci si limitasse
alla parte storica
usando, come le
forze gli permettevano, discretamente, del
metodo comparativo ignoto
ai suoi predecessori specialisti: ne
uscirono giustificate nella
loro origine e
nella loro analogia
con le neolatine,
voci e frasi
ritenute errori e
idiotismi dagli altri;
altre furono ridotte
alla loro vera
lezione. Quelle che
per altri erano
minutezze, cioè tutte
le uscite varie
di una stessa
voce, egli raccolse
e sistemò, svolgendo
la sua trattazione, se non
con metodo, con
ordine, chiarezza, cioè
tempo per tempo,
persona per persona.
Faccio la riserva
sul metodo, appunto
perchè qui è
il lato debole,
filologicamente parlando, dell'opera
del Nannucci: la
sua è una
classificazione empirica, storica
nel senso che
parte dalle forme
più antiche per
giungere alle moderne:
non è, e
non poteva ancora
essere a base
fonetica, come oggi
si esigerebbe. Se
non che anche
in questo rispetto
supera i precedenti
trattatisti, de' quali egli
stesso vorrebbe eccettuato il
Mastrofini, se oltre
all'aver egli lasciato
addietro tutte le
anomalie più riposte,
che sono sparse
per entro agli
scritti de' nostri
vecchi, anche nelle
più ovvie da lui riprodotte
, non avesse
per lo più
errata la vera
origine. L'opera di NANNUCCI (si veda), come
anche risulta d’un
utilissimo indice, è
ricca di osservazioni
grammaticali spicciole che
servono a lumeggiare
la posizione sua
di grammatico diligente
e osservatore, raccoglitore di
prima mano de’fatti
grammaticali, che sa
ordinare nella loro
serie storica, non
nella loro genesi
ed evoluzione interiore,
intese, è superfluo
dirlo, nel loro significato fittizio. È insomma,
per l'Italia, a
prescindere dai nostri
filologi migliori, l'anello
di congiunzione tra la
pura precettistica e l’indagine storica. Un
contenuto grammaticale hanno
egualmente, chi più
chi meno, tutti
i nostri retori
ed eruditi e
lessicografi filologi nel senso
ristretto che a
questa parola da
Diez in poi
viene annesso, non li
potremo chiamare dell'indirizzo puristico-classico da CESARI (si veda) a FORNACIARI.
D’essi, quando non sono
anche produttori di
grammatiche vere e
proprie, onde particolarmente vogliamo
desumere i caratteri
della grammatica di
questo periodo, basta
che noi ricordiamo
poco più che
i nomi per
complemento di disegno,
rientrando essi in
quanto tali alcuni
sono grandissimi filosofi
come Foscolo, Monti,
Leopardi più direttamente
nella storia dell'erudizione linguistica o
della rettorica o
della coltura o
della critica letteraria
o della cosiddetta
questione della lingua,
secondo i singoli casi.
Nel loro complesso,
per quanto ha
rapporto diretto con
la grammatica, essi
seguono e costituiscono
il medesimo moto
onde derivarono le
varie grammatiche che
esamineremo con quella
brevità che l'interesse
ormai scarso della
materia e la
qualità possono consentire
in una storia
come la presente.
Di quei tre
grandissimi, benché non
siano stati, strettatamente parlando,
né grammatici né
critici del concetto
di grammatica e neppure
rinnovatori, saremmo tentati
a far qui
un meno breve
cenno di quel
che s'è fatto,
avendo essi dato allo studio
della lingua una
parte non piccola
della loro attività,
se, considerando, a
tacer d'altro, che
le loro particolari
vedute non sono
in sostanza se
non antecedenti della
dottrina di MANZONI (si veda) sulla lingua,
che è poi
la dottrina linguistica
del romanticismo, di
questa non dovessimo
trattenerci più lungamente
e per il
nuovo indirizzo grammaticale
che ne deriva
e per la
connessione che ha
particolarmente colla critica
della grammatica generale,
che a noi
sopratutto interessa. Ma di Leopardi mi
giova mettere in rilievo
un curioso pensiero
circa i rapporti
tra grammatica e lingua,
che si può
riassumere così. La varietà,
ricchezza, onnipotenza d'una
lingua sono in
ragione inversa del
dominio regolatore della grammatica,
e che egli
illustra con gl’esempi
della lingua greca
che ha inesauribile ricchezza
e assoluta potenza
avanti il sorgere
della sua grammatica,
della LATINA che, per
antica, avendo avuto
avanti la grammatica
greca, studiata per
principi e nelle
scuole, riuscì meno
libera e meno
varia d'ogni altra
, dell'italiana che,
scritta primieramente da
tanti che nulla
sapevano dell'analisi del
linguaggio (poco o
nulla studiando altra
lingua e grammatica,
come sarebbe stata
la latina), venne, per
lingua moderna, similissima
di ricchezza e d’onnipotenza alla
greca, della tedesca,
che, avendo grammatica
e non forse
rispettandola e non
avendo vocabolario riconosciuto per autorevole,
è nelle migliori
condizione per pervenire
alla ricchezza, potenza,
libertà. Giudizio quant'altro
mai ostile alla
grammatica, ma il
più servile verso
la sua immaginaria strapotenza. Su
di un altro
grande italiano, invece,
che citeremo tra
poco, TOMMASEO (si veda), filosofo
di professione, non
possiamo non fermarci
un po’più, il
che faremo con
la scorta di BORGESE (si veda), il
quale ci sembra
averlo caratterizzato con mirabile precisione. Il CESARI (si veda)
del romanticismo, lo chiama Borgese, e di
CESARI non è così spietato censore come
molti non-romantici. Ha quel che a CESARI (si veda) manca per divenire
scrittore più che comune, la fede nel grande principio della rivoluzione
letteraria. Di singolare nelle teoriche sulla lingua di TOMMASEO (si veda), è
l'analogia coll’opinioni letterarie che
si professano ornai da
una ventina d'anni.
Egli stima doversi i
significati delle parole
distinguere secondo l'uso
più generale e
ragionevole, proprio come gl’evangelisti del
romanticismo volevano ligie
le lettere alle
passioni e ai
desideri del tempo,
perchè fossero secondo ragione
e morale. Nel
linguaggio vede tre
pregi essenziali di
bellezza: l'etimologia più
prossima e d'evidenza
irrecusabile, l'analogia filosofica
e la grammaticale,
l'armonia musicale e
l'onomatopeica: pregi che
meglio d’ogni altro
idioma ritiene possedere
il toscano. Non
rinnova i concetti fondamentali della linguistica. Applica come BERCHET
(si veda) e MANZONI (si veda) in modo
nuovo principi vecchi,
e sostenne l'imitazione
del vero e
l'uso di parole
intelligibili al popolo.
Ed ecco l'intento
morale della riforma. Giova osservare,
scrive, che la
straordinarietà della lingua,
la quale dà
talvolta allo stile
una cert'aria di
dignità, è pregio
tutto posticcio che
non compensa il
difetto di pregi
più intrinseci. Molti
si credono d'essere
scrittori non comuni,
allorché rivolgono un’idea
comune in abito
straordinario, ma converrebbe, in
quella vece, sotto
forme comuni, ren[Pensieri
di varia filosofia
e dì bella
letteratura, Firenze. Del
resto su LEOPARDI (si veda) filologo,
v. i noti
lavori recentemente condotti
sullo Zibaldone, il saggio di BORGESE, e
il citato studio
di COLAGROSSO. Colagrosso.] -dere accessibile
e, quasi dirti,
perdonabile la straordinarietà dell'idea.
Nella pratica pesa
con scrupolo da
farmacista parole e
sillabe e della
grammatica è cavalier senza
macchia. Il numero maggiore
degl’eruditi e letterati
che si occuparono
in questo tempo
di lingua è
dato dai vocabolaristi
in genere: accademici della Crusca,
dell’Istituto lombardo, Cesari,
Galiani, Tommaseo, compresi
i compilatori di
dizionari di sinonimi
(Grassi, Tommaseo), metodici
(Carena) e dialettali,
e in particolare,
dagl’avversari più o
meno accaniti della
Crusca (Monti, Perticari,
Compagnoni) coi loro
rispettivi contradittori nelle
polemiche che seguirono
alla Proposta di Monti (Biamonti,
Galvani, Niccolini, Tommaseo),
e ancor più
particolarmente dagli annotatori e
correttori della Crusca
(Parenti). Astrazion fatta
dall'utilità pratica di queste
raccolte di voci
e locuzioni, sono
ormai ben noti
il nocciolo, le
vicende e l'importanza
della questione agitatasi
con tanto fervore
e accanimento: sostenitori
e avversari della Crusca,
nel propugnare secondo
il loro partito
un uso più
o meno esteso
nel tempo e
nello spazio, quale
si è il
loro ideale d'un’ITALIANITÀ più o
meno pura di
pensiero, di sentimento
e di lingua
(entrano naturalmente nelle
questioni sentimentalismi patriottici
più o meno
caldi e sinceri),
muoveno dall’ormai stravecchia
concezione meccanica del
linguaggio abbuiata ancora
non poco dall’ignoranza dell'origine
dell'italiano, o meglio,
de’ [In Borgese. Borgese. Tra i
molti saggi di
Tommaseo che in
qualche modo si
riferiscono al nostro
argomento, merita d'essere
ricordato qui particolarmente l’aiuto
air unità della
lingua, saggio di ìuodi
con formi all'uso vivo
italiano che corrispondono
ad altri d'uso meno
comune e meno
legittimo, Proposte, Firenze,
Le Monnier. Proposta di
alcune correzioni ed
aggiunte al Voc.
d. Cr., Milano, R.
Stamperia. Cvi collaborano segnatamente
Perticari, Gherardini, Grassi,
Peyron ecc.. Devesi
ricordare qui il
Capitolo CHI di
un'Opera cominciata a
scrivere dall’autore prima
della Proposta di Monti
e da non
pubblicarsi se non piu
tardi (Estr. d. Quad.
XV del Nuovo
ricoglitore con un'aggiunta,
Milano) di Compagnoni,
che pretende, come ODERZO
(si veda) Oderzo -- Stilla libertà concessa
alla locuzione italiana
della Crusca -- di aver precorso
Monti. Galvani, tra tutti
costoro, si distingue
per i suoi
notevoli contributi alla
storia della letteratura
occitanica. Ricordiamo qui particolarmente di
lui il discorso
Del soverchio rigor de’grammatici.] vari dialetti
italiani; e si
tormentano tutti egualmente
intorno a un
problema anti-fìlosofico. Lo
stesso dicasi dell'altra
categoria, non meno
numerosa, dei panegiristi
della lingua italiana
e caldeggiatori del
ritorno all'antica purezza
e semplicità, trattatisti
in genere dell'origine
e delle doti
dell'elocuzione, dissertatori
di combattimento o
no, tutti quali
con più quali
con meno di
destrezza armeggiami pel
feticcio col vecchio
bagaglio d'argomenti formali:
Cesari, alla testa,
Amadi, Amicarelli, Bressan,
Mazzoni, Biondelli, Betti,
Ranalli, Paravia, Fornaciari,
Montanari, Mestica, Costa,
Pagliese, Farini, Colombo,
Marchetti, Parenti, Giordani,
a tacer di
Puoti e della
sua scuola. Una
terza schiera, infine,
è costituita da
molti di questi
stessi, T. mette in
prima linea Colombo,
e altri moltissimi
tra questi ricorderemo honoris causa
Leopardi e Foscolo
che o curano l'edizione de’testi
antichi o li
annotarono o fecero
l'una cosa e
l'altra. L'opera di
costoro ha un
carattere più specificatamente linguistico-retorico; ma,
oltre che qui
non se ne
potrebbe molto agevolmente
tener conto, poiché
sarebbe da ridurre
a corpo sistematico,
in fondo la
ritroveremo nelle singole
grammatiche che
accompagnarono questa produzione
esegetica, di cui
a priori s’intendono
i valori e
i caratteri, sol
che siano annunziati i
nomi dei produttori.
Ma qui dobbiamo
fermarci per registrare
un fatto di
qualche importanza. Pensando
a questa schiera
di puristi e di retori,
generalmente ce li figuriamo
anzitutto grandi credenti
nella grammatica, come nell'ultima
panacea di sicura
efficacia per il
retto esercizio del parlare, del
comporre e dell'intendere [Un più
recente correttore della
Crusca è Cerquetti, il
cui nome è
mescolato in nuove
e non meno
vivaci polemiche. Pubblica parecchi saggi
di Correzioni e
giunte al vocabolario della Crusca,
il primo de’uali
vide la luce
in Forlì. Su Cerquetti,
Trabalza, A. Cerouellt
in Studi e
profili. T. ricorda qui, come
segno del fervore puristico
specialmente contro le
insidie del dialetto,
quella Tavola e
correzione d'un migliaio
d'errori di grammatica
e di lingua
ecc., per Ponza,
sac, Torino.], dove
Manzoni spigola esempi
per la sua
tesi dell’unità linguistica (Opere
inedite o rare
cit. più innanzi. gli
scrittori. A mostrar
l' inesattezza di tale
opinione, senza che io mi
stenda in soverchie
parole, T. riferisce qui
proprio un brano
della dissertazione di Cesari,
la cui testimonianza
tronca la testa
al toro. Dopo
aver indicato, il che
fa in modo
che tutti possiamo
accettare, come s'abbiano a
legger i filosofi, dice
che nel principio,
la grammatica è
necessaria per li
nomi e coniugazioni
de’verbi, e per
parecchi de’più notabili
usi de’verbi singolari.
Io credo che i fanciulli
non sono da
stancare con molte
regole. Al maestro sta
venirle toccando, secondo
che negli autori si
abbatte a cose
che richiegge spiegazione
come che è.
La grammatica di
Corticelli crede molto
ben acconcia per
quell’età; quantunque assai
vi manchi di
quelle cose che
al maestro s’appartiene
d’aggiungere a luogo
a luogo. Ma pella grammatica e
i primi elementi
di lingua lui arde di
mostrare un cotal mio
trovato, che assai
felicemente mi riuscì.
Io credo che
grande agevolezza ad
apprender la lingua
dove portare a’fanciulli l'aiuto
d'un'altra lingua, loro
già nota, la
cosa parla da
sé. ora eglino
nessun’altra ne sanno
che il proprio
dialetto. Essi, nel loro
dialetto parlando, sanno
il valor delle
voci che usano,
e le parti
dell'orazione, nomi, pronomi,
verbi, avverbi, eccetera, le
usano tutte. Ora
io questa loro
scienza vorrei recarla
ad essi a
profitto. Facendo che tutto
il loro studiar
nella lingua è un tradurre
dal dialetto lor
naturale. E nella pratica
dell’insegnamento privato fa
fare esercizi di
retro-versione di novelle da
lui tradotte in
volgar veronese e
compila un Catalogo
d'alcune voci di
dialetto veronese col
corrispondente toscano a fronte.
Non è stato
il primo a
servirsi del [Precetti pochi
di qualsivoglia autore,
torna a predicare
nello scritto Del
metodo d' insegnare lettere latine e
italiane, in Opuscoli
cit., ed. Guidetti.
Ed. Guidetti. Guidetti. Guidetti, a
questo proposito, riferisce
un brano di
lettera scrittagli d'Ascoli. È
anche vero che
Cesari e Manzoni
hanno in qualche modo la stessa
filosofia, sostenendo entrambi
che l'Italia dove
attingere o ri-attingere
l'unità del proprio
linguaggio dalla Toscana
o meglio DA FIRENZE, e
n'è venuto assai
naturalmente che in
entrambi sorge il
desiderio di raccolte
lessicali o di
frasarj, dove ai
modi di ciascun
dialetto si contrapponessero gl’equavalenti della
pura e schietta FIORENTINITÀ.] dialetto per
apprendimento e l'insegnamento della
lingua, come sappiamo;
ma possiamo ben
figurarci di quale
e quanta efficacia
riuscissero e la
dichiarazione di scarsa
fede nella grammatica
per sé stessa
e il consiglio
di ricorrere al
dialetto per apprenderne naturalmente con
gli schemi le
parti dell'orazione italiana,
esposti come si
trovavano in una dissertazione che,
e per il
nome dell'autore e
per il premio
ond'è coronata, si divulga
ed ha grandissima presa
in Italia. Infatti,
a prescindere dalla
ricca serie di
vocabolari dialettali (anche
Puoti, oltre quello
àé\ gallicismi, ne fece
compilar uno domestico
NAPOLETANO-ITALIANO), che non
è nostro compito
illustrare, da questo
impulso di Cesari, indubitatamente, oltre
che dalle cause
generali che su Cesari
stesso agirono, derivarono
in ogni parte
d'Italia grammatiche
italiano-dialettali, dove appunto
si fac servire il
dialetto, anche più ufficialmente
dirò cosi che
non si fa
con le versioni
dialettali e con
lo studio e la compilazione del
dizionario dialettale, all'apprendimento della grammatica italiana. Ne T ricorda
due: la bergomense-italiana, dove l’influenza di Cesari si vede non solo
dall'innesto degli esercizi
di retroversioni alle regole
grammaticali e ai
paradigmi, ma anche
dall’aver proposto tra
i temi vernacoli
una novella di
Cesari: e [Nel
concorso alla cattedra
di letteratura italiana
a Napoli, a cui
partecipò anche Puoti,
è dato per
la dissertazione latina
il seguente tema,
che è la
traduzione del tema
dell'Accademia livornese. Italici sermonis
a Dante ac
Petrarca praecipue exculti
elegantia, quibus de
causis, quibusve scriptoribus
defecerit, quibusve de
causis ac scriptoribus
ad pristinum redeat
splendorem. In Caraffa. Per
la storia de'
Vocabolari dialettali e
quanto li concerne
ne’rispetti dell'aiuto che
posson recare a chi vuol
imparar la lingua
e a scrivere,
cfr. Manzoni, Dell'
unità della lingua
in Prose minori,
ed. Bertoldi, il
Concorso bandito dal
Ministero e relativa
Relazione e T.,
L'insegnamento dell'italiano nelle
scuole secondarie Esposizione teorico-pratica con
esempi, Milano; per
la necessità che
se ne afferma
anche ogs^i, né
più né meno
che con le
idee di Cesari e di Manzoni, mi
sia permesso citare
la prefazione al mio Saggio
di vocabolario
umbro-fiorentino e viceversa,
Foligno. Esperimento di una
Grammatica
bergomense-italiana compilato
a comodo
ed utilità de’giovanetti
suoi connazionali dal
sa e. G.
A. M., Milano,
Tip. Arciv., Ditta
Boniardi-Pogliani di Besozzi (Bibl. Teza).] la
già ricordata Glottopedia
italo-sicula di Pulci,
notevole per l'opinione
tacita dell'A. che IL
SICILIANO ben ripulito puo coincidere con la
lingua letteraria, ma
più importante per LE
TRACCE CHE LA GRAMMATICA UNIVERSALE RAZIONALE FILOSOFICA ANCHE IN QUESTO CAMPO
LASCIA. Protesta l'autore contro
le grammatiche di Biagioli
e di Cerutti impiastricciate d'ideologia
Trasiana, afferma che
le menti dei
giovinetti sono immature
a intendere LA FILOSOFIA mentre per
intender questa occorre
la grammatica, ma LA
FILOSOFIA cacciata dalla finestra
delle regole l'ha
fatta ri-entrar per
la porta delle
note. E finalmente
T ooserva qui che
quel calore che
quei nostri puristi senteno per
la bella lingua
giova a ravvivar la
grammatica, in modo che
questa non è
neppure quel che
è oggi per
molti una cosa
parecchio insopportabile. Venuti
così alla rassegna
delle vere e
proprie grammatiche compilate
nel periodo di
cui abbiam cercato
determinare i caratteri, ci
risparmieremo dall'esame così
dei trattati particolari
come de' compendi
e delle compilazioni
di seconda e
terza mano, [Glottopedia
italo-sicula e Grammatica
dialettica, in cui confrontasi il
dialetto siciliano colla
lingua italiana in
ciò che disconvengono, a buon
indirizzo de’giovani siciliani
per evitare i SICILIANISMI
grammaticali ridotta in
tavole sinottiche corrispondenti ad
ogni trattato per
lo can. seconda della
cattedrale di Catania
Doti. FULCI (si veda) pubblico professore
di lingua italiana
nella Regia Università
ecc. Catania, dalla Tip.
della R. Università
per Pastore. Diamo
qui in nota,
come abbiam fatto
per molti continuatori
di Soave e Cesarotti,
una breve serie
dei moltissimi che, escluso
che si possan
far tagli netti, si
possono riallacciare alla
tradizione di Cesari e
Puoti. Regole ed osservazioni
della lingua toscana.
In Genova per
lo Caflarelli (cit. Da Casarotti). Romola, Delle
dieci parti del
nostro discorso, Carmagnola, Agrati,
Il maestro italiano con
appendice delle voci
dubbie compilate e ridotte
informa di dizionario
ad uso delle
scuole e di
chi ama a
parlare e leggere
e scrivere bene e correttamente, Brescia,
Bettoni [grammatica e vocabolario
trattati alfabeticamente. Ricorda
il Pergamini]. De
Filippi, Studio di
lingua del fanciullo
italiano, Milano, Osservazioni
sull'uso variante dei dittonghi fatte
dai padri della
poesia italiana, Milano. Antolini, di
Macerata, Saggio di
parallelo di voci
italiane; trattato della
lettera J e
del doppio I,
Milano [È una
prima parte d'un'opera
di cui annunziato
il programma. Attribuisce
ai dialetti la
colpa dei doppioni.
Doppioni? Sono parole
di forma e
senso chiaramente diverse:
Abbatte, Abate; Accadde,
Accade, e che
nessuno confonde. Negli
altri trattati per fermarci
ai quattro principali
autori che sono
Gherardini, Puoti, Ambrosoli
e Rodino, tacendo
anche qui interamente
delle grammatiche italiane
in lingua straniera
per uso degli
stranieri. Il milanese
Gherardini è più
noto specialmente per
la sua riforma
ortografica da pochi
seguita avrebbe parlato
dei nomi d'unica
pronunzia e varia
ortografia, di voci
medesime di varia
pronunzia, voci di
doppia vocalizzazione, dell'/
e ii (Vj,
del Z (VI),
di monosillabi di vario significato (VIIj. Difende
l'j lungo, e dà
un elenco alfabetico di voci parallele: Abbomini, Abbominj;
Accusatori, Accusatori (da
accusatorio); Acquai (perf.
da acquare, Acquai
ecc.; dividendoli in tre classi. Voci
che richieggono la
finale j; Il
doppio ii (Abbondi,
Abbondii; Accoppi da
accoppare, ecc., Accoppii,
da accoppiare); Le
due terminazioni (Incendj pi.
da incendio,Incendii, da
incendiare). GRECO (si veda)
(un precursore di PUOTI (si veda) e degl’altri
classicisti meridionali, Avvertimenti
del parlare e
scrivere correttamente la
lingua italiana, Napoli (cfr.
Sanctis, La giovinezza); AMADI (si veda), Dialogo della
lingua italiana, Venezia. Trovansi ms.
nel Cod. Marc. BIAGIO (si veda), Istruzione grammaticali
da lui dettate,
Cod. Marc. Regole ed
osservazioni intorno alla lingua
italiana, Imola; LISSONI (si
veda), Risposta al libercolo Aiuto contro
l'aiuto di LISSONI (si veda), ossia
difesa di molte
voci italiane a
torto proscrìtte, Milano -- che
T. cita per ricordare
questa polemichetta e
accennare che anche
di questo tempo
si ha una colluvie
di scritti ortografici); AZZOCCHI (si veda) insegna italiano
e latino al
Collegio Romano e
al Seminario. Scrive un
Elogio di CESARI (si veda), che
si compiace di
lui come di
suo nuovo seguace,
cfr. Cesari, Opuscoli,
ed. Guidetti, Avvertimenti a chi
scrive in italiano
(Fra noi, dice,
è questo difetto
grandissimo d’educazione,
che non curiamo
punto la lingua
che di bellezza gareggia eziandio
con la greca,
mentrechè alle lingue
morte attendiamo e alle straniere.
A proposito d’AZZECCHI (si veda) e de’suoi
pari nel culto
della lingua, MAZZONI (si veda) (L’Ottocento) osserva
giustamente. Il nome d'Italia
è da per
tutto, anche nelle
grammatichette e ne’lessici
per i ragazzi,
rivendicato contro il
forestierume e la
barbarie. FALCHI (si veda) (I puristi;
1. Il classicismo de'
puristi, Roma) vuole
fare delle riserve
e mettere le
cose a posto
sul patriottismo de’puristi,
e trova una
frase felice per
illustrare la sua filosofia,
dove dice che
questi fanno servire il concetto
di patria alla
causa del purismo:
non viceversa. Verissimo.
Pure è innegabile,
e la cosa
si spiega facilmente,
che, nonostante che PUOTI (si veda), prendiamo
un esempio perspicuo,
si dolesse profondamente
di non poter
diventare il pedagogo
di Rampollo del
Borbone, né s’accorgesse
quali spiriti svegliasse nella scolaresca il [un
di codesti è CATTANEO (si veda), onde vuole ricondurre tutte le forme alla grafia
che l'etimologia esige. Vana ed
illogica pretesa, ma,
filosoficamente, non meno ingiustificata di quant'altre mirano a
costringere l'arte entro
determinati schemi grafici più
o meno moderni, per
quanto, naturalmente, più
di esse ripugnante alla coscienza
moderna cui è
meno estraneo quel
certo consenso formatosi
intorno al cosiddetto
uso vivo. Ma
l'attività di GHERARDINI (si veda) si svolge
largamente e per
lunghi anni anche
nel campo stesso
della grammatica, concretandosi
in saggi di gran
lena e di grossa mole. Comincia
con studi lessicografici – la botanica linguistica
Austin-Grice -- pubblicando un Elenco
d;alante parole oggidì
frequentemente in uso, le
quali non sono
?ie' Vocabolari italiani.
Da alla luce una
Introdìizione alla Grammatica
italiana per uso della classe
seconda delle scuole
elementari: facile ma
elementarissima esposizione accompagnata
da tavole sinottiche e
da un modello
d'interrogazione per uso de’maestri che
suo insegnamento, resta
sempre vero quel
che SANCTIS (si veda) ha ad
osservare e altri
a ripetere, che PUOTI
(si veda) con l'amore e
la cura della
lingua desta il
sentimento nazionale in
tutta la gioventù
che fa poi. Saggi
critici, Napoli. Il viceversa
è vero per i
discepoli, se non
pei maestri. BRENNA (si veda), Elementi di
ortografia, Treviso. GUASTAVEGLIE
(si veda), Compendio di grammatica,
Perugia. È, per dichiarazione
stessa dell'a., un
rimaneggiamento del Compendio
di CHINASSI. FECIA (si veda), Aiittarello a
parlare faìnigliarmente italiano,
Biella; CAMANDONA (si veda), Saggio
di grammatica italiana,
Torino; GRAVANTI (si veda), Grammatica
della lingua, Cremona; MANNUCCI (si veda), Grammatica, Città
di Castello; MELGA (si veda), Grammatica compilata
sulle opere de’migliori
filologi antichi e
moderni, Napoli. Cfr. Borghini,
e Rodino, Osservazioni
sulla grammatica di Melga,
in forma di
lettera all'a., Opuscoli, Napoli,
di cui fan
parte anche l’osservazioni sopra
il vocabolario d’UGOLINI (si
veda) delle parole e
modi errati – “A nice derangement
of epitaphs. Una lodata e
più volte ri-stampata Grammatichetta compila
sulle tracce di
quella di PUOTI (si veda) GIANNINI
(si veda), sul quale
v. T., C.
G. in La
Favilla (Estr., Perugia).
La Riforma dell'ortografia in
Alcuni scritti, Milano. CATTANEO (si veda) è
naturalmente disposto a
seguire il sistema
grafico etimologico di Gherardini
dalla propria dottrina
filosofica sul linguaggio,
intorno a cui è da
vedere ora un'acuta
pagina da Gentile, LA FILOSOFIA
IN ITALIA, I positivisti, Le
origini, CATTANEO (si veda), La
Critica.] vogliano
assicurarsi che i
giovani abbiano ben
capito. Usce a Milano
la più importante
delle tre òpere
principali, cioè l’APPENDICE ALLE
GRAMMATICHE, immensa raccolta,
nella sua parte
non-apologetica e polemistica,
di singole, innumerevoli
osservazioni grammaticali, che o correggono
o accrescono il
vecchio patrimonio della nostra
grammatica. Dopo l’avvertenza, in
cui trova modo
di pigliarsela con PUOTI
(si veda), autore d'un
Dizionario de’ gallicismi,
consacra il saggio all'apologia del
suo sistema LESSIGRANCO con gl’argomenti
che i lettori
ben conoscono. Svolge anche l'appendice (che
appendice!) alla grammatica. Nel resto chiarisce
alcuni dubj proposti al compilatore
e dà altri avvertimenti lessigrafici con aggiunte. Son
tutti problemi che
riguardano l’uso e
la forma di
particolari voci o
il giro d’un
costrutto. Nessun principio nuovo,
s'intende. Anzi i vecchi
principi sono ri-messi
a nuovo con
qualche velleità di
arguzia e d’eleganza. P. es.,
paragona l'ellissi, la
famosa ellissi, a Poppea, la quale, andando
velata, fa sì che la
sua beltà è aggrandita dall’incitata imaginativa de’riguardanti. Né sempre
dà la spiegazione
giusta. Il passo
boccaccesco che vedemmo male
spianato anche da Cinonio,
non ne dov’io
dì certo morire che
io non me ne metta a fare ciò che
promesso v’ho, è così dichiarato
da Gherardini. Non rimane che io
mi metta a fare ciò che l’ho promesso,
se anche dì
certo io ne dovessi morire -- che
non è vero. Questi sforzi,
peraltro, di tutti
i grammatici ed ESEGETI
[cf. Grice, “Love that never told can be”] per
sostituire la locuzione
o costruzione rigorosamente grammaticale
a certe irregolari
espressioni, anche quando
sembrino aver ottenuto
lo scopo, cozzano
irremissibilmente contro la muraglia cinese dell'impossibilità della
sostituzione, e confermano sempre
meglio l'insostenibilità della
precettistica grammaticale. Da che,
se non
da questo carattere
della grammatica, derivano tutte
le secolari diatribe circa
l’interpretazione di singoli passi,
di singoli costrutti,
di singoli significati, circa il
riconoscimento di determinate
grafie, che vediamo
rinnovarsi di età
in età? Nel
corpo della nostra
grammatica ci sono parecchi temi che
sono ripresi in
discussione continuamente,
in modo
che noi vediamo,
p. es., un ottocentista
ancora (Cfr. Zambaldi) rimproverare a Bembo
o a Buonmattei una
certa formula. Mirando ognuno
la frammentaria espressione
non col resto
dell'opera d'arte di cui
è una molecola,
ma coll'archetipo grammaticale che si
contempla nella nostra
mente, è naturale
che l'accordo il più
spesso manchi e
che le discussioni
grammaticali si rinnovino di
continuo anche da
persone colte, d’artisti
provetti che non
sieno riusciti a
liberarsi completamente dall'ereditario quanto
servile ossequio all'impotente
ma riveritissima dea.
Ma il moltiplicarsi di tali
discussioni è anche
un mezzo potentissimo
alla dissoluzione della
grammatica: e Gherardini
con un gigantesco volume di
Appendice alla Grammatica,
dimostrando col fatto
la dilatabilità del
corpo della grammatica,
ne affretta del
pari la morte.
Egli è il Salviati
dell'Ottocento. Minuto,
analizzatore come lui, come
lui riassuntore d'un
lungo lavorìo grammaticale e esegetico,
sviluppa come lui
all'infinito le particolarità
lessicografiche,
ortografiche e sintattiche
della lingua, capovolgendo cosi i
cardini della grammatica,
che sono le
regole, e sostituendoli
con l'eccezioni. Di
modo che l'opera
sua finale piuttosto
che una grammatica è un immenso materiale da costruzione, ma per
costruirvi un edificio bizzarro dove tutti i pezzi meccanici adoperati dai
singoli scrittori o da gruppi di scrittori sono ammucchiati e che non può aver
mai né fine né unità. All’appendice seguirono la Lessigrafia, che rappresenta
la forma definitiva del suo sistema ortografico, e le Voci e Maniere di
dire -- Grice, WOW – Way of Words -- additate
ai futuri Vocabolaristi. Proprio l'opposto
dell'appendice gherardiniana per
condotta e architettura,
benché ispirate ai
medesimi principi, sono
le regole eleì7ientari della lingua
che il napoletano
PUOTI (si veda) pubblica. Il più
diffuso e noto e
fors'anche efficace dei molte
suoi saggi con le quali
intende a integrare
il suo altrettanto
ben noto e
efficace insegnamento, che impartì
in modo così
simpatico a Napoli a
scolaresche entusiaste e intelligenti
a cui furono
ascritti uomini quali SANCTIS
(si veda), MEIS (si veda), ed altri filosofi famosi. Oratore
nelle esequie del marchese
di Montrone a Bari,
che a lui
consegna i suoi saggi
da stampare, dice
che lo piange
come maestro, e
ben rammentò come
egli, discepolo, anda
cercando che frutta nel
Mezzogiorno d’Italia quella
nobile confederazione, come la
chiamò, che in
Bologna ha stretta MONTRONE (si veda) con SAVIOLI (si veda); di
cui canta nel
Peplo, con Marchetti, Costa,
Schiassi, Giusti, Strocchi,
e Giordani : preziosa
testimonianza per la
storia del Classicismo
e del Purismo
sceso dall’Italia centrale
nel Mezzogiorno. Dei
caratteri del purismo di PUOTI e
del suo insegnamento
non occorre che qui
ripetiamo quanto ormai
è ben noto.
Basta che diciamo qualcosa della
sua grammatica, alla
quale, come dichiara egli
stesso nella prefazione
all'edizione napoletana, collaborarono
de’suoi allievi principalmente SANCTIS (si veda) e RODINO
(si veda), MELGA (si veda) e FABBRICATORE
e che
basta a parecchie
generazioni non del solo Mezzogiorno come lo
provano i dodicimila esemplari
che gl’editori della
ristampa dell’edizione livornese
dicono essersi esauriti
in diverse edizioni
fatte in Toscana,
in Parma e
in Napoli: grammatica
che PUOTI circonda delle cure
più amorevoli e
venne correggendo e
migliorando via via in
tutte le edizioni
che egli stesso
cura. A lode
del buon senso
didattico di Puoti dobbiamo
subito ricordare che
a lui non
sfuggirono le due
principali condizioni che
sole giustificano nel
campo della pratica
e rendono utile
la grammatica. Che essa
sia, non maestra
dell'arte, ma semplice
strumento per lo
studio e l'apprendimento delle
lingue. Che i suoi
precetti, perchè riescano
veramente utili, siano
ravvisati nelle scritture
-- e addita tra
queste come meglio
accomodate il Governo
della famìglia, l’Antologia
di prose italiane,
i Fatti d’Enea.
Come disegno, la
grammatica di PUOTI
è mirabile di
sobrietà e d’armonia,
dati non affatto
spregevoli in un
libro scolastico. La
distribuzione è l'antica
-- etimologia, SINTASSI, ortoepia
e ortografia --, e
riflessa bene, quasi
quanto il contenuto,
lo stato della
linguistica d’allora e dell’importanza che
si da a
certi problemi. Il
prevalere dell'etimologia (o,
meglio, MORFOLOGIA) e della SINTASSI,
sull'ORTO-EPIA [cf. Grice on ‘correct,’ procedure – what is proper -e sull’orto-GRAFIA e
il quasi nessun
conto fatto della
fonetica [cf. Grice, distinctive
features of phonetic analysis of phonematic sequences] dimostrano che
non si ha
alcuna coscienza del
problema storico della
lingua e che
tutto l’interesse è ancora il
puramente formale ORETTORICO. Mentre il
persistere di questo
interesse per la
forma e l'uso
delle pa[Mazzoni, L'Otl..
Napoli] -role quali si
possono riconoscere negli
scrittori pei rispetti
della purità e
della correttezza fa
fede dopo tanto
lavorìo grammaticale, dopo la
crisi filosofica della
grammatica prescrittiva, che sopravvive
soltanto la parte puramente
empirica, cessando ogni
interesse per quella
filologicamente storica, sopravvive
cioè la grammatica
spogliata d'ogni elemento
filosofico e conoscitivo.
A che si
dove logicamente venire, e
il fine e
la funzione della
grammatica non possoo non esser
quelli che abbiam
visto aver riconosciuto Puoti. Oggi
essa non si
studia diversamente ne
con diverso fine. Ed
è presumibile che
nel futuro si
seguiterà a fare
altrettanto. E se
alcuni resultati della
grammatica storica si
sono incorporati nella
moderna grammatica normativa
ed altri ancora
vi si includeranno,
ciò potrà forse
migliorare il metodo
d’esse e aiutare
l'apprendimento, ma come
conoscenza, come contenuto
conoscitivo, storico, rimarrà
sempre estraneo al
fine della grammatica,
che è quello
di condurre all'acquisto
della lingua da
adoperare per i
bisogni pratici, tant'è
vero che delle
grammatiche per gli
stranieri quest’elemento conoscitivo
è assolutamente escluso.
Pure è
facile avvertire nel
contenuto specifico della
grammatica di Puoti l'
influenza tanto dei
precedenti accertamenti della
filologia quanto delle
tendenze della GRAMMATICA RAZIONALE UNIVERSALE FILOSOFICA; com'è
naturale che vi è
tenuto conto delle
formule trovate dai
migliori precedenti grammatici,
da Bembo a Salviati
a Cittadini, da Buonmattei
e da Cinonio
a Corticelli. Sicché Puoti
ci appare come
un diligente vagliatore
di quanto è escogitato dai grammatici
dei vari tempi
e indirizzi, un
disegnatore sobrio e
corretto, un espositore
chiaro e temperato
che sa bene
il suo fine
e che ha
coscienza de’suoi mezzi
e del proprio
metodo, e perciò esibitore
d'una materia che
passa immediatamente nel
cervello de’discepoli, osservabile
negli scrittori e
applicabile nelle scritture e
nella parola viva,
scartata ogni superfluità,
ogni suppellettile che
rivesta carattere scientifico
o conoscitivo. Vedasi,
p. es., quanto
è rimasto in PUOTI
dei trattati cittadineschi
su cui
tanto si travagliarono
per sistemarli didascalicamente i
grammatici posteriori; quanto,
nella sintassi, di
tutte le categorie
della grammatica filosofica;
quanto, per la
morfologia, di tante
forme di nomi
e di verbi
e d'altre categorie
scovate dai più
minuti ricercatori; quanto,
per l'ortografia, delle
smisurate trattazioni precedenti. Su tutto
sta come principio
dominatore infrangibile il
più rigoroso criterio
puristico. Valga d'esempio
l'osservazione che il
Puoti oppone alla
regola del luì,
del lei e
del loro, che
non si possono
usare nel caso
retto , sebbene
<< non manchino
esempi in contrario
anche del buon
secolo della favella:
Ma ora che
la grammatica della
lingua è ben
fermata, questi esempi
voglionsi tenere come
errori, e punto
non debbonsi imitare.
Avvertiva il marchese
che, se l' ingegno
de' discepoli il
poteva comportare ,
s'incominciasse per bel
modo a far
loro comprendere le ragioni
delle cose , e, come
già vedemmo, tollerò
che il suo
prediletto discepolo e
assistente studiasse la
grammatica generale, concessioni
strappategli dalla riverenza
in che ancora
era questa tenuta,
ma nelle sue
Regole fu soppresso
ogni perchè, e
tutto dato come
fatto e come
legge. Concludendo, diremo
che la grammatica
del Puoti è
l'espressione più
caratteristica che presero
le dottrine grammaticali ornai trionfanti
di questo periodo. AMBROSCOLI, comasco,
grande ammiratore del Giordani
e del Leopardi,
più noto per
il suo Manuale (edito nel
31 e rifatto
nel 60), fu
meno restio del
Puoti all'ammettere un po' di
elemento filosofico: si
vuol render conto,
infatti, del come
sorsero le categorie
e le forme
grammaticali; ma in
questo, lungi dall'ispirarsi agli
enciclopedisti francesi, egli
tornava al Buonmattei;
come pure adottava
il metodo lessicale
del Cinonio per la dimostrazione
dell'ufficio e dell'uso
pratico delle voci.
La sintassi appar
fondata sul principio
della grammatica generale e
particolare nella sua
divisione di regolare
e irregolare e nell'accettazione della
dottrina dell 'ellissi:
ma nella sua
fisonomia generale come
anche nella maggior
parte della trattazione
questa grammatica dell'Ambrosoli è
ormai la grammatica di
stampo moderno; tant'è
vero che è
stata ristampata, con
le debite modificazioni, anche
qualche decennio fa.
Un vero ritorno
alla grammatica filosofica
sembra avverarsi con
quella novissima della
lingua italiana del
palermitano Milano. Grammatica nuovissima
della lingua italiana
" ricomposta da
Leopoldo Rodino per
uso del Liceo
arcivescovile e de'Seminari
di Napoli, sopra
quella compilata nello
studio di Basilio
Puoti. Prima edizione
fiorentina rivista da un Maestro
toscano", Firenze, Barbèra
Bianchi u Comp.] Rodino, che
anche si è
ristampata non è
molto e vien citata come
autorevole, meritando forse
l'elogio che il Betti
le tributò di
lavoro filosofico, magistrale,
compiuto, sebbene non
le siano mancati
critici acerbi come Giannini. Col
Rodino si dimostra,
quello che era
naturale che accadesse,
che la grammatica
empirica aveva dovuto venire
a patti con la ragionata,
la quale, spregiata
dopo tanti onori
ricevuti, non se
ne poteva andare
senza lasciar tracce:
e le tracce
ne son rimaste
nelle grammatiche moderne
specialmente con la famosa
analisi logica della
proposizione e del
periodo. Nella Grammatica popolare
della lingita italiana
tratta dalla grammatica
novissima, manifestava A
chi legge questa
sua veduta: La grammatica
si può insegnare
per tre differenti
modi. L'uno è
il filosofico, e
sta nel porre
alcuni principi di
logica, da' quali
si facciano discendere
come conseguenze le
regole grammaticali. Questa io
chiamerei la scienza
della Grammatica ; ed
è lavoro, eh'
io mi propongo
di pubblicare di qui a
qualche anno. L'altro
è positivo e
pratico, ed è
quando si raccolgono
tutti i precetti
di quest'arte applicati
alla lingua, e
derivati dalla logica,
ma esposti per
modo, che nulla
apparisca della loro
origine filosofica alla
mente de' giovanetti
non ancora capaci
di lunghi e
severi ragionamenti. Questo
secondo modo ho
io tenuto nella
mia Grammatica nuovissima.
Ma non tutti
possono imparare tutti
i precetti di
questa Grammatica....: quindi
Grammatica popolare, circa
al qual modo
a due, si
dee por mente.
La prima è
che i precetti
non siano mai
né contro alla
ragione logica né
contro alla verità
positiva della lingua.
L'altra è che
si scelga giudiziosamente quella
parte de' precetti
che è più
necessaria a sapere,
e contro alla
quale si falla
più generalmente dal
popolo. Che la esecuzione
tanto della nuovissima quanto della
popolare sia riuscita
opera secondo il
fine pratico veramente magistrale
per l'agilità e la chiarezza, nessuno Napoli. Cfr. ftass.
crii. d. I.
it.. La Grammatica
antica e le
moderne. Osservazioni, Viareggio,
Malfatti, opusc. recensito
in Borghini. Giannini vi
prende posizione contro
i riformatori della
grammatica, difendendo l'antica
nomenclatura e gli
antichi metodi. i4j
Firenze, Barbèra, Bianchi
e Comp., Storia della
Gr animai ica vorrà negare che s'
intenda di cose
didattiche, e il
favore goduto da
entrambe l'attesta; ma
questo stesso tentativo
di adattare, anzi
specializzare la grammatica
alla varia mentalità
degli apprenditori, stabilendo
de' gradi non
pur nell'ampiezza maggiore
o minore della
materia, ma nella
maggiore o minore
infusione dello spirito
filosofico, come se
ci sia un
vero grammaticale più
o meno potenziato
di virtù illuminatrice, non
solo, ma affermando il
principio che questo
vero ci abbia
a essere anche
nel grado inferiore,
ma senza mostrarcisi,
se può riuscire
in lode del
maestro che s' industria
e s'affanna nell'escogitazione di
espedienti sempre meglio e
specialmente efficaci, è
indizio però assai
grave contro la
stessa grammatica, scienza
che si stira
e s' impolpetta a piacere
altrui. Infine, questo
scolaro del Puoti
che sorride alla
grammatica filosofica, ma
si regola nel
compilarne una su
per giù come
si regolava il
maestro, e ne
escogita un'altra in
cui la filosofia
a braccetto dell'empirismo sia
posta in servizio
del popolo, è,
grammaticalmente parlando, l' incarnazione di
quel periodo di
crisi e di
transizione e della
filosofia e dell'empirismo, in cui
il popolo -appunto
affermava il suo
diritto di partecipare al banchetto
della letteratura, asserendolo
per bocca del
Manzoni. Verità, necessità, chiarezza
delle regole sono
pel Rodino i
requisiti che deve avere
una grammatica. La
verità è nella
logicità, essendo la grammatica
figlinola piimogcnita della
logica. Ma non si aspetti
per questo alcuno
di vedere in
questa Grammatica quelle
teoriche di filosofia, che
si vorrebbero da
certi in questo
secolo, che dicesi filosofico. Che,
lasciando stare tutte
le altre ragioni,
questo non sarebbe
acconcio a quelle
tenere menti che
non potrebbero sostenere
difficili principi ideologici,
e poco utile
riuscirebbe all'uso della
parola, la quale
se ha la sua ragione
nella ideologia, ha la sua
forma dalla maniera
propria di ciascuna
lingua. Adunque lasciando
star questa maniera che
sarebbe conveniente ad
una Grammatica generale
o meglio alla
Ragion della grammatica,
bisogna star contenti
a questo, che
i principi cioè,
che per necessità
si hanno a
porre nelle regole
grammaticali, sieno secondo la
logica. E si
noti, intanto, che Y 'e tuttologia vien
chiamata l'analogia. Così
che la sintassi
conserva le tre
parti della grammatica
generale: collocazione, concordanza, reggimento. Naturalmente
la proposizione è
il complesso di
parole con cui si
esprime quell'operazione della
mente che si
chiama giudizio. Tra il
fragor d'armi che
la Proposta montiana
aveva destato, il Manzoni
era venuto componendo
il suo romanzo,
non senza esser
condotto naturalmente a
meditare il problema
della lingua sia
dalle vivaci discussioni
che intorno ad
esso si agitavano,
sia dagli ostacoli
che si figurava
aver incontrati nell'opera
sua per non
possedere tutta la
lingua che gli
sarebbe occorsa a
raggiungere almeno la
forma approssimativa del
suo pensiero. Sicché,
quando diede fuori
la seconda edizione
de' Promessi sposi
nella nuova veste
fiorentina che si
era persuaso dover ad
essi indossare, mostrando
un esempio pratico
della necessità e
bontà della tesi
di cui s'era
venuto sempre meglio
convincendo, era naturale
che si aprisse
un nuovo periodo di
ardenti polemiche intorno
a quel problema
dell'unità della lingua,
di cui in
quel libro aveva
praticamente dimostrato qual potesse
e dovesse secondo
lui esser la
soluzione. La storia
di quest'ultima fase
della secolare controversia
è ben nota
anche nei minuti
particolari e quel
problema per fortuna
è stato ormai
risoluto nella pratica
con la vittoria
della dottrina manzoniana,
vittoria immancabile non solo per
merito di questa e dei sostegni che ha,
ma anche per cause
sociali che non
importa dichiarare; nella
teoria con il
riconoscimento della sua
natura non filosofica.
Poiché quella di MANZONI (si veda) non è
neppur nella sua
mente e non puo essere
una tesi estetica;
ma semplicemente un
vivace lavorìo di
pensiero per trovare
la via di
soddisfare a un'imprescindibile esigenza
pratica del momento
non pur nei
rispetti dell'artifizio stantìo
della vecchia prosa,
ma in quelli
della lingua d' Italia
intesa anche come
mezzo d'integrazione della
constituenda unità nazionale. Colla lingua
è che noi
formiamo le idee,
e perfezione di
lingua è perfezione
di pensiero. Tutto poi
quello che è
ordinato, decente, quello
che giova a
pensare con facilità
e con rettezza
produce nelle anime nostre
delle disposizioni preziosissime
alla morale virtù. Finalmente qual
vantaggio a questa
bella parte del
mondo, se l'Italia
divenne tutta d'una sola
favella! Che maggior
fratellanza non crescerebbe
tra noi !
Che aumento alla
carità della patria
comune! . Così pensava
anche il Rosmini
i Opere edite
e inedite O,
meglio, la tesi
pratica sorse imperiosa
dal suo stesso
spirito artistico, ma
cercò nella speculazione
la sua base
critica, tramutandosi necessariamente in
pedagogica: resultato triplice dell'elaborazione, la
correzione del romanzo, la
negazione teorica della
grammatica generale, le proposte
di mezzi d’unificazione linguistica;
criterio dominante, anzi
assoluto, l'uso, particolarmente il fiorentino,
quale lo forma l'evoluzione storica
dell’italiano ed in
cui è il maggior
consenso di tutti
i parlanti d'Italia. Il
punto di partenza
della dimostrazione teorica
di MANZONI (si veda) è il
concetto di lingua.
Le lingue sono complesso di
vocaboli soggetti a
regole. Ma ciò che
le fa essere
quel che sono,
non è l’analogìa, intendi: le
leggi immutabili e
universali della grammatica
generale, sì bene l’uso,
le regole grammaticali,
in lume Pedagogia e
Metodologia, che, come
ben dice BORGESE è
maestro in FILOSOFIA
e scolaro in
letteratura di MANZONI (si veda). E
per non tornarci
sopra altrove, aggiungo
qui che ROSMINI (si veda) distingue nella
lingua la materia
e la FARINA. Quanto alla
forma della lingua,
avverte ai maestri, il
fanciullo non è ancora
da ciò. Perocché la FORMA
della lingua (“Pirots karulise
elatically”), cioè la SINTASSI
– o grammatica -- esige dell’intellezioni d'un
ordine molto superiore
al secondo. Gli scritti di MANZONI (si veda) sui
quali fermiamo più
specialmente la nostra
attenzione sono le
due minute dell'opera
“Della lingua italiana,” nell’Opere inedite o
rare pubblicate da BONGHI (si
veda), Milano. Ma teniamo presenti
tutti gli altri scritti linguistici
raccolti e egregiamente
illustrati da BERTOLDI (si veda) nelle
Prose minori, col
corredo d'un'abbondante quanto
scelta bibliografia. Minuta
prima. Nella seconda, la
definizione è corretta
così. Materia propria d'ogni
lingua sono de'
vocaboli, e delle FORME
MORFO-SINTATTICHE E PURAMENTE SINTATTICHE O GRAMMATICALI applicate ad
essi, e che
sono comunemente chiamate
‘regole.’ Il mutamento è
stato suggerito dalla
necessità di tener
ben distinti tra
loro nella trattazione
il vocabolario e
la MORFO-SINTATTICA, MORFOLOGIA,
SINTASSI -- grammatica, -- mezzi
che s'adoprano per
rappresentare qualunque lingua
nel suo complesso. Abbiam preso
qui le mosse
dalla prima minuta,
tanto per dare subito una
prova di quel
che è la seconda,
che la supera
specialmente di rigore metodico
e maggior precisione
dialettica; e noi
questa terremo a
nostro fondamento, benché
nella prima qua
e là nell'incertezza dell'espressione par
che si scopra
meglio il pensiero
dell'autore, il quale
nella seconda ha
cura di mostrarne
di mano in
mano e seguirne il
progresso, perchè alla
fine balzi più
vivo: è l'arte
sua] ogni Lingua, dipendono
in tutto dall'USO,
come i vocaboli.
Così la dimostrazione
viene a constare
di due parti,
non sempre nettamente
distinte, ma rispondenti
alle due parti
fondamentali che ci
restano dell'opera, dopo
la prima che
serve d'introduzione, Dello stato
della lingua in
Italia, e degl’effetti
essenziali delle lingue,
e che trattano,
la prima. Quale è
la causa efficiente
delle lingue, rispetto ai
vocaboli e rispetto alle regole morfologiche, morfo-sintattiche, e
puramente sintattiche -- grammaticali. La
seconda. Se l’analogia produce degl’effetti necessari nelle lingue,
riguardo alla parte morfologica,
morfo-sintattia, e puramente sintattia – o grammaticale. Quest'ultimo
capitolo, che è
quello che più
ci riguarda qui,
contiene la critica
negativa della grammatica
generale, cioè la
parte veramente nuova
del sistema di MANZONI
(si veda). E dall'esame d'esso
ci vien messa
in rilievo la
profonda differenza che
intercede tra MANZONI (si veda) e SANCTIS (si veda) nella loro
comune critica grammaticale.
SANCTIS (si veda), mente filosofica speculativa, muove
dalla grammatica per
andare verso la
scienza, verso l'estetica,
e riuscì a
vedere tanto quanto
basta per esser
libero nella sua
critica, cioè nella
manifestazione della sua vera
personalità da pregiudizi
teorici. MANZONI (si veda), anima
d'artista – grammatica pratica non speculativa --, anda
dalla TEORIA verso
la PRATICA, verso la
tecnica, alla ricerca de’mezzi
dell'espressione, o meglio
combatte per vincere
quegl’ostacoli che ai
grandi suoi pari spesso
op[Minuta prima. Ecco tutta
la materia dell'opera
che sarebbe stata
in tre parti:
Principi generali, riconoscimento del
fatto particolare; confutazioni
delle obiezioni; esame
de’sistemi; tale è
l'assunto, e tale è l'ordine di
questa parte. Nella seconda
s'esaminano i diversi
sistemi. Nella terza si tratta
de’mezzi atti a
propagar le lingue,
e da impiegarsi,
per conseguenza, a
rendere, per quanto è possibile, comune di
fatto in tutta
Italia quella che si
dimostra esser la
lingua italiana. Chi ha presenti
tutti gli altri saggi linguistici di MANZONI (si veda), s'accorge
che il libro
in quel che
ci manca non è che una
rielaborazione e sistemazione
di quel che
in essi è contenuto. Ma
è sempre a
dolere grandemente che
l'opera rimane incompiuta. – cf. Vio compiuta Aquino. Soccorrono facilmente
alla memoria i nomi d’ALFIERI (si veda) e LEOPARDI (si veda). Delle
fatiche del primo
per conquistar la
lingua italiana, dell’elaborazione tormentosa
dell’espressione formale delle
sue tragedie, è superfluo
dire. Ci piace
invece riferire un
pensiero che egli
esprime a proposito
dei gallicismi da lui
avvertiti (Voci e modi toscani] pone
la lingua come
passività, come cosa
morta, vuole insomma
parlare. Il volgare illustre
d’ALIGHIERI (si veda), le varie
grammatiche e la
correzione dell’Orlando Furioso,
l'USO e la
correzione de' Promessi
Sposi di MANZONI (si veda), sono
aspetti diversi d'un
medesimo problema spirituale,
il bisogno d'esprimersi
in tutta la
pienezza, di creare
la propria espressione;
nuove teorie, nuove grammatiche,
rifacimenti, polemiche, tormenti
teorici d’ogni genere
accompagnano fatalmente quello
sforzo inevitabile, specie
ne’momenti di grandi
rivoluzioni dello spirito.
Grandi e piccoli
partecipano calorosamente a
tali dibattiti. I primi sciolgono il
problema, se sono
artisti, non con
le teorie che
costruiscono, ma creando capolavori,
se sono FILOSOFI CREANDO SISTEMI, i
secondi imitando gl’uni
e gl’altri,, ripetendo,
ma pur dando
nel loro lavoro
complessivo un riflesso TEORICO di quella
che è stata chiamata la creazione collettiva della
lingua, perchè tutti che abbiano in sé una sola favilla di vita interiore
collaborano allo svolgimento della lingua, e tutti vogliono rendersi ragione e
asserire un piccolo dritto sul capitale comune. Così si può intendere, meglio
che non si fa comunemente, il valore che la parola “uso” – cfr. GRICE ON RYLE
use/usage --, tanto frequente sulla
bocca di MANZONI (si veda), ha nel suo discorso. L’USO è il parlar vivo, il con
la corrisp. in lingua gallica e in dialetto piemontese, ed. Cibrario, Torino,
Alliana -- nel Boccaccio. Le regole o inezie grammaticali debbono pell'appunto
essere dai sommi scrittori più rispettate, perchè più grandezza d'animo si
richiede per sottomettervisi che per disprezzarle (in Fabris,
I primi scritti
in prosa d’ALFIERI (si veda), Firenze), e
che, lungi dall'essere
una banalità o
un paradosso, rivela quale
importanza ha nella
coscienza del grande
artista annunziatore della
terza Italia l’ITALIANITÀ della sua lingua. Quell'omaggio
alla grammatica è
un omaggio reso
al nume agitatore
del suo spirito
poetico. LEOPARDI (si veda) anch'egli
vuole andare ad
abbeverarsi al fonte
linguistico di Firenze, e a
GIORDIANI (si veda) che l'ammonisce non
esser paese che
parli MENO ITALIANO di Firenze,
risponde piacergli imparare
quell'infinità di modi volgari
che spesso stan
tanto bene nelle
scritture, e quella
proprietà ed efficacia
che la plebe
per natura sua
conserva tanto mirabilmente
nelle parole. E se
pur allora di
quell'andata non ne è
nulla, risciacquò però
anch'egli più tardi
le sue prose
nell'Arno, sebbene in
modi diversi da
quello tenuto da MANZONI
(si veda) (Mazzoni, Storia).
Giudicano rettoricamente di
lingua sì GIORDANI (si veda) che LEOPARDI (si veda), ma, chi
guardi, con perfetta
concordia col proprio temperamento spirituale.] parlare, il
solo parlare: e
quand' egli sostiene
che la vera
causa efficiente delle
lingue, l'unica è
l'Uso, in fondo
non dice altro
che questo, che
il parlare è
il. parlare: di
codesta causa efficiente
egli dovrebbe pur
sapere che v'
è un' altra
causa più intimamente
efficiente, che è
lo spirito: su
questo non si
sofferma, e qui
è la parte
manchevole del suo
sistema; il che
vuol dire che
egli non ha
un'estetica, una filosofia
sua del linguaggio
vera e propria.
Ma chi metta
questa sua parola
Uso o Parlar
effettivo in rapporto col
suo spirito artistico,
vedrà che in
esso l'Uso s' identifica con la
causa generatrice dell'espressione. E in questo
è la superiorità
della sua dottrina.
V ha di
più. Questo propugnare l'Uso vivo
del popolo, e
del popolo fiorentino
che certo fu
il grande collaboratore
della lingua nazionale,
che altro rivela,
in sostanza, se non una
viva coscienza che
il Manzoni avesse
dell'attività spirituale collettiva
onde il linguaggio
si altera, si
crea ogni momento?
Perchè altri facevano
della questione della
lingua una questione
storica, dimenticavate sempre
più che è
una questione atttiale
di sua natura,
dice in un
punto ai suoi
supposti avversari, e, a suo
modo, diceva una
verità. Sicché si
può dire che
egli, pur facendo
una questione pratica,
rasenta sempre il
vero problema scientifico
della lingua. E se n' ha una
conferma magnifica nella
critica eh' ei
fa delle leggi
immutabili della grammatica
generale, dove egli
riesce ancor più
nuovo e originale
e limpido negatore
che non fosse
il De Sanctis
medesimo. Potrei citare moltissimi
luoghi che dimostrano
eh' egli intuiva la
vita spiritunle del
linguaggio, tanto come
creazione collettiva quanto
come creazione individuale.
V. specialmente le
pagine dove afferma
che la causa
della lingua non
può esser che
una, e l'esempio
addotto d'una parola
del Malherbe che
diviene francese dopo
solamente che è
accettata dall'Uso. Sono
le . Ma
un luogo singolarmente
caratteristico è il seguente:
La grande operazione
dell'Uso, l'operazione essenziale,
permanente e omogenea,
quella che fa
viver le lingue,
è, al contrario,
quella di mantenere,
e di mantenere
incomparabilmente più di
quello che, in
ogni momento, possa
andarsi mutando, com'è
s'è accennato dianzi. Unico, tra
tutti i letterati
italiani, il Manzoni
ha comune con SANCTIS (si veda) la
conoscenza intima de'
grammatici sì antichi
che moderni, in particolare,
s'intende, dei galli. Una
correzione notevole di storia
della questione della
lingua è l'aver
detto nella seconda
minuta che della lingua
italiana si va
dispu- [Di negazione in
senso assoluto, veramente,
non si potrebbe
parlare, in quanto
che il Manzoni
non nega l'esistenza
delle regole, cioè
d'un fondamento logico
del linguaggio; ma
sostiene che queste
regole si trasformano
via via sotto
l'imperio dell'uso, in
modo che esse
non sono universali
né immutabili: il
che equivale a
non ammenterle, tanto
più quando si
affermino continuamente i capricci
e gli arbitri
dell'Uso. Negazione è,
e inconfutabile, quando il
Manzoni dimostra con
ragioni ed esempi
l'arbitrarietà delle categorie
grammaticali e delle
loro funzioni. Dopo dimostrato,
rispetto alla causa
efficiente de' vocaboli,
che ciò che
fa essere nelle
lingue i rispettivi
vocaboli, sia col
significato che si
chiama proprio, sia
con uno traslato,
sia considerati ognuno da se, sia
aggregati in locuzioni
speciali, non è
altro che l'Uso; e,
rispetto alle regole
grammaticali, che ogni
effetto grammaticale può
essere ottenuto con
mezzi diversi; e
che, per conseguenza,
l'applicazione d'uno piuttosto che
d'un altro di
essi dipende da
un arbitrio, Manzoni si
fa a confutare
l'opinione che l'Analogia,
per una sua
virtù propria, produca
nelle lingue degli
effetti necessari, e quindi
indipendenti da qualunque
arbitrio, ossia ad
abbattere tutto il
fondamento della grammatica
generale. tando da
cinquecent'anni, mentre nella
prima aveva detto
da trecento. Vi
volle evidentemente comprendere
anche Dante. Aggiungo
qui a suo
titolo esclusivo di
lode, che il Manzoni nelle
innumerevoli esemplificazioni
e analisi particolari
fa anche (e
in che modo!)
la grammatica normativa! Questo
canone salva la
forma non filosofica
potrebbe esser propugnato
anche dalla nostra
estetica, se per
arbitrio s'intendesse la libertà
dello spirito. E
quest' identità, occorre
avvertirlo, il Manzoni
non pone affatto;
né tanto meno
sospetta egli l'identità
tra linguaggio e
attività fantastica: il
linguaggio resta sempre
per lui qualcosa
di estraneo allo
spirito, una materia
fonica a cui
si dia un
significato. L'eufonia, p.
es., per cui si appella
all'autorità di Donato,
è per lui
un motivo affatto
materiale e estraneo
agi' intenti razionali
della lingua: laddove per
l'estetica moderna ogni
minima sfumatura fonetica
deve riportarsi a
un movimento spirituale.
Il Manzoni riman
sempre in fondo
sotto la veduta del logicismo e del dinamismo meccanico. Per analogia M.
intende l'applicazione de'medesimi mezzi esteriori e, dirò così, materiali della
lingua a de'medesimi intenti del pensiero. Per Manzoni l'analogia è impotente a
dare alla lingua legge veruna, né circa i vocaboli, né circa i mezzi grammatica/i,
cioè l'inflessioni, i vocaboli che fanno un ufizio grammaticale, la costruzione, in altre parole le categorie grammaticali
e sintattiche. Alla confutazione generale serve di discussione la definizione data
da Beauzée nell' Encyclopédie Methodìque, art. analogia. In una Nota si fa poi ad
esporre la critica delle parti del discorso – “shaggy” -- o categorie, passando
in rassegna i vari grammatici antichi, poi quel Bordoni, che ama meglio usurpare il nome di Scaligero che render celebre il suo, Sanzio, Sdoppio
e Vossio, i porto-realisti Arnauld e Lancelot, Buffier e Girard, Beauzée, determinando
con molta acutezza la posizione d'ognuno e il modificarsi del problema delle categorie
ne'vari periodi, colla conclusione della sua insolubilità. In un'appendice discute
Se ci siano de'vocaboli necessariamente indeclinabili, concludendo anche qui pell'insolubilità di tali questioni, perchè derivate
da una supposizione affatto arbitraria, cioè che tutti i vocaboli di tutte le lingue
siano naturalmente e necessariamente divisi e scompartiti in tante classi diverse,
o parti dell'orazione, ciascheduna delle quali sia esclusivamente propria a ‘significare’
una data modalità – shaggy – degl’oggetti del pensiero, o, come dicono, a fare una
funzione speciale e distinta, e esamina con
opportuni esempi comparativi tolti dalla lingua d’Italia le questioni particolari
della pretesa essenziale indeclinabilità della preposizione, dell'avverbio, della
congiunzione e dell'interiezione. Infine, dopo toccato d'una restrizione e d'una
necessità imposte arbitrariamente alla declinazione, viene alla conclusione, sulla
scorta della quale abbiam creduto, per ragioni
di brevità, di fare il riassunto del pensiero di Manzoni. Gl’errori particolari
di alcuni filosofi della lingua circa le categorie grammaticali morfosintattiche
dimostra che hanno un'origine comune, la sopraddetta supposizione, che è quella
medesima su cui si fonda la così detta grammatica generale. Ma il nome di parti dell'orazione non
è forse solenne da secoli? Non sono esse
state, già nell'antichità greca, oggetto Cj Di questo cita V Aristarchus,
sive De arte grammatica delle ricerche di diversi filosofii e non sono poi, senza
interruzione, la base, o dirò cosi, l'ordito delle grammatiche positive e speciali
della lingua d’Italia, antica e moderna? Quale è dunque la scoperta per cui la grammatica
di Porto Reale acquise e conserva, la reputazione d'aver fondata, o almeno iniziata, una filosofia? E qui Manzoni
spiega come poteron sorgere le categorie e il loro variare dai filosofi romani,
il cui carattere è la mancanza d'ogni intento sistematico. Ci si vede bensì un progresso,
o piuttosto un aumento successivo, ma occasionale e, si può dire, empirico; un'analisi
continua, ma che non è né lo svolgimento, né la ricerca d'una sintesi. Se a qualcheduno de'filosofi di quel tempo, che parlarono, in qualunque
modo, di parti dell'orazione, fosse potuto venir in mente di ordinarle in un complesso
scientifico, pare che Aristotele avrebbe dovuto esser quello. Ma, dai saggi che
rimangon di lui, appare tutt'altro. Continua poi fino a Prisciano, che ne enumera
quattordici, lo stesso suddividere, e per motivi d’egual valore. L'intento de’grammatici
è sempre pratico: indicare le regole positive dei vocaboli – cf. Grice on ‘shaggy’
– ‘significazione’ . We need to be able to apply some such notion
as a predication of B (adjectival) on a (nominal). "Smith is
tactful," "Smith, be tact-ful," "Let Smith be
tactful," and "Oh, that Smith may be tactful" would be required
to count, all of them, as predications of "tactful" on
"Smith." It would again be the business of some linguistic theory to
set up such a sentential characterization. Suppose we, for a moment,
take for granted two species of cor-relation, R-correlation (referential) and
D-correlation (denotational). We want to be able to speak of some particular
object as an R-correlate of a (nominal), and of each member of some class as
being a D-correlate of B (adjectival). Now suppose that U has the
following two procedures (P): P1: To utter the indicative version of o if
(for some A) U wants/ intends A to think that U thinks... (the blank being
filled by the infinitive version of o, e.g. "Smith to be tactful").
Also, P1': obtained from P1 by substituting "imperative"
"indicative" and "intend"/ "think that U
thinks." (Such procedures set up correlations between moods and specifications
of "ft.")P2: To utter a t-correlated (cf. P1 and P1' predication of B
on a if (for some A) U wants A to d a particular R-correlate of a to be one of
a particular set of D-correlates of B. Further suppose that, for U, the
following two correlations hold: C1: Jones's dog is an R-correlate of
"Fido." C2: Any hairy-coated thing is a D-correlate of
"shaggy." Given that U has the initial procedures P1 and P2, we
can infer that U has the resultant procedure (determined by P1 and P2):
RP1: to utter the indicative version of a predication of ß on a if U wants A to
think U to think a particular R-correlate of a to be one of a particular set of
D-correlates of B. Given RP1 and C1, we can infer that U has: RP2:
To utter the indicative version of a predication of B on "Fido" if U
wants A to think U to think Jones's dog to be one of a particular set of
D-correlates of B. Given RP2 and C2, we can infer that U has: RP3:
To utter the indicative version of a predication of "shaggy" on
"Fido" if U wants A to think U to think Jones's dog is one of the set
of hairy-coated things (i.e. is hairy-coated). And given the information
from the linguist that "Fido is shaggy" is the indicative version of
a predication of "shaggy" on "Fido" (as-sumed), we can
infer U to have: RP4: To utter "Fido is shaggy" if U wants A to
think U to think that Jones's dog is hairy-coated. And RP4 is an interpretant
of "For U, 'Fido is shaggy' means 'Jones's dog is
hairy-coated." I have not yet provided an explication for statements
of timeless meaning relating to noncomplete utterance-types. I am not in a
position to provide a definiens for "X (noncomplete) means ... deed, I am
not certain that a general form of definition can be provided for this schema;
it may remain impossible to provide a definiens until the syntactical category
of X has been given. I can, however, provide a definiens which may be adequate
for adjectival X (e.g. "shaggy"): D7: "For U, X
(adjectival) means'... '"=df. "U has this proce-dure: to utter a
y-correlated predication of X on a if (for some A) U wants A to yet a
particular R-correlate of a to be.." (where the two lacunae represented by
dots are identically completed).Any specific procedure of the form mentioned in
the definiens of D7 can be shown to be a resultant procedure. For
example, if U has P2 and also C2, it is inferable that he has the procedure of
uttering a vt-correlated predication of "shaggy" on a if (for some A)
U wants A to dt a particular R-correlate of a to be one of the set of
hairy-coated things, that is, that for U "shaggy" means
"hairy-coated." I can now offer a definition of the notion of a
complete utterance-type which has so far been taken for granted: D8:
"X is complete" =df. "A fully expanded definiens for "X
means'...'" contains no explicit reference to correlation, other than that
involved in speaking of an R-correlate of some referring expression occurring
within X." (The expanded definiens for the complete utterance-type
"He is shaggy" may be expected to contain the phrase "a
particular R-correlate of 'he.") Correlation. We must now stop
taking for granted the notion of correlation. What does it mean to say that,
for example, Jones's dog is the/an R-correlate of "Fido"? One idea
(building in as little as pos-sible) would be to think of "Fido" and
Jones's dog as paired, in some system of pairing in which names and objects
form ordered pairs. But in one sense of "pair," any one name and any
one object form a pair (an ordered pair, the first member of which is the name,
the second the object). We want a sense of "paired" in which
"Fido" is paired with Jones's dog but not with Smith's cat.
"Selected pair"? But what does "selected" mean? Not
"selected" in the sense in which an apple and an orange may be
selected from a dish: perhaps in the sense in which a dog may be selected (as
something with which (to which] the selector intends to do something). But in
the case of the word-thing pair, do what? And what is the process of
selecting? I suggest we consider initially the special case in which
linguistic and nonlinguistic items are explicitly correlated. Let us take this
to consist in performing some act as a result of which a linguistic item and a
nonlinguistic item (or items) come to stand in a relation in which they did not
previously stand, and in which neither stands to noncorrelates in the other
realm. Since the act of correlation may be a verbal act, how can this set up a
relation between items? Suppose U produces a particular utterance (token)
V, which belongs to the utterance-type "shaggy: hairy-coated things."
To be able to say that U had by V correlated "shaggy" with each
member of the set of hairy-coated things, we should need to be able to say that
thereis some relation R such that: (a) by uttering V, U effected that
"shaggy" stood in R to each hairy-coated thing, and only to hairy-coated
things; (b) uttered V in order that, by uttering V he should effect this. It is
clear that condition (b), on which some will look askance because it introduces
a reference to U's intention in performing his act of correlation, is required,
and that condition (a) alone would be inadequate. Certainly by uttering V,
regardless of his inten-tions, U has set up a situation in which a relation R
holds exclusively between "shaggy" and each hairy-coated thing Z,
namely the relation which consists in being an expression uttered by U on a
particular occasion O in conversational juxtaposition with the name of a class
to which Z belongs. But by the same act, U has also set up a situation in which
another relation R' holds exclusively between "shaggy" and each
non-hairy-coated thing Z', namely the relation which consists in being an
expression uttered by U on occasion O in conversational juxtaposition with the
name of the complement of a class to which Z' belongs. We do not, however, for
our purposes, wish to think of U as having correlated "shaggy" with
each non-hairy-coated thing. The only way to ensure that R' is eliminated is to
add condition (b), which confines attention to a relationship which U intends
to set up. It looks as if intensionality is embedded in the very foundations of
the theory of language. Let us, then, express more formally the proposed
account of cor-relation. Suppose that V= utterance-token of type
""Shaggy': hairy-coated things" (written). Then, by uttering V,
U has correlated "shaggy" with (and only with) each
hairy-coated thing=(R) {(U effected by V that [Vx] [R "shaggy" x=*Ey
(y is a hairy-coated thing)]) and (U uttered V in order that U effect by V that
[Vx]... )}.' If so understood, U will have correlated "shaggy" with
hairy- 1. The definiens suggested for explicit correlation is, I think,
insufficient as it stands. I would not wish to say that if A deliberately
detaches B from a party, he has thereby correlated himself with B, nor that a
lecturer who ensures that just one blackboard is visible to each member of his
audience (and to no one else) has thereby explicitly correlated the blackboard
with each member of the audience, even though in each case the analogue of the
suggested definiens is satisfied. To have explicitly correlated X with each
member of a set K, not only must I have intentionally effected that a
particular relation R holds between X and all those (and only those) items
which belong to K, but also my purpose or end in setting up this relationship
must have been to perform an act as a result of which there will be some
relation or other which holds between X and all those (and only those) things
which belong to K. To the definiens, then, we should add, within the scope of
the initial quantifier, the following clause: "& U's purpose in
effecting that Vx (.....) is that (BR') (Vz) (R' "shaggy'z=zEy (y is
hairy-coated))."coated things only if there is an identifiable R' for
which the condition specified in the definiens holds. What is such an R'? I suggest
R'xy=x is a (word) type such that V is a sequence consisting of a token of x
followed by a colon followed by an expression ("hairy-coated things")
the R-correlate of which is a set of which y is a member. R'xy holds between
"shaggy" and each hairy-coated thing given U's utterance of V. Any
utterance V' of the form exemplified by V could be uttered to set up R"xy
(involving V' instead of V) between any expression and each member of any set
of nonlinguistic items. There are other ways of achieving the same
effect. The purpose of making the utterance can be specified in the
utterance: V = utterance of "To effect that, for some R, 'shaggy'
has R only to each hairy-coated thing, 'shaggy': hairy-coated things." The
expression of the specified R will now have "V is a sequence
containing" instead of "V is a sequence consisting of ... " Or U
can use the performative form: "I correlate 'shaggy' with each
hairy-coated thing." Utterance of this form will at the same time set up the
required relation and label itself as being uttered with the purpose of setting
up such a relation. But by whichever form an act of explicit correlation
is effected, to say of it that it is (or is intended to be) an act of
correlation is always to make an indefinite reference to a relationship which
the act is intended to set up, and the specification of the relation involved
in turn always involves a further use of the notion of correlation (e.g. as
above in speaking of a set which is the correlate [R-correlate] of a particular
expression [e.g. "Hairy-coated things"]). This seems to involve a
regress which might well be objectionable; though "correla-tion" is
not used in definition of correlation, it is used in specification of an
indefinite reference occurring in the definition of correlation. It might be
considered desirable (even necessary) to find a way of stop ping this regress
at some stage. (Is this a characteristically empiricist demand?) If we don't
stop it, can correlation even get started (if prior correlation is
presupposed)? Let us try "ostensive" correlation. In an attempted
ostensive correlation of the word "shaggy" with the property of
hairy-coatedness: U will perform a number of acts in each of which he ostends an object
(a,, az, ag, etc.). Simultaneously with each ostension he utters a token of the word
"shaggy." It is his intention to ostend, and to be recognized as ostending,only
objects which are either, in his view, plainly hairy-coated or are, in his
view, plainly not hairy-coated (4) In a model sequence these intentions are
fulfilled. For a model sequence to succeed in correlating the word
"shaggy" with the property of being hairy-coated, it seems necessary
(and perhaps also suffi-cient) that there should be some relation R which holds
between the word "shaggy" and each hairy-coated thing, y, just in
case y is hairy-coated. Can such a relation R be specified? Perhaps at least in
a sequence of model cases, in which U's linguistic intentions are rewarded by
success, it can; the relation between the word "shaggy" and each
hairy-coated object y would be the relation which holds between each plainly
hairy-coated object y and the word "shaggy" and which consists in the
fact that y is a thing to which U does and would apply, rather than refuse to
apply, the word "shaggy." In other words in a limited universe
consisting of things which in Us view are either plainly hairy-coated or
plainly not hairy-coated, the relation R holds only between the word
"shaggy" and each object which is for U plainly hairy-coated.
This suggestion seems not without its difficulties: It looks as if we should
want to distinguish between two relations R and R'; we want U to set up a
relation R which holds between the word "shaggy" and each
hairy-coated object; but the preceding account seems not to distinguish between
this relation and a relation R' which holds between the word "shaggy"
and each object which is in U's view unmistakably hairy-coated. To put it
another way, how is U to distinguish between "shaggy" (which means
hairy-coated) and the word "shaggy" * (which means "in Us view unmistakably
hairy-coated")? If in an attempt to evade these troubles we suppose the relation R to be
one which holds between the word "shaggy" and each object to which U
would in certain circumstances apply the word "shaggy," how do we
specify the circumstances in question? If we suggest that the circumstances are
those in which U is concerned to set up an explicit correlation between the
word "shaggy" and each member of an appropriate set of objects, our
proposal becomes at once unrealistic and problematic. Normally correlations
seem to grow rather than to be created, and attempts to connect such growth
with potentialities of creation may give rise to further threats of
circularity. The situation seems to be as follows: We need to be able to invoke
such a resultant procedure as the following, which we will call RP12, namely to
predicate B on "Fido," when U wants A to vt that Jones's dog is a
D-correlate of B; and we want to be able to say that at least sometimes such a
resultant procedure may result from among other things, a nonexplicit
R-correlation of "Fido" and Jones's dog. It is tempting to suggest
that a nonexplicit R-correlation of "Fido" and Jones's dog consists
in the fact that U would, explicitly, correlate "Fido" and Jones's
dog. But
to say that U would explicitly correlate "Fido" and Jones's dog must
be understood as an elliptical way of saying something of the form "U
would explicitly correlate 'Fido' and Jones's dog, if p." How is "if
p" to be specified? Perhaps as "If U were asked to give an
explicit correlation for 'Fido"" But if U were actually faced with a
request, he might well take it that he is being asked to make a stipulation, in
the making of which he would have an entirely free hand. If he is not being
asked for a stipulation, then it must be imparted to him that his explicit
correlation is to satisfy some nonarbitrary condition. But what condition can
this be? Again it is tempting to suggest that he is to make his explicit correlation
such as to match or fit existing procedures. In application to RP12, this
seems to amount to imposing on U the demand that he should make his explicit
correlation such as to yield RP12. In that case, RP12 results from a nonexplicit
correlation which consists in the fact that U would explicitly correlate
"Fido" and Jones's dog if he wanted to make an explicit correlation
which would generate relevant existing procedures, namely RP12 itself. There is
an apparent circularity here. Is this tolerable? It may be tolerable inasmuch
as it may be a special case of a general phenomenon which arises in connection
with the explanation of linguistic practice. We can, if we are lucky, identify
"linguistic rules," so called, which are such that our linguistic
practice is as if we accepted these rules and consciously followed them. But we
want to say that this is not just an interesting fact about our linguistic
practice but also an explanation of it; and this leads us on to suppose that
"in some sense," "implicitly," we do accept these rules.
Now the proper interpretation of the idea that we do accept these rules becomes
something of a mystery, if the "acceptance" of the rules is to be
distinguished from the existence of the related practices-but it seems likea
mystery which, for the time being at least, we have to swallow, while
recognizing that it involves us in an as yet unsolved problem. C. Concluding
Note It will hardly have escaped notice that my account of the cluster of
notions connected with the term "meaning" has been studded with
expressions for such intensional concepts as those of intending and believing,
and my partial excursions into symbolic notation have been made partly with the
idea of revealing my commitment to the legitimacy of quantifying over such
items as propositions. I shall make two highly general remarks about this
aspect of my procedure. First, I am not sympathetic toward any methodological
policy which would restrict one from the start to an attempt to formulate a
theory of meaning in extensional terms. It seems to me that one should at least
start by giving oneself a free hand to make use of any intensional notions or
devices which seem to be required in order to solve one's conceptual problems,
at least at a certain level, in ways which (metaphysical bias apart) reason and
intuition commend. If one denies oneself this freedom, one runs a serious risk
of underestimating the richness and complexity of the conceptual field which
one is investigating. Second, I said at one point that intensionality
seems to be embedded in the very foundations of the theory of language. Even if
this appearance corresponds with reality, one is not, I suspect, precluded from
being, in at least one important sense, an extensionalist. The psychological
concepts which, in my view, are needed for the formulation of an adequate
theory of language may not be among the most primitive or fundamental
psychological concepts (like those which apply not only to human beings but
also to quite lowly animals), and it may be possible to derive (in some
relevant sense of "derive") the intensional concepts which I have
been using from more primitive extensional concepts. Any extensionalist has to
deal with the problem of allowing for a transition from an extensional to a
nonextensional language; and it is by no means obvious to me that
intensionality can be explained only via the idea of concealed references to
language and so presupposes the concepts in terms of which the use of language
has to be understood. As we study the systematicity of the system, we need to
be able to apply some such notion as a ‘predication’ of B adjectival – nome aggetivo
on a nominal. "Smith is tactful," "Smith, be tactful,"
"Let Smith be tactful," and "O, that Smith may be tactful"
would be required to count, each of them, as a ‘predication’ of il nome
aggettivo "tactful" – educato -- on "Smith”, if you want to
specify what ‘educato’ ‘signifies.’ It would be the business of some linguistic
theory to set up such a sentential characterisation. Suppose we, for a moment,
take for granted two species of cor-relation, a referential correlation and a denotational
correlation. We want to be able to speak of some particular thing as a
referential correlate of a nominal, and of each member of some class as being, extensionally,,
a denotational correlate of B adjectival. Now suppose that the utterer has
the following two procedures: To utter the indicative version of o if, for some
addressee, the utterer wants/intends the addressee to think that the utterer
thinks... -- the blank being filled by the infinitive version of o, e.g. Smith
to be tactful, or Fido to be shaggy. Also, another procedure, obtained from the
previous one, by substituting "imperative" "indicative" and
"intend"/"think that U thinks." Such procedures set up
correlations between modes and specifications of "ft." Another
procedure: To utter a t-correlated (cf. P1 and P1' predication of B on a if
(for some A) U wants A to d a particular R-correlate of a to be one of a
particular set of D-correlates of B. Further suppose that, for the utterer,
the following two correlations do hold: C1: Smith's dog is an R-correlate
of "Fido." C2: Any hairy-coated THING is a D-correlate of the
adjective – nome aggettivo -- "shaggy." Given that U has these
initial procedures, we can infer that U has a RESULTANT procedure, determined
by P1 and P2: to utter the indicative version of a predication of ß on a if U
wants A to think U to think a particular R-correlate of a to be one of a
particular set of D-correlates of B. Given RP1 and the first correlation,
we can infer that U has a further resultant procedure: To utter the indicative
version of a predication of B on the nome proprio "Fido" if U wants A
to think U to think Smith's dog to be one of a particular set of D-correlates
of B. Given RP2 and C2, we can infer that U has, now, still a further resultant
procedure: To utter the indicative version of a predication of il nome aggetivo
"shaggy" on il nome proprio "Fido" if U wants A to think U
to think Smith's dog is one of the set of hairy-coated things -- i.e. is
hairy-coated. And given the information that "Fido is shaggy" –
Fidus est hirsutus -- is the indicative version of a predication of
"shaggy" on "Fido,” as assumed, we can infer U to have the
further resultant procedure: To utter the complete sentence now Fidus est
hirsutus, "Fido is shaggy" if U wants A to think U to think the
complete proloquium, as Varro has it, that Smith's – or indeed Cato’s, dog is
hairy-coated. And this resultant procedure is an interpretant, as a semiotician
would say, of "For the utterer U, 'Fido is shaggy' or Fidus est
hirsutus ‘signifies’: Smith's dog is hairy-coated.’ Grice has at this
point not yet provided an explication for a statement, report, or ascription,
of timeless ‘significatio’ relating to non-complete utterance-types. Grice
feels he is not really in a position to provide a definiens for the generic "X
(noncomplete) ‘signifies’ ‘…’. Indeed, Grice
is far from certain that a generic form of ‘definition’, or Aristotelian logos,
can be provided for a schema such as that – although Plato and Aristotle played
with NOMEN and RHEMA. It may well remain impossible to provide a definiens
until the syntactical CATEGORY of X has been given – this is the scholastic
way: NOMEN EST VOX SIGNIFICATIVA; VERBVM EST VOX SIGNIFICATIVA, NOMEN SVBSTANTIVM
EST VOX SIGNIFICATIVA, NOMEN ADIECTIVVM EST VOX SIGNIFICATIVA. NOMEN PROPRIVM
EST VOX SIGNIFICATIVE – and it was good that Grice never attended a GRAMMAR
school! Grice can, however, provide a definiens which may be adequate for ‘il
nome aggetivo,’ as Italians have it, or adjectival X -- e.g. hirsutus,
or "shaggy". DEFINITIO or LOGOS: For utterer, X (adjectival – nome aggetivo)
‘signifies’ '... '" iff the Utterer U has this procedure: to utter a
y-correlated predication of ‘il nome aggetivo’ X on a if (for some addressee) the
utterer wants A to psi-asterisk a particular R-correlate of a to be …,’ where
the two lacunae represented by dots are identically completed. Any
specific procedure of the form mentioned in the definiens of this
DEFINITIO can be shown to be a resultant procedure. E. g. if U has P2 and also the
second correlation, it is inferable that U has the procedure of uttering a
vt-correlated predication of il nome aggetivo hirsutus or "shaggy"
on a if (for some A) U wants A to psi-asketerisk a particular R-correlate of a
to be one of the set of hairy-coated things, i. e., that, for U, the specific
nome aggetivo hirsutus or "shaggy" means ‘hairy-coated.’ – cf.
Lewis/Short, hirsutus, a, um: shaggy. Grice can now offer a definition of the
notion of a COMPLETE utterance TYPE which has so far been taken for granted.
DEFINITIO: X is complete" iff a fully expanded definiens for "X means
'...’” contains no explicit reference to correlation, other than that involved
in speaking of an R-correlate of some referring expression occurring within X. The
expanded definiens for the complete utterance type "He is
shaggy" – Hirsutus est -- may be expected to contain the
phrase "a particular R-correlate of 'he,’ and for simplificatory
purposes we may either assume
demonstrative for ‘he’ in Latin, or involve the conjugated form of ‘est’
to let us know it is not I, or you, or we, or ye, or indeed they the shaggy,
but just HE – hirsutus, not hirsutum. We must now stop taking for
granted the notion of correlation. What does it mean to say that, for example, Cato's
dog is the, or a referential correlate of "Fidus"? One idea, building
in as little as possible, would be to think of the NOMEN PROPRIVM "Fidus"
and Cato's dog as paired, in some system of pairing in which a NOMEN PROPRIUM and
a thing forms an ordered pair. But in one sense of ‘pair,’ any one NOMEN
PROPRIVM and any one thing form a pair: an ordered pair, the first member of
which is the NOMEN PROPRIVM, the second the thing: as Grice, Grice. We
want a sense of ‘pair’ in which the specific – however generic, alas -- "Fidus"
is paired with Cato's dog but not with Smith's cat. – or with Cato’s
OTHER dog, should he happen to have another one."Selected pair"? But
what does "selected" mean? Surely not ‘selected’ in the sense in
which an apple and an orange may be selected from a dish, out of your ‘placitum’.
Perhaps ‘selected’ qua adjudicated, in the sense in which one of Cato’s dogs
may be selected, as something with which, or to which, the selector intends to
do something – to beware of him, for example – cave Catonis canem. But
in the case of the NOMEN-PROPRVM-thing pair, do what? Beware? Surely that’s too
specific. And what is this process of selecting, anyway? Which its range? Grice suggests that we consider initially the
special case in which a linguistic item such as a NOMEN PROPRIVM and a non-linguistic
item is explicitly correlated. Let us take this to consist in performing some
act, or other, as a result of which the linguistic item, the PROPER NAME – say,
Frege -- and the non-linguistic item, or items – say the Freges -- come to
stand in a relation in which they did not previously stand, and in which
neither stands to non-correlates in the other realm. Since this act of co-relation
may indeed be a verbal, or sonorous, act, how can this set up a relation
between two – or more items? Think: The Freges. Suppose U produces a
particular utterance (token) V, which belongs to the utterance-type "hirsutus:
hairy-coated things." To be able to say that U had, by uttering V, correlated
"hirsutus" with each member of the set of hairy-coated things,
we should need to be able to say that there is some relation R such that: by
uttering V, U effects that "hirsutus" stan in relation R
to each hairy-coated thing, and only to hairy-coated things; and that utteres
V in order that, by uttering V he should effect this. It is clear that this
second, teleological, goal-oriented condition, on which some will look askance
because it introduces a reference to U's intention – indeed with regard
to an end -- in performing his act of correlation, is required, and that the
first condition alone would clearly be inadequate. Certainly by uttering V,
regardless of his intentions, U IS setting up a situation in which a relation R
holds exclusively between "hirsutus" and each hairy-coated
thing Z, scil.,the relation which consists in being an expression – to use
Croce’s favoured idiom – (Grice borrowed it from Collingwood, but never
returned it) -- uttered by U on a particular context of utterance or
conversational occasion O in conversational juxtaposition – wtin his
same conversational move, as it were -- with the name of a class to which Z
belongs. But, by the same act – by exclusion or elimination, as Descartes has
it, U is also setting up a situation in which another relation R' holds
exclusively between "hirsutus" and each non-hairy-coated
thing Z', scil., the relation which consists in being an expression uttered by
U on conversational occasion O in conversational juxtaposition with the name of
the complement of a class to which Z' belongs. Surely Grice does not,
however, for HIS purposes, wish to think of U as having explicitly correlated
"hirsutus" with each non-hairy-coated thing, such as Julius
Caesar, or Ottavian. The only way to ensure that R' is eliminated is to
add the further condition, which confines attention to a relationship which U intends
to set up. It looks as if intensionality – or intentionality (Urmson had
Grice doubt about the spellings here) is embedded in the very foundations of
the theory of language. Let us, then, express more formally the proposed
account of a co-relation. Suppose that V= utterance-token of type ""hirsutus':
hairy-coated things" (inscribed, as T. Fjeld would have it). Then, by
uttering V, U has correlated "shaggy" with (and only with) each
hairy-coated thing=(R) {(U effected by V that [Vx] [R "shaggy" x=*Ey
(y is a hairy-coated thing)]) and (U uttered V in order that U effect by V that
[Vx]... )}.' If so understood, U will have correlated "shaggy" with
hairy- [The definiens suggested for explicit correlation is, I think,
insufficient as it stands. I would not wish to say that if A deliberately
detaches B from a party, he has thereby correlated himself with B, nor that a
lecturer who ensures that just one blackboard is visible to each member of his
audience (and to no one else) has thereby explicitly correlated the blackboard
with each member of the audience, even though in each case the analogue of the
suggested definiens is satisfied. To have explicitly co-related X with each member
of a set K, not only must I have intentionally effected that a
particular relation R holds between X and all those, and only those,
items which belong to K, but also my purpose or end in setting up this
relationship must have been to perform some sort of Austinian baptismal act as
a result of which there will be some relation, or other, which holds between X
and all those, and only those, things which belong to K. To the
definiens, then, we should add, within the scope of the initial quantifier, the
clause: "& U's purpose in effecting that Vx (.....) is that (BR') (Vz)
(R' "hirsutus' z=zEy (y is hairy-coated)).] coated things only if
there is an identifiable R' for which the condition specified in the definiens
holds. What is such an R'? Grice suggests: R' xy=x is a (word) type such
that V is a sequence consisting of a token of x, followed by a colon, followed
by an expression ("hairy-coated things") the R-correlate of which is
a set of which y is a member. R'xy holds between "hirsutus"
and each hairy-coated thing, given U's utterance of V. Any utterance V' of the
form exemplified by V could be uttered to set up R"xy, involving V'
instead of V, between any expression – again Croce’s term, borrowed by
Grice from Collingwood -- and each member of any set of non-linguistic
items. There are, of course, other more complicated ways of achieving the
same effect, as you will expect. The purpose of making the
utterance can be specified in the utterance: V = utterance of "To
effect that, for some R, 'hirsutus' has R only to each
hairy-coated thing, 'hirsutus': hairy-coated things." The
expression of the specified R will now have "V is a sequence
containing" instead of "V is a sequence consisting of ...”. Or
U can use the performative – as Scots law goes, ‘operational’ -- form:
"I hereby,” with the proper Roman attitude, “co-relate 'hirsutus'
with each hairy-coated thing." Utterance of this form displaying such
Roman gravitas, will at the same time fit Plato’s and Varro’s
description of the first IMPOSTORS of name – and set up the required relation,
AND label itself as being uttered with the purpose of setting up such a
relation. But by whichever form an act of explicit correlation is
effected – Romulus allegedly rejected them all! --, to say of it that it is (or
is intended to be) an act of co-relation is, or has to be, always to
make an indefinite reference to a relationship which the act is intended to set
up, and the specification of the relation involved in turn always involves a
further use of the notion of co-relation -- e.g. in speaking of a set which is
the referential correlate of a particular expression [e.g. "Hairy-coated
things"]). This seems to, but does not, involve a regress which might well be
objectionable; though "co-relation" is not blatantly used in
definition of ‘correlation,’ ‘co-relation’ is used in the specification
of an indefinite reference occurring in the definition of correlation. It might
be considered desirable -- why, even necessary -- to find a way of stop ping
this regress at some stage. Is this, one pupil asked me, a characteristically empiricist
demand? If we do not stop it, can correlation even get started -- if
prior co-relation is presupposed, that is? Let us try ‘ostensive’ correlation
and play the Witters! In an attempted ostensive correlation of the word NOME
ADIECTIVM "hirsutus" with the property of
hairy-coatedness: U will perform a number of acts in each of which he ostends an object
(a,, az, ag, etc.). Simultaneously, with each ostension, he, say Brutus, utters a
token of the word "hirsutus." It is Brutus’s intention to
ostend, and to be recognised as ostending, only things – or parts of things
(a body part, say), which are either, in his view, plainly hairy-coated or are,
in his view, plainly not hairy-coated – or smooth. – an smooth man,
say. In a model sequence, these intentions ny Brutus, are fulfilled. For a
model sequence to succeed in co-relating the word NOMEN ADIECTIVM "hirsutus"
with the property of being hairy-coated, it seems necessary, but fortunately also
sufficient, that there should be some relation R which holds between the word
NOMEN ADIECTIVM "hirsutus" and each hairy-coated thing, y,
just in case y – say, Cato’s dog -- is hairy-coated. Can such a relation
R be specified? Varro certainly thought it could. Grice: “I’m not so sure
myself – as Varro was.” Perhaps at least in a sequence of model cases, in which
U's intention is rewarded by success, it can, and the relation between the word
NOMEN ADIECTIVM "hirsutus" and each hairy-coated thing y would
be the relation which holds between each plainly hairy-coated object y and the
word "shaggy" and which consists in the fact that y is a thing to
which U does and would apply, rather than refuse to apply, the word
"shaggy." In other words in a limited universe consisting of things
which in Us view are either plainly hairy-coated or plainly not hairy-coated,
the relation R holds only between the word "shaggy" and each object
which is for U plainly hairy-coated. This suggestion seems not without
its difficulties: It looks as if we should want to distinguish between two relations R and
R'; we want U to set up a relation R which holds between the word
"shaggy" and each hairy-coated object; but the preceding account
seems not to distinguish between this relation and a relation R' which holds
between the word "shaggy" and each thing which is, in Brutus’'s view
unmistakably hairy-coated – and provided he has learned the correct ‘signification’
of the adjective – from his mother, most likely. To put it another way, how is Brutus,
our utterer, to distinguish between "hirsutus,” which ‘signifies,’
of coarse, or course, hairy-coated, and the word "hirsutus" *
-- hirsutus with a twist, which now ‘signifies’ "in Us view of things, unmistakably
hairy-coated"? If Cicero, in an attempt to evade these troubles, supposes the relation R
to be one which holds between the word NOMEN ADIECTIVVM "hirsutus” and
each thing to which Brutus (our utterer) would, in this or that conversational circumstance,
apply the word "hirsutus," how do we specify these
conversational circumstances in question? If we suggest, as Cicero does – in his
long letter to Atticus -- that the conversational circumstances are those in
which U – Brutus, that is -- is concerned to set up an explicit co-relation
between the word NOMEN ADIECTIVVM "hirsutus" and each member
of an appropriate set of things, Grice’s proposal becomes at once, unrealistic for
a non-Oxonian, and problematic for the rest of the world! Normally, Grice would
expectd, a co-relation seems to grow rather than to be created. An attempt
to connect such a growth with potentialities of creation may give rise to
further threats of circularity, especially for or to the Practical Roman. The
situation seems to be, however, and as far as Oxford is concerned, as follows.
Grice desperately (to put it mildly, but kindly – ‘despeartely’ is always an
understatement at Oxford) needs to be able to invoke such a resultant procedure
as the following, namely to predicate B on "Fidus," when U wants A to
vt that Cato's dog is a denotational correlate of B; and we want to be able to
say that, at least sometimes, such a resultant procedure may result from, among
other things, a non-explicit REFERENTIAL now co-relation of "Fidus"
and Cato's dog. It
is tempting to suggest that a non-explicit referential co-relation of "Fidus"
and Cato's dog consists in the fact that Brutus would, explicitly,
correlate "Fidus" and Cato's dog. But to say that Brutus would
explicitly correlate "Fidus" and Cato's dog must be understood
as an elliptical or pleonastic or periphrastic way of saying something of the
form "U – Brutus, that is -- would explicitly correlate 'Fidus' and
Cato’s dog, if, conversationally, p." How is "if
p" to be specified? Perhaps as "if U were asked to
give an explicit correlation for 'Fidus"" But if he were actually
faced with a request, Brutus might well take it that he is being asked to make
a stipulation, in the making of which he would have an entirely free hand. But
if Brutus is not being asked for an arbitrary stipulation, it must be
imparted to him that his explicit correlation shall have to satisfy some NON-arbitrary,
or ‘natural,’ as Cicero prefers, condition. But what condition can this be? Cicero
does not say. Again, it is tempting to suggest that Brutus is to make his
explicit co-relation such as to match or fit some existing procedure. “If there’s
something us Romas are, is traditional,” Varro is alleged to have said. In
application to our resultant procedure, this seems to amount to imposing on Brutus
the demand that he should make his explicit correlation such as to yield such
resultant procedure. In that case, the resultant procedure in fact ‘results’ from a non-explicit
co-relation which consists in the fact that Brutus – or any other utterer
inAncient Rome, would explicitly correlate "Fidus" and Cato's dog if
he wanted to make an explicit correlation which would generate some relevant
existing procedure, namely the resultant procedure in question itself. There seems
to be a slight circularity here. Is this tolerable? Grice does tolerate it, and
we cannot think why you should not! It may be tolerable, Grice explains, in
tutorial tones, inasmuch as it may be a special case of a general phenomenon
which arises in connection with the explanation of linguistic practice, ‘or
conversation, as I prefer.’ We can, if we are lucky or fortunate, identify this
or that "linguistic rule," -- so called, -- Grice is reminded of O.
P. Wood, “The Force of Linguistic Rules” – The Aristotelian Society --, even
analytic Meaning or ‘signification’ postulate alla Carnap, to please Roger
Bishop Jones, which is such that our linguistic conversational practice is as
if we accepted these rules and more or less consciously – or at least not totally
unconsciously, pace Chomsky -- followed them. But we want to say that this is
not just an interesting fact about our linguistic conversational practice, but
also an explanation – it provides explanatory adequacy, as some pompously put
it -- of it; and this leads us on to suppose that "in some sense,"
"implicitly," we do accept these rules. Think: Kripkenstein! Now the
proper interpretation of the idea that we do accept these rules becomes
something of a mystery, if the "acceptance" of the rules is to be
distinguished from the existence of the related conversational practices -- but
it seems like a mystery which, for the time being at least, we shall have to
swallow, while recognising that it involves us in an as yet unsolved problem. In
any case, it will hardly have escaped notice by now that Grice’s account of the
cluster of notions connected with the term "significatio" has been
studded with expressions for such intensional concepts as those of intending
and believing, and Grivce’s partial amusing, care-free, VERY Oxonian, and
leisurely, excursions into strange symbolic notation and expression – “blame it
on Oxford!” -- have been made partly with the idea of revealing Grive’s
commitment to the legitimacy of quantifying over such items as propositions. Grice
goes on tomake two highly general remarks about this aspect of his procedure.
First, he is hardly sympathetic toward any methodological policy which would
restrict one from the start to an attempt to formulate a theory or analysis –
to appease Mrs. Jack -- of ‘signification’ in purely extensional set-theoretical,
dully Boolean terms. It seems to Grice that one should at least start by giving
oneself a free hand to make use of any intensional notion or devices which you
please, and that seem to be required in order to solve one's conceptual
problems, at least at a certain level, in ways which, your ugly metaphysical
bias apart, reason and intuition commend. If one denies oneself this
freedom, one runs a serious risk of underestimating the richness and complexity
of the conceptual field which one is investigating – “and my pupils, don’t WANT
that!” – “Recall that only the poor learn at Oxford.” Second, Grice said at one
point that intensionality seems to be embedded in the very foundations of the
theory of language. Even if this appearance corresponds with reality, one is
not, Grice suspects, precluded from being, in at least one important sense, an
extensionalist – such an ugly word, even when applied to Boole!The
psychological concepts which, in Grice’s view, are needed for the formulation
of an adequate theory of language, conversation, ‘significatio,’ or what have
you, may not be among the most primitive or fundamental psychological concepts
(like those which apply not only to human beings but also to some quite lowly
animals – such as The Amoeba – as genial Ian Dengler would remind us!), and it
may be possible to derive (in some relevant sense of "derive") this
or that intensional concept which Grice used in his tutorials from more
primitive extensional concepts. Any extensionalist has to deal with the problem
of allowing for a transition from an extensional to a non-extensional language;
and it is by no means obvious Grice that intensionality can be explained only
via the idea, “as Occam sadly thought, to the disgrace of Oxford!” -- of
concealed references to language – Occam’s sermo mentalis -- and so presupposes
the concepts in terms of which the use of language has to be understood! E in
questo si trovano d'accordo
senza fatica, perchè
segueno tutti una
medesima guida, l'uso – Grice: “Ryle distinguished between
use and usage. I don’t!” -- : sfido a
prenderne un’altra per
comporre delle grammatiche positive.
Anche quel novo e
artifizioso edilìzio filosofico che è
la GRAMMATICA SPECULATIVA di Scoto, è
fondato sull’autorità
sottintesa e costrutto
sul metodo arbitrario
d’un grammatico. E l’arbitrio
è proseguito da VALLA (si veda) a BUONMATTEI (si veda). Novo
e notabile /w in
questo l'assunto de’due
celebri filosofi galli, che
lo fondarono su
questo principio. La maggior
distinzione di ciò che
accade nel nostro spirito
è che ci
si può considerare
e l'oggetto del
nostro pensiero, e
la forma o
la maniera del
pensiero medesimom che, applicato
al linguaggio, li
conduce alla deduzione che, avendo
gl’uomini BISOGNO DI SEGNI o
INDICI per INDICAR ciò che
accade nel loro
spirito, la distinzione
più generale de’vocaboli dev’essere che
gli uni SIGNIFICANO gli oggetti
o CONTENUTI de’pensieri, e gl’altri
la FORMA, o
il modo de’pensieri
medesimi. Qui MANZONI (si veda) trova acutamente
che una supposizione
è stata sostituita
da una ricerca. Mentre i fondamenti
dell'arte di PARLARE o CONVERSARE dovevano
esser cercati altrove che in una distinzione de' vocabili
in due categorie.
Ciò che da
origine a tutte
le arbitrarietà della
grammatica generale. Ed è
una storia lunga
e superflua quella
di tant’altre questioni
dello stesso genere
[di quella della
pre-posizione non pre-posizione
o participio non
participio Excepté]; vai a
dire se
tali o tali
altri vocaboli s’hanno
a collocare tra gl’avverbi, o
tra le pr-eposizioni, o tre
le congiunzioni, o tra’nomi, o tra’pro-nomi, o tra’verbi
o tra pro-verbi. Questioni non mai sciolte, e,
MANZONI osa dire, insolubili,
perchè con esse
si cerca ne’vocaboli
una qualità supposta
arbitrariamente, qual'è l'attitudine esclusiva a fare un
ufizio grammaticale – cf. Grice
on Gellner on Words and Things. Quindi ognuna
delle parti puo
avere una ragione;
nessuna puo aver
ragione. Dalla qual
conclusione è facile
concludere che MANZONI (si veda) colpe
a morte la
grammatica generale, ma
non la grammatica
simpliciter. Come tesi
pratica, lungi dall’esser
una reazione e
opposizione al purismo trionfante
di CESARI (si veda) come
quello che offre
un'unità linguistica da
seguire di contro
alla nuova barbarie
del gallicismo e alla
babele della LINGUA UNIVERSALE, la teoria di MANZONI (si veda) ne è, non dico la
continuazione, ma una trasformazione – cf. la grammatica trasformata –
rivoluzione. Il purismo afferma
i diritti della
lingua letteraria e dei
filosofi posteriori che la mantenno
viva, ossia dell'unità
fiorentina quale si è stabilita. MANZONI (si veda) afferma i
diritti dell'unità fiorentina
viva e PARLATA
in quanto, non
discordando da quel tanto di
fiorentino ch’è rimasto vivo
e ch’è perciò adoperabile
e rappresenta il
nucleo che gl'italiani hanno in comune,
puo essere comunicata
a tutti e
bastare ai bisogni di
tutti, cioè diventare
con la maggior
facilità e precisione
la lingua comune,
universale della letteratura
e perciò dell’Italia.
Su MANZONI (si veda)
grammatico, seguendo l’opere
inedite o rare da
noi esaminate, scrive
una memoria ZOPPI (citato da VAILATI) nella Miscellanea
per le Nozze
Biadego- Bernardinelli, Verona. Il che
viene a concordanza
con quanto osserva BORGESE (si veda) circa le
relazioni tra il
purismo classico e
il romanticismo. I classicisti puristi hanno quasi troncato
tutte le dispute
sulla natura storica della
nostra lingua, stabilendo
ch'ella doves modellarsi sulla
toscana, o meglio,
sulla fiorentina; se non che,
per la medesima
ragione che la poesia
esprime sentimenti, passioni,
opinioni di tempi [Le
opposizioni di genere
teorico non possono
mancare alla tesi di
MANZONI (si veda), e non
mancarono, come non
mancarono le calorose
difese. Intervenno nella disputa
anche filologi e
glottologi, con gl’argomenti
a favore e
contro che la
grammatica storica puo loro
offrire. Ma dubitiamo che
la partecipazione di non filosofi
al dibattito è stato
il deus ex
machina che è riuscito
a risolverlo. Poiché, se i
non filosofi possono ben chiarire
col metodo positivo
come è sorta
e si è sviluppata
la lingua italiana
intesa come evoluzione,
non è vero
che con questo
chiarano ancora che cosa
una lingua effettivamente è. Il
problema non è
filologico. È FILOSOFICO. E
noi sappiamo con che LA
FILOSOFIA identifica la lingua – il deutero-Esperanto di Grice. Nel
fatto invece il problema
di MANZONI (si veda) in
quanto ha di
pratico è risoluto nel senso
da lui voluto.
Che cosa vuole MANZONI (si veda)? Quello
che ottenne, e
che dirò con
parole di SANCTIS (si veda), di
uno cioè che
non prende e
non puo prender parte a una
controversia che non ha per
lui alcuna portata
né critica né FILOSOFICA. MANZONI (si veda) rinnova la
forma, rendendola popolare,
perchè combatte a
morte la forma
convenzionale. Distrugge
l'atmosfera classica. Vince
la rettorica, producendo
una forma semplice,
vera, reale, forma
cercata nelle viscere
stesse del popolo, forma ingentilita con
tali colori accessibili
al popolo. Su questo
nuovo fatto, che
non è naturalmente tutt'
opera di MANZONI (si veda) e de’suoi
valorosi seguaci (son
troppi per citarli
tutti, ma qui
è doveroso ricordare
BONGHI (si veda), MORANDI (si veda), e,
benché sia manzoniano
temperato, OVIDIO (si veda)), sorge la
nuova grammatica italiana
oggi adottata nelle
scuole, cioè la gram[andati, parla
anche colle parole
morte, quasi è LATINA. I
romantici mostrano che, se la poesia
vuole imitare il
vero, per vero
deve intendere quello
a cui noi
crediamo, e che,
se ha da parlare ai contemporanei e non ai defunti, deve usar
di quelle parole che possono intendersi anche dai non dotti. Sulla dibattuta
questione è pubblicato perfino uno speciale
periodico, “L'unità della lingua,” per cura di FANFANI (si veda), GELLI
(si veda) e VESCOVI (si veda). Firenze.A titolod'onore dobbiamo qui registrare
il proemio d’Ascoli nell’Archivio glottologico, che degnamente combattuto dagl’avversari, solle la
controversia alla maggiore elevatezza di discussione possibile. In Vivaldi] matica
dell'uso, o della lingua parlata e dell'uso vivo, di cui avemmo tipi invero in
qualche parte diversi. Il che chiarendo avremo assolto anche il compito che qui
ci è riservato, di dar
conto complessivamente di
un gruppo di
grammatiche, troppo numerose
per essere singolarmente
esaminate, e troppo
uniformi non solo
nel principio che
lor serve di
base ma anche
nella configurazione loro,
non gran che, s’aggiunga,
differente da quella
che ha la grammatica
del purismo, per meritare
un'analisi minuta del
loro speciale contenuto,
considerato sopratutto che non
scaturendo esse, come
invece avvenne dal
bisogno di rendersi
conto della letteratura bisogno
che assume aspetto
di PROBLEMA FILOSOFICO né
connettendosi, come si
avverò, agli sforzi
compiuti dai filosofi
del linguaggio per
intenderne la natura
e insieme le
tradizionali categorie, ma
solo rappresentando un
indirizzo pratico, come quelle
del purismo di CESARI (si veda), vengono
a perdere individualmente gran
parte del loro
interesse in una
storia come la di
T. Trascurando non
senza ragione gl’ultimi
epigoni della grammatica del
purismo, non esclusi quelli che sotto veste di novità in sostanza esponeno la
medesima materia [Melgaj, e tacendo anche per amor di brevità di trattazioni
particolari, che per certi rispetti si ricongiungono alla grammatica storica (CAMPO
(si veda), Regole pella pronunzia italiana, e per altri che vertono più
specialmente sulla SINTASSI tradizionale (Bulgarini e Castagnola,
LA STRUTTURA DEL PERIODO – “We studied ‘Syntactic Structure’ with
Austin!” – Grice --, e delle solite disquisizioni sullo studio o
sull’importanza o SULLA PORTATA FILOSOFICA della grammatica generalmente prive
di senso scientifico, noteremo che, se ben presto, dopo cessate completamente
le polemiche rinnovatesi più vivacemente coll’elazione di MANZONI (si veda) e
quando ormai i fatti cominciano a parlar da sé sorgeno e pullulano le
grammatiche del principio dell'uso [cf. Little Oxford Dictionary, Fowler –
Grice], invero quella ch’applica rigorosamente, cioè nel suo preteso
esclusivismo m’in tutta la sua larghezza e in tutte le sue contemperanze, il
concetto fondamentale di MANZONI (si veda), usce Trapani. Torino] relativamente
tardi, e precisamente: ed è la Grammatica italiana diMORANDI (si veda) e CAPPUCCINI
(si veda), non essendoci lecito dubitare, anche se non ce ne siamo convinti col
nostro studio, di quanto essi affermano nell’introduzione. Più di ventanni fa,
uno di noi [MORANDI (si veda), in saggi
incorporati in Le correzioni ai Pr. Sp. ], sostene come fosse ormai tempo di rinnovare la grammatica italiana sul
concetto fondamentale di MANZONI (si veda): concetto che l’indagini e gli studi
filologici hanno sempre meglio illustrato e confermato. Ma questo voto rimane
quasi del tutto inesaudito, come puo vedere chiunque confronti accuratamente il
nostro lavoro colle grammatiche che si pubblicarono d’allora ad oggi. Cf. la
Grammatica italiana dell'uso moderno di
FORNACIARI (si veda) e la Grammatica italiana di ZAMBALDI (si veda), la
Grammatica della lingua parlata cogl’esempi cavati da MANZONI (si veda) di BONI
(si veda), la Grammatica della lingua italiana di PETROCCHI. Son tutte
pregevoli, come garantiscono i nomi degl’autori chiari e autorevoli quanto
benemeriti e infaticabili cultori del nostro idioma. Ma il principio dell'uso v'è stato applicato diremo
così un po'all'ingrosso, con maggior simpatia verso l'uso letterario in quelle
di FORNACIARI (si veda) e ZAMBALDI (si veda), con più libertà -- cf. Grice contro Macaulay -- manzoniana,
dirò così, nelle altre due. Scendere a particolari qui non possiamo, né ne
mette il conto. È un giudizio che i lettori ci possono menar buono anche
senza prove, purché pensino ai nomi di
codesti autori e alla diffusione che l’opere loro hanno ancora nelle scuole. Il
nome di ZAMBALDI (si veda) e più ancora di FORNACIARI assicurano, per es., d’un certo freno, quasi d’una remora
prudente e ragionevole alla scapestrataggine grammaticale. Infatti le loro
grammatiche si ristampano coi dovuti miglioramenti anche oggi, e sono
meglio accette ai maestri che vogliono
sì l'uso ma colle debite cautele e restrizioni: gente che ha naturalmente molta
fede nella grammatica come ausiliatrice della rettorica pegl’effetti del
corretto e bello scrivere degl’alunni. Invece interamente manzoniana nel senso
largo ch’abbiamo determinato, ma non ESCLUSIVAMENTE MANZONIANA, perchè vi si
tien conto nella fonetica dei più
notevoli e certi resultati della gram- [Parma] matica storica, è quella
di MORANDI (si veda) e CAPPUCCINI (si veda). I quali l'hanno caratterizzata
meglio di quel che potremmo far noi. Posto come norma fondamentale l'uso civile
fiorentino, senza punto occultarne, m’anzi mettendone in rilievo i rari e
leggieri dissensi coll'uso vivo generale italiano, noi facciamo poi largo luogo
anche all'uso letterario, distinguendo
il comune od ORDINARIO (Grice on Austin on Donne on Nowell-Smith) del poetico,
o dell'antiquato, o dal pedantesco – Grice on Austin against VOLITION --, ecc., e notando spesso ciò che di quest'uso
sopravvive tuttora nel volgare, ossia plebeo – cf. Grice the lay --, di
Firenze, o ne’vari dialetti. Sicché, quella parte storica della lingua, che
anche quando è addirittura morta, può
alle volte essere ri-adoperata nello stile poetico, ovvero per ironia –
“Methinks the lady doth protest too much” --,
o per ischerzo, o per altro, qui non solo non manca, ma ce n'è di più
che in molte altre grammatiche, colla differenza però che ci si trova
nettamente distinta. E a proposito di lingua, dobbiamo pur dire che dell'usata
e usabile abbiam procurato, negl’esempi
e nel resto, di darne colla maggiore possibile varietà e ricchezza, senza però
invadere il campo proprio del vocabolario, se non quando i vocabolari sono
discordi tra loro, o addirittura in errore. Se spesso poi, specialmente
rispetto all'uso vivo, noi ricorriamo ai forse, ai più o meno, ai d’ordinario,
e simili, anche di questo la colpa non è nostra. Gli è che noi non vogliamo
dar per certo ciò che è dubbio, ne
sostituire il nostro gusto alla realtà de’fatti. E i fatti, in ogni lingua
viva, son di tre specie: ben determinati, e di questi noi diamo regole fisse;
che si vanno determinando (“pirot”), e qui noi diciamo la tendenza, il più
comune; ancora incerti, e noi notiamo l'incertezza (il deutero-Esperanto di
Grice). Non vi par questa una pagina sinteticamente illustrativa della dottrina di MANZONI (si veda) nella sua
parte più essenziale e praticamente
attuabile? e, nel tempo stesso, non vedete qui disegnato l'ideale della grammatica NORMATIVA?
della grammatica che, conscia del
suo modesto compito, vi spiana la via all'apprendimento della lingua che vi
occorre o vi può occorrere senza mettervi né la catena a’piedi né le manette? La grammatica MORANDI (si veda)-CAPPUCCINI
(si veda) chiude l'ultimo momento storico dello svolgimento di questo prodotto
di cui siam venuti descrivendo le vicende, riflettendo in sé esattamente
l'ambiente linguistico in cui si matura. Delle moltissime altre che le si sono
succedute colla rapidità e frequenza onde l’imitazioni sogliono accompagnare
l'opera originale, è superfluo qui spender
parole, anche se in qualcuna d’esse avessimo da segnalare particolari
espedienti didattici, non essendo stato l’assunto di T. il far la storia dell’istituzioni
scolastiche e dei metodi d' insegnamento. Ma lasceremmo una lacuna, se non
facessimo un cenno dello sviluppo della grammatica storica, non perchè
l'argomento rientri nel nostro tema, specie quando si consideri che la
grammatica storica si svolge in
quest'ultimo suo veramente glorioso periodo affatto indipendentemente, come il
suo metodo e i suoi intenti esigeno, dalla
MERA GRAMMATICA NORMATIVA il che
non accadde, p. es., quando il problema appare unico e intimamente connesso con
quello della rifiorita letteratura nazionale
ma perchè la grammatica storica s' immischia nelle discussioni intorno alla lingua, o meglio alla tesi di
MANZONI (si veda) e, fuori di queste relazioni, vuole esser rappresentata non
senza ragione nell’antica sezione della pronunzia e dell'ortografia,
costituendovi un riassunto dei principali accertamenti della fonologia. BIANCHI
(si veda) in quella sua lodata “STORIA DELLA PRE-POSIZIONE A E DE’SUOI COMPOSTI
NELLA LINGUA ITALIANA” dichiara
d'essersi giovato di NANNUCCI (si veda), che da noi segna il passaggio
dell'antica alla nuova scuola, e che ancora egli stima assai più di certi arrembati,
i quali montati a cavalluccio sopra i Bopp, i Grimm e i Diez, si danno il
facile vanto di far passar da ciuchi tutti i loro predecessori. Prima ancora di
NANNUCCI (si veda), non manca un certo interesse per
lo studio storico della lingua. CIAMPI (si veda) nel suo DE VSTE LINGUAE ITALICAE SALTEM ripiglia
la vecchia tesi di BRUNI (si veda) e CITTADINI (si veda) con molta dottrina ed
erudizione, ma così, mi pare,
peggiorandola. LINGVAM ITALICAM extitisse APVD VETVS ITALVM VVLGVS, in multo
ante, nec equidem repugnabo, saltem a saeculo R. S. Quinto. Eamque ortam non tantum ab RELIQVIS LATINAE linguae
cultioris, sed AB VNIVERSIS VETVSTISSIMIS ITALICIS DIALECTIS, dein, varie,
variis [Una grammatica italiana a cui sottostà la coscienza della sua INCONSITENZA
FILOSOFICA e che cerca d’attenuare i danni dell'eccessivo schematismo
tradizionale è quella di RADICE (si veda), seguace dell'Estetica
del Croce, Catania] temporibus,
adauctam latino maxime, et graeco sermone: tum edam quibusdam externorum
vocibus. Post saeculum vero R. S. alterimi supra decimum, e triviis in aedes
hominum elegantiorum successiti hinc et ad normam, libellumque redacta,
scriptorum statu et praeceptis grammatices polita est. È il tono degl’eruditi, MURATORI
(si veda), TIRABOSCHI (si veda), MAFFEI (si veda), del quale infatti Ciampi ri-pubblica
Y ITALICA ehtaibratio hi idem argumentum, riassumendo e criticando tutt'e tre i
nominati, che, nello sfogliare le cartapecore antiche, vedendo tante voci e
modi della nostra lingua adoperati in tempi ne’quali si crede non sono mai
sonati sulle bocche de’parlanti, sono stati condotti a veder chiaro nel
problema lasciato insoluto dai precedenti
trattatisti: il primo
riferisco CIAMPI (si veda),
s'intende, conclude che la lingua italiana è derivata dalle rovine del latino,
e che è parlata dal volgo; il secondo ridotto l'antichità dell'origine al
periodo longobardico e riconnessala alle genti barbare più ch’alle latine; il
terzo negato ogni straniera e particolarmente tedesca derivazione, mettendosi
così sulla buona via di dimostrarla in
tutto d'origine latina sebbene con molte alterazioni della lingua dotta.
Anche questa di CIAMPI (si veda) è un'esercitazione erudita, sebbene scende a
particolari de usu verborum quæ vocant auxiliaria e di voci e costrutti volgari
rintracciati nel latino antico e di vocaboli derivati dal greco. Né
puo far fare un passo al vecchio
problema. Ma intanto lo mantiene vivo ed
è già un
progresso e lascia visibile
l'orizzonte verso cui avrebbero i
posteri spinto così profondamente
lo sguardo. Anche MANNO (si veda) col
suo fortunato saggio, “Della fortuna
delle parole” contribuisce a
tener vivo l’interesse
per gli studi
storici intorno alla
lingua; e le
stesse polemiche destate
dalla proposta e particolarmente le
dissertazioni di PERTICARI (si
veda) e de’suoi contradittori
non possono non
considerarsi, con tutti
i loro errori
e traviamenti più
o meno spontanei,
non possono non
considerarsi almeno come caratteristici episodi
nella storia della
grammatica storica. Tra le ricerche
d'indole storica, si ricora TOSELLI (si veda), ORIGINE DELLA
LINGUA ITALIANA, BOLOGNA; BIONDELLI (si veda), ORIGINE E SVILUPPO DELLA LINGUA
ITALIANA, Milano; SICHER (si veda),
ELEMENTI E STATI DELLA LINGUA ITALIANA, Trento.] La quale
si mise finalmente
sulla strada regia
dell'indagine metodica
storico-comparativa, quando, cessate le
vane logomachie, le ricerche
complessive che si contentano di
raggiungere un'idea approssimativa delle parentele delle lingue
e del loro stato in determinati
periodi storici, pone sulla pietra
anatomica il vario
materiale linguistico dei gruppi
affini mono-genetici criticamente
vagliato, e, coi
potenti aiuti della
comparazione e delle
leggi dell'analogia e de’suoni, puo
stabilire con matematica
sicurezza le derivazioni dell’ITALIANO e delle lingue romanze dal LATINO
popolare, fissarne le fasi e le condizioni e costituirsi così in corpo organico
di dottrina capace d’ulteriori
modificazioni ne’suoi aspetti
particolari, ma stabilmente
fondato su basi
incrollabili, s’intende nel
senso che diamo
noi a queste
parole. Ricordare i nomi
e le date
più notevoli di
questo serio e
fecondo lavorìo che rappresenta uno de’caratteri più spiccati
e più seri dell'erudizione ci è molto facile. Ci è permesso solo accennare qui
che, di fronte ai celebri nomi dei fondatori della scienza positiva della
lingua e della grammatica storica particolarmente ROMANZA, Bopp, Diez, e degl’ammirati
maestri che ci danno la grammatica storica della lingua d’Italia, Meyer-Lùbke, e
alle loro importanti riviste e
enciclopedie, Romania, Zeitschrift, Grundriss, ecc., l'Italia può vantare una
schiera di valorosi filologi, dai compianti
CAIX (si veda), CANELLO (si veda) e
MUSSAFIA (si veda) a RAJNA (si veda), Crescini, Parodi, Gorra, Salvioni,
Lollis, Biadene, Goidanich, Zingarelli, Lopez, Bartholomaeis, Bertoni, a molti
altri, a Renier e Novati, benemeriti della filologia anche pel Giornale storico, ad OVIDIO (si veda), sempre
ricercato anche dai colleghi d'Oltralpe a collaborare in libri e periodici, a
Teza, cui, come dice un nostro poderoso glottologo, Ceci, nessun territorio
linguistico è sconosciuto, a Monaci che fonda riviste che gareggiano
felicemente colle straniere migliori e ora è anima d'una fiorentissima e
attivissima società filologica, stretti già quasi tutti intorno ad Ascoli, il
glorioso fondatore dell’archivio glottologico. Tra i divulgatori della
grammatica storica dell’italiano sono degni tra noi di menzione Fornaciari e Mattio, che sono preceduti fuori
da Blanc, la cui “Gratnmatik der italienischen Sprachen” ha ancora un certo
valore pella dottrina delle forme. Se la grammatica generale, non mai del tutto
rassegnata a morire, giacque
sotto i colpi e i sarcasmi della scienza della lingua, non mancarono tra
noi tentativi d’una FILOSOFIA della GRAMMATICA – ragionata e razionale, ovviamente
--, e notevole è quellodi ZOPPI (citato
da VAILATI), un rosminiano -- ROSMINI (si veda) -- acuto quanto dotto e
diligente e anche garbato espositore. Il quale crede appunto di costruire una
scienza della grammatica col connubio
della grammatica generale e della
scienza positiva del linguaggio, inconsapevolmente ese- [T. ricorda il saggio di
Starck, Grammar and
Language, Boston, fondato sulla
credenza che almeno
i tre gruppi
attuali e più
importanti delle lingue
indo-europee sono retti
da comuni principi generali; e
i numerosi saggi
di Grasserie e
particolarmente “L’Essai de syntaxe
generale,” Louvain, che parimenti
a T. sembrano ispirarsi alla medesima
fede nelle leggi generali. Per
curiosità T. ricorda anche
una ristampa della
grammatica ragionata di COMPAGNONI (si veda), “Grammatica scientifica, ossia la teoria della
lingua italiana secondo
i principi naturali
del linguaggio,” Milano, e
Bert, “Grammaire rationelle
et pratique de la langue
italienne,” Paris. Inoltre: DONATELLI (si veda), Appunti di
logica e grammatica, Venezia;
Fink, Logisches und
Grammatisches, Progr., Ploen;
Peine, Notes sur l’analyse grammaticale et logique,
Montemorency, Societé
amicale des proff.
elèni, de Paris
et de départ., Breve contributo
agli studi logico-sintattici, e nel
testo, modesto contributo
a una SINTASSI filosofica della
meravigliosa lingua di
quel popolo,il greco,
a cui nessuna
intuizione manca, è
il sottotitolo della
citata memoria sulla teoria
kantiana del giudizio
già intuita e
fissata nella sintassi
de’greci di PIAZZA (si veda), il
quale T. non sa
quanto si è
confortato a proseguire
nell’ardua impresa dalla
recensione parimente citata
che gliene fa CROCE (si veda). II vero fondatore della scienza del
linguaggio intesa in senso IDEALISTICO è
Humboldt, e sotto i colpi de’principi di questa cade effettivamente la
grammatica generale. Ma si sa che il
punto di vista humboldtiano è spesso
smarrito dagl’indagatori della
parola col metodo positivo: e
questi non sappiamo
quanto possano aver
da ridire sulla
grammatica generale, che
in fondo è
un tentativo di
filosofia del linguaggio. T. dice qui
per chiarezza positiva
in ordine a
quanto osservo nella
nota precedente. Perchè
la pubblicazione del
frammento di MANZONI (si veda) è
posteriore al suo tentativo che
risale agli anni quando
ne’quali lo pubblica nella Rivista La
Sapienza.] guendo un disegno
abbozzato già dal
Manzoni stesso. Il miglior mezzo
di farle cessare [le controversie sulla distribuzione delle parole nell’arbitrarie
classi grammaticali] è una GRAMMATICA veramente FILOSOFICA, dice MANZONI (si
veda), la quale, in vece di supporre nel fatto della lingua una simmetria
arbitraria, cerca nella natura dell'oggetto della mente o anima – PSICOLOGIA
RAZIONALE --, e nella condizione imperfetta e necessariamente limitata della
lingua, la spiegazione del fatto qual’è, vale a dire di quella molteplice
attitudine di diversi vocaboli. Il campo della quale ricerca deve naturalmente
essersi allargato colla cognizione più diffusa e più intima di lingue altre
volte o ignorate in Europa, o studiate da pochissimi, e con intenti più pratici
che FILOSOFICI. Si veda, per un esempio,
ciò che dice d’una di queste il celebre sinologo Rémusat. Molti vocaboli
chinesi possono essere adoperati successivamente come sostantivi, come
aggettivi, come verbi, e qualche volta anche come particelle. La FILOSOFIA
della grammatica, dice ZOPPI (si veda), diversamente dalla grammatica generale,
che pretende che certe forme o espedienti grammaticali sono cosi necessari ed
inerenti a certe specie di vocaboli da costituire una teorica grammaticale assoluta,
a cui devono conformarsi ogni lingua, confrontando i risultati della FILOSOFIA
colle leggi psicologiche del pensiero, cerca l’origini, studia, ed espone il PERCHE
di quelle forme grammaticali che si
trovano DI FATTO diversamente
svolte ed attuate nelle
diverse lingue. Essa
per una parte
è l'applicazione della filosofia
e la logica alla lingua, ed è quindi per questo rispetto scienza cocettuale
analitica A PRIORI. Ma dall'altra è fondata sulla più diligente e minuta osservazione -- “linguistic botany” – Grice -- dei fatti che
nelle sue molteplici varietà presenta il linguaggio, ed è perciò anche scienza induttiva
ed A POSTERIORI (“I don’t give a hoot what the dictionary said” – Grice to
Austin). Laonde, la filosofia della
grammatica dev’essere il frutto dell’accordo di questi due metodi. La
sola logica o l’analisi filosofico concettuale a priori in effetto ci da delle generalità
forse per alcuni troppo astratte e spesso apparentemente contradette dai fatti,
come è avvenuto delle grammatiche generali. La sola linguistica, poi, ossia, la
critica delle lingue si sta paga a raccogliere e ad ordinare dei vocaboli o ad accertare
alcune leggi di questo o di quell'idioma, ed a formarne delle [Opere inedite o
varie; Manzoni grammatico] famiglie e dei
gruppi, senza però levarsi mai alla sommità di principi universali, in cui deve
trovarsi la ragione ultima di tutte le varie forme, onde il pensiero s’attua e
si plasma nella parola. Ma noi dubitiamo assai che ZOPPI (si veda) con tutto il
suo buon volere sia riuscito a far di meglio che un
lavoro di natura
egualmente arbitraria, vorremmo dire doppiamente arbitraria, com'è quello
in cui si uniscono, anzi si confondono due sistemi, l’uno de’quali
il logico, è
falso e arbitrario, l’altro, il positivo, è semplicemente
metodologico e non gnoseologico e che si giova di schemi e di categorie per pura
comodità pratica, senza dare ad essi alcun valore. Due punti di vista sono troppi
per comprendere un unico fatto. Congiunti in un terzo non possono dare che un nuovo
punto di vista falso, tanto più falso in quanto tra gl’altri due non vi è intimità
di rapporti e l'uno è più insufficiente
dell'altro a spiegar da solo quell'unico fatto. E il vero linguaggio, il linguaggio
come creazione resta fuori d'ogni considerazione sia storica (storia letteraria)
che teorica (estetica). Il superamento della concezione grammaticale della
lingua e il concetto della vera natura spirituale e intuitiva d’essa si sono
ottenuti in modo pieno e definitivo solamente ai nostri giorni coli 'opera
capitale di CROCE (si veda), l’estetica come scienza dell’ESPRESSIONE e
linguistica generale, che, riannodandosi
a VICO (si veda), a Hegel, a Humboldt nella correzione integrativa di Steinthal, scioglie
il problema identificando parola e intuizione e riferendo arte e lingua alla
medesima attività teoretica dello
spirito, l’intuitiva o fantastica. Qui la grammatica ha finalmente la
sua critica completa. Se la lingua è ESPRESSIONE e non esistono classi d’espressioni,
la linguistica in quanto ha di riducibile a scienza è tutt'uno coll’estetica, e
non può davvero costruirsi sulle
particolari teoriche che sono escogitate dell'interiezione,
dell'associazione [A questo punto
ZOPPI (si veda) cita MANZONI (si veda), e tutto il brano è riportato nel saggio su MANZONI (si veda) grammatico i La filosofia della grammatica, Verona.
ZOPPI (si veda) alla fine del suo saggio dà due tavole dimostrative, l’una della
genesi psicologica delle parti del discorso, l'altra di quella glottologica.] o
convenzione e dell'onomatopea, mescolate insieme: e poi che, se la lingua è
creazione spirituale, dev’esser sempre creazione (onde resta senza significato
la distinzione del problema in origine e svolgimento), l’altra considerazione
che può
farsi sul linguaggio
non può esser
che storico-artistica, ogni ESPRESSIONE
essendo un individuo
artistico da studiare
in sé stesso
e da rivedere e ricreare in noi col ricollocarci nelle condizioni
storiche in cui si produce. Una terza considerazione della lingua, la logica,
che consiste nell’elaborare logicamente il fatto estetico, che è di natura sua
indivisibile, dividendolo in concetti e ricavando le categorie grammaticali del
moto o dell'azione (verbo), dell’ente o materia (nome) eccr, se è lecita, è
infeconda pella comprensione del fatto estetico, perchè in quella elaborazione
esso è stato distrutto: e quelle categorie non possono valere come modi
imitabili d’espressione, come formule e precetti pella creazione artificiale della lingua. Una
tecnica dell' 'espressione è un termine erroneo, contradittorio: e appunto tale
è la grammatica normativa, il cui valore è semplicemente didattico. Una forte
risonanza dell’estetica di CROCE (si veda),
per quanto riguarda la lingua, s’è avuta nel saggio di Vossler,
Positivismo e Idealismo nella scienza della lingua, dove si conducono
argute polemiche contro recenti teorici
della lingua e in bellissime particolari analisi è mostrata tutta la fecondità
e la verità del principio idealistico propugnato da CROCE (si veda) e si
traggono deduzioni importantissime pel metodo e il fine dell'indagine
linguistica. Vossler trova nella lingua due aspetti distinti sotto cui
dev'essere conformemente considerato: 1’uno del progresso assoluto, cioè dalla
libera creazione individuale e teorica, 1’altro del progresso relativo, cioè
dello sviluppo regolare e della creazione teorico-pratica collettiva
condizionantisi a vicenda. Nel primo caso la considerazione è estetica o
stilistica (cioè di storia artistica, o critica letteraria, o storia, semplicemente),
nel secondo è storica o evoluzionistica (cioè di storia della coltura, [Con
questo titolo è uscita per i tipi del
Laterza di Bari, e per merito di GNOLI (si veda), la traduzione] grammatica
storica). Un terzo modo di considerar la lingua, puramente positivistico o descrittivo senza
valutazione estetica o spiegazione
evoluzionistica, non esiste. È teoricamente impossibile. Ossia quel
terzo modo è la grammatica empirica e normativa, sussidio didattico. Ma il sistema idealistico
vige pienamente in entrambe le prime considerazioni. Anche nel momento
del progresso relativo della lingua opera un’attività spirituale. La grammatica, quando è conoscitiva, è così
sciolta o nella storia letteraria o nella storia della cultura, sempre cioè
nella storia. Quando vuol esser normativa, e non più empirica ma FILOSOFICA e
rigorosa, s’annulla nell'estetica. Col suo saggio T.
spera d'esser riusciti a confermare la verità di tale sistema
idealistico, applicandone i PRINCIPII alla considerazione d'un prodotto
caratteristico dello spirito teorico ITALIANO studiato nelle condizioni
storiche del suo svolgimento, nei suoi
rapporti cioè coll'arte e colla scienza. Un importante filosofo. Ciro
Trabalza. Trabalza. Keywords: la grammatica razionale di Grice, ‘Logic and
conversation,’ repinted in Davidson and Harman, Logic and Grammar!. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Trabalza”, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza.


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